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Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume primo.

NONA E ULTIMA PARTE

Nella quale si tratta ti tutti i fiumi, animali ed erbe pi notabili che sono
nell'Africa

Tensist fiume.

Incominciando dalla parte occidentale in Barberia, Tensist  un gran fiume, il
quale nasce dal monte Atlante vicino alla citt detta Hanimmei nel tenitoro di
Marocco, cio verso levante, e s'estende verso tramontana per le pianure, per
insino che egli entra nel mare Oceano nel contado d'Azafi, nella region di
Ducala. Ma prima che esso entri nel detto mare, entrano in lui molti altri
fiumi, de' quali due sono cognosciuti. L'uno  Sifelmel, il quale nasce da
Hanteta monte vicino a Marocco, e scende per lo piano fin che entra nel detto
fiume. L'altro  Niffis, che nasce da Atlante pur vicino a Marocco, e viene per
lo piano d'intorno a Marocco, e poi entra nel sopradetto. Questo Tensist 
abbondantissimo e profondo d'acqua; pure v'ha alcuni luoghi dove egli si pu
passare a guazzo, quantunque l'acqua superchi le staffe e a chi  a pi
convenga passare ignudo. Vicino a Marocco  un ponte che attraversa il fiume,
edificato dal re Mansor e fatto sopra a quindici volti, il quale  uno dei pi
belli edifici che si truovino in tutta l'Africa. Ma furon disfatti tre delli
suoi volti da Abu Dubus, ultimo re e pontefice di Marocco, per impedire il
passo a Giacob, primo re della casa di Marin: ma il suo pensiero non ebbe
effetto.


Teseuhin.

Teseuhin sono due fiumi i quali nascono dal monte Gugideme, uno discosto
dall'altro circa a tre miglia, e vanno per una pianura passando per la
provincia di Hascora, ed entrano nel fiume Lhebich. Questi due fiumi hanno,
come s' detto, un medesimo nome, ch' Teseut nel numero del meno, e in quello
del pi Teseuhin, il che significa nella lingua africana "le liste".


Quadelhabid, cio il fiume di Servi.

Quadelhabid fiume nasce d'Atlante fra certi monti alti e freddi, e passa per
difficili e scabrose valli, dove Hascora confina con la provincia di Tedle, e
scende alla pianura stendendosi verso tramontana per insino che entra nel fiume
Ommirabih.  assai grande, massimamente il maggio, allora che le nevi si
sogliono liquefare.


Ommirabih.

Ommirabih  un fiume grandissimo, il qual nasce d'Atlante fra alti monti, dove
Tedle confina col regno di Fez, e corre per certi piani chiamati Adachsan, e
dipoi passa pi oltre per certe valli strette, dove  un ponte molto bello,
fatto fabbricar da Abulhasen, quarto re della casa di Marin. E doppo questo
ponte, verso mezzogiorno, passa per le pianure che sono fra la regione di
Ducala e di Temesne, per insino che entra nel mare Oceano, appresso il muro
della citt di Azamor. Questo fiume il verno e la primavera non si pu passare
a guazzo, ma gli abitatori per le ville d'intorno tragettano le persone e le
robbe sopra a certe rastelle, che pongono a traverso le rive sopra gli utri
gonfi. Nel fine del mese di maggio si pescan in questo fiume gran quantit di
pesce chiamato in Italia lasche, del qual si sazia la citt di Azamor, e
appresso ne portano molte caravelle di salato in Portogallo.


Buregrag.

Buregrag fiume nasce da uno de' monti che procedono d'Atlante, il quale passa
fra molte valli e boschi; dapoi riesce fra certi colli, s'estende per una
pianura, di donde entra nel mare Oceano, dove sono le due citt Sala e Rabat,
che sono nel principio del regno di Fez. E queste citt non hanno altro porto
se non nella gola del detto fiume, il qual porto  tuttavia difficile
all'entrar de' legni, di maniera che, se il nocchiero non  molto bene esperto
della qualit del luogo, di facile si rompono nell'arena. Il che  il riparo e
la fortezza delle due citt contra l'arme de' cristiani.


Baht.

Baht  un fiume che pur nasce d'Atlante, e s'estende verso tramontana fra monti
e boschi e, riuscendo fra certi colli, dipoi si sparge in una pianura della
provincia d'Azgar, in modo che 'l detto fiume si converte in paludi, valli e
laghi, nei quali si truovano infinite anguille e lasche di grandezza e
perfezione mirabile. D'intorno di questi abitano molti pecorai arabi, i quali
vivono delle loro pecore e di pescare: e per la gran quantit del pesce, del
latte e del butiro che mangiano, molti sogliono patire una infirmit detta
morfia. Questo fiume d'ogni tempo si pu passare a guazzo, se non allora che si
gonfia per le gran pioggie over nevi disfatte, ed entrano in lui alcuni pochi
fiumicelli, che vengono pure d'Atlante.


Subu.

Subu  un fiume che nasce da un monte detto Selilgo, in Cheuz, provincia del
regno di Fez. Ha principio da una grandissima fonte in uno spaventoso bosco, e
passa per molte valli fra monti e colli; dipoi s'estende per lo piano, e corre
discosto da Fez circa a sei miglia; indi passa oltra per una pianura, separando
Habat da Azgar, e se ne va oltre, fin che egli entra nell'Oceano vicino a un
luogo detto Mahmora, discosto dalla citt di Sala. In questo fiume entrano
molti altri fiumi, de' quali alcuni scendono da' monti di Gumera, come Guarga e
Aodor, e alcuni altri se ne vengono da' monti che sono nello stato di Teza. Ha
gran corso e gran quantit d'acqua, ma pure ci sono molti luoghi ove si passa a
guazzo: ma il verno e la primavera non vi si pu passare altrimenti che in
certe pericolose barchette. E nel detto fiume entra pure quel fiume che passa
per la citt di Fez, il quale nel lor linguaggio  chiamato il fiume delle
Perle: in lui si truova gran quantit di pesce, massimamente laccie, che  in
vil prezzo. E quando entra in mare forma una larghissima e profondissima bocca,
nella quale possono entrar grosse navi, come fu provato da Portogallesi e
Spagnioli. Vi si potrebbe ancora navigare, ma l'ignoranza degli abitatori nol
comprende; e se i mercanti di Fez pigliassero cura di far portare il grano, che
vien per terra d'Azgar, per questo fiume, egli invero valerebbe in Fez la met
meno.


Luccus.

Luccus  un fiume il quale, nascendo da' monti di Gumera, s'estende verso
ponente per le pianure di Habat e di Azgar, e passa da presso la citt del
Casar Elcabir, e s'estende oltra fin che entra nell'Oceano vicino ad Harais,
citt nella regione di Azgar, pure ne' confini di Habat. E nella goletta di
questo fiume  il porto della detta citt, ma difficilissimo da entrarvi,
massimamente da uno che non ve n'ha avuto pratica.


Mulullo.

Mulullo  un fiume che nasce dal monte Atlante, nelli confini fra Tezza citt e
Dubdu, ma pi vicino a Dubdu, qual fiume passa per certe pianure aspre e
secche, dette Terrest e Tafrata; di sotto poi entra nel fiume Muluua.


Muluua.

Muluua  un gran fiume il quale nasce da Atlante, cio nella regione del Cheuz,
vicino alla citt di Gherseluin circa a venticinque miglia, e passando per
certe aspre e secche pianure descende in un'altra pianura via peggiore di
questa, cio nel mezzo del diserto di Angad e di Garet, se ne va oltre sotto il
monte di Beni Iezneten, ed entra nel mare Mediterraneo non molto discosto dalla
citt di Chasasa. Questo fiume la state sempre si passa a guazzo, e in lui
vicino al mare si truovano perfettissimi pesci.


Zha.

Zha  un fiume che nasce dal monte Atlante, e s'estende per certa pianura nel
diserto di Angad, cio dove il regno di Fez confina con quello di Telensin.
Questo fiume io mai non viddi pieno, ma ha grande profondit. In lui  molta
quantit di pesce, ma gli abitatori non ve ne posson prendere, s per non avere
strumenti atti a pescare, e s per esser il fiume d'acqua molto chiara, dove
non  buon pescare.


Tefne.

Tefne  un fiume pi tosto piccolo che altrimente, il quale, nascendo da certi
monti ne' confini di Numidia, s'estende verso tramontana per lo diserto di
Angad insino a tanto che entra nel mare Mediterraneo, vicino alla citt di
Telensin circa a quindici miglia. In questo fiume non si truovano se non alcuni
piccoli pesci.


Mina.

Mina  un fiume alquanto grande, il qual discende da certi monti vicini alla
citt di Tegdemt, e passa per le pianure della citt di Batha. Doppo se ne va
verso tramontana, per insino che gli entra nel Mediterraneo.


Selef.

Selef  un gran fiume, il quale, nascendo da' monti di Guanseris, e discendendo
per le pianure diserte che sono dove confina il regno di Telensin con quello di
Tenez, passa oltre per insino che gli entra nel Mediterraneo, separando
Mezzagran da Mustuganin. Nella gola di questo fiume, cio dove egli sbocca nel
mare, si piglia buonissimo pesce d'ogni maniera.


Seffaia.

Seffaia  un certo fiume non molto grande, il quale nasce d'Atlante e s'estende
per la pianura detta Mettegia, che  vicina alla citt d'Alger, e non lungi
dall'antica citt il cui nome  Temendefust entra nel mare Mediterraneo.


Fiume chiamato il Maggiore.

Questo fiume nasce da monti i quai confinano con la provincia di Zab, e
discende fra altissimi monti; anche entra nel mare Mediterraneo, vicino alla
citt di Buggia circa a tre miglia. Egli non cresce se non al tempo delle
pioggie e delle nevi. Quei di Buggia non sogliono pescarvi dentro, percioch
hanno il mare.


Sufgmare.

Sufgmare nasce in certi monti i quali confinano col monte chiamato Auraz, e
discendendo per certa secca campagna riesce nel tenitorio della citt di
Costantina, e passa sotto le sue rive, e congiungesi con un altro piccolo
fiume, e va verso tramontana, talvolta fra colli e alcuna fra monti, fin che
gli entra nel mare Mediterraneo, separando il contado di Chollo citt dal
contado di Gegel castello.


Iadog.

Iadog fiume non  molto grande, qual nasce da certi monti vicini alla citt di
Costantina e scende fra detti monti verso levante, finch entra nel
Mediterraneo appresso la citt di Bona.


Guadilbarbar.

Nasce questo fiume da certi monti che confinano col contado di Urbs citt, e
scende sempre fra colli e monti, e si torce in modo che quelli che tengono il
cammino fra Tunis e Bona sono constretti a passarlo venticinque volte, e non
c' n ponte n barche. Ultimatamente entra nel Mediterraneo vicino a un porto
diserto detto Tabraca, discosto dalla citt di Bege non pi che quindici
miglia.


Megerada.

Megerada  un fiume molto grande, il qual nasce da alcuni monti che confinano
con la provincia di Zeb, ed  vicino a Tebessa citt, e s'estende verso
tramontana per insino che gli entra nel mare Mediterraneo in un luogo detto
Gharel Meleh, discosto da Tunis circa a quaranta miglia. Questo fiume nel tempo
delle pioggie cresce mirabilmente, in tanto che i passaggieri convengono alle
volte indugiar due e tre d attendendo il discrescer dell'acqua, percioch non
si truova barca n ponte alcuno, massimamente in un luogo dove correndo questo
fiume si fa vicino alla citt di Tunis sei miglia. Vedete quanto gli Africani
sono tralignati d'ingegno e d'animo da quegli antichi che pi volte fecero
tremare il popolo romano.


Capis fiume.

Capis fiume nasce da un diserto verso mezzogiorno, e discende per certe pianure
d'arena, fin che gli entra nel Mediterraneo appresso la citt detta dal suo
nome. La sua acqua  salsa e calda tanto che, volendosi bere, fa di mestiero
lasciare ch'ella si raffreddi lo spazio d'un'ora.
E questi sono i fiumi pi nobili di Barberia. Ora seguiremo di quei di Numidia.


Sus.

Sus  un gran fiume il quale nasce da' monti d'Atlante, cio da quelli che
separano Heha da Sus, e discende verso mezzogiorno fra i detti monti, uscendo
nella campagna della detta regione. Dipoi s'estende verso ponente, per insino
che entra nel mare Oceano, vicino al luogo chiamato Gurtuessen. E lo inverno
molto cresce, di maniera che disfa assai terreni, ma la state si rimane meno
che mediocre.


Darha.

Darha  un fiume il quale nasce d'Atlante ne' confini d'Hascora, e scende verso
mezzogiorno per la provincia di Darha; dipoi passa al diserto, spargendosi per
certe campagne nelle quali nasce gran copia d'erba nella primavera, onde vi
vengono gli Arabi a pascolar le lor bestie, cio i camelli. La state il fiume
si secca, di maniera che vi si pu passare senza bagnar le scarpe, ma l'inverno
cresce in modo che non si pu far questo varco, posto che vi fussero le barche.
E ne' gran caldi l'acqua  amara.


Ziz.

Ziz fiume nasce d'Atlante, cio da' monti abitati dal popolo Zanaga, e scende
verso mezzogiorno fra molti monti, passando da vicino alla citt chiamata
Gherseluin, e se ne va oltre per lo contado di Cheneg, di Metgara e di Reteb,
ed entra nel tenitoro di Segelmesse citt e passa per le sue possessioni, ed
esce nel diserto appresso a Sugaihila castello; dapoi forma un lago in mezzo
l'arena, dove non si truova abitazione alcuna, ma vi usano andar d'intorno
alcuni Arabi cacciatori, percioch essi fanno di gran preda.


Ghir.

Ghir  un fiume che nasce pure d'Atlante, e s'estende verso mezzogiorno
discendendo per certi diserti, e dapoi esce per quella abitazione chiamata
Benigumi, e passa al diserto trasformandosi ancor egli in un lago in mezzo il
diserto.
Gi io vi dissi del fiume chiamato da Tolomeo Niger nel principio della opera,
trattando della division dell'Africa: perci, non volendo altrimenti
replicarne, passer a dire brievemente del Nilo.


DEL GRANDE FIUME NILO

Mirabili sono nel vero i corsi e le novit del Nilo, e stupendi sono gli
animali che si truovano in lui, s come cavalli e buoi marini e cocodrilli, che
sono nocevolissimi e ferocissimi animali, come poco pi basso raccontaremo. N
a tempo degli Egizii e de' Romani solevano far tanti danni come oggid, ma sono
peggiorati dapoi che i macomettani occuparono l'Egitto. Dice il Meshudi, in una
sua opera dove tratta delle cose mirabili scoperte alli tempi moderni, che
quando Hameth, figliuolo di Thaulon, che fu luogotenente in Egitto di Gihsare
el Mutauichil, pontefice di Bagadet, nell'anno 270 di legira, che fu trovata
una statua di piombo della grandezza d'un cocodrillo, con lettere egizie, nelli
fondamenti d'un tempio de' gentili egizii, fatta sotto certe costellazioni
contra detto animale, la qual detto luogotenente fece disfare e rompere: e
allora detti animali cominciarono a far molti danni. Ma io non so donde egli
avvenga che i cocodrilli che sono nel Nilo dal Cairo in gi verso il mare non
fanno alcun dispiacere, e quegli altri che si truovano dal Cairo in su uccidono
e divorano molte persone.
Ora tornando al Nilo, esso, come detto abbiamo, cresce quaranta giorni, il che
 a' dicessette di giugno, e altri quaranta discresce, percioch si dice che
nella Etiopia alta piove maravigliosamente il principio di maggio, ma i corsi
dell'acque tardano per tutto maggio e una parte di giugno prima che giunghino
all'Egitto. Della origine di questo fiume sono diverse oppenioni, e niuna
certa, percioch alcuni vogliono ch'ei nasca dai monti della Luna, e alcuni
altri da certe diserte pianure sotto a' piedi dei detti monti, da molti gran
fonti che ivi si truovano, l'uno molto dall'altro discosto. Ma i primi
affermano che quando il Nilo cade da quei monti, portato dal grandissimo suo
furore e impeto, entra sotto la terra e forma quei fonti. L'una e l'altra
oppenione  falsa, percioch non s' mai veduto donde egli abbia nascimento.
Dicono i mercanti d'Etiopia, i quali hanno pratica nella citt di Dangala, che
'l detto fiume verso mezzogiorno si va allargando e diventa come un lago, in
modo che non si conosce dove vada il suo corso, e che pur verso mezzogiorno fa
molti rami li qual, scorrendo per diversi alvei, s'estendono verso levante e
ponente, e impediscono le persone, che non possono andare d'intorno ai giri del
detto. Affermano ancora molti Etiopi, i quali dimorano nella campagna come
fanno gli Arabi, che alcuni di loro alle volte, avendo smarrito alcuno dei suoi
camelli nel tempo che essi sentono il caldo d'amore, saranno andati verso
mezzogiorno cerca 500 miglia ricercandogli, e sempre l'acque del medesimo fiume
hanno vedute a un modo, cio spessi laghetti e gran rami; e truovano assai
monti secchi e diserti, nei quali Meshudi istorico dice che si truovano molti
smeraldi, il che mi si fa pi verisimile a credere che di alcuni uomini
salvatichi che, secondo lui, corrono come caprioli e vivono nel diserto di erbe
come fanno le fiere. Se io scrivessi tutte le cose che hanno detto li nostri
istorici del detto Nilo, pareriano favole, e sariano tediose a chi leggesse.




DEGLI ANIMALI

Ora passiamo a dire degli animali, nel che non mi offerisco di raccontare di
tutti gli animali che si truovano in Africa, che sarebbe invero quasi cosa
impossibile, ma di quelli solamente che non sono nell'Europa o di quelli che
hanno qualche differenza da quest'altri, trattandone ordinatamente, s dei
terrestri come degli aquatici e di quei che volano, e molte cose trapassando
che sono scritte da Plinio. Il quale certamente fu un dotto e singulare uomo,
quantunque in alcune piccole cose dell'Africa egli certamente prese errore, non
per colpa di lui, ma di chi lo inform e degli auttori che inanzi a lui
scrissero: ma pure una macchietta non ha forza di estinguere tutta la bellezza
d'un leggiadro e ben formato corpo.


Elefante.

L'elefante  animale salvatico, ma atto ad imparare. E gran copia di questi
animali si truovano nei boschi della terra negra, i quali sogliono andare molti
insieme, e come incontrano un uomo lo schifano e gli danno luogo. Ma se l'uomo
cerca di fargli dispiacere, egli lo piglia con quel suo lungo rostro e,
sollevandolo in alto, lo percuote in terra stropicciandogli adosso co' piedi,
tanto che lo lascia morto. Ma come che il detto sia animale grande e feroce,
pure i cacciatori nell'Etiopia ve ne pigliano molti, il che  in cotal modo.
Essi, ne' folti boschi dove sanno che la notte questi animali si riposano, fra
molti alberi fanno un serraglio di forti e spesse frasche, lasciandovi da una
parte un poco d'intervallo voto, dove attaccano una porta che tengono distesa
sul terreno a guisa di rastrello, la quale si pu con una fune alzare e con
essa leggiermente serrare il passo. Come adunque lo elefante, che vien per
dormire,  entrato in quel serraglio, ed essi tosto tirano la fune e l'hanno in
prigione, onde discendendo dagli alberi con saette l'uccidono, dipoi ne
traggono i denti e gli vendono. Ma se gli scampa fuor del serraglio, ammazza
quanti uomini ch'ei ritrova. Nella India ed Etiopia alta  un'altra sorte di
caccia, la quale pretermetto.


Giraffa.

Questo animale  cotanto salvatico che rade volte si pu vedere, percioch si
nasconde ne' boschi e ne' diserti dove non si truovano altri animali, e come
vede gli uomini fugge, ma non ha molta velocit nel suo corso. Ha il capo
simile al camello, le orecchie di bue e i piedi di... I cacciatori non ve ne
pigliano se non di piccoli, ne' luoghi dove sono di poco nati.


Camello.

Il camello  animale domestico e piacevole assai. Se ne truova in Africa
grandissima quantit, massimamente ne' diserti di Numidia, di Libia e ancora di
Barberia. Questi animali tengono gli Arabi per lor ricchezze e per lor
possessioni, e come vogliono dir della ricchezza d'uno lor principe o nobile,
usano di dire: "Il tale ha tante migliaia di camelli", e non dicono ha tanti
ducati, n tante possessioni. Tutti gli Arabi che hanno detti animali sono
signori, over vivono liberi, perch con quelli possono viver nelli diserti,
dove non pu andare n re n signori, per la siccit delli detti. Questi
animali si truovano in tutte le parti del mondo, cio Asia, Africa e ancora
Europa. In Asia gli usano tenere li popoli tartari, curdi, dailemi e
turcomanni; in Europa gli tengono li signori turchi per portar li carriaggi, e
il simile fanno in Africa tutti gli Arabi e quelli che abitano i diserti di
Libia, e ancora tutti li re per le vettovaglie e carriaggi. Ma li camelli
d'Africa sono pi perfetti che non sono quelli d'Asia, perch portano quaranta
o cinquanta giorni la soma senza toccar la sera la biada; ma, come sono
discaricati, gli lasciano pascolar nella campagna qualche poco d'erba, spini o
qualche ramo d'arbori, la qual cosa non possono fare li camelli d'Asia. E
quando cominciano a far un viaggio, allora il camello vuol esser molto ben
grasso e pieno, e per esperienza s'ha veduto che, come el detto animal ha fatto
un viaggio di cinquanta giorni senza mangiar biada essendo caricato, la
grassezza della gobba manca prima, dapoi della pancia, e l'ultima  quella
delle coscie, le qual mancate, il detto animal allora non porteria cento libbre
di peso. Nell'Asia li mercanti gli danno la biada, e sono sforzati a menare per
ogni camello carico un altro camello con la biada, perch vanno caricati nelle
sue carovane e tornano caricati, e per gli mantengono grassi, perch
raddoppiano il viaggio. Ma li mercanti africani che vanno nella Etiopia, non si
curano della tornata, perch ritornano discaricati, n riportano d'Etiopia cosa
di troppo peso rispetto a quella che vi hanno portato. Di sorte che li camelli,
come giungono nella Etiopia, sono magri e piagati tutta la schiena, e cos gli
vendono per pochi danari agli abitatori de' diserti, li quali gli menano ad
ingrassare. Li mercanti che ritornano in Numidia o in Barberia hanno bisogno di
pochi camelli, cio per cavalcare e per portar vettovaglia e oro e qualche cosa
leggiera.
Sono tre spezie, o vogliamo dire sorte, di camelli. Quelli della prima sono
addimandati camelli hugiun, i quali sono grossi e grandi di persona e
buonissimi per someggiare, ma non possono portar la soma fin che non aggiungano
a quattro anni: e allora ogni mediocre camello porta mille libbre di peso
d'Italia. Ma quando si caricano, il camello, tocco d'una verghetta su le
ginocchia e sopra il collo, per natural costume subito si corica a terra, e
come sente il peso bastevole alla sua persona, allora si lieva. Gli Africani e
tutti communemente, volendo mantenere i camelli perfetti alla soma, usano di
castrargli, e fra dieci femmine ne lasciano un maschio solo. I camelli della
seconda spezie sono detti el becheti, i quali hanno due gobbe, l'una e l'altra
delle quali son parimente buone per someggiare e per cavalcarvi sopra: ma di
questa non se ne truova se non in Asia. Quei della terza sono appellati el
raguahil, e sono piccoli di persona e sottili di membra, n son buoni se non
per cavalcare; ma hanno gran velocit, di maniera che molti ne sono che in un
giorno camminaranno cento miglia e ancora molto pi, continovando questo
cammino otto e dieci giorni per lo diserto con pochissima vettovaglia. E tutti
li nobili arabi di Numidia e africani di Libia usano di cavalcare detti
camelli; e il re di Tombutto, quando vuole con prestezza fare intendere a'
mercanti di Numidia qualche cosa importante, manda il messaggio con uno di
questi camelli, il quale fa da Tombutto insino a Darha o a Segelmesse in
termine di sette o otto giornate novecento miglia. Ma quei che vanno per tai
negoci, fa di mestiero che siano uomini molto pratichi per li diserti, e
vogliono cinquecento ducati per lo viaggio fra l'andare e il tornare.
I camelli sono tocchi d'amore il principio del verno, e allora non solo si
offendono l'un l'altro, ma nuociono mortalmente a ciascuno uomo dal quale hanno
ricevuto ingiuria, percioch allora si raccordano d'ogni minuta percossa
ricevuta dai padroni. E se ve ne possono pigliare uno co' denti, lo alzano in
aere, poi lo lasciano cascar gi, calpestandolo stranamente co' piedi dinanzi.
Non durano in amore se non quaranta giorni, poi ritornano quieti. Questo
animale, s come  paziente di fame, cos ancora  pazientissimo di sete,
percioch pu stare quindici d senza bere e non li fa male: e se i patroni
danno ai camelli da bere in capo di tre d, l'acqua gli offende, percioch il
loro consueto bere  di cinque in cinque giorni, o di nove, e al pi per
necessit in quindici. Sono ancora i camelli di natura pietosi e hanno qualche
sentimento umano, onde avviene che alle volte fra Etiopia e Barberia,
convenendo a quei che gli conducono per qualche necessit far la giornata pi
lunga dell'usato, veggendo che i camelli non vogliono andar pi avanti, non gli
sforzano a camminar con le battiture, ma cantano certe loro particulari
canzone, dal diletto delle quali mossi, i camelli seguitano il loro cammino con
maggiore velocit che non farebbe un cavallo ben battuto e punto dagli sproni,
in modo che essi appena gli possono tener dietro. E io viddi nel Cairo un
camello ballare al suono d'un tamburo, e il maestro m'insegn l'arte con che
egli avea fatto imparare al suo. Questa  tale: si elegge un giovinetto
camello, il quale si lascia stare per una mezza ora in una stanza fatta aposta
come una stufa, il cui terrazzo sia riscaldato dal fuoco; e sonando uno di
fuora il tamburo, il camello, non per virt del suono, ma per cagione di quel
caldo che gli offende i piedi, ora alza una gamba ora un'altra, come fanno quei
che danzano. Ed essendo egli avezzo a questo per dieci mesi o per un anno,
dipoi menato in un luogo publico, tosto ch'ei sente il suono del tamburo, per
rimembranza di quei giorni ne' quali sentiva il calore del fuoco, tenendosi di
esser su quel battuto alza similmente i piedi e par ch'ei balli. Cos l'uso ne
forma una natura, che esso dapoi in alcun tempo non lascia. Molte altre cose
potrei dire del detto animale, le quali per non v'infastidire lascio da parte.


Cavallo barbero.

Questi cavalli sono detti nell'Italia e parimente in tutta l'Europa barberi,
percioch vengono di Barberia, e sono d'una spezie che si genera in quei paesi.
Ma quelli che hanno s fatta oppenione s'ingannano, percioch i cavalli comuni
di Barberia sono come gli altri, ma questi cos agili e correnti vengono
chiamati nella lingua arabica, cos in Soria, in Egitto, in Arabia Diserta e
Felice e in Asia, cavalli arabi. E tengono gli istorici che questa sorte fosse
di cavalli salvatichi che andavano errando per li deserti di Arabia, e che da
Ismahel in qua gli Arabi gli incominciassero a domesticare, in tanto che
crebbero in quantit e n'empierono l'Africa. La quale openione si conosce esser
vera, percioch se ne veggono ancora oggid non pochi di questi cavalli
salvatichi per li diserti d'Arabia e d'Africa, e io ancora ne viddi un piccolo
puledro nel diserto di Numidia, di pelo bianco e con i crini ricci sopra il
collo. La maggiore esperienza nel corso che si possa fare d'uno di questi
cavalli, si  quando essi giungono una fiera detta lant, overo uno struzzo: e
se riescono in una di queste due esperienze, allora il cavallo  apprezzato il
valore di mille ducati o per cento camelli. E pochi se ne truovano in Barberia,
ma gli Arabi del diserto e i popoli di Libia, che usano di allevarne molti, non
gli cavalcano nei viaggi n gli adoperano nelle battaglie, ma solamente nelle
caccie. N essi danno loro altro cibo che latte di camella due volte fra il d
e la notte, e cos gli mantengono gagliardi e leggieri, e pi tosto magri che
altrimente; e nel tempo delle erbe ben gli lasciano mangiar delle dette erbe,
ma allora non gli cavalcano. Quelli che tengono i signori di Barberia non sono
cos veloci di corso, ma vie pi belli e pi grossi, perch gli danno biada a
mangiare; e con questi se ne vagliono ne' bisogni, quando convien loro scampar
la furia de' nimici.


Cavallo salvatico.

Il cavallo salvatico  tenuto per una fiera, e non si vede se non rare volte.
Gli Arabi del diserto, quando lo pigliano, se lo mangiano, e dicono quella
carne esser perfettissima, e pi se  giovane. Ma di rado si pu pigliare, n
con cavalli n con cani: essi formano certi lacci e gli pongono su l'acqua dove
pratica l'animale, coprendogli con l'arena; e tosto che il cavallo pone il pi
sopra quel laccio, gli s'annodano i piedi di modo che convien ch'ei si fermi, e
in tal guisa si prende.


Lant over dant.

Questo  un animale che somiglia al bue di forma, ma  pi piccolo e ha pi
gentili gambe e corna. Il suo colore  quasi bianco, e l'unghie de' piedi sono
negrissime.  velocissimo di corso, in modo che non  altro animale che lo
avanzi, fuor che, come s' detto, qualche cavallo barbero. Pi agevolmente si
piglia la state, percioch, per lo calor dell'arena e per la velocit del
correre, l'unghie gli si muovono, onde per la passione non pu correre. Cos
parimente si pigliano i caprioli e i cervi. Del cuoio di questo si soglion fare
alcune targhe fortissime, per modo che altra cosa non le pu passare che un
schioppo: ma molto care si vendono.


Bue salvatico

Quest'altro assomiglia pure al bue, ma  similmente pi piccolo, e sono quasi
tutti di color bigio, velocissimo ancora esso. N si truovano in altro luogo
che ne' diserti o ne' confini dei diserti. La sua carne  perfettissima.


Asino salvatico

Si truovano per li deserti o ne' loro confini molti di questi asini, pure di
color bigio e velocissimi, e solamente cedeno ai barberi. Questi, come veggiono
un uomo, subito cominciano ad urlare tirando de' calci, e stanno fermi fin che
l'uomo gli  tanto vicino che gli pu giunger con mano: allora fuggono. Gli
Arabi delli diserti gli pigliano con le trappole e altri ingegni. E vanno
sempre molti insieme allora che si pascono o beono. La lor carne  buona, ma
quando  calda pute e sa del salvatico; ma, lasciandola raffreddare due d
doppo cotta,  cosa perfetta e saporita.


Buoi di monti d'Africa.

Tutti i buoi domestichi che nascono ne' monti d'Africa sono tanto piccoli che
paion vitelli di due anni, a comparazione degli altri. Pure i montanari gli
adoperano in arare i terreni, e dicono che sono molto gagliardi e molto durano
alle fatiche.


Adimmain.

Questo animale  domestico e ha la forma di montone, ma  grande come un
mediocre asino; ha le orecchie molto lunghe e pendenti. E gli abitatori di
Libia tengono questi animali per le loro pecore, e ne cavano gran copia di
latte, del quale fanno butiro e cacio. La lana di questi  buona, ma non molto
lunga, e solamente le femmine, non i maschi, mettono le corna e sono piacevoli.
Io, invaghito dalla giovanezza, pi volte volli cavalcar sopra queste bestie,
ed era portato gagliardamente un quarto di miglio. Non se ne truovano in gran
quantit, se non ne' diserti di Libia; ben se ne vede alcuno nei terreni di
Numidia, ma per cosa mostruosa si tiene.


Montoni.

Questi montoni non hanno altra differenzia dagli altri se non nella coda, la
quale  larghissima; e tanto uno ha pi grossa la coda, quanto egli  pi
grasso: ve n' alcuno la cui coda pesa dieci e venti libbre, e ci avviene
quando s'ingrassano da per loro. Ma in Egitto sono molti che attendono a
ingrassare i detti castroni, e gli pascono di remola e di biada, onde tanto
s'ingrossa loro la coda che non si posson muovere, ma quelli che ne hanno cura
legano la detta coda sopra certi carri piccoli, e a quel modo essi camminano.
Io viddi una coda di questi castroni in Asiot, citt di Egitto discosta dal
Cairo centocinquanta miglia sopra il Nilo, la quale pesava ottanta libbre; e
molti mi affermavano averne veduto di peso di centocinquanta. Tutto adunque il
grasso di cotai bestie  nella coda solamente, n se ne truovano di tal sorte
se non in Tunis e in Egitto.


Leone.

Questi animali sono salvatichi e nocivi a tutti gli altri animali, e sono pi
di tutti gli altri gagliardi, animosi e crudeli. Mangiano non pur le bestie ma
gli uomini, e alcuno in tal luogo ve n' che ha ardimento di assaltare dugento
uomini a cavallo. Ciascuno assalta securamente i greggi degli armenti, e ve ne
piglia e porta nel suo bosco e nelle grotte dove sono i suoi piccoli figliuoli.
Ma degli uomini a cavallo tale, come io vi dico, ve n', che n'ammazzar cinque
e sei. I leoni che abitano ne' monti freddi sono meno audaci e men fieri, n
possono tanto nuocere, massimamente agli uomini. All'incontro, quanto pi
participano del caldo, tanto sono pi rabbiosi e audaci, come sono quelli che
si truovano fra Temesna e il regno di Fez, e nel diserto di Angad vicino a
Telensin, e fra Bona e Tunis: questi sono i pi famosi e i pi crudeli leoni di
tutta l'Africa. Il verno, quando essi vanno in amore, combattono insieme a
sanguinosa battaglia: tristo a colui che gl'incontrano; e alle volte otto e
dodici si veggono insieme dietro a una leonessa. Ho inteso da molti uomini e
donne che, quando avviene che una femmina s'abbatta sola in luogo rimoto in uno
di questi leoni, mostrandogli ella la sua natura, il leone subito grida forte e
abbassando gli occhi se ne va via. Ciascuno creda quello che gli pare. Infine
tutto quello che piglia un leone, se ben fosse un camello, se lo porta in
bocca. Due volte io fui vicino ad esser divorato da' leoni, e per bont di Dio
amendue ne scampai.


Leopardi.

Abitano questi animali ne' boschi di Barberia, e sono molto gagliardi e
crudeli, ma non nuociono all'uomo se non quando, alcune rare volte, avviene che
lo incontri in qualche stretto calle, dove l'uomo non possa dargli luogo, o se
alcuno gli sgrida o d loro noia. Allora gli s'avventa adosso, e con gli
artigli aggrapandogli il volto, tanta carne ne porta via quanta egli ne prende,
e tal volta gli spezza il cervello e uccide l'uomo. Non usa di dar molto
assalto al gregge, ma de' cani  nimico mortalissimo, e gli ammazza e mangia. I
montanari della regione di Costantina sogliono loro dar la caccia co' cavalli,
chiudendone tutti i passi, onde il leopardo, fuggendo, come truova a uno de'
passi la quantit de' cavalli, corre a un altro, e ivi trovando il medesimo, al
fine doppo molto ritornare in su e in gi  occiso. E chi se lo lascia fuggire
dalla sua parte  tenuto di fare un convito a tutto il numero dei cacciatori,
se fussero ben trecento.


Dabuh.

Dabuh  un animale grande e come un lupo, e quasi ha forma di lupo, e i suoi
piedi somigliano a piedi umani, e similmente le gambe. Gli Arabi cos lo
chiamano, ma gli Africani iesef. Non nuoce alle altre bestie, ma cava i corpi
umani delle sepolture e gli mangia.  vile e semplice animale. I cacciatori,
informati della grotta ove egli abita, vanno a quella grotta sonando un
tamburino e cantando, e l'animale tanto si diletta di quell'armonia che non
s'accorge d'uno che, fra quello spazio, gli annoda ambe le gambe con una salda
fune e legato lo strascina fuori, onde gli altri l'uccidono.


Il gatto che fa il giubetto.

Sono questi gatti naturalmente salvatichi, e si truovano ne' boschi d'Etiopia.
I mercatanti gli pigliano piccoli e gli fanno allevare in gabbie, nudricandogli
di latte e di alcune minestre di remola, e ancora danno lor carne. Il giubetto
cavano due e tre volte il giorno, il quale altro non  che sudore del detto
animale, percioch essi, con una verghetta percotendolo, lo fanno spesso
muovere di qua e di l per la gabbia, per insino a tanto che n'esce il sudore.
E allora glielo cavano di sotto le braccia, le coscie, il collo e la coda: e
quello  il giubetto.


Simia.

Simie sono de diverse sorti, alcune dette monne, con la coda, altre dette
babuini, senza. Si truovano in gran quantit ne' boschi di Mauritania, ne'
monti di Buggia e ancora in quelli di Costantina. Hanno, come si vede, non pure
i piedi e le mani, ma ancora la faccia molto simile all'uomo, e sono dotate
dalla natura di maravigliosa astuzia e ingegno. Si nutriscono di erbe e di
grano, e quando vogliono rubbar le spighe, vanno venti e trenta insieme, e una
riman fuori del campo a far la guardia: e subito che vede venire il padron del
grano grida forte, onde le altre sgombrano velocemente, saltando sugli alberi e
faccendo d'uno all'altro albero salti grandissimi. Le femmine portano i loro
figliuoletti sopra le spalle, e con essi saltano similmente pure d'un albero
all'altro. Quelle che sono ammaestrate fanno cose incredibili; ma sono sdegnosi
e crudeli animali, bench di facile si placano.


Conigli.

Gran quantit di conigli salvatichi  ne' monti di Gumera e in Mauritania. Dico
che si tengono per salvatichi, ma io ho ferma oppenione che essi siano della
spezie dei domestici, il che lo dimostra la carne, che non  dai domestici
differente n di colore n di sapore.

DE' PESCI

Ambara pesce.

Ora, per dire de' pesci, ambara  un pesce spaventoso di forma e di grandezza,
il quale non si pu vedere se non quando e' muore, percioch allora il mare lo
getta al lido. La testa sua  durissima, come ella fosse di pietra; e ve ne
sono alcuni lunghi venticinque braccia e altri pi. Dicono gli abitatori della
riva dell'Oceano che questo  quel pesce che getta l'ambracan, ma sono fra s
differenti, se ci  sterco o sperma. Come si sia, egli merita per la sua
grandezza esser chiamato balena.


Cavallo marino.

Nel Niger e ancora dentro il Nilo si truova questo animale, il quale ha forma
di cavallo, ma non ha pelo. La sua pelle  durissima ed  grande come un asino;
vive cos nell'acqua come nel terreno, ma non esce dell'onde se non la notte. 
maligno e pericoloso per le barchette che vanno cariche gi pel Niger,
percioch esso, accostandovi la schiena, le travolge e affonda: e guai a chi
non sa notare.


Bue marino.

Questo  un altro animale che somiglia in ogni sua parte al bue, ma  molto
piccolo, di maniera che pare un vitello di sei mesi; e si truova nel Niger e
nel Nilo ancora. I pescatori alcuni ve ne pigliano, i quali molti d vivono in
terra; e la loro pelle  molto dura. Io ne viddi uno nel Cairo, menato con una
catena onde aveva legato il collo, da uno che mi disse averlo preso nel Nilo
vicino ad Asna, citt discosta dal Cairo verso mezzogiorno cerca a quattrocento
miglia.


Tartaruca testuggine.

Questo animale si doveva porre nel numero degli animali terrestri, percioch
vive ne' diserti, e molti se ne truovano nel diserto di Libia di grandezza
d'una botte. Scrive Bicri geografo nel libro delle regioni e vie d'Africa che,
trovandosi un uomo da bene la notte in questo diserto stracco dal lungo
cammino, vidde dapresso una pietra molto alta, sopra la quale fe' pensiero di
dormire, acci qualche animale velenoso non gli nocesse. Il che avendo fatto,
trovossi la mattina discosto da quel luogo circa tre miglia, del che
maravigliandosi, intese poi quella che egli stim che fosse pietra esser stata
una testuggine. La quale suol starsi nel giorno ferma e camminar la notte
pascolando, ma cammina cos lenta che l'uomo non se n'accorge. Io per me non ve
ne viddi mai di cos grandi; ben ne ho vedute alcune della grandezza d'un gran
barile. Dicesi che la carne di queste testuggini guarisce la lepra, se non
passa a sette anni, e bisogna che se ne mangi sette giorni continui.


Cocodrillo.

Si truova gran quantit di questi cocodrilli nel Niger, ma pi nel Nilo. 
animale maligno e molto nocevole. La sua lunghezza  di dodici braccia e ancora
pi, e tanto  lunga la coda quanto il rimanente del corpo: ma rari si truovano
di questa grandezza. Ha quattro piedi ed  simile al ramarro, n  pi alto
d'un braccio e mezzo. La coda  annodata di molti nodi, e la pelle ha tanto
dura che non si pu passare con una balestra grossa. Alcuni cocodrilli non
mangiano altro che pesci, altri mangiano degli animali e degli uomini, i quali
con grande astuzia si stanno ascosi vicino ai liti dove pratican gli uomini e
molte bestie, e come gli veggono mandano velocemente quella lor coda fuori
dell'acqua, e con quella legono o bestia o uomo e tirano in acqua e lo
mangiano. Ma quando mangiano, non muovono se non il palato di sopra, percioch
quel di sotto  congiunto con l'osso del petto. Non sono tutti di questa
natura, percioch se fussino non si potria abitar alle ripe del fiume Niger o
del Nilo.
Navigando io per il Nilo in una barca dal Cairo a Cana (ch' una citt
nell'Egitto alto discosta dal Cairo quattrocento miglia), quando fussemo a
mezzo il viaggio, una notte che la luna era alquanto coperta di nugole e con
buon vento navigavamo, tutti li marinari e passaggieri dormivano. Io veramente,
che mi era ritratto nella mia cameretta studiando con la candela, fui chiamato
da un vecchio, che era uomo di buona vita, qual veggiava e leggeva certe
orazioni, e mi disse: "O tale, sveglia alcun de' nostri, che venghi aiutarmi a
pigliar un gran pezzo di legno, che sar buono diman per far la cucina". Io gli
risposi: "Volete venga io medesimo?", pi presto che svegliar alcuno a
quell'ora, che era quasi mezzanotte. Disse adunque costui: "Io far la pruova
se da per me lo potesse pigliare". E come la barca fu appresso, secondo lui, al
legno, cominci a distender le mani per mettervi un laccio e tirarlo suso. Ecco
che subito sbalz fuori d'acqua una lunga coda, che lo cinse e lo tir giuso
sotto acqua in un momento. Io allora cominciai a gridare, e tutti della barca
saltarono suso, e si cal la vela e si fermassemo, e molti saltarono in acqua
per trovarlo, e si stette una buona ora legati a terra: ma il tutto fu indarno,
che mai pi fu veduto, e tutti affermarono quello esser stato un cocodrillo.
Pi oltre navigando, molti in frotta ne vedemmo sopra a certe isolette in mezzo
il Nilo, che si stavano al sole; e tenendo le lor bocche aperte, certi
uccelletti bianchi della grandezza d'un tordo v'entravano dentro, e statovi
aliquanto spazio fuori uscivano e volavano altrove. E dimandando io la cagione
di ci, mi fu risposto che nelle gingive e fra i denti dei cocodrilli, che
assai pesce over animali mangiano, sempre rimane qualche reliquia di carne
attaccata, la quale putrefatta crea alcuni piccoli vermi che fan lor noia: onde
quegli uccelli, che volando vedeno i vermi, entrano nella lor bocca per
mangiargli. Ma, come gli hanno mangiato, il cocodrillo serra la bocca per
inghiottir l'uccello; ma egli ha sopra il capo una acuta e dura spina con la
quale punge il palato al cocodrillo, onde conviene ch'ei torni ad aprir la
bocca, e l'uccello via se ne fugge. Se avverr che io possa avere un di questi
uccelli, narrer questa istoria pi securamente.
I cocodrilli fanno le lor uove nel terreno e le cuopreno con la sabbia, e tosto
che nascono i figliuolini, essi entrano nel fiume. Ben sono alcuni che,
sviandosi dall'acqua, stanno nel diserto: questi sono velenosi; ma quelli che
vivono nel fiume non hanno veleno. Nell'Egitto molti sogliono mangiar della lor
carne e affermano che  molto buona, e nel Cairo  in gran prezzo il grasso, e
dicesi che  buono a guarir le piaghe vecchie e incancherite.
S'usa di pigliare il cocodrillo in questa guisa. I pescatori pigliano una lunga
e grossa fune di cento e pi braccia, l'un capo della quale legano saldamente a
un grosso albero, o a una colonna a questo effetto piantata su la riva del
Nilo. Dall'altro capo della fune legano uno uncino di ferro, lungo un braccio e
grosso come un dito d'un uomo, al quale attaccano o castrato o una capra viva,
al grido della quale esce il cocodrillo al lito e subito l'inghiotte con tutto
l'uncino, il quale gli s'attraversa e ficca nelle interiori, in modo che non si
pu lasciare. Onde essi ora allungando ora scortandogli la fune, il cocodrillo
dibattendosi e or qua or l percotendo, al fine vinto si lascia cadere come
morto, e allora i pescatori l'uccidono con certe partigiane, forandogli la
gola, le braccia e di sotto le coscie verso il ventre, nei quali luoghi
tenerissima ha la pelle, perch un archibuso o falconetto a pena  bastante a
passargli la pelle della schiena, tanto  grossa e durissima. Su le mura di
Cana viddi pi di trecento capi di questi animali appiccati con le bocche
aperte, le quali erano tanto ampie e grandi che vi sarebbe entrata una vacca
intera; i denti erano acuti e grandi. Tutti li pescatori delle terre d'Egitto
hanno costume, come pigliano uno cocodrillo, di tagliarli il capo e attaccarlo
alle mura, come fanno li cacciatori li capi delle fiere.


Dragone.

Nel monte Atlante in certe grotte si truovano molti dragoni grossissimi, i
quali sono gravi della persona e con fatica si muovono, percioch una parte 
grossissima, cio quella del busto, e l'altra verso la coda  molto sottile, e
cos verso il capo. Sono animali velenosissimi, e se uno a caso gli tocca o 
morso da loro, subito le sue carni diventano fragili e s'ammolliscono come il
sapone, n v' scampo alla sua vita.


Idra.

Idra  una serpe corta e sottile di coda, e cos verso il capo. Si truovano
molte di queste serpi nel diserto di Libia, le quali hanno un veleno
acutissimo, n altro rimedio dicono essere a chi  morso dalle dette che a
tagliar quella parte di membro dove  la morsicatura, prima che il veleno
discorra per le altre membra.


Dubh.

Questo animale vive ne' diserti ed  simile di forma alla tarantola, ma  pi
grosso, e lungo come un braccio d'un uomo, e largo quattro dita. Non bee mai
acqua, e se alcuno a bere ne lo sforzasse buttandoli acqua in bocca, senza
intervallo si morrebbe. Fa le uova come la testuggine, non ha veneno alcuno. Io
ho veduto gli Arabi pigliarlo nelli diserti, e ancora io ne volsi pigliare e
scannare, ma non esce molto sangue. Dapoi che  arrostito se li leva la scorza
e si mangia: ha la carne saporita come di ranocchia, e il medesimo gusto. 
veloce come le lucertole e, s'egli si caccia in un buco e che la coda rimanga
fuori, non  forza che lo possa cavar di l: ma i cacciatori con zappette
allargano il buco, e a quel modo lo prendono. Doppo tre giorni che  ucciso,
accostato al fuoco, si muove non altrimenti che se allora scannato fosse.


Guaral.

Guaral  un animale che somiglia al sopradetto, ma  pi grande, e ha nel capo
il veleno e nella coda. Gli Arabi, s come io ho veduto, gli tagliano quelle
due parti e lo mangiano. Ha brutto colore e brutta figura d'animale, di modo
che non mi bast mai l'animo di mangiar della sua carne.


Cameleonte.

Il cameleonte  animal grande come un ramarro, ma  brutto e gobbo e magro, e
ha la coda lunga come il topo; cammina piano; si nudrisce d'aria e de' razzi
del sole, allo spuntar de' quali verso loro si rivolge aprendo la bocca, e dove
si gira il sole ancora egli si volge. Muta eziandio colore secondo la variet
dei luoghi dove si truova, onde se il detto  sopra il negro diventa negro, se
sopra il verde verde, e somigliantemente degli altri colori: del che io stesso
ne feci la esperienza.  nimicissimo delle serpi che hanno veleno, e quando ne
vede una sotto un albero addormentata, subito monta sopra l'albero e considera
di esser in luogo che sia diritto sopra il capo della serpe; e allora manda
fuori della bocca un filo di sputo come quello dei ranocchi, el quale ha in
cima una gocciola a guisa d'una perletta, e se 'l vede che 'l filo non descende
diritto sopra il capo della serpe, muove li piedi del luogo, e questo fin che
'l fa cascare detta gocciola sopra la testa, la quale ha questa virt, che come
gliela tocca la penetra e fa morire. Li nostri scrittori africani hanno detto
assai cose della sua propriet e virt, le quali per ora non mi ricordo.


Struzzo.

Per ragionare eziandio alquanto degli uccelli, lo struzzo  uccello salvatico
grande di persona, e ha quasi forma di oca. Ma le gambe ha molto lunghe e cos
il collo, di modo che tali vi sono che gli hanno lunghi due braccia. Il suo
corpo  grosso e nelle ali hanno penne grandi, onde non pu volare, ma nel
correre molto s'aiuta col percuotere delle dette ali e della coda, le quali
sono negre e bianche come quelle della cicogna. Suole abitare in secchi diserti
dove non si truovi acqua, e fa le sue uova nell'arena, dieci e dodici insieme;
e ciascun uovo  grande quanto una pallottola di artigliaria che pesasse
quindici e sedici libbre, ma li gioveni le fanno pi piccole. Ma fatte che
l'ha,  di s poca memoria che si scorda il luogo dove gli ha fatti, onde, come
la femmina si abbatte in questi uovi, o che essi siano suoi o d'altri, ella gli
cova e scalda: e subito che sono nati i piccoli figliuoli, essi vanno per la
campagna cercando il cibo, e sono molto veloci nel correre prima che nascano
loro le penne, di maniera che non si posson giugnere. Lo struzzo  semplice e
non sente cosa alcuna per le orecchie ed  sordo, e mangia ci che truova, per
insino al ferro; e la sua carne  puzzolente e viscosa, massimamente quella
delle coscie. Pure nei terreni di Numidia se ne mangia gran quantit, percioch
prendono gli struzzi giovani e gli nudriscono e ingrassano, come di sopra si
disse. Ed essi vanno a schiera a schiera per lo diserto, onde a chi gli vede
dalla lunga par di vedere altretanti uomini a cavallo, il che causa assai volte
di gran romori e paure alle carovane. Io ancora ho mangiato di questa carne
quando era in Numidia, n mi parve molto cattiva.


Aquila.

Questi uccelli sono divisi in molte spezie circa alla propriet, alla grandezza
e al colore, e la maggiore  detta nella lingua araba nesr.


Nesr.

Questo  il pi grande uccello che si truovi in Africa, ed  maggior della
grue, ma ha pi corto il rostro, il collo e le gambe. Tanto ad alto ascende
volando che non si vede, e come vede qualche animal morto si cala subito sopra,
ma quando vola ne va sempre in compagnia di molti; e vive una lunga et, di
maniera che molti se ne hanno veduti ignudi e senza penna alcuna sopra il capo,
come se fusse raso. Vivono come  detto molti anni, e per la lunghezza del
tempo cascandoli tutte le penne e piume, si riducono a star nelli nidi come se
fussero nati allora, e li gioveni gli proveggono di cibo. M' stato detto che
in lingua italiana vien chiamato buettere, il che non ho mai sentito. Usano di
abitar nelle rupi delle cime degli altissimi e diserti monti, e pi in quelli
d'Atlante; pure coloro che sono pratichi de' luoghi ve ne prendono alcuni.


Bezi, altrimente astore.

Il bezi, detto nella lingua italiana lo astore, si truova in Africa in molta
copia. Alcuni sono bianchi, e questi si prendono in certi monti dei diserti di
Numidia, e sono i pi cari e i pi perfetti, e con essi si pigliano le grue.
Sono di diverse spezie: alcuni sono atti a pigliare coturnici e starne, e
alcuni sono buoni per lepri. Nell'Africa s'insegna all'aquile comuni a pigliar
volpi e lupi, e combattono insieme, ma l'aquile pratiche gli pigliano sopra la
schiena con gli artigli e sopra il capo con il becco, di modo che non gli pu
aggiunger a morsicargli con la bocca, e se l'animale rivolta la sua schiena
verso la terra, l'aquila non si cura fin che l'amazza o cava gli occhi. Dicono
molti nostri istorici africani che 'l mascolo dell'aquila qualche fiata si
congiunge con la lupa e la ingravida, ma ella tanto sgonfia che crepa, e n'esce
fuori un dragone, il quale ha il rostro e le ali di uccello, la coda di serpe e
i piedi di lupo, e il pelo pur di serpe macchiato di diversi colori; non ha
forza d'alzar le ciglia degli occhi, e abita nelle grotte. Ma io mai nol vidi,
n intesi da alcuno che veduto l'avesse; nondimeno  fama publica per tutta
l'Africa che si vede questo mostro.


Nottole, altrimenti pipistrelli.

Questi brutti uccelli e nimichi della luce si truovano per tutto il mondo, ma
in certe grotte del monte Atlante se ne veggono molti, grandi come colombi e
ancora pi, massime nelle ale. Io proprio non gli ho veduti, ma m' stato
referito da infinite persone.


Pappagallo.

Ne' boschi d'Etiopia si truova gran quantit di questi uccelli, di varii e
diversi colori, ma i migliori, e quelli che pi perfettamente imparano a formar
gli accenti umani, sono i verdi. Se ne veggono molti grandi come colombi, ma
sono pure di diversi colori, cio nero, rosso e berrettino: questi non sono
molto atti a imitar le parole, ma hanno suave e dolce voce.


Locuste.

Di questi animali si vede nell'Africa alle volte tanta quantit che, quando
esse volano, a guisa di nebbia ricuoprono la luce del sole. Mangiano gli
alberi, i frutti e le foglie degli alberi, e partendosi lasciano le loro uove,
delle quali altre poi ne nascono, le quali non volano, ma sono peggiori delle
madri: queste mangiano per insino alle scorze degli alberi; dove si truovano
lasciano gran carestia, massimamente nella Mauritania. Ma i popoli dell'Arabia
Diserta e di Libia hanno per somma ventura la venuta di s fatte locuste,
percioch alcuni le mangiano lesse, e altri le asciugano al sole, dipoi le
pestano e le fanno come farina, e cos le mangiano.
Questa  quasi tutta la qualit degli uccelli e degli animali che non si
truovano nell'Europa, o sono da quelli che si truovano in qualche parte
differenti. Ora, detto che averemo d'alcune poche cose minerali che si truovano
in Africa, e di alcuni frutti e arbori domestichi e salvatichi, all'opera
imporremo fine.


DE' MINERALI

Sale.

Nella maggior parte d'Africa altro sale non si truova che quello che si cava
delle minere nelle grotte, non altrimente che s'ei fusse marmo o gesso, e ve
n' di berrettino, di bianco e di rosso. Nella Barberia se ne truova gran
quantit e nella Numidia mediocremente, ma tanto che basta; nel paese de' negri
non ve n', massimamente nell'Etiopia interiore, dove il detto vale mezzo
ducato la libbra. E quelle genti non usano a tenerlo nel salarino sopra la
mensa, ma mangiando il pane tengono un pezzo di sale in mano, e per ogni
boccone che pigliano pongono la lingua sopra il sale e lo leccano, e ci fanno
per non ve ne consumar molto. In alcuni laghetti e paludi di Barberia si
congela la state del sale, il quale  uguale e bianco come ne' luoghi vicini a
Fez.


Antimonio.

Questo nasce in alcuni luoghi d'Africa nelle minere del piombo, e i maestri lo
dipartono dal piombo col zolfo. Se ne truova gran quantit ne' piedi del monte
Atlante verso mezzogiorno, massimamente dove Numidia confina col regno di Fez.
Eziandio in altri luoghi si truova molto zolfo.


Euforbio.

Euforbio  gomma di certa erba che nasce a modo d'un capo di cardo salvatico,
fra i rami della quale nascono certi frutti grossi come cetriuoli e verdi, i
quali hanno pure quei granetti di sopra come il cetriuolo, ma sono molto
lunghi, alcuni un braccio e altri pi. Li detti frutti non nascono sopra li
rami della detta pianta, ma escano di sotto terra come stipite o fusto: e da
uno cespite di questa pianta n'escono venti, venticinque e trenta. I villani di
quel paese, come essi sono maturi, gli pungono con un coltello, e fuori n'esce
un liquore a guisa di latte, il quale diviene viscoso; dipoi lo levano pur col
coltello e lo mettono negli utri, e in quel modo si asciuga. Ed  da sapere che
la pianta  tutta spinosa.


Pece.

Sono due sorti di pece: l'una  materiale, e si raccoglie d'in su le pietre le
quali sono in mezzo l'acqua d'alcune fonti, e quell'acqua molto pute e ha il
sapore della medesima; l'altra sorte  artificiale, e si cava del ginepro o del
pino. Io l'ho veduta far nel monte Atlante: fanno un forno tondo e profondo,
che ha di sotto una buca che  sopra una fossa come un vaso; pigliano i rami
verdi de' detti arbori e, tagliati in pezzi minuti, pongono dentro il forno, e
turando la finestra del forno vi si fa un fuoco tiepido, per lo calor del quale
il legno si distilla e corre nella fossa, per la buca che  nel fondo del
forno, e in questa guisa si raccoglie e si pone negli utri.


Maus frutto, cio musa.

Questo frutto  molto gentile e dolce, della grandezza de' cetriuoli piccoli, e
nasce di piccola pianta, e ha le foglie grande, larghe e lunghe un braccio.
Dicono i dottori maumettani questo esser quel frutto che viet Dio in cibo ad
Eva e Adam, percioch come l'ebbe mangiato si scoperse le sue vergogne e,
volendole coprire, pigli le foglie di questo frutto, le qual sono pi atte a
coprire che foglie di alcun frutto. Ne nascono molti in Sela, citt nel regno
di Fez, ma maggior copia in Egitto, massimamente in Damiata.


Cassia.

Gli alberi che fanno la cassia sono grossissimi, e hanno le foglie quasi simili
alle foglie del moro. I fiori sono larghi e bianchissimi, e producono tanti
frutti ch' di bisogno levarne molti, innanzi che siano maturi, per potere
alleggerirgli, percioch la gravezza gli romperebbe. Nascono solamente
nell'Egitto.


Terfez.

Questo si pu dire vie pi tosto radice che frutto.  simile alle tartufole, ma
 pi grossa e ha la scorza bianca, e nasce nell'arena in luoghi caldi: si
conosce dove ella giace al gonfio del terreno un poco rotto. Alcuni sono grandi
come le noci, e alcuni pi grossi come le melangole. Secondo i medici, che la
chiamano camha,  frutto rinfrescativo. Ne nasce in gran quantit ne' diserti
di Numidia, e gli Arabi lo mangiano cos volentieri come s'ei fusse zucchero. E
invero che, arrostito su la bracia e dipoi netto e cotto in brodo grasso, 
cibo delicatissimo: gli Arabi lo mangiano bollito in acqua over in latte. Se ne
truova ancora in gran quantit nell'arena vicina alla citt di Sela.
Del dattero ora niente diremo, per averne parlato a bastanza quando trattammo
di Segelmesse, citt di Numidia.


Fico egizio, detto dagli Egizii "giumeiz".

L'albero e le foglie di questo fico sono come quelli degli altri fichi, ma sono
altissimi e grossissimi. E i frutti non nascono fra le foglie sui rami, cio
sopra il capo delle gemme, ma nel tronco dell'albero, dove non nasce foglia; e
hanno il medesimo sapor dei fichi comuni, ma la scorza  molto grossa e il
colore pavonazzo.


Ettalche albero.

Questo  un grande e spinoso albero, ha le foglie come il ginepro, e fa una
gomma simile ai mastici. Gli speziali d'Africa usano di falsificar li mastici
con la detta gomma, percioch ha il medesimo colore e ancora un poco di odore.
Simigliante si truova nel diserto di Numidia e di Libia e nel paese de' negri;
ma gli alberi di Numidia, quando s'aprono, hanno in mezzo il legno la istessa
bianchezza che hanno gli altri alberi, e quelli di Libia sono di dentro
pavonazzi, negrissimi quelli della terra de' negri. E questa tal medolla negra
 chiamata nell'Italia sangu, e di lei si fanno alcuni belli e gentili
strumenti. Il pavonazzo oggid si adopera dai medici d'Africa a guarire il male
francioso, e volgarmente dallo effetto lo chiamano il legno del mal francese.


Tauzarghente radice.

Questa  una radice assai odorifera, la qual si truova nelle rive dell'Oceano
di verso ponente. I mercanti di Mauritania ve ne portano nel paese de' negri,
dove s'adoperano in luogo di delicato profumo. Ma non bisogna abbruciarla o
altrimente scaldarla, percioch tenuta nelle camere rende da se medesima buon
odore. In Mauritania una soma di camello vale un ducato e mezzo, ma nel paese
de' negri la medesima soma  di valuta di ottanta e cento ducati, e alcuna
volta pi.


Addad radice.

Questa  un'erba amara, e la sua radice ha tal veleno che una dramma di
quell'acqua stillata ha forza d'uccider l'uomo in termine d'un'ora: e questo 
noto in tutta l'Africa per insino alle femine.


Surnag radice.

Quest'altra  similmente una radice, che nasce nel monte Atlante, ma nelle
parti di ponente, la qual, come dicono quelle genti, ha virt di confortare il
membro dell'uomo, e moltiplicare il coito a chi la mangia in qualche lattovaro.
Ancora affermano che se uno per aventura s'incontra ad orinar sopra la detta
radice, che subito il detto membro se gli rizza. N voglio tacer ancora quello
che dicono tutti gli abitatori del monte Atlante, che si hanno truovate molte
gioveni, di quelle che vanno pascendo gli animali per questo monte, che hanno
perso la loro virginit non per altro accidente se non per aver orinato sopra
detta radice: alli quali per giuoco io respondeva creder esser vero ci che
dicevan di detta radice, e appresso che se ne trovavan di tanto avvelenate che
non solamente facevan perder la virginit, ma ancora enfiarli tutto il corpo.
Questo  in somma quanto di bello e memorabile ho veduto io, Giovan Lioni, in
tutta l'Africa, la qual  stata da me circondata di parte in parte, e quelle
cose che mi parsero degne di memoria, s come io le viddi, cos con diligenza
di giorno in giorno le andai scrivendo; e quelle che non viddi, me ne feci dar
vera e piena informazione da persone degne di fede che l'avean vedute; e dapoi
con mia commodit questa mia fatica messi insieme e fecine un corpo, trovandomi
in Roma. L'anno di Cristo MDXXVI, alli X di marzo.

Finisce il libro di Giovan Lion, nasciuto in Granata e allevato in Barberia.


Le navigazioni di Alvise da Ca' da Mosto e Pietro di Sintra



Delle navigazioni di Alvise da Ca' da Mosto, gentiluomo veneziano


Discorso sopra il libro di M. Alvise da Ca' da Mosto, gentiluomo veneziano


Queste sono le navigazioni del nobil uomo messer Alvise da Ca' da Mosto, fu di
messer Zuanne, fatte del 1455 lungo la costa della Bassa Etiopia sopra il mar
Oceano verso ponente. Il qual fu il primo che discopr le isole di Capo Verde,
e arriv fino al rio Grande, gradi 11 e mezzo sopra la linea dell'equinoziale,
e dapoi scrisse sommariamente la navigazione del capitano di Pietro Sintra
portoghese, che giunse fino a gradi 6 sopra detta linea, dove  il bosco over
alboredo di Santa Maria. Le quali veramente sono degne di esser lette dagli
studiosi, percioch vederanno il paese verso detta linea, il qual gli antichi
savi affermavano che era abbruciato dal sole e senza abitazioni, esser
verdissimo e amenissimo e da infinite genti abitato.
 parso ancora molto conveniente luogo di metter dette navigazioni subito doppo
il libro di Giovan Lioni, percioch, avendosi l'uomo informato per la lettura
di quello delli regni de' Negri ricchissimi di oro posti sopra il fiume Niger,
e delle carovane de' mercatanti che al presente di continuo di molti paesi di
Barberia vi vanno, passando quelli s lunghi diserti, con estremo pericolo
della vita e infinita spesa di vetture (il che non ebbero mai animo gli antichi
di fare), possa leggendo queste navigazioni veder e toccar con mano come si
potria aprir un nuovo viaggio a detti regni de' Negri per mare, che saria
breve, facile, commodo e sicuro. E s come al presente ciascuna nazion de'
cristiani ha licenzia di poter andar con li loro navilii alla isola di San Tom
a caricar zuccheri, pagando li dretti al serenissimo re di Portogallo, il qual
viaggio va sempre lungo la ditta costa, fino sotto della detta linea dove  la
isola di San Tom, cos fusse lecito a cadauna persona di poter navigar a
questi regni de' Negri, pagando similmente li dretti delle robbe che
portassero, e come fussero al mezzo del cammino, cio alla isola di San Iacobo,
che  gradi quindici sopra detta linea, fermarsi e di quivi passar sopra la
costa della Etiopia al fiume di Senega over al rio Grande, che sono tutti duoi
rami del Niger che sboccano in mare, e mandar a contrattar con il re di
Tombutto o di Melli di poter venir con suoi navilii e mercanzie sino a detti
regni, non  dubbio che non fussero ben veduti e accarezzati e fattoli tutti i
piaceri che dimandassero, essendo quelli regni al presente tanto civili e
desiderosi delle robbe di Europa, come si  letto nel detto libro di Giovan
Lioni. E li mercatanti che facessero questo viaggio sarian sicuri di non trovar
corsari per quelli mari, n tante fortune, appressandosi al tropico di Cancro,
come si fa nelli nostri mediterranei.
E che bisogna dir? La commodit e facilit che saria a condur ogni sorte di
mercatanzia per il detto fiume del Niger, che  grossissimo come il Nilo e si
pu navigar per cinquecento e pi miglia, trovando sempre citt e regni?
Appresso, quanto guadagno si faria conducendovi il sale, tanto caro e
apprezzato da loro? Del qual si potrian caricar le navi ad una delle isole di
Capo Verde detta dal Sale, non per altra cagione che per esser tutta di lagune
congelate di sale. E per questo  da esistimare che vi concorreria gran numero
di mercatanti per il grande utile che vi saria, essendo viaggio cos propinquo
e non vi andando tanto tempo e spesa come va in quello delle Indie orientali. E
oltra l'oro puro e infinito, riporteriano ancora delle loro merci molte teste
de Negri, i quali, condotti all'isola di San Iacobo di Capo Verde, si vendono
immediate per le Indie occidentali. Ma, sapendo gi tanti anni li serenissimi
re di Portogallo tutte le sopradette cose, e molte di pi, circa detto viaggio
e non avendo voluto che fin ad ora sia fatto,  da pensar che sia stato per
loro convenienti respetti, li quali, come non  bene di volergli investigare,
cos ancora penso che non sia lecito il voler discorrer pi oltre sopra di
molte altre cose di valore e ad uso del vivere nostro, che si potrian cavare di
quella parte della Etiopia qual  fra il tropico di Cancro e l'equinoziale, e
corre per li medemi paralleli di longitudine che correno le Indie orientali.



Delle navigazioni di messer Alvise da Ca' de Mosto, gentiluomo veneziano


IL PROEMIO


Essendo io, Alvise da Ca' da Mosto, stato primo che della nobilissima citt di
Venezia mi sia messo a navigare il mare Oceano fuori del stretto di
Gibralterra, verso le parti di mezod, nelle terre de' Negri della bassa
Etiopia, e in questo mio viaggio avendo vedute molte cose nuove e degne di
notizia, meritamente mi ha parso sopra di quelle farne qualche fatica e, cos
come nei miei memoriali di tempo in tempo le ho notate, cos con la penna
andarle transcrivendo, acci che quelli che dapoi di me aranno a venire possino
intender qual sia stato l'animo mio a cercarle in diversi e nuovi luoghi, che
veramente, in comparazion di nostri, quelli per me veduti e intesi un altro
mondo si potrian chiamare. E se per me non saranno cos ordinatamente scritte
come la materia richiede, almeno non mancher di integra verit in ogni parte,
e questo senza dubbio pi presto di manco dicendo che oltra il vero alcuna cosa
narrando.
Dovete adunque sapere che il primo inventore di far navigare a' tempi nostri
questa parte del mare Oceano verso mezzod delle terre de' Negri della bassa
Etiopia,  stato lo illustre signor infante don Henrich di Portogallo,
figliuolo che fu dell'infante don Zuanne, re di Portogallo e di Algarbes primo
di questo nome, il quale, ancor che degli studii suoi nelle scienzie delli
corsi de' cieli e di astrologia grandemente si possi laudarlo, nondimeno di
tutto me ne passo. Solamente dir che, essendo di gran cuore e sublime ed
elevato ingegno, si dette tutto alla milizia del nostro Signor messer Ies
Cristo in guerreggiar a' barbari e combatter per la fede, n volse mai prender
donna, sotto grande castit conservandosi in la sua giovent. Molte cose
eccellenti in battaglia de' Mori fece, e con la sua propria persona e per sua
industria degne di gran memoria. Dove che, essendo il prefato re don Zuanne suo
padre venuto a morte del 1433, chiam il detto don Henrich suo figliuolo, come
quello che cognosceva le sue virt, e con affettuose parole gli raccomand la
universit de' cavalieri portogallesi, pregandolo ed esortandolo a proseguire
il suo santo, vero e laudabile proposito di perseguitare con ogni suo potere i
nimici della santa fede di Cristo. Il qual signore, brevemente parlando, li
promise di farlo, e dapoi la morte del padre fece col favore del re don Doarth,
suo fratello maggiore, qual successe nel regno di Portogallo, molta guerra in
Africa a quelli del regno di Fessa; il che essendoli successo felicemente molti
anni, procurando per ogni via possibile dannificar il detto regno, se imagin
di voler far che le sue caravelle armate scorresseno la costa di Azafi e Messa,
che sono pur del predetto regno di Fessa, qual vien fino sopra il mare Oceano
dalla parte di fuori del stretto di Gibralterra. E cos le mand di anno in
anno, quali fecero molti danni a' Mori, in modo che, sollecitando il prefato
signore di farle navigar ogni anno pi avanti, le fece andar fino ad un
promontorio detto Capo Non, qual vien cos chiamato fin a questo giorno. E
questo capo fu sempre il termine dove non si trovava alcuno che, pi oltra si
fosse passato, mai tornasse, in tanto che 'l si diceva Capo de Non, cio chi 'l
passa non torna; s che fino a questo capo andorono le dette caravelle, e pi
avanti non osavan passare.
E desiderando il detto signore di saper pi oltra, termin che le dette
caravelle l'anno seguente passassino il detto capo col favore e aiuto di Dio,
percioch, essendo le caravelle di Portogallo i migliori navilii che vadino
sopra il mare di vele, ed essendo quelli bene in punto d'ogni cosa che gli fa
di bisogno, esistimava non esser possibile che non potessero navigar per tutto.
E, desideroso di scoprir e intendere cose nuove, a fine di sapere le
generazioni degli abitanti in quei paesi, per voler offender Mori, fece mettere
ad ordine tre altre caravelle di tutte le cose necessarie e messevi dentro di
valenti uomini, quali andorono e passorono il detto capo, navigando per la
costa di giorno e di notte sorgendo. Ed essendo andati circa miglia cento pi
oltre che 'l detto Capo di Non, e non trovando abitazione n gente alcuna,
salvo tutta terra arenosa, tornorono indrieto. E veduto il prefato signore
quell'anno non aver potuto intendere cosa alcuna, l'anno seguente le torn a
rimandare, con ordine che passassero pi oltre di dove erano state le predette
sue caravelle miglia 150 e pi, se pi gli paresse, che tutti gli faria ricchi:
e cos andorono, i quali similmente non trovando altro che arena se ne
tornorono. E, brevemente parlando, sapendo il prefato signor infante, per la
cognizione delle scienzie che lui avea, che al fine si troverian genti e
abitazioni, tante volte e tanti anni ve le fece andare che vennero in notizia
alcune parti esser abitate da Arabi che vivono in quei diserti, e pi oltra da
una generazione che si chiama Azanaghi, che sono uomini berrettini, de' quali
pi avanti se ne far larga menzione. A questo modo furono scoperte
determinatamente le terre de' primi Negri, dove dipoi di tempo in tempo
s'intese di altre generazioni, di diverse lingue, costumi e fede, come nel
successo di questo mio libro pi largamente si veder.

NAVIGAZION PRIMA

Trovandomi adunque io, Alvise da Ca' da Mosto, nella nostra citt di Venezia
l'anno del Signor MCCCCLIIII, essendo di et di circa anni ventidue, avendo
navigato per alcune parti di questi nostri mari mediterranei, avea determinato
di tornare in Fiandra, dove un'altra volta ero stato, e questo a fine di
guadagnare. Perch tutto il pensier mio era di esercitar la mia giovent
travagliando per ogni via possibile, per acquistarmi facult, accioch poi con
la esperienzia del mondo in et potessi pervenir a qualche perfezione di onore.
E avendo deliberato di andarvi, come ho detto, mi misi in punto con quelli
pochi danari che mi trovavo, e montai sopra le galee nostre di Fiandra,
capitano messer Marco Zen cavalier. E cos nel nome di Dio partimmo di Venezia
nel sopranominato millesimo ad otto d'agosto, e navigammo per nostre giornate
faccendo le nostre scale ne' luoghi consueti, fin che capitammo in Spagna. E
ritrovandomi per tempi contrari star con dette galee al Capo di San Vicenzo,
che cos vien chiamato, avenne per aventura non troppo lontano di quel luogo
esservi alloggiato il prefato signor infante don Henrich, in una villa vicina
chiamata Reposera, nella qual, per esser remota dalli tumulti delle genti e
atta alla contemplazione degli studii suoi, vi abitava molto volentieri. E
avendo notizia di noi, mand alle nostre galee un suo secretario nominato
Antonio Gonzales, e in sua compagnia un Patrizio di Conti, quale si dicea esser
veneziano e consolo della nostra nazione nel detto regno di Portogallo, come
mostr esser vero per una lettera della nostra signoria con il sigillo
pendente, il qual Patrizio ancora lui era provisionato del prefato signor
infante. E vennero alle predette nostre galee per sua commissione, con alcune
mostre de zuccari della isola di Madera, e di sangue di drago e altre cose
cavate delli luoghi e dell'isole del prefato signore. Le qual mostrate a pi
persone, essendo io presente, e dimandati da' nostri delle galee di diverse
cose, disseno che questo signore avea fatto abitare isole nuovamente trovate,
le quali mai per avanti erano state abitate, e in segno di questo mostravano li
detti zuccari e sangue di drago e altre buone cose utili; e che questo era
niente rispetto ad altre maggior cose che detto signor faceva, dichiarandoci
come, da certo tempo in qua, aveva fatto navigar mari che mai per altri furono
navigati, e discoperte terre di diverse generazioni strane, fra le quali si
truovano cose maravigliose, e che quelli che erano stati in quelle parti
avevano fatto fra quella nuova gente di grossi guadagni, perch di un soldo ne
facevano sette e dieci. E circa questo dissero tante e tante cose che mi fecero
fra gli altri assai maravigliare, anzi mi fecero crescere un desiderio di
volergli andare.
E dimandando se 'l prefato signor lasseria andar cadauno che vi volesse
navigare, risposono de s, faccendo l'una delle due condizioni quello che vi
voleva andare, cio che armasse la caravella a sue spese e mettervi la
mercanzia, e poi di ritorno saria obligato a pagar per dretto e costume al
prefato signore il quarto d'ogni cosa ch'egli riportasse, e le altre parti
fossero sue; o che veramente il detto signore armaria lui la caravella a chi
volesse andarvi a tutte sue spese, solamente quello vi mettesse la mercanzia, e
poi al ritorno partissero per met tutto quello che si trazesse de' detti
luoghi, e che in caso che non si trazesse alcuna cosa, che la spesa fusse fatta
a suo danno. E questo dichiar che 'l non si poteva tornare se non con gran
guadagno, e che, se alcuno della nostra nazione vi voleva andare, che 'l
predetto signore l'averia gratissimo e fariali gran favore, perch lui
presumeva che nelle dette parti si scopreriano speciarie e altre buone cose, e
sapeva che li Veneziani ne erano pi cognoscitori che alcun'altra nazione.
Udito questo, terminai di andare con li sopradetti a parlare al detto signore,
e cos feci, qual brevemente mi confirm tutto quello che mi aveano detto esser
vero, e molto pi, promettendo di farmi onore e utile se volessi andarvi. Io
veramente, inteso il tutto, vedendomi giovane e ben disposto a sostener ogni
fatica, desideroso di veder del mondo e cose che mai alcun della nazion nostra
non avea veduto, sperando etiam di doverne conseguire onore e utile, deliberai
al tutto di andarvi. E informatomi delle mercatanzie e cose che vi erano
necessarie, venni alla galea dove, consegnate tutte le cose che avea per
ponente ad uno mio parente, comperai sopra dette galee quelle che mi parvon
esser necessarie per mio viaggio, e cos dismontai in terra, e le galee
seguirono il suo viaggio per Fiandra.


Come messer Alvise, rimaso al Capo di S. Vicenzo, l'anno seguente si part per
le Canarie.

Essendo io rimaso al Capo di San Vicenzo, il detto signor infante mostr aver
gran piacere e mi fece festa assai; e dapoi molti e molti giorni mi fece armare
una caravella nova, di portada di circa botte novanta, della quale era patrone
uno Vincente Dies, natural di Lagus, che  uno luogo appresso il Capo San
Vincenzo a miglia sedeci. E, fornita di tutte le cose necessarie, col nome di
Dio e in buona ventura partimmo dal sopradetto Capo San Vincenzo ad ventidue
marzo MCCCCLV, con vento da greco e tramontana in poppe, drizzando il nostro
cammino verso l'isola di Madera, andando alla quarta di garbin verso ponente a
via dritta. Alli venticinque del detto mese giungemmo all'isola di Porto Santo,
circa mezzogiorno, che  lontana da detto capo San Vincenzo miglia DC in circa.


Dell'isola di Porto Santo dove arriv.

Questa isola di Porto Santo  molto piccola, volge circa miglia quindici,
trovata da ventisette anni in qua dalle caravelle del sopradetto signore
infante: e lui l'ha fatta abitare da Portogallesi, che mai per avanti fu
abitata. E governatore di quella uno Bartolomeo Pollastrello, uomo del detto
signore. Questa isola raccoglie formento e biava per suo uso, ed  abbondante
di carne de bovi, porci salvatichi e d'infiniti conigli. E in quella vi si
truova ancora sangue di drago, il qual nasce da alcuni arbori, cio gomma che
fruttan ditti arbori certo tempo dell'anno, e tirasi in questo modo: danno
alcuna botta di mannara al pi dell'arbore, e l'anno seguente a certo tempo le
dette tagliature buttano gomme, le quali cuocono e purgonle e fassen sangue; e
il detto arbore produce un certo frutto, che nel mese di marzo  maturo e
bonissimo da mangiare, a similitudine di cerese, ma  giallo. E nota che a
torno di detta isola vi si truovano gran pescarie di dentali e orade vecchie e
altri buoni pesci. Questa isola non ha porto, ma ha buon staggio, coperto da
tutti i venti, salvo che da levante e sirocco e da ostro e sirocco, che con tal
venti non si staria ben securi: ma, che che si sia, ha buon tegnitore. Questa
isola  chiamata Porto Santo perch fu trovata da' Portogallesi il giorno
d'Ogni Santi. E fassi il miglior mele che credo che sia al mondo e cera, ma non
per gran somma.

Del porto dell'isola di Madera, e delle cose che ivi nascono.

Dapoi ad ventiotto marzo partimmo dalla detta isola e in quel medesimo giorno
giungemmo a Monchrico, che  uno de' porti dell'isola di Madera, la quale 
distante da quella di Porto Santo miglia quaranta, e vedesi con tempo chiaro
l'una dall'altra. Questa isola di Madera ha fatto abitare il prefato signore da
Portogallesi pur da ventiquattro anni in qua, la quale mai per avanti fu
abitata. E ha fatto governatori di quella duoi suoi cavalieri, de' quali uno ha
nome Tristan Tessera, e costui tiene la mit dell'isola dalla parte di
Monchrico; e l'altro, nominato Zuangonzales Zarcho, tien l'altra met dalla
parte del Fonzal. E chiamasi l'isola di Madera, che vuol dire isola de'
legnami, perch, quando prima fu trovata per quelli del detto signore, non vi
era un palmo di terra che tutta non fusse piena di arbori grandissimi: e fu
necessario alli primi che la volsero abitare darli il fuoco, il quale and
ardendo per l'isola un buon tempo. E fu s grande il primo fuoco, che mi fu
detto che al sopradetto Zuangonzales, che ivi si trovava, fu necessario lui e
tutti gli altri con le mogliere e figliuoli fuggir dalla furia e redursi
all'acqua in mare, dove stettero in essa fin alla gola per circa duoi giorni e
due notti senza mangiare n bere, che altramente sariano morti. Cos spazzorno
gran parte di detto legname, faccendo terra da lavorare.
Questa isola  abitata da quattro parti: la prima si chiama Monchrico, la
seconda Santa Croce, la terza il Fonzal, la quarta Camera di Lupi. E bench
l'abbia altre abitazioni, queste sono per le principali, e potrebbe far circa
uomini ottocento, fra li quali ne saranno cento a cavallo. L'isola volge miglia
cento e quaranta; non ha porto alcuno serrado, ma ha buoni staggi, e ha paese
fruttuosissimo e abbondante. E posto che la sia montuosa come la Cicilia,
nientedimeno  fertilissima: raccoglie ogni anno stara trentamila veneziani di
formento, e quando pi e meno. I terreni suoi solevano rendere al principio
sessanta per uno, e al presente  ridotta a trenta e quaranta, perch li
terreni si vanno frustando alla giornata. E il paese  copioso d'acqua di
fontane gentilissime, e ha circa otto fiumicelli molto grandi che traversano la
detta isola, sopra li quali sono fatte alcune seghe che continuamente lavorano
legnami e tavole di molte sorti, di che si fornisce tutto Portogallo e altri
luoghi. Delle qual tavole di due sorti ne faccio conto: l'una  di cedro, che
ha grande odore ed  simile al cipresso, e fannosi bellissime tavole larghe e
lunghe e casse e altri lavori; l'altra sorte  di nasso, che anche sono
bellissime e di color di rosa rossa. E per esser bagnata di molte acque, il
sopradetto signore ha fatto mettere in questa isola molte cannemele, le quali
han fatto gran prova, e fansi zuccari per somma di cantara quattrocento d'una
cotta e di mistura. E per quello che posso intendere, se ne far con tempo
maggior somma, per esser paese molto conveniente a tal cosa per l'aere caldo e
temperato, che mai non vi fa freddo da conto, come in Cipri e in Cicilia; e
fannosegli di molte confezioni bianche che sono in tutta perfezione. Produce
cere e mele, ma non in quantit. Vi nascono vini assai buonissimi secondo
l'abitazion nova, e sono tanti che bastano per quelli dell'isola e se ne navica
ancora fuori assai. Fra le cui vite il detto signor fece mettere piante overo
rasoli di malvasie, che mand a torre in Candia, quali riuscirono molto bene. E
per esser il paese tanto grasso e buono, le viti producono quasi pi uva che
foglie, e li graspi sono grandissimi, di lunghezza di duoi palmi e di tre e
ardisco a dire anco di quattro, ch' la pi bella cosa del mondo da vedere.
Sonvi eziandio uve nere di pergola senza ciollo, in tutta perfezione. E fansi
in ditta isola archi di nasso bellissimi e buoni, e navigasene in ponente, e
anco bellissimi fusti da balestra e fusti da tenier.
Trovansi in quella pavoni salvatichi, fra li quali ve ne sono de bianchi, e
pernici, n altre salvadicine hanno, salvo quaglie e copia di porci salvatichi
alle montagne. E dico aver inteso da uomini di quella isola degni di fede che
nel principio vi si trovava grandissima copia di colombi, e ancora ve n', alli
quali andavano a caccia con un certo lacciuolo che li mettevan con una
mazzetta, qual pigliava il colombo per il collo e tiravalo giuso dall'arbore, e
il colombo non aveva paura: e questo avveniva perch il colombo non conosceva
che cosa fosse l'uomo, n erano usati ad esser spaventati; e puossi credere,
perch in un'altra isola nuovamente trovata ho udito esser stato fatto il
simile.  abbondante la detta isola di carne; e sono in quella molti ricchi
uomini secondo il paese, perch la  tutta un giardino, e tutto quello che vi
si raccoglie  oro. In questa isola vi sono monasterii di frati minori di
osservanzia, e sono uomini di santa vita. E ho udito dire da uomini da bene e
degni di fede aver visto in questa isola, per la temperie dell'aere, agresta e
uva matura la settimana santa over per tutta l'ottava di Pasca.


Delle sette isole delle Canarie e delli loro costumi.

Partimmo dalla infrascritta isola di Madera seguendo il nostro cammino per
ostro e pervenimmo alle isole di Canaria, che sono distanti dell'isola di
Madera circa miglia trecento e venti. Queste isole di Canaria sono sette:
quattro abitate da cristiani, cio Lanzarotta, Forte Ventura, la Gomera e il
Ferro; tre sono de idolatri, cio la Gran Canaria, Teneriffe, la Palma. Il
signore di queste abitate da cristiani  nominato Ferrera, gentiluomo e
cavalier naturale della citt di Sibillia e soggetto al re di Spagna. Il vivere
di questi cristiani, per quello che hanno queste isole,  pan d'orzo, carne e
latte assai, principalmente di capra, delle quali ne hanno molte. Non hanno
vini n formenti, se d'altre parti non ve n' portato; pochi frutti, n quasi
niuna altra cosa buona hanno. Trovasi in queste isole copia di asini
salvatichi, e spezialmente nell'isola del Ferro. E sono queste isole lontane
l'una dall'altra da quaranta in cinquanta miglia; tutte stanno alla fila l'una
doppo l'altra, e guardasi la prima con l'ultima, quasi levante e ponente. Si
tragge da queste isole gran somma d'una erba che si chiama oricello, con il
quale si tingono panni, il qual capita in Calese e al rio di Sibillia, e de l
si naviga per levante e per ponente. Traggesi etiam gran somma de corami di
capra, che sono grossi e in tutta perfezione, e sevo assai e anche di buoni
formagi. Gli abitanti di queste quattro isole soggette a' cristiani sono
canarii, e sono differenti di linguaggio e poco s'intende l'un con l'altro; le
quali isole non hanno alcuno luogo murato, salvo villaggi, ma hanno ridotti
nelle montagne, per esser quelle altissime, e passi molto forti, che tutto il
mondo non gli pigliaria salvo che per assedio. Questo basti quanto alle quattro
abitate da cristiani: cadauna delle dette isole  grande, e la minore di esse
non volge meno di novanta miglia.
Le altre tre, abitate da idolatri, sono maggiori e molto meglio abitate, e
spezialmente due, cio la Gran Canaria, che fa da circa otto in novemila anime,
e Teneriffe, che  maggior di tutte tre, che si dice aver da quattordici in
quindecimila anime; la Palma fa poca gente,  bellissima isola a vedere. Le
qual tre isole, per esser abitate da molta gente da difesa, con montagne
altissime e luoghi pericolosi, quali sono forti, non si hanno mai potuto
subiugar da' cristiani. De Tenariffe, che  la pi abitata,  da farne
menzione, che  una delle pi alte isole del mondo, e vedesi con tempo chiaro
un grandissimo cammino. E da marinari degni di fede ho inteso quella aver vista
in mare a suo arbitrio da sessanta in settanta leghe di Spagna, che sono da
dugentocinquanta miglia de' nostri, perch l'ha una punta over monte nel mezzo
d'isola a modo di diamante, che  altissima e continuamente arde. E questo si
pu intendere da' cristiani che sono stati presoni in detta isola, che
affermano la predetta punta esser alta dal piedi fino alla cima leghe quindici
di Portogallo, che sono miglia sessanta de' nostri italiani. In questa isola
hanno fra loro nove signori, chiamati duchi: non sono signori per natura, che
succeda il figliuolo al padre, ma chi pi puole  signore; e fanno alle volte
fra loro guerre, ammazzandosi come bestie. Non hanno altre armi che pietre e
mazze a modo di dardi, e alla punta mettono un corno aguzzo in luogo di ferro;
le altre che non hanno corno sono abbruciate nella punta, e fassi quel legno
duro come ferro, e con quello offendono. Vanno sempre nudi, salvo che alcuni
pur si mettono certe pelli di capra, una davanti l'altra di drieto; e ungonsi
la carne di sevo di becco composto con sugo d'alcune loro erbe, che ingrossa la
pelle e defende dal freddo, bench poco freddo regni in quelle parti, per esser
verso l'ostro. Non hanno case di muro n di paglia: stanno in grotte o sia in
caverne di montagne. Vivono d'orzo e di carne e latte di capra, di che ne hanno
abbondanzia, e di alcuni frutti, spezialmente di fichi; e per esser il paese
molto caldo, raccolgono le sue biade del mese di marzo e d'aprile. Non hanno
fede, ma adorano alcuni il sole, altri la luna e altri pianeti, e hanno nuove
fantasie di idolatria. Le femmine sue non sono communi, ma a ciascuno  lecito
pigliarne quante vuole; e non torriano femmine vergini se prima non dormissero
col signor suo una notte, e questo lo reputano grande onore.
E se mi fusse detto come si sa queste cose, rispondo che gli abitanti delle
quattro isole de' cristiani hanno per costume, con alcune loro fuste, andar ad
assaltar queste isole di notte per pigliar di questi Canarii idolatri, e alle
volte ne prendono maschi e femmine e li mandano in Spagna a vendere per
schiavi. E intraviene che alle fiate rimangono presi alcuni delle fuste, i
quali detti Canarii non fanno morire, ma fannoli ammazzar capre e scorticarle e
far carne, che tengono per vilissimo officio, e per dispregiarli, e li fanno
far fino a tanto che si possino scodere. Hanno detti Canarii un'altra usanza,
che quando li signori suoi entrano nuovamente nella signoria, alcuno si
offerisce voler morire per onorar la festa. E vengono tutti ad una certa valle
profonda, dove, dapoi fatte certe sue cerimonie e dette alcune parole, quel
tale che vuol morire per amor del signore si getta giuso in quella gran valle e
fassi in pezzi: e dipoi quel signore riman obligato a far grandissimo onore e
beneficio alli parenti del morto. Questo costume brutto e bestiale vien detto
esser cos, e li cristiani che sono scossi di preson l'affermano.
Ancora questi Canarii sono uomini sutti e gran corridori e saltatori, per esser
avezzi in quei brichi di quelle isole piene di montagne: e saltan di sasso in
sasso discalzi come caprioli, e fanno salti che non sono da credere. Ancora
tirano dretto e fortemente una pietra, s che percuotono dove vogliono, e hanno
s fatto braccio che a pochi colpi fanno uno scudo in mille pezzi. Dinotandovi
che io viddi un Canario cristiano nell'isola di Madera, che si obbligava a
pegno dare a tre uomini dodici naranzi a cadauno, e lui ne voleva prendere
altri dodici, e si obbligava ferir cadauno di loro con li suoi dodici naranzi,
in modo che niuno anderia a fallo e che mai alcun di loro non lo toccaria con
alcuno delli suoi, salvo che nelle mani per volersi con quelle riparare, e che
non si approssimassero a lui ad otto o vero dieci passa: e non si trov chi
volesse stare al pegno, perch ciascuno cognosceva che 'l faria meglio di
quello che 'l diceva. S ch'io concludo che i pi destri e pi leggieri uomini
che siano al mondo  la progenie di costoro. Ancora sanno dipingersi, cos
maschi come femmine, le carne sue con sughi d'erbe verdi, rossi e gialli, e
tengono che simili colori siano una bella divisa, faccendone oppenione come
facciamo noi delle belle veste. Io Alvise fui in due di dette isole di Canaria,
cio nell'isola Gomera e nel Ferro, che sono de' cristiani, e anche all'isola
della Palma, ma in questa non dismontai per seguir il nostro viaggio.


Del Capo Bianco della Etiopia, e dell'isola d'Argin e altre vicine.

Partimmo da questa isola navigando tuttavia per ostro verso l'Etiopia, e
pervenimmo in pochi giorni al Capo Bianco, distante da questa isola di Canaria
circa miglia ottocentosettanta. Ed  da notare che, partendosi dalle dette
isole per venir verso il detto capo, si vien scorrendo la costa dell'Africa, la
qual andando per ostro ne viene a romagnir a man sinistra, bench l'uomo scorri
largo e non abbi vista di terra, perch le dette isole di Canaria sono molto
fuora in mare verso ponente, e una pi fuori dell'altra. E cos va l'uomo
scorrendo largo da terra finch l'ha passato al meno i duoi terzi del cammino
che  dalle dette isole al detto Capo Bianco, e poi si appressa a man sinistra
con la costa fino che ha vista di terra, per non scorrere il detto Capo Bianco
senza riconoscerlo. Perch oltra il detto capo non si vede terra alcuna fino a
gran cammino pi avanti, mettendo la costa dentro al detto capo, e dove si fa
un colfo che si chiama la forna d'Argin, il qual nome deriva da una isoletta
che  posta nel detto colfo, la qual vien cos chiamata per quelli del paese
d'Argin. Ed entra il detto colfo dentro pi di cinquanta miglia, e sonvi ancora
tre isole, alle quali per Portogallesi sono stati posti questi nomi: l'isola
Bianca, per esser quella arenosa; e l'isola delle Garze, perch li Portogallesi
primi vi trovorno in essa tante ova di questi uccelli marini che ne cargarono
due barche delle caravelle; la terza l'isola di Cuori. E tutte sono piccole,
arenose e non abitate, e in quella d'Argin si truova dell'acqua dolce assai,
nelle altre no.


Discorso dell'Etiopia e del diserto ch' fra quella e la Barberia,
e per che causa fu chiamato Capo Bianco.

E nota che, partendosi l'uomo fuora del stretto di Gibralterra, venendo a man
sinistra per la detta costa, che  della Barberia verso questa Etiopia, non si
truova abitato da detti Barbari salvo per fin al capo detto di Canthin. E dal
detto capo per la detta costa verso il Capo Bianco cominciano le terre arenose,
che  il diserto che confina alla parte di tramontana con le montagne, le quali
serrano questa nostra Barberia di qua da Tunis e da tutti quelli luoghi della
costa; il qual diserto i detti Barberi chiamano Sarra, e dalla parte di ostro
confina con Negri d'Etiopia. Ed  grandissimo diserto, che dura a traversare da
cinquanta in sessanta giornate di uom cavalcante, e in alcuni luoghi pi e
meno; e viene a bere questo diserto sul mare Oceano alla costa, la qual  tutta
arenosa e bianca e secca, ed  terra bassa tutta eguale, e non mostra esser pi
alta in un luogo che in l'altro fino al detto Capo Bianco, il qual fu chiamato
cos perch i Portogallesi che prima lo trovorono viddero quello esser arenoso
e bianco, senza segnale di erba o di arbore alcuno. Ed  bellissimo capo per
esser in triangolo, cio in faccia di esso fra tre punte, larghe l'una
dall'altra circa un miglio.


De' pesci che si trovano in detta costa, e delle secche dell'arena che sono nel
colfo d'Argin.

In tutta questa costa si truova grandissima pescaria e senza fine di diversi e
buonissimi pesci, grandi e simili alli nostri che abbiamo di qua in Venezia, e
anche d'altra forma. Nel detto colfo d'Argin per tutto  poca acqua, e sonvi
molte secche, alcune d'arena e alcune di pietra. E qui il mare ha gran
correntia d'acqua, per la qual cosa non si naviga salvo che di giorno, col
scandaglio in mano e con l'ordine dell'acqua: e in detto colfo si ruppeno gi
duoi navilii in le dette secche. E il capo antedetto di Cantin si guarda con
Capo Bianco quasi greco e garbin.


Del luogo di Hoden, e suoi costumi e mercanzie.

Dovete ancora sapere che drieto del detto Capo Bianco fra terra  uno luogo per
nome chiamato Hoden, ch' dentro circa sei giornate di camello, il qual luogo
non  murato, ma  ridutto d'Arabi e scala dove capitano le carovane che
vengono da Tombutto e d'altri luoghi de' Negri, quali vogliono venire a queste
nostre Barberie di qua. E il viver degli abitanti di questo luogo sono dattili
e orzi, delli quali hanno copia, che pur ne nascono in alcuni suoi luoghi, ma
non a bastanza; e beveno latte di camello e d'altri animali, perch non hanno
vino. Hanno etiam vacche e capre, ma non molte perch la terra  secca; e sono
i buoi e vacche piccoli a rispetto de' nostri.
Costoro sono macomettani e inimicissimi de' cristiani, e non stanno mai fermi,
ma sempre vanno vagando per quelli diserti. Sono uomini che vanno alle terre
de' Negri, e vengono etiam a queste nostre Barberie di qua; e sono in gran
numero e hanno gran copia di camelli, e con quelli conducono i rami e argenti
delle Barberie e altre cose a Tombutto e alle terre de' Negri, e di l trazzeno
oro e melegette che conducono di qua. E sono uomini bruni, e vestono alcune
cappette bianche su le carne, con una tressa nelli capi rossa, e cos vestono
le lor femmine senza camicia; in testa portano gli uomini uno fazzuolo alla
moresca, e vanno discalzi sempre. In questi luoghi arenosi si truova copia di
leoni e liopardi e struzzi: dell'ova di quelli ho mangiato assai volte, e sono
buone.


Dello appalto fatto per il signor infante nell'isola d'Argin cerca le
mercanzie; del fiume di Senega e de' costumi degli Azanaghi.

E il preditto signor infante ha fatto di questa isola d'Argin uno appalto per
dieci anni a questo modo, che nissuno possi entrare in questo colfo per
mercadantare con li detti Arabi, salvo quelli che hanno l'appalto, i quali
hanno abitazione in detta isola, e tengono fattori che comprano e vendono con
li detti Arabi che vengono alle marine, faccendo mercanzie di diverse cose,
come sono panni, tele e argenti e alchizeli, cio cappette, tappedi e altre
cose, e sopra tutto formento, perch sono sempre affamati. E hanno all'incontro
teste de Negri, che conducono i detti Arabi delle terre de' Negri, e oro tiber.
In modo che questo signor infante fa lavorar un castello in detta isola per
conservar questo traffico in perpetuo, e per tal cagione tutto l'anno vanno e
vengono caravelle di Portogallo alla detta isola. Hanno anco detti Arabi molti
cavalli barbari, di quali loro ne fanno mercanzia, e gli conducono nelle terre
de' Negri vendendoli ai signori, i quali gli danno all'incontro teste de
schiavi: e vendon detti cavalli da dieci fin a quindeci teste l'uno, secondo la
bont loro. Similmente vi conducono lavori di seda moreschi, che si fanno in
Granata e a Tunis di Barberia, e argenti e molte altre cose; all'incontro hanno
copia di queste teste e alcuna somma d'oro. Le qual teste capitano alla detta
scala e luogo di Hoden e de l si dividono, che parte ne va alli monti di
Barcha, e de l capitano in Sicilia, e parte ne capitano al detto luogo di
Tunis e per tutta la costa di Barberia; e un'altra parte conducono a questo
luogo d'Argin e vendesi a' Portogallesi dell'appalto, in modo che ogni anno si
trazze d'Argin per Portogallo da settecento in ottocento teste.
Dichiarando che, avanti che fussi ordinato questo traffico, solevano le
caravelle de Portogallo venire a questo colfo d'Argin armate, quando quattro e
quando pi, e saltavano in terra di notte e assalivano alcuni villaggi de
pescatori e anche scorrevano fra terra, in modo che prendevano di questi Arabi,
s mascoli come femmine, e conducevanli in Portogallo a vendere. E cos
facevano per tutta l'altra costa e pi avanti, che tien del detto Capo Bianco
fino al rio di Senega, il quale  uno gran fiume e parte una generazione che si
chiama Azanaghi del primo regno de' Negri: i quali Azanaghi sono uomini
berrettini, e pi presto forte bruni che berrettini, e abitano in alcuni luoghi
della detta costa che  di l dal Capo Bianco, e vanno per quel diserto molti
di loro fra terra, e confinano coi sopradetti Arabi di Hoden. Questi vivono pur
ancora loro di dattili e orzo e latte di camello; ma per esser loro pi vicini
alla prima terra de' Negri praticano fra loro, e traggono delle dette terre de'
Negri migli e qualche legumi, cio fasuoli, con li qual si sostengono. Sono
uomini di poco cibo e che patiscon la fame, perch con una scudella di sugoli
di farina d'orzo si mantengono tutto il giorno freschi: e questo fanno per il
mancamento che hanno di vettovaglie. Di questi tali, come ho detto, prendevan i
detti Portogallesi e li vendevan come di sopra, ed erano i migliori schiavi di
tutti li Negri.
Ma, come si sia, da un certo tempo in qua tutto si  ridotto a pace e a tratto
di mercanzia, e non consente il detto signor infante che sia fatto pi danno ad
alcuno, perch 'l spera che, conversando con cristiani, leggiermente si
potriano ridurre alla fede nostra, non essendo ancora ben stabiliti nella fede
macomettana, salvo di quanto hanno udito dire. E questi tali Azanaghi hanno un
stranio costume, che continuamente portano un fazzuol a torno la testa, con un
capo che viene a traverso il viso, e si cuoprono la bocca e parte del naso; e
dicono che la bocca  una brutta cosa, che continuamente rende ventositade e
malfiato, e per tanto si deve tener coperta e non la mostrar, volendola quasi
comparar al culo, e che queste due parti si debbono coprire.  vero che loro
mai non se la discuoprono, avendovene veduti molti, salvo quando mangiano e non
pi. Costoro non hanno signori fra loro, salvo che quelli che sono pi ricchi
sono reveriti e ubbiditi alquanto pi degli altri. Sono povera gente, bugiardi,
ladri pi che uomini del mondo e gran traditori. E sono uomini di comune
grandezza e magri, e portano li capelli ricci gi per le spalle, quasi al modo
di Alemani: ma sono i capelli loro negri tutti, e se gli ungono ogni giorno con
grasso di pesce; per questo puzzano molto, il che reputano per gran gentilezza.


Quel che stimassero gli Azanaghi esser navilii, quando furono da loro
primamente veduti.

Ed  da sapere che costoro non hanno avuto notizia d'altri cristiani salvo de'
Portogallesi, li quali li fecero guerra per anni tredici o quattordici,
prendendone molti di loro, come ho predetto, e vendendoli per schiavi.
Certificandovi che quando costoro ebbero la prima vista di vele over navilii
sopra il mare (che mai per avanti n per loro n per suoi antecessori erano
stati veduti), credettero che quelli fossero uccelli grandi con ale bianche,
che volassero e fussero venuti d'alcun strano luogo; e dapoi che abbassavano le
vele per sorzere, alcuni di loro pensavano che quelli navilii fussero pesci,
vedendoli cos da lungi. Altri dicevano che erano fantasme che andavano di
notte, e ne avevano grandissima paura: e questo perch la sera alle fiate erano
assaltati in un luogo e in quella medesima notte all'alba veniva esser fatto
quel medemo cento miglia pi oltra per la costa, o alle volte pi indrieto,
secondo che ordinavano quelli delle caravelle di fare e secondo li respondevan
li venti. E dicevan tra loro: "Se queste fussero creature umane, come potriano
andar tanto cammino in una notte, che noi non potessamo andarvi in tre d?",
non intendendo il modo del navigare: s che del tutto tenevano che fussero
fantasme. E di questo sono stato certificato da molti Azanaghi che sono schiavi
in Portogallo, e da molti Portogallesi che a quel tempo praticavano a quelle
riviere con caravelle: e per questo si puol considerare quanto fossero novi
nelle cose nostre, avendo tale oppenione.


D'un luogo detto Tegazza, dove si cava grandissima quantit di sale, e dove
quello si porta e come, e in che modo si fa la mercatanzia di esso sale.

Sopra la detta scala di Hoden pi fra terra giornate sei vi  un luogo che si
chiama Tegazza, che vuol dire in nostra lingua "carcadore", dove si cava una
grandissima quantit di sale di pietra, e quella ogni anno da grandissime
carovane di camelli de' sopradetti Arabi e Azanaghi, partiti in pi parti, vien
portata per Tombutto, e di l vanno a Melli, imperio de' Negri. Dove subito
giunto il detto sale in otto giorni tutto si spaccia, a pregio di mitigalli
dugento fin trecento la carga, secondo la quantit: e un mitigal val un ducato
vel circa; poi col suo oro tornano alle sue case. In questo imperio di Melli vi
 gran caldo, e li cibi sono molto contrarii alle bestie quadrupedi, che la
maggior parte che vi vanno con le carovane, di cento non ne tornano venticinque
indrieto. E nel detto paese non hanno bestie da quattro piedi, perch tutte
moreno; e anco molti delli sopradetti Arabi e Azanaghi si ammalano nel detto
luogo e moreno, e questo per il gran caldo. E dicono che da Tegazza a Tombutto
sono circa quaranta giornate da cavallo, e da Tombutto a Melli trenta.
Ho dimandato a costoro quello che fanno i mercanti di Melli di questo sale:
rispondeno che una piccola quantit di quello si consuma nel loro paese,
conciosiacosach, per esser loro propinqui allo equinoziale, dove continuamente
 tanto il giorno quanto la notte, vi sono estremi caldi a certi tempi
dell'anno, qual putref il sangue, per modo che, se non fusse quel sale,
moreriano. Ma la medicina che fanno  questa: prendono un pezzetto di detto
sale e lo distemperano in una scodella con un poco d'acqua, e quella bevono
ogni giorno. Con questo dicono salvarsi, e che 'l resto della detta quantit di
sale la conducono in pezzi cos grandi quanto abilmente uno uomo possa portarli
sopra la testa, con uno certo suo ingegno, un lungo viaggio. E il detto sale
vien condotto a Melli con li predetti camelli, in duoi pezzi grandi cavati
dalla minera, che pareno pi abili a cargar sul camello, portandone ogni
camello duoi pezzi. E dipoi a Melli questi Negri lo rompono in pi pezzi per
portarlo in su la testa, s che ogni uomo ne porta un pezzo. E cos fanno uno
grande esercito d'uomini da pi, che lo conducono un gran cammino; e quelli che
lo portano hanno due forcate, una per mano, e quando sono stracchi le ficcano
in terra e sopra quelle appoggiano il sale. E a questo modo lo conducono fino
sopra certa acqua, la qual non hanno saputo dire se  dolce overo salsa, per
poter intendere s'egli  fiume over mare: ma io tengo che sia fiume, perch se
'l fusse mare in sito cos caldo non averian bisogno di sale. E convengono
questi Negri condurlo in questo modo perch non hanno camelli n altri animali
da caricare, percioch non vi potriano vivere per il caldo grande. E per
pensate quanti uomini vogliono esser quelli che lo portino a pi, e quanti
debbono esser quelli che lo consumano ogni anno. E giunto detto sale sopra
quest'acqua, servano questo modo: tutti quelli di chi  il sale ne fanno monti
alla fila, ciascuno segnando il suo, e dapoi fatti i detti monti, tutti della
carovana tornano indrieto mezza giornata.
Dipoi viene un'altra generazione de Negri, che non si vogliono lasciar vedere
n parlare; e vengono con alcune barche grandi che pare che eschino d'alcune
isole, e dismontano e, veduto il sale, mettonvi una quantit d'oro all'incontro
d'ogni monte, e poi tornano indrieto lassando l'oro e il sale. E partiti che
sono, vengono li Negri del sale e, se la quantit dell'oro li piace, prendono
l'oro e lasciano il sale; se non li piace, lasciano il detto oro col sale e
tornansi indrieto. E dipoi vengono gli altri Negri dall'oro, e quel monte che
truovano senza oro lo levano, e agli altri monti di sale tornano a mettere pi
oro, se li pare, overo lasciano il sale. E a questo modo fanno la sua mercanzia
senza vedersi l'un l'altro n parlarsi, per una lunga e antica consuetudine, e
bench questo para dura cosa a dover credere, pur vi certifico aver avuto
questa informazione da molti mercanti, s arabi come azanaghi, e anco da
persone alle quali si poteva prestar fede.


Della statura d'alcuni Negri che non si vogliono lasciar vedere, e dove si
porta l'oro che da loro si trae.

Avisandovi come io dimandai a detti mercanti come poteva essere che
l'imperatore di Melli, che era s gran signore, come loro dicono, non abbi
voluto tener tal modo di poter intendere per amore o per forza che gente fusse
questa, che non si vuol lassar vedere n parlare. Fummi risposto che non erano
molti anni passati che uno imperatore di Melli determin al tutto voler nelle
mani uno di costoro. E avuto consiglio sopra di questo, fu ordinato che alcuni
suoi uomini, un giorno avanti che ritornasse la carovana del sale la sopra
detta mezza giornata, dovessero fare fosse appresso al luogo dove avean posti i
monti del sale, e che vi si nascondessero dentro, e quando li Negri venissero a
metter l'oro appresso il sale, che gli assaltassero e prendessero duoi over
tre, quali sotto buona guardia dovessero menare a Melli. E brevemente parlando
cos fu fatto: ne pigliarono quattro e gli altri fuggirono, e anco di quattro
ne lasciarono tre, parendoli che uno potesse satisfar alla volont del signore,
per non isdegnar pi i detti Negri. Nondimeno il detto Negro mai non volse
parlare, ancor che gli parlassero in diversi linguaggi, n mangiare: vivette
quattro d e poi moritte. Per questo  oppenione di questi Negri di Melli, per
la esperienza che viddero di costui di non voler parlare, che siano muti. Altri
pensano che, avendo forma umana, debbano parlare, ma che per proprio sdegno non
volesse parlare, visto far in lui quello che a' suoi passati non era stato
fatto. La qual morte dolse a tutti i predetti Negri di Melli, che per quel
tratto il suo signor non poteva aver la sua intenzione: al qual tornati, gli
raccontaron il fatto per ordine, onde il signore ne ebbe assai dispiacere. E
dimand che statura era la loro: risposono che erano uomini negrissimi e ben
formati di corpo, alti un palmo pi di loro, e che hanno il labbro di sotto pi
di uno sommesso largo, che vien sopra il petto, grosso e rosso, mostrando dalla
parte dentro gettar come sangue; e il labbro di sopra era picciolo come i suoi.
Per la qual forma de' labbri mostravano le gengive e i denti, i quali denti
dicevan esser maggiori delli suoi; e hanno dai lati duoi denti grandi, e gli
occhi grossi e neri, e sono terribili di aspetto; e che la gingiva gettava
sangue cos come il labbro. E per il caso sopradetto dipoi non  stato alcuno
de' detti imperatori che si abbia voluto pi di simil cose impacciare,
conciosiacosach, per la presa e morte di quel Negro solo, stettero tre anni
che non volsero tornare con oro a torre il sale consueto. E giudicano che li
labbri se gli putrefacciano per esser in paesi pi caldi che i suoi, di sorte
che, avendo sopportato detti Negri tal infirmit e morte per il spazio di detto
tempo, non avendo modo per altra via d'aver sale da medicarsi, alla fine
tornorono alla prima consuetudine di torre il sale. E per questo  comune
oppenione che non possano vivere senza il sale, e giudicano il male loro per
rispetto di quello di Melli, e che il detto imperador non si cura che detti
Negri non voglino parlare, pur che abbi la utilit dell'oro.
Questo  quanto io ho inteso di questa faccenda, e poi che tanti lo dicono, noi
il possiamo credere, e io sono uno di quelli (perch ho veduto e inteso qualche
cosa del mondo) che voglio creder questa e dell'altre esser possibili. E questo
oro che capita a Melli per questo modo si parte in tre parti: la prima va con
la carovana che tiene il cammino di Melli ad un luogo che si chiama Cochia,
ch' il cammino che si drizza verso la Soria e Cairo; la seconda e terza parte
vien con una carovana di Melli a Tombutto, e l parteno, e una parte ne va a
Toet e da quel luogo s'estende verso Tunis di Barberia per tutta la costa
disopra, e l'altra parte viene ad Hoden, luogo sopra nominato, e de l si
spande verso Oran e One, luoghi pur di Barberia dentro del stretto di
Gibralterra, e a Fessa e a Marocco e Arzila e Azafi e Messa, luoghi della
Barberia fuori del stretto. E da questo luogo lo compriamo noi Italiani e
cristiani da' Mori, per diverse mercanzie che li diamo. E per tornar al mio
primo proposito, questa  la miglior cosa che si trazze dalla sopradetta terra
e paese di Azanaghi, overo Berrettini, perch di quella parte d'oro la quale
capita ogni anno ad Hoden, come  predetto, ne portano alcuna quantit alle
riviere del mare, e quella vendono a' Portoghesi che continuamente stanno
nell'isola predetta d'Argin per il traffico della mercanzia, a baratto d'altre
cose.


Che moneta spendono gli Azanaghi e de' costumi loro.

In questa terra de' Berrettini non si batte moneta alcuna, n mai la usano, n
in alcuno delli altri luoghi avanti si truova moneta; ma tutto il suo fatto  a
barattar cosa per cosa e due cose per una, e per simil modo vivono. Vero  che
ho inteso che fra terra questi Azanaghi, e anche Arabi, in alcuni suoi luoghi,
usano di spendere porcellette bianche, di queste piccole che a Venezia capitano
di levante, e danno di queste certi numeri a suo modo, secondo che sono le cose
che hanno a comprar. Dechiarando che l'oro che vendono lo danno a peso di
mitigal secondo si costuma nelle Barberie, il qual mitigal  di valuta d'uno
ducato over circa.
Quegli che abitano in questo diserto non hanno fede n signor alcun naturale,
salvo che quelli che sono pi ricchi e hanno pi seguito di gente, come 
usanza in pi luoghi, sono signori. Le femmine di questo paese sono berrettine,
e usano a portare il forzo di loro alcune gottonine che vengono dalle terre de'
Negri, e qualcuna di quelle cappette soprascritte che per nome si chiaman
alchezeli, senza portar camicie. E quella donna che ha pi gran tette l'hanno
per pi bella delle altre, per modo che ciascheduna femmina, per averle grandi,
come sono in et di dicessette in desdotto anni, che le tette siano alquanto
grandi, si fa legar una corda a traverso il petto, che li cigne le tette nel
mezzo, e stringonle molto forte, e romponsi per modo le tette per mezzo che le
se despiccano, e con il molto tirar ogni giorno le fanno crescer e allongarsi
tanto che a molte arrivano a l'ombelico: e apprezzano queste che le hanno
maggior per una singular cosa. Cavalcano cavalli pure alla moresca, ma non ne
hanno molti, che per esser il paese sterile non li ponno mantenere, e anco per
lo gran caldo non vivono molto tempo.
Le parti di questo diserto sono molto calde e di poche acque, per il qual caldo
e mancamento d'acque il paese  secco e sterile; e non piove in queste parti
salvo tre mesi dell'anno: agosto, settembre e ottobre. Ancora ho veduto in
questo paese che in alcuni anni gli appare una grandissima quantit di locuste
lunghe un dedo, che volano e sono come le cavallette che nascon e saltan per li
prati; ma queste sono maggiori e rosse e gialle, e appareno nell'aere in tanta
quantit a certi tempi che lo cuoprono, s che non si vede il sole. E per
quanto dura la vista dell'uomo, di dodici in sedeci miglia a torno a torno per
tutto si vede coperto di questi tali animali, s l'aere come la terra, che al
vedere par esser una cosa stupenda. E dove le caggiono non rimane sopra la
terra cosa alcuna, che tutto non sia destrutto: e questa  una grande
pestilenza che reputano fra loro avere. E se ogni anno venissero, non si potria
abitare i detti paesi; ma non vengono se non dapoi tre over quattro anni una
volta. E al tempo che passai per quel paese le viddi alla marina, ed erano in
numero e quantit inestimabile.


Del gran fiume detto rio di Senega, anticamente chiamato Niger, e come fu
trovato.

Dapoi che passammo il detto Capo Bianco, a vista d'esso navigammo per nostre
giornate al fiume detto rio di Senega, che  il primo fiume di terra di Negri,
entrando per quella costa: il qual fiume parte i Negri da' Berretini detti
Azanaghi, e parte etiam la terra secca e arida, che  il diserto sopradetto,
dalla terra fertile, che  paese de' Negri. E cinque anni avanti che io fussi a
questo viaggio, detto fiume fu trovato da tre caravelle del signor infante, le
qual entrorono dentro e pacificoronsi con questi Negri, per modo che
cominciarono a trattare di mercanzie, e cos d'anno in anno vi sono stati
navilii fino al tempo mio. Questo fiume  grande e largo in bocca pi di un
miglio, e ha fondo assai, e fa ancora un'altra bocca un poco pi avanti e una
isola in mezzo, e per questo mette capo in mare per due bocche, e sopra cadauna
di quelle fa banche e scanni larghi in mare forse un miglio. E in questo luogo
l'acqua cresce e decresce ogni sei ore, cio la marea montante e dismontante:
ascende la montante per il fiume pi di miglia sessanta, per la informazione
che io ho avuta da' Portogallesi che sono stati con caravelle dentro molte
miglia; e chi vuol entrare in detto fiume convien andare con l'ordine
dell'acque, per rispetto delle dette banche e scanni che sono alla bocca. E da
Capo Bianco fino a questo fiume sono miglia trecentoottanta, e la costa  tutta
arena fino appresso la bocca del fiume a circa miglia venti, e chiamasi costa
d'Anterote, la qual  pur d'Azanaghi, cio Berrettini. E maravigliosa cosa mi
pare che di l dal fiume tutti sono negrissimi, e grandi e grossi e ben formati
di corpo, e tutto il paese  verde e pien d'arbori e fertile; e di qua sono
uomini berrettini piccoli, magri, asciutti e di piccola statura, il paese
sterile e secco. Questo fiume, secondo che dicono gli uomini savii,  un ramo
del fiume Gion che vien dal paradiso terrestre; e questo ramo fu chiamato dagli
antichi Niger, che vien bagnando tutta l'Etiopia, e appressandosi al mare
Oceano verso ponente, dove sbocca, fa molti altri rami e fiumi oltra questo di
Senega. E un altro ramo del detto fiume Gion  il Nilo, qual passa per l'Egitto
e mette capo nel mare nostro Mediterraneo. E questa  la oppenione di quelli
che hanno cercato il mondo.


Del regno di Senega e confini suoi.

Il paese di questi Negri sopra il fiume di Senega  il primo regno delli Negri
della Bassa Etiopia, e li popoli che abitano alle ripe di quello si chiamano
Gilofi. E tutta questa costa e paese per adrieto dichiarata  tutta terra bassa
per fino a questo fiume, e anche da questo fiume pi avanti  tutta terra bassa
fino a Capo Verde, qual  la pi alta terra che sia in tutta questa costa, cio
miglia quattrocento pi oltra il predetto capo. E secondo che io ho potuto
intendere, questo regno di Senega confina fra terra dalla parte di levante con
il paese detto Tuchusor, e della parte di mezzod con il regno di Gambra, e di
ponente con il mare Oceano, e da tramontana con il fiume antedetto, che parte i
Berretini da questi primi Negri.


Come si creino i re di Senega e come si mantengono in stato, e de' costumi loro
e delle sue mogli.

Il re di Senega al tempo mio aveva nome Zucholin, era giovene di anni ventidue.
E questo reame non si d per eredit, ma in questo paese vi sono diversi
signori, i quali alle fiate, per gelosia di stati loro, si accordano tre o
quattro insieme e fanno un re a suo modo, s veramente che 'l sia di parentado
nobile secondo la sua generazione: il qual re dura quanto piace alli detti
signori, secondo il portamento che ricevono da lui, e molte volte lo scacciano
per forza, e molte volte il re si fa cos potente che si difende da loro. Basta
che 'l stato non  stabile e fermo s come  quello del soldano dal Cairo, ma
sta sempre in sospetto d'esser morto over cacciato. E non  questo re simile
alli nostri di cristianit, perch il suo regno  di gente selvaggia e
poverissima; e non vi  citt alcuna murata, se non villaggi con case di
paglia, n sanno far case di muro, e non hanno calcina n pietre da
fabbricarle, per non saperle fare. E questo regno  di poco paese, perch per
la costa non  pi di miglia dugento, e fra terra pu essere circa altretanto
di larghezza, secondo la informazione ch'io ebbi.
Questo re non ha entrata certa di gabelle, ma li signori del paese ogni anno
per star ben con lui li fan presenti di alcuni cavalli, che sono molto
apprezzati per esservi mancamento, e fornimenti di cavalli e qualche bestiame,
come vacche, capre, legumi e migli e simil cose. Si mantiene anco questo re con
rubarie che fa fare di molti schiavi, s del paese come nel paese de' vicini:
di quelli schiavi se ne serve in molti modi e sopra tutto in coltivar alcune
sue possessioni a lui deputate, e anche ne vende molti di loro agli Azanaghi e
Arabi mercanti che capitano con cavalli e altre cose, e ne vende anco a'
cristiani, dapoi che hanno cominciato a contrattar di mercanzie in quelli
paesi.
A questo re  lecito tenere quante mogli che lui vuole, e cos etiam a tutti li
signori e uomini di quel paese, tante a quante possono far le spese. E cos
questo re ne ha sempre da trenta in su; fa per opinione pi di una che
d'un'altra, secondo le persone da chi sono discese e la grandezza dei signori
di chi le sono figliuole. E tiene questa maniera di vivere con le sue mogli: ha
certi villaggi e luoghi suoi, in alcuni di quelli ne tiene otto over dieci, e
altretante in altro luoco, e cadauna sta da per s in casa. E ha tante serve
giovani che le servono, e tanti schiavi, quali lavorano certe possessioni e
terreni a loro consignati per il signore, accioch con li frutti di quelli si
possino mantenere. Hanno etiam certa quantit di bestiami, come vacche e capre
per suo uso, le qual sono governate da' detti schiavi: e cos seminano,
raccogliono e vivono. E quando accade che il re va ad alcuni dei detti
villaggi, lui non si porta drieto vittuarie n altra cosa, perch, dove el va,
dette sue mogli che ivi si truovano sono obligate a far le spese a lui e a
tutti quelli che 'l mena. E ogni mattina al levar del sole ciascuna ha
apparecchiato tre over quattro imbandisone di diverse vivande, chi di carne e
chi di pesce e altri mangiari moreschi, secondo le loro usanze, e li mandano
per li suoi schiavi a presentar alla dispensa del detto signore, in modo che in
un'ora si truovano in punto quaranta e cinquanta imbandisone. E quando vien
l'ora che 'l signor vuol mangiare, lui truova il tutto apparecchiato senza aver
pensier alcuno, e piglia per s quello li piace, il resto fa dar agli altri che
sono venuti con lui: ma non d mai da mangiar a questa sua gente in abondanzia,
che sempre non abbino fame. E con questo modo va di luogo in luogo, e dorme
quando con una e quando con l'altra delle dette; e cresce in gran numero di
figliuoli, perch quando una  gravida la lascia stare e pi non la tocca. E a
questa medema guisa vivono tutti gli altri signori di questo paese.


Della fede di questi primi Negri.

La fede di questi primi Negri  macomettana, ma non sono per ben fermi nella
fede come li Mori bianchi, e massime il popolo minuto. E li signori tengono la
openione de' macomettani, perch hanno appresso di loro alcuni de' predetti
Azanaghi overo Arabi, che pur ve ne capita, quali gli danno qualche
ammaestramento, dicendoli che 'l saria gran vergogna esser signori e viver
senza alcuna legge di Dio, e far come fanno quei suoi popoli e gente minuta,
che vivono senza legge. E per questa causa di non aver avuto mai altra
conversazione, salvo che i detti Azanaghi over Arabi, sono convertiti alla
legge di Macometto; ma, dapoi che hanno avuto familiarit e conversazione con
cristiani, credono meno.


Del vestir e costumi di tutti li Negri.

Il vestir di questa gente  che quasi tutti vanno nudi continuamente, salvo che
portano un cuoro di capra messo in forma d'una braga, con che si cuoprono le
loro vergogne. Ma li signori e quelli che ponno alcuna cosa si vestono camicie
di gottonina, perch in quei paesi nascono gottoni; e le sue femmine lo filano
e fanno panni larghi un palmo, e non sanno farli pi larghi per non saper far
li petteni da tesserli, e cos cuciono quattro over cinque di quelli teli di
gottone insieme, quando vogliono far alcun lavoro largo. La forma delle sue
camicie  che sono lunghe fino a mezza coscia, e le maniche larghe e corte fino
a mezzo braccio. Ancora usano alcune braghe di quella gottonina che si cingono
a traverso, e sono lunghe fino al collo del piede e larghe oltra modo, perch
tal d'esse volge in bocca palmi trenta in trentacinque fin in quaranta. E
quando le hanno cinte a traverso sono molto faldate per la gran larghezza e
lunghezza, e vengono a far un sacco davanti e l'altro di drieto che gli
aggiunge fino in terra, e quasi menan coda, ch' la pi contrafatta cosa da
veder del mondo: per il che vanno con le gonne larghe con quella coda, e
dimandano a noi se mai abbiamo visto il pi bell'abito n la pi bella foggia
di quella, e tengono di certo che la sia la pi bella cosa del mondo. E le sue
femmine vanno tutte scoperte dalla cintura in suso, s maritate come donzelle,
e dalla cintura in giuso portano un lenzuoletto di quei panni di gottonina
cinto a traverso, che li giunge fino a mezza gamba. E vanno sempre discalzi s
maschi come femmine. In testa non portano cosa alcuna, e de' capelli suoi si
fanno alcune trecce pulite e legate a diversi modi, s gli uomini come le
femmine: ma naturalmente non hanno capelli oltra uno sommesso lunghi. E
sappiate che gli uomini di quei paesi fanno molti servizii feminili, come
filare, lavar drappi e altre cose.
E vi  sempre gran caldo, e quanto pi in l si va fa tanto maggiore; e per
comparazion, di gennaro non fa tanto freddo in questo regno, che pi non ne
facci nel mese d'aprile in queste nostre parti. Gli uomini e le femmine di
questo paese sono netti delle persone sue, perch si lavano quattro over cinque
fiate il giorno tutta la persona; ma nel mangiar sono sporchi e senza alcun
costume. E nelle cose che non hanno pratica sono semplici e male accorti, ma
nelle cose sue che hanno pratica sono come ciascun di noi esperti. Sono di
molte parole e mai non compiono di dire, e communemente estremi bugiardi e
ingannatori; altramente sono caritativi, perch danno da mangiar e da bere a
cadaun forestiero viandante che capita a casa sua, per un pasto over per una
notte, senza premio alcuno.


Delle guerre e armi loro.

Questi signori negri guerreggiano spesse volte l'uno con l'altro, e anche molte
volte con li suoi vicini; e le sue guerre sono a pi, perch hanno pochissimi
cavalli, che non vi possono viver per il gran caldo, come ho detto di sopra.
Arme per suo vestire non portano per non averne, e anche per il gran caldo non
le potriano portare; solo hanno targhe rotonde e larghe, quali sono fatte di
cuoro d'uno animal che si chiama danta, ch' durissimo da passar. E per
offendere portano copia di azagaie, che sono alcuni loro dardi leggieri, e
gettangli velocissimi, perch sono gran maestri di tirarli: e hanno questi
dardi un palmo di ferro lavorado con barbole minute messe molto sottilmente a
diversi modi, e dove entrano, al tirar fuori squarciano le carni con quelle
barbole, per modo che sono molto cattive per offendere. Ancora portano alcune
gamie moresche a modo di una mezza spada turchesca, cio torta come arco, e
sono fatte di ferro senza niuno azzale, perch dal regno di Gambra de' Negri,
che  pi oltra, hanno ferro di che fabricano queste armi, ma non hanno azzale,
come ho detto, o veramente, se 'l v' dove  il ferro, non lo conoscono over
non hanno industria di farlo. Portano ancora un'altr'arma inastata, come quasi
una ghiavarina a nostro modo; altre arme non hanno. Le guerre sue sono
mortalissime per esser disarmati, e li suoi colpi non vanno in fallo, e se ne
ammazzano assai come bestie; e sono molto arditi e bestiali, che ad ogni
pericolo pi tosto si lasciano ammazzare che potendo vogliono fuggire: non si
spaventano per veder il compagno morto, anzi pare che non si curino, come
uomini accostumati a quello, e non temeno la morte niente. Non hanno navilii n
mai li viddero, salvo dapoi che hanno avuto conoscimento de' Portogallesi. Vero
 che coloro che abitano sopra questo fiume, e alcuni di quelli che stanno alle
marine, hanno alcuni zoppoli, cio almadie tutte d'un legno, che portano da tre
in quattro uomini al pi nelle maggiori, e con queste vanno alle volte a
pescare, e passano il fiume e vanno di loco a loco. E questi tali Negri sono li
maggiori notatori che siano al mondo, per la esperienza ch'io viddi far ad
alcuni di loro in quelle parti.


Del paese di Budomel e del suo signore.

Passai il predetto fiume di Senega con la mia caravella e navigando pervenni al
paese di Budomel, loco distante dal detto fiume circa miglia ottocento per
costa, la qual costa, cominciando dal detto fiume fino al loco di Budomel, 
tutta terra bassa senza monti. Questo nome Budomel  titolo di signore e non
nome proprio del loco, e chiamasi terra di Budomel, come  a dire paese di tal
signore over conte.
A questo luoco mi affermai con la mia caravella per aver lingua da questo
signore, conciosiach aveva avuta informazione da certi Portogallesi, i quali
con lui avevano avuto a fare, ch'era persona e signor da bene e del qual si
poteva fidare, e pagava realmente quello che 'l tolleva. E per aver con mi
alcuni cavalli di Spagna, quali erano in buona richiesta nel paese de' Negri,
non obstante che molte altre cose avesse con mi, come panni di lana e lavori di
seda moreschi e altre merci, determinai di provar con questo signore di far il
fatto mio. E cos mi feci mettere ancora ad un luoco in la costa del suo paese,
il qual si chiama la Palma di Budomel, ch' stazio e non porto; e dapoi giunto
fecili a sapere per un mio turcimanno negro come io era venuto, con alcuni
cavalli e altre robbe, per servirlo se li era bisogno. E brevemente il predetto
signore, intesa la cosa, cavalc e venne alla marina, con circa cavalli
quindici e centocinquanta pedoni, e mandommi a dire che 'l mi piacesse di voler
dismontar in terra e andarlo a vedere, che 'l mi faria onore. Per il che,
sapendo la sua buona fama, vi andai: e fecemi gran festa, e dapoi molte parole
io gli diedi i miei cavalli e tutto quello che 'l volse da me. E mi fidai di
lui, qual pregommi ch'io volessi andar fra terra a casa sua, ch'era lontana
dalla marina circa miglia vinticinque, che ivi mi pagaria cortesemente; e che
aspettassi alcuni d, perch per quello che avea recevuto da mi, mi prometteva
certi schiavi. Io li diedi sette cavalli con li fornimenti e altre cose, che
tutti mi costavano di cavedale da circa ducati trecento; onde determinai di
andar con lui, ma avanti che si partissi, lui mi don alla prima vista una
garzona di anni dodici in tredici, molto bella per esser molto negra, e disse
che me la donava per servizio della mia camera: la qual accettai e la mandai al
mio navilio. E certo il mio andar fra terra non fu manco per vedere e intender
cose nuove, che per ricever il mio pagamento.


Come il signor Budomel consign messer Alvise ad un suo nipote nominato
Bisboror, e quanto siano valenti notatori e' Negri di quelle marine.

Andato adunque con Budomel fra terra, mi dette cavalli e quello che mi facea di
bisogno, e quando fummo appresso il suo ridutto forse a quattro miglia, mi
consign ad un suo nipote che avea nome Bisboror, signor d'una villetta dove
eramo giunti, il qual mi tolse in casa e fecemi sempre onore e buona compagnia;
e l stetti circa giorni ventiotto, ed era il mese di novembre: nelli qual
giorni fui pi volte a trovar il predetto signor Budomel, e il nipote era
sempre meco.
E in questo tempo viddi alcune cose del modo del viver di quel paese, delle
quali di sotto se far menzione. E tanto pi ebbi cagion di vedere, quanto che
mi fu necessario di tornar indrieto per terra fino al detto fiume di Senega,
perch si messe tanto cattivo tempo in quella costa che fu forza, se volsi
imbarcare, di far venir il mio navilio al detto fiume e io andarmene per terra.
Avisandovi che fra l'altre cose ch'io viddi in quel luoco fu che, volendo io
mandar una lettera a quelli del mio navilio, per darli notizia che venissero a
levarmi al detto fiume, che mi ne andava per terra, dimandai fra quelli Negri
se v'era alcuno che sapesse ben notare e che li bastasse l'animo di portarmi
quella lettera al navilio, che era circa miglia tre in mare. Subito molti
dissero de s, e perch il mare era grosso e vento assai, dico tanto che 'l non
mi pareva quasi possibile che uomo alcuno tal cosa potesse far, perch
principalmente appresso terra a un tirar d'arco vi sono scanni, cio banchi di
arena; cos eziandio pi fuora in mare a duoi tratti di balestra vi sono altri
banchi, e fra questi banchi v' tanta correntia d'acque, ora in su ora in gi,
ch' difficillissima cosa ad alcuno uomo notando potersi sostenere, che non sia
menato via; e sopra detti banchi rompea tanto il mare, che impossibile parea a
poterli passare che si sia. Duoi Negri si offersono di volerli andare, e
dimandando ci che dovea darli, risposono due mavulgis di stagno per uno, che
vale un grosson l'una: s che per questo prezio cadaun di loro toglieva a
mettermi la lettera nella caravella, e si misero all'acqua. La difficult che
ebbero a dover passar que' banchi con tanto mare, io non potria contare: e alle
volte stavano per buon spazio d'ora che non li vedevo, in modo che giudicai pi
volte che fossero annegati. E finalmente uno di loro non pot sostener tante
botte di mare quante li rompevano adosso e torn indrieto; ma l'altro stette
forte e combattette su quella banca per spazio d'una gross'ora. Alla fine lo
pass e port la lettera al navilio, e torn con la risposta, che mi parve cosa
maravigliosa. Onde concludo per certo quelli Negri delle marine esser delli
migliori notatori del mondo.


Della casa del signor Budomel e delle sue mogli.

Quello ch'io potei veder di quel signor e suoi costumi fu questo. Prima dico
che questi che hanno nome di signori non hanno n castelli n citt, come per
avanti ho toccato; il re di questo regno non ha salvo che villaggi di case di
paglia, e Budomel era signor d'una parte di questo regno, che  cosa piccola.
Questi tali non sono signori perch siano ricchi di tesoro n di danari, perch
non ne hanno, n l si spende moneta alcuna; ma di cerimonie e di seguito di
genti si ponno chiamar signori veramente, perch sempre sono accompagnati da
molti, e reveridi e temuti molto pi dai suoi subditi di quello che non sono i
nostri signori di qua. E perch intendiate, la casa di questo signore non  una
casa di muro over palazzo, ma secondo la forma del suo vivere hanno alcune
ville deputate all'abitazion del signore e delle sue mogliere e di tutta la
famiglia, perch non stanno mai fermi in un luogo.
In questo villaggio dove io fui, che si chiamava casa sua, ponno esser circa
quaranta in cinquanta case di paglia, tutte appresso l'una all'altra in tondo e
circondate a torno di sepe e serraglie di arbori grossi, lasciando solo una
bocca o due per le quali si entra; e ognuna di queste case ha uno cortivo
serrato pur di sepe, e cos si va di cortivo in cortivo e di casa in casa. In
questo luogo Budomel aveva (salvo il vero) nove mogliere, e cos n'ha per li
altri luoghi, pi e meno secondo il parer e piacer suo. E cadauna delle dette
mogliere ha cinque e sei garzone negre che la servono, ed  lecito al signore a
dormir cos con le serve come con le mogliere, alle quali non pare esser fatta
ingiuria, per esser cos costume: e a questo modo il signor muta spesso pasto.
E sono questi Negri e Negre molto lussuriosi, perch una delle cose principali
che con instanzia mi fece domandar Budomel fu che, avendo inteso che i
cristiani sapevano far molte cose, mi pregava se per aventura io sapessi darli
il modo che 'l potesse contentar molte femmine, che 'l mi daria ogni gran cosa:
s che potete intender quanto appreziano questo vizio. E sono molto gelosi, e
non consentono che alcun vadi nelle case dove abitano le sue femine, e de' suoi
figliuoli medesimi non si fidano.
Questo Budomel ha sempre dugento Negri in casa per il meno, che continuamente
lo seguitano; ben  il vero che l'un va e l'altro viene. E oltra questi mai non
manca gente assai, che vien a trovarlo di diversi luoghi. All'entrar della
casa, prima che si venga dove gli sta e dorme, vi sono sette cortivi grandi e
serrati, che vanno di l'uno in l'altro; e in mezzo di cadauno v' un arbore
grande, perch quelli che aspettano stiano all'ombra. E in questi tai cortivi 
compartita la sua famiglia, secondo i gradi delle persone, cio nel primo
all'entrar sta la famiglia minuta, e pi oltra uomini pi degni, e come pi
s'appropinqua alla stanzia di Budomel, pi cresce la dignit di coloro che
abitano; e cos di grado in grado fino che si arriva alla porta di Budomel,
alla qual pochissimi uomini ardiscono di appropinquarsi, salvo che i cristiani,
che li lasciano andar liberamente, anco gli Azanaghi: e cos a queste due
nazioni  data pi libertade che alli suoi natural negri.


Delle cerimonie che usa Budomel in dar udienza, e del modo del suo orare.

Mostrava questo Budomel grande alterezza e gravit, perci che 'l non si
lasciava vedere salvo un'ora da mattina e verso la sera un altro poco, stando
questo tempo nel primo suo cortivo appresso la porta della prima abitazione,
nella qual, come ho detto, non entrava salvo uomini da conto. Ancora questi
tali signori usano grandi cerimonie quando danno udienzia, perch quando veniva
davanti a Budomel alcuno per parlarli, per grand'uomo che 'l fosse over suo
parente, all'entrar della porta del cortivo si gittavan in ginocchioni con
tutte due le gambe, inchinando la testa bassa fino a terra, e con tutte due le
mani buttavansi l'arena drieto le spalle e in su la testa, essendo del tutto
nudi: perch questo  il modo con il qual salutano il suo signore, n alcun
uomo avrebbe ardire venire avanti d'esso a parlarli che non si spogliasse nudo,
salvo le mutande di cuoro che portano, e stanno in questo modo un buon spazio,
gittandosi quella arena adosso. E dapoi non levandosi mai suso, ma
strascinandosi con li ginocchi e le gambe per terra, si vanno appropinquando al
signore, e quando gli sono appresso a duoi passi si afferman parlando e dicono
il fatto suo, non cessando di gittarsi pur l'arena a dosso, con la testa bassa,
in segno di grandissima umilt. E il signore mostra di non vederlo se non
scarsamente, e non resta di parlar con altre persone; e dapoi, quando il suo
vassallo ha ben detto, con arrogante aspetto li fa vana risposta di due parole.
E tanto mostra in questo atto di alterezza e grandezza, e tanto  reverito, che
ancora che Iddio istesso fusse in terra, non credo che pi onore e riverenza li
potesse esser fatto di quello che fanno questi Negri al lor signore. E tutto
questo mi pare che proceda per la gran tema e paura che hanno quelli popoli de'
suoi signori, perch per ogni piccolo mancamento li fa prender la moglie e li
figliuoli e li fa vendere, s che in queste due cose mi par che abbino forma di
signore e che mostrino stado, cio in seguito di genti, e in lassarsi veder
poche volte, e in esser molto reveridi dalli suoi subditi.
E per la grande dimestichezza che mi mostrava questo Budomel, mi lasciava
entrare nella loro moschea dove fanno orazione. E venendo verso sera, chiamati
quelli suoi Azanaghi overo Arabi che 'l tien continuamente in casa, quasi come
disamo li nostri preti, che sono quelli che gli ammaestrano nella legge di
Macometto, entrava in un cortivo grande con alcuni Negri principali, dove era
la moschea, e quivi orava in questo modo: stando in piedi e guardando verso il
cielo, faceva dui passi avanti e diceva alcune parole pian piano, poi si
buttava lungo disteso in terra e baciavala, e cos facevan li Azanaghi e tutti
li altri; poi di nuovo levatosi in piedi tornava a far gli atti sopradetti, e
questo da X in XII volte: e si spendeva in far l'orazione il spazio di
mezz'ora. Quando l'aveva compito, mi dimandava ci che mi pareva, e perch avea
grande appiacere udir recitar delle cose della nostra fede, mi diceva spesso
ch'io volesse narrargliene alquanto: in modo ch'io li diceva che la sua era
falsa, e quelli che li mostravano simil cosa erano ignoranti della verit, ed
essendo presenti quelli suoi Arabi reprovavo la legge di Macometto come cattiva
e falsa per molte ragioni, e la fede nostra esser vera e santa, in tanto ch'io
facevo corruciare quelli suoi maestri della legge.
E questo signore se ne rideva, e diceva che teneva che la nostra fede fosse
buona e che 'l non poteva esser altramente che Iddio, che ne aveva donato tante
buone e ricche cose e tanto ingegno e sapere, che anche non ne avesse dato
buona legge; ma che nientedimanco ancora loro aveano buona legge, e che 'l
tenevan che di buona ragione loro Negri meglio si possino salvare che noi
cristiani, percioch Iddio era giusto signore, quale a noi in questo mondo avea
dato tanti beni di diverse cose e a loro Negri quasi niente a rispetto nostro:
per tanto, avendone dato il paradiso di qua, loro il doveano avere di l. E con
queste e simil cose mostrava buone ragioni e buon intendimento di uomo, e molto
li piacevano i fatti de' cristiani. E son certo che facilmente s'averia potuto
convertire alla fede cristiana, se la paura di perdere il stato non li fusse
stata, perch suo nepote, in casa di cui alloggiavo, me lo disse assai volte, e
lui medesimo avea grandissimo piacere ch'io li contassi della nostra legge, e
diceva ch'era buona cosa udir la parola di Dio.


Del modo del vivere e mangiare di Budomel.

Del modo di vivere, cio del mangiare, el si governa come ho detto di sopra che
fa il re di Senega, che tutte le sue mogliere li mandano ogni giorno da
mangiare tante imbandigioni per una. Questo stile tengono tutti li signori
negri e uomini da conto, che le sue femmine li fanno le spese; e mangiano in
terra bestialmente senza alcun costume. E con questi signori negri non mangia
alcuno, salvo quelli Mori che li mostrano la legge e uno o duoi Negri suoi
principali. Tutte l'altre genti minute mangiano a dieci over dodici insieme, e
mettono una coffa di vivande in mezzo e tutti mettono la man dentro; e mangiano
molto poco per volta, ma mangiano spesso, cio quattro o cinque volte il
giorno.


Delle cose che nascono nel regno di Senega, e il modo che tengono nel lavorar
la terra, e come facciano il suo vino.

In questo regno di Senega, n da l avanti in alcuna terra del paese de' Negri,
nasce formento, n segala, n orzo, n spelta, n vino: e questo perch il
paese  tanto caldo e non li piove nove mesi dell'anno, cio dal mese di
ottobre fin tutto zugno. E per questo calor grande non vi pu nascere formenti,
perch l'hanno provato a seminare di quello che hanno avuto da noi cristiani,
perch il formento vuol terra temperata e vuol spesso la pioggia, la qual non 
in quelli paesi. Ma la vivanda sua  di miglio di diverse sorti, cio minuto e
grosso, come ceseri, e di fava e fasoli che nascono, che sono pi grossi e pi
belli del mondo. Il fasuolo  grosso come una nosella lunga delle nostre
domestiche, tutto intavarato, cio puntizzato di diversi colori, che pare
dipinto, ed  bellissimo a vedere. La fava  larga, bassa e rossa, d'un vivo
colore; e anche ve ne sono di bianche, e sono molto belle. Costoro seminano il
mese di luglio e raccolgono il settembre, perch a questo tempo ghe piove e li
fiumi crescono. Lavorano le terre e seminano e raccolgono in tempo di tre mesi,
e sono cattivissimi lavoratori e uomini che non si vogliono affaticare in
seminare, salvo tanto che possino mangiar tutto l'anno scarsamente, e poco
curano d'aver biave da vendere. Il modo del suo lavorare  che quattro over
cinque di loro si mettono nel campo, con certi badili piccoli a modo di vanghe,
e vanno cadaun d'essi gettando la terra avanti, al contrario di quello che
fanno e' nostri, i quali quando zappano tirano la terra a loro con le zappe. E
questi la gettano avanti con i badili, e non vanno sotto salvo quattro dita:
questo  il suo arare, e per esser la terra virtuosa e grassa produce tutto
quello che loro seminano.
Il bere suo sono acque, latte over vino di palme. Questo vino  un liquore che
butta un arbore della forma di quello che fa dattoli, ma non  per quel
medemo; e di questi arbori n'hanno molti, quali quasi tutto l'anno danno questo
liquore, che lor Negri lo chiamano miguol, in questo modo: feriscono l'arbore
nel piede in duoi over tre luoghi, e quello getta un'acqua berrettina a guisa
di scolo di latte, e mettono sotto le zucche e l'assunano; ma non ne rende gran
quantit, che tra il d e la notte un arbore ne render circa due zucche. Ed 
bonissimo da bere, e imbriaca come il vino chi non lo tempera con acqua; e il
primo d che si raccoglie  tanto dolce quanto il pi dolce vino del mondo, e
d in d va perdendo il dolce e diventa garbo, ed  migliore da bere il terzo e
quarto d che 'l primo, perch gli  dolce e punge un poco. Io ne ho bevuto pi
giorni nel tempo che stetti in terra in quel paese, e sapevami migliore che 'l
nostro. Di questo miguol non ne hanno tanta quantit che ogniuno ne possa avere
in abbondanza, ma pur ne hanno ragionevolmente, e massime li principali; ed 
commun ad ogniuno l'arbore di questo liquore, perch costoro non li tengono
come noi abbiamo li fruttari dell'orto, over come le vigne men proprie, ma
tutto quello che hanno  di foresta, e in libert di cadauno a doverne torre e
proficarsene. Hanno frutti di diverse sorti simili alli nostri, e anche che non
sono come li nostri proprii, e sono buoni e loro ne mangiano, e tutti sono di
foresta, cio salvatichi e non coltivati de' orti come li nostri. E penso che,
se gli tenessino a mano, come facciamo li nostri di qua, lavorati, fariano
frutti buoni e perfetti, perch la qualit dell'aere e del paese  buona.
Il paese suo  tutta campagna atta a produrre, dove sono buoni pascoli con
infiniti arbori grandi e bellissimi, ma non per noi conosciuti. E vi sono nel
paese molti laghi di acque dolci, non molto grandi ma profondissimi, nei quali
si truovano molti buoni pesci differenti dalli nostri; e sonvi molti serpenti
d'acqua, che si chiamano calcatrici. E in questo paese si usa una sorte di
oglio nelle sue vivande, qual non so de che lo facciano, e ha tre virt, cio
odore di viole zotte, sapore come quasi il nostro olio d'oliva, e ha colore che
tinge le vivande a modo di zaffarano, e pi pulito colore che non  quello del
zaffarano. Si trova eziandio in questo paese una specie de arbori che fanno
fasuoli rossi con l'occhio negro in gran quantit, ma sono piccoli.


Degli animali del detto regno.

Hanno diverse sorte d'animali e massime bisse grandi e piccole: alcune sono
venenose, altre no, e delle grandi vi sono di due passa e pi lunghe, ma non
hanno ale n piedi, come vien detto aver li serpenti, ma sono grosse di sorte
che si trovano bisse aver inghiottita una capra integra senza squarzarla.
Dicono che queste grandi si riducono in alcune parti del paese in frotta, in
luogo dove regna grandissima quantit di formiche bianche, le quali di sua
natura fanno alcune case alle predette bisse con la terra che portano in bocca,
e quando sono fatte pareno forni da coser pan a nostro modo, e di queste case
fanno come le belle ville a cento e cinquanta per luogo.
E questi Negri sono grandissimi incantatori di tutte le cose e spezialmente di
queste bisse; e ho udito dire da uno Genovese, uomo degno di fede, che,
avendosi trovato l'anno avanti di me nel paese di questo Budomel e dormendo una
notte in casa di questo suo nepote Bisboror, dove io era alloggiato, sent su
la mezza notte a torno della casa molti sibili: onde svegliatosi, vidde che il
detto Bisboror si levava e, chiamati duoi de' suoi Negri, voleva montar sopra
d'un camello e andarsene. E domandandogli il Genovese dove voleva andare a cos
fatta ora, li rispose in un suo servizio, e che subito daria volta; e stato un
gran pezzo ritorn a casa. E di novo dimandandoli il ditto Genovese dove l'era
stato, li disse: "Non udisti subbiar gi fa un pezzo alcuni subbii intorno la
casa?" E rispondendoli di s il Genovese, costui li disse: "Quelle erano bisse,
le quali, se io non fussi andato a far un certo incanto che noi di qua usiamo,
col qual le ho fatte tornar tutte indrieto, mi averiano in questa notte morto
molti di miei animali". Delle qual cose fattosi maraviglia il Genovese,
Bisboror li disse che non si maravigliasse, imperoch suo barba Budomel ne
faceva di molto maggiori, perch, quando voleva far del tossico per velenar le
sue armi, fatto un gran cerchio nel qual con incanto venivano tutte le bisse
circunstanti del paese, quella che gli pareva pi velenosa con le sue mani
l'ammazzava, e le altre lassava andare; e presone il suo sangue, temperandolo
con una certa semenza d'un certo arbore (della quale io ho visto e honne avuto)
e fattone una mistura, con quella avvelenava le sue armi, le quali dove
ferivano uscendo un poco di sangue (bench la ferita fosse piccola), in un
quarto d'ora moriva la persona ferita. Dissemi il Genovese che 'l detto
Bisboror li volse far vedere la prova dell'incanto, ma che lui non si cur pi
oltra d'intendere. S che concludo tutti li Negri esser grandi incantantori. E
puol molto ben esser vero di questi incanti delle bisse, perch ho pur inteso
in queste nostre parti de cristiani trovarsi persone che le sanno incantare.


Degli animali che nascono nel regno di Senega, e degli elefanti cose notabili.

In questo regno di Senega non si trovano altri animali domestichi, salvo buoi,
vacche, capre; pecore non vi nascono, n vi potrebbeno vivere per il gran
caldo, perch la pecora  animale che ama la terra di aere temperato, e pi
presto vivono nella terra fredda che nella calda. E per Iddio nostro Signore
ha provisto in questo mondo a cadauno secondo i loro bisogni, imperoch a noi,
che vivemo al freddo, senza le lane non possiamo vivere, e loro Negri, che
nascono nel caldo e che non hanno bisogno di vestir, Iddio non li ha dato
pecore, ma li ha dato gottoni. Le vacche e li bovi di quel paese, e anche di
tutto il paese de' Negri, sono molto pi piccole delle nostre, che credo
eziandio che questo proceda per il caldo; e di ventura si troveria una vacca di
pel rosso: tutte sono negre, overo bianche, overo taccate di negro e bianco.
Animali di rapina silvestri, vi sono lioni e lionze e liopardi in grandissima
quantit, ed etiam lupi, caprioli e lepri. Ancora vi sono elefanti salvatichi,
perch non usano a domesticarli, come fanno nell'altre parti del mondo; e
questi elefanti vanno in frotta, come fanno da noi i porci ne' boschi. Della
statura de' quali non descrivo altro, perch credo che ognuno debba intendere
che gli  un animal di corpo grandissimo e curte gambe: e la sua grandezza si
comprende per li denti di avolio che vengono in queste nostre parti, delli qual
denti non ne hanno salvo duoi per cadauno, cio un per lado, come li porci
cinghiari, messi pur nella massella di sotto; e non vi  altra differenzia,
salvo che le ponte delli denti di porci guardano in suso e questi delli
elefanti guardano in zoso verso terra. Dechiarando che ditti elefanti hanno
genocchia e desnodansi nell'andare come ogni altro animale: dico questo perch
aveva inteso dire, avanti che fosse in queste parti, che gli elefanti non si
potevan ingenocchiare e che dormivano in piedi, che  una gran busia, perch si
buttano in terra e levansi come ogni altro animale. E li denti suoi grandi mai
non li buttano se non per morte. Ed  animale che non offende l'uomo se l'uomo
non offende lui, e l'offender dell'elefante verso l'uomo  che, aggiungendo, li
d della sua tromba lunga del muso (che gli ha a modo di naso lunghissimo, e la
retira e slunga come ei vuole) una s gran botta di sotto in suso, che butta
l'uomo alle fiate quasi un trar di balestra. E non  uomo s veloce che lo
elefante non lo aggiunga alla campagna, andando solamente lo elefante di veloce
passo, per molto corridor che sia l'uomo, perch per la sua grandezza fa un
passo grandissimo. E sono molto pericolosi quando hanno figliuoli pi che
d'altro tempo, e non fanno pi di tre in quattro per volta; e mangiano foglie
di arbori e frutti, quali rompono zoso con li rami grandi con quella sua tromba
del muso, con la qual raccogliono la vivanda in bocca, perch la  tutta d'un
callo grossissimo. Di altri animali non ne ho avuto informazione, salvo dei
sopradetti.


Degli uccelli de detto paese, e come vi sono diverse maniere di pappagalli, e
della loro industria nel fare e' suoi nidi.

Uccelli in queste parti vi sono di diverse sorti, e massime pappagalli in gran
numero, i quali vanno volando per tutto il paese: e li Negri li vogliono gran
male, perch fanno danno ne' suoi campi alli megli e alli legumi. E ve ne sono,
come dicono, di molte maniere, ma io non ne viddi salvo di due sorti: l'una 
come quelli che vengono d'Alessandria, ma pareno un poco pi piccoli; l'altra
sono molto pi grandi, e hanno il collo berrettino con la testa, becco e piedi,
e il corpo zallo e verde. Ed ebbine di queste due sorti molti, e spezialmente
piccoli di nido, di quali molti me ne moritteno e gli altri portai in Spagna; e
la caravella venuta in Spagna con me ne port da centocinquanta in suso,
vendendoli per mezzo ducato l'uno. E questi pappagalli sono molto industriosi
in far i suoi nidi, quali fanno di giunchi tondi come  una balla di vento, in
questo modo: vanno su le palme, o vero altro arbore che abbia i rami sottili
quanto  possibile e deboli, e in capo del ramo legano un giunco che pende
giuso duoi palmi, in capo del quale armano il suo nido tessendolo
maravigliosamente, per modo che quando  compiuto rimane una balla appiccata a
quel giunco, nella quale solamente  una bocca per donde entrano. E questo
fanno per le bisce che li mangiano li figliuoli, le quali non ponno andare su
quel ramo per esser debole, e non consente il peso, in modo che li detti suoi
nidi vengono a rimaner sicuri.
Sono eziandio in questo paese alcuni uccelli grandi, i quali noi chiamiamo
galline di faraone, che sogliono venir di levante. Di queste galline ve n'
gran copia, e il simil di alcune oche, le quali non sono come le nostre, ma
diverse di penne; e cos di diversi altri uccelli piccoli e grandi, e d'altra
sorte che non sono li nostri.


Del mercato che fanno i Negri e delle cose che ivi contrattano.

Perch mi accadette star in terra molti giorni, determinai andar a vedere un
suo mercato over fiera, non molto lontano dal luogo ove io era alloggiato, il
qual si faceva su una prateria, e facevasi il luned e il venerd: e vi andai
due over tre volte. Quivi veniano uomini e femmine del paese circunstante a
quattro a cinque miglia, percioch quelle che stanno pi lungi andavano ad
altri mercati, perch anche altrove si costumano farsi. E in questi mercati
compresi molto bene questa gente esser poverissima, rispetto alle cose che
portavano sul mercato a vendere, le quali erano gottoni, ma non in quantit, e
filati pur di gottoni e panni di gottoni, legumi, olio e miglio, conche di
legno, stuore di palma, e di tutte l'altre cose che si usano per il suo vivere.
E cos portano gli uomini come le femmine a vendere, e vendono gli uomini di
quelle sue arme, e ancora qualche poco d'oro, ma non in quantit; e vendono il
tutto cosa per cosa a baratto e non per danari, perch non hanno danari e non
costumano moneta di sorte che sia, salvo a baratto, cio una cosa per un'altra,
e due cose per una, tre per due. E questi Negri, s mascoli come femmine,
venivano a vedermi per maraviglia, e parevali una gran cosa a veder cristiani,
mai per avanti veduti. E non meno si maravigliavano del mio abito che della mia
bianchezza, il qual abito era alla spagnuola, un zuppone di dammaschino negro e
un mantellino disopra: guardavano il panno di lana, che loro non l'hanno, e il
zuppone, e molto stupivano. E alcuni mi toccavano le mani e le braccia, e con
spudo mi fregavano, per vedere se la mia bianchezza era tintura over carne, e
vedendo che l'era pur carne stavano con admirazione. A questi mercati io andavo
per vedere pi cose nuove, e anche se vi veniva alcuno ch'avesse somma d'oro da
vendere: ma di tutto si trovava poco, come ho predetto.


Come si mantengono e vendono li cavalli nel detto regno, e di certe cerimonie e
incanti che usano quando li comprano.

Li cavalli in questo paese de' Negri sono molto apprezzati, perch gli hanno
con molta difficult, che vengono menati per terra da queste Barbarie nostre
per Arabi e per Azanaghi, e anche perch non vi possono vivere per il gran
caldo, e s'ingrassano tanto che 'l forzo di essi muore d'una malattia che non
ponno pisciare e crepano. Il mangiar che li danno in quelle parti sono alcune
foglie di fasuoleri che rimangono dapoi raccolti i fasuoli nel campo, e quelle
tagliano minute e secche come fieno, e le danno a mangiare in luogo di biava;
li danno ancor del miglio, col quale s'ingrassano molto. Vendesi un cavallo
fornito da nove fino a quattordeci teste de Negri schiavi, secondo la bont e
bellezza dei cavalli. E quando un signore compra alcuno cavallo, fa venire
alcuni suoi incantatori di cavalli, i quali fanno far un gran fuoco di certi
rami d'erbe a suo modo, faccendo gran fumo; e sopra quello tengono il cavallo
per la brena dicendo alcune sue parole, e poi lo fanno ungere tutto di unto
sottile, e tengonlo desdotto in venti d che alcuno non lo vegga, e gli
appiccano al collo alcune reste di dornive moresche, che pareno al modo di
brevi, piegati in poco spazio di piegadura quadra e coperti di cuoro rosso: e
hanno fede che, per portar quelle fantasie al collo, vadino pi sicuri in
battaglia.


De' costumi delle femmine del detto paese, e di che cose quegli uomini
prendevano grande admirazione, e che instrumenti usino da sonare.

Le femmine di questo paese sono molto gioconde e allegre, e cantano e ballano
volentieri, e massime le giovani: ma non ballano salvo la notte a luce di luna;
il lor ballare  molto differente dal nostro.
Di molte cose si danno maraviglia questi Negri delle nostre, e massime del
ferire della balestra, e molto pi delle bombarde, perch alcuni Negri vennero
al navilio e io li feci veder trarre una bombarda, del tono della quale ebbero
grandissima paura: e io li dicevo che una bombarda potria ammazzar pi di cento
uomini in una botta, e maravigliavansi, dicendo quella esser cosa del diavolo.
Ancora si maravigliavano del sonare di una di queste nostre pive della villa,
ch'io feci sonare ad un mio marinaro, e vedendola vestita alla divisa e con
frappe su la testa, si davano ad intendere che la fosse qualche animal vivo che
cos cantasse di diverse voci, e prendevan molto piacere e maraviglia ad un
tratto. E vedendo questa loro simplicit, gli dissi quella essere instrumento,
e ghe la diedi nelle mani disenfiata: onde, conosciuto esser artificio fatto a
mano, dicevano quella esser cosa celeste e che Iddio l'avea fatta con le sue
mani, che cos dolcemente sonava e di tante diverse voci, e dicevano mai non
aver udito la pi dolce cosa.
E anche molta admirazione prendevano dell'artificio del nostro navilio e degli
apparecchi di quello, e dell'arbore, vele, sartie e ancore, e pensavano che gli
occhi che si fanno a prova alli navilii fussero veramente occhi, che 'l navilio
per quelli vedesse dove gli andava per mare. E dicevano che noi eravamo grandi
incantatori e quasi comparabili al diavolo, e che gli uomini che vanno per
terra avevan fatica a saper andare da luogo a luogo, e noi andavamo per mare,
qual avevano inteso che era cos gran cosa, e che per, stando noi tanti giorni
senza veder terra e sapendo dove andavamo, non poteva essere salvo che per
potenzia del diavolo. E questo pareva a loro esser cos perch non intendono
l'arte del navigare, del bossolo e della carta.
E pi si maravigliavano di veder ardere una candela di notte sur un
candelliere, conciosiacosach in quel paese non sanno far altra luce salvo
quella del fuoco, e vedendo la candela mai pi per loro vista, li parse una
bella e maravigliosa cosa. E perch in quel paese si trova miele con la cera s
come el nasce, e loro succhiano il miele fuora con la bocca e gettano via la
cera, avendo io comprato un poco di favomelli da uno di loro, li mostrai come
si trazzeva il miele dalla cera. E dapoi dimandai se sapevano che cosa fusse
quella che restava del miele; risposeno che quella era una cosa da niente. E in
sua presenza li feci fare alcune candele e fecile accendere, la qual cosa
vedendo rimase molto admirativo, dicendo che tutto il saper delle cose era in
noi cristiani.
In questo paese non si usano instrumenti da sonare di alcuna sorte, salvo di
due: l'una sono tabacche moresche, che a modo nostro chiamaressemo tamburi
grandi; l'altra  a modo di una violetta di queste che noi altri sonamo con
l'arco, ma non hanno salvo che due corde e sonano con le dita, ch' una
semplice e grossa cosa e da nessun conto. Altri instrumenti non usano.


Come messer Alvise trov messer Antoniotto Usodimare, gentiluomo genovese, con
due caravelle e and in lor conserva a passar il Capo Verde.

Come ho predetto, ebbi causa di stare in questi paesi del signore Budomel
alcuni giorni, per vedere, comprare e intendere pi cose. Dove essendo spazzato
e avendo avuto certa somma di teste di schiavi, determinai di andar pi oltra e
passar Capo Verde, e andar a discoprire paesi nuovi e provar mia ventura,
conciosiacosach, avanti il mio partir di Portogallo, io aveva inteso dal
signore infante, come quella persona che di tempo in tempo era avisata delle
cose di questi paesi di Negri; e fra le altre informazioni che esso avea, era
che non molto lontano da questo primo regno di Senega, pi avanti, si trovava
un altro regno chiamato Gambra, nel quale raccontavano i Negri che venivano
condotti in Spagna trovarsi somma d'oro grande, e che li cristiani che ivi
andassino sariano ricchi. Onde io, mosso dal desiderio di trovar questo oro, e
anche per veder diverse cose, spazzato da Budomel mi ridussi alla caravella, e
faccendomi presto alla vela per partirmi da quella costa, ecco che una mattina
apparseno due vele in mare, le quali avendo lor vista di noi e noi di loro,
sapendo che non potevano esser salvo che cristiani, venimmo a parlamento; e
inteso uno de' detti navilii esser d'Antoniotto Usodimare, gentiluomo genovese,
l'altro d'alcuni scudieri del prefato signore infante, quali d'accordo avevan
fatto conserva per passar il detto Capo Verde e provar sua ventura e discoprir
cose nove, trovandomi ancora io di quel medesimo proposito, mi posi in conserva
loro. E di uno volere tutte tre caravelle drizzammo il nostro cammino verso il
detto capo, pure alla via d'ostro per la costa, sempre alla vista di terra,
onde il giorno seguente con vento prospero avemmo vista del detto capo, il
quale  distante dal luogo dov'io mi parti' circa miglia trenta de' nostri
italiani.


Capo Verde perch  cos detto, di tre isolette scoperte, e della costa del
detto Capo Verde.

Questo Capo Verde si chiama cos perch i primi che 'l trovarono, che furono
Portogallesi, circa uno anno avanti ch'io fussi a quelle parti, trovorono tutto
verde di arbori grandi, che continuamente stanno verdi tutto il tempo
dell'anno. E per questa causa li fu messo nome Capo Verde, cos come Capo
Bianco, quello che noi abbiamo parlato per avanti, qual fu trovato tutto
arenoso e bianco. Questo Capo Verde  molto bel capo e alto di terreno, e ha
sopra la punta due lombade, cio duoi monticelli, e mettesi molto fuori in
mare. E sopra il detto capo e a torno d'esso sono molte abitazioni de villani
negri e case di paglia, tutte appresso la marina e a vista di quelli che
passano: e sono questi Negri anche del predetto regno di Senega. E sopra il
detto capo sono alcune secche, che escono fuori in mar forse un mezzo miglio; e
passato il detto capo trovammo tre isolette piccole, non troppo lontane da
terra, disabitate e copiose d'arbori tutti verdi e grandi. E avendo bisogno
d'acqua, mettemmo ancora ad una d'esse, quale ne parse pi grande e pi
fruttifera, per vedere se vi trovavamo qualche fontana: e dismontati non
trovammo salvo in un luogo che pareva sorgere un poco d'acqua, il che non ci
pot dare alcun sussidio. E in questa isola trovammo molti nidi e ova di
diversi uccelli per noi non conosciuti; dove stemmo tutto quel d pescando con
togne e ami grossi, e pigliammo infiniti pesci, e fra gli altri dentali e orate
vecchie grandissime, di peso di lire dodici in quindeci l'una. E fu questo del
mese di giugno.
Dapoi il giorno seguente partimmo, faccendo vela e seguendo il nostro viaggio,
navigando sempre a vista di terra. Notando che oltra il detto Capo Verde si
mette un golfo dentro, e la costa  tutta terra bassa, copiosa di bellissimi e
grandissimi arbori verdi, che mai non perdono foglia tutto l'anno, cio che mai
non si seccano come le nostre di qua, ma prima nasce una foglia avanti che
gettino l'altra; e vansene questi arbori fina su la spiaggia ad un trarre di
balestra, che pare che beano sul mare, ch' una bellissima costa da vedere. E
secondo me, che pur ho navigato in molti luoghi in levante e in ponente, mai
non viddi la pi bella costa di quel che mi parse questa, la quale  tutta
bagnata da molte riviere e fiumi piccoli, non da conto, perch in quelli non
potriano entrare navilii grossi.


De' Barbacini e Sereri Negri, e come si reggano, e de' suoi costumi.
Della qualit e guerra di quel paese.

Passato questo piccol colfo, tutta la costa  abitata da due generazioni: l'una
 chiamata Barbacini, l'altra Sereri, pur Negri, ma non sono sottoposti al re
di Senega. Costoro non hanno re n signore alcuno proprio, ma bene onorano pi
uno che un altro, secondo la qualit e condizione degli uomini. Fra loro non
vogliono consentire signore alcuno, forse perch non li siano tolte le mogliere
e i figliuoli e venduti per schiavi, come fanno i re e i signori di tutti gli
altri luoghi de' Negri. Costoro sono grandi idolatri; non hanno legge alcuna e
sono crudelissimi uomini, e usano l'arco con le frezze pi che niuna altra
arma, e tirano le frezze avvelenate, e dove toccano la carne nuda che vi esca
sangue, subito la creatura muore. Sono uomini negrissimi e ben corporati. Il
suo paese  molto boscoso e copioso de laghi e d'acque, e per questo si tengono
molto securi, perch non vi si pu entrare se non per stretti passi, e per
questo non temono alcun signore circunvicino. Ed  accaduto molte fiate che
alcuni re di Senega per tempi passati gli hanno voluto far guerra per
subiugargli, e sempre da quelle due nazioni sono stati malmenati, s per le
saette avenenate che usano, come etiam per il paese che era forte.


Del rio di Barbacini, e come fu ammazzato un turcimanno posto in terra per
informarsi del paese.

Scorrendo adunque con vento largo per la detta costa, seguendo il nostro
viaggio per ostro, scoprimmo la bocca d'un fiume largo forse un tirar d'arco,
il qual era di poco fondo, e a questo fiume mettemmo nome il rio di Barbacini:
e cos  notato su la carta da navigare fatta di questo paese, ed  da Capo
Verde fino a questo rio miglia sessanta. Il navigar nostro per questa costa e
per avanti sempre  stato di giorno, mettendo ogni sera ancora a sol posto in
dieci overo dodici passa d'acqua, lontani da terra quattro o cinque miglia; e a
sol levado facevamo vela, tenendo sempre un uomo da alto e duoi uomini a prova
della caravella, per veder se il rompeva il mare in alcun luogo, per discoprir
alcun scoglio. E navigando pervenimmo alla bocca d'un altro fiume grande, il
qual mostrava non esser meno del detto rio de Senega. E vedendo questo bel
fiume, parendone il paese bellissimo e copioso di arbori fina su la marina,
mettemmo ferro e deliberammo di voler mandare in terra uno delli nostri
turcimanni, perch cadauno delli nostri navilii aveva turcimanni negri, menati
con noi di Portogallo, qual furon venduti per quelli signori di Senega a' primi
Portogallesi che vennero a scoprire il detto paese de' Negri. Questi schiavi
erano fatti cristiani e sapevano ben la lingua spagnuola, e li avevamo avuti
dalli suoi padroni con patto di darli per suo stipendio e soldo una testa per
uno, a cernirla in tutto il nostro monte; e dando cadauno di questi turcimanni
quattro schiavi alli padroni suoi, loro gli lascian franchi. E buttata la sorte
a chi toccasse mettere il suo turcimanno in terra, tocc al gentiluomo
genovese, onde armata la sua barca mand il turciman fuora, con ordine che la
barca non si accostasse a terra, salvo tanto quanto potesse mettere fuori il
detto turcimanno, al qual fu commesso che 'l se informasse della condizione del
paese e sotto qual signore era, e che intendesse se 'l si trovava oro over
altre cose al nostro proposito. Onde, essendo smontato in terra e tiratasi la
barca un poco a largo, subito li vennon incontra molti Negri del paese, i
quali, avendo veduti i navilii approssimarsi alla marina, con archi, saette e
arme stavano imboscati per aggiungere alcuno di noi in terra. E venuti a lui li
parlorono per spazio d'un poco, e quello che gli dicessero nol sappiamo, salvo
che con furia cominciorono a ferirlo con alcune gomie, che sono spade moresche
curte, e brevemente lo ammazzorono, che quelli della barca non lo poteron
soccorrere.
Intesa per noi questa novella, rimanemmo stupefatti e comprendemmo che costoro
doveano esser crudelissimi uomini, avendo fatto un simil atto in quel Negro
ch'era della sua generazione, e che di ragione molto peggio fariano a noi: e
per questo facemmo vela seguendo pur il nostro cammino per ostro, navigando a
vista della costa, la quale continuamente trovavamo pi bella e pi copiosa
d'arbori verdi, e per tutto terra bassa. E finalmente pervenimmo alla bocca
d'un fiume, e vedendo noi quella esser grandissima, e non meno di tre fino a
quattro miglia nel pi stretto, dove potevamo entrare con li nostri navilii
securamente, terminammo quivi riposare, per volere intendere il giorno sequente
se questo era il paese di Gambra.




Come procedendo pi oltra viddero tre almadie de Negri, i quali non li volsero
parlare, e come siano fatte esse almadie.

Essendo noi ridutti a questo fiume, il quale alla prima entrata non mostra men
largo di miglia sei in otto, giudicammo quivi dover essere il paese di Gambra,
che per noi tanto era desiderato, e che sopra questo fiume facilmente si
troveria qualche buona terra, dove leggiermente potemo pervenire a qualche
buona ventura, di somma d'oro o d'altre preziose cose. Fatto il giorno seguente
vento bonaccevole, mandammo la caravella piccola avanti ben fornita d'uomini
delle nostre barche, con ordine che, per esser navilio piccolo che aveva
bisogno di poca acqua, andasse pi avanti che 'l potesse, e trovando banca su
la bocca del detto fiume scandagliasse il fondo, e trovando buona acqua grossa
per poter entrare i nostri navili, si tirasse indrieto e sorgesse faccendone
alcuni segnali. E cos fu eseguito per quella, perch trovando passa circa
quattro d'acqua su la detta bocca, sorgette secondo l'ordine nostro. E dipoi
sorta la detta caravella, li parse di mandar la nostra barca armata e anche la
sua in compagnia, bench piccola fosse, pi oltra della bocca con questo
comandamento, che se per caso i Negri del paese venissero con le loro barche ad
assaltarli, che subito si riducessino al navilio senza voler con loro
contendere. E questo perch noi eravamo l ridutti per voler trattare col paese
buona pace e concordia con la loro benevolenzia, la qual se conveniva
acquistare con ingegno e non per forza. Onde, essendo passate le dette barche
pi avanti, tentorono il fondo in pi luoghi col scandaglio, e trovando per
tutto non meno di passa sedici d'acqua, andorono pi oltra duoi miglia, e
vedendo le rive del detto fiume bellissime e copiose di altissimi arbori verdi,
e anco il fiume fare pi volte suso, non li parse di andar pi avanti.
E faccendo volta, eccote uscir della bocca d'un fiumicello che metteva capo in
questa grande fiumara tre almadie, che a nostro modo si chiamariano zoppoli,
che sono tute d'un pezzo di arbori grandi cavati, e fatte a modo di burchielle
che si menano drieto questi nostri burchi. E vedendo le nostre barche le
predette almadie, dubitando che quelli non venissero per farli oltraggio,
essendo stati avisati per gli altri Negri che in questo paese di Gambra tutti
erano arcieri che tiravano frezze avelenate, bench fusseno sufficientissimi
per defendersi, nondimeno, per ubidir a quello che gli era stato imposto e per
non commetter scandalo, dettero a' remi e quanto pi presto potenno vennero al
predetto navilio. Ma non per s presto che, giunte al detto, le almadie non
fossero alle spalle, non men lontane d'un trar d'arco, perch sono velocissime.
Ed entrati li nostri nel navilio, li cominciorono amattar e far segno accioch
si accostassero; e quelle, fermandosi, mai volseno venir avanti. Nelle quali
potevano esser da vinticinque in trenta Negri, i quali, stando cos un pezzo a
guardare cosa che mai n per loro n per suoi antecessori era stata veduta,
cio navilii d'uomini bianchi, senza mai voler parlare, per cosa che li fosse
fatta n detta, se ne andorono per li fatti suoi. E cos pass quella giornata
senza farsi altro.


Del paese di Gambra e dell'abito di que' Negri, e come combatterono co'
Portoghesi, onde molti di essi Negri furono morti. E come i Portoghesi, intesa
la risposta che li fero detti Negri, ritornoron indrieto.

La mattina seguente noi altri duoi navilii, circa l'ora di terza, con vento
bonaccevole e con l'ordine d'acqua, femmo vela per andar a trovar la conserva
nostra e per entrar nel fiume col nome di Dio, sperando fra terra sopra di
questo fiume dover trovar genti pi umane di quelle che vedemmo nelle dette
almadie. E cos essendo giunti alla nostra conserva, ed ella faccendo vela in
nostra compagnia, cominciammo ad entrare nel fiume, andando la caravella
piccola avanti e poi noi drieto l'una all'altra, passando il banco. Ed essendo
entrati circa miglia quattro, eccoti adrieto di noi venir (non so di che luogo
uscite) alcune almadie quanto pi potevano, le quali per noi viste, femmo volta
sopra di loro. E dubitando delle lor freccie avelenate (delle quali eravamo
informati che molto usavano), coprissimo li nostri navilii al meglio che
potemmo, e ci armammo ordinando le nostre poste, bench mal in punto eravamo di
arme. E in breve spazio giungendo quelle a noi che eramo in bonaccia, mi
vennero per prova, ch'era il primo navilio, e partendosi in due parti me misero
in mezzo di loro. E contando le dette almadie, trovammo quelle esser quindeci
per numero, grande come sariano buone barche, e levado per loro voga alzando li
remi in alto, ci stavano a guardare come cosa maravigliosa. E quelle noi
esaminando, esistimammo potervi essere circa Negri centotrenta in
centocinquanta al pi, li quali ne parseno bellissimi uomini de corpo e molto
negri, vestiti tutti di camicie di gottonine bianche; in testa avevano alcuni
cappelletti bianchi quasi al modo di todeschi, salvo che da cadaun lato avevano
una forma d'una ala bianca con una penna in mezzo del detto cappelletto, quasi
volendo significare esser uomini da guerra. E in cadauna delle prove delle
dette almadie vi era un Negro in piede, con una targa tonda nel braccio, che ne
pareva esser di cuoro.
E cos, n loro tirando a noi, n noi faccendo contra di loro altramente
molesta, avendo vista delli altri duoi nostri navilii che ne venivano drieto,
drizzando il suo cammino verso quelli si aviorono, e giunti a loro, senza altro
saluto, gittando giuso remi con li suoi archi cominciorono tutti a tirare. I
nostri navilii, veduto l'assalto fattoli, scaricorono quattro bombarde al primo
tratto, le quali udite per quelli, stupefatti e attoniti pel strepito grande,
gettorono gli archi a basso e, risguardando chi in qua chi in l, stavono
admirativi, vedute le pietre delle bombarde ferire nell'acqua appresso di loro.
Ed essendo stati per buon spazio a risguardarle, non vedendo altro, perdendo la
paura dei tuoni, dapoi molti colpi che li furono tirati, presi i suoi archi da
nuovo cominciorono a tirare con grande ardire, accostandosi appresso i navilii
a tiro di pietra. Li marinari cominciorono con le sue balestre a
bressagliargli, e il primo che disserr la balestra fu un figliuol bastardo di
quel gentiluomo genovese, che fer un Negro nel petto, qual subito cadde morto
nell'almadia. Ed essendo veduto per i suoi, presero quel verrettone e molto lo
guardavano, quasi maravigliandosi di tal arma: n per questo restarono di tirar
alli navilii vigorosamente, e quelli delle caravelle a loro, in modo che in
poco spazio di tempo furono guasti gran quantit de' Negri, e de' cristiani per
la Dio grazia non fu ferito alcuno. Onde vedendo questi Negri guastarsi e
perire, quasi tutte le almadie d'accordo si misero per poppe della caravella
piccola, dando a quella gran battaglia, perch erano pochi uomini e mal in
punto d'arme. E io, vedendo questo, feci cargar vela sopra il detto navilio
piccolo, e giungendo a quello il tirassimo in mezzo di noi altri duoi navilii
pi grandi, discargando bombarde e balestre: la qual cosa vedendo, i Negri si
slargorono da noi. E noi, incatenando tutte tre le caravelle insieme, sorgemmo
un'ancora e con bonaccia tutte tre si tenivamo sopra quella.
Dipoi tentamo di voler aver lingua con questi Negri, e tanto per li nostri
torcimanni femmo ammattare e gridare, che una di quelle almadie si approssim a
noi a un tiro d'arco, alla qual femmo dire per che cagione ne offendevano,
conciosiach noi eravamo uomini di pace e trattabeli di mercadanzia, che con
gli altri Negri del regno di Senega avevano buona pace e amist, e cos con
loro volevamo avere, se li piaceva; che eravamo venuti di lontani paesi per
voler far alcuni degni presenti al suo re e signore per parte del nostro re di
Portogallo, il qual con lui desiderava aver amicizia e buona pace, e che gli
pregavamo che ci volessero dire in che paese noi si trovavamo e chi signor
reggeva quelle parti, e come quel fiume si chiamava; e che a noi volessino
venir pacificamente e amorevolmente a prender delle nostre cose, e che delle
sue quanto li piacesse ne desseno, o poco o niente, che di tutto sariamo
contenti. La risposta sua fu che pel passato di noi aveano avuto qualche
notizia e del nostro praticare con li Negri di Senega, i quali non potevano
esser salvo che cattivi uomini in voler nostra amist, perch loro tenivano per
fermo che noi cristiani mangiavamo carne umana, e che non comperiamo gli Negri
salvo che per mangiarli; e che per questo non volevano nostra amist per alcun
modo, ma che volevano ammazzar tutti, e dapoi delle cose fariano un presente al
suo signore, qual dicevano esser lontano tre giornate; e che quello era il
paese di Gambra e quella era fiumara grossa, dicendone il nome, il quale non mi
ricordo. E in questo stante il vento rinfresc, e vedendo noi il suo mal volere
facemmo vela sopra di loro, i quali avedutosi del fatto fuggirono alla via di
terra, e cos compimmo con loro la nostra guerra.
Dapoi seguito questo, ne consigliammo fra noi principali di chi era il governo
di navilii di andare pi sopra il detto fiume al meno fina miglia cento, se
tanto potevamo andar, sperando pur di trovar miglior gente; ma i nostri
marinari, che erano desiderosi di ritornare alle loro case, senza pi voler
provare di mettersi a pericolo, tutti d'accordo cominciorono a cridare, dicendo
che a tal cosa non volevano consentire e che bastava quello che aveano fatto
per quel viaggio. Onde, vedendo noi il suo voler unito, convenimmo consentire
per manco scandalo, perch sono uomini molto di testa e ostinati. E cos il
giorno seguente partimmo de l tenendo la volta di Capo Verde, per ritornar col
nome di Dio in Spagna.


Quanta alta vedeano la nostra tramontana, e delle sei stelle del polo
antartico, e della grandezza del giorno che avean alli 2 luglio, e della
qualit del paese e modo del seminare, e come in quelli luoghi nasce il sole
senza farsi aurora.

Nelli giorni che noi stemmo sopra la bocca di questo fiume non vedemmo pi che
una volta la tramontana, e ne pareva molto bassa sopra il mare; e per la
convenivamo vedere con tempo molto chiaro, e ne pareva sopra il mare l'altezza
di una lanza. Ancora avemmo vista di sei stelle basse sopra il mare, chiare,
lucide e grandi, e tolte quelle a segno per il bossolo, ne stavano dretto per
ostro, figurade in questo modo sequente:





le quali giudicammo esser il carro dell'ostro; ma la stella principale non
vedemmo, perch non era ragionevole di poterla discoprire, se non perdevamo la
nostra tramontana. E in questo luogo trovammo la notte di ore undeci e mezza,
il giorno di dodici e mezza, essendo i primi giorni di luglio, salvo il vero a'
duoi del detto mese.
Questo paese  sempre caldo tutto il tempo dell'anno; vero  che fa qualche
variet e quella chiamano inverno, perch, cominciando il mese di luglio fino
per tutto ottobre, el piove quasi ogni giorno continuamente su l'ora del
mezzod in questo modo: levansi alcune nugole continuamente di sopra terra tra
greco e levante, o da levante e sirocco, con grandissimi tuoni e lampi e
fulgori, e cos piove una grandissima acqua. E a quel tempo i Negri cominciano
a seminare nel modo che fanno quelli del regno di Senega, e il viver suo  pur
di migli e legumi, carne e latte. E ho inteso che in questo paese fra terra,
per la gran calidit dell'aere, l'acqua che piove  calda, e la mattina quando
si fa il giorno, el non fa alcuna aurora al levar del sole come fa nelle nostre
parti, che dall'aurora al levar del sole  sempre un breve spazio; anzi, come
disparono le negrure della notte, subito si vede il sole: non per che per
spazio di mezz'ora el rendi chiaritade, perch pare tutto torbido e a modo
d'affummato nel primo levare. E la causa di questa vista del sole cos presta
la mattina, contra l'ordine de' paesi nostri, non intendo che possa procedere
da altra cagione che per esser i terreni di questi paesi molto bassi, spogliati
di montagne; e di questa opinione si trovarono tutti quelli nostri compagni.



LA SECONDA NAVIGAZIONE

Come furono li primi che scoprirono l'isole di Capo Verde,
a due delle quali posero nome Bona Vista e di San Iacobo.

Della condizione di questo paese di Gambra, quanto per quello che potei vedere
e intendere in questo mio primo viaggio, poco o niente si pu dire specialmente
di veduta, perch, come avete inteso, per esser le genti delle marine aspere e
salvatiche, non potemmo con loro aver lingua in terra n trattar cosa alcuna.
Poi fummo sforzati di tornar in Spagna n passar pi avanti, perch, come di
sopra abbiam detto, li nostri marinari non ci volsero seguire. Onde l'anno
sequente il predetto gentiluomo genovese e io, d'accordo un'altra volta,
armammo due caravelle per voler cercar questa fiumara. E avendo sentito il
prenominato signor infante (senza licenzia del quale non potevamo andare) che
noi avevamo fatta questa deliberazione, molto li piacque e volse armar una sua
caravella che venisse in nostra compagnia. Di che fattone presti d'ogni cosa
necessaria, partimmo dal luoco chiamato Lagus, ch' appresso il Capo San
Vicenzo, nel principio del mese di maggio con vento prospero, e tenimmo la
volta delle Canarie e in pochi giorni vi giungemmo. E secondandone il tempo,
non curammo di toccar le dette isole, ma navigammo tuttavia per ostro al nostro
viaggio, e con la seconda dell'acque, che grandemente tiravano giuso al garbin,
scorremmo molto.
Ultimamente pervenimmo al Capo Bianco, e avendo vista d'esso si slargammo un
poco in mare; e la notte seguente ne assalt un temporale da garbin con vento
forzevole, onde per non tornar indrieto tenimmo la volta di ponente e maestro,
salvo il vero, per parare e costeggiare il tempo due notti e tre giorni. Il
terzo giorno avemmo vista di terra, e cridando tutti "terra, terra", molto si
maravigliammo, perch non sapevamo ch'a quella parte fosse terra alcuna. E
mandando duoi uomini d'alto discoprirono due grandi isole, il che essendone
notificato, rendemmo grazie al nostro Signore Iddio, che ne conduceva a vedere
cose nuove, perch sapevamo bene che di queste tal isole in Spagna non s'aveva
alcuna notizia. E giudicando noi quelle poter esser abitade, per intender pi
cose e per provar nostra ventura, tenimmo la volta d'una d'esse, e in breve
tempo li fummo propinqui. E giungendo ad essa, parendone grande, la scorremmo
un pezzo a vista di terra, tanto che pervenimmo ad un luogo dove pareva che
fosse buon stazio, e l mettemmo ancora. E abbonazzato il tempo, buttammo la
barca fuora e quella ben armata mandammo in terra, per veder se 'l v'era
persona alcuna o vestigio d'abitazione; quali andorono e cercorono molto, e non
trovorono strade n signale alcuno, per il quale si potesse comprendere che in
essa fossero abitanti. E avuta da loro questa relazione, la mattina seguente
per chiarir in tutto l'animo mio mandai dieci uomini ben in punto d'arme e
balestre, che dovessino montar la detta isola da una parte, dove l'era montuosa
e alta, per veder se trovavano cosa alcuna o se vedevano altre isole: per il
che andorono e non trovorono altro se non che l'era disabitata, e v'era
grandissima copia di colombi, li quali si lassavano pigliar con la mano, non
conoscendo quel che fosse l'uomo; e di quelli molti ne portorono alla
caravella, che con bastoni e mazze avevano preso. E nell'altura ebbono vista di
tre altre isole grandi, delle quali l'una non se avedemmo che ne rimaneva sotto
vento dalla parte di tramontana, e le altre due erano in dromo dell'altra alla
via d'ostro, pur al nostro cammino, e tutte a vista l'una dell'altra. Ancora li
parse di vedere dall'altra parte di ponente molto in mare a modo dell'altre
isole, ma non si decernivano bene per la distanzia: alle quali non mi curai di
andare, s per non perder tempo e seguir il mio viaggio, come perch'io
giudicava che fossino disabitate e salvatiche come eran quest'altre. Ma dipoi,
alla fama di queste quattro isole ch'io aveva trovato, altri capitando quivi le
furono a discoprire, e trovorono quelle esser dieci isole fra grandi e piccole,
disabitate, non trovando in esse altro che colombi e uccelli di strane sorti e
gran pescason de pesci.
Ma, tornando al mio proposito, ne partimmo di questa isola e, seguendo il
nostro cammino, venimmo a vista delle altre due isole. Onde, scorrendo la
staria d'una d'esse, che ne pareva copiosa di arbori, discoprimmo la bocca d'un
fiume che usciva di questa isola, e giudicando la fosse buon'acqua sorgemmo per
fornirsi; e dismontati alcuni dei miei in terra, andorono al primo luoco di
questo fiume su per la riva, e trovorono lagune piccole di sale bianchissimo e
bello, del quale ne portorono al navilio in gran quantit; e di questo
prendemmo quanto ne parse, e cos trovando l'acqua bonissima ne togliemmo.
Dechiarando che qui trovammo gran quantit di biscie scudellare, o sian
gaiandre, a nostro modo, delle quali ne prendemmo alcune, la coperta delle
quali era maggiore che buone targhe. E quelli marinari le amazzarono e fecero
pi vivande, dicendo che altre volte ne avevano mangiato nel colfo d'Argin,
dove etiam se ne trovava, ma non cos grandi. E dico che ancora io per provar
pi cose ne mangiai, e mi parseno buone, non meno quasi come d'una carne bianca
di vitello, s buon odore e sapore rendevan; per modo che ne salorono molte,
che in parte ne furono buona munizione sul viaggio. Ancora pescammo su la bocca
di questo fiume e di dentro, dove trovammo tanta quantit di pesce che gli 
incredibile dirlo, delli quali molti d'essi non avevamo mai veduti, ma grandi e
di buon gusto. La fiumera era grande, che largamente vi potria entrar dentro un
navilio di botte centocinquanta cargo, ed era larga un buon tirar d'arco. Qui
stemmo duoi giorni a sollazzo e si fornimmo delli renfrescamenti anteditti, con
molti colombi che ammazzamo senza numero, notando che alla prima isola dove che
dismontammo mettemmo nome isola di Buona Vista, per esser stata la prima vista
di terra in quelle parti; e a questa altra isola, che maggior ne pareva di
tutte quattro, mettemmo nome l'isola di San Iacobo, perch il giorno di san
Filippo Iacobo, venimmo ad essa a metter ancora.


Di un luoco chiamato le Due Palme, e di una isola a cui fu posto nome Santo
Andrea, e perch. Del re Forosangoli e del signor Battimansa.

Fatto quanto  soprascritto, partimmo dalle dette quattro isole tenendo la
volta di Capo Verde, onde in pochi giorni, Iddio mediante, venimmo a spelegar a
vista di terra ad un luoco che si chiama le Due Palme, ch' fra Capo Verde e
rio di Senega, e avendo buona conoscenza del terreno seguimmo scorrendo il
capo. E la mattina seguente quello passammo, e tanto navigammo che pervenimmo
un'altra volta al detto fiume di Gambra, dove brevemente entrammo e, senza
altro contrasto de' Negri e di sue almadie, navigammo sopra il fiume di giorno
sempre col scandaglio in mano. Le almadie de' Negri, che pur alcune trovammo,
andavano a lungo le rive del detto fiume, non osando accostarsi a noi. E dentro
del detto fiume circa dieci miglia trovammo una isoletta a modo d'un polesine,
fatta per il detto fiume, alla quale avendo messo ancora, una dominica manc di
questa vita uno de' nostri marinari, il quale di pi giorni era stato ammalato
di febbre. E bench la morte sua a tutti ne aggravasse, nondimeno, convenendo a
noi voler quello che a Dio piaceva, in questa isola il sepelimmo, quale avea
nome Andrea: e per questo intitolammo detta isola doversi chiamare
nell'avvenire l'isola di Santo Andrea, e cos  stata sempre chiamata.
Partendo da questa isola e navigando sempre su per lo fiume, alcune almadie de'
Negri ne seguivano dalla lunga, onde, ammattando noi a quelle e chiamando i
nostri turcimanni quelli Negri, e mostrandoli alcuni cendadi e altre cose,
dicendo che securamente si accostassino, che li donaressemo di quelle robbe, e
che non avessino paura, che eravamo uomini umani e trattabili, detti Negri a
poco a poco accostandosi, prendendo da noi alcuna sigurt, finalmente vennero
alla mia caravella. E uno d'essi Negri entr dentro del navilio, il quale
intendeva il parlare del mio turcimanno, e molto si maravigli del nostro
navilio nel modo che navigamo con la vela, perch loro non sanno salvo che
vogare con remi e credevano che altramente non si navigasse. E stupivasi di
vederne uomini bianchi, e non meno del nostro abito, maraviglioso a loro e
molto differente dal suo, principalmente perch la maggior parte di loro vanno
nudi, e se alcuno va vestito,  di camicie bianche di gottone. Noi femmo gran
carezze al Negro, donandoli molte cosette di poco momento, di che rimase molto
contento. Domandandoli io di molte cose, finalmente ne affirm quello esser il
paese di Gambra e che 'l principal loro signore era Forosangoli, il quale
diceva stare lontano dal fiume fra terra verso mezzod e sirocco, secondo ne
mostr, da nuove in diece giornate: il quale Forosangoli era sottoposto a
l'imperatore di Melli, che  il grande imperatore de' Negri; ma che
nientedimeno erano molti signori menori che abitavano appresso il fiume, cos
da un lato come dall'altro; e se volevamo, che 'l ne menaria ad uno d'essi, il
quale si chiama Battimansa, e che 'l tratteria col detto Signore che 'l volesse
prender amist con noi, poi che li pareva ch'eravamo buone persone. Questa sua
offerta molto ne piacque, e lo menammo in navilio faccendoli buona compagnia,
tanto che, navigando su per il detto fiume, pervenimmo al luoco del nominato
Battimansa, che secondo il giudicio nostro era lontano dalla bocca del detto
fiume circa miglia LX e pi.


Del presente fatto a Battimansa, delle robbe che tolsero i Portogallesi a
baratto,
del modo del vogar de' Negri di quel paese e de' remi loro.

Notando che, andando sopra detta fiumara, andavamo per levante, e in questo
luoco dove mettemmo l'ancora, il detto fiume era molto pi stretto che nella
bocca, dove al nostro giudicio non era largo oltra un miglio; e se vede in
questo fiume molti rami di acqua, che sono fiumi che mettono in esso. Giunti
noi a questo luoco, determinammo di mandar uno de' nostri turcimanni con questo
Negro alla presenzia di questo signore Battimansa. E cos mandammoli un
presente, che fu una alzimba di seta alla moresca, che a nostro modo  a dire
come una camicia, la quale era assai bella e fatta in terra de' Mori; e
mandammoli a dire come eravamo venuti per comandamento del nostro signore, re
di Portogallo cristiano, per far con lui buona amistade e per intender da lui
se gli avea bisogno delle cose de' nostri paesi, che ogni anno il nostro re ghe
ne mandaria, con assai altre parole. Il turcimanno and col detto Negro dove
era questo signore, al qual dissono tante cose di noi che subito volse mandar
certi suoi Negri alle caravelle, coi quali facemmo non solamente amicizia, ma
etiam li vendemmo molte cose a baratto, delle quali avemmo certi schiavi negri
e certa quantit d'oro: ma non da conto, rispetto a quello che credevamo di
trovare, perch la fama era assai maggiore per informazion de' Negri di Senega;
e in effetto lo trovammo esser poco secondo noi, ma secondo loro, che sono
poverissime genti, pareva assai. Il qual oro  molto apprezzato appresso queste
genti, e secondo me molto pi che da noi, perch lo stimano per cosa molto
preziosa: nientedimeno ne facevan buon mercato rispetto alle cose minime e di
poco momento, secondo l'opinion nostra, che toglievano da noi all'incontro di
esso.
Quivi stemmo circa undeci d, e in questo tempo venivano alle nostre caravelle
molti di questi Negri, abitanti da una parte e dall'altra del detto fiume: e
chi veniva per veder cosa molto nuova a loro, e chi veniva per venderne alcune
cosette loro over qualche anelletto d'oro. Le cosette che ne portavano erano
gottonine e filadi di gottoni e panni di gottoni fatti a lor modo, alcuni
bianchi, altri divisati, cio vergadi, bianchi e azzurri, e altri rossi,
azzurri e bianchi, molto ben fatti. Portavano anco molti gatti maimoni e
babuini grandi e piccoli di diverse sorti, che in questa parte se trova
grandissima quantit, e davanli a baratto per cosa di poca valuta, cio di
dieci marchetti l'uno. Ancora ne portavano zibetto e pelle di gatti che fanno
il zibetto a vendere, e davano una onza di zibetto per un'altra cosa
all'incontro, che non valeva quaranta o cinquanta marchetti: non che loro lo
vendino a peso, ma io il dico per estimazione. E altri ne portavano frutti di
diverse sorti, e fra le altre molti dattali piccoli e salvatichi, che non erano
molto buoni, ma secondo loro erano buoni da mangiare: e molti de' nostri
marinari ne mangiavano e trovavanli di vario sapore dalli nostri, ma io mai ne
volsi mangiare per dubio di flusso o d'altro. E a questo modo avevamo ogni d
gente nuova alle caravelle, e di diversi linguaggi, e mai non cessavan di andar
su e giuso per quel fiume con quelle sue almadie di luoco a luoco, con femmine
e uomini, al modo che fanno di qua le nostre barche in su le fiumare: ma tutto
il suo navigare  per forza di remi, e vogano tutti in piedi, tanti da una
banda quanti dall'altra, e sempre hanno uno di pi che voga di drieto, ora da
un lato ora dall'altro per tener dritta la barca. E non appoggiano il remo ad
alcuna forca, ma lo tengono forte con le mani; ed  fatto il remo in questo
modo: hanno una mazza come una mezza lanza, lunga un passo e mezzo, che  sette
piedi e mezzo, e in capo di questa mazza hanno ferrato over legato a lor modo
un tagliere rotondo, e con questa sorte di remi vogano per forza di braccia
velocissimamente quelle sue barche per la costa del mare a terra a terra. E
hanno molte bocche di fiumicelli, dove si mettono e vanno sicure; ma
communemente non si slargano molto dal suo paese, perch non sono sicuri da un
paese all'altro che non sian presi e venduti per schiavi. E in capo di giorni
undeci terminammo di partirci e di venir alla bocca del detto fiume, perch
molti de' nostri si cominciorono ammalar di febbre calda acuta e continua: onde
subitamente ci partimmo.


Della fede e del modo del vivere e vestir loro.

Delle cose che si pu dire di questo paese, per quello che noi vedemmo e per
l'informazione che noi avemmo in quel poco di tempo che stemmo l, prima della
fede sua: quella  communemente idolatra in diversi modi, dando gran fede
agl'incanti e ad altre cose che sanno far diaboliche; ma tutti conoscono Iddio,
e anche ve ne sono alcuni della setta di Macometto; e questi sono uomini che
praticano per diversi paesi e non stanno fermi a casa, perch li paesani non ne
sanno cosa alcuna. Nel modo del vivere, tutti quasi si governano secondo li
Negri del regno di Senega, e mangiano di quelle medesime vivande, salvo che
hanno di pi sorte risi, che di questi non nascono nel regno di quelli primi
Negri; ancora mangiano costoro carne di cane, la qual non ho mai udito dire che
se ne mangi altrove. Il loro vestire  di gottonine, e dove li Negri di Senega
vanno quasi tutti nudi, questi il forzo vanno vestiti per esservi abondanzia e
gran quantit di gottoni. Le femmine vestono pur anche ad un medesimo modo,
salvo che hanno piacere, quando che sono piccole di et, di farsi alcune opere
per le carni, fatte con punture di ago su per il petto, braccia e collo, le
quali pareno di queste opere di seda che solevan farsi sopra i fazzoletti; e
sono fatte con fuoco, che mai per alcun tempo vanno via.
Questa regione  molto calda, e tanto quanto si va pi avanti verso ostro,
tanto pi par che vogli la ragion che i paesi siano caldi, e specialmente in
questa fiumara faceva molto maggior caldo che nel mare, per esser occupata da
molti arbori e molto grandi, che sono per tutto il paese. Della grandezza de'
quali dicono che, faccendo noi acqua ad una fontana appresso la ripa del fiume,
v'era un arbore grandissimo e molto grosso, ma l'altezza non era alla
proporzion della grossezza, perch giudicammo esser circa venti passa alto, ma
la grossezza faccendola misurare trovammo circa dicessette braccia a torno a
torno al pi; ed era sbusato e in molti luoghi vano e concavo, e aveva le rame
di sopra molto large che spandevano a torno, per modo che 'l facea grande
ombra. Anche se ne trovano di maggiori e pi grossi, s che potete comprender
per questi simili arbori la virt del paese esser buona, e la terra esser
fertile, per esser bagnata da molte acque.


Degli elefanti del detto paese e del modo che usano alla caccia di quelli;
della lunghezza de' denti e forma de' piedi suoi.

In questo paese si trova gran copia di elefanti, e honne visto io tre vivi
salvatichi, perch non sanno domesticarli come in altri paesi. E stando con il
navilio surto a mezzo del fiume, avemmo vista di questi tre elefanti, che
uscivano del bosco e andavano per la riviera: saltammo alquanti di noi nella
barca per andare ad essi, che erano un poco lontani, ma come ne videro venire,
ritornorono nel bosco. Dapoi ne viddi un altro piccolo morto, perch a mia
complacenzia un signor negro, che avea nome Guumimensa, il quale abitava
appresso la bocca di questo fiume, and a cacciarlo con molti Negri, e duoi
giorni lo perseguitorono, in tanto che lo amazzorono. Costoro vanno alla caccia
a piede e non portano altre arme per offendere salvo azzagaie, delle quali s'
detto di sopra, e archi, e tutte le sue arme sono avelenate. E sappiate che
vanno a trovar questi elefanti alli boschi e dove sono molti arbori, e si
mettono i Negri da drieto di quelli e anco montano sopra, e li feriscono con
saete overo con le azzagaie avelenate. E vanno scampando e saltando da uno
arbore all'altro, in modo che l'elefante, ch' animal molto grosso, avanti che
'l si possi volgere vien ferito da molti, senza potersi difendere. Ben vi dico
che alla larga, dove non fossero arbori, niuno uomo non oseria accostarsi a
lui, perch non corre tanto niuno uomo che lo elefante, solo a non si mover del
suo passo, non lo aggiungesse. Questo ho udito raccontar a molti Negri; ma non
 per l'elefante feroce animale che vada all'uomo, se da lui non  attentato.
E questo piccolo elefante viddi io morto in terra, il dente lungo del quale non
era oltra tre palmi, e di questi tre un palmo si raccoglieva nella mascella, s
che non poteva avere salvo duoi palmi di dente: e questo era segno che l'era
giovanetto, dico rispetto quelli che hanno i denti da dieci in dodici palmi
lunghi. E per piccolo che fosse, noi giudicammo che l'avesse carne per cinque
in sei tori de' nostri.
Questo elefante mi fu donato per questo signore, cio che tolesse di esso
quella parte ch'io volessi, e il resto fosse dato a quelli cacciatori per
mangiare. Onde, intendendo io che la carne di quello se mangiava per i Negri,
ne feci tagliare un pezzo, del qual ne mangiai nel navilio a rosto e a lesso,
per provar pi cose e per poter dire che avea mangiato della carne d'uno
animale che non avea mangiato alcuno della mia terra: la qual carne in effetto
non  troppo buona, e mi parse dura e dissavida, cio di poco gusto. E portai
etiam uno de' suoi piedi e parte della tromba al navilio, e anche trassi molti
de' suoi peli del corpo, ch'erano negri e lunghi un palmo e mezzo e pi e molto
grossi. Le qual cose, insieme con parte di quella carne che fu insalata,
appresentai poi in Spagna al prenominato signore don Henrich, che la ricevette
per gran presente, per esser le prime cose che l'avea avute di quel paese,
discoperto per sua industria.
Non voglio pretermetter di dire che 'l piede dello elefante  tanto a torno a
torno quasi come il piede d'un cavallo; ma il pi suo non  di unghia come
quello del cavallo, ma tutto d'un callo negro e grossissimo, sul qual callo del
piede ha cinque unghie a torno il detto piede, raso a terra, rotonde e di
grandezza poco pi d'un grossone. E non era il pi di questo piccolo elefante
cos piccolo, che 'l non fosse largamente pi d'un palmo e mezzo, e lungo sotto
la suola per ogni quadro e ad ogni volta, perch come ho detto tutto  tondo.
Ancora per lo detto signor negro mi fu donato un altro piede di elefante, il
quale misurai pi volte sotto la suola, e lo trovai palmi tre e uno dedo
grosso, cos di largo come di lungo e da ogni parte; qual etiam appresentai al
prefato signor infante con un dente dodici palmi lungo, qual con detto piede
grande mand a donare alla signora duchessa di Bergogna per un gran presente.
E ancora in questo fiume di Gambra, e cos in molti altri fiumi di questo
paese, oltra le calcatrici e altri animali diversi, vi si trova un animale
chiamato pesce cavallo. Questo animale  di natura quasi del vecchio marino,
che ora sta in acqua e ora in terra, e de tutti duoi questi elementi si
nutrisce. Ed  di questa forma: il corpo grande come una vacca, e corto di
gambe; ha li piedi fessi e la testa ha forma di cavallo, con duoi denti grandi,
uno per lado, a modo di porco cinghiale, quali sono molto grandi, e ne ho visto
da duoi palmi e pi lunghi alle fiate. Questo animale esce dell'acqua e va su
per la riva come bestia quadrupede, la qual non si trova in altre parti dove si
naviga per nostri cristiani, per quanto ho potuto intendere, se non per ventura
nel Nilo. Ancora vedemmo vespertilioni, cio nottole a nostro modo, grandi tre
palmi e pi, e altri diversi uccelli molto differenti dalli nostri, e massime
infiniti pappagalli, e cos etiam infiniti pesci in questo fiume molto varii
dalli nostri e di gusto e di forma, nondimeno buoni da mangiare.


Come furono scoperti alcuni fiumi, e del fiume di Casamansa e del signore
similmente detto Casamansa; della distanzia del rio di Gambra al detto fiume.

Come ho detto di sopra, per la inconvalescenzia dei nostri uomini partimmo dal
porto di Mansa, cio del paese del signor Battimansa, e in pochi giorni uscimmo
del detto fiume. E uscendo fuori, parendone a tutti aver molte vittuarie, e che
saria laudabil cosa, poi ch'eravamo l, dover etiam scorrer pi oltra per
questa costa, perch essendo tre navilii eravamo assai buona compagnia, e cos
d'accordo un giorno circa terza con vento prospero facemmo vela. E perch
eravamo molto incolfati a questa bocca del rio di Gambra, e la terra della
parte verso ostro e garbin se metteva molto fuora al mare, faccendosi al modo
d'un capo, noi ce tenimmo alla volta di ponente per metterci fuora al mare: la
qual terra mostrava tutta bassa e copiosa d'infiniti, bellissimi e grandissimi
arbori verdi. E dapoi che fummo larghi in mare quanto ne parse, discoprimmo
quello non esser capo da far menzione, perch oltra la detta ponta si vedeva il
terreno della costa tutto di lungo; nientedimeno andammo larghi da questa
punta, intorno della qual si vedeva il mare rompere pi di quattro miglia
fuora. Per la qual cosa noi continuamente tenivamo duoi uomini a prova e uno su
l'arbore ad alto, per discoprire scogli over altre secche, navigando solamente
il d con assai poche vele e con grande risguardo, e di notte mettendo ancora,
andando l'una caravella drieto l'altra secondo ne toccava per sorte ogni
giorno, perch cadauno di noi aria voluto che 'l compagno fosse andato avanti,
ma tutto facevamo per sorte, toccando un giorno a uno e un giorno all'altro.
E cos navigando per quella costa sempre a vista di terra duoi giorni, il terzo
scoprimmo la bocca d'un fiume di assai ragionevol grandezza, e secondo mostrava
detta bocca era largo pi di mezzo miglio; e pi avanti andando, verso sera
avemmo vista d'un piccol colfo, che quasi mostrava al modo della bocca d'un
fiume: di che, per esser tardi, mettemmo ferro. E la mattina seguente, faccendo
vela e incolfandosi noi alquanto, discoprimmo la bocca d'un altro gran fiume,
parendomi, secondo il giudicio mio, quella esser poco minore dell'antedetta
bocca del detto fiume di Gambra; e da una parte e dall'altra del detto fiume si
vedeva gran copia di bellissimi arbori alti e verdi, onde se accostammo e qui
sorgemmo. E parlando insieme determinammo di armar due delle nostre barche, e
con li nostri turcimanni mandar in terra a saper nuova del paese e del nome di
questa fiumara, e saper chi era signore di queste parti: e cos facemmo. Le
barche andarono e tornarono, e dissero che questa fiumara si chiamava la
fiumara di Casamansa, come  a dir la fiumara d'un signor nominato Casamansa
negro, il quale abitava dentro del detto fiume circa miglia trenta; ma che 'l
detto signore non si trovava in quel luoco, ma che era andato in guerra contra
un altro. Onde, avuta noi questa tal nuova, il giorno sequente si partimmo,
notando che dal rio di Gambra fino a quest'altro di Casamansa sono leghe circa
venticinque, che sono miglia cento.




Del luoco detto Capo Rosso e perch  cos chiamato, del rio di Santa Anna e
del rio di S. Dominico e d'un altro gran fiume; e della marea d'acqua crescente
e discrescente di quel paese.

Ed essendo partiti da questo fiume di Casamansa, seguendo per la costa,
pervenimmo ad un capo che al nostro giudizio  lontano dalla bocca del detto
fiume circa miglia venti. E questo capo  un poco pi alto che 'l terreno della
costa, e mostrava la fronte d'esso esser rossa: e per questo li mettemmo nome
Capo Rosso. E dapoi, navigando per la costa, pervenimmo alla bocca d'un fiume
assai ragionevole e al nostro giudizio largo un tirar di balestra: questo non
curammo di tentare, ma li mettemmo nome il rio di Sant'Anna. E passando detto
fiume e navigando pur al nostro cammino, venimmo ad un altro fiume pur in la
detta costa, il quale non ne parse minor di quel di Sant'Anna, e a quest'altro
mettemmo nome il rio di San Dominico: e dal Capo Rosso antedetto fino a questo
fiume ultimo giudicammo per arbitrio esser miglia cinquantacinque in sessanta.
Dapoi etiam navigando per la predetta costa per una giornata, venimmo alla
bocca d'un grandissimo fiume, dico s grande che prima noi tutti giudicammo
quello esser colfo; nientedimeno si vedevan gli arbori bellissimi e verdi
dall'altra parte del terreno verso ostro. La qual larghezza fu giudicata per
tutti al meno esser miglia venti e di l in suso, perch buon spazio mettemmo
in traversar detta bocca, cio da un terreno all'altro. E quando fummo
dall'altra parte avemmo vista in mare di alcune isole, onde noi determinammo
voler saper in questo luoco qualche nuova di tal paese, e subito mettemmo
ancora. E la mattina seguente vennero alli nostri navilii due almadie, che sono
di quelle sue barche dette di sopra, le quali in verit erano molto grandi, e
quasi che una era lunga come una delle nostre caravelle, ma non s alta, e in
questa venivan pi di trenta Negri; l'altra, ch'era minore, avea da circa
sedeci uomini. Noi, vedendoli venire vogando molto velocemente al modo
predetto, e dubitandosi, prendemmo l'arme in mano per star a veder quello che
volessero fare. Quando ne furono appresso, levorono un fazzuol bianco alto
ligato ad un remo, quasi a modo di dimandar segurt; noi li rispondemmo in quel
medesimo modo, e visto loro che avevamo fatto il simile, vennero a lato. E la
maggior delle altre almadie si accost alla mia caravella, e ne guardavan con
grandissima maraviglia, vedendone esser uomini bianchi; guardavano anco la
forma del nostro navilio, con l'arbore e l'antenna incrosata, perch  cosa che
loro non sanno che la sia n l'usano. Onde io, desideroso di intender di questa
generazione, li feci parlare alli miei turcimanni, n mai alcun di loro pot
intender cosa che dicesseno, n meno quelli dell'altre caravelle: il che veduto
ne avemmo grandissimo dispiacere. E finalmente ci partimmo senza poterli
intendere, e vedendo ch'eravamo in paese nuovo e che non potevamo esser intesi,
concludemmo che 'l passar pi avanti era superfluo, perch giudicavamo dover
trovar sempre pi nuovi linguaggi, e che non si poteva far cosa buona: e cos
determinammo di tornar indrieto.
Da un Negro delle due almadie furono comprati per noi alcuni anelletti d'oro a
baratto di alcune cosette, non parlando, ma con cenni faccendo mercato.
Noi stemmo sopra la bocca di questo gran fiume, o rio Grande, duoi giorni, e la
tramontana quivi se ne mostrava molto bassa. In questo luoco trovammo una
grande contrariet, che non si trova altrove, per quanto ho potuto intender,
cio che, faccendosi in questo luoco marea di acqua montante e zozante come si
fa a Venezia e in tutto il ponente, e dove in ogni luoco la cresce sei ore e
cala altre sei, quivi la cresce ore quattro e cala otto. Ed  tanto l'impeto
della correntia della detta marea, quando la comincia a crescere, che gli 
quasi incredibile, perch tre ancore per prova a pena e con fatica ne potevano
tenere. E ora fu che la correntia ne fece far vela per forza e non senza
pericolo, perch l'aveva molto pi forza che le vele col vento.


Di due isole grandi e altre piccole.

Partimmo dalla bocca di questo gran fiume per ritornarsene in Spagna, e tenimmo
la volta del mare verso quelle isole, le quali erano distanti da terra ferma
circa miglia trenta. A queste isole giungemmo, le quali sono due grandi e
alcune altre piccole. Queste due grandi sono abitate da Negri, e sono isole
molto basse, ma copiose di bellissimi arbori, grandi e alti e verdi. Qui anche
non avemmo lingua, perch loro non intendevano noi, n noi loro. E di l
partendo venimmo verso le parti nostre de' cristiani, alle quali per nostre
giornate navigammo, tanto che Dio per sua misericordia, quando li piacque, ne
condusse a buon porto.



La navigazion del capitan Pietro di Sintra portoghese,
scritta per messer Alvise da Ca' da Mosto


Del rio di Besegue e d'un luoco a cui posero nome Capo dei Verga, e della
qualit di quella costa.

Questo  quanto ho veduto e inteso nel tempo che andai per quelle parti; ma
dapoi di me ne sono stati altri, e principalmente il re di Portogallo vi mand,
dipoi la morte del detto signor infante don Henrich, due caravelle armate,
capitano delle quali era un Pietro di Sintra, scudier del detto signore, al
quale diede in commissione di scorrer molto avanti per quella costa de' Negri e
discoprir paesi nuovi. Col qual capitano and un giovane Portogallese mio
amico, stato con me in quelle parti per scrivano; e al ritorno delle caravelle
trovandomi io, Alvise da Ca' da Mosto, in Lagus, arriv il detto capitano, e il
predetto mio amico dismont in casa mia, il quale mi diede in nota di punto in
punto tutto il paese che avevano discoperto, e gli nomi che li avevano messo, e
le starie come stavano, tutto per ordine: le quali si contengono, cominciando
dal predetto rio Grande, dove noi fummo per avanti, s come qui sotto annoter.
Prima mi disse ch'erano stati alle sopradette isole grandi abitate, e che in
una d'esse dismontarono in terra e parlorono con loro Negri, ma che non furono
intesi; e andorono alle sue abitazioni alquanto fra terra, le quali erano
casuccie di paglia poverissime, e in alcune d'esse trovarono statue di idoli de
legno: e per quello che poteano da loro comprendere, questi Negri sono idolatri
e adorano quelle statue. E non potendo avere n intender altro da costoro, si
partirono, seguendo il suo viaggio per la costa pi avanti, tanto che vennero
alla bocca d'un gran fiume, largo secondo il suo giudicio circa tre in quattro
miglia: e per suo arbitrio mettono esser, dalla bocca del rio Grande fino alla
bocca di questo altro fiume, circa miglia quaranta per costa. E disse che
questo rio si chiama il rio di Besegue, derivato dal nome d'un signore che
abita alla bocca di questo fiume. Dapoi partiti, navigando per la detta costa
vennero ad un capo, al quale posono nome Capo di Verga. E tutta la costa dal
detto fiume di Besegue fino a questo capo di Verga  montuosa, non per molto
alta: e sono per suo arbitrio dal detto fiume fino a questo Capo di Verga
miglia centoquaranta; e le montagne sono piene di bellissimi arbori molto
grandi e alti, e che verdeggiano molto da lontano, e pare una bellissima cosa a
vederli.


D'un luoco detto Capo di Sagres; della fede, costumi, vivere e vestire, e del
modo del vogare di quel paese.

Item, passato il detto capo di Verga e navigando per la detta costa per spazio
di miglia circa ottanta, discoprirono un altro capo, il quale, secondo il
giudizio di cadauno di quelli marinari, dicono esser il pi alto capo che mai
vedessino. In mezzo dell'altura di questo capo si fa una punta aguzza a modo di
diamante, e tutto questo capo  copioso d'altissimi arbori e verdi. E misero
nome a questo capo Sagres, in memoria d'una fortezza che fece far la buona
memoria del signor infante don Henrich sopra una delle punte del Capo San
Vincenzo, alla quale misero nome Sagres: e per questa causa chiamasi dalli
Portogallesi il Capo di Sagres di Guinea.
E dicono i marinari quelli abitanti esser idolatri, per la informazione che
ebbono, e che adorano statue di legno in forma d'uomini; e dicono che quando
vogliono mangiare o bere sempre offeriscono della vivanda alli suoi idoli. E
sono pi presto berrettini in colore che negri, e hanno alcuni segni fatti con
ferro affocato per il viso e per il corpo. Vanno sempre nudi, e per braghe
portano scorzi di arbori con li quali coprono le loro vergogne; non hanno arme,
per non trovarsi ferro nel suo paese. Vivono di risi e di megli e legumi, cio
fave, fasuoli di altra qualit delli nostri, cio pi grossi; hanno carne di
vacca e di capra, ma non in molta quantit. In dromo di questo capo in mare
sono due isolette, l'una distante dall'altra miglia sei, e l'altra miglia otto,
e sono disabitate per esser piccole, ma hanno copia di bellissimi arbori verdi.
Item hanno gli abitanti di questo fiume alcune almadie, cio zoppoli a nostro
modo grandissimi, nelle quali navigano da uomini trenta in quaranta per
cadauna, e vogano pi remi in piedi e senza forca, come ho detto di sopra. E
hanno questa gente le orecchie tutte forate di busi a torno a torno, nelli
quali portano diversi anelletti d'oro, uno drieto all'altro in tira; ed
eziandio hanno il naso forato di sotto nel mezzo, nel qual portano un annello
d'oro appiccato, nel modo che portano di qua i nostri buffali, e quando
vogliono mangiare se lo tirano via: e cos portano gli uomini come le donne. E
dicono come le donne di re e signori, overo de uomini da conto in questo paese,
tutte hanno i labbri della natura forati d'alcuni busi s come nell'orecchie,
nelli quali busi portano, per dignit e per significazion di grandezza e stato,
annelli d'oro, i quali si tirano e mettono a suo buon piacere.


Del rio di San Vicenzo e rio Verde e Capo Liedo; d'una gran montagna e di tre
isole dette le Salvezze.

Passato il detto Capo Sagres, a circa miglia quaranta si trova un altro rio
detto San Vicenzo, ed  largo nella bocca circa miglia quattro; e pi oltra
circa miglia cinque per la detta costa andando, si trova un altro rio il quale
si chiama rio Verde, ed  pi grande questo nella bocca che l'altro detto rio
di San Vicenzo: e a questi tal fiumi sono stati messi nomi per li predetti
naviganti con le caravelle del re. E tutto questo paese e costa  montuosa, e
ha per tutto buon sorgidor e buon fondo. E passato questo rio Verde per miglia
circa ventiquattro, si trova un altro capo, che li messero nome il Capo Liedo,
overo Allegro a nostro modo, perch gli parve che questo capo col paese verde e
bello fosse tutto allegro. E da questo Capo Allegro per avanti per la costa vi
 una montagna, la qual dura ben circa miglia cinquanta, ed  altissima,
coperta tutta di arbori verdi sempre e altissimi. Alla fine della quale si
trovano in mare circa miglia otto isolette tre, e la maggiore pu circundare da
miglia dieci in dodici: e misero nome a queste isole le Salvezze, e alla detta
montagna Serra Liona, e questo per il gran rumor che di continuo si sente per
causa de' tuoni che sono sempre in la cima, ch' circondata da nebbie.


Del fiume Rosso, Capo Rosso e isola Rossa; del rio di Santa Maria della Neve;
dell'isola dei Scanni, del Capo di Sant'Anna, e qualit di quella costa.

E passata questa costa della montagna Liona, tutto di l avanti  terra bassa e
spiaggia, con molte secche di arena le quali escono fuora in mare. E del capo
di detta montagna andando circa miglia trenta pi oltra, si trova un'altra
fiumara grossa, che  larga nella bocca da miglia tre, alla qual misero nome il
fiume Rosso, e questo perch l'acqua di questo fiume si mostrava esser come
rossa, per il fondo ch'era terren rosso. E oltra detto fiume  un capo che 'l
terreno  come rosso, e anche a questo capo hanno messo nome il Capo Rosso; e
in dromo di questo capo, in mare forse miglia otto,  una isoletta disabitata,
la qual chiamano l'isola Rossa del detto Capo Rosso: e in questa isoletta appar
la tramontana di altezza d'un uomo sopra il mare, notando che dalla bocca del
detto fiume Rosso fino a questa isoletta sono circa miglia dieci.
Essendo passato il detto Capo Rosso, si fa a modo d'un colfo, nella sacca del
quale v' un fiume grande, al qual misero nome il rio di Santa Maria dalla
Neve, perch in tal giorno fu trovato; e dall'altra parte del fiume vi  una
punta, in dromo della quale un poco in mare  una isoletta. E fassi qui in
questo colfo over sacca molte basse di arena, che durano andando per la costa
da dieci in dodici miglia, dove rompe il mare, e qui  grandissima correntia
d'acqua e gran marea di montante e di zozante. Alla quale isoletta misero nome
isoletta di Scanni, per le molte secche antedette. E oltra di questa isola si
fa un capo grande, al qual misero nome il Capo di Sant'Anna, perch in simil
giorno fu trovato. E dalla predetta isoletta fino a questo capo sono miglia
ventiquattro, e tutta questa costa  di spiaggia e di poco fondo.


Del fiume delle Palme e rio dei Fumi, e perch  cos detto; del Capo di Monte
e Capo Cortese, over Misurato, del bosco over arboreto di Santa Maria; e de'
costumi di que' Negri.

Oltra il detto Capo di Sant'Anna miglia settanta pur per la costa, si trova un
altro fiume, al qual hanno messo nome il fiume delle Palme, per esservi molte
palme; e la bocca di questo fiume (bench la mostri assai larga)  tutta
occupata da scanni e secche di arena, e la intrada di esso fiume  pericolosa.
E dal detto Capo di Santa Anna infino a questo fiume  tutta spiaggia. Item,
passando questo fiume per spazio de circa miglia settanta, pur per la spiaggia
nella detta costa, si trova un altro fiume piccolo, qual nominorono il rio de'
Fumi, e questo perch quando lo trovorono per tutta quella costa non si vedeva
altro che fumi in terra, fatti per quelli del paese. E oltra a questo fiume
miglia ventiquattro pur per la spiaggia, si trova un capo che si mette molto al
mare, e sopra di questo capo pare un monte alto: e a questo capo hanno messo
nome il Capo del Monte. Item, oltra questo Capo di Monte per la spiaggia
andando avanti circa miglia sessanta, si trova un altro capo piccolo e non
alto, il quale anche mostra sopra d'esso aver un monticello: e a questo hanno
messo nome il Capo Cortese o Misurado. E in questa parte viddero molti fuochi
quella prima notte su per gli arbori e per la spiaggia, fatti dalli Negri
quando ebbero la vista di questi navilii, mai pi da loro veduti.
E oltra questo capo a miglia sedici pur per la spiaggia  un bosco grande, con
molti arbori verdissimi che beono fina su l'acqua del mare, al qual messono
nome il bosco overo arboredo di Santa Maria. E drieto di quello sorgetteno le
caravelle, alle qual vennero alcune almadie piccole de' Negri con due over tre
uomini per una, tutti nudi, i quali portavano in mano alcune mazze aguzze nella
punta, quasi al modo nostro volessero esser dardi; e alcuni di loro aveano
certi coltelli piccoli, e infra tutti avevano due targhe di cuoro con tre
archi: e vennero alle caravelle. E aveano costoro le orecchie tutte forate a
torno a torno, e cos il naso di sotto, e alcuni di loro aveano al collo alcune
reste di denti, che parevano denti di uomo. Alli quali fu parlato per diversi
turcimanni negri ch'erano in quelle caravelle, e mai non furono intesi pur una
sola parola, n da loro si pot intendere alcuna cosa. Delli qual Negri tre
d'essi introrono in una delle caravelle, e di questi tre i Portogallesi ne
ritennono uno e gli altri lasciorono andare: e questo per adempiere il
comandamento della maest del re, il qual li commesse che dell'ultima terra
dove capitasseno, non volendo loro andar pi avanti, se per aventura da quelle
genti non fussero intesi i loro turcimanni, che s'ingegnassero di menar alcuni
delli Negri di quel paese o per amore o per forza, per poter intender da lui
per via di turcimanni di molti altri Negri che si trovano in Portogallo, overo
con spazio di tempo imparando a parlare, desse notizia delli suoi paesi. E per
questa causa ritennero questo Negro delli tre, e non terminando di passare pi
oltra, quello condussero in Portogallo, dove lo presentarono alla maiest del
re, qual li fece parlar da diversi Negri; e ultimamente da una Negra schiava
d'un cittadino di Lisbona, ch'era ancora lei di lontan paesi, fu inteso, non
per il suo proprio linguaggio, ma per un altro linguaggio che lui e lei
sapevano. E quello che referisce il detto Negro al re per il mezzo di questa
femmina non s'intende, salvo che l'avea detto fra l'altre cose trovarsi nel suo
paese alicorni vivi. Onde il detto signore, avendolo tenuto alcuni mesi e
fattoli mostrar molte cose del suo legno, donandoli alcune robe, con gran
carezze lo fece condur di nuovo per una caravella nel suo paese. E da questo
ultimo luogo non vi  passato altro navilio avanti fino al mio partire di
Spagna, che fu ad primo febraro MCCCCLXIII.


La navigazione di Annone, capitano de' Cartaginesi, nelle parti dell'Africa
fuori delle colonne d'Ercole, la quale scritta in lingua punica egli dedic nel
tempio di Saturno,
e dapoi fu tradotta in lingua greca e ora nella toscana.

[circa 520 a.c.]

I Cartaginesi deliberarono che Annon dovesse navigar fuori delle colonne di
Ercole ed edificar delle citt libifinice. Egli navig con sessanta navilii
penticontori, cio fusse de cinquanta remi, conducendo seco gran moltitudine di
uomini e di donne al numero di trentamila, con vettovaglie e con ogni altro
apparecchio.
Giunti alle colonne le passammo, e avendo navigato di fuori per due giornate,
edificammo la prima citt, nominandola Thymiaterio, intorno della quale era una
grandissima pianura. Dipoi volgendoci verso ponente, giugnemmo ad un
promontorio dell'Africa detto Soloente, tutto pieno di boschi, ed avendo quivi
edificato un tempio a Nettunno, di nuovo navigammo meza giornata verso levante,
finch arrivammo ad una palude che giace non molto lontana dal mare, ripiena di
lunghe e grosse canne: ed eranvi dentro elefanti, e molta copia d'altri
animali, che andavano pascendo. Poi che avemmo trapassata la detta palude
quanto saria il navigar d'una giornata, edificammo alcune citt nella marina,
per proprio nome chiamandole Muro Carico, Gytta, Acra, Melitta e Arambe. Ed
essendoci partiti di l, venimmo al gran fiume Lixo, che discende dall'Africa,
appresso il quale stavano a pascere i loro animali alcuni uomini pastori detti
Lixiti, co' quali dimorammo insino a tanto che si dimesticarono con esso noi.
Nella parte al loro di sopra abitavano i Negri, che non vogliono commercio con
alcuno: e il lor paese  molto salvatico e pieno di fiere, ed  circondato da
monti altissimi, dai quali dicono discendere il fiume Lixo, e intorno a' monti
abitarvi uomini di varie forme, che hanno i loro alberghi nelle grotte e nel
correr sono pi veloci dei cavalli, secondo che dicevano i Lixiti. Dai quali
avendo noi tolti alcuni interpreti, navigammo presso di una costa deserta verso
mezzogiorno per due giornate, e di l poi di nuovo volgemmo una giornata verso
levante, dove nell'intima parte del colfo trovammo una isola piccola, che di
circoito era cinque stadii, la qual facemmo abitare nominandola Cerne. E per lo
spazio della navigazione fatta giudicavamo che l'isola fusse a diritto di
Cartagine, percioch ne pareva simile la navigazione da Cartagine insino alle
colonne e dalle colonne insino a Cerne. Dalla quale partendoci e navigando per
un gran fiume chiamato Chrete, arrivammo ad una palude, che aveva tre isole
maggiori di Cerne; dalle quali avendo navigato per ispazio d'un giorno,
arrivammo nell'ultima parte della palude, di sopra la quale si vedevano
montagne altissime che le soprastavano, dove erano uomini salvatichi vestiti di
pelli di fiere, i quali tirando delle pietre ci discacciavano, vietandosi
dismontare in terra. Dipoi, navigando via di l, venimmo in un altro fiume
grande e largo, pieno di cocodrilli e di cavalli marini; di qui volgendoci di
nuovo a drieto, ritornammo a Cerne.
Navigammo poi di l per dodici giornate verso mezogiorno, non ci allontanando
troppo dalla costa, la qual tutta era abitata dai Negri, che senza punto
aspettarci da noi si fuggivano, e parlavano di maniera che neanche i Lixiti che
erano con esso noi gl'intendevano. L'ultimo giorno arrivammo ad alcuni monti
pieni di grandissimi arbori, i legni dei quali erano odoriferi e di varii
colori. Avendo noi adunque navigato due giorni presso di questi monti, ci
trovammo in una profondissima voragine di mare, da un lato del quale verso
terra vi era una pianura, dove la notte vedemmo fuochi accesi d'ogn'intorno,
distante l'uno dall'altro alcuni pi alcuni meno.
Quivi avendo fatto acqua, navigammo presso di terra pi avanti cinque giornate,
tanto che giugnemmo in un gran colfo, il quale gl'interpreti ci dissero che si
chiamava il corno di Espero. In questo vi era una grande isola, e nell'isola
una palude che pareva un mare, e in questa vi era un'altra isola: nella quale
essendo noi dismontati, non vedevamo di giorno altro che boschi, ma di notte
molti fuochi accesi, e udivamo voci di pifferi e strepiti e suoni di cembali e
di timpani, e oltra di ci infiniti gridi. Di che noi avemmo grandissimo
spavento, e i nostri indovini ci comandarono che dovessimo abbandonar l'isola;
onde velocissimamente navigando passammo presso di una costa di odori, dalla
quale alcuni rivi infocati sboccavano in mare, e nella terra per l'ardente
caldezza non si poteva camminare. Per la qual cosa spaventati subitamente
facemmo vela, e in alto mare trascorsi a lungo per ispazio di quattro giornate,
vedevamo di notte la terra piena di fiamme e nel mezo un fuoco altissimo,
maggiore di tutti gli altri, il qual pareva che toccasse le stelle: ma questo
poi di giorno si vedeva che era un monte altissimo, chiamato Teonochema, cio
Carro degli Dei.
Ma avendo poi per tre giornate navigato presso dei rivi infocati, giugnemmo in
un colfo che si chiama Notuceras, cio corno di Ostro, nella intima parte del
quale vi era una isola simile alla prima, che aveva una palude, e in essa vi
era un'altra isola piena di uomini salvatichi, e le femmine erano assai pi, le
quali avevano i corpi tutti pelosi e da gl'interpreti nostri erano chiamate
gorgone. Noi, avendo perseguitato degli uomini, non ne potemmo prender niuno,
percioch tutti fuggiron via in alcuni precipizii e con le pietre facevano
difesa; ma delle femmine ne pigliammo tre, le quali, mordendo e graffiando quei
che le menavano, non gli volevano seguitare: onde essi avendole ammazzate, le
scorticammo e le pelli portammo a Cartagine, percioch, essendoci mancate le
vettovaglie, non navigammo pi innanzi.


Discorso sopra la navigazione di Annone cartaginese, fatto per un pilotto
portoghese.


Questa navigazione di Annon cartaginese  una delle pi antiche delle quali si
abbia notizia, e fu molto celebrata dalli scrittori cos greci come latini, e
Pompeio Mella e Plinio ne fanno menzione nelli lor libri. N si trova scrittor
pi antico che narri cos particularmente della costa dell'Africa verso
ponente, della qual Pomponio scrivendo dice queste parole: "Fu gi dubbio se
oltra l'Africa si ritrovasse mare, overo se quella parte del mondo si
estendesse in infinito infruttuosa e sterile, bench Annone cartaginese,
mandato dalla sua republica a scoprire e a considerare tutta la costa
dell'Africa, essendo uscito dallo stretto di Gibralterra e avendo navigato
grandissima parte di quella, ritornando a Cartagine dica che non vi era mancato
mare da navigar, ma vettovaglie da mantener le ciurme".
Similmente Plinio, parlando dell'Africa e del monte Atlante, segue in questo
modo: "Il monte Atlante, posto nel mezzo dell'arene, s'inalza fino al cielo, ed
 aspro e squalido da quella parte che guarda verso il mare, da lui cognominato
Atlantico; ma verso l'Africa  tutto vestito di arbori, ombroso e lieto, e
bagnato da molte belle e fresche fontane, nascendovi sempre ogni sorte di
frutti senza fatica o coltura degli uomini, e in tanta abbondanza che da ogni
tempo gli abitatori ponno saziare li loro delicati appetiti. Fra il giorno
niuno degli abitatori si vede, e vi  tanto silenzio che per quella orrenda
solitudine, nel cuore di quelli che vi approssimano, nasce un certo religioso
timore, oltra che sono spaventati vedendo quello elevato sopra le nuvole e
vicino al cielo della luna, e di notte lampeggiare di molte e varie fiamme, e
per la lascivia e morbidezza de' satiri e degli egipani risuona di piffari, di
fistole e organetti, con cembali e tamburi. Vengono affermate le sopradette
cose da celebratissimi auttori, e oltra quello che si legge che Ercole e Perseo
fecero sopra quel monte, dicono che a penetrarvi vi  uno spazio grandissimo e
incerto. Si truovano ancora nelli memoriali di Annone, capitano de' Cartaginesi
nel tempo che la sua republica fioriva, come dal senato suo li fu commesso che
con l'armata andasse a scoprire e ben considerare tutta la costa di fuori
dell'Africa. E molti greci e latini scrittori, seguendo lui, dissero molte cose
fabulose e incredibili, affermando molte citt esser state edificate per
comandamento e industria del detto Annone, delle quali n memoria n pur alcun
vestigio ne rimane".
Ancora il detto Plinio, scrivendo dell'isole Gorgone, dice: "Venne a queste
isole Annone, capitano de' Cartaginesi, e scrisse che le femmine hanno i corpi
del tutto pilosi, e che gli uomini scamparono per la velocit del correre. E
per miracolo e perpetua memoria ch'egli fusse stato nelle dette isole, port
due pelli di gorgone e lasciolle nel tempio di Giunone, le quali durarono
insino al tempo della rovina di Cartagine. Oltra di queste sono due altre isole
dette Esperide. E tanto sono tutte queste cose incerte, che Stazio Seboso
scrisse che dalle isole delle Gorgone, navigando oltra il monte Atlante, sono
giornate quaranta fino alle Esperide, e dalle Esperide fino al corno di Espero
una giornata. L'isole ancora della Mauritania sono incognite, eccetto alcune
poste all'incontro delli popoli Autololi, scoperte da Iuba re di quel paese,
nelli quali cominci a cavar la porpora getulica".
In questa navigazione di Annone ancor che vi siano molte cose che alla prima
vista pareno a chi le legge fabulose, nondimeno chi trascorre li libri degli
istorici greci comprende ch'egli determinatamente le volse scriver a questo
modo. N  parte del mondo della quale appresso detti scrittori vi siano pi
vecchie memorie che di questa costa d'Etiopia, posta sopra il mare Oceano verso
ponente appresso il monte Atlante, li Negri abitatori della quale dicono che
per la felicit dell'aere e per la loro umanit, piet e amorevolezza verso i
forestieri, furono degni di tanta laude sopra tutte l'altre genti, e che
l'origine dei Dei vien detta esser processa da loro. E Omero chiama l'Oceano
padre degli Dei, e quando introduce Giove che vogli andar a recrearsi, dice che
'l va a trovare l'Oceano e alli conviti delli boni e religiosi Negri.
Narrano ancora in questa parte de l'Etiopia esser state fatte molte imprese e
guerre, e che vi era una nazion di femmine che signoreggiavan, dette gorgone,
quali abitavano in una isola, la quale per esser verso ponente si chiamava
Espera. E che questa isola era nella palude detta Tritonide, appresso il mare
Oceano e vicina ad un monte altissimo di tutta quella costa, detto Atlante; e
che Perseo figliuolo di Giove vi and con esercito e, combattendo con quelle,
uccise la loro regina, detta Medusa; e che similmente dapoi Ercole vi fu ad
espugnarle, e le rovin del tutto. E per esser questa cosa tanto famosa e
illustre per cos gran capitani di guerre, Annone, dapoi fabricate le citt a
s commesse, la volse scorrere e menar seco quegli uomini Lixiti, i quali
sapeva che avean pratica di quella costa, e in molti luoghi seppeno dir li nomi
dei colfi, dei monti e di quelle femmine.
Polibio similmente, gravissimo filosofo e istorico, che avea letta questa
navigazione e le cose scritte di questa costa, desider ancora esso di vederla,
percioch, trovandosi maestro di Scipione, lo volse accompagnar alla
espugnazion di Cartagine, dove si fece dar alcuni legni con li quali, uscito
fuori del stretto di Gibralterra, scorse tutta la detta costa fino
all'equinoziale, per quanto si pu comprendere dalli detti di Plinio e di
Strabone: e ne scrisse particularmente, ma questi suoi libri sono del tutto
perduti. Ptolemeo, che fu molto tempo dapoi Pomponio Mella e Plinio, la volse
descriver ne' libri della sua "Geografia", mettendovi li gradi, conoscendo in
quella molte cose esser verissime. Al qual auttore non  da imputar che,
parlando dell'Africa, non iscrivesse che 'l mar la circondi, avendo quel
gentiluomo romano di Marco Varrone detto in verso: "Clauditur Oceano, libyco
mare, flumine Nilo"; conciosiacosach, essendo stato affermato per alcuni
scrittori greci che un certo Eudoxo, al tempo delli re Ptolemei di Alessandria,
aver voluto navigarvi intorno, questa tal navigazione era stata tenuta per
favola e cosa vana. E Strabone, scrittor celebratissimo, si affatica con tutto
il suo ingegno nel suo libro secondo di confutarla e dimostrar che non abbia
potuto essere: il qual fu nel tempo di Augusto e di Tiberio, quando fiorivano
le lettere in Italia e in Grecia. E questa fu la cagione che Ptolemeo, che fu
143 anni dopo Cristo, non ebbe ardir di affermar ch'ella si potesse navigar
intorno, ma pose luoghi deserti e pieni di arena, tutti abbruciati dal sole.
Nondimeno ai tempi presenti si conosce apertamente quanta poca cognizione
aveano gli antichi come stessero le parti del mondo, e vedendosi in questa
navigazion di Annone molte parti degne di considerazione, ho giudicato dover
esser di sommo piacere agli studiosi se ne scriver di alcune poche, che altre
volte io notai in certi miei memoriali, avendole udite ragionare da un gentil
pilotto portoghese di Villa di Condi, il cui nome per convenienti rispetti si
tace. Con costui adunque, il quale era venuto in Venezia con una nave carica di
zuccari dell'isola di San Tom, il conte Rimondo della Torre, gentiluomo
veronese, che similmente si trovava in Venezia a piacere, ebbe grandissima
famigliarit e amicizia, conoscendolo persona perita non solamente dell'arte
del mare, ma ancora, per le lettere e per il molto legger di diversi auttori,
pieno di molta cognizione, e sopra tutto delle tavole di Ptolemeo, le quali gli
avea molto familiari. E tutto il tempo ch'egli stette in Venezia, di continuo
lo volse aver in casa sua, percioch si dilettava d'intendere queste nuove
navigazioni, quanto altro uomo che sia stato a' tempi nostri. E questo pilotto,
avendo fatti molti viaggi all'isola di San Tom, qual  sotto la linea
dell'equinoziale, non avea lassato porto, fiume o monte della costa dell'Africa
verso ponente, che non l'avesse voluta vedere e descrivere con tutte l'altezze
e lunghezze e numero di leghe: e aveane sopra certe sue carte fatta memoria, di
sorte che ne parlava molto particularmente e sensatamente. Ora, avendo il conte
Rimondo letto il viaggio sopradetto, questo pilotto ne prendeva sommo piacere,
e si stupiva come, essendo gi duomila anni stato scoperto tanto avanti questa
costa, niun principe poi l'abbia voluta far navigare e riconoscere, se non da
cento anni in qua, al tempo del signor infante don Henric di Portogallo. E gli
pareva ben gran cosa come questo capitano Annone avesse avuto tanto ardire di
passar tanto avanti, il quale (per il conto ch'esso faceva secondo le tavole di
Ptolemeo, che descrive il corno del Noto over Ostro) era arrivato quasi un
grado appresso l'equinoziale, non avendo n bossolo n carta da navigare, cose
trovate lungo tempo dapoi.
Ma si vede che questo capitano fu molto prudente, percioch, desiderando di
sodisfar alli comandamenti de' Cartaginesi e poi di scoprir securamente quanto
pi li fosse possibile di questa costa, volse navigar con legni piccoli, cio
fuste di cinquanta remi, per poter andare sempre appresso terra, sapendo
esservi infiniti fiumi, paludi e luochi bassi, e non volendo allargarsi in
mare, poter facilmente adoperar quelle ora con remi ora con le vele. E appresso
queste 60 fuste  necessario che gli avesse degli altri legni, per condur le
vettovaglie e tanto numero di gente, come in tutte l'armate presenti tutto il
giorno  consueto di fare. E navigato ch'ebbe tre giorni e mezzo, li parse
edificar le citt libifenici, chiamate cos conciosiach i Cartaginesi
anticamente aveano avuto origine di Fenicia, qual  una provincia alle marine
della Soria, dove  Barutti, Saeto e il Suro, dette dagli antichi Berytus,
Sidon, Tyros. E ora, volendo che dette citt edificate in Libia si
cognoscessero esser sue colonie, le chiamarono libifenici.
E diceva il detto pilotto che non ci dovevamo maravigliare se, scorrendo questa
costa dell'Africa gran parte verso mezzogiorno, questo capitano dica alcune
fiate navigar verso ponente o ver verso levante, conciosiacosach'in questa
costa vi siano molti colfi e promontorii, dove  necessario di parlar in questo
modo, e l'arte della marinarezza non si sapeva a quelli tempi nella perfezione
ch'ella si sa al presente. Ora scrivendo Annone che, partito dalle colonne di
Ercole, ch' lo stretto di Gibralterra, avea navigato lungo la costa duo giorni
e quivi edificato Thymiaterio, detto pilotto diceva a suo iudicio questo luogo
poter esser dove al presente  la citt di Azamor, gradi 32 e mezzo sopra
l'equinoziale, intorno la quale  una bellissima e grandissima pianura, la
quale scorre fin in Marocco. Dapoi del detto luogo, navigando verso ponente,
vanno al promontorio Soloente, che potria esser il Capo di Cantin, il qual
corre verso garbin e quarta di ponente gradi 32. Si voltano dapoi verso
levante, il che  che, voltandosi il Capo di Cantin, la costa se incolfa
grandemente maestro e sirocco e quarta di levante, e in quel colfo trovano
quella gran palude, percioch ve ne sono di grandissime, per cagione d'infiniti
fiumi; la qual passata, edificarono quelle citt per esequir l'ordine del
senato cartaginese e liberarsi da quella moltitudine di gente. Le quali citt
non pu pensare che fossero altrove se non dove sono alcuni luoghi del regno di
Marocco, come Azzaffi, Goz, Aman, Mogador, Tefethna. Poi passano il Capo di Ger
e trovano il gran fiume Lixo, ove dicono gli scrittori greci e latini che
Anteo, qual combatt con Ercole, avea il suo palazzo, e ivi erano li giardini
delle Esperide. Ma essendo infinita variet fra detti scrittori ove sia ditto
fiume, el prefato pilotto diceva volersi accostar all'opinion di Ptolomeo, che
lo mette gradi 29 sopra l'equinoziale, e per pensava quello poter esser il
fiume che da la regione per donde il passa  chiamato Sus, e va in mare a
Messa, ed  in gradi 29 e mezzo. E qui sopra il mare si vede cominciar il monte
Atlante minore, qual scorre per levante da un capo all'altro la Barberia,
dividendola con diversi brazzi in molte provincie: e fino qui si pensa che
penetrassero i Romani, n pi oltra passassero per esservi grandissime
solitudini e deserti. Ove veramente sia l'Atlante maggiore, qual Ptolemeo mette
in gradi ventitre, e Plinio dice esser in mezzo delle arene cos alto, questo
non si poter congetturar al presente.
Dapoi par che detto capitano scorresse Capo de Non e Capo del Boiador, e
giongesse a Capo Bianco gradi ventiuno, ch' tutta spiaggia deserta e arenosa,
e quivi, voltato a torno detto capo verso levante per mezza giornata, venisse
all'isola d'Argin, sopra la quale al presente  fabbricato un castello del
serenissimo re di Portogallo: la qual, per esser piccola di circuito e appresso
terra, detto pilotto diceva poter esser l'isola nominata da Annone Cerne. Ma
com'ella sia per mezzo di Cartagine, non correndo nel paralello di longitudine
n essendo in quell'altezza, non se pu congetturar altramente, salvo che, non
sapendosi allora queste altezze de' gradi, detto capitano volesse dir che tanto
cammino era da Cartagine alle colonne, quanto dalle colonne a questa isola
Cerne: il che  vero, e chi compasser sopra le carte trover esser tanto da
Cartagine allo stretto di Gibralterra, quanto dal detto stretto al colfo
d'Argin. E ancor che l'isola Cerne sia posta da Ptolemeo in venticinque gradi,
e Argin sia in venti, si conosce manifestamente che li gradi di detto auttore
sono stati variati da coloro che trascrissero il libro: come nelli gradi delle
isole Fortunate, le quali si sa certo esser le Canarie, conciosiacosach tutti
gli scrittori le mettino vicine alla Mauritania, e sono in 27 e 28 gradi, e
nondimeno sopra i libri di Ptolomeo sono poste in 17 e 18 gradi.
E discorreva il detto pilotto dell'isole dette al presente di Capo Verde, che
sono 17 in 18, che potriano forse esser le Esperide, ancora che un gran
gentiluomo e dottissimo istorico delle Indie occidentali, detto il signor
Gonzalo Hernandez di Oviedo, si affatichi di provar nelli suoi libri che tutte
l'isole trovate in dette Indie siano le Esperide. Ma essendovi tanta variet e
dubiet fra gli scrittori antichi, non si poteva affermare la verit; n si
doveva alcuno maravigliare, diceva il detto pilotto, che Annone non facesse
menzione di dette isole Fortunate, perch prima lui andando a terra terra con
legni piccoli, non avea potuto vedere, poi sapeva il bando e diviedo ch'era in
Cartagine di nominarle. Percioch Aristotele scrive che, essendo stata trovata
da Cartaginesi una delle dette isole piena e copiosa di acque e de ogni sorte
de frutti, infinite persone volevano andarvi ad abitare, onde il senato de'
Cartaginesi, dubitando di disabitar la sua citt, ordin che sotto pena della
vita niuno vi andasse, e che quelli che vi erano non si partissero, n pi di
quelle si potesse parlare.
E per tornare alla isola di Cerne, par che di l entrassero per il fiume grande
di Chrete e giugnessero ad una palude dove erano tre isole, e di l venissero
fin sopra la costa, dove si vedevano quei monti, e che poi, entrati in uno
altro fiume grandissimo, dove erano li cocodrilli e cavalli marini, di nuovo
ritornassero in Cerne. Diceva il detto pilotto in questo colfo di Argin esservi
infiniti fiumi, alcuni delli quali (come  quel di San Giovanni) per la sua
grandezza si dividono in due rami, quali sboccando in mar sempre vanno
atterrando: e per questo vi sono di grandissime paludi, drieto le quali si pu
navigar per molte miglia; e chi va all'insuso per un di detti rami, passate le
paludi, trova il fiume principale, e al ritorno a seconda pu venir per l'altro
ramo al mare. E che questo capitano dovette voler veder quel che vi era fin
sopra la costa, e andatovi con queste sue fuste per un di detti rami, dapoi per
l'altro ritorn in Argin. E nel sopradetto fiume di San Giovanni fin al
presente si vedono cavalli marini e cocodrilli, e dove sbocca vi sono molti
bassi, e corre gradi 20 di altezza.
Dice dipoi che arrivarono appresso alcuni monti alti e pieni di alberi, che
erano di varii colori e odoriferi. In questo luogo diceva il detto pilotto
comprendersi chiaramente che 'l prefato capitano era arrivato a Capo verde, il
quale  gradi 14, pieno di bellissimi e altissimi arbori, ed  il pi bello e
segnalato capo che sia in tutta questa costa di Etiopia. Partiti poi di qui,
par che trovino un fondo di un grandissimo mare: il detto pilotto diceva poter
esser in questo modo, che, prolungandosi detto Capo Verde molto in mare, chi lo
volta corre per la costa verso il fiume di Santa Maria maestro e sirocco, e
quivi li paresse quella voragine di mare, per causa delli legni piccoli con li
quali navigavano. Vanno poi verso il rio Grande, ch' gradi quindeci, il qual
pensa che sia un ramo del fiume Niger, e perch mena sempre torbida l'acqua
dove sbocca in mare,  cagione che vi siano molte isole appresso la costa. E in
quel luogo il capitano Annone trov quella campagna, sopra la qual si vedevano
fuochi da ogni banda elevarsi e maggiori e minori. Questi fuochi diceva detto
pilotto vedersi infino al presente da tutti quelli che navigano la costa di
Senega e Ghinea e delle Meleghette, conciosiacosach i Negri che abitano alle
marine e colli vicini a quelle sentono grandissimo caldo, e per questo stanno
nascosi tutto il giorno nelle case loro, quando il sol  in questi nostri segni
settentrionali, e hanno il maggior giorno dodici ore e mezza; e che come si fa
notte, con facelle e legni accesi che ardono come torchi, si veggono andar or
qua or l faccendo le lor bisogne: e di lontano in mare apparono simil fuochi,
e si sentono molti romori e strepiti di corni e d'altro che fanno i detti
Negri.
Dapoi passano nel colfo di Espero, dov'era quella grande isola qual potria
esser una di quelle che si chiama al presente degli Idoli, e vedevano
medesimamente i fuochi e udivano gli strepiti de' cembali; e poi trapassano li
fiumi ardenti, fin che giungono a quel monte altissimo chiamato il Carro degli
Dei, per toccar con le fiamme il cielo. A questo passo il detto pilotto diceva
che non si poteva dir che altra montagna altissima si vegga, navigando drieto
detta costa da gradi 8 infino alla linea, se non la nominata Serra Liona, la
qual  gradi 8 sopra la detta linea; e ancor che sia lontana dal mare molte
miglia, nondimeno per la sua altezza appare e si vede grandemente in mare,
avendo circondata sempre la cima da foltissime nebbie, che causan di continuo
saette e tuoni, i quali fanno che di notte appareno quei fuochi che par che
tocchino il cielo. E discorreva che per sua opinione questa montagna era quella
che intende Annone, Plinio e Ptolomeo per il Carro degli Dei, n si guardi alla
variet de' gradi, che 'l Carro degli Dei sia posto da Ptolomeo gradi 5 e
questa Serra Liona in gradi 8, che, come di sopra  stato detto, tutti i gradi
sono stati variati dal tempo e dalla negligenzia degli scrittori. Ma li gradi
che sono stati osservati dalli presenti marinari, per ordine dei suoi re, sono
verissimi e giustissimi. Come poi trovassero tutta la costa infocata con fiumi
di fuoco che sboccavano in mare, questa parte diceva il pilotto esser stata
scritta a suo iudicio determinatamente da Annone, e non per favola, percioch,
volendo dimostrar a chi leggeria la sua navigazione esser vero ch'egli fusse
giunto appresso la linea dell'equinoziale, la quale gli antichi, e massimamente
quelli che erano grandi e istimati nelle lettere, affermavano esser bruciata
dal sole e non esservi altro che fuoco, volse scrivere che avea veduto tutta la
costa ardere di odori e di profumi con li fiumi di fuoco. Che s'egli avesse
detto la verit, che in li luoghi appresso l'equinoziale vi  una temperie di
aere grande e ogni cosa verde e amena, saria stato tenuto per bugiardo, e
consequentemente che non vi fusse stato.
Al fine pervengono nel colfo che si chiama corna di Ostro, il qual da Ptolemeo
 posto grado uno appresso l'equinoziale, e di longitudine 79. Diceva il detto
pilotto che questi gradi 79 dimostrano evidentemente, a ciascuno che abbia un
poco di pratica de' gradi, che sono del tutto falsi, percioch questa costa,
che comincia a Serra Liona, corre maestro e sirocco infino a Capo delle Palme,
ed  in gradi 4 sopra l'equinoziale; e dal Capo delle Palme infino all'isola al
presente detta di Fernando da Po corre levante e ponente, dov' il rio de los
Camerones in terra ferma: e tutto questo tratto  come un colfo, il qual
veramente si pu creder che intendesse Ptolemeo esser il corno d'Ostro, perch
 vicino alla linea, e corre di longitudine gradi 33. Nella estremit del quale
trovorno l'isola che avea la palude, nella qual vi era un'altra isola piena di
uomini e femine salvatiche: e questa isola esser quella di detto Fernando, per
esser in capo di questo colfo e vicina alla costa, la quale in quel luoco si
volge verso mezzod. E tutta la descrizione di questo capitano era simile a
quella per alcuni scrittori greci, quali, parlando dell'isola delle Gorgone,
dicono quella esser un'isola in mezzo de una palude; ma in questa isola di
Fernando non si vede altro che un laghetto vicino al mare due miglia, molto
ameno per infinite fontane d'acqua dolce che vi correno dentro. E
conciosiacosach avea inteso che li poeti dicevan le gorgone esser femine
terribili, per scrisse che le erano pelose: che veramente questa tal specie di
femine vi fusse al tempo di Annone, e che al presente non si veda, diceva il
detto pilotto che non si dovea l'uomo maravigliare, conciosiacosach la
revoluzion del cielo va di continuo alterando le cose di questo mondo, e questi
e simili altri monstri sono sottoposti, come tutto il resto, a varie mortalit
e mutazioni. E affermava aver parlato con uno pilotto della terra sua di Condi,
persona prudente e degna di fede che avea fatto molti viaggi verso Calicut,
qual li disse che, passando una fiata appresso la costa dell'Etiopia di l dal
Capo di Buona Speranza, and lui con alcuni marinari a far acqua ad un luoco
della detta costa che si chiama Las Corrientes, e vi corre sopra il tropico di
Capricorno ed  per mezzo l'isola di San Lorenzo; e come giunsero in terra
viddero un corpo morto grande, buttato dalla fortuna sopra la spiaggia, con le
mani, piedi e corpo simile in tutto all'uomo, eccetto che era tutto coperto di
squamme e li capelli erano come fili durissimi sottili; e che  possibile che,
trovandosi questi tal monstri nel mare, altre volte ne siano stati sopra la
terra. Ma a detto pilotto pareva pi verisimile di pensare che, avendo Annone
inteso nei libri de' poeti (quali appresso gli antichi erano in somma
venerazione) esser scritto come Perseo era stato per aere a questa isola, e di
quivi reportata la testa di Medusa, essendo egli ambizioso di far creder al
mondo che lui vi fusse andato per mare, e dar riputazion a questo suo viaggio
di esser penetrato fino dove era stato Perseo, volesse portar due pelli di
gorgone e dedicarle nel tempio di Giunone: il che li fu facil cosa da fare,
conciosiacosach in tutta quella costa si truovino infinite di quelle simie
grandi, che pareno persone umane, dette babuini, le pelli delle quali poteva
far egli credere ad ogniuno che fussero state di femmine.
Queste e simil cose andava discorrendo il detto pilotto sopra questa
navigazione di Annone, la qual, per la pratica che avea di quella costa, si
sforzava di accordar con le navigazion moderne. Aggiungendo che, se li
serenissimi re di Portogallo non avessero del tutto proibito il contrattar
sopra questa costa di Etiopia con Negri (percioch non vi lassano andar se non
quelli che hanno l'appalto, i quali sono pochi e appresso ignoranti),
facilmente col tempo si saria penetrato fra terra in diversi luochi di detta
costa, e venuto in cognizione delli monti, fiumi e paesi di quelli che abitano
fra terra. Ma lo andarvi  del tutto proibito dai detti re, n vogliono che si
sappian n queste n molte altre cose. E sopra tutto  vietato il poter navigar
oltra il Capo di Buona Speranza a dritta linea verso il polo antartico, dove 
opinione appresso tutti li pilotti portoghesi che vi sia un grandissimo
continente di terra ferma, la qual corra levante e ponente sotto il polo
antartico. E dicono che altre volte uno eccellente uomo fiorentino, detto
Amerigo Vespuccio, con certe navi dei detti re la trov e scorse per grande
spazio, ma che dapoi  stato proibito che alcun vi possa andare.
Queste sono le cose che con la piccolezza del nostro ingegno abbiamo saputo
raccoglier dai ragionamenti del detto pilotto, le quali, se non satisfaranno
cos a pieno a chi le legger come la grandezza della materia richiede, saranno
almeno come uno stimolo ad eccitar qualche sublime ed elevato ingegno a
pensarvi pi diligentemente sopra.


Navigazione da Lisbona all'isola di San Tom, posta sotto la linea
dell'equinoziale, scritta per un pilotto portoghese e mandata al magnifico
conte Rimondo della Torre, gentiluomo veronese, e tradotta di lingua portoghese
in italiana.

[1550]


Le navi che si partono da Lisbona per andar a carigar zuccheri all'isola di San
Tom, con che vento navichino all'isole Canarie, dagli antichi dette Fortunate.
Dell'isola delle Palme. Del promontorio detto Capo di Boiador.

Avanti ch'io mi partissi da Venezia, come sa V.S., il signor Ieronimo Fracastor
m'impose per sue lettere da Verona che, giunto ch'io fussi in Villa di Conde,
dovessi transcrivergli d'alcune mie memorie, ch'io avea detto a V.S. avere
appresso di me, tutto il viaggio che noi pilotti facciamo all'isola di San
Tom, quando vi andammo a caricar zuccheri, conciosiacosach l'andar fino sotto
la linea dell'equinoziale, dove  detta isola, li pareva cosa mirabile e degna
che ciascuno uomo studioso la intendesse. V. Signoria poi anche al partir mio
me ne preg, per la qual cosa, giunto che fu' qui, mi posi subito a transcriver
detto viaggio, comunicatolo anche con alcuni miei amici stati altre fiate in
quello. Dapoi, avendolo riletto pensatovi sopra, immediate mi son accorto che
queste tal mie scritture non eran degne d'esser lette da un cos grande ed
eccellente uomo in scienzie come  il signor Ieronimo, del che me ne hanno
fatto troppo gran testimonianza li libri composti per quello, e V.S. mi don al
partir mio da Venezia; e per era al tutto deliberato di metterle da parte, non
le lasciando veder da alcuno. Ma l'avermi di nuovo V.S. replicato di questo tal
mio debito, mi ha misso nell'animo un troppo grande stimolo e fattomi conoscere
che, non obediendo alli suoi preghi, che mi sono comandamenti, pareria
disconoscente di tanti beneficii e cortesie ricevute da quella, che invero sono
state infinite. Onde io ho eletto pi tosto d'esser riputato uomo di poco
sapere e grosso che ingrato e inobediente, e per questo li mando alcune poche
cose che altre volte io notai e da diversi uomini ch'erano stati alquanto fra
terra sopra l'Etiopia intesi, le quali, per esser io marinaro e non pratico di
scrivere, l'ho descritte senza alcun ordine over ornamento, supplicando ambedue
le Signorie V. che, poi che l'aranno lette, le voglian nascondere, accioch
questo errore ch'io ho fatto solo per ubbidienza, e non presunzione, non mi
rechi ogni giorno infiniti biasimi.
Da Lisbona, citt principal del regno di Portogallo, qual dagli antichi fu
chiamata Olisippo, gradi 39 sopra l'equinozial verso il nostro polo, sogliono
partir le navi che vanno a carigar zuccheri nell'isola di S. Tom, il pi delle
fiate nel mese di febbraro, ancor che in ogni tempo dell'anno se ne partino.
Navicano per una quarta di garbin verso mezzod fino all'isole delle Canarie,
chiamate dagli antichi Fortunate, e arrivano all'isola detta dalle Palme, gradi
ventiotto e mezzo sopra l'equinoziale, la qual  del regno di Castiglia,
lontana leghe 90 da un promontorio dell'Africa detto Capo di Boiador, isola
molto abbondante di vini, carne, formaggi e zuccheri: hanno fatto, come
giugneno a detta isola, da leghe 250, che son 1000 miglia. Questo parizzo 
molto pericoloso, per esservi il mare alto e fortunevole in cadaun tempo
dell'anno, e massime nel mese di decembre; e sopra agli altri il vento da
maestro, qual vien discoperto al diritto sopra il mare e non tocca terra in
alcun loco, fa fortune grandissime.


Dell'isola del Sal, e per che causa  cos chiamata; dell'isola di Bona Vista e
dell'isola di Maio. Della meravigliosa abbondanzia di capre in tutte l'isole di
Capo Verde.

Da questa isola delle Palme sogliono prendere un de' duoi cammini, cio che, se
le navi si trovano fornite di pesci salati per il viver loro (della qual
vettovaglia fanno gran conto di averne sempre assai), vanno di longo all'isola
del Sal, ch' una dell'isole di Capo Verde, per causa di un promontorio
dell'Africa cos detto al presente. Questa isola  gradi sedeci e mezzo sopra
l'equinozial, e si va sempre verso alla quarta di garbin: e arrivativi hanno
fatto dall'isola delle Palme a questa del Sal 225 leghe, e con buon vento si fa
questo viaggio in 6 over 8 giorni. Questa isola  disabitata per esser sterile,
n vi si trovano altri animali se non capre assai salvatiche; e per esser di
sito basso, con ogni poco di fortuna l'acqua del mare monta in alcune lagune e
luoghi bassi, e come il sole vien al tropico di Cancro, passandovi di sopra
perpendiculare, subito tutta si congela e fa ditto sale. Il medesimo intraviene
in tutte l'isole di Capo Verde e anco in le Canarie; ma in questa molto pi
delle altre, e per questa causa vien chiamata l'isola del Sale. Poi vi  quella
di Bona Vista, e non molto lontan della detta vi  l'isola di Maio, nella qual
vi  una laguna lunga pi di due leghe e altrotanto larga, tutta piena di sale
congelato dal sole, dove si potrian caricar mille navi: qual sale  comune a
ogniuno che vi va come l'acqua del mare, e ancor che le sian soggette al regno
di Portogallo, pur non si paga cosa alcuna. In tutte queste isole di Capo
Verde, che sono in numero 10, le capre partoriscono al tratto 3 e 4 capretti, e
ogni quattro mesi sono di parto. Li capretti sono delicatissimi da mangiare per
esser grassi e saporiti, bevendo assai volte le capre l'acqua del mare.


Come in quattro ore si forniscono di pesci quelli che navigano verso la costa
d'Africa, e qual sia tutta detta costa cominciando dal Capo del Boiador fino a
Capo Bianco. De' pesci detti tiburoni, e di confini che dividono la Barberia
dal paese di negri.

Ma se le navi che vanno a San Tom non si trovano aver pesci salati e vogliono
fornirsi, dirizzano il camino loro verso la costa dell'Africa, al fiume detto
dell'Oro, sopra il quale corre la linea del tropico de Cancro per sirocco e
quarta verso mezzod: e quando sono a vista dell'Africa hanno fatto 110 leghe.
Appresso questa costa, se hanno bonazza e il mar di calma, in termine di
quattro ore, con reti over con alcune corde sottili e lunghe tutte piene di ami
attaccati, quali calano nel mare, pigliano quanto pesce fa lor di bisogno,
perch non possono tanto calar in mare ditte corde, che immediate in tutti gli
ami si trovano pesci ingozzati e di grandi e di piccoli, come sono pagros, che
in Venezia vui chiamate alberi, corvi, oneros, ch' una sorte di pesci maggiori
di pagri e molto grassi, di color scuro. E come gli hanno presi, gli aprono per
schiena e gl'insalano, ed  buona vettovaglia per mantenimento delli naviganti.
Vi si veggono in questo viaggio infiniti pesci chiamati tiburoni, che sono
molto grandi come tonni, hanno in la bocca due ordeni de denti acutissimi, e
per esser avidi di cibo sempre, come veggono una nave, l'accompagnano, e ogni
spurcizia che si butta fuori di quella la inghiottono: e per questo sono molto
facili da esser presi. Ma noi Portoghesi, ancor che siano buoni da mangiare,
non li lasciamo pigliar, avendo openione che generino molte malattie a chi gli
mangia, ben che tutti li marinari castigliani, nel viaggio che fanno verso la
terra ferma dell'Indie occidentali, ne soglion prender e mangiare.
Se per mezzo al detto fiume dell'Oro non hanno calma, passano di lungo la costa
verso Capo Bianco per trovar calma, e de l poi fino in Argin. Una cosa  da
sapere, che tutta la costa dell'Africa, cominciando dal Capo del Boiador, che
vuol dir Capo della Volta (perch quelli che navigano alle isole delle Canarie
di ritorno si accostano al detto capo dell'Africa, e prendendo vento si tornano
adrieto, ed  in gradi ventisei e due terzi), tutta questa costa  di terra
bassa e arenosa fino a Capo Bianco, che  in gradi venti e mezzo, e continua
fino in Argin, dove  un gran porto e un castello del re nostro, nel qual vi
tien gente con un suo fattore. Questo Argin  abitato da mori e da negri, e qui
son li confini che dividono la Barberia dal paese de' negri.


Dell'isola di San Iacobo e della gran citt chiamata Ribera.

Ma tornando al viaggio nostro, dall'isola del Sal si passa all'isola di San
Iacobo, pur di Capo Verde, qual  gradi 15 sopra l'equinoziale: e vi fanno di
cammino verso mezzod leghe 30. Questa isola  di sito lunga leghe 17; ha una
citt sopra il mare con buon porto, nominata la Ribera grande, perch  posta
fra duoi monti alti e vi passa per mezzo un fiume grosso di acqua dolce, qual
nasce lontan due leghe. E dal principio del detto fiume fino alla citt, vi
sono da una banda e l'altra infiniti giardini di aranci, cedri, limoni, pomi
granadi, fichi d'ogni sorte; e d'alcuni anni in qua vi piantano le palme che
fanno li cocchi, cio noci de India. Vi nascono tutte le sorti d'erbe di orto
molto bene, ma la semenza che fanno non  buona da seminare l'anno sequente, e
ogni anno bisogna averne di nova nasciuta in Spagna.  questa citt verso
mezzod, ed  fabricata con buone case fatte di pietra e calcina, e abitata da
infiniti cavalieri portoghesi e castigliani, e vi sono pi di 500 fuochi. Vi
abita un corregidor del nostro re, e ogni anno eleggono duo giudici, uno de'
quali  sopra le cose delli naviganti e del mare, l'altro rende ragion agli
abitanti in detta isola e circunvicine.
Questa isola  molto montuosa, e ha molti luoghi asperi e nudi d'ogni sorte
d'alberi, ma le valli sono molto coltivate. Quando il sol entra in Cancro, ch'
del mese di giugno, vi piove quasi di continuo, e gli Portoghesi chiaman la
luna de las aguas. Come entra il mese di agosto, cominciano a seminare il
grano, che chiaman miglio zaburro, e in le Indie occidentali si chiama maiz: 
come cece bianco, ed  commune a tutte l'isole sopradette e a tutta la costa
dell'Africa, e con quello si sostentano gli abitanti; lo raccolgono in 40
giorni. Seminano riso assai e gottone, qual vien molto bene, e raccolto lo
lavorano in diverse sorti di panni vergati di diversi colori, che poi si
spacciano per tutta la costa dell'Africa, cio terra de' negri, e si d in
baratto di schiavi negri.


Come nella costa dell'Africa che guarda verso ponente sono diversi paesi:
Guinea, costa di Melegete, Benim, Manicongo, e fra terra molti signori e re;
e come i re di que' popoli sono adorati, credendo che siano discesi dal cielo;
e d'alcune lor cerimonie, e del costume nel regno di Benim nella morte del re.

E per dechiarir questo traffico de' negri,  da sapere che in tutta la costa
dell'Africa che guarda verso ponente vi sono diverse provincie e paesi, come 
la Guinea, costa delle Melegete, regno di Benim, regno di Manicongo, qual 
gradi 6 oltra la linea dell'equinozial verso il polo antartico. E fra terra vi
sono molti signori e re de' negri, e anco molti popoli che vivono a communit,
che sono parte macomettani e parte idolatri, e fra loro fanno di continuo gran
guerre. Li re sono adorati dalli popoli, perch credono che sian venuti dal
cielo, e gli parlano sempre con gran reverenzia lontani in ginocchioni. E molti
di questi re, per gran cerimonia, non si lasciano mai vedere quando mangiano,
per non levar via la opinion, che hanno di loro li popoli, che vivono senza
prender cibo. Adorano il sole, e tengono che le anime siano immortali e che
doppo morte si vadi a stanziar appresso il sole.
E sopra gli altri nel regno di Benim  questo costume antico, osservato fino
alli presenti giorni, che come muore il re tutto il popolo si raguna in una
gran campagna, in mezzo della quale fanno un pozzo molto profondo, qual nella
parte di sotto  largo e si vien stringendo nella sommit. In questo pozzo
calano gi il corpo del morto re, e si appresentano tutti gli amici e servitori
del re, e quelli che vengono giudicati esser stati pi cari e favoriti (del che
non  fra loro piccol contesa, desiderando ogniuno di aver questo onore),
volontariamente li lasciano andare a far compagnia. E immediate come sono
discesi, pongono un sasso grande sopra la bocca, e il popolo non si parte n di
d n di notte. E il secondo giorno vanno alcuni deputati a discoprir il sasso,
e dimandano a quelli de sotto ci che fanno, e se alcun di loro  ancor andato
a servir al re: e loro rispondono de no. Il terzo giorno dapoi fanno la
medesima domanda, e alcuna fiata li vien risposto che 'l tale, dicendoli il
nome,  stato il primo ad andarvi, e il tale il secondo, percioch  reputato
somma laude di esser stato il primo, e da tutto il popolo che sta intorno ne
vien parlato con somma admirazione, reputandolo beato e felice. E in fine di
quattro o cinque giorni tutti quelli meschini moreno, la qual cosa come quelli
di sopra presentono, vedendo che da alcun di loro non li vien risposto, subito
lo dicono al re che succede, qual fa far un gran fuoco sopra detto pozzo e vi
arrostisce molti animali, li quali d a mangiare al popolo. E con cotal
cerimonia se intende esser re vero, e aver giurato di governarli bene.


I negri di Guinea e Benim, ancor che nel mangiar siano disordinati, vivono
longamente. Di certa superstizione d'alcuni negri fra terra. Delle spezie
melegete, del pepe della coda, d'alcune teghe d'arbuscello ch'hanno il sapor di
gengevo e del sapone fatto con cenere e olio di palma.

Li negri di Guinea e di Benim sono molto disordinati nel mangiare, perch non
servano ora deputata, e 40 o 50 volte il d mangiano; il ber loro  acqua, over
vino che distilla dall'arbore della palma. Non hanno capelli se non un poco di
ricci in capo, n pi crescono; tutto il resto della persona  senza pelo
alcuno. Vivono lungamente, la maggior parte da 100 anni, sempre gagliardi, se
non che a certi tempi dell'anno si sentono molto affannati, e quasi come la
febbre, e allora si fanno salassar e guariscono, perch il sangue predomina
nelle lor complessioni. Sono fra terra alcuni negri di tanta superstizione che
adorano la prima cosa che veggono quel giorno.
Nascono in questa costa le spezie dette melegete, molto simili al sorgo de
Italia, ma di gusto forte come il pepe. Vi nasce etiam una sorte di pepe
fortissimo, e il doppio pi che non  il pepe che nasce in Calicut, qual da noi
Portoghesi, perch ha un certo picciolo attaccato,  chiamato pimienta dal
rabo, cio pepe dalla coda.  simile molto alle cubebe di forma, ma nel gusto 
di tanta fortezza che un'onza del detto fa l'effetto che faria mezza libbra del
pepe commune; e ancor che 'l sia proibito sotto gravissime pene di cavarlo di
detta costa, pur ne vien tratto ascosamente, e vendendolo in Inghilterra ne
raddoppiano il prezio di quello che farian del pepe comune. E dubitando il
nostro re che questa tal sorte di pepe non smacchi e invilisca la gran quantit
che vien condotta ogni anno da Calicut, ha devedato che per alcun non se ne
possi trazzere. Producono ancora alcuni arbucelli teghe lunge come son quelle
de' fasoli, con alcune semenze dentro, le quali non hanno gusto alcuno. Ma la
tega masticata ha il sapor di gengevo delicato, e li negri le chiamano unias, e
le adoperano insieme con il sopradetto pepe quando mangiano pesce, del qual
cibo sono oltra modo avidi.  devedato ancora dal sopradetto re il sapone fatto
di cenere e olio di palma, qual fa effetto grande di far bianche le mani e li
panni di lino, il doppio pi che non fa il sapon commune.


Perch i padri e le madri di questi negri portino a vendere i proprii
figliuoli,
e ci che tolgono in contracambio; e come questi schiavi si conducono all'isola
di San Iacobo,
dove si vendono accompagnati, cio tanti maschi quante femine. Della costa
detta Mina,
e per che causa il re catolico vi ha fabricato un castello.

Tutta questa costa fino al regno di Manicongo  divisa in due parti, le quali
si affittano ogni 4 o 5 anni a chi pi offerisce, cio il poter andar a
contrattar a quelle marine e porti. E si chiamano quelli che togliono questo
carico arrendadori, come saria appresso voi dir appaltadori, e altri che i lor
commessi non si possono accostar e dismontar sopra dette marine, n vender n
comprar. Dove vengono infinite carovane de negri, che portano oro e conducono
schiavi per vender, parte da chi gli ha presi in guerra, e parte il padre e la
madre menano a vendere li proprii figliuoli, alli quali par di far il maggior
beneficio del mondo a mandarli con questo mezzo di vendita ad abitar in altri
paesi abbondanti di vivere. Vengono condotti tutti nudi come nacquero, s
maschi come femine, non altrimente che se fossero un gregge di pecore; e
prendono all'incontro paternostri di vedro di diversi colori, e lavori fatti di
rame e lattone, tele gottonine di diversi colori e altre simil cose, quali
portano per tutta la Etiopia. E questi arrendadori conducono poi questi schiavi
all'isola di San Iacobo, dove di continuo capitano navi con mercadanti di
diversi e paesi e province, e massime delle Indie trovate per Spagnuoli, che li
comprano, dandoli similmente ancor loro simil merci; e vogliono sempre aver
quanti sono li maschi altretante femine, perch chi li compra poi da costoro
gli accompagnano, che altrimente faccendo non averiano mai buon servizio. E nel
condur per mare gli separano dalle femine, faccendo star li maschi sotto
coverta e le femine di sopra, non lassando quando danno da mangiar alli maschi
che le possino vedere, perch non attenderiano se non a guardarle.
E a proposito di questi negri, el detto nostro re ha fabbricato un castello
sopra detta costa, detto la Mina, gradi 6 sopra l'equinoziale, dove non lascia
andar se non li suoi fattori. In questo luoco vi concorre similmente gran
numero di negri, con grani d'oro che truovano in li fiumi e fra la rena, e
contrattano con li prefati fattori, prendendo da loro diverse cose, e massime
paternostri fatti di vedro, e di un'altra sorte di paternostri fatti di una
pietra azzurra, non dico lapislazuli, ma di altra minera, li quali il nostro re
fa venir del regno di Manicongo, dove nasce detta pietra. E sono fatti detti
paternostri a modo di cannellette sottili, e gli chiamano corili, e per tal
sorte danno assai oro, per esser grandemente esistimati da tutti li negri,
quali li mettono al fuoco per veder che non siano falsificati, perch pur ne
vengono condotti fatti di vedro, che sono molto simili e non stanno al cimento
del fuoco.


Del fiume detto il rio Grande, anticamente chiamato Nigir;
di una montagna grandissima, detta Serra Liona.

Anticamente gi pi di 90 anni, quando fu discoperta questa costa, li
mercadanti con loro navilii entravan dentro fra terra della Etiopia su per
fiumi grandissimi, dove trovavano infiniti popoli e con loro contrattavano. Ma
alli tempi nostri per li nostri re  sta' devedato che alcun possi aver questo
commerzio, se non li arrendadori che hanno questo carico, delli quali me ha
parso scriverne a vostra Signoria alquanto longamente per sua informazione.
Ma tornando al viaggio nostro di San Tom, partiti dall'isola di San Iacobo si
va per sirocco alla volta del rio Grande, sopra l'Etiopia gradi XI verso il
nostro polo, qual rio over fiume si tien certo che sia quello che dalli antichi
fu chiamato Nigir, e ch'el sia un ramo del Nilo che corre verso ponente,
percioch in detto fiume vi si trovan cocodrilli, cavalli marini, li denti
delli quali al presente li negri hanno in gran prezio, per portarne anelli
fatti di quelli, i quali dicono preservarli da certa malattia; cresce in li
medesimi giorni che cresce il Nilo. E navigando oltra questo rio drieto la
costa, veggono una montagna altissima, detta Serra Liona, la cima della quale 
sempre occupata e circondata da una nebbia foltissima, che causa tuoni e saette
di continuo: e si sente questo rumor causato in la sommit di detta montagna
per 40 e 50 miglia in mare; n mai si disparte detta nebbia, ancor che 'l sole
sia ardentissimo e vi passi perpendicular disopra. Queste nostre navi si
tengono sempre a vista della costa, ma lontane da terra, osservando la
declinazion del sole, navigando tanto per sirocco che abbin fatto 80 leghe, che
si trovan in gradi 4 sopra la linea dell'equinoziale, dove subito si voltano
verso levante alla quarta di sirocco, avendo sempre a man manca la costa
dell'Etiopia: e questo fin che giunghino all'isola di San Tom, sopra la qual
vi corre detta linea. E se non veggon terra, tanto vanno drieto detta linea che
vi arrivino: e hanno fatto dalli primi sopra detti quattro gradi per levante
fino a detta isola leghe 460.


Come al gionger del rio Grande si cominciano a veder quattro lucidissime stelle
in forma di croce, le quali chiamano il Crusero; e come nell'isola di San Tom
si ha visto alle volte, dopo piovuto, la luna di notte far l'apparenzia della
iris, come fa il sole di giorno.

In questo parizzo che  fra il tropico e la detta linea non hanno mai fortuna,
perch ordinariamente fra li tropici non si sente fortuna. In molte parti di
questa costa de Etiopia, per 20 miglia appresso terra vi sono da 50 braccia di
fondi; poi, allontanandosi pi, vi  mar grande e profondo. Noi pilotti
portoghesi abbiamo un libro ordinario, dove notiamo a giorno per giorno il
viaggio e cammino che facciamo, e per qual vento, e in quanti gradi di
declinazion  il sole. E per andar a detta isola, come ci troviamo alli gradi 4
sopradetti dell'equinoziale, ne servono questi venti, cio garbino, ostro e
ponente. Come giungemo al rio dell'Oro detto di sopra, che  diritto sotto il
tropico del Cancro, cominciamo a veder quattro stelle di mirabil grandezza e
lucidit poste in forma d'una croce, quali sono gradi 30 lontane dal polo
antartico, e le chiamiamo il Crusero. E sotto il detto tropico le vedemo molto
basse, e drizziamo uno instrumento detto la balestra ad una delle dette quattro
stelle, che  il piede del Crusero, e come la si trova al mezzod, sapemo esser
per mezzo del polo antartico. E come siamo in l'isola di San Tom, vedemo dette
stelle molto alte. Si ha veduto qualche anno, dapoi piovuto, la luna di notte
far quella apparenzia della iris, la qual si chiama l'arco, s come fa il sole
il giorno: ma li colori che fa la luna sono come nebbie bianche.
Del crescere e descrescere del mare dico che, partiti dal stretto di
Gibralterra drieto la costa dell'Africa fino al tropico di Cancro, non si vede
quasi sensibil crescimento di mare; ma passato il tropico, come si giunge al
rio Grande, che abbiam detto chiamarsi Nigir, ch' XI gradi sopra
l'equinoziale, si vede un poco di crescer all'insuso del detto fiume, e la
marea  simile in quel luoco a quella di Portogallo. Ma come il sole passa di
sopra perpendiculare, piove tanto fra terra nella Etiopia che detto fiume
s'ingrossa e fassi torbido, al medemo tempo che 'l Nilo cresce; e le acque del
detto fiume, rosse e torbide, si cognoscono per quaranta miglia lontano in
mare. Nell'isola di San Tom, la marea non si fa pi grande di quello che si
vede in la citt di Venezia, di due braccia e manco.


Descrizione dell'isola di S. Tom, oggid abitata da molti mercatanti.
Dell'isola detta il Principe, dell'isola Anobon, e della citt chiamata
Povoasan.

L'isola di San Tom, che gi ottanta e pi anni fu discoperta dalli capitani
del nostro re, essendo stata incognita alli antichi,  di forma circulare e per
il suo diametro  larga miglia sessanta italiane, cio un grado; ed  posta
sotto la linea dell'equinoziale, e il suo orizonte passa per li duoi poli
artico e antartico. Ha sempre il giorno equale con la notte, n mai si vede una
minima differenzia, ancor che 'l sole sia in Cancro o in Capricorno. La stella
del polo artico  invisibile, ma li Guardiani si veggono un poco girare, e le
stelle dette il Crusero si veggono molto alte.
Ha questa isola dalla banda di levante una isoletta chiamata il Principe,
lontana 120 miglia, qual  abitata e coltivata al presente, e la intrata che si
cava de' zuccari  del figliuol maggiore del re nostro: e per si chiama del
Principe. Dalla parte verso ponente garbin, ha un'altra isoletta disabitata
detta Anobon, qual  tutta sassosa; vi  gran pescheria, e quelli che abitano
in San Tom vi vanno di continuo a pescare.  lontana quaranta leghe in duoi
gradi di sotto la linea verso il polo antartico; vi si trovano infiniti
cocodrilli e biscie venenose.
Questa isola di San Tom, quando fu scoperta, era tutta un bosco foltissimo con
li arbori diritti e verdi che andavano fino al cielo, di diverse sorti ma
sterili, quali avevano le rame non come qui da noi, che parte si slargano per
traverso e parte vanno diritte, ma questi le mandano tutte diritte all'ins. Da
alcuni anni in qua, avendone disboscata una gran parte, vi hanno fabricato una
citt principale, qual chiamano Povoasan, dove  un buon porto, e guarda verso
greco levante. Le case sono fatte tutte di legname, coperte con tavole. Hanno
il suo episcopo, qual al presente  di Villa di Condi, ordinato per il sommo
pontefice ad instanzia del nostro re, con il correggidor che ha cura
dell'amministrazion della iustizia. E vi ponno esser da 600 in 700 fuoghi: vi
abitano molti mercatanti portoghesi, castigliani, francesi, genovesi; e di
cadauna nazione che vi voglia venir ad abitar, lo accettano volentieri, e tutti
hanno moglie e figliuoli. E sono quelli che nascono in detta isola bianchi come
noi, ma alle volte accade che detti mercatanti, morendoli le mogli bianche, ne
prendono delle negre: nel che non vi fanno troppo difficult, essendovi
abitatori negri di grande intelletto e ricchi, che allevano le loro figliuole
al modo nostro nelli costumi e nel vestire. E quelli che nascono di queste tal
negre sono berrettini, e vengono chiamati mulati.


Come gli abitanti di questa isola spacciano li zuccheri, che robe portino le
navi che vengono a levarli; della bont di quella terra; il modo di piantar le
canne di zucchero, e come da esse lo traggono. Per che causa la carne di porco
in questo luoco sia sana e di facil digestione.

Il principal fondamento degli abitanti  il far zuccheri e quelli vender alle
navi che vengono ogni anno a levarlo, le quali portano farine in botte e vini
di Spagna, olio, formaggi, corami per scarpe, spade, coppe di vedro,
paternostri e alcune sorte de conchiglie, che in Italia chiamano porcellette,
piccoline, bianche, e noi chiamiamo buzios, che si adoperano in la Etiopia per
moneta. E se non fussero queste tal navi che conducono queste vettovaglie, li
mercatanti bianchi moreriano, perch non sono usi a mangiar li cibi che
mangiano li negri. E per cadaun abitante compra delli schiavi negri con le sue
negre di Guinea, Benin, Manicongo, e quelli accompagnati mettono a lavorar la
terra, per piantarvi e far zuccheri. E vi sono uomini ricchi che hanno 150, 200
e fin 300 fra negri e negre, li quali hanno questa obligazione, di lavorar
tutta la settimana per il patron, eccetto il sabbato, che lavorano per causa
del vivere. E in questi tali giorni si seminano il miglio zaburo, che abbiam
detto di sopra, e le radici di igname e molte erbe domestiche, cio lattughe,
cavoli, ravani, biete, pretresemoli: le qual seminate, crescono in pochi giorni
e vengono in tutta bont, ma la semenza che fanno non val niente per seminare.
La terra  di color rossa e gialla, grossa, cio come creta salda, e per la
gran rugiada che ogni notte continuamente cade, non si risolve troppo in
polvere, ma  come una cera molle, e per questo produce ci che vi si pianta.
Della bont di detta terra si vede questa esperienza, che se li negri
intermettono qualche poco di tempo di coltivar una pianura, immediate vi
nascono arbori e crescono in pochi giorni tanto grandi come qui da noi in molti
mesi, ed  forza che li tagliano e poi abbrucino. E in questo luoco dove sian
stati tagliati e abbruciati arbori,  buono di piantarvi le canne di zucchero,
quali stanno da cinque mesi a maturarsi in questo modo: le canne che sono state
piantate il mese di gennaro, le tagliano al principio di giugno; quelle di
febraro al principio di luglio sono mature, e cos in tutti li mesi le piantano
e tagliano. N vi fa male alcuno il passarvi del sole perpendicular nel mese di
marzo e settembre, perch a quel tempo vi regnano pioggie continue con aeri
nubilosi e foschi, che sono molto a proposito delle dette canne. Fa questa
isola da centocinquantamila e pi arrobe di zuccheri, e ogni arroba  libbre 31
delle nostre alla grossa: questo conto si trazze dalla decima che si paga al re
nostro, della quale per l'ordinario si cava da XII in quattordicimila arrobe, e
infiniti sono quelli che non la pagano integra. Vi sono da 60 ingegni
fabbricati, ove corre l'acqua, con la quale macinano la canna e la struccano, e
il succo buttano in caldiere grandissime; dapoi bollito, buttano in le forme
pani di zucchero di quindeci e venti libbre, e con la cenere lo purgano, che
appresso di voi vi adoperano la creda tamisata. In molti luochi dell'isola che
non vi  acqua, fanno far questo uficio alli negri con le braccia, e anco con
cavalli. La canna struccata buttano a' porci, che infiniti ne tengono, quali,
non mangiando altro che le dette canne, se ingrassano oltra misura: ed  la
loro carne cos delicata e sana che la si padisce meglio di quella di gallina,
e per questo sempre ne sogliono dare alli ammalati.


Come li zuccheri in questa isola non sono troppo duri n troppo bianchi, e come
gli asciugono.

Hanno condotti molti maestri dell'isola di Madera per far li zuccheri pi
bianchi e pi duri, e con ogni diligenzia che vi si usi non li possono fare. La
causa dicono essere prima la terra grassissima, e tanto morbida che 'l zucchero
sente di quella morbidezza, come appresso noi il vino nato in terra grassa
sente di quel sapore. La seconda  l'aere ch' sopra di detta isola, qual non
asciuga li zuccheri cavati dalle forme, percioch il sole, sia dove si vole,
non  caldo e secco come qui da noi in Villa di Condi, ma sopra detta isola 
caldo e umido: e cos  sempre, eccetto il mese di giugno, luglio e agosto, che
li venti che vengono dalla parte della Etiopia sono asciutti e freschi. Ma n
anche questi sono bastanti per asciugarlo, e per li lavoratori di zucchero
hanno pensato un modo per asciugarlo, qual  questo. Fanno un coperto alto di
tavole, come qui da noi una tezza di villa, tutto serrato diligentemente di
sopra e dalle bande, senza finestre, con la porta sola; e in quello vi fanno
poi un palco alto da terra sei piedi, con travi lontani un dall'altro 4 piedi,
e sopra quelli vanno distendendo tavole, nelle quali vi collocano li pani di
zucchero. Sotto veramente detto palco vi mettono alcuni pezzi di arbori grossi
secchi, quali affocati non fanno fiamma n fummo, ma si vanno consumando a modo
di carboni: e in questo modo asciugano li zuccheri come in una stufa, li quali
tengono in luochi tutti serrati con tavole, che non vi entra punto l'aere. E
come vengono le navi subito gli vendono, perch se li volessero tenir due anni
o tre, se liquefariano.


Come a' mercadanti che vengono ad abitar in questa isola  assegnato per il
fattor del re,
per via di comperar per buon mercato, tanto terreno quanto possono far
coltivare.
E come l'igname radice  fondamento del viver de' mori.

Di questa isola non sono ancora li duoi terzi disboscadi, over ridotti a
cultura di zuccheri; ma come vi viene ad abitar alcun mercatante di Spagna, di
Portogallo, over di cadauna altra nazione, per il fattor del re li  assignato,
per via di compreda per buon mercato, tanto terreno quanto li pare che l'abbi
modo di poter far coltivare. Costui subito compra tanti negri con le sue negre
e quelli mette a lavorar il terreno, cio a disboscarlo e dapoi abbruciarlo per
piantarvi la canna de' zuccheri. N il patron d cosa alcuna a detti negri, ma,
come  detto disopra, loro lavorano tutta la settimana per il patron e il
sabbato solo per guadagnarsi il viver loro. N il patron ha fastidio di darli
vestimenti overo da mangiare, n di fabricarli coperto, perch loro da se
stessi si fanno tutte queste cose; oltra un poco di gottonina over stuora di
palme, che abbino da coprirsi le parti vergognose, di tutto il resto vanno
nudi, cos donne come uomini. Mangiano quel seme che abbiam detto disopra che 
come cece bianco, e fatto in farina ne fan pane over focaccie cotte sotto le
ceneri. La radice dell'igname  gran fondamento del suo vivere; beono acqua
over vino di palme, che ne hanno in abbondanza, e latte di qualche pecora e
capra.


In che modo facciano le sue case i mori, che abitano dove sono boschi,
per causa di lavorar i zuccheri.

In questa isola, come non trazze vento, vi regnano molti moscioni, che sono
molto pi grandi delli nostri e pi fastidiosi, e sopra tutto a quelli che
abitano dove sono boschi e foltezza di arbori, come  necessario che sia dove
si lavorino zuccheri, per le legne che tutto il giorno adoperano nel cuocerli.
E per questa causa li negri fanno le sue case in questo modo: piantano quattro
legni in quadro, delli pi alti che possono trovare, e alla sommit di questi
fanno un palco con legni legati da una banda e dall'altra, e disopra e dalli
ladi lo coprono con certa erba a modo di paglia grossa; e dipoi con una scala
di mano lunga molti scalini, che sta quasi diritta, vi montano la notte a
dormire, e le negre portano i suoi figliuolini molto facilmente; in questa
maniera par che si difendino da' detti moscioni. In la citt di Povoasan non
danno tanta molestia agli abitanti, per non vi esser boschi vicini. Alcuni anni
nascono formiche piccoline negre, in tanta moltitudine che mangiano e rodano
tutto ci che trovano, n si pu difendere li zuccheri fatti in pani; ma come
piove par che fugghino e si disperdino. Vi fanno anco gran danni li sorzi.


Della radice batata overo igname, e di quante sorti ne siano;
del modo di piantarle e di conoscer quando sono mature.

La radice che appresso gl'Indiani della isola Spagnuola vien chiamata batata,
li negri di S. Tom chiamano igname, e la piantano come cosa principale del suo
vivere. Ha il color negro, cio la scorza di fuori, ma dentro  bianca, ed  di
forma grande come una gran rapo con molti branchi; ha il gusto della castagna,
ma molto migliore e molto pi tenera. Le mangiano arrostite sotto la cenere e
anco lesse: danno gran sustanzia e saziano come pane. Non hanno qualit alcuna,
cio n fredde n calde; sono di facile digestione e per tanto riputate sane.
Di queste radici ne sono di diverse spezie, cio igname cicorero, qual per le
navi che vengono a San Tom a cargar zucchero per conto di vettovaglia se ne
porta gran quantit per mare, e dura fresco per molti mesi, e passa un anno che
non si guasta; ne sono tre altre sorti di detto igname, cio di Benim, di
Manicongo e il terzo giallo, ma non durano tanto tempo. Quel di Benim  pi
delicato al gusto che alcun delli sopradetti. Li negri ne piantano assai,
percioch le navi ne levano assai, e il modo del piantar  questo: tagliano
queste radici in sonde e sopra cadauna vi lasciano un poco di scorza negra, e
quella sonda piantano dove hanno coltivata la terra con le zappe, cio levatoli
via l'erba, e appresso vi piantano un legno lungo, imperoch, come l'igname
nasce, si va ravolgendo a torno detti legni a modo de' lupuli. Produce una
foglia simile del color e lustrezza a quella del citrone, ma minore e pi
sottile. Sta cinque mesi a maturarsi, e quando  da cavare lo cognoscono a
questo, che guardano alli legni intorno delli quali sono le foglie dell'igname,
che sian tutte secche; e se non fussero li legni per segnale, per la foltezza
dell'erba che vi  nasciuta intorno, non lo saperian trovare; ma vedendo i
legni cavano intorno, e trovano che una radice ha fatto quattro e cinque
figliuoli, cio radici grandi, e cavate le ripongono in un monte, e distese poi
al sole e al vento per alcuni giorni si fanno mature e di sasone.


Cosa maravigliosa d'un monte grandissimo che  quasi nel mezzo di questa isola,
la cui sommit va molto in alto.

In questa isola  un monte grandissimo quasi nel mezzo, qual va con la sua
sommit molte miglia in alto, tutto vestito d'alberi altissimi e verdissimi e
tutti diritti, e sono tanto spessi e tanto folti, e il cammino ratto, che con
estrema difficolt vi si pu montare. In la sommit di questo monte, intorno e
dentro di quella foltezza d'arbori, vi si vede di continuo come una nebbia, e
sia il sole sopra la linea o vero in li tropici, in cadaun tempo del giorno vi
sta quella nebbia, che d e notte non si parte, non altramente che noi vediamo
sopra le cime d'altissimi monti le continue nevi. Questa nebbia si risolve di
continuo in acqua sopra le foglie e frondi di detti arbori, in tanta quantit
che da cadaun lato del monte discendono rivi d'acqua, alcuni pi grossi, alcuni
minori, secondo che l'acqua piglia il corso pi da una banda che dall'altra: e
con dette acque li negri adacquano li campi ove sono le canne de' zuccheri.
Ancora in tutta l'isola vi sono molte fontane di acqua viva, che adoperano a
questo effetto. Pur in la citt di Povoasan vi corre per mezzo un fiumicello
d'acqua chiarissima, molto largo ma basso, della qual acqua ne danno bere agli
ammalati, per esser leggerissima da padire.  ferma opinion degli abitanti che,
se non fusse la eccellenza e bont dell'acqua di questo fiumicello e di molte
altre fontane, detta isola non si potria abitare.


Degli arbori e della utilit della palma che fa il frutto cocos.

Gli arbori che nascono in questa isola, la maggior parte sono salvatichi e non
fanno frutto alcuno, e tutti generalmente, come si tagliano, si trovano busi
nella midolla e vacui: e gli abitanti pensano che questo avenghi per causa
della grande umidit ch' in detta isola. Gli abitanti venuti di Spagna vi
hanno voluto portar olivi, persichi, mandorle, e piantati sono venuti belli e
grandi, ma sterili e senza frutto: e questo accade a tutti gli arbori che fan
frutti che abbino l'osso. Vi hanno condotto dalla costa dell'Etiopia l'albero
della palma, che fa il frutto che loro chiamano cocos, e qui in Italia chiamano
noci d'India, la mandorla del qual frutto, quando  fresco,  molto delicato da
mangiare; e di quell'acqua ch' nel mezzo della noce ne fanno molte cose, per
esser suavissima al gusto. A questo arbore, faccendoli una sfenditura, vi
appiccano una zucca, dove stilla un liquor bianco e chiaro, e il primo d fa
vino delicato, poi diventa garbo, e in fine d'alcuni giorni diventa aceto. Vi
hanno cominciato a piantar quella erba che diventa in un anno cos grande che
par arbore, e fa quelli raspi a modo di fichi che in Alessandria di Egitto,
come ho inteso, chiamano muse; in detta isola la domandano abellana.


La causa che le stagioni di questa isola sono differenti dalle nostre,
e quai tempi siano nocevoli ai negri e quali agli uomini bianchi.

Le stagion di tempi in questa isola sono molto differenti da quelle che abbiam
noi, e questo causa il sole, che vi passa due volte l'anno perpendicular sopra,
cio il marzo e il settembre: nelli quali tempi si vede quel che opera il sole
di continuo dove va, che  tirar vapori a s del mare e risolvergli in pioggia,
perch in questi tempi che 'l sol v' perpendiculare, di continuo si vede l'aer
fosco e nubiloso e piover grandemente, e come il sol si allontana cos i giorni
diventano pi chiari e sereni. E per questo gli abitanti reputano il marzo e
settembre come duoi inverni, per le acque e pioggie e giorni nubilosi. Alcuni
mesi veramente chiamano mesi di vento, e questi sono il maggio, giugno, luglio
e agosto, che 'l sol si trova in li segni settentrionali: e allora tirano li
venti d'ostro, sirocco e garbin, che sono li venti proprii e peculiari di detta
isola, perch greco, tramontana e maestro non si sentono, avendo tutta la parte
dell'Africa che la copre e non li lascia sentir, e anco il corpo del sole non
li lascia penetrar. Ma, come  detto, quando nei detti mesi tirano li detti
venti, quali si sentono freschi, alli negri che abitano in detta isola, andando
nudi, questo tal fresco  molto contrario alla loro complessione, che sono
secchi come legni e senza carne; e ogni poco di fresco gli trapassa, e molti di
loro si ammalano e muoiono. Ma alli abitanti che sono bianchi e venuti di
Spagna e a' suoi figliuoli, che hanno diversa complessione delli negri, questo
 il pi temperato tempo che abbiano in tutto l'anno, e si sentono molto bene.
Hanno poi alcuni mesi che chiamano mesi del caldo, cio decembre, gennaro e
febraro, perch a quel tempo, essendo il sole nel tropico di Capricorno, non
lassa tirar li venti peculiari e alle fiate, come non vi  vento, vi fa caldo
inestimabile per causa de' vapori che di continuo si veggon levarsi. A questo
tempo del caldo, cos come li negri si sentono gagliardi e allegri e fanno
tutte le loro faccende, non avendo tempo pi salubre per loro, cos
all'incontro gli abitanti bianchi si sentono molto travagliati e battuti in
tutta la persona, e ancor che non abbino febre, hanno una certa ansiet in
tutto il corpo, che non ponno camminare. E molti vanno senza veste con il
giupon solo, e con una mazza in mano per sostentarsi; perdono l'appetito del
mangiare e non vorrian far altro che bere, e per predominar il sangue in le
complession loro, sempre a quel tempo si fanno salassar dal fronte e dalle
braccia: e questo trazzer di sangue  peculiar rimedio di tutti gli abitanti in
detta isola, cos bianchi come negri.


Costume nella citt di Povoasan al tempo del caldo,
e come in detta isola regna il mal francese, e come lo curano.

Nella citt di Povoasan hanno un costume ordinario nel tempo che dura questo
aere fosco senza vento, che  di pochi giorni, nel qual sentono il caldo oltra
modo grandissimo e umido, che li par esser in una caldaia de acqua bogliente:
che si reducono quattro over cinque famiglie vicine a mangiar insieme in alcune
camere terrene grandi, con le lor donne e figliuoli, e cadaun porta quel che ha
preparato a casa, qual posto sopra una tavola lunga, par che cadaun pigli pi
volontieri delli cibi de' vicini che delli preparati in casa sua, tanto si
sentono fiacchi e distallentati; e con varii ragionamenti passano quelli pochi
giorni affannosi, n possono andar a far faccenda alcuna fuor di casa. Ed 
tanto il caldo che li rende la terra, che portano le suole delle scarpe doppie
di corame, e appresso un par di zoccoli grossi con suro dentro.
Li bianchi abitanti in Povoasan per l'ordinario tutto l'anno, quasi ogni otto
over dieci giorni par che abbino un parosismo di febre, cio prima freddo e poi
caldo, e in due ore il tutto passa, secondo la complession degli uomini: e
questo tal accidente accade a quelli che abitano ivi di continuo, quali si
salassano tre over quattro volte all'anno. Ma alli forestieri che vi vengono
con navi la prima febre che li vien  mortalissima, e li suol durar per vinti
giorni: e si salassano senza tener conto di onze, cavandoli dalla vena del
braccio quasi un boccal di sangue, e come sono sta' salassati li fanno una
soppa di pane in acqua, sale e un poco d'olio. E se 'l passa il settimo giorno,
aspettano anco il 14 e poi lo tengono salvo, se 'l non fa qualche gran
disordine; e secondo che li va sminuendo la febbre, cos li vanno accrescendo
il mangiar con carne di pollo, e in fine della febbre li danno carne di porco.
In questa isola vi regna molto il mal francese e similmente la rogna, delli
quali mali li negri non ne fanno conto; e alcune femine negre, con un poco di
lume di rocca e solimato, fanno uno empiastro e lo levano via, e anco con
l'acqua di certe radici che danno a bere.


In che tempo dell'anno i negri si sogliano ammalar di febbre, e il rimedio di
cavarle.

Nel tempo che ho detto che tira il vento di ostro, che  del mese di giugno,
qual  fresco, li negri si sogliono ammalar di febbre; e subito, il giorno che
sentono manco febbre, si pongono ventose sopra le tempie e anche sopra la
fronte, tagliate con un rasoio, e con questo rimedio guariscono. E alcune volte
si salassano sopra le spalle; e la sua dieta  molto tenue, cio un poco di
pane di quel suo miglio con olio di Spagna, e alcune erbe che loro hanno
peculiari. In detta isola non si ricorda che vi sia stata pestilenzia, come in
le isole di Capo Verde, dove vien detto che una fiata vi fu grandissima, che 'l
sangue gli affogava il core. Agli uomini bianchi vengono febbri ardenti e
flussi, per il gran bever che fanno senza mangiar in tempo che non tira vento,
e pochi sono quelli che, abitando in questa isola, passino 50 anni, e par gran
cosa a vedere un uomo bianco con barba bianca; ma li negri arrivano a 110 anni,
per esser il clima appropriato alla complession loro. Per cinque fiate che sono
stato con le navi in detta isola, cominciando del 1520, affermo aver parlato
con un negro detto Giovan Menino, uomo molto vecchio, qual diceva esser stato
menato con li primi dalla costa d'Africa in detta isola, quando la fu abitata
per ordine del re nostro: e questo negro era ricchissimo, e avea figliuoli e
nepoti, e figliuoli di nepoti maridati che avevano figliuoli. Li abitanti in
detta isola hanno infiniti pulici, e li negri hanno pidocchi e li bianchi non
ne hanno; n si trova in le lettiere dove si dorme che mai vi naschino cimici.


La causa perch in questa isola i formenti non vengano a perfezione, e
similmente le viti;
de' frutti che vi nascono, degli uccelli, e diverse sorti de pesci.

Il formento, avendolo provato a seminar molte volte e in diversi tempi
dell'anno, par che non possi venir a perfezione, cio che non fa la spiga
piena, ma cresce tutto in l'erba, alto, senza far che in la spiga vi sia gran
alcuno. Quelli che stanno su l'isola, avendolo seminato in diversi mesi, mai ha
fatto frutto, e avendovi considerato sopra con diligenzia, dicono che per causa
della grassezza della terra il frutto va in erba. Il simile intravien alle viti
che sono piantate in le case di San Tom, perch per l'isola non ve le pongono,
che saria cosa vana, ma in le corti delli abitanti se ne fanno come alcune
pergole. Queste viti fanno li graspi a questo modo, che alcuni grani sono
maturi, altri come agresta e altri fiori, e fanno due volte l'anno, cio
zennaro e febbraro, e agosto e settembre. Cos li fichi fanno due volte l'anno
alli detti tempi, e sono delicatissimi. Li melloni vi vengono una volta l'anno,
cio zugno, luglio e agosto, e le zucche vi sono d'ogni tempo. Vi  una
infinit di granchi grandi, simili alli marini, che vanno per tutta l'isola, e
quelli che nascono sopra li monti sono migliori che quelli del piano; pur tutti
si mangiano. Di uccelli, perdici, tordi, stornelli, merli, passari verdi che
cantano vi sono infiniti, cos pappagalli berrettini. Di ogni sorte pesce si
piglia, ma sopra tutti ad alcuni tempi le chieppe sono delicatissime nel mese
di giugno e luglio. Fra questa isola e la costa d'Africa vi si veggono tanta
quantit di balene grandi e piccole che  cosa maravigliosa a dire.
Questo  quanto io ho trovato della detta isola, essendovi stato cinque fiate,
come ho detto, con le navi a caricar zuccheri; e se la Signoria vostra non
restar satisfatta di questa mia mal composta e confusa informazione, ne dia
colpa a l'esser io uomo di mare e non pratico di scrivere. E a lei mi
raccomando e bacio le mani.


Navigazioni portoghesi verso le Indie orientali



Discorso sopra alcune lettere e navigazioni fatte per li capitani dell'armate
delli serenissimi re di Portogallo verso le Indie orientali.


Una delle pi mirabili e gran cose che l'et nostra abbia veduto,  stato il
discoprir di tanti e cos varii paesi di questo globo della terra, che mai per
lo adrieto gli antichi nostri avean saputo. E lassando stare da parte quello
che li Castigliani hanno trovato verso ponente, li serenissimi re di Portogallo
ne han fatto discoprire molte nel mare Oceano, cos verso il vento di gherbin,
che al presente chiamano la terra di Bresil, qual  continente congiunto con le
Indie occidentali del regno di Castiglia, come verso levante, e altre parti e
isole verso il polo antartico. Delli quali discoprimenti non si trovando alcuna
scrittura over memoria, nella qual l'uomo possa leggere il principio per
ordine, come le navi di prefati re passassero il Capo di Buona Speranza verso
il polo antartico, e quindi voltate verso levante scorressino tutta la costa
dell'Etiopia, Arabia, Sino Persico, e finalmente giungessino nelle Indie
orientali, ov' la citt di Calicut, dubitando che, con la lunghezza di tempo,
la memoria di cos grande e notabil impresa si potesse perdere, ho pensato
esser laudevol cosa il raccogliere e metter insieme (meglio che si  potuto)
alcune lettere di viaggi scritti per diversi sopra questa materia, nelle quali,
ancor che vi siano alcune scritte per marinari e persone grosse, che per
infinite repliche che fanno inducono tedio, nondimeno a quelli che si dilettano
di leggerle daranno pur qualche cognizione di detti discoprimenti. E quando a
qualche gentil spirito nell'avenire venisse voglia di scriver questa istoria
ordinatamente, potria servirsi in qualche parte di queste tal scritture, ancor
che siano rozze e inordinate.
E se alli prefati serenissimi re il nostro Signor Iddio avesse inspirato nel
cuore che, secondo che li suoi capitani di tempo in tempo scoprivano qualche
parte di continente, over isola non pi conosciuta, cos avessero fatto
descriver particularmente ci che vi trovavano, con le sue altezze e
longitudini, per memoria eterna alli posteri del loro glorioso nome, si averia
al presente una maravIgliosa istoria, la qual, per le rare e inaudite cose che
in quella si raccontarebbono, daria infinito piacere a chi la leggesse. Ma per
quello che si sa fin al presente, non si vede che alcun l'abbi scritta. E tutto
quello che 'l signor Damian di Goes, gentiluomo portoghese, ha scritto
dell'impresa del Diu,  una minima particella rispetto a quello che l'uomo
desidereria di leggere di cos grandi e infiniti paesi, discoperti per diversi
capitani in diversi tempi, li quali, per non esserne memoria, restano in eterna
oblivione, non altramente che erano per il passato.
E che bisogna dire? Non si vede che fino a' nostri giorni per mancamento di
memoria la met del mondo verso ponente, detta l'Indie occidentali, tanto
abitata e piena di genti, era incognita (ancor che Platon dica che gli antichi
Egizii ne avean cognizione), se 'l nostro Signor Ies Cristo non l'avesse fatta
scoprire, per esaltare in quella il suo santissimo nome? E non sono passati
molti anni che 'l signor Tristan di CugNa, andando vice re per li serenissimi
re di Portogallo nell'Indie orientali, come fu per mezzo il Capo di Buona
Speranza, in gradi 35 verso l'antartico, dalla fortuna menato verso ponente 440
leghe, scoperse in mezzo il mare una isola molto grande di forma rotonda, che
puol circondar da 50 leghe, e molto maggior dell'isola di S. Tom, con un
buonissimo porto verso levante, lontana dalla linea verso l'antartico gradi 36
e mezzo. E corre verso il nostro polo con il Palmar, o Monte Rotondo della
Etiopia nel regno di Benim, e levante e ponente con il rio Giordan, over Capo
di Arena della terra del Bresil, e per siroco e maestro con il rio di S.
Dominico di detta terra, e per greco e garbin con Capo Negro dell'Etiopia. E
detta isola ha vicine quattro altre isole minori, che corrono levante e
ponente, a filo una con l'altra dalla banda dell'antartico, e oltra di quelle
due altre isole pi vicine verso ponente. E si conosce che la  posta in
bellissimo sito e che vi dee esser ottimo aere, come in Sibillia e Granata, e
nondimeno non si sa se sia abitata n ci che vi si trovi. Ha ancora detta
isola un'altra isola leghe 50 lontana verso sirocco, alla quarta di levante in
gradi 38 e mezzo verso l'antartico, la qual similmente scoperse un altro
capitano di detti serenissimi re, nominato Gonzalo Alvares, della qual non 
notizia alcuna appresso di noi fin ora.
E si potrian numerare infinite altre scoperte per detti capitani, passata la
grandissima isola di San Lorenzo verso levante, fra la linea e il tropico di
Capricorno, che sono senza nome e incognite, e non per altra causa se non per
mancamento di scrittori. Li quali, s come, affaticandosi col suo ingegno che
le cose trovate a' suoi tempi pervenghino alli posteri, meritano somma laude e
commendazione, cos non debbono esser biasimati quelli che per beneficio
commune vanno raccogliendo gli altrui scritti di tal memorie, delle quali (come
le siano) deono contentarsi li lettori, tenendo per fermo che, se fussero pi
ordinate e meglio scritte, pi volentieri e con maggior satisfazione sariano
state date fuori e fatte veder al mondo. Ma  da notare che in questo volume
non si fa menzione delle navigazioni fatte da Amerigo Vespucci fiorentin
all'Indie occidentali per ordine delli re de Castiglia, ma solamente di quelle
due che ei fece di commissione del re di Portogallo.



Navigazione di Vasco di Gama, capitano dell'armata del re di Portogallo,
fatta nell'anno 1497 oltra il Capo di Buona Speranza fino in Calicut, scritta
per un gentiluomo fiorentino che si trov al tornare della detta armata in
Lisbona.


Capo di Bona Speranza, quando fu scoperto; delle citt di Melinde e Calicut.

Li navilii che mand questo serenissimo re di Portogallo furono tre balonieri
nuovi, due di tonelli 90 l'uno e l'altro di 50, e pi una navetta di tonelli
110, carica di vettovaglia: e fra tutti levorono uomini 180, e partironsi di
Lisbona alli 9 di luglio MCCCCXCVII, capitano Vasco di Gama. E ad 10 di luglio
MCCCCXCIX torn il balonier di tonelli 50 in questa citt di Lisbona. Il
capitano Vasco rest a traverso l'isole del Capo Verde con l'altro balonier di
tonelli 90, per porre in terra suo fratello Pagolo di Gama, che veniva ammalato
a morte; e l'altro balonier di tonelli 90 arsono, perch non aveano genti da
poterlo navigare, e la navetta similmente arsono, bench questa non avea a
tornare. Morirono nel ritorno uomini 55 di male che veniva loro nella bocca,
dapoi discendeva a basso nella gola, e similmente veniva loro gran dolore nelle
gambe, nelle ginocchia per a basso.
Hanno discoperto di terra nuova leghe MCCC in circa di l dal discoperto, che
si chiama il Capo di Buona Speranza, che fu discoperto fino al tempo del re don
Giovanni, e di l dal detto capo andarono ben leghe DC costeggiando la costa
tutta, dove erano populazioni de negri. E trovarono un gran fiume e alla bocca
un gran villaggio abitato da negri, che sono come sudditi de' Mori, che stanno
fra terra e fanno guerra a detti negri; nel qual fiume si trova infinito oro,
secondo che mostrarono detti negri, dicendo che se stessero ivi una luna, li
darebbono infinito oro. Il capitano non volle fermarsi, ma and sempre avanti;
e quando fu andato 350 leghe trov una citt grande circondata di mura, abitata
da Mori bigi come Indiani, con bellissime case di pietra e di calcina fabricate
alla moresca. E quivi discesero in terra, e il re moro di quella terra gli
vidde volentieri e dette loro un pilotto per traversare il colfo, qual  in
capo della costa dell'Etiopia: costui parlava italiano. E questa citt si
chiama Melinde e sta posta sopra detta costa, ch' molto grande, tutta abitata
da Mori.
Passarono poi il detto colfo dall'altra banda, che furono leghe 700 di
traverso, e arrivarono ad una gran citt, dove abitano idolatri e una sorte di
cristiani: ella  maggiore di Lisbona e chiamasi Calicut. A mezz'il detto colfo
 uno stretto, com' a dire lo stretto di Romania, nel quale stretto  il mar
Rosso, e dal lato dritto di quello  la casa della Mecca dov' l'arca di
Macometto, e vi sono tre giornate per terra e non pi, la qual casa dalla Mecha
 una citt de' Mori: e mia opinione  che questo sia il colfo d'Arabia, del
quale scrive Plinio. E per tornare alla detta citt di Calicut, abitata dalle
dette generazioni d'Indiani bigi, che non sono negri n bianchi, dicono esservi
chiese, ma che non vi sono sacerdoti, n fanno officii divini n sacrificio;
solamente hanno nella chiesa una pila d'acqua a modo di acqua benedetta, e
altre pile hanno di certo liquore a modo di balsamo, e battezzansi ogni tre
anni una volta in un fiume quivi appresso la citt. Dicono che le case sono di
pietra e di calcina fatte alla moresca, e le strade ordinate e diritte come
nella Italia.


Come il re di Calicut  molto altamente servito; e come qui si trova ogni sorte
di specie, e che danari vi si spendano; e come vi sono drappi di seda d'ogni
sorte.

Il re di detta citt  servito molto altamente, e tiene stato di re con somma
di scudieri, portieri e camerieri, e ha un palazzo bellissimo. Quando il
capitano di detti navili arriv quivi, il re stava fuori della citt, ad un
castello cinque o sei leghe lontano. E subito come intese la nuova de'
cristiani che erano venuti, se ne venne alla citt con circa persone 50, e
dipoi passati tre giorni mand a chiamare il capitano, che stava in nave, il
qual subito fu in terra con 12 uomini: e ben cinquemila persone
l'accompagnarono dalla riva del mare fino al palazzo del re, alla porta del
quale stavano 10 portieri con le mazze fornite d'argento. Poi andarono fin alla
camera dove stava il re a giacere sopr'un letto basso: il piano della camera
intorno al detto letto era tutto coperto di velluto verde, e le mura della
camera tutte coperte di damasco di diversi colori; il letto era coperto di
coltra bianca molto fina, lavorata tutta di filo d'oro, con un padiglione
sopr'il letto molto ricco. E subito il re domand al capitano quello che egli
andava cercando; il capitano gli rispose che 'l costume de' cristiani era,
quando un ambasciadore diceva la sua ambasciata ad un principe, ch'ella era
secreta e non publica. Allora il re mand fuori tutta la gente, e il capitano
gli disse come era gi molto tempo ch'el re di Portogallo avea avuto notizia
della sua grandezza, e come era re e signore di molti paesi; e desiderando
avere sua amicizia, lo mandava a visitare, come era costume fare tra l'uno re e
l'altro. Il re molto benignamente ricevette l'ambasciata, e poi mand a posar
il capitano in casa d'un Moro molto ricco.
In questa citt sono infiniti mercanti mori ricchissimi, e tutto il tratto sta
nelle lor navi; tengono una bellissima moschea nella piazza. Il detto re 
quasi governato del tutto per mano di detti Mori, percioch, o per via di
presenti che loro gli fanno, o per industria, tutto il governo sta nelle lor
mani, perch li cristiani sono gente grossa senza industria. Tutte le sorti di
spezie si trovano nella detta citt di Calicut, cio cannella, pepe, garofani,
gengevo, incenso, lacca infinita; di verzino vi sono boschi. Nientedimanco le
dette spezie non nascono in questo luogo, anzi nascono parte in certa isola
lontana da detta citt cerca leghe centosessanta, la quale  appresso alla
terra ferma dalla banda di detta citt e vi si va in giorni venti per terra, ed
 abitata da Mori e non da cristiani; li Mori sono signori. Nondimeno tutte le
dette spezie si conducono alla detta citt, che qui  la stapola. Nella detta
citt di Calicut, le monete che pi vi si spendono sono saraffi d'oro fino,
moneta del soldano, che pesano due grani o tre manco del ducato, e gli chiamano
saraffini; e similmente vi sono alcuni ducati veneziani e genovesi, e moneta
d'argento piccola, che similmente debbe essere del soldano. Sonvi assai drappi
di seta, velluti d'ogni colore, cetanini vellutati, rasi, damaschini, taffett,
panni lucchesini damaschini a posta, broccati d'oro, ottoni e stagni lavorati:
in conclusione hanno di tutte le cose abbondanzia. E mia opinione  che li
panni e drappi vi siano condotti dal Cairo.

Del gran numero di navi che vanno in Calicut al traffico delle specie, e come
siano fatte, e in che modo stiano quando sono davanti la citt; quello che
vagliano quivi le spezierie.

I Portoghesi stettero nella detta citt di Calicut dalli XIX di maggio fino
alli XXV di agosto, e caricarono alcune poche specie: e in questo tempo viddero
venirvi un numero infinito di navi de' Mori, dico ben millecinquecento, che
vanno a quel traffico delle specie. E la maggior nave non passa botte CC di
portata, e sono di molte sorti, grandi e piccole, e non hanno se non un albero,
n posson andare se non a poppe: alle volte stanno quattro o sei mesi ad
aspettar il tempo, e molte se ne perdono; sono di strana maniera e molto
deboli, e non portano arme n artegliaria. E li navili che vanno all'isole
delle spezie per portarle alla detta citt hanno il fondo molto piano, che
vogliono poca acqua; e alcune navi sono fatte senza alcun ferro, ma confitte
con legno. Tutte le dette navi, quando sono davanti alla detta citt, stanno in
secco nel fango, che ve le mettono quando il mare  alto, a causa di star pi
sicure dal vento e dal mare, per non vi esser buon porto. Il mare cresce e
scema ogni sei ore come di qua, e alle volte si trovano qui entro 500 e 700
navi, che  gran cosa.
La cannella vale in detta citt un peso, che sono cantari cinque di qui, ducati
X in XII il pi alto prezzo, cio saraffi, e nell'isole dove si raccoglie non
vale sei; e cos il pepe e' garofani altrotanto; il gengevo la met manco; la
lacca non vale quasi niente, e ve n' tanta che molti la cargano per savorna
delle navi; il simil  il verzino, che ve ne son i boschi: e non voglion in
pagamento se non oro o argento e coralli. Mercanzie di qua stimano poco, salvo
panno di lino, che credo vi saria buona mercanzia, perch li marinari
vendettero alcune camicie molto bene a baratto di specie, posto che vi siano
tele molto fine e bianche, le quali debbono venire dal Cairo. Vi  la dogana
come di qui, e d'entrata pagano 5 per cento. Gioie hanno portate poche, e non
cosa che vaglia, perch in vero non avevano oro n argento per comprarle, posto
che dicano che vi sono care. E similmente sono le perle, e mia openion  che
sian a buon mercato, ma quelle che i Portogallesi viddero eran in mano di
quelli mercanti mori, che volevano vender l'uno quattro, come sogliono sempre
fare. Pure hanno portat'alcuni balassi e zaffiri, e certi rubinetti e granate.
Dicono ch'il capitano ne porta delle ricche: egli lev li suoi argenti e li
vend per gioie.

Dove vadano per la maggior parte le navi che caricano le specie in Calicut.
Come facciano il lor pane, e dei frutti che vi si trovano.

Le navi che caricano le specie in detta citt di Calicut, la maggior parte
vanno dipoi con dette specie nel sopradetto colfo che passorono i Portoghesi,
ch' molto grande; e passato quello, entrano in quello stretto con altri navili
pi piccoli, cio nel mar Rosso, e vanno per terra alla casa della Mecca, che
sono tre giornate, e dipoi al cammino del Cairo, e passano a pi del monte
Sinai e per lo diserto dell'arena, dove dicono che alle volte con molto vento
si lieva l'arena in alto e ricopre chi vi si trova; e similmente alcune navi
vanno per tutte quelle citt del colfo, e altre verso quel fiume dove trovarono
le popolazioni de' negri quasi soggetti a' Mori. Trovarono nella detta citt di
Calicut malvasie di Candia in barili, che a mio giudicio vi debbon esser
condotte dal Cairo, come fanno l'altre mercanzie.
Sono circa anni 80, per quello che fu referito, che nella detta citt
arrivarono certe navi di uomini con capelli lunghi come Allemani, e le barbe
avevano tra il naso e la bocca e il resto tutto raso, come fanno in
Constantinopoli i cortigiani, che chiamano quelle barbe mostacchi. Erano armati
di corazze coperte, celate e baviere e certe arme inastate, e li navili avevano
bombarde, ma pi curte di quelle che si usan al presente. Hanno dapoi restato
di andarvi, se non ogni due o tre anni una volta, con 20 e 25 navi. Non sanno
dire costoro che genti si siano, n che mercanzia vi portino, salvo che tele di
lino finissime e ottoni; e caricano le navi di specie, le quali sono di quattro
arbori come queste di Spagna. Nientedimanco aspettiamo di saper il tutto per
questo pilotto che dette loro il re moro di Melinde, che parla italiano e viene
nel baloniere del capitano, e lo portano contra sua volont.
Nella citt di Calicut  grano assai, che vi conducono Mori con le lor navi.
Tre quattrini di pane basta ad un uomo un giorno; il pane non fanno con levato,
se non tutte focaccie sotto le braci d per d. Ed evvi riso in gran quantit,
vacche e buoi assai, ma piccoli; fanno latte e butiro, e sonvi melarancie
assai, ma tutte dolci, limoni, citroni, cedri, pomi molto buoni, dattili
freschi e secchi, e similmente molti altri frutti.

Non mangian cosa che patisca morte, e del vivere d'esso re di Calicut.

Il re di detta citt non mangia carne n pesce n alcuna cosa che patisca
morte, n anche li suoi cortigiani e gli uomini di condizione, perch gli 
stato detto ch'el nostro Sig. Ies Cristo dice nella sua legge che chi ammazza
vien ammazzato: e per questo non vogliono mangiar cosa che muoia. Il popolo
mangia pesce e carne, che non si curano niente; non mangiano i buoi, ma gli
tengon in buon conto, che siano animali di benedizione, e quando ne passano per
la strada gli toccano con la mano e poi se la baciano. Il detto re mangia riso,
latte e butiro, pan di grano e molt'altre cose simili, e cos li suoi
cortigiani e alcuni altri uomini di qualit. Fassi egli servire molt'altamente
alla mensa come re, e beve vino di palma con una mesciroba d'argento, e non
s'accosta la mesciroba alla bocca, salvo che tiene la bocca aperta e lassa
cader il vino.
Pesci vi sono della medesima qualit che sono di qua, cio pescietti,
lenguazzi, salmoni e di tutte le sorti che si trovano di qua; e sonvi di molti
pescatori che pescano. Similmente vi sono cavalli come di qua, e molto
s'apprezzano da quei cristiani e da' mori; i cristiani cavalcano sopra gli
elefanti, delli quali ve n' quantit e sono domestichi. Quand'il re va alla
guerra, la maggior parte della gente va a piede e una parte sopra gli elefanti;
e quando va da un luogo all'altro, si fa portar in lettica a collo dai pi
nobili. Li principali animali di quel paese sono gli elefanti, e con quelli
fanno la guerra, ponendo loro adosso certi castelli, dove stanno tre e quattro
uomini a combattere, ed evvi uno che gli guida. Sono alcuni re che ne tengono
150, altri 200, altri pi e altri meno, secondo la grandezza della signoria che
tengono. Quando fanno avarrar le navi, le fanno con la forza di detti animali,
e le fanno correre, che par cosa incredibile e pur  vera.
Tutte quelle genti vanno vestite dalla cintola in gi, la maggior parte di
bambagio, che ve n' quantit, e dalla cintola in su vanno nudi, e li
cortigiani e gli uomini di condizione il simile: nientedimeno vestono di drappi
di seta, panni boccascini, e altri colori, ciascuno secondo la sua qualit; e
similmente le donne, pur quelle degli uomini di condizione, vanno coperte dalla
cintola in su di tele molto bianche e sottili, e le popolane vanno discoperte.
I Mori vanno vestiti a modo loro, con le sue alzube e palascani
Sono da Lisbona a detta citt di Calicut leghe 3800: a ragione di miglia 4 per
lega fanno miglia 15 mila e 200, e altritanti al tornare; ora si pu stimare in
quanto tempo si pu far detto viaggio, che almanco saranno 15 o 16 mesi. I
marinari di l, cio i mori, non navigano con la tramontana, ma con certi
quadranti di legno. E a man dritta, quando traversano il colfo, dicono i loro
pilotti che restano undecimila isole, e chi si mettesse fra loro si perderebbe,
perch vi son di molte basse.

Del Prete Ianni, e dove nascono le spezie e gioie.

Nella detta citt hanno pure qualche notizia del Prete Ianni, ma non molta, per
via delle navi che vanno alla Mecha. Hanno cognoscimento come Gies Cristo
nacque di una vergine senza peccato, e come fu crocifisso e morto da' giudei e
sepolto in Ierusalem; similmente del papa, che sta in Roma; altra notizia non
hanno della nostra fede. Tengono lettere e scrivono in loro linguaggio. Di
mercanzie, vi sono infiniti denti di elefanti e fanvisi ancora di molti gottoni
e zuccari e conserve: e a mio giudicio stimo che sia un paese ricchissimo, e
che altro cos ricco non si possa scoprire. Stimasi che 'l vino abbia ad esser
buona mercanzia per la detta India, perch quelli cristiani lo beono di buona
voglia, e similmente domandavano olio. Nella detta citt si mantiene molta
giustizia, e chi ruba o ammazza o fa altro maleficio subito  impalato al modo
di Turchia; e chi gli vuol fraudare i dretti della terra, perde la mercanzia
tutta. Similmente si trova nella detta citt zibetto, muschio, ambracan,
storace, belzu.
L'isola dove nascono le spezie si chiama Zeilam, ch' da detta citt di
Calicut, come in questa si disse, leghe 160: nella qual isola non nascono se
non gli arbori che fanno la cannella in molta perfezione, e molti zaffiri e
altre gioie. Il pepe e 'l gengevo nasce intorno alla detta citt di Calicut; i
garofani vengono di pi lontani paesi; riobarbaro ve n' assai, e similmente di
tutte l'altre spezie minute. Dicono ancora esservi un colfo alla banda di
tramontana partendosi di Calicut molte miglia lontano, il qual  abitato da
mori, cio dalla banda di qua, e dalla banda di l, che  al mezzod,  abitato
da cristiani indiani bianchi come noi, s alla riva del mare come fra terra: la
qual  molto fruttifera di grano, biade e frutti e carni e vettovaglie assai,
le quali si mandano alla citt di Calicut, perch dove  posta la detta citt 
la maggior parte terra di rena, che non vi nasce grano n biade. Non regnano in
quelle parti se non due venti, ponente e levante, cio il verno ponente e
levante la state. Vi sono dipintori bonissimi di figure e d'ogni cosa.

Dove si faccia la cannella buona e fina e dove i garofani del Prete Ianni, come
le spezie che vengono da Calicut si discaricano nel porto del mar Rosso, tenuto
per il soldano del Cairo.

Avendo scritto fin qui,  venuto quel pilotto che presero per forza, che parea
schiavone e infine  giudeo nato in Alessandria o in quelle parti, e pass in
India molto giovane, e in Calicut tien moglie e figliuoli. Avea una nave e
andava qualche volta in armata; dice cose mirabili di quel paese e delle loro
ricchezze, cio di spezie. La cannella buona e fina si fa nella detta isola di
l da Calicut leghe 160, molto appresso alla terra ferma, ed  abitata da Mori;
i garofani pi discosto. Dice che sono in quelli paesi assai popoli gentili,
cio idolatri, e che pochi cristiani vi sono, e quelle che dicono esser chiese
sono tempii al modo de' gentili, e sonvi certe dipinture d'idoli e non di
santi: e questo mi pare pi verosimile che dire che siano cristiani senza fare
officii divini n sacerdoti. E non intende che vi siano altri cristiani da
farne conto che alcuni detti iacobiti e quelli del Prete Ianni, qual  molto
lontano da Calicut di l dal colfo di Arabia, e confina con quel re di Melinde
e con gli Etiopi cio Negri, e bene fra terra, e similmente confina con quelli
d'Egitto, cio col soldano dal Cairo. Questo Prete Ianni tien sacerdoti che
fanno sacrificii, osservano gli evangelii e il decreto della chiesa, secondo
quello che servano gli altri cristiani: non vi  differenzia molta. Il soldano
del Cairo tiene porto di mare nel mar Rosso, e d'Alessandria si va al detto
porto di mare sempre per terra del soldano, e sono bene quaranta giornate, nel
qual porto si discaricano tutte le spezie che vengono da Calicut.

Di una isola verso il colfo Persico, dove altro non si fa che pescar perle;
del conto che tengono delle vacche e buoi; cose mirabili di un tempio che  in
Calicut;
come navigano quelli mari senza bussolo; che sorte di mercanzie siano buone in
quei paesi.

Dice appresso di una isola, partendosi da Calicut verso il colfo Persico,
appresso alla terra ferma ad una lega, tutta abitata da pescatori che non fanno
altro che pescar perle, nella quale non  acqua da bere, ma ogni giorno vanno
infinite barche alla terra ferma, ad un gran fiume che vi sbocca, e quivi
l'empiono d'acqua a refuso senza botte o barile. Il bestiame dell'isola, come
vede tornar le dette barche, subito se ne va tutto alla marina a bere in quelle
barche. E in altro luogo non si pescano perle se non nella detta isola, la qual
 di qua da Calicut ben leghe 300.  abitata da gentili; gran conto fanno delle
vacche e de' buoi e quasi gli adorano, e chi ne mangiasse uno o una lo
farebbono morire per giustizia. Della isola Taprobana, della quale Plinio
scrisse s largamente, non sa dir altro, perch ella debbe esser in pelago
molto da largo alla terra ferma.
In Calicut  un tempio, che chi v'entra certi d della settimana, come saria a
dir di mercord davanti mezogiorno, gli vien grandissima paura per le
apparenzie diaboliche che si veggono: e cos afferma questo giudeo pilotto
esser vero e certissimo, e che in detto tempio in un certo giorno dell'anno vi
si accendono alcune lampade, le quali fanno apparer molte cose difformi dalla
natura. E appresso afferma che navigano in quelli mari senza bussolo, ma con
certi quadranti di legno, che pare difficil cosa, e massime quando fa nuvolo,
che non possono vedere le stelle. Hanno certe ancore molto piccole, e non so
come se l'adoprino; li timoni delle navi si tengono legati con corde, e sono
pi lunghi che le stelle delle navi tre palmi. Tutte le navi di que' paesi si
fanno in Calicut, perch vi sono molti boschi, n in altro luogo vi  legname.
E le principal mercanzie che sono buone per quelli paesi sono coralli, rami
lavorati in caldari e piastre, tartaro, occhiali (ve sono certi paesi che un
paro di occhiali vale un prezzo grande), telarie grosse, vini, olio, broccati
pochi, e cos boccassini e altri panni, che questo giudeo ha dato gran lume ad
ogni cosa. E questo nostro re di Portogallo ha grandissimo animo sopra queste
cose, e ha gi fatto mettere in ordine quattro navi e due caravelle al gennaio
sequente con mercanzie assai e bene armate; e fa conto, quando quel re di
Calicut non voglia consentire che li Portogallesi traffichino quivi, che 'l
capitano di dette navi pigli delle navi di que' paesi quante pu: che a mio
giudicio ne piglier quante vorr, tanto sono deboli e mal fatte, che non
possono andare se non a poppe; delle qual navi vi sono gran quantit, e vanno a
quel traffico delle spezie. Questo nostro re ha preso titolo di simili paesi,
cio re di Portogallo e de Lalgarbe, di qua e di l dal mare in Africa, e
signore di Ghinea, e conquiste delle navigazioni e commerzii d'Etiopia, Arabia,
Persia e India.
Questo  quanto io ho potuto ritrarre d'alcune persone d'intelletto, che sono
ritornate con la presente armata. E se io sono stato confuso nello scrivere,
V.S. mi perdoni e abbi per iscusato.



Navigazion del capitano Pedro Alvares scritta per un piloto portoghese
e tradotta di lingua portoghesa in la italiana.


Come il re di Portogallo mand una armata di dodeci navi e navilii, capitano
Pietro Alvares,
dieci delle quali andassino in Calicut e le due per altra via al luogo di
Cefalla,
ch' nel medesimo cammino, per contrattar mercanzie;
e come scopersero una terra molto abbondante di arbori e di gente.

Nell'anno MD mand il serenissimo re di Portogallo don Manuel una sua armata di
navi e navilii per le parti d'India, nella quale armata erano dodici navi e
navili, capitano generale Pedro Alvares fidalgo; le qual navi e navili
partirono bene apparecchiate e in ordine d'ogni cosa necessaria che li fusse
per un anno e mezzo. Delle quali dieci navi ordin che andassero in Calicut, e
quelle altre due per altra via ad uno luogo chiamato Ceffalla, per voler
contrattare mercanzie, il qual luogo di Ceffalla si trovava esser nel cammino
di Calicut; e similmente le altre dieci navi levasseno mercanzie che fusseno
per ditto viaggio. E alli VIII del mese di marzo di detto millesimo furono
preste e, fu il d di domenica, andarono longi da questa citt duo miglia in un
luogo chiamato Rastello, dove  la chiesa di Santa Maria di Bellem, nel qual
luogo il re fu lui proprio in persona a consegnar al capitano il stendardo
reale per la detta armata. Il luned, che fu alli IX di marzo, part la detta
armata con buon tempo pel suo viaggio. Alli XIIII del detto mese pass la detta
armata per l'isola di Canaria; alli XXII pass per l'isola di Capo Verde; alli
XXIII si part una nave della detta armata, talmente che di essa mai non si
sent nuova fino a questo d presente, n si pu sapere.
Alli XXIIII di aprile, che fu il mercored nella ottava di Pasca, ebbe la detta
armata vista di una terra, di che ebbe grandissimo piacere: e arrivorono a
quella per vedere che terra era, la qual trovorono molto abbondante d'arbori e
di gente che andavano per lo fitto del mare. E gittorono ancora nella bocca
d'un fiume piccolo, e dipoi il capitano mand a gettare uno battello in mare e
mand a vedere che genti erano quelle: e trovorono ch'erano genti di color
berretino tra il bianco e 'l nero, e ben disposti, con capelli lunghi; e vanno
nudi come nacquono senza vergogna alcuna, e cadauno di loro portava il suo arco
con freccie, come uomini che stavano in defensione del detto fiume. La detta
armata non aveva alcuno che intendesse la lingua loro, e visto cos quelli del
battello ritornorono dal capitano, e in questo stando si fece notte, nella qual
notte si fece gran fortuna. Il d seguente la mattina si lev la detta armata
con un gran temporale, scorrendo la costa per la tramontana (il vento era da
sirocco) per veder se trovavamo alcun porto da redursi e sorgere. Finalmente ne
trovammo uno, dove gettammo l'ancore, e vedemmo di questi uomini medesimi che
andavano nelle loro barchette pescando; e uno di nostri battelli fu dove
stavano e ne pigli duoi, li quali men al capitano per sapere che gente erano:
e come  detto, non s'intendevano per favella, n manco per cenni. E quella
notte il capitano gli ritenne con lui; il d sequente li mand in terra con una
camicia e uno vestito e una berretta rossa, per li quali vestimenti restorono
molto contenti, e maravigliosi delle cose che li furono mostrate.


Come gli uomini di quella terra cominciorono a trattar con quelli dell'armata;
della qualit di detti uomini e delle lor case; e di certi pesci molto
differenti dai nostri.

In quel d medesimo, ch'era l'ottava di Pasqua, a' XXVI aprile, determin il
capitano maggiore di udir messa e mand a drizzar una tenda in quella spiaggia,
sotto la qual fu drizzato uno altare; e tutte le genti della armata andorono ad
udir messa e la predica, dove si trovorono molti di quelli uomini, ballando e
cantando co' suoi corni. E subito come fu detta la messa, tutti ritornorono a
nave, e quelli uomini della terra intravano in mare fino sotto le braccia,
cantando e faccendo piacere e festa. E dipoi, avendo il capitano desinato,
torn in terra la gente della detta armata, pigliando sollazzo e piacere con
quelli uomini della terra; e cominciorono a trattare con quelli dell'armata, e
davano di quelli archi e freccie per sonagli e fogli di carta e pezzi di panno;
e tutto quel d pigliammo piacere con esso loro, e trovammo in questo luogo un
fiume di acqua dolce, e al tardi tornammo a nave. Item l'altro giorno determin
il capitano maggiore di torre acqua e legne, e tutti quelli di detta armata
furono in terra, e quelli uomini di quel luoco ne venivano ad aiutare a torre
le dette legne e acqua. E alcuni de' nostri andorono alla terra donde questi
uomini sono, circa tre miglia discosto dal mare, e barattorono pappagalli, e
una radice chiamata igname, che  il pane loro che mangiano, e archi; quelli
dell'armata gli davano sonagli e fogli di carta in pagamento di dette cose. Nel
qual luogo stemmo cinque over sei giorni.
La qualit di questi uomini: loro sono uomini berrettini e vanno nudi senza
vergogna, e li capelli loro sono lunghi, e portano la barba pelata; e le
palpebre degli occhi e le sopraciglie sono dipinte con figure di color bianchi,
neri e azurri e rossi; portano le labbra della bocca, cio quelle da basso,
forate e vi pongono uno osso grande come chiodo, e altri portano chi una pietra
azzurra e chi verde, e subbiano per detti buchi. Le donne similmente vanno
senza vergogna, e sono belle di corpo e portano li capelli lunghi. E le loro
case sono di legname, coperte di foglie e rami d'arbori, con molte colonne di
legno in mezzo delle dette case; e dalle dette colonne al muro mettono una rete
di bambagio appiccata, nel qual sta uno uomo, e infra una rete e l'altra fanno
un fuoco, di modo che in una sola casa staranno quaranta e cinquanta letti,
armati a modo di telari.
In questa terra non vedemmo ferro e manco altro metallo, e le legne tagliano
con pietra. Hanno molti uccelli di diverse sorti, e spezialmente pappagalli di
molti colori, fra li quali ne sono de grandi come galline, e altri uccelli
molto belli; e della penna di detti uccelli fanno cappelli e berrette che
portano loro. La terra  molto abbondante di molti arbori e molte acque, e
miglio e igname e bambaso. In questi luoghi non vedemmo animale alcuno di
quattro piedi. La terra  grande e non sappiamo se l' isola o terra ferma,
anzi crediamo che la sia per la sua grandezza terra ferma, e ha molto buon
aere. E questi uomini hanno reti e sono pescatori grandi, e pescano di pi
sorte pesci, infra i quali vedemmo un pesce che pigliorono, che poteva esser
grande come una botte e pi lungo e tondo, e teneva il capo come porco e gli
occhi piccoli, e non aveva denti, e avea l'orecchie lunghe; da basso il corpo
avea pi busi e la coda era lunga un braccio; non avea piede alcuno in alcun
luogo, avea la pelle come il porco (il cuoio era grosso un dito) e le sue carni
erano bianche e grasse come di porco.


Come il capitano mand lettere al re di Portogallo, dandoli aviso d'aver
scoperto
la detta terra, e come per fortuna si perdettero quattro navi.
Di Cefalla, ch' una mina d'oro congiunta con due isole.

In questi giorni che stemmo qui, determin il capitano fare a sapere al nostro
serenissimo re la trovata di questa terra, e di lasciare in essa duoi uomini
banditi e giudicati alla morte, ch'avevamo in detta armata a tale effetto. E
subito il detto capitano dispacci uno navilio che aveva con esso seco
vettovaglie, e questo oltra le dodici navi sopradette, il qual navilio port le
lettere al re, nelle quali si conteneva quanto avevamo visto e discoperto. E
dispacciato il detto navilio, il capitano and in terra e mand a fare una
croce molto grande di legno e la mand a piantare nella spiaggia, e similmente
come scrisse lassava duoi uomini banditi in detto loco, li quali cominciorono a
piangere, e gli uomini di quella terra gli confortavano e mostravano avere di
loro piet.
L'altro giorno, che fu alli dua di maggio del detto anno, l'armata fece vela
pel cammino per andare alla volta del Capo di Buona Speranza, il qual cammino
saria di colfo di mare pi di milledugento leghe, che sono quattro miglia per
lega. E alli 12 del detto mese, andando al nostro cammino, ne apparse una
cometa verso la parte di Etiopia con un razzo molto lungo, la quale apparse di
continuo otto o vero dieci notti. Item una domenica, ch'era alli 20 del detto
mese di maggio, andando tutta l'armata insieme con buon vento con le vele con
mezzo arbore senza bonetta, per rispetto di una pioggia che avemmo il giorno
avanti, e cos andando ne venne vento tanto forte per davanti e tanto subito,
che non ce ne avedemmo fino a tanto che le vele furono atraversate agli arbori.
In quello istante si perderono quattro navi con tutte le genti, senza poterli
dar soccorso alcuno; le altre sette che scamporono stetteno a pericolo di
perdersi. E cos pigliammo il vento a poppa con gli arbori e vele rotte, e a
Dio misericordia ce n'andammo cos tutto quel d. E il mare sgonfi di tal modo
che pareva che andassemo sopra i cieli, e il vento di subito si cambi, ancora
che era tanta fortuna che non avevamo ardire di dar le vele al vento; e
navigando con questa fortuna senza vele, ci perdemmo di vista l'una dall'altra,
di modo che le navi del capitano con due altre pigliorono altro cammino, e
un'altra nave, chiamata il Re, con due altre pigliorono un altro, e l'altre per
altro cammino: e cos passammo questa fortuna venti giorni, senza dare al vento
una vela.
Item alli 16 del mese di zugno avemmo vista di terra di Arabia e sorgemmo, e
gionti in terra pigliammo del pesce assai. Questa terra  molto populata e in
essa vedemmo di molta gente: e allora levammo ancora e andavamo di lungo per
riviera con buon vento e tempo, vedendo detta terra molto fruttifera, con molti
gran fiumi e molti animali, di modo che tutto era ben abitato. E venimmo avanti
Cefalla, che  una mina d'oro, trovandola gionta con due isole, dove stavano
due navi de Mori, che venivano da detta mina con l'oro e andavano a Melinde. E
come quelli delle dette due navi ebbero viste le nostre, cominciarono a fuggire
e gittoronsi tutti al mare, lanciato prima tutto l'oro al mare che aveano, a
causa che noi non glielo togliessemo. E il nostro capitano mand a farsi venir
avanti il capitan moro, essendo gi tolte per noi le dette due navi, e gli
cominci a dimandare di che luoco era: e gli rispose che era moro, cugino del
re di Melinde, e che le navi erano sue e che veniva da Cefalla con quello oro,
e che con lui menava sua moglie, e volendo fuggire in terra s'era annegata, e
similmente uno suo figliuolo. Il capitano dell'armata nostra, quando seppe che
egli era cugino del re di Melinde (il qual re avemo per nostro grande amico),
gli rincrebbe molto, feceli molto onore e mandolli a donar le sue due navi, con
tutto l'oro che tolto gli avea. Il capitano moro domand al capitano nostro se
l'aveva con seco alcuno incantatore, che traesse fuori quell'oro che aveano
gittato al mare; il capitano nostro li rispose che noi eravamo cristiani e che
fra noi non si costuma tal cosa. Allora domand il capitano nostro delle cose
di Cefalla, che ancora non era discoperta se non per fama; el qual Moro gli
dette per nova che a Ceffalla era una mina di molto oro e che un re moro la
teneva, il qual sta in una isola che si chiama Chilloa, che stava in cammino
per donde avevamo d'andare, e che Cefalla restava adrieto. Il capitano si
esped e andammo al nostro cammino.


Della isola Monzambique; e come giunsero a Chilloa, dove trovarono sei delle
lor vele che s'erano smarrite; e come il capitano s'abbocc col re di detto
luogo; e della citt di Mombaza.

Item, alli XX del mese di luglio, arrivammo ad una isola piccola che  del
medesimo re di Ceffalla, detta Monzambique, non molto populata, dove stanno
mercatanti ricchi; e in questa isola pigliammo aqua e rinfrescamento, e uno
pilotto che ne menasse a Chilloa. Questa isola ha molto buon porto e sta
appresso terra ferma. Di qui si partimmo per Chilloa a lungo della costa, dove
trovammo molte isole populate, che sono di questo proprio re. Giugnemmo a
Chilloa alli XXVI del detto mese, nel qual luogo trovammo sei vele delle
nostre; l'altra mai non si trov. Questa  una isola piccola giunta con la
terra ferma, e tien una bella citt: le case sono alte al modo di Spagna;
abitano in quella ricchi mercadanti, e gli vien di molto oro e argento, e
ambracan e musco e perle. Quelli della terra vanno coperti di panni di bambaso
fini e di seda e tocche molto fine, e sono uomini negri.
E subito che quivi giungemmo, mand il capitano a domandare un salvocondotto al
re, il qual subito glielo mand. Il capitano, dipoi ch'ebbe il salvocondotto,
mand in terra Alfonso Furtado con sette o vero otto uomini ben vestiti come
ambasciatore, e per quello gli mand a dire che queste navi erano del re di
Portogallo e che venivano quivi per contrattar con esso lui, e che aveano di
molta mercanzia e di pi sorte di che lui volesse; e pi gli mand a dire che
averia piaccere di abboccarsi con esso lui. Il detto re gli rispose che gli era
molto contento e che il d sequente s'abboccheria con lui, volendo dismontare
in terra; Alfonso Furtado gli rispose che 'l capitano avea comandamento dal suo
re di non dismontare in terra, e volendo lui, che parleriano in li battelli. E
cos restorono d'accordo per l'altro giorno. E l'altro d il capitano si messe
in ordine con tutta la sua gente, e la nave e battelli con bandiere fuora, e
suoi toldi e la artegliaria in ordine. Il re della detta terra mand ancora lui
a mettere in ordine le sue almadie, cio battelli, con molta festa e suoni al
modo loro, e il capitano li suoi trombetti e piffari. E se viddero l'un
l'altro, e aggiugnendo l'uno all'altro, le bombarde delle navi furono preste
con suoi fuochi e sparorono, per lo qual sparare fu il rumore tanto grande che
'l detto re rest con tutta la sua gente stupefatto e spaurito. Dipoi stettono
in ragionamento assai, e presa licenzia l'uno dall'altro, il capitano si
ritorn alla nave. E l'altro giorno torn a mandare Alfonso Furtado in terra
per cominciare a contrattare, il quale trov il re molto fuora del proposito
che prima era stato col capitano, scusandosi che non aveva bisogno di nostra
mercanzia; e pareva al detto re che noi fossimo corsari. E cos con questo si
ritorn Alfonso Furtado al capitano. Dimorati in quel luoco duoi o tre giorni,
mai per diligenzia che usassimo potemmo far nulla: e in quel tempo che noi
stemmo l, non feceno altra cosa che mandar gente da terra ferma all'isola,
dubitando che noi non la pigliassemo per forza. E quando il capitano vidde
cos, determin di partirsi e comand far vela al cammino di Melinde; e
trovammo lungo alla costa molte isole populate de Mori, dove stava un'altra
citt, che si chiama Mombaza e tien un re moro: e tutta questa costa di Etiopia
 populata da Mori. Nella isola e infra terra dicono loro che vi sono
cristiani, che gli fanno molta guerra; ma questo noi non lo vedemmo.

Come arrivorono a Melinde, ove furono dal re molto accarezzati. Del presente
mandato dal re di Portogallo al re di Melinde, e come s'abboccorono il re e il
capitano.

E giugnemmo a Melinde alli 2 di agosto del detto millesimo, nel qual luogo
stavano surte tre navi di Cambaia, e queste navi cadauna saria di portata di
ducento botte: nel fondo sono ben fatte e di buon legname, cucite con molte
corde, che non hanno chiodi, e impegolate d'una mistura dove  molto incenso;
non hanno castelli se non da poppa. Queste navi venivano a trattare dalle parti
d'India. E come quivi arrivammo, il re ne mand a visitare con molti castroni e
galline, oche, limoni e naranze, le migliori che siano al mondo; e nelle nostre
navi avevamo alcuni ammalati della bocca, e con quelle naranze si feceno sani.
Subito come avemmo gittate l'ancore innanzi la terra, il capitano comand dar
fuoco a tutte le bombarde e imbanderare le navi, e mand in terra duoi fattori
dal re, un de' quali sapea parlar moro, cio arabico, a intendere come stava il
re e farli sapere a che far venivamo, e che l'altro giorno mandaria la sua
imbasciata, con la lettera che 'l re di Portogallo gli mandava. Il re ebbe
grande apiacere della nostra venuta, e a preghieri del re quel fattore che
sapeva parlare arabico rest in terra.
Il giorno sequente mand il re alla nave duoi Mori molto onorati, li quali
sapevano parlare arabo, a visitare il capitano, e li mand a dire come avea
gran piacere del giunger suo, e mandollo a pregare che di tutto quello che
avesse di bisogno mandasse alla sua terra come faria in Portogallo, che lui e
tutto il suo regno stava al comando del re di Portogallo. E subito il capitano
ordin di mandar a terra le lettere, con lo presente che 'l re di Portogallo
gli mandava. Il presente era questo, cio una sella ricca, un paro di testiere
di smalto per uno cavallo, uno paro di staffe e suoi speroni tutti d'argento
smaltati e dorati, e uno pettorale della propria sorte per la detta sella, con
li cordoni e fornimenti di chermesino molto ricco, e uno capestro lavorato
d'oro filato per detto cavallo, e duoi cossini di broccato e altri duoi cossini
di velluto chermesino, uno tappeto fino e uno panno da razzo, e duoi pezzi di
panno di scarlatto, e una pezza di raso chermesin e una de taffett chermesin:
il qual presente valea in Portogallo pi di mille ducati. Ebbeno per consiglio
che Ariscorea, che andava per fattore maggiore, gli portasse questo presente:
il quale fu in terra con la lettera, e andavano con esso lui molti uomini de'
principali con trombetti. E similmente il detto re mand tutti i suoi
principali a ricevere il detto fattore. E le case del detto re stavano alla
riva del porto, e innanzi che arrivassino alla casa del re, gli vennero
incontra di molte donne con vasi pieni di fuoco, e gli mettevano tanti profumi
che andavano gli odori per tutta la terra: e cos entrorono in casa del detto
re, dove stava a sedere in una catedra, e molti Mori de' principali con esso
lui. Il re ebbe grande apiacere, e li dettono il presente e la lettera, la qual
da una parte era scritta in arabico e dall'altra in portogallese.
Il re, come ebbe letto la detta carta, parl con li detti Mori ed ebbeno piacer
grande infra loro, e tutti unitamente dettono un grido in mezzo della sala,
rendendo grazie a Dio per aver tanto grande re e signor per amico come il re di
Portogallo. E subito fece portare armezzari e panni di seda, e mandogli a dare
a quelli che aveano portato il presente, e disse ad Ariscorea che lo pregava
che 'l restasse in terra in tanto che le navi non si partivano, perch gli avea
molto piacere a favellar con lui. Ariscorea gli rispose che non poteva farlo
senza licenzia del capitano maggiore; il re mand uno suo cognato al capitano
con uno anello suo, a pregarlo che lassasse stare Ariscorea, e che mandasse a
terra per tutte le cose che gli avesse di bisogno, cos de acqua come de altro:
il capitano fu di ci contento. Subito il re mand a dare ad Ariscorea molto
onorevole alloggiamento, mandandoli a dare tutte quelle cose che li facevano
bisogno, cio castroni e galline e riso e latte e butiro e dattali e mele e
frutti d'ogni sorte, salvo pane che loro non mangiano; e cos stette il detto
Ariscorea tre giorni in terra, parlando ogni ora il re con esso lui delle cose
del re nostro signore e delle cose di Portogallo, chiedendoli che molto piacere
avrebbe di rivedersi con lo capitano. Ariscorea gli disse che lo capitano non
avea commissione di dismontare in terra, ma che si potriano vedere nelli
battelli, come fece il re di Chilloa. Il detto re recusava questo, e Ariscorea
fece tanto con lui che l'acquiet: e subito si mand a dire al capitano, il
quale si fece presto con suoi battelli, lassando le navi a buon recapito.
Il battello nel qual andava col suo toldo avea la gente armata secretamente
sotto le lor veste de grana e panni fini; e il re mand apparecchiare duoi
battelli di terra similmente co' suoi toldi e le sue genti, e cos mand a
mettere in ordine uno cavallo al modo di Portogallo; e li suoi della terra non
sapevano ordinare a che modo, tanto che li nostri l'ebbeno a mettere in ordine.
Il qual re descendette per una scala, e al piede della scala stava aspettandolo
tutta la gente pi ricca e onorevole, la quale avea uno castrone; e montando il
re a cavallo scannorono il detto castrone, e pass il re a cavallo sopra il
detto castrone e tutta la gente grid molto forte con voce molto alta: e questo
usano per cerimonia e incantaria. E cos s'abboccorno insieme e stettero un
gran pezzo a parlare. Alla fin el capitano gli disse che si volea partire, e
per avea bisogno di uno pilotto che lo conducesse a Calicut; il re gli disse
che lo mandaria, e cos s'espedirono l'uno dall'altro. E come il detto re fu in
terra, mand subito Ariscorea alla nave con molta carne e frutti pel capitano,
e similmente li mand uno pilotto guzerato, di quelle navi di Cambaia che
stavano nel porto.
Il capitano lasci in quel luoco duoi uomini banditi di Portogallo che
restassino in Melinde, cio uno di loro, e l'altro per andare con la nave di
Cambaia. L'altro giorno, che fu alli VII d'agosto, si partirono, e cominciamo a
traversare il colfo per Calicut.


Della citt detta Magadasso; dell'isole Gulfal e Ormus;
e della provincia Cambaia, molto fruttifera e grassa.

Lassamo in questo traverso che attraversiamo tutta la costa di Melinde, e una
citt de' Mori che si chiama Magadasso, molto ricca e bella, e pi avanti a
questa  una isola grandissima con un'altra molto bella e magna citt di mura:
 l'isola con uno ponte in terra che si chiama Zacotara. E andando pi oltre
per la costa  una bocca d'uno stretto della Mecha, che saria di largo una lega
e mezza, cio il detto stretto, e l dentro stava il mare Rosso, e cos la casa
della Mecha e di Santa Caterina di monte Sinai; e de l levano spezie e gioie
al Cairo e in Alessandria per un certo deserto con dromedari, che sono camelli
corridori: e di questo mare vi sarian grandissime cose a contare. E passando la
bocca del stretto, dall'altra banda sta il mare di Persia, nel quale sono
grandissime provincie e molti regni, sottoposti al gran soldano di Babilonia. E
nel mezzo di questo mare persiano vi  una isola piccola che si chiama Gulfal,
nella quale si pescano molte perle e sonvi di molte bellissime gioie. E nella
bocca di detto mare  una grande isola che si chiama Ormus, la quale  de'
Mori, e tiene re, il qual  signore di Gulfal; e in Ormus vi sono bellissimi
cavalli, li quali si conducono per tutta l'India a vendere e vagliono gran
prezzo. E in tutte queste terre  un gran traffico di navi.
E passando questo mare di Persia si trova una provincia che si chiama Cambaia,
la qual tiene re, il qual  grande e molto potente e forte. E questa terra 
pi fruttifera e pi grassa che sia nel mondo, perch vi si trova molto
formento e biava e riso e cera e zuccaro; nascevi ancora incenso, e fansi molti
panni di seda e di bambaso, e sonvi molti cavalli ed elefanti. Il re fu
idolatro e dipoi si fece moro, per causa di molti Mori che stanno nel suo
regno; e infra loro sono anche molti idolatri. E si trovano de' grandi
mercadanti, li quali da una parte trattano con gli Arabi, dall'altra con la
India, la quale comincia dove loro sono: e cos vanno per questa costa fino al
regno di Calicut, nella qual costa sono di grandi e bellissime provincie e
regni de Mori e d'idolatri. E tutto questo che  scritto in questo capitolo fu
visto per noi altri.

Della isola chiamata Amiadiva.

Item aggiungemmo a vista d'India alli XXII di agosto, la qual era una terra nel
regno di Goga; e come la cognoscemmo, andammo di lungo fino a tanto che
giugnemmo ad una isola piccola che si chiama Amiadiva, la quale  di uno Moro,
e tiene nel mezzo un lago grande di acqua dolce, ed  dispopolata: e de l a
terra ferma sono due miglia. E fu gi populata da gentili, e perch li Mori
della Mecca fanno quel camino per andare a Calicut, dove si fermavan per
necessit d'acqua e legne, per fu dispopulata. E tanto che l aggiungemmo,
sorgemmo al mare, descendemmo in terra e stemmo pigliando acqua e legne ben
quindici giorni, guardando se veniano le navi dalla Mecca, le quali volevamo
prendere, se avessimo possuto. E cos la gente di terra veniva a favellar con
noi, e ne diceano di molte cose; il capitano nostro li mand a fare molto
onore. E in questa isola sta uno eremitorio piccolo, nel quale, in questi
giorni che l stavamo, se celebrarono di molte messe per li clerici ch'avevamo
per restar con lo fattore in Calicut, e cos ci confessammo e communicammo
tutti. E presa la detta acqua e legne, e visto che le navi de' Mori della Mecca
non venivano, ci partimmo per Calicut, il quale  distante settanta leghe da
questa isola.

Come giunsero a Calicut, e il capitano smont in terra per abboccarsi col re.

Aggiungemmo a Calicut alli XIII de settembre di detto anno, e per una lega
dalla citt salirono una frotta di battelli a riceverne, nella qual veniva il
governator della detta citt e un mercatante di Guzurat molto ricco, il
principale di questa citt di Calicut, li quali entrorno nella nave capitana,
dicendo come il re avea gran piacere della nostra venuta. E cos dinanzi alla
citt gittassemo le nostre ancore, e cos sorte, cominciassemo a sparar le
nostre artigliarie, della qual cosa si maravigliorono grandemente, dicendo che
contra noi niuno avea possanza se non Iddio. E stemmo cos quella notte. Il
giorno seguente per la mattina determin il capitano di mandare in terra gli
Indiani che di Portogallo con le nostre navi levassemo, li quali erano cinque,
cio un Moro, che infra noi era fatto cristiano, e quattro gentili pescatori,
li quali tutti parlavano molto ben portogallese: li quali il detto capitano
mand alla citt molto ben vestiti, per parlare col re e dirgli la causa perch
venivamo cos, e che ci mandasse a dare un salvocondotto per potere descendere
in terra. Il Moro parl col re, perch gli altri, che sono pescatori, non
ardivano d'accostarsi al re n lo poteron vedere, perch il re tien questo per
costume per suo stato e magnanimit, come pi avanti si dichiarer.
Il re mand fuori il detto salvocondotto e che ogniun di noi altri, chi
volesse, descendesse in terra; e visto questo, il capitano mand subito Alfonso
Furtado con uno interprete che sapeva parlare arabico, il quale avea da dire al
re come queste navi erano del re di Portogallo, il quale li mandava a questa
citt per trattar pace e traffico di mercanzie con esso loro: e che per fare
questo era necessario che 'l capitano descendesse in terra (il quale aveva in
commissione dal nostro re di Portogallo che mai non descendesse in terra
veruna, se prima non avessi pegno della sua persona), che l'altezza del detto
re di Calicut gli mandasse in nave quegli uomini della citt che 'l detto
Alfonso Furtado aveva in memoria. Il detto re, intesa la detta imbasciata,
recus assai, dicendo che quelli uomini che gli addimandava erano molto vecchi
e antichi, li quali non potriano entrar nel mare, ma che gli daria degli altri.
Alfonso Furtado gli disse che non avea da prender se non quelli che gli
richiedeva, secondo il ricordo avuto dal capitano e dal suo re di Portogallo.
Il re si maravigli assai di questo, e stetteno in differenzia duoi o tre
giorni.
Finalmente il re si content di mandargli, e subito fu detto al capitano. E il
capitano si mise in punto per discendere in terra e star duoi o tre d, e lev
con lui trenta uomini delli pi onorevoli e bene in ordine, co' suoi officiali,
come servitori per un principe si conveniva, e lev tutto lo argento ch'avea
per tutte le navi; e lasci per capitano maggiore in suo luogo Sanchio da
Tovar, al qual dette carico di fare onore a quegli uomini della terra che dati
gli erano in pegno per lo capitano. E il d sequente il re venne ad una casa
che teneva giunta con la marina per ricevere il capitano, e di l mand li
detti uomini di terra alle navi, li quali erano cinque uomini molto onorevoli e
avevano con loro cento uomini di spada e targa, con li quali erano XXV o XXX
tamburini; e il capitano usc della nave con li suoi battelli, il quale gi
avea mandato in terra tutto quello che gli era necessario.
E dismontando il capitano, giunsero li detti cinque uomini della citt, li
quali non volevano entrar in nave fino a tanto che 'l capitano non dismontasse
in terra: e su questo stetteno in contrasto un gran pezzo. Subito Ariscorea si
mise in uno loro zambuco, cio battello, e fece tanto che loro entrarono nella
nave. E come il capitano dismont in terra, lo vennero a ricevere molti
gentiluomini, li quali lo pigliorono in braccio, e tutti quelli che con lui
menava, tal che mai non toccorno co' piedi la terra, fino a tanto che furono
dove era il re, qual stava in questo modo.

Della gran magnificenzia e pompa del re di Calicut,
e del presente fattoli dal capitano in nome del suo re.

Il re era in una casa alta, dove stava sedendo in una conca con due o tre
cussini di seta sotto il braccio, e la coperta della conca era di panno di
seta, che pareva come di porpora. E stava nudo dalla cintura in su, e da l in
gi aveva intorno uno panno di seta e di bambaso molto sottile e bianco,
rivoltato intorno di lui con molti doppii e lavorato d'oro; e teneva in testa
una berretta di broccato, fatta a modo di una celata lunga e molto alta; e
aveva le orecchie forate, nelle quali aveva grandi pezzi d'oro con rubini di
gran prezzo, e cos di diamanti, e due perle molto grandi, una rotonda e
l'altra come un pero, maggiore che una grande nocciuola. E teneva nelle braccia
bracciali d'oro dal comito in su, pieni di ricche gioie e perle di gran valore,
e avea alle gambe grandi ricchezze; e in uno dito del piede avea uno anello, in
che stava uno rubino e carbone di gran lume e prezzo, e cos nelli diti delle
mani aveva anelli pieni di gioie, con rubini, smeraldi e diamanti, infra li
quali ve n'era uno di grandezza d'una fava grande; e aveva due cinte d'oro
piene di rubini, cinte sopra il panno, di modo che non han prezzo le richezze
che teneva sopra di lui. E avea appresso di s una catedra grande d'argento, la
qual catedra, dove si appoggiava le braccia, era d'oro, e di drieto pieno di
gioie e pietre preziose. Avea in casa uno corridor o pergamo con lo quale era
venuto dalla sua casa maggiore, dove suol stare di continuo, il qual corridor 
portato da uomini; questo corridor era ricco senza numero, e sonavano in quello
da quindici o venti trombette d'argento e tre d'oro: era l'una d'esse della
grandezza e peso che duoi uomini avean assai che portarla, e le bocche di
queste tre erano piene di rubini. E avea anche appresso di lui quattro vasi
d'argento e molti bronzini dorati, e assai candellieri di latone grandi e pieni
d'olio e di stoppini, li quali erano accesi per la casa, che non era
necessario, e li teneva per grandezza. E stava quivi un suo parente con cinque
paggi in piede, e cos duoi suoi fratelli, similmente con grande ricchezza
sopra di loro; e stavano medesimamente molti altri gentiluomini onorevoli, li
quali stavano pi da largo, quali aveano grandi ricchezze sopra di loro al modo
del re.
E quando il capitano entr, volse andare al re per baciarli la mano, e gli
accennarono che si rattenesse, perch non era costume infra di loro che nessuno
s'accostasse al re: e cos stette saldo. Il re lo fece sentare per fargli
onore, e cos il capitano gli cominci a dire la sua imbasciata, e gli fece
legger la lettera del re di Portogallo, ch'era scritta in lingua arabica; e
subito il capitano mand a casa sua per lo presente delle cose che qui a basso
diremo. Primamente un bacino d'argento per dar acqua alle mani, fatto di figure
di rilievo, tutto dorato, molto grande; un rinfrescatoio d'argento dorato, col
suo coperchio, lavorato similmente di figure di rilievo; una tazza grande
d'argento lavorata al detto modo, e due mazze d'argento con le sue catene
d'argento per li mazzieri, e quattro cussini grandi, cio duoi di broccato e
duoi di velluto cremesino.
Di pi ancora uno baldachino di broccato, con le sue franze d'oro e cremesino;
e un tapedo grande, e duoi panni di razzo molto ricchi, uno di figure e l'altro
di verdure; e pi uno bronzino d'argento dorato per dar l'acqua alle mani,
della medesima opera ch' il bacino. E come il re ebbe ricevuto questo presente
e la lettera e l'imbasciata, mostrossi molto allegro e disse al capitano che
andasse a quella casa che gli avea fatto mettere in ordine, e che 'l mandasse
per gli uomini che gli avea dato in pegno alle navi, perch erano gentiluomini
e non aveano n da mangiare n da bere n da dormire nel mare; e che se el
detto capitano voleva pur andar alla nave che andasse, e il d seguente
torneria a rimandargli, e lui verria in terra a far tutto quello che gli fusse
necessario.

Come, tornando il capitano alla nave, quelli che stavano in pegno si gittorno
al mare,
dui de' quali furono ritenuti; e delli inconvenienti che per tal causa
avvennero;
e come finalmente Ariscorea concluse col re l'accordo che voleva.

Il capitano si ritorn alla nave e lasci in terra Alfonso Furtado con sette o
otto uomini con lui, per attendere alla sua casa. Il capitano partendosi dalla
spiaggia, subito uno zambucco di quelli di Calicut fu innanzi di lui alle navi,
a dire a quelli che stavano in pegno come il capitano se ne ritornava. E
costoro si lanciorono al mare, e Ariscorea, fattore principale, subito mont in
un battello e prese duoi de' principali e duoi o tre famegli: e cos gli altri
fuggirono notando in terra. E in questo instante il capitano giunse alla nave e
mand a mettere quelli duoi principali da basso di coperta, e dipoi mand a
dire al re che lui arrivando avea trovato questo inconveniente, che uno suo
scrivano l'avea fatto, e che lui dipoi avea mandato a ritenere quelli duoi, per
rispetto che in terra gli restavano molti uomini delli suoi e cos molta roba,
e che sua serenit gliene mandasse e che lui li mandaria li duoi, li quali
trattava molto bene. Con questa imbasciata se n'andorono dal re duoi Indiani di
quelli che avevamo presi, e tutta quella notte il capitano stette aspettando la
risposta. L'altro giorno il re se ne venne alla spiaggia con pi di dieci o
dodicimila uomini, e le nostre genti che stavano in terra furono prese, ad
effetto di mandarli con li suoi all'armada, per cambiarli con quelli che il
capitano avea ritenuti. E stando cos, vennero venti o trenta almadie, e li
nostri battelli uscirono con li detti uomini che in pegno erano; e le almadie
non aveano ardire di accostarsi alli detti battelli, per lo simile li nostri
battelli alle loro almadie: e cos andorono tutto quel giorno senza far cosa
alcuna. E come ritornorono a terra con li nostri, cominciorono a far gran
discortesia faccendoli paura, dicendo che gli voleano ammazzare. Li nostri
stetteno quella notte in gran tribulazione.
Il giorno seguente il re torn a mandare a dire al capitano che gli mandaria li
suoi uomini e la sua roba in le almadie, senza portare arma alcuna, e cos
mandasse li suoi battelli. Il capitano subito li mand e con loro Sanchio di
Tovar, secondo capitano; giunsero dove stavan con le almadie e cominciorono a
ricevere tutti gli argenti e tutto l'altro che in terra aveano, in modo che non
restava salvo uno almofressa, cio una balla dove era il letto e suoi
fornimenti, e gli uomini quasi tutti. E stando cos, uno di quelli gentiluomini
che stavano in li nostri battelli, che Sanchio di Tovar teniva preso in
braccio, si lanz al mare. E quando li nostri che stavano nelle almadie viddero
questo, incominciorono a superbire e sdegnarsi, di modo che gittorono tutti gli
uomini dell'almadie al mare, e loro restorono soli nell'almadie. E nelli nostri
battelli rest un vecchio gentiluomo, che era in pegno delli nostri, e duoi
garzoni delli nostri restorono nelle sue almadie, che non poteron scampare. E
l'altro giorno, avendo il capitano piet di quel vecchio che stava per pegno,
ed erano tre giorni che 'l non avea mangiato, lo mand in terra e li dette
tutte l'arme che erano restate in le navi di quelli che si lanzorono al mare, e
mand a dire al re che mandasse quelli duoi garzoni. E il re gli mand, e dipoi
si stette cos tre o quattro giorni, che niuno non and in terra, n di terra a
noi venne persona.
Il capitano fece consiglio insieme con gli altri, e dicendo el fattore
principale, se li mandasse il re di Calicut duoi uomini per segurtade, che lui
anderebbe in terra, al capitano e gli altri parse bene quello che avea detto il
fattore, peroch non sapeva se vi sarebbe alcun che osasse andare in terra. E
subito uno cavaliere chiamato Francesco Chorea disse che lui andarebbe in terra
a parlare al re, e cos fu; e gli disse come Ariscorea fattore ordinava di
venire in terra a fermar il trattato con sua serenit, e che li mandasse per
pegno duoi mercatanti, cio uno Guzzerate, mercatante molto ricco. Respose
detto Moro guzzerate, qual era presente al re, che lui li mandaria duoi suoi
nepoti: del che il re fu molto contento.
E l'altro giorno Francesco Chorea mand la risposta al capitano, e subito
Ariscorea se mise ad ordine, e gli uomini di pegno il re gli mand alla nave, e
Ariscorea se ne venne alla terra e in sua compagnia men da otto o dieci
uomini; e quel d tardi Ariscorea ritorn alla nave a dormire, e l'altro giorno
ritorn a terra per mandare ad effetto quanto ordinato era; gli uomini di pegno
tuttavia restorono alla nave. Il re comand che ne fusse data la miglior casa
che fusse d'uno mercatante guzzerate, e a lui dette il carico che insegnasse al
fattore il costume e tratto della terra: e cos Ariscorea cominci a negociar e
far faccende. L'interprete che parlava per noi era arabico, di modo che non si
poteva parlare al re senza mettersi Mori di mezzo, li quali sono mala gente ed
erano molto contrarii a noi altri, di sorte che ognora usavano inganno, e ne
vietavano che non mandassimo niuno alle navi. E quando il capitano vidde cos,
che ogni d mandava uomini in terra e niuno ritornava con risposta, determin
di partirsi e comand far vela. E noi, stando cos presi in terra in una casa
assai guardata da molta gente, vedemo come le navi se ne andavano. E il
Guzzerato, per rispetto de' suoi nepoti che stavano nella nave, dette modo ad
Ariscorea che mandasse uno garzone in una almadia alla nave: il qual garzone
fece protesto al capitano, e vedendo il capitano il protesto di Ariscorea, si
ritorn in porto.
E cos cominci Ariscorea a trattare con lo detto re, e concluse lo accordo
fatto a poco a poco come lui voleva. E poi che questo Guzzerate ne stimolava
assai per gli uomini suoi dati a pegno in la nave, il re ne consegn ad uno
Turco gran mercadante, il quale facesse i nostri negocii; e ne fece subito
uscire di quella casa per un'altra pi appresso alla casa del detto Moro, e
subito cominciamo a veder alcune mercanzie, delle quali ne compramo parte: e
cos stemmo duoi mesi e mezzo, avanti che 'l detto trattato si compisse di
assettare, il quale compimmo con molta fatica di Ariscorea e di quelli che con
lui stavano. E il trattato compiuto, li dette il detto re una casa giunta col
mare, che aveva un giardino grande, nella qual casa messe Ariscorea una
bandiera con le arme del re. E di questo trattato il detto re ne dette due
lettere segnate di sua mano, delle quali era una di rame con lo suo signale
scolpito di lattone, il quale avesse da restar nelle case della fattoria, e
l'altra d'argento col suo segnale scolpito d'oro, e quello dovevamo levare con
noi al nostro re di Portogallo. Le qual lettere fatte, subito Ariscorea ne
venne alla nave e consegn questa lettera d'argento al capitano, e lev in
terra gli uomini che stavano per pegno; e de l avanti cominciamo a fidarsi di
loro, in modo che parea che stessimo nella nostra terra.

Come il capitano a preghere del re mand con una sua caravella a combattere una
nave grossa, qual presa consign ed essa nave e il capitano di quella al re.

E un giorno stando cos venne una nave l, la quale andava di un regno per un
altro, la qual nave aveva cinque elefanti, infra li quali ve n'aveva uno molto
grande e di gran prezzo, perch era pratico in guerra: e la nave che li levava
era molto grande e aveva molta gente armata. E come il re intese la venuta di
dette navi, mand a dire al capitano che lo pregava che andasse a pigliar
quella nave, la qual levava uno elefante del qual lui avea voluto dare molti
danari e non li aveano voluti; e il capitano li mand a dire che lo farebbe, ma
che li voleva ammazzare se non si volessino arrendere. Il re si content di
questo e mand uno Moro con esso loro, che fusse a vedere in che modo pigliaria
la nave, e per parlare con loro che si dessino; e subito il capitano mand una
caravella di bombarda grossa e bene armata, con sessanta o settanta uomini, la
quale fu una notte drieto ad essa nave senza poterla giugnere, e l'altro giorno
sequente aggiunse sopra essa, dicendoli che si volesse rendere: e li Mori si
messono a ridere, perch erano gente assai e la nave molto grande, e
cominciorono a trarre con freccie. Quando il capitano della caravella vidde
questo, mand a sparare l'artiglieria, di modo che, desperata la detta nave,
subito s'arrenderono, e cos la levorono a Calicut con tutta la gente. Il re
usc fuora alla marina a vederli, e cos fu il capitano della caravella a
consignare il capitano della nave e la nave similmente al re, il quale si
maravigli assai come una caravella tanto piccola e con cos poca gente potesse
prendere una nave cos grande, nella quale erano trecento uomini da battaglia:
il qual re recevette la nave e li elefanti con gran piacere e sollazzo, e la
caravella se torn alle nave.

Descrizione della citt di Calicut, e di costumi del re e del popolo.

La citt  grande e non ha mura intorno, e ne' luochi della citt v' molto di
voto, e le case sono larghe l'una dall'altra: sono di pietra e di calcina e
infodrate d'intagli, in cima coperte di palme, e le porte loro sono grandi e
ben lavorate intorno; e intorno delle case uno muro, dove tengono molti arbori
e laghi d'acqua ne' quali si lavano, e pozzi d'acqua della qual bevano. E per
la citt sono altri laghi grandi di acqua, dove va il popolo minuto a lavarsi,
e questo perch ogni d si lavano due, tre e quattro volte tutto il corpo.
Il re  idolatra, ancora che gli altri abbino creduto che 'l sia cristiano, li
quali non hanno inteso tanto de' suoi costumi quanto noi, che assai avemo
negociato mercanzie a Calicut: il qual re chiamano Gnaffer, e cos tutti i suoi
gentiluomini e gente che lo servono sono uomini berrettini come Mori, e sono
uomini ben disposti, e vanno dalla cintura in su nudi. Portano a torno di loro,
in che vanno fasciati, panni di gottoni bianchi e fini e di altro colore; vanno
discalzi, senza berretta, salvo li grandi signori, che portano berrette
avellutate e di broccato, delle quali alcune sono molto alte. E portano
l'orecchie forate, con molte gioie in quelli buchi; nelle brazze portano
brazzaletti d'oro. Questi gentiluomini portano spada e targa in mano, e le
spade nude, e sono nella punta pi larghe che 'l resto, e le targhe rotonde
come rotelle d'Italia, molto leggieri, le quali sono negre e rosse; e sono gran
giuocatori di spada e rotella, li maggiori del mondo, e non fanno altro
officio, e di questi cos fatti stanno alla corte senza numero. Maritansi con
una moglie overo femina, invitando cinque overo sei, e quelli che sono pi loro
amici, che dormino con la sua moglie, in modo che infra loro non  castit n
vergogna, e le figliuole come sono di otto anni cominciano a guadagnare
all'officio. Queste donne vanno nude cos come gli uomini e portano sopra di
loro grande ricchezza, e hanno li capelli come dipinti a maraviglia, e sono
molto calde e pregano gli uomini che gli tolghino la virginit, perch stando
vergini non trovano marito.
Queste genti mangiano due volte al giorno: non mangiano pane n beveno vino, n
mangiano carne n pesce, se non riso, butiro, latte, zuccaro o frutti; inanzi
che mangino si lavano, e dapoi lavati, se alcuni che non si fussero lavati gli
toccassino, non mangiariano fino tanto che si tornassino a lavare, per modo che
in questo fanno gran cerimonie. Tutto il giorno, cos uomini come donne, vanno
mangiando una foglia che se chiama betola, la quale fa la bocca vermiglia e li
denti negri: e quelli che questo non fanno sono uomini di bassa sorte. Quando
alcuno muore, perch deveno portare negro, se scurano li denti e non mangiano
di questa foglia per certi mesi.

Come i preti detti bramini usano carnalmente con le mogli del re per onorarlo,
e della gran riverenza che 'l popolo porta al suo re.

Il re tien due mogli, e ogniuna di loro  accompagnata da dieci preti che
chiaman bramini, e cadauno di loro dorme con esse carnalmente per onorare il
re: per questa causa li figliuoli non ereditano lo regno, salvo li nepoti,
figliuoli di sorella del re. E abitano in la casa del re pi de mille o
millecinquecento donne, per pi magnificenzia del stado, le quali non hanno
altro officio salvo di spazzare e di acquare la casa innanzi al detto re, per
onde si voglia che vada, e adacquano con acqua mescolata con fecce di vacca. Le
case del detto re sono molto grandi, e hanno in le dette case molte fontane
d'acqua, nelle quali il re si lava.
E quando il re esce fuora, va in uno corridore molto ricco e lo levano duoi
uomini, e cos vanno con essi molti sonadori de instrumenti e molti
gentiluomini con spade e rodelle e molti arcieri, e dinanzi le sue guardie e
portieri, e uno baldachin in cima di lui, s che li fanno pi onore che ad
alcun re del mondo, perch nessuno non s'accosta a lui a tre o quattro passi, e
quando gli danno alcuna cosa gliela danno con un ramo, perch non l'hanno da
toccare. E cos, quando parlano con lui, parlano con la testa bassa e la man
dinanzi alla bocca, e nessun gentiluomo se li mostra davanti senza spada e
rotella. Quando fanno riverenzia, si pongono la mano sopra la testa, e niuno
officiale n uomo di bassa qualit non osa vedere il re n parlare con lui, e
spezialmente li pescatori, che se uno gentiluomo va per una via e duoi
pescatori li venissero incontro per la detta via, li detti pescatori o fuggono
o riceveriano molte bastonate. Questi gentiluomini, quando more il re, e le
loro mogli, bruciano il re con legni di sandalo per onore; la gente di bassa
condizione sotterrano in terra, e li cuoprono la testa e le spalle con cenere.
Portano la barba lunga.

D'una sorte di mercatanti guzzurati e de' costumi loro.

Sono grandi contatori e scrivani: scrivono in una foglia di palma, con una
penna di ferro senza inchiostro. E cos un'altra sorte di gentiluomini che sono
grandi mercatanti, che si chiamano Guzurati, che sono d'una provincia chiamata
Cambaia. Questi e li naturali sono idolatri, e adorano il sole e la luna e le
vacche: se uno ammazzasse una vacca, lo ammazzariano. E questi Guzurati non
mangiano alcuna cosa che riceva morte, n pane, n bevono vino; e se alcuno
garzone mangia carne per errore, lo mandano fuora a dimandare per l'amor di Dio
per il mondo, ancora che discendessono e fussero figliuoli di grandi signori e
di mercatanti. Questi tali credono ad incanti e indovinatori. Sono uomini pi
bianchi che li naturali di Calicut, portano li capelli molto lunghi e cos la
barba; vanno vestiti di bambaso fino, portano tocche, e li capelli involti come
donne, e portano scarpe. E si maritano con una donna come noi: questi sono
molto gelosi, tengono le loro mogli, che sono molto belle e caste. Sono
mercadanti di panni e di tocche e gioie.

D'una altra sorte di mercatanti chiamati Zetires e dei lor costumi.

Sonvi altri mercanti che si chiamano Zetires, di un'altra provincia, e sono
assai idolatri, e grandi mercanti di gioie e di perle e di oro e d'argento.
Sono uomini pi negri, vanno nudi e portano le tocche piccole, e da basso
portano cavigliere come di coda di bue e di cavallo. Queste genti sono li
maggiori incantatori che siano al mondo, che ogni d parlano col diavolo
invisibilmente; e le mogli di questi sono molto scorrette in lussuria, cos
come le bestie.
In questa citt sono Mori de la Mecha e di Turchia e di Babilonia e di Persia e
di molte altre provincie. Sono gran mercanti e ricchi uomini, li quali tengono
di tutte le mercanzie che vengono a questa citt di Calicut, cio gioie di
molte sorti e di tocche molto ricche; hanno muschio, ambracan e belzu,
incenso, legno aloe, riobarbaro, porcellane, garofali, cannella, verzino,
sandali, lacca, noci muschiate, macis. Tutto questo vien d'altre parti, dal
zerzero e pevere, tamarindi, mirabolani e cassiafistula in fuora, quali nascono
nella terra di Calicut, e alcuna cannella salvatica. Questi Mori sono tanto
potenti e ricchi, che quasi comandano a tutta la terra di Calicut.

Del re di Narsinga e del gran numero di mogli ch'ei tiene, e come nella sua
morte tutte le sue mogli si bruciano vive. Degli elefanti che tien detto re.
Quai siano e' tempi della state e del verno loro. Di che mese si partino le
navi della Mecca con le speziarie.

Nella montagna di questo regno vi  uno re molto grande e potente, che si
chiama di Narsinga, e sono li popoli idolatri. Il re tien dugento o trecento
mogli: il giorno che muore l'abbruciano, e tutte le moglie con esso. E cos
tutti gli altri che sono maritati, quando muoiono gli fanno una fossa nella
quale l'abbruciano, e allora la sua moglie si veste pi riccamente che pu, e
tutti li suoi parenti con lei, con molti instrumenti e festa, e la menano alla
fossa: ed ella va ballando a torno la fossa come vanno li gambari, la qual sta
accesa piena di fuoco, e cos si lascia cascar dentro; e li parenti stanno
apparecchiati e presti con pignate d'oglio e butiro, e tanto tosto ch'ella 
cascata dentro, gli lanciano le dette pignate sopra, accioch abbruci pi tosto
In questo regno sono molti cavalli e molti elefanti, con i quali fanno guerra,
e gli tengono cos insegnati e ammaestrati, che non li manca salvo il parlare e
tutto intendono come persone umane: e questo abbiamo visto noi altri in
Calicut. Gli elefanti che tiene il re, co' quali esso cavalca, sono li pi
forzosi e feroci animali del mondo, di modo che duoi di loro tirano una nave in
terra. E le navi di questa terra non navigano se non d'ottobre e novembre per
fino a tutto marzo: in questi mesi  la loro estate, e gli altri mesi 
l'inverno, nel quale non navigano le sue navi, ma tengonle in terra. Nel mese
di novembre partono di Calicut le navi della Mecca con le speziarie, e levano
al Zeiden, che  porto della Mecca, e di l le portano al Cairo per terra in
Alessandria.
Essendo circa tre mesi che stavamo in terra, e il trattato gi affermato, e due
delle nostre navi caricate di spezie, mand il capitano un giorno in terra a
dire al re che gi eran passati tre mesi che gli stavamo nella sua terra, e non
aveano caricato salvo due navi, e li Mori gli ascondano le mercanzie, e le navi
della Mecca caricavano nascosamente e cos si partivano; e che 'l detto
capitano gli averia molto obligo in farli dar buono spaccio, perch il tempo
della sua partita gi s'approssimava. Il re gli rispose che gli faria dare
tutte le mercanzie che 'l volesse, e che niuna nave de' Mori non caricaria fin
a tanto che le nostre navi non fussino caricate e se alcuna nave de' Mori
partisse, che 'l capitano la prendesse per veder se la nave avesse alcuna
mercanzia, e la faria dare per lo prezzo che ditti Mori l'avessino comprata.

Come i Portoghesi furono assaliti all'improviso dai Mori e malmenati,
e Ariscorea fattor del re vi fu morto.

Alli XVI di decembre di ditto anno, stando Ariscorea a far conto con duoi
fattori scrivani di due nostre navi, le quali gi stavano caricate e per
partirsi, part una nave de' Mori con molte mercanzie. Il capitano la prese, e
il capitano di quella nave de' Mori e li pi onorevoli di loro discenderono in
terra e fecero gran lamenti e rumori, di modo che tutti li Mori si congregorono
e furono a parlare al re, dicendogli che noi avevamo ragunato in terra pi
ricchezze di quello avevamo portato nel suo regno, e che eravamo uomini ladri e
rubbatori del mondo, e che avendo noi preso quella sua nave in sul porto, che
faressemo da qui avanti, e che loro s'obbligavano di ammazzarci tutti, e sua
altezza rubbasse la casa del fattore. Il re, come uomo avaro, dette luogo che
ci si facesse.
E non sapendo noi altri di questo cosa alcuna, andavano alcuni de' nostri in
terra a far li fatti suoi per la citt, e d'un tratto vedemmo venire tutto il
popolo contra di loro, ammazzandogli e ferendogli. E ci vedendo, uscimmo noi
altri per dar loro soccorso, di modo che in essa spiaggia ammazzassemo sette
over otto di loro, e loro de' nostri duoi o tre. Noi eravamo da circa settanta
uomini con spada e cappa, e loro erano un numero infinito con lanze, spade,
rotelle, archi e freccie: e ne astrinseno tanto che ci fu necessario ricorrere
a casa, e nel ricorrervi fummo feriti circa cinque o sei uomini, e cos
serrassimo la porta con molta fatica. Essi ci combattevano la casa per tutte le
parti, la quale era circondata d'un muro d'altezza d'un uomo a cavallo. Noi
avevamo sette over otto balestre, con le quali ammazzassemo un monte di gente,
per modo che si misero insieme pi di tremila uomini di guerra: il che
veggendo, levassemo una bandiera in alto, accioch di nave ci mandassino
soccorso. Li battelli vennero presso alla spiaggia, e di l tiravano con le sue
bombarde, e non facevan nulla. Allora li Mori cominciorono a romper le mura
della casa, in modo che in tempo di mezza ora la messeno tutta per terra, a
suono di trombetta e tamburini, con gran voce, e con piacere assai del re, il
che potessemo comprendere per causa d'un suo cameriere che quivi vedemmo. E
vedendo Ariscorea che non avevamo rimedio alcuno a resistere, perch gi due
ore ci combattevano tanto aspramente, per modo che noi non ci potevamo pi
tenere, determin che uscissemo fuora alla spiaggia rompendo per mezzo di loro,
per vedere se li battelli ne potevano salvare: e cos facemmo, e giungemmo la
pi parte di noi fino a mettersi in acqua, e li battelli non osavano accostarsi
per riceverci, e cos per poco soccorso ammazzorno Ariscorea e con lui
cinquanta e pi uomini. E noi scampammo notando in somma di venti persone,
tutti molto feriti, infra li quali scamp un figliuolo del detto Ariscorea, che
era d'undeci anni; e cos entrammo nelli battelli quasi annegati. Il capitano
di detti battelli era Sanchio di Tovar, perch il capitano maggiore stava
ammalato: e cos ci condussono alla nave.
Quando il capitan maggiore vidde questa destruzione e mal ricapito, mand a
prender dieci navi de' Mori che stavano nel porto e fece amazzare tutta la
gente che si trovava in dette navi: e cos ammazzassemo fino alla somma di
cinquecento o seicento uomini, e trovassemo da venti o trenta che s'erano
ascosti nel fondo della nave e sotto le mercanzie. E cos rubbassemo e
pigliassemo quello che dentro aveano: l'una avea dentro tre elefanti, li quali
ammazzassemo e gli mangiassemo; e le navi discaricate abbrucciassemo tutte X. E
l'altro giorno sequente le nostre navi s'accostorono pi a terra e bombardorono
la citt, di modo che ammazzammo infinita gente e facemmo molto danno; ed essi
tiravano da terra con bombarde molto deboli. E stando cos, passavano due navi
al mare e andavano fino a Panderame, che sta di qui cinque leghe. E le navi
andarono a dar in terra, dove stavano altre sette navi grandi in secco, e
scaricarono di molta gente in detto luogo di Panderame: e cos le bombardammo e
ammazzammo molta gente, e non le potessemo prendere, perch stavano molto in
secco. E subito il capitano determin che andassimo a Cucchino, dove caricammo
le navi.

Come andando a Cucchino, regno discosto da Calicut 30 leghe, abbruciorono due
navi cariche di Calicut; e come il re di detto luogo ebbe gran piacer del
giunger loro alla sua terra.

E partimmo per Cuchino, ch' da Calicut trenta leghe ed  regno separato, e
sono idolatri della medesima lingua di Calicut. E andando cos al nostro
cammino, trovammo due navi di Calicut caricate di riso e andammo drieto di
loro, e le genti fuggirono con li battelli in terra, e noi pigliammo le navi:
vedendo il capitano che non portavano mercanzie, le mand abbruciate. E
arrivammo a Cucchino alli XXIIII di decembre, e gettammo l'ancora nella bocca
d'un fiume. Il capitano mand in terra un pover'uomo di nazione guzzerate, che
per sua voluntade si part di Calicut per venire a Portogallo, e fu a dire al
re quanto a noi altri era accaduto in Calicut, e che il capitano gli mandava a
dire che voleva caricare le sue navi nel suo regno, e per pagamento d'esse
portava danari e mercanzie. Il re gli rispose che molto si doleva che gli fussi
stata fatta tanta ingiuria, e che gli avea grande appiacere che fussimo giunti
nella sua terra, perch egli sapeva quanta buona gente eravamo, e tutto quello
che noi volessimo faria. Il Guzzerate che fu in terra disse al detto re che,
per andar la nostra gente in terra sicura, era bisogno qualche securtade, la
quale si faceva uomo per uomo, e che li mandasse per pegno qualche uno de' suoi
uomini e subito li nostri delle navi anderiano in terra. Il re mand subito
duoi uomini de' suoi principali con altri mercatanti, e con alcune mostre di
mercanzie e prezii, che andassino alle navi e che dicessero al capitano che
facesse tutto quello che lui volesse. Il capitano mand subito il fattore in
terra con quattro o cinque uomini, con ordine che comprassino mercanzie,
tuttavia ritenendo con lui gli uomini per pegno, trattandoli molto
onorevolmente: e ogni d si cambiavano, perch li gentiluomini di quelle parti
non mangiano in mare, e se per ventura mangiasseno non possono pi vedere il
re. E cos stemmo dodici o quindici d caricando le navi.

Come venne una armata di Calicut per combattere le navi de' Portoghesi, e come
giunsero al regno Cananor, il re del qual luoco gli fece molte offerte, e con
molta diligenzia li mand 400 cantari di cannella che mancava per compir il lor
carico.

Discosto da Cucchino sta un luogo chiamato Carangollor, nel qual luogo sono
cristiani, giudei, mori e caferis; e in questo luogo trovammo una giudea di
Sibilia, la qual venne per la via del Cairo e de la Mecca, e qui venneno anche
con noi altri duoi cristiani, li quali dicevano che voleano passare a Roma e a
Ierusalem. Il capitano ebbe gran piacere di questi duoi uomini. E stando gi
tutte le navi apparecchiate per caricare, venne una armata di Calicut, nella
qual era da ottanta overo ottantacinque vele, infra le quali ve n'erano XXV
molto grandi. Il re, come ebbe nuova di questa armata che veniva, mand a dire
al capitano se voleva combattere con loro, che li mandaria navi e gente; il
capitano gli rispose che non era necessario. E la detta armata, per esser gi
di notte, sorgette lontana da noi una lega e mezza. Il capitano, come si fece
notte, mand a dar alte le vele, menando con seco gli uomini che lui teneva in
pegno per quelli che restorono in terra, che furono uomini sette; e gli parse
che sbaratteria l'armata senza altro soccorso, ma la notte non fece vento per
andar sopra l'armata di Calicut.
Il giorno sequente, che fu alli X di zennaro del 1501, andavamo appresso a
loro, e loro veniano appresso a noi, di modo che aggiungessemo l'una l'altra.
Faccendo il capitano determinazione di combattere con esse, e stando gi tanto
appresso quant' il trar d'una bombarda, s'accorse che Sanchio da Tovar,
secondo capitano, con la sua nave e un altro navilio erano restati adrieto, di
modo ch'el capitano, vedendo non v'esser ordine, determin insieme con gli
altri di levar suo cammino per Portogallo, donde avevamo il vento in poppe.
Nondimeno l'armata di Calicut ci seguit tutto quel giorno, fino ad un'ora di
notte, di modo che ci perdessemo di vista. E cos il capitano deliber di
venirsene a Portogallo, lassando li suoi sette uomini con lo fattore in terra,
e levando li duoi di Cucchino con noi, li quali cominciammo accarezzare
pregandoli che volessero mangiare, perch gi erano tre giorni passati che non
aveano mangiato: e cos mangiorono con gran pena e passione, e noi ce ne
venimmo al nostro cammino.
Ad XV zennaro giungemmo ad un regno di qua di Calicut, che si chiama Cananor,
ch' di caferis, della lingua a modo di Calicut; e passando pel detto regno, il
re mand a dire al capitano che avea gran dispiacere che lui non fosse andato
al suo regno, e che gli pregava che gettassemo quivi l'ancora, e che se non
fossemo caricati, lui ci caricaria. Udendo cos, il capitano sorgette quivi, e
mand un Guzzerate in terra a dirgli come le navi erano gi caricate, e che non
avevano di bisogno salvo di 100 baare di cannella, che sono 400 cantari. E
subito il re gli mand alle navi con molta diligenzia la detta cannella,
fidandosi molto di noi, e il capitano la mand a pagare in tanti crociati: e ne
fu portata dipoi tanta, che non avea luogo dove metterla. Il re mand a dire al
capitano che, se restava per non aver danari, per questo non la lasciassimo di
caricare a nostra volont, e che al viaggio di ritorno la pagaressimo, perch
ben avea inteso come il re di Calicut ne avea rubato, e quanto buona gente e di
verit eravamo. Il capitano molto lo ringrazi e mostr al messaggiero, cio
allo imbasciatore, tre o quattromila crociati che ci avanzavano, e cos il re
gli mand a dire se voleva pi alcuna cosa: il capitano gli rispose di no,
salvo che sua altezza mandasse uno uomo per vedere le cose di Portogallo. Il re
subito mand un gentiluomo che venisse con noi a Portogallo, e gli uomini di
Cucchino ch'erano restati con noi in nave scrisseno al suo re come essi veniano
per Portogallo, e cos medesimamente scrisse il capitano al fattore che ivi era
restato: e in questo luogo non stessemo pi d'un giorno, e cominciammo a
traversare il colfo per Melinde.
Nell'ultimo giorno di zennaro eravamo a mezzo il colfo e trovammo una nave di
Cambaia che veniva per Melinde, e facemmola dimandare, parendoci che fusse nave
della Mecca, e prendemmola: la quale venia molto ricca, caricata con pi di
dugento uomini e donne. E quando il capitano intese che erano di Cambaia, la
lasci andare al suo viaggio, fuor che uno pilotto che gli tolse. E cos loro
si partirno per il lor cammino e noi altri per il nostro.

Come la nave del capitano Sanchio da Tovar, carica di speziarie, dette in secco
e s'aperse, di modo che non si salv nulla, salvo la gente in camicia.

Alli XII di febraro, quasi sul far della notte, tutti li pilotti e cos gli
altri che avean le carte da navigare dicevan che eravamo presso a terra; e
Sanchio da Tovar, che era capitano di una nave grande, disse che lui voleva
andare avanti con la sua nave, e mand a mettere tutte le vele, e si pose
avanti l'altre. E quando fu l'ora di mezzanotte, dette in secco e cominci a
far fuoco: e quando il capitano lo vidde, mand a sorgere, e la notte tanto
crebbe il vento che non potevamo comportare. E come alquanto manc il vento, il
capitano mand subito li battelli alla nave per veder se la poteva salvare; se
non, che l'abbruciassero e che se ne venissero con la gente: la nave era gi
aperta, e posta in luogo donde non potevano uscire. Il vento cresceva tanto che
l'altre navi stavano a gran pericolo, per modo che fu necessario governarsi a
mano, per che non si salv nulla, salvo la gente in camicia; e la nave era di
dugento tonelli e caricata di speziarie.
E di l ci partimmo cinque navi e passammo per Melinde, dove non potemmo
entrare; e cos ne venimmo a Monzambique, onde tollessemo acqua e legne e
ponemmo la nave in secco. E di l mand il capitano maggiore Sanchio da Tovar
in una caravellina, con un pilotto che pigliammo, nell'isola di Ceffalla, per
sapere che cosa era quivi; e noi restammo l ad acconciar la nave, e di l ci
partissemo quattro e andammo ad una angra, cio a un porto, dove femmo una gran
pescaria de pagri. E di quivi partendoci, ci sopraggiunse una fortuna, che ne
fece tornare indrieto assai con l'arbore a secco, e l perdemmo una nave di
vista, s che restammo in tre.

Come di tutta l'armata che fu per Calicut ritornoron a Portogallo solamente sei
navi. E dalla terra chiamata Beseneghe, e della isola Cefalla.

Giungemmo al Capo di Buona Speranza il d di pasqua fiorita, e di l ne dette
buon tempo, col quale attraversassemo e venissemo alla prima terra giunta col
Capo Verde, detta Beseneghe, dove trovammo tre navili che 'l nostro re di
Portogallo mandava a discoprire la terra nuova, che noi avevamo trovata quando
andavamo a Calicut. E cos ne dette nuova d'una nave che perdemmo di vista,
quando andavamo in l, la quale fu alla bocca dello stretto della Mecca, e
stette ad una citt donde li tolseno il battello con tutta la gente che avea. E
cos veniva la nave solamente con sei uomini, la maggior parte ammalati, e non
beveano se non acqua che coglievano nella nave quando pioveva. E cos venimmo e
giungemmo in questa citt di Lisbona nella fine di luglio.
Un d dipoi venne la nave che perdemmo di vista quando tornavamo, e Sanchio da
Tovar con la caravella che fu a Ceffalla, il quale dice che  una piccola isola
dentro la bocca d'un fiume, populata da Mori; e vien l'oro portato l da la
montagna dove  la mina, e da gentili, che sono altra gente che non sono Mori,
e recano a questa isola lo detto oro per altre mercanzie. E Sanchio di Tovar,
quando di l giunse, vi trov molte navi de Mori, e prese un Moro per suo
sicuro d'un cristiano di Arabia che mand in terra. E cos stette due o tre
giorni, e non venendo il cristiano rescatto suo se ne venne con il Moro per
Portogallo, lassando l il cristiano. Di modo che, dell'armata che fu per
Calicut, vennero sei navi e tutte l'altre si perdettero.



Di Amerigo Vespucci fiorentino lettera prima, drizzata al magnifico M. Pietro
Soderini, gonfaloniere perpetuo della magnifica ed excelsa signoria di Firenze,
di due viaggi fatti per il serenissimo re di Portogallo.


Del porto detto Beseneghe; dove un giovene dell'armata sceso in terra fu dalle
donne ammazzato a tradimento e arrostito; del luoco detto Capo di Santo
Agostino; dell'isole degli Azori.

Stando in Sibilia, riposandomi da molte mie fatiche ch'in duoi viaggi fatti per
il serenissimo re don Fernando di Castiglia nell'Indie occidentali avevo
passate, e con volont di ritornare di nuovo alla terra delle perle, quando la
fortuna, non contenta de' miei travagli, fece che venne in pensiero a questo
serenissimo re don Manuello di Portogallo volersi servire di me; e stando in
Sibilia fuori d'ogni pensiero di venire a Portogallo, mi venne un messaggiero
con lettere di sua real corona, che mi comandava ch'io venisse qui a Lisbona a
parlarli, promettendo farmi molte grazie. Io fui consigliato di non partirmi
allora, e per espeditti el messaggiero dicendogli ch'io stava male, e che
quando fussi risanato, e che sua altezza si volesse pur servir di me, che farei
quanto mi comandasse. Laonde che, visto sua altezza che 'l non mi poteva avere,
deliber di mandare per me Giuliano di Bartolomeo del Giocondo, stante qui in
Lisbona, con commissione che in ogni modo mi conducesse. Venne el detto
Giuliano a Sibilia, per la venuta e prieghi del quale fui forzato a venire; e
fu tenuta a male la mia partita da quanti mi conoscevano, per essermi partito
di Castiglia, dove mi era fatto onore e il re mi teneva in bona reputazione:
peggio fu che mi parti insalutato ospite. E appresentatomi innanzi a questo re,
mostr aver piacere della mia venuta, e pregommi ch'io andassi in compagnia di
tre sue navi, che stavano in ordine per andar a discoprir nuove terre: e perch
un priego d'un re  comandamento, ebbi a consentire a quanto mi comandava.
E partimmo di questo porto di Lisbona tre navi di conserva ad X di maggio
1501, e pigliammo nostro pareggio diritti all'isola della Gran Canaria, e
passammo senza posare a vista di essa. E di qui fummo costeggiando la costa
d'Africa per la parte occidentale, nella qual costa facemmo nostra pescaria,
d'una sorte pesci che si chiamano pargos, dove ci tenemmo tre giorni. E di qui
fummo nella costa d'Etiopia a un porto che si dice Beseneghe, che sta dentro
dalla torrida zona, sopra la quale alza el polo del settentrione 14 gradi e
mezo, situato nel primo clima: dove stemmo 11 giorni pigliando acqua e legne. E
perch mia intenzione era di navigare verso ostro per el golfo Atlantico,
partimmo di questo porto di Etiopia e navigammo per libeccio, pigliando una
quarta di mezzod, tanto che in 67 giorni arrivammo a una terra che stava dal
detto porto 700 leghe verso libeccio. E in quelli 67 giorni avemmo el peggior
tempo che mai avesse uomo che navigasse el mare, per le molte pioggie, tempeste
e fortune che ci dettono, perch fummo in tempo molto contrario, a causa che 'l
forzo della nostra navigazione fu di continuo gionta con la linea
dell'equinoziale nel mese di giugno, ch' inverno, e trovammo el d con la
notte essere eguale, e trovammoci avere l'ombra verso mezzod di continuo.
Piacque a Dio mostrarci terra nova, che fu il 17 agosto, dove surgemmo a mezza
lega e buttammo fuori li nostri battelli; poi andammo a veder la terra se era
abitata da gente e di che sorte, e trovammo essere abitata da genti ch'erano
peggiori ch'animali, come V.S. intender.
In questo principio non vedemmo gente, ma ben conoscemmo ch'era populata, per
molti segnali ch'in quella vedemmo. Pigliammo la possessione di essa per questo
serenissimo re, la quale trovammo esser terra molto amena e verde e di buona
apparenza: stava oltra della linea equinoziale verso ostro 5 gradi. Poi ci
ritornammo alle navi, e perch tenevamo gran necessit d'acqua e di legne,
accordammo l'altro giorno di ritornare a terra per proveder delle cose
necessarie. E stando in terra, ci vedemmo una gente nella sommit d'un monte,
che stavano mirande e non osavano discendere a basso: erano nudi, e del
medesimo colore e fazione ch'erono gli altri passati scoperti per me per il re
di Castiglia. E stando con loro travagliando perch venissino a parlare con
noi, mai non gli potemmo assicurare, non volendosi fidar di noi; e visto la
loro ostinazione, e di gi essendo tardi, ce ne tornammo alle navi lasciando
loro in terra molti sonagli e specchi e altre cose a sua vista: e come fummo
larghi al mare, discesono dal monte e vennono per le cose che gli lassammo,
faccendosi di esse gran maraviglia. E per questo giorno non ci provedemmo se
non d'acqua; l'altra mattina vedemmo dalle navi che la gente di terra facevono
molte fumate, e noi, pensando che ne chiamassino, andammo a terra, dove
trovammo ch'erano venuti molti populi: e tuttavia stavano larghi da noi e ne
accennavano che fossimo con loro drento per la terra, per onde si mossono dua
nostri cristiani a domandare al capitano che desse lor licenzia, che si
volevano mettere a pericolo di voler andare con loro in terra, per vedere che
gente erano e se ne tenevano alcuna ricchezza o spezieria o drogheria. E tanto
pregorono che 'l capitano rest contento, e messonsi a ordine con molte cose di
riscatto, si partirono da noi con ordine che non stessino pi di cinque giorni
a tornare, perch tanto gli aspettaremmo, e pigliorono il lor cammino per la
terra, e noi nelle navi aspettandogli. E quasi ogni giorno veniva gente alla
spiaggia, ma mai non ne volsero parlare.
E il settimo giorno andammo in terra e trovammo ch'avean menato con loro le sue
donne; e come saltammo in terra, gli uomini della terra mandarono molte delle
lor donne a parlar con noi, dove, vedendo che non si assicuravono, deliberammo
di mandar a loro un uomo de' nostri, che fu un giovine che molto faceva il
gagliardo. E noi per assicurarlo entrammo nei battelli, e lui si fu per le
donne; e come gionse a esse, gli feciono un gran cerchio intorno: toccandolo e
mirandolo si maravigliavono. E stando in questo, vedemmo venire una donna dal
monte che portava un gran palo nella mano, e gionta donde stava el nostro
cristiano gli venne per adrieto e, alzato el bastone, gli dette cos gran colpo
che lo distese morto in terra: e in un subbito l'altre donne lo presero per i
piedi e lo strascinorono verso 'l monte, e gli uomini saltorono verso la
spiaggia, e con loro archi e saette a saettarne; e messono la nostra gente in
tanta paura, essendo surti con i battelli sopra le secche che stavano in terra,
che per le molte freccie ch'essi tiravano nei battelli nessuno ardiva di
pigliar l'arme. Pure disparamo loro quattro tiri di bombarda, e non
accertorono, salvo che, udito el tuono, tutti fuggirono verso 'l monte, dove
erano gi le donne, facendo pezzi del cristiano: e a un gran fuoco che avevon
fatto lo stavano arrostendo a vista nostra, mostrandoci molti pezzi e
mangiandoseli, e gli uomini faccendoci segnali, con loro cenni, come avevan
morti gli altri dua cristiani e mangiatoseli. Il che ci pes molto, vedendo con
i nostri occhi la crudelt che facevano del morto: a tutti noi fu ingiuria
intollerabile, e stando di proposito pi di quaranta di noi di saltare in
terra, e vendicare tanta cruda morte e atto bestiale e inumano, el capitan
maggiore non volle consentire. E si restarono sazii di tanta ingiuria, e noi ci
partimmo da loro con mala volont e con molta vergogna nostra, per cagione del
nostro capitano.
Partimmo di questo luogo e cominciammo nostra navigazione fra levante e
sirocco, che cos corre la terra, e facemmo molte scale, e mai trovammo gente
che con esso noi volessino conversare. E cos navigammo tanto che trovammo che
la terra faceva la volta per libeccio, e come voltammo un cavo, al quale
mettemmo nome el Capo di Sant'Agostino, cominciammo a navigare per libeccio: ed
 discosto questo cavo dalla predetta terra che vedemmo, dove ammazzorono i
cristiani, 150 leghe verso levante, e sta questo cavo 8 gradi fuori della linea
equinoziale vers'ostro. E navigando avemmo un giorno vista di molta gente, che
stavano alla spiaggia per vedere la maraviglia delle nostre navi; e cessando di
navigare, fummo alla volta loro e sorgemmo in buon luogo, e fummo coi battelli
a terra, e trovammo la gente esser di miglior condizione che la passata, e
ancor che ci fosse travaglio di domesticargli, tuttavia ce gli facemmo amici e
trattammo con loro. In questo luogo stemmo cinque giorni, e qui trovammo cassia
fistola molto grossa e verde e secca in cime degli arbori. Accordammo in questo
luogo levar un paio di uomini, perch imparassino la lingua, e cos vennono tre
di loro volont per venire a Portogallo; e partimmo poi di questo porto, sempre
navigando per libeccio a vista di terra, di continuo faccendo di molte scale e
parlando con infinita gente. E tanto andammo verso l'ostro che gi stavamo
fuori del tropico di Capricorno, donde el polo antartico s'alzava sopra
l'orizonte 32 gradi, e di gi avevamo perduto del tutto l'Orsa minore, e la
maggiore ci stava tanto bassa che apena si mostrava al fine dell'orizonte, e ci
reggevamo per le stelle dell'altro polo dell'antartico, le quali sono molte e
molto maggiori e pi lucenti che quelle di questo nostro polo: e della maggior
parte di esse trassi le lor figure, e massime di quelle della prima
magnitudine, con la dechiarazion di lor circuli che facevan intorno al polo
dell'ostro, con la dechiarazion de' lor diametri e semidiametri, come si potr
veder nel sommario delle mie navigazioni. Corremmo di questa nostra costa
appresso di 750 leghe: le 150 dal Cavo di Sant'Agostino verso el ponente, e le
600 verso el libeccio. Volendo raccontare le cose ch'in questa costa viddi e
quello che passammo, non mi bastarebbono altretanti fogli: e in questa costa
non vedemmo cosa di profitto, eccetto infiniti arbori di verzino e di cassia, e
altre maraviglie della natura che saria lungo raccontare.
E di gi essendo stati nel viaggio ben dieci mesi, e visto ch'in questa terra
non trovammo cosa di minera alcuna, accordammo di espedirci di essa e andarci a
commettere al mare per altra parte, e fatto nostro consiglio fu deliberato che
si seguisse quella navigazione che mi paresse bene, e tutto fu rimesso in me il
comandare dell'armata. E allora comandai che tutta la gente e armata si
provedessi di acqua e di legne per sei mesi, che tanto giudicorono gli
ufficiali delle navi che potevamo navigare con esse. Fatto nostro provedimento
di questa terra, cominciammo nostra navigazione per el vento sirocco, e fu il
15 di febraio, quando gi el sole s'andava appressando all'equinozio e tornava
verso questo nostro emisperio del settentrione. E tanto navigammo per questo
vento, che ci trovammo tanto alti che 'l polo antartico ci stava alto fora del
nostro orizonte ben 52 gradi, e di gi stavamo discosti dal porto di dove
partimmo ben 500 leghe per sirocco: e questo fu il 3 d'aprile. E in questo
giorno cominci una fortuna in mare tanto forzosa che ne fece amainare del
tutto le nostre vele, e correvamo con arbero secco con molto vento, ch'era
libeccio, con grandissimi mari e l'aria molto fortunevole: e tanta era la
rabbia del mare che tutta l'armata stava con gran timore. Le notti eron molto
grandi, che notte tenemmo il 7 d'aprile che fu di 15 ore, perch il sole stava
nel fine di Aries e in questa regione era lo inverno, come ben pu considerare
V.S..
E andando in questa fortuna, ad 7 d'aprile avemmo vista di nuova terra, della
quale corremmo circa di 20 leghe e la trovammo tutta costa brava, e non vedemmo
in essa porto alcuno n gente, credo perch'era tanto el freddo che nessuno
dell'armata ci poteva remediare n sopportarlo. Di modo che, vistoci in tanto
pericolo e in tanta fortuna, ch'a pena potevamo aver vista l'una nave
dell'altra, per i gran mari che facevono e per la grande oscurit del tempo,
accordammo con el capitano maggiore far segnale all'armata ch'arrivasse, e
lasciammo la terra e se ne tornassimo al cammino di Portogallo: e fu molto buon
consiglio, che certo  che, se tardavamo quella notte, tutti ci perdevamo. Per
il che pigliammo il vento in poppa, e la notte e il giorno sequente crebbe
tanto la fortuna che dubitammo perderci, e avemmo di far peregrini e altre
cerimonie, com' usanza di marinari per tali tempi. Corremmo 5 giorni con il
vento in poppe con il trinchetto solo, e questo ben basso; e in questi d
navigammo 250 leghe, e tuttavia appressandoci alla linea dell'equinoziale, e in
aria e in mari pi temperati: e piacque a Dio scamparci di tanto pericolo. E la
nostra navigazione era per el vento infra tramontana e greco, perch nostra
intenzione era di andare a riconoscere la costa d'Etiopia, che stavamo discosto
da essa 1300 leghe per el golfo del mar Atlantico: e con la grazia di Dio a' 10
di maggio fummo in essa, a una terra vers'ostro che dicesi la Serra Liona, dove
stemmo 15 giorni pigliando nostro rinfrescamento. E di qui poi partimmo
navigando verso l'isole degli Azori, che sono discoste da questo luogo della
Serra circa di 750 leghe, e giongessimo a esse isole nel fine di luglio, dove
stemmo altri 15 giorni pigliando alcuna recreazione.
Dapoi partimmo da esse per Lisbona, perch stavamo pi all'occidente 300 leghe,
ed entrammo per questo porto di Lisbona il 7 di settembre del 1502 a buon
salvamento, Dio rengraziato sia, con solo due navi, perch l'altra ardemmo
nella Serra Liona perch non poteva pi navigare. Stessimo in questo viaggio
cerca 15 mesi e giorni undeci, e navigammo senza veder la stella tramontana o
l'Orsa maggiore e minore, che si dice el Corno, e si reggemmo per le stelle
dell'altro polo. Questo  quanto viddi in questo viaggio, fatto per el
serenissimo re de Portogallo.


Di Amerigo Vespucci lettera seconda.


Come la nave del capitano maggiore dette in un scoglio e si aperse. Di un porto
che scopersero, qual chiamorono la Baia di Tutti i Santi. E come in un altro
porto fecero una fortezza.

Restami dire le cose per me viste nel secondo viaggio per questo serenissimo
re, e per essere oramai stracco, e anche perch questo viaggio non si forn
secondo ch'io levavo el proposito, per una desgrazia che ne accadde nel golfo
del mare Atlantico, come nel processo sotto brevit intender V.S., m'ingegner
d'esser breve.
Partimmo di questo porto di Lisbona sei navi di conserva, con proposito di
andare a scoprir una citt verso l'oriente che si dice Melacca, della quale si
ha nuove esser molto ricca, e che  come el magazino di tutte le navi che
vengono del mar Gangetico e del mar Indico, come  Calis camera di tutti i
navili che passano di levante a ponente. E questa Melacca  pi al levante che
Calicut e in molto pi alta parte del mezzod, perch sappiamo che sta in
altezza di tre gradi del nostro polo. Partimmo el giorno 10 di maggio 1503 e
fossimo diritti alle isole del Capoverde, dove smontammo e pigliammo ogni sorte
di rinfrescamento. E stati 13 giorni, di qui partimmo a nostro viaggio
navigando per el vento sirocco; e come el nostro capitan maggior fusse uomo
prosontuoso e bizarro, volse andare a riconoscere la Serra Liona, montagna
della Etiopia australe, senza tener necessit alcuna, se non per farsi vedere
ch'era capitano di sei navi, contro la volont di tutti noi altri capitani. E
cos navigando, quando fummo appresso la detta terra furon tante le fortune che
ci dettono, e con esse il tempo contrario, che, stando a vista di essa ben
quattro giorni, mai ci lasci el mal tempo pigliar terra, di modo che fummo
forzati di tornare alla nostra navigazione vera e lassare la detta Serra.
E navigando di qui al suduest, ch' il vento fra mezzod e garbino, quando
fummo navigati ben 300 leghe per la grandezza di questo mare, stando di gi
oltra la linea equinoziale vers'ostro 3 gradi, si discoperse una terra, che
potevamo esser lontani allora da essa 22 leghe, della quale si maravigliammo: e
trovammo ch'era un'isola nel mezzo del mare, ed era molto alta cosa e ben
maravigliosa della natura, perch non era pi che due leghe di longo e una di
largo, la qual isola mai non fu abitata da genta alcuna. E fu mala isola per
tutta l'armata, perch sapr V.S. che, per el mal consiglio e reggimento del
nostro capitano maggior, si perse qui la sua nave, perch dette con essa in un
scoglio e si aperse, la notte di san Lorenzo, che  ad dieci d'agosto, e se ne
and a fondi, non salvandosi di essa cosa alcuna se non la gente: era nave di
300 tonelli, nella quale andava tutta l'importanza dell'armata. E come l'armata
tutta travagliasse in rimediarli, el capitano mi comand ch'io andassi con la
mia nave alla detta isola a cercare un buon surgidore, dove potessino surgere
tutte le navi; e perch il mio battello, armato con nove mei marinari, era in
servigio e aiuto di alleggerir la nave, non volse che lo levassi e ch'io fussi
senz'esso, dicendomi che me lo leverebbono all'isola. Partimmi dell'armata,
come mi comand, per l'isola senza battello e con meno la mitade de' miei
marinari, e fui alla detta isola, ch'era distante circa 4 leghe, nella quale
trovai un bonissimo porto, dove ben sicuramente potevano surgere tutte le navi:
e qui aspettai el mio capitano e l'armata ben 8 giorni, e mai non vennono, di
modo che stavamo molto malcontenti, e le genti che m'erano restate nella nave
stavano con tanta paura che non gli potevo consolare.
E stando cos, l'ottavo giorno vedemmo venire una nave per il mare, e di paura
che non ci potesse vedere, ci levammo con la nostra nave e andammo a essa,
pensando che mi portasse el mio battello e gente; e come ci accostammo, dapoi
salutata, ci disse come la capitana era ita in fondo e come la gente s'era
salvata, e che il mio battello e gente restava con l'armata, la qual s'era ita
per quel mare avanti: che ci fu tanta grave passione qual pu pensare V.S., per
trovarci 1000 leghe discosto da Lisbona, e in golfo, e con poca gente.
Nondimeno, voltato il viso alla fortuna, andammo tuttavia innanzi, e tornati
all'isola ci fornimmo di acqua e di legne con el battello della mia conserva.
La qual isola trovammo disabitata, e teneva molte acque vive e dolci,
infinitissimi arbori, piena di tanti uccelli marini e terrestri ch'erono senza
numero; ed eron tanto semplici che si lasciavon pigliar con mano, e tanti ne
pigliammo che caricammo un battello di essi; altro animal non vedemmo, salvo
topi molto grandi e ramarri con due codi e alcune serpi.
E fatta nostra provisione, ci partimmo per el vento fra mezzod e libeccio,
perch tenevamo un ordine del re, che ne comandava che qualunque delle navi si
perdesse, o dell'armata o del suo capitano, drizzasse el suo cammino verso la
terra scoperta al viaggio passato. E cos navigati a detta terra, discoprimmo
un porto, che gli mettemmo nome la Baia di Tutti e' Santi; e piacque a Dio di
darne tanto buon tempo che in dicessette giorni fummo a pigliar terra in esso,
ch'era distante dall'isola ben 300 leghe, dove non trovammo n il nostro
capitano n nessun'altra nave dell'armata: nel qual porto aspettammo ben due
mesi e quattro giorni. E visto che non veniva ricapito alcuno, deliberammo la
conserva e io correr la costa, e navigammo pi innanzi 260 leghe, tanto che
giongemmo in un porto dove accordammo far una fortezza, e la facemmo e
lasciammo in essa ventiquattro uomini cristiani, che aveva la mia conserva
raccolti della nave capitana che s'era perduta. Nel qual porto stemmo cinque
mesi in far la fortezza e caricare nostre navi di verzino, perch non potevamo
andare pi innanzi, per cagion che non tenevamo genti e ne mancavan molti
apparecchi.
Fatto tutto questo, accordammo di tornare a Portogallo, che ei stava per el
vento fra greco e tramontana, e lassamo li ventiquattro uomini nella fortezza,
con mantenimento per sei mesi e dodeci bombarde e molt'altre arme; e pacificamo
tutta la gente di terra, della quale non s' fatto menzione in questo viaggio,
non perch non vedessimo e praticassemo con infinita gente di essa, perch
fossimo in terra dentro ben 30 uomini 40 leghe, dove viddi tante cose che per
molti rispetti le lascio di dire, riservandole alle mie 4 giornate. Questa
terra sta oltra della linea equinoziale alla parte d'ostro 18 gradi, e fuora
del mantenimento di Lisbona 57 gradi pi all'occidente, secondo che mostrano li
nostri instrumenti. E fatto tutto questo, ci spedimmo da' cristiani e dalla
detta terra e cominciammo nostra navigazione al nornodeste, ch' vento fra
tramontana e greco, con proposito di andare a drittura a questa citt di
Lisbona. E in 77 giorni, dapoi tanti travagli e pericoli, entrammo in questo
porto ad 18 di giugno del 1504, Dio lodato, dove fummo molto ben ricevuti e
fora d'ogni credere, perch tutta la citt ci teneva perduti, perch l'altre
navi dell'armata tutte s'erano perdute per la superbia e pazzia del nostro
capitano, che cos paga Dio la superbia.
E al presente mi trovo qui in Lisbona, e non so quello ch'il re vorr far di
me, che molto desidero riposarmi. El presente apportatore, ch' Benvenuto di
Domenico Benvenuti, dir a V.S. di mio esser e d'alcune cose che si sono
lasciate di dire, per qualche rispetto, perch egli le ha viste e sentite. Io
sono ito restringendo la lettera quanto ho potuto, e si  lasciato a dire molte
cose naturali, volendomi rapportar a lui. V.S. mi escusar, supplicandola a
tenermi nel numero de' suoi servitori; e gli raccomando ser Antonio Vespucci
mio fratello e tutta la casa mia; resto pregando Dio che prosperi la vita e
onor de V.S. ed esalti e accresca lo stato di cotesta magnifica ed excelsa
republica, come la desidera.


Sommario di Amerigo Vespucci fiorentino, di due sue navigazioni, al magnifico
M. Pietro Soderini, gonfalonier della magnifica republica di Firenze.


Dell'isole Fortunate, oggid chiamate le Gran Canarie; di Capo verde,
altrimenti detto Beseneghe overo Madangan, e da Tolomeo detto Etiopo
promontorio.

Ai giorni passati pienamente diedi aviso alla S.V. del mio ritorno e, se ben mi
ricordo, le raccontai di tutte queste parti del mondo nuovo, alle quali io era
andato con le caravelle del serenissimo re di Portogallo: e se diligentemente
saranno considerate, parr veramente che facciano un altro mondo, s che non
senza cagione l'abbiamo chiamato mondo nuovo, perch gli antichi tutti non
n'ebbero cognizione alcuna, e le cose che sono state nuovamente da noi
ritrovate trapassano la loro openione. Pensorono essi oltra la linea
equinoziale verso mezzogiorno niente altro esservi che un mare larghissimo e
alcune isole arse e sterili: il mare lo chiamarono Atlantico, e se tal volta
confessarono che vi fusse punto di terra, contendevano quella esser sterile e
non potervisi abitare. La openione de' quali la presente navigazione rifiuta, e
apertamente a tutti dimostra esser falsa e lontana da ogni verit, percioch
oltra l'equinoziale io ho trovato paesi pi fertili e pi pieni di abitatori
che giamai altrove io abbia ritrovato, se ben V.S. anche voglia intender
dell'Asia, dell'Africa e dell'Europa, come pi ampiamente qui di sotto
seguitando sar manifesto. Percioch, poste da parte le cose picciole,
racontaremo solamente le grandi che siano degne di esser intese, e quelle che
noi personalmente avemo vedute, over abbiamo udite per relazione di uomini
degni di fede. Di queste parti adunque nuovamente ritrovate, ora ne diremo pi
cose diligentemente e senza alcuna bugia.
Con felice augurio adunque, alli XIII di maggio MDI, per comandamento del re ci
partimmo da Lisbona con tre caravelle armate, e andammo a cercare il mondo
nuovo. E faccendo il viaggio verso ostro, navigammo XX mesi, della qual
navigazione narraremo primamente l'ordine, che navigando tenemmo in questa
maniera. Andammo alle isole Fortunate, che oggi si chiamano le Gran Canarie:
elle sono nel terzo clima, nell'ultima parte del ponente abitato. Dipoi,
navigando per l'Oceano, scorremmo la costa d'Africa e del paese dei Negri
insino al promontorio che da Tolomeo  chiamato Etiopo: i nostri lo chiamano
Capoverde, dai Negri  detto Biseneghe, gli abitatori lo nominano Madangan; il
qual paese  drento la zona calda per quattordici gradi verso tramontana,
abitato dai Negri. Quivi rinfrescati e riposati, e fornitici di ogni sorte di
vettovaglia, facemmo vela drizzando il nostro viaggio verso il polo antartico;
nondimeno tenevamo alquanto verso ponente, percioch era vento di levante, n
mai vedemmo terra se non dopo che avessimo navigato tre mesi di continuo e tre
giorni.
Nella qual navigazione in quanti travagli e pericoli della vita ci
ritrovassimo, quanti affanni e quante perturbazioni e fortune patissimo e
quante volte ci venisse a noia di esser vivi, lo lascier giudicare a quei che
hanno l'esperienza di molte cose, e principalmente a coloro che conoscono
chiaramente quanto sia difficile il cercar le cose incerte e l'andar in luoghi
dove uomo pi non sia stato: ma quei che di ci non hanno esperienza, non
vorrei che di questo fussero giudici. E per ridur le molte parole in una,
sappia V.S. che noi navigammo sessantasette giorni, nei quali avemmo aspra e
crudel fortuna, percioch nei quarantaquattro giorni, facendo il cielo
grandissimo romore e strepito, non avemmo mai altro che baleni, tuoni, saette e
pioggie grandissime, e una oscura nebbia aveva coperto il cielo, di maniera che
di d e di notte non vedevamo altramente che quando la luna non luce e la notte
 di oscurissime tenebre offuscata: e perci il timor della morte ci
sopravenne, di modo che gi ci pareva quasi aver perduta la vita.
Dopo queste cose s gravi e s crudeli, finalmente piacendo a Iddio per la sua
clemenzia di aver compassione della nostra vita, subito ci apparve la terra, la
qual veduta, gli animi e le forze, che erano gi cadute e diventate deboli,
subitamente si rilevorono e si riebbero, s come suole avenire a coloro che
hanno trapassate grandissime aversit, e massimamente a quei che sono campati
dalla rabbia della cattiva fortuna. Noi adunque alli VII di agosto del MDI
sorgemmo nel lito di quel paese e, rendendo a Iddio massimo quelle maggior
grazie che potevamo, facemmo secondo il costume cristiano solennemente celebrar
la messa. La terra ritrovata ci parve non isola ma terra ferma, percioch si
estendeva larghissimamente e non si vedeva termine alcuno, ed era molto fertile
e molto piena di diversi abitatori; e quivi tutte le sorte degli animali sono
salvatiche, i quali nelle nostre parti sono del tutto incogniti. Ritrovammo
quivi anche alcune altre cose, delle quali studiosamente non ne abbiamo voluto
far menzione, accioch l'opera non divenga grande oltra misura. Questo
solamente giudico che non si debbia lasciare adrieto, che aiutati dalla
benignit di Dio a tempo e secondo il bisogno vedemmo terra, percioch non
potevamo pi astenerci, mancandoci tutte le vettovaglie, cio legne, acqua,
biscotto, carne salata, cacio, vino, olio, e quel che  pi il vigor
dell'animo. Da Iddio adunque riconoscemo che abbiamo la vita, a cui dovemo
render grazie, onore e gloria.

Come Amerigo Vespucci, avendo smarrita la via, mediante l'astrologia la
ritrov. E come scopersero un paese di terra ferma, che cominciando dalla linea
dell'equinoziale 8 gradi verso il polo antartico, navigando presso detta costa
trapassarono il tropico iemale verso il detto polo gradi 17 e mezo.

Fummo adunque tra noi di concorde parere di navigar presso di questa costa e di
non lasciarla mai di vista. Navigammo adunque tanto che giugnemmo a un certo
capo, e di questa terra, il quale  volto verso mezogiorno: questo capo, dal
luogo dove prima vedemmo terra,  lontano forse trecento leghe. In questo
viaggio spesse fiate smontammo in terra e tenemmo pratica con gli abitatori, s
come di sotto pi largamente sar manifesto. Ho pretermesso che Capoverde da
questa terra ritrovata  lontano quasi 700 leghe, bench io mi aveva creduto
averne navigate pi di 800: e ci avenne per la crudel tempesta, per le spesse
fortune e per la ignoranzia del nocchiero, le quai tutte cose allungano il
viaggio. Ed eravamo venuti in luogo che, se io non avessi avuto notizia della
cosmografia, per negligenzia del nocchiero gi avevamo finito il corso della
nostra vita, percioch non ci era pilotto alcuno che sapesse insino a 50 leghe
dove noi fussimo. E andavamo errando e vagabondi senza saper dove ci andassimo,
se io non avessi a punto proveduto alla salute mia e de' compagni con
l'astrolabio e col quadrante, instrumenti astrologici: e per questa cagione mi
acquistai non picciola gloria, di modo che d'allora innanzi appresso di loro
fui tenuto in quel luogo che i dotti sono avuti appresso gli uomini da bene,
percioch insegnai loro la carta da navigare, e feci che confessassero che i
nocchieri ordinarii, ignoranti della cosmografia, a mia comparazione non
avessero saputo niente.
Il capo di questa terra ferma ritrovata, che volge verso mezogiorno, ci mise in
maggior desiderio di cercarla e considerarla diligentemente, s che di comune
consentimento fu deliberato di cercar questo paese, e intender i costumi e gli
ordini di quella gente. Navigammo adunque presso della costa quasi 600 leghe,
molte fiate smontando in terra e spesse volte venendo a parlamento con gli
abitatori, i quali ne ricevevano con onore e amorevolmente; e mossi dalla lor
bont e innocentissima natura, alle volte appresso di loro non senza onore
dimorammo quindici e venti giorni, percioch essi sono molto cortesi in
albergare i forestieri, come di sotto pi chiaramente sar manifesto. Questa
terra ferma comincia di l dalla linea equinoziale otto gradi verso il polo
antartico, e tanto navigammo presso di detta costa che trapassammo il tropico
iemale, verso il polo antartico per 17 gradi e mezzo, dove avemmo l'orizonte
levato cinquanta gradi. Le cose che quivi io viddi non sono note agli uomini
del nostro tempo, cio la gente, i costumi, l'umanit, la fertilit del
terreno, la bont dell'aere e 'l cielo salutifero, i corpi celesti e
massimamente le stelle fisse della ottava sfera, delle quali nella nostra non
v' menzione, n insin ora sono state conosciute, n anche dai pi dotti degli
antichi: e io di esse ne dir poi diligentemente.


Della natura e costumi della gente di questo paese, e della gran lussuria di
quelle donne.

Questo paese  pi abitato di niuno che per alcun tempo io abbia veduto, e le
genti sono molto dimestiche e mansuete, non offendono alcuno, vanno del tutto
nude come la natura le ha partorite: nude nascono e nude poi moiono. Hanno i
corpi molto ben formati, e di modo fatti a proporzione che possono meritamente
esser detti proporzionati; il colore inchina alla rossezza, e ci aviene
perch, essendo nudi, facilmente sono riarsi dal caldo del sole; hanno i
capelli negri, ma lunghi e distesi. Nel camminare e ne' giuochi sono quanto
altri che siano sommamente destri. Hanno la faccia di bello e gentile aspetto,
ma la fanno divenir brutta con un modo incredibile, percioch la portano tutta
forata, cio le gote, le mascelle, il naso, le labbra e gli orecchi, n di un
solo e picciol foro, ma di molti e grandi, che tal volta ho veduto alcuno aver
nella faccia sette fori, ciascuno de' quali era capace di un susino damasceno.
Cavatane via la carne, riempiono i fori di certe pietruzze cilistre, marmoree o
cristalline, o di bellissimo alabastro o di avorio o di ossi bianchissimi,
secondo la loro usanza fatte e lavorate assai acconciamente. La qual cosa 
tanto inusitata, noiosa e brutta, che nella prima vista pare un mostro, cio
che uomo alcuno porti la faccia riempiuta di pietre, forata di molti fori. E se
 cosa degna di credere che si trovi chi abbia sette pietre nella faccia,
ciascuna delle quali trapassi la grandezza di mezo palmo, niuno  veramente che
non ne prenda maraviglia, se pur attentamente considera seco medesimo queste
cose tanto mostruose: e nondimeno sono vere, percioch alle volte ho osservato
le dette sette pietre esser di peso quasi di sedici oncie. Agli orecchi portano
ornamenti pi preziosi, cio anella appiccate e perle pendenti, all'usanza
degli Egizii e degl'Indiani. Questo costume l'osservano gli uomini soli; le
donne portano solamente ornamenti agli orecchi.
Hanno anche le femine un'altra usanza crudele e lontana da ogni umano vivere.
Esse (percioch sono sopra modo lussuriose), per sodisfare al lor disonesto
piacere, usano questa crudelt, che danno a bere agli uomini il sugo d'una
certa erba, il qual bevuto subito si gonfia loro il membro e cresce
grandemente; e se questo non giova, accostano al membro certi animali venenosi
che lo mordano insin che si gonfia, onde aviene che appresso di loro molti
perdono i testicoli e diventano eunuchi. Non hanno lana n lino, e perci del
tutto mancano di panni; n anche usano vesti bambagine, percioch, andando
tutti nudi, non hanno bisogno di vestimenti.

Come appresso questo popolo indifferentemente ogni cosa  commune, e vivono
senza legge alcuna, si cibano di carne umana, e della lunga et loro.

Appresso di loro non vi ha patrimonio alcuno, ma ogni cosa  comune; non hanno
re n imperio, ciascuno  re a se stesso. Pigliano tante mogliere quante lor
piace; usano il coito indifferentemente, senza aver riguardo alcuno di
parentado: il figliuolo usa con la madre e 'l fratello con la sorella; e ci
fanno publicamente come gli animali brutti, percioch in ogni luogo, con
ciascuna donna, ancora che a sorte in lei s'incontrino, e' vengono a
congiugnimenti venerei. Similmente rompono i matrimonii secondo che lor piace,
percioch sono senza leggi e privi di ragione. Non hanno n tempii n
religione, n meno adorano idoli. Che pi? Hanno una scelerata libert di
vivere, la quale pi tosto si conviene agli epicuri che agli stoici. Non fanno
mercanzia alcuna, non conoscono moneta; nondimeno sono in discordia tra loro e
combattono crudelmente, ma senza ordine alcuno. I vecchi ne' parlamenti muovono
i giovani e gli tirano nella loro openione ovunque lor piace, e gl'infiammano
alla guerra, nella quale uccidono gli nimici: e se gli vincono e rompono, gli
mangiano e reputano che sia cibo gratissimo. Si cibano di carne umana, di
maniera che il padre mangia il figliuolo e all'incontro il figliuolo il padre,
secondo che a caso e per sorte aviene. Io viddi un certo uomo sceleratissimo,
che si vantava e si teneva a non piccola gloria di aver mangiato pi di
trecento uomini. Viddi anche una certa citt, nella quale io dimorai forse
ventisette giorni, dove le carni umane, avendole salate, erano appiccate alli
travi, s come noi alli travi di cucina appicchiamo le carni di cinghiale
secche al sole o al fumo, e massimamente salsiccie e altre simil cose: anzi si
maravigliavano grandemente che noi non mangiassimo della carne de' nimici, le
quali dicono muovere appetito ed esser di maraviglioso sapore, e le lodano come
cibi soavi e delicati. Non hanno arme alcuna se non archi e saette, co' quali
ferendosi combattono crudelissimamente, come quei che nudi si affrontano, e si
feriscono non altramente che animali bruti. Noi ci sforzammo assai volte di
volergli tirar nella nostra openione, e gli ammonivamo spesso che pur
finalmente si volessero rimuover da cos vituperosi costumi, come da cosa
abominevole: i quali molte fiate ci promisero di rimanersi da simil crudelt.
Le femine, come ho predetto, bench vadano nude e vagabonde e siano
lussuriosissime, nondimeno non sono brutte: hanno i corpi molto ben formati, n
sono arsi dal sole, come alcuni per aventura si potriano dar a credere. E
ancora che siano fortemente grasse, per questo non sono disparute n disformate
e, quel che  degno di maraviglia, io non ne viddi alcuna, bench ella avesse
partorito, la quale avesse le mammelle distese e pendenti: che, avegna che
abbiano partorito, nondimeno nella sembianza del corpo non sono dissimili dalle
vergini, n hanno la pelle del ventre vizza e raggrinzita, e le parti che
onestamente non si possono nominare non sono punto dissimili da quelle delle
vergini. E mentre potevano aver copia de cristiani,  cosa maravigliosa da dire
quanto disonestamente porgessero i lor corpi, e invero che sono lussuriose
oltra il creder di ogniuno. Vivono centocinquanta anni, per quanto si pot
intendere, e rare volte s'infermano: e se per sorte cadono in qualche
infermit, subitamente si medicono con sugo di erbe.
Queste sono le cose che ho ritrovate appresso di loro che  da farne qualche
stima, cio l'aere temperato, la bont del cielo, il terreno fertile e la et
lunga: e ci forse aviene per il vento di levante che quivi di continuo spira,
il quale appresso di loro  come appresso di noi borea. Hanno gran piacere
della pescagione e per lo pi vivono di quella, in questo aiutandogli la
natura, percioch quivi il mare  abbondante di ogni sorte di pesci. Della
caccia poco si dilettano, il che aviene per la gran moltitudine degli animali
salvatichi, per paura de' quali essi non praticano nelle selve. Si vede quivi
ogni sorte di leoni, di orsi e d'altri animali; gli arbori quivi crescono in
tanta altezza che apena si pu credere. Si astengono adunque di andar nelle
selve, percioch che, essendo nudi e disarmati, non potrebbono sicuramente
affrontarsi con le bestie.

Della temperanza dell'aere e fertilit del paese.

Il paese  molto temperato, fertile e sommamente dilettevole; e bench abbia
molte colline,  nondimeno irrigato da infiniti fonti e fiumi, e ha i boschi
tanto serrati che non vi si pu passare, per l'impedimento degli spessi arbori:
in questi vanno errando animali ferocissimi e di varie sorti. Gli arbori e i
frutti senza opera di lavoratori crescono di propria natura, e hanno ottimi
frutti in grandissima abbondanza, n alle persone sono nocevoli, e sono anche
molto dissimili dai nostri. Similmente la terra produce infinite erbe e radici,
delle quali ne fan pane e altre vivande; dei semi ve ne sono di molte sorti, ma
non sono punto simili a' nostri.
Il paese non produce metallo alcuno salvo che oro, del quale ve n' grandissima
copia, bench noi in questo primo viaggio non n'abbiamo portato niente: ma di
questa cosa noi ne avemmo certezza da tutti i paesani, i quali affermavano
questa parte abbondar di oro, e spesse fiate dicevano che appresso di loro  di
poca stima e quasi di niun pregio. Hanno molte perle e pietre preziose, come
avemo ricordato disopra. Le quai tutte cose quando io volessi raccontar
partitamente, per la gran moltitudine di esse e per la lor diversa natura,
questa istoria diventerebbe troppo grande opera, percioch Plinio, uomo
perfettamente dotto, il quale compose istorie di tante cose, non giunse alla
millesima parte di queste, e se di ciascuna di loro gli avesse trattato, averia
in quanto alla grandezza fatto opera molto maggiore, ma nel vero perfettissima.
E sopra tutto porgono maraviglia non piccola le molte sorti di pappagalli, di
varii e diversi colori. Gli arbori tutti rendono odore tanto soave che non si
puote imaginare, e per tutto mandano fuori gomme e liquori e sughi: e se noi
conoscessimo la lor virt, penso che niuna cosa ci fusse per mancare, non pur
in quanto a piaceri, ma in quanto al mantenerci sani e al ricuperar la perduta
sanit. E se nel mondo  alcun paradiso terrestre, senza dubbio dee esser non
molto lontano da questi luoghi. Sich, come io ho detto, il paese  volto al
mezogiorno, col cielo talmente temperato che di verno non han freddo, n di
state sono molestati dal caldo.

Come il cielo qui  quasi sempre sereno e adorno di alcune stelle a noi
incognite, e come il polo antartico non ha l'Orsa maggiore e minore.

Quivi il cielo e l'aere  rare volte adombrato dalle nuvole, quasi sempre i
giorni sono sereni. Tal volta cade la rugiada, ma leggiermente: quasi non vi 
vapore alcuno, e la rugiada non cade pi che per ispazio di tre o quattro ore,
e a guisa di nebbia si dilegua. Il cielo  vaghissimamente adorno di alcune
stelle che non sono da noi conosciute, delle quali io assegnatamente ne ho
tenuto memoria, e annoveraine forse 20 di tanta chiarezza di quanta sono
appresso di noi le stelle di Venere e di Giove. Considerai anche il loro
circoito e i varii movimenti, e misurai la lor circonferenza e diametro assai
facilmente, avendo io notizia della geometria: e perci io tengo per certo che
siano di maggior grandezza che gli uomini si pensino. E fra le altre viddi tre
Canopi: i due erano molto chiari, il terzo era fosco e dissimile dagli altri.

Il polo antartico non ha l'Orsa maggiore n minore, s come si pu vedere nel
nostro polo artico, n lo toccano alcune stelle che risplendano; ma quelle che
lo circondano sono quattro, che hanno forma di quadrangolo.





E mentre queste nascono, si vede dalla parte sinistra un Canopo risplendente di
notabile grandezza, il quale, essendo venuto nel mezo del cielo, rappresenta la
sotto scritta figura:






A queste succedono tre altre lucenti stelle, delle quali quella che  posta nel
mezo ha di misura dodici gradi e mezo di circonferenza; e nel mezo di loro si
vede un altro Canopo risplendente. Dopo questo segueno sei altre lucenti
stelle, le quali di splendore avanzano tutte le altre che sono nella ottava
sfera, delle quali quella che  nel mezo nella superficie della detta sfera ha
di misura di circonferenza gradi trentadue. Dopo queste seguita un gran Canopo,
ma fosco. Le quai tutte si veggono nella Via lattea, e giunte alla linea
meridiana mostrano la sotto scritta figura:





Come Amerigo Vespucci nell'altro emispero vidde molte cose repugnanti
all'opinioni de' filosofi; e come vidde l'iride di notte;
e come si vede la luna nova nel medesimo giorno che si congiunge col sole.

Quivi adunque io viddi molte altre stelle, i varii movimenti delle quali
diligentemente osservando, ne composi assegnatamente un libro, nel quale ho
raccontato quasi tutte quelle cose notabili che in questa mia navigazione ho
potuto conoscere: e cotal libro ancora  appresso questo serenissimo re, e
spero che tosto ritorner nelle mie mani. In quello emispero adunque considerai
con diligenzia alcune cose, le quali contradicono alla openione de' filosofi,
percioch sono contrarie e del tutto repugnanti. E fra le altre viddi l'iride,
cio l'arco celeste, bianco quasi nella mezanotte, percioch secondo il parer
di alcuni prende i colori dai quattro elementi, cio dal fuoco il rosso, dalla
terra il verde, dall'aere il bianco e dall'acqua il celeste. Ma Aristotele nel
libro intitolato Meteora  di openione molto diversa, percioch egli dice
l'arco celeste esser un ripercotimento di razzo nel vapore della nuvola
postagli all'incontro, s come lo splendore splendente nell'acqua riluce nel
parete: ritornando in se stesso, con la sua interposizione tempera il caldo del
sole, e col risolversi in pioggia rende fertile la terra, e con la sua vaghezza
fa bello il cielo. Dimostra che l'aere abbonda di umidit, onde quaranta anni
innanzi la fine del mondo non apparir, il che sar indizio della siccit degli
elementi. Annoncia pace fra Dio e gli uomini. Sempre  all'opposito del sole:
non si vede mai nel mezogiorno, percioch il sole non  mai nel settentrione;
nondimeno Plinio dice che dopo l'equinozio dell'autunno appare da ogni ora. E
questo ho cavato dal commento di Landino sopra 'l quarto libro dell'Eneide,
accioch niuno sia privato delle sue fatiche e a ciascuno sia reso il proprio
onore. Io vidi il predetto arco due o tre volte; n io solo posi mente a
questo, ma anche molti marinari sono a favore di questa mia openione.
Similmente vedemmo la luna nuova nel medesimo giorno che si congiugne col sole.
Quivi anche si veggono ogni notte vapori e fiamme ardenti trascorrer per il
cielo.
Poco di sopra io chiamai questo paese col nome di emispero: il quale, se non
volemo parlar impropriamente, non si pu dire che sia emispero, se  posto in
comparazione del nostro; nondimeno, percioch pare che alquanto rappresenti
cotal forma, impropriamente parlando ci  paruto chiamarlo emispero.

Come Amerigo navig la quarta parte del circolo del mondo.

Adunque, s come ho predetto, da Lisbona, donde ci partimmo, la quale  lontana
dall'equinoziale verso tramontana quasi per quaranta gradi, navigammo insino a
quel paese che  di l dall'equinoziale cinquanta gradi: i quali sommati
faranno il numero di novanta, il qual numero  la quarta parte del grandissimo
circolo, secondo la vera ragione del numero insegnataci dagli antichi. A tutti
 adunque manifesto noi aver misurato la quarta parte del mondo, percioch noi
che abitiamo Lisbona, di qua dall'equinoziale quasi per quaranta gradi verso
tramontana, siamo distanti da quei che abitano di l dalla linea equinoziale
nella lunghezza meridionale angularmente novanta gradi, cio per linea
traversa. E accioch la cosa pi apertamente sia intesa, la linea
perpendicolare la qual, mentre noi stiamo dritti in piedi, si parte del punto
del cielo e arriva al nostro zenit, viene a batter per fianco quei che sono di
l dall'equinoziale a cinquanta gradi: onde aviene che noi siamo nella linea
diritta, ed essi a comparazion nostra sono nella traversa; e cotal sito fa la
figura d'un triangolo che abbia angoli diritti, delle quai linee noi tenemo la
diritta, come pi chiaramente dimostra la sequente figura.

[vedi figur_01.gif]

E della cosmografia istimo d'averne detto a bastanza.

Queste sono le cose che in quest'ultima navigazione ho riputate degne da
sapere. N senza cagione ho chiamato quest'opera "giornata terza", percioch
prima io avea composti due altri libri di questa navigazione, la quale di
comandamento del re di Castiglia feci verso ponente, e in quei assegnatamente
scrissi di molte cose non indegne da sapere, e spezialmente di quelle che
s'appartengono alla gloria del nostro Salvatore, il quale con maraviglioso
artificio fabric questa machina del mondo. E invero chi potrebbe giamai
secondo i meriti lodare Iddio a sufficienza? Le cui mirabil cose ho raccontate
nella predetta opera, raccogliendo brievemente quel che s'appartiene al sito e
ornamento del mondo, accioch, quando mi sar pi ozio conceduto, io possa
scrivere pi diligentemente qualche opera della cosmografia, afin che la futura
et abbia ricordanza anche di me, e da cotal opera pi ampiamente impari di
giorno in giorno maggiormente onorare Iddio massimo, e finalmente sappia quelle
cose delle quali i nostri vecchi e antichi padri non ebbero cognizione alcuna.
Onde io con tutti gli umili prieghi supplico il nostro Salvatore, il cui
proprio  di aver compassione ai mortali, che mi doni tanto di vita che io dia
compimento a quello che ho deliberato di fare. Le altre due giornate penso di
differirle in altro tempo, massimamente che, quando sar ritornato sano e salvo
nella patria, con l'aiuto e consiglio de' pi dotti ed esortazione degli amici,
pi diligentemente ne scriver opera maggiore.
V.S. mi perdoner se io non le ho mandati i memoriali fatti di giorno in giorno
di questa ultima navigazione, s come io le aveva promesso: n' stato cagione
il serenissimo re, che ancora tiene appresso di sua maiest i miei libretti.
Ma, poi che ho indugiato insino al presente giorno a far quest'opera, per
aventura vi aggiugner la quarta giornata. Ho in animo di nuovo andare a cercar
quella parte del mondo che riguarda mezogiorno, e per mandare ad effetto cotal
pensiero gi sono apparecchiate e armate due caravelle, e fornite
abbondantissimamente di vettovaglie. Mentre adunque io ander in levante
faccendo il viaggio per mezzogiorno, navigher per ostro, e giunto che sar l,
io far molte cose a laude e gloria di Dio, a utilit della patria, a perpetua
memoria del mio nome, e principalmente a onore e alleviamento della mia
vecchiezza, la quale  gi quasi venuta. Sich in questa cosa niente altro ci
manca se non il commiato del re, e ottenuto che l'aver a gran giornate
navigaremo, il che piaccia a Iddio che ci succeda felicemente.



Navigazione verso le indie orientali scritta per Tom Lopez, scrivano de una
nave portoghesa, tradotta in lingua toscana, la qual fu mandata alla magnifica
republica di Firenze, al tempo del magnifico M. Pietro Soderini, gonfaloniere
perpetuo del popolo fiorentino.


Di un porto detto Fungaz; come furono assaltati da una grande fortuna; e d'una
isola chiamata Capo Primero.

Partimmo dalla citt di Lisbona cinque navi ad primo d'aprile 1502, in venerd
a ora di vespro. Ad 4 ditto passammo alla vista di Porto Santo; il medesimo d
avemmo vista della diserta che sta a lato al Fongaz, ch' uno porto dell'isola
della Madera. E passammo a vista dell'isola del Ferro e di Palma, che sono
isole delle Canarie: e fu ad 8; e ad 15 passammo per la piaggia dell'isole di
Capo Verde, in modo che da quelli di terra fummo veduti. Ad 18 di maggio
vedemmo una isola per ancora non discoperta, terra alta e bella al nostro
parere, piena di bosco e molto grande, poco meno che l'isola della Madera, in
luogo di molto buona aria, non fredda n calda, per esser lungi dalla linea
equinoziale. E giace maestro e scilocco con l'isola de' Pappagalli Rossi, e
dall'una all'altra sono 300 leghe, e giace dall'isola di Buona Vista 775 leghe:
e chi la volesse cercar mettasi dall'isola di Buona Vista 30 leghe fra ponente
e levante, e dipoi vada a mezzod, e dimandila, e troveralla. E giace col Capo
di Buona Speranza levante e ponente, e piglia vista di maestro e scilocco, e
cos andr largo da detto capo 30 leghe: e da detta isola al Capo di Buona
Speranza sono leghe 850 di traversa. E non fummo a detta isola perch il tempo
fu contrario, ancor che travagliassimo assai per afferrarla.
E da qui innanzi, quanto pi ci appressavamo alla linea equinoziale, tanto
maggior caldo avevamo, e tanto gran caldo che non ci potevamo aiutare, cos di
d come di notte. E quando noi fummo sotto la detta linea, resta il Capo di
Palma, che  in la costa di Guinea, greco e levante e ponente e libeccio: e
dall'isole di Capo Verde alla detta linea sono 300 leghe. E quanto pi ci
discostavamo da detta linea, trovavamo l'aria pi temperata e fredda. E innanzi
che ci avicinassimo alla detta linea 200 leghe, poco pi o meno, perdemmo di
vista la tramontana. E innanzi che giugnessimo al detto Capo di Buona Speranza
a 400 leghe, faceva molto gran freddo; e quanto pi ci appressavamo a quel
maggior freddo, manco ci potevamo riparare, se non a gran forza di vestimenti e
ben mangiare e bere per riscaldarci. E il primo d di giugno, che 'l vento
cominci un poco a svegliarsi, appressandoci al Capo di Buona Speranza,
cominciorono a migliorare li giorni, in modo che ad 8 di giugno sperimentammo
coll'oriuolo della nave e trovammo essere il d (cio da sole a sole) ore otto
e meza, e la notte ore quindici e meza. E la ragione perch in cos poco tempo
diminu tanto, fu perch in questi d la nave and molto cammino.
Una terza feria, marted ad 7 di giugno, nel quarto di notte, salt con esso
noi tanta tormenta di vento ponente che fece partir le navi l'una dall'altra,
in modo che la mattina seguente non ci trovammo insieme se non la Iulia e noi,
e dell'altre non sapevamo a che cammino si fussino diritte. E nell'ultimo
quarto della notte, un poco avanti d, non portavamo alcuna bonetta, solamente
un pappafico molto piccolo. Al terzo mischio il vento fu tanto che ci ruppe
l'antenna pel mezzo, e alla Iulia ruppe l'albero, e a tutti ci mise gran paura,
che quel d e la notte corremmo ad albero secco, e si cal la piccola vela del
trinchetto. Era stupenda cosa a vedere li gran mari, cio l'onde che venivano;
e questo d si feciono molti boti, e gittoronsi le sorti chi dovesse andare a
visitar la divota chiesa di Nostra Donna Santa Maria di Guadalupo. E quelli
della nave Iulia, che non manco paura ebbeno, anzi molto pi, perch nella loro
nave entravano molti colpi di mare, feciono loro ancora molti boti. E ancora
che nella nostra nave entrassino molti colpi di mare, non ci mettemmo in tanto
pericolo come loro, perch la nostra nave era miglior mariniera che niuna
dell'altre. E ad 9 ditto, in mercoled, si fe' bonaccia, in modo che tutti
ponemmo li vestimenti al sole ad asciugare, non ostante che poco caldo rendeva
e scarsamente ci riscaldava, perch, oltra all'esser molli da molti colpi di
mare, molto pi molli eramo per la pioggia. E ad XI ditto, che fu in venerd,
il mare torn al suo empito, e poco in questo d parl l'una nave con l'altra,
e accordami di tenere nostro cammino al levante. E alli 12 e 13 d, che noi
facemmo 450 leghe dal Capo di Buona Speranza al corso di levante e ponente,
trovammo che il mare mostrava molti segni di terra, cio limo e battele e lupi
marini, e molte maniere di uccelli bianchi e grandi, e altre maniere di uccelli
piccoli come stornelli, ma erano bianchi nel petto. E giudicammo tutti che
queste cose fussero d'alcuna isola per ancora non trovata da' cristiani, la
quale fusse quivi presso, perch di terra ferma non potevano esser, perch era
molto di lungi di quivi. E tanto che noi fummo dall'altra banda della linea
equinoziale, trovammo che 'l sole e la luna andavano contrarii al corso che
fanno in Ispagna, cio che in queste parti e da quivi innanzi si leva il sole a
greco e ponsi a ponente e quarta di libeccio.
Ad 16 di giugno cominci il mare a gonfiare molto grandemente, il perch tutti
all'ultimo quarto andammo alla poppa a ancottare la nave: e mentre ch'avevamo
il vento largo, molti colpi di mare venivano in nave, a causa delle gran
correnti che quivi sono. E ad 7 di luglio, innanzi ch'el vento cominciasse a
migliorare, cominciammo a far nostro cammino di verso tramontana e dipoi a
maestrale, fin ad 10 ditto, ch'avemmo vista di terra, ed eravamo larghi da
essa 10 o 12 leghe. E perch era tardi fermammo in quella notte fin che la luna
and sotto, che se ripose a ore XI di notte a quel modo, ch'erano a nostro modo
5 ore; e come fu riposta, voltammo la prua al mare e stemmo cos a corda, fino
che fu d e andammo a riconoscere la ditta terra. E in questo d non potemmo
sapere dove stavamo, e l'altro d tornammo a riconoscere terra, e ci fu detto
ch'era Capo Primiero; il qual mette una punta in mare molto acuta, e come vi
allargate fuori al mare, si vede fra detti duoi capi X in XII isolette, e
vedonsi ancora certi argini di arena e di bosco raso. E tirammo a greco 50
leghe, e di l andammo a greco e tramontana leghe..., ed eravamo al pari delle
lagune ch'erano lungi da noi 25 leghe. E uscimmo di qui a greco e quarta di
tramontana, ed eravamo circa di 15 leghe in mare dal cavo delle correnti, e di
quivi andammo a tramontana circa di 65 leghe. E perch ci era mancata la carne,
ci voltammo a un poco di pesce secco ch'avevamo, che medesimamente ci manc ad
12 di luglio, e cos alquanti ceci; e mancati ci demmo al formaggio, e mancato
ci demmo a un poco di porco, che ci dur poco tempo. E cos ci andavamo
appressando all'India.

Dell'isola Ceffala, di un fiume detto Bon Segnali, e dell'isola chiamata
Monzambique.

E ad 15 di luglio ci trovammo sopra la bocca della riviera di Ceffalla, e
perch 'l vento era in calma, stemmo quivi surti in XI braccia da un venerd
doppo disinare insino alla domenica al tardi, e furonci fatte molte dimande per
quelli della terra acci ch'entrassimo dentro, il che non facemmo: e facevano
di terra molte fumiere, per le quali a noi parevano segni che ci chiamassino.
Per il che perdemmo di fare molto profitto, che non obstante che l'ammirante vi
trovasse poco oro, lo causava, perch 8 o 9 d innanzi erano partiti di quivi 2
o 3 zambuchi con molto oro; e pi ci dissono che quelli della detta mina non
usavano di mostrare il loro oro, perch temevano che li cristiani facessero
loro alcun male. E gi all'ultimo ci offerivano qualcosa pi, e cominciamo a
portare dell'oro, per la qual cosa si giudica che le fumerie che facevano erano
per segno di chiamarci e, come  detto, perdemmo di far molto profitto. E qui
acconciammo il nostro albero, ch'era rotto e senza gabbia. Di quivi vedemmo una
secca che entrava in mare due o tre leghe, cio parecchie secche, e pareva che
fra esse fusse un fiume: e quivi correva il mare molto forte, e portava gran
numero di foglie e altri segni di fiume. E dalla banda di ponente faceva uno
piccolo cavo a modo di una collina, come tavola, e in oltre ci pareva che vi
fosse una piccola terra, come isola; e uscimo di l a greco, e la seconda feria
a notte vedemmo che 'l mare portava molti segni di terra, cio canne come
quelle di Portogallo, e legnami di bosco e foglie assai, e gran corrente di
mare.
E la terza feria, ad 18 luglio, trovammo in un gomito che per tutto era bassa
l'acqua, e scandagliammovi e trovammovi grandi banchi: e dura il detto basso
d'acqua 7 o 8 leghe. E uscimmo del detto gomito a levante e andammo un d e una
notte, e secondo il cammino e li segnali che dipoi trovammo, ci chiarimmo che
quivi era il fiume di Buon Segnali. E correndo questa costa vedemmo alberi
grandi, che parevano di mare alberi di nave, e dalla banda di ponente pareva
come il capo di Spichel: molti di detti banchi, cio secche, erano di terra e
altri di rena. Una di dette isole, cio quella che sta pi verso greco, fa una
mostra che pare un cappello; e di quivi innanzi 7 leghe discosto, andando verso
Monzambiche, trovammo una isola di rena secca. E come uscimmo di ditto gomito,
ricominciammo a fare nostro cammino a greco e quarta di tramontana, e fummo a
vista dell'Isole Primere: e ad 21 di luglio eravamo appresso a esse 5 o 6
leghe, dove facemmo pescherie di pargos e alcapettori rossi, e d'altri pesci
dipinti di diverse sorti e disformi a quelli di Portogallo. Venti leghe innanzi
che giugniamo a Monzambiche trovammo una secca molto lunga, che va a lungo
della costa e va due leghe in mare, e dura otto leghe e pi: e corre questa
secca greco e libeccio, cos come corre la costa, e truovasi innanzi che si
giunga a Monzambiche sette o otto leghe.

Dove fusse la mina dove il re Salomone levava tanto oro, e dove si raccolga la
mirra finta.

Venerd ad 22 del detto mese di luglio arrivammo dinanzi al porto d
Monzambiche, ed entrammo per mezzo di due piccole isole, che vi sono per duoi o
tre tiri di balestro lungi dall'isola dov' la terra. E come giugnemmo, di
presente vennono a noi certi Mori di riputazione e portoronci una lettera
segnata dall'ammirante, che comandava a qualsivogli nave di Portogallo che
venissino a quel porto che non facessino male o danno alcuno a quelli
dell'isola, perch aveva capitolato e fatto pace e amist co' detti Mori; che
ci faceva a sapere che quivi aveva spalmate 5 navi, e che quivi non tardassimo
e che andassimo dietro a lui alla via di Quilloa, e non lo trovando l
andassimo Amiadiva, e di quivi fino a tanto che lo trovassimo, e che andassimo
di d e non di notte: e per detta lettera si mostrava ch'erano XI d che part
di quivi. E nel fin di detta lettera era scritto di mano di Stefano da Gama,
capitano della nave chiamata Fior del mare, e contava come lui colle altre due
navi partirono di quivi ad 18 detto, che si mostrava che quattro d innanzi
s'eran partiti de l. E noi stemmo in detto luogo fino ad 26 detto, e per noi
medesimi ci fornimmo d'acqua e di legne quanto ne volemmo. E' Mori di detta
terra venivano sicuramente alle nostre navi e con loro facevamo alcun partito
d'oro e di perle, e andavamo sicuri per le terre, e da loro ci fu fatto grande
onore.
Stando noi alla detta isola, ne fu detto che vennono alla capitana certi Mori
onorati abitanti in detta isola, a far motto all'ammirante, a' quali per allora
si domand assai de la casa della mina di Ceffalla. E quelli, in presenzia
d'assai genti che quivi erano, risposono che ora donde veniva l'oro avevano per
certo che v'era gran guerra, e che per tal causa non veniva punto d'oro alla
mina, e che quando vi fosse pace, si pu trarre di detta mina due miliona di
mitigali d'oro: e ciascuno mitigalo vale un ducato e un terzo. E che gli anni
passati, quando era pace nel paese, le navi della Mecca e di Zidem e di molte
altre parti levavano di detta mina detti duo milioni, e che loro hanno libri e
scritture anche, che la mina donde il re Salomone di tre in tre anni levava
tanto oro era questa medesima, e che la regina Saba, che port al detto re s
gran presente, era naturale delle parti d'India. Similmente li detti Mori
detteno all'ammirante una palla di mirra fina, e oltre di ci gli dissono che,
avendo pace dentro fra terra, che ogni anno potrebbono avere in detta mina
dugento cantara di detta mirra.

Di Quilloa e Mombazza.

E ad 26 del detto mese partimmo, e menavamo con noi uno pilotto nero, il quale
ci disse che ci costerebbe dieci crociati per mettere tutte dua le navi in
Quilloa. E drizzammo nostro cammino a tramontana, perch quella costa corre
mezzod e tramontana, e di notte ci allargavamo in mare una quarta, e il d
tornavamo a riconoscer terra. E come fummo camminati quarantacinque leghe,
vedemmo una terra ch'aveva tredici o quattordici poggetti alti, e tre o quattro
de' pi alti appuntati; e vedemmo a lungo di detta costa molte isolette, e
andammo sopra la terra di Quilloa, e non vi volemmo entrare perch non v'era
l'ammirante. E innanzi che giungessimo a detta terra, vedemmo certe montagne
alte e credemmo che fusse Quilloa, e facemmo dimora, e l'altro d andammo al
nostro viaggio: e quando conoscemmo che non era Quilloa, andammo costeggiando e
vedemmo una torre bianca, e dissonci che quella si chiama Quilloa vecchia, e
che quivi  una picciola terra, e pare che sia in una isola. E fra Quilloa
nuova e la vecchia  uno fiume, che ci dette assai fatica, e vedemmo gran
palmari e altri alberi; ed entrammo tanto dentro a uno gomito che ci trovammo
ad una isola piccola, e di quivi uscimmo e andammo al levante e a quarta di
greco, per essere gi molto tardi. E a lato a Quilloa sono secche volte a
greco, e durano tre o quattro leghe a lungo della costa.
E di quivi pigliammo nostro cammino alla volta di Mombazza per greco e quarta
di tramontana, e perch non sapevamo a punto il cammino, per andar pi sicuri
pigliammo il cammino infra greco e tramontana, e mezzod e libeccio. E fra
Quilloa e Melinde vedemmo duoi borghi di case, uno in sul mare e l'altro un
poco pi fra terra; e a lungo della costa sono grandi montagne, alcune terre
rase che parevano seminate, e non vedemmo Mombazza perch passammo molto
larghi. Innanzi che giugnessimo a Melinde, vedemmo tre monti grandi insieme, di
lungi da Melinde tredici o quattordici leghe; e corresi per quella costa per
greco e libeccio. E innanzi che giugnessimo a Melinde cinque o sei leghe,
vedemmo una picciola isoletta e certa barreda vermiglia; e poco pi avanti sono
certe secche, che pare che rompino circa di tre leghe a lungo, e sono volte a
maestro. Quando si va verso Melinde, si vede uno monte che pare uno castello.
Nostra intenzione era di entrare in Mombazza, che vi sono disdotto leghe
innanzi che si giunga a Melinde: e passammo di notte, e la mattina, quando
riconoscemmo terra, trovammo ch'eravamo passati e non volemmo tornar adrieto.

Di Melinde e della residenzia del re di detto luoco. Degli elefanti, e non
esser vero che siano senza giunture. E come il re di Quilloa si fece tributario
del re di Portogallo.

E ad 2 d'agosto, in marted, surgemmo al tardi davanti Melinde e salutammo con
alcuni colpi di bombarda. E di presente vennono a noi tredici o quattordici
Mori, infra quali era uno parente del re e uno trombetta de' suoi, sonando con
gran piacere; e con loro venne uno Luigi di Moura, creato del re nostro
signore, il quale fu lassato quivi da Pietro Alvarez Cabral, il quale parlava
gi molto bene quel linguaggio. E tutti per parte del re di Melinde ci
salutarono, dicendoci ch'era molto lieto della venuta nostra; e noi li
ricevemmo graziosamente e convitamoli a bere, con molte schiacciatine e
conserve e frutti di Portogallo, e assai vino e buono a chi ne volea bere. E
oltre a questo mandammo alla reina una cesta piena di schiacciatine biscottate
e molte nocciuole e noci, con uva passa e mandorlata: e tutto venne bene a
proposito, perch stava di d in d per partorire; e lei ci mand molte galline
e pesce e altro rinfrescamento per la nave. E il detto re comand che quella
notte tutti arrecassino galline e vettovaglie a vendere alla nostra nave, e a
noi mand a dire che andassimo in terra sicuramente, perch lui e il suo paese
stava al servizio del re di Portogallo.
E la mattina descendemmo in terra e andammo al palazzo del re, ch' sopra il
mare, e baciamoli la mano: il quale non ci fece molta accoglienza, e stavasi a
sedere in una sedia di quattro pi alta un palmo e mezzo, fodrata di uno cuoio
nero con pelo lucido che pareva velluto, e de l vedeva il mare, ed era involto
in uno panno dipinto. E in altre sedie stavano a sedere 18 o 20 Mori, ed eranvi
alquante sedie vote, e alcuni di loro erano scalzi. E aveva il re allato uno
paio di pantofole, e uno grande sciugatoio di seta fatto alla moresca intorno
al capo, e la bocca piena di atambor e non cessava di masticare. E in un subito
ci cominci a parlare e domandare del re e reina nostri signori, e se la reina
era gravida, e lui medesimo ci disse ch'era maninconoso perch l'ammirante non
andava pel suo porto, e che li pareva sconfidanza, secondo ci disse quel
cristiano. E in casa sua vedemmo duoi elefanti giovani, uno di sei mesi, ed era
di grandezza come un gran bue e avea carne per duoi buoi, e l'altro era molto
maggiore: ed erano neri e molto carnuti, e non avevano maggiori li denti che
uno palmo. E sono grandi, di qualit che duoi d'essi portano una nave, per
grande che la sia, e portanla sopra la vasa: e legano uno lionfante da una
parte e l'altro dall'altra e pi non si danno pensiero, perch la portano tanto
diritta e bene quanto si pu. E chi dice che gli elefanti non hanno giunture
non dice bene, perch si lanciano e gettansi in terra e saltano molto
leggiermente; e hanno ciascuno una tromba tanto grande come 3 braccia, colla
quale pigliano le vivande di terra, perch con la bocca non possono aggiugnere
nulla, quando  in terra, e adoperano la tromba e mettonsi le vivande in bocca.
E li Mori, per farci pi onore, li davano con una bacchetta nelle ginocchia, e
di presente s'abbassavano e facevano riverenza con le ginocchia in terra.
E al partirci il re fece dare un bue a ciascuna nave, e quelli della nave li
mandorono uno presente di bacini e saliere di stagno, e uno poco di zafferano.
Noi andavamo per la terra tanto liberamente come in Portogallo, e fecionci
tanto onore e reverenza, ed erano tante le galline e pesci e melarancie e
limoni e molti rinfrescamenti che loro ci venderon, ch'era gran maraviglia. E
pigliata acqua quanto volemmo, il detto re fe' scriver lettere all'ammirante, e
io Tom Lopez, scrivano della nave di Ruy Mendez de Brito, fui chiamato a casa
del detto re e quivi scrissi la lettera: e el detto Luigi di Moura mi diceva
per parte del re quello voleva scrivessi. E anche ci dissono come gli aveva
scritto un'altra lettera all'ammirante, ch'era ancora sotto a una montagna
discosto da Melinde sei o sette leghe, per causa del tempo; che coloro che
portavano dette lettere non avevano altro rimedio ad andarvi se non mettersi in
mare fino alla cintura, per causa delle male bestie che di notte vi si trovano,
che gli arebbono ammazzati; e tornati con risposta e con uno scritto
dell'ammirante, che comandava ad ogni nave portoghese che per quivi passava che
non vi soprastesse. E pi ci dettono altre lettere che Giovan da Nuova li
mandava da Quilloa, il quale se ne tornava in Portogallo, e contava come il re
di Calicut arm contra di lui una gran flotta, e come la ruppe e fracass: la
qual lettera io Tom Lopez copiai; e dipoi ci dette la detta lettera per
mostrarla all'ammirante.
Questi medesimi ci contavano come il re di Quilloa era gi fatto tributario del
re nostro signore di 450 o 500 pesi d'oro per anno, il qual re si scusava e non
voleva venire a parlare all'ammirante perch'era ammalato, e con questo modo
andava dilatando, e non voleva dare n pigliare accordo co' cristiani, come fe'
altre volte con Pietro Alvares Cabral. Per la qual cosa l'ammirante comand che
tutte le navi s'appressassino alla citt il pi che potessino: e il porto 
tale che le navi s'appressoron tanto che 'l pareva che volessero porre la prua
nel muro. E questo fatto, essendo tutte le artegliarie a ordine, l'ammirante
s'arm con 350 uomini e andorono con li schifi per andare a terra. E veduto
questo i Mori ebbono gran timore, e li corrieri andavano e venivano, in modo
che 'l detto re fu forzato a uscire della citt e venirsi a mettere nelle mani
dell'ammirante nel suo schifo con lui, pi morto che vivo, perch credevano che
l'ammirante li facesse tagliare la testa. Ed egli lo ricevette con onore e
graziosamente, e fecelo sedere sopra uno strato de alcatifas, cio di tapedi,
ch'eran alla poppa dello schifo; il che fatto, egli domand all'ammirante
quello che 'l voleva da lui. Risposeli che veniva, in quel modo che 'l poteva
vedere, per far pace con chi la volesse e guerra con chi la volesse, e che lui
eleggesse quello li piacesse di duoi l'uno, e che non avesse paura n sospetto
di eleggere quel pi li piaceva, per esser cos in suo potere, perch lo
farebbe porre in terra salvo e sicuro, per averli data la fede e salvocondotto,
perch li cristiani non costumavano romper la fede data. Rispose il re che
voleva pace; allora l'ammirante li disse ch'egli aveva ad essere vasallo del re
di Portogallo, e darli uno tributo di 20 perle. E lui rispose che le perle
erano dubbiose, e che non era certo di poterle dare di quella grandezza, perch
lui le domandava di peso di uno mitigallo l'una, e pi che si potrebbe sempre
dire che di finezza mancassino; e che li daria ogni anno in oro quello che
fusse onesto, in modo che l'una parte e l'altra parve si contentasse, che daria
ogni anno 1500 pesi d'oro, che vale ciascuno uno giusto d'oro. E andossene con
questo, e lass in potere dell'ammirante certi Mori, uomini di conto, per
sicurt di detto tributo; e il d medesimo mand mille mitigalli d'oro, e
arrecoronlo alla riviera con gran festa e molti suoni e alleggrezza, e la
spiaggia era piena di donne che cantavano e spesso gridavano "Portogallo,
Portogallo". Dipoi mand gli altri 500 con gran festa, mostrando ch'erano molto
lieti e contenti della nostra pace. E questo fatto, l'ammirante don a quelli
Mori che recorono l'oro e agli altri sonatori assai panno scarlatto molto fino,
e al re mand molto velluto cremisi e panno scarlatto finissimo, e una lettera
di ditto tributo, e una bandiera di seta ricamata d'oro con l'arma del re di
Portogallo, e comand che tutta la pi fiorita gente della armata entrassino
negli schifi accompagnare la detta bandiera, con molte trombe e naccare e
tamburi e colpi di bombarde. E al scendere degli schifi a terra, il re la
recevette con gran piacere e mandolla a porre in sul pi alto della citt, e le
sue di sotto a quella, con molta festa. E fatto questo, il re mand
all'ammirante molti castroni e galline, e l'ammirante li mand a dire che,
s'egli avea alcuno nimico, che gliel facesse a sapere, che lo vendicheria: del
che ebbe assai piacere, e gli mand grandi ringraziamenti; e con questo si
partirono da detto re, con gran piacere dell'uno e dell'altro. Questo medesimo
ci raccont come quelli di Mombazza, che confina con il detto, stavano con
timore de' cristiani, e che non dubitava che sarebbono molto lieti di dare
tributo al nostro re: e oltra scrisse sopra questo largamente all'ammirante.

Di Amiadiva e di tre isole chiamate l'isole di Ghedive.

Mercoled ad 3 d'agosto partimmo di Melinde e dirizzamoci alla volta di
Calicut, e facemmo nostro cammino a greco e levante. E ad 4 entrammo un'altra
volta sotto la linea equinoziale, dove non sentivamo tanto caldo come trovammo
nella costa di Ginea, quando fummo di sotto della linea. E andammo senza
l'altra nave Iulia, perch non ci volle aspettare, e camminammo 375 leghe a
greco e levante, e da quivi innanzi andammo a greco e quarta di levante: e in
detto modo passammo 300 leghe, e di qui tornammo a greco e levante e andammo 65
leghe. E uno venerd mattina, ad 19 d'agosto, vedemmo terra dalla banda di
Calicut, e cos passammo il golfo in d quindeci e mezzo: e le terre che noi
vedemmo fu discosto da Amiadiva circa 40 leghe. E di quivi venimmo costeggiando
alla via d'Amiadiva, e andando cos costeggiando trovammo 3 isole, che si
chiaman l'isole di Ghedive, che sono a dirittura di mezzod e tramontana, e
lungi da terra ferma 15 leghe; e innanzi ne trovammo 9 o 10, cio 3 dalla banda
di greco e l'altre pi di sotto a libeccio. E innanzi che giugnessimo a dette
isole di Ghedive circa 10 o 12 leghe, trovammo grandi montagne e aspre, e una
di quelle viene sopra il mare e al pi d'essa fa una collina: e quando si viene
per mezzod, fa una collina nella quale sta uno cappello che pare una gabbia di
nave, ch' un buon segnale. E da tre o quattro leghe innanzi che si giunga alla
detta isola sono tre o quattro altre isolette a tramontana di l, e dalla banda
di mezzod ha tre isole a lato alla medesima isola d'Amiadiva, e una picciola
isola che di mare pare poco boscosa e nel mezzo ha uno monticello; e di l da
quella, in terra ferma,  un'alta e gran montagna. Avanti che avessimo vista di
terra, trovammo per mare molte serpi, e per quello conoscemmo ch'eravamo presso
a terra, perch non vanno mai discosto da terra pi che trenta o quaranta
leghe.
Ad 21 d'agosto, in domenica mattina a buon'ora, arrivammo alla detta isola, in
modo che innanzi nona ci viddono e trassono alcun colpo di bombarda; e come
l'ammirante, ch'era nella detta isola, udendo messa, con la maggior parte della
gente udirono, lasciorono stare ogni altra cosa e con gran fretta feciono
apparecchiare tre navi e due caravelle, e vennono a noi credendo che fussero
navi della Mecca, e messonsi fra noi e la terra, a causa che non potessimo
rifuggire a terra: e come noi le vedemmo, n'avemmo gran piacere, e ponemmo
bandiere e tende e stendardi. E come viddono questo, conobbono ch'eravamo di
Portogallo e voltorono adrieto per tornarsi a detta isola. Una delle caravelle
venne a noi e domandoronci della nave Iulia, e rispondemmo che ella si part di
Melinde avanti a noi e che mai ci trovammo insieme; dapoi in capo di 15 d
arriv. Ed ebbono gran piacere della venuta nostra, e posono stendardi e le
tende e le bandiere, e vennono alla nostra nave per saper nuova di Portogallo,
e altri per sapere se avevamo lettere di Portogallo. Avevano molti ammalati,
alli quali facemmo parte delle galline che recammo da Melinde, e melarancie e
altre cose da mangiare, e molto si maravigliarono che noi eravamo tutti sani e
ben disposti. Loro avevano fatto alcune tende in terra, dove tenevano gli
ammalati: il male loro era che le gengive crescevano loro sopra li denti, in
modo che molti ne morivano; e altri erano ammalati d'uno enfiato che veniva
loro fra le coscie e 'l corpo, e questa non era tanto pericolosa come il male
della bocca. Da terra veniva certa gente alla nostra nave, nera e senza vesta
dalla cintola in su, e di quivi a basso aveano avolto intorno uno panno di lino
o di gottone; e portavanci a vendere pesce fresco e cotto e citriuoli e rami di
cannella salvatica, che ci davano per pochi danari, e molte altre cose, e certi
fichi lunghi e grandi come citriuoli non molto grandi, e delli miglior frutti
di gusto che possa essere al mondo: e ancora che se ne mangiasse una cesta
piena, non fanno male alcuno e non impacciano lo stomaco.
Essi ci contorono che quando loro attraversarono quel golfo, che andorono fuor
di quivi circa cento leghe, cio fuor di cammino di verso le case dalla Mecca,
e che viddono uno zambuco de' Mori, il quale fu preso dalla caravella con tutta
la gente: quali erano d'una gran citt de' Mori, ch'era quivi presso dentro a
una riviera, che si chiama Calinul. E che l'ammirante in abito disconosciuto
entr in una caravella, e men seco i ditti Mori e il zambuco con tutti i suoi,
e andorono davanti la detta citt, della quale uscirono trenta uomini a
cavallo; e quelli che andorono con l'ammirante dissono che secondo la sua
grandezza ve ne erano molti pi. E come giunsono quivi, mandorono i detti Mori
in pace, i quali come furono giunti alla citt, tornorono subito con un
presente di galline e frutti, dicendo da parte del re di detta citt che
dicessero che gente erano e che andavano cercando per mare. L'ammirante li
disse che erano cristiani e che venivano con mercanzie per negociar in India, e
che venivano cos ad ordine per far pace con chi la volesse, come guerra con
chi la volesse. Dissonli da parte del detto re che con tutta la flotta che era
di fuori davanti il suo porto l'assicurava, e che venderia loro molti diamanti
e lacca, e se per aventura volessero caricar di grano, caricarebbe tutta la
flotta in 10 o 15 d, e che se avevano panno alcuno di scarlatto, che lo
compreriano: e l'ammirante si part da loro dicendo che direbbe tutto al
capitano. E alla partita l'ammirante comand che sopra coloro tirassino uno
colpo di bombarda grossa con la palla per mettere loro paura, e con opinione di
tornarvi ed entrar dentro con tutte le navi; ma come giunse alla flotta,
cominci tirare un poco di buon vento, di modo che consigliorono d'andare a
loro viaggio.

Come furon ritenuti quei che venivano con un zambuco per andar a Cananor a
caricare; dipoi, restituitili tutte le sue robe, furono consignati pregioni ad
uno ambasciator del re di Cananor, il quale gli aveva recato molte gioie per
renderli il dono.

Ad 26 d'agosto comand l'ammirante che tutti partissero di detta isola
Amiadiva, e davanti a noi partirono per Cananor le due caravelle e due navi, e
alli 28 del detto mese partimmo de l tutta la flotta con vento calma, e
camminavamo di d e di notte no. E cos andammo costeggiando, tanto che
giugnemmo ad uno gomito dov'era uno borgo, che si chiama monte Eli ed  terra
del re di Cananor; e come fummo giunti, mand l'ammirante alcuna delle navi in
mare a cercar le navi della Mecca, e l'una andava e l'altra tornava. Dipoi
ch'andorono 5 o 6 d in questo modo, finch la nave Smeralda ebbe acconcio
l'albero, il quale se gli era rotto nel golfo, e lavorando in su la riviera
appresso al mare, un paio d'elefanti arrecorono dal monte detto albero senza
alcun travaglio delle genti: e non  gran cosa che duoi elefanti portino un tal
albero, perch, secondo che ci accertorono, portarebbeno una nave, per grande
che si fusse, fino porla in su la vasa e tanto diritta che  maraviglia; ed 
certo che non  animale alcuno che faccia qualsivoglia cosa che li sia
insegnata come lo elefante. E andando cos le nostre navi, quella di Fernando
Lorenzo trov una nave, che diceva parerli cos grande come quella della Reina,
e dettele la caccia e trassele 6 o 7 colpi di bombarda grossa, e per non aver
pi palle da trarre con detta bombarda non si arrend, e come fu notte si perd
e non si rividde pi.
E noi ch'eravamo nella nave di Ruy Mendez di Brito, gentiluomo di casa del re
nostro signore, andando per mare alla cerca di qualche nave della Mecca,
vedemmo uno zambuco che ci pareva surto; e perch 'l vento era calma e veniva
la notte, ci accordammo mandarvi lo schifo ben armato con dodici uomini, fra'
quali era Giovanni Buonagrazia fiorentino, capitano di detta nave. E come i
Mori viddono non potere scampare, vennono tre di loro nella loro almadia a noi
con un presente di fichi e noci d'India; e come giunsero li ricevemmo nel
battello, e lasciorono per poppe la detta almadia. E come fummo presso al detto
zambuco, tirammo duoi colpi di bombarda con la pallotta di sopra a ditto
zambuco per far lor paura: e come viddono questo, tutti si gittorono in mare, e
li nostri li ripescorono e con loro si misono nel detto zambuco. Ed erano
ventiquattro uomini grandi di corpo, e andavano da una isola a Cananor per
caricare (secondo ci dissono), e portavano filo di stoppa di noci e igname,
cio una radice come rapa. E come gli mandammo all'orlo della nave, e legato
per poppe el zambuco, i Mori ch'erano in detto zambuco messi a buona guardia.
Fatto questo pigliammo la nostra via, dove l'ammirante con tutta la flotta, e
lui ci comand che gli tenessimo cos fin che direbbe quello che di loro si
arebbe a fare: e cos li tenemmo fino ad 12 del detto mese, e poi ci comand
che noi li consegnassimo ad uno ambasciadore del re di Cananor, il quale gli
aveva recato molte gioie. E per rendergli il dono, dette loro detti prigioni, e
domand loro se avevamo tolto loro cosa alcuna, che gliela farebbe restituire;
e loro dissono che non avevamo lor tolto se non vettovaglie, della qualcosa non
si curavano, e pi quattro panni, e quelli pregavano fussino loro restituiti.
Il che dispiacque molto all'ammirante, e comand subito che fussino loro
restituiti, e consegn tutto al detto imbasciadore, con molto piacere; e
misonsi a cammino alla volta di Cananor, come quelli che pareva loro esser
scampati di cattivit, sonando tamburi che nel detto zambuco avevano.

Del gran contrasto che ebbe una nave di Portoghesi con una di Calicut.

Ad 29 di settembre, andando alcuna delle nostre navi cercando per mare delle
navi della Mecca, San Gabriello si scontr con una gran nave di Calicut, che
tornava dalla Mecca a Calicut e levava 240 uomini, senza le donne e fanciulli e
fanciulle che ve n'erano assai, ch'erano andati di Calicut in pellegrinaggio
alla Mecca e tornavano. E datoli la caccia, come trassero alcuni colpi di
bombarda, subito si dierono, non ostante che gli avessino arme e artegliarie, e
non vollono combattere, parendo loro che con l'assai roba che avevano in detta
nave ricomperarebbono la lor vita, perch v'erano dieci o dodici Mori mercanti
de' pi ricchi di Calicut. E fra gli altri ve n'era uno che si chiamava Ioar
Afanquy, e dicevano che era fattore nella detta citt del soldano della Mecca:
e quella nave con 3 o 4 altre navi erano sue, e per s faceva gran faccende di
mercanzie. Il quale, sendo insieme con l'ammirante, la prima parola che li
disse si fu che li lasciasse la nave cos come stava e che lui li darebbe per
l'albero, ch'era rotto, cento crociati e caricarebbe tutta la flotta, ch'erano
18 navi e due caravelle, di speziarie: ed eranvi di dette navi 5 o 6 navi
grosse. E vedendo lui che l'ammirante non voleva intendere el partito che lui
gli aveva offerto, li torn a offerire nuovo partito, e che darebbe per s e
per una sua moglie che quivi era e per uno suo nipote quattro delle maggior
navi della flotta cariche di speziarie, e che voleva stare preso nella nave
dell'ammirante e che 'l suo nipote andasse a terra: e se infra 15 o 20 d non
sodisfacesse a quanto prometteva, che in quel caso facesse di lui quello li
piaceva; e pi si obligava di far restituire al re nostro signore tutta la roba
che gli fu tolta a Calicut, e di far far pace e amist con Calicut. L'ammirante
non volle fare nessuno di questi partiti, e disse al detto Ioar che dicesse a'
Mori ch'erano in detta nave che ciascuno li desse di presente tutta la roba
ch'avevano in detta nave. Rispose: "Quando io comandavo questa nave, facevano
quello che io comandava; ora che tu la comandi, dillo loro tu". Per le qual
cause i detti Mori dettono all'ammirante quello che ciascuno volle dare, senza
stringerli con tormento nessuno; n cerc come si doveva, perch dipoi furono
trovati vestiti di detto Ioar per pi che tremila cruciati: pensate le gioie e
altre cose sottili che vi restorono, i coppi d'olio e burro e mele e altre
vettovaglie.
E questo fatto, l'ammirante comand a 5 o 6 battelli che menassino detta nave
tanto che si discostassino un poco dalla flotta, e poi vi mettessino fuoco e
ardessenla con tutta la gente che v'era su. E disarmata la nave e lassata senza
temone e sarte, certi bombardieri misono fuoco in coverta e tornoronsi a'
battelli; e i Mori lo spensono e misono arme in coverta, che ve n'eran assai
restate per non le aver cerche, e molte pietre che v'erano per saorna, e tutte
pietre di mano, e questo fatto deliberorno morire combattendo pi presto che
giamai pi darsi. Come quelli di battelli viddono il fuoco spento, tornorono
per raccenderlo e credettero poterli maneggiare come prima; ma furono salutati
da infinite pietre, e cos dalle donne come dagli uomini, per modo che i nostri
per cortesia non vollono entrar dentro, e pi tosto s'allargarano e
cominciorono a trar loro bombarde: e perch erano piccole non facevano mal
nissuno. E in questo le donne si ponevano a bordo della nave, e molte di loro
mostravano gran groppi d'oro e d'argento e gioie, e gridavano con gran forza e
chiamavano l'ammirante, movendo il capo e accennandolo che li darebbono tutto
se voleva loro salvare la vita, secondo si giudicava per cenni che facevano: e
tutto vedeva l'ammirante per una balestriera. Alcune donne pigliavano i loro
piccoli figliuoli e alzavangli con le mani, faccendo segno, secondo il nostro
giudicio, che si avesse piet di quelli innocenti; e gli uomini facevano segno
con la testa che si volevano riscattare con gran cosa, mostrando di ci gran
disio. E non  dubbio che con quello si sarebbe potuto riscattare quanti
cristiani avevano prigioni nel regno di Fez, e ancora restava gran ricchezza al
re nostro signore. E vedendo loro la determinazione dell'ammirante, che non li
voleva far grazia di camparli, fecero gran ripari nella nave con matarassi e
altre robe e stuoie e graticci, e disposonsi di vendere le loro vite pi care
che potevano, come in fatto cos fecero, perch quanti potevano giugnere tanti
ne ferivano e ammazzavano.

Della grandissima difesa che fece questa nave di Calicut mossa a disperazione,
e come finalmente fu arsa, avendo prima i Mori che v'erano dentro gettato in
mare il gran tesoro ch'avevano d'oro, d'argento e di gioie. E come la nave San
Paulo diede la caccia a quattro navi de' Mori.

Essendo loro a questi termini, noi ch'eravamo nella nave di Ruy ditto, e
avevamo il zambuco ligato per poppe che avevamo preso in mare, vedevamo tutto:
e questo fu un luned, ad 3 d'ottobre 1502, che in tutti i d di mia vita mi
ricorder; quando quelli ch'erano in detti battelli cominciorono a far segni e
chiamarci e far segno con una bandiera. Per la qual cosa andammo, e innanzi che
noi ci afferrassimo con la detta nave, ripartimmo quella poca gente e qualcuno
ne lasciammo nel detto zambuco che con noi avevamo; e molti di noi non presono
arme, parendoci avere a combattere con gente disarmata. E con questa
leggierezza ci andammo a serrare con la nave, cio col castello davanti nel suo
scollato, ch'era tanto alto come lei, e come giugnemmo traemmo una bombarda
grossa, la qual fece una gran buca appresso al posatoio dell'albero. E loro,
come uomini deliberati a morire, di presente afferrorno stretta la nostra nave
con la loro in duoi luochi: e questa cosa fu tanto subita e furiosa che non
avemmo tempo per tirare dalla nostra gabbia solo una pietra, e avevamo poche
lancie e pochi dardi, e con questi pochi facemmo loro molta guerra; e non
avevamo altro a fare che far andar quelli 24 Mori che pigliammo in sul zambuco
sotto coverta. E quelli della nave, che molto desideravano d'averci alle mani,
facevano quanto potevano che le navi si drizzassino l'una con l'altra, per
esser molto pi alta la loro che la nostra: e s'elle si drizzavano, non avevamo
modo alcuno di vita, perch la prima ricevuta che ci feciono fu con tre o
quattro sassi di mano; e tanta stretta ci davano che nessuno bombardieri non si
poteva accostare a nessuna bombarda, n potevamo loro fare n facevamo altra
cosa, salvo con una balestra che abbatteva alcuno di loro, e alcun che voleva
entrar dentro con esso noi a lanciare era fatto tornar indrieto, e il simile
facevano loro a noi con le lor lancie, e con le nostre tirate a loro della
nostra gabbia. Erano con esso noi ben quaranta uomini di quelli ch'erano co'
battelli, e nessuno di noi non si mostrava, che subito non avesse intorno venti
o trenta pietre e alcuna freccia mescolata con esse.
Dur la battaglia fino al tardi, e il d in quelle bande era maggiore che in
tutto l'anno. Messonsi con tanto empito contro di noi ch'era maraviglia a
vedere, e bench noi ne ferissimo e ammazzassimo assai, pareva che non
mancassino e non sentissino le ferite. Trovamoci nel nostro castello davanti
quattordici o quindici uomini, e l fu la forza della battaglia, perch stavamo
insieme afferrati pel castello, e loro come dannati e arrabbiati ci si misono
contro, tanto rigidamente che tutti ci ferirono. Per la qual cosa tutti li
nostri si partirono dal castello, veduto come ci serravano, perch, ancora che
ponessimo loro le lancie al petto, senza paura alcuna ci venivano contro per
appressarsi a noi, tanta era la loro rabbia. In modo che non restammo nel detto
castello davanti se non Giovanni Buonagrazia, capitano di detta nave, armato
con una corazza scoperta, la qual era tutta ammaccata e guasta da' colpi delle
pietre, e io: e fur tanti e tali che li ruppono le coreggine di detta corazza,
e stando in questo modo in sul castello li casc il pettorale; ed eravi gi
entrato dentro alcun Moro. In questo, detto Giovanni Buonagrazia disse: "O Tom
Lopez, scrivano di detta nave, che facciamo noi qui, poi che tutti se ne sono
andati?" E partimmoci l'uno e l'altro ferito, e come fummo fuori di detto
castello, v'entrorono i Mori e misono gran gridi, come se gi avessino vinto;
gli altri ch'erano nella loro nave presono di questo grande animo, e con
rigoglio combattevano molto fieramente.
Quelli ch'eran venuti per aiutarci, visto come il castello davanti ci era stato
tolto e che molti altri Mori andavano per la coverta e altri disotto al
cassero, perderono l'animo, in modo che si gittorono in mare, e li battelli
ch'eran quivi li ripigliavano. E restammo in detta nave pochissima gente, e
tutti o la maggior parte feriti; ne ferivamo ancor alcuni di loro, e subito si
ritiravano alla lor nave e venivanne degli altri, di modo che non mancavano;
alcuni ch'erano forte feriti, quando si credevano tornare alla lor nave,
cadevano in mare e morivano. E com' detto, per forza entrorono con esso noi
disott'al cassero, e quivi ci ammazzorono uno uomo e ferironne duoi o tre. E
male ci potevamo difendere dalle pietre; pure la vela ci difendeva alquanto.
Essendo noi in questa stretta, la nave Gioia si mise alla vela e venne alla
volta nostra, faccendo vista di volersi afferrare con l'altra; per la qual cosa
si ritornoron tutti alla lor nave e disferroronsi da noi, e taglioronci al
primo ostacolo alquante sartie, stimando loro che la detta nave Gioia si
volesse afferrar con la loro: il che non fe', con tutto che la fusse maggiore
che la nostra, perch li viddono molto infiammati; e quivi restorono tre di
loro morti a lanciate. Certo, se questo non fusse stato, loro ci trattavano
male, perch erano assai e noi pochi e la maggior parte feriti, e tanto male
armati che si pu dire senza armi. E la nave Gioia sorse ancora lei appresso a
quella e trassele duoi colpi di bombarda, e altre cose non li poterono fare.
L'ammirante entr nella nave Leonarda, e con 6 o 7 navi delle principali della
flotta si mise in mare dietro a quella, cos come el mare la levava, e andolle
dietro quattro d e quattro notte, senza che giamai nessuna d'esse la potessono
afferrare: e l'una andava dietro e l'altre innanzi, e passandole appresso li
traevano con le bombarde. E se non era uno Moro de' loro che si gitt in mare e
venne allato alla capitana a dirle che, se li dessino la vita, che gli andrebbe
a nuoto a largare un cavo alla femmina del timone di detta nave, perch
potessino abbruciarla, e da qui innanzi non li anderebbono pi drieto. E quel
Moro and a legare il detto cavo, e l'ammirante li dette la vita e donollo a
Iuam da Vero; e avea con seco 50 e tanti saraffi d'oro, e raccontava il gran
tesoro che rest in detta nave, il qual gettorono tutto in mare; e diceva che
avevano ancora in nave molta vettovaglia, e che tutto aveano nelle ghiare di
mele e di olio, nelle quali aveano nascosto molto oro e argento e gioie, e che,
come viddeno che non volevamo perdonar loro la vita, tutte le ghiare dov'era
tesoro gittorono in mare. E vedemmo alcuna volta nel combattere alcuno, ferito
di qualche freccia, trarla fuori e con mano ritrarla a noi, e tornare a
combattere, che non pareva sentisseno ferite. E cos, doppo tanti
combattimenti, l'ammirante fece abbruciare la detta nave con gli uomini che
sopra si trovorono, molto crudelmente e senza piet alcuna.
Doppo questo, la nave San Paulo trov quattro gran navi e dette loro la caccia,
e loro si fuggiron verso terra: e tre d'esse entrarono in un fiume, e l'altra a
chi davano la caccia si gitt tanto a terra che la incagli in secco; e gionti
si afferroron con essa, la qual era tanto a terra ch'altro rimedio non avevano.
Li nostri, per non andar in terra, fecero dar fondo a una ancora in mare, e
perch gi la nave de' Mori andava a traverso, e per non li tenir la detta
ancora, essendo il mar grosso e il vento forzoso, si disferrorono da essa per
non andare a traverso con lei. Come i Mori si viddero sul principio afferrati,
si gittorono in mare, de' quali se ne salv qualche uno con la barca di detta
nave, e assai di loro morirono in mare; e la nave si disfaceva a poco a poco
per forza dell'onde del mare. E li nostri stettono quivi un pezzo ancorati, e
non avevano alcuno rimedio per recuperare certi uomini, che saltorono nella
nave de' Mori quando se abbordorono con loro, se non mettere il battello fuori
e andar per loro: a cagion del grande empito del mare non poterono cercar altre
cose, n pigliare di detta nave se non alcune targhe e spade delle loro. In
terra era molta gente, che raccoglieva quello che 'l mare gittava fuora.

Come il re di Cananor e l'ammirante s'abboccorono insieme; come quelli
dell'ammirante presono uno zambuco de Mori ch'andava a Calicut; e delle lettere
che scrisse il detto re all'ammirante.

Ad 18 d'ottobre 1502 giugnemmo davanti Cananor, e di presente vennono certi
uomini da conto da parte del re a visitare e salutare l'ammirante, e dissongli
che 'l re si voleva abboccar con lui. Rispose loro che gli piaceva, e
determinorono il d quando avessi a essere; e l'altro d il re fece fare un
ponte di legname sopr'il mare, molto grande e largo quanto quel di Lisbona, e
fecelo fare molto gentile. Ad 19 detto l'ammirante si mise a ordine in una
carovella, coperta la poppa di velluto cremesin e verde per met, e con essa la
pi fiorita gente che fusse nella flotta, e ne' battelli delle navi assai
bandiere, trombette, naccare e tamburi, e con molte danze e piaceri assai, e
bombarde e lancie e balestre e altre arme; e lui in uno ricco apparato in terra
e guanciale, e in dosso una roba di seta e due gran collari d'oro e molto
ricchi, cio uno al collo e l'altro ad armacollo. E cos s'and ad abboccare
col re sopra il detto ponte di legno, il quale avea due entrate, una da banda
di terra e l'altra da banda di mare, l'una e l'altra coperta di panni dipinti.
Il re giunse alla prima entrata con circa 400 uomini, e tutti con spade e
targhe rosse molto belle, e altri con archi e freccie, e altri con partigiane.
E il re e la sua gente non avevano altro vestito che uno panno dipinto avvolto
intorno e che li copriva da' fianchi a basso, e da quivi in su non erano
vestiti; e in capo avevano una berretta dipinta, a uso di nespole. Tutta la
gente rest discosto dal ponte un poco, perch cos fu ordinato, per securt.
Il re entr la prima posada, ch'era come una piccola casetta, e riposossi un
poco, perch era gran caldo. E l'ammirante non giugneva ancora al ponte, e come
giunse, il re si mosse e and verso lui con quelli ch'erano con lui, ch'erano
circa 30 uomini: perch cos fu ordinato, e che nessuno potesse menar seco pi
che 30 uomini, e che s'abboccassero in detto modo, perch l'ammirante li disse
ch'aveva comandamento dal suo signore che non descendesse in terra. E per si
fece fare il ponte dove stava il re, e l'ammirante stava nella carovella.
Andavano innanzi il re due uomini con bastoni grandi, e in essi dipinto era un
capo di bue, e con questi facevano vento al re: e non sapemmo se era per
magnificenza o perch era gran caldo. Aveva due altri uomini con altri 2
bastoni, e in ciascun d'essi era uno sparviero bianco, e con questi andavano
ballando, come in Portogallo ballano le fanciulle. E com'il re e l'ammirante
giunsono al palco, ch'era in mare, over sopra esso, che quasi giunson in uno
medesimo tempo, dieronsi la mano in modo d'amicizia, e dipoi che si favellorono
un poco per uno interprete, l'ammirante don al re certi vasi d'argento dorati
con sua mano, molto ricchi, per parte del nostro re, cio bacini grandi e
mescirobbe e saliere e altre cose; e funne l'ammirante biasimato da alcuno a
darli di sua mano, perch pareva stimasse pi quegli argenti che non facevano
l'oro. Il re medesimamente dette all'ammirante, ma non di sua mano, molte
pietre preziose di gran valuta, e cos agli altri capitani e gentiluomini che
erano con lui, ma non di s gran prezzo come a lui, mostrando ch'erano cose di
non molta stima a loro, non obstante che fussero cose ricchissime. Di poi
l'ammirante lo richiese di porre prezio alle speziarie e similmente alle loro
mercanzie. Il re rispose che non era quivi tempo per far simile accordo, e als
che lui per allora non aveva speziarie, perch non gli erano ancora venute, e
che l'altra mattina gli mandarebbe quelli Mori, de' quali sono le speziarie,
che erano nella terra, e che comandarebbe loro che non si discordassino con
lui, e che loro verrebbono a quello che fusse onesto.
E l'altro d venuti detti Mori, addomandorono delle speziarie molto maggior
prezzo che l'altre volte, e doppo molto parlare non si pot mai con loro fare
alcun partito che buon fusse o onesto; ma pi presto mostravano di non voler
nostre mercanzie, e con questo si scusavano, per non dar delle loro per lo
giusto prezzo, come quelli che sarebbono stati pi gioiosi che noi non avessimo
in banda alcuna trovato da caricare. Visto e conosciuto questo, l'ammirante con
molta furia li mand via, e mand a dire al re che li pareva che non si curasse
della nostra pace, poi che non voleva che si trattassi l'uno con l'altro,
conciosiacosach per trattare accordo li mandava Mori, che, come sapeva,
avevano odio antico con li cristiani ed erano molto nostri nimici; e che, poi
che con Mori aveva a fare, che ancora con lui voleva avere a fare, e che certi
fardi di spezie ch'erano gi nella nave capitana senza prezzo, che glieli
prometteva rimandare l'altro d a buon'ora a terra con tante trombe e colpi di
bombarda, come gli ricevette. Ed essendo in questo modo infuriato, venne da
terra Pay Rodoriches, fattore del signore don Alvaro, ch'era in detta citt,
che vi rest l'altro viaggio, e l'ammirante li disse che non tornassi pi a
terra, perch'egli aveva rotto col re. Risposeli: "Non piaccia a Dio che io dia
tanto mal conto di me al mio signore don Alvaro", ma che dove s'aventureriano i
beni del suo signore, che similmente lui si voleva avventurare; e con questo se
ne torn a terra. E in su questa furia, l'ammirante rimand a dire al re che si
voleva partire dal suo porto e cercare carico per le sue navi, e che non
assicurava i Mori di sua terra, e che li mandassi a dire se quelli cristiani
portoghesi ch'erano in sua terra eran sicuri; se non, che subito gliene
rimandasse, altrimenti li giurava e prometteva che, se alcuno male o disonore
fusse loro fatto, che suoi Ciafferi lo pagherebbono (Ciafferi si chiamano i
naturali del paese).
E partimmo del porto di detta citt di Cananor uno sabbato, ad 22 ottobre, con
vento calma, e di notte stavamo surti e di d andavamo. E andando cos a nostro
cammino verso Calicut, vedemmo uno zambuco, al quale per comandamento
dell'ammirante and una caravella, e datali la caccia, gli prese la terra,
acci non si buttasse a terra come cominciava; presonlo con circa venti Mori e
Ciafferi. Portava a Calicut filo di noci, che loro chiamano cabaye e cocos.
E andando noi costeggiando alla via di Calicut, vedemmo tre gran navi, tanto
presso a terra che parevano in secco, alle quali andorono otto battelli stipati
e le due carovelle: e l'ammirante entr in una d'esse, cominciorono a trar loro
colpi di bombarde, e tanto gli strinsono che si cominciorono a gittar in mare e
fuggire a terra. E come uno signore di quel paese, di chi erano quelle navi,
vidde questo, cominci a correre e con 7 o 8 uomini si mise in una almadia e
andossene all'ammirante, e dissegli ch'era vasallo del re di Cananor, e che
tutta quella terra quivi intorno era soggetta al detto re, e che aveva pace e
amist con Portoghesi; e che se non si fusse fidato alla detta pace, che non
arebbe trovato quivi le sue navi, e che per quello non volle noleggiare le
dette navi al re di Calicut per armar contra cristiani, quando arm contra
Giovan da Nova, e che per quello aveva guerra col detto re, e che era mal
trattato da lui; e che oltra questo era parente e grande amico del re di
Cocchin, e che, se bisogno fusse, che lasciarebbe nelle sue mani quegli uomini
che gli aveva menati seco per sua sicurt, fino a tanto lo certificasse di
tutto quello che diceva: e cos si fece. E per accertamento, quella notte venne
a trovar la flotta uno criato del sopradetto Pay Rodoriches, che restava in
Cananor, con lettere del re e del detto Pay all'ammirante, con la risposta
della imbasciata che l'ammirante alla sua partita li mand, la qual li diceva
che, in caso che lui ammazzasse i suoi Ciafferi o pigliasse (cos come li mand
a dire), che per quello non era per romper la pace che aveva fatto col re di
Portogallo, la quale teneva per ferma e forte, e che non era per far contro a
quella; e che volendo pur lui ammazzare e pigliar la sua gente, che lo poteva
fare, perch non voleva comandar loro che si guardassino da lui, ma che tutto
farebbe a sapere al re di Portogallo, e che se lui l'aveva per bene che lui li
facesse guerra, senza pregiudicar alla pace fatta, che non l'arebbe per male; e
che al riguardo de' cristiani ch'erano ne' suoi paesi, posto che lui li facesse
tutta la guerra che volesse o potesse, che per quello non sarebbe lor fatto n
danno n vergogna nel suo paese. E il simile diceva Pay Roderiches nelle sue
lettere. L'ammirante ebbe gran dispiacere, parendoli che per consiglio del
detto Pay li scriveva in quel modo.
L'altro d, il signore delle dette navi mand di terra all'ammirante uno
presente di galline e fichi e quattro o cinque sacchi di riso e uno castrone.
L'ammirante ricevette detto presente e fecegliene pagare quello che valeva; e
rimandolli a terra gli uomini che gli aveva lasciati in nave, dicendogli che
per amore del re di Cocchin, di chi diceva esser parente, gli lasciava, e cos
la nave, la qual per suo amore sicurava.

Come costeggiando verso Calicut, vista una gran nave, presero consiglio di non
arderla, per esser chiamato l'ammirante del re di Calicut per capitolar la
pace.

Mercoled ad 25 d'ottobre ci partimmo e andammo al nostro viaggio inverso
Calicut, e andando cos costeggiando, vedemmo molto appresso a terra una gran
nave, e l'ammirante mont su una caravella, poi che la flotta fu tutta surta a
largo, e and l presso per vederla. E come fu ritornato, fece alzar una
bandiera, per la qual cosa tutti i capitani andorono a lui, dove si pratic la
cosa. E avuto consiglio, tutti furon d'accordo che non era bene arderla, per
esser l'ammirante chiamato dal re di Calicut, qual li scrisse quando era in
Cananor ch'egli andasse dinanzi al suo porto, e che capitolerebbe la pace e
tratto delle mercanzie. E pi se intese come la detta nave era di Iuneos, che
son genti che negociano maravigliosamente in India, e in lor mani hanno gran
cose di speziarie e reconle a vendere in India. Per la qual cosa praticarono
che non le impaurissino pi, e ch'era bene che l'ammirante li mandasse a
chiamare a terra con sicurt, per accordar con loro pace e tratto di mercanzie:
e cos si fece, e loro non si volsono fidare a detta sicurt.

La causa che mosse il re di Calicut a scriver all'ammirante che venisse avanti
il suo porto.

E perch abbiamo lassato indietro di scrivere come, essendo l'ammirante in
Cananor, ebbe lettere da Cocchin da Consalvo Gil, che ve lo lass Giovanni da
Nova, e per quelle contava come il re di Calicut scrisse molto caldamente al re
di Cocchin, nel tempo che la nostra flotta era in Amiadiva, faccendoli a sapere
per certo che nelle parti d'India eran passate XX navi grosse del re di
Portogallo, e che venivano per male e danno di tutto il paese d'India, perch
tutte le navi che riscontrassino non potriano scampare davanti a loro, e di tal
cosa a tutta India ne risulteria gran danno: e che molto maggior sarebbe, ogni
volta che si cominciassi ad insignorire in terra di cosa alcuna. E che, tutto
ben considerato, non avevano altro che un solo rimedio e perfetto, e che non si
seguendo questo, erano tutti persi e soggetti: il quale era non dar loro spezie
in tutta l'India per prezzo niuno, perch, ben considerato, il fine di detta
gente, venendo s di lungi, non era se non per aver spezie; e perch in su
questa speranza venivano, quando sapessino certo che per alcun prezzo non
s'avessi a vendere loro speziarie, giamai non tornerebbono in India. E che, se
non s'accordassino tutti a non darne loro in modo alcuno, altro rimedio non era
a disviarli del paese d'India, perch ben vedevano che tutti loro non erano
possenti per obviare che pi i Portoghesi non venissino in India. E ch'avea gi
richiesto a' Mori che stanno in suo paese che armassimo contro a essi
cristiani, e quelli avevano risposto: "Come abbiamo ad armare contro a una s
grande armata?", perch, come ei sapeva, l'anno passato armorono contro a
quattro picciole navi che aveva Giovanni da Nova, e mai poterono lor far male
veruno; e che ora non erano per armare, e in fine lo pregavano strettamente che
tenessi modo che detti cristiani si tornassino in Portogallo senza alcune
speziarie, e che lui terrebbe modo che gli altri re e signori, in mano di chi
sono le spezie, facessero nel medesimo modo. La risposta che li fece il re di
Cocchin fu ch'egli avea fatto pace e capitolato benissimo co' Portoghesi, e che
non era per fare altra cosa, perch sapeva che li cristiani erano uomini
veritieri, e che altrimenti non era per fare, e che aveva buona speranza dar
loro buon ricapito per caricarli. E tutte due le dette lettere, cio quella che
li mand il re di Calicut e la risposta che li fece, le mostr al detto
Consalvo Gil.
E questa fu la causa che 'l re di Calicut scrisse all'ammirante a Cananor che
andassi dinanzi al suo porto, e che non voleva co' cristiani se non pace e
amist, e voleva restaurarlo de' beni del re di Portogallo che restorono in
Calicut, quali lui don al signore della nave che Pietro Alvarez Cabral
abbruci; e che parte d'esse robe fussin pagate in un pagamento quale il re
voleva si facesse, e che ora si pigliassino giudici, che vedessino la perdita
fatta da ciascuna parte, e che chi fusse debitor pagasse; e che toccante alla
morta gente, che questo non si pu pagare n restituire, ancor che, quando
tutto s'ar ben visto, che li cristiani sono molto ben vendicati con la morte
di tanta gente quanto loro hanno morta, tanto della nave della Mecca come degli
altri d'altre navi che gli hanno arse: e sopra questa intenzione l'ammirante si
part per la volta di Calicut.

Come l'ammirante and a Calicut e il re mand uno ambasciatore a salutarlo,
pregandolo gli rispondesse se era contento capitolar la pace al modo gli avea
scritto; e la risposta fattali per l'ammirante. Come preseno quattro almadie de
pescatori e uno zambuco,
il che fu causa della indignazione del re.

Ad 26 d'ottobre l'ammirante fece impiccare all'antenna due Mori, di quelli che
furon presi nel zambuco che si prese presso a Pandarane, perch da ragazzi
giovani che furon presi nella nave della Mecca furon conosciuti, e dissono che
detti Mori erano di Calicut, e che un di loro alloggiava in casa del padre
d'uno di detti giovani, e nel tempo che stava con suo padre ammazz nella
battaglia di Calicut duoi cristiani, e l'altro tagli il braccio a uno
cristiano in detta battaglia: e per detta cagione morirono, col bando il quale
diceva che morivano per giustizia. E similmente l'altro d fece ammazzare un
altro Moro a lanciate, perch detti giovani l'incolporon, dicendo che colui
rub certe robe alla detta battaglia. Questi giovani erano naturali di Calicut,
e tornavano dalla Mecca di romeria. L'ammirante fece compartire in tutte le
navi della flotta tutti quelli Mori che furono presi in detto zambuco; e fatto
questo, incontanente se n'and alla nave Elena, e comand che si mandasse pel
capitano.
E noi facemmo vela al cammino di Calicut, in sabbato ad 29 d'ottobre, e
giugnemmo davanti la detta citt di Calicut, la qual di mare non potevamo
vedere, se non una picciola parte d'essa, perch  posta in una valle piana ed
 tutta coperta da palmari molto alti. E come ci appressammo, venne alla
capitana uno imbasciadore del re a visitare l'ammirante e salutarlo da parte
del re, dicendoli che fusse il ben venuto, e ch'el detto re era parato
osservarli quanto gli avea scritto a Cananor, e che lo pregava gli rispondesse
s'era contento di capitolare la detta pace nel modo gli avea scritto.
L'ammirante gli mand a dire che la prima cosa ch'egli aveva a fare era di
cacciar fuor del suo paese tutti e' Mori della Mecca, cos mercanti come
stanziali, e che in altra maniera non voleva far pace n accordo alcuno con
lui, perch insino dal cominciamento del mondo e' Mori furono nimici de'
cristiani e li cristiani de' Mori, sempre sono stati in guerra l'uno con
l'altro, e per tal cose nessuno accordo che facessino non saria fermo; e che,
affine che tale accordo avessi ad esser stabile, da quel d innanzi non aveva a
consentire il re che niuna nave della Mecca venisse n trafficasse ne' suoi
porti. Il re mand di nuovo a dire all'ammirante che in sua terra erano quattro
o cinquemila case de Mori, ricchi e gran mercanti che annobilivano la sua
terra, li quali da' suoi antichi erano stati ben visti e mantenuti in lor
paese, e che sempre gli avevano trovati leali. E che cos lui come li suoi
antichi avean ricevuti molti servigi, e als imprestito de danari per sua
necessit di guerra, con molti altri servigi che lungo saria a raccontare: e
che per questo parrebbe a tutto il mondo cosa brutta e mal fatta, e che lui mai
lo doverebbe fare n l'ammirante tentarla, per non esser cosa onesta; ma che
quello che fusse onesto farebbe, mostrando per la sua imbasciata gran desiderio
d'aver pace con esso noi.
E mentre che si praticava tal cosa tra il re e l'ammirante, alcuni pescatori
della citt usciron fuori con le lor almadie e reti, confidandosi che si
concludessi la pace. Quando furono un poco discosti dalla flotta, l'ammirante
comand che alcuni battelli de' nostri andassino ad assalire i pescatori; e
andorono e presonne quattro, con gli uomini che v'erano e con le reti. E als
mand che detti battelli andassino presso alla citt, per uno fiume che dicono
viene per una banda della citt, e pigliassino uno zambuco, ch'era l presso
alla citt: nel quale non presono se non un poco di noci de India e un poco di
mele del suo, in sporte legato perch'era molto duro, e altro pi liquido in
brocche d'uno cuoio rigido, e filo di noci, e un truogolo d'acqua che portavano
in nave, il quale dicevano che portarebbe 6 o 7 pippe d'acqua, cio botte. E
non si faceva dubbio alcuno questo avere ad esser la causa della mala
indignazione nella quale, dopo queste cose, si vidde esser incorso il re,
perch per questo li parve che li cristiani avessero pi piacere di rubbare e
andare assaltando per mare, che di far pace e amist e trafficare con loro. E
per questa cagione si riscald tanto che li mand a dire che, se voleva pace e
amist con lui, voleva che la fusse senza condizione alcuna, e che, se voleva
che li rendessi tutti i beni del re di Portogallo ch'erano restati in detta
citt, voleva che li pagasse tutta la perdita e il danno che cristiani avevano
fatto nel suo paese, e che medesimamente li rendesse tutto quello che fu tolto
alla nave della Mecca, che era de' suoi naturali; e che 'l suo porto di Calicut
fu sempre franco e che per questo non aveva a torre a' Mori della Mecca la
venuta in esso a trafficare, n a mandar via alcuno Moro. E che, se si
contentava in detto modo, che la farebbe in detta maniera, e che non li darebbe
fidanza alcuna, ma che della sua verit s'aveva a fidare; se non, che subito si
partisse dal suo porto e non vi stessi pi, perch non li dava licenzia che vi
stesse, n pi si posassi in alcuno porto di tutta l'India.

Della superba risposta che mand a fare l'ammirante al re di Calicut,
e come le navi de' Portoghesi s'appressorono alla citt.

La risposta dell'ammirante fu con molta furia, dicendo che era uomo criato dal
re don Mannuello suo signore, ch'era uno potentissimo re, e che per essere suo
criato era miglior di lui, cio del re di Calicut; e che de un palmaro farebbe
uno re simile a lui, e che tanto non li dava licenzia che quel d non mangiassi
tambor, quanto che subito se n'andassi di suo porto e che pi non vi stessi.
Che cos farebbe, cio s'accostarebbe alla citt, e che li dava tempo fino a
mezzod sequente a risponderli di quanto li mandava a dire; e li prometteva che
molto sollecitamente lui manderebbe alcuna di quelle navi cariche di spezie al
re di Portogallo suo signore, e l'altre lascierebbe in queste parti per farli
guerra; e che 'l suo re era tanto grande e possente signore, che li mandrebbe
tante navi e genti quanto fusse necessario per darli battaglia per terra e per
mare e distruggerlo del tutto.
Questa medesima domenica, al tardi, l'ammirante comand a tutte le navi che
s'appressassero alla citt: prima fe' scandagliare, per sapere fino dove le
navi potevano andare, e porre e' segni; e questo fatto, le navi si misono a
vela col trinchetto e andorono a surgere presso alla citt, colla prua volta
alla detta citt con un cavo in mare e l'altro in terra, e questo perch
l'artegliaria grossa potesse giocare dal cassaro e perch la sua di terra non
ci facesse tanto danno. La capitania, la Smeralda, la Lionarda e Fior del mare
restorono un poco pi larghe, perch erano navi grosse. Quella sera era molta
gente in su la spiaggia con lanterne, e tutta quella notte non restorono di
travagliare in far cave nell'arena e ordinare le loro stanze e piantare le loro
artegliarie; e come fu d, vedemmo ch'era pi gente quella ch'andava per la
riviera che non ci pareva di notte. Quella mattina comand l'ammirante che le
navi s'appressassero alla citt al pi che poteano, e che stessino preste e
apparecchiate, e che, come vedessino che nella Loytoa vecchia fusse una
bandiera diritta in su la gabbia, impiccassimo e' Mori che a ciascuna furono
consegnati, di quelli del zambuco che di sopra si disse, che pigliammo a
traverso di Pandirane, e cos molti Ciafferi, che quivi pigliammo nelle
almadie, impiccassimo a' capi dell'antenne, e che le agghindasseno ben alte
accioch fussino meglio veduti, bench eravamo molto presso alla citt. E fatto
questo apparecchio, per uno scrivano mand a dire a tutte le navi che, dipoi
un'ora passato mezzod, vedendo che non veniva conclusione dalla citt,
impiccassino e' Mori all'antenna delle navi: e furonne impiccati 34.
Era in su la piaggia gran numero di gente, e molta ne usciva della citt a
vedere gl'impiccati: stando come insensati a guardare, dalla nave
dell'ammirante trassono un colpo di bombarda grossa, e altres da una
carovella, e dettono in mezzo delle genti e gittorono per terra alcun di loro.
E vedendo questo l'altre navi trassono anche loro, e in poco d'ora la piaggia
rest netta di gente; e se alcuno restava adietro per non esser ben leggiere a
fuggire, de' quali molti di loro si gittavano nella rena, dipoi li vedevamo
levare e fuggire, e alcuni vedevamo voltolarsi per la piaggia come serpi. Noi
li dileggiavamo con gran gridi, quando li vedevamo fuggire, e furono tanto
cortesi che immediate nettorono la piaggia; e alcun di loro, che restaron
nascosi nelle cave ch'avevano fatte e dove avevan piantate l'arteglierie, di
quando in quando traevano alcuno colpo alle nostre navi e poche volte
c'investivano. Accadeva qualche volta che alcuna delle nostre bombarde traeva
qualche palla appresso a quelle stanze dove s'erano messi: subito ne uscivano e
correndo fuggivano alla citt, e venivanne degli altri, e spesso si
scambiavano; e venivano e andavano quasi carpone, e l'artegliaria loro era di
dua o tre pezzi, trista, e traevano male e ponevano assai a caricare. La nostra
arteglieria non rest di trarre infino al tardi alla citt. Bench noi dessimo
nelle case, non le gittavamo in terra, o poche, perch non erano di pietra o
calcina; ma dove davano facevano gran buca, e qualcuna, che dava alto per
quelli palmari, facevano un fracasso per essi che pareva che si tagliassino con
le scure. Vedevasi alle volte uscire il popolo che era dentro alla citt dove
davano le pallotte, e fuggir via.
La sera al tardi l'ammirante mand a dire alle navi che spiccassino
gl'impiccati e tagliassino loro il capo, le mani e piedi, e i corpi gittassero
in mare e tutti i detti membri mandassino alla sua nave; e lui li fece tutti
mettere in una almadia di quelle che furon prese, e fece fare uno scritto in
lingua indiana a uno che si chiamava Frangola, indiano, e diceva in questo
modo: "Io son venuto in questo porto con buona mercanzia per vendere e comprare
e pagar vostre derrate, e queste sono le derrate di questa terra. Ora vi mando
questo presente come a re, e se ora volete nostra amist, ci avete da capo a
pagare quello che pigliaste in questo porto sopra la vostra sicurt, e pi
pagherete la polvere e le pallotte che cost ci avete fatto spendere: e se
questo farete, subito saremo amici".

Come le navi de' Portoghesi cominciarono a trarre alla citt.

Questa lettera fu legata in cima d'una asta di dardo e diritta in su la prova
di detta almadia, in modo che da lungi si vedessi; e leg la detta almadia a
uno battello, che la men, e la fece lasciare nell'onde del mare appresso alla
citt. E come s'allargorono, il mare la pose in terra, e il primo Moro o
Ciaffero che quivi giunse prese subito la lettera, e altri che venneno poi la
volevano pigliare e lui non la volle dare. E l'ammirante comand che non si
traesse pi, perch avessino luogo a uscire della citt a vedere. Come in fatto
viddono che non traevano, bench fussi molto tardi, usciva molta gente della
citt a vedere, e come giugnevano alla detta almadia torcevano il viso,
mostrando ch'era una gran faccenda, e stavano come smarriti, perch non erano
molto sicuri; e tale era quivi che veniva correndo, e come vedeva quelle teste
subito se n'andava correndo, e altri pigliavano di quelle teste e molto
discosto da s le portavano via. Noi eravamo molto appresso loro e vedevamo
bene il tutto. E quella notte vegghiammo tutti, pel gran romore che si faceva
in terra, e per li canti che facevano sopra li corpi di quelli impiccati, che
'l mare aveva gittati fuori; e tutta quella notte non restorono, con candele e
lanterne, andar rassettando le loro stanze, con paura che noi non andassimo a
metter fuoco nella citt.
E come fu d, l'altra mattina, ch'eravamo ad 2 novembre, per comandamento
dell'ammirante tutte le navi cominciorono a trarre alla citt con l'artegliaria
grossa: e non voleva si traesse di notte, salvo se loro non avessino tratto a
noi. E li pi colpi di questo secondo d che si trassono furono alti alle case
de' signori e gran maestri, che stavano molto dentro alla citt, per che le
case ch'erano presso al mare erano gi tutte guaste, e non vi era in esse se
non gente di poco conto, e le pi erano spopolate. Vedemmo molte volte levarsi
della citt gran popolo, di dove davano le nostre ballotte. Cominciorono a
trarre le nostre navi all'alba questo secondo d, e durorono fino a mezzod,
dove trassono pi di 400 colpi di bombarde grosse: erano 16 navi con le due
carovelle, e alcuna traeva con dieci bombarde, e molte d'esse passarono 35 e 40
colpi. Questo d non trassono a noi se non pochi colpi, o per non aver polvere,
o perch vedevano non ci far alcun male; e da qui innanzi le navi s'allargorono
e tiroronsi appresso l'altre quattro, ch'erano restate a largo. E questo fatto,
l'ammirante fece dipartire per tutte le navi esse noci e mele che trovorono nel
zambuco, e come fu voto lo fece menar presso alla citt e mettervi dentro
fuoco, qual fu bene acceso; e stando tutte le navi surte e tutti a cena,
vedemmo venire dalla citt dieci o dodeci almadie, che venivano o per menarlo
via o per tagliar uno cavo con che era legato, a fine che la corrente lo
menasse a terra. I nostri si misono ne' battelli e andorono a loro, e se non
fussino stati tanto furiosi e avessinli lasciati appressare un poco pi, ne
arebbono presi parecchi; ma come viddono e' battelli andare alla volta loro,
subito presono l'altra volta inverso la citt. I nostri uscirono tanto furiosi
che in poco tempo furon presso a loro, tanto che dalle navi pareva si volessino
afferrare; e di poco in poco li traevano con le bombarde, e loro con le
freccie: per loro non avevano tanto spazio che potessino cantare una canzona
d'accordo sonando la palma. I nostri gli seguiron fino a tanto che li fecero
dare in terra, e non avevano altro che fare che saltare a terra fuori delle
almadie e fuggire alla citt, e molti non avevano tempo per portarne l'arco e
le freccie. I nostri non si vollono tanto assecurare e andar a terra a pigliar
quello che restava nell'almadia, perch oltre a questo eran gi nella piaggia
molte genti, alle quali stettono traendo uno gran pezzo, di modo che quando si
tornorono alle navi era gi notte oscura.

Come i Portoghesi fecero vela alla volta di Cocchin, e quello che raccontasse
Consalvo Gil, venuto alla capitana grande, dell'armata che andava a Calicut,
persa in mare per fortuna. E come il figliuol del re di Cocchin and a salutar
l'ammirante e ringraziarlo della buona opera fatta al signor parente del re
salvandoli tre navi, offerendosi darli il carico.

Mercoled mattina ad 3 di novembre facemmo vela alla volta di Cocchin, e sopra
la detta citt restorono sei navi e una carovella, sotto la capitanaria di
Vicenzo Sodre, per impedirle il mare, tanto della vettovaglia come dell'altre
cose. Il luned ad 7 detto, arrivammo davanti il detto porto di Cocchin, e di
subito venne alla capitana Consalvo Gil, ch'era restato in detta citt l'altro
viaggio, e cont all'ammirante e molti altri come eran venute lettere di
Calicut da certi mercanti mori ad altri mercanti di Cocchin, li quali contavano
come in detto luogo avevamo fatto gran danno e morte di gente, e che in detta
citt morivano di fame, perch a causa di quelle navi non v'andava vettovaglia
di fuori, n potevano andar al mare a pescar. E als contavano come s'era persa
in mare per fortuna una grande armata de navi ch'andavano a Calicut cariche di
vivere e mercanzie, e dicevano che erano pi di 200 vele e che tutte erano
noleggiate per il re di Calicut per armare contro a noi, e che v'era venuto una
gran nave di detto re carica di spezie, ch'era in compagnia dell'altre, e tenne
al mare con la fortuna e corse fino a detta citt di Cocchin, e quivi volle
afferrare e non pot, e and a traverso alla costa: salvoronsi gli uomini e le
robe, e tutto prese il re, senza render nulla al re di Calicut.
E questo d venne a parlar all'ammirante uno figliuolo del re di Cocchin, a
salutarlo e ringraziarlo della buona opera che avea fatto al signore ch'era
parente del re de Cocchin, delle tre navi che in viaggio voleva bruciare e le
salv; e che il detto re per lettere d'altri sapeva gi il tutto, e ora per lo
figliuolo li mandava a rendere e dar grazie, dicendo che assai stimava
quell'onore e piacere che ad altri per suo rispetto aveva fatto; e molto si
mandava il detto re ad offerire, dicendoli che darebbe il miglior ordine che si
potesse per darli carico. E con questa offerta e buona nuova tutti ci
rallegrammo, e cominciammo a calefattare e reparare le navi, e fare i luoghi
per le mercanzie, e accordar quello che noi avevamo bisogno. E subito, il
gioved ad 10 detto, mand a pregare l'ammirante che cominciasse a pigliar
carico in quel d, perch il gioved hanno per il miglior della settimana, e
non cominciano mai cosa di grande importanza se non in gioved. E l'ammirante
li mand a dire ch'era contento, e detto d cominciorono e arrecorono alla nave
di Ruy di Ficairedo 40 e tanti cantari di pepe; e perch non era fatto prezzo
restorono e non ne vollono dar pi, e stettono cos 3 o 4 d che non ne
dettono: e per questo l'ammirante fece assapere al re che desiderava abboccarsi
con lui.

Come il re di Cocchin s'abbocc con l'ammirante, e de' presenti che si fecero
l'un l'altro. E come il re di Cananor per uno ambasciator mand a dire al detto
ammirante che li mandasse qualche navi, che gliene caricarebbe per il prezzo
che in Cocchin gli dessino le specie.

Ad 14 novembre l'ammirante si fece portare in una carovella nel modo ch'avete
inteso che fece a Cananor, e and a terra col battello e colla pi onorevol
gente che fusse nella armata. E innanzi che si vedessino insieme, v'and gran
tempo in ambasciate ch'andavano e che venivano dall'uno all'altro; ed essendo
gi in punto per abboccarsi, cominci forte a piovere, per il che il re mand a
dire all'ammirante che la visita si rimettesse per l'altra mattina, visto ch'el
tempo quel d li disturbava: e cos si torn ciascuno alla sua stanza. E dipoi
l'altro d si viddono, e non men il re seco tanta gente come prima, non
ostante che quella venne benissimo in ordine secondo l'usanza loro, e non con
tante cerimonie come il re di Cananor: solamente quattro o cinque uomini,
armati colle spade e le targhe e lancie e archi e freccie. L'ammirante dette al
re certi pezzi di vaselli di sua mano d'argento dorati, che parevano massicci
d'oro, lavorati, cio bacini grandi da lavar le mani e mescirobe e saliere e
altri ricchi pezzi, e una seggiola di stato reale, guarnita d'argento con molti
lavori, che 'l re nostro li mandava. Medesimamente il re dette all'ammirante
assai gioie, grandi e molto ricche, e als ne dette ai gentiluomini e capitani
che andorono con lui, ma non di cos gran valuta.
E il d dinanzi che s'abboccorono, vennon di Calicut 3 delle nostri navi, che
menavano all'ammirante uno ambasciatore di Cananor che, per comandamento del
detto re, venne con un zambuco a Calicut a richiedere che lo menassino
all'ammirante. Pel qual il detto re li mandava a dire ch'egli mandasse a
Cananor qualche nave portoghese e che gliene caricarebbe per il prezzo che in
Cocchin li dessino le spezie, e che lui medesimo piglierebbe delle nostre
mercanzie per li prezzi che in Cocchin varranno, e che volendo l'ammirante
alcuna securt, che 'l medesimo imbasciadore restarebbe lui proprio alla nave
per istatico. E a tal causa l'ammirante vi mand due navi, e menorono con loro
il detto imbasciadore.

Come quelli di Calicut armorono secretamente in un fiume 20 zambuchi, e li
nostri, seguitando certe almadie de pescatori, furono all'improviso fieramente
assaltati, e un bombardier, tirando ad una almadia, mand sottosopra il zambuco
capitano. E come per il re di Cocchin furono impaladi tre Mori, per aver
venduto una vacca.

Quelli che vennono nelle dette navi ci contorono che, stando loro davanti
Calicut, quelli di Calicut ordinorono un d d'armare segretamente, in un fiume
ch' da una banda di Calicut, XX gran zambuchi di remo, in modo che, quando
furono bene armati, fecero uscire di detto fiume ed entrare al mare certe
almadie a pescare, mostrando non aver paura delle nostre navi, e non molto
discosto d'esse, a fine ch'avessero causa d'andarli ad assalire, come fecero in
fatto co' battelli. E visto questo, i pescatori cominciorono a fuggire
bellamente, e non forte come arebbono possuto, a fine che li nostri li
seguissero, come in fatto fecero quanto potettono. E loro li andavano guidando
inverso el detto fiume, dove la detta armata secretamente stava infra certi
palmari; e quando furon presso al detto fiume, usc fuori la detta armata, e
brevemente raggiunsono i nostri e per ogni banda gli andarono tastando, e molto
fieramente con le freccie gli oppressavano e in modo sollecitavano che li
nostri non si sapevano consigliare. Piacque a Dio che un bombardiere de'
nostri, traendo a una almadia delle lor, err e pass di sopra e dette a una
altra ch'era pi l, e mandolla sottosopra, e gli altri zambuchi corsono tutti
l a pigliar le genti, perch quel zambuco era capitano. E in questo li nostri
ebbon tempo a ritirarsi alle navi, con molta gente ferita dalle freccie: e se a
questo modo non avveniva, senza rimedio restavano presi e fatto di loro nuova
giustizia.
Ad 18 di novembre vennono tre uomini del paese alla nave Iulia nel porto di
Cocchin, e venderonli una vacca per 7 ventini: la qual cosa saputa, il detto re
di Cocchin mand a pregare l'ammirante che li mandasse presi in sua mano quelli
tre e gli altri che vendessino qualsivoglia cosa di vacche, per la qual causa
l'ammirante fece poner in ciascuna nave uno scritto, che comandava e proibiva,
sotto pena di certe battiture, come dire scoreggiate, che nessuno non comprasse
da persone cosa alcuna di vacche, e che chi si volesse che portasse a vendere
dette cose, di presente lo pigliassero e menassino alla capitana. E l'altro d
tornorono alla Iulia quelli tre Mori over Ciafferi che avevano venduto la prima
vacca, e portavanne una altra; furono menati all'ammirante e lui li mand colla
detta vacca alla citt, presi, al detto re. E come giunsono, senza altro
processo furono di subito tutti vivi impalati, in questo modo, che messono a
ciascuno uno palo per le reni e passava pel petto, e col viso in su, e
ficcoronli in terra; ed erano alti una lancia, e con le braccia e gambe aperte
e legate a quattro pali, e non potevano correre gi pel palo, perch in esso
palo era uno legno a traverso che non li lasciava correre. E fecero di loro
giustizia in detto modo perch vendevano le dette vacche, perch lo dio nel
quale lor credono ha imagine d'un bue o d'un vitello, e chiamanlo Tambarane.



Come la terra di Mangallor e molte altre mandarono di volont al re di
Portogallo l'ubbidienza. Della isola detta Zeilam. Del modo di pigliar gli
elefanti e domesticarli, e quivi cose mirabili degli elefanti e dei cavalli
marini.

E ad 19 detto vennono alla capitana alcuni uomini cristiani, d'aspetto molto
onorevoli, da Mangallor e di molti altri luochi di l dentro fra terra, e
portorono all'ammirante uno presente di galline e frutti, e pi li recorono una
verga vermiglia appuntata e coperta in ogni testa con una ponta d'argento, e in
una delle teste erano tre campanelle d'argento, e a ciascuna uno sonaglio
d'argento; e pi con essa una lettera della signoria di tutte quelle terre,
cio di quel paese, che fa trentamilia uomini di iuridizione. E dicevano che
s'erano molto contenti e lieti della venuta nostra alle parti d'India, e che la
detta signoria di quel paese mandava al re di Portogallo l'ubidienza, e lo
ricevevano per loro re e li mandavano quella verga di giustizia; e quelli, in
nome di detta signoria, davano all'ammirante fede e omaggio da quel d innanzi
non far n far fare nessuna giustizia di nessun malfattore se non in nome del
detto re di Portogallo, mandando a dire che, se mandasse a far fare una
fortezza in lor paese dove loro gli direbbono, che la signoreggerebbe tutta
l'India.
Quelli medesimi contorono come avevano sei vescovi e come ciascun di loro
diceva messa, e contorono molte altre cose, e come facevano grandi
pellegrinaggi sopra la sepoltura del ben avventurato santo Tom, ch' sepolto
appresso alla lor terra, qual fa quivi molti miracoli. E li dimandorono delle
nostre chiese e vescovi e prelati e di tutte le cose delle nostre parti,
dicendo che non potevano credere che i cristiani potessino andare in tanto
lungo paese. L'ammirante fece loro bonissima raccoglienza, e don loro panno di
grana e di seta e altre cose: e cos restorono per sudditi del re nostro
signore.
E als ci contorono quelli di Cocchin come di l a Zeilam sono 150 leghe, e che
 una isola ricca e molto grande di 300 leghe, e sonvi gran montagne, e nascevi
cannella in grandissima quantit, pi che in nessuno altro luogo, e la migliore
che si trovi, e molte pietre preziose e gran quantit di perle. E vi sono in
detta isola, rispetto alle grandi montagne, assai elefanti salvatichi molto
grandi, e domesticangli in questo modo, cio fanno nella detta montagna gran
chiuse di steccati forti, e con una porta saracinesca infra due alberi, e
mettonvi dentro una elefanta femina domestica quando  in amore. E perch sono
animali pi che nessuno altro lussuriosi, come senton la detta femina, per loro
medesimi vanno a cercare la detta porta ed entrano dentro con la detta femina;
e come quelli che vogliono entrare son dentro, uno uomo che sta in su quelli
alberi taglia una corda over canapo che tiene la saracinesca, e lasciala
cadere. E quivi li lasciano stare senza mangiare o bere 6 o 7 d, fino che
cominciano a cascarsi di fame, e quando sono cos deboli, entrano l 20 o 30
uomini con grandi bastoni e danno loro molte bastonate, e come qualcuno si
stracca a darli, v'entrano degli altri, fino che per forza di bastone li fanno
gittare in terra come morti; allora vi cavalcano sopra, e non fanno altro che
salire e scendere sopra essi, e fra tanto li danno da mangiare a poco a poco: e
cos li vanno dimesticando in modo che, dipoi che sono dimestichi, non  animal
nissuno che abbia tal istinto e conoscimento, e impari qualsivogli cosa che
l'uomo voglia insegnarli. E certamente, davanti che noi vedessimo quello che
uno elefante faceva in Cocchin, non aremmo potuto credere quello che essi
raccontavano, cio che duoi elefanti senza altra gente varano una nave di 400 o
500 tonellate in terra, o di stigliero la portano in mare. E con essi non hanno
altro travaglio se non metterla in su le vasa, e tanto diritta che  cosa di
maraviglia, perch vanno con essa molto egualmente, uno davanti, l'altro da
dietro, e non la lasciano pendere n da una n da altra banda; ed entrano con
essa in mare e tanto a dentro che per se stessa sta sopra l'acqua, per che,
non ostante che le acque non siano grandi, la portano tanto dentro all'acqua
quanto  lor mostro e comandato.
In Cocchin era uno piccolo elefante, e come un Negro che andava con esso li
diceva qualsivoglia cosa, di presente lo intendeva; e davanti noi li disse che
andassi zoppo d'un pi dinanzi, e cos faceva; il simile faceva quando li
diceva che zoppicasse dall'altro, e il simile di gittarsi in terra: lo faceva
con molti inchini a chi lui diceva. E poi li comandava che si levasse e alzasse
uno di piedi dinanzi, e questo fatto, quel Negro poneva il suo pi in su quello
ch'egli alzava, e a poco a poco l'andava alzando fino che 'l Negro li montava
sopra a cavallo. Dipoi li gitt a lato uno canapo che era ligato a uno battello
della nave Santo Antonio, e mostrolli fino dove voleva che la rimorchiasse:
prese quel canapo di terra e colla tromba del naso se lo volse intorno al muso,
e preselo co' denti e cominci a tirare a s, cos come stava entrovi 15 o 20
uomini, e tirollo fuor del mare strascinandolo per l'arena, fino dove li
comand quel Negro. E dipoi tutti quelli uomini ch'erano nel battello voto non
lo potevano tirare cos voto in mare, e a lui non li pareva far nulla, e
rinculando adietro lo ritorn. Dipoi li comand el detto Negro che con la
tromba pigliasse acqua e gittassela fra la gente, e cos fece, in modo che tal
instinto non pu aver nessuno altro animale.
Als ci dissono quelli della nave di Loys Ferrandez che, innanzi che la
passasse il Capo di Buona Speranza all'andare in India, per fortuna si perd
dalla flotta e dipoi and sola (e perch tard assai, tutti la giudicammo
persa), a causa della gran fortuna che dur fino tanto che pass detto capo,
appresso a una terra abitata da gente negra, che non sono vestiti salvo la
natura, che la coprono con una guaina di legno nella qual fanno quante
dipinture e gale che possono, e tutto il resto del corpo  ignudo. E poco pi
oltre di questa gente trovorno una gran foce, maggior che quella di Lisbona, e
che entrorno dentro in essa circa dieci leghe, credendo che quivi fusse la mina
di Ceffalla, e trovoronvi un gran popolazzo di gente negra, ed eravi gran
quantit di vacche grandi come quelle di Portogallo, ma pi grasse: e davanne
quattro per uno paiuolo di rame, e per duoi ventini l'una, e per una manica di
camicia vecchia tre galline, perch d'una manica facevano tre pezzi, e per ogni
pezzo davano una gallina. E che vi stettono uno mese e fornironsi quivi di
quanta carne vollono, e che ogni d vedevano uscire del mare grandi schiere di
cavalli marini rossi e neri, che andavano a pascere erbe in quelli prati l
intorno: e ch'erano di propria fazione di cavallo, salvo non s grandi, e che
erano come quelli di Galizia. E che un d viddono duoi d'essi ch'andavano
pascendo per un prato, e duoi marinari corsono ad essi dalla banda del mare a
fine non si fuggissono nell'acque, e per molto ch'e' corressino molto pi
corsono e' cavalli, di modo che se n'andorono in acqua; e che, quando furono
allargati col battello per tornare alla nave, i detti cavalli gli andarono a
frontare molto iratamente colle bocche aperte, e mordevano il battello in tal
modo che, dove aggiungevano co' denti, levavan pezzi dell'asse del battello, e
tutto l'aveano morsicato. E non ostante che li dessino con le lancie, non li
potevano far male, perch aveano la scorza molto dura, e che sempre credettono
che lo mettessino sottosopra. E che ancora viddono in quel mare assai balene e
molto grandi.

Come l'ammirante s'accord finalmente con Mori per il carico delle spezie, e
come il re di Calicut mand un suo bramino e un suo figliuolo all'ammirante per
far con lui la pace e bona amist.

E dipoi che l'ammirante e il re di Cocchin si furono visitati, l'ammirante,
volendo accordare con lui il prezzo delle spezie e delle mercanzie nostre, li
fece intendere che li mercanti che avevano in mano le spezie erano Mori, li
quali desideravano pi presto mandarcene scarichi che darci carico, e ogni d
avean con esso noi mossa da loro qualche differenzia: e quando domandavano pi
per le spezie, e quando dicevano che non volevan pigliare nessuna delle nostre
mercanzie, e con queste cose che di nuovo ogni d domandavano, subito restavano
di darci carico alle navi. E a questa causa facevano andare ogni d l'ammirante
a terra, e come accordavano con lui una cosa, ricominciavano a dar carico e
subito cessavano, di modo che finalmente l'ammirante accord con loro che li
pagheria il pepe in questo modo, cio tre quarti in danari e il quarto in rami,
a 12 ducati d'oro il cantaro, e che per un peso d'allume raffinato ci dessino 2
pesi di verzino, e che a questo medesimo ci darebbono cannelle e incenso, e
altre mercanzie che non tengono in tanta stima come il pepe, e garofali e
benzu, a baratto di nostre mercanzie, posto che con esse non dessimo contanti.
Dopo questo, ad 3 di gennaio 1503, venne in Cocchin alla nave capitana uno
bramin e uno suo figliuolo e altri dua uomini onorati di conto, con lettere del
re di Calicut all'ammirante, per le quali diceva che se n'andasse davanti il
suo porto per far con lui pace e buona amist e tratto di mercanzie, che non
voleva se non il bene di tutti noi altri; e che assolutamente li voleva
restituire tutto quanto teneva del re di Portogallo, cio la met in danari,
l'altra met in spezie, per il prezzo del paese; e che per sua sicurt li daria
qualsivogli persona che lui volesse in ostaggio, e che questi tali starebbono
nelle sue navi fino che lui avesse tutto sodisfatto.
Questo bramin  come vescovo e religioso, e uomo di gran rendita, che non hanno
altro officio o carico se non fare orazione pel popolo e dar elemosina. E
questi tali religiosi vanno per tutti quelli paesi molto sicuramente, che
nessuno giamai li farebbe male: ancor che avessino guerra l'un con l'altro,
nissuno non oseria toccarli, n in cosa che vada in lor compagnia, perch di
presente si terrebbe per maladetto e scomunicato, e non potrebbe essere
assoluto in modo alcuno; e sono uomini in chi tutti quelli paesi hanno gran
fidanza.
Questo bramin, quando venne di Calicut, arrec seco pietrerie ricche, che
diceva che valevano in India tremila crociati, e disse all'ammirante che voleva
andar con lui in Portogallo e voleva portare quelle gioie, e che li domandava
che li lasciasse caricar nelle sue navi qualche spezie. E l'ammirante li dette
licenzia per 20 baarri di cannella, e lui subitamente la compr in Cocchin, e
fecela mettere nella nave capitana colle dette gioie che lui quivi avea. E
visto tutto questo, l'ammirante s'imbarc in la nave Fior del mare e men seco
detti imbasciadori, e faceva loro grande onore. E men seco una delle
carovelle, e partissi davanti Cocchin ad 5 di gennaio, innanzi d, avvertendo
e dicendo a detti statichi che, se il re di Calicut non gli osservava quanto
per loro gli aveva mandato a dire, che subito li farebbe impiccare. E andando
cos per mare, trovorono uno zambuco che portava un poco di pentole a Calicut,
e la detta carovella lo prese senza gente, perch tutta si fugg a terra. E
giunto l'ammirante a Calicut, subito mand la carovella a Cananor a chiamar un
suo zio.

Come Luigi Coutino, maggior capitano ch'era rimasto a Cocchin, cessando i Mori
di dar carico alle navi per esser andato l'ammirante a Calicut, giunse per Dio
grazia a Cananor, dove trov la flotta dell'ammirante messa in ponto come per
combattere. E come quelli di Calicut vennero di notte con zambuchi ad assaltar
l'armata.

Ora torniamo all'armata che rest in Cocchin, e per capitano maggiore d'essa
rest Luigi Coutino; e alli mercanti mori di detta citt, e cos a tutta
l'altra gente, dolse assai che l'ammirante andasse per far pace a Calicut,
dubitando che noi non ne andassemo a caricare l, a causa del profitto che
facevano con esso noi. E per tal andata cessorono di dar carico alle navi, per
la qual causa detto Luigi, ad 10 detto, and a terra per vedere se poteva
accordare co' Mori che tornassino a dar carico. E i Mori non vollono attendere
a nessuno accordo, per il che detto Luigi venne alla nostra nave, circa due ore
di notte, con lettere all'ammirante, e comandocci che quella notte noi
partissimo per Calicut con le dette lettere. E di presente cominciammo ad
ordinare la nave, e quando fornimmo di stiparla, perch ella non andava come
doveva, stemmo, davanti facessimo vela, fin circa due ore avanti giorno, che
prima non potemmo partire. E per esser il vento tristo, non potemmo arrivare a
Calicut se non ad 13 di gennaio al tardi, e passammo presso alla citt poco
pi di mezza lega. E perch non vedemmo la nave dove pass l'ammirante,
passammo via a lungo alla volta di Cananor, dove giudicavamo che l'ammirante
fusse con suo zio, stimando che la pace fosse fatta, e che fusse andato a
spasso e per vedere detto suo zio a Cananor. E rispetto al vento, che non fu
buono, non potemmo afferrar a Cananor e tornammocene a Calicut, e surgemmo
presso alla citt, come ignoranti ch'eravamo, che non sapevamo quello
ch'avevano fatto all'ammirante. E andavamo con grandissima fidanza che la pace
fusse fatta, perch, posto che alcuna delle lor navi fusse venuta a noi, non la
fuggivamo n facevamo preparazione alcuna di combattere: e ben lodato sia il
Signore, che ci fece una grandissima grazia, che appresso alla detta citt non
calm il vento.
E ad 17 del detto giugnemmo a Cananor, e quivi trovammo l'ammirante e tutta la
flotta con l'antenne alte alla croce, e palvesate e messi e porti, e le gabbie
fornite di pietre, e tutto messo a buon riscatto, come chi aspetta d'avere a
combattere con mille vele, che dicevano che si facevano preste a Calicut per
venirgli a frontare. E come ci viddono e conobbonci, ebbono gran piacere,
perch pareva loro impossibile potessimo scampare, e per l'allegrezza della
venuta nostra posono stendardi e bandiere; e come dicemmo loro che non vedemmo
armata n alcuno romore di loro a Calicut, e che non vedemmo altra armata se
non in Pandarane 10 o 12 nave grosse, di questo si confortorono grandemente. E
qui ci contorono che, dipoi giunto l'ammirante a Calicut col suo bramin, che li
fece alquante parole perch le dicesse al re, e furono in questo modo: che duoi
inimici spesso si tornano grandi amici, e che cos farebbono i cristiani con
lui, e che da quivi innanzi negoziarebbono e profitterebbonsi l'uno con l'altro
come fratelli, e che li cristiani farebbono al suo paese di molto profitto.
E accord col detto bramin che andasse alla citt, a far noto al re come lui
era venuto quivi, e che l'aspettarebbe fino al tardi, e soprastando troppo che
trarrebbe una bombarda, e non venendo subito, che l'altro d se ne andarebbe. E
fatto questo il detto bramino and a pigliare licenzia dal figliuolo, e
Hobeigon e Coron ancor, e als cogli altri; e dipoi col battello della nave
l'ammirante lo mand a porre in terra, dove era gi molta gente alla piaggia
aspettandolo: e andoronsene con lui. L'ammirante l'aspett, dipoi trasse una
bombarda, che gi era molto tardi; e venne un altro uomo, da conto in apparenza
e d'onore, e da parte del re disse all'ammirante che non pigliasse admirazione
n sospetto, per che lui era parato a sodisfare quanto gli aveva mandato a
dire, e l'altro d sodisfarebbe tanto de danari quanto di mercanzie, e che al
riguardo del danaro l'aveva tutto ad ordine, e che mandasse a terra un
gentiluomo a riceverlo. E come l'ammirante intese di gentiluomo, li rispose con
furia e dissegli che dicesse al re che non li mandarebbe il pi picciolo
ragazzo che fusse nella sua nave a terra, perch lui non doveva nulla al re di
Calicut, ma che il re doveva a lui: e per questo, qualsivogli cosa che egli
avesse a dare, gli n'aveva a mandare fino nella nave, e che in altro modo non
ne sperava fare. E detto ambasciador li disse che non si partisse de l fino a
tutto l'altro d, perch lui sapeva la volont del re e di tutti, e che era
molto buona per sodisfarlo in tutto, non ostante che a lui dicesse che per
tutto il d satisfaria, che sapeva che prima lo farebbe. E sopra questa
conclusione si part dall'ammirante e andossene a terra con questo accordo, che
l'altra mattina tornarebbe con la risposta del re.
E quella notte, al quarto ultimo di verso 'l d, quelli che facevano la guardia
in nave viddono venire uno zambuco, e credevano fussino pescatori che andassino
a pescare: e come vennono appressandosi, viddono che erano duoi zambuchi legati
insieme e che venivano diritto alla nave. Andorno subito a chiamare
l'ammirante, che dormiva in la sua camera, e dissonli come quelli zambuchi
venivano alla nave: l'ammirante subito si lev e vestissi, giudicando che il re
mandasse quanto li aveva promesso. E stando cos viddono venire da terra 70 o
80 zambuchi di remo, e similmente credevano fussino pescatori. Come li duoi
primi s'appressorono alla nave, cominciorno a trar bombarde con palle di ferro
rasente l'acqua, e dove che essi davano facevano buco; e come gli altri
giunsono, als traevano alla nave, e come alcun di nostri si mostrava a bordo
della nave, o donde potessi essere da coloro veduto, subito erano feriti dalle
lor freccie, che traevano senza numero. Quelli di nave non potevano far loro
altra cosa se non con alcune pietre della gabbia, perch li zambuchi erano
tanto accosto alle navi che con l'artegliaria non ci potevamo aiutare. E il
zambuco che l'ammirante prese a cammino colle pentole era legato per poppe alla
nave, e l'impierono di legne e messonvi fuoco, per ardere con esso la nave. E
visto questo, quelli della nave tagliorono il canapo con che era legato alla
nave, e la corrente che  in quel luogo lo discost dalla nave.
E in questo erano moltiplicate le almadie e zambuchi che venivano di terra, e
tutte traevano, come giugnevano alla nave, perch tutte avevano bombarde e
archi e freccie. E fu tanto grande lo assalto, che non avevamo altro rimedio se
non tagliare i cavi e lasciar perdere l'ancore e mettersi alla vela, perch al
continuo crescevano ed erano pi. E innanzi che facessino questo era gi
passato uno gran pezzo del d, per cagione ch'egli avevano gittato al mare una
ancora segreta con quattro o cinque braccia di catena di ferro, per sospetto
che di notte a nuoto celatamente non venisse alcun della citt a tagliare
sottilmente i cavi dell'ancore, che ci restassi surta con detta catena. Per la
qual cosa soprastettono, tagliandola con le scure, il che fu causa di tardar
tanto; e ancora che gi andassino, non avevano per quello paura della nave, ma
tuttavia la seguivano e non l'abbandonavano. E stando in questa stretta, che
era tale che nessuno nella nave non avea preso arme, per esser stati assaliti
in un subito e per badare in tanta furia a levarsi, in questo tempo giunse da
Cananor Vicenzo Sodrie suo zio, e avea con seco le due carovelle. E visto
questo misono e' remi, perch era calma, e messonsi alla volta loro: del che
impauriti gli inimici se ritirorono alla citt, alcuni senza braccio, alcuni
senza gambe e alcuni morti dalle bombarde.

Come l'ammirante fece impiccar gli statichi che aveva in nave e, fattili metter
in una almadia, comand che la lasciassino presso alla citt, con uno scritto
fatto in loro lettera e linguaggio.

E fatto questo, l'ammirante fece impiccar all'antenna delle carovelle gli
statichi che gli aveva in nave, e comand che cos impiccati andassino colle
carovelle a lungo della citt e pi presso si poteva. E cos fecero due o tre
volte, andando in qua e in l, per la qual cosa usciva della citt molta gente
per vedere: e quando vedevano stare cos stretta la gente, traevano loro con le
bombarde e davano loro gran grido. E dipoi fece metter i corpi di quegli
impiccati in una almadia, che una delle carovelle menava, e comand che la
lassassino presso alla citt nel corso dell'acqua, con uno scritto fatto in
loro lettera e linguaggio, che diceva cos: "Uomo vile, mandastimi a chiamare e
io venni al vostro chiamare. Voi facesti quanto potesti, e se pi avessi
potuto, pi areste fatto. Sar tal il castigo come voi meritate: quando io
torner per qui io vi pagher il vostro diritto senza danari".

Come l'armata di Calicut fugg verso Calicut.

Ad 10 di febraio 1503, venerd mattina, partimmo davanti il porto di Cocchin
tutta la flotta insieme, perch tutte l'altre navi erano gi quivi. Il sabbato
l'ammirante e 'l suo zio s'aviorono innanzi per forza di mettere pi vele, e
rest con l'armata e per capitano don Luigi Coutino, il qual subito con uno
schifo and dicendo a tutti che lo seguisseno: e questo fece l'ammirante per
far animo a quelli di Calicut che uscissino ad affrontare quelle due navi,
vedendo che tutta l'altra armata se n'andava insieme, a fine che si
arrischiassino ad uscire, perch davanti che partissimo da Cocchin seppe
l'ammirante che il re di Calicut faceva una altra grande armata.
E ad 12 detto a buon'ora eravamo presso a 4 o 5 leghe a Calicut, e vedemmo
venire a noi di verso la citt una grande armata di navi grosse, che erano ben
trentadue, le quali venivano da Pandarane: e visto che venivano verso noi,
cominciammo a mettere in punto e a parecchiarci. Portavano le lor vele
imbroccade, e il vento pi largo a loro che a noi, perch noi andavamo alla
bulina: e di ben lungi cominciammo a sentir sonare e' loro naccaroni. E oltre
le trentadue navi, venivan contraci dalla citt molti zambuchi e almadie a
remo, e tutti portavano bombarde, colle quali ci traevano: ma non tard molto
che 'l saluto da noi fu renduto, e molto fieramente; tuttavolta non cessavano
di venirci drieto, lassando una nave da banda di mare e l'altra da banda da
terra. E perch seguivan molto due navi de Mori mercanti di Cocchin, che
venivano in nostra compagnia e passavano a Cheul, che andavano a caricar di
riso e altre vettovaglie, e andavano men cammino che noi, e per ci le dette
almadie molto le seguitavano e traevanli: per la qual cosa l'ammirante mand a
dire alle navi che non le lassassino, ma che le mettessino in mezzo, e cos
facemmo. E trovandosi una delle nostre navi un poco pi larga da loro, cominci
a trarre in modo tale che per loro cortesia non se le volloro appressar pi; e
perch calm il vento avanti che si appressassino loro, fu causa che non
facemmo qualche bella e onorevole cosa. E per accostarci loro cominciorono
tutte le nostre navi a farse rimorchiare co' battelli, e perch le dette due
navi non andavano tanto come noi, messono ciascuna a' remi per banda, e
rimorchiavano con le loro barche. E come ci accostammo loro a un tratto di
bombarda, eravamo gi dirimpetto a Calicut e circa una lega discosto; ma come
fummo loro presso, cominciorono a sbaragliarsi e dar volta inverso la citt, e
la prima che cominci a fuggire ci fu detto che fu la lor capitana, e le due
carovelle la seguirono a' remi, perch 'l vento era calma, e alcun soffio di
vento che veniva la levava e andavano un poco, perch erano leggieri e
alcatramate e insevate tutte di nuovo, e noi eravamo tutti carichi e mal netti,
e a tal causa non li potevamo raggiugnere. Nondimeno fuggivano alla citt e noi
al continuo li seguivamo, e le carovelle davano caccia alla detta nave e
trassonle molti colpi di bombarda, e giamai si volleno arrendere. Le carovelle
non le osavano afferrare perch erano molto grandi e aveva 400 o 500 uomini, e
le carovelle aspettavano che giugnesse alcuna delle nostre navi per afferrarsi
con esse; e per non potemmo afferrar pi che una delle dette navi, che
l'afferr la Smeralda, e un'altra che li venne dall'altra banda a cadere in
bocca: delle quali due navi subito tutta la gente si gitt in mare fuggendo
alla citt, ch'era molto presso, quanto  da dove s'ancorano le navi nostre,
quando stanno a Lisbona, insino a Lisbona.
I nostri andorno seguendo quelli che erano in mare e a colpi di lancie gli
andavano infilzando, e di modo che solamente uno ne scamp delle nostre mani
che non fusse morto. E in una di dette navi trovorono uno ragazzino nascosto, e
l'ammirante lo mandava subito a far impiccare; dipoi rivoc la sentenzia, e non
mor. E lui cont come i Mori per forza e comandamento del re bisogn che
armassino, se non che arebbe fatto tagliare lo collo a loro e alle donne loro;
e che nella detta armata eran venuti 7000 uomini deliberati di morire, e che
tutta l'artegliaria ch'era in Calicut era in detta armata, perch ogni d il re
diceva loro che per lor causa era in guerra co' cristiani, e che la maggior
parte di loro fece entrare in mare a colpi di bastonate, e che parve a detti
Mori che alcuni colpi di bombarda che trassono in terra, innanzi che noi ci
appressassimo loro, fussero stati un segno che faceva loro la citt che
tornassino adrieto. Non trovorono in detta nave se non parecchie noci e riso e
acqua che avevano per lor mangiare, e sette o otto bombarde molto corte e
cattive, e assai archi e freccie, e alcune targhe e spade. E andando spogliando
la detta nave, trovorono da basso duoi Mori che s'erano nascosti, a' quali non
detton tempo che facessino l'orazione. E a queste cose eravamo gi noi e loro
surti davanti la citt di Calicut, perch era la volont che noi avamo s
grande di afferrarci con loro, che li seguimmo fina ben presso a terra, ma loro
furono molto presti a dar in terra: e se l'ammirante voleva, li potevamo
benissimo arder tutti quivi o la maggior parte. E il miglior rimedio che gli
avessino fu che la notte trasse gran furia di vento di mare, che butt tutti i
morti a terra, ed ebbon tempo a poterli contare.

Come, giunti i Portoghesi a Cananor, alcuni mercatanti gli contorono come
furono prese due navi e avanti gli occhi di quelli di Calicut furono
abbruciate, con uomini circa 700, di quali non ne scamporono salvo che sedeci,
e fracassata una nave dove erano da 500 uomini tutti malmenati; e dove si
stette il re per veder la battaglia.

E ad 15 di febraio, in mercoled a mezzod, giugnemmo davanti Cananor, dove
per allora ci contorono delle nuove di Calicut, perch dall'una all'altra non 
pi di desdotto leghe. E dissonci delle dette due navi che noi pigliammo, e
dipoi tutto quanto in esse trovammo, e davanti agli occhi loro le abbruciammo,
perch la riviera era piena di gente, che in dette due nave vennono settecento
uomini, e non ne scamporono di tutti salvo 16 che si fuggirono nella barca; e
che in ciascuna di dette navi non era manco di 300 o 400 uomini, e in alcune
500, e che in una delle loro navi pi grandi, alle quali le carovelle detton
caccia, erano 500 uomini, li quali dalle bombarde la met furon morti e molti
feriti e storpiati, chi di braccia e chi di gambe; e che la nave era tutta
rotta e fracassata e faceva di molta acqua, e che pi sopra l'acqua non si
poteva sostenere, e che assai li valse non esser mareggiata, per che, se il
mare fusse stato maggiore, sarebbe ita in fondo, tanto era rotta dalle
bombarde.
Quelli medesimi ci contorono come il re se n'and in cima d'una guglia d'una
casa molto alta sopra la riviera, non ostante che da le nostre bombarde fussino
tutte le case fracassate e guaste, e come di quivi il re stava a vedere la
battaglia. E come dipoi uscirono della citt due navi e vennono a passar molto
presso a noi, solamente per veder se alcuna delle nostre si partiva dall'armata
per dar lor caccia, per aver causa di fuggire adagio e non quanto potessino, e
cos fuggendo passare sopra certe secche che sono quivi presso alla citt di
Calicut, a fine che le nostre similmente passassino sopra dette secche, perch
le loro andavano leggieri e le nostre cariche, e fussinvi restate in secco, per
pigliarle dipoi a lor piacere. E perch il re assai desiderava aver nelle mani
qualcuno di noi per farne a suo piacere giustizia, perch aveva promesso e
fatto voto che li primi cristiani ch'egli avesse nelle mani li voleva far vivi
arrostire.
Questo e molte altre cose ci contorono alcuni mercanti naturali di Calicut, che
se ne erano dipoi fuggiti e venuti ad abitare a Cananor, a causa delle guerre
ch'aveano con esso noi, e aveanvi menate le loro mogli e figliuoli e tutti i
lor beni, perch in Calicut si morivano di fame, e tutte le vettovaglie vi
valevano due tanti pi che 'l solito. E che molti altri mercanti principali di
Calicut si fuggivano per molte altre parti, vedendo la distruzione di Calicut,
perch per mare non veniva pi nulla, e quello raccoglieva il paese era s poco
che non si potevano sostentare per una parte de l'anno. E come il re di Cananor
fece far banchi e dar danari e soldar gente, e comand che tutte le sue navi si
mettessino ad ordine per mandarle ad aiutarci. E questo ci contorno i cristiani
che stanno in Cananor, e che tutti mostrorono esser allegri generalmente della
nostra vettoria.


Come, partendosi da Cananor per la volta di Portogallo, attraversorono il golfo
del mare e trovorono molte terre non per avanti scoperte.

E ad 22 di febraio partimmo di Cananor per la volta di Portogallo, e non per
il cammino vecchio, donde l'altre navi solevano venire, ma l'ammirante volle
che attraversassimo il golfo del mare dritto alla volta di Monzambique, non
ostante che ancora non fusse discoperto. E restorono quivi le tre navi e le due
carovelle che per il re nostro signore erano state ordinate per andar in armata
per quei mari de India, per obviar che non passassero alcune spezie alla Mecca;
e avevamo andare a Coilom a cercare una nave di Calicut, che ne fu detto ch'era
l a caricare di spezie per la Mecca. Tenemmo el nostro cammino a ponente e
libeccio, e ad 24 detto vedemmo alcune isole nel pelago del mare, di lungi da
Cananor 50 leghe, e non sapevamo se erano popolate o no, perch passammo da
esse di longi. Ad 15 di marzo vedemmo un'altra isola, ch' a maestro e
scilocco con Magadazo, e giudicammo essere di l da Magadazo: e chi la volesse
cercare, vada da Magadazo a scilocco; ed  terra alta, e non sapemmo se era
popolata. E ad 16 detto trovammo alcune secche; als medesimamente trovammo
molte altre isole, che non sapemmo se erano popolate o no. E pi trovammo
un'altra isola presso a Monzambique, a 15 o 20 leghe, e dopo questa trovammo
due altre isole molto grandi, e belle di paese e piene di alberi, e poco minore
ciascuna che l'isola di Madera: e dalle dette isole a questa vi sono trenta
leghe, e sono queste due isole discosto l'una dall'altra 7 o 8 leghe, e
guardasi l'una con l'altra maestro e scilocco, e pigliando una quarta di
ponente e levante. Dissonci in Monzambique che in dette isole si fa assai carne
e assai giengiovo e cannamelle, e di molte buone acque, ed  grasso paese. E
andammo in calma XI d assai presso ad esse, e l'ammirante non volle che alcuno
v'andasse; e ben conoscemmo ch'era paese lavorato e ben dotato, e vedemmo del
fummo in molti luoghi.

Come arrivorono a Monzambique e, non essendo acqua dolce in detta isola,
l'ammirante fece cavar in una parte e vi trov acqua dolce, con molta
allegrezza degli abitatori. Dipoi partiti de l, di nuovo vi ritornorono, e per
che cagione.

Ad 12 d'aprile arrivammo davanti all'isola di Monzambique, dove alcuna delle
nostre navi si dette carena, perch venivano assai mangiate e guaste dal tarlo
del mare: e le genti l'aiutavano pendere e mettevano assai fuscegli ne' buchi,
perch altro rimedio non potevan fare, e furonvi tali che misono quattro o
cinquemila fuscegli ne' buchi. E noi medesimi pigliammo quanta acqua e legne
volemmo: perch nella detta isola non era acqua dolce, e gli abitatori andavano
per essa dall'altra banda della terra ferma, l'ammirante fece cavare in una
parte e trov acqua dolce, di che assai si rallegrorono gli abitatori.
Ad 18 detto, per comandamento dell'ammirante partimmo di detta isola per
Portogallo, per portar nuove al re nostro, come quivi restava la flotta, San
Gabriello e la nave di Ruy, che andorono ad una isola quivi presso a pigliar
legne. E l'altro d, ad 19 detto, partimmo di detta isola con tristo vento.
Venerd ad 28 del detto mese part di detto porto l'ammirante con 7 navi, e
con la capitana che fa otto, andorono alla sopradetta isola per legne
ch'avevano tagliate. E l'altra mattina, ad 29, a buon'ora partirono alla volta
di Portogallo, e lasci a detta isola in porto cinque navi, che non volle che
andassino in sua compagnia, non ostanti che innanzi a lui fussino preste. E
lassonne carico a Pietro Alfonso da Chiar, che lo lasci per capitano d'esse,
con ordine che partisse uno o duoi d dipoi lui: e cos fu fatto, che la
domenica ad 30 partiron di quivi le dette 5 navi, con pi largo vento che non
ebbono loro, e andammo alla sopradetta isola per legne. E luned mattina, ad 1
di maggio, facemmo vela alla volta di Portogallo, e in questo modo, di subito
dopo disinare, vedemmo tornar l'ammirante a detto porto con tutta la flotta, a
causa che le navi Fior del mare e la Lionarda facevano di molta acqua, e pi
non si potevano tenere sopra essa; e comand che tutti noi tornassimo con lui a
Monzambique. Ad 4 di maggio per comandamento dell'ammirante partirono di detto
porto la nave di Fernando Lorenzo e di Luigi Ferrando, per portar nuove al re,
come l'ammirante torn al detto porto con tutta la flotta per ricorreggere
dette navi.

Come furono assaliti da una terribilissima fortuna, per la qual non avevano
altro rimedio che raccomandarsi a Dio, e come li venne a manco la vettovaglia.

Ad 20 del detto, partimmo un'altra volta da Monzambique, e ad 25 detto
andammo a riconoscer terra, e trovammo esser discosta circa a 30 o 35 leghe. E
andammo cos per afferrar Monzambique, una volta al mare e una volta alla
terra, fino alli 31 del detto mese, che l'ammirante e la flotta torn a
rientrare in detto porto per correggere la Lionarda, ch'era aperta. E noi, che
eravamo nella nave di Ruy Mendez de Brito, entrammo in detto porto di
Monzambique ad primo di giugno, perch facemmo in uno gomito di mare
correggere la nave, che non poteva navigare, rispetto a uno gran colpo che nel
pelago del mare ci dette una notte la Lionarda: e fu una domenica notte dopo
detta la Salve, ad 28 di maggio, dove non era modo di potersi salvare, salvo,
come piacque a Dio, per via di miracolo e non per via naturale. E questo  noto
e certo a tutti noi ch'el vedemmo, perch'el mare era tanto alto, furioso, che
per regola naturale non potevamo scampare. Noi fornivamo apunto di dar volta, e
la detta nave portava le sue vele quasi imbroccate; e ancora che siam
peccatori, non piacque al nostro Signore che ci mettessi in fondo di mare. E
come ci tocc, ci lev un pezzo del castello di prua, e attraversoronsi le
nostre con le sue sartie, di modo che le navi erano afferrate insieme e, nel
frustarsi l'una con l'altra, per la forza che menava il mare, si rompeva di
ciascuna nave assai legname delle opere morte, ch'era cosa assai paurosissima e
gran dolore di cuore a udire e vedere, perch il mare era molto terribile e
grande. E come si sferrorno le sartie davanti, venne a lungo con esso noi, e
ruppe il ceppo de una ancora, e levocci la curnacina dal babordo, e detteci uno
grandissimo colpo presso dove si posa l'antenna, che, se non fussi stato una
curva che v'era, ci tagliava fino al fondo. E ruppesi una cintura e la detta
curva, e per quivi aperse la nave, e ruppeci la tavola delle sartie, e
tagliocci la maggior parte della catena da detta banda, e ruppeci la vela,
fracass la mezzana d'alto a basso, e tutte l'opere morte da poppa, e assai
sartie da detta banda da babordo. E in questa fatica non aveva la gente altro
rimedio, n si poteva fare, se non raccomandarsi a Dio; cos quelli dell'altra
nave: dalla misericordia di Dio aiutati fummo.
E come furono l'una nave dall'altra allargate, tagliocci alcune sartie, cos
come quell'altre che loro ruppono: e quella poca gente che rest nella nostra
nave cominci tutta valentemente a travagliarsi, e quanto pi potevamo, alcuni
alla banda, e altri con bigonci, altri con caldaie, a gittar l'acqua di sopra
coverta. Tredeci di nostri uomini passarono all'altra nave, perch era
maggiore, stimando che la nostra se n'andasse in fondo. Alcuni de' nostri
cercorono co' lumi tutta la nave e, come trovammo la nave stagnata di sotto,
ripigliammo buon cuore. E perch 'l mare era molto alto, e andavamo male ad
ordine e non potevamo ammurare da quella banda donde andava l'ammirante con
l'altre navi, per essere la nave aperta da quella banda, e quando la nave
pendeva da quella banda facevamo assai acqua, e a tal causa facevamo assai
fuoco all'altre navi, a fine che non se ne andassino senza noi. E la prima che
ci rispose fu la capitana, che ci si appress e domand quello che noi avevamo;
e quando dicemmo che la Lionarda ci avea colpito fortemente, addomand se
volevamo che si abbordassi con esso noi. Rispondemmoli che no, che fino
all'altra mattina ci sopportoremmo; e Fior del mare disse se volevamo che
mettessi sopra 'l mare il lor battello per ripigliarci in esso, per che l'uno
e l'altro non poteva credere che ci potessimo sostenere sopra mare, andando il
mare tanto alto e furioso. E visto da tutti noi il miracolo, facemmo tutti voto
e promettemmo che, quando giugneressimo a Lisbona, avanti, che scendessimo a
terra andremo tutti in romeria a Nostra Donna da Vita, e a suo onore vi faremmo
dire una messa solenne, e vi porremmo una dipintura del miracolo di tutte due
le navi, che tutti noi romei desineremo in detto luogo, a riverenza del detto
miracolo.
E ad 10 di giugno cominciammo in detta nostra nave a dare alla gente il pane a
peso, cio a ciascuno dodeci uncie di biscotto, e uno pezzo innanzi avevamo
cominciato a dare una mezzetta di vino per d. E perch poi ci parve a tutti
essere scarsi di pane, cominciammo ad 28 detto a dare alla gente dieci uncie
di biscotto per d, senza nessuna altra cosa salvo che detto pane e vino, e pi
mezza scodella di riso cotto, cio fra duoi una scodella: il qual riso dur
tanto quanto stemmo a Monzambique, e 4 d pi. E dipoi tornammo a un poco di
miglio, che avevamo in detta isola, che tutto poteva essere 2 stara, e dicevano
che costava uno ducato lo staro, il quale ci dur 8 d. E dipoi tornammo a fare
del mazzamuro, della polvere del biscotto, ch'era amaro come fiele, e la terza
parte era garofani de topi; e dipoi, senza mettervi olio o mele, era cotto con
una acqua che non aveva bisogno di altre spezie, perch putiva come un cane
morto: e per fame si mangiava. L'ammirante, ad 15 di zugno, venne alla nostra
nave e volle vedere la panatteria, e dette giuramento a certi uomini che
vennono con lui che li dicessino quanto pane poteva essere in detta panatteria:
e per detto giuramento dissono che pareva loro che vi fusse dalli 25 a 30
cantari di pane, e che non le passavano; e l dove eravamo fino a Portogallo
sono pi di 2300 leghe. Veduto l'ammirante come noi e la Letoa nova e la Iulia
avevamo poco pane e vino, e non punto d'olio, salvo uno poco per la caldaia, n
punto di mele, n carne n pesce n legumi, ci comand che tutti noi 3 ci
partissimo per Portogallo, perch gi lui era ad ordine per partire fra due o
tre d.

Come, partitisi da Monzambique per la volta di Portogallo,
scontrorono alcune navi de Portoghesi che andavano in India, e delle nuove che
dettero loro.
E come viddero una isola non ancora scoperta.

E visto che l'ammirante ci comand che noi partissimo per Portogallo, di che
avemmo grandissimo piacere, ci partimmo dinanzi al detto porto di Monzambique
uno venere da mattina a buon'ora, ad 16 di zugno, con tristo vento, volti ora
al mare e ora alla terra. Luned ad 3 di luglio, andando noi costeggiando e
giudicando essere al capo della Guglia, cominci una gran tormenta di vento
ponente, ed era s grande ch'era cosa maravigliosa a vedere: in modo che
raccogliemmo tutte le vele e restammo con un pappafico basso a mezzo albero, e
perch era molto piccolo, stemmo cos con esso fino a due ore innanzi d, con
la prua al mare. E fu s forte che, quando volemmo raccor la vela per correre a
secco, al suono ed empito del mare, non si poteva averla; pure, doppo uno
travaglio, si raccolse con gran travaglio e fatica. Piacque al nostro Signore
che la nave arriv senza vela alcuna, per che se non arrivava correvamo in
gran pericolo, secondo la gran furia ed empito che menava il mare. E con queste
fortune corremmo cos a secco fino al mercoled al tardi, e questo medesimo d
al tardi la Iulia messe una bandiera e messe uno borsatto al trinchetto
davanti, e cominci a venire verso noi, e noi verso loro. E quando fummo s
presso che per cenni ci potevamo intendere, perch 'l suono del mare era s
grande che, per appresso che noi stessimo, non potevamo udire, tamen intendemmo
che dicevan "terra, terra", cio che noi andassimo con loro a cercar terra,
ancor che l'avessimo discosto: e questo domandavano perch se n'andavano in
fondo. E per tal causa mettemmo un borsetto al trinchetto da prua e cominciammo
a girare verso terra; e l'altro d poi si fece bonaccia, e quelli della detta
nave presono di molta acqua che gli allagava, e non fu bisogno che noi
andassimo a terra.
E ad 10 di luglio, in luned, ritrovammo la Letoa nova, che da noi s'era persa
parecchi di avanti, e contocci come trov due navi di Portogallo che andavano
in India. E dipoi, ad 12 detto, trovammo due altre navi di Portogallo che
andavano in India, e andava per capitano maggiore Alfonso dal Burquegue. E
avemmo l'uno e l'altro assai piacere, e traevano alcuno colpo di bombarda; e il
capitano maggiore non volle fare mettere fuora lo schifo, e preg la Iulia
ch'aggirassi e andassi un poco alla volta sua per darli nuova d'India: e cos
fece. Noi andammo ad un'altra nave, e come dicemmo al capitano che mettessi
fuori il battello, perch noi non avevamo schifo, subito lo fece mettere in
acqua e vennono alla nostra nave; e noi andammo alla sua, e avvisammo di quanto
era bisogno in India, e loro ci dissono come in Portogallo avevamo uno
principe, figliuolo del molto alto e potente re don Manuello nostro signore, e
molte altre nuova e dettonci due sacca di pane.
E ad 18 di luglio passammo presso al grande lione tanto temuto da tutti e'
mareanti (come in fatto ), cio il Capo di Buona Speranza. E certo egli 
degno d'essere tanto temuto, perch andando all'India, come  passato detto
capo, siete navigati, e andando verso Portogallo, similmente come  passato
detto capo, possete dire di esser navigati. E ad 30 detto vedemmo una isola
non discoperta ancora e andammo ad essa, e a banda di maestro, donde afferrammo
detta isola, non trovammo pescarie alcune, e non vi vedemmo alberi di nessuna
sorte: era tutta verde, e giudicammo che vi fusse dell'acqua. L'altre navi
messono fuori gli schifi, e loro ci dissono quello che trovorono in essa,
perch la nostra anora ar. E noi ci mettemmo alla vela, e quel d e la maggior
parte dell'altro l'aspettammo, e visto che non facevano segno di venire,
vedemmo che dette due navi restorono surte alla detta isola. La qual isola si
guarda col Capo di Buona Speranza maestro e scilocco, e piglia una quarta di
levante e ponente, e da esse a detto capo sono 600 leghe di traversa; e
guardasi col Capo delle Palme tramontana e mezzod, e piglia una quarta di
maestro e scilocco, e dall'una all'altra sono 360 leghe di traversa; e guardasi
con l'isole dell'Ascensione maestro e scilocco, e sono 200 leghe di traversa
dall'una all'altra; e coll'isola di Maio si guarda maestro e scilocco, e piglia
una quarta di tramontana e mezzod, e sono 680 leghe dall'una all'altra di
traversa.



Viaggio fatto nell'India per Giovanni da Empoli, fattore su la nave del
serenissimo re di Portogallo, per conto de' Marchionni di Lisbona.


Della terra chiamata della Vera Croce, overo del Bresil, ove si fa buona somma
di cassia e di verzino. Dell'abito, arme e fede di quelle genti. Del porto
detto Acqua di S. Biagio, dove per un sonaglio mezzano si aveva una vacca; e
del vestir degli uomini e donne di quel luoco.I

La partita nostra fu di Lisbona ad 6 d'aprile 1503, nell'armata del capitano
maggiore il S. Alfonso d'Alburquegue, di quattro navi, una di portata di botte
600, chiamata per nome S. Iacobo, una di botte 700, chiamata S. Spirito, una di
botte 300, chiamata S. Cristoforo, una di botte 200, chiamata Catarina Dies: le
quali partitoci di conserva cominciammo a fare nostra diritta navigazione al
Capoverde. E come avemmo vista del detto capo, lo capitano maggiore prese
consiglio con li suoi pilotti che cammino si avesse a pigliare, che fusse buona
navigazione per guadagnare il Capo di Buona Speranza, perch ordinariamente il
diritto cammino era di lungo lungo la costa di Ghinea, della Etiopia; la quale
per essere costa e terra molta suddita alle correnti e a molti scogli e basso
mare, e oltra a questo coperta della linea equinoziale, dove per la forza
d'essa il vento non pu vigorare, per fuggir detta costa deliberammo andare
alla volta del mare, al pi di leghe 750 in 800. Il perch navigando nella
detta volta, al pi di 28 giorni, una sera avemmo vista d'una terra, la quale
gi per altri era suta trovata in prosonzione, non gi per cosa ferma, e
chiamasi isola di Assenzione: intorno alla quale stemmo tutta la notte, con
molto tempo fortunevole e in qualche condizione di perderci, perch il vento
era traversia d'essa. Detta isola era di nullo valore, per quanto potemmo
comprendere; e da essa partiti, navigando pure in detta volta, ci trovammo
tanto avanti per mezo la terra della Vera Croce, over del Bresil cos nominata,
altre volte discoperta per Amerigo Vespucci, nella qual si fa buona somma di
cassia e di verzino: altro di momento non abbiam compreso. Le genti d'essa sono
di bona forma e vanno ignudi, cos uomini come donne, senza coprire niente;
sforacchiansi cos in pelle insino alla cintura, e s'addornano di penne verdi
di pappagalli, e le loro labbra sono piene d'ossa di pesce. Le loro arme sono
come dardi, le punti coperte di dette ossa di pesce. Fede nessuna non hanno,
salvo epicurea; mangiano per commune uso carni umane, le quali seccano al
fummo, come noi la carne di porco.
Partiti di detto luogo per nostra navigazione e per voltar il Capo di Buona
Speranza, come fummo a dirittura dell'isola di San Tom perdemmo la vista di
questo nostro polo artico, e subito ci accostammo al polo antartico. E avanti
che potessimo guadagnare detto capo, corremmo orribile fortuna per pi volte ad
arbor secco senza palmo di vela, ora a ponente, ora a levante, perch in detto
luogo non corrono altri venti che li due detti. E con la grazia di Dio
guadagnammo il detto Capo di Buona Speranza, nella vista d'esso, alli 6 di
luglio. E di quivi partiti al lungo di detta costa, entrammo in un porto
propinquo a detto capo, chiamato l'Acqua di San Biagio, perch fu discoperto
detto porto in detto d: e in esso porto v' uno piccolo eremitorio fatto in
sua memoria. In detto luogo v' acqua abbondantissima dolce, che si cava per
fosse fatte a mano. In detta terra non v' cosa di sustanza nessuna, salvo v'
molto bestiame domestico da mangiare: costa ciascuna vacca uno sonaglio di
questi mezzani, delli quali ne riscattamo per due sonagli, che per oro o
argento non ce l'arebbono mostre; e ciascuno d'essi buoi e vacche ci davano per
uno sonaglio non molto grosso, e questo  quello che amano sopra ogni altra
cosa. Gli uomini sono senza capelli, col capo tignoso e brutto, con gli occhi
cispi; e il corpo fino alla cintura  vestito di pelli pelose, e portano le
loro nature in un cuoio piloso, a modo di guaina, sempre diritta. Le donne
portano detto abito di pelli, e a esso appiccano una coda pilosa di simil
bestia, le quali pendono dinanzi e di drieto, per coprir le lor vergogne; hanno
le poppe loro molto lunghe, cosa molto deforme. Gli uomini portano certi dardi
con una punta di ferro, che se ne trova qualcuno. Legge nessuna non tengono;
mangiano carne cruda, per quanto abbiam veduto; parlano in gola e con cenni e
fischi, e giamai gli abbiam veduti esplicar parola espedita, perch avevamo fra
noi uomini che sapevano varie lingue, e giamai potettono pigliar construtto di
loro lingua: e in conclusione sono uomini bestiali. Questo  quanto abbiamo
potuto comprendere di detta terra.

Di una terra chiamata Patti. De' segni che nel mare dinotano la vicinit della
terra. Del monte detto Deli. Come, pervenuti a Cocchin, intesero esser
destrutto e cacciato il re de' Mori, e restituito nel regno per il capitano
Francesco di Alburguegue. D'un castello fatto sul rio di Ripellin. Della terra
Colom, non avanti scoperta, dove trovorono cristiani detti nazzarei, quivi
rimasti fin al tempo di S. Tomaso.

Partimmo di detto porto e, navigando a lungo di detta costa, corremmo qualche
fortuna, e con gran difficult potevamo guadagnare la detta costa. Pure andammo
tanto avanti come la terra di Ceffala, ove  la mina dell'oro, e dove il re ha
fatto uno castello bene artigliato e dove ha uomini a bastanza. E di quivi
partimmo per andare a Melinde, dove per obligazione e comandamento del re di
Portogallo ci bisognava andare per aspettare il capitano maggiore, il quale
s'era da noi perduto per la fortuna grande passata. E volendo noi seguire e
mettere ad effetto tal mandato, era il vento opposito, di sorte che, istando
barlavenziando per pigliare detta terra, e pigliar uno pilotto d'essa che ci
menasse nell'Indie, per rispetto del pericoloso golfo, giamai ci fu rimedio, e
l'acque ci trasportorono tanto abbasso che fummo a tenere una terra chiamata
Patti, la quale  circondata da molti bassi. E fondando il nostro pilotto,
quando trovava 30 braccia, quando 10 o meno, di modo che noi altri, per non
potere altro fare, surgemmo in quattro braccia, con assai paura di nostra
perdizione, perch se fussi soffiato vento contrario forzoso eravamo del tutto
persi.
E cos stando, non possendo compire il reggimento del re, perch il tempo
passava dell'attraversare il golfo (e se l'uomo non si trova il settembre
nell'Indie non si pu passare, che sei mesi venta levante e sei ponente),
deliberammo lasciare il reggimento del re e il pilotto. E partimmoci
cominciando ad entrar nel detto golfo, la qual traversita  di 800 leghe o pi:
e navigando ben quindeci giorni per detto golfo, trovammo le navi di nostra
conserva, ecetta la nave Caterina ditta di sopra, la quale era sommersa con la
fortuna. E insieme facemmo gran festa, raccontando ciascuno la fortuna occorsa,
e seguendo nostra navigazione per detto golfo paurosamente, perch in detto
golfo sono ventiquattro migliaia di isole, e se si errasse el dritto canale, se
daria in terra in dette isole. E se in detto golfo ventassino tutte le sorti de
venti, come in questi nostri mari soffiano, nessuna nave si salvarebbe; ma
perch el tempo che noi passiamo detto golfo sempre il vento  prospero e uno
solo, perch come dico non ventano altri venti che ponente e levante. E quando
noi siamo quasi all'uscir del canale, i segnali che noi abbiamo, come a tutti 
notorio, sono questi: prima troviamo acque bianche, come cosa presso di terra
(tuttavolta non resta che non sia discosta la terra a noi notoria leghe 150 o
pi); e dipoi troviamo l'acqua del mare piena di serpi, le quali, in tanta
abbondanza quanta dir si pu, sono sottili e lunghe a regione, e vanno col capo
fuor dell'acqua; il terzo segno e ultimo sono granchi rossi, non molto grossi.
Quando questi segni troviamo, sappiamo che siamo presso a terra a 70 leghe.
E di quindi al nostro cammino trovammo il monte Deli, prima terra d'India,
chiamata principio di Melibari cos chiamato. E di qui fummo a Cananor, e
pigliammo rinfrescamento per recreazione di tante fatiche e fortune sopportate:
e fu ad XI di settembre, e quivi comperammo quelle mercanzie che trovammo.
Partimoci a lungo della costa e andammo a Cocchin, faccendo il camino per
Calicut e quelle altre terre circonstanti; e giunti a Cocchin, trovammo esser
arrivate le navi del capitano Francesco de Alburguegue, le quali partirono di
Lisbona tre navi insieme 8 d dipoi noi. E ivi trovatole facemmo gran festa, e
da loro avemmo lingua come avevano trovato detto regno di Cocchin destrutto,
cacciato il re da' Mori e gente di Calicut: per la qual cosa detto capitano
aveva co' suoi battelli e gente guerreggiato, di modo ch'aveva vinto il campo
de' nemici, con qualche occisione dell'una parte e dell'altra, e aveva rimesso
il re di Cocchin in suo stato. Ora, raunatosi li due capitani, deliberorono di
far guerra e di andar a' danni del re di Calicut: e cos per molte volte lo
facemmo. E facemmo in detto luogo di Cocchin uno castello in su la punta del
rio di Ripellim, molto forte di legname, con fosse e fossi grandi circondato, e
con molte genti e artegliarie, che ciascuna nave diede per provedimento di
detto castello. E fatto questo cominciammo a domandare la carica delle spezie,
e trovammo nella terra esservi dodicimila cantara di pepe, il quale avea
comperato l'altro capitano, ch'era giunto prima di noi. E doppo molte
differenze che ebbe il nostro capitano con l'altro sopra la division d'essi,
perch noi volevamo la met, rimissonsi ne' fattori del re che quivi stavano, e
fu giudicato che le spezie fussino di quelli che prima giunsono. E cos,
trovandoci fuor di speranza, ed essendo malcontenti per aver tanto affaticati i
nostri corpi ed esser venuti s di lontano per aver a tornare senza spezie,
deliberammo pi tosto non tornare in Portogallo e cercar nostra ventura pi
avanti, in altro luogo che a quel tempo non era notorio.
E partitoci dalla terra di Cocchin, andammo a lungo la terra ben 250 miglia,
dove trovammo una terra chiamata Colom, nella quale non era suto giamai persona
a discoprirla: e quivi surgemmo a lungo della spiaggia e costa brava, ben 6
miglia da terra. Sorti cos in su la sera, a mezzanotte cominci a ventare
grandissimo vento opposito e traversia di detta terra, e dur 5 d, con tanta e
s gran fortuna e s gran mare, e ripugnavaci tanto a terra che perdemmo
quattro armizzi e ancore, e rimanemmo sopra una e con poca speranza di salute:
onde la gente, quasi la maggior parte, si erano spogliati (se necessario fusse)
per gettarsi in mare per salvarsi. Pure Dio non volse tanta crudelt, e cess
il vento e il mare.
E cessata tal fortuna, il capitano mi mand a terra ad intendere quello che in
essa fusse, e armato il battello, e colle sue trombe e cerimonie, mi messono in
terra, dove trovammo essere ben 400 uomini della terra, aspettandoci per
vederci, s li battelli come noi altri, parendo lor mirabil cosa la gente
nostra. E giunti a loro, facemmo lor dire come eravamo cristiani dal nostro
turcimanno, e come tal cosa intesono ne presono gran piacere, dicendo loro
essere als cristiani, li quali erano rimasti sin dal tempo di san Tommaso. E
chiamansi per nome cristiani, s donne come uomini, come noi: e d'essa sorte
sono numero tremila, poco pi o meno. E subito ci menorono a vedere una chiesa
fatta al modo nostro mediocre, con santi e croce, intitolata Santa Maria: e al
circuito d'essa abitano e' detti cristiani, chiamati nazzareni. E qui in detta
chiesa ci appresentorno per istanza, dipoi fummo al re, chiamato Nambiadora, el
quale con assai letizia e amore ci ricevette; e domandatoli se lui aveva el
modo a darci spezie per la carica di tre navi, rispose che in 20 d s'obligava
caricarcele in fondo d'ogni sorte spezie. E tornatoci a nave con tal risposta
al capitano, facemmo gran festa; e cominciato a conciar le navi, cominciammo a
caricare, e caricamo tanto quanto il nostro appetito desiderava, e tanto in
fondo che dicemmo non pi.

Come il re di Colom venne per abboccarsi col capitano generale, e della
magnifica preparazione fatta per l'uno e l'altro.

E ora faccendo conto di partirci, il capitano e il re di Colom, desiderosi di
vedersi insieme, deputarono il d. Il capitano, il giorno che si dovevano
vedere, misse in ordine sei battelli, tutti ben forniti d'arteglierie e
bandiere e palvesi e stendardi; e il battello del capitano era coperto di
velluto, e dentro la poppe dove si siede, con molti adornamenti di lambelli e
barberie alla moresca, e lui vestito di broccato, con cioppa alla veniziana e
con molte gioie e catene d'oro, molto superbamente, come si richiedeva al
capitano che rappresenta il re di Portogallo; e noi altri eravamo addorni
ciascuno secondo sue forze. E giunti presso a terra, dove  un porto e natural
surgitoio delle navi d'India, e surgemmo l'ancore di battelli, e fecesi
allargare al mare insino a tanto che il re venisse a litto.
E in spazio d'un'ora il re venne con innumerabil genti, e questi tutti per
ordine di squadre, di spada e targa al modo nostro, e rotella in numero grande.
Dipoi gli arcieri, dipoi li palestriti unti con loro olii, come conviene al
giuoco di palestre, nel qual molto si esercitano; dipoi gli uomini cittadini
cambiatori, cio banchieri, orefici e altri artigiani, e' quali chiamano zetim,
e dipoi e' naieri, i quali al modo nostro sono signori di riputazione. Dipoi e'
prossimani al re, cio bramini, e' quali bramini, quattro d'essi principali
portavano la persona del re in certi andari superbi, come barelle, con quattro
manichi di pezzi di denti d'elefanti commessi e acconci bene: e il re a sedere
a modo loro, co' pi da basso del sesso a uso di sarto, bene adorno con panni
di seta lavorati e cottonina, e con molti belli anelli di buona stima, e una
berretta de velluto cremesin piena di gioie, bene adorna, lunga circa duoi
terzi di braccio, a quattro quartucci con pendoni che cascano, e i capelli di
basso di detta berretta. E drieto a lui aveva molti elefanti e cavalli, ancora
che i cavalli non siano naturali del paese come gli elefanti, ma vengono di
verso la Persia; e doppo questo assai suoni, come cornamuse, cieramelle,
naccaroni e trombette.
E subito che fu tanto avanti come li battelli del capitano, fermossi con sua
gente, e come fu giunto, il capitano per farli onore mand a sparare tutta
l'artegliaria e a sonare tutte le trombette, e dipoi si fece tirare a terra nei
battelli, per scendere e baciar la mano al re. E come il re vidde il capitano
che voleva scendere, us tale arte che, volgendosi intorno senza altrimenti
parlare, tutta la gente sua si slarg bene assai da lui, e mostr che voleva
fidarsi di noi piutosto che noi avessimo a fidarci di lui. Il capitano
mettendosi su le spalle de' suoi marinari per farsi mettere in terra per non si
bagnare, il re se n'and verso lui per riceverlo e si misse nell'acqua sino
presso al ginocchio: e quivi stettono alla marina presso al battello faccendo
gran festa, e innanzi partissino l'uno dall'altro fecero loro capitoli e
accordo in questo modo.


Dell'accordo fatto tra il re di Colom e il capitano generale, s delle
mercanzie come d'altre cose. Delle pescherie di Canangie. De' modi e costumi di
Malibari e de' gentili dell'India.

Il re s'obblig dare ciascuno anno a' Portoghesi tutte le speziarie che nella
terra si facessino, e cos noi ci obbligammo a pigliarle, e vi si misse prezzo
fermo, tanto alle loro spezierie quanto alle nostre mercanzie. E dipoi
chiedemmo che chi l rimanesse per il re di Portogallo avesse ad aver cura
nella giustizia de' cristiani, quando occorresse, ed etiam nelli cristiani
delle terre che noi vi trovammo, i quali prima eran tenuti come i giudei fra
noi e mal trattati. E al re tutto piacque compiacersi, ancora che li parve cosa
molto grande tirarli di sua iuridizione; tuttavolta ci volle contentare. E cos
fatto l'accordo, messono tutto in scritto in lettere d'argento, e si part il
capitano, faccendo gran cerimonie l'una parte e l'altra.
Dipoi, e' cristiani della terra essendo desiderosi di vedere i nostri
sacerdoti, il capitano fece scendere a terra il frate nostro con due preti,
tutti parati con loro ecclesiastici paramenti, e innanzi ad esso gente assai
che l'accompagnavano, de' nostri e de' cristiani delle terre. E con molti suoni
entrati in chiesa, si cominci a celebrar la messa, e con gran solennit, e
trombe e campane portatevi, e la chiesa paramentata e piena d'uomini e donne
cristiane: non bisogna dire se la divozione e festa era grande. E come fu
finita la messa, cominci il frate a predicare, e il turcimanno (ch'era uomo
sofficientissimo), se il frate diceva bene in sua lingua, lui diceva bene e
meglio, di modo che la cosa continuava ogni d in pi favore e buon zelo, e in
8 d che stemmo dipoi avemmo carico, assai gente si battezz de' gentili della
terra. E senza dubbio credo che con l'aiuto di Dio, non solamente il
serenissimo re di Portogallo grande onore e ricchezza acquister, ma etiam
ardisco dire che, in ispazio di 50 anni, saranno convertite assai gente, che
Dio ne presti di sua infinita grazia.
Partitoci di detta terra alli 15 di gennaio, andammo alla volta di Cocchin, per
vedere come avesse proceduto l'altra armata. Trovammola partita, ed era dinanzi
a Calicut, e stavano per fare accordo col re: dove noi trovammo le navi, che
non avevano potuto aver spezie per tutte le navi, perch chi gli aveva promesso
li dodicimila cantari non volle poi osservare, ed erano malcontenti. Noi demmo
loro dugento sacchi di pepe, ch'eran soperchi alle nostre navi. Cos ci
partimmo e andammo a Cananor, dove pigliammo acqua e riso e pesci per il nostro
viaggio. E ci partimmo alli 27 di gennaio, e pigliammo uno pilotto moro per la
traversa del golfo della Mecca.
Partitoci, parendoci gi aver navigato detto golfo, fummo assoquadro di 3 isole
allegate e quivi stemmo in condizione di perderci. E usciti di tal pericolo,
n'andammo a Monzambique, e di quivi partitoci, navigando a lungo della costa,
innanzi guadagnassimo il Capo di Buona Speranza, corremmo assai fortuna: e per
non mi distender troppo, guadagnammo detto capo il primo d di maggio 1504. E
di l pigliando nostra diritta, e avendo poi tagliato di molto mare, parendoci
esser presso all'isole di Capoverde, ci trovammo pi adietro, e fu traverso
delle pescherie di Canangie in Ghinea: e quivi ci prese una calma dove stemmo
54 giorni, e credo non andassimo oltra a sei leghe in tutti quei d, di sorte
ch'eravamo disperati. Acqua avevamo poca, solamente tre pipe, n vino, n
nessuno altro apparecchio di nave, essendo le vele e altro tutto consumato, di
modo che la gente si cominci ammalare: e in trentacinque d di nostra nave
gittammo in mare 76 persone, e solo restammo in nave 9 e non pi; e nell'altre
navi il simile avemmo, che ne morirono ben 130 persone, di sorte ch'eravamo del
tutto desperati. Le navi se n'andavano al fondo, a causa del gusame che l'avea
consumate. Quivi non era redenzione nessuna salvo l'aiuto divino, il qual
bisognava venisse e celeratamente, che quivi non era altro rimedio per pi de
uno d, che io per me non so n scrivere n esplicare. Volse la nostra buona
sorte che l'altro d avemmo vista d'una nave, e facemmo cenno che la venisse a
noi, per sapere donde venisse: trovammo ch'era nave di Portogallo che andava in
Ghinea a comprar schiavi. Il capitano di essa ci dette acqua e altro sussidio,
di modo che lo facemmo tornar indietro con esso noi, e ci men insino all'isola
di S. Iacobo di Capoverde: e quivi surgemmo e pigliammo acqua e carne e
schiavi, perch aiutassino condur la nave in Portogallo.
E cos partiti, faccendo il cammino all'isola degli Astori, non potemmo averla
e andammo di lungo a Lisbona. E come avemmo vista delle rocche di Sintra, 5
leghe da Lisbona, mandammo avanti la nave che avevamo fatta tornar indietro, a
fare a sapere al re che noi eravamo quivi, che ci mandasse ordine dove avessemo
a surgere. La nave and dentro e noi fuori, e 'l vento contrario; e la gente
negra ch'avevamo tolta, come sentitero il freddo, s'erano morti. E di nuovo
stando per entrare nel porto, con vento contrario, ce n'andavamo in fondo: e
stemmo a tal partito che, se soprastavamo pi mezzo d, ci saremmo sommersi
davanti a l'uscio. Pure entrammo dentro, ad 15 di settembre 1504, dove ci fu
fatto bellissimo raccoglimento: e ben son certo che, per molte allegrezze
avessino, che la nostra fu molto maggiore.
Scordami dirvi i modi e costumi di Melibari e gentili dell'India, li quali per
mancamento di buona memoria avevo dimenticato. Li detti gentili sono idolatri,
n mangiano carne n pesce n uova, n cosa che tenga sangue; solo mangiano
risi ed erba. Sono uomini netti e puliti, e quelli che son ricchi abitano in
case di mattoni e calcina, ben lavorate. Tengono le vacche per loro dio, s che
ve n' assai abbondanza per tutta la terra. Questo  quanto abbiamo compreso e
di tanto vi fo fede, che Dio cresca la vita de V.S. per lungo tempo.


Itinerario di Lodovico Barthema


Discorso sopra lo itinerario di Lodovico Barthema.


Questo Itinerario di Lodovico Barthema bolognese, nel qual tanto
particularmente si narrano le cose dell'India e isole delle speciarie, che da
niun degli antichi si trovan scritte cos minutamente,  stato molti anni letto
con infiniti errori e incorrezioni; e ancor nell'avvenir cos si leggeria, se
'l nostro Signor Iddio non ne avesse fatto venir alle mani un libro de un
Cristoforo di Arco, clerico di Sibillia, il quale, avendo avuto un esemplar
latino di detto viaggio, tratto dal proprio originale dirizzato al
reverendissimo cardinal Carvaial di Santa Croce, lo tradusse in lingua
spagnuola con gran diligenzia. Dal qual abbiamo avuta commodit di corregger
ora la presente opera in molti luochi, la qual fu dal proprio auttor scritta
nella lingua nostra vulgare e indirizzata alla illustrissima madonna Agnesina,
una delle singulari ed eccellenti donne che a quelli tempi in Italia fusse, che
fu figliuola dell'illustrissimo signor Federico duca de Urbino, e sorella
dell'excellentissimo signor Guidobaldo, e moglie dell'illustrissimo signor
Fabricio Colonna, e madre dell'excellentissimo signor Ascanio Colonna e della
signora Vettoria marchesa dal Guasto. E il prefato Lodovico divise questo
Itinerario in sei libri, nel primo delli quali narra dell'andar suo in Egitto,
Soria e Arabia Deserta; nel secondo tratta dell'Arabia Felice; nel terzo della
Persia; nel quarto e quinto scorre tutta l'India e l'isole Molucche, dove
nascon le spezie; nell'ultimo si contien il ritorno suo in Portogallo, passando
appresso le marine dell'Etiopia, Capo di Buona Speranza, con alcune isole del
mar Oceano occidentali.


Alla illustriss. ed eccellentiss. Signora la Signora contessa di Albi e
duchessa di Tagliacozzo, Madama Agnesina Feltria Colonna, Lodovico di Barthema
bolognese.

Molti uomini sono gi stati, li quali si sono dati alla investigazione delle
cose terrene, e per diversi studii e mezzi e fidelissime relazioni si sono
sforzati pervenire al lor desiderio. Altri poi di pi perspicace ingegno, non
li bastando la terra, cominciorono con sollecite osservazioni e vigilie (come
Caldei e Fenici) a discorrere le altissime regioni del cielo: di che
meritamente ciascun di loro cognosco aver conseguita dignissima laude appresso
degli altri, e di se medesimi pienissima sodisfazione. Donde io, avendo
grandissimo desiderio di simili effetti, lasciando stare i cieli, come peso
convenevole alle spalle di Atlante e di Ercole, mi disposi a voler investigare
qualche particella di questo nostro terreno globo; n avendo animo
(cognoscendomi di tenuissimo ingegno) per studio over conghietture pervenir a
tal desiderato fine, deliberai con la propia persona e con gli occhi medesimi
cercar di cognoscer li siti delli luochi, le qualit delle persone, le
diversit degli animali, la variet degli arbori fruttiferi e odoriferi
dell'Egitto, della Soria e dell'Arabia Deserta e Felice, della Persia,
dell'India, dell'Etiopia, massime ricordandomi esser pi da stimare un
testimonio di vista che dieci d'udita.
Avendo adunque col divino aiuto in parte sodisfatto all'animo mio, e ricercate
varie provincie e strane nazioni, mi pareva niente aver fatto se delle cose da
me viste e provate, meco tenendole ascose, non ne facessi partecipi gli altri
uomini studiosi. Onde mi sono ingegnato, secondo le piccole forze, di scriver
questo mio viaggio pi diligentemente che ho potuto, giudicando far cosa grata
alli lettori, che, dove io con grandissimi pericoli e intolerabili fatiche mi
sono dilettato vedendo nuovi abiti e costumi, loro senza disconcio o pericolo
leggendo ne piglino quel medesimo frutto e piacere.
Ripensando poi a chi meglio potessi indrizzare queste mie fatiche, mi occorse
Vostra illustriss. ed eccellentiss. Signoria, quasi unica osservatrice delle
cose notabili e amatrice di ogni virt. N mi par vano il mio giudicio, per
l'infusa sapienzia dal splendor e lume dello illustrissimo ed eccellentissimo
Signor duca d'Urbino suo genitore, quasi a noi un sole d'arme e di scienzia.
Non parlo dello eccellentiss. S. suo fratello, che in studii greci e latini
(giovene anche) fa di s tal esperienzia, che oggid  quasi un Demostene e
Cicerone nominato. Onde, essendo in V. illustrissima S. derivata ogni virt da
cos ampii e chiari fiumi, non pu altro che dilettarsi delle opere grandi e
maravigliose e averne gran sete. Quantunque, a quel che in essa si conosce, pi
volentieri dove con l'ale della mente vola con li corporei piedi anderia,
ricordandosi esser questa una delle laudi data al sapientissimo e facondo
Ulisse, di aver veduti li costumi di molti uomini e di molti paesi. Ma perch
V. illustriss. S. nelle cose del suo illustriss. Signor e consorte,  occupata,
qual come nuova Artemisia ama e osserva, allevandogli due gentil piante che
sono come un Apolline e Diana, e circa l'inclita famiglia, qual con mirabil
regola addorna di costumi, dir esser assai se l'animo suo si pascer, tra
altre opere ottime, di questa, bench inculta, ma forse fruttuosa lezione. N
far come molte altre, che porgono l'orecchie a canzonette e vane parole, le
ore sprezzando, contrarie all'angelica mente di V. illustrissima Signoria, che
non lassa passare punto di tempo senza qualche buon frutto. La benignit della
quale facilmente potr supplire dove mancher la inordinata continuazione di
essa, pigliando solamente la verit delle cose. E se queste mie fatiche le
saranno grate e le approbar, assai gran laude e sodisfazione mi parr aver
ricevuta del mio lungo peregrinare, anzi pi presto paventoso esilio, dove
infinite volte ho tolerata fame e sete, freddo e caldo, guerra, prigione e
infiniti altri pericolosi incommodi, animandomi pi forte a questo altro
viaggio, quale in breve spero di fare: che, avendo cercate parti delle terre e
isole orientali, meridionali e occidentali, son disposto, piacendo al Signor
Dio, cercar ancora le settentrionali. E cos, poi che ad altro studio non mi
vedo esser idoneo, spender nel resto di questo laudabile esercizio il
rimanente de' miei fuggitivi giorni.


Di Alexandria.

Il desiderio il quale molti altri ha spronato a vedere la diversit delle
monarchie mondane, similmente alla medesima impresa mi incit. E perch tutti
gli altri paesi dalli nostri antichi assai sono stati dilucidati, per questo
nel mio animo desiderai vedere paesi dalli nostri meno frequentati. Onde,
partendomi da Venezia con l'aiuto del nostro Signor Iddio, navigai tanto per le
nostre giornate ch'arrivai in Alessandria, citt d'Egitto, le qualit della
qual essendo notissime si pretermetteno; ma desideroso di cose nuove, entrato
nel fiume Nilo me ne gionsi al Cairo.


Del Cairo.

Pervenuto nel Cairo, stupefatto prima della fama della sua grandezza, fui
resoluto non esser tanto quanto si predica, ma la grandezza sua  come il
circuito di Roma; vero  ch' pi abitato assai che non  Roma, e fa molte pi
genti. L'errore di molti  questo, che di fuori del Cairo sono certe ville, le
quali credono alcuni che siano del circuito di esso Cairo: la qual cosa non pu
essere, perch sono lontane dua o tre miglia e sono proprii villaggi. Non sar
prolisso a narrare della lor fede e costumi, perch si sa publicamente esser da
Mori e Mammalucchi abitato, de' quali  signore il gran soldano, il quale 
servito da' Mammalucchi, signori de' Mori.


Di Barutti, Tripoli e Alepo.

Circa le ricchezze e la bellezza del detto Cairo, e della superbia de'
Mammalucchi, perch sono cose a tutti e' nostri manifeste, metter fine; ma de
qui partendomi, a seconda del Nilo me ne ritornai in Alessandria, donde
faccendo vela per mare arrivai in Barutti, citt e porto della Soria: e possono
esser da 500 miglia. Nel qual Barutti stetti molti giorni, ed  terra molto
abitata da' Mori, e d'ogni cosa molto abbondante. Il mare batte nelle mura: non
 circondata tutta intorno di mura, ma solamente dalla banda verso ponente,
cio verso il mare. Ivi non viddi cosa alcuna degna di memoria, salvo una
anticaglia, dove dicono che era posta la figliuola del re quando il dragone la
dovea divorare, e dove san Giorgio, ammazzato detto dragone, la restitu al
padre: la quale  tutta in ruina.
E partitomi de l, andai alla volta di Tripoli di Soria, che sono due giornate
verso levante; il qual Tripoli  sottoposto al gran soldano, e tutti sono
maumettani, e la detta citt  abbondante d'ogni cosa. E de l poi pervenni in
Alepo, che sono otto giornate dentro in terra ferma, il qual Alepo  una
bellissima citt ed  sottoposta al gran soldano del Cairo, ed  scala della
Turchia e della Soria, e sono tutti maumettani.  terra di grandissimo traffico
di mercanzia, e massime di Persiani e Azzamini che arrivano fin l; e ivi si
piglia il cammino per andare in Turchia e in Soria, cio di quelli che vengono
di Azzamia.


Di Aman e di Menin.

Dapoi me ne andai alla volta di Damasco, che sono giornate dieci piccole. Alla
met del cammino v' una citt chiamata Aman, nella quale nasce grandissima
quantit di bombagio e frutti assai buoni. E appresso a Damasco sedeci miglia
trovai un'altra terra chiamata Menin, la qual  posta in cima d'un monte ed 
abitata da cristiani alla greca, e sono sottoposti al signor di Damasco: nella
qual terra sono due bellissime chiese, le quali dicono aver fatte far santa
Elena madre di Constantino. Ivi nascono bonissimi frutti, e massime buone uve
lunge e senza ciolo, e sonovi bellissimi giardini e fontane.
Partitomi de l, arrivai alla nobilissima citt di Damasco.


Di Damasco.

Veramente non potria dire la bellezza e bont di questa nobilissima citt,
nella qual dimorai alcuni mesi per imparar la lingua moresca.  abitata tutta
da Mori e Mammalucchi, e anco da molti cristiani grechi. E qui mi occorre
recitar il governo del signore, il qual  sottoposto al gran soldano del Cairo.
Nella detta citt  uno bellissimo e forte castello, il qual dicono aver
fondato un Mammalucco fiorentino a spesa sua, essendo signor di quella: e fin
oggid in ogni cantone di detto castello  scolpita l'arma di Fiorenza in
marmo. E ha le fosse intorno grandissime, con quattro fortissimi torrioni e con
ponti levatori e buona artegliaria, e di continuo vi stanno 50 Mammalucchi
provisionati col castellano, li quali stanno ad instanzia del gran soldano. E
quel Fiorentino era mammalucco del gran soldan, e nel tempo suo fu (com' fama)
attossicato il soldano e, non trovandosi chi lo liberasse di detto tossico, Dio
volse che 'l detto Fiorentino lo liber: e per questo li dette la detta citt
di Damasco, e cos fec'il castello. Poi morse in Damasco, e il popolo l'ha in
tanta venerazione quanto si fusse stat'un santo, con grandi luminarie. E
d'allora in qua sempr'il castello sta a posta del soldano, e quando si fa un
soldan nuovo, uno delli suoi signori, li quali si chiaman ammiragli, dice:
"Signore, io son stato gran tempo tuo schiavo; donami Damasco e io ti dar 100
o 200 mila seraffi d'oro". Il soldan li fa la grazia. Ma  da sapere che, s'in
termine poi di duoi anni il detto signor non li manda detti migliaria di
seraffi, egli cerca di farlo morire, per forza d'arme o in qualche altro modo,
e faccendoli il detto presente rimane in signoria.
Il detto signore ha sempre dieci over dodeci signori e baroni della citt con
lui, e quando il gran soldano vuol dugento o trecentomila seraffi da lui, over
dalli signori overo mercanti di detta citt (perch loro non usano iustizia, ma
solo robbamenti e assassinamenti come chi pi pu, perch i Mori stanno sotto
alli Mammalucchi come l'agnello sotto il lupo), manda due lettere al castellano
del detto castello, delle quali l'una in semplice tenore contiene ch'ei debbia
congregare nel castello quelli signori over mercanti che a lui piace, e poi
congregati si legge la seconda lettera, il tenor della quale subito si
esequisse, o in bene o in male: e in questo modo il detto gran soldano cerca di
trovar danari. E qualche fiata il signor di Damasco si fa tanto forte che ei
non vorr andare in castello, e ancora molti baroni e mercadanti, sentendosi
invidiati, montano a cavallo e tirano alla volta della Turchia, per fuggir
questa tirannia.
E di questo non vi diremo altro, se non che la guardia del detto castello 
questa, che in ciascuno delli quattro torrioni gli uomini che stanno a guardare
la notte non gridano niente, ma ciascuno ha un tamburo fatto a modo di una
mezza botta, e li d una gran botta con un bastone, e uno con l'altro si
rispondono con detti tamburi: e tardando a rispondere il termine d'un
paternostro, sono posti in prigione per uno anno.


Del detto Damasco.

Poi che detto abbiamo delli costumi del signor di Damasco, al presente mi
occorre referire alcune cose della citt, la quale  molto populata e molto
ricca. Non si potria stimar la ricchezza e la gentilezza de' lavori che ivi si
fanno; qui avete grandissima abbondanza di grano e di carne, ed  la pi
abbondante terra de frutti che mai si vedesse, e massime d'uva d'ogni tempo
fresca. Dir delli frutti buoni che vi sono e de' tristi: melegranate e
melecotogne buone, mandorle e olive grosse buonissime, rose bianche e rosse le
pi belle che mai si vedessero, belli pomi e peri e persichi, ma tristissimi al
gusto: e la cagione di questo  che Damasco  molto abbondante di acque. Va una
fiumara per mezzo della citt, e una gran parte delle case ha fontane
bellissime di mosaico; e le stanzie di fuori sono brutte, ma dentro sono
bellissime, con molti lavori di marmo e di porfido. E vi sono molte moschee:
fra l'altre ve n' una principale, ch' della grandezza di San Pietro di Roma,
ma  scoperta in mezzo e intorno  coperta in volto, e l tengon il corpo di
san Zacaria profeta, com' fama, e fannoli grandissimo onore; e nella detta
moschea sono quattro porte principali di metallo, e dentro vi sono molte
fontane. Vedesi ancora dov'era la canonica che fu gi de' cristiani, nella
quale sono molti lavori antichi di mosaico. Ancora si vede dove dicono Cristo
aver detto a san Paolo: "Saulo, Saulo, perch mi perseguiti?", qual luoco 
fuori d'una porta di detta citt circa un miglio, e ivi si sepelliscono tutti
li cristiani che morono in detta citt.  ancora nelle mura di detta citt
quella finestra, dove (come dicono) san Paolo stav'in prigione: li Mori pi
volte l'hanno murata, e la mattina si trova rotta e smurata, come l'angelo la
ruppe quando tir san Paolo fuor di detta finestra. Ancor viddi quella casa
dove Cain (come si dice) ammazz Abel suo fratello, la qual  fuori dell'altra
banda della citt un miglio, in una costa pendente sopr'un vallone.
Or torniamo alla libert che i detti Mammalucchi hanno in detta citt di
Damasco.


De' Mammalucchi in Damasco e della sua libert.

Li Mammalucchi sono cristiani renegati e comprati dal detto signore, li quali
mai non perdono tempo, ma sempre o in arme o in lettere si esercitano, finch
siano ammaestrati. E ogni Mammalucco, grande o piccolo che sia, ha di soldo sei
seraffi al mese, e le spese per lui e per il cavallo e un famiglio, e tanto pi
hanno quanto pi fanno alcune esperienze nella guerra. Li detti Mammalucchi,
quando vanno per la citt, sono sempre accompagnati da duoi o tre al manco,
perch gli saria gran vergogna s'andassero soli. Scontrandosi per caso in due o
tre donne, hanno questa libert, e se non l'hanno se la pigliano: vanno ad
aspettar queste donne in certi luochi, come seriano ostarie grandi, e come esse
donne passano davanti alla porta, ciascuno Mammalucco piglia la sua per la mano
e tirala dentro e fa quello che li piace. E se la donna fa resistenza di darsi
a conoscere (perch tutte portano il viso coperto, in modo che loro conoscono
noi e noi non conosciamo loro), il Mammalucco le dice che la vorria conoscere.
Ed essa gli risponde: "Fratello, non ti basta che di me fai quello che vuoi,
senza volermi conoscere?" e tanto lo prega che la lascia. E alcuna volta
credono pigliare la figliuola del signore e pigliano le loro proprie mogli: e
questo  intravenuto al tempo mio.
Queste donne vanno molto ben vestite di seta, e di sopra portano certi panni
bianchi di bombagio, sottili e lustri come seta, e portano tutte li borzacchini
bianchi e scarpe rosse overo pavonazze, e molte gioie intorno alla testa e
all'orecchie e alle mani. Le qual donne si maritano a beneplacito loro, cio,
quando non vogliono pi stare col marito, se ne vanno al cad della fede loro e
l si fanno separar dal marito, e lui piglia altra moglie. E bench alcuni
dicano che li Mori tengono cinque o sei mogli, io per me non ho mai veduto se
non che ne tengono due over tre al pi.
Questi Mori la maggior parte mangiano nelle strade, cio dove si vendono le
robe, e fansi cocere il mangiare, e vi mangiano molta carne di cavallo, camelli
e buffali e castrati e capretti assai. E quivi  abbondanzia di buoni caci
freschi, e quando volete comprar il latte, vanno ogni d per la terra quaranta
e cinquanta capre, le quali hanno l'orecchie lunghe pi d'un palmo: il padrone
di esse ve le mena suso nella camera vostra, se ben la casa avesse tre solari,
e l in presenzia vostra ve ne mugne quanto volete in un bel vaso stagnato, e
avete molti capi di latte. Qui ancora si vende gran quantit di tartuffale, e
alcuna volta ne viene venticinque o trenta camelli carghi, e de l in tre o
quattro giorni sono vendute: e vengono dalle montagne dell'Armenia e di
Turchia. Li detti Mori vanno vestiti con certe veste lunghe e larghe di seta
over di panno, senza cingerle; la pi parte portano calzoni di bombagio e
scarpe bianche. Li quali, quando scontrano un Mammalucco, bench fusse Moro e
principal mercante, bisogna che 'l faccia onore e largo al Mammalucco, e non lo
faccendo lo bastonano. Vi sono molti fontichi de cristiani, che tengono panni e
seta e rasi, velluti e rami e di tutte mercanzie che bisogna; ma sono mal
trattati.


Come da Damasco si va alla Mecca, dove si descrivono
li costumi di Arabi che stanno alla campagna.

Avendo dechiarate forse pi diffusamente le cose di Damasco che non si dovea,
l'opportunit mi sollecita di raccontar il mio viaggio. Nel 1503, ad 8
d'aprile, mettendosi in ordine la carovana per andar alla Mecca, ed essendo io
volontaroso di veder varie cose e non sapendo in che modo, pigliai grande
amicizia col capitano de' detti Mammalucchi della carovana, il qual era
cristiano renegato, per modo ch'egli mi vest da Mammalucco e dettemi un buon
cavallo, e messemi in compagnia d'altri Mammalucchi: e questo fu per forza di
danari e de altre cose ch'io gli donai. E cos ci mettemmo in cammino, e
andammo tre giornate ad un luoco che si chiama il Mezeribe; e ivi ci fermammo
tre giorni, per fornir li mercanti e comprar camelli e quanto a loro era
necessario.
In questo Mezeribe  signore uno che si chiama Zambei, ed  signor della
campagna, cio degli Arabi: il qual Zambei ha tre fratelli e quattro figliuoli
maschi, e ha quarantamila cavalli, e per la corte sua ha diecimila cavalle
femine, e qui tiene quarantamila camelli, che dura due giornat'il pascolar suo.
E detto signor Zambei, quando vuole, tiene in guerra il soldano del Cairo e il
signor di Damasco e di Ierusalem. E quando  il tempo delle raccolte, alcuna
volta credono ch'ei sia lontano cento miglia, ed egli si trova la mattina a far
una correria alle are della detta citt, e trova il grano e l'orzo bello
insaccato e portaselo via. Alcuna volta corre un d e una notte con le dette
cavalle che mai si fermano, e quando son giunti gli danno a bere latte di
camella, perch gli  molto refrescativo. Veramente mi pare non che corrano, ma
che volino come falconi, perch io mi sono trovato con loro. Ed  da sapere che
vanno la maggior parte a cavallo senza sella, e tutt'in camicia, salvo alcuni
uomini principali; e l'armatura sua  una lancia di canna d'India lunga 10 over
12 braccia, con un poco di ferro in cima e con una banderola di seda; e quando
vanno a far qualche correria, vanno stretti come stornelli. E li detti Arabi
sono uomini molto piccoli e di color leonato scuro, e hanno la voce feminile e
li capelli lunghi, stesi e neri. Sono veramente questi Arabi una grandissima
quantit, e combattono continuamente fra loro. Questi abitano alla montagna e
vengono, quando  il tempo che la carovana passa per andar alla Mecca, ad
aspettarla alli passi per robarla; e menano con seco le mogli, i figliuoli e
tutte le lor massarizie, e le case ancora sopra li cammelli, le qual case sono
come una trabacca da uomo d'arme, e sono di lana nera e trista.
Alli XI d'aprile si part ditta carovana da Mezaribe, che furon
trentacinquemila camelli, e vi poteva esser circa 40 mila persone; e noi
eravamo sessanta Mammalucchi in guardia di detta carovana, il terzo de' quali
andava innanzi con la bandiera, l'altro terzo in mezzo e l'altro da drieto. Il
viaggio nostro facemmo in questo modo. Da Damasco alla Mecca sono 40 giorni e
40 notte di cammino. Noi partimmo la mattina da Mezaribe, e camminammo per fino
a ventidue ore: in quel punto si fanno certi segnali dal capitano di mano in
mano, che, dove si trovano, l si fermano tutti di compagnia, e nel scaricare e
mangiar loro e li cammelli stanno per fino a ventiquattro ore; e poi fanno
segnali, e subito cargano detti cammelli. Ed  da sapere che alli cammelli non
gli danno da mangiare se non cinque pani di farina d'orzo crudi, e grossi
quanto un pomo granato l'uno. E poi montano a cavallo, e camminano tutta la
notte e tutto il d seguente fino alle ventidue ore, e poi alle ventiquattro
ore fanno il simile come prima. E ogni 8 giorni trovano acqua, cio cavando la
terra over sabbione, e ancora si trovano certi pozzi e cisterne; e in capo
delli otto giorni si fermano un giorno over duoi per far reposar li detti
cammelli, quali portano peso ciascuno quanto duoi muli: e alli poveri animali
non danno da bere se non ogni tre giorni una volta.


Del valor e forza che hanno i Mammalucchi.

Essendo noi fermati alle dette acque, sempre avemmo da combattere con
grandissima quantit d'Arabi, n mai ammazzarono alcun di noi salvo che un uomo
e una donna, perch tanta  la vilt degli animi loro che noi sessanta
Mammalucchi eravamo sofficienti a defenderci da 40 o 50 mila Arabi: perch
della gente pagana non  la migliore con l'arme in mano che i Mammalucchi.
Certa cosa  ch'io viddi di belle esperienzie de' Mammalucchi in questo
viaggio: infra gli altri viddi un Mammalucco pigliar il suo schiavo e mettergli
una melangola sopra la testa, e farlo stare 12 o 15 passi lontano da lui, e
alla seconda volta levargli la detta melangola a tirar con l'arco. Ancora viddi
un altro Mammalucco levarsi la sella e mettersela sopra la testa, e poi
tornarla nel suo luoco primo senza cascare e sempre correndo. Li fornimenti
delle loro selle sono a usanza nostra.


Della citt di Sodoma e Gomorra.

Camminato ch'avemmo dodici giornate, trovammo la valle di Sodoma e Gomorra:
veramente la Scrittura Santa non mente, perch si vede come furono rovinate per
miracolo di Dio. E io dico come sono tre citt ch'erano in cima tre monti, dove
si vede ancora che in quel terreno par che sia sangue a modo di cera rossa,
mescolata con la terra per tre o quattro braccia di profondit. Certamente io
credo, per quello che ho veduto, ch'erano genti viziose, perch intorno  tutto
paese deserto e la terra non produce cosa alcuna, n anche acqua; e queste
genti vivevano di manna, e non riconoscendo il beneficio loro furono puniti da
Dio: e per miracolo si veggono ancora al presente li segnali di tutte le dette
citt rovinate.
Passammo poi quella valle ch'era ben venti miglia, dove ci morirono trentatre
persone per la sete, e molti furono sepolti nel sabbione, quali non erano
ancora ben finiti di morire. Dipoi trovammo un monticello, appresso il quale
era una fossa di acqua, di che fummo assai contenti. Noi ci fermammo sopra il
detto monte; l'altro giorno dipoi, la mattina a buon'ora, vennero
ventiquattromila Arabi, i quali dissero che pagassimo la sua acqua. Rispondemmo
che non la volevamo pagare, perch quella acqua era data da Dio; ed essi
cominciorono a combattere con noi, dicendo che avevamo tolto la sua acqua. Ci
facemmo forti nel detto monte, e facemmo le mura de' nostri camelli: e li
mercadanti stavano in mezzo de' detti camelli e noi continuamente stavamo a
scaramuzzare, di modo che ci tennero assediati duoi giorni e due notti, e
venimmo a tanto che noi e loro non avevamo pi acqua da bere. Loro ci avevano
circondato il monte intorno intorno di gente, con dire che ci volevano rompere
la carovana; e per non aver pi a combattere, fece consiglio il nostro capitano
con li mercanti mori, e li donammo mille e ducento ducati d'oro. Essi
pigliarono i danari, e dissero poi che diecimila ducati non pagariano la sua
acqua: e noi conoscevamo che volevano altro che danari. Il nostro capitano, che
era prudente, fece far un bando per la carovana, che tutti quegli uomini
ch'erano buoni a pigliar arme non andassero a cavallo sopra li cammelli, ma che
tutti pigliassero l'arme loro. La mattina seguente mettemmo tutta la carovana
innanzi, e noi Mammalucchi rimanemmo drieto: e in tutti eravamo trecento
persone. E cominciammo a buon'ora a combattere: furono ammazzati de' nostri un
uomo e una donna con gli archi, e non ci fecero altro male, e noi ammazzammo di
loro milleseicento persone. N  da maravigliare che noi ne ammazzammo tanti:
la causa fu che loro erano tutti nudi e a cavallo senza sella, di modo
ch'ebbero carestia di ritornare alla via loro.


Di una montagna abitata da giudei, e della citt di Medina Thalnabi.

In termine d'otto giorni con gran piacere trovammo una montagna, la qual mostra
di circuito 10 over 12 miglia. In questa abitano quattro o cinquemila giudei,
li quali vanno nudi e sono piccoli di grandezza di cinque palmi l'uno over sei,
e hanno la voce feminile, e sono pi negri che d'altro colore, e non vivono
d'altro che di carne di castrati. Sono circuncisi e confessano esser giudei, e
se possono aver un Moro nelle mani, lo scorticano vivo. A' piedi di detta
montagna trovammo un ridutto di acqua, la quale  acqua che piove alli tempi:
noi cargammo di detta acqua sedicimila cammelli, di che li giudei furono
malcontenti; e andavano per quel monte come caprioli, e per niente volevano
descendere al piano, perch sono nimici mortali de' Mori. A' piedi di detta
acqua stanno sei over otto pi di albori di spine bianche molto belli, ne'
quali trovammo due tortore, il che ci parve come un miracolo, perch avevamo
camminato quindici giorni e notti che mai non trovammo animal n uccello
alcuno.
Il d dapoi camminammo, e in due giornate arrivammo ad una citt chiamata
Medina Thalnabi, cio citt del profeta, appresso alla qual 4 miglia trovammo
un pozzo, dove si ferm la carovana per un giorno: e a questo pozzo ogniuno si
lav e mutossi di panni netti per entrare nella citt, la quale fa cerca
trecento fuochi, e ha le mura intorno fatte di terra; le case dentro sono di
muro e di pietre. Il paese intorno alla citt ha avuto la maladizione da Dio
perch la terra  sterile, salvo che fuora della terra duoi tratti di pietra vi
sono forse cinquanta o sessanta piedi di datteri in un giardino, appresso del
quale  un certo condutto d'acqua, che discende di un monte piccolo al basso
ben ventiquattro piedi, della qual acqua se ne governa la carovana quando
arriva l.
Ora mi saria da riprendere alcuni che dicono che 'l corpo di Maumetto sta in
aere nella Mecca: dico che non  la verit, che ho visto la sua sepoltura in
questa citt di Medina Thalnabi, nella quale noi stemmo tre giorni. Nel primo
che entrammo nella citt, la volemmo veder tutta; poi, volendo entrar nella
porta della moschea, ci dissero che bisognava che ciascun di noi fusse
accompagnato da una persona, o piccola o grande, de loro medemi Mori, la qual
ci pigliava per la mano e ci menava dove fu sepolto Maumetto.


Della moschea dove fu sepulto Maumetto e suoi compagni.

La moschea dove  sepulto Maumetto  fatta in questo modo: la  quadra, e lunga
100 passa e larga 80; ha due porte per intrarvi, una dalla parte davanti,
l'altra da drieto; ha una nave dentro via che corre da tre bande, tutta coperta
in volto, posta sopra 40 colonne di pietra cotta imbiancate, dove sono
attaccate forse tremila lampade. A l'intrar della moschea da una banda vi  una
torre di 5 passa per quadro, tutta in volto, ed  coperta intorno d'un panno de
seda ricco, il piede della qual  fatto di metallo; e intorno vi  una ferrata
di bronzo, dove stanno le persone a veder detta torre. Intrando poi in la
moschea, a man manca vi  una porticella la qual vi mena alla detta torre, dove
gionto vi  un'altra porta piccola: e da un lato di quella vi stanno cerca 20
libri e da l'altro circa altri 25, tutti ligati riccamente, li quali sono di
Macometto e de' suoi compagni, e in quelli si contiene la vita di esso Maumetto
e i comandamenti della sua setta. Dentro la detta porta  una sepoltura, cio
fossa sotto terra, dove fu messo Maumetto; vi sono anche duoi suoi generi, cio
Haly e Othman, qual Haly fu figliuolo de un suo fratello e tolse per moglie
Fatma, figliuola di Maumetto. Vi sono appresso duoi suoi soceri, cio Bubecher
e Homer: questo Bubecher fu quello che noi diciamo che venne a Roma per farsi
cardinale, ma non li successe. E questi quattro furono capitani di Maumetto, e
ciascun di questi ha li suoi libri ivi posti delle cose che fecero, e delli
comandamenti e regole che dettero alli Mori del vivere. E per questo rispetto
quella canaglia si tagliano a pezzi tra loro, perch chi vuol far a
comandamento di uno e chi d'un altro: e cos non si sanno risolvere e si
ammazzan come bestie sopra queste eresie, le quali tutte son false.


Del ragionamento che ebbe il capitano della carovana con il sacerdote di detta
moschea.

Per dechiarazione della setta di Maumetto,  da sapere che sopra la detta torre
sta una cupola, nella quale si pu andare intorno disopra, cio di fuora:
intendete che malizia usorono a tutta la carovana. La prima sera che venimmo al
sepolcro di Maumetto, il nostro capitano fece chiamare il superiore sacerdote
di detta moschea, e dissegli che li mostrasse il corpo del Nabi (questo Nabi
vuol dire il profeta Maumetto), che gli daria tremila seraffi d'oro; e ch'egli
non avea n padre n madre n fratelli n sorelle n mogli n figliuoli, n
manco era venuto per comprar speziarie n gioie, ma ch'era venuto per salvar
l'anima sua e per veder il corpo del profeta. E il sacerdote li rispose con
grandissimo impeto e furia e superbia, dicendo: "Come quest'occhi tuoi, i quali
hanno commesso tanto male al mondo, voglion veder colui per il quale Dio ha
creato il cielo e la terra?" Allora il nostro capitano disse: "Signore, tu dici
il vero, ma fammi una grazia, lasciami veder il corpo del profeta, e subito che
l'ar visto, per amor suo mi voglio cavar gli occhi". E il sacerdote li
rispose: "O signore, io ti voglio dire la verit.  vero che 'l nostro profeta
volse morir qui per dar buono esempio a noi, perch ben poteva morir alla Mecca
se 'l voleva, ma volse usare la povert per ammaestramento nostro; e subito
ch'ei fu morto, fu portato in cielo dagli angeli, e dice ch'el sta al paro di
Dio". Il nostro capitano gli disse: "E Ies Cristo figliuolo di Maria dove
sta?" Rispose il sacerdote: "Alli piedi di Maumetto". Il capitano gli disse:
"Basta, basta, non voglio saper pi". Poi se ne venne fuori e disse a noi
altri: "Guardate dove io voleva gittare tremila seraffi".
La sera dapoi, circa a 3 ore di notte, vennero infra la carovana dieci o dodici
di quei vecchi della setta, perch la carovana era alloggiata appresso alla
porta a due tratti di pietra, e questi cominciorono a cridare uno di qua e
l'altro di l: "Dio fu, Dio sar, e Maumetto messaggier di Dio resusciter. O
profeta, o Dio perdonami". Il nostro capitano, sentendo questo rumore, e noi,
subitamente corremmo con l'arme in mano, credendo che fussero gli Arabi che
volessero robar la carovana. E dicendo a quelli: "Che cosa  questa? Che
cridate?", perch facevano sto rumore, come saria intra di noi cristiani quando
un santo fa alcun miracolo, que' vecchi risposero: "Non vedete voi lo splendore
che esce fuora della sepoltura del profeta?" Disse il capitano: "Non veggo
niente", e dimand a tutti gli altri se avevano veduto cosa alcuna: fugli
risposto di no. Rispose un di que' vecchi: "Sete voi schiavi, cio
Mammalucchi?" Disse il capitano: "S che siam schiavi". Rispose il vecchio: "O
signori, voi non potete vedere queste cose celesti, e perch voi non siate
ancora ben confirmati nella fede nostra". Rispose il capitano: "O stolti, io
voleva dare tremila ducati. Per Dio, mai pi non ve li do, cani figliuoli de
cani". Sappiate che questi splendori erano certi fuochi artificiati, che loro
aveano fatto maliziosamente in cima di detta torre, per dar ad intendere a noi
altri che fussero splendori e che uscissero della sepoltura di Maumetto: per la
qual cosa il nostro capitano comand che per niun modo alcun di noi non
entrasse nella detta moschea, e vi affermo e dico per certo che non v' n arca
di ferro n di azzale, n calamita, n montagna nissuna appresso a quattro
miglia.
Noi stemmo l tre giorni per riposar li cammelli. Il popolo della detta citt
si governa della vettovaglia che viene dall'Arabia Felice e dal Cairo e dalla
Etiopia per mare, perch de l al mar Rosso sono quattro giornate di cammino.


Del viaggio per andar da Medina alla Mecca, e del mar della rena.

Gi noi delle cose e vanit di Maumetto sazii, ci disponemmo di passar pi
oltra, e col nostro pilotto, il qual reggeva il nostro cammino con il bossolo e
carta da navigar, secondo che sogliono far gli esperti pratichi con li suoi
bussoli e carte nel corso del mar. E cominciammo a camminare per ostro, cio
mezzogiorno, e trovammo un pozzo bellissimo nel quale era gran quantit di
acqua, il qual pozzo dicono li Mori che lo fece santo Marco evangelista per
miracol di Dio, per necessit di acqua ch' in que' paesi: il qual pozzo rimase
secco alla partita nostra.
Non vorrei mandar in oblivione il trovar del mar dell'arena, qual lassammo
davanti che trovammo la montagna de' giudei, pel qual camminammo cinque giorni
e cinque notti. Or intenderete in che modo sta questo. Questa  una campagna
grandissima piana, la quale  piena d'arena bianca minuta come farina, dove, se
per mala ventura venisse il vento da mezzogiorno, come viene da tramontana,
tutti sariamo morti; e con tutto che noi avevamo il vento a nostro modo, l'uno
con l'altro non se vedevamo di lungi 10 passi. E gli uomini che vanno a cavallo
sopra li cammelli sono serrati in certe casse di legno, e per certi busetti
piccoli ricevon l'aere, e ivi dormono e mangiano; e li pilotti vanno innanzi
con bussolo, s come andassero per terribil mare. E qui morirono gran gente per
la sete, e gran parte ne mor perch, quando cavammo l'acqua, beverono tanto
che creporono. E qui si fa la mumia. E quando tira il vento di tramontana,
questa arena si coaduna ad un lato d'un gran monte, il qual  un brazzo del
monte Sinai: al qual come arrivammo, trovammo una colonna fatta con gentil arte
e a forza di mano, la qual chiamano porta; a man manca sopra il detto monte 
una grotta molto lunga, nella quale  una porta di ferro. Dicono alcuni che
Maumetto se retirava ivi a far orazione, e a questa porta si sente un
grandissimo rumore come di acqua che caschi. Indi passammo la detta montagna
con grandissimo pericolo, a tale che non pensavamo mai di arrivare in questo
luoco.
Poi che ci partimmo dal pozzo detto di sopra, camminammo per dieci giornate, e
due volte combattemmo con cinquantamila Arabi, tanto che giungemmo alla Mecca.
E l era grandissima guerra fra l'un fratello e l'altro, perch sono quattro
che combattevano di continuo per esser signori della Mecca.


Della Mecca, e perch li Mori vanno alla Mecca.

Oramai diremo della nobilissima citt detta Mecca, che cosa  e come sta e chi
la governa. La citt  bellissima e molto bene abitata, e fa cerca seimila
fuochi; le case sono bonissime come le nostre, e vi sono case che vagliono 3 e
4 mila ducati l'una: la qual citt non ha mura intorno. Appresso a un quarto di
miglio alla citt trovammo una montagna, nella quale era una strada tagliata
per forza di mano, che dura fino al smontar nel piano: le mura di detta citt
sono le montagne che l'ha d'intorno da ogni canto, e vi son se non 4 entrate.
Il governatore di questa citt  soldano, cio uno delli 4 fratelli, ed  della
stirpe di Maumetto e sottoposto al gran soldano del Cairo, e li suoi tre
fratelli combattono di continuo con lui.
Alli 18 di maggio entrammo nella detta citt della Mecca dalla parte verso
tramontana, e poi descendemmo giuso nel piano. Dalla parte verso mezzogiorno
sono due montagne che quasi si toccano, dov' il passo ben stretto per andare
al porto della Mecca; dall'altra banda dove leva il sole  un'altra bocca di
montagna a modo di una vallata, per la qual si va al monte dove fanno il
sacrificio alli due patriarchi Abraham e Isaac. Il qual monte  lontano da
detta citt cerca 8 o 10 miglia, ed  alto duoi e tre tiri di pietra di mano,
ed  d'un certo sasso non di marmo, ma d'un altro colore; e in cima  una
moschea a usanza loro, la qual ha tre porte. A' piedi del detto monte sono due
bellissime conserve d'acqua: una  della carovana del Cairo e l'altra della
carovana di Damasco; la qual acqua si raccoglie parte per la pioggia, e parte
viene di molto lontano.
Or torniamo alla citt; quando sar tempo diremo del sacrificio che fanno a'
piedi del detto monte. Allora che noi entrammo in detta citt, trovammo la
carovana del Cairo, la qual era venuta 8 giorni prima di noi, perch non
vengono per la via che venimmo noi: e in detta carovana erano
sessantaquattromila cammelli e cento Mammalucchi. E la prima cosa che avete da
saper di questa citt  quello che ognun dice, che l'ha avuta la maladizione da
Dio, perch'el paese non produce n erbe n arbori n frutti n cosa alcuna, e
hanno grandissima carestia d'acqua, in modo che, se uno volesse bere a sua
volont, non li basteria quattro quattrini d'acqua al giorno. Io dir in che
modo vivono: una gran parte del viver suo gli viene dal Cairo, cio dal mar
Rosso, e vi  un porto chiamato il Ziden, che  lontano dalla detta citt 40
miglia; gli viene ancora una grandissima quantit di vettovaglia dell'Arabia
Felice, e anco gran parte ne gli viene dall'Etiopia. Noi trovammo grandissima
quantit di pellegrini, de' quali alcuni venivan dall'Etiopia, chi dall'India
maggiore, chi dalla minore e chi dalla Persia e dalla Soria: veramente non
viddi mai in una terra tanto popolo, per 20 giorni ch'io stetti l. Delle qual
genti parte ne erano venute per mercanzie, parte per guadagnar l'indulgenzie e
compir i suoi voti, nel che voi intenderete quel che fanno.


Delle mercanzie che vengono alla citt della Mecca

Primo diremo della mercanzia, che vien da pi parti: dall'India maggiore, la
qual  posta di qua e di l dal fiume Ganges, vengono assai gioie e perle e
d'ogni sorte di speziarie; e ancora vengono dall'India minore, da una citt
chiamata Banghalla, grandissima quantit di panni di bambagio e di seta; e
anche dall'Etiopia certa sorte di speziarie; per modo che in questa citt si
fanno grandissimi traffichi di mercanzia, cio di gioie, spezie d'ogni sorte in
quantit, bombagio in gran copia, sete e cose odorifere in grandissima
abbondanzia.


Della perdonanza della Mecca.

Or torniamo alla perdonanza de' detti pellegrini. In mezzo della citt  un
bellissimo tempio a comparazion del Coliseo di Roma, non di quelle pietre
grandi, ma di pietre cotte: ed  tondo a quel modo, e ha novanta over cento
porte intorno, ed  in volto. All'entrar del detto tempio si descende per dieci
over dodici scalini per tutte le parti, e di qua e di l di detta entrata
stanno uomini che vendono gioie e non altra cosa; e quando l'uomo  disceso
detti scalini, trova il detto tempio intorno coperto e ogni cosa messo a oro,
cio le mura. E sotto alle dette volte stanno quattro o cinquemila persone, le
quali vendono tutte cose odorifere, e la maggior parte sono polvere per
conservar li corpi umani quando si sotterrano, perch de l vanno per tutte le
terre de' pagani: veramente non si potria dir la suavit e gli odori che si
sentono in quel tempio, che par essere in una speziaria piena di muschio e
benzu e d'altri odori suavissimi.
Alli 23 di maggio cominci il perdono in detto tempio, il qual  in questo
modo: che nel mezzo del detto tempio vi  un discoperto, in mezzo di quello una
torre la cui grandezza  di 5 over 6 passi per ogni verso, la qual torre tiene
un panno di seta intorno di altezza di 4 brazza, ed evvi una porta tutta
d'argento di altezza d'un uomo, per la qual s'entra in detta torre. E da
ciascuna parte dentro della porta stanno alcuni vasi, quali dicono esser pieni
di balsamo, che si mostrano solamente il giorno della Pentecoste: e dicono gli
abitanti quel balsamo esser parte del tesoro del soldano della Mecca. Ad ogni
quadro di detta torre sono certe reti di ferro rotonde, con li busi molto
minuti per entrarvi dentro il lume. Alli 23 di maggio tutto il popolo comincia,
la mattina innanzi giorno, andar sette volte intorno alla detta torre, sempre
toccando e baciando ogni cantone. Lontano dalla detta torre cerca 10 o 12 passi
 un'altra torre, a modo di una cappella delle nostre, con 3 o 4 porte. In
mezzo di questa torre  un bellissimo pozzo, il quale  cupo 70 braccia e tiene
acqua salmastra: al detto pozzo stanno 6 overo 8 uomini deputati a trar acqua
per il popolo, el qual, quando  andato sette volte intorno alla prima torre,
vanno a questo pozzo e s'accostano all'orlo di quello con la schena, dicendo
queste parole: "E tutto questo sia per onor di Dio, el piatoso Dio mi perdoni i
miei peccati". Le qual compite, quelli che tirano l'acqua gettano a ciascuna
persona 3 secchi d'acqua dalla cima del capo per fino alli piedi, e tutti si
bagnano, se ben la vesta fusse di seta: e pensono quelli matti in questo modo
di restar limpidi e netti, e che li loro peccati rimanghino tutti in quel pozzo
con quel lavare; e dicono che la prima torre dove vanno intorno sette volte 
la prima casa che edificasse Abraham, e cos bagnati tutti se ne vanno per la
valle al detto monte, e l stanno duoi giorni e una notte. E quando sono tutti
a' piedi del detto monte, ivi fanno questo sacrificio.


Del modo de' sacrificii della Mecca.

Perch la novit delle cose suole il pi delle volte dilettare ogni animo
generoso e alle cose grandi incitarlo, per, per sodisfare a molti del medesimo
animo, soggiugner brievemente il modo che si osserva ne' loro sacrificii, il
quale  questo, che ogni uomo ammazza al manco duoi o 3, e chi 4 e chi 6
castrati, per modo ch'io credo ben che 'l primo giorno si ammazzarono pi di 30
mila castrati, scannandoli verso dove leva il sole. E ciascun li dava per amor
di Dio a' poveri, perch v'erano forse 30 e 40 mila poveri, li quali facevano
una fossa in terra, poi li mettevano dentro sterco di cammello e cos facevano
un poco di fuoco, e rostivan alquanto quella carne e poi la mangiavano. E
veramente credo che quelli tanti poveri uomini venivano pi tosto per la fame
che per il perdono o indulgenzia; e che sia il vero, noi avevamo gran quantit
di cocomeri, che venivano dall'Arabia Felice, e li mangiavamo levandoli via
prima la scorza, la qual gittavamo fuori del nostro padiglione, come si suol
fare: e li detti poveri stavano a 40 e 50 dinanzi al detto padiglione, e
facevano gran questione tra loro per raccogliere le dette scorze da terra,
ancor che fussino piene di sabbione. Per questo pareva a noi che venissero pi
tosto per mangiare che per lavarsi de' loro peccati.
Il secondo giorno un cad della fede, qual  al modo d'un predicador nostro,
mont in cima del detto monte e fece un sermone a tutto il popolo, il qual
sermone dur cerca un'ora. E la somma del suo parlare era questo, che pregava
il popolo che buttando molte lacrime piangesse e' suoi peccati, e ferendosi nel
petto facesse penitenzia. E alzando molto la voce diceva: "O Abraham, benvoluto
da Dio e amato da Dio"; poi diceva: "O Isaac, eletto da Dio, amico di Dio,
prega Dio per il popolo del Nabi". E cos si sentivano di grandissimi pianti. E
finito ch'ebbe il sermone, venne nova che venivan gli Arabi, per il che tutti
quelli delle carovane, come fuori di s, corsero in la Mecca con grandissima
furia, perch appresso a 6 miglia gi erano giunti pi di ventimila Arabi, i
quali volevano robare le carovane: e noi arrivammo a salvamento alla Mecca. Ma
quando fummo alla met del cammino, cio fra la Mecca e il monte dove si fa il
sacrificio, trovammo un certo muro o parete vecchio, piccolo, alto quattro
braccia, a' piedi del quale v'era grandissima quantit di pietre piccoline, le
qual sono tirate da tutto il popolo per questo rispetto che intenderete.
Dicono che, quando Dio comand ad Abraham che andasse a far il sacrificio del
suo figliuolo, and prima egli e disse al figliuolo che, obediendo alli
comandamenti de Dio, lo dovesse seguire. Il figliuolo gli rispose: "Io son
molto contento di far il comandamento di Dio". E quando il fanciullo Isaac
arriv al sopradetto muro piccolo, dicono che 'l diavolo gli apparve in forma
d'un suo amico e gli disse: "Dove vai tu, amico mio Isaac?" Ed egli rispose:
"Vo al padre mio, che m'aspetta al tal luoco". E gli disse il diavolo: "Non
andar, figliuolo mio, che tuo padre ti vuol sacrificare a Dio e ti vuol far
morire". E Isaac gli rispose: "Lascial fare: se cos  la volont di Dio, cos
si faccia". Il diavolo allora disparve, e poco pi avanti gli apparve in forma
d'un altro suo caro amico, e gli disse le sopra dette parole. Dicono che Isaac
gli rispose con furia, e pigli una pietra e tirolla nel viso del diavolo: e
per questo rispetto, quando arriva il popolo al detto luoco, ognuno tira una
pietra al detto muro e poi se ne vanno alla citt.
Noi trovammo per le strade di detta citt ben quindeci o ventimila colombi, i
quali dicono che sono della schiatta di quella colomba che parlava a Maumet in
forma di Spirito Santo, i quali colombi volano per tutta la terra a suo
piacere, cio nelle botteghe dove si vende il grano, miglio, riso e altri
legumi: e li padroni di detta roba non hanno libert d'ammazzarli n di
pigliarli, e se alcuno battesse di quelli colombi, si temeria che la terra
rovinasse; e sappiate che li danno grandissima spesa in mezzo del tempio.


Delli unicorni che si trovano appresso il tempio della Mecca, animali
rarissimi.

Dall'altra banda del detto tempio  una corte murata, nella qual vedemmo duoi
unicorni: e li si mostrano per cosa maravigliosa, come nel vero  cosa da
prenderne admirazione. E sono fatti in questo modo: il maggiore  fatto come un
poledro di trenta mesi, e ha un corno nella fronte di lunghezza cerca tre
braccia; l'altro unicorno era minore, come saria un poledro d'un anno, e ha un
corno lungo circa quattro palmi. Il color del detto animale  come un cavallo
sasinato scuro, e ha la testa come un cervo e il collo non molto lungo, con
alcune crine rare e corte che pendono da una banda, e ha le gambe sottili e
lunghe come il capriolo, e il suo piede  un poco fesso davanti e l'unghia 
caprina, e ha molti peli di drieto delle gambe, li qual son tanti che fa parer
questo animal molto feroce: ma la sua ferocit  coperta da una mansuetudine
che in s dimostra. Questi duoi animali furono presentati al soldano della
Mecca come cosa de molto prezio e rara e che si trova in pochi luochi, e furono
mandati da uno re di Etiopia, il qual li fece questo presente per far amicizia
con lui.

Come l'auttore fu cognosciuto in la Mecca, e come venne con la carovana
dell'India.

Mi occorre qui mostrare quel che possa l'umano ingegno ne' casi occorrenti,
quanto la necessit lo constringe: e ben fu a me necessario di mostrarlo per
fuggir dalla carovana della Mecca. Essendo io a comprare alcune cose per il mio
capitano, fui conosciuto da un Moro, il qual mi guard nel viso e dissemi:
"Donde sei tu?" Io li risposi: "Son moro". Egli disse ch'io non diceva il vero.
Io gli dissi: "Per la testa di Maumet, io vi giuro che son moro". E risposemi:
"Vieni a casa mia", e io andai con lui. Quando fui in casa sua, egli mi parl
in lingua italiana e dissemi donde era, e ch'ei mi conosceva ch'io non era
moro, ancor che glielo dicesse, e mi disse ch'egli era stato in Genova e in
Venezia, e cognosceva molto la maniera di quelle genti, e davami li segni molto
veri delle dette terre. Quando io intesi questo, io gli dissi ch'era romano e
che mi era fatto mammalucco al Cairo: il che intendendo, egli fu molto contento
e fecemi grandissimo onore. E perch la intenzione mia era di passar pi
avanti, gli cominciai a dire se questa era la citt della Mecca, qual era tanto
nominata per il mondo, e gli domandai dov'erano le gioie e le spezie, e dove
erano tante sorti di mercanzie quante si dice che qui arrivano, sol perch lui
mi avesse a dire per che causa non venivano come erano usate, e per non
domandargli che ne fusse cagione il re di Portogallo, perch egli  signore del
mar Oceano e del sino Persico e dell'Arabico. Ei mi cominci a dire di passo in
passo la cagione perch non venivano le dette robbe come erano usate di venire,
non si accorgendo della mia malizia, e quando mi disse che n'era cagione il re
di Portogallo, io mostrai di averne grandissimo dolore e diceva molto male del
detto re, solo perch egli non pensasse ch'io fussi contento che li cristiani
facessero tal viaggio. Quando costui vidde ch'io mi dimostrava nimico de'
cristiani, fece maggior onore assai che non faceva per avanti, e dissemi ogni
cosa di punto in punto. E quando fui molto ben informato, gli dissi: "O amico
mio, ti priego che tu mi dia il modo o via ch'io possa fuggire da questa
carovana, perch la intenzion mia seria di andare a trovar quelli re che sono
nimici de' cristiani, perch ti aviso che, quando loro sapessero l'ingegno
ch'io ho, mi mandariano a trovare fino alla Mecca". E lui, stupefatto di queste
parole, mi disse: "Per la fede del nostro profeta, che sapete voi fare?" Io li
risposi ch'io era il miglior maestro di far bombarde grosse che fusse al mondo.
Udendo egli questo, disse: "Maumetto sempre sia laudato, che ha mandato tal
uomo al servigio de' Mori di Dio". Per modo ch'ei mi ascose nella casa sua con
la sua donna, e mi preg ch'io ottenesse dal nostro capitano della carovana che
lo lasciasse trar fuora della Mecca quindeci cammelli carichi di spezie: e
questo fece egli per non pagar trenta seraffi al soldano per la gabella. Io li
risposi che s'ei mi salvava in casa sua, ch'io li faria levare cento cammelli,
se tanti ne avesse, perch li Mammalucchi hanno la libert: e quando ei sent
questo, fu molto contento. Dapoi mi ammaestr del modo ch'io aveva a tenere, e
de indrizzarmi ad uno re che sta nella parte dell'India maggiore, che si chiama
re di Decan, del qual diremo quando sar il tempo. Un giorno avanti che la
carovana si partisse, mi fece ascondere in casa sua in loco secreto.
La mattina sequente andavano per la citt grandissima quantit d'instrumenti
sonando all'usanza loro, e i trombetti andavano faccendo il bando per tutta la
citt che tutti li Mammalucchi, sotto pena della vita, dovessero montar a
cavallo e pigliar il suo viaggio verso la Soria. Donde gran perturbazione
astringeva il cor mio, quando sentia mandar tal bando, e di continuo mi
raccomandava alla moglie del detto mercante, piangendo e raccomandandomi a Dio,
che mi campasse da tanta furia. Un marted mattina si part la detta carovana,
e il mercante mi lasci nella sua casa con la sua donna, ed egli se n'and con
la carovana; e disse alla donna ch'el venerd sequente mi dovesse far
accompagnare con la carovana dell'India che andava al Ziden, cio al porto
della Mecca, che vi sono miglia quaranta. La compagnia che mi fece la detta
donna non si potria dire, e massime una sua nipote molto bella di quindeci
anni, le quali mi promettevano, volendo io restare, di farmi ricco: e io, per
il pericolo presente, posposi ogni sua promessa. Il venerd sequente mi parti'
con la carovana al mezzogiorno, con non piccolo dispiacere e lamentazioni delle
prefate donne, e a mezzanotte arrivammo ad una certa villetta di Arabi, e l
stemmo sino a mezzogiorno del d sequente. Il sabbato si partimmo, e camminammo
fino alla mezzanotte, e intrammo nella citt del Ziden.


Del Ziden, porto della Mecca, e del mar Rosso.

Questa citt non ha mura intorno n fossa, ma ha bellissime case all'usanza
della Italia. Diremo di lei brevemente. Detta citt  di grandissimo traffico,
perch qui arriva una gran parte di tutte le nazioni del mondo, eccetto
cristiani e giudei, che non vi ponno venir sotto pena della vita. Quand'io fui
giunto nella detta citt, subito me ne andai nella moschea, cio al tempio,
dove erano ben 25 mila poveri, che stavano aspettando qualche patron di nave
che li levasse al suo paese. E io fra quelli mi mescolai, ascondendomi in uno
cantone del detto tempio, e l mi fermai per 14 giorni: tutto il d stava
gittato in terra coperto con li miei vestimenti, e di continuo mi lamentava,
come s'io avessi avuto grandissima passion di stomaco o di corpo. Li mercadanti
udendomi dicevan: "Chi  quello che si lamenta?" Dicevano li poveri che mi
stavano a canto: "Egli  un povero Moro che si muore". La sera al scuro usciva
fuori della moschea e andava a comprar da mangiare: se io aveva appetito,
lassolo giudicare a voi, perch non mangiava se non una volta al giorno, e ben
male.
Questa citt si governa per il signore del Cairo, e vi  signore uno fratello
del soldano della Mecca, li quali sono sottoposti al gran soldano del Cairo.
Qui non accade a dir molto, perch sono Mori. La terra non produce cosa alcuna,
e ha grandissima carestia d'acqua dolce; il mare batte nelle mura delle case.
Quivi si trovano tutte le cose necessarie per il viver umano, ma vengono
condotte dal Cairo, dall'Arabia Felice e d'altri luoghi. Quivi  continuamente
grandissima quantit di gente ammalata, per causa del mal aere che  in detta
citt, la qual puol aver da 500 case.
In capo di quattordici giorni mi accordai con un padrone d'una nave che andava
alla volta della Persia, perch nel detto porto erano circa cento navi tra
grandi e piccole. De l a tre giorni facemmo vela e cominciammo a navigare per
il mar Rosso.


Per che causa il mar Rosso non sia navigabile.

Si pu comprendere (perch egli  cos in effetto) che 'l detto mar non 
rosso, anzi quell'acqua  come quella dell'altro mare. Noi navigammo il giorno
fina al tramontar del sole, perch non si pu navigare in questo mare di notte,
e ogni giorno si posano a questo modo, fino a tanto che giungono ad una isola
chiamata Chamaran, e dalla detta isola in l si va sicuramente. La ragione che
non si pu navigare al tempo di notte  questa, perch vi sono molte isole e
molti scogli e secche, ed  bisogno che sempre vada un uomo in cima dell'albero
della nave per veder il cammino, il che la notte non si pu fare: e per non si
naviga se non di giorno.



LIBRO SECONDO DELL'ARABIA FELICE

Della citt di Gezan e della fertilit sua.

Poi che discorso abbiamo li luochi, le citt e costumi de' popoli dell'Arabia
Deserta, quanto fu a noi concesso di vedere, parmi esser conveniente che con
brevit e pi felicemente entriamo nell'Arabia Felice. In termine di sei giorni
arrivammo ad una citt chiamata Gezan, la quale ha un bellissimo porto, e l
trovammo quarantacinque navilii di pi paesi. Questa citt  posta alli lidi
del mare, ed  sottoposta ad uno signor moro, ed  terra molto fruttifera e
buona ad usanza de' cristiani. Quivi sono buonissime uve e persichi, fichi,
cocomeri, cetri, limoni e aranci, zucche grande, melenzane, agli, cepolle, in
modo che  un paradiso. Gli abitatori di questa citt vanno la maggior parte
nudi, e vivono pure alla moresca. Quivi  abbondanzia di carne, grano, orzo e
miglio bianco, il qual chiamano dora, e di quello si fa molto buon pane. Qui
stemmo tre giorni, per fin che pigliammo la vettovaglia.


Di alcune genti chiamate Baduini.

Partendoci dalla detta citt di Gezan, andammo cinque giorni sempre in vista di
terra, la qual restava a man manca. E vedendo alcuna terra a canto alla marina,
smontammo in terra 14 persone di noi, per dimandare alcuna cosa da mangiare con
li nostri danari. La risposta che ci fecero fu che cominciorono a tirar pietre
con le frombole contra di noi, e questi erano certe generazioni che si chiamano
Baduini, i quali erano pi di cento persone, e noi eravamo solo 14. E
combattemmo con loro poco manco d'un'ora, per modo che ne rimasero di loro
ventiquattro morti; gli altri si misero tutti in fuga, perch erano nudi e non
aveano altre arme che queste frombole, e noi pigliammo tutto quel che potemmo,
cio galline, vitelli, buoi e altre cose da mangiare. De l a due ore cominci
a multiplicare la turba di detta terra ferma, tanto che erano pi di seicento,
e a noi fu forza di ritirarsi al navilio nostro.


Della isola chiamata Chamaran e della bocca del mar Rosso.

In quel giorno medesimo pigliammo il nostro cammino verso una isola chiamata
Chamaran, la qual mostra di circuito dieci o dodici miglia, dov' una terra che
mostra circa dugento fuochi ed  abitata da Mori. Nella detta isola si trova
acqua dolce e carne, e fassi il pi bel sale che mai viddi; ha un porto verso
la terra ferma circa otto miglia. Questa isola  sottoposta al soldano
dell'Arabia Felice. E l stemmo duoi giorni, poi pigliammo il nostro cammino
verso la bocca del mar Rosso, e vi sono due giornate, dove si pu navigare
sicuramente notte e giorno, perch dall'isola infino al Zidem non si pu
navigar di notte per le gran secche e scogli. E quando noi arrivammo alla detta
bocca, parea veramente che noi fussimo in una casa serrata, perch quella bocca
 larga cerca due o tre miglia. A man dritta di detta bocca  terra alta cerca
20 passi, ed  disabitata e sterile, per quanto si pu veder di lontano; e a
man manca di detta bocca  una montagna altissima, ed  sasso. Al mezzo di
detta bocca v' una certa isoletta disabitata che si chiama Bebel Mendel, e chi
vuol andare a Zeila piglia il cammino a man diritta, e chi vuole andar in Aden
lo piglia a man manca: e cos facemmo noi per andar in Aden, e sempre andammo
in vista di terra, e dal detto Bebel Mendel arrivammo alla citt di Aden in
poco manco di due giorni e mezzo.


Del sito della citt di Aden e d'alcuni costumi verso li mercanti; e come
l'auttor fu messo in prigione e menato al soldano di Rhada, citt dell'Arabia
Felice; e dell'esercito che 'l prefato soldan fece, e armature loro, per andar
contro un altro soldano.

Aden  una citt la pi forte che mai abbia visto in terra piana, e ha le mura
da due bande, e dall'altre bande sono le montagne grandissime, sopra le quali
sono cinque castelli; e la terra  nel piano di questi monti, e fa circa cinque
o seimila fuochi. A due ore di notte qui si fa il mercato, per rispetto
dell'estremo caldo che fa il giorno nella citt. Appresso la quale ad un tirar
di pietra  una montagna, sopra la quale  uno castello; e a pi di questa
montagna, che vi batte il mare, surgono li navilii. Questa citt  la principal
e bellissima e la meglio fabbricata de tutte le citt dell'Arabia Felice. Qui
fanno capo tutti li navilii che vengono dall'India maggiore e dalla minore, e
dalla Etiopia e dalla Persia, per li gran traffichi che vi sono. Tutti li
navilii che hanno ad andare alla Mecca vengono a pigliar porto qui, e cos
presto che arriva una nave in porto, vengono gli officiali del soldano della
dogana di detta citt, e vogliono saper donde vengono e che portano, e quanto
tempo  che si partirono dalle lor terre, e quante persone vanno per ciascuna
nave. E poi che hanno inteso ogni cosa, per l'ordine del regno, levano alle
dette navi gli arbori e le vele, li timoni e l'ancore, e ogni cosa portano
dentro della citt: e questo fanno accioch dette persone non si possino
partire senza pagar la gabella al soldano.
Il secondo giorno ch'io arrivai alla detta citt, fui preso e messo in ferri, e
questo fu per cagione d'un ghiotto mio compagno, il qual mi disse: "Can
cristiano, figliuolo di cane". Certi Mori intesero questo parlare, e per questo
rispetto fussimo menati in palazzo dal vice soldano, e subito fecero consiglio
se subito ne doveano far morire, perch il soldano non era nella citt,.
Dicevano che noi eravamo spie de' cristiani, e perch il soldano di questa
terra non fece mai morire alcuno, costoro ebbero rispetto, donde ne tennero ben
sessantacinque giorni con diciotto libbre di ferro alli piedi. Il terzo giorno
che noi fummo presi, corsero al palazzo ben quaranta o sessanta persone de
Mori, li quali erano di due o di tre navilii quali avevano presi li Portoghesi;
e questi tali erano scampati per nodare, e dicevano che noi eravamo di quelli
di Portogallo e venuti l per spie. Per questo corsero al palazzo con
grandissima furia, con l'arme in mano per ammazzarne: e Dio ne fece grazia che
quello che ne aveva in guardia serr la porta dalla banda di dentro. A questo
rumore s lev la terra in arme, e chi voleva che morissemo e chi no: alla fine
il vice soldano ottenne che noi campassimo.
In termine di 65 giorni il soldano mand per noi, e fummo portati tutti duoi
sopra un camello, pure co' detti ferri ai piedi, e stemmo giorni otto pel
cammino. Poi fummo presentati al soldano in una citt la qual si chiama Rhada,
e quando noi giugnemmo alla detta citt, il soldano faceva la mostra con
trentamila uomini, perch voleva andar a combattere con un altro soldano d'una
citt chiamata Sana, lontana da Rhada tre giornate; ed  questa citt parte in
costa de un monte e parte descende in piano, ed  bellissima e antica, populata
e ricca. Appresentati che fummo innanzi al soldano, egli mi dimand di che
parte io era e quel che andava faccendo. Li risposi ch'io era romano e che era
fatto mammalucco al Cairo, e ch'io era stato a Medina, dove el Nabi, cio il
gran profeta,  sepulto, e poi alla Mecca; e poi era venuto a veder sua
signoria, perch per tutta la Soria e in la Mecca si diceva ch'egli era un
santo, e se gli era santo (com'io credeva), che ben dovea sapere ch'io non era
spia de' cristiani, e ch'io era buon Moro e suo schiavo. Disse allora il
soldano: "Di': "La ilache ill'allach Muchemmedun resul'allach'", cio: "non 
Dio se non Iddio; Macometto  messaggiere de Dio", che sono le parole che chi
le dice se intende esser fatto moro. E io non le potei mai dire, o che fusse la
volont di Dio, o veramente per la gran paura ch'io aveva. Veduto il soldano
ch'io non poteva dire dette parole, subito comand ch'io fussi posto in
prigione nel palazzo suo, con grandissima custodia di uomini di 18 castelli,
quali venivan quattro per castello, e stavano quattro giorni, poi si mutavano
quattro altri di detti castelli; e cos seguitando mi guardorono tre mesi, che
non viddi aere, con un pane di miglio la mattina e uno la sera: e sei di que'
pani non mi ariano bastati un giorno, e alcuna volta, se io avessi avuto acqua
a bastanza, saria stato assai contento.
Il soldano se n'and in campo de l a duoi giorni alla detta citt di Sana con
lo esercito sopradetto, nel quale v'erano quattromila cavalieri figliuoli de
cristiani, negri come Mori, ed erano di quelli del Prete Ianni, li quali sono
comprati da piccolini di otto o nove anni, e fannoli esercitare nell'arme: e
questi erano la guardia sua, e valevano pi questi che non faceva tutto il
resto delli ottantamila. Gli altri erano tutti nudi, con un mezzo lenzuolo in
cambio d'un mantello adosso. E quando entrano nella battaglia, usano certe
rotelle, le quali sono due pelli di vacca overo di bue incollate insieme, e in
mezzo di dette rotelle sono quattro bacchette che le tengono diritte: le dette
rotelle sono dipinte, in modo che chi le vede giudica esser le pi belle e le
migliori che far si possino; la grandezza loro  come un fondo di botta, e lo
manico  una tavoletta con due chiodi. Ancora portano un dardo in mano e una
spada curta e larga, con una vesta indosso di tela rossa overo d'altro colore,
piena di bambagio, che li defende dal caldo e da' nimici: questo usano quando
vanno a combattere. Portano tutti generalmente una frombola per tirar pietre
involta intorno alla testa, e sotto la detta frombola portano un legnetto lungo
un palmo, col qual si nettano i denti; e generalmente, da quaranta o cinquanta
anni in gi, portano due corna fatte dei loro proprii capelli, che paiono
capretti. Il detto soldano ancora mena nel suo esercito cinquemila camelli,
carichi di padiglioni tutti di bambagio, che avevan similmente le corde di
bambagio.


Della regina moglie del soldano, che fieramente s'innamor dell'auttore; e come
il prefato finse di esser pazzo, e de molte cose che gl'intervenne.

Nel detto palazzo vi era una delle tre mogli del soldano, la qual chiamavan
regina, e stava con dodici over tredeci damigelle bellissime, il color delle
quali era pi tosto negro che altramente. Detta regina ne fece un buon
servigio, che ne allarg la prigione e dette licenzia che potessemo andar fuori
con le guardie e ferri alli piedi. Essendo io e il mio compagno e un Moro tutti
tre prigioni cos in libert, facemmo deliberazione che uno di noi si facesse
matto, per poter sovenir meglio l'uno all'altro: all'ultimo tocc a me di esser
pazzo. Avendo adunque pigliato tal impresa, era necessario ch'io facessi quelle
cose che si richieggono a' pazzi. Veramente, li primi tre giorni ch'io finsi il
pazzo, mai non mi trovai tanto stracco n tanto affaticato come allora, perch
di continuo avea cinquanta o sessanta mammoli drieto, che mi traevano de' sassi
e mi lapidavano, e io lapidava loro, li qual mi gridavan drieto: "Pazzo,
pazzo", e io di continuo aveva la camicia piena di sassi, e faceva come fanno i
pazzi.
La regina di continuo stava alla finestra con le sue damigelle, e dalla mattina
alla sera stava per vedermi e parlar meco; ed essendo da pi uomini
sbeffeggiato, acci che pi vera paresse la mia pazzia, cavatami la camicia
andava cos nudo avanti alla regina, la quale avea grandissimo piacere quando
mi vedeva e non voleva ch'io mi partissi da lei, e davami di buoni e perfetti
cibi da mangiare, in modo ch'io trionfava. Ancora mi diceva, come vedeva che li
fanciulli mi correvan drieto: "Dagli a quelle bestie, che se tu gli ammazzi
sar suo danno". Andava per la corte del soldano uno castrato, che la coda sua
pesava quaranta libbre; io il prese e dimandavagli s'egli era moro o cristiano
over giudeo, e replicandoli queste parole e altre, gli diceva poi: "Fatte moro
e di': "la illache ill'allach Muchemmedun resul'allach'". Ed egli stando come
animale paziente, che non sapeva parlare, pigliai un bastone e gli ruppi tutte
quattro le gambe, e la regina stava a ridere; e dapoi mi dettono tre giorni a
mangiare di quella carne, della quale non so se mai mangiassi la migliore. De
l a tre giorni gli ammazzai un asino il quale portava l'acqua al palazzo, in
quel medesimo modo ch'io feci del castrato, perch non se voleva far moro; il
simile ancora faccendo con un giudeo, lo assettai in modo che per morto il
lasciai.
Ma un giorno, volendo fare come soleva, trovai uno di quelli che mi guardavano
ch'era molto pi pazzo di me, e dicevami: "Can cristiano, figliuolo di can". Io
li tirai di molti sassi, ed ei si cominci a voltare verso di me con tutti li
mammoli, e dettemi d'un sasso nel petto, che mi fece un mal servigio. E per non
poterlo seguitare per li ferri ch'aveva alli piedi, pigliai la via della
prigione; ma prima ch'io vi giugnessi, ei mi dette un'altra sassata ne fianchi,
la qual molto pi mi dolse che la prima. E s'io avessi voluto, ben poteva
schifarle tutte dua, ma per voler dar colore alla mia pazzia le volsi ricevere.
E cos entrai nella prigione subito, e con grandissime pietre mi murai dentro,
dove gli stetti duoi giorni e due notte senza mangiare e senza bere, in modo
che la regina e gli altri dubitavano ch'io non morissi, e fecero romper la
porta. E quelli cani mi portavano certi pezzi di marmo, dicendo: "Mangia, che
questo  zuccaro"; e alcuni altri mi davano certi granelli d'uva pieni di
terra, e dicevano ch'era sale: e io mangiava il marmo e l'uva e ogni cosa
insieme.
Quel giorno medesimo alcuni mercanti fecero venir duoi uomini, i quali erano
tenuti fra loro come sariano fra noi duoi eremiti e stavano in certe montagne,
alli quali fui mostrato, e li mercanti dimandavano se loro pareva ch'io fussi
santo o matto. Uno di loro diceva: "A me pare che 'l sia santo", e l'altro
diceva che gli pareva ch'io fussi pazzo. E stando cos in questa disputa pi
d'un'ora, io per levarmegli davanti alzai la camicia e pisciai adosso a tutti
duoi. Allora cominciorono a fuggire cridando: "Egli  matto, egli  matto e non
 santo". La regina stava alla sua finestra con le sue damigelle, e vedendo
questo tutte cominciorono a ridere, dicendo: "Per il gran Dio, per la testa di
Maumet, costui  il miglior uomo del mondo". La mattina sequente me ne venni
nella corte e trovai colui che mi dette le due sassate a dormire, e piglialo
per le corna che gli avea fatto di suoi capelli, e gli messi li ginocchi sopra
la bocca dello stomaco, e dettigli tanti pugni sul mostaccio che tutto pioveva
sangue, in modo che lo lasciai per morto. La regina pur stava alla finestra,
dicendo: "Ammazza, ammazza quella bestia", qual subito si partitte, n mai pi
lo viddi.
Trovando il governatore di questa citt per molti indicii che li miei compagni
con perfidia volevano fuggire, e che aveano fatto un buso nella prigione e
s'aveano cavati li ferri, e io non, e perch sapeva la regina pigliarsi gran
piacere di me, non mi volse far dispiacere se prima non parlava con lei: la
quale, inteso ch'ebbe ogni cosa, mi giudic infra s esser savio e mand per
me, e fecemi mettere in una stanzia a basso pur nel palazzo, la qual stanzia
non avea porta da uscir fuori da basso, e tuttavia con li ferri ai piedi.


Delli ragionamenti che egli ebbe con la regina, e con quanto ingegno e astuzia
si fece far libero e poi lassar andar in la citt di Aden.

La notte sequente la regina mi venne a trovare con cinque o sei damigelle e
cominci a disaminarmi, e io pian piano li cominciai a dar ad intendere ch'io
non era pazzo. Ed ella, prudente, conoscette chiaramente che io era savio, e
cos cominci a carezzarmi con mandarmi un buon letto alla loro usanza e molto
ben da mangiare. Il d seguente mi fece far un bagno pur all'usanza loro con
molti profumi, continuando queste carezze per dodici giorni; cominci poi a
descendere a visitarmi ogni sera a tre o quattro ore di notte, e sempre mi
portava di buone cose da mangiare, ed entrando dove io era mi chiamava:
"Lodovico, vien qua, hai tu fame?" E io le rispondeva: "S, per la fame ch'ha
da venire", e mi levava in piedi e andava a lei in camicia. E lei diceva: "Non
cos, levati la camicia". Io le respondeva: "O signora, io non son pazzo
adesso", ed essa replicava: "Per Dio, so ben che tu non fusti mai pazzo, anzi
sei il pi avisato uomo che mai vedessi". E io per contentarla mi levava la
camicia e ponevomela davanti per onest, e cos mi teniva due ore davanti a lei
standomi a contemplare, come s'io fussi stato una ninfa, e faceva una
lamentazione inverso Dio in questo modo: "O Dio, tu hai creato costui bianco
come il sole, il mio marito tu l'hai creato negro, il mio figliuolo ancora
negro e io negra. Dio volesse che questo uomo fusse mio marito, Dio volesse
ch'io facesse un figliuolo com' questo". E dicendo tal parole piangeva
continuamente e sospirava, maneggiando di continuo tutta la mia persona, e
promettendomi che, subito che fusse venuto il soldano, mi faria cavar li ferri.
L'altra notte seguente la detta regina venne con due damigelle, e portommi
molto ben da mangiare, e disse: "Vien qua, Lodovico, vuoi tu ch'io venga a star
con te un pezzo?" Io le rispose che non, che ben bastava ch'io era in ferri,
senza che mi facesse tagliare la testa. Ella disse allora: "Non aver paura, io
ti fo la sigurt sopra la mia testa. Se tu non vuoi che venga io, verr Gazella
over Tegia over Carcerana". Questo diceva ella solo perch in scambio d'una di
queste voleva venir essa e star con meco; e io non volsi mai consentire, perch
io considerava molto bene quel che di questo ne poteva seguire. E vedendola
tanto fuora di sentimento, e che la dimostrava publicamente la passion che
l'avea di me, pensava che, poi ch'ella avesse avuto il suo contento, m'arebbe
dato oro, argento, cavalli e schiavi e ci che avessi voluto, e poi m'averia
dato dieci schiavi negri, li quali sariano stati in mia guardia, che mai non
arei potuto fuggir del paese, perch tutta l'Arabia Felice era avisata di me,
cio alli passi; e s'io fussi fuggito una volta, non mi mancava la morte o
veramente li ferri in vita mia. E per questo rispetto mai non volsi consentire
a lei, e ancora perch non voleva perder l'anima e il corpo; tutta la notte io
piangeva, raccomandandomi a Dio.
De l a tre giorni venne il soldano, e la regina subito mi mand a dire che,
s'io voleva star con lei, essa mi faria ricco. Io le risposi che una volta mi
facesse levar li ferri, e satisfacesse alla promessa ch'ella avea fatta a Dio e
a Maumetto; dipoi faria ci che piacesse a sua signoria. Subito ella mi fece
andar avanti il soldano, qual mi dimand dove io voleva andare, poi ch'avesse
cavato li ferri. Io li risposi: "O signore, io non ho n padre n madre n
moglie n figliuoli n fratelli n sorelle: non ho se non Dio e il profeta e
tu, signore. Piaccia a te di darmi da mangiare, che io voglio esser tuo schiavo
in vita mia"; e di continuo lagrimava. E la regina sempre era presente, e disse
al soldano: "Tu darai ancora conto a Dio di questo pover'uomo, il qual senza
cagione tanto tempo hai tenuto in ferri. Guardati dalla ira di Dio". Disse il
soldano: "Ors, va' dove tu vuoi, io ti dono la libert", e subito mi fece
cavar li ferri. E io mi inginocchiai e gli baciai li piedi, e alla regina
baciai la mano, la qual mi prese pur ancora per la mano, dicendo: "Vien meco,
poveretto, perch so che mori di fame". E come fui nella sua camera, mi baci
strettamente pi di cento volte, e poi mi dette molto ben da mangiare; e io non
aveva alcuna volont di mangiare: la cagion era ch'io viddi la regina parlar al
soldano in secreto, e pensava ch'ella m'avesse dimandato al soldano per suo
schiavo. Per questo io gli dissi: "Mai non mangier, se non mi promettete di
darmi la libert". Ed ella rispose: "Taci, matto, tu non sai quello che ti ha
ordinato Dio, cio, se tu sarai uomo da bene, sarai signore". Gi io sapeva la
signoria ch'ella mi voleva dare, ma io gli risposi che mi lassasse un poco
ingrassare e ritornar il sangue, che, per le paure grandi ch'io aveva avuto,
altro pensieri che di amore aveva nel petto. Ella rispose: "Per Dio, tu hai
ragione, ma io ti far dare ogni giorno ova fresche, galline, piccioni, pepe,
cannella, garofani e noci moscate". Allora mi rallegrai alquanto delle buone
parole e promesse ch'ella mi ordin, e per ristorarmi meglio stetti ben
quindeci o venti giorni nel palazzo suo.
Un giorno ella mi chiam e dissemi s'io voleva andar a caccia con lei; io le
risposi de s e andai seco. Alla tornata poi finsi di cascar ammalato per
stracchezza, e stetti in questa fizione otto giorni, ed ella di continuo mi
mandava a visitare per suoi secreti messi. E io un giorno le feci dire che
avevo fatto voto a Dio e a Maumeto di andar a visitare un santo uomo che era in
la citt di Aden, il qual dicevan che facea miracoli per la santa vita che 'l
teneva, e io lo confirmava esser vero per far il fatto mio; ed ella mi mand a
dire ch'era molto contenta, e fecemi dar un camello e 25 serafi d'oro, del che
io ne fui molto allegro. E il giorno sequente montai sopra il camello e me ne
andai in Aden in spazio di otto giorni, dove subito trovai quel santo uomo, il
quale era adorato per rispetto che di continuo viveva in povert e castit, e
faceva vita di eremita. E veramente assai ve ne sono in quel paese, che fanno
pur questa santa vita, ma sono ingannati per non aver la fede e il battesimo.
Fatto ch'io ebbi la mia orazione, il secondo giorno finsi d'esser liberato per
la virt di quel santo, e feci scriver alla regina come io era, per virt di
Dio e di quel santo uomo, risanato; e poi che Dio mi avea fatto tanta grazia,
io voleva andar a veder tutto il suo reame: e questo io facea perch in questo
luogo era l'armata, la qual non si potea partire fino ad un mese. E io
secretamente parlai ad un capitano d'una nave, e dissigli ch'io voleva andare
in India, e se lui mi voleva levare li faria un bel presente. Ei mi rispose
che, prima che gli andasse in India, voleva toccare in la Persia, e io di
questo mi contentai e cos restammo.


Di Lagi, citt dell'Arabia Felice, e di Aiaz e del mercato in Aiaz, e di Dante
castello.

Il giorno seguente montai a cavallo e, cavalcato cerca quindeci miglia, trovai
una citt chiamata Lagi, la qual era in terra piana senza alcun monte appresso
e molto ben populata. Qui nasce grandissima quantit di dattali, e ancora v'
carne assai e grano a usanza nostra; qui non  uva, e hanno gran carestia di
legne. Questa citt non  civile, e gli abitatori d'essa sono Arabi, li quali
non sono molto ricchi.
De l mi parti' e andai ad un'altra citt distante dalla predetta una giornata,
e chiamasi Aiaz, la quale  posta fra duoi colli di una montagna, in mezzo li
quali vi  una bellissima valle con una bella fontana; nella qual valle si fa
il mercato, dove vengono gli uomini e donne dell'uno e l'altro monte, e pochi
sono quelli giorni del mercato che non vi si faccia questione. La causa 
questa, che quelli che abitano il monte verso tramontana vogliono che coloro
che abitano il monte verso mezzogiorno credano insieme con loro in Maumeto con
tutti li suoi compagni, e loro non vogliono credere se non in Maumeto e Aly, e
dicono che gli altri suoi compagni sono falsi, e per questo s'ammazzano come
cani. Torniamo al mercato, al qual vengono molte sorti di spezie minute e molti
odori, e gran quantit di panni di bombagio e di seta, e frutti
eccellentissimi, come sono persichi, pomi granati e pomi cotogni, fichi, noci e
uva buona.  da sapere che in ciascuno di questi monti  una fortissima rocca.
Viste queste cose, di qui mi parti' e andai ad un'altra citt distante da
questa due giornate, chiamata Dante, la qual  fortissima e situata in cima
d'una grandissima montagna, ed  abitata pur da Arabi, i quali sono poveri per
esser il paese molto sterile.


Di Almacharana, citt dell'Arabia Felice, e della sua abbondanzia.

Per seguir i nostri gi nell'animo conceputi desiderii cerca la novit delle
cose, di l ci partimmo pigliando il viaggio ad un'altra citt, due giornate
lontana, la qual si chiama Almachara ed  in cima d'una montagna che dura di
salita sette miglia, alla qual non possono andare se non due persone per volta,
per esser la strada molto stretta. E la citt  piana, in cima del monte, ed 
bellissima e buona, e qui si raccoglie da mangiare a sofficienzia per gli
abitatori della citt: e per questo mi pare la pi forte citt del mondo. Ivi
non  bisogno di acqua n di cosa altra alcuna da vivere, e sopra tutto v' una
cisterna che daria acqua a centomila persone. Il soldano tien tutto il suo
tesoro in questa citt, qual  tanto che non lo portarian cento camelli, perch
qui  la sua origine e di qui discese; e vi tiene continuamente una delle sue
mogli. E veramente questo  un frutifero luoco, e vi vengono tutte le cose che
si possino desiderare, e tiene il pi bello aere che terra del mondo. Quivi le
genti sono pi bianche che d'altro colore.


Di Reame, citt dell'Arabia Felice, e dell'aere e costumi del suo popolo.

Poi ch'ebbi discorso la prefata citt, da essa partendomi andai ad un'altra
terra, lontana da quella una giornata, la qual si chiama Reame ed  abitata la
maggior parte da gente negra, e sono grandissimi mercatanti, ed  paese
fertilissimo fuor che di legne. Questa citt fa cerca duoimila fuochi. Da un
lato di questa citt  un monte, sopra il quale  un fortissimo castello. E
quivi  una sorte de castrati, de' quali ho veduto che la coda sola pesa
quarantaquattro libbre, e non hanno corna, e per la loro grassezza non possono
camminare. Vi  ancora certa uva bianca che dentro non ha granelli, della quale
mai non gustai la migliore, e trovai tutte le sorti de frutti, come dissi
disopra. Evvi cos perfettissimo e singularissimo aere in questo paese, che
parlai con molte persone le quali passavano cento e venticinque anni, e ancora
erano molto prosperose. L'abito di costoro  che gli uomini da conto portano
una camicia, gli altri di bassa condizione portano mezzo un lenzuolo ad
armacollo all'apostolica; pur la maggior parte vanno nudi. Per tutta questa
Arabia Felice gli uomini portano le corna fatte delli loro capelli medesimi, e
le donne portano le calze a braga ad usanza de' marinari.


Di Sana, citt dell'Arabia Felice, e della fortezza e crudelt del figliuolo
del re.

Dapoi mi parti' e andai ad una citt chiamata Sana, la quale  lontana tre
giornate dalla detta citt di Reame, ed  posta in cima d'una grandissima
montagna, ed  fortissima: alla quale stette il soldano con ottantamila uomini
otto mesi per prenderla, n mai la pot pigliare se non a patti. Le mura di
questa citt sono di altezza dieci braccia e di larghezza braccia 20, di modo
che otto cavalli vi vanno al paro sopra. In detto paese nascono molti frutti
come nel paese nostro, e vi sono molte fontane. In questa Sana sta un soldano
il quale ha dodeci figliuoli, de' quali ve n' uno che si chiama Maumet, il
quale come rabbioso morde la gente e ammazzala, e poi mangia tanta della lor
carne che si sazia; ed  di statura di quattro braccia e ben proporzionato, ed
 di colore olivastro. In questa citt si trova qualche sorte di spezie minute,
le quali nascono l d'intorno. E la detta citt pu fare cerca quattromila
fuochi, e le case sono bellissime all'usanza nostra, ed  tanto grande che in
quella vi sono molte vigne e prati e giardini a nostra usanza.


Di Taesa e di Zibit e Damar, citt grandissime dell'Arabia Felice.

Poi ch'ebbi veduta Sana, mi posi in cammino e andai ad un'altra citt chiamata
Taesa, la qual  distante da Sana tre giornate ed  posta pur in montagna.
Questa citt  bellissima e abbondante d'ogni gentilezza, e sopra tutto di
grandissima quantit d'acqua rosa, la qual qui si stilla.  fama che questa
citt sia antichissima, e vi  un tempio come Santa Maria Rotonda di Roma e
molti altri palazzi antichissimi. Qui sono grandissimi mercanti. Vestono queste
genti come le sopradette; il lor colore  olivastro.
Partendomi di l andai ad un'altra citt chiamata Zibit, distante da questa tre
giornate, la qual  molto grande e bonissima, ed  appresso al mar Rosso mezza
giornata e per tal rispetto  terra di grandissimo traffico, ed  dotata di
grandissima quantit di zuccaro; ha frutti buonissimi. Ed  situata infra due
montagne e non ha mura intorno; e quivi si fanno grandissimi mercati di spezie
e odori d'ogni sorte, le quali si portano de l ad altri paesi. L'abito e il
colore degli abitanti in questa citt  come li sopradetti.
Partitomi dal detto luoco, andai ad un'altra citt una giornata lontana, la
qual si chiama Damar, abitata pur da Mori, li quali sono grandissimi
mercatanti.  la detta citt molto fertile; il viver e costumi suoi sono come
li sopradetti.


Del soldano di tutte le sopradette citt, e perch si chiama per nome Sechamir.

Tutte queste citt sopradette sono sottoposte al soldan delli Amanni, cio al
soldano dell'Arabia Felice, chiamato Sechamir, perch sech viene a dir "santo",
amir "signor". La ragione perch lo chiamano santo  questa, ch'egli non fece
mai morir persona alcuna, salvo se non fosse in guerra. Sappiate che nel tempo
mio teneva quindeci o ventimila uomini in ferri, e a tutti dava duoi quattrini
per uomo al giorno per le spese loro, e cos li lassava morir in prigione
quando meritavano la morte. E similmente teneva in la sua corte e a' suoi
servizii sedecimila schiavi fra uomini e femine, alli quali tutti dava il
viver: e sono tutti negri.


Delli gatti maimoni e d'alcuni animali come lioni, agli uomini inimicissimi.

Di qui partendomi e andando verso la sopradetta citt di Aden, avendo camminato
poi per cinque giorni, alla met del cammino trovai una terribile montagna,
nella qual vedemmo pi di diecimila fra simie e gatti maimoni, che andavan qua
e l senza paura; fra li quali vi erano alcuni lioni molto terribili, i quali
offendono molto gli uomini, quando possono: e per causa loro non si pu passare
per quella strada, se non sono almeno cento persone alla volta. Noi passammo
con grandissimo pericolo e con non poca caccia di detti animali; pur ne
amazzammo assai d'essi con gli archi e con le frombole e con li cani, per modo
che noi passammo a salvamento. Arrivato ch'io fui in Aden, subito mi misi in la
moschea fingendo d'esser ammalato, e ivi stavo tutto 'l giorno; la notte poi
andavo a trovar il padrone della nave, per modo ch'ei mi mise nella nave
secretamente.


Come andorono per fortuna nel porto di Zeila, citt della Etiopia.

Avendo noi deliberato di veder altri paesi, com'era il nostro disegno, ci
ponemmo in mare; ma la instabil fortuna, ch'esercitar suole il mutabile
arbitrio suo nell'acque similmente instabili, ne disvi alquanto dal proposito
nostro, perch de l a sei giorni pigliammo il cammino verso la Persia, e
navigato ch'avemmo sette giorni, venne una fortuna grandissima che ci fece
correr fino in Etiopia, insieme con tutte le navi di conserva, che eran cariche
di rubbia per tinger panni, perch ogni anno se ne carica fin 25 navi in Aden,
la qual rubbia nasce nell'Arabia Felice. Con grandissima fatica intrammo in un
porto d'una citt chiamata Zeila, e l stemmo cinque giorni, per vederla e per
aspettar il tempo a nostro proposito.


Di Zeila, citt d'Etiopia, e dell'abbondanzia e animali di essa citt.

La citt di Zeila  di grandissimo traffico, massime d'oro e di denti
d'elefanti; quivi anco si vende grandissima quantit di schiavi, i quali sono
di quelli del Prete Ianni, che li Mor pigliano in guerra, e di qui si portano
nella Persia, nell'Arabia Felice e alla Mecca e al Cairo e in India. In questa
citt si vive molto bene e fassi gran iustizia. Qui nasce molto grano e molta
carne, olio in molta quantit, fatto non di olive ma di zerzilino, e di mele e
cera in assai gran copia. Quivi si trova una sorte di castrati i quali hanno la
coda che pesa venticinque o ventisei libbre, e hanno il collo e la testa tutta
negra, il resto poi tutto bianco; vi sono ancora certi altri castrati tutti
bianchi, che hanno la coda lunga un braccio e ritorta a modo di vite, e hanno
la collarina come un toro, che quasi tocca terra. E in questo luoco trovai
certa sorte di vacche che avevano le corna come un cervo, e sono salvatiche, le
quali furono donate al soldano della detta citt. Viddi poi altre vacche le
quali avevano solo un corno nella fronte, di lunghezza d'un palmo e mezzo, e il
detto corno guarda pi verso la schiena della vacca che non guarda innanzi: il
color di queste  rosso, e quelle di sopra sono negre. In questa citt  un
buon vivere, e qui stanno molti mercadanti. La terra ha triste mura e tristo
porto, nondimeno  posta in terra piana e ferma. Il re di Zeila  moro e ha
molta gente da piedi e a cavallo, e sono genti bellicose. L'abito suo  in
camicia; il color loro sono olivastri. Questi tali vanno mal armati, e tutti
sono maumettani.


Di Barbara, isola di Etiopia, e della sua gente.

Venuto che fu il tempo buono, facemmo vela e arrivammo ad una isola chiamata
Barbara, il signore della quale con tutti gli abitanti suoi sono Mori. Questa
isola  piccola, ma buona e molto ben abitata, e fa molte carni d'ogni sorte.
Le persone sono la maggior parte negre, e le ricchezze loro sono quasi pi di
carne che d'altre cose. Qui stemmo un giorno, e poi facemmo vela e andammo alla
volta della Persia.

LIBRO DELLA PERSIA

Di Diuoban del Rumi, e di Goa e Giulfar, e di Meschet, porto della Persia.

Navigando noi cerca dodici giorni, arrivammo ad una citt chiamata Diuoban del
Rumi, cio porto santo delli Turchi, la qual citt  poco distante da terra
ferma: quando il mar cresce  isola, e quando cala si passa a piedi. Questa
citt  sottoposta al soldano di Cambaia, e sta per capitano in esso Diuoban
uno che si chiama Menacheaz. Qui stemmo duoi giorni.  citt di grandissimo
traffico, e in essa stanno di continuo quattrocento mercadanti turchi. E questa
citt  murata intorno, e dentro vi sono molte artegliarie; hanno certi navilii
chiamati talac, che sono poco minori di fuste.
De l si partimmo e arrivammo ad una citt chiamata Goa, distante dalla
predetta tre giornate, la qual Goa  terra di gran tratto e di gran mercanzie,
ed  grassa e ricca; sono pur gli abitanti tutti maumettani. Partimmi e andai
ad un'altra terra chiamata Giulfar, la qual  ottima e abbondante, e l  buon
porto di mare. Dal qual porto alzando le vele, con li proprii venti arrivammo
ad un altro porto, chiamato Meschet.


De Ormus, citt e isola di Persia, e come in quella si pescano perle
grandissime.

Seguitando noi il nostro viaggio, partimmo da Meschet e andammo alla nobile
citt di Ormus, la quale  bellissima ed  isola e principale, cio per terra
di mare e per mercanzie, ed  distante da terra ferma dieci o dodici miglia.
Nella detta isola non si trova n acqua n vettovaglia a sufficienza, ma tutto
gli viene da terra ferma. Appresso di quest'isola tre giornate si pescano le
pi grosse perle che si ritrovano al mondo, e pescansi in questo modo: sono
certi pescatori, con alcune barche piccole, li quali gittano un sasso grande
con una corda grossa, una da poppa e un'altra da prova, acci la detta barca
stia ferma, e un'altra corda gettano al fondo pur con un sasso in mezzo della
barca; e uno delli pescatori si pone un paro di bisazze al collo e ligasi una
pietra grossa alli piedi, e va quindeci passa sotto acqua e sta sotto quanto
pu, per trovar le ostreghe dove stanno le perle, le quali ritrovate pone nelle
bisazze, e poi lassa il sasso qual teneva ne' piedi e vien suso per una delle
dette corde. Si trovano alcuna volta trecento navilii di pi paesi venuti per
questo effetto. Il soldano di questa citt  maumettano.


Del soldano di Ormus, e della crudelt del figliuolo contra il soldano suo
padre, sua madre e fratelli, quali ammazz e poi fu morto egli.

In quel tempo ch'io andai in questo paese, intravenne questo che intenderete.
Il soldano di Ormus aveva undeci figliuoli maschi: il minor di tutti era tenuto
semplice, cio mezzo pazzo; il maggior di questi era un diavolo scatenato. E il
detto soldano avea allevati duoi schiavi figliuoli de cristiani, cio di quelli
del Prete Ianni, li quali aveva comprati da piccolini, e amavali proprio come
figliuoli suoi, ed erano valentissimi a cavallo e signori di castella. Il
figliuolo maggiore del soldano una notte cav gli occhi al padre e alla madre e
a tutti i fratelli, salvo al mezzo pazzo; dipoi li port tutti in camera del
padre e della madre, e pose fuoco in mezzo, e abbruci la camera e i corpi con
ci che v'era. La mattina per tempo si seppe il caso e la terra si lev a
rumore, ed egli si fortific nel palazzo e fecesi soldano. Il minor fratello,
il qual era tenuto pazzo, non si mostr per tanto pazzo quanto era tenuto,
imperoch sentendo il caso se ne fuggitte ad una moschea de Mori, dicendo: "O
Dio, il mio fratello  un diavolo, ha ammazzato il mio padre, la madre e tutti
i miei fratelli, e poi che gli ha ammazzati, gli ha tutti abbruciati".
In termine di quindici giorni si pacific la citt, e questo che avea commessa
tanta scelerit mand per uno di quelli duoi schiavi sopradetti e dissegli: "Io
son soldano". Rispose il schiavo, qual si chiamava Maumet: "S, per Dio, che tu
sei soldano". Allora il soldano lo prese per la mano e fecelli gran festa, e
dissegli: "Va' e ammazza il tuo compagno, ch'io ti dar molti castelli".
Rispose Maumet: "O signore, io ho mangiato il pane col mio compagno trenta anni
e praticato con lui: a me non basta l'animo di far tal scelerit". Disse allora
il soldano: "Ors, lassa stare". De l a quattro giorni il detto soldano mand
per l'altro schiavo, il quale si chiamava Caim, e dissegli quelle medesime
parole che avea detto al suo compagno, cio che andasse ad ammazzar Maumet.
Disse Caim alla prima: "S, al nome sia di Dio, signore". E allora si arm
secretamente e and subito a trovar Maumet suo compagno. Come Maumet lo vidde,
lo mir fisso nel viso e dissegli: "O traditore, tu non lo puoi negar, ch'io ti
conosco nel viso: aspetta, ch'io voglio prima ammazzar te che tu ammazzi me".
Caim, che si vidde esser scoperto e conosciuto, trasse fuori il pugnale e
gittollo a' piedi di Maumet, e inginocchiatosegli avanti diceva: "O signor mio,
perdonami, ancor ch'io meriti la morte: se ti pare, piglia questa arma e
ammazzami, perch io veniva per ammazzarti". Rispose Maumet: "Ben si pu dire
che sei traditore, essendo stato meco e praticato e mangiato il pane trenta
anni, e volermi poi alla fine tanto vilmente ammazzare. Poverino, non vedi che
costui  un diavolo? Levati suso, ch'io ti perdono. Questo me ha stimulato
(accioch tu intendi) ben tre giorni, acci ch'io t'ammazzassi, e io non lo
volsi mai consentire. Ors, lascia fare a Dio, va' pure e fa' come ti dir:
vattene al soldano e digli che tu m'hai morto". Rispose Caim: "Io son
contento", e incontinente and al soldano. Come il soldano lo vidde, disse:
"Ben ammazzasti l'amico". Rispose Caim: "S, per Dio, signore". Disse il
soldano: "Vien qua", ed egli s'accost al soldano, il qual lo prese nel petto e
ammazzollo a colpi di pugnalate.
De l a tre giorni Maumetto si arm secretamente e and alla camera del
soldano, il quale come lo vidde si turb e disse: "O can figliuolo di can,
ancora vivi". Rispose Maumet: "Al dispetto tuo son vivo, e voglio ammazzar te,
che sei peggio che un cane o diavolo". E a questo modo con l'arme in mano l'un
l'altro combatterono insieme; all'ultimo Maumet ammazz il soldano e poi si
fortific nel palazzo. E perch era molto benvoluto dalla citt, il popolo
corse tutto al palazzo, dicendo: "Viva viva Maumet soldano"; e stette soldano
circa venti giorni. Passati venti giorni, mand per tutti li signori e
mercadanti della citt e disse loro in questo modo, che quello ch'egli avea
fatto era stato per forza, e ben sapeva egli che di ragione non era sua la
signoria; e preg tutto il popolo che volessero esser contenti che 'l facesse
re quel figliuolo ch'era tenuto pazzo: e cos fu fatto re. Vero  che costui
governava ogni cosa; tutta la citt diceva: "Veramente costui deve esser amico
di Dio", per la qual cosa fu fatto governatore della citt e del soldano, per
esser il soldano della condizione sopradetta.
 da sapere che sono communemente quattrocento mercatanti forestieri, li quali
fanno mercanzie di sete, perle, gioie e spezie. Il commun vivere di questa
citt  pi in mangiar riso che pane, perch in quel luoco non nasce grano.


Della citt di Eri nel paese del Corasam, qual si pensa che sia la Partia, e
della sua ricchezza e copia di molte cose, e massimamente del reubarbaro.

Inteso il miserando caso, e visti i costumi della citt e isola di Ormus, de l
partendomi passai nella Persia, e camminando per dodeci giornate trovai una
citt chiamata Eri, e il paese si chiama Corasam, come saria a dire la Romagna.
In questa citt di Eri abita il re di Corasam, dov' gran fertilit e
abbondanzia di robe e massime di seta, di modo che si trover a comprar in un
d tre o quattromila camelli carichi di seta. La terra  abbondantissima di
vettovaglia, e anco vi si trova grandissimo mercato di reubarbaro: io l'ho
veduto comprare a sei libbre al ducato a usanza nostra, cio onze dodeci per
libbra. Questa citt fa cerca sei o settemila fuochi; gli abitanti d'essa sono
tutti maumettani. De qui mi parti' e camminai venti giornate per terra ferma,
trovando pur ville e castelli molto bene abitati.


Di Eufra fiumara, qual credesi esser l'Eufrate, e della citt di Siras; e come
si conosce il muschio; e come l'auttor si accompagn con un Moro.

E cos, seguendo el mio cammino, arrivai ad una grande fiumara, la quale da
quelle genti  chiamata Eufra; ma per quanto posso considerare credo che sia
Eufrate, e per la grandezza e larghezza della sua bocca. Camminando poi pi
oltra a man manca tre giornate, pur drieto alla fiumara, trovai una citt
chiamata Siras: e ha questa citt il signore da per s, il qual  persiano e
maumettano. In questa citt si trova gran quantit di gioie, cio turchine e
balassi infiniti: vero  che qui non nascono, ma vengono da una citt chiamata
Balasam. E in detta citt si trova grandissima copia di azzurro oltramarino e
tuzia e muschio assai.  da sapere che 'l muschio nelle parti nostre raro si
trova che non sia contrafatto; la ragion  ch'io ho veduto far la esperienza in
questo modo, pigliare una mattina a digiuno una vescica di muschio e romperla,
e tre o quattro uomini alla fila odorarlo, e subito fargli uscire il sangue dal
naso: e questo procede perch  vero muschio e non falsificato. Dimandai quanto
durava la bont di quello: mi risposero alcuni mercadanti che, se non era
falsificato, durava 10 anni. A questo considerai io che quello che viene alle
nostre parti  falsificato per mano di questi Persiani, li quali sono li pi
astuti uomini d'ingegno e di falsificar una cosa che generazione che si trovi
al mondo. E il simile dico di essi che sono li miglior compagni e li pi
liberali di tutti gli uomini del mondo: e questo perch l'ho provato con uno
mercatante persiano, qual trovai in questa citt di Siras (nondimeno egli era
della citt di Eri sopra detta, in Corasam), il qual mercatante li duoi anni
avanti mi conobbe alla Mecca, e dissemi: "Lodovico, che vai faccendo qui? Non
sei quello che era gi passato alla Mecca?" Io dissi di s, e il desiderio
grande che avea di veder il mondo. Ei mi rispose: "Laudato sia Dio, che aver
pur un compagno che verr meco, che ho il medesimo volere". Noi stemmo 15
giorni in detta citt di Siras, e questo mercatante, qual si chiamava
Cazazionor, disse: "Non ti partirai da me, che cercheremo una buona parte del
mondo". E cos insieme ci mettemmo in cammino per andar alla volta di
Sammarcante.


Di Sammarcante (come si dice), citt grandissima come  il Cairo,
nella provincia detta dagli antichi Battriana.

Sammarcante (dicono li mercatanti)  una citt grossa com' il Cairo, e il re
della detta  maumettano, e fa sessantamila uomini da cavallo, e sono tutte
genti bianche e bellicose. Noi non andammo pi avanti, e la cagione fu perch
'l Sofi andava per questo paese mettendo a fuoco e fiamma ogni cosa, e massime
quelli che credono in Bubecher e Othman e Homar, che sono compagni di Maumet,
tutti li mandava a fil di spada; ma quelli che credono in Maumeto e Haly li
lassava andare e gli assecurava. Allora il compagno mi disse: "Vien qui,
Lodovico, accioch tu sia certo ch'io ti voglio bene, e che tu conoschi con
effetto che son per farti buona compagnia, io ti voglio dare una mia nipote per
moglie, la qual si chiama Sanis, cio Sole": e veramente avea il nome
conveniente a lei, perch era bellissima. E dissemi: "Sappi che io non vo per
il mondo perch abbia bisogno di roba, anzi vo per mio piacere e per vedere e
saper pi cose"; e con questo ci mettemmo a cammino alla volta di Eri. Giunti
che fummo alla casa di costui, subito mi mostr la detta sua nipote, della
quale finsi di esser molto contento, ancora che l'animo mio fusse ad altre cose
intento. In termine di Otto giorni tornammo alla citt di Ormus, e l montammo
in nave, e venimmo alla volta d'India e arrivammo ad un porto che si chiama
Cheul.

LIBRO PRIMO DELL'INDIA

Di Cambaia, citt d'India abbondantissima d'ogni cosa.

Perch la promission nostra nel principio, se ben mi ricordo,  stata passare
ogni cosa con brevit, acci non sia tedioso il parlar mio, per continuaremo
brevemente le cose che parseno a me degne di cognizione e dilettevoli,
massimamente dell'India. Appresso il detto porto  una grandissima fiumara
chiamata Indo, qual scorre presso ad una citt nominata Cambaia. Questa citt 
posta verso il mezzogiorno dal detto Indo ed  3 miglia in terra ferma, e alla
citt non si pu andare con navilii grandi n mezzani, salvo quando l'acque
sono vive e grosse: allora v' una fiumara che va alla citt, crescendo l'acque
ben 3 o 4 miglia. E sappiate che le acque crescono al contrario delle nostre,
perch a noi crescono l'acque quando la luna  piena, e ivi crescono quando la
luna  scema. Questa citt di Cambaia  murata a usanza nostra, e veramente 
ottima citt, abbondante di grano e di frutti buonissimi. In questo paese si
trova 8 o 10 sorti di spezie minute, cio turbitti, galanga, spico nardo, assa
fetida e lacca, con altre spezie che non mi ricordo il nome. Si fa ancor quivi
grandissima quantit di bombagio, per modo che se carica ogni anno 40 e 50 navi
di panni di bombagio e di seta, li quali panni sono portati in diversi paesi.
Trovasi ancora in questo regno di Cambaia, appresso a sei giornate, la montagna
dove si cavano le corniole e la montagna delli calcedonii, e appresso Cambaia
nove giornate si trova un'altra montagna, dove si trovano li diamanti


Della condizion del soldano di Cambaia, citt nobilissima.

Ora diremo delle condizioni del soldano di questa citt di Cambaia, il qual si
chiama il soldano Machamut. Sono cerca quaranta anni ch'egli prese questo regno
ad uno re di Guzerati, i quali sono certa generazione che non mangiano cosa che
abbia sangue, n ammazzano cosa alcuna vivente. E questi tali non sono n mori
n gentili: credo che se avessero il battesmo tutti sariano salvi, alle opere
che fanno, perch ad altri non fanno quello che non vorriano che fusse fatto a
loro. L'abito di questi  che alcuni vanno in camicia e alcuni nudi, salvo che
portano un panno cerca le parti vergognose, senza alcuna cosa in piede n in
gambe; in testa portano una tovaglia rossa, e sono di colore leonati. E per
questa bont loro il prefato soldano li tolse il reame.
Ora intenderete del viver di questo soldano Machamut. Egli primamente 
maumettano, insieme con tutto il popol suo, e tiene di continuo ventimila
uomini da cavallo; e la mattina quando si leva, vengono al palazzo suo 50
elefanti, sopra ciascun de' quali viene un uomo a cavallo, e li detti elefanti
fanno reverenzia al soldano e non hanno altro da fare. E similmente, quando 
levato da letto e quando mangia, suonano 50 over 60 sorti d'instrumenti, cio
trombette, tamburi di pi sorte, e ciufoli, e piffari, con molte altre sorti
ch'io taccio per brevit; e ancor li detti elefanti, quando il soldano mangia,
fanno reverenzia: quando sar tempo vi dir l'ingegno e sentimento che hanno
detti animali. Il detto soldano ha li mostacchi sotto 'l naso tanti lunghi che
se gli annoda sopra la testa, come faria una donna le sue treccie, e ha la
barba bianca per fino alla centura, e per quello che ne fu detto, ogni giorno
mangia tossico. Non crediate per che se n'empia il corpo, ma ne mangia una
certa quantit, per modo che, quando vuol far morire un gran maestro, lo fa
venire innanzi a s spogliato nudo, e poi mangia certi frutti che si chiamano
chofole, li quali sono come una noce moscata, e mangia ancora certe foglie
d'erbe le quali sono come foglie di melangole, che alcuni chiamano tambor, e
appresso mangia certa calcina di scorze di ostreghe insieme con le presenti
cose; e quando ha ben masticato e ha la bocca piena, sbuffa adosso a quella
persona che vuol far morire, per modo che in spazio di mezza ora casca morta in
terra. Questo soldano tiene ancor tre o quattromila donne, e ogni notte che
dorme con una la mattina si trova morta. E ogni volta che lui si leva la
camicia, mai pi  toccata da persona alcuna, e cos li vestimenti suoi, e ogni
giorno vuol vestimenti nuovi. Il mio compagno dimand per che cosa questo
soldano mangiava cos tossico; risposero certi mercanti pi vecchi che 'l padre
l'avea fatto nutrire da piccolino di tossico.
Lasciamo il soldano e torniamo al viaggio nostro, cio agli uomini di detta
citt, li quali la maggior parte vanno in camicia, e sono molto bellicosi e
grandissimi mercanti. Non si potria dir la bont del paese: qui vengono e vanno
cerca 300 navi di pi paesi. Questa citt e un'altra che li  vicina (qual dir
quando sar il tempo) fornisce tutta la Persia, la Tarteria, la Turchia, la
Soria, la Barberia, cio l'Africa, e l'Arabia Felice, l'Etiopia, l'India e
l'altra moltitudine di isole abitate di panni di seta e di bombagio, s che
questo soldano vive con grandissima ricchezza, e combatte con un re il qual si
chiama re di Ioghe, il quale confina a questa citt quindeci giornate.


Del vivere e costumi del re di Ioghe.

Questo re di Ioghe  uomo di gran signoria e fa cerca 30 mila persone, ed 
gentile, e tutto il popolo suo, e dalli re gentili col suo popolo  tenuto
santo, per la lor vita, qual intenderete. Il re ha per costume di andar ogni
tre o 4 anni una volta in peregrinaggio, cio a spese d'altri, con tre o 4 mila
delli suoi, e con la moglie e figliuoli; e mena quattro o cinque corsieri e
gatti di zibetto e gatti maimoni, pappagalli, liompardi, falconi, e cos va per
tutta l'India. L'abito suo  una pelle di capra, cio una davanti e una di
drieto, col pelo di fuora, ed  di color lionato scuro, perch qui comincia
esser la gente pi oscura che bianca. Tutti portano grandissima quantit di
gioie e perle e altre pietre preziose all'orecchie, e vanno pur vestiti
all'apostolica e parte portano camicie. E il re e alcuni pi nobili vanno con
la faccia, le braccia e il corpo tutto infarinato di sandolo macinato con molti
odori preziosissimi. Alcuni di questi si pigliano per devozione di non seder
mai in cosa alta, e alcuni altri hanno per devozione di non seder in terra,
alcuni di non star mai distesi in terra, altri di non parlar mai: e questi tali
sempre vanno con tre o 4 compagni che li servono. Tutti generalmente portano
uno cornetto al collo, e quando vanno in una citt tutti di compagnia suonano
li detti cornetti: questo fanno quando vogliono che gli sia data la elemosina.
E quando il re non cammina, ma si sta nell'alloggiamento, loro vanno almeno
trecento o quattrocento alla volta per provedere delle cose necessarie, e
stanno tre giorni in una citt ad usanza di Cingani. Alcuni di costoro portano
un bastone con un cerchio di ferro da piede, alcuni altri portano certi
taglieri di ferro, li quali tagliano a torno a torno come rasori, e tirano
questi con una frombola, quando vogliono offendere alcuna persona. E cos,
quando questi arrivano in alcuna citt d'India, ogni uomo li fa ogni piacere,
perch, se ben ammazzassero il primo gentiluomo della terra, non portano pena
alcuna perch dicono che sono santi. Il paese di costoro non  troppo fertile,
anzi hanno carestia di vivere, e sono pi le montagne che piano. Le loro
abitazioni sono molto triste e non hanno terre murate. Per mano di questi tali
vengono nelle parti nostre molte gioie, perch costoro vanno per la lor libert
in fino dove nascono, e de l le portano in altri paesi senza alcuna spesa. S
che, per avere il paese forte e sterile, tengono in guerra quasi al continuo il
soldano Machamut.


Della citt di Cevul e de' costumi, abito e armi del suo popolo.

Partendomi dalla detta citt di Cambaia, camminai tanto ch'io giunsi ad
un'altra citt nominata Cevul, distante dalla sopradetta dodeci giornate: e
infra l'una e l'altra di queste citt, il paese si chiama Guzarati. E il re di
questa Cevul  gentile, e le genti sono di color leonato oscuro; l'abito suo 
che alcuni portano una camicia e alcuni vanno nudi, con un panno intorno alle
parti inoneste, senza niente in piedi n in capo, salvo alcuni mercadanti mori.
La gente  bellicosa: le arme sono spade, rotelle, archi e arme inastate di
canne e di legno, e hanno artiglieria. Questa terra  molto ben murata ed 
lontana dalla marina due miglia, e ha una bellissima fiumara, per la quale
vanno e vengono grandissima quantit di navilii forestieri, perch il paese 
abbondantissimo d'ogni cosa, eccetto di uva, noci e castagne. Quivi si
raccoglie grandissima quantit di grano, di orzo e di legumi d'ogni sorte, e
quivi si fa grandissima copia di panni di bambagio. La fede loro non vi dico,
perch credono come il re di Calicut, del quale quando sar tempo vi
dechiarir. In questa citt sono assaissimi mercadanti mori. Qui comincia
l'aere ad esser pi tosto caldo che freddo. Qui si usa grandissima giustizia;
questo re non ha molta gente da combattere. Hanno questi abitanti cavalli,
buoi, vacche in assai copia.


Di Dabuli, citt d'India.

Visto Cevul e' suoi costumi, di l partendomi andai ad un'altra citt lontana
de l due giornate, la quale  chiamata Dabuli, la qual citt  posta sopra una
ripa d'una grandissima fiumara. Questa citt  murata a usanza nostra ed 
assai buona; il paese  come della sopradetta. Quivi sono mercadanti mori in
grandissima copia. Il re di questa terra Dabuli  gentile, e fa cerca
trentamilia uomini combattenti, pure ad usanza di Cevul prefata; e questo re 
grandissimo osservatore della giustizia. La terra, il vivere, l'abito e i
costumi sono come nell'antedetta citt di Cevul.


Di Goga, isola d'India, e del suo re.

Partitomi dalla detta citt di Dabuli, andai ad un'isola distante da terra
ferma cerca un miglio, e chiamasi Goga, la qual rende al re Decan ogni anno
diecimila ducati d'oro, li quali loro chiamano pardai: e sono questi pardai pi
stretti che non sono li sarafi del Cairo, ma pi grossi, e hanno per stampa
duoi diavoli, cio da una banda, e dall'altra banda hanno certe lettere. In
questa isola  una fortezza murata a usanza nostra appresso al mare, nella
quale sta alcune volte un capitano chiamato Sabain, il quale tiene 400
Mammalucchi ed egli ancora  Mammalucco. E quando il detto capitano pu aver
alcun uomo bianco, li fa grandissimo partito e gli d almeno 15 overo 20 pardai
al mese, e innanzi che lo metta nella lista de' suoi uomini da bene, si fa
portar duoi zupponi di corame molto grosso, uno per lui e l'altro per quello
che vuole il soldo, e ciascuno si mette il suo indosso e fanno alle braccia: e
se lo trova forte, lo fa scriver nella lista degli uomini da bene, se non, lo
pone ad alcuno esercizio vile e mecanico, e non di combattere. Costui con
questi 300 Mammalucchi fa grandissima guerra al re di Narsinga, del qual diremo
al tempo suo.
De l partitomi, camminato per sette giornate in terra ferma, arrivai alla
citt che si chiama Decan.


Di Decan, citt bellissima, e di molte e varie sue ricchezze e gioie.

Nella detta citt di Decan signoreggia un re maumettano: il capitano sopradetto
sta al soldo di questo re, insieme con li detti Mammalucchi. Questa citt 
bellissima e molto forte e abbondante di ogni cosa. Il re di quella, fra li
Mammalucchi e altri del regno suo, fa ben venticinquemila persone fra a cavallo
e a piede. In questa citt  un bel palazzo, e ordinato di tal modo che, avanti
che s'arrivi alla camera del re, vi sono 24 camere. Questa citt  murata a
usanza de' cristiani e le case sono bellissime. Il re di detta citt vive con
gran superbia e pompa: una gran parte de' suoi servitori portano nelle punte
delle scarpe rubini e diamanti e altre gioie; pensate quante ne portano nelle
dita delle mani e nell'orecchie. Nel regno suo  una montagna donde si cavano
li diamanti, quattro miglia lontana da detta citt: ed  murata intorno intorno
e vi si fa grandissima guardia. Questo reame  abbondantissimo d'ogni cosa,
come le sopradette citt. Sono tutti maumettani. L'abito suo sono vesti di seta
overo camicie bellissime, e in piede portano scarpe over borzacchin, con
calzoni ad usanza de' marinari; le donne portano tutto coperto il viso ad
usanza di Damasco.


Della diligenzia del detto re cerca la milizia.

Il sopradetto re di Decan sta sempre in guerra col re di Narsinga, e tutto il
suo paese  maumettano. La maggior parte de' suoi soldati sono forestieri e
uomini bianchi, e li nativi del regno sono di color leonato. Questo re 
potentissimo e molto ricco e molto liberale, e tiene ancora molti navilii per
mare, ed  grandissimo nimico de' cristiani.
Di qui partendoci, andammo ad un'altra citt chiamata Bathecala.


Di Bathecala, citt d'India, e della fertilit sua in molte cose, massime in
riso e zuccaro; e di Amiadiva.

Bathecala  una citt d'India nobilissima e distante da Decan cinque giornate;
il re di detta citt  gentile ed  sottoposto al re di Narsinga. Questa citt
 murata e bellissima, e distante dal mare cerca un miglio; non ha porto di
mare, salvo che si va per una fiumara piccola, la qual passa appresso le mura
della citt. Quivi stanno molti mercatanti mori, per esser terra di grandissimo
tratto. Qui  gran quantit di riso e gran copia di zuccaro, massime di zuccaro
candido ad usanza nostra; quivi ancora si comincia a trovar noci e fichi, ad
usanza di Calicut. Queste generazioni sono idolatre pur al modo di Calicut,
salvo li Mori, che vivono alla maumettana. Qui non si usano cavalli n muli n
asini, ma vi sono vacche, buffali e capre. In questo paese non nasce grano n
orzo n legumi, ma altri frutti bonissimi ad usanza d'India.
Di qui partitomi, andai ad un'isola chiamata Amiadiva, nella quale abitano
certe sorti di genti che sono mori e gentili. Questa isola  distante da terra
ferma mezzo miglio e ha circa venti miglia di circuito, e in essa non  troppo
buono aere, n  molto fertile. Infra l'isola e terra ferma  un bonissimo
porto, e in detta isola si trova bonissima acqua.


Di Centacola, di Onor e Mangolor, terre bonissime d'India.

Camminando per una giornata dalla detta isola, trovai una terra chiamata
Centacola, la quale ha un signor molto ricco. Qui si trovano molte carni in
gran quantit, riso assai e frutti buoni ad usanza d'India. In questa citt
sono molti mercatanti mori; il signor d'essa  gentile. Le genti sono di color
leonato; vanno nudi e scalzi, senza niente in testa. Questo signore  suddito
al re di Bathecala.
De l andammo in due giornate ad un'altra terra detta Onor, il re della quale 
gentile ed  suddito al re di Narsinga. Questo re  buon compagno, e tien sette
overo otto navilii, che vanno di continuo in corso a danno di chi manco pu, ed
 grandissimo amico del re di Portogallo. L'abito di queste genti  che vanno
tutte nude, salvo che portano un panno intorno alle parti inoneste. Qui si
trova riso assai ad usanza d'India, e vi si trovano alcune sorti d'animali,
cio porci salvatichi, cervi, lupi, lioni e gran quantit di uccelli differenti
dalli nostri, molti pavoni e pappagalli; sonovi ancora molte vacche, le quali
sono rosse, e hanno gran copia di castrati. Rose, fiori e frutti qui si trovano
tutto l'anno: l'aere di questo luoco  in tutta perfezione, e vivono quelle
genti pi di noi.
Appresso la detta terra di Onor  un'altra terra chiamata Mangolor, nella quale
si cargano cinquanta overo sessanta navi di riso. Gli abitatori di essa sono
gentili e mori; il viver, i costumi e l'abito  come di sopra dicemmo. De qui
partitici, andammo ad un'altra citt chiamata Canonor.


Di Canonor, citt grandissima in India.

Canonor  una bella e grande citt, nella quale il re di Portogallo tien un
fortissimo castello. Il re di questa citt  assai amico del re di Portogallo,
ancora che egli sia gentile. Questo Canonor  il porto dove si scaricano li
cavalli che vengono dalla Persia, ed  da sapere che ogni cavallo paga
venticinque ducati per gabella, e poi vanno in terra ferma alla volta di
Narsinga. In questa citt stanno molti mercatanti mori. E quivi non nasce grano
n uva n frutto alcuno ad usanza nostra, salvo cetrioli e zucche; qui non si
mangia pane, cio per li nativi della terra, ma mangiano riso, pesce, carne e
noci del paese. Quando sar tempo, diremo della lor fede e costumi, perch
vivono ad usanza di Calicut. Qui cominciano a trovarsi le speziarie, cio pepe,
zenzero, cardamomo e mirabolani e alcuna poca di cassia. Questa terra non 
murata intorno; le case son triste. E qui ancora si trovano molti frutti
differenti dalli nostri, e sono assai migliori, e al suo luoco dir della loro
similitudine.
Il paese  forte da combattere, perch tutto  pieno di cave fatte per forza.
Il re di questa terra fa cinquantamila Naeri, cio gentiluomini, li quali per
combattere usano spade, rotelle, lance, archi e artigliaria. E' pi vanno nudi
e scalzi, con un panno intorno, senza niente in testa, salvo che quando vanno
alla battaglia portano un cappelletto intorno alla testa, di color rosso,
ligato con una fascia che li d due volte intorno, e portano tutti la legatura
ad un modo. Qui non si adoperano cavalli n muli n camelli n asini; adoperasi
qualche elefante, ma non per combattere. E in altro luoco si dir de una
fortezza che 'l re di Canonor fece contra i Portogallesi. Questa terra  di
gran tratto, e ogni anno sogliono venire dugento navilii di diversi paesi.
Passati alquanti giorni, pigliammo il cammino verso il reame di Narsinga, e
camminammo quindeci giornate per terra ferma alla volta di levante, e arrivammo
ad una citt chiamata Bisinagar.


Di Bisinagar, citt fertilissima del reame di Narsinga in India.

La detta citt di Bisinagar  del re di Narsinga, ed  grandissima e con forti
muraglie, situata in una costa di monte e di circuito di sette miglia intorno,
e ha tre cerchi di mura.  terra di gran mercanzia e molto fertile, dotata di
tutte le gentilezze possibili ad essere. Ha il pi bel sito e il pi bello aere
che mai si vedesse, con certi luochi da cacciagioni molto belli, e similmente
da uccellare, di modo che pare un altro paradiso. Il re di detta citt 
gentile con tutto il suo reame, cio idolatri, ed  potentissimo e tiene
continuamente quarantamila uomini da cavallo. Ed  da sapere che uno cavallo
vale almanco trecento, quattrocento e cinquecento pardai, e alcuni sono
comprati ottocento pardai, perch li cavalli non nascono l, e manco vi si
trovano cavalle femine, perch quelli re che tengono li porti del mare non le
lassano menare. Tiene ancora il prefato re quattrocento elefanti, quali gli
adopera quando vuol far guerra, e molti camelli, dromedarii, che corrono molto
velocemente in ogni bisogno del re.


Della natura degli elefanti.

E a questo proposito mi par luoco molto opportuno di narrar qualche cosa della
natura degli elefanti, per la promessa ch'io ho fatta di sopra: e cos io dico
che 'l detto animal  di tanto ingegno, discrezion e memoria, che vi manca poco
ad esser animal razionale, e ha la maggior forza che animal che sia sopra la
terra. Gl'Indiani, quando voglion andar alla guerra, mettono al detto animal
una bardella, al modo che portano li muli del reame di Napoli, stretta di sotto
con due catene di ferro: sopra la detta bardella porta per ogni banda una cassa
grande di legno molto forte, e per ogni cassa vanno tre uomini. E infra le
casse e il collo dell'elefante mettono un tavolone grosso mezzo palmo, e infra
le casse e sopra il tavolone va un uomo a cavallo, il qual parla allo elefante,
perch gli ha pi sentimento e maggior memoria che animale che sia nel mondo, e
intende tutto ci che se li dice: e questo si cognosce vedendo il piacer che 'l
si prende di esser laudato. S che sono in tutto sette persone che vanno sopra
detto elefante, e vanno armati con camicie di maglia e con archi e lance, spade
e rotelle, e similmente armano l'elefante di maglia, massime la testa e la
tromba, e alla tromba legano una spada lunga due braccia, grossa e larga quanto
 la mano d'un uomo. E cos combattono, e quello che li va sopra il collo li
comanda: "Va' innanzi", o: "Torna indrieto", "Da' a questo", "Da' a quello",
"Non li dar pi", e questo intende come se fusse una persona umana. Ma se pur
alcuna volta si mettano in rotta, non gli possono ritenere, e di questo n'
causa il fuoco, perch queste generazioni di genti sono grandissimi maestri di
far fuochi artificiati, e questi animali temono molto il fuoco e per questo
rispetto, come lo vedono, si mettono molto in fuga. Ma in ogni modo gli  il
pi discreto e pi intelligente animal che sia nel mondo, e anco il pi
possente.
Io ho visto tre elefanti mettere una nave di mare in terra, in questo modo
ch'io vi dir. Essendo io in Canonor, alcuni mercatanti mori varorono una nave
in terra in questo modo, ad usanza de' cristiani. Varano la nave con la prova
innanzi, e qui mettono il costato della nave innanzi, e sotto la detta nave
mettono tre legni grandi: e dalla banda del mare viddi tre elefanti
inginocchiarsi in terra e con la testa spinger la nave in secco. E perch molti
dicono che l'elefante non ha giunture nelle gambe, e che per questo non possono
inginocchiarsi, dico per certo che le hanno come cadaun altro animal, ma nella
ultima parte della gamba. Vi dico pi che la elefanta femina  molto pi feroce
e assai pi superba che non il maschio, e alcune delle femine sono lunatiche.
Li detti elefanti sono grossi per tre buffali, e hanno il pelo buffalino e gli
occhi porcini e la tromba lunga fino in terra: e con quella si mette il
mangiare in bocca e similmente il bere, perch la bocca sua l'ha sotto la gola,
e quasi come un porco overo sturione. E questa tromba  busa dentro, e con
quella li ho pi volte visto pigliare un quattrino di terra, e anco tirare una
rama d'un arbore, la qual noi, che eravamo ventiquattro uomini, con una corda
non la potevamo tirare a terra, e l'elefante la tir a tre tirate. Li duoi
denti che si veggono sono nella mascella di sopra; l'orecchie sono duoi palmi
per ogni verso e in alcuni pi, in alcuni manco. Le gambe sue sono quasi grandi
di sotto come di sopra; li piedi sono rotondi, come un grandissimo tagliero da
tagliar carne, e intorno al piede tiene cinque onghie e ciascuna  grande come
una scorza di ostrega. La coda  lunga come quella d'un buffalo, cio cerca tre
palmi, e ha pochi peli e rari. La femina  pi piccola che 'l maschio.
L'altezza dell'elefante  diversa, perch n'ho visto assai 13 e 14 palmi alti,
e ne ho cavalcati alcuni di detta altezza, e dicono che se ne trovano di
quindeci palmi e pi d'altezza. Lo andar suo  molto lento, e chi non l'ha
accostumato non li pu stare a cavallo, perch fa voltare lo stomaco come se
andasse per mare; gli elefanti piccoli vanno portanti come una mula ed  una
gentilezza a cavalcarli. E quando si vuol cavalcar, esso elefante abbassa una
gamba di drieto e per quella gamba si monta suso: pur bisogna che vi aiutiate o
facciate aiutar al montare. Ed  da sapere che 'l detto elefante non porta n
briglia n cavezza, n cosa alcuna legata nella testa. Quando vuol congiungersi
con la femina e generare, va in luoco secreto, cio nell'acqua in certi paludi,
mostrando la quasi vergogna di esser veduto: e si congiungono come fanno gli
uomini e le donne, ancora che molti dicono che si congiungano al contrario uno
con l'altro. E in alcuni paesi ho visto che 'l pi bel presente che si possi
far ad un re  la verga d'un elefante, la quale il re mangia come cosa preziosa
e di gran conto, perch in alcuni paesi un elefante vale cinquecento ducati e
in altri val mille e duemila ducati. S per conclusione dico che ho visto
alcuno elefante che ha pi ingegno e pi discrezione e sentimento che non han
molte sorte di genti che ho ritrovato.


Del re di Narsinga, e delli costumi delli popoli a lui soggetti, e della moneta
che 'l fa battere.

Questo re di Narsinga  il pi gran re che mai abbia sentito nominare, s di
tesoro come per molti regni a lui soggetti. Questa citt  in bellezza e sito
molto simile a Milano, ma quello  in piano e questa nella costa de un monte:
quivi  il seggio del re e li reami suoi stanno intorno, come saria il reame di
Napoli e come la citt di Venezia, di modo ch'egli ha il mare da due bande.
Dicono li suoi Bramini, cio sacerdoti, ch'egli ha ogni giorno dodecimila
pardai di entrata; ha sempre molta gente a ordine, perch combatte di continuo
con diversi re mori e gentili. La fede sua  idolatra, e adorano il diavolo
come fanno quelli di Calicut: quando sar tempo, diremo in che modo l'adorano;
loro vivono come gentili. L'abito suo  questo: gli uomini da conto portano una
camicia curta, e in su la testa una tocca alla moresca di molti colori, e in
piede non portano cosa alcuna; il popolo minuto vanno tutti nudi, salvo che
intorno le parti inoneste portano un panno. Il re porta una berretta di brocato
d'oro lunga duo palmi, e quando va in guerra porta una vesta imbottita di
bombagio, e sopra questa porta un'altra vesta piena di piastre d'oro, e intorno
 piena di gioie di pi sorte. Il suo cavallo vale pi che alcuna citt delle
nostre, per rispetto degli adornamenti ch'ei porta di gioie e altre pietre
preziose. Quando cavalca a piacere over alla caccia, vanno sempre con lui tre
over quattro re e molti signori, e 5 over 6 mila cavalli, per il che si pu
considerare costui esser potentissimo signore. La sua moneta sono pardai d'oro,
come ho detto, di valuta circa di un ducato d'oro, e batte ancora moneta
d'argento, chiamata fanon, qual val mezzo marcello d'argento in circa; ha
moneta di rame detta cas, e sedeci di queste valeno per un fanon, che venir un
cas ad esser circa un quattrino d'Italia.
In questo reame si pu andare securamente per tutto, ma bisogna guardarsi
d'alcuni lioni che sono pel cammino. Del viver suo non vi dico al presente,
perch lo dechiarir quando saremo in Calicut, per esser un medesimo vivere.
Questo re  grandissimo amico de' cristiani, massime del re di Portogallo,
perch d'altri cristiani non ha molta cognizione. Le terre sue fanno
grandissimo onore a' Portoghesi, quando vi arrivano.
Visto che avemmo per alcuni giorni questa citt tanto nobile, tornammo alla
volta di Canonor, e poi che vi fummo arrivati, de l a tre giorni pigliammo il
cammino per terra e andammo ad una altra citt chiamata Tromapatan.


Di Tromapatan, citt d'India, e di Pandarane e Capogatto.

Tromapatan  distante da Canonor dodici miglia, ed  signor di questa uno
gentile. La terra non  molto ricca, ed  appresso al mare un miglio e ha una
fiumara non molto grande: qui sono molti navilii di mercatanti mori. Le genti
della terra vivono miseramente, e la maggior ricchezza che sia qui sono noci di
India, e di queste mangiano con un poco di riso. Hanno abbondanzia assai di
legname per far navi. In questa terra sono cerca quindecimila Mori, e sono
sottoposti al soldano overo al signore gentile. Non vi dico il suo vivere al
presente, perch in Calicut vi sar descritto, per esser tutta una medesima
fede. In questa citt non sono troppo buone case, perch una casa val mezzo
ducato, come vi dir pi avanti.
Qui stemmo duoi giorni, e poi partimmo e andammo ad una terra chiamata
Pandarane, distante da questa una giornata, la qual  sottoposta al re di
Calicut, ed  terra assai trista e non ha porto. A riscontro di detta citt tre
leghe in circa v' una isoletta disabitata. Il viver e costumi di questa citt
sono ad usanza di Calicut, ed  citt non piana, ma terra alta. Di qui ci
partimmo e andammo ad un altro luoco chiamato Capogatto, il quale pur 
sottoposto al re di Calicut. Questa terra ha un bellissimo palazzo fatto
all'antica, e ha una fiumara piccola verso mezzod, ed  appresso a Calicut
quattro leghe. Qui non  cosa da dire, perch vanno pure alli costumi e stili
di Calicut.
Di qui ci partimmo e andammo alla nobilissima citt di Calicut. Io non vi ho
scritto del vivere, costumi, fede, iustizia, abito e paese di Cevul e Dabul, di
Bathicala, n del re di Onor, n di Mangalor, n di Canonor, e manco del re di
Cocchin, del re di Caicolom, n di quello di Colan, e manco ho detto del re di
Narsinga. Ora vi voglio dire qui in Calicut, perch'egli  il pi degno re di
tutti questi sopra detti, e chiamasi Samoryn, che vien a dire in lingua gentile
"Dio in terra".

LIBRO SECONDO DELL'INDIA

Essendo noi arrivati a Calicut, che  il principal capo dell'India, cio il
luoco nel qual  posto la maggior dignit dell'India, n'ha parso por fine al
primo libro e dar principio al sequente, s per porgere ad ogni benigno lettore
cose di maggior dignit e consolazione, come acci che egli con la sua umanit
ne dia favor e aiuto nel cammino di questo nostro viaggio, e il suo piacere
accreschi le forze del nostro ingegno: pur sottomettendo ogni cosa che si dir
di ci al giudicio di quegli uomini i quali forse hanno veduto pi paesi di me.


Di Calicut, citt grandissima d'India.

Calicut  in terra ferma e il mar batte nelle mura delle case. Qui non  porto,
ma appresso un miglio dalla terra verso mezzogiorno v' una fiumara, la quale 
stretta al sboccare in mare e non ha pi che cinque o sei palmi d'acqua: e
questo per causa che la si divide in molti rami, quali si destendono per quelle
pianure e adacquano molti campi e orti; volta poi la detta fiumara verso la
citt di Calicut e passa per mezzo di quello. Questa citt non ha mura intorno,
ma dura l'abitazione stretta cerca un miglio e poi sono le case larghe, cio
separate l'una dall'altra: e questo per paura del fuoco overo per non saper
edificarle; e durano cerca sei miglia e sono molto triste, e le mura sono alte
quanto un uomo a cavallo, e sono la maggior parte coperte di foglie e senza
solaro. La causa  questa, che cavando la terra quattro o cinque palmi si trova
l'acqua, la qual non lassa far li fondamenti che possino sostener muri grossi,
e per questa cagione non si ponno far grandi le abitazioni. Pur una casa d'un
mercatante vale 15 o 20 ducati; le case del popol minuto vagliono mezzo ducato
l'una, un ducato e duoi ducati al pi.


Del re di Calicut e della religione.

Il re di Calicut  gentile e adora il diavolo nel modo che intenderete. Loro
confessano che un Dio ha creato il cielo e la terra e tutto il mondo, ed  la
prima causa in tutte le cose; e dicono che s'ei volesse giudicare voi e me e il
terzo e 'l quarto, che non averia piacer alcuno d'esser signore, ma ch'egli ha
mandato questo spirito suo, cio il diavolo, in questo mondo a far giustizia, e
a chi fa bene ei li fa bene, e a chi fa male ei li fa male: essi lo chiamano il
Deumo e Dio lo chiamano Tamerani. E questo Deumo il re di Calicut lo tiene
nella sua cappella in questo modo: la sua cappella  larga duoi passi per ogni
quadro e alta 4 passi, con una porta di legno tutta intagliata di diavoli di
rilievo; in mezzo di questa cappella v' un diavolo fatto di metallo, qual
siede in una sedia pur di metallo. Il detto diavolo tiene una corona fatta a
modo del regno papale con tre corone, e tiene ancora quattro corna e quattro
denti, con una grandissima bocca aperta, con naso brutto e occhi terribilissimi
e che guardan crudelmente, e le mani sono incurvate a modo d'uno uncino, li
piedi a modo d'un gallo: per modo che a vederlo  una cosa molto spaventosa.
Intorno alla detta cappella le sue pitture sono tutte diavoli, e per ogni
quadro di essa v' uno satanas posto a sedere in una sedia, la qual  posta in
una fiamma di fuoco, nel quale sta gran quantit di anime lunghe mezzo dito e
uno dito della mano: il detto satanas con la man dritta tiene una anima in
bocca mangiandola, e con l'altra mano ne piglia una altra dalla banda di sotto.
Ogni mattina li Bramini, cio sacerdoti, vanno a lavare il detto idolo tutto
quanto con acqua odorifera, e poi lo profumano e, come l'hanno profumato,
l'adorano. E alcuna volta fra la settimana li fanno sacrificio in questo modo:
hanno una certa tavoletta fatta e ornata in modo di uno altare, alta da terra
tre palmi, larga quattro e lunga cinque, la qual tavola  molto bene ornata di
rose, fiori e altre gentilezze odorifere, sopra la quale mettono sangue di
gallo e carboni accesi in un vaso d'argento, con molti profumi di sopra; hanno
poi un turibulo col quale incensano intorno al detto altare, e una campanella
d'argento la qual sonano molto spesso. Tengono in mano un cortello d'argento,
col quale hanno ammazzato il gallo, e quello intingono nel sangue, e lo mettono
alcuna volta sopra il fuoco, e alcuna volta lo pigliano, e fanno alcuni atti
come colui che vuol giocare di schirmia: e finalmente abbruciano tutto quel
sangue, stando continuamente candele di cera accese. Il sacerdote che vuol fare
il sacrificio mette alle braccia, alle mani e a' piedi alcuni manigli
d'argento, li quali fanno grandissimo romore, come sonagli, e porta al collo
uno pentacolo (quello che si sia non so). E quando ha fornito di fare il
sacrificio, piglia tutte due le mani piene di grano e si parte dall'altar e va
all'indrieto, sempre guardando all'altare, infino che arrivi appresso a uno
certo arbore: e quando  giunto all'arbore, ei getta quel grano per sopra la
testa, alto tanto quanto pu sopra dell'arbore, poi ritorna e lieva ogni cosa
dell'altare.


Come  il mangiare del re di Calicut e le cerimonie che usano.

Il re di Calicut quando vuol mangiare usa questi costumi, che 'l cibo che deve
mangiare il re lo pigliano quattro Bramini delli principali e lo portano al
diavolo, ma prima l'adorano in questo modo: alzano le mani gionte sopra la
testa sua, e poi tirano le mani a s con la man serrata e levano in su il dito
grosso della mano, e poi li presentano quel mangiare qual si ha a dare al re e
cos stanno tanto quanto pu mangiare una persona. E poi li detti Bramini
portano quel cibo al re, e questo fanno solamente per far onore a quell'idolo,
acci che paia ch'el re non voglia mangiare se prima non  stato presentato al
Deumo. Questo mangiare si pone in un bacino di legno, nel quale sta una
grandissima foglia di arbore, e sopra questa foglia v' posto il detto
mangiare, che  riso e altre cose. Il re mangia in terra senza alcuna altra
cosa e, quando mangia, li Bramini stanno in piedi tre o quattro passi lontani
dal re con gran reverenzia, e stanno abbassati con le mani innanzi alla bocca e
piegati in la schiena; e mentre che il re parla, nessun debbe parlare, e stanno
con gran reverenzia ad ascoltare le sue parole. Fornito ch'ha il re di
mangiare, li detti Bramini pigliano quel cibo che avanza al re e lo portano in
un cortile e lo posano in terra, ed essi Bramini battono tre volte le mani
insieme: e a questo sbattere viene una grandissima quantit di cornacchie negre
a questo cibo e se lo mangiano. Queste cornacchie sono usate a questo, e sono
libere e vanno dove vogliono e non gli  fatto male alcuno.


Delli Bramini, cio sacerdoti di Calicut.

 cosa conveniente ancora e dilettevole intender chi sono questi Bramini:  da
sapere che sono li principali della fede, come appresso de noi sono li
sacerdoti. E quando il re piglia moglie, cerca il pi degno e pi onorato che
sia di detti Bramini e fallo dormire la prima notte con la moglie sua, accioch
la svergini: non crediate che 'l Bramino vada volentieri a far tal opera, anzi
bisogna che 'l re paghi 400 over 500 ducati. E questo usa il re solo in
Calicut, e non altra persona.
Ora diremo di quante sorti di genti sono in Calicut.


Delli gentili di Calicut e di quante sorti siano.

La prima sorte de gentili che sono in Calicut si chiaman Bramini, che sono come
sacerdoti e di maggior estimazione che cadaun altro. La seconda Naeri, li quali
sono come appresso di noi li gentiluomini: e questi sono obligati a portar la
spada e la rotella, o archi o lance, quando vanno per la strada, e non portando
l'arme non sariano pi gentiluomini. La terza sorte de gentili si chiamano
Tiva, che sono artigiani. La quarta si chiamano Mechor, e questi sono
pescatori. La quinta si chiamano Poliar, li quali raccolgono il pepe, il vino e
le noci. La sesta si chiamano Hitava: questi seminano e raccolgono il riso.
Queste due ultime sorti di genti, cio Poliar e Hitava, non si ponno accostar
alli Naeri n alli Bramini a cinquanta passi, salvo se non fussero chiamati
dalli detti. E sempre vanno per luochi occulti e per paduli, e quando vanno per
li detti luochi sempre vanno gridando ad alta voce: e questo fanno per non
scontrarsi con li Naeri overo con li Bramini, perch, non gridando, e andando
alcuni de' Naeri a veder li suoi frutti e scontrandosi con le dette
generazioni, i prefati Naeri li possono ammazzare senza pena alcuna, e per
questo rispetto sempre gridano. S che avete inteso le sei sorti de gentili.


Dell'abito del re e della regina e degli altri di Calicut, e del loro mangiare.

L'abito del re e della regina e di tutti gli altri nativi del paese  che vanno
nudi e scalzi, e portano un panno di bombagio overo di seta intorno alle parti
inoneste, senza altro in testa, salvo alcuni mercatanti mori, li quali portano
una camisola curta fino alla centura: ma tutti li gentili vanno senza camicia,
e similmente le donne vanno nude e scalze come gli uomini, e portano le treccie
lunghe. Il mangiar del re e delli gentiluomini, non mangiano carne senza
licenzia delli Bramini; ma l'altre sorti di genti mangiano d'ogni carne,
eccetto carne di vacca, e quelli che si chiamano Hitava e Poliar mangiano
sorici e pesce secco al sole.


De quelli che succedeno dopo la morte del re e delle cerimonie che si fanno.

Morto il re e avendo figliuoli maschi, overo nepoti da canto del fratello, non
rimangono re li figliuoli n il fratello n li nepoti, ma resta erede, cio re,
il figliuolo di una sua sorella; e non vi essendo figliuoli di detta sorella,
resta re il pi congiunto al re: e questo perch li Bramini hanno la virginit
della regina. E similmente, quando cavalca il re fuori della terra, li detti
Bramini (se ben fusse di venti anni il Bramino) restano in casa a guardia della
regina, e il re ha di somma grazia che detti Bramini usino con la regina quante
volte li piace: per questo rispetto dicono che la sorella e lui  certo che
sono nati tutti d'un corpo medemo, ed  pi sicuro delli figliuoli di quella
che delli figliuoli suoi, e per questa causa la eredit per li ordini del regno
viene alli figliuoli della sorella.
Similmente, dapoi la morte del re, tutti quelli del regno si radono la barba e
la testa, salvo pure alcune parti della testa e similmente della barba, secondo
la volont delle persone; e ancora li pescatori non possono pigliar pesce per
otto giorni. E quando muore un parente stretto del re, similmente si osservano
questi modi, e il re si piglia per devozione di non dormire per un anno con
donna, overamente di non mangiar betole, le quali sono come foglie di aranzi,
le quali usano loro di continuo a mangiare: e queste sono tanto a loro come a
noi le confezioni, e le mangiano pi per lussuriare che per alcuna altra cosa.
E quando mangiano le dette foglie, mangiano con esse un certo frutto che si
chiama coffolo, e l'arbore del detto coffolo si chiama areca, ed  fatto a modo
d'un piede di dattalo e fa li frutti a quel modo; e similmente mangiano con le
dette foglie certa calcina di scorze d'ostreghe, le quali loro chiamano
cionama.


Come li gentili alcuna volta scambiano le loro mogli.

Li gentiluomini e mercatanti gentili hanno fra loro tal consuetudine, che, se
alcuna volta sono duoi mercanti che siano molto amici e che si amino, e ciascun
di loro abbia moglie, l'un mercante dice all'altro in questo modo: "Or non
siamo stati noi lungo tempo amici?" L'altro risponde: "Veramente s, che io son
stato tanto tempo tuo amico, e con tanto amor che pi non potria esser". Dice
il primo: "Di' tu la verit, che sei veramente mio amico?" Risponde l'altro:
"S, per certo". Dice il primo: "Per Dio?" L'altro risponde: "Per Dio". Dice il
primo: "Cambiamo adunque la tua donna, che io ti dar la mia". Risponde
l'altro: "Di' tu da senno?" Dice il primo: "S, per Dio". Risponde quell'altro
e dice: "Vieni a casa mia". E poi ch' arrivato a casa chiama la sua donna e le
dice: "Donna, vien qua: va' con questo, che egli  tuo marito". Risponde la
donna: "Perch? Di' tu il vero, per Dio?" Risponde il marito: "Dico il vero".
Dice la donna: "Piacemi, io vado". E cos se ne va col suo compagno alla casa
sua. Lo amico suo dice poi alla sua moglie che vada con quell'altro, e a questo
modo cambiano le mogli, e li figliuoli rimangono a ciascuno li suoi. Fra le
altre sorti di gentili una donna tiene cinque, sei e sette mariti, otto ancora,
e un dorme con lei una notte, l'altro l'altra notte; e quando la donna fa
figliuoli, ella dice qual  figliuol di questo e qual di quello, e cos loro
stanno al detto della donna.


Del vivere e della giustizia de' gentili.

I detti gentili mangiano in terra in un bacino di metallo e per cucchiaro usano
una foglia d'arbore, e mangiano di continuo riso e pesce e spezie e frutti. Le
due sorti di villani mangiano con la mano nella pignatta, e quando pigliano il
riso della pignatta, fanno di quel riso una pallotta e poi se la mettono in
bocca.
Cerca la giustizia che si usa fra costoro,  che, se uno amazza un altro a
tradimento, il re fa pigliare un palo lungo quattro passi, ben apuntato, e
appresso la cima due palmi fa mettere duoi bastoni in croce nel detto palo, e
poi fa mettere il detto legno in mezzo della schiena del malfattore, e passali
il corpo, e vien a giacere sopra quella croce e in tal modo si muore: e questo
martirio lo chiamano uncalver. E se alcuno d delle ferite over bastonate a un
altro, il re lo fa pagar danari e cos lo assolve. E quando alcuno deve avere
danari da un altro mercatante, apparendo alcuna scrittura delli scrittori del
re, il quale ne tiene ben cento, tengono questo stile. Poniamo caso che uno mi
abbia a dare venticinque ducati, e molte volte mi prometta di darli e non li
dia: non volendo io pi aspettare n farli termine alcuno, vado al principe
delli Bramini, che son ben cento, qual, dapoi che si aver molto ben informato
ch' la verit che colui mi  debitore, mi d una frasca verde in mano, e io
vado pian piano drieto al debitore e con la detta frasca vedo di farli un
cerchio in terra circondandolo; e se lo posso giugnere nel circolo, li dico tre
volte queste parole: "Io ti comando, per la testa del maggior delli Bramini e
del re, che non ti parti di qui se non mi paghi e mi contenti di quanto debbo
avere". Ed egli mi contenta, over morir prima da fame in quel luoco, ancor che
niuno lo guardi; e s'egli si partisse del detto circolo e non mi pagasse, il re
lo faria morire.


Dello adorare delli gentili e del suo mangiare.

La mattina a buon'ora questi gentili si vanno a lavare ad uno tanco, il qual
tanco  come una fossa d'acqua morta, e come sono lavati non possono toccare
persona alcuna fin che non hanno fatto l'orazione all'idolo, e questo  in casa
sua. E fannola in questo modo: stanno col corpo stesi in terra, e stanno molto
secreti, e fanno certe arti diaboliche con gli occhi stravolti e con la bocca,
movendola con certi atti spaventosi e brutti, e dura questo per un quarto
d'ora. E poi vien l'ora del mangiare, e non possono mangiare se 'l cucinato non
 fatto per mano d'un gentiluomo, perch le donne non cucinano se non per loro.
E per questo usano li gentiluomini di aver cura del mangiare, e le donne non
attendono ad altro, n hanno altro pensiero, che di lavarsi e profumarsi per
piacere agli uomini. E ogni volta ch'el marito vuol usar con la donna, ella
subito si lava e profuma molto delicatamente; nondimeno vanno sempre odorifere
e tutte piene di gioie, cio alle mani, all'orecchie, alli piedi e alle
braccia, che  cosa bella a vedere.


Del combattere di quelli di Calicut, e di diversi altri loro costumi, e di
quante citt e paesi vi si trovano mercanti in detta citt.

Per ordinario ogni giorno si scrima con spade, rotelle e lance, e per questo
hanno molti boni maestri scrimitori. E quando vanno in guerra, il re di Calicut
tiene continuamente centomila persone a piedi, perch qui non si usano cavalli,
ma vi sono alcuni elefanti deputati per la persona del re, alcuni altri per
suoi gentiluomini. E tutte le genti portano una binda di seta legata in testa,
di colore vermiglio, e portano spade, rotelle, lance e archi. Il stendardo over
bandiera del re  non so che cosa rotonda fatta di foglie di arbore, tessute
una con l'altra a modo di un fondo di botte: e lo portano in cima di una canna,
e con quello vanno faccendo ombra alla testa del re. E quando sono in
battaglia, e uno esercito  lontano dall'altro duoi tiri di balestra, il re
dice alli Bramini: "Andate nel campo de' nimici, e dite al re che venga con
cento delli suoi Naeri, e io ander con cento delli miei". E cos vengono l'uno
e l'altro alla met del cammino e cominciano a combattere in questo modo: se
ben combattessero tre giorni, mai si dariano di ponta, ma sempre danno duoi
mandritti alla testa e uno alle gambe. Quando sono morti quattro o sei d'una
delle parti, li Bramini entrano nel mezzo e fanno ritornare l'una e l'altra
parte al campo suo. E subito vanno agli eserciti d'ambe le parti e dicono: "Ne
volete pi?" Risponde il re: "No", e cos fa la parte adversa. E a questo modo
combattono a cento per cento, e questo  il loro combattere.
Il re alcuna volta cavalca gli elefanti e alcuna volta lo portano li Naeri, e
quando lo portano sempre vanno correndo, e sempre vanno avanti del detto re
molti instrumenti sonando. E alli detti Naeri li d per ciascuno di soldo
quattro carlini al mese, e a tempo di guerra li d mezzo ducato, e di questo
soldo vivono. Queste genti hanno li denti negri, per rispetto di quelle foglie
di betole che vi dissi che mangiano. Morti che sono li Naeri, gli fanno
abbruciare in un luogo cavato con grandissima solennit, e alcuni salvano
quella cenere; ma del popol minuto dapoi la morte, alcuni li sepelliscono
dentro della porta della sua casa, e altri davanti alla casa sua, alcuni altri
nelli loro pi belli giardini. Le monete della detta citt sono battute qui
com'io vi dissi in Narsinga.
Nel tempo ch'io mi ritrovai in Calicut, vi stavano grandissima quantit di
mercatanti di diversi reami e nazioni. Essendo pur desideroso di saper donde
erano tante diverse persone, fummi detto che quivi erano infiniti mercatanti
mori e di Malacca, di Banghalla e di Tarnassari, di Pego, di Giormandel, di
Zeilam, e gran quantit dell'isola di Sumatra, di Colon e di Caicolon,
assaissimi di Bathacala, di Dabuli, di Cevul, di Cambaia, di Guzerati, di Ormus
e della Mecca; ve n'erano ancora della Persia e dell'Arabia Felice, parte della
Soria e della Turchia, e alquanti dell'Etiopia e di Narsinga: di tutti questi
reami v'erano mercatanti al tempo mio in Calicut. La gente natural di questa
terra non navigano molto per il mondo, ma li Mori sono quelli che trattano le
mercanzie, perch in Calicut sono ben quindecimila Mori, li quali sono per la
maggior parte nativi della terra e fanno mercanzia.


Delle navi di Calicut e a che tempo navicano, e della diversit delle stagion
dell'anno, e quante sorti di navilii hanno.

Parmi assai conveniente e a proposito il dichiararvi come navigano queste genti
per la costa di Calicut, e in che tempo, e come facciano li suoi navilii.
Costoro adunque fanno primamente li suoi navilii di quattrocento overo
cinquecento botte l'uno, i quali non hanno coperta. E quando fanno li detti
navilii, infra una tavola e l'altra non mettono stoppa in modo alcuno, ma
congiungono tanto bene quelle tavole che tengono l'acqua benissimo; e poi
mettono la pegola di fuori e vi mettono grandissima quantit di chiodi di
ferro. Non crediate per che loro abbiano carestia di stoppa, anzi ve n'
portata in abbondanza d'altri paesi, ma non la costumano per navilii. Hanno
costoro ancora buon legname come noi e in maggior abbondanza. Le vele di queste
sue navi sono di bombagio, e portano al piede di dette vele un'altra antenna, e
quella spingono fuori quando sono alla vela per pigliar pi vento, s che loro
portano due antenne e noi ne portiamo una sola. Le sue ancore sono di marmo,
cio un pezzo di marmo lungo otto palmi e duoi per ogni verso, e il detto marmo
porta due corde grosse attaccate, e queste sono le sue ancore.
Il tempo della navigazione  questo: dalla Persia in fino al capo di Cumeri,
ch' lontano da Calicut otto giornate per mare alla volta di mezzogiorno, si
pu navigar per mesi otto dell'anno, cio da settembre infino per tutto aprile;
e poi, dal primo d di maggio per fino a mezzo agosto, bisogna guardarsi da
questa costa, perch fa grandissima fortuna e gran controversia di mare. Ed 
da sapere che in questo paese le stagion de' tempi sono contrarie alle nostre,
perch quando qui da noi per causa della gran forza del sole tutte le piante si
seccano, allora in detto paese le sono verdi e fresche per la grande acqua che
vi piove, perch maggio, giugno, luglio e agosto, notte e giorno sempre piove:
non che piova continuamente, ma ogni notte e ogni giorno piove, e poco sole si
vede in questo tempo. Gli altri sei mesi mai non piove. Alla fine d'aprile si
partono dalla costa di Calicut e passano il capo di Cumeri, ed entrano in
un'altra navigazione, la quale  secura per questi quattro mesi, e vanno con
navilii piccoli per spezie minute.
Il nome delli suoi navilii: alcuni si chiamano zambuchi, e questi sono piani di
sotto; alcuni altri che sono fatti al modo nostro, cio di sotto, e si chiamano
ciampane; alcuni altri navilii piccoli si chiamano parao, e sono legni di 10
passa l'uno. Tutti sono d'un pezzo e vanno con remi da canna, e l'arboro 
ancor di canna. V' un'altra sorte di barchette piccole chiamate almadie, e
sono pur tutte d'un pezzo. Ancora v' un'altra sorte di navilii, i quali vanno
a vela e remi e sono fatti tutti d'un pezzo, di lunghezza di dodici e tredici
passa l'uno, hanno la bocca stretta (non vi possono andar 2 uomini a paro, ma
convien andar uno innanzi all'altro) e sono aguzzi da tutte due le bande: i
quali navilii si chiamano caturi, e vanno a vela e remi pi che galea o fusta o
brigantino.
Questi tali che adoperano simil navilii sono corsari di mare, e questi caturi
si fanno ad una isola qui appresso, detta Porcai.


Del palazzo del re di Calicut e del tesoro grande che 'l tiene.

Il palazzo del re  circa un miglio di circuito. Le mura sono molto basse, come
dissi di sopra, con tramezzi alle camere bellissimi di legname, intagliati di
diavoli di rilievi. Il piano della casa  tutto imbrattato con sterco di vacche
per onorificenzia, e ogni parte di questo palazzo val pi di ducati 20. Gi vi
dissi la cagione che non si possono fondare le muraglie, per rispetto
dell'acqua che cavando si trova subito. Non si potria stimare le gioie e perle
che porta il re, bench nel tempo mio stava malcontento per rispetto ch'era in
guerra col re di Portogallo, e ancora perch'egli avea il mal franzoso, e avealo
nella gola. Nondimeno portava tante gioie nell'orecchie e nelle mani, nelle
braccia, ne' piedi e nelle gambe, che era cosa mirabile a vedere. Il tesoro suo
sono due magazzeni di verghe d'oro e moneta stampata d'oro, le quali dicevano
molti Bramini, che sono quelli che hanno la cura del governo e sanno tutti li
secreti del re, che non lo portariano cento muli carichi; e dicono che questo
tesoro  stato lasciato da 10 o 12 re passati, e hannolo lasciato per li
bisogni e fortezza della republica e del suo regno. Dicesi ancora questo re di
Calicut aver una cassetta, lunga tre palmi e alta un palmo e mezzo, piena di
gioie di pi sorti che valeano prezii inestimabili.


Del pepe, giengevo, mirabolani, che nascono in Calicut.

Nel territorio di Calicut si trovano molti arbori di pepe, e dentro della citt
ne sono ancora, ma non in molta quantit. Il piede di questi arbori  a modo
d'una vite sottile, cio piantata una pianta appresso qualche altro arbore,
perch da se stesso non potria star dritto, s come la vite. Questo arbore 
molto simile e fa come l'edera, che si abbraccia e va tanto in alto quanto  il
legno o arbore dove si possi abbrancare. La detta pianta fa gran quantit di
rami, li quali sono di duoi o di tre palmi lunghi; le foglie di questi rami
sono come quelle di aranci, ma sono pi asciutte, e dal riverso sono piene di
vene minute. E per ciascuno di questi rami sono cinque, sei e sette raspi
lunghi un poco pi d'un dito di uomo, e sono come  l'uva passa piccola, ma pi
assettati, e sono verdi com' l'agresta. E del mese d'ottobre lo raccolgono
cos verde, e raccogliesi ancora del mese di novembre, e poi lo mettono al sole
sopra certe stuore e lo lasciano al sole per tre o quattro giorni, e diventa
cos negro come si vedde quivi da noi, senza farli altra cosa. E dovete sapere
che costoro non potano mai e manco zappano questo arboro che produce il pepe.
In questo luoco ancora nasce il zenzero, il quale  una radice, e di queste tal
radici alcune se ne trovano di quattro e di otto e dodeci onze l'una: quando la
cavano, il piede di detta radice  cerca tre o quattro palmi lungo, ed  fatta
in modo d'alcune cannuzze. E quando raccolgono detto zenzero, in quel medesimo
luogo pigliano uno occhio della detta radice, che  a modo di un occhio di
canna, e piantanlo in quel buco dove hanno cavata quella radice e con quella
medesima terra lo cuoprano: in capo dell'anno tornano a raccoglierlo e
piantanlo pure al modo predetto. Questa radice nasce in terra rossa e in monte
e in piano, come nascono li mirabolani, delli quali qui se ne trova di tutte le
sorti: il piede suo  a modo d'un pero mezzano e cargano a modo del pepe.


Di molti frutti che nascono in Calicut e fra gli altri della ciccara, che in la
India occidental chiamano pigne, e del melapolanda, che  quello che in
Alessandria chiamano muse.

Una sorte di frutti trovai in Calicut che si chiama ciccara: il piede suo  a
modo de una pianta grande spinosa, e il frutto  lungo duoi palmi over duoi e
mezzo e grosso come la coscia dell'uomo. Questo frutto nasce nel tronco che 
in mezzo della pianta, cio sotto alle frasche e spine, e parte se ne fa a
mezzo il piede. Il color del detto frutto  verde, ed  fatto come la pigna, ma
il lavoro  pi minuto; e quando comincia a maturare, la scorza vien negra e
gialla e non dura troppo dapoi raccolta, che vien fracida. Questo frutto si
raccoglie del mese di decembre e rende un odore suavissimo, e quando si mangia
par che si mangino buoni melloni moscatelli pieni di succo, e ancora che
assomigli ad un persico cotogno ben maturo: e tanta  la dilettazione e suavit
nel gusto che par che si mangi d'un favo di mele, e si sente ancora il sapore
d'uno arancio molto dolce. Per dentro del detto frutto vi sono alcune spoglie
over telette come il pomo granato, e a mio giudicio questo  il miglior frutto
che io mangiassi mai e il pi eccellente.
 quivi un altro frutto che si chiama amba; il piede suo si chiama manga.
Questo arboro  come un pero, e cargasi di frutti come il pero.  fatta questa
amba al modo di una noce delle nostre: quando  il mese di agosto  a quella
forma, e quando  matura  gialla e lustra. Questa ha un osso dentro come una
mandola secca, ed  questo frutto molto migliore che 'l pruno damasceno; e di
questo, quando egli  verde, se ne fa conserva come facciamo noi delle olive,
ma sono assai pi perfetti.
Qui si trova un altro frutto a modo d'un mellone, e ha le fette pur a quel
modo: e quando si taglia, si trovano dentro tre over quattro grani che paiono
uva overo visciole, cos agri. L'arboro di questo  di altezza d'un arboro di
pomo cotogno, e fa la foglia in quel modo. Ed  questo frutto chiamato
corcopal, il quale  ottimo da mangiare e perfetto per medicina. Trovai ancora
quivi un altro frutto, il quale  proprio come il nespolo, ma  bianco come un
pomo: non mi ricordo come si chiami il nome. Un'altra sorte ancora di frutti vi
viddi, il qual era come una zucca di colore e lungo duoi palmi, e la pi
saporosa da mangiar, perch ha tre dita di polpa, ed  assai migliore che la
zucca o il cedro per confettare, ed  una cosa molto singulare: e questo si
chiama comolanga e nasce in terra a modo di melloni.
Nasce in questo paese ancora un altro frutto molto singulare, il quale si
chiama melapolanda. Questa pianta  alta quanto un uomo o poco pi, e fa
quattro over cinque foglie, le quali sono rami e foglie: ciascuna di queste
copre un uomo dall'acqua e dal sole. Nel mezzo di questo getta un certo ramo
che fa li fiori a modo d'un piede di fave, e poi fa alcuni frutti che sono
lunghi mezzo palmo e un palmo, e sono grossi com' un'asta d'una zannetta. E
quando si vuol raccogliere il detto frutto, non aspettano ch'el sia maturo,
perch si matura in casa: e uno ramo di questi frutti ne far dugento vel
cerca, e tutti si toccano l'uno con l'altro. Di questi frutti se ne trova di
tre sorti, e la prima sorte si chiamano ciancapalon: questi sono una cosa molto
cordiale a mangiare; il color suo  un poco giallo e la scorza  molto sottile.
La seconda sorte si chiama cadelapolon, e sono molto migliori degli altri; la
terza sorte sono tristi. Queste due sorti sopradette sono buone a similitudine
delli nostri fichi, ma sono pi perfetti. La pianta di questi frutti produce
una volta e poi si secca. La detta pianta tiene sempre intorno al piede
cinquanta o sessanta figliuoli, e li padroni pigliano di mano in mano di detti
figliuoli e trapiantano, e in capo dell'anno produce il suo frutto. E quando
tagliano li detti rami che siano troppo verdi, mettono un poco di calcina sopra
li detti frutti per farli maturar presto. E di tali frutti se ne trovano d'ogni
tempo dell'anno in grandissima abbondanzia, e se ne d venti al quattrino.
Similmente qui si trovano tutti li giorni dell'anno rose e fiori
singularissimi, cio bianche, rosse e gialle.


Del pi fruttifero arboro che sia al mondo, qual  quello che fa le noci
d'India,
che si chiamano cocos.

Un altro arboro vi voglio descrivere, il migliore che sia in tutto il mondo, il
quale si chiama tenga ed  fatto a modo di un piede di dattalo. E di questo
arboro se ne cavano molte utilit, cio corde per navigare in mare, panni
sottili, quali poi che sono tinti paiono di seta, noci per mangiare, vino,
acqua, olio e zuccaro. E delle foglie che cascano, cio quando casca alcun
ramo, se ne coprono le case, e queste tengono l'acqua per mezzo l'anno. Se io
non vi dechiarassi in che modo fa tante cose, voi non lo credereste e manco
potreste intenderlo. E detto arbore fa le predette noci come saria un ramo di
dattali, e ciascun arbore fa cento o dugento di queste noci, sopra le quali vi
 una scorza, della quale se ne cava una certa cosa come bombagio o vero lino:
e questo si d acconciare alli maestri, e del fiore di questo lino ne fanno
panni sottili come di seta, e di quel grosso lo filano e fanno corde piccole, e
di piccole ne fanno grosse, e queste si adoperano per mare. Dell'altra scorza
della detta noce se ne fa carbone perfetto. Dapoi la seconda scorza v' la noce
per mangiare: la grossezza del detto frutto  come il dito piccolo della mano,
ed  miglior che la mandola. In mezzo della detta noce, come comincia a
nascere, cos si comincia a creare l'acqua dentro; e quando la noce ha la sua
perfezione, allora  piena d'acqua, per modo che vi  tal noce che aver duoi
bicchieri d'acqua, la quale  perfettissima e suavissima da bere, e quanto
alcuna cosa che l'uomo si possi immaginare. Della detta noce se ne fa oglio
perfettissimo. E cos avete da questa sette utilit.
Quando l'arbore  grande, alcuni rami non lasciano che produchin noci, ma gli
tagliano alla mit, dandoli una certa sfenditura con un coltello, e poi li
mettono sotto una zucca o vaso, dove distilla un certo liquore: e raccogliono
fra il d e la notte mezo boccale, il qual beono, e alcuni lo pongono al fuoco
e ne fanno di una, di due e tre cotte, in modo che pare una acquavita, la quale
solo ad odorarla, non che a beverla, fa alterar il cervello dell'uomo. E di
queste sorti  quel vino che si bee in questi paesi. Di un altro ramo di detto
arbore cavano similmente questo sugo e lo fanno venire in zuccaro col fuoco, ma
non  molto buono. Il detto arbore sempre ha frutti o verdi o secchi, e produce
frutti in cinque anni; e di questi arbori se ne trovan infiniti in 200 miglia
di paese e tutti hanno patroni. Per la eccellenzia e bont di questo arbore,
quando li re fanno guerra l'un con l'altro, e che sia cos crudele che si
ammazzino li figliuoli l'uno all'altro, pur alla fine fanno la pace; ma
tagliando l'un re all'altro di questi arbori, non gli saria mai in eterno data
la pace. E detto arbore vive 30 o 40 anni e molto pi, e nasce in luogo
arenoso, e piantasi quella noce, la quale come comincia a germugliare overo a
nascere,  necessario che gli uomini ogni sera la vadino a scoprire, acci che
la rugiada della notte li dia sopra, e la mattina a buon'ora poi la tornino a
coprire, perch il sole non la trovi cos scoperta: e a questo modo la cresce e
si fa grande arbore. Nel detto paese di Calicut si trova gran quantit di
zerzelino, del quale ne fanno oglio perfettissimo.


Del modo che servano nel seminar del riso.

Gli uomini di Calicut, quando vogliono seminar il riso, servano questa usanza:
la prima cosa arano la terra con li buoi a modo nostro, e allora che seminano
il riso, nel campo, di continuo tengono tutti gli instrumenti della citt
sonando e faccendo allegrezza, e similmente tengono dieci o ver dodici uomini
vestiti da diavoli, e questi con li sonatori fanno gran festa, acci che 'l
diavolo produca assai frutto di quel riso.


Delli medici che visitano gli infermi in Calicut.

Essendo alcuno mercatante (cio gentile) ammalato, e stia in estremo, vanno
alcuni uomini a questo deputati, con gli instrumenti sopradetti e vestiti come
diavoli, a visitarlo: e questi si chiamano medici, e vanno a due o tre ore di
notte. E li detti portano il fuoco in bocca, e in ciascuna delle mani e de'
piedi portano due stampelle di legno che sono alte un passo: e cos vanno
cridando e sonando gli instrumenti, che veramente, se la persona non avesse
male, vedendo queste bestie cos brutte cascaria in terra stramortita. E questi
sono li medici che vanno a vedere e visitare l'infermo. E pur quando si sentono
lo stomaco ripieno infino alla bocca, pestano tre radici di zenzero e fanno una
tazza di sugo e lo bevono, e in tre giorni non hanno pi male alcuno. S che
vivono proprio come le bestie.


Delli banchieri e cambiatori.

Li cambiatori e li banchieri di Calicut hanno alcuni pesi, cio bilance, le
quali sono tanto piccole che la scatola dove stanno e li pesi insieme non
pesano mezza oncia, e sono tanto giusti che tirano un capello di capo. E quando
vogliono toccare alcun pezzo d'oro, essi tengono li caratti d'oro come noi e
hanno il parangone come noi e toccano pure alla usanza nostra. Quando il
parangone  pieno d'oro, tengono una palla di certa composizione la quale  a
modo di cera, e con questa palla, quando vogliono vedere se l'oro  buono o
tristo, improntano il parangone, e levano via l'oro di detto parangone, e poi
guardano in essa palla la bont dell'oro e dicono: questo  buono e questo 
tristo. E quando poi quella palla  piena d'oro, vanno a fonderla e cavano
tutto quell'oro che hanno toccato nel parangone. Li detti cambiatori sono
sottilissimi nell'arte sua.
Li mercatanti hanno questa usanza quando vogliono vendere o comprare le loro
mercanzie, cio in grosso, che sempre si vendono per mano del sensale. E quando
il compratore e il venditore vogliano accordarsi, stanno tutti in un circulo, e
il sensale piglia una tovaglia e con una mano la tiene publicamente, e con
l'altra mano piglia la mano del venditore, cio le due dita accanto il dito
grosso, e poi copre con la detta tovaglia la man sua e quella del venditore; e
toccandosi queste dita l'uno e l'altro, numerano da uno ducato infino a
centomila secretamente, senza parlare: "Io voglio tanto e tanto", e in toccare
solo le giunture delle dita s'intendono del prezzo, e dicono no o s, e il
sensale risponde no o s. E quando il sensale ha inteso la volont del
venditore, va al compratore col detto panno e piglia la mano in quel modo che 
detto di sopra, e li dice con quel toccare: "Lui ne vuol tanto"; il compratore
con il toccar le dita del sensale li dice: "Io voglio darli tanto": e cos in
questo modo fanno il prezzo. Se la mercanzia di che si tratta fra loro fusse
spezie, parlano a bahar, il qual bahar pesa libbre 640 alla sottile di Venezia;
e una farazola pesa libbre 32 sottile di Venezia, e 20 farazole fanno un bahar.


Come li Poliar e Hitava nutriscono li loro figliuoli.

Le donne di queste due sorti di genti, cio Poliari e Hitava, lattano i loro
figliuoli cerca tre mesi, e poi li danno a mangiare latte di vacca overo di
capra. Poi che li hanno empiuto il corpo per forza, senza lavarli il viso n la
persona, lo gettano nell'arena, nella quale sta dalla mattina alla sera tutto
involto dentro. E perch sono pi negri che d'altro colore, non si conosce se
gli  un buffalotto over orsetto, s che pare una cosa contrafatta, e pare che
'l diavolo li nutrisca. La sera poi la madre li d il suo cibo. Questi, nutriti
e allevati in questo modo, sono li pi destri volteggiatori e corritori che
siano al mondo.


Degli animali e uccelli che si trovano in Calicut.

Non mi par di trapassare il dechiararvi le molte sorti d'animali e di uccelli
che si ritrovano in Calicut, e massime come sono lioni, porci salvatichi,
caprioli, lupi, vacche, buffali, capre ed elefanti (quali per non nascono qui,
ma vengono da altri luochi), gran quantit di pavoni salvatichi, pappagalli in
grandissima copia, verdi e alcuni pezzati di rosso: e di questi pappagalli ve
ne sono tanti che gli  necessario guardare il riso, che detti uccelli non lo
mangino; e l'uno di questi pappagalli val duoi quattrini, e cantano benissimo.
Viddi ancor qui un'altra sorte di uccelli, li quali si chiamano saru, e cantano
meglio che non fanno li pappagalli, ma sono pi piccoli. Qui sono molte altre
sorti di uccelli differenti dalli nostri, e nel vero, per un ora la mattina e
una la sera, non  tal piacere al mondo quanto  a sentire il canto di questi
uccelli, talmente che pare stare in paradiso; e anche per esservi tanta
moltitudine di arbori che sono sempre verdi, il che procede per esservi l'aere
temperato, di modo che qui non si conosce gran freddo n troppo caldo.
In questo paese nasce gran quantit di gatti maimoni, e vagliono quattro casse
l'uno, le qual casse vagliono un quattrin l'una; e danno grandissimo danno a
quelli poveri uomini, li quali fanno il vino di quel arbore detto di sopra, che
 a modo di dattalo, di qual si cava quel liquor a modo di vino, perch montano
in cima di quella noce e bevono quel liquor, e poi riversano la pignatta,
spargendo quel che non possono bere.


Delli serpenti che si trovano in Calicut.

Trovasi in questo paese di Calicut una sorte di serpenti, li quali sono cos
grandi e cos grossi come un gran porco, e hanno la testa molto maggiore e pi
brutta che non ha il porco, e hanno quattro piedi, e sono lunghi quattro
braccia, e nascono in certi paludi. Dicono questi del paese che non hanno
tossico, ma che sono maligni animali e fanno dispiacere alle persone per forza
di denti. Qui si trovano tre altre sorti di serpenti, li quali toccando un poco
la persona, cio faccendo sangue, subito casca morto in terra: il che 
intravenuto pi volte al tempo mio a molte persone, che furono tocche da questi
animali. Delli quali se ne trovano di tre ragioni: la prima sono come aspidi
sordi, l'altra son scorzoni, la terza sono maggiori tre volte che il scorzone.
E di queste tre sorti ve n' grandissima quantit, e la causa  questa, perch
quando il re di Calicut sa dove sia la stanzia ferma di alcuni di questi brutti
animali, per certa vana superstizion, li fa fare una casetta piccola con un
solaretto di sopra, per rispetto che l'acqua crescente non gli annieghi. E se
alcuna persona ammazzasse uno di questi animali, subito il re lo faria morire
come se gli avesse morto un uomo; similmente, se alcuno ammazzasse una vacca,
ancora lo faria morire. Dicono costoro che questi serpi sono spiriti di Dio, e
che, se non fussero suoi spiriti, non gli averia data tal virt che, mordendo
un poco la persona, subito cascasse morta. E per questo rispetto v' tanta
copia di questi animali, che vanno per tutta la citt e conoscono li gentili,
li quali non si guardano da essi, e quelli non li fanno mal alcuno. Pur al
tempo mio uno di questi serpi entr una notte in una casa e mordette nove
persone, e la mattina tutti furono ritrovati morti e infiati. Quando i detti
gentili vanno in qualche viaggio, scontrando alcuni di questi animali, tengono
aver buono augurio e che le cose li debbano succeder bene.


De' lumi del re di Calicut, e delle cerimonie che fanno alli morti.

Nella casa del re di Calicut sono molte stanzie e camere, dove ardono infiniti
lumi, ma nella sala principal dove sta il re, subito che viene la sera, hanno
dieci over dodici vasi fatti a modo d'una fontana, li quali sono di metallo
gettato e alti quanto una persona. Ciascuno di questi vasi ha tre luoghi per
tener l'olio, alti da terra duoi palmi: e prima un vaso nel quale sta l'olio
con stoppini di bambagio accesi intorno intorno, e sopra questo v' un altro
vaso pi stretto pur con li detti lumi, e in cima del vaso secondo ve n' un
altro pi piccolo pur con olio e lumi accesi. Il pi di questo vaso  fatto in
triangolo e in ciascuna delle faccie, da piede, stanno tre diavoli di rilievo,
e sono molto spaventosi a vederli: questi sono li scudieri che tengono li lumi
innanzi al re.

Usa ancora questo re un altro costume, che quando muore uno che sia suo
parente, finito che  l'anno del corruccio, manda ad invitare tutti li
principali Bramini che sono nel suo regno, e alcuni ancora ne invita di altri
paesi, e venuti che sono, fanno per tre giorni grandissimi conviti. Il mangiar
loro  risi fatti in pi modi, carne di porco salvatico e di cervo assai,
perch sono gran cacciatori. In capo di tre giorni il detto re d a ciascuno
delli Bramini principali tre, quattro e cinque pardai, e poi ogniuno torna a
casa sua, e tutti quelli del regno del re si radono la barba per allegrezza.


Come alli 25 di decembre viene gran numero di gente appresso a Calicut a
pigliare il perdono.

Appresso a Calicut v' un tempio in mezzo d'un tanco, cio in mezzo d'una fossa
d'acqua morta, il qual tempio  fatto all'antica con due mani di colonne, come
 San Giovanni Fonte di Roma, nel qual tempio  uno altare di pietra dove si fa
il sacrificio, e infra ciascuna delle colonne del circuito da basso sono alcune
navicelle di pietra, le quali sono lunghe duo passi e sono piene d'un certo
olio che si chiama enna. Intorno alla ripa del detto tanco v' grandissima
quantit di arbori tutti d'una sorte, n si potriano contar i lumi che a detti
arbori sono accesi; sono similmente intorno al detto tempio lumi di olio in
grandissima copia. E quando viene il d di 25 del mese di decembre, tutto il
popolo intorno a quindeci giornate, cio li Naeri e Bramini e altri, vengono a
far questo sacrificio per aver questa indulgenzia, e prima che facciano il
sacrificio tutti si lavano nel tanco. E poi li Bramini principali del re
montano a cavallo delle barchette di pietra sopradette, dove  l'olio, e tutto
questo popolo viene alli detti Bramini, li quali a ciascuno ungono la testa di
quell'olio; e poi fanno il sacrificio sul detto altare. In capo d'una banda di
questo altare sta un grandissimo satanasso con una spaventevol faccia, il qual
tutti buttati in terra vanno ad adorare, e poi ciascuno ritorna a casa sua. E
in questo tempo la terra  libera e franca per tre giorni: li banditi e
malfattori possono venir al perdon molto sicuramente, cio che non si pu far
vendetta l'un con l'altro. In verit io non viddi mai in una volta tanta gente
congiunta insieme, salvo quando io fui alla Mecca.
Parmi assai a sufficienza avervi dichiarato li costumi e il vivere, la
religione e i sacrificii di Calicut; onde, partendomi di qui, descriverrovvi il
resto del viaggio mio passo passo, insieme con tutte le occorrenzie in esso
accadutemi.

LIBRO TERZO DELL'INDIA

Della citt di Caicolon e Colon e di Chail.

Vedendo il mio compagno, chiamato Cazazionor, non poter vender la sua mercanzia
per esser disfatto Calicut dal re di Portogallo, perch non v'erano e manco vi
venivano li mercatanti che soleano venire (e la cagion che non venivano fu
perch 'l re consentitte alli Mori che ammazzassero quarantasei Portoghesi, li
quali io viddi morti: e per questa causa il re di Portogallo vi fa di continuo
guerra, e ne ha ammazzato e ammazza ogni giorno gran quantit, di sorte che 
disfatta grandemente la citt, e molti che vi abitavan si sono partiti e andati
a star altrove), e per ancor noi ci partimmo, pigliando il nostro cammino per
una fiumara, la qual  la pi bella che mai vedessi, e arrivammo ad una citt
chiamata Caicolon, distante da Calicut cinquanta leghe. Il re di questa citt 
gentile e non  molto ricco; il vivere, l'abito e i costumi suoi sono ad usanza
di Calicut. Qui arrivano molti mercatanti, per rispetto che in questo paese
nasce pepe d'assai perfezione. In questa citt trovammo alcuni cristiani di
quelli di san Tommaso, che sono mercatanti e credono in Cristo come noi, e
dicono che ogni tre anni viene uno sacerdote a battezzarli fino di Babilonia.
Questi cristiani digiunano e fanno la quaresima e la Pasqua come noi, e hanno
tutte quelle solennit e feste de' santi che avemo noi, ma dicono la messa come
i Greci, e nominano e accettano quattro nomi di santi sopra tutti gli altri:
san Giovanni, san Iacopo, san Mattia e san Tommaso.  la detta citt alla
medesima maniera di Calicut, quanto all'aere temperato, sito della region e
costumi delle genti.
In termine di tre giorni noi partimmo di qui, e andammo ad un'altra citt
chiamata Colon, distante dalla sopradetta venti miglia. Il re di questa citt 
gentile e molto possente, e tiene ventimila uomini a cavallo e molti arcieri, e
di continuo sta in guerra con altri re. Questa terra ha un bel porto appresso
alla marina; in essa non nasce grano, ma vi nascono ben tutti li frutti al modo
di Calicut e pepe in assai copia. Il colore di questa gente, l'abito, il vivere
e costumi pur come in Calicut. In quel tempo il re di questa citt era fatto
amico del re di Portogallo, e vedendo che 'l stava con altri re in guerra, non
ci parve tempo di dimorar qui, onde pigliammo il cammin nostro per mare e
andammo ad una citt chiamata Chail, pur del re. All'incontro di Colon, vedemmo
uomini pescar le perle in mare, come gi vi dichiarai che facevano in Ormus.


Di Cholmendel, citt dell'India.

Passando pi avanti, arrivammo ad una citt chiamata Cholmendel, la qual 
terra di marina ed  distante da Colon sette giornate per mare, e pi e manco
secondo il vento. Questa citt  grandissima e non  murata intorno, ed 
sottoposta al re di Narsinga;  posta a riscontro dell'isola di Zeilan, passato
il capo di Cumeri. In questa terra si raccoglie gran quantit di riso, ed 
scala di grandissimi paesi, e quivi sono molti mercatanti mori, i quali vanno e
vengono per mercanzie. Qui non nascono spezie di sorte alcuna, ma frutti assai
ad usanza di Calicut. Ritrovai in questa terra alcuni cristiani, che mi dissero
che 'l corpo di san Tommaso era dodeci miglia lontano di l ed era in guardia
di loro cristiani, quali non potevano pi vivere in quel paese dapoi la venuta
del re di Portogallo, perch il detto re ha morti molti Mori di quel paese, il
qual tutto trema per paura di Portoghesi: e per li detti poveri cristiani non
ponno pi viver qui, ma sono scacciati e ammazzati secretamente, acci non
pervenga ad orecchie del re di Narsinga, il qual  grandissimo amico de'
cristiani e massime di Portoghesi. Ancora mi dissero d'uno grandissimo miracolo
che i loro maggiori gli avean detto, come gi cinquanta anni li Mori ebbero
quistione con li cristiani e di una parte e l'altra ne furono feriti, ma un
cristiano fra gli altri fu molto ferito in un braccio, ed egli and alla
sepultura di san Tommaso, e con quel braccio ferito tocc la sepoltura del
detto santo e subito fu liberato. E che da quel tempo in qua il re di Narsinga
sempre ha voluto bene alli cristiani.
Il mio compagno spacci quivi alcune delle sue mercanzie, e perch si stava in
guerra col re di Tarnassari, non stemmo se non alcuni pochi giorni qui, e poi
pigliammo un navilio con alcuni altri mercatanti, la qual sorte di navilii si
chiamano chiampane, che sono piane di sotto e dimandano poca acqua e portano
roba assai. E passammo un golfo di dodeci over quindeci leghe, dove avemmo
grandissimo pericolo, perch vi sono basse e scogli assai; pur arrivammo ad una
isola chiamata Zeilan, la qual volta intorno cerca mille miglia, per relazion
degli abitatori di essa.


Di Zeilan, dove nascono le gioie.

In questa isola di Zeilan sono quattro re, tutti gentili. Non vi scrivo le cose
della detta isola tutte perch, essendo questi re in grandissima guerra tra
loro, non potemmo star l molto, e manco vedere o intendere le cose di quella.
Pur, dimorativi alcuni pochi giorni, vedemmo quello che intenderete, e prima
grandissima quantit di elefanti, quali nascono l. E intendemmo che si truovan
rubini duoi miglia appresso alla marina, dov' una montagna grandissima e molto
lunga, al pi della quale si truovano detti rubini. E quando uno mercante vuol
trovar di queste gioie, bisogna parlar prima al re e comprar un braccio di
detta terra per ogni verso, il qual braccio si chiama un molan, e compralo per
cinque ducati. E quando poi cava detta terra, vi sta un uomo di continuo ad
instanzia del re, e ritrovandosi alcune gioie che passino dieci caratti, il re
le vuol per s e tutto il resto glielo lascia franco. Quivi ancora appresso al
detto monte, dov' una grandissima fiumara, nasce molta quantit di granate,
zafiri, iacinti e topacii. Nascono in questa isola li miglior frutti che mai
abbia visto, e massime certi carciofoli migliori che li nostri, aranzi dolci,
li migliori che siano al mondo, e altri frutti assai ad usanza di Calicut, ma
molto pi perfetti.


Dell'arboro della cannella, e del monte dove Adam stette a far penitenzia, e
delli re di Zeilan e delli costumi e usanze loro.

L'arboro della cannella  proprio come il lauro, massime la foglia, e fa alcuni
grani come il lauro, ma sono pi piccoli e pi bianchi. La detta cannella, over
cinnamomo,  scorza di detto arboro, in questo modo: ogni tre anni tagliano li
rami del detto arboro, poi levano la scorza di que' rami, ma il piede non lo
tagliano per niente. Di questi arbori ve ne sono in grandissima quantit, e
quando raccolgono la cannella, non ha allora quella perfezione che ha di l ad
un mese.
Un Moro mercante ci disse che in cima di quella grandissima montagna  una
caverna, alla quale una volta l'anno andavano tutti gli uomini di quel paese a
far orazione, per rispetto che dicono che 'l nostro primo padre Adam stette ivi
dentro a piagnere e far penitenzia dapoi che 'l pecc, e che Iddio li perdon:
e che ancora si veggono le pedate de' suoi piedi, e che sono cerca duoi palmi
lunghe.
In questo paese non nasce riso, ma li viene di terra ferma; li re di questa
isola sono tributarii del re di Narsinga, per rispetto del riso che li viene di
terra ferma. Quivi  buonissimo aere, e le genti sono di color lionato scuro, e
non vi  troppo caldo n troppo freddo. L'abito suo  all'apostolica, portano
certi panni di bombagio overo di seta e vanno pur scalzi.  posta questa isola
lontana dalla linea equinoziale per sette in otto gradi, e gli abitanti suoi
non sono molto bellicosi. Qui non si usa artiglierie, ma hanno alcune lance e
spade, le qual lance sono di canna, e con quelle combattono fra loro: ma non se
ne ammazzano troppo di essi, perch sono vili. Qui sono rose e fiori di ogni
sorte tutto il tempo dell'anno, e le genti scampano pi longamente di noi.
Essendo una sera nella nostra nave, venne uno uomo da parte del re al mio
compagno e disse che li portasse li suoi coralli e zaffarano, che dell'uno e
l'altro ne avea gran quantit. Udendo queste parole, uno mercatante di detta
isola, il quale era moro, gli disse secretamente: "Non andate dal re, perch vi
pagher al modo suo le robbe vostre". E questo disse con malizia, a fine che 'l
mio compagno si partisse, perch'egli avea la detta mercanzia. Pur fu risposto
al messo del re che 'l giorno seguente andaria a sua signoria, e la mattina
prese un navilio e per forza di remi passammo in terra ferma.


Di Paleachate, terra dell'India.

Arrivammo ad una terra la qual si chiama Paleachate in tempo di tre giorni, la
qual  sottoposta al re di Narsinga. Questa terra  di grandissimo traffico di
mercanzie, e massime di gioie, perch qui vengono da Zeilan e da Pegu; vi
stanno ancora molti gran mercatanti mori d'ogni sorte di speziarie. Noi
alloggiammo in casa d'un dei detti mercatanti, e li dicemmo donde venivamo, e
che noi avevamo molti coralli da vendere e zaffarano e molto velluto figurato e
molti coltelli: il detto mercatante, intendendo noi avere tal mercanzie, ne
prese gran piacere. Questa terra  abbondantissima d'ogni cosa a usanza
d'India, ma non vi nasce grano; di riso che raccogliono ne hanno grande
abbondanzia. La legge, il viver, l'abito e i costumi sono ad usanza di Calicut,
e sono genti bellicose, ancora che non abbiano artigliaria alcuna. E perch
questa terra era in gran guerra col re di Tarnassari, a noi non parve di
dimorar molto tempo, ma stati che fummo certi pochi giorni, pigliammo poi il
nostro cammino verso la citt di Tarnassari, ch' distante cento miglia di l,
alla qual arrivammo in quattordici giorni.


Di Tarnassari, citt d'India.

La citt di Tarnassari  posta presso al mare, ed  terra piana e ben murata, e
ha un buon porto, cio una fiumara, dalla banda verso tramontana. Il re di
questa citt  gentile ed  potentissimo signore, e di continuo combatte col re
di Narsinga e col re di Banghalla. E ha costui cento elefanti armati, i quali
sono maggiori che mai vedessi, e tiene di continuo centomila uomini, parte a
piedi e parte a cavallo, per combattere. L'armatura sua sono spade piccole e
alcune sorti di rotelle, delle quali alcune son fatte di scorze di testuggini e
alcune ad usanza di Calicut; hanno gran quantit di archi e lance di canna, e
alcune ancora di legno, e quando vanno in guerra portano addosso una vesta
piena di bombagio, molto forte imbottita. Le case di questa citt sono ben
murate; il sito suo  bonissimo ad usanza de' cristiani, e vi nasce ancora di
buon grano e bombagio. Quivi ancora si fa seta in grandissima quantit; verzino
vi si truova assai e frutti in gran copia, e alcuni a modo di pomi e peri
nostri, e aranci, limoni, cedri e zucche abbondantemente. Qui si veggono
giardini bellissimi, con molte gentilezze dentro.


Degli animali domestichi e salvatichi di Tarnassari.

In questo paese di Tarnassari sono buoi, vacche, pecore e capre in gran
quantit, porci salvatichi, cervi, caprioli, lupi, gatti che fanno il zibetto,
lioni, pavoni in gran moltitudine, falconi, astori, pappagalli bianchi e di
un'altra sorte, che sono di sette colori bellissimi. Qui sono lepori, starne
non al modo nostro. V' ancora qui un'altra sorte di uccelli pur di rapina,
assai pi grandi che non  una aquila, del becco de' quali, cio della parte di
sopra, se ne fanno manichi di spada e di coltelli: il qual becco  giallo e
rosso, cosa molto bella da vedere; il color del detto uccello  negro e rosso,
e ha alcuna penna bianca. Qui nascono le maggior galline e galli che mai abbia
visto, in modo che una di quelle  maggior che tre delle nostre.
In questa terra in pochi giorni avessemo gran piacere di alcune cose che
vedemmo, e massime che ogni giorno, nella strada dove stanno li mercatanti
mori, si fanno combattere alcuni galli, e li patroni di quelli galli giuocano
cento ducati a chi meglio combatter. E vedemmo combattere a duoi cinque ore di
continuo, in modo che alla fine tutti duoi rimason morti. Qui ancora si truova
una sorte di capre molto maggior delle nostre, e sono assai pi belle, le quali
fanno sempre quattro capretti ad un parto. Si vendono qui dieci e dodeci
castrati grandi buoni per uno ducato; vi si truova ancora un altra sorte di
castrati, li quali hanno le corna a modo di un daino: questi sono maggiori
delli nostri e combattono terribilmente. Qui sono buffali molto pi deformi
delli nostri, ed evvi gran quantit di pesci buoni ad usanza nostra; viddi pur
qui un osso di pesce il qual passava pi di dieci cantara
Quanto al vivere di questa citt, li gentili mangiano d'ogni carne, eccetto
bovina, e mangiano in terra senza tovaglia in alcuni vasi di legno bellissimi;
il ber loro  acqua, inzuccarata chi pu. Il dormir loro  alto da terra, in
buoni letti di bombagio e coperte di seta o di bombagio. L'abito di costoro 
questo: vanno all'apostolica, con un panno imbottito di bombagio overo di seta;
alcuni mercatanti portano bellissime camicie di seta overo di bombagio.
Generalmente non portano niente in capo, eccetto li Bramini, li quali portano
una berretta di seta o vero ciambellotto, la quale  lunga duoi palmi. Nella
detta berretta portano una cosa fatta a modo d'una ghianda, la quale  lavorata
tutta intorno d'oro; portano ancora due stringhe di seta larghe pi di duoi
dita, le quali gli pendono sopra il collo, e portano l'orecchie piene di gioie,
e in dita non ve ne portano alcuna. Il colore di detta generazione  mezzo
bianco, perch qui  l'aere un poco pi freddo che non  in Calicut, e la
stagione  ad usanza nostra, e similmente le raccolte.


Come il re fa svirginare la sua moglie, e cos tutti gli altri gentili della
citt.

Il re di detta citt non fa sverginar la sua moglie alli Bramini come fa il re
di Calicut, anzi la fa svirginare ad uomini bianchi, o siano cristiani o mori,
pur che non siano gentili. I quali gentili ancor loro, innanzi che menino la
sposa a casa sua, trovano un uomo bianco, sia di che lingua si voglia, e lo
menano a casa loro pur a questo effetto, per far svirginare la moglie. E questo
intravenne a noi quando arrivammo alla detta citt. Per buona ventura
scontrammo tre o 4 mercatanti, li quali cominciorono a parlare col mio compagno
in questo modo: "Amico, sete voi forestiero?" Egli rispose: "S". Dissero li
mercatanti: "Quanti giorni sono che sete in questa terra?" Gli rispondemmo:
"Sono quattro giorni che noi siamo venuti". E cos uno di quelli mercatanti
disse: "Venite a casa mia, che noi siamo grandi amici di forestieri"; e noi
udendo questo andammo con lui. Giunti che fummo a casa sua, egli ci dette da
far collazione e poi ci disse: "Amici miei, da qui a venti giorni voglio menar
la donna mia, e uno di voi dormir con lei la prima notte e me la svirginer".
Intendendo noi tal cosa, rimanemmo tutti vergognosi; disse allora il nostro
turcimanno: "Non abbiate vergogna, che questa  l'usanza della terra". Udendo
questo, il mio compagno disse: "Non ci faccino altro male, che di questo noi ci
contentaremo". Pur pensavamo d'esser dileggiati. Il mercatante ci cognobbe che
stavamo cos sospesi, e disse: "O amici, non abbiate maninconia, che in questa
terra si usa cos". Cognoscendo al fine noi che cos era costume di questa
terra, s come ci affermava uno il quale era in nostra compagnia, e ne diceva
che non avessimo paura, il mio compagno disse al mercatante che era contento di
durar questa fatica. Qual gli disse: "Io voglio che stiate in casa mia e che
voi e li compagni e robbe vostre alloggiate qui meco, infino a tanto che mener
la donna". Finalmente, dopo il recusar nostro, per le tante carezze che ci
faceva costui fummo astretti, 5 che eravamo, insieme con tutte le cose nostre,
alloggiare in casa sua. Di l a quindici giorni, questo mercatante men la
sposa e il compagno mio la prima notte dormitte con essa, la qual era una
fanciulla bellissima di 15 anni, e servitte il mercatante di quanto gli avea
richiesto. Ma dapoi la prima notte era pericolo della vita, e alla donna e a
lui, se vi fusse tornato pi: ben  vero che le donne nel suo intrinseco ariano
voluto che la prima notte fusse durata un mese. Li mercatanti, poi che tal
servigio ebbero ricevuto da noi, volentieri ci averian tenuto quattro e cinque
mesi a spese loro, s perch la robba val pochi danari, s ancora perch sono
liberalissimi e molto piacevoli uomini; pur spesso eravamo richiesti a simil
servigi.


Come si servano li corpi morti in questa citt.

Li Bramini tutti e li re dopo la morte sua si bruciano, e in quel tempo fanno
un solenne sacrificio al diavolo, e poi servano quella cenere in certi vasi di
terra sottili e invetriati, li quali vasi hanno la bocca stretta come una
scodella piccola: e questo vaso con la cenere del corpo bruciato sotterrano poi
nelle loro case. E quando fanno il detto sacrificio, lo fanno sotto alcuni
arbori al modo di Calicut, e bruciando il corpo morto, accendono un fuoco delle
pi odoriferi cose che trovar si possono, com' legno d'aloe, belzu, sandalo,
verzino, storace, ambra, incenso e alcuna bella grampa di coralli, le qual cose
mettono sopra il corpo: il quale mentre che si brucia, tutti li sonatori della
citt quivi suonano con diversi instrumenti, e similmente vi sono quindeci o
venti uomini vestiti a modo di diavoli, che fanno festa grandissima. E qui
presente sta sempre la sua moglie, e non altra femina alcuna, faccendo
grandissimi pianti e battendosi il petto. E questo si fa ad una o vero due ore
di notte.


Come si brucia la donna viva dopo la morte del suo marito; e della prova che fa
un giovene per dar ad intender che ama la sua innamorata.

In questa citt di Tarnassari, poi che sono passati li quindeci giorni dapoi la
morte del marito, la moglie sua fa un convito a tutti li suoi parenti e a tutti
quelli del marito, e poi va con tutto il parentado dove fu bruciato il marito,
pur a quella ora di notte. La detta donna si mette addosso tutte le sue gioie e
altri lavori d'oro, tanto quanto val la robba sua. Dipoi li parenti suoi fanno
far un pozzo alto quanto  alta la persona, e intorno al pozzo mettono quattro
o cinque canne, intorno alle quali mettono un panno di seta, e nel detto pozzo
fanno un fuoco delle sopradette cose che furono fatte al marito. E poi la detta
donna, fornito ch' il convito, mangia assai bietole, e ne mangia tante che la
fanno uscire del sentimento. E vi sono di continuo li sonatori della citt, che
suonano con tutti gl'instrumenti, e sonvi ancora li sopradetti uomini vestiti
da diavoli, li quali portano il fuoco in bocca, come gi vi dissi in Calicut. E
similmente fanno il sacrificio al Deumo, e poi la detta donna va molte volte in
su e in gi ballando con le altre donne per quel luogo, e molte fiate si va a
raccomandare alli detti uomini vestiti da diavoli, e gli dice che prieghino il
Deumo che la voglia accettare per sua: e qui alla presenzia v' gran quantit
di donne, le quali sono sue parenti. Non crediate per che costei stia di mala
voglia, anzi pare a lei che allora allora sia portata in cielo, e a qual modo
volontarosamente se ne va correndo con furia, e d delle mani nel panno
predetto, e gettasi in mezzo di quel fuoco. E subito li parenti pi congiunti
le danno addosso con bastoni e con alcune palle di pegola, e questo fanno solo
a fine che pi presto muoia. E non faccendo questo, la detta donna saria tenuta
fra loro come a noi una publica meretrice, e li parenti suoi la fariano morire.
E in questo luogo, quando si fa tal cosa, sempre vi sta il re presente,
imperoch chi fa tal morte sono li pi gentili della terra, e non la fanno cos
tutti in generale.

Un altro costume poco manco orrendo del predetto ho veduto in questa citt di
Tarnassari. Sar un giovane che parler con una donna di amore, e le vorr dar
ad intendere che con tutto il cuore le vuol bene e che non  cosa al mondo che
per lei non facesse: e stando in questo ragionamento, piglier una pezza ben
bagnata nell'olio, e appicciali dentro il fuoco e se la pone sopra il braccio a
carne nuda, e mentre che quella brucia, egli sta a parlare quietamente con
quella donna e senza una minima perturbazione, non si curando che s'abbruci il
braccio, per dimostrar a colei che gli vuol bene e che per lei  apparecchiato
a fare ogni gran cosa.


Della giustizia che si osserva in Tarnassari e di molti altri costumi.

Chi ammazza altri in questo paese, lui  morto alla usanza di Calicut. Del dar
poi e dell'avere, bisogna che appara per scrittura overo per testimonio, e lo
scriver loro  in carta come la nostra, e non in foglio d'arboro come in
Calicut: poi vanno al governatore della citt, il qual fa ragion sommaria. Ma
pur, quando muore alcun mercatante forestiero che non abbia moglie o figliuoli,
non pu lasciar la robba sua a chi li piace, perch 'l re vuol esser lui erede.
E in questa terra, cio li nativi di l, cominciando dal re, dapoi la morte sua
il figliuolo riman erede. E quando muore alcun mercatante moro, si fa
grandissima spesa in cose odorifere per conservare quel corpo, qual mettono in
una cassa di legno e poi la sotterrano, ponendo la testa verso la Mecca, che
viene ad esser verso ponente. E avendo il morto figliuoli, rimangono eredi.


Delli navilii che usano in Tarnassari.

Hanno queste genti in uso loro grandissimi navilii di pi sorti, delli quali
una parte sono fatti piani di sotto, perch quelli di tal sorte vanno in alcuni
luoghi dove  poca acqua; un'altra sorte sono fatti con la pruova dinanzi e di
drieto, e portano duoi timoni e duoi arbori, e sono senza coperta. V' ancora
un'altra sorte di navi grandi, le quali si chiamano giunchi, e queste sono di
mille botte l'una, sopra le quali portano alcuni navilii piccoli, per poter
andar ad una citt chiamata Malacca, e vi vanno con que' navilii piccoli per le
spezie minute, come intenderete quando sar tempo.


Della citt Banghalla, e quanto  distante da Tarnassari, e delle mercanzie che
in quella si trovano.

Torniamo al mio compagno, ch'egli e io avevamo desiderio di veder pi avanti.
Dapoi alquanti giorni che fummo stati in questa citt, stracchi gi di simil
servizio che disopra avete inteso, e vendute alcune parti delle nostre
mercanzie, pigliammo il cammino verso la citt di Banghalla, la quale 
distante da Tarnassari settecento miglia, alla quale noi arrivammo in undeci
giornate per mare. Questa citt  una delle migliori che ancora abbia visto e
ha un grandissimo reame. Il soldano di questo luogo  moro e fa dugentomila
uomini da combattere a piedi e a cavallo, e sono tutti maumettani, e combatte
di continuo col re di Narsinga. Questo reame  il pi abbondante di grano, di
carni d'ogni sorte, di gran quantit di zuccari, similmente di zenzero e di
molta copia di bombagio, pi che terra del mondo, e qui sono i pi ricchi
mercatanti che mai abbia trovato. Si carica in questa terra ogni anno cinquanta
navilii di panni di bombagio e di seta, li quali panni sono questi, cio
bairami, namone, lizari, ciantari, doazar e sinabaffi: questi tali panni vanno
per tutta la Turchia, per la Soria e per la Persia, per l'Arabia Felice e per
tutta l'India. Sono ancora quivi grandissimi mercatanti di gioie, le quali
vengono d'altri paesi.


Di alcuni mercatanti cristiani in Banghalla.

Trovammo ancora qui alcuni mercatanti cristiani, che dicevano esser d'una citt
chiamata Sarnau, li quali avevano portato a vender panni di seta, legno d'aloe,
verzino e muschio, li quali dicevano che nel paese suo erano molti signori pur
cristiani, ma sono sottoposti al gran cane del Cataio. L'abito di questi
cristiani era veste di ciambellotto, fatte con falde, e le maniche erano
imbottite di bombagio, e in testa portavano una berretta lunga un palmo e
mezzo, fatta di panno rosso. E questi tali sono bianchi come noi e confessano
esser cristiani, e credono nella Trinit e similmente nelli dodeci apostoli,
negli evangelisti, e ancora hanno il battesimo con acqua; ma loro scrivono al
contrario di noi, cio al modo di Armenia. E dicevano guardare la nativit e
passione di Cristo, e facevano la nostra quaresima e molte altre vigilie infra
l'anno. Questi cristiani non portano scarpe, ma portano alcuni calzoni di seta
fatti ad usanza di marinari, li quali calzoni sono tutti pieni di gioie, e
nelle mani portano molte gioie. Costoro mangiano in tavola ad usanza nostra, e
mangiano d'ogni sorte di carne. Dicevano ancora questi che alli confini de'
Rumi, cio del gran Turco, vi sono grandissimi re cristiani
Dopo il molto ragionare con questi, alla fine il mio compagno mostr loro la
mercanzia sua, fra la quale v'erano certe belle grampe e grandi di coralli.
Visto ch'ebbero quelle grampe, ne dissero che se volevamo andare ad una citt,
dove loro ne menariano, che li bastava l'animo farne avere diecimila ducati per
quelle, overo tanti rubini che in Turchia valeriano centomila ducati. Rispose
il mio compagno ch'era molto contento, pur che si partissero presto de l.
Dissero li cristiani: "Di qui a duoi giorni si parte una nave, la quale va alla
volta di Pegu, e noi abbiamo ad andare con essa. Se voi volete venire, vi
condurremo volentieri". Udendo noi questo, ci mettemmo in ordine e montammo in
nave con li detti cristiani e con alcuni altri mercatanti persiani. E perch
avemmo notizia in questa citt che quelli cristiani erano fidelissimi,
prendemmo grandissima amicizia con loro; ma innanzi la partita nostra di
Banghalla, vendemmo tutto il resto della mercanzia salvo li coralli e il
zaffarano e due pezze di rosato di Fiorenza.
Lasciamo questa citt, la qual credo che sia la migliore del mondo, cio per
vivere. Nella qual citt la sorte delli panni che avete inteso di sopra non li
filano le donne, ma li filano e tesseno gli uomini. Noi si partimmo di qui con
li detti cristiani e andammo alla volta della detta citt, che si chiama Pegu,
distante da Banghalla cerca mille miglia; infra il qual viaggio passammo un
colfo verso mezzogiorno, e cos arrivammo alla citt di Pegu.


Di Pegu, citt d'India.

La citt di Pegu  in terra ferma e appresso il mare. A man manca di questa,
cio verso levante,  una bellissima fiumara, per la quale vanno e vengono
molti navilii. Il re di detta citt  gentile. La fede, i costumi, il vivere e
l'abito sono ad usanza di Tarnassari, ma del colore sono alquanto pi bianchi,
e qui ancora l'aere  alquanto pi freddo; le stagioni loro sono al modo
nostro. Questa citt  murata e ha buone case e palazzi fatti di pietra con
calcina. Il re  potentissimo d'uomini da piede e da cavallo, e tiene con lui
pi di mille cristiani del paese che disopra  stata fatta menzione; d a
ciascuno per soldo 6 pardai d'oro al mese e le spese. In questo paese  grande
abbondanzia di grano, di carne d'ogni sorte, di frutti a usanza di Calicut. Non
hanno costoro troppi elefanti, ma di tutti gli altri animali sono abbondanti;
hanno ancora di tutte le sorti di uccelli che si truovano in Calicut, ma qui
sono li pi belli e li miglior pappagalli che mai abbia visto. Si truovano qui
in gran quantit legnami lunghi, e li pi grossi credo che sia possibile a
trovare; similmente non so se al mondo si trovino le pi grosse canne di quelle
che qui si trovano, delle quali ne viddi alcuna che veramente era grossa quanto
uno barile. Sono in questo paese grandissima copia di gatti di zibetto, delli
quali se ne danno 3 o 4 al ducato. Le mercanzie di costoro sono solamente
gioie, cio rubini, li quali vengono da un'altra citt verso levante chiamata
Capellan, distante da questa 30 giornate: non per ch'io l'abbia vista, ma per
relazion di mercatanti. Sappiate che in detta citt vale pi un diamante e
perle grosse che non vagliono qui da noi, e similmente un smeraldo.
Quando arrivammo a questa terra, il re era 15 giornate lontano di l a
combattere con un altro, il qual si chiama re di Ava. Vedendo noi questo,
deliberammo andar a trovar il re dove era, per darli quelli coralli, e cos
partimmo di qui con un navilio tutto d'un pezzo e lungo pi di quindeci overo
sedeci passi; li remi di questo navilio erano tutti di canna. Il modo veramente
come siano fatti  questo: dove il remo piglia l'acqua  sfesso, e vi mettono
una tavola cucita di corde, per modo ch'el detto navilio andava pi forte che
non va un brigantino; l'arboro suo era una canna grossa come un barile dove si
mettono le alice. Noi arrivammo in tre giornate ad uno villaggio, dove trovammo
certi mercatanti li quali non avevano potuto entrare nella detta citt di Ava,
per rispetto della guerra. Intendendo noi questo, insieme con loro tornammo a
Pegu. De l a cinque giorni torn il re alla detta citt, il quale aveva avuto
vettoria del suo nimico. Il secondo giorno dapoi ritornato il re, li nostri
compagni cristiani ne menorono a parlare con lui.


L'abito del re di Pegu, e della liberalit sua che gli us in comprar alcuni
coralli.

Non crediate che 'l re di Pegu stia in tanta riputazione come sta il re di
Calicut, anzi  tanto umano e domestico che un fanciullo li potria parlare.
Porta pi pietre preziose e massimamente rubini adosso che non vale una citt
grandissima, conciosiacosach ve ne siano in tutte le dita de' piedi, e nelle
gambe porta alcuni manigli d'oro grossi, tutti pieni di bellissimi rubini e
perle. Similmente le braccia e le dita delle mani tutte sono piene, le orecchie
pendono mezzo palmo per il contrapeso di tanti gioie che vi sono attaccate, per
modo che, vedendo la persona del re al lume di notte, luce che pare un sole.
Li detti cristiani parlorono con lui e li dissero della mercanzia nostra; il re
li rispose che tornassimo a lui passato il d seguente, perch avea da far
sacrificio al diavolo per la vettoria conseguita. Passato il detto tempo,
subito che ebbe mangiato, il re mand per li detti cristiani e per il compagno
mio, che li portasse la sua mercanzia. Questo re, veduta tanta bellezza di
coralli, rimase stupefatto e fu molto contento, perch veramente, infra gli
altri coralli, ve n'erano due branche che mai non andorono in India le simili.
Dimand il re che gente eravamo; risposero li cristiani: "Signore, questi sono
Persiani". Disse il re al turcimanno: "Dimandagli se vogliono vendere questa
roba". Il mio compagno rispose che la roba era al comando di sua signoria.
Allora il re cominci a dire che era stato duoi anni in guerra col re di Ava e
che per questo rispetto non si trovava danari, ma che, se volevamo barattar in
tanti rubini, che 'l ne contentaria molto bene. Li facemmo dire per quei
cristiani che non volevamo altra cosa da lui salvo l'amicizia sua, e che
pigliasse la roba e facesse quanto li piaceva. Li cristiani gli riferirono
quanto li aveva imposto il compagno, con dire al re che pigliasse li coralli
senza danari e senza gioie. Intendendo egli questa liberalit, rispose: "Io so
ben che li Persiani sono liberalissimi, ma non viddi mai un tanto liberale
quanto  costui". E giur per Dio e per il diavolo che 'l voleva vedere chi
saria pi liberale, o egli o il Persiano, e comand subito ad un suo schiavo
che portasse una certa cassetta, la qual era lunga e larga duoi palmi, lavorata
d'oro intorno intorno, ed era piena di rubini dentro e fuori. E aperta che
l'ebbe, vi stavano sei tramezzate stanzie, tutte piene di diversi rubini grandi
e piccoli, finissimi, e posela innanzi a noi, dicendo che pigliassemo quelli
che volevamo. Rispose il mio compagno: "O signor benigno, tu mi usi tanta
gentilezza che, per la fede ch'io porto a Macometto, io ti fo un presente di
tutta questa roba; e sappi, signore, ch'io non vo per il mondo per acquistar
roba, ma solo per veder varie genti e varii costumi". Rispose il re: "Io non ti
posso vincere di liberalit, ma piglia questo ch'io ti do". E cos pigli un
buon pugno di rubini per ciascuna di quelle stanzie della cassetta e gliene
don: questi rubini potevano esser cerca dugento; e dandogliene gli disse:
"Piglia questi, per la liberalit che mi hai usato". E similmente don alli
detti cristiani duoi rubini per ciascuno, li quali furono stimati mille ducati;
e quelli del mio compagno furono stimati cerca centomila ducati, onde a questo
si pu considerare costui essere il pi liberale re che sia nel mondo. E ha
ogni anno cerca un milion d'oro di rendita, e questo perch nel suo paese si
trova molta lacca, molto sandolo, assai verzino, bombagio e seta in gran
quantit: e tutte le sue entrate dona a' soldati. Le genti in questo paese sono
molto lussuriose.
Passati alquanti giorni, li detti cristiani pigliorono licenzia per loro e per
noi. Il re comand che ci fusse data una stanzia fornita di ci che bisognava,
insino a tanto che noi volevamo star l: e cos fu fatto. Noi stemmo in detta
stanzia cinque giorni. In questo tempo venne nuova ch'el re Ava veniva con
grande esercito per far guerra con lui, il quale, intendendo questo, volse
andar a trovarlo alla met del cammino con molta gente a cavallo e a piedi. Il
d dipoi vedemmo abbruciare due donne vive volontariamente, in quel modo ch'io
vi dichiarai in Tarnassari.


Della citt Malacha e di Gaza fiumara, che alcuni pensano sia Ganges, e della
inumanit di quegli uomini.

L'altro giorno montammo su una nave e andammo ad una citt chiamata Malacha,
qual  posta alla volta di sirocco levante: e vi arrivammo in otto giorni.
Appresso alla detta citt trovammo una grandissima fiumara, della quale mai non
vedemmo la maggiore, e chiamasi Gaza, e mostra esser larga pi di quindeci
miglia. E a riscontro alla detta fiumara  una grandissima isola chiamata
Sumatra: dicono gli abitatori di questa isola ch'ella volta intorno quattromila
e cinquecento miglia; quando sar tempo vi dir della sua condizione.
Arrivati che fummo a Malacha, subito fummo appresentati al soldano, il qual 
moro, e similmente tutto il suo regno. La detta citt  in terra ferma e paga
tributo al re delle Cine, il qual fece edificar questa terra gi cerca settanta
anni, per esser ivi buon porto, il qual  il principale che sia nel mare
Oceano: e veramente credo che qui arrivano pi navilii che in terra del mondo,
e massime perch qui vengono tutte le sorti di spezie e altre mercanzie
assaissime. Questo paese non  molto fertile: pur vi nasce grano, carne, poche
legne, uccelli al modo di Calicut. Qui si trova gran quantit di sandolo e di
stagno; vi sono ancora elefanti assai, cavalli, pecore, vacche e buffali,
leopardi e pavoni in molta copia, frutti pochi ad usanza di Zeilam. Non bisogna
far traffico qui di cosa alcuna, salvo che di speziarie e panni di seta. Queste
genti sono di colore olivastro e portano i capelli longhi; l'abito suo  al
modo del Cairo. Hanno costoro il viso largo, l'occhio tondo, il naso ammaccato.
Qui non si pu andar per la terra come  notte, perch si ammazzano a modo di
cani, e tutti li mercatanti che arrivano qui vanno a dormire nelli loro
navilii. Gli abitatori di questa citt sono di nazione e origine di quelli
della Giava. Il re tiene un governatore per far ragione a' forestieri, ma
quelli della terra si fan ragione a posta loro, e sono la peggior generazione e
dei pi pessimi costumi che sia credo al mondo; e sono tanto superbi e crudeli
che, se alcuna volta il re gli vuol punire, essi dicono che disabiteranno la
terra, perch sono uomini di mare e facilmente passariano sopra qualche isola.
L'aere quivi  assai temperato.
Li cristiani ch'erano in nostra compagnia ci fecero intendere che qui non era
troppo da stare, per esser cos mala gente: per tanto pigliammo un giunco e
andammo alla volta di Sumatra, ad una citt chiamata Pedir, la qual  distante
da terra ferma ottanta leghe in cerca.


Di Sumatra isola, la qual anticamente si chiamava Taprobana, e di Pedir, porto
e citt in Sumatra.

In questa terra dicono che v' il miglior porto di tutta l'isola, qual gi vi
dissi che volge intorno 4 mila e cinquecento miglia. Al parer mio (come ancor
molti dicono) credo che sia la isola Taprobana, nella quale sono tre re di
corona, li quali sono gentili: e la fede loro, il viver, l'abito e i costumi
sono propriamente come in Tarnassari, e cos si bruciano le donne vive. Gli
abitanti in questa isola sono di colore quasi bianchi, e hanno il viso largo,
gli occhi tondi e verdi, i capelli lunghi, il naso largo ammaccato, e piccoli
di statura. Qui si fa grandissima giustizia al modo di Calicut. Le sue monete
sono oro, argento e stagno, tutte stampate: e la moneta d'oro ha da una faccia
un diavolo e dall'altra v' a modo d'un carro tirato da elefanti, e similmente
le monete d'argento e di stagno. Di quelle d'argento ne vanno dieci al ducato e
di quelle di stagno ne vanno venticinque. Qui nasce grandissima quantit di
elefanti, li quali sono li maggiori che mai vedessi. Queste genti non sono
bellicose, ma attendono alle sue mercanzie, e sono molto amici de' forestieri.


D'un'altra sorte di pepe e di seta e di belzu, li quali nascono nella detta
citt di Pedir.

In questo paese di Pedir nasce grandissima quantit di pepe, qual  lungo, che
chiamano molaga. La sorte del detto pepe  pi grosso di questo che vien qui da
noi, ed  pi bianco assai, e di dentro  vano, ed  tanto mordente come questo
nostro e pesa molto poco: e vendesi qui a misura, come da noi si vende la
biava. Ed  da sapere che in questo porto se ne carga ogni anno 18 over venti
navi, le quali tutte vanno alla volta del Cataio, dove si vende molto bene,
perch dicono che l cominciano a far grandissimi freddi. L'arboro che produce
questo pepe lungo ha le viti pi grosse, e la foglia pi larga e pi pastosa,
che non ha quello che nasce in Calicut. Si fa in questa terra assaissima seta,
e fassene ancor fuori per li vermi ne' boschi sopra gli arbori, senza esser
nutriti dalle persone: vero  che questa seta non  molto buona. Trovasi ancora
qui gran quantit di belzu, il quale  gomma d'arbori: dicono alcuni (perch
io non l'ho visto) che nasce molto distante dalla marina, in terra ferma.


Di tre sorti di legno d'aloe.

Perch la verit delle cose  quella che pi diletta e invita l'uomo s a
leggere come ancora ad intendere, per mi ha parso soggiunger questo, di che io
per esperienza ne ho certezza: per tanto sappiate che n belzu n legno d'aloe
che sia eccellente non vien troppo nelle parti de' cristiani, conciosiacosach
sono tre sorti di legno d'aloe. La prima sorte, che  la pi perfetta, si
chiama calampat, il quale non nasce in questa isola, ma viene da una chiamata
Sarnau, la quale (s come dicevano li cristiani nostri compagni)  appresso la
citt loro: e ivi nasce questa prima sorte. La seconda sorte si chiama loban,
il qual viene da una fiumara; il nome della terza si chiama bochor. Ci dissero
ancora li detti cristiani la cagione perch non viene da noi il detto calampat,
la qual  questa, che nel gran Cataio e nel reame delle Cine e Macini e Sarnau
e Giava vi  molto pi abbondanzia d'oro che appresso noi, e similmente vi sono
pi gran signori che non sono nelle bande nostre di qua, quali si dilettano
molto pi che noi di queste due sorti di profumi, di modo che, doppo la morte
loro, spendono grandissima quantit d'oro in essi profumi: e per questa tal
causa non vengono nelle nostre parti queste sorti cos perfette. E vale in
Sarnau dieci ducati la libbra, perch se ne trova poco di questo.


Della esperienza di detti legni aloe e belzu.

Li prefati cristiani ci fecero vedere la esperienza di ambedue le sorti di
profumi: l'uno di essi avea un poco dell'una e l'altra sorte. Il calampat era
cerca due once, e fecelo tenere in mano al mio compagno tanto quanto si diria
quattro volte il Miserere, tenendolo stretto in mano; dipoi li fece aprir la
mano: veramente non senti' mai simil odore quanto era quello, il qual passava
tutti i nostri profumi. Poi prese tanto belzu quanto saria una noce, e poi di
quello che nasce in Sarnau circa mezza libbra, e fecelo mettere in due camere
in vasi con fuoco dentro: in verit vi dico che quel poco fece pi odore e
maggior suavit e dolcezza che non fariano due libbre d'altra sorte. Non si
potria dir la bont di quelle due sorti di odori e de profumi. S che avete
inteso la ragione perch le dette cose non vengono alle parti nostre. Nasce
ancora qui grandissima quantit di lacca per far color rosso, e l'arboro di
questa  fatto come li nostri arbori che producono le noci.


Delli lavori che si fanno in Sumatra, e delli costumi degli abitatori, e della
sorte de' navilii loro.

In questa terra viddi li pi belli lavori che mai abbia visto, cio alcune
casse lavorate d'oro, le quali davano per duoi ducati l'una, che in verit da
noi saria stimata cento ducati. Quivi ancora viddi in una strada cerca
cinquecento cambiatori di monete, e questo perch vengono grandissima quantit
di mercatanti in questa citt, dove si fanno assaissimi traffichi. Il dormir di
queste genti sono buoni letti di bombagio, le coperte di seta e lenzuoli di
bombagio. Hanno in questa isola abbondanzia grandissima di legnami, e qui fanno
gran navi, le quali chiamano giunchi, e portano tre arbori, e hanno la prova
davanti e di drieto, con duoi timoni davanti e duoi di drieto. E quando
navigano per alcuno arcipelago, perch qui  gran pelago a modo d'un canale,
andando a vela alcuna volta li viene il vento davanti: subito amainano la vela
e prestamente, senza voltare, fanno vela all'altro arboro e tornano adrieto. E
sappiate che sono li pi presti uomini che mai abbia veduto, e ancora sono
grandissimi notatori e maestri eccellentissimi di far fuochi artificiati.


Come cuoprono le case in Sumatra; e di duoi navilii che comprorono per andar
all'isole delle spezierie, e de varii ragionamenti che ebbero insieme.

Le abitazioni del detto luogo sono case murate di pietra, e non sono molto
alte, e gran parte d'esse sono coperte di scorze di tartaruche di mare, cio
bisce scodellaie, perch qui se ne ritruova gran quantit: e nel tempo mio
viddi pesarne una che pesava cento e tre libbre. Ancora viddi duoi denti di
elefanti, li quali pesavano trecento e venticinque libbre; e viddi pur in
questa isola serpenti maggiori assai che non sono quelli di Calicut.
Torniamo alli nostri compagni cristiani, li quali erano desiderosi di tornare
alla sua patria, perch ne dimandorono che intenzione era la nostra, se noi
volevamo restar qui o andar pi avanti overo ritornar indrieto. Li rispose il
mio compagno: "Dapoi ch'io son condotto dove nascono le speziarie, vorrei
vederne alcune sorti avanti ch'io ritornasse indrieto". Loro li dissero: "Qui
non nascono altre spezie, salvo quelle che avete veduto". Ed egli dimand:
"Dove nascono le noci moscate e li garofani?" Li risposero che le noci moscate
e macis nascono ad una isola distante de qui per trecento miglia. Li dimandammo
allora se si poteva andare a quella isola sicuramente, cio securi da ladri o
corsari; li cristiani risposero che securi da ladri potevamo andare, ma dalla
fortuna da mare no, e dissero che con queste navi grandi non si poteva andare
alla detta isola. "Che rimedio adunque vi saria, - disse il mio compagno, - per
andare a questa isola?" Ci risposero che bisognava comprare una ciampana, cio
un navilio piccolo, delli quali se ne trovano qui assai. Il mio compagno li
preg che ne facessero venir dua, che li compraria. Subito li cristiani ne
trovorono duoi forniti di genti che li avevano a guidare, con tutte le cose
necessarie e opportune a far tal viaggio, e fecero mercato di detti navilii con
gli uomini e cose bisognose in quattrocento pardai, li quali allora furono
pagati dal compagno mio. Il quale poi cominci a dire alli cristiani: "O amici
miei carissimi, bench io non sia di vostra generazione, nondimeno tutti siamo
figliuoli di Adam ed Eva: volete voi abbandonar me e questo altro mio compagno,
il quale  nasciuto nella vostra fede?" "Come nella nostra fede? - dissero li
cristiani: - Questo vostro compagno non  persiano?" Rispose egli: "Adesso s
ch' persiano, perch fu comprato alla citt di Ierusalem". Sentendo li
cristiani nominare Ierusalem, subito levorono le mani al cielo e poi baciorono
tre volte la terra, e dimandorono di che tempo era quando fui venduto in
Ierusalem. Li risposi che io avea cerca quindici anni. "Adunque, - dissero
costoro, - egli si debbe ricordare del suo paese". "S ben, - disse il mio
compagno, - ch'ei si ricorda, anzi non ho avuto altro piacere, gi sono molti
mesi, se non d'intendere delle cose di quel suo paese, ed egli m'ha insegnato
come si chiama dalli cristiani tutti li membri della persona, e il nome delle
cose da mangiare". Udendo questo, li cristiani dissero: "La volont nostra era
di ritornare alla patria, la qual  tremila miglia lontana di qui; ma per amor
vostro e di questo vostro compagno volemo venire dove voi anderete, e volendo
restare il vostro compagno con noi, lo farem ricco, e se vorr servare la legge
persiana, sar in sua libert". Rispose il mio compagno: "Io son molto contento
della compagnia vostra, ma non v' ordine che costui resti con voi, perch io
gli ho dato una mia nipote per moglie, per l'amor ch'io li porto: s che, se
volete venir in nostra compagnia, voglio prima che pigliate questo presente
ch'io vi do, altrimenti non restaria mai contento". Li buoni cristiani
risposero ch'ei facesse quello che a lui piaceva, che di tutto si contentavano,
e cos lui li don mezza curia, cio mezza oncia di rubini, delli quali ve ne
erano dieci di valore di cinquecento pardai. De l a due giorni furono
apparecchiate le dette chiampane, e ponemmovi dentro di molte robe da mangiare,
massime delli migliori frutti che mai abbia gustato, e cos pigliammo il nostro
cammino per levante verso l'isola chiamata Bandan.


Dell'isola di Bandan, dove nascono le noci moscate e macis.

Infra il detto cammino trovammo cerca venti isole, parte abitate e parte no, e
in spazio di quindici giorni arrivammo alla detta isola, la qual  molto brutta
e trista;  di circuito cerca cento miglia ed  terra molto bassa e piana. Qui
non v' n re n governatore, ma vi sono alcuni villani quasi come bestie,
senza alcun ingegno. Le case di questa isola sono di legname, molto triste e
basse. L'abito di costoro  che vanno in camicia, scalzi, senza alcuna cosa in
testa; portano li capelli lunghi, il viso loro  largo e tondo, il suo colore 
bianco e sono piccoli di statura. La sua fede  gentile, ma sono di quella
sorte che sono li pi tristi di Calicut, chiamati Poliar e Hitava; sono molto
debili d'ingegno e di forza, non hanno alcuna virt, ma vivono come bestie. Qui
non nasce altre cose che noci moscate: il piede della noce moscata  fatto a
modo di uno arboro persico e fa la foglia in quel modo, ma sono pi strette, e
avanti che la noce abbia la sua perfezione, li macis stanno intorno come una
rosa aperta, e quando la noce  matura il macis l'abbraccia. E cos la colgono
del mese di settembre, perch in questa isola va la stagione come a noi; e
ciascun uomo raccoglie pi che pu, perch tutte sono comuni, e a detti arbori
non si dura fatica alcuna, ma lasciano fare alla natura. Queste noci si vendono
a misura, la qual pesa ventisei libbre, per prezzo di mezzo carlino: la moneta
corre qui ad usanza di Calicut. Qui non bisogna far ragione, perch la gente 
tanto grossa che, volendo, non saperiano far male.
E in termine di duoi giorni disse il mio compagno alli cristiani: "Li garofani
dove nascono?" Risposero che nascevano lontano da qui sei giornate, in una
isola chiamata Maluch, e che le genti di quella sono pi bestiali e pi vili e
dappoche che non sono queste di Bandan. Alla fine deliberammo di andar a
quell'isola, fussero le genti come si volessero, e cos facemmo vela e in
dodici giorni arrivammo alla detta isola.


Dell'isola di Maluch, dove nascono li garofani.

Smontammo in questa isola di Maluch, la qual  molto pi piccola di Bandan, ma
la gente  peggiore, e vivono pur a quel modo, e sono pi bianchi, e l'aere 
un poco pi freddo. Qui nascono li garofani e in molte altre isole
circonvicine, ma sono piccole e disabitate. L'arboro delli garofani  proprio
come l'arboro del busso, cio cos folto, e la sua foglia  quasi come quella
della cannella, ma un poco pi tonda, ed  di quel colore come gi vi dissi in
Zeilan, la qual  quasi come la foglia del lauro. Quando sono maturi, li detti
uomini sbattono li garofani con le canne, e mettono sotto al detto arbore
alcune stuore per raccoglierli. La terra dove sono questi arbori  come arena,
cio di quel medesimo colore, non per che sia arena. Il paese  volto verso
mezzod, e di qui non si vede la stella tramontana.
Veduto che avemmo questa isola e questa gente, dimandammo alli cristiani se
altro v'era da vedere. Ci risposero: "Vediamo un poco in che modo vendono
questi garofani". Trovammo che si vendevano il doppio pi che le noci moscate,
pure a misura, perch quelle persone non intendono pesi.


Della isola Bornei.

Volontarosi eravamo di mutar paese, pur tuttavia per imparar cose nove. Allora
dissero li cristiani: "O caro compagno, dapoi che Dio ci ha condotti fin qui a
salvamento, se vi piace andiamo a vedere la pi grande isola del mondo e la pi
ricca, e vedrete cosa che mai non avete vista. Ma bisogna che andiamo prima ad
un'altra isola che si chiama Bornei, dov' mestieri pigliar una nave grande,
perch il mare  pi grosso". Rispose egli: "Io son molto contento di far quel
che volete". E cos pigliammo il cammino verso la detta isola, alla qual sempre
si va al mezzogiorno. Andando in questo cammino, continuamente li detti
cristiani, notte e giorno, non aveano altro piacere se non di parlar con meco
delle cose de' cristiani e della fede nostra. Quando io li dissi del volto
santo che sta in Santo Pietro, e delle teste di santo Pietro e di santo Paulo e
di molti altri santi, mi dissero secretamente che s'io voleva andar con essi,
ch'io saria grandissimo signore, per aver visto queste cose. Io dubitava che,
poi che me avessero condotto l, non arei potuto mai pi tornar alla patria
mia, e per questo restai di andarvi.
Arrivati che fummo all'isola di Bornei, la qual  distante da Maluch cerca
dugento miglia, trovammo ch' alquanto maggiore che la sopradetta e molto pi
bassa. Le genti di questa sono gentili e sono uomini da bene; il color suo 
pi bianco che d'altra sorte, l'abito loro  una camicia di bombagio e alcuni
vanno vestiti di ciambellotto; alcuni portano berrette rosse. In questa isola
si fa grandissima iustizia. E ogni anno si carica assaissima quantit di
canfora, la qual dicono che nasce ivi e che  gomma di arbori: se cos  io non
l'ho vista, per non l'affermo. Quivi il mio compagno noleggi una navetta per
cento ducati.


In che modo li marinari si governano, navigando verso l'isola Giava.

Fornita che fu la noleggiata nave di vettovaglia, pigliammo il nostro cammino
verso la bella isola chiamata Giava, alla quale arrivammo in cinque giorni,
navigando pure verso mezzogiorno. Il padrone di detta nave portava la bussola
con la calamita ad usanza nostra, e aveva una carta, la qual era tutta rigata
per lungo e per traverso. Dimand il mio compagno alli cristiani: "Poi che noi
abbiamo perso la tramontana, come si governa costui? Evvi altra stella
tramontana che questa, con la qual noi navighiamo?" Li cristiani ricercorono il
padron della nave questa medesima cosa, ed egli ci mostr quattro o cinque
stelle bellissime, infra le quali ve n'era una qual disse ch'era all'incontro
della nostra tramontana, e ch'egli navigando seguiva quella, perch la calamita
era acconcia e tirava alla tramontana nostra. Ci disse ancora che dall'altra
banda di detta isola verso mezzogiorno vi sono alcune genti, le quali navigano
con le dette quattro o cinque stelle che sono per mezza la nostra tramontana; e
pi ci disse che di l dalla detta isola si naviga tanto che trovano che il
giorno non dura pi che quattro ore, e che ivi era maggior freddo che in luogo
del mondo. Udendo questo, noi restammo molto contenti e satisfatti.


Della isola Giava, della fede, del vivere e costumi suoi e delle cose che ivi
nascono.

Seguendo adunque il camin nostro, in cinque giorni arrivammo a questa isola
Giava, nella quale sono molti reami, li re delli quali sono gentili. La fede
loro  questa: alcuni adorano gl'idoli come fanno in Calicut, e alcuni sono che
adorano il sole, altri la luna; molti adorano il bue, gran parte la prima cosa
che scontrano la mattina, e altri adorano il diavolo al modo che gi vi dissi.
Questa isola produce grandissima quantit di seta, parte al modo nostro e parte
nei boschi, sopra gli arbori salvatichi. Qui si truovano li migliori e pi fini
smeraldi del mondo, e oro e rame in gran quantit, grano assaissimo al modo
nostro e frutti bonissimi ad usanza di Calicut. Si truovano in questo paese
carni di tutte le sorti ad usanza nostra. Credo che questi abitanti siano i pi
fedeli uomini del mondo; sono bianchi e di altezza come noi, ma hanno il viso
assai pi largo di noi, gli occhi grandi e verdi, il naso molto ammaccato e li
capelli lunghi. Qui sono uccelli in grandissima moltitudine e tutti differenti
dalli nostri, eccetto li pavoni, tortore e cornacchie negre, le quali tre sorti
sono come le nostre. Fra queste genti si fa grandissima giustizia. E vanno
vestiti all'apostolica, di panni di seta, ciambellotto e di bombagio. E non
usano troppe armature, perch non combattono, salvo quelli che vanno per mare,
i quali portano alcuni archi e la maggior parte freccie di canna. Accostumano
ancora alcune cerbottane, con le quali tirano freccie attossicate: e le tirano
con la bocca, e ogni poco che faccino di sangue, muore la persona. Qui non si
usa artiglieria di sorte alcuna, e manco le sanno fare. Questi mangiano pane di
grano; alcuni altri ancora mangiano carne di castrati o di cervo o vero di
porco salvatico, e altri mangiano pesci e frutti.


Come in questa isola li vecchi si vendono da' figliuoli overo da' parenti, e
poi se li mangiano.

Vi sono uomini in questa isola che mangiano carne umana. Hanno questo costume,
che essendo il padre vecchio, di modo che non possi far pi esercizio alcuno,
li figliuoli over li parenti lo mettono in piazza a vendere, e quelli che lo
comprano l'ammazzano e poi se lo mangiano cotto. E se alcun giovane venisse in
grande infirmit, che paresse alli suoi che 'l fusse per morire di quella, il
padre overo fratello dell'infermo l'amazzano, e non aspettano che 'l muora: e
poi che l'hanno morto, lo vendono ad altre persone per mangiare. Stupefatti noi
di simil cose, ci fu detto da alcuni mercatanti del paese: "O poveri Persiani,
perch tanto bella carne lasciate mangiar alli vermi"? Inteso questo, subito il
mio compagno disse: "Presto, presto, andiamo alla nostra nave, che costoro pi
non mi giungeranno in terra".


Dove nel mese di giugno nel mezzogiorno in l'isola della Giava
il sole faceva ombra; e come si partirono.

Dissero li cristiani al mio compagno: "O amico mio, portate questa novella di
tanta crudelt alla patria vostra, e portateli ancora questa altra che vi
mostraremo". E dissero: "Guardate qui, adesso che  mezzogiorno, voltate il
viso dove tramonta il sole". E alzando noi gli occhi, vedemmo il sole che ne
faceva ombra a man sinistra pi d'un palmo, e a questo comprendemmo che eravamo
molto distanti dalla patria nostra, per il che restammo molto maravigliati. E
secondo che diceva il mio compagno, credo che questo fu il mese di giugno,
perch io aveva perduto li nostri mesi e alcuna volta il nome del giorno.  da
sapere che qui  poca differenzia dal nostro freddo al loro.
Avendo noi visto li costumi di questa isola, ne parve non esser molto da
dimorare in essa, perch ne bisognava star tutta la notte a far la guardia, per
paura di alcun tristo che non ci venisse a pigliare per mangiarne. Onde,
chiamati li cristiani, li dicemmo che al pi presto potessero ritornassimo
verso la patria nostra. Ma pur, avanti che si partissimo, il mio compagno
compr duoi smeraldi per mille pardai, e compr duoi fanciulli per dugento
pardai, li quali non aveano natura n testicoli, perch in questa isola vi sono
mercatanti di tal sorte, che non fanno altra mercanzia se non di comprar
fanciulli piccoli, alli quali fanno tagliare in puerizia ogni cosa, e rimangono
come donne.


Come l'auttore si part dalla Giava e venne per mare a Malacha, dove prese
combiato dalli suoi compagni cristiani, e dapoi, avendo toccato in diversi
luoghi, giunse finalmente in Calicut.

Essendo noi in tutto dimorati quattordici giorni in detta isola di Giava,
perch, parte per paura della crudelt nel mangiar gli uomini, parte ancora per
li gran freddi, non ardivamo andar pi avanti, e ancor perch a questi nostri
compagni non era luogo alcun avanti pi cognito, deliberammo tornar indrieto.
Onde noleggiammo una nave grossa, cio un giunco, e pigliammo il nostro cammino
dalla banda di fuori dell'isole verso levante, perch da quella banda non 
arcipelago, e navigasi pi sicuramente. Navigammo quindici giornate e arrivammo
alla citt di Malacha, e qui stemmo tre giorni, dove rimasero li nostri
compagni cristiani, li pianti e lamenti de' quali non si potrian con brieve
parlar raccontare, di sorte che, s'io non avessi avuto moglie e figliuoli,
sarei andato con loro. E similmente dicevano loro, se avessero saputo di tornar
a salvamento, che sariano venuti con noi. E credo ancor che 'l mio compagno li
confortassi che non venissero, acci non avessero causa di dar notizia a'
cristiani di tanti signori che sono nel paese loro, che pur son cristiani e
hanno infinite ricchezze. S che loro restorno, dicendo che volevano tornare in
Sarnau, e noi andammo con la nostra nave alla volta di Coromandel.
Diceva il padrone della nave che intorno alla isola di Giava e intorno
all'isola Sumatra erano pi di ottomila isole. Qui in Melacha il mio compagno
compr cinquemila pardai di spezie minute e panni di seta e cose odorifere.
Navigammo quindici giornate e arrivammo alla detta citt di Coromandel, e qui
fu scaricato il giunco noleggiato in Giava. Stemmo dapoi cerca venti giorni in
questa terra, e al fine pigliammo una ciampana e andammo alla volta di Colon,
dove trovai dodici cristiani portoghesi. Per la qual cosa io ebbi grandissima
volont di fuggire, ma restai, perch erano pochi e temeva delli Mori,
conciosiacosach vi erano alcuni mercatanti con noi, che sapevano ch'io era
stato alla Mecca e dove  il corpo di Macometto, e avea paura che loro non
dubitassero ch'io scoprissi le loro ipocrisie: per questo restai di fuggire. Di
l a 12 giorni pigliammo il nostro cammino verso Calicut, cio per la fiumara,
e arrivammo l in spazio di dieci giorni.


Come l'auttor trov in Calicut duoi Milanesi che facevan artegliarie al re, e
come gli persuase che fuggissero, e come egli finse di esser santo.

Dapoi il lungo discorso di tanti e cos varii paesi come di sopra abbiamo
narrato, ad ogni benigno lettor  facil cosa cognoscere quanto gi mi
cominciava a pesare l'esser passato tanto avanti, in cos largo cammino e
navigazione, s per li diversi e inequali temperamenti dell'aere, come per le
molte differenzie e variet di costumi, e sopratutto di quelli cos crudeli e
inumani uomini, veramente non dissimili dalle bestie. E per tanto, essendo con
il mio compagno fastidito, deliberammo ritornarcene verso li nostri natii
paesi. E conciosiacosach nel ritorno m'intravenissero molte cose degne di
memoria, non sar fuor di proposito se quelle brievemente dir: e penso, anzi
tengo per certo, che non sar infructuosa la narrazione di molti miei travagli,
s in raffrenar l'insaziabil appetito di molte persone, che senza pensarvi
molto sopra si lasciano trasportar dal desiderio di veder diverse parti del
mondo, come che, trovandosi sopraggiunti in un punto da qualche inopinato caso
o pericolo, dove  bisogno che l'ingegno lavori, si saperranno con prudenzia
governare e riuscirne a salvamento.
Essendo adunque arrivati in Calicut di ritorno, secondo che poco avanti avevamo
scritto, trovammo duoi cristiani, li quali erano milanesi: uno si chiamava
Giovanmaria, l'altro Pietroantonio, ed erano venuti di Portogallo con la nave
de' Portoghesi, per comprar gioie ad instanzia del re, e quando furno giunti in
Cocchin, se ne fuggirno in Calicut. Vedendo questi duoi cristiani, veramente
mai non ebbi la maggior allegrezza. Essi e io andavamo nudi ad usanza del
paese. Io li dimandai s'erano cristiani; rispose Giovanmaria: "S, semo ben
noi", e poi Pietroantonio dimand a me s'io era cristiano. Gli risposi di s,
laudato sia Dio: allora mi prese per la mano e menommi in casa sua, dove giunti
cominciammo ad abbracciarci l'un l'altro e baciarci e piagnere. Veramente io
non poteva parlar cristiano, e mi parea aver la lingua grossa e impedita,
perch io era stato quattro anni che non avea parlato con cristiani. Quella
notte stetti con loro, n mai alcun di noi pot mangiare e manco dormire,
solamente per la tanta grande allegrezza che avevamo: pensate che noi aressemo
voluto che quella notte avesse durato un anno, per ragionare insieme di diverse
cose. Fra le quali io gli dimandai se essi erano amici del re di Calicut; mi
risposero che erano delli primi uomini ch'egli avesse e ogni giorno parlavano
con lui. Gli dimandai ancora che intenzione era la loro; mi dissero che
volentieri sariano tornati alla patria, ma non sapevano per qual via. Io
risposi loro: "Tornate per la via che sete venuti". Essi dissero che non era
possibile, perch erano fuggitivi dalli Portoghesi, e che 'l re di Calicut gli
avea fatti far gran quantit di artiglierie contra sua volont, e per questo
rispetto non voleano tornare per quella via, e dissero che presto si aspettava
l'armata del re di Portogallo. Io li risposi che, se Dio mi facea tanta grazia
ch'io potessi fuggir in Canonor, quando fusse venuta l'armata, ch'io farei
tanto che 'l capitano del re li perdonaria; e dissigli che ad essi non era
possibile fuggire per altra via, perch si sapea per molti reami che essi
facevano artiglierie, e molti re aveano volont di averli nelle mani per la
virt loro: e per non era possibile fuggire per altro modo. E mi dissero che
ne aveano fatto cerca quattrocento in cinquecento bocche fra grandi e piccole,
in modo che conclusero che aveano grandissima paura de' Portoghesi: e invero
era ragion d'averla, perch, non ostante che essi facevano le artiglierie, le
insegnavano ancor fare alli gentili; e pi mi dissero che aveano insegnato a
tirar le spingarde a venticinque criati del re. E nel tempo ch'io stetti qui,
essi dettero il disegno e la forma ad uno gentile per far una bombarda, la qual
pes cento e cinquanta cantara, ed era di metallo. Vi era ancora un giudeo che
avea fatto una galea molto bella, e avea fatto quattro bombarde di ferro: il
detto giudeo, andando a lavarsi ad una fossa di acqua, si affog.
Torniamo alli detti Milanesi. Dio sa quello li dissi, esortandoli che non
volessero far tal cosa contra li cristiani: Pietroantonio di continuo piangeva,
e Giovanmaria diceva che tanto gli era a morire in Calicut quanto in Roma, e
che Dio avea ordinato quello dovea essere. La mattina seguente tornai a trovare
il mio compagno, il qual fece gran lamentazione, perch dubitava ch'io fussi
stato morto. Io gli dissi ch'era stato a dormire in una moschea de' Mori, a
ringraziar Dio e Maumetto del beneficio ricevuto, ch'eravamo tornati a
salvamento: e di questo lui ne fu molto sodisfatto. E per poter io saper li
fatti della terra, gli dissi ch'io voleva star a dormire nella moschea e ch'io
non voleva robba, ma che sempre voleva esser povero. E per voler io fuggire da
loro, pensai di non li poter ingannare salvo che con la ipocrisia, perch i
Mori son la pi grossa gente del mondo: per modo ch'ei fu contento. E questo
faceva io per poter spesso parlar alli cristiani, perch essi sapevano ogni
cosa di giorno in giorno della corte del re. Io cominciai ad usare la
ipocrisia: finsi di esser Moro santo, n mai volsi mangiar carne, salvo che in
casa di Giovanmaria, che ogni notte mangiavamo duoi para di galline, e mai pi
non volsi praticare con mercatanti, e manco uomo alcuno mi vidde mai ridere. E
tutto il giorno stavo nella moschea, salvo quando el mio compagno mandava per
me ch'io andassi a mangiare, e gridavami perch io non voleva mangiar carne: io
li rispondeva che 'l troppo mangiare conduce l'uomo a molti peccati. E a questo
modo cominciai ad esser Moro santo, e beato era quello che mi poteva baciar la
mano, e alcuno le ginocchia.


Come finse di esser medico e guaritte un Moro.

Accadendo che uno mercatante moro si ammal di gravissima infirmit e, non
potendo per alcun modo usar il beneficio del corpo, mand dal mio compagno, il
qual era molto suo amico, per intendere s'egli overo alcun altro di casa sua
gli sapesse dar qualche rimedio, gli rispose che l'anderia a visitare e mi
meneria seco. E cos egli e io insieme andammo a casa dell'ammalato, e
dimandandoli del suo male, disse: "Io mi sento molto male al stomaco e al
corpo". Io gli dimandai se aveva avuto qualche freddo, per il qual fusse
causato questo male; rispose che non poteva esser freddo, perch non seppe mai
che cosa si fusse. Allora il mio compagno si volt a me e dissemi: "O Lodovico,
sapresti tu qualche rimedio per questo mio amico?" Io risposi che mio padre era
medico alla patria mia, e che quello ch'io sapeva lo sapea per pratica, ch'egli
mi avea insegnato. Disse il mio compagno: "Ors, vediamo se con qualche rimedio
si pu liberare questo mercatante, che  tanto mio amico". Allora gli presi la
mano e, toccandoli il polso, trovai ch'avea grandissima febbre, e lo dimandai
se li doleva la testa; rispose: "S, che la mi duol forte". Poi li dimandai se
andava del corpo; mi disse ch'erano tre giorni che non era ito. Io subito
pensai: "Questo uomo ha carico lo stomaco per troppo mangiare, e per aiutarlo
ha bisogno d'alcun serviziale"; e dicendolo al mio compagno, ei mi rispose:
"Fate quello vi piace, pur che 'l sia sano". Allora io detti ordine al
serviziale in questo modo: pigliai zuccaro, ova e sale, e per la decozione
pigliai certe erbe, le quali fecero pi mal che bene; le dette erbe erano come
foglie di noci. E con queste tal cose in un d e una notte li feci cinque
serviziali, e niuno giovava, per rispetto delle erbe che erano contrarie, a
tale che volentieri arei voluto non essermi impacciato di far tal esercizio.
Alla fine, vedendo che ei non poteva andar del corpo per difetto dell'erbe
triste, pigliai un buon fascio di porcellane e feci cerca mezzo boccale di
sugo, e vi misi altrotanto olio e molto sale e zuccaro: poi colai ogni cosa
molto bene. E qui feci un altro errore, che mi scordai di scaldarlo, ma ve lo
messi cos freddo. Fatto che fu il serviziale, gli attaccai una corda alli
piedi e lo tirammo suso, alto tanto ch'egli toccava terra con le mani e con la
testa, e lo tenemmo cos alto per spazio di mezzo quarto d'ora. Diceva il mio
compagno: "O Lodovico, costumasi cos alla patria vostra?" Io risposi: "Quando
l'infermo sta in estremo". Diss'egli che era buona ragione, che stando cos
spiccaria meglio la materia. Il povero ammalato gridava e diceva: "Non pi, non
pi, ch'io son morto". E cos, stando noi a confortarlo, o che fusse Dio o la
natura, cominci a far del corpo suo come una fontana. E subito lo calammo
giuso, ed egli and del corpo veramente mezzo barile di robba, e rimase tutto
contento. Il d seguente non avea n febbre n doglia di testa n di stomaco, e
dipoi and molte volte del corpo. L'altra mattina disse che li dolevano un poco
i fianchi; io feci pigliar butiro di vacca, o vero di buffalo, e fecilo ugnere
e infasciare con stoppa di canapo. Poi li dissi che, s'ei voleva risanarsi,
bisognava ch'ei mangiasse due volte al giorno, e innanzi mangiare volevo che
camminasse un miglio a piedi. Egli mi rispose: "Se non volete ch'io mangi pi
di due volte il d, presto presto io sar morto", perch loro mangiano otto e
dieci volte al giorno. Pareva a lui questo ordine molto aspro, pur finalmente
egli si risan benissimo, e questo dette gran credito alla mia ipocrisia:
dicevano poi ch'io era amico di Dio. Questo mercatante mi volse dare dieci
ducati, e io non volsi cosa alcuna, anzi detti tre ducati ch'io aveva alli
poveri: e questo feci publicamente, perch essi conoscessero ch'io non voleva
robba n danari.
Doppo questo, beato quello che mi poteva menare a casa sua a mangiare, beato
era chi mi baciava le mani e li piedi. E quando alcuno mi baciava le mani, io
stava saldo in continenzia, per darli ad intendere ch'ei faceva cosa la qual io
meritava per esser santo. Ma sopra tutto il mio compagno era quello che mi dava
credito, perch ancora egli mi credeva e diceva ch'io non mangiava carne, e che
'l mi aveva veduto alla Mecca e al corpo di Maumetto, e ch'io era andato sempre
in sua compagnia e conosceva li costumi miei, e che veramente io era santo e,
conoscendomi di buona e santa vita, ei mi avea dato una sua nipote per moglie:
s che per questo ogni uomo mi voleva bene. E io ogni notte andava secretamente
a parlare alli Milanesi, li quali mi dissero una volta ch'erano venute dodici
navi di Portoghesi in Canonor. Allora dissi: "Questo  il tempo ch'io scampo di
mano de' cani", e pensammo insieme otto giorni in che modo io potea fuggire.
Essi mi consigliorono ch'io fuggissi per terra, e a me non bastava l'animo, per
paura di non esser morto dalli Mori, per esser io bianco e loro negri.


Della nuova di XII navi de Portoghesi, quali vennero in Calicut.

Un giorno, stando a mangiare col mio compagno, vennero duoi mercatanti persiani
di Canonor, quali subito li chiam a mangiare con lui. Risposero loro: "Noi non
abbiamo voglia di mangiare, e portiamo una mala novella". Li dimand: "Che
parole son queste che voi dite?" Dissero costoro: "Sono venute dodici navi di
Portoghesi, le quali abbiamo vedute con gli occhi nostri". Dimand il mio
compagno: "Che genti sono?" Risposero li Persiani: "Sono cristiani, e tutti
sono armati d'arme bianche, e hanno cominciato a fare un fortissimo castello in
Canonor". Voltossi a me il mio compagno e dimandommi: "O Lodovico, che genti
sono questi Portoghesi?" Io gli risposi: "Non mi parlar di tal generazione, che
tutti sono ladri e corsari di mare: io li vorrei veder tutti convertiti alla
fede nostra maumettana". Udendo egli questo rimase di mala voglia, e io molto
contento nel cuor mio.


Del modo come li Mori chiamano il popolo alla moschea per far orazione;
e come l'auttore venne in Canonor.

Il giorno seguente, intesa la nuova, tutti li Mori andorono alla moschea a far
orazione. Ma prima alcuni a questo deputati salirono su la torre della loro
moschea, come fra essi  usanza di andarvi tre o quattro volte il giorno, e con
alta voce cominciorono in scambio di campane a chiamar gli altri alla medesima
orazione, tenendo di continuo un dito nell'orecchia e dicendo: "Dio  grande,
Dio  grande, venite alla moschea, venite alla moschea a laudar Dio, venite a
laudar Dio. Dio  grande, Dio  grande. Dio fu, Dio sar, Maumet messaggiero di
Dio resusciter". E menorono ancora me con loro, dicendomi che io volessi
pregar Dio per li Mori, e cos publicamente mi posi a far la orazione, la qual
 cos fra loro comune com' a noi il Pater nostro e l'Ave Maria. Stanno li
Mori tutti alla fila, ma sono molte file, e hanno un sacerdote come da noi un
prete, li quali, dipoi che sono molto ben lavati, cominciano a far la orazione
secondo l'usanza loro: e cos feci ancora io, in presenzia di tutto il popolo,
e poi tornai a casa col mio compagno.
Il giorno seguente finsi d'esser molto ammalato, e stetti circa otto giorni che
mai non volsi mangiar con lui, ma ogni notte andava a mangiar con li Milanesi.
Egli molto si maravigliava e dimandavami perch non volevo mangiare; io gli
rispondeva ch'io mi sentiva molto male e che mi pareva aver la testa molto
grossa e carica, e dicevali che mi pareva che procedesse da quell'aere, che non
fusse buono per me. Costui, per l'amor singulare che mi portava, aria fatto
ogni cosa per compiacermi, onde, intendendo che l'aere di Calicut mi facea
male, dissemi: "Andatevene a stare in Canonor per fino a tanto che torniamo
nella Persia, e io vi indrizzar ad uno amico mio, il qual vi dar tutto quello
che vi bisogna". Io li risposi che volentieri anderia in Canonor, ma che
dubitavo di quelli cristiani. Disse lui: "Non dubitate n abbiate paura alcuna
di loro, perch voi starete di continuo nella citt". Alla fine, avendo io
veduto tutta l'armata che si faceva in Calicut, e tutta l'artiglieria e
l'esercito che si preparava contra cristiani, mi misi in viaggio per darli
aviso e per salvarmi dalle man de' cani.


Con quanto pericolo l'auttor si part di Calicut, e come giunse in Canonor.

Un giorno avanti ch'io mi partissi, ordinai tutto quello che avea da fare con
li duoi Milanesi, e poi il mio compagno mi mise in compagnia di quelli duoi
Persiani che portorono la nuova di Portoghesi, e pigliammo una barchetta
piccola. Ora intenderete in quanto pericolo mi posi, perch qui stavano
ventiquattro mercatanti persiani, soriani e turchi, li quali tutti mi
conoscevano e mi portavano grandissimo amore, e sapevano che cosa era lo
ingegno del cristiano. Dubitavomi, se li domandava licenzia, che loro
pensariano che io volessi fuggire alli Portoghesi, e se mi partivo senza
parlarli, e per avventura io fussi scoperto, che loro mi ariano detto: "Perch
non parlavi a noi?" E stavo in questo pensiero. Pur deliberai di partirmi senza
parlar ad alcuno, salvo al mio compagno.
Lo gioved da mattina, ad 3 di decembre, mi parti' con li duoi Persiani per
mare; e quando fummo un tiro di balestra in mare, vennero quattro Naeri alla
riva del mare, i quali chiamorono il padron del navilio, e subito tornammo in
terra. Li Naeri dissero al padrone: "Perch levate questo uomo senza licenzia
del re?" Li Persiani risposero: "Costui  uomo santo, e andiamo a Canonor".
"Sapemo ben, - dissero li Naeri, - che  Moro santo, ma ei sa la lingua de'
Portoghesi e dir tutto quello che facciamo qui", perch si faceva grandissima
armata. E comandorono al padron del navilio che per niente non mi levasse, e
cos fece. Restammo nella spiaggia del mare, e li Naeri tornorono alla casa del
re. Disse uno delli Persiani: "Andiamo a casa nostra", cio in Calicut. Io
risposi: "Non andate, perch perderete queste cinque sinabafi (che sono pezze
di tela che portavano), per che non avete pagato il dretto al re". Disse
l'altro Persiano: "O signore, che faremo?" Io risposi: "Andiamo per questa
spiaggia, per fino a tanto che noi trovaremo un parao", cio una barchetta
piccola. E cos furono contenti, e pigliammo il cammino per 12 miglia, sempre
per terra, caricati delle dette robbe: pensate che cuore era il mio a vedermi
in tanto pericolo. All'ultimo trovammo un parao, il qual ci port fino a
Canonor.
Il sabbato a sera giugnemmo a Canonor e subito portammo una lettera, la qual
m'avea fatta il mio compagno, ad un mercatante suo amico, il tenor della quale
diceva che mi facesse tanto quanto alla sua persona, per fino a tanto ch'egli
venisse qui, e dicevali come io era santo, e il parentado che era fra lui e me.
Il mercatante, subito ch'ebbe letta la lettera, se la pose sopra il capo e
disse ch'io staria sicuro sopra la sua testa; e subito fece far molto ben da
cena, con molte galline e piccioni. Quando li Persiani viddero venir galline,
dissero: "Oim, che fate voi? Costui non mangia carne", e subito vennero altre
robbe. Fornito che avemmo da mangiare, li detti Persiani dissero a me: "Andiamo
un poco alla marina a piacere", e cos andammo dove stavano le navi di
Portoghesi. Pensate, o lettori, quanta fu l'allegrezza ch'io ebbi nel cuore:
andando un poco pi avanti, viddi alla porta d'una certa casa bassa tre
botteghe vote, per le quali pensai che l dovea esser la fattoria de'
cristiani. Allora, alquanto rallegrato, ebbi volont di fuggire dentro alla
detta porta, ma considerai che, facendo tal cosa nella loro presenzia, la terra
tutta si metteria a rumore; e io, non potendo sicuramente fuggire, notai il
luoco dove si faceva il castello de' cristiani e deliberai di aspettar il
giorno seguente.


Come l'auttore si fugg di Canonor alla fortezza de' Portoghesi, e come li duoi
Milanesi furono morti in Calicut.

La domenica mattina mi levai a buon'ora e dissi ch'io voleva andar un poco a
sollazzo. Risposero li compagni: "Andate dove vi piace", e cos pigliai il
cammino secondo la fantasia mia, e andai dove si faceva il castello de'
cristiani. E quando fui un pezzo lontano dalli compagni, passeggiando sopra la
spiaggia del mare, mi scontrai in duoi cristiani portoghesi e dissi loro:
"Signori, dove  la fortezza de' Portoghesi?" E dissero quelli duo cristiani:
"Sei tu per ventura cristiano?" Io risposi: "S signor, laudato sia Dio", e lor
dissero: "Donde venite voi?" Risposi io: "Vengo di Calicut". Allora disse l'un
all'altro de' duoi compagni: "Andate voi alla fattoria, ch'io voglio menar
quest'uomo a don Lorenzo", cio al figliuol del vice re. E cos mi men al
detto castello, il qual  distante dalla terra mezzo miglio, e quando arrivammo
al detto castello, il signor don Lorenzo stava mangiando. Subito m'inginocchiai
alli piedi di sua signoria e dissigli: "Signore, mi raccomando a V.S. che mi
salvi, perch son cristiano". Stando in questo modo, sentimmo la terra levarsi
a rumore perch io era fuggito, e subito furono chiamati li bombardieri che
caricassero tutte le artegliarie, dubitando che quelli della terra non
venissero al castello a combattere. Allora, vedendo il capitano che quelli
della terra non facevano altro movimento, mi prese per la mano e menommi in una
sala, pur interrogandomi delle cose di Calicut, e mi tenne tre giorni a parlar
con lui; e io, desideroso della vittoria de' cristiani, gli diedi tutto l'aviso
dell'armata che si faceva in Calicut. Forniti questi parlamenti, mi mand con
una galea dal vice re suo padre in Cochin, della qual era capitano un cavaliere
chiamato Ioan Serrano.
Il vice re, giunto ch'io fui, ebbe grandissimo piacere e fecemi grande onore,
perch li detti aviso di quanto si faceva in Calicut, e ancora li dissi che se
sua signoria voleva perdonare a Giovanmaria e Pietroantonio, li quali facevano
artegliaria in Calicut, e darmi sicurt per loro, ch'io li faria tornare, e non
fariano contra cristiani quel danno che fanno, bench contra la volont loro, e
che loro aveano paura di tornare senza salvocondotto. Il vice re n'ebbe
grandissimo piacere e fu molto contento, e fecemi il salvocondotto; e il
capitano della galea con la qual io venni promise per il vice re, e in termine
di tre giorni mi rimand con la detta galea a Canonor, e dettemi una lettera la
qual andava al figliuolo, che mi desse tanti danari quanti mi bisognava per
pagar le spie da mandar in Calicut.
Arrivati che fummo in Canonor, trovai un gentile il qual mi dette la moglie e
li figliuoli in pegno, ed esso lo mandai con mie lettere in Calicut a
Giovanmaria e Pietroantonio, per le quali io gli avisava come il vice re avea
lor perdonato e che venissero sicuramente. Sappiate che li mandai cinque volte
la spia innanzi e indrieto, e sempre scrivea che si guardassero e non si
fidassero delle femmine n del loro schiavo, perch ciascun di essi avea una
femmina, e Giovanmaria avea un figliuolo e uno schiavo: loro sempre
rispondevano che volentieri verriano. Finalmente nell'ultima lettera mi dissero
cos: "Ludovico mio, noi avemo dato tutte le robe nostre a questa spia; venite
voi la tal notte con una galea, over bregantino, dove stanno li pescatori e
dove non v' mai guardia, perch piacendo a Dio verremo noi duoi e tutta la
brigata". Sappiate ch'io scriveva che venissero loro soli e che lassassero le
femmine, il figliuolo, la roba e il schiavo, ma che portassero solo le gioie e
li danari, imperoch avevano un diamante che pesava 32 caratti, il qual
dicevano che valeva quindecimila ducati, e una perla che pesava 24 caratti, e
duemila rubini li quali pesavano un caratto e un caratto e mezzo l'uno, e
aveano 64 anelli con gioie legate e 1400 pardai. E volendo, oltre le sopradette
cose, salvare anche sette spingarde e tre gatti maimoni e duoi gatti da zibetto
e la rota da conciar gioie, per questa miseria loro furon causa della lor
morte, perch 'l schiavo suo, qual era di Calicut, avedendosi che volevano
fuggire, se n'and subito al re e dissegli ogni cosa. Il re non gli credeva;
nientedimeno mand 5 Naeri a casa a star in sua compagnia. Vedendo il schiavo
che 'l re non li voleva far morire, se n'and al cad della fede de' Mori e
dissegli quelle medesime parole che avea detto al re, e pi gli disse che tutto
quello che si faceva in Calicut loro avisavano li cristiani.
Il cad moro fece un consiglio con tutti li mercatanti mori, fra li quali
adunarono cento ducati, li quali portarono al re di Giogha, il qual si trovava
allora in Calicut con tremila Gioghi. Al quale ditti Mori dissero: "Signore, tu
sai, gli altri anni, quando tu vieni qui, noi ti facciamo molto bene e pi
onore che non facciamo adesso. La causa  questa: che sono qui duo cristiani
nimici della fede nostra e vostra, li quali avisano li Portoghesi di tutto
quello che si fa in questa terra. Per questo ti pregamo che tu gli ammazzi: e
piglia questi cento ducati". Subito il re di Giogha mand ducento uomini ad
ammazzar li detti duoi Milanesi: e quando andarono alla sua casa, cominciarono
a dieci a dieci a sonar cornetti e domandar elemosina. E quando li Milanesi
viddero multiplicare tanta gente, dissero: "Questi vogliono altro che
lemosina", e cominciorono a combattere, per modo che essi duoi ne ammazzarono
sei di coloro e ne ferirono pi di quaranta. All'ultimo questi Gioghi li
tirarono una sorte di lor armi, che  un circolo di ferro grosso due dita, che
ha il taglio di fora via come un rasoro, e dettero a Giovanmaria nella testa e
a Pietroantonio nella coscia, per modo che tutti duoi cascarono in terra, e poi
li corsero addosso, e li tagliorno le canne della gola con le mani e beverono
il lor sangue.
La femmina di Giovanmaria se ne fugg col figliuolo in Canonor, e io comprai il
figliuolo per 8 ducati d'oro, il qual feci battezzare il d di san Lorenzo, e
posigli nome Lorenzo, perch lo battezzai quel d proprio. E in termine d'un
anno, in quel d medesimo, moritte di malfranzoso: e sappiate che di questa
infirmit io ne ho visto ammalati, di l da Calicut, pi di tremila migliaia, e
chiamasi pua, e dicono che sono circa XVII anni ch'ella cominci, ed  assai
pi cattiva in quelli paesi che nelli nostri.


Dell'armata di Calicut che venne contra quella de' Portoghesi
e della crudel battaglia che fecero insieme.

A' XII d di marzo MDVI venne questa nova delli cristiani morti; in questo
giorno medesimo si part la grandissima armata di Pannani, di Calicut, di
Capogat e da Pandarane e da Tromapatan. Tutta questa armata erano ducento e
nove vele, delle quali ottantaquattro erano navi grosse e lo resto navilii da
remi, cio parao: nella quale erano infiniti Mori armati, e portavano certe
veste rosse di tele imbottite di bombagio, con certe berrette grandi in testa
imbottite, e similmente alle braccia braccialetti e guanti tutti imbottiti, e
archi assaissimi e lanze, spade, rotelle e artegliaria grossa e minuta ad
usanza nostra.
Quando noi vedemmo questa armata, che fu ad XVI del mese sopradetto,
veramente, a veder tanti navilii insieme, parea che si vedesse un grandissimo
bosco, per li arbori grandi delle navi. Noi cristiani veramente sempre
speravamo che Dio ci avesse da aiutare a confondere la fede pagana. E il
valentissimo cavaliere capitano dell'armata, figliuolo di don Francesco de
Almeida, vice re dell'India, era qui con undeci navi, fra le quali erano due
galee e uno bergantino; e come vidde tanta moltitudine de navi, avendo avanti
gli occhi le valorose imprese de' suoi antecessori, non volendo punto
degenerare da quelli, chiamati a s tutti li cavalieri e uomini di dette navi,
gli cominci ad esortar e pregar che volessero, per l'amor di Dio e della fede
cristiana, esponersi volentieri a patir la morte, dicendo in questo modo: "O
signori, o fratelli, oggi  quel giorno che tutti ci dobbiamo ricordar della
passione di Cristo, e quanta pena port per redimer noi peccatori. Oggi  quel
giorno che ne saranno scancellati tutti li nostri peccati e che Dio ne ricever
nella sua santa gloria. Per questo vi prego che vogliate andar vigorosamente
contra questi cani, perch spero che Dio ne dar vittoria e non vorr che la
fede sua manchi". Immediate un santo padre spirituale, che stava sopra la poppe
della nave del detto capitano, alz con grandissima devozione un crucifisso con
le sue mani, che tutte le genti lo potevano vedere, e fece un bel sermone,
esortandone a far quel ch'eravamo obligati per la fede cristiana. Poi fece
l'assoluzione di pena e di colpa, e disse: "Ors, figliuoli mei, andiamo a
combattere tutti volentieri, che Dio sar con noi". E seppe tanto ben dire, e
con parole tanto pietose ed efficaci, che tutti piangevamo e pregavamo Dio che
ci facesse morire in quella battaglia.
In questo mezzo veniva la grandissima armata de' Mori alla volta nostra per
passare, e il nostro capitano si part con due navi e andossene alla volta
loro, e pass fra due navi, le quali erano le maggiori che fossero nell'armata
de' Mori: e quando pass per mezzo le dette navi, ci salutarono l'una e l'altra
parte con grandissimi tiri d'artegliaria. E questo fece il nostro capitano per
conoscer la forza di queste due navi e che modo teneano, perch queste aveano
grandissime bandiere ed erano capitane di tutta l'armata. Per quel giorno non
fu fatta altra cosa. La mattina seguente a buon'ora li Mori cominciarono tutti
a far vela e venir verso la citt di Canonor, e mandorono a dire al nostro
capitano che gli lassasse passare e andar al viaggio loro, che essi non voleano
combattere con cristiani. Il capitano gli mand a dire che li Mori di Calicut
non lassarono tornare li cristiani che stavano in Calicut sopra la sua fede, ma
a tradimento ne ammazzarono quarantaotto, e li robarono pi di quattromila
ducati infra robba e danari. E poi li disse: "Passate, se potete passare. Ma
prima cognoscerete la forza e cuore ch' nelli cristiani". Li Mori risposero:
"Gi che la cosa  cos, Maumetto nostro ci defender da voi cristiani". E cos
tutti cominciorono a far vela e con grandissima furia a voler passare, sempre
navigando appresso terra otto o dieci miglia. E il nostro capitano gli volse
lasciar venire a riscontro la citt di Canonor, perch 'l re di Canonor stava a
vedere, per mostrarli quanto era l'animo de' cristiani.
In questo mezzo il capitan comand che tutti mangiassero, e poi che ebbero
mangiato, il vento cominci un poco a rinfrescare. Il capitano disse: "Ors,
fratelli, adesso  il tempo che tutti siamo buoni cavalieri", e cominci andar
alla volta di queste due grandissime navi. Non vi potrei dire la sorte
degl'infiniti instrumenti che sonavano ad usanza loro, che pareva che 'l mondo
venisse a fine. Il capitano valentemente s'incaten con una delle navi de'
Mori, cio con la pi grossa, e li Mori tre volte gittorono via la nostra
catena: alla quarta volta rimasero attaccati, e subito li cristiani saltorono
nella detta nave, dov'erano seicento Mori. Qui a spada per spada si venne alle
mani, e fu fatta crudelissima battaglia con grandissima effusione di sangue,
per modo che di questa nave non scamp alcuno, ma tutti rimasero morti. Poi il
nostro capitano and a trovar l'altra nave grande de' Mori, la quale stava gi
incatenata con un'altra delle nostre navi, e qui ancora si combatt
terribilmente, e vi morirono cinquecento Mori. Quando queste due navi grosse
furon prese, tutto il resto dell'armata de' Mori si mise alla disperata e
circond le nostre undici vele, per modo che era tal nave delle nostre ch'avea
intorno quindici e venti di quelle de' Mori a combattere. Qui fu un bel veder
menar le mani ad uno valentissimo capitano chiamato Giovan Serrano, il qual
fece con una galea tanta crudelt de' Mori che non si potria dire: e fu volta
ch'egli avea intorno alla sua galea cinquanta navilii da remi e da vela, tutti
con artigliaria, e per grazia di Dio si prevalse e non furono morti de'
cristiani se non pochi, cio VIII o X, ma feriti infiniti. E dur tutto quel
giorno il combattere, fino all'oscura notte.
Il bregantin dove io era si allung un poco dalle navi, e subito fu messo in
mezzo da quattro navilii de' Mori, e si combattette molto aspramente: e fu ora
che stavano sopra il bregantino quindici Mori, per modo che li cristiani
s'erano retirati tutti alla poppa. E quando il valente capitano chiamato Simon
Martin vidde esser tanti Mori sopra il bregantino, salt infra que' cani e
disse: "O Ies Cristo, dacci vittoria, aiuta la tua fede", e con la spada in
mano tagli la testa a sei o ver sette; tutti gli altri Mori si gittorno nel
mare e fuggirono chi qua chi l. Quando i Mori viddero che 'l bregantino avea
avuto vittoria, mandorono quattro altri navilii a soccorrer li suoi. Il
capitano del bregantino, vedendo venire li detti navilii, subitamente prese un
barile dove era stata la polvere e vi messe nella bocca un pezzo di vela, che
parea che fosse una pietra di bombarda, poi mise un pugno di polvere sopra il
barile e, stando col fuoco in mano, mostrava di voler scaricare una bombarda.
Li Mori, vedendo questo, credettero che 'l detto barile fosse una bombarda e
subito voltorono indrieto: e il detto capitano si ritir dove stavano li
cristiani, col suo bregantino vittorioso. Il nostro capitano poi si mise fra
tutti quei cani, de' quali furono prese sette navi cariche parte di spezie e
parte d'altre mercanzie, e nove o ver dieci ne furono gittate a fondo per forza
d'artegliaria, infra le quali ve n'era una carica d'elefanti. Quando li Mori
viddero tutto il mare pieno di sangue e tanti di loro morti, e ch'erano prese
le due navi capitane dell'armata e altri navilii, subito si misero in rotta a
fuggire chi qua chi l, notando verso terra, e chi in porto e chi a traverso la
spiaggia. Alla fine, vedendo il nostro capitano tutti li navilii nostri salvi,
disse: "Lodato sia Ies Cristo, seguitiamo la vittoria contra questi cani", e
cos tutti insieme si misero a seguitarli. Veramente, chi gli avesse allora
veduti fuggire, gli parebbe che avessero drieto un'armata di cento navi. E
questo combattere cominci da l'ora del mangiare e dur per fino alla sera, e
poi tutta la notte furono seguitati, s che tutta questa armata fu sbarrattata
con la morte di pochi di nostri, ma infiniti ne furon feriti.
L'altro giorno li nostri navilii che restarono qui seguitorono un'altra nave
grossa, che viddero andar alla volta del mare; all'ultimo furon s valenti che
la investiron, in modo che tutti li Mori si gittorono a notare, e noi
continuamente li seguitammo col schiffo, e con le balestre e lanze ammazzando e
ferendo di loro in fino in terra. Ma alquanti si salvarono per forza di notare,
e questi erano da ducento persone, le quali notarono pi di 5 miglia, quando
sotto e quando sopra l'acque: e alcuna volta credevamo che fussero morti, e
quelli sorgevano lontano un tiro di balestra da noi, e giunti ch'eravamo
appresso di loro per amazzarli, credendo che fussero stracchi, di nuovo si
metteano sotto l'acqua, per modo che parea che fosse un miracolo grandissimo
che costoro tanto durassero a notare. Pur al fine la maggior parte morirono e
la nave se ne and al fondo per li colpi delle artegliarie.
La mattina seguente il nostro capitano mand le galee e il bregantino con
alcuni altri navilii a canto la costa, a vedere li corpi che se potevano
contare: trovorono, fra quelli ch'erano in spiaggia morti e per il mare e
quelli delle navi prese, 3600 corpi morti; molti pi ancora ne furono morti
quando si misero in fuga, li quali si gittarono in mare. Il re di Canonor,
veduta tutta questa battaglia, disse: "Questi cristiani sono molto animosi e
valenti uomini", e cominci a volerne molto bene e averne cari. E veramente,
per dir la verit, io mi sono trovato in qualche guerra alli miei giorni e ho
veduto combattere terribilmente, ma non viddi mai li pi animosi di questi
Portoghesi. Il giorno seguente tornammo al nostro vice re, il qual era a
Cochin, dove si vidde la grande allegrezza del re di Cocchin, il quale era vero
amico del re di Portogallo, vedendoci tornar vittoriosi.


Come l'auttore fu rimandato per il vice re in Canonor e creato fattore.

Lasciamo l'armata del re di Calicut e torniamo al fatto mio. Passati tre mesi,
il vice re per sua grazia mi dette un certo officio, quale era la fattoria
delli mercatanti: e in questo officio stetti circa un anno e mezzo. De l ad
alcuni mesi il detto signore mi mand sopra una nave a Canonor, perch molti
mercatanti di Calicut andavano in Canonor e pigliavano il salvocondutto da'
cristiani, con darli ad intendere che erano da Canonor e che volevano passar
con mercanzie delle navi di Canonor, il che non era il vero: per il vice re mi
mand per conoscer questi mercatanti e intender queste fraudi. Avenne in questo
tempo che 'l re di Canonor moritte, e l'altro che fu fatto fu molto nimico
nostro, perch 'l re di Calicut lo fece per forza di danari e prestogli
ventitre bocche di fuoco.


Della guerra che cominci in Canonor, dove era la fortezza de' Portoghesi,
e come alla fin fecero pace.

Nel MDVII, cominci la grandissima guerra alli XXVII d'aprile e dur per fino
a' XXVII di agosto. Ora intenderete che cosa  la nostra fede cristiana e che
uomini sono li Portoghesi. Andando un giorno li cristiani per pigliar acqua, li
Mori gli assaltarono, per molto odio che ci portavano; li nostri si ritirarono
nella fortezza, la qual gi stava in buoni termini, e per quel giorno non
fecion male alcuno. Il nostro capitano, qual si chiamava Lorenzo de Britte,
mand a far intendere questa novit al vice re, ch'era in Cochin: e subito vi
venne il signor don Lorenzo, con una caravella fornita di tutto quel ch'era
bisogno, e dopo quattro giorni il detto don Lorenzo si torn in Cochin e noi
restammo a combattere con questi cani, e non eravamo pi che dugento uomini. Il
mangiar nostro era sol riso, zuccaro e noci, e non avevamo acqua per bere
dentro nel castello, ma ci era forza due volte la settimana andar a pigliar
acqua ad un certo pozzo, il qual era lontano dal castello un tiro di balestra:
e ogni volta che andavamo per acqua sempre ci bisognava pigliarla per forza
d'arme, e sempre si scaramuzzava con loro. La manco gente che venisse erano
ventiquattromila, e alcuna volta furono trenta, quaranta e cinquantamila
persone, li quali aveano archi, lanze, spade e rotelle, con pi di cento e
quaranta bocche d'artegliaria infra grosse e minute, e aveano le medesime
armature indosso, come vi ho detto nell'armata di Calicut. Il combattere loro
era in questo modo: venivano due o tremila alla volta, e portavano tante sorti
di suoni di diversi instrumenti e tanti fuochi artificiati, e poi con tanta
furia correvano, che veramente averiano fatto paura a diecimila persone. Ma li
valentissimi cristiani andavano a trovarli di l dal pozzo, e mai non
s'accostarono alla fortezza a duo tiri di pietra, e ne bisognava ben guardarci
davanti e da drieto, perch alcuna volta venivano di questi Mori per mare con
LX parao per pigliarci in mezzo. Nondimeno ogni giorno di battaglia ne
ammazzavamo dieci e quindeci e venti di loro, e non pi, perch, come vedevano
alcuno delli suoi morto, subito si mettevano in fuga; pur una volta fra l'altre
una bombarda, chiamata la serpe, in un tiro ne ammazz XVII, ed essi mai per la
grazia di Dio non ammazzorono alcuno di noi: dicevano che noi tenevamo il
diavolo che ci defendeva.
Questa guerra dur dalli 27 di aprile fin alli 27 d'agosto, perch allora venne
l'armata di Portogallo, della quale era capitano il valentissimo cavaliere il
signor Tristan da Cugna. Come egli giunse per mezzo Canonor, noi facemmo segno
che stavamo in guerra, e subito il prudente fece armar tutti li battelli delle
navi ed entrarvi dentro trecento cavalieri armati d'arme bianche, in modo che,
se non fosse stato il nostro capitano che ci ritenne, subito smontati in terra
noi volevamo andar a bruciar la citt di Canonor. Pensate, o benigni lettori,
che allegrezza fu la nostra quando vedemmo tal soccorso, perch in vero eravamo
tanto stracchi che non potevamo pi durare, e appresso la maggior parte feriti.
Quando li Mori viddero la nostra armata cos in ordine, subito mandorono un
imbasciatore, il qual si chiamava Mamal Maricar, ch'era il pi ricco della
terra: e venne a dimandarne pace, per la qual cosa fu mandato al vice re,
ch'era in Cochin, ad intendere quel che si aveva da fare. Il vice re ordin che
si facesse la pace, e questo fece egli solamente per poter caricare le navi e
mandarle in Portogallo.
Passati quattro giorni, vennero duo mercanti di Canonor, li quali erano amici
miei prima che fosse fatto guerra, e parlarono meco in questo modo che
intenderete: "O fattore, mostrane un uomo il qual  pi grande d'ogniun di voi
un braccio, il quale ogni giorno ha ammazzato X, XV e XX di noi, e li Naeri
erano alcuna volta quattrocento e cinquecento a tirare a lui, n mai una fiata
lo poterono toccare". Io gli risposi: "Quell'uomo non  qui, ma  andato a
Cochin". Poi pensai che quello era altro che cristiano e dissigli: "Amico mio,
vien qua, quel cavaliere che hai visto non  portoghese, ma  il Dio de'
Portoghesi e di tutto il mondo". Egli rispose: "Per Dio, che tu di' la verit,
perch tutti li Naeri dicevano che quello non era portoghese, ma che gli era lo
Dio loro, e che era meglio lo Dio de' cristiani ch'il suo, e loro non lo
conoscevano: s che a tutti parve che fosse miracolo di Dio". Guardate che
genti sono costoro e che ingegno  il loro, ch'alcuna volta stavano dieci e
dodici uomini a veder sonare la nostra campana e la guardavano com'una cosa
miracolosa, e poi che la campana non sonava pi, dicevano in questo modo:
"Questi toccano quella campana ed essa parla; come non la toccano, essa non
parla pi. Questo Dio di Portogallo  molto buono". E ancora stavano alcuni di
questi Mori alla nostra messa, e quando era mostrato il corpo di Cristo, io gli
diceva: "Quello  il Dio di Portogallo e di gentili e di tutto il mondo"; e
loro dicevano: "Voi dite la verit, ma noi non lo conosciamo", onde si pu
comprendere che lor pecchino semplicemente. Si trovano per alcuni di questi
che sono grandissimi incantatori: noi gli abbiamo visti constringer serpenti,
li quali quando toccano alcuno subito casca morto in terra. Dicovi ancora che
sono li maggiori e li pi destri atteggiatori che credo siano in tutto il
mondo.


Degli assalti che fecero li Portoghesi contra Pannani.

Finalmente approssimandosi il tempo di ritornare alla patria, imperoch il
capitano dell'armata cominciava a caricare le navi per ritornarsene alla volta
di Portogallo, e per esser io stato sette anni fuori di casa mia, e per l'amore
e benivolenza verso la patria, e ancora per portarle notizia di gran parte del
mondo, fui constretto a dimandar licenzia al signor vice re, il qual per sua
grazia me la dette, e disse che prima voleva ch'io andassi con lui dove
intenderete. E cos lui e tutta la compagnia ci mettemmo in ordine d'arme
bianche, per modo che poca gente rimase in Cochin, e a' ventiquattro di
novembre dell'anno sopradetto facemmo l'assalto dentro dal porto di Pannani: in
questo giorno noi sorgemmo davanti la citt di Pannani. La mattina seguente,
due ore avanti giorno, il vice re si fece venir tutti li battelli delle navi
con tutta la gente dell'armata, e dissegli come quella terra era quella che
faceva guerra a noi pi che terra alcuna dell'India, e per questo pregava tutti
che volessero andare di buona voglia per espugnar questo luoco, il qual
veramente  il pi forte che sia in quella costa. Dapoi ch'ebbe parlato il vice
re, il padre spirituale fece un sermone, che ogni uomo piangeva e molti
dicevano per amor di Dio voler morir in quel luoco.
Un poco avanti giorno cominciammo la mortalissima guerra contra questi cani, li
quali erano ottomila, e noi eravamo cerca seicento: che le due galee poco si
adoperarono, perch non si potevano cos accostar alla terra come li battelli.
Il primo cavalier che saltasse in terra fu il valente signor don Lorenzo,
figliuolo del vice re; il secondo battello fu quello del vice re, nel qual io
mi ritrovai. E nel primo assalto fu fatta una crudel battaglia, perch qui la
bocca della fiumara era molto stretta, e nella riva della terra stava gran
quantit di bombarde, delle quali noi ne pigliammo quaranta bocche. In questo
assalto furono presi sessantaquattro Mori, li quali aveano giurato o di voler
morir in quel loco o vero esser vittoriosi, perch ciascun di loro era padron
di nave e aveano molte mercanzie, che vedevan esser perse se noi eravamo
vittoriosi. E cos nel primo assalto scaricorono molte bombarde sopra di noi,
ma Dio ci aiut, che qui non morirono alcuni de' nostri, ma di loro ne morirono
cerca cento e sessanta. Il signor don Lorenzo ne ammazz sei in mia presenza,
ed egli ebbe due ferite, e molti altri ne furono feriti. Per un poco di spazio
fu aspra la battaglia, ma poi che le nostre galee furono in terra, quelli cani
cominciorono a tirarsi indrieto. E perch l'acqua cominciava a calare, noi non
volemmo seguitargli pi avanti, e quelli cani cominciorono a crescere: e per
questo appicciammo il foco nelle lor navi, delle quali se ne abbruciorono
tredeci, e la maggior parte nuove e grandi. Dapoi il vice re fece tirar tutta
la gente nella punta, dove si stava sicuramente, e qui fece alquanti cavalieri,
fra li quali per sua grazia fece ancor me, e il valentissimo capitano il signor
Tristan da Cugna fu mio patrigno. Fatto questo, il vice re cominci a far
imbarcar genti, pur continuamente faccendo brusciar molte case del detto luoco,
per modo che con la grazia di Dio, senza morte d'alcuno di noi, pigliammo il
cammino verso Canonor, e subito il capitano nostro fece fornir le navi di
vettovaglia, per ritornarsene verso la patria tanto da noi desiderata.


LIBRO DELLA ETIOPIA

Nessuna cosa  pi necessaria a quelli che, per utilit commune e per fare
immortal il suo nome, scrivono istorie o ver narrano li siti delle regioni e
paesi del mondo, che di tener avanti gli occhi e aver sempre fisse nella
memoria le cose che nelli libri superiori hanno (per non esservi l'occasione)
pretermesso di dire, acci che, dimenticandosi di alcuna di esse, non diano
causa a' curiosi lettori di accusarli di negligenzia e di oblivione. E perch
nel principio di questo libro, dove si tratt dell'Etiopia, non mi par che
fosse a bastanza detto di quella, per nel fine di questa mia faticosa
peregrinazione, essendo il luogo opportuno, si narrer di molti luoghi e isole
che nel ritorno mio si viddono, non pretermettendo li pericoli e le fortune
ch'io passai.


Di varie isole nel mar Oceano meridional della Etiopia.

Alli 6 di decembre pigliammo il nostro cammino verso l'Etiopia, e passammo il
colfo, che sono circa tremila miglia di passaggio, e arrivammo all'isola di
Monzambich, la qual  del re di Portogallo. E innanzi che arrivassimo alla
detta isola, vedemmo molte terre le quali sono sottoposte al serenissimo re di
Portogallo, nelle qual citt il re tiene buone fortezze, e massime in Melinde,
ch' reame, e Mombaza, la qual il vice re la messe a fuoco e fiamma; in Chiloa
vi tiene una fortezza e una se ne faceva in Monzambich; in Ceffalla v'
un'altra fortezza. Io non vi scrivo quel che fece il valente capitano il signor
Tristan da Cugna, ch'al venire che fece in India prese Goa e Pate citt, e
Brava isola fortissima, e Zacotara bonissima, nella quale tien il prefato re
buone fortezze: la guerra che fu fatta non vi scrivo, perch non mi vi
ritrovai. Taccio ancora molte belle isole che trovammo pel cammino, fra le
quali v' l'isola del Cumere, con sei altre isole d'intorno, dove nasce molto
zenzero e molto zuccaro, e molti frutti singulari, e carne d'ogni sorte in
abbondanza. Ancora vi dico d'un'altra bella isola chiamata Penda, la qual 
amica del re di Portogallo ed  fertilissima d'ogni cosa.


Di Monzambich isola, e degli abitatori nella terra ferma sopra la Etiopia.

Torniamo a Monzambich, dove il re di Portogallo (come ancora in Ceffalla isola)
cava grandissima quantit d'oro e d'avolio, il qual vien portato da terra
ferma. Noi stemmo in questa isola cerca 15 giorni, e la trovammo esser piccola.
Gli abitatori della quale sono negri e poveri, e hanno qui poco da mangiare, ma
il tutto li vien da terra ferma, la qual  molto prossima; nondimeno qui 
bonissimo porto.
Alcuna volta noi andavamo a piacere per la terra ferma, per vedere il paese,
dove trovammo alcune generazioni di genti tutte negre e tutte nude, salvo che
gli uomini portano il membro nascoso in una scorza di legno, e le donne portano
una foglia davanti e una di drieto. E questi tali hanno li capelli ricci e
corti, le labbra della bocca grosse due dita, il viso grande, li denti grandi e
bianchi come la neve. Sono costoro molto timidi, massime quando veggono gli
uomini armati: vedendo noi queste bestie esser pochi e vili, ci mettemmo
insieme circa cinque o sei compagni, molto ben armati con schioppi, e pigliammo
una guida nella detta isola che ci men per il paese, e andammo una buona
giornata in terra ferma. Per questo cammino trovammo molti elefanti in frotta,
e colui che ci guidava, per rispetto di questi elefanti, ci fece portar certi
legni secchi accesi di fuoco, li quali sempre faceano fiamma: e quando gli
elefanti vedevano il fuoco fuggivano, salvo una volta che trovammo tre elefante
femine le quali aveano li figliuoli drieto, che ci dettero la caccia per fino
ad un monte, dove ci salvammo. E camminammo per il detto monte ben dieci
miglia, poi discendemmo giuso dall'altra banda e trovammo alquante caverne,
dove si riducevano li detti Negri, li quali parlano in un modo che a gran
fatica ve lo saper dar ad intendere: pur sforzarommi di dirvelo meglio che
potr con esempio. Quando li mulattieri vanno drieto alli muli in Sicilia e
vogliono cacciarli innanzi, posta la lingua sotto il palato fanno un certo
verso stranio e un certo strepito, col qual fanno camminar li muli: cos  il
parlare di queste genti e con atti assai in tanto se intendono.
La nostra guida ne dimand se volevamo comperar qualche vacche e buoi, che ne
faria aver buon mercato; noi respondemmo che non avevamo danari, dubitando che
non s'intendesse con quelle bestie e farne robare. Disse costui: "Non vi
bisogna danari in questa cosa, che loro hanno pi oro e argento che voi, perch
qui appresso lo vanno a trovar dove nasce". Dimandammo noi la guida: "Che
vorriano adunque essi?" Disse: "Loro amano alcuna forficetta piccola e un poco
di panno per ligarselo intorno; hanno molto caro ancora qualche sonaglio
piccolo per li suoi figliuoli e qualche rasoio". Rispondemmo: "Noi gli daremo
parte di queste cose, pur che ci vogliano condurre le vacche alla montagna". La
guida disse: "Io far che ve le condurranno per fino in cima della montagna, e
non pi oltra, per ch'elli non passano mai pi avanti. Ditemi pur ci che gli
volete dare". Un nostro compagno bombardiero disse: "Io li dar un buon rasoio
e un sonaglio piccolo"; e io, per aver carne, mi cavai la camicia e dissi che
li daria quella.
Allora la guida, vedendo quello che volevamo dare, disse: "Chi condurr poi
tanto bestiame alla marina?" Rispondemmogli tanto ci dessero quanto ne
condurremmo, e la guida pigli le cose sopradette e dettele a cinque o sei di
quegli uomini, e dimandolli trenta vacche per esse. Costoro, che son come
animali, fecero segnale che volevano dar quindeci vacche; noi dicemmo che le
pigliasse, ch'erano assai, pur che non ci gabbassero. Subito li Negri ci
condussero fino in cima della montagna quindeci vacche; ma, quando fummo un
pezzo dilungati da loro, quelli che eran restati nelle caverne cominciarono a
far rumore, e noi, dubitando che non fossen per venirne drieto, lassammo le
vacche e tutti ci mettemmo in arme. Li duoi Negri che conducevano le vacche ci
mostravano che non avessimo paura con certi suo' segni, e la nostra guida disse
che doveano far questione, perch ciascuno aria voluto quel sonaglio. Noi
ripigliammo le vacche e andammo per fin in cima del monte, e li due Negri poi
tornorono al suo cammino. Al dismontar nostro per venire alla marina, passammo
per un boschetto di cubebe cerca cinque miglia, e scontrammo parte di quegli
elefanti che trovammo all'andare, li quali ci misero tanta paura che fu forza
lasciar parte delle vacche, le quali fuggirono alla volta delli Negri; e noi
tornammo alla nostra isola.
E quando fu fornita la nostra armata di quanto gli era bisogno, pigliammo il
cammino verso il capo di Buona Speranza, e passammo infra l'isola di S.
Lorenzo, la qual  distante da terra ferma LXXX leghe: e presto credo che ne
sar signore il re di Portogallo, perch ne hanno gi pigliate due terre e
messe a fuoco e fiamma. Per quello ch'io ho visto dell'India e dell'Etiopia, a
me par che 'l re di Portogallo (piacendo a Dio e avendo vittoria come ha avuto
per il passato) sar il pi ricco re che sia al mondo. E veramente egli merita
ogni bene, perch nell'India, e massime in Cochin, ogni giorno di festa si
battezzano X e XII gentili e mori alla fede cristiana, la qual ogni giorno per
causa di detto re si va aumentando: e per questo  credibile che Dio gli abbia
dato vittoria, e per l'avenire continuamente lo prosperer.


Del capo di Buona Speranza.

Torniamo al nostro cammino. Passammo il capo di Buona Speranza, e cerca dugento
miglia lontani dal detto capo si lev una gran fortuna di vento, e questo
perch v' a man manca l'isola di San Lorenzo e molt'altre isole, dalle quali
suol nascer grandissima furia di venti: e questa fortuna dur per sei giorni,
pure con la grazia di Dio la scampammo. Passato che avemmo poi dugento leghe,
ancora avemmo grandissima fortuna per altri sei giorni, dove si perdette tutta
l'armata un dall'altro, e chi and in qua e chi in l. Cessata la fortuna,
pigliammo il nostro cammino e per fino in Portogallo non ci vedemmo pi.
Io andava nella nave di Bartolomeo Marchioni, Fiorentino abitante in Lisbona,
la qual nave si addimandava San Vicenzo e portava settemila cantara di spezie
d'ogni sorte. E passammo appresso d'un'altra isola chiamata Santa Elena, dove
vedemmo duoi pesci che ciascun di loro era grande come una gran casa, li quali,
ogni volta che veniano sopra l'acqua con la bocca aperta, parea che
discoprisseno il viso e che alzassino le sopraciglie della fronte, a modo di
uomo armato quando alza la visiera, e quella poi abbassavano quando volevan
camminare sotto acqua, la qual fronte era larga quasi tre passa. Dall'empito
de' quali ne l'andare sotto acqua fummo tutti spaventati, in modo che
scaricammo tutta l'artiglieria per farli dipartire di quel luogo. Poi trovammo
un'altra isola chiamata l'Ascensione, nella quale trovammo certi uccelli grossi
come anitre, li quali si posano sopra la nave, ed erano tanto semplici e puri
che si lasciavano pigliare con le mani; ma quando erano presi, parevano molto
bravi e feroci, e prima che fussero presi guardavano noi come una cosa
miracolosa: e questo era per non aver mai pi visto uomini, perch in questa
isola non v' altro che pesce e acqua e questi uccelli.
Passata la detta isola, navigando alquanti giorni, cominciammo a vedere la
stella tramontana. E nondimeno molti dicono che, non vedendosi la tramontana,
non si pu navigare se non col polo antartico: lassateli dire, noi navigammo
sempre con la tramontana, e ben che non si veda la detta stella, nientedimeno
la calamita fa sempre l'officio suo e tira al polo artico. Dapoi alcuni giorni
arrivammo in un bel paese, cio all'isole degli Astori, le quali sono del
serenissimo re di Portogallo; e prima vedemmo l'isola del Pico e quella di San
Giorgio, l'isola dei Fiori, quella del Corvo, la Graziosa, l'isola del Faial, e
poi arrivammo all'isola Terziera, nella qual stemmo duoi giorni: queste isole
sono molto abbondanti.
Poi partimmo de qui e andammo alla volta di Portogallo, e in sette giorni
arrivammo alla nobile citt di Lisbona, la quale  una delle nobili e buone
ch'io abbia visto. Lo piacere e l'alleggrezza ch'io ebbi, giunto ch'io fui in
terra ferma, lo lasso pensar a voi, o miei lettori benigni. E perch il re non
era in Lisbona, subitamente mi posi in cammino e andai a trovarlo in un suo
luoco, chiamato Almada, a riscontro della quale  Lisbona. Dove arrivato, fui a
basciar la mano a sua Maest, la qual mi fece molto carezze e tennemi alquanti
giorni alla sua corte, per saper le cose dell'India. Passati alquanti giorni,
mostrai a sua Maest la carta di cavalleria, la qual me avea fatta il vice re
in India, pregandola (se le piaceva) de volermela confirmare e signar di sua
mano, mettendovi il suo sigillo. Visto ch'ebbe detta carta, disse che era
contento, e cos mi fece fare un privilegio in carta membrana, signato di sua
mano col suo sigillo e registrato. E pigliata che ebbi licenzia da sua Maest,
me ne venni alla volta della citt di Roma.



La navigazione di Iambolo mercatante, dai libri di Diodoro Siculo, tradotta di
lingua greca nella Toscana.


Ora brevemente abbiamo da narrare della isola ritrovata nell'Oceano verso
mezzogiorno, e di quelle cose che in essa dicono esser fuori d'ogni credenza, e
anco per qual cagione ella fosse ritrovata.
Un Iambolo greco, il quale dalla prima fanciullezza fu nutrito e ammaestrato
nelle buone lettere, dopo la morte del padre, che fu mercatante, si diede
anch'egli ad attendere alla mercanzia. E passando in quelle parti di Arabia
dove nascono le spezierie, co' suoi compagni insieme fu preso da' ladroni, e
primamente con uno de' suoi conservi fu posto a guardar bestie, dipoi con esso
lui fu un'altra volta preso da' Negri e menato di l in quella parte
dell'Etiopia ch' vicina al mare. Costoro, essendo forestieri, furon presi per
farne espiazione, cio per purgar i peccati di quel paese. Era un costume
appresso i detti Negri che abitavano in quei luoghi, lasciato loro dagli
antichi tempi per voce dell'oracolo degli dei e osservato gi per venti
progenie, cio per seicento anni, conciosiach una progenie si compiva in
trenta anni, che dovessero far questa espiazione con due uomini forestieri.
Tenevano apparecchiata una barchetta di conveniente grandezza, atta a sopportar
la fortuna del mare, e che potesse esser governata da due uomini, e vi
mettevano dentro tanta vettovaglia quanta fosse bastante a due uomini per sei
mesi, e conducendogli sopra commettevan loro che, secondo il comandamento
dell'oracolo, drizzassero la barchetta verso mezzogiorno, percioch anderiano
ad una isola felice e ad uomini benigni e piacevoli, dove viveriano beatamente.
E nel modo medesimo, se essi giugnessero salvi nella isola, la lor patria
staria seicento anni felice e pacifica; ma se, spaventati dalla lunghezza del
mare, si volgessero indrieto, come empi e cagione della ruina di tutta la sua
gente sariano puniti con grandissimi supplicii. E dicono che li Negri stanno ai
lidi del mare faccendo gran feste e sontuosi sacrificii, e coronando quelli che
mandan via, accioch si faccia la solita espiazione e che i due uomini abbiano
prospera navigazione.
Iambolo adunque e il suo compagno, dopo il quarto mese, travagliati da molte
fortune, furono trasportati all'isola sopra nominata, la cui forma era ritonda,
di cinquemila stadii di circuito, cio 625 miglia. Dove essendosi avicinati,
alcuni degli abitanti andando loro incontro tiravano la barchetta a terra,
altri correvano maravigliandosi della venuta de' forestieri, e benignamente e
con amorevolezza gli riceverono, faccendo loro partecipi di quelle cose che si
ritrovavano avere. Gli abitatori di questa isola sono molto differenti, nelle
propriet del corpo e nel modo del vivere, da quelli che abitano nei nostri
paesi, che, ben che siano simili nella figura, nondimeno nella grandezza
avanzano i nostri quattro cubiti. Le loro ossa si piegano alquanto e poi
ritornano, a similitudine dei luoghi nervosi; hanno i corpi molli oltra misura,
ma pi gagliardi e forti dei nostri, percioch, prendendo essi con le mani cosa
alcuna, nessuno gliela potr cavar fuor delle dita. Non hanno peli salvo che
nel capo, nei sopracigli, nelle palpebre e nel mento: le altre parti del corpo
sono tanto polite che non vi appar pur un minimo pelo. Sono belli e graziosi, e
di corpo molto ben formati. Hanno i fori degli orecchi molto pi larghi che i
nostri, s come sono anco da noi dissimili nella lingua, percioch la loro ha
non so che di particolar concedutole dalla natura, e dal loro ingegno poi
aiutato, avendola divisa fino ad un certo termine, talmente ch'ella  doppia
fin alla radice. Usano parlar tanto vario che non solamente imitano ogni umana
favella, ma contrafanno la variet del cantar degli uccelli e universalmente
ogni diversit di suono; e quel che par cosa pi maravigliosa  che ad un
tratto parlano insieme con due uomini perfettamente, e rispondendo e ragionando
a proposito d'ogni particolar circonstanzia, percioch con una parte della
lingua parlano ad uno e con l'altra all'altro.
E dicesi ivi esser lo aere temperato come appresso quelli che abitano sotto
l'equinoziale, e non sono travagliati n dal caldo n dal freddo. E tutte le
stagioni dell'anno sono per la temperie sempre nel suo vigore, e, s come
scrive Omero,

Quivi si vede il pero sopra il pero
farsi maturo, e 'l pomo sopra il pomo;
qui l'uva acerba e in fior a tutte l'ore
dolce diviene, e 'l fico sopra il fico.

Oltra di ci dicono che sempre il giorno  pari alla notte. Intorno al mezzod
niuna cosa fa ombra, percioch il sole batte perpendicolarmente sopra la testa.
Vivono a parentele e communanze, le quali per insieme non trapassano il numero
di quattrocento. Abitano nei prati, producendo la terra da se stessa, senza
esser coltivata, gran copia di frutti per il vivere, percioch, per la virt
natural dell'isola e per il temperamento dell'aere, nascono i frutti da se
stessi in maggior quantit di quello che a loro faccia di bisogno. Nascono
appresso di loro molte canne, che producono frutti in gran copia simili a ceci
bianchi: raccolti che gli hanno, vi spargono sopra acqua calda, infin che
crescano alla grandezza delle uova di colombi, quali poscia, schizzati e
impastati con arte e cotti, mangiano per pane, per esser eccellenti di
dolcezza. Nell'isola sono anche fonti molto grandi, dai quali in parte escono
acque calde, che usano per bagni e per levar la stanchezza del corpo, e in
parte sono fredde e sommamente dolci, di molto giovamento alla sanit.
Attendono allo studio di ogni dottrina e massimamente all'astrologia. Usano
lettere che in virt di significare sono ventiotto, ma in caratteri sono sette,
ciascuna delle quali in quattro modi si trasformano; non scrivono le righe a
traverso come noi, ma d'alto a basso per linea diritta. Sono di lunghissima
et, percioch vivono fin 150 anni, e per lo pi senza veruna infirmit: se
alcun si storpia o li viene alcun altro mancamento nel corpo, per certa legge
severa lo constringono a morire.  costume appresso di loro di viver insino a
una certa et, la qual compiuta che , volontariamente moreno in diversi modi.
Si trova appresso di loro una erba di tal virt, che chiunque sopra quella si
mette a giacere, da soavissimo sonno addormentato, non accorgendosi muore. Le
donne non si maritano, ma a tutti sono communi, e i figliuoli che nascono come
communi sono allevati e da tutti equalmente amati. I bambini sono spesse fiate
cambiati dalle donne che gli allattano, accioch le madri non riconoschino i
propri figliuoli, onde aviene che, non essendo appresso di loro ambizione
alcuna n particolar affezione, vivono unitamente senza discordia.
Sono oltra di ci nella detta isola certi animali di forma piccoli, ma di
natura di corpo e per la virt del sangue maravigliosi. Sono di forma ritonda,
simil alla testuggine, e sopra la schiena segnati con due linee gialle in
croce, e nel fine di ciascuna hanno un occhio e una bocca, di sorte che vedono
con quattro occhi e con altretante bocche mangiano. Nondimeno il cibo va in una
gola sola, e per quella poi passa in un ventre solo, dove ogni cosa vi
concorre; similmente gli altri interiori sono semplici e non multiplicati.
Hanno molti piedi intorno della circonferenzia, coi quali possono andar a che
parte vogliono. Il sangue di questi animali affermano esser di maravigliosa
virt, perch ogni corpo tagliato (pur ch'egli abbi vita) bagnato in tal sangue
subitamente si ricongiunge, e similmente una mano (per modo di parlar) troncata
si riattacca insieme, fin che la ferita  fresca, e medesimamente le altre
parti del corpo, pur che non siano di membri principali che tengono vita.
Ciascuna communanza nutrisce un grandissimo uccello d'una estratta e particolar
natura, col qual fanno prova di che disposizion di animo siano per esser i lor
figliuoli piccolini, percioch pongono i bambini sopra gli uccelli, e se,
volando in aere, i bambini stanno fermi senza spaventarsi gli allevano, ma se
si inturbano per paura come stupidi e attoniti gli gettono via, come quelli che
non siano per viver lungo tempo e non siano atti ad alcuna virt dell'animo. In
ciascuna communanza il pi vecchio come re comanda agli altri, al quale tutti
rendono ubbidienza: e avendo finiti cento e cinquanta anni, egli stesso secondo
la legge si priva di vita, e dopo lui il pi vecchio piglia il principato.
Il mare che circonda l'isola, per la correntia grande, fa grandissimo crescer e
discrescer, e al gusto  come dolce. Le stelle della nostra tramontana e molte
altre che qui da noi si veggono, ivi non appareno. Sonvi altre sette isole
vicine, della medesima grandezza e distanti una dall'altra equalmente, e le
genti di quelle usano li medesimi costumi e le medesime leggi. E ancor che
abbiano grandissima abbondanza di tutto ci che fa di bisogno al vivere, e che
la terra da se medesima lo produchi, nondimeno modestamente usano di queste
delizie, amando i cibi simplici e cercando di nutrirsi quanto lor sia a
bastanza. Mangiano carni e altre cose lesse e arroste; delli sapori che dalli
cuochi con tanta arte sono stati trovati, e con tanta variet preparati, del
tutto ne sono ignoranti. Adorano li dei, e colui che contiene il tutto, e il
sole e l'altre stelle. Pigliano pesci e uccelli d'infinite e diverse sorti; vi
nascono anche spontaneamente infiniti arbori fruttiferi, e olivi e viti, dalle
quali ne cavano gran copia d'olio e di vino. L'isola produce grandissimi
serpenti, ma non fanno dispiacer agli uomini, ed essendo le loro carni di
maravigliosa dolcezza, sono usate per cibo. Si fanno le veste d'una molle e
lucente lana, cavandola di mezzo d'alcune canne, la qual mettendola insieme e
tingendo con ostriche marine, fanno vestimenti di color di porpora eccellenti.
Vi sono varii animali, ed essendo fuori d'ogni openione, non  facilmente
creduto.
Servano un fermo ordine di vivere, contentandosi ogni giorno d'un cibo solo,
percioch un giorno  determinato a mangiar pesce, l'altro uccelli e alcune
fiate animali terrestri; tal volta usano olive e altro cibo solo simplice. Si
danno a far diversi esercizii per vicenda: alcuni servono l'un l'altro, alcuni
pescano, alcuni esercitano l'arti e altri sono occupati intorno ad altre cose
per commodit della vita; alcuni altri (eccetto i vecchi), compartendo le
fatiche fra loro secondo che tocca la lor volta, attendono a servire. Nei sacri
giorni della festa cantano inni in laude degli dei, massimamente del sole, a
cui hanno se stessi e le isole dedicati. Sepeliscono i morti nel lito, faccendo
la fossa nell'arena dove  calato il mare, acci nel crescer il luogo sia
ricoperto. Dicono che le canne, delle quali colgono il frutto sopra detto,
crescono e diminuiscono secondo la luna. L'acqua dei fonti  dolce e sana, e
mantiene la sua calidit se non vi  mescolata o acqua fredda o vino.
Iambolo e il suo compagno, essendo gi sette anni stati nell'isola, finalmente
dicono che furono cacciati via per forza, come uomini malvagi e di cattivi
costumi. Apparecchiata adunque una barchetta e messovi dentro delle
vettovaglie, furono costretti a partirsi, e in quattro mesi arrivorono in
India, a certi luoghi arenosi e paludosi. Il compagno di Iambolo, in una
fortuna che ebbero, si mor ed egli, capitato a una certa villa, fu dagli
abitatori condotto al re nella citt di Palimbrotta, lontana dal mare il
cammino di molte giornate. Il qual re, portando grande affezione a' Greci e
faccendo molta stima della lor dottrina, diede assai doni a Iambolo, e poi
sicuramente il fece prima accompagnare in Persia, poscia a salvamento mandarlo
in Grecia. Dipoi Iambolo di queste cose lasci memoria, e scrisse di molte
altre dell'India, che per lo adrieto dagli altri non erano state sapute.



Discorso sopra la navigazione di Iambolo, mercante antichissimo.


Diodoro Siculo nacque nell'isola de Sicilia, nella citt di Agira, ch'al
presente si chiama San Filippo di Agirone in Val Demona, e scrisse in lingua
greca grande e mirabile istoria, percioch'egli abbrevi tutti gli scrittori
antichi, s greci come latini e barbari, e cominciando dal principio del mondo,
secondo l'opinion de' gentili, pervenne infino alla et di Augusto, nel qual
tempo visse. Divise detta istoria in XL libri, delli quali (per ventura grande)
ne sono rimasi infino a' tempi nostri quindeci integri. E conciosiacosach nel
fine del secondo scriva la navigazion di un Iambolo, Greco antichissimo, il
qual fu trasportato ad una isola posta sotto la linea dell'equinoziale nel mar
Indico, esistimandola degna d'esser letta, mi  parso di trascriverla doppo
tant'altre navigazioni, e insieme raccontar quanto sopra quella udi' altre
volte parlarne da un gentiluomo portoghese, il qual aveva fatto gran fatiche
nelle buone lettere e si dilettava grandemente di cosmografia, e per essere
stato molti anni in la India orientale e massimamente in la citt di Malacha,
la quale  sopra l'Aurea Chersoneso a riscontro dell'isola di Sumatra, parlava
molto particolarmente delli paesi che sono fra li tropici.
Costui adunque diceva aver fermissima openione che la navigazion di Iambolo sia
stata vera, e che arrivasse all'isola sotto l'equinoziale, e che dapoi
ritornato in Grecia ne facesse memoria. Ma che gli parve di finger una
republica quanto meglio ordinata che si seppe imaginare di quel paese, dove non
era cognizion che mai alcun vi fosse stato, n pensava che per l'advenire vi
dovesse andare, e perch fu infiniti anni avanti che Platone scrivesse la sua
"Republica", per, secondo il costume degli istorici del suo tempo, vi pose
tante favole di uomini e animali, conciosiacosach li detti non credevan che li
loro scritti dovessero aver credito o riputazione, se non eran in qualche parte
simili alli poeti, che mescolavan sempre la verit con molte meraviglie. E per
tanto, essendo veramente il paese fra li tropici, come il detto gentiluomo
affermava, e temperato di aere, e tutto abitato e pieno di genti, e che per la
temperie in tutto il tempo dell'anno vi son frutti maturi e immaturi sopra gli
arbori, non era da dubitar punto che Iambolo non vi fosse stato.
Aggiungeva ancora detto gentiluomo a proposito delle sopradette cose che,
avendo letto la poesia d'Omero (che per la sua antichit fu da sapientissimi
uomini riputata la prima filosofia, e da quella presero tutti i loro
principii), esso trovava che detto poeta aveva avuto grande cognizione del sito
della terra, e massimamente da quella parte ch' posta fra li tropici; e che
aveva molte volte pensato, sopra la descrizion del giardino maraviglioso di
Alcinoo, re dell'isola di Corf, nel qual dice che non vi mancavan sopra gli
arbori n per freddo n per caldo i frutti tutto 'l tempo dell'anno, e che vi
spirava un'aura dolce di zefiro che di continuo gli faceva nascer, fiorir e
maturar, e che il pero sopra il pero, il pomo sopra il pomo, l'uva sopra l'uva
e il fico sopra il fico si maturavano, che questo giardino cos fatto per suo
giudicio si doveva intender con pi abstruso e profondo sentimento di quello
che fin ora era stato inteso. E ancor che l'officio di poeti sia di far le cose
che descrivono maravigliose e grandi, nondimeno il pi delle fiate si conosce
che esprimono la verit sotto queste tal forme di parole: e per tanto egli
teneva per certo che per questa descrizione il poeta designasse, nella sua
idea, la temperie dell'aere e fertilit della terra che si trova fra li tropici
e sotto la linea, confrontandosi le sue parole tanto a punto con le stagioni
che di continuo egli ha veduto nelli detti paesi.
Ma ritornando all'isola di Iambolo, si vede in questa scrittura cos antica la
particolar descrizione di quel miglio grosso, simile ai ceci bianchi, col qual
al presente tutta l'Etiopia, tutte l'isole e terra ferma dell'India occidentale
si sostentano, e lo chiamano maiz, e i Portoghesi miglio zaburro, e in Italia
ai tempi nostri  stato veduto la prima volta. E volendo dimostrar sopra che
parte dell'Etiopia fosse lasciato andar la barca col detto Iambolo, si fece
portar una carta da navigare fatta per loro Portoghesi, molto bella e
particolare, e diceva che, ancor che fosse cosa molto difficile da dire, per
non esservi nominata n citt n luogo alcuno, nondimeno si poteva andar
discorrendo per congietture. E conciosiacosach Iambolo fusse preso la prima
volta con li compagni in l'Arabia Felice e fatto pastore, e dapoi la seconda
volta dalli Negri fu condotto di l in quella parte dell'Etiopia ch' vicina al
mare, era necessario di dire che costui, dapoi preso la seconda volta, fosse
fatto passar lo stretto del mar Rosso e condotto sopra quella parte
dell'Etiopia detta anticamente Trogloditica, la qual a' tempi nostri  abitata
da molti popoli passati dell'Arabia, ed  molto civile per esservi molte citt
e luoghi di signori arabi, macomettani e del Prete Ianni cristiano. E quivi
dimostrava sopra la carta dove pass Iambolo il mar Rosso, cio alla bocca,
esservi in mezzo un'isola larga da terra tre miglia da una banda, tre
dall'altra, detta Bebelmandel, che appresso agli antichi si chiama Diodori
Insula, in gradi XII di altezza, com' graduato similmente detto stretto. Di
qui poi bisogna congietturare che fosse condotto o alla citt di Zeila, alla
quale per la commodit del porto a tutta l'Etiopia concorrendo, come insino al
presente vi concorreno, tutte le navi che vengono dall'Indie con spezie, 
opinione d'alcuni che dagli antichi fosse chiamata Aromata Emporium (ma li
gradi dell'altezza non si confanno); overamente, per conformarsi con le parole
di Diodoro, ch'ei fosse condotto pi lungo cammino fra terra e penetrasse fin
nel regno di Magadaxo, ch' sopra la marina dell'Etiopia verso mezzod in gradi
2 di altezza, che facilmente  quel luogo che Ptolomeo chiama Opone, pur gradi
2; e che quivi li Negri, avendo aspettato il vento di ponente, che per sei mesi
continui ogni anno suol soffiare, a quel tempo lasciassero andar la barca con
Iambolo.
Circa veramente l'isola dove il detto dopo quattro mesi arrivasse, discorreva
il detto gentiluomo in questo modo, che essendo scritto ch'ella era di circuito
cinquemila stadii, e posta sotto l'equinoziale, perch vi erano i giorni sempre
equali e perch l'Orsa del nostro polo non si vedeva, bisognava dire ch'ella
fosse l'isola di Sumatra. Conciosiacosach dimostrava sopra detta carta che,
partendosi dalli lidi sopradetti dell'Etiopia e scorrendo al diritto per
levante sotto la linea, non si trova alcuna altra isola che quella di Sumatra
che sia grande, la qual veramente  la Taprobane, discoperta a' giorni nostri;
ben vi sono in questo pareggio isole infinite, ma piccole e deserte. E s'alcun
dubitasse come si pu congietturare che questa isola Taprobane cos grande
fosse quella che Iambolo diceva esser di grandezza di cinquemila stadii, detto
gentiluomo rispondeva che Strabon, auttor antico, parlando della Taprobane
diceva che Onesicrito, capitano di Alessandro Magno, la descrive di grandezza
di cinquemila stadii, senza dire n la lunghezza n la larghezza; e ch'ella era
lontana dalli popoli Prasii sopra il Ganges la navigazion di vinti giornate, e
che le navi malamente vi navigavano, s per causa delle triste vele come perch
non avevano il fondo di taglio; e che fra detta isola e l'India vi sono altre
isole, ma che questa pi d'alcun'altra era esposta verso mezzod. E similmente
dice Plinio dipoi della detta Taprobane, per l'auttorit di Eratostene, che era
longa seimila stadi e larga cinquemila; e continuando racconta che al tempo di
Claudio imperatore era stata scoperta esser molto maggiore e quasi riputata un
altro mondo, e ch'un re di detta isola mand ambasciatori al detto imperatore,
e che quelli che vi navigano non si governano per stelle, perch non vi si vede
il nostro polo. Di modo che si conosce chiaramente che la Taprobane, per le
parole di Strabone e di Plinio, veniva reputata dagli antichi non pi grande di
cinquemila stadii nel detto mar Indico e sotto l'equinoziale, cio avanti che
fosse scoperta la sua grandezza; e le particularit e condizioni medesime
confermano le navigazioni di loro Portoghesi alli tempi presenti, cio l'isola
Sumatra in detto mar Indico esser grandissima, e che la linea vi passa sopra il
mezzo. E per questo si comprendeva certo che l'isola di Iambolo anticamente era
la Taprobane, la qual al presente  detta Sumatra, della qual diceva il prefato
gentiluomo che non erano state scoperte se non quelle parti delle marine che
cominciano gradi cinque sopra la linea, verso il vento di maestro, e scorrono
per scirocco altri gradi cinque di sotto la linea verso il polo antartico, che
sono da seicento miglia, cio cinquemila stadii in circa.
Iambolo veramente, ancor che si sforzasse di navigar verso mezzod, nondimeno
fu trasportato verso levante per questa cola di vento ordinario di ponente, e
parte anche dalla fortuna, e arriv alle parti di detta isola che guardano
verso ponente e che sono sotto detta linea. E che sia il vero, dice che non si
vedeva l'Orsa del nostro polo, perch l'orizonte del luogo dove lui giunse
passava per li dui poli del mondo. Diceva ancora il prefato gentiluomo che
Zeilam, isola grande ch' all'incontro del capo di Cumeri, promontorio
meridional della costa di Calicut, non poteva esser quella che trov Iambolo,
perch'ella  in gradi sette sopra l'equinozial, dove si pu veder l'Orsa del
nostro polo. Le sette isole ancora che dicono esser vicine alla detta dove
arriv Iambolo, della medesima grandezza e di pari distanzia l'una dall'altra,
sono grande argomento ch'ella sia l'isola di Sumatra, percioch vi  vicina
prima l'isola della Giava maggiore, della qual non  sta' discoperta la met
per esser grandissima, quella poi chiamata la Minore, l'isola di Borneo, di
Timor e molte altre dette le Maluche, ch' cosa maravigliosa a pensare che gi
tante migliara di anni se ne avesse cognizione, e che poi sian andate in
oblivione e di nuovo a' tempi nostri state scoperte. Si conferma ancora che
Iambolo arrivasse in Sumatra perch nel ritorno si narra che, doppo quattro
mesi, fu gittato alli lidi dell'India, conciosiacosach, partendosi dall'isola
di Sumatra e navigando per tramontana, si vien diritto nel sino Gangetico, che
ora  detto di Bengala, dove sbocca nel mar Meridionale il fiume Ganges, ed 
gradi XXI sopra l'equinozial.
E quindi poi fu condotto fra terra per molte giornate alla citt di Palimbotra,
in gradi XXVII, del sito della qual, per esser molto famosa e nominata, non
sar fuor di proposito se diremo di quelle cose che si trovano scritte appresso
gli antichi scrittori greci, conciosiacosach sono simili a quelle che si
narrano nelli libri del nobel M. Marco Polo, dove parla delle citt orientali
del regno del Cataio. La citt di Palimbotra, ultima in oriente, dicono esser
posta sopra il fiume Ganges, il qual in quella parte  di larghezza di miglia
XII e profondo XX passa, ed  distesa lungo la ripa di quello per lunghezza di
X miglia e due di larghezza, tutta cinta di legname sbusato, per il qual si pu
sicuramente tirar saette; ha dall'altra parte una fossa, ch' per fortezza e
per ricever tutte le immondizie della citt. Il re di questa citt  obbligato,
oltra il suo nome proprio, chiamarsi Palimbotro; i popoli che abitano quel
paese si chiamano Prasii. In questa regione nascono tigri il doppio maggiori
che non sono i leoni, e scimie maggiori di gran cani, che sono tutte bianche,
eccetto la faccia ch' negra. Vi si cavano ancora alcune pietre di color
dell'incenso, che son pi dolci di fichi e del mele. Vi si trovano serpenti di
due braccia con le ali a modo di nottole, i quali volano di notte, e dove
lasciano andar alcuna gocciola d'orina, ammazzano quel sopra di chi ella cade.
Sonvi similmente scorpioni molto grandi con ale, e vi nascon molti arbori di
ebano. I loro cani sono di tanta ferocit che, preso alcuno animal co' denti,
non lo lasciano se non si getta lor dell'acqua nelle nari del naso, e son tanto
gagliardi che tengono coi denti un lione e un toro, se s'attaccan al mostaccio,
e quello non lasciano insino a tanto ch'ei muoia. Nasce ivi un fiume nella
parte montana, detto Silia, e cosa alcuna (per leggiera ch'ella sia) non pu
star sopra la sua acqua, e per questo non si pu navigare.
Questo  quanto col debil nostro ingegno abbiamo potuto ritrarre e dai libri
degli auttori antichi e dalle parole del gentiluomo portoghese sopra il viaggio
di questo Iambolo mercatante.

FINE PRIMO VOLUME.
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