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Giovanni Battista Ramusio

Navigazioni e viaggi

Volume secondo



Due lettere dall'India di Andrea Corsali
[1517-1519]


Discorso sopra la prima e seconda lettera di Andrea Corsali fiorentino.

Essendone pervenute alle mani queste due lettere di Andrea Corsali, nelle quali
si narra del voler condur alli porti dell'Etiopia un ambasciador del Prete
Ianni nominato Matteo con un altro del re di Portogallo detto Odoardo Galvan, e
volendole fare stampar, la buona ventura volse che le mostrai al magnifico
messer Iulio Sperone, gentiluomo padoano, non meno ornato di buone lettere che
di somma cortesia, il qual mi disse che altre volte avea inteso da un gentil
cavaliere portoghese che avea studiato in Padoa, nominato il signor Damian
Goes, come il viaggio che fecero li sopradetti due ambasciadori alla corte del
detto Prete Ianni era sta' scritto particolarmente da don Francesco Alvarez,
che fu in compagnia loro; e che queste lettere del Corsali, stampandole avanti
detto viaggio, iscusariano per un proemio, che daria gran luce e intelligenza a
chi lo leggesse dapoi, perci che molte cose precedenti a quelle dal detto don
Francesco lassate si narrano in dette lettere; e che la copia di tal viaggio si
trovava appresso al prefato signor Damiano nell'estreme parti di Olanda, e
sapeva certo che, per sua natural gentilezza e cortesia, a chi la mandasse a
dimandare esso liberamente la daria. Per la qual cosa, accioch a s buona
opera non s'interponesse dilazione, messer Tomaso Giunta, il qual per beneficio
di studiosi non ha mai sparagnato n sparagna n danari n fatica, deliber di
mandarla a torre. E dapoi che l'ebbe avuta e letta, gli fu detto che 'l libro
di tal viaggio si trovava stampato in la citt di Lisbona di ordine del
serenissimo re di Portogallo, onde di nuovo fu necessario di mandare a pigliar
ancor quello; e avendolo voluto conferire con questa copia, trovai mancarvi il
proemio fatto per il detto don Francesco, e in molti luochi molte righe di cose
degne d'intelligenzia, oltra gli errori de' nomi di molti luochi e dignit di
persone, s come chi vorr leggere questo nostro tradotto in lingua italiana e
il portoghese potr pi particolarmente giudicare. E acci che 'l filo di tal
istoria non fusse interrotto, ma si leggesse continuato in tutte le sue parti,
il prefato messer Tomaso, oltra le lettere del Corsali poste, come abbiamo
detto, per proemio avanti di quella, ha voluto nel fine come epilogo
aggiugnervi la obedienzia che 'l prefato don Francesco prest al sommo
pontefice papa Clemente settimo nella citt di Bologna del 1532 per nome del
prefato Prete Ianni, con le lettere che da quello furono scritte a sua
Beatitudine.
E per non mancar ancor noi, secondo le deboli forze del nostro ingegno, di far
pi chiaro e pi aperto il principio e causa di tal viaggio, abbiamo pensato
non dover esser ingrato alli lettori se discorrendo si rinover la memoria di
molte cose pertinenti a quello per molti anni per lo adietro successe, cavate
dall'istorie portoghesi, dove parlano della vita e fatti delli loro re e
principi, e da un libro del prefato signor Damiano. E per tanto  da sapere che
'l primo che cominci a far discoprir le marine attorno l'Africa fu lo illustre
infante don Enrico di Portogallo, che vi mand le sue caravelle, e vivendo lui
arrivorono quasi appresso la linea dell'equinoziale. Dapoi, per ordine d'altri
re, e principalmente del re don Giovanni secondo di questo nome, le giunsero
fin al capo di Buona Speranza, il qual fu chiamato con questo nome percioch
tutti quelli che avean gli anni passati navigato drieto quella costa tenevan
per fermo ch'ella corresse verso mezzod fin all'altro polo, e disperavan di
poter trovar via di passare nell'Indie orientali: ma giunti che furon a detto
capo e vedutolo voltar verso levante, lo chiamaron di Buona Speranza.
Questo re fu il primo al qual fu portato la mostra di certo pepe cavato del
regno de Benim sopra l'Etiopia, e fece abitar l'isola de S. Tom, che era
disabitata e piena di bosco, e vi mand infiniti giudei a starvi e lavorar i
zuccari. Ed essendo di sublime ingegno e non pensando mai ad altro se non come
potesse far navigar le sue caravelle nell'India orientale, deliber mandar per
terra suoi messi a scoprir le marine dell'Etiopia, Arabia e India, della
immensa grandezza e ricchezza della qual era molto ben informato e da diverse
persone che vi erano state e da molti libri degli antichi, e massimamente da
quello del magnifico messer Marco Polo, gentiluomo veneziano, il qual fu
portato in Lisbona dall'illustre infante don Pietro, quando egli fu nella citt
di Venezia: e dicono l'istorie portoghesi che gli fu donato per un singular
presente e che 'l detto libro, dapoi tradotto nella loro lingua, fu gran causa
che tutti quelli serenissimi re s'infiammassero a voler far scoprir l'India
orientale, e sopra tutti il re don Giovanni. Onde, per far l'effetto sopra
detto, trov due uomini portoghesi che sapevan la lingua araba, e dette carico
ad un di loro di andar ambasciador a quel gran principe de' Negri detto il
Prete Ianni, e all'altro di scoprir prima le marine dell'Etiopia, e poi di
andar a veder l'isola di Ormus e li regni e citt della costa dell'India, dove
nascono i pepi e gengevi. Alfonso di Paiva, che era un di loro, giunto alla
corte del detto Prete Ianni moritte, e in suo loco vi and l'altro, che si
chiamava Pietro de Covillan, il qual per prima era stato a discoprir la costa
di Calicut e di tutte quelle marine, e de l passato poi sopra l'Etiopia e
arrivato fino a Cefala, e avea dato aviso al prefato re don Giovanni di tutto
quello che egli avea scoperto, come pi particolarmente si legger nel viaggio
che scrive il prefato don Francesco Alvarez: e per questa causa non ne voglio
dir altro.
E stando questo Pietro di Covillan nella detta corte, dapoi passati molti anni
(conciosiacosach mai non pot aver licenzia di partirsi), essendo morto il
detto re don Giovanni secondo, successe il re don Emanuel, il qual fece passar
le sue caravelle intorno tutta l'Etiopia, e giunsero in l'India, dove per virt
di molti suoi capitani, uomini eccellentissimi nell'arte militar, ebbe molte
vittorie nelle parti del mar Rosso, sino Persico e nella India, e molte citt e
isole furono ridotte a sua obedienzia, e furono mandati diversi ambasciadori
alla corte del detto Prete Ianni, che allora era fanciullo di anni undici,
nominato David. E di tanta efficacia fu la fama di queste vittorie, che
commosse la regina Elena, ava del detto re David, la qual era quella che 'l
governava, ch'ella deliber al tutto di mandar un suo ambasciador in
Portogallo, e trov un cristian armeno nominato Matteo, uomo pratico e che
sapeva diverse lingue, e per darli maggior credito volse che vi andasse seco un
giovene negro abissino. Costoro, imbarcati in un porto del mar Rosso, se
n'andorono in India alla citt di Goa, nella qual era il signor Alfonso
Dealburqueque vice re, il qual li raccolse graziosamente e, fattili montar
sopra le sue caravelle, li mand a Lisbona, dove giunti alla presenza del re
esposero la loro ambasciata, e furono interpretate le lettere della regina
Elena, che dicevano in questo modo:

Lettera della regina Elena,
ava del re David Prete Ianni imperator de' Negri,
scritta ad Emanuel re di Portogallo nell'anno 1509.

"Nel nome di Dio Padre e Figliuolo e Spirito Santo, che  un solo in tre
persone. La salute, grazia e benedizion del Signor nostro e Redentor messer
Ies Cristo, figliuolo di Maria Vergine, nasciuto nella casa di Bethleem, sia
sopra il diletto fratel nostro cristianissimo il re Emanuel, dominator del mare
e vincitor de' crudeli e incredibili Mori. Il Signor nostro Iddio ti dia ogni
buona fortuna e ti doni vittoria de' tuoi nimici, e tutti i tuoi regni e paesi,
per i devoti preghi de' nonzii del Redentor messer Ies Cristo, cio li quattro
evangelisti san Giovanni, Luca, Marco e Matteo, da ogni canto siano prolungati
e istesi, e le loro sante orazioni li conservino.
Ti avisamo, dilettissimo fratel nostro, esser venuti a noi da quel tuo gran
capitano Tristan de Cugna duo nonzii, delli quali uno si chiamava Giovanni, che
diceva esser prete, e l'altro Giovan Gomez, a dimandarne vittuarie e soldati.
Per il che ne  parso di mandar questo nostro ambasciador detto Matteo,
fratello del nostro servizio, con licenzia del patriarca Marco, che ne d la
benedizion quando mandamo alcun prete in Ierusalem, conciosiacosach egli sia
nostro padre e di tutti li nostri paesi, e colonna della fede di Cristo e della
santa Trinit. Questo nostro ambasciador per nostro ordine ha fatto intender a
quel gran capitano delli vostri, che per la fede del nostro Salvator messer
Ies Cristo combatte in la India, come noi siamo pronti a mandarli vittuarie e
soldati, se gli sar bisogno, conciosiacosach abbiamo inteso il soldan
principe del Caiero metter insieme una grande armata per venir contra li vostri
eserciti, non per altro se non per vendicarsi delle ingiurie e danni (s come
noi sapemo) che per li capitani delle vostre genti che avete nell'India gli
sono stati fatti, li qual vostri capitani il Signor Iddio per la sua santa
bont ogni giorno di pi in pi si degni di far prosperare, acci che
finalmente tutti quelli che non credono siano del tutto in tutto posti sotto il
giogo. Noi per tanto contra gli assalti di questi tali siamo per mandar buon
numero di soldati, che staranno dove  il stretto del mar della Meca, cio
all'isola di Bebbelmandel, o veramente, se vi parer pi commodo, andaranno al
porto del Zidem over al Tor, accioch finalmente si ruini e levi via questa
sorte di Mori e increduli dalla faccia della terra, e che li presenti e doni
che si portano al santo Sepolcro nell'advenire non siano devorati da' cani.
Al presente  giunto il tempo promesso, il qual (come dicono) messer Ies
Cristo e la sua madre Maria hanno predetto, cio che negli ultimi tempi era per
nascer nelli paesi de' Franchi un certo re, che levaria via tutta la generazion
de' barbari e Mori: e questo veramente  il tempo presente, il qual Cristo
promesse alla benedetta sua madre dover essere.
Tutto quello veramente che vi dir l'ambasciadore nostro Matteo, reputate che
venga come dalla nostra propria persona, e dategli fede, percioch  un de'
principali della nostra corte e per questo ve l'avemo voluto mandar. Avremmo
ben dato il carico di queste cose alli vostri messi, quali ne avete mandato, ma
dubitammo che le faccende nostre secondo il voler nostro non vi fussero
esposte.
Mandiamo per questo nostro ambasciador Matteo una croce, fatta senza dubbio
alcuno di un pezzo del legno nel qual il Salvator nostro messer Ies Cristo fu
crocifisso in Ierusalem, di donde il pezzo di questo legno santo n' sta'
portato: e del detto ne abbiamo fatto far due croci, delle qual l'una  restata
appresso di noi, l'altra abbiamo dato a questo nostro ambasciador, ed 
attaccata con uno anelletto d'argento.
Oltra di questo, se a voi piacesse di dar le vostre figliuole alli nostri
figliuoli, over nostri figliuoli dar alle figliuole vostre, questo sopra tutto
ne saria molto grato, e a tutti duo utile, e principio di una lega fraternal,
perch veramente questo astringersi con nozze con voi s nel tempo presente
come nell'advenir grandemente desideriamo.
Nel resto la salute e grazia del nostro Redentor messer Ies Cristo e della
nostra santa Madonna Maria Vergine si estenda e sopra voi e sopra li figliuoli
e figliuole vostre e di tutta la vostra casa. Amen.
Oltra di questo vi avisiamo che, se vorremo congiunger li nostri eserciti
insieme per far guerra, noi averemo forze bastanti, mediante l'aiuto divino, di
levar via tutti li nimici della nostra santa fede. Ma li nostri regni e li
nostri paesi sono posti fra terra, che in alcuna banda non potemo venir sopra
il mare, sopra il qual noi non abbiamo potenzia alcuna, conciosiacosach per
laude di Dio voi sete in quello sopra ogn'altro potentissimo. Messer Ies
Cristo sia in nostro adiutorio.
Le cose veramente fatte per voi in India sono certamente pi presto miracolose
che umane, e se voi volesti armar mille navi, noi vi daremo vittuarie, e vi
sumministraremo tutte le cose che saran di bisogno per detta armata
abondantissimamente.'

Udita questa lettera dal re don Emanuel e dalli suoi consiglieri, stettero
alquanto sospesi, perci che gli parvero che le cose proferite in quella
fossero troppo grandi, e per tanto che ella non fosse vera; dubitarono anche
che costui non venisse mandato dalla detta regina, e di questa loro dubitazione
ne fu ripiena tutta la corte. Nondimeno dapoi detto re, desideroso di continuar
e accrescer pi che fosse possibile l'amicizia di questa regina, per potersi
servir delle forze e favor d'un regno tanto potente per riputazion delle cose
sue nell'India e mar Rosso, elesse un suo ambasciador nominato Odoardo Galvan,
il qual insieme con questo ambasciador Matteo con grandissimi presenti mand
con una sua armata in India, capitano Lopes Suarez. Giunto detto capitano in
Cochin e messosi ad ordine di vettovaglie, deliber di tornar verso il mar
Rosso, per metter in terra detto Matteo e questo Odoardo Galvan. Allora,
trovandosi in Cochin, Andrea Corsali mont sopra la detta armata e scrisse
quanto in la seconda lettera si contiene, nella qual si legge che non poterono
dismontar mai al porto di Ercoco della Etiopia sopra il mar Rosso, ma che,
tornati all'isola di Cameran, vi morse Odoardo Galvan, e cos per quello anno
fu intermessa la espedizion del detto Matteo. N pi oltra scrive il prefato
Corsali, nelle qual due lettere se vi saran degli errori, n' causa il tristo
esemplar che noi abbiamo avuto.


Di Andrea Corsali fiorentino allo illustrissimo signor duca Giuliano de' Medici
lettera scritta in Cochin, terra dell'India, nell'anno MDXV, alli VI di
gennaio.


Come nella navigazione passando la linea equinoziale furono in altura di gradi
trentasette nell'altro emispero, a traverso di capo di Buona Speranza, dove
viddono un mirabil ordine delle stelle nella parte del cielo opposta alla
nostra tramontana.

Illustrissimo Signor, non potendo mancar a V.S. di quanto le promisi nel
partirmi di cost, ho voluto farle questo poco di discorso per darle notizia
del successo del mio viaggio d'India. E avvenga ch'ei non sia cos copioso
com'io sperava e che 'l mio desio aria voluto, il che  causato per essere poco
tempo ch'io mi trovo in queste parti, nondimeno non m' parso restar di
dirizzarglielo, dettandomi l'animo che V.S. lo debba pigliare con quel cuore
che l'affezion mia e osservanzia ch'io le tengo ricercono, riserbandomi a tempo
migliore di sodisfarle pi compiutamente.
Dapoi che partimmo da Lisbona navigammo sempre con prospero vento, non uscendo
da scilocco e libeccio, e passando la linea equinoziale fummo in altura di
trentasette gradi nell'altro emispero, a traverso di capo di Buona Speranza,
clima ventoso e freddo, ch'a quei tempi il sole si trovava ne' segni
settentrionali, e trovammo la notte di 14 ore. Qui vedemmo un mirabil ordine di
stelle, che nella parte del cielo opposita alla nostra tramontana infinite
vanno girando. In che luogo sia il polo antartico, per l'altura de' gradi,
pigliammo il giorno col sole e ricontrammo la notte con l'astrolabio, ed
evidentemente lo manifestano due nugolette di ragionevol grandezza, ch'intorno
ad essa continuamente ora abbassandosi e ora alzandosi in moto circulare
camminano, con una stella sempre nel mezzo, la qual con esse si volge lontana
dal polo circa undici gradi. Sopra di queste apparisce una croce maravigliosa
nel mezzo di cinque stelle, che la circondano (com'il Carro la Tramontana) con
altre stelle, che con esse vanno intorno al polo girandole lontano circa trenta
gradi: e fa suo corso in 24 ore, ed  di tanta bellezza che non mi pare ad
alcuno segno celeste doverla comparare, come nella forma qui di sotto appare.

[vedi figur_02.gif]

Della isola Monzambique, e da cui sia abitata la terra ferma e tutta la costa
del mar Rosso fino a capo Verde. Nella costa non si trovano altre mercanzie che
oro, che si porta a vendere alla mina di Cefalla, dove si trova ambracan e
infinito avorio.

Cominciammo dipoi a tornare al cammino di tramontana, avendo vista di capo di
Buona Speranza, e sorgemmo in Monzambiqui, isola sterile non molto grande,
giunta con la terra ferma, posta in quindeci gradi disotto dal polo antartico,
abitata da maumettani: di essa  signor il re di Portogallo, la qual non  per
altra cosa buona se non per il porto, molto ben posto e accommodato alla
navigazione d'India. La terra ferma  abitata da uomini bestiali, e parimente
tutta la costa, e dallo stretto del mar Rosso fino a capo di Buona Speranza
tutti sono d'una lingua, e da capo di Buona Speranza fino a capo Verde parlano
differente da questi di Monzambiqui. In questa costa, cominciando a capo Verde
fino al mar Rosso, non vi si trovano altre mercanzie che oro, che si porta a
vendere a la mina di Cefalla, ch' terra del re di Portogallo vicina di
Monzambiqui, dove si truova alquanto di ambracan e infinito avorio.


Della isola di San Lorenzo, e quanto sia abbondante d'armenti e d'ogni sorte di
animali silvestri; dove si trova argento, ambracan, gengevo e garofani di
miglior odore che quelli dell'India, e pi altre cose, della qualit di quelle
genti e dell'isola Oetabacam.

Stando in Monzambiqui, trovammo due navette di Portogallo che venivano
dell'isola di San Lorenzo, che sta dentro al mare a fronte di Monzambiqui,
delle grandi ch'a' nostri tempi siano state discoperte. Essa isola dicono esser
molto abbondante e copiosa d'infiniti armenti e di ogni sorte d'animali
silvestri; trovasi anche gran quantit di risi e altri semi, di che questi
dell'isola vivono. Vi si trova parimente argento, ambracan, gengiovo,
meleghetta e garofani, non come questi d'India, che non sono tanto profittosi,
ma di meglior odore e di forma di galla di nostra terra. Tien molto mele e
canne di zuccaro, il qual non sanno oprare; evvi zafferano della sorte d'India,
limoni, cedri, aranci in molta quantitade; e abbondante di molti fiumi e
d'acque dolce, ed  copiosa di porti sicuri di mare. Le genti son bestiali,
diversa lingua dagli altri di Monzambiqui, non tanto neri, ma col capo
arricciato come son tutti quelli di essa costa. Li porti della marina
signoreggiano i Mori, che con panno di cottone e altre mercanzie d'India
comperano le mercanzie di questa isola, e cos  nella costa di Monzambiqui.
Dicono vicina a questa isola esservi un'altra isoletta detta Oetabacam,
abbondantissima d'argento, e attesa la quantit che si vede in Monzambiqui e
per tutta la costa, non poter esser di meno ch'in tutta perfezione: qual non 
ancora stata scoperta da' Portoghesi.


Come vicino all'India trecento miglia l'acque del mare si dimostrano come di
latte,e donde causa che, in quella parte dell'India dov' il mar profondo,si
dimostra ora di color celeste, ora nero, ora verde.

Partimmo di Monzambiqui a nostro viaggio d'India, non ci scostando da
tramontana e greco, per essere il nostro dritto cammino, e sempre andammo con
vento in poppe, percioch in questa parte d'India viene sei mesi vento ponente
e libeccio, che serve al venir in India, e di giugno a ottobre; gli altri sei
mesi  greco e levante, che serve al tornar d'India. Fummo a Goa in venticinque
giorni, che pu esser da tremila miglia, con tanta prosperit pel favor del
vento che nessun'altra navigazione in parte alcuna mi par miglior di questa.
Qui passammo la seconda volta la linea equinoziale, tenendo il sole per zenit,
senza far ombra in alcuna parte; e gi tornati nell'artico polo, avemmo vista
della Tramontana in sei gradi, ch'in menor altura in nessuna parte si puote
vedere, rispetto a certe nuvole che, vicine all'orizzonte elevandosi, non
lassono comprendere a nostra vista nessuna stella che in meno di sei gradi sia
elevata, come pi volte ne feci esperienza. Vicino all'India trecento miglia,
l'acque del mare si mostran come di latte, che mi pare esser causato dal fondo,
per esservi l'arena bianca. In questa parte d'India dove  il mar profondo,
pigliando ora il color dal cielo dimostra celeste, e ora dalle nuvole par nero,
e anco talvolta verde, quando non  tanto profondo: cos puote questo color di
latte dall'arena causarsi. Vedonsi anche infinite serpi, e per questi due segni
conoscemmo esser nella costa d'India: questi serpi per la pioggia in tempo di
verno della terra ferma sono nelle fiumare trasportate.


Della isola detta Goa, dove gi Alfonso di Alburquerque fece edificar una terra
fortissima, e dentro una fortezza. Della qualit e vestir di quelle genti; di
frutti e animali di quel luogo del gran prezzo che quivi si vendono i cavalli.
E come l'isola di Ormuz fu di gi presa per il capitano maggiore, e quivi di
ordine suo edificata una fortezza.

Con non poco piacere scoprimmo in tre giorni terra, e lungo la costa navigando,
fu la prima scala nell'isola di Goa, che tien di circuito quindici miglia,
posta in sedici gradi; ed  giunta con terra ferma, cinta da ponente dal mare,
da settentrione e mezzogiorno dalla costa, da levante dalla terra ferma detta
Paleacate, dalla qual corre una fiumara, ch'entrando in mare per due parti
comprende detta isola. E di essa sono signori i Portoghesi, che gi sono cinque
anni che fu pigliata per forza d'armi dal signor Alfonso d'Alburquerque, dove
furno morti gran numero de Mori e gli altri scacciati alla terra ferma. Dipoi
egli fece edificare una bellissima terra di circuito di un miglio, da
fortissimi muri e fossi circondata, piena di case, strade ordinate a nostro
costume, e dentro di essa fece una fortezza, che parmi oggid delle miglior
cose che i Portoghesi tengono nell'India. L'isola  abitata da gentili, i quai,
per esser da noi che da' Mori meglio trattati, sono amici de' Portoghesi e
parziali. Qui truovasi grandissima quantit d'orefici, e li megliori che siano
in tutta l'India.
Di quest'isola era prima signore il re della terra ferma ove  Paleacate, detto
Idalcam del Sabaio, ch' maumettano, di nazion turco, uomo bellicoso; e
appresso d'esso vivono molti capitani della parte di Turchia. I naturali di
questo regno sono uomini gentili, di bell'aspetto e di color lionato; le loro
vestimenta sono a uso di Turchia, e massime di mercatanti, degli altri
all'apostolica. Ivi sono i Bramini, a nostro modo sacerdoti; altri con un panno
di cottone si copron le parti vergognose del corpo, e questi son detti Nairi,
uomini di guerra, che sempre portano lance, archi, spade e targhe, e per
combattere sono i miglior uomini d'India. Ivi la terra  fertilissima, e piena
di frutti a nostro costume e della sorte che sono in India;  copiosa d'ogni
animale, cos domestico come silvestre. Trovansi nella terra ferma molti tigri
e serpenti d'incredibil grandezza; nel fiume vivono certa spezie di cocodrilli,
e alcuni di lunghezza di venti piedi, con le altre parti corrispondenti, i quai
molte volte escono fuori dell'acqua, cibandosi d'animali ch'intorno al fiume si
pascono. L'isola  di grandissimo tratto e ogni giorno va ampliando, per la
gran quantit di cavalli che vengono d'Ormuz del sino Persico, e vendonsi a'
signori de Paleacati e del re di Narsinga; e fanno capo a dett'isola perch,
s'altrove sbarcassino, i Portoghesi che sono signori del mare, con licenzia de'
quali si naviga, pigliarebbono le navi e il tutto saria perduto.
Ar forse V.S. ammirazione intender un cavallo ordinariamente a costume di
nostra terra vendersi quattrocento ducati, cinquecento e anche settecento, e
quando passa l'ordinario novecento, mille e duomila, per il che pagano al re,
nell'entrare dell'isola, quaranta ducati d'oro per cavallo, e quest'anno il
dazio ha renduto trentamila ducati. Per questa causa fu l'anno passato il
capitan maggiore all'isola d'Ormuz, con varii stromenti bellici e con armata di
venticinque vele e tremila uomini da guerra, la qual  posta nel sino Persico,
e avendola presa d'accordo, uccise il governatore di essa, perch dal re
d'Ormuz si era ribellato e avea ordinato tradigione, per tagliare a pezzi il
capitan maggiore e bruciar l'armata. Or avendo il capitan maggiore ridotta la
citt a sua obbedienza, fece una fortezza, ch'oltre a molt'altre edificate per
ordine suo nell'India, questa  la principale e di pi importanza, perch al
presente nessun mercatante persiano o d'Arabia Felice o armeno o sia d'altre
parti che venga nel sino Persico, pu levar cavalli all'India n portare
spezie, se non fa capo a Ormuz, pigliando la securezza e pagando il dazio al re
di Portogallo; e levando cavalli per crescere l'entrata di Goa,  necessario
che di l gli lievi.


Della isola detta Dinari, dove si trovano molte antichit, e come quivi fu
destrutto un tempio detto pagode, di maraviglioso artificio, con figure antiche
di grandissima perfezione.

In questa terra di Goa e di tutta l'India vi sono infiniti edificii antichi de'
gentili, e in una isoletta qui vicina, detta Dinari, hanno i Portoghesi per
edificare la terra di Goa distrutto un tempio antico, detto pagode, ch'era con
maraviglioso artificio fabricato, con figure antiche di certa pietra nera
lavorate di grandissima perfezione, delle quali alcune ne restano in piedi
ruinate e guaste, per che questi Portoghesi non le tengono in stima alcuna.
S'io ne potr aver alcuna a mano cos ruinata, la dirizzar a V.S.,a fine
ch'ella vegga quanto anticamente la scoltura in ogni parte fu avuta in prezzo.


Di una terra chiamata Batticala, nella quale, e ne' luoghi vicini detti Onor e
Brazzabor, nasce infinito gengevo, mirabolani, zuccaro e altre cose. Della
terra nominata capo di Commari, da Tolomeo Pelura. Come il re di Canonor fu a
visitar il capitano maggiore, e del presente li fece. Del re di Calicut, e come
gi convenisse col maggior capitano.

Dipoi partiti di Goa, navigammo lungo la costa sempre a mezzogiorno e arrivammo
a una terra detta Batticala, per pigliar il tributo che essi pagano al re per
poter navigare in questi mari. Di essa  signor il re di Narsinga, di legge
gentile. Qui nasce, e in altri luoghi vicini detti Onor e Brazabor, infinito
gengiovo, mirabolani, zuccaro, farro, riso, le quali mercanzie si caricano pel
mar Rosso, per Adem e per Ormuz. E detta terra  in tredeci gradi; il mare
tiene da ponente e la terra da levante, la costa da mezod e tramontana. I
naturali sono come quei di Goa e quasi d'una lingua. Sopra a Batticala vedonsi
due montagne, dalla sommit delle quai nascon due rivi, i quai, per il dosso
del monte scorrendo a basso verso 'l mare, appariscono come due vie bianche
battute, ch' cosa mirabile a vederle. Qui i naturali si chiamano Conconi e
Decani, e in Balagat e Commari; e l vicino a Batticala comincia il paese del
Malabari, dove nasce il pepe, differenti in lingua e parte in costumi da quei
di Commari e di Goa. Il qual paese termina da mezogiorno a capo di Commari,
secondo Tolomeo detto Pelura, e voltandosi a tramontana, nel sino Gangetico, a
un loco detto Curumma e anticamente Messoli: il detto capo di Commari  in otto
gradi e Curumma per ancora non so.
Di Batticala fummo a Cananoro, dove i Portoghesi tengono un castello
munitissimo d'arme. Il re fu a visitar il novo capitano maggiore con duamila
uomini nairi o pi, con loro armi a costume di Goa, e present a esso capitano
una collana d'oro ornata con molti rubini e perle, di mille ducati d'oro di
valuta. Esso Canonoro  in XII gradi e mezo. Da Canonoro fummo a Calicut,
principal terra e capo di tutto 'l regno del Malabari. Il re chiamasi Cammurim,
che vol dir imperatore, e nel vero, atteso i mirabili edifici publici e tempii
e palazzi del re, e le private abitazioni di pietra (non come in altre parti di
paglia), dimostra essere stato capo di tutta l'India, perch i mercatanti di
tutto 'l mar Oceano in queste parti orientali venivano a caricare di spezie e
altre mercanzie, che d'altre terre dall'India in Calicut si conduceano. E ora,
dapoi che i Portoghesi sono nell'India, hanno sempre caricato in Cochin e
Canonor, perch da principio detti Portoghesi forno scacciati e morti in
Calicut, e in Cochin dal re di esso ricevuti, il quale di subito fecero de'
primi re d'India. Questo re di Calicut ha sempre tenuto guerra con Portoghesi,
fino a duo anni passati, a contemplazione di maumettani, i quali per il
contrasto del re sono rimasi destrutti; e ultimamente, non tenendo gi il
rimedio, detto re si convenne col capitano maggiore e gli concesse che si
potessero far fortezze nelle sue terre, ch'oggi tengono i Portoghesi. Esso re
fu a visitare il capitan maggiore con pi di quattromila Nairi o vero
gentiluomini, co loro armi, lance, archi, targhe, e gli present una collana
della sorte di quella del re di Canonoro, ma di pi prezzo.
Questo paese del Malabari  molto temperato, senza freddo di nessun tempo o
caldo, eccetto due ore del giorno, perch l'altro resto dal vento della notte
sino al mezogiorno e dipoi dal vento del giorno  refrigerato. In questo paese
parimenti non ci fu per nessun tempo peste. De' costumi di essi e d'altre
particularit il Nairo che condusse lo elefante ar informato V.S. a pieno, e
per scorrer il mio ragionamento.


Laude de' Portoghesi, e d'alcune fortezze molto importanti per lor fabricate
nell'India. Dell'isola di Ormuz e suoi confini; della natura e costumi de'
Guzzerati, mercatanti di Cambaia, nella qual terra nascono storace liquido,
corniuole e calcidonii.

L'India tutta comincia dallo stretto del mar Rosso, per insino all'estreme
regioni Sinare:  abitata parte da Mori, e da essi signoreggiata, e parte da
Gentili, e parte da Portoghesi, i quali oggid sono signori di tutto 'l mar
Oceano, cominciando da Lisbona all'India, e de' mari particolari d'India, del
sino Magno e Gangetico, del sino Persico e stretto del mar Rosso e mar
Atlantico. E in queste loro conquiste ogni giorno si vanno ampliando, e in
verit si pu dire per le opere loro, conciosiach sono tutti uniti insieme e
parziali del lor re, animosi e audaci a mettersi in ogni impresa senz'alcun
rispetto di robba o di vita, e hanno ingenerato tanto tremore in queste parti,
che mi par difficile che per alcun tempo abbino ad essere damnificati.
Primamente nessuno pu navigare senza lor licenza, o senza pericolo di perder
le navi e mercanzie, perch l'armata che tengono nell'India va navigando,
scorrendo per tutte le parti: che ponno esser circa quaranta navili, computando
navi, caravelle e galere. I quali, nell'India fabricati, son tanto forti che,
attesa la debilit de' navili dell'India, un solo si potria da tanti difendere
ch'io non lo scrivo per non parer mendace: e per questo giudico per nessun
tempo poter esser disbarattata tal armata, la qual navigando  sempre patrona
di tutte le parti del mare e dei porti d'India. E perch in molte parti mancano
le vettovaglie, n si possono da un loco all'altro condurre senza navigarle,
per questa causa in queste parti orientali non c' porto alcuno che, stando
l'armata in piedi, non le renda obbedienza e lassi far fortezze e castelli in
quelle parti che vorranno, come fino adesso ne hanno fatte nei pi importanti
luoghi dell'India: li quai tutti ha edificato il signor Alfonso d'Alburquerque,
capitano passato, uomo a' tempi nostri prudentissimo e audace, e in ogni
impresa vittorioso.
La principal fortezza e importantissima  l'ultima, edificata in Ormuz l'anno
passato, alla qual fanno capo tutti i mercanti persiani, turchi, armeni o di
Arabia Felice, che vogliono con cavalli e altre mercanzie passare in queste
parti per levare spezie. Il qual Ormuz  isola nel sino Persico, e rispetto
allo stretto non possono questi mercanti passar, se non fanno capo a Ormuz per
pagare i dazii e pigliar securt di navigare. E posto detto Ormuz in ventisette
gradi; da mezogiorno e da ponente tiene l'Arabia Felice, dove  lo stretto di
Baharem, loco dove si pescano le perle, ed  divisa da quella parte della
Persia che vicina con Ormuz da tramontana per il fiume detto Tigris. Della
citt di Tauris e della Persia e dell'altre regioni, venendo sino al mare, 
signore siech Ismael, detto fra noi Sof, il qual dentro per terra ferma
confina col re di Sanmarcante, che credo sia la regione de' Parti, In queste
terre di Persia si trova il lapislazuli e le turchine. Da levante confina con
la Carmania deserta, oggi detta Rasigut, abitata da corsali e latroni. L'altra
fortezza tengono nell'isola di Goa detta di sopra.
Fra Goa e Rasigut, o ver Carmania, vi  una terra detta Cambaia, dove l'Indo
fiume entra nel mare.  abitata da gentili chiamati Guzzaratti, che sono
grandissimi mercatanti. Vestono parte di essi all'apostolica e parte all'uso di
Turchia. Non si cibano di cosa alcuna che tenga sangue, n fra essi loro
consentano che si noccia ad alcuna cosa animata, come il nostro Leonardo da
Vinci: vivono di risi, latte e altri cibi inanimati. Per esser di questa
natura, essi sono stati soggiogati da' Mori, e di questi signoreggia un re
maumettano, che tiene una pietra che, mettendola nell'acqua o in bocca, subito
rimedia ad ogni veneno. In questa terra nasce indaco, storace liquido,
corniuole, calcidonii in quantit grandissima, e di essi si lavorano manichi di
daghe e pugnali eccellentissimi. Gli uomini sono olivastri, di grandissimo
ingegno e artificio di tutte l'operazioni. Essa regione di Cambaia ha il mare
verso mezod, Rasigut o ver Carmania da ponente, Paleacate da levante, e da
settentrione molto fra terra il re di Sanmarcante.


Del regno di Paleacate e suo re. Del paese di Malabari, di suoi signori e sue
fortezze, dove Portoghesi caricano pepi e gengevi. Di cinque chiese
maravigliosamente fatte, e per cui sono officiate. Della terra chiamata
Paleacate, anticamente Salaceni, e della gran quantit e variet di gioie che
quivi nascono, e come si costuma di vender gli elefanti.

Il regno di Paleacate confina per terra ferma col re di Narsinga, ch' gentile
e principal re di tutta l'India, ed  il pi ricco signore che sia di questa
banda fino al mar, Batticala, Onor e Brazabor; e lassando il paese de Malabari,
ch' giunto con la marina, s'estende per terra ferma fino al sino Gangetico,
dove  il signor de Coromandel, e Paleacate, di l dal capo di Commari, detto
Pelura anticamente. Tre altre fortezze sono in detto paese de Malabari, cio
Canonor, Calicut e Cuchin, dove al presente i Portoghesi caricano pepi e
gengiovi per Portogallo, n consentono che si carichino per altre bande, e
massime per Adem e per la Mecca, a fine che non passino in Alessandria: al che
tengono grandissima custodia, mandando ogn'anno allo stretto del mar Rosso
armata, acci non passino altre navi, e hanno fatto tal provisione che sar
necessario che di Venezia vadino a fornirsi a Lisbona.
I signori della terra de Malabari sono tutti gentili, e gli abitatori gran
parte mori, altri giudei, altri cristiani di san Tommaso: e ancora sono in
piedi certe chiese, che dicono esser fatte maravigliosamente. Una  posta
vicina a Cochin cinque leghe, in uno luogo detto Elongalor; l'altra  posta in
Colon: le quali sono officiate da certi Armeni che passano all'India alla cura
di tai cristiani. L'altra  in Coromandel, principale di tutte, dove l'anno
passato fu Piero d'Andrea Strozzi, che dice in essa esservi sepolto san
Tommaso, e che ancor si vede un sepolcro antico di pietra, e a presso d'esso
esservi un altro sepolcro d'un Etiope cristiano delle terre del Prete Ianni,
ch'andava in sua compagnia, e che nelle parti della chiesa ci sono certi
intagli con lettere, le quai egli non pot intendere. Dice anche esservi una
forma d'un piede incavato in una pietra, di mirabil grandezza e fuori della
natural moderna, che dicono essere stata fatta per san Tommaso miracolosamente.
Piacendo a nostro Signor, egli tornar cost fra un mese e levarammi seco, e
per mi riserbo a un'altra volta a dare di ci meglio il particolare a V.S. e
anche ogn'altra cosa pi chiara.
Vicino a Coromandel, detto Messoli anticamente,  un'altra terra chiamata
Paliacatte, e anticamente Salaceni. In questa terra si trova grandissima
quantit di gioie d'ogni sorte, che vengono parte di Pegu, dove nascono rubini,
parte da un'isola che giace a riscontro del capo di Commari, che si chiama
Zeilan, in altura della banda di mezzogiorno di gradi sei e di settentrione
verso il sino Gangetico in otto gradi. Qui nascono la maggior quantit e di pi
spezie di gioie che nel resto di tutta l'India, cio zaffiri perfetti, rubini,
spinette, balasci, topazii, giacinti, grisoliti, occhi di gatta (che da' Mori
sono avute in grand'estimazione) e granate.
Dicono ch'il re di essa tiene due rubini di tanto colore e s vivo,
ch'assimigliano a una fiamma di fuoco: ma perch essi gli chiamano con altro
nome, io stimo che debbano esser carbuncoli, e di questa sorte rari si trovano.
Cogliesi anche in questo luogo la cannella, che per tutto si naviga. Tiene il
paese gran copia di elefanti, ch'essi vendono a diversi mercanti dell'India
mentre che sono piccoli, per potergli domesticar: e costumasi a vendergli tanto
il palmo, crescendo sempre di prezzo con detto palmo, secondo la grandezza
dell'elefante.


Come questa isola Paliacatte non fu posta da Tolomeo, il quale in molte cose 
diminuito, pretermesse anco da lui dodecimila isole nella costa di Monzambiqui;
e come in detta isola nasce ambracan e molti diamanti, dove Piero Strozzi ne
comper uno bellissimo, che pes caratti 23. Del castello Malacha e del fiume
Gange.

Quest'isola non pose Tolomeo, il quale trovo in molte cose diminuito, n pose
ancora dodicimila isole che sono dalla costa di Monzambiqui andando sempre a
cammino verso le bande di Malacha, di sotto dell'equinoziale. E vedesi per la
navigazione de' Portoghesi molto diminuito e falso nelle sue longitudini,
cominciando dalle regioni Sinare fino alle isole che lui chiama di Buona
Fortuna; situ male la Taprobana, come per la carta del navigare che don
Michiele di Selva, orator del re, rec a Roma, potr V.S. comprendere.
In Paliacatte ancora nasce ambracan e diamanti, ma non s perfetti come quelli
che nascono in Narsinga, per esser molto gialli, avenga che da' Mori siano
tenuti in maggior prezzo che gli altri chiari. In questo luoco esso Piero
Strozzi comper un bellissimo diamante chiaro e netto in rocca, qual pes
caratti 23, ed  delli bellissimi pezzi che siano stati venduti in India da un
tempo in qua: nel suo ritorno, che sar in termine di due anni, lo porter a
Lisbona. Questo m' parso farne intender a V.S. per che mi pare che sarebbe
degno d'un signor grande com' quella. I smeraldi non so dove naschino, e di
qua sono in maggior riputazione che nessun'altra sorte di pietre, cos come
nelle terre nostre.
L'ultimo castello che i Portoghesi tengono nell'India  Malacha, terra gi di
maggior tratto che nissuna parte del mondo, alla qual navigano dal sino
Gangetico le navi di Bengala, regno che vicina dalla costa del mar col regno di
Decan, fra Bengala e Paliacatte, che termina per terra col re di Narsinga; e
Bengala da terra ferma vicina con un regno detto Deli, il quale dentro da terra
vicina con Narsinga. In questa parte di Bengala ci intra il fiume Gange, nel
sino detto dal suo nome Gangetico, ed  posto in 23 gradi sotto il tropico del
Cancro; nel detto sino navigano ancora del paese di Pegu, che confina per la
costa con detto regno di Bengala e Liqui. In Pegu trovasi gran quantit di
rubini, benzu e laca; tiene dalla parte della costa Malacha e da terra ferma
il Disuric, il quale  signore infra terra fino alla Cina.


Come la terra detta Malacha gi si chiamava Aurea Chersonesus, dalla qual si
naviga a Sumatra, qual dicono esser la Tabrobana, non ancora da ogni parte
scoperta. Delle terre de' Piccinnacoli e del Verzino. Le mercanzie che portano
i mercatanti di Cina che vanno a Malacha per speziarie; della qualit e costumi
degli uomini di quel paese.

L'ultima terra della banda di mezod  Malacha, posta sopra la linea
dell'equinoziale, in duo gradi d'altura, detta gi Aurea Chersonesus. Queste
terre di Bengala e Pegu dominano i Mori, e Malacha i Portoghesi: i quai Mori
stanno sempre in guerra con gentili della terra ferma. Navigano ancora da detta
Malacha all'isola di Sumatra, che dicono esser la Taprobana, non ancora da ogni
parte discoperta, per esser molto grande. Qui trovasi infinito pepe, che si
naviga per la Cina, terra fredda posta nel sino Magno, e nascevi anco pepe
lungo, belzu e oro, che contrattano in Sumatra per Malacha, che dalla parte di
mezod guarda questa isola, la qual sotto la linea dell'equinozial si trova, e
nella quale quest'anno va fattor Giovanni da Empoli nostro fiorentino.
Dalla parte di levante sono le isole dove nascono i garofani, dette Molucche, e
dove si trovano le noci moscate e macis; in altre il legno aloe, in altre
sandali. E navigando verso le parti d'Oriente, dicono esservi terra de'
Piccinnacoli, ed  di molti openione che questa terra vada a tenere e
congiungersi, per la banda di levante e mezogiorno, con la costa del Bresil o
Verzino, perch per la grandezza di detta terra del Verzino, non si  per
ancora da tutte le parti discoperta. Il qual Verzino per la parte di ponente
dicono congiungersi con l'isole dette le Antile, del re di Castiglia, e con la
terra ferma del detto re.
Dalla parte di settentrione, per il sino Magno, navigano ancora a detta Malacha
per spezierie i mercatanti della terra di Cina, e portano di loro terra musco,
reubarbaro, perle, stagno, porcellane e sete e drappi di ogni sorte lavorati,
damaschi, rasi, broccati di molta perfezione, perci che gli uomini sono molto
industriosi e di nostra qualit, ma di pi brutto viso, con gli occhi piccoli.
Vestono a costume nostro, e calzano con scarpe e calzamenti come noi. Credo che
siano gentili, avenga che molti dicono che tengano la nostra fede, o parte di
essi. Quest'anno passato navigarono alla Cina nostri Portoghesi, i quai non
furno lasciati scendere in terra, che dicono cos essere costume, che
forestieri non entrino nelle loro abitazioni. Venderono le lor mercanzie con
gran profitto, e tanto dicono essere d'utilit in condurre spezierie alla Cina
come a Portogallo, per esser paese freddo e costumarle molto. Sar da Malacha
alla Cina cinquecento leghe, andando a tramontana.


De' costumi del re di Cina, e del presente fatto per l'ambasciadore del Sof
nominato siech Ismael al maggior capitano di Ormuz, dove si trovavano infiniti
oratori delle regioni circonvicine.

Il re di questa regione non si lassa mai vedere n parlar, eccetto che da un
solo, e quando alcuno vuole espedizione o altra cosa, lo fa intendere a un
deputato, e quello all'altro: e cos va d'uno in altro, fino a cinquant'uomini,
alle orecchie del re. Tutte le sopradette fortezze ha edificate a usanza nostra
il capitano maggior passato, il signore Alfonso d'Alburquerque, il qual nel
giunger nostro in India stava in Ormuz, dove trovavansi infiniti oratori delle
regioni convicine al sino Persico, e fra essi l'ambasciador del Sof nominato
siech Ismael, molto onorato, che present al capitan maggiore bellissimi
cavalli, infinite turchine e una scimitarra molto ricca, adornata con sua
vagina d'oro, perle e pietre preziose. E dicono che siech Ismael molto desidera
l'amicizia del re di Portogallo, ed esser inclinatissimo alla benevolenza di
tutti i Franchi. In Persia alla sua corte vi furono uomini nostri, da esso
ricevuti e onorati e presentati, ch' signor molto liberale: e fecero per
terra, prima che vi giungessero, tre mesi di cammino.
E stando noi nell'India dapoi un mese, don Garzia della Crognia, nipote del
capitan maggiore, avea deliberato questo anno passar allo stretto del mar
Rosso, a destrugger l'armata del soldano (se  vero ch'ella vi sia) e far una
fortezza o in Dalaccia o in Suachem, isola in diciotto gradi, dove imbarcano i
religiosi che di Etiopia passano in Gierusalem, che cos era questo anno sua
volont, e discoprire i cristiani d'Etiopia. E dipoi detto capitano maggior,
lassato che ebbe Ormuz munito d'arme e mille uomini di guerra, con sedeci vele
se ne tornava per India, e nel cammino li furon mandate lettere da Melchias di
Diupatam, terra di Cambaia, nelle quai gli diceva che si mettesse ad ordine per
tornar a Portogallo, perch nell'India vi era un altro capitano maggior e
capitani di castelli. E leggendo come certi gentiluomini, che egli avea mandati
a Portogallo prigioni, erano tornati in India pi onorati che prima, e che, poi
che il re li mandava all'India, non teneva per bene quanto egli avea fatto ed
era segno d'indignazione, detto capitano ne prese tanta passione che, ricaduto
nella infirmit ch'in Ormuz avea tenuto, uscendo della barca in Goa diede fine
alla sua gloriosa vita, doppo tanti travagli in dieci anni avuti nell'India,
che, atteso le grandi imprese ch'egli ha condotto a fine, non fu gi gran tempo
un tal capitano nelle nostre parti, cos di consiglio come d'audacia.
Nell'India al presente si trovano quattromila uomini portoghesi, e fra un mese
si partono mille, per Ormuz prima e poi allo stretto del mar Rosso, a fine che
le navi non possino andar alla Meca e debbiano voltare alla banda di
mezzogiorno, alle isole, che sono in numero dodicimila, per pigliar tutte le
navi che navigano senza sicurt, e dipoi all'isola di Zeila e a Coramandel.
Quest'anno non andremo noi al detto viaggio, ma si ordina per l'anno che viene
che 'l capitan maggiore passer l con tutte le navi per trovare l'armata del
soldano, s'ella vi sar, e far far una fortezza nel mar Rosso, e porre in un
delli porti dell'Etiopia gli ambasciadori, cio Matteo del Prete Ianni e
Odoardo Galvan di sua Maest, e noi altri, per andare alla corte di detto Prete
Ianni: che Dio lassi seguir tutto, in conservazione e accrescimento della santa
fede nostra.
L'animo mio  di fermarmi alcun tempo in queste parti e riferire alla V.S. il
sito e nomi delle regioni e divisioni delle terre orientali, cos del Prete
Ianni come dell'India, perch vedr poi di scorrer dentro alla terra ferma e
riscontrar con l'altura de' gradi e' nomi antichi che pose Tolomeo, con moderni
che oggi sono: e per questo porto meco l'astrolabio e molt'altri stromenti
necessarii, perch altrimenti non si pu saper se non in confuso, com'ora io
scrivo a V.S.,conciosiach questi Portoghesi non si curino d'intendere delle
cose di terra ferma, perch'il profitto loro  al mare e non alla terra. In
questo viaggio  morto un figliuolo dell'ambasciadore del Prete Ianni e un
frate d'Etiopia. N mi sovenendo altro per ora faccio fine, pregando il nostro
Signor Dio mi doni grazia che, nel ritorno mio, possa trovare V.S. con quella
felicit che lei desidera.

Di Cochin, terra d'India, il VI di gennaio MDXV.


Andrea Corsali fiorentino allo illustrissimo principe e signor il signor duca
Lorenzo de' Medici, della navigazione del mar Rosso e sino Persico sino a
Cochin, citt nella India, scritta alli XVIII di settembre MDXVII.



Come i Portoghesi, cominciando dall'estreme regioni Sinare e sino Magno di
Malacha fino al stretto del sino Persico di Ormuz e mar Rosso, hanno edificato
molte fortezze, castella e citt. Della costa di Fratacchi, dell'isola di
Soquotora, e della qualit e costumi di quegli uomini. Descrizione del sangue
di drago, dell'aloe soquoterino e ambracan.

Gi due anni passati, per la lettra scritta alla felice memoria del magnifico
signor Giuliano, intese V.S. quanto si andava ampliando in queste parti
orientali la gloria de' Portoghesi, i quali, essendo entrati per forza d'arme
in diverse terre, isole e porti principali, cominciando dalle estreme regioni
Sinare e sino Magno di Malacha, detto dalli antichi Aurea Chersonesus, fino al
stretto del sino Persico d'Ormuz e mar Rosso, vi hanno voluto in quello
edificare molte fortezze, castella e citt, le qual tenendo del continuo ben
munite e pronte al soccorso l'una dell'altra, giudico, essendo loro signori del
mare, che siano inespugnabili. Per l'ultima armata ritornata, essendo di grave
infirmit ditenuto, come aviene a chi del natural clima in opposito si
transmuta, non scrissi cosa alcuna.
Questo anno mi dettero lettere di V.S. illust. e per esse intesi la morte del
magnifico signor Giuliano, il che mi fu tanto molesto che di pi non era
possibile. E fummi dall'altra parte gratissimo lo intendere dello stato al qual
V.S. meritamente  pervenuta, e degnatasi scrivermi in s remote parti, che non
fu poca mercede, massimamente faccendomi tante offerte, laonde mi fa debitore
che, prima ch'io mi riduchi nella patria, piacendo a nostro Signor, io visiti
buona parte di queste terre d'India, Persia ed Etiopia, per potere nel ritorno
mio darle qualche particolar informazione, poi che di presente, venendo tardi
del mare Rosso e per la accelerata espedizione di queste navi, non posso n a
V.S. illust. n a me istesso a mia volont sodisfare.
Ma essendomi il pregare un onesto e lecito comandamento, pi con certissima
veritade che con retorici colori o parlare elegante procedendo, dar notizia
come l'anno passato Raysalmon e Amyrasem, capitani generali dell'armata del
soldano del Cairo, erano usciti del mar Rosso e venuti nel porto d'Adem con XX
galere e molta gente di guerra, con determinazione di passare in India per
nostra destruzione, e che sopra certe differenzie combattevano la citt
sforzatamente. Per questa causa il magnifico Lopes Soares, nostro capitan
maggiore, avendo doppo la sua venuta la maggior parte del tempo occupata in far
nuove navi e galere e restaurare molte altre che nell'India si trovano, per
che il re gli comand che passasse nel mar Rosso contra l'armata del soldano, e
de quivi desse ordine come gli ambasciadori fussero in Etiopia al re David,
part di Cochin il giorno di Natale con quaranta vele ben armate di
artegliarie, fuochi artificiosi e altri instromenti a guerra navale
convenienti: s che erano venti navi grosse, otto galere, dodici caravelle, e
in esse andavano duemila uomini portoghesi e d'altre parti d'Europa, e
settecento cristiani de Malabari, arcieri di lancia, spada e targa. E fummo
costeggiando fino a Goa, pigliando in essa e in queste fortezze di Calicut e
Canonor vettovaglie per un anno. Partimmo poi della citt e isola di Goa, alli
otto di febraio 1516, e de l traversammo per il mar Indico all'isola di
Soquotora in ventidua giornate, che sono trecentoventi leghe a modo di ponente.
La qual  in tredeci gradi di altezza, terminata da levante e mezzod dal mare,
e da ponente dal capo di Guardafuni, ch' l'ultima terra di Etiopia, nel
principio del sino Arabico distante dall'isola trenta leghe, in latitudine di
dodici gradi, il quale gli antichi chiamano Zinghis Promontorium, e da esso
tutti e' naturali di questa costa sono Zinghi sino al presente giorno
denominati. Da settentrione alla detta isola giace la costa di Fratacchi,
nell'Arabia Felice, a quaranta leghe.
Questa isola di Soquotora  in circuito quindeci leghe, e mi pare, quando
Tolomeo compose la sua Geografia, che era incognita appresso de' naviganti,
come molt'altre per decorso del tempo per questa navigazione novamente
discoperta: il che non  di maraviglia, non essendo di costume a que' tempi
discostarsi molto dalla terra. Questa  abitata da pastori cristiani, che
vivono di latte e butiro, che qui n' grandissima abbondanzia; il lor pane sono
dattili. Nella medesima terra  alcuno riso, che d'altre parti si naviga. Sono
di natura Etiopi, come i cristiani del re David, con il capello alquanto pi
lungo, nero e riccio; vestono alla moresca, con un panno solamente atorno le
parti vergognose, come costumano in India, Arabia ed Etiopia, massime la gente
populare. Nell'isola non vi si trova nessun signor naturale: egli  vero che le
ville vicine al mare sono signoreggiate da Mori di Arabia Felice, che, per il
commerzio ch'essi tenevano coi detti cristiani, a poco a poco gli soggiogarono
e impatronironsi. La terra non  molto fruttifera, ma sterile e deserta com'
tutta l'Arabia Felice; in essa vi sono montagne di maravigliosa grandezza, con
infiniti rivi d'acqua dolce. Qui  molto sangue di drago, ch' gomma d'un
arbore il quale si genera in aperture di questi monti, non molto alto, ma
grosso di gambo e di scorza delicata, e va continuamente diminuendo da basso in
suso come ritonda piramide, in la punta della quale sono pochi rami, con foglie
intagliate come di rovere. Di qui viene lo aloe soquoterino, dal nome
dell'isola denominato. Nella costa del mare si trova molto ambracan; ancora
gran quantit ne viene dell'Etiopia, da Cefala sino al capo di Guardafuni, e di
questa isola dell'oceano.


Descrizione del cameleonte, e come varia i colori secondo gli obietti ch'egli
ha innanzi, e per che causa.

Nel tempo che stavamo in terra io viddi uno animale che gli auttori chiamano
cameleonte, e dicono ch'esso si nutrica solamente dell'aere, ed  molto tardo e
pigro d'andatura, e ne' suoi gesti a maraviglia allegro. La sua grandezza
eccede alquanto la lacerta verde o vero il ramarro, sendo quasi d'una medesima
specie: egli  alquanto maggiore di corpo, e di gambe molto pi alto, le quali
sono a similitudine di braccia umane. Tiene il dorso dal collo alla coda per la
schiena punteggiato come trota: vero  che le macchie sono rilevate dalla
pelle, come bottoncini variati di colore; il corpo  ruvido e macchiato come la
schiena, ma con bottoni minori e pi bassi, che lo fanno in vista molto
formoso. Gli occhi di questo animale sono di maravigliosa bellezza, e fa
contrario effetto di tutti gli altri, e sono di colore bianco, verde e giallo:
egli pare che, senza volgere nessuna parte del corpo, gli volti e adrieto e poi
dinanzi, guardando con essi per ogni banda, e con un solo da una parte e
coll'altro al contrario. La coda  lunga e alquanto ritorta, macchiata com' la
schiena. Il suo colore  soverchiamente verde chiaro, massime la parte di
sopra, donde lo ferisce il sole, per che da basso del corpo  pi bianco che
d'altra qualit;  variato nondimeno per tutto di rosso, azzurro e bianco.
Non lascier di dire doppo quel ch'io viddi, avenga che molti mi terranno per
bugiardo, che la variazione fa secondo i soggetti che gli son posti, perch,
sendo sopra cosa verde, rinverdisce la sua verdura; se sopra il giallo, si
transmuta alcun tanto in verde giallo; sendo sopra a soggetto azurro, vermiglio
o bianco, non muta il verde, ma i punti azurri, vermigli e bianchi si
raccendono con pi vivo colore; e maggior variazione fa sopra il negro, perch
stando in suo contento non  negro, e ponendolo in cosa negra, il bianco,
azurro e rosso diventa oscuro e negro, e perde alquanto la vivacit del color
verde. Questa sua mutazione, a mio giudicio,  causata dal piacere o
discontento che piglia secondo i soggetti in che gli  posto: nei colori lieti
mostra letizia in rinovargli, e ne' colori tristi tristizia in oscurare sua
bellezza, perch, non sendo sopra color nessuno, viddi pi volte cangiarlo di
colorato in negro, con timor o discontento, quando era preso o molestato.
Pascesi di vento aprendo la bocca, la qual serrando, si vede manifestamente
crescergli il ventre e abbassarsi a poco a poco.
In questa isola sono molte ville, con casamenti fatti di rami di dattili e
chiese murate come le moschee de' Mori, con altari a nostro costume. E non 
molto che i Portoghesi fecero una fortezza, e discacciarono e tagliarono a
pezzi tutti i Mori dell'Arabia Felice; dipoi per esser la terra silvestre e
senza profitto si disfece, e ritornando i medesimi Mori un'altra volta
nell'isola, gli soggiogarono alla banda del mare, come di primi. Al presente
per timor di noi altri fuggirno alle montagne, non lasciando venir i cristiani
a parlare con noi, n a vender cosa nessuna. Per questo non intesi i
particolari e cerimonie circa alla nostra fede, salvo da alcuno che stette
nell'isola da principio, ch'aveva gran tempo che furno convertiti da uno
apostolo del nostro Signor Ies Cristo; e per la passione ch'egli port per noi
sopra il legno della Croce, osservano e adorano la Croce con grandissima
reverenza, guardando la domenica e molte feste comandate, nelle quali vengono
alle chiese colle donne e loro figliuoli: egli  vero che esse non entrano
dentro, ma restano nell'atrio o cimiterio ch' di fuori. E il sacerdote (da
loro abbune  nominato) mantiene fra essi giustizia nella detta isola.


Descrizione della citt di Adem, e che mercanzie navigavano a questa citt,
prima che i Portoghesi soggiogassero il mar dell'India.

Dapoi che pigliammo acqua, che fu alli quattro di marzo, prendemmo il viaggio
nostro e passammo el ditto capo di Guardafuni, a vista di Etiopia, e de l
traversammo all'altra costa di Arabia Felice, e arrivammo in Adem alli XIIII di
marzo, la quale  discosto da Soquotora CXX leghe in XIII gradi. Adem  porto e
scala principale di Arabia e d'Etiopia, terra di ragionevole grandezza, essendo
quella delli luochi vicini la pi formosa, per quanto dimostra di fuori il suo
spettacolo:  nobile e ricca e di grandissimi edificii di pietre ornata,
maravigliosa di sito, e di fortezza tale ch'io non viddi, n spero di vederne
nessuna, n s forte n s ben posta. Perch dalla banda d'Arabia Felice, che
la termina da settentrione, da una terra bassa e piana procede una gran
montagna, che si estende al mare ben due leghe, la qual la cinge intorno da tre
bande; perch da ponente un braccio di mare entra tanto dentro della terra che
detta montagna, tenendo l'Arabia solamente un banda, con la quale  congiunta,
resta quasi come isola, tagliata da tre parti del mare, tanto precipite e
acclive suso alla summit, che pare impossibile che per essa si possa salire.
Dalla parte di levante, dove  un porto maraviglioso e sicuro, appi di detta
montagna, nel mezzo d'essa, tiene un spazio non molto grande di pianura, dove
fu edificata questa citt a somiglianza d'uno semicirculo, perch dalla detta
sommit sino alla riviera del mare vengono due ale di monti, distanti l'uno da
l'altro mezza lega, che, congiungendosi al mezzo della montagna maggiore, fanno
come circunferenzia. In queste ale sono mura fortissime che procedono sino al
mezzo di detta montagna, la quale circuisce la citt senza muro, la quarta
parte servendo il monte in luogo del muro. Nella distanzia delle due ale, nella
pianura abbasso  posta Adem, congiunta con la riviera del mare, nella qual 
tirato un muro da una ala all'altra, che serve come diametro: detto muro 
grossissimo, con suoi torrioni per difendersi da ogni assalto. Da questa parte
 molto travaglioso il combatterla, ancora che sia pi facile che da
nessun'altra banda, per che dalla terra ferma non si pu, avendo a passare per
una valle per mezzo di due monti, prima che si pervenga alla porta della citt.
All'entrata della quale sono duoi castelli che, per esser il sentiero angusto e
difficultoso, possono facilmente difendere il passo a poca gente e a molta.
Dalla banda di ponente l'acclivit del monte precipite non lo consente, nella
sommit del quale sono XXV castella superiori alla citt, sopra a certi massi
come la Verrucola di Pisa, edificati in diverse parti con ragionevoli spazii,
che con pietre e altri instromenti possono difenderla e distruggerla. Congiunto
con la citt al mare  uno scoglio, che difende il porto e muro della terra,
dove sono quattro torrioni con molta artegliaria ben ordinati: e fra lo scoglio
e la citt stanno le navi sicure da ogni tempesta.
Questa terra d'Adem, come tutte l'altre di Arabia e d'Etiopia che sono appresso
il mare, non tiene alcuna acqua, n per pioggia ne per natura, perch di
maraviglia piove in questo clima in cinque o sei anni di spazio. Qui sono
bonissime frutte d'ogni sorte, che vengono dalla terra dentro, e della medesima
qualit che sono nelle terre nostre. Gli arbori si mantengono dell'umore
radicale e di rugiada, che cade in gran copia in queste parti; l'acqua portano
dalla terra ferma, lungi dalla citt quattro leghe.
A questa citt, prima che i Portoghesi soggiogassero il mar d'India, navigavan
da diverse regioni grandissima quantit di speziarie, droghe medicinali, odori,
tinte e gioie, panni di seta finissimi e di cotone, e d'ogni qualit di
mercanzie orientali; e de l si transferivano per terra in Arabia, nella Soria
e in Asia Minore, sino ne' porti di Damasco e d'Aleppo, e d'altre parti si
distribuivano per l'Etiopia. La maggior quantit veniva per mare al Zidem,
porto della Mecca, e a Suese e altri porti del Cairo vicini al monte Sinai, e
quivi per Alessandria, d'onde si navigavano per la nostra Europa. Ed era tanto
il profitto di tal commerzio che in questa parte Malacha, Calicut, Ormuz e
Adem, principali porti dove tal mercanzie facevano capo, erano stimate le pi
nobili e ricche terre d'Oriente, come delle nostre bande il Cairo e Venezia,
che ben sa V.S. illust. quanto si augumentavano. E non dee esser tenuto per
maraviglia che siano a tanto stato e grandezza pervenute, perch questi Mori
non si contentavano di guadagnare nelle loro navigazioni cento per cento. Dopo
la venuta de' Portoghesi, mancando l'utilit di dette terre e soggiogate la
maggior parte d'esse, si ritrasseno e' mercanti principali per la terra ferma e
per altre parti dove navigano i Portoghesi, il che cominci annullare il nome e
la grandezza di tal terre. Questo fu non solamente detrimento per l'India, ma
del Cairo e di Venezia, che tenevano la principal entrata di speziarie, perch,
essendo i Portoghesi signori del mare, non lassano trarre nessuna sorte di esse
n navigare senza loro licenza, o senza pericolo della vita o di perpetua
servit: la qual licenzia di andare a Mori non concedono. Per questa causa per
maraviglia l vanno navi, e se pur alcuna per aventura vi va, non pu levare
tanta speziaria che pi non sia necessaria per l'Arabia e per Etiopia, dove
sono nel medesimo prezzo che in Europa.


Come, arrivati in Adem, vennono ambasciadori di Amirmirigian
e feceli intender quanto desiderassino la pace con Portoghesi,
e dettegli nuove dell'armata del gran soldano entrata nella terra ferma di
Arabia,
conquistando quel paese; e la risposta fattali per il capitano maggiore.
Dell'isola detta Babel.

Subito che fummo arrivati, il nostro capitano generale in segno di pace mand a
salutar il porto con tutta l'artegliaria. In questo vennono ambasciadori di
Amirmirigian governatore a visitarlo, e fargli intendere quanto desiderassino
la pace con Portoghesi, e offerire ogni necessario rinfrescamento per l'armata.
Questi dettero nuove come Amirasem, uno de' due capitani del soldano, era
entrato nella terra ferma di Arabia con 1800 uomini bianchi, de' quali ve
n'erano 700 schioppettieri e 300 arcieri, e che di gi avevan preso Zibid e
Taesa, terre principali del regno di Adem, e robbato infinite ricchezze, di che
pagavan soldo a molta gente di Arabia; e che si era congiunto con un signore di
essa naturale, e inimicissimo del re di Adem e di suo regno rebelle, il quale
andava con detto Amirasem del continuo conquistando ed entrando per la terra
ferma; e che stavano vicini ad Almacharana, ch' una fortezza dove  tesoro
d'infiniti re d'Adem, in tanta quantit che, per non parer bugiardo, lascio di
scriverlo. Il re si trovava a difensione in questa parte del suo regno con
80000 uomini di guerra, n potevano alla gente del soldano resistere, rispetto
alle artegliarie da campo e schioppetti ch'essi avevano. Poi pi oltre come
Raysalmon, l'altro capitano, salt nel porto d'Adem con l'armata che lev da
l'isola di Cameran, ch' dentro del mar Rosso, e con 1200 persone che egli avea
la combatt, il che dur XV giorni, e gitt per terra parte del muro: e
all'entrar dentro trov grand'ostaculo, perch di terra ferma soccorreva tanta
gente la citt che i Mamalucchi, pi per il danno grande che per loro volont,
si ritrassero con le galere tutte aperte per il trar delle artegliarie, e che
dopo tornaron per il Zidem.
Il capitano maggiore, ricevutti gli ambasciadori onoratamente, disse che gli
doleva molto non aver trovato tal armata al mare, e non gi tirata in terra;
tuttavolta che sua volont era di passar al Zidem, e che non avea necessit
d'altro che d'un pilotto che al detto porto lo conducesse, e che dicessino al
governatore, poi ch'il re stava assente, che gli mandasse alcuno esperto di tal
navigazione; e in quanto alla pace, che il re di Portogallo non faceva guerra
se non a chi la voleva, n negava pace a chi la domandasse, e che sopra essa
alla sua tornata darebbe ispedizione. Tornarono gli ambasciadori a terra, e
dipoi menarono quattro pilotti e molto rinfrescamento di carne, pane e altre
frutte: e cos partimmo del porto d'Adem dopo i due giorni di nostra venuta, e
fummo alla bocca dello stretto del mar Rosso in un d e mezzo, che furono XXX
leghe di cammino, la quale  posta in XIII gradi. E nell'entrata di essa nel
mezzo del mare  una isola detta Bebel, che non  bassa, ma sterile e senza
verdura nessuna, come tutte queste coste d'Arabia. L'isola  di circuito di due
leghe, distante dalla terra di Arabia una lega, e altrotanto dalla Etiopia. In
essa dicono anticamente che stavano due catene di ferro, che traversavano
d'ogni banda della terra e difendevano l'entrata e salita del mar Rosso.


Come l'armata di Portoghesi fu costretta dal vento a levarsi dall'assedio di
Sacacia e andare scorrendo per il mar della isola Suachem.

Alli XVII di marzo entrammo dentro con grandissimo vento, e nell'entrata
pigliammo una nave di Cambaia, che veniva di Zeila con certi Turchi e
Mammalucchi, carica di mercanzie e vettovaglie: e la medesima notte con
grandissima tempesta la perdemmo, con altre navi indiane, che venivano in
nostra conserva, de cristiani de Malabari, e una fusta nella qual erano LX
uomini portoghesi, della qual dipoi mai non avemmo notizia. Fummo per il mar
Rosso a cammino per la Mecca, passando a vista di molte isole grandi, diserte e
inabitate, per la carestia dell'acqua che  in questa parte. E cominciando gi
i venti contrarii che in questi tempi soffiano per le navi che tornano d'India,
tardammo dalla bocca al porto del Zidem XXV giorni, che furono leghe CC di
cammino. Essendo vicini al porto gi detto VIII leghe a vista della terra, con
la gente e artegliaria ad ordine per saltare l'altro giorno nel porto e
combatter la citt e destrugger l'armata, fu tanta la nostra disaventura, o
volont dell'Altissimo, ch'il vento che era a poppa si volt per la prua, n
potemmo andar un passo avanti: che caus grandissimo danno a tutta l'armata e
gente di essa, non potendo destrugger le galere del soldano n conquistare
Sacacia, citt come il Zidem, la quale senza dubbio era nostra, perch a questo
tempo stava disprovista e senza difensione alcuna. Questo fu cagione ancora che
gli ambasciadori che noi levavamo per il Prete Ianni non andassero a lor
cammino, e fu tanto il danno che fece questo pessimo tempo, che per aventura
non fu altro simile in queste parti, che ben si pu dire che nessuno si pu
confidare in certezza di mare.
La nostra nave, dove veniva l'ambasciadore del Prete Ianni, per essere grande e
forte, levava per poppa una grandissima nave di Malacca detta giunco, che cos
si chiama una certa sorte di navili che vengono dalla Cina, ne' quali andavano
li cristiani indiani, e per non poter navigare tanto come l'armata, era
necessario la levassimo. E cominciando di continuo il vento e 'l mare a farsi
grande, per il peso del giunco non potevamo andar tanto a orza come l'armata,
ma di continuo pi a sottovento; e per essere vicini a certi bassi, essendo
l'armata gi sopravento da essi passata avanti, noi non potemmo passargli, e
fummo necessitati mutarci in altra volta del mare. E quando tornammo al
medesimo cammino, restammo indrieto quattro leghe e a sottovento di detta
armata, la quale perdemmo la medesima notte, senza poterla mai in questi giorni
rivedere. Fummo parando al vento e alla tempesta quasi incomportabile due
giorni, sperando di nuovo congiungerci, se non in altro luogo, al meno al
Zidem. E in questo tempo si aperse il giunco per la gran fortuna che era in
mare, non sendo s forte come le nostre navi, e fu necessario ch'accogliessimo
tutta la gente che in esso andava a fin che non si perdesse: il quale dipoi fu
al fondo.
E questo fu il venerd santo, nel quale per l'altura del sole trovavamo esser
discaduti XXX leghe del nostro viaggio, e non cessando il vento, ma
continuamente crescendo, trovandoci con poca acqua e molta gente, n sapendo
dove la potessimo pigliare, determinammo di tornare all'isola di Cameran mentre
ch'il tempo serviva per quella parte, con timore di calma o che non si mutassi
in tempo che non potessimo arrivare in alcuna parte. E non avendo altro rimedio
a nostra salvazione, demmo volta per detta isola, e il pilotto errando il
cammino fu a levarci in Etiopia, all'altra costa, la quale (per esser in queste
parti il mare pi largo che in nessun'altra di questo stretto)  larga
dall'altra di Arabia 30 leghe. Fummo al lungo la detta costa con intenzione
d'entrare nella isola di Suachem, che  messa in un braccio di mare dove i
cristiani di Etiopia s'imbarcano per Gierusalem; ed essendo gi in latitudine
di XVIII gradi, in che detta isola  posta, non potemmo mai conoscerla.
In questo tempo avemmo vista d'un navilio di Mori che per la detta isola
navigano, e fummo col battello ben armato per pigliarlo e da essi intendere
donde detti fussero; i quali, subito ch'ebbero vista di noi, diedero in secco
della costa e fuggirono, lasciando il navilio senza gente. Noi discendemmo in
terra per trovar alcun modo di pigliar acqua, e non trovando abitazione alcuna,
ci mettemmo a far pozzi; ed essendo l'acqua salmastra, ci tornammo alla nave
con grandissima passione.


Della isola detta Dalacia. Come i Portoghesi patirno gran disagi per mancamento
d'acqua, e d'un maggior pericolo che li sopravenne. Della montagna detta Bisan
overo Visione.

Perduta la speranza di Suachem, determinammo passare a Dalaccia, ch' un'altra
isola nella medesima costa, dove gi furono nostri navili nel tempo dell'altro
capitano, che pass nel mar Rosso. E perch l'ambasciadore ci diceva fossimo
l, che non la potevamo fallire, e che de l andassimo al porto del Prete
Ianni, dove ci saria dato quanto fosse necessario, de qui partimmo, andando
sempre a vista di molte isole, fra le quali molte d'esse erano piene d'arbori e
di verdura, che molte volte c'ingann, perch, giudicando che tenessino acqua,
fummo l col battello, n mai potemmo discoprirla, ma di continuo perdendo
tempo andavamo per perduti, pi l'un giorno che l'altro disperandoci, salvo che
della misericordia di Dio, che era cosa miseranda a vedere in quanta necessit
ci trovavamo. La gente del Malabare, uomini di pi debile complessione,
cominciorno a morire a visibile sete; alcuni, aggiungendo male a male, si
saziavano con acqua salata; molti anche con disperazione si lanciavano in
queste isole disabitate; altri per la sete incomportabile accecavano, senza mai
tornare nell'essere di prima; alcuni altri morivano come cani rabbiosi.
Andando in questa disperazione ci sopravenne maggior pericolo, perch,
lasciando il vero cammino, il quale era lungo la terra, una notte ci allargammo
al mare per pi sicura navigazione, e venuto il giorno ci trovammo circuiti
d'infinit'isole e scogli e bassi, e tanti ch'era impossibile il contarli: e non
potendo tornare indrieto, per il vento che ci sforzava d'andare avanti, n
sapendo il cammino per onde fusse, mancando l'acqua quasi del tutto, dubitammo
grandemente della nostra salvazione. Quest'isole ci detennono molti giorni, non
potendo di notte navigare, perch'era necessario che il battello andasse avanti
alla nave per discoprir fondo donde potesse passare, e talora surgemmo tre o
quattro volte per giorno, con grandissima fatica di tutti e passione d'animo in
dar le vele e ordinare la nave, non potendo i marinari supplire a tutto.
Cos, navigando sempre col piombo in mano, fummo con tanto riguardo che venimmo
a cert'isole maggiori, dove il mar era pi largo, e in esse avemmo vista di
certi navili che venivano di Dalaccia a pescar perle, i quali ne dettero
grandissima speranza che Dalaccia saria vicina, stando noi quasi nella sua
latitudine, che sono XVI gradi. Fummo dietro ad essi navili, i quali, fuggendo
a vele e a remi, si raccolseno in una isola grande che per la nostra prua si
dimostrava, per onde pigliammo il cammino. E vicini alla notte volendo buttar
l'ancora in un'isoletta, non trovando fondo, fu necessario che ci allargassimo
al mare, aspettando fino al giorno fra la terra ferma e quest'isola: dalla
quale la mattina ci trovammo lungi IIII leghe, rispetto alla correntia
dell'acqua ch' nel canale fra l'isola e l'Etiopia, e quivi buttammo l'ancora,
non potendo tornare ad essa per il tempo che si era mutato.
In questo mezzo l'ambasciador ci mostr Dalaccia, e come si chiamavano molte
altre isole vicine alla terra, e dove stava il porto del Prete Ianni, ch'era
nella costa di Etiopia, non pi lungi che quattro leghe, abbasso di una
grandissima montagna detta Bisan, o ver la Visione, nella quale  un eremo di
religiosi con una chiesa dedicata ad Abraam: e in essa abitava uno episcopo di
santa vita, nominato abbuna Gebbra Christos, con monachi osservanti. E preg il
nostro capitano che fussimo con la nave in tal porto, che in esso stando la
nave sicura, potria la gente restaurarsi della mala vita che tenevamo, e di qui
certificarsi e chiarirsi della sua imbasciata. Il capitano non volse mai
concedere che vi andassimo, pigliando varie iscusazioni; e non potendo dar le
vele per il vento contrario, mand il battello all'isola di Dalaccia, a
discoprir alcuna acqua dolce, e dove potessimo alcuno giorno riposarci. Il
quale tornando l'altro giorno con grandissima festa (presa una gelfa, navilio
piccolo di Mori cos chiamato), ci diede nuove di una isoletta congiunta con
Dalaccia, abondantissima d'acqua e di bestiame, alla quale navigammo, in un
porto ch'era fra una punta di Dalaccia e la ditta isola.


Come il re di Dalaccia venne a parlamento col capitano di Portoghesi, e che
notizia s'ebbe in tal colloquio del stato del re David, ora chiamato Prete
Ianni.

Lo primo giorno di maggio, fummo in terra CCCC uomini e ci assicurammo d'essa,
perch li Mori, non avendo animo di aspettarci, fuggirno subito a Dalaccia.
Nella gelfa che presero quando l'isola fu discoperta, menarono alla nave un
Moro antico di essa naturale, al quale si fece molto onore, dandogli vestiti e
panni di pi sorte: e mandammolo a Dalaccia, accioch fussi a parlar al re, che
la nostra venuta e presa della sua isola non era per fargli alcuno impedimento,
se non di pigliare acqua e alcuno rinfrescamento, di che eravamo necessitati, e
che quanto in essa si dannificasse pagaremmo a sua volont, e che la nostra
intenzione era di aspettar il capitan maggior, dal qual eravamo stati separati
per fortuna, che di l aveva a passare. Il re, con questo assicurato, mand
ambasciadori, i quali subito conobbero Matteo, ambasciadore del re David, e li
fecero grandissima riverenza e molta festa, mostrando di fuori gran
contentamento della sua vista, e dissono che disponessimo di Dalaccia e di sue
isole a nostra volont. Di che il nostro capitano gli ringrazi molto, e disse
che dicessero al re che fusse certo che il capitano maggiore gli resteria in
grandissima obligazione, e che, per saper che erano in amicizia col re David,
non avevano a ricever da noi se non onor e utilit, e che, mentre che quivi
stessimo, mandasse a vender alla spiaggia alcune vettovaglie, e che tutto si
pagarebbe per suo prezzo. Cos essi tornarono contenti e sodisfatti, venendo il
giorno seguente con presenti di latte, carne e mele; e dissero che il re
desiderava parlare al capitano e all'ambasciadore, al qual portarono lettere
del re, rallegrandosi di sua venuta.
Dopo tre giorni venne il re con 500 uomini da piedi, mal armati, con certi
dardi, scudi e archi non molto buoni e alcune spade a nostro costume; i pi
onorati venivano in camelli e dromedarii e cavalli leggieri di Arabia, con
varii instrumenti e suoni, a costume di quelle parti. Il re veniva vestito alla
moresca, con una vesta d'oro e di seta variata, e di sopra un panno
attraversato all'apostolica. Egli  giovane di XXV anni, di colore lionato bene
scuro, come sono la maggior parte di Mori di Arabia Felice sino alla Mecca, con
capelli lunghi e ricci. Fummo alla spiaggia col nostro capitano senz'arme, per
segno di maggior amicizia, stando nondimeno sempre col battello sopra aviso
d'alcun tradimento a costume degli Arabi. Doppo molte cerimonie, il capitano e
l'ambasciador pregorono il re mandasse al Suachem per terra o per mar ne' porti
di Arabia a intendere della nostra armata e dar notizia di noi altri; il re
cos promise, e mand un suo famigliare alla nave per lettere, e tornossene per
la sua terra.
In questo colloquio avemmo alcuna notizia dello stato del re David, da noi
nominato Prete Ianni e da' Mori sultan Aticlabassi, e intendemmo il suo regno
occupare quasi tutta l'Etiopia interiore e abbasso dell'Egitto: ed  opinione
di molti che si estenda vicino a Manicongo, terra dalla banda di Ghinea del re
di Portogallo. Va sempre alla campagna con padiglioni e tende di sete e varie
sorti di panni, con tanta gente di cavallo e di piede che non tien numero n
misura, di maniera che non costuma fermarsi in una terra pi di quattro mesi,
dove, consumate le vettovaglie e carne e legna, si lieva e transferiscesi per
altre provincie, faccendo com' a dir un divorzio: e pare che non torni l onde
egli si parte di dieci anni. Al presente si trovava in Chaxumo, terra gi
Auxuma denominata, corrotto il vocabulo, come l'isola del Nilo Meroe detta, e
ora Gueguere. Dicono ch' giovane de XVIII anni, formoso e di colore di olivo,
n si lassa vedere a nessuno in viso, salvo ch'una volta nell'anno per maggior
stato, andando il resto del tempo con la faccia coperta; non gli parla nessuno
se non per interprete, passando per tre o quattro persone avanti che pervenga a
lui. Li naturali della terra sono segnati di foco, della qualit ch'in Roma si
veggono. Questo non  segnale di battesmo, perch si battezzano con acqua come
noi, ma solamente per osservar il costume di Solomone in segnare li suoi
schiavi, donde  fama la casa del re di Etiopia esser discesa: perch dicono
ch'una regina fu a visitarlo e, restando gravida, partor un figliuolo dal qual
discese tal generazione, e per questo, essendo dalla casa d'Israel, osservano i
cristiani etiopi la legge antica e moderna, usando battesmo e circuncisione, e
osservando la festivit degli apostoli e de' santi moderni, e de' patriarchi e
padri del vecchio Testamento. Qui dicono essere uno anello di Salamone e una
corona e catedra del re David, tenuta in grandissima osservanzia. Piacendo a
nostro Signore dare effetto a' nostri desiderii, passando io in quel paese
potr dare pi certo testimonio di questo, che non  se non per fama.


Del modo del pescar le perle. Dell'isola Baharem. Come in Zeilam nascono varie
pietre preziose,
e qual fusse anticamente detta isola di Zeilam.

Stemmo in questa isola di Dalaccia un mese intiero, la qual  in latitudine di
XVI gradi, vicina alla terra d'Etiopia VII leghe.  di XX leghe di circuito, di
sano aere, isola bassa e sterile con certi colli e valli pieni di pruni e
stecchi, senza nessuno arboro fruttifero. Qui poco si semina, che la maggior
parte della vettovaglia viene di Etiopia, che sono mele, miglio, butiro e
qualche poco di grano;  buona solamente per pasture di capre, camelli e bovi,
che qui sono in gran quantit per tutta l'isola, perch  abbondantissima
d'acqua dolce, che  rara in queste parti. Cominciossi ad abitare per la
commodit di quest'acque, e rispetto alle perle ch'intorno ad essa e ne' bassi
dell'isole circonstanti si generano, che tutte sono di questo re. Pescansi nel
fondo del mare con una rete al collo, come vangaiuole, la quale dipoi ch'
piena di madre di perle, la legano ad una corda che pende con contrapeso dal
navilio (in che vanno a pescarle) insino al fondo del mare, e tornati di sopra
la tirano. Cos costumano in Cefala, ch' nella costa d'Etiopia, donde viene
oro della terra ferma vicina a Monzambique, ch' non troppo lontana
dall'equinoziale; e questo medesimo modo usano in Baharem, che  un'isola
dentro il sino Persico cos chiamata, donde vengono le miglior perle e in
maggior quantit che d'altra parte. Cos nell'isola di Zeilam, di sotto di
Calicut C leghe, dove nascono ancora i topazii, iacinti, rubini, zaffiri,
balasci e alcuno carbonculo, lesicione, occhi di gatta e granati e grisoliti,
che in questa sono in grandissima abondanzia; da essa viene la buona cannella,
che non si trova in altre parti. Quest'isola di Zeilam mi pare la Taprobana, e
non Sumatra, come mi dicono molti, quantunque l'anno passato scrivessi il
contrario: dipoi avendo ben considerato, confermo che Sumatra non era a tal
tempo scoperta. Similmente vengono le perle di l da Malacha, delle terre del
Cataio o vero delle Cine, di certe isole del sino Magno, e in tutti li luoghi
sopradetti si pescano d'una medesima maniera.


Quel che l'imbasciadore ricercasse il capitano mentre dimororno in Dalaccia, e
quello li rispondesse il capitano. Come intesero l'armata ritrovarsi a Cameran,
e che nuove avessero del soldan e del Zidem.

In questo tempo di nostra dimora in Dalaccia, l'ambasciador parl molte volte
al capitano della nave che mandasse il battello alla isola di Mazua, che era a
nostra vista non pi lontana che cinque leghe, appi del gi detto monte della
Visione, perch dalla detta isola a terra non aveva pi che una lega, dove era
un porto de' cristiani detto Ercoco, da' quali, o da' monachi dell'eremo della
Visione, mandando l o loro venendo a Ercoco (come costumano), che  lungi
dall'eremo dua giornate di cammino per la montagna, potevamo sapere certezza di
sua imbasciata e di alcune dubiet che tenevamo, a fine che, quando ci
congiungessimo col capitano maggior, non fusse necessario ditenersi in saper
tali particolari, ma che potesse dare ordine che gli ambasciadori passassero.
All'ultimo, non prestando il capitano fede a cosa che egli dicesse, gli fece
requisizione per parte d'Iddio e del re di Portogallo, in publico, per mano
dello scrivano della nave, al quale il capitano rispose che non levava
reggimento del capitano maggiore di cosa nissuna, e se in questo andare e
mandare risultasse alcuno inconveniente, ne poteva di esso dare buon conto: e
per questo lasci tal impresa, tanto facile a darli effetto, restando il tutto
confusa e senza alcuna conclusione.
E stando gi con determinazione di partire per l'isola di Cameran e di l per
l'India, i Mori di Dalaccia ci dettono nuove l'armata essere in detta isola di
Cameran, e gi sendo securi che non aveva a venire a Dalaccia, cominciarono
simulatamente a ricalcitrare e mostrar che non curavano tanto della nostra
amicizia come prima. Dipoi avemmo vista di due caravelle nostre, che venivano
dalla isola di Cameran, ispedite dal capitan maggiore, le quali il giorno
seguente comparsono nel porto dove stavamo sorti; e li capitani di esse vennero
alla nostra nave con grandissima allegrezza e piacere di tutti universalmente,
loro per trovarci, che ci giudicavano per perduti, e noi per il desiderio che
tenevamo di saper nuove dell'armata. Le dette caravelle venneron con intenzione
di scoprire i porti de' cristiani, e levavano tre uomini, fra li quali era un
Moro di Granata, astutissimo e di grandissima pratica, il quale il signor
Alfonso d'Alburquerque aveva tenuto in ferri molto tempo, parendogli che con la
sua astuzia poteva fare alcuna revoluzione nell'India contro a' cristiani.
Costui al presente lo liberorno, accioch andasse come mercante in Etiopia, e
gli altri due Portoghesi come suoi schiavi, e che riportasse nuove in India di
tale imbasciata, avendogli promesso alla sua tornata farlo scambadar della
isola di Ormuz, che  officio molto grande di onore e profitto, e come appresso
di noi consolo di mare.
Da questi capitani avemmo nuove che 'l medesimo giorno che ci separammo
dall'armata, e sendo vicini alla terra del Zidem dalla banda d'Arabia, venne
alla nave capitana una guelfa, o vero navilio de' Mori, dove erano XVIII
cristiani di Grecia, di Corf, Candia e di Scio e alcuno genovese, bombardieri
maestri di far galere e calafati. I quali dissero che, nel principio che si
cominci a far l'armata del soldano, furno presi ne' porti di Soria e mandati
al Suez, donde s'armarono le galere, per servire a tal opra; e che al presente
erano fuggiti, dando ad intendere al capitan moro che tornariano a Suez, e che
determinavano di pigliar una nave grande, con pilotti, avanti che passassero
nell'India o in Ormuz alle fortezze de' cristiani. E vista l'armata nostra, ne
vennero ad essa, e dettero nuove come il Zidem stava provisto di gente, per
che in essa non aveva pi che CCC Mamalucchi e Raysalmon, uno de' capitani del
soldano, perch l'altro era stato morto da detto Raysalmon (come si dir), il
quale aveva messo ad ordine due galere per passare al Cairo al gran Turco, che
al presente dicono esser signore di Soria e Asia Minore, il quale lo mandava a
chiamare; e che tutti gli altri Turchi, Africani e Mamalucchi erano sparsi in
diverse terre, non li pagando soldo, e avevan lasciate le galere e le
artegliarie nella riviera del mar, come quelli che non sospettavano di nostra
venuta. Il Capitan maggiore, desideroso di arrivare al Zidem, stette XV giorni
andando sempre in volta per non discader del suo cammino, e in questo tempo mai
non pot entrare nel porto, per la gran fortuna che gi dicemmo, per la quale
fu al fondo una nave portoghese il sabbato santo (vero  che si salv tutta la
gente).


Come, essendo giunta l'armata di Portoghesi al porto del Zidem, fatto consiglio
si determin
di non dar battaglia alla citt, e per che causa. Del fiume Indo; dell'isola
detta Diupatam;
e come il capitano maggiore, dando ordine di partirsi,
mand a por fuoco a tre navi grosse e a un galeone di due coperte.

Nel tempo che vedemmo la terra del Zidem, all'entrata dell'armata nel porto,
Raysalmon, avendo notizia di nostra venuta per gli uomini della terra, da'
quali fummo visti, ebbe commodit di munire la citt di artegliarie e gente che
dalla Mecca vennero: e passavan 10000, di diverse regioni, che vi erano in
peregrinaggio, perch la Mecca non  pi lungi dal Zidem che XII leghe. E
subito che la nostra armata comparse, non restarono d e notte di sbombardarla,
senza farle alcuna offesa, ancor che le lor artegliarie siano potentissime, le
quali, stando le nave sorte molto lungi, tirando in arcata davano in fallo. Il
medesimo giorno si messero insieme i principali col capitan maggiore ed ebbero
varie openioni, se fusse ben darle la battaglia o lasciarla: e contro alla
volont di molti, desiderosi di saltare a terra, dal signor Lopes Soares, uomo
prudente e temperato in ogni suo negocio, fu determinato che era pi securo non
combatterla che, combattendola, metter in pericolo l'armata e lo stato di
India. Conciosiach, non sapendo che gente fosse nella citt, e che essi non
erano molti, rispetto che nella nostra nave che non vi fu andavano quattrocento
uomini, e non restando le nostre navi ben guardate, potevano i Mori, con due
galere che stavano al mare, saltare ad esse quando i nostri Portoghesi fossero
in terra e vietare che non tornassero a difenderle; e lasciando le navi con
gente, pochi restavano per combatter la citt, il mare della quale  tanto
basso che i battelli non possono a gran spazio arrivar alla spiaggia. E per
questo era necessario che fussero per acqua mezza lega, e col peso dell'armi, e
per l'impedimento dell'acqua, avendo a disbarcar nel mezzo della riviera, piena
d'infinita arteglieria grossa e minuta, prima che l comparissero sarebbero mal
trattati, e trovando alcuna resistenzia, portavano pericolo non si poter
raccorre s presto a' battelli, e per tal impedimento di restar tutti morti.
Stando in questa resoluzione, fugg di terra un schiavo di Raysalmon, che
dicono era suo cameriere, cristiano delle terre di Mondevi, e venne per questi
bassi vicini alle navi, donde lo levorono in un battello alla capitana, e diede
nove del soccorso ch'era venuto nella citt della Mecca, e come stava
fortificata, dechiarando molt'altri segreti che sapeva: fra gli altri, che
quivi si trovava l'ambasciadore del re di Cambaia, ch' una delle principali e
ricche regioni dell'India, per la quale il fiume Indo spargendosi entra nel mar
Oceano; e questo ambasciadore l'avea mandato di consiglio di uno Turco chiamato
Melchias, il quale  signore dell'isola di Diupatam, suddito al detto re, la
qual isola  posta in un braccio di mare ch'entra in detta Cambaia gran spazio,
nel qual braccio  la bocca del detto fiume Indo. Questo Turco detto Melchias,
com'uomo sagacissimo ed esperto, dapoi che i Portoghesi disbarattarono, gi
sono nov'anni, l'armata del soldano nella sua isola, con morte di sei o
settemila persone, parte del Cairo e parte della sua terra, con suo ingegno,
fatta pace col vice re ch'era in quel tempo, ritenne sempre l'amicizia del re
di Portogallo per non perder il suo dominio, scrivendogli ogni anno e
mandandogli varii presenti e opere bellissime che si lavorano in questa terra,
tenendo contenti con diverse maniere i principali Portoghesi dell'India e
faccendo a tutti generalmente grandissimo onore, presentandogli con varie cose
di Cambaia; dall'altra parte attese sempre a fortificarsi di castella e di
artegliaria, mostrando che tutt'era di Portoghesi. In questo medesimo tempo non
lasci mai d'intertenersi col soldano, dando particolare aviso del loro stato
nell'India, e sendo gi l'armata presta al presente, mandava a sollicitare che
passassino a Diupatam e che non tardassino, che teneva in ordine vettovaglie,
arteglierie, navili, legnami e ferro e gente per congiungersi con loro, e
ch'erano tornati al Zidem per reparar le galere e passare all'isola di
Diupatam, e de l poi tornare sopra la fortezza d'Ormuz. Inteso tutto per il
capitan maggiore, diede ordine alla partita, tre giorni dipoi che stavano in
detto porto, e prima mand a por fuoco a tre navi grosse a nostro costume e a
uno galeone di dua coperte, che li Mamalucchi avevano armate sopra navi che
presono di Mori quando furono in Adem; e dato a tutto ispediente, si venne
all'isola di Cameran, donde dispaciarono le caravelle sopradette per Dalaccia.


Descrizione di Zidem, citt di Arabia.

Il Zidem (come dicono molti)  citt di Arabia Deserta in XXII gradi e mezzo di
latitudine, porto della Mecca da' Mori molto nominato, ed  tenuta per terra
santa come la Mecca e Medina Talnabi, dove  sepolto Maumetto, alla qual vanno
in peregrinaggio di tutte le parti di sua legge: e in nessuna di queste pu
entrare altra generazione che maumettani. La citt del Zidem non  molto
grande, ma tutta murata, con edificii di pietra circuita dalla terra, e dalla
banda del mare senza muro, salvo che cominciarono a farlo dipoi che i
Portoghesi furno la prima volta nel mar Rosso, che adesso non era fornito; 
situata in terra sterile e deserta come altre di Arabia, non tiene acqua nella
citt, ma viene di fuora di cariche di camelli, come in Adem, in Zeila e in
tutte queste terre vicine al mare. Dal Zidem (come  detto) alla Mecca sono per
terra XII leghe, e dalla Mecca a Medina Talnabi LX leghe; da Suez al Toro, dove
si fece l'armata, sono per mare LX leghe, e dal Toro al monte Sinai vicino al
Zidem CC leghe, e da Zidem a Cameran CLXX leghe.


Come il capitano maggiore mand a scoprir i porti del Prete Ianni e, fatto
intendere ad esso re l'imbasciata del re di Portogallo e del suo ambasciadore,
giunsero a Cameran. Del disordine che per mal governo segu a Dalaccia.

Per dar ispedizione a questo, il capitan maggiore mandava a discoprir i porti
del Prete Ianni, e il nostro capitan lasci lo ambasciadore con dette
caravelle, che con essi capitani fummo a Mazua e al porto de' cristiani detto
Ercoco, e de l mandammo ad uno re cristiano chiamato Bernagasso, suddito al re
David, lungi dal porto quattro giorni di cammino, e all'eremo della Visione,
che facessero intendere dell'imbasciata che mandava il re di Portogallo e del
loro ambasciadore, e per cosa nissuna non confidassino ne' Mori di Dalaccia,
ch'erano traditori e avevano a vendicarsi del danno ricevuto. Con questa
resoluzione partimmo per Cameran all'altra costa d'Arabia Felice, ch' lungi
cinquanta leghe da Dalaccia, e passammo a vista di molte isole, e fummo in
Cameran in quattro giorni, con grandissima alleggrezza e festa di tutta
l'armata.
Cameran (com' detto)  isola bassa di quattro leghe di circuito, vicina alla
terra ferma meza lega, in XV gradi di latitudine, la quale fu distrutta sono
gi quattro anni, la prima volta che la nostra armata fu nel mar Rosso, col
signor Alfonso d'Alburquerque: dove stetteno quattro mesi, e per mancamento di
vettovaglie non lasciarono animal vivo n arbore di dattolo in piedi, ch'in
quest'isola ve n'erano in gran quantit, e nella loro partita posero fuoco alla
villa d'essa, molto grande, populosa e ricca, perch le navi che passavano di
Adem alla Mecca tutte pigliavano acqua in questa parte, della quale 
abbondantissima la terra, cos come in tutto lo stretto  al contrario. Questa
isola  la pi calda che mai vedessi, di sorte che non era alcuno che per tal
calidit non tenesse le parti inoneste del corpo scorticate. Quivi mor molta
gente nostra, pi per mancamento di quello ch' necessario alla vita umana che
per mala qualit della terra, perch in Dalaccia, ch' d'uno medesimo essere
ch' Cameran, dipoi che pigliammo acqua, per l'abbondanzia della carne quelli
ch'erano di mala disposizione tornaron tutti di salute.
Non stemmo tanto che le caravelle vennero dell'isola di Dalaccia, senza opera
alcuna che buona fusse, per il mal governo ch'ebbero, perch subito che veddon
noi alla vela, essendo loro quasi vicini al porto di Ercoco, si tornarono per
Dalaccia e mandorono il Moro di Granata in terra a parlare al re e dirgli
com'erano venuti per mandato del capitan maggiore, per far pace con detta
isola. Fu a terra, e l si convenne di dare l'ambasciadore e le caravelle a man
salva al re di Dalaccia; e tornato, diede a intender ch'avea tutto composto col
detto re e che potevano andar e venir sicuramente, e che lui mandava a pregare
i capitani che fussino a terra coll'ambasciadore, per poter fermar la pace
ch'adomandavano. Li capitani parlorno con l'ambasciadore per menarlo in loro
compagnia, a' quali rispose non esser venuto per andar a Dalaccia a mano di
Mori, n per confidarsi del detto Granatino, che li conosceva meglio di loro, e
che lui non partirebbe delle caravelle. Con tutto questo i capitani, che
levavano mal cammino e credevano a quanto il Moro avea detto, si messero in
ordine per andare. In questo l'ambasciadore fece lor richiesta che non
andassero a terra e che non confidassero de' detti Mori, e se pur andassero,
fussero con gran riguardo e ben armati: e tutto fece scriver in publico allo
scrivano della caravella.
Essi furno a terra senz'arme d'alcuna sorte, e aspettavano il re che venisse di
basso di certe grotte che sono alla riviera dell'isola, consumate dal mare,
dove mancando l'acqua, che di sei ore in sei ore cresce e scema, rest il
battello in secco. In questo vennero i Mori, e inteso non esservi
l'ambasciadore, cominciorono con certi dardi a ferire la maggior parte de'
nostri che stavano nel battello, il quale dipoi presero, tirando fuori un de'
capitani, e tagliaronlo a pezzi con due altri. In questo tre uomini, che non
volsero lasciar le sue spade nella caravella, si cominciarono a difender e dar
cuore agli altri, tanto che trasseno il battello al mare e raccolsono molti che
s'erano gittati in mare, per tornare alle caravelle. Con questo disordine si
tornaron per Cameran, non curando di far altra diligenza. Al capitan maggiore
dolse molto che questo disordine fussi seguito, e aspettando noi altri che si
facesse alcuna determinazione per donde fussimo a nostro cammino, occorse la
morte di Odoardo Galvan, che andava ambasciadore del re al Prete Ianni, e
questo fu causa che non si parlasse pi circa la nostra andata.


Come i Portoghesi gettorono a terra una gran fortezza fatta per i Mamalucchi.
Come il soldano mise tempo otto anni a far 20 galere e quanto feciono di costo;
e come fece duoi capitani generali dell'armata e che ordine dette loro.

Stemmo in Cameran sino alli XII di giugno, e in questo tempo buttammo a terra
la fortezza fatta da' Mammalucchi, grande e a nostro costume edificata, giunta
col mare in un braccio dove  il porto di detta isola: e fondaronla dalla banda
della terra sopra d'un masso che serviva per mura per due terzi della fortezza,
sicura rispetto a tal masso da ogni arteglieria dal porto del mar; l'altra
terza parte era muro grossissimo di trenta piedi di larghezza, con sue torri e
bombardiere ben armate, e dal mezzo in suso curvato per non si poter scalare,
nel quale fece di spesa il soldano saraffi 10000, ch' una moneta d'oro di
valore di XXV grossi, che corre per tutta l'Arabia e parte di Persia:  di
diverse stampe, secondo ch'ella  delle terre diverse.
Da cristiani che fuggirono del Zidem intesi come l'armata del soldano era gi
otto anni passati che fu principiata, ne' porti di Suez, presso al Cairo tre
giornate per terra, e che in tutto questo tempo non si fecero se non XX galere,
cio sei bastarde e XIIII reale, rispetto al gran costo e mancamento del
legname, il quale veniva delle terre del Turco, del golfo di Scandaloro presso
di Rodi, donde lo levano in Alessandria e al Cairo per il fiume del Nilo: e qui
si lavora, e poi con camelli per terra in pezzi lo conducono al detto porto di
Suez, dove non vi bisogna altro se non congiungerlo e metterlo in opera. Queste
galere, quando furono tirate di terra al mar, con sue artiglierie e gente
pagata per quattro mesi e colle vettovaglie, feciono di costo 800.000 saraffi.
E ch'in essa andavano 3000 uomini tutti di buona voglia, e che ciascuna delle
sei bastarde levava a prua un cannone grossissimo, da molti detto basilisco, e
due colubrine, alla poppa due altre colubrine e nel mezzo, giunto all'arbore da
ogni costato, un cannone, e un tiro picciolo con sua coda fra ogni quattro
banchi; le quattordeci galere reali a prua levavano due colubrine e un cannone,
e due a poppa, e dalle bande 24 tiri. E detti 3000 uomini erano 1300 Turchi,
1000 Africani e 700 Mammalucchi e rinegati: fra tutti questi 1000
schioppettieri.
Essendo gi in ordine tale armata, il soldano del Cairo mand Raysalmon,
natural di Turchia, al cammino di Suez, uomo audacissimo ed esperto, il quale,
sendo ribello al gran Turco, era stato gran tempo corsale ne' nostri mari, e
ordin che fusse in compagnia con Amyrasem, e quelli due fossero capitani
generali, e che Raysalmon reggesse la gente e l'altro tenesse cura di ordinare
quello che fusse necessario per l'armata, e che di consiglio di amendue
s'incaminasse ogni impresa. Partironsi di Suez per il Zidem gi sono due anni,
dove Amyrassem teneva ordinata gran quantit di danari, data prima fede al
soldano non far guerra a nessuno di sua legge. Da Suez passarono al Toro in
otto giorni, e di l al Zidem, donde prese molte vettovaglie, si posarono a
Cameran: qui il soldano ordinava per suo reggimento che si facesse la fortezza
gi detta, e che non passassino pi avanti senza suo espresso mandato. In
questo tempo cominciarono a mancare le vettovaglie, e non pagavano soldo: per
questa cagione si levoron settecento uomini del campo e fuggironsi in un colle
dell'isola, e mandarono a dire a' capitani che pagassino il soldo che gli
davano e mandassero a fornire il campo di mantenimento d'altra maniera,
faccendo determinazione di morire tutti sopra questa dimanda. I capitani
cominciorno a mitigarli, e saputo per certo ch'il re d'Adem non lasciava venire
cosa nessuna della terra ferma ch'era di suo dominio, Amyrasem convenne con
Raysalmon di passare nel regno d'Adem con parte della gente, schioppettieri e
arcieri, i quali fra loro continuamente andavano multiplicando, per rispetto
che Raysalmon levava gran somma di scoppietti e cresceva soldo a chi voleva
levarli: per questa causa ne avea gi insieme pi di 2000.


Come Amyrasem messe a sacco Zibid (e ivi fu morto il fratello del re di Adem) e
dipoi Taesa, ch' un'altra buona citt; e come Raysalmon fece nel mare affogar
Amyrasem.

Pass Amyrasem nel regno di Adem, a un porto ch' fra la bocca del mar Rosso e
Cameran, con milleottocento uomini, i quali, avendo disbarattato con le
artegliarie in guerra campale gran numero de Mori, entrarono in Zibid per forza
d'arme, la qual citt del detto regno  grande, ricca e abbondantissima di
tutte le cose a nostro costume, e di essa insignoritisi, s'empierono tutti di
ricchezze, di donne e cavalli: e in questa entrata ammazzarono un fratello del
re. Quindi andarono a Taesa, ch' un'altra buona citt, e conquistaronla con
pi facilit, non osando i Mori aspettar il tiro di schioppetto; e stando in
questa terra ricchissimi e con tutti i piaceri e delicatezze umane,
addimandorono nuovo soldo al capitano, il quale iscusandosi minacciorono di
morte. Esso scrisse a Raysalmon quant'era successo; egli rispose che, come
fossero a Cameran, tutti sarebbero contentati a lor volont. Risposero di non
voler altro Cameran che la terra di ch'erano signori; Amyrasem con sospetto ne
fugg e venne per Raysalmon, e vedutosi pi l'un giorno che l'altro mancar la
vettovaglia, amendue uscirono dello stretto del mar Rosso e andarono a Zeila,
citt posta nella costa d'Etiopia, fuora della bocca del mare. I terrazzani,
per timore che non avvenisse lor quel medesimo che a Zibid e a Taesa, diedero
10.000 saraffi in denari e vettovaglie e gente per le galere.
Partirono poi di Zeila al cammino d'Adem, e nel mezzo del golfo del sino
Arabico ebbero vista d'una grandissima nave di Malaccha, alla quale fu
Raysalmon, seguitandola sino che perdette l'armata di vista: e l'altro giorno
la prese e mand cos carica d'infinite e ricche mercanzie a Diupatan a
Melchias, che vendesse il tutto e la rimandasse allo stretto con vettovaglie e
legname e ferro e stoppa, e che sarebbero presto nella sua isola, e che tenesse
in ordine il tutto per dar sopra le forze de' cristiani. Amyrasem pass
coll'armata in Adem con le galere, e con un pezzo grande d'artegliaria posto in
terra cominci a bombardar la terra, il qual pezzo le genti d'Adem gli tolsero
per forza. In questo comparve Raysalmon e salt in terra con tutta la gente,
prima avendo buttato a basso venticinque passi di muro e ripresa la sua
artegliaria e molt'altra che stava in terra appresso il muro rotto, sendo poca
gente di dentro e la sua invilita, faccendogli gran danno l'artigliaria, si
ritrassero e tornarono insieme con le galere a Cameran, e di Cameran al Zidem,
dove trovando la revoluzione del Cairo, vennero i Capitani in differenzia e
Amyrasem fugg alla Mecca. Il quale i signori della Mecca, per timore
ch'avevano, mandaron preso a Raysalmon, e lui, dandogli ad intendere che lo
mandava al Cairo al gran Turco, del navilio nel quale avea a passare lo mand a
gittare in mare, mettendosi egli in ordine colle due galere per passare al gran
Turco, come gi disse.


Come Zeila citt fu da' Portoghesi desolata dal fuoco. Dell'isola detta
Barbara; di Dufar, terra d'Arabia, dove vien l'incenso; del re Salatru; del
castello detto Alba.

Partimmo dell'isola di Cameran per l'India alli 13 di giugno, e passato la
bocca del mar Rosso, non so per qual cagione cos denominato, non sendo
dissimile di colore a nessun altro, fummo costeggiando l'Etiopia fino a Zeila;
e saliti in terra la vigilia di santa Maddalena, la trovammo senza alcuna
difensione, perch al nostro sbarcar fuggirono la maggior parte. Quelli che
restarono, che poteva esser cinquecento persone, si misero i pi vecchi a filo
di spada e gli altri ne portammo per ischiavi. Poco fu lo spoglio della citt,
per che, sapendo che noi eravamo passati il mar Rosso, essi ebbero tempo di
scampare le lor robbe. Non stemmo in essa pi ch'un giorno e del tutto la
distruggemmo, non lasciando casa che dal fuoco non fusse desolata. La detta
citt di Zeila giace in undeci gradi e mezzo, edificata in terra bassa e
arenosa, senza circuito di muro, ed  di ragionevol grandezza, e
abbondantissima di grano e bestiame e molte maniere di frutti alli nostri
dissimili, che produce dentro la terra ferma di tal regno in tanta abbondanza,
che di questo porto e d'un'isola sopra a Zeila nella medesima costa, detta
Barbara, si navigano in tanta quantit che fornisce Adem e il Zidem di
vettovaglie e di carne. Zeila  lontana dalla bocca dello stretto trenta leghe:
qui facevano scala infinite navi d'Adem e dell'India, cariche di pi sorti di
mercanzie, massime d'incenso, che viene di Dufar, terra d'Arabia fra il sino
Persico e Adem, e di pepe e panni che vanno di qui in cafila, cio con carovana
di camelli, per la Etiopia e per le chiese de' cristiani. E ancor che sempre
fra Zeila e i cristiani sia continua guerra a fuoco e sangue, non s'intende
per questo per i mercanti n per le carovane, che sempre vanno e vengono salve
e sicure.
Della detta citt di Zeila  signore, e di molte terre grandi del regno di
Adel, un re moro chiamato Salatru, il quale dicono esser della medesima
generazione del re David, perch il suo primo antecessor, ch'era maggior
fratello del re ch'in quel tempo signoreggiava l'Etiopia, essendo stato preso e
posto sopra una grandissima montagna, nella quale  un castello detto Amba,
dove li re d'Etiopia guardano serrati tutti i figliuoli, perch non si levino
contro quello il quale loro vogliono che sia erede del regno, e che faccino
divisione nelle terre, ebbe modo di fuggirsi in questa parte, maritandosi con
una figliuola del re di Zeila, per la quale successe dipoi nel regno. E
diventato moro fece sempre guerra a' cristiani, e dipoi i suoi descendenti mai
lasciarono di guerreggiare senza che cristiani gliela potessino impedir,
rispetto alla terra, la qual  aspra e montuosa. Da' Mori che menammo presi di
Zeila, intendemmo ch'il ditto re Salatru era fuggito in una guerra ora fatta
contra a' cristiani, e che un suo capitano chiamato Mafudei, molto nominato in
Etiopia e per l'Arabia, era stato morto, ed era per il nostro ambasciadore del
paese conosciuto, perch son cinque mesi passati che questo re 'nsieme col
detto capitano feceno un assalto nelle terre dentro con trentamila persone, per
rubbare bestiami e schiavi, com' costumato, e fece una preda grandissima e
abbruci monasterii e chiese: la qual cosa avendo inteso il re David, se ne
venne con grande esercito a trovarli e circond certi passi, dove vedendosi
serrati, il re ne fuggitte e il capitano fu morto con tutte le sue genti, e per
questa causa dicono che noi non trovammo resistenzia nella citt di Zeila. Ebbe
l'ambasciadore del Prete Ianni gran piacere di tal nuova e delle destruzioni
che facemmo, parendogli ch'al presente in detto regno non restasse ostaculo che
lo defendesse pi dalle forze del re David, onde si potrebbe congiungere con li
Portoghesi, a destruzione de' Mori. I quali dicono avere per loro profezie che
la Meccha e Medina Talnabi hanno da essere desolate per li cristiani d'Etiopia.


Come i Portoghesi arrivarono al porto, dove stati alquanti giorni senza
risoluzione di pace o guerra, riscossi per Mori alcuni schiavi, si partirono, e
per il vento contrario non poteron andar dove era la loro intenzione. Di
Calaiate, porta d'Arabia, e della natura e costume di quelle genti.

Partimmo di Zeila al cammino di Adem all'altra costa d'Arabia, e traversando il
sino Arabico vi arrivammo in otto giornate. Stemmo in questo porto d'Adem surti
cinque o sei giorni, senza far risoluzione n di pace n di guerra, perch i
Mori ch'al presente si trovavano nella citt erano meglio provisti, e sapevano
esser molti morti nella nostra armata e la maggior parte venire di mala
disposizione, perch, essendo gi IX mesi che eravamo partiti dal Zidem senza
pigliare in nessuna terra rinfrescamento, andavamo molto mal trattati, e per
questo si passaron con noi per il generale; n il capitan maggior volse
offerire n domandare cosa alcuna, parendogli la guerra con Adem dover far pi
profitto che danno, rispetto alle navi. Molti Mori vennero a riscattare schiavi
di conto che s'erano pigliati in Zeila, e massime certi sciriffi e sciriffe,
cos chiamati, d'una generazione de Mori della casa di Maumetto, che tenevano
per gran peccato restassino nelle nostre navi; molti altri si dettero in
baratto di castrati e acqua e frutte.
Nel porto stavano quattro navi grosse cariche di robbe, acqua rosata, zibibbo e
molte mandorle, e d'un'altra druga medicinale che si chiama amffiam, che
nell'India  tenuta in grandissimo prezzo, la qual druga costumano gran parte
de' Gentili e Mori per lussuriare, perch  molto a proposito a levar il membro
genitale. E questo semplice nasce in Etiopia e nell'Arabia, e credo da noi sia
chiamato oppio tebaico, il qual  venenoso, ma costumasi ad esso pigliandolo a
poco a poco, e in piccola quantit per volta. Queste mercanzie si caricano nel
porto di Adem per l'India: il capitan maggior per maggior franchezza non volse
pigliarle.
Ma il giorno di san Lorenzo partimmo con intenzione di passar all'isola detta
di Barbara, nella costa di Etiopia, ch'in essa si poteva rinfrescar l'armata di
vettovaglia, carne e acqua, che di tutto eravamo molto necessitati. Passammo
un'altra volta per il sino Arabico all'altra costa, e per causa che i pilotti o
non la conoscessino o non volessino l guidarci per alcun suo rispetto, non vi
andammo; e di qui determinammo di andare a pigliare acqua nel capo di
Guardafuni, e il vento non ci servendo a nostro modo, andavan molte navi come
perdute, senza acqua, perch quella che portammo di Cameran avevamo quasi
consumata. E gittandosi il capitan maggiore un'altra volta nella costa
d'Arabia, non potendo passar al capo di Guardafuni se non in volte, molte navi,
separandosi dall'armata, restarono nella costa d'Etiopia per veder se potessero
trovare acqua. Noi fummo a nostro cammino insieme col resto dell'armata, ancora
che restasse con poca compagnia, perch tutti cercavano loro ventura, e con
molto travaglio passammo del sino Arabico nel mar Oceano, ed essendo vicini a
Soquotora, con intenzion di pigliar porto, mutandosi il vento fummo forzati
tenere altro cammino, e determinammo di passare ad Ormuz. In questo viaggio ci
sopravenne tanto mancamento d'acqua, che molti uomini de' nostri mal trattati
dalla sete morirono, e della ciurma delle galere e de' cristiani malabari e
schiavi d'uomini particolari, che pochi restarono con la vita, perch la sete e
la fame generava una infermit di petto, che senza febre si spacciavano in due
giorni: ed era tanto generale in tutti, che non fu alcuno in questo viaggio che
non si cavasse sangue molte volte, ch'era il meglior rimedio per tal infermit.
Piacque a nostro Signore por fin a nostre fatiche e condurci a Calaiate, porto
d'Arabia Felice vicino al sino Persico e all'isola d'Ormuz 100 leghe, dove
stemmo XV giorni, ne' quali tutta la gente ritorn sana, col rinfrescamento
della terra di Calaiate, la qual (com' detto)  terra d'Arabia Felice, in XXII
gradi di latitudine, non molto maggiore di Zeila, con casamenti di pietra e
calce e senza mura, situata nella costa giunta col mare. Li naturali d'essa
sono arabici nel parlare, vestire e ne' costumi: tengono un panno atorno le
parti vergognose e in capo uno turbante, e li pi onorati vestono una camicia
lunga cinta, con maniche larghe, come i camici de' sacerdoti, e la maggior
parte una berretta lunga di feltro grossa, di colore lionato scuro, di forma
piramidale come la mitria del papa. Le donne tengono sempre la faccia coperta
con un panno di cotone, raro come di velo e di colore azurro, tagliato sopra
gli occhi come maschera. L'abito loro  uno palandrano diviso davanti, la
lunghezza del quale non passa il ginocchio a basso, e con maniche molto larghe;
portano calzoni lunghi fino a' piedi, di varii colori, e sopra il naso da una
banda una balletta d'oro larga, confitta nella carne, e da basso un anello,
come i bufoli di nostra terra.
La terra ferma di Calaiate  naturalmente sterile (com' tutta l'Arabia) e in
essa sono uve e grandissima quantit di dattili; produce pochi semi, e gli
uomini pi ricchi si cibano di riso e d'alquanto grano, che viene di fuori
d'altre regioni; gli altri di dattili, che sono a loro communi come a noi il
pane di grano: e di questo si mantiene la maggior parte d'Arabia Felice, e anco
con latte e butiri, per la moltitudine del bestiame, ch' in grand'abondanza.
Da questo porto si navigano gran quantit di cavalli per l'India, i quali,
dipoi che Portoghesi presero Goa e Ormuz, non possono disbarcare in altra parte
dell'India che nell'isola di Goa, donde passano in Narsinga e nelle terre di
Cambaia contermine a detta isola: e paga ogni cavallo di diritto 40 seraffi, il
che rende ogni anno al re nostro signor da seraffi quarantamilia, e per questo
proibisce che non vadino per altre parti, per non perder i diritti ch'hanno a
pagare nell'isola di Goa.


Di Mascat e Corfucan, porti d'Arabia; e la discrizione dell'isola d'Ormuz, e
della natura e costumi di quel popolo, e con che arte quelli isolani procurino
di rinfrescar le lor camere al tempo caldo.

Di qui mand il capitan maggiore un suo nepote con quattro navi alla volta
dell'India, ad ordinar le speziarie di quest'anno per Portogallo, ed egli si
part con l'armata per Ormuz. Io mi misi in una nave de Mori, desideroso di
vedere alcune terre d'Arabia, e fummo lungo la costa a Mascat e Corfucan, porti
nominati in questo sino, com' Calaiate, della medesima lingua, costumi e
vestiri. Di qui passammo allo stretto di Persia, a vista di terra d'ogni banda
8 leghe, e fummo all'isola d'Ormuz quattro giorni prima che l'armata.
L'isola d'Ormuz  in XXVII gradi, di cinque leghe di circuito, distante dalla
terra di Persia due leghe, terra sterile e secca e senza arbori, frutti o erba
di alcuna qualit, e di forma triangolare. Nella basa del quale dalla banda del
mare sono certi monti non molto alti, pieni di grandissime pietre di sale di
colore di cristallo, lucide e alcune vermiglie; il resto  tutta pianura, e la
citt  posta nella punta dalla banda della terra ferma, pigliando gran parte
de' lati del triangolo, e pu esser di maggior grandezza che Adem e della
medesima bellezza, riservato che non tien mura.  molto populosa, pi di
forestieri di Persia, Arabia e India che de' medesimi naturali, i quali sono di
colore fra olivastro e lionato, vestiti con camicie lunghe, cinti nel mezzo con
un panno di seta o di cottone, e turbanti bianchi e colorati. Le donne tengono
coperto il capo e la faccia con un panno di seta o di cottone di varii colori,
che per la sua grandezza veste tutto il corpo sino in terra, e di basso di
quello una camicia, e molte hanno la balletta e l'anello al naso, come nella
costa di Arabia. Gli ornamenti del capo sono certi veli sopra i capelli,
composti come mazzocchi che si veggono in figure antiche della nostra terra.
L'aere di questa isola  salutifero d'ogni tempo e stagionato come nelle parti
nostre, cio primavera e autunno temperato, e l'inverno frigido pi che in
alcuna parte di queste terre, per essere esposto pi al polo settentrionale;
nell'estate  caldissimo estremamente, tal che egli  necessario dormire sopra
terrazzi discoperti all'aere e denudati. E per tanta calidit costumano certi
ingegni, come cammini, i quali, cominciando dalla sala di basso o d'alcuna
camera, divisi in otto parti, procedono sopra le lor case con le istesse
divisioni, e ogni vento, per poco che sia, battendo nella faccia di fuora di
tali ingegni over cammini per la parte donde viene tal vento, cade subito in
basso per una delle dette otto parti, refrigerando con grandissima frescura
tutta la loro abitazione, dico de' pi ricchi e onorati.


Di Balsera, porto e citt di Persia; di Bagadat, citt di Mesopotamia. E come i
governatori di Ormuz, per le sue gran rubarie fatti ricchi e potenti, si
levorono contro i lor re naturali,
e che modo tenevano di accecarli.

In questo tempo passammo alla terra ferma, ch' piena di arbori e d'acqua
dolce, dove sono lor ville per refrigerarsi. Ormuz era gi pi nobile e di pi
ricchezze che Adem di sopra nominata, perch antiquamente il commerzio delle
specierie d'India era universale in questa isola, le quali di qui
transferivansi per la Balsera, porto e citt nel sino di Persia, novamente da'
nostri quest'anno scoperto appresso il fiume Eufrate, donde egli entra in mare;
di qui passavano a Bagadat, citt di Mesopotamia, navigando sempre per detto
fiume, e dipoi per terra nella Asia Minore, in Damasco e Aleppo, de' quai
luoghi venivano in Europa, prima che si navigasse in Alessandria; e similmente
di questa isola passavano in Armenia e Turchia e per tutte le provincie di
Persia. E quantunque il porto di Alessandria facesse alcuno impedimento, non ha
lassato per detta isola d'Ormuz fino al presente giorno di esser scala per
queste parti, mantenendosi sempre in grande altezza.
Egli  ben vero che la malignit de' governatori di quella diedero causa che si
disabitasse in parte da molti mercanti, che prima solevano vivere in questa
citt, per le ruberie grandi che facevano: e questo da CC anni sino alla venuta
del signor Alfonso d'Alburquerque. I quali governatori, tenendo il tratto e
l'entrata nelle mani, cominciarono a crescere in tanto grado e farsi cos
ricchi e potenti, che col favor e ricchezza cominciarono a levarsi contro al re
naturale, deponendo or uno e ora cecando un altro di nuovo, esistimando per
certo che, pigliando col tempo il re fermezza, non averebbero rimedio di non
esser privati di tal loro governo: e per questo costumavano accecarli,
faccendogli nel principio di lor creazione guardare forzatamente in un ferro
affocato, che per la sua calidit e vampo faceva scopiar la luce. Fu questa
mutazione s frequentata che, quando il signor Alfonso d'Alburquerque fece la
fortezza in Ormuz, e l'isola tributaria al re nostro signore con XV mila
saraffi, tagliando a pezzi il governator (come per l'altra mia ne scrissi),
mand a Goa XII re di questa isola, tutti della luce privati, mantenendo il re
sino al presente giorno in suo stato. Perch, ancora che si facesse un nuovo
governatore, essendo a volont del re e con timore ne' Portoghesi, non pigli
mai tanto ardire di far alcuna innovazione: per questa causa questo re ch' al
presente, riconoscendo il gran bene che egli  venuto da' Portoghesi,  nostro
amico di volontade.
Questa isola, per il gran commerzio che gi dicemmo,  abondantissima di pane,
carne, frutte e ortaggi, e simili alle nostre e anco d'alcuna altra sorte, come
nella India; e tutto si trova a bastanza per le piazze e taverne, cotto e
crudo, e il vivere  caro, peroch tutto viene di terre lontane, di Arabia,
Persia e Mesopotamia, e per la moltitudine della gente che qui contratta.
Trovansi in essa confezioni, conserve, acque stillate di ogni maniera e
simplici medicinali, come sono in tutte le speziarie di Italia; non costumano
compositi di alcuna sorte. Sono gli uomini di questa terra massimamente
persiani, e alcuni armeni, molto liberali e piacevoli, pieni di discrezione e
gentilezze, amorevoli e vertuosi e di ogni opra intelligenti; fra essi son
astrologi, e altri molto pratichi nel Testamento vecchio, l dove  fondata la
legge maumettana, con addizione nuove che fece Maumetto.


Del Sof, re di Persia, e sua legge; onde procede la differenzia ch' fra
Turchi e Mori di Arabia. Delle monete di Ormuz, e come il re di Ormuz venne a
ricever il capitan maggiore.

Per quanto io possetti comprendere da questi tali, il Sof, che  signore di
Persia e di alcune terre di Arabia, Turchia e Tartaria,  totalmente
maumettano, senza alcuna aderenzia con la fede nostra, e molto pi che tutti
gli altri di tal legge. Ma la differenza ch' fra Turchi e Mori di Arabia e di
Africa contro al detto Sof, procede dalli compagni che furno di Maumetto, che
erano molti, i quali tutti gli altri maumettani dicono essere stati salvi e
buoni, e il Sof in opposito combatte, dicendo che solamente Aly, che fu genero
di Maumetto, fu ambasciador e profeta di Dio come  Maumetto, ma non tanto
grande, e che tutti gli altri furono falsi: e sopra questa differenzia sono le
guerre contro al Turco. Detto Sof  inclinato alla benevolenzia de' cristiani,
per conoscer gli uomini d'ingegno, e pi oltre perch questi Persiani sono di
buona natura e qualit. In questi Persiani viddi l'istoria di Alessandro Magno,
ma per esser rara e in mano di gran signori non potei averla come desiderava.
Le monete di Ormuz sono saraffi e mezzi saraffi d'oro, i quali chiamano azar;
evvi un'altra qualit di monete d'argento, che loro chiamano sadi, de' quali
vale XX uno saraffo e X uno azar. Hanno anche una sorte di moneta di tanta
finezza e s buona che corre per tutte le terre di queste parti, cos nella
India e Arabia come nella Persia, e parmi che sia poco differente dallo argento
di coppella: vagliono sei d'esse per uno ducato, e sei per uno saraffo; sono
come un pezzo d'argento lungo e addopiato, battuto da ogni banda con stampa di
lettere di Persia, e queste si chiamano tanghus.
Alla venuta del nostro capitan maggiore, il re d'Ormuz con li principali della
citt, accompagnato da molta gente di sua guardia, fu a riceverlo alla spiaggia
del mare, vestito alla persiana, con una vesta lunga turchesca di veluto nero
con liste d'oro, e in capo uno turbante di seta avolto a una beretta d'oro
tirato, ritonda e a spichi, come la met d'uno mellone, e nel mezo d'essa 
levato un gambo composto della medesima opera, di grossezza di piena mano e
lungo un palmo e mezzo: questa berretta costuma mandare il Sof (in queste
parti chiamato sciech Ismael) a' signori suoi sudditi e tributarii, in segno
d'amicizia e obedienzia, la qual al presente tengono tutti i popoli di Persia e
d'altre terre di detto sciech Ismael, e seguaci di sua setta. E in Ormuz, nella
gente della corte del re, la maggior parte delle lor berrette sono di panno di
lana vermiglio, e de' pi onorati di velluto o damasco di Persia o di broccato;
e se ben mi ricordo, questa medesima portavano li mercanti persiani che furono
nella nostra citt l'anno 1514. Il capitan maggiore, doppo molta
congratulazione, lev il re da mano destra sino al palazzo reale, ancor che lui
recusasse molto tal compagnia; dipoi si torn per la nostra fortezza, e questo
giorno si fece festa generale per tutta l'isola.


Descrizione della fortezza d'Ormuz, e del presente fatto per quel re al capitan
maggiore.

La fortezza d'Ormuz  grande di circuito, ben fondata di forte mura, con
quattro faccie divise con otto torrioni, con le sue bombardiere da basso, che
riscontrano l'una contra l'altra, battendo lungo il muro; ed  posta nella
punta del triangulo di detta isola, dalla banda di terra ferma, fra la quale e
l'isola  il porto. Il mare batte le mura da due bande; nel mezzo tiene un
castello forte di monizione e vettovaglie, spiccato dalle mura della fortezza.
Dentro dal circuito sono quattro cisterne riservate per ogni necessitade,
perch in tutta l'isola fuora della citt non  se non un pozzo, che non 
bastante per la casa del re, e non si trova altro loco donde possino cavare per
aver acqua, che tutta  salmastra; l'acqua dolce viene di terra ferma di
Persia.
Il re, dopo quattro giorni della venuta del capitan maggiore, fu alla fortezza
a visitarlo con un presente ricchissimo di varie gentilezze, fra le quai erano
un cavallo persiano intiero, che son della medesima qualit di Turchia di
forza, persona, bellezza e leggierezza, che con suoi fornimenti bellissimi fu
stimato 1.000 saraffi; e pi gli diede una scimitarra damaschina con la vagina
e fornimenti d'oro e perle e di pietre preziose di gran valore, e molte pezze
di damasco di Persia, per i capitani che vennero con l'armata. L'altro giorno
cavalcarono co' principali dell'armata e della citt a veder l'isola, e in
campo, a pi delli monti gi nominati, il re con gli altri giovani portoghesi e
persiani fecero molte correrie, menando in sua guardia CL cavalli leggieri e
600 uomini a piede, la maggior parte con arco e turcasso, vestiti con giubbe
imbottite di seta e di gottone, e con turbanti e berrette rosse alla persiana,
faccendo gran sollazzo tutto 'l giorno. Con questi piaceri stemmo quindeci
giorni in Ormuz.


Dell'isola detta Baharem. Che sorte di mercanzie vengono di Persia per l'India.

In questo tempo vennero di Baharem molti navili, la qual  una isola lontana da
Ormuz sei giorni di navigazione, posta nel sino di Persia dentro dalla banda
donde sono i diserti di Arabia, i quali terminano in questo mare; e portarono
gran quantit di perle, delle quali in quest'isola  il principal tratto di
tutta Persia, sendo Baharem suddita al re d'Ormuz: e perch di qui si mandano
nell'India per l'Arabia e per le provincie di Persia fino in Turchia, sono in
tanto prezzo ch'io sto in dubbio se nella nostra terra vagliono tanto come qua.
Similmente avemmo nuove ch'in un porto di terra ferma vicino a Ormuz X leghe
stavano carovane di Siras e di Tauris, terre di Persia, e del mar Caspio e
della provincia de' cristiani che termina a detto mare, e levavano seta,
stravai, taffet e damaschi, acqua rosata e d'ogni sorte stillate, aceti di
menta, cavalli e robbia, che queste sono le mercanzie che vengono di Persia per
l'India. E alcuni mercanti vennero in Ormuz e comperarono infiniti panni rossi
nuovi e usati, che qui valevano assai, per far le berrette che gi avemmo
nominate; la maggior di loro rest nel porto aspettando la nostra partita, non
fidandosi venire nell'isola dimorandovi l'armata.
Con questa carovana venne una lonza da caccia ch'il re di Ormuz aveva ordinato
per mandare al re di Portogallo, il quale mand a domandarla per la santit di
nostro Signor, e consegnatola al capitan maggiore, ci partimmo il giorno di
Tutti Santi. Lasciato per nella fortezza d'Ormuz molta gente per sua
difensione, fummo costeggiando per lo stretto dalla banda di Persia, ed entrati
nel mar d'India pigliammo porto nell'isola di Goa in termine de XXX giorni, che
 lontan di Ormuz leghe 400. Qui avemmo nuove di diece navi grosse ch'erano
venute di Portogallo con 2000 uomini, e che di gi erano passati alle fortezze
di Calicut e Cochin: il che diede gran letizia a tutta l'armata. Non facemmo
dimora pi che tre giorni in Goa, e fummo subito a cammino di Cochin, dove
arrivammo del mese di decembre: e qui finimmo un anno giustamente dal d che di
l eravamo partiti e passati alli travagli soprascritti. Qui mi trovo al
presente, dando pi l'un giorno che l'altro grazie al nostro altissimo Signore
Gies Cristo di avermi condotto a salvamento e liberato di tanti pericoli corsi
per questo cammino dello stretto, che non fu poca grazia il tornare in India,
essendovi morta infinita gente e restandovi ancora nove navi, tra grandi e
piccole, le quali non sappiamo se sono perdute, e gi quest'anno non possono
tornare: piaccia a nostro Signore che si siano salvate in qualche porto e che a
tempo nuovo si aspettino per la India.
Dopo la tornata del capitan maggiore, non si attende ad altro che a mettere in
ordine navi sei per Portogallo, le quali si partiranno per tutto questo mese di
gennaio: e di gi tre vanno alla vela, e questa sar la quarta. Due d'esse sono
ciascuna di duamila botte, e tutte l'altre di 800, 900 e 1000, e levano per il
re 50.000 quintali di pepe e molto giengiovo, cannella e garofani, gomma lacca
e seta della Cina, sandalo vermiglio, oltre a infinite ricchezze d'uomini
particolari: piaccia a nostro Signor vadano a salvamento. Espedita tal
commissione, partir di nuovo un capitano per lo stretto del mar Rosso per
andare sino al capo di Guardafuni, con sei o otto navi, per passare, dipoi
espedito di l, all'isola d'Ormuz. Un altro per la costa di Cambaia con quattro
navi; un'altra per il sino Gangetico, a discoprire il regno e porti di Bengala,
dove non furono nostre navi per alcun tempo; e un'altra per Malaccha e per il
sino Magno di Cina, e in questa  oppenione che andar il capitan maggiore.
L'Altissimo lasci seguire quello ha da essere pi suo servizio.
Io, per poter a mia sodisfazione investigare il vivere e costumi di queste
terre, passar questo anno con Piero Strozzi alla casa di san Tommaso, di qua
distante leghe 250, dove fu' il primo anno che di qua comparsi; e di l a
Paleacate, porto del regno di Narsinga, nel qual dal regno di Pegu navigano
gran somma di rubini, e con certi Armeni cristiani miei amici determino di
transferirmi per la terra ferma e spendere cinque o sei mesi in vedere le
provincie di tal regno, per tutte queste parti di potenzia e ricchezza
nominato. Da Paleacate per mano di detto Piero Strozzi (che quest'anno prossimo
dice che torna per la patria) di tutto dar notizia a V.S., piacendo a Iddio
nostro Signore, il quale sempre si degni conservar quella con prospero e felice
stato, e a me anche conceda grazia ch'io mi riduchi nella patria che tanto
desidero, dove con umil riposo, in cambio di tanto travaglio, possa servire a
quella, in questa e in ogni altra occorrente opportunit.


Viaggio in Etiopia di Francesco Alvarez
[1540]


Discorso sopra il viaggio della Etiopia.

Ancora che sopra questo viaggio, scritto per don Francesco Alvarez, infino alla
corte di questo cos gran principe detto il Prete Ianni, fusse il dovere di
parlarne lungamente, conciosiacosach del paese dell'Etiopia n da Greci n da
Latini n da alcun'altra sorte di scrittori si legga, infino al presente, cosa
alcuna degna di considerazione, e costui nelli suoi scritti (quali si siano)
l'abbia in gran parte fatta aperta e manifesta; nondimeno, perch la materia 
tanto utile, degna e ammirabile, sarebbe necessario discorrere molte cose per
beneficio della cristianit, cio della felicit che si potria avere del
commercio con questo tal principe, e per quante vie si potria penetrare, e del
profitto poi che se ne cavaria, che ardisco di dire che non saria forse minore
di quello che apport al mondo il discoprire fatto per il signore don
Cristoforo Colombo; ma non potendosi far di meno di non toccare molte parti
pertinenti a' principi, che non son cose nelle quali alcuno par mio si debba
impacciare, ho giudicato che molto meglio sia passarmene leggiermente e
lasciare questo carico ad altri, che potrian farlo senza alcun rispetto a ogni
lor piacere. Solamente voglio che sia mio ufficio di far sapere a' benigni
lettori che questa presente scrittura  un summario d'un libro grande e
copioso, che scrisse il prefato don Francesco dimorando nell'Etiopia, s come
da persona degna di fede che l'ha veduto e letto mi  stato affermato. Del qual
libro n' stato cavato quello ch' paruto all'intelletto di colui che con tanta
confusione l'ha transcritto, lasciando infinite particularit delle cose
naturali toccate dal detto auttore. E che questo sia il vero, io ne ho veduto
la prova, perci che la copia mandatami dal signor Damiano di Goes si trova in
molti luoghi diversa dal detto libro stampato in Lisbona per ordine di quel
serenissimo re, s che mi  bisognato, di tutti dui mutilati e imperfetti,
farne uno intiero.
Questa fatica di abbreviare un cos copioso volume doveva esser data a persone
intelligenti e dotte, che avessero saputo fare una scelta di tutto quello che
era importante alla cognizione, perch i lettori al presente desiderarebbero
molte cose essenziali, che si veggono esser state pretermesse. Pur come si sia,
abbino pazienzia coloro che si diletteranno di leggerlo dal principio al fine,
e non sia loro noioso il confuso e fastidioso scrivere, essendo questo simil
modo di dettare molto naturale agli uomini di quel paese, n pensano che meglio
si possa n debbia fare: ch'io prometto a quei la fede mia che, con questo cos
rozzo e duro scrivere, alla fine averanno tanta cognizione dell'Etiopia che per
li tempi presenti dover loro esser bastevole. E Dio volesse che di molte altre
parti al mondo, a noi incognite, ne sapessimo tanto quanto di queste ne sapemo
per lo scrivere di costui. E se per il prefato don Francesco si fusse usata
diligenzia di aver voluto veder li fonti del Nilo e il suo corso, con la prima
caduta che  nel regno di Bagamidri, e con la cognizion dell'astrolabio che
hanno tutti li marinari portoghesi avesse pigliata l'altezza sopra l'orizonte
dell'uno e l'altro polo in tutti li luoghi dove egli si  trovato, non  dubio
alcuno che l'uom resteria pi satisfatto. Ma chi sa che qualche gran principe
d'Italia, indutto dalla lezion di questi libri e dalla facilit che veder del
cammino alla corte di questo principe de' Negri e dell'Indie orientali, non vi
mandi qualche valent'uomo, che pigliar le dette altezze e vorr veder li fonti
del Nilo e le sue cadute, descrivendo infinite particolarit delle cose
naturali, con miglior e pi ordinato modo che non ha fatto questo nostro
scrittore. E cos il mondo si andr ogni ora pi discoprendo a faccendo pi
bello, con immortal gloria di quelli che ne saranno causa e satisfazion de'
studiosi.


Viaggio nella Etiopia al Prete Ianni fatto per don Francesco Alvarez
portughese.

Nel nome di Ies, amen. Io Francesco Alvarez, prete di messa, che per spezial
comandamento del re nostro signor don Emanuel, che Idio l'abbia nella sua santa
gloria, andai con Odoardo Galvan, gentiluomo della sua casa e del suo
consiglio, il qual fu secretario del re don Alfonso e del re don Giovanni suo
figliuolo fino alla sua morte, e per il re don Emanuel mandato ambasciadore al
re Prete Ianni, ho determinato di scrivere tutte le cose che in questo viaggio
ne accadettero, e le terre dove fummo, e le loro qualit, costumi e usanze che
in quelle trovammo, e come son conformi alla cristianit, non riprendendo n
approvando i loro costumi e usi, ma lasciando il tutto ai lettori (che mi
potriano insegnare) come di laudare, emendare e correggere quello che loro
parer esser il meglio. E perch io potrei alcune volte, parlando di una terra
e poi d'un'altra, parer che insieme le confondessi, dico che noi siamo stati in
questi paesi sei anni continui, nelli quali io ho voluto sapere gran parte
delle terre, regni e signorie del detto Prete Ianni, e delli suoi costumi e
usanze, alcune di veduta e alcune altre di udita da chi ben le sapeva, e come
io le ho sapute cos le ho scritte, cio esprimendo le vedute per vedute e le
udite per udite. E perci giuro sopra l'anima mia ch'io non dir bugia alcuna,
e cos come spero e confido nel nostro Signor Iddio che la nostra confessione
abbia a esser vera alla mia fine, cos sar ancora il presente mio scrivere,
perch mentendo al prossimo si mente a Iddio.


Come Diego Lopes de Secchiera, succedendo al governo delle Indie
dopo Lopo Soares, condusse Matteo al porto di Maczua.
Cap. I.

Perch io dico ch'io andai con Odoardo Galvano (a chi Dio perdoni), cos  la
verit, ed egli mor in Camaran, isola del mar Rosso, e non ebbe esecuzione la
sua ambasciata, nel tempo che Lopo Soares era gran capitano delle Indie, come
gi largamente ne ho scritto, il che lascio ora di raccontare per non esser al
proposito; e seguitando solamente di scrivere quello che sar necessario, dico
che, succedendo Diego Lopes de Secchiera al governo dell'India dopo Soares,
messe ad effetto quel che Lopo Soares non volle mai eseguire, cio di condur
Matteo (il quale fu mandato ambasciadore dal Prete Ianni al re di Portogallo)
al porto di Maczua vicino a Ercoco, ch' porto e terra del Prete Ianni. Il qual
Diego Lopes fece una bella e grossa armata, e con quella navigammo nel detto
mar Rosso, e giugnemmo alla detta isola di Maczua il luned della ottava di
Pasqua, alli XVI del mese d'aprile, l'anno MDXX, la quale trovammo tutta vota
di gente, perch di cinque o sei giorni avanti avevano avuta notizia della
nostra venuta. Questa isola  lontana dalla terra ferma poco pi o meno di due
tratti di balestra, l dove i Mori della detta isola erano fuggiti con le loro
robbe.
Surgendo adunque l'armata fra l'isola e la terra ferma, il marted seguente
vennero a noi della terra d'Ercoco un cristiano e un moro. Diceva il cristiano
che il luogo d'Ercoco era de' cristiani, e sottoposto a un gran signore
chiamato Barnagasso, suddito del Prete Ianni, e che gli abitanti di quest'isola
di Maczua e d'Ercoco, quando venivano i Turchi, tutti fuggivano alle montagne;
ma che al presente non avevano voluto fuggire, sapendo come eravamo cristiani.
Udendo questo, il gran capitano dette grazie a Dio della notizia che trovava
del nome cristiano, e questo fece gran favore a Matteo, che prima non era in
troppo buon conto; e ordin che fusse dato una ricca vesta al cristiano e al
moro, e mostr di avere molto piacere, dicendo loro che avevano fatto il debito
loro, cio di non si partire del luogo d'Ercoco, poi che egli era de' cristiani
e del Prete, e che la sua venuta non era se non per far servizio e piacere al
detto Prete e a tutti li suoi, e che se n'andassero alla buon'ora e stessero
sicuri.


Come il capitano d'Ercoco venne a visitare il capitano maggiore,
e della maniera come ei venne, e d'alcuni frati del monastero della Visione.
Cap. II.

Il giorno seguente, che era il mercore, venne il capitano del detto luogo
d'Ercoco a parlare al gran capitano, e gli port a donare quattro buoi; e il
gran capitano gli fece molte carezze e onore, e donogli alcune pezze di seta, e
seppe pi compiutamente che gli abitatori di quel paese erano cristiani e che
gi era stata data notizia della nostra venuta a Barnagasso, signore della
terra. Questo capitano venne sopra un buon cavallo, e portava una bedena sopra
una ricca camicia fatta alla moresca, accompagnato da XXX uomini a cavallo e
ben CC a piedi; e dopo una grande e graziosa pratica che per mezzo
degl'interpreti ebbero insieme, sapendo ancora il gran capitano parlar arabico,
si part questo signor d'Ercoco con le sue genti, ben contento, come a noi
parve.
Lontano da questo luogo da XX in XXIIII miglia  una montagna molto alta, dove
 un monasterio di frati molto nobile, il quale Matteo spesso nominava, che si
chiama de Bisan, cio della Visione. Ebbero i detti frati notizia di noi, e il
gioved dopo l'ottava vennero sette frati del detto monastero, alli quali and
incontro il gran capitano fino alla spiaggia, con tutte le genti, con molto
piacere e allegrezza: e cos mostravano di avere anche loro, e dicevano che era
molto tempo che aspettavano i cristiani, perch avevano nei loro libri profezie
che dicevano che a questo porto doveano venire cristiani, e quivi si apriria un
pozzo, il quale aperto che fusse, non vi sariano pi mori, con molte altre
parole a simil proposito convenienti. A tutte queste cose era presente
l'ambasciador Matteo, al quale i detti frati fecero molto onore, baciandogli le
mani e le spalle secondo il loro costume: e all'incontro egli di loro pigliava
grandissimo piacere. Dicevano i detti frati che guardavano la festa di Pasqua
insieme con gli otto d seguenti, e che essi in quelli d non andavano in
viaggio n facevano alcuno servizio, ma che, subito che essi udirono dire che i
cristiani erano giunti nel porto (cosa a loro tanto desiderata), dimandorno al
suo maggiore licenzia per venire a far questo cammino per servizio di Dio, e
che similmente era stato avisato Barnagasso della nostra venuta, ma che esso
non si partiria da casa sua se non otto d dopo Pasqua. Finiti questi
ragionamenti, il gran capitano volse tornare al suo galeone, insieme con li
suoi e con i detti frati, incontro alli quali vennero i nostri con le croci,
vestiti con li piviali, e dettero loro a baciare le dette croci, alle quali
essi fecero molta riverenzia. Dapoi fu lor dato da far collezione molte
conserve di confezioni e zuccheri, che cos ordin il gran capitano. Si ragion
con loro sopra molte pratiche di piacere e allegrezza, essendo avvenuta quella
cosa tanto desiderata dall'una parte e dall'altra, e ora veramente adempita.
Partironsi poi i detti frati e andorono a dormire in Ercoco.


Come il gran capitano fece dir messa nella moschea di Maczua, e comand che la
si intitolasse Santa Maria della Concezione, e come mand a vedere il
monasterio della Visione.
Cap. III.

Il venerd dopo l'ottava, che fu alli XX d'aprile, la mattina molto a buon'ora
tornarono i frati alla spiaggia, e furono mandati ad incontrare molto
onoratamente; e il gran capitano con li suoi e con i frati se ne passarono
all'isola di Maczua, nella moschea maggiore, dove fu detta la messa delle
Cinque Piaghe, per esser venerd. La quale finita, ordin il gran capitano che
detta moschea si dovesse chiamare Santa Maria della Concezione, e cos dapoi
ogni giorno dicemmo messa in quella. Ed essendosi ritirati alle navi alcuni de'
frati furono con Matteo e altri con il gran capitano, e cos a questi come a
quelli furono fatti presenti per il vestir loro d'alcune tele di cottone
grosse, che di tal sorte si vestono, e d'alcune pezze di seta per il suo
monasterio, e d'alcune ancone e quadri dipinti e campanelle. Sogliono tutti
questi frati portar alcune croci in mano, e l'altre genti le portano al collo,
fatte di legno negro: e le nostre genti tutte compravano di dette croci che
portavano al collo, per essere cosa nuova e fra noi non costumata.
Stando questi frati cos fra noi, il gran capitano ordin che un Ferrando Diaz,
che sapeva la lingua arabica, dovesse andar a vedere il lor monasterio, e per
dargli maggior credito, e accioch meglio intendesse il tutto, per poter
scrivere al re nostro signore, vi mand insieme il licenziato Pietro Gomes
Tessera, auditore delle Indie. I quali, ciascuno per s, referirono che il
detto monasterio era cosa grande e bella, e per tanto dovessimo ringraziar Dio
che in cos lontani paesi e per cos lunghi mari, fra tanti inimici della
nostra fede, noi trovavamo cristiani con monasteri e case d'orazione, ove Iddio
era laudato. Detto auditore port del detto monasterio un libro di carta
bergamina, scritto nella sua lettera, per mandare al re nostro signore.


Come si viddero insieme il gran capitano e Barnagasso,
e si ordin che don Rodrigo de Lima andasse al Prete Ianni con Matteo.
Cap. IIII.

Il marted alli XXIIII di aprile, venne Barnagasso al luogo d'Ercoco e ne fece
intendere della sua venuta. Il gran capitano, pensando che verria a parlargli
alla spiaggia, ordin che fussero fatte tende, e acconciati panni meglio che si
potesse e luoghi da sedere. Preparate queste cose, venne nuova come Barnagasso
non voleva venire in quel luogo: e subito vi mand a parlare Antonio de
Saldanza, e in Ercoco trov che l'ordine era di vedersi al mezzo del cammino, e
cos ci preparammo per andare con il gran capitano per mare fino alla met del
cammino in terra, dove avevano da vedersi. Vennevi prima Barnagasso, ma non
volse appressarsi dove era stato preparato. Dismontato il gran capitano,
vedendo come non voleva arrivare ivi, fece portare li preparamenti avanti ove
esso stava: il quale ancora, per mantener la grandezza e reputazion sua, non
volse muoversi con le sue genti per appressarsi al luogo preparato, e fu forza
far ritornare di nuovo il detto Antonio di Saldanza con Matteo ambasciadore, i
quali terminarono che ambedui ad un tempo si movessero, cio il gran capitano e
Barnagasso. E cos fecero, e si viddero e parlarono insieme in una campagna
molto grande, sedendo nel piano sopra alcuni tapeti. E fra molte cose che
ragionarono insieme, ringraziando Dio di questo loro abboccamento, disse
Barnagasso che avevano nelle loro scritture e libri antichi come i cristiani di
lontani paesi dovevano venire in quel porto a trovarsi con le genti del Prete
Ianni, dove fariano un pozzo d'acqua viva, per il che non vi stariano pi mori:
la qual cosa vedendo che Dio l'aveva gi adempita, essi la dovevano tra loro
confermare e giurar buona amicizia e benevolenzia. E preso in mano una croce
d'argento, che per questo era ivi stata apparecchiata, Barnagasso disse che
giurava sopra quel segno di croce, sopra il quale il Signor nostro ebbe
passione, in nome del Prete Ianni suo signore, che sempre daria favor e aiuto
alle genti e cose del re di Portogallo, e anco alli suoi capitani che venissero
al detto porto, o vero ad altri porti e terre dove aiuto e soccorso gli potesse
dare; e cos prenderia in sua protezione l'ambasciador Matteo, e altri
ambasciadori che il gran capitano volesse mandare per l regni e signorie del
Prete Ianni, insieme con tutte le genti e robbe che portassero. E altrotanto
giur il gran capitano di fare per le cose del Prete Ianni e di Barnagasso, ivi
e in ciascun luogo che le trovasse, e che 'l medesimo fariano gli altri
capitani e signori del re di Portogallo. Il gran capitano don a Barnagasso una
bella armatura e alcune pezze di panni di seta, e Barnagasso dette al gran
capitano un cavallo e una mula molto buoni: e cos si partirono, lieti e
contenti dall'una parte e dall'altra. Questo Barnagasso menava seco ben 200
uomini a cavallo e sopra mule e da duemila uomini a piedi.
Vedendo i nostri gentiluomini e capitani queste cos buone nuove che Dio ne
aveva mandate, e che si apriva il cammino per esaltare la sua fede catolica,
del che per avanti ne avevamo avuta poca speranza che dovesse succedere,
tenendo tutti questo Matteo non per vero ambasciadore, ma per uomo falso e
bugiardo, onde solamente erano di opinione che si dovesse mettere in terra e
lasciarlo andare al suo cammino, vedute queste cose (come abbiamo detto), tutti
si sollevorono, dimandando ciascuno di grazia al gran capitano che li lasciasse
andare con il detto Matteo per ambasciadore al Prete Ianni, conciosiacosach,
per quello che avevano veduto, si conosceva certo detto Matteo esser vero
ambasciadore. E ancora che molti dimandassero questo carico, nondimeno fu dato
a don Rodrigo de Lima, e il gran capitano elesse quelli che con lui dovessero
andare, i quali furono questi: primieramente don Rodrigo de Lima, Giorgio di
Breu, Lopo de Gama, Giovanni Scolaro, scrivano dell'ambasciaria, Giovanni
Gonsalves, interprete e fattor di quella, Emanuel de Mares, sonatore d'organi,
Pietro Lopes, maestro Giovanni medico, Gasparo Pereira, Stefano Pagliarte,
tutti duoi allievi di don Rodrigo, Giovanni Fernandez, Lazaro de Andrade
pittore, Alfonso Mendez e io, indegno sacerdote Francesco Alvarez. Tutti li
sopradetti andammo in compagnia con don Rodrigo, e similmente andavano con
Matteo tre Portoghesi, uno de' quali si chiamava Magaglianes, l'altro
Alvarenga, il terzo Diego Fernandez.


Delli presenti che don Rodrigo port al Prete Ianni.
Cap. V.

Subito furono ordinati i presenti che avevano da mandarsi al Prete Ianni, non
gi simili a quelli che il re nostro signore gli mandava per Odoardo Galvan,
perch gi quelli erano stati malamente dispensati in Cochin per Lopo Soarez; e
quello che se gli mandava al presente era cosa povera, ma solamente per fare
scusa che le preziose pezze e cose che se gli portavano erano restate
nell'India, e che dapoi le se gli mandariano. Gl'infrascritti sono li presenti
che portammo al detto Prete Ianni, cio una spada e un pugnale molto ricchi e
belli, quattro panni di razzi a figure per coprir le mura, molto fini, una
bella corazza coperta di velluto e un ricco celatone indorato, due pezzi
d'artigliaria con quattro code, alcune ballotte e alquanti barili di polvere,
un napamondo e un organo.
Noi andammo in Ercoco, dove fummo consignati a Barnagasso, il qual ne fece
alloggiare discosto due o tre tiri di balestra, in una pianura ch' a' piedi
d'un monte, dove subito ne mand a donar un bue, pane e vino del paese.
Dimorammo ivi perch in quel luogo ne avevano da provedere di cavalcature e
camelli, per portare tutte le robbe nostre. Questo giorno era il venerd, e
perch in questo paese si osserva la legge vecchia e nuova, ci riposammo il
sabbato e la domenica, per guardarsi tutti duoi questi giorni. In questo tempo
l'ambasciador Matteo si affatic molto, con don Rodrigo e con tutti noi altri,
che non dovessimo essere con Barnagasso, ancora che esso fusse gran signore, ma
che molto meglio era andare al monasterio della Visione, dove ne saria data
miglior espedizione che dal detto Barnagasso. Onde, fattogli intendere come non
avevamo di andare da lui, si part e andossene al suo cammino: nondimeno ci
fece dare XIIII cavalcature e X camelli per le robbe.


Del giorno nel quale l'armata, sopra la quale venne don Rodrigo, si part dal
porto; e del cammino che noi facemmo fino a mezzogiorno; e d'un gentiluomo che
ne venne a ritrovar.
Cap. VI.

Partimmo di questa pianura, vicina al luogo di Ercoco, il luned alli 30
d'aprile, nel qual giorno, mentre che noi riposammo, se n'usc l'armata del
porto, ancora che ne avessero promesso di non partirsi fino che non vedessero
la total nostra espedizione e che cammino noi prendessimo. Noi dal detto luogo
non andammo pi di due miglia, che ci fermammo a mezzod appresso un fiume
secco, che non aveva acqua se non in alcune pozzette: e perch il paese per il
quale avevamo a camminare era secco e sterile, e li caldi erano grandissimi,
tutti portavamo le nostre zucche e boccali di cuoro e utri con acqua. Sopra
questo fiume erano molti arbori di diverse sorti, fra li quali erano salici e
arbori di giuggiole e altri allora senza frutto.
Stando sopra questo fiume, a mezzod arriv un gentiluomo, nominato Framasqual,
che nella nostra lingua vuol dire "servo della Croce", il quale nella sua
negrezza era cos bello che dimostrava ben esser gentiluomo, e dicevano ch'era
cognato di Barnagasso, cio fratello di sua moglie. Avanti ch'esso arrivasse a
noi, dismont da cavallo, per esser questo il loro costume, e l'hanno etiam per
una cortesia. L'ambasciador Matteo, udendo la sua venuta, disse che egli era un
ladrone e che veniva per rubarne, e che tutti dovessimo pigliar le nostre armi:
ed esso Matteo pigli la sua spada e si messe la celata in testa. Udendo
Framasqual questo rumore, mand a dimandar licenzia di potersi approssimare, e
ancor che esso non l'avesse da Matteo, pure s'accost a noi, come uomo ben
creato e cortese e come persona allevata in corte. Aveva questo gentiluomo un
molto buon cavallo dinanzi a lui, e una bella mula sopra la quale veniva, e
quattro uomini a piedi.


Come Matteo fece lasciare a don Rodrigo la strada e camminare per certi monti
e per boschi e per un fiume secco.
Cap. VII.

Partimmo da questo alloggiamento tutti insieme, e questo gentiluomo, cavalcando
sopra la sua mula col cavallo avanti, s'accost all'ambasciador don Rodrigo con
l'interprete, e andarono un gran pezzo parlando e pratticando insieme. Era,
cos nel parlare come nel rispondere, molto gentile, costumato e cortese, e
l'ambasciadore ne rimase sommamente sodisfatto; ma Matteo non lo poteva vedere,
e non faceva altro se non dire ch'esso era un ladrone. E andando noi per una
molto buona strada, e per la quale camminava molta altra gente ch'era
alloggiata nel sopradetto luogo con noi, Matteo lass quella strada, che era
larga e piana, e si pose per certi boschi folti e monti dove non era cammino, e
per quella parte fece andare i camelli e noi con loro. E dicendo Framasqual
ch'eravamo fuori di strada, e non sapeva perch costui faceva questo, tutti
cominciammo a gridare, perch esso ne menava per monti a perderci e rovinare
tutto quello che portavamo, lassando le strade maestre. Udendo Matteo li nostri
lamenti, e che tutti gli eravamo contrarii, dette volta e fu forza circondare
una montagna, per venir sopra la strada maestra, pi di sei miglia; e avanti
che a quella arrivassimo, venne un'angoscia a Matteo, di sorte che pensammo che
fusse morto, perch gli dur per ispazio di una ora. E tornato in s, pregammo
duoi uomini che l'aiutassero a stare sopra la mula, e noi demmo volta, tanto
che arrivammo alla strada maestra, dove trovammo una carovana de camelli e
genti che venivan da Ercoco, perch non camminano se non in carovana per paura
dei ladri. Dormimmo tutti in un bosco dove vi era acqua, il quale era luogo
ordinario per alloggiar carovane, e il detto Framasqual con esso noi, tenendo
noi e quei delle carovane tutta notte guardie, per tema delle fiere.
Partimmo di quel luogo l'altra mattina, camminando sempre sopra fiumi e
torrenti secchi, e da una parte e l'altra erano montagne altissime, con gran
boschi d'arbori di diverse sorti, bellissimi e altissimi, la maggior parte
senza frutto: e fra quelli n'erano alcuni i quali cognobbi che si chiamano
tamarindi, e fanno graspi come di uva, che sono fra' negri apprezzati, perch
fanno di quelli vin garbo e ne portano a tutte le fiere, s come fanno delle
uve passe. Li fiumi e strade ove andavamo si dimostravano alte e dirupate, il
che nasce per la furia dell'acqua dei nembi e temporali mischiati con tuoni, le
quali acque non impediscono il camino, secondo ne dissero: e noi il vedemmo in
altre parti simili. Il remedio era, nella ora di detti nembi, fermarsi sopra
qualche costiera due ore, fino che l'impeto di detti nembi corra gi. E per
grandi e terribili che questi fiumi si faccino per detti nembi, subito che
l'acqua scorre fra quelle montagne e viene al piano, ella si disperde
asciugandosi e non arriva al mare: e non potemmo sapere che fiume alcuno
d'Etiopia entri nel mar Rosso, che tutti finiscono come arrivano nella terra
piana e campagna. In queste montagne e rupi sono animali di diverse
generazioni, s come vedemmo, cio elefanti, leonze, tigri, tassi, ante, cervi,
senza numero, e di tutte le sorti, salvo che due, che non le viddi n udi' dire
che vi fussero, cio orsi e conigli. Vi erano anco uccelli di tutte le sorti
che cantano che si possino imaginare, e anco perdici, quaglie, galline
salvatiche, colombi, tortore, che coprivano il sole, e di tutte quelle sorti
che sono nelle nostre parti, eccetto che non vi viddi n gazuole n cucchi. Per
tutte queste fiumare e rupi, viddi infinite erbe odorate che non cognobbi, se
non il basilico, che era infinito, e rendeva un molto buono e soave odore, e
aveva la foglia di diverse sorti.


Come Matteo li fece uscir di nuovo di strada, e li fece andar
per boschi al monasterio della Visione.
Cap. VIII

Venendo la ora di riposarsi, Matteo determin di farne uscire di nuovo fuora
della strada maestra, per farne andare alla volta del monasterio della Visione
per montagne e boschi foltissimi di arbori molto alti. Consigliatici noi con
Framasqual, ne disse che il cammino al detto monasterio era di tal sorte che le
nostre robbe, portandole in spalla, non vi si potriano conducere, e la strada
che era quella delle carovane per onde vanno i cristiani e i mori sicuramente,
senza che alcuno faccia lor dispiacere, e che manco fariano a noi, che andavamo
per servizio del re. E con tutto questo noi seguimmo pur la volont di Matteo,
e nell'alloggiamento dove noi dormimmo si fecero gran contrasti sopra detto
cammino, dicendosi che saria meglio tornare adietro, sopra la strada che
avevamo lasciata. Udendo questo, Matteo disse che gl'importava molto arrivare
al detto monasterio della Visione, dove non staria pi di sette o vero otto
giorni, che subito ci partiremmo (nondimeno egli vi rest per sempre, perci
che vi mor), e che poi andremmo al nostro viaggio in buona ora: e cos
determinammo di fare il suo volere, vedendo che gl'importava tanto, e che
diceva di farne alloggiare in una villa a pi del monasterio.
Partimmo di questo alloggiamento e camminammo per un molto pi aspro e difficil
paese e per maggiori e pi folti boschi, essendo noi a piedi e le mule avanti,
le quali non potevano camminare. Li camelli davano gridi al cielo che parevano
indiavolati. A tutti noi pareva che Matteo ne avesse posti in quel cammino per
farne morire o per farne rubare, percioch quivi non si poteva far altro se non
chiamar Dio in nostro aiuto, e le selve erano tanto oscure e paurose che gli
spiriti non arebbeno ardire d'andarvi. Si vedevano molti animali salvatichi e
feroci senza numero, a mezzo del d, andar qua e l senza aver timor di noi.
Con tutto questo andammo pur avanti, e cominciammo a trovar genti del paese,
che guardavano i lor campi seminati di miglio zabburro: e vengonlo a seminare
di lontano sopra queste montagne altissime e dirupate. Similmente si vedevano
pascere molte mandrie di bellissime vacche e capre. Queste genti che quivi
trovammo, erano tutte ignude e mostravano quasi ogni lor parte; erano molto
negri, e dicevano essere cristiani. Avevano seco le loro mogli, le quali si
coprivano le parti vergognose con un pezzetto di panno mezzo rotto. Avevano le
donne sopra la testa una cuffia fatta a modo di diadema, negra come la pece, e
li capelli rivolti in tondo, a modo di candele di sevo o candele picciole: la
negrezza di queste cuffie, con queste treccie di capelli attaccate a quelle,
parevano cosa molto strana a vedere. Gli uomini avanti le loro parti vergognose
avevano un pezzo di pelle.
Andando cos avanti per molti altri boschi che non si potevano passare, ed
essendoci messi a piedi e li camelli discaricati, vennero a trovarne X o XII
frati del monasterio della Visione, fra li quali erano 4 o 5 molto vecchi, e
uno pi di tutti, al quale facevan tutti gli altri riverenzia e baciavangli le
mani: e noi facemmo il medesimo, perch Matteo ci diceva che era vescovo, e
dapoi sapemmo che non era vescovo, ma aveva titolo di david, che vuol dire
guardiano, e che nel monasterio era un altro sopra di lui che chiamano abba,
che vuol dire padre, che  come provinciale; e per la loro et e secchezza
(ch'erano quasi come legni) parevano uomini di santa vita alla prima vista.
Andavano i detti frati per quei boschi raccogliendosi li loro seminati migli,
come anco li dritti che pagano loro quelli che in queste montagne e boschi
seminano. Le loro vesti erano pelli di capra concie; altri portavano panni
vecchi di gottone gialli, senza scarpe.
Di qui non partimmo fin tanto che i camelli non riposarono alquanto. Dopo per
ispazio di mezzo miglio arrivammo a pi d'una montagna molto aspra e difficile,
ove i camelli non potevano ascendere e malamente le mule vote, e quivi ci
posammo a pi d'un arbore con tutte le nostre robbe, e Matteo con le sue, e
Framasqual con noi, e i frati, e principalmente quelli pi vecchi: e quello pi
onorato di tutti ne mand a donare un bue, del quale cenammo, e fummo poi in
gran dispute onde potessimo uscire, o veramente che cammino dovessimo tenere,
perch non vedevamo rimedio alla nostra uscita. Dormimmo tutti insieme, cio
l'ambasciadore, i frati e Framasqual.


Come dissero messa, e come si part Framasqual da loro,
e noi andammo a un monasterio, dove la nostra gente si ammal.
Cap. IX.

Nel seguente giorno (che fu Santa Croce di maggio) dicemmo messa a pi d'un
arbore, in onore della vera Croce, la quale pregavamo che ne dovesse insegnar
la strada; e li nostri Portoghesi dimandavano con divozione grazia al nostro
Signor Dio che, s come a santa Elena fu aperta la via di trovare la vera
Croce, cos a noi si aprisse la strada, che ne era tanto serrata, della nostra
salute. Dopo disinare, l'ambasciador Matteo ordin che si caricassero le sue
robbe sopra le spalle de' negri, per portarle ad un monasterio piccolo,
distante da noi mezza lega, detto San Michel de Iseo: con le qual robbe andammo
Giovanni Scolaro scrivano e io, a piedi, per non esser terra n cammino per
mule, per vedere se dovevamo andar tutti al detto monasterio o vero tornar
indrieto. Quivi Framasqual si part da noi.
Arrivammo al monasterio mezzi morti, s per l'asprezza del cammino e difficil
ascesa, come anco per il caldo grande che faceva; e riposati alquanto, veduto
il monasterio, ritorn lo scrivano a ritrovar gli altri, e disse loro ci che
vi era, e delle case dove potevamo alloggiare con le nostre robbe. Nel giorno
seguente, a' 4 di maggio, venne al monasterio tutta la nostra gente con le
nostre robbe, che erano restate a' piedi del monte, facendole portare sopra le
spalle dei negri. Ma la notte avanti non cess l'inimico Satanasso di metter
questione fra i nostri, conciosiacosach l'ambasciador nostro dicesse che si
doveva consigliare quello che si aveva da fare, per servizio di Dio e del re e
salvazione della nostra vita e onore: uno rispose che nella compagnia erano
uomini che non lo volevano fare, e sopra questo vennero alle arme, e volse Dio
che non fu altro. Subito che furono nel monasterio, gli feci far pace,
riprendendoli di tal parole dette contra di lui che era nostro capo, e che
quello che diceva era per servizio di Dio e del re e per nostro utile.
Alloggiammo nel monasterio di San Michele, pensando che fra sette o vero otto
giorni ci dovessimo partire: e veramente ne dettero molto buon alloggiamento, e
il medesimo ci era confermato per Matteo, che noi non vi dimoraressimo pi di
sette o vero otto giorni.
Stando noi, venne il detto Matteo con un roverscio, e ne disse che aveva
scritto alla corte del Prete Ianni e alla regina Elena e al patriarca Marco, e
che la risposta non poteva venire in manco di XL giorni, e senza quella noi non
potevamo partire, perch di quel luogo ne avevano a provedere e far venire mule
per noi e per le nostre robbe. E non stette saldo ancora sopra questo, ma venne
a dire che gi si cominciava a far il verno, il quale durava circa tre mesi,
nelli quali noi non potremmo camminare, e che per questo era necessario che noi
ci comprassimo da vivere. Da un'altra banda ne diceva che s'aspettava il
vescovo del monasterio della Visione, che veniva dalla corte, il quale ne daria
la nostra espedizione: e questo che costui dimandava vescovo, non era, ma era
provinciale della Visione, come si  detto di sopra. Del verno e della venuta
di questo provinciale i frati di questo monasterio s'accordavano, e anche
quelli della Visione, con Matteo, perch tre mesi del verno non camminano in
questo paese, cio mezzo giugno, luglio, agosto, fino a mezzo settembre, che 
verno universale; e similmente della venuta di quello che chiamavano vescovo,
di non tardar molto.
Non pass molto dopo la nostra arrivata quivi che le nostre gente si
ammalarono, cos li Portoghesi come li schiavi, che pochi o niuno restarono che
non fussero tocchi, e molti quasi fino al punto della morte: e bisogn
salassarli molte fiate e purgarli. Ne' primi si ammal maestro Giovanni medico,
il quale era tutto il nostro rimedio: piacque pur a Dio che si risan, e fu
quello che di l avanti s'adoper per noi altri con tutte le sue forze. Fra
questi si ammal Matteo ambasciadore, al quale furon fatti molti rimedii; e
parendogli gi di star molto bene ed esser gagliardo, si lev e ordin di far
condurre le sue robbe ad una villa della Visione, dove stavano alcuni frati, e
chiamasi Giangargara, la qual  nel mezzo del cammino fra questo monasterio e
quello della Visione, dove tengono le lor vacche e armenti, per esservi molte
buone case e abitazioni. Quivi mandate le sue robbe, ed essendovi egli insieme
arrivato, due giorni dopo mand a chiamar maestro Giovanni, il quale, lasciati
tutti gli ammalati, l'and a trovare; e non tard molto dapoi che l'ambasciador
don Rodrigo, Giorgio de Breu e io fummo a vederlo, e lo trovammo molto
travagliato. Ritorn don Rodrigo e Giorgio de Breu, e io restai con lui tre
giorni, fino che ei rese l'anima al nostro Signore, che fu a' 24 di maggio,
l'anno MDXX: e io lo confessai e communicai, e feci il suo testamento in lingua
portoghese, ma ei fu anche fatto in lingua abissina per un frate del detto
monasterio. Subito che ei fu morto, vennero don Rodrigo, Giorgio de Breu e
Giovanni Scolaro scrivano, e gran parte dei frati della Visione, e lo facemmo
portar a sepelire molto onoratamente al detto monasterio, ove gli facemmo
l'officio e messe secondo il nostro costume, e i frati lo fecero secondo il
suo.
In questa propria notte che mor Matteo, mor anco Pereira, servitore
dell'ambasciador don Rodrigo. Fatte le esequie di Matteo, l'ambasciadore,
Giorgio de Breu, Giovanni Scolaro e certi di detti frati ritornarono alla villa
ove era morto Matteo, nella quale erano restate le sue robbe, volendo di quelle
farne inventario, acci ch'elle fussero date a coloro alli quali esso ordinava
per Francesco Matteo, che era suo servitore e datogli dal re di Portogallo
libero, essendo per avanti moro e schiavo, e che aveva tutte le robbe in suo
potere. Costui si messe a non voler che si facesse inventario e non volse
mostrar le robbe, e i frati tenevano col detto Francesco, sperando di averne
qualche parte: e vedendo questo, don Rodrigo gli lass con la sua fantasia e si
part alla buon'ora. Il detto Francesco Matteo e i frati portarono le robbe al
monasterio della Visione, dove le salvarono fino che di l ci partimmo per la
corte, e di l le mandarono alla corte del Prete Ianni per darle alla regina
Elena, a chi Matteo ordinava che fussero date.


Come l'ambasciadore mand a dimandar aiuto per la sua espedizione a Barnagasso.
Cap. X.

Stando noi quivi senza alcuno aiuto ed essendo gi passati molti giorni che
aspettavamo, non venendo alcuna risposta n nuova della venuta del detto
provinciale che si aspettava, non sapendo noi che fare si dovesse, fu
determinato di mandar a chiedere a Barnagasso che ne volesse dare qualche aiuto
per la nostra partita, accioch noi non stessimo a consumarci in quel luogo.
Sapendo questo, i frati l'ebbero molto a male e, chiamato da parte don Rodrigo,
lo persuasero che non vi mandasse e che aspettasse la venuta del provinciale,
che saria fra X giorni; e che, non venendo, loro ci dariano le cose necessarie
per il nostro cammino. E perch costoro sono genti di poca fede, non si
fidavano di noi: ancora che l'ambasciadore lo promettesse loro, pur ne volsero
dar a tutti giuramento sopra un crocifixo che noi aspettassimo li detti X
giorni, e cos ancor loro giurarono di adempir quello che ne avevano promesso.
E acci che dall'una banda e dall'altra non si restasse in vano, e succedendo
tutti due potessimo eleggere la miglior parte, ordin l'ambasciadore che
dovesse andar a parlare a Barnagasso Giovanni Gonsalves, fattore e interprete,
con Emanuel de Mares di due altri Portoghesi, a ricordargli il giuramento che
aveva fatto di favorire e aver in sua protezione tutte le cose del re di
Portogallo, e a pregarlo che ne volesse dar aiuto per la nostra andata: e in
capo di X giorni il detto fattore ne rimand indrieto uno dei detti Portoghesi
con una buona risposta, e insieme venne anche un uomo del detto Barnagasso, il
qual ne disse che ne daria buoi per portar le nostre robbe e mule per le nostre
persone. Dal canto dei frati non venne cosa alcuna.


Della maniera e del sito dei monasterii e de' loro costumi,
e primamente di questo di San Michele; e delle cerimonie di questi religiosi.
Cap. XI.

Primamente questo monasterio  posto sopra uno scoglio di monte molto
salvatico, accostato a' piedi d'un altro grandissimo scoglio, sopra del quale
non si pu montare. Il sasso di questi scogli  del colore e grana della pietra
con la qual son fatti li muri della citt di Portogallo, e sono le pietre molto
grandi. Tutta la terra fuora di quei sassi  coperta di molti gran boschi, e li
maggiori sono d'olivi salvatichi, e molte erbe fra quelli, e la maggior parte
basilichi; gli arbori che non sono olivi non eran da noi conosciuti, e tutti
erano senza frutto. In alcune valli serrate che tiene questo monasterio vi sono
naranzari, limoni, cedri, pergole di uva, e fichi d'ogni sorte, cos di quelli
che si trovano in Portogallo come d'India, e persichi; eranvi anche cavoli,
coriandri, nasturzio, absenzio e mirto e molte altre sorti di erbe odorifere
medicinali: e il tutto era mal governato, perch non sono uomini industriosi, e
la terra produce le cose sopradette come ella produce le cose salvatiche, e
produrria molto migliore tutto quello che vi piantassero o seminassero.
La casa del monasterio par ben casa di chiesa, fatta come son le nostre: ha
intorno un circuito come di un claustro, e il coperto di sopra  attaccato col
coperto della chiesa; ha tre porte, cos come hanno le nostre, cio una
principale in capo e una per banda nel mezo. La coperta della chiesa e del suo
circuito  fatta di paglia salvatica, che dura la vita d'un uomo. Il corpo
della chiesa  fatto di navi molto ben lavorate, e li suoi archi molto ben
serrati, e tutto par fatto in volto. Ha un coro piccolo drieto all'altar
grande, con la crociara avanti, nella quale sono cortine che vanno dall'un capo
all'altro, e similmente sono altre cortine avanti le porte di mezzo da un muro
all'altro, e sono di seta; e la entrata per queste cortine  per tre luoghi,
cio che sono aperte nel mezzo, e tutte si scontrano l'una contra l'altra, e
cos si serrano appresso dei muri. E in queste tre entrate o vero porte sono
campanelle attaccate alle dette cortine, della grandezza di quelle di Santo
Antonio, un poco pi o manco, e non pu uomo alcuno entrare per queste porte
che queste campanelle non suonino. Non vi  pi di uno altare, che  in quella
cappella grande; sopra l'altare  un baldachino posto sopra quattro colonne, e
lo altare arriva a tutte quattro, e il detto baldachino  come in volto. Ha la
sua pietra sacrata, che loro chiamano tabuto, e sopra questa pietra vi  un
molto gran bacile di rame, piano da basso e con l'orlo basso, che va a toccare
tutte quattro le colonne dell'altare, perch le colonne sono poste in quadro:
nel detto bacile  posto un altro bacile pi piccolo. E da questo baldachino
per ciascuna parte, cio di dietro e dalle bande, discende una cortina che
cuopre tutto l'altare fino al piano, eccetto che dinanzi  aperto.
Le campane sono di pietra, cio pietre longhe e sottili, appiccate e
intraversate con corde, e vi danno entro con un legno: e rendono un suono molto
strano, come di campane rotte, a udirle da lungi; e similmente le feste
togliono i bacili e gli danno con alcune bacchette, che li fanno sonare
grandemente. Hanno parimente campane di ferro, le quali non son tutte tonde, ma
hanno due bande, come  una giornea di mulattiero, della quale un lembo lo
cuopre dinanzi e l'altro di dietro; hanno il battitoio che la batte dall'una
banda e poi dall'altra, e fa un suono come di uno che zappi le vigne. Hanno
ancora altre campanelle mal fatte, che portano in mano quando vanno in
processione, e tutti insieme le suonano nelli gorni di festa, che negli altri
si servano delle campane di pietra e di ferro. Suonano i mattutini due ore
inanzi giorno, e gli dicono a mente, senza lume: solamente vi  una lampada
avanti l'altare, nella quale abbruciano butiro, perch non hanno olio; cantano
e dicono con voce molto alta e sconcia, come di uno che gridi, senza arte
alcuna di canto. Non dicono versi, ma il suo parlare  come in prosa, e son
salmi; e ne' giorni di festa oltra i salmi dicono prose, e secondo la festa
cos  la prosa, e sempre stanno nella chiesa in piedi. Non dicono nel
mattutino pi che una lezione, con voce similmente sconcia e disordinata, senza
tuono, e la quale  di quella maniera che, nel representar la Passione del
nostro Signore, noi pronunciamo le parole dei Giudei; e oltra che la voce 
cos sconcia, la dicono correndo quanto la lingua di uomo possa fare, e questa
dice un clerico o vero un frate: e si legge questa lezione avanti la porta
principale. La quale compita, nelli giorni del sabbato e domenica fanno
processione con quattro o cinque croci, poste sopra alcuni bastoni non pi alti
che bordoni: e quelle tengono nella mano sinistra, perch nella destra portano
un turribulo, e tanti son sempre li turribuli quante le croci. Portano certe
cappe di seta non troppo ben fatte, perch non sono pi di quello che  la
larghezza della pezza del damasco, o di qual altra seta si voglia da alto fino
a basso, e davanti al petto una traversina: e da ambe le bande vi  aggiunto un
pezzo di qualche altro panno di ciascun colore, ancora che non si confaccia col
principale, e del detto panno principale si strascinano dietro quasi un braccio
per terra.
Questa processione fanno dentro del circuito che tengono come claustro, la qual
finita, in detti giorni di sabatto e domenica e delle feste, quello che ha da
dir messa con altri dui entrano nella cappella e cavano una imagine della
nostra Donna, che hanno sopra una ancona vecchia (e in tutte le chiese vi son
di queste ancone), e si mette nella crociara, stando con la faccia verso la
porta principale, e tiene in mano questa immagine avanti il petto; e quelli che
gli stanno dalle bande tengono candele accese in mano. E poi gli altri che gli
sono davanti cominciano a cantare in modo di prosa, e vanno tutti gridando e
ballando come se fussero in un ballo di villa, e andando avanti l'imagine con
quel suo cantare o prosa, suonano le campanelle piccole e cimbali col medesimo
suono; e ogni volta che tocca a uno di passar avanti l'imagine, gli fanno gran
riverenzia, che pare a chi li vede che la facciano con gran desiderio di
divozione, e cos portano in questa festa croci e turriboli come in
processione. Compito questo (che dura gran pezzo) salvano l'immagine, e poi
vanno a una casetta ch' verso tramontana e quella parte dove si dice
l'Evangelio secondo la nostra messa ( fuora del circuito), nella quale fanno
l'ostia, che essi chiamano corbon, e portano croci, turriboli e campanelle: e
di quivi cavano una focaccia di farina di formento azima fatta allora, molto
bianca e molto bella, di grandezza e rotondit di una gran patena, in questo
monasterio che vi  poca gente; ma nelli altri monasteri e chiese, che ne sono
assai, fanno questa focaccia grande e piccola secondo il numero delle genti,
perch tutti si comunicano e secondo la grandezza cos fanno la grossezza di
mezzo dito o di un dito o di pi del dito grosso. E portano questa focaccia nel
bacile piccolo, che  uno di quelli dell'altare, coperta con un panno, con la
croce e turribolo, avanti sonando la campanella.
Di dietro alla chiesa, dove  quel coro, in quel circuito che tengono come
claustro, non pu stare alcuno che non sia di ordine sacrato, ma tutti debbono
star avanti la porta principale, dove  un altro circuito grande, che hanno
tutte le chiese: e questo circuito  come claustro, ma non  coperto, e vi pu
stare ogni uomo che vuole. Entrando in processione con questa focaccia, tutti
quelli che stanno nella chiesa e nel circuito, come odono la campanella,
abbassano la testa fino che la campanella tace, che  quando la mettono sopra
l'altare nel bacile pi piccolo, posto, come si  detto, nel bacile pi grande;
e vi mettono di sopra un panno negro a guisa di corporale, e con le bande del
detto panno lo cuoprono. Questo monasterio ha il calice d'argento, e cos in
tutte le chiese e monasteri onorati hanno i calici d'argento, e in alcune anche
d'oro. Nelle chiese de' poveri, ch'essi chiamano chiese di balgues, cio di
lavoratori, li calici sono di rame. Li vasi sono molto pi larghi che non sono
li nostri, ma mal fatti; non hanno patena. Buttano nel calice il vino, fatto di
uve passe, in gran quantit, perch quanti si communicano col corpo si
communicano anche col sangue.
Quello che ha da dire questa messa comincia "Alleluia", con voce alta pi
presto sconcia che cantata, e tutti gli rispondono: e allora esso tace e
comincia a fare la benedizione, con una croce piccola che tiene in mano, e cos
cantano quelli che stanno di fuori come quelli che stanno di dentro, fino a un
certo passo, nel quale uno de' dui che sta all'altare piglia un libro e si fa
dare la benedizione da colui che dice la messa, e un altro piglia la croce e la
campanella e va sonando verso la porta principale, dove sta tutto il popolo in
quel circuito, e ivi legge la Epistola, molto correndo con la lingua, e si
torna poi cantando alla volta dell'altare. Subito quel che dice la messa piglia
un libro dall'altare, basciandolo, e lo d a quello che ha da dire lo
Evangelio, il quale abbassa il capo e dimanda la benedizione: la quale
ricevuta, lo baciano quanti stanno appresso l'altare, e si porta a questo libro
una candela, e quello che dice l'Evangelio lo legge come si ha detta la
Epistola, molto correndo e alto quanto la lingua pu dire e la voce portare. E
tornando verso l'altare, nel cammino comincia similmente un altro canto, e
quelli che con lui vanno lo seguitano; e arrivando all'altare, danno il libro a
baciare a quello che dice la messa, e lo pongono nel suo luogo. E subito quello
che dice la messa piglia il turribolo e incensa l'altare di sopra, e vanno
molte volte intorno incensando. Compite queste volte d'incensare, torna
all'altare e fa molte benedizioni con la croce, e in questo discopre la
focaccia, che tien coperta in vece di sacramento, e la prende con ambe le mani;
e levando la destra, la focaccia rimane nella sinistra, e col dito grosso fa in
questa cinque segnali come punture, cio una nella cima, l'altra nel mezzo,
l'altra nel piede e l'altre nelle bande, e in tanto consacra nella sua lingua,
con le proprie nostre parole, e non la lieva; e il medesimo fa nel calice, e
non l'alza: dice sopra quello le proprie nostre parole nella sua lingua, e lo
copre, e piglia il sacramento del pane nelle mani e lo parte per mezzo, e della
parte che resta nella mano sinistra, piglia dalla cima di quella un pochetto, e
l'altre mette l'una sopra l'altra. Il sacerdote prende questa piccola parte per
s, e cos piglia parte del sacramento del sangue, e dapoi piglia il bacile col
sacramento coperto e lo d a colui che ha detto lo Evangelio, e cos piglia il
calice col sacramento e lo d a quello che ha detto la Epistola: e subito danno
la communione ai sacerdoti che stanno appresso l'altare, pigliando il
sacramento del bacile che il diacono tiene nella man destra, in molto poca
quantit; e mentre che egli lo d, il soddiacono piglia del sangue con un
cochiaro, d'oro o d'argento o di rame secondo la facult della chiesa, e lo d
quello che piglia il sacramento del corpo, in molto poca quantit. E da una
parte sta un altro sacerdote con un vasetto d'acqua benedetta, e mette a quello
che prese la communione nella palma della mano un poco di quell'acqua, con la
quale si lava la bocca, e poi la inghiottisce.
Fatto questo vanno tutti all'altare con questo sacramento, avanti la prima
cortina, e per questo modo danno la communione a coloro che quivi stanno, e di
quivi a tutti gli altri dell'altra cortina, e dapoi alle genti secolari che
stanno alla porta principale, cos uomini come donne, se la chiesa per  tale
che le donne vi vadino. Al dar della communione e agli altri ufficii tutti
stanno in piedi, e quando vanno a pigliar la communione, tutti vengono con le
mani alzate davanti le spalle, con le palme spiegate innanzi; e mentre che
ciascuno piglia del sacramento del sangue, prende di quell'acqua, come  detto,
e cos generalmente tutti quei che si hanno a communicare, avanti la messa, si
lavano le mani con acqua, che sta in tutte le chiese e monasteri a questo
effetto. Il prete che dice la messa e quei che stettero con lui all'altare,
finita la communione, si ritornano all'altare, e lavano quel bacile nel quale
fu posto il sacramento con l'acqua rimasa nel vaso, che dicono esser benedetta:
questa acqua si getta nel calice, e quello che disse la messa la beve tutta.
Fatto questo, uno dei ministri dell'altare piglia la croce e la campanella e,
cominciando un piccol canto, se ne va alla porta principale, ove si disse la
Epistola e l'Evangelio e ove si fin di dar la communione: e tutti quei che
sono in chiesa e fuori inchinano la testa e vannosi con Dio, dicendo che questa
 la benedizione, e che senza questa niuno non si pu partire. Nelli giorni di
sabbato, domenica e di festa, in tutte le chiese e monasteri si d pan
benedetto. La maniera che tiene questo picciolo monastero, che non ha pi di XX
o XXV frati, si osserva in tutti li monasteri e chiese grandi e picciole.
L'ufficio della messa (levate le processioni)  picciolo, perch la messa della
settimana, subito che  cominciata,  finita.


Come e dove fanno questa focaccia del sacramento, e di una processione che
fecero, e dell'apparato con che si dice la messa, e come entrano nella chiesa.
Cap. XII.

Il modo col quale si fa la sopra detta focaccia  questo. La casa dove la
fanno, in tutte le chiese e monasteri,  posta (secondo che di sopra si 
detto) verso la parte dove si dice l'Evangelio, fuori della chiesa e del
circuito coperto, che  come claustro in tutte le chiese e monasteri; e
dell'altro circuito di fuori, che non  coperto, si servono per cimiterio.
Questa casa  quasi grande come il coro dietro l'altar grande, o poco pi, e in
tutte le chiese e monasteri non si tiene quivi altra cosa se non quel che a
questo  necessario, cio un bastone, da cavare il formento fuori delle spiche,
e uno stromento da macinare la farina, percioch la fanno molto bianca, come 
conveniente per tal effetto: conciosiacosach non fanno detto sacramento con
farina o con formento nel quale le femmine abbian poste la mani. Hanno piatti
di terra ove impastano la farina, e fanno la pasta pi dura che non facciamo
noi. Hanno un fornello, come saria da lambiccare acque, e sopra quello uno
sfoglio di ferro (e altre chiese l'hanno di rame, alcune altre di terra cotta)
che  tondo, con assai buono spazio; e di sotto vi mettono il fuoco, e come 
caldo lo nettano con un panno grosso, e poi mettono di sopra un buon pezzo di
quella pasta e la distendono con un cochiaro di legno, di quella grandezza che
la voglion fare, andandola ritondando molto bene. E come la pasta  appresa, la
levano via e la mettono da banda, e ne fanno un'altra per il medesimo modo: e
questa seconda come  similmente appresa, pigliano la prima e la gettano sopra
quella, cio quella parte che era di sopra la mettono di sotto, e cos tutte
due queste paste restano insieme come quasi una focaccia, e non fanno in tanto
altro che andarla ritondando e girando intorno a questo sfoglio, tanto che esse
si cuocino di sotto e di sopra e dalle bande: e cos ne fanno quante ne
vogliono. Nella medesima casa sono le uve passe delle quali si fa il vino, e lo
ingegno da spriemerle; fassi anche in quelle il pan benedetto, che si d il
sabbato, la dominica e le feste. E quando son le feste grandi, come il Natale,
la Pasqua e la Madonna d'agosto, vanno a levar questo sacramento del pane col
palio, campane e croce divotamente, e avanti che con quelle entrino in chiesa,
danno una volta intorno per il circuito, che  come claustro; ma quando non 
festa, subito entrano in chiesa.
Il sabbato avanti l'Ascensione, che si fanno appresso noi le nostre letanie,
fecero questi frati una processione, e perch noi eravamo nuovi in questo
paese, ella ne parve bella, e fu a questo modo. Pigliarono croci e una pietra
sacrata d'altare, con gran riverenzia, coperta di panni di seta, e un frate che
la portava in testa andava similmente tutto coperto di detti panni; portavano
libri, campanelle e turriboli e acqua benedetta, e se ne andarono in alcune
campagne seminate di miglio, e ivi fecero le loro divozioni, con gridori a modo
di letanie, e con questa processione tornarono al monasterio: e dimandandogli
noi perch facevano questo, ne dissero che, mangiando i vermi il loro miglio,
per questo essi erano andati a dargli dell'acqua santa e pregar Dio che gli
levasse via. Quello che dice la messa non ha altra differenzia dal diacono e
subdiacono, nelli vestimenti, se non una stola lunga, fessa per il mezzo quanto
vi pu entrar la testa, e di dietro e davanti arriva fino in terra. Li frati
che dicono messa hanno li capelli, e li preti non portano capelli, ma vanno
tosi, e cos dicono la messa, e sempre discalzi; e non pu entrare alcuno
calzato in chiesa, e a questo allegano quello che disse Dio a Mois:
"Discalzati i piedi, perch la terra dove tu sei  santa".


Come in tutti li monasteri e chiese della terra del Prete Ianni non si dice pi
d'una messa al giorno, e della maniera della loro quaresima e loro digiuni, e
del sito del monasterio della Visione.
Cap. XIII.

In questo monasterio di San Michele ove noi eravamo, ogni giorno dicemmo la
messa, non dentro nel monasterio, ma nel circuito che  come claustro, perch
in questo paese non dicono pi d'una messa in ciascuna chiesa o vero
monasterio. Venivano i frati alla nostra messa con gran divozione, secondo che
mostravano, e supplivano con turribolo e incenso, perch noi non ne avevamo, e
costoro tengono per cosa mal fatta il dir messa senza incenso; e dicevano che
pareva loro che tutto stesse bene, eccetto che non laudavano che un solo
sacerdote dicesse la messa, perch fra loro non direbbono la messa se non
fusseno tre o cinque o sette, e questi tutti stanno all'altare. Similmente
dispiaceva loro che entrassimo in chiesa calzati, e molto pi quando vi
sputavamo, e noi ci escusavamo con dire che questo era appo noi di nostro
costume.
E cos dicemmo ogni d la messa fino alla domenica della Trinit, e quando
venne il luned dopo la detta Trinit, allora non ne volsero lasciar dire pi
la messa la mattina. Ed essendoci noi di questo maravigliati e dolendoci, e non
avendo in quel tempo alcuno interprete, dal quale potessimo sapere perch non
volevano che si dicesse la messa, intendemmo finalmente quello che con la
esperienzia dopo vedemmo, cio che costoro osservano il Testamento vecchio
quanto al digiuno, conciosiacosach grandemente digiunano la quaresima, la
quale cominciano il luned dopo la domenica della sessagesima, che son X giorni
avanti il nostro carnevale. E cos fanno 50 giorni di quaresima, e dicono che
pigliano quelli giorni avanti per li sabbati che non digiunano, e il suo
digiuno  mangiar la sera, e ogni giorno si communicano: e per tanto non dicono
messa se non quando  notte, e finita la messa si communicano e poi cenano. E
cos come hanno questi cinquanta giorni di digiuno, cos pigliano altritanti
dopo la Pasqua e lo Spirito Santo, che non digiunano alcun giorno, e quando non
vi  digiuno dicono la messa la mattina: e tutti quelli giorni mangiano carne
senza guardarne alcuno, e dicono la messa la mattina e subito mangiano, perch
non digiunano. Compito questo tempo, passata la Trinit, tutti li chierici e
frati sono ubligati a digiunare ogni giorno, salvo il sabbato e la domenica: e
dura questo digiuno fino al giorno di Natale. E perch tutti digiunano, dicono
la messa di notte, allegando a questo la cena di Cristo, che quando consacr il
suo vero corpo era digiuno, e quasi notte. Ma communemente le genti secolari,
uomini e donne, son ubligati a digiunare, dalla Trinit fino all'advento, il
mercore e il venere di ciascuna settimana, e dal giorno di Natale fino alla
Purificazione di nostra Donna, che loro chiamano la festa di san Simeone, non
hanno digiuno alcuno. Li tre primi giorni dopo la Purificazione, non essendo
sabbato o domenica, sono di grandissimo digiuno a chierici, frati e laici,
perch affermano in questi tre giorni che non mangiano se non una volta: e
chiamasi la penitenzia di Ninive. Compiti quelli tre giorni, fino all'entrare
di quaresima, tornano a digiunare secondo che avanti alla solennit della Santa
Trinit digiunavano. L'advento e tutta la quaresima gli chierici, frati, laici,
uomini e femine, piccioli e grandi, sani e ammalati, tutti digiunano: e cos da
Pasqua fino alla Trinit, e da Natale fino alla Purificazione, si dice la messa
la mattina, perch non vi  alcun digiuno; tutto il resto dell'anno si dice al
tardi, perch digiunano.
Il monasterio dove sepelimmo Matteo  lontano da questo dove noi stavamo tre
miglia di molto mala strada, e il suo titolo  la Visione di Iesus.  situato
sopra una punta di scoglio molto alta, e da ogni canto che si guarda in gi si
vede come una profondit d'inferno. La chiesa del monasterio  molto grande di
corpo e maggior d'entrata, ed  molto ben ordinata e disposta.  fabricata con
tre navi grandi e molto gentilmente fatte, con gli archi e con i suoi volti, s
che pareno che siano di legno, per essere il tutto dipinto, di sorte che non si
pu conoscere s'ella sia di pietra o di legno. Ha dui luoghi da camminare in
modo di claustro intorno al corpo della chiesa, tutti dui coperti e dipinti con
figure d'apostoli e patriarchi, e tutto il vecchio Testamento, e san Giorgio a
cavallo, il quale  in tutte le chiese; e similmente vi  un panno di arazzo
grande, dove  un crocifisso, la nostra Donna, gli apostoli, patriarchi e
profeti, e ciascuno ha il suo titolo o ver nome in latino, che dimostra quella
opera non esser di quelli paesi. Vi sono eziandio molte imagini antiche, le
quali non stanno sopra gli altari, perch non  questo il lor costume, ma le
tengono in una sagrestia, rinvolte con molti libri, e non le cavano fuori se
non le feste.
In questo monasterio  una gran cucina con tutte le masserizie necessarie, e un
gran luogo per refettorio, dove mangiano tutti insieme: e mangiano a tre a tre
in una conca di legno, non molto profonda, ma piana come una piattella di
legno. Il mangiar loro  molto tristo: il pane  fatto di miglio zaburro e
d'orzo, e di un'altra semenza che chiamano tafo, la quale  picciola e negra.
Fanno questo pane rotondo, della grandezza come  un pomo d'Adamo, e ne danno
tre di questi a ciascuno, e a' novizzi ne danno tre fra due persone, che mi
spavent a pensare come si possono con s poco mantenere; similmente lor danno
alquanto di verze, senza olio o sale. Di questo medesimo mangiare mandano a
molti frati vecchi onorati, alli quali portano gran riverenzia: e questi non
vengono al refettorio. E se alcuno mi dimandasse come io sappia questo,
rispondo che, oltra il vedere ch'io feci quando sepellimmo Matteo, il pi del
tempo delli sei anni che stemmo nell'Etiopia fu la nostra stanza non molto
lontana da detto monasterio, di sorte che mi partiva spesso la mattina da casa
sopra la mia mula e arrivava a ora di vespero al monasterio, e il pi delle
volte andava a passar tempo con li frati, e principalmente nelle lor feste: e
intesi molte cose da loro, delle lor faccende, entrate, usanze e costumi.
Stanno ordinariamente in questo monasterio cento frati, e la pi parte son
vecchi di grand'et e secchi come legni, pochi giovani e molti fanciulli, che
allevano di et di otto anni in suso, e molti di loro storpiati e ciechi.
Questo monasterio  murato tutto d'intorno, n vi s'entra se non per due porte,
che stanno sempre serrate.


Come il monasterio della Visione  capo di sei monasterii, e del numero de'
frati, e dei suoi ornamenti; e del "tascar", cio festa, che fanno a uno abbate
Filippo che dicono esser santo.
Cap. XIIII.

Questo monasterio  capo di sei monasterii, che stanno all'intorno di quello
per queste montagne, e quello che  pi lontano  per ispazio di XXIX in XXX
miglia: e tutti son suggetti a questo e gli danno ubbidienza. In ciascuno di
essi  un david, cio guardiano, posto per l'abbate o vero provinciale; e quel
monasterio che tiene david, cio il guardiano,  sotto lo abbate, che  come
provinciale. Io sempre udi' dire che in questo monasterio erano da tremila
frati, e perch molto ne dubitava, volli venire una volta a far la festa della
nostra Donna d'agosto, per vedere quanti si mettevano insieme: e certo ebbi
piacer grande di veder la ricchezza di questo luogo, in una procession che
fecero, e i frati non passavano da CCC, a mio giudicio, e la maggior parte
erano vecchi. Viddi un gran circuito che ha questo monasterio, intorno a duoi
luoghi che sono come claustri, il qual circuito  discoperto: ma allora era
coperto tutto di broccato, broccatelli, velluti dalla Mecca, tutte pezze
lunghe, cucite l'una con l'altra per abbracciar tutto questo circuito, per il
quale fecero una processione molto bella, tutti con le cappe de' medesimi panni
di broccati, ma mal fatte, come di sopra  detto. Portavano 50 croci d'argento,
picciole e mal fatte, e altritanti turribuli di rame; nel dir della messa,
viddi un gran calice d'oro e un cucchiaro d'oro col quale davano la communione.
E di CCC che in questo monasterio vennero, molto pochi erano quelli che io
conosceva. Dimandai ad alcuni miei amici per che causa, essendo in questo
monasterio cos gran numero di frati come si diceva, non erano presenti se non
pochi a tal solennit: mi risposero che ancora era maggior numero di quel che
si pensavano, per essere sparsi in altri monasteri, chiese e fiere, a
guadagnarsi il lor vivere infin che sono giovani, perch nel monasterio non si
possono mantenere se non con la loro industria, e quando son vecchi che non
possono caminare, vengono a morire in questo monasterio. In questo giorno viddi
vestire l'abito a 17 giovani.
In detto monasterio  la sepoltura d'uno abbate o vero provinciale che si
chiamava Filippo, e le sue opere di santit furono molto grandi, perch dicono
che si trovava un re Prete Ianni, che ordin che non si dovesse guardare il
sabbato in tutti li suoi regni e signorie, e questo Filippo and immediate a
trovarlo con li suoi frati e con molti libri, e gli mostr come Dio aveva
ordinato che si guardasse il sabbato, e chi non lo guardava fusse lapidato.
Costui disput questa cosa avanti tutti li frati d'Etiopia, e fu laudato avanti
il re: e per questo dicono che esso  santo, e gli fanno ogni anno nel mese di
luglio una festa, la quale chiamano tascar di Filippo, che vuol dire il
testamento o memoria di Filippo. E per questo gli abitanti di questa terra e
del monasterio son li pi macchiati di questa eresia giudaica che siano in
tutta la terra del Prete Ianni, ancora che tutti ne tenghino parte: ma questi
pi di tutti gli altri. Io ho visto con li miei occhi cuocere le verze per il
sabbato e fare il pane per il sabbato, e il sabbato in questo monasterio non si
fa fuoco; la domenica poi fanno tutto quello che bisogna per mangiare. E io
venni due volte a questo tascar di Filippo, nel quale mi fecero grande onore; e
in quello ammazzano ogni anno molti buoi, e in uno ne viddi ammazzare XXX e
nell'altro XXVIII, i quali sono offerti dagli abitanti circonvicini per
divozione a questo Filippo: e danno questa carne cruda a tutta la gente che
viene al tascar, e non gli danno pane. Li frati non mangiano carne. A me
mandavano ogni anno duoi grandi e grossi quarti di carne, con molto pane e vino
di mele, il quale similmente i frati non beveno nel monasterio: ma quando son
di fuori con noi altri Portoghesi, beveno vino e mangiano carne, se  un solo,
ma essendo duoi non lo fanno per paura l'uno dell'altro.
Questo monasterio, e tutti gli altri che gli son suggetti, tiene un ordine, che
non vi entrano donne, n mule, n vacche, n galline, n altro animale che sia
del sesso feminino: questo l'ho da loro saputo e anche veduto, perch in quella
ora ch'io arrivava un tiro di balestra lontano dal monasterio, mi venivano a
prender la mula, senza ch'io potessi arrivare al monasterio, e la mandavano ad
una lor possessione detta Giangargaram, dove mor Matteo; e fanno ammazzar le
vacche e le galline un pezzo lontano dal monasterio. Nel monasterio non viddi
altro che un gallo con duoi sonagli a' piedi, e senza galline: e mi dicevano
che lo tenevano acci che facesse loro segno delle ore dei matutini. Se vi
entrano femine essi lo sanno, perch molte volte dimandai a certi fanciulli che
si allevano ivi di chi erano figliuoli: essi mi nominavano li frati per lor
padri, e cos conobbi frati giovani, figliuoli de frati vecchi, nominati per
figliuoli.


Dell'agricoltura di questa terra, e come si guardano dalle fiere, e
dell'entrate del monasterio.
Cap. XV.

Questi frati e quelli degli altri monasteri suoi sudditi potriano fare molto
bene d'intorno alle cose di villa, e di allevar arbori, vigne e orti con li lor
esercizii, e nondimeno non fanno cosa alcuna; e la terra  buona e atta a
produrre ogni cosa, secondo che si comprende per quello che  salvatico e
deserto, ed essi non coltivano altra cosa se non campi de migli e buchi de api.
E come  notte non escono mai delle lor case, per paura degli animali
salvatichi che sono in quel paese; e quelli che guardano i migli hanno le loro
stanze molto alte da terra, sopra arbori, dove dormono la notte. Son
all'intorno di questo monasterio e per le valli di quelle montagne gran mandrie
di vacche, guardate da Mori arabi, che vanno insieme 40 e 50 con le loro mogli
e figliuoli: e il capitano tra loro  cristiano, perch le vacche che guardano
son di gentiluomini cristiani del paese di Barnagasso. Questi Mori non
guadagnano altra cosa per la lor fatica se non il latte e butiro che cavano
dalle vacche, e con questo si mantengono loro, le mogli e i figliuoli. Alcune
volte ne accadeva dormire appresso questi Arabi, ed essi ne venivano a
dimandare se volevamo comprar vacche, e ne le davano per buon mercato a nostra
scelta. Dicesi che son tutti ladroni, favoriti dai signori de' quali sono le
vacche, e cos non si passa tra loro se non in grossa carovana.
L'entrate che ha questo monasterio della Visione son molto grandi, come io
viddi e seppi: primamente questa montagna nella quale  posto questo monasterio
pu essere da 30 miglia di paese, nel qual si seminano molti migli, orzi,
segale e tafi, e di tutto pagano al monasterio i suoi diritti, e ancora dei
pascoli degli animali. Nelle valli di queste montagne son di gran ville, e la
maggior parte son del monasterio; e dopo una o due giornate vi son molti e
infiniti luoghi che sono del monasterio, e si chiamano gultus del monasterio,
che vuol dire luoghi privilegiati. Don Rodrigo ambasciadore e io andammo una
fiata al cammino della corte, partendoci da questo monasterio, ben cinque
giorni di cammino, e arrivammo in una congregazione che si chiama Zama, dove
stemmo il sabbato e la domenica in un picciolo luoghetto, ove potevano essere
da XX case. Quivi ne dissero che quel luogo era del monasterio della Visione, e
che vi erano cento luoghi, tutti del monasterio; e cos ne mostrorno molti di
quelli, e ne dissero che pagavano al monasterio di tre in tre anni un cavallo,
che sarebbeno 33 cavalli per anno. E per saper meglio questo, io ne dimandai
allo alicasin del monasterio, che vuol dire auditore o vero maestro di casa,
perch costui riceve e fa giustizia; ed esso mi disse che era la verit che
pagavano li detti cavalli. E gli dimandai per che cosa voleva il monasterio
tanti cavalli, conciosiach essi non cavalcavano; mi disse che non pagavano
cavalli, ma vacche in luogo di quelli, cio 50 vacche per cavallo: e questo
tributo de' cavalli era usitato fino al tempo che questi luoghi erano delli re,
li quali dotarono il monasterio con le sue iurisdizioni, e dapoi si composero
gli abitanti di quelli paesi col monasterio e tramutarono il pagar de' cavalli
in tante vacche, oltra le quali pagavano molti altri tributi di biade. Ha
questo monasterio, pi di 15 giornate di cammino dentro nel regno di
Tigremahon, una gran congregazion che saria bastante a essere un ducato, la
quale si chiama Adetyeste, e paga ogni anno 60 cavalli e infiniti tributi e
diritti. Vanno sempre a questa congregazione pi di mille frati di detto
monasterio, perch in quella son molte chiese: e di questi frati alcuni di loro
son buoni e onorati e divoti, e alcuni ben tristi e scostumati. Oltra il
tributo dei sopradetti cavalli che si pagano al detto monasterio, vi son molti
altri luoghi, che sono proprii del re, che pagano tributo de cavalli, per
essere cos l'antica sua usanza: e son luoghi contermini alli paesi d'Egitto,
donde vengono buoni e gran cavalli, e altri d'Arabi, che hanno similmente buoni
cavalli, ma non cos buoni come quelli d'Egitto.


Come i frati impedirono la partita nostra.
Cap. XVI.

Io ritorno al nostro cammino e dico che, stando noi ancora nel monasterio di
San Michele, arriv un uomo che mandava Barnagasso per condurne via, e con lui
erano i duoi nostri Portoghesi: e fu alli 4 di giugno. E conducevano alcuni
buoi e uomini per levar le nostre robbe, ma il detto uomo se ne and subito per
quelle montagne, a cercar pi buoi e pi persone di quelle ch'esso aveva
condotte. Ed essendo gi le nostre robbe nella strada preparate per andarcene
con tutte le genti e buoi in ordine, vennero i frati e parlarono molto con le
genti, e noi non intendevamo ci che dicessero, disturbarono la nostra partita
di maniera che noi ritornammo a raccoglierle. E fu necessario mandar di nuovo a
Barnagasso, e vi and Giovanni Scolaro scrivano con il suo uomo, e tardarono
sei giorni; e vennero con risposta di buono aviamento, cio che ne conducessero
noi e le nostre robbe, e che ne dessero muli e buoi quanti ne facessero
bisogno. Con tutto questo i frati erano disposti di volerne turbare, s come
coloro che ci volevan male.
Partimmo da questo monasterio di San Michele alli XV del mese di giugno, e
perch si tardava nel caricare le robbe, conciosiach i buoi non erano venuti
se non pochi, e non vi erano mule che fussero a sufficienzia per tutti noi,
alcun partirono a piedi. Eravi anco poca gente per levar le nostre robbe, e non
potendo andare i buoi per li boschi e selve folte, per essere tutta la terra
sassosa e salvatica, restarono ivi le bombarde con le code e li barili della
polvere. E non potevano essere lungi dal monasterio pi che due miglia che,
arrivando l'ambasciadore e gli altri che con lui erano, trovammo tutte le robbe
discaricate: e non potendo intender la causa perch l'avevano fatto, di nuovo
le facemmo caricare. E non si volendo ancor muovere del tutto, si lev rumore
tra quelli negri, dicendo che vi erano ladroni li quali stavano aspettandone in
cammino; n per questo restammo di far partire le robbe avanti per quelli
boschi, dove il cammino era stretto. Aveva l'ambasciadore terminato, e noi
altri, di morire in questo servizio del nostro re: del che i negri si
spaventavano molto, e stupivano del grand'animo di X o XII di noi, che non
temevamo passare cos forti montagne, dove dicevano essere gran moltitudine de
ladroni. E cos ne andammo alla buon'ora, avendo caricati avanti i buoi e
negri, e camminammo per molto terribili montagne diritte e tagliate con un
pessimo cammino di pietre: e la maggior parte de' boschi di queste montagne
sono olivi salvatichi molto belli, con li quali si potriano fare dei buoni
olivari. Uscendo di queste montagne trovammo alcuni fiumi secchi, che nel tempo
del verno son grandi e terribili, cio per lo spazio che durano i nembi e
tuoni, e come il nembo e il mal tempo finisce, subito il fiume resta secco; e
da una parte e dall'altra dei detti fiumi sono altissime e diritte montagne,
della medesima salvatichezza dell'altre. Lungo di queste fiumare son
grandissimi boschi d'arbori molto belli e alti, ma non conosciuti, tra i quali
appresso le ripe sono alcune palmiere, della sorte di quelle che fanno li
palmetti in Algarbo, luogo di Portogallo. Appresso d'uno di questi fiumi
dormimmo una notte, con assai acqua e pioggia e tuoni.


Come passammo una gran montagna, dove era gran moltitudine di simie,
e come arrivammo il giorno seguente a un luogo che si chiama Calote.
Cap. XVII.

Il giorno seguente tornammo a traversare un'altra montagna, alta e oltra modo
salvatica, s che non potevamo sopra le mule n a piedi andare. In questa
montagna trovammo molti animali di diverse sorti, e infinite simie a squadre: e
non si veggono generalmente per tutta la montagna, se non dove  qualche
rottura e grotta grande e qualche caverna, e non andavano manco di 200 o 300
insieme. E dove  terra piana sopra le dette rotture, fanno la loro stanza, e
non vi resta pietra che non la rivoltino, e cavano la terra che pare ch'ella
sia stata lavorata. Son molto grandi, e dal mezzo innanzi pelose come lioni, e
son della grandezza de' castroni.
Passata la montagna, fummo a dormire a un luogo a pi di quella, che si chiama
Calote: pu essere, da questo luogo al monasterio donde partimmo, da sedeci in
disdotto miglia. Passammo un fiume d'acqua corrente molto chiara e buona, a pi
del detto luogo, ove fummo a visitare un molto onorato gentiluomo capitano di
quello, molto vecchio, e alloggiava molto onoratamente: e ne fece grandissime
carezze, dandone galline cotte in butiro e vini di mele in abondanzia, e ne
mand una molto grande e grassa vacca dove eravamo alloggiati. Il giorno
seguente fummo a dire la nostra messa nella chiesa del detto luogo, che si
chiama San Michele, ed  povera, cos la casa come gli ornamenti. In quella
sono tre chierici maritati e altri tre zagonari, cio da Evangelio: e questi
sono di necessit, perch con manco non potriano dir messa. Quest'onorato
capitano viddi io dapoi frate nel monasterio della Visione, e lasci la
signoria e l'entrate a' suoi figliuoli, ch'erano onorate persone: e vidi
ch'esso stava alla porta di fuori e non entrava nel monasterio, e ivi riceveva
la communione con li novizii, e compito l'uffizio sempre stava onoratamente col
provinciale.
Questa domenica ci partimmo al tardi, perch le genti del paese che ne
guidavano cos volsero, e quindi cominciammo a camminare per terre piane,
seminate e lavorate al modo di Portogallo: e li boschi ch'erano tra questi
luoghi lavorati, tutti sono olivari salvatichi bellissimi, senza altri arbori.
Dormimmo appresso un fiume corrente, fra molte ville buone.


Come arrivammo al luogo di Barua, e come l'ambasciadore
fu a ritrovare Barnagasso, e della maniera del suo stato.
Cap. XVIII.

Arrivammo al luogo di Barua, che pu esser lontano nove miglia dal luogo di
Calote, a' XVIII del mese di giugno. Questo luogo  capo del paese e regno di
Barnagasso, nel quale son li suoi palazzi principali, che essi chiamano
betenegus, cio casa del re. In questo giorno che noi qui arrivammo, si part
Barnagasso, prima che noi giugnessimo, per un altro luogo d'un'altra
congregazione: e il luogo si chiama Barra, e la congregazione Ceruel. Il partir
del quale giudicammo che fusse per non ci far accoglienza; alcuni ci dissero
che egli era partito per il dolor degli occhi. Fummo quivi alloggiati
benissimo, secondo il paese, e in case grandi e assai accommodate a pi piano,
e di sopra erano terrazzate.
Nel terzo giorno del nostro arrivare, deliber l'ambasciadore d'andar a
visitare Barnagasso, col quale andammo cinque in compagnia, tutti a cavallo con
mule, e arrivammo dove esso era a ora di vespero: e dal luogo onde partimmo per
fino al luogo ove abitava Barnagasso erano XI miglia vel circa. E arrivati,
smontammo avanti i suoi palazzi, vicini alla porta della chiesa, dove entrati
facemmo la nostra solita orazione; la qual finita, pigliammo il cammino verso
il suo palazzo, parendo a tutti noi che subito dovessimo parlargli: ma non ci
lasciorono entrare, dicendo che dormiva. Dove aspettando un pezzo per
parlargli, non vi fu ordine alcuno, ma ci fecero alloggiare in una corte di
capre, nella quale malamente potevamo star tutti; e per dormire ne dettero, in
cambio di letto, due corami di buoi col suo pelo, e a cena pane e vino di quel
paese a bastanza, con un castrone. Nel giorno seguente aspettammo gran pezzo
che ne dimandassero per aver audienza; finalmente fummo dimandati, ed entrando
nella prima porta trovammo tre uomini a guisa di portinari, li quali avevano
ciascun di loro una sferza in mano: e volendo noi entrare, non ci lasciorno,
dicendo che gli donassimo del pevere, dove ne tennero gran pezzo fuori.
Finalmente entrati nella prima porta, arrivammo alla seconda, alla quale
trovammo tre altri portieri che parevano pi onorati, li quali per pi di mezza
ora ne fecero star in piedi sopra un poco di paglia, e il sole scaldava tanto
che ci consumava; e saremmo restati quivi molto pi, se non che l'ambasciadore
gli mand a dire in colera o che lo lasciasse intrare o che esso se ne
tornarebbe all'alloggiamento. Allora uno pi onorato degli altri venne e ci
disse ch'entrassimo.
Stava il detto Barnagasso in una gran casa a pi piano, perch in quel paese
non vi sono case in solari, e stava a giacere in una lettiera, come era di suo
costume, circundata da alcune cortine assai povere: egli aveva male agli occhi,
e la moglie gli sedeva appresso da capo. Quivi fatte le debite salutazioni,
l'ambasciadore gli offerse il suo medico per medicarlo; al quale egli rispose
che non aveva bisogno di medico e che non ne faceva conto. Dipoi l'ambasciadore
gli dimand di grazia che gli desse commodit di fare il nostro viaggio,
allegandogli quanto grata cosa faria al re di Portogallo, e che sarebbe
remunerato dal detto re e dal suo capitan maggiore, e che esso, ricevendo tal
grazia, lo farebbe sapere al Prete Ianni. E dicendo Barnagasso: "Che  quello
di che avete bisogno?", rispose che aveva bisogno di buoi, di asini per caricar
le robbe e di mule per cavalcare. A questo gli replic Barnagasso che mule non
gli poteva dare e che le comprassimo, e che del resto ci provederebbe, e che
mandarebbe in nostra compagnia un suo figliuolo, il quale ne accompagnerebbe
per fino alla corte del Prete Ianni: e con questo ci licenzi.


Come dettero da mangiare in casa di Barnagasso all'ambasciadore,
e come in questa terra non si contano le giornate per miglia.
Cap. XIX

Essendo noi fuori della casa dove stava Barnagasso, in una corte d'un'altra
casa, ci messero a sedere in piano sopra alcune stuore, dove ci portorno un
catino di legno pieno di farina d'orzo un poco impastata, e un corno di vino
fatto di mele: e perch noi non eravamo usi a mangiare n vedere simili cibi,
non volemmo mangiare, ma dapoi che ci usammo gli mangiavamo volentieri. E
allora senza mangiare ci levammo e tornammo allo alloggiamento, e subito
montammo a cavallo due ore innanzi mezzogiorno, e andando al nostro viaggio da
circa due miglia, ne venne un uomo dietro correndo, il quale ne disse che
l'aspettassimo, perch la madre di Barnagasso ci mandava da mangiare, e ch'ella
averia per male se noi non l'accettassimo: e cos aspettammo, e ci portarno
cinque pani di formento, molto grandi e buoni, e un corno di buon vino pur di
mele. E non si maravigli alcuno d'udire un corno di vino, perch i gran signori
e il Prete Ianni fanno li loro vasi da tener vino di corni di buoi, e vi si
trova corno che tiene cinque e sei inghistare. E pi ne mand della detta
farina impastata, dicendo che in quella terra la tengono per buona vivanda:
questa farina  d'orzo arrostito e fatto in farina, e l'impastano con un poco
d'acqua e cos la mangiano. Noi, mangiato che avemmo, seguitammo il nostro
cammino verso il luogo di Barua, dove avevamo lasciate le nostre robbe e dove
eravamo alloggiati.
In questa terra, e in tutti li regni del Prete Ianni e suo dominio, non si
ragiona a leghe n miglia, e se dimandate: "Quanto  di qua al tal luogo?", vi
risponderanno: "Se partirete al levar del sole, arrivarete quando il sole sar
ivi", segnando il luogo nel cielo; "e se camminarete pianamente, arrivarete
quando le vacche si serrano", che  la notte; e se il cammino  lungo,
"arrivarete in un sambete" che vuol dire in una settimana: e cos vi assegnano
secondo la distanzia. E perch ho detto che dal luogo di Barua fino al luogo di
Barra ci sarebbeno da X in XII miglia, cos  a nostro giudicio, perci che
dipoi vi fummo assai volte, e partivamo da uno de' detti luoghi e andavamo a
desinare all'altro, dove negoziavamo, e tornavamo ancora col sole a casa.
Questi del paese contano questo andare per una giornata, perch camminano poco.
Fra l'uno e l'altro luogo  un paese singulare, cio terra molto lavorata e
campagne di formento, di miglio, d'orzo, di ceci, di lente e di molte altre
sorti di semenze che sono in quel paese, che a noi sono incognite, cio taffo
di guza, miglio zaburro: e questo taffo di guza  semenza tra loro molto buona
e delicata, ed  molto stimata perch il verme non la mangia, che suol mangiare
il formento e altri legumi, e dura assai tempo. Per la strada, da una banda e
l'altra, si veggono pi di cinquanta villaggi grandi e molto bene abitati, e
tutti in campagne verdissime. Per queste terre lavorate vi vanno mandrie di
vacche salvatiche, quaranta, cinquanta e sessanta in frotta: e noi Portoghesi
andavamo alla caccia con molto piacere, prendendone infinite, perch quelli del
paese poco fastidio pigliano, ancor che da quelle ne ricevino assai danno ne'
loro grani, ma non le sanno ammazzare.


Del luogo di Barua, e delle donne e traffico di quelle,
e delli matrimonii che si fanno fuor della chiesa.
Cap. XX.

In questo luogo di Barua nel quale noi ci trovammo, e dove poi siamo stati
assai tempo, sono trecento fuochi, e la pi parte di questi abitatori son
donne, perch in questo luogo  come corte, per pi rispetti. L'uno  che qui
non mancano mai genti della corte del Prete Ianni, e quelli che vengono, non
avendo seco donne, si servono di quelle; l'altro perch quivi  la corte di
Barnagasso, dove per la maggior parte del tempo fa residenzia, e di continuo ha
in casa sua pi di trecento cavalcature, e di pi altritanti che ogni giorno
vengono a negoziare col detto Barnagasso per conto delle lor faccende e liti, e
pochi stanno senza donne: e questo fa che quivi vivono donne giovani. Le quali,
poi che son vecchie, hanno un altro modo di vivere, percioch in questo luogo
si fa un mercato ogni marted molto grande, dove si congregano da 300 in 400
persone, e tutte le donne vecchie e giovani hanno misure, con le quali vanno
misurando per il mercato tutto il formento e sale che si vende, e con questo
vanno guadagnandosi il vivere; e di pi danno da dormire a quelli che restano
quivi, e salvano la robba che avanza loro da vendere per l'altro mercato, e
cos ogni altra cosa. E perch in questo luogo son molte donne, gli uomini che
son ricchi e hanno il modo pigliano due o tre mogli, n  loro proibito dal re
n dalla giustizia, ma solamente dalla chiesa, perch tutti coloro che hanno
pi d'una moglie non possono entrar in chiesa e manco communicarsi, n
participare d'alcun altro sacramento della chiesa, e sono tenuti per
scommunicati.
Nel tempo che stemmo in questo luogo, un mio cugino e io alloggiammo in casa di
un uomo che si chiamava Ababitay, che aveva tre mogli: ed erano da noi
conosciute e nostre amiche di buona amicizia. E mi disse che ne aveva avuto
trentasette figliuoli con esse, e che niuno gliele aveva proibite, eccetto che
la chiesa non gli dava la communione. Adesso, cio innanzi che noi partissimo,
ne aveva licenziate due ed era restato con una sola, cio con quella che
ultimamente aveva tolta: per gli furono renduti tutti li sacramenti e data
licenzia che potesse andare alla chiesa, come se una sola moglie avesse avuta.
E per queste ragioni in quel luogo son molte donne, perch gli uomini che son
ricchi e cortigiani ne pigliano due o tre o pi, secondo che piace loro.
I matrimonii in questa terra non sono stabili, perch per poca cosa si
dividono. Io ne ho veduto sposar molte, e mi trovai presente a uno sponsalizio
fatto fuor di chiesa, che fu fatto in questo modo. In un cortile avanti a una
casa fu posta una lettiera, e in quella posero a sedere lo sposo e la sposa, e
vi vennero tre preti e cominciorno a cantare in voce alta "Alleluia", e cos
cantando a modo di versi andarono tre volte intorno alla lettiera; dapoi
tagliorno allo sposo un ciuffo di capelli sopra la testa, e altritanti alla
sposa nel medesimo luogo, e detti capelli bagnarono in vino fatto di mele, e li
capelli dello sposo messero sul capo della sposa, e quei della sposa messero
sul capo dello sposo, nel medesimo luogo dove erano stati tagliati, e sopra
quelli buttarono dell'acqua benedetta. E dapoi cominciorno a far festa a uso di
nozze, e la notte furono accompagnati detti sposi in casa loro: e per un mese
non va alcuno in quella casa, se non solo un uomo il quale  il compare, che
sta tutto il mese con loro, e finito il mese si parte. E se la sposa  donna di
conto, sta cinque o sei mesi ad uscir di casa, e di continuo tiene un velo
negro dinanzi al viso: e se avanti li sei mesi s'ingravida, lieva via il velo,
e se non s'ingravida, finito il tempo delli sei mesi se lo cava.


Del modo di sposar in chiesa e le benedizioni che si fanno, e li suoi
contratti,
e come si partono i mariti dalle mogli ed esse da loro.
Cap. XXI.

E pi ho visto abuna Marco, che loro chiamano il patriarca, far alcune
benedizioni nella chiesa, cio avanti la porta principale, dove mettevano a
seder lo sposo e la sposa in una lettiera, intorno alla quale esso and con
l'incenso e con la croce; e accostatosi a' detti sposi, pose loro la mano sopra
'l capo, dicendo che guardassero quello che Dio comandava nello Evangelio, e
che si ricordassero che non erano pi divisi, ma uniti tutti due in una carne,
e che cos dovevano essere con i cuori e volont: e ivi stettero fino che fu
detta la messa, dove, communicati che gli ebbe, dette loro la sua benedizione.
Questo ho visto fare in un luogo che si chiama Dara, il qual  del reame di
Xoa, e un altro ne ho visto fare in una villa, parrocchia di Coquete, luogo del
reame di Barnagasso. E quando questi sponsalizii si fanno, son terminati per
contratto, cio, se tu lascierai me o io te, quello che sar causa di tal
divisione pagher tanto di pena: la qual pena si mette, secondo la qualit
delle persone, o in tanto oro, o tanto argento, o tante mule, o tante vacche, o
tante capre, o tanti panni, o tante misure di formento. E se alcuno vuol
separarsi, subito cerca causa per la quale egli lo possa fare: e per tal
ragioni pochi son quelli che caschino in dette pene, e cos si dividono quando
vogliono, cos lo sposo come la sposa. E se alcuni conservano l'ordine del
matrimonio, questi son i preti, che non si possono separare, e anco li
contadini, li quali pongono amore alle lor mogli, perch danno loro aiuto
grande nel nutrire i bestiami e figliuoli, e nel zappare e mondar le lor biade,
e perch la sera, tornando a casa, trovano le cose necessarie apparecchiate: e
cos, per queste commodit, stanno sempre maritati fin che vivono.
E perch ho detto che nelli contratti mettono pene, il primo Barnagasso che noi
conoscemmo, che aveva nome Dori, si separ dalla sua moglie e pag di pena
cento oncie d'oro, ch'erano mille pardai, cio mille ducati, e si marit con
un'altra; e la moglie si marit con un gentiluomo detto Aron, fratello del
detto Barnagasso: e di questa donna tutti due questi fratelli ebbero figliuoli,
da noi conosciuti. Questi son gran signori, e son fratelli della madre del
Prete Ianni, la quale tutti noi abbiamo conosciuta. E noi altri Portoghesi
conoscemmo Romana Orque, nobile signora sorella del Prete Ianni, che era
maritata con un grande e nobil giovane, e nel nostro tempo si separ da questo
suo marito e si marit con un uomo di et di pi di quaranta anni, uomo di gran
credito nella corte, il quale si chiamava Abucher: e suo padre aveva nome
Cabeata, che  uno delli gran signori che siano nella corte. E cos di queste
separazioni ne ho vedute e ne so molte, e ho voluto metter queste per essere di
gran signori; e perch ho detto che Aron aveva preso per moglie la moglie di
suo fratello Dori, non vi maravigliate punto, perch  usanza di questa terra e
non par cosa strana che il fratello dorma con la moglie dell'altro fratello,
perch dicono che il fratello suscita la sua generazione, come usava la legge
vecchia.


Del modo del battesimo e della circoncisione, e come portano i morti a
sepelire.
Cap. XXII.

La circoncisione la fa chi la vuol fare, senza alcuna cerimonia: solamente
dicono che cos la trovano scritta nei libri, che Dio comand circoncidere. E
non si maravigli chi udir questo, perch circoncidono similmente le femine
come i maschi, la qual cosa non si usava nella legge vecchia. Il battesimo lo
fanno in questo modo: battezzano li maschi dopo XL giorni, le femine dopo LX, e
se inanzi muoiono vanno senza battesimo. E io molte volte e in molti luoghi ho
detto che facevano grand'errore in questo, e che essi facevano contra lo
Evangelio del nostro Signore, che disse: "Quod natum est ex carne, caro est, et
quod natum est ex spiritu, spiritus est", cio: quello che  nato di carne  di
carne, e quello che  nato di spirito  di spirito. A questo mi rispondevano
assai volte che bastava la fede della madre, e la communione ch'ella pigliava
essendo gravida. E questo battesimo lo fanno in chiesa come noi, ma non nella
pila del battesimo, ma alla porta della chiesa con un boccal d'acqua: e cos lo
benedicono, e mettono l'olio come noi nella sommit della fronte e nelle
spalle; e non usano il sacramento della cresima, n l'olio della estrema
unzione. Questo officio di catechismo non  tanto grande quanto  quello
dell'arcivescovado bracarense, ma par che sia quale  quello che si usa nella
chiesa romana. Al tempo che vogliono battezzar la creatura con detta acqua, uno
che  l come compare piglia la creatura dalle mani della comare che la tiene,
e la piglia sotto le braccia e cos la tien sospesa; e il prete che battezza
piglia il boccale con una mano e, spargendo l'acqua sopra la creatura, con
l'altra mano la lava, dicendo le nostre medesime parole, cio: "Ti battezzo in
nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo". Quest'officio lo fanno
sempre in sabbato o la domenica, perch si fa la mattina alla messa; e a tutti
quelli che battezzano, cos maschi come femine, danno il sacramento in poca
quantit e per forza d'acqua gliel fanno inghiottire: a questo io diceva che
questa communione era molto pericolosa, e niente necessaria. E perch io dissi
che essi mettono l'olio nella sommit della testa, questo si  perch tutti i
fanciullini son portati a battezzare con la testa rasa.
E quelli segni che vediamo ad alcuni schiavi negri portare nel naso e in mezzo
gli occhi, o vero nelle ciglie, non son fatti con fuoco n per cosa che tocchi
alla cristianit, ma solamente son fatti per una galantaria, con ferro freddo,
e dicono che son belli da vedere. E vi son donne gran maestre in far questi
segni, e fannogli in questo modo: pigliano uno spicchio d'aglio grande,
mondato, non molto fresco, e lo mettono appresso l'occhio o in altra parte dove
vogliono far il segno, e dipoi tagliano intorno con un coltello aguzzo, cio
attorno il detto aglio; e allora slargano quel taglio e vi mettono sopra un
poco di cera, e sopra la cera un poco di pasta, e legano con un panno, e
lasciano stare cos legato una notte. E resta il segno per sempre mai, che par
fatto con fuoco, perch il color di quel segno  negro pi di quello che lor
sono.
Nel morir delle persone, le ho vedute portare, cos le grandi come le mezane e
basse, tutte a un modo. Prima, nel tempo del morire, loro non usano d'accender
candele, ma poi che son morti danno loro molto incenso e li lavano, e dapoi
fasciano tutta la persona in un lenzuolo, e se  persona grande gli mettono
sopra il lenzuolo un cuoio di bue disteso nella lettiera. E venendo i preti per
portarlo a sepellire, dicono un poco d'ufficio, e lo pigliano portandolo verso
la chiesa con la croce, con il turribulo e con l'acqua benedetta, correndo
quanto pi possono, che non  uomo che possa giungerli. E giunti alla chiesa,
non mettono il morto in quella, ma subito lo pongono appresso la fossa, e non
gli dicono niente del nostro ufficio, cio l'ufficio de' morti, n alcuno salmo
di David n di Iob. E io dimandando che cosa era quella che essi dicevano, mi
rispondevano che era l'Evangelio di san Giovanni tutto integro: il qual finito
lo mettevano nella fossa, alla quale prima davano l'incenso e l'acqua
benedetta. N si dice altramente messa de' morti, e manco per divozion di alcun
vivo; solamente usano di dire una messa al giorno per ogni chiesa, e tutti
quelli che vi vanno si communicano.


Del sito del luogo di Barua, capo del regno di Barnagasso, e delle case loro,
e della sorte delle salvaticine.
Cap. XXIII.

Questo luogo di Barua  molto buono e bello, ed  posto sopra una roccia over
dirupo molto alto, a canto il quale passa un fiume. Le case del re sono
edificate sopra di detta roccia, molto ben fatte, a modo di fortezza. Tutto il
restante del paese son campagne grandissime coltivate, e in quelle si veggono
infinite ville, e la terra  molto fertile per nutrire il bestiame, cio
vacche, capre, pecore e molti altri animali salvatichi da cacciare. Nel fiume
si trova molto pesce e buono, molte oche salvatiche e anitre marine. Si veggono
anco molte salvaticine d'ogni sorte, cio vacche salvatiche e lepri in gran
quantit, di maniera che ogni mattina ne amazzavamo da XX in XXX senza cani,
solamente con le reti. Sonvi pernici di tre sorti, che dalle nostre non son
dissimili se non nella grandezza e nel color dei piedi e becco, cio che son
grandi come capponi e del colore delle nostre, ma i piedi e becco gialli, e
altre come galline, ma hanno li piedi e becco vermiglio; sono ancora alcune
altre di natura come le nostre pernici, ma hanno i piedi e il becco berrettino,
le quali, se ben son diverse di colore e di grandezza dalle nostre, nondimeno
son tutte nel mangiare del medesimo sapore, e ancora molto pi delicate.
Tortore vi son senza numero, che volando oscurano il sole, molto grasse e
buone, e cos galline e oche salvatiche e quaglie infinite, e ogni sorte
d'uccelli che nominare si possano e che da noi si possano conoscere, come
pappagalli, e molte altre sorti d'uccelli da noi non conosciuti, grandi e
piccoli, d'infiniti sorti e colori; e similmente vi sono uccelli da uccellare,
cio aquile regali, falconi, astori, sparveri, e assaissime garze reali e di
riviera, e grue, e di tutte sorti che si possa dire. Nelle montagne si veggono
porci salvatichi, cervi, caprioli, ante, camozze, tassi, leoni, lupi cervieri,
tigri, volpi, lupi, istrici e altre pi sorti d'animali conosciuti e non
conosciuti, e tutti salvatichi.
Se alcuno mi dir come  possibile che in tal paese siano tanti animali da
caccia e pesci nel fiume, essendo la terra tanto populata, dico che niuno non
caccia n pesca, n tiene ingegno alcuno n maniera per questo effetto, n si
dilettano di mangiarne: e per questo  molto facil cosa d'andar alla caccia e
d'amazarne quante se ne vuole, perch gli animali e uccelli non son molestati
dalle genti, e gli animali feroci, per quello che mi  stato riferito, non
fanno male; nondimeno la gente della terra ne ha gran paura. Solamente una
volta, in un luogo che si chiama Camarua, che  lontana un miglio da Barua,
dormendo un uomo alla porta della stalla delle sue vacche, di notte, con un
figliuolo picciolo, venne un leone e ammazz detto uomo senza che alcuno lo
sentisse, e al putto non fece male alcuno, ma all'uomo mangi il naso e gli
aperse il cuore. La gente di questa terra temeva per questo assai, dicendo:
"Questo leone ha cominciato a mangiare della carne umana, far del male assai,
che non gli scamper dinanzi alcuno"; pur, laudato Dio, non si  sentito che
abbia fatto altro. E noi altri, in questo medesimo tempo, andavamo spesso a
caccia molto vicini a questo luogo, n mai trovammo leone alcuno; trovammo bene
pantere, leonze e tigri, alle quali non facevamo male, n esse a noi.


Della signoria e dominio di Barnagasso, e delli signori e capitani che stanno
sotto di lui, e del tributo che egli paga con li suoi capitani al Prete Ianni
ogni anno.
Cap. XXIV.

La signoria di Barnagasso  in questo modo: il suo titolo  nome di re, perch
nagas vuol dir re e bar vuol dir mare, e cos Barnagasso vuol dir "re del
mare"; e quando gli danno tal signoria gliela danno con la corona d'oro in
testa, e si d secondo la volont del Prete Ianni e dura quanto gli piace,
perch al tempo che vi eravamo, per sei anni continui, ho veduto quattro
Barnagassi. Quando arrivammo, vi era Barnagasso Dori, e costui mor di sua
morte; la corona del quale fu data al suo figliuolo Bulla, fanciullo di X o XII
anni, il quale, fatto Barnagasso, subito fu chiamato alla corte del Prete
Ianni, il quale lo priv della signoria e la don a un nobil signore, che si
chiamava arraz Anubiata. Costui la tenne duoi anni, e poi gli fu tolta, e fatto
il maggior signore della corte, che si dimanda nella lor lingua bettude; e la
signoria del Barnagasso la dette a un altro signore che si chiamava Adibi,
molto gentil persona, il quale ora  Barnagasso.
Son sotto la signoria di costui molti gran signori, i quali si chiamano xuus,
che vuol dire capitani: e son questi xuus molto gran signori. Uno di questi,
che ha nome xuus Cire, ora  maritato con una sorella del Prete Ianni. In
questa terra di xumeta mai non siamo stati, per esser luogo molto lontano e
disviato dal cammino della corte. Evvi un'altra xumeta che si chiama Ceruil:
questa sappiamo ch' un paese molto bello, e fertile d'ogni sorte de biade e
legumi. E mi  stato detto che questo xuus Ceruil mette in campo XV mila uomini
da lancia, con le lor targhe e archi. Item xuus Chama e xuus Burro: questi duoi
signori mi  stato detto che erano uniti in una signoria, e per esser molto
potenti, il Prete Ianni dubit che non si voltassero contra il Barnagasso; per
gli divise in due signorie, e cos ancora ognuno da per s son grandi. E si
dice che questa terra, della quale ne hanno fatto due signorie, soleva essere
il reame della regina Candace, la quale al suo tempo non avea altra signoria: e
questa fu la prima cristiana che avesse questa terra, la quale il Signor nostro
chiam potente. Item vi son due altre capitanerie, cio Daffila e Confila:
queste confinano con l'Egitto, e questi capitani e signori stanno alle
frontiere, e hanno trombetti, che loro chiamano ugandas, che gli vanno avanti,
il che non pu avere se non gran signori. E tutti costoro servono Barnagasso
alla guerra, quando esso vi va, e per tutto dove va.
Ha molti altri signori sotto di s, li quali si chiamano arrazes, che vuol dire
capi: e ne conoscemmo uno che si chiamava arraz Aderao, cio capo di uomini
d'arme, che ne aveva sotto di s XV mila, li quali loro chiamano cauas. E ho
veduto detto arraz Aderao due volte in corte, e tutte due, avanti la porta del
re, andar senza camicia e con un panno di seta cinto dal mezzo in gi, e sopra
le spalle una pelle di leone, e nella man destra una zagaglia, nella sinistra
una targa. Dimandai perch andava cos un tanto uomo e gran signore: mi fu
detto che quello era il pi onorevole abito che si possa avere essendo arraz di
cauas, cio capo di uomini d'arme. E in quel modo che esso andava lo seguivano
XX o XXX come saria a dir fanti, con zagaglie e targhe, ma esso era sempre
avanti. Il detto Barnagasso ha altri duoi, arraz Tagale e arraz Iacob, signori
di gran terre, i quali io conobbi, e altri molti xuus, capitani e signori di
terre, ma senza titolo: e cos esso  signore d'assai genti e di molte terre. E
cos egli come gli detti signori son suggetti al Prete, ed esso  quello che
gli d e toglie l'ufficio quando gli pare e piace, e gli pagano il guibre delle
terre, cio il tributo. E tutte queste signorie son verso la parte dell'Egitto
e dell'Arabia, donde vengono i buoni cavalli, broccati e sete, delle quali ne
pagano il tributo, cio che tutti lo pagano a Barnagasso e lui lo paga poi al
Prete Ianni per s e per tutti i sopra detti ogni anno: cio 150 cavalli e una
quantit grande di sete e broccati. Pagano ancora gran somma di panni di
bambagia dell'India, per li dazii che si cavano nel porto d'Ercoco.


Del modo che usano nel guardare il bestiame nel tempo della notte dalle fiere;
e come in questa terra son l'anno due vernate; e di due chiese che son nel
luogo di Barua.
Cap. XXV.

La usanza di questi abitatori di Barua e delli convicini  di star X, XII, XV
in una corte tutta murata e serrata fortemente, la qual corte ha una porta
sola: e quivi serrano le vacche loro, dalle quali cavano il latte e butiro, e
cos gli animali minuti, come pecore, muli, asini. E oltra che tengono la porta
serrata tutta la notte, fanno ancora fuochi alla porta e mettonvi uomini che
fanno la guardia, per paura delle fiere che vanno attorno le loro abitazioni; e
se non facessero a questo modo, non camparebbe loro animale che non fusse
devorato. E di questo luogo di Barua e degli altri convicini son gli uomini che
vanno a seminare i migli alla montagna della Visione, e vi vanno tre mesi
avanti il verno generale. E le cause perch vi vanno son due: la prima per
esser vicini al mare, onde passa tutta la vettovaglia alla Mecca, al Toro, al
Zidem e per tutta l'Arabia e India, e avendo costoro molte sorti di semenze e
grani, cercano luogo atto a spacciarle; la seconda causa  perch in questo
paese son due vernate, divise in temporali, e le biade non crescono se non per
forza d'acque: per si partono da Barua e vanno a seminar i migli nelle
montagne della Visione, dove allora  il verno, che dura tutto il tempo di
febraio, marzo e aprile. E questo medesimo verno  in una terra, pur sotto la
signoria di Barnagasso, che si chiama Lama, lontana dalle dette montagne della
Visione ben otto giornate; e similmente in questo medesimo tempo  verno in un
altro paese, lontano da questo XXX giornate, il quale si chiama Dobas. E perch
queste semenze di miglio richiedono le pioggie, per, essendo fuori del tempo
ordinario questi verni de' luoghi sopradetti, li vanno a seminar dove piove e
cos si profittano delle dette due vernate.
In questo luogo di Barua son due chiese grandi e molto buone, nelle quali son
molti preti, l'una appresso dell'altra: una  degli uomini, detta San Michele;
l'altra delle donne, detta degli Apostoli, cio di San Pietro e di San Paulo.
La chiesa degli uomini dicono essere stata fatta da un gran signore che allora
era Barnagasso, che le dette privilegio che non vi entrasse donna alcuna, se
non la moglie di Barnagasso con una fantesca, e questo solamente quando andava
per communicarsi; e ancora non entrava nella chiesa, perch le donne non
entrano in chiesa, ma stanno alla porta nel circuito avanti la chiesa, e ivi
pigliano il sacramento con li laici: e cos fanno le donne nell'altra chiesa
degli Apostoli, che lo pigliano nel detto modo avanti la porta. E nella chiesa
delle donne ho visto sempre andar la moglie di Barnagasso a communicarsi con
l'altre donne, non usando il privilegio a lei concesso d'andar a communicarsi
nella chiesa degli uomini. Queste due chiese hanno il circuito delli cimiterii
che tocca l'uno l'altro, e son circundati d'alte mura; e fanno li sacramenti,
cio il pane, per tutte due in una casa, e le messe dicono tutte due in un
medesimo tempo, e li preti che servono in una chiesa servono nell'altra, cio
due parti de' preti nella chiesa degli uomini e una parte in quella delle
donne, e a questo modo partiti dicono i loro ufficii. Queste chiese non hanno
decima alcuna, solamente hanno assai possessioni, le quali son de' preti, ed
essi le fanno lavorare e coltivare: si dividono tra loro l'entrate di quelle, e
il Barnagasso d loro tutto quel che bisogna nelle chiese, cio paramenti,
ornamenti, cera, butiro, incenso e ogni altra cosa a quelle appartenente. Sonvi
da XX preti e di continuo da X in XII frati, n mai ho visto chiesa de preti
ove non fussero frati, n monasterio de frati che tenesse preti, perch i frati
son tanti in numero che cuoprono il mondo, e per i monasteri e per le chiese e
per le strade e per tutti i mercati, e finalmente in ogni luogo, son frati.


Del modo che usano i preti nel maritarsi, e in che modo si ordinano,
e della riverenzia che hanno alle chiese e cimiterii di quelle.
Cap. XXVI.

I preti si maritano con una donna, e questi tali osservano meglio il matrimonio
che i laici: vivono di continuo in casa, con la moglie e con i figliuoli; e se
per sorte muore la moglie, non si maritano pi, e cos se il prete muore, la
moglie non piglia altro marito, ma si pu far monaca s'ella vuole. E se il
prete, essendo maritato, dormisse con un'altra donna, non entra pi in chiesa
n participa dell'entrate di quella, ma diventa come laico. E questo so io
perch viddi accusare avanti il patriarca un prete che aveva dormito con una
donna, e lo viddi confessare il delitto: e subito comand il patriarca che non
portasse pi croce nella mano n entrasse pi in chiesa, ma fusse laico. E se
alcuno prete essendo vedovo si marita, resta laico, come intervenne ad Abuquer
che di sopra ho detto, il quale, essendo vedovo, si marit con Romana Orque,
sorella del Prete Ianni: costui, essendo prete e cappellan maggiore del Prete
Ianni, dopo molti anni ch'era stato vedovo si era maritato, e l'abuna Marco lo
aveva disgradato e fattolo tornar laico, e non entrava pi in chiesa, ma stava
alla porta a pigliar il sacramento, come i laici. I figliuoli dei preti, la
maggior parte diventano preti, perch in questa terra non si usano scuole da
imparare a leggere o scrivere, n vi sono maestri, e i preti quel poco che
sanno lo insegnano alli figliuoli, e cos li fanno preti, essendo ordinati
dall'abuna Marco, cio dal loro patriarca, che per tutta la Etiopia non vi 
altro n vescovo n persona che ordini: e gli ordini a tali preti si danno in
due volte, come dir pi innanzi, e dove mi ritrovai in fatto a vederli
ordinare molte volte. In tutti questi paesi son li cimiterii delle chiese
circundati da fortissimi muri, acci che gli animali non vadano a dissotterrar
li morti. Portano assai riverenzia alle chiese, e niuno ha ardire di passar a
cavallo avanti la chiesa, ma dismonta fin che passi a piedi la chiesa e il
cimiterio per un gran pezzo.


In che modo l'ambasciadore si part di Barua, e del mal ordine che ebbero; e
come arrivammo ad un luogo chiamato Barra, e del mal ordine che us Barnagasso.
Cap. XXVII.

Stemmo in questo luogo di Barua, la prima volta, senza che volessino dar ordine
alla partita nostra molti giorni; pur finalmente partimmo, alli XXVIII di
giugno MDXX, assai allegri e contenti perch camminavamo, e quelli che
portavano le nostre robbe le portarono lontano dalla terra solamente due
miglia, dicendo che non eran ubligati a portarle pi innanzi, perch quivi era
il confine della lor terra. Trovandoci noi nel mese di giugno alla campagna,
nella forza del verno di questa terra, con grandissime pioggie e acque, con
dette nostre robbe, l'ambasciadore con tre in compagnia tornarono verso Barua
per parlar a Barnagasso; e lasciammo con le dette robbe lo scrivano, il fattore
e altri Portoghesi. Subito che arrivammo, fummo al palazzo di Barnagasso per
dir gli strazii che ne facevano li suoi vassalli; ma non ci lasciorno per quel
giorno parlargli. Nel giorno seguente, la mattina, andammo per parlargli: e
cos gli parlammo, e ci promise di subito mandare a pigliar le nostre robbe, e
cos fece, le quali ci portarono dietro infino a cinque miglia, che potevano
esser due confini di pi di quello che abbiamo detto di sopra, cio di castello
in castello. E passati questi termini, le posero in un'altra campagna, dove
stettero quattro giorni sotto grandissime pioggie e terribili tuoni che ne
spaventavano. In questi giorni l'ambasciadore insieme con noi non riposava
troppo: ora andavamo a vedere le robbe nostre, che erano lontane cinque in sei
miglia, ora allo alloggiamento nostro e ora in casa del Barnagasso, pregandolo
che mandasse uomini e animali per condur quelle, perch erano del re, per
portarle al Prete Ianni, o che almeno dicesse se egli voleva farlo o no; e se
non voleva, che le farebbe ardere, e cos andaria al suo viaggio senza pi
impaccio. Sempre ci dette buone parole, ma cattivi fatti; pur alla fine,
passati quattro giorni, mand per dette robbe.


Come arrivorno le nostre robbe al luogo di Barra, e del mal aviamento che ne
dette il Barnagasso; e della moneta che corre per tutto il regno del Prete
Ianni, che son pezzi d'oro a peso.
Cap. XXVIII.

Alli tre del mese di luglio arrivarono le nostre robbe al luogo chiamato Barra,
con gran pioggie, dove noi altri stavamo con espettazione di partirci presto. E
stando quivi andammo a parlare a Barnagasso, pregandolo di grazia che ci
dovesse espedire: detteci buone parole. Ma il giorno seguente arriv un
gentiluomo del Prete Ianni, al quale Barnagasso fece tanti onori che si scord
di noi, e gli and incontro per riceverlo fuor della terra, per fino ad un
monticello poco lontano dalle case, insieme con molto popolo; e il detto
Barnagasso era nudo dalla cintura in su. Arrivato che fu, il detto gentiluomo
si messe sopra quel monticello, pi alto degli altri, e parlando la prima
parola che esso disse fu: "Il re vi manda a salutare", e a questa parola tutti
s'inchinarono con la mano in terra, che  l'onore e riverenza che usano in
questo paese. Detto questo, segu l'ambasciata che esso gli portava dal Prete
Ianni; finito che ebbe di parlare, Barnagasso si vest di vestimenti assai
ricchi e men il gentiluomo al suo palazzo. Questa  l'usanza di udire
l'ambasciata che il Prete Ianni manda, fuori di casa e a piedi, e nudo dalla
cintura in su, fino a tanto ch'ella sia finita; e se l'ambasciata  cosa grata
al Prete Ianni, quello che la riceve si veste, ma non essendo di piacere al
detto Prete, colui che la riceve resta nudo, parendogli essere in disgrazia del
suo signore. Questo Barnagasso era fratello della madre del Prete Ianni.
Mentre che costui era ivi, l'ambasciadore e noi andavamo a parlare a Barnagasso
acci che ne espedisse, ed egli ne rispondeva che per l'amor di Dio lo
lasciassimo stare, perch era amalato; cos ad altra ora poi non eravamo
lasciati entrare, dicendone che dormiva: e tanto and la cosa in lungo che
quello mandato si part. L'ambasciadore, sdegnato, disse a Barnagasso che mal
si ricordava e peggio eseguiva il giuramento fatto e promessa al gran capitano
di ricevere tutti li suoi in sua protezione e dar loro ogni aiuto e favore, poi
che s poco faceva per le cose del re di Portogallo. N per questo si mosse a
dargli pi presta espedizione, scusandosi sempre con le occupazioni avea de'
forestieri e con l'esser amalato; ma noi vedemmo per esperienzia che erano
fizioni e che non aveva impedimento alcuno con forestieri, perci che alli 6
del detto mese arrivorno qui sette o otto Mori a cavallo, i quali parevano
uomini di conto, e venivano da lontani paesi, e avevano menati cavalli molto
belli, li quali volevano dargli per il tributo che pagano al Prete Ianni e anco
ad esso Barnagasso: e perch la venuta di costoro redondava in util suo, non lo
impedivano allora n forestieri n la infirmit. La cortesia che usava a questi
Mori dava assai disturbo a noi altri. L'ambasciadore alla fine gli dimand in
presto XII mule, ed egli rispose che non poteva prestarle, e se ne voleva che
ne comperasse. E volendo noi comperarne dalla gente della terra, che volentieri
ce ne averiano vendute, venivano li suoi servitori, minacciandoli che se ce le
vendessero gli castigariano e torriano l'oro, perch in questa terra non corre
moneta alcuna. Volendo comprarne, tutti quelli della terra si scusavano dicendo
che avevano paura di Barnagasso, perci che lui voleva vendere le sue mule.
L'usanza di tutto il reame del Prete Ianni  che non si spende moneta, ma
solamente oro, e si spende a peso: e il principal peso  un'oncia, la quale fa
per peso X pardaos o vero X crociati; e da questa ne vien la mezza oncia, e
parlando a minuto si parla a dramme, e X dramme fanno una oncia, e la valuta
della dramma  secondo la valuta della dramma nel regno di Portogallo o vero in
India: viene a valere tre quarti di ducato d'oro in oro, s che viene a valere
un'oncia ducati sette e mezzo d'oro in oro. E pi, detto Barnagasso aveva
ordinato che niun altro che lui, e suoi ministri, tenesse li pesi da pesar
l'oro, e bisognava a chi voleva comprare e vendere che gli dimandasse il peso:
e a questo modo esso e i suoi fattori venivano a sapere in mano di chi andava
l'oro, il qual oro poi toglieva alli suoi vasalli quando gli pareva, s come da
loro mi fu referto.


Della chiesa e luogo di Barra e suoi ornamenti, e del mercato e fiera che si fa
nel detto luogo, e delli mercanti loro, che son frati, monache e preti.
Cap. XXIX.

In questo luogo di Barra  una chiesa di Nostra Donna, grande, nuova e molto
ben dipinta e ben ornata di molti broccati d'oro e tele d'oro, panni di seta,
cremisini e velluti dalla Mecca e ciambelotti rossi: uficiano cos in questa
come in quella, della quale ho parlato di sopra, di Barua, eccetto che quivi
fanno gli ufficii loro pi sollenni, per esser quivi Barnagasso e pi preti e
infiniti frati. La chiesa  governata dalli preti, e una volta che io vi fui
viddi fare una processione intorno alla chiesa nel pi gran circuito, cio nel
cimiterio, nella qual erano molti preti e frati, uomini e donne, che in questa
chiesa le donne pigliano la communione con i laici: nella qual processione eran
gli ornamenti sopradetti, e circondorno la chiesa ben trenta volte, cantando a
modo di litanie e sonando molte nacchere a modo di tamburi e cembali. E come li
sonano quando fanno la processione e cantano avanti la imagine della nostra
Donna, ne' giorni di domenica e delle feste, cos fanno quando si communicano
ne' giorni delle feste. E dissemi che facevano questa processione in onor di
Dio, acci che desse loro delle acque per poter far le lor semenze, che era il
mese di gennaio nella loro state. Le campane son di pietra, come nell'altre
chiese, e le campanelle mal fatte.
In questo luogo si fa gran mercato, come nel luogo di Barua, e cos si fa in
tutti li luoghi che son capi di congregazioni ogni settimana un mercato. In
questi mercati si usa di cambiare una cosa in un'altra, cio dare un asino per
una vacca, e quello che val manco rif quello che val pi due o tre misure di
formento o di sale. Cambiano per capre per pane, e per pane comprano panni, e
per panni mule e vacche; ma sopra tutto trovano quel che vogliono per sale, per
incenso, per pevere, per mirra, per perle minute, che son tutte cose molto
stimate e avute in prezio, e ne fanno conto come dell'oro e correno per tutti
li regni del Prete e di gentili. Per ogni picciola cosa cambiano galline e
capponi, e finalmente tutto quel che si vuol comprare, tutto si trova in questo
mercato a cambio, che moneta non vi corre: e nel cambiare non fanno troppe
parole, ma si accordano presto, cosa che ci faceva maravigliare.
Li pi grandi negociatori di questi mercati sono preti, frati e monache. Li
frati vanno vestiti onestamente con li loro abiti per insino in terra: alcuni
portano abiti gialli, di panno di bambagio grosso, e alcuni altri portan pelli
di capre, concie come le pelli delle camozze, pur gialle; e cos le monache
portano il medesimo abito, e portano di pi i frati cappe fatte al modo di
quelle de' frati di San Domenico, delle medesime pelli o panni gialli, e cos
portano cappelli. Le monache non portano cappe n cappelli, solamente portan lo
abito, e hanno rasa tutta la testa; e hanno una coreggia di cuoio cinta e
stretta intorno alla testa, e quando son vecchie portano in capo certe cuffie e
veli di sopra. Non stanno rinchiuse ne' monasteri, ma stanno in certe ville, e
perch tutti li monasteri son di uno ordine, per rendono ubidienza al
monasterio convicino, donde ricevano gli abiti. Queste monache non entrano in
chiesa se non come fanno le altre donne: il numero delle quali  grande, quasi
quanto  il numero de' frati. Dicono che alcune di loro son donne di santa
vita; alcune altre hanno figliuoli. L'abito che portano i preti  poco diverso
da quello che portano i laici, perch  fatto di un medesimo panno, e vanno
cinti da uomini puliti. La sua differenzia  che portano sempre una croce in
mano, e il lor capo  sempre raso, e al contrario i laici portano tutti la
chioma; e li preti non si levano la barba, ma li laici si radono sotto il mento
e li mostacchi. Vi sono ancora alcuni altri preti che si chiamono debeteras,
che vuol dire canonici: questi son preti di chiese grandi, come saria a dire di
chiese catedrali o collegiate, e questi vanno ben vestiti, tal che dimostrano
bene quello che sono, e questi non vanno per li mercati come gli altri.


Dello stato di Barnagasso, e del modo della sua corte e della sua giustizia, e
della grida che egli fece fare per andar contra li popoli di Nubia.
Cap. XXX.

L'essere di questo Barnagasso (bench sia gran signore e intitolato come re) 
molto povero. Quante volte gli avemo parlato, sempre l'avemo trovato a sedere
in una lettiera coperta con una coltra, ed esso coperto di panni di bambagio
gottonato, che loro chiamano basuto, il quale  assai buono quanto al paese, e
di quelli vi sono di gran prezio; e dietro alla lettiera la muraglia era
schietta, con quattro spade assai ricche attaccate a quattro legni messi nel
muro, e duoi libri grandi similmente attaccati; avanti la lettiera nel piano
erano alcune stuore, sopra delle quali seggono quei che lo vengono a vedere. Le
case non le spazzano troppo spesso. La sua moglie sta sempre a sedere a canto
di lui, sopra una stuora che  posta appresso della testa della lettiera.
Stanno ancora sempre avanti di lui molte genti e personaggi di conto, pure a
sedere sopra dette stuore. All'incontro e per mezzo della sua lettiera di
continuo stanno quattro cavalli, delli quali uno sempre sta sellato e gli altri
solamente coperti con le copertine, e quivi mangiano. In tutte le sue case sono
due circuiti di muro, come saria a dir corte: ogni circuito ha la sua porta, e
ogni porta ha li suoi portinari, con le sue sferze in mano. Nella porta pi
propinqua a lui son portinari pi nobili, e in mezzo di queste due porte sta
sempre un suo alycaxy, che vuol dire auditore o vero maestro di casa, ed 
quello che fa giustizia udendo le parti: e se la causa  di grande importanzia,
ode ambedue le parti fino alla conclusione, e dopo va a riferire il tutto a
Barnagasso, ed esso d la sentenzia; e se la causa  picciola, e che le parti
siano d'accordo, e che detto alycaxy dia la sentenzia, la causa  terminata. E
di pi, a tutte le sentenzie che d il Barnagasso o vero questo alycaxy, 
bisogno che vi sia presente un uomo onorato e di conto, il quale se dimanda,
per l'ufficio che tiene, mallagana, che vuol dire notaro del Prete Ianni. E se
alcuna delle parti si volesse appellare al Prete Ianni o vero alli suoi
auditori, in tal caso dimandano la fede della causa: e in questo modo il Prete
Ianni intende tutte le cose de' suoi sudditi, cos dei grandi come dei
piccioli. E tutti li signori delle terre di ciascun regno del Prete Ianni
tengono uno alycaxy e mallagana posto per il Prete, e cos tengono li capitani
suggetti a Barnagasso.
I signori grandi che stanno in corte del Barnagasso, o altri che vengono a lui
per lor negozii, vanno in questo modo. Partiti dalla loro abitazione, cavalcano
sopra una mula, con sette o otto uomini a piede che li vanno innanzi, infino
alla prima porta, e giunti quivi dismontano; e se  pi gran signore, cavalca
con sette o otto o X mule, tutti a cavallo, o con pi, secondo la qualit sua,
e vanno infino alla prima porta, e giunti quivi tutti dismontano, e poi vanno
infino alla seconda porta: e se non entrano per sorte, stanno a sedere quivi di
fuori, come fanno le api al sole, senza alcuno spasso. Tutti questi uomini
onorati portano pelle di castrone intorno al collo e le spalle, e quelli che la
portano di leone o di tigre o di leonza sono pi onorati: e quando arrivano
avanti a Barnagasso, se la cavano per onorarlo, come caviamo noi la berretta.
Stando noi in questo luogo di Barra, un giorno di mercato and un bando grande,
come il Barnagasso voleva andare contra i popoli de Nubia. L'ordine di questo
bando fu in tal modo, che andava avanti uno che portava un panno a guisa di
bandiera sopra una zagaglia, e poi uno che andava gridando la guerra contra li
Nubiani, i quali dicono essere lontani negli ultimi confini delle lor terre
cinque o sei giornate verso la parte dell'Egitto, e confinano con le terre di
Camphila e Daffila, come abbiamo detto di sopra, suddite al detto Barnagasso.
Questi popoli di Nubia non son mori n giudei n cristiani, ma dicono che furon
gi cristiani e che per causa de mali ministri perdettero la fede: e cos son
diventati infedeli e senza legge. In questa provincia di Nubia  molto oro
fino. E pi mi dissero che non era molto tempo che essi avevano amazzato un
figliuolo del Barnagasso, e che per questo egli voleva andare in quelle bande
per vendicarsene. E mi fu affermato che in questo paese di Nubia si trova molto
oro e fino, e che alli confini di quello vi stanno sempre 400 o 500 uomini a
cavallo, valentissimi combattenti, e che la terra loro  molto fertile e
abondante di ogni sorte di vittuaglie e d'animali: e non pu esser altramente,
perch ella  posta sopra ambe le ripe del Nilo, il quale passa per mezzo di
quel paese molte miglia. Diceva il bando che in termine di cinque giorni il
Barnagasso voleva partire, ma ancora non vi era ordine alcuno di arme, perch
in quella terra non ne sono troppe, ma solamente vi erano i cauas, che sono gli
uomini d'arme, i quali portano una zagaglia, una targa e un arco con assai
freccie; e i grandi portano spada, scimitarra e giacco di maglia, ma non molti.
Sopra questa occasione di voler ire alla guerra, il Barnagasso dimand
all'ambasciadore che gli volesse dar qualche spada, il qual gli don la sua,
che egli portava per viaggio, che era assai bella e buona; e nondimeno torn a
dimandarne un'altra con grand'instanzia, la quale sapeva che esso aveva, assai
ben guernita e molto ricca, dicendo che ne aveva di bisogno. E non potendo
l'ambasciadore scusarsi, fu sforzato a comprarne una dalli suoi compagni, che
aveva il fodero di velluto e li fornimenti indorati, e cos gliela diede in
cambio della sua. E nella casa dove noi avevamo le nostre robbe e dove li
Portoghesi dormivano, che era senza porte, la notte seguente ci furno rubbate
due spade e una celata: fate conto che ce le togliessero per causa di questa
guerra.


Come partimmo da Barra per Timei, e della qualit del luogo.
Cap. XXXI.

In questo luogo noi comprammo mule per nostro cavalcare, e Barnagasso ne don
tre camelli: e a gran fatica partimmo di quivi, per li gran tuoni e temporali e
pioggie che ci molestavano terribilmente, perch in questo tempo  la furia
della vernata, la quale incomincia alli 15 di giugno, poco pi o manco, come
abbiamo detto di sopra, e finisce alli quindeci di settembre; e al suo fine 
la estate come da noi, e quanto piglia d'uno tanto poi lassa dell'altro. E in
tutto questo tempo del verno in alcuno di questi paesi non si cammina: ma noi
altri tuttavia davamo pressa al nostro camminare, perch non sapevamo l'usanza
della terra, e manco il pericolo a che ci mettevamo. E cos principiammo il
nostro cammino con parte delle nostre robbe, perch gran parte ne lasciammo a
Barra col nostro fattore, e arrivammo a un luogo chiamato Temei, che  della
congregazione di Maizada e lontano dal luogo di Barra dodici miglia, di donde
partimmo: e stemmo in questo viaggio tre giorni, per la crudel vernata e per le
pioggie grandissime, guastando per l'acque la strada quella poca robba che
portavamo. In questo luogo dove noi arrivammo trovammo un xuum, che vuol dire
capitano, il quale aveva nome Primo ed era fratello di Barnagasso, uomo molto
degno e da bene, e ne us gran cortesia. Dicevano che egli era similmente
fratello della madre del Prete Ianni, aveva nella sua xumeta o vero capitania
della congregazion di Maizada XX luoghi e non pi, per essere la pi picciola
congregazion che sia nel regno di Barnagasso.
Questo luogo  posto sopra una collina alta, non di sasso, ma tutta di terra
lavorata, con alcune picciole ville; e per tre bande si vede il paese piano per
quaranta e quarantacinque miglia, e dall'altra per ispazio di tre miglia
comincia una gran profondit over caduta che fa il paese verso un gran fiume,
appresso il quale si veggono bellissime campagne tutte coltivate e fruttifere,
con pi di cento villaggi: s che non credo che in alcuna parte del mondo sia
terra cos abitata e cos piena di grani d'ogni sorte come  questa, n le fa
danno alcuno la vernata con le pioggie, ma questo  il suo tempo migliore che
possa avere, che vi crescano le biade e fannosi pi belle. N similmente credo
che sia alcun paese dove si trovino tanti animali, cos domestichi come
salvatichi, e dove si possino pigliar tante salvaticine e uccelli quante in
queste campagne; ma delle fiere salvatiche non vi sono altre che tigri, lupi e
volpi, le quali sono anche in tutto il paese. Non si maravigli alcuno che
legger o udir questo, che in queste campagne tanto abitate e popolate sian
tante diversit di animali, e massimamente da caccia: la causa  (come ho detto
di sopra) perch non gli ammazzano e manco hanno ingegno alcuno da pigliarli,
solamente ammazzano qualche pernice con le freccie e le pigliano con lacciuoli;
e molti animali non mangiano, come son porci, lepri, oche salvatiche e anitre,
e questo perch tali animali non hanno il piede fesso. E niuno altro animale
mangiano, se muore prima che lo scannino: e in questo modo vi si nutriscano
tanti animali, li quali non sono molestati n fatti correre, perch non hanno
cani per questo effetto. E noi, quando andavamo a caccia senza cani, avevamo
tal volta XX lepri nelle reti in termine di un'ora e altretante pernici
condutte a' lacciuoli, come se cacciassimo le galline a casa, perch non son
troppo salvatiche n hanno troppo paura degli uomini, per essere use a vederli
tutto il giorno: e a questo modo ne amazzavamo tante quante volevamo; e quelle
cacciagioni che lor non mangiavano, noi altri le mangiavamo di nascosto,
accioch non dicessero male del fatto nostro.


Della gran moltitudine delle cavallette e del danno che fanno,
e come facemmo una processione e le cavallette morirono.
Cap. XXXII.

In questa parte e in tutto il dominio del Prete Ianni vi  una orribile e gran
piaga, che son cavallette senza numero, le quali mangiano e consumano tutte le
biade e gli alberi: ed  tanta la quantit di questi animali che non si pu
credere, e con la loro moltitudine cuoprono la terra ed empiono l'aria,
talmente che  difficil cosa poter veder il sole. E di nuovo affermo che  cosa
incredibile a chi non le vede, e se il danno che esse fanno fusse generale per
tutta la provincia e reame del Prete Ianni, si morrebbe di fame e non saria
possibile abitarvi; ma un anno distruggono una provincia, come sarebbe a dire
nella provincia di Portogallo o di Spagna, un altro anno son nelle parti di
Lenteio, un altro in Estremadura, l'altro in Beira o vero fra il fiume Duoro e
Minio, l'altro nelli monti, l'altro in Castiglia vecchia, Aragona o vero in
Andalusia, alcune volte in due o tre di quelle provincie: e dove esse vanno,
resta la terra distrutta pi che se vi fusse stato il fuoco. Queste cavallette
son grandi come gran cicale e hanno le ali gialle. Innanzi che arrivino nel
paese, lo sappiamo un giorno avanti: non che le vediamo, ma conosciamo al sole
che mostra il suo splendor giallo, che  segno ch'elle si avicinano al paese, e
la terra diventa gialla per la luce che la riverbera dalle ali di quelle, per
il che la gente diviene subito come morta, dicendo: "Siamo perduti, perch
vengono gli ambati", che vuol dir cavallette.
E non voglio restar di narrar quello che ho veduto tre volte, e la prima nel
luogo di Barua, dove gi eravamo stati per tre anni, e quivi molte volte
sentivamo dire: il tal paese, il tal reame  stato destrutto dalle cavallette.
E noi stando in questa terra vedemmo il segnal del sole, e l'ombra della terra
tutta gialla, e che la gente era pel dolore mezzo morta. Nell'altro giorno fu
cosa incredibile il numero di tali animali che venne, che a nostro giudicio
copriva da XXIIII miglia di paese, secondo che dapoi sapemmo. Essendo giunto
questo flagello, li preti di questo luogo mi vennero a trovare, pregandomi che
gli desse qualche rimedio per cacciarle via; e io gli risposi ch'io non li
sapeva dir altro, se non che pregassino Dio divotamente che le dovesse cacciar
del paese. E io andai dall'ambasciadore e dissigli che saria forse buona cosa
di far processione, pregando Dio che liberasse il paese, e che lui per sua
misericordia forse ci esaudiria. Piacque questo molto all'ambasciadore, e
l'altro giorno facemmo congregar le genti della terra e tutti i preti, e presa
la pietra sacrata e la croce secondo l'usanza loro, tutti noi Portoghesi
cantammo le letanie, e a quelli della terra ordinai che gridassero come noi,
dicendo in loro linguaggio: "Zio marina, Christos", che vuol dire: "Signor Dio,
abbi misericordia di noi". E con questo nostro gridare camminammo per una
campagna dove erano campi di formento per ispazio di un miglio, per fino a un
picciol monticello, e quivi feci pigliare assai di quelle cavallette e gli feci
una scongiurazione, la quale portavo meco scritta, che in quella notte l'avevo
fatta, con richiederle e ammonirle e scommunicarle, dicendo che in termine di
tre ore cominciassero a camminar verso il mare, o vero verso terra di mori o
montagne deserte, e lasciassero stare i cristiani; e non lo faccendo, chiamavo
e invocavo gli uccelli del cielo, gli animali della terra e tutte le tempeste,
che dissipassero, distruggessero e mangiassero li lor corpi: e per questo
effetto feci pigliare una quantit di cavallette, e feci questa ammonizione a
quelle presenti in nome di quelle e delle absenti, e cos le lasciai andare
dando loro libert. Piacque a Dio d'esaudire noi peccatori, perch, dando noi
la volta per ritornar a casa, ne erano tante dietro a noi che pareva che ci
volessero romper la testa e le spalle, tanto ci percotevano, che parevano botte
di sassi e di bastoni: e da questa banda si andava verso il mare. Gli uomini,
le donne e i putti che erano restati nel luogo, erano montati sopra i terrazzi
delle case, ringraziando Dio che le cavallette se ne andavano avanti fuggendo,
e parte ci seguitavano. In questo mezzo si apparecchi un gran nembo con tuoni
verso il mare, che veniva loro in faccia, e dur per tre ore, con grandissima
pioggia e tempesta, la quale riempi tutti i fiumi: e quando cess l'acqua, era
cosa spaventevole a vedere le cavallette morte, che si misuravano due braccia e
pi d'altezza sopra le ripe dei fiumi, e in alcuni fiumi vi erano i monti
grandissimi, in modo che la mattina seguente non se ne trov una viva sopra la
terra. Intendendo questo gli altri luoghi convicini, vennero assai uomini a
dimandare in che modo era seguito questo caso. Molti della terra dicevano:
"Questi Portoghesi son uomini santi, e per virt d'Iddio hanno cacciato via e
fatto morire le cavallette". Altri dicevano, massime preti e frati dei luoghi
circonvicini, che noi eravamo strigoni, e che per virt di strigarie avevamo
cacciati detti animali, e che per questo non avevamo paura di lioni n di altra
fiera.
Tre giorni dopo questo fatto venne a noi un xuum, cio capitano, d'un luogo
chiamato Coiberia, con uomini, preti e frati, a pregarci che per amor di Dio
gli dovessimo soccorrere, dicendo che erano rovinati per le cavallette: e quel
luogo era lontano una giornata verso il mare. Arrivorno da noi a ora di
vespero, e in quella medesima partimmo io e quattro Portoghesi, e tutta la
notte camminammo e arrivammo quivi a un'ora di giorno, dove trovammo che tutti
quelli della terra erano congregati con assai delli luoghi convicini, che
ancora essi erano dalle cavallette tribolati; e subito che arrivammo, facemmo
la nostra processione intorno alla terra, la quale  posta in una alta collina,
dalla quale si vedevano molte terre e luoghi, tutti gialli per la moltitudine
delle cavallette. Fatte le cerimonie come nell'altro luogo, andammo a desinare,
e gli uomini convicini ne pregorno che andassimo con loro, promettendone gran
presenti. Piacque al Signore che, subito che avemmo desinato, noi vedemmo la
terra netta che non si vedeva pur una cavalletta per miracolo: e vedendo ci,
non confidandosi della grazia avuta, ci pregorno che dovessimo andare a
benedire le loro possessioni, che ancora avevano paura che non ritornassero, e
cos ritornammo a casa.


Del danno che vedemmo in un'altra terra, fatto per le cavallette in due parti.
Cap. XXXIII

Un'altra volta, trovandoci in una terra chiamata Abuguna, vedemmo le
cavallette. A questa terra ci mand il Prete Ianni, acci che ci fornissimo
quivi di vettovaglia, la quale  nel reame d'Angote ed  lontana dal luogo di
Barua, dove noi stavamo, il cammino di 30 giornate. Essendo quivi giunti, io
andai con l'ambasciadore Zagazabo, che venne in Portogallo, e cinque Genovesi,
verso un luogo e una montagna che si dimanda Aguoan; e camminammo 5 giorni per
luoghi tutti diserti e distrutti, nei quali eran seminati migli zaburri, che
avevano le canne cos grosse come son quelle che noi adoperiamo nelle vigne, e
vedemmo che tutte erano rotte e calpestate come se vi fusse stata la tempesta,
e questo avevano fatto le cavallette. I formenti, orzi e taffi erano stati
mangiati, di tal sorte che pareva che mai vi fusse stato lavorato n seminato.
Gli arbori eran senza foglie, e le scorze di quelli tutte mangiate, e non vi
era pur erba, che ogni cosa avevano mangiato: e se noi altri non fussimo stati
accorti e avisati, che nel partir nostro caricammo le mule di vettovaglia,
saremmo morti di fame insieme con le cavalcature. Era questo paese coperto
tutto di cavallette senza ale, e dicevano che quelle erano la semenza di quelle
che avevan mangiato il tutto, e come avessero fatte l'ali, andariano a trovar
le altre: ed era tanto il numero di queste che io non voglio dirlo, perch non
saria creduto. Ma voglio ben dire che io vedeva uomini e donne e putti come
spasimati sedere fra queste cavallette, e io diceva loro: "Perch state voi
cos come morti e non ammazzate di questi animali, e fate vendetta del danno
che vi hanno dato li lor padri e madri, che almeno quelle che ammazzarete non
vi faranno danno?" Rispondevano che non gli bastava l'animo di resistere alla
piaga che Dio gli mandava per li lor peccati. E tutta la gente di questa terra
si partiva, e trovammo tutte le strade piene d'uomini e donne a piedi, con li
fanciulli al braccio e sopra la testa, andando in altre terre dove trovassino
vettovaglie, che era una pietade a vederli.
Stando noi nella detta signoria di Abuguna, un'altra fiata, in un luogo che si
chiama Aquate, venne tanto numero di cavallette che non si potria dire: e
cominciarono a venire un giorno a ora di terza e per fino a notte non
cessarono, e secondo che arrivavano si fermavano, e poi l'altro giorno da
mattina cominciavano a partirsi, tal che a ora di nona non se ne vedeva pur
una, e gli arbori erano rimasi senza foglie. Nel medesimo giorno e ora ne venne
un altro squadrone, e queste non lasciorno ramo o legno che non rodessero: e
cos fecero cinque giorni l'uno dopo l'altro, e dicevano che erano figliuoli
che andavano cercando i padri loro, e facevano il medesimo dove vedemmo quelle
che non avevano l'ale. E la larghezza che pigliavano queste cavallette era di
nove miglia, nel quale spazio non rest foglia n scorza negli arbori, e non
pareva che la terra fusse bruciata, ma che fusse nevigato, e questo per la
biancura degli arbori che restavano secchi, tal che la terra era rimasta tutta
netta. Dio volse che le ricolte vi erano gi state fatte. Noi non potemmo
sapere verso che banda poi andassero, perch venivano di verso il mare, dal
reame di Dancali, che  di Mori che di continuo stanno in guerra; e manco
potemmo sapere dove fusse il fine del loro cammino.


Come, dapoi arrivati al luogo di Temei, l'ambasciadore si part per andare dove
stava il Tigremahon con sei cavalcature, e il resto della famiglia rimase;
e del fiume Marabo che va nel Nilo.
Cap. XXXIII.

Il secondo giorno dopo la nostra venuta a questo luogo di Temei, inanzi che
giungessero le nostre robbe che erano rimaste in Barra, si part l'ambasciadore
con sei cavalcature per andare alla casa del Tigremahon, che  intitolato come
re, e sotto il suo governo e reggimento son molti gran signori e luoghi.
L'ambasciadore li domand che gli dovesse dare aiuto e ordine per il suo
viaggio, tanto che noi arrivassimo nel suo paese. Rimase in questo luogo
Giovanni Scolare e io e duo Portoghesi. In questo mezzo arriv il fattore con
la robba che rest in Barra, e cos in questo luogo tutti ci congiugnemmo
insieme. Alli 28 di luglio del detto anno 1520, ci mand a dir l'ambasciadore
che andassimo dove esso era con le robbe, cio in casa del Tigremahon, con i
Portoghesi che erano andati con lui: e quivi aspettando due giorni gente che
portasse la robba, arriv un xuum con molta gente per portar la robba. E di
quivi partimmo alli 3 d'agosto, con gran tuoni e con un verno terribile di
grandissime pioggie, e camminammo lo spazio di tre miglia per campagne
lavorate, poi cominciammo a descendere al basso per strada molto aspra e
sassosa e molto pendente per spazio d'altrotanto cammino. E andammo la sera a
dormire nel cimiterio d'una chiesa, dove stemmo con gran paura delle tigri, e
molto travagliati dall'inverno e pioggie. Partendoci il giorno seguente,
camminammo per aspre montagne piene di boschi e arbori senza frutto, ma tutti
verdissimi e belli e da noi non conosciuti, e arrivammo ad un fiume che, per
essere il verno, era grande e pericoloso da passare, il qual si chiama Marabo:
e sopra questo  posto il luogo di Barua, come abbiamo detto di sopra, e corre
verso il Nilo; e sopra questo fiume si termina il paese del reame di Barnagasso
e comincia quello di Tigremahon. E da questo fiume infino al luogo dove noi
dormimmo son circa sei miglia, e quantunque le montagne siano aspre e piene di
boschi, pur sono abitate da assai popolo, e vi si trovano assai luoghi
coltivati.


Come Tigremahon mand un suo capitano a cercar la robba dell'ambasciadore;
e delli edificii che nel primo luogo trovammo.
Cap. XXXV.

Arrivati alla fiumara, quei che erano con noi scaricorno la robba, e subito
dall'altra banda del fiume sentimmo gran rumori di tamburi e di gente.
Addimandammo che cosa era, ci fu risposto che era un capitano di Tigremahon che
veniva per portarci la robba: e noi passato il fiume trovammo una bella gente,
la quale ci veniva a cercare, e potevano essere da 600 in 700 uomini. Subito
vedemmo nascere una gran differenzia fra questi e quelli che ne avevano
accompagnati, perci che quei di Tigremahon dicevano che non erano obligati a
pigliar la robba se non passato il fiume, gli altri dicevano che non erano
obligati a portarla se non alla ripa del fiume appresso l'acqua. E cos stati
in questa contesa, perch la fiumara era assai grossa, s'accordorno tutti
insieme di traghiettare la detta robba, e che questo non fusse in pregiudicio
d'alcuno, ma che fusse in libert della giustizia: e cos passammo la fiumara
con le robbe. Camminavano costoro con la robba tanto gagliardamente che non gli
potevamo tener dietro con mule. Per quel poco del giorno che ci era restato,
camminammo per montagne asprissime, e vedemmo in pi bande porci salvatichi,
che passavano 50 per squadra, pernici infinite e altre sorti d'uccelli di
diversi colori, bellissimi da vedere, che coprivano la terra e gli arbori: e ci
fu detto che in questi luoghi erano d'ogni sorte animali rapaci, e non pu
essere altramente, secondo che dimostravano le montagne terribili. La notte
dormimmo fuori alla campagna, fra luoghi circondati da gente e da molti fuochi,
dicendo che ci facevano per paura delle fiere. E subito quivi trovammo gran
differenzia nelle genti e nella terra e negli arbori, come anco nella qualit
del paese e nel traffico degli abitanti. E quivi cominciammo ad entrare fra
certi monti altissimi e acuti, che parevano che toccassero il cielo, e a
rispetto della loro altezza da piede giravano poco spazio, ed erano posti tutti
in uno ordine misuratamente, e sono divisi l'uno dall'altro e distendonsi per
un grande spazio di paese. E tutti quei che si posson salire, ancora che vi sia
pericolo grande allo andarvi, tutti hanno cappelle in cima, e la maggior parte
son della Nostra Donna: e in molte di queste punte vedemmo cappelle che non
potevamo pensar come vi fussero montate le persone a farle.
Andammo a dormire ad un luogo in mezzo di questi monti chiamato Abafacem, nel
quale  una chiesa della Nostra Donna molto ben fatta, con una nave in mezzo
rilevata in alto pi dell'altre due dalle bande, e le sue finestre sopra
l'altre navi son sotto il colmo di mezzo, e tutta questa chiesa  in volto: e
in tutto questo paese non abbiamo veduto n la pi bella n meglio fatta di
questa, la quale  simile a quelle delle badie che son fra il fiume Duoro e
Minio in Portogallo. Appresso a questa chiesa vi  una torre grandissima e
bella, cos per l'altezza come per la grossezza e fattura del muro, e gi si
vedeva che minacciava ruina, ed  di pietra viva lavorata, che ben pare essere
una cosa regale: e un altro tale edificio non abbiamo visto. Ed  circondata da
bellissime case che ben si confanno con quella, cos di buoni muri come di
terrazzi di sopra e alloggiamenti, s che paiono essere state di gran signori.
Dicono che vi stava la regina Candace, perch quivi era vicina la sua casa, e
questo pu essere il vero. Questo luogo, chiesa e torre son posti in mezzo di
questi monti acuti, in bellissimi e verdissimi campi, e tutti bagnati da
fontane d'acque che descendono da piedi di questi monti: e queste fontane son
fatte di pietre vive. E le biade che quivi si adacquano son formento, orzo,
fava, ceci, lenti, piselli, che tutto l'anno ne hanno, agli e cipolle
grossissime; e intorno alle case si trova il sinape e nasturzio, e in quelle
ripe si coglie assai erba chiamata crescione, e alcune altre erbe che loro
mangiano. In detta chiesa son molti preti molto ben vestiti, e paiono uomini da
bene. Quivi ci fu detto che, quando cominciarono a farsi cristiani, edificarono
sette chiese e che questa era una di quelle: e pu esser facilmente cos,
perch, s come mi  stato referto, poco lontano di quivi era il luogo dove
abitavano quei che furno i primi a farsi cristiani, che fu in Chassumo.


Come partimmo di Abafacem e andammo ad un luogo che si chiama le case di San
Michele; e della differenzia che trovammo degli abitanti del regno di
Barnagasso e di Tigremahon; e della strada che si suol fare per andare alla
corte del Prete Ianni.
Cap. XXXVI.

Partimmo di questo luogo cos come venimmo, tutti insieme con le genti che ne
portavano la robba (e si chiama questo modo di portar la robba elfa), e andammo
a dormire ad un altro luogo che si chiama le case di San Michele, perch la
chiesa si chiama San Michele. E arrivando quivi non ci volsono alloggiare,
dicendo che erano privilegiati ed esenti da simil angaria; e per le pioggie
grandi il meglio che potemmo noi alloggiammo nel circuito della chiesa, e
nell'altro che serve per cimiterio mettemmo le mule, perch vi era erba assai e
molto grande, per causa della vernata e delle pioggie, la qual erba in
Portogallo si chiama panico salvatico: ed era lunga e alta, per essere
ingrassata da' corpi morti. In questo paese non si d mangiare se non una volta
il giorno, cio di notte, in certi mesi dell'anno quando si digiuna, e cos 
in tutto il reame del Prete Ianni; e arrivando noi, cos come non ci volsero
alloggiare, cos ancora tardarono nel darci mangiare, e in questo mezzo
morivamo di fame. E il nostro fattore, ci vedendo, disse: "Io ho due galline
cotte, se vi piace mangiamole". Lo scrivano e io ci maravigliammo molto che ei
volesse che mangiassimo carne senza pane, pur fummo costretti a mangiarle. E
dopo questa fiata, che mi parvero buone (penso per la fame grande che aveva),
ne ho voluto mangiar molte altre volte, cio pane senza carne e carne senza
pane, e pane tinto solamente nel sale o vero in acqua e in pevere: e cos per
questi diversi mangiari mi scordai della prima maraviglia. Pur venendo la notte
ci portarono da mangiare al lor modo, e dormimmo nelli sopra detti circuiti, e
per star pi netti ci accostammo appresso il luogo dove loro pigliano la
communione. Quivi avendo una candela accesa, cominciarono i colombi a
svolazzare d'intorno, il che sentendo corremmo a serrar le porte, perch per
altro luogo non potevano fuggire: e dando loro la caccia, non ne camp alcuno,
perch pigliammo infino alli piccioli che erano nelli nidi, in modo che ne
empiemmo un sacco. E questo fu causa che un'altra volta, dopo alcuni anni, che
quivi tornammo, ci dettero alloggiamento, acci che un'altra volta non
pigliassimo tutti i colombi della chiesa, la qual allora era ripiena di quelli.
La differenza che hanno gli abitanti di questo paese da quelli del Barnagasso 
che gli uomini portano certe traversine lunghe duoi palmi cinte intorno, e
queste sono di panno o di cuoio acconcio, piene di pieghe come son quelle delle
donne nostre, le quali essendo in piedi gli copreno le loro vergogne, ma stando
a sedere o al vento mostrano ogni cosa. Le donne maritate portan le loro
traverse assai pi curte, tal che si vede loro ogni cosa. Le donzelle o l'altre
donne non maritate e che non hanno innamorati portano le corone di paternostri
(che l'altre donne portano al collo) cinte intorno e sopra la natura, e molte
corone piene di timaquetes, che son frutti piccioli tondi di arbori, che fanno
strepito a modo de lupini; e quelle che possono aver sonagli o campanelle, le
pongono sopra della natura per galanteria. E alcune portano certe pelli di
castrone al collo, con le quali si cuoprono solo una banda del corpo e le altre
no, perch le portano disciolte, e solamente le hanno legate al collo, con un
pi davanti e con uno di dietro: e per ogni picciolo muoversi, si vede da un
capo all'altro della persona ci che l'uomo vuole. Lavansi ogni giorno una
fiata, e qualche volta due e tre, e per questo son nettissime. E questo modo di
vestire  di gente bassa, perch le donne de' gentiluomini e signori vanno
tutte coperte.
Il cammino che si fa in questo paese del Prete Ianni  questo, che chi viene
dal mar Rosso arriva a Barua, e chi viene d'Egitto arriva al Suachen, e subito
volta le spalle alla tramontana e si mette a camminare verso mezzogiorno,
infino che arriva alle porte dette Badabaxe. E questo  perch alcune volte
pigliano ivi il cammino per una parte e altre per un'altra, dimandando dove
sar la corte al cammin diritto, o verso il levante, o verso il ponente,
secondo il paese per il quale il Prete Ianni cammina. In queste porte si
separano li regni d'Amara e di Xoa. E perch noi siamo stati sei anni in queste
terre, andammo ora da una parte e ora dall'altra, uscendo fuori di cammino e
dapoi tornando a quello: per ho voluto dire la variet di queste strade.


Della nobilit del luogo di Chaxumo, e dell'oro che port la regina Saba da
questo luogo a Salomone per il tempio in Gierusalem, e del figliuolo che ebbe
di Salomone.
Cap. XXXVII.

In questi monti acuti, dove di continuo camminammo verso la banda di ponente,
son maravigliosi paesi da vedere e gran signorie, s per le grandi e continue
abitazioni, come per essere il tutto coltivato e pieno d'animali domestici. Ne'
quali paesi tra gli altri  un luogo molto buono e grande chiamato Chaxumo, ed
 lontano da questo luogo di San Michele duoi giorni di cammino, e sempre si va
per mezzo di questi monti acuti, nel quale altre volte siamo stati otto mesi
per comandamento del Prete Ianni.
Questo luogo fu gi la citt e camera e stanzia della regina Saba, il nome
proprio della quale era Maqueda, e fu quella che men li camelli carichi d'oro
a Salomone quando edificava il tempio in Gierusalem. E in questo luogo  una
chiesa molto nobile, nella quale trovammo una cronica antichissima scritta in
lingua abissina: e nel principio si narrava che primamente era stata scritta in
ebraico, dapoi tradotta in lingua caldea e di quella poi nell'abissina; e
cominciava in questo modo, come, avendo inteso dire la regina Maqueda de'
grandi e ricchi edificii che aveva principiato Salomone in Gierusalem,
determin d'andare a vederli, e caric certi camelli d'oro per donar agli
operanti. Ed essendo gi vicina alla citt di Gierusalem, stando per passare un
lago per certi ponti, soprapresa dallo spirito dismont, e inginocchiata fece
riverenza alli legni di quelli ponti e disse: "Non voglia Dio che li miei piedi
tocchino li travi sopra i quali deve patire il Salvatore del mondo". E and
attorno il lago a veder Salomone, e lo preg che dovesse levar via li legni di
quelli ponti. Dapoi, veduti che ebbe gli edificii ch'egli faceva e offerti li
presenti portati, disse: "Queste opere ed edificii non sono in quel modo che mi
era stato riferito, ma li trovo assai maggiori, n credo che si possino trovare
altri simili a questi e per bellezza e per ricchezza". E quivi molto si doleva,
dicendo aver portato piccioli presenti al desiderio suo, ma che tornarebbe alle
sue terre e signorie, e che mandarebbe oro e legno negro infinito.
E cos stando costei in Gierusalem, Salomone ne ebbe un figliuolo, il quale
nato che fu, lo lasci in Gierusalem e se ne and alle sue terre, d'onde mand
molto tesoro e assai legni negri per far tarsie negli edificii. Fra questo
tempo questo suo figliuolo crebbe all'et di sedeci anni, e fra gli altri molti
figliuoli di Salomone questo era superbissimo, che superchiava il popolo
d'Israel e tutta la terra di Giudea. Per il che il popolo, essendo andato a
Salomone, gli disse che non poteva mantener tanti re quanti esso aveva,
conciosiacosach tutti li suoi figliuoli erano re, e principalmente questo
della regina Saba, la quale era maggior signora che non era egli, e perci lo
dovesse mandare a sua madre, perch gi non lo potevano pi sopportare.
Salomone allora, per sodisfare al popolo, lo mand molto onoratamente, dandogli
tutta la corte, come si richiede alla casa d'un re (come io dir in altro
luogo), e gli dette la terra di Gaza, la quale  in mezzo del cammino del
deserto, per riposarsi in quella: ed  nell'entrar dell'Egitto. E cos costui
and a trovar la madre, dove arrivato divent gran signore. E la cronica diceva
che egli aveva signoreggiato da mare a mare, e che nel mar dell'India teneva di
continuo LXX navi. Questo libro era molto grande e non ne copiai altro se non
il principio.


In che modo san Filippo dichiar una profezia d'Isaia al maestro di casa della
regina Candace, per il quale essa e tutto il suo regno si convertirno; e degli
edificii grandi di Chaxumo.
Cap. XXXVIII.

In questo medesimo luogo di Chaxumo fu anche la principal residenzia della
regina Candace, il nome proprio della qual era Giudich, e da lei venne il
principio della cristianit in queste bande; e dal luogo dove detta regina
nacque fino a Chaxumo son duo miglia, che  una picciola villa, la quale adesso
 abitata da genti che fanno l'arte del fabro. La cristianit si cominci quivi
in questo modo. Dicono li lor libri abissini, il che appresso noi  scritto
negli Atti degli Apostoli, che l'angelo apparve a san Filippo e dissegli:
"Lievati e va verso il mezzogiorno, e seguita la strada deserta che va da
Gierusalem a Gaza". E san Filippo and e trov un uomo il quale era castrato,
cio eunuco, ed era maestro di casa della regina Candace di Etiopia, e tornava
verso la terra di Gaza, che Salomone aveva data a suo figliuolo. Costui aveva
in governo tutto il tesoro della detta regina, ed era andato a far riverenza e
adorare in Gierusalem; e tornandosene a casa sopra una carretta, san Filippo
l'aggiunse e ud che egli leggeva una profezia d'Isaia. E san Filippo gli
dimand s'egli intendeva quello che leggeva: egli rispose che non, se non gli
veniva dichiarato. Allora san Filippo, montato sopra il carro, gli dichiar il
tutto e lo convert alla fede e lo battezz, e subito lo Spirito Santo lev san
Filippo via, e lo eunuco rest informato. E dicono che quivi fu adempiuta la
profezia, nella qual si dice che la Etiopia alzer e levar le sue mani al
Signor Dio; e cos dicono loro essere stati li primi a convertirsi alla fede di
Cristo, e che lo eunuco si torn subito verso l'Etiopia molto allegro, dove era
la casa della sua signora, e la convert e battezz insieme con tutta la sua
famiglia, perch le narr tutto quello che gli era avvenuto, e cos la regina
fece battezzar tutto il suo regno e signorie: e cominci in un regno che ora si
chiama Burro, il quale  situato verso la parte di levante nel regno di
Barnagasso, e ora  diviso in due signorie.
E in questo luogo di Chaxumo fece una bellissima chiesa, che fu la prima che si
dice essere stata fatta in Etiopia, e chiamasi Santa Maria di Sion, perch da
Sion li fu mandata la pietra santa dell'altare: e costoro in questi paesi non
denominano le chiese se non per la pietra dell'altare, nella quale  scritto il
nome del luogo donde  stata tolta. Questa chiesa  molto grande, ha cinque
navi assai ben larghe e molto lunghe, fatte in volto, e di sopra al volto 
terrazzato, e sotto li volti e nelli muri son dipinture, e la chiesa 
saleggiata di pietre vive bellissime messe insieme. Ha sette cappelle, che son
poste tutte con le spalle verso il levante, con li suoi altari ben adornati. Ha
il coro a modo nostro, se non che  tanto basso che si arriva con la testa al
volto, e vi  fatto un altro coro sopra del volto, ma non si servono di quello.
Ha questa chiesa gran circuito saleggiato di gran pezzi di pietra viva, grandi
come sariano coperchi di sepoltura, il qual circuito ha d'intorno molto gran
muri ed  discoperto, al contrario dell'altre chiese di questo paese; e oltra
questo circuito, ha un altro circuito grande come d'un castello o vero citt,
dentro del quale son belle abitazioni a pi piano, e tutte hanno le lor fontane
che buttano l'acqua per certe figure di leoni, fatte di pietra di varii colori.
Dentro a questo circuito grande son duo belli palazzi fatti in solari, l'uno a
man destra, l'altro a man sinistra, i quali sono di duo rettori della chiesa, e
le altre case son de' canonici e frati. Dentro pure a questo gran circuito,
appresso la porta che  vicina alla chiesa,  un campo di terra quadrato, oggi
vacuo, che gi in altro tempo era pieno di case, nel quale in ogni canto  un
pilastro quadro di pietra viva, di molta altezza e ben lavorato di varii
intagli, e vi si veggono lettere intagliate, ma non s'intendono n si conosce
di che lingua siano: e di tali epitaffi se ne trovano molti. E questo luogo si
chiama ambacabete, che significa casa di leoni, perch gi in altri tempi vi si
tenevano li leoni legati. Avanti la porta del circuito grande  una gran corte,
e in quella un albero molto grande, che si chiama fighera di faraone; e dall'un
capo e dall'altro son alcuni belli poggiuoli fatti di pietra viva, ben lavorati
e ben assettati, ai quali l'albero solamente dove si distende con le radici fa
qualche danno. E sopra questi poggiuoli son poste dodici catedre di pietra
poste per ordine una dopo l'altra, tanto ben lavorate come se fussero di
legname, con suoi piedi e banchetti di sotto, e non son di un pezzo di sasso,
ma di pi pezzi: le quali sedie dicono che servivano alli dodici auditori, o
vero giudici della giustizia, che oggid son nella corte del Prete Ianni. Fuori
di questo circuito son molto belle case, che in tutta l'Etiopia non ne son
delle cos belle e cos grandi; sonvi ancora pozzi assai d'acqua belli e buoni,
ornati di bellissime pietre; e cos nella maggior parte delle case son figure
antiche, come leoni, cani, uccelli, e tutti son fatti di pietra durissima e
finissima.
Dietro alle spalle di questa chiesa cos grande  un vivaio o ver lago d'acqua
viva, a pi d'un monticello, dove ora si fa il mercato; e intorno a quello son
molte e simili catedre, lavorate in quel medesimo modo che son quelle del
circuito. Questo luogo  posto in capo d'un bel prato, in mezzo di duo
monticelli; e la maggior parte di questa campagna  piena di edificii
antichissimi, e ne' quali son assai di quelle catedre, con molte colonne con
lettere, che non si sa di che lingua siano, ma sono intagliate molto bene. E in
capo di detto luogo son molte ruine di pietre, parte in piedi e parte distese
in terra, le quali sono molto alte e belle e con bellissimi lavori di fregi,
tra le quali n' una in piedi, posta sopra un'altra, lavorata come pietra
d'altare e come incastrata in quella: e questa ritta di sopra  grandissima,
lunga 64 braccia e larga sei, nelli fianchi tre, e molto diritta e ben
lavorata, tutta incavata in finestre dal piede fino alla cima, cio una
finestra sopra l'altra. E la sommit di detta pietra rassembra a una mezza
luna, nella quale sono cinque chiodi, nella parte verso mezzogiorno, in forma
di una croce inchiodati nella medesima pietra, la ruggine de' quali, correndo
al tempo della pioggia gi per la detta pietra per un palmo lontano dalli detti
chiodi, par sangue rappreso. E perch alcuni potrebbono dire come  possibile
che una pietra tanto alta sia stata misurata, di sopra ho detto che era
incavata a modo di finestre per infino alla cima, dove era la mezza luna, e
tutte queste finestre erano d'una medesima misura: e noi, avendo misurate
quelle che si potevano aggiugnere, faccendo conto delle altre, dalle prime alle
ultime trovammo esser braccia sessanta, e cos giudicammo che quello spazio che
restava dalle ultime finestre della detta cima insino alla sommit della mezza
luna fusse di altezza di braccia quattro, che fanno tutto braccia
sessantaquattro. E questa pietra cos alta da piede verso mezzogiorno ha la
forma di una porta, lavorata nella medesima pietra, col catenaccio, che par
serrata; e la pietra sopra la quale  posta questa  grossa un braccio e molto
ben quadra, e questa similmente  posta sopra l'altre pietre grandi e picciole,
nelle quali non potei sapere quanto quella si entrasse adentro, o vero se ella
arriva al piano. Appresso di queste sono infinite pietre molto belle e ben
lavorate, le quali pareva che fussero state quivi condotte per mettere in
opera, e quelle altre cos grandi parimente rizzate in piede: di queste erano
alcune lunghe 40 braccia e altre 30. E nella maggior parte di queste pietre
sono intagliate lettere grandi, che alcuno della terra non le sa leggere. E fra
queste pietre che giaciono in terra, tre son molto grandi e di belli lavori, e
una d'esse  rotta in tre pezzi, e ciascuno passa la lunghezza di ottanta
braccia, ed  larga dieci: appresso delle quali son altre pietre, nelle quali
dovevano essere incastrate.


Degli edificii che sono d'intorno alla citt di Chaxumo,
e come in quella si trova oro, e della chiesa di detto luogo.
Cap. XXXIX.

A questo luogo di Chaxumo  vicino un monticello, dal quale si scorge molto
paese da ogni banda. Lontano dalla citt un miglio sono edificate due case
sotterranee, nelle quali non si pu entrare senza lume: queste non sono in
volto, ma son fatte di bellissime pietre lavorate tutte uguali, cos dalle
bande come di sopra, e son alte XII braccia; e tanto son bene uniti detti sassi
che paiono d'un pezzo, che non si veggono le commissure. Una di queste case 
partita in molte stanze. Nell'entrar delle porte sono due buche, nelle quali
mettono la stanga con che la serrano. E in una camera di questa son due arche
grandi, cio IIII braccia lunghe e uno e mezzo larghe, e altrotanto d'altezza,
cio il vacuo di dentro; e bench non avessino il coperto, dimostravano gi
averlo avuto: dicono che quelle erano casse di tesori della regina Saba.
L'altra casa  pi larga, e non ha pi d'una camera e portico; e da una porta
all'altra  lo spazio d'un trar di pietra, e sopra dette case  la campagna.
Nella nostra compagnia erano Genovesi e alcuni Catelani, i quali erano stati
schiavi di Turchi, e giuravano aver veduto diversi edificii, ma non aver veduto
mai di cos grandi come quei di questo luogo di Chaxumo: e noi giudicammo che
il Prete Ianni ci mandasse quivi a spasso a posta fatta, acci che vedessimo
tali edificii, i quali sono assai pi grandi di quello che io ho scritto.
In questo luogo e nelle sue campagne, le quali tutte sono al suo tempo seminate
d'ogni sorte di semenza, quando vengono li temporali con le pioggie grandi, non
resta nel luogo femmina n uomo, garzone n fanciullo che sia di qualche et,
che non esca fuori a cercar oro per i luoghi lavorati, che dicono che le
pioggie lo vanno scoprendo e che ne trovano molto: e cos vanno per tutte le
strade dove corrono le acque, voltando la terra con bastoni. Avendo udito
questo che dicevano di tanto oro, determinai di far una tavola, cos come l'ho
veduta fare in Portogallo nel luogo di Foz di Rocca e al ponte di Muzella: e mi
posi a lavar la terra e buttarla sopra le tavole, e non trovai punto di oro,
non so se questo fusse per non saper lavar la terra, o se non lo conosceva, o
vero se non ve ne era; ma la fama era molto grande.
La chiesa di questo luogo dicono che  la pi antica di tutta l'Etiopia, e ben
lo mostra, perch  pi onorata dell'altre; e in quella si celebra il divino
ufficio all'usanza loro solennemente, e sono in essa 150 debeteres, cio
canonici, e altritanti frati, e ha due capi principali, i quali in lingua loro
si chiamano nebreti, cio maestri d'insegnare, l'uno de' quali  sopra li
canonici e l'altro  sopra li frati. E questi due alloggiano nelli palazzi che
son nel circuito della chiesa, e il nebret delli canonici alloggia nel palazzo
dalla banda destra, e questo  maggiore e pi onorato, e ha auttorit di far
giustizia non solamente sopra li canonici, ma ancora sopra i laici della terra;
e il nebret delli frati solamente fa giustizia sopra li frati. E tutti due
hanno nella lor corte trombetti e altri che suonano certi istromenti a modo di
tamburi, e hanno grandissime entrate, e oltra quelle  data loro ogni giorno
dalla terra una collezione di pane e di vino di quel del paese, che si dimanda
mambar, la quale gli danno finita la messa: e la danno in due parti, cio una
alli frati e una alli canonici, ed  cos grande questa collezione che poche
volte i frati mangiano poi altrimenti, perch basta loro quasi per tutto il
giorno; e questo fanno ogni giorno, eccetto il venerd santo, perch in tal
giorno non mangiano n bevono. Li canonici non fanno la lor collezione nel
circuito della chiesa, e poche volte dimorano in quello, eccetto quando si dice
l'ufficio divino; n anche li nebreti nelli lor palazzi, se non quando danno
audienza: e questo perch son tutti maritati e si stanno con le lor mogli e
figliuoli nelle lor case, le quali sono assai buone e son fuori del circuito
della chiesa, nel quale non possono entrare femmine; n gente laica pu entrare
nella chiesa, ma vi  un'altra chiesa molto bella, nella quale vanno i laici e
le femine a pigliar la communione.


Come appresso al luogo di Chaxum sono poste due chiese sopra due monticelli,
nelle quali giaceno i corpi di due santi.
Cap. XL.

E dall'una banda all'altra di questa terra son duoi monti, un verso levante,
l'altro verso ponente, e in questo ch' verso ponente  un gran pezzo di
salita, e sopra di quello una bella campagna di lunghezza pi d'un miglio e
mezzo, nella quale sono assai villaggi e assai vigne in pergole, di bonissime
uve e negre e bianche. E sopra quella parte del monte che  verso la terra e
verso la chiesa grande,  uno edificio grande di una torre fatta di grandi e
belle pietre, ma mezza ruinata per l'antichit: e delle pietre ruinate ne hanno
fatto una chiesa intitolata a san Michele, alla qual concorre molta gente della
terra di Chaxum a pigliar la communione, e questo fanno per divozione. L'altro
monte verso levante ha sopra un'altra chiesa intitolata del nome di uno abba
Licanos, il qual dicono esser santo, e che fu quello che battezz la regina
Candace: e quivi  il suo corpo. Questa chiesa  connexa con la chiesa grande
di Chaxum ed  ufficiata dalli canonici di quella, e in questa  molta
divozione, e molti della terra similmente vi concorrono a udir gli ufficii e a
pigliar la communione;  ancora un altro luogo di molte case a pi del monte,
gli abitanti del quale concorrono a questa chiesa. E pi avanti  un altro
monte alto e sottile cos nel piede come nella cima, che par che vada al cielo,
il quale ha 300 scalini per ascendervi, e sopra esso  una devota e bella
chiesietta, ma piccola, che ha al d'intorno un circuito di pietre molto ben
lavorate, tanto alto che arriva al petto d'un uomo, d'onde l'uomo si spaventa
di guardar a basso. Questo circuito della chiesa  largo tanto che vi posson
camminare tre uomini insieme, ed  intitolata nel nome di abba Pantaleon, che
fu santissimo uomo, e quivi  il suo corpo; e ha grande entrata, e sonvi 50
canonici tutti onorati e ben vestiti, e il lor capo  chiamato nebret.


Delle terre e signorie che son poste verso ponente e tramontana alla terra di
Chaxumo.
Cap. XLI.

Da questa terra di Chaxumo verso ponente si va contra il Nilo, dove son gran
terre e signorie, e dicono che verso questa banda  la citt di Sabain, dalla
qual la regina Saba prese il cognome, e dove ella tolse quello legno negro che
mand a Salomone per intarsiare le opere del tempio. E da questo luogo di
Chaxumo infino al principio delle terre di Sabain son due giornate di cammino,
e questa signoria  suggetta al regno di Tigremahon, e il signore e capitano di
quella  cognato del Prete Ianni, e si dice che  buona e gran signoria. Dalla
banda di tramontana  una signoria chiamata Torrate, tutta terra di montagne,
verso le quali per ispazio di 12 miglia  un alto monte e grosso da piede,
sopra il quale  una pianura di due miglia piena di boschi, di alberi diritti e
bellissimi, appresso i quali  un monastero che ha grande entrata e gran numero
di frati, e si dimanda il monastero dell'Alleluia. E la causa di questo nome si
dice essere stata perch, nel principio che fu edificato, vi si trovava dentro
un frate di santissima vita, il quale dispensava la maggior parte della notte
in orazioni: e avendo uditi gli angeli nel cielo cantar "Alleluia, alleluia",
lo disse al suo superiore, e cos fu posto tal nome a questo monastero. E
quanto pi il detto frate fu santo e buono, tanto pi tristi e scelerati  fama
che siano quelli che vi stanno al presente. D'intorno a questo monte dove 
posto questo monastero, vi si veggono nelli lati fiumi secchi, i quali non
corrono se non al tempo di gran nembi e tuoni.
Tornando al nostro viaggio, per ispazio di otto miglia da Chaxumo  un altro
monastero in un monte, che si chiama San Giovanni, e poi, pi lontano sei
miglia da questo, ne  un altro che si chiama Abba Gariman, il qual dicono che
fu re di Grecia e che, lasciando il suo regno e signoria, venne quivi a far
penitenza e fin quivi la sua vita santamente. Ora dicono che fa molti
miracoli, e noi ci trovammo presenti il giorno della sua solennit, dove
vedemmo da tremila fra ciechi e storpiati e altri che hanno il mal di san
Lazaro. E questo monastero  posto in mezzo di tre monti acuti, e quasi nella
costa d'uno di quelli, e si vede la spelonca dove questo re faceva penitenza,
la qual par che voglia cadere, n vi si pu ascendere se non per una scala: e
quivi montati, pigliano della terra, che  come creta, e la metteno al collo
agli amalati in pezzetti, e dicono che guariscono. Volsi intendere che entrata
egli aveva: mi fu detto da 16 cavalli e molte altre cose minute.  picciolo
monastero e vi abitano pochi frati, e al piede di quello piantano molti agli e
cipolle e molte erbe di orto che mangiano, e hanno molte vigne fatte in pergole
e di buona sorte; e cominciano a farsi mature l'uve e li persichi del mese di
gennaio, e finiscono per tutto marzo, e tutto l'anno in questo luogo si trova
uva passa e secca da vendere, e la megliore che io mangiassi mai:  grossa come
nocelle e quasi senza granello nel mezzo.


Come partimmo dalla chiesa e casa di San Michele e andammo a un luogo chiamato
Bacinete, e d'indi poi a Malue; e de' monasteri che stanno appresso di quelli.
Cap. XLII.

Partimmo dalla chiesa di San Michele con la gente del paese che ci portava la
nostra robba, e andammo a dormire ad un luogo che si chiama Angeba, in un
betenegus, che  casa del re, nelle quali gi in altri luoghi pi volte siamo
alloggiati, e non se ne servono altre persone che quelli signori che fanno la
residenzia in cambio del re: e riveriscono tanto queste stanzie, che le porte
di quelle stanno sempre aperte, e niuno averia ardire d'entrarvi o vero
toccarle, se non quando vi  dentro il signore; e dopo che esso si parte
lasciano le porte aperte, li letti da dormire, e suoi ordini da far fuoco, e la
cocina. Partiti poi da questo luogo, camminammo da 15 miglia e alloggiammo
sopra un alto monte, il quale  sopra un gran fiume, che si dimanda Bacinete; e
cos si chiama la terra e signoria, della quale n'era patrone in quel tempo
l'avola del Prete Ianni, e nel tempo che noi eravamo ivi le fu tolta, perch
faceva far mala compagnia agli abitanti: e il Prete Ianni tien tanto amor e
rispetto a' suoi parenti come agli altri. E questa terra  sottoposta al reame
del Tigremahon, ed  molto popolata e coltivata per tutte le bande, ma sopra
tutto  piena di montagne fruttifere e di fiumi che di continuo corrono verso
il Nilo. E tutte le loro abitazioni sono poste ed edificate sopra luoghi alti e
fuori delle strade, e questo lo fanno per causa de' viandanti, che gli tolgono
ci che hanno per forza. Quelli che ci portavano la robba, per paura delle
fiere, fecero uno steccato di fascine di spini molto forte, e si messero dentro
loro e noi con le mule; per quella notte non sentimmo altro.
Partimmo da Bacinete e andammo per sei miglia a dormire a un luogo chiamato
Malue, il quale  circondato di molti belli campi lavorati e pieni di formento
e orzo e miglio e legumi d'ogni sorte, che ancora in un luogo insieme cos
belli e cos spessi non abbiamo veduti. Appresso a questo luogo vi  una
montagna altissima, ma nel piede non troppo grossa, perch  tanto quasi nella
cima come nel piede, per essere tutta tagliata come si faria a un muro d'una
fortezza, diritta, tutta calva, senza erba n verdura alcuna; ed  bipartita,
cio le due bande streme sono aguzze e quella di mezzo piana, e in una di
quelle parti aguzze, camminando poco pi di due miglia, vi  un monastero de'
frati di Nostra Donna, di santa vita, la qual si chiama Abbamata, e son uomini
di santa vita. L'ordine quivi tutto  uno, perch nel reame del Prete Ianni
sono tutti di un ordine, cio di Santo Antonio eremita: e da questo  venuto un
altro ordine che si chiama Estefarruz, il quale  tenuto pi presto ebreo che
cristiano, e dicono che spesse volte ne abbruciano per essere in loro di molte
eresie, come a dire che non vogliono adorar le croci che loro medesimi fanno,
perch tutti li preti e frati le portano in mano e li laici al collo. E la
causa perch essi non vogliono adorarla si  che dicono che solamente quella
croce si debbe adorare nella quale Cristo pat per noi, ma che quelle che loro
fanno e fanno altri uomini non sono da adorare, perch sono opere di uomini: e
per altre simil eresie che dicono, tengono e fanno, sono molto perseguitati. Il
luogo dove  questo Abbamata pare che sia lontano tre miglia: io vi volevo
andare, ma mi fu detto che non vi andassi, perch vi era una giornata di
cammino e bisognava andarvi in quattro, cio con le mani e' piedi, perch
altramente non vi si pu andare. In quel monte di mezzo, il quale  come una
tavola, vi  un'altra chiesa di Nostra Donna, nella quale vi  gran divozione;
e nell'altro monte aguzzo un'altra chiesa piccola, intitolata Santa Croce. E
pi avanti quattro miglia e mezzo vi  un altro monte, il quale  su quella
foggia di quello di Abbamata, e vi  un altro monasterio, che si dimanda San
Giovanni, il quale  posto nella sommit del monte, la quale  tanto grande
quanto  lo edificio del detto monastero e le stanzie di detti frati. E non vi
, secondo che si vede da basso, verdura alcuna; e il david e li governatori
del monasterio stanno a pi del monte, in terre molte dilettevoli e tanto
coltivate quanto dir si possa, e da quelle mandano alli frati che sono nel
monte aspro tutto quello che lor bisogna alla giornata.
In questa terra si vede anche una differenzia grande a comparazione delle terre
del Barnagasso, perch in quelle abbiamo visto assai furfanti e molti
storpiati, ciechi e poveri che andavano cercando, ma in queste non ve ne sono
tanti. Gli uomini sono differenti alquanto negli abiti dalli detti di sopra, e
le donne maritate o che hanno con uomini conversazione portano intorno certi
panni negri di lana, o d'altro colore, con le sue frangie di lana assai longhe,
e non portano diadema sopra la testa, come fanno le donne delle terre del
Barnagasso. Le giovani sono mal in ordine, e se sono di XX o XXV anni hanno le
poppe tanto lunghe che arrivano loro fino alla cintura, e questo reputano per
cosa bella; e vanno col corpo scoperto e galante dalla cinta in su, con corde
di paternostri sopra quello. Alcune altre, grandi di corpo ed et, portano
pelli di castrato attaccate al collo, che gli cuoprono solamente un fianco.
Nelle nostre bande di Portogallo e Spagna si maritano per amore e per un bel
viso, e il resto del corpo gli  nascosto, ma in questo paese si ponno ben
maritare per vedere il tutto di continuo: e per esser questa la usanza del
paese, l'uomo non ne fa stima alcuna, non altramente che se gli vedesse le mani
o piedi nudi; e questo in gente bassa, perch le gentildonne vanno coperte.


Degli animali che sono in questa terra; e come fummo ad incontrare Tigremahon;
e delli tributi che si pagano.
Cap. XLIII.

In questa terra son tigri e altri animali molto feroci, e se ben li villaggi
sono serrati, nondimeno la notte vengono le fiere e ammazzano vacche, mule e
asini, il che non facevano nel regno di Barnagasso. Di qui partimmo alli 6
agosto 1520 e tornammo indrieto, dove era rimasto lo ambasciadore, per
commissione del Tigremahon, alloggiato con gli altri Portoghesi i quali con lui
partirono da Temei, terra del regno di Barnagasso. Vi era anco alloggiato un
gran signore, mandato quivi accioch egli facesse compagnia all'ambasciadore; e
in queste terre vicine vi erano assai signori che accompagnavano detto
Tigremahon, il quale era lontano da questo luogo, alloggiato in betenegus,
quasi due miglia.
In quel medesimo giorno che noi arrivammo, Tigremahon mand a chiamar
l'ambasciadore, il quale vi and con noi altri; ma arrivati che fummo al
palazzo, ne fu detto che egli era andato alla chiesa con la sua moglie per
pigliare la communione: e questo poteva essere su le XXII ore e mezza, che a
quella ora in quel paese dicono la messa, quando non  o sabbato o domenica. E
andammo ad incontrarlo che veniva dalla chiesa con la moglie, e cavalcavano due
mule ben ornate, secondo che si richiede a uomini grandi, e accompagnati da
gran signori. Questo Tigremahon  un vecchio di bella presenzia, e la sua
consorte era coperta tutta di panni di bambagio azurri: e talmente era coperta
che non gli vedemmo n il viso n alcuna altra parte del corpo. Quando gli
fummo vicini, mi dimand una croce che io aveva in mano, la quale egli baci e
diedela a baciare a sua moglie: ed ella, senza scoprirsi il viso, la baci cos
sopra i panni, e ne fece buona ciera e gran carezze. Costui mena seco gran
corte, cos di uomini come di donne, e di grande apparato, maggiore che non 
quello del Barnagasso. Ci disse l'ambasciadore e quelli che con lui erano la
gran cortesia e carezze che avevano avute da Tigremahon, cos in mostrargli
buona ciera come in mandargli vettovaglia da vivere. Ed  poco tempo che ha tal
signoria, e ancora non ha finito di pigliare il possesso per tutto il suo
dominio.
In questo reame, li re e quelli che sono sottoposti alli re, il Prete Ianni gli
leva e mette quando gli pare e piace, con causa e senza causa, e per questo,
quando sono privati del dominio, non mostrano maninconia o tristezza, e se pur
l'hanno per male, lo tengono secreto. Nel tempo ch'io sono stato quivi, ho
visto uomini gran signori privati dello stato e quelli che erano stati posti in
loco loro molte volte parlare e conversare insieme come buoni amici: ma Iddio
sa il lor cuore. In questa terra, per qualsivoglia cosa che gli occorra, o
prospera o adversa, dicono che Iddio la fa. Questi signori che sono come re
danno tributo al Prete Ianni, il qual tributo  di cavalli, di oro, di seta e
di broccato e di panni di bombagio, secondo la facult delle terre delle quali
loro sono signori; e pi inanzi andando dentro il paese del Prete Ianni, danno
il loro tributo d'oro, di mule, di sete, e di vacche e di buoi da arare e di
altre cose. E quelli signori sottoposti, come dire a Tigremahon, a Barnagasso o
a quelli che hanno il titolo di re, se ben sono stati fatti signori dal Prete
Ianni, pur tuttavia pagano il tributo alli detti signori, li quali
corrispondeno al Prete Ianni. E queste terre sono tanto abitate e popolate che
le entrate loro conviene che siano grosse, e li signori, quando si trovano per
le terre, vivono alle spese del commune delle povere genti.


Come, stando Tigremahon per cavalcare, l'ambasciadore gli dimand il suo
dispaccio e non gli fu dato; dapoi, mandatogli certe robbe, gli fu data
l'espedizione;
e come andorno a un monastero, dove fumo accarezzati
Cap. XLIII.

Volendo Tigremahon cavalcare alla volta di alcune altre terre, l'ambasciadore
mand a pregarlo che lo dovesse espedire. Il quale, alquanto stato sopra di s,
disse che quella robba che noi portavamo mandaria a levarla, ma che la nostra
che noi avevamo, che erano vestimenti, pevere e pane per mangiare, che
trovassimo chi le portasse: e questa fu la ultima risoluzione. Poi si part e
and al suo viaggio, e noi tornammo alli nostri alloggiamenti. E vedendo che
non potevamo camminare con tanta robba, mettemmo ordine di mandargli di nuovo a
parlare con alcuni presenti per Giorgio di Breu e per mastro Giovanni medico,
li quali vi portorno un pugnale ricco e una spada con il fodro di velluto e li
capi dorati. Dati questi presenti e fatto questo ufficio, fu subito ordinato
che ne fusse portata la robba, e che per tutte le sue terre ne fusse dato da
mangiare pane, vino e carne. E avuta tal nuova, che fu alli 9 d'agosto, ci
partimmo e andammo a dormire in certi piccioli villaggi, serrati come quelli di
sopra per paura delle tigri. E la notte che quivi dormimmo, essendo gi due ore
di notte, uscirono duoi uomini della terra per andar ad una stalla di vacche, e
nella strada furono assaltati dalle tigri, e uno di loro fu ferito in una
gamba. Iddio volse che udissimo gridare e gli soccorremmo, perch gli averiano
ammazzati.
In questa terra vi sono villaggi abitati dalli mori divisi da quelli delli
cristiani, li quali dicono che pagano gran tributo di panni di seta e d'oro
alli signori del paese, ma non fanno le altre angarie che fanno gli cristiani;
e questi mori non hanno moschea alcuna, perch non gliele lasciano tenere.
Tutte queste terre sono fertili, s di pascoli come di formenti e d'altre
biade, e sono alcuni monticelli non troppo alti, quasi come campagne, tutti
lavorati e coltivati e pieni d'arbori fruttiferi.
Partiti da questo luogo, andammo ad alloggiare e dormire a un altro luogo XII
miglia lontano, ma picciolo, in un alto monte a man sinistra, che  tutto verde
e pieno di arbori fruttiferi. Vedemmo un monastero di San Giovanni, qual dicono
che ha buone entrate e che vi sono assai frati. Appresso dove alloggiammo vi 
una chiesa di San Giorgio, assai ben ordinata a modo delle nostre, in volto e
ben dipinta delle lor pitture, cio con apostoli, patriarchi, No ed Elia
profeta, e in quella servono X preti e X frati. E fino qui non abbiamo trovato
chiesa governata per preti che non vi sian frati, ma dove sono i frati patroni,
non vi stanno li preti. E per la verit li frati vanno pi onesti in abito che
li preti, perch li preti vestono come i laici, eccetto li canonici. E ne'
mercati preti e frati sono una cosa medesima, perch essi sono li maggiori
negociatori che si trovino verso il levante.
All'incontro di questo luogo di San Giorgio, a pi d'una montagna lontana da
quello III miglia, vi  un monastero appresso un fiume detto Coror, intitolato
San Spirito, e vi sono da XX in XXV frati: chiesa di gran divozione, che cos
mostra il luogo. E li frati, vedendoci in quel luogo, ringraziavano Iddio, che
aveva dato lor grazia di aver veduti cristiani d'altra lingua e d'altra terra,
che mai pi non ne avevano veduti. E cos accarezzandoci, ne mostrarono il
convento e le loro stanzie e la chiesa del monastero, che  in volto, piccola e
ben dipinta, e il suo chiostro e le celle molto ben in ordine, e meglio di
quelle che abbiamo vedute in queste terre, gli orti molto ben coltivati: e vi
sono molti agli, cipolle, cavoli e molte altre sorti d'erbe che noi non abbiamo
e che loro mangiano, e sono bonissime secondo il paese; hanno molti limoni,
naranci e cedri, persichi, uve bellissime, fichi a modo nostro di varie sorti e
fichi indiani, e molti alti cipressi e altri arbori bellissimi, che fanno
frutto e senza frutto, che non gli conosciamo. Li frati si disperavano perch
era sabbato, che non potevano coglier de' frutti per darne, come averebbeno
voluto, e ne chiedevano perdono, e dicevano che ne darebbeno di quello che
avevano in convento: e cos andati in casa ne diedero agli secchi e limoni, e
al fine ne preparorno nel refettorio da mangiare cavoli tagliati come salata e
mescolati con l'aglio dell'altro giorno, senza altro conciero, ma solamente
cotti nell'acqua e sale, con duoi pani, uno di formento e l'altro d'orzo, e una
zara di bevanda che si fa di miglio secondo l'usanza del paese, che si chiama
cana, molto buona, e tutto con buona ciera, del che noi ringraziammo Iddio.
Dietro a questo luogo dove noi alloggiammo per ispazio di sei miglia, vi  una
terra che si chiama Agro, nella quale Tigremahon ha un betenegus e dove assai
volte dapoi siamo stati alloggiati. E quivi  una chiesa della Nostra Donna,
fatta per forza di scarpello in un sasso, molto ben fatta, con tre navi e con
le sue colonne del medesimo sasso; e la cappella maggiore e la sacrestia e
l'altare, tutti sono del medesimo sasso, e la porta principale con le sue
colonne, come che se fusse fatta di pezzi, non potria essere pi bella. Per
fianco non ha porta alcuna, perch da ogni banda vi  la pietra e il sasso
terribile, e nel sentir cantare l'ufficio divino si piglia gran consolazione,
perch le voci di quelli che cantano ribombano mirabilmente. Di campane non
bisogna parlare, perch non ne usano se non di sasso, come  detto di sopra, e
alcune naccare e cembali in ogni chiesa.


Come andammo a un luogo d'Angugui e Bellette, e come venne a visitar Balgada
Robel;
e del sale che  in questo paese, e dove egli vien portato.
Cap. XLV.

Alli XIII d'agosto ci partimmo da questo luogo, dove stemmo il sabbato e la
domenica, e andammo a un luogo chiamato Angugui, nel qual  una chiesa come una
sede episcopale, molto grande e bella, con le sue navi e con le sue colonne di
pietra molto belle e ben lavorate: ed  adimandata Chercos, che vuol dire San
Quirico. Il luogo  molto bello, appresso di un bellissimo fiume; gli abitanti
hanno un privilegio, che niuno debba entrarvi dentro a cavallo, ma sopra mule
s. Di qui andammo a dormire in certe triste ville, dove dormimmo molto ben
bagnati per le pioggie grandi, e senza cena; e stemmo divisi, perch non
potevamo stare altramente.
Nell'altro giorno a buon'ora, che fu alli XIIII d'agosto del medesimo anno, ci
partimmo di quivi e andammo ad alloggiare a un luogo chiamato Bellette, nel
quale vi  un betenegus, buono alloggiamento; e il sito del luogo  molto ameno
e abondante d'acque buone, e alloggiammo in detto palazzo. E stando in quello,
venne un gran signore chiamato Robel, signore di una provincia dimandata
Balgada, dalla quale prendendo il nome  chiamato Balgada Robel; e questo aveva
seco una gran corte, tutti a cavallo e con molti altri cavalli e mule a mano, e
tutto fanno per gravit e riputazione, ed erano con esso assai tamburi: costui
vien detto essere suddito di Tigremahon. E giunto al palazzo dove era
l'ambasciadore, lo mand a pregare che volesse venir fuori per parlargli,
percioch non poteva entrar in quello non vi essendo Tigremahon, che, come ho
scritto, fanno gran riverenza a questi betenegus, dicendo che niuno pu
entrarvi sotto pena della vita, non vi essendo il signore che regge la terra.
Udita questa dimanda, l'ambasciadore gli mand a dire che esso veniva di
lontano pi di XV mila miglia, e chi voleva vederlo o parlargli, che andasse a
trovarlo in casa, che esso non voleva uscir fuori. Allora questo signore gli
mand a donare un bue, un castrato, un vaso pieno di miele, bianco quanto un
fiocco di neve e duro come una pietra, e un corno pieno di vino molto buono; e
mand a dirgli che andaria a parlargli, con tutto che le pene fussero
pericolose, e che si confidava, per essere alloggiati in quel betenegus
cristiani, che saria iscusato dalla pena. Come fu appresso il palazzo, venne
tanta pioggia che fu costretto a entrarvi dentro, e quivi parl con
l'ambasciadore e con noi altri, dimandando del nostro viaggio e delle nostre
terre, che mai non le aveva intese n udite; e dapoi ci ragion delle guerre
che esso fa con li Mori, li quali confinano con le sue terre dalla banda del
mare, dicendo che mai si quietava di far lor guerra, e don una mula molto
buona per una spada a uno de' nostri: e l'ambasciadore, vedendo la sua
cortesia, gli don uno elmetto. Dapoi lo vedemmo molte volte in corte, e ne fu
detto che esso era uomo grande di guerra, e che in quella era valent'uomo e
fortunatissimo.
Camminando verso mezzod al nostro viaggio, le sue terre sono verso levante e
il mar Rosso, e per la strada che noi facemmo si tocca parte di quelle; e
dicono che il suo dominio  grande, e ch'esso ha la miglior cosa che sia
nell'Etiopia, cio il sale, il qual corre per moneta cos nelli reami del Prete
Ianni come nelli regni de' Mori e gentili: e di qui dicono che arriva per fino
a Manicongo, sopra il mare di ponente. E questo sale lo cavano di montagne,
secondo vien detto, in guisa di quadrelle: la lunghezza di ciascuna pietra  un
palmo e mezzo, e la larghezza quattro dita, e al traverso tre dita, e cos
vanno caricate sopra carrette e animali come legne curte. In questo luogo dove
si cava questo sale, vi vanno cento e centoventi pietre alla dramma d'oro, la
quale, come ho detto, vale a mio giudicio CCC reais, che sono tre quarti di
ducato d'oro in oro. Subito che giugne poi in una fiera che  sopra la nostra
strada, dove vi  un luogo che si chiama Corcora, una giornata dal luogo dove
si cava il sale, vi vanno cinque o sei pietre manco alla dramma: e cos va
diminuendo di fiera in fiera, e quando arriva alla corte vi vanno sei o sette
pietre solamente alla dramma, e io ne ho anche visto comprare cinque per una
dramma, quando  inverno. Di questo sale si fanno gran baratti, ed  molto caro
in la corte. Dicono che, come arriva nel regno di Damute, trovano per tre o
quattro pietre un buono schiavo, ed entrando ancora fra terre de schiavi,
dicono che trovano un schiavo per una pietra, e quasi per essa a peso d'oro.
Trovammo per questo cammino 300 e 400 bestie in compagnia cariche di sale, e
alcune altre vote che andavano a pigliarlo, e queste dicevano che erano di gran
signori, che mandano a fare ogni anno viaggio per le spese che fanno nella
corte, e altre carche de XX e XXX animali, e questi sono di mulattieri.
Trovammo anco uomini carichi del detto sale, che lo portano di fiera in fiera,
che vale e corre come moneta, e chi lo ha trova a baratto ci che fa bisogno.


Come partimmo con le robbe nostre avanti, e come il capitano di Tigremahon che
ci conduceva fu bastonato per un frate che veniva a trovarne.
Cap. XLVI.

Partiti di questo betenegus, andammo ad alloggiare a certi villaggi assai
poveri e male in ordine, a una terra chiamata Bunace. E il giorno seguente
partimmo di quivi, seguitando la robba nostra che gi avanti di noi era stata
portata, la quale trovammo che l'avevano scaricata in mezzo di un prato pieno
di acqua: e vedendola cos mal condotta ci maravigliammo assai. E stando cos,
giunsero cinque o sei sopra le mule, e con X o XII pedoni con loro, fra' quali
vi era un frate, il quale arrivato pigli per il cavezzo subito il capitano di
Tigremahon che conduceva la robba, e gli diede delle bastonate, per la qual
cosa tutti vi corremmo, per intendere per che conto gli dava. E vedendo
l'ambasciadore il capitano cos ferito e malconcio, entrato in colera con il
frate lo prese per il petto per dargli, ma non so se gli diede, e similmente
tutti noi gli andammo adosso: e gli valse al povero frate saper alquanto parlar
italiano, che fu inteso da un de' nostri, che fu Georgio di Breu, che se ci
non era, la cosa non passava ben per lui. Pacificato ognuno, il frate disse che
era venuto quivi per commissione del Prete Ianni, per far portare la nostra
robba, e che, se esso l'aveva bastonato, lo aveva fatto per il mal ordine che
aveva usato in farla portare. Rispose l'ambasciadore che non era tempo di far
tumulto, e massime alla sua presenza, perch gli pareva ch'egli avesse dato
alla sua persona propria. E cos essendosi acquietati, disse il frate che
voleva andare alla volta del signore Balgada Robel, il quale era restato
adietro, e che di l menaria mule e camelli per portarci la robba, e che noi
andassimo avanti ad aspettarlo in un betenegus lontano di quivi mezza giornata.
Questo fu quel frate che fu poi mandato dal Prete Ianni per ambasciadore a
Portogallo insieme con noi.
E cos partimmo ognuno al suo viaggio, esso avanti e noi verso il detto
betenegus, e la sera alloggiammo in una picciola villa, dove era una bella
chiesa intitolata San Quirico, e quella notte dubitammo di esser mangiati dalle
tigri. Il giorno seguente camminammo appresso due miglia e trovammo il
betenegus dettone del frate, il quale  in un luogo chiamato Corcora, con buoni
alloggiamenti, e vi  una chiesa assai bella: e quivi stemmo il sabbato e la
domenica, aspettando per fino al luned il frate. In questo luogo dalla parte
di levante dicono che vi  un monastero molto bello e ricco, il quale si chiama
Nazareth, che ha molta entrata, e vi sono molti frati; ed  paese molto
abondante di uva e di persiche e d'altri frutti delicati, cio delli nostri e
di quelli del paese, e di qui ne furno portati assai noci, ma molto picciole.
Verso la parte di ponente, che  verso il Nilo, dicono che vi sono assai minere
di argento, ma non lo sanno cavare, n di quello trarre alcuno utile.


Come partimmo dal luogo di Corcora, e della dilettevole terra donde passammo, e
d'un'altra selvatica dove ci perdemmo l'uno dall'altro, e come ne combatterono
le tigri.
Cap. XLVII

Il marted mattina, vedendo che non veniva il frate, cominciammo a camminar per
la riva di un fiume bellissimo per ispazio di sei miglia, paese molto ameno e
grazioso, e pieno di verdure e di arbori senza frutto e con frutto; e dall'una
banda e dall'altra vi erano costiere di montagne altissime, che tutte si
vedevano seminate e piene di formenti e orzi e olivi selvatichi, che paiono
ulivi giovani, perch gli tagliano spesso per poter seminare le biade. Nel
mezzo di questa valle vi  una bellissima chiesa di Nostra Donna, intorno alla
quale vi sono molte case, stanzie e abitazioni delli preti; vi sono ancora
infiniti cipressi altissimi e grossissimi quanto dir si possa, e molti boschi
di alberi di pi sorti che noi non conoscemmo. E vicino alla porta principale
della chiesa vi era una bellissima fontana e chiara, che andava d'intorno alla
chiesa, poi si spandeva per una gran campagna, che tutta si pu adacquare con
li suoi rivoli: e per questo si semina in tutti li mesi dell'anno con ogni
sorte di semenza, orzo, miglio, lente, roveia, fava, ceci, taffo de guza, che 
molto buono, e quanti altri legumi sono in questo paese; e alcuni si veggono
seminati allora, altri cresciuti in erba, altri maturi, altri segati e altri
battuti, cosa che non si vede nelle parti nostre di Europa. In cima di questa
valle vi  una grande ascesa, e in faccia vi  una chiesa, la quale ha intorno
assai abitazioni di preti, dove la terra  molto arida e secca. In mezzo di
quella vi  una muraglia antichissima, la quale dimostra essere stata torre con
porte per guardar quel luogo, perch  un monte cos aspro che da quello a LX
miglia inanzi non vi  altro passo: e ben pare che questo sia cos per la molta
gente che di continuo qui corre.
Salito detto monte, calammo a basso e arrivammo in una bella campagna piena di
ogni sorte di biade, la quale si semina tutto il tempo dell'anno, come quella
che ho detto di sopra, e vi sono prati infiniti da pascolare. E nell'entrar di
questa campagna vi  una bellissima chiesa intitolata San Quirico, con molte
buone case per li preti, serrate come monasteri, e sopra di quella vi  un
bellissimo betenegus; e la terra  grande, e questa campagna e valle pu essere
in lunghezza sei miglia e di larghezza due miglia, e ha d'intorno da ogni banda
alte montagne, e a pi di quelle per tutto vi si vedono assai luoghi e chiese,
ma picciole, tra le quali ve ne  una intitolata Santa Croce e l'altra San
Giovanni, e ciascuna di esse ha XII frati.
Passata questa valle, cominciammo a mutare altra sorte di paese, ed entrammo in
certe aspre montagne, non di altezza ma di profondit, la maggior parte delle
quali passammo di notte, per il che ci perdemmo l'uno dall'altro. E
l'ambasciadore rimase solamente con quattro compagni, e io con cinque, e un
altro pur della famiglia con dui; e la robba rimase in questi luoghi selvatichi
con un uomo solo, come a Dio piacque. E in quella banda dove io mi trovava si
vedeva il fuoco, che per esser notte pareva vicino, ma era lontano pi di tre
miglia; e volendo andare a quella volta, ci seguitavano tante tigri che non si
pu stimare, e se entravamo in qualche boschetto, ci venivano tanto appresso
che con una picca potevamo dargli a man salda: e nella nostra compagnia non era
se non uno che avesse picca, e gli altri spade. Finalmente ci consigliammo di
fermarci in certi campi seminati per star pi sicuri, e quivi legammo le mule
insieme, e con le spade nude facemmo tutta notte la guardia.
Nell'altro giorno dopo mezzod ci trovammo con l'ambasciadore in un luogo molto
populato, lontano da quello dove dormimmo pi di sei miglia: e si dimanda
Manadeli, il quale  da mille fuochi, e gli abitatori sono mori, tributarii al
Prete Ianni, e fra loro sono da XV in XX case di cristiani, che stanno ivi con
le sue mogli e ricevono li tributi. E perch ho detto di sopra che cominciammo
a mutar sorte di paese,  da saper che per fino adesso, che sono dui mesi che
cominciammo a camminare, sempre  stato di verno, e come entrammo nelle valli
fra queste montagne non vi era verno, anzi molto caldo in questo tempo: e il
paese si chiama Dobba, e vi era la estate; e questa  una delle terre nominata
di sopra, che vi dissi che vi  il verno di febraio, marzo e aprile, contrario
all'altre. Il medesimo  anche dal monastero della Visione fino al mare, e in
un'altra terra del reame di Barnagasso, chiamata Carna. Queste terre che hanno
il verno mutato sono molto basse e sottoposte alle montagne, e la lunghezza di
questa pu esser da cinque giornate; la larghezza non si sa, perch si entra
nel paese de' Mori. Il generale e commune verno  dalla met di giugno fin alla
met di settembre. Sono in questo paese di Dobba bellissime vacche, e in tanto
numero che non vi  conto vero; sono di grande statura, e maggior che si possa
trovare. Ma per molte miglia avanti che noi arrivassimo a questa terra di
Manadeli, trovammo molta gente cristiana alla campagna con li loro padiglioni
alzati, la quale ne disse che era quivi per addimandare a Dio acqua dal cielo,
per li bestiami che morivano da sete, e per il seminare li migli e le loro
biade, che pativano gran carestia d'acqua. Il lor gridare e pregare era questo:
"Zio marina, Christos", cio "Cristo, abbi misericordia di noi".
Ora, per tornar al luogo di Manadali, dico che qui si traffica a modo di una
citt grande, e si trovano infinite sorti di mercanzie e infiniti mercanti, e
vi sono tutte le lingue de' Mori, cio di Giadra, di Marocco, di Fessa, di
Bugia, di Tunesi, di Turchia, di Rumes, cio uomini bianchi di Grecia, Mori
d'India, che sono quivi come abitatori, di Ormus e dal Cairo, che da tutte
queste terre sopra nominate conducono ogni sorte di mercanzie. Ed essendo noi
quivi, li Mori della terra si lamentavano, dicendo che per forza il Prete Ianni
aveva fatto lor torre mille oncie d'oro, dicendo che glielo prestava per
trafficar con esse, e che ogni anno essi fussero obligati rendere altre mille
oncie d'oro di guadagno, e che le mille oncie sempre fussero in piedi. Gli
abitatori naturali del luogo si lamentavano assai, dicendo che, se non fusse il
bestiame che li mantiene, se ne andariano con Dio, percioch, oltre quello che
loro pagano al Prete Ianni, il Tigremahon anche, come signore della terra,
voleva tirare le sue entrate, di sorte che non potevano pi vivere. In questo
luogo ogni marted  mercato, e vi si porta ogni sorte di mercanzia che si
possa nominare, e vi concorre infinitissima gente da ogni banda.


Come in questo luogo arriv il frate e subito partimmo verso un luogo che si
chiama Dofarso; e della sorte di pane che in quello mangiano, e del vino che
beveno.
Cap XLVII.

Stando noi nella terra di Manadeli, scordati del frate, venne nova come egli
veniva con mule e camelli per portar la robba; e alcuni delli nostri gli
andorno incontro per riceverlo con assai allegrezza e, scordati del primo
incontro, subito che egli giunse ci partimmo, e andammo la sera lontani di
quivi due miglia, a un betenegus che  edificato in una montagna. Il giorno
seguente arrivammo a una terra grande che ha da mille fuochi, abitata da
cristiani, la quale  chiamata Dofarso; e vi  una chiesa nella quale vi sono
pi di cento tra preti e frati, e altretante monache, le quali non hanno
monastero, ma stanno nelle case come laiche: eccetto che li frati stanno divisi
da sua posta, in due corti separata l'una dall'altra, nelle quali sono molte
casette di poco valore. Ed  tanto grande il numero di questi preti, frati e
monache, che gli altri laici non possono stare nella chiesa: per avanti la
chiesa hanno posto una tenda di seta dove communicano li laici, e quivi fanno
quelle solennit che non possono fare in chiesa, di sonare con li lor tamburi e
cembali tanto che si d la communione. Due notti che quivi dormimmo, le monache
vennero a lavarne li piedi, e dapoi lavati bevevano di quell'acqua, lavandosi
similmente con quella il viso, dicendo che eravamo cristiani santi di
Gierusalem.
In questo luogo vi  pianura tutta seminata, e in quella ho veduto li campi
seminati cos di coriandoli come di formento, e similmente di una semenza che
si chiama nugo, che  come quel fiore che nasce nelli formenti detto gioton: e
delli capi di quello, dopo che son ben maturi e secchi, ne fanno olio. E quivi
intesi dire, un'altra volta che vi tornai, che, se non fusse il verme che
mangia il formento, raccoglierebbono l'anno vettovaglia per dieci anni. Di che
molto maravigliandomi, dissemi il padrone: "Non vi sia ci maraviglia, perch,
quell'anno che noi raccogliemo poca biada, ci basta per tre anni". E pi mi
disse che se non fussero le cavallette e la tempesta, che qualche volta fan
danno, che non seminarebbeno la met della semenza che seminano, perch il
resto che si guasta si butta via. E questo luogo  in una valle, e ha presso di
s dui monti: perch noi stemmo quivi il sabbato e la domenica, andavamo
montando sopra di quelli, dove arrivati vedevamo assai mandrie di vacche che
venivano verso la terra; e quelli della nostra compagnia stimorno che fussero
50 mila vacche e pi, e certo non si potria stimare il numero grande che erano.
La lingua di questa terra  diversa da quella dell'altra terra dietro a questa,
perch quivi comincia la lingua del regno d'Angote, e si chiama Angotina la
terra; e questo luogo  posto alla fronte del regno di Tigremahon, e va fino
alli Mori che si chiamano Dobas.
E avendo fatto questo cammino due volte, nel tempo che qui stemmo, voglio
narrar ci che c'intravenne. Questo luogo ha dui monti alti, sopra li quali
sempre gli abitatori tengano guardie, perch di quivi alli paesi de' Mori vi
sono campagne per pi di otto miglia, tutte piene di boschi: e dette guardie
una volta, vedendoli venire, fecero segno, e tutti fuggirono con quel poco che
poteron portar via. Li Mori pervenuti alla terra, trovandola senza alcuno, la
saccheggiorno a lor modo, e la vergogna fu tanta che li cristiani deliberorno,
se li Mori pi vi venivano, di non fuggire, ma di voler combattere; e dato
ordine con li luoghi vicini delli cristiani, non passarono molti giorni che li
Mori tornarono, e immediate fatti li segnali alli vicini, uscirono alla
campagna chi da una parte e chi dall'altra, e combatterono valorosamente. E
morirono solamente 5 cristiani, e delli Mori pi di 800, che Dio fu quello che
gli volse aiutare: delli quali prese le spoglie, come zagaglie e targhe,
mandorno il tutto a presentare al Prete Ianni, tagliando le teste e
attaccandole sopra gli alberi e per le strade. E nel tempo che noi ci trovammo
alla corte del Prete Ianni furno portate queste cose, e tornando poi adietro
vedemmo le teste de' Mori attaccate agli alberi.
Per tutta questa terra fanno pane d'ogni sorte di grano, cio di formento,
d'orzo, di miglio zaburro, di ceci, di piselli, di fagiuoli di diversi colori,
di fava, di semenza di lino, di taffo d'aguzza. Similmente fanno vino di queste
semenze, ma il vino fatto di miele  molto migliore di ciascun altro. E questi
popoli, poi che venne il frate, ci davano da mangiare e ci facevano le spese di
queste sorti di pani, per comandamento del Prete Ianni: ma noi non lo potevamo
mangiare se non era di formento. E ci portavano anco questi tali lor cibi fuori
di tempo, cio secondo il lor costume al tempo della notte, perch non mangiano
se non una volta al giorno, e questo  la notte: e il lor mangiare  carne
cruda, e di una salsa fatta del fiele delle vacche, il che noi non potevamo
vedere, non che mangiare; ma mangiavamo quel poco che ci cucinavano li nostri
schiavi, e pane di formento. E cos stemmo fin a tanto che il frate, intesa la
nostra natura e usanza, ci fece mandar la carne, la qual per li nostri schiavi
si faceva arrosta e lessa, cio galline, pernici, castrati, vacche e simili.


Come partimmo di questo luogo Dofarso ben in ordine e aveduti,
perch dovevamo passar per terra de Mori inimici.
Cap. XLIX

Partiti di questo luogo, camminammo per mezzo di certi migli zaburri alti e
grossi come canneti, e la sera andammo ad alloggiare non molto lontani,
appresso una chiesa a' piedi d'un monticello, perch sempre la notte ci
trovavamo fuori di strada, ma vicini alle terre, per causa del vivere. E quivi
ci disse il frate che non ci separassimo l'uno dall'altro, ma che camminassimo
tutti insieme e proveduti con l'arme nostre, faccendo andar la nostra robba
avanti, perch avevamo da passare per terra de Mori, luoghi molto pericolosi
perch sempre stavano in guerra, e sopra questa strada che noi ora camminiamo,
che  verso la parte del mare, tutti gli abitanti sono Mori, detti Dobas. E non
 reame, ma  divisa questa provincia sotto 24 capitani, e qualche volta la
met sta in pace e l'altra met in guerra: e nel tempo che noi ci siamo trovati
in quelli paesi, tutti quasi al continuo sono stati in guerra.
Pur ne abbiamo veduti XII che stavano in pace, in corte del Prete Ianni, perch
d'una nova rebellione venivano a dimandar perdono. E quando arrivarono appresso
al padiglione del Prete Ianni, il quale sempre sta in campagna, ogniuno di
questi capitani portava una pietra grande sopra il capo, ponendogli ambedue le
mani di sopra, il qual modo  segnale di pace e di venire a chiedere
misericordia: alli quali il prete Ianni fece molta accoglienza e buona ciera. E
condussero seco pi di 100 cavalli e belle mule a mano, ma loro entravano a
piedi in la corte con le pietre in testa; e stettero in quella pi di due mesi
senza esser espediti, e gli veniva dato ogni giorno vacche, castroni, miele e
butiro. Al fine il Prete Ianni gli mand lontani pi di 300 miglia dal paese
loro, e gli fece mettere nel reame di Damute con grandissime guardie. Subito
che le genti di questi capitani intesero che erano confinati in quelli paesi,
si sollevorno e fecero altritanti capitani di nuovo, cominciando a far guerra e
romper la pace. E camminando noi un'altra volta per questi paesi, arrivati che
fummo quivi il giorno della Epifania, intendemmo che per questa sollevazione il
Prete Ianni vi aveva mandati assai gentiluomini e capitani, li quali s'erano
accampati nelle terre delli detti Mori tre miglia adentro, sopra una montagna,
la quale si vedeva da quel luogo dove noi eravamo alloggiati, e vedevamo il
fumo che facevano; e l'ambasciadore mand due Portoghesi a visitare detti
capitani da sua parte, li quali, veduta la cortesia dell'ambasciadore, gli
mandorno a donare sei vacche. E referirno questi Portoghesi come erano ivi
molti gran signori per capitani, e ch'erano pi di XV mila, tutti alloggiati in
mezzo di certe siepi grossissime fatte di spini folti e spessi, il qual
circuito lo chiamano catamar, e non sanno far miglior cosa per star sicuri la
notte; e che avevano incommodit grande d'acqua, perch'ella era fuori del
circuito, e non bastava lor l'animo di menare a beverar li cavalli e mule senza
gran compagnia di genti, e che, come andavano poco numero, li Mori gli
assaltavano e gli amazzavano; e pi che li Mori il sabbato e la domenica, per
esser giorni nelli quali sapevano che li cristiani non guerreggiavano, gli
davano grandi assalti e facevano danni assai.
Questa guerra e inimicizia dicono che  stata principiata con questo presente
Prete Ianni pi che con gli altri antecessori suoi, e perch questi Mori sono
stati anticamente tributarii delli Preti Ianni, e gli antecessori di questo che
ora regna sempre hanno avute 5 o 6 mogli, figliuole delli mori re convicini e
non figliuole di gentili, e anco delle signorie di detti Dobas sempre ne
avevano una o due, s'erano sufficienti, e del re di Dancali un'altra, e
un'altra del re di Adel e del re di Adea. E questo presente Prete, avendo
promesso di torre per moglie una figlia del re di Adea, come vidde che ella
aveva li denti davanti grandi, non la volse, n manco la volse rendere al
padre, perch'era gi fatta cristiana, ma la marit in un gran signore della sua
corte: e dicono che da quel tempo per fino al presente mai pi non ha voluto
pigliar moglie di questi re mori, e si  maritato con una figliuola di un
cristiano, e non ne ha voluto pigliar pi di una, dicendo che vuol vivere
secondo la legge dell'Evangelio. E cos dimanda il tributo che questi Mori gli
sono obligati a pagare, e loro, perch non lo pagavano avanti per causa delli
matrimonii che facevano con li suoi antecessori, per questo non lo vogliono al
presente pagare a costui, e di qui nascono simil guerre.
Questi Mori di Dobas sono gran valent'uomini, e hanno una legge tra loro, che
niuno si possa maritare se non fa fede di aver ammazzati XII cristiani: e per
questa causa alcuno non passa questa strada solo, ma in carovana, che loro
chiamano negada. E si mette insieme prima una gran compagnia, la qual passa due
volte la settimana, perch una parte va e l'altra torna, e non vi  compagnia
che non passi mille persone col suo capitano; e queste carovane si partono da
due fiere, cio di Manadeli e Corcora d'Angote. E bench vadino in gran
comitiva, nondimeno li Mori gli assaltano, e ammazzano qualche volta molti di
loro: e questo io lo so perch a un mio cugino e a un servitore
dell'ambasciadore gli accadette passare per questo luogo in carovana, e li Mori
assaltorno l'antiguardia e ne amazzorno XII, avanti che gli altri si mettessero
in ordine. E questo  un cattivo passo e pericoloso, e di due giornate, e tutto
paese e campagna pieno di alberi spinosi, come gran boschi molto alti e spessi:
e bench qualche volta vi mettino il fuoco per nettare il cammino, nondimeno
non bruciano, anzi pare che, se ben gli tagliano, che pi multiplichino. Da
questa strada vicina a questi di Dobas per fino a pi de' monti vi sono sei
miglia, e tutta la campagna  piena di questi tali spini; e in quella vedemmo
andare infiniti elefanti pascendo, e molti altri animali feroci, come
nell'altre montagne.


Come la gente di Giannamora tiene sempre guerra con questi Mori di Dobas, e
d'un gran nembo e fortuna che ne venne stando noi a mezzod sopra un fiume.
Cap. L.

Il carico di far guerra a questi Mori di Dobas  di un gran capitano che si
chiama xuum Giannamora, il quale ha gran paese e genti assai a lui suddite, che
si chiaman Giannamori: e quasi il tutto  montagne, e dicono che quivi  la pi
esercitata gente nelle armi e valente che si trovi in tutto il paese del Prete
Ianni, perch confinano con questi Mori, dove stanno sempre all'erta con fare
continue guardie, conciosiacosach in quelle montagne dove alloggiano spesso
vengono i Mori a bruciar lor le case e le chiese e tor le vacche. E quivi viddi
un prete che aveva freccie avelenate, e gli dissi che egli faceva male a
tenerle; mi rispose: "Guarda la nostra chiesa bruciata dalli Mori, i quali mi
hanno rubato 50 vacche, e appresso ruinati li miei sciami di api, che mi
facevano il miele, il quale era la mia vita; per non ti maravigliare se io
porto queste saette avelenate". Il che udendo, non seppi che rispondergli,
tanto malcontento lo conobbi.
Partiti di qui, camminammo per lo detto piano al lungo di certe montagne che
sono dalla banda de' cristiani, tutte abitate da questi Giannomori, e
attraversammo certi fiumi che discendono dalle dette montagne, e appresso detti
fiumi trovammo luoghi assai ombrosi, per infiniti alberi di salici che vi
erano, e molto ameni da riposare al tempo del mezzogiorno. E cos ci riposammo
alquanto, perch faceva un gran caldo, ed era il giorno molto chiaro, e questo
fiume non aveva tanta acqua che potesse macinare un molino: e noi stavamo
divisi, una parte di qua dal fiume, l'altra di l, ragionando. E cos stando,
ecco che sentimmo un gran tuono, e ne pareva lontano, e dicevamo che era tonato
a secco, come qualche volta suol fare in India; e stando cos sicuri di non
aver pioggia n vento, e che il tuono fusse cessato, cominciammo a mettere a
ordine la robba per andare al nostro viaggio. E gi avevamo raccolto un
padiglione, nel quale avevamo desinato, e maestro Giovanni, andando in su per
il fiume per suoi bisogni, cominci a gridare: "Guardatevi, guardatevi"; e
voltandoci, vedemmo venir l'acqua alta una lancia con grandissima furia, la
qual ci port via parte della nostra robba, e se per caso non avessimo levato
il padiglione, ci arebbe insieme con quello portati via, e fu forza che molti
di noi montassimo sopra li salici. E questo torrente veniva fra certe montagne
dove era tonato, e menava pietre grandissime, e tanto era il romore e la furia
dell'acque, e il fracasso delle pietre che davan l'una con l'altra, che la
terra tremava e pareva che 'l cielo volesse cascare. E cos come ella fu presta
a venire, cos presto pass, perch in quel giorno medesimo la passammo, e
vedemmo appresso quelli sassi che vi erano avanti assaissimi e grossissimi
altri aggiunti, li quali vennero insieme con l'acque di quelle montagne. E
partendoci di qui, andammo ad alloggiare a certe povere casette, alle quali
appressandoci cominciorno a trarne sassi, e bisogn che alloggiassimo fuori
senza cena. E in quella notte sentimmo nel far del giorno grandissimi tuoni e
pioggia in quella pianura, come era stata il giorno avanti nelle montagne.


Come partimmo di questo povero luogo e camminammo per luoghi pericolosi; e del
fiume Sabalette, che divide il regno di Tigremahon da quello di Angote.
Cap. LI.

Partimmo da questo luogo tutti, perch non avevamo da mangiare, e lasciammo il
frate con la robba, che non poteva camminar con noi, per aver genti che le
portasse: e quivi ci messeno grandissima paura, con dire che il viaggio nostro
era pericoloso in questo passo, s per li Mori quanto per li ladri, li quali
adoprano saette avelenate, e che andassimo ben armati tutti insieme. E il
cammino che noi facemmo era piano, s come il passato, ma pi boscoso, e la
strada pi larga, perch ogni anno tagliano i boschi appresso alle strade. E
sempre camminavamo appresso ai monti, allargandoci dal paese de' Mori pi che
potevamo, e con tutto che ci dicessero che quivi fusse maggior pericolo, per
esservi boschi assai e torrenti, luoghi molto atti per ladri, nondimeno molte
volte dapoi gli passammo e non trovammo mai chi ne facesse dispiacere. E di pi
ci avertivano che noi non alloggiassimo nelli luoghi bassi, per conto dell'aria
cattiva, e che ci accostassimo alle montagne pi che potevamo.
E cos camminammo senza robba tutto quel giorno e arrivammo la sera a un gran
fiume, detto Sabalette, il quale  il confine del reame di Tigremahon e
principio di quello di Angote. E in una montagna molto alta dalla banda di
ponente, donde nasce questo fiume, vi  una chiesa intitolata San Pietro di
Angote, e dicono ch' capo di questo reame, e che  chiesa delli re, e che,
quando si d questo regno di nuovo ad alcuno, ivi vanno a pigliar il possesso
di quello. E dalla parte di levante, in un'altra altissima montagna fuori di
strada sei miglia, vi  un monastero grandissimo con assai frati, del quale non
abbiamo veduto altro che gli alberi alti che vi erano intorno: e quivi non 
pi il paese de' Mori. E sopra questo fiume stemmo il sabbato, e la domenica da
notte nel primo sonno le tigri ci assaltorno, con tutto che avessimo fatto
fuochi grandi, in modo che, avendo paura le mule, se ne disleg una gran parte,
le quali tornammo a pigliare; ma se ne perse una con un asino, e non li
trovando, pensammo che le fiere l'avessin divorate. La mattina seguente ci fu
avisato da certi villani che avevano trovati detti animali, e che andassimo a
vedere s'erano i nostri, che volentieri ce li darebbono.
Il luned, alli 3 di settembre, camminammo sei miglia di paese, tutto piano e
assai bello, e dapoi il frate che era venuto con le nostre robbe ci men a
dormire per certi cammini in cima di montagne e fuori di strada, molto
selvatichi e strani, dicendo che non era buono alloggiare alla pianura nelli
luoghi bassi per l'aria cattiva. E quella notte la robba per non poter montar
fu lasciata in mezzo della strada, del che ci scandalizammo assai del frate,
che ne aveva menati per s deserte vie, e cos noi glielo dicemmo, e che non ci
facesse ammazzare le mule menandoci per s aspri luoghi, e che non avevamo
paura di aria cattiva; e se lo faceva per conto del mangiare, che noi avevamo
tanto del nostro che potevamo vivere, e che il re di Portogallo ne aveva dato
tanto oro che potevamo far le spese a lui e a noi. Ne rispose che non ne
menaria pi fuori di strada e che verrebbe con noi.
Il marted, smontati da questa sommit di monti, venimmo su la strada dove era
la nostra robba, appresso a una chiesa intitolata la Nostra Donna, tutta
circondata di ombre di bellissimi e alti alberi: e quivi ci riposammo sul
mezzogiorno per il caldo. La qual chiesa ha assai preti e frati e monache, ed 
governata dalli preti; e il luogo si dimanda Corcora D'Angote, a differenzia di
un'altra Corcora di Tigremahon, e ogni mercord si fa quivi un grandissimo
mercato. Apresso questa chiesa lasciammo una parte delli camelli con parte
della robba, perch ormai erano stanchi per il pessimo cammino, e noi a gran
fatica passammo la sera una montagna molto alta, che qualche volta ci bisogn
andare a piedi, e tal volta con li piedi e con le mani per terra carponi. E
passato questo mal cammino, nella sommit del monte trovammo alcuni altri monti
e colli, che fanno delle valli dove corrono fiumicelli: ma fra gli altri ve n'
un molto grande, pieno da un canto e dall'altro di pascoli e di terre da
seminare, nelle quali tutto il tempo dell'anno si semina e si raccoglie d'ogni
semenza, perch, ogni volta che di quivi poi passammo, trovammo formento allora
seminato e altro gi nato, e altro in erba, e altro spicato, e altro maturo e
segato; e quello ch'io dico del formento,  il medesimo di tutte le altre sorti
di biade e legumi. In questa terra non vi sono condotte acque per adacquarla,
perch da s  abondante e quasi come palude; e tutte le terre che sono come
questa, overo che si ponno adacquare, fanno il medesimo frutto come questa,
cio che in tutti li mesi dell'anno si semina e raccoglie. Questo paese da ogni
canto si vede popolato e pieno di villaggi, per esser grassissimo e abondante;
e in ciascuna villa vi  la sua chiesa, la quale ha d'intorno assai alberi, che
dimostra a' risguardanti ivi esser chiese, ancora che non si veggano.


Della chiesa d'Ancona, e come nel reame d'Angote corre sale e ferro per moneta,
e di un monastero che  in una grotta.
Cap LII.

Il mercord, alli cinque di settembre, camminammo poca strada che cominciammo a
calare per una dilettevole e spaziosa valle, piena di migli grandissimi e molte
fave, in mezzo della quale correva un gran fiume, il qual sopra le ripe da un
canto e dall'altro era seminato: e il fiume si dimanda fiume d'Ancona. E nella
sommit di questa valle vi  una bellissima chiesa, detta Santa Maria d'Ancona,
e ha grandissima entrata e vi sono assai canonici: il capo si dimanda licanate,
e oltra li canonici vi sono assai preti e frati, e in tutte le chiese grandi da
qui avanti, che si chiamano delli re, vi sono canonici, e il suo capo detto
licanate. Detta chiesa ha due campane di ferro, mal fatte e basse appresso la
terra, e in questo paese non ne abbiamo vedute se non queste due. E stemmo in
questo luogo fino al gioved, perch in tal giorno vi si fa un gran mercato,
che loro chiamano gabeia. Corre in questa terra e in tutto il regno di Angote
ferro per moneta, il quale  in modo di ballotte, e non si pu adoprare cos
rotondo in alcuna cosa, ma le disfanno secondo li loro bisogni, e ne danno
dieci, undici e dodici alla dramma, la qual dramma viene a essere tre quarti di
ducato d'oro in oro. Vi corre ancora il sale per moneta, come fa per tutto il
paese, e quivi danno sei o sette pietre di sale per un pezzo di questo ferro.
Quivi viene a essere, quasi all'incontro dalla banda di ponente, una terra
detta Bugana, la quale  terra molto fredda per causa delle montagne altissime
che vi sono, sopra le quali vi  assai di quella erba con che fanno le corde,
cio sparto: del quale una fiata ne portai alquanto ad alcuni Genovesi che
erano quivi con noi, li quali mi dissero che mai non ne avevano veduto di cos
buono, e che era megliore di quello d'Alicanti. Il vivere di queste montagne
sono orzi in gran quantit, e nelle valli sono molti formenti, e li pi belli
che mai in alcuna parte abbi veduto. Li bestiami sono di piccola statura, s
come sono quelli della terra di Maia, fra il fiume Minio e Duoro in Portogallo.
Il signor di questa terra si chiama Abunaraz;  paese di lunghezza di sei
giornate, e di larghezza di tre. Dicono che poi che la terra di Chaxumo si fece
cristiana, che questa fu la seconda, e che quivi li re tennero corte, s come
fecero le regine in Chaxumo, ancora che ella sia sterile per li monti.
Gli edificii che io viddi sono questi. Primamente in una alta montagna vi  una
grandissima grotta, nella quale vi  fabricato un molto bel monastero e chiesa
di Nostra Donna, non tanto per la grandezza come per la gentil proporzione che
tiene il corpo di quello, quale si chiama Icono Amelaca, che vuol dir "Iddio
sia ringraziato". Il sito della terra dov' fabricato si chiama Acate; ha poca
entrata, ma molti frati e monache. Li frati abitano in un colle sopra la grotta
che  tutto serrato, e hanno una sola strada per venire alla chiesa; e le
monache stanno da basso in un lato di quella, e non sono serrate: lavorano e
zappano le terre, e le seminano di orzo e di formento, perch il monastero gli
d poco. La bella maniera che ha questo luogo lo fa abitare, perci che egli 
fabricato in questa gran concavit del monte o grotta, ed  fatto in croce, ben
compassato, e vi si pu andar d'intorno con la processione: e vi capiriano in
questo circuito tutti li frati, se ben fussero in maggior numero di quello che
sono; avanti la porta del quale vi  un luogo serrato di muro, e alto fino
all'orlo della grotta, che non  chiesa, e quivi stanno le monache a udire li
divini ufficii, e quivi ricevono la communione. Questa stanza delle monache
risguarda verso mezzod, perch la chiesa sta verso levante e ponente, e verso
la parte destra disopra questa grotta descende dalla montagna un fiumicello
fatto di diverse fontane, che di continuo corre, e come arriva alla sommit
della grotta si divide in tre parti: e una cade al diritto del mezzo di quella,
che fa un bel vedere; le altre due corrono per canali fatti a mano dalle bande
della grotta, e vanno a congiugnersi verso il luogo delle monache appresso di
un muro che le ripara, e adacquano li lor orti. Ha detto corpo di chiesa tre
porte, una principale e due traverse, come se ella fusse fatta in una pianura,
e perch la bocca della grotta  grande, per vi  lume assai. E perch dico
che egli  fatto in croce, per per esprimerlo meglio dico che  fatto della
maniera e grandezza come  il monastero overo chiesa di San Fruttuoso, che 
appresso la citt di Braga, nel regno di Portogallo.


Di un'altra chiesa di canonici che  fatta in un'altra grotta nella medesima
provincia, nella quale vi sono sepolti un Prete Ianni e un patriarca di
Alessandria.
Cap. LIII.

Partendosi da questo monastero o vero chiesa che ho detto disopra, e andando
verso ponente per ispazio di due giornate di cammino, vi  un'altra grande e
ricca chiesa fatta in un'altra grotta, nella quale a mio giudicio vi potriano
stare tre gran navi con li lor alberi: ma l'entrata non  maggior dello spazio
dove potessero entrar duoi carri con le sue scale. E per salire sopra detta
montagna vi sono sei miglia grosse, e io vi volsi andare per desiderio di veder
detta chiesa, ma credei veramente di morire, tanto era difficile e aspro il
cammino; pur Iddio mi aiut, che il freddo era grande, ed era meco uno mio
schiavo che mi aiutava a camminare, tirandomi con una corda in suso, e un altro
da dietro che menava le mule a mano, acci che cascando elle non mi rovinassero
adosso. Io mi parti' dal piede di detta montagna avanti giorno, ed era mezzod
che ancora non aveva compito di montarvi sopra. Il bosco e alberi che io trovai
sono di diverse sorti che io non conobbi, eccetto assai ginestre, che li fiori
gialli facevano bel vedere, e molta erba di sparto per far corda.
La chiesa che  sotto detta grotta  grande come un duomo e sedia catedrale, e
ha belle navi e ben adorne e ben lavorate, e tutte in volto; ha tre bellissime
e ben ornate cappelle. L'entrata di questa concavit  da levante, e le
cappelle sono voltate verso detta entrata; e come  passata terza non vi si
vede lume, e dicono l'ufficio a lume di candele. La chiesa ha 200 canonici, e
non vi sono frati, ma ha il suo licanate, e ha grandissima entrata di
possessioni: ed essi stanno come gentiluomini onorevoli per la lor ricchezza.
Chiamasi questa chiesa Imbra Christos, che vuol dire "Cammino di Cristo".
Entrando in questa grotta si vedeno in faccia le dette cappelle, e a man destra
vi sono due camerette ben dipinte, le quali dicevano che le aveva edificate un
re, che quivi era stato a far la vita sua e che fece far la chiesa. Entrando a
man sinistra vi sono tre sepolture onoratissime, e in tutta la Etiopia non ho
vedute altre tali, fra le quali ve ne  una principale e molto alta, la quale
ha cinque scalini d'intorno, intonicata tutta di calcina bianca, ed era coperta
con un gran panno di broccato e di velluto della Mecha, cio divisato, un di
broccato e uno di velluto, ed era tanto grande che per ogni banda toccava
terra: il qual panno l'avevano posto in quel giorno sopra la detta sepoltura,
perch era giorno della sua festa, e questa sepoltura fu di quel re che abit
quivi, qual si chiamava Abram. Le altre sono al medesimo modo di questa, salvo
che una ha tre e l'altra quattro scalini; tutte stanno in mezzo della detta
grotta. La pi grande  di un patriarca che venne di Gierusalem a visitare il
detto re per la sua santit, e quivi morendo fu sepolto. La picciola  di una
figliuola del detto re, il quale dicono che era stato pi di XL anni sacerdote
da messa, e ogni giorno quivi la celebrava: il che trovai in un libro di questa
chiesa, nel quale era scritta la vita di questo re. Tra gli altri miracoli,
dicono che quando celebrava gli angioli gli ministravano pane e vino, e cos
nel principio del libro  dipinto il re come sacerdote apparato all'altare, e
pare che da una finestra esca una mano con una ostia e con un vaso di vino; e
similmente  in questo modo dipinto nella cappella maggiore. Di pi mi dissero
li canonici aver per relazione di molti stati in peregrinaggio in Gierusalem,
come la pietra della qual era fatta la chiesa era simile in tutto e per tutto a
quella del tempio di Gierusalem, cio negra e di grana minuta e dura. E
camminando per la montagna tirato, come ho detto, dallo schiavo, come fu' in
cima trovai la minera di tal pietre e il luogo dove erano state cavate, e che
mi fece stupire che d'una grana cos dura ne fussero state cavate tante da
costoro, che non hanno n modo n artificio di saperle spezzare e pulire. In
quel libro era ancora scritto che esso re non tolse mai danari n tributo da'
suoi vasalli, e se gli era portato lo faceva distribuire a' poveri, ed esso
viveva della entrata delle terre che egli faceva lavorare; similmente che gli
fu rivelato che, volendo tenere in pace il suo reame, tutti li figliuoli suoi
fossero serrati eccetto il primogenito, come a basso si dir.
Io, essendo il giorno della sua festa, volsi venire alla detta chiesa per veder
se era vero quello che mi era stato detto, e viddi XX mila persone, che tutte
vengono per divozione e pigliano la communione. E questa festa era in domenica,
e dissero la messa a buon'ora, e detta la messa cominciarono a dar la
communione in tutte tre porte della chiesa, e dur fino all'Ave Maria: il che
io viddi perch vi fui da principio, e dapoi andato a desinare ritornai, e
trovai che dur fino a quella ora.


Delli edificii grandi delle chiese che sono nelle terre di Abugana, che fece
Lulibella re,
e della sepoltura sua nella chiesa di Golgota.
Cap. LIIII.

Lontano una giornata da questa chiesa vi sono edificii di tal sorte che,
secondo il mio giudicio, nel mondo non credo si trovino altritanti, li quali
sono chiese tutte cavate in petra viva di monte tenero over tofo, molto ben
lavorata. E li nomi delle chiese sono questi: Emanuel, San Salvatore, Santa
Maria, Santa Croce, San Giorgio, Golgota, Bethleem, Marcorio e li Martiri, e la
principal si chiama Lulibella: e questo nome dicono che fu di un re di questa
terra, il quale regn prima di Abram re detto di sopra, per LXXX anni, e fece
far questi edificii. La sua sepoltura non  nella chiesa del suo nome, ma in
quella di Golgota, la quale  di minore edificio, tutta cavata in un sasso, di
lunghezza di centoventi palmi, larga settantadui. Il cielo  posto sopra cinque
colonne, due per banda e una in mezzo, come in quadro: il qual cielo  tutto
piano e liscio come  il piano da basso; nelle bande  ben lavorato. Le
finestre e porte sono addornate di bellissimi intagli, tanto sottili che un
orefice in argento non gli arebbe potuti far pi belli. La sepoltura del re 
della maniera ch' quella di san Iacomo di Galizia in Compostella. Questa
chiesa ha un altro corpo di sotto cavato nel sasso, tanto grande come  tutto
il pian di sopra, tanto alto quanto  una lancia. La sepoltura del re  al
diritto dell'altar maggiore della chiesa di sopra, nel piano della qual si vede
la entrata per andar da basso, la qual  serrata con una pietra fatta a modo
d'una sepoltura, incastrata molto giustamente: ma niuno vi entra, perch mi par
che ditta pietra non si possa cavare. La qual  forata nel mezzo con un buco
che passa da una banda all'altra, di grossezza di tre palmi, dove i pellegrini
mettono la mano, che vi vengono infiniti per divozione, e dicono che quivi si
veggono assai miracoli.
Intorno a questa chiesa vi  una strada come un chiostro, ma pi bassa della
chiesa cinque scalini, nella qual banda di levante vi son tre finestre che dan
luce alla chiesa da basso, di altezza fino al pian della chiesa di sopra, che 
pi alto della strada quanto  il descender delli detti cinque scalini: e chi
guarda per dette finestre vede la ditta sepoltura, posta al diritto
dell'altare, com' detto. Avanti la cappella grande vi  una sepoltura nel
medesimo sasso della chiesa, intagliata, e dicono ch' fatta a simiglianza di
quella di Cristo in Gierusalem, alla quale fanno grand'onore e riverenza. E
dalla banda dritta nel medesimo sasso vi sono due imagini intagliate e scolpite
del medesimo sasso, cos ben fatte che pare che siano vive: e sono spiccate
fuori del sasso: una  di san Giovanni e l'altra di san Pietro, le quali mi
mostrano come cosa rara, e io ne ebbi grandissimo piacere a vederle, alle quali
fanno gran riverenza. Ha ancora questa chiesa dalla parte sinistra una cappella
da sua posta, la qual pare una chiesa, perch ha le sue navi: ha sei colonne
intorno pur del medesimo sasso, bene e sottilmente lavorate, e la sua nave di
mezzo  ben inarcata, cio in volto; le porte e finestre son molto ben
lavorate, cio la porta principale e una traversa, perch l'altra serve per la
chiesa grande. Questa cappella  tanto lunga quanto larga, cio cinquantadua
palmi per ogni verso. E dalla parte destra ha appresso un'altra cappelletta
molto alta, ma stretta a modo della punta d'un campanile, con finestre assai
belle: e detta cappelletta  di altezza di palmi trentasei e larga dodici.
Tutti gli altari di dette chiese hanno li lor baldachini con le colonne fatti
del medesimo sasso. Vi  intorno un grandissimo circuito, cavato per forza di
scalpello del medesimo sasso del monte, il quale  quadro, e tutti li parieti
sbucati come saria la grandezza d'una cuba: e tutti questi buchi son stroppati
con pietre picciole, e sono sepolture, perch si vede che di fresco sono state
stroppate. L'entrata del circuito  sotto il monte tredeci palmi di altura, e
tutto fatto per forza di scarpello.


Del modo che  fatta la chiesa di San Salvatore, e di molte altre chiese che
sono in questo luogo.
Cap. LV.

La chiesa di San Salvatore  da sua posta intagliata in un sasso di un monte
molto grande. Il vacuo e corpo della chiesa  lungo ducento palmi e largo
centoventi, e ha cinque navi e ciascuna ha sette colonne, le quali sono quadre,
e ogni banda  quattro palmi, e lontane dal muro principale altri sei palmi: e
tra l'una e l'altra colonna vi sono certi archi sotto il volto ben lavorati, li
quali discendono di grossezza d'un palmo. E li volti della chiesa sono grandi,
ma quello di mezzo  molto pi alto e grande, e gli altri si vengono abbassando
tutti con il suo compasso: e sotto tutti questi volti vi sono bellissime figure
e lavori intagliati, come specchi e felici o rose e altre simil gentilezze di
festoni e fregi, e cos nelle altre di mano in mano. Nelli muri principali sono
bellissime finestre lunghe e strette di dentro, e di fuori si allargano, e sono
lavorate con bellissimi intagli di festoni, e di sopra li lor volti. La
cappella maggiore  grande, col suo baldachino sopra l'altare quanto  alto,
con quattro colonne in quadro, e ogni cosa  fabricata del medesimo sasso. Le
altre navi hanno le loro cappelle e gli altari e baldachini del medesimo sasso.
La porta ha sopra da ogni banda alcuni grandi sporti, e comincia detta porta in
archi grandi, e si viene stringendo in modo con altri archi fino ch'ella vien
picciola, che non  pi di nove palmi d'altezza e quattro in mezzo di
larghezza: e di questa maniera sono le porte traverse, eccetto che non
cominciano con s larghi e spaziosi archi.
Dalla parte di fuori di questa chiesa vi stanno sette colonne in circuito di
una luna, e sono lontane dal pariete della chiesa dodici palmi, e da colonna a
colonna un arco; e di sopra della chiesa verso questi archi vi  il volto, in
tal maniera lavorato che, se fusse di pezzi e di pietra tenera, non potria
esser migliore n pi sottile lavoro di quello che  in quelli, n essere pi
uguali: li quali archi d'altezza sono due lancie. E guardando questo edificio
da ogni banda, pare tutto una cosa istessa e tutto d'un pezzo. Il circuito
discoperto della chiesa, cio il chiostro,  tutto tagliato nella medesima
pietra, ed  largo sessanta palmi per ciascun capo, e nella fronte della porta
principale  cento palmi. E sopra la chiesa, dove si doveva far la coperta,
stanno per banda nove archi grandi come che vengono calando da cima fino a
basso, dove sono le sepolture per le bande, come quelle dell'altra chiesa. La
entrata per andare al circuito over chiostro della detta chiesa  di sotto
cavata nel sasso ottanta palmi, lavorata artificialmente, di larghezza che vi
potriano andare dieci uomini a mano, ed  alta quanto  una lancia, e va
montando a poco a poco. Ha questa strada overo entrata quattro buchi di sopra,
che danno lume al cammino. E sopra questo monte intorno della chiesa  come un
campo, con molte case, dove seminano gli orzi.
La chiesa di Nostra Donna non  cos grande come quella di San Salvatore, ma 
molto ben lavorata: ha tre navi e quella di mezzo  molto alta, con molti
lavori d'intagli di rose sottilmente fatti nel medesimo sasso; ha ciascuna nave
cinque colonne, e sopra quelle li suoi archi in volta molto ben legati. Vi  di
pi una colonna molto alta nella crosara, sopra la quale si appoggia un
baldachino. Ha nel capo di ciascuna nave una cappella col suo altare, cos come
quelle di San Salvatore.  questa chiesa di lunghezza di 93 palmi, e di
larghezza sessantatre. Ha di pi questa, avanti delle tre porte principali, che
sono della grandezza e fattura di quelle di San Salvatore, quattro colonne
quadre dalla parte di fuori, lontane palmi quindici, e quattro altre come
attaccate al pariete: e da una all'altra li suoi archi molto ben lavorati, e
sopra quelli li suoi baldachini fatti molto alti, che sono come portichi o vero
sporti sopra le porte. Sono questi baldachini tutti di un compasso, tanto
lunghi come larghi, cio di quindici palmi. Ha un molto largo e gentil
circuito, cos di dietro come davanti e dalle bande, e la montagna all'intorno
 dell'altezza della chiesa. Ha ancora nella fronte delle porte principali,
intagliata nel medesimo sasso, una gran casa con cinque stanzie e un portico
con due colonne, dove danno mangiare alli poveri: e dalla medesima casa si pu
andar fuori per due scale, una da una parte, l'altra dall'altra, ad una strada
fatta di sotto del sasso per un grande spazio. E per ciascuna parte di questa
chiesa, per mezzo le porte traverse, vi sono fatte due chiese, cio ciascuna
dalla sua banda. E questa chiesa di Nostra Donna  il capo di tutte le altre
chiese, e ha infiniti canonici.
La chiesa ch' dalla parte destra si chiama delli Martiri,  lunga palmi
sessantaquattro e larga trentotto: ha tre navi, e in ciascuna tre colonne molto
ben lavorate; il corpo della chiesa  piano, e non ha pi d'una cappella e uno
altare. La porta principale  molto ben lavorata. Nella faccia davanti non vi 
corte, ma un corridore di sotto del sasso, che  come una strada. Questo
corridore comincia molto da lontano, e nel suo principio si monta a quello per
quindici scalini, fatti nel medesimo sasso: e questa strada  molto oscura.
Dalla parte che  verso la chiesa di Nostra Donna vi  una porta traversa, e
due molto belle e ornate finestre, e di dietro e dall'altra parte tutto  sasso
vivo e terribile, senza esservi lavoro alcuno.
La chiesa che  verso la parte sinistra nel circuito di quella di Nostra Donna
si chiama Santa Croce:  similmente lunga sessantaquattro palmi e larga
trentaotto. Non ha nave alcuna, ma vi sono tre colonne nel mezzo che pare che
sostenghino il colmo, molto ben fatto, e tutto  dentro fatto di opera piana.
Verso la parte della chiesa di Nostra Donna ha una porta traversa e due belle
finestre, e ha un solo altare, come hanno le altre, e la porta principale ben
lavorata. Non ha corte o campo davanti, ma solamente un corridore come saria
una strada, per andar fuori di sotto del sasso, molto lunga e molto scura.
La chiesa detta Emanuel  similmente molto ben lavorata, cos di dentro come di
fuori:  piccola, e di lunghezza di quarantaquattro palmi nel vacuo, e di
larghezza quaranta. Ha tre navi: quella di mezzo  molto alta, e il suo volto 
fatto in punta, ed  larga palmi 20; le navi delle bande non sono in volto, ma
piano di sotto, cio il cielo cos come  il piano della chiesa, e ciascuna di
queste navi sta sopra cinque colonne quadre, la larghezza e grossezza delle
quali  di quattro palmi da quadro a quadro, e palmi sei lontani dal pariete
della chiesa. Ha le porte traverse e la principale molto ben lavorate e tutte
di una grandezza, cio di nove palmi alte e quattro e mezzo larghe; 
circondata tutta da un corridore largo palmi dieci, con tre scalini che vanno
d'intorno, e vi  per mezzo le porte l'entrata pi larga con cinque scalini, di
sorte che la detta entrata monta due scalini di pi di quelli che circondano la
chiesa: e il tutto  fatto nel medesimo sasso integro e senza giunta alcuna. Ha
di pi questa chiesa che non ha alcun'altra, cio una sacrestia di sopra, nella
qual si monta per una scala fatta a lumaca: e non  molto alta, perch un uomo
molto grande e un palmo di pi dar sotto con la testa;  piana come il solaro
dove si cammina. Si servono di questa per tener casse di paramenti e ornamenti
di chiesa, le quali deono essere state fatte nel medesimo luogo, perch non
averiano potuto entrare per alcuna parte in quello. Hanno di pi li muri di
fuori di questa chiesa che non hanno le altre, cio che si vede un ordine e un
corso nel muro uscir fuori due dita, e l'altro entrar dentro: e cos 
intagliato tutto il detto muro, cominciando a basso dalli scalini fino alla
sommit della chiesa. E il corso del sasso che pare che esca fuori  di
larghezza di due palmi, e quello che entra dentro  di un palmo, e di questa
maniera e larghezza corre tutto il pariete o muro: e facendo conto a palmi,
questo pariete  di altezza di cinquantaduo palmi. Questa chiesa ha tutto il
suo circuito come muro tagliato di dentro e di fuori nel medesimo sasso, e si
entra in questo muro per tre belle porte, come sariano porte piccole di una
citt o villa murata.
La chiesa di San Giorgio  posta un gran pezzo a basso dalle altre. La entrata
per donde vi si entra  fatta di sotto il sasso crudo, di otto scalini che si
montano, i quali montati si entra in una casa molto buona e grande che ha, con
un poggio che la circonda tutta d'intorno dalla parte di dentro verso il
chiostro, perch di fuori  tutto sasso vivo: e in questa casa si d elemosina
alli poveri, li quali seggono sopra questo poggio. E uscendo della casa l'uomo
entra nel circuito della chiesa, che  fatto in croce, e tanto  dalla porta
principale all'altar grande quanto  da una porta traversa all'altra, tutta
d'una misura, e molto ben lavorata nelle porte di fuori, perch dentro non vi
potei entrare, avendole trovate serrate. Nella parte destra del circuito della
chiesa  cavato nel sasso vivo a modo di una cassa per l'altezza di un uomo, la
quale  sempre piena d'acqua, che dicono nascere ivi, e non soprabonda: e
ognuno vi ascende con una scala fatta nel sasso a pigliarne per divozione,
perch trovano ch'ella guarisce di tutte le sorti di febre. Tutto questo
circuito  pieno di sepolture, come sono nelle altre chiese, e di sopra questa
chiesa cos grande vi  intagliata una croce doppia, cio una dentro
dell'altra, come  fatta quella dell'ordine di Cristo. Dalla parte di fuori 
pi alto il sasso che  la chiesa, e sopra quello si veggono infiniti cipressi
e ulivi selvatichi. E da fastidio voglio metter fine a parlar pi di queste
tali parole, dubitando di non esser creduto se pi ne scrivessi: nelle quali se
alcuno dubitasse che vi fussero molte cose finte, gli giuro Iddio, in poter del
quale io sono, che tutto quello che ho scritto  verissimo, senza esservi
aggiunta cosa alcuna, percioch, avendo udito parlare delle maraviglie di
queste tal chiese, volsi andar due volte a vederle e descriverle, tanto era il
desiderio mio di far nota al mondo la eccellenza di quelle.
Questo luogo  posto nella costa di un monte, e per andare fino alla sommit
del quale vi  una ascesa grandissima, che in una giornata e mezza non penso
che si faria, tanto  alto: e nondimeno ancora sopra di quello pare che vi sia
un altro monte, e che questo sia separato da quello. Al descendere poi da
questo luogo fino al piano vi pu esser da XV miglia, e si trovano grandissime
campagne, che al vedere durano una buona giornata e pi, e tutte vanno verso il
Nilo. Nelle quali si ritrovano altritanti edificii come quelli del luogo di
Chassum, di pietre quadrate altissimi, perch quivi dicono che solevano esser
stanzie delli re, e che l'opera di queste tal chiese tagliate nel monte fu
fatta per gibetes, cio uomini bianchi, perch essi conoscono bene che non
sapriano fare cosa alcuna che fusse cos fatta; e che il primo re che gli fece
fare si chiamava Balibela, che vuol dire miracolo, conciosiacosach quando
nacque fu coperto di api, le quali lo fecero netto senza fargli male alcuno: e
costui fu figliuolo di una sorella di re, il qual re mor senza erede e per fu
fatto re il nepote, e dicono che fu santo, ed  tanta la divozione che vi
concorre tutta l'Etiopia, e vi si veggono infiniti miracoli.
Questa signoria di Abugana, ove sono questi edificii, avanti la nostra partita
il Prete Ianni la diede al frate, che venne poi con noi ambasciadore in
Portogallo: e per dico che fui due volte a veder queste chiese ed edificii, e
la seconda volta che vi venni fu quando detto ambasciadore venne a pigliare il
possesso di quella. Dove stando, vi vennero duoi calacenes, che vuol dire messi
o ver "parola del re", e dissero al detto ambasciadore o vero capitano che il
Prete Ianni gli mandava a dire che esso gli mandasse alcuni tributi che
l'antecessore suo gli doveva dare, che era CL buoi d'arare, XXX cani, XXX
zagaglie e XXX targhe. Gli rispose che egli vederia che robbe vi fussero del
suo precessore, e che pagaria il tutto volentieri non trovandosi di quelle.
Tornando ora al nostro viaggio, partimmo dalla chiesa e fiera d'Ancona e,
andati da 9 miglia, arrivammo a certe ville con la nostra robba, nelle quali
non volsero alloggiarne, dicendo che erano luoghi della madre del Prete Ianni,
che non obedivano ad alcuno se non a lei; e volsero bastonare il frate che ci
guidava: batterono bene un suo servitore. E quivi lasciata la robba, andammo ad
alloggiare a un luogo detto Ingabela, che  grande e di buone case, e posto
sopra una collina, in mezzo di una campagna tutta circondata di monti, alle
radici delle quali vi sono tanti luoghi abitati che in altro luogo non ne ho
veduto pi. Vi sono ancora infinite fontane e fiumicelli, che corrono da una
parte e dall'altra e adacquano gran parte del paese, il quale si dimanda Olaby:
e quivi essendo, viddi che si edificava una bellissima chiesa. Trovammo
grandissima abondanza di galline, delle quali ne averemmo potuto avere a cambio
di pochi grani di pevere infinite, tanto poco stimano le galline e tanto conto
facevano del pevere; vi erano limoni, cedri e aranci infiniti. Stemmo quivi il
sabbato e la domenica, nella quale ne assaltarono le tigri, e non potemmo tanto
difenderci che ne mangiorno un asino. Il luned, che fu alli XI di settembre,
ritornammo dove avevamo lasciata la robba, e quelli che non ci avevano voluti
alloggiare ci fecero buona ciera e carezze, e ne diedero da cena. Il giorno
seguente poi andammo al nostro viaggio da nove miglia, e quivi dormimmo la sera
senza la nostra robba, e la mattina tornammo adietro e facemmo nove miglia di
viaggio diritto, strada e montuosa e piena di valli e di montagne, le quali
attraversano e paiono essere attaccate insieme. Questo reame d'Angote  quasi
d'una maniera pieno di monti e valli, e le semenze che si seminano in questo
luogo sono formento, ma poco, orzo poco, miglio in gran copia e taffo di aguza
in grandissima quantit, piselli, ceci, fava assai, e molti fichi, agli e
cipolle. Corre in questo paese ferro per moneta.


Come si part l'ambasciadore dal frate, e come noi altri che restammo fummo
lapidati, e poi fummo invitati da Angoteraz; e delle dimande che egli ne fece e
del desinare che ne diede.
Cap. LVI.

Il gioved, alli XIIII di settembre, andammo con la nostra robba a un fiume
secco, vicino tre miglia, dove stava il signore di questo reame d'Angote, il
quale si chiama Angoteraz. E l'ambasciadore, perch quivi era il paese sterile
e secco, e per non parlar col detto signore, che non ne aveva bisogno, pass
inanti alla robba cinque miglia, e gli altri restarono col frate e con la
robba, il quale ci disse che andassimo con esso a una villa fuori di strada tre
miglia: e la robba rest nella strada con la gente che la conduceva. Camminando
noi verso quella villa e altre convicine, inanzi che arrivassimo vedemmo molta
gente che si univa, e ci pensammo che si unisse per portarci la robba: ma
veniva per farci poco piacere, perch unita ci tolse in mezzo montando sopra
tre monticelli, e noi stavamo nel basso, e sopra ogni sommit di detti monti si
adunorno da dugento persone, la maggior parte con fronde da trar sassi; gli
altri ne tiravano con le mani, in modo che erano tanti li sassi che pareva che
piovesseno, e dubitammo della nostra vita. E noi altri che eravamo in compagnia
del frate potevamo esser da quaranta persone, cio capitani che
l'accompagnavano con alcuni uomini suoi e altri nostri schiavi, e tutti,
eccetto che io e un giovane che era con noi, il qual era ammalato di varuole,
furno molto ben lapidati e feriti, che Iddio per sua grazia lui e me cos volse
preservarne. 5 o sei uomini del frate furno feriti nel capo, e il nostro medico
e un capitano di Angoteraz con quelli; e non contenti averci feriti, ne fecero
alcuni prigioni, e noi altri che fuggimmo la sera ci riducemmo a dormire con la
robba senza aver da cena: e quivi tutti si dolevano, chi in un membro e chi in
un altro, eccetto che noi due.
Il venerd mattina, alli quindici di settembre, io andai a cercar
l'ambasciadore, che era avanti quattro miglia e mezzo; e trovandone, non tard
di mettersi immediate in ordine, poi ch'io gli ebbi contato quello che ci era
intravenuto, dicendo che voleva mettere la vita per li Portoghesi. E arrivati
che fummo dove era la nostra robba, trovammo quivi il signore Angoteraz, il
quale ci era venuto a vedere, e aveva seco assai genti, e vi era anco il frate:
e l'ambasciadore, giunto ch'egli fu, chiam lo interprete e gli disse che
andasse a dire ad Angoteraz e al frate che egli non era venuto per conto loro,
ma che era venuto a cercare li Portoghesi, li quali erano stati mal trattati
nelli suoi paesi. E stando cos, e ragionando della battaglia, ecco che venne
il medico che era stato ferito e rimasto prigione, col capo molto insanguinato,
dicendo che era fuggito. E poi che il lungo ragionare dell'ambasciadore con
l'Angoteraz di questa cosa fu compito, Angoteraz lo preg che andasse a stare
con esso il sabbato e la domenica. E consigliatosi l'ambasciadore con noi, fu
risoluto che vi si andasse, e cos tutti andammo a casa sua, la quale era
lontana quattro miglia e mezzo, dove stemmo il sabbato e la domenica molto bene
alloggiati. Il sabbato ci fece chiamare a casa sua, dove entrati non trovammo
impedimento alcuno di guardia, ma entrammo liberamente e lo trovammo con la
moglie e alcuni suoi famigliari, e ne fece buona ciera cos nell'aspetto come
nel parlare. Appresso di lui erano poste quattro zare di vino fatto di miele
molto buono, e appresso ogni zara vi era una coppa di vetro cristallino: e cos
cominciammo a bevere, e la sua moglie con due altre donne che erano in
compagnia ci invitorno tanto bene a bevere, che non ci volsero mai lasciar
partir fin a tanto che non furno votate le zare, che ogni una di quelle poteva
tenere da sette in otto boccali, e volevano farne portare dell'altro di nuovo,
dicendo che non ne lasciarebbe partire se non bevevamo ancora; e noi
c'iscusammo con buone parole, che ci lasciasse partire per fare li fatti
nostri, e cos ci partimmo.
La domenica seguente fummo alla chiesa, dove trovammo Angoteraz, il quale ne
venne incontro con gran cortesia e quivi cominci a parlare sopra le cose della
nostra fede, e fece appressarsi duoi frati, oltra l'interprete e il frate che
ne conduceva. E la prima dimanda fu ove nacque Cristo, e che cammino fece
quando egli and in Egitto, e quanti anni vi stette, e quanti anni aveva quando
la nostra Donna il perse e trov nel tempio, e dove egli fece dell'acqua vino.
Il Signore Iddio mi volse aiutare, che gli risposi la verit meglio che io
sapeva. L'interprete mi disse che il frate che ne conduceva fece intendere agli
altri duoi frati che io era uomo che sapeva molto, per le quali parole si
buttorno in terra e per forza mi volsero baciar li piedi, e Angoteraz mi
abbracci e baci in viso: il quale, s come io dipoi intesi,  uno delli buoni
e dotti preti che siano nell'Etiopia, e al nostro ritorno noi lo vedemmo con
titolo di Barnagasso. Dipoi volse che udissimo messa con loro, la quale finita
ci convit a desinare: ma l'ambasciadore, avendo pur inteso quello che ne
avevano da dare, volse mandare a pigliare il nostro desinare, il qual era
d'alcune galline grasse arrostite e di carne di bue grassa con verze. La casa
ove mangiavamo era grande e terrena, che  come abbiamo detto un betenegus.
Avanti il letto ove detto Angoteraz stava, erano distese in terra molte stuore,
ed egli smont del letto e si pose a sedere sopra quelle, dove furono distese
molte pelli di castroni negri, con due piadene di legno bianchissimo grandi con
l'orlo basso, come usammo noi a mondare il formento, che essi chiamano ganetas;
ed erano molto belle, grandi e larghe, con l'orlo di due dita: la maggiore
poteva esser di circonferenzia di XVII palmi e l'altra di XIIII. E queste sono
le tavole di gran signori, e quivi sedemmo all'intorno con detto Angoteraz. Ne
fu portata l'acqua e ci lavammo le mani, ma non ci diedero tovaglia per
asciugarne, n meno per ponervi sopra il pane, ma delle medesime piadene furono
portati pani fatti di diverse maniere, cio de formento, d'orzo, di miglio, di
ceci e di taffo. Avanti che cominciassimo a mangiare, Angoteraz ordin che gli
fusse portato un pezzo grande del pi grosso pane, e sopra quello postovi di
sua mano un pezzo di carne cruda di vacca, la mand alli poveri che stavano
fuori della porta aspettando elemosina.
Noi veramente facemmo la benedizione a nostro modo, della quale mostr il detto
di pigliarne piacer grande. Vennero poi le imbandigioni, delle quali non
ardisco quasi a parlarne, ma sono cose ordinarie del paese: e queste furono tre
salse overo brodi, nelli quali entravano cose di carne cruda col sangue vivo,
che in questa terra  stimato per delicatissimo mangiare, e non lo mangia se
non persone grandi. Queste salse erano portate in alcuni scodellini piccioli di
terra negra molto ben fatti, e le gittavano poi sopra alcuni pezzi di pane
rotti, aggiungendovi sempre del butiro. Noi non volemmo gustare per modo alcuno
di questi loro mangiari, ma mangiammo di quello che abbiamo detto che
l'ambasciadore ci aveva fatto venire: e cos come noi non potemmo mangiare
delle loro vivande, cos ancora loro non volsero mangiare delle nostre. Il vino
veramente andava in volta con gran furia: e la moglie d'Angoteraz mangiava
appresso di noi sopra una simil tavola come la nostra, e gli mandammo delle
nostre vivande, e non potemmo vedere se ella ne assaggi per esservi una
cortina in mezzo, ma al bevere ella ne aiutava mirabilmente. Dopo tutte l'altre
vivande fu portato un petto di vacca cruda, il quale noi non toccammo, ma
Angoteraz lo mangi come si mangia il marzapane e il confetto dopo pasto. E
dato fine a questo desinare, e ringraziato che avemmo Angoteraz, ci tornammo al
nostro alloggiamento.


Come l'ambasciadore, espeditosi da Angoteraz, and avanti, e il frate e noi
altri andammo dove fummo lapidati, e di l fummo in un paese molto fertile e
dilettevole.
Cap. LVII.


Il luned mattina andammo a pigliar licenza da Angoteraz, e il frate che ne
conduceva volse che dimorassimo, aspettando una mula per darla al medico nostro
ch'era ferito, e appresso un asino con certe robbe che ne furono tolte nella
questione fatta. L'ambasciadore non volse starci ad aspettare, ma se ne and
avanti con la sua solita compagnia, e noi restammo col frate. E come fu al
tramontar del sole venne la mula e l'asino, e partimmo pensando di potere andar
tanto avanti che raggiugnessimo l'ambasciadore; ma la notte si approssimava, e
il frate ne condusse per un bosco foltissimo, che non sapevamo dove andassimo:
e capitammo al luogo dove fummo lapidati, e quivi volse venire per far
giustizia. Eravamo VIII uomini sopra mule e XV a piedi, e andammo ad alloggiare
in casa d'uno di quelli principali che fecero l'insulto, e trovammo che tutti
erano fuggiti sopra una montagna vicina, ma che vi era molto ben da mangiare
per noi e per le mule. Stando quivi, immediate fummo lasciati soli da quelli
che venivano con noi, e lamentandoci di questo, ne dicevano che bisognava far
giustizia e che la mattina partiremmo: la qual venuta, ne mandorno a dire che
partiremmo dopo desinare; ma vedendo che ancora non venivano, quando fu il
giorno seguente ci partimmo noi soli, e andammo tanto che trovammo quelli che
conducevano le nostre robbe, che andavano pianamente aspettandoci. In quella
notte torn il frate e men seco due mule, un bue e otto pezze di tela, che gli
avevano dato per il sangue che avevano fatto: e la giustizia di questo paese 
di pigliare la robba de' malfattori, come sono vacche e mule. Chiamansi questi
luoghi Angua e Mastano, e sono del patriarca abuna Marco.
Quivi cominciammo a entrare in una graziosa e dilettevole terra, posta fra
montagne molto alte, ma infinitamente abitata alli piedi di quelle, con gran
ville e chiese molto nobili; e tutta era lavorata e seminata di ogni sorte di
biade. Quivi si vedevano infiniti fichi di quelli d'India, limoni, naranzi,
cedri senza numero, e pascoli con una moltitudine di animali incredibile. E
perch un'altra volta io feci questo cammino col sopradetto frate, il quale
allora si chiamava ambasciadore, e dimorammo un sabbato e una domenica in casa
di un onorato canonico, e fummo alla chiesa ogni giorno con lui, dove vedemmo
gran numero di canonici, gli dimandammo quanti canonici vi potevano essere: ne
disse da 800; quanta entrata potevano avere: ne disse che poca fra tanti. E noi
gli replicammo: "Per che causa vi sono tanti, essendovi cos poca entrata?" Ne
disse che al principio che furono fatte quelle chiese non erano molti, ma che
dapoi sono cresciuti, perch tutti li figliuoli de' canonici, quanti da quelli
discendono, tutti restano canonici, e questo costume si osservava nelle chiese
delli re; e che il Prete Ianni, ogni fiata che egli fa una chiesa nuova, ne
manda a levare di quivi, e cos gli diminuiva, come fece quando egli fabric la
chiesa detta Machan Celacem, che ne lev dugento; e che in quella vi erano otto
chiese, nelle quali potevano essere da quattromila canonici, e che, se il Prete
Ianni non gli levasse per queste chiese nuove e per quelle della corte, si
mangiarebbeno l'uno con l'altro.


Della montagna grandissima sopra la quale tengono posti li figliuoli del Prete
Ianni, e dove trovandoci vicini fummo quasi morti da' sassi.
Cap. LVIII.

La valle detta di sopra si prolunga fino ad una altissima montagna, sopra la
quale di continuo metteno tutti li figliuoli del Prete Ianni, come in una
custodia. E hanno nelli libri loro scritti come, ritrovandosi uno re
dell'Etiopia detto Abram, gli fu una notte in sogno rivelato che, volendo
tenere il suo reame pacifico e ubidiente, dovesse serrare tutti li suoi
figliuoli (che molti ne aveva) sopra una montagna, e non lasciar fuori se non
quello che voleva che succedesse dopo lui, e che questo ordine, come cosa
venuta da Iddio, si dovesse osservar sempre: altramente, essendo la Etiopia
grande, se ne solleveria una parte e non ubidiria all'erede, o vero lo
ammazzaria. Di questa rivelazione stando sospeso detto re ove tal montagna si
potesse trovare, gli fu di nuovo rivelato che egli mandasse a scorrere tutto il
suo paese: dove si vedessero capre poste sopra brichi e punte di sassi tanto
alti che paressero dover cader gi, in quella dovesse fargli serrare. La qual
cosa avendo fatto esequire, fu trovata questa montagna tanto grande che dicono
che un uomo ha da fare molti giorni a circondarla nel piede. E veramente chi
considera questo modo di aver tenuto in pace un cos gran reame senza
insanguinarsi le mani per tanti secoli, e che li figliuoli e fratelli non si
abbiano sollevato l'uno contra l'altro, e nondimeno non sia mancata mai la
linea di quella generazione, conoscer essere stata in effetto cosa divina e
non umana, la qual felicit mai in alcun regno di cristiani si  potuta avere.
Questa montagna  tagliata tutta d'intorno, cio dalla cima fino al basso, che
pare che sia un muro diritto, e a chi guarda in suso pare che il cielo vi sia
posato sopra. Ha tre sole entrate o vero porte per le quali vi si pu
ascendere, e non altre: e di queste io viddi una, in questo modo. Noi venivamo
dal mare una fiata per andare alla corte, e ne guidava uno di quelli servidori
del Prete che chiamano calacem, il quale non era troppo pratico del paese; e
volendo alloggiare in un villaggio, gli abitanti non ne volsero accettare,
perch dicevano ch'era d'una sorella del Prete Ianni, e fu forza che andassimo
inanti. La notte era cominciata di un gran pezzo, e costui camminava molto
forte, e ne sollecitava dicendo che ne menaria in un buono alloggiamento. Io
feci che Lopo di Gama, che aveva una buona mula, cavalcasse in vista del detto
calacem, e io di lui, e l'ambasciadore e gli altri mi tenevano gli occhi
dietro. Ed essendo andati ben tre miglia fuori di strada, verso la montagna di
questi figliuoli del Prete, come fummo sentiti per il calpestare de' nostri
cavalli, in un momento venne tanta gente di tutte quelle ville che coi sassi
n'ebbero quasi ad amazzare, e fu forza che ci partissimo l'uno dall'altro.
L'ambasciadore rest adietro, e io andai avanti per non poter fare altramente,
verso un luogo dove piovevano sassi da ogni canto: ed era la notte oscurissima,
e acci che non mi sentissero, smontai e diedi la mula a un mio schiavo. La mia
ventura volse che un guardiano, uomo da bene, di questa montagna cavalcava
vicino a me, il quale mi dimand chi era: gli dissi un gaxia genus, cio un
forestiero del re. Costui, subito fattomi appressare a lui, mi teneva un
braccio sopra il capo, dicendomi: "Ate fra, ate fra", cio "non aver paura", e
mi condusse in un orto vicino alla sua casa, dove erano molte legne lunghe
appoggiate ad alcuni alberi, sotto li quali mi fece andare perch erano come
una capanna, dove parendomi di star sicuro, feci accendere una candela: e
immediate cominciarono a piover li sassi, per il che la feci subito spegnere.
Questo uomo da bene mi fece poi andare nella sua casa e mi diede molto bene da
cena, cio galline arroste e pane e vino. E la mattina, presomi per mano, mi
men a vedere la strada per la quale si monta, tutta piena di spini terribili e
sassi tagliati da ogni canto: e vi era fatta una porta molto alta, la quale
tengono serrata, e di dentro vi stanno infinite guardie; e mi disse, se alcuno
avesse ardire di entrarvi, subito gli sarieno tagliate le mani e li piedi e
cavati gli occhi, e che noi non avevamo colpa di essere venuti cos appresso a
questa porta, ma che doveriano esser puniti quelli che ne avevano guidati. Lopo
di Gama, il calacem e io subito ci partimmo, e discendemmo ben tre miglia di
sotto sopra una strada e andammo al nostro viaggio, ed era vespero avanti che
ritrovassimo l'ambasciadore.


Della grandezza di questa montagna e delle guardie che si fanno in quella;
e in che modo ereditino questi regni di Etiopia.
Cap. LIX.

Il modo che fanno a mettere li figliuoli delli Preti in questa montagna 
questo, che, essendo soliti tutti li Preti Ianni precessori a questo David di
avere cinque o sei mogli, e di quelle assai figliuoli, come morivano il
primogenito ereditava; altri dicono che ereditava quello che pareva che fusse
pi atto e di pi sapere, e altri quello che aveva pi seguito e pi potere. Io
di questo dir quello che ho udito dire da molti uomini pratichi e intelligenti
della corte. Il re Alessandro, zio del presente re David, mor senza figliuoli,
e ancora che avesse figliuole femine, nondimeno li grandi della corte andarono
a questa montagna e cavorno di quella Nahu, suo fratello, che fu padre di
questo David. Questo Nahu condusse seco della montagna un figliuolo legittimo,
che era molto gentile e valente cavaliero, ma era alquanto ostinato e superbo.
Dapoi che fu nel regno ebbe altre mogli e figliuoli e figlie, e venuto a morte
volsero far re il figliuolo pi vecchio, venuto della montagna insieme col
padre, ma fu detto che, per essere cos superbo e ostinato, tratteria male
tutto il popolo; altri furono di openione che egli non potesse ereditare,
essendo nato in cattivit, dove non teneva ragione di successione: e cos
fecero re questo David, che era il primogenito nato dapoi che suo padre fu
fatto re, ed era di anni undici. L'abuna Marco mi disse che lui e la regina
Elena lo fecero re, perch tenevano nelle mani lor tutti li grandi della corte
e tutto il tesoro: e cos pare ancora a me che, appresso all'esser primogenito,
vi possino assai le aderenzie e amicizie e il tesoro. Gli altri figliuoli di
Nahu, fratelli del detto David, che erano piccoli, furono con quello pi
vecchio venuto dalla montagna ritornati a stare sopra quella: e cos  stato
fatto di tutti li figliuoli delli Preti dal tempo di quello re Abram fino al
presente.
Dicono che sopra questa montagna vi  gran freddo, ed  ritonda, e ch'ella non
si cercar tutta in manco di quindici giorni: e cos ancora a mio giudicio pare
che debbia essere. In questa parte dove era il nostro cammino vi andammo quasi
duoi giorni, che poi la lasciammo, la qual arriva fino al regno di Amara e di
Bogamidri, che  sopra il Nilo, il qual regno  molto lontano di quivi. Sopra
questa montagna vi sono altre montagne che fanno valli, e vi sono fiumi e fonti
infiniti, e campi che gli abitanti coltivano. Vi  anche una valle fra due
montagne molto forte, che per modo alcuno non si pu uscire di quella, per
esser tenuta serrata l'entrata con porte fortissime; e in questa valle, che 
molto grande e che ha infinite ville e abitazioni, vi metteno quelli che sono
pi prossimi al re, cio del suo sangue: e poco tempo  che hanno trovato
questo modo di metterli in detta valle, parendo lor che stiano sotto miglior
custodia. Ma quelli che sono figliuoli de' figliuoli e nepoti, e che gi sono
come dimenticati, non sono tenuti con tanta guardia: nondimeno con tutto questo
generalmente si custodisce intorno questa montagna con grandissime guardie e
gran capitani, e la quarta parte delle genti che vengono alla corte sono delli
capitani e guardie di questa montagna, i quali alloggiano separati dagli altri,
n essi si approssimano ad alcuno n altri a loro, percioch non vogliono che
alcuno sappia li secreti della detta montagna. E quando arrivano alla porta del
Prete, immediate gli manda la sua parola, e ciascuna persona si tira adietro, e
tutti gli altri negozii cessano, quando si parla in questo.


Di uno castigo che fu dato a un frate e ad alcune guardie, per una ambasciata
che portorno al Prete di questi serrati in la montagna; e come fugg un
fratello del Prete Ianni.
Cap. LX.

Circa il negozio di questi figliuoli del Prete, io ne ho veduto questo, che fu
condotto alla presenza del Prete un frate di et di anni trenta, e con lui ben
dugento uomini, il qual fu detto che aveva portata una lettera al Prete Ianni
da quelli della montagna, e questi dugento uomini erano le guardie di quella.
Battevano questo frate di due giorni in due giorni, e similmente battevano
questi uomini partiti in due parti, e il giorno che battevano il frate
battevano la met di costoro, e sempre cominciavano dal frate, e di continuo vi
erano presenti tutti gli altri; e ogni volta dimandavano al frate chi gli aveva
data quella lettera e per che cosa, e se mai pi egli aveva portato lettere, e
di che monastero egli era, e dove si aveva fatto frate. Il tristo diceva che
erano sedici anni che egli era disceso dalla montagna, e che allora gli fu data
quella lettera, e che mai pi vi era tornato n aveva avuto ardire di darla se
non al presente, che il demonio l'aveva instigato. E questo poteva essere la
verit, perch in questo paese non si costuma di mettere sopra le lettere n
anno n mese n giorno. Agli uomini veramente dimandavano come avevano lasciato
uscire detto frate. La maniera del battere era a questo modo: gittano l'uomo
con il ventre in terra e legano le mani a due pali e una corda intorno a tutti
due li piedi, e duoi uomini tengono questa corda stretta e tirata, e vi stanno
duoi ministri di giustizia, uno da un capo e l'altro dall'altro, e non danno
sempre in quel luogo, ma la maggior parte nel piano, perch se ogni fiata li
battessero morirebbono, tanto  forte il battere di costoro. Ne viddi levar via
uno, e avanti che lo coprissero con un panno, egli si mor: il che inteso per
il Prete, perch questa giustizia si fa davanti le sue tende, ordin che il
morto fusse tornato al luogo dove si batteva, e che quelli che erano battuti
tenessero la testa sopra li piedi del morto. Dur questa giustizia due
settimane, che mai cess questo ordine di battere il frate e la met delle
guardie di duoi giorni in duoi giorni, salvo il sabato e la domenica, che non
si fa giustizia. Fu levata una fama per la corte che questo frate aveva portato
lettere alli franchi e Portoghesi da questi parenti del Prete, acci che
fossero aiutati a fuggire di quella montagna: e noi eravamo innocenti, e il
medesimo tengo certo che fusse il frate.
Nel tempo che noi stemmo in questo paese, un fratello del Prete, giovane di
sedici anni, fugg della montagna e venne alla distesa in casa di sua madre,
che era la regina Elena, la qual fu moglie del padre di questo re; e per
esservi pena la vita a chi raccoglie alcuno della montagna, la madre non volse
accettar il figliuolo, ma preso lo fece condur al Prete Ianni, il qual gli
dimand perch si era fuggito: gli rispose perch egli moriva di fame, e che
non veniva per altro se non per dargli questa notizia, conciosiacosach alcuno
non voleva fargli questa ambasciata. Fu detto che il Prete lo fece vestire
riccamente, e gli dette molto oro e panni di seta, e fu tornato sopra la
montagna; fu detto ancora per tutta la corte che costui se ne era fuggito per
andarsene con li Portoghesi. Questo proprio che fugg e che fu tornato poi su
la montagna, ritrovandoci noi con l'ambasciadore del Prete che venne in
Portogallo nel paese di Lulibella, dove sono le chiese cavate nelle pietre,
pass per ivi con uno calazen e con molta gente, il qual lo conduceva preso
sopra una mula: e veniva coperto di panni negri, che non gli pareva cosa
alcuna, e alla mula non si vedeva altro che gli occhi e le orecchie. Fu detto
che egli era fuggito la seconda volta in abito di frate insieme con un altro, e
che questo frate suo compagno lo discoperse il giorno che dovevano uscire del
paese del Prete Ianni: e cos lo menavano preso lui e il frate, n gli
lasciavano parlare a persona alcuna, e duoi uomini sempre gli andavano vicini
alla mula. Ognuno diceva che lo fariano morire, overo che gli caveriano gli
occhi: non so ci che intravenisse di lui. Di un altro udimmo dire che volse
fuggire della montagna e si nascose sotto molti rami e frasche di arbori: e
alcuni lavoratori che andavano ivi d'intorno, vedendo movere li detti rami,
furno a vedere e lo presero, e le guardie, subito che l'ebbero nelle mani, gli
cavorno gli occhi: e ancora vive, ed  zio di questo Prete Ianni. Si narra in
questa montagna esservi gran moltitudine di questa gente, qual chiamano
israeliti, overo figliuoli di David, perch tutti sono di una generazione e
sangue come  il Prete. In detta montagna vi sono fabricate molte chiese e
monasteri, e vi sono infiniti preti e frati e molti abitatori, li quali mai non
discendono di l.


Come non sono estimati li parenti del Prete, e del modo differente che tiene
questo presente Prete delli suoi figliuoli e fratelli.
Cap LXI.

Il Prete Ianni non ha alcun parente, perch quelli che sono da parte di madre
non son tenuti n nominati per parenti, e da parte di padre sono serrati sopra
la detta montagna e avuti come morti, ancora che in quella si maritino e
facciano generazione infinita; maschio per alcuno non pu uscire se non, come
ho detto disopra, se 'l Prete non more senza erede: allora cavano il pi
prossimo e idoneo al regno. Alcune femine escono fuori a maritarsi, ma non sono
avute per parenti n figliuole n sorelle del Prete, ma sono onorate tanto
quanto gli vive il padre o fratello, e subito che egli more restano come
ciascun'altra signora. Tutti noi vedemmo nella corte una signora che fu
figliuola di un Prete, la quale, ancora che quando andava fuori di casa
camminasse sotto un spariviero, nondimeno era molto male accompagnata;
conoscemmo anche un suo figliuolo, che era molto male in ordine come ciascun
uomo a piedi, di sorte che in tempo breve si estingue la fama del suo
parentado.
Questo re David presente al nostro partire aveva duoi figliuoli e tre
figliuole, alli quali faceva grandi gultus, cio entrate, che voleva lor
consegnare: e mi fu mostrato dove uno dei detti teneva queste entrate; ma la
fama generale era che, come il padre serrasse gli occhi, e che facessero uno di
loro re, l'altro saria mandato alla montagna, dove non portaria seco se non la
sua persona. E mi fu affermato che la terza parte delle spese che fa il Prete 
di far guardare questi israeliti, alli quali fa meglior compagnia che non hanno
fatto li suoi antecessori; e oltra le grandi entrate che gli sono applicate,
gli manda molto oro, panni di seta e panni fini, e molto sale, che corre per
moneta in questi regni. E quando noi arrivammo e che gli demmo il pevere,
sapemmo per certo che mand lor la met di quello, faccendo lor intendere che
si rallegrassero, che il re di Portogallo suo padre lo aveva mandato a visitare
e mandatogli quel pevere. Sapemmo anche per certo e di veduta in molte parti
che il Prete Ianni ha gran terre e possessioni, lavorate per li suoi schiavi e
con li suoi buoi: e sono vestiti dal re, e sono come esenti dalle altre genti,
e si maritano uno con l'altro e sempre sono schiavi. Di queste possessioni che
sono appresso la montagna tutte le entrate vengono portate di sopra; le entrate
delle altre vanno a monasteri, chiese e a poveri, e principalmente a
gentiluomini poveri e vecchi, che per il passato hanno avuto signoria e al
presente non la tengono. E anche a noi Portoghesi per due volte ne mand di
questi formenti, cio in Chaxumo una volta 500 cariche, e altre cinquecento in
Aquate; n di queste possessioni ritiene alcuna cosa per lui, ma il tutto si
dispensa al modo detto.


Del fine del regno d'Angote e del principio del regno di Amara, e di una laguna
grande,
e delli pesci che si ritrovano in quella.
Cap. LXII.

Tornando al nostro cammino e viaggio, dico che noi andammo al lungo del piede
di questa montagna sopra un fiume, e il paese  molto grazioso e bello,
seminato di molti migli e altre semenze del paese, ma vi sono pochi formenti;
si veggono molti villaggi da una parte e dall'altra di questo fiume, e sopra la
costa della montagna. E in capo della valle ci partimmo dal fiume e cominciammo
a trovar terra di boschi e piena di sassi; non vi erano montagne, ma alcune
piccole valle, seminate di formento e orzo e d'altri legumi del paese. E quivi
finisce il regno d'Angote e comincia il regno di Amara, nel principio del quale
verso levante vi  un gran lago, dove gi alloggiammo, il qual  8 miglia di
lunghezza e tre di larghezza. Ha nel mezzo una piccola isola, con un monastero
di Santo Stefano con molti frati, nel quale vi sono molti limoni, naranci e
cedri. E per andare al detto monastero si servono d'una zatta fatta di legni e
giunchi, con quattro zucche grandi, e la fanno in questa forma: pigliano
quattro legni e mettono sopra quelli, stando in compasso, di questi giunchi
molto ben legati, e sopra quelli mettono altri quattro legni ben legati e bene
stretti, e sopra ogni cantone vi  una zucca grande, e cos passano con questo
modo. Questo lago non corre se non la vernata, quando l'acqua gli soprabonda,
ed esce fuori per due parti. Si trovano in questo lago alcuni animali grandi
che essi chiamano gomaras, che sono cavalli marini, e similmente un pesce
simile ad un gongro, che  molto grande e lungo, e ha la pi brutta testa che
si possa imaginare, fatta a modo d'un rospo, e la pelle di sopra la testa par
pelle di biscia, e tutto il resto del corpo liscio come gongro, ed  il pi
grasso e pi saporito pesce che si trovi al mondo. Attorno a questo lago vi
sono infiniti villaggi, che arrivano fin all'acqua, e vi sono 15 xumetes o vero
capitanie, e terre bellissime di formento e orzo. Di questi laghi n'abbiamo
veduti molti in questi paesi, ma questo  il maggiore di tutti quelli che io
abbia veduto. Il paese  molto bello e fruttifero.
Di qui camminammo ben 16 miglia per una terra molto ben seminata di miglio e
tutta piena di fontane. Al fine della giornata, essendo noi stracchi, il frate
ne volse menare sopra un monte ad alloggiare, e noi non volemmo e restammo
nella strada a dormire. E il d dietro, che fu alli 23 di settembre, ce ne
andammo a un luogo che si chiama Azzel, il quale  posto sopra un piccolo colle
fra duoi fiumi: e tutta la campagna si vedeva seminata di formento, miglio e
d'ogni altra sorte di legumi, ed  luogo nel quale si fa una gran fiera. Oltra
uno di questi fiumi vi  un luogo di Mori, ricco e di gran traffico, come di
schiavi, panni di seta e di tutte le altre sorti di mercanzie, s come  il
luogo di Manadeli, nelli confini di Tigremahon: questi Mori pagano gran tributi
al Prete. Quivi  gran conversazione di cristiani con li Mori, perch gli
portano l'acqua, gli lavano li lor panni, e tutto il giorno le femine cristiane
praticano in questo luogo de Mori, della qual cosa ne pensammo male. Stemmo il
sabbato e la domenica a pi di questo luogo, dove tutta la notte li nostri
combatterono con le lancie contra le tigri che volevano levarne le mule, e non
si dorm punto.
Il giorno seguente camminammo per una terra piana molto abitata e molto
seminata per ispazio di sei miglia; dapoi montammo sopra una montagna ben alta,
senza sasso alcuno n bosco, ma era tutta lavorata e seminata, e ci riposammo a
mezzogiorno. Quivi stando, mi vennero a trovare X o XII uomini onorati, e
l'interprete stava meco, e cominciammo a ragionare dell'altezza di questa
montagna sopra la quale stavamo, e del paese infinito che si scorgeva con gli
occhi. Mi mostrorno la montagna dove stanno quelli figliuoli delli Preti, la
qual non pareva lontana pi di XII miglia, e si vedeva la rocca e sasso tutto
tagliato intorno intorno, la qual si prolongava tanto verso il Nilo che non vi
vedevamo il fine, ed era cos alta che 'l monte dove noi stavamo pareva esser
sotto li piedi di quella. Quivi mi raccontorno particolarmente delle gran
guardie che erano fatte a questi figliuoli, e dell'abondanza che avevano di
vettovaglie e di vestimenti, che gli faceva dare il presente Prete. E perch
noi scorrevamo verso la parte di ponente quanto potevamo vedere con gli occhi,
gli dimandai che terre erano verso quella parte, e se il tutto era del Prete
Ianni. Mi dissero che la signoria del Prete si estendeva verso quella parte per
trenta giornate di cammino, e che poi si entrava in alcuni deserti, nelli quali
si trovava gente molto negra, molto trista e cattiva: e durava per ispazio di
quindici giornate di cammino, li quali compiti, si entrava nella terra di Mori
bianchi, nel regno di Tunisi. N alcuno si maravigli di questo, che si sappiano
cos particolarmente questi paesi, perch da Tunisi vanno ogni anno le carovane
al Cairo, e anche vengono in queste terre del Prete, e portano alcuni
vestimenti detti albernussi, non troppo buoni, di bambagio, e molte altre
diverse mercanzie. Mi dissero di pi che questo monte alto dove noi stavamo
separava la terra dove nasce il miglio da quella del formento, e che per avanti
non trovaremmo pi miglio, ma formento e orzo.


Come trovammo un altro lago, e poi arrivammo a una chiesa detta Machan Celacen,
nella quale non ne lasciarono entrare.
Cap. LXIII.

Noi camminammo sopra questa altezza di montagna per una strada piana ben nove
miglia, e da ogni canto vi erano li campi seminati di formento e orzo. Quivi
trovammo un altro lago, ma non cos grande: poteva essere da tre miglia lungo e
due largo, e fa un fiumicello che corre di quello;  molto profondo, ed era
tutto circondato di giunchi molto lunghi e forti. Noi dormimmo in una campagna
tutta piena di erba da pascolo, dove avevamo tanta moltitudine di moscioni e
cos grandi che dubitavamo che ne ammazzassero. Questa campagna non era
seminata per esser mezza palustre, perch non sanno levar l'acqua e farla andar
gi dal monte. Dapoi passammo in altri luoghi, dove trovammo molte campagne e
luoghi seminati di formento e orzo, i quali erano gialli e tristi perch
l'acque gli ammazzavano; e altri morivano per troppa siccit, e cos eravamo
confusi nel veder la diversit di questi luoghi seminati. Cominciammo poi a
entrare in un paese che di giorno facevano gran caldi, e la notte poi gran
freddi. E vedevamo gli abitanti portar d'intorno alle parti vergognose un pezzo
di pelle di bue, e similmente le femine portavano un pezzo di drappo, maggiore
per il doppio di quello degli uomini, e coprivano quello che potevano, che la
maggior parte pur si vedeva: tutto il resto era nudo. Li capelli erano acconci
in due ordini, cio uno che discendeva fino alle spalle, e l'altro fino
all'orecchie. E queste terre dicono esser delli trombetti del Prete Ianni. Un
poco fuori di cammino vi  un bosco grande d'arbori da noi non conosciuti, ma
altissimi, appresso il quale vi  una chiesa di molti canonici, la qual fece
far un re che ivi  sepolto. Passando questo giorno grandissime montagne, ce ne
andammo a dormire fuori di quelle nell'entrate d'una bellissima campagna.
Alli 26 di settembre la mattina camminammo per detta campagna, discendendo
sempre per ispazio di sei miglia, e arrivammo a una bella e gran chiesa che si
chiama Machan Celacen, che vuol dire la Trinit, la qual vedemmo dapoi col
Prete Ianni, quando mut le osse di suo padre. Questa chiesa ha due gran
circuiti, uno fatto di parieti di tavole ben alto, l'altro di pali e di legnami
attraversati: e questo di legname circonda ben due miglia. Noi ce ne andammo
molto allegri pensando di veder questa chiesa, ma, appressati per uno tratto di
balestra, vennero due uomini a farne dismontare, perch questo  il costume
quando si arriva appresso alcuna chiesa, e giunti appresso alla porta di questo
circuito non volsero lasciarne entrare, n anche il frate che ne conduceva, e
gli mettevano le mani fino nel petto, dicendogli che egli non aveva licenza di
farne entrare: n gli valse dire che noi eravamo cristiani, e furno tanto le
parole che quasi venimmo all'arme. Montati a cavallo e partiti, gi molto
lontani dalla chiesa, ne vennero dietro correndo a dire che tornassimo, che ne
lasciariano entrare, perch avevano gi avuto licenza: ma noi non volemmo
tornarvi. Questa campagna e il sito della chiesa sono molto belli, perch di X
in XII miglia  il tutto seminato, n vi  un palmo di terra che non sia
lavorato e pieno di ogni semenza, salvo di miglio; e in tutti li mesi dell'anno
quivi si tagliano le biade e si seminano, s che sempre ve ne sono di mature e
in erba. Dalle bande di questa chiesa vi corre un bellissimo fiume senza alcuno
arbore sopra, e cavano acqua di quello per adacquar li campi; e da alcuni monti
vicini vengono ancora molte fontane d'acqua, che adacquano tutto il paese. Vi
si veggono molte case e ville separate l'una dall'altra con le lor chiese,
perch dove  la chiesa del re vi debbono ancora esser le chiese delli
lavoratori.


Come li Preti Ianni dotorno le chiese di questo regno, e come andammo alla
villa di Abra,
e di alcune grandissime fosse.
Cap. LXIIII.

Passando queste campagne entrammo in alcune altre maggiori, ma non cos ben
seminate, perch paiono mezzo paludi, e vi sono grandissimi pascoli e molti
laghi, dalli quali cavano l'acque per adacquare. Vi sono infinite mandrie di
vacche e di pecore, ma non di capre. Camminammo per queste campagne ben 36
miglia verso il levante, dove ne mostrorno una chiesa di San Giorgio, nella
quale  sepolto l'avo di questo Prete Ianni. Quivi ne dissero che li re
passati, venendo delli regni di Barnagasso e Tigremahon, dove fu il lor
principio, allargorno li lor regni per queste terre di Mori e gentili, e
venendo per il regno di Tygray e dapoi d'Angote, entrorno in questo d'Amara; ma
avanti di questo vi  quel di Xoa, dove sono alcune grandissime fosse: e quivi
abitorno lungamente, faccendo far chiese e case, e dotorno quelle di gran
rendite, e non vi  palmo di terra che non sia di chiese. E Nahu, padre di
questo Prete, cominci la chiesa di Machan Celacen, e il figliuolo poi la forn
e dot. Questo regno non tiene pi nome di signoria, perch il suo titolo era
Amara taffil, che vuol dire re di Amara, come Xoa taffil re di Xoa. E quando
si mutorno le osse di Nahu in questa chiesa di Machan Celacen, alla qual
mutazione noi Portoghesi fummo presenti, allora il presente Prete comp di dare
e confermare le donazioni fatte di tutta questa signoria a questa chiesa. Non
vi  in tutto questo regno pure un monastero, ma tutte chiese, li canonici e
preti delle quali, e quelli delle altre degli altri regni detti di sopra,
servono al Prete in tutti li servizii, salvo in guerra; e la giustizia in
questi paesi si fa universale sopra li canonici, preti e frati. E questo frate
che ne conduceva per levar le nostre robbe, se egli non veniva ubidito, faceva
battere cos li frati come li preti. Andando per queste gran campagne ne pareva
d'andare per un mare, non si vedendo montagne.
L'ultimo giorno di settembre arrivammo in una piccola villa, dove era una
chiesa di Nostra Donna. Quivi verso la parte del levante cominciano le aspre e
sassose montagne, con alcune valli profondissime che pare che discendano fino
all'abisso, che l'uomo non potria mai credere la lor profondit: e s come le
montagne dove stanno li figliuoli del Prete sono tagliate al diritto fino in
cima, cos queste discendono al basso tagliate di gran larghezza, in alcuni
luoghi di dodici miglia e in altri di quindici, e anche si stringono fino a
nove. E vien detto che queste valli vanno fino al Nilo, il quale  molto
lontano di quivi verso la parte di ponente: noi sapemmo bene ch'elle arrivano
fino alle terre de' Mori, dove non sono cos aspre e selvatiche. Nel piano o
fondo di quelle vi sono grandi abitazioni e luoghi coltivati, e si vede un
numero infinito di simie grandi, pelose dal petto avanti come leoni.


Come arrivammo ad alcune porte e passi profondi e travagliosi da camminare, e
passammo dette porte, dove comincia il regno di Xoa.
Cap. LXV.

Il primo giorno di ottobre del 1520 noi andammo per terra piana sempre al luogo
di queste valli, dove trovammo laghetti con fontane infinite per ispazio di 12
miglia, e andammo a dormire a un luogo dove avevamo da traversar queste
bassure. Il terzo giorno d'ottobre, camminato che avemmo da due miglia,
arrivammo ad alcune porte sopra una rocca o sasso tagliato che divideva due
valli, una a banda destra, l'altra alla sinistra: ed era tanta strettezza
appresso queste porte, che per la strada a mala pena poteva passar un carro
sopra quelli piccoli sporti che faceva il monte. E serrano dove queste porte si
stringono da valle a valle, e uscendo dalla porta si dismonta quanto 
l'altezza d'una lancia lunga, per una strada stretta fatta in spigolo nel
mezzo, che non si pu andar n a piede n a cavallo: e tanto  ratto e a pico
questo cammino che l'uomo non pu descender se non va in quattro, e si cognosce
essere stato fatto artificiosamente per sicurt di questo passo. E uscendo di
questa strettezza si cammina ancora per un pezzo di strada fatta pur in spigolo
di sei palmi, e da una parte e dall'altra sono i precipizii grandissimi: e s'io
non avessi visto passar le nostre mule e genti, averia giurato che le capre non
vi averiano potuto passare; e cos facemmo andar le mule avanti come perse, e
noi vi andammo dietro. Dura questa asperit un tratto di balestra, e chiamasi
questo luogo Aquifagi, che vuol dir "morte di asini", e si paga dazio per il
passaggio. Molte fiate dapoi siamo stati per queste porte, e mai non vi
passammo che non trovassimo bestie e buoi morti. Oltra questo passo vi restano
ancora sei miglia di fastidioso cammino, tutto di sasso, sempre descendendo,
nel mezzo del qual vi  una grotta nel sasso forato, che dalla cima vi goccia
continuamente l'acqua, la qual fa alcuni stillicidii lunghi di sasso di diverse
forme. In capo di queste sei miglia trovammo un fiume grande, il qual si chiama
Anecheta, nel qual dicono esser infinito pesce e grande. Dapoi camminammo
montando sempre per tre miglia fino che arrivammo a una porta picciola, la
quale passata si trova un altro fiume, dove stanno alcune altre porte le quali
non si usano: e quelli che passano queste fosse e valli profonde vengono a
dormir quivi, perch non ponno passar in un giorno da capo a capo.
Quivi il frate che ne conduceva fece una crudelt contra un xuum, overo
capitano, che non saria fatta a un Moro. Costui non mand cos presto li suoi
uomini ad aiutare a portar le nostre robbe, per gli fece ruinare alcuni campi
di fava e dargli il guasto del tutto, delle qual fave si vive in queste valli,
perch non vi nasce altro se non miglio e fave. E perch noi gli
contradicevamo, diceva che questa era la giustizia del paese, e ogni giorno
mandava a battere molti di quelli che ne portavano le robbe, e alle volte
toglieva loro mule, vacche e pezze di tela, dicendo che cos si aveva da fare a
chi serviva male.
Alli 4 d'ottobre passammo ancora per questi mali cammini, e arrivammo sopra un
fiume appresso il quale dormimmo, che  molto grande e bello e si chiama Gemma,
ed  abondantissimo di pesce, come dicono li paesani: e si congiungono insieme
questi fiumi e vanno nel Nilo. Discendemmo da questa montata per sei miglia, in
capo del quale trovammo altre porte, dove pagammo similmente il passaggio.
Fuori di queste porte andammo a dormire in una campagna, dove non si vedevano
n fosse n alcuna cosa, anzi il tutto era pieno e uguale. Il cammino tra l'una
porta e l'altra sopra dette pu essere da quindici miglia, e quivi si dividono
li regni d'Amara e Xoa: e chiamansi queste porte Badabassa, che vuol dire terra
nuova. Dentro di queste valli e asperit vi si veggono d'ogni sorte uccelli
infiniti.


Come il Prete Ianni and a visitare la sepoltura di Gianes ichee nel monastero
di Bilibranos, e della elezione che fu fatta di un altro ichee, il qual era
stato moro.
Cap. LXVI.

Alli cinque di ottobre camminammo per campagne non molto lontane dalle dette
rocche e valli profonde, e andammo ad alloggiar per mezzo d'un monastero che si
chiama Bilibranos, del qual voglio parlar quello che per tre fiate io viddi far
al Prete Ianni. La prima fu che venne al far d'un officio anniversario ad un
gran prelato di detto monastero ch'era morto, che aveva nome Gianes, il qual
era tenuto per uomo santo: il titolo suo era ichee, ed  il maggior prelato che
sia in tutta la Etiopia, eccettuando l'abuna Marco. La seconda fiata venne al
far della elezione d'un altro ichee, il quale fu uno nominato Iacob, uomo di
santissima vita, e per avanti era stato moro. Costui fu nostro grande amico, e
ne cont ch'egli ebbe una notte per revelazione che non teneva buon cammino, e
che dovesse andar a trovar l'abuna Marco, il qual lo ricevette graziosamente, e
lo fece cristiano e gl'insegn tutta la fede nostra, come s'egli fusse stato
suo figliuolo. Ichee in lingua de Tigray, qual si usa nel regno del Barnagasso
e Tigremahon, vuol dir abba.
In questa campagna dove era il nostro cammino vi si vedevano alcune case
piccole fatte quasi sotto terra, e il medesimo erano le corti d'intorno, dove
tengono li loro animali: e questo dicevan che facevano per causa de'
grandissimi venti che regnano in quelle parti. Quivi vedemmo gli abitatori mal
vestiti, ma tanto numero di vacche, mule, cavalle, che non si potria credere;
allevano anche galline simili alle nostre di Spagna in grandissima quantit.
All'intorno di queste case erano li campi seminati di orzo, che pi belli non
aveva veduti per avanti. Si vedevano anche infiniti uccelli di diverse sorti,
come grue, oche salvatiche, anitre e altre da noi non conosciute, per esservi
molti laghi piccioli, fatti da diverse fontane che corrono per detta campagna.
Questo paese si chiama Huaguida.


Come per tre giorni camminammo per campagne; e della cura e rimedii che fanno
alli loro ammalati; e come viddero le tende e padiglioni del Prete Ianni.
Cap LXVII.

Un luned, alli 9 di ottobre, camminammo per campagne simili a quelle dette di
sopra, cos di buoni pascoli come di essere tutte seminate, e fummo a dormire
ad una terra che si chiama Anda: quivi ancora mangiammo pan d'orzo molto mal
fatto. E cos camminammo il giorno seguente per simili campagne, e dormimmo
appresso d'alcune villette. Il mercore seguente trovammo miglior paese seminato
di frumenti e d'orzi, cio che si vedevano che in alcuni di detti campi le
biade erano mature, altre erano tagliate e altre parevano seminate di nuovo.
Chiamasi questa terra Tahagun, ed  molto popolata di grandi abitazioni e
d'infinite mandrie d'ogni sorte d'animali, cio vacche, cavalli, muli e pecore.
Si trovavano in questi paesi molti ammalati di febbre, alli quali intendemmo
che non facevano alcun rimedio, attendendo solamente che la natura gli
aiutasse: e se ad alcun duol la testa, lo salassano dal capo; se gli duole il
petto, coste o spalle, gli danno il fuoco, come si fa agli animali; alle febri
non sanno fare alcun rimedio.
In mercored cominciammo a vedere con grande allegrezza da lungi il campo e
padiglioni del Prete Ianni, che parevano infiniti e che coprisseno tutte le
campagne, e quivi dormimmo. Il gioved non facemmo troppo cammino; a mezzod
poi il venere riposammo per il sabbato e per la domenica in un piccolo luogo
dove era una chiesa nuova, che non era ancora stata dipinta, perch dipingono
tutte le chiese, e non con troppo ricchi lavori: e chiamasi Auriata, che vuol
dire degli Apostoli, e si diceva esser del re, fino alle tende del quale
potevano esser da tre miglia, e da questo luogo alla chiesa un miglio e mezzo,
appresso la quale era alloggiato l'abuna Marco, ch' il suo grande patriarca.
In questi duoi giorni che qui riposammo ci vennero a trovare tre marinari, che
fuggirono quando ci partimmo dalla nostra armata nel porto di Mazua, ed era gi
un mese che stavano in la corte: la venuta de' quali dispiacque molto al frate
che ne conduceva, perch diceva non esser usanza di questo paese, quando la
gente forestiera vi veniva, di poter parlare con alcun'altra persona fino che
non parlavano col re; e cos turbato se ne torn alle sue tende. In questo
medesimo giorno fu il detto frate a visitar l'abuna Marco, e ne port un cesto
d'uva secca e una zara di vino d'uva molto buono. La domenica seguente ne torn
a vedere uno di detti marinari, e l'ambasciadore gli disse che fosse a parlar
prima al frate, e gli dicesse che non veniva per niun male, ma per l'amicizia
grande ch'egli aveva con noi. Ma il frate, come lo vidde, gli fece metter le
mani adosso e ritenerlo, e lo voleva mettere in ferri, se non fosse stato
l'ambasciadore e noi altri che glielo cavammo di mani con aspre parole.


Come fu dato un gran signore che ne avesse a guardare, e della tenda che ne
mand.
Cap. LXVIII.

Il luned alli XVI di ottobre noi ci partimmo, pensando d'arrivare questo
medesimo giorno alla corte dove  il padiglione del re, perci che ne avevano
fatto alloggiare tre miglia lontani, e parevano che 'l d dietro n'avriano
condotti molto presto. Stando noi con questa speranza, ne venne a trovare un
gran signore, il titolo del quale si chiama adrugaz, che vuol dire gran maestro
di casa, e ne disse come il Prete Ianni, avendo inteso della nostra venuta,
l'aveva mandato a guardarne e darne ci che ne faceva di bisogno, e volse che
subito cavalcassimo e fossimo con lui: e pensando che ci menasse alla corte ci
preparammo. Egli ne fece fare una volta indietro, non per il cammino che
venimmo, ma ne fece circondare alcune colline, e tornammo adietro pi di tre
miglia, dicendo che non ci pigliassimo fastidio, perch il Prete Ianni veniva
in quella parte dove noi andavamo: come in effetto fece, che si vedevamo andar
avanti di noi sei o sette uomini sopra molto buoni cavalli, scaramucciando e
giocando tutti coperti il viso, che non si conosceva l'un dall'altro, e molti
doppo loro sopra mule, e comprendemmo che questa cavalcata ne era stata fatta
fare a posta, perci che il Prete ne aveva voluto vedere. E ne menorno dietro
ad alcune colline, dove questo gentiluomo alloggi in una sua tenda, e ordin
ch'ancor noi ci fermassimo appresso di lui in una altra buona tenda, e ne mand
a provedere di tutto quello che ci era necessario abondantemente. Noi eravamo
non molto di lungi dove si vidde alloggiare il Prete Ianni; il frate venne ad
alloggiare appresso di noi. Il mercoled a buon'ora ne portarono un'altra buona
tenda grande, bianca, rotonda, dicendo che ne la mandava il Prete Ianni, e che
una tenda simile a quella non poteva aver persona alcuna, se non il detto Prete
e le chiese, e che la sua persona suole alloggiare in quella quando cammina. E
cos stemmo fino al venere, senza saper ci ch'avessimo da fare, ma sempre ben
proveduti del vivere. Il gentiluomo che ne guardava e il frate ne avisorno che
dovessimo aver l'occhio molto bene alle robbe nostre, perch in quella terra vi
erano di molti ladri; e li franchi, cio bianchi, che erano quivi similmente ne
lo dicevano, e che vi erano capitani e altri come daziari di detti ladri, che
pagavano tributo al Prete Ianni di quello che si rubbava.


Come l'ambasciadore e noi con lui fummo chiamati per comandamento del Prete
Ianni, e dell'ordinanza che noi trovammo, e dello stato in che si trovava il
Prete Ianni.
Cap. LXIX

Il venerd, alli XX di ottobre, a ora di terza venne il frate, dicendone con
gran pressa che il Prete Ianni ne mandava a chiamare. L'ambasciadore ordin che
fossero caricate tutte le robbe che 'l capitan maggiore mandava, e che noi ci
mettessimo ad ordine: il che facemmo molto bene con l'aiuto di Dio. E ne venne
a trovarci molta gente per accompagnarne, cos a piedi come a cavallo, con li
quali ce ne venimmo in ordinanza fino ad una porta, di donde vedemmo da ogni
canto infiniti padiglioni e tende come una citt, e quelle del Prete Ianni
alzate in una gran campagna, tutte bianche (s come si dice che generalmente
suol tenere), e avanti di quelle una molto grande rossa, che dicono che non
l'alza se non nei giorni di gran feste o vero di qualche grande audienza.
Davanti di detta tenda rossa erano stati fatti due ordini di archi coperti di
panni di seta bianchi e rossi, cio un arco coperto di rosso e l'altro di
bianco, e non erano coperti, ma rivolti li panni all'intorno dell'arco, come si
faria d'una stola all'intorno d'un legno che sostiene una croce: e cos stavano
questi archi da un capo, e potevano esser da venti, e la lor grandezza e
larghezza era come quella dell'arco d'un chiostro piccolo, ed era lontano un
ordine dall'altro un tirar d'una pietra. Quivi erano infinite genti messe
insieme, che a mio giudicio passavano quarantamila persone, e tutte stavano in
bella ordinanza da una banda e dall'altra senza moversi: e le genti meglio
vestite erano le pi vicine agli archi. Fra li quali si vedevano alcuni
canonici e persone di chiese molto onorate co cappucci grandi in capo, non come
mitre, ma con alcune punte in cima dipinte di colori, ed erano di panno di seta
e di grana, e altre genti molto ben vestite, avanti le quali stavano quattro
cavalli, cio due da una parte e due dall'altra, sellati e coperti riccamente
di broccato fino in terra: le lame over arme che tenessero di sotto non si
vedevano. Avevano questi cavalli diademe sopra il capo, alte che passavano
l'orecchie, e descendevano fino al morso con grandi e varii pennacchi; e di
sotto dei detti stavano molti altri buoni cavalli sellati, coperti di seta e di
velluto, e le teste di ciascheduno era equali e come in ordinanza con le genti.
Immediate appresso di questi cavalli e dietro di quelli (perch la gente era
molta e folta), stavano alcuni uomini onorati, che eran vestiti se non dalla
cintura in giuso di molto sottili e bianchi panni di bombagio; l'altra gente
vestita grossamente stava fra questa e gli altri.
 costume che davanti il re e gran signori che possino comandare vi vadino
sempre uomini che portino sferze, cio un picciolo legno con una coreggia
lunga: e quando danno in vano fanno un grande strepito, per fare star adietro
la gente. Di questi ne vennero ad incontrare ben cento, tutti vestiti con
alcune picciole camicie di seta, i quali con questi strepiti non lassavano udir
l'uomo, e ognun si slargava. La gente da cavallo e sopra mule che eran con noi
discavalcarono molto da lungi, e noi fummo ancora un gran pezzo menati a
cavallo, e discavalcammo appresso la tenda rossa un tratto di balestra: e quivi
cominciaron questi che ne menavano a far le solite riverenze, e noi con loro,
perch cos n'era stato insegnato, il che  abbassar la mano diritta fino in
terra. Anco in questo spazio d'un tratto di balestra incontrammo ben sessanta
uomini, come saria a dire portieri di mazza, e venivano mezzo correndo, perch
cos si costuma con tutte le risposte che manda il Prete di correre. Erano
vestiti di camicie bianche e di buoni panni di seta, e di sopra le spalle, che
descendevano al basso, vi erano alcune pelli di colore roano o tan molto
pelose, che dicevano esser di leone, e sopra dette pelli avevano catene d'oro
mal lavorato con gioie incastrate, e similmente altre gioie intorno al collo;
portavano alcune cinture di seta di varii colori, di larghezza e fattura come
son cinghie di cavallo, se non che erano lunghe, con i fiocchi e capi fino a
terra: ed erano tanti da una parte quanti dall'altra, e ne accompagnarono fino
al primo ordine degli archi, dove ci fermammo. Ma avanti che noi arrivassimo
alli detti archi, stavano quattro leoni legati con le lor catene per dove
avevamo da passare. E passati quelli, nel mezzo del campo, all'ombra de' detti
primi archi, vi stavano quattro uomini onorati, fra i quali v'era uno di due
maggior signori che siano nella corte del Prete, che si chiama betudete, cio
gran capitano: e di questi ne sono due, uno de' quali serve a man diritta e
l'altro a man manca. Quello da man diritta dicevano che era in guerra con i
Mori, e questo da man manca era quello che stava quivi; gli altri tre erano
grandi uomini. Arrivando a loro, noi stemmo un gran pezzo senza parlare, n noi
a loro n loro a noi.
In questo tempo venne un prete vecchio, che si dice esser parente e confessore
del Prete Ianni, vestito di una cappa bianca a modo di bernusso e un cappuccio
grande di seta: il titolo di costui si chiama cabeata, ed  la seconda persona
in questi regni, e usc della tenda del Prete che ancora noi eravamo lontani
ben dui tratti di pietra. Delli quattro che stavano con noi, tre di loro
l'andarono ad incontrare a mezzo il cammino, e il betudete rest con noi; e
costoro poi approssimandosi, il detto betudete verso loro si fece inanzi tre o
quattro passi, e cos insieme giunsero tutti cinque a noi. Giunto il cabeata
addimand all'ambasciadore ci che volesse e donde veniva; rispose
l'ambasciadore che veniva d'India, e portava una ambasciata al Prete Ianni del
capitan maggiore e governatore dell'Indie per il re di Portogallo. Con questo
se ne ritorn al Prete, dal quale con le medesime dimande e le medesime
risposte and e ritorn tre volte: a tutte rispose lo ambasciador d'una simil
sorte; alla quarta il cabeata disse: "Dite ci che volete, ch'io lo dir al
re". Rispose l'ambasciadore che lui con tutta la sua compagnia mandavano a
baciare le mani a sua Altezza, e rendevano molte grazie a Dio di compire gli
suoi santi desiderii di congiunger cristiani con cristiani, e che loro fossero
stati i primi. Con questa risposta se n'and il cabeata, e subito si ritorn
con un'altra parola: e sempre i sopradetti quattro lo andavano ad incontrare
come abbiam detto di sopra, e arrivando a noi disse che 'l Prete Ianni diceva
che fossimo li ben venuti, e tornassimo a riposarci. In questa prima audienza
non si usa di dir altre parole, n si pu vedere sua Maest, per mantener
maggior reputazione. Allora l'ambasciadore consegn a pezza per pezza tutti li
presenti che 'l capitan maggiore mandava a sua Altezza, e di pi quattro sacchi
di pepe ch'erano stati portati per farne le spese. Subito fu portato il tutto
alla tenda del Prete, e di l poi ritornato agli archi dove noi stavamo, e
fecero distendere i panni di razzo che noi gli demmo sopra detti archi, e cos
ciascheduna dell'altre robbe e cose: e stando quelle in vista di ciascuno, fu
ordinato che tutti tacessero, e uno che si chiamava la giustizia maggiore della
corte parl con voce molto alta, dichiarando a pezza per pezza le cose che 'l
capitan maggiore mandava al Prete Ianni, e che tutti dovessero render grazie al
Signor Dio per aver congiunti li cristiani insieme, e se alcuno vi era a chi
dolesse che piangesse, e quelli che n'avevano piacere cantassero. Tutta la
gente che stava ivi insieme diede un grandissimo grido in modo di lodare Iddio,
il qual dur per un grande ispazio. Fatto questo, n'espedirono e ne menarono ad
alloggiare un gran tratto di balestra dalle tende del Prete, ove era stata
posta la tenda che egli ne aveva mandato, e dove stava il resto delle nostre
robbe.


Del furto che ne fu fatto nel mutar delle nostre robbe, e delle vettovaglie che
ne mand il Prete Ianni, e del parlar che 'l frate ebbe con noi.
Cap. LXX.

Al tramutare di queste nostre robbe si cominci a vedere per isperienza l'aviso
che ne era stato dato de' ladri, percioch subito nel cammino tolsero per forza
ad un servidore nostro quattro bacini di rame stagnati e quattro scodelle di
porcellana e alcune altre picciole cose da cucina, e perch il servidore si
voleva difendere, gli diedero una gran ferita in una gamba. L'ambasciador non
pot far altro se non ordinar che fosse medicato, e di queste robbe niuna si
pot avere indietro. Subito che fummo alloggiati, ne mand il Prete Ianni CCC
pani di formento grandi e bianchi, e molte zare di vino di miele, e dieci buoi,
e dissero i messi che portavano le robbe che 'l Prete Ianni aveva ordinato che
ne fussero dati cinquanta buoi e altretante zare di vino. Il sabbato seguente,
che fu il XXI, ne mand infinito pane, vino e molte imbandigioni di carne di
diverse sorti e molto ben fatte e acconcie, e al medesimo modo fu la domenica,
nella quale, fra l'altre molte e varie imbandigioni, ne fu portata una vitella
tutta intiera posta in un pasticcio, tanto bene acconcia con spezie e frutti
postoli nel ventre, che noi non ci potevamo saziar di mangiare.
Il luned seguente si lev una fama per tutta la corte che noi avevamo ritenuti
molti sacchi di pepe che il capitan maggiore mandava a donare al Prete, il che
non era la verit. E perch di quello ne fanno grandissimo conto, ed  la
maggior mercanzia che corra per l'Etiopia, per il frate venne a noi con una
invenzion, dicendone che se l'ambasciadore desse tutto il pepe che esso aveva
al Prete Ianni, che ordinaria che ne fossero fatte le spese nello star ivi e
nel ritorno fino a Mazua: e cos cessorono darne da mangiare, n vennero le
cinquanta vacche, n manco le zare di vino. Proibiva similmente a tutti li
franchi che erano in la corte che non parlassero con alcuni di noi, e ne
dicevano che non uscissimo della nostra tenda, che tal era il costume di tutti
quelli che vengono a questa corte, di non parlar con alcuno fin che non parlino
al re. E per questo divieto tenevano prigione un Portoghese di Alcugna, che ne
fu a parlare nel cammino, e un franco, dicendo che ne venivano a dir le cose
della corte. Questo Portoghese fugg una notte con i ferri delle man d'un
eunuco che lo guardava, e venne a salvarsi alla nostra tenda. Subito la mattina
lo vennero a cercare, ma l'ambasciadore non lo volse dare; ma mand il fattore
con l'interprete a parlare al betudete da sua parte, e dirgli per che cagione
egli faceva mettere in ferri li Portoghesi, faccendoli trattar cos male dalli
schiavi eunuchi. Gli rispose il betudete fuor di proposito, dicendo chi ne
aveva ordinato di venir qui, e che Matteo non and in Portogallo di commission
del Prete Ianni n della regina Elena, e se questo schiavo aveva posto i ferri
ai Portoghesi, che i Portoghesi ritornassero a mettere i ferri al detto
schiavo, che tal era la giustizia di questa terra.


Come il Prete Ianni si mut con la corte, e come il frate disse
all'ambasciadore che comprasse ci che volesse, e come l'ambasciadore se n'and
alla corte.
Cap. LXXI.

Il marted alli XXIIII d'ottobre, aspettando che 'l Prete ne mandasse a
chiamare per parlargli, egli si part con tutta la corte verso quella parte
donde era venuto, che poteva essere lo spazio di sei miglia. In questo venne il
frate dicendone che se volevamo andare dove camminava il re, che comprassimo
delle mule che portassino le nostre robbe, e all'ambasciadore che, se voleva
comprare o vendere, lo facesse. Gli rispose l'ambasciadore che non eravamo
venuti per esser mercatanti, ma solamente per servire a Dio e ai re, e per
congiunger cristiani con cristiani: e questo facevano solamente per provar
d'intendere che intenzione e cuore era 'l nostro. Il gioved seguente mi mand
l'ambasciadore con Giovanni Consalvo interprete, che fossimo alla corte a
parlare al betudete o ver al cabeata. E parlammo al betudete in questa maniera,
che 'l frate aveva fatto intendere all'ambasciadore che se volesse comprar o
vendere, che gli davano licenza: delle qual parole si maravigliava grandemente,
perch n lui n suo padre n sua madre n suo avo mai avevano comprato n
venduto n tenevano tal officio, e similmente tutti li gentiluomini e persone
che con lui erano venuti, li quali erano allevati nella casa e corte del re di
Portogallo, in onorati uficii e sopra le guerre gli servivano, e non in
mercanzie; e di pi che 'l frate gli aveva detto che, dando tutto 'l pepe che
gli restava, il Prete Ianni ordinarebbe che gli fossero fatte le spese mentre
stessino qui e fino che arrivassimo al porto di Mazua, e che a questo
rispondeva l'ambasciadore che 'l costume di Portoghesi non era di mangiar e
bevere a costo di meschini e poveri uomini, ma che del loro oro e argento
pagavano le loro spese. E perch non corre moneta in questo regno, per tanto il
capitan maggiore, oltra il molto oro e argento, gli aveva dato molto pepe e
panni per farsi le spese, e di questo pepe che portava per le sue spese ne
aveva gi dato quattro sacchi al Prete, e il resto lo salvava per far questo
effetto; e che il frate di pi gli aveva detto che, se voleva andar dietro alla
corte, dovesse comprar mule per far portar le robbe: a questo gli mandava a
dire che quanto al presente non gli erano necessarie mule, n manco per mutarsi
di dove stava, e che quando volesse partire esso comprarebbe delle mule. Subito
rispose il betudete che 'l Prete Ianni aveva ordinato che ne fussero date dieci
mule, e se le avevamo avute. Rispondemmo che tal mule non avevamo vedute,
solamente che 'l frate nel viaggio ne dette tre mule stracche, a tre uomini che
venivano a piedi. All'altre cose il betudete non ne volse respondere, entrando
a parlar in cose fuor di conclusione, cio se 'l re di Portogallo era maritato,
e quante moglie egli aveva, e quante fortezze teneva nell'India, con molte
altre addimande impertinenti e fuori di proposito. Noi veramente gli tornammo a
dir da parte dell'ambasciadore, se 'l Prete voleva ascoltar la sua ambasciata,
che lo dicesse, e non volendo che a nessun altro si diria, e se la volesse in
scritto se gli manderia. Ne rispose che aspettassimo, che presto averessimo
risposta, e cos ce ne tornammo a casa senza alcuna conclusione. Fino all'ora
presente ne avevano proibito sempre che li franchi che andavano per la corte
non parlassero con esso noi, n meno venissero alle nostre tende, e se
venivano, venivano molto ascosamente, perch 'l frate era sempre con noi come
guardia.


Delli franchi che stanno nella corte del Prete Ianni, e come ivi arrivorno, li
quali ne consigliorno che dessimo il pepe e le altre robbe che noi avevamo al
Prete Ianni.
Cap. LXXII.

Perch molte volte io parlo de' franchi, dico che quando Lopo Suares, capitan
maggiore e governatore dell'India, arriv con la sua armata nel porto del
Ziden, nella quale io similmente fui, si trovavano nel detto luogo sessanta
uomini cristiani schiavi di Turchi, ed erano di diverse nazioni, li quali sono
questi che al presente trovammo in questa corte, i quali dicono che stavano
aspettando la grazia di Dio, cio che li Portoghesi entrassero nel detto luogo
del Ziden, per venirsene via con esso noi. E perch l'armata non pot smontar
in terra, per restarono, e dopo pochi giorni quindici di questi uomini
bianchi, con altritanti Abissini della terra del Prete Ianni che similmente
erano schiavi, trovarono due brigantini e si fuggirono per venire a ritrovar la
detta armata: e non potendo arrivare all'isola di Cameran, vennero a quella di
Mazua, che  vicina ad Ercoco, terra del Prete Ianni. E smontati affondarono li
brigantini e se ne vennero alla corte del Prete, ove vedemmo che gli facevano
grande onore pi che a noi fino al presente, e gli hanno dato terre e vasalli
che gli servano e che gli facciano le spese. Questi sono li franchi, la maggior
parte de' quali sono genovesi, due catelani, uno da Schio, un biscaino e un
alemano, li quali dapoi sono venuti in Portogallo, e noi similmente Portoghesi
ne chiamano franchi. Tutte l'altre genti bianche, cio di Soria, di Grecia e
del Cairo, chiamano ghibetes.
Domenica, alli 29 d'ottobre, vennero a noi due di detti franchi, dicendo che
venivano per un consiglio auto fra loro circa le cose che avevano udite dire di
noi da quei della corte, cio che 'l pepe e tutte le robbe che portavamo erano
del Prete Ianni, e che 'l capitan maggiore gliele mandava, e non volendole noi
dare, che perderemmo la grazia sua; e che pareva loro che fosse ben fatto a
dargli il pepe che noi portavamo e tutta l'altra robba, perci che, non lo
faccendo, non averemmo mai licenza di partirci, essendo questo il lor costume,
che mai lasciano tornar adietro quelli che vengono ai lor regni: e questo era
il lor parere, il qual n'avevano voluto far intendere. Sopra questo ci
consigliammo, e di volont dell'ambasciadore e di tutti noi altri ci accordammo
che di cinque sacchi di pepe che ancora tenevamo, di darne quattro al Prete, e
che uno ci restasse per farne le spese. Ne consigliarono ancor che dovessimo
mandargli quattro belle casse coperte di cuoio, le quali erano nella nostra
compagnia, parendoli che averebbe piacere di quelle, per esser cosa che non si
trova in quel paese.
Il luned seguente immediate, alli XXX d'ottobre, ne vennero a trovare i detti
franchi, con molte mule e uomini lor servitori, per condurne noi con le robbe.
Determin l'ambasciadore che si mandasse il detto presente di pepe e casse e
non altro, e che io con lo scrivano e fattore lo portassimo, e che esso poi con
l'altra gente se ne verria al tardi. Ci partimmo, e andando per il cammino
trovammo un messo, che ne disse che portava la parola del Prete, e ismont
subito per darnela: e noi similmente smontammo per riceverla, perch cos  suo
costume, di dare la parola del re in piedi e in piedi essere udita.
Dissene che 'l Prete comandava che subito andassimo al padiglione. Io gli dissi
che l'ambasciadore verria doppo noi, e che egli fusse contento di ritornar con
noi, per darne modo come potessimo appresentare un servigio che noi portavamo a
sua Altezza. Disse che cos faria, e ne addomand quello che gli volevamo
donare, percioch questo  sempre di lor costume d'addimandare; noi lo
contentammo di parole, con intenzione di non dargli alcuna cosa. Ne men
davanti un circuito grande, serrato d'una siepe molto alta, dentro la quale
stavano molte tende alzate e una casa grande, longa e terrena, coperta di
paglia, nella quale dicevano che alcune volte vi veniva a stare il Prete: e
costui ne disse che allora vi si trovava. Avanti l'entrare di questa siepe vi
stavano molte genti in grande ordine, e questi similmente dicevano che vi stava
il Prete. Dismontammo un gran pezzo adietro secondo il suo costume, e gli
mandammo a dire come volevamo appresentare un servigio a sua Altezza. Venne a
noi un uomo onorato, dicendone con una certa maninconia perch non era venuto
l'ambasciadore; noi rispondemmo perch non aveva mule n genti che gli
portassero la robba, e che ora lui verria, perch i franchi erano andati per
lui. Richiedemmo a questo uomo che ne desse modo di poter appresentar questo
pepe e casse a sua Altezza; ne rispose che non curassimo d'altro, ma che al
tutto venisse l'ambasciadore, e venendo che lo mandassimo a chiamare, perch ne
faria appresentare il servigio. Ordin subito questo gentiluomo che ne fosse
mostrato il luogo dove mettessimo la nostra tenda quando venisse
l'ambasciadore, il qual non tard molto a venire.


Come dissero all'ambasciadore che li grandi della corte consigliavano il Prete
Ianni che non ne lasciasse pi tornare adietro; e come il detto Prete ordin
che mutassero la sua tenda, e gli addimand una croce, e come fece venire a lui
il detto ambasciadore.
Cap. LXXIII.

In questo giorno sapemmo come n nel circuito della siepe, n anco in dette
tende e case stava il Prete Ianni, ma che era di sopra, in alcune altre tende
che di l si vedevano, sopra una collina lontana quasi un miglio e mezzo. In
questo giorno non vedemmo n sapemmo altro; solamente assettammo la nostra
tenda nel luogo che n'avevano assegnato, qual non era molto lontano dal detto
circuito della siepe dalla parte di man diritta. E li franchi che stavano alla
corte venivano alla nostra tenda, e ne dicevano che li grandi della corte
n'erano contrarii, e che questo frate aveva lor messo in testa che
consigliassero il Prete che non gli lasciasse tornar n uscire delli suoi
regni, perch dicevamo male della terra, e che molto pi male diremmo quando
fossimo fuor di quella; e che sempre era stato costume di questi regni di non
lasciar partire forestieri che a quelli vengono. Noi avevamo di questo sospetto
per quello che avevamo udito, e costoro ce lo confermarono, percioch sapevamo
che Giovan Gomes e Giovan prete portoghese, che qua vennero mandati per il
signor Tristan di Cugna, governatore dell'India, in compagnia d'un Moro che
ancora vive e abita in Manadeli, detti Portoghesi non furono lasciati partire,
perch dicevano che moririano se partissero; e similmente un Pietro da
Coviglian portoghese, che gi XL anni part di Portogallo per ordine del re don
Giovanni, e gi sono XXX anni che sta in questi regni; e similmente due
Veneziani, ad un de' quali hanno posto nome Marcorius, ma il suo nome proprio
era Nicol Brancaleone, sono XXXIII anni che sta in questo paese, e un Tommaso
Gradenigo, il quale gi XV anni vi venne, senza che mai abbino lasciato partire
alcuno di loro. E questi vanno ora per la corte, alli quali hanno dato
grandissime possessioni e vassalli, e sono maritati e vivono a modo di signori,
e il medesimo a molti altri che sono mancati di questa vita. Dicono questa
ragione in loro scusa, che chi ne viene a cercare ha bisogno di noi, e per ci
non  ragione che se ne vadino, n che noi gli dobbiamo lasciar partire. Noi
trovammo al presente in questa corte il detto Pietro da Coviglian, che ne disse
che la sua casa era vicina a quelle porte terribili di montagna che di sopra
passammo.
Il marted che fu l'ultimo giorno d'ottobre, venne il Prete Ianni dalle tende
di sopra dove egli stava verso questo circuito dove noi stavamo, e quando pass
vidde la nostra tenda non molto lontana dalle sue, e mand un uomo
all'ambasciadore, che gli dicesse che dovesse mutar la tenda, perch era tristo
aere in quel luogo dove egli stava: e noi nondimeno stavamo nel luogo che essi
ne avevano consegnato il giorno avanti. Gli disse l'ambasciadore in risposta
che non aveva persone che gli mutassero la tenda n le sue robbe, che se
venissero genti, che la faria mutar in quel luogo che a sua Altezza paresse. In
questo giorno, essendo notte, venne una parola del Prete, dicendone che se
l'ambasciadore o la sua compagnia aveva alcuna croce di oro o d'argento, che
gliela mandasse, che la voleva vedere. Disse l'ambasciadore che non ne aveva,
n lui n la sua compagnia, e che una che lui portava l'aveva donata al
Barnagasso: e con questo si part il paggio, ma subito torn, dicendo che
ciascuna che noi avessimo se gli mandasse. Gli mandammo una mia di legno con un
crocifisso dipinto, che per viaggio portava in mano a usanza della terra.
Subito ne la rimand, dicendo che aveva avuto piacer molto di vederla, perch
conosceva che eravamo buoni cristiani. L'ambasciadore mand a dire al Prete per
il detto paggio che teneva ancora per le sue spese e della sua compagnia un
poco di pepe, che lo voleva dare a sua Altezza insieme con quattro casse per
salvar robbe, e che quando le piacesse le mandasse a far pigliare. Andato il
paggio con questa risposta, subito torn dicendo che 'l re non voleva pepe n
casse, e che gi li panni che gli aveva dato erano stati appresentati alle
chiese, e il pepe aveva dato alli poveri, perch cos gli era stato detto che
aveva fatto il capitan maggior d'India, di dare alle chiese tutti li panni che
gli mandava il re di Portogallo. Rispose l'ambasciadore che chi aveva detto tal
cosa non aveva detta la verit, perch 'l tutto era ancora posto insieme e
salvo, e che questo gli potevano aver detto li servidori di Matteo, che detti
panni fossero stati dati alle chiese. E perch io sapeva tutta la cosa come era
passata circa detti panni, io gli volsi rispondere, e dissi ch'era vero che
questi panni che il re di Portogallo mandava, accioch non si guastassino, e
per servir a Dio e onorar le chiese, io gli aveva aiutati acconciar nella
chiesa principal di Cochin, che  Santa Croce, nelle feste principali; le quali
compiute, aveva aiutato a sconciarli, piegargli e ponergli insieme, accioch
non si guastassino dalle tarme: e per questo avevano potuto dire che erano
stati dati alle chiese, ma che questa era la pura verit. Andata questa
risposta, venne un altro messo, dicendo che comandava il Prete Ianni che
l'ambasciadore subito con tutta la sua compagnia fosse a trovarlo: e potevano
ben esser tre ore di notte passate. Tutti subitamente ci cominciammo a vestire
de' nostri buoni panni per andar dove ne chiamavano; vestiti che fummo, venne
un altro che disse che noi non dovessimo andare, e cos restammo sconsolati.


Come, essendo l'ambasciadore chiamato per il Prete Ianni, gli dette audienza in
persona.

Mercore, il primo di novembre, passate due ore di notte, ne mand a chiamare il
Prete Ianni per un paggio: noi, postoci in ordine, ce n'andammo. Arrivati alla
porta o entrata del primo circuito di siepe, ritrovammo portieri che ne fecero
aspettar pi d'una buon'ora, con gran freddo e vento secco che tirava. Dal
luogo dove stavamo, vedevamo stare nella parte davanti dell'altro circuito
della siepe molte torcie accese, e tenevanle gli uomini in mano. Stando cos in
questa entrata, perch non ci lasciavano passare, tirorno li nostri con due
spingarde: venne subito una parola del re, dicendo perch non avevamo condotte
dal mare molte spingarde. Rispose l'ambasciadore che noi non venivamo per far
guerra, e per questo noi non conducevamo arme, ma che solamente queste tre o
quattro spingarde erano state portate per far festa e per passar tempo.
Aspettando noi ivi, vennero cinque uomini principali, fra li quali vi era quel
nominato adrugas, al qual fummo consegnati quando arrivammo. Giunti che furon
questi con la parola del Prete, fecero subito la sua riverenza solita, e noi
con loro, e cominciammo a camminare; e andati cinque o sei passi, ci fermammo
noi ed essi. Costoro camminavano a par di noi come se ci tenessero per mano, e
da un capo di quelli stavan duoi uomini con due torcie accese in mano, e duoi
dall'altro, e guidandone cominciarono ciascuno per la volta con la voce alta a
dire: "Hunca, hiale, huchia, abeton", che vol dire: "Quello che mi comandasti,
signore, qui ve lo meno". E finito che aveva uno, l'altro cominciava, e cos
seguitavano un dietro l'altro, e tanto dissero questo fin che di dentro udimmo
una voce detta da pi di uno, cio "Cafacinelet", che vuol dire "venite
dentro". Noi andammo un altro poco e tornorono a fermarci, e di nuovo dissero
le parole sopra dette, fin che di dentro gli fu risposto come la prima volta:
di queste pause ne fecero ben dieci dalla prima entrata fino alla seconda, e
ciascuna volta che di dentro dicevano "Cafacinelet" (perch  parola del
Prete), quelli che ne guidavano e noi con loro abbassavamo la testa e le mani
fino in terra. E passando la seconda entrata, cominciarono a fare un altro
cantare, cio: "Caphan, hyam, caynha, afrangues, abeton", che vuol dire: "Li
franchi che ne comandasti quivi li meno, signore". E questo dissero altretante
volte come le prime di sopra, e aspettavano la risposta di dentro, che fu al
modo della prima. E cos di pausa in pausa arrivammo a un letto over mastab,
avanti del quale stavano molte torcie accese, che nella prima entrata vedemmo,
e le contammo 80 per banda, molto in ordinanza: e acci non si uscisse fuor di
schiera, coloro che le tenevano avevano avanti di s alcune canne in mano molto
lunghe, attraversate all'altezza del petto, e dette torcie tutte stavano
ugualmente. Questo letto era posto dentro l'entrata di una gran casa terrena,
che di sopra abbiamo detto, la qual  fabricata sopra colonne molto grosse di
cipresso: li suoi volti posti sopra le colonne erano dipinti d'alcuni belli
colori, e di sopra vi erano tavole che discendevano fino a basso a livello; la
coperta del colmo  d'erba del paese, che dicono durare la vita d'un uomo.
Nell'entrata della casa, cio nella testa, erano state acconcie cinque cortine
che venivano avanti al detto letto, e quella che stava nel mezzo era di
broccato d'oro e l'altre di seta fina. Davanti di queste cortine, nel piano era
posto un grande e ricco tappeto, e appresso duo panni grandi di bombagio,
pelosi come tappeti, che loro chiamano basutos. Tutto il resto erano stuore
dipinte, di sorte che niente nel piano si vedeva; e cos stava da un capo e
dall'altro il tutto pieno di torcie accese, come avevamo veduto l'altre di
fuori.
Stando noi cos fermi, di dentro dalle cortine venne una parola dal Prete
Ianni, dicendo senza altro principio che esso non mand Matteo a Portogallo, e
posto che senza sua licenza vi andasse, che 'l re di Portogallo gli mandava per
lui molte cose: quello che era d'esse, e perch non l'avevano condotte come il
re gliele mandava, e che quelle che gli aveva mandate il capitan maggiore
d'India gi avevano date. Rispose l'ambasciadore che sua Altezza lo volesse
udire, che gli renderia conto del tutto, e cominci subito a dire che quello
che gli mandava il capitan maggiore gliel'avevano presentato, e di pi gli
aveva dato di quel pepe che portava per farsi le spese. Delle robbe veramente
che gli mandava a donar il re di Portogallo, il non averle condotte a sua
Maiest era proceduto perch l'ambasciador che le aveva portate, nominato
Odoardo Galvan, mor in Cameran, e appresso furon morti nell'isola di Delaqua
alcuni Portoghesi, fra li quali fu il fattore e lo interprete che le doveva
appresentare; e poi alla fin, non avendo il capitan maggiore per venti
contrarii potuto prender il porto di Mazua, se ne era ritornato in India e di
l partito per Portogallo. Al capitan veramente che era successo in suo luogo
il re di Portogallo, non sapendo della morte del detto Odoardo, ma pensando che
fosse venuto alla corte di sua Altezza, non aveva dato altro in commissione se
non di venirsene nel mar Rosso a destruggere i Mori e ad intendere del detto
suo ambasciadore: il qual capitan maggiore, dubitando di non poter pigliar
porto alcuno, come l'altra fiata non si pot, non aveva voluto condur le dette
robbe che 'l re di Portogallo gli mandava, le quali sono nell'Indie conservate
e messe insieme, e che solamente volse condur Matteo, acci che, se pigliasse
alcuno porto nella costa d'Abissini, lo facesse smontar ivi e dapoi mandargli
le dette robbe. E perch Dio volse che pigliassero il detto porto di Mazua, che
 nelle sue terre, ancor che sia in potere di Mori, determin il capitan
maggiore di mandargli lui, don Rodrigo, con queste robbe e pezze che gli aveva
appresentate, e che venisse in compagnia di Matteo, solamente per visitazione e
per sapere il cammino, quando si volesse mandare ambasciadore dal re di
Portogallo, e che Matteo era mancato di questa vita nel monastero della
Visione. Alla volta di questa risposta venne un'altra, dicendo, s'erano stati
amazzati tre in Dalaca, come Matteo era scampato fu risposto: a questo che
Matteo scamp perch non volse uscir della caravella in terra. E addimandogli
l'ambasciadore molto di grazia che lo volesse udire, perci che intenderia la
verit, e che similmente gli daria in scrittura quello che 'l capitan maggiore
gli mandava a dire in parole, oltra le lettere, e a questo modo saperia il
tutto. Andavano e venivano le dimande e risposte senza alcuna conclusione: e
cos ne spedirono. Nel d seguente ne mand molto pane, vino e carne, e duoi
uomini, dicendo che costoro avevano carico di darne ogni giorno il nostro
vivere e quello che ne fosse necessario.


Come un'altra volta fu chiamato l'ambasciadore e port seco le lettere che egli
aveva; e come gli dimandassimo licenza per dir messa.
Cap. LXXV

Sabbato al tardi, alli III di novembre, ne mand a chiamare il Prete Ianni, e
andammo verso le ventiquattro ore. E arrivando alla prima porta o entrata,
aspettando l un poco, venne la parola, dicendo che tirassimo con le spingarde,
ma che non avessero pallotte, per non far male ad alcuno. E di l a un poco ne
fecero entrare, e fummo per le pause medesime come l'altra volta; e arrivando
fra le porte e cortine dove l'altra volta stemmo, vedemmo il luogo del letto
come per avanti molto riccamente adornato e acconcio, e tutto dalle bande di
dietro e d'avanti era di broccato, e le genti erano molto meglio vestite, e da
una banda e dall'altra tutte in ordinanza, con le spade nude in mano e il lor
brocchiero, e poste come s'avessero a combattere l'una con l'altra. Erano da
ciascuna parte dugento torcie accese in ordinanza, come quelle dell'altro
giorno. Arrivati che fummo, cominci a farne dire e mandar risposte per il
cabeata e per un paggio, il qual si chiama Abdenago, che  capitan di tutti i
paggi. Con queste sue proposte, portava costui la spada ignuda in mano, e la
prima che venne fu questa: quanti eravamo e quante spingarde avevamo condotte;
e subito ne venne un altro, dicendo chi aveva insegnato ai Mori a fare
spingarde e bombarde, e se tiravano con quelle ai Portoghesi e i Portoghesi a
loro, e chi aveva maggior paura, o Mori o Portoghesi. Ciascuna di queste
dimande veniva per la sua volta, e a ciascuna facemmo risposta. E quanto alla
paura delle bombarde, dicemmo che li Portoghesi erano tanto armati nella fede
di Gies Cristo che non avevano paura de' Mori, e che se gli temessero non
verriano cos da lungi senza necessit a trovargli; quanto al fare delle
spingarde e bombarde, che li Mori erano uomini, e tenevano sapere e ingegno
come ciascun altro di noi. Mand a dimandare se li Turchi avevano buone
bombarde; rispose l'ambasciadore ch'erano cos buone come le nostre, ma che noi
non le temevamo punto, perch combattevamo per la fede di Gies Cristo, ed essi
contro di quella. Dimand poi chi aveva insegnato a' Turchi a far bombarde; gli
fu risposto come di sopra, cio che li Turchi erano uomini e tenevano ingegno e
saper d'uomini in tutta perfezione, salvo che nella fede. Dipoi mand a dire se
fosse alcuno nella nostra compagnia che sapesse giocar di spada e di
brocchiero, che averia piacer di vedergli giocare. L'ambasciadore ordin a
Giorgio di Breu insieme con un altro valente che giocasse, li quali fecero
molto bene, come si pu sperare da uomini esercitati e allevati in guerra e
arme: e il Prete li poteva molto ben vedere da dietro delle cortine, e n'ebbe
piacer grande, come ne fu detto.
Come ebbero finito, l'ambasciador mand a dire al Prete Ianni che gli piacesse
udire e intendere quanto gli mandava a dire il capitan maggiore del re di
Portogallo, e che l'espedisse per andar a ritrovar l'armata nel tempo della sua
venuta, per non fare spesa senza utile alcuno. Venne risposta che pur ora ora
eravamo arrivati, e non avevamo visto un terzo delle sue terre e signorie, e
che ci dessimo piacere perch, come venisse il capitan maggiore a Mazua, esso
gli mandaria a parlare, e che poi noi partissimo; e che, s'el detto capitan
facesse una fortezza in Mazua o in Suachen o in Zeila, ch'egli la terria
fornita di continuo di tutte le vettovaglie necessarie: e conciosiacosach i
Turchi siano molti e noi pochi, quando si avesse una simil fortezza nel mar
Rosso, si potria disegnar molto bene il cammino per onde si dovesse andar con
esercito in Gierusalem e nella Terra Santa. Rispose l'ambasciadore che questi
erano tutti li desiderii del re di Portogallo, e che tuttavia gli addimandava
che lo dovesse udire; e se determinasse di non udirlo, che gli mandaria le
lettere del capitan maggiore, e in scrittura tutto quello ch'esso gli mandava a
dire. Ne ordin che 'l tutto fosse interpretato e scritto nelle sue lettere
abissine e che glielo mandassimo, e cos l'ambasciadore fece, richiedendoli con
instanzia che l'espedisse. Dopo questo mand a dire il Prete Ianni ch'avendogli
portato un organo, venisse alcuno a sonarlo e a cantare, e cos fu fatto. Volse
poi anco che si ballasse al nostro modo, e finito il ballo gli facemmo a saper
che noi eravamo cristiani, e che ne desse licenza per dir la messa a nostro
costume, secondo la chiesa romana: subito ne venne risposta che ben sapea
ch'eravamo cristiani, e che li Mori, ch'erano mali e perfidi, poi che facevano
l'orazione a suo modo, perch non dovevamo noi farla al nostro? e che ne
mandaria a dare tutte le cose necessarie. Arrivati che fummo al nostro
alloggiamento, ne portarono trecento pani grandi e XXIIII zare di vino, dicendo
colui che le faceva portare che gliene furono consegnate XXX, ma che nel
cammino li portatori n'avevano trabalzate sei.


Delle dimande che furno fatte all'ambasciadore per ordine del Prete Ianni,
e delle vesti che diede a un paggio.
Cap. LXXVI.

La domenica seguente vennero alla nostra tenda molte proposte dal Prete Ianni
all'ambasciadore, e tutte erano sopra le arme che aveva inteso che gli mandava
il re di Portogallo, se le manderia in India. Disse l'ambasciadore che l'arme e
tutte l'altre cose che 'l re mandava verriano l'anno seguente, e che 'l capitan
maggiore le manderia o porteria egli medesimo: e cos gli mandava a dir e
scriveva nelle sue lettere. Volse poi che li nostri andassero a tirar le
spingarde in quella gran siepe, e che alcuni suoi tirassero ancor essi, e
dimand se alcun de' nostri sapeva far la polvere. Gli fu detto che non vi era
alcuno che la sapesse fare, ma che 'l capitan maggiore mandaria uomini con gli
artificii per far il salnitro, e il solfere faria portar con le caravelle.
Disse che 'l solfere si troveria nelli suoi regni, pur che vi fossero maestri
per far il salnitro, e che altro non mancava alli suoi eserciti che il modo
dell'artegliaria e chi insegnasse adoperarla, perch egli potria mettere ad
ordine infinito numero di schioppettieri, con li quali soggiogaria tutti li re
mori vicini. E a questo proposito un Genovese ch'era nella corte mi disse che
aveva considerato che in questi regni si faria pi quantit di salnitro che in
luogo del mondo, per gl'infiniti animali che vi sono, e che si trovano anco
montagne di solfere. Ne fece intender poi che gli dovessimo far mostrare come
s'armavano l'arme bianche che gli aveva mandate il capitan maggiore; furno
subito li nostri ad armare uno, dove egli lo poteva ben vedere. Mand poi a
dimandar le spade e corazze che portava l'ambasciadore e la sua compagnia, per
vederle: tutto gli fu portato. Dipoi riportate che furon, ne fece dire se 'l re
di Portogallo gli mandarebbe di quella sorte d'arme; gli rispondemmo che s, e
che gli manderia tante quante fossero necessarie. In questo giorno al tardi ne
mand tanto pane e vino come il giorno avanti. Ed essendo gi notte, venne alla
nostra tenda un paggio con parola del re; all'ambasciadore parve di volerlo
vestire tutto alla portoghese, con una camicia col collaro d'oro lavorata, con
bolzachini e con una berretta con li puntali d'oro: il qual si part molto
allegro, vedendosi vestito a quel modo. La mattina seguente torn il detto
paggio con la berretta, la qual ne volse rendere, dicendo che 'l Prete Ianni
gli aveva gridato, perci che aveva preso le dette vesti; entr poi a dire che
'l Prete averia piacere d'un giachetto di panno di Portogallo per armare l'arme
sopra di quello: l'ambasciadore glielo diede, e quanto alla berretta che gli
aveva tornato indietro, disse l'ambasciadore che non era costume di Portoghesi
di dare una cosa e poi ritorla.


Come il Prete Ianni mand a chiamare Francesco Alvarez, che gli portasse
l'ostie e vestimenta da dir messa, e delle dimande che gli fece.
Cap. LXXVII

Il luned a ora di vespero mand a chiamare me, Francesco Alvarez, ch'io gli
portassi l'ostie, che le voleva vedere. Gliene portai undici molto ben fatte, e
non in scatole, percioch io sapeva la riverenza che essi portano alle loro,
che  solamente una focaccia, e queste avevano un crocifisso: e per le portai
in una molto bella porcellana coperta di taffett. Le vidde, e secondo che mi
dissero ebbe molto piacere di vederle, e volse anco che gli fossero portate le
forme, per riscontrare l'apertura di quelle con la figura delle ostie, e che
similmente gli andassi a mostrare tutte l'altre cose con le quali noi dicevamo
messa. Gli portai a mostrare il camicio, il calice, il corporale, la pietra
dell'altare e ampolle, e tutto vidde a pezza per pezza. Mi mand a dire ch'io
discucisse la pietra d'altare, che era cuscita in un panno bianco, e cos feci:
la qual veduta, la mand a coprire. Questa pietra era dalla parte di sopra
molto liscia e quadrata e ben fatta, e dalla parte di sotto poco squadrata,
secondo che  la natura e fazione delle pietre. Mi mand a dire poi che in
Portogallo erano cos buoni maestri, perch non l'avevano lavorata ancor da
quella banda, e che le cose di Dio dovevano essere perfette e non imperfette.
Essendo gi notte, mi mand a chiamare ch'io fossi alla sua tenda e che io
entrassi dentro, e cos feci. Mi posero nel mezzo di quella, la quale era tutta
coperta di finissimi tappeti; io stava due braccia lontano dal Prete Ianni, che
era di dietro di quelle cortine. Mi comand ch'io mi vestissi come s'io volessi
dir messa, il che feci. Come io fui vestito, mi fece addimandar chi n'aveva
dato quell'abito, se gli apostoli o vero altri santi: gli risposi che la chiesa
l'aveva cavato dalla passione di Cristo. Dissemi che io gli dovessi dire quello
che significava ciascuna di queste pezze, e cos cominciai di ciascuna cosa a
dir quel ch'elle significavano secondo la passion del nostro Signore, e quando
fui al manipolo dissi che era una picciola corda, con la quale legarono le mani
a Gies Cristo. A questo non si pot tenere il Prete che non parlasse di sua
bocca, e gl'interpreti mi dissero che egli diceva che noi eravamo buoni
cristiani, poi che cos tenevamo la passione di Cristo. Venendo poi alla stola,
gli dissi che quella significava la gran corda che gittarono al collo di Cristo
per menarlo di qua e di l, e la pianeta significava le veste che gli posero
per dispreggio. Qui torn a parlare il Prete Ianni, e mi dissero gl'interpreti
che egli diceva che noi eravamo verissimi cristiani, tenendo tutta la passione
intera, e che mi ordinava che io mi spogliassi e gli tornassi a dire il
significato di ciascuna cosa: e cos feci. Dove finito, torn di nuovo con voce
molto alta che eravamo veri cristiani, poi che sapevamo la passione di Cristo
cos interamente, e che poi che io diceva che la chiesa aveva cavato questo
dalla passione di Cristo, qual era questa chiesa? perch tenevamo due teste
nella cristianit? la prima di Constantinopoli in Grecia, la seconda di Roma
nella Franchia. Io gli risposi che non vi era pi d'una chiesa, e posto che
Constantinopoli fosse stato capo nel principio, era cessata d'essere, perch il
capo della chiesa era dove san Pietro stava, perch Gies Cristo disse: "Tu es
Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam". E quando san Pietro
stava in Antiochia, ivi era la chiesa perch ivi stava il capo, e come venne a
Roma, ivi rest e sempre ivi ser il capo, e questa chiesa retta per lo Spirito
Santo ordin le cose necessarie per dir la messa. E ancora pi gli confermai
questa chiesa dicendogli che, negli articoli della nostra fede che gli apostoli
composero, l'apostolo san Simon dice: "Credo nella santa chiesa catolica"; ma
nel Credo grande che si compose nel concilio per li trecento e diciotto vescovi
contra la eresia di Arrio, dicono: "Et in unam sanctam catholicam et
apostolicam ecclesiam", e non dicono: "Credo nelle chiese", ma solamente nella
chiesa catolica e apostolica: e questa  la chiesa santa romana, nella quale
stava san Pietro, e sopra il quale fond Idio la sua chiesa, come egli disse. E
san Paulo, vaso eletto e dottore delle genti, la chiama catolica e apostolica,
perci che in lei sono tutti i poteri apostolici, che Dio diede a san Pietro e
a tutti gli altri apostoli, di legare e slegare. Mi risposero che io rendeva
buona ragione della chiesa di Roma, ma che cosa io diceva della chiesa di
Constantinopoli, che era di Marco, e quella di Grecia, che era di Giovanni
patriarca d'Alessandria? A questo gli risposi che la sua ragione aiutava la
mia, perch san Pietro fu maestro di san Marco, ed esso lo mand in quelle
parti, e cos n Marco n Giovanni poterno far chiese salvo in nome di chi gli
aveva mandati, le qual chiese sono membri del capo che li mand, a chi tutte le
autorit furno date. E dopo molti anni che san Ieronimo e altri molti santi si
separorno, ordinarono monasterii di aspra e santa vita per servir a Dio, che
detti monasterii non si averiano potuti far senza l'auttorit della chiesa
apostolica, che  quella di Roma; e come potriano far chiese in pregiudicio del
capo grande, se non fussero state per Gies Cristo nostro Signore edificate e
fatte? S'acquietorno a questo, e dicevano gl'interpreti che il Prete Ianni
aveva grandissimo piacere.
Dipoi mi domandarono se erano in Portogallo li preti maritati; gli dissi di no.
Mi dimandarono se tenevamo il concilio di papa Leone che si fece in Nicea;
risposi che s, e gi gli aveva detto che ivi fu fatto il Credo grande. Di
nuovo mi dimandarono quanti erano i vescovi col papa; risposi che gi lo aveva
detto, che erano trecento e diciotto. Tornarono a dirmi che in questo concilio
fu ordinato che li preti si maritassero, e se detto concilio fu giurato e
confermato, perch non si maritavano? Risposi che di questo concilio non sapevo
altra cosa se non che si fece il Credo, e che la nostra Donna fusse chiamata
madre di Dio. Mi dissero poi molte cose che ivi furono ordinate e giurate, le
quali papa Leon ruppe, e che gli dicessi quali erano; gli risposi che non le
sapeva, ma che al mio parere, se alcuna n'aveva rotta, seriano di quelle che
toccavano alla eresia, che in quel tempo era grande, ma che le necessarie e
utili le aveva approbate, e che altramente esso non saria stato approbato e
canonizato per santo come egli . Di nuovo mi torn a dimandare del matrimonio
di preti, dicendomi se gli apostoli furono maritati. Gli risposi che mai non
aveva letto in libro alcuno che gli apostoli, dipoi che andorono in compagnia
di Gies, avessero mogli, e ancor che san Pietro avesse una figliuola,
nondimeno l'ebbe di sua moglie avanti che fosse apostolo, e che san Giovanni
Evangelista fu vergine; e che aveva letto che, dopo la morte di Cristo, gli
apostoli predicavano constantemente la fede sua e non dubitavano di morire per
quella; e che la chiesa romana, che  la vera, ordin e conferm che ad
imitazion degli apostoli che prete alcuno non dovesse aver moglie, acci che
fossero pi netti e pi puri delle lor conscienze, e non stessero tutto il
giorno occupati in allevar figliuoli e trovargli da vivere. A questo mi venne
risposta che li lor libri comandavano che si maritassero, e che cos diceva san
Pietro. Molte altre dimande mi fecero, stando io sempre vestito da messa. In
ultimo fui dimandato se noi avevamo il cantar degli angeli quando Cristo
nacque, e se 'l dicevamo nella messa; e dicendo io di s, volsero che io il
cantasse, e cos feci; similmente mi fecero cantar alcuni versi del Credo.
Stava di continuo a questa pratica un interprete, e appresso di lui il frate
che ne aveva condotto per cammino: costui era stato altre volte in Italia, e
sapeva qualche poco di latino. Gli fece dimandar il Prete Ianni se egli
intendeva ci che io diceva; gli rispose di s, e che io aveva detto la Gloria
e il Credo come lo dicono essi. E mi disse il detto frate che, a ciascuna
risposta che si faceva, il Prete mostrava di averne grandissimo piacere, e
diceva che eravamo veri cristiani e che sapevamo tutte le cose della passione.
Dipoi mi fece dimandare perch non dicevo messa secondo il nostro uso; gli
risposi perch non avevo tenda per dirvi messa. Disse che egli ordinaria che ne
fusse apparecchiata una buona, e che dovessimo dire ogni d la nostra messa.
Dopo di questo ne esped, e che fossimo alla buon'ora: e cos ci partimmo, ed
era gi passata la mezzanotte, e tutto questo tempo fu speso in queste dimande
senza perder punto d'intervallo.


Del robbare che fu fatto all'ambasciadore e della querela fatta al Prete, sopra
la qual non si fece cosa alcuna; e come ne fece alzar una tenda per dir messa.
Cap. LXXVIII.

La notte che io stetti cos lungamente col Prete, avanti giorno fu robbato
l'ambasciadore nella tenda ove dormivamo, e gli portaron via due cappe di
panno, due berrette ricche, sette camicie sottili e alcuni fazzuoli sottili: e
cavaron tutte queste robbe di una valigia di cuoio, che era grande come una
cassa. Ad Emanuel de Mares gli portaron via un'altra valigia con quanto vi
aveva; ad un di quelli franchi che ritrovammo alla corte gli levaron sette
pezzi di tela, che 'l giorno avanti le aveva portate quivi in salvo. Tutto
questo furto poteva valer da dugento crociati. La mattina l'ambasciadore volse
che io andassi con lo scrivano alla tenda del Prete, a dolermi e dimandargli
giustizia di questo furto: e cos feci. Ma perch l'ambasciadore aveva preso
duo ladri, per, stando noi appresso alla tenda del Prete, venne una femina
gridando e dimandando giustizia, dicendo che la notte passata l'ambasciadore e
la sua compagnia, per mezzo di un Arabo che sapeva la lingua del paese, gli
avevano levata una sua figliuola per forza e condotta alla sua tenda, della
quale ne avevano fatto tutto il lor volere, e perch un suo figliuolo si
lamentava che gli era stata sforzata sua sorella, l'avevano preso insieme con
l'Arabo che ingann la giovane, e gli opponevano che erano stati robbati.
Uditone noi e questa femina, ne fecero una medesima risposta, cio che ci faria
giustizia, che andassimo alla buon'ora.
In questo medesimo giorno, il frate che era stato la notte passata meco davanti
al Prete venne con una tenda ricca, ma mezza usata, dicendo che il Prete ne la
mandava per dir messa in quella, e che immediate ella si alzasse, perch il
giorno seguente era la festa dell'angelo Rafaele, e che si dicesse messa in
quella ogni giorno e si pregasse Iddio per lui. Questa tenda era di broccatello
e di velluto della Mecca, foderata di dentro via di tela sottilissima de Chaul.
Me dissero che gi quattro anni il Prete l'aveva avuta nella guerra che egli
fece contra il re di Adel, il quale  moro e signore di Zeila e Barbora; e il
Prete ne mand a dire che dovessimo benedirla, avanti che vi dicessimo messa
dentro, per causa delli peccati che erano stati fatti in quella dalli Mori.
Subito in quella notte fu alzata e la mattina vi dicemmo la messa, e vennero a
udirla quanti franchi erano nella corte gi quaranta anni, e anche molti uomini
del paese.


Come il Prete mand a chiamar l'ambasciadore, e di alcune dimande che gli fece,
e come gli mand a dimandar di nuovo le spade che egli aveva.
Cap. LXXIX.

Alli 8 di novembre, il Prete ne mand a chiamare e subito vi andammo; volse
l'ambasciadore portar le casse e li sacchi del pevere che gli aveva promesso.
Arrivando noi alla entrata della prima siepe, ne tennero con alcune frivole
dimande delli negri che avevamo presi per il furto che ne avevano fatto: e
tanto and in lungo la pratica e le dimande, che fra questo tempo mandarono a
dislegar detti negri, senza conclusione n rimedio alcuno del furto, e il Prete
ne mand a donare trecento pani e trenta zare di vino e certe vivande di carne
della sua tavola, e cos ce ne tornammo alla nostra tenda. Ne mandarono poi
un'altra fiata a chiamare, dove andati stemmo un gran pezzo sopra dimande, fra
le quali fu questa, se l'ambasciadore veniva di ordine del re di Portogallo o
del suo capitan maggiore, e se esso capitan, quando venne a Mazua, aveva
amazzato alcuno di quelli Mori; e perch non facevamo il cammin da mare verso
il regno di Damute, che  molto pi vicino; e se essendo servitori del re di
Portogallo, per che causa non avevamo le croci segnate nella carne sopra la
spalla, perch cos  il lor costume, che tutti li servitori del Prete abbino
una croce segnata nella spalla destra; e poi che gli avevamo dato il pevere,
con che cosa ci compraremmo il vivere per il cammino. Rispose l'ambasciadore
che ci faremmo le spese con molto oro e argento e panni che portavamo con noi,
datici dal re di Portogallo. E cos, sopra queste dimande, l'ambasciadore gli
richiese licenza e la sua espedizione per partirsi; subito a questo venne
risposta che non avessimo paura, che presto ce ne andaremmo. Disse
l'ambasciadore: "Che paura potemo noi avere, stando avanti di sua Altezza e
nella sua corte, e in questi regni dove tutti sono cristiani?" E con questo ne
licenzi.
Il giorno seguente mand a dimandarne le spade che noi avevamo, per vederle di
nuovo; l'ambasciadore gliele mand dicendogli che dovesse tenerle, che lo
riceveria in grazia grande. Venne subito risposta, se egli le pigliasse, che
diria il re di Portogallo, che egli avesse levato le spade alli suoi che ne
hanno bisogno. L'ambasciadore gli mand a dire che sua Altezza le pigliasse,
perch nella India si trovavano nelle fortezze molte spade, e che il re averia
gran piacere che sua Altezza si servisse delle armi delli suoi vasalli:
nondimeno con questa risposta non le volse tenere, ma le rimand indietro, e ne
fece far molte proposte e risposte che se pretermettono.


Come il Prete mand certi cavalli all'ambasciadore accioch scaramucciassino
alla nostra guisa, e di un calice che gli mand con alcune dimande.
Cap. LXXX.

Alli XII di novembre ne mand il Prete cinque cavalli molto grandi e belli alla
nostra tenda, dicendo all'ambasciadore che venisse egli con quattro altri
sopradetti cavalli a scaramucciare davanti la sua tenda. Ed era gi molto
notte, e l'ambasciadore non fu molto contento per esser cos tardi e che non si
poteva veder; nondimeno immediate furono accese tante torcie che pareva di
giorno, e quivi scaramucciarono di sorte che piacque grandemente al Prete: e
compito ritornammo alla nostra tenda, dove subito il Prete ne mand tre zare di
vino, migliore degli altri mandatine per avanti. Il giorno seguente mand
all'ambasciadore un calice d'argento molto ben dorato e fatto alla nostra
foggia, cos nel piede come nel vaso: nel piede vi erano gli apostoli di
rilievo, e nel vaso alcune lettere latine che dicevano: "Hic est calix novi
Testamenti". E ne mand a dire che bevessimo con quello, e questo perch non
intendevano quelle lettere, e la foggia del calice non era simile alli suoi, li
quali hanno la coppa poco manco larga d'una scudella profonda, e cavano il
sacramento con uno cocchiaro. Ne mand in questo giorno il Prete a fare molte
dimande; fra le altre fu questa, che voleva che andassimo a pigliar la citt di
Zeila con l'armata, che egli vi voleva venire in persona per terra con tutto il
suo esercito, e che le sue genti si vederiano allora con quelle del re di
Portogallo, e che, non ostante che vi siano due giornate di cammino che non si
trova acqua, nondimeno che lui faria provision di tanti camelli che la
portariano abondantemente. Rispondemmo che noi venivamo di Portogallo cinque e
sei mesi senza pigliar acqua, perch non vi era luogo dove si potesse prendere,
e pure ne avemmo avuto abastanza.
Alli XIIII del mese ne mand il Prete due cose di poca valuta, ma belle, cio
un panno dorato per l'altare della nostra chiesa, e un bacino e un boccale
fatto di legno negro con vene rosse e bianche, che mai vedemmo il pi bello,
per gittar l'acqua sopra le mani. E ne mand a dire che gli mandassimo tutti li
nostri nomi in scritto: subito gli furno portati. Ne torn a dire quello che
voleva dire Rodrigo, e quello che voleva dire Lima, e cos di tutti gli altri:
e la causa di tal dimanda fu perch in questo paese non si mette mai nome alcun
proprio che non abbia qualche significazione.
La mattina seguente nella tenda dell'ambasciadore fu fatto un altro furto, che
dormendo Giorgio di Breu, gli fu levata una cappa che gli era costata vinti
ducati, e a noi alcuni sacchi di diverse nostre robbe: e non fecero alcuna
diligenza di farne restituir queste cose, per esser, come abbiamo detto, un
capitano de' ladri, che per alzare le tende del Prete non ha alcun altro premio
se non quello che rubbano. In questo giorno il Prete ne mand una sella di
cavallo tutta lavorata di pietre di corniole, cio incastrate (questa, oltra
l'essere molto grave, era anche molto mal fatta), dicendo che l'ambasciadore
cavalcasse con quella. Subito venne poi un'altra dimanda, di qual cosa averia
piacere il re di Portogallo di avere di questo paese, se gli piaceriano uomini
eunuchi o altra cosa. Gli mand a dire l'ambasciadore che li re e gran signori
stimavano pi le cose che gli erano mandate dagli altri re che la valuta di
quelle.


Come il Prete mand a mostrare un cavallo all'ambasciadore, e ordin che li
signori grandi della sua corte venissero a udire la mia messa.
Cap. LXXXI.

Alli XV del mese il Prete mand a mostrar un cavallo tutto coperto con lame
dorate, dicendo se si trovavano tal arme coperte in Portogallo; gli fu risposto
che il re di Portogallo gli mandava per Odoardo Calvan molte e infinite arme,
fra le quali erano alcune coperte da cavalli tutte di acciale, le quali erano
restate in India, e che il re gliene mandaria quante volesse. Il sabbato
seguente ordin il Prete a tutti li signori e grandi della sua corte che
venissero a udire la nostra messa, e il simile fecero la domenica seguente: ma
molto pi furno il sabbato, perch oltra la messa noi battezzammo anche, e
secondo che ne pareva dalli lor gesti, e s come ne dicevano li franchi che
trovammo in questo paese e gl'interpreti che erano con noi, costoro stavano
molto maravigliati e lodavano molto li nostri ufficii, dicendo che non sapevano
fargli altra opposizione, se non che noi non davamo la communione a tutti
quelli che stavano alla messa, e cos a quelli che battezzavamo. Gli fu
risposto che la communione non si dava se non in certe feste dell'anno, e
questo a quelli che erano confessati delli lor peccati; a quelli veramente che
si battezzavano, ancora che in quel tratto fusseno puri e netti, nondimeno non
sapevano con quanta riverenza si aveva a pigliare il corpo del nostro Signore,
e dovevano anche avere et conveniente. Mi risposeno che questa era buona
ragione, ma l'usanza loro era di communicar tutti, e anche quelli che
battezzano, cos grandi come piccoli.
Alli XVIII del detto mese il Prete mi mand a chiamare e mi fece molte dimande,
e fra l'altre quanti profeti avevano profetizato della venuta di Cristo; gli
risposi che al mio giudicio tutti avevano parlato di quella, cio uno della
venuta, l'altro della incarnazione, l'altro della passione e resurrezione, che
tutto ritorna in Cristo. Item quanti libri aveva fatto san Paulo; gli risposi
che era un libro solo distinto in molte parti, cio in molte epistole. Mi
dimand similmente quanti libri avevano fatti gli evangelisti, e gli risposi il
medesimo. Item se noi avevamo un libro diviso in otto parti, che avevano
scritto tutti gli apostoli essendo congregati in Gierusalem, che essi chiamano
Manda e Abetilis. Risposi che non aveva pi inteso di simil libro, e appresso
di noi non si trovava; disse che essi osservano tutti i comandamenti scritti in
quello. Dipoi entr in alcune altre dimande, alle quali, essendo gi stracco,
risposi meglio che seppi: e conobbi che egli  molto pratico della sacra
Scrittura e di continuo la legge.


Come l'ambasciadore fu chiamato, e come appresent le lettere che egli portava
al Prete Ianni, e come il Prete si lasci vedere e parlare.
Cap. LXXXII.

Un marted fummo mandati a chiamar dal Prete, e fu alli XIX di novembre; e
giunti alla prima porta o vero entrata dimorammo un grande spazio, facendo
molto gran freddo, ed era ben notte. Noi entrammo poi con quelli passi e dimore
come per due volte avevamo fatto, e si era congregato molto maggior numero di
persone che non furon quelle per avanti, e la maggior parte con arme, e con
gran numero di candele e torchi accesi avanti alle porte, che pareva di giorno;
e non ne fecero aspettar molto, che subito entrammo con l'ambasciadore e nove
persone portoghese appresso le prime cortine, le qual passate ne trovammo di
molto pi ricche, e anche queste noi trapassammo, dove trovammo alcuni ricchi e
grandi tribunali e coperti di ricchi tappeti. Avanti questi tribunali stavano
altre cortine di molto maggior ricchezza, le quali, stando noi vicini, le
aprirno per due bande: e quivi vedemmo che il Prete Ianni sedeva sopra un
solaro con sei gradi da salirvi, tutto riccamente adornato. Aveva in capo una
corona alta d'oro e d'argento, cio un pezzo d'oro e l'altro d'argento, e una
croce d'argento in mano, e aveva la faccia coperta con un pezzo di taffett
azurro, il qual si alzava e abbassava, di modo che alle volte se gli vedeva
tutta la faccia, e poi ritornava a coprirsi. Da man destra vi stava un paggio
vestito di seta con una croce d'argento in mano, nella quale vi erano fatte
figure di rilievo, le quali dal luogo dove noi stavamo non potevamo ben vedere:
ma dapoi io ebbi in mano questa croce, e viddi le figure. Era vestito il Prete
di una ricca vesta di broccato d'oro soprariccio, e la camicia di seta con
manighe larghe, che parevano ducali; dal traverso in giuso era cinto con un
ricco panno di seta e d'oro, come grembiale di vescovo disteso, ed egli sedeva
in maest, al modo che dipingono Dio Padre sopra i muri. Oltra il paggio che
teneva la croce, vi stava da ciascuna parte un altro paggio similmente vestito,
con una spada nuda in mano. Nella et, colore e statura mostra di esser
giovane, non molto negro, come saria di color di castagna overo di pomi ruggeni
non molto rovani, e mostra grazia grande nel suo colore e nella faccia, ed 
mediocre di statura, e vien detto esser di et di 23 anni e cos egli dimostra.
Ha il volto rotondo, gli occhi grandi, il naso aquilino, e gli cominciava a
nascer la barba; nella presenza e nell'apparato pare ben gran signore, come
veramente . Noi stavamo lontani da lui per spazio di due lancie: venivano e
andavano risposte e proposte, tutte per il cabeata. Da ciascuna parte di questo
tribunale vi stavano quattro paggi riccamente vestiti, ciascuno con la sua
torcia accesa in mano.
Compite queste dimande e risposte, l'ambasciadore diede al cabeata le lettere
del capitan maggiore, le quali erano state tradotte in lingua abissina, ed egli
le dette al Prete, il qual le lesse molto espeditamente e, compite di leggere,
disse: "Cos come queste lettere sono del capitan maggiore, cos Iddio avesse
voluto che le fossero state del re di Portogallo suo padre"; nondimeno che
anche queste gli erano gratissime, e ne dava molte grazie a Dio per questo gran
dono che gli aveva fatto in veder quello che gli antecessori suoi non viddero,
n egli pensava di vedere; e li suoi desiderii sariano ben del tutto adempiti
se il re di Portogallo facesse far fortezze nell'isola di Mazua e nel luogo del
Suachen, perch egli dubitava che li Turchi nostri inimici non si facessero
forti in quelli, il che quando succedesse, sariano di gran disturbo a lui e a
noi Portoghesi; e che per questo effetto lui daria tutte le cose necessarie, s
di gente per lavorare come di oro e vettovaglie, e in fine tutto quello che
fusse bisogno; e che gli pareria che oltra le sopradette fortezze si dovesse
ancora pigliar la citt di Zeila, e in quella farvi una fortezza, per esser
luogo molto abondante di ogni sorte di vettovaglie: e presa questa citt, si
assicuraria che da quella parte non potriano andar le vettovaglie verso la
citt di Adem, Zidem, la Mecca, e per tutta l'Arabia e fino al Toro e al Sues,
le qual terre, non avendo queste vettovaglie, sariano come perse, non possendo
aver il viver se non da questi luoghi. A questo gli fu risposto che non vi era
difficult alcuna di pigliar Zeila, n tutti gli altri luoghi che sua Altezza
comandasse, perci che dove la potenzia del re di Portogallo si approssimava,
tutti fuggivano e non aspettavano anche l'ombra delle navi, ma che Zeila era
fuori dello stretto e Maczua e Suachen erano dentro, e che, fatte le fortezze
in questi tre luoghi, si conquistariano facilmente il Zidem e la Mecca e
ciascuno altro luogo fino al Cairo, e si proibiria la navigazion delli Turchi
che stanno in Zebit. Queste parole furno molto grate al Prete e gli piacquero
grandemente, e torn a replicare che egli si obligaria a dar tutte le
vettovaglie, oro e gente per far questa spesa e per l'armata, e pur che
trovasse il modo di aprire qualche strada per congiungersi con li principi
cristiani, esso non sparagneria tutto quello che avesse al mondo.
L'ambasciadore gli disse che sua Altezza nominasse dove e da chi si averiano
queste vettovaglie; rispose che egli ordineria che da tutti i suoi regni
circonvicini gli fussero date, e che desidereria che esso ambasciadore restasse
capitano in una di queste fortezze. Gli fu risposto che, fatta la fortezza,
saria posto immediate un capitano in ciascuna, e che, se sua Altezza l'avesse
per bene, esso domandaria al capitan maggiore che gli facesse grazia di uno di
tal luoghi. E sopra questa pratica di pigliar e far queste fortezze noi
consumammo un gran tempo con estremo piacere del Prete, qual mostrava non aver
maggior desiderio di questo, e non poteva saziarsi di parlarne. E cos,
ispediti con buone parole, ce ne ritornammo contenti, principalmente di averlo
veduto e parlatogli.


Come io fui chiamato dal Prete, e delle dimande che egli mi fece della vita di
san Ieronimo, di san Domenico e di san Francesco.
Cap. LXXXIII.

Nel giorno seguente, alli 20 di novembre, fui chiamato dal Prete, e fra le
altre dimande furno queste, che io gli dicessi la vita di san Ieronimo, di san
Domenico e di san Francesco, e di qual paese erano, e per che causa nelle
lettere del capitan maggiore veniva fatta menzione che il re di Portogallo
aveva fatto chiese di questi santi nelli luoghi che egli aveva preso nelli
regni di Manicongo e di Benin e nelle Indie. Gli risposi che san Ieronimo
nacque in Schiavonia, e san Domenico in Spagna, e san Francesco in Italia, e
diedi informazion larga del lor ordine, riportandomi al libro che aveva delle
lor vite. Subito mi venne risposta che gli mostrassi le vite di questi santi,
poi che io diceva che le aveva.
Vennero poi con un'altra dimanda, dicendo, poi che noi e loro eravamo
cristiani, per che causa avevamo divise le chiese, cio di Antiochia e di Roma,
e che Antiochia fu anticamente capo, fino al concilio di papa Leone, nel quale
furono 318 vescovi. Risposi che altre volte aveva detto a sua Altezza che non
vi era dubio alcuno che Antiochia era stata capo, e che san Pietro fu cinque
anni vescovo in quella, e poi 25 anni in Roma. Vennero dapoi con un'altra
dimanda, se facevamo tutto quello che il papa ne comandava; dissi de s, che
cos eravamo obligati per l'articolo della nostra santa fede, che confessava
una santa chiesa, e quella catolica. Sopra questo mi risposero che, se il papa
comandasse a loro cosa che gli apostoli non l'avessero scritta, non la fariano,
e cos se il lor abuna gliela comandasse, abbruciariano tal comandamento.
Venne poi un'altra dimanda, perch in Etiopia non sono tanti corpi di santi
come sono nell'Italia, Alemagna e Francia. Gli risposi che in quelli avevano
signoreggiato molti imperadori che avevano li lor ministri gentili molto
crudeli, e che quelli che si convertivano alla fede di Cristo erano tanto
constanti nella fede che pi presto volevano morire per quella che adorar
gl'idoli, e per questo vi erano tanti martiri e vergini. Sopra questo venne
risposta che io diceva la verit, la quale aveva piacer grande d'udire cos
chiara, e se noi sapevamo quanto tempo era che la Etiopia era fatta cristiana.
Gli mandai a dire che io pensava che, poco tempo dopo la morte di Cristo,
questa terra fu convertita dall'eunuco della regina Candace, il qual fu
battezzato per l'apostolo san Filippo. Mi venne risposta che per questo eunuco
non fu convertito se non la terra di Tigrai, ch' in Etiopia, e il resto era
stato convertito con le arme, come faceva egli ogni giorno di diversi regni; e
che il primo convertimento della regina Candace fu X anni dopo la morte di
Cristo, e da quel tempo fino a ora era stata governata per cristiani, e per
questo non vi erano martiri, n era stato necessario, e che molti uomini e
donne avevano fatto santa vita; e che la mattina seguente io gli mostrassi la
vita di san Ieronimo, di san Francesco e di san Domenico e di san Quirico, che
essi chiamano Quercos.


Come furono portate le vite delli detti santi, le quali fecero tradurre in
lingua abissina, e come volsero udire la nostra messa.
Cap. LXXXIIII.

Il giorno seguente il Prete mand a torre il mio libro, che si chiama Flos
sanctorum, dicendo che segnassi le vite delli detti santi. Gli mandai il detto
libro, il qual subito mi mandorno indietro insieme con duoi frati, dicendo che
il Prete voleva che scrivessero il nome di ciascun santo in lingua abissina e
sopra ciascuna figura. Il giorno seguente vennero detti frati con il libro per
tradur queste vite, e vi mettemmo tutto un giorno in scriverne una per esser
molto grande e travagliata cosa il tradur dalla nostra lingua nella loro. Oltra
delle dette vite vi mettemmo quella di san Sebastiano e di santo Antonio e di
san Barlaam: e perch essi non sanno il giorno della sua festa, mi dimandorno
molto strettamente se io il sapeva. Io mi viddi molto tribulato, perch non lo
trovava sopra alcuno calendario; nondimeno lo trovai poi sopra il repertorio
delli tempi e gli dissi il giorno, e loro subito lo fecero mettere sopra li lor
libri, e guardare il giorno. Io non aveva ardire di andare a parlar al Prete se
non portava meco il libro del calendario, perch mi dimandavano il giorno di
qualche santo e volevano che immediate glielo dicessi.
Il giorno di santa Caterina, che fu di domenica, mand il Prete alcuni canonici
e preti delli principali di casa sua che fussero a udire la nostra messa, la
qual dicemmo in canto. Stettero dal principio insino al fine, e ne disse il
nostro interprete che costoro dicevano che non avevano udita messa da uomini,
ma da angeli. V'era presente anche un pittore veneziano che si chiamava Nicol
Brancaleone, che era pi di quaranta anni che egli stava in questo paese e
sapeva benissimo la lingua abissina, persona molto onorata, ricchissima e gran
signore di un gran paese con molti vassalli, ancora che egli fosse pittore.
Questo era l'interprete a questi canonici e preti, e diceva lor della messa
nostra il Kirie eleison, la Gloria e il Dominus vobiscum, che in lingua
abissina si dice "Calamelos", e cos della Epistola e dell'Evangelio. Questi
canonici dieron fama per tutto il campo di questo ufficio di messa, che mai non
avevano udito una tale, e che ogni cosa era benissimo fatto, eccetto che un
solo diceva la messa e che non davano la communione a quanti stavano a quella.
In questo medesimo giorno di domenica, essendo noi andati a dormire, il Prete
ne mand a chiamare; e arrivati alle prime cortine, ne fecero vestire tutti
riccamente ed entrare nella presenza del Prete, il qual sedeva sopra il
tribunale con tutti quelli medesimi modi che egli stava prima. E quivi ne fece
dire di molte cose, e fra le altre che li franchi che erano nella corte
potevano andarsene alla buon'ora, e l'ambasciadore insieme con la sua
compagnia, e che vi restasse un franco nominato Nicol Muzza, che per lui
mandaria le lettere, le quali avevano da esser fatte d'oro, e che per questo
non poteva scrivere cos presto. Rispose l'ambasciadore che non si voleva
partir senza la risposta, la quale aspettaria tanto tempo quanto piacesse a sua
Altezza, supplicandola che volesse espedirla in tempo che egli potesse trovar
l'armata del capitano in Mazua. Rispose il Prete con la sua propria bocca che
gli piaceva, e se il detto ambasciadore resteria capitano nella fortezza che si
faria in Mazua. Disse l'ambasciadore che il suo desiderio era d'andar a veder
il re di Portogallo suo signore, ma che egli faria quanto piacesse a sua
Altezza. E con questo ce ne ritornammo alle nostre tende.


Del partire che fece il Prete Ianni verso un'altra parte, e del modo
che fecero per portar le robbe dell'ambasciadore.
Cap. LXXXV.

Alli 25 del detto mese il Prete si part in questo modo, che, montato a cavallo
con due paggi soli, pass davanti la nostra tenda scaramucciando col cavallo: e
subito si lev un rumore per tutto il campo, che diceva: "Egli  partito il
negus", e ognuno s'affrettava d'andargli dietro a pi potere. Ne fece dare
cinquanta mule: trentacinque per portar la farina e il vino e quindici per il
resto delle robbe, con alcuni schiavi; e fummo raccomandati a un signore che si
chiamava aiaz Rafael (aiaz si  titolo di signoria e Rafael suo nome), e ne
faceva dar ogni giorno un bue. Noi ci partimmo e il mercoled arrivammo alla
corte, e alloggiammo in una gran campagna appresso d'un fiume; venne subito a
visitarne un frate molto onorato, che  capo delli scrivani del Prete e molto
dotto di lettere di chiesa, e anche nebret delli fratelli di Cassumo, e disse
che veniva a vederne da parte del suo signore, e se ne erano state date tutte
le cose ch'egli aveva ordinate. Disse l'ambasciadore che egli baciava le mani a
sua Altezza per questa visitazione, e che stavano bene, e ne erano state date
tutte le cose ordinate per sua Altezza.


Del giocare alle braccia, e del battesimo che fu fatto.
Cap. LXXXVI.

Alli 2 di decembre del detto anno 1520, ritrovandosi Lazaro di Andrade nostro
Portoghese pittore appresso la tenda del re, fu richiesto se egli voleva giocar
alle braccia, e lui senza pensarvi sopra gioc, e al primo tratto gli ruppero
una gamba: e immediate il Prete gli don una veste di broccato, e fu portato a
braccio da quattro uomini alla nostra tenda. Il giorno seguente il Prete ne
mand a dimandare se vi fosse alcuno che volesse giocare alle braccia con li
suoi; subito l'ambasciadore si pens di mandarne duoi eletti, cio Stefano
Pagliarte e un Airas Dis, per vendicare il pittore. Questo Airas fu il primo
che entr a giocare con quello che aveva rotto la gamba al pittore, e gli fu
rotto subito un braccio, e se ne ritorn adietro. Stefano Pagliarte non volse
giocare, vedendosi solo, ed ebbe paura. Questo giocatore del Prete si chiama
Gabmarian, che vuol dire "servo di Maria", e fu moro, ed  uomo largo di spalle
e forte, e lavora sottilmente di sua mano seta e oro. In questo giorno venne
nuova dal suo gran betudete, che era in guerra contra un re moro, che aveva
avuto vittoria di quello, e mandava molto oro e schiavi, e le teste degli
uomini grandi che egli aveva morti.
In questo tempo a un maestro Pietro Cordiero genovese nacque di sua moglie
negra un figliuolo, e mi richiese che in capo di otto giorni io volessi
battezzarlo, perch loro non battezzano li maschi se non alli quaranta giorni.
Io fui alla tenda del Prete a fargli intendere questa cosa, e che sua Altezza
ordinasse ci che gli piaceva. Subito venne risposta che io battezzassi e dessi
tutti li sacramenti come si fa nella Franchia e chiesa romana, e che vi
lasciasse stare tanta gente del suo paese quanta volesse esservi a vedere, e
che mi fusse dato dell'olio santo. Io feci questo battesimo alli 10 di
decembre, e vi vennero molte genti, e delli pi onorati e principali della
corte. Io faceva tenere la croce alzata, perch cos  il costume loro, e feci
questo officio pi quietamente che io potetti. Stettero tutti maravigliati e
dicevano gl'interpreti, che intendevano tutti li lor gesti, che erano restati
molto satisfatti di tal officio, il qual gli pareva pi perfetto che il loro.


Del numero delle genti da cavallo e da piede che vanno dietro al Prete quando
egli va in cammino.
Cap. LXXXVII.

Partendo di questa terra, pigliammo il cammino per quella via per la qual noi
eravamo venuti alla corte, e tanta era la gente che camminava da ciascuna
parte, che per 10 o 12 miglia le genti erano tanto appressate l'una con l'altra
che pareva la processione che si fa del Corpo di Cristo: e delle dieci parti
una  di gente ben vestita, e tutti gli altri vestiti con pelle e altri
vestimenti poveri, e portano seco tutte le robbe loro, che solamente sono
pignatte di far vino e scudelle da bevere. E se non vanno troppo da lungi,
questi poveri portano le lor povere case cos fatte e coperte come le tengono,
e se vanno da lungi portano li legni solamente, che sono alcune bacchette, e li
ricchi fanno portare le tende, molto buone e di gran pregio. Delli grandi
gentiluomini e signori non parlo, perch con ciascuno di loro si move una citt
o una buona villa, come di tende cariche e sopra mule. Noi Portoghesi e franchi
avevamo considerato molte volte queste mule, e pensammo ch'elle passassino il
numero di cinquantamila; li cavalli sono ben pochi, perch, ancora che ve ne
siano de belli, per non saperli ferrare subito si guastano li piedi: e se il
Prete cammina per un viaggio lungo, restano tutte le ville piene di cavalli con
li piedi guasti, li qual dapoi fanno venire pian piano. Delle mule di carico
non se ne tien conto, e cavalcano cos muli come mule. Vi sono infiniti ronzini
che portano la soma, pur ancora non si guastano li piedi come li cavalli. Vi
sono molti asini, che servono meglio che li ronzini; fanno portar la soma
ancora a molti buoi, e in quelle terre che sono piane e campagne li camelli
portano le cariche.


Come le chiese della corte vengono portate, cio le pietre dell'altare,
e come il Prete si mostra tre volte l'anno a tutto il popolo.
Cap. LXXXVIII

Il Prete poche volte cammina che vada a cammin diritto, n che l'uomo sappia
dove egli vada, ma le pietre dell'altare, cio le sue chiese, le quali sono 13,
camminano alla diritta via, ancora che il Prete vada fuori di cammino, e tutta
la gente va dietro per la strada fino che trovano una tenda bianca alzata, e
immediate ciascuno si alloggia al suo luogo: e molte volte il Prete non viene a
questa tenda, ma dorme per monasteri e altre chiese. In questa tenda che si
alza, di continuo si fanno le solennit di cantare e sonare, come se il Prete
vi fusse, ma non cos perfettamente come quando egli vi . Le pietre d'altari
sono portate con gran riverenza e sempre da preti da messa, e sono quattro che
le portano sopra un solaro su le spalle, e quattro preti vanno dietro per
mutarsi a vicenda nel portarle. Sono coperte di ricchi panni di broccato e di
seta, e vi vanno avanti duoi chierichi con un turribolo e una croce, e l'altro
con una campanella sonando: e ciascuno uomo o donna che l'ode si lieva fuori di
strada, e se  a cavallo dismonta immediate e d luogo che la chiesa passi.
Similmente vengono condotti con la corte quattro leoni con due catene per
ciascuno, una davanti e una da dietro, e ciascuno gli d luogo.
Noi camminammo con la corte fin alli 20 di decembre, e arrivammo sopra quelle
montagne terribili dove sono le porte per le quali passammo nella nostra
venuta, e quivi ne alloggiarono. Poi che le tende del Prete furono alzate,
immediate cominciarono a fare un solaro molto alto appresso una delle tende,
perch il Prete voleva mostrarsi al popolo il giorno di Natale. E si mostra
generalmente tre volte l'anno, cio nelli giorni di Natale, di Pasqua e di
Santa Croce di settembre, e la causa di queste tre mostre  perch suo avo,
padre di suo padre, che aveva nome Alessandro, fu tenuto secreto per tre anni
dopo la sua morte dalli suoi servitori, li quali signoreggiorno il paese in
questo mezzo, perch fin a quel tempo niuno del popolo poteva vedere il suo re,
e non era veduto se non da alcuni suoi pochi servitori: e a richiesta del
popolo il padre di questo David si mostrava questi tre giorni, e cos questo
ancora fa, e dicono che quando egli va in guerra va sempre discoperto, che
ognuno il pu vedere, e ancora camminando, come si dir nel processo.


Come il Prete mi mand a chiamare per dir la messa nel giorno di Natale,
e della confessione e communione che noi facemmo.
Cap. LXXXIX

Stando poi per grande spazio lontani dalla tenda del Prete Ianni, nelle nostre
tende, e nella nostra chiesa ogni giorno dicevamo messa. La vigilia di Natale,
dopo passato mezzogiorno, il Prete mi mand a chiamare e mi dimand che festa
facevamo la mattina seguente; gli feci dire della nativit di Cristo. Mi
dimand che solennit facevamo; gli risposi del modo che tenevamo e delle tre
messe. Disse che tutto facevano come noi, ma non dicevano se non una messa, e
che di quelle tre messe io ne dicessi una, quale pi mi piacesse. Poi replic
che gli dicessi quella terza, che egli averia piacere d'udirla, e cos
l'ufficio che noi costumavamo di fare; e subito ordin che fusse portata ivi la
tenda della nostra chiesa, e la fece alzare per mezzo la porta principale della
sua, che non vi erano pi che due braccia da una all'altra, e che come cantasse
il gallo ne mandaria a chiamare, e che io facessi il tutto come si costuma nel
nostro paese. E come fu passata mezzanotte ne mand a chiamare, e vi andammo
sei che sapevamo assai ben cantare di chiesa, e portai quanti libri ch'io
aveva, ancora che non fussero necessarii per quella festa, ma solamente per far
numero, e li tenni aperti tutti sopra l'altare. Cominciammo a dir matutino, e
pareva che il nostro Signore Iddio ne aiutasse e desse grazia, e il Prete ne
mand subito venti candele, parendogli che avessimo poca cera. Noi slungammo il
matutino con lezioni, inni e salmi e profezie, e andammo cercando tutte le cose
che si potevano meglio cantare e intonare; e il Prete mai si part dalla porta
della sua tenda, che era, come  detto, appresso della nostra chiesa, e sempre
duo paggi non cessavano di andare e tornare e dimandar ci che era quello che
noi cantavamo, massimamente quando sentivano mutare il tuono delli salmi, inni
o responsorii: io mostrava di non sapere ci che fusse, ma diceva che erano o
libri di Gieremia che parlavano della nativit di Cristo, o salmi di David o di
altri profeti; egli era molto contento e laudava li libri.
Compito l'ufficio, il qual fu molto lungo, ne venne a trovare un padre vecchio
molto onorato, che  maestro del Prete Ianni, e mi dimand se avevamo compito,
perch tacevamo; gli dissi di s. Esso rispose che averia avuto grandissimo
piacere che questo officio fusse durato fino alla mattina, perch gli pareva
star in paradiso con gli angeli; gli dissi che fino alla messa non avevamo da
dire pi altro officio, e che io voleva confessar alcuni che volevano pigliare
il corpo di Cristo. Subito mi venne una dimanda, dove io aveva da confessarli,
e quando venne questa dimanda io ne confessava uno. Immediate fecero accendere
due torcie, perch il Prete mi voleva vedere dalla sua tenda, e questo vecchio
si pose a sedere appresso di me, tenendo le braccia sopra li miei ginocchi, e
quello che si confessava stava dall'altra parte, n si volse mai levare di l
fin a tanto che io ne ebbi confessato dui.
E gi il giorno si faceva chiaro, e io gli mandai a dire che io voleva dire la
messa; e immediate cominciammo una processione con la croce elevata, con una
ancona di nostra Donna e duoi torchi intorno della croce, e cominciammo la
processione dentro del circuito appresso la nostra tenda. Subito il Prete ne
mand a dire che dovessimo farla di fuori, attorno le sue tende, acci che
tutto il popolo la vedesse, e ne mand quattrocento candele di cera bianca
grande, acci che fussero portate accese, incominciando da noi Portoghesi, con
tutti li bianchi e il resto poi delli suoi. Compita la processione, che fu per
un gran circuito, cominciammo il nostro asperges, e io fui a buttar l'acqua
benedetta al Prete Ianni, che dalla nostra chiesa si poteva buttare per esser
vicina. Stavano con lui, s come mi fu detto, la regina sua moglie, la regina
sua madre, la regina Elena e il cabeata, con altri suoi famigliari. Dentro
dalla tenda della nostra chiesa stavano tutti li grandi e signori della corte
che vi potevano capire, e gli altri stavano di fuori, e dall'altare fino alla
tenda del Prete il tutto era dispacciato, perch egli volse vedere tutto
l'ufficio della messa; e tutti stettero fin a tanto che fu compito il tutto e
che communicai tutti quelli che s'erano confessati, i quali molto divotamente
stettero inginocchiati al modo nostro. Tutti li franchi e li nostri interpreti,
e principalmente Pietro di Covillan, che era con noi e che intendeva la lingua
della terra, dicevano che il Prete laudava grandemente questo nostro ufficio, e
cos facevano tutti li signori della corte, e principalmente che noi andavamo
alla communione con gran divozione.


Come il Prete lasci andar l'ambasciadore e gli altri, e volse che io solo
restassi con uno interprete, e delle dimande ch'egli mi fece sopra le cose
della chiesa.
Cap. XC.

Compita la processione, messa e communione, furno licenziati l'ambasciadore e
tutti gli altri, che andassero a desinare, e che io solo restassi con uno
interprete. Subito mi venne a trovare quel padre vecchio suo maestro, dicendomi
che il Prete Ianni laudava molto le nostre cose, ma che ragione avevamo di
lasciar entrar li laici in chiesa, cos come li chierici, e che egli aveva
udito che vi entravano ancora le femine. Io gli risposi che la chiesa di Dio
non si serrava a niun cristiano, e se Cristo stava sempre con le braccia aperte
per ricever tutti quelli che a lui venissero nella gloria del paradiso, per che
causa non dovevamo noi riceverli nella chiesa, che  la strada per andar in
paradiso; e quanto alle femmine, ancora che nel tempo antico non entrassero in
Sancta Sanctorum, nondimeno li meriti della nostra Donna furno tanti e cos
grandi che furno sufficienti a fare che il sesso feminino potesse entrare nella
casa d'Iddio. Mi fece dire che gli pareva buona la mia ragione; ma per che
causa io era prete solo a questo ufficio della messa, e quello che portava il
turribolo, non essendo prete, come poteva portarlo, perch lo incenso non deve
andare in mano d'altri che di preti. Gli risposi che quello che serviva da
diacono era zagonaro, che essi chiamano da Vangelo, e che il suo ufficio era di
portare il turribolo. Vennero poi con un'altra dimanda, dicendo se le cose
sopradette si contenevano nelli nostri libri, e se quelli erano migliori dei
loro. Gli risposi che li nostri libri erano pi perfetti che non erano li loro,
perch dopo gli apostoli noi avevamo avuto sempre maestri e dottori grandi, che
non avevano mai fatto altro che mettere insieme le cose della sacra Scrittura,
le quali erano seminate in varii libri e luoghi di profeti, apostoli ed
evangelisti. Mi tornarono a dire che essi avevano del nuovo e vecchio
Testamento LXXXI libro, e se noi ne avevamo pi. Io gli risposi che noi ne
tenevamo dieci volte LXXXI, cavati dalli sopradetti, con molte dichiarazioni e
pi perfetti. Mi dissero che ben sapevano che noi avevamo pi libri di loro, e
per questo egli desiderava che io gli dicessi il nome di quelli che essi non
hanno.
E cos mi tennero in dimande e risposte fin ad ora di vespero, non cessando mai
d'andare su e gi li messi. Io stava in piede appoggiato a un bordone, e non
solamente venivano dimande da parte del Prete Ianni, ma ancora da sua madre e
dalla regina Elena: e io gli rispondeva s come Iddio mi aiutava, e per la
fiacchezza e fame non mi poteva pi tenere in piedi. E alla fine, in luogo
d'una risposta, gli mandai a dir che sua Altezza avesse piet d'un vecchio che
dal mezzogiorno precedente fin a quell'ora non aveva mangiato n bevuto n
dormito; mi mand a dire che, se egli aveva piacere di parlar meco, per che
causa ancora io non faceva il medesimo. Gli risposi che la vecchiezza, fame e
fiacchezza non mi lasciavano pigliar questo piacere; replic che se io voleva
mangiare, che me ne mandaria, perch gi ne aveva mandato molto alla nostra
tenda. Gli dissi che io voleva andare a mangiare alla nostra tenda per
riposarmi, e cos mi diedero licenza. Ed essendo partito, mi venne dietro un
paggio correndo, e mi disse che il Prete mi mandava a dimandare con grande
instanza che gli dovessi dare il cappello che io aveva in capo, e che gli
perdonassi se mi aveva fatto star tanto senza mangiare, e che, desinato che io
avessi, mi pregava ch'io ritornassi da lui, perch egli voleva sapere altre
cose da me.
Giunto alle tende e a pena mangiato, mi venne un messo che io dovessi tornare:
e cos fu forza di andarvi, e menai meco quelli che avevano cantata la messa, e
quivi cantammo una compieta meglio che sapemmo, e il Prete con le regine vi
stettero sempre attentissime. Finita ch'ella fu, ordin che si disarmasse la
tenda della chiesa, perch quella notte si voleva partir per passar quelli mali
passi che son posti in quelle montagne altissime, come abbiamo detto di sopra:
e cos fece, che a mezzanotte sentimmo un grandissimo strepito di cavalli e
mule, e che ognuno diceva: "Il negus cammina". E immediate messi all'ordine lo
seguitammo, e quando arrivammo al primo passo, ne fu forza con le lance da
dietro e davanti di farne far la strada, tanta era la furia e la calca, e la
gente da dietro che ne veniva adosso. Andammo a trovar le tende del re, che
erano state alzate in mezzo quelle grandissime fosse che sono fra quelli fiumi
detti di sopra; quivi si dorm fino a mezzanotte, che 'l Prete cominci poi a
camminare e noi con lui. E avanti che fosse la mattina fummo fuori di quelli
mali passi, e udimmo dapoi dir che in quella notte in detti passi morirono
assai uomini e femine, asini e mule e buoi caricati; e in questo secondo passo,
che si chiama Aquiafagi, come abbiamo detto di sopra, mi fu detto che una gran
signora, essendo sopra una mula che era menata per il capestro da due
servitori, tutti insieme attaccati cadettero di quella grande altezza e si
fecero in pezzi avanti che giungessero al fondo, tanto sono terribili e
spaventose quelle rocche e strade, che par che vadino all'inferno a chi vi
guarda. Questo fu il nostro cammino, senza guardar l'ottava di Natale, che in
questo paese non la guardano. Di sopra ho detto che stava cinque e sei giorni
la corte nel mutarsi: a queste porte stettero pi di tre settimane, e le robbe
del Prete pi di un mese, passando nondimeno ogni giorno.


Come il Prete Ianni and ad alloggiar alla chiesa di San Giorgio, il qual volse
che ne fosse mostrata, e dopo alcune dimande fattene ordin che ne fossero
mostrati alcuni cappelli grandi e ricchi.
Cap. XLI.

Alli XXVIII di decembre MDXX noi ritornammo per la istessa strada ch'eravamo
venuti, verso una chiesa che per avanti vedemmo, ma non vi fummo, detta San
Giorgio, sotto la quale drizzarono il padiglion del Prete; e noi alloggiammo
nel luogo nostro ordinato. Il giorno seguente molto a buon'ora, il Prete ne
mand a chiamare e ne fece dire che dovessimo andare a veder la chiesa, la
quale  grande e dipinta tutta intorno intorno; i muri e le dipinture sono
convenienti, dove sono molte belle istorie ben ordinate e fatte con le sue
misure, da un Veneziano che di sopra abbiamo nominato, detto Nicol
Brancaleone: e cos quivi  scritto il suo nome, ancora che in questo paese lo
chiamano Marcorio. Li muri veramente che son di fuora del corpo della chiesa e
rispondono sotto il circuito coperto, che  come chiostro, questi tutti erano
coperti da capo a pi di pezze integre di broccato, di broccatello, di velluti
e d'altri ricchi panni di seta. Arrivati dentro alla porta del circuito che 
discoperto, e volendo entrar nel circuito coperto, fecero alzar li panni
ch'erano di sopra alla porta principale, la qual si vidde tutta messa a lame
che alla prima vista ne parvero d'oro, perch cos ci dicevano, ma pi
approssimati vedemmo che erano di foglia d'argento, ma indorato, ed era posto
tanto gentilmente, cos sopra la porta come nelle finestre, che meglio non si
potria fare.
Il cabeata, che  cos gran signore, era quello che andava mostrandone il
tutto, e il Prete era ancora egli presente, ma circondato dalle sue cortine:
nondimeno, quando noi gli passavamo innanzi, egli ci poteva vedere e noi lui.
Onde vedutoci, non si pot tenere che non mandasse a dimandare ci che ne
pareva della chiesa e delle dipinture; noi gli rispondemmo che elle ci parevano
cose da un molto gran signore e re, la qual cosa gli diede un non piccol
piacere. Fececi oltre di questo dire come il suo avolo aveva fatto far detta
chiesa, nella quale era sepelito, facendone dimandare se nelle nostre parti
erano chiese foderate di legname come  quella, e di che sorte legname; noi gli
rispondemmo che quella chiesa era molto bella e ben fatta, ma che le nostre non
erano foderate di legno, ma fatte di pietra e in volta, ma se pur ve ne era
alcuna con legname, quello era tutto coperto di lavori d'oro e di azurro, e le
colonne erano di marmi grandi o ver di altra materia galante e ricca. Rispose
che ben sapeva che le nostre cose erano ricche, grandi e perfette, perch
avevamo eccellenti maestri. Il tetto, cio il coperto di questa chiesa, 
fabricato sopra XXXVI colonne di legno, le quali sono molto grosse e alte quasi
come alberi di galee, e coperte tutte di tavole che sono dipinte, s come sono
anco tutti li muri d'intorno, che  cosa grande e regale, e cos  riputata da
tutti del paese e da ciascuno che la vede.
Tornati noi a casa, come fu sul tardi, mi mand a chiamar solo al suo
padiglione e di nuovo mi fece dimandare ci che mi pareva della chiesa; gli
risposi quello che dagli altri era stato detto per avanti, per dimostrare che
da tutti gli era stata detta la verit. Poi entr sopra le vite d'alcuni santi
e delle cerimonie della nostra chiesa, delle quali gli risposi quello che io ne
sapeva. Finite queste dimande e pensando io d'esser ispedito, furno spiccati
dalla chiesa quattro cappelli grandi e ricchi, de' quali, come li viddi, ne
presi grandissima maraviglia, avegna che per avanti ne avessi veduti molti e
grandi e ricchi nella India, che adoprano quelli re, ma non gi di quella
grandezza e ricchezza. Della qual cosa accortisi quelli che gli portavano,
corsero a dirlo al Prete, il qual subito mi fece chiamare a s e, stando alla
porta del padiglione con li franchi soliti stare alla corte, volse che di nuovo
in lor presenzia mi fussero mostrati, facendomi dire che io gli guardassi bene
e ch'io dicessi ci che mi pareva. Io gli risposi ch'erano bellissimi e che mai
in India, dove ne usano molti quelli re, non ne aveva veduto n de pi belli n
de pi ricchi. Ordin poi che da una banda fussero appoggiati in terra al
dirimpetto del sole, tal che facessero ombra a guisa d'un padiglione, e che mi
dicessero che quando egli andava per viaggio e si voleva riposare insieme con
la regina sua moglie, che si ponevano all'ombra d'uno di quelli, e quivi
mangiava e dormiva e faceva ci che gli era bisogno. Gli feci rispondere che
veramente detti cappelli erano tali, e di ricchezza e di grandezza, che sua
Maest poteva fare quanto ella diceva. Subito venne un'altra dimanda, se il re
di Portogallo aveva simili cappelli. Risposi che il re di Portogallo non aveva
simili cappelli da fargli star ritti, ma della sorte ch'io portava in capo,
fatti di broccato, di velluto o di raso o di altra seta, con li cordoni e orli
d'oro e secondo che gli piaceva; e camminando per viaggio e volendo riposare,
aveva molti palazzi e case con giardini, all'ombra dei quali si poteva riposare
con molta commodit, e che gli scusavano per cappelli, ma che li detti cappelli
dimostravano pi presto grandezza di stato che necessit di far ombra. Subito
venne la risposta che io diceva il vero, e che questi furno del suo avolo ed
erano restati in questa chiesa, e che li levava di quella per prestargli a
un'altra chiesa, dove avevamo d'andare. Potevano essere questi cappelli della
grandezza d'una gran ruota, che ben vi potrebbeno stare X uomini all'ombra,
tutti coperti di seta.
Fatte queste tante dimande e risposte, mi mand a dire quel che pi volentieri
io beverei, o vino d'uva o di miele o di zauna, che  di orzo. Gli feci
rispondere che io ero avvezzo a bevere vino d'uva, e che il vino di miele era
caldo e la zauna era fredda, la quale non era buona per vecchi, e che mi
mandasse vino di uva o di miele, come gli piacesse. Mand di nuovo a dirmi che
io dicessi assolutamente di quale io voleva; gli dissi di uva. E subito mi
furno portate quattro zare di vino di miele, dicendo che io invitassi i franchi
ch'erano stati presenti a tutte queste cose: e cos feci, e bevemmo una volta
per uno, e il resto mandai alle nostre tende. Io non so per qual causa ei non
volse mandar vino d'uva, avendone assai ne' suoi padiglioni.


Del camminar che fa il Prete, e della maniera del suo apparato che ha nel
viaggio.
Cap. XCII,

Alli XXIX del detto mese, il Prete ne mand a dire che noi non dovessimo
cavalcare se non come fosse ordinato, e cos fu fatto. Il suo camminare era in
questa maniera. Li giorni avanti nissuno poteva sapere che cammino egli dovesse
fare, ma ciascuno alloggiava dove vedeva ritta la sua tenda bianca, cio al suo
luogo ordinato, o da man destra o da man sinistra, da lungi o da presso. In
questa sua tenda di continuo si fanno le solite cerimonie di sonare, ancora che
egli non vi sia, ma non gi cos interamente come quando vi  egli in persona:
e questo si pu molto ben conoscere, massimamente nel servir di paggi e in
altre cose. E alcune fiate noi restavamo adietro, alcune andavamo innanzi, s
come gli piaceva e ordinava. Ora il suo camminare era in questo modo: cavalcava
scoperto con la corona in testa, circondato da cortine rosse solamente di
dietro e dalle bande, molto lunge e alte, ed egli era posto in mezzo. Quelli
che portavano dette cortine stavano dalla parte di fuori, e le portavano alzate
sopra lancie sottili. Dentro a queste cortine vi vanno sei paggi, che essi
chiamano legameneos, che vuol dire paggi della cavezza, conciosiacosach la
mula che 'l detto Prete cavalca ha una ricca e bella cavezza sopra la briglia,
la quale ha nel barbazzale duoi cordoni di seta con li suoi belli fiocchi, e
uno di questi cordoni o fiocchi tiene un paggio da una banda e l'altro
dall'altra, che menano la mula quasi per la cavezza. Vi vanno poi due altri,
similmente uno da una banda e l'altro dall'altra, che tengono la man sopra il
collo della mula, e due poi di dietro al medesimo modo con le mani in su le
groppe, quasi sopra l'arcione. Fuori delle cortine e avanti il Prete vanno XX
paggi dei principali, molto ben in ordine, e avanti di detti paggi vanno sei
cavalli molto belli e riccamente adornati, menati ciascun di loro da quattro
uomini ben vestiti, cio due per la cavezza e due di dietro con le mani sopra
la groppa, al modo che  menata la mula del Prete. E avanti di questi cavalli
camminano sei mule sellate e molte ben adornate, e ciascuna ha similmente
quattro uomini che le conducono come i cavalli. E innanzi a dette mule vanno XX
gentiluomini de' principali a cavallo in su altre mule, con le sue bedene
sottili d'intorno alla persona, e poi noi Portoghesi andavamo innanzi a detti
gentiluomini, che questo luogo n'era stato consegnato. N altre genti a piedi
n a cavallo in su cavalli n in su mule possono avicinarsi a un gran tratto,
perci che vi sono corridori che vanno innanzi sempre correndo sopra i lor
cavalli, e se sono stracchi smontano e pigliano degli altri, e fanno
allontanare la gente dalla strada, di sorte che non si vede nessuno.
Li betudeti camminano con le genti della guardia, ancora essi molto lontani dal
cammino, e uno va da una banda e l'altro dall'altra al manco un tratto di
spingarda, e se vi  campagna alle volte vanno un miglio e mezzo, secondo che 
il paese; e se la strada  sassosa e stretta, e ch'ella duri assai, e che sia
necessario che ciascuno passi per quella, gli detti betudeti si partono un
miglio e mezzo, e uno va avanti, cio quello da man destra, e quello da man
sinistra resta adietro, con ciascuno dei quali possono essere da seimila
persone: e con costoro vanno sempre, come di sopra ho detto, quattro leoni
incatenati con grosse catene e di dietro e dinanzi. Camminano anche quelli che
portano le chiese e le pietre dell'altare, alle quali si fa grandissimo onore e
riverenza. Un'altra cosa conduce seco il Prete in ciascuna parte che egli va,
perci che non si muove senza questo, che sono cento zare di vino di miele e
anco di uva, che possono tener da sei a sette boccali di vino l'una; e sono
nere come ambra e molto ben fatte e liscie, con il coperchio di terra e poi
suggellate, n alcuna persona ha ardire di approssimarse n pigliare alcuna
cosa di queste senza licenza del Prete. Portano similmente cento panieri tutti
dipinti e serrati pieni di pane di grano, e questi vanno dietro al Prete non
molto lontani, e li portano in capo: e vanno l'uno dietro all'altro, cio prima
una zara e poi un paniere, e dietro a loro vanno sei uomini, che sono come
guardiani di casa, e giunti al padiglione del Prete vi scaricano ogni cosa
dentro, ed egli manda a donare poi a chi gli piace.


Come il Prete venne alla chiesa di Machan Celacem, e della processione con la
quale il ricevettero, e delle cose che 'l detto ragion meco di questa
incontrata.
Cap. XCIII.

Il sabbato e la domenica, ultimi giorni di decembre, noi venimmo ad alloggiare
sopra un fiume con tutta la corte, e il luned poi ci partimmo tutti insieme,
camminando sempre il Prete dentro alle sue cortine come li giorni avanti. E il
primo giorno di gennaio MDXXI arrivammo a una chiesa grande, la quale nella
nostra venuta per avanti, quando appresso vi passammo, non ce la volsero lassar
veder: il suo titolo si  Machan Celacem, che vuol dire la Trinit. Avanti che
noi arrivassimo alla chiesa per tre miglia, il Prete ordin che ne fussero dati
otto cavalli ben in ordine, con li quali dovessimo andare innanzi a lui
scaramucciando: e cos noi facemmo, maneggiando e voltando li cavalli molto
meglio di loro, del che ne pigli gran piacere. Giunti un miglio appresso detta
chiesa, ne venne incontro una infinita moltitudine di gente a riceverne, e vi
erano tante croci, preti e frati di diversi monasteri e chiese che non si
potevano contare, e al nostro giudicio potevano passare trentamila: e pensammo
che li frati dovessero esser venuti di paese lontano, perch in questo regno di
Amara non vi sono monasteri, per essere tutte le chiese grandi sepolture de'
re. Vi erano ben dugento con le mitre, che sono fatte a modo di cappucci grandi
e alti di seta, e appresso LXIIII cappelli di quelli grandi, che ben si
potevano contare perch gli portavano alti sopra la gente, ma non erano cos
belli e ricchi come quelli della chiesa di San Giorgio: tutti questi cappelli
erano di chiese ove sono sepulti li re, perch alla sua morte gli lascian loro.
Questa cos gran moltitudine di gente ragunata era parte delle dette chiese e
monasteri, parte del paese, che venivano a vedere il Prete che andava scoperto,
che mai per avanti l'avevano veduto andar cos.
Smontato alla chiesa il Prete e fatta la sua orazione, se ne and al suo
padiglione e subito mi mand a chiamare, e che l'ambasciadore con la sua
compagnia se ne andasse a smontare allo alloggiamento. Qui mi fece dimandare
quel che mi pareva di cos grande incontro e ricevere che gli era stato fatto
da tanta gente, e se al re di Portogallo era fatto cos grande e da tante
genti. Gli risposi che al re di Portogallo n'erano fatti di grandi e con gran
feste, ma che io non pensava che si possa vederne mai un tale e cos grande in
tutto il mondo, e a chi raccontasse questo fuora delli regni e signorie sue non
saria creduto, se non fusse la fama grande che si ha di sua Altezza per tutta
la cristianit. Fece subito rispondere che queste genti erano molto pi di
quello che mostravano, perch la maggior parte sono ignudi, che non pareno a
chi gli vede la quantit che sono, e che le nostre genti in Franchia sono ben
vestite e in ordine, e paiono molto pi di quello ch'elle sono; e che io
dovessi andare a riposarmi con l'ambasciadore, il qual io trovai per strada che
veniva. Di nuovo mi fece dire che quella chiesa era nuova e non vi era ancora
stato detto messa, e che era costume che quanti vi entrassero dovessero dar
offerta, e che l'ambasciadore desse le sue arme e io la berretta che io
portava, e cos ciascuno dovesse dar qualche cosa: a questo noi ci avedemmo
ch'ei motteggiava con noi, e che gli aveva gran piacere del fatto nostro.


Della fabrica come  fatta questa chiesa della Trinit, e come il Prete mand a
dire all'ambasciadore che andasse a veder la chiesa di sua madre, e delle cose
che si ragionarono.
Cap. XCIIII.

Il giorno seguente il Prete ne mand a dir che noi dovessimo andare a veder la
chiesa predetta, nella quale egli era gi entrato. Questa chiesa  molto grande
e alta, e li muri sono di pietra bianca, lavorati di scalpello con bella opera,
e sopra a' quali non pongono li travi perch non gli reggerebbono, per non
essere commesse le pietre l'una con l'altra n murate, ma solamente poste una
sopra l'altra senza alcun legame o fermezza: e a chi nella prima vista non
conoscesse quello ch' dentro, parrebbeno molto belle. La porta principale 
fatta tutta a lame come  la chiesa di S. Giorgio, e nel mezzo di queste lame
vi son poste pietre e gioie false, con perle bone, ma molto ben messe. Sopra 'l
muro della porta principale sono due figure della nostra Donna, molto divote e
ben fatte, con duo angeli tutti di pennello: dicono che un frate li ritrasse
dal naturale, e io ho conosciuto il frate. In questa chiesa sono tre navi
fabricate sopra sei colonne, e dette colonne sono fatte di pezzi di pietra viva
posti l'uno sopra l'altro, ben lavorati; e il circuito ch' di fuora e coperto
come chiostro,  fabricato sopra sei colonne di legno grandi come arbori di
galea molto alti, e sopra dette colonne  posto il legname a livello, che fa un
tavolato molto grosso. E certo che  cosa maravigliosa a pensare come queste
genti, che sono senza ingegno alcuno, abbino potuto rizzar queste colonne di
legno cos alte. Intorno alla chiesa sono poste XVI cortine che correno da qual
banda si vuole, e sono di lunghezza quanto  la pezza intera, che era di
broccato molto ricco e superbo: e ciascuna cortina  di pezze XVII unite
insieme. Il cabeata era quello che andava mostrando tutte queste cose, e il
Prete ne mand a dimandare quello che ne pareva di queste opere e delle
cortine; noi gli rispondemmo che ne parevano molto belle e degne di gran
principe, e che elle dimostravano bene di chi elle erano. Poi ne fece dimandare
se gli potessimo far mandar piombo per coprir la chiesa; l'ambasciador gli
rispose che tutto quello che sua Altezza volesse il re di Portogallo glielo
mandaria, in tanta copia quanta egli potria vedere, perch di ogni sorte di
metallo egli ne era padrone.
Di qui poi ci partimmo e andammo alle tende del Prete, egli sempre camminando
dentro alle sue cortine e noi a cavallo in su le nostre mule, senza altra
cerimonia: e le sue tende erano tese appresso un'altra chiesa della sorte di
questa, ma pi piccola. Dove smontati, mand a dire all'ambasciadore che
dovessimo andar a veder la chiesa di sua madre, facendone intender che non gli
dovessimo far opposizione n trovargli difetto alcuno, perch  tanto
fantastica che s'ella intendesse di alcun difetto, o vero ch'ella non fusse
cos bella come quella di suo figliuolo, subito la faria ruinare e far di
nuovo. E andati a vederla, stando in quella, il Prete ne mand a dire, poi che
in Portogallo avevamo tanto oro, perch vendevamo panni cos ricchi alli Mori e
infideli per aver oro. Gli fece risponder l'ambasciadore che le spese del re di
Portogallo e delli suoi capitani, per causa delle armate, erano tanto grandi ed
eccessive, e per le continue guerre che fanno alli Mori, che se non
contrattassero con mercanzie non potriano sopportarle, massimamente facendosi
queste spese cos lontano da Portogallo, onde doveria venire il soccorso e
aiuto: e per questo andando per mare e con pace e con guerra portavan le
mercanzie, e quelle vendevano e pigliavano dell'altre, e a questo modo
supplivano a dette spese e interessi. A questo non venne risposta, ma ne fece
mostrar in detta chiesa due antiporte molto grandi e ben fatte a figure, e
molto fine, e ne dimand ove si facevano detti panni; noi gli rispondemmo nella
Franchia e non in altra parte. E sopra questo ne richiese se, mandando egli
molto oro, se gli mandaria molte di quelle; gli fu risposto che sua Altezza
scrivesse al re di Portogallo, che gliene mandaria quante ne volesse.
Subito ne vennero con uno rovescio, dicendo che cosa gli avevamo portato.
L'ambasciador gli disse che quello che gli aveva portato gli era stato
presentato, cio la spada, il pugnale, duoi pezzi d'artegliaria con le code, la
polvere, le pallotte, quattro razzi, una corazza, un napamondo e un organo, che
gli aveva dato il capitan maggior d'India, che era per una mostra; e
piacendogli, che scrivesse al re di Portogallo, che ne mandaria quanti egli
volesse. Ritorn di nuovo con un'altra giunta, dicendo che egli era costume di
tutti quelli che mandano ambasciadori in questo paese di mandare assai robbe e
presenti, che cos era stato fatto sempre alli suoi antecessori, e che noi
eravamo venuti e non avevamo portato cosa alcuna, e massime quelle che per lo
re di Portogallo per avanti gli erano state mandate. L'ambasciador rispose che
'l costume del re di Portogallo e delli suoi capitani non era di mandar
presenti alli re e signori e grandi, quando gli mandano ambasciadori, ma che
pi presto detti re e signori gliene mandano a lui per farselo amico; e che, se
il capitan maggior dell'India gli aveva mandate quelle robbe, le aveva mandate
come suo servitore, e non per esser questo il costume; e che, non ostante
questo, il re di Portogallo gli aveva mandato per un altro ambasciadore, che
mor nell'isola di Cameran, la valuta di pi di centomila ducati in tante
robbe, e le mandava come a fratello, e non per costume n obligazione. E a
quello che sua Altezza diceva, che le robbe che il re di Portogallo gli mandava
non gli erano state date, se gli rispondeva che molte volte gli s'era mandato a
dire che per lettere del capitan maggiore sua Altezza potria vedere quello che
gli mandava, e che le robbe che mand il re erano restate in India, come si pu
sapere per il fattore e scrivano che ne avevano avuto il carico, e che non 
costume delli Portoghesi di far falsit alcuna, anzi d'andar sempre con la
verit, la qual gli avevano molte volte detta: e che se la volesse credere, che
la credesse, se non, che fusse come sua Altezza ordinasse, la qual dovesse
sapere ch'egli veniva come ambasciadore del capitan maggiore che governa le
Indie, e che nel modo che egli era venuto averia potuto andar a tutti li re e
imperatori, e che non gli mandasse a dire quello che non si costuma a dire fra
li Portoghesi, e che lo volesse espedire per volersene andare, approssimandosi
il tempo. Il Prete ne mand a dire che, se noi fussimo venuti nel tempo delli
re passati, non ne averiano fatto alcuno onore, come egli ne aveva fatto, non
avendogli portato cosa alcuna di prezio. L'ambasciadore gli rispose che pi
presto nelle sue terre gli erano stati fatti molti torti e ingiurie e
rubbatogli quanto che avevano portato seco, e che non gli restava se non le
vesti solo di dosso, e che, se noi morissimo in questi paesi, noi andaremmo
tutti in paradiso come martiri, per gli assalti che ne erano stati fatti per
tre o quattro volte, che ci avevano voluto ammazzare; e che di tutto avevamo
pazienza per amor di Dio e del re di Portogallo, e che altro onore era stato
fatto per il detto re a Matteo, per dir ch'egli era ambasciador di sua Altezza,
e nondimeno non se gli dimandava altro se non di essere espediti, per andar a
dar conto a quelli che n'avevano mandati; e che li Portoghesi non son soliti
dir mai bugia, ma di fare e parlar sempre puramente. A questo venne risposta
che n l'ambasciadore n li Portoghesi mentivano, ma che Matteo fu bugiardo, e
che ben aveva inteso l'onore che gli era stato fatto e dal re e da li suoi
capitani come egli giunse; e che noi non avessimo fastidio, che presto saremmo
espediti secondo il desiderio nostro, e che noi ce n'andassimo in buon'ora a
desinare.


Come il Prete ordin all'ambasciadore e alli franchi che ne andassero a vedere
il suo battesimo, e che io fussi a parlargli sopra detto battesimo, e nel modo
come ei fu fatto; e come poi fece notar li Portoghesi e gli dette da mangiare.
Cap XCV.

Alli IIII del mese di gennaio 1521 ne mand a dir il Prete che levassimo la
nostra tenda e quella della chiesa, e che noi la portassimo un miglio e mezzo
discosto di quivi, dove avevano fatto un tanque, ch' come un stagno o lago
pieno di acqua, nel quale si volevano battezzare il giorno della Epifania,
perch questo  il lor costume, di battezzarsi ogni anno in tal giorno che
Cristo fu battezzato. E cos il giorno seguente, che era la vigilia, vi andammo
e vedemmo un gran circuito serrato di siepe in una molto gran campagna; e fu
mandato a dimandare se noi volevamo battezzarci: io gli risposi che non era
nostro costume di battezzarci se non una volta, quando eravamo piccioli. Alcuni
dissero, e massime l'ambasciadore, che noi faremmo quello che sua Altezza
ordinasse; e di nuovo mand a dirmi quello che io diceva, se io mi voleva
battezzare. Risposi ch'io era battezzato e che io non voleva altro. Ci dimand
di nuovo che se non volevamo battezzarci in quello stagno, che ne mandaria
dell'acqua nella nostra tenda; a questo l'ambasciadore rispose che fusse fatto
come a sua Altezza piacesse. Avevano li franchi insieme con li nostri ordinato
di fare la rappresentazione delli tre re, e glielo mandarono a dire. Venne
risposta che gli piaceva, e cos, messosi in ordine dentro di quel gran
circuito serrato appresso la tenda del Prete, che era posta appresso il lago,
la fecero, la quale non fu istimata n a mala pena guardata, perch veramente
fu cosa fredda e da niente.
Tutta quella notte non cess un grandissimo numero di preti di cantare fino
alla mattina sopra 'l detto lago, dicendo che benedicevano l'acqua; e quasi a
mezzanotte, poco pi o manco, cominciarono il battesimo, e dicono (e cos credo
io che fusse la verit) che il primo che si battezz fu il Prete, e dopo lui
l'abuna Marco e la regina, moglie del Prete: e queste tre persone avevano panni
a torno le parti vergognose, e gli altri tutti nudi come vennero al mondo. E a
ora che 'l sole era gi levato e il battesimo nella maggior furia, il Prete mi
mand a chiamare, che io fussi a vederlo. Vi andai e stettivi fino a ora di
terza a veder come si battezzavano, e mi posero in un capo del detto lago,
all'incontro del viso del Prete. E si battezzavano in questo modo. Il lago ha
un gran fondo, ed  piano e tagliato nella terra molto diritto e quadro,
foderato tutto intorno e di sotto di tavole, e sopra quelle  posta tela di
bambagio grossa incerata; l'acqua v'era condotta per un canaletto come se faria
per adacquare un orto, e cadeva per un cannone, nella punta del quale era un
sacco largo per colar l'acqua che cadeva in quello. E quando io vi venni non
correva pi l'acqua, perch era gi pieno di acqua benedetta, nella quale
avevano gittato olio. Aveva questo lago da una banda fatti V o VI scaglioni, e
dinanzi a quelli quanto sariano tre braccia, vi era fatto un palco di legno
serrato intorno, nel quale stava il Prete, e aveva avanti una cortina di
cendato azurro ch'era quasi sdrucita, per la quale sdruscitura vedeva quelli
che si battezzavano, perch gli era col viso volto verso il lago, dentro del
quale stava quel padre, vecchio maestro del Prete, col qual parlai la notte di
Natale. Costui era ignudo come egli usc del corpo di sua madre e quasi morto
di freddo, perch quella notte era stato un gran gielo, e stava nell'acqua fino
alle spalle, che tanto fondo aveva il lago, dove entravano quelli che s'avevano
a battezzare per li detti scaglioni, tutti ignudi, con le spalle volte al
Prete, e quando uscivano mostravano le parti dinanzi, cos femine come uomini.
Costoro si approssimavano al detto maestro, ed ei gli metteva la mano sopra la
testa e la attuffava loro tre volte sotto l'acqua, dicendo in suo linguaggio:
"Io te battezzo in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo",
facendogli la croce per benedizione. E se erano persone piccole, non scendevano
tutti li detti scaglioni, ma detto maestro s'accostava loro e li tuffava nel
modo detto. E come ho detto, io stavo dall'altra banda al dirimpetto del viso
del Prete, di sorte che, quando egli vedeva le spalle, io vedevo le parti
dinanzi de' battizzati. Poi che fu passato gran numero delli detti, mi mand a
chiamare, che io dovessi andar a stare appresso di lui, e tanto appresso che il
cabeata non si moveva di passo, per udir il Prete e parlar con l'interprete che
stava appresso di me; e mi dimand quello che mi pareva di quell'ufficio. Io
gli risposi che le cose di Dio che erano fatte a buona fede e senza inganno e
per sua laude erano buone, ma che tal ufficio non era appresso di noi, anzi ne
era proibito che senza necessit in quel giorno non battezzassimo nel quale
Cristo fu battezzato, perch avemo questa oppenione, che in tal giorno, s come
Cristo, cos ancora noi fussimo battezzati, e che la chiesa ne ordina che non
si dia questo sacramento pi d'una volta. Subito mi dimand se noi avemo
scritto in libri di non dover esser battezzati se non una volta; risposi di s,
perch nel Credo che fu fatto nel concilio di papa Leone con li 318 vescovi,
che sua Altezza mi aveva altre volte detto, era scritto: "Confiteor unum
battisma in remissionem peccatorum". E subito mi dissero che cos era la verit
e cos era scritto nelli suoi libri, ma che dovevano far a molti che di
cristiani avevano rinegato e fattisi mori, e dapoi si pentivano, e altri che
non credevano bene nel battesimo, e che remedio doverriano fare? Gli risposi
che per quelli che non credevano bene basteria l'insegnare e pregar Dio per
loro, e se questo non facesse frutto, abbruciarli come eretici, perch cos
dice Cristo: "Qui crediderit et baptizatus fuerit salvus erit, qui vero non
crediderit condemnabitur". E per quelli i quali, dapoi che avevano rinegato,
conoscendo l'error loro dimandavano misericordia, che l'abuna gli assolveria,
dandogli la penitenza per salute delle lor anime, avendo sopra questo il
potere; se non, si mandasse a Roma, dove sono tutti i poteri. E quelli che non
si pentivano, possendogli pigliare, si dovessero abbruciare, secondo che si usa
nella Franchia, nella chiesa di Roma. E sopra questo venne risposta che gli
pareva bene, e che suo avolo ordin questo battesimo per consiglio di
grand'uomini dotti, accioch non si perdessero tante anime, qual si usa fino al
presente; dimandandomi se il papa concederia all'abuna ch'egli avesse questo
potere, e quanto gli costaria, e in quanto tempo vi si potria andare e tornare.
Io gli risposi che il papa non desiderava altro che la salute delle anime, e
che averia gratissimo di conceder all'abuna tai poteri, e che non vi andava
altra spesa se non del viaggio, che non saria molta, e della scrittura delle
lettere, e che si potria andare e tornare per la via di Portogallo in tre anni,
e anco per la via del mar Rosso ed Egitto, la quale io non sapeva. E sopra
questo non mi venne risposta, se non che io andassi alla buon'ora a dir messa;
e io dissi che non era ora di dir messa, essendo passato mezzogiorno. E cos
fui a desinare con li nostri Portoghesi e franchi.
Questo stagno o lago era circondato e coperto con tende di diversi colori,
tanto ben poste e cos ben ordinate, con tanti rami di melaranci, limoni e
cedri, che pareva che ivi fusse un bellissimo giardino. La tenda maggiore che
stava sopra detto lago era molto lunga, e tutta fatta a croci rosse e azurre di
seta, che davano gran grazia. In questo giorno, verso sera, il Prete mand a
chiamar l'ambasciadore con la sua compagnia; e il battesimo era finito, ed egli
stava ancora nelle cortine dove io l'aveva lasciato, e gli dimand quello che
gli pareva. Esso gli rispose che molto bene, ma che noi non avemo un tal
costume. E correndo l'acqua in tanto nel lago, ne dimand se vi era alcuno
Portoghese che sapesse notare: subito vi saltarono duoi nel lago e cominciarono
a notare e cacciarsi sotto l'acqua, tanto era grande e profondo, per quello che
gli vedevamo fare, di che ne ebbe grandissimo piacere, massime vedendogli
andare sotto acqua. E fatto questo gli fece uscir fuori, e volse che andassimo
in un capo di questo circuito, dove ne mand da mangiar pane e vino, perch
secondo il suo costume questa  una gran cortesia. E dipoi ne fece levar le
nostre tende, volendo ritornare alla sua stanza, e comand che gli dovessimo
andar avanti, perch aveva ordinato che li suoi cavallieri e gentiluomini
dovessino scaramucciare al modo che combattono con li Mori in campo. E cos noi
andammo per veder detta scaramuccia, ma nel cominciar di quella venne cos gran
pioggia che non gli lasci far cosa alcuna.


Come fui con uno interprete a visitar l'abuna Marco, e come fui dimandato della
circoncisione; e come detto abuna Marco d tutti gli ordini della chiesa.
Cap. XCVI.

Nel seguente giorno, dopo 'l battesimo, io fui a visitar l'abuna, al qual
ancora io non avevo parlato, n visto se non nel battesimo, morto tutto di
freddo, dove non gli potei parlare. Ebbe grandissimo piacer della mia
visitazione, e non mi volse dar la mano per baciargliela, anzi si voleva gittar
in terra per baciarmi li piedi. E noi essendo a sedere sopra una lettiera, il
principio del parlar suo fu che egli dava grandissime grazie a Dio dell'averne
congiunti insieme, e che aveva avuto gran piacere essendogli stato detto quello
che tante volte io avevo parlato, e massime del battesimo al Prete Ianni,
avendogli detto la verit cos liberamente in sua presenzia, la quale a esso
abuna non voleva credere per esser solo di quella oppenione, e che s'egli
avesse un compagno o due che l'aiutassero a dir la verit, che levaria il Prete
da molte cose e molti errori nelli quali egli era con tutto il suo popolo. E
parlandosi sopra questa materia, sopragionse un prete bianco, figliuolo di un
gibete, cio d'un uomo bianco, nato in questa terra, e mi domand perch noi
non eravamo circoncisi, poi che Cristo fu circonciso. Io gli risposi che era
vero che Cristo fu circonciso, e che egli cos volse per adempir la legge che
in quel tempo si usava, per non esser avanti tempo accusato come rompitor della
legge, ma che subito ordin che cessasse la circoncisione. Immediate questo
prete torn a replicarmi che egli era figliuolo d'un franco e che suo padre non
volse mandarlo a far circoncidere, e che come ei fu in et di XX anni, dopo la
morte di suo padre, una sera andato a dormire senza esser circonciso, come fu
la mattina si trov circonciso: e come poteva essere stato quello, poi che
Iddio non voleva la circoncisione? Gli risposi che questa era una gran bugia,
perch, posto che Iddio non vietasse la circoncisione, egli non saria stato
tanto degno che Iddio avesse voluto far questo miracolo, cio d'imperfetto
farlo perfetto; e se egli era cos come aveva detto, che, andato in letto
intiero, si trov poi circonciso, che il diavolo poteva essere stato quello che
l'avesse fatto per fargli vituperio. Lo abuna e quanti stavano in casa ne
fecero grandissime risa e ne ebbero sommo piacere, e questo prete dipoi fu mio
grandissimo amico e di tutti i Portoghesi, e ogni giorno veniva a udire la mia
messa. Lo abuna poi fece portar vino e frutti diversi del paese e volse che
facessimo un poco di collazione, e mand alle nostre tende molto pane e vino e
un bue.
Alli VIII poi di gennaio il detto abuna volse dar gli ordini, e io vi andai per
vedere il modo che egli teneva in darli, il quale fu questo. Fu rizzata una
tenda bianca in una gran campagna, dove erano congregate da cinque in seimilia
persone per ordinarse. Quivi venne l'abuna a cavallo su una mula, e io in sua
compagnia con infiniti altri, e in mezzo di quella tanta gente stando a
cavallo, fecie a modo d'una predica in arabico, e un suo prete la dichiarava in
lingua abissina. Io dimandai al mio interprete ch'era quello che diceva
l'abuna; dissemi che diceva, se vi fusse alcuno ch'avesse due moglie o pi,
ancora ch'alcune di loro fussero morte, che non si facesse prete, e faccendosi
che lo scommunicava e maladiceva con la maladizion di Dio. Fatto questo
parlare, se n'and a sedere sopra una catedra innanzi alla detta tenda, e
dinanzi a lui si posero a sedere tre preti in terra, ciascuno col suo libro, e
alcuni altri che ordinavano questo ufficio fecero sedere tutti quelli
ch'avevano ad ordinarsi in terra coccoloni sopra li calcagni: e tutti stavano
in tre carriere o vero strade molto lunge, e ciascuna strada aveva un di quelli
preti che tenevano i libri, e gli esaminavano brevemente, che alcuno non
leggeva pi di due parole; e dietro a questo andava un altro prete con un
bacino pieno d'una tintura bianca e con una lama fatta a modo di suggelli
imbrattata in detta tintura, e con essa facevan loro un segno sopra 'l piano
del braccio destro. Il che fatto, si levavano di quel luogo e andavano a sedere
in mezzo della campagna, sopra alcune mole di terra, dove avevano da stare
tutti gli esaminati: e molto pochi furono quelli che non passassero. Compita
questa esaminazione, l'abuna si pose nella sua tenda, sedendo sopra una
cattedra: e questa tenda avea due porte, per le quali fecero passar tutti
questi esaminati un dopo l'altro, e come si appresentavano avanti l'abuna
entrando per la prima porta, egli subito li poneva la mano sopra il capo e
diceva certe parole ch'io non l'intendeva, e poi costui usciva per l'altra, n
vi rimase alcuno al quale non fusse fatta questa cerimonia. Poi prese un libro
in mano e in quello lesse un gran pezzo, tenendo una piccola croce di ferro in
mano, faccendo con essa molti segni di croce sopra tutti costoro. Finito
questo, un prete usc fuori della porta con un libro e lesse come sarebbe a
dire l'Epistola o 'l Vangelo, e subito l'abuna disse la messa, la qual non fu
pi lunga di quello che si direbbe tre volte il salmo del Miserere mei Deus. E
subito communic tutti questi preti, che erano 2356, tutti da messa, perch
questi da messa gli fanno separatamente, e li cherichi da per s un altro
giorno: e mi disse lo abuna che li cherichi erano ordinati infino a diacono,
come era santo Stefano. Viddi per poi far cherichi e preti insieme tutti in un
giorno, e questo molte volte, perch egli ne ordinava e faceva molto spesso, e
sempre gran numero, perch vengono a lui di tutti li regni e signoria del
Prete, per non esservi altri che gli possa ordinare. Non sono posti in
matricola, n portano carta alcuna di fede o certezza della loro ordinazione, e
perch ho detto il numero 2356, io non li annoverai, ma mi disse cos colui che
ebbe il carico di contargli, e penso che mi dicesse la verit. Delli cherichi
io dir quello che viddi.


Come il Prete m'interrog della cerimonia di questi ordini sacri, e come io fui
a veder fare gli ordini minori, che chiamano zagonari, cio cherichi.
Cap. XCVII.

Nel giorno seguente, che fu alli 9 di gennaio, mi mand a chiamare il Prete,
dove giunto, subito mi fece dire che egli aveva inteso che io era stato a veder
fare li suoi preti, e quello che mi pareva. Gli risposi che due cose io aveva
vedute, le quali, ancora che mi fussero dette e giurate, mai le averei credute,
cio della moltitudine del chericato, croci e mitre nel ricever sua Altezza e
incontro fatto a quella, l'altra di questo tanto e infinito numero di preti
ordinati tutti insieme; che mi pareva molto ben fatto tal ufficio, ma che mi
dispiaceva molto la disonest de' preti, nella quale venivano quelli a
ordinarsi. Subito mi fu risposto che io non mi maravigliasse di alcuna cosa di
queste, perch quanto s'apparteneva al suo incontro, non erano venuti i preti
se non delle chiese di suo avolo e antecessor ch'erano fatte in questi confini,
e che portavano le mitre e cappelli e croci che gli erano state lassate; e che
i preti ch'erano stati ordinati erano molto pochi a comparazione di quello che
sogliono essere, perch sempre se ne fanno cinque o seimila, e che ora erano
stati pochi perch non sapevano della venuta dell'abuna; e ch'io gli dovessi
dire che disonest aveva veduto che fusse contra gli ordini della chiesa. Gli
risposi che mi pareva molto disonesta cosa e vergognosa che li preti che aveano
a ordinarsi da messa e avevano a ricevere il corpo del nostro Signore,
venissero quasi ignudi, mostrando le lor vergogne; e che Adamo ed Eva subito
che peccarono si viddero ignudi, e dovendo comparir innanzi a Dio si coprirono,
e costoro, avendolo a ricever, che  molto pi, non si vergognano a mostrare
ogni disonest; e che io aveva veduto un frate cieco del tutto, che mai aveva
avuto occhi, e un altro storpiato della man destra, e IIII o V storpiati delle
gambe, similmente esser ordinati a messa, i quali dovevano esser sani e aver
tutti i lor membri interi e perfetti. Venne subito la risposta ch'egli avea
grandissimo piacer ch'io avessi guardato bene ogni cosa sottilmente per dirgli
il parer mio, acci che poi si potesse emendare, dicendo che egli provederebbe
de' preti che non andassero ignudi, e che degli storpiati io andassi a parlare
con aiaz Rafael, che a questo ufficio era stato presente.
Questo aiaz Rafael  quel prete onorato e gran signore al quale noi fummo
consegnati quando noi arrivammo la prima fiata alla Corte, per il che subito
andai a desinare con esso alla sua tenda; e avanti che desinassimo si fece
portare un libro, che, secondo che in quello leggeva, doveva esser il
sacramentale al modo loro, e lesse che il prete o cherico doveva esser compito,
e mi disse come io interpretava quella parola. Gli risposi che voleva dire
compito in et, in sentimento, in dottrina e membri, e quelli che io aveva
veduti storpiati e manchi delli lor membri e ciechi, come potevano administrare
li sacramenti? Rispose che questa era buona ragione, e se li nostri libri
dicevano questo; io risposi di s. Mi dimand, se questi tali non avessero
elemosina dalla chiesa, che fariano in quella. Io risposi che in questo paese
io non sapeva, ma che nella Franchia questi tali, essendo dati alla chiesa,
averiano elemosina da quella o dalli monasteri in servire a molte cose, e li
ciechi in sonar gli organi o alzar mantici o sonar le campane, e che per li re
erano stati fatti per ciascuna citt molti spedali grandi con grandissime
entrate, per dar da vivere a questi tali storpiati, infermi e poveri. Rispose
che gli piaceva molto e che al Prete saria gratissimo d'intenderlo.
Alli X di gennaio l'abuna fece cherichi: questi non gli esaminano, perch gli
fanno d'ogni et, e bambini portati in braccio che non sanno parlare, fino alla
et di anni XV, che ancora non abbino moglie; ma se l'hanno non possono esser
cherichi, e quelli che hanno a essere ordinati da messa, fin che sono cherichi
tolgon moglie e cos si fanno preti, perch, se si fanno preti avanti che
tolghin moglie, non la possono pi torre. Gli uomini portano in braccio i
bambini che non sanno parlare n camminare, perch le donne non ponno entrare
in chiesa. Il pianger loro pare proprio di tanti capretti, perch son quivi
senza le madri e si muoiono di fame, perch non si finisce questo ufficio se
non al tardi, e bisogna ch'eglino stieno senza mangiare e senza poppare,
dovendosi communicare. Questi tali piccoli si sa certo che non sanno leggere, e
li grandi anche poco. E gli fanno in questo modo: l'abuna, sedendo in cattedra,
che  in una tenda posta in chiesa, fa passar questi cherichi a file dinanzi a
s, e dipoi che egli ha letto un pezzo un libro, quando passano mozza a
ciascuno da una tempia una ciocca di capegli. Dipoi legge un libro e gli fa
passare un'altra fiata, e fa toccar loro le chiavi che aprono la porta della
tenda, e pongon loro un panno in capo, e a ciascuna di queste cose bisogna dar
la volta; e similmente un'altra fiata gli danno in mano una scodellina nera di
terra, in cambio delle ampolle, perch ivi non si trovano ampolle per servire
alla messa, e a ciascuna di queste tali cerimonie leggano un pezzo, e finite
quelle l'abuna dice la messa. Ed  cosa spaventosa a vedere il gran pericolo
che portano questi piccolini, che per forza, rovesciando loro dell'acqua gi
per la gola, gli facevano inghiottire la communione, s per essere l'ostia di
pasta grossa, come per la tenera et e pianger continuo che fanno.
Dipoi l'abuna mi preg che io andassi a desinar seco alla sua tenda, e quivi
volse ch'io gli dicessi quello che mi pareva di questo ufficio, al quale io era
stato di continuo e veduto particolarmente il tutto, e che il Prete gli aveva
mandato a dire che parlasse meco sopra detto ufficio, perch mi conosceva uomo
che intendevo. Io gli cominciai a dire quello che avevo ragionato con aiaz
Rafael, sopra la enormit e disonest de' preti, e delli storpiati e ciechi che
vennero a farsi ordinare. Mi rispose che gi l'aveva inteso dal Prete, il quale
gliel'aveva mandato a dire, e che egli gli aveva risposto quello che si doveva
fare, ma che egli mi dimandava delli cherichi che ora aveva fatto quello che mi
pareva. Dissi che molto bene mi pareva questo suo ufficio, ma ordinare
fanciulli nuovamente nati e giovani grandi e ignoranti, non mi pareva bene di
mettere asini nella casa di Dio. Mi rispose che Iddio mi aveva fatto venir
quivi per dir la verit, e che egli non faceva se non quello che gli era
comandato, e che il Prete gli aveva ordinato che facesse cherichi tutti li
bambini, che poi loro impareriano, conciosiacosach'egli era molto vecchio e non
sapevano quando averiano un altro abuna, essendo stato altre volte questo paese
XXIII anni senza abuna; che non era molto tempo che mandarono duemila oncie
d'oro al Cairo per aver uno abuna, e per le guerre state tra 'l soldano e il
Turco non gliel'avevano mandato e s'erano ritenuto l'oro, e che ora Iddio mi
aveva fatto venire quivi per dirgli la verit, accioch questo paese fosse
presto provisto d'uno abuna, perch la sua vita non saria troppo lunga. Dipoi
io fui molte fiate a vedere queste cerimonie dell'ordinar questi preti e
cherichi, perch quasi ogni giorno si ordinavano, per la grandissima
moltitudine che veniva ogn'ora, e non guardavano n a quattro tempora n a
quaresima. E se alcuna fiata se intermetteva il dare questi ordini, subito mi
venivano a ritrovare alcuni che facevano meco dell'amico, ancora ch'io non gli
conoscessi, dimandandomi per l'amor di Dio ch'io pregassi l'abuna che tenesse
ordinazione, perch morivano di fame: e io lo pregava la sera, e subito
ordinava che fusse alzata la tenda per dare il seguente giorno gli ordini. E
certo mai lo pregai che immediate non gli facesse, perch mi voleva grandissimo
bene e mi riputava come se io fussi stato suo fratello.


Quanto tempo stette il paese del Prete Ianni senza abuna e per che causa, e
dove lo vanno a trovare, e del suo stato, e come va quando cavalca.
Cap. XCVIII.

La causa che questo paese stette XXIII anni senza abuna dicono che fu che nel
tempo del bisavolo di questo presente re, il qual si chiamava Ciriaco, padre di
Alessandro, che fu padre di Nahu, che fu padre del presente Prete Ianni, mor
l'abuna, e il detto Ciriaco stette dieci anni che non volse mandar per alcuno,
dicendo che non lo voleva pigliare d'Alessandria, e che, se non veniva da Roma,
non lo voleva, e che pi presto si perdessero le anime di tutti li suoi paesi
che avere abuna di terra di eretici. E in capo delli X anni egli mor senza
aver l'abuna, e in questo medesimo proposito stette ostinato ancora Alessandro
suo figliuolo anni XIII. E finalmente il popolo si venne a lamentare, dicendo
che gi non erano n pi preti n cherichi per servire alle chiese, e che,
perdendosi li servitori, si perderiano le chiese e per consequente la fede
cristiana. E il detto Alessandro mand a pigliare un abuna al Cairo, ove allora
si trovava il patriarca d'Alessandria, il qual gliene mand duoi, acci che uno
succedesse all'altro, e tutti duoi erano vivi nel nostro tempo. E noi stando
ivi, mor l'abuna Iacob, che doveva succedere a questo che ora vive, il qual mi
disse che era LV anni passati che venne in questo paese, ed era cos canuto e
bianco come si truova al presente, e quando si part dal Cairo poteva avere da
cinquanta in LV anni, s che pensa che egli abbia da cento e dieci anni: e
veramente che chi lo guarda e considera molto bene pare che gli abbia. E che
quel Prete che lo fece venire era cristianissimo, e tanto che visse non si
guardavano sabbati n si facevano alcune di queste cerimonie giudaiche, e
mangiavano carne di porco e carne ancora che ella non fosse stata scannata,
perch tutte queste cose sono della legge vecchia; e che non  molto tempo che
vennero in questa corte due franchi, cio un Veneziano detto Nicol Brancalione
e un Portoghese detto Pietro de Coviglian, li quali, come arrivarono in quello,
avanti che giungessero in corte, cominciarono a digiunare e guardar gli usi del
paese, che ancora in molti luoghi si guardava il sabbato e non mangiavano le
carni proibite. Vedendo questo, li preti e frati, che si riputavano sapere
molto bene le cose della Bibbia pi che di ciascun altro libro, se ne vennero a
dolere al Prete, dicendo: "Che cosa  questa, che questi franchi, li quali
vengono ora delli regni di Franchia, e ciascuno di loro sono di luoghi
separati, e guardano li costumi antichi degli Abissini, come questo abuna che 
venuto di Alessandria comanda che noi facciamo cose che non sono nelli nostri
libri?" E per questa causa subito il Prete Ianni comand che si dovesse tornare
a osservar li costumi antichi degli Abissini.
Tutte queste cose mi raccont l'abuna, dando molte grazie a Dio per la nostra
venuta, e che il Prete aveva udita la nostra messa ed era molto contento delli
nostri ufficii, e che egli sperava per la nostra venuta, e per altri che
verranno in questo paese, che egli ritornar alla verit evangelica; e che non
pregava Iddio d'altro se non che gli desse tanta vita che potesse veder questo
paese governato dalla santa romana chiesa, e che nella casa della Mecca e del
maladetto Macometto si dicesse la messa latina, e che egli sperava in Dio che
questo presto succederia; e che gli Abissini avevano per profezia che nel lor
paese non sariano pi di cento abuna, che subito averiano nuovo rettore della
chiesa, e che il presente abuna compiva li cento. Avevano ancora due altre
profezie, una di santo Ficatorio, l'altra di santo Sinoda, che fu eremita
d'Egitto, che dicevano che li franchi dal capo della terra verriano per mare a
congiungersi con gli Abissini, e distruggeriano il Tor, il Zidem e la Mecca, e
che senza mutarsi di piede sarebbe tanta la gente che la disfaria, che di mano
in mano si dariano le pietre e le lanceriano nel mare, e la Mecca restaria
campo raso: e cos pigliariano l'Egitto e la gran citt del Cairo, e che sopra
questo vi nasceria differenzia di chi ella dovesse essere, e che gli Abissini
di volont tornariano nel lor paese e li franchi restariano signori di quella,
e che allora si apriria una strada che della Franchia si verria facilmente nel
paese degli Abissini.
Questo abuna stava nella sua tenda in questo modo (perch in casa non l'ho
visto se non una fiata): di continuo siede sopra una lettiera coperta con un
panno bello, come costumano li gran signori di questo paese; ha d'intorno alla
detta lettiera le sue cortine, e anche di sopra. Va vestito di bianco, cio di
panno di bambagio finissimo e sottile, che viene della India, ove il chiamano
cacha: e questo  fatto come una cappa all'apostolica o vero un piviale, che si
congiunge e lega dinanzi al petto. Ha un scapolare che si serra similmente
dinanzi, fatto di ciambellotto di seta azurra, e sopra il capo una gran mitria
larga, similmente di seta azurra.  uomo, come ho detto, molto vecchio, piccolo
e calvo; ha la barba molto bianca, ma poca, e nel mezzo  lunga, perch in
questa terra li religiosi non costumano di levarsi la barba.  molto grazioso
nel suo parlare e nelli gesti quanto dir si possa: rare volte parla che non
ringrazii Iddio. Quando esce fuori per andare alla tenda del Prete o per dare
gli ordini sacri, cavalca sopra una bella mula, molto bene accompagnato s da
uomini a cavallo in su mule come a piedi. Porta una croce piccola d'argento in
mano, e dalle bande gli portano tre croci poste sopra bastoni, che vanno pi
alte che non  egli sopra la mula. Io gli dissi una fiata che dette croci
doveano andar innanzi a lui; mi rispose che quella che portava in mano faceva
questo ufficio, e che le altre non dovevano andare innanzi a quella. Porta, in
tutti li luoghi dove egli cammina, due cappelli alti da piedi, grandi come
quelli del Prete, ma non cos ricchi. Gli vanno similmente innanzi quattro
uomini con sferze, che fanno allargar le genti da una banda e l'altra: cuopresi
la terra per dove egli cammina di fanciulli, giovani, frati e preti, che gli
vanno gridando dietro ciascuno. Dimandai ci che dicevano; mi fu risposto che
dicevano: "Signore, fanne cherichi, che Iddio ti dia vita lunga".


Di una congregazion di preti che si fece nella chiesa di Machan Celacen quando
la consecrarono, e della translazione che fecero del corpo del re Nahu, padre
del Prete Ianni.
Cap. XCIX.

Alli XII del mese di gennaio 1521 fu fatta nella detta chiesa una grandissima
congregazione di cherichi e preti, e tutta la notte stettero in gran canti e
suoni, e dicevano che la consecravano, nella quale ancora non era stato detto
messa, ma la dicevano in un altra piccola che era ivi appresso, nella quale era
sepolto il padre di questo Prete: e lo volevano mutare e portare in questa
grande, la quale fece principiare vivendo e suo figliuolo l'aveva fatta finire,
ed erano XIII anni che era morto; e una domenica all'alba vi dissero messa.
Questa chiesa ha in questo suo principio da CCCC canonici con grandi entrate,
ma crescendo il numero, come  accaduto nelle altre, non averanno da vivere.
Alli XV del detto mese noi fummo chiamati e ci fecero andare alla detta chiesa,
appresso la quale vi erano pi di duomila preti e altritanti cherichi, che
erano insieme dinanzi alla porta principale di detta chiesa grande e dentro nel
circuito, ch' quasi come chiostro; e il Prete stava nelle sue cortine serrato
sopra d'un palco che suole esser sopra li scaglioni della porta principale, e
dinanzi a lui stava tutto il chericato: e fecero un grande ufficio con canti,
suoni, balli e salti. Ed essendo detto un pezzo del detto ufficio, ne mand a
dimandare ci che ne pareva; rispondemmo che le cose di Dio in suo nome fatte
tutte ne parevano buone, e certamente facevano uno officio molto divoto a
vedere, come cosa fatta in laude di Dio. Di nuovo ci fece dimandare qual ci
pareva che meglio fosse fatto, o questo o il nostro, e qual pi ci piacesse
glielo mandassimo a dire, che egli lo pigliaria. A questo rispondemmo che Iddio
voleva esser servito in molti modi, e che questo ufficio ne pareva bene e cos
similmente il nostro, perch tutto era fatto a un fine, cio per servire a Dio
e acquistar la sua grazia. Subito ci fece ridire che noi dicessimo via
liberamente, senza aver rispetto a nulla; gli facemmo rispondere che noi
avevamo detto il tutto, n altro avevamo in cuore. E cos stemmo fin che fu
finito detto ufficio, il qual finito, fecero uscire tutta la gente e il
chericato fuori della chiesa, e noi con loro. E ci fecero porre verso
tramontana, facendoci dire che di quivi noi non ci movessimo, e tutto il
chericato e gente andarono alla chiesa piccola ove era sepolto il padre del re,
che similmente era verso tramontana, e ivi entrarono quelli che vi poterono
stare. E stando cos, cominci a passare fra noi e la chiesa una grandissima
processione molto bene ordinata, e portavano le osse del detto re alla chiesa
grande: e veniva in questa processione l'abuna Marco molto stracco, e due
uomini lo sostenevano sotto le braccia per la sua vecchiezza. Venivano poi le
reine, cio la reina Elena e la madre del Prete e la reina sua moglie, ciascuna
in un padiglion nero, come cosa di dolore (perch avanti lo portavano bianco),
e cos tutta la gente era vestita di panni neri, piangendo e mandando fuori
grandissimi gridi, dicendo: "Abeto, Abeto", cio "o Signore". E dicevano questo
con s dirotta e compassionevol voce e con tante lagrime che ci facevano
pianger tutti. La cassa nella quale erano l'ossa era portata sotto uno
padiglione di broccato d'oro, circondato di cortine di raso, e cos entrarono
nella chiesa per la porta traversa dove stavamo noi con le genti che vi
poterono capire; e andammo a questo ufficio al levar del sole, e tornammo a
casa di notte con torchi infiniti accesi.


Della pratica che ebbe l'ambasciadore col Prete sopra li tappeti, e come il
Prete gli fece un solenne convito che dur fino a mezzanotte.
Cap. C.

Alli XVII di gennaio ne mand a chiamare il prete molto a buon'ora, e tutti vi
andammo con l'ambasciadore e con li franchi; e subito che arrivammo appresso la
tenda, ne mand a dimandare tappeti di XX palmi quanto costavano in Portogallo.
L'ambasciadore gli fece rispondere che non era mercatante, n manco quelli che
venivano con lui, e che non sapeva certo quello che costeriano. Di nuovo ci
fece dire che un tappeto di XX braccia venuto dal Caiero era costato quattro
oncie d'oro; l'ambasciadore disse che pensava che in Portogallo costarebbe
venti crociati d'oro. E di nuovo ci fece dire se in Portogallo vi sariano
tappeti di XX e XXX braccia; gli fu risposto che s. Ci dimandarono poi, se si
mandasse oro al capitan maggiore, se mandaria questi tappeti, o vero tanti che
coprissero tutta quella chiesa; gli fu risposto che ne mandaria per mille
chiese fatte come quella. Di nuovo ci dimand se mandaria li tappeti
mandandogli oro; gli fu fatto intendere che ci che egli mandasse a dimandare
al re di Portogallo, o vero al gran capitano, tutto gli saria mandato
subitamente. Cessarono de' tappeti e cominciarono a dimandare se si trovaria in
Portogallo chi sapesse leggere lettera arabica e lettera abissina; gli fu
risposto che di tutte le lingue si trovavano in Portogallo interpreti. Al che
rispose che in Portogallo forse si trovariano, ma che in mare chi leggeria
dette lettere? Gli fu detto che in mare vi erano sempre assai Arabi e Abissini
sopra le navi del re di Portogallo, conciosiacosach li Mori rubbano gli
Abissini per portargli a vendere in Arabia, in Persia e in India, e che li
Portoghesi, quando pigliavano i Mori, ritrovavano fra quelli li detti Abissini
e subito gli liberavano e vestivano e trattavano bene, per saper ch'erano
cristiani; e che con noi menavamo Giorgio di Breu interprete, che sua Altezza
conosceva, il qual fu liberato dalle mani d'un Moro in Ormuz, che direbbe a Sua
Altezza come che fu preso. Subito gli mand a dimandare in che modo egli fu da
quel paese condutto in Ormuz: ei gli disse che un Moro che si fece cristiano
con inganno lo vend a uno che lo condusse in Ormuz, e che ivi stette fin a
tanto che il padre Francesco Alvarez lo liber di cattivitade, e che gli fece
molte grazie, e cos fece a molti altri Abissini che erano stati presi da Mori.
Poi ne fece dimandare se noi volevamo mangiare; gli rispondemmo che baciavamo
le mani a sua Altezza e che eravamo contenti.
Subito fummo condotti in una tenda che pi non era stata tesa se non allora, ed
era posta drieto della chiesa grande in quel circuito, ed era molto lunga e
piana, e tutto il cielo era coperto di croci fatte di seta, come erano quelle
della tenda che fu posta sopra il lago dove si battezzarono, e di dentro era
acconcia con tappeti bellissimi, che pareva una sala adornata; e quivi ne mand
a dire che per amor suo dovessimo darci un poco di piacere, transtullandoci e
parlando delle cose nostre. E stati noi in queste pratiche un gran pezzo,
vedemmo venire con bello ordine molte zare di vino e un canestro grande di pan
di grano, e molte altre vivande portate in piatti grandi, fatti di terra nera
schietta, bellissimi e benissimo lavorati, che parevano di ambra negra. Le
vivande erano fatte di diverse carni variamente acconcie quasi al modo nostro,
fra le quali erano galline intere grandi e grasse, parte lesse e parte arroste;
e in altritanti piatti venivano altretante galline che parevano quelle
medesime, ma erano sole le pelli, in questo modo, che eglino avevano cavata
fuori la carne e tutte l'ossa con somma diligenza, di modo che la pelle non era
rotta in alcuna parte ma era tutta intera, e poi tagliata la carne sottilmente
e mescolata con alcune spezierie delicate, e l'avevano di novo ripiena con
essa: la quale, come  detto, era tutta intera, n vi mancava altro che il
collo e li piedi dalle ginocchia in gi, n mai potemmo considerare come
potessero cavar fuori la carne e l'ossa, o vero scorticarli, che non vi si
vedesse rottura alcuna. Di queste mangiamo molto bene a nostro piacere, perch
erano molto delicate e buone. Vennero poi con carne grossa e grassa, cotta con
tanta diligenza che noi non sapevamo dire se ella fusse lessa o arrosta. Poi in
altri piatti vi erano diverse vivande bianche e d'altri colori, fatte parte di
carne pesta e sfilata e parte di uccelletti e di diversi frutti del paese, e in
alcune era molto bituro, in altre grasso di galline: di ciascuna delle quali
volemmo gustare, che ci parvero molto buone e delicate, e ci stupimmo a
considerare come fusse possibile che quivi sapessero cos delicatamente
cucinare. Fra le zare di vino d'uva, che erano tutte di quella terra come ambra
nera, ve ne era una di vetro cristallino, con una coppa grande pur cristallina,
tutta indorata, e un'altra coppa grande d'argento tutta lavorata a smalto, con
quattro pietre finissime che parevano safiri incastrati in quella in un caston
quadro, con molti rubini intorno: e questa coppa era molto bella e ricca.
Come noi avemmo mangiato a nostro piacere, ci mand a dire il Prete che noi
dovessimo cantare e ballare e pigliar piacere a nostro modo. Subito li nostri
cominciarono a cantar canzoni in un clavocimbalo che avevamo portato con noi, e
dipoi cantammo canzoni di balli di villa saltando. Erano dentro con noi nella
tenda alcuni paggi del Prete e ne affermavano, e cos ancora noi sentivamo, che
egli era di fuori, venuto solamente per udirne e sentire quello che facevamo: e
perci fummo advertiti che non passasse fra noi cosa che non fusse onesta. In
questa sera ne mand XXV candele delle grandi di cera bianche, e un candelliere
di ferro, e un bacino grande di ottone nel quale si metteva detto candelliere,
che aveva tanti luoghi da mettervi dette candele quante elle erano. Sonammo e
ballammo cos tanto che era passato tanto della notte che, tornati a casa, non
pass molto che si vidde l'aurora da ogni parte.


Come il Prete mand a chiamar l'ambasciadore con tutti li suoi,
e di quello che parlarono nella chiesa grande.
Cap. CI.

Alli XXVIII di gennaio volse che noi andassimo nella chiesa grande, e ci fece
porre dinanzi alle sue cortine, che erano sopra lo spazio degli scaglioni che
sono apresso la porta principale. Quivi era infinita moltitudine di cherichi,
che, come fu al mutare le ossa di suo padre, non facevano altro che cantare,
ballare e saltare, e con questo saltare sempre si toccavano i piedi con le
mani, ora uno ora l'altro. Ed essendovi stati un gran pezzo, ne mand a
dimandare se nel nostro paese cantavamo in questa maniera; gli rispondemmo che
non, perch il cantare nostro era pi quieto, piano, cos delle voci come del
corpo, perch non ballavamo n ci movevamo punto. Ne replic se, poi che il
nostro costume era tale, ne pareva che il suo fusse malfatto; gli mandammo a
dire che le cose di Dio, in ciascuna maniera che si facciano, sempre parevano
ben fatte. Finito questo ufficio, cominciarono andare all'intorno della chiesa
XXV croci con XXV turriboli, perch portano la croce con la mano sinistra,
quasi come bordone, e il turribol nella destra, quivi gittando dell'incenso
senza alcun risparmio a pi potere: e sopra li gradi dove noi stavamo vi erano
due bacili di ottone molto grandi, indorati e lavorati di buril, pieni d'una
sorte d'incenso pi odorifero che non  quello che si porta in queste parti, e
ogni fiata che passavano ne gittavano nelli turriboli gran quantit. E questi
che andavano intorno erano vestiti di vestimenti molto ricchi e cappe fatte
secondo il lor uso, similmente erano quelli che ballavano e cantavano; vennero
ancora a questo ufficio molte mitre fatte a lor modo.
Dal luogo dove noi stavamo ci fecero partire e andare dall'altra banda della
chiesa, dove si canta la Pistola, perch in quella parte erano le reine, cio
la madre del Prete e la sua moglie, ciascuna nel suo sparavier bianco. E stando
noi al dirimpetto di loro, dove ne avevano fatto andare, ci mandarono a dire di
che metallo erano fatte le patene e calici nelli nostri paesi; rispondemmo loro
di oro o di argento. Ci dissero perch noi non gli facevamo di altro metallo;
rispondemmo che la ragione ne vietava che fussero d'altra sorte, perch gli
altri metalli arruginiscono e si sporcano da loro medesimi. Dimandarono di pi
se noi gli facevamo scarsamente e con masserizia, avendo molto oro e argento;
rispondemmo che noi facevamo cos per bellezza e per politezza, s come comanda
la ragione, e se noi volessimo essere scarsi, che noi non gli faremmo d'oro e
d'argento, ma di piombo, di stagno e di rame, che valevano poco. Intendemmo poi
che di queste dimande ne era stata cagione la regina moglie del Prete, al
sparaviere della quale, essendo uscito del suo, era andato il Prete. Ci fece
poi dimandare quanti calici poteva avere ciascuna chiesa di Portogallo; gli
rispondemmo che vi erano monasteri e chiese ricche che ne avevano dugento, e
altre povere con tre o quattro. Mand a dimandare come aveva nome la chiesa che
ne aveva dugento; gli mandammo a dire che molte ne avevano, ma principalmente
un monastero che si chiama la Battaglia, perch un re di Portogallo vinse in
quel luogo una battaglia contra un re moro e per memoria fece far detto
monastero, e il suo titolo  di Nostra Donna. Ci disse che gli piaceva intender
questo, perch ancora egli aveva un monastero detto la Battaglia, che era in
questo regno di Amara, dove altre volte un neguz, cio un Prete Ianni, aveva
vinto molti re mori e fatto fare un monastero a onore similmente della nostra
Donna. Di novo ci fece dimandare quanti re erano sepolti in questo tal
monasterio della Battaglia; gli respondemmo che ivi giacevano quattro re, un
principe e molti infanti, e cos giaciono per altri ricchi monasteri e chiese
catedrali altri re e principi in ricche sepolture. Dipoi ci mand a dire che
noi andassimo a dir messa, perch si approssimava il mezzogiorno, che era l'ora
che noi la solevamo dire.


Come l'ambasciadore e tutti i franchi furono a visitar l'abuna, e di quello che
con lui parlarono.
Cap. CII.

Alli XXIX gennaio l'ambasciadore con tutti i franchi (de' quali erano alcuni
venuti avanti di noi a questa corte), con tutti noi altri and a visitare
l'abuna Marco, perch ancora non gli aveva parlato. Lo trovammo (s come io lo
trovai) a sedere sopra il letto. Volse l'ambasciadore baciargli la mano, ma
egli non volse, ma gli diede a baciar quella croce che sempre tiene in mano, e
cos fece a tutti gli altri. Posti che fummo a sedere, l'ambasciadore gli disse
che per nome del capitan maggiore egli era andato a visitarlo, e che gli
perdonasse se pi presto non vi fusse andato, perch non lasciavano che ei
potesse visitar persona alcuna. L'abuna gli rispose che non si maravigliasse,
che questo era il costume di questa corte, di non lassar andar forestiero a
casa d'alcuno, e che questo non era gi di consentimento del Prete, ch'era uomo
buono e santo, ma di quelli della corte, che sono cattivi. E dicendogli
l'ambasciadore che il gran capitano si raccomandava a lui, e che pregasse Iddio
che volesse inspirar nel cuore del Prete Ianni di metter insieme le sue genti
con quelle del re di Portogallo per andar a destrugger la Mecca e cacciar fuori
li Mori, levando via la maladetta setta di Maometto, l'abuna gli rispose che
egli faria quanto in lui fusse, ma che il Prete Ianni era inanimato e
volonteroso per andar non solamente a distrugger la Mecca, ma pigliare
Gierusalem e tutta la Terra Santa, perch trovavano nelle loro scritture
antiche che li franchi dovevano venire a congiungersi con gli Abissini, e
distrugger la Mecca e ricuperare il santo Sepulcro; e che sempre egli aveva
pregato Iddio che gli facesse vedere questi franchi, di che Iddio l'aveva
esaudito, e per questo lo ringraziava molto; che Pietro di Coviglian, che era
ivi presente ed era lo interprete, poteva esserne buon testimonio che molte
volte gli aveva detto: "Sopporta, Pietro, e non ti dar fastidio, perch a' d
tuoi verrano in questo regno le genti del tuo paese", e che per questo dovesse
ringraziare Iddio. L'ambasciadore gli disse che il re di Portogallo era stato
informato della bont e santit sua per Matteo suo fratello e ancora per altre
persone, e che per lo mandava a pregare che tenesse constante e forte il Prete
Ianni a questa impresa di cacciare i Mori e distruggerli. L'abuna rispose che
egli non era santo, ma un povero peccatore, e che Matteo non era suo fratello,
ma era mercante e suo amico, e ancor che fusse venuto con bugie, si conosceva
per che 'l suo venire era stato da Dio ordinato, avendo fatto cos buon
servizio e profitto; e che circa il fare star constante il Prete, non accadeva,
per esser quello tanto ardente nella fede di Cristo, alla destruzione de' Mori
tanto inanimato, che pi non si potria desiderare, e che egli spesso gli
ricordava la grandezza del re di Portogallo, la gran fama che risuona per tutto
il Caiero e Alessandria, e che dovesse ringraziare Iddio di esser diventato
amico e conoscente d'un tanto re; e che egli sperava presto vedere il capitan
maggiore signore delle fortezze di Zeila e di Mazua. E doppo molte altre parole
prendemmo licenza.


Della causa che Pietro di Coviglian venne al Prete Ianni,
e come non si pot dipoi pi partire del paese.
Cap. CIII.

Avendo parlato molte volte in questo libro di Pietro di Coviglian portoghese,
essendo persona onorata e di gran credito appresso il Prete Ianni e tutta la
corte,  conveniente che io narri come venne in questo paese e la causa, s
come egli m'ha narrato molte volte. Ma prima dir che egli  mio figliuolo
spirituale e molte volte l'ho confessato, perch, in XXXIII anni che si trovava
quivi, mi ha detto non essersi mai confessato, essendo usanza di questo paese
di non tener secreto quello che  detto in confessione: e per questo egli se ne
andava alla chiesa, dove diceva a Dio i suoi peccati. Il suo principio fu che
nacque nella terra di Coviglian, del regno di Portogallo, ed essendo garzone
and in Castiglia e si pose al servizio di don Alfonso, duca di Siviglia; e
cominciata la guerra fra Portogallo e Castigliani, se ne ritorn a casa con don
Giovanni di Gusmam, fratello del detto duca, il qual lo mise a stare in casa
del re Alfonso di Portogallo, che per lo valor suo lo fece subito uomo d'arme:
e fu sempre in detta guerra, e fuori anco in Francia. Morto il re Alfonso, egli
rest a guardia del re don Giovanni suo figliuolo, fin al tempo delli
tradimenti, che egli lo volse mandare in Castiglia, per saper molto ben parlar
castigliano, acci che egli spiasse quali erano quelli gentiluomini de' suoi
ch'andavano ivi praticando. E ritornato di Castiglia fu mandato in Barbaria,
dove stette un tempo e impar la lingua araba, e fu poi mandato a far pace con
il re di Trimisem, e ritornato di nuovo fu mandato al re Amoli Belagegi, il
qual restitu l'ossa dell'infante don Fernando. Nel suo ritorno trov che,
desiderando il re don Giovanni che le sue caravelle trovassero le speziarie a
qualche modo, aveva deliberato mandar per via di terra persone che scoprissero
quello che si poteva fare, ed era stato eletto a questa impresa Alfonso di
Paiva, abitante in Castel Bianco, omo molto pratico e che sapeva parlar ben
arabo. E come fu giunto, il re Giovanni lo chiam e secretamente gli disse che,
conosciuto sempre leale e fidel servitore e affezionato al ben di sua Maest,
sapendo la lingua araba, aveva pensato di mandarlo con un altro compagno a
discoprire e sapere dove era il Prete Ianni, e se egli confinava sopra il mare,
e dove nasceva il pepe e la cannella e altre sorti di speziarie che erano
portate nella citt di Venezia delle terre de' Mori, conciosiach, avendovi
mandato per questo effetto uno di casa di Monterio e un frate Antonio da
Lisbona maggior di porta di ferro, non avevano potuto passar la citt di
Gierusalem, dicendo che era impossibile di fare questo cammino non sapendo la
lingua araba; e per tanto, sapendola egli molto bene, lo pregava a pigliare
questa impresa, di fargli cos singular servigio, promettendogli rimunerarlo di
sorte che egli saria grande nel suo regno e tutti li suoi viveriano sempre
contenti. Pietro gli rispose che egli baciava le mani di sua Maest di tanto
favore che gli faceva, ma che si doleva che 'l sapere e sufficienza sua non
fusse tanto quanto era grande il desiderio che egli aveva di servir sua
Altezza, e che nondimeno come fidel servitore accettava questa andata con tutto
il cuore.
E cos del 1487, alli VII di maggio, furono spacciati tutti due in Santo Arren,
essendovi presente sempre il re don Emanuel, che allora era duca, e gli diedero
una carta da navigare copiata da un napamondo, al far della quale
v'intervennero il licenziato Calzadiglia, che  vescovo di Viseo, e il dottore
maestro Rodrico, abitante alle Pietre Nere, e il dottore maestro Moyse, che a
quel tempo era giudeo: e fu fatta tutta questa opera molto secretamente in casa
di Pietro di Alcazova, e tutti i sopradetti dimostrarono lor meglio che seppero
come se avessero a governare per andare a trovar li paesi donde venivano le
spezierie, e di passare anco un di loro nell'Etiopia a vedere il paese del
Prete Ianni, e se nei suoi mari fusse notizia alcuna che si possa passare ne'
mari di ponente, perch li detti dottori dicevano averne trovata non so che
memoria. E per le spese per tutti due il re ordin loro CCCC crociati, i quali
li furono dati della cassa delle spese dell'orto d'Almerin; e sempre vi fu
presente, come  detto, il re don Emanuel, che allora era duca. Oltre di
questo, il re gli fece dare una lettera di credito per tutte le terre di
Levante, acci che, se si trovassero in necessit o in pericolo, potessero con
quella esser soccorsi e aiutati. Delli CCCC crociati una parte volsero in
contati, e l'altra dettero a Bartolomeo Marchioni fiorentino, acci che esso
gli facesse pagar loro in Napoli.
E avuta la benedizione dal re, si partirono da Lisbona, e giunsero il d del
Corpo di Cristo in Barcellona, e di l in Napoli il d di san Giovanni, dove
per lo figliuolo di Cosmo de' Medeci gli furono dati li danari delle lettere di
cambio. Da Napoli passorono a Rodi, e quivi trovarono delli cavallieri
portoghesi, uno chiamato fra Gonzalo e l'altro fra Fernando, in casa dei quali
smontati, dopo alcuni giorni presero il viaggio per Alessandria sopra una nave
di Bartolomeo di Paredes, avendo comprato prima molte zare di miele, per
mostrare che fussero mercanti. Ma giunti in Alessandria, s'infermarono
gravemente di febre, e fu tolto loro tutto il miele per il cad, pensando che
dovessero morire; ma fatti sani, fu loro pagato come volsero, e comperate
diverse mercanzie se n'andarono al Caiero, dove stettero fino a tanto che
trovarono compagnia di certi Mori magabrini del regno di Fessa e Tremissen che
andavano in Adem, e con quelli andarono per terra fin al Thor, dove imbarcati
navigorono al Suachem, che  sopra la costa degli Abissini, e di l poi in
Adem. E perch era il tempo della mozione, che quei mari non si possono
navigare, si partirono l'uno dall'altro, e Alfonso pass sopra l'Etiopia e
Pietro elesse di andare in India, come vi si potesse navigare; e restarono
d'accordo che a un certo tempo tutti due si dovessero ritrovare nella citt del
Cairo, per poter dar aviso al re di quello che avessero scoperto.
Pietro di Coviglian, come fu tempo, mont sopra una nave che lo condusse al
diritto in Cananor, e pass in Calicut, e vidde la gran quantit de' gengevi e
de' pepi che ivi nascevano, e intese che li garofali e cannelle di lontani
paesi erano portate. Poi se ne and verso Goa e pass all'isola di Ormuz, e
informatosi di alcune altre cose, con una nave se ne venne verso il mar Rosso e
mont a Zeila, e con alcuni Mori mercatanti volse scorrere quei mari d'Etiopia
che gli furono mostrati in Lisbona sopra la carta da navigare, che dovesse fare
ogni cosa per scoprirli; e tanto and che giunse fin al luogo di Cefala, dove
da marinari e alcuni Arabi intese che detta costa tutta si poteva navigare
verso ponente, e che non se ne sapeva il fine, e che vi era una isola
grandissima molto ricca, che aveva pi di 900 miglia di costa, la quale
chiamavano della Luna. E avendo inteso queste cose, tutto allegro deliber di
ritornarsene al Caiero, e cos se ne venne di nuovo a Zeila, e de l pass in
Adem e poi al Tor e finalmente al Caiero, dove essendo stato gran tempo
aspettando Alfonso de Paiva, ebbe nuova come egli era morto. Per la qual cosa
deliber di ritornarsene in Portogallo, ma Iddio volse che duo Giudei, che
l'andavano cercando, per aventura lo trovarono e gli dettero lettere del re di
Portogallo. Uno di questi Giudei si chiamava Rabi Abram, natural di Beggia;
l'altro Iosefo di Lamego, ed era calzolaio. Costoro, essendo stati per avanti
in Persia e in Bagader, dissero al re cose molto grandi che avevano intese
delle spezierie e delle ricchezze che si trovavano nell'isola d'Ormuz, del che
il re n'ebbe piacer grandissimo, e volse che di nuovo vi tornassero a vederle
loro medesimi, ma che prima intravenissero di Pietro di Coviglian e di Alfonso,
che sapeva che a un tempo determinato dovevano ritrovarsi nel Caiero. Le
lettere del re contenevano che, se tutte quelle cose dateli in commissione
erano state da loro scoperte, se ne ritornassero, perch gli remunereria; ma se
non erano state scoperte tutte, che di quelle che avevano vedute gli mandassero
particolar informazione e poi si affaticassero di sapere il resto, e sopra
tutto del paese del Prete Ianni, e di far veder l'isola di Ormuz a Rabi Abram.
Per la qual cosa Pietro di Coviglian deliber di avisar il re di tutto quello
che egli aveva veduto lungo la costa di Calicut, delle speciarie, e di Ormuz e
della costa d'Etiopia e di Cefala e dell'isola grande, concludendo che le sue
caravelle che praticavano in Guinea, navigando terra terra e dimandando la
costa di detta isola e di Cefala, potriano facilmente penetrare in questi mari
orientali e venir a pigliar la costa di Calicut, perch da per tutto vi era
mare, come gli aveva inteso; e che ritorneria con Rabi Abram in Ormuz, e dopo
il suo ritorno anderia a trovare il Prete Ianni, il paese del quale si
distendeva fino sopra 'l mar Rosso. E con queste lettere esped il Giudeo
calzolaio.
E andati di nuovo all'isola di Ormuz col Giudeo, e ritornati in Adem, volse che
egli se ne andasse a dar nuova al re di aver veduto con li suoi occhi l'isola
di Ormuz. Ed egli, passato sopra l'Etiopia, se ne venne alla corte del Prete
Ianni, che allora non era molto lontana da Zeila, e appresentate le lettere a
quello, che allora si chiamava Alessandro, fu molto accarezzato e fattogli
grandissimo onore e promesso di espedirlo presto: ma in questo mezzo manc di
questa vita, e successe Nahu suo fratello, che lo vidde ed ebbe molto caro, ma
non gli volse mai dar licenza. Mor poi Nahu e successe David suo figliuolo,
che al presente regna, il qual ricus di lasciarlo partire, dicendo che non era
venuto a suo tempo, e che li suoi antecessori gli avevano lasciate tante terre
e signorie, che le dovesse governare e non ne perdere alcuna, e per tanto, non
gli avendo loro data licenza, non gliela poteva similmente egli dare: e cos
rimase, e gli fu data moglie con grandissime riccheze e possessioni, della
quale ne ebbe figliuoli, e noi gli vedemmo. E a nostro tempo, come vidde che
noi volevamo partire, gli venne un estremo desiderio di ritornarsene alla
patria, e and a dimandar licenza al Prete, e noi con lui, e ne facemmo
grand'instanzia e lo pregammo: e nondimeno non vi fu mai ordine. Costui  omo
di grande spirito e ingegno, e della sua sorte non se ne trova un altro nella
corte, e sa parlare di tutte le lingue, s de' cristiani come de' mori, gentili
e Abissini; e di ogni cosa che egli abbi inteso e veduto, ne sa dare cos
particular conto come se fussero presenti. E per questo  molto grato al Prete
e a tutta la corte.


Come il Prete Ianni determin di scrivere al re e al capitan maggiore, e de'
presenti che fece all'ambasciadore e agli altri.
Cap. CIIII

Ritornando al nostro viaggio o vero istoria, dico che, dopo che ci fu fatto in
quella tenda quel solenne convito, tutti li giorni dipoi non cessarono gli
scrivani di scriver le lettere che avevamo da portar con noi al re e al capitan
maggiore, e vi posero gran tempo e gran fatica a farle, perch la usanza di
costoro non  di scrivere l'uno all'altro, ma le lor dimande, risposte e
ambasciate sono tutte fatte a bocca. E al nostro tempo cominciarono a pigliare
pur qualche modo di scrivere, e quando scrivevano sempre tenevano dinanzi le
lettere di san Paulo e di san Pietro e di san Iacobo, e quelli che le
studiavano erano reputati i pi dotti e i pi savii. E cominciarono prima a
scriverle in lingua abissina, e poi le traducevano in arabico, e di arabico
nella nostra lingua portoghese: le quali leggeva il frate che ci guidava in
lingua abissina, e Pietro di Coviglian le traduceva in portoghese, e Giovanni
Scolaro, scrivano dell'ambasciadore, le scriveva, e io per ordine del Prete
stava a consigliare come si dovessero dalla lingua abissina, che  molto
difficile e senza regula, tradur nella portoghese. E cos fecero le lettere al
re in tre lingue, abissina, arabica e portoghese, e il medesimo al capitan
maggiore, ma tutte doppie, cio due in ciascaduna lingua: e tre erano poste in
un sacchetto fatto di broccato, cio una abissina, una arabica e una
portoghese, e l'altre tre in un altro simil sacchetto. Il medesimo fu fatto a
quelle che andavano al capitan maggiore, di metterle in duo sacchetti di
broccato, ed erano scritte in quaderni di carta pergamina.
Alli XI di febraro 1521, il Prete mand a chiamar l'ambasciadore e tutti noi
con lui, e anco li franchi che noi ritrovammo alla corte. E stando dinanzi alla
porta della sua tenda per un buono spazio, il Prete mand alli franchi alcune
pezze di panni ricchi di broccatello e di seta e tre pezze di damasco, con XXX
oncie d'oro che si dividessero fra loro. Vedendo adunque noi far cos gran
presenti a' franchi che erano venuti qui fuggiti da' Mori, pensammo che molto
maggiori gli farebbe a noi, e tenevamo per certo che ne dovesse dare veste di
broccato; e mandando molte ambasciate di cose diverse e avendone risposte,
vedemmo in un tratto venire il gran betudete, che  il signore della man manca,
e mi port una croce d'argento e un bellissimo bastone lavorato di tarsia,
dicendo che il Prete mi mandava queste cose per segno della signoria che mi
aveva data nelle isole del mar Rosso: io ringraziai sua Altezza come meglio
potei, e tornai a sedere. Dapoi il Prete, avendo inteso che fra Giorgio di Breu
e il nostro ambasciadore era nata inimicizia grande per parole riportate d'uno
allo altro, amando detto Giorgio per esser suo Abissino e persona di buon
intelletto, mand a dire all'ambasciadore che volesse esser amico di detto
Giorgio, e che noi dovessimo partir tutti insieme come eravamo venuti. Lo
ambasciadore, ostinato, disse che pi non poteva essergli amico, avendo avuto
animo e pensiero di ammazzarlo, e che pregava sua Altezza che volesse tenerlo
dui mesi in corte dopo che fosse partito. A questo non venne risposta, ma venne
una parola del Prete, che egli aveva ordinato che ne fussero date XXX mule per
portar le nostre robbe, delle quali ne dovessimo dare VIII per portar quelle di
Giorgio di Breu; e di pi che mandava all'ambasciadore trenta oncie di oro, e
per la sua compagnia cinquanta, e che Giorgio e quelli che eran con lui avevano
avuto la lor parte; e appresso mandava cento cariche di farina e altritanti
corni di vino di miele per il nostro viaggio, e che nel viaggio non dovessimo
dar fastidio a' poveri che lavorano, perch gli era stato detto che alla nostra
venuta avevamo distrutto il paese donde passavamo; e che ci consegnarebbono a
certi capitani che ci condurriano di terra in terra fino al mare, cio che
ciascuno ne provederia per le sue terre di quello che fusse necessario. E
subito ci consegnorono a un figliuolo del cabeata, perch avevamo da camminare
assai per le terre di suo padre, che sono quelle dove  quella gran chiesa
nella quale furono poste le osse del padre del Prete: la qual chiesa, come 
detto, ha CCCC canonici, e sopra li detti vi  un figliuolo del detto cabeata,
che  licanate, cio capo sopra tutti li capi.


Come il Prete mand all'ambasciadore 30 oncie di oro, e 50 per la sua
compagnia, e una corona e lettere per il re di Portogallo e per lo capitan
maggiore; e come noi partimmo dalla corte, e il cammino che noi facemmo.
Cap. CV.

In questo giorno al tardi furono portate alla nostra tenda XXX oncie d'oro per
l'ambasciadore e cinquanta per noi, e insieme una corona grande d'oro e
d'argento, la quale era del Prete Ianni, e non era tanto bella per lo valore
quanto per la grandezza: ed era in un cesto tondo, foderato di dentro di panno
e di fuori di cuoio, e fu presentata per Abdenago, capitano de' paggi, il qual
disse all'ambasciadore che il Prete mandava quella corona al re di Portogallo,
e che gli dovesse dire che corona non si soleva tirare di capo se non del padre
per lo figliuolo, e che egli era figliuolo e se la cavava di capo per mandarla
al re di Portogallo che era suo padre, e che gliela mandava al presente per la
pi pregiata cosa che egli avesse, offerendogli tutti li favori, aiuti e
soccorsi, s di gente come d'oro e vettovaglie, che gli fusse di bisogno per le
sue fortezze e armate e per le guerre che egli volesse fare contra i Mori in
queste parte del mare Rosso fino in Gierusalem. E perch non ne portavano le
vesti che avevamo inteso essere state fatte per noi, alcuni de' nostri
mormoravano: e quelli che le portarono intesero, e dissero che 'l Prete era
molto mal sodisfatto dell'ambasciadore, perch gi due giorni egli aveva
mandato a ferire e dare delle bastonate a un Portoghese che si chiamava
Magaglianes, che s'era accostato con Giorgio di Breu, e che ci faceva dare
questa nostra espedizione con gran noia del suo animo, e che noi non dovessimo
aspettar vesti n altra cosa, che molto avevamo perso della sua grazia per le
cose sopra dette.
Alli XII di febraio, che era il nostro carnevale, venne il frate che ne guidava
e port le lettere per il re e per il capitan maggiore, ch'ancora non c'erano
state consegnate; n anche il detto Prete aveva deliberato di mandare un suo
ambasciadore, come egli fece dipoi. Le lettere furono portate in questo modo,
cio che, avanti essendo state poste quelle del re in duoi sacchetti, le
tornarono a mutare in tre, conciosiacosach elle erano tre di ciascuna lingua:
e per questo fecero tre sacchetti. Quelle del capitan maggiore non erano state
mosse di quello che erano, e i sacchetti erano di broccato, e tutti cinque
posti in un cesto, foderato di fuori di cuoio e di dentro di panno. E subito
furono cavati fuori detti sacchetti e mostratici serrati e suggellati, e
riposti nel cesto, suggellarono la serratura, e dissero all'ambasciadore che
poteva partirsi quando gli piacesse, perch egli era espedito del tutto. Disse
l'ambasciadore che voleva avanti si partisse ancora parlare al Prete, se a sua
Altezza fusse in piacere. Disse il frate e quelli che con lui erano venuti che
il Prete era partito la mattina a buon'ora, il che sapemmo esser la verit; e
dicevano che era molto malcontento dell'ambasciadore, perch trattava cos male
gli uomini della sua compagnia e non voleva essere amico di Giorgio di Breu, e
ancora per l'altre cose che non volevano dire, e che andassimo alla buon'ora,
ma che restasse in corte maestro Giovanni e il pittore. Vedendoci cos
espediti, ci mettemmo all'ordine per partirci, e il frate ne fece menar le XXX
mule che ne davano per il viaggio e molti corni per portar vino, i quali
avendone promesso, pensavamo che dovessero darnegli tutti pieni, e per la
maggior parte vennero voti: e ci fu detto che il Prete aveva ordinato, ancora
ch'essi non bevessero vino di quaresima, poi che era il nostro costume di
beverlo, che questi che ci conducevano ce lo facessero dare per lo cammino di
mano in mano come bisognava. E quanto alle mule, ne tolsero otto e le dettero a
Giorgio di Breu per la sua compagnia, e cos delli corni. In questo mezzo molti
de' nostri andarono alla piazza, a comprare ci che bisognava loro. E per
questo essendo restati di partirci quel giorno, per esser tardi, ecco che si
fece un vento cos grande e potente che ne ruppe tutte le corde della nostra
tenda, la quale dette in terra: e trovandoci cos all'aere, cominciammo a
gridare: "Andiamo, andiamo". E cos ci partimmo quella sera, che era il giorno
del nostro carnevale, e venimmo tre miglia a dormire in una campagna; e con noi
veniva Pietro di Coviglian, con la sua moglie nera e parte de' figliuoli, che
erano bigi. Il frate camminava con Giorgio di Breu, quasi come sua guardia, e
alloggiarono separati da noi.
Il primo giorno di quaresima cominciammo il viaggio, e con noi veniva un
figliuolo del cabeata, avendo da passare per le sue terre, e Abdenago capitano
de' paggi, perch dapoi avevamo da passare per le sue. E alloggiati che fummo
appresso una collina, e provistone per il frate di cena, l'inimico della natura
ordin una quistione, che Giovanni Gonsalvez nostro fattore venne a parole con
un Giovan Fernandez, che era suo servitore, datogli per il capitan maggiore
accioch l'aiutasse, e di una parola in un'altra si venne a tale che gli diede
molte bastonate: pur noi li facemmo far pace, e l'ambasciadore diede favore a
questo Fernandez, per il che egli lass il fattore e si accost
all'ambasciadore. Il giorno seguente camminammo pur partiti, cio Giorgio di
Breu col frate e noi col figliuolo del cabeata, e fummo provisti di tutto
quello che ne era di bisogno. Ed essendo nel regno di Angote, appresso un
monastero dell'abuna Marco, avendo gi passate le terre del cabeata, quasi
entrando in quelle di Abdenago, Giovan Fernandez aspett a un passo il fattore,
che solo accompagnava le robbe, e gli dette con una lancia tolta dalle robbe
dell'ambasciadore due ferite, cio una in una mano e l'altra nel petto: della
mano furono solamente ferite le dita; quella del petto, la ventura volse
ch'ella venne a dare in una costa e non pot passar dentro. Quivi fu il rumor
grande, che ognuno corse, come fu veduto ferito, e mi fecero andare a
confessarlo, pensando che la ferita fusse mortale, e lo trovai mezzo morto: pur
volse Iddio che si riebbe. Giovan Fernandez, subito fatto questo, fugg
dall'ambasciadore, e tutti gridavano che fusse preso perch aveva morto il
fattore, e cos fu preso e ligato. Abdenago gi era passato alle sue terre,
nelle quali speravamo di andar a dormire; ma per questo travaglio noi restammo
sopra un fiume, che allora aveva poca acqua, ma nel tempo dell'invernata, con
li nembi, mostrava di farsi molto grande e furioso. Quivi dormimmo, faccendosi
la guardia al detto Fernandez, che gli avevano legate le mani di dietro: pur,
non so come si fusse, costui ebbe mezzo di fuggirsene e and da Giorgio di
Breu, che era alloggiato pi a basso del detto fiume. Subito l'ambasciadore
cominci a dubitare di qualche travaglio del detto Breu, e camminavamo il
giorno dietro molto lontani una compagnia dall'altra, fin che arrivammo a
Manadeli, luogo del regno di Tigremahon.


Di quello che ne avvenne in Manadeli con li Mori.
Cap. CVI.

Giunti in questo luogo de Manadeli, che  tutto abitato da Mori, pacifici
tributarii del Prete, ce n'andammo sopra alcune bellissime fontane che
passavano sotto l'ombra di grandissimi arbori, perch questi che ci conducevano
non sanno ci che sia ombra n acque, se non di mettersi sempre in luoghi alti,
dove dia il sole e il vento. Abdenago and ad alloggiare sopra una collina con
la sua tenda. Dipoi alcuni de' nostri tornarono a questo luogo a comperare
alcune cose, e uno Stefano Pagliarte, secondo che pare, venne alle mani con un
Moro, il qual gli lev via due denti; e a questo rumore essendo corsi delli
nostri, a uno d'essi ruppero la testa con una pietra. Abdenago corse e fece
prendere alcuni di questi Mori che avevano fatto il male, ma, essendo gi
notte, non si fece altro. Il giorno seguente ci mand a dire che andassimo al
luogo dove egli teneva questi duoi Mori presi, e ci fece sedere nell'erba, ed
egli similmente, appoggiandosi con le spalle alla sua cattedra, e quivi fatti
menare i prigioni, cominci secondo i suoi ordini a dimandarli oro. Al fine gli
fece spogliare e fortemente battere, dimandando quanto ne dariano: costoro
cominciarono a promettere un'oncia d'oro, due e tre, e pur battendogli gli
dimandavano quanto dariano; all'ultimo arrivarono a sette oncie, e con questo
ei cess di batterli, e l'oro fu dato a' feriti, e li battuti furono mandati
legati al Prete Ianni. Questo ho voluto dire accioch si sappia il modo che
tengono in far tal giustizie.
Noi seguitammo via di lungo il nostro viaggio verso Barua, dove alloggiammo
quando arrivammo in questo paese. Quivi essendo stati molto tempo, venne un
messo del Prete e con lui uno di questi Mori battuti, e con la testa
dell'altro, dicendone che il Prete aveva voluto intendere ed esaminare tutto il
fatto di detti Mori: per il male che avevano fatto alli Portoghesi, egli avea
fatto tagliar la testa a quello ch'egli aveva trovato ch'aveva fatto il male,
il qual egli ci mandava, acci fussimo certi della verit e conoscessimo s'ella
era quella; e l'altro che non trovava in colpa ne lo mandava, e che dovessimo
fare di lui ci che ne piaceva, o amazzarlo o liberarlo o farlo schiavo. E
sopra questo avendo tutti noi fatto insieme consiglio, l'ambasciadore ne
dimand quello che ne pareria si dovesse fare; io gli risposi per gli altri
compagni, perch sapeva la lor fantasia, e dissi che, poich il Prete ne faceva
intendere che lo trovava innocente, noi non dovevamo farlo colpevole, perch,
faccendo contra di lui alcuna cosa, ci terrebbeno per uomini crudeli e senza
piet, e liberandolo il Prete l'averia caro, e cos tutti gli altri dissero il
medesimo. Ma l'ambasciadore disse che non era di questo parere e che voleva
tenerlo per ischiavo: subito gli fece mettere i ferri ai piedi e catene alle
mani, ma non lo tenne dieci giorni che 'l Moro si fugg, non ostante tutte le
guardie che gli fussero fatte.


Come duo gran gentiluomini della corte vennero a ritrovarne.
Cap. CVII.

Partendoci di questo luogo de Manadeli alla via di Barua, come  detto, noi
camminammo per molti paesi e terre, e sempre Abdenago veniva con noi e il frate
con Giorgio di Breu; e arrivammo a una terra chiamata Bacinette, gran terra e
quasi come un capitanato, e le genti non sono cattive, ancora che avanti ci
volessero lapidare, come fecero. Questo consiglio  nel capo del regno di
Tigrai. Ed essendo noi quivi alloggiati, giunsero dalla corte duoi gran
gentiluomini, uno dei quali si chiamava adrugaz, al quale alla nostra giunta
fummo consegnati: e di lui molte fiate abbiamo fatto menzione in questo libro;
dell'altro, il suo titolo era gargeta e il nome arraz Anubiata, che dipoi fu
barnagasso e ora  betudete. E quivi ci fecero intendere come il Prete era
restato molto scontento per non aver voluto fare l'ambasciadore pace con
Giorgio di Breu, e per quello che fin a ora non era stato fatto pregava sua
Altezza che si facesse, e che fussero amici e non andassero separati avanti il
gran capitano, perch pareria cosa molto brutta, e cos gli altri che avevano
fatto quistione nel cammino si pacificassero. Noi subito ci affaticammo di
rappacificargli l'uno con l'altro, e facemmo far pace all'ambasciadore con
Giorgio di Breu, e li detti gentiluomini diedero a ciascuno di noi una mula che
'l Prete ne mandava, dicendo che venivano per presentarne al capitano maggiore
e avisarlo da parte del Prete Ianni, conciosiacosach Barnagasso, signore di
quel paese, era restato in corte.
Fatte queste paci, pur con l'aiuto di Iddio, e avendone date le mule,
camminammo tutti uniti fino a Barua, dove dimorammo fino che pass il tempo
della mozione del mare, dopo la quale avevano da venir a levarne. Passato il
qual tempo, all'ambasciadore parve di non voler mandar pi da mangiare a
Giorgio di Breu n a quelli che stavano con lui, e avendo un giorno Giorgio
mandato a dimandar da mangiare per Giovan Fernandez, che fu quello che fer il
fattore, lo voleva far battere se immediate non fuggiva. Per la qual cosa
Giorgio mi parl in una chiesa, dove mi disse che io facessi intendere
all'ambasciadore che dovesse mandare da mangiare a lui e a tutti quelli che con
lui erano, altramente che se ne torrebbe per forza. Il che inteso
dall'ambasciadore, disse che per Giorgio ne mandaria, ma per gli altri no, per
esser traditori e contra il servizio del re di Portogallo. Giorgio gli fece
rispondere che lo torria per forza, e detto questo, se ne and subito a trovar
questi duoi signori venuti dalla corte, con li quali si dolse grandemente.
Costoro ci mandarono a chiamare in un campo, dove Andrugaz parl
all'ambasciadore in questo modo, dicendogli per che causa si portava cos male
con li suoi, a' quali poi che non voleva dargli quello che gli era stato fatto
consegnare dal Prete per lo viver loro, molto manco si poteva pensare che egli
fusse per vendere li cavalli o mule per sostentarli, e che questo non si
costumava di fare fra uomini grandi e di onore; e che egli considerasse molto
bene il dispiacer grande che aveva ricevuto il Prete di lui, non per altro se
non per essersi cos mal portato con la sua compagnia, conciosiacosach, se
altramente si fusse portato, sarebbe ancor altramente stato trattato lui, e pi
sodisfatto si saria partito di quello che aveva fatto; e per tanto lo pregava
ed esortava che non volesse tener il lor vivere, ma liberamente darlo, e non
rompesse la pace che egli aveva fatto in sua presenza con Giorgio di Breu.
L'ambasciadore gli rispose brevemente e quasi in colera che non gli pareva
onesto n il dovere di dar da mangiare a quelli che egli conosceva essere
traditori e contra il servizio del re di Portogallo, e dette queste parole si
part, e cos facemmo ancora tutti noi molto scontenti. E dubitando il fattore
che non gli fusse tolta la robba che egli aveva in guardia da Giorgio, volse
andar a dormir in casa dell'ambasciadore, la quale era buona e forte, secondo
il paese; e dormendo io con un mio cugino, a mezzanotte sentimmo molti schioppi
e un gridor grande, che diceva "piglia di qua, piglia di l": dove che essendo
corsi, vedemmo che buttavano gi le porte della casa, ed era cos grande il
rumore che pensammo che fussero stati ammazzati tutti quelli dell'ambasciadore,
per la qual cosa andammo correndo alla casa del Barnagasso, dove alloggiavano
detti signori, a farli venire a questo fatto. La qual casa avendo due porte,
noi entrammo per una e l'ambasciador con li suoi per l'altra, e portavano il
cesto della corona e lettere del Prete e quella poca robba che poterono levar
seco; uno delli uomini dell'ambasciadore era ferito di tre ferite. Questi
signori subito fecero ritirar a parte gli uomini dell'ambasciadore, perch
quelli di Giorgio non facevano altro che bastonarli e ferirli: e furono mandati
a un luogo detto Gazele, che era vicino, faccendovi tener guardie in lor
compagnia. E passati alquanti giorni, vedendo la inimicizia e malvolere che era
fra noi, non sapevano che consiglio pigliare sopra il fatto nostro,
conciosiacosach  costume in questo paese che alcuno uomo grande non pu
uscire di corte senza licenza, n anco andar se non  chiamato: per detti
signori stavano in dubio di quello che di noi dovessero fare, perch da una
banda non ardivano lasciarci, dall'altra a condurne alla corte con tanta
inimicizia, non essendo chiamati, temevano d'incorrere in qualche gran pena;
pur elessero di tornare alla corte, ancora che dovessero patire qualche gran
castigo.


Come quelli signori, cio andrugaz e gargeta, tornarono di nuovo alla corte.
Cap. CVIII.

Avendo considerato questi signori che il tempo era passato che 'l capitan
maggiore doveva venir per noi, e che non ci potevano pacificare, deliberorno di
condurci alla corte, e ci mettemmo a cammino tutti insieme con li franchi. E
come arrivammo al luogo di Bacinete detto di sopra, dove era venuta la fama
della nostra inimicizia, si messero tutti quelli del paese in arme, non ci
volendo lasciar passare, e discesero da un colle tanti frati con archi e
freccie e bastoni che parevano branchi di pecore, e quivi si fece una
grandissima scaramuccia, e molti da una parte e l'altra furono feriti: pure noi
gli ributtammo e facemmo fuggire. Li signori sopradetti, essendo noi alloggiati
quivi, messero il luogo a sacco come se fusse stato di Mori, e tolser loro
orzo, galline, capponi, castroni e quanto trovarono per le case. E partiti di
quivi camminammo in due parti, cio Giorgio di Breu e tutti quelli che con lui
erano e il frate, e noi con l'ambasciadore e li signori andrugaz e gargeta. E
arrivammo a Manadeli, ove ne ferirono gli uomini, e quivi trovammo il Moro che
fugg all'ambasciadore, il qual non aveva paura alcuna; e passato questo luogo
per duo miglia scontrammo Barnagasso, che veniva dalla corte e portava ordine
dal Prete di quello che i detti signori dovevano far di noi. La qual cosa
volendo intendere, ci mettemmo tutti insieme in un campo lavorato sotto un
grande arbore, dove questi signori furono molto ripresi dal Barnagasso per
causa di questo nostro ritornar senza licenza, dicendo che andassero alla
corte, ch'averiano il lor castigo. Poi cominci a gridar con l'ambasciadore e
con Giorgio di Breu, dicendo all'ambasciadore che gli desse la corona e le
lettere che egli portava al re e al capitan maggiore. L'ambasciadore e Giorgio
di Breu si dissero l'uno all'altro di brutte e disoneste parole, per il che il
Barnagasso ci consegn ad alcuni capitani, che ci condussero separati, s come
eravamo venuti fin a quel luogo: e cos ce ne ritornammo con esso lui verso le
sue terre. Cominciava gi a venir grandissimo e crudel verno, con gran pioggie.
Giunti al luogo di Barua, che  capo del suo regno, fecero restare tutti quelli
dell'ambasciadore, e Giorgio con gli altri fecero passare a Barra, che  capo
del capitanato di Ceruil: e tutti duoi sono del detto Barnagasso, il qual volse
andare in Barra, per non stare ove fusse l'ambasciadore; possono essere da un
luogo all'altro da X in XII miglia. In questo tempo noi eravamo molto mal
proveduti delle cose necessarie, e meglio stava Giorgio con tutti li suoi; e se
non fusse stato le gran commodit che avevamo di andare alla caccia e a
pescare, saremmo stati molto male, ma col fiume e colla campagna ogni giorno ci
facevamo le spese.

Qui l'auttore lascia di parlare del suo viaggio.


In che tempo e giorno si comincia la quaresima nel paese del Prete Ianni, e del
gran digiuno e astinenzia che si fa, e come li frati e monache si mettono in un
lago per divozione.
Cap. CIX.

Nel paese del Prete Ianni cominciano la quaresima il luned della sessagesima,
che sono giorni dieci avanti il nostro carnevale, e passato il giorno della
Purificazione, fanno per tre giorni un gran digiuno, generalmente preti, frati
e secolari, e dicono che digiunano la penitenzia della citt di Ninive: e molti
frati in questi tre giorni non mangiano pi d'una volta, e quella anche erbe
senza pane, e dicono che vi sono molte donne che non vogliono lattare i
figliuoli se non una volta 'l giorno. Il general digiuno di quaresima  pane e
acqua, perch, ancora che alcuno volesse mangiar pesce, in quel paese non lo
troveria, non vi essendo mare; nelli fiumi ve ne  grandissima quantit e
buoni, ma non gli sanno pigliare, e se ne pigliano, ne pigliano poco e a
instanzia de' signori grandi. Il lor mangiare communemente, come ho detto, 
pane, ed essendo in quelli mesi della quaresima il tempo della maggior lor
estate, cio che non piove, e non piovendo non possono aver de' cavoli, che
vogliono dell'acqua: la quale per far questo effetto potriano cavare di molte
fontane che vi sono per adacquar orti e giardini, ma la lor grand'ignoranza e
dappocaggine non lascia far lor cosa che buona sia. Ho ben veduto qualche
monastero di frati che hanno una sorte di cavoli, che di continuo tutto l'anno
vanno sfogliando. Nelle terre dove si trovano uve e pesche mangiano di quelle,
perch si cominciano a maturare al fine di febraio e durano per tutto aprile, e
quelli che hanno di questi stanno molto bene; ma oltra il pane mangiano
generalmente una semenza che penso sia di nasturzio, e loro la chiamano canfa,
e ne fanno salsa e v'immollano il pane, che  forte e abbrucia la bocca;
similmente fanno di una semenza che pare di linazza pur salsa, che  chiamata
tebba, e anco la fanno a modo di mostarda, detta da loro cenafriche: e di
queste tre cose tutti ne mangiano di quaresima. Non mangiano latte n butiro,
n beono vino d'uva n di miele, ma il general bevere  di zauna, ch' fatto
d'orzo o di miglio o di aguza, perch di ciascuna di queste semenze si fa vino
da per s, il quale al gusto  come la cervosa. Si trovano ancora molti frati
che non mangiano pane tutta la quaresima per divozione, e altri tutto l'anno e
tutto il tempo della lor vita. E sopra questo voglio dire quello ch'io ho
veduto.
Andando con l'ambasciadore una volta verso la corte, in una terra che si chiama
Iannamora, s'accost con noi un frate per venir sicuro da' ladri, e camminammo
insieme un mese: e per esser religioso, io lo teneva appresso di me. Conduceva
seco sei o sette fraticelli, i quali andavano per ordinarsi, e portavano
quattro libri da vendere: e io per fargli piacere gli faceva portare sopra una
mula, ed egli alloggiava nella mia tenda. Il primo giorno io lo invitai a
mangiar meco, perch gi si faceva notte ed era ora di cena, ed egli si escus
di non voler mangiare. In questo mezzo vennero li fraticelli con agriones, che
son erbe di quel paese, e gli dettero un bollore senza sale e senza olio o vero
altra mistura, e quelli solamente mangi senza pane e senz'altro. Della qual
cosa dimandati, li detti mi dissero che egli non mangiava pane. Dubitando di
questo, gli feci la guardia con diligenza di giorno e di notte, perch il
giorno egli camminava a piedi accanto la mula come faria uno staffiero, e la
notte dormiva allato a me, gittato in terra con l'abito suo: e sempre lo vidi
mangiar erbe dette agriones e rabazas, e non ne trovando, qualche fiata
pigliava della malva e ortiche e, se passavamo presso a qualche monastero,
mandava a cogliere qualche erba di orto; e non ne trovando, li fraticelli gli
portavano delle lenti state in molle in una zucca d'acqua, che gi cominciavano
a nascere, e di quelle mangiava, delle quali io ne volsi gustare, che non 
possibile a dire la pi sciocca cosa al mondo. Costui cammin con noi XXX
giorni fino alla corte, poi stette nella nostra tenda tre settimane, n mai
mangi altro che le cose dette di sopra. Dipoi lo viddi nel luogo di Chassumo,
dove il Prete ne fece stare otto mesi, e inteso che io era ivi, mi venne a
visitare e mi port a donare alcuni limoni. Aveva un abito di cuoio senza
maniche e le braccia nude, dove abbracciandolo, per aventura gli gittai una
mano sotto il braccio e trovai che egli aveva una cintola di ferro larga
quattro dita, e lo menai per la mano in una nostra camera e lo mostrai a Pietro
Lopes mio cugino, e vedemmo detta cintura, che era congiunta un capo con
l'altro con alcune punte come saria da ficcare un legno, ed era posta sopra la
carne: e detto frate l'ebbe molto per male, e gli parve quasi d'essere
ingiuriato, e subito si part, s che pi non lo vedemmo. Dipoi vedemmo molti
altri frati con le medesime cinture di ferro la quaresima, e udimmo dire che vi
erano ancora altri che in tutto il tempo di quaresima mai non sedevano, ma
stavano sempre ritti. Udendo dire che ne era uno in una grotta lontana sei
miglia, vi cavalcammo e lo trovammo in un tabernaculo fatto di legno, di
grandezza tale ch'egli solo vi poteva capir dentro, e pareva una cassa senza
coperchio molto vecchia, ed erano smaltate le fessure di creta e di sterco di
bue: e dove stavano le natiche aveva una apertura larga tre dita, dove
toccavano i gomiti un'altra simil apertura, e avanti aveva un leggietto di
legno, sopra il quale posava un libro. Il suo abito era un ciliccio fatto di
setole di code di bue, e di sotto sopra la carne una cintola come la
sopradetta, ed egli ne la mostr volentieri. In un'altra grotta vicina
dimoravano duo fraticelli giovani piccioli, che gli provedevano da vivere, che
era solamente d'erbe: e per questa visitazione egli rest molto nostro amico.
Queste grotte si vedevan che anticamente erano state adoperate per fare simili
penitenzie, perch v'erano sepolture. Nel luogo di Barua, un'altra quaresima,
viddi duo frati nella chiesa del detto luogo, cio di fuori della porta, che
erano in simili tabernacoli, uno da una parte e l'altro dall'altra, e
mangiavano delle medesime erbe e lenti nate: e io andai a visitargli molte
volte, e mostravano di averne grandissimo piacere, e se io non vi andava mi
mandavano a vedere, e tenevano sopra la carne il ciliccio e la cintola di
ferro. E mi fu detto che uno di loro era parente del Prete; e stettero in
questa penitenzia fino al giorno di Pasqua, e nel cantar della messa se ne
uscirono.
Nel detto luogo di Chassumo, udendo dire che ogni mercoled e venerd della
quaresima molti frati, preti e monache dormivano nell'acqua infino al collo,
non potendo noi crederlo, andammo un mercoled sera, Giovanni Scolaro, Pietro
Lopes mio cugino e io, e rimanemmo stupefatti vedendo la moltitudine di quelli
che erano nell'acqua infin al collo: e ne fu detto che erano canonici, e moglie
anco di canonici, e frati e monache. Ed erano fatte come sarebbe a dire stanze
di pietre appresso la ripa, e ove l'acqua era bassa vi era una pietra sopra la
quale sedevano, tanto che l'acqua gli dava al collo, e se vi era maggior fondo
vi aggiungevano un'altra pietra, e cos tutto il detto lago era ripieno di
genti venuta d'intorno da quelli confini: e in questo tempo di quaresima la
notte vi sono di gran gieli e freddi. E avendone parlato di questo con Pietro
di Coviglian, mi afferm che cos si osservava di fare in tutto il paese del
Prete, e che anco vi si trovavano molti che in detto tempo non solamente non
mangiavano pane, ma andavano a stare in grandissimi boschi e in alcune
profondissime valli poste fra altissimi monti, dove possino trovare acqua,
nelle quali mai uomo vivo non vi vada, e facevano penitenzia tutto il tempo
della quaresima. E a proposito di questo, mi trovai una fiata col Prete nel
luogo che si chiama Dara, che  appresso quelle grandissime e profonde fosse,
come si  ditto di sopra, nelle quali dalla montagna alta cadeva in una
profondit un gran fiume al diritto, e l'acqua di quello rompendosi nell'aiere
si faceva bianchissima come neve. In questa profondit stando all'alto mi
mostr Pietro di Coviglian una grotta, la quale malamente vedevamo, e disse che
in quella stava un frate, che l'avevano per santo, e di sotto di questa grotta
pareva che vi fusse un orto. Sopra un lato di detta profondit e non molto
lontano mi mostr simil grotta, nella quale era morto un uomo bianco
conosciuto, che XX anni era stato in quel deserto e che non si seppe il tempo
della sua morte: solamente, non sentendolo in quella montagna, andarono a
vedere la sua stanza o vero grotta e la trovaro serrata con un buon muro di
dentro, di sorte che alcuno non poteva entrarvi n uscire; e fattolo intendere
al Prete, egli comand che per modo alcuno ella non si aprisse n toccasse.


Del digiuno che si fa la quaresima nelle terre del Prete Ianni, e dell'ufficio
della domenica delle Palme la settimana santa.
Cap. CX.

Il general digiuno di quaresima che fa la maggior parte de' frati e monache, e
anco de' preti,  di mangiare di duoi giorni in duoi giorni, e sempre quando 
notte; la domenica non si digiuna. Similmente fanno molte donne vecchie quando
sono quasi fuori del mondo, e cos dicevano che faceva la regina Elena ogni
volta che lei digiunava in tutto l'anno, che non mangiava se non tre volte la
settimana, cio il marted, il gioved e il sabbato. Nelli regni di Tigray, che
 regno di Barnagasso, e nel regno di Tigremahon, la quaresima ognuno mangia
carne il sabbato e la domenica, e in questi duo giorni ammazzano pi buoi che
in tutto il resto dell'anno. E se vogliono menare la prima moglie o la seconda,
la menano il gioved avanti il nostro carnevale, perch pigliando moglie hanno
licenza di mangiar carne, latte e botiro per duoi mesi, sia in che tempo si
voglia, e perci per mangiarla tolgon moglie, e bevono vino. E perch ho detto
la seconda moglie, non dubiti alcuno che tutti hanno pi d'una moglie, e quelli
che sono ricchi e posson lor far le spese ne tolgono tre, n gli sono proibite
dalla giustizia de' signori; ma la chiesa proibisce loro tutte le cerimonie, n
gli lascia entrar dentro. E io ho veduto molti miei amici i quali, avendo
moglie, ne pigliarono un'altra per godere di questo pessimo privilegio. E
ancora che questi duoi regni detti di sopra siano stati li primi a farsi
cristiani, nondimeno gli abitanti di quelli sono tenuti per molto cattivi
cristiani. In tutte le altre terre, regni e signorie, si digiuna tutta la
quaresima da grandi e piccoli, uomini e donne, fanciulli e fanciulle, senza
romperla punto, e cos fanno quasi l'advento.
La domenica delle Olive fanno il lor ufficio in questo modo: cominciano a dire
il lor mattutino quasi a mezzanotte, e dura il lor cantare e ballare, con le
ancone dipinte in mano e discoperte, fino alla mattina chiara, e a ora di prima
tutti pigliano li rami, tenendogli in mano alla porta, perch dentro nella
chiesa non vi possono entrar femine n secolari, e i preti stanno in chiesa
cantando con li rami in mano, e cantano fortemente, facendo con detti rami
spesso il segno della croce; e dando volta fuori della chiesa, vengono alla
porta principale, nella quale entrano sei o sette di loro, come facciamo noi,
quella serrano, e resta fuori quello che ha da dire la messa, e cantano di
dentro e di fuori come facciamo noi, e poi entra dentro quello e dice la messa,
e d la communione a tutti. La settimana santa non si dice messa se non il
gioved e il sabbato. E il costume loro ordinario, e che usano tutti li signori
e gentiluomini tutto il tempo dell'anno di salutarsi,  che quando s'incontrano
una volta al giorno si baciano le spalle abbracciandosi, e uno bacia la spalla
destra e l'altro la sinistra: non si fanno la settimana santa queste
salutazioni, ma s'incontrano, non si parlano e passano come mutoli senza levar
gli occhi. E gli uomini di qualche condizione si vestono tutti di nero o di
azurro, e non fanno alcuna faccenda, ma tutto il giorno continuo si dispensa in
grandi ufficii e canti nelle chiese, e sempre senza accendervi candela alcuna.
Il gioved santo, a ora di vespero, fanno il mandato, cio l'ufficio di lavar i
piedi, e si raguna tutto il popolo appresso la chiesa, e il maggior di quella
siede sopra una catedra, come uno trepiede, cinto con una tovaglia e un bacino
grande pieno di acqua, e comincia a lavare i piedi a' preti; i quali compiti,
cominciano a cantare e cantano tutta la notte, e non escono mai della chiesa
preti, frati e cherichi, n mangiano n bevono infino al sabbato, detto che
hanno la messa. Il venere santo, a ora di mezzogiorno, acconciano le chiese
secondo la loro possibilit e ricchezze, perch ve ne sono alcune che si parano
tutte di broccatelli e cremesini, e principalmente adornano la porta
principale, perch ivi  stanza di tutte le genti. E pongono un crocifisso
sopra li panni, fatto di carta a stampa, e sopra di quello una picciola cortina
che lo cuopre, e cantano tutta la notte e tutto il giorno, leggendo la
Passione: la quale finita, lo scopreno, e immediate tutti si gittano in terra,
dandosi con bacchette l'uno all'altro, e ceffate e pugni con gran furia,
percotendosi il capo l'uno coll'altro e anco nel muro, e piangono cos
acerbamente che si moveria un cuore di sasso a lagrimar per divozione. Dura
questo pianto ben due ore. Poi a ciascuna delle porte del circuito, che sono
tre, che vanno al cimiterio, se ne vanno duoi preti, e stanno per ciascuna uno
da una banda e l'altro dall'altra con una frusta picciola, che ha cinque
coreggie grosse, e tutti quelli che erano avanti la porta principale escono per
una di queste tre porte spogliati dalla cintura in suso, e passando si
abbassano, e questi con le fruste non fanno altro che battergli pi che ponno,
fin che stanno fermi. Alcuni passano e ne hanno poche, altri si fermano e ne
hanno molte; ma li vecchi e vecchie vi stanno mezza ora, infin che gli corre il
sangue. E cos dormono nel circuito della chiesa, e come  mezzanotte
cominciano li lor canti, che durano fino a ora di vespero: e allora cominciano
la messa e communicano tutti. Il giorno di Pasqua a mezzanotte cominciano li
loro mattutini, e avanti che sia giorno fanno la processione, e nel fare
dell'aurora dicono la messa. E guardano questa settimana infino al luned dopo
la domenica degli Apostoli, e cos fanno XVII giorni di feste, cio dal sabbato
avanti la domenica delle Olive infino al detto luned.


Come noi facemmo una quaresima nella corte del Prete, stando quello nel paese
di Gorages
e delle cerimonie che fece il Prete il giorno di Pasqua, e come ne volsero far
dir messa
e noi non volemmo.
Cap. CXI.

Noi ci trovammo una volta a fare una quaresima nella corte del Prete, la quale
era alloggiata a' confini di uno paese de gentili detti Gorages, gente, secondo
che dicono, molto cattiva: e di questi tali non si trova che alcuno sia
schiavo, perch pi presto si lasciano morire, overo essi medesimi si
ammazzano, che voler servir cristiani. La terra dove stava la corte era fuori
del paese di detti popoli, i quali, come ne fu narrato, hanno le loro
abitazioni sotto terra, cio che fanno spelunche ove dimorano; ma la corte si
era assettata sopr'un bellissimo fiume, l'alveo del quale era posto come una
profondit, e sopra le ripe da una banda e dall'altra tutto era campagna
verdissima, ma di sotto un piede era pietra di tufo, come  la pietra di Glali
di Carnache in Portogallo. In tutte le parti delle bande di questo fiume erano
fatte case infinite cavate nel monte, e una sopra l'altra, e la maggior non
aveva pi gran porta della bocca di una gran cuba, per potervi entrare
facilmente, e sopra la porta era fatto un buco dove legavano una corda, alla
quale attaccati con le mani vi montavano sopra: nelle quali case alloggiava
infinita gente bassa della corte, e dicevano che erano capaci di XX e XXX
persone con le lor robbe. Era anche sopra questo fiume una molto forte villa,
che dalla banda verso il fiume era tagliata nel sasso alto, e dalla parte di
terra era cavata una fossa d'altezza di XV braccia e sei di larghezza, e da
amendue le parti andava a dare con le teste nel fiume: e dentro in questa cava
intorno intorno erano cavate case come le sopradette, ma nel mezzo del
circuito, che era come campo, erano case fatte di muro piccole con li lor
coperti, dove ora dimorano cristiani, e anche vi  una buona chiesa. La entrata
di questa villa  sotto terra, cavata in questa pietra di tufo, tutta fatta in
volta, dove non pare che possa entrare n mula n vacca, e nondimeno vi
entrano.
Un poco lontano da questa villa, andando su per lo fiume, vi  una gran rocca
intagliata da capo a pi, e nella sommit di quella  campagna, ed  quasi nel
mezzo di questa rocca un monastero di Nostra Donna, e quivi dicono ch'era il
palazzo del re di questa terra di Gorages. Questo monte o rocca  volto con la
faccia verso levante, e si monta a questo monastero con una scala di legno da
levare e porre, perch la levano ogni notte per paura di questi popoli gorages,
quando ivi non si trova la corte. Dipoi si ascende per una scala di pietra, e a
man sinistra si trova un corridore avanti con XV celle di frati, le quali tutte
hanno finestre sopra il fiume molto alte, e vi sono dipoi le lor dispense,
refettorio e camere da salvare le lor biade. E voltando sopra la man destra,
camminando per una strada scura, vien l'uomo a trovare una gran chiarezza, dove
 la porta principale della chiesa, la quale non  fatta del medesimo sasso, ma
pare che anticamente vi fusse una gran sala, e ora  fatta a modo di chiesa,
con li suoi muretti atorno, molto chiara e spaziosa, perch ha molte finestre
sopra il fiume: in questo luogo vi vanno alcuni pochi frati. Venivano quivi
molte persone dalla corte a communicarsi, e per la divozione di questo luogo e
per la fama che hanno questi frati di esser uomini di bona vita, e che
patiscono molto per li travagli che gli danno di continuo questi loro mali
vicini di Gorages. E perch la corte alloggia sempre a un modo, cio tutta la
gente di quella, la parte della man sinistra, che  del gran betudete, stava
all'incontro di questi Gorages, e pochi erano quelli giorni che non si dicesse:
"Questa notte li Gorages hanno morti XV o XX uomini del gran betudete". E non
fu alcuno che li soccorresse perch, essendo quaresima, per l'aspro digiuno a
niuno bastava l'animo di combattere, per la debolezza e fiacchezza del corpo, e
non volevano romperla per modo alcuno.
Nella settimana santa, essendo prossimi a Pasqua, ne mand a dire il Prete che
noi ci mettessimo a ordine per dir messa il giorno di Pasqua appresso la sua
tenda, perch voleva udirla. Gli feci rispondere che tutto seria fatto, ma che
noi non avevamo tenda, perch quella che ne fu data gi era rotta e guasta per
le pioggie. Ne fece dire che egli mandaria la tenda e la faria rizzare, e che,
come ne mandasse a chiamare, subito andassimo con tutte le cose necessarie per
dir messa. E non era se non passata la mezzanotte che ci fece chiamare, e
subito vi andammo e fummo condotti avanti la porta del Prete, la quale trovammo
in questo modo, che una gran parte del circuito della siepe era stato rotto e
levato via, e dalla tenda del Prete fino alla chiesa di Santa Croce da una
parte e l'altra stavano pi di seimilia candele di cera accese e in uno ordine,
e poteva essere di lunghezza di un tratto di artigliaria, e dalla faccia di
quelli che le tenevano da una banda a quelli che le tenevano dall'altra si
averia potuto giocare dui giuochi di palla, ed era tutto piano e uguale. E
stavano dietro a questi che tenevano le candele pi di cinquantamilia persone,
s che quelli delle candele facevano come una siepe che non si poteva rompere,
tenendo avanti di s canne ligate per lungo e le candele sopra poste in
compasso. Avanti la tenda del Prete andavano quattro gentiluomini a cavallo
sollazzandosi, e ci posero appresso di costoro. In questo mezo usc dalla tenda
il Prete, sopra di un mulo nero come un corvo, della grandezza di un gran
cavallo, del quale si dice che egli fa grande stima, e sempre vuole quando egli
cammina che questo mulo gli vada drieto, e non lo cavalcando se ne va sopra un
letto portato: e venne fuori vestito di una roba di broccato ch'arrivava infino
in terra, e cos il mulo era tutto coperto. Portava il Prete la sua corona in
capo con la croce in mano, e da una banda e dall'altra venivano duoi altri
cavalli, quasi con l'anche nella testa del mulo, ma non uguali, perch
camminavano lontani, ed erano adorni e coperti tutti di broccato, che per lo
lume grande parevano cuciti in oro: avevano gran diademe in testa che
discendevano insino al morso, e sopra quelle gran pennacchi. Subito che il
Prete usc, quelli quattro gentiluomini che per avanti andavano cavalcando si
partirono e non furono pi veduti, e quelli che ne vennero a chiamare, passato
che fu il Prete, ci messero dietro a lui, senza che alcuno altro vi potesse
venire n passare la siepe delle candele, ma solamente XX gentilluomini che
andavano avanti al Prete per un buono spazio a piedi. E con questo ordine
arrivammo alla chiesa di Santa Croce, ove si doveva udir l'ufficio della
Resurrezione, e quivi dismontato ed entrato nella chiesa, entr nelle sue
cortine, e noi restammo alla porta, della quale uscita immediate una gran
chieresia, si accompagn con molto maggior numero ch'era di fuori e
cominciarono a fare una gran processione, mettendone noi nella coda di quella,
appresso le prime dignit e gradi di persone onorate. E fatta la processione,
entrarono in chiesa quelli che vi poterono stare e gli altri restarono alla
campagna: e ne fecero entrare ancora noi, mettendoci appresso alle cortine del
Prete.
Finita che fu la messa, e volendo cominciare a dar la communione, il Prete ne
mand a dire che noi ci apparecchiassimo per andar a dir la messa, perch gi
la tenda era stata ritta, e che subito egli vi verrebbe. Noi ce ne andammo con
quelli che ne chiamarono, i quali ne menarono dove era una tenda nera, posta
appresso quella del Prete, la quale come vedemmo nera, ci pensammo che
l'avessero fatto per vituperarci, e subito l'ambasciadore mi disse: "Padre, voi
farete bene a non dir messa, perch questo  stato fatto per provarne". "N
anco io, - gli risposi, - la voglio dire, andiamocene alle nostre tende". E fu
questo nel fare dell'aurora. Aviati che fummo alle tende, che erano in un
boschetto appresso il fiume, subito vennero duo paggi dalle rocche che erano
sopra le nostre tende a chiamarci con gran fretta, dicendoci che ne dimandavano
con gran fastidio. Noi eravamo d'opinione di non andarvi, pur vi andammo, e
arrivati appresso la tenda del Prete, che gi il sole era venuto fuori, subito
ci fu dimandato di dentro per che causa noi avevamo lasciato di dir messa in
cos gran festa. Io gli risposi che non aveva voluto dir messa per la ingiuria
che ne era stata fatta, e non a noi, ma a Dio e alla sua santa Resurrezione,
avendoci ritta una tenda nera, che si suol far per cavalli e per quelli che
sono ammazzati. Fu subito risposto che tenda ci doveva essere ritta; io gli
dissi che ella doveva esser bianca, rappresentando la chiara e risplendente
Resurrezione e la purit della nostra Donna, e che averia anche potuto esser
rossa, che similmente rappresenteria il sangue di Cristo sparso per noi e dalli
suoi santi martiri. Ci risposero subito che noi gli facessimo intendere chi
erano stati quelli che l'avevano ritta, perch noi vederemmo la giustizia che
egli faria fare. Gli rispondemmo che noi non dimandavamo giustizia d'alcuno,
perch quello non era stato fatto a noi ma a Dio, e che avevamo ben gran
dispiacere di non aver potuto dir messa in cos gran solennit. Immediate ci
fece dire che avessimo pazienza, perch egli daria un castigo conveniente a chi
l'aveva fatto, e che noi dovessimo entrare in quella, perch, poich ella non
era stata buona per dir messa, saria buona per desinare: e cos vi intrammo, e
quivi ne fu mandato riccamente da desinare, con infinite e buone vivande di
diverse sorti di carne e di buoni vini di uva bianchi e vermigli e fumosi, che
avevano un odore grandissimo. Era con noi Pietro di Coviglian, il qual era
stato presente a tutto quello che fu fatto quella notte, e desinando ci disse
ch'egli aveva allora cos grande appiacere che non sapeva se mai pi era per
averlo maggiore, non avendo noi voluto dir messa in quella tenda, e della
risposta che gli avevamo fatta, e che tutto era stato fatto a posta per provar
che stima noi tenevamo delle cose di Dio e della chiesa, e che al presente ci
terrebbono per molto buoni cristiani. Tutta questa quaresima noi fummo molto
ben proveduti di mangiare e di bevere, e di molto pesce e di molta uva e
pesche, che allora erano mature in quel paese. Finito che fu il nostro
desinare, ci venne a ritrovar quel padre vecchio che fece il battesimo, e disse
che il Prete ci mandava a dire, poi che noi non avevamo detto messa, che al
tutto la volessimo dire la domenica seguente, e che gli ordinaria che ne fusse
data una bona tenda, nella quale dovessimo far l'ufficio secondo la nostra
usanza per l'anima di sua madre, che allora compiva un anno che era mancata, e
che essi facevano similmente il tascar, cio memoria, e che cos ancora noi lo
facessimo al modo nostro.


Come don Luis di Menses scrisse all'ambasciadore che dovesse venir al porto di
Mazua alli 15 d'aprile, perch egli andarebbe per loro, e come il re don
Emanuel era mancato di questa vita.
Cap. CXII.

La domenica della ottava di Pasqua, che fu alli XV d'aprile, ne mandarono a
dire che dovessimo venire a dire messa, e che dicessimo l'ufficio e messa per
la madre del Prete: noi vi andammo e trovammo che c'era stata ritta una tenda
grande, bianca e nuova, con le sue cortine tutte di seta gi per lo mezzo al
modo loro, ed era posta molto appresso a quella del Prete. E quivi quel frate
che ora vien ambasciadore con noi, con altri preti cantammo un notturno di
morti e dicemmo la messa, e avanti il finir di quella arrivarono duo mazzi di
lettere che ci mandava don Luis di Menses, che era venuto con l'armata per noi
nel porto di Mazua: e vennero le lettere per due vie, e giunsero li messi tutti
a un tempo. Vi erano anco lettere diritte al Prete, nelle quali gli dimandava
di grazia che immediate ne dovesse espedire, s che fussimo in Mazua alli XV
d'aprile, perch egli non poteva pi aspettare, s perch il movimento del
mare, che  il tempo atto a partirsi dal mar Rosso, passaria, come perch di
lui si aveva gran bisogno nell'India. E accadde che in quel giorno che ne
furono date finiva il detto termine de d XV.
Contenevasi ancora in dette lettere come il re don Emanuel era mancato di
questa vita: con questa nuova restammo tutti morti, e facemmo consiglio se
dovevamo tacerla o veramente dirla, e fu determinato di dirla, perch a ogni
modo il Prete l'averia intesa dalli mercanti mori d'India, che tutto il giorno
vengono dal mare alla corte. E perch  il costume di questo paese in tempo di
morte di radersi il capo, e non la barba, e vestirsi di panni neri, cominciammo
a raderci il capo l'uno all'altro: e mentre che facevamo questo, vennero quelli
che ne portavano da mangiare e, veduta questa cosa, posero in terra il mangiare
e corsero a dirlo al Prete, il qual subito ne mand duo frati per intender
quello che era intervenuto. L'ambasciadore non gli pot rispondere, per il gran
pianto che egli faceva, e io meglio che seppi gli feci intendere come il sole
che ne dava la luce era oscurato, cio che il re don Emanuel era mancato di
questa vita: e subito cominciammo a fare tutti il nostro pianto, e li frati se
n'andarono. In quella ora immediate furno fatte gride che tutti li luoghi dove
si vendeva pane, vino e altre mercanzie, e tutte le altre tende d'ufficiali e
giudici fussero serrate, e dur tre giorni questo serrare, in capo de' quali ne
mand a chiamare, e la prima parola ch'egli ci mand a dire fu chi aveva
ereditato i regni del re suo padre. Disse l'ambasciadore il principe don
Giovanni suo figliolo. Intesa questa parola, dicono ch'egli si rallegr molto,
e ne mand a dire: "Atesia, atesia", cio: "Non abbiate paura, perch vi
trovate in terre de cristiani; buono fu il padre, buono sar il figliuolo, e io
gli scriver". Noi facemmo intendere a sua Altezza come l'armata ci aspettava
al mare, e che ci volesse spacciare, perch noi ce ne volevamo andare,
parendone gi gran vergogna lo star tanto in questi paesi. Ne fece rispondere
che ci spedirebbe presto, e che noi gli dovessimo render le lettere che ci
avevano date: e cos noi gliele portammo, e subito espedimmo un Portoghese
detto Aires Dias e un Abissino a don Luis di Menses verso il mare, acci che
n'aspettasse; e il Prete il giorno seguente si part con tutta la corte, e noi
con lui.
Nel cammino ci fu dimandato chi ci portava la tenda che ci aveva dato il Prete;
io gli dissi che, non essendo nostra, io l'aveva lasciata nel medesimo luogo
dove era stata ritta. Risposero ch'io aveva fatto male, perch il Prete mai
ripiglia cosa che egli doni, e che questa tenda valeva pi di cento oncie
d'oro, e che, se il Prete ordinasse che dicessimo messa e che noi non avessimo
la tenda, l'averia molto per male. E cos camminammo tre giorni, sempre
chiedendogli che ci espedisse, e sempre ci faceva rispondere che presto ci
spediria. Volse all'ultimo che noi mandassimo Giovanni Consalves nostro fattore
verso il mare, con una sua lettera e con nostre, e gli don una molto buona
mula e ricchi vestimenti e dieci oncie d'oro: e con lui andarono duo allievi
del Prete. Noi veramente, che lo sollicitavamo con ogni importunit, ne men
alla lunga un mese e mezo, e alfine ci dette vestimenti molto ricchi, e a
quattro di noi catene d'oro con le sue croci attaccate, e una mula per
ciascuno: io ne ebbi una che il suo andare era come volar per aere, senza un
disagio al mondo; e per il resto della compagnia 80 oncie d'oro e cento panni
per lo cammino che avevamo a fare, e appresso ne mand la sua benedizione.
Partiti dalla corte, non facemmo troppo cammino che ne vennero li messi che
avevamo mandati al mare, facendone intendere come don Luis era partito gi gran
tempo, e noi, ancor che ben sapevamo di non poterlo trovar, perch la mozione
del mare non gli dava luogo di aspettarne, con tutto questo per vi andammo, e
trovammo che ne aveva lasciato molto pepe e alcune robbe per lo nostro vivere,
e vi erano lettere sue diritte al Prete e a noi. Noi ci consigliammo di quello
che si doveva fare di quel pepe: fu il parere di alcuni che dovessimo rimanere
appresso il mare, secondo che ne ordinava don Luis, e con quel pepe farci le
spese, perch in termine d'un anno egli era per venire per noi, e che solamente
duo di noi andassimo alla corte con le sue lettere, a richieder giustizia della
morte di quattro uomini che gli erano stati morti nel porto di Ercoco; ma per
la maggior parte di noi fu determinato di mandar la met del pepe al Prete, e
l'altra restasse per noi, e che il fattore e io dovessimo andare a far questo
servizio. Nondimeno don Rodrigo volse venire ancora egli, e volse al tutto
portar tutto il pepe, sperando che il Prete gli donaria qualche gran presente,
per essere quello la pi stimata cosa che si possa portare in questi paesi.
Ci partimmo il primo di settembre e andammo pian piano con le mule e con queste
cariche di robbe, e arrivammo in corte al fine di novembre, e trovammo il Prete
nel regno di Fatigar, che  nella estrema parte del regno di Adel, sotto il
qual Adel  Barbora e Zeila. Questo re  molto stimato fra' Mori e tenuto come
per santo, perch continuamente fa guerra a' cristiani, ed  proveduto dalli re
di Arabia e signori della Mecca e da altri re mori di arme, cavalli e di tutto
ci che vuole, ed egli all'incontro gli manda a donare infiniti schiavi
abissini che piglia nella guerra. Dal luogo overo campagna ove trovammo la
corte fino alla prima fiera di Adel vi  il cammino d'una giornata, e dalla
fiera a Zeila ve ne sono otto. Questo regno di Fatigar veramente, per quello
che abbiamo veduto nell'andare e venire, la maggior parte  campagna, cio che
sono tutte colline basse, lavorate tutte, seminate di formenti, orzi e altre
semenze, e vi sono di grande campagne tutte pur seminate. Vi si veggono ancora
infinite mandrie di bestiame d'ogni sorte, cio capre, pecore, vacche, cavalle
e mule. Da questa campagna si vedeva di lontano un monte pi alto degli altri,
non di sasso, ma coperto tutto di arbori e anche seminato, nel quale sono molti
monasteri e chiese circondate di terre coltivate; nella sua sommit  un lago
che gira XII miglia, dal quale era portato alla corte pesce assai di diverse
sorti e molto buono, e non ne viddi mai tanto in altro luogo; vi sono
melaranci, cedri e fichi d'India in tanta quantit che non si potria dire. Mi
disse Pietro di Coviglian che detto monte era cos grande che si camminava otto
giorni intorno al piede di quello, e che da questo egli pigliava la misura che
il lago in cima il monte fusse XII miglia di circuito.
Partita la corte, camminammo duo giorni e mezo avanti che arrivassimo al piede,
e approssimati ne pareva molto alto e tutto fruttifero; scendono da quello
molti fiumi, nelli quali si piglia molto pesce. Drieto al piede di questo monte
noi camminammo un giorno e mezo, e lasciato quello uscimmo del regno di Fatigar
ed entrammo nel regno di Xoa, e quivi demmo 'l pepe al Prete e le lettere di
don Luis, che avevamo tradotte in lingua abissina: e non potemmo avere alcuna
risposta. Questo viaggio che fece il Prete in questo regno fu per causa di fare
alcune parti e divisioni tra lui e due sorelle che erano di padre e di madre,
perch Nahu suo padre ebbe cinque mogli: queste parti erano di terre e di robbe
che erano restate per la morte di sua madre. Quivi stemmo quattro giorni, nelli
quali furon gettate le sorti a chi toccavano le parti; e Pietro di Coviglian mi
afferm che v'erano terre in queste parti che non si sariano circondate in
dieci giornate di cammino. Fatta questa divisione, della parte che tocc al
Prete ne fece far due parti, le quali don a due sue figliuole piccoline. Di
vacche, capre, cavalli e pecore li monti erano coperti; furono divisi ancora li
panni di seta e l'oro, che ne fu trovato in gran quantit, e di queste sete ne
don la maggior parte alli monasteri e chiese che erano in questa terra di sua
madre. Di quivi ce ne venimmo al luogo di Dara, ove Pietro di Coviglian ne
mostr li boschi ne' quali io ho detto che li frati facevano aspra vita, e dove
mor quell'uomo bianco la cui grotta fu trovata serrata.


Della battaglia che il Prete ebbe contra il re di Adel, e come lo ruppe
e fu morto Mafudi suo capitano.
Cap. CXIII.

Io ricomincio a dire quello che io ho udito dire del regno d'Adel e d'un gran
capitano che si trovava in quello, narratomi da molti e sopra tutti da Pietro
di Coviglian. Costui era moro, detto Mafudi, uomo tanto coraggioso e valente
che delle sue valorose prodezze, dopo morte, ne furono fatte molte canzoni, le
quali ancora oggid dalle basse genti della corte son cantate. Questo capitano
dicono che per XXV anni continui di quaresima ogni anno entrava a scorrere e
saccheggiare le terre del Prete Ianni, e conciosiacosach 'n questo tempo il
digiuno, che  grande, levi la forza alle genti, che non possono combattere,
per questa causa egli scorreva sicuramente per quelli paesi, e alcune volte per
pi di sessanta miglia di dentro. E un anno entrava nel regno di Amara o di Xoa
o vero nel regno di Fatigar, e ora per una parte e ora per un'altra: e cominci
a fare queste sue entrate vivendo il re Alessandro, che era bisavo di questo
re, per XII anni continui, ed essendo morto senza figliuoli eredit Nahu suo
fratello, padre di questo presente re, e altrotanto fece al suo tempo. Questo
presente Prete Ianni cominci a regnare nella et di XII anni, e fino che egli
ebbe XVII non cess Mafudi di fare queste scorrerie e guerre di quaresima, e
dicono che furno cos grandi che in una men dicennovemila Abissini prigioni, i
quali tutti mand a offerire alla casa della Mecca, facendoli presentare alli
re mori: dove dicono che, fatti rinegare, si fanno grandissimi valentuomini,
perch escono della strettezza del digiuno ed entrano nella grassezza e
abondanza dei vizii de' Mori. Levava anche una gran moltitudine di tutte le
sorti d'animali.
Entrando nell'anno vigesimoquarto delle sue cavalcate nel regno di Fatigar,
tutte le genti se ne fuggirono sopra un monte, e Mafudi gli fu intorno e gli
espugn, e abbruci le chiese e monasteri che erano ivi. Di sopra io ho detto
che in tutto il paese del Prete Ianni sono alcuni detti cauas, che vuol dire
uomini d'arme, perch i lavoratori in questi regni non vanno alle guerre. Di
questi tali cauas vi erano in questi regni molti, li quali insieme con detti
lavoratori s'erano ridotti sopra 'l detto monte: Mafudi li prese tutti insieme
e fece separarli, e li lavoratori gli licenzi, che andassero in buon'ora,
acci che l'anno seguente seminassero delle biade per lui e per li suoi
cavalli, e disse agli uomini d'arme: "Poltroni che mangiate il pane del re e
cos mal guardate le sue terre, andate per la spada", e cos furono morti
cinquemila uomini d'arme, e se ne torn con gran vittoria e senza contradizione
alcuna. Di questo fatto essendosi il Prete molto risentito, e massimamente
dell'abbruciare delle chiese e monasteri, mand spie nel regno di Adel per
sapere in che parte Mafudi ordinava d'entrare, e seppe che con gran gente
veniva nel regno di Fatigar, nella stagion che in detto regno li formenti e
orzi sogliono esser maturi, per distruggerli. Inteso dal Prete che non veniva
in tempo di quaresima, che non gli  proibito il combattere, determin
d'andarlo ad aspettar nel cammino, e questo contra il parere di tutti i grandi
della sua corte, i quali dicevano che egli era giovane di XVII anni e che non
stava ben che egli andasse a tal guerra, e che bastavano li suoi gran betudeti
e capitani delli regni: al che lui rispose che in persona aveva determinato
d'andar a vendicar le ingiurie fatte a suo zio Alessandro, a Nahu suo padre e a
lui gi sei anni, e che sperava in Dio di vendicarle tutte.
E cos si lev con la sua gente e corte solamente, senza far venir alcuno di
paesi lontani, per non essere scoperto, e cammin giorno e notte, e una mattina
all'alba piant il suo padiglione sopra il luogo dove si fa il primo mercato
del regno di Adel, che  un giorno di cammino da Adel, e dove noi lo trovammo
quando gli portammo a donare il pepe: quivi dicono esservi un gran passo, il
quale il re d'Adel aveva passato il giorno avanti, e stava gi tre miglia
dentro le terre del Prete Ianni e fuori di strada. Essendo fatto il giorno
chiaro, amendue si viddero. Mafudi, ch'era uomo di gran valore, n mai si seppe
che fuggisse, come cantano gli Abissini, subito che vidde il padiglion del
Prete e le tende rosse che non se alzano se non in gran feste e raccoglienze di
signori, disse verso il re di Adel: "Signore, il neguz d'Etiopia  qui in
persona, e oggi  il giorno della nostra morte; fa' ci che tu puoi per
salvarti, che io quivi ho da morire". E il detto re, che era timido, si salv
con quattro a cavallo, fra i quali vi era un figliuolo d'un betudete, che
allora stava col re di Adel e ora sta col Prete nella sua corte, perch essi
non istimano troppo di fuggirsene e farsi mori, e se vogliono tornare, si
battezzano di nuovo, ed  perdonato loro e restano cristiani come avanti; e
costui narr tutte queste cose particolarmente. Subito che il re d'Adel fu in
luogo sicuro, che fu molto presto, quella mattina il Prete Ianni mand a far
intendere a tutti, sapendo del fuggire del re, che si comunicassero e
raccomandassero a Dio, e fatta collazione si mettessero all'ordine: e a ora di
terza cominciarono a ordinar le battaglie e andar verso i Mori, restando sempre
le sue tende e padiglioni armati. Mafudi, che aveva deliberato di non fuggire e
vedeva la sua morte, desiderava di farla con qualche valorosa e onorevol
fazione, e perci venne a parlamento con alcuni cristiani, dicendogli se vi era
alcuno cavaliere che gli bastasse l'animo di combatter con lui: a questo
s'offerse un frate chiamato Gabriel Andreas, il qual combattendo l'ammazz e
gli lev la testa, e per questa sua vittoria  molto onorato nella corte, e noi
l'abbiamo conosciuto. Il resto del campo dette dentro adosso a' Mori e gli
ruppe, i quali non avevano dove fuggire, perch le tende del Prete erano poste
nel principal passo, e un altro passo, il qual era molto lontano e per lo quale
il re fugg, gi era stato preso. Fatta questa impresa, il Prete Ianni se ne
venne a riposare nelle sue tende, e il giorno seguente cavalc per lo regno
d'Adel fin che giunse a certi palazzi del detto re, i quali trov tutti
abandonati, le porte dei quali il Prete percosse con la sua lancia tre volte, e
non volse che alcuno v'entrasse n s'acostasse, acci che non fusse detto che
vi fusse andato a rubbare, conciosiacosach, se v'avesse trovato il re o altre
persone, egli sarebbe stato il primo che vi fusse entrato andandovi da buona
guerra, e non vi trovando alcuno non voleva che alcuno vi entrasse: e cos se
ne torn indrieto.
Questa battaglia fu nel mese di luglio, ed  affermato essere stato nel proprio
giorno che Lopo Suares destrusse e bruci la citt di Zeila, nella qual
destruzione io vi fui; e li Mori che furno presi dicevano che il capitano di
Zeila era andato col re di Adel in guerra contra il neguz d'Etiopia. E molte
fiate il Prete ne mand a mostrare quattro o cinque fasci di spade col manico
d'argento non ben fatte, e che quelle aveva avute nella guerra del soldan di
Adel; e la tenda che ne don, di broccatello e velluto della Mecca, guadagn
nella detta guerra, e volse che la dovessimo benedire avanti che vi fusse detto
messa, perch li Mori avevano fatto molti peccati in quella. La testa di questo
Mafudi fu portata drieto alla corte tre anni continui, fin che vi arrivammo, e
tutti i sabbati e le domeniche e altre feste che guardano le gente basse, tutti
li giovani e fanciulle non facevano altro che cantar versi fatti a lor modo
delle lodi di questa vittoria, e infino al giorno d'oggi la lor canzona va per
la corte, e credo che ander sempre. Gabriel Andreas, come ho detto,  frate, e
persona molto onorata e gentiluomo di molto grand'entrata, e oltra questa
valorosa impresa che egli fece, ne ha fatto molte altre, ed  fama che sia
molto eloquente e amico de' Portoghesi, e intenda ben le cose della sacra
Scrittura e della fede cristiana, e ha piacer grande di parlar di quelle,
ancora che la cima della lingua gli facesse levare il re Nahu per lo suo troppo
parlare.


Come il Prete ne mand il napamondo che gli avevamo portato, acci che noi vi
mettessimo tutti li nomi in lingua abissina, e di ci che tratt volendo
scriver lettere al papa.
Cap CXIIII.

Stando noi nel luogo di Dara nell'anno del 1524, il Prete ne mand il napamondo
che gi quattro anni gli avevamo portato, mandatogli da Diego Lopes di
Sechiera, dicendone se le lettere poste in quella carta dicevano di chi erano
le terre, e se questo dicevano, che immediate a' piedi di quelle vi mettessimo
le sue, per sapere di chi erano. Il frate ambasciadore, che viene in
Portogallo, e io ci mettemmo a far questo effetto: egli scriveva e io leggeva,
e sotto le nostre lettere egli metteva le sue; e perch il regno di Portogallo
 posto insieme con li regni di Castiglia in picciolo spazio, e Siviglia 
molto appresso Lisbona, e Lisbona appresso alle Crugne, io posi Siviglia per
Spagna e Lisbona per Portogallo e le Crugne per Galizia, e compito il tutto gli
fu riportato. Il giorno seguente mand a chiamar l'ambasciadore e tutti noi che
con lui stavamo, e nelle prime parole che ne mand a dire, fu che egli aveva
considerato che il re di Portogallo e il re di Spagna erano signori di poco
paese, e che non sarian sufficienti tutti due per difendere il mar Rosso dal
potere di Turchi, e che saria buono che egli scrivesse al re di Francia che
facesse fare una fortezza in Zeila, e al re di Portogallo un'altra in Mazua, e
al re di Spagna nel luogo di Suachem, e che tutti tre uniti con le lor genti
potriano guardare il mar Rosso e andar a pigliare il porto del Zidem, la citt
della Mecca, e il Cairo e anche Gierusalem e per tutte le terre dove volessero.
A questo gli rispose l'ambasciadore che sua Altezza era ingannata o mal
informata, e che s'alcuno gli aveva detto questo non gli aveva detto la verit,
e che, se per vedere il napamondo s'aveva immaginato questo, non prendeva la
vera cognizione delle terre, perch Portogallo e Spagna stanno nel napamondo
come cose da tutti conosciute e non come necessarie da saperle, e per questo
erano poste in picciolo spazio con un nome solo, come anche Venezia, Gierusalem
e Roma; ma che guardasse la sua Etiopia, la quale, per esser cosa non
conosciuta, era posta in grande spazio, piena tutta di montagne, di fiumi, di
lioni, d'elefanti e d'altri animali, n vi  scritto nome di citt n di
castelli; e che sapesse sua Altezza che il re di Portogallo con li suoi
capitani era potente per difendere e guardare il mar Rosso da tutte le forze
del gran soldano e del Turco, e far guerra fino in Gierusalem e nella Terra
Santa, e molte altre maggior imprese egli aveva fatto nelle parti di Barbaria
contra il re di Fessa e di Marocco e molti altri re, avendo soggiogato tutta la
India e fatto per forza che li re di quella fussero suoi soggietti e
tributarii, come sua Altezza poteva ben intendere dalli medesimi Mori d'India
nostri nimici che sono mercanti nella sua corte. A questo non fu fatta altra
risposta, ma entr in altre dimande, e ci sped mandandone molto da mangiare e
da bevere: e cos faceva ogni giorno, per tutto il tempo che stemmo nella
corte.
Passando quattro o cinque giorni dipoi che ne parl del napamondo, ne mand a
dire ch'egli voleva scrivere al papa a Roma, che eglino chiamano Rumea neguz
lique papaz, che vol dire "re di Roma e capo di papa", e che io gli facessi il
principio della lettera, perch essi non hanno costume di scrivere e non
sapevano come si scrivesse al papa: e che queste lettere io le aveva da
presentare al papa. Gli rispose don Rodrigo ambasciadore che non eravamo venuti
quivi per scrivere, e che non vi era alcuno che sapesse scrivere al papa, e io
gli dissi che gli farei il principio, e che del resto essi seguissero quello
che nel cuore avevano da scrivere o richiedergli. Fu risposto che dovessimo
andare a desinare, e subito tornare il frate e io, e che io portassi tutti i
miei libri per far queste lettere: e cos facemmo. Giunti, trovammo tutti
quelli che essi tengono per molto dotti e savii, con molti libri, e mi
dimandarono ove erano li miei; gli risposi che non erano necessarii libri, se
non sapere l'intenzione di sua Altezza, e secondo quella ci saremmo governati.
Subito per un principale s di auttorit come di scienzia ch'era ivi presente,
il qual per titolo si chiama abucher che vuol dire cappellano maggiore, fu
detto al frate la intenzione del Prete ed egli me la disse, e io mi posi a
scrivere e brevemente feci un picciolo principio, che subito nella mia lettera
fu portato a sua Altezza, il qual veduto me lo rimand, e immediate noi lo
traducemmo nella sua lingua e glielo rendemmo. N stette molto che venne un
paggio, dicendo che il re stava molto contento di quanto era scritto, e molto
si maravigliava perch non era stato cavato de' libri, ordinando che fusse
scritto in buona lettera e sopra due carte, e che li suoi preti litterati
studiassero li lor libri per quel pi che si doveva aggiunger sopra queste
lettere. Ritornato il frate e io alle nostre tende, ci venne incontra
l'ambasciadore, dicendo: "Padre, mi duole molto di quello ch'io ho detto oggi
al Prete Ianni, che non vi era tra noi chi sapesse scrivere al papa, perch
egli ci terr per uomini di poco sapere; vi prego che voi mettiate le vostre
forze e facciate quello che sapete". Io gli risposi che, o forza o fiacchezza
che fosse in me, gi era fatto quello che io sapeva, monstrandoglielo: del che
ne ebbe piacer grande. La minuta della lettera che io feci va scritta in una
carta da per s, ed  breve, e comincia: "Ben aventurato santo Padre".
Nell'altra lettera, vi posero tre giorni a farla, e pi de quindici giorni a
fare una croce picciola d'oro, che pesa cento crociati, che similmente doveva
portarsi al papa.


Come nelle lettere di don Luis Menesses era scritto che dimandassimo giustizia
di certi uomini che gli erano stati morti in Ercoco, e il Prete mand la
Giustizia maggior di corte a far l'esecuzione, e il frate, che si chiamava
Zagazabo, in compagnia di don Rodrigo per ambasciador suo in Portogallo.
Cap. LXV.

Nelle lettere che don Luis di Menesses mandava al Prete Ianni, si faceva
querela e richiedevasi giustizia di quatro uomini portoghesi che li Mori gli
avevano amazzati in Ercoco, porto del mar Rosso e nelle sue terre: la qual
giustizia e vendetta egli da s non l'aveva voluta fare, per esser nel suo
paese, dove desiderava di fargli servizio senza fargli noia. E richiedendo noi
questa giustizia per molte fiate, ci fece dire che molto gli doleva perch
detto don Luis, essendo capitan maggiore, non ne aveva preso la vendetta,
amazzando quanti Mori egli avesse trovato in Ercoco; e che egli stimava pi un
Portoghese che quanti Mori e Neri erano nel suo paese, e poi che egli non
l'aveva voluta fare, ordinaria che fusse fatta. E fece venire avanti la sua
tenda subito quello che si chiama la Giustizia maggior di corte, facendogli
intendere per lo cabeata che egli venisse con noi infino al mare, e che
ritenesse tutti i Mori e Turchi e cristiani che egli intendesse che si fussero
trovati nel luogo di Ercoco quando furono amazzati questi quattro uomini, e
quelli che fussero colpevoli della detta morte, o vero che non avessero preso
gli omicidi, o vero che avessero levato questo tumulto, che dovesse consegnarli
a ciascun capitan maggiore che venisse di Portogallo, il qual gli amazzasse e
facesse giustizia come gli piacesse, o vero se gli retenesse per ischiavi: e
che di questa giustizia n di altra mai li Portoghesi si dolessero, ma che essi
medesimi se la facessero.
In questo luogo e in questi giorni il Prete Ianni determin di mandare
ambasciador in Portogallo, che fin ora non ne mandava alcuno, e mand a
chiamare don Rodrigo e me, e ci disse che determinava di mandar con noi al re
di Portogallo un suo uomo, per poter fare che li desiderii suoi fussero pi
presto esequiti, e se ci pareva che Zagazabo, che era il frate che sempre
veniva con noi, fusse sufficiente per questo cammino, sapendo parlar la nostra
lingua ed essendo stato altre volte ne' nostri paesi. Noi gli rispondemmo che
egli era sufficientissimo, e che era uomo che ben s'intendeva con noi e noi con
lui, e che non era bisogno d'interprete; e che ora sua Altezza faceva quello
che era il dovere, perch al ritorno daria pi credito alli suoi naturali del
paese, di quello che avessero veduto e udito, che ella non faria alli
forestieri di quello che dicessero di loro medesimi; fu risposto che noi
l'avessimo per compagno. Il giorno seguente ci mand a vestire di nuovo molto
onoratamente, e XXX oncie d'oro e cento pani per lo nostro viaggio. E nondimeno
noi dimorammo ancora molto tempo, e la causa fu, secondo ne disse il suo
ambasciadore, perch, essendo stata questa determinazione del Prete tarda, fu
necessaria questa dimora, non essendo spedito del tutto, cio di dargli le cose
da portar seco per viaggio e li vestimenti per la sua persona e oro per la sua
spesa, e cos aspettammo anche la Giustizia maggiore che aveva da venir con
noi; nondimeno ci parve da partire avanti, avendo veduto molte volte queste
espedizioni andar in lungo.
E ce ne venimmo al luogo di Barua, che  appresso del mare e nel principio
delle terre del Barnagasso, e non trovammo nuova alcuna di Portoghesi che
fussero venuti a levarne, e aspettammo tanto tutti insieme che la mozione del
mare fu passata. In questo tempo la Giustizia maggiore prese quattro o cinque
gentiluomini, che si trovarono quando furno amazzati gli uomini in Ercoco: uno
si chiamava xumagali soldan, perch egli aveva il carico di far la giustizia e
non la fece; l'altro Gaubri Gesus, perch corse al rumore e non fece cosa
alcuna; e arraz Iacob, perch in quel tempo governava il paese del Barnagasso;
fu preso anche il Dafila, che  gran signore, perch si ritirorono nelle sue
terre alcuni Mori e Turchi ed egli non gli prese, sapendo che erano stati alla
morte di questi uomini di don Luis. Questi quattro erano gran gentiluomini e
furno menati alla corte per la Giustizia maggiore, dove non vi essendo alcuno
che gli accusasse, furno liberati finalmente, quantunque fussero prima mal
trattati. Giunta la Giustizia maggiore in corte, e data la nova che non erano
venuti i Portoghesi e che noi restavamo senza alcun rimedio, ne mand immediate
il Prete un calacen, ordinando che noi dovessimo ritornare nel luogo di
Cassumo, dove di sopra ho detto ch'eravamo stati longamente: e quivi ne fece
provedere di 500 some di grano, cento buoi, cento castroni, cento vasi di terra
pieni di mele e altri cento di butiro, e per lo suo ambasciadore che veniva con
noi XX cariche di grano, XX vacche, XX castroni, e XX vasi di mele e altritanti
di butiro.


Come Zagazabo ambasciadore torn in corte, e io con lui, per cose che
gl'importavano, e come la Giustizia maggiore fu battuta, e duo frati insieme, e
la causa per che.
Cap. CXVI.

Stando noi in questo luogo di Cassumo, fu avvisato il detto Zagazabo come gli
era stata levata una signoria picciola che teneva, per la qual cosa mi preg
ch'io andassi con lui alla corte a dimandar giustizia: dove andati, trovammo
che il suo avversario era Abdenago, capitano di tutti i paggi del Prete Ianni,
perch ivi non  ufficio alcuno che non abbia un capo sopra gli altri. E perch
tutte le proposte e risposte son fatte al Prete Ianni per li paggi, noi non
avevamo mezo alcuno di fargli intendere la nostra dimanda; pur fummo soccorsi
da un aiace, che  gran signore, e ancora che fusse amico di Abdenago,
nondimeno fece intendere al Prete la causa perch eravamo venuti; subito venne
risposta per che causa io era venuto. Io gli dissi il tutto, e che il
dispiacere fatto a Zagazabo noi riputavamo che fusse fatto al re di Portogallo
e a noi altri Portoghesi, poi che per servizio del detto re e per nostra
compagnia era mandato da sua Altezza, e che per la sua absenzia era stata
levata per forza la sua signoria. Subito ci fu dimandato chi era quello che ci
aveva fatto questo dispiacere; gli rispondemmo che era Abdenago, capitano dei
paggi, che aveva mandato a fare questo sforzo per suoi maestri di casa e
fattori, e che noi dimandavamo a sua Altezza che ne desse giudici non sospetti,
e che ordinasse alli paggi che portassero ogni nostra proposta che fusse
necessaria a questo negozio. E subito vennero quattro paggi, dicendone ch'il
Prete aveva ordinato loro che riferissero quanto fusse loro detto, senza paura
d'alcuna persona. Li nostri giudici furno aiaz Daragote e aiaz Ceite, alli
quali femmo la nostra richiesta, e loro n'assegnarono termine il giorno
sequente, quando il sol fosse in tal luogo, dimostrandone il cielo: e vi fu
presente il procuratore d'Abdenago e Zagazabo ambasciadore in persona. Venuto
il giorno, una parte e l'altra altercarono e allegarono grandemente, e fu come
concluso in parole, perch nelle audienzie non si scrive cosa alcuna, e li
giudici sentenziarono a bocca in questo modo: che la terra e signoria che
dimandava Zagazabo era molto picciola e stata altre volte suggetta ad un'altra
terra grande e di gran signoria, della quale era signore Abdenago; e che era il
diritto che l'uomo grande, s come il vento grande, entra per tutta la terra,
cos non poteva esser tolta l'entrata a Abdenago, come gran signore che egli
era, che non potesse andar sopra questa signoria piccola. Udita questa
sentenzia, noi restammo morti e ce ne andammo a dolere al Prete, il qual ne
mand a dire che andassimo all'alloggiamento e che stessimo di buona voglia,
che il tutto passaria bene, e che il giorno seguente dovessimo andare a
richieder la Giustizia maggiore, che egli ne daria espedizione: e con questo ci
partimmo.
Il giorno seguente fummo ad aspettarlo alla sua tenda, il qual ne ricevette con
allegro volto, dicendo che egli aveva la parola del Prete per spacciarci, e che
noi dovessimo andare ad aspettarlo alla sua tenda. Nondimeno noi lo volemmo pur
andare ad accompagnar fino dove egli andava a parlare al Prete, dove essendo
entrato e stato un poco, usc con duo paggi che l'accompagnarono fino al luogo
dove si battono gli uomini, e quivi, chiamati duo che fanno questo ufficio, lo
fecero spogliare e, buttandolo col corpo in terra, gli legarono le mani a duo
pali e li piedi con una correggia di cuoio stretti, che gli tenevano duo
uomini. Questi ministri di giustizia stavano uno da un capo, l'altro
dall'altro, battendolo molte volte e la maggior parte nel piano, e quando
diceva il Prete che toccassero, la percossa arrivava fin agli ossi, e di queste
n'ebbe solamente tre. Io ho veduto tre altre volte battere questa Giustizia
maggiore, e in capo di due giorni tornava al suo ufficio, perch non l'hanno
per cosa di vergogna, anzi dicono che il Prete gli vuol bene e che si ricorda
di lui, e di quivi a un poco gli fa grazia e lo mette in signoria. Quando si
batteva questa Giustizia maggiore, vi erano presenti sessanta frati tutti
vestiti d'abiti nuovi, gialli secondo il lor costume. E finito di batter la
Giustizia maggiore, presero un frate vecchio, che pareva di riputazione ed era
capo degli altri, e lo batterono nella maniera sopra detta, ma non fu toccato.
Finito questo, menarono un altro, che passava XL anni e pareva molto onorato, e
lo batterono come gli altri, e costui fu toccato due volte. Finito questo,
dimandai la causa, e che fallo avevano fatto i frati. Mi fu detto che l'ultimo
frate battuto aveva tolto per moglie una figliuola d'un Prete Ianni, cio di
Alessandro, zio di questo David, e s'era separato da lei e n'aveva tolta
un'altra, sorella di questo Prete presente, la quale essendo molto disonesta e
facendo ci che le veniva voglia, non avendo ardire il marito vietarglielo per
timore del Prete, e perch anco in questo paese gli errori delle donne non si
curano, costui lasci questa seconda moglie e riprese la prima, e avendogli il
Prete comandato che tornasse a pigliar sua sorella, udito questo comandamento
non lo volse fare, ma and a mettersi nella religione. E avendo commessa questa
causa alla Giustizia maggiore, che vedesse se dirittamente costui aveva potuto
farsi frate, detta Giustizia giudic che dirittamente egli aveva potuto pigliar
l'abito, e per questo fu fatto battere; il padre guardiano fu battuto perch
gli aveva dato l'abito, e questo terzo perch l'aveva ricevuto: e subito fu
ordinato che lo lasciasse e che ritornasse a pigliare la sorella del Prete. E a
questo modo noi non potemmo esser uditi se non dopo quindici giorni.


Come, dopo la morte della reina Elena, il gran betudete fu a ricuperare li
tributi del suo regno, e di che sorte erano; e come la reina d'Adea venne a
dimandar soccorso, e che gente venne con quella.
Cap. CXVII.

Poteva essere da VIII a IX mesi che era morta la reina Elena, la qual
signoreggiava la maggior parte del regno di Goyame, e ancora quanti di nuovo
venivano alla corte l'andavano a piangere alla sua tenda, la qual ancora era
ritta nel suo luogo: e cos ancor noi facemmo, quando di nuovo dopo la sua
morte venimmo alla corte. E avendo mandato il Prete al detto regno il gran
betudete a ricuperare il gibre, che  quello che si paga di diritto ogn'anno al
re, in questi giorni arriv il detto betudete col gibre, il qual era 3500 mule,
300 cavalli e 3000 bassuti, che sono una sorte di panni che gli uomini grandi
tengono sopra le lettiere, e sono di bambagio, pelosi da una banda come
tappeti, ma non cos grossi: e li gran signori li tengono sopra il letto, e
sono di prezio, che al manco vagliono un'oncia d'oro l'uno, e anche da tre in
quattro e cinque oncie; e pi di 300 panni di bambagio di poca valuta, che
vagliono due per una dramma d'oro e anche manco, e com' stato detto un'oncia
val un pardao, che son tre quarti di ducato d'oro di Portogallo, e mi fu detto
che port trentamila dramme di oro. Al presentar di questo gibre io mi vi
trovai presente e viddi il tutto, e fu in questo modo: il betudete veniva a
piedi, spogliato dalla cintura in suso, con una corda legata a torno della
testa, come saria a dir un fazzuolo da mulattiere castigliano, e dove poteva
essere udito dalla tenda del Prete, disse tre volte, con picciolo intervallo
una dall'altra, questa parola: "Abetu", che vol dir "Signore"; e non gli fu
risposto se non due volte, nella sua lingua: "Chi sei tu?" E lui disse: "Io che
chiamo son il pi picciolo della tua casa, quello che sella le tue mule e lega
le tue bestie e fa gli altri uffizii che mi comandi, e ti porto quello che tu
mi hai ordinato"; e queste parole furno dette tre volte, le quali compite, si
ud una voce che disse: "Cammina, cammina avanti", ed egli, andato, fece
riverenzia avanti la tenda e pass avanti. Dopo di lui venivano li cavalli uno
drieto all'altro, tutti menati per la cavezza da servitori. Li primi XXX erano
sellati ed erano molto ben in ordine; gli altri che venivano dietro non
valevano due dramme d'oro, e molti di loro non valevano una dramma l'uno, e io
gli viddi dare poi per manco, e potevano essere da tremila. Dopo questi ronzini
vennero le mule, nel medesimo modo di quelli, cio XXX sellate, buone e ben in
ordine; le altre erano mulette picciole giovani, come i ronzini, e vi erano
muli e mule di un anno, di due e di tre, e non passavano, e niuna salvo le
sellate era da cavalcare; e passarono come fece il betudete e li ronzini. Dopo
le mule vennero li panni bassuti, e un uomo non ne portava se non uno, per lo
gran fardello; dopo li bassuti passarono gli altri panni fatti in un fascio, e
un uomo ne portava dieci: e potevano essere tremila uomini di bassuti e tremila
di panni, e tutti costoro erano del regno de Goyame, i quali sono obligati a
portar il gibre. Dopo questi panni vennero dieci uomini, ciascuno con lo suo
piatto sopra la testa, fatto al modo di quelli ne' quali mangiano, ed erano
coperti di cendado verde e rosso. Dopo questi piatti vennero tutte le genti del
betudete, le quali passarono tutte l'una dietro l'altra, come aveva fatto egli.
In questi piatti vi era posto l'oro, il qual ordinarono che fusse portato alla
sua stanza con tutto 'l gibre, e cos si fece. A far questa processione si
consumarono dieci ore, cio da prima sino dopo vespro.
Potevano esser XV giorni avanti che noi arrivassimo quivi alla corte, ch'una
reina mora, moglie del re d'Adea, che era sorella d'una che fu mandata per
esser moglie del Prete Ianni, ed egli la rifiut perch ella aveva duo denti
dinanzi troppo grandi, e fu maritata per questo a un gran signore, che fu
barnagasso e ora  betudete; or veniva questa reina a dimandar soccorso al
Prete, per causa d'un fratello di suo marito, che s'era levato contra di lei e
le toglieva il regno. Era accompagnata bene come reina, e menava seco cinquanta
Mori molto onorati e ben vestiti, a cavallo in su mule, e cento uomini a piedi,
e sei donne onorate a cavallo in su mule: ed erano genti non molto nere. Fu
ricevuta con grand'onore, e il terzo giorno dopo 'l suo arrivare fu chiamata, e
venne avanti la tenda del Prete, essendo lei serrata in uno sparavier nero. Fu
vestita due volte quel giorno, una all'ora di prima, l'altra a ora di vespero,
e tutte due di broccato, di velluto e camicie moresche d'India; e il Prete le
mand a dire che ella si riposasse e non avesse maninconia, che il tutto saria
fatto s come ella desiderava, e che ella aspetasse Barnagasso e Tigremahon,
perch giunti subito si partiria. Dopo XVIII giorni del suo arrivare fu di
nuovo vestita al modo sopradetto, e il giorno seguente arrivarono i sopra
detti, e amendue portavano il gibre che sono obligati pagare al re, e con loro
venivano li cauas delle lor terre, cio gli uomini d'arme, con molti altri
signori.
Arrivati che furno, ordin il Prete che il betudete fusse il primo a presentare
il gibre del regno di Goyame; e li giorni dipoi cominci Barnagasso a dare il
suo gibre, e furono 150 bellissimi cavalli, e il primo giorno non fecero altro
che correre e saltare, e nell'altro giorno present molte sete e molti drappi
sottilissimi d'India: a questo presentar non mi ritrovai, perch mi sentivo
male. Fornito questo, il giorno seguente cominci molto a buon'ora a presentar
il suo gibre Tigremahon, e furno 200 e pi grossi e belli cavalli, e migliori
di quelli di Barnagasso, perch venivano di paese pi lontano; nondimeno una
sorte e l'altra erano d'Egitto e d'Arabia: e in questo giorno non si fece altro
che veder i cavalli. Nel seguente giorno presentarono pi panni di seta che io
vedessi mai posti insieme, e si consum tutto 'l giorno in appresentar, contar
e riceverle. Il luned seguente a mezogiorno venne Balgada Robel, gentiluomo
grande suggetto a Tigremahon, a presentare il suo gibre da per s, ed erano XXX
cavalli tutti d'Egitto, grandi come elefanti, molto grassi, e sopra ciascuno
era un xumagali, cio gentiluomo senza titolo. E otto di questi xumagali
avevano buone corazze simili alle nostre, parte coperte di velluto e parte di
cordovano, con le brocche dorate; avevano anche celate come sono le nostre in
capo: in questi otto vi entrava Balgada Robel; gli altri XXII avevano le sue
camicie di maglia, con le maniche longhe e molto ben serrate intorno la
persona. Avevano XXX zagaglie e la lor mazza ferrata, come Turchi, e tutti con
li lor fazzuoli intorno la testa azzurri, con capei lungi che volavano per lo
vento. Avanti di costoro andavano duo neri piccioli, vestiti d'una livrea rossa
e verde, ciascuno sopra un camello coperto della medesima livrea, sonando
tamburi: e subito ch'arrivarono appresso la tenda del Prete, si ritirarono i
camelli, un da un capo e l'altro dall'altro, non cessando di sonare e li
xumagali di scaramucciare, e fecero di tal maniera che ordin il Prete che vi
fussero menati degli altri cavalli, di quelli del Barnagasso e Tigremahon,
acci si dessero spasso con quelli. Dur questa festa fino al tramontar del
sole. Questo Balgada Robel  quel gentiluomo al qual don Rodrigo, quando
venimmo, don una celata, e compr una mula per una spada; era fama che sempre
guerreggiava con Mori, per esser un buono e gentil cavaliere.


Come fu dato soccorso alla reina di Adea; come il Prete fece prendere il
betudete, e la causa per che, e come poi fu liberato, e come furono presi
alcuni altri signori.
Cap. CXVIII.

De li cauas, cio uomini d'arme, che vennero col Barnagasso e Tigremahon e con
li gentiluomini delle lor compagnie, ordin il Prete Ianni che quindicimila di
loro con un gentiluomo intitolato adrugaz, nominato in questo libro molte
volte, immediate andassero nel regno di Adea, e che pacificassero il detto
regno, e che la reina andasse pian piano: e subito si partirono la reina e
Adrugas, e si diceva che essi anderiano per il paese del Prete XXX giorni di
cammino, avanti che arrivassero nel regno di Adea.
Partita la reina, il giorno seguente il Prete comand che fusse preso il gran
betudete che gli aveva portato il gibre del regno di Goyame, e similmente fece
prender l'altro betudete, che si chiama Canha; fece anco prender Tigremahon: li
quali presi, una mattina avanti giorno si part il Prete, e tutta la corte con
lui, e noi drieto. E stando l'ambasciador del Prete e io sopra un fiume, dando
da bevere alle mule, pass questo betudete che port il gibre, e mi disse:
"Abba bar qua", che vuol dire: "Padre, dammi la benedizione"; io gli risposi:
"Hizeria bar qua", che vuol dire: "Dio ti benedica". Veniva questo betudete
accompagnato da XV gentiluomini a cavallo in su mule e cinquanta a piedi, e
niuno era dei suoi servitori, ma tutti guardie; e noi ci mettemmo a cavalcare
in sua compagnia. Subito appressatomi, mi prese la mano e me la baci,
dimandandomi di nuovo la benedizione, dicendomi: "Che ti par di questo? Si
prendono cos grand'uomini nel vostro paese?" Gli risposi che nelle nostre
terre li grand'uomini, se si pigliavano per cose leggieri o di poca noia del
re, gli davano le lor case per prigioni, e se per cose grandi, erano posti in
castelli e prigion forti. Egli, con le lacrime che gli correvano per tutto il
viso, di nuovo mi disse: "Padre, prega Iddio per me, perch a questa volta sar
la mia fine". Io fui con esso, sforzandolo e consolandolo meglio che io seppi,
fino al tardi, che si partirono da noi. Il giorno seguente tornammo ad
accompagnarci insieme, e cos cominci a parlar meco come il giorno avanti, e
io con lui, sempre dicendo che pregasse Iddio, perch egli moreria in quella
prigione. La prigion veramente che aveva era una catenella molto sottile d'un
braccio di lunghezza, come una catena da legare un cane, con un picciolo e
sottile cerchietto nel collo del braccio: ed egli medesimo portava la catena in
mano.
Un mercoled noi arrivammo dove le tende del re erano poste, e quella notte fu
detto che 'l Prete ordin che fusse condotto alla sua presenza il betudete: e
cos fu menato, in compagnia di due suoi figliuoli. Arrivati alla porta della
tenda, mand il Prete fuori duo paggi che lo facessero condur drieto alla
tenda, che voleva parlar con lui in persona, e che le guardie e li figliuoli
aspettassero un poco ritirati dalla porta della tenda. Quivi stettero fino alla
mattina, che il Prete cavalc, e tutti noi con lui, senza che s'avesse nuova
alcuna del betudete, se egli era morto o vivo, n ci che di lui era
intervenuto. Li detti due figliuoli, e tre ch'erano restati in casa, tutti
erano uomini grandi e buoni cavalieri: fecero grandissimo pianto con tutti li
servitori di lor padre, il qual teneva una casa onorata come un gran re. Dipoi
ordin il Prete che camminassero senza alcuno servitore, n del padre n loro,
e cos io gli vidi cavalcare tutti soli e senza servitore, spogliati dalla
cintura in suso, con una pelle di castrone nera pelosa sopra le spalle, e dalla
cintura in gi panni neri, e tutte le sue mule coperte di nero; la gente loro e
di lor padre camminavano separati, tutti addolorati e a piedi, e le lor mule
avanti di loro sellate.
Un luned, che facemmo l'entrata nel regno d'Oysa, era stato ordinato di far la
festa dei Re, che loro chiamano tabuchete, e si fa il battesimo, come di sopra
 detto. Questi figliuoli del betudete andavano di casa in casa, subito fatto
giorno, cio nelle tende dei grandi, come gli altri solevan far a loro,
dimandando nuova di lor padre, se era vivo o morto: n seppero mai cosa alcuna,
se non in capo di XV giorni, che vennero quelli che lo condussero nel regno di
Fatigar, a una montagna che si dice essere nella estrema parte del regno di
Adel, la qual  molto alta e ha una valle molto profonda nel mezzo, e non vi 
altro che una entrata. In questa profundit over valle vi sono di ogni sorte
d'animali e vacche, ma gli uomini che vi entrano muoiono in quattro o cinque
giorni di febre: e che ivi l'avevano lasciato senza persona alcuna che lo
servisse, se non alcuni Mori che gli facessero la guardia, fin a tanto che egli
morisse. Questa nuova fece raddoppiare il pianto maggior del primo, e si
cominci a parlar per la corte di questa morte che gli aveva data il Prete,
perch s'era impacciato con sua madre (e cos era la fama) quando lei viveva, e
che ne aveva avuto un figliuolo, e che 'l Prete non aveva voluto farlo morire,
vivendo sua madre, per non infamarla: e andando queste nuove per la corte,
furno mandati bandi che nessuno non parlasse del betudete, sotto pena della
vita. Subito cess questa fama, ed essendo noi di quivi a tre mesi appresso del
mare, nelle terre di Tigremahon, venne una nuova che il betudete non era morto,
e che i suoi figliuoli con l'aiuto del re di Adel l'avevano scappolato, e che
egli faceva guerra al Prete. In queste terre subito furno mandati bandi che
alcuno non parlasse del betudete, e cos cess. Subito venne un'altra nuova,
che il Prete aveva fatto tagliar la testa a XX Mori che lo guardavano e a duo
suoi servitori, perch gli erano andati a parlare: e questo sapemmo che era la
verit. E di pi si diceva che il Prete gli voleva perdonare, poi che Iddio gli
aveva dato vita tanto tempo in cos pericoloso luogo, e perch era uomo di
grand'ingegno, e da governar molta gente, e gran guerriero.


Come Tigremahon fu morto e l'altro betudete deposto, e tolta la signoria di
Abdenago e data all'ambasciadore Zagazabo, e come il Prete and in persona nel
regno di Adea.
Cap. CXIX.

Subito che noi arrivammo dove che s'aveva da far la festa dei Re, o il
tabuchete, avanti che si dicesse dove era stato condotto il betudete, una notte
ordin il Prete che fusse condotto via Tigremahon, del quale non si seppe
similmente a che parte l'avessero condotto. Il giorno seguente gli mandarono a
torre quanto che egli aveva nelle sue tende, e tre giorni continui non
cessarono di portare, contare e consegnar drappi bassi e molti ciambellotti e
panni assai buoni d'India. Noi ci trovammo ivi alla corte sei uomini bianchi,
cio io e un Portoghese e quattro Genovesi: a ciascuno di noi mand il Prete a
donare sei panni, cio tre pezze di ciambellotto e tre panni d'India. E non
passarono molti giorni che fu detto che 'l Prete aveva fatto menar Tigremahon
nel regno di Damute, sopra una montagna altissima che non aveva se non una
strada fatta a mano, e la cima rimonda e molto fredda: quivi mandano gli uomini
che vogliono che muoiano presto. E secondo che nelle terre di Tigremahon venne
nuova falsa che 'l betudete era fuggito, cos ne venne nuova certa che
Tigremahon era morto in detta montagna di freddo e di fame.
In questi giorni similmente che eravamo alla corte, l'altro betudete, che era
preso, fu diposto dal suo ufficio, e fatto betudete arraz Nobiata, che era
barnagasso; e fecero Tigremahon Balgada Robel, che fu quello che venne con li
XXX cavalli ben in ordine. Ed era un gran rumore per tutta la corte, che
parlava della morte della reina Elena, dicendo: "Come ella  morta, tutti li
grandi e piccioli sono morti, e vivendo lei tutti erano vivi, guardati e
favoriti", e ch'essa era padre e madre di tutti, e che se 'l Prete andava a
questo cammino, tutti li suo regni presto sariano diserti.
Passato il tabuchete, cio il battesimo, Zagazabo ambasciadore e io non
facevamo instanzia alcuna della nostra dimanda, perch non avevamo ardimento,
per li grandi e ardui negozii che noi vedevamo trattarsi. Il Prete ne mand a
chiamare, e levata una signoria, che teneva Abdenago nostro contrario, e
un'altra che noi gli dimandavamo, tutti due le dette all'ambasciadore e ci
esped tutti contenti. Avanti che noi ci partissimo, venne nuova d'Adrugaz, che
and con la reina d'Adea a soccorrere suo marito, che faceva intendere come li
popoli non la volevano ubidire, e che per dove ella andava tutti fuggivano e si
ritiravano alle montagne, e che sua Altezza mandasse pi gente. Il Prete
determin d'andarvi in persona, e di menar la reina sua moglie in una terra
dove gi eravamo stati con lei, la qual si chiama Orgabra, che  nella estrema
parte del regno di Adea, e ivi lasciar la reina, i figliuoli e tutta la corte:
e cos fece. Andarono con lui de' Portoghesi Giorgio di Breu, Diego Fernandez,
Alfonso Mendez e Alvarenga e cinque o sei Genovesi. Ritornati che furno,
raccontarono che, tanto quanto il Prete camminava dentro il regno di Adea,
tutti venivano a dargli ubidienza come a lor signore, e che volse andar molto
avanti e fino appresso di Magadaxo, e che il detto regno era molto fruttifero e
di gran boschi, di sorte che non potevamo camminare se non tagliavano gli
arbori e facevano la strada, e vi erano infinite vettovaglie di ogni sorte, e
di grand'armenti d'animali d'ogni sorte e di molta grandezza; e che in questo
regno  un lago cos grande che pare un mare, e che non si vede da un capo
all'altro, nel quale  una isola dove nelli tempi passati un Prete Ianni fece
fare un monastero, e pose in quello molti frati, ancora che fusse edificato in
terra de Mori: li quali frati tutti morirono di febbre, eccetto pochi che
restarono in uno picciolo monastero fuori dell'isola appresso il lago, quali
furno trovati esser restati vivi, e che subito ordin il Prete che si facessero
altre chiese e monasteri, lasciandovi molti preti e frati e molti laici che
abitassero in detto regno. Il qual pacificato che fu, se ne ritorn ove era la
corte. Paga detto regno di tributi di vacche un gran numero, e noi le abbiamo
vedute nella corte, che eran venute di questo paese: e sono cos grandi come
gran camelli, e bianche come neve e senza corna, e le orecchie grandi, molto
pendenti.


Del modo che il Prete sta alloggiato con la sua corte.
Cap CXX.

La maniera che tiene il Prete in alloggiar la sua corte  che sempre egli si
mette ad alloggiare in campagna, che in altro luogo non vi capiria, e se vi 
alcun luogo alto, in quello le tende del Prete si dirizzano: le spalle delle
quali sempre guardano verso levante e le porte verso ponente, e sono sempre da
quattro o cinque tende, tutte congiunte una con l'altra, e queste propriamente
sono le abitazion sue, circundate con alcune cortine alte che essi chiamano
mandilate, che sono tessute a scacchi, divisate di bianco e di nero; e se vi
vuole star qualche giorno di continuo, le circundano con una siepe che gira un
buon miglio, e vi fanno XII porte, e la principale guarda verso ponente. Di
dietro a quella un buono spazio sono due porte, una da una banda, l'altra
dall'altra, che servono per la chiesa di Santa Maria Sion, ch' posta verso
tramontana, e l'altra per la chiesa di Santa Croce, che  verso mezod.
Appresso queste porte che servono per queste chiese, quasi altrotanto spazio
giusto quanto  dalla porta principale alle sopradette, vi sono due altre porte
per banda: quella che  verso mezzod serve per andar alle tende dalla reina,
moglie del Prete, e quella verso tramontana serve per la stanzia dei paggi, e a
tutte queste porte stanno guardie. Le altre io non potei vedere, perch
d'intorno non vi lasciano passare alcuno. Questo so ben io, che in tutte le
parti ch'egli alloggia fanno XII porte, tra le quali ve n' una che serve alli
paggi di cucina, perch questo io viddi stando da lungi, come detti paggi
portavano le vivande. Le qual porte si fanno, come ho detto, quando le tende
sono serrate di siepe: ma non essendo serrate, vi sono solamente le cortine.
Di dietro a queste tende per un tratto di balestra e pi sono poste le cucine e
le tende delli cuochi, partite in due parti, cio cuochi da man destra e cuochi
da man sinistra. E quando da queste cucine sono portate le vivande, fanno in
questo modo, secondo ch'io viddi in una terra che si chiama Orgabeia, nel regno
di Xoa, ritrovandomi sopra alcune colline vicine alle cucine, perch nelle
altre parti le tende sono poste nel piano, che non si pu vedere. Veniva un
baldacchino di ormesino, secondo che pareva, rosso e azurro, di sei pezze
integre lunghe insieme cucite, e questo baldacchino portavano in cima a certe
canne, che in quella terra sono molto buone, forti e lunghe, e di sorte che ne
fanno aste da lancia. Sotto questo baldacchino venivano i paggi, che portavano
le vivande in alcuni piatti di legno molto grandi, che chiamano ganete,
ch'erano fatti a modo di piadene di legno piane nelle quali si netta il grano,
con l'orlo alto due dita, ma sono maggiori: e in ciascuna erano poste molte
scodelline di terra nera, nelle quali erano poste le vivande di galline,
tortore e altri uccelletti, e di molti frutti e mangiari bianchi, che sono la
maggior parte di latte che di altre cose; vi erano ancora pignattelle nere come
le scodelle, con altre vivande e minestre di diverse sorti. Queste vivande che
io dico, che venivano in questi piatti, non dico che io le vedessi quando che
le portavano, perch io era da lungi, ma le viddi quando ne le mandavano a
presentare, che venivano nelli medesimi piatti come erano stati portati dalla
cucina, e senza baldacchino, e le pignatte erano coperte con li lor testi
serrati intorno con pasta: e questi piatti che ne mandavano erano tutti carichi
di queste pignatte, calde che quasi bollivano. In tutte le vivande nelle quali
possono metter gengevo e pepe, ve ne mettevano tanto che non si potevano
mangiare per l'acutezza. Fra le cucine e le tende dei cuochi, quasi dietro a
quelle,  una chiesa di Santo Andrea che si chiama la chiesa de' cuochi; dove
sono le cucine, n di dietro a quelle, vi pu praticar nessuno.


Delle tende dove si fa la giustizia, del modo di quella, e come odono le parti
litiganti.
Cap. CXXI.

Avanti le porte delle tende over della siepe, se ella vi , ben duo tratti di
balestra, si distende una tenda lunga, la qual chiamano cacalla: e questa  la
casa della giustizia o vero di audienzia, e fra questa tenda e le tende del
Prete non passa alcuno a cavallo, per riverenzia del re e della sua giustizia,
ma tutti smontano a piedi; e questo io so perch ci detteno colle mani nel
petto una volta che noi vi entravamo con le mule, e fummo escusati essendo
forestieri, facendone intendere che noi ci guardassimo d'entrarvi pi. In
questa tenda di cacalla non vi entra alcuno, solamente vi sono poste XIII
cattedre di ferro basse: il luogo dove si siede  di cuoio, e una di queste 
molto alta, che daria a un uomo quasi al petto, e le altre XII sono basse come
i nostri scabelli da sedere a tavola, e si cavano ogni giorno, e si mettono sei
da un capo e sei dall'altro, e la grande sta nel mezzo, come fa la tavola che
sta in capo del refettorio dei frati. Sopra queste non siede alcuno delli
giudici che odono le parti: solamente stanno per cerimonia, perch essi seggono
in terra sopra le erbe, se ve ne sono, tanti da una parte come dall'altra, e
ivi odono le parti che litigano, e ciascuno della sua giurisdizione, perch,
come dico che li cuochi erano divisi in due parti, cos sono tutti, cio o da
man sinistra o da man destra. E l'audienzia si fa in questo modo: l'attore
proferisce la sua azione a bocca, senza che alcuno parli, e il reo contradice
quanto che vuole, senza che niuno il disturbi; finito che ha il reo, l'attore
replica, se gli piace, e il reo similmente duplica, se gli piace, senza che
alcuno lo disturbi. Finite che hanno le loro proposte e risposte, per s o vero
per i lor procuratori, vi sta in piedi un uomo che  come un portinaro, e
costui torna a ridire quanto hanno detto le parti, e infine dice il parer suo e
chi ha ragione. Allora uno di quelli giudici che seggono, cio quello che  in
capo, fa come ha fatto il portinaro, cio di raccontare quanto le parti hanno
detto, e in fine qual di quelle gli pare che abbia ragione: e in questo modo
fanno tutti gli altri che seggono, di dire la lor oppenione, e si levano in
piedi quando parlano, fino che tocchi alla Giustizia maggiore, che sta
all'ultimo, la qual, udito il parere di tutti, d la sentenza, se non vi 
bisogno di prova; ma se vi deve intervenir prova, gli danno le dilazioni debite
e necessarie, e tutto in parole, senza scriver cosa alcuna. Le altre materie
che odono i betudeti e gli aiaz, le odono stando in piedi, perch stanno
davanti della tenda del Prete e questa cacalla, e cos come odono le parti,
cos vanno subito con quello che dicono al Prete, e non entrano nella tenda, ma
solamente dentro della mandilate o vero cortina: e di quivi parlano, e poi se
ne tornano alle parti con la terminazion del Prete, e alle volte consumano un
giorno in queste andate e tornate, secondo la importanzia delle cause.


Della maniera come sono fatte le sue prigioni.
Cap. CXXII.

Avanti la tenda o casa della giustizia, per un gran pezzo dalla parte destra e
dalla sinistra, vi sono due tende o vero case come prigioni di catena, e si
chiama mangues bete, dove stanno i prigioni di ciascuna delle parti, cio
destra o sinistra, e sono guardati in questo modo, che secondo il delitto e
causa cos  la prigione e le guardie, e il prigione  obligato a far le spese
alle guardie che lo guardano, e le paga per tanto tempo quanto sta in prigione.
E se vi  alcuno che abbia i ferri ai piedi, quando lo fanno andar avanti la
tenda del Prete, ove hanno l'audienza, queste guardie lo portano a braccio,
cio duoi danno le braccia uno all'altro e fanno sedere sopra di quelle il
prigione, che tiene le mani sopra le lor teste e le altre guardie l'acompagnano
coll'armi, e cos vanno e vengono. Vi  un'altra sorte di prigioni, che, se io
richieggo che sia preso un uomo, sono obligato a fargli le spese, volendolo
accusare, e similmente alle guardie che lo guardano: e questo io so perch
accadde alli nostri Portoghesi, che fecero prendere alcuni per mule che erano
state lor rubate, e perch mandavano da mangiare alli prigioni e alle guardie,
tornarono a richiedere che fussero liberati. Un altro Genovese so che gli era
stata rubata una mula, e confess il ladro averla rubata, ma che ella non era
in suo potere, n aveva con che pagarla: lo giudicarono per ischiavo e fu
venduto, ed era un uomo molto valente.


Dove sono le case di quelli che si chiamano Giustizia maggiore, e il luogo dove
 la piazza, e quali sono i mercanti e quelli che vendono a minuto.
Cap. CXXIII.

Avanti le tende delle prigioni, per un gran tratto tutto al diritto, sono poste
le tende di due Giustizie maggiori, cio una da una banda e l'altra dall'altra,
e in mezo  una chiesa, la quale si chiama chiesa delle Giustizie, e inanzi a
questa, per un gran pezzo lontani a quella, sono quattro lioni in catena, li
quali sono condotti sempre ove cammina il Prete Ianni. E per un altro grande
spazio lontano dai lioni  un'altra chiesa, la qual si chiama la chiesa della
Piazza dei cristiani, che in quella vendono, perch la maggior parte sono mori,
massime li principali mercanti delle robe e cose grosse, e li cristiani vendono
cose belle come pane, vino, farina, carne, perch li mori non posson vendere
cosa alcuna da mangiare, n alcuno mangiaria di quello che essi facessero, n
della carne che essi ammazzassero. Questa piazza ha da essere sempre in fronte
della tenda del Prete Ianni: non dico che dalla sua porta possa esser veduta,
perch alcune volte accade che la campagna  cos grande che la piazza viene a
essere molto lontana, e il manco che si possa far piazza  un miglio e mezzo, e
qualche volta tre e pi. Ancora che si muti la corte quante volte che si
voglia, e sempre si osserva questo modo di metter le tende, e dalla tenda del
re fino a questa piazza tutto  netto per mezzo, cio che non vi  alcuna tenda
se non delle due chiese delle due giustizie dei leoni e della chiesa della
Piazza, e sono ben allontanate dalle altre tende.


In che modo i signori gentiluomini e tutte l'altre genti piantano le lor tende,
e come sono poste in ordinanza.
Cap. CXXIIII.

Acanto a ciascuna delle due chiese, che sono a canto alla tenda del Prete dalla
banda di fuori,  posta una tenda molto bella e buona dove serbano le robbe
delle chiese, e un'altra dove tengono il fuoco e la farina per far il corbon,
cio le ostie: e di questa sorte tutte le altre chiese hanno una tenda. Inanzi
a queste chiese sono alzate altre tende grandi e lunghe e distese, come sarian
sale, e queste chiaman balagamie, dove serbano le vesti, robbe e tesori del
Prete: e tante stanno da una parte quante dall'altra, perch sono tutte
duplicate, come le altre delli ministri della corte. Queste hanno li lor
capitani, che sono sopra quelli che le guardano, e la maggior parte di queste
tal persone sono schiavi eunuchi. Drieto a queste tende delle robbe, a man
destra, si rizzano le tende della reina moglie del Prete, e di tutte le sue
donne che la servono, e della reina Elena, che soleva star con grandissima
pompa: ma non entrano in quelle se non donne ed eunuchi. Dalla banda sinistra
sono le tende de' paggi; dapoi li aiazi si alloggiano, perch occupano grande
spazio, perch hanno assai gente sotto di s, le quali stanno lor sempre
appresso. Dopo gli aiazi sta l'abuna Marco, con gran numero di tende, perch vi
sono infinite persone che lo vengono a trovare di tutta la Etiopia, per aver
favor a ordinarsi, s che tien tanto luogo che farebbe una gran villa.
Dall'altra banda sta il cabeata, che ancora egli ha gran numero di tende: e la
sua stanzia soleva esser appresso la chiesa di Santa Maria, conciosiacosach
questo ufficio soleva esser sempre dato ad un frate, ma questo presente,
essendo prete e avendo moglie, lo fanno stare appresso l'abuna. Poi seguitano
tutti li gentiluomini alli lor luoghi, e appresso le genti ben vestite, dapoi
le genti basse, come tavernieri, panattieri, che vendono e fanno vino e danno
da mangiare. Seguitano poi le tende delle femine da partito, che loro chiaman
amaritas, e queste sono molte, e hanno sempre alcune altre tende separate dalle
loro, dove alloggiano forestieri che vengono a vender, comprar e negoziar con
la corte del Prete, e ne sono infinite ricche e ben vestite. Appresso
alloggiano tutti quelli che fanno l'arte del fabro, da un canto e dall'altro, e
occupano grandissimo spazio. Li dui gran betudeti poi con le lor genti, un alla
destra e l'altro alla sinistra, occupano il spazio di una citt, tanta
moltitudine di genti menano seco di continuo, e sono come le guardie di questo
alloggiamento. E sempre le tende del Prete sono le prime alzate, e immediate
ciascuno sa il luogo dove dee far alzar le sue, o a man diritta o sinistra, e
si veggono le strade, piazze e chiese: e tanto si estende questo campo o vero
alloggiamento del Prete Ianni, che occupa lo spazio di sei buone miglia.


In che maniera i signori e gentiluomini vengono ed escono di corte e praticano.
Cap. CXXV.

Niuno signore grande e signor di terre, se si trova nelle sue terre, pu uscire
n muoversi per venir alla corte in niuna maniera se non  chiamato dal Prete,
ed essendo chiamato, non lascia di venir per cosa alcuna; e quando ei si move,
non lascia in quella n moglie n figliuoli n roba alcuna, perch sempre teme
di non tornarvi pi, conciosiacosach, come di sopra  detto, il Prete dona le
signorie e toglie quando gli piace, e se accade che le tolga a qualcuno,
immediate quel signor messo in suo scambio gli toglie ci che trova: e per
questo portano via con loro ogni cosa, o ver la mettono in altre terre. E
quando arrivano appresso la corte, con gran trionfo, si fermano almanco tre
miglia lontani dalla corte, dove stanno molte volte uno e due mesi senza
moversi di l, che paiono come dimenticati, fin che piace al Prete: non
lasciano per in questo tempo che essi stiano cos dimenticati, d'entrare nella
corte e di parlar con altri signori, non con trionfo n vestiti, ma con due o
tre uomini e ignudi dalla cintura in suso, e con una pelle di castrato sopra le
spalle: e cos vanno e tornano alle lor tende, fin che hanno licenzia
d'entrare. La qual avuta, fanno la lor entrata con gran trionfo di suoni e di
tamburi, e vanno a mettersi nel lor luogo, che gi per avanti a ciascuno 
ordinato; e alloggiato che , ancora non va fuori di casa vestito come fece
nell'entrata, ma va ignudo s come ho detto, posto che nella sua entrata
venisse vestito di pompa, e in questo tempo dicono tutti universalmente:
"Ancora il tale non sta nella grazia del signore, perch va spogliato". E se
egli ha alcuna parola dal Prete, subito esce vestito, e allora il popolo dice:
"Il tale  gi nella grazia del signore", e si divulga la causa perch egli 
stato chiamato. Alcune volte e la maggior parte ritornano alle lor signorie, e
anche no, e se ritornano sono spacciati immediate; se anche sono tolto loro,
gli fanno stare cinque, sei e sette anni senza uscire della corte, della quale
non possono uscire senza licenza: e sono molto ubidienti e molto temono il lor
re. E quanto avanti solevano essere accompagnati, e tanto allora si veggono
abandonati, e cavalcano sopra una mula con duoi o tre uomini seco, perch gli
altri che solevano accompagnarli erano delle signorie che gli levorno, e si
sono accostati al signor nuovo: e questo vedevamo accadere tutto il giorno.


Come quelli che son chiamati alla guerra entrano immediate appresso alla tenda
del Prete,
e delle vettovaglie che portano seco.
Cap. CXXVI.

Se alcun gentiluomo  chiamato per andar alla guerra, secondo che spesse volte
abbiamo veduto, la sua entrata non  vietata, ma subito entra, e come vien con
molte genti entra di lungo. A questi gentiluomini non  proibito quel che ho
detto, che fra la tenda di cacalla e la tenda del re non entrino n a cavallo
n sopra mule, percioch, come vengono per andar alla guerra, entrano alla
distesa fin alle tende del re, e appresso di quelle fanno le lor mostre,
scaramucciando e facendo le lor ordinanze di battaglia, secondo che a loro pare
che il re ne prenda piacere: e questo abbiamo veduto per infinite volte. Questi
tali non stanno in corte pi di duo giorni, perch cos sono i loro ordini, che
in due giorni si mettono insieme centomila persone, se tante ne vogliono; e
secondo che arrivano, subito sono espediti, perch ivi non si costuma di dar
soldo ad alcuno, ma ciascuno porta seco la provisione per il suo vivere, che 
farina d'orzo e di ceci e di miglio arrostiti, la qual  buona vivanda per
andar alla guerra, perch trovano buoi e vacche per tutto dove vanno; e se 
tempo di grano, questa  la principale vettovaglia che  portata da quelle
genti alla guerra.


In che modo portano le robe del Prete Ianni quando egli cammina, e dei broccati
e sete che manda in Gierusalem, e dei suoi tesori.
Cap. CXXVII.

Del modo del camminare del Prete Ianni di sopra  stato detto, secondo che noi
l'abbiamo veduto; ora voglio dire in che modo son portate le sue robe e drappi,
che sono serbate nella tenda detta balagamia, che veramente  cosa maravigliosa
e de infinita quantit. Tutte le robe di seta sono poste in panieri quadri
fatti di bacchette, e lunghi quattro palmi e due o due e mezzo larghi, coperti
di cuoio di vacca crudo col pelo; e a ciascun cantone  una catena che va di
sopra al coperto, il quale ha nel mezzo una argola di ferro, nella qual si
chiavano queste catene con un chiavistello: e cos come sono serrate quelle
delle sete, cos sono quelle delli drappi sottili d'India, e sono portate da
uomini in testa, e sono pi di cinque o seimila, e fra ogni cento e cento vi
sono sempre guardie che camminano con esse. E perch ogni anno crescono in
tanta quantit le sete e broccati, cos di quelli che sono pagati per li
tributi di diversi reami come di quelli che alle volte il Prete fa comprare, e
tanti non ne consumano n possono portare per viaggio, per ogni anno ne
sogliono mettere in alcune grotte cavate in montagne per questo effetto, e una
n'abbiamo veduta sopra la nostra strada quando venimmo la prima volta alla
corte, la qual era vicina alle porte che si chiamano, come abbiamo detto,
Badabaie, appresso alcune profonde valli di sopra nominate. A questa grotta vi
stanno di continuo molti guardiani, e ciascuno che passa paga loro un certo
dazio, il quale  deputato alli detti guardiani. Nel modo che vanno le robe e
drappi di seta, cos va il tesoro in cesti, ma pi piccioli, e coperti di cuoio
e cos serrati come quelli delle robe, ma sopra la coperta e catene e serratura
 posto un altro cuoio di bue fresco e cucito con correggie del medesimo cuoio,
e ivi si secca e riman forte: e questi cesti del tesoro sono infinitissimi, e
vanno sempre con gran guardie, e similmente ogni anno ne sono messi molti nelle
grotte, perch non ne possono tanti portare come crescono e si multiplicano
ogni anno.
Questa grotta che noi abbiamo veduta era lontana tre miglia dalla casa di
Pietro di Coviglian, ed egli ne diceva che l'oro che era in questa grotta saria
sufficiente per comprare la met del mondo, perch ogni anno ve ne mettevano
grandissima somma, e mai non ne ha veduto cavare. E quanto alle sete e
broccati, diceva Pietro di Coviglian che molte volte ne cavavano per donare
alle chiese e monasteri, s come fu fatto tre anni avanti il nostro arrivare,
che il Prete mand grandissime offerte in Gierusalem di broccati e sete, cavati
dalle grotte per la gran quantit che ve n'era: e furno tante che coprivan li
muri della chiesa del Santo Sepolcro; vi mand anco dell'altro oro. Di queste
tal grotte ve ne sono molte, della medesima sorte che  questa, e tutte in
coste di montagne, perch non hanno n citt n castelli murati dove possino
serbar simil cose. L'ambasciador che and in Gierusalem a portar le sopra dette
offerte si chiama abba Azerata, e al presente  guardia maggiore delle sorelle
del Prete Ianni: e menava seco mille e cinquecento uomini, fra gli altri
gentiluomini di nagaridas, che vol dir in nostra lingua con tamburi; e ho udito
dire da quelli che furno con lui che sempre andorno sonando per il cammino
nella citt del Cairo fino in Gierusalem, e nel ritorno vennero fuggendo mezi
rotti, perch il gran Turco veniva contro il gran Soldano e contra la detta
citt dove avevano da passare.


Come da Barua partirono trecento e trentasei frati peregrini per andar in
Gierusalem,
e come furno morti.
Cap. CXXVIII.

Di questa terra sogliono andar ogni anno molti frati in Gierusalem in
peregrinaggio, e anche molti preti. E stando noi nel luogo di Barua, che  capo
del regno del Barnagasso, si messe a ordine una carovana per andar in
Gierusalem, e furno da CCCXXXVI tra frati, preti, e XV monache: e questo fu nei
giorni della Nativit del nostro Signore, perch loro si partono fatta la
Epifania e vogliono essere la settimana santa in Gierusalem, camminando pian
piano come  il loro costume; e fanno questo viaggio in questo tempo perch
dicono che finisce il tempo del verno nel paese di Nubia, il quale  nel
principio dell'Egitto, e nella maggior parte del quale nel Cairo non piove, e
cos nel fine del verno trovano ancora dell'acque. Congregati che furno in
detto luogo di Barua e passata la Epifania, furno consegnati per il Barnagasso,
nominato Dori, ch'allora regnava, a certi Mori che gli conducessero
sicuramente, i quali sono del paese del Suachem e di Rifa: e amendui questi
luoghi sono nel capo delle terre del Prete e all'entrare nell'Egitto, e il
Suachem  sopra il mar Rosso, e a canto a Rifa passa il fiume del Nilo, per
esser nell'Egitto. Erano obligati detti Mori di condurre questi peregrini salvi
nella citt del Cairo, e per essere conosciuti, e perch ogni giorno
praticavano nel paese del Prete, per furno loro consegnati.
Cominciorono il lor cammino da un luogo distante da Barua una giornata e meza,
che si chiama Einacen, il qual  luogo e terra molto abondante di ogni sorte di
vittovaglie, e vi sono molti monasteri: e qui fornirono di serrare la caravana,
ed  luogo della signoria di Dafila, suggetto al Barnagasso. Quando partirono
detti frati, fecero molto poco cammino, che a ora di vespero si metteano ad
alloggiare, e subito alzavano le tende delle chiese, che ne avevano tre, e si
mettevano a dire le lor ore e messe e si communicavano. Il giorno seguente a
ora di terza cominciavano a camminare, ed erano tutti carichi di vittovaglie e
di zucche e di utri con acqua, e le tende delle lor chiese con le pietre
dell'altare erano portate sopra camelli: e non facevano al giorno cammino che
passasse sei miglia. E per vedere il modo del lor camminare, volsi andare con
questa carovana duo giorni, e viddi quando di sopra ho detto: e in questi duo
giorni non camminammo al mio giudicio pi di dodici miglia, e mi fu detto che
dal luogo d'Einacen fino al Suachen, dove signoreggiano Dafila e Canfila, che
ambidui sono soggietti al Barnagasso, vi possono esser XV giornate di carovana
da mercanti, che vanno poco pi di nove miglia per giornata, e dal Suachem a
Rifa XIIII giornate dalla medesima sorte di carovana. E uscendo del Suachem
comincia il paese dell'Egitto, il qual  tutto popolato e coltivato, salvo che
per due giornate vanno per luoghi diserti, inabitati, dove non vi si trova
acqua. E trovano in questo viaggio molte chiese e molti cristiani, che fanno
molte elemosine a questi peregrini, ancor che essi siano suggetti a' Mori.
Trovano anche il monastero dove santo Antonio mor, del qual ordine sono tutti
i frati del regno del Prete Ianni, e lo visitano con grandissima divozione.
Dalla citt di Rifa fino al Cairo il paese  molto bello e verde e abondante
d'ogni sorte di vittovaglie; e sempre si va dietro al fiume del Nilo, e vi
ponno esser da otto giornate di cammino, ed  tutto abitato da gente bianca,
mori, giudei e cristiani. E nel Cairo vanno a visitare il corpo di san Cosmo e
Damiano e santa Barbara, e il fonte che  nell'orto dove nasce il balsamo; e
dal Cairo fino in Gierusalem sono otto giornate di cammino.
Questa carovana, passato che fu il Suachen, fu assaltata da Mori arabi, che
ruppero quelli che li conducevano e presero li peregrini, e ammazzati i vecchi,
vendettero i giovani per schiavi: e di CCCXXXVI non ne scamporno pi di XV, i
quali andarono al lor viaggio. E io ne viddi dipoi tre di loro che mi contorno
tutto il lor travaglio, e dicevano che questo oltraggio era stato fatto loro
perch erano amici di Portoghesi: e questa  la verit, che sono molto odiati
dai lor vicini per nostro amore. Dopo la ruina di questi frati, fin ora non 
andato alcuno in carovana a Gierusalem, ma vi vanno come passaggieri
nascosamente: e questi sono reputati come uomini santi. E perch gli abitatori
di Gierusalem sono gente bianca, quando noi arrivammo in questo paese ne
chiamavano cristiani di Gierusalem. Vi  anco un altro cammino per mare, che si
va in manco tempo, imbarcandosi nel porto della isola di Mazua e navigando
verso il porto del Tor, che  appresso il monte Sinai: e vanno in XXV giorni e
manco, se gli serve il tempo, e dal monte Sinai a Gierusalem vi sono sette
giornate. Questa navigazione gli Abissini non hanno modo di farla, non avendo
navilii n uomini atti a questo, ma dicono sperar che per il re nostro signore
sar fatto questo viaggio sicuro, faccendo fare una fortezza nella isola di
Mazua.


Di tutte le terre e regni che confinano col Prete Ianni.
Cap. CXXIX.

Le terre, regni e signorie che confinano con le terre del Prete Ianni, che io
ho potuto intendere, sono queste. Primamente cominciando a Mazua, che  verso
le parti del mar Rosso e verso levante, in quella falda o riviera sono Mori
arabi che guardano vacche di gran signori suggetti al regno del Barnagasso, e
vanno insieme XXX e XL con le lor moglie e figliuoli, e hanno il lor capitano
cristiano, e tutti sono ladri che stanno alla strada e sono favoriti da'
signori di chi sono le vacche. Un poco pi avanti si entra nel regno di
Dangali, che  regno di Mori, e ha un porto di mare detto Vella: e questo sta
dietro delle porte del stretto del mar Rosso, dalla parte di dentro verso gli
Abissini, e corre questo regno fin al capo del regno di Adel, ch' del signore
di Zeila e Barbora; e si congiungono questi duo regni nella parte fra terra,
dove confina il paese del Prete Ianni. E vi sono XXIIII capitanie o signorie
grandi, che chiamano Dobas, delle quali di sopra al capit. XLVIII ne ho
parlato.


Del regno di Adel, e come il re di quello  tenuto per santo fra i Mori.
Cap. CXXX.

Il regno di Adel  regno molto grande, e scorre fino sopra il capo di
Guardafuni, e in quella parte signoreggia un suo suggetto. Ed  tenuto questo
re di Adel fra i Mori per santo, perch fa sempre guerra alli cristiani, e
delle spoglie che egli guadagna manda sempre presenti grandi a offerire alla
casa della Mecca, al Cairo e ad altri re, e loro gli mandano all'incontro arme
e cavalli e altre cose per suo aiuto. Del qual re ne ho parlato nel capitolo
CXIII. Questo regno d'Adel confina parte col regno di Fatigar e di Xoa, che
sono regni del Prete Ianni.


Del regno di Adea, dove comincia e dove finisce.
Cap. CXXXI.

Nel mezzo del regno di Adel, andando fra terra, comincia il regno di Adea, che
 di Mori, e sono pacifici e suggetti al Prete Ianni: e questo regno arriva
fino a Mogadasso, come nel capitolo CXIX ho detto, che vi and in persona il
Prete Ianni. E questo regno d'Adea confina col regno di Oyia, che  del Prete
Ianni. E tutti questi regni sopradetti sono dalla parte verso il mar Rosso e
verso levante.


Delle signorie di Ganze e Gamu, e del regno di Gorage.
Cap. CXXXII.

Nel mezo del regno di Adea, andando verso ponente, cominciano le signorie de'
gentili, le quali non sono regni, e confinano a' capi de' regni e signorie del
Prete: e la prima di queste signorie o capitanerie si chiama Granze, ed 
mescolata di gentili e cristiani che abitano in diverse parti di quella. Subito
dopo questa, si trova una gran signoria e quasi come un regno, e sono gentili,
gli schiavi del qual paese sono poco apprezzati. Non hanno re, ma molti signori
in diverse parti del paese: e questa signoria si chiama Gamu. E correndo pi
verso ponente e verso mezogiorno,  il regno che si chiama Gorage, e come nel
capitolo CXI ho detto. E con questo regno di Gorage e signoria di Gange e Gamu
confinano i regni di Oyia e Xoa, che sono del Prete Ianni.


Del regno di Damute, e del molto oro che in quello si trova, e come da questo
verso la parte di mezogiorno si trovano quelle donne dette Amazoni.
Cap. CXXXIII.

Camminando verso ponente, per le medesime teste dei regni del Prete,
principalmente sopra il regno di Xoa, vi  una molto gran terra e regno che si
chiama Damute, gli schiavi del qual regno son molto stimati fra' Mori, e per
niun prezzo gli lasciano: e tutta l'Arabia, Persia ed Egitto sono piene di
schiavi di questa terra, che si fanno buoni mori e gran guerrieri. Li popoli di
questo regno sono gentili, ancora che tra loro siano molti cristiani: questo
dico per aver veduti praticare nella corte del Prete molti preti, frati e
monache, quali mi affermarono esservi molti monasteri e monache. E il titolo di
questo re si chiama re de' gentili. E di questo regno  portata la maggior
parte dell'oro che corre per la terra del Prete, perch lo sanno meglio cavare
e meglio affinare, e si portano anche molti rinfrescamenti di molte cose. E
quando noi facemmo la quaresima in Gorage, ne veniva portato di questa terra
molto gengevo verde e fresco, e molte uve e pesche che ivi in detto tempo si
trovavano mature, e dopo Pasqua molti grossi castroni e vacche molto grandi di
corpo.
E mi fu detto e affermato che ne' capi di questi regni di Damute e Gorage,
andando verso mezogiorno,  un regno governato da femine che si potriano
chiamare Amazoni, secondo che fu contato ed  scritto nel libro dell'infante
don Pietro di Portogallo. Ma queste femine, se  la verit, tutte tengono i
mariti universalmente tutto l'anno seco, e vivono con loro; non hanno re, ma
hanno una reina, la quale non ha marito certo, ma con ognuno fa copia di s e
fa figliuoli: e la prima figliuola succede nel regno. Dicono esser donne molto
forti e gran guerriere, e combattono sopra alcune sorti d'animali velocissimi
che somigliano vacche, e sono grand'arciere, e quando sono picciole fanno lor
seccare la mammella sinistra, acci non dia loro impedimento nel tirar delle
saette. In questo regno raccolgono molto e infinito oro, il qual  portato poi
nel regno di Damute, e indi in molte altre parti. Li mariti di queste donne non
sono guerrieri, perch esse non vogliono che maneggino arme.
Nel regno di Damute s'afferma nascere un fiume grandissimo e contrario al Nilo,
perch uno va a una parte e l'altro all'altra: il Nilo verso Egitto,
quest'altro non si sa particularmente degli abitanti dove si finisca di
correre, ma si presume che vada verso ponente, nel regno di Manicongo. In
questo regno di Damute, come viene il tempo del verno, e che aspettano le
pioggie e nembi con li tuoni, senza che vi sia necessit alcuna cavano e
lavorano molto ben la terra, acci che ella sia ben minuta, e che le acque che
verranno possino ben lavarla, e che l'oro resti netto: e il pi delle volte lo
vanno a trovare di notte al lume della luna, perch lo veggono rilucere. Io
similmente nel luogo di Cassumo, ch' nel regno di Tigrai, viddi molte volte
cercar l'oro nel modo sopradetto, e mi fu detto che lo trovavano la maggior
parte di notte.


Delle signorie dei Cafates, che furono di stirpe di Giudei, i quali sono gran
guerrieri.
Cap. CXXXIV.

Andando pi verso ponente, e quasi in ponente a traverso di questo regno di
Damute, sono alcune signorie di popoli detti Cafates, gente molto nera e grande
di corpo: ed  fama che sieno stati di stirpe di Giudei, ma loro non hanno
libri n sinagoga. Sono uomini molto sottili e di grand'ingegno, pi che alcuna
altra gente che sia in questa terra; sono gentili e gran guerrieri, sempre
fanno guerra col Prete. Confinano con parte di lor regni, cio di Xoa e Goyame.
Io non vi fui mai, ma questo che io dico lo udi' dire da nostri Portoghesi, che
vi furno quando and contra alli detti il gran betudete con esercito, e dipoi
il Prete in persona: e mi dicevano che questi Cafati facevano loro grandi
assalti, e principalmente di notte, che gli venivano ad ammazzare e rubare, e
il giorno se ritiravano alle montagne e boschi, cio che si ritiravano in
alcune valli profondissime poste fra montagne.


Del regno di Goyame, il qual fu della reina Elena, ove sono di fonti del fiume
Nilo, e del molto oro che in quella si trova.
Cap. CXXXV.

Or lasciando il mezogiorno e pigliando il ponente alquanto pi basso,  posto
un altro regno che  del Prete, che si chiama Goyame, gran parte del quale fu
della reina Elena sua madre. In questo regno veramente nasce il fiume del Nilo,
che in questo paese chiamano Gion, e vien da dui laghi che sono cos grandi che
paiono mari, nelli quali  fama che si trovino uomini e femine marine: e alcuni
me l'hanno affermato di veduta. Pietro di Coviglian mi disse essere stato in
detto regno per ordine della reina Elena, a dar il modo come dovevano far un
altare in una chiesa fatta far da lei in questo regno, dove ella fu sepelita, e
che questo altare fu fatto di legno, lo impierono tutto d'oro massiccio, e la
pietra dell'altare l'abuna Marco mi disse che egli aveva consacrata, ed era
grande e di gran peso, cio che era tutta di oro. Noi alcune volte siamo stati
alli confini del detto regno, dove intendemmo che a quella chiesa erano poste
gran guardie, per la quantit dell'oro che era in quella: e tutto l'oro di
questo regno di Goyame  oro basso. Io non potei intendere con chi confina
questo regno dalla altra parte; solamente udi' dire che erano diserti pieni di
montagne, e che oltra quelle erano Giudei. Questo io non l'affermo, ma dico
solamente quello che intesi dire universalmente da ciascuno.


Del regno di Bagamidri, il qual  molto grande, e come nelle sue montagne si
trova l'argento.
Cap. CXXXVI.

Nel capo di questo regno di Goyame comincia un altro regno, il qual  il
maggior che sia nelle terre del Prete Ianni, e si chiama Bagamidri. Questo va
lungo 'l Nilo, e per questo  grande, perch comincia nel regno di Goyame e
passa per il capo del regno di Amara, di Angote, di Tigrai e di Tigremahon e
del regno del Barnagasso, e si distende pi di seicento miglia fra li regni di
Angote e Tigrai; nel capo di quelli sono alcune signorie verso ponente, che 
contra il Nilo, li popoli delle quali si chiamano Agaos, che sono mescolati
tutti di gentili, e alcuni popoli cristiani. Costoro dall'altra parte non so
con chi confinano, ma penso debbano confinare con questo regno di Bagamidri,
nel qual regno mi fu confermato da molte persone che vi erano state esservi una
montagna che aveva argento in grandissima quantit, lo qual non sapevano cavare
se non in questo modo, che, dove vedevano alcuna grotta, la empievano di legne
e vi mettevano il fuoco come in un forno di calcina, e questo fuoco faceva
colare l'argento, che correva tutto in verghe, cosa quasi incredibile;
nondimeno Pietro di Coviglian mi disse ch'io non dubitasse di questo, per esser
verissimo. Io dico quello che ho udito e so: l'argento  in grandissima
riputazione e desiderato da tutti.


Delle signorie delli popoli di Nubia, che altre volte furno cristiani, e del
numero delle chiese che sono in quel paese.
Cap. CXXXVII.

Nel fine di questo regno di Bagamidri, verso Egitto, stanno alcuni Mori che si
chiamano Belloos, e sono tributarii del Prete Ianni e pagano gran copia di
cavalli. Dalla parte di tramontana confinano questi Belloos con popoli che si
chiamano Nubii, li quali  fama che altre volte siano stati cristiani e
suggetti alla chiesa romana. Io ho spesse volte udito dire da un Soriano nato
in Tripoli di Soria, che si chiamava Giovanni, che pratic con noi tre anni in
questo paese del Prete Ianni e poi ritorn con noi in Portogallo, che egli era
stato in Nubia e v'aveva veduto 150 chiese, che ancora hanno tutte le imagini
del crocifisso e di nostra Donna e altre imagini dipinte per li muri, e il
tutto era vecchio e antico. Gli abitatori non sono cristiani n mori n giudei,
ma vivono con desiderio d'essere cristiani. Tutte queste chiese erano poste in
alcune fortezze vecchie e antiche che sono per lo paese, e quante fortezze si
trovano, tante chiese vi sono dentro.
Ritrovandoci noi in questo paese del Prete Ianni, vennero di Nubia sei uomini
come ambasciadori a chiedergli preti e frati che gli ammaestrassero, ed egli
non gli volse mandare, dicendo loro che egli aveva mandato a pigliare il suo
abuna, cio il patriarca, nella terra di Alessandria, che  suggetta a' Mori, e
per questo non gli pareva conveniente di dare preti e frati a loro, e avendoli
avuti esso con tanta fatica per mezzo d'altri: e cos se ne ritornarono
indietro. Dicevano costoro che anticamente mandavano a pigliare il lor vescovo
a Roma, il qual gi molti anni essendo mancato, e per le guerre di macomettani
non avendone lor potuto aver altro, erano restati senza preti e senza
religiosi, e per questo la fede cristiana si era andata dimenticando. Questi
Nubii confinano con l'Egitto, ed  posta questa terra all'incontro del Suachen,
il qual  verso levante appresso del mar Rosso; e le signorie di questi Nubii
sono di qua e di l dal Nilo, e quante sono le fortezze tanti sono li capitani.
Questo Suachen  quello che  posto alli confini delle terre del Prete Ianni, e
nel principio dell'Egitto e nelle fronti di queste signorie, avendo in mezzo li
Belloi mori. Partendosi da questo Suachen e andando dietro la costa del mare
verso l'isola di Mazua, dicono essere tutto il paese pieno di boschi, che non
vi si pu passare.
Questo  tutto quello che ho potuto intendere e sapere delli regni e signorie
del Prete Ianni tutto all'intorno, e la maggior parte uditti dire da altri, e
la minor parte veduti da me.


Degli officiali che Salamone ordin che fussero dati a suo figliuolo quando lo
mand nel regno di Etiopia, e come ancora costoro si onorano di questi ufficii,
e di che sorte sono i paggi che servono il Prete.
Cap. CXXXVIII.

Io promessi di sopra di dire ci che io aveva udito degli officiali che
Salamone fece dare per la corte di suo figliuolo, che si chiamava Meilech,
quando lo mand di Gierusalem in Etiopia alla reina Saba sua madre; e cos  la
verit, che oggid vi sono questi medesimi officii nella stirpe di quelli che
furno mandati allora, essendo successo da padri in figliuoli. Quali officiali
gli dette delle XII trib, cio di ciascuna uno officio, come camerieri,
portinari, riveditori, staffieri, trombette, guardie maggiori, cuochi e altri
officiali necessarii a un re e signore nella casa sua: e questi sono molto
onorati per esser gentiluomini e del popolo d'Israel, e ciascuno officio  in
gran numero, perch i figliuoli dei camerieri e i lor descendenti tutti hanno
nome di quell'officio, e cos di tutti gli altri discendenti. E sono riputati
per tali, salvo i paggi, che solevano essere figliuoli di gran gentiluomini e
signori, e ora non sono, conciosiacosach, come ho detto di sopra, quando il
Prete manda a chiamare alcuno signor grande, non gli manda a dire la causa
perch, e quando si serviva de' paggi figliuoli di gran signori, costoro
scoprivano li suoi secreti: e per questo li lev dell'officio, e si serve per
paggi di dentro di schiavi che siano figliuoli di re mori o vero di gentili,
che son presi tutto 'l giorno dalle correrie che fanno le genti del Prete, e se
ei vede che siano disposti li fa insegnare avanti ch'entrino dentro, e se
riescono discreti e buoni gli tira dentro e si serve di loro per paggi. De'
figliuoli veramente di gran signori se ne serve per paggi di fuori, come paggi
di capestro, quando egli cavalca, e paggi di cucina, e non entrano dentro,
secondo dicono: noi l'abbiamo veduto. Tutti anco li canonici, che gli chiamano
debeteres, vengono dalla stirpe di quelli che vennero di Gierusalem col
figliuolo di Salamone, e per questo sono pi onorati di tutti gli altri
chierici.


Come Zagazabo, ambasciador del Prete, prese il possesso della signoria, e il
Prete gli diede il possesso di tutta, e noi ci partimmo verso la parte del mar
Rosso.
Cap. CXXXIX.

Il giorno che il Prete si part dal regno di Adea, il frate suo ambasciadore e
io ci partimmo alla volta di quella signoria che gli aveva data il Prete, la
quale era verso 'l cammino ove le nostre genti erano restate; e vi fummo il
giorno del carnevale, dove prendemmo il possesso di quella signoria che gli era
stata data di nuovo, come di quella che gli era stata tolta per Abdenago. Una
di queste signorie  di ottanta case con due chiese, ed era suggetta a un
picciolo monastero che avanti detto frate aveva; la signoria che ora veramente
gli era stata data, era arraz di cauas, cio capitano d'uomini d'arme, nel
paese di Abugana, e possono essere da 800 in su.
A mezza quaresima noi arrivammo dove la nostra gente era restata, e andavamo
con gli occhi lunghi che a quella Pasqua dovessino venire i Portoghesi per noi;
passata che fu Pasqua, che  il movimento del mare, e non vedendo alcuno, noi
restammo molto tristi come avanti. Essendo gi il mese di luglio, inteso che
ebbe il Prete che i Portoghesi non erano venuti, ordin al suo ambasciadore e a
un signore d'Abugana che si chiama Abive arraz, che insieme con noi dovessero
venire a queste signorie per fornirsi di vittovaglie, e perch gi erano state
fatte le ricolte, ordin che ne fussero date 500 cariche di grano, cento vacche
e cento castroni, e che Zagazabo suo ambasciadore ne desse il mele per far il
vino. Noi stemmo in gran dubio se noi dovevamo andarvi o no, perch noi ci
allontanavamo molto dal mare; nondimeno vi andammo e, ricevute le robbe, ce ne
ritornammo a Barua a mezzo gennaio.


Come venne l'armata de' Portoghesi per noi, della quale era capitano don Ettore
di Silviera.
Cap. CXL.

Stando noi nel luogo di Barua insieme con tutti i franchi sopra detti, e avendo
mandati duo uomini verso il mare per portarne la nova della gionta dell'armata
de' Portoghesi, il sabbato di Pasqua della Resurrezione, che fu il primo
d'aprile 1526, ritornarono detti uomini tutti disperati e mezzi morti, dicendo
come non vi era venuto armata alcuna de' Portoghesi, li quali erano stati rotti
nell'India e sbarattati, e che le fortezze d'India erano perdute, e che questa
nuova avevano saputa da alcuni Mori di tre navi arrivate all'isola di Mazua
molto cariche di mercanzie, le quali con gran festa di suoni e d'artigliarie
erano dismontate sopra la detta isola; e detti Mori affermavano questa cosa per
causa d'una galea portoghese che era stata presa appresso al Diu, in un porto
del re di Cambaia: udita che avemmo questa nova, restammo tutti morti di
dolore. L'ambasciadore don Rodrigo voleva che io dicessi messa, e io di
fastidio gli dissi che non era possibile, ma che dovessimo andare alla chiesa
maggiore a udirla col Barnagasso, e cos facemmo. Nell'apparire dell'aurora,
che la messa loro della Resurrezione fu finita, avendone Barnagasso invitati a
desinar con lui, noi ci scusammo, dicendo che ciascuno doveva andare a casa sua
per la festa grande, e cos stemmo tutti quelli giorni delle feste molto
addolorati.
Il marted di notte venendo il mercoled, vennero lettere del signor don Ettore
di Silviera, capitano maggiore nell'India, come egli era venuto per noi e si
trovava in Mazua: le quali udite, pigliammo tanta allegrezza che maggior non si
potria dire. Don Rodrico ambasciadore voleva che noi partissimo subito la
mattina, e io non volsi, dicendo che non ci terrebbono per cristiani facendo
questo, e che noi dovevamo aspettar l'ottava di Pasqua; e subito spedimmo un
nostro Portoghese con un uomo del paese con nostre lettere al detto signor don
Ettore, e un'altra lettera mandammo a Zagazabo ambasciadore del Prete, che era
restato adietro, che dovesse venire pi presto che fusse possibile, camminando
giorno e notte alla volta del mare al luogo d'Ercoco, perch ivi era giunta
l'armata per menarci via.


Come il Barnagasso venne alla volta del mare a ritrovare il capitano.
Cap. CXLI.

Il luned dell'ottava di Pasqua noi ci partimmo da Barua, il Barnagasso e tutti
noi Portoghesi, alla volta d'Ercoco: menava seco il detto, tra suoi e de' suoi
gentiluomini, da mille cavalcature di mule e ben 600 uomini a piedi; e fummo ad
alloggiare da sei miglia lontani da Barua, in un luogo detto Dinguil, in mezzo
d'una gran campagna, nella quale ogni luned di notte si mettono insieme gran
genti che vanno alla fiera d'Ercoco, e vanno come in carovana per paura degli
Arabi, e anche d'animali selvatichi della terra. Qui si congionsero con noi ben
duomilia persone che venivano alla detta fiera, e dicevano che erano poche,
perch le altre non erano volute venire per paura di non trovare acqua da
bevere; pur per la gente che era col Barnagasso e con noi andavamo provisti, e
potevano esser dal luogo di Barua fin a Ercoco da XLV miglia: e consumammo
tutta una settimana a far questo viaggio, e il sabbato mattina alloggiammo
appresso il luogo d'Ercoco e non arrivammo alle nostre navi, perch il
Barnagasso aveva ordine di presentarci egli e ancora le sue genti non erano
messe tutte insieme, conciosiacosach egli aspettava gente da Barua e capitani
con gente del Suachen, ch' verso la parte dell'Egitto, le quali arrivarono poi
il luned seguente di notte, e nascosamente andavamo a veder li nostri e loro
venivano a veder noi. E per li caldi, che erano grandi e insopportabili, il
Barnagasso e li capitani si fecero fare stanze di legnami, e cos ordin che
fussero fatte per noi, facendole coprire con tele per dormirvi sotto, tanto era
il caldo grande, per essere appresso il mare con tanta moltitudine di gente e
di tende e di padiglioni. Quelli dell'armata avevano fatto fare le lor stanze
sopra l'isola, ove tirava sempre qualche poco di vento, e alcuni alloggiavano
in case tutte terrazzate. Il marted mattina il Barnagasso con tutti li suoi
capitani e genti ci consegn a don Ettore di Silviera, con grandissimo piacere
e allegrezza, e mand a donargli cinquanta vacche, molti castroni, galline,
capponi e pesce, che egli aveva fatto pigliare per dividere fra tutte le nostre
navi. Il mercored mattina giunse poi Zagazabo, ambasciadore del Prete Ianni,
il quale noi andammo ad incontrare in Ercoco per venir con lui, e cos il
Barnagasso venne a consegnarlo al capitano dell'armata, stando noi ad aspettare
il movimento del mare, cio il tempo per partire, il qual viene sempre dalli
XXVI o XXVII di aprile fino alli III o IIII di maggio: e non partendoci in
questo movimento e con questo tempo, non vien altro se non al fine di agosto.
Alli XXI veramente d'aprile, arrivarono a noi quattro calancenes, cio quattro
messi del Prete Ianni, dicendoci che per la via di Zeila egli aveva avuto nuova
come era entrata l'armata de' Portoghesi nel mar Rosso, la quale sapeva che
veniva per levarne, e perch era gran tempo che eravamo partiti dalla corte, e
poteva essere che fussimo di mala voglia, che subito dovessimo tornar da lui,
perch egli ne daria molto oro e vestimenti, e ne mandaria allegri e contenti
al re di Portogallo suo fratello. E dicevano questi calacenes che, per la
pressa grande che era stata data loro, avevano pigliato in ogni luogo uomini e
mule fresche, e camminato giorno e notte, richiedendone molto strettamente che
noi non restassimo per conto alcuno di non tornarvi, e il simile comandamento
fecero all'ambasciadore del Prete, che tornasse con noi; pregavano anco don
Ettore che ne dovesse mandare, perch il Prete averia estremo dispiacere che
noi ci partissimo cos discontenti. Rispose don Ettore, e noi insieme con lui,
alli detti calacenes che per niun modo potevamo tornare, n egli aspettarci,
perch il movimento non ne dava luogo n commodit, e che, se passato questo
tempo noi non ci partissimo, mai pi nave verria per noi, e che il suo
ambasciadore poteva ritornare se gli piaceva: il qual rispose che per niun modo
tornaria senza noi, perch lo faria gittare ai lioni. E cos restammo con
grande allegrezza, e li calacenes discontenti per esser venuti indarno.


Come noi ci partimmo dal porto e isola di Mazua, e arrivammo all'isola d'Ormuz.
Cap. CXLII.

Alli XXVIII del mese d'aprile 1526 si part tutta l'armata, che era di cinque
vele, cio tre galeoni grandi e due caravelle, e arrivammo all'isola di Cameran
il primo giorno di maggio. Quivi cess il vento, ed essendo stati tre giorni
aspettandolo, mi venne a memoria come in questo luogo avevamo sepolto Odoardo
Galvan, che veniva ambasciadore al Prete Ianni di ordine del re nostro signore,
e io fui alle sue esequie con il licenziato Pietro Gomes Tessera auditore, e lo
ponemmo in una grotta con openione, se in alcun tempo venissero suoi parenti o
amici, che potessero portare le sue ossa in terre de cristiani: e per questo me
ne andai con un mio schiavo solo e lo feci cavar fuori, e non gli mancava altro
che tre denti, e postolo in una picciola cassa, lo caricammo sopra il galeone
San Lione, sopra il quale io stava, n persona alcuna sapeva ci che vi fusse
dentro, salvo un Gasparo di Saa, fattore dell'armata, che era del suo
parentado. Subito che le ossa furno nel galeone, venne un buon vento a poppa, e
in quella ora facemmo vela, e ci serv fino alli X di maggio, che eravamo per
mezzo alla citt di Adem; e cominciando noi a ingolfarci nel mare, di donde ne
veniva all'incontro e in faccia il verno dell'India, e noi contra di quello
andavamo, cominci una s gran fortuna che la seconda notte che in quello
entrammo, con una estrema oscurit e travaglio, ci perdemmo senza pi sapere
che cammino n l'uno n l'altro si pigliasse. Menavasi dietro questo nostro
galeone di San Lione un battello per poppe legato con tre capi, e dove era un
grumete di nazion francese che lo governava; e la notte di questo verno il mare
venne cos bravo e alto che tutti tenevamo per certo di perderci, e a mezanotte
si ruppero tutti tre i capi del battello, e il galeone fece cos gran balanci
che noi pensavamo di essere tutti nel fondo del mare. Il padron del galione
son segno a tutti, e fece dire un paternostro per l'anima del grumete che era
nel battello, e nel giorno seguente fece l'incanto delle sue robe e d'uno
schiavo, e ne fu trovato cento e venti ducati.
Camminammo con questa fortuna in fino allo stretto di Ormuz, e alli XXVIII di
maggio arrivammo al porto di Mazcare, che  del regno d'Ormuz e paga tributo al
re di Portogallo nostro signore, dove trovammo una delle caravelle conserve, e
di l a tre giorni arriv l'altra, e similmente un galeone de' nostri, e
ciascuno raccontava le sue fortune. Dopo dieci giorni del nostro arrivare in
questo porto, vedemmo andare in volta il galeone San Dionisio, che era capitano
della nostra armata, e non poteva pigliare il porto. Lo furno a soccorrere due
caravelle portoghese che guardano lo stretto, e arrivate a quello, con gran
fretta ritornarono adietro a pigliar vettovaglie e acqua, perch erano morti di
fame e di sete, ma pi di sete. Giunti con detto galeone nel porto, contarono
la gran fortuna che avevano avuta, e pericolo di morir di sete.
Partiti da questo porto, noi ce n'andammo alla citt d'Ormuz, dove  la
fortezza del re nostro signore. Quivi ne venne incontro Lopo Vaz di San Paio,
capitan maggiore e governatore delle Indie, a riceverne alla spiaggia, e ci
abbracci tutti; e il giorno seguente, udita la messa, andammo a parlare al
capitan maggiore, e gli appresentammo la lettera del Prete Ianni che portavamo
per Diego Lopes di Secchiera, che ne condusse al paese del Prete Ianni: la qual
lettera lesse detto Lopo Vaz, essendo successo nel luogo di Diego Lopes di
Secchiera. Di pi gli presentammo una veste di seta, con cinque lame d'oro
davanti e cinque altre di dietro e una per spalla, che fanno XII, e ciascuna di
grandezza della palma della mano, che il Prete mandava a Diego Lopes; e il
detto Lopo don a don Rodrigo de Lima ambasciadore ducento pardai, cio ducento
ducati, e all'ambasciadore del Prete altri ducento e a me cento. Don Ettore di
Silviera stette poco tempo in Ormuz, e subito se ne volse tornar con l'armata
ad aspettar le navi che partono dal Zidem per venire al Diu, ed escono nel
tempo del movimento del mare, nel quale noi uscimmo, ma s'invernano in Adem e
col primo tempo fanno poi il viaggio; e noi restammo quivi in Ormuz, fin che
fummo certi che il verno fosse passato.


Copia della lettera che scriveva il Prete Ianni a don Diego Lopes di Secchiera,
e fu data a Lopo Vaz di San Paio, suo successore nel governo delle Indie.


In nome di Dio Padre, come fu sempre, il qual non ha principio. In nome di Dio
Figliuolo suo unico, che  simile a lui avanti che fusse veduto il lume delle
stelle e avanti che ponesse li fondamenti del mare Oceano, e in altro tempo fu
concetto nel ventre della Vergine senza seme umano e senza nozze, perch in
questo modo era la scienza dell'ufficio suo. In nome dello Spirito Santo
consolatore, il quale sa tutti li secreti, quali si siano, cio di tutte le
altezze del cielo, il quale si sostiene senza colonne e senza alcuni puntelli,
e ha ampliata la terra, la qual per avanti non era creata n cognita, da
levante a ponente e da tramontana a mezogiorno: n questo  primo n secondo,
ma  trinit congiunta in uno eterno creatore di tutte le cose, per un solo
consiglio e per una sola parola eternalmente. Amen.
Queste lettere e ambasciata manda Atani Tingil, cio incenso della Vergine,
cos detto nel sacro fonte del battesimo, e ora son chiamato David, capo delli
miei regni dell'alta e ampla Etiopia, diletto da Dio, colonna della fede,
disceso della stirpe di Giuda, figliuolo di David, figliuolo di Salamone,
figliuolo della colonna di Sion, figliuolo del seme di Iacob, figliuolo della
mano di Maria, figliuolo di Nahu per carne, a Diego Lopez di Secchiera,
capitano maggior nell'Indie. Io ho inteso che, ancora che voi siate sotto il
re, nondimeno sete vincitore in tutte le imprese che vi sono commesse, n
temete la forza degli innumerabili Mori, avendo soggiogata la fortuna con le
armi della santa fede, n potete esser vinto dalle cose occulte, andando armato
con la verit dell'Evangelio e appoggiandovi sopra l'asta che porta la bandiera
della croce, per il che sia ringraziato Dio per sempre, che ne ha adempito la
nostra allegrezza per amor del nostro signor Gies Cristo. Nella venuta vostra
che facesti in queste parti, ne faceste intendere dell'ambasciata del re vostro
signor don Emanuel, e delli presenti che voi avevate conservati con tanta
fatica nelle navi, intervenendo li gran venti e fortune, s di mare come di
terra, nelle quali venivate da cos lontani paesi a soggiogar li Mori e pagani,
conducendo le dette navi vostre, le quali governate e fate andare dove vi piace
e pare, che  cosa miracolosa a pensarvi; e sopra tutto che duo anni continui
voi siate stati sopra il mare in guerra con tanto travaglio, senza riposo
alcuno n di giorno n di notte, conciosiacosach le azioni dell'uomo, secondo
che  la usanza, si fanno di giorno, come  comprare, vendere, andare per
viaggio, e la notte  fatta per dormire e riposarsi, come dice la Scrittura: il
giorno  ordinato per gli uomini per far li lor offizii dalla mattina fino alla
sera, e il leon picciolo non fa altro che raspar la terra e pregar Dio che
trovi da mangiare, e quando leva il sole se ne ritorna alla sua grotta, e cos
li costumi degli uomini come degli animali; nondimeno il sonno non vi ha mai
vinto, n la notte n il giorno quando  il sole, per amor della santa fede,
come dice san Paulo: "Chi sar quello che ne contradica questa parola, n
malattia, n passione, n fame, n povert, n coltello, n spada, n fatica,
n altra cosa che ne possa separar dalla fede di messer Gies Cristo, nel quale
veramente credemo, e nella vita e nella morte sua". E similmente dice
l'Apostolo: "Ben aventurato  l'uomo che  umile e sopporta il bene e il male,
e al fine per questo  degno di pigliar la corona della vita, che Iddio ha
promesso a quelli che hanno buona volont". Iddio adimpisca li vostri desiderii
e vi doni prosperit, e vi conduca sani e salvi al re don Emanuel vostro
signore, e vi levi dagli occhi li Mori, i quali avete vinti, perch non credono
nella fede di messer Gies Cristo, e le vostre genti di guerra siano benedette
con voi insieme, perch veramente sono martiri per l'amor di messer Gies
Cristo, perch muoiono di freddo, di fame, di caldo per il suo santo nome.
Come intesi, signore, che voi eravate giunto nelli nostri paesi, ne ebbi grande
allegrezza, e poscia, intendendo che per fretta ritornavi indrieto, ne ebbi
gran dispiacere. Mi rallegrai anco intendendo che mi mandavate un vostro
ambasciadore, e laudai il nome di Dio Padre e del suo Figliuolo messer Gies
Cristo, massimamente per la vostra bona fama, che da ogni canto risuona, e come
volentieri avete voluto far amicizia con noi. E per tanto, secondo che intendo
che  la vostra buona volont, cos sarete contento di adempirla, mandandone
maestri che sappino lavorare oro e argento, e che sappino fare spade e arme di
ferro e celate, e appresso maestri muratori da far case, e uomini che sappino
allevare e piantare vigne al vostro modo e coltivar orti, e tutti quelli altri
esercizii che siano migliori e pi necessarii al vivere, e similmente maestri
di far lame di piombo per coprir chiese e tegole di terra per le nostre case,
perch noi le coprimo con erbe, e di questi abbiamo grandissimo bisogno, e per
non averli siamo sempre con dispiacere. Io ho fatto una chiesa grande che si
chiama la Trinit, dove  sepolto il corpo di mio padre, perch l'anima  in
man di Dio, e li suoi muri, come vi diranno li vostri ambasciadori, sono boni,
e vorria coprirla pi presto che si potesse e levarle l'erba che ella ha sopra
al presente: per l'amor di Dio, mandatemi di questi tali maestri, almeno dodici
di ciascuna arte. N per questo vi potranno mai mancare maestri, e se vorranno
stare qui con noi staranno, e se vorranno partirsi si partiranno, e io li
pagar molto bene di tutte le lor fatiche, lasciandoli andar alla buon'ora.
Ora udite un'altra parola: io vi mando quegli uomini franchi ch'erano nella mia
corte, li quali io feci liberare dalle mane de' Mori del paese del Cairo.
Questi vi mostreranno il viaggio di andar a Zeila e in Adem e alla Mecca e
dell'isola di Mazua, il qual essi molto ben sanno; e per amor di questo si
rallegri il vostro cuore, perch ancora io mi rallegro, intendendo la vostra
bona volont, e vi scrivo per causa dell'ambasciata che mi avete mandata a
fare, dicendo che desiderate di fare una chiesa e un castello in Mazua, e
volete da me licenzia: e io con tutto il cuore ve la do, e non solamente vorrei
che facesti chiese e castello in Mazua, ma anche in Delaqua, mettendovi preti
nelle chiese e uomini valenti per guardar li castelli da' Mori, figliuoli del
maladetto Macometto. E questo vi prego che faciate pi presto che sia
possibile, e avanti che vi partiate per India; e non vi mettete a navigare per
luogo alcuno se non mettete assecuzione il fare di questa chiesa e castello, e
vi prometto che meriterete d'esser laudati da me e dal re Emanuel vostro
signore, col quale ha voluto Dio che io sia congiunto con amore. E ordinarete
che vi si faccia un mercato, dove si vendino e comprino le mercanzie che vi
saranno portate, non lasciando che Mori vi vengano a vendere, ma solamente li
cristiani: e pur, quando vi piaccia che ancora essi vendano e comprino, sia
fatto il vostro volere, ma con nostra licenza. E fatto questo in Mazua, verrete
a Zeila, dove farete similmente una chiesa e un castello, secondo che ho detto
di quello di sopra, perch questo luogo di Zeila  il porto dove capitano tutte
le vettovaglie che son portate in Adem, e per tutta l'Arabia e altri regni e
terre, li quali non si possono fornire se non di quelle che vengono di Zeila e
di Mazua, condotte ivi dalli nostri regni e da' regni di Mori: e facendo questo
che io vi dico, voi arete nelle vostre mani tutto il regno di Adem e tutta
l'Arabia e altri regni confini, senza guerra e senza morte d'alcuno de' vostri,
perch, levando loro le vettovaglie, restaranno assediati e affamati. E quando
vorrete far guerra a' Mori, fatemi intendere tutto quello di che avete bisogno,
perch io vi mandar gente infinita a cavallo e arcieri, vettovaglie e oro, e
verr in persona, e disfaremo i Mori e pagani per la santa fede cristiana, io e
voi. E volendo ritornare in India, lasciarete don Rodrigo di Lima ambasciadore
per capitano di Mazua, il quale, quando ar qualche sospetto o tema di esser
assaltato, non lasci di mandar suoi ambasciadori a farmelo intendere, per
potergli provedere e aiutare. E questi che ora son venuti sono li primi che
siano stati qui a me, mandatimi da voi, e sono buoni e savii e si amano, ancora
che sia stata fra loro qualche parola: rimunerategli, perch meritano per la
lor sufficienza, e massime don Rodrigo di Lima, che  uomo singolare, ed 
vostro gran servidore, e merita la vostra grazia e benedizione. Il padre don
Francesco merita di esser rimunerato il doppio, per esser uomo santo e di buona
conscienza, e tutto onesto per l'amor di Dio. Io, avendo conosciuto la sua
buona condizione, gli ho dato signoria, croce e il bastone in mano, che  segno
di auttorit, e l'abbiamo fatto abbate nelle nostre terre; e voi accrescetelo
di onore, facendolo vescovo di Mazua e di Zeila e di tutte le isole del mar
Rosso, e capo delle nostre terre, per esser sufficiente e meritare un simile e
maggior officio. Similmente a Giovanni Scolaro scrivano fategli delle grazie e
benefizii, per essere stato molto affezionato alli servizii vostri e del re: ed
 uomo di buona condizione, e s' affaticato molto in questa vostra
ambasciaria; fate anche del bene e rimunerate tutti gli altri, dal picciolo
fino al grande.
Il nostro Signor Iddio vi dia la sua pace e vi faccia del bene, e a tutti
quelli che sono con voi, e vi illumini e dia la sua grazia, e vi guardi da'
mali occhi, e guardi le vostre navi dalle fortune del mare e vi prolunghi la
vita, e in tutto il tempo di quella non sia malattia alcuna, e il Signor messer
Gies Cristo vi abbia nella sua protezione di continuo, e di giorno e di notte,
e di verno e di state, in secula seculorum. Vi dico ancora questa parola, che
quando vederete tempo atto per disfar li Mori e pagani che non credono nella
fede di messer Gies Cristo, fate che io l'intenda, perch vi mander aiuto per
far la guerra, e infinita gente e vettovaglia e oro, non solamente in Mazua, ma
a Zeila e nel regno di Adel e in tutte le terre d'infedeli, e rovineremo li
figliuoli dell'abominevole e sozzo Macometto, e con l'aiuto di messer Gies
Cristo e della sua santissima madre Maria Vergine gli levaremo dalla faccia
della terra, andando voi per mare e noi per terra, uniti d'amore e di consiglio
e col favor della santissima Trinit.


Come partimmo da Ormuz e ce ne andammo nella India, nella citt di Cochin.
Cap. CXLIII.

Noi ci partimmo d'Ormuz sopra l'armata di Lopo Vaz di San Paio capitano
maggior, conciosiacosach don Ettore di Silviera era gi partito verso il mar
Rosso, per riscontrar le navi della Mecca che erano svernate nella citt di
Aden, s come di sopra  detto. E uscendo dallo stretto d'Ormuz, ritrovammo che
la furia del verno d'India era gi passata e si poteva navigar senza fortuna, e
ce n'andammo a una fortezza del re nostro signore nella terra di Caul, terra
molto dilettevole e abondante di grani che vengono di Cambaia, e di buoi,
castroni, galline e pesce infinito, e di molti frutti delle Indie, e di erbe di
orti fatti per li nostri Portoghesi. Non passarono molti giorni che ritorn don
Ettore di Silviera, e men seco tre navi prese della Mecca, con gran ricchezze
d'oro, perch ancora non avevano comprate mercanzie, venendole a pigliare nella
India: e tutti li Mori ch'erano giovani e valenti, che furno presi, gli misero
nelle galee del re nostro signor per prezzo di X ducati l'uno, che  il prezzo
suo ordinario che gli  dato; gli altri ch'erano vecchi e inabili, furno
venduti per X ducati similmente.
Di quivi partendo, arrivammo alla citt di Goa alli XXV di novembre, al vespro
di santa Catarina, il qual giorno essendo stata presa questa citt di Mori e
gentili, per fecero una solenne processione, con tutti i modi che si suol fare
in Portogallo il giorno del Corpo di Cristo. Quivi l'ambasciadore del Prete
Ianni e certi frati abissini che con lui venivano, ne dissero che ora erano
chiari e conoscevano che eravamo cristiani, avendo veduta fare da noi una cos
solenne processione. Non stemmo in questa citt pi di tre giorni, nella quale
lasci l'ambasciadore del Prete Ianni quattro schiavi, cio dua che imparassero
a dipingere e dua a sonar di trombetta: e il capitan maggiore ordin che gli
fusse dato da vivere e fatto insegnare.
Partiti di quivi ce n'andammo a Cananor, dove stemmo sei giorni; dipoi ce
n'andammo a Cochin, dove trovammo Antonio Galvan, figliuolo di Odoardo Galvan
ambasciadore, le ossa del quale portavo meco, tolte di Cameran: al qual dissi
il tutto, che ne ebbe grandissimo piacere, e volse venire a levarle alla nave
con tutti preti e frati della citt e con infinite cere, e fu portato al
monastero di Santo Antonio. E perch li marinari non vogliono portar corpi
morti nelle navi, per il detto Antonio fece far una fossa dietro all'altar
grande e fece vista di metter la cassa in quella: nondimeno la fece portar
nella sua nave, della quale egli era capitano. Il tempo che noi stemmo quivi in
Cochin si consum tutto in caricar tre navi di pepe, garofoli, e bisognava
andar da Cananor a Cochin, che  il viaggio di novanta miglia, a pigliar il
gengevo e vettovaglie di biscotti, pesce insalato e vino di palma e polvere, e
cos si ritrovarono tutte tre le navi nella fortezza di Cananor, nell'entrare
del mese di gennaio.


Del cammino che noi facemmo da Cananor in Lisbona, e di quello che ci accadde
per cammino.
Cap. CXLIIII.

Della prima nave che arriv in Cananor, di quelle che avevano caricato in
Cochin, ne era capitan Tristan Vaz di Vega, e sopra quella vi andava don
Rodrigo di Lima e Zagazabo ambasciador del Prete: e fu la prima che caricasse
di gengevo, biscotto e pesce, e si part alli quattro di gennaio 1527 per
Portogallo. La nave di Antonio Galvan, nella quale io andava per amicizia, si
part alli XVIII, e la terza si part alli XXIX. E ce n'andammo per lo mar
grande, e non ci vedemmo l'una e l'altra se non alli duo del mese di aprile,
che un giovene che dormiva nella gabbia disse che egli vedeva una nave per
poppe e un'altra per prora: e cos ci aspettammo l'uno e l'altro, e fu
grandissima allegrezza tra le genti di tutte tre le navi, e andammo di conserva
fina sopra l'isola di Santa Elena, che fu il giorno di Pasqua di Resurrezione,
alli XXI d'aprile. E volendo andar a far acqua sopra la detta isola, la notte
si lev un temporale di terra che ci fece trascorrere avanti, e avevamo
grandissima necessit di acqua, n potevamo cuocere cosa alcuna: ma il Signor
Iddio ci soccorse, che fece piovere tre giorni e tre notti con gran tuoni, ed
empiemmo da XXX botti di acqua, e per la mia parte ne ebbi tre, e ce ne venimmo
al nostro cammino.
Ed essendo appresso all'isola Terziera degli Azorri, vedemmo una nave e avemmo
gran paura, credendo che ella fusse francese, la quale pendeva molto dall'isola
verso il mare: e noi ci ritiravamo quanto pi potevamo verso terra. E avendo
veduta dalla nostra gabbia una barca detta almadia, nella quale ne pareva che
gli uomini fussero come perduti, noi subito cavammo fuori della nostra nave la
barca, e mandammo a vedere ci che fusse nella detta almadia: nella quale
trovorno nove persone, cio cinque bianchi e quattro schiavi, i quali erano
come morti, che non si potevano n movere n parlare. Condotti alla nave, gli
facemmo spogliare e mettere in letto e far lor fuoco e asciugarli: alcuni
parlarono di l a tre ore, altri il giorno seguente. Costoro, ritornati in s,
dissero che erano delle navi della nostra conserva, che venivano d'India, e che
erano stati mandati con quella almadia a comprar galline ad un'isola, e che
avevano perse le navi, e che erano andati vagando per lo mare molti giorni,
morti di fame e di sete, e che, se al presente non fussero stati trovati, erano
del tutto morti. Arrivati che fummo all'isola Terziera, giunsero le altre due
navi, e tutti insieme facemmo grand'allegrezza, dove stemmo XVIII giorni. Di
quivi mandammo nuova della nostra venuta al re nostro signore, e partiti per
Portogallo, volse il nostro Signor messer Gies Cristo darne cos buon vento
che alli XXV di luglio, che fu il giorno di san Iacomo, entrammo nella sbarra
di Lisbona, dove ne venne incontro una caravella del re, a farne intendere che
noi non dovessimo dismontare in Lisbona, per essere impedita da peste: e un
commesso del re ci men a Santo Arem.


Del cammino che facemmo da Lisbona verso Coimbra, e come stemmo in Zarnache.
Cap. CXLV.

Essendo sorti nel fiume di Lisbona, per mezzo i palazzi del re nostro signore,
subito ne vennero barche alla banda a pigliare le nostre robe, e le portarono
in Santo Arem, dove ci riposammo da sei giorni, comprando mule e vestimenti al
modo di Portogallo. Ci partimmo poi un giorno da questo luogo col maggior caldo
che mai abbia sentito nel paese del Prete Ianni, n anche nelle Indie, e perch
eravamo alloggiati in diverse parti, camminavamo divisi l'uno dall'altro, cio
il commesso del re e io andavamo insieme da una banda, l'ambasciadore del Prete
Ianni e lo scrivano e i suoi servitori e li frati da un'altra, e don Rodrigo di
Lima da per s con li suoi servitori e schiavi, e con tre peotti delle navi che
prese Ettor di Silviera, mandati da lui a donare al re nostro signore: e gli
aveva fatti vestire tutti dal capo alli piedi. L'ambasciador del Prete Ianni si
ridusse nella villa di Azinaga, mezzo morto di caldo, con tutta la compagnia.
Il comesso del re mi condusse al ponte d'Amonda, dove io pensai certo che fusse
il mio fine per l'estremo caldo, e se io non fussi stato soccorso con acqua
fredda, immediate era spacciato. Stando in questo, arriv don Rodrigo correndo
a cavallo e gridando: "Aiuto, aiuto, per l'amor di Dio, che li Mori pilotti del
re e li miei schiavi sono morti di caldo". Subito quattro mulattieri corsero
con quattro animali e li condussero, delli quali uno mor immediate e l'altro
di quivi a due giorni: e cos passammo una gran fortuna di caldo, e sopra la
morte di questi due Mori s'ebbe qualche sospetto di peste, ma il commesso del
re ne fece ampio testimonio della verit, cio che dal caldo grande erano
morti, conciosiacosach, ancor che venissero da paesi caldi, nondimeno non
erano usi di andar vestiti e calzati, ma solamente con un panno dalla cintola
in gi, e ora in un estremo caldo che era stato, aggiuntovi li vestimenti,
s'erano affogati. E veramente, in tutto il tempo che io sono stato nell'Indie e
nell'Etiopia, non provai mai il maggiore, e mi fu affermato come in quel giorno
il medesimo intravenne a molti, che morirono di caldo. Il d seguente
cavalcammo di notte e fummo a Zarnache, dove trovammo ordine dalla maest del
re che dovessimo riposar ivi fino ch'ella ne mandasse a chiamare.


Come partirono da Zarnache alla citt di Coimbra, e dell'incontro che lor fu
fatto,
e delle carezze che gli fece il re.
Cap. CXLVI.

Ed essendo gi XXX giorni che stavamo in Zarnache, con tutte le commodit
possibili, venne Diego Lopez di Secchiera, proveditore sopra le cose di mare,
che fu quello che ne condusse con l'armata al paese del Prete, per levarne alla
volta della citt di Coimbra, dove si trovava la maiest del re: e cos dopo
desinar ci partimmo con buone cavalcature. E giunti ad un luogo detto Dontanol,
che  tre miglia dalla citt, trovammo infinita gente della corte e del paese
che c'era venuta incontro; poi al luogo di San Martino tutte le strade erano
piene di vescovi, di preti, di conti e signori della corte; ed entrammo nella
terra per la ruga della Figuera vecchia, e dipoi venimmo fino alla chiesa
catedrale, dove  il palazzo di sua Maest. Qui venne il marchese di Villa
Reale, e pigli per mano l'ambasciador del Prete Ianni e lo condusse a baciar
le mani di sua Altezza e della reina, nostri signori, e del signor cardinale e
infanti: e cos facemmo ancor noi. Dipoi sua Maest dimand all'ambasciador
come stava il Prete Ianni suo signore, la reina e i figliuoli, il qual gli
rispose che stavan bene, desideroso d'intendere buone nuove di sua Altezza,
della reina e delli signori suoi fratelli. Replic sua Maest che per questa
visitazione e ambasciaria sentiva una estrema allegrezza e piacere,
conciosiacosach sperava che si facesse qualche gran servizio al Signor Gies
Cristo e a loro medesimi, che son gi come fratelli di amore e di benevolenza.
Poi entr a dimandargli come egli s'era trovato in mare nelle sue navi, e se
egli era stato accommodato e provisto di ci che gli faceva bisogno; rispose
l'ambasciador che la benedizione di sua Altezza era cos grande, che quelli che
da lei erano abbracciati si trovavano nella grazia di Dio. Dipoi ritornammo al
nostro alloggiamento, che ne avevano dato nel monastero di San Domenico.
Passati duo giorni, vennero molti vescovi, il decano della cappella e molti
cappellani, a levar di casa l'ambasciador del Prete Ianni e tutti noi altri che
con lui eravamo, e andammo al palazzo del re, dove detto ambasciadore present
a sua Altezza una corona fatta d'oro e d'argento, cio in quattro pezzi,
quadra, e ognuno era alto duo palmi, molto ricca, la quale il Prete Ianni
mandava, e due lettere fatte in dua quaderni di carta pergamena, ed erano
scritte ciascuna in tre lingue, cio abissina, arabica e portoghese, ed erano
poste in duo sacchetti di broccato d'oro, cio una dirizzata al re don Emanuel
e l'altra a sua Maest. E subito l'ambasciadore del Prete Ianni disse: "Il re
David mio signore mandava questa corona e queste lettere al re vostro padre,
che sia in gloria, e gli mandava a dire che da figliuolo a padre mai era data
corona, ma ben dal padre soleva venire al figliuolo; e che per il segno di
questa corona esso re David era cognosciuto, amato, temuto e ubidito in tutti i
suoi regni e signorie: ed essendo egli figliuolo, mandava al re suo padre detta
corona, acci che fosse certo che tutti li suoi regni, signorie e genti stavano
preparate di far tutto quello che sua Altezza comandasse.
Dipoi avendo inteso del mancar di questa vita del re don Emanuel, aveva detto:
"La corona e lettere che io mandava al re don Emanuel mio padre, vadino al re
don Giovanni mio fratello, con altre lettere che io gli scriver'". E cos
detto ambasciador presentava detta corona e lettere, porgendole in mano al re,
il qual le dette ad Antonio Carniero suo secretario, dimostrando col viso e
gesti di averla avuta molto grata e accetta. Fornito questo, il detto
ambasciadore e io appresentammo duo sacchetti di broccato con due lettere e una
piccola croce di oro, che il Prete Ianni mandava alla santit del pontefice, le
qual cose voleva che per me Francesco Alvarez gli fussero presentate. Sua
Maest, presa la croce, la baci e poi la dette ad Antonio Carniero insieme con
le lettere, e disse che ringraziava la maest di Dio perch aveva guidato nel
cammino desiderato le cose principiate per il re suo signore e padre, e che
egli daria loro il compimento debito, con onore e la gloria del nostro Signor
messer Gies Cristo. E cos ne ritornammo al nostro alloggiamento, e sua Maest
dette carico ad un Francesco Piriz di proveder di tutte le cose necessarie al
detto ambasciador del Prete, e per la sua stanza gli fece dar argenti e
tappezzarie, e due crociati d'oro il giorno per il suo vivere, e ch'un
Francesco di Lemos, cavalliero della sua guardia che sapeva la lingua araba,
fosse di continuo con lui, accioch non mancasse cosa alcuna.
Qui erano scritte le lettere dirizzate al re don Emanuel, e poi quella al re
don Giovanni, le quali saranno scritte nella parte seguente, dove detto don
Francesco Alvarez dette obbedienza in Bologna alla santit di papa Clemente.


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