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Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume primo.



All'eccellentiss. M. Ieronimo Fracastoro
Gio. Battista Ramusio

Fu costume degli antichi, continovato insino ai tempi nostri, che quelli che le
lor composizioni o in prosa o in verso desideravano  di  mandare  in  luce,  le
dedicassero a uomini che potessero far giudicio di quelle,  o vero ad amici che
le desiderassero di leggere,  o vero a quelli che con lo splendor del nome loro
le  facessero  aver  maggior  credito e riputazione.  La qual usanza volendo io
osservare in questa mia fatica -  quale  ella  si  sia  -  ch'io  ho  preso  in
raccogliere  e  metter  insieme  alcuni  scrittori  delle  cose  dell'Africa  e
dell'India,  non truovo uomo a chi la debba pi convenientemente  raccomandare,
che mi sodisfaccia nelle cose sopradette,  salvo che l'Eccel. Vostra, perciocb
nessuno penso che la  possa  meglio  di  lei  giudicare,  o  che  con  maggiore
affezione la desideri di leggere,  o che col chiaro nome suo gli acquisti e pi
credito e pi lunga memoria.  Prima perch essa,  cb'  tanto  instrutta  della
geografia  quanto  altri ch'io conosca,  giudicando ch'io in ci avessi a recar
qualche giovamento agli uomini, fu quella che da principio m'indusse con la sua
auttorit a questa impresa,  e ancora con  molte  ragioni  altre  fiate  me  ne
confort  per  mezo  de'  suoi  savi  discorsi  e  dolci ragionamenti avuti col
magnifico conte Rimondo dalla Torre,  che con  tanto  suo  diletto  l'ascoltava
disputare  s  dottamente  de'  moti de' cieli e del sito della terra.  Poscia,
perch ho voluto lasciare a' nostri posteri con questa  mia  fatica  quasi  una
testimonianza della nostra lunga e santa amicizia, non potendo meglio al debito
della  riverenza  ch'io  le  debbo  e  all'agezione ch'essa mi porta sodisfare,
essendo certissimo che le sar cara e la legger volentieri.
Ma se voglio poi adempire il desiderio ch'io ho,  che questa mia  fatica  resti
qualche  tempo viva appresso degli uomini,  con qual miglior modo lo posso fare
che col raccomandarla al chiaro nome vostro?  Il qual tengo per fermo che  dopo
la  morte  del  corpo  abbia  da rimanere immortale,  conciosiacosach l'Eccel.
Vostra sia stata quella che sola a' tempi nostri abbia rinovato il divino  modo
dello scrivere degli antichi circa le scienzie, non imitando o da libro a libro
mutando  e trascrivendo o dichiarando - come molti fanno - le cose d'altri,  ma
pi tosto, con la sottilit dell'ingegno suo diligentemente considerando, abbia
recato al mondo molte cose nuove prima non udite n punto  d'altrui  imaginate:
come nell'astronomia alcuni nuovi e certissimi moti de' cieli e la sottilissima
ragion  degli omocentrici;  in filosofia il secreto modo per lo qual si crea in
noi la intelligenza e la non conosciuta via di cercar le  cause  mirabili  ch'a
tutti i passati secoli erano state occulte,  come e della concordia e discordia
naturale che  in  molte  cose  esser  veggiamo;  in  medicina  le  cause  delle
contagiose  infermitadi  e  gli  exquisiti  e  presentanei  rimedi  di  quelle,
lasciando adietro il divino poema della sua "Sifilide", il quale,  bench nella
giovent da lei fusse scritto come per giuoco, nondimeno  pieno di tante belle
cose di filosofia e di medicina,  e di s divini concetti vestito, e dipinto di
tanti vari e poetici fiori,  che gli uomini de' tempi nostri non dubitan  punto
di  agguagliarlo  all'antiche poesie e averlo nel numero di quelli che meritano
di vivere ed esser letti per infiniti secoli.
Gli stati,  le signorie,  le ricchezze e cose simili  concedute  dalla  fortuna
furon sempre riputate - s come veramente sono - instabili e di poca vita, dove
il tesoro dell'animo,  e massimamente del pregio ch' quello di V.  Eccell., si
sa certo ch' saldo e che resiste ad ogni ingiuria e violenza  di  tempo  e  si
sforza a mal suo grado di farsi eterno e immortale. E che questo cb'io dico sia
vero,.  chi vorr discorrer la vita d'infiniti gran principi e signori stati in
Italia e in altre parti del mondo e,  per dir meglio,  di quelli che furon poco
avanti  a'  nostri  tempi,  trover cbiaramente di molti,  anzi.  della maggior
parte,  che il medesimo sepolcro che coperse il corpo oscur parimente il  nome
loro,  e  pur  di  molti  dotti scrittori morti gi molti secoli vive ancora la
memoria negli uomini e ogni ora pi fresca fiorisce. Giudico adunque,  per quel
fine  ch'io  debbo  sopra  il tutto desiderare,  di aver fatto ottima elezione.
oltracb io sono anche stato indotto da un certo instinto di naturale affezione
e osservanza verso gli uomini ornati di lettere e della scienza delle celesti e
naturali cose ripieni,  parendomi che in s ritenghino non so che di divino che
sopra gli altri uomini gli fa degni di onore e di maravigla.
Ma la cagione che mi fece affaticar volentieri in questa opera fu che,  vedendo
e considerando le  tavole  della  "Geografia"  di  Tolomeo,  dove  si  descrive
l'Africa  e la India,  esser molto imperfette rispetto alla gran cognizione che
si ha oggi di quelle regioni,  ho stimato dover esser caro  e  forse  non  poco
utile  al  mondo  il  mettere  insieme le narrazioni degli scrittori de' nostri
tempi che sono stati nelle sopradette parti del mondo e di quelle  han  parlato
minutamente;   alle   quali   aggiugnendo  la  descrizion  delle  carte  marine
portoghesi,  si potrian fare altretante tavole  che  sarebbero  di  grandissima
satisfazione  a quelli che si dilettano di tal cognizione,  perch sarian certi
dei gradi,  delle larghezze e lunghezze almanco delle marine  di  tutte  queste
parti,  e  de'  nomi de luoghi,  citt e signori che vi abitano al presente,  e
potrian conferirle con quel tanto che ne hanno  scritto  gli  auttori  antichi.
Nella  qual opera quanto un debile e piccolo ingegno come  il mio abbia durato
di fatica, massimamente per la diversit delle lingue nelle quali detti auttori
banno scritto,  non  voglio  ora  dirlo,  accoch  non  para  che  con  parole
aggrandisca  le  fatiche  e vigilie mie: ma i benigni lettori,  a ci pensando,
spero che per se medesimi in qualche  parte  lo  conosceranno.  E  se  pur  noi
abbiamo  mancato in molti luoghi - il che confesso esser il vero -,  non  per
proceduto  dalla  poca  diligenza  nostra,   ma  p  tosto  perch  il   valor
dell'ingegno non ha potuto pareggiarsi all'ardore della buona volont. Oltrach
gli  esemplari  che  mi  son  venuti  alle  mani  erano  estremamente  guasti e
scorretti, cosa che averia sbigottito ogni forte e gagliardo intelletto, se non
fusse stato sostenuto dalla  considerazione  del  piacere  ch'erano  per  dover
pigliar  tutti  gli studiosi delle cose di geografia,  e massimamente di questa
parte dell'Africa scritta da Giovan Lioni;  della quale a' tempi nostri non  si
sa  che  per  alcuno  altro  auttore  ne sia stata data notizia,  o almeno cos
copiosamente e con tanta certezza.  Ma che dico io del piacere che ne aranno li
dotti  e studiosi?  Chi colui che possa dubitare che ancor molti dei signori e
principi non si abbiano a dilettare di cos fatta lezione?  Ai quali pi che ad
alcuno  altro  appartiene  il saper i secreti e particolarit della detta parte
del mondo e tutti i siti delle regioni,  provincie e  citt  di  quella,  e  le
dependenzie  che  hanno  l'uno  dall'altro  i  signori e popoli che vi abitano.
Perch,  ancora che ne possino esser informati e instrutti da altri che  abbino
quei  paesi  trascorsi,  gli  scritti  e ragionamenti de' quali essi leggendo e
udendo hanno gi fatto  giudicio  esser  molto  copiosi,  son  certissimo  che,
leggendo  questo  libro  e  considerando le cose in esso comprese e dichiarate,
conosceranno quelle lor narrazioni  a  comparazione  di  questa  esser  brievi,
manche  e di poco momento,  tanto sar il frutto ch'a piena satisfazione d'ogni
lor desiderio ne trarranno i lettori.
Questo nostro auttore ebbe molta pratica nelle corti de' prncipi di Barberia e
fu con essi in molte espedizioni ne' tempi nostri,  della cui vita dir  quello
che  ne  ho  ritratto  da persone degne di fede,  che nella citt di Roma l'han
conosciuto e praticato. Costui duncbe fu Moro, nato in Granata, e nell'acquisto
che di quel regno fece il Re Catolico essendo  con  tutti  i  suoi  fuggito  in
Barberia  e  nella  citt  di  Fessa  avendo dat'opera agli studi delle lettere
arabe,  nella qual lingua compose molti libri d'istorie che fin ora non si  son
vedute e anche un libro di grammatica,  che diceva maestro Iacob Mantno ebreo,
medico eccellente della nostra et, avere appresso di se, and peragrando tutta
la Barberia,  regni di Negri,  Arabia,  Soria,  sempre scrivendo tutto ci  che
vedeva  e  intendeva.  Ultimamente  nel  pontificato  di papa Leone preso sopra
l'isola del Zerbi da alcune fuste di corsari e condotto a Roma, fu donato a Sua
Santit,  la quale,  avendo veduto e inteso che  si  dilettava  delle  cose  di
geografia  e gi ne avea scritto un libro che seco portava,  assai benignamente
lo raccolse e l'accarezz molto e diedegli una buona provisione,  acci ch'egli
non  si partisse,  e appresso l'esort e indusse a farsi cristiano e gli pose i
due suoi nomi, cio Giovanni e Leone. Cos abit poi in Roma lungo tempo,  dove
impar  la  lingua  italiana e leggere e scrivere,  e tradusse questo suo libro
meglo che egli seppe di arabo.  Il qual libro scritto da  lui  medesimo,  dopo
molti accidenti che sariano lunghi a raccontare,  pervenne nelle nostre mani; e
noi con quella maggior diligenza che abbiamo potuto ci siamo ingegnati con ogni
fedelt di farlo venir in luce, nel modo che ora si legge.



Tommaso Giunti alli lettori

Io non credo che da molti anni in qua  sia  stata  persona  alcuna  che  meriti
d'esser pi lodata e celebrata di quel che fu la buona memoria di M.  Gio. Bat.
Ramusio, perch, lasciando noi stare da parte cb'egli fosse pieno di lettere, e
costumato quanto altro io conoscesse giamai,  e d'una  singolar  bont  per  la
quale  era  sommamente amato in questa citt e da tutti gli uomini di giudicio,
fu ancora di cos  nobile  e  singolar  intelletto  che,  mosso  dal  desiderio
solamente  di  giovare  alla  posterit col darle notizia di tanti e s lontani
paesi e in gran parte non conosciuti  mai  dagl'antichi,  raccolse  da  diverse
parti tre bellissimi volumi, con incredibile dligenzia e con somma accortezza,
i  quali  col  suo  indrizzo  e governo furono da noi publicati col mezzo delle
stampe nostre.  E ben poteva egli ci fare molto computamente,  essendo  tanto
oltra  nelle  scienzie  e nella cognizione ch'aveva della lingua greca e latina
quanto fosse alcuno altro,  e intendente anco della geografia,  la cui  notizia
s'aveva  esso  acquistata parte dal continuo e diligente studio che egli poneva
nel leggere i buoni autori che ne hanno trattato e parte dallo avere nella  sua
giovinezza  praticato  molt'anni  in  diversi paesi e provincie,  mandatovi per
onorati servizii di questa eccellentiss.  Republica;  dove gli avenne che  fece
medesimamente  acquisto della lingua francese e della spagnuola,  avendole cos
ben familiari come la sua propria natia,  ed essene servito nel tradurre  molte
relazioni  stampate  in  questo  e  negli  altri volumi.  Le quali fatiche cos
giudiziose e onorate se non usciron fuori la prima volta  sotto  il  suo  nome,
avenne  per  la  sua  singolar e infinita modestia,  che in ciascuna sua azione
continuamente era solito d'usare,  di modo che vivendo non comport mai che  vi
fusse  posto,  come  uomo  ch'era  lontano  da  ogni  ambizione e aveva l'animo
indrizzato solamente a giovare altrui.
Ma io,  che mentre egli visse l'amai infinitamente sopra ciascuno altro e morto
l'amer  infino  che durer la vita mia,  s come ho desiderato,  cos anco son
tenuto a far tutte quelle cose le quali io stimi  che  sieno  per  acquistargli
alcuna fama,  non posso e non debbo in queste sue utili e onorate fatiche ormai
tener pi celato il nome suo, del quale ora vederete ornati questi volumi.  Da'
quali si pu avere piena e vera notizia,  oltra le cose dell'Africa e del paese
del Prete Ianni e delle Indie Orientali,  delle parti anco del mondo  che  sono
verso  levante  e greco tramontana fin sotto il nostro polo,  e di quelle verso
ponente a' nostri tempi da Spagnuoli e Francesi ritrovate,  le quali non furono
giamai in tanto spazio de secoli n sapute n conosciute dagli antichi: onde si
pu  chiaramente  comprendere  che  d'ogni  intorno  questo globo della terra 
maravigliosamente abitato,  n vi  parte alcuna vacua,  ne per caldo  o  gelo
priva d'abitatori.
E  veramente che noi possiamo dire che la sua morte  stata cagione agli uomini
intendenti di gran perdita,  attento cb'egli aveva in animo di produr  tuttavia
in questa materia cose utili e giovevoli a' begli intelletti, percioch, ancora
che  per i suoi molti meriti con questa Republica fusse,  come uomo eccellente,
stato eletto Segretario del Consiglio illustrissimo de' Signor Dieci, nel quale
ufficio molti anni con  beneficio  publico  s'esercit  in  cose  gravissime  e
importanti, pure, rubbando talora il tempo al tempo medesimo, dispensava sempre
qualche  ora  a pro di coloro che,  essendo prodi uomini,  desiderano di sapere
quelle cose ch'essi non sanno.  Cos Iddio n'avesse concesso grazia che vivendo
lui fosse stata scoperta e pienamente conosciuta quella parte ch' verso mezod
sotto  il  polo  antartico,  che  egli  averia  fatto  ogni  opera di averne le
relazioni e li viaggi per potere un giorno dar fuori  anco  il  quarto  volume,
talch non avesse fatto pi di bisogno leggere n Tolomeo n Strabone ne Plinio
n alcun altro degli antichi scrittori intorno alle cose di geografia.
Ora  non  resta  dirvi  altro  se non che voi lodiate la diligenzia e fatica di
questo uomo raro,  dandogli quell'onore e lode che se gli  deve,  poi  che  con
tanto  vostro  piacere  e  sodisfazione vi ha dato col suo sapere cos grande e
cos chiaro lume nelle cose  della  geografia.  E  noi,  dal  lato  nostro,  vi
promettiamo  di  non  mancar  mai  in tutte quelle cose che noi conosceremo che
v'abbiano da portare e diletto  e  giovamento,  secondo  il  desiderio  nostro,
conosciuto oggimai da gran parte del mondo.


Della  descrizione dell'Africa e delle cose notabili che quivi sono per Giovani
Lioni Africano


PRIMA PARTE


Africa onde detta.

L'Africa nella lingua arabica  appellata Ifrichia, da faraca,  verbo che nella
favella  degli  Arabi  suona quanto nella italiana "divide",  e perch ella sia
cos detta sono due opinioni.  L'una delle quali  percioch questa parte della
terra   separata dalla Europa per il mar Mediterraneo e dall'Asia per il fiume
del Nilo; l'altra  che questo tal nome sie derivato da Ifrico,  re dell'Arabia
Felice,  il  quale  fu  il  primo  che  venisse ad abitarla.  Costui,  rotto in
battaglia e scacciato dai re d'Assiria,  non potendo far ritorno al  suo  regno
col suo esercito velocemente pass il Nilo, e avendo dirizzato il cammino verso
ponente,  non si ferm prima che nelle parti vicine a Cartagine pervenne.  E di
qui  che gli Arabi non tengono quasi  per  Africa  altro  che  la  regione  di
Cartagine, e per tutta Africa comprendono la parte occidentale solamente.


Termini di Africa.

Secondo  i medesimi Africani (quelli dico che hanno buona cognizione di lettere
e di cosmografia) l'Africa,  incominciando dai rami del  lago  del  diserto  di
Gaog,  cio da mezzogiorno,  finisce dalla parte di oriente al fiume Nilo e si
estende verso tramontana per insino ai pi di Egitto,  cio dove entra il  Nilo
nel  mare Mediterraneo.  Dalla parte di tramontana termina pure all'entrata del
Nilo nel detto mare, estendendosi verso ponente fino allo stretto delle colonne
di Ercole.  Da quella di ponente si estende dal detto  stretto  sopra  il  mare
Oceano  fino  a  Nun,  ultima citt di Libia sul detto mare.  E dalla parte del
mezzogiorno comincia pure nella detta Nun e si sporge sopra l'Oceano,  il quale
fino ai diserti di Gaog cinge e abbraccia tutta l'Africa.


Divisione di Africa.

Appresso  i  nostri  scrittori  l'Africa    divisa  in quattro parti,  cio in
Barberia, in Numidia, in Libia e nella terra de' negri.  La Barberia incomincia
da  oriente  dal  monte  Meies,  che    la  ultima punta di Atlante,  appresso
Alessandria circa trecento miglia.  E dalla parte di tramontana ha fine al mare
Mediterraneo, pigliando il principio dal monte Meies, e si estende in fino allo
stretto delle sovradette colonne di Ercole. E dalla parte di ponente il termine
incomincia  dal  detto  stretto  e  passa oltra sul mare Oceano fino all'ultima
punta di Atlante,  cio dove ha capo dalla parte  occidentale  sopra  l'Oceano,
vicino  al  luogo  nel  quale    la  citt  chiamata  Messa.  E dalla parte di
mezzogiorno finisce appresso il monte Atlante e nella faccia  del  detto  monte
che  riguarda  il mare Mediterraneo.  Questa  la pi nobile parte dell'Africa,
nella quale sono le citt degli uomini bianchi,  che per ordine di ragione e di
legge si governano.
     La  seconda  parte  da' Latini  detta Numidia e dagli Arabi Biledulgerid,
che sono i paesi dove nascono i datteri.  Dal lato  di  levante  incomincia  da
Eloacat,  citt  discosta  dall'Egitto  circa cento miglia,  e si estende verso
ponente per insino a Nun,  posta sul mare Oceano;  e di verso tramontana compie
al monte Atlante,  cio nella faccia che guarda verso mezzogiorno.  Nella parte
di mezzogiorno termina e confina nell'arena del diserto di Libia.  E gli  Arabi
communemente  chiamano  i  paesi  che producono i datteri con un medesimo nome,
percioch essi sono tutti in uno sito.
     La terza parte,  che nella lingua latina  appellata Libia e  nell'arabica
non  altrimente  che Sarra,  cio diserto,  comincia dalla parte di oriente dal
Nilo,  cio dal confino di Eloachat,  e si estende verso occidente fino al mare
Oceano;  e  dalla  parte  di tramontana confina con Numidia,  cio pure in quei
paesi dove nasce il dattero.  Dal lato di mezzogiorno confina con la terra  de'
negri,  incominciando  di  verso  levante dal regno di Gaog,  e si porge verso
ponente insino al regno di Gualata, che  sul mare Oceano.
     La quarta parte,  che   la  terra  de'  negri,  dalla  parte  di  oriente
incomincia  dal  regno  di Gaog e procede verso occidente insino a Gualata;  e
dalla parte di tramontana confina con  i  diserti  di  Libia,  e  dal  lato  di
mezzogiorno  termina al mare Oceano: luoghi incogniti appresso di noi,  ma pure
molta notizia ne abbiamo da mercatanti che vengono da quella parte al regno  di
Tombutto.  Per mezzo della terra dei negri passa il fiume detto Niger, il quale
comincia da un diserto appellato Seu,  cio dalla parte di levante uscendo d'un
lago  grandissimo,  e  si  rivolge verso ponente infino che esso entra nel mare
Oceano.  E secondo che affermano i nostri cosmografi,  il Niger  un  ramo  del
Nilo,  il  quale si perde sotto la terra e ivi esce formando quel lago.  Alcuni
dicono che 'l detto fiume incomincia uscire dalla parte  d'occidente  da  certi
monti  e  correndo  verso  oriente  si converte in un lago.  Il che non  vero,
percioch noi navigammo dal regno di Tombutto dalla parte di levante  scorrendo
per  l'acqua  fino  al regno di Ghinea o fino al regno di Melli,  i quali due a
comparazione di Tombutto sono verso ponente. E i pi belli regni dei negri sono
quelli che giaciono sopra il fiume Niger.
E avertite che, come vogliono i detti cosmografi, la terra de' negri che  dove
il Nilo passa,  cio dalla parte di ponente,  e si estende verso levante insino
al  mare  Indico  e di verso tramontana confina alcune sue parti nel mar Rosso,
cio quella parte che  fuori dello stretto dell'Arabia  Felice,  questa  parte
non  esser  reputata  parte  d'Africa per molte ragioni,  che in lunge opere si
contengono,  e i Latini la chiamano Etiopia.  Da lei  vengono  certi  religiosi
frati,  i  quali  hanno  i  lor visi segnati col fuoco,  e si veggono per tutta
l'Europa e specialmente in Roma. Questa parte  signoreggiata da un capo a modo
di imperadore,  a cui gli Italiani dicono Prete Gianni.  E la maggior parte  di
cotal  regione  abitata da cristiani;  nondimeno v' un signore maumettano che
molto terreno ne possede.


Divisioni e regni delle dette quattro parti d'Africa.

La Barberia si divide in quattro regni.  Il primo  il  regno  di  Marocco,  il
quale  diviso in sette regioni: ci sono Hea,  Sus,  Guzula e il territorio di
Marocco, Duccala, Hazcora e Tedle. Il secondo regno  Fessa,  il quale sotto di
lui ha altretante regioni,  e queste sono Temezne, il territorio di Fez, Azgar,
Elabath, Errifi,  Garet,  Elcauz.  Il terzo regno  quello di Telensin,  che ha
sotto di s tre regioni: i Monti,  Tenez ed Elgezair.  Il quarto regno  quello
di Tunis, a cui sono sottoposte quattro regioni: Bugia, Costantina,  Tripoli di
Barberia, Ezzab, che  una buona parte di Numidia. La region di Bugia fu sempre
in  combattimento,  percioch  alcune  volte ella fu posseduta dal re di Tunis,
altre la tenne il re di Telensin.  Vero  che a' d nostri si fece un regno  da
per  s,  fino  a tanto che dal conte Pietro Navarro per nome di Ferrando re di
Spagna fu presa la principale citt.


Divisione di Numidia, cio dei paesi dove nascono i datteri.

Questa parte  nell'Africa    men  nobile  di  tutte  l'altre,  onde  i  nostri
cosmografi  non  le hanno dato titolo di regno,  percioch le abitazioni di lei
sono molto lontane l'una dall'altra.  Per cagione di esempio,  Tesset citt  di
Numidia  fa cerca quattrocento fuochi,  ma  discosta da ogni abitazione per li
diserti di Libia cerca trecento miglia:  adunque  ella  non  merita  titolo  di
regno.  Io  nondimeno vi narrer i nomi dei terreni abitati,  quantunque alcuni
luoghi si truovano che sono al modo dell'altre regioni,  come    lo  stato  di
Segelmese,  che  nella parte di Numidia la quale risponde verso Mauritania,  e
lo stato di Zeb riguardante verso il regno di Bugia,  e  Biledulgerid,  che  si
estende verso il regno di Tunis. Ora, serbandomi molte cose nella seconda parte
dell'Africa,  incominciando dalla parte occidentale i nomi sono questi: Tesset,
Guaden, Ifren, Hacca, Dare, Tebelbeth, Todga, Fercale, Segellomesse,  Benigomi,
Feghig,  Teguat,  Tsabit, Tegorarin, Mesab, Teggort, Guarghela. Zeb  provincia
nella quale si contengono cinque citt: queste sono Pescara,  Elborgiu,  Nesta,
Taolacca e Deusen.  Biledulgerid signoreggia altretante citt: Teozar,  Cafeza,
Nefreoa,  Elchama e Chalbiz.  Doppo questa verso levante   l'isola  di  Gerbe,
Garion,  Messellata,  Mestrata,  Teoirraga,  Gademis,  Fizzan, Augela, Birdeua,
Eloachet.  Questi sono i nomi dei luoghi famosi di Libia incominciando dal mare
Oceano, cio, come s' detto, dall'occidente e terminando ne' confini del Nilo.


Divisione dei diserti che sono fra Numidia e la terra negra.

Questi  diserti  appresso  noi  non sono appellati con nome alcuno,  quantunque
siano divisi in cinque parti e sia ogni parte nominata dal popolo che vi  abita
e in quella ha il suo vivere,  cio dai Numidi, i quali sono eziandio divisi in
cinque parti. Queste sono Zanega,  Guanziga,  Terga,  Lenta e Berdeoa.  V'hanno
appresso  alcune  campagne  che dalla malignit o bont del terreno particolari
nomi prendono,  come Azaoad,  diserto cos detto per la sterilit e  seccaggine
ch' in lui,  e Hair,  diserto ancora esso,  ma nomato dalla bont e temperanza
dell'aere.


Divisione della terra negra per ciascun regno.

Ancora la terra negra  divisa in molti regni,  di quali nondimeno alcuni  sono
incogniti  e  lontani dal commerzio nostro.  Per il che di quelli dir ove sono
stato io e ho  avuta  lunga  pratica,  e  di  quegli  altri  ancora  da'  quali
partendosi  i  mercatanti  che le lor mercanzie contrattavano nel paese dove io
era,  me ne diedero buona  informazione.  N  voglio  tacer  d'esser  stato  in
quindici regni di terra negra, e tre volte pi ce ne sono rimasi di quelli dove
io non fui, ciascuno assai noto e vicino a' luoghi ne' quali mi trovava. I nomi
di questi regni, togliendo il principio dall'occidente e seguendo verso oriente
e verso mezzogiorno,  sono tali: Gualata, Ghinea, Melli, Tombutto, Gago, Guber,
Agadez, Cano, Casena, Zegzeg, Zanfara, Guangara,  Burno,  Gaog,  Nube.  Questi
sono quindici regni i quali per la maggior parte sono posti sul fiume Niger,  e
per quelli fanno la strada loro i mercatanti che partono di Gualata per  andare
al Cairo. Il cammino  lungo, ma molto sicuro. Sono questi regni discosti l'uno
dall'altro, e dieci di loro sono o da qualche diserto dell'arena separati o dal
fiume Niger.  Ed  da sapere che anticamente ogni regno da per s era posseduto
da un signore,  ma a' tempi nostri tutti i quindici regni  sono  sottoposti  al
dominio  di  tre  re,  cio del re di Tombutto,  e questo ne possede la maggior
parte, del re di Borno,  il quale ne ha la minore,  e l'altra parte  in potere
del  re  di  Gaog.  Egli   vero che 'l signore di Duccala ve ne tiene pure un
piccolo stato.  Confinano con questi regni dalla  parte  di  mezzogiorno  molti
altri regni, cio Bito, Temiam, Dauma, Medra, Gorhan; e di loro i signori e gli
abitanti sono ricchi e assai pratichi, amministrano giustizia e vi tengono buon
governo. Gli altri sono di peggior condizione che le bestie.


Abitazioni di Africa, e la significazione di questa voce "barbar".

Dicono  i  cosmografi  e gli scrittori delle istorie l'Africa anticamente esser
stata per ogni sua parte disabitata fuori che la terra negra,  e hassi per cosa
certa  che  la  Barberia  e  la Numidia  stata priva d'abitatori molti secoli.
Quelli che vi abitano, cio bianchi,  sono appellati el barbar,  nome derivato,
secondo  che  alcuni  dicono,  da  barbara,  verbo  che nella lingua loro tanto
significa  quanto  nella  italiana  "mormorare".  Percioch  la  favella  degli
Africani tale  appresso gli Arabi quali sono le voci degli animali,  che niuno
accento formano eccetto il grido.  Alcuni altri vogliono che  barbar  sia  nome
replicato,  percioch  bar nel linguaggio arabico dinota diserto.  E dicono che
ne' tempi che 'l re Africo fu rotto  dagli  Assirii,  o  come  si  fosse  dagli
Etiopi, egli fuggendo verso Egitto e tuttavia essendo seguitato da' nimici, non
sapendo  come  difendersi  chiedeva  alle  sue genti che lo consigliassero qual
partito potesse prendere per la salute loro.  Al quale essi altra risposta  non
davano se non gridando: "el bar bar",  cio "al diserto,  al diserto",  volendo
inferire che per loro non si conosceva altro rimedio fuori che passando il Nilo
ridursi nel diserto di Africa.  E questa ragione    conforme  con  quelli  che
affermano la origine degli Africani procedere dai popoli dell'Arabia Felice.


Origine degli Africani.

Cerca  la  origine  degli  Africani  sono  i  nostri  istorici non poco tra lor
differenti.   Alcuni  dicono  ch'essi  discesero   da'   Palestini,   percioch
anticamente  scacciati  dagli  Assirii  fuggirono verso l'Africa,  e s come la
trovarono buona e fruttifera, cos vi si fermarono. Altri sono di oppenione che
la origine loro venisse da' Sabei,  popolo dell'Arabia Felice,  come s' detto,
innanzi  che  fossero scacciati o dagli Assirii o dagli Etiopi.  Altri vogliono
che gli Africani siano stati degli abitanti  di  alcune  parti  di  Asia.  Onde
dicono  che  essendo  lor  mossa  guerra  da  certi loro nemici,  se ne vennero
fuggendo verso Grecia, la quale era a que' tempi disabitata; ma seguitandogli i
nimici,  essi furono costretti a passare il mare della Morea,  e  pervenuti  in
Africa  quivi  si  fermarono,  e  i  nimici  in Grecia.  Questo si dee intender
solamente intorno alla origine degli  Africani  bianchi,  cio  di  quelli  che
abitano  nella  Barberia  e  nella Numidia.  Gli Africani veramente della terra
negra dipendono tutti dalla origine di Cus figliuolo di Cam,  che figliuolo  fu
di No.  Adunque, qual sia la differenza tra gli Africani bianchi e tra i neri,
eglino tuttavia discendono quasi da una medesima origine, conciosiacosach,  se
essi  vennero  da'  Palestini,  i Palestini medesimamente sono del legnaggio di
Mesraim figliuolo di Cus,  e  se  procedettero  da'  Sabei,  Saba  eziandio  fu
figliuolo di Rama,  e Rama nacque pure di Cus. Sono molte altre oppenioni cerca
ci, le quali, per non esser cosa molto necessaria, mi parve di pretermettere.


Divisione degli Africani bianchi in pi popoli.

I bianchi dell'Africa sono divisi in cinque popoli: Sanhagia, Musmuda,  Zeneta,
Haoara  e  Gumera.   Musmuda  abitano  nel  monte  Atlante,  cio  nella  parte
occidentale,  incominciando da Heha insino al fiume di Servi.  Abitano eziandio
in quella parte del medesimo Atlante la quale riguarda verso mezzogiorno,  e in
tutte le pianure che v'hanno d'intorno.  Questi tengono quattro  provincie,  le
quali  sono  Heha,  Sus,  Guzula  e  la region di Marocco.  I Gumera similmente
abitano  ne'  monti  di  Mauritania,   cio  ne'  monti  riguardanti  sul  mare
Mediterraneo,  e  occupano  tutta  la riviera detta Rif,  la quale ha principio
dallo stretto delle Colonne e segue verso il  levar  del  sole  per  insino  a'
confini del regno di Telensin, quello che da' Latini  chiamato Cesaria. Questi
due popoli abitano separatamente dagli altri popoli,  i quali sono communemente
mescolati e sparsi per tutta l'Africa,  ma si  conoscono  nella  guisa  che  si
conosce  il  natio  dal  forestiere,  e sempre tra loro medesimi guerreggiano e
stanno in continove battaglie,  massimamente gli abitanti  di  Numidia.  Dicono
molti  autori  che  questi  cinque  popoli sono di quelli che sogliono per loro
abitazioni avere i padiglioni  e  le  campagne.  Affermano  adunque  che  negli
antichi tempi,  avendo costoro fatta lunga guerra insieme,  quelli che rimasero
perditori,  divenuti vassalli de' vincitori,  furono mandati  ad  abitar  nelle
ville,  e  i vettoriosi si fecero padroni della campagna e l ridussero le loro
magioni.  E la ragione  quasi provata,  percioch molti di quelli che  abitano
nella  campagna  usano  la  medesima  lingua  degli  abitatori delle ville: per
cagione di esempio,  i Zeneti della campagna favellano nella guisa che fanno  i
Zeneti delle ville, e il simile aviene degli altri. I tre popoli detti di sopra
dimorano nella campagna di Temesna, cio Zeneta, Haoara, Sanhagia. Alcuna volta
si  stanno  in  pace  e  alcuna  volta combattono aspramente,  mossi mi cred'io
dall'antica parzialit.
Alcuni di questi popoli ebbero regno  per  tutta  l'Africa,  come  Zeneti,  che
furono quelli che scacciarono la casa d'Idris, dalla quale erano discesi i veri
signori  di  Fez  ed edificatori di questa citt;  la stirpe di costoro  detta
Mecnasa. Venne dipoi un'altra famiglia di Zeneti di Numidia, appellata Magraoa,
la quale scacci Mecnesa del regno di che essi avevano scacciati i  signori.  E
d'indi a poco tempo i medesimi Zeneti furono similmente scacciati da alcuni che
vennero dal diserto di Numidia,  e questi furono d'una prole di Zanhagi,  detta
Luntuna.  Essi ruinorono tutta la regione di Temesna e distrussero ogni  spezie
di  popolo  che  in  quella si trovava,  eccetto quelli che erano della origine
loro,  i quali posero ad abitare in Duccala.  Questa cotal famiglia edific  la
citt  di  Marocco.  Avvenne  poi,  secondo le mutazioni della fortuna,  che un
grande uomo nelle cose  della  lor  fede  e  predicatore  appresso  loro  molto
estimato,  chiamato Elmahdi,  si ribell e fatto certo trattato con gli Hargia,
che furono della stirpe di  Musmoda,  scacci  questa  famiglia  di  Luntuna  e
fecevisi  signore.  Doppo  la morte del quale fu eletto uno dei suoi discepoli,
detto Habdul Mumen da Banigueriaghel, legnaggio di Sanhagia,  e rimase il regno
della  famiglia  di costui cerca centoventi anni,  la qual famiglia signoreggi
quasi tutta l'Africa.  Ella poi fu privata del regno da Banimarini,  che furono
della famiglia di Zeneti,  i quali durarono cerca centosettanta anni.  Cess il
dominio per opera di Baniguatazi,  stirpe di Luntuna.  Questi Banimarini sempre
hanno  fatto  guerra  con Banizeijan re di Telensin,  che sono della origine di
Zenhagi e della stirpe di Magraoa.  Guerreggiarono ancora con Hafaza  i  re  di
Tunis, i quali vennero dalla origine di Hantata, stirpe di Musmoda.
Vedesi  adunque  come ciascuno dei cinque popoli sono stati in travagli e hanno
avuto che fare in quelle regioni.  Vero  che 'l popolo di Gumera e  di  Haoara
non  ebbe  mai  titolo di dominio,  quantunque esso abbia pure signoreggiato in
alcune parti particolari,  come nelle croniche degli Africani si  legge,  e  il
tempo  che  questo signoreggi fu dapoi che egli entr nella setta di Maumetto.
Percioch per adietro ogni popolo tenne  separatamente  il  suo  albergo  nella
campagna,  e ciascuno di questi popoli favoreggiava la parte loro. E avendo tra
loro compartiti i lavorii necessarii al vivere umano,  i padroni della campagna
si  danno  al  governo  e al levamento delle bestie,  gli abitatori delle ville
attendono alle arti manuali e a lavorare  i  terreni.  E  tutti  questi  cinque
popoli  comunemente  sono divisi in seicento stirpi,  s come nell'arboro della
generazion degli Africani si contiene,  di che appo loro  ne  fu  scrittore  un
certo Ibnu Rachu,  il quale io lessi pi volte. Tengono eziandio molti istorici
che 'l re il quale  oggid di Tombutto,  e quello che fu di Melli,  quello  di
Agudez, sono della origine del popolo di Zanaga, cio pur di quegli che abitano
nel diserto.


Diversit e conformit della lingua africana.

Tutti  i  cinque  popoli,  i  quali  sono  divisi in centinaia di legnaggi e in
migliaia di migliaia d'abitazioni,  insieme si conformano  in  una  lingua,  la
quale comunemente  da loro detta aquel amarig,  che vuol dire "lingua nobile".
E gli Arabi di Africa la chiamano lingua barberesca,  che  la lingua  africana
natia,  e questa lingua  diversa e differente dalle altre lingue.  Tuttavia in
essa pur truovano alcuni vocaboli della lingua araba, di maniera che alcuni gli
tengono e usangli per testimonianza che gli Africani siano discesi dall'origine
dei Sabei, popolo,  come s' detto,  dell'Arabia Felice.  Ma la parte contraria
afferma  che quelle voci arabe che si truovano nella detta lingua furono recate
in lei dapoi che gli Arabi entrarono nell'Africa e la  possederono.  Ma  questi
popoli  furono  di  grosso  intelletto  e  ignoranti,  intanto  che  niun libro
lasciarono che si possa addurre in favore  n  dell'una  n  dell'altra  parte.
Hanno ancora qualche differenza tra loro non solo nella prononzia,  ma eziandio
nella significazion di molti e molti vocaboli.  E quelli che  sono  pi  vicini
agli  Arabi e pi usano la domestichezza loro,  pi similmente tengono de' loro
vocaboli arabi nella lingua.  E quasi tutto il popolo di Gumera usa la  favella
araba,  ma  corrotta,  e  molti della stirpe della gente di Haoara parlano pure
arabico,  e tuttavia corrotto;  e  ci  aviene  per  aver  lunghi  tempi  avuta
conversazione con gli Arabi.
Nella  terra negra favellasi in diverse lingue,  una delle quali  da lor detta
sungai,  e questa serve a molte regioni,  come  in Gualata,  in  Tombutto,  in
Ghinea,  in  Melli  e in Gago.  L'altra lingua essi chiamano guber,  la quale 
usata in Guber,  in Cano,  in Chesena,  in Perzegzeg e in Guangra.  Un'altra  
tenuta  nel  regno  di Borno ed  somigliante a quella che si costuma in Gaog.
Un'altra ve n' ancora serbata nel regno di  Nube,  e  questa  partecipa  dello
arabico e del caldeo e della favella degli Egizii. Quantunque in tutte le citt
d'Africa, intendendo delle maritime poste sul mare Mediterraneo insino al monte
Atlante,  tutti  quelli  che  vi  abitano  generalmente  parlino nel linguaggio
arabico corrotto,  eccetto che in tutto il tener del  regno  di  Marocco  e  in
Marocco propio si favella nella lingua barberesca, e n pi n meno nei terreni
di  Numidia,  cio  fra  i  Numidi  che  sono  a Mauritania e a Cesaria vicini,
percioch quelli che s'accostano al regno di Tunis e al regno di Tripoli  tutti
universalmente tengono e usano la corrotta lingua arabica.


Arabi abitanti nelle citt d'Africa.

Nello  esercito  che  mand  Otmen  califa  terzo nell'anno 400 di legira venne
nell'Africa un grandissimo numero di Arabi,  che furono,  tra nobili  e  altri,
dintorno  a  ottantamila  persone;  i quali s come molte regioni acquistarono,
cos quasi tutti i principali e nobili tornarono alla Arabia.  Rimase quivi con
gli  altri  il  general  capitano dello esercito,  il cui nome era Hucba Hicbnu
Nafich, il quale gi aveva edificata e fermata la citt del Cairaoan, percioch
egli stava in continuo timore che  le  genti  della  rivera  di  Tunis  non  lo
tradissero, che qualche soccorso non venisse dall'isola di Sicilia e con quello
gli  movessero  guerra.  Per  il che,  con tutta la quantit del tesoro ch'egli
acquistato si avea ritiratosi verso il diserto nella terra  ferma,  lontano  da
Cartagine  cerca  a  centoventi miglia,  fabbric la detta citt del Cairaoan e
comand a' suoi capi e ministri di quelli che seco  restarono,  che  abitassero
ne'  luoghi  pi forti e atti alla difesa loro,  e dove non v'avessero rocche e
fortezze ve le edificassero.  Il che fu  fatto  e  gli  Arabi,  rimasi  sicuri,
diventarono cittadini di quel paese e si mescolarono tra gli Africani,  i quali
allora, perch da Italiani furono molti anni signoreggiati,  la lingua italiana
ritenevano, e per questa cagione seco usando e vivendo corruppero a poco a poco
la  loro natia araba,  la quale partecip di tutte le favelle africane: cos di
due diversi popoli uno se ne ferm.  Vero  che  gli  Arabi  ebbero  sempre  in
costume e hanno tuttavia di notar la origine loro dal canto del padre,  come si
usa tra noi,  e i Barberi fanno il somigliante,  in maniera che non v' uomo di
cos bassa nazione che non aggiunga al suo nome il cognome della sua origine, o
arabo o barbero che egli si sia.


Gli Arabi che nell'Africa in luogo di case abitano nei padiglioni.

Sempre  i  pontefici  maumettani  vietarono  agli  Arabi  di passar con le loro
famiglie e con i lor padiglioni il Nilo,  fino agli anni  400  di  legira,  nel
quale  ebbero  licenza da un califa scismatico: e ci per cagione che uno,  che
amico e vassallo era del detto califa,  si ribell  e  regn  nella  citt  del
Cairaoan  e  in  tutta  quasi la Barberia,  doppo la morte del quale rimase per
qualche tempo il regno nella casa sua.  Percioch,  s come io ho  letto  nelle
istorie  africane,  nel  tempo  d'Elcain califa e pontefice di quella casa essi
allargarono i loro regni,  e crebbe la setta loro intanto che 'l  detto  califa
mand  un  suo schiavo e consigliere,  il cui nome fu Gehoar di nazion schiava,
con grandissimo esercito verso ponente,  il quale acquist tutta la Barberia  e
la Numidia e procedette per insino alla provincia di Sus,  riscotendo i tributi
e l'utile dei detti regni.  Il che fatto avendo,  al suo  signore  ritorn,  al
quale ripose in mano l'oro e tutto quello ch'egli di questi paesi aveva tratto.
Per  il che il califa,  avendo conosciuto il valore e veduto il felice successo
di costui,  fece pensiero di metterlo in una impresa maggiore e dissegliene.  A
cui  egli  rispose:  "Signor  mio,  io  ti prometto che,  s come io t'ho fatto
acquistar queste regioni di ponente,  cos sar cagione che avrai l'imperio  di
tutti i regni del levante,  cio dell'Egitto,  della Soria e di tutta l'Arabia,
vendicando le offese e gli oltraggi che sono stati fatti  ai  tuoi  antecessori
dalla  casa  di  Lhabas.  N  cessar  di  metter  la  persona  mia in tutte le
difficult e pericoli,  per insino a tanto che io t'abbia  rimesso  nel  seggio
antico dei tuoi nobili e generosi avoli e progenitori illustri del sangue tuo".
Inteso il califa l'animo e la promessa del suo vassallo,  fatto uno esercito di
ottantamila combattenti, lui con molto oro e con molta vettovaglia licenzi.
Partitosi adunque il fedele e  animoso  schiavo,  drizz  lo  esercito  per  lo
diserto  che  fra la Barberia e lo Egitto,  n prima giunse in Alessandria che
il locotenente dell'Egitto si ritir verso  Bagaded,  per  essere  insieme  con
Eluir  califa.  Laonde  Gehoar  fra  lo  spazio  di  pochi giorni e con piccolo
impedimento acquist tutte le regioni dell'Egitto e della Soria.  Tuttavia  non
dimorava  senza sospetto,  dubitando non il califa di Bagaded,  venendone di l
con gli eserciti dell'Asia,  gli desse qualche grande stretta e lo riducesse  a
pericolo  di  perder  le  difese  e gli eserciti della Barberia.  Per il che si
diliber di fare una fortezza nella quale, se il bisogno occorresse,  potessero
ricoverarsi le genti e sostener l'impeto dei nimici. Fece adunque edificare una
citt tutta circondata di mura,  nella quale vi faceva star di continuo uno de'
pi fidati a guardia con una parte del  suo  esercito.  Alla  citt  pose  nome
Elchaira,  la  quale  poscia  per l'Europa fu detta Cairo.  Questa di giorno in
giorno e di borghi e d'abitazioni di dentro e d'intorno  ita accrescendo,  per
s fatto modo che in tutte le parti del mondo un'altra simile non si truova.
Ora  Gehoar,  vedendo  che 'l califa di Bagaded non faceva contra di lui alcuno
apparecchio di battaglia, allora avis il suo signore come tutte le regioni per
lui acquistate gli prestavano obbedienza, e che le cose erano ridotte in pace e
ben difese e guardate. Perci,  quando paresse alla sua felicit di trasferirsi
con la persona nello Egitto,  valerebbe pi la presenza di lui allo acquisto di
ci che restava,  che centinaia di migliaia di combattenti,  e sarebbe  cagione
che  'l  califa  di Bagaded lasciando il ponteficato e il regno se ne fuggisse.
Come questa bella e magnanima esortazione pervenne  all'orecchie  del  signore,
esso,  senza altrimente considerare a quello che potrebbe avenire in contrario,
insuperbito dalle lusinghe della seconda fortuna prepar un grosso  esercito  e
partissi,  lasciando per governatore e general capitano di tutta la Barberia un
principe del popolo di Zanhagia, il quale gli era non pure amico,  ma domestico
servitore.  Subito  che 'l califa giunse al Cairo,  ricevuto riverentemente dal
suo schiavo, indrizzando l'animo a grandi imprese esped grande esercito contra
il califa di Bagaded. Avenne fra tanto che 'l governatore da lui lasciato della
Barberia gli si ribell e offerse obbedienza al califa di Bagaded, il quale, di
ci allegro,  gli mand larghi privilegi e fecelo re di tutta l'Africa.  Questo
nel Cairo inteso da Elchain,  l'ebbe per amarissima novella,  parte perch egli
si trovava fuori del suo regno e parte perch aveva consumato tutta la quantit
dell'oro e delle cose opportune ch'egli aveva portato seco;  n sapendo  a  che
partito appigliarsi spesse volte malediceva il consiglio del suo vassallo.
Era  appresso  di  lui  un  suo  secretario,  dotto  uomo  e  di bello e pronto
intelletto,  il quale,  sentendo il ramarico  del  signore  e  antiveggendo  la
repentina  rovina che soprastava al suo capo se presto riparo non se li poneva,
lo cominci a  confortare  e  a  consigliare  in  queste  parole:  "Signore,  i
mutamenti  della  fortuna  sono  varii,  n perci vi dovete voi diffidar della
vostra virt per lo nuovo accidente  da  lei  avenuto:  percioch,  quando  voi
vorrete accostarvi a quello che io,  che fedelissimo vi sono,  bene e lealmente
sapr consigliarvi,  io non dubito che non riabbiate in brevissimo tempo  tutto
quello  che  per  ribellione  stato da voi alienato,  e appresso non otteniate
l'intento vostro.  Il che farete senza pagar soldato niuno,  anzi io voglio che
pi tosto lo esercito che vi porr nelle mani paghi voi,  per le cagioni che io
vi dir". Il signore ci udendo si rallegr, e domandollo in che modo questo si
potesse fare.  Ed egli allora seguit: "Signor mio,  voi dovete sapere che  gli
Arabi  sono  accresciuti in tanto numero che oggimai l'Arabia non gli pu caper
tutti, e le rendite a pena non sono bastevoli per le loro bestie,  percioch la
sterilit  grande, ed essi non solamente patiscono disagio d'abitazioni, ma di
vivere ancora. Per il che spesse fiate sarebbono passati nell'Africa, se a loro
fosse  stato  concesso  da  voi.  Date  adunque a costoro licenza di poter fare
questo passaggio,  e io vi metter nelle mani una gran quantit  d'oro".  Detto
fin  qui  dal  secretario,  il  signor  fu  poco  lieto  di  questo  consiglio,
considerando che gli Arabi sarebbono cagione della rovina dell'Africa,  in modo
che  non  se  la  goderebbe  n il suo ribello n egli.  D'altra parte,  avendo
riguardo che ad ogni modo il regno era perduto,  giudic che fosse men  male  a
toccare una buona quantit di danari,  s come colui gli prometteva,  e insieme
vendicarsi del suo nimico,  che perder parimente l'una cosa  e  l'altra.  Disse
adunque al consigliere che egli facesse fare uno bando, che a ciascun Arabo che
volesse pagare un ducato e non pi per testa fosse lecito di passar nell'Africa
con  libera  e larga licenza,  ma sotto obligazione e giuramento d'esser nimici
del detto suo ribello.  Il che fatto,  si messe a questo passaggio cerca  dieci
lignaggi  di  Arabi,  che  fu la met dell'Arabia Diserta;  vi fu ancora alcuna
stirpe di quegli dell'Arabia Felice.  Il numero di  coloro  che  erano  atti  a
combattere fu intorno a cinquantamila; le donne, i fanciulli e le bestie furono
quasi  infiniti.  Del  che  fu tenuto diligente conto da Ibnu Rachic,  istorico
africano di cui di sopra dicemmo.
Ora fra pochi giorni gli Arabi,  avendo passato il  diserto  che  abbiam  detto
esser tra l'Egitto e la Barberia,  prima si fermarono all'assedio di Tripoli di
Barberia ed entrarono nella citt per  forza  e  la  saccheggiarono,  occidendo
tutti  quelli  che  occider  poterono;  di qui se n'andarono a Cabis citt e la
distrussero.  Finalmente assediarono Elcairaoan,  nella qual citt il  ribello,
avendosi provisto di vettovaglie e di quanto facea bisogno, sostenne assai bene
l'assedio  otto  mesi,  in  capo  dei  quali  presero  la  citt per forza e la
saccheggiarono,  e lui doppo molti strazii ammazzarono.  Divisero poi gli Arabi
tra  loro  quelle  campagne  e in esse abitarono,  imponendo per ciascuna citt
gravissime taglie e gravezze.
Cos rimasero signori di tutto il circuito dell'Africa per insino a  tanto  che
successe  nel  regno  di Marocco Iusef figliuolo di Ieffin,  che fu primo re di
Marocco.  Costui con tutto il suo potere si rivolse a dare aiuto a quanti erano
o  parenti  o  amici del morto ribello,  n cess prima che lev dalle citt il
dominio degli Arabi. Gli Arabi tuttavia dimoravano nelle campagne, assassinando
e rubbando ci che potevano.  In tanto  i  parenti  del  ribello  regnavano  in
diversi luochi. Ma succedendo al regno di Marocco Mansor, quarto re e pontefice
della  setta  del Muoachedin,  s come i suoi antecessori erano stati in favore
dei parenti del ribello e gli avevano tornati in stato, cos egli ebbe in animo
d'esser loro contra e di torgli il dominio di mano.  Per  il  che,  astutamente
composta con loro la pace, indusse gli Arabi a far lor guerra, e vennegli fatto
con poca difficult il vincergli. Mansor dipoi condusse seco tutti i maggiori e
principali  degli  Arabi  nei  regni  di ponente,  e di a' pi nobili per loro
abitazione Duccala e Azgar;  a quegli che di  minor  condizione  erano  assegn
Numidia.  Ma in processo di tempo questi,  che erano s come schiavi di Numidi,
ricovrarono la loro libert e a mal  grado  loro  dominarono  quella  parte  di
Numidia  nella  quale  diede loro l'abitazione Mansor,  e ogni giorno i confini
allargavano.  Quelli che abitarono Azgar e alcuni altri  luoghi  in  Mauritania
tutti  furono ridotti alla servit,  percioch gli Arabi fuora del diserto sono
come i pesci  fuori  dell'acqua.  Sarebbono  bene  essi  volentieri  andati  ai
diserti,  ma  loro  vietava  il  passo il monte Atlante,  tenuto e posseduto da
Barberi.  D'altra parte non potevano uscire per la campagna,  percioch di  lei
gli altri Arabi erano padroni.  Laonde,  ponendo gi la superbia,  si diedero a
pascolar le bestie e a lavorare il terreno, pure abitando,  invece di pagliai e
di case rusticane, ne' padiglioni. S'aggiunse alla loro miseria esser tenuti di
pagare  ciascun  anno  ai  re  di Mauritania certi tributi.  Quelli di Duccala,
aiutati dalla loro moltitudine, furono liberi da ogni tributo.
Una parte d'Arabi era rimasa in Tunis,  percioch il Mansor aveva rifiutato  di
menargli seco. Questi, venuto a morte Mansor, presero Tunis e di quelle regioni
s'impatroniron.  E  dur  il dominio loro per insino a tanto che si sollevarono
alcuni della famiglia di Abu Haf,  co' quali gli Arabi s'accordarono di lasciar
loro  la signoria,  con questo che lor dessero la met dei tributi e dei frutti
che si cavavano del regno.  Il qual patto e accordo dura per fino a' nostri d;
ma  i  re  di  Tunis  non  gli possono contentar tutti,  percioch  maggior la
moltitudine degli Arabi che l'entrata  e  l'utile  di  tutto  il  regno.  Onde,
compartendone a una parte,  questa  obligata di tener pacifica la campagna, il
che fa,  e non noce a niuno.  Gli altri,  che di tal provisione sono privi,  si
danno alle rapine,  alle occisioni e al peggio che ponno, e stanno le pi volte
imboscati: come passa un viandante sbucano fuori,  e spogliatolo e di drappi  e
di  danari  l'amazzano,  di  maniera  che  mai non si trova la via sicura.  E i
mercadanti che vogliono andar da Tunis a qualche  loco  loro  opportuno  menano
seco per loro sicurt una compagnia d'archibugieri,  e passano tuttavia per due
non piccole difficult: l'una  di pagare agli Arabi provigionati  dai  re  una
grossissima  gabella;  l'altra  peggiore  assai    che il pi delle volte sono
assaliti da quest'altri Arabi,  e talvolta,  non giovando la  difesa  che  seco
menano, sono ad un medesimo tempo spogliati dell'avere e della vita.


Divisione  degli  Arabi venuti ad abitar nell'Africa,  i quali sono detti Arabi
barberi.

Gli Arabi ch'entrarono  nell'Africa  sono  tre  popoli:  il  primo  si  dimanda
Chachin,  il  secondo   appellato Hilel e il terzo dicono Mahchil.  Chachin si
divide in tre lignaggi: Etbegi,  Sumait e Sahid.  Etbegi eziandio si divide  in
tre parti: Dellegi, Elmuntefig e Sobair, e queste parti si dividono in infinite
generazioni.  Hilel  ancora    diviso  in quattro: Benihemir,  Rieh,  Sufien e
Chusain; e Benihemir si parte in Huroa, Hucba, Habru, Muslim; e Rieh in Deuuad,
Suaid,  Asgeh,  Elcherith,  Enedr e Garfa;  e  queste  sei  parti  si  dividono
similmente in infinite generazioni.  Mahchil si divide in tre: Mactar, Hutmen e
Hassan.  Mactar si divide in Ruche e Selim.  Hutmen si  divide  in  altretante:
Elhasin e Chinana.  Hassan si divide in Deuihessen, Deuimansor, Deuihubaidulla;
Deuihessen in Dulein,  Uodei,  Berbus,  Racmen e Hamr;  Deuimansor  in  Hemrun,
Menebbe,  Husein  e  Abulhusein;  Deuihubeidulla  eziandio si divide in Garagi,
Hedegi,  Tehleb e Geoan.  E tutte queste sono divise in infinite,  delle  quali
sarebbe cosa non pur difficile, ma impossibile a ricordarsi.


Divisione delle abitazioni dei detti Arabi, e il numero loro.

Etbegi furono i pi nobili e i principali degli Arabi,  e quelli quali Almansor
condusse ad abitare in Duccala e ancora  nelle  pianure  di  Tedle.  Questi  a'
nostri  d  molto  sono  stati molestati,  quando dai re di Portogallo e alcuna
volta dai re di Fez;  e sono cerca a centomila uomini da guerra,  e la met  a
cavallo.  Sumait  rimasero  ne'  diserti  di Libia,  i quali rispondono verso i
diserti di Tripoli, e rade volte vengono alla Barberia,  percioch non hanno n
dominio n luogo in quella,  ma stannosi sempre coi lor camelli nel diserto;  e
sono intorno a ottantamila atti alla milizia,  e la  pi  parte  a  pi.  Sahid
abitano similmente nei deserti di Libia; costoro sogliono tener domestichezza e
conversazion  nel regno di Guargala,  hanno infiniti bestiami,  e forniscono di
carne tutte le citt e luoghi che confinano coi loro diserti;  ma ci nel tempo
della  state,  percioch  il  verno non si partono dal diserto.  Sono di numero
appresso centocinquantamila, ma pochi cavalli hanno. Dellegi abitano in diversi
luoghi: la maggior parte tiene i confini di Cesaria e i confini  del  regno  di
Bugia,  e questi hanno tributi dai signori loro vicini;  la parte minore occupa
nelle pianure di Acdesen i confini di Mauritania  insieme  col  monte  Atlante:
questi danno tributo al re di Fez. Elmuntafic abitano nelle pianure di Azgar, e
sono da' moderni chiamati Elchaluth;  essi ancora danno tributo al re di Fez, e
possono fare da ottomila cavalli molto bene in ordine. Sobaich, dico i maggiori
e di pi valore,  abitano ne' confini del regno del Gezeir e sono  provigionati
dai re di Telensin,  e hanno nella Numidia molte terre loro soggette; sono poco
meno di tremila cavalli e molto pronti nella milizia. Questi ancora sogliono il
verno,  perch hanno molta copia di camelli,  ripararsi  nel  diserto.  L'altra
parte  abita  nelle pianure che sono fra Sala e Mecnesa: tengono pecore e buoi,
lavorano il terreno e danno tributo pure al re di Fez.  Essi son da quattromila
cavalli bene e ottimamente in ordine.


Hilel popolo e l'abitazion d'esso.

Hilel  la maggiore stirpe di questo popolo,  e Benihamir,  i quali abitano ne'
confini del regno di Telensin e di Oran,  e vanno discorrendo per lo diserto di
Tegorarin.  Questi  sono provigionati dal re di Telensin;  sono uomini di molta
prodezza e molto ricchi,  fanno cerca seimila cavalli belli e bene  in  ordine.
Hurua  posseggono  i  confini di Mustuganim: sono uomini salvatichi e ladri,  e
vanno male in arnese.  Non si discostano dal diserto,  percioch non  hanno  n
soldo n dominio nella Barberia;  fanno intorno a duomila cavalli.  Hucba hanno
le abitazioni loro ne' confini di Meliana,  e hanno qualche poco di  provisione
dal re di Tenes; ma pure sono genti assassine e lontane da ogni umanit. Questi
fanno  cerca  a millecinquecento cavalli.  Habru abitano nelle pianure che sono
fra Oran e Mustuganim, sono lavoratori de' campi e tributari al re di Telensin;
possono essere appresso cento cavalli. Muslim abitano nel diserto di Masila, il
qual si estende verso il regno di Bugia,  e sono essi ancora ladri e assassini;
hanno  tributi da Masila e da alcune altre terre.  Riech abitano ne' diserti di
Libia che sono verso Costantina,  e questi hanno gran dominio in una  parte  di
Numidia;  sono divisi in sei parti,  sono tutti prodi nell'armi e nobili, vanno
bene in ordine e sono provigionati dal re di Tunis,  e compiono  il  numero  di
cinquemila cavalli. Suaid abitano nei diserti che si dilatano verso il regno di
Tenes,  e  hanno  gran  riputazione  e  dominio;  il  re  di  Telensin  d loro
provisione,  sono nobili,  valenti e bene in assetto d'ogni  cosa.  Asgeh  sono
soggetti  di  molti  Arabi,  e  c'  gran quantit di loro che abitano in Garit
insieme con Hemram popolo;  ve n' un'altra parte la quale abita con gli  Arabi
di Duccala in luogo vicino di Azefi.  Elcherit abitano nelle pianure di Heli in
compagnia di Saidima,  e hanno tributo dal popolo di Heha;  sono uomini vili  e
male  agiati.  Enedr  abitano pure nella pianura di Heha.  E tutti gli Arabi di
Heha fanno cerca quattromila  cavalli;  tuttavia  sono  ancora  essi  disagiati
d'arnesi. Garsa abitano in diversi luoghi, non hanno capo, e sono mescolati con
altri popoli, massimamente col popolo di Manebba e di Hemram. Costoro portano i
datteri  da  Segelmesa  al  regno  di  Fez,  e  d'indi  traggono le vettovaglie
necessarie e a Segelmesa le conducono.


Mahchil popolo e le sue abitazioni e numero.

Ruche, prole di Mactar, abita ne' confini dei diserti vicini a Dedes e Farcala.
Questi sono poveri, percioch hanno pochi dominii; sono tuttavia valenti uomini
a pi,  tanto che si recano a gran vergogna che uno a pi si lasci  vincere  da
due  a  cavallo,  n    alcuno  cos  tardo in camminare che non possa per suo
piacere andare a paro di qualsivoglia cavallo,  quantunque avesse a fornire  un
lungo cammino.  Sono cerca cinquecento cavalli e ottomila uomini a pi, cio da
guerra.  Selim abitano appresso Dara fiume,  discorrono per  lo  diserto,  sono
ricchi,  e  una volta l'anno vanno con lor mercanzie a Tombutto.  Sono eziandio
favoriti dai re di quello, e in Derha hanno molti poderi e terreni copiosissimi
e un numero grande di camelli;  fanno quasi tremila  cavalli.  Elhasim  abitano
accanto il mare Oceano ne' confini di Messe,  e sono cerca cinquecento cavalli;
vanno pessimamente in ordine,  e una lor parte abita in Asgar: quelli di  Messe
hanno la libert, ma questi di Asgar sono sudditi al re di Fez. Chinana abitano
con  Elchaluth,  e  sono sottoposti al medesimo re di Fez;  sono uomini forti e
molto ben forniti;  fanno duemila  cavalli.  Deuihessem  si  divide  ancora  in
Duleim,  Burbus,  Uodei, Deuimansor, Deuihubeidulla. Duleim abitano nel diserto
di Libia insieme con Zanaga popolo africano, e questi tali non hanno dominio n
censo niuno,  per il che  sono  poveri  e  gran  ladri.  Vengono  sovente  alla
provincia  di  Dara  per  fare  iscambio  di bestie con datteri,  vanno male in
ordine,  e sono cerca diecimila persone,  quattrocento a cavallo e il  resto  a
pi. Burbus abitano pure nel diserto di Libia, il quale  verso la provincia di
Sus,  e sono molti e poveri;  ma hanno molti camelli e signoreggiano Tesset, la
quale non basta loro per ferrare quei pochi cavalli che  hanno.  Uodei  abitano
nei diserti posti fra i Guaden e Gualata.  Questi hanno il dominio di Guaden, e
ancora certo tributo dal signore di Gualata in  terra  negra;  sono  di  numero
quasi infinito,  percioch sono estimati quasi sessantamila buoni da guerra, ma
hanno pochi cavalli.  Racmen tengono il diserto vicino di Haccha;  hanno ancora
essi dominio,  e sogliono per loro bisogne andare il verno a Tesset; sono cerca
dodicimila combattenti,  ma hanno similmente pochi cavalli.  Hamr  abitano  nel
diserto  di  Taganot,  hanno  qualche  poco  di  provigione  dalla communit di
Tagauost,  vanno discorrendo per lo diserto per insino a Nun,  e sono  cerca  a
ottomila uomini da guerra.


Deuimansor.

Dehemrun,   stirpe  di  Deuimansor,   abitano  ne'  diserti  che  riguardano  a
Segelmesse,  discorrono per lo diserto di Libia insino a Ighid,  hanno  tributo
dal  popolo  di  Segelmesse,  dal  popolo di Todga,  da quello di Tebelbet e da
quello di Dara;  hanno molti terreni di datteri,  possono  vivere  a  guisa  di
signori e stanno in gran riputazione. Questi fanno cerca tremila cavalieri. Tra
loro  sono  di  molti  Arabi,  uomini  vili,  ma  hanno  cavalli e abbondano di
bestiame,  como Garfa Esgeh.  E questo popolo di Hemrum ha un'altra  parte,  la
quale  ha  dominio  di  certi  terreni  e  casali in Numidia e discorre fino al
diserto di Fighig;  e tutti quei terreni  e  casali  le  danno  molti  e  gravi
tributi.  Costoro  ne'  tempi  della  state vengono a starsi nella provincia di
Garit,  ne' confini di Mauritania,  da quella parte ch'  verso  oriente.  Sono
uomini  nobili  e  di  somma prodezza,  perci i re di Fez sogliono quasi tutti
pigliar moglie tra le lor donne,  di maniera che hanno con esso loro amicizia e
parentado.  Menebbe abitano pure nel medesimo diserto,  e tengono il dominio di
Matgara e di Reteb,  provincie in Numidia.  Questi ancora sono uomini valenti e
hanno certa provisione dal popolo di Segelmesse, e fanno cerca duomila cavalli.
Husein,  lignaggio ancora essi di Deuimansor,  abitano fra' monti di Atlante, e
hanno sotto la loro signoria molti monti abitati e citt e castelli,  che furon
lor  dati  dai  vicer  di  Marin,  percioch  essi,  quando  quei re a regnare
incominciarono, diedero lor buono e perfetto aiuto.   il dominio di questi fra
il  regno di Fez e Segelmesse,  e il capo loro tiene una citt detta Garseluin.
Vanno pure per lo diserto di Eddahra, e sono ricchi e prodi uomini; fanno cerca
seimila cavalli; vanno ancora in lor compagnia molte volte Arabi,  ma tengongli
per  vasalli.  Abulhusein  parte  abitano ne' diserti di Eddahra,  e hanno poco
dominio nel diserto;  ma la maggior parte di loro  a tal miseria  ridotta  che
essi  non  hanno  facult  niuna  di  potersi  mantener ne' loro padiglioni nel
diserto.     vero  che  in  quel  di  Libia  hanno  fabricate  certe   piccole
terricciuole,  ma pure si vivono miseri e combattuti dalla fame e danno tributo
a loro parenti.


Deuihubeidulla.

Charragi  una parte  di  Deuihubeidulla,  e  questi  abitano  nel  diserto  di
Benegomi e di Fighig;  posseggono molti terreni nella Numidia. Hanno provisione
dal re di Telensin,  il quale s'affatica quasi di continuo di  ridurli  a  vita
pacifica  e  onesta,  percioch  essi sono ladri e assassinano quanti aggiunger
possono.  Fanno cerca quattromila cavalli,  e nella state hanno per costume  di
trasferir  l'abitazion  loro  ne'  confini  di  Telensin.  Hedegi abitano in un
diserto vicino a Telensin,  il quale  detto Hangad;  non hanno n  dominio  n
provisione alcuna,  ma vivono solamente d'assassinamenti e di rubberie,  e sono
cerca cinquecento cavalli.  Tehleb abitano nella pianura di Elgezair,  e  vanno
discorrendo  per  lo  diserto insino a Tegdeat;  hanno sotto il dominio loro la
citt di Elgezair e la citt di Teddelles, ma ne' tempi nostri queste due citt
furono lor tolte da Barbarossa che faceva il re.  Allora il popolo di Tehleb fu
distrutto,  che era nobile e molto valoroso nella milizia.  Furono questi cerca
tremila cavalli. Gehoan abitano separatamente, l'una parte insieme con Garagi e
l'altra con Hedegi,  ma sono loro come vasalli,  il che  sopportano  con  buona
pazienza.
Ora  voglio  che sappiate che i dui primi popoli,  cio Schachim e Hilel,  sono
Arabi dell'Arabia Diserta discesi dalla origine d'Ismael figliuolo di  Abraham,
e il terzo popolo,  cio Mahchil,   dell'Arabia Felice e dipende dalla origine
di Saba. E appresso i maumettani  tenuto che quegli ismaeliti siano pi nobili
di questi di Saba.  E percioch tra loro s' guerreggiato lungamente  cerca  la
maggioranza  della  nobilt,    avenuto  che  essi,  cos  da  una  parte come
dall'altra,  hanno composti alcuni dialogi in versi ne' quali ciascuno racconta
la virt,  i benefici e i buoni costumi del suo popolo.   da sapere ancora che
gli antichi Arabi,  i quali furono prima che  nascessero  gli  ismaeliti,  sono
chiamati dagli istorici africani Arabi ariba,  cio Arabi arabici; e quegli che
sono della origine d'Ismael vengono  appellati  Arabi  mustahraba,  cio  Arabi
inarabati,  il  che  tanto    quanto  nella  lingua  degli  Italiani Arabi per
accidente, percioch essi non sono natii arabi. Gli Arabi che andorono dipoi ad
abitar nell'Africa si dicono Arabi mustehgeme, il che dinota Arabi imbarberati,
percioch avevano fatto l'abitazion loro con straniera nazione insino  a  tanto
che, corrompendo la lor lingua, cangiarono costumi e diventarono barberi.
Questo  quanto m' rimaso nella memoria dei lignaggi e division degli Africani
e  Arabi  per  dieci  anni  che io non ho n letto n veduto libro alcuno delle
istorie loro.  Ma se alcuno desidera di saperne pi abbondevolmente,  potr ci
veder nell'opera di Hibnu da me sopradetto.


Costumi e modi di vivere degli Africani che abitano nel diserto di Libia.

I  cinque sopradetti popoli,  cio Zenaga,  Guenziga,  Terga,  Lemta e Berdeua,
tutti sono dai Latini chiamati Numidi,  e vivono a un istesso modo,  il  che  
senza  regola  o  ragione alcuna.  L'abito loro  un pannicello stretto di lana
grossa,  il quale cuopre la minima parte della loro persona,  e alcuno  usa  di
portare  in  capo,  o  rivoltovi d'intorno,  un drappo di tela negra quasi alla
foggia di dolipano.  I maggiori e principali,  per esser segnalati dagli altri,
portano indosso una gran camicia con le maniche larghe e fatta di tela azurra e
di  bambagio,  la  quale vien loro recata da mercatanti che vengono dalla terra
negra.  Non cavalcano altri animali che camelli,  sopra certe  selle  che  essi
pongono  nello spazio che  fra la gobba e il collo de' detti camelli.  E bella
cosa  a veder questi tali quando cavalcano,  percioch alcuna volta mettono le
gambe  una  sopra l'altra,  e ambedue poscia sopra il collo del camello;  altre
volte pongono i pi in certi staffili  senza  staffe,  e  in  luogo  di  sproni
adoperano  un ferro il quale  attaccato in un pezzo di legno lungo un braccio,
ma con questo ferro altra parte non  pungono  che  le  spalle  del  camello.  I
camelli  che  sono da cavalcare hanno tutti communemente forato il naso,  nella
guisa che hanno alcuni bufoli che nell'Italia si trovano,  e nel  luogo  forato
sogliono  mettere  una  capezza di cuoio,  con la quale volteggiano e reggono i
camelli come si fa con la briglia i cavalli.  Nel dormire usano  alcune  stuore
intessute  di  giunchi  molto  sottili,  e  i  padiglioni sono fatti di pelo di
camello e d'altre lane aspre, le quali nascono fra i graspi dei datteri.  Cerca
al  mangiare,  chi  non  gli ha veduti non potrebbe creder la pazienza che essi
portano in sofferir la fame. Costoro non hanno in costume n di mangiar pane n
cibo fatto di niuna sorte,  ma si nutriscono del latte dei loro camelli,  ed  
l'usanza loro di bersi la mattina una grande scodella di quel latte, cos caldo
come  egli  esce  delle  camelle.  La sera poi  la cena loro certa carne secca
bollita in latte e in botiro,  la quale come  cotta,  ciascuno se ne piglia la
sua parte in mano,  e mangiato che hanno beono quel brodo,  adoprando in ci le
mani in vece di cocchiari. Dipoi beonsi una tazza di latte,  e questo  il fine
della  cena.  E  mentre  dura  loro il latte non si curano altrimente di acqua,
massimamente la primavera,  in tutto il tempo della quale si trova  alcuno  fra
loro  che  non s'ha lavato n mani n viso: e questo aviene s perch in quella
stagione essi non vanno alla campagna ove  l'acqua,  avendo come s' detto  il
latte,  e s ancora perch i camelli, quando mangiano l'erbe, non sogliono bere
acqua.  La vita loro fino al d che muoiono  posta tutta o in  cacciare  o  in
rubbare  i  camelli  dei  loro  nimici,  n si fermano in un luogo per maggiore
spazio di tre o quattro giorni,  il che  quanto i camelli mangiando  consumano
l'erba che vi si trova.
Questi, ancora che detto abbiamo che vivono senza regola e senza ragione, hanno
nondimeno per ciascun dei lor popoli un principe a modo di re, al quale rendono
onore e gli obbediscono assai. Ben sono ignoranti e senza cognizione non pur di
lettere, ma n di arte n di virt alcuna. E fra un popolo a gran fatica trovar
si pu un solo giudice che tenga ragione,  di modo che, se alcuno  astretto da
qualche litigio o da ricevuto spiacere,  per trovare il padiglione del  giudice
gli convien cavalcar cinque e sei giornate. Percioch essi non danno opera agli
studi,  n  per  cagione  d'imparar si vogliono dipartir dai diserti loro,  e i
giudici malvolentieri vengono tra questa canaglia,  per non poter sopportare  i
costumi e i modi del vivere.  Ma quei che vi vengono sono molto bene salariati,
percioch danno per ciascun d'essi all'anno mille ducati, e pi e meno, secondo
che al povero giudicio loro paiono pi e meno sufficienti.  I gentili uomini di
questo popolazzo portano pure in capo,  com'io ho detto,  un drappo negro e con
una parte di quello cuoprono il viso,  ascondendo ogni sua  parte  eccetto  gli
occhi: e ci portano continuamente,  laonde,  quando mangiar vogliono, per ogni
volta che si mettono il mangiare in bocca scuoprono la bocca,  e  mangiato  che
hanno se la tornano a coprire.  Adducono esser di questo uso la ragione che, s
come  vergogna all'uomo di mandare il cibo fuora,  cos  vergogna  quando  lo
mette  dentro.  Le  lor  femine  sono  molto compresse e carnute,  ma non molto
bianche.  Hanno le parti di dietro pienissime e grasse,  cos  le  poppe  e  il
petto;  dove si cigne sono sottilissime.  Sono donne piacevoli cos in ragionar
come in toccar le mani, e alle volte usano cortesia di lasciarsi baciare,  ma 
dannoso  il  passar  pi innanzi,  perch mossi da s fatte cagioni s'ammazzano
l'un l'altro senza perdono niuno.  E in cotesto sono pi savi di alcuni di noi,
che  per  modo  alcuno non vogliono portar le corna.  Sono ancora questi popoli
molto liberali,  come che per la seccaggine di que' luoghi nessuno passa per li
padiglioni  loro,  ed essi non vengono alle strade maestre.  Ma le carovane che
passano per li diserti loro  sono  tenute  di  pagare  ai  lor  principi  certa
gabella,  la  quale    per  ciascuna  soma  di camello un pannicello,  che pu
importare il valor d'un ducato.
Io fra gli altri con la carovana vi passai gi alcuni anni,  e  come  arrivammo
sul  piano  di Araoan,  il principe di Zanaga ci venne incontra accompagnato da
cinquecento uomini,  tutti sopra camelli,  e fattoci pagar l'ordinario,  invit
tutta la carovana a girsene con esso lui nei lor padiglioni e a dimorarvisi per
cagione  di  riposo  due o tre d.  Ma perch questi padiglioni erano fuori del
nostro cammino discosti cerca ottanta miglia,  e i nostri camelli  erano  molto
carichi,  per non allungar la via non volevano i mercanti accettar l'invito.  E
il principe,  per ritenerci,  dispose in tutto che i camelleri andassero con le
some   seguitando   il  camino,   e  che  i  mercatanti  seco  fussero  al  suo
alloggiamento.  Al quale come giunti fummo,  subito il buono uomo fece  amazzar
molti camelli e giovani e vecchi, e insieme altretanti castrati e certi struzzi
che essi per la strada aveano presi. Ma gli fu fatto intender da mercatanti che
non  si  dee  amazzar camelli,  e oltre a ci che essi non usano,  massimamente
nella presenza d'altrui,  mangiar  carne  di  castrati.  Ed  egli  rispose  che
appresso  loro  si  aveva  per  vergogna di amazzar ne conviti animali piccioli
solamente,  e specialmente a noi che eravamo forestieri,  n  pi  stati  negli
alloggiamenti  loro.  Mangiammo  adunque di quello che ci fu posto dinanzi.  La
somma del convito fu di carni arroste e lesse;  gli struzzi furono  arrosti,  e
recatici  alla  mensa  in  certe  teglie  cariche d'erbe e di buona quantit di
spezie della terra negra. Il pane era fatto di miglio e di panico,  schiacciato
e  molto  sottile.  Ultimamente ci furono portati datteri in molta abbondanza e
vasi grandi pieni di latte.  Il signore ancora egli volle  onorare  il  convito
della sua presenza insieme con alcuni de' suoi pi nobili e parenti di lui,  ma
da noi separati  mangiarono.  Fece  venire  ancora  alcuni  religiosi,  e  quei
litterati  che  si  trovavano a seder con lui.  E mentre si mangi niun di loro
tocc mai  pane,  ma  solo  presero  delle  carni  e  del  latte.  Per  il  che
accorgendosi  il principe,  a certi nostri atti,  che noi di ci eravamo rimasi
stupefatti molto e pieni  di  maraviglia,  ci  rispose  con  parole  piacevoli,
dicendo  che  eglino  erano nati in quegli diserti ne' quali non nasceva grano,
perci si nudrivano di quello che produceva il loro terreno, e che del grano si
provedevano ciascun anno per onorare i forestieri che passavano di l;  ma  che
bene era il vero che solevano mangiar del pane i giorni di certe feste solenni,
s  come  il  d della pasqua e i d de' sacrifici.  Ora egli ci tenne nei suoi
alloggiamenti due d sempre faccendoci carezze e onorandoci.  Il  terzo  giorno
diede licenza a tutti e volle in persona accompagnarci insino alla carovana.  E
vi dico con verit che le bestie che 'l signore  fece  occider  per  lo  nostro
mangiare  valevano dieci tanti rispetto al valor delle gabelle che gli pagammo.
E negli effetti e nel parlare si poteva conoscer che egli era nobile e  cortese
signore,  quantunque  n esso intendeva la nostra lingua n noi avevamo notizia
della sua,  e ci che egli  a  noi  diceva  e  che  rispondevamo  era  per  via
d'interprete.  La  vita  e  i  costumi  che  avete  inteso  di  questo popolo 
simigliante agli altri quattro  che  sono  sparsi  per  gli  altri  diserti  di
Numidia.


Vivere e costumi degli Arabi abitanti in Africa.

Gli Arabi, s come sono di diversi luoghi, cos hanno diversi modi e costumi di
vivere.  Quelli  che  abitano fra Numidia e Libia vivono vita misera e piena di
molta povert,  n sono in ci  differenti  dai  sopra  detti  popoli  africani
abitanti  in  Libia,  ma  sono per altro di pi animo.  Fanno mercanzie de' lor
camelli nella terra de' negri,  e tengono cavalli in gran numero: e questi sono
quelli  che  nella Europa si dicono cavalli barberi.  Di continuo si danno alle
caccie, s come di cervi, d'asini selvatichi, di struzzi e d'altri animali.  N
  da  tacer  che  la maggior parte degli Arabi di Numidia sono versificatori e
compongono lunghi canti,  descrivendo in quelli le lor guerre e caccie e  anche
cose d'amor, con grande eleganzia e dolcezza, e i lor versi sono fatti con rime
nel modo de' versi vulgari d'Italia. Sono uomini liberali, ma non hanno facult
di  poter mantener riputazione e usar cortesia,  percioch in quei diserti sono
carichi d'ogni disagio.  Costoro vestono secondo il costume dei  Numidi,  fuori
che  le  lor  donne  hanno qualche differenza nel vestire delle donne dei detti
Numidi.  I diserti ove abitano  questi  Arabi  erano  prima  tenuti  da  popoli
africani;  ma  quando la loro generazione entr nell'Africa,  allora con guerra
scacci di l i Numidi, ed ella si rimase ad abitar ne' deserti vicini ai paesi
dei datteri,  e i Numidi andarono a far le loro abitazioni ne' diserti che sono
propinqui alla terra negra.
Gli  Arabi  che  abitano  dentro di Africa,  cio fra il monte Atlante e 'l mar
Mediterraneo,  sono pi agiati e pi ricchi degli altri,  massimamente cerca il
vestire  e cerca ai fornimenti dei loro cavalli e alla bellezza e grandezza dei
padiglioni.  Hanno ancora cavalli molto pi belli,  ma non sono cos veloci nel
corso  come  quei del diserto.  Questi Arabi fanno lavorare i loro terreni e vi
cavano grandissima copia di grano.  Hanno di pecore e di buoi un  numero  quasi
infinito,  e  per  questa  cagione  non  si  possono  fermare in un luogo solo,
percioch un terreno non basta a pascer tante bestie. Sono eziandio pi barberi
quasi e vili di natura di quei del diserto,  ma sono nondimeno liberali,  e una
parte di loro, la quale abita nel regno di Fez,  soggetta e tributaria del re.
Quegli  che abitano d'intorno al regno di Marocco e in Duccala un tempo vissero
liberi da ogni gravezza,  insino a tanto che i Portogalesi  ebbero  dominio  di
Azafi e di Azemor: allora tra loro si sollevarono parti e domestiche discordie,
per  le  quali  il re di Fez una parte ne roin e un'altra il re di Portogallo,
senza che la carestia,  che in questi anni fu in Africa,  gli oppresse in  modo
che  i  miseri  Arabi  volontariamente andarono in Portogallo,  offerendosi per
ischiavi a chiunque desse loro  nutrimento.  Cos  di  essi  niuno  in  Duccala
rimase.
Ma  gli  Arabi  i  quali  abitano nei diserti vicini al regno di Telensin e ne'
diserti vicini a Tunis,  tutti vivono nel  modo  che  vivono  i  loro  signori,
percioch ciascun principe ha molto buone e larghe provisioni dai re,  e queste
distribuisce e va compartendo fra il suo popolo,  per  vietar  le  discordie  e
tenerlo  in  pace  e  in amica unione.  Costoro hanno vaghezza di andar bene in
ordine e tenere i cavalli molto ben guarniti,  e i lor padiglioni sono belli  e
grandi.  Sogliono  il tempo della state andare a' confini di Tunis a pigliar le
provisioni loro,  e l'ottobre si forniscono di ci che fa lor bisogno,  s come
di  vettovaglie,  di  panni  e  d'arme,  e con queste ritornando nei diserti vi
rimangono tutto il verno.  Poscia la primavera si sollazzano nelle caccie,  con
cani e falconi seguitando ogni sorte di fiere e di uccelli. E io molte volte ho
alloggiato  con  loro  e  mi sono valuto di molte cose,  e hogli veduti nei lor
padiglioni pi forniti di panni,  di rami,  di ferri e di ottoni che  non  sono
molti  nelle  cittadi.  Tuttavia  non    da fidarsi di questi tali,  percioch
rubbano e assassinano volentieri;  e pur sono assai cortesi: amano la poesia  e
nella lor lingua commune dettano versi elegantissimi,  ancora che il linguaggio
oggi sia corrotto,  e un poeta di qualche nome    molto  grato  ai  signori  e
dannogli  di gran premi,  n vi potrei dire quanta purit e grazia essi abbiano
nei lor versi.
Le donne di costoro vanno secondo il paese molto ben vestite.  Gli  abiti  sono
camicie  negre  con  larghe  maniche,  sopra  le  quali portano un lenzuolo del
medesimo colore o pure azurro,  e se lo involgono e aggroppano di maniera  che,
venendone  gli  orli  su  le spalle,  di qua e di l  ritenuto da certe fibbie
d'argento fatte assai maestrevolmente. Usano di aver nell'orecchie molti anelli
pur d'argento, e cos nelle dita delle mani, e similmente con alcuni cerchietti
si cingono le gambe e le calcagna,  come    costume  degli  Africani.  Portano
ancora  queste  donne  certi  pannicini  su  la  faccia,  i  quali  sono forati
dirimpetto agli occhi,  e quando essi veggono un uomo che non sia loro parente,
con  que' pannicini ascondono subito il viso e non parlano,  ma quando sono fra
mariti e parenti tengono sempre il drappicino alzato. E come gli Arabi si vanno
mutando di luoco in luoco,  cos pongono le lor donne a seder sopra li  camelli
su certe selle per ci fatte a modo di ceste, ma coperte con bellissimi tapeti,
e  sono  tanto  piccole  che  non vi pu capere altro che una femina sola.  E i
giorni che sono eletti per combattere  menano  similmente  seco  le  donne  per
confortarle e far che men temano. Sogliono ancora queste donne, avanti che elle
vadano a marito,  dipingersi la faccia, il petto e tutte le braccia insieme con
la mano e le dita, percioch ci tengono per cosa molto gentile.  Questa cotale
usanza  hanno presa dagli Arabi africani,  nel tempo che essi vennero ad abitar
tra loro, che prima non l'avevano. Ma tra cittadini e nobili della Barberia non
si costuma ci fare,  anzi le lor donne si mantengono nella medesima bianchezza
con  la  quale  nacquero.   vero che alle volte prendono certe tinte fatte col
fumo di galla e di zaffrano,  e con quelle tingendosi  la  met  della  guancia
formanvi  una  cosa  tonda  come  uno  scudo,  e  fra le ciglia fanno quasi uno
triangolo,  e sul mento non so che assomiglia a una foglia  d'oliva,  e  alcune
ancora  tingono  tutte le ciglia.  E percioch questa foggia  lodata dai poeti
arabi e dalle persone nobili,  la tengono per leggiadra e per gentile.  Ma  non
portano  questi loro abbellettamenti pi che due o tre giorni,  percioch tutto
lo spazio che gli hanno non possono comparer dinanzi ai loro  parenti,  eccetto
al marito e a' figliuoli,  conciosiach esse ci fanno per incitar la lussuria,
parendo a quelle di accrescere in cotal modo molto fieramente le loro bellezze.


Gli Arabi che abitano ne' diserti che sono fra Barberia ed Egitto.

La vita di questi  piena di miseria,  percioch i paesi nei quali abitano sono
sterili  e  asperi.  Tengono  pecore  e  camelli,  ma  per  la piccola quantit
dell'erba poco fruttano.  E per  quanto  si  estende  la  lunghezza  di  quelle
campagne non c' luogo alcuno da potervi seminar niuna sorte di grano,  eccetto
che si truovano in quei diserti certe terricciuole  a  modo  di  casali,  nelle
quali vi sono alcuni piccoli poderetti di datteri,  e vi si semina pure qualche
poca parte di grano, ma  s poca che non potrebbe esser meno. Il che  cagione
che gli abitanti  di  questi  casali  ricevino  da  loro  continovi  impacci  e
travagli.  E  se  bene  alle  volte  costumano  di  dar  loro  camelli e pecore
all'incontro di datteri e di grani,  nondimeno ci,  per la  poca  quantit,  a
tanta  moltitudine  non  basta.  Per  la  qual cosa aviene che ad ogni tempo si
truovano molti figliuoli dei detti Arabi appresso i  Siciliani,  lasciati  loro
per pegno e securt di grano che i poveri uomini pigliano in credenza. E se fra
certo  termine  convenuto  nei  mercati non pagano la somma dei danari che sono
debiti,  i creditori tengono i figliuoli per ischiavi,  e  volendogli  i  padri
riscuotere converrebbe accattar tre volte maggior quantit del debito,  di modo
che sono costretti a lasciarvegli.  Dal che procede che  questi  Arabi  sono  i
peggiori  e i pi terribili assassini che siano nel mondo,  e quanti forestieri
vengono nelle mani loro,  poi che gli hanno spogliati di ci che  lor  trovano,
gli  vendono  ai  Siciliani.  A  tanto  che  da  cent'anni in qua non  passata
carovana nessuna per la rivera del mare che cinge il detto diserto nel quale  
l'abitazione  di questi Arabi,  ma quando ve ne passa alcuna,  ella suole andar
per la terra ferma, discosto dal mare cerca cinquecento miglia.
Io fuggendo dalle loro mani corsi tutta quella rivera per mare con tre legni di
mercatanti,  e come questi ne viddero vennero correndo al porto,  mostrando  di
voler  con noi fare alcuni mercati che ci sarebbono a utile.  Ma non ci fidando
di loro,  niuno volle smontar nel terreno prima che essi per sicurt alcuni lor
figliuoli  diedero  in  poter nostro.  Il che fatto,  comprammo alquanti di lor
castrati e botiro e si partimmo di subito,  temendo  per  ogni  poco  di  esser
sovragiunti da corsali di Sicilia e di Rhodo.  Costoro infine sono brutti,  mal
vestiti,  asciutti e macilenti per la  gran  fame,  e  tali  che  pare  che  la
maladizione d'Iddio sia ad ogni tempo stata data sopra questa dannata e pessima
generazione, senza da quella partirsi mai.


Soaua, cio quegli che attendono alle pecore, gente africana che segue lo stile
degli Arabi.

Sono  molti  lignaggi  d'Africani  i  quali tengono esercizio di levar pecore e
buoi, n in altro si travagliano tutto d. E la maggior parte di essi abitano a
pi del monte Atlante,  e ancora  fra  il  detto  monte.  Questi,  dovunque  si
trovino,  sono sempre tributari o dei re o degli Arabi;  tolgo fuori quelli che
abitano in Temesna,  i quali sono liberi e hanno  gran  potere.  Parlano  nella
lingua africana,  e alcuni tengono l'araba per la vicinanza e conversazione che
essi hanno di continuo con gli Arabi che abitano in le campagne di Urbs,  in li
confini di Tunis.
V' un altro popolo,  che abita dove confina Tunis con i paesi dei datteri,  il
qual popolo molte volte ebbe ardimento di far guerra al re,  come avenne  negli
anni poco adietro,  ne' quai il figliuolo del detto re, partitosi da Costantina
per riscuotere i tributi dal detto popolo,  fu dal principe di quello assalito,
il  quale gli s'era fatto incontro con duemila cavalli,  e combattendo ruppe la
gente del figliuolo del re e ucciselo, togliendone i carriaggi: e ci che v'era
l'anno di legira 915.  Doppo questa rotta il medesimo popolo cominci a  essere
in buon nome e in molta riputazione appresso tutti. E molti di quegli Arabi che
erano al servigio del re di Tunis,  fuggendo da luoghi al re sottoposti,  se ne
vennero ad abitar coi vincitori,  in modo che il principe    divenuto  un  de'
maggiori e de' pi famosi signori che abbia tutta l'Africa.


Fede degli antichi Africani.

Gli  Africani negli antichi tempi furono quasi idolatri,  come sono i Persi,  i
quali adorano il fuoco e il sole,  e tenevano belli e  ornati  tempi  ad  onore
dell'uno e l'altro, e in quei di continovo ardeva il fuoco, d e notte guardato
che  non  si  spegnesse,  nella  guisa che nel tempio della dea Veste si soleva
osservare appresso i Romani.  Il che nelle croniche degli Africani e dei  Persi
diffusamente  si  contiene.    vero  che  gli  Africani  di Numidia e di Libia
adoravano i pianeti e a quelli sacrificavano;  e alcuni  degli  Africani  negri
ebbero  in  venerazion  Guighimo,  che nella lor lingua significa il Signor del
cielo: e questa buona mente ebbero senza essere informati n da profeta  n  da
dottore alcuno.  E d'indi a certo tempo furono introdotti nella legge giudaica,
nella quale vi stettero molti anni,  in fin tanto che alcuni regni de negri  si
fecero cristiani, e tanto rimasero nella fede di Cristo che si sollev la setta
di Maumetto,  268 di legira.  Allora, andati a predicare in quelle parti alcuni
discepoli di Maumetto,  con  le  loro  persuasioni  tirarono  gli  animi  degli
Africani  a quella legge,  di maniera che tutti i regni dei negri che confinano
con Libia diventarono maumettani.  Pure oggid v' qualche regno nel  quale  ci
sono rimasi fin ora,  e rimangono, cristiani: solo quelli che erano giudei e da
cristiani e da Africani furono totalmente distrutti.  Quegli altri che  abitano
vicino  al  mare Oceano sono tutti gentili e adorano gli idoli,  e questi hanno
veduti, e ancora avuta qualche pratica con loro, molti Portogallesi.
Gli  abitanti  di  Barberia  rimasero  essi  ancora  lungo  tempo  idolatri,  e
dugentocinquanta  anni  avanti il nascimento di Maumetto diventarono cristiani,
percioch quella parte dove  Tunis e Tripoli  fu  dominata  da  certi  signori
pugliesi  e  siciliani,  e  la  rivera di Cesaria e di Mauritania similmente fu
signoreggiata da  Gotti.  In  que'  tempi  eziandio  molti  signori  cristiani,
fuggendo  dal  furor  di  questi  Gotti  e  lasciando  adietro le natie e dolci
contrade d'Italia,  vennero ad abitar vicini  a'  terreni  di  Cartagine,  dove
poscia  vi  fecero dominio.  Ma  da saper che questi cristiani di Barberia non
tenevano l'osservanza e l'ordine  della  Chiesa  romana,  ma  s'aderivano  alle
regole  e  alla  fede degli arriani,  e di quelli fu santo Agostino.  Gli Arabi
adunque,  quando essi vennero per acquistar la Barberia,  trovarono i cristiani
gi  padroni  e  signori  di  quelle  regioni,  per che fecero insieme di molte
battaglie.  In fine piacque a Iddio di dare agli Arabi la  vittoria,  onde  gli
arriani si fuggirono, e chi and in Italia e chi in Ispagna. Ma, doppo la morte
di  Maumetto  cerca  dugento anni,  quasi tutta la Barberia divenne maumettana.
Egli  vero che molte fiate queste genti ribellarono,  e  negando  la  fede  di
Maumetto amazzarono i lor sacerdoti e governatori;  ma i pontefici,  ogni volta
che ci udirono,  subito mandarono eserciti contro ai detti Barberi.  E  questo
intravenne  fin  che  giunsero  in  Barberia  gli  scismatici,  cio quelli che
fuggirono dalli pontefici di Bagaded: allora  la  fede  di  Maumetto  ferm  il
piede.  Tuttavia  sempre  furono  e  sono  ancora rimase tra lor medesimi molte
eresie e differenzie.  Ma della legge di  Maumetto,  cio  delle  cose  di  pi
importanza,  e  della  diversit  che  fra gli Africani e quegli di Asia,  col
favor d'Iddio io  penso  trattarne  pienamente  in  un'altra  opera:  in  tanto
forniremo questa.


Lettere usate dagli Africani.

Gli  istorici  arabi  hanno  per ferma oppenione che gli Africani non tenessero
altra  sorte  di  lettera  che  la  latina,  e  dicono  che  quando  gli  Arabi
acquistarono  l'Africa,  massimamente  la Barberia,  dove fu ed  la civilt di
Africa, essi altra lettera non vi trovarono che la latina.  Confessano bene che
gli  Africani  hanno  una  lingua differente e propria loro,  ma che essi usano
communemente le lettere latine, s come fanno nell'Europa i Tedeschi.  E quante
istorie  tengono  gli  Arabi  degli Africani,  tutte sono tradotte della lingua
latina,  opere antiche,  e alcune scritte nel  tempo  degli  arriani  e  alcune
avanti.  E gli autori di quelle sono nominati,  ma i lor nomi mi sono usciti di
mente.  E penso che  queste  tali  opere  siano  molto  lunghe,  percioch  gli
interpreti loro sogliono dire: "La tal cosa si contiene a settanta libri". Vero
  che gli Arabi non tradussero le dette opere secondo gli ordini degli autori,
ma pigliarono la somma dal nome dei signori,  e di qui disposero e compartirono
i  tempi  per li detti signori e principi,  accordandogli con i tempi dei re di
Persia o di quei degli Assiri o dei Caldei o dei re d'Israel. E ne' tempi che i
scismatici regnarono nell'Africa,  cio quegli che fuggirono dai  pontefici  di
Bagaded,  essi  comandarono  che  si  devessero  abbruciar  tutti i libri delle
istorie e delle scienze degli Africani,  percioch  pareva  loro  che  i  detti
fossero  cagione  che  gli  Africani  rimanessero  nell'antica superbia,  e che
facessero ribellar e renegar la fede de Maumetto.
Alcuni altri nostri istorici dicono che gli Africani avevano  proprie  lettere,
ma dapoi che i Romani dominarono la Barberia,  e d'indi a molti tempi ne furono
signori i cristiani che fuggirono della Italia e i Gotti, allora essi perderono
le lettere loro.  Percioch fa di mestiero ai soggetti seguitar le  usanze  dei
padroni, se essi vogliono piacere a quelli: come sotto al dominio degli Arabi 
avenuto ai Persi,  i quali similmente hanno perdute le loro lettere,  e tutti i
loro libri furono abbruciati pur per comandamento  dei  pontefici  macomettani,
percioch  estimavano  che  i  Persi,  mentre avevano i libri che conteneano le
scienze naturali e le leggi e la fede degl'idoli,  non potessero esser buoni  e
catolici maumettani.  Abbruciate adunque l'opere, proibirono lor le scienzie, e
il  somigliante  fecero  i  Romani  e  i  Gotti   quando,   come   s'   detto,
signoreggiarono  la  Barberia.  E parmi che per testimonio di ci possa bastare
che in tutta la Barberia,  cos per le citt di mare come della campagna,  cio
di  quelle  che sono anticamente edificate,  quanti epitafi si veggono sopra le
sepolture o nei muri di qualunque edificio,  tutti sono  in  latine  lettere  e
niuno  altramente.  N  io  per  tutto  ci  crederei  che  gli Africani quelle
tenessero per proprie lettere n che in quelle avessero scritto,  percioch non
 da dubitar che quando i Romani,  che fur loro nimici, dominarono quei luoghi,
essi, come  costume de' vincitori e per maggior lor disprezzo, levassero tutti
i lor titoli e le lor lettere e vi mettessero i loro,  per levar insieme con la
dignit  degli  Africani  ogni  memoria  e  sola vi rimanesse quella del popolo
romano. S come volevano eziandio degli edifici de' Romani fare i Gotti, o come
volsero far gli Arabi di quelli dei Persi, e come alla giornata sogliono fare i
Turchi ne' luoghi che prendono di cristiani,  guastando non solamente le  belle
memorie  e gli onorati titoli,  ma nelle chiese le imagini de santi e sante che
vi truovano.  O non si vede egli in Roma medesima a' nostri  tempi  che  alcuna
volta,  in  principio d'un bello e degno edificio da un signore con grandissima
spesa incominciato e per morte lasciato imperfetto, il successore o far disfar
per fino alle fondamenta per fare egli nuova fabrica, o, posto che quello fosse
fornito o che lo lasci in pi,  per ogni poco di novit che vi  aggiunge  vuole
che siano levate le arme di quel signore e che vi si pongano le sue? O pure, se
  tanto  da  bene  che ve le lasci,  le sue sono messe di sopra,  e con lunghi
epitafi fatti a misura e a compassi tengono il pi onorato luoco.
Non  adunque da maravigliarsi che la lettera africana sia perduta.  E  da  900
anni  in  qua  gli  Africani  usano  la lettera araba,  e Ibnu Rachich scrittor
africano nella sua cronica fa di questa materia una lunga disputa,  cio se gli
Africani avevano proprie lettere o no,  e conclude che essi l'avevano,  dicendo
che chi nega ci pu medesimamente negar che gli Africani abbiano avuta  lingua
propria. Aggiungeva ancora che  impossibile che un popolo che abbia una lingua
particolare usi nello scrivere una lettera strana.


Sito di Africa.

L'Africa,  s  com'  divisa  in  quattro parti,  cos esse parti sono nei siti
differenti.  La riviera del mare Mediterraneo,  cio dallo stretto di Zibeltara
per  insino  a'  confini di Egitto,  tutta  occupata da monti,  e si allargano
verso mezzogiorno cerca miglia cento,  e in alcuni luoghi pi e in alcuni altri
meno.  Da questi monti insino al monte Atlante v'hanno pianure e alcuni piccoli
colli,  e per tutti i monti della detta rivera si trovano molti fonti,  i quali
poscia  si  convertono  in  certi  fiumicelli,  chiari  e  all'occhio  vaghi  e
dilettevoli molto.  Dapoi delle quai pianure e colli  il  monte  Atlante,  che
incomincia  dal  mare Oceano,  cio dalla parte di ponente,  e si estende verso
levante fino a' confini di Egitto. Doppo Atlante si scuovrono le pianure dove 
Numidia, nelle quali nascono i datteri, ch' un paese quasi tutto arena.  Doppo
Numidia  sono  i  diserti di Libia,  pur tutti arenosi insino alla terra negra:
nondimeno per li detti diserti si truovano molti monti,  ma  i  mercatanti  per
quelli  non  fanno  il loro cammino,  percioch fra i monti vi sono molti passi
larghi e piani.  Doppo i diserti di Libia  la terra negra,  le  maggior  parti
della  quale  sono  piane e arenose,  fuor che le coste del fiume Niger e tutti
quei luoghi dove bagnano e arrivano l'acque sue.


Luoghi fieri e nivosi di Africa.

Tutta la riviera di Barberia e i  monti  nella  riviera  contenuti  partecipano
quasi  del  freddo pi tosto che altramente,  e a qualche stagione dell'anno vi
nevica.  Per tutti i detti monti nascono grani e frutti,  ma frumento non molto
in copia, e gli abitanti la pi parte dell'anno mangiano pane di orgio. I fonti
che  si  trovano per li detti monti hanno certe acque che tengono il sapore del
terreno e sono quasi torbide,  e massimamente nelle  parti  che  confinano  con
Mauritania. Sono eziandio sopra i detti monti molti boschi di alberi altissimi,
e le pi volte pieni d'animali, quai buoni e quai cattivi. Ma i piccoli colli e
le  pianure che sono fra i detti monti e il monte Atlante sono tutti buonissimi
terreni, che producono gran quantit di grani e d'ottimi frutti;  e per tutti i
detti  colli  e pianure passano tutti i fiumi che nascono di Atlante e vanno al
mare Mediterraneo. Ma in questa parte si truovano pochi boschi, e migliori sono
le pianure che v'hanno fra l'Atlante e l'Oceano,  come  la regione di Marocco,
la provincia di Duccala,  e tutta Tedle e Temesne insieme con Azgar insino allo
stretto di Zibeltara.
Il monte Atlante  molto frigido e sterile: in esso nascono pochi grani,  e per
ogni  sua  parte sono folti e oscuri boschi,  e da lui ne nascono quasi tutti i
fiumi di Africa.  I fonti che si truovano nel detto monte nel mezzo della state
sono  freddissimi,  di  maniera  che uno che tenesse la mano in quell'acqua per
ogni piccolo spazio,  senza dubbio ve la perderebbe.  Le parti del detto  monte
non  sono  tutte  ugualmente  fredde,  percioch  v'hanno  alcuni  luoghi quasi
temperati ne' quali vi si pu assai bene abitare, e sono eziandio abitati, come
vi si dir  partitamente  nella  seconda  parte  del  nostro  libro.  Le  parti
disabitate  o  sono  molto  fredde  o molto aspere: quelle che rispondono verso
Temesna sono le aspere; le fredde riguardano verso Mauritania.  Tuttavia quegli
che  attendono  alle  pecore  vi vanno nel tempo della state a pascervi le loro
bestie. Ma il verno non  possibile potervisi fermare per modo niuno, percioch
sempre che la neve  venuta gi,  subito si  muove  un  vento  dalla  parte  di
tramontana,  cos  dannoso  ch'egli occide tutti gli animali che si truovano in
quei luoghi,  e molti uomini ancora vi muoiono,  percioch quivi  il passo fra
Mauritania e Numidia.  E avendo in costume i mercatanti dei datteri partirsi di
Numidia carichi di datteri nel fine di ottobre,  alle  volte  la  neve  ve  gli
coglie  di  maniera  che niuno ve ne resta vivo,  conciosiach,  cominciando la
notte a nevicare,  la mattina si truova la carovana sepolta  e  affogata  nella
neve: n solamente la carovana,  ma tutti gli alberi sono coperti,  di modo che
non si pu vedere orma n segno dove siano i corpi morti.  E io due  fiate  per
gran  miracolo  sono  scampato  dal  pericolo  di questa morte nel tempo che io
facevo questi cammini,  delle quali non vi dispiacer intender come una  me  ne
avenisse.
Partiti  insieme  molti  mercatanti  da  Fez,  si  trovammo con la carovana del
sovradetto mese nell'Atlante.  E cominciando  cerca  all'occaso  del  sole  una
fredda e folta neve,  si ridussero insieme certi Arabi,  i quali erano da dieci
in dodici cavalli,  e m'invitarono lasciando la  carovana  a  girmene  a  buono
albergo con esso loro.  Io,  non potendo ricusar lo invito e temendo di qualche
inganno,  feci pensiero di levarmi da dosso certa buona quantit di danari  che
mi  trovava  avere;  e  perch  gi  questi  tali  incominciavano  a cavalcare,
affrettandomi essi,  fingendo che 'l bisogno naturale m'astringesse n'andai  in
disparte  sotto  un  albero,  e  quivi tra sassi e terreno come il meglio potei
nascosi e riposi i danari, segnando con diligenza l'albero.  Cavalcammo adunque
taciti presso alla mezzanotte;  allora un di costoro,  parendo loro esser tempo
di far quello che avevano in animo,  cio di tormi i danari  e  lasciarmi  alla
buona  ventura,  mi domand se io alcun danaro aveva addosso.  Io risposi che i
miei danari aveva lasciato nella carovana a un mio caro e stretto parente.  Non
fui  creduto,  e  per  saperne  essi il vero volsero che in quel gran freddo mi
spogliassi per insino alla camicia, e nulla non vi trovando cominciarono meco a
ridere,  dicendo che ci avevano fatto per ischerzo e per conoscer  se  io  era
uomo forte e s'io sapeva sopportare il freddo.  Ora, seguendo il cammino sempre
al buio e per gl'incommodi s del tempo come della notte,  quando piacque a Dio
sentimmo  il  belar  di  molte  pecore,  verso il quale ci inviammo drizzando i
cavalli tra boschi e alte rupi, di maniera che ci soprastava un altro pericolo.
Infine in certe grotte alte trovammo alcuni pastori,  i  quali  a  gran  fatica
v'avevano condotte dentro le lor pecore e,  acceso un buon fuoco, vi stavano al
dintorno.  I quali come noi viddero e  conobbero  questi  essere  Arabi,  prima
ebbero paura non qualche dispiacer gli facessero, dapoi s'assicurarono sopra la
qualit  del tempo e ne dimostrarono assai cortese accetto,  e dieronci mangiar
di ci che avevano,  cio pane,  carne e cacio.  Fornita la cena,  ci ponemmo a
dormire  a canto il fuoco,  tutti tremando di freddo,  e pi io che poco dianzi
era stato spogliato ignudo,  senza la paura che io aveva.  Con  questi  pastori
dimorammo due d e due notti,  che tanto continov il nevicare.  Il terzo d fu
cessato, onde i pastori incominciarono con gran diligenzia a levar via la neve,
che aveva tutta rinchiusa e turata la bocca  della  grotta.  Il  che  fatto  ne
menarono dove avevano allogati i nostri cavalli,  che fu in certe altre grotte,
e provedutogli di molto fieno;  i quali trovando in buono essere su vi  salimmo
per  dispartirci.  Quel  giorno  si mostr il sole chiaro e lev quasi tutta la
freddezza dei  d  trascorsi.  I  pastori  vennero  alquante  miglia  con  noi,
dimostrandoci  alcune piccole vie dove sapevano che non poteva esser molto alta
la neve: ma con tutto ci i cavalli v'andavano sotto insino  al  petto.  Giunti
che fummo ne' confini di Fez in una villa,  ci fu data certezza che la carovana
era stata affogata dalla neve.  Allora gli Arabi,  perduta la speranza  d'esser
pagati  delle  loro  fatiche,  percioch  avevano  accompagnata  la  carovana e
assecuratala,  pigliarono un giudeo che era nella nostra  compagnia,  il  quale
aveva nella carovana cinquanta some di datteri,  e il menarono prigione nei lor
padiglioni con animo di tenervelo per insino  a  tanto  che  egli  pagasse  per
tutti.  A me levarono il cavallo e mi accomandarono a Dio.  Io, preso a vettura
un mulo fornito con certe bardelle che usano coloro tra quei monti, il terzo d
giunsi a Fez,  dove trovai che gi era stata recata la  trista  novella,  e  io
similmente  da'  miei  era stato riputato morto come gli altri.  Ma ci per sua
bont non era piaciuto a Dio.
Ora, lasciando di raccontar le mie sventure,  ritorner al lasciato ordine.  Di
l dal monte Atlante sono paesi secchi e caldi,  dove si trovano pochi fiumi, i
quali nascono pure in Atlante e corrono verso il diserto di  Libia  spargendosi
nell'arena,  e alcun di loro forma qualche lago.  Nei detti paesi vi sono pochi
terreni buoni alla semenza,  ma infinite piante di  datteri;  si  trova  ancora
qualche altro albero fruttifero,  ma questi sono rari.  E ne' luoghi di Numidia
che confinano con Libia sono certi monti aspri,  ma  senza  albero  niuno,  ne'
piedi de' quali ci sono molti luochi di certi alberi tutti spinosi, i quali non
fanno  frutto.  N fonti vi sono n fiumi,  se non alcuni pozzi quasi incogniti
alle genti, tutti fra quei colli e monti diserti. In tutti i terreni di Numidia
sono molti scorpioni e serpi,  dai morsi e punture de' quali nella  state  ogni
anno vi muore di gran gente. Libia  eziandio paese disertissimo, secco e tutto
arena, dove non si trova n fonte n fiume n acqua, eccetto pure certi pozzi i
quali  hanno acqua pi tosto salsa che no,  e questi non sono molti.  E v'hanno
alcuni luoghi ne' quali per sei e sette giorni di cammino non si trova acqua, e
bisogna che i mercatanti se la portino negli utri sopra i camelli, massimamente
nella strada che  da Fez a Tombutto o da Telensin ad Agadez.
E assai peggio  il viaggio che s' trovato da moderni,  il quale  di andar da
Fez fino al Cairo per lo diserto di Libia. Nondimeno in questo viaggio si passa
a  canto  d'un  grandissimo lago,  d'intorno al quale sono i popoli di Sin e di
Gorrhan.  Ma nel viaggio di Fez a Tombutto si  trovano  alcuni  pozzi  foderati
dentro  o  dei  cuori dei camelli o murati con le ossa de' detti animali,  ed 
gran pericolo a' mercatanti, quando si mettono a quel viaggio d'altro tempo che
il verno,  percioch allora soffiano alcuni silocchi  o  venti  meridionali,  e
levano tanta arena che cuopre i detti pozzi,  in tanto che i mercatanti, che si
partono con speranza di trovar ne' luoghi consueti l'acqua,  non vi discernendo
n  segno n vestigio di pozzo per esser coperti dalla arena,  sono costretti a
morirsi di sete,  e sovente da viandanti si  veggono  l'ossa  loro  e  di  loro
camelli  biancheggiare in diversi luoghi.  A questo c' un solo rimedio e molto
strano,  il quale  che amazzano alcun camello,  e spremendo dalle loro budella
l'acqua  che vi trovano,  se la beono e compartono per insino che s'abbattino a
qualche pozzo o che per la lunga sete muoiono. E trovansi nel diserto di Azaoad
due sepolture fatte di non so che  sasso,  nel  quale  sono  intagliate  alcune
lettere che dicono ivi esser sepelliti due uomini, uno de' quali fu ricchissimo
mercatante,   e   passando  per  quel  diserto  infestato  dalla  sete  comper
dall'altro,  che era vetturale,  una tazza di acqua per  diecimila  ducati:  ma
tuttavia mor dalla sete e il mercatante che comper l'acqua e il vetturale che
gliela vend.
Sono  nel  detto diserto molti nocivi animali e degli altri ancora che non sono
nocivi: ma di questi io sono per dirvi nella quarta parte  del  libro  dove  io
tratter di Libia, o vero dove io far particolar menzione degli animali che si
trovano in Africa. Penso ancora di raccontare altrove i pericoli che avenuti mi
sono per li viaggi ch'io ho fatto in Libia,  massimamente in quello di Gualata,
di maniera che non poca maraviglia vi  rester  nell'animo,  conciosiach  alle
volte  abbiamo  perduta  la  strada  di  trovar  l'acqua  percioch la guida si
smarriva;  e oltre abbiamo trovati i pozzi turati d'arena;  e quando  i  nimici
tenevano  i  passi  dell'acqua,  fu  di  necessit di risparmiar la poca che ci
trovammo il meglio che per noi si pot,  compartendo quella  parte,  che  devea
darci il bere a fatica per cinque giorni,  per altretanti. Ma se io qui volessi
distendere le particolarit  di  un  solo  viaggio,  non  bisognerebbe  che  io
scrivessi di altro.
Nella  terra  negra sono i paesi caldissimi,  e participano anco dell'umido per
cagione del fiume Niger.  E tutte le regioni che sono  vicine  al  detto  fiume
hanno  buonissimi  terreni,  dove  vi  nasce  grandissima  quantit  di grani e
trovavisi infinito numero di bestie; ma non v'ha frutto di niuna sorte, eccetto
alcuni frutti che producono alberi molto grandi,  i quali si assomigliano  alle
castagne ma tengono alquanto dell'amaro.  Questi arbori si discostano dal fiume
verso la terra ferma;  il frutto ch'io dico  chiamato nella lor  lingua  goro.
Egli    vero che qui nascono in quantit cocuccie,  citrioli,  cipolle e altri
frutti.  N in tutta la riviera del Niger n ancora ne'  confini  di  Libia  si
trovano  monti  o colle alcuno,  ma ben molti laghi formati dall'inondazion del
Niger; e intorno quelli sono molti boschi, ne' quali v'abitano elefanti e altri
animali, come eziandio particolarmente a suoi luoghi vi si dir.


Moti naturali dell'aere in Africa, e diversit che da quelli procedono.

In tutta quasi la Barberia,  passata nella met dello ottobre,  incominciano le
pioggie e il freddo;  nel decembre eziandio e nel gennaio il freddo  maggiore,
come negli altri luochi,  ma quivi solamente nella mattina,  di maniera  che  a
niuno  fa bisogno di scaldarsi al fuoco.  Nel febraio ordinariamente v'ha quasi
men freddo, ma sovente in un giorno il tempo far cinque e sei volte mutazione.
Nel marzo soffiano impetuosissimi venti di ponente e di  tramontana,  e  questi
ingravidano il terreno e fanno fiorire gli alberi;  e nell'aprile quasi tutti i
frutti cominciano a prender forma,  intanto che  ne'  piani  di  Mauritania  a'
principii di maggio ed eziandio al fine di aprile si mangiano ciriegie.  E come
sono passate tre settimane di maggio,  si colgono i fichi maturi come la state,
e  nella  terza settimana di giugno incomincia a maturarsi l'uva e vi si mangia
ancora. Le mele, le pere,  armellini,  grisomeli e i pruni divengono maturi fra
il luglio.  I fichi dell'autunno son maturi nello agosto,  e cos le giuggiole;
ma nel settembre  il colmo e dei fichi e delle persiche.  Passato mezzo agosto
incominciano a seccar l'uva, e la seccano al sole; e se piove nel settembre, di
tutta l'uva che  rimasa fanno vini e mosti cotti, massimamente nella provincia
di  Rif,  come pure particolarmente vi si dir.  Nel mezzo d'ottobre colgono le
mele,  le granate e i cotogni;  nel novembre l'olive: ma non si colgono con  le
scale,  come si fa nella Europa,  spiccandole con le mani, percioch non si pu
fare scale tanto lunghe che arrivino all'altezza degli alberi, conciosiacosach
l gli olivari sono grossissimi e altissimi, massimamente quegli di Mauritania,
di Cesaria;  ma quelli che sono nel regno di Tunis tengono somiglianza con  gli
altri  che nascono nella Europa.  Quando adunque gli uomini vogliono coglier le
olive, vanno sugli alberi con bastoni lunghissimi in mano,  e percotendo i rami
le fanno gi cadere.  Il che conoscono esser lor danno,  percioch ci faccendo
danno sopra gli occhi dei ramoscelli giovanetti e  molti  ne  guastano.  Aviene
ancora  che le olive di Africa tale anno vi sono in abondanza e alcun altro non
vi se ne trova acino.  E v'hanno certe olive grosse che non sono buone da  fare
oglio, ma si mangiano concie, eziandio in tutte le stagioni.
Termini  e  qualit  dell'anno.  Sempre  i  tre mesi della primavera sono quasi
temperati.  Entra la primavera a' quindici di febraio e compie a'  diciotto  di
maggio:  e in tutta questa stagione  quasi di continovo il tempo bello,  ma se
non piove da' venticinque  d'aprile  insino  a'  cinque  di  maggio  l'aricolta
dell'anno   pessima,  e chiamano l'acqua che apportano quelle pioggie acqua di
Naisan. La quale essi tengono per benedetta aqua d'Iddio, e molti se la serbano
in vaselli e ampolle, tenendosela in casa per divozione.  La state pur dura per
insino a' sedici di agosto, e tutto questo tempo  calidissimo, spezialmente il
giugno  e  il  luglio,  e  per  tutti  questi cotai tempi  sereno e bell'aere,
eccetto che alcuni anni se piove o di luglio  o  di  agosto.  Da  quelle  acque
procede malvagit di aere,  e molti s'infermano d'una acuta e continova febbre,
e pochi sono quelli che scampino. La stagione dell'autunno appo loro incomincia
a' diciasette di agosto e segue fino a' sedici di novembre,  e questi due mesi,
cio agosto e settembre,  sono di minor calore;  ma pur tuttavia que' d che si
framettono ne' quindici di agosto per insino  a'  quindici  di  settembre  sono
dagli  antichi  chiamati  il  forno  del tempo,  percioch agosto fa maturare i
fichi,  le melagrane e i cotogni,  e secca  l'uva.  Da'  quindici  di  novembre
incomincia la stagione del verno e si estende fino a' quattordici di febraio, e
nel  suo  principio  s'incomincia  a  seminare  i terreni del piano;  ne' monti
s'incomincia  l'ottobre.  Gli  Africani  hanno  oppenione  che  nell'anno  sono
quaranta d caldissimi,  i quali sogliono principiar da' dodici di giugno; cos
all'incontro tengono che ce ne siano altretanti freddissimi,  che cominciano a'
dodici di decembre. E gli equinozii similmente tengono, e cos sono, ne' sedici
di  marzo  e ne' sedici di settembre;  tengono eziandio che 'l sole ritorni ne'
sedici di giugno e ne' sedici di decembre.  Cos questa tal regola    appresso
loro,  e  la  serbano  s  nell'affitar  dei  loro  poderi  e s nel seminare e
raccorre, come nel navicare e nel trovar le stanze e le revoluzion dei pianeti.
Ma molte cose pertinenti a ci e pi utili fanno insegnar con  diligenza  nelle
scole a' fanciulli.
Ci sono ancora molti contadini,  e arabi e altri,  che senza avere imparato mai
lettera alcuna sanno parlar delle cose  della  astrologia  molto  copiosamente,
adducendo  di  ci che dicono ragioni evidentissime.  Le regole e la cognizione
che essi hanno sono cavate dalla lingua  latina  e  portate  nella  arabica,  e
appellano  i  mesi  per  gli  stessi  nomi  che  gli appellano i Latini.  Hanno
similmente un gran volume in tre libri diviso,  il quale  essi  chiamano  nella
lingua  loro  il  Tesoro  degli agricoltori,  ed  tradotto dalla lingua latina
all'arabica in Cordova nel tempo di Mansor,  signore di Granata.  Il qual libro
tratta di tutte le cose che fanno di bisogno alla agricoltura, cio del tempo e
del modo del seminar,  del piantare, d'incalmar gli alberi e di contrafare ogni
frutto o grano o legume.  E maravigliomi molto che appresso gli Africani  siano
molti libri tradotti dalla lingua latina,  i quali oggi non si trovano appresso
i Latini.  I conti e le regole che tengono  gli  Africani,  e  ancora  tutti  i
maumettani,  per  le  cose  pertinenti  alla  fede e alla legge loro tutti sono
secondo la luna.  E  hanno  l'anno  loro  di  trecentocinquantaquattro  giorni,
percioch  sei  mesi fanno di trenta d e altri sei di ventinove,  il che posto
insieme aggiugne alla detta somma. Le feste e i digiuni loro vengono in diversi
tempi.  L'anno adunque arabo e africano  meno  del  latino  undici  giorni,  e
quelli undici giorni fanno tornar l'anno nostro adrieto.
  da  sapere  ancora che nelle parti ultime dell'autunno e tutto il verno,  ed
eziandio alcuna parte della  primavera,  sono  tempi  tempestosi  e  orridi  di
grandini,  di  folgori  e di saette,  e molti luoghi sono in Barberia ne' quali
nevica.  In quella  tre  venti  che  soffiano  da  levante,  da  silocco  e  da
mezzogiorno sono molto nocevoli,  massimamente il maggio o il giugno, percioch
guastano tutti i grani e non lasciano crescere  n  divenir  maturi  i  frutti.
Ancora  ai  grani  fa  gran danno la nebbia,  e quella pi che si mostra quando
fiorisce il grano,  percioch alle volte ella  dura  tutto  il  d.  Nel  monte
Atlante l'anno non  pi che due stagioni, percioch d'ottobre insino ad aprile
tutti i sei mesi sono verno,  e d'aprile fino a settembre tutto  state; ma per
tutto l'anno in tutte le sommit del detto monte si trova di continovo neve. In
Numidia le stagioni corrono quasi con maggiore velocit, percioch il maggio si
colgono i grani e i datteri nell'ottobre;  e la met  di  settembre  con  tutto
ottobre  fino  a  gennaio    la pi fredda parte di tutto l'anno.  Se piove il
settembre,  i datteri quasi per la maggior parte si guastano e  fassene  trista
raccolta.  Tutti i terreni di Numidia vogliono essere adacquati per la sementa,
onde,  se aviene che non piova in Atlante,  tutti i fiumi di Numidia  rimangono
quasi  secchi,  di maniera che non possono adacquare i terreni,  e non piovendo
similmente l'ottobre non bisogna aver speranza  di  seminar  quell'anno;  cos,
mancando l'acqua il mese d'aprile,  non si pu coglier grano nelle campagne. Ma
quando non piove  buona raccolta di datteri, e quegli di Numidia stimano molto
pi la raccolta dei datteri che del grano,  percioch,  ancora che  egli  fosse
grandissima  abondanza  di grano,  non perci sarebbe a sufficienza per la met
dell'anno;  ma quando la raccolta dei datteri  buona allora non mancano grani,
percioch  gli  Arabi e i camelleri che seguono il mestieri della mercanzia dei
datteri portano infinito grano per farne baratto con essi datteri.
Ancora ne' diserti di Libia,  se si mutano le stagioni nella met d'agosto e se
durano le pioggie fino al novembre,  ed eziandio per tutto decembre e gennaio e
qualche parte di febraio, allora ne segue l'abondanza delle erbe,  trovansi per
tutta  Libia  molti  laghi,  e  molta  copia  di  latte.  Per  questa cagione i
mercatanti della Barberia fanno il loro viaggio alla terra negra.  In questa le
stagioni  incominciano  pi  per  tempo  e  ivi  comincia a piovere nel fine di
luglio, ma non piove molto, e la pioggia nella terra negra ha questa virt, che
ella n giova n fa danno,  percioch alla sementa dei terreni bastano le acque
del  Niger,  le quali crescendo rendono morbidi e fertili tutte quelle campagne
non altrimenti che faccia il Nilo nello Egitto. Egli  vero che in alcuni monti
fanno di bisogno le pioggie;  e il Niger n pi n meno cresce  nel  tempo  che
cresce il Nilo,  il che  a' quindici di giugno e dura quaranta d e altretanti
decresce.  E quando cresce il Niger,  puossi discorrer con barche quasi tutti i
paesi dei negri,  percioch allora tutti i piani e le valli e i fossi diventano
fiumi; ma  molto pericoloso il navicar con alcune barche che vi si usano, come
nella quinta parte dell'opera abastanza descriver.


Brevit e lunghezza di etadi.

Per tutte le citt e terreni della Barberia le et degli uomini aggiungono  per
insino  a  sessantacinque o a settanta anni,  e v'hanno pochi che questo numero
passino; ma pur si trovano ne' monti della Barberia uomini che forniscono cento
anni e alcuni che ve gli  passano.  E  sono  questi  d'una  gagliarda  e  forte
vecchiezza,  percioch ho veduto io vecchi d'ottanta e pi anni arar la terra e
zappar le vigne,  e far con destrezza mirabile tutti gli altri  lavori  che  vi
bisognano;  e quel ch' pi,  ho veduto nel monte Atlante uomini di ottant'anni
entrare in battaglia e combatter valorosamente con giovani,  e  molti  di  loro
rimaner vincitori.  In Numidia ancora,  cio nel paese dei datteri, sono uomini
di lunga vita,  ma caggiono loro i denti e molto si accorta la vista.  Il cader
dei  denti  procede  dal continovo uso di mangiar datteri,  e lo accortar della
vista avviene perch que' paesi sono molto infestati da un vento di levante, il
quale movendo l'arena la leva in alto,  di maniera che la polvere offende  loro
molto  spesso  gli  occhi e col tempo gli guasta.  Quelli di Libia vivono quasi
meno di quelli delle altre regioni,  ma gagliardi e sani insino a sessanta anni
o  d'intorno;   vero che essi sono magri e sottili.  Nella terra negra sono le
vite molto pi corte di quelle dell'altre generazioni,  ma  gli  uomini  stanno
sempre  robusti  e i lor denti sono sempre fermi e a un modo: ma sono uomini di
gran lussuria,  s come anco quegli di Libia e di Numidia;  e quei di  Barberia
sono generalmente di minor forza.


Infermitadi che spesse volte accadono agli Africani.

Nel  capo  ai piccioli fanciulli e ancora alle donne di matura et suol nascere
certa tigna, della quale se non con grandissima fatica guariscono. Da dolore di
capo molti uomini sono offesi,  e questo alle  volte  lor  viene  senza  alcuna
febbre.  Dolor di denti similmente non pochi offende,  e pensasi che ci avenga
percioch,  mangiando essi le minestre calde,  dietro  di  quelle  beono  acqua
fredda.  Sono  eziandio molestati da doglia di stomaco,  la quale per ignoranza
chiamano dolor di cuore;  torgimenti e passioni di  corpo  acutissimi  a  molti
intervengono  quasi  in  ciascun  giorno,  e  questo pur per cagione dell'acqua
fredda che beono.  Sciatiche e dolori  di  ginocchi  sono  assai  frequenti,  e
procedono dal sedere spesso sul terreno e dal non portar calze di sorte alcuna.
Pochi  sono che patiscano difetto di podagre,  ma si trovano alcuni signori che
l'hanno, percioch sono avezzi a ber vino e a mangiar polli e delicate vivande.
Per mangiar molte olive, noci e altri cibi grossi e di niun valore lor nasce la
rogna,  che ad essi molto  di fastidio.  A quei che sono di natura  sanguigni,
per seder similmente il verno in terra,  si move alle volte una fiera e maligna
tosse.  Pigliasi piacere molte fiate il venerd,  nel quale essendo costume  di
ragunarsi nei tempi migliaia di persone,  quando il sacerdote  su la pi bella
parte del predicare,  se aviene che un tossa l'altro comincia a  tossire  e  di
mano  in  mano  tutti  quasi  ad  un  tempo,  n cessano insino al fornir della
predica, di maniera che al partire nessuno l'ha udita.
Del male che nell'Italia  detto francioso io non credo che in tutte  le  citt
di  Barberia  la  decima parte ne sia scampata,  e suol venire con doglie,  con
bolle e con piaghe profondissime;  ma molti tuttavia ne guariscono.   vero che
nel  contado  e  nei  monti  d'Atlante  quasi  niuno    offeso da questo male;
similmente in tutta Numidia, cio pure nel paese dei datteri,  non si trova chi
l'abbia.  N  meno  in  Libia o in terra negra si ragiona di quello,  anzi,  se
alcuno lo pate, tosto che si conduce in Numidia o nella terra negra, come sente
quell'aere si risana e riman netto come un pesce.  E io ho veduto con gli occhi
miei  quasi un centinaio di persone che,  senza altri rimedii,  per la mutazion
sola dell'aere sono guariti. Questo tal male non era prima nell'Africa, anzi in
quei luoghi niuno l'aveva sentito nominare,  ma ebbe principio  nel  tempo  che
Ferrando re di Spagna cacci di Spagna i giudei.  Che,  poscia che essi vennero
nella Barberia,  essendo molti di loro imbrattati,  avenne che alcuni tristi  e
ghiotti Mori usarono con le loro donne e nel presero. D'indi seguitando di mano
in mano s'incominci a infettar la Barberia,  in modo che non si trova famiglia
che o sia netta o non abbia avuto questo male.  E appresso loro per  indubitata
prova tiensi l'origine esser venuta di Spagna, e cos gli dicono mal di Spagna;
ma  quei  di  Tunis  lo chiamano francioso come gli Italiani,  tra' quali molto
crudele esso si ha fatto sentire per alcun tempo;  cos in Egitto e  in  Soria,
dove cotal nome gli  detto.
Mal di fianco d'alcuni aviene.  In Barberia pochi patiscono quel male o difetto
che da' Latini  detto ernia; ma nell'Egitto molti se ne dolgono,  e alle volte
ad alcuni tanto si gonfiano i testicoli che  una maraviglia a vedere.  Credesi
che tale infermit proceda dal mangiar gomme e molto cacio  salato.  Il  caduco
spesse  fiate  nella  Africa  accade  a  fanciulli,  ma  essi  venendo  in  et
guariscono;  e hannolo molte donne,  massimamente nella Barberia e nella  terra
negra;  ma  per  isciocchezza  quei  che  sono inoffesi da questo male essi gli
tengono spiritati.  La peste nella Barberia usa venire in  capo  di  dieci,  di
quindici  o  di  venticinque anni,  e leva quando viene gran quantit di gente,
percioch essi non v'hanno niuno riguardo dal detto male n vi  usano  rimedii,
fuori  che  dove  la ghiandussa sogliono far certe unzioni d'intorno con terra
armenica. Questa nella Numidia non si fa sentire se non dopo lo spazio di cento
anni, ma nella terra negra ella non vien mai.


Virtuti e cose lodevoli che sono negli Africani.

Gli Africani, cio gli abitanti nelle citt della Barberia e massimamente nella
rivera del mare Mediterraneo,  sono uomini  che  grandemente  si  dilettano  di
sapere, e si danno con molta cura agli studi: tra' quali quello della umanit e
quello  delle  cose  della  fede  e  delle  leggi  loro tengono il primo luoco.
Anticamente usavano di studiar nelle discipline matematiche, nella filosofia ed
eziandio nell'astrologia;  ma da quattrocento anni in qua,  come s'  in  parte
detto,  molte scienzie furono loro vietate dai dottori e dai principi loro,  s
come fu la filosofia e l'astrologia giudiciaria.  Quelli eziandio  che  abitano
nelle  citt  di  Africa sono molto divoti nella fede loro,  obediscono ai loro
dottori e sacerdoti,  e hanno gran cura di saper le  cose  necessarie  di  essa
fede.  Vanno continovamente a fare ordinarie orazioni nei tempi,  sostenendo un
fastidio da non credere,  di lavar  per  cagione  delle  dette  orazioni  molte
membra,  e alle volte lavano tutto il corpo,  come ho meco proposto di dire nel
libro secondo della fede e legge maumettana.
Sono ancora gli abitanti nelle citt di Barberia uomini ingeniosi, come si vede
nell'artificio di belli e diversi lavori, e sono bene ordinati e molto gentili.
Sono eziandio uomini di gran bont,  n hanno molto di malizia,  e  tengono  il
vero e nel cuore e nella lingua,  ancora che negli antichi secoli,  come di ci
fanno fede le istorie degli scrittori latini,  siano stati  altrimenti  tenuti.
Sono  uomini  valorosi  e di grande animo,  massimamente quelli che abitano ne'
monti.  La fede osservano sopra tutte le cose del mondo,  e prima mancarebbe in
loro la vita che essi mancassero di quello che hanno promesso.  Sono sopra ogni
altra cosa gelosissimi,  e disprezzano pi tosto la vita che voglino  sostenere
una vergogna ricevuta per conto delle loro donne.  Desiderosi di ricchezza e di
onore sono oltra modo. Vanno appresso in tutte le parti del mondo mercatanti, e
sono accettati per lettori e maestri in diverse scienzie: se ne veggono di ogni
tempo in Egitto, in Etiopia,  in Arabia,  in Persia,  in India e in Turchia,  e
dovunque  essi vadino vengono molto ben veduti e onorati,  percioch tutti sono
sufficienti perfettamente in quella arte che hanno imparato. Sono ancora onesti
e vergognosi, n parlano mai in publico parole disoneste. Il minore rende onore
al maggiore e nei ragionamenti e in ogni altra particolarit.  E tengono questo
buon rispetto,  che 'l figliuolo nella presenza del padre o del zio non ardisce
ragionar n di amore n di giovane amata;  e similmente  hanno  a  vergogna  di
cantare  canzone  amorose,  ove  veggono  l'aspetto  dei  loro  maggiori.  Se i
fanciulli si abbattono per  sorte  fra  ragionamenti  pur  d'amore,  subito  si
dipartono da quel luogo.  E questi sono i buoni costumi e le oneste creanze che
sono ne' cittadini di Barberia.
Coloro che abitano ne' padiglioni,  cio gli Arabi e  i  pastori,  sono  uomini
liberali,  pieni di piet, animosi, pazienti, conversabili, domestici, di buona
vita,  obedienti,  osservatori di fede,  piacevoli e  di  allegra  natura.  Gli
abitanti dei monti ancora essi sono liberali,  animosi, vergognosi e onesti nel
viver commune. Quei di Numidia sono pi di questi ingeniosi, percioch si danno
alle virt e studiano nella legge loro,  ma delle scienzie naturali  non  hanno
molta cognizione; sono uomini esercitati nelle arme, coraggiosi e molto benigni
similmente.  Gli  abitatori  di  Libia,  cio  gli  Africani e gli Arabi,  sono
liberali,  piacevoli e ne' bisogni degli amici s'affaticano con tutto il cuore.
Veggiono volentieri bene a' forestieri;  sono di gran cuore, schietti e veri. I
negri sono di vita buona e fedeli, accarezzano molto i forestieri e danno tutto
il loro tempo a piaceri e a far vita allegra, danzando e stando le pi volte su
conviti  e  in  sollazzi  di  diverse  maniere.   Sono  schiettissimi  e  fanno
grandissimo onore agli uomini dotti e religiosi.  E questi nell'Africa hanno il
miglior tempo di tutti gli altri Africani che vi sono.


Vizii e parti biasimevoli che sono negli Africani.

Non  dubbio che queste genti, quante hanno in loro virt, altretanti vizii non
abbiano: ma veggiamo se questi vizii sono pi o  meno.  I  sopradetti  abitanti
nelle citt della Barberia sono poveri e superbi,  sdegnosi senza comparazione,
e ogni piccola ingiuria scrivono, come si dice,  in marmo n mai se la lasciano
uscir  di  mente.  Ispiacevoli  di maniera che raro  quel forestiere che possa
acquistar l'amicizia loro,  sono eziandio uomini semplici e  crederebbono  ogni
cosa impossibile.  Il volgo  molto ignorante nella cognizion naturale, in modo
che tutte le operazioni e moti della natura tengono assaissimi per atti divini.
Sono irregolati s nel vivere come  nelle  azion  loro,  soggetti  alla  colera
grandemente, e le pi volte che parlano usano parole superbe e con voce alta, e
per  le  strade  communi rara quella fiata che non se ne vegghino due o tre che
facciano battaglia con le pugna.  Sono di natura vile e appresso i lor  signori
tenuti  in poco prezzo,  onde si pu dire che un signore faccia molte volte pi
conto d'una bestia che d'un suo cittadino.  Non hanno n primari n procuratori
che gli abbiano a reggere o a consigliare in cosa alcuna cerca al governo. Sono
eziandio  molto grossi e ignoranti nella mercanzia: non hanno banchi di cambio,
n meno chi da una citt all'altra dia spedimento alle cose,  ma  conviene  che
ogni  mercatante sia presso alla sua robba,  e dove quella  condotta ivi ne va
il padrone.  Avarissimi pi di ogni altra cosa,  in tanto  che  si  trova  gran
quantit  di  uomini  che  mai  non  hanno voluto alloggiar forestieri,  n per
cortesia n per amor d'Iddio;  e pochi ancora sono quelli che rendono il cambio
a  coloro  da'  quali  hanno  avuto  piaceri.  Sono  sempre  turbati e pieni di
maninconia,  n porgono volentieri orecchia  a  piacevolezza  niuna,  e  questo
aviene  per esser di continovo occupati nelle bisogne del vivere,  percioch la
lor povert  grande e i guadagni sono piccoli.
I pastori, cos dei monti come delle campagne,  vivono amaramente delle fatiche
delle lor mani e stanno in continova miseria e necessit. Sono bestiali, ladri,
ignoranti,  n pagano mai cosa che lor si dia a credenza.  E di costoro sono in
maggior numero i cornuti che d'altra sorte.  A tutte le giovani,  prima che  si
maritino,   lecito d'avere amanti e di godersi dei frutti d'amore;  e il padre
medesimo accarezza l'innamorato della figliuola,  e il fratello della  sorella,
di  maniera  che niuna porta la virginit al marito.   ben vero che come una 
maritata gli amatori non la seguono pi,  ma si danno a un'altra.  La pi parte
di questi non sono n maumettani n giudei,  n men credono in Cristo,  ma sono
senza fede e senza non pur religione, ma ombra di religione alcuna, di modo che
n fanno orazione n tengono chiese,  ma vivono a guisa di bestie.  E se pur si
trova alcuno che senta qualche poco di odore di divozione,  non avendo n legge
n sacerdote n regola alcuna  costretto a viversi come gli altri.
I Numidi sono uomini lontani dalla cognizion delle cose,  e sono ignoranti  dei
modi e ordini del vivere naturale, traditori, omicidi e ladri senza risguardo o
considerazione alcuna. Sono vili e conducendosi nella Barberia si danno ad ogni
vilissimo  mistiere,  e  d'essi  quai  sono  curatori di destri,  quai cuochi e
guatteri delle cucine e quai famigli di stalle,  e infine per danari fanno ogni
vituperosa operazione.
Quegli di Libia sono bestiali, ignoranti, senza lettere di niuna sorte, ladri e
assassini, e vivono come fanno gli animali salvatichi. Sono eziandio senza fede
e  senza  regola,  e  vissero  in  ogni  tempo,  e vivono,  e sempre in miseria
viveranno.  Non  s grande e orribile  tradimento,  che  essi  per  cagione  e
desiderio  di  robba  non facessero;  n sono animali che pi portino lunghe le
corna di quello che se le porta questa canaglia. Tutto il tempo della vita loro
consumano o in far male o in cacciare o in far tra lor guerra o  in  pascer  le
bestie per li diserti, e sempre vanno scalzi e nudi.
Quei della terra negra sono uomini bestialissimi,  uomini senza ragione,  senza
ingegno e senza pratica;  non hanno veruna informazione di che che sia e vivono
pure  a guisa di bestie senza regola e senza legge;  le meretrici tra loro sono
molte e per conseguente i becchi;  da alcuni in fuori che abitano  nelle  citt
grandi. Essi in fine hanno poco pi del sentimento umano.
Non m' ascoso esser vergogna di me medesimo a confessare e scoprire i vituperi
degli Africani,  essendo l'Africa mia nudrice e nella quale io sono cresciuto e
dove ho speso la pi bella parte e la  maggiore  degli  anni  miei.  Ma  faccia
appresso  tutti  mia  scusa  l'officio dell'istorico,  il quale  tenuto a dire
senza rispetto la verit delle cose,  e non a compiacere al desiderio di niuno:
di  maniera  che  io  sono  necessariamente  costretto  a scriver quello che io
scrivo,  non volendo io in niuna parte allontanarmi dal vero  e  lasciando  gli
ornamenti  delle  parole e l'artificio da parte.  E in mia difesa voglio che ai
gentili spiriti e alle virtuose persone, che si degneranno di legger questa mia
lunga fatica, basti lo esempio d'una brieve novelletta.
Ragionasi che nel mio paese fu un giovane di bassa condizione e di  malvagia  e
pessima vita,  il quale, per un furto di piccolo momento preso, fu condannato a
essere scopato. Venuto il giorno nel quale costui dovea aver le scopature, dato
in mano de' ministri della giustizia,  conobbe il boia esser suo amico;  laonde
ei  si  tenne pi che sicuro ch'egli a lui quel rispetto avrebbe che agli altri
non era uso di avere. Ma il boia in contrario,  incominciando le scopature,  la
prima gli di molto crudele e incendosa, alla quale il povero compagno smarrito
grid forte: "Fratello, essendo io tuo amico, tu mi tratti molto male". Il boia
allora, dandogli la seconda maggiore, rispose: "Socio, a me convien fare il mio
officio come si dee fare, e qui non ci ha luogo amicizia". E seguitando di mano
in  mano  tante ne gli di,  quante gli furono imposte dal giudice.  Per il che
quando io tacessi i vizii loro potrei cadere in giusta  riprensione,  e  alcuni
crederebbono  che  io  ci  avessi fatto per avere ancora io di questi la parte
mia,  massimamente essendo all'incontro privo di quelle  virt  che  gli  altri
hanno.  Nel che io,  poi che altro a mia difesa non ho, mi propongo di tenere a
punto il costume di uno uccello, la natura del quale se io vi voglio dire, a me
conviene scrivervi un'altra brieve e piacevole novelletta.
Ne' tempi che gli animali parlavano,  v'ebbe un vago e  animoso  uccelletto,  e
sopra tutto ornato d'un ingegno mirabile, il quale dalla natura aveva questo di
pi,  che  esso  poteva viver cos ben sotto le acque tra i pesci come sopra la
terra fra gli altri uccelli.  Erano tenuti tutti gli uccelli di quella  et  di
dar ciascun anno certo tributo a il loro re. Per il che questo uccelletto entr
in pensiero di non ne pagar niuno. E in quell'ora che il re mand a lui uno de'
suoi officiali per riscuotere il tributo,  il cattivello, dandogli in pagamento
parole, preso un gran volo non ristette prima che fu nel mare,  e si cacci tra
l'acque.  I pesci,  vedendo questa novit, tutti gli corsero d'intorno a larghe
schiere per saper la cagione che lo aveva mosso a venir  tra  loro.  "Ohim,  -
rispose l'uccelletto,  - non sapete voi uomini da bene, che 'l mondo  venuto a
tale che pi non si pu vivere di sopra?  Il poltroniere  del  nostro  re,  per
certo capriccio strano che gli  venuto in capo,  mi vuole isquartar vivo,  non
ostante alla mia bont,  che pure sono il pi netto e il pi da ben  gentiluomo
che sia fra tutti gli uccelli".  E seguit: "Per l'amor di Dio,  siate contenti
che io alberghi con voi,  acci che io possa dire di  aver  trovato  pi  bont
negli  stranieri  che nei miei proprii e tra la mia gente".  Si contentarono di
ci i pesci, laonde egli vi stette uno anno senza esser gravato di cosa alcuna.
In capo del quale il re de' pesci,  venuto il tempo  di  riscuoter  i  tributi,
mand uno de' suoi servitori all'uccelletto, faccendogli intendere il costume e
chiedendogli il suo diritto.  "Egli  ben dovere",  disse egli, e preso il volo
usc delle acque,  lasciando colui con la maggior vergogna del  mondo.  Infine,
quante  volte  a  questo  uccelletto  veniva  dal re degli uccelli dimandato il
tributo, egli fuggiva sotto l'acque,  e quante volte esso gli era dimandato dal
re  dei  pesci,  egli  tornava sopra la terra.  Voglio inferire che dove l'uomo
conosce il suo vantaggio sempre vi corre quando e' pu.  Onde se  gli  Africani
saranno  vituperati,  dir che io son nato in Granata e non in Africa,  e se 'l
mio paese verr biasimato,  recar in mio favore l'essere io allevato in Africa
e non in Granata.  Ma di tanto sar agli Africani favorevole, che solamente dei
loro biasimi racconter le cose che sono publiche e pi palesi a ciascuno.


SECONDA PARTE

Proemio.

Avendo  io  nella  prima  parte  della  mia  opera  descritto  generalmente   e
communemente  le  citt,  i termini,  le divisioni e le cose che pi mi parvero
degne di memoria degli Africani,  nelle altre che  seguiranno  sono  per  darvi
particolare informazione di varie provincie,  di cittadi, di monti, di siti, di
leggi e costumi loro,  non lasciando adietro cosa che meriti di essere  intesa.
Incominciar adunque primieramente dalle parti di ponente,  seguitando di luoco
in luoco,  fino che terminar il mio ragionamento nella terra di Egitto: il che
sar diviso in sette parti.  Alle quali un'altra v'aggiunger,  e in quella con
lo aiuto della bont di sopra,  senza la quale non si pu far qua gi cosa  che
perfetta  sia,   mio proponimento di descrivere i fiumi notabili,  gli animali
diversi, le varie piante,  i frutti e l'erbe di qualche virt che sono in tutta
l'Africa.


Hea, regione verso occidente.

Hea,  regione di Marocco, dalla parte dell'occidente e del settentrione termina
al mare Oceano;  dal mezzogiorno ha fine al monte Atlante;  dall'oriente compie
al  fiume  di  Esifnual,  il  quale nascendo dal detto monte entra nel fiume di
Tensist, e questo separa Hea dalla propinqua regione.


Sito e qualit di Hea.

Questa tal regione  paese molto aspero ed    pieno  di  altissimi  e  sassosi
monti, di boschi, di valli e di piccoli fiumicelli;  molto popoloso e abitato.
V'  moltitudine  grande  di capre e d'asini;  pecore sono in poca quantit,  e
minor numero v' di buoi e di cavalli.  Trovansi eziandio pochi frutti,  il che
non  procede  dal  difetto  del  terreno,  ma  dalla  ignoranza degli abitanti,
percioch ho veduto io molti luoghi  dove  v'era  gran  copia  di  fichi  e  di
persiche.  Di  frumento  piccola  parte vi nasce,  ma di orgio,  di miglio e di
panico v' grandissima abondanza,  e similmente di melle;  il  quale  quei  del
paese  mangiano per consueto cibo,  e perch non sanno altrimente quello che si
faccia della cera,  la gittano via.  Quivi si trova molta  quantit  di  alcuni
alberi  spinosi,  i  quali producono certi frutti grossi come sono le olive che
vengono di Spagna, e questi frutti nel linguaggio loro sono detti arga. Di essi
ne fanno oglio,  il quale  di odore molto cattivo: nondimeno ve  lo  adoperano
nel mangiare, ed eziandio nell'arder dei lumi.


Modo di vivere di questo popolo.

Questa generazione ha quasi in continova consuetudine di mangiar pane di orgio,
il quale formano pi tosto a somiglianza di schiacciate che di pane,  e fannolo
azzimo. Il modo di cuocerlo  in certe padelle di terra, fatte come sono quelle
con che si cuoprono le torte in Italia,  e pochi si trovano che cuocano il pane
nel  forno.  Usano  ancora  un  altro cibo insipido e vile,  il quale  da loro
chiamato elhasid,  e fassi in questo modo: fanno bollir l'acqua in una caldaia,
poi  vi mettono dentro farina di orgio,  e con un bastone or qua or l la vanno
rivolgendo e mescolando,  insino che ella  cotta.  Indi la roversciano  in  un
catino, e fattole nel mezzo una piccola fossa, vi pongono dentro di quell'oglio
che  hanno.  Allora  tutta la famiglia s'acconcia d'intorno al catino,  e senza
altri cocchiari,  con le proprie mani pigliando ciascuno quanto  pu  pigliare,
mangiano  per insino che ve ne rimane una minima particella.  Ma la primavera e
tutta la state sogliono bollire la detta farina in latte, e in vece di oglio vi
mettono butiro. Questo costume serbano nelle cene, percioch nel desinare usano
il verno mangiar pane con melle,  e la state con latte e con  butiro.  Sogliono
ancora mangiare carne bollita,  e insieme cipolle e fave, o pure l'accompagnano
con un altro cibo detto da essi cuscusu. E non vi adoperano tavole n tovaglie,
ma distendono in terra alcune stuore tonde e mangiano sopra quelle.


Abito e costumi del medesimo.

La pi parte di cotal gente usa di portar per vestimento certo  panno  di  lana
detto  elchise,  il  quale    fatto a simiglianza d'una coltre con la quale in
Italia si suol coprir la  letta.  Essi  se  lo  rivolgono  intorno  molto  bene
stretto,  e  cingonsi non il traverso,  ma sopra il culo e le parti pi secrete
dinanzi con certi sciugatoi pur di lana.  Sul capo  portano  alcuni  pannicelli
della  medesima lana,  lunghi dieci palme e larghi due,  i quali tingono con le
scorza che cavano dalle radici delle noci,  e se  gli  intorcono  e  aggroppano
d'intorno  la testa,  di maniera che la sommit del capo riman sempre scoperta.
N hanno in costume di portar berrette altri che i vecchi e gli  uomini  dotti,
se alcuno ve n'ha; e queste berrette sono doppie e tonde, e tengono la medesima
altezza di quelle che sogliono portare in Italia alcuni medici. Pochissimi sono
quegli  che  portino camicie,  parte perch in quel paese non si usa di seminar
lino, e parte che non v'ha chi le sappia tessere.
I loro sedili sono certe stuore pilose intessute di giunchi,  e le letta alcune
schiavine  pure,  come  dicemmo,  pilose di lunghezza di dieci braccia fino 20,
delle quali una parte serve per materazzo e l'altra per lenzuolo e per  coltre;
e  il  verno  le  volgono col pelo verso il loro corpo,  e la state infuori.  I
capezzali e guanciali sono di una sorte di sacchi  di  lana,  grossi  e  aspri,
nella guisa di certe coperte di cavalli che vengono di Albania o di Turchia. Le
donne  loro  per  la maggior parte portano la faccia scoperta.  Usansi tra loro
alcuni vasi di legno fatti non a tornio,  ma cavati con  lo  scalpello;  ma  le
pignatte  e  i  catini  sono pur di terra.  Gli uomini che non hanno moglie non
usano di portar barba,  ma se la lasciano crescere allora  che  l'hanno  presa.
Hanno  pochi  cavalli,  ma quei pochi che hanno sono avezzi a correr per quelle
montagne con tanta agilit e destrezza che paion gatti, n gli mettono ferri ai
pi. Arano la terra solamente con asini e con cavalli.
Trovasi in questa regione gran moltitudine di cervi,  di capriuoli e di  lepri;
ma quivi non si usano caccie. E mi maraviglio assai che, essendovi molti fiumi,
si  trovano  pochi  molini:  il  che  aviene  che quasi ogni casa ha dentro gli
instrumenti di macinare, e le femine fanno questa opera con le lor mani.  Quivi
non  abita scienzia alcuna,  n si trovano altri che sappiano lettere fuori che
qualche semplice legista,  il quale  voto di ciascuna  altra  virt.  N  v'ha
medico  di  niuna sorte n barbiere n spiziale,  e la maggior parte delli loro
remedii e medicine sono con il cauterizare con il fuoco  come  bestie.  Egli  
vero  che  qualche  barbiere  pur  si trova,  il quale altra cura non ha che di
circoncidere i fanciulli. In questo paese non si fa savone,  ma in luoco d'esso
adopravisi la cenere. Infine il detto popolo  sempre in guerra, ma la guerra 
tra  loro,  di maniera che essi non fanno ingiuria a forestieri.  E se ad alcun
del popolo fa di bisogno di passar da un luoco  all'altro,  conviene  che  egli
prenda  la  scorta  di  qualche  o  religioso  o donna della parte avversa.  Di
giustizia in quella parte non si ragiona n molto  n  poco,  massimamente  tra
quei  monti  dove  non c' n principe n ministro alcuno che gli governi,  e i
nobili e maggiori appena possono tener qualche apparenza di  magistrato  dentro
le  mura delle citt.  Ed esse citt sono poche,  ma sonvi molte terricciuole e
castelli e casali,  de' quali alcuni sono molto piccoli e altri assai grandi  e
agiati, s come di ciascuna e di ciascuno partitamente vi scriver.


Tednest, citt in Hea.

Tednest    citt  antica,  edificata  dagli Africani in una assai bella e vaga
pianura.  intorno tutta murata, e le mura sono di mattoni e di creta;  cos di
dentro sono le case e le botteghe.  Fa millecinquecento fuochi e pi.  Fuori di
quella esce un fiumicello,  il quale corre vicino alle mura.  Sono in lei poche
botteghe  di mercatanti,  come di panni che si usano di l,  e di tela che vien
recata in quelle parti di Portogallo. Non ci sono artigiani fuori che calzolai,
fabbri e sarti e qualche giudeo orefice,  n v' osteria n stuffa n  barberia
in  niuna  parte di questa citt.  Laonde,  quando va in lei qualche mercatante
forestiere,  egli alberga in casa di alcun suo amico o  conoscente,  e  non  ne
conoscendo  alcuno,  i  gentiluomini della citt cavano per sorte chi dee esser
l'albergatore,  di maniera che tutti i forestieri sono alloggiati.  E  sogliono
costoro  aver  diletto  di  fare  onore  a un forestiere.   vero che colui nel
partirsi  tenuto di lasciar qualche presente al signor della casa che  gli  ha
dato  lo alloggiamento,  per segno di gratitudine.  E se  alcun passaggiere il
quale non sia mercatante,  ha privilegio  di  elegger  quale  albergo  di  qual
gentiluomo che pi gli piace,  e alloggiarvi senza pagamento o presente alcuno.
Se per aventura si abbatte qualche povero forestiere,  a questo  deputato  uno
spedale, non per altro fabricato che per dare albergo e mangiare a' poveri.
Nel mezzo della citt  un tempio molto grande,  edificato assai bene di pietre
e di calcina,  il quale  antico e fatto nel tempo che quel paese era sotto  il
dominio dei re di Marocco; e nel mezzo di questo tempio  una gran cisterna. Vi
sono  molti  sacerdoti  e  altri  uomini  deputati  al governo di esso.  Sonovi
eziandio alcuni altri tempi e luoghi da orare, ma piccoli, e tuttavia con bella
fabrica e ben governati.
In questa citt v'hanno cento case  di  giudei,  i  quali  non  pagano  tributo
ordinario,  ma  a  certi  gentiluomini  che li favoriscono usano di fare alcuni
presenti. E la pi parte degli abitanti sono giudei,  e questi tengono la zecca
e fanno batter le monete,  le quali sono d'argento, e d'una oncia si formano da
centosessanta aspri,  simili a certe monete che  usano  gli  Ungheri,  ma  sono
quadri.  E  in  questa  citt  non c' gabella n dogana n ufficio alcuno,  ma
quando aviene che 'l bisogno astringa la communit  a  far  qualche  spesa,  si
ragunano  allora gli uomini insieme,  e secondo la qualit di ciascuno dividono
la spesa tra loro.
Rovin cotal citt l'anno novecentodiciotto del millesimo di  Maumetto,  laonde
tutti  gli  abitatori  alle  montagne si fuggirono,  e di quindi a Marocco.  La
cagione fu che il popolo  s'avide  che  i  vicini  Arabi  erano  d'accordo  col
capitano del re di Portogallo,  che sta in Azafi, di dar la citt ai cristiani.
E io viddi la detta citt doppo la sua rovina,  le mura della quale tutte erano
cadute,  e  le  case abitate dalle cornacchie e da s fatti uccelli.  Il che fu
l'anno 920.


Teculeth, citt in Hea.

Questa Teculeth  una citt posta nella costa d'una montagna,  e fa cerca mille
fuochi.  Verso  occidente  propinqua a Tedenest diciotto miglia,  e a canto di
essa passa un fiumicello, lungo il quale, cio d'amendue le sponde,  sono molti
orti e giardini pieni di diversi frutti. Nella citt ha molti pozzi di chiara e
dolce acqua.  V' un tempio assai bello, e sonovi quattro spedali per li poveri
e un altro per li religiosi.  Gli abitatori di questa sono pi ricchi di quelli
di Tedenest,  percioch ella  vicina a un porto ch' sopra il mare Oceano,  il
quale  detto Goz. Quivi vendono gran quantit di grano,  perch la detta ha da
lato  una  bella  e  spaziosa pianura;  vendono ancora molta cera ai mercatanti
portogalesi. Onde questa gente usa assai ornato vestire,  e i suoi cavalli sono
benissimo agiati di fornimenti.
Nel  tempo  che  io fui in questo paese,  trovavasi allora nella detta citt un
certo gentiluomo,  il quale era come principe del consiglio loro  e  teneva  il
carico  di  tutto il governo,  cos cerca il dispensar dei tributi che si danno
agli Arabi,  come in trattar le paci e gli accordi che  accadono  fra  i  detti
Arabi  e  il  popolo  della citt.  Costui era posseditore di molte ricchezze e
ispendevale in acquistar benivolenzia, desideroso d'esser caro a tutti;  faceva
molte limosine porgendo aiuto col suo alle bisogne del popolo,  di modo che non
v'era alcuno che non l'amasse come padre.  E  io  di  ci  posso  render  buona
testimonianza,  che  non solo fui di questo consapevole,  ma alloggiai molti d
nelle sue case, dove viddi lessi molte istorie e croniche di Africa.  Il misero
fu amazzato nella guerra che ebbero con li Portogalesi, egli e un suo figliuolo
insieme. Fu questo negli anni nostri novecentoventitre, e di Cristo MDXIIII. La
citt fu ancora ella posta a rovina,  e alcuna parte del popolo fu presa, altra
uccisa e altra se ne fugg,  s come noi abbiam scritto nell'istorie moderne di
Africa


Hadecchis, citt di Hea.

Hadecchis  una certa citt posta nel piano,  lontana dalla detta Teculeth otto
miglia verso mezzogiorno,  e fa d'intorno a  settecento  fuochi.    murata  di
pietre crude: cos  il tempio e cos sono tutte le case. Passa dentro la citt
un  fiume  non  molto  grande,  sopra  le cui rive sono molte viti e bellissimi
pergolati.  V' gran copia di artigiani giudei.  Il popolo usa di vestire assai
onestamente e ha de bei cavalli, e questo perch frequenta la mercatanzia, e va
le pi volte d'intorno.  Fa batter moneta di argento. E usasi ancora di far tra
loro la fiera una volta l'anno,  nella quale  si  ragunano  tutti  i  convicini
montanari,  che  hanno  nel vero conformit pi tosto a bestie che a uomini,  e
truovasi in detta fiera gran  multitudine  d'animali,  lana,  butiro,  olio  di
argan,  e  similmente  ferri e panni del paese;  e dura questo mercato quindici
giorni.
Sono tra queste genti  donne  veramente  bellissime,  bianche  e  di  temperata
grassezza,  sopra  tutto  leggiadre e piacevoli;  ma gli uomini sono bestiali e
gelosi,  e uccidono quelli che hanno affare con le mogli loro.  Non vi si trova
giudice  n  uomo  litterato  che  divida  fra  loro  il  maneggio degli uffici
temporali,  ma i maggiori governano a lor modo.  Egli   vero  che  nelle  cose
spirituali  tengono  sacerdoti  e  altri ministri.  N vi  gabella n gravezza
niuna, n pi n meno che sia nelle altre terre che detto abbiamo.  Io eziandio
alloggiai  con  uno  di  questi  sacerdoti,  il  quale  era uomo di risvegliato
intelletto e dilettavasi delle retorica araba.  E per tale cagione  mi  ritenne
nella  casa  sua  pi  giorni,  ne'  quali  io  gli lessi una operetta in detta
materia: onde egli molto mi accarezz, n mi lasci dipartire senza molti doni.
Dipoi io ritornai a Marocco,  e intesi la detta citt esser similmente rovinata
nelle  guerre  de'  Portogalesi.  Gli abitatori se ne fuggirono ai monti l'anno
novecentoventidue,  nel principio dell'anno che io la  mia  patria  lasciai,  e
correndo gli anni di Cristo MDXIII.


Ileusugaghen, citt in Hea.

Ileusugaghen    certa  terricciuola  fabricata a modo d'una fortezza sopra una
grandissima montagna,  lontana da Hadecchis  dieci  miglia  verso  mezzogiorno.
Questa  fa presso a quattrocento fuochi.  Passa sotto lei un fiumicello;  n di
dentro n di fuori  della  detta  v'  giardino,  n  vite,  n  albero  alcuno
fruttifero.  La cagione  che gli abitanti sono uomini transcurati,  e di tanta
dappocaggine che non si curano d'altro cibo che d'orgio e olio d'argan; e vanno
iscalzi,  fuori che alcuni hanno in costume di portar certe scarpe di cuoio  di
camello  o  di  bue.  Fanno  di  continovo  battaglia  con  gli abitatori della
campagna,  e si ammazzano insieme a guisa di cani.  Non tengono n  giudici  n
sacerdoti,  n  meno  uomo alcuno riputato per far ragione,  percioch essi non
hanno n legge n fede,  se non nella sommit della lingua.  In tutti e'  monti
loro  non  si  truova  frutto  di niuna sorte,  eccetto gran quantit di melle:
questo e se lo tengono per cibo e ne vendono a' vicini,  ma la cera la  gittano
via insieme con le altre immondizie. Vi  un piccolo tempio che non cape pi di
cento persone,  percioch eglino,  non avendo cura n di devozione n di onest
alcuna,  dovunque vanno portano con esso loro i pugnali overo  arma  d'asta,  e
fanno diversi omicidi. Sono traditori e uomini sceleratissimi.
Io fui una volta nella detta citt col serif, il quale si fa principe di Hea, e
vi venne per pacificare insieme il popolo; n vi potrei dire la moltitudine dei
litigi e delle querele, degli omicidi e degli assassinamenti ch'erano fra loro.
Col principe non era n giudice n dottore alcuno, di maniera che egli mi preg
ch'io  fossi  quello  che  avessi  a terminare,  secondo il poter mio,  le loro
differenze.  Onde subito comparse dinanzi a me e al principe grandissima turba.
E  tale  v'era  il quale diceva che alcuno avea ammazzato otto uomini della sua
famiglia,  ed egli di quella dell'aversario ne  avea  uccisi  dieci,  onde  per
l'accordo  della  pace  dimandava  tanti  ducati  secondo  il  costume dei loro
antichi.  L'altro rispondeva: "Gli doverresti dar tu a me,  che dei miei ne hai
tolti  di  vita  due di pi di quelli che io ho tolto de' tuoi".  Rispondeva il
primo: "Per giusta cagione ho io i tuoi  uccisi,  percioch  essi  avevano  con
fraude  levatami  di  mano  una  possessione  che era mia,  e avevola avuta per
eredit da una mia parente; ma tu uccidesti i miei senza ragione, solamente per
far vendetta di coloro che con ogni dever  furono  morti,  conciosiacosach  si
avevano  usurpato  lo altrui".  Questo s fatto contendimento dur per insino a
notte; ed io cercando pure di acchetar le loro discordie,  non potendo ridurgli
a  pace  niuna,  intorno  alla  mezzanotte  sopravenne  una parte e l'altra,  e
s'appicc insieme con grandissima uccisione e spargimento di sangue. Per il che
dubitando il principe di qualche tradimento,  ambi eleggemmo per migliore e per
pi sano consiglio di partirsi di l, e cos ne andammo verso Aghilinghighil. 
questa  tale  citt  sino a questo d abitata,  percioch costoro non temono le
offese de' Portoghesi, avendo per loro iscampo le montagne.


Teijeut.

Teijeut    piccola  terricciuola  nel  piano,  ma  fra  i  monti,  lontana  da
Ileusugaghen dieci miglia verso ponente.  Fa cerca a trecento fuochi,   murata
di pietre cotte;  gli abitatori di lei sono tutti lavoratori di campi.  I  loro
terreni  sono  buoni  per  la  sementa dell'orgio: altro grano non vi si mette.
Hanno assai copia di giardini ripieni di viti, di fichi e di pesche; possiedono
grandissima copia di capre.  Evvi  eziandio  gran  numero  di  leoni,  i  quali
mangiano  e  guastano  non  poche delle dette bestie.  Io vi rimasi una notte e
albergai in un picciolo casale quasi distrutto;  e avendo proveduto ai  cavalli
di  molto  orgio,  e  quelli  ben  legati  e  allogati  ove si potea il meglio,
l'entrata dell'uscio serramo con molta quantit di spine.  Era allora  il  mese
d'aprile, e perch ivi facea caldo salimmo nella sommit del tetto, per dormire
quivi all'aere. Cerca alla mezzanotte vennero due leoni grandissimi, i quali si
affaticavano  di  rimuover  le  spine,  tratti  all'odor di cavalli.  I cavalli
incominciarono ad annitrire e a far romore,  di sorte che per noi si temeva non
la  debol casa avesse a cadere,  perch'egli ci convenisse rimaner pasto di quei
ferocissimi animali.  N appena si vidde biancheggiar  l'alba  che,  sellati  i
cavalli,  di  l  si partimmo e col ci inviammo ov'era andato il principe.  N
appena vi dilungammo il piede,  che segu la rovina di quella citt: il  popolo
parte fu ucciso e parte a Portogallo menato. Fu l'anno novecentoventi.


Tesegdelt, citt in Hea.

Tesegdelt    assai  grandetta citt: fa ottocento fuochi,  ed  sopra una alta
montagna.  Tutta  d'intorno cinta da altissime ripe,  intanto che  non  le  fa
bisogno  di  mura.    lontana  dalla  detta  Teijeut quasi dodici miglia verso
mezzogiorno.  Passa sotto le dette mura un fiume:  quivi  sono  molti  giardini
abbondantissimi d'ogni sorte di arbori,  e massimamente di noci.  Gli abitatori
sono ricchi e hanno buona quantit di cavalli,  di maniera che agli  Arabi  non
danno tributo alcuno;  fanno di continovo guerra con detti Arabi,  e sovente ne
uccidono gran quantit.  Egli  vero che il popolo della campagna conduce tutto
il  grano nella citt,  per tema che gli Arabi non glielo tolghino.  Quei della
citt hanno assai belle e accostumate usanze, massimamente in usar liberalit e
cortesia,  percioch commettono ai guardiani delle porte che,  come  arriva  un
forestiere,  lo  domandino  s'egli  ha alcuno amico nella citt;  e se egli gli
risponde di no,  questi  sono  tenuti  di  dargli  albergo,  intanto  che  niun
forestiere paga denaro, ma ha piacevole e grato ricetto. Questi sono combattuti
dalla  gelosia,  ma  uomini  molto osservatori della lor fede.  Nel mezzo della
citt hanno un bellissimo tempio,  amministrato da molti sacerdoti.  Tengono un
giudice,  persona assai dotta nella legge, il quale suol tener ragione in tutte
le altre cose,  eccetto ne' malefici.  I campi che si  sogliono  seminare  sono
tutti  sopra  montagne.  Fui eziandio molti d nella detta citt,  con il serif
principe, l'anno 919.


Tagtessa citt.

Tagtessa  una antica citt edificata sopra una altissima montagna e  tonda,  e
vi  si  sale per d'intorno della detta montagna come per una scala che si volge
in giro.  lontana da Tesegdelt cerca a quatordici miglia. Sotto la detta citt
corre un fiume,  del quale beono gli abitatori.   lontano il fiume dalla citt
sei  miglia,  e  alla  vista  di  chi    nella riva del fiume non pare che sia
discosto pi d'un miglio e mezzo;  le donne scendono a questo fiume per una via
stretta,  fatta a forza di scarpelli a modo pure di scala.  Gli abitatori della
citt sono tutti assassini, e tengono nimicizie con tutti i loro vicini.  I lor
terreni  e  i lor bestiami sono sopra le montagne;  tutti li boschi della detta
terra sono pieni di porci selvatichi,  n in detta  citt  si  truova  un  solo
cavallo.  Gli  Arabi  non  possono passar per questa citt n per tutto il loro
contado senza espressa licenzia e salvocondotto.  Io vi fui a tempo che  vi  si
trovava  gran copia di locuste: allora il formento era nelle spiche,  ma avanz
dieci tanti la moltitudine delle locuste alla quantit delle  spiche,  in  modo
che appena si vedeva il terreno, dell'anno 919.


Eitdeuet citt.

Eitdeuet  antica citt edificata dagli Africani sopra un'alta montagna, ma nel
sommo  una bellissima pianura.  Fa cerca a settecento fuochi,  ed  lontana da
Tagtessa quasi quindici miglia verso mezzogiorno. Sono in mezzo di questa citt
molte fontane d'acque vive e correnti e freddissime. La circondano tutta rupi e
boschi strani e spaventevoli;  nasce nelle dette rupi grandissima  quantit  di
alberi.  Sono in questa citt molti artigiani giudei, fabbri, calzolai, tintori
di panni e orefici. Si dice che gli antichi popoli di detta citt furono giudei
della stirpe di David;  ma,  poscia che i maumettani fecero  acquisto  di  quel
paese,  gli  abitatori  si diedero alla fede di Maumetto.  Vi sono molti uomini
dotti nella legge, e la maggior parte tiene ottimamente a memoria i decreti e i
testi di legge;  e conobbi io un vecchio che aveva benissimo in pronto un  gran
volume  che si chiama Elmudeuuana,  che significa "il congregato di leggi",  il
quale contiene tre libri dove sono le questioni pi difficili della legge e  il
consiglio di Melic sopra di quelle.  Questa citt  quasi un foro, nel quale si
d spedizione a tutti i litigi; fanvisi citazioni, bandi, accordi,  strumenti e
tai  cose,  di  modo  che  tutti i vicini vi concorrono.  Questi uomini legisti
amministrano essi s il governo temporale come spirituale:  vero    che  nelle
cose  capitali  sono  male obbediti dal popolo,  e in questo poco giova loro il
sapere.
Io,  quando fui in questa citt,  mi riparai in casa d'uno avocato,  per il che
una  sera  tra  le  altre  avenne  che  ivi  si trovaron presenti molti dottori
legisti,  e doppo cena nacque tra loro una cotal disputa,  se egli fosse lecito
di  vender  quello  che alcuno possedeva per le bisogne e necessit del popolo.
Era quivi un vecchio che n'ebbe l'onore,  nella lingua loro chiamato Hegazzare.
Io,  odendolo  nominare,  lo  dimandai quello che il nome significava.  Rispose
egli: "Beccaio",  e soggiunse: "La cagione  che,  s come un beccaio    molto
pratico   in   trovare   le   gionture  delle  bestie,   cos  io  ancora  sono
eccellentissimo in trovare i nodi delle questioni che accadono nella legge".
La vita di questi tali  communemente molto aspra: si pascono  d'orgio,  d'olio
d'argan e di carne di capre; di formento non si fa menzione tra loro. Le femine
sono belle e colorite; gli uomini gagliardi della persona, e hanno naturalmente
il petto molto peloso. Sono liberalissimi, ma oltre modo gelosi.


Culeihat Elmuridin, che suona "la rocca dei discepoli".

Questa   una picciola fortezza posta su la cima d'una montagna altissima,  fra
due altri monti uguali alla detta montagna.  Sono tra  questi  monti  altissime
rupi e boschi serrati d'ogn'intorno;  alla fortezza non si pu ascendere se non
per un picciolo e angusto sentiero,  che  nella costa della montagna.  Da  una
parte sono le rupi,  da l'altra il monte di Tesegdelt, vicino quasi un miglio e
mezzo, e da Eitdeuet  discosto diciotto miglia.
Questa fortezza fu fatta a' tempi nostri da Homar Seijef,  rubello e capo degli
eretici.  Costui  fu da prima predicatore e,  avendo tirato a s gran numero di
discepoli ed essendo obbedito da quelli, divent grandissimo tiranno e dur nel
dominio dodici anni. Egli fu cagione della rovina di questo paese. Ucciselo una
sua mogliere,  la quale lo trov che giaceva con una  sua  figliuola,  ma  d'un
altro marito. Onde allora s'aviddero le genti quanto egli fosse stato scelerato
e senza legge e fede niuna;  per il che dopo la sua morte si sollev il popolo,
e pose a filo di spada tutti i suoi discepoli e chiunque era della  sua  setta.
Rimasevi un nipote il quale,  insignoritosi della fortezza, sostenne lo assedio
dei sollevati e del popolo di Hea uno anno intero, di maniera che essi rimasero
dalla impresa;  e il medesimo fino al d d'oggi tiene grandissima  nimist  con
quegli di Hea e con quasi tutti i vicini. Il viver suo  di rubberie, percioch
egli  ha  certi  cavalli  co' quali assalta i viandanti,  e stando in continove
correrie piglia quando animali e quando uomini.  Usa eziandio alcuni archibugi,
co'  quali  di  lontano,  perch la strada maestra  discosta dalla fortezza un
miglio, spesse volte ferisce e ammazza i poveri passaggieri.  Ma tanto  odiato
da  tutti  che  egli non pu n far seminare,  n lavorare,  n dominar pure un
palmo di terreno fuori del suo monte.  Fece il detto sepellire il corpo del suo
avolo  molto onoratamente nella detta fortezza,  e fallo adorar come santo.  Io
passai molto vicino alla detta fortezza,  e poco ci manc che io non fui giunto
da una tirata d'archibugio.  Uno che gi fu discepolo di detto Homar Seijef, mi
diede buona informazione della vita e fede del detto eretico,  e delle  ragioni
che egli avea contra la legge commune. E honne fatto memoria dell'abbreviamento
della cronica de' maumettani.


Ighilinghighil, citt di Hea.

Ighilinghighil    una  picciola  citt sul monte,  la quale fu edificata dagli
antichi Africani.  discosta da Eitdeuet quasi sei miglia verso mezzogiorno; fa
cerca a quattrocento fuochi.  Sono nella detta citt molti artigiani,  cio  di
cose  necessarie.  Il terreno di fuori  ottimo per li orgi;  v' gran copia di
melle e d'olio d'argan. Per ascendere alla citt v' solamente una vietta nella
costa del monte,  strettissima e malagevole in tanto che con gran difficult vi
si pu andare a cavallo.  Gli abitatori sono uomini valentissimi con le armi in
mano; stanno di continovo alla mischia con gli Arabi,  ma sono sempre vincitori
per la qualit del sito, per natura forte e arduo. Sono molto liberali, e fassi
nella  citt gran copia di vasi,  i quali si vendono in diverse parti,  e penso
che non se ne facciano altrove per quei paesi.


Tefethne, citt di porto in Hea.

Tefethne  una fortezza sopra il mare Oceano,  lontana da Ighilinghighil  quasi
quaranta  miglia  verso  ponente.  Fu  edificata  dagli Africani,  e fa cerca a
seicento fuochi.  Quivi  assai buon porto per navi picciole;  hanno in costume
di  venire  a questo porto alcuni mercatanti portogallesi,  i quali contrattano
loro merci con cera e pelli di capre.  La campagna che circonda questa citt  
tutta ripiena di monti, e nascevi gran copia d'orgio. Passa a canto la citt un
fiumicello,  nel quale possono entrare assai bene i navili quando fa fortuna in
mare.  Ha la citt fortissime mura,  fatte di pietre  lavorate  e  di  mattoni.
Tiensi  dogana  e gabella,  e tutte le rendite si dividono fra gli uomini della
citt i quali sono atti alla difesa.  Sonvi sacerdoti e giudici,  ma questi non
hanno auttorit sopra omicidi o ferite;  anzi, se alcuno commette uno di questi
due,  essendo egli trovato da parenti dell'offeso,    ucciso.  E  se  ci  non
avviene,  il  micidiale   bandito dal popolo sette anni,  e 'l termine del suo
esilio giunge a sette anni, in capo de' quali,  pagando certa pena a' congiunti
dello  ucciso,   assolto del bando.  Gli abitatori di questa citt sono uomini
molto bianchi,  domestichi e piacevolissimi;  e fra loro molto  pi  onorano  i
forestieri  che  quelli  della  citt,  per  alloggiamento de' quali tengono un
grande spedale, come che la maggior parte si ripara nelle case de' cittadini.
Io fui nella citt con il serif principe e vi dimorai tre giorni,  i  quali  mi
parvero altretanti anni, per cagione dei pulici, che ve n'erano infiniti, e per
lo  pessimo  odore  della  orina e dello sterco delle capre;  percioch ciascun
cittadino ve n'ha gran copia, le quali il d vanno ai pascoli loro,  e la notte
alloggiano  nei  corridori  delle  case  e dormono appresso gli usci delle loro
camere.


Ideuacal, prima parte del monte Atlante.

Avendo fin qui detto particolarmente delle citt nobili che sono in Hea,  parmi
ben fatto che ora io ragioni dei monti, non lasciando adietro cosa che notabile
mi paia, percioch la maggior parte del popolo abita ne' monti e in quelli sono
di continovo le sue magioni.  La prima parte adunque di Atlante, che  il monte
di Ideuacal popolo,  incomincia dal mare Oceano ed estendesi verso levante  per
insino  a  Ighilinghighil,  e divide la regione di Hea dalla regione di Sus.  
larga quasi tre giornate,  perch la sovradetta Tefetna  nella punta della sua
costa accanto il mare di verso tramontana,  e Messa dall'altro lato della detta
punta verso mezzogiorno, e infra Tefetna e Messa  di tratto tre giornate da me
fatte nel cavalcare.  Questo monte  molto bene abitato: sonvi  molte  ville  e
casali;  gli abitatori vivono delle lor capre, di orgio e di melle. Nel vestire
non usano portar camicia n cosa fatta con  ago,  percioch  tra  loro  non  si
truova chi sappia cucire, ma portano i panni intorno la loro persona aggroppati
come  meglio  sanno.  Le  donne  hanno in costume di portare agli orecchi certe
anella grandi d'argento e molte grosse, e tale ve n'ha che ne porta quattro per
ciascuna orecchia.  Usano ancora certe come  fiubbe,  di  tanta  grossezza  che
pesano  una  oncia,  con  le  quali attaccano i panni sopra le spalle.  Portano
eziandio nelle dita delle mani e nelle gambe alcuni cerchietti  pur  d'argento;
ma  le nobili solamente e ricche ci fanno,  percioch le popolari e povere gli
usano di ferro e di ottone. Evvi qualche cavallo, ma di picciola statura, e non
gli ferrano,  e sono cotai animali tanto agili che saltano allo  ingi  come  i
gatti. Sonvi molti lepri, caprioli e cervi, ma quelle genti non gli apprezzano;
fontane in molto numero e alberi, massimamente noci.
Questi  popoli  per la maggior parte sono come gli Arabi e vanno di un luoco in
un altro.  Le loro armi sono cotali pugnali larghi e  torti,  e  cos  sono  le
spade,  le  quai  hanno  la schiena grossa come  quella d'una falce con che in
Italia si taglia il fieno;  e quando vanno a combattere portano in mano  tre  e
quattro partigianelle.  Quivi non ha giudice,  n sacerdote, n tempio, n uomo
che sappia dottrina.  E sono generalmente uomini maligni e traditori.  Fu detto
al  serif  principe  in  la  mia  presenzia  che  'l  popolo di questo monte fa
ventimila combattenti.


Demensera monte.

Questo monte  similmente una parte di Atlante e  incomincia  da'  confini  del
detto.  Estendesi  verso  levante  circa  a cinquanta miglia insino al monte di
Nififa nella regione di Marocco, e divide buona parte di Hea da Sus,  e nel suo
confino   il passo di gire alla regione di Sus.   molto abitato,  ma da gente
barbera e bestiale. Hanno queste genti assai cavalli, e combattono spesse fiate
co' vicini e con gli Arabi, vietando che essi entrino ne' loro paesi. Nel detto
monte non  n citt n castello n casa,  sonvi molte ville e molti casali.  E
tra  loro  si  truovano  molti gentiluomini,  i quali sono obbediti da tutta la
plebe.  I terreni per orgi e migli  sono  buonissimi;  sonvi  molti  fonti  che
scorrono  fra quelle valli e entrano nel fiume di Sisseua.  Questo popolo veste
assai bene.  Quivi si cava gran copia di ferro,  il quale  vendono  in  diversi
luoghi  e  accattano  danari.  Gran numero di giudei cavalca per quei monti,  i
quali portano arme e combattono in favore di loro padroni,  cio del popolo del
detto  monte;  ma  questi  giudei  fra gli altri giudei di Africa sono riputati
quasi per eretici e sono chiamati carraum.  In questo monte sono alberi alti  e
grossi  di  lentisco e di bosso,  e alberi similmente grossissimi di noci.  Gli
abitatori sogliono mescolar le noci con argan, e ne cavano certo olio pi tosto
amaro che no,  il quale mangiano e abbruciano.  Ho inteso da molti che il detto
monte fa venticinquemila combattenti fra cavalli e fanti a pi. Nel mio ritorno
da  Sus  io  passai  per  questo  monte,  e per le lettere ch'io aveva di serif
principe mi furon fatte molte carezze e onori, nell'anno novecentoventi.


Monte del ferro, detto Gebelelhadid.

Questo monte non  di Atlante, percioch incomincia dal lito del mare Oceano di
verso tramontana e si estende verso mezzogiorno a canto il fiume di Tensift,  e
parte  la region di Hea da quella di Marocco e dalla regione di Duccala.  Abita
in questo monte un popolo chiamato  Regraga.  Quivi  sono  grandissimi  boschi,
molti fonti, gran copia di melle e olio di argan; di grano hanno poca quantit,
ma lo conducono da Duccala. Sono poveri uomini, ma da bene e divoti. Nella cima
del  detto monte si truovano molti romiti,  che vivono di frutti di alberi e di
acqua. Sono fedeli e amatori di pace,  e come uno commette qualche latrocinio o
altro  male,  lo  bandiscono  del paese per certo tempo.  Semplici sono oltre a
modo, di maniera che quando alcuno di quei romiti fa qualche operazione l'hanno
per miracolo.  Gli Arabi loro vicini danno lor spessi travagli,  onde il popolo
per viver quietamente suol pagare certo tributo.
Maumet re di Fes si mosse contra questa parte di Arabi,  onde essi fuggirono ai
monti.  I montanari,  aiutati dal favore del re,  si fecero forti e assaltarono
gli  Arabi  nelle strettezze dei passi,  in modo che da questi e dallo esercito
del re furono tagliati a pezzi,  e menati al  re  degli  uccisi  tremilaottanta
cavalli.  Cos  i  detti  montanari  furono liberi del tributo,  e io allora mi
trovai nell'esercito del re, che fu l'anno novecentoventuno.  Gli abitatori del
detto monte fanno circa a dodicimila combattenti.


Sus.

Ora  dicasi  della  regione  di  Sus:  questa    oltra  il monte Atlante verso
mezzogiorno e dirimpetto alla regione di Hea,  cio nello estremo di Africa,  e
incomincia  sul  mare  Oceano dalla parte di ponente,  e compie nel mezzogiorno
nell'arena del diserto.  Di verso tramontana  termina  nell'Atlante,  cio  ne'
confini di Hea;  dal lato di levante ha fine nel gran fiume detto Sus, da cui 
derivato il nome della detta regione.  Io,  incominciando dal canto di ponente,
vi narrer particolarmente ogni sua citt e luochi nobili.


Messa citt.

Messa sono tre piccole citt, l'una vicina all'altra quasi un miglio, edificate
dagli  antichi  Africani accosto la riva del mare Oceano e sotto la punta nella
quale ha principio il monte Atlante,  e sono murate di pietre crude.  Passa fra
le  dette terricciuole il gran fiume Sus,  e nella state varcasi questo fiume a
guazzo;  nel verno non vi si pu passare,  e hanno certe barchette che non sono
atte  se  non  per  s fatto tragetto.  Il sito dove sono poste queste picciole
citt  un bosco non salvatico ma di palme,  il quale   la  loro  possessione:
vero  che i datteri che vi nascono non sono molto buoni,  percioch non durano
per tutto l'anno.  Gli abitatori sono tutti agricoltori e lavorano  il  terreno
quando  cresce  il fiume: il che  nel settembre e nel fine d'aprile;  il grano
raccolgono il maggio,  e se il fiume sciemasse ne l'uno di questi due mesi  non
ve ne raccoglierebbono un solo. Hanno poche bestie.
Di fuori su la marina  un tempio,  il quale tengono con grandissima divozione.
Dicono molti istorici che di questo  tempio  uscir  il  pontefice  giusto  che
profetizz Maumetto;  dicono ancora che, allora che Iona profeta fu inghiottito
dal pesce,  egli lo vomit sopra il terreno di Messa.  I travicelli  del  detto
tempio sono tutti di coste di balene, e sovente aviene che 'l mare molte grosse
balene  getta  nel lito morte,  le quali,  con la lor grandezza e con la brutta
forma ch'elle hanno,  porgono terrore a chi le vede.  Diceva il volgo che  ogni
balena  che  passa  a canto il tempio muore,  per la virt data da Iddio a quel
tempio.  Io poco l'avrei creduto,  se non che,  vedendo alla  giornata  apparir
qualche balena morta fuori dell'onda,  mi faceva di ci restar sospeso.  Dipoi,
ragionandone con un giudeo,  mi disse che non era da  maravigliarsi,  percioch
fra il mare quasi due miglia discosto sono alcuni scogli grossi e acuti.  Onde,
quando il detto mare  turbato,  si muovono le balene  di  luoco  in  luoco,  e
quella che s'abbatte a percuotere in un di quegli scogli di facile  macerata e
muorsi: per il che poscia il mare la getta al lito quale la veggiamo. Questa mi
parve assai miglior ragione di quella del volgo.
Fui  io  in  queste  citt  nel tempo del serif principe.  Invitommi adunque un
gentiluomo a desinar seco in un  giardino  ch'era  fuori  della  citt,  e  per
istrada  trovammo  apunto  una costa d'una di dette balene,  posta in foggia di
arco,  sotto la quale come per una porta su camelli passando,  il sommo di  lei
era tanto alto che non vi aggiugnemmo con la testa.  E dicesi che sono presso a
cento anni che quella costa  in  quel  luogo  si  tiene,  e  serbasi  per  cosa
maravigliosa.  Ne'  liti  pi  vicini al mare truovasi per quei paesi ambracane
perfettissimo,  il quale  venduto a' mercatanti portogallesi o a quei  di  Fez
per  vile  prezzo,  ch' quasi meno d'un ducato per oncia.  Molti dicono che la
balena  lo animale donde esso ambracane si crea:  altri  affermano  essere  lo
sterco del detto,  altri ch' lo sperma il quale stilla dai membri genitali del
maschio, quando e' vuole usare con la femina, e l'acqua lo indura.


Teijeut, citt di Sus.

Teijeut  una antica citt edificata dagli Africani, in una bellissima pianura.
 divisa in tre parti, l'una parte discosto dall'altra quasi un miglio, le quai
insieme un triangolo formano; fa in tutto quattromila fuochi.  Passa accanto di
lei  il  fiume  Sus.  Questo  terreno  abbondantissimo di formento,  d'orgio e
d'altri grani e legumi;  nascevi ancora gran quantit di zucchero,  ma  non  lo
fanno ben cuocere n purgare,  perci il detto zucchero  di color nero; onde a
questa citt vengono molti mercatanti di Fez,  di Marocco e dal paese dei negri
a comprarne.  V' similmente buona quantit di datteri.  Quivi altra moneta non
si spende che l'oro come nasce,  e usano anche quelle genti nel spendere alcuni
pannicelli appreziati un ducato l'uno.  Vi si truova poco argento,  e quel poco
sogliono portar le donne per loro ornamento;  in luogo di quattrini hanno certi
pezzi  di  ferro  del  peso circa d'una oncia.  Trovansi pochi frutti,  eccetto
fichi,  uva,  persiche e datteri;  oliva non vi nasce,  ma portavisi l'olio  da
alcuni  monti  di Marocco,  e vendesi in Sus quindici ducati il cantaro,  che 
centocinquanta libbre italiane. I loro ducati, perch non hanno moneta battuta,
valutano sette e un terzo per una oncia d'oro.  L'oncia  come la italiana,  ma
la  libbra  fa  oncie  diciotto;  essi  la  chiamano  rethel: cento rethel  un
cantaro.  Il prezzo consueto della vettura,  quando  n  caro  n  molto  buon
mercato,  costa  ducati tre la soma di camello,  la qual pesa libbre settecento
italiane;  e ci nel verno,  perch nella state pagasi cinque o sei  ducati  la
soma.  Nella  detta  citt  si acconciano quei belli cordovani che nella Italia
sono detti marrochini: vendonsi questi ivi sei ducati  la  dozzina,  e  in  Fez
otto.
Da  una  parte  di  verso  Atlante  sono  molti  casali  e  villaggi,  ma verso
mezzogiorno  terreno disabitato,  percioch sono  pianure  e  poderi  dei  lor
vicini  Arabi.  Nel mezzo della detta citt  un bello e gran tempio,  il quale
essi chiamano il tempio maggiore,  per entro del quale fanno passar un ramo del
fiume.  Gli  uomini  di  essa  sono naturalmente terribili,  e vivono sempre in
guerra tra loro medesimi,  di modo che rare volte aviene che si stiano in pace.
Fa ciascuna delle tre parti un rettore,  i quali insieme governano la citt,  e
non durano nel magistrato pi che tre mesi solamente.  La pi parte d'essi  usa
di  vestire  come  fanno quegli di Hea,  e tal v' che va vestito di panno,  di
camicia e tulopante in capo di tela bianca.  La canna del panno grosso,  come 
il fregetto,  vale un ducato e mezzo; la pezza di tela portogallese o fiandrese
non molto grossa quattro ducati,  e ogni pezza   di  ventiquattro  braccia  di
Toscana.  Hanno  nella  citt giudici e sacerdoti,  ma obbediti solamente nelle
cose sacre;  nelle cure temporali chi pi ha de' parenti ha pi favori.  Quando
aviene che uno uccida un altro,  se i parenti di colui lo possono uccider, bene
sta;  se non possono,  quel tale o  bandito sette anni o rimane nella citt al
loro mal grado: se egli viene bandito la pena  come di sopra dicemmo, ed egli,
in  capo del termine ritornando,  fa un convito a tutti i gentiluomini e in tal
guisa si pacifica con  gli  aversari.  Nella  detta  citt  sono  molti  giudei
artigiani,  i  quali di niuna gravezza sono astretti,  fuori che di far qualche
picciolo presente ai gentiluomini.


Tarodant, citt di Sus.

Tarodant  una citt assai grande edificata dagli Africani  antichi.  Fa  circa
tremila  fuochi,  ed    lontana  da  Atlante  poco pi di quattro miglia verso
mezzogiorno,  e da Teijeut verso levante trentacinque.  Questa  citt    nella
abbondanza  e  ne'  costumi  come  le  dette,  ma   pi picciola e pi civile,
percioch nel tempo che la famiglia di Marin regnava a Fez regn ancora a  Sus,
e  fu  stanza  del  locotenente del re: onde vedesi fino al d d'oggi una rocca
rovinata,  la quale fu fabricata da questi re.  Ma poi che  la  detta  famiglia
manc, la citt fece ritorno alla libert.
Gli abitatori vestono di panno e di tela. Vi sono molti artigiani. Il dominio 
fra  gentiluomini,  il quale successivamente  tenuto da quattro,  e questi non
stanno nella signoria pi che sei mesi.  Sono persone pacifiche,  n mai  fanno
oltraggio  a'  vicini.  In  questo  terreno verso Atlante sono molti villaggi e
casali;  le pianure che riguardano a mezzogiorno sono paesi e pascoli  d'Arabi.
Il popolo della citt paga gran quantit di tributo per li terreni,  all'usanza
del paese di Sus,  e per mantenere la via sicura.  A' nostri d questa citt si
ribell agli Arabi, e si diede al serif principe l'anno 920


Gartguessem.

Gartguessem    una fortezza su la punta del monte Atlante e di dentro del mare
Oceano, appresso ove entra in mare il fiume Sus. Ha nel suo circuito buonissimi
terreni,  i quali da vent'anni in qua furono presi  da  Portogallesi.  Onde  il
popolo di Hea e di Sus si accord insieme per riaver questa fortezza, e vennero
con  esso  loro  per  soccorso  molti fanti di lontan paese,  e fecero capitano
generale un gentiluomo serif, cio nobile della casa di Maumetto,  il quale con
l'esercito  assedi  detto  castello  molti  giorni.  E  furono ammazzate molte
persone di quelli di fuora,  per il che lo lasciorono e  tornorono  a  casa,  e
alcuni  restorono  con  il  detto  serif  mostrando di voler mantener la guerra
contra i cristiani; e il popolo di Sus content di darli danari per cinquecento
cavalli.  Il qual,  come ebbe toccato molte paghe e fattosi pratico del  paese,
ribell  e  fecesi  tiranno.  E  al tempo che io mi part dalla corte del detto
serif,  lui aveva pi di 3000 cavalli e fanti infiniti e danari,  s come nelle
abbreviazion nostre abbiamo detto


Tedsi, citt di Sus.

Tedsi  una citt grande la quale fa quattromila fuochi,  edificata anticamente
dagli Africani,  lontana da Tarodant verso  levante  trenta  miglia,  dal  mare
Oceano  sessanta  e dal monte Atlante venti.   paese abbondevole e fruttifero:
nasce in esso gran quantit di grano e di zucchero e guado,  e  trovansi  quivi
mercatanti del paese dei negri.  Il popolo si sta in pace, e sono uomini civili
e onesti.  Il governo loro  per via di republica,  di modo che la  signoria  
sempre  in mano di sei,  i quali sono creati a sorte e hanno il succedimento in
capo di mesi sedici.  A canto della detta citt passa il fiume Sus,  tre miglia
discosto.  E sonvi molti giudei artefici,  come orefici, fabbri e altri. V' un
tempio fornito molto bene di sacerdoti e d'altri ministri;  tengono  giudici  e
lettori  nella  legge  pagati dal commune di essa citt.  E fassi un mercato il
luned,  nel quale si ragunano gli Arabi e paesani e  montanari.  Questa  citt
l'anno  novecentoventi si diede al serif principe,  nella qual ei faceva la sua
cancellaria.


Tagauost, citt in Sus.

Tagauost  una grande citt,  e la maggiore che si truovi in Sus:  fa  ottomila
fuochi  ed    murata  di pietre crude,  lontana dal mare Oceano circa sessanta
miglia e dal monte Atlante circa a 50 verso  mezzogiorno;  fu  edificata  dagli
Africani. Lontano da lei presso a dieci miglia passa il fiume Sus. Nel mezzo di
questa citt sono molte piazze, botteghe e artigiani. Il popolo  diviso in tre
parti,  e  il  pi  stanno queste genti sul guerreggiare tra loro,  e una parte
contra l'altra chiama in  soccorso  gli  Arabi,  i  quali  secondo  la  maggior
quantit del soldo ora favoreggiano questa ora quella.  Nel contado di lei sono
abbondantissimi terreni e molti bestiami, ma la lana si vende vilissimo prezzo.
Fansi quivi molti piccioli panni,  i quali da mercatanti che sono  nella  citt
vengono condotti a Tombutto e a Gualata,  terre delli negri: il che  una volta
l'anno.  E il mercato usavisi di fare due volte la settimana.  Il loro abito  
onesto,  e  le femine bellissime e graziose;  sono molti uomini bruni,  i quali
sono nati di bianchi e di neri.  Quivi non  diterminato dominio,  ma regna chi
ha  maggior  potere.  Io  fui in detta citt tredici giorni col cancelliere del
serif principe per comperar certe ischiave per lo detto principe, l'anno 919.


Hanchisa monte.

Questo monte quasi incomincia da Atlante,  cio verso  ponente,  e  si  estende
verso  levante  circa  a quaranta miglia.  Ne' piedi v' Messa e altri paesi di
Sus.  Gli abitatori sono uomini valentissimi a piedi,  di maniera  che  ad  uno
fante  basta  l'animo  di  difendersi  da  due  a  cavallo,  con certe picciole
partegiane le quali usano di portare.  In questo monte non nasce  formento,  ma
orgio in molta copia e melle.  In tutto il tempo dell'anno vi nevica, ma eglino
mostrano di stimar poco il freddo, percioch tutto il verno sogliono portare in
dosso pochi panni. Il principe serif tent pi volte di farsegli tributari,  ma
in vano.


Ilalem monte.

Questo monte incomincia da ponente dal confino del sopradetto,  e termina nella
region di Guzzula verso levante,  e verso mezzogiorno ha fine ne' piani di Sus.
I  suoi  abitatori  sono  uomini  nobili  e valenti.  Hanno gran moltitudine di
cavalli,  e fanno tra loro sempre guerra per cagione di una vena di argento  la
quale   nel detto monte,  e quelli che rimangono vincitori godono il frutto di
questa.


Sito della regione di Marocco.

Questa regione ha principio di verso ponente dal monte di Nefifa,  e  va  verso
levante  fino al monte di Hadimei,  e discende verso tramontana vicino al fiume
di Tensifit per insino che questo fiume si congiunge col  fiume  di  Asifinual,
dove  dal  lato  di  levante  incomincia Hea.  Ha questa regione quasi forma di
triangolo.   abbondevolissima di formento e d'altre sorti di grano,  di numero
di bestiame,  d'acque,  di fiumi,  di fonti, di frutti, come sono datteri, uve,
fichi, poma e pere d'ogni maniera.   quasi tutta pianure,  come  in Italia la
Lombardia. I monti sono freddissimi e sterili, per modo che in quelli altro non
nasce che orgio.  Ora,  incominciando noi dalla parte occidentale, descriveremo
ogni suo monte e citt, tenendo il nostro stile consueto.


Elgiumuha, citt della sopradetta regione.

Elgiumuha  una citt picciola nel piano,  appresso  un  fiume  detto  Sesseua,
discosto  dal monte Atlante circa a sette miglia.  Fu edificata dagli Africani,
ma dipoi fu tenuta da certi Arabi, nel tempo che la famiglia di Muachidin perd
il dominio.  Di questa citt altro ora non rimane che certe rare vestigie.  Gli
Arabi  sementano  del  terreno  tanta  parte che  bastevole al viver loro;  il
rimanente lasciano incolto. Ma quando la detta citt era abitata, soleva render
l'anno di utile centomila ducati, e faceva circa a seimila fuochi. Io passai da
canto a lei e alloggiai con gli Arabi, i quali trovai uomini molto liberali, ma
sono perfidi e traditori.


Imegiagen.

Imegiagen  una fortezza posta su la cima di una montagna di quelle di Atlante,
la quale non ha mura che la cingano,  ma  difesa dalla  natura  del  luoco.  
discosta  dalla  sopradetta citt verso mezzogiorno circa a venticinque miglia.
Tenevano questa fortezza ne' tempi adietro certi nobili di quel  paese,  ma  fu
presa  da  Homar  Essuef eretico,  di cui di sopra dicemmo.  Il quale vi us di
grandissime crudelt, percioch egli fece uccider per insino a' fanciulli, e le
femine gravide,  faceva aprire il corpo e cavarne fuori le creature,  le  quali
erano  sbranate sul petto delle loro madri,  e prima che gustassero la dolcezza
della vita sentivano l'acerbit della morte.  Dell'anno  900,  cos,  la  detta
fortezza  rimase  disabitata.  Vero    che nell'anno novecentoventi in qualche
parte s'incominci a riabitare, ma solamente nelle coste del monte si puote ora
lavorare e seminar le cose opportune al vivere,  percioch nel piano non si pu
pur solamente passare, quando per tema degli Arabi e quando de' Portogallesi.


Tenezza.

Tenezza    una  citt  forte nella costa d'una parte del monte Atlante,  che 
detta Ghedmina,  edificata dagli Africani antichi,  lontana da Asifinual  quasi
otto miglia verso levante.  Sotto di essa sono molte pianure e tutte buonissime
per grani,  ma gli abitatori,  per essere molestati dagli  Arabi,  non  possono
coltivare  il  terreno.  Solamente  seminano  su le costiere del monte e tra il
fiume e la citt: pagano eziandio per tal cagione agli Arabi  di  gravezza  uno
terzo delle rendite dell'anno.


Delgumuha nova.

Questa  citt    una  gran  fortezza sopra una montagna altissima: d'intorno 
circondata da diversi altri monti. Sotto la detta fortezza nasce Asifinual, che
nella lingua africana  interpretato "fiume di romore",  perch  cade  gi  del
monte  con  grande  strepito,  e  fa uno profondo,  nella guisa dell'inferno di
Tivoli nel contado di Roma.  Fu edificata da certi signori a' nostri d,  e  fa
presso  a mille fuochi.  Tennela gran tempo un tiranno della famiglia dei re di
Marocco.  Fa ancora questa fortezza buona quantit di cavalli e di fanterie,  e
cava  di  rendita  da  quei casali e villaggi di Atlante poco meno di diecimila
ducati.  Il popolo tiene stretta amicizia con gli Arabi,  e fa loro molte volte
di  belli e onorati presenti,  con li quali molte volte ha offeso li signori di
Marocco. Sono uomini civili, vestono assai gentilmente, ed  la citt benissimo
abitata e fornita di artigiani: e ci  perch    vicina  a  Marocco  cinquanta
miglia.  Fra  le  loro  montagne  sono di bellissimi giardini,  e vi nasce gran
quantit di frutti; sogliono seminare orzo,  lino e canapo,  e hanno assai gran
numero  di  capre.  Tengono  sacerdote  e giudice,  ma per altro sono uomini di
grosso intelletto,  e gelosi delle lor donne grandemente.  Io  alloggiai  nella
detta citt in casa d'un mio parente,  il quale, essendo in Fez rimaso debitore
d'una grossa quantit di danari per cagione di fare alchimia,  venne ad  abitar
quivi e col tempo fu fatto secretario del signore di questa citt.


Imizmizi.

Imizmizi    una  citt  assai grande su la rupe d'un monte di quei di Atlante,
lontana dalla sopradetta verso ponente  circa  a  14  miglia,  edificata  dagli
antichi. Sotto lei  un passo che attraversa Atlante alla regione di Guzula, ed
 detto Burris, cio "piumoso", perch di continovo vi fiocca la neve, la quale
ha  somiglianza di bianca piuma che alle volte si vede volare.  Sotto ancora la
detta citt sono larghissime pianure,  le quali giungono a  Marocco  e  tengono
trenta  miglia di lunghezza.  Quivi nasce il grano bello e grosso e il migliore
ch'io abbia veduto giamai, e la farina  perfettissima.  Ma gli Arabi aggravano
molto  questa  citt,  e  similmente  il  signor di Marocco,  di maniera che la
maggior parte della campagna  disabitata;  e ancora gli abitatori della  citt
incominciano a lasciarla, e sono molto poveri di danari, ma di possessioni e di
grani  ve  ne  hanno  assai.  Io  quivi  alloggiai  appresso un romito nominato
Sedicanon, uomo di gran riputazione e stima.


Tumeglast.

Tumeglast sono tre piccioli  castelli  nel  piano,  lontani  da  Atlante  verso
tramontana  quattordici  miglia  e  da  Marocco  circa  a  trenta.  Sono  tutti
circondati di palme di datteri,  uve e altri frutti;  hanno d'intorno una bella
campagna  e buonissima per grani,  ma non si pu lavorare per la molestia degli
Arabi. E i detti piccioli castelli sono presso che disabitati,  n vi ha dentro
pi  che  dodici  o quindici famiglie,  le quali sono congiunte di parentado al
sopradetto romito, e per favor di costui possono coltivare una particella della
detta campagna senza pagar cosa alcuna agli Arabi,  i quali poi ne' viaggi  che
fanno  ai  castelli  alloggiano nelle case loro.  Le quali case sono picciole e
disagiate,  e hanno pi tosto forma di stalle d'asini che  d'albergo  d'uomini,
per s fatto modo che sempre sono ripiene di pulici, di cimici e di tai noie. E
le acque sono salate. Io fui in questa terra alloggiato con Sidi Iehie, che era
venuto  a  scuoter  li tributi di quel paese in nome del re di Portogallo,  dal
quale era stato fatto capitano della campagna di Azafi.


Tesraft citt.

Questa  una picciola citt posta su la ripa del fiume di Asifelmel, lontana da
Marocco verso ponente 14 miglia e dal monte Atlante circa a venti.  D'intorno a
questa citt sono molti giardini di datteri e buoni terreni per grano,  e tutti
gli abitatori sono ortolani.  Ma egli  vero che  'l  detto  fiume  alle  volte
cresce  e  rovina  tutti i giardini,  senza che gli Arabi nella state vengono a
quelli e mangiano ci che v'ha di buono.  Io fui in questa terra,  dove non  vi
stetti se non tanto quanto li cavalli mangiorono la biada,  e scapolai per gran
ventura quel giorno di non esser assassinato dagli Arabi.


La gran citt di Marocco.

Marocco  citt grandissima,  delle maggiori del mondo e delle  pi  nobili  di
Africa.     posta  in  una  grandissima  pianura,  lontana  da  Atlante  quasi
quattordici miglia.  Fu edificata da Giuseppe,  figliuolo  di  Tesfin,  re  del
popolo di Lontuna, nel tempo che egli entr con la sua gente in quella regione,
e  fecela  per seggio e residenza del suo regno,  acanto il passo di Agmet,  il
quale trapassa Atlante e va al diserto,  dove  sono  le  abitazioni  del  detto
popolo.  Fu  fabricata  col  consiglio  di  eccellenti  architetti  e ingeniosi
artefici.  Ella circonda gran terreno,  e  quando  viveva  Hali,  figliuolo  di
Giuseppe  re,  questa  citt  faceva centomila fuochi e qualcuno di pi.  Aveva
ventiquattro porte ed era murata di bellissime  e  fortissime  mura,  fatte  di
calcina viva e ghiara.  Passa sei miglia discosto da Marocco un gran fiume,  il
quale  appellato  Tensift.    fornita  di  tempi,  di  collegi,  di  stufe  e
d'osterie, secondo il costume d'Africa.
E  di  questi  tempi alcuni furono edificati dai re di Lontuna e altri dai loro
successori,  cio dai re di Elmuachidin.  Nel mezzo  della  citt  ce  n'  uno
veramente  bellissimo,  edificato da Hali,  figliuolo di Giuseppe,  primo re di
Marocco,  e chiamasi il tempio d'Hali ben Giuseppe.  Ma un successor nel  detto
regno,  il cui nome fu Abdul Mumen,  fece disfare e rifare il detto tempio, non
per altra cagione che per levarne i primi titoli di  Hali  e  ponervi  il  suo:
tuttavia la fatica di costui fu posta indarno,  percioch le genti ancora hanno
in bocca l'antico titolo.  Havvi eziandio quasi  vicino  alla  rocca  un  altro
tempio,  il  quale  fece  fare  detto  Habdul Mumen,  che fu il secondo che per
ribellione succedette nel regno,  e dipoi il suo nipote  el  Mansor  l'accrebbe
cinquanta  braccia  da  ogni  lato,  ornandolo  di  molte  colonne le quali fe'
conducere di Spagna;  e fece far sotto di esso  una  cisterna  in  volto  tanto
grande  quanto  il  tempio,  e tutte le coperte del tempio volle che fossero di
piombo con certi canaletti negli orli,  fatti in guisa che tutta la pioggia che
cadeva sul tempio, correndo per quei canaletti, era ricevuta dalla cisterna.
Fece  ancora  edificare  una torre di pietre lavorate e grossissime,  come  il
Coliseo di Roma: il circuito di questa torre contiene cento braccia di Toscana,
ed  pi alta della torre degli Asenelli da Bologna. La scala per cui s'ascende
 piana e larga nove palme;  la grossezza del muro di fuori dieci,  e il  masso
della  torre   grosso cinque.  Sonvi dentro sette stanze agiate e molto belle,
una sopra l'altra, e per l'ascender di tutta la scala si vede grandissimo lume,
percioch vi ha dal basso all'alto  finestre  bellissime  e  fatte  con  grande
ingegno,  le quali sono pi larghe di dentro che di fuori.  Come si giunge alla
sommit della torre, truovasi un'altra picciola torricella,  la cui cima  come
una  guglia  e  cinge  venticinque  braccia,  quasi tanto quanto il masso della
torre,   alta come due gran lancie e fatta in tre solai in volta: vassi da  un
solaio  in  l'altro  con  certe  scale di legno.  Su la cima de la guglia  uno
spiedo fitto molto bene,  e vi sono tre  pomi  d'argento  l'uno  sopra  l'altro
infilzati,  e  quello  di  sotto  pi grande che quello di mezzo,  e quello di
mezzo pi grande che quello di sopra.  Come l'uomo  nel pi alto  solaio,  gli
conviene  volgere  il  capo  come chi  nella gabbia dell'albero d'una nave,  e
piegando gli occhi dal di sopra alla terra,  gli  uomini  di  qualunque  grande
istatura  non  gli  paiono  punto  maggiori d'un fanciullo d'un anno,  e vedesi
benissimo la montagna di Azafi,  la quale   discosto  da  Marocco  centotrenta
miglia;  veggonsi  ancora  le pianure che sono d'intorno quasi per lo tratto di
cinquanta miglia.
Il sopradetto tempio di dentro non  molto ornato,  e tutti li soffittati  sono
fatti  di  legname,  tuttavia con assai bella architettura,  come molti che noi
abbiam veduto nelle chiese d'Italia.  vero che esso  delli maggior tempii che
si truovino al mondo,  ma oggid  abbandonato,  percioch  gli  abitatori  non
usano  di farvi dentro le loro orazioni altro giorno che il venere.  E la detta
citt  molto mancata circa all'abitazioni,  e massimamente le contrade  vicine
al detto tempio,  e con gran fatica vi si pu andare,  per cagione della rovina
di molte case che impediscono la strada.  Sotto il  portico  del  detto  tempio
solevano essere presso a cento botteghe di librari, e altretante al dirimpetto:
ma al presente non se ne truova in tutta Marocco una sola,  e la povera citt 
in due terzi disabitata.  Il terren vacuo  piantato di palme,  d'uve e d'altri
alberi fruttiferi, percioch i cittadini non possono tener di fuori un palmo di
terreno, per essere molestati dagli Arabi.
E in vero ei si pu dire che questa citt sia invecchiata innanzi tempo, perch
non  forniscono  ancora  cinquecentosei anni che fu edificata: ma la cagione di
ci nacque dalle guerre e dai mutamenti delle signorie.  Dette  principio  alla
sua edificazione Giuseppe, figliuolo di Tesfin, l'anno quattrocentoventiquattro
di  legira.  E  morto  Giuseppe regn il suo figliuolo Hali,  al quale successe
Abraham suo figliuolo, nel cui tempo ribellossi un certo predicatore,  chiamato
Elmahdi,  uomo nato e accresciuto nelle montagne.  Costui, fatta buona quantit
di soldati, mosse guerra ad Abraham. Perci fu necessario al re di uscir con la
sua gente contra a questo Elmahdi,  e fatto giornata il re,  avendo la  fortuna
contraria,  fu rotto e impeditogli le strade di tornare nella citt, di maniera
che egli, lasciandola adietro,  fu costretto a fuggirsi verso levante,  tenendo
il  cammino accanto la costa di Atlante,  con quella poca quantit di gente che
gli era rimasa. Elmahdi, non si contentando di ci, commise a uno capo de' suoi
discepoli,  detto per nome Habdul Mumen,  che seguitasse  il  re  con  la  met
dell'esercito,  ed  egli rimase con l'altra met all'assedio di Marocco.  Il re
non pot n trovare iscampo n difendersi per insino a tanto che egli  pervenne
in Oran,  nella qual citt con le sue reliquie pens di ripararsi il meglio che
poteva.  Ma Habdul Mumen accampandovisi di subito,  il popolo fece intendere al
re  che egli non volea per lui ricever danno.  Per il che il misero re,  avendo
perduta ogni speranza,  salito di notte a cavallo e presa la  moglie  che  seco
aveva in groppa, usc da una porta della citt, e sconosciuto drizz il cavallo
a  una  rupe altissima che riguardava in mare,  e dato di sproni ne' fianchi al
cavallo vi si gitt gi per modo che,  andando di dirupo in dirupo,  tutti  tre
morti  e  in  pi  parte  guasti  furono  trovati sopra uno scoglio e sepelliti
miseramente.
Habdul Mumen vittorioso si ritorn a Marocco,  e volle la sua buona ventura che
trov ch'era morto Elmahdi,  onde egli in suo luogo fu eletto re e pontefice da
quaranta discepoli e da dieci secretari del detto: usanza  nuova  in  la  legge
maumettana.  Costui adunque mantenne l'assedio della citt gagliardamente, e in
capo d'un anno v'entr per forza e, preso Isac, picciolo figliuolo che solo era
rimaso di Abraham,  lui crudelmente con le sue proprie mani  isven,  e  avendo
uccisa  la  maggior  quantit  dei soldati che v'erano,  tolse di vita una gran
parte de' cittadini.  Regn la famiglia di  costui  per  successione  dall'anno
cinquecentosedici  di legira fino all'anno seicentosessantotto,  e fu priva del
dominio  per  li  re  della  famiglia  di  Marin.  Vedete  come  sono  varii  i
rivolgimenti  della  fortuna.  Dur  il  regno in questa famiglia di Marin fino
all'anno settecentoottantacinque; dipoi ella ancora venne al meno, e Marocco fu
dominata da certi signori ch'erano nel monte vecchio vicino alla citt.  Ma  in
questi  mutamenti di signorie da niuno ricev tanto danno quanto dalla famiglia
di Marin,  la qual fece il suo seggio in Fessa e quivi teneva la corte real,  e
in  Marocco teneva un suo luogotenente,  di maniera che Fessa fu capo del regno
di Mauritania e di tutta la  parte  occidentale.  E  di  ci  pi  diffusamente
trattamo nell'abbreviamento da noi fatto nelle croniche maumettane.
Ora,  perch  siamo alquanto vagati,   tempo di tornare alla descrizione della
citt.  In lei  una rocca grande quanto una citt,  le mura della  quale  sono
grossissime e forti,  e hanno bellissime porte fatte di pietra tiburtina, i cui
usci sono tutti serrati. Nel mezzo della rocca  un bellissimo tempio, sopra il
quale  una torre similmente bellissima,  e nella cima uno spiedo di ferro  nel
qual  sono infilzati tre pomi d'oro che pesano 130 mila ducati africani,  e pi
grande  quello di sotto e pi  picciolo  quello  di  sopra.  Il  perch  molti
signori  l'hanno  voluto  levare  di l per valersi dei danari ne' bisogni,  ma
sempre  loro avvenuto qualche strano accidente per il quale furono costretti a
lasciarvegli,  in tanto che tennelo a malo augurio il levarli di  quella  cima.
Dice  il  volgo  che  queste  poma  furono  ivi messe sotto a tale influsso de'
pianeti che elle non possono esser mai da quel luogo rimosse;  aggiunge  ancora
che  colui  che  ve  le  pose  fece certo incanto di arte magica,  per il quale
costrinse alcuni spiriti a starsi  perpetuamente  in  guardia  loro.  Al  tempo
nostro  il  re di Marocco per difendersi dai cristiani portogallesi,  voleva al
tutto, schernendosi della credula superstizione del popolazzo,  trarle di donde
sono;  ma il popolo non gliel consent, dicendo quelle esser la maggior nobilt
di Marocco.  Noi leggiamo nell'istorie che la moglie  di  Mansor,  poi  che  il
marito  fece  edificar quel tempio,  per lasciare ancora ella tra gli ornamenti
del tempio qualche memoria di se stessa vend  i  propi  ornamenti,  cio  ori,
argenti, gioie e tai cose donateli dal re quando l'and a marito, e fattone far
le tre palle d'oro, di queste rese, come dicemmo, bella e apparente la cima.
  eziandio  nella  detta  rocca un nobilissimo collegio,  o vogliamo dir luogo
assegnato allo studio e ricetto di diversi scolari, il quale ha trenta camere e
nel piano una sala dove si leggeva ne' tempi antichi,  e ogni scolare ch'era di
questo  collegio aveva le spese e il vestire una volta l'anno.  E i dottori per
loro salario avevano chi cento ducati e chi dugento,  secondo la qualit  delle
lezioni  che essi erano obligati a leggere;  n poteva essere ammesso nel detto
collegio chi non era molto bene ammaestrato ne' principii  delle  scienzie.  Il
luogo  ornato di belli mosaichi,  e dove non ha mosaichi sono i muri di dentro
vestiti di certe  pietre  di  terra  cotta  invetriate,  tagliate  in  fogliami
sottili, e altri lavori in cambio di mosaico, e massime la sala dove si legge e
li portichi coperti.  E tutto lo scoperto  saleggiato di pietre invetriate che
si chiamano ezzuleia, come si usa ancora nella Spagna. In mezzo dell'edificio 
una fontana bellissima,  lavorata e  fatta  di  bianchissimi  marmi,  ma  bassa
all'usanza di Africa.  Soleva esserci gi,  s come io odo dire, gran numero di
scolari,  ma oggid non sono pi che cinque,  ed evvi un lettore ignorantissimo
legista, il quale poco intende d'umanit e meno di altra scienzia.
Io,  quando fui in Marocco,  ebbi domestichezza con un giudice,  persona invero
ricca e buon conoscitor dell'istorie africane,  ma poco perito nelle  leggi:  e
ottenne  quello  ufficio  per  la  pratica ch'egli fece in quaranta anni che fu
notaio e favorito del re.  Gli altri che amministrano  gli  uffici  publici  mi
parvero  uomini di grosso ingegno,  per l'esperienzia ch'io ebbi quando fui con
questo signore in campagna,  dove lo trovai la prima volta  che  arrivai  nella
region di Marocco.
Sono ancora nella detta rocca undici o dodici palazzi molto ben fatti e ornati,
i  quali  furono fatti edificar dal Mansore.  Nel primo che s'incontra stava la
guardia di certi balestrieri cristiani,  i quali solevano esser cinquecento,  e
questi  erano soliti di camminare sempre dinanzi al signore quando si moveva da
un luogo all'altro.  Nel  palazzo  accanto  a  questo  alloggiavano  altretanti
arcieri,  e  un poco avanti al palazzo  l'albergo dei cancellieri e secretari,
il quale nella lingua loro  chiamato la casa dei negozii.  Il terzo  detto il
palazzo  della  vittoria,  e  in questo si tenevano l'armi e le monizioni della
citt.  Ci  un altro un poco pi oltre  al  detto,  nel  quale  alloggiava  il
maestro di stalla del signore, e vicino a lui sono tre stalle fatte a volte, in
ciascuna  delle  quali  possono  capire agiatamente dugento cavalli.  Sonvi due
altre stalle, una per li muli, e vi capeno cento muli, e l'altra per le cavalle
e mule che cavalcava il re.  Appresso alle dette stalle erano due granai  fatti
pure a volte e in due solai.  Nel solaio di gi tenevano lo strame, e in quello
di sopra l'orzo per li cavalli.  Nell'altro riponevano il formento,  ed   tale
che  cape  in  uno  solaio pi di trentamila ruggi e altretanti nell'alto: dove
sono fatti certi buchi a posta sopra il tetto,  ed  evvi  una  scala  piana  di
pietra,  e  le bestie vanno cariche fino sopra il tetto,  e ivi si misura e poi
buttasi dentro per li detti buchi;  e quando lo voglion cavar fuori hanno certi
altri  buchi di sotto,  che aprono,  e cos cavano e mettono senza fatica.  Pi
oltre ancora c' un bel palazzo,  il quale era la scuola dei figliuoli del re e
degli  altri  della  sua  famiglia.  In questo  una bellissima camera fatta in
quadro,  con certi corridori intorno e con  bellissime  finestre  di  vetro  di
diversi  colori;  e sono al d'intorno di lei alcuni armai di tavole con intagli
dorati,  e dipinti in molte parti con finissimo azurro  e  oro.  C'  un  altro
palazzo  nel  quale  dimorava  similmente la guardia di certi armati,  un altro
molto grande dove il signore dava generale udienza,  e un altro dove teneva gli
ambasciatori  quando  gli  parlavan  gli secretarii.  Ve n' un altro fatto per
albergo delle mogli del re,  damigelle e ischiave;  un  altro  appresso  questo
diviso  in molte parti,  per li figliuoli del detto,  cio per quelli che erano
alquanto grandetti.
Pi discosto verso il  muro  della  rocca  che  risponde  alla  campagna    un
bellissimo e grandissimo giardino, nel quale ha ogni sorte d'alberi e di fiori.
Ed evvi una loggia tutta di marmo, quadra e profonda sette palme, nel cui mezzo
  una  colonna che sostiene un leone pur di marmo fatto assai maestrevolmente,
dalla bocca del quale esce chiara e abondevole acqua  che  si  riverscia  nella
loggia. E per ogni quadro della detta loggia  un leopardo di marmo bianco, con
certe  macchie  verdi  e  tonde fatte dalla natura;  n si truova tale marmo in
altro  luogo  fuori  che  in  un  monte  di  Atlante,   discosto   da   Marocco
centocinquanta miglia.  Appresso del giardino v' certo serraglio, nel quale si
rinchiudevano molte salvatiche fiere, come giraffe,  elefanti,  leoni,  cervi e
caprioli.  vero che i leoni avevano separata stanza dagli altri animali, e fin
ora quel luogo  detto la stanza dei leoni.
Quelle poche adunque di vestigia che sono rimase in questa citt vi possono far
fede della pompa e grandezza che era ne' tempi del Mansor.  Oggid non si abita
altro che 'l palazzo della famiglia e quello dei  balestrieri,  dove  albergano
ora  i portinai e i mulattieri del presente signore.  Tutto quello che rimane 
albergo di colombi, cornacchie, civette,  guffi e simili uccelli.  Il giardino,
da prima s bello,  oggi ricetto delle immondizie della citt; il palazzo dove
era  la libraria,  in una parte  albergo di galline e in altra di colombi: gli
armai ne' quai si solevano tenere i libri sono i nidi loro.
Fu certo questo Mansor un gran principe,  percioch signoreggiava da Messa  per
insino  a  Tripoli  di Barberia,  che  la parte pi nobile d'Africa;  e non si
potea fornir questo viaggio in meno di novanta giorni,  e per la  larghezza  in
quindici.  Signoreggiava  eziandio  nella  Europa  tutta quella parte d'Ispagna
detta Granata,  e che  da Tariffa fino nella provincia di Aragon,  e una buona
parte di Castiglia e ancora di Portogallo. N solamente ebbe s gran dominio el
Mansor,  ma  il  suo avolo Abdul Mumen e 'l suo padre Giuseppe,  e lui Iacob el
Mansor e suo figliuolo Maumetto Enasir,  che fu rotto  e  vinto  nel  regno  di
Valenza,  e furon morti de' suoi,  fra gente da cavallo e da pi,  sessantamila
uomini. Egli salv la sua persona e tornossi a Marocco. Laonde i cristiani, per
la vittoria preso animo,  seguitarono l'impresa e nello spazio di  trenta  anni
recuperorno Valenza,  Denia,  Alicante,  Murzia,  la nuova Cartagine,  Cordova,
Siviglia,  Iaen e Ubeda.  Per questa memorabil rotta e occisione  incominci  a
declinar  la  famiglia dei detti re,  e morto Maumetto,  lasci dieci figliuoli
uomini fatti, i quai tutti volevano usurparsi il dominio. Il che fu cagione che
si uccidessero tra loro,  e che appresso il popolo di Marin entrasse nel  regno
di  Fez e in que' contorni;  si sollev eziandio il popolo di Habduluad e regn
in Telensin, e lev il rettore di Tunis e faceva re chi gli pareva.
Cotal fine ebbero i successori di Mansor.  Venne dipoi  il  regno  in  mano  di
Giacob,  figliuolo di Habdulach,  primo re della famiglia di Marin. Ultimamente
la citt di Marocco  rimasa in poca riputazione,  e quasi  sempre  travagliata
dagli  Arabi,  qualunque  volta  il popolo si ritrae di consentire ad ogni loro
picciolo desiderio e volont.
Quanto   sopradetto  di  Marocco,  parte  ho  veduto  io  e  parte  ho  cavato
dall'istoria  di  Ibnu  Abdul Malich,  cronichista di Marocco,  divisa in sette
parti, e anco dalle mie abbreviazioni delle croniche maumettane.


Agmet citt.

Agmet  certa citt vicina a Marocco circa  a  ventiquattro  miglia,  edificata
dagli  antichi  Africani su la costa d'un monte,  pur di quegli di Atlante.  Fa
presso a seimila fuochi.  Questa al  tempo  di  Muachidin  fu  molto  civile  e
chiamavasi  la  seconda  Marocco.    circondata da molti bellissimi giardini e
vigne, quai posti nel monte e quai nel piano. Passa sotto lei un bel fiume,  il
qual  viene  da'  monti di Atlante ed entra poscia nel fiume di Tenseft.  Fra i
detti fiumi  una campagna,  mirabilissima circa alla bont del terreno: dicono
che  'l detto terreno rende alle volte nel seminare cinquanta per uno.  L'acqua
del detto fiume  sempre bianca,  la terra e fiume somiglia alla citt di Narni
e  alla  Negra  fiume in Umbria,  e affermano ch'egli va per fino a Marocco,  e
mettendo capo appresso alla detta citt ha il suo corso per certi canali  sotto
la  terra:  n  si  vede  canale  alcuno per insino a Marocco.  A molti signori
piacque di fare isperienza di conoscere da qual parte  se  ne  venga  la  detta
acqua,  e  fecero  andare  per quel canale alcuni uomini,  i quali tenevano per
veder lume una lanterna in mano. Questi, come furono alquanto corsi pel canale,
sentirono un gran vento il quale loro ammorz il lume, e soffiava con tal forza
che mai pi simile non pareva a quelli aver  sentito;  e  furono  pi  volte  a
pericolo di non poter tornare adietro, percioch oltre a ci il fiume era rotto
da certi sassi grandissimi, tra' quali l'acqua percotendo correva ora d'una ora
d'altra  parte.  E  trovarono alcune cave profondissime,  di maniera che furono
costretti a lasciar l'impresa,  nella quale  niuno  poscia  ebbe  ardimento  di
mettersi.  Dicono  gli  istorici  che  'l  signore che edific Marocco,  con la
dottrina di certi astrologi,  previdde ch'egli era per aver  di  molte  guerre,
onde fece che per arte magica tal novit si vedesse in quel canale,  a fine che
niuno suo inimico,  non sapendosi  il  nascimento  dell'acqua,  gliela  potesse
levare.
Sotto  Agmet,  appresso  il  fiume,   un passo che attraversa Atlante verso la
provincia di Guzzula.  Ma la detta citt  oggid  divenuta  albergo  di  lupi,
volpi e corvi,  e di somiglianti uccelli e animali.  Eccetto che nella rocca a'
miei giorni abitava un certo romito con cento suoi  discepoli,  i  quali  tutti
avevano  nobilissimi cavalli,  e incominciarono a volere farsi signori,  ma non
avevano a cui signoreggiare. Io alloggiai con questo romito forse dieci d,  un
fratello  del  qual  era  mio  strettissimo amico,  percioch eravamo noi stati
insieme condiscepoli nella citt di Fez e  udimmo  insieme  nella  teologia  la
epistola di Nensefi.


Hanimmei citt.

Hanimmei    una  terricciuola sopra la costa del monte Atlante verso il piano,
lontano da Marocco circa a quaranta miglia verso levante nel passo di Fez, cio
a quegli che vogliono fare il cammino per la costa del monte.  E  il  fiume  di
Agmet  passa discosto di Hanimmei circa a quindici miglia;  dal fiume fino alla
citt  una campagna bonissima da seminare,  s come    quella  di  Agmet.  Da
Marocco fino al fiume possiede il signor di Marocco,  e quello che  da Marocco
fino ad Hanimmei  sotto il dominio del signore d'Hanimmei, il quale  valoroso
giovane e fa spesso guerra al signor  di  Marocco  e  agli  Arabi.  Signoreggia
eziandio  molti  popoli  ne' monti di Atlante,   liberale e animoso,  n aveva
sedici anni forniti quando egli ammazz un  suo  zio  e  fecesi  signore;  onde
subito  gli  convenne  mostrar  segno  del  suo valore,  percioch molti Arabi,
insieme con trecento cavalli leggieri de' cristiani  portogallesi,  fecero  una
improvisa  correria  per  insino  alle  porte della citt.  Ed egli,  con cento
cavalli e pochi Arabi,  si difese con tanta prodezza che  fu  uccisa  una  gran
quantit  dei detti Arabi,  e de' cristiani niuno ritorn pi in Portogallo,  e
ci  avenne  perch  eglino  non  erano  pratichi  in  questo   paese,   l'anno
novecentoventi.  Venne dipoi il re di Fez e dimand a costui certo tributo,  il
quale egli  ricusando,  il  re  vi  mand  uno  esercito  di  molti  cavalli  e
balestrieri;  il signore volle difendersi,  e uscito nella battaglia ebbe d'una
pallotta di schioppo nel petto e tosto cadde morto.  Per il che la citt rimase
tributaria,  e  la  medesima  moglie del signore condusse molti nobili prigioni
incatenati al capitano del re, il quale, lasciatovi un governatore,  si dipart
nell'anno 921.


Nififa monte.

Poscia che detto abbiamo della regione di Marocco, secondo che pare a noi assai
abbondevolmente,  ora ordinatamente seguendo diremo dei monti pi famosi. E per
incominciare da Nififa, questo  un monte del quale di verso ponente ha capo la
regione di Marocco,  e da questa separa Hea.    molto  abitato,  e  nella  sua
sommit,  bench  spesso  vi soglia nevicare,  nondimeno vi si semina orzo,  il
quale vi nasce in molta copia. Sono gli abitatori uomini salvatichi e non hanno
civilit alcuna;  e come veggiono un cittadino,  si maravigliano s di lui come
dell'abito,  nella guisa che di me fecero,  che in duoi giorni che quivi stetti
non si potevano render sazii di guardare e toccare la veste  ch'io  aveva,  che
era  una sopravesta bianca a uso di studente,  e in duoi giorni la divent come
una straccia di cucina tanti furno quelli che la volsono toccare.  E un  vi  fu
che mi sforz a far cambio d'un suo cavallo,  che poteva valer dieci scudi, per
una mia spada che non valeva in Fez uno e mezzo. E questo procede percioch non
vanno mercatanti in quella parte, ed essi non osano venir su le strade,  perch
quei  luoghi  sono  per  lo  pi  tenuti  da uomini malvagi e assassini.  Hanno
abbondanza capre, di mele e d'olio di argan, e d'indi s'incomincia a trovare il
detto argan.


Semede monte.

Questo monte incomincia da' confini  del  sopradetto,  e  sono  separati  l'uno
dall'altro dal fiume Sefsaua,  ed estendesi verso levante circa a venti miglia.
I suoi abitatori sono vili, rozzi e poveri.  Ivi si truovano molti fonti e neve
tutto  l'anno.  N  si tiene o vero si obbedisce a ragione alcuna,  se non alle
volte di qualche passaggiero che paia  loro  che  sia  persona  intendente.  Io
alloggiai  una  notte  sul  detto monte,  in casa d'un religioso tra loro molto
onorato,  e convennemi mangiar del cibo che essi mangiano,  cio farina d'orgio
temperata  con  acqua  bollente,  insieme con certa carne di becco che mostrava
alla durezza di avere pi di sette anni  d'et,  e  oltre  a  ci  mi  convenne
dormire  su  la nuda terra.  Onde levatomi la mattina per tempo e pensandomi di
partire,  s come quello che non sapeva l'usanza loro,  mi fu  fatto  d'intorno
cerchio  da  pi  di cinquanta persone,  le quali m'incominciarono a dir le lor
questioni,  non altrimenti che a giudice  e  terminator  dei  litigi.  Io  loro
risposi  che  non  sapeva  niente  de'  fatti loro.  Allora vennero innanzi tre
gentiluomini,  cio tre dei  pi  riputati  tra  loro,  de'  quali  uno  disse:
"Gentiluomo,  voi forse non sapete il costume nostro: nostro costume  che niun
forestiero si parta da noi per infino ch'egli non abbia molto bene ascoltate  e
decise  le  nostre  cause".  N  appena ebbe fornite queste parole che mi viddi
esser levato il cavallo.  Onde egli mi fu forza a soffrir nove amari  giorni  e
altretante amare notti,  s per il cibo e s per il dormire, percioch, oltre i
molti intrichi,  non era chi di  loro  sapesse  scrivere  una  sola  parola,  e
convennemi essere parimente e giudice e notaio.  In capo di otto giorni dissero
che essi mi farebbono la seguente mattina un presente onorato e nobile: per  il
che a me parve mille anni la notte,  pensando fra me stesso di ricevere qualche
buona quantit di ducati.  Come apparve la luce,  mi  fecero  sedere  sotto  il
portico d'un loro tempio e, fatta certa orazione, incominci ciascuno di loro a
venire a me col suo presente,  e baciorommi il capo.  E tale fu che mi port un
gallo,  tale una guscia di noce,  uno due o tre treccie di cipolle e  altro  di
aglio,  e il pi nobile mi fece dono d'un becco: le qual cose,  non si trovando
alcun che le comprasse per non esser danari in quel monte, le lasciai al padron
della casa per non volermele portar drieto. Questo adunque premio ebbi io della
fatica e disagio di que' giorni.  Egli  vero che cinquanta di queste  canaglie
mi accompagnarono buona pezza di via, la qual non era sicura.


Seusaua monte.

Questo monte  doppo il sopradetto,  dal quale nasce un fiume che da lui piglia
il nome.  Quivi tutto il tempo dell'anno si truova la neve.  Il popolo   molto
bestiale  e  guerreggia di continovo co' vicini,  e le loro armi sono i sassi i
quali traggono con le frombole. Vivono d'orgio, di mele e di carne di capra,  e
sono  tra  essi  mescolati  molti  giudei,  che in que' monti esercitano l'arte
fabbrile e fanno le zappe,  le falci e i  ferri  de'  cavalli.  Fanno  eziandio
l'ufficio de muratori,  bench poche faccende hanno alle mani, percioch i muri
si fanno di pietre e di creta e i colmi di  paglia.  N  calcina  n  altro  si
truova,  n  tegole  n  mattoni:  e  cotali sono le case dei monti che abbiamo
detto. Hanno gli abitatori molti legisti, che gli consigliano in certe cose,  e
io  molti  di  loro ho conosciuti che studiarono in Fez,  e mi accarrezzarono e
feciono di molte promesse di accompagnarmi.


Secsiua monte.

Secsiua  un monte ripieno d'ogni salvatichezza,  altissimo e molto freddo;  vi
sono  di  moltissimi  boschi,  n mai di quindi si leva la neve.  Gli abitatori
sogliono portare in capo certi cappelli bianchi.  E vi sono  fontane  in  molta
copia.  Quivi nasce il fiume di Assifinual. E nel detto monte si truovano molte
grotte larghe e profondissime,  nelle quali sogliono essi  tre  mesi  dell'anno
tenere i loro bestiami, cio il novembre, il decembre e il gennaio; il cibo de'
quali    fieno e certe frasche di alberi molto grandi.  Le vettovaglie vengono
da' vicini monti,  percioch  in  questo  niuna  cosa  nasce;  abbondano  nella
primavera e nella state di latte,  di cacio fresco e di butiro.  Sono uomini di
assai lunga vita, percioch sogliono viver ottanta, novanta e cento anni,  e la
loro  vecchiezza  forte e vota naturalmente degli incommodi che apportano seco
quegli anni,  e vanno dietro le bestie per insino alla morte.  Non veggono  mai
forestiero.  Non portano scarpe, eccetto certo riparo sotto il pi per li sassi
e certi stracci rivolti e aggroppati intorno la gamba  con  alcune  cordicelle,
per difendernele dalla neve.


Tenmelle monte e citt.

Tenmelle    un  monte  altissimo  e molto freddo,  e molto abitato in ogni sua
parte. Ha egli sopra la cima una citt, appellata dal nome del monte,  la quale
 eziandio molto abitata ed  addorna d'un bellissimo tempio.  Per lei passa un
fiume.  E sonvi sepelliti dentro Elmahdi predicatore e il suo discepolo  Habdul
Mumen.  Gli  abitatori  sono  gente  maligna  e  pessima,  e  reputonsi d'esser
dottissimi percioch tutti hanno studiato nella teologia e dottrina  del  detto
predicatore,  il  quale  fu  tenuto eretico;  e tantosto che essi veggono alcun
forestiero, vogliono disputar con esso lui. Vanno mal vestiti,  perch in detto
monte non vi pratica alcuno forestiero, e vivono bestialmente circa al governo.
Tengono  pure  un  sacerdote,  il  quale    capo del consiglio.  Si nudriscono
communemente d'orgio e d'olio d'oliva,  e hanno grandissima copia di noci e  di
pigne.


Gedmeua monte.

Gedmeua  un monte che incomincia dal monte Semmeda,  dalla parte di ponente, e
si estende verso levante circa a venticinque miglia,  in  tanto  che  giunge  a
Imizmizi.  I suoi abitatori sono uomini di villa, poveri e soggetti agli Arabi,
percioch le loro abitazioni sono vicine al piano che risponde  verso  mezzod,
dove  il monte di Tenmelle. Nelle coste del monte sono molte olive e campi per
seminare  orgio;  sonvi  eziandio  di  grandissimi boschi,  e molti fonti nella
sommit del monte.


Hanteta monte.

Questo  un altissimo monte, di maniera che io mai con gli occhi miei non viddi
il pi alto. Incomincia dal lato di ponente da' confini di Gedmeua e si estende
verso levante circa a 45 miglia, per insino al monte Adimmei.  Gli abitatori di
esso sono uomini valenti e ricchi,  e possessori di molti cavalli.  Quivi  una
rocca,  la quale  tenuta da certo signore parente del signor  di  Marocco;  ma
egli  fa  sempre  guerra al detto signore per cagione di certo casale e terreno
che  fra' loro confini.  Sono nel monte molti giudei artigiani,  i quai pagano
tributo  a questo signore;  tutti tengono nella fede la oppenion delli carain e
sono,  come s' detto,  valenti con l'armi in mano.  La cima del detto monte  
sempre coperta di neve,  e io,  la prima volta che 'l viddi, istimai che quella
fosse una nebbia per la terribile altezza del detto monte.  Le sue  coste  sono
sempre  ignude  d'alberi  e  di  erbe.  Sonvi eziandio molti luoghi di donde si
possono cavar marmi bianchissimi e netti: ma da queste genti vengono sprezzati,
n esse gli sanno cavare n polire.  Trovansi in  pi  parti  molte  colonne  e
capitelli  forniti  e  vasi  grandissimi  e bellissimi per far fontane,  i quai
furono fatti fare ne' tempi di quei potentissimi signori che di sopra  dicemmo:
ma  le  guerre  interroppero  i loro disegni.  Veddivi io similmente molte cose
maravigliose,  ma la memoria non me le  pu  rappresentar  tutte,  massimamente
essendo ella occupata in cose pi necessarie e di maggiore utilit.


Adimmei monte.

Adimmei    un  monte  grande e alto: ha principio dal confino del monte Anteta
dalla parte di ponente, e va verso levante per insino al fiume di Teseut. Quivi
 quella citt di cui abbiamo di sopra detto esser stato  il  signore,  che  fu
morto  nella  guerra  del re di Fez.  Il monte  abitato da molti popoli,  e si
truovano in lui molti boschi di noci, di olive e di poma cotogne.  Sonvi uomini
assai  valenti,  i quali hanno gran quantit d'animali d'ogni sorte,  percioch
quivi  l'aere temperato e il terreno  buono.  Nascono da questo molti fonti e
duo  fiumi,  de'  quali diremo nel libro in cui particolarmente avemo serbato a
parlarne.
Dapoi che abbiamo fornito del regno di Marocco,  ch' da Atlante  terminato  di
verso mezzogiorno, diremo al presente della region di Guzzula, ch' traverso il
monte e scontro lo regno di Marocco, ma Atlante separa infra dette due regioni.


Regione di Guzzula.

La regione di Guzzula  paese molto abitato, e confina con Ilala, monte di Sus,
dalla parte di ponente,  e da quella di tramontana col monte Atlante, quasi ne'
piedi del monte,  e dal lato di levante confina con  la  regione  di  Hea.  Gli
abitatori  sono  uomini bestiali e poveri di danari,  ma hanno molti bestiami e
molta copia di orgio.  In questa sono molte vene di rame e di ferro,  e  vi  si
fanno  molti  vasi  del  detto  rame,  e li portano in diversi paesi faccendone
contracambio con panni,  specie e cavalli,  e con tutte le cose che  sono  loro
necessarie.  E  non  c'  in  tutta lei n citt n castello,  ma vi sono buoni
villaggi e grandi,  i quali communemente fanno mille fuochi,  e quai pi e quai
meno.  Non  hanno signore,  ma si reggono fra loro stessi,  talmente che spesse
volte sono in divisione e in guerra;  e le lor triegue non durano pi  che  tre
giorni nella settimana,  e pu praticare lo inimico con l'altro, e vanno da una
terra all'altra: ma  fuora  di  detti  giorni  si  ammazzano  come  bestie.  Fu
ordinatore  di  questa triegua,  nel tempo ch'io passai per questa regione,  un
certo romito il quale  tra loro riputato santo.  Il poverino non  aveva  altro
ch'un  occhio  solo col quale vedesse lume.  Io veramente lo trovai tutto puro,
tutto benigno e tutto pieno di carit.
Vestono queste genti di certi camicioni fatti di lana, corti e senza maniche, i
quali tengono di sopra assai strettamente.  Usano di portar certi pugnali torti
e larghi,  ma sottilissimi verso la punta,  e tagliano d'amendue le parti, e le
spade portano come quelli di Hea.  Fanno ne' loro paesi una fiera che dura  due
mesi,  ne' quali danno mangiare a tutti i forestieri che vi si truovano, quando
ben fossero diecimila.  Come s'avicina il giorno della detta fiera,  fanno  tra
loro  tregua,  e  ciascuna  parte  si  elegge un capitano con cento fanti,  per
guardia e securt della fiera.  Questi vanno discorrendo,  e puniscono  chi  fa
male  secondo  la  grandezza  del  peccato;  ma  i  ladri subito gli ammazzano,
passandogli da un canto all'altro con certe  loro  partigiane,  e  lasciano  il
corpo  ai  cani.  Fassi  questa  fiera  in  una  pianura  fra certi monti,  e i
mercatanti tengono le robbe loro ne' padiglioni e in certe capannette fatte  di
frasche.  E  dividono  l'una  sorte  di  mercatanti dall'altra,  di maniera che
altrove stanno i venditori de panni e altrove quegli che vendono le mercerie, e
cos gli altri di mano in mano;  e li mercatanti di  bestie  stanno  fuori  de'
padiglioni.  Ogni  padiglione  ha  dapresso  una casetta pure di frasche,  dove
alloggiano i gentiluomini e dove si d mangiare a' forestieri.  E  hanno  certi
soprastanti i quali hanno cura di proveder d'intorno alle spese che si fanno a'
forestieri;  ma  ancora  che  spendono assai,  nondimeno nella vendita di dette
robbe guadagnano due tanti,  percioch vengono a cotal fiera  uomini  di  tutta
quella  regione  ed eziandio del paese dei negri,  che fanno gran faccende.  In
fine questi di Guzzula sono uomini di grosso ingegno,  ma mirabili in  vero  in
governar con quiete e pace la detta fiera, la qual si comincia nel giorno della
nativit di Macometto,  ch' alli 12 di rabih,  mese 3 dell'anno haraba secondo
il lor conto.  Io fui in questa fiera con  il  serif  principe  15  giorni  per
piacere, l'anno 920


Regione di Duccala.

Duccala  provincia  dalla  parte  di  ponente  incomincia  da Tensift,  e verso
tramontana termina nel mare Oceano,  e dal lato di  mezzogiorno  nel  fiume  di
Habid,  e  nel fiume di Ummirabih da quello di ponente.  Questa regione  lunga
quasi tre giornate e larga circa a due,  ed  molto popolosa: ma  il  popolo  
maligno  e ignorante,  e poche citt murate vi si truovano.  Noi diremo ci che
v' degno di notizia di luoco in luoco.


Azafi citt.

Azafi  una citt su la riva del mare Oceano, edificata dagli antichi Africani.
Fa circa a quattromila fuochi ed  molto abitata, ma ha poca civilt. Vi fu gi
gran copia di artigiani, e furonvi da cento case di giudei. Il terreno  ottimo
e fruttifero,  ma gli abitatori sono  di  poco  ingegno,  percioch  nol  sanno
coltivare n porvi vigne; usano bene di far qualche picciolo orticello.
E  allora  che le forze dei re di Marocco cominciarono a indebolirsi,  resse la
detta citt certa famiglia detta la famiglia di Farhon,  e  nel  tempo  mio  vi
reggeva  un  valente signore il quale era detto per nome Hebdurrahman,  e aveva
per regnare ammazzato un suo zio: dipoi pacific la citt e rimase lungo  tempo
nella signoria.  Aveva costui una bellissima figliuola,  la quale, innamoratasi
d'un certo uomo popolare,  ma capo di  molte  genti,  detto  Hali  figliuol  de
Goesimen,  per opera d'una schiava e della madre di lei giacque pi volte seco.
Del che egli,  avutone aviso dalla schiava,  riprese la moglie e minacciolla di
morte,  ma  dipoi  dimostr di non farne conto.  Ella nondimeno,  conoscendo la
malvagit del signore, fece intendere a colui che se ne guardasse. Hali adunque
(che cos era il suo nome),  dubitando da vero della sua vita,  si  risolse  di
ammazzar  lui  e,  scoverto  questo  suo  segreto ad uno giovane animoso e capo
ancora egli di molta fanteria, di cui molto fidar si poteva, ambi d'un medesimo
animo niente altro che tempo a ci atto aspettavano. Il re da l'altra parte, il
giorno d'una festa solenne,  avendo fatto dire ad Hali ch'ei voleva,  doppo  il
compimento  dell'orazione,  cavalcare  alquanto  con  esso  lui  per cagione di
sollazzo,  e perci l'attendesse a certo luogo,  dove egli aveva fatto pensiero
di ucciderlo,  se n'and al tempio.  Hali, che del tutto s'accorgeva, chiam il
compagno e disse che era venuto il tempo che la  congiura  avesse  effetto.  Il
perch,  con  dieci  altri lor famigliari,  essendo armati molto bene,  e prima
fatto apprestare un bregantino mostrando di volerlo mandar in Azamur per poter,
quando bisogno fosse,  fuggire,  andorono al detto tempio a punto a ora che  di
poco  il  signor  v'era entrato e tuttavia orava,  essendo il tempio ripieno di
molto popolo.  Gli animosi  e  ben  disposti  giovani  con  la  loro  compagnia
entrarono dentro e,  appressatisi al re ch'era vicino al sacerdote,  non furono
impediti dalla guardia che, sapendo quanto essi fossero grandi appresso lui, di
niente sospettava: di maniera che l'uno pass avanti del signore, l'altro,  che
fu  Hali,  rimaso  dietro  col pugnale lo fer nella schiena,  e in un medesimo
tempo quel dinanzi gli cacci la spada nel corpo e finillo. Il rumor fu grande,
e la guardia primieramente assalt i duoi, ma sopravenendo i dieci con le spade
ignude, pensando questo esser stato trattato del popolo, si diede a fuggire. Il
simile fecer gli altri,  per modo che altri  non  rimasero  nel  tempio  che  i
congiurati.  Eglino,  ci  vedendo,  uscirono  alla piazza e con molta copia di
parole persuasero al popolo che essi giustamente avevano amazzato  il  signore,
percioch  egli  aveva  ordinato  di  amazzar  loro.  Il popolo leggiermente si
acchet e fu contento che questi duoi  avessero  la  signoria,  ma  poco  tempo
d'accordo  regnarono,  percioch l'uno inchinava l'animo ad uno e l'altro ad un
altro lato.
In tanto avenne che certi mercatanti portogallesi,  de' quali sempre era  nella
citt  gran  copia,  consigliarono  il  suo  re  a  fare  un'armata,  percioch
agevolmente potrebbe prendere questa citt. Ma egli perci non si volle muovere
alla impresa,  insino a  tanto  che,  doppo  la  morte  del  signore,  i  detti
mercatanti lo avisarono che nella citt erano molte parti, e che essi per forza
di  doni  avevano  fatto una stretta domestichezza con uno de' capi delle dette
parti e un trattato tale che senza niuna difficult e con poca spesa verrebbe a
impadronirsi della citt. Il che fu che questi mercatanti indussero quel capo a
consentir ch'ei facessero una casa forte verso il mare,  per potervi  tener  la
loro  robba  sicura:  adducevano  le ragioni che nella morte del signore furono
quasi  saccheggiati  e  privi  d'una  buona  parte.  Fecero  adunque  una  casa
fortissima,  faccendo  portar secretamente schioppi e archibugi dentro le botte
di oglio e negli involgi delle loro mercanzie,  e pur che pagassero la  gabella
non si cercava altrimenti da quei della citt.  Come furono a bastanza forti di
armi e da nuocere e da difendere,  cos incominciarono  a  trovar  con  i  Mori
diverse  cagioni  di discordie e di litigi,  di maniera che un paggio d'uno de'
mercatanti,  comperando carne,  indusse a tanta colera chi gliela  vendeva  che
egli,  impaziente,  gli diede una guanciata.  Il garzone,  preso in mano un suo
pugnale,  glielo cacci nel petto,  onde il pover'uomo subito cadde  morto,  ed
egli se ne fugg alla casa dei mercatanti.  Per la morte di costui il popolo si
lev in arme e corse  verso  alla  detta  casa,  pensando  di  saccheggiarla  e
tagliare  a  pezzi quanti vi erano;  ma avicinandosi a lei,  essi,  che stavano
provisti, scaricarono i loro schioppi,  archibugi e balestre.  Se i Mori allora
si  smarrirono  non  da dimandare: furono in quello isprovisto assalto di loro
morti presso a centocinquanta uomini;  ma non perci restarono per molti d  di
combatter la detta casa, quando sopragiunse un'armata di Lisbona che avea fatta
preparare il re,  con monizion di ogni sorte di arme e di molti pezzi di grossa
artigliaria,  e con grandissima vettovaglia,  e cinquemila fanti e 200 cavalli.
Per  il che i Mori,  sgomentati tutti,  abbandonando la citt si fuggirono alle
montagne di Benimegher,  n altro vi rimase che la famiglia e gli aderenti  del
capo  che  consent  alla  fabbrica  della  casa.   Ebbe  adunque  il  capitano
dell'armata la citt e,  fattosi venire innanzi il detto capo,  nominato Iehia,
lo  mand  al  re  di  Portogallo,  qual  gli  dette buona provisione con venti
servitori,  dipoi lo rimand in Africa per governo della campagna  della  detta
citt,  perch  il capitano del re non sapeva l'uso di quell'ignorante popolo e
come ei si dovesse maneggiare: la qual citt rimase quasi disabitata,  e  tutto
quel paese si rovin.
Son  stato alquanto lungo in questa istoria per dimostrarvi che una femina e le
parti furon cagione non solamente della rovina della  citt,  ma  di  tutto  il
popolo e di tutta la regione di Hea.  E quando fu presa detta citt potevo aver
anni dodici,  ma dapoi circa anni quattordici io fui  a  parlar  con  il  detto
governator  della campagna per nome del re di Fessa e del serif principe di Sus
e Hea, qual governator venne con il campo di cinquecento cavalli portogallesi e
pi di dodicimila cavalli d'Arabi contra il re di  Marocco,  e  riscosse  tutta
l'intrata  di quel paese per il re di Portogallo,  l'anno novecentoventi,  come
abbiam detto nelle abbreviazion delle croniche.


Conte, citt di Duccala.

Conte  certa citt lungi da Azafi cerca a venti miglia,  edificata  dai  Gotti
nel  tempo  che regnarono quella riviera.  Ora  rovinata e i suoi terreni sono
sottoposti ad alcuni Arabi di Duccala.


Tit, citt di Duccala.

Tit  citt antica,  lontana da Azemur cerca a ventiquattro  miglia,  edificata
dagli  Africani  sopra  la marina dell'Oceano.  Ha d'intorno una gran campagna,
nella quale nasce il grano buono e in  molta  copia.  Il  popolo    di  grosso
intelletto,  n sa tener giardino n gentilezza alcuna.   vero che veste assai
onestamente,  per aver continova pratica e intertenimento con  Portogallesi.  E
quando  fu  preso  Azemur,  questa  citt si di d'accordo al capitano del re e
pagava certo tributo.  E nel mio tempo il re di  Fez  and  in  persona  a  dar
soccorso  al  popolo  di  Duccala;  ma  non  potendo far nulla,  fatto che ebbe
impiccare un cristiano che era tesoriere e un giudeo commessario,  fece passare
il  popolo  in  Fez  e  diedegli  ad  abitare una picciola terricciuola che per
adietro era disabitata, vicina a Fez dodici miglia.


Elmedina, citt in Duccala.

Elmedina  una citt in Duccala e quasi capo di  quella  regione,  la  quale  
tutta murata di certe mura che si usano in quel paese,  pi tosto vili e triste
che altrimenti.  Il popolo,  che nel vero si pu dire ignorante,  veste pure di
certi  panni  di lana che si fanno l,  e le loro donne portano molti ornamenti
d'argento e di corniole.  Gli uomini sono valorosi e  hanno  gran  quantit  di
cavalli.   E  questi  furono  trasferiti  dal  re  di  Fez,  per  sospetto  dei
Portogallesi,  nel suo stato,  percioch egli si avidde d'un vecchio,  capo  di
parte  della  terra,  qual  consigliava  il  popolo  a  dar  tributo  al  re di
Portogallo.  E  lo  viddi  menare  in  catena,  scalzo,  e  n'ebbi  grandissima
compassione,  perch  il povero vecchio fu isforzato per necessit a far quello
che fece,  considerando ch'era meglio a pagar il tributo che perder la robba  e
le  persone.  Per  la  liberazione  del quale se intromesseno molti appresso al
detto re di Fez,  talch lo feciono liberare per via di pagamento,  e dipoi  la
citt rimase disabitata, nell'anno 921.


Centopozzi, citt di Duccala.

Questa    certa  terricciuola  sopra un colle di sasso tevertino,  fuori della
quale sono molte fosse, dove gli abitanti solevano riponere il grano.  E dicono
quei  del  paese  che  nelle dette fosse  stato serbato detto grano cento anni
continovi,  senza  guastarsi  n  mutar  odore;  e  per  la  moltitudine  delle
sopradette fosse,  simili a pozzi,   detta la citt dei cento pozzi. Il popolo
di questa citt  di niun conto,  perci non  vi  si  trova  artigiano  alcuno,
eccetto certi giudei fabbri. E nel tempo che il re di Fez condusse il populo di
Elmadina ad abitar nella sua regione,  volle similmente condur quest'altro;  ma
esso,  non volendo far tal mutamento,  fugg in Azafi per non voler  lassar  la
patria.  Il re,  ci vedendo,  saccheggi la citt dei cento pozzi, nella quale
altro non trov che grano, mele e cose gravi e di poco valore.


Subeit, citt nella medesima.

Subeit  una picciola citt sopra il fiume di Ommirabih verso mezzogiorno, ed 
lontana da Elmadina circa a quaranta miglia.  questa citt soggetta agli Arabi
di Duccala. Di grano  molto fruttifera e di mele, ma per ignoranzia del popolo
non si truova orto n vigna alcuna. E poscia che Bulahuan fu rovinato, il detto
popolo fu ridotto dal re di Fez nel suo regno,  e diegli una picciola citt  di
Fez ch'era disabitata, e Subeit rimase diserta.


Temeracost.

Temeracost    certa  picciola  citt  in  Duccala posta pure sopra il fiume di
Ommirabih,  e fu edificata dal signore ch'edific Marocco.  Perci   detta  da
quel nome, ed  molto abitata: fa circa a quattrocento fuochi. E fu soggetta al
popol  di  Azemur,  ma  nell'anno che Azemur fu preso da' Portogallesi la detta
citt and in rovina. Il popolo si transfer a Elmadina.


Terga.

Terga  picciola citt sopra il fiume di Ommirabih,  lontana da Azemur circa  a
trenta miglia.  molto abitata e fa quasi trecento fuochi. Questa fu sottoposta
agli Arabi di Duccala,  ma dapoi che fu preso Azafi, Hali, capo di parte che fu
contra a' Portogallesi,  and in detta citt e abitovvi alcun tempo insieme con
molti valenti uomini. Ma poscia il re di Fez lo fece andar nel suo regno con la
sua famiglia, di maniera che la citt rimase albergo delle civette.


Bulahuan.

Bulahuan    una citt picciola,  edificata sul fiume di Ommirabih.  Fa cerca a
cinquecento fuochi,  e fu abitata da molti nobili e liberali uomini,  lungo  il
fiume  e nel mezzo della strada per cui si va da Fez a Marocco.  Fece il popolo
di questa una casa di molte  stanze,  con  una  grandissima  stalla,  e  quanti
passano  per  quel paese sono amorevolmente invitati a detta stanza a spese del
popolo,  percioch esso popolo  molto ricco di  grano  e  di  bestie.  E  ogni
cittadino ha cento paia di buoi,  o poco pi o poco meno, e sonvi di quegli che
raccolgono intorno a mille some di grano,  e alcuno tremila: gli Arabi ne  sono
compratori e si forniscono per tutto l'anno.
Nel  novecentodicennove  il  re di Fez mand un suo fratello a difesa e governo
della region di Duccala, il quale,  giunto che vi fu appresso,  ebbe nuova come
il  capitan di Azemur dovea venir per saccheggiar la detta citt e far prigioni
gli abitatori.  Laonde egli subito  fece  ispedire  due  capitani  con  duomila
cavalli,  e un altro con ottocento balestrieri,  in favore della citt. In quel
punto che queste genti arrivarono,  arriv ancora  la  gente  portogallese,  la
quale, avendo aiuto da duomila Arabi, di facile la super. I balestrieri del re
di Fez,  ch'erano ristretti nel mezzo del piano, furono tutti menati per fil di
spada,  eccetto dieci  o  dodici  che  insieme  col  rimanente  dello  esercito
fuggirono ai monti.  vero che i Mori si rifecero, e tornando adietro dieron la
caccia a' Portogallesi e vi amazzorono centocinquanta cavalli.  Il fratello del
re venne in Duccala e riscosse il tributo, e promettendo di favorirnela sempre,
fu tradito dagli Arabi e costretto a tornarsi in Fez.  Per il che,  vedendo  il
popolo che la venuta del detto fratello del re aveva riscosso il tributo,  e di
niuno aiuto gli era stata la sua venuta,  tutto impaurito lasci la citt e  si
ridusse  ai  monti  di  Tedle,  temendo  che  li  Portogallesi  non venissino e
mettessino pi grossa taglia e, non la pagando, fussino menati prigioni. Io fui
in questa rotta e viddi quando furono  amazzati  li  balestrieri,  ma  discosto
circa  un  miglio,  sopra  una  cavalla velocissima,  perch allora io andava a
Marocco partendomi dal campo del re di Fez,  per  far  intender  al  signor  di
Marocco e al serif principe,  per nome del re di Fessa, come il fratello del re
era per giunger in Duccala e che faria provisione contra i Portogallesi.


Azaamur citt.

Azaamur  una citt in Duccala,  edificata dagli Africani sul mare Oceano e  su
l'entrata  del  fiume  Ommirabih nel detto mare,  lontana da Elmadina 30 miglia
verso mezzogiorno,  molto grande e abitata,  e fa cerca a cinquemila fuochi.  
frequentata  di  continovo  da  mercatanti  portogallesi,  di  maniera  che gli
abitatori sono persone molto civili e vanno in belli abiti.  Il popolo  diviso
in due parti, nondimeno  stato sempre in pace. Questa citt  molto fertile di
grano,  cio la campagna; egli  vero che non vi sono giardini n orti, eccetto
alcuni alberi di fichi.
Il fiume gli rende l'anno,  di gabella di pesce lasca,  quando seimila e quando
settemila ducati, nel quale s'incomincia a pescar il mese di ottobre e dura per
tutto aprile,  il quale  in molta copia,  ed  pi il suo grasso che la carne.
Onde, quando lo vogliono friggere, vi mettono un poco d'olio, percioch,  tosto
che il pesce sente il calor del fuoco,  manda fuori cotanto grasso che pesa pi
d'una libbra e mezza;  e questo  come olio,  e lo abbrucciano  nelle  lucerne,
perch  in  quel  paese  non nasce olio.  I mercatanti portogallesi vengono una
volta l'anno a comperar gran quantit di detto pesce,  e questi sono quelli che
pagano la gabella,  in tanto che essi dipoi consigliarono il re di Portogallo a
prender la detta citt. Onde egli vi mand una armata di molti navili, ma,  per
essere il capitano poco pratico,  fu nello imbroccar del fiume l'armata rotta e
la pi parte s'affog.  Ma il re doppo anni due vi  mand  un'altra  armata  di
dugento legni, la quale come il popolo vidde, cos perd ogni suo ardimento, di
modo che,  ponendosi in fuga nell'entrar delle porte,  per la moltitudine furon
morti ottanta e pi uomini.  Un povero principe ch'era venuto a soccorso  della
detta citt,  non sapendo come altrimenti fuggirsi,  il meglio che pot si cal
per una fune gi da una parte delle mura.  Il popolo fuggiva chi di qua chi  di
l  per  la  citt,  altri  iscalzi  a  piede  e  altri  a cavallo,  ed era una
compassione a veder fanciulli,  vecchi,  donne e donzelle scalze e iscapigliate
correr per tutto e non saper dove ripararsi. Ma prima che si desse la battaglia
da'  cristiani,  i  giudei,  che avevano pochi d adietro patteggiato col re di
Portogallo di dargli la citt,  con patto che a loro non fosse fatto  ingiuria,
col  consentimento di ciascuno apersero loro le porte.  Cos i cristiani ebbero
la citt,  e il popolo and ad abitar parte a Sala e parte a Fez.  Ma prima  fu
molto ben castigato del suo orrendo vizio,  percioch quasi tutti erano immersi
nel peccato della sodomia,  in tanto che raro era quel fanciullo che  scappasse
dalle loro mani.


Meramer.

Meramer    una  citt edificata dalli Gotti fra terra,  lontana da Azafi circa
quattordici miglia, e fa presso a quattrocento fuochi. Il paese  molto fertile
di grano e di olio.  Fu soggetta questa citt al signor di Azafi,  ma doppo che
Azafi  fu  preso  da'  Portogallesi,  gli abitatori di lei fuggirono e la citt
rimase quasi uno anno disabitata.  Ma fecero dipoi con detti Portogallesi certo
patto e tornarono ad abitarla, e fin ora pagano tributo al re.
Ora si dir di alcuni monti.


Benimegher monte.

Questo    un  monte discosto da Azafi circa a dodici miglia,  abitato da molta
copia d'artigiani,  e tutti costoro avevano  case  in  Azafi.    fertilissimo,
massimamente  di grano e di olio.  Ne' tempi adietro fu questo monte sottoposto
al signore di Azafi, e quando Azafi fu preso,  il popolo non ebbe altro rifugio
ch'esso monte.  Dipoi fu tributario al re di Portogallo, ma nella venuta del re
di Fez in quel paese,  alcun del detto popolo entr in  Azafi  e  alcuni  altri
furon  menati  dal  re di Fez a Fez,  percioch essi non volevano viver sotto a
cristiani.


Monte Verde.

Verde  un alto monte: incomincia dal fiume di Ommirabih dalla parte di levante
e si estende verso ponente per insino a' colli di Hasara,  e separa  Duccala  e
una parte della region di Tedle,  ed  molto boscoso e aspro.  Evvi molta copia
di ghiande, e nasconvi quegli alberi i quali fanno quel frutto rosso ch' detto
africano, e anche delle pigne. Quivi abitano molti romiti,  i quali d'altro non
si pascono che de' frutti del monte,  percioch sono lontani da ogni abitazione
circa a vinticinque miglia.  Trovansi eziandio nel detto monte molti  fonti,  e
molti altari fatti al modo di maumettani;  truovansi similmente alcuni edificii
degli antichi Africani.  Sotto il monte  un bellissimo  lago,  grande  come  
quello  di  Bolsena in terra di Roma.  Havvi grandissima quantit di pesce,  s
come sono anguille, lasche,  lucci e altri pesci ch'io non ho veduto in Italia,
tutti in somma perfezione di bont; ma non  alcuno che peschi in questo lago.
Quando  Maumetto re di Fez and a Duccala,  fermossi con l'esercito otto giorni
appresso il detto lago,  e fece pescar ad alcuni i quali,  s  come  io  viddi,
cucirono il collo e le maniche a certe camicie e, legando certe bacchette dalla
parte  di  sopra,  gi le calarono nel lago,  e in questa guisa pigliarono gran
quantit di pesce. Pensate quel che fecero quelli che avevano le reti, e quanta
quantit ne presero: perch il pesce  era  come  stordito  e  imbriaco  per  la
cagione  ch'io  dir.  Fece  il  detto  re entrar nel lago forse un buon miglio
dentro li cavalli dell'esercito, che furon da 14 mila degli Arabi venuti in suo
favore d'alcuni suoi vasalli,  e gli Arabi menorono seco molti  camelli,  quali
furono  tre  volte  tanti  come li cavalli,  e li camelli delli carriaggi della
corte del re e di suo fratello,  che furon 5000,  e infiniti altri  ch'eran  su
detto  esercito,  e  per causa di tanti animali ch'introrono in detto lago,  lo
turborono di sorte che non si poteva aver acqua per bere,  e il pesce era  come
stordito e si lassava pigliare.
Tornando  al  lago,  dico che nelle sue sponde sono moltissimi alberi,  i quali
hanno le foglie che somigliano a quelle dei pignari,  e tra  i  rami  sempre  
grandissima quantit di nidi di tortore,  s come a que' d,  ch'era il mese di
maggio, di maniera che si davano sei tortorini per un vilissimo prezzo.
Il re,  poi che ripos quivi otto giorni,  volle andare al monte Verde  e  cos
v'andammo  molti con esso lui,  cio sacerdoti e cortigiani del detto.  Egli ad
ogni altare che trovava faceva fermar tutti e, postosi con li ginocchi a terra,
piangendo umilmente diceva: "Iddio mio,  tu sai che la mia  intenzione  d'esser
venuto  a questo salvatico paese altra non  che d'aiutare e liberare il popolo
di Duccala dalle mani degli empi e ribelli Arabi,  e insieme dai  nostri  fieri
nimici  cristiani.  Ma  se tu vedi il contrario,  rivolgi il flagello nella mia
persona, perch queste genti che mi seguono non meritano esser puniti". Ora noi
rimanemmo tutto quel d nel monte,  e la sera tornammo ai nostri alloggiamenti.
La  mattina  seguente  il  re  volle  che si facesse una caccia nel bosco,  nel
circuito del detto lago, la qual fu fatta con cani e con falconi,  de' quali il
re sempre teneva molta copia: la preda fu certe oche salvatiche, anitre e altra
sorte  d'uccelli  d'acqua e tortorelle.  Il d appresso fecesi un'altra caccia,
con cani levrieri, falconi e aquile, e furon presi lepri, cervi,  porchi spini,
caprioli,  lupi,  coturnici  e  di  starne una infinita quantit,  percioch in
questo monte non era stata fatta caccia alcuna per lo  spazio  di  cento  anni.
Doppo  queste  caccie  preso  il  re  alquanto  di riposo,  si part e and con
l'esercito verso Elmadina di Duccala, dando licenzia ai sacerdoti e dottori che
seco erano di tornare a Fez;  una brigata  di  alquanti  mand  a  Marocco  per
oratori, tra' quai vi fu' ancor io, l'anno 921 di legira.


Hascora regione.

Hascora    certa  regione la quale incomincia dai colli che sono ne confini di
Duccala di verso tramontana,  e termina  dal  lato  di  ponente  nel  fiume  di
Tensifit  sotto  il  monte  di  Adimmei.  Confina  dalla  parte  di  ponente in
Quadelhabid, fiume dei Servi,  che divide tra loro Hascora e Tedela,  e Duccala
con i suoi colli parte Hascora dall'Oceano. Questa gente  molto pi civile che
quella di Duccala, percioch in quel paese  grande abbondanza d'olio e di cuoi
marocchini,  de'  quali  gli  abitatori  sono  quasi tutti conciatori,  e hanno
grandissima copia di capre;  e tutte le pelli  dei  convicini  monti  quivi  si
conciano, percioch v' grandissima quantit di capre, onde si fanno bellissimi
panni di lana all'usanza loro e bellissime selle da cavalli.  E i mercatanti di
Fez fanno gran faccende in quel paese,  dando a baratto tele per detti  cuoi  e
selle.  La  moneta  loro  quella che si spende in Duccala.  Gli Arabi sogliono
comperare in Hascora olio e altre cose.
Ora vi narrer di citt in citt.


Elmadina, citt di Ascora.

Elmadina  un'altra citt nella  costa  di  Atlante  edificata  dal  popolo  di
Hascora, e fa circa a duemila fuochi.  lontana da Marocco verso levante presso
a  novanta  miglia,  e  da Elmadina di Duccala circa 60 miglia.  Questa citt 
molto abitata da artigiani conciatori di cuoi e sellai e altri artefici;  sonvi
molti giudei,  parte mercatanti e parte pure artigiani.  la detta citt fra un
bosco di olive,  di vigne e bellissimi pergolati e  noci  altissime.  Sono  gli
abitatori  uomini  seguitatori di parte,  tengono quasi continove nimicizie tra
loro dentro la citt e di fuori con una citt loro vicina a quattro  miglia,  e
nessuno  pu  sicuramente  andare  alla  campagna per veder le sue possessioni,
eccetto gli schiavi e le femine.  E se un  mercatante  forestiere  vuole  andar
d'una  citt all'altra,  gli fa di bisogno d'esser molto bene accompagnato;  il
perch a questo effetto suol tenere ciascuno un archibugiere o balestriere, con
salario al mese di dieci o  dodici  ducati  di  lor  moneta,  che  sono  sedici
italiani.  Sono  nella  citt  alcuni uomini dotti nella legge,  e di questi si
creano i giudici e i notai.  Le gabelle de' forestieri sono indrizzate a  certi
capi,  i  quali  le  riscuotono e spendono nella commune utilit,  pagando agli
Arabi per conto delle loro possessioni, che sono nel piano, non so che tributo:
ma guadagnano dagli Arabi dieci volte tanto.
Io nella tornata mia da Marocco fui in questa citt e alloggiai  in  casa  d'un
Granatino  molto  ricco,  ch'era  stato  quivi per balestrieri circa a diciotto
anni, il quale a me e a' miei compagni, che eravamo nove senza i ragazzi,  fece
molto amorevolmente le spese per insino alla partita, che fu il terzo giorno; e
come   che  il  popolo  volesse  ch'io  alloggiassi  nel  commune  albergo  de'
forestieri,  egli nondimeno,  per essere della mia patria,  non sostenne che si
riparassimo in altro albergo che in casa sua.  E in quei d che vi dimorammo il
commune ne facea presentar quando vitelli,  quando agnelli e quando galline.  E
io,  vedendo gran copia de capretti nella citt, dimandai al mio paesano perch
essi non mi appresentassero alcuni di questi  capretti.  Egli  mi  rispose  che
quello era tenuto il pi vile animale che fosse in quel paese,  e che pi tosto
si costumava d'appresentar qualche capra o becco.  Le femine  di  questa  citt
sono bellissime e bianche,  e volentieri, quando le possono, usano segretamente
con forestieri.


Alemdin, citt nella medesima.

Alemdin  una citt  vicina  alla  sopradetta  quattro  miglia  verso  ponente,
edificata  fra  una  valle  circuita  da  quattro alti monti,  ed  paese molto
freddo.   abitata da artigiani,  mercatanti e gentiluomini;  fa circa a  mille
fuochi.  Stanno queste genti di continovo in guerra con la citt dinanzi detta,
e nel tempo mio il re di Fez  acquist  le  dette  due  citt  per  mezzo  d'un
mercatante di Fez. Il che fu in questo modo.
V'era un mercatante (come s' detto) di Fez,  il quale essendo innamorato d'una
bella giovanetta,  quella gli fu promessa per moglie dal padre: ma venuto il d
delle  nozze,  la  giovene  gli  venne levata di mano da uno che era capo della
citt. Il perch egli turbato, ma fingendo altro, tolse licenzia dal detto capo
e, partito della citt,  torn in Fez e present al re alcune rare e belle cose
di quel paese; e gli domand per grazia ch'ei gli concedesse cento balestrieri,
trecento cavalli e quattrocento fanti,  i quali tutti intendeva di tenere a sue
spese,  promettendo fra pochi d di prender la detta citt e,  tenendola a nome
suo,  di  dargli  ogni  anno  settemila  ducati  delle  rendite di detto paese.
Contentossi il re e,  mostrando liberalit,  non volle che  egli  avesse  spesa
d'altra  gente  che  dei  balestrieri,  e  gli  dette  una  lettera nella quale
commetteva al governator di Tedlet a far tanti cavalli e tanti fanti  con  duoi
capitani  in  favore  del  mercatante.  Il quale,  essendo assai bene in punto,
s'accamp alla citt,  n vi tenne  l'assedio  sei  giorni  ch'il  popolo  fece
intendere  al  capo  che esso non voleva acquistar nimicizia col re di Fez,  n
meno ricever danno. Onde egli in abito di mendico usc fuori della citt, ma fu
conosciuto e condotto innanzi al  mercatante,  il  quale  lo  fece  mettere  in
catena;  in tanto il popolo aperse la citt e dettela al mercatante in nome del
re.  I parenti della fanciulla amata da lui si scusarono con  dire  ch'il  capo
avea  loro  fatto  forza,  e  ch'era  veramente sua moglie perch a lui fu data
prima. Ell'era gravida, onde attese il mercatante ch'ella partorisse,  dipoi la
torn  a  sposare  la  seconda volta;  e il capo,  s come fornicatore,  fu da'
giudici  condannato  alla  morte,  e  quello  stesso  giorno  fu  lapidato.  Il
mercatante rimase al governo di questa citt,  e fra le dette due citt compose
la pace,  attendendo al re quello che promesso gli aveva.  E io  fui  in  detta
terra,  dove  conobbi  il  mercatante che governava.  Allora io era in Fez e in
quell'anno medesimo mi parti' da casa per andar verso Costantinopoli.


Tagodast, citt in Hascora.

Tagodast  una citt edificata su la cima di un alto monte,  ed  circondata da
quattro  alti  monti.  Fra  i detti monti e le rive della citt sono bellissimi
giardini,  piantati di molti alberi di ogni sorte di frutti,  e io ho veduto le
crisomele grosse come gli aranci. Hanno le lor vigne fatte tutte con bellissimi
pergolati,  appoggiandole  su  le  piante  degli alberi,  e le uve sono rosse e
chiamansi nella lingua loro "uova di gallina",  e nel vero che questo  nome  si
convien loro per la grossezza che tengono.  Ivi  grande abbondanza d'olio e di
mele perfettissimo e bianco come latte, e altro giallo e chiaro come oro;  cos
l'olio  di molta bont e perfezione.  Dentro la citt vi sono fontane grandi e
molto correnti,  con la cui acqua si macina in certe picciole mole fatte  nella
costa delle rive.  Vi sono eziandio molti artigiani, cio di cose necessarie, e
il popolo  quasi civile.  Le donne  sono  bellissime  e  portano  molti  belli
ornamenti  d'argento,  percioch  gli  uomini  vendono  molto bene il loro olio
portandolo alle citt vicine al diserto, cio fra Atlante verso mezzogiorno;  i
cuoi conducono a Fez e a Mecnasa. Il piano  lungo circa a sei miglia e vi sono
bellissimi  campi da seminar grano;  pagano i paesani un certo censo agli Arabi
per li loro poderi. Nella citt sono e sacerdoti e giudici, e v' gran quantit
d'uomini nobili.
Nel tempo ch'io vi fui eravi signore un certo gentiluomo,  il quale era vecchio
e cieco,  ed era obbedito molto.  Egli (s come intesi) nella sua giovanezza fu
uomo valente e di gran cuore,  e tra molti  altri  aveva  ucciso  di  sua  mano
quattro capi di parte,  i quali offendevano tutto il popolo. Doppo la morte dei
quali us tanta clemenza al popolo e seppe cos ben fare che,  sedate le parti,
lo ridusse a unione e summa concordia,  faccendo seguir tra l'uno e l'altro non
pure amicizie, ma parentadi. E circa al reggere tutto il popolo era in libert,
ma niente poteva determinare senza consiglio e autorit del detto. Io alloggiai
nelle case di questo vecchio con ottanta cavalli,  il quale us  verso  di  noi
gran  magnificenza  e  liberalit,  faccendo di continovo cacciare acci sempre
avessimo nuovi cibi e freschi.  Raccontommi i pericoli ch'egli aveva  sostenuti
in pacificar la citt,  niun suo segreto ascondendomi, non altrimenti che se io
suo fratello fossi stato.  Nella partita io voleva rifarlo  del  danno  ch'egli
avea  ricevuto in onorarci,  ma esso nol consent,  dicendo ch'egli era amico e
buon servitore del re di Fez,  ma che tuttavia non ci aveva onorato  per  esser
noi  famigliari  del  re,  ma  perch  i  suoi antichi gli avevano lasciato per
eredit e costume d'alloggiare e onorar tutti i suoi  conoscenti  o  forestieri
che  passassero  per  quel  paese,  prima  per l'amor di Dio,  dipoi per la sua
naturale nobilt; soggiungendo che Iddio, che provede per tutti, gli avea fatto
quell'anno raccoglier settemila moggia di formento e  d'orzo,  talmente  ch'era
minor copia assai d'uomini che di vettovaglia,  e ch'egli avea pi di centomila
fra pecore e capre, de quali solo traea utile delle lane,  percioch il latte e
'l cacio se lo godevano i pastori, ma che ben essi gli davano certa quantit di
butiro. Disse che tai cose non si vendevano in quel paese, perch tutti avevano
copia di bestiami,  ma che le pelli,  le lane e l'olio le facevino vender sette
over otto giornate lontano da loro.  E  s'egli  avvenisse  che  il  re  nostro,
tornando da Duccala, tenesse il cammino vicino a quel monte, esso gli uscirebbe
incontra  e  offerrebbeglisi  per  amico  e  servitore.  Ora  noi infine da lui
togliessimo combiato, lodando quel buon vecchio per tutto il nostro viaggio.


Elgiumuha.

Elgiumuha  una citt vicina alla detta circa a  cinque  miglia,  edificata  a'
nostri  d  sopra  un  alto  monte posto fra altri monti altissimi.  Fa circa a
cinquecento fuochi,  e altretanti le ville che sono fra i  detti  monti.  Quivi
sono  molti  fonti  e  molti  giardini  abbondevoli  d'ogni  sorte  di  frutti:
specialmente v' un gran numero di noci grandissime e altissime, e per tutti li
colli che ha intorno a' detti monti sono molti campi per  orzo,  ed  evvi  gran
quantit  d'olive.  La  citt    molto  abitata da artigiani,  massimamente di
conciatori di cuoi,  sellai e fabbri,  percioch v' una vena assai profonda di
ferro;  e  questi  fabbri fanno gran copia di ferri da cavallo.  E tutti i loro
lavori e merci recano ne' paesi dove non si truovano,  dandole  a  baratto  per
ischiavi  e per guado e per cuoi di certi animali che abitano nel diserto,  dei
quali ne fanno targhe buone e fortissime. Le quai cose poi essi conducono a Fez
e l'abbarattano per panni e tele e per altre cose che sono da  loro  usate.  La
detta  citt  molto discosto dalla via maestra,  di maniera che se vi viene un
forestiere fino e' fanciulli corrono per vederlo, massimamente se il forestiere
avr indosso alcun abito che in quel paese non si usi. Il popolo si governa pel
consiglio della  sopradetta  citt.  Fu  Elgiumuha  fabricata  dalla  plebe  di
Tegodast,  percioch,  essendo fra gentiluomini nata discordia,  il popolo, non
volendo accostarsi a niuna parte, si part dalla citt ed edificaron Elgiumuha,
e lasciarono Tegodast a' gentiluomini.  Onde al d  d'oggi  l'una    solamente
ripiena di gentiluomini e l'altra di persone ignobili.


Bzo, citt in Ascora.

Bzo    una  certa citt antica,  edificata sopra un monte altissimo e discosta
dalla detta circa a venti miglia verso ponente;  sotto questa  citt  passa  il
fiume dei Servi, il quale va a lungo circa tre miglia. Gli abitatori sono tutti
mercatanti e uomini da bene,  e vestono molto gentilmente.  Fanno portare olio,
cuoi e panni ai paesi del diserto.  Il monte loro  molto  fertile  d'olio,  di
grano  e  d'ogni sorte di frutti gentili,  e sogliono costoro seccare una sorte
d'uva ch' d'un colore e sapor mirabile. Hanno grandissima quantit di fichi, i
cui piedi sono alti e grossi;  gli alberi delle noci sono d'estrema  grandezza,
di  modo  che  i nibbi sicuramente vi fanno sopra i loro nidi,  percioch non 
uomo a cui basti l'animo di salire a quella altezza.  La discesa ch' dal monte
verso  il fiume  tutta piantata e adornata di bellissimi giardini,  i quali si
estendono per insino alle rive del detto fiume.  Quivi io fui una state a tempo
che  v'erano  molti  frutti,  cio  crisomeli e fichi,  e alloggiai in casa del
sacerdote di detta terra,  appresso un bel tempio a canto  il  quale  passa  un
fiumicello, qual esce per la piazza della terra.


Tenueues monte.

Tenueues  un monte dirimpetto alla regione di Hascora, il quale  la faccia di
Atlante  che  riguarda  verso  mezzogiorno.   molto abitato e popoloso,  e gli
abitatori sono uomini valentissimi con l'armi  in  mano,  cos  a  pi  come  a
cavallo;  hanno molti cavalli, i quali sono di piccola statura. Nel detto monte
nasce gran quantit di guado e d'orzo,  ma di frumento quasi non  ve  ne  nasce
grano,  di maniera che l'orzo  il loro nutrimento.  Vedesi per questo monte la
neve in tutte le  stagioni  dell'anno.  Fra  il  popolo  sono  molti  nobili  e
cavalieri,  e hanno un principe il quale regge come signore. Costui riscuote le
rendite del monte,  che sono assai buone e larghe,  e spendele nelle guerre che
sono  tra  loro e il popolo che abita nel monte di Tenzita.  Tiene egli circa a
mille cavalli,  e i gentiluomini e cavalieri fanno presso  altretanti  cavalli;
tiene eziandio cento persone fra balestrieri e archibugieri.
Nel  tempo  ch'io vi fui v'era un signore,  liberalissimo uomo,  il quale oltra
modo piaceva esser presentato e lodato, ma in cortesia invero non aveva eguale,
percioch donava tutto il suo.  Dilettavasi  della  lingua  pura  araba  e  non
l'intendeva,  ma  egli  s'allegrava  tutto  quando  gli  veniva esposta qualche
sentenza che fosse in sua laude.  Ma allora che 'l mio zio fu mandato dal re di
Fez imbasciatore al re di Tombutto,  col quale io era,  essendo noi giunti alla
regione di Dara,  ch' lontana dal detto signore circa a cento  miglia,  subito
che all'orecchie di costui pervenne la fama del mio zio,  il quale fu veramente
uno eloquente oratore ed elegante poeta,  egli mand una lettera al  signor  di
Dara  pregandolo  che  glielo  mandasse,  perch  ei  desiderava  di  vederlo e
conoscerlo.  Iscusossi il mio zio con rispondere  che  non  era  lecito  a  uno
oratore  del re d'andare a visitar i signori ch'erano fuori di strada e mettere
a lungo i servigi del re,  ma che nondimeno,  per non  parer  persona  altiera,
mandarebbe un suo nipote a baciargli la mano.  Cos esso me gli mand con molti
onorevoli presenti,  i quali furono un paio di staffe addorne e  lavorate  alla
moresca,  di  prezzo  di  venticinque ducati,  e un paio di sproni bellissimi e
molto ben lavorati, di valore di quindici;  un paio di cordoni di seda lavorati
d'oro filato,  l'un paonazzo e l'altro azurro;  e un libro molto bello e legato
di nuovo, nel quale si trattava la vita de santi africani,  e una canzona fatta
in lode del detto signore.
Io  mi  posi  in cammino con due cavalli,  e quattro d spesi nel viaggio,  ne'
quali una canzona composi pure in lode del  detto.  Come  arrivai  alla  citt,
trovai  il  signore  ch'era allora uscito del suo palazzo per andar alla caccia
con bellissimo apparechio, il quale, avendo inteso della mia giunta,  subito mi
fece  chiamar  a  lui.  E  poi  ch'io l'ebbi salutato e baciatogli la mano,  mi
dimand come stava il mio zio,  e io rispostogli ch'egli stava bene a'  servigi
di  sua eccellenza,  mi fece assegnare alloggiamento e disse ch'io mi riposassi
fino ch'ei ritornasse dalla caccia.  Ritornato dunque a molta pezza  di  notte,
mand a dirmi ch'io andassi al suo palazzo.  Il che fatto gli baciai da capo la
mano,  e poi ch'io l'ebbi lodato assai,  gli appresentai i doni,  i quali  come
egli  vidde  molto s'allegr.  Infine gli detti la canzona del mio zio: egli la
fece leggere a un suo secretario,  e mentre colui gli dichiarava  di  parte  in
parte  le  cose  in  quella  contenute,  dimostrava  nella  sua faccia segni di
grandissima allegrezza.  Fornito che fu di leggere e di espor  la  canzona,  il
signor si pose a seder per mangiare, e io non molto discosto da lui. Le vivande
furono carni di castrati e d'agnelli arroste e lesse, le quali erano ingroppate
in  certi invogli di sottilissimo pane fatto a modo di lasagne,  ma pi fermo e
pi grosso. Fuvvi dipoi recato innanzi il cuscusu e il fetet, con altri cibi di
cui ora non mi soviene.  Al fin della cena io levai in piedi e dissi: "Signore,
il mio zio ha mandato a V. Ecc. un picciolo presente, s come quello che povero
dottore  ,  affine  che per voi si conosca la prontezza del suo animo e perch
egli abbia qualche poco di luogo nella vostra memoria.  Ma  io,  suo  nipote  e
discepolo,  per non mi trovar altra facult con che onorarvi, vi fo un presente
di parole, percioch, quale io mi sono,  desidero ancor io d'esser numerato tra
i  servitori  di  vostra  altezza".  E questo detto incominciai a legger la mia
canzona,  e nello spazio ch'io la leggeva,  il signore parte dimandava le  cose
che  non  erano  intese da lui e parte riguardava me,  che allora era di et di
sedici anni.  Letta ch'io ebbi la canzona,  essendo egli stanco del cacciare ed
essendo  ora  di  dormire,  mi  di  licenzia.  La mattina m'invit per tempo a
desinar seco e, fornito il mangiare,  mi di cento ducati ch'io portassi al mio
zio,  e  tre  schiavi  che  lo  servissero  nel viaggio;  a me fece presente di
cinquanta ducati e un cavallo, e per ciascuno di quei ch'erano in mia compagnia
dieci ducati,  e m'impose ch'io dovessi dire a esso mio zio che quei pochi doni
erano  per  premio della canzona,  non in contracambio dei presenti fattigli da
lui,  percioch egli si serbava al ritorno suo  di  Tombutto  di  mostrargliene
buona  gratitudine.  Cos  comand a uno dei suoi segretari che m'insegnasse la
via e,  toccatomi la mano,  mi dette licenza di partir la  mattina,  perch'egli
aveva  da  far  una  correria  contra  certi  suoi  nimici.  Io  adunque me gli
accomandai e tornai al zio.
Questo discorso ho voluto far  per  dimostrarvi  ch'anco  nell'Africa  vi  sono
gentiluomini e cortesi signori, s come il signor di questo monte.


Tensita monte.

Tensita  un monte,  cio una parte di Atlante,  che incomincia da' confini del
sopradetto monte di verso occidente,  e si stende fino al monte  di  Dedes  dal
lato di levante,  e verso mezzogiorno confina col diserto di Dara. Questo monte
 molto popoloso,  e vi sono cinquanta castelli,  tutti murati di  creta  e  di
pietre crude. E per cagione che 'l monte depende verso mezzogiorno, poche volte
vi piove.  I detti castelli sono tutti fabricati sul fiume di Dara, ma discosti
dal fiume chi quattro e chi tre miglia.  Quivi signoreggia un gran signore,  il
quale  fa circa a mille e cinquecento cavalli,  e pedoni quasi quanti il signor
di sopra detto; e hanno insieme stretto parentado,  ma sono mortalissimi nimici
e  di continovo l'uno fa guerra all'altro.  Nella maggior parte di questo monte
nascono molti datteri,  e gli abitatori sono lavoratori de' campi e mercatanti.
Nascevi ancora in molta abbondanza orzo,  ma v' gran carestia di formento e di
carne,  percioch ci son pochi bestiami.  Vero   che  'l  detto  signore  cava
d'utilit  dal  detto  monte ventimila ducati d'oro,  ma i ducati di quel paese
pesano due terzi di pi dei ducati italiani, che sono dodici caratti. Ancora il
detto signore  molto amico del re di Fez, e sempre gli manda di gran presenti;
il re dall'altra parte di continovo lo ricambia con molte gentilezze, come sono
cavalli con bellissimi fornimenti, panni di scarlatto, drappi di seta e qualche
bel padiglione.
Di mio ricordo questo signore mand al re un superbo presente, che fu cinquanta
schiavi negri e altretante schiave femine,  dieci eunuchi e dodici  camelli  da
cavalcare,  una  giraffa,  dieci  struzzi,  sedici gatti di quelli che fanno il
giubetto, una libbra di muschio fino,  una di giubetto e un'altra di ambracane,
e  appresso seicento cuoi d'un animale ch' detto elamt,  con li quali si fa di
finissime targhe,  e ogni pezzo di detto cuoio vale in  Fez  otto  ducati.  Gli
schiavi s'apprezzano venti scudi l'uno e le femine quindici;  ciascuno eunuco 
di valor di ducati quaranta;  i camelli nel paese del  detto  signore  vagliono
cinquanta  ducati  per  ciascuno,  i gatti dugento,  il muschio,  il giubetto e
l'ambracane  vagliono  l'un  sopra  l'altro  sessanta  ducati  la  libbra.   Si
contenevano  in  questo presente altre cose,  le quali io non pongo nel numero,
come dattoli zuccarini e certo pepe di Etiopia. Io mi trovai presente quando fu
portato questo notabil dono al re di Fez.  L'appresentatore fu un  uomo  negro,
grosso e picciolo e di lingua e costumi veramente barbaro,  e port una lettera
al re,  la qual fu assai rozzamente scritta;  ma peggio fu l'ambasciata ch'egli
fece  a bocca,  in tanto che il re e tutti i circonstanti non poterono tener le
risa,  ma si coprivano o con mano o col lembo della veste.  Tuttavia il  re,  i
giorni  che  il  detto  rimase appresso lui,  lo fece onorare assai nobilmente,
alloggiandolo in casa del predicatore del tempio maggiore e faccendoli le spese
con quattordici bocche, tra suoi servitori e compagni, fin che fu espedito.


Gogideme monte.

Gogideme  un monte che confina col  sopradetto,  ma  solamente  abitato  dalla
parte  che  risponde  verso  tramontana,  percioch  quella  che riguarda verso
mezzogiorno  tutta disabitata.  La cagione fu che nel tempo che Abraham re  di
Marocco  ebbe quella memorabil rotta dal discepolo di Elmahdi,  e fuggiva verso
questo monte,  gli abitatori gli ebbero compassione e volevano aiutarlo,  ma la
fortuna  fu contraria.  Onde il discepolo di Elmahdi rivolse lo sdegno,  contra
questo popolo,  abbruciando le lor case e villaggi,  e parte uccidendo e  parte
scacciando da detto monte.
Quella  parte dunque che  abitata  tenuta da vilissimi uomini,  i quali vanno
tutti mal vestiti e fanno mercanzia d'olio, della qual vivono.  Quivi non nasce
altro che olive e orzo;  hanno assai capre e muli, i quali sono molto piccioli,
percioch i lor cavalli sono di picciolissima statura.  La  qualit  del  monte
difende loro la libert.


Teseuon.

Teseuon  sono  due  monti  l'uno accanto l'altro,  e cominciano da' confini del
detto dalla parte di ponente e finiscono nel monte  di  Togodast.  Sono  questi
monti da un popolo molto povero abitati,  percioch altro non vi nasce che orzo
e miglio. Ha origine da essi monti un fiume,  il quale corre per una bellissima
pianura;  ma gli abitatori non hanno a fare nel piano,  perch esso  posseduto
da certi Arabi.
Ora  tempo di dire della regione di Tedle.


Tedle regione.

Tedle  una regione non molto grande,  la quale incomincia dal fiume dei  Servi
dalla  parte  di  ponente  e finisce nel fiume di Ommirabih,  cio dal capo del
detto fiume.  Dal lato di mezzogiorno termina ne' monti di Atlante,  e di verso
tramontana  ha fine dove entra il detto fiume de' Servi nel fiume di Ommirabih.
Questa regione ha quasi forma di triangolo,  percioch i detti fiumi nascono di
Atlante  e  si  estendono  verso  tramontana,  stringendosi l'uno verso l'altro
insino che si congiungono insieme.


Tefza, citt in Tedle.

Tefza  la principal citt di Tedle,  edificata dagli Africani nella  costa  di
Atlante,  vicina  al  piano circa a cinque miglia,  ed  murata di certe pietre
tevertine che nella lingua loro sono dette tefza,  e da quelle    derivato  il
nome della citt. Ella  molto popolosa e abitata da genti ricche; sonovi circa
a  dugento  case  di  giudei,  tutti  mercatanti  e ricchi artigiani.  Vengonvi
eziandio molti mercatanti forestieri,  per comperar certi mantelli negri che si
tessono interi con li lor cappuzzi,  e questi si appellano ilbernus.  Di questi
se ne vende qualcuno in Italia, ma in Ispagna se ne truovano assai; e in questa
citt si vende la maggior parte delle mercanzie che si fanno in  Fez,  s  come
sono tele, coltelli, spade, selle, morsi, berrette, aghi e tutte le mercerie. E
se  i mercatanti le vogliono dare a baratto,  truovano pi facilmente ricapito,
percioch i paesani hanno molte robbe del paese,  come sono  schiavi,  cavalli,
barnussi,  guado,  cuoi, cordovani e tai cose. Onde, se essi le vogliono dare a
contanti, ci convengono fare per assai minor prezzo,  e il pagamento  oro non
battuto  in  forma  di ducati,  n quivi corre moneta d'argento.  Costoro vanno
molto ven vestiti e cos le lor donne,  le quali sono  tutte  piacevoli.  Nella
detta citt sono molti tempii e sacerdoti e giudici.
E nel tempo passato questa citt si governava a modo di republica;  dipoi,  per
discordie e divisioni,  incominciarono amazzar l'un l'altro,  in tanto che  nel
mio tempo vennero i capi d'una parte a Fez,  e dimandarono dal re in grazia che
gli volesse aiutar a rimetter nella lor terra,  ch'essi gli dariano la signoria
della citt.  Cos il re fu contento,  e mand con essi mille cavalli leggieri,
cinquecento balestrieri e dugento schioppettieri tutti a cavallo.  Oltre di ci
il re scrisse a certi Arabi suoi vasalli,  che si chiamano Zuair, i quali fanno
circa quattromila cavalli,  che dovessero andar in favor dei capi  della  detta
parte,   occorrendo  ch'essi  n'avessero  bisogno.   Il  re  fece  capitano  un
valentissimo cavaliero che si chiamava Ezzeranghi,  il quale,  subito  come  fu
ragunato  il  campo,  incominci  dar  la battaglia alla citt,  perch ritrov
l'altra parte che s'era fortificata di dentro,  e avevano fatto venir  li  suoi
vicini  arabi,  che  si  chiamano  Benigebir,  i  quali  fanno circa cinquemila
cavalli.  Il detto capitano,  come vidde questa cosa,  subito lasci  l'assedio
della  citt e sollecit la battaglia con detti Arabi,  e in capo di tre giorni
tutti gli mise in rotta ed egli rimase signor della campagna.  Poi  che  quelli
della citt viddero ch'essi non avevano pi speranza di fuora, subito mandarono
ambasciadori  per  far  la  pace,  obligandosi di pagar le spese che 'l re avea
fatto e di pi  diecimila  ducati  ogni  anno,  con  patto  che  la  parte  de'
fuorusciti  potesse  entrar  nella  citt,  ma  non impacciarsi di reggimento o
governo alcuno.  Il capitano fece intender questo alla parte ch'era con esso di
fuora,  ed  essi  gli  risposero: "Signore,  noi conoscemo la nostra occasione;
metteteci pur entro,  che noi ci oblighiamo di darvi in mano centomila  ducati,
talora e di pi, senza usare ingiustizia alcuna e meno saccheggiar casa veruna,
ma  solamente  faremo  pagare  alla  parte  contraria  i  frutti  delle  nostre
possessioni,  che s'hanno goduti per tre  anni  continui.  Quelli  noi  te  gli
vogliamo  dar  di  buona voglia,  per tutte le spese fatte in nostro favore,  i
quali frutti saranno almeno trentamila ducati;  dapoi ti faremo aver  l'entrata
della terra, ch' circa ventimila ducati. Oltre di ci trarremo da' giudei, per
tributo d'un anno o due, fino alla somma di diecimila ducati".
Come il capitano intese questo,  subito mand a dire a quei della citt "che 'l
re avea promesso la sua fede a questi  gentiluomini  di  fuora  d'aiutargli  in
tutto  quello ch'arebbe potuto,  e per questo volle che 'l reggimento fusse pi
tosto in mano loro che nelle vostre,  per molti rispetti,  e per io vi  faccio
intendere  che,  se  volete  rendere  la  citt al re,  non vi sar fatto torto
alcuno,  ma se volete mantenere la vostra perfidia  io  sono  sofficiente,  con
l'aiuto d'Iddio e la felicit del re, di farvi pagar il tutto". Il popolo, come
intese questa nuova, subito venne in discordia, percioch alcuni volevano il re
e  alcuni  volevano  la  guerra:  in  tanto  la terra si lev all'arme fra loro
medesimi.  Le spie  vennero  di  questo  al  capitano,  il  quale  subito  fece
scavalcare  la  met  della  sua  gente  e  accostarsi  alla  terra  con i suoi
balestrieri e archibugieri,  e in  termine  di  tre  ore  entr  dentro,  senza
spandere  una gocciola di sangue degli uomini suoi.  Perch la parte che voleva
il re, ragunatasi insieme, s'accostarono ad una porta della terra ch'era murata
e incominciarono a dismurarla di dentro;  il capitano ancora faceva il medesimo
di  fuori,  perch non era alcuno sulle mura che gli desse impaccio,  e quei di
dentro mantennero la battaglia fin che la  porta  fu  dismurata.  Il  capitano,
entrato dentro,  alz le bandiere del re su le mura e in mezzo della piazza,  e
mand i cavalli a scorrer intorno la citt,  per non lasciar scampar coloro che
volevano  fuggire;  e subito mand un bando da parte del re di Fez,  sotto pena
della vita,  a ciascuna persona o soldato o terrazzano che non s'impacciasse di
saccheggiare  o  di  far omicidio,  e incontinente la terra s'acquet e tutti i
capi della parte contraria furono menati prigioni.  Il capitano  fece  intender
loro  ch'essi  sariano prigioni infin che 'l re fusse pagato interamente d'ogni
spesa ch'egli avea fatto per un mese ai detti cavalli,  la quale ascendea  alla
somma  di  dodicimila  ducati.  Cos  le  mogli  e i parenti dei detti prigioni
pagarono la detta somma e gli liberarono.
Allora venne la parte del re,  e disse ch'essi volevano esser pagati dei frutti
delle loro possessioni di tre anni.  Il capitano rispose ch'egli non avea a far
di questa cosa niente,  dicendogli che dovessero metter le loro  differenze  in
giudicio  di  dottori  e che gli sarebbe fatta ragione,  e che costoro potevano
star prigioni per quella notte.  I  detti  prigioni  incominciarono  a  dir  al
capitano: "Signori, ne volete voi mancare della fede vostra? Voi ne prometteste
che  saressimo liberati dapoi che 'l re fosse sodisfatto.  Rispose il capitano:
"Io non vi manco della fede mia,  perch ora io non vi tengo prigioni per conto
del  re,  ma  per  conto di costoro che vi dimandano la robba loro: secondo che
sentenzieranno i giudici e i dottori,  cos faremo;  forse che sar meglio  per
voi".
L'altra  mattina,  fatta  congregazione  dei  dottori  e dei giudici dinanzi al
capitano,  parlarono prima i procuratori dei prigioni in questo modo: "Signori,
egli    vero  che questi nostri hanno tenuto le possessioni dei loro avversari
per conto dei loro antecessori,  i quali tennero  per  pi  di  venti  anni  le
possessioni  degli  antecessori  dei  presenti prigioni".  Il procuratore degli
avversari rispose: "Signori,  questa  cosa  che  costoro  dicono    stata  gi
centocinquant'anni  passati,   n  si  truova  testimonio  n  instrumento  per
provarla".  Disse il procuratore dei prigioni: "Ella si pu ben provar,  perch
v'  la  fama  publica".  Rispose  l'altro:  "Questo non si pu provar per fama
publica, perch chi sa quanto tempo le hanno tenuto i detti antecessori?  Forse
che  le  possederono  per  ragione,  perch ancora si dice publicamente che gli
antecessori dei prigioni anticamente furono ribelli contra la corona del re  di
Fez,  e quelle possessioni furono della camera reale".  Allora il capitano, per
malizia mostrando compassione sopra i detti  prigioni,  disse  al  procuratore:
"Non  incolpate  cos tanto questi poveretti prigioni".  Il procurator rispose:
"Paionvi forse costoro poveretti? Signor capitano, non c' fra questi poveretti
persona a cui non bastasse  l'animo  di  trovar  cinquantamila  ducati.  Quando
saranno  usciti da queste catene,  voi vedrete bene se vi scaccieranno.  Ma voi
veniste in tempo che loro non erano provisti,  e cos gli ritrovaste".  Come il
capitano  intese  il  dire del procuratore subito si spavent e,  licenziata la
congregazione, mostr di voler andar a desinare,  e fattosi venir innanzi a lui
i  detti  prigioni,  gli  disse:  "Io  voglio  che  voi  sodisfacciate i vostri
avversari,  overo ch'io vi mener a Fez dove pagherete  il  doppio".  Allora  i
prigioni  mandarono  per  le  loro  mogli  e  madri  e  le dissero: "Cercate di
rimediarvi,  perch noi siamo stati infamati di aver  molte  ricchezze,  e  non
avemo  un'ottava parte di quello ch' stato detto al signor capitano".  Cos in
termine d'otto d furono portati gli avversari,  alla  presenza  del  capitano,
ventottomila ducati fra anella,  armille e altri ornamenti di donne,  perch le
donne per malizia volevano mostrar di non aver altri danari che quelli.  E come
furono   pagati  i  detti  danari,   allora  il  capitano  disse  ai  prigioni:
"Gentiluomini miei,  io ho scritto  al  re  di  questa  cosa,  e  mi  rincresce
d'avergli  scritto,  perch  ora io non vi posso lasciar fin ch'io non abbia la
risposta sua;  ma voi per ogni modo sarete liberati,  perch  avete  satisfatto
ognuno: per siate di buona voglia".
Il  capitano in quella notte,  chiamato un suo consigliere,  gli dimand: "Come
potremo noi cavar degli altri danari dalle mani di questi traditori, senza aver
colpa n infamia di mancator di fede fra questo popolo?" Qual  disse:  "Fingete
domane d'aver avuto lettere dal re, che vi comandi che dobbiate loro tagliar il
capo,  ma mostrate dipoi d'aver pietade dei fatti loro, e che voi non vi volete
impacciar della lor morte,  ma per  meglior  rispetto  dimostrate  di  volergli
mandar a Fez". Cos finseno una lettera per parte del re. Come venne la mattina
il capitano fece venir tutti i prigioni,  che furono quarantadue,  e gli disse,
mostrando aver gran compassione: "Gentiluomini miei, io ho avuto lettere dal re
con male nuove,  nelle quali dice che sua altezza  molto  male  informata  dei
fatti vostri, e che voi sete ribelli contra la sua corona; per tal cagione m'ha
comandato  ch'io vi faccia tagliar il capo.  Mi rincresce molto di questa cosa,
perch parr a  ognuno  ch'io  v'abbia  mancato  della  mia  fede:  ma  io  son
servitore,  e  non  posso  far  di  meno  ch'io non ubbidisca a quello che mi 
comandato".  I poveri uomini cominciarono a  piangere  e  raccomandar  le  loro
persone  al capitano,  ed egli ancora fingeva piangere e diceva verso loro: "Io
non vi truovo altro miglior rimedio, per levar ancor me di colpa circa ai fatti
vostri, se non mandarvi a Fez. Forse che 'l re vi perdoner,  e far quello che
gli parr.  Or ora io vi spedir con cento cavalli". Allora essi pi piangevano
e si raccomandavano a Dio e al capitano.  In questo venne una terza  persona  e
disse al capitano: "Signore,  la maest del re vi mand qua in cambio della sua
presenza, s che voi potete far quello che vi pare il meglio: intendete un poco
la possibilit di  questi  gentiluomini,  se  possono  pagar  alcuna  cosa  per
rimediar alle loro persone, e fate intender al re ch'avevate a loro promesso la
vostra  fede di non far lor dispiacere,  e che per l'amor vostro pregate la sua
altezza che gli voglia perdonare.  Fate ancora intender la  quantit  che  essi
vogliono  pagare:  forse  che  'l  s'inchiner  per danari".  I poveri prigioni
incominciarono a pregar il capitano che volesse farlo, e ch'essi erano contenti
di pagar quello che piaceva al re, e a lui farebbono anco gran presenti. Costui
fingeva di farlo malvolentieri,  e subito dimand loro: "Che  cosa  potete  voi
pagare  al  re?" Alcuno fu che offerse mille ducati,  e chi cinquecento,  e chi
ottocento.  Il capitano rispose per tal  quantit  non  voler  scriver  al  re:
"Meglio sar che voi andiate,  e forse ch'egli far come voi dite".  Essi tanto
pregarono e si raccomandarono,  fin  che  'l  capitano  gli  disse:  "Voi  sete
quarantadue gentiluomini che sete ricchissimi;  se mi promettete duemila ducati
per uno io scriver al re e ho speranza di salvarvi: altrimenti io vi mander a
Fez". Essi furono contenti di trovar la quantit, ma ch'ognuno paghi secondo la
sua possibilit,  e il capitano  a  loro  disse:  "Fate  come  vi  pare".  Essi
pigliarono termine quindici giorni, ed egli ancora finse di scriver al re.

Poi che furono passati dodici d,  il capitano finse che 'l re per amor suo era
contento di perdonar loro: cos dimostr una falsa lettera,  e  fra  tre  d  i
parenti  di  prigioni  portarono  tutta  la  quantit  d'oro  in  oro,  che  fu
ottantaquattromila ducati.  Allora il capitano fece pesar il detto  oro,  e  si
maravigli  molto  come  in s picciola terra si potesse truovar tanta quantit
d'oro da quarantadue uomini,  e subito gli liber e scrisse  allora  al  re  da
dovero tutto quello che gli era intravenuto,  dimandandogli ci che egli avea a
fare.  Il re subito mand due suoi segretari con cento cavalli  per  ricever  i
detti  danari,  i quali,  tosto che gli ebbero ricevuti,  ritornarono a Fez.  I
detti gentiluomini fecero un presente poi al detto capitano,  che valeva  circa
duemila ducati fra cavalli, schiavi e muschio, e si scusarono che non gli erano
rimasti danari,  e lo ringraziarono molto che gli avesse scampata loro la vita.
Cos rimase la detta regione al re di Fez,  nel governo di Ezzeranghi capitano,
fin  ch'egli fu ammazzato per mano degli Arabi a tradimento.  Cava il re di Fez
d'entrata di detta regione ducati ventimila l'anno.
Io mi sono molto allungato in questa istoria perch la cosa fu in mia presenza,
e cognobbi come questa trama fu maliziosamente condotta  e  me  n'affaticai  in
parte per iscampo dei detti poveri prigioni,  e fu la prima volta ch'io vedessi
tant'oro a un tratto.  Sappiate ancora che 'l re di Fez non ne vidde mai  tanto
insieme, perch'egli  povero re e ha circa trecentomila ducati che gli riscuote
ogn'anno,  ma non ebbe mai in mano centomila ducati insieme, n anco suo padre.
Ora voi vedete che tradimenti e che disegni usa  l'uomo  per  cavar  danari.  E
questo fu nell'anno novecento e quindici.
Ma  egli   pi da maravigliarsi d'un altro giudeo,  il quale solo pag pi che
tutti i detti gentiluomini insieme, perch s'ebbe spia della sua ricchezza.  S
che  il re ebbe il giudeo e i suoi danari in mano,  qual fu cagione ch'i giudei
ebbero  una  taglia  di  cinquantamila  ducati,  per  via  di  ragione,  avendo
favoreggiato  la  parte contraria del re.  E allora io mi ritrovai in compagnia
del commissario, quando riscoteva la detta taglia.


Efza, citt in Tedle.

Efza  una picciola citt vicina a Tefza circa due miglia,  la qual fa presso a
seicento  fuochi,  e  fu  edificata sopra un colle nel pi di Atlante.   molto
abitata da Mori e Giudei,  e  quivi  si  fa  gran  quantit  di  bernussi.  Gli
abitatori sono tutti artigiani e lavoratori di terra; il loro governo  sotto i
cittadini  di  Tefza.  Le  donne  di questa citt sono eccellenti ne' lavori di
lana: fanno bellissimi bernussi e dielchese e quasi  le  donne  guadagnano  pi
degli uomini. Fra Tefza ed Efza passa un fiume ch' detto Derne, il quale nasce
di  Atlante,  e  passa  fra  certi  colli e corre per lo piano fin che entra in
Ommirabih;  e fra li detti colli,  cio su le rive del fiume,  sono  bellissimi
giardini  di  tutte le sorti d'alberi e di frutti che sapresti desiderare.  Gli
uomini di questa citt sono  liberalissimi  e  piacevoli  sopra  modo,  e  ogni
mercatante forestiere pu entrar ne' lor giardini e coglier quanti frutti a lor
bastano.  Sono  genti  molto lunghe a pagar lor debiti,  percioch i mercatanti
soglion dar danari avanti tratto per bernussi,  con termine  d'avergli  in  tre
mesi, ma sono astretti aspettar un anno.
Fui  nella  detta citt nel tempo che 'l campo del nostro re fu in Tedle,  e la
citt subito gli di obbedienza, e furono appresentati al capitano,  la seconda
volta che vi giunse,  quindici cavalli e altretanti schiavi,  ciascun de' quali
menava un cavallo per lo capestro;  eziandio gli fur dati  dugento  castroni  e
quindici  vacche.  Per il che sempre il capitano gli tenne per fedeli e amatori
del re.


Eithiteb, citt in Tedle.

Eithiteb  certa citt edificata  dagli  Africani  sopra  un  altissimo  monte,
lontano  alla sopradetta circa a dieci miglia verso ponente.   molto abitata e
piena d'uomini nobili e  cavalieri,  e  perch  ivi  si  fa  gran  quantit  di
bernussi,  vi  si truova sempre gran numero di mercatanti forestieri.  Sopra il
monte della detta citt sempre si vede la neve,  e tutte le valli che sono  nel
circuito della citt sono piene di vigne e di vaghi giardini, ma non vi si vede
di  dentro  frutto di niuna sorte,  per la grandissima quantit.  Le donne sono
bianchissime,  grasse e piacevoli,  e vanno ornate di molto argento;  hanno gli
occhi negri e cos e' capegli. Il popolo  molto sdegnoso, e dapoi che 'l re di
Fez  fece  acquisto  di  Tedle,  eglino  mai  non  si volsero rendere n dargli
obbedienza;  ma elesson per capitano  un  gentiluomo,  e  fatto  mille  cavalli
leggieri  ebbe  ardire di opporsi al capitano del re,  e fecegli tal guerra che
pi volte fu a pericolo di perder quello che acquistato aveva.  Il re mand  un
suo fratello con buon esercito in soccorso del detto, ma poco gli giov, e dur
la  guerra tre anni,  insino a tanto che a richiesta del re fu colui avvelenato
da un giudeo. E allora la citt si rese a patti, l'anno novecentoventuno.


Eithiad, citt nella medesima.

Eithiad  una certa terricciuola posta su una picciola montagnetta di quelle di
Atlante, edificata dagli antichi Africani,  la qual fa circa a trecento fuochi.
  murata da un lato,  cio dalla parte del monte,  e dalla parte che risguarda
verso il piano non ha mura di sorte niuna,  percioch le rupi  gli  bastano  in
luogo  di  mura.   lontana dalla detta citt circa a dodici miglia.  Dentro di
questa citt  un  tempio  picciolo  ma  bellissimo,  intorno  il  quale    un
canaletto  d'acqua  a  guisa di fiume.   abitata da nobili uomini e cavalieri;
sonvi ancora molti mercatanti forestieri e del paese,  e molti giudei vi  sono,
quale  artigiano  e  quale  mercatante.  Dentro  nascono  molti fonti,  i quali
discendendo all'ingi entrano in un fiumicello che passa di sotto alla citt. E
d'intorno le due sponde del fiumicello sono molti  orti  e  giardini,  dove  si
truova uva perfettissima, truovansi fichi e grossissimi e grandissimi alberi di
noci.  Per tutte le coste della montagnetta sono bellissimi terreni d'olive. Le
donne della citt sono in vero non  men  belle  che  piacevoli,  vanno  bene  e
leggiadramente  addorne  d'argento,  d'annella,  di  cerchietti  che portano al
braccio e d'altri loro ornamenti.  Il terreno del piano  ancora  esso  fertile
d'ogni sorte di grano,  e quel del monte  buonissimo per orzo e per li pascoli
delle lor  capre.  A'  tempi  nostri  la  detta  citt  fu  ricetto  di  Raoman
Benguihazzan  rubello,  per  insino a tanto ch'egli fu morto.  Io vi fui l'anno
novecentoventuno, alloggiato in casa del sacerdote della terra.


Seggheme, monte nella medesima.

Il monte di Seggheme,  come che riguardi verso mezzogiorno,  nondimeno  tenuto
per  monte  di Tedle.  Questo incomincia dalla parte di ponente dal confino del
monte di Tesauon,  e si stende verso levante insino al monte di  Magran,  donde
nasce  il  fiume di Ommirabih,  e verso mezzogiorno confina col monte di Dedes.
Gli abitatori di questi monti sono della stirpe del popolo  di  Zanaga,  uomini
disposti,  gagliardi e valenti nella guerra.  Le loro armi sono partigianelle e
alcune spade torte e pugnali;  usano ancora sassi,  i quali traggono  con  gran
destrezza  e forza;  guerreggiano di continovo col popolo di Tedle,  di maniera
che  i  mercatanti  di  l  non  possono  passar  per  lo  detto  monte   senza
salvocondotto e gravissimo pagamento. Abitano nel detto monte molto laidamente,
discosti  molto  l'un  dall'altro,  di  modo  che  rade volte si truovano tre o
quattro case insieme.  Hanno molte capre e molti muli piccioli  come  asini,  i
quali  vanno pascolando per li boschi del detto monte: ma i leoni ne guastano e
mangiano una gran parte. Questa gente non obbedisce a signore alcuno, perch il
monte loro  tanto scabroso e malagevole che li rende inespugnabili.
A' miei d volle il capitano che acquist Tedle fare una correria nel paese  di
costoro.  Essi,  avendo  avuto  notizia  di  ci,  fatta una bella compagnia di
valenti uomini, chetamente s'imboscarono dove era una picciola vietta sopra una
ripa, per la quale doveano passar i nimici.  Come adunque viddero i cavalli ben
ascesi  la  costa  del  monte,  uscirono  fuori  dell'agguato  da  ogni  parte,
tirandogli le partigianelle e sassi grossi.  La battaglia fu  breve,  percioch
esso  capitano  non  potendo  sostener  l'impeto,  n andar avanti o tornarsene
adietro,  era necessitato in quella strettezza di urtarsi l'un con l'altro,  di
modo  che  molti  traboccavano  co'  cavalli  gi nella rupe e si fiaccavano il
collo, altri erano ammazzati,  in tanto che non vi scamp un solo che non fusse
o  preso  o  morto.  E  quelli  che furon presi vivi ebbero peggior condizione,
percioch i vincitori gli menarono  legati  alle  lor  case  e  le  femine  gli
tagliarono  in molte parti per pi disprezzo,  imperoch gli uomini si sdegnano
di ammazzar i prigioni e gli danno in mano alle femine.  Vero   che  doppo  il
fatto  essi  non  osarono  praticar  in  Tedle,  ma  ne  hanno poco di bisogno,
percioch nel loro monte nasce abbondevole copia d'orzo ed evvi gran numero  di
bestiami, e i fonti sono assai pi che le case. Solo hanno disconcio delle cose
della mercanzia.


Magran monte.

Magran    un monte alquanto pi oltra del sopradetto: guarda verso mezzogiorno
al paese di Farcla nel confin del diserto,  e da ponente incomincia quasi  pure
dal  detto.  Verso  levante  finisce ne' piedi del monte di Dedes,  e sempre si
truova la neve su la cima di  questo  monte.  Gli  abitatori  hanno  moltissimi
bestiami,  in tanto che non si possono fermare in luogo alcuno: perci fanno le
loro case di scorza d'alberi,  e le fermano  sopra  certe  pertiche  non  molto
grosse.  I  travi hanno forma di que' cerchi che si pongono nel coperchio delle
ceste,  le quali usano di portar le femine sopra li muli per viaggio in Italia.
Cos pongono costoro queste lor case su la schiena de' muli,  e ne vanno con le
bestie e con la famiglia ora a questo luogo ora a quell'altro,  e dove truovano
erba  ivi  piantano  le case,  e vi dimorano insino che le bestie la consumano.
Egli  vero che il verno fanno ferma abitazione in  un  luogo,  e  fanno  certe
basse  stalle coperte di frasche,  e quivi tengono le dette bestie la notte.  E
usano di far grandissimi fuochi, massimamente appresso le stalle,  per iscaldar
gli  animali;  e  alle  volte  avviene che si leva il vento e vi fa attaccar il
fuoco,  di maniera che se n'abbrucciano le stalle;  ma le bestie sono preste  a
fuggire.  Per  tal  cagione  essi non fanno a dette stalle muri d'alcuna sorte,
percioch non danno lor maggior privilegio di quello che diano alle  case,  che
detto  abbiamo.  I  leoni  e  i  lupi ne fanno grandissimo guasto.  I costumi e
l'abito di costoro sono come quelli dei sopradetti,  fuor che questi abitano in
dette  capanne  e  quei  in case murate.  Quivi fui l'anno novecentodiciasette,
tornando di Dara a Fez.


Dedes monte.

Dedes  ancora egli un monte alto e freddo, dove sono molte fontane e boschi; e
incomincia dal monte di Magran dal lato di ponente,  e finisce ne' confini  del
monte  di  Adesan,  e confina dalla parte di mezzogiorno col piano di Todga.  
lungo circa ottanta miglia.  Su la cima del detto monte  una  citt  antica  e
rovinata,  e veggonsi ancora le sue vestigia,  che sono certi muri grossi fatti
di pietra,  e truovasi alcuna di queste pietre  scritta  con  lettere  che  non
vengono intese da alcuno.  Tiene il popolo che quella citt fusse fabricata da'
Romani,  ma io nelle croniche africane non truovo autore che  'l  dica  n  che
faccia menzione di questa citt,  eccetto serif Essacalli, che scrive nella sua
opera di certa citt detta Tedsi,  ne' confini di Segelmese con Dara:  ma  egli
non  dice  che  sia  edificata nel monte Dedes.  Noi tuttavia giudichiamo esser
quella, percioch non si vede in quella regione altra citt.
Gli abitatori di questo monte sono, a dir con verit,  gente di niun valore,  e
la  maggior parte abita in certe grotte umide,  e mangiano tutti pane d'orzo ed
elhasid, cio farina pur d'orzo bollita in acqua e sale,  come abbiam detto nel
libro di Hea,  perch nel detto monte altro non nasce che orzo. Hanno ben molta
copia di capre e d'asini,  e  nelle  grotte  dove  stanno  i  detti  animali  
grandissima  quantit di salnitro.  Io penso che,  se questo monte fusse vicino
all'Italia,  renderebbe di frutto all'anno venticinquemila  e  pi  ducati:  ma
quella  canaglia  non sa quello che sia salnitro.  Vanno malissimo vestiti,  in
tanto che mostrano scoperte la pi parte delle carni.  Le loro abitazioni  sono
brutte, e puzzano del mal odore delle capre che si tengono in quelle. Per tutto
il  detto  monte  non  si  truova n castello n citt che sia murata,  ma sono
divisi i loro alberghi in certi casali  fatti  di  pietra,  l'una  posta  sopra
l'altra senza calcina,  e coperte di certe piastre sottili e negre, come si usa
in alcuni luoghi nel contado di Sisa e di Fabbriano;  il  rimanente  (come  s'
detto)  abita  nelle grotte,  n mai viddi altrove tanti pulici quanti erano in
questo monte.

Sono ancora i detti uomini traditori,  ladri e assassini,  e ammazzarebbeno  un
uomo per una cipolla: onde per menomissima cagione fan gran quistione tra loro.
Non hanno n giudice n sacerdote,  n persona ch'abbia virt alcuna;  n quivi
sogliono praticar mercatanti,  perch questi se ne stanno in ozio,  n si danno
ad  alcuna industria.  E quelli che vi passano o gli rubbano o,  avendo qualche
salvocondotto d'alcuni di lor capi,  e portando robba che non faccia per  loro,
gli fanno pagar di gabella il quarto della robba. Le lor donne sono brutte come
il  diavolo  e  vestono  peggio  degli uomini,  e sono eziandio quasi a peggior
condizion degli asini,  percioch portano l'acque dai  fonti  e  le  legna  dai
boschi sopra la schiena,  n hanno mai un'ora di riposo.  E per conchiudere, in
niun altro luoco d'Africa mi pento d'esser stato fuor che in questo.  Ma mi  vi
convenne  passar  mentre  andai da Marocco a Segelmesse,  per obbedir a cui era
tenuto, nell'anno 918.


TERZA PARTE

Regno di Fessa.

Il regno di Fessa incomincia dal fiume di Ommirabih dalla parte di  ponente,  e
finisce  verso  levante  nel fiume di Muluia;  verso tramontana  una parte che
termina al mare Oceano;  ci sono altre  parti  che  compiono  al  Mediterraneo.
Questo regno si divide in sette provincie, le quali sono Temesne, il territorio
di Fez,  Azghar, Elhabet, Errif, Garet, Elchauz. Anticamente ciascuna di queste
provincie aveva particolar signoria;  eziandio Fessa  di  prima  non  fu  sedia
reale:  vero che fu edificata da certo rubello e scismatico, e dur il dominio
nella  sua  famiglia  circa  a  centocinquanta  anni.  Ma doppo che vi regn la
famiglia di Marin, questa fu quella che le diede titolo di regno, e fece in lei
la sua residenza  e  fortezza,  per  le  cagioni  narrate  nelle  croniche  de'
maumettani. Ora io ve ne far particolar narrazione di provincia in provincia e
di citt in citt, s come assai pienamente mi par aver di sopra fatto.


Temesna, provincia nel regno di Fessa.

Temesna    una provincia compresa nella regione di Fez,  la qual incomincia da
Ommirabih dalla parte di ponente e finisce nel fiume di Buragrag verso levante;
nel mezzogiorno ha fine nel monte Atlante,  e verso tramontana termina nel mare
Oceano.    tutta  piana e si stende da ponente a levante ottanta miglia,  e da
Atlante all'Oceano circa sessanta;  questa provincia fu veramente il  fiore  di
tutte  quelle  regioni,  percioch in lei si contenevano circa quaranta citt e
trecento castella,  abitate  da  molti  popoli  del  lignaggio  degli  Africani
barbari.
Nell'anno  trecentoventitre  di  legira  fu  la detta provincia sollevata da un
certo predicator eretico,  che fu  detto  Chemim  figliuol  di  Mennal.  Costui
persuase  al  popolo  che  non  dovesse dar tributo n obbedienza ai signori di
Fessa,  per esser uomini ingiusti,  ed eziandio perch  esso  era  profeta:  di
maniera  che  in  poco  tempo egli ebbe in mano il temporale e spirituale della
provincia. E incominci a far guerra a' detti signori, li quali,  avendo guerra
allora  con  il  popolo  di Zeneta,  furono astretti a patteggiar con costui in
questo modo,  che esso si godesse Temesna e  questi  Fessa,  senza  che  alcuno
turbasse l'altro. Regn egli trentacinque anni, e durarono i suoi seguaci nella
provincia circa anni cento.
Ma poi che il re Giuseppe col popolo di Luntuna ebbe edificato Marocco,  subito
incominci ancora egli a tentar d'insignorirsi di  questa  provincia,  e  mand
molti catolici e dotti uomini a ricercar di rimovergli da quella eresia e darsi
a  lui  senza  guerra.  Ma  questi  col principe loro,  che fu nipote del detto
predicatore, si ragunarono in la citt di Anfa e si risolsero d'ammazzar quegli
ambasciatori,  il che fecero.  Dipoi congregorno uno esercito di  cinquantamila
combattenti,  deliberati  in  tutto  di  scacciar  di Marocco e di tutta quella
regione il popolo di Luntuna. Il che inteso da Giuseppe col maggior isdegno che
avesse a' suoi giorni, fatto un grossissimo esercito,  non aspett che i nimici
venissero  a  Marocco,  ma  in capo di tre giorni fu egli nella lor provincia e
pass  il  fiume  di  Ommirabih.  Come  viddero  l'esercito  del  re  che  cos
impetuosamente  veniva  loro  incontra,  si  spaventarono  quei  di  Temesna e,
schifando  la  battaglia,   passarono  il  fiume  di  Buragrag  verso  Fez,   e
abbandonarono la provincia di Temesna. Allora il re mise il popolo e il terreno
a ferro,  a fuoco e a sacco con tanta crudelt,  che fece uccider per insino a'
fanciulli che poppavano,  e per otto mesi  ch'egli  vi  stette  con  l'esercito
rovin tutta la provincia, in tanto che ora non vi rimane se non certe picciole
vestigia della citt che vi erano.
A  questo s'aggiunse che il re di Fez,  inteso che 'l popolo di Temesna era per
passar Buragrag e camminava verso  Fez,  fatta  certa  triegua  col  popolo  di
Zeneta,  con grandissimo numero di soldati s'indrizz al detto fiume,  sopra il
quale trov il misero principe con la sua gente,  molto debole e stanco per  la
fame e necessit che sofferiva.  Esso volle passar il fiume, ma il passo gli fu
impedito dal re,  onde i poveri perseguitati furono per disperazione sforzati a
romper  per  certi  boschi  e rupi malagevoli a passare.  E furono circondati e
chiusi dall'esercito del re,  di maniera che in un medesimo tempo  perirono  da
tre diverse morti, percioch alcuni s'affogaron nel fiume, alcuni si fiaccarono
il  collo essendo spinti e gittandosi da quelle rupi,  e quelli ch'erano usciti
del fiume,  cadendo nelle mani del re,  furono menati a fil di spada.  Cos gli
abitatori  di  Temesna venner meno,  e furon spenti nello spazio di dieci mesi.
Istimasi che 'l popol che fu distrutto pervenisse al numero d'un millione,  fra
gli uomini, fra le femine e i fanciulli.
Il re Giuseppe di Luntuna si torn a Marocco,  per rinovar l'esercito contro il
signor di Fez,  e lasci Temesna per abitazion di leoni,  di lupi e di civette.
Rimase adunque la provincia disabitata centoottanta anni,  che fu per insino al
tempo che,  tornando Mansor dal  regno  di  Tunis,  men  con  esso  lui  certe
generazioni de popoli arabi con li capi loro, e di a questi ad abitar Temesna;
i  quali  vi durarono cinquanta anni,  insino a tanto che la famiglia di Mansor
perd il regno,  per la qual perdita vennero gli Arabi in  estrema  calamit  e
miseria,  in tanto che furon scacciati di l dai re della famiglia di Marin.  E
questi re diedero la provincia al popolo di  Zeneta  e  Haoara  in  premio  de'
benefici che riceverono da questi due popoli,  percioch l'uno e l'altro sempre
di favore alla famiglia di Marin contra i re e pontefici di  Marocco.  Cos  i
due  popoli  si godono la provincia in libert,  e sono accresciuti a tanto che
oggid (e pu esser da cento  anni  a  questo)  fanno  tremare  i  re  di  Fez,
percioch  si  crede  ch'arrivino  a sessantamila cavalli,  e fanno dugentomila
pedoni.
Io  ho  praticato  molto  in  questa  provincia,   e  ve  ne  dar   particolar
informazione.


Anfa, citt in Temesna.

Anfa    una  gran  citt  edificata  dai  Romani sopra il lito del mar Oceano,
discosta da Atlante circa a sessanta miglia verso tramontana, e da Azemur circa
a sessanta verso levante,  e da Rebat circa a quaranta  miglia  verso  ponente.
Questa citt fu molto civile e abbondante,  percioch tutti i suoi terreni sono
bonissimi per ogni sorte di grano, e ha invero il pi bel sito di citt che sia
nell'Africa.  Ha d'intorno di pianura circa a  ottanta  miglia,  eccetto  dalla
parte  di  tramontana,  che c' il mare.  Dentro di lei vi furono molti tempii,
botteghe bellissime e alti palazzi,  come ora si pu veder e  giudicar  per  le
reliquie  che  vi  si  truovano.  Vi furono eziandio molti giardini e vigne,  e
oggid vi si coglie gran quantit di frutti, massimamente melloni e citrioli, i
quai frutti incominciano a divenir maturi al mezzo d'aprile,  e  gli  abitatori
gli  sogliono portar a Fez,  percioch quei di Fez tardano pi.  Vanno le genti
molto ben in ordine del vestire, percioch hanno sempre avuto lunga pratica con
mercatanti di Portogallo e inglesi,  e vi sono  tra  loro  degli  uomini  assai
dotti.
Ma  per due cagioni avvenne il danno e la rovina loro: l'una fu perch volevano
viver in libert senza aver modo;  l'altra perch solevano tener dentro il  lor
picciol porto certe fuste, con le quali facevano grandissimi danni all'isola di
Calix  e  a  tutta  la  rivera di Portogallo,  in tanto che 'l re di Portogallo
deliber di distrugger la detta citt.  Per il che egli vi mand  un'armata  di
circa  cinquanta navili,  con uomini da combatter e molta artiglieria;  ma quei
della citt, come viddero avicinar l'armata, cos tolte le lor pi care robbe e
ragunati tutti insieme fuggirono alla citt di Rabat e di Sela, e abbandonarono
la lor terra. Il capitano dell'armata, che di ci niuna cosa sapea,  si mise in
ordine per dar la battaglia;  ma vedendo che non vi erano difensori,  avedutosi
del fatto,  fece smontar le genti,  le quali con tanto empito  entrarono  nella
citt che nel termine d'un d la scorsero e saccheggiarono tutta, abbrucciarono
le  case  e da molte parti disfecero le mura della citt,  la qual  rimasa ora
disabitata.  E io quando vi fui non potei tener le lagrime,  percioch  la  pi
parte delle case,  delle botteghe e dei tempii sono ancora in pi,  i quali con
le  lor  rovine  danno  all'occhio  un  spettacol  in  vero  compassionevole  a
riguardare.  Vi  si  veggono i giardini diserti e divenuti selve: pur producono
ancora qualche frutto.  Cos la impotenza e i  vizii  dei  re  di  Fez  l'hanno
condotto a tale, che non  speranza ch'ella sia pi riabitata.


Mansora citt.

Mansora  una terricciuola edificata da Mansore,  re e pontefice di Marocco, in
una bellissima pianura discosta dal mar Oceano due miglia,  e  dalla  citt  di
Rabat  circa  a  venticinque,  e da Anfa circa altretanti.  Soleva far presso a
quattrocento fuochi.  Appresso la detta citt passa un fiumicello,  il qual  si
chiama Guir.  Sopra il fiume sono molti giardini e molte viti,  ma or diserti e
abbandonati,  percioch,  quando fu distrutta Anfa,  gli  abitatori  di  questa
subito  ancora  essi  sgombrarono  la citt e fuggirono a Rabat,  temendo non i
Portogallesi venissero alla lor citt: cos la lasciarono vota.  Ma le sue mura
sono ancora intere, fuori che in certi luoghi che ruppero e disfecero gli Arabi
di  Temesna.  Io  passai  per  questa  citt e ne presi similmente compassione,
percioch facilmente si potrebbe riabitare,  non vi mancando altro  ch'edificar
le case: ma gli Arabi di Temesna, per lor malvagit, non vogliono che nissun vi
abiti.


Nuchaila.

Nuchaila   una certa picciola citt,  edificata nel mezzo di Temesna,  la qual
anticamente fu molto popolosa e abitata, e nel tempo degli eretici vi si faceva
una fiera una volta l'anno,  alla quale concorreva tutto 'l popol  di  Temesna.
Gli abitatori furono molto ricchi, percioch il lor terreno  grande e cinge da
ogni lato quaranta miglia di pianura. Truovo nelle istorie che, nel tempo degli
eretici,  costoro avevano tanta abbondanza di grano che alle volte ve ne davano
una gran soma d'un camello per un paio di scarpe.  Nella venuta di  Giuseppe  a
Temesna fu questa citt distrutta come l'altre;  nondimeno ora si veggono molti
vestigi di lei,  cio alcune parti di mura e una certa torre,  la qual era  nel
mezzo  d'un  tempio;  vi  si veggono ancora i giardini e i luoghi dove erano le
viti,  e cotai alberi vecchissimi che  non  fanno  pi  frutto.  Gli  Arabi  di
Temesna,  quando  essi  hanno  fornito d'arar i campi,  pongono i lor strumenti
appresso la detta torre, perch dicono ch'ivi fu sepellito un sant'uomo,  e per
tal  cagione niun piglia lo strumento dell'altro,  avendo timor dello sdegno di
quel santo.  Io passai per questa citt infinite volte,  per esser su la strada
di Rabat e di Marocco.


Adendum.

Adendum  una picciola citt edificata fra certi colli, vicina ad Atlante circa
a  quindici  miglia e venticinque alla sopradetta.  Quei colli sono tutti buoni
per seminarvi grano.  Accanto le mura di questa citt ne  nasce  un  gran  capo
d'acqua perfettissima;  d'intorno sono molte palme,  ma picciole, che non fanno
frutto. E la detta acqua passa fra certi rupi e valli, le quali si dicono esser
state minere di donde si cavava molto ferro;  il  che  assai  ben  si  conosce,
percioch  quei luoghi hanno color di ferro,  e comprendesi ancora in parte nel
sapor dell'acqua.  Della detta citt non  ci  rimase  se  non  alcune  picciole
vestigia,  cio  certe fondamenta di muri e certe colonne abbattute,  percioch
ella fu distrutta nella guerra degli eretici, s come l'altre.


Tegeget.

Tegeget  una picciola citt,  edificata dagli Africani sul lito del  fiume  di
Ommirabih, nel passo di Tedle a Fez. La detta citt fu popolosa, civile e molto
ricca, percioch vicina a lei  una strada in Atlante per cui si va al diserto,
e  tutti gli abitatori dei confini di quella parte del diserto vengono a questa
citt per comperar grano.  Ma ancor la detta citt fu  distrutta  nella  guerra
degli eretici,  e dipoi gran tempo fu riabitata a guisa d'una villa,  percioch
una parte degli Arabi di Temesna tengono  lor  grani  in  detta  citt,  e  gli
abitatori  sono  guardiani  d'essi  grani.  Ma  non  vi si truova n bottega n
artigiano, eccetto alcuni fabbri per conciar gli strumenti d'arare e per ferrar
i  cavalli.   I  medesimi  abitatori  hanno  dai  lor  padroni  arabi  espresso
comandamento  di  onorar  tutti  i  forestieri  che  passano per la citt,  e i
mercatanti pagano di passaggio quanto  il valor d'un  giulio  per  soma  delle
tele  o de' panni che essi conducono,  ma li bestiami e cavalli non pagano cosa
alcuna.  Passai molte volte per questa citt,  la qual  mi  dispiacque;  ma  il
terreno  nel vero perfettissimo e abbondevole di grani e di bestiami.


Hain Elchallu.

Questa    una  piccioletta  citt  non  molto  discosta da Mansora,  la qual 
edificata in un piano dove sono molti boschi di arbori cornili e  alcuni  altri
arbori spinosi,  i quali fanno certi frutti tondi simili alle giuggiole,  ma di
color giallo,  e hanno l'osso grande e pi grosso di quello dell'olive,  e poco
buono  di  fuori.  Per tutto dove circondano le vestigia della citt sono certe
paludi, nelle quai si truova gran quantit di testuggini over tartaruche,  e di
rospi molto grossi,  ma per quel ch'io udi' dire non son velenose. Nessun degli
istorici africani fanno memoria di  questa  citt,  forse  per  la  sua  troppa
picciolezza,  o  forse perch anticamente fusse destrutta.  A me ancor ella non
par degli edificii degli Africani;  dimostra esser stata fabricata da' Romani o
da qualche generazione straniera d'Africa.


Rabato.

Rabato    una  grandissima  citt,  la  qual fu edificata ne' tempi moderni da
Mansor,  re e pontefice di Marocco,  sopra il lito del mar Oceano.  E da canto,
cio  dalla parte di levante,  passa il fiume di Buragrag e ivi entra nel detto
mare: la rocca della citt  edificata su la gola del fiume, e ha da un lato il
fiume e dall'altro il mare.  La citt nelle muraglie e ne' casamenti somiglia a
Marocco, percioch da Mansor fu con tal studio edificata, ma  molto picciola a
comparazione   di   Marocco.   Fu  la  cagion  di  questa  fabrica  che  Mansor
signoreggiava tutta la Granata e parte  d'Ispagna,  la  qual  per  esser  molto
lontana da Marocco,  pens il re che, quando ella fosse assediata da cristiani,
malagevolmente l'avrebbe potuto dar soccorso.  Perci il detto fe'  pensier  di
fabricar  una citt appresso la marina,  dove potesse star tutta la state con i
suoi eserciti,  come che alcuni lo consigliassero che si  dimorasse  in  Setta,
ch'  una citt su lo stretto di Zibilterra.  Ma consider il re che quella non
era citt che potesse sostener un campo tre o quattro mesi, per la magrezza del
terreno del contado;  s'avidde ancora che sarebbe stato necessario di  dar  non
poco  disagio a quei della citt,  circa agli alloggiamenti dei soldati e altri
suoi cortigiani. Cos fra pochi mesi fece edificar questa citt,  e fornilla de
tempii  e  de  collegii  di  studenti  e di palazzi d'ogni sorte,  di case,  di
botteghe, di stuffe e di speziarie.  Ancora,  fuor della porta che guarda verso
mezzogiorno,  fece  far  una torre simile a quella di Marocco,  ma questa ha le
scale molto pi larghe,  percioch vi vanno tre cavalli l'uno appresso  l'altro
sopra.  E chi  su la cima della torre, dicesi che pu veder un navilio in mare
da grandissimo spazio;  io al mio giudicio la  tengo,  circa  all'altezza,  dei
mirabili  edificii  che  si veggano.  Volle ancora il re che vi si conducessero
molti artigiani e dotti uomini e mercatanti, e ordin ch'a tutti gli abitatori,
oltre al loro guadagno,  secondo l'arti  fusse  data  certa  provisione.  Onde,
tratti  dalla  fama  di  questo  partito,  vi  corsero  ad abitar uomini d'ogni
condizione e mestiero,  in tanto ch'in poco tempo questa citt divenne  la  pi
nobile e ricca che sia nell'Africa,  perch il popol guadagnava da due bande, e
le provisioni,  e li traffichi con li soldati e cortigiani,  perch  Mansor  vi
abitava  dal  principio  d'aprile  fino al settembre.  E perch fu edificata in
luogo dove non era molto buona acqua (percioch il mare entra nel fiume e va in
su circa a dieci miglia,  e li pozzi della terra hanno  acqua  salata),  Mansor
fece  condur  l'acqua  da un fonte discosto dalla detta presso a dodici miglia,
per certo acquedutto fatto con belle mura fabricate su  archi,  non  altrimenti
che  si  veggano  in  alcuni  luoghi d'Italia,  e massimamente in quei di Roma.
Questo acquedutto si divide in molte parti,  delle quali alcuna conduce l'acqua
ai  tempii,  quale  ai  collegi,  quale ai palazzi del signore e quale ai fonti
communi che furon fatti per tutte le contrade della citt.
Ma doppo la morte di Mansor la citt incominci a mancar, per s fatto modo che
di dieci parti una non v' rimasa,  e 'l bello acquedutto fu rotto  e  disfatto
nelle  guerre  dei  re della casa di Marin contra la casa di Mansor.  E oggi la
detta citt ha peggiorato pi che  prima,  e  mi  cred'io  che  con  fatica  si
truovano  quattrocento  case  abitate;  del  resto  ne  son state fatte vigne e
possessioni.  Ma quanto  d'abitato sono due o tre contrade appresso  la  rocca
con  qualche picciola bottega.  E ancor sta in molto pericolo d'esser presa da'
Portogallesi,  percioch tutti i passati re di Portogallo han fatto disegno  di
prenderla,  considerando che,  avuta questa citt, agevolmente potranno prender
tutto il regno di Fez.  Ma fin a questo d il re di  Fez  v'ha  fatto  un  gran
provedimento;  e la sostiene il meglio che pu. Io fui in questa citt e n'ebbi
piet,  rivolgendo nel mio animo il viver ch'era ne' tempi passati a quello che
si truova oggid.


Sella citt.

Sella   una citt picciola edificata da' Romani appresso il fiume di Buregrag,
discosta dal mare Oceano circa a due miglia e da Rabato un miglio, di modo che,
se alcun vuol andar alla marina, gli convien passar per Rabato.  Ma la detta fu
rovinata nella guerra degli eretici. Dipoi Mansor rinov le mura, e fece in lei
uno  spedale  bellissimo  e  un  palazzo  per  alloggiamento  dei suoi soldati.
Similmente vi fece un bellissimo tempio,  e una sala  molto  superba  di  marmi
intagliati, di mosaichi, e con finestre di vetro di diversi colori: e quando fu
vicino alla morte lasci in testamento d'esser sepolto nella detta sala.  Morto
adunque Mansor,  fu portato il corpo suo da Marocco e quivi ebbe  sepoltura,  e
furongli messe due tavole di marmo, l'una da capo e l'altra da pi, nelle quali
furono intagliati molti versi elegantissimi,  i quali contenevano i lamenti e i
pianti del detto Mansor, composti da diversi uomini.  Tutti i signori della sua
famiglia tennero un tal costume, di far sepellir i lor corpi in quella sala; il
somigliante fecero i re di quella di Marin, allora che 'l lor regno fioriva. Io
fui in questa sala e viddivi trenta sepolture di quei signori,  e scrissi tutti
gli epitaffii che v'erano. Fu l'anno novecentoquindici di legira.


Maden Auuam.

Questa  una citt edificata a' nostri giorni da  un  tesoriere  del  pontefice
Habdulmumen  su  la  riva del fiume di Buragrag,  non per altra cagione che per
veder quei luoghi,  per certe minere  di  ferro,  esser  molto  frequentati.  
lontana  da  Atlante  circa  dieci miglia,  e fra la citt e Atlante sono molti
oscuri boschi,  nei quali si truovano  grandissimi  e  terribilissimi  leoni  e
leopardi.   Questa,   per   insino   che   dur   il   dominio  nella  famiglia
dell'edificatore, fu assai civile e abitata, e addorna di belle case, di tempii
e d'osterie.  Ma ci fu poco tempo,  percioch le guerre dei  re  di  Marin  la
posero a rovina, e gli abitatori parte furono uccisi, e parte fatti prigioni, e
parte  fuggirono  alla citt di Sella.  E ci avenne perch,  non aspettando il
popolo soccorso dal re di Marocco,  diedero la citt a uno dei re di Marin,  ma
in  quel  medesimo  tempo  essendo sopravenuto un capitano del re di Marocco in
loro difesa, esso si ribell contra il signor ch'era dentro, di maniera che gli
convenne fuggirsi.  D'indi a molti mesi venne il re  della  casa  di  Marin  in
persona  con  grande esercito,  il quale,  andandosene verso Marocco,  tenne il
cammino a quella citt.  Onde il capitano  subito  si  fugg,  e  la  citt  fu
costretta di rendersi a discrezion del re, che poscia sacheggi e ammazz tutto
quel popolo.  E da quel tempo fino a questo non fu mai pi riabitata, ma ancora
ci sono le mura della citt e le torri dei tempii. Io la viddi nel tempo che 'l
re di Fez si pacific col suo cugino,  e vennero a Thagia per giurar  sopra  il
sepolcro d'un lor santo, il cui nome  Seudi Buhaza. Fu l'anno novecentoventi.


Thagia, citt di Temesna.

Thagia    una  certa picciola citt,  edificata anticamente dagli Africani fra
certi monti di quelli di Atlante.   molto fredda e i suoi terreni sono magri e
aspri;  d'intorno  alla  citt  sono  mirabilissimi boschi,  luoghi de rabbiosi
leoni. Nasce in questo paese poca quantit di grano,  ma  copiosissimo di mele
e di capre.  La citt  priva d'ogni civilt,  e le case sono mal fatte e senza
calcina.   in lei un sepolcro di certo santo,  il qual fu al tempo  di  Habdul
Mumen pontefice, e dicesi quel santo aver fatto molti miracoli contra ai leoni,
e che egli fu mirabile indovino,  in tanto che si trov chi scrisse la sua vita
molto diligentemente, e questo fu un dottore detto Ettedle,  qual narra tutti i
miracoli  uno  per  uno.  Io  per me credo,  avendo letto i miracoli che costui
faceva,  ch'erano o per arte magica o per  qualche  natural  secreto  contra  i
leoni.  La fama di ci, e la riverenza che si porta a quel corpo,  cagione che
questa citt  molto frequentata. E il popol di Fez ogni anno,  doppo la pasqua
loro,  va a visitar detto sepolcro, dove andando uomini, donne e fanciulli, par
che si muova un campo d'arme,  percioch ciascuno porta il suo padiglione  over
tenda,  di  modo  che  tutte  le  bestie sono cariche e di tende e d'altre cose
opportune per il vivere,  e ogni  compagnia  ha  da  centocinquanta  padiglioni
insieme.  E  fra  l'andata  e  il  ritorno  v'ha d'intervallo di tempo quindici
giorni,  perch la citt  lontana da Fez circa centoventi miglia.  E mio padre
mi  menava  ogni  anno  seco a visitar detto sepolcro,  e quando son stato uomo
fatto vi son stato parecchie volte,  per molti  voti  fatti  ne'  pericoli  dei
leoni.


Zarfa.

Zarfa fu citt in Temesna,  edificata dagli Africani in una larghissima e bella
pianura,  dove sono molti fiumicelli e fonti.  E intorno  alle  vestigia  della
citt  sono molti piedi di ficaie,  di cornili e di quelle ciriegie che in Roma
son dette marene. Sonvi eziandio molti alberi spinosi,  i quali producono certi
frutti che in lingua araba si dicono nabich: sono pi piccioli delle ciriegie e
hanno  quasi  sapore  di giuggiole.  Sono ancora per tutte quelle pianure certi
piedi di palme salvatiche,  e molto picciole,  le quai fanno  un  certo  frutto
grosso  come  l'oliva di Spagna,  ma ha l'osso grande e poco buono: hanno quasi
sapor di sorbe,  innanzi che si maturano.  La citt fu  rovinata  nelle  guerre
degli eretici.  Ora i suoi termini vengono seminati dagli Arabi di Temesna,  ed
essi v'hanno s buona raccolta ch'alle volte risponde di ci che vi  si  semina
cinquanta per uno.


Territorio di Fez.

Il territorio di Fez dalla parte di ponente incomincia dal fiume di Buragrag, e
si  stende  verso levante insino al fiume d'Inauen: fra l'uno e l'altro fiume 
di tratto circa a cento miglia;  di verso tramontana termina nel fiume di Suba,
e  dal lato di mezzogiorno finisce ne' piedi di Atlante.  Il detto territorio 
mirabil veramente dell'abbondanza del grano,  dei frutti e degli animali che vi
sono.  In tutti i colli di questo paese ha molti e grandissimi villaggi.  vero
che le pianure per le passate guerre son poco abitate,  nondimeno vi si abitano
alcuni casali da certi poveri Arabi e di niun potere, i quali tengono i terreni
a  parte  o co' cittadini di Fez o col re e suoi cortigiani.  Ma la campagna di
Sala e Mecnase sementano alcuni Arabi  nobili  e  cavalieri:  pur  questi  sono
soggetti al re.
Ora vi si dir particolarmente ci che v' di nobile.


Sella citt.

Sella    una  citt antichissima,  edificata da' Romani,  ma fu acquistata da'
Gotti. Vero  che gli eserciti de' maumettani entrarono in quella regione,  e i
Gotti la diedero a Taric,  capitano loro;  ma,  poi che fu edificata Fez,  ella
divenne soggetta a' signori di Fez.   questa citt fabricata sul mar Oceano in
bellissimo  luogo,  discosta dalla citt di Rabato non pi d'un miglio e mezzo:
il fiume di Buragrag divide l'una citt dall'altra.  Le case della detta  citt
sono  edificate  al  modo  che  le edificavano gli antichi,  ma molto ornate di
mosaico e di colonne di marmo.  Oltre a ci tutti i tempii  sono  bellissimi  e
ornati;  cos  le botteghe,  le quali furon fabricate sotto i portichi larghi e
belli, e passato che si ha molte botteghe si truovano certi archi,  fatti (come
essi  dicono) per divider un'arte da un'altra.  Concludo che questa citt aveva
tutti quegli ornamenti e quelle condizioni che s'appartengono  a  una  perfetta
civilit,  e  tanto  pi  che,  avendo  buon porto,  era frequentata da diverse
generazioni di mercatanti cristiani, genovesi, viniziani,  inglesi e fiandresi,
percioch quello  il porto di tutto il regno di Fez.
Ma la detta citt,  negli anni seicentosettanta di legira, fu assaltata e presa
da un'armata del re di Castiglia.  Il popol fugg e rimaservi i  cristiani,  ma
non pi che dieci giorni, percioch essi furono d'improviso assaliti da Giacob,
primo  re della casa di Marin,  e inavertentemente,  percioch ei non stimavano
che 'l re lasciasse l'impresa di Telensin,  nella quale gi era occupato.  Onde
fu ripresa la citt,  e quanti di loro si trovarono furono uccisi; il rimanente
si salv nell'armata e fugg via.  Per questa cagione il  re  fu  benvoluto  da
tutto il popolo di quelle regioni, e cos la sua famiglia che regn doppo lui.
Ma  come che questa citt fusse tosto riavuta,  nondimeno  molto mancata nelle
abitazioni,  e molto pi nella civilit.  E per tutta  la  citt,  massimamente
vicino alle mura,  si truovano molte case vote,  nelle quali sono di bellissime
colonne e finestre di marmi di diversi colori,  ma gli abitatori d'oggi non  le
apprezzano.  Il  circoito della citt  tutto arena,  e sono certi terreni dove
non nasce molto grano,  ma v'ha gran numero di orti e di  campi  ne'  quali  si
raccoglie  gran  quantit  di bambagio: e gli abitatori della citt sono per lo
pi tessitori di tele bambagine,  molto sottili nel vero e molto  belle.  Fassi
eziandio in lei grandissima quantit di petteni, i quali sono mandati a vendere
in  tutte  le citt del regno di Fez,  percioch  vicino alla detta citt;  vi
sono molti boschi di bossi e di molti altri legni buoni per tal effetto.
Oggid pure egli si vive in questa citt assai civilmente.  C'  governatore  e
giudice,  e  molti  altri uffici vi sono,  come dogana e gabella,  percioch vi
vengono molti mercatanti genovesi e fanno quivi di gran  faccende.  Il  re  gli
accarezza assai,  perch la pratica di costoro gli apporta grandissimo utile. I
detti mercatanti hanno la loro stanza quale in Fez e quale  in  Sela,  e  nello
spaccio  delle  robbe  l'uno  fa  per  l'altro.  Io  gli ho veduti in tutte lor
pratiche molto nobili e cortesi,  e spendevano assai per acquistarsi l'amicizia
dei signori e di quei della corte,  non per cupidigia d'avanzar cosa alcuna da'
detti signori, ma per poter ne' paesi stranieri onoratamente vivere.  E a' miei
d  fu  un  onoratissimo  gentiluomo genovese,  detto messer Tommaso di Marino,
persona invero savia, da bene e molto ricca, del quale il re faceva grandissima
stima e molto l'accarezzava.  Egli visse in Fez circa a trenta  anni,  e  quivi
venuto  a  morte,  il  re  fece portarne il suo corpo a Genova,  come egli avea
ordinato. Lasci costui in Fez molti figliuoli maschi, tutti ricchi e onorevoli
appresso il re e a tutta la corte.


Fanzara.

Fanzara  una citt non molto grande, ma edificata in una bellissima pianura da
uno dei re di Muachidin, discosta da Sela circa a dieci miglia.  Tutta la detta
pianura  fertilissima di formento e d'altri grani.  Fuori della citt appresso
le mura sono molte bellissime fontane, le quali fece fare Abulchesen re di Fez.
Nel tempo del re Abusaid ultimo,  che fu  della  casa  di  Marin,  un  suo  zio
chiamato  Sahid,  trovandosi  prigione  di  Habdilla  re  di  Granata,  mand a
richieder suo nipote re di Fez che volesse compiacer a certa dimanda del re  di
Granata.  La  qual  cosa  ricusando  di  fare,  Habdilla  liber detto Sahid di
prigione,  e lo mand con grandissimo esercito e molta  quantit  di  danari  a
rovina e disfacimento del detto re. Questo Sahid, con l'aiuto appresso d'alcuni
montanari  arabi,  assedi Fez e vi tenne l'assedio sette anni,  nel qual tempo
distrusse i villaggi, le citt e le castella di tutto il regno.  Sopravenne poi
nel  suo campo la peste,  la qual lo tolse di vita insieme con la maggior parte
dell'esercito.  Questo fu negli anni 918 di legira.  Le citt che furono allora
distrutte mai pi non si abitarono, e massimamente la detta Fanzara, la qual fu
data per albergo ad alcuni capi degli Arabi che furono in aiuto di Sahid.


Mahmora.

Mahmora    una picciola citt,  edificata da un dei re di Muachidin su la gola
del gran fiume Subo,  cio dove il detto fiume entra in mare;  ma  la  citt  
lontana  dal  mare circa a un miglio e mezzo,  e da Sela circa a dodici miglia.
Tutti i circuiti di questa citt sono piani d'arena,  e fu edificata per difesa
della  gola  del  detto  fiume,  acci  non vi possino entrar legni de' nimici.
Appresso la citt  un grandissimo bosco, dove sono alcuni alberi altissimi, le
cui ghiande sono grosse e lunghe come le susine dammaschine: vero  che  questa
cotal  ghianda    alquanto  pi  sottile,  e  ha un sapore vie pi dolce e pi
delicato di quello della castagna.  Alcuni Arabi vicini al detto bosco usano di
portarne  gran quantit in Fez sopra i loro camelli,  e ne cavano molti danari;
ve ne portavano ancora i mulattieri di questa citt,  e ve  ne  facevano  assai
buon  guadagno,  ma c' grandissimo pericolo di leoni,  i quali mangiano le pi
volte le bestie e gli uomini che non sono pratichi,  percioch in questi boschi
sono i pi famosi leoni che abbia l'Africa.
Da cento e venti anni in qua la detta citt  distrutta,  per la guerra che fe'
Sahid al re di Fez,  n vi rimase altro che  alcune  rare  vestigie,  le  quali
dimostrano che la citt non fu molto grande.  Nell'anno 921 il re di Portogallo
mand una grandissima armata,  per edificar un castello su la  gola  del  detto
fiume.   I  Portogallesi,  come  vi  furono  arrivati,  cos  incominciarono  a
fabricarlo,  e gi avevano fatte tutte le fondamenta e incominciato a levar  in
pi  le mura e bastioni,  e la maggior parte dell'armata era entrata nel fiume,
quando furono sopragiunti e impediti dal fratello del re di Fez;  oltre  a  ci
tagliati a pezzi tremila uomini,  non per poco valore de' Portogallesi,  ma per
discordie.  Il che fu che una notte  innanzi  l'alba  uscirono  questi  tremila
dell'armata,  con  disegno  di  pigliar l'artiglieria del re,  e fu grandissimo
errore che tal numero di fanti andasse a far questa  fazione,  dove  li  nimici
erano  da  cinquantamila  fanti  e  cavalli  quattromila;  ma  li  Portogallesi
pensarono che avanti che alcun del campo sentisse,  di dover con  loro  astuzie
aver condotta l'artiglieria nella fortezza,  la qual era lontana dal luogo dove
andavano a pigliare circa due miglia, alla guardia della qual stavano da sei in
settemila persone,  le quali  nell'ora  dell'alba  tutte  dormivano.  Ed  erali
successo tanto felicemente che avevano quasi per lo spazio d'un miglio condotta
via detta artiglieria, quando furono sentiti, e fu tanto il romore che tutto il
campo  si svegli,  e in poco d'ora,  prese l'armi,  corsero verso i cristiani,
quali si ristrinsero immediate in una ordinanza tonda, e senza perdersi d'animo
camminando valorosamente si difendevano.  N gli spaventava  punto  il  vedersi
circondati da ogni parte e che gli era tolta la strada,  percioch tanta era la
furia ed empito,  in quella parte che urtavan con la testa dell'ordinanza,  che
per  forza  si  facevan  far la strada.  E si sarebbono salvati al dispetto del
campo,  senonch alcuni schiavi rinegati,  che sapevan  la  lingua  portoghesa,
gridando gli dissero che buttassero gi l'armi, che 'l fratel del re di Fez gli
donava la vita.  La qual cosa avendo fatta,  i Mori,  che sono uomini bestiali,
non ne volendo far prigioni alcuno tutti gli uccisero, di maniera che altri non
vi camparono che tre o quattro,  col favor di certi capitani del  fratello  del
re.  Allora  il  capitano  della  fortezza  fu  quasi  in  ultima disperazione,
percioch negli uccisi si conteneva il fior della sua gente. Dimand adunque il
soccorso del general capitano,  il quale era con certe navi grosse,  dove erano
molti signori e cavalieri portogallesi, fuori della gola del fiume; ma egli non
vi  pot entrare,  impedito dalla guardia del re di Fez,  la quale,  scaricando
spesse artiglierie, affond alcuni loro navili.
Fra tanto giunse la nuova a' Portogallesi che 'l re di Spagna era morto, per il
che alcune navi mandate in favor  loro  del  detto  re  di  Spagna  si  volsero
dipartire.  Similmente  il  capitano  della  rocca,  vedendo di non potere aver
soccorso,  abbandon la fortezza.  E meno si volsero fermare i navili  ch'erano
dentro il fiume,  ma nell'uscir vi perirono quasi due terzi, percioch, volendo
schivar quella parte donde tiravano l'artiglierie,  si tennero all'altro lato e
dierono nell'arena, conciosiach da quel canto il fiume non  molto profondo. I
Mori  furono lor adosso e ve n'uccisero una gran parte;  gli altri si gettorono
nel fiume e,  pensando di notare alle navi grosse,  o vi s'affogarono dentro  o
caderono  nella  sorte  dei  primi.  I navili furono abbruciati e l'artiglierie
andorno a fondo.  Il mare ivi vicino tre d continovi mostr  l'onde  tinte  di
sangue: dicesi che in quella armata furono uccisi diecimila cristiani. Il re di
Fez  fece  dipoi  cavar  di  sotto  l'acqua,  e si trovarono quattrocento pezzi
d'artiglieria  di  bronzo.  E  questa  cos  gran  rotta  intravenne  per  duoi
disordini:  il primo fu fatto per li Portoghesi,  quali,  senza stimar le forze
de' nimici,  volsero con cos poco numero  di  gente  andar  a  pigliar  quella
artiglieria;  il  secondo fu che,  potendo il re di Portogallo mandar un'armata
tutta a sue spese e sotto li suoi  capitani,  vi  volse  aggiungere  quella  di
Castigliani.  E  sempre  accade  e  non  fallisce  mai che due eserciti di duoi
diversi signori,  quando vanno contro ad uno esercito d'un signor solo,  quelli
duoi  son  rotti e malmenati,  per la diversit de' ministri e de' consigli che
mai s'accordano,  e li nostri signori africani tengono per  segno  di  vittoria
quando vedono l'esercito di duoi signori andar contra quello d'un signore. E io
fui  in tutta la detta guerra e la viddi particolarmente,  e dapoi mi part per
andar al viaggio di Costantinopoli.


Tefelfelt.

Tefelfelt  una picciola citt edificata in un piano dell'arena,  discosta  dal
Mahmora  circa  a quindici miglia verso levante,  e dal mar Oceano circa dodici
miglia.  Appresso della detta citt passa un fiume non molto grande,  e  su  le
rive del fiume sono alcuni boschi,  ne' quali stanzano certi leoni crudelissimi
e peggiori di quelli ch'io dissi di sopra,  e fanno  di  grandissimi  danni  a'
passaggieri,  massimamente  a  quegli che v'alloggiano di notte.  Ma per la via
maestra di Fessa,  fuori della detta citt,   un picciolo  casale  disabitato,
dove    una stanza fatta a volte.  Quivi dicesi che si riducevano ad albergo i
mulattieri e i viandanti,  faccendo riparo alla porta con spini  e  frasche  di
quei contorni.  Questa era osteria nel tempo che la citt era abitata,  la qual
citt fu similmente abbandonata nella guerra di Sahid.


Mechnase citt.

Mechnase  una gran citt,  edificata da un popol cos detto,  dal  quale  ella
prese  il  nome.    discosta da Fez circa a trentasei miglia,  da Sela circa a
cinquanta e da Atlante circa a quindici.  Fa presso a seimila fuochi ed  molto
abitata  e popolosa,  e lungo tempo il suo popolo visse in pace e unione,  cio
mentre abit nella campagna.  Ma dipoi vi nacquero discordie e parti,  di  modo
che,  una  parte  essendo  superiore  all'altra,  quella che rimase perditrice,
essendo priva d'animali n potendo  pi  dimorar  nella  campagna,  si  ridusse
insieme e fabric questa citt.  La quale  posta in un bellissimo piano,  e le
passa da vicino un fiume non molto grande.  D'intorno circa a tre  miglia  sono
molti  giardini,  che  fanno  perfettissimi frutti,  massimamente cotogni molto
grossi e odoriferi,  e mele granate che sono maravigliose e di grandezza  e  di
bont,  perch non hanno osso alcuno,  e si vendono per vilissimo prezzo.  Anco
susini damasceni e bianchi  vi  sono  in  gran  quantit,  e  giuggiole,  quali
l'inverno  mangiano secche,  e buona parte ne portano a Fessa a vendere.  Hanno
anco copia assai de fichi e uva di pergola,  ma le mangiano fresche,  perch il
fico,  se lo vogliono seccare per conservarlo,  getta fuori come una farina,  e
l'uva anco non  buona quando  secca. E hanno tanta quantit di crisomele e di
persiche che quasi le gettano via: egli  ben vero che  le  persiche  non  sono
molto  buone,  ma  piene  d'acqua  e  d'un color quasi verde.  Olive nascono in
infinito,  e vendesene per un ducato e mezzo un cantaro,  che sono cento libbre
italiane.  In fine il terreno della detta citt  molto fertile.  Di lino vi si
cava una mirabil quantit, la pi parte del quale si vende in Fez e in Sela.
La citt di dentro  bene ornata, ordinata e fornita di tempii bellissimi, e vi
sono tre collegii di scolari e circa a dieci stufe molto grandi.  E  si  fa  il
mercato  fuori  della  citt appresso le mura ogni luned,  nel quale si truova
grandissima quantit degli Arabi vicini allo stato  della  citt,  i  quali  vi
menano buoi,  castrati e altre bestie,  vi portano butiro e lana, e il tutto si
vende per vilissimo prezzo.  A questa et il re  ha  dato  la  detta  citt  al
principe  per  parte  del suo stato,  e stimasi che tra lei e il suo contado si
cavi tanto di frutto quanto d'un terzo di tutto il regno di Fez.
Ma la citt ebbe di grandissimi disagi per le guerre passate,  le quali  furono
fra  i  signori  di  quelle  regioni,  e  in  ciascuna guerra peggior trenta o
quarantamila ducati, e molte volte fu assediata sei e sette anni per volta. Nel
mio tempo, quando il presente re di Fez fu creato re,  un suo fratel cugino gli
si  ribell  contra,  e  aveva  il  favor  del popolo.  Onde il re vi venne con
l'esercito e tenne l'assedio alla citt circa a duoi mesi,  n volendosi render
i  cittadini,  guast tutte le loro possessioni.  Fu allora il peggioramento di
venticinquemila ducati: pensate che danno fu quando  stette  assediata  cinque,
sei e sette anni. In fine una parte amica del re aperse una porta e, sostenendo
gagliardamente l'impeto degli aderenti al ribello, diede adito al re di poterci
entrare: cos fu la citt riavuta,  ed esso menato in prigione a Fez;  ma dipoi
si fugg.
Insomma questa citt  bella, fertile, ben murata e molto forte.  Le sue strade
sono  larghe  e  allegre,  e  ha  una  perfettissima  acqua,  che  vien per uno
acquedutto il quale  fuori della citt lontano circa a tre miglia,  ed esso la
comparte  fra la rocca e i tempii e i collegii e le stufe.  I mulini sono tutti
fuori della citt,  lontani circa a  due  miglia.  Gli  abitatori  sono  uomini
valorosi nella milizia,  liberali e assai civili, ma d'ingegno pi tosto grossi
che no. E tutti usano la mercatanzia,  o siano gentiluomini o artigiani,  n un
cittadino si reca a vergogna di caricare una bestia di semenza per farla portar
al  lavorator  suo.  Tengono  grande  odio  col popolo di Fez,  n si sa alcuna
manifesta cagione. Le donne dei gentiluomini della citt non escono fuori delle
lor case se non la notte,  e si tengono coperti  i  volti,  n  vogliono  esser
vedute  n  coperte  n  discoperte,  perch  gli  uomini  sono  molto gelosi e
pericolosi nel fatto delle lor mogli.  Questa citt a me dispiacque,  per esser
il verno tutta molle e fangosa.


Gemiha Elchmen.

Questa   una antica citt,  edificata nel piano appresso un bagno,  lontana da
Mecnase circa a 15 miglia verso  mezzogiorno,  e  da  Fez  quasi  trenta  verso
ponente,  e dal monte Atlante  discosta quasi dieci.  Ella  il passo a chi va
da Fez a Tedle.  I suoi terreni furono occupati da certi Arabi,  percioch essa
ancora  fu  distrutta  nella  guerra di Sahid.  Vero  che vi sono ancora quasi
tutte le mura intorno, e a tutte le torri e tempii sono caduti li tetti,  ma li
muri sono ancora in piedi.


Camis Metgara.

Camis Metgara  una picciola citt,  edificata dagli Africani nella campagna di
Zuaga, lontana da Fez circa a quindici miglia verso ponente. Il terreno  molto
fertile, e d'intorno la citt quasi a due miglia v'ha giardini bellissimi d'uve
e di fichi;  ma tutti sono stati rifatti,  percioch nella sopradetta guerra di
Sahid  questa citt fu rovinata,  e tutti i terreni rimasero diserti circa anni
120.  Ma doppo ch'una parte del popolo di Granata pass in Mauritania,  ella fu
incominciata  a  riabitarsi,  e  furonvi  piantati  moltissimi  alberi  di more
bianche,  percioch i Granatini sono grandi mercatanti di sete.  Vi  piantarono
eziandio canne di zucchero,  ma non vi se ne cav tanto profitto quanto si suol
far delle canne di l'Andaluzia. Fu questa citt ne' tempi antichi molto civile,
ma non cos a' nostri,  percioch gli abitatori sono quasi tutti lavoratori  di
terra.


Banibasil.

Banibasil    una  picciola  citt  edificata  pure  dagli  Africani  sopra  un
fiumicello, in mezzo il passo che porta da Fez a Mecnase,  lontano da Fez circa
a  diciotto  miglia verso ponente.  Ha la detta citt una larghissima campagna,
dove sono molti fiumicelli e capi grossi d'acqua, ed  tutta coltivata da certi
Arabi i quali vi seminano  orzo  e  lino.  Altro  grano  non  vi  pu  venir  a
perfezione,  per  esser la campagna aspra molto e sempre piena d'acqua.  Questa
campagna serve al maggior tempio di Fez,  e i sacerdoti vi  cavano  di  rendita
ventimila  ducati  l'anno.  Aveva  questa citt molti belli giardini d'intorno,
come si conosce ai vestigi,  ma fu rovinata come l'altre nel tempo di Sahid,  e
rimase disabitata circa cento e dieci anni. Ma, poi che 'l re di Fez ritorn da
Duccala,  vi  mand  ad  abitar  una  parte  di  quel popolo;  tuttavia non v'
civilit, e il detto popolo contra il suo volere vi abita.


Fessa, magna citt e capo di tutta Mauritania.

La citt di Fez fu edificata da un certo eretico nel tempo di  Aron  pontefice,
il che fu l'anno centoottantacinque di legira.  Fu detta Fez percioch il primo
d che si cavarono le fondamenta fu trovata non so che  quantit  di  oro,  che
nella  lingua araba  detto fez.  E questa al giudicio mio  la vera derivazion
del nome,  quantunque alcuni vogliano che il luogo dove ella fu edificata fusse
prima appellato Fez per cagione d'un fiume che passa nel detto luogo, percioch
gli Arabi chiamano il detto fiume Fez.
Come  si sia,  colui che la edific fu detto Idris,  e fu molto stretto parente
del detto pontefice.  Ma per la regola della legge,  vie pi tosto a lui che ad
Aron  devea  venir  il  pontificato,  percioch egli fu nipote di Hali,  fratel
cugino di Maumetto, che ebbe per moglie Fatema figliuola di Maumetto, e cos fu
della famiglia da canto del padre e della madre. Ma Aron fu parente di Maumetto
da una sola parte,  percioch era egli nipote di Habbas zio di Maumetto.    da
sapere  che  tutte  due  queste  famiglie furono private del pontificato per le
cagioni contenute nell'antiche croniche,  e Aron  con  inganno  se  lo  usurp,
percioch l'avolo di Aron, ch'era uomo astuto e d'alto ingegno, fingendo di dar
favore  alla casa di Hali per metterla in tal dignit,  mand suoi ambasciatori
in tutto il mondo.  E fu cagione che la casa di Umeue se la  perd,  e  ch'ella
venisse poi nelle mani di Habdulla Seffec,  primo pontefice, il quale, veggendo
che questa dignit non si poteva nel vero lasciare ad altrui, subito si rivolse
contra  la  sopradetta  casa  di  Hali  e  incominci  apertamente  a   esserne
perseguitatore,  in  tanto che i maggiori di Hali se ne fuggirono chi in Asia e
chi in India.  Rimase un di loro in Elmadina,  del qual,  per esser  vecchio  e
religioso, egli non si cur. Ma due suoi figliuoli crebbero non meno in et che
in grandezza e favor di quei di Elmadina,  talmente che,  volendogli esso nelle
mani,  i miseri furon costretti a fuggirsi: ma l'uno fu  preso  e  strangolato,
l'altro (il cui nome fu Idris) scapp in Mauritania.
Questo  Idris  venne in grandissimo credito,  per modo che in brieve tempo ebbe
fra quei popoli il dominio non solo temporale  ma  spirituale,  e  abitava  nel
monte di Zaron, vicino a Fez circa a trenta miglia, e tutta Mauritania gli dava
tributo.  Mor  egli  senza  figliuoli,  eccetto che pur lasci una sua schiava
gravida, la quale era gotta, ma venuta alla fede loro. Costei partor un figlio
maschio,  il quale dal padre fu chiamato Idris.  Questo i  popoli  volsero  per
signore, onde lo fecero nudrir con grandissime guardie e diligenze, e crescendo
allevar  sotto  la  disciplina  d'un  valente capitano del padre,  detto Rasid.
Questo fanciullo,  come fu d'et di quindici anni,  incominci a far di belle e
gloriose prodezze,  e acquist molti paesi, per s fatto modo che accrescettero
le sue famiglie e gli eserciti.  Onde,  parendo a lui che non gli  bastasse  la
stanza del padre,  deliber di fabricar una citt e, lasciando il monte, abitar
in lei.  Per il che fece  ragunar  molti  architetti  e  ingegnieri,  i  quali,
diligentemente  avendo  considerati  tutti quei piani ch'erano vicini al monte,
consigliaron che la citt si facesse nel luogo dove fu edificata Fez, percioch
conobbero il luogo molto commodo per una citt,  veggendovi molti  fonti  e  un
gran  fiume,  il quale,  nascendo in una pianura non molto discosta,  passa fra
certi piccioli  colli  e  valli  molto  dilettevoli,  correndo  prima  dolce  e
chetamente  otto  miglia di piano.  Dalla parte di mezzogiorno viddero eziandio
che v'era un gran bosco,  il qual poteva molto servire ai bisogni della  citt.
Cos  edificaron  una  picciola citt nel transito del fiume verso levante,  di
circa a tremila fuochi,  e fu molto ben fornita secondo la sua qualit di  cose
pertinenti alla civilit.
Venuto Idris a morte,  uno de' suoi figliuoli edific un'altra non molto grande
citt verso ponente,  pur nel transito del detto fiume.  Crebbe poi in processo
di  tempo  l'una  e  l'altra,  per  s fatto modo che non altro che una piccola
contrada dipartiva le due citt: percioch molti signori che vi furono attesero
a far venir grande la  sua.  Ma  centoottanta  anni  doppo  che  fu  edificata,
nacquero grandissime parti e discordie fra i popoli delle due citt, e ciascuna
aveva il suo principe,  e fecero tra lor molte guerre,  le quali durarono cento
anni. Sopravenne dipoi che Giuseppe, re di Luntuna, si mosse con molto esercito
contra ai due signori,  e presegli,  e fecegli crudelmente  morire.  Allora  il
popolo   delle   due  citt  fu  quasi  distrutto,   percioch  furono  ambedue
saccheggiate,  e furonvi uccise  di  detto  popolo  circa  trentamila  persone.
Deliber  il  re  di  ridurre  i  due popoli in uno,  e fece disfar le mura che
dipartivano l'una citt dall'altra e  sopra  il  fiume  fabricar  molti  ponti,
accioch  si  potesse commodamente passare da una parte all'altra.  Cos le due
citt divennero una sola,  e questa sola fu divisa  in  dodici  rioni,  o  dire
vogliamo regioni.
Ora,  avendovi  detta  la  cagione della edificazion della citt,  e come fusse
fabricata,  seguiremo della sua qualit e vi dipingeremo  minutamente  l'essere
nel quale ella oggid si truova.


Minuta e diligente descrizione della citt di Fez.

Fez  certamente una grandissima citt, murata d'intorno con belle e alte mura,
ed    quasi tutta colli e monti,  di modo che solamente il mezzo della citt 
piano,  ma da tutte le quattro parti (come io dico)  vi  sono  monti.  Per  due
luoghi  entra  l'acqua nella citt,  percioch il fiume si divide in due parti:
l'una passa da canto a Fez nuova, cio dal lato di mezzogiorno,  perch l'altra
parte v'entra di verso ponente.  Come l'acqua  entrata nella citt,  si divide
in molti canali,  i quali vanno per la maggior parte alle case dei cittadini  e
cortigiani del re,  e ad altre case;  eziandio ogni tempio, ogni oratorio ha la
sua parte di detta acqua, cos l'osterie,  gli spedali e i collegi che vi sono.
Vicino  ai  tempii  sono  certi  cessi  fatti  a  modo d'una casa quadra,  e al
d'intorno v'ha alcune camerette con loro porticelle,  in ciascuna delle quali 
una fontana la cui acqua,  uscendo dal muro,  cade in certo canale di marmo,  e
come le si fa un poco d'impeto,  allora quell'acqua corre ai cessi  e  ne  mena
tutta  la  bruttura della citt verso il fiume.  Nel mezzo di questa casa  pur
una fontana bassa e profonda quasi tre braccia,  larga circa a quattro e  lunga
dodici;  e  d'intorno  sono  certi canali dove corre l'acqua,  e passa sotto ai
cessi. Sono i detti cessi di numero circa a centocinquanta.
Le case di  questa  citt  sono  di  mattoni  e  di  pietre  molto  gentilmente
fabricate,  la  pi  parte  delle  quali  pietre  sono  belle e ornate di belli
mosaichi.  Similmente sono mattonati i luoghi scoperti e i portichi  con  certi
mattoni  antichi  e di diversi colori,  a guisa dei vasi di maiolica.  Usano di
dipingere i cieli dei colmi con bei lavori e preziosi colori,  come d'azzurro e
d'oro,  e  sono detti colmi fatti di tavole e piani,  per poter commodamente da
tutto il coperto della casa stendere i panni, e per dormirvi la state.  E quasi
tutte le case sono di due solai e molte di tre, e di su e di gi vi fanno certi
corridori,  che adornano molto,  per poter passar d'una camera in l'altra sotto
il coperto,  percioch il mezzo della casa  discoperto,  e le camere quai sono
da  una  parte  e quai da un'altra.  Fanno le porte delle camere molto larghe e
alte,  e gli uomini di qualche pregio fanno far gli usci  di  dette  camere  di
certo bellissimo legno,  e intagliate minutamente. E nelle camere sogliono usar
alcuni armai bellissimi e dipinti,  longhi quanto  la larghezza della  camera,
nei quali serbano le lor cose pi care: e alcuni gli vogliono alti,  e tali che
non passino sei palmi,  per potervi ancor accommodar sopra il  letto.  Tutti  i
porticali  di  dette  case  sono fatti sopra certe colonne di mattoni e vestiti
quasi pi della met di maioliche, e vi si truovano alcuni su colonne di marmo,
e usano di far da una colonna all'altra certi archi tutti coperti di mosaico, e
i travi,  che sono sopra le colonne le quali sostengono i solai,  sono di legni
intagliati con bellissimi lavori e con colori molto gentilmente dipinti.  Vi si
truovano moltissime case,  le quali hanno certe conserve d'acqua fatte quasi in
quadro,  larghe  qual  sei  e  qual  sette braccia,  e lunghe qual dieci e qual
dodici, e profonde circa a sei o sette palme; e tutte sono scoperte e mattonate
di maioliche.  Da ciascun lato della lunghezza usano  di  fare  alcune  fontane
basse,  molto belle e fatte con dette maioliche,  e a tale pongono nel mezzo un
vaso di marmo, come si vede nelle fontane d'Europa.  Come le fontane son piene,
l'acqua  sen  va nelle dette conserve per certi acquedutti coperti e molto bene
ornati d'intorno,  e quando le conserve sono ancora elle piene,  ne  va  allora
quest'acqua per altri acquedutti che sono intorno a dette conserve,  e cade per
certe picciole vie,  di maniera che corre di sotto ai cessi ed entra nel fiume.
Queste conserve si tengono sempre nette e molto polite, n l'adoperano ad altro
tempo  che nella state,  nella quale poscia vi sogliono nuotar donne,  uomini e
fanciulli.  Usano di far eziandio su le case una torre,  dentro la  quale  sono
molte agiate e bene ornate camerine.  E in cotai torri sogliono pigliar diporto
le donne quando vengono loro in fastidio i lavori,  percioch dalle dette torri
si pu veder quasi tutta la citt.
Sonvi  quasi  settecento  fra tempii e moschee,  cio alcuni piccioli luoghi da
orare,  e vi son di  questi  tempii  circa  a  cinquanta  grandi  e  molto  ben
fabricati,  e ornati di colonne di marmo e d'altri ornamenti.  E ciascuno ha le
sue fontane bellissime, fatte di marmo e d'altre pietre non vedute in Italia, e
tutte le colonne hanno disopra le lor tribune lavorate di mosaico,  o di tavole
con intagli bellissimi.  I colmi dei tempii sono fatti come si usa nell'Europa,
cio coperti di tavole,  e il pavimento dei detti tempii    tutto  coperto  di
stuore  bellissime,  l'una cucita all'altra con tanta destrezza che non si vede
alcuna parte di terreno.  E i muri di dentro sono semilmente coperti di stuore,
ma  solo a tanta altezza quanta  la statura di un uomo.  In ciascuno ancora di
questi tempii  una torre,  dove vanno quelli che hanno di ci cura a gridar  e
nunziar le ore diputate all'orazioni ordinarie. N v' pi che un sacerdote per
tempio,  a  cui tocca a dire la detta orazione,  e ha cura dell'entrata del suo
tempio,  cio tenendovene diligente conto dispensarla  ai  ministri  del  detto
tempio,  come sono quegli che tengono la notte le lampade accese,  e quegli che
sono diputati alle porte,  e quegli altri che hanno cura nella notte di  gridar
su  la  torre  il tempo delle orazioni: percioch quello che grida il d non ha
salario alcuno, ma bene  libero da ogni decima e pagamento che si sia.
 nella citt un tempio principale,  il quale  chiamato il tempio del Caruven,
il  qual  un grandissimo tempio e tiene di circuito circa a un miglio e mezzo.
Ha trentuna porta,  grandissima e alta ciascuna;  il coperto   lungo  circa  a
centocinquanta  braccia  di  Toscana,  ed   largo poco meno d'ottanta;  la sua
torre,  ove si grida,   similmente altissima;  e il coperto    per  lunghezza
appoggiato  sopra  trentotto archi,  e per larghezza sopra venti.  E d'intorno,
cio da levante,  da ponente  e  da  tramontana,  sono  certi  portichi,  largo
ciascuno  trenta  braccia  e  lungo  quaranta;  sotto  a  questi  portichi sono
magazzini,  ne' quali si serba l'olio,  le lampade,  le stuore e  l'altre  cose
necessarie al detto tempio. Nel quale ogni notte s'accendono novecento lampade,
percioch  ogni  arco ha la sua lampada,  massimamente l'ordine degli archi che
corre per mezzo il cuore del tempio,  perch quel solo ne ha da  centocinquanta
lampade;  nel qual ordine sono certi luminari grandi fatti di bronzo,  ciascuno
de' quali ha luoghi per millecinquecento lampade,  e queste  furon  campane  di
certe  citt  di cristiani,  acquistate da alcuni re di Fez.  Dentro il tempio,
appresso i muri,  sono certi pergami di ogni qualit,  ne'  quali  molti  dotti
maestri  leggono  al  popolo  le  cose della lor fede e della legge spirituale.
Incominciano un poco doppo l'alba e finiscono a  un'ora  di  giorno,  ma  nella
state  non  vi si legge se non doppo ventiquattr'ore,  e durano le loro lezioni
per insino a un'ora e mezza di notte.  E usavasi a legger non  meno  facult  e
scienze  morali che spirituali pertinenti alla legge di Maumetto.  E la lezione
della state da altri non si legge che da certi uomini  privati;  le  altre  non
leggono  se  non  uomini  molto ben periti nella legge,  ciascuno de' quali per
detta lettura ha buono e ampio salario e li vengono dati li libri e li lumi. Il
sacerdote di questo tempio non ha altro carico che di far  l'orazione,  ma  ben
tien  cura  dei danari e robbe che sono offerte al tempio per li pupilli,  ed 
dispensator dell'entrate che sono lasciate per li poveri,  come sono  danari  e
grani,  de' quali egli ogni festa fa parte a tutti li poveri della citt, a chi
pi a chi meno, secondo la qualit delle famiglie. E colui che tien la cura del
riscuoter l'entrate del tempio ha un ufficio separato,  e ha di  provisione  un
ducato il d.  Tien costui otto notai, che hanno per ciascun di salario al mese
sei ducati,  e sei uomini che riscuotono i danari  delle  pigioni  delle  case,
delle  botteghe  e  d'altre entrate: e ciascuno di questi piglia per sua fatica
cinque per cento.  Ha eziandio circa a venti  fattori,  i  quali  hanno  carico
d'andare  intorno per proveder ai lavoratori dei terreni,  a quei che attendono
alle vigne e a quegli che hanno cura dei giardini, di quanto fa lor bisogno: il
salario di questi aggiunge a tre ducati il mese.  Fuori della citt circa a  un
miglio sono presso a venti fornaci dove si fa la calcina, e altrettante dove si
fanno  le  pietre per le bisogne delle fabriche delle possessioni e del tempio.
Il tempio ha d'entrata dugento ducati in qualunque giorno,  ma vi si spende pi
che la met nelle cose sopra dette,  senza ch'ogni tempio o moschitta,  che non
abbia entrata,  questo tempio di molte cose  fornisce;  quello  che  avanza  si
spende  a  commune utilit della citt,  percioch il commune non ha entrata di
niuna sorte.  vero che a' nostri d i re sogliono farsi prestar di gran danari
al sacerdote del tempio, n perci ve gli rendono giamai.
Sono in detta citt due collegi di scolari,  molto  ben  edificati,  con  molti
ornamenti  di  mosaico  e di travi intagliati,  e quale  lastricato di marmo e
qual di pietre di maiolica.  In ciascun di questi collegi sono molte camere,  e
tal ve n' che n'ha cento,  e qual pi e qual meno,  e tutti furon edificati da
diversi re della casa di Marin.  Ve n' uno,  che nel vero  cosa mirabile e di
grandezza e di bellezza,  il qual fu fatto fabricar dal re Abu Henon.  E in lui
ha una bellissima fontana di marmo ch' capace di  due  botte  d'acqua,  e  per
entro passa un fiumicello in un canaletto che ha il fondo molto ornato,  e cos
le rive,  di marmo e di pietre di maiolica.  E sonvi tre  loggie  con  le  cube
coperte  d'incredibil  bellezza,  e d'intorno sono colonne fatte in otto anguli
attaccate al muro di diversi colori,  e dal capo di ciascuna colonna  all'altra
sono archi ornati di mosaico, d'oro fino e d'azzurro. Il tetto  fatto di legni
intagliati e formati con bel lavoro e ordine, e ne' confini de' portichi con lo
scoperto sono fatte di legne certe reti a modo di gelosie,  che quelli che sono
al di fuori non veggono quegli che stanno nelle stanze che sono sotto a'  detti
portichi. Tutti i muri vanno tanto in alto quanto un uomo pu giunger con mano;
sono vestiti pur di pietre di maiolica,  e d'intorno a' detti muri per tutto il
collegio sono scritti versi,  ne' quali si contiene  l'anno  che  fu  fabricato
detto collegio,  e molti in lode del luogo e dell'edificatore,  cio il re Habu
Henon.  E sono queste lettere grosse e nere,  pur in maiolica,  e  il  campo  
bianco, di maniera che si pu veder e legger le dette lettere molto di lontano.
Le porte del collegio sono tutte di bronzo,  ben lavorate e ornate,  e le porte
delle camere sono di legni intagliati.  Nella sala maggiore,  dove si fanno  le
orazioni,   un pergamo che ha nove scale fatte tutte d'avorio e d'ebano,  cosa
invero mirabil a vedere.
Io ho udito dir da molti maestri,  i quali affermano aver sentito raccontar dai
lor  maestri,  che,  quando fu fornito il collegio,  il re volle veder il libro
delle spese che vi andarono, e non rivolse una minima parte del libro che trov
di spese circa a quarantamila ducati.  Cos si maravigli,  e senza pi  legger
squarci il libro e lo gett nel picciol fiume che passa per lo detto collegio,
allegando  due  versi  d'un  autore  delli  nostri arabi,  che contengon questa
sentenza:

Cosa cara ch' bella non  cara,
n assai si pu pagar cosa che piaccia.

Ma fu un suo tesoriere,  detto Hibnulagi,  il qual ve ne aveva tenuto conto,  e
trov ch'in somma v'erano stati spesi quattrocento e ottantamila ducati.
Tutti gli altri collegi di Fez hanno qualche simiglianza con questo, e per ogni
collegio  vi sono lettori in diverse scienzie,  e chi legge la mattina e chi la
sera,  e tutti hanno ottima provisione lasciata dagli edificatori.  Anticamente
ciascuno  scolare  di  questi  collegi  soleva avervi le spese e il vestire per
sette anni,  ma ora altro non v'hanno che le stanze,  percioch nelle guerre di
Sahid furono guaste molte possessioni e giardini, la cui entrata era diputata a
questo  ufficio.  E  oggi ve n' rimasa alcuna poca con la qual si mantengono i
lettori,  e di questi a chi tocca dugento e a chi cento ducati,  e a tali meno.
Questa   forse una delle cagioni per la qual  venuta meno la virt di Fez,  e
non solamente di Fez, ma di tutte le citt d'Africa.  N abita in detti collegi
se  non  certi  scolari forestieri,  che hanno il loro viver delle limosine dei
cittadini e di quei del contado di Fez,  e se pur v'abita alcuno  della  citt,
non aggiunge al numero di due.  Quando uno dei lettori vuol legger, uno scolare
prima legge il testo;  il lettore legge  poi  i  comenti,  adducendovi  qualche
isposizione del suo e dichiarando le difficult che vi sono. E alcuna volta, in
presenza  del  lettore,  sogliono  gli  scolari  disputar  fra  loro secondo il
soggetto delle lezioni.


Spedali e stufe che sono nella detta citt.

Sono in Fez molti spedali, i quali di bellezza non sono inferiori ai sopradetti
collegi,  e solevano ne'  tempi  adietro  i  forestieri  aver  per  tre  giorni
alloggiamento  in questi spedali.  Ve ne sono molti altri di fuori delle porte,
non men belli di quelli di dentro.  Ed erano essi spedali molto ricchi,  ma ne'
tempi  della  guerra  di  Sahid,  faccendo al re bisogno d'una gran quantit di
danari,  fu consigliato a vender l'entrate  e  possessioni  loro.  Al  che  non
volendo  consentir  il  popolo,  un procurator del re gli fece intendere che li
detti spedali furono  edificati  di  limosine  date  per  gli  antecessori  del
presente re,  qual sta in pericolo di perder il regno, e per era meglio vender
le possessioni per scacciar il commune nimico,  che finita la guerra facilmente
poi  si  riscoterebbono.  Cos  furono  vendute,  ma si mor il re prima che ne
seguisse l'effetto: cos gli spedali rimasero poveri e  quasi  senza  sustanza.
Pure si danno oggi per albergo a qualche forestiere dottore, o a qualche nobile
ma povero della citt,  per mantener le stanze in pi. E a questi d un solo ve
n' per li forestieri infermi,  ma  non  se  gli  d  n  medico  n  medicina,
solamente la stanza e le spese, e ha chi lo serve per insino che 'l povero o si
muore o guarisce.
In  questo spedale sono alcune camere diputate ai pazzi,  cio a quelli che son
palesi che traggono i sassi e fanno altri mali,  e ve  gli  tengono  serrati  e
incatenati.  Le  faccie di queste camere,  che guardano verso il corridore e al
coperto, sono come ferrate, ma di certi travicelli di legno molto ben forti.  E
colui  che  ha  cura  di  dar  loro  mangiare,  come  vede  uno  che  si muove,
sconciamente lo lavora con un bastone che egli  sempre  reca  con  esso  lui  a
questo ufficio.  E aviene alle volte che,  accostandosi qualche forestiere alle
dette camere, i pazzi lo chiamano e con esso lui si lamentano che, essendo essi
guariti della pazzia,  debbono esser tenuti in prigione,  ricevendo ogni giorno
dai  ministri mille spiacevoli ingiurie.  Alcuno,  credendolo,  s'appoggia alla
finestra,  ed essi con una mano lo pigliano per lo drappo  e  con  l'altra  gli
bruttano  il  viso  di sterco,  percioch,  come che cotai pazzi abbiano i loro
cessi,  essi nondimeno le pi volte votano il soverchio  del  corpo  nel  mezzo
delle  stanze.  E  bisogna  che di continovo i detti ministri vi nettino quelle
brutture,  i quali eziandio fanno cauti i forestieri che molto a quelle  camere
non  s'avicinino.  Ha  in  fine  lo  spedale tutti quei famigliari che fanno di
mistiero,  cio notai,  fattori,  protettori,  cuochi  e  altri  che  governano
gl'infermi;  e ha ciascuno assai onesto salario. Al tempo ch'io era giovane, io
vi sono stato due anni per notaio,  secondo l'usanza dei giovani studianti,  il
qual ufficio rende ogni mese tre ducati.
Sonvi  ancora  cento  stufe  ben  fabricate  e ornate,  alcune delle quali sono
picciole, alcune grandi;  ma tutte son fatte a uno istesso modo,  cio ciascuna
ha quattro stanze a guisa di sala.  Di fuori sono certe loggie alquanto alte, e
in quelle s'ascende,  per cinque over sei scalini,  in luoghi dove si spogliano
gli uomini e ripongono le vestimenta loro. Nel mezzo usano di far certe fontane
al modo d'una conserva,  ma molto grandi. Ora, come l'uomo vuole andar a una di
queste stufe, entrato ch'egli  per la prima porta, passa in una stanza la qual
 fredda, e in lei tengono una fontana per rinfrescar l'acqua, quando ella  di
soverchio calda. Di quindi per un'altra porta se ne va poi alla seconda stanza,
ch' alquanto pi calda,  e qui i ministri lo lavano e gli nettano la  persona.
Di questa si passa alla terza,  ch' molto calda,  dove suda alquanto spazio: e
quivi ha luogo la caldaia dove si scalda l'acqua,  ben murata,  la quale cavano
destramente  in certe secchie di legno,  e sono tenuti di dare a qualunque uomo
due vasi pieni di quell'acqua, e chi pi ne vuole, o dimanda esser lavato,  gli
bisogna  dar  a  colui  che attende due o almeno un baiocco,  e al padron della
stufa altro non si paga che due quattrini.  L'acqua si  scalda  con  lo  sterco
delle  bestie,  percioch  i maestri delle stufe sogliono tener molti garzoni e
somari,  i quali,  discorrendo per la citt,  vanno accattando lo sterco  delle
stalle  e,  portandolo  fuori  della  citt,  fanno di quello come una picciola
montagnetta e ve lo lasciano seccar due o tre  mesi:  dipoi,  per  iscaldar  le
stufe e la detta acqua, l'abbruciano in vece di legna.
Le donne hanno ancora elle per loro separate stufe, e molte ancora si tengono e
per donne e per uomini communemente: ma gli uomini hanno determinate ore,  ch'
lo spazio da terza fin a quattordici ore,  e pi e meno secondo la qualit  dei
giorni;  il  rimanente  del  giorno    assegnato alle donne,  le quali s come
entrano alle stufe,  cos per segno di ci s'attraversa  una  fune  all'entrata
della stufa,  e allora niun uomo vi va. E se accade che alcuno volesse favellar
alla sua donna,  egli non pu,  ma per una  delle  famigliari  le  fa  apportar
l'imbasciata.  E  gli  uomini e le donne della citt usano parimente di mangiar
nelle dette stufe,  e le pi volte si sollazzano a varie guise  e  cantano  con
alta voce. Cos tutti i giovani entrano nelle stufe ignudi, senza prender niuna
vergogna  l'uno  dell'altro;  ma  gli  uomini  di  qualche  condizione  e grado
v'entrano con certi sciugatoi intorno,  n siedono in  luoghi  communi,  ma  si
adagiano  in  certe picciole camerine,  che sempre stanno acconcie e ornate per
gli uomini di riputazione.
M'era scordato di dire che,  quando i detti ministri  lavano  una  persona,  la
fanno coricare,  dipoi la fregano alle volte con alcuni unti ristorativi e alle
volte con cotai strumenti che cavano ogni bruttezza.  Ma  quando  lavano  alcun
signore lo fanno coricare sopra un drappo di feltro,  e appoggiar il capo sopra
certi guanciali di tavole,  coperti pur di feltre.  Sono  ancora  per  ciascuna
stufa  molti  barbieri,  i quai pagano un tanto il maestro per poter tenervi li
loro strumenti e lavorarvi dell'arte loro.  E la maggior parte di  dette  stufe
sono dei tempii e dei collegi,  e lor pagano di gran pigione, cio qual cento e
qual centocinquanta ducati,  e chi pi e chi  meno  secondo  la  grandezza  dei
luoghi.
N    da  tacere  che  i garzoni famigliari di queste stufe usano di far certa
festa una volta l'anno, la qual  in cotal modo. Invitano i detti garzoni tutti
gli amici loro,  e vanno accompagnati dal suono di trombe e  di  pifferi  fuori
della citt; dipoi cavano una cipolla di Squilla e la pongono in un bel vaso di
ottone  e,  coperto  che l'hanno con qualche tovaglia di bucato,  se ne vengono
alla citt sonando fino alla porta della stufa.  Allora mettono la  cipolla  in
una  sporta  e  l'appiccano alla porta della stufa dicendo: "Questa sar cagion
dell'utile della stufa, percioch ella sar frequentata da molti". Ma a me pare
che ci si debbia addimandar pi tosto sacrificio,  nel modo che solevano  usar
gli  Africani  antichi  allora  ch'essi furono gentili,  e rimase questa usanza
insino al nostro tempo,  s come eziandio si truovano alcuni motti delle  feste
che  i cristiani facevano,  le quali quasi s'osservano oggid: ma eglino perci
non sanno per qual cagione si faccia alcuna di  quelle  feste.  E  in  ciascuna
citt  usasi  d'osservar certe feste e usanze,  che lasciarono pure i cristiani
quando essi l'Africa signoreggiarono. Di questi motti, s'ei avverr che mi paia
a proposito, ve ne sporr alcuno.


Osterie.

Nella detta citt sono circa a dugento osterie,  benissimo veramente fabricate.
E  tali  ve  ne  hanno che sono grandissime,  s come quelle che sono vicine al
tempio maggiore,  e fatte tutte in tre solai;  ve n' alcuna che ha  centoventi
camere,  e tali pi,  e in tutte sono e fontane e cessi,  con lor canaletti che
portano fuori le brutture.  Io non ho veduto in Italia simili edificii,  se non
il  collegio  degli  Spagnuoli ch' in Bologna e il palazzo del cardinal di San
Giorgio in Roma.  E tutte le porte delle camere rispondono  al  corridore.  Ma,
come  che  queste  osterie  siano  belle  e grandi,  v' un pessimo alloggiare,
percioch non c' n letto n lettiera,  ma l'osterie danno a quello che  viene
albergato  una schiavina e una stuora per suo dormire,  e se egli vuol mangiare
convien che si comperi la robba e gliela dia a cuocere.  In queste  osterie  si
riparano  ancora  le povere vedove della citt,  le quali non hanno n tetto n
parente che gliene presti.  A queste s'assegna una stanza,  cio ciascuna ha la
sua camera, e in tal ve ne albergano due; esse poi si pigliano cura del letto e
della cucina.
E  per  darvi  alcuna  informazion  di  questi  ostieri,  essi  son d'una certa
generazione che s'appella elcheua, e vanno vestiti d'abiti feminili e ornano le
lor persone a guisa di femine: si radono la barba e s'ingegnano d'imitarle  per
insino nella favella.  Che dico favella? Filano anco. Ciascuno di questi infami
uomini si tiene un concubino,  e usa con esso lui non altrimenti che la  moglie
usi  col marito.  Eziandio tengono delle femine,  le quai serbano i costumi che
serbano le  meretrici  nei  chiassi  dell'Europa.  Hanno  costoro  autorit  di
comperar e vender vino senza che i ministri della corte diano loro fastidio,  e
in dette osterie vi praticano di continovo tutti gli uomini  di  pessima  vita,
chi per imbriacarsi,  chi per sfogar la sua libidine con le femine da prezzo, e
chi per quell'altre vie illecite e vituperevoli,  per esser sicuri dalla corte,
de'  quali   il tacer pi bello.  Questi s fatti ostieri hanno un consolo,  e
pagano certo tributo al castellano e governator della  citt.  Oltre  a  questo
sono  obligati,  quando egli accade,  di dar all'esercito del re o dei principi
una gran quantit della lor brigata per far la  cucina  ai  soldati,  percioch
pochi altri sono in tal mestiero sufficienti.
Io  certamente,  se  la  legge  alla  quale   astretto l'istorico non m'avesse
sospinto a dir la verit, volentieri arei trapassata questa parte con silenzio,
per tacere il biasimo della citt nella qual sono allevato e cresciuto.  Che in
vero,  trattone fuori questo vizio,  il regno di Fez contiene uomini di maggior
bont che siano in tutta l'Africa.  Con questi adunque cos fatti  ostieri  non
sogliono tener pratica (come s' detto) se non uomini ribaldi e di sangue vile,
percioch  n  letterato,  n  mercatante,  n alcun uomo da bene artigiano pur
solamente parla loro, ed  similmente interdetto a quelli d'intrar nei tempii e
nelle piazze dei mercatanti,  e cos alle stufe e alle case loro.  Meno possono
tener  l'osterie  che  sono  appresso  il  tempio,  nelle  quali  alloggiano  i
mercatanti d'alcuna rara qualit.  E tutto il popolo grida loro la  morte.  Ma,
perch  i  signori  se ne servono (come io dissi) nelle bisogne del campo,  gli
lasciano starsi in tal disonesta e pessima vita.


Mulini.

Dentro la medesima citt sono presso a  quattrocento  mulini,  cio  stanze  di
mole,  percioch  vi pu esser un migliaio di mulini;  conciosiacosach i detti
mulini sono fatti a modo di una gran sala e in colonne, e in alcuni alberghi di
quella si truovano quattro,  cinque e sei mole.   una parte  del  contado  che
macina  dentro  la citt,  e sonvi certi mercatanti,  detti i farinai,  i quali
tengono mulini a pigione,  e comperano il  grano  e  fannolo  macinare.  Poscia
vendono la farina nelle botteghe, che tengono pur a pigione, e di ci ne cavano
buona utilit,  percioch tutti gli artigiani,  che non hanno tanta facult che
si possino fornir di grano,  comperano la farina a queste botteghe e fanno  far
il pan in casa.  Ma gli uomini di qualche grado comperano il grano,  e lo fanno
macinar a certi mulini che sono diputati per li cittadini,  pagando  di  macina
due  baiocchi  per  roglio.  La  maggior  parte eziandio di questi mulini  dei
tempii e di collegi, talmente che pochi ve ne sono dei cittadini.  E la pigione
 grande, cio due ducati per mola.


Artigiani diversi, botteghe e piazze.

Le  arti  in questa citt sono separate l'una dall'altra,  e le pi nobili sono
nel circuito e vicinanza del maggior tempio,  come i notai,  e di  questi  sono
quasi ottanta botteghe,  una parte delle quali  congiunta col muro del tempio,
l'altra  al dirimpetto, e per ciascuna bottega sono due notai. Pi oltra verso
ponente sono circa a trenta botteghe di librari,  e verso mezzogiorno stanno  i
mercatanti  delle  scarpe,  che  sono  circa a centocinquanta botteghe.  Questi
sogliono comperar le scarpe e i borzacchini dai calzolai in molta  quantit,  e
gli  vendono  a  minuto.  Poco pi oltre di questo sono i calzolai che fanno le
scarpe per li fanciulli,  e di loro possono  esser  cinquanta  botteghe.  Dalla
parte  di  levante,  cio dal tempio,  hanno luogo quegli che vendono lavori di
rame e di ottone.  E dirimpetto la porta maggiore,  verso il lato  di  ponente,
sono  li  tricconi,  cio  quelli  che  vendono  le  frutte,  che fanno circa a
cinquanta altre botteghe.  Doppo questi sono i venditori delle  cere,  i  quali
fanno  i  pi  bei  lavori  che  io  giamai vedessi a' miei giorni.  Poi sono i
merciai, ma di essi v'han poche botteghe.  Dipoi i venditori di fiori,  i quali
eziandio  vendono  cedri  e limoni,  e a chi vede quei fiori,  per la diversit
loro,  par vedere a mezzo aprile tutti i pi vaghi e fioriti prati che siano in
molti  paesi,  overo  un quadro dipinto di diversi colori: e sono circa a venti
botteghe,  percioch quelli che usano a ber vino vogliono aver sempre dei fiori
nelle loro compagnie.  Appresso a questi sono certi venditori di latte, i quali
tengono le botteghe fornite di vasi di maiolica,  e usano di comperare il latte
da  alcuni  vaccari,  che  tengono le vacche per cotal mercatanzia.  E ciascuna
mattina questi vaccari mandano il latte in certi vasi di legno cinti di  ferro,
molto  stretti  dalla  bocca e larghi dal fondo,  e lo vendono sotto alle dette
botteghe;  e quello che avanza la  sera  o  la  mattina    comperato  da  quei
botteghieri,  e  ne  fanno  butiro,  e parte lasciano diventar agro,  liquido o
congelato, e lo vendono al popolo. E credo che nella citt si venda ogni giorno
venticinque botte di latte,  infra agro e fresco.  Oltra quei  del  latte  sono
quegli che vendono il bambagio,  e giungono a trenta botteghe. Verso tramontana
sono i mercatanti del canapo: questi vendono le funi,  i capestri dei  cavalli,
lo  spago e alcune cordicelle.  Oltre a questi sono quelli che fanno i cinti di
cuoio,  le pantofole,  e alcuni capestri da cavallo pur di cuoio,  lavorati  di
seta. Pi oltre sono i guainari, i quali fanno guaine di spade e di coltelli, e
fanno  i  pettorini  dei cavalli.  Doppo loro i venditori del sale e del gesso,
qual comprano in grosso e lo vendono alla minuta.  Poi quei che vendono i vasi,
i quali sono belli e di perfetto colore, ma qual d'un color solo e qual di due,
e v'ha circa a cento botteghe.  Poi sono quelli che vendono i morsi, le briglie
de' cavalli, le cinte, le selle e le staffe, e sono circa a ottanta botteghe.
Poi v' il luogo dei facchini,  che sono circa a trecento,  e hanno  questi  un
loro consule,  o diciamo capo,  il quale sortisce ogni settimana quelli i quali
hanno a lavorar e servir alle occorrenzie di chi gli vuole in  tutta  la  detta
settimana. I danari che si danno per loro mercede si ripongono in una cassetta,
la  quale  ha diverse chiavi serbate da diversi capi: e fornita la settimana si
dividono quei danari fra coloro che vi si sono affaticati.  E  questi  facchini
tra loro s'amano come fratelli,  percioch, quando alcun di essi muore e lascia
qualche picciolo figliolino,  eglino in commune fanno governar  la  donna,  per
insino che,  volendo ella, la rimaritano. Dei fanciulli ve ne tengono amorevole
e diligente cura,  per insino a tanto che essi siano  di  et  di  mettergli  a
qualche arte. E quando alcuno si marita o gli nasce alcun figliuolo, egli fa un
convito a tutta la compagnia, e ciascuno all'incontro gli fa certo presente; n
alcuno  pu  entrar  nell'arte  loro se prima non fa un convito a tutta la loro
brigata,  e se pur v'entrasse,  lavorando egli non pu aver se non la met  del
guadagno che ha ciascuno.  E sono privilegiati dai signori di non pagar pena di
sorte niuna,  n gabella,  n pure cuocitura di pane ai  fornai.  E  se  alcuno
commette  qualche  misfatto  degno  di morte,  non  punito publicamente.  Essi
quando lavorano vestono di certo abito corto,  e tutti d'un colore;  ma  quando
non  tocca  loro  di  lavorare  vanno vestiti comunque vogliono.  Sono nel fine
uomini onesti e di buona vita.
Oltre al luogo di questi facchini,   la piazza del capo dei consoli e  giudici
di tutti i venditori della robba che si mangia.  Nel mezzo di detta piazza  un
certo serraglio di canne, fatto in quadro, dove si vendono carote e navoni,  le
quai  cose  sono  quivi in tanto pregio che altri non le possono comperar dagli
ortolani fuor che alcuni  uomini  diputati,  i  quali  pagano  certo  censo  ai
doganari.  E ogni d vi si veggono 500 some di carote e di navoni, e alle volte
pi,  e vendesene infinita quantit.  Ma quantunque elle siano nel pregio ch'io
dico,  nondimeno si sogliono vender per vilissimo prezzo,  cio trenta o almeno
venti libbre al baiocco;  e la fava fresca alla stagione si vende a  buonissimo
mercato. D'intorno sono botteghe dove si vendono certi vermicelli, e altre dove
si  fanno alcune pallotte di carne pesta e fritta in olio con assai quantit di
spezie, e ogni pallotta  grossa come un fico comun, e vendesi sei quattrini la
libra; ma sono fatte di carne magra di bue.
Oltre a questa piazza  verso tramontana  la  piazza  degli  erbolai,  i  quali
vendono cavoli,  rape e altre erbe che si mangiano insieme con la carne, e sono
circa a quaranta botteghe.  V' poi la piazza del fumo,  cio dove  si  vendono
certi  pani  fritti in olio,  simili a quel pan melato che si vende in Roma.  E
questi tengono nelle lor botteghe molti strumenti e molti garzoni, percioch lo
fanno con molto ordine,  e vi si vende ogni giorno gran quantit di detto pane,
perch si usa a mangiarlo per digiunare, massimamente i d delle feste e avanti
a  quelli del digiuno;  e se lo mangiano in compagnia della carne arrosto o con
melle,  o con certa brutta minestra fatta di carne pesta,  la qual doppo  cotta
pestano  un'altra fiata e ne fanno la detta minestra liquida,  e la tingono con
terra rossa.  L'arrosto quivi non si cuoce nello schidione,  ma fanno due forni
l'uno sopra l'altro e pongono fuoco in quel disotto,  e come quel disopra  ben
riscaldato vi pongono dentro i  castrati  interi,  per  certa  buca  fatta  dal
disopra, perch il fuoco non offenda loro la mano. La carne in cotal modo molto
bene si cuoce,  e diviene colorita,  e ha un delicato sapore,  percioch non le
pu giungere il fumo, n ella sente soverchie fiamme, ma si cuoce con temperato
calore per lo spazio di  tutta  la  notte.  La  mattina  poi  l'incominciano  a
vendere,  e  tra carne e quel pane che abbiam detto si vende ciascun giorno per
pi di 200 ducati,  percioch sono di questi tali quindici botteghe,  che altro
esercizio tutto d non fanno. Vendono anco certa carne fritta e pesci fritti, e
certa  altra sorte di pane sottile e fatto come una lasagna,  ma pi grosso,  e
l'impastano con butiro, e similmente con butiro e mele lo mangiano. Soglionvisi
vendere eziandio piedi cotti di bestie.  E di cotai cosaccie usano  la  mattina
per  tempo  cibarsi  i  lavoratori dei terreni nelle propie botteghe,  e poscia
vanno a' loro lavori.
Doppo questi sono quelli che vendono olio, butiro salato, mele,  cacio vecchio,
olive, limoni, carote e cappari conci, e tengono le botteghe fornite di vasi di
maiolica,  e pi vagliono i fornimenti che la mercatanzia. E vendonsi i vasi di
butiro e mele come si fa all'incanto,  e quegli  che  gl'incantano  sono  certi
facchini  a  ci  deputati,  i  quali  misurano  l'olio  quando  ei si vende in
quantit.  I detti vasi  sono  ciascuno  di  centocinquanta  libbre,  percioch
l'obligo  dei  vasari   di fargli di s fatta misura.  Gli comperano i pastori
della citt e gli fanno empiere,  e poi quivi gli  rivendono.  Appresso  questi
hanno luogo i beccai, che sono circa a quaranta botteghe alte e fatte come sono
quelle  dell'altre  arti,  i  quali tagliano dentro le carni e le pesano con le
bilancie. E nella beccaria non si ammazzano le bestie, ma in un macello che  a
canto il fiume,  e ivi le scorticano,  e fannole portare alle loro botteghe  da
certi  facchini  diputati al detto macello;  ma prima che ve le facciano recare
bisogna loro appresentarle dinanzi al capo dei consuli,  il qual le fa vedere e
d  a quelli una poliza,  nella quale  scritto il prezzo che si ha a vender la
carne.  E questa poliza  tenuta dal  beccaio  appresso  la  carne,  acci  che
ciascuno la possa vedere e leggere parimente.
Oltre  ai  beccai  la piazza nella quale si vendono i panni di lana grossi del
paese,  e sono circa a cento botteghe.  E se alcuno  porta  a  vendere  qualche
panno, bisogna che lo dia a uno incantatore, il quale se lo reca in spalla e va
gridando  il  prezzo  di  bottega  in bottega,  e sono gl'incantatori sessanta.
Cominciasi a far l'incanto doppo mezzogiorno fino alla sera tardi,  e  si  paga
all'incantatore  due  baiochi  per  ducato,  e i mercatanti di questo esercizio
fanno gran faccende.  Sono dipoi quegli che puliscono l'armi,  come sono spade,
pugnali,  partigiane  e  tai cose;  e v'ha di coloro che le puliscono e insieme
vendono.  Poi sono i pescatori,  i quali pescano nel fiume  della  citt  e  in
quello di fuori,  e vendono per vil prezzo molti buoni e grossi pesci, il che 
tre quattrini la libbra.  Si suole pigliar gran quantit d'un pesce che in Roma
si  chiama  laccia,  e ve ne incominciano a pigliar dal principio d'ottobre per
insino all'aprile,  come particolarmente si dir dove  ragionaremo  dei  fiumi.
Doppo  questi  sono  quegli  che  fanno le gabbie per le galline,  e fannole di
canne.  Sonvi quaranta botteghe,  percioch ogni cittadino  ve  ne  tiene  gran
numero  per  ingrassare,  e per cagion di nettezza non le lasciano andar per le
stanze, ma tengonle in queste gabbie. Pi oltre sono i saponari: questi vendono
il sapone liquido,  e sono poche botteghe insieme,  perch le sono separate per
le contrade.  E il detto sapone non si fa nella citt ma nei monti vicini,  e i
montanari e mulattieri  ve  gli  portano  e  vendongli  a'  padroni  di  queste
botteghe. Pi oltre sono quegli che vendono la farina, ma di loro eziandio sono
poche botteghe insieme, perch ve ne sono per tutte le contrade. Pi oltre sono
quelli  che vendono il grano e i legumi per seminare: ve ne vendono bene per lo
cibo,  ma picciola quantit,  e niun cittadino vende il suo.  In questa  piazza
sono  i portatori del detto grano in gran copia,  e hanno muli e cavalli con li
bastili. Portano di consueto un ruglio e mezzo su una bestia,  ma in tre sacchi
l'un  sopra l'altro,  e sono tenuti a misurar detto grano.  Poi sono quelli che
vendono la paglia, e sono a circa dieci botteghe.
Poi  la piazza dove si vende il filato e il lino,  e  dove  si  pettina  detto
lino.  questa piazza fatta a modo d'una gran casa, e d'intorno vi sono quattro
loggie, in una delle quali siedono i mercatanti delle tele e certi ministri che
pesano il detto filato; nell'altre due stanno le donne che vendono esso filato,
e ivi se ne truova in gran quantit.  Questo ancora si vende per gl'incantatori
che a torno lo portano; e si comincia usar questo mercato da mezzogiorno e dura
fino al vespro, dove se ne vende in grandissima quantit. Nel mezzo della detta
piazza sono piantati molti pi di moro,  per ombrarne il luogo.  E  alle  volte
uno,  che  per cagione di sollazzo va a veder detto mercato,  a gran fatica pu
uscir fuori,  per la moltitudine delle donne che  vi  sono,  le  quali  sovente
vengono  a  parole,  e  da queste alle pugna,  dicendosi i maggior vituperi del
mondo, di maniera che fanno ridere i circonstanti.
Ora,  ritornando alla parte di ponente,  cio di verso il tempio fin alla porta
per cui si va a Mecnase,  oltre alla piazza del fumo,  nella via diritta,  sono
quei che fanno le secchie di cuoio che s'adoperano nelle case dove sono  pozzi,
e  sono  circa  a quattordici botteghe.  Dipoi sono quelli che fanno cotai cose
dove si pone la farina e il grano, e sono circa a trenta botteghe. Dipoi sono i
ciabattini e alcuni calzolai,  che fanno  scarpe  cotale  alla  grossa  per  li
contadini e per lo popolo minuto, e sono circa a centocinquanta botteghe. Dipoi
sono  quelli  che  fanno  le  targhe  e gli scudi di cuoio,  secondo il costume
africano e come se ne vede alcuno nell'Europa.  Sono poi i lavandari,  che sono
alcuni  uomini  di  bassa condizione,  i quali tengono botteghe dove sono fitti
certi vasi grandi come un tinaccio.  E quegli che non hanno fantesche  in  casa
danno  le  lor  camicie,  le lenzuola e cotai cose a lavare a' detti uomini,  i
quali gli lavano molto diligentemente e gli asciugano  distesi  sopra  le  funi
come si fa in Italia, poi gli piegano con un bel modo, e fannogli venir cotanto
puliti  e  bianchi  che appena colui di cui sono gli riconosce;  di questi sono
circa a venti botteghe,  ma fra le contrade e alcune picciole piazze ve ne sono
pi di dugento.  Dapoi sono quegli che fanno i legni delle selle dei cavalli, e
sono molte botteghe dalla parte che guarda verso oriente,  dove   il  collegio
del re Abuhinan.  Poi sono quelli che addornano le staffe, gli sproni e i ferri
delle  briglie,   e  sono  circa  a   quaranta   botteghe;   e   fanno   lavori
eccellentissimi,  e  forse alcuno di voi ve ne ha veduto in Italia o in qualche
altro paese di cristiani.  Poi sono alcuni fabbri che fanno  solamente  staffe,
briglie e ferri per fornimenti de' cavalli.  Poi sono quelli che fanno selle di
cuoio,  e usano di far tre coperte per sella,  l'una sopra  l'altra,  pi  fina
quella  di  mezzo  e l'ultima di minor bellezza,  e tutte di cordovano.  Questi
lavori ancora sono eccellenti e mirabili, come se ne pu veder per l'Italia;  e
sono  circa a cento botteghe.  Poi sono quelli che fanno le lancie,  e hanno le
lor botteghe lunghe tanto che ve ne possono far di grandissime.
Pi oltre c' la rocca,  la quale ha un bellissimo corridore: e questo  da  una
parte  si  estende fino alla porta di occidente,  dall'altra parte rincontra un
grandissimo palazzo,  dove alloggia o sorella o parente del re.  Ma  da sapere
che 'l principio di questa piazza incomincia dal tempio maggiore, e io, per non
romper l'ordine delle piazze,  ho detto solamente di quelle che sono d'intorno,
lasciando ultima la piazza dei mercatanti.


Piazza dei mercatanti.

Questa piazza  a guisa d'una picciola citt,  la quale  ha  d'intorno  le  sue
mura,  che  contengono nel lor giro dodici porte,  e ciascuna di queste porte 
attraversata da una catena,  di modo che non vi possono entrar  n  cavalli  n
altre  bestie.  La  piazza  divisa come da quindici contrade.  Due sono per li
calzolai che fanno le scarpe ai gentiluomini, n ve ne possono portar di quella
sorte e bellezza n artigiani, n soldati, n cortigiano alcuno. Altre due sono
tenute dai setaiuoli: una parte  di  quelli  che  vendono  i  cordoni  per  li
cavalli,  fiocchi e altri ornamenti, e sono circa a cinquanta botteghe; l'altra
 di coloro che vendono la seta tinta, per lavori di camicie, di origlieri e di
tai cose,  e sono circa altretante botteghe.  Appresso questi sono  alcuni  che
fanno certe cintole da donne di lana,  e sono grosse e brutte;  alcuni altri le
fanno di seta,  ma sono della medesima bruttezza,  percioch esse sono fatte in
treccia  e grosse quanto due dita di uomo,  talmente che potrebbono di leggiero
tener legata una barca.  Doppo queste sono altre due  contrade  dove  stanno  i
mercatanti  de'  panni  di  lana,  cio di quelli che vengono d'Europa,  e sono
questi mercatanti tutti granatini;  quivi ancora  si  vendono  panni  di  seta,
berrette  e  sete  crude.  Pi  oltre  sono  quelli  che  fanno i materazzi e i
guanciali per la state e certi drappetti di cuoio.  Appresso    il  luogo  dei
gabellieri,  percioch similmente i detti panni si vendono a modo d'incanto,  e
quei che hanno cura di ci gli portano prima a sigillare a' detti gabellieri, e
poi li vanno  incantando  fra  li  detti  mercatanti;  e  sono  circa  sessanta
incantatori,  e si paga per ogni panno un baiocco.  Pi oltre sono tre contrade
dove stanno i sarti,  doppo i quali v' una contrada di alcuni che fanno  certe
treccie  nel  capo  dei  panni  che  si mettono in testa.  Doppo sono due altre
contrade, dove hanno luogo i mercatanti delle tele e quelli che vendono camicie
e drappi da femine: e questi sono i pi ricchi mercatanti della  citt,  perch
fanno  essi  molte  pi  faccende  che  insieme tutti gli altri.  Pi oltre v'
un'altra contrada,  nella quale si fanno fornimenti e fiocchi di barnussi.  Poi
v'  una  contrada  dove si vendono alcune vesti,  fatte del panno che vien pur
d'Europa: e ogni sera si usa a far l'incanto de' detti panni,  cio quelli  che
portano i cittadini per vender quando diventano vecchi,  over per qualche altro
suo bisogno.  Ultimamente  ve  n'  una  dove  si  vendono  camicie,  tovaglie,
sciugatoi e cotai cose vecchie di tela, e appresso questi sono certe loggiette,
dove s'incantano i tappeti e le coperte dei letti.


Discorso  sopra  il nome delle contrade dette Caisaria,  denominate dal nome di
Cesar.

Sono tutte queste  contrade  appellate  insieme  Caisaria,  vocabolo  antico  e
dirivato da Caisar,  che vuol dir Cesare, che fu il maggior signore che fusse a
que' tempi nell'Europa.  Percioch tutte le citt che  sono  nella  riviera  di
Mauritania furono signoreggiate da' Romani,  e poi da' Gotti,  e in tutte v'era
una di queste piazze,  le quali avevano un  tal  nome.  Rendendo  gli  istorici
africani la cagion di ci, dicono che i ministri dei Romani e di Gotti tenevano
di qua e di l mescolatamente per le citt fondachi e magazzini, dove serbavano
i  tributi  e i censi che ricevevano dalle citt,  i quali molte volte venivano
saccheggiati dal popolo.  Per il che uno imperadore si pose in animo di far  un
luogo simile a una picciola citt,  nel quale si ragunassero tutti i mercatanti
di qualche riputazione e  tenessinvi  le  loro  merci,  e  insieme  i  ministri
dell'entrate  dei  suoi  tributi  vi  serbassero  tutto quello che riscotevano,
rendendosi certi che,  se i cittadini volessero difender e  conservar  le  loro
robbe,  il  medesimo lor converrebbe far di quelle dell'imperio.  Percioch non
potrebbono essi consentire al sacco,  che ci non passasse al danno loro,  come
s'  veduto molte volte nell'Italia,  che i soldati sono per favor di una parte
entrati in una citt e, saccheggiando la parte contraria,  quando non bastarono
loro la facult dei nimici, spogliarono dipoi le case degli amici.


Speziali e altri artefici.

Vicino alla detta cittadella,  dalla parte di tramontana,  sono gli speziali, i
quali hanno una contrada diritta dove sono circa a centocinquanta  botteghe.  E
la  detta  contrada si serra da' due lati con due belle porte,  e non men forti
che larghe, e gli speziali tengono a loro salario guardiani, che la notte vanno
discorrendo d'intorno con lanterne,  con cani e con arme.  E quivi  si  vendono
cos le cose di speziaria come di medicina,  ma essi non sanno fare n sciloppi
n cere n lattovari,  percioch i medici fanno questi ufficii nelle case loro,
poi   ne  gli  mandano  alle  lor  botteghe,   tenendovi  garzoni  i  quali  le
distribuiscono secondo le ricette e gli ordini dei medici.  E la maggior  parte
di  queste botteghe sono congiunte insieme con quelle degli speziali,  e il pi
del volgo non conosce n medico n medicina.
Hanno i detti speziali le botteghe alte e molto ornate,  con bellissimi tetti e
armai,  n  in  tutto  il  mondo  penso  io che si vegga una piazza di speziali
somigliante a questa. Egli  vero che in Tauris, citt di Persia, ho veduto una
grandissima piazza di questi, ma le botteghe sono certi portichi un poco scuri,
nondimeno leggiadramente edificate, e i detti portichi sono fatti sopra colonne
di marmo. Io lodo molto pi quella di Fez per la commodit del lume,  percioch
quella di Tauris  alquanto oscura.
Oltra gli speziali sono alcuni che fanno pettini di bosso e d'altro legno,  de'
quali abbiamo detto. E verso levante, a canto a detti speziali, sono quelli che
lavorano gli aghi, e sono circa a cinquanta botteghe.  E oltre sono le botteghe
dei torniatori, ma poche, perch sono separate e sparse per diverse altre arti.
Dipoi sono molti altri farinai, saponari e scopari, che confinano con la piazza
del filato; ma sono circa venti, percioch gli altri stanno altrove, come vi si
dir.  Fra  quelli  che vendono il bambagio e li treccoli sono quegli che fanno
fornimenti di letti e padiglioni. Doppo sono quegli che vendono uccelli,  s da
mangiare  come  da  cantare,  ma  sono poche botteghe,  e quel luogo si dice la
piazza degli uccellatori. Ora,  nella pi parte di queste botteghe,  si vendono
funi  di  canapo e cordicine.  Doppo sono quegli che fanno certe pianelle,  che
portano i gentiluomini quando le strade sono fangose,  ma  fatte  invero  molto
gentilmente,  con  lavori,  e  ben ferrate,  e con certe belle coperte di cuoio
cucite con seta;  e il pi misero gentiluomo non pu portarvene che  costi  lor
manco  d'un  ducato;  ve  ne  sono  di  quelle che vagliono dieci e venticinque
ducati: queste sono fatte communemente di legno di moro e nero e bianco;  ve ne
sono di noci,  di melangole e del legno di giuggiole,  e queste due ultime sono
pi gentili e pi pulite, ma quelle del moro durano pi.  Pi oltre sono quelli
che  fanno  le  balestre,  e  sono alcuni Mori di Spagna;  le loro botteghe non
passano dieci.
Sono eziandio appresso questi cinquanta altre  botteghe  di  scopari,  i  quali
fanno  le scope di certe palme salvatiche,  come sono quelle che vengono a Roma
di Sicilia.  Gli scopari portano queste loro scope per la citt in certe grandi
sporte,  e  le  vendono per semola,  per cenere e per qualche scarpe rotte.  La
semola si vende ai vaccari, e la cenere a quelli che biancheggiano il filato; i
ciabattini sogliono comperare le scarpe rotte.  Pi oltre sono quei fabbri  che
fanno solamente i chiovi. Doppo sono alcuni che fanno vasi di legno grandi come
un barile,  ma sono fatti a guisa di secchie; fanno ancora le misure del grano,
e il consule le giusta  pigliando  un  quattrino  di  ciascuna.  Doppo  sono  i
venditori  di  lana,  e  comperano le pelli dai beccai,  tenendo garzoni che le
lavano e,  cavandone la lana,  acconciano i cuoi,  ma non d'altra sorte che  di
montoni.  I  cordovani  e  le pelli dei buoi s'acconciano pi oltre,  percioch
questa  un'arte separata.  Doppo sono quelli che  fanno  le  sporte,  e  certi
legamenti con che si legano i cavalli ne' piedi,  s come s'usa nell'Africa;  e
questi confinano con i lavoratori dei rami. Appresso quelli che fanno le misure
sono coloro che fanno pettini per lo lino e  lana.  Pi  oltre  c'  una  lunga
piazza  di  diversi mistieri,  tra' quali vi sono alcuni che limano i lavori di
ferro,  come sono le staffe e gli  sproni,  percioch  i  fabbri  non  sogliono
limare.  Doppo  sono i maestri di lavorar legni,  ma certe cose grosse,  come i
timoni e gli aratri d'arar la terra, le ruote dei molini e gli altri necessarii
strumenti.  Doppo sono i tintori,  i quai tutti hanno le lor botteghe sopra  il
fiume,  e  una  bellissima fontana dove lavano i lavori di seta.  Drieto questi
sono quelli che fanno i bastili,  dove  una  larga  piazza  nella  quale  sono
piantati alcuni alberi di moro: e cotal piazza nella state  la pi fresca e la
pi  vaga di tutte l'altre.  Doppo sono i maliscalchi,  che ferrano i cavalli e
l'altre bestie;  e pi  oltre  quelli  che  firmano  alle  balestre  gli  archi
d'acciaio.  Oltre di questi vi sono quegli che fanno i ferri dai cavalli, doppo
i quali sono quelli che lustrano le tele.
E quivi finiscono le piazze d'una parte della citt,  cio di quella ch' dalla
parte  d'occidente,  la qual anticamente fu una citt da per s (come s' detto
di sopra) e fu fabricata doppo l'altra, ch' dall'altro lato d'oriente.


Seconda parte della citt.

Eziandio la citt ch' verso levante  civile, e ha bellissimi palazzi e tempii
e collegii e case. Ma non  nel vero cos copiosa e abbondevole di diverse arti
come l'altra, percioch non vi sono n mercatanti n sarti n calzolai,  se non
di panni e lavori grossi.  V' una picciola piazza di speziali, nella quale non
sono pi che trenta botteghe. E verso le mura della citt sono quelli che fanno
i mattoni,  e le fornaci dei scodellai;  e pi sotto di questi v'  una  piazza
grande,  dove  si vendono i vasi bianchi,  cio senza vetro,  come sono catini,
scodelle,  pentole e tai cose.  Pi oltre  un'altra piazza dove sono i granai,
ne'  quali  si  ripone  il  grano;  un'altra  dirimpetto  alla porta del tempio
maggiore, che ha tutto il suolo di mattoni,  dove sono botteghe di diverse arti
e  mestieri.  E  queste sono le piazze ordinate per le dette arti.  V'ha poscia
quelle che sono disordinate e separate per la citt,  eccetto  i  panni  e  gli
speziali, che non si truovano se non in certi luoghi deputati.
Vi sono ancora cinquecento e venti case di tessitori di tele, e dette case sono
fatte  a  guisa  di gran palazzi di pi solai,  con sale molto capevoli,  e per
ciascuna sala v' gran quantit di telari,  e i padroni delle dette stanze  non
tengono instrumento alcuno, ma i maestri sono quegli che tengono gli strumenti,
e pagano solamente le pigioni delle stanze.  E questa  la maggior arte che sia
nella citt: dicesi che in essa vi si contengono ventimila uomini, e altretanti
sono  nell'esercizio  di  molini.   Sono  similmente  centocinquanta  case  dei
biancheggiatori  di  filato,  ed  la pi parte di queste edificata appresso il
fiume, e sono benissimo fornite di caldaie e di vasi murati,  per far bollir il
filato e per l'altre occorrenzie che vi vanno.
E  per  la  citt  sono  certi  grandi alberghi dove si segano i legni di varie
sorti,  e questo ufficio si fa da alcuni cristiani ischiavi: e dei  danari  che
essi avanzano i loro padroni danno a quelli il vivere,  n gli lassano prendere
riposo se non la met del venere, che  dal mezzogiorno insino a sera,  e circa
a  otto  giorni sparsi in diversi tempi dell'anno,  ne' quali sono le feste dei
Mori.  Sonvi ancora certi chiassi publici,  dove  le  meretrici  attendono  per
picciolo  prezzo,  e  queste sono favoreggiate o dal barigello o dal governator
della citt.  Sono certi uomini i  quali,  senza  offender  la  corte,  facendo
l'ufficio  di  tabacchino,  tengono  femine  e vino a prezzo nelle lor case,  e
ciascuno se ne pu servir sicuramente.
Sonvi seicento capi di acqua, cio fonti naturali, i quali sono cinti di muri e
di porte che si tengono serrate,  perch ciascuno si divide in  molte  parti  e
ciascuna  ne  va  sotto  terra,  passando per canali alle case,  ai tempii e ai
collegii e all'osterie.  E quest'acqua  molto pi in  pregio  che  quella  del
fiume,   percioch  alle  volte  manca,  massimamente  nella  state.  A  questo
s'aggiugne che, volendosi nettare i canali,  di bisogno che 'l corso del fiume
si faccia passar di fuori  della  citt;  onde  tutti  si  sogliono  accommodar
dell'acqua dei detti fonti.  E se bene i gentiluomini la state hanno nelle case
loro acqua del fiume,  nondimeno ve ne fanno recar di  quella  dei  fonti,  per
esser ella e pi fresca e pi dolce;  ma nel verno fanno il contrario. E questi
fonti sono per la maggior parte dal lato di ponente e di mezzogiorno, percioch
la parte che risponde  verso  tramontana    tutta  montagna,  che  si  dimanda
tevertino,  e  ivi sono certe fosse grandi e profonde;  nelle quali si serba il
grano per molti anni: e tale ve n che pi di dugento moggia  ne  cape.  E  gli
abitatori di quel luogo,  che sono uomini di volgo,  vivono dell'utile che essi
cavano della pigione delle dette,  ch'  un  moggio  per  ogni  cento  in  capo
dell'anno.
Nella  parte  di mezzogiorno,  la quale  quasi la met disabitata,  sono molti
giardini ripieni di buonissimi  e  diversi  frutti,  s  come  sono  melangoli,
limoni,  cedri,  e  altri  fiori  gentili,  fra'  quali  sono  gelsomini,  rose
damaschine e ginestro, recato quivi di Europa e a' Mori molto caro. E nei detti
giardini sono bellissimi alberghi,  fontane e conserve,  e queste sono cinte da
gelsomini,  da  rose  o  da  melangoli.  E nel tempo della primavera l'uomo che
s'avicina a questi giardini  sente  da  per  tutto  uscir  un  delicatissimo  e
soavissimo odore,  n meno ha poi di pascer gli occhi della bellezza e vaghezza
loro,  che invero ciascuno di tai giardini assomiglia  al  paradiso  terrestre:
onde  i  gentiluomini  vi  sogliono abitar dal principio d'aprile per insino al
fine di settembre.
Nella parte di occidente,  cio dal lato che confina con la citt reale,    la
rocca  che  fu edificata nel tempo dei re di Luntuna,  la quale di grandezza si
pu agguagliare a una citt.  E questa fu anticamente seggio dei governatori  e
signori di Fez,  cio avanti che ella fusse citt reale,  percioch, poscia che
dai re della casa di Marin fu la nuova Fez edificata,  questa fu  lasciata  per
abitazion solamente del governatore. Nella rocca  un bel tempio, fabricato ne'
tempi che ella molto era abitata: a questi d, i palazzi che v'erano sono stati
tutti spianati e del terreno s' fatto giardini.  Ve n' rimaso uno, dove abita
il detto governatore, e altri luoghi per la sua famiglia;  e sonvi molti luoghi
e seggi,  dove esso governatore suole dar audienza ai litigi e far ragione. V'
eziandio una prigione, fatta a somiglianza d'una cantina a volti e sostenuta da
molte colonne,  la quale  tanto larga e lunga che  vi  posson  capire  tremila
persone:  n  v' separata o secreta stanza alcuna,  perch in Fez non s'usa di
tenere alcuno in prigione segreta.  Per la detta rocca  passa  un  fiume,  alle
bisogne e a' commodi di questo governatore.


Magistrati e modi di governare e d'amministrar giustizia, e costume di vestire.

Nella citt non sono se non alcuni piccioli uffici e magistrati,  i quali hanno
carico d'amministrar la ragione.  V' il governatore,  che    sopra  le  cause
civili e le criminali;  un giudice, il quale  preposto a ragion canonica, cio
alle leggi tratte dai  libri  maumettani;  e  un  altro  giudice  che    quasi
luogotenente  del  primiero,  e attende alle cose del matrimonio e repudio,  ed
esaminar testimoni, e anco universalmente rende ragione.  poscia l'avvocato al
quale si consulta della legge e a cui si fanno l'appellazioni  dei  giudici,  o
quando  essi  s'ingannano,  o  quando danno la sentenza per autorit di qualche
meno eccellente dottore.  Il governatore gode gran  quantit  di  danari  delle
condennagioni  che  in  diversi  tempi  si fanno;  e quasi tutta la somma della
giustizia che a un reo si suol dare,   l'esser  frustato  nella  presenza  del
governatore,  e gli si danno cento, dugento e pi scopature. Poi al frustato il
boia mette una catena al collo e in tal modo lo conduce  per  tutta  la  citt,
ignudo tutto eccetto le parti vergognose,  che gli ricuopre con una braca; e il
barigello l'accompagna, gridando sempre il boia e publicando il male ch'egli ha
fatto: infine egli  de' suoi panni rivestito e ritornato in prigione.  E  alle
volte  aviene che se ne menano molti incatenati insieme.  Il governatore ha per
qualunque reo un ducato e un quarto,  cos di ciascuno che entra nelle prigioni
ha  certo  censo,  il  quale  gli    dato  partitamente  da certi mercatanti e
artigiani a questo deputati.  Ma fra le altre utilit ha un  monte,  dal  quale
cava  di  rendita  settemila ducati l'anno.  Vero  che egli  obligato di dare
trecento uomini a cavallo al re ne' tempi di guerra,  i quali,  per insino  che
dura la guerra, sono da lui pagati.
I  giudici  di ragion canonica n salario n premio hanno,  percioch  vietato
nella legge di Maumetto che a un giudice,  per tale ufficio,  si dia  pagamento
alcuno;  ma  essi  vivono  di  altri  salarii,  com'  o  di letture o di esser
sacerdote di qualche  tempio.  Similmente  sono  gli  avvocati  e  procuratori,
persone idiote e volgari. Hanno i giudici certo luogo, dove fanno incarcerare i
debitori  e  altri  per  cose  leggieri  e di poco momento.  E sono nella citt
quattro barigelli e non pi,  i quali fanno le lor cerche dalle ventiquattr'ore
per  insino  alle  due  di notte,  n hanno essi ancora altro salario che certo
censo da coloro che prendono,  che  della retenzione e di certa  piccola  pena
che    loro applicata.  Ma tutti possono far taverne e ufficio di tabacchini e
ruffiani.  Il governatore della citt non tiene n giudice n notaio,  ma d la
sentenzia a voce come gli pare.
N  v'  pi che uno che conduca la dogana e la gabella,  il quale paga ogni d
alla camera del re trenta ducati, e tiene per ciascuna porta guardiani e notai.
E tutte le cose di picciol pregio pagano il suo diritto alla porta;  l'altre si
conducono a dogana, accompagnate dalla porta a quella da uno de' guardiani, e i
guardiani e i notai,  secondo la quantit,  hanno certo danaro diputato. E alle
volte detti guardiani vanno fuori della  citt  per  iscontrare  i  mulattieri,
acci che essi non possino alcuna cosa ascondere,  e se alcuna ve ne ascondono,
pagano poscia doppia gabella. Il pagamento ordinario sono due ducati per cento,
ma delle corniole,  che vi se ne portano molte,  pagasi il quarto di  tutto  il
prezzo; delle legna, del grano, dei buoi e delle galline niuna cosa si paga. N
alla  porta si suol pagar gabella dei castroni che vi conducono,  ma al macello
due baiocchi per castrone e uno al governatore,  ch' il capo dei  consuli,  il
quale  tiene  una  corte  di  dodici sbirri e cavalca spesse fiate d'intorno la
citt per vedere il pane,  e prova li pesi dei beccai e le cose che per lei  si
vendono,  e fa pesare il pane, e se non vi truova il debito peso lo fa spezzare
in molti pezzi,  e d a colui che lo vende tante pugne sul collo che lo  lascia
tutto  gonfio  e  pesto.  Similmente,  se  truova  il pane pi leggiero,  lo fa
frustare  publicamente  per  la  citt.   Questo  ufficio  concede  il  re   a'
gentiluomini che gliel dimandano,  ma ne' tempi adietro si soleva dar solamente
a uomini dotti e di buonissima fama.  Al presente i signori lo danno  a  uomini
privati e ignoranti.
Gli  abitatori  della  citt,  cio i nobili,  sono uomini veramente civili,  e
vestono il verno di panni di lana forestieri.  L'abito   un  saione  sopra  la
camicia, con mezze maniche e molto strette, sopra il quale portano alcune robbe
larghe  e  cucite  dinanzi,  e  sopra  quelle  i loro barnussi.  In testa usano
semplici berrette,  come alcune che si portano in Italia  di  notte,  ma  senza
orecchie,  e sopra quelle pongono certe tele aggroppate con due involgiture sul
capo e intorno la barba; n sogliono portar calze n mezze calze, ma o brache o
braghese di tela,  eccetto  il  verno  che,  volendo  cavalcar,  si  calzano  i
borzacchini.  I popolari portano saii e barnussi senza quella robba ho detto di
sopra,  n in capo portano altro che una  di  quelle  certe  berrette  di  niun
prezzo.  I  dottori e i gentiluomini di qualche et usano di portar certe veste
con le maniche larghe,  come portano i gentiluomini di Vinegia che tengono  pi
onorato  ufficio.  In  fine quei che sono di bassa condizione vestono di alcuni
panni bianchi di lana grossa del  paese,  e  i  barnussi  sono  della  medesima
maniera. Le donne vanno assai ben vestite, ma nel tempo caldo portano solamente
la  camicia,  e d'intorno cingono la fronte con alcune cintole pi tosto brutte
che no.  Il verno usano certe gonne con le maniche larghe,  cucite dinanzi come
quelle  degli uomini;  ma quando escono fuori portano braghese lunghe tanto che
cuoprono tutte le loro gambe, e un drappo al costume di Soria,  che cuopre loro
il capo e tutta la persona.  Il viso similmente cuoprono con un drappo di tela,
in tanto che solamente lasciano scoperti  gli  occhi.  Portano  eziandio  negli
orecchi  certe grandi anella d'oro con bellissime gioie,  e quelle che non sono
di condizione ve ne portano d'argento e senza gioie.  Al  finir  delle  braccia
portano ancora manili pur d'oro,  uno per braccio, i quali manili possono pesar
communemente cento ducati;  le ignobili se gli fanno d'argento,  e di tali anco
ve ne portano alle gambe.


Costume tenuto in mangiare.

Circa  al  mangiare  usasi  fra  il  volgo di pigliar carne fresca due d della
settimana; ma i gentiluomini ve ne mangiano ogni d, secondo l'appetito loro, e
usano tre pasti il giorno.  Quel della  mattina    molto  leggiero,  percioch
mangiano  pane  e frutti,  e certe minestre fatte di farina e di formento,  pi
tosto liquide che altrimenti.  E il verno,  in  vece  di  questa  minestra,  si
tolgono  farro  liquido  cotto con carne salata.  Nel mezzogiorno mangiano pure
cose leggieri, come pane, carne salata e cacio, o olive,  ma nella state questo
secondo pasto  buonissimo. La notte poi mangiano similmente un pasto che  pi
leggiero: questo  pane con melloni o con uva o con latte. Ma il verno mangiano
carne lessa,  insieme con quella vivanda che  detta cuscusu, la quale si fa di
pasta come i coriandoli, e lo cuoceno in certe pignatte forate, per ricevere il
fumo d'altre pignatte;  dipoi vi mescolano dentro butiro e lo bagnano di brodo.
N usano di mangiare arrosto. E tale  il vivere del volgo, s come d'artigiani
e  di  alcuni  poveri  cittadini.  Gli uomini di conto,  come sono gentiluomini
attempati, mercatanti e cortigiani, vivono assai meglio e pi delicatamente.
Ma a comparazione del vivere che si usa fra'  nobili  nella  Europa,  il  viver
degli  Africani    veramente  misero  e  vile,  non per la poca quantit delle
vivande,  ma per lo costume rozzo e disordinato che essi tengono nel  mangiare,
il  quale  in terra sopra certe tavole basse,  senza mantile o drappo di niuna
sorte,  e non si adopera altro strumento che le  mani.  E  quando  mangiano  il
cuscusu,  tutti  i  convitati si servono d'un piatto solo,  e lo mangiano senza
cucchiaio;  la minestra e la carne mettono insieme in  un  catino,  e  ciascuno
piglia  quella parte di carne che gli piace e se la reca avanti senza tagliere,
e non vi adoperando coltello se la pone a' denti e ve  ne  squarcia  quanto  e'
pu,  il rimanente tenendo in mano. E mangiano con molta fretta, n alcun beve,
se non quando  molto ben sazio di mangiare: allora ciascuno si bee  una  tazza
d'acqua  grande come  un boccale.  Questo  l'uso commune;   vero che qualche
dottore vive con maggior pulitezza. Ma, per conchiudere,  il pi vil gentiluomo
d'Italia vive pi suntuosamente che 'l maggior signor d'Africa.


Costume servato nei maritaggi.

Circa  a' matrimonii s'osserva una tale usanza,  la quale  che,  quando alcuno
vuol prender moglie, tosto che il padre gli ha promessa la figlia,  se colui ha
padre,  esso  raguna  e  invita gli amici alla chiesa,  e seco mena due notai i
quali fanno i patti e le condizioni delle doti,  essendovi presente il marito e
la  moglie.  E  i  mediocri  cittadini  usano  di  dar  trenta ducati in danari
contanti,  una serva negra di prezzo di quindici ducati,  una  pezza  di  certo
panno  fatto  di seta e di lino di diversi colori a forma d'uno iscacchiere,  e
certi altri pannicelli di seta che si portano in testa.  Costumano eziandio  di
presentare  un paio di scarpe benissimo lavorate,  e ancora due paia di zoccoli
lavorati gentilmente, molti lavori d'argento e molte altre minutezze, come sono
pettini, profumi e certi belli ventagli.  Poi che sono scritti li patti,  e che
l'una  parte  e  l'altra  contenta,  lo sposo conduce tutti quegli che si sono
trovati presenti a desinar seco,  e d loro di  quel  fritto  accompagnato  con
arrosto e mele che abbiam ditto di sopra.
Fa  ancora il padre della sposa il suo convito e v'invita gli amici suoi;  e se
il detto padre vuole ornar la figliuola di qualche vestimento,  lo pu far  per
sua gentilezza,  percioch,  oltre ai danari che d al marito,  non  tenuto ad
altra ispesa: ma gli  ben di vergogna se altro non v'aggiugne. E oggid, oltre
ai trenta ducati che si danno per valor della dote,  suole il padre spendere (o
chi ha cura di fare il maritaggio) dugento e trecento ducati in fornir la sposa
s  di  veste  come  di  fornimenti  di casa;  ma non danno n casa n vigna n
possessione.  Il consueto  di far tre gonne di panno fino,  tre di seta  o  di
taffett o di raso o di damasco,  molte camicie e molte lenzuola lavorate,  con
certe liste di seta per ciascun  lato,  capezzali  pur  lavorati  e  origlieri.
Sogliono  dare  eziandio  otto  materazzi:  quattro ve ne tengono per ornamento
sopra gli armai che sono dai canti delle camere;  due ne  usano  per  letto,  e
questi  sono  di  lana  grossa;  e due fatti di cuoio tengono pur per ornamento
delle dette camere. Danno similmente un tappeto peloso di circa a venti braccia
e tre coperte,  coperte da una parte di panno e di tela,  dall'altra  piene  di
lana: e d'una di quelle vestono il letto, ponendovi una parte disopra e l'altra
disotto,  percioch  le  dette  coperte  sono  lunghe poco meno d'otto braccia;
dandone,  oltre a queste,  altre tre di seta con  bei  lavori  da  un  lato,  e
dall'altro di tela piene di bambagio.  Ve ne danno un'altra bianca piena pur di
bambagio, ma leggiera, per valersene la state; un panno picciolo di lana fina e
diviso in picciole parti,  lavorato a fiamme e ad  altra  sorte  di  lavori,  e
fornito  con certi merli di coiame dorati,  sopra i quali vi pendono fiocchi di
seta di diversi colori,  e sopra ogni  fiocco  v'ha  un  bottone  di  seta  per
attaccare  il  detto  panno  sopra a' muri.  Questa  la somma di quello che si
aggiugne alla dote, e alle volte maggiore,  onde molti gentiluomini sovente per
tal  cagione  si  sono  impoveriti.  Alcuni  Italiani stimano che in Africa gli
uomini usino di dare la dote alle femine, ma essi in vero poco ne sanno.
Quando lo sposo  per menar la moglie a casa,  la fa entrar primieramente in un
tabernacolo  di legno,  fatto in otto faccie e coperto di belli panni di seta e
anco di broccato, e la portano i facchini sul capo,  accompagnata dagli amici e
del padre e del marito,  con pifferi e molte trombe e tamburi, e torchi in gran
numero: e gli amici del marito con i suoi torchi le vanno  avanti  e  quei  del
padre la seguono,  e usano di tenere il cammino per la piazza maggiore,  vicino
al tempio.  Poi che sono giunti alla piazza,  lo sposo  saluta  il  padre  e  i
parenti della nuova sposa,  e senza aspettare altrimenti lei se ne va alla casa
sua e l'attende nella camera.  Il padre,  il fratello e il  zio  l'accompagnano
insino alla porta della detta camera,  e tutti insieme la presentano nelle mani
della madre del marito.  E tosto ch'ella  entrata in essa  camera,  il  marito
pone  il  suo  pi  sopra  quello della moglie,  il che fatto ambi subito vi si
serrano dentro. Intanto quei di casa apprestano il convito,  e una femina riman
fuori  dell'uscio,  per  insino  a tanto che egli,  avendo svirginata la sposa,
porge a colei un drappo tinto e molle di sangue.  Allora costei se ne va tra  i
convitati col drappo in mano, gridando e faccendo intender con alta voce che la
giovane  era vergine.  A questa le parenti del marito danno da mangiare,  dipoi
ella, accompagnata da altre femine, se ne va a casa della madre della sposa, la
quale similmente l'onora e le d da mangiare.  E se per aventura la  sposa  non
fusse  trovata  vergine,  il  marito la rende alla madre e al padre,  ed  loro
grandissima vergogna, senza che gli invitati tutti senza mangiare si dipartono.
I conviti sogliono esser tre: il primo la notte in cui si  mena  la  donna,  il
secondo  la  sera  poi  che  s'  menata  (e in questa non s'invitano altri che
donne);  il terzo convito si fa il settimo giorno dapoi  che  si    menata  la
sposa,  e in questo vi viene il padre,  la madre e tutti i parenti della sposa.
Il padre costuma quel giorno mandar non piccioli presenti a casa  dello  sposo,
quali sono confetti e castrati interi.  E tosto che 'l marito esce di casa, che
 in capo di sette giorni,  suole egli comperar certa quantit di  pesce  e  lo
reca a casa; dipoi fa che la madre o altra femina lo getta sopra e' piedi della
noviza: hanno ci per buono augurio,  ed  antica usanza. Soglionsi fare oltr'a
questi eziandio due conviti in casa del padre,  l'uno il d avanti nel quale il
detto  per mandar la figlia a marito,  onde esso,  invitando l'amiche,  fa che
tutta quella notte si festeggia e danza;  il d seguente vengono le  donne  che
sogliono ornar le spose,  e le acconciano i capegli,  gli tingono le guancie di
rosso e le mani e i piedi di nero,  con certi belli lavori,  ma queste  tinture
poco  durano: e quel giorno si fa il secondo convito,  e mettono la sposa sopra
un palco,  affine che ella venga da tutti veduta;  allora si d  mangiare  alle
dette  maestre  che hanno ornato la sposa.  E quando la moglie  giunta a casa,
tutti i cari amici del marito le mandano  certi  vasi  grandi,  pieni  di  pane
fritto  in olio e di altretanto melato,  e anco castroni arrosti pure interi: e
lo sposo,  invitando molte persone,  divide fra quelle i detti presenti.  Nelli
loro  balli,  che durano tutta la notte,  tengono sonatori e cantori,  i quali,
alternando insieme il suono e la voce,  partoriscono assai piacevole  concento.
N danza pi che uno per volta,  e come uno ha fornito il suo ballo, si cava di
bocca una moneta e gettala sul tappeto dei cantori; e se qualche amico vuol far
onore a chi danza,  lo fa fermare in ginocchioni e  poi  pianta  tutta  la  sua
faccia  di  monete,  le  quali poscia i cantori tolgono subitamente.  Le femine
danzano separatamente dagli  uomini,  e  hanno  ancora  elle  a'  lor  balli  e
cantatrici e sonatrici.
Cotal  modo si tiene quando la sposa ne va a marito vergine.  Ma se una  stata
per adietro maritata,  fanno le nozze con minor riputazione,  e  usasi  di  dar
mangiare  carne  di  bue,  castrati  e  galline lesse;  ma vi mescolano diverse
minestre, e mettonsi dinanzi a' convitati dodici grandi scodelle in un tondo di
legno,  e fassi il convito per dieci o dodici persone.  E tale   l'usanza  de'
gentiluomini  e  dei mercatanti;  ma le genti minute usano certe suppe fatte di
pan sottile che somigliano lasagne: lo bagnano con brodo di carne  tagliata  in
grosse fruste sopra un vaso grande,  nel quale  la suppa,  e lo mangiano senza
cucchiaio con la mano, e dieci persone sono intorno a un solo vaso.
 costume ancora di far convito quando si circuncide il figlio maschio,  che  
il  settimo giorno doppo nasciuto,  nel quale il padre,  chiamato il barbiere e
invitati gli amici, d loro una cena. La qual fornita,  ciascuno degli invitati
fa un presente al detto barbiere,  chi d'un ducato, chi di due, chi di mezzo, e
chi di pi e chi di meno secondo la qualit di ciascuno. E questi cotai danari,
l'uno doppo l'altro, ciascuno pone sopra il viso del fanciullo del barbiere,  e
il  medesimo fanciullo pronunzia il nome di colui e lo ringrazia.  Doppo questo
il barbiere circuncide il bambino: allora si danza  e  festeggia  nel  modo  di
sopra detto. Ma d'una figlia minore allegrezza si dimostra.


Altri costumi serbati nelle feste, e modo di piagnere i morti.

Rimasero  ancora  in  Fez  certi vestigi d'alcune sorti di feste lasciatevi da'
cristiani,  e fanno certi motti che lor medesimi non gl'intendono.  Sogliono la
notte  del  natale  di Cristo mangiar una minestra fatta di sette diverse erbe:
queste sono cavoli,  rape,  carote e tai;  e cuocono eziandio d'ogni  sorte  di
legumi  interi,  come  sono fave,  ceci e grano,  e le mangiano quella notte in
luogo di delicata confezione.  E il primo d dell'anno sogliono i fanciulli con
le  maschere  al  volto andare alle case de' gentiluomini,  accattando frutti e
cantando certe loro semplicette canzoni.  Il d di san Giovanni fanno per tutte
le  contrade  grandissimi  fuochi  di paglia.  E come un fanciullo incomincia a
mettere i denti,  i suoi fanno un convito  agli  altri  fanciulli,  e  chiamano
queste  cotai feste dentilla,  che  propio vocabolo latino.  Hanno molte altre
usanze e modi di pigliare augurii,  che ho veduto osservare in Roma e in  altre
citt d'Italia;  ma le feste, le quali sono ordinate e comandate nella legge di
Maumetto,  potrete vedere nella nostra brieve  opera  ove  di  detta  legge  si
tratta.
Le  femine,  quando  avien  che  muoia o lor marito o padre o madre o fratello,
allora si ragunano insieme e, spogliatesi de' loro panni, si rivestono di certi
sacchi grossi.  Tolgono le brutture delle  pignatte  e  con  esse  il  viso  si
fregano, e fanno a loro venire quei malvagi uomini che vanno in abito feminile,
i  quali  recano  certi  tamburi quadri: sonandogli cantano d'improviso mesti e
lacrimosi versi in lode del morto,  e al fine di ciascun verso le donne gridano
ad alta voce,  e percuotonsi il petto e le guancie, di maniera che n'esce fuori
il sangue in gran copia,  e si squarciano similmente i  capegli,  pur  tuttavia
forte  gridando  e piangendo.  Questo costume dura sette d;  poi vi mettono in
mezzo l'intervallo di quaranta giorni, i quai forniti rinuovano il detto pianto
per tre altri continui giorni. E tale  l'uso commune del volgo. I gentiluomini
pi  onestamente  piangono  senza  battimento  niuno;   gli  amici  vengono   a
confortargli,  e  tutti  i loro stretti parenti mandano lor presenti di cose da
mangiare, percioch in casa del morto,  fin che v' il corpo,  non s'usa di far
cucina,  n le femine sogliono accompagnare i morti, quantunque fossero padri o
fratelli.  Ma come si lavino i corpi e come si  sepellischino,  quali  ufici  e
cerimonie  vi  si  soglin fare,  abbiamo raccontato nell'operina ch'io ho detto
disopra.


Colombi.

Sono molti uomini nella citt i quali prendono gran diletto di colombi, e ve ne
tengono molti, belli e di diversi colori. Il loro albergo  sopra i tetti delle
case,  in certe gabbie fatte a somiglianza degli armari che usano gli speziali;
e gli aprono due volte,  la mattina e verso la sera, prendendo piacere infinito
di vedergli volare, e chi pi vola  di maggior prezzo. E perch le pi volte i
colombi d'uno si mescolano fra quelli d'un altro,  sovente costoro guerreggiano
insieme e vengono alle mani.  Tale ve n' che,  con certa picciola rete in mano
accommodata su le cime d'alcune canne lunghe,  stando sopra  il  tetto,  quanti
colombi passano del suo vicino prende con la detta rete. In mezzo dei carbonari
sono sette o otto botteghe dove tali colombi si vendono.


Modo di giuocare.

Fra gli uomini accostumati e gentili altra sorte di giuoco non s'usa che quello
degli scacchi,  al costume degli antichi; ben hanno giuochi d'altra maniera, ma
sono rozzi e usati solamente dal volgo.  A certi tempi dell'anno i  giovani  si
raccolgono  insieme,  e  quegli  d'una  contrada con certi bastoni guerreggiano
contra quelli d'un'altra;  e alle volte ambedue le parti si riscaldano,  per s
fatto modo che ne vengono insieme all'arme e molti se n'amazzano,  spezialmente
le feste,  nelle quali questi giovani si ragunano fuori della citt.  E  poscia
che  fornita la mischia vengono al trar de' sassi,  che  col fine del giorno,
onde il barigello molte volte non gli pu dipartir,  ma alcuni ve ne  piglia  e
mette  in  prigione,  i quali dipoi sono frustati per la citt.  La notte molti
bravi vanno insieme fuori della detta citt portando seco l'arme e, discorrendo
per li giardini e per la campagna,  se  essi  s'abbattono  con  i  bravi  della
contrada nimica, incominciano insieme crudelissima pugna, portandosi sempre tra
loro mortalissimo odio; ma spesso ve n'hanno buonissimo gastigo e punizione.


Poeti di lingua volgare.

Sonvi  ancora  molti  poeti,  i quali dettano versi volgari in diverse materie,
massimamente d'amore: e alcuni descrivono gli amori che essi portano alle donne
e altri a' fanciulli, sovente ponendovi il nome del fanciullo che amano,  senza
alcuna vergogna o rispetto.  Questi poeti ogni anno, nella festa della nativit
di Maumetto,  compongono canzone in lode del  detto  e,  raunatisi  insieme  la
mattina per tempo nella piazza del capo dei consuli, ascendono nel suo seggio e
ciascuno ordinatamente, l'un doppo l'altro, recita la sua canzona alla presenza
di  molto  popolo: e quello che  giudicato aver meglio e pi vagamente dettata
la sua  per quell'anno gridato e tenuto principe dei poeti.
Ma a' tempi degli egregii re della casa di Marin,  il re  ch'allor  si  trovava
soleva invitar al suo palazzo tutti gli uomini dotti e letterati della citt e,
faccendo una solenne festa a tutti i poeti degni, voleva che ciascuno recitasse
la  sua  canzona  in  lode  di  Maumetto  alla  presenza sua e di tutti: il che
facevano sopra un alto palco, e secondo il giudicio degli uomini intendenti, al
pi lodato il re donava cento ducati, un cavallo e una schiava, e il drappo che
allora egli si trovava avere in dosso;  agli altri tutti faceva dare  cinquanta
ducati,  intanto  che  tutti da lui si partivano col guidardone.  Ma sono circa
centotrenta anni che, con la declinazione del regno, questo costume  mancato.


Scuole di lettere per i fanciulli.

Per li fanciulli che vogliono imparar lettere sono  circa  dugento  scuole,  le
quali  hanno  forma  d'una gran sala,  e d'intorno v'ha certi gradi che sono le
sedie de' fanciulli. E il maestro insegna loro leggere e scrivere, non in libro
veruno ma in certe tavole grandi. La lezione che essi imparano  ciascun giorno
una  clausula  dell'Alcorano,   il  quale  fornito  in  due  o  in   tre   anni
l'incominciano  da  capo,  e tante fiate che 'l fanciullo l'impara molto bene e
tutto l'ha nella memoria, il che  alla pi lunga in capo di sette anni.  Dipoi
il  detto  maestro  gl'insegna  qualche  poco d'ortografia,  ma pur questa e la
grammatica si legge ordinatamente nei collegi,  s come le  altre  scienzie.  E
questi maestri hanno un picciolo salario,  ma come uno dei fanciulli  giunto a
certe parti dell'Alcorano,   tenuto il padre di fargli non so che presente.  E
poi  ch'il  detto ha imparato tutto l'Alcorano,  allora fa il suo padre a tutti
gli scolari un molto solenne convito,  nel quale il figliuolo  vestito a guisa
di figliuolo di signore.  E prima cavalca sopra un bellissimo cavallo e di gran
prezzo,  il quale insieme col vestimento  obligato a prestargli il  castellano
della  citt reale;  gli altri scolari l'accompagnano ancora essi sopra cavalli
alla stanza,  nella quale entrano cantando molte canzoni in lode di Dio  e  del
profeta  Maumetto.  Dipoi si fa il convito a' detti fanciulli e insieme a tutti
gli amici del padre,  ciascuno de' quali dona alcuna  cosa  al  maestro,  e  'l
fanciullo lo veste di nuovo. Cotale  l'usanza.
Sogliono eziandio questi fanciulli far una festa nella nativit di Maumetto,  e
i lor padri sono astretti di mandare  un  torchio  alla  scuola,  onde  ciascun
fanciullo vi reca il suo, e tale ve n' che lo porta di trenta libbre, e chi di
pi  e  chi di meno,  secondo la loro qualit.  I detti torchi sono belli,  ben
fatti e bene adornati,  e piantati intorno di molti frutti  fatti  di  cera.  I
detti  torchi ardono dallo spuntar dell'alba per insino al nascer del sole.  Il
maestro suole menarvi alcuni cantori che cantano le lode di Maumetto e,  subito
ch' uscito il sole, la festa  fornita. Questo  il maggiore utile che abbiano
i  detti  maestri,  percioch  alle  volte vendono per cento ducati di cere,  e
qualche fiata pi, secondo la quantit degli scolari. N alcuno paga pigione di
scuola,  percioch esse scuole sono fatte di limosine lasciate per l'anime loro
da diverse persone.  I frutti e i fiori dei torchi sono i presenti che si fanno
a' fanciulli e a' cantori.  Ma gli scolari,  s delle scuole come dei  collegi,
hanno nella settimana due d di vacanza, ne' quali non si legge n studia.


Di alcuni artigiani e indovini.

Io pretermetter alcuni artigiani,  come sono conciatori di pelle,  quali hanno
il suo luogo ordinato dove passa un capo d'acqua grosso, sopra il quale vi sono
infinite stanze delli detti,  e  pagano  per  ogni  pelle  che  acconciano  due
baiocchi  alli  doganieri,  e  si  cava di quel dazio da duemila ducati;  e dei
barbieri e altri,  per averne fatto menzione nella primiera parte della  citt,
quantunque essi in tanta quantit non siano come si disse essere in quella.
Vengo a dire d'alcuni indovini,  i quali vi sono in gran numero,  e si dividono
in tre sorti o vogliamo dire qualit. La prima  di certi uomini che indovinano
per arte di geomanzia, faccendo loro figure,  e pagano tanto per cadauna,  come
s'usa alle diversit di qualunque persona.
La seconda  d'alcuni altri i quali, mettendo dell'acqua in un catino vetriato,
e  dentro  una goccia di olio in quell'acqua,  che diviene lucida e trasparente
come uno specchio,  dicono di vedere i diavoli a schiere  a  schiere,  i  quali
assomigliano  a  uno esercito di molti armati,  quando essi vogliono piantare i
padiglioni;  e che di questi alcuni sono in cammino,  chi per acqua e  chi  per
terra: e come l'indovino gli vede acchetati, allora domanda loro di quelle cose
delle  quali  egli  ricerca  avere informazione,  e i demoni gli rispondono con
cenni,  o di mano o d'occhio.  Vedete grossezza di coloro che a questi credono.
Alcuna  volta  pongono  il catino nelle mani di qualche fanciullo d'otto o nove
anni, e lo dimandano s'egli ha veduto il tale e il tale demonio, e quello,  che
 semplicetto, risponde che s: ma non per ci gli lasciano dire da per loro. E
molti  pazzi  danno  a  questi  tanta  fede,  che  spendono in essi grandissima
quantit di danari.
La terza spezie  di femine,  le quali fanno credere al volgo  ch'elle  tengono
amicizia  con  certi  demoni  di diverse sorti,  percioch alcuni si chiamano i
demoni rossi, alcuni si dicono i demoni bianchi e altri sono addimandati demoni
neri.  E quando vogliono indovinare,  a richiesta di chi che sia,  si profumano
con  certi odori e allora,  s come dicono,  il demonio che esse chiamano entra
nella loro persona,  onde subito cangiano la voce,  fingendo che lo spirito sia
quello che parli per la lingua loro. La donna o l'uomo che  venuto per qualche
cosa  che  desidera  di  sapere  dimanda  allo spirito ci che vuole,  con gran
reverenzia e umilt,  e avuta la risposta lascia un presente per quel demonio e
si  diparte.  Ma  gli  uomini  che  hanno  con  la  bont congiunto il sapere e
l'esperienza delle cose chiamano queste femine sahacat, che tanto dinota quanto
nella voce latina  fricatrices:  e  nel  vero  tengono  esse  questo  maledetto
costume,  il quale  d'usare l'una con l'altra, che per pi onesto vocabolo non
posso esprimere.  E quando,  fra le donne che vanno a loro con desio di  sapere
alcuna  cosa,  se ne trova alcuna di belle,  elle s'invaghiscono di lei come un
giovane s'invaghisce d'una fanciulla,  e in forma del demonio le  domandano  in
pagamento i congiungimenti amorosi: e quella,  credendo avere a compiacere allo
spirito,  le pi volte loro consente.  Molte ancora sono che,  di questo giuoco
dilettandosi,  desiderano  d'esser  di lor compagnia,  onde,  fingendo d'essere
inferme,   mandano  per  una  di  queste;   e  sovente  lo  sciocco  marito   
l'imbasciatore.  Elle  subito  iscuoprono all'indovine il loro disio,  le quali
dicono poi al marito che alla sua moglie  entrato uno di quei demoni nel corpo
e,  amando egli la sua sanit,  conviene che esso le dia licenza che  la  detta
possa  entrar nel numero dell'indovine,  e secretamente praticar con esso loro.
Il marito bufolo sel crede e, consentendo a ci, per maggior sua sciocchezza fa
un suntuoso convito a tutto l'ordine, nel fine del mangiare danzando ogni una e
festeggiando al suono degli strumenti di certi negri;  e poscia  ve  la  lascia
andare alla buona ventura.  Ma alcuno ve n' che fa uscire gli spiriti di corpo
alla moglie col  suono  di  solenni  bastonate;  altri,  fingendo  ancora  essi
d'essere  indemoniati,  ingannano  l'indovine  nel  modo che esse hanno le loro
moglieri ingannate.


Incantatori.

V'  somigliantemente  un'altra  spezie  d'indovini,   i  quali  sono  detti  i
muhazzimin,  cio  gli incantatori.  Questi sono tenuti potentissimi a liberare
uno che sia ispiritato,  non per altra cagione se non perch  alle  volte  loro
succede  l'effetto  e,  se  aviene che non succeda,  dicono quel demonio essere
infedele,  o che  qualche spirito celeste.  Il modo dello scongiuro si    che
scrivono certi caratteri, e formano circoli sopra un focolare o altra cosa, poi
dipingono  alcuni  segni  su  la  mano  o  su  la fronte dello spiritato,  e lo
profumano con molti  profumi.  Quindi  fanno  l'incantesimo  e  dimandano  allo
spirito come esso sia entrato in quel corpo, da qual parte, chi egli , come ha
nome; e infine gli comandano che si diparta.
Ve n' un'altra spezie d'alcuni, i quali operano per una regola detta zairagia,
cio cabala; ma non cavano le loro operazioni dalla scrittura, percioch questa
loro  scienzia    tenuta naturale.  E veramente costoro sanno dare infallibile
risposta delle cose ch'a loro s'addimandano: ma cotal regola   difficilissima,
percioch colui che se ne vuol valere  di bisogno ch'egli sia non men perfetto
astrologo  che  abbachista.  Ho  veduto qualche volta far qualche figura,  ch'
durata a farla da la mattina fino alla sera in tempo di state, le quali sono in
questa forma.  Fanno molti circoli l'uno dentro l'altro: nel primo formano  una
croce,  a' confini della quale notano le quattro parti,  cio levante, ponente,
tramontana e mezzogiorno;  dentro della detta croce,  cio dove si scontrano  i
legni  di lei,  segnano i due poli,  e fuori del primo circolo notano i quattro
elementi.  Dapoi dividono il detto circolo  in  quattro  parti  e  il  seguente
circolo  dividono pure in altretante,  e doppo questo ogni parte in sette patti
dividono,  e in ciascuna notano  alcuni  caratteri  grandi  arabici,  che  sono
ventiotto o ventisette caratteri per ogni elemento. Nell'altro circolo notano i
sette  pianeti,  nell'altro i dodici segni,  nell'altro i dodici mesi dell'anno
secondo i Latini,  nell'altro i ventotto tabernacoli (o diciamo alberghi) della
luna,  nell'altro  i  trecentosessantacinque d dell'anno,  e fuori di quello i
quattro venti principali.  Pigliano poscia solamente  una  lettera  della  cosa
dimandata,  e  vanno  moltiplicando con tutte le cose numerate,  per insino che
essi sanno qual numero porta il carattere.  Dapoi la dividono  in  certo  modo,
dapoi la pongono in alcune parti secondo che 'l carattere  e in quale elemento
si sta,  in tanto che doppo la multiplicazione,  divisione e dimensione, vedono
che carattere conviene a  quel  numero  ch'  avanzato.  E  fanno  del  trovato
carattere  come  hanno  fatto  del primo,  cos di mano in mano,  fin che fanno
nascere ventiotto poste, cio caratteri. Allora componeno di quella una dizione
e dalla dizione componeno una orazione,  cio la risposta di quella dimanda,  e
vien  la  detta  orazione  sempre in un verso misurato in la prima spezie delli
versi arabi, che si chiamano ethauil, che  otto stipiti e dodici corde secondo
l'arte metrica araba: del che noi  abbiamo  trattato  nell'ultima  parte  della
nostra  grammatica  araba.  Nel  detto  verso adunque,  che nasce dai caratteri
sopradetti,  esce vera  e  indubitata  risposta,  e  prima  ne  nasce  la  cosa
dimandata,  dapoi  la  sentenza  di  ci che si dimanda.  E questi tali mai non
errano,  e invero questa loro cabala  un'arte maravigliosa: n io per me viddi
mai cosa tenuta naturale che paresse sopranaturale e divina come la detta.
Ho  veduto  far  una  figura in un luogo scoperto del collegio del re Abulunan,
nella citt di Fessa,  qual scoperto era saleggiato  di  marmo  fino  liscio  e
bianco,  e  per  ogni  quadro  era  cinquanta  braccia;  e duoi terzi del detto
discoperto furno occupati dalle cose che si dovevan notare della detta  figura,
e tre persone erano a farla,  e cadaun di loro aveva il cargo d'una parte e pur
dur a farla tutta una giornata intera. Ne viddi far un'altra in Tunis,  per un
eccellentissimo maestro,  il padre del quale aveva comentata la detta regola in
duoi volumi: e gli uomini che fanno queste regole sono singularissimi. In tutta
la mia vita ne ho veduto tre,  duoi in Fez e uno in Tunis,  e ho veduto  ancora
duoi  comenti  della detta regola,  e un comento fatto dal Margiani,  ch'era il
padre del maestro ch'io viddi in Tunis,  e un  altro  comento  di  Ibnu  Caldun
istorico.  E  quando  alcuno avesse piacer di veder la detta regola con li suoi
comenti, non spenderia manco di ducati cinquanta, perch andando in Tunis, ch'
vicino a Italia, trovaria il detto libro. Io ebbi commodit s di tempo come di
maestro, che si offeriva d'insegnarmi senza premio se io voleva imparare questa
dottrina; ma a me non piacque per esser ella vietata, per insino dalla legge di
Maumetto, quasi come una eresia. La cui scrittura dice che ogni indovinazione 
vana,  e che solo Dio sa i secreti e  le  cose  future:  perci  gl'inquisitori
maumettani  gli  fanno  alle  volte  mettere  nelle  prigioni,  n  cessano  di
perseguitare i seguaci di tal disciplina.


Regole e diversit servate da alcuni nella legge di Maumetto.

Vi sono ancora molti uomini dotti,  i quali si danno cognome di sapienti  e  di
filosofi  morali,  e  osservano alcune leggi di pi che non furono comandate da
Maumetto.  E tali gli hanno per catolici e tali no,  ma i volgari  gli  tengono
santi,  quantunque  eglino  vogliono  che  siano  lecite  molte  cose  le quali
proibisce la legge maumettana: come,  per via d'esempio,   vietato nella legge
che  non  si canti alcuna canzona d'amore per regola di musica,  ed essi dicono
che ci si pu fare.  Sono in essa legge molti ordini  e  molte  regole,  delle
quali ciascuna ha il suo capo che le difende,  e hanno dottori che difendono le
dette regole,  e hanno molte opere sopra  il  viver  spirituale.  Questa  setta
cominci ottant'anni dapoi Maumetto,  e il primo e pi famoso auttore si chiam
Elhesenibnu Abilhasen,  della citt di Basra,  qual cominci a dar certe regole
a' suoi discepoli, ma non scrisse niente.
Passati poi cent'anni,  fu un altro valentissimo uomo in tal materia,  nominato
Elharit Ibnu Esed,  della citt di Bagaded,  il quale  scrisse  una  bell'opera
universalmente  a  tutti  i  suoi discepoli.  Dipoi questa setta fu dai legisti
appresso i pontefici vituperata, e dannati tutti quegli che le regole di costui
osservassero. Suscit la medesima setta d'indi a ottanta anni,  e vi fu capo un
altro valentissimo uomo, il quale fu seguito da molti discepoli, e predicava la
sua  dottrina  publicamente,  di  maniera  che  tutti  i  legisti,  insieme col
pontefice,  lui e' suoi seguaci alla morte  dannarono  e  determinarono  che  a
ciascuno fosse tagliata la testa.  Il che inteso da questo capo, egli di subito
scrisse una lettera ai pontefici,  pregandogli che gli concedessero  grazia  di
poter  disputar  coi  legisti  e,  se  essi lo vincessero,  che egli volentieri
morrebbe;  ma se egli dimostrasse a quelli la sua  dottrina  esser  della  loro
migliore,  non  era  onesto  che  tanti  poveri  innocenti  per  falsa calunnia
dovessero perire.  Al pontefice parve la dimanda giusta,  e gli  concedette  la
grazia.  Venuto  adunque  l'uomo dotto alla disputa,  con molta facilit super
tutti i legisti, a tanto che il pontefice lagrimando si convert, chiamato alla
setta del medesimo, e sempre, mentre ei visse, la favoreggi, faccendo fabricar
monasteri e collegi per li seguitatori di lei.
Dur questa setta altri cento anni,  insino a tanto che venne  d'Asia  Maggiore
Malicsach imperadore, della stirpe e origine de' Turchi, il quale perseguit la
detta  setta.  E alcuni si fuggirono al Cairo,  alcuni alla Arabia,  e rimasero
venti anni iscacciati,  che fu insino che regn Caselsah,  nipote di Malicsach.
Il cui consigliere, il quale era uomo di grande spirito, chiamato Nidam Elmule,
essendo  di questa setta,  la ritorn in pi e la sollev e piant per s fatta
maniera che,  per opera d'un dottissimo  uomo  detto  Elgazzuli,  il  quale  ne
compose un nobile volume diviso in sette libri,  pacific insieme i legisti con
i seguaci di questa setta.  A tale che i legisti ebbero titolo di dottori e  di
conservatori  della  legge del profeta,  e questi s'addimandarono intenditori e
riformatori di essa legge.  Questa unizione dur insino che Bagded fu  rovinata
da' Tartari,  il che fu negli anni secentocinquantasei,  di legira.  Ma pure la
divisione non le nocque,  percioch gi tutta l'Africa e l'Asia  era  piena  de
suoi discepoli.
A  que'  tempi  non  soleva  entrare  in  tal setta se non uomini dotti in ogni
facult,  e sopra tutto intendentissimi della scrittura,  per poter  molto  ben
difenderla  e  confutare  la  parte  contraria.  Ora  da cento anni in qua ogni
ignorante vi vuole entrare,  e dicono che non bisogna  dottrina,  percioch  lo
spirito sancto a quei che hanno il cuor mondo apre la cognizion della verit, e
adducano  in  lor  favore  alcune  altre  deboli ragioni.  Di qui,  lasciando i
comandamenti s soverchi come necessarii della regola  da  parte,  non  serbano
altri  ufici  di  quello  che  faccino  i  legisti: ma bene si pigliano tutti i
piaceri che tengono  leciti  nella  regola,  percioch  fanno  spessi  conviti,
cantano  amorose  canzoni  e  danzano  lungamente,  alle  volte  alcuno  d'essi
squarciandosi il vestimento,  secondo il proposito  dei  versi  che  cantano  e
secondo  la  fantasia  che  gli  d  el cervello di questi uomini discostumati.
Dicono che allora sono riscaldati dalle fiamme dello amore divino: e  io  penso
che  'l  siano  riscaldati dalla soverchia copia dei cibi,  percioch ognuno di
questi piglia quel cibo che sarebbe a tre uomini di soverchio.  O,  quello  che
pi  vero  mi  pare,  fanno questi gridi molte volte accompagnati da pianti per
l'amore che essi portano a certi sbarbati giovani,  percioch  non  rade  volte
aviene  che qualche gentiluomo invita alle sue nozze uno di questi principali e
maestri con tutti li suoi discepoli, i quali,  nell'entrar del convito,  dicono
orazioni  e canzoni divine;  e come  fornita la cena,  incominciano i maggiori
d'et a isquarciarsi le gonne,  e nel danzare,  s'alcuno degli attempati  cade,
subito  raccolto e dirizzato in pi da uno dei giovanetti discepoli,  il quale
le pi volte lascivamente bacia.  Per tal cagione  nato un proverbio,  che  in
Fez  in bocca di ciascuno,  cio il convito de' romiti: e dinota che,  fornito
il convito, ogniuno di que' fanciulli diventa sposa del suo maestro,  percioch
costoro non possono prender moglie e sono chiamati i romiti.


Diverse altre regole e sette, e superstiziosa credulit di molti.

Fra  queste sette sono alcune regole istimate eretiche appresso l'una e l'altra
sorte di dottori, percioch non solo sono differenti dall'altre nella legge, n
eziandio nella fede.  Sono invero alcuni,  i quali hanno  ferma  oppenione  che
l'uomo,  per  le  sue  buone  opere,  per  li digiuni e per l'astinenze,  possa
acquistare una natura angelica: percioch dicono ch'egli purifica  l'intelletto
e  il  cuore,  di maniera che non pu peccare ancora ch'egli volesse.  Ma fa di
bisogno ch'ei primieramente passi per cinquanta gradi di disciplina:  e  bench
esso pecchi avanti che abbia passati i cinquanta,  Iddio pi non gli ascrive il
peccato.  E questi invero fanno strani e inestimabili  digiuni  ne'  principii;
dipoi  pigliano  tutti i piaceri del mondo.  Hanno eziandio una stretta regola,
fatta da uno eloquente  e  dotto  uomo  in  quattro  volumi,  il  cui  nome  fu
Essehrauar de Sehrauard, citt in Corasan.
V' un altro auttore, detto Ibnul Farid, il quale rec tutta la sua dottrina in
versi molto leggiadri;  ma i detti versi sono tutti pieni d'allegorie,  n pare
che d'altra cosa trattino che d'amore. Perci uno, detto Elfargani,  coment la
detta  opera,  e  trasse di lei la regola e i gradi che si debbono passare.  Fu
questo poeta di tanta eleganza, ch'altro i seguaci di queste sette non usano di
cantare ne' lor conviti che i versi suoi, percioch da trecento anni in qua non
fu mai una lingua pi culta di quella serbata di lui.  Tengono costoro  che  le
sfere e il fermamento,  gli elementi, i pianeti e tutte le stelle siano un dio,
e che niuna fede n legge possa essere in errore,  percioch tutti  gli  uomini
nel  loro  animo  si  pensano  d'adorar  quello che merita d'essere adorato.  E
credono che la scienza di Dio si contenga in  un  uomo,  che    detto  elcotb,
eletto e partecipe di Dio,  e in quanto al sapere come Dio. Ce ne sono quaranta
altri uomini appresso loro,  i quali sono appellati elauted,  cio li  tronchi,
percioch essi sono di minor grado e di minor scienza.  Quando muore lo elcotb,
da questi quaranta un altro se ne crea,  e questo si  sortisce  dal  numero  di
settanta. Ve ne sono altri settecentosessantacinque, de' quai non mi ricorda il
titolo; ma morendo uno dei settanta, un altro vi se ne aggiunge di tale numero.
Vuole  la  lor  legge  che essi vadino scognosciuti per lo mondo,  o a guisa di
pazzi o di gran peccatori o del pi vile uomo che sia.  Sotto adunque di cotale
ombra,  molti  barri  e scelerati uomini vanno discorrendo per l'Africa ignudi,
dimostrando le loro vergogne,  e sono cotanti sfrenati e senza  rispetto  niuno
che, come fanno le bestie, alle volte nel mezzo delle publiche piazze usano con
le  femine: e nondimeno dal volgo sono tenuti santi.  Di questa canaglia ve n'
gran quantit in Tunis,  ma molto pi in Egitto e massimamente nel Cairo.  E io
nel detto Cairo, nella piazza detta Bain Elcasrain, viddi con gli occhi proprii
un di loro pigliar una bellissima giovane,  ch'usciva pur allora della stufa, e
coricarla nel mezzo della piazza e carnalmente conoscerla.  E  tosto  che  egli
lasci la donna, tutti correvano a toccarle i panni, come a cosa divota e tocca
da  santo  uomo,  e  dicevan  fra  loro che questo santo uomo fingeva di far il
peccato, ma che non lo fece. Il che inteso dal marito, l'ebbe egli per una rara
grazia,  e benediceva Dio faccendo conviti e feste solenni,  con dar  elemosine
per cos fatta grazia.  I giudici e i dotti della legge volevano a tutte le vie
castigar quel ribaldo, ma furno a pericolo d'essere uccisi dal popolo,  perch,
come  io  ho  detto,  ciascun  di questi tali  in gran venerazione appresso il
volgo e ne ha tutto d doni e  presenti  inestimabili,  e  ho  visto  pi  cose
particolari ch'io mi vergogno a narrarle.


Caballisti e altre sette.

V'  un'altra  regola  d'alcuni  che  si possono addimandar caballisti,  i quai
stranamente digiunano, n mangiano carne d'animale alcuno,  ma hanno certi cibi
e  abiti  ordinati  e  diputati  per  ciascuna  ora  di d e di notte,  e certe
particolari orazioni secondo i giorni e i mesi,  traendo le dette orazioni  per
via di numeri;  e usano di portare nella loro persona alcuni quadretti dipinti,
con caratteri e numeri intagliati per entro.  Appresso dicono che  gli  spiriti
buoni loro appariscono, e con essi parlano, e lor danno universal notizia delle
cose  del  mondo.  Fu  di questi uno eccellentissimo dottore detto il Boni,  il
quale compose la lor regola e orazioni,  come si fan detti quadretti;  e io  ho
veduto l'opera,  e parmi che pi tosto questa scienza tenga forma di magica che
di  cabala.  L'opere  pi  famose  sono  circa  otto:  l'una    detta  Ellumha
Ennoramita, cio dimostramento di lume, e in questa sono ordinate le orazioni e
i digiuni;  l'altra si dice Semsul Meharif,  cio il sole delle scienze, in cui
si contiene il modo di fare i quadretti e dimostra l'utile che se ne  trae;  la
terza    intitulata  Sirru  Lasmei  Elchusne,  cio  la  virt  che  tengono i
novantanove nomi di Dio,  e  questa  io  vidi  in  Roma  in  mano  d'uno  ebreo
veneziano.  V'  un'altra  regola  in  queste  sette,  che  detta la regola di
suuach,  cio di certi romiti i quali vivono in boschi e  luoghi  solitari,  n
d'altro  si  pascono  che  d'erbe  e di frutti salvatichi;  e niuno  che possa
particolarmente  intender  la  vita  loro,   percioch   fuggono   ogni   umana
domestichezza.
Ma  troppo  mi discosterei dal proposito dell'opera,  se minutamente vi volessi
seguire di tutte le diverse sette maumettane.  Chi pi ne desidera  di  vedere,
legga  un'opera  di  uno  che  si  chiama Elacfani,  che diffusamente tratta di
diverse sette che procedano dalla fede macomettana,  le quali sono  settantadue
principali;  e ciascun tiene che la sua sia la buona e la vera,  nella quale si
possa l'uomo salvare.   vero che a questa et altre quasi che due  non  se  ne
truovano: l'una  quella di Leshari,  che si estende per tutta Africa,  Egitto,
Soria e Arabia e tutta la Turchia; e l'altra dell'Imamia,  che per tutta Persia
si  truova e in qualche citt di Corasan.  Questa tiene il Sofi re di Persi,  e
per tal setta quasi tutta l'Asia   distrutta,  percioch  avanti  tenevano  la
detta  setta del Leshari;  il detto re pi volte ha voluto che per forza d'arme
si tenga la sua.  Egli  vero che communemente quasi una sola  setta  abbraccia
tutto il dominio de' maumettani.


Investigatori di tesori.

In  Fez  sono  pure alcuni uomini che si dicono elcanesin,  i quali attendono a
cercar tesori,  che essi credono  che  siano  sepolti  nelle  fondamenta  delle
antiche  ruine.  Va  questa  sciocca  gente fuori della citt ed entra in molte
grotte e cave per trovar detti  tesori,  avendo  per  verissima  opinione  che,
quando a' Romani fu levato l'imperio dell'Africa, e che essi fuggirono verso la
Betica  di Spagna,  sotterrassero in quel d'intorno molte preciose e care cose,
le quali non poterono portar seco,  e quelle incantarono;  e per  questa  causa
cercano  d'aver  incantatori  di detti tesori.  N mancano di quegli che dicono
nella cotal cava aver veduto oro, e altri argento,  ma che non gli hanno potuti
cavare per non aver gl'incanti e li profumi appropriati; e con questa loro vana
credenza  cavando la terra,  guastano sovente gli edifici e le sepolture,  e si
conducono talvolta dieci e dodici giornate lontani da Fez.  E  la  cosa    ita
tanto  avanti che,  avendo eglino libri i quali fanno menzione d'alcuni monti e
luoghi dove sono ascosi molti tesori,  gli serbono per oracoli.  E prima che io
mi  partissi  di  Fez,  essi  sopra  questa  lor  pazzia crearono un consule e,
dimandando licenza ai padroni dei luoghi,  come avevano cavato quanto  volevano
gli ristoravano d'ogni lor danno.


Alchimisti.

N  pensate  che vi manchino gli alchimisti,  anzi ve ne sono in molta copia di
quegli che studiano in quella folle vanit,  e sono pure i pi lordi  uomini  e
quelli  che  pi puzzano del mondo,  per il solfore e altri odori tristi.  E la
sera quasi per ordinario si riducono insieme molti di loro nel tempio maggiore,
e disputano di queste loro false imaginazioni.  E hanno molte opere in la detta
arte,  composte per uomini eloquenti: e la prima  intitulata di Geber,  che fu
anni cento dapoi Macometto,  qual vien detto che fu greco rinegato,  e  l'opera
sua  e tutte le ricette sono scritte per allegoria.  V' ancora un altro autore
che ha fatto un'altra opera grande,  chiamato Attogrehi,  che fu secretario del
soldan  di  Bagadet,  come  abbiamo descritto nella vita de' filosofi arabi.  E
un'altra composta in cantiche,  dico tutti gli articoli  di  quest'arte,  e  il
maestro  si  chiamava  Mugairibi,  che  fu  di  Granata:  e  fu comentata da un
mamalucco di Damasco,  uomo dottissimo  di  tal  arte,  ma  il  comento    pi
difficile ad intender che non  il testo.  Questi archimisti sono di due sorti:
alcuni vanno cercando lo elisir, cio la materia che tigne ogni metallo e vena;
e altri si danno a investigar la moltiplicazion della quantit de' metalli, per
via di mescolar l'un con l'altro. Ma io ho veduto che 'l fine di costoro le pi
volte  il condursi a falsificar monete, onde la pi parte in Fez si dimostrano
senzamano.


Ciurmatori e incantatori di biscie.

Sono finalmente in questa citt molta copia di quella disutil canaglia  che  in
Italia  ha cognome di ciurmatori.  E cantano questi cotai uomini di niun prezzo
per le piazze romanze,  canzone e tai sciocchezze,  sonando certi loro tamburi,
viole,  arpe  e  altri  strumenti,  e vendono all'ignorante turba certi motti e
brevi che,  come essi dicono,  sono contra a diversi mali.  A questi s'aggiunge
un'altra  sorte di vilissimi uomini,  i quali sono tutti d'una famiglia e vanno
per la citt faccendo danzar le simie,  e portando d'intorno al collo  e  nelle
mani  molte  biscie.  Fanno  ancora alcune figure di geomanzia,  e predicono la
ventura alle donne.  Appresso menano con esso loro  alcuni,  come  si  dice  in
Italia, stalloni, e fanno a prezzo ingravidar le cavalle di chi vuole.
Ora  io  potrei  seguir  d'alcune  altre  particolarit circa agli uomini della
citt: ma basta dire ch'essi sono per la maggior parte ispiacevoli e poco amano
i forestieri,  bench non ve n' molto numero di detti  forestieri,  perch  la
citt   discosta dal mare cento miglia,  e da esso mare a lei sono vie aspre e
disagevoli molto per forestieri.  Dir ancora i signori esser superbissimi,  in
tanto che pochi praticano con loro;  il simile fanno li dottori e giudici,  che
per  reputazione  non  vogliono  praticare  se  non  con  pochi.  Nondimeno  la
conclusione    la  citt esser bella,  commoda e bene ordinata.  E come che al
tempo del verno vi sia gran fango,  di maniera che fa di mestiero  di  camminar
per  le  strade  con certi zoccoli ch'essi usano,  tuttavia danno certi esiti a
canali, in modo che i detti ne lavano tutte le contrade. E dove non sono canali
fanno raccorre il fango e,  caricandolo sopra le bestie,  lo fanno  gettar  nel
fiume.


Borghi che sono fuori della citt.

Fuori della citt,  dal canto di ponente,  un borgo che fa circa a cinquecento
fuochi; ma tutte le case sono brutte, nelle quali abitano genti vili, come sono
quegli che guidano i cameli e che portano l'acque e tagliano le legne nell'oste
del re.  Nondimeno  questo borgo fornito di molte  botteghe  e  d'ogni  spezie
d'artigiani.  V'abitano  anco  tutti i ciurmatori e sonatori di poca stima;  di
meretrici v' altres gran numero, ma sono brutte e vili.  Nella strada maestra
del borgo sono molte fosse cavate per forza di scalpelli di ferro, per esser il
luogo  di  pietra tevertina,  nelle quali si soleva tener il grano de' signori,
ch non abitavan allora in detto borgo se non li guardiani de' grani; ma, dapoi
che cominciorono le guerre e che li grani eran tolti,  furono fatti li  granari
in  la citt di Fessa nuova,  e quelli ch'eran di fuori furono abbandonati.  Ma
dette fosse sono mirabili di grandezza, che la pi piccola tiene mille ruggi di
grano,  e sono cento e cinquanta fosse,  al presente tutte  scoperte;  e  molti
alcune volte all'improviso vi cascano dentro,  e per questo v'hanno fatto certi
muretti intorno delle bocche di quelle.  Il castellano di Fez,  quando  avviene
che  egli  faccia  qualche segreta giustizia,  fa gettare i corpi de' rei nelle
dette fosse,  perch  una porticella secreta nella rocca  che  a  quei  luoghi
risponde. Quivi  il giuoco de' barri, ma non vi si giuoca se non a dadi. Quivi
ciascuno  pu vender vino,  far la taverna e publicamente tener meretrici: onde
si pu dire che il detto borgo sia il ricetto di tutta la sentina della  citt.
E poi che sono passate le venti ore,  in tutte le botteghe un solo non si vede,
perch ciascuno si d ai balli, ai giuochi, alle lussurie e alle imbriacaggini.
V' un altro borgo della detta citt dove abitano  gli  infermi  di  lepra,  il
quale fa circa a dugento case. E questi infermi hanno il lor priore e capo, che
raccoglie  l'entrate  di  molte  possessioni  donate  loro per l'amor di Dio da
gentiluomini e altri,  e sono serviti  di  maniera  che  di  niuna  cosa  hanno
bisogno.  E questi priori hanno cura di tener la citt netta di cotali infermi,
e anco autorit,  come cognoscono alcun che sia ammalato di tal male,  di farlo
menar  fuori della citt e farlo abitar in detto borgo;  e se alcun muore senza
erede,  l'una met del suo avere compartono alla comunit del borgo,  l'altra 
di colui che d l'indizio di ci;  e se 'l leproso avesse figliuoli,  la roba 
de' figliuoli.   da sapere che nel numero di tai infermi  leprosi  s'includono
ancora  quei  che  hanno  alcune  macchie  bianche sul corpo e altre incurabili
infermit.
Oltre a  questo  borgo  un  altro,  ve  n',  dove  abitano  molti  mulattieri,
pignattari,   muratori  e  legnaiuoli;  il  borgo    picciolo  e  fa  circa  a
centocinquanta fuochi.  Ancora su la via verso ponente  un altro borgo grande,
il quale fa circa a quattrocento fuochi; ma pur  di tristi casamenti e abitato
da poveri uomini e villani,  che o non possono o non vogliono star nel contado.
Vicino al detto borgo  una gran campagna,  la quale s'estende dal borgo fin al
fiume,  che   circa a due miglia,  e si dirizza verso ponente circa a tre.  In
questa campagna si fa il mercato ogni gioved,  e vi si  raguna  gran  quantit
d'uomini con li loro bestiami, e i botteghieri portano le loro robe di fuori, e
ciascuno  tende  il  suo padiglione.  V' un costume che una piccola brigata di
gentiluomini si riduce insieme,  i quali fanno ammazzare un castrato al beccaio
e spartono tra loro tutta quella carne,  e danno per pagamento a colui la testa
e i piedi, e la pelle vendono alli mercatanti di lana. Delle robe che in questo
mercato si vendono poca gabella si paga,  la quale sarebbe  soverchio  a  dire.
Questo non voglio tacere, me non aver veduto n in tutta l'Africa n in Asia n
in  Italia mercato dove si truovino tante persone e tante robe,  che nel vero 
una cosa inestimabile.
Sono ancora fuori della citt certe rupi altissime,  le quali cingono una fossa
larga  due  miglia;  e  su  le  dette  rupi tagliano le pietre con che si fa la
calcina. Per tutta la fossa sono molte fornaci,  dove si cuoce essa calcina;  e
queste  fornaci  sono  grandi,  di modo che tale ve n che vi capiranno seimila
moggia di calcina.  Questo uficio fanno  fare  i  gentiluomini  ricchi,  ma  di
piccola  nobilt.  Dalla  parte di ponente,  pur fuori della citt,  sono circa
cento capanne fabricate su la riviera del fiume: queste sono tenute  da  quegli
che fanno biancheggiare le tele.  Il che  in tal guisa: ciascuno ogni anno ne'
tempi buoni bagna le sue tele e le stende in un prato vicino alla sua  capanna;
e come costoro le veggono asciutte, con certe secchie di cuoio, che hanno cotai
manichi di legno, pigliano l'acqua del fiume o di certi canaletti e la spargono
su  le  dette  tele;  e venuta la sera,  ciascuno raccoglie le sue tele e se le
porta a casa,  o a certi luoghi a ci deputati.  E i prati dove si stendono  le
dette tele serbano per tutto l'anno le sue erbe fresche e verdi; e di lontano 
un  bello spettacolo all'occhio il veder sopra il verde la candidezza di quelle
tele.  E l'acqua del detto fiume,  che  molto  chiara,  pare  da  lontano  che
l'abbia  colore  di  azurro:  per  il  che molti poeti parimente in lode di ci
compongono elegantissimi versi.


Sepolture comuni fuori della citt.

V'ha d'intorno molti campi dove si sepelliscono i corpi morti, i quali per amor
di Dio sono da' gentiluomini donati a comune sepoltura. Pongono sopra il corpo,
cio sul terreno,  un sasso fatto a modo di triangolo,  ma  lungo  e  sottile.
Agli  uomini  notabili  e  di  qualche  riputazione sogliono metter da capo una
tavola di marmo,  e una  da  piedi,  ne'  quali  vi  sono  intagliati  versi  a
consolazione di cos duro e amaro passo;  e pi a basso v' il nome,  la casata
di ciascuno e parimente il giorno e l'anno che moritte. E io posi molta cura in
raccoglier tutti gli epitaffi che io viddi, non solamente in Fez ma in tutta la
Barberia: e questi ho ridotti in un piccolo volume,  del  quale  feci  dono  al
fratello  del re che vive oggid,  quando mor il loro padre re vecchio.  Infra
quei versi sono alcuni atti a dare buon animo e  consolazione  della  morte,  e
alcuni  accrescono  pi maninconia e tristezza: ma bisogna aver pazienzia o per
l'uno o per l'altro.


Sepolture di re.

Fuori della citt  similmente un  palazzo  verso  tramontana,  sopra  un  alto
colle,  nel quale molte sepolture si veggono d'alcuni re della casa di Marin, e
sono fatte con bellissimi ornamenti e pietre di marmo,  con epitaffi di lettere
intagliate nel marmo, e adorne con finissimi colori, di maniera che empiono gli
occhi di maraviglia di chi le mira.


Giardini e orti.

Dalla  parte  cos di tramontana e di levante come eziandio di mezzogiorno,  vi
sono moltissimi giardini ripieni d'ogni maniera di frutti;  e gli  alberi  sono
grossi  e  alti,  e per entro i giardini passano alcuni piccoli rami del fiume.
Ma, per la stessa quantit dei detti alberi, paiono questi giardini boschi,  n
s'usa coltivare il terreno;   vero che il maggio l'adacquano tutto,  e per tal
cagione gran copia vi nasce di frutti, e tutti sono di perfetta bont,  eccetto
le persiche,  le quali non hanno molto buon sapore. E stimasi che alle stagioni
si vendono di detti frutti ogni d  cinquecento  some,  trattone  fuori  l'uve,
ch'io non pongo in questo numero.  E tutte le dette some vanno a un luogo della
citt dove pagano certa gabella, e quivi si vendono all'incanto in presenza de'
fruttaruoli.  E in quella medesima piazza si vendono ischiavi neri,  e  ivi  si
paga la gabella di quelli.
Ancora verso ponente  un terreno largo circa a quindici miglia e lungo circa a
trenta,  il  quale  tutto ripieno di fontane e di fiumicelli,  ed  del tempio
maggiore.  Questo luogo  tenuto a pigione dagli ortolani,  i quali vi seminano
gran quantit di lino,  melloni,  zucche,  cetriuoli, carote, navoni, radicchi,
cavoli cappucci e tai erbe.  In modo che si crede ch'al tempo della state se ne
cavi  quindicimila  some  di  frutti e altretante l'inverno.   vero che l'aere
d'intorno  cattivo, e la pi parte degli abitatori ha il viso di color giallo:
patiscono spesse febbri, e gran quantit ve ne muore


Fez citt nuova.

La nuova citt di Fez  tutta cinta di due bellissime,  altissime e  fortissime
mura;  e  fu  edificata  in una bellissima pianura appresso il fiume,  discosto
dalla vecchia circa  a  un  miglio  nella  parte  di  ponente,  e  quasi  verso
mezzogiorno.  Fra le due mura passa ed entra una parte del fiume, cio dal lato
di tramontana,  dove sono i suoi mulini,  e l'altra parte del  detto  fiume  si
divide  in  due:  l'una  ne  va fra Fez nuova e la vecchia a canto la rocca,  e
l'altra passa oltre per certe valli e giardini vicini alla vecchia,  per  insin
ch'ella  entra  in lei di verso mezzogiorno;  quell'altra parte se n'entra alla
rocca e passa per lo collegio del re Abuhenan.
Questa citt fece edificar Giacob figliuolo di Abdulach, primo re della casa di
Marin, il quale acquist il regno di Marocco e discacci i suoi re. E nel tempo
ch'egli era in guerra con i re di Marocco,  allora il re di Telemsin  gli  dava
grande  impaccio,  compiacendo  ai  re di Marocco e per non lasciar crescere la
casa di Marino. Ora, come questo Giacob ebbe spedita la guerra di Marocco,  gli
venne  fantasia di far vendetta contra il re di Telemsin,  con il quale volendo
far guerra,  s'avvidde che il luogo dove furon le fortezze di quel  regno  eran
molto discosto da Telemsin.  Per il che deliber che si facesse la detta citt,
e quivi tramutar il reale seggio di Marocco;  e cos  fece,  chiamandola  Citt
Bianca: ma il volgo dipoi la dimand Fez nuova.  Fecela quel re dividere in tre
parti, l'una separata dall'altra.  In una parte di luogo al palazzo reale e ad
altri palazzi per li suoi figliuoli e pei fratelli,  e volle che tutti avessero
i suoi giardini; e appresso il suo palazzo fece edificare un bellissimo tempio,
molto  adorno  e  con  maraviglioso  ordine.   Nella  seconda  parte  fece  far
grandissime stalle per li cavalli cavalcati dalla sua persona,  e molti palazzi
per li suoi capitani e uomini pi eletti della sua corte.  Dalla porta dal lato
di  ponente  fino  alla  porta  che guarda verso levante fu ordinata e fatta la
piazza della citt,  il cui tratto per lunghezza   poco  meno  d'un  miglio  e
mezzo;  e  per  entro sono le botteghe de' mercatanti e artigiani d'ogni sorte.
Appresso la porta di ponente,  cio al muro secondo,  fece fare una grandissima
loggia  con  molte altre loggiette,  dove avesse a stare di continuo il custode
della citt con i suoi soldati e ministri.  Appresso a queste volle che  fosser
fatte  due bellissime stalle,  nelle quali potessero stare agiatamente trecento
cavalli deputati alla guardia del suo palazzo.  La terza parte della  citt  fu
assegnata per gli alberghi della guardia della persona del re, che allora erano
certi uomini di levante,  le cui arme erano gli archi, percioch allora in que'
paesi non era passato l'uso delle balestre;  ai quali uomini il re  dava  buona
provisione.
Ora  per  la  detta  piazza  sono molti tempii e stufe bellissime,  e fatti con
grandi spese.  E appresso il palazzo del re  il luogo dove si batte la moneta,
che    detto  la  zecca,  la  quale    fatta in forma d'una piazza quadra,  e
d'intorno vi sono alcune loggiette,  nelle quali sono le case de' maestri.  Nel
mezzo    un'altra  loggia dove siede il signor della zecca con li suoi notai e
scrivani, percioch detta zecca,  come in altri luoghi,   un officio che si fa
pel  re,  e l'utile  suo.  Vicino alla zecca v' un'altra piazza,  nella quale
sono le botteghe degli orefici, il lor consule, e quello che tiene il sigillo e
la forma delle monete.  N in Fez si pu fare anello o altro lavoro d'argento o
d'oro  se prima il metallo non  suggellato,  se non con molta perdita di colui
che lo volesse vendere; ma essendo suggellato si paga il prezzo consueto,  e si
pu spendere come si fanno le monete. E la maggior parte di questi orefici sono
giudei,  i  quali  fanno  i  lavori  in  Fez nuova e gli portano a vender nella
vecchia a una  piazza  loro  assegnata,  la  quale    appresso  gli  speziali.
Percioch  nella  vecchia  Fez  non  si pu batter n oro n argento,  n alcun
maumettano pu usar l'arte dell'orefice,  perch essi  dicono  essere  usura  a
vender  le  cose  fatte o d'argento o d'oro per maggior prezzo di quello che le
pesano.  Ma i signori danno libert a' giudei di farlo;  pure ve ne sono alcuni
pochi  che fanno lavori solamente per li cittadini,  n altro guadagnano che la
fattura.  E quella parte dove anticamente abitava la guardia degli arcieri oggi
  tenuta  da'  giudei,  perch i re moderni non tengono pi quella guardia,  i
quali prima abitavano nella citt vecchia.  Ma ciascuna volta che ne seguiva la
morte  d'un  re i mori gli saccheggiavano,  e fu di mestiere che 'l re Abusahid
gli facesse tramutar dalla  citt  vecchia  alla  nuova,  raddopiando  loro  il
tributo,  dove oggid dimorano,  che  in una molto longa e molto larga piazza,
nella quale hanno le lor botteghe e case e sinagoghe.  E questo popolo   tanto
accresciuto che non si pu truovare il numero,  massimamente doppo che i giudei
furono scacciati dal re di Spagna. Essi sono in disprezzo appresso ciascuno, n
alcun di loro pu portare scarpe,  ma usano certe  pianelle  fatte  di  giunchi
marini,  e in capo alcuni dolopani neri; e quelli che vogliono portar berretta,
conviene che portino insieme un panno rosso attaccato alla  berretta.  Il  loro
tributo  di pagare al re di Fez quattrocento ducati il mese.
In  fine la detta citt fu,  nello spazio di cento e quaranta anni,  fornita di
forte mura e di palazzi, tempii e collegii, e di tutti quelli ornamenti che pu
avere una citt.  E credo che maggior fusse la somma di quello che fu speso nei
detti  ornamenti,  che non fu nelle mura che la cingono.  Fuori di lei sopra il
fiume furono fatte certe ruote molto grandi,  le quali levano l'acqua dal fiume
e la mandano sopra le mura della citt,  dove sono fatti certi canaletti che la
conducono ai palazzi,  ai giardini e ai tempii.  E queste ruote  son  fatte  a'
nostri tempi,  cio da cento anni in qua,  percioch per adrieto l'acqua veniva
alla citt per un canale,  cio acquedutto,  che usciva d'una fontana  discosta
dalla  citt  dieci miglia,  lo qual canale  fatto sopra certi archi molto ben
formati.  E dicesi che 'l detto canale fu invenzione d'un maestro  genovese,  a
que' tempi molto favorito mercatante del re.  E le ruote fece un Spagnuolo,  le
quali sono veramente cosa mirabile, massimamente che in tanto furor d'acqua non
si rivolgono pi che vintiquattro volte fra il d e la notte.  Restami  a  dire
che in questa citt non abitano molti nobili, trattone il parentado de' signori
e qualche cortigiano;  il rimanente  di persone ignobili e poste a vili ufici,
percioch gli uomini di riputazione e di bont non si degnano d'essere  ammessi
negli  ufici  della corte,  n simigliantemente di dar niuna delle lor figlie a
quelli che sono della casa del re.


Ordine del vivere che s'usa nella corte del re di Fez.

Fra tutti i signori dell'Africa non si truova che  alcuno  fusse  creato  re  o
principe per elezione del popolo,  n chiamato da provincia n da citt alcuna.
E nella legge di Maumetto non    verun  signor  temporale  che  dir  si  possa
legittimo,  eccetto  i  pontefici.  Ma  poscia  che venne a meno la podest de'
pontefici,  tutti i capi  de'  popoli  ch'erano  ne'  diserti  s'incominciarono
accostare  ai  paesi  abitati,  e  per forza d'arme statuivano diversi signori,
contra la legge di Maumetto e contra i  pontefici  loro.  Come    avvenuto  in
levante,  che i Turchi,  i Curdi,  i Tarteri e altri,  venendo da quella parte,
s'insignoreggiavano de' terreni di chi meno poteva,  cos nell'occidente  regn
il  popolo  di  Zeneta,  cos  quel di Lontuna,  dipoi i Predicatori,  dipoi le
famiglie di Marin vi regnarono.   vero che la gente di Lontuna venne in favore
e soccorso de' popoli di ponente, per liberargli dalle mani degli eretici. E in
questi  vi furono i signori amici del popolo;  poi incominciarono a sollevar la
tirannide, come s' veduto.  Per cotal cagione adunque al presente non si fanno
i  signori  per  vera eredit,  n per elezione del popolo,  de' maggiori e del
capitano,  ma ciascun principe,  prima che venga a morte,  lega  e  astrigne  i
maggiori  e  pi  possenti uomini della corte a crear principe,  doppo la morte
sua,  o figliuolo o fratello del detto.  N perci molte volte sono osservati i
giuramenti,  percioch  quasi sempre avviene che eleggono per lor signore colui
che pi piace loro.
In questa guisa si suol far la creazione del re di Fez, il quale,  subito che 
publicato re, fa uno de' suoi pi nobili suo maggior consigliere, e gli assegna
un terzo dell'entrata del suo regno. Doppo elegge un secretario, il quale serve
e per secretario e per tesoriere e per maggiordomo. Crea dapoi i capitani della
cavallaria, che son diputati alla custodia del regno, e questi il pi del tempo
stanno  con lor cavalli nella campagna.  Appresso per ciascuna citt stabilisce
un governatore, il quale si gode gli usufrutti delle citt,  con obligazioni di
tener  tanto  numero  di cavalli a sue spese a' comandi del re,  cio qualunque
volta gli fa bisogno di fare esercito.  Dipoi fa  certi  commissari  e  fattori
sopra  i  popoli  che  abitano ne' monti,  e ancora sopra gli Arabi che gli son
soggetti.  I commissari amministrano la giustizia secondo  la  diversit  delle
leggi  de'  detti  popoli;  i  fattori hanno carico di riscuotere l'entrate,  e
tenervi diligente conto de'  pagamenti  ordinari  e  di  quelli  che  non  sono
ordinari.  Dipoi  ordina  certi  baroni,  che  sono  detti  nella lingua loro i
custodi,  ciascuno de' quali ha un castello overo uno  o  due  villaggi,  e  di
quelli  cava  certa  entrata  per  lo  vivere,  e per poter mantenere qualit e
condizione d'accompagnare il re nell'esercito.  Ancora tiene cavalli  leggieri,
a' quali egli fa le spese a modo suo quando stanno in campo, ma a tempo di pace
d a costoro grano,  butiro e carne da insalare per tutto l'anno, ma pochissimi
danari;   vero che gli veste una volta l'anno.  N questi hanno cura  de'  lor
cavalli,  n  fuori  n  meno  nella  citt,  percioch  il  re d'ogni cosa gli
fornisce.  E tutti i famigli della stalla sono  schiavi  cristiani,  e  portano
grosse  catene  a'  piedi;  ma  quando  l'esercito va fuori,  i detti cristiani
cavalcano su camelli da some.  Tiene  ancora  un  altro  commissario  sopra  a'
camelli,  il  quale  d ricapito a' pastori e dispensa fra loro le campagne,  e
provede del numero di camelli che fanno di mistiero alle bisogne del re; e ogni
camelliero tiene due camelli  in  ordine,  per  cargare  secondo  che  li  vien
comandato.  Tiene appresso un dispensatore, che ha carico di fornire, custodire
e dispensar le vettovaglie per lo detto re e per lo esercito;  e  questo  tiene
dieci  o  dodici  padiglioni  grandi,  dove  dipone le dette vettovaglie,  e di
continuo muta e rimuta camelli in farvene portar di nuove,  accioch l'esercito
non patisca.  Sotto di questi sono i ministri della cucina.  V' poi un maestro
di stalla, il quale ha cura di tutti i cavalli, muli e camelli del signore;  ed
egli delle cose necessarie, s per questi come per la famiglia che gli governa,
 fornito dal dispensatore.  Tiene eziandio un commessario sopra le biade,  che
ha carico di far portar l'orzo e ci che bisogna al mangiar delle dette bestie;
e questo commissario ha cancellieri e notai,  per notare e  scrivere  tutta  la
biada  che si dispensa e renderne conto al maggiordomo.  Tiene somigliantemente
un capitano di cinquanta cavalli, quali sono a guisa di cursori,  i quali fanno
l'imposizioni  da  parte  del segretario del re,  in nome del detto re.  Ancora
tiene un altro molto onorato capitano, il quale  come capo di guardia segreta,
e ha auttorit di comandar da parte del  re  agli  ufficiali,  che  faccino  le
esecuzioni  e  le  confiscazioni  e  servino  giustizia;  pu prendere i grandi
uomini, mettergli nelle prigioni,  usare in quelli la severit della giustizia,
se gliel comanda il re.
Tiene il detto re eziandio appo lui un fedel cancelliere,  in poter del quale 
il sigillo del re;  e scrive  egli  le  lettere  che  occorrono  di  sua  mano,
sigillandole  con  quello.  Di staffieri ve n'ha grandissima quantit,  i quali
hanno un capitano loro, che gli accetta, iscaccia e divide tra loro il pi e il
meno del salario, secondo la loro sufficienza; e quando il re d l'udienza,  il
detto  capitano gli  sempre presente,  e fa quasi l'uficio d'un capocameriere.
Tiene ancora un capitano sopra i carriaggi,  il cui uficio  di far  portare  i
padiglioni ne' quali alloggiano i cavalli leggieri del detto re; ed  da sapere
che  i padiglioni del re son portati dai muli,  e quei de' soldati dai camelli.
Tiene una brigata di banderari,  i quali  per  cammino  portano  gli  stendardi
piegati,  ma  uno,  che  sempre  va  dinanzi  all'esercito,  porta un stendardo
spiegato e alto; e tutti questi banderari sono guide,  e sanno le vie,  i passi
de'  fiumi  e de' boschi.  E tiene gran quantit di tamburini,  i quali tengono
certi tamburi fatti di rame a modo d'un gran catino,  larghi di sopra e stretti
di  sotto,  e  dalla  parte  di  sopra sono coperti di pelle;  e gli portano su
cavalli  che  hanno  i  bastili,   ma  tengono  dirimpetto  al  tamburo  alcuni
contrapesi,  percioch essi assai pesano.  E sono questi cavalli de' migliori e
de' pi presti corridori ch'aver si possano, percioch  tenuto a gran vergogna
quando si perde il tamburo;  e detti tamburi  suonano  tanto  forte  e  con  s
orribil  suono che si fanno sentire a gran pezza di lontano,  e fanno tremare i
cavalli e gli uomini; e gli suonano con i membri de' tori. I trombetti non sono
tenuti a spesa del re, ma quei della citt,  a tutto loro costo,  sono obligati
di  dargli  un  certo numero;  e i detti cos sono adoperati alle mense del re,
come nello attaccarsi delle battaglie. E ha un maestro di ceremonie,  il quale,
quando  il re chiama il consiglio o d udienza,  sempre sta a' piedi del detto,
ordinando i luoghi e faccendo parlar l'un doppo l'altro,  secondo i gradi e  le
dignit.  La  famiglia del re  per la pi parte di certe negre ischiave,  e di
queste sono le cameriere e le donzelle;  nondimeno  sempre  ei  piglia  la  sua
moglie bianca. Tiene ancora alcune schiave cristiane, e queste sono o spagnuole
o portogallese.  E tutte le donne sono sotto la guardia degli eunuchi, che sono
pure schiavi negri.
Questo re invero ha gran dominio, ma piccola entrata,  la quale appena aggiunge
a  numero  di trecentomila ducati;  e di questa eziandio non perviene alle mani
sue la quinta parte,  percioch il rimanente  assegnato come di sopra  abbiamo
detto.  Anco  la met di cotali entrate  in grani,  in bestiame,  in olio e in
butiro, e si cava per pi vie.  Alcuni luoghi pagono,  per tanto terreno quanto
in  un giorno possono arar un paio di buoi,  un ducato e un quarto.  Altrove si
paga per ogni fuoco altretanto.  Altri luoghi sono,  ne' quali per ciascun uomo
dai  quindici  anni  in  su  si  paga  pure  altretanto.  In  altri e dell'un e
dell'altro.  N v' altra gravezza che della gabella,  la quale   nella  citt
grande. N vi voglio ascondere che a' signori temporali non  lecito, per legge
di Maumetto,  tenere alcuna entrata, eccetto il censo da lui ordinato. Il quale
 che ciascuna persona, che ha in contanti cento ducati,  sia tenuta di dare al
signore,  di  quel  numero,  due  ducati  e  mezzo l'anno,  fin che dura quella
quantit;  e ogniuno che raccoglie del suo terreno  dieci  moggia  di  grano  
obligato a dar la decima parte. E vuole che tali entrate siano date in mano del
pontefice,  il quale,  oltre alle bisogne del signore,  le dispensi alle comuni
utilit;  e di quelle siano  aiutati  i  poveri,  gl'infermi  e  le  vedove,  e
sostenute  le  guerre contra a' nimici.  Ma da che sono mancati i pontefici,  i
signori, come s' detto,  hanno incominciato a usar la tirannide: n basta loro
d'aversi  usurpate  del tutto queste entrate,  e dispensarle secondo l'appetito
loro,  ma v'hanno aggiunto nuovi tributi,  talmente che in tutta l'Africa pochi
contadini  si truovano che possino avanzarsi tanto che basti loro pel vestire e
pel vivere solamente.  Di qui  che  niun  uomo  dotto  e  da  bene  vuol  aver
domestichezza  con i signori temporali,  n mangiar con esso loro a una istessa
mensa, n meno accettar dono o presente loro, percioch istimano che la facult
dei detti signori sia peggio che rubbata.
Tiene ancora il re di Fez di continovo in poter suo seimila cavalli  pagati,  e
cinquecento balestrieri, e altretanti archibusieri sempre a cavallo e in ordine
ad ogni suo comando.  Ma ne' tempi di pace stanno dalla sua persona separati un
miglio, cio quando il re  fuori nella campagna, percioch essendo egli in Fez
non si cura di guardia. Se aviene che gli bisogni far guerra con gli Arabi suoi
nimici,  allora non gli bastano questi seimila cavalli,  ma si vale  dell'aiuto
degli  Arabi  suoi subditi,  de' quali a loro spese gran quantit ne raguna: ed
essi sono invero pi pratichi nella guerra che non sono i detti seimila del re.
Le pompe e le cerimonie d'esso re sono poche, e non molto volentieri sono fatte
da lui;  ma nelle feste o in qualche mostra  di necessit ch'egli  le  faccia.
Queste sono tali.  Quando il re vuol cavalcare,  primieramente il maestro delle
cerimonie fa ci intendere ai  cursori  per  nome  del  re;  dipoi  essi  fanno
intendere  ai  parenti  del  detto  re,  ai  capitani,  ai custodi e agli altri
cavalieri,  i quai tutti si ragunano insieme nella piazza che  fuori  del  suo
palazzo, e per tutte le vicine contrade. E come il re esce dal palazzo, i detti
cursori  dividono  l'ordine  di  tutte  le  cavalcature.  Prima  se  ne vanno i
banderari, dipoi i tamburini,  dipoi il maestro di stalla con i suoi ministri e
famigliari, poi il dispensatore con i suoi, poi i custodi, poi il maestro delle
cerimonie,  poi  i  segretari  del re,  il tesoriere,  il giudice e il capitano
dell'esercito.  Poi cavalca il re,  insieme col gran consigliere e con  qualche
principe.  E  cavalcano  innanzi la persona del re alcuni uficiali del re,  de'
quali uno porta la spada, l'altro lo scudo e un altro la balestra del detto re.
D'intorno gli vanno i suoi staffieri,  e di questi uno porta la partigiana  del
re,  un altro la coperta della sella insieme col capestro del cavallo; e quando
il re scende a piede,  con quella  coperta  coprono  la  sella,  e  mettono  il
capestro di sopra alla briglia del cavallo per tenerlo.  V' un altro staffiere
il quale porta i zoccoli del re,  che sono certi zoccoli fatti con bei  lavori,
per pompa e riputazione. Doppo il re cavalca il capo degli staffieri, dapoi gli
eunuchi,  dapoi  la  famiglia  del  re,  dapoi  i  cavalli  leggieri,  dapoi  i
balestrieri e archibusieri. L'abito che allora usa il re  mediocre e onesto, e
chi nol conosce non pensa che egli sia il re,  percioch i suoi staffieri  sono
vestiti pi superbamente,  e con fregiati e ricchi panni.  N alcun re o signor
maumettano porta corona o cosa tale che  l'assomigli  in  testa,  percioch  la
legge de Maumetto glielo vieta.
Quando il re abita nella campagna, piantasi prima nel mezzo il gran tabernacolo
d'esso re,  il quale  fatto a guisa delle mura d'un castello con i suoi merli,
 quadro da ciascun lato e tiene cinquanta braccia, e in capo di ciascun lato 
una torricella fatta pur di tela con i suoi merli e coprimenti,  e  con  alcune
belle poma poste sopra il tetto di dette torricelle,  che paiono d'oro.  Questo
tabernacolo ha quattro porte,  per ciascuna delle quali vi sta la guardia degli
eunuchi,  e in mezzo del detto vi sono altri padiglioni.  La camera nella quale
dorme il re  fatta in modo che si pu togliere e rimettere  agevolissimamente.
D'intorno al tabernacolo sono gli alloggiamenti degli uficiali e dei cortigiani
pi  favoriti del re,  e d'intorno a questi sono ordinatamente i padiglioni dei
custodi, i quali son fatti di pelli di capre, s come quegli degli Arabi. Quasi
nel mezzo c' la dispensa,  la cucina e il  tinello  del  re,  che  sono  tutti
padiglioni  invero  grandissimi.  Non molto lontani da questi sono i padiglioni
dove alloggiano i soldati dei cavalli leggieri,  i  quali  tutti  mangiano  nel
tinello del re, ma in una foggia molto vile. Discosto un poco  la stalla, cio
alcuni  luoghi  coperti dove sono alloggiati i cavalli,  a ordine l'uno a canto
l'altro.  Fuori del circuito dell'alloggiamento  alloggiano  i  mulattieri  del
carriaggio  del  re,  e ivi sono botteghe di beccai,  di merciai ed eziandio di
pizzicagnoli.  I mercatanti e gli artigiani che vengono al campo  s'adagiano  a
lato  dei  detti  mulattieri,  in  modo che gli alloggiamenti del re vengono ad
essere fatti come una citt, percioch i padiglioni dei custodi servono in vece
di mura,  i quali sono fatti e piantati l'uno appresso l'altro,  di maniera che
non  si  pu  entrare  a' detti alloggiamenti se non per li luochi ordinati.  E
d'intorno il tabernacolo del re tutta la notte si fa la guardia;  ma  vero che
i guardiani sono persone vili,  n v' alcuno che porti arme. Simile guardia si
fa d'intorno la stalla dei cavalli,  ma spesso,  per la dapocaggine  di  queste
guardie, non solamente sono stati rubbati dei cavalli, ma dentro il tabernacolo
del  re  trovati uomini nimici,  entrativi per ucciderlo.  Il re quasi tutto il
tempo dell'anno si ritruova nella campagna,  s per custodia del regno come per
mantenere  in pace e amicizia gli Arabi suoi soggetti;  e sovente si diporta in
caccie o in giuocare a scacchi.
Io non dubito di non essere stato alquanto tedioso nella lunga e molto  copiosa
descrizione di Fez;  ma egli mi fu di necessit d'allargarmi in lei,  s perch
la civilt e l'ornamento di Barberia,  overo di tutta  Africa,  si  contiene  e
rinchiude  nella  sopra  detta citt,  e s ancora per darvi piena informazione
d'ogni sua minima condizione e qualit.


Macarmeda citt.

Macarmeda  una citt vicina a Fez circa a venti miglia verso levante, la quale
fu edificata da' signori di Zeneta sopra la riviera  d'un  fiumicello,  in  una
pianura bellissima.  Questa ne' tempi antichi aveva un gran contado, e fu molto
civile.  Sul detto fiume sono molti giardini e vigne.  E i re di  Fez  solevano
assegnare la detta citt a' soprastanti dei camelleri; ma nella guerra di Sahid
principe  ella  fu saccheggiata e abbandonata,  e oggi altro di lei non si vede
che le mura.  Il contado s'affitta a gentiluomini di Fez e a  qualche  uomo  di
villa.


Hubbed castello.

Hubbed  un castello edificato su la costa d'un alto monte, il quale  discosto
da  Fez circa a sei miglia.  E tutta la citt di Fez e la campagna d'intorno si
pu vedere dal detto castello, il quale ebbe principio da un romito, dal popolo
di Fez tenuto santo. Ma il detto castello contiene intorno poco terreno, perci
 disabitato e le case sono rovinate, eccetto le mura e la moschitta. Pure quel
poco terreno che v'  del tempio maggiore della citt.  Io alloggiai in questo
castello quattro estate, per esservi l'aere molto buono e temperato, e il luogo
solingo e ottimo per chi vuole studiare.  V'alloggiai ancora percioch il padre
mio ebbe molti anni il terreno appigionato dal custode del tempio.


Zauia.

Zauia  una picciola citt edificata da Giuseppe,  secondo  re  della  casa  di
Marin,  ed    discosta da Fez circa a quattordici miglia.  E quivi il detto re
fece fare un grande spedale,  ordinando d'esser sepellito in questa  citt;  ma
ci  non  consent  la  fortuna,  percioch  egli  fu ucciso fuori di Telemsin,
nell'assedio ch'egli vi fece. Zauia dipoi manc e fu rovinata,  e rimase di lei
solamente  lo spedale con i suoi muri.  L'entrata fu data al tempio maggiore di
Fez,  e il terreno fu coltivato da certi Arabi,  che sono quasi nel contado  di
Fez.


Chaulan castello.

Chaulan  un antico castello fabbricato sopra il fiume di Sebu,  lontano da Fez
circa a otto miglia verso mezzogiorno.  Fuori del detto castello v'  un  bagno
d'acqua caldissima,  e Abulhesen,  quarto re della casa di Marin,  fece fare un
belissimo edificio sul detto bagno;  onde i gentiluomini di  Fez  sogliono  una
volta  l'anno nel mese d'aprile venire a questo bagno,  e vi dimorano quattro o
cinque giorni per cagione di diporto.  Ma in nel detto castello non    civilt
alcuna, e gli abitatori sono uomini vili e avarissimi sopra modo.


Zelag monte.

Zelag   un monte che incomincia dal fiume di Sebu quasi dalla parte di levante
e si stende verso ponente circa a quattordici miglia; e la sua sommit, cio il
pi alto luogo verso tramontana,   vicina a Fez sette.  La faccia che risponde
verso  mezzogiorno  tutta    disabitata,  ma  quella  parte che riguarda verso
tramontana  tutta buone colline,  dove sono infiniti villaggi  e  castelli.  E
quasi tutto il terreno  piantato di viti, che fanno le migliori e le pi dolci
uve che io gi mai abbia gustato a' miei d; cotali sono l'olive e infine tutti
i  frutti  che  nascono  per  quel  contado,  per  esser luogo asciutto.  E gli
abitatori di questo sono molto ricchi,  n alcuno ve n' il quale non abbia una
casa nella citt.  Ancora quasi tutti i gentiluomini di Fez hanno qualche vigna
nel detto monte.  A' piedi del detto,  verso pure tramontana,  sono  buonissime
pianure  e  campi  da  grano  ed eziandio per orti,  percioch il fiume di Sebu
irriga le dette pianure verso mezzogiorno;  e gli ortolani con i  loro  ingegni
fanno  fare certe ruote che levano l'acqua dal fiume,  e con essa ne bagnano il
terreno.  La campagna  grande e larga tanto quanto possono arare dugento  paia
di  buoi.  Questa   data per provisione al maestro delle ceremonie del re,  ma
egli non ve ne ha di rendita l'anno pi che cinquecento  ducati,  percioch  la
decima ne va alla camera del re; la quale frutta quasi tremila moggia di grano.


Zarhon monte.

Zarhon incomincia dal piano di Esais discosto da Fez dieci miglia,  e s'estende
verso ponente circa a trenta,  e per larghezza  dieci miglia.  Questo monte da
lontano par tutto selva e diserto,  ma tutti gli alberi sono piante d'olive. In
esso sono circa a cinquanta  fra  casali  e  castelli,  e  gli  abitatori  sono
ricchissimi,  percioch  il  monte    posto  fra due citt grosse: dalla parte
d'oriente  Fez e da quella di ponente Mecnase.  Le loro donne sono  tessitrici
di  panni  di lana fatti all'usanza del paese,  e vanno molto ornate d'anella e
manili d'argento. Gli uomini sono gagliardi e fortissimi,  e sono quegli che si
prendono  cura  di pigliare i leoni ne' boschi,  e gli donano al re di Fez.  Il
quale suol far fare una caccia nella sua cittadella in una  corte  larghissima,
dove  sono  certe  casette tanto grandi quanto vi pu capire un uomo in piedi e
come ei vuole,  e ciascuna di queste ha la sua porticella,  e dentro vi sta  un
uomo  armato.  Allora si lascia un leone sciolto in quella corte,  e gli armati
aprono le loro porticelle,  chi da una parte chi da un'altra.  Il leone  subito
corre  verso  l'uomo  che  egli  vede,  e  colui  come  gli   vicino chiude la
porticella;  e ci fanno tante volte che 'l leone   adirato.  Dipoi    menato
nella  detta  corte  un  toro,  onde  tra  lor  due  s'incomincia una stretta e
sanguinosa battaglia. E se il toro ammazza il leone,  la festa di quel giorno 
fornita;  ma  se  il  toro   ucciso dal leone,   di bisogno che quegli armati
eschino fuori e combattino col leone: i quali sono  dodici,  e  hanno  in  mano
certe partigiane che tengono un braccio e mezzo di ferro.  E se gli uomini sono
superiori del leone, il re fa diminuire il numero; e quando il leone avanza gli
uomini, allora il re e i suoi cortigiani l'uccidono con le balestre, stando dal
di sopra delle loggie dove sogliono veder la festa. Ma le pi volte aviene che,
prima che muoia il leone,  ei ve ne uccide alcuno e  altri  lascia  feriti.  Il
premio  che  usa  il  re  di  dare  a quei che combattono sono dieci ducati per
ciascuno  e  un  nuovo  drappo.  Ma  cotai  uomini  non  sono  se  non  persone
valentissime e del monte di Zelag, e quelli che li cacciano in la campagna sono
del monte di Zarhon.


Gualili, citt nel monte Zarhon.

Gualili   una citt edificata da' Romani nella cima del sopradetto monte,  nel
tempo che eglino reggevano la Betica di Granata.  tutta cinta di mura fatte di
pietre lavorate e grosse,  e ha le porte molto larghe e alte,  e circonda quasi
sei miglia di terreno.  Ma fu pure anticamente rovinata dagli Africani.  Egli 
vero che, essendo Idris scismatico venuto a quella regione, subito incominci a
rinovar la detta citt e abitarvici, di modo che in breve ella divenne civile e
molto frequentata.  Ma doppo la sua morte il figliuolo la lasci da parte e  si
di a fabbricar la citt di Fez,  come abbiamo detto;  nondimeno Idris fu quivi
sepolto,  e la sua sepoltura  onorata e visitata quasi da tutti  i  popoli  di
Mauritania,  percioch  egli  fu  poco  meno  di pontefice,  e del lignaggio di
Maumetto. E oggi non sono in detta citt se non due o tre case,  destinate alla
cura e venerazione della sepoltura.  Ma d'intorno alla citt il terreno  molto
ben coltivato e sonvi bellissimi  giardini  e  possessioni,  percioch  nascono
dalla  detta citt due capi d'acqua,  i quali se ne vanno discorrendo fra certi
piccoli colli e valli, dove queste possessioni hanno luogo.


Palazzo di Faraone.

Il Palazzo di Faraone  una piccola e antica citt fabbricata dai Romani  sopra
la  cima  d'una montagnetta,  ed  vicina a Gualib poco meno d'otto miglia.  Il
popolo di questo monte, e anco molti istorici,  tengono per ferma oppenione che
Faraon re d'Egitto, nel tempo di Mois, edificasse la detta citt nomandola dal
suo  nome.  A  me  non par egli verisimile,  percioch non si truova che mai n
Faraone n gli Egizii dominassero  quelle  parti.  Ma    nata  questa  sciocca
oppenione  da  un'opera,  intitolata nella loro lingua il Libro delle parole di
Maumetto,  e fu dettata da un auttore detto Elcalbi.  Dice adunque quest'opera,
col testimonio di Maumetto,  che furono quattro re che signoreggiarono tutto il
mondo,  duoi fedeli e duoi infedeli: i fedeli furono Alessandro Magno e Salamon
figliuolo  di  Davit,  e  gl'infedeli  Nembrot e Faraone di Mois.  A me alcune
latine lettere, che si leggono sopra a' muri,  danno indubitata certezza che la
detta  citt  fusse  edificata  da'  Romani.  Nel  circuito  di lei passano due
fiumicelli, qual da una parte e qual da un'altra; e tutte le valli e le colline
vicine a questa sono terreni piantati d'olive.  Non molto lontano v'  bene  un
gran bosco, dove si truovano leoni e leopardi in molta quantit.


Pietra Rossa.

Pietra  Rossa  una certa citt nella costa del detto monte,  edificata pur da'
Romani.  Ma  piccola e molto vicina al bosco,  in tanto che  i  leoni  vengono
insino  alla citt e,  mangiano l'ossa che truovano: e gli abitatori sono tanto
avvezzi nella pratica e domestichezza dei detti leoni, che insino alle femine e
a' fanciulli non gli temono.  Le sue mura sono alte e  fatte  di  certe  pietre
grandi e grosse, ma le pi parti sono rovinate; e la citt  rimasa oggid come
un casale o villaggio. Il terreno  abbondevole d'olive e di grano, percioch 
vicino alla pianura d'Azgar.


Maghilla.

Maghilla  una picciola citt antica,  edificata pur da' Romani,  ed  posta su
la punta del detto monte, cio dalla parte che risponde verso Fez. Questa citt
ha un bel contado nel monte,  il quale    tutto  pieno  d'olive,  e  un  altro
bellissimo  nel piano,  dove sono molti e gran fonti,  dal qual piano si tragge
gran quantit di canapo e di lino.


La Vergogna castello.

La Vergogna  un castello molto antico, e fu edificato sotto il detto monte, su
la via maestra per cui si va da Fez a Mecnese;  ed  detto  il  castello  della
vergogna,  percioch  i  suoi abitatori furono molto avari,  s come  l'usanza
delle citt che sono ne' passi.  E dicesi che un re una volta pass  di  l,  e
quei  del  castello  l'invitarono a desinare.  Il re accett l'invito,  cos il
popolo preg lui che fussi contento di levargli quel brutto nome:  il  che  gli
piacque.  Fecero  adunque  costoro  ammazzare  alquanti castroni ed empir molte
vasella e utri di latte,  come   il  costume  loro,  per  dar  la  mattina  la
collazione  al  re.  Ma per essergli utri grandi,  ognuno per la sua parte fece
pensiero che,  se vi mettessero la met d'acqua,  nessuno se n'accorgerebbe;  e
cos  fecero.  Il  re  la mattina,  volendosi dipartire,  non si curava d'altra
collazione, ma facendogli i ministri instanza,  e versando gli utri,  s'avidero
dell'acqua.  La  qual  cosa intesa dal re,  rise e dicendo: "Amici,  voi dovete
sapere che costume dato da natura non si pu togliere",  si  dipart.  Oggi  il
detto  castello    rovinato  e  voto,  e i suoi terreni sono lavorati da certi
poveri Arabi.


Beni Guariten contado.

Beni Guariten  un contado vicino a Fez circa a  diciotto  miglia,  cio  dalla
parte  di  levante,  ed   tutto colline di bonissimi terreni,  dove nasce gran
quantit di grano;  e contengono bellissime campagne  e  perfetti  pascoli  pel
bestiame.  Nel  detto  contado  sono circa a dugento villaggi,  ma di vilissime
case,  e sono gli abitatori uomini di piccolo valore:  non  coltivano  viti  n
tengono  giardini,  n  hanno  albero  alcuno  fruttifero.  Questo  suol  il re
dispensare fra li suoi fratelli e fra le sirocchie che sono di pargoletta  et.
Tornando agli abitatori,  essi sono ricchi di grani e di lana, ma vanno male in
arnese e solamente cavalcano gli asini,  di maniera che insino  da'  vicini  ne
vengono dileggiati e scherniti.


Aseis contado.

Aseis  ancora egli un contado vicino a Fez venti miglia verso ponente, e tutto
 pianure, dove  fama che furono molti castelli e villaggi; e ora non ne resta
n vestigio n pur segno alcuno d'edificio,  ma sono vivi i nomi dei luoghi che
non si veggono.  Il detto piano s'estende verso ponente circa a diciotto miglia
e verso mezzogiorno circa venti,  e i suoi terreni sono bonissimi, ma producono
i grani neri e piccoli;  e pochi pozzi o fonti si truovano per questo  contado.
Fu ello sempre tenuto da certi Arabi,  che sono come uomini di villa.  Dallo il
re di Fez al castellano e governatore della citt.


Togat monte.

Togat monte  vicino a Fez verso ponente circa a sette miglia,  il qual    per
certo molto alto, ma poco largo; e s'estende verso levante fino al piccol fiume
di Bunasr,  che sono circa a cinque miglia di tratto.  Tutta la parte del detto
monte che riguarda verso Fez  piantata di viti;  cos la cima,  e la parte che
risponde verso Essich,   tutta terreno da seminar grano.  E per la sommit del
monte sono molte grotte e cave ch'entrano sotto la terra,  le quali  da  quelli
che  vanno  ricercando  i  tesori sono tenute per certi luoghi segreti,  dove i
Romani nel partirsi da quella regione nascosero, come s' detto, le lor cose di
gran prezzo.  Il verno,  allora che nessun attende alle viti,  questi curiosi e
semplici  uomini con i loro strumenti s'affaticano di cavare o di far cavare il
duro e sassoso terreno;  n perci si ragiona che alcuno niente trovasse.  Ora,
come  i  frutti  del  monte sono tristi e di malo sapore,  cos medesimamente 
brutto e spiacevole agli occhi il color dell'uva;  e questi frutti e questa uva
si maturano avanti i frutti e l'uve degli altri luoghi.


Guraigura monte.

Guraigura    una montagna vicina ad Atlante e discosta da Fez circa a quaranta
miglia;  e da quella nasce un fiume,  il quale corre verso ponente ed entra nel
fiume  di  Bath.  Il  detto  monte    posto fra due grandissime pianure: l'una
risponde verso Fez,  cio quel contado che abbiamo di sopra detto,  il quale si
chiama  Esais;  e  l'altra  riguarda  verso  mezzogiorno,  e questa  appellata
Adecsen, dove sono bellissimi e bonissimi piani per seminar grano e per pascoli
d'animali. Tutte queste pianure sono tenute da certi Arabi,  i quali sono detti
Zuhair  e  sono vassalli del re;  ma egli assegna il tratto di tal piano le pi
volte a qualcuno de' suoi fratelli:  e  frutta  quasi  di  continovo  diecimila
ducati.  Egli    vero  che  i detti Arabi sono spesso molestati da certi altri
Arabi, chiamati Elhusein,  che sono abitatori del diserto,  ma la state vengono
alla  detta pianura: a ci il re di Fez provede molto bene,  mandando in difesa
della campagna alcuni cavalli e balestrieri.  Per tutti quei piani  sono  vaghe
fontane  e  chiarissimi  fiumicelli,  e  boschi  ne'  quali  sono leoni cheti e
pacifichi,  di maniera che ciascun  uomo  e  femina  con  un  bastone  gli  pu
scacciare, n essi fanno dispiacere ad alcuno.
Ora seguiremo della regione di Azgar.


Azgar, regione di Fez.

La  regione  di  Azgar  dalla  parte  di tramontana termina al mare Oceano,  da
ponente ha fine al fiume di Buragrag e da levante compie  in  alcuni  monti  di
Gumera, e in una parte Zarhon, e a pi del monte di Zalag; di verso mezzogiorno
finisce  ne' confini del fiume di Bunasar.  Questa provincia  tutta pianura di
buonissimi terreni,  percioch fu abitata da grandissimo popolo e vi  furono  e
citt e castelli. Ma per una antica guerra le dette rimasero tutte distrutte, e
oggid niuno segno se ne vede,  fuori che alcune poche e piccole citt che sono
pure in pi e abitate.  Estendesi ella per lunghezza circa a ottanta miglia,  e
per  larghezza  circa  a sessanta.  Per mezzo di lei passa il fiume di Subu;  e
tutti gli abitatori sono Arabi e detti Elchuluth dalla origine di  Muntafic:  e
questi  tutti  sono  sottoposti al re di Fez e gli danno gran tributo,  ma sono
ricchi e vanno benissimo in ordine, e certamente quivi  il fiore dell'esercito
del re,  il quale si serve dell'aiuto loro solamente nelle guerre di momento  e
molto  importanti.  E  in  fine  questa  provincia    quella  che  mantiene di
vettovaglia,  di bestiami e di cavalli tutti i monti di Gumera e  la  citt  di
Fez.  Il re usa di farvi la sua stanza tutto il verno e la primavera, percioch
i paesi sono dilettevoli e sani,  e vi  sempre molta copia di  caprioli  e  di
lepri. Egli  vero che pochi boschi vi si truovano.


El Giumha, citt in Azgar.

El Giumha  una piccola citt edificata a' nostri tempi dagli Africani sopra un
fiumicello, in una pianura dal capo dalla detta regione o provincia, cio donde
si  va da Fez a Lharais citt.   lontana da Fez circa a trenta miglia.  Questa
citt fu molto abitata e piena di civilit,  ma la guerra tante volte ricordata
di  Sahid la distrusse.  Oggi solamente si truovano certe fosse,  nelle quali i
vicini Arabi tengono i loro grani,  e vi lasciano  appresso  alcuni  padiglioni
alla guardia dei detti grani; son di fuori mulini, dove questi si macinano.


Lharais citt.

Lharais    una  citt  fabricata dagli antichi Africani sul mare Oceano,  dove
entra il fiume Luccus,  da una parte  posta  su  la  riva  del  detto  fiume  e
dall'altra  sopra l'Oceano.  Ne' tempi che Arzilla e Tangia furono de' Mori era
molto abitata,  ma poi che le due citt vennero in potere de' cristiani  rimase
abbandonata,  che fu circa a venti anni. Dopo i quali un figliuolo del presente
re di Fez deliber di far riabitarla,  e la  fortific  molto  bene,  tenendola
sempre  fornita di soldati e di vettovaglia,  percioch'egli si sta in continovo
sospetto de' Portogallesi.  La citt ha un porto molto difficile  a  chi  vuole
entrar  nella  bocca  del  fiume.  Vi  fece  ancora  il  figliuolo del detto re
edificare  una  rocca,  nella  quale  sempre  tiene  un  capitano  con  dugento
balestrieri, cento archibusieri e trecento cavalli leggieri.
Nel  circuito  della  citt  sono  molte,  paludi e prati,  dove si piglia gran
quantit d'anguille e di uccelli d'acqua;  e su le rive del fiume  v'ha  oscuri
boschi,  ne' quali sono molti leoni e altri feroci animali. Hanno gli abitatori
della detta citt antica usanza di far carboni,  e  gli  mandano  per  mare  ad
Arzilla  e  Tangia,  intanto che quei di Mauritania usano un proverbio quasi di
questa maniera,  quando una cosa dimostra pi di quello che  ella  :  come  il
navilio  di Harais,  il quale ha la vela di bambagio e la mercanzia di carbone;
percioch nelle campagne di questa citt si fa gran quantit di bambagio.


Casar Elcabir, cio "il gran palazzo".

Casar Elcabir  una citt edificata nel tempo di  Mansor,  re  e  pontefice  di
Marocco,  per suo ordine.  E narrasi per cosa certa che un giorno, cacciando il
detto re per quelle campagne d'intorno,  fu sopragiunto da una gran pioggia con
un  terribil  vento  e  oscurit  d'aere,  di  maniera  ch'ei  si  smarr dalla
compagnia,  e si ridusse la notte in  un  luogo  senza  saper  dov'egli  fusse,
convenendogli in tutto alloggiare alla campagna. E mentre egli si stava sul pi
fermo,  temendo d'affogar nelle paludi,  vidde un lume,  e la buona ventura gli
mand innanzi un pescatore,  il costume del quale era di pigliare anguille  per
le  dette  paludi.  A  costui  disse  il re: "Saprestimi voi insegnare dove sia
l'alloggiamento del re?" Rispose il pescatore che quello era  lontano  a  dieci
miglia e,  pregandolo il re che ve lo accompagnasse,  "Se vi fusse al Mansor in
persona,  - disse il pescatore,  - non vel  condurrei  a  quest'ora,  percioch
temerei  ch'egli s'affogasse in queste paludi".  "E che appartiene a te la vita
d'al Mansor?" soggiunse il re.  "O,  - disse egli,  - il re merita esser da  me
amato a par di me medesimo". Seguit il re: "Adunque qualche gran beneficio hai
tu  ricevuto  da  lui".  "Quale maggior beneficio,  - rispose costui,  - si pu
ricever da un re,  della giustizia e della gran bont  e  amorevolezza  ch'egli
mostra nel governo del suo popolo? Onde io povero pescatore, insieme con la mia
moglie e la mia piccola brigatella,  mi posso godere la mia povert in pace. Ed
esco della mia capannetta a mezza notte, e vi ritorno quando mi viene disio, n
fra queste valli e questi luoghi selvaggi si truova uno che  mi  dia  noia.  Ma
voi,  gentiluomo, venite, s'egli vi piace, ad alloggiar meco questa notte, e di
mattina m'arete per guida a qual  luogo  vi  sar  in  grado".  Il  re  accett
l'invito  e  n'and  col  buon  uomo alla sua piccola capanna,  dove,  come fur
giunti,  adagiato e ben proveduto di biada al suo cavallo,  fece  il  pescatore
arrostire di quelle anguille e le pose inanzi al re, il quale fra quello spazio
s'avea,  come meglio pot,  asciugato i panni intorno a un buon fuoco che tutta
volta ardeva. Ma,  non gli piacendo quel pesce,  dimand s'egli qualche poco di
buona carne avesse. Disse il povero uomo: "Gentiluomo, la ricchezza mia  d'una
capra e d'un capretto che ancor latta;  ma io stimo aventurato quell'animale le
cui carni possono onorare un par vostro, percioch,  se la vostra apparenza non
m'inganna,  voi dimostrate d'esser qualche gran signore".  E senza pi parlare,
svenato il capretto, lo fece acconciare e arrostire alla donna sua.  Il re cen
e  prese  riposo  per  insino  alla mattina.  Partissi adunque dalla capanna la
mattina per tempo con la guida del cortese oste,  ma non  furono  ancora  fuori
delle  paludi  ch'essi  trovarono  la  gran  moltitudine  de'  cavalieri  e de'
cacciatori,  che turbati con alti gridi andavano cercando  il  re;  e  come  lo
viddero,  ciascuno si rallegr.  Allora Mansor, rivolto al pescatore, disse chi
egli era,  e che arebbe sempre a memoria la  sua  cortesia.  E  perci,  mentre
ch'egli  stette  nella  campagna,  aveva fatto fabricare spessi e bei palazzi e
molte case;  nella sua partita gli dette per premio al pescatore,  il quale  lo
preg che gli piacesse, a dimostramento di maggior sua bont e cortesia, di far
cinger quei palazzi e case di muro: il che fu fatto.
E il pescatore si rimase signore della nuova piccola citt,  la quale di giorno
in giorno accrebbe,  di  modo  che  in  brieve  tempo  ella  divenne  citt  di
quattrocento fuochi,  per la molta abbondanza del paese. E il re usava di stare
in quel terreno d'intorno tutta la state,  il che  fu  eziandio  cagione  della
bonificazion della detta citt.
Passa  appresso  le sue mura il fiume detto Luccus,  il quale cresce alle volte
tanto che entra per la porta della citt. Ella  tutta fornita d'artigiani e di
mercatanti, e ha molti tempii, un collegio di scolari e uno spedale. Non v' n
fonte n pozzo, ma gli abitatori si sogliono valere di certe cisterne;  i quali
abitatori  sono uomini buoni e liberali,  ma pi tosto semplici che altrimenti:
veston bene, e usano di portare alcuni panni rivolti intorno,  fatti a guisa di
lenzuoli,   di  tela  bambagina.  Fuori  della  citt  sono  molti  giardini  e
possessioni, dove si truovano buonissimi frutti;  ma l'uva  di cattivo sapore,
percioch i terreni sono prati.  Il luned si fa nella campagna un mercato,  al
quale vi concorrono tutti i  vicini  Arabi.  Il  mese  di  maggio  costumano  i
cittadini  d'andar fuori a uccellare,  e pigliano gran quantit di tortore.  Il
terreno  nel vero fertile e rende le pi volte di semenza trenta per  uno:  ma
gli  abitatori non possono coltivar quasi intorno a sei miglia,  percioch sono
molestati dai Portogallesi che abitano in Arzilla, essendo la citt discosta da
Arzilla non pi che diciotto miglia.  Ancora il capitano di questa fa non  poco
danno  a'  Portogallesi,  percioch tiene trecento cavalli,  e le pi volte con
questi corre per insino alle porte d'Arzilla.


Habat regione.

Habat regione  comincia  dal  fiume  Guarga  dal  lato  di  mezzogiorno,  e  da
tramontana  termina  al  mare  Oceano;  di  verso ponente confina con le paludi
d'Azgar,  e da levante in li monti che sono sopra lo stretto delle  colonne  di
Ercole.  Ha  di  larghezza circa a ottanta miglia e di lunghezza circa a cento.
Questa regione quanto alla fertilit e abbondanza  in vero mirabile,  e la pi
parte  pianura,  dove ha molti fiumi.  Ma appresso gli antichi fu pi nobile e
di maggior  fama  che  non    a'  nostri  d,  percioch  sono  in  lei  molte
antichissime citt,  parte edificate da' Romani e parte da' Gotti;  e penso che
questa sia quella regione che fu da Tolomeo Mauritania appellata.  Ma da che fu
fabricata Fez,  la detta incominci a declinare. A questo s'aggiunse che, doppo
la morte di Idris  edificatore  di  Fessa,  pervenne  il  regno  a  dieci  suoi
figliuoli,  li  quali dividendolo in altretante parti,  tocc questa regione al
fratel maggiore.  Doppo ne segu la rebellione di molti eretici  e  signori,  i
quali,  mentre  che chi gli chiama li signori di Granata di Spagna e chi chiama
li signori del Cairoan,  furon vinti e scacciati da un pontefice  del  Cairoan,
che  fu  puro  eretico,  e  acquist  questa regione e,  lasciatovi alcuni suoi
capitani e governatori,  ritorn al suo paese.  Allora il gran  cancellieri  di
Cordova,  mand in lei un grosso esercito e in brieve s'impadron di tutto quel
tratto per insino alla region  di  Zab.  D'indi  a  cinquanta  anni,  vi  venne
Giuseppe primo re di Lontuna e scacci questi di Granata. Finalmente la regione
rimase sotto il dominio del re di Fez.


Ezaggen, citt di Habat.

Ezaggen    citt edificata dagli antichi Africani su una costa d'una montagna,
vicina al fiume Guarga circa a dieci miglia: e tutte queste dieci  miglia  sono
pianure che danno luogo ai campi e agli orti loro,  ma molto pi sono i terreni
del monte.  Questa citt  discosta  da  Fez  settanta  miglia  e  fa  circa  a
cinquecento  fuochi;  il suo contado fra il monte e il piano pu dar di rendita
circa a diecimila ducati.  E colui che gli possiede  obligato di tenere al  re
di  Fez  quattrocento  cavalli  in  custodia  del  detto  paese,   percioch  i
Portogallesi sogliono farvi di spesse corriere da quaranta o  cinquanta  miglia
da  lontano.  La  citt  non    molto  civile,  ben  vi sono artigiani di cose
necessarie,  ma  molto bella e piena di  molte  fontane.  Gli  abitatori  sono
ricchi,  ma  pochi  usano abito da cittadino.  Hanno privilegio,  concesso loro
dagli antichi re di Fez,  di poter ciascuno  ber  vino,  percioch  il  vino  
vietato dalla legge maumettana: e tuttavia non  alcun che non ve ne bea.


Bani Teude.

Bani  Teude  una citt antichissima edificata dagli Africani in una bellissima
pianura sopra 'l fiume Guarga,  discosta da Fez  circa  quarantacinque  miglia.
Soleva ne' buoni tempi gi fare ottomila fuochi,  ma nella guerra de' pontefici
del Cairoan fu tutta distrutta,  eccetto le mura.  Io vi sono stato,  e  vidivi
molte  sepolture  d'uomini nobili,  e alcune fontane murate di pietre vive,  in
vero maravigliose.  vicina a' monti di Gumera circa a quattordici miglia,  e i
terreni sono molto fertili e abbondantissimi.


Mergo citt.

Mergo   una citt su la cima d'un monte,  vicina alla sopradetta circa a dieci
miglia,  la quale si dice che fu edificata da' Romani,  percioch vi sono certe
antiche  mura  dove  si  leggono  alcune lettere latine.  Questa citt  oggid
disabitata,  ma  nella costa del monte un'altra  piccola  citt,  la  quale  
onestamente  abitata,  e sono in lei molti tessitori di tela grossa.  D'intorno
alla citt  una campagna di buoni terreni,  e dalla detta citt si veggono due
grossi  fiumi:  l'uno    Subu,  dalla  parte  di  mezzogiorno,  e  l'altro  da
tramontana,  che  Guarga;   discosto da  ciascun  fiume  cinque  miglia.  Gli
abitatori vogliono esser detti gentiluomini,  ma sono avari,  ignoranti e senza
alcuna virt.


Tansor.

Tansor  una citt discosta da Mergo circa a dieci miglia,  sopra  una  piccola
montagnetta,  nella  quale  sono  trecento case,  ma pochissimi artigiani.  Gli
abitatori,  uomini di grosso intelletto,  non tengono n viti n  giardini,  ma
solamente arano per lo grano;  hanno buona quantit d'animali. La citt  posta
alla met della strada che  da Fez ai monti di Gumera: per  tal  cagione  sono
avarissimi e ispiacevoli senza comparazione.


Agla.

Agla    una citt antica,  edificata dagli Africani sul fiume Guarga.  Vi sono
d'intorno buoni terreni coltivati dagli Arabi,  percioch la citt fu  rovinata
nelle guerre passate;  ma sonvi ancora le mura intere e alcuni pozzi di dentro.
Nella sua campagna si fa ogni settimana un bellissimo mercato,  al quale  vanno
molti  Arabi e contadini di quel paese;  vannovi ancora molti mercatanti di Fez
per comperar cuoi di buoi e lana e cera,  perch in questo terreno  ve  n'  in
grande abbondanza. Sono nella campagna molti leoni, ma di tanta vile natura che
sino a' fanciulli,  sgridandogli, gli fanno paura e pongongli in fuga. Di qui 
nato un proverbio in Fez,  che,  veggendosi un uomo che essendo vile faccia  in
parole  il  gagliardo,  se  gli dice: "Tu sei valente come i leoni di Agla,  a'
quali i vitelli sogliono mangiar la coda".


Narangia.

Narangia  un castello  edificato  dagli  Africani  su  una  piccola  montagna,
appresso il quale passa il fiume Luccus; e il detto castello  vicino a Ezaggen
circa  a dieci miglia,  ha bonissimi terreni intorno,  ma non son piani.  Su la
riva del fiume sono foltissimi boschi,  dove si truova gran quantit di  frutti
salvatichi,   massimamente   ciriegie  marine.   Fu  questo  castello  preso  e
saccheggiato da' Portogallesi; ora  rimaso disabitato e diserto,  nell'anno di
legira 895.


Gezira.

Gezira    un'isola  nella  gola  del  fiume Luccus,  dove il detto fiume entra
nell'Oceano,  lontana dal mare circa a dieci miglia e  discosta  da  Fez  cento
miglia.  E in questa isola fu una piccola citt antica, la quale fu abbandonata
nel principio delle guerre de' Portogallesi.  Intorno al detto fiume sono molti
boschi,  e  pochi  terreni  da  lavoro.  Negli  anni ottocentonovantaquattro di
legira,  il re di Portogallo mand una grandissima armata,  la  quale  come  fu
entrata  nel  fiume,  il  capitano  incominci  a  fabricare una nuova fortezza
nell'isola,  considerando che la potria soccorrer e occupar tutte  le  campagne
vicine. Il re di Fez padre del presente re, prevedendo il danno che di leggiero
gli poteva occorrere se egli lasciava fornir la detta fortezza, vi mand ancora
egli  un  grandissimo esercito per vietare a' Portogallesi quell'opera;  ma non
pot l'esercito accostarvisi  a  due  miglia  di  lunghezza,  per  la  molta  e
terribile  artiglieria de' Portogallesi,  che di continovo scoccava: per il che
il re era quasi a ultima disperazione. Ma dipoi,  per consiglio d'alcuni,  fece
fare certi bastioni di legno, i quali furon piantati in mezzo il fiume di sotto
l'isola  quasi  due  miglia:  ed  essendo coperti essi da questi ripari,  fatto
tagliare tutto il bosco vicino,  in piccolissimo tempo viddero  i  Portogallesi
l'entrata  del  fiume  serrata  da  grossissimi  alberi,  di  modo  che non era
possibile di pi uscirne con l'armata. Il re,  conoscendo d'aver la vettoria in
mano,  pens di combattere;  poscia,  considerando che gran moltitudine del suo
popolo poteva perire,  per il che il vincer s'arebbe potuto  dimandar  perdita,
patteggi  col  capitano  dell'armata  che,  oltre  a una grossa taglia che gli
diede,  facesse che 'l re di Portogallo gli  restituisse  certe  figliuole  del
capitano del re di Fez, che aveva nella citt prigione; e lo lasciarebbe andare
con la sua gente senza nocumento niuno.  Il che fu fatto,  e l'armata ritorn a
Portogallo.


Basra.

Basra  una citt non molto grande,  e fa circa a duemila fuochi.  Fu edificata
in una pianura fra due monti da Mahumet,  figliuolo d'Idris edificatore di Fez.
 discosta da Fez circa a ottanta miglia  e  da  Casar  venti,  cio  di  verso
mezzogiorno. E fu detta Basra in memoria di Basra, citt di Arabia Felice, dove
fu ucciso Hali,  quarto pontefice doppo Maumetto,  che fu il bisavolo di Idris.
Questa citt fu murata con alte e bellissime mura,  e per tutto  il  tempo  che
regn la casa di Idris fu in lei molta civilt.  E i successori d'Idris usavano
di far dimora la state nella detta citt,  percioch ha bellissimo contado,  s
de'  monti come delle pianure: nei cui siti furono gi molti giardini,  e sonvi
perfettissimi campi per grano,  percioch  vicino alla citt e  per  li  piani
passa  il fiume Luccus.  Fu ella molto bene abitata e fornita di tempii,  e gli
abitatori furono uomini di gentilissimo spirito.  Ma col  fine  della  famiglia
d'Idris  i  nimici  guastarono e rovinarono la citt: ora vi rimangono in pi i
muri e qualche giardino,  ma selvaggio e senza  alcun  frutto,  perch  i  loro
terreni pi non si lavorano.


Homar.

Homar    una  citt  edificata pure da uno il cui nome fu Hali,  figliuolo del
sopraditto Mahumet; la quale  sopra una collina su un fiumicello,  discosta da
Casar circa quattordici miglia verso tramontana, e da Arzilla verso mezzogiorno
circa  sedici.  Non  fu  gran citt,  ma molto bella e forte,  e d'intorno sono
bellissime campagne,  tutte pianure  di  buoni  terreni.  Era  cinta  da  molti
giardini e da viti, ripieni tutti d'ottimi frutti. Gli abitatori per la maggior
parte furono tessitori di tele,  percioch raccoglievano di molto lino.  Rimase
priva d'abitazione allora che Arzilla fu presa da' Portogallesi.


Arzilla.

Arzilla, chiamata dagli Africani Azella,  fu gran citt ed edificata da' Romani
sul  mare Oceano,  vicina allo stretto delle colonne di Ercole circa a settanta
miglia e discosta da Fez circa a centoquaranta.  Questa fu suddita al signor di
Sebta, che era tributario de' Romani; dipoi fu presa da' Gotti, i quali pure vi
confermarono  il  detto  signore.  Indi  fu  presa  da'  maumettani,  gli  anni
novantaquattro di legira: essi ne furono per dugentoventi anni possessori,  per
insino a tanto che gli Inglesi,  con una grossa armata, a persuasione de' Gotti
l'assediarono; i quali furono insieme nimici, percioch i Gotti erano cristiani
e che gli Inglesi adoravano  gl'idoli.  E  ci  essi  facevano  a  fine  che  i
maumettani  levassero  il  pi dell'Europa.  Successe l'impresa agl'Inglesi,  e
presa la citt la posero a ferro e a fiamme, onde non ve ne iscamp un solo;  e
cos si rimase presso a trenta anni rovinata e disabitata.  Ma poscia, regnando
i signori e pontefici di Cordova in Mauritania, la restaurarono e ritornarono a
migliore e pi nobile qualit e fortezza.  E gli abitatori furno  uomini  molto
ricchi e litterati e di guerra. Il contado  fertilissimo di grani e di frutti,
ma  per  esser  la  citt discosta dieci miglia dai monti,  ha quasi penuria di
legna: ma usano d'abbruciar carbone,  qual fanno condurre in gran  quantit  da
Harais, come abbiamo detto di sopra.
Negli anni ottocentoottantadue del medesimo legira, fu questa citt d'improviso
assaltata  e  presa  da'  Portogallesi,  e tutti gli abitatori che si trovarono
furon menati prigioni a Portogallo.  Tra' quali fu Mahumet,  che  oggid re di
Fez,  il  quale,  allora fanciullo di sette anni,  fu preso insieme con una sua
sorella della medesima et, percioch in que' d, il padre suo avendo ribellata
la provincia di Habat,  abitava in Arzilla.  E poscia che fu  ucciso  Habdulac,
ultimo re della casa di Marin, per mano di Esserif, che fu un gran cittadino di
Fez,  con l'aiuto del popolo,  il detto popolo cre Esserif re.  Venne dipoi un
Saic Abra,  per entrare in Fez e farsi egli re.  Ma Esserif,  per  consiglio  e
discorso d'un suo maggior consiglieri,  ch'era fratel cugino del detto Saic, lo
scacci adietro con gran vituperio. Dipoi,  avendo mandato il detto consigliere
in Temesna a pacificar quel popolo, fra quel tempo ritorn Saic col soccorso di
forse  ottomila cavalli arabi e,  assediata Fez nuova,  in capo d'un anno,  per
tradimento de'  cittadini,  che  non  si  fidavano  di  pi  sostener  le  loro
necessit,  di  facile la prese.  Ed Esserif con tutta la sua famiglia fugg al
regno di Tunis.
Nel tempo adunque che Saic teneva assediata Fez,  il re di Portogallo vi  mand
una sua armata e, come detto abbiamo, prese questa Arzilla: e cos il re d'oggi
con la sorella furon menati prigioni a Portogallo,  e ivi il detto re stette in
cattivit sette anni, ne' quali molto bene apprese la lingua portogallesca.  In
fine  il padre con molta somma di danari ottenne il riscatto del figliuolo,  il
quale,  asceso al  regno,  fu  appellato  per  questa  cagione  il  re  Mahumet
portogallese.  Egli  molte  volte  dipoi  sollecit  alla  vendetta  contro  a'
Portogallesi, cercando di riaver Arzilla.
La prima fiata assalt con tutto  il  suo  esercito  d'improviso  la  citt,  e
ispian  una  gran  parte  di  mura,  e  v'entr  dentro liberando tutti i Mori
ch'erano fatti schiavi.  Ma i cristiani si  ridussero  nel  castello  e,  dando
parole al re di rendere il detto castello,  vi posero in mezzo due giornate, in
capo delle quali sopravenne Pietro Navarro con molti legni armati,  e per forza
dell'artiglierie constrinse il re, a suo mal grado, non solo a lasciar la citt
ma  a  partirsi  col suo esercito.  Allora i Portogallesi la fortificarono,  in
tanto che dipoi pi volte il re tent di racquistarla,  ma  fu  giudicato  cosa
impossibile  a  poterla  aver  per  forza.  Io  mi trovai di continovo a questi
assedii nell'esercito del re, e vi lasciammo de morti cinquecento e pi. Queste
guerre del re furno fra gli anni novecentoquattordici fino  a  novecentoventuno
di legira.


Tangia citt.

Tangia    detta  da'  Portogallesi  Tangiara,  ed  una gran citt,  edificata
anticamente,  secondo la falsa  oppenione  d'alcuni  istorici,  da  un  signore
chiamato Sedded,  figliuolo di Had, il quale, com'essi vogliono, ebbe universal
dominio in tutto il mondo e volse far edificare una citt che  fusse  simil  al
paradiso  terrestre,  onde  fece  far  le mura di bronzo e i coperti delle case
d'oro e d'argento.  E mandava suoi commessi per tutto il mondo a  riscuotere  i
tributi:  questa  fu  una  di quelle citt che a que' d ve gli pagarono.  Ma i
buoni istorici dicono ch'ella fu fabricata da' Romani sul mare Oceano, al tempo
che essi occuparono la Granata,  discosta dallo stretto delle Colonne  circa  a
trenta  miglia  e da Fez centocinquanta.  E poi che i Gotti dominarono la detta
Granata, allora questa citt fu fatta soggetta al dominio di Sebta,  per insino
ch'ella venne in mano de' maumettani, il che fu quando essi ebbero Arzilla.
Fu  sempre  civile,  nobile e bene abitata,  ed ebbe in lei bellissimi palazzi,
quale antico e quale moderno.  Il terreno che la circonda non  molto buono  da
semenza,  ma  ha  certe  valli  vicine,  le quali sono bagnate dall'acqua d'una
fonte: e in queste valli sono molti giardini, dove nascono melangole,  limoni e
altri  frutti.  Sono  eziandio  fuori della citt alcune viti,  ma il terreno 
arena.  Il popolo della quale visse con molta grandezza  fin  che  fu  occupata
Arzilla:  il  che inteso dal detto popolo,  preso ogniuno le sue cose pi care,
sgombr subitamente la citt e fugg verso Fez.  Allora il capitano del  re  di
Portogallo  vi  mand  un suo capo con molta gente,  il quale tanto la tenne in
nome del re che il re un suo parente vi mand,  perch    terra  d'importanza,
vicina alli monti di Gumera inimici de' cristiani.
Ma,  prima  che  la citt venisse in poter de' Portogallesi circa a venticinque
anni,  il re mand una grossa armata,  sperando che la citt non  potesse  aver
soccorso,  essendo il re di Fez intervenuto nella guerra contra un suo ribello,
che gli avea levata Mecnase citt.  Ma contra ogni sua oppenione il  re,  fatta
triegua col detto,  vi mand a difesa un suo consigliere con molto esercito, il
quale ruppe i Portogallesi  e  uccisene  una  gran  parte,  fra'  quali  fu  il
capitano,  il  cui corpo serrato in una cassa fu portato alla nuova Fez e posto
in un alto luogo, acci fusse da tutti veduto. Non contento il re di Portogallo
di questa rotta, rifece fra poco tempo un'altra armata,  la quale fu vinta come
l'altra  con  grande  uccisione  e  danno,   non  ostante  che  i  Portogallesi
assaltassero la citt all'improviso  e  di  notte.  Ma  quello  che  il  re  di
Portogallo non pot acquistar con due armate,  ebbe finalmente,  quando piacque
alla fortuna,  con pochi soldati e senza spargimento di sangue,  nel  modo  che
abbiamo  detto  di  sopra.  Egli  vero che a' nostri d Mahumet re di Fez fece
disegno di prender questa citt,  ma nel vero non  gli  successe,  percioch  i
Portogallesi gli si hanno dimostrato sempre pronti e gagliardi difensori: e ci
fu gli anni di legira novecentodicesette.


Casar Ezzaghir, cio "il palazzo minore".

Casar  Ezzaghir,  piccola  citt,  fu  edificata  da Mansor,  re e pontefice di
Marocco, sul mare Oceano,  discosta da Tangera circa a dodici miglia e da Sebta
diciotto.  Edificolla egli percioch,  faccendogli di mestiero di andar ciascun
anno in Granata con l'esercito,  era malagevole  a  passar  certi  monti  verso
Sebta, dove  il passo per arrivar al mare. E fatta questa citt in un bel sito
e piano, e da lei si vede la riviera della Granata che risponde a quella parte.
Fu  molto civile,  e gli abitatori furno quasi tutti marinai,  i quali sogliono
fare il passaggio di Barberia in Europa.  Ve ne furno ancora  di  tessitori  di
tele,  e v'erano assai ricchi mercatanti e valenti uomini.  Il re di Portogallo
le fece d'improviso dare assalto e l'ebbe: onde dipoi pi volte il re  di  Fez,
con  ogni suo sforzo di gente,  ha tentato di ricuperarla,  n mai gli  venuto
fatto. Fu nell'anno ottocentosessantatre di legira.


Sebta, gran citt.

Sebta  citt grandissima,  chiamata da'  Latini  Civitas  e  da'  Portogallesi
Seupta.  Fu edificata,  secondo la vera oppenione, da' Romani, su la gola dello
stretto delle colonne di Ercole,  e fu capo di tutta  Mauritania,  percioch  i
Romani  la  nobilitarono,  e  vi  fu molta civilit e gran numero di abitatori.
Dapoi fu presa da' Gotti,  i quali vi posero dentro un  signore:  e  rimase  il
dominio  nelle  lor mani per insino che i maumettani entrarono in Mauritania ed
ebbero questa citt. Il che fu che Giuliano, conte di Sebta,  ricev allora una
grande  ingiuria  da  Roderico,  re  de'  Gotti  e di tutta Spagna;  onde egli,
accordatosi con gl'infideli, gl'introdusse a Granata: e fu cagione che Roderico
perdesse il regno e la vita.  I maumettani adunque ebbero Sebta e la tennero in
nome d'un lor pontefice,  detto Elgualid figliuolo di Habdul Malic,  che allora
aveva il suo seggio in Damasco: e fu negli anni novantadue di legira.
Questa citt da quel tempo per insino a' prossimi anni  sempre ita  crescendo,
s in civilit come in numero d'abitatori,  a tanto ch'ella n' divenuta la pi
bella e la meglio abitata citt che sia  in  Mauritania.  Furno  in  lei  molti
tempii e collegi di studenti,  molti artigiani, e uomini litterati e di gentile
spirito.  E de lavori di rame v'erano singularissimi  artefici,  come  sono  di
candellieri,  di bacini, di calamai e di cose tali di rame, e gli vendevan come
se fusser stati d'argento.  Io ve n'ho veduti in Italia,  e molti Italiani  gli
avevano  per  lavori dammaschini: ma questi nel vero erano pi gentili e meglio
fatti.  Fuori della citt sono  bellissime  possessioni  con  bellissime  case,
spezialmente  in  un  luogo  che,  per  la  moltitudine  delle viti che vi sono
piantate,  detto Vignones. Ma la campagna della citt  magra e aspra: per tal
cagione v' sempre nella citt carestia di grano. Di fuori e dentro della detta
citt si vede la riviera di Granata su lo stretto,  e si conoscono gli animali,
percioch  non c' di spazio,  da una parte all'altra del mare,  pi che dodici
miglia per larghezza.
Ma la povera citt  ebbe,  pochi  anni  sono,  molti  danni  da  Habdul  Mumen,
pontefice e re, contra cui teneva: egli la prese, rovin le sue case e condann
gran  quantit  de  nobili  a perpetuo esilio in diverse parti.  Il simil danno
sostenne dipoi dal re di Granata,  il quale presala,  oltre le rovine,  tutti i
nobili e ricchi fece venire in Granata.  Poi,  negli anni ottocentodiciotto, fu
presa da un'armata del re di Portogallo, e quelli che v'erano dentro fuggirono.
Ma  Abu  Said,  allora  re  di  Fez,  per  sua  dappocaggine  non  si  cur  di
riacquistarla, anzi, quando alle sue orecchie pervenne la nuova, trovandosi fra
conviti  e  danze,  non  volle  per quello avviso che s'interrompesse la festa.
Permise poi la man di Dio che egli miseramente una notte fu ucciso  da  un  suo
antico  secretario,  di  cui  molto si fidava,  insieme con sei suoi figliuoli,
percioch il detto re volse impacciarse con la moglie del  detto:  che  fu  gli
anni  ottocentoventiquattro  di  legira;  rimase  allora il regno di Fez vedovo
circa a otto anni.  Fu poi trovato un  suo  piccolo  figliuolo  nasciuto  d'una
cristiana, che la notte degli omicidi era fuggita in Tunis: questi fu Habdulac,
l'ultimo  re della casa di Marin,  e fu ancora egli ucciso dal popolo,  come si
disse disopra.




Tetteguin.

Tetteguin  una piccola citt edificata dagli antichi Africani,  discosta dallo
stretto circa a diciotto miglia e dal mare Oceano circa a sei.  I maumettani la
presero nel tempo che tolsero Sebta a' Gotti.  Dicesi che i Gotti,  allora  che
l'ebbero acquistata,  diedero il dominio a una contessa, la quale aveva un solo
occhio,  e veniva ogni settimana alla  citt  per  riscuotere  l'utile  che  ne
traeva:  e  perch ella aveva solamente un occhio,  gli abitatori chiamarono la
citt Tetteguin,  il che nella lingua africana  significa  "occhio".  D'indi  a
certo tempo i Portogallesi diedeno battaglia a questa citt,  e l'ebbero,  e il
popolo si fugg.
Ella rimase circa a  novantacinque  anni  disabitata,  in  capo  de'  quali  fu
ristorata  e  fatta riabitar da un capitan granatino,  il quale venne col re di
Granata a Fez, doppo che Granata fu presa da don Ferrando re di Spagna.  Costui
fu  uomo  eccellente  nella milizia,  e dimostr molta prodezza nelle guerre di
Granata: e appresso i Portogallesi lo chiamano  Almandali.  Costui  ottenne  di
poter  rifare e godersi il dominio di questa citt,  e cos egli ritorn in pi
tutte le mura e fece fabricare una rocca fortissima,  cingendo la fortezza e le
mura  di  fosse.  Egli  poscia  di  continovo  ebbe  a  guerreggiar  contra  a'
Portogallesi, e faceva spessi e gran danni a Sebta, Casar e Tangera,  percioch
il  detto teneva sempre trecento cavalli,  uomini tutti granatini e il fiore di
Granata. Con questi correva per quei paesi e pigliava molti cristiani,  i quali
tenendo  prigioni gli affaticava di continovo nei lavori delle sue fortezze;  e
io, una volta che fui in detta citt, viddi tremila schiavi cristiani, che eran
tutti vestiti di sacchi di lana e dormivan la notte in certe fosse sotto terra,
bene incatenati.  Fu  costui  uomo  liberalissimo,  intanto  che  onorava  ogni
forestiero che passasse per la sua citt. E poco tempo  ch'egli si mor, dapoi
che  rimase privo della vista,  percioch l'uno degli occhi gli tolse una punta
di pugnale,  della luce dell'altro fu privo nella  sua  vecchiezza.  Rimase  la
citt a un suo nipote, ch' oggi valentissimo uomo.


Monti di Habat.

In  Habat  sono  otto  monti  pi famosi degli altri,  i quali sono abitati dal
popolo di Gumera: e quasi tutti  gli  abitatori  sono  d'una  medesima  vita  e
costume,  percioch  tutti  tengono la fede di Maumetto;  nondimeno bevono vino
contra il suo precetto.  Sono gagliardi della loro  persona,  molte  fatiche  e
affanni  sofferiscono,  ma  vanno male in arnese.  Sono soggetti al re di Fez e
hanno molta gravezza dei tributi che gli pagano,  di maniera che pochi  possono
vestir bene, eccetto alcuni, come particolarmente vi si dir.


Rahona monte.

Rahona    un  monte vicino di Ezaggen,  il quale  lungo trenta miglia e largo
circa dodici,  nel qual si truova grandissima abbondanza d'olio,  d mele e  di
viti. Gli abitatori ad altro non attendono che a far sapone e a purgar la cera,
e ricogliono eziandio gran quantit di vini neri e bianchi,  quali tutti se gli
beono. Frutta il monte di rendita al re tremila ducati,  i quali sono assegnati
al  capitano  e  governator  di  Ezaggen,  per mantener quattrocento cavalli ai
servigi del re.


Beni Fensecare monte.

Beni Fensecare  un monte che confina  col  sopradetto,  il  quale    circa  a
vinticinque miglia per lunghezza, e per larghezza circa a otto. E pi del detto
abitato,  e  sono in lui molti conciatori di cuoi di vacca e molti tessitori di
tele grosse.  Essi ancora raccolgono molta cera,  e fanno il  sabbato  un  gran
mercato,  dove  si truova ogni sorte di mercatanti e di mercanzie: per insino a
Genovesi vanno al detto mercato per comperar cera e cuoi crudi di bue,  i quali
fanno  portare  a Genova e a Portogallo.  Rende questo monte seimila ducati: la
met risponde al capitano di Ezaggen,  e l'altra met si d alla camera del  re
di Fez.


Beni Haros monte.

Beni  Haros  monte vicino di Casar,  e verso tramontana s'estende circa a otto
miglia,  e verso ponente venti;  ve n'ha di larghezza sei.  Fu abitato da certi
nobili e cavalieri,  ed era popoloso e abbondante: ma furon questi nobili molto
tiranni verso il popolo,  di maniera  che,  doppo  che  Arzilla  fu  presa  da'
Portogallesi, essi abbandonorno il monte. E oggi nella cima del monte solamente
sono  alcuni  pochi casali;  il resto  disabitato.  Soleva esser la rendita di
questo monte tremila ducati, i quali erano dati al capitano di Casar.


Chebib monte.

In questo monte sono circa a sei o sette castella, ed  abitato da gente civile
e molto onesta, percioch, quando Tangera fu presa da' Portogallesi, molti suoi
cittadini vennero ad  abitar  questo  monte,  per  esser  discosto  da  Tangera
venticinque miglia.  Ma gli abitatori sono molto da' Portogallesi molestati,  e
nella perdita di Tangera il detto  monte  fu  peggiorato  per  la  met,  e  di
continovo  va  peggiorando: il che avviene percioch'egli  lontano dal capitano
della custodia trenta miglia, per modo che non se gli pu dar soccorso a tempo,
ogni volta che i Portogallesi vi fanno le correrie,  guastando e depredando ci
che possono.


Beni Chessen.

Beni  Chessen    un  monte  altissimo  e  difficile  ad esser preso da nimici,
percioch, oltre alla qualit del luogo,  abitato da uomini valorosi e di gran
prodezza.  Costoro,  non potendo sostener la tirannide d'alcuni lor  cittadini,
per  forza d'arme gli levaron la superbia di capo,  e molti a strana condizione
ridussero. Allora un giovane de' detti nobili, sdegnandosi d'esser soggetto de'
suoi soggetti,  ripieno di mal talento and in Granata,  dove,  per alcun tempo
militando al soldo de' cristiani, si fece uno esperto guerriero. Torn dipoi ad
abitare  ad  uno  di que' monti dove erano ricorsi i suoi uguali,  e raunato un
numero  assai  onesto  di  cavalli,   difendeva  quel  monte  dall'empito   de'
Portogallesi. Per il che il re, vedendo il pronto animo di costui, gli aggiunse
centocinquanta  balestrieri,  co'  quali  egli  combatt  il sopradetto monte e
scacci da quello i suoi nimici.  Ma usurpandosi egli poi l'entrata  di  questo
monte,  che apparteneva al re di Fez, il re si sdegn e se gli mosse contra con
grande esercito.  Ma il detto presto  discese  a  penitenzia  del  suo  errore;
perdonogli  il  re,  e lo conferm signore di Seusauon e di tutto quel contado.
Doppo lui ne fu signore legittimo,  che fu della  origine  di  Maumetto  e  del
legnaggio d'Idris, che edific Fez. Costui  molto conosciuto da' Portogallesi,
e molto l'istimano per il suo nome e per la casata de Helibenres.


Angera monte.

Angera  monte    vicino  a  Casar  minore circa otto miglia verso mezzogiorno;
s'estende per lunghezza circa dieci e per  larghezza  tre.  Ha  buoni  terreni,
percioch gli abitatori lo purgarono d'alberi per far navigi in Casar, nel qual
era l'arsenal;  usarono ancora a seminarvi del lino, e furono tutti o tessitori
di tele o marinai.  Ma quando Casar  fu  preso  da'  Portogallesi,  allora  gli
abitatori  lasciarono il monte;  ma tuttavia oggid vi sono tutte le sue case e
le possessioni, tali quali se fussero abitate e coltivate.


Quadres.

Quadres  un altissimo monte fra Sebta e Tetteguin;    abitato  da  uomini  di
somma gagliardezza, i quali fecero di gran pruove nella guerra che ebbero li re
di Granata con gli Spagnuoli, perch questi montanari usavan d'andar in Granata
per soldati di ventura,  e valevano pi di tutto il resto de' soldati de' detti
re.  Di questo monte fu  uno,  che  si  chiamava  Hellul,  il  quale  ha  fatto
similmente  di  grandi combattimenti con detti Spagnuoli: e il volgo d'Africa e
di Granata tiene appo lui le istorie scritte de' fatti suoi,  alcuni in prosa e
altri in verso,  s come fra gl'Italiani si tengono i fatti d'Orlando.  Ma egli
al fine fu ucciso nella  guerra  degli  Spagnuoli,  quando  fu  rotto  Giuseppe
Enesir,  re e pontefice di Marocco,  sopra un castello in Catalogna, il quale i
Mori appellano il castello dell'Aquila.  De' Mori  furono  uccisi  sessantamila
combattenti, n vi scamp di quello esercito altri che 'l re e alcuni pochi de'
sua:  questo fu negli anni seicentonove di legira,  che pu esser negli anni di
Cristo millecentosessanta.  Doppo quella rotta i  cristiani  incominciarono  ad
esser  nella  Spagna vittoriosi,  intanto che riebbero tutte le citt che erano
state occupate da' Mori.  E da quella cos gran rotta fino al tempo che  'l  re
don Fernando acquist Granata, fu lo spazio d'anni 285 secondo gli Arabi.


Beni Guedarfeth monte.

Beni Guedarfeth  un monte vicino a Tetteguin, ed  molto abitato, ma non molto
s'estende;  i suoi abitatori sono valenti uomini e hanno qualche qualit.  Sono
sotto il capitano  della  sopra  detta  Tetteguin,  il  qual  molto  osservano,
percioch  con  esso  lui  vanno  a  depredar parimente nel contado della citt
tenuta da' cristiani: onde aviene che essi non pagano al  re  di  Fez  gravezza
alcuna, fuor che certo piccolo censo per conto de' loro terreni. E all'incontro
cavano  del  monte  gran quantit di danari,  percioch v' gran moltitudine di
bossi,  e i maestri dei pettini che sono in Fez di questi si  servono  ne'  lor
lavori, levandone ogni anno non poco numero.


Errif, regione di Fez.

Errif    una  regione  del detto regno,  la quale incomincia dal confino dello
stretto delle colonne d'Ercole  dalla  parte  di  ponente,  e  s'estende  verso
levante insino al fiume Nocor, che sono circa a centoquaranta miglia di tratto.
Da  tramontana  termina  nel mare Mediterraneo,  cio nella sua prima parte,  e
allungasi verso mezzogiorno circa  a  quaranta  miglia,  insino  a'  monti  che
rispondono  verso  il  fiume  Guarga,  il  quale  nel tenitoro di Fez.  Questa
regione  paese tutto aspro, pieno di freddissimi monti, dove sono molti boschi
di alberi belli e dritti: ma non vi  nasce  grano;  ben  vi  sono  assai  viti,
ficaie,  olive e mandorli. Gli abitatori eziandio sono uomini valenti, ma molto
volentieri s'imbriacano e vanno mal vestiti.  Vi  si  truovano  pochi  animali,
eccetto  capre,  asini  e  simie,  che  sono  in gran quantit nei detti monti.
Cittadi ve ne son poche, ma sono tutti castelli e villaggi di tristi casamenti,
fatti in uno solaio,  a guisa delle stalle che si veggono nei contadi d'Europa,
li  loro  tetti formati e coperti di paglia e di cotai scorza d'alberi.  Infine
tutti gli uomini di questo monte hanno nella gola quei  gossi  che  si  veggono
alle volte ad alcuni, e sono equalmente bruttissimi e ignorantissimi.


Terga.

Terga   una piccola citt,  la quale secondo alcuni fu edificata da' Gotti sul
mare Mediterraneo,  discosta dallo stretto circa a  ottanta  miglia;  fa  circa
cinquecento  fuochi,  e  sono  le  mura  pi  tosto deboli che altrimenti.  Gli
abitatori sono quasi tutti pescatori, e il pesce che prendono usano d'insalare,
il quale  comperato da mercatanti montanari e portato  d'indi  circa  a  cento
miglia verso mezzogiorno e dentro la terra ferma. Questa citt fu bene civile e
popolosa,  ma  dipoi  che  i  Portogallesi  miser  pi  nella sopradetta citt,
incominci forte a declinare,  s di civilit  come  d'abitazione.  Intorno  la
citt sono molti boschi sopra aspri e freddi monti,  dove nasce orzo,  ma in s
poca quantit che non basta  per  la  met  dell'anno.  Egli    vero  che  gli
abitatori sono uomini valenti,  ma bestiali,  ignoranti e imbriachi, e sogliono
malissimo vestire.


Bedis, ora detta Velles de Gumera.

Bedis  una citt edificata sul mare Mediterraneo,  la quale  da'  Spagnuoli  
detta  Velles  de Gumera,  e fa circa a seicento fuochi.  Alcuni degli istorici
dicono ch'ella fu edificata dagli Africani,  e altri da' Gotti.  Come  si  sia,
questa    fra dui altissimi monti,  e d'appresso v' una gran valle,  la quale
quando piove diviene una fiumara. Dentro la citt  una piazza, dove sono molte
botteghe e un tempio non molto grande.  Ma non c' acqua da bere: v' di  fuori
un  pozzo dove  la sepoltura d'un lor santo,  ma  non poco pericolo a pigliar
della sua acqua di notte,  per esser pieno  di  sansughe.  Gli  abitatori  sono
divisi in due parti,  percioch alcuni sono pescatori e alcuni corsali, i quali
con le lor fuste vanno rubando i litti de' cristiani.  D'intorno vi sono  monti
alti e aspri, dove si truovano buoni legni per far fuste e galee: e i montanari
d'altro  non  vivono che di portar cotai legni in diversi luoghi.  Non vi nasce
molta quantit di frumento, perci nella detta citt si pascono di pane d'orzo.
Usano eziandio di mangiar molte sardelle e altri pesci,  percioch i  pescatori
ve  ne  pigliano  in  tanta  copia,  che  sempre fa di bisogno d'alcuni che gli
aiutino a tirar le reti: onde sogliono quasi ogni mattina andare al litto molti
poveri uomini, i quali, porgendo loro aiuto,  hanno in premio assai buona parte
dei  pesci  che  prendono.  Ne  donano  ancora a tutti quelli che si ritruovano
presenti;  ma le sardelle essi l'insalano,  e le mandano ai  monti.  Dentro  la
citt  c'  una  bella  e lunga contrada abitata da giudei,  e dove si vende il
vino: a tutti gli abitatori il vino pare divino liquore,  e quasi ogni sera  a'
tempi buoni vanno nelle loro barchette dilungandosi molto spazio da terra, e il
solazzo che prendono si  il bere e il cantare.
V' pure nella citt una bella rocca,  ma non molto forte, nella quale abita il
signore,  e fuori di lei il detto signore  ha  similmente  un  palazzo  con  un
bellissimo  giardino.  Fuori ancora di lei,  a canto la marina,  v' un piccolo
arsenal dove si suol fare qualche fusta o galea e qualche barca,  percioch  il
signore e i cittadini usavano d'armar certe fuste,  e le mandavano ai paesi de'
cristiani faccendo loro di gran danni. Per il che don Ferrando sopradetto re di
Spagna mand fuori una sua armata,  la quale prese un'isola posta al dirimpetto
di  questa  citt  e  da lei discosta circa a un miglio,  e quivi fece fare una
fortezza  sopra  un  scoglio,  fornendola  di  soldati,  di  vettovaglie  e  di
buonissime  artiglierie,  le quali tanto molestavano quei della citt che nelle
strade e nel tempio uccidevano degli uomini.  Il signore addimand soccorso  al
re  di  Fez,  il quale mand all'isola molti fanti: ma furono malmenati e parte
crudelmente uccisi, parte presi, e parte ritornarono feriti a Fez.  I cristiani
tennero quest'isola due anni,  dipoi,  per trattato d'un soldato spagnuolo,  il
quale uccise il capitano che gli aveva vergognato la moglie,  venne in mano de'
Mori,  e  tutti  i  cristiani furono tagliati a pezzi,  eccetto colui che trad
l'isola,  il quale ne fu assai ben premiato dal signore di Bedis e  dal  re  di
Fez.  Di questa istoria me ne fu data informazione nella citt di Napoli da chi
vi si truov presente dell'anno 1520 al modo de' cristiani.
Il signore oggid molto diligentemente custodisce questa isola,  ed   favorito
dal  re  di  Fez,  percioch  quivi  il pi vicin porto a Fez che sia nel mare
Mediterraneo,  bench v' d'intervallo circa a centoventi  miglia.  E  sogliono
venire  a  questo porto,  una volta l'anno o in capo di due anni,  le galee de'
Veneziani con loro mercatanti, dando a baratto robba per robba, anco vendendone
a contanti. E conducono eziandio le mercanzie e li Mori proprii dal detto porto
insino a Tunis, e alle volte a Vinegia, o fino ad Alessandria e Barutto.


Ielles.

Ielles  una piccola citt sul mare Mediterraneo, discosta da Bedis circa a sei
miglia,  dove c' un buon porto,  ma piccolo,  nel quale si  riparano  le  navi
grosse che vanno a Bedis quando il mare  turbato. Sono vicini alla detta citt
molti monti,  ne' quali sono gran boschi di pigne.  A' nostri d questa citt 
rimasa disabitata per cagione di corsali spagnuoli,  eccetto certe cappannuccie
di pescatori,  i quali stanno di continovo su l'aviso e, come vedono una fusta,
fuggono ai monti e subito ritornano con molta quantit  di  montanari  in  loro
difesa.


Tegassa.

Tegassa  una piccola citt molto abitata,  posta sopra un fiume e discosta dal
mare Mediterraneo circa a due miglia. Fa poco meno di cinquecento fuochi,  ma 
molto male agiata di case.  Gli abitatori sono tutti pescatori e barcaruoli,  i
quali portano le vettovaglie alla citt,  percioch il terreno  tutto  ripieno
di  monti e boschi e non vi nasce grano;  ben vi sono molte viti e molti alberi
fruttiferi. Nel resto  tutta misera e gli uomini non si pascono d'altro che di
pane di orzo, di sardelle e di cipolle.  Quando io fui in questa citt,  non vi
potei far dimora pi d'un giorno, per la molta puzza delle sardelle, che annoia
tutto quel luogo.


Gebha.

Gebha  una piccola citt ben murata,  la quale fu edificata dagli Africani sul
mare Mediterraneo,  discosta da Bedis circa a ventiquattro miglia.  Questa alle
volte   abitata e alle volte no,  secondo la provisione che corre a quegli che
n'hanno il governo e custodia.   cinta tutta d'aspro terreno,  dove sono molte
fontane  e boschi,  e vi sono d'intorno certe vigne e terreni di frutti.  Quivi
non  n edificio n tetto che dire si possa bello.


Mezemme.

Mezemme    una  gran  citt  posta  sopra  una  piccola  montagna   sul   mare
Mediterraneo,  nel  confino  della provincia di Garet,  e di sotto di lei  una
gran pianura,  la quale ha di larghezza circa a dieci  miglia  e  di  lunghezza
ventotto  verso mezzogiorno.  Per mezzo la detta pianura passa il fiume Nocore,
che divide Errif da Garet,  e in lei abitano certi  Arabi,  quali  coltivano  i
terreni  e  ne raccolgono gran quantit di grano,  del quale in sua parte ha il
signore di Bedis circa a cinquemila moggia.
Anticamente questa citt fu molto civile e molto  abitata,  ed  era  sedia  del
signor  della  detta  provincia;  ma  fu  due  volte rovinata.  La prima per lo
pontefice del Caraoan,  il quale si sdegn ch'el  signor  di  lei  ricusava  di
dargli  il  consueto tributo,  e presala la fece saccheggiare e abbruciare.  Al
signore fu tagliata la testa e mandata al Caraoan su la punta d'una  lancia,  e
fu   negli  anni  trecentodiciotto  di  legira.   Dipoi  rimase  quindici  anni
disabitata,  in capo de'  quali,  sotto  la  difesa  del  detto  pontefice,  fu
riabitata  da  certi  signori.  Ma il signor di Cordova ve n'ebbe gelosia,  per
esser vicina a' suoi confini circa a ottanta miglia,  il che  la larghezza che
contiene  il  mare  fra Malaga,  che  in Granata,  e la detta terra,  che  in
Mauritania. Costui adunque tent prima d'avere il tributo,  il quale essendogli
ricusato,  mand  a  lei l'armata e in un momento ebbe la citt,  percioch non
pot giungere il soccorso di quel pontefice,  per essere il Cairaoan lontano da
questa duemilatrecento miglia,  di modo che ella fu presa prima che al Cairaoan
fosse pervenuta la dimanda dell'aiuto.  Cos fu saccheggiata e distrutta,  e il
principal  signore  mandato prigione a Cordova,  dove si stette fino alla morte
sua; oggid solo vi rimangono le mura. Ci fu negli anni ottocentonovantadue di
legira.
Ora diciamo di alcuni monti di Errif.


Benigarir monte.

Benigarir  un monte abitato da una stirpe di Gumera,  ed    vicino  a  Terga;
estendesi  per  lunghezza dieci miglia ed  largo circa a quattro.  In lui sono
molti boschi e vigne e  terreni  d'olive.  Gli  abitatori  sono  poverissimi  e
poveramente  vestono;  hanno pochi animali,  ma sogliono far molto vino e mosto
cotto. L'orzo in questo paese nasce in picciola quantit.


Beni Mansor monte.

Beni Mansor monte s'estende circa a quindici miglia, ed  largo circa a cinque;
vi sono boschi e fonti in molto numero.  Gli abitatori  sono  uomini  di  molta
forza, ma poveri, percioch nel monte loro altro non nasce che uva. Ben tengono
qualche capra e usano di far mercato una volta la settimana, ma in quello altro
io non viddi che cipolle, aglio, uva secca e sardelle salate, e qualche poco di
biada  e  di  panico,  del  quale fanno il pane.  Sono sottoposti al signore di
Bedis, sopra la ripa del mare.


Bucchuia monte.

Bucchuia monte s'estende circa a quattordici miglia, e la sua larghezza  circa
otto. Gli abitatori sono quasi pi ricchi di tutti gli altri montanari, e vanno
bene in ordine e hanno parecchi cavalli,  percioch il monte ha  buoni  terreni
d'intorno.  N pagano molta gravezza, per cagione che un santo uomo, il quale 
sepellito in Bedis, fu di questo monte.


Beni Chelid monte.

Per questo monte tiene il cammino chi parte da Bedis per andare a Fez, il quale
 molto freddo e pieno di boschi e di  freddissime  fontane.  Quivi  non  nasce
grano,  ma vi sono vigne, e gli abitatori sono soggetti al signore di Bedis: ma
per la lor povert,  e gravezza di tributi che pagano al signore,  sono ladri e
assassini.


Beni Mansor.

Beni  Mansor  monte  s'estende circa a otto miglia,  ed  discosto dalla marina
come i due sopradetti.  Gli abitatori sono valenti e gagliardi,  ma di continuo
imbriachi.  Raccolgono assai uve e poco grano.  Le donne loro vanno dietro alle
capre pascolando,  e fra questo mezzo filano,  n alcuna v' che servi fede  al
marito.


Beni Giusep.

Beni  Giusep  monte  lungo circa a dodici miglia e largo circa a otto.  I suoi
abitatori sono poveri e peggio vestono di tutti gli altri, percioch niuna cosa
buona nasce nel loro monte,  eccetto poca quantit  di  panico,  il  qual  essi
compongono insieme con gli acini dell'uva, e di quello ne formano un pane negro
e aspero,  che  invero tristissimo.  Sogliono mangiare assai cipolle,  e hanno
certi fonti torbidi,  ma molta copia di capre;  tengono la  lor  latte  per  un
precioso cibo.


Beni Zaruol monte.

Beni  Zaruol monte  piantato di molte viti,  e ha molto buon terreno d'olive e
d'altri frutti. Gli abitatori sono poveri e soggetti al signore di Seusaoen, il
quale fa lor pagare di molte gravezze,  di modo che i meschini  niuna  cosa  si
possono  avanzare  de' lor vini.  Fanno una volta la settimana il mercato,  nel
quale altro non si trova che fichi secchi, uva secca e olio;  e usano ammazzare
molti becchi e capre vecchie che non sono pi buone da fruttare.


Beni Razin monte.

Beni Razin monte  quasi vicino al mare Mediterraneo ne' confini di Terga.  Gli
abitatori stanno agiati e sicuri,  perch il monte  forte  e  fertile,  e  non
pagano gravezza niuna. Nascevi grano e olive e sonvi molte viti, e il terreno 
buono, massimamente nelle coste del monte. E le lor donne sono li pastori delle
capre e lavoratrici della terra.


Seusaoen monte.

Seusaoen  monte   il pi piacevole di quanti ve ne sono in Africa,  dove  una
piccola citt ripiena d'artigiani e di mercatanti,  percioch quivi  la stanza
del signore di molti monti, qual cominci a far civil detto monte, e fu rebelle
alli  re  di  Fessa,  ed era chiamato Sidiheli Berrased,  e fece guerra anco di
continuo con li Portogallesi. Gli abitatori di questa,  e dei villaggi che sono
per detto monte,  non pagano al detto signore alcuna gravezza, perch essi sono
per la maggior parte suoi soldati a cavallo e a piedi.  Nel  monte  nasce  poco
grano,  ma  molto  lino,  e  vi sono grandi boschi e infiniti fonti.  E li suoi
abitatori vanno assai bene in ordine.


Beni Gebara.

Beni Gebara  monte molto aspro e alto,  a pi del quale passano alcuni piccoli
fiumi,  ed   abbondevole di viti n meno di fichi;  grano non vi nasce.  E gli
abitatori vanno mal vestiti,  ma hanno molte capre e  certi  piccoli  buoi,  di
maniera che paion vitelli d'otto mesi.  Fassi ogni settimana il mercato,  ma un
mercato quasi senza robbe: pure vi vengono mercatanti di Fez,  e  i  mulattieri
che recano i frutti a Fez. E fu questo d'un parente del re; frutta l'anno circa
a duemila ducati.


Beni Ierso monte.

Beni  Ierso monte fu molto abitato,  e vi soleva essere un collegio di studenti
di legge. E gli abitatori, per cagione di ci, erano liberi d'ogni gravezza; ma
un tiranno, con l'aiuto del re di Fez,  se 'l fece tributario,  saccheggiandolo
insieme  col collegio,  nel quale furon trovati libri per valore di quattromila
ducati.  E fece uccider questo tiranno uomini di  grande  stima.  Fu  gli  anni
novecentodiciotto di legira.


Tezarin monte.

Tezarin  un monte vicino al sopradetto,  dove sono molti fonti, boschi e viti.
Sopra vi si veggono non  pochi  antichi  edifici,  che  furono  al  mio  parere
fabbriche  de'  Romani,  dove  i ricercatori del tesoro,  che di sopra dicemmo,
sogliono far cavare. Gli abitatori sono ignoranti e poveri per gravezze.


Beni Buseibet.

Beni Buseibet monte  molto freddo e aspro,  n vi nasce grano,  n meno vi  si
pu tener bestiame,  percioch per la gran freddura  secco,  e gli alberi sono
di qualit che delle lor foglie non si possono pascer le capre.  V' gran copia
di  noci,  e  di  quelle si fornisce Fez e le vicine cittadi;  tutta la uva che
raccolgono  negra,  e fassene bello e grosso  zibibbo  e  assai  dolce;  fansi
ancora  mosti  cotti  e grandissimi vini.  Gli abitatori vanno tutti vestiti di
sacchi di lana,  e sono cotai sacchi della  sorte  che  si  veggono  in  Italia
schiavine,  e son fatti con nere e bianche liste.  Hanno eziandio questi sacchi
certi cappucci che si pongono in testa,  talmente che chi gli  vede  pi  tosto
bestie  che  creature  umane  gli  giudica.  Il verno i mercatanti delle noci e
zibibbo che vanno da Fez al detto monte,  ma ivi truovano per lor cibo n  pane
di  frumento  n  carne,  solamente  cipolle e sardelle salate,  che quivi sono
carissime, usano di mangiare mosto cotto e minestre di fava,  le quali quei del
monte  hanno  per miglior cibo che sia tra loro;  e il mosto cotto mangiano col
pane.


Beni Gualid monte.

Beni Gualid  un monte molto alto e difficile,  gli abitatori  del  quale  sono
ricchi,  perch  hanno  moltissime  vigne  d'uva  negra per far zibibbi.  Hanno
terreni eziandio assaissimi di mandorle,  di fichi e di olivi;  oltre a ci non
pagano  tributo  al re di Fez,  fuori che per ciascun casale quasi un quarto di
ducato,  s che possono andar sicuramente in Fez a comperare e  vendere.  E  se
alcun torto vien lor fatto,  quando qualche parente dell'offenditore si conduce
al monte loro,  nol lasciano ritornare alla citt per insino che essi non  sono
minutamente sodisfatti d'ogni lor danno. Gli uomini vanno ben vestiti e ornati,
e  ogni  malfattore  bandito  di Fez  sicuro nel monte loro: anco gli fanno le
spese per fin ch'egli vi sta.  Se questo monte fosse sotto il dominio del re di
Fez, gli renderebbe seimila ducati d'entrata, percioch vi sono sessanta casali
e tutti ricchi.


Merniza monte.

Merniza monte confina col sopradetto, e sono d'una medesima stirpe e parit con
li  sopradetti  in  riccheza,  libert e nobilt;  ma sono in ci differenti di
costumi, che una moglie, per minima ingiuria che ella riceva dal marito,  fugge
ad  altri monti e,  lasciando i figliuoli da parte,  un altro marito si prende.
Per questa cagione di continovo gli uomini sono alle arme e fanno di  continovo
gran  quistione,  e  se  debbeno far pace  necessario che colui a chi resta la
donna restituisca al marito prima le spese fatte per il matrimonio della donna:
e per questo stanno e hanno fra loro alcuni giudici,  di  sorte  che  non  solo
scorticano la pelle a' poveri litiganti, ma lor cavano il cuore.


Haugustum monte.

Haugustum  un monte molto alto e freddo,  e sono in lui molti fonti e vigne di
uva negra,  fichi in ogni perfezione,  mele cotogne  grosse  e  belle  e  molto
odorifere,  e  somigliante  ai  cedri:  ma questi sono nel piano che  sotto il
monte.  Havvi ancora molti terreni d'olive,  delle quali si cava gran  quantit
d'olio.  Gli  abitatori  sono  liberi  d'ogni  tributo,  ma  per lor gentilezza
sogliono ogni anno far belli e onorati presenti al re di Fez;  e perci  se  ne
vanno  con  ogni  sicurt  e  baldanza  a Fez,  comperando grani,  lane e tele,
percioch vestono da gentiluomini, massimamente quegli del casal maggiore, dove
sono per maggior parte gli artigiani, i mercatanti e i nobili.


Beni Iedir monte.

Beni Iedir monte  grande e molto abitato,  ma in esso non vi nasce se non  uva
negra,  della  qual fassi zibibbo e vino.  Gli abitatori erano prima liberi dai
tributi, ma per la loro povert assassinavano e spogliavano tutti i forestieri,
onde il signor di Bedis, col braccio del re di Fez, gli soggiog e lev loro la
libert.  Sono nel detto monte circa a cinquanta casali assai capevoli,  ma non
raccolgono da tutti quattrocento ducati l'anno.


Lucai monte.

Lucai    monte  malagevole  e  molto  alto.  Gli  abitatori  sono ricchissimi,
percioch il monte  fertile d'uve, delle quai fanno il zibibbo,  di fichi,  di
mandorle,  d'olio,  di  cotogne  e  di  cedri;  e  per esser vicino a Fez circa
trentacinque miglia,  vendono ogni lor frutto nella detta  citt.  Sono  ancora
uomini nobili e cavalieri,  e sopra tutto superbi,  in tanto che nessun tributo
hanno mai voluto pagar,  essendo molto  ben  difesi  dalla  natura  del  monte.
Similmente  tutti  gli  sbanditi  di Fez sono da questi accettati,  i quali lor
fanno buona compagnia, eccetto agli adulteri,  percioch essi sono gelosi e non
gli vogliono appresso loro.  Il re concede il tutto, per il grande utile che 'l
detto monte partorisce a Fez.


Beni Guazeual.

Beni Guazeual monte s'estende circa trenta miglia per lunghezza e per larghezza
circa a quindici, ed  diviso in tre altri monti; corrono fra questi e i due di
sopra detti certi fiumicelli.  Gli abitatori sono uomini prodi e molto  arditi,
ma  di  soverchio  aggravati  dal capitano del re di Fez,  percioch gli pagano
l'anno diciottomila ducati. Il monte  in vero fertilissimo d'uve, d'olive,  di
fichi  e di lino,  e fanno gran quantit di vini e di mosto cotto,  d'olio e di
tele grosse.  E del tutto ne fanno danari per pagar la  detta  somma  al  detto
capitano,  che vi tien di continuo commissarii e fattori per cavar gli occhi ai
detti montanari.  Vi sono infiniti villaggi e casali,  quai di cento  fuochi  e
quai di dugento,  e sono circa centoventi fra villaggi e casali: e da questi si
pu far venticinquemila combattenti.  Di  continovo  sono  coi  lor  vicini  in
guerra,  e si ne uccidono molti,  e il re vuol danari d'una parte e l'altra per
gli uomini amazzati, di maniera che la guerra  a utile del signore.
In questo monte  una piccola  citt  assai  civile,  nella  quale  sono  molti
artigiani;  ed   cinta da molti terreni di viti,  di cotogne e di cedri che si
portano a Fessa, e nella detta citt fassi ancora non poca quantit di tela; vi
sono giudici e avvocati della legge: perci,  quando si fa il  mercato,  vi  si
raguna  gran numero da' vicini monti.   ancora nel sopradetto monte una valle,
nella quale  una buca a guisa di grotta,  donde esce di continovo gran  fiamma
di  fuoco:  e  ho  veduto molti forestieri,  i quali vengono a questa valle per
veder il detto fuoco,  nel quale gettano fascine  e  legne,  e  immediate  sono
bruciate;  e  questo  fuoco    il  pi  admirabile  che abbi veduto delle cose
naturali. Alcuni credono questa esser la buca dell'inferno.


Beni Gueriaghel monte.

Beni Gueriaghel confina col sopradetto,  ma gli abitatori dell'uno e dell'altro
hanno  insieme  perpetua  nimicizia.  Sotto  il  detto  monte  sono assai belle
pianure, le quali confinano col contado di Fez, e per le dette pianure passa il
fiume Guarga. Ricogliesi di questo monte quantit grande d'olio,  di grano e di
lino,  e  se  ne  fanno molte tele.  Ma il buon re tiene sempre le mani ne' lor
beni,  di maniera che questi,  che sarebbono i pi ricchi degli altri,  per  la
iniustizia  dei  signori  sono  certamente  i  pi  poveri.  Sono  naturalmente
gagliardi e animosi, e fanno circa dodicimila uomini da guerra. Hanno poco meno
di sessanta villaggi molto grandi.


Beni Achmed.

Beni Achmed monte per lunghezza contiene diciotto miglia e per larghezza sette.
 molto aspro: sono in lui molti boschi,  e assai viti,  olive e fichi,  ma v'
pochissimo  terreno  per grano,  e sono gli abitatori molto aggravati dal re di
Fez. D'intorno e fra il monte si truovano molti fiumicelli e fonti,  ma amari e
torbidi,  e  quasi la loro arena  di calcina.  Quivi sono non pochi che hanno,
come s' detto di alcuni,  i gossi molto isconci.  Tutti comunemente beono  vin
puro,  e durano i lor vini quindici anni, ma gli fanno poco bollire; anco ve ne
hanno di crudo,  e fanno gran quantit di mosto cotto,  e lo tengono  in  certi
vasi  stretti  di  sotto  e  larghi nella bocca.  Fanno il mercato una volta la
settimana,  nel quale si vendono vini,  olio e  zibibbo  rosso  in  grandissima
quantit.  Sono  questi  montanari  poverissimi,  e  dimostrano  la lor povert
nell'abito; sempre tra loro hanno nimicizie antiche, e sempre sono all'arme.


Beni Ieginefen monte.

Beni Ieginefen monte confina col sopradetto e s'estende circa a  dieci  miglia;
fra  questo  e  'l  superiore  passa un piccol fiume.  Gli abitatori sono tutti
imbriachi e il vino  il loro dio. Non ricolgono dal detto monte grano di niuna
sorte,  ma infinita quantit di uva;  capre v' similmente: ne hanno molte e le
tengono sempre ne' boschi, e non si mangia altra carne che di becco e capra. Io
ebbi molta pratica con questi uomini,  percioch mio padre soleva tenere alcuni
poderi nel detto monte: ma molto stentava di cavar frutto di quelli  terreni  e
vigne, perch li montanari sono cattivi pagatori.


Beni Mesgalda monte.

Beni  Mesgalda  monte  confina  col  sopradetto  e  con il fiume Guarga,  e gli
abitatori di lui tutti  fanno  saponi,  percioch  ne  traggono  gran  quantit
d'olio;  ma  non  sanno  far  sapon  duro.  Sotto  il monte vi sono grandissime
pianure,  e le tengono certi Arabi,  onde le pi volte questi combattono con li
detti.  Il  re di Fez gli fa pagar grosse taglie e sempre truova nuove cose per
accrescergliele.  Fra questi montanari vi sono molti  dottori  della  legge,  e
hanno  molti  scolari,  li  quali  fanno  grandissimi danni per detti monti,  e
massimamente  nei  luoghi  dove  non  sono  accarezzati;   e  bevono  del  vino
secretamente,  e nondimeno fanno intendere al volgo che 'l vino  proibito,  ma
non c' chi loro presti fede.  Gli abitatori di questi monti  non  sono  troppo
gravati, perch sono quelli che mantengono detti dottori e scolari.


Beni Guamud.

Beni  Guamud  monte confina col territorio di Fez,  ma il fiume divide il monte
dal contado. Gli abitatori fanno ancora essi tutti saponi, da' quali il re cava
seimila ducati di rendita;  n sono pi che venticinque  ville.  Per  tutte  le
coste  del monte sono buoni terreni e gran copia d'animali,  ma v' poca acqua.
In fine tutti questi sono uomini ricchi, e ogni giorno di mercato vanno a Fez e
fanno perfettissima vendita delle loro robbe.  N in detto monte nasce cosa che
non sia necessaria alla vita umana.  discosto dieci miglia da Fessa.


Garet, sesta regione del regno di Fez.

Abbiamo  descritto  la  regione  d'Errif,  le  citt e i monti pi famosi;  ora
seguiremo di Garet, sesta regione, o vogliamo dire provincia, del regno di Fez.
Questa comincia dal fiume Melulo,  cio da ponente,  e in la parte  di  levante
termina  nel fiume Muluia,  e da mezzogiorno termina nelli monti che sono nelli
confini di certi deserti vicini alla Numidia.  Estendesi verso tramontana  fino
al mar Mediterraneo, e per la larghezza, cio sul mare, dal fiume de Nocor fino
al  fiume  Muluia;  e  per  la larghezza di verso mezzogiorno termina nel detto
fiume Melulo, ed estendesi anco in parte di ponente a canto li monti del Chauz,
calando verso il mare sopra il fiume di Nocor.  lunga circa a cinquanta miglia
e larga circa a quaranta,  ed  molto aspera e secca ed  simile a' diserti  di
Numidia;  ancora    molto disabitata,  massimamente doppo che gli Spagnuoli si
sono impadroniti delle sue due principali citt, come vi narrer.


Melela citt.

Melela  citt grande e antica,  edificata dagli Africani sopra  il  capo  d'un
golfo  del  mare  Mediterraneo.  Fa  circa a duomila fuochi,  e fu in lei molta
civilit, percioch questa citt era il capo della regione e avea gran contado,
donde si cavava gran quantit di ferro e di mele: e per tal cagione la citt fu
detta Melela, che cos nella lingua africana si chiama il mele. Nel porto della
detta citt anticamente si pigliavan le ostriche che fanno le perle. Fu ella un
tempo sottoposta a' Gotti, ma dipoi i maumettani la riacquistarono e i Gotti si
fuggirono a Granata, che  discosta dalla detta citt cento miglia, cio quanto
contiene la larghezza del mare.  Ne'  tempi  moderni  il  re  di  Spagna  mand
un'armata  ad espugnarla,  ma prima che ella arrivasse,  gli abitatori n'ebbero
avviso e dimandarono aiuto al re di Fez,  il  quale,  essendo  allora  occupato
nella  guerra  co'  popoli  di Temesna,  vi mand un leggiero esercito.  Onde i
sopradetti,  essendo molto bene informati  della  grandezza  dell'armata  degli
Spagnuoli, diffidandosi di poter sostener l'assalto, sgombrarono la citt e con
le  loro  robbe fuggirono ai monti di Buthoia.  Il capitano del re di Fez,  ci
vedendo,  o per fare oltraggio a quei della  citt  o  dispetto  a'  cristiani,
cacci  fuoco  in  tutte  le  case  e  abbruci  la  citt:  e  fu  negli  anni
ottocentononantasei di legira.  Doppo il fatto aggiunse l'armata dei cristiani,
i quali,  vedendo la citt vota e abbruciata,  molto si dolsero;  n la volsero
perci abbandonare,  ma fabbricarono in lei una forteza,  e  di  mano  in  mano
ritornarono in pi tutte le mura: e oggid ne sono possessori.


Chasasa citt.

Chasasa  una citt vicina alla sopradetta circa a venti miglia. Fu molto forte
e murata con forti mura, e ha un buon porto al quale usavano di venire le galee
de'  Veneziani,  e  facevano  di gran faccende col popolo di Fez,  talmente che
grande utile gliene veniva.  Ma volle  la  disgrazia  del  detto  re  che,  nel
principio  del  suo regno,  egli fu molto molestato da un suo cugino,  il quale
tenendolo nella guerra occupatissimo con tutte le sue  forze,  Fernando  re  di
Spagna fece disegno d'avere la detta citt,  e l'ebbe con molta facilit perch
il re di Fez non le pot dar soccorso. Gli abitatori sgombrarono e si salvarono
avanti che la citt fusse presa


Tezzota citt.

Tezzota  una terra in Garet,  discosta da  Chasasa  in  terra  ferma  circa  a
quindici miglia;  fabbricata sopra un tofo altissimo, e ha una piccola via per
cui  si  va  d'intorno al detto tofo.  Dentro non si truova acqua se non in una
cisterna.  Gli edificatori di questa citt furono della  casa  di  Beni  Marin,
avanti  che fussero signori,  i quali vi tenevano dentro i loro grani e le loro
facult, e potevano andar sicuri per li deserti,  perch a que' tempi non erano
Arabi in Garet;  ma dipoi che costoro ebbero dominio, lasciarono questa citt e
la regione di Garet a certi loro vicini,  e si diedero a provincie pi  nobili.
In  questi  mutamenti Giuseppe,  figliuolo di Giacob,  secondo re della casa di
Marin, per iusto sdegno fece rovinar la detta citt;  ma essendo venuta Chasasa
in  mano  dei  cristiani,  un  capitano  del  re  di Fez,  di nazion granatino,
valentissimo uomo,  dimand licenza al re di rinovar Tezzota: il  quale  gliela
concesse.  Cos la citt fu rifatta, e oggid i cristiani di Chasasa con i mori
di questa citt fanno di  continove  correrie,  e  or  questi  or  quelli  sono
perditori.


Meggeo citt.

Meggeo  una piccola citt posta sopra un altissimo monte,  discosta da Tezzota
circa a dieci miglia verso ponente;  e fu edificata dagli Africani lontana  dal
mare  Mediterraneo  circa  a  sei miglia verso mezzogiorno.  Gli abitatori sono
uomini nobili e liberali. E sotto il monte della citt  una pianura per grano,
e tutti i monti che sono d'intorno hanno vene  di  ferro,  dove  si  contengono
molti casali e villaggi di quegli che lo cavano.
La  signoria  di  questa  citt  venne in mano d'un nobile e valoroso cavaliere
della origine della real casa, cio di Muachidin, ma nato di poverissimo padre,
il quale fu tessitore di tela,  la quale arte egli al figliuolo insegn.  Ma il
giovane, che di alto animo si sentiva, conoscendo la nobilt de' suoi maggiori,
lasciando da parte i telai se n'and a Bedis, e quivi imparando l'arte militare
s'acconci  per  cavalleggiero  del  signore;  ma  perch  egli  sapeva  sonare
gentilmente di liuto,  il detto signore ancora per musico lo teneva  nella  sua
corte.  Avvenne  in quel mezzo ch'el capitano di Tezzota,  volendo far correria
sopra li cristiani,  richiese a quel signore l'aiuto  di  qualche  cavalli,  il
quale gliene mand trecento insieme con questo nobil giovane. Ma il giovane non
solamente  quella  volta,  ma  molte altre ancora mostr grandissima prodezza e
animo: non perci il signor dimostr riconoscimento del suo valore,  ma solo di
lui  nel  sonare si dilettava.  Egli di ci sdegnato si part e ricorse a certi
suoi amici cavalieri di Garet,  i quali gli diedero  tanto  di  favore  che  lo
misero  in  la  fortezza  di  Meggeo,  e  rimasero seco cinquanta cavalli,  per
sostentamento de'  quali  molti  montanari  suoi  amici  porgevano  delle  loro
entrate. Laonde il signor di Bedis mand, per levarlo di quella citt, trecento
cavalli  e  mille  fanti,  de'  quali  il nobile giovane col suo poco numero fu
vincitore.  Crebbe in fine cotanto la fama di  costui  che  'l  re  di  Fez  lo
conferm  nel dominio,  e gli assegn certe rendite che la camera di Fez soleva
dare alli signori di Bedis,  acci che lo  difendessero  da'  Spagnuoli.  E  da
costui impararono i Mori a sapersi difendere,  di sorte che 'l re di Fez gli ha
raddopiata la provisione.  Costui tien dugento cavalli,  che vagliono  pi  che
duemila delli capitani dei signori vicini.


Echebdenon monte.

Echebdenon monte s'estende da Chasasa verso levante fino al fiume Muluia, e dal
mare  Mediterraneo  verso  mezzogiorno fino al diserto di Garet.  Fu abitato da
ricchi e valenti uomini,  ed  in lui grandissima abbondanza di mele e d'orzo e
gran  quantit  di  bestiami,  percioch  tutti  i  suoi terreni sono buoni,  e
d'intorno verso la terra ferma v'ha infinite campagne da pascoli.  Ma presa che
fu  Chasasa  dagli  Spagnuoli,  costoro,  non potendosi mantenere nel monte per
esser l'un  casale  molto  dall'altro  separato  e  diviso,  lo  lasciarono  e,
abbruciate  le  lor proprie case,  andarono con le lor facult ad abitare altri
monti.


Beni Sahid monte.

Beni Sahid monte s'estende vicino di Chasasa verso ponente fino al fiume Nocor,
che sono circa a ventiquattro miglia, ed  diviso in molti popoli tutti ricchi,
valenti uomini e liberalissimi,  in tanto che i passeggieri e i mercatanti  che
vengono al detto monte niuna cosa spendono.  Nel detto si cava gran quantit di
ferro e nascevi molto orzo;  hanno molto numero di bestiame per la gran pianura
che hanno. Tutte le vene del ferro sono in detta pianura, nella quale non  mai
disagio d'acqua, e non pagano tributo alcuno; e ciascuno dei maestri che cavano
il  ferro  ha  la  sua  casa  da  vicino,  cos i bestiami e la bottega dove si
purifica detto ferro,  e i mercatanti portano  il  ferro  a  Fez  in  pallotte,
percioch  essi  non  usano o non sanno ridurlo in verghe: il resto lo fanno in
zappe, mannare, gomieri, che son l'arme de' villani, e di esso ferro non si pu
cavar azale.


Azgangan monte.

Azgangan monte dalla parte di mezzogiorno  confina  con  Chasasa,  ed    molto
abitato non solo da uomini valenti,  ma ricchi, percioch il detto monte  cos
abbondante come i detti di sopra,  e ha un vantaggio di pi,  che il diserto di
Garet  ne' piedi d'esso monte,  gli abitatori del qual fanno gran faccende con
i detti montanari.  Rimase ancora egli abbandonato  da'  suoi  nella  presa  di
Chasasa.

Beni Teuzin monte.

Beni Teuzin monte confina verso mezzogiorno col sopradetto,  e s'estende per la
lunghezza circa a dieci miglia,  cio dal diserto di Garet fino al fiume Nocor.
Sono d'intorno da una parte molte pianure,  e gli abitatori sono liberi e fanno
le raccolte di lor terreni senza pagar  alcuna  gravezza,  n  al  capitano  di
Tezzota  n  al signor di Meggeo n a quello di Bedis,  percioch essi hanno di
cavalli due tanti pi che non hanno tutti i tre insieme.  Oltre a ci il signor
di  Meggeo    molto  loro  tenuto,  perch  essi  l'aiutarono  a mettere nella
signoria;  accarezzagli ancora il re di Fez,  percioch i medesimi furono amici
vecchi alla sua casa,  prima che ella fusse casa reale.  Del che fu cagione uno
de' detti montanari,  il quale,  essendo uomo dotto e di  gran  valore,  faceva
l'officio  d'avvocato  in  Fez:  costui,  con lo spesso tornar a mente al re il
merito de' loro antichi, mantenne la libert alli suoi. Ebbero ancora molto per
adietro amicizia con la casa di Marin, percioch la matre di Abusahid, terzo re
di detta casa, fu figliuola d'un gran nobile del detto monte.


Guardan monte.

Guardan  monte  confina  col  sopradetto  verso  tramontana,  e  s'estende  per
lunghezza  circa  a  dodici miglia verso il mare Mediterraneo,  e per larghezza
otto, cio fino al fiume Nocor. Sono gli abitatori prodi uomini e ricchi,  come
quegli  di  sopra.  Il  sabbato  sogliono  fare  un  nobile  mercato  sopra  un
fiumicello,  a cui concorrono per la maggior parte gli abitatori dei  monti  di
Garet,  e  gran moltitudine vi va eziandio de mercatanti di Fez.  Gli abbaratti
sono di fornimenti di cavalli e d'olio per ferro,  perch in  questo  paese  di
Garet  non  nascono molte olive;  n essi si curano di far vini n ve ne beono,
ancor che sieno vicini del monte di Arif,  dove si imbriacano.  Furono un tempo
vassalli  del  signor  di  Bedis,  ma  per opera d'un uomo,  dotto predicatore,
ottennero dal re di Fez  che  la  quantit  del  tributo  fusse  rimessa  nella
discrezione  loro:  cos ogni anno appresentano al re certa somma di danari,  e
cavalli e schiavi; n pi volsero esser soggetti al signor di Bedis.


Fine del diserto di Garet.

La sopradetta regione di Garet  divisa in tre parti:  in  una  parte  sono  le
cittadi  e  il  contado  loro;  nell'altra  i  sopradetti monti,  il cui popolo
comunemente  detto  Bottoia;  la  terza  parte    il  diserto,  il  quale  da
tramontana incomincia dal mare Mediterraneo, e s'estende verso mezzogiorno fino
al  diserto della regione di Chaus.  Nella parte di ponente confina con i monti
detti di sopra, e dal lato di levante termina al fiume Muluia.  Ha di lunghezza
circa  a  sessanta miglia e di larghezza trenta,  ed  tutto secco e aspro,  di
maniera che non vi si truova acqua fuori che 'l fiume Muluia. Sonvi nel diserto
molti animali, de' quali eziandio ve n' nel diserto di Libia,  che confina con
Numidia. La state sogliono stanziarvi per il detto diserto molti Arabi appresso
il fiume di Muluia,  e similmente un certo popolo chiamato Batalisa, il quale 
feroce e ha molta copia di cavalli,  di pecore e di  camelli:  e  di  continovo
questi pecorai sono in guerra con gli Arabi a lui vicini.


Chaus, settima regione di Fez.

Chaus   tenuta la terza parte del regno di Fez,  percioch s'estende dal fiume
Zha verso levante,  andando verso ponente  per  insino  al  termine  del  fiume
Guruigara,  che    d'ispazio  circa  a  centonovanta  miglia;  e per larghezza
s'estende circa a centosettanta o pi,  perch tutta la larghezza  della  parte
d'Atlante  che  risponde  verso  Mauritania  la larghezza della detta regione.
Ancora tiene una buona parte dei piani e di monti che confinano con la Libia.
Nel tempo che Habdulach,  primo principe  della  casa  di  Marin,  acquist  la
Mauritania  insieme con le altre regioni che con lei confinavano,  allora quivi
si sparse il suo lignaggio.  Costui lasci quattro suoi figliuoli: il primo  fu
detto Abubder,  il secondo Abuiechia,  il terzo Abusahid e 'l quarto Giacob, il
quale dipoi fu creato re, per avere egli disfatta la famiglia de Muachidin,  re
di  Marocco.  Li  tre  suoi  antecessori  si morirno prima che egli acquistasse
Marocco,  perci non ebbero titolo di re.  Onde il  padre  a  ciascun  di  loro
consegn  una  regione.  L'altre tre furono divise in sette parti,  cio fra le
quattro stirpi di Marin e fra due popoli che furono amici e parenti  di  questa
famiglia,  in  modo  che  questa regione fu stimata per tre regioni,  percioch
quelli che furono a parte del regno erano dieci e le regioni sette.  E il detto
Habdulach  fu  l'auttore  di queste divisioni,  e messe il Chaus per la maggior
parte come di sotto si narrer a luogo per luogo e terra per terra.


Teurerto citt.

Teurerto  una citt antica,  edificata dagli Africani sopra un  alto  colle  a
canto  il  fiume  Zha;  e  d'intorno  della  citt  sono buoni terreni,  ma non
s'estendono molto, percioch i detti terreni confinano con certi diserti secchi
e asperi.  Dalla parte di  tramontana  confina  col  diserto  di  Garet,  e  da
mezzogiorno col diserto di Adduhra,  e da levante con Anghad, che  uno diserto
nel principio del regno di Telensin;  e dalla parte di ponente col  diserto  di
Tafrata,  il  quale  similmente confina con la citt di Tezza.  Questa citt fu
civile e bene abitata: fa circa a  tremila  fuochi;  ha  molti  bei  palazzi  e
tempii,  i  cui muri sono di pietre di tevertino.  Ma poscia che la famiglia di
Marin regn in ponente, la medesima fu messa in questione e fu cagione di molte
guerre, percioch i signori di Marin vogliono che ella sia del regno di Fez,  e
i  signori  di Beni Zeiien,  cio i re di Telensin,  vogliono che ella abbia ad
essere del loro stato.


Haddagia citt.

Haddagia  una piccola citt edificata dagli Africani a modo d'isola, percioch
vicino a lei entra il fiume Mullulo nel fiume  Muluia.  Questa  anticamente  fu
molto abitata e civile,  ma da che gli Arabi occuparono il ponente incominci a
declinare,  percioch confina questa citt con i diserti di  Dahra,  dove  sono
molte  male  generazioni  d'Arabi.  Ma  con  la rovina di Teurerto fu del tutto
disfatta, n altro rimase che le mura, le quali fin ora si veggono.


Garsif castello.

Garsif  un castello antico,  edificato sopra uno  scoglio  appresso  il  fiume
Muluia,  discosto da Teurerto circa a quindici miglia;  il quale castello fu la
fortezza della casa di Beni Marin,  nel quale si serbava il grano nel tempo che
la  detta  abitava nel diserto.  Doppo fu signoreggiato da Abuhenan,  quinto re
della casa di  Marin.  D'intorno  il  detto  castello,  cio  nel  piano,  sono
pochissimi terreni;  v' qualche giardinetto d'uva,  di persichi e di fichi.  E
per esser il detto castello cinto dal deserto,  paiono i detti giardini  in  s
fatto luogo il paradiso d'Adamo.  Gli abitatori sono uomini vili,  senza alcuna
civilit; la lor cura  solamente di far la guardia al grano, che si custodisce
nel castello, per conto dei lor padroni arabi.  Il castello di fuori somiglia a
una  capanna,  perch ha i muri rotti e neri,  e tutte le case sono coperte con
certe pietre nere.


Dubdu citt.

Dubdu  una citt antica,  edificata dagli Africani su  una  costa  d'un  monte
altissimo  e  molto forte.   abitata da una parte del popolo di Zeneta.  Dalla
cima del detto monte discendono molti fonti, che corrono per la citt, la quale
 discosta dal piano circa a cinque miglia: ma chi la mira dal  pi  del  monte
non pensa ch'ella sia pi lontana d'un miglio e mezzo;  la via s'allunga per li
molti giri che si convien fare nella costa del detto monte.  E tutti  i  poderi
della  detta  citt  sono  alla cima del monte,  percioch il suo piano  tutto
aspro;  vero  che su la riviera d'un fiumicello  sono  certi  giardinetti,  il
quale fiume passa sotto il detto monte. Ma tuttavia le possessioni che ha sopra
il monte non sono per la met sufficienti al viver degli abitatori della citt,
ma  vi  son  portati  grani  dal  contado  di Tezza,  percioch questa citt fu
fabbricata per una fortezza da una stirpe del popolo di Marin, allora che furon
divise dal detto le regioni di ponente;  e questa dove    Dubdu  tocc  a  una
famiglia appellata Beni Guertaggen,  che fin ora la possiede. Ma quando la casa
di Marin perd il regno di Fez,  gli Arabi vicini cercarono di levar da  quella
la signoria. Ma essa, con l'aiuto di Mos Ibnu Chamu, che fu di detta famiglia,
valorosamente  si  difese,  di modo che gli Arabi fecero triegua.  Costui visse
signore della citt, doppo il quale rimase un suo figliuolo detto Acmed, che in
tutti i costumi fu simile al padre, e conserv il suo stato in pace insino alla
morte.
A questo successe  Mahumet,  il  quale  fu  invero  uomo  singularissimo  nella
milizia.  Egli  per  adietro avea acquistato molte citt e castelli nei pi del
monte Atlante,  cio di verso mezzogiorno ne' confini di Numidia,  e  venuto  a
dominio  di  questa citt,  la orn di molti edifici e ridussela a civilit.  E
dimostr tanta liberalit e cortesia a' forestieri e a quegli che passavano per
la sua citt,  onorando ciascuno e corteggiando infinitamente,  faccendogli  le
spese  e  dandogli  le  stanze,  che  la  fama di lui empi l'orecchie di molti
popoli.  N manc chi 'l consigliasse a levar Tezza  di  mano  al  re  di  Fez,
offerendosi  non  pochi  di  quanto  a  ci  bisognasse.  Onde ne nacque questo
trattato,  che egli in abito di montanaro se  n'andasse  alla  detta  citt  il
giorno del mercato,  fingendo di voler comperare come gli altri, ed essi subito
assalterebbono il capitano: il che, avendo una parte della citt a loro favore,
agevolmente succederebbe. Ma il trattato fu scoperto, onde il re di Fez, che fu
Saic primo re della casa di Quattas e padre del presente, si mosse col maggiore
esercito che potesse fare per prender questa citt.  E come fu sotto il  monte,
si  pose  in  ordine  per  dar la battaglia: ma i montanari,  che erano seimila
persone, astutamente si ritirarono adietro e lasciarono passare una buona parte
dell'esercito del re, il che fu per certe intricate e strette vie,  nelle quali
il  detto  molta  fatica  dur a salirvi.  Ma come esso fu arrivato dove questi
volevano,  subito i montanari,  che erano freschi e gagliardi,  assaltarono con
grandissimo impeto gli stanchi e deboli. Il calle era angusto e scabroso, onde,
non  potendo  quei del re sostener la furia dei nimici,  furono costretti a dar
luogo.  Ma mentre uno l'altro impediva  nel  ritirarsi,  traboccavano  gi  del
monte,  talmente che pi di mille uomini si fiaccarono il collo, e ve ne furono
uccisi pi di tremila.
Non perci il re  volle  lasciar  l'impresa,  ma,  provedutosi  di  cinquecento
balestrieri  e  di trecento archibusieri,  deliber in tutto di dare alla detta
citt general battaglia. Allora, conoscendo Maumet di non poter pi difendersi,
fece pensiero di dar la propria persona in  mano  del  re  e,  preso  abito  di
messaggiero,  s'appresent  al suo padiglione e dettegli una lettera scritta di
sua mano per nome del signore di Dubdu,  che era egli stesso.  Il re,  s  come
colui che non lo conosceva, fece legger la lettera; dipoi dimandollo quello che
gli paresse del suo signore.  Rispose egli: "Invero a me pare ch'el mio signore
sia pazzo;  ma il diavolo ha poter d'ingannare cos i grandi come  i  piccoli".
"Per  Dio  -  disse il re,  - che se io lo avesse in mano,  come io spero,  gli
farei, cos vivo com'egli , cavare a pezzo a pezzo le carni di dosso".  "O,  -
soggiunse  Mahumet,  -  se  egli  venisse umilmente a' piedi di vostra altezza,
dimandando perdono del suo fallo e chiedendo merc,  come lo trattereste  voi?"
Allora  disse  il  re:  "Giuro  per  questa  testa  che,  s'egli  in cotal modo
dimostrasse riconoscimento d'avermi offeso,  non solamente gli  perdonerei,  ma
ancora con lui contratterei parentado: il che sarebbe col dar due mie figliuole
ai duoi suoi figliuoli;  e confermandolo nel suo stato gli aggiugnerei appresso
quella dote che pi mi paresse convenevole.  Ma non credo che  esso  debba  ci
fare,  si    egli  impazzito".  Rispose egli: "Ben lo far,  se vostra altezza
promette di confermar le sue parole nella presenza  dei  principali  della  sua
corte".  "Io penso,  - seguit il re,  - che possano bastare i quattro che sono
presenti,  l'un di quali  il mio maggior secretario,  l'altro il  mio  general
capitano della cavalleria,  il terzo  mio suocero, il quarto  il gran giudice
e sacerdote di Fez". A questo il sopradetto se gli gett a' piedi e disse: "Re,
ecco qui il peccatore, il quale, non avendo altro rifugio,  ricorre alla vostra
piet".  Allora  il re lo fece levare in pi e l'abbracci e baci accettandolo
per parente,  e subito,  fatte venire due sue figliuole,  le fece sposare dalli
figliuoli  del prefato;  e quella sera cenorono insieme,  e la mattina il re di
Fez si lev con il campo e ritorn a casa.
Tutte le sopradette cose furono dell'anno 904 di legira.  E  io  fui  nell'anno
921,  quando vivea el detto signore, e alloggiai nel suo palazzo, dove il detto
molto m'accarezz, per lettere che io teneva di favore del re de Fez e d'un suo
fratello;  e spesso mi dimandava della qualit del viver e dei costumi  che  si
tenevano nella corte di Fez.


Teza citt.

Teza   una gran citt,  non men nobile che forte e molto fertile e abbondante,
edificata dagli antichi Africani vicina ad Atlante circa  a  cinque  miglia,  e
discosta  da Fez circa a cinquanta,  dall'Oceano centotrenta e dal Mediterraneo
non pi che sette, passando pel diserto di Garet verso Chasasa. Questa citt fa
circa a cinquemilia fuochi,  ma non  molto addorna  di  case,  eccetto  che  i
palazzi  dei  nobili,  i  collegi  e  i  tempii  sono fatti di bellissimi muri.
D'Atlante si parte un piccol fiume,  il quale passa per la detta  citt  e  per
entro il tempio maggiore; ma il detto fiume  alle volte levato dalla citt dai
montanari,  quando essi discordano coi cittadini,  e lo fanno passare per altre
vie,  in modo che alla citt partoriscono gran danno,  perch  non  si  pu  n
macinare  n aver buona acqua da bere,  se non certa torbida di cisterna.  Alle
volte, pacificandosi, ve lo ritornano.
 la detta citt la terza in grado,  in dignit e  similmente  in  civilit,  e
havvi un tempio ch' maggiore di quello di Fez,  con tre collegi di scolari,  e
molte stufe e osterie. Le sue piazze sono ordinate come quelle di Fez, e i suoi
abitatori sono valenti uomini e liberali a comparazione di  quelli  di  Fez:  e
sono in lei molti uomini litterati e da bene, e sopra tutto ricchi, percioch i
terreni alle volte rendono trenta per uno.  D'intorno la citt sono certe valli
rigate da vaghi e piacevoli fiumicelli, dove sono molti giardini, i quali fanno
frutti delicatissimi e in gran copia.  V' eziandio gran moltitudine  di  viti,
che producono uve bianche, rosse e negre, delle quali i giudei, che cinquecento
case  ne sono nella detta citt,  fanno perfettissimi vini: e dicesi che questi
sono dei migliori che si truovino in tutte quelle regioni.
 ancora nella detta citt una bella e gran rocca,  dove abitava il governatore
della  citt;  e  i  re  moderni  di  Fez  sogliono  dar questa cotale citt al
secondogenito: ma invero che ella  doverebbe  essere  la  real  sedia,  per  la
salubrit  dell'aere che v' cos il verno come la state.  I signori della casa
di Marin usavano di starvi tutta la state,  s per la detta cagione e s ancora
per  custodire  e  difendere  i  loro  paesi dagli Arabi del diserto,  quali vi
vengono ogni anno per fornirsi di vettovaglie,  e portano datteri da  Segelmese
dandogli a baratto per grani. I cittadini fanno tutti dinari di loro grani, che
essi  vendono  per  buon  prezzo ai detti Arabi,  in modo che questa citt  di
grandissima bont per s e per gli abitatori,  e non v' altra  incommodit  se
non ch'al tempo del verno  tutta ripiena di fango.
Io fui in questa citt ed ebbi domestichezza con un certo vecchio, che appresso
il  volgo  aveva fama di santo,  il qual vecchio era assai ricco di frutti,  di
terreni e delle offerte che si fanno dal popolo della detta citt  e  anco  dal
popol di Fez,  ch'ancora i cittadini di Fez vengono di lontano cinquanta miglia
per visitar il detto vecchio.  Io fui uno di quelli che dubitavano in fatti  di
questo vecchio,  innanzi ch'io lo vedessi; ma dapoi ch'io lo vidi egli mi parve
s com'uno degli  altri:  ma  gli  atti  sono  quelli  ch'ingannano  il  volgo.
Finalmente  la  detta  Teza ha grandissimi contadi,  cio molti monti ne' quali
abitano diversi popoli, come qui di sotto descriveremo.


Matgara monte.

Matgara monte  altissimo e difficile da salire,  percioch ha spessi boschi  e
strettissimi  calli.    vicino a Teza circa a cinque miglia,  e nelle sue cime
sono buoni terreni  e  molti  fonti.  Gli  abitatori  non  pagano  gravezza,  e
raccolgono grano, lino e olio; hanno grande quantit d'animali, massimamente di
capre.  Ed essi poco stimano i signori, di maniera che in una rotta che diedero
al campo del re di Fez,  preso un suo  capitano  e  menatolo  sopra  il  monte,
innanzi  agli  occhi  del  re,  vivo  lo  tagliarono in mille pezzi: per questa
cagione il re non mai pi fu loro amico,  ma  costoro  niente  l'apprezzano.  E
fanno circa a settemila combattenti, percioch vi sono circa a cinquanta grossi
casali.


Gauata monte.

Gauata  monte nella difficult dell'ascendere  simile al sopradetto,  discosto
da Fez circa a quindici miglia,  verso ponente.  Ha buoni terreni,  cos  nella
sommit  come  nella  costa,  ne'  quali  nasce gran quantit d'orzo e di lino.
Estendesi da levante a ponente circa a otto miglia,  e per larghezza  circa  a
cinque.  Sonvi in lui molte valli e boschi, dove si truova gran numero di simie
e di leopardi.  Gli abitatori  sono  tessitori  di  tele  e  uomini  valenti  e
liberali,  ma non possono praticar nel piano,  per essere disobedienti al re di
Fez,  perch non vogliono pagar tributo  alcuno  per  la  lor  superbia  e  per
fortezza del monte,  qual si mantiene con l'assedio di dieci anni,  per esservi
sopra ogni cosa necessaria al viver  umano,  con  due  capi  d'acqua  che  sono
principii di duoi fiumi.


Megesa monte.

Megesa  un monte difficile e aspro,  nel quale sono di molti boschi, e nascevi
poca quantit di grano,  ma olio in molta copia.  Gli abitatori di questo  sono
tutti tessitori di tela, perch raccolgono qualche quantit di lino; e sono non
men gagliardi a piedi che a cavallo.  Sono eziandio molto bianchi, percioch il
monte  alto e freddo.  Non pagano gravezza niuna,  e possono  favoreggiar  gli
sbanditi da Fez e da Teza.  Hanno assai giardini e viti, ma nessun bee vino. Fa
questo monte circa a seimila combattenti; i casali sono quaranta,  assai grandi
e bene agiati.


Baronis monte.

Baronis  monte    vicino  a  Teza circa a quindici miglia verso tramontana.  
abitato da un ricco e possente popolo,  il quale possiede molti  cavalli  ed  
libero  di  gravezza.  Nasce  nel  monte  assai  grano,  e v' gran quantit di
giardini e di viti d'uva negra: ma non fanno vino.  E le lor donne sono bianche
e  grasse,  e  sogliono  portar molti ornamenti d'argento,  perch gli abitanti
hanno il modo. Gli uomini veramente sono sdegnosi e di grande ardimento;  danno
favore a sbanditi,  e tristo colui che usasse con le mogli loro, percioch ogni
altra offesa, a parangone di questa, hanno per cosa di poco momento.


Beni Guertenage monte.

Beni Guertenage monte  alto e malagevole,  per le sue rupi  e  boschi  che  vi
sono,  ed    discosto  dalla citt di Teza circa a trenta miglia.  Quivi nasce
grano, lino,  olive,  cedri e belle e odorifere cotogne.  Sonovi molti animali,
eccetto  cavalli  e buoi,  che ve n'ha poco numero.  Gli abitatori sono prodi e
liberali,  e vestono cos politamente come i cittadini;  si  truovano  circa  a
trentacinque  casali,  i  quali fanno tremila combattenti,  tutti valorosi e in
ordine.


Gueblen monte.

Gueblen  monte alto e freddo molto,  e assai grande: estendesi  per  longhezza
circa  a  sessanta  miglia  e per larghezza circa a quindici;  confina di verso
levante con i monti di Dubdu,  e di verso  ponente  col  monte  Beni  Iasga.  
discosto da Teza circa cinquanta miglia verso mezzogiorno,  e vedesi la neve su
la cima del detto monte per tutte le stagioni dell'anno.  Fu  egli  abitato  da
grande,  valente  e  ricco  popolo,  il  quale sempre visse in libert;  ma poi
dandosi  alla  tirannide,  i  popoli  dei  vicini  monti,   raunatisi  insieme,
s'accordarono contra di lui,  e presero il monte uccidendo tutti gli uomini,  e
abbruciarono ogni casale, onde fin ora  disabitato.

Egli  vero che una famiglia del detto  monte,  veggendo  l'animo  ingiusto  di
molti suoi parenti, che tutti insieme con gli altri tiranneggiavano, con la sua
brigatella  e  piccola facult si ritir ad abitare alla cina del monte,  quivi
santa e romita vita vivendo: a cui fu perdonato.  E i  discendenti  di  cotesta
famiglia  ancora vi abitano,  i quali,  per essere uomini letterati e di onesto
vivere,  sono in molto credito appresso il re di Fez.  A'  miei  d  vi  fu  un
vecchio  molto dotto,  e di tanta riputazione ch'el re l'usava per mediatore in
tutte le paci e accordi che gli occorrevano di fare con  qualche  popolo  degli
Arabi,  a  quale  essi rimettevano le lor differenze come alle mani d'un santo:
per questo il detto vecchio era molto odiato dalla corte.


Beni Iesseten.

Beni Iesseten monte  sottoposto al signor di Dubdu,  ed  abitato da vilissimo
popolo,  il quale va pessimamente vestito e discalzo;  e le sue case sono fatte
di giunchi marini.  E quando  di bisogno ad alcuno di camminar per la regione,
colui  si fa alcune scarpe di detti giunchi insieme intrezzandogli,  ma,  prima
che ve n'abbia fatto le seconde, le prime sono sdrucite e consumate.  Di qui si
pu  argomentar  quale  abbia  da  essere la vita di questi tali,  che invero 
miserissima.  Nel monte altro non nasce che panico,  di cui ne fanno il pane  e
l'altre  loro  vivande.  Egli    vero che ne' piedi del detto monte sono molti
giardini d'uva,  di datteri e di persiche in gran quantit: alle quai  persiche
levano  l'osso  e dividonle in quattro parti,  poi le seccano al sole e cos le
serbano per tutto l'anno,  tenendo ci per  cibo  delicatissimo.  Ancora  nelle
coste sono molte vene di ferro, il quale essi lavorano, e fanno cotai pezzi co'
quali  ferrano  i  cavalli;  e  i  medesimi  pezzi servono eziandio per moneta,
percioch poco o nulla d'argento si truova per quella regione. Ben de lor ferri
cavano molti danari,  perch ve ne vendono in molta quantit;  e ne fanno  anco
certi pugnali,  ma non tagliano punto. Le femine usano portare anella del detto
ferro nelle dita e negli orecchi, e peggio vestono che gli uomini; queste vanno
di continuo ne' boschi, s per far legna come per pascolar le bestie. Quivi non
 civilit n alcuno che sappia lettere, e sono come le pecore, nelle quali non
 n giudicio n intelletto.
Mi raccont il cancellieri del signore di Dubdu una  piacevole  novella,  nella
quale si contiene la natura di costoro.  Dissemi che 'l signore mand nel detto
monte un certo suo vicario, uomo di molto ingegno, il quale,  invaghitosi d'una
di  quelle  montanare,  non sapeva come recare a fine il suo amoroso desiderio,
percioch ella era maritata, n mai il marito la lasciava sola.  Avvenne che un
giorno  egli  vidde che amendue se ne andavan al bosco con una lor bestia,  per
caricar legna.  E come vi furono giunti,  leg il marito la bestia  a  un  ramo
d'albero,  e quindi alquanto discosto l'uno e l'altro si diede a tagliar legna.
Il buon vicario lor tenne dietro e, come vidde questo, subito n'and a l'albero
e sleg la detta bestia,  la quale di  passo  in  passo,  cercando  l'erba,  si
dilung  alquanto.  Come  il marito vidde che s'era tagliata quella quantit di
legna che gli parve bastevole, and per la bestia,  lasciando ivi la moglie che
l'attendesse;  e  non  la  trovando  dove  legata  l'aveva,  l'and buona pezza
cercando prima che la trovasse.  Intanto messere il vicario,  che stava  ascoso
fra  certe frasche aspettando questo effetto,  si scoverse alla donna e,  senza
avere molte contenzioni,  la condusse al suo volere.  E appena aveva fornito la
caccia  amorosa  che  sopragiunse  il  marito  con  la ritrovata bestia,  tutto
riscaldato per la stracchezza e soffiando;  ma egli se gli tolse s presto  che
non  lo  vidde.  Caric  adunque  il  marito  le legna e,  venendogli voglia di
dormire, si coric all'ombra d'un albero allato alla moglie,  e ischerzando con
esso  lei  come  si  suol  fare,  gli  venne  l'una  delle  mani posta sopra la
possessione della moglie,  la quale trovando  ancora  molle  e  bagnata  disse:
"Moglie,  cotesto  che vuole dire egli?  perch se' tu qui bagnata?" Rispose la
moglie cattivella: "Io piangeva non ti  veggendo  ritornare,  pensando  che  la
bestia fosse smarrita; il che sentendo la mia sirocchia, ancora ella incominci
a lagrimare per pietade che me ne aveva".  Lo sciocco lo si cred,  e disse che
la confortasse che non piangesse pi.




Selelgo monte.

Selelgo  un monte tutto ripieno di boschi,  i quali sono d'alberi altissimi di
pini;  e  sonvi  molti gran fonti.  N gli abitatori hanno alcune case fatte di
muro,  ma tutte le lor  case  sono  di  stuore  di  giunchi  marini,  le  quali
agevolmente si possono mutare di luogo a luogo, percioch fa loro di bisogno di
lasciare il detto monte al tempo del verno e abitare nel piano. E come  finito
il mese di maggio,  gli Arabi si partono dal diserto; allora essi fanno insieme
due buoni uficii: l'uno  di fuggir gli Arabi,  l'altro  di  trovare  i  luoghi
freschi,  il  che  utile a loro e alle bestie,  percioch hanno molte pecore e
capre. E gli Arabi,  venendo il verno,  ritornano al diserto,  perch ivi  pi
caldo  e  i  camelli  non molto vivono ne' luoghi freddi.  Nel detto monte sono
molti leoni,  leopardi e simie,  le quali a chi vede par di vedere uno esercito
di  gente  armata,  in  tanta  copia  ve  ne  sono.  Quivi    un  capo d'acqua
grossissimo,  che esce con tanta furia che io ho veduto gettar nella buca donde
nasce  l'acqua  una pietra di peso di cento libbre,  e la pietra veniva mandata
adietro dalla velocit dell'acqua; e da questo capo ha principio Subu, che  il
maggior fiume di Mauritania.


Beni Iasga monte.

Beni Iasga monte  abitato da  un  popolo  ricco  e  molto  onesto  circa  alla
pulitezza  del  vivere  civile;  ed   vicino al sopradetto monte dove nasce il
fiume, il quale fra certe alte rupi passa vicino. Gli abitatori,  per passar da
una parte all'altra,  v'hanno fabricato un ponte mirabile in questo modo: hanno
piantati duoi pali grossi e saldi da cadauna parte del fiume,  e sur ogni  palo
v'hanno  attaccate certe girelle,  e fanno passare da una banda all'altra certe
grosse funi fatte di giunchi marini,  le quali passano per le dette girelle;  e
su le funi v' attaccato un sportone grande,  grosso e forte,  dove agiatamente
possono star dieci persone, e come uno vuol passare, entra nel detto sportone e
comincia a tirare da due bande le funi attaccate allo sportone, e le funi vanno
facilmente per le girelle e a questo modo il sportone  passa  all'altra  banda.
Una  fiata,  trovandomi  a passar nel detto sportone,  mi fu detto che gi gran
tempo vi volsero montare dentro pi  persone  che  'l  non  capeva,  e  per  il
soverchio carico si sfondr il sportone,  e parte delle genti caddero nel fiume
e parte s'attaccorno con le mani  alle  funi,  le  quali  con  gran  fatica  si
salvarono:  ma  quelle  che  caddero nel fiume non furono mai pi vedute.  A me
s'arriciarono i capegli quando ci raccontato mi fu,  perch il ponte    posto
fra  la cima di due monti,  di maniera che tra l'altezza del ponte e l'acqua vi
sono centocinquanta braccia di distanza, e l'uomo che  appresso il fiume a chi
 sopra il ponte pare lungo una spanna.  Hanno gli  abitatori  gran  numero  di
bestiami,  perch nel monte non sono molti boschi; e la lor lana  finissima, e
le lor donne ne fanno panni che paion di seta,  e di questi  coltre  e  i  loro
abiti:  le  quai  coltre  si vendono in Fez tre,  quattro e dieci ducati l'una.
Cavano ancora dal monte assai  olio.  Ma  sono  sottoposti  al  re  di  Fez,  e
l'entrata  indirizzata al castellano della vecchia Fez: che pu essere circa a
ottomila ducati.


Azgan monte.

Azgan monte confina con Selelgo dalla parte di levante,  e da quella di ponente
col monte Sofroi,  e da mezzogiorno con i monti che sono sopra al fiume Melulo,
e da tramontana con le pianure del territorio di Fez.  Ha per lunghezza circa a
quaranta miglia e per larghezza quasi quindici.   molto alto,  e tanto  freddo
che non vi si pu abitare altra parte che la faccia che risponde verso Fez,  la
quale  tutta piantata d'olive e d'altri frutti;  e nasconvi  molti  fonti  che
caggiono nel piano,  dove sono buoni terreni per seminare orzo,  lino e canapo,
che nasce in gran quantit in  cotai  luoghi.  Ne'  moderni  tempi  sono  stati
piantati nel detto piano molti alberi di more bianche,  per nudrire i vermi che
fanno la seta;  nel quale piano si abita  il  verno  dentro  a  certe  capanne.
L'acqua  tanto fredda che a niuno basta l'animo di toccarla, non che di berne:
e  io ne conobbi alcuno che,  beutone una sola tazza,  rimaser circa a tre mesi
gravati da una doglia di corpo insopportabile.


Sofroi citt.

Sofroi  una piccola citt ne' piedi di Atlante, vicina a Fez verso mezzogiorno
circa a quindici miglia,  a canto un passo per cui si va  a  Numidia.  La  qual
citt fu edificata dagli Africani fra due fiumi,  d'intorno ai quali sono molti
terreni d'uva e d'altri frutti, e d'intorno la citt circa a cinque miglia sono
tutte possessioni d'olive,  e per esser communemente il terreno magro non vi si
semina  altro  che lino,  canapo e orzo.  Gli abitatori sono uomini ricchi,  ma
vestono male,  e sempre i lor panni per tutto hanno macchie  d'olio,  percioch
tutto l'anno lo colano e lo portano a vendere a Fez.  Nella citt non v' altro
di bello che un tempio,  pel quale passa un gran capo d'acqua;  v' ancora  una
bella fontana appresso la porta del detto tempio.  Ma questa citt  presso che
rovinata per li mali portamenti  d'un  fratello  del  presente  re,  che  ne  
signore.


Mezdaga citt.

Mezdaga    una  piccola citt ne' piedi di Atlante,  discosta dalla sopradetta
circa a otto miglia verso ponente, la quale  d'intorno cinta di belle mura, ma
di dentro ha brutte case, ciascuna delle quali ha la sua fontana. Gli abitatori
sono quasi tutti pignattari,  percioch hanno buona terra porcellana:  e  fanno
infinita  quantit  di  pignatte  e  le  vendono a Fez,  perch da lei non sono
lontani pi che dodici miglia verso mezzogiorno.  E  la  campagna  della  detta
citt  buona per orzo, lino e canapo; ancora vi nasce molta quantit d'olive e
di  diversi  frutti.  E  ne'  boschi vicini alla detta citt,  come eziandio in
quelli delle sopradette,  sono molti leoni,  ma  non  sono  nocivi,  percioch,
venendo   per  pigliare  una  pecora,   quando  l'uomo  va  loro  incontra  con
qualsivoglia arma, fuggono da lui.


Beni Bahlul.

Beni Bahlul  una piccola citt edificata nella costa di Atlante che riguarda a
Fez,  e discosta da Fez circa a dodici miglia.  Appresso la citt c' un  altro
passo  che conduce a Numidia;  e sopra il monte sono molti capi d'acqua,  alcun
de' quali passa per lei.  D'intorno il sito    simile  a  quello  delle  dette
disopra,  eccetto che dalla parte di mezzogiorno non v' altro che boschi.  Gli
abitatori sono legnaiuoli,  e quai tagliano legne e quai le  conducono  a  Fez.
Sono sempre molestati e aggravati dai signori, perci fra loro non v' civilit
alcuna.


Hain Lisnan citt.

Fu  questa  citt edificata dagli Africani antichi in un piano fra molti monti,
nel passo per cui si va da Sofroi a Numidia.  Il suo nome suona quanto "fontana
degl'idoli", percioch dicesi che, quando gli Africani erano idolatri, tenevano
appresso questa citt un tempio,  al quale si riducevano uomini e donne a certo
tempo dell'anno il principio della notte. E come avevano fatti i lor sacrifici,
spentone i lumi,  ciascuno godeva dei diletti di quella donna che il  caso  gli
mandava  innanzi;  e  come  era venuta la mattina,  ad ogni donna che era stata
presente quella notte nel tempio  era  proibito  d'appressarsi  al  marito  per
spazio d'un anno: i figliuoli che nascevan in detto spazio erano allevati dalli
sacerdoti di quel tempio. Nel detto tempio era una fontana, la qual si vede fin
ora,  ma il tempio e la citt furon distrutti dai maumettani, n alcun vestigio
ne rimane. La fonte prima fa un laghetto, e poi va discorrendo per tanti rivoli
che tutti quei circoiti sono paludi.


Mahdia citt.

Mahdia  una citt edificata fra Atlante in mezzo de  boschi  e  capi  d'acqua,
quasi nel piano;  ed  discosta dalla sopradetta circa a dieci miglia. La quale
fu edificata da un certo predicatore nasciuto in quelli monti, nel tempo che 'l
popolo di Zaneta dominava la citt di Fez;  ma,  dapoi che entr il  popolo  di
Luntuna con il re Giuseppe, la detta citt fu saccheggiata e rovinata, n altro
vi rimase che un tempio assai bello e quanto era delle sue mura: per il che gli
abitatori del monte divennero vili e soggetti del re di Fez.  E questo fu negli
anni 515 di legira.


Sahblel Marga, che significa "il piano del prodo".

Sahblel Marga  un piano largo circa a trenta miglia e lungo circa a  quaranta,
fra  i  monti  che  sono parte di Atlante;  e ne' detti monti sono molti boschi
d'alberi altissimi, nei quali, dentro le lor capanne l'una discosta dall'altra,
abitano molti carbonari: hanno questi molte fornaci di carboni,  dei quai se ne
possono caricar cento some.  Molti di quelli che stanno ne' boschi comperano di
questi carboni,  e gli rivendono in Fez.  Sono in detti boschi molti leoni,  li
quali  non  rade  volte mangiano qualche uno di questi carbonari.  Dal monte si
portano a Fez molti belli travi e tavole di diverse sorti;  ma il piano  tutto
aspro,  e  pieno  di  certe  pietre negre e sottili a modo di piana tavola,  n
alcuna cosa vi nasce.


Azgari Cammaren piano.

Azgari Cammaren  un altro piano cinto da boscosi monti,  ed  come  un  prato,
nel  quale  per  tutto  l'anno  si  truova  l'erba.  Perci molti pastori vi si
conducono la state con le loro pecore,  ma tutto lo  cingono  d'alti  siepi,  e
fanno gran guardia la notte, per tema dei leoni.


Centopozzi monte.

  questo  monte  fra gli altri altissimo,  e nella sua cima sono certi edifici
antichi,  appresso i quali  un pozzo profondo tanto che niuno vi pu vedere il
fondo.  Onde  i  pazzi  dai  tesori vi fanno spesse volte con le funi calar gi
degli uomini, i quali portano un lume in mano;  e dicono che quel pozzo  fatto
in  molti  solai,  e  nell'ultimo  truovano una gran piazza cavata per forza di
ferro,  la quale  d'intorno murata,  e ne' muri sono  quattro  buchi  bassi  e
diritti,  i  quali  conducono  in certe altre piccole piazze,  dove sono alcuni
pozzi d'acqua viva.  E molti uomini in detto pozzo rimangono  morti,  percioch
alle volte si muove un terribilissimo vento,  il quale spegne loro il lume,  di
maniera che,  non sapendo essi trovar la strada di ritornar al disopra,  l gi
si muoiono di fame.
Raccontommi  un  nobile  di  Fez,  il  quale era povero e dilettavasi di questa
sciocchezza,  che un giorno s'accordarono dieci compagni insieme di cercare  la
lor  ventura  nel  fondo di questo pozzo;  e come furono pervenuti all'entrata,
scielsero per sorte tre di loro che vi dovessero andare,  tra'  quali  tocc  a
questo  mio  amico.  Furon  adunque calati con le funi e con lanterne accese in
mano,  al modo sopradetto.  E poi che i tre pervennero  ai  quattro  buchi,  si
risolsero d'andare l'uno diviso dall'altro: ma come l'uno si spart,  gli altri
due,  un de' quali era il mio amico,  s'inviarono insieme.  N  avevano  appena
camminato un quarto di miglio,  che incontrarono molti pipistrelli,  o vogliamo
dir nottole, i quali volavano d'intorno alle lanterne,  e tanto percoterono con
l'ali che ve ne spensero una. I due, seguitando pure il loro cammino, trovarono
i  pozzi  dell'acqua viva,  e d'intorno viddero biancheggiar molte ossa bianche
d'uomini morti,  e cinque o sei lanterne,  qual molto vecchia e qual nuova.  Ma
quivi,  non vedendo in quei pozzi altro che acqua,  tornarono adietro; n erano
ancora a mezzo cammino che la forza d'un vento, che d'improviso nacque, estinse
l'altra lanterna,  di maniera che,  poscia che furono  andati  alquanto  spazio
senza  vedervi errando e brancolando per quelle tenebre,  non sapendo trovar la
via d'uscir fuori, al fine stanchi e disperati si gettarono a terra piangendo e
porgendo voti a Dio e promettendo,  se di quindi  uscivano  vivi,  di  mai  pi
tornarci.  Quegli che aspettavano di sopra, veggendo che doppo molte ore nessun
di questi tornava,  dubitarono di qualche inganno.  Laonde cinque di  loro  con
buone  lanterne in mano e con focili si calarono gi,  e mentre camminavano per
quei luoghi, sempre gridando e chiamando i loro compagni,  finalmente trovarono
i due, i quali stavano nella forma che s' detta; ma il terzo non poterono essi
vedere  dove si fosse,  per il che senza lui ritornarono di sopra.  Colui s'era
smarrito come fecero prima i due,  n sapendo dove s'andare,  sent  l'abbaiare
come di due piccoli cagnuoli: e l faccendosi donde a lui pareva che venisse il
grido,  vidde quattro animaletti che mostravano essere di poco spazio nasciuti;
e cos stando sopravenne la madre, che aveva somiglianza di lupa,  ma maggiore,
ed    un  animale  che fa i suoi figliuoli nelle grotte o in qualche buca,  la
quale  detta dabah.  Il povero uomo stette sospeso,  temendo non quella bestia
alcun dispiacer gli facesse. Ma ella, accarezzato alquanto con la lingua i suoi
figliuolini,  s'avi  per  dipartirsi,  e  quelli  animaletti  passo  passo  la
seguitavano: il che somigliantemente fece costui,  tanto che per quelle orme si
trov all'uscita del pozzo,  a' piedi del monte.  E se alcun mi dimandasse come
esso vedesse lume,  rispondo che il molto  spazio  ch'egli  stette  nella  buca
gliene rese pure un poco,  come a quelli avviene che stanno alquanto ne' luoghi
oscuri. Ora in processo di tempo quel pozzo fu ripieno d'acqua, percioch tanto
vi cavarono che resero uguale il terreno.


Monte e passo dei Corvi, detto Cunaigel Gherben.

Questo monte  vicino al sopradetto,  dove sono molti boschi e v'  grandissima
quantit  di  leoni;  n  v' citt n casale,  ma tutto  per la sua freddezza
disabitato.  Di quivi corre un fiumicello.  E le  rupi  di  questo  monte  sono
altissime,  nelle  quali abita moltitudine infinita di cornacchie e di corvi: e
di qui  derivato il nome.  Alle volte soffia  nel  detto  monte  il  vento  di
tramontana, il quale tanta neve ne manda che molti, che vanno da Numidia a Fez,
affogano  dentro,  s come di sopra vi ho narrato una istoria in tal proposito.
La state suol venire a lui certi Arabi,  detti Beni Essen,  per le sue  fresche
acque  e  per  le ombre grate che ci sono,  ancor che vi siano leoni e leopardi
terribili.


Tezerghe citt.

Tezerghe  una piccola citt a modo d'una fortezza,  edificata  dagli  Africani
sopra  un fiumicello,  il quale passa vicino a' piedi del detto monte fra certe
valli.  Gli abitatori e le case sono  parimente  brutte,  n  v'  civilit  n
costume  n  ornamento  alcuno.  Il terreno che  fra le dette valli tiene poco
spazio,  dove nasce qualche poco d'orzo e qualche persico.  Gli abitatori  sono
soggetti a certi Arabi, appellati Deuil Chusein.


Umm Giunaibe.

Umm  Giunaibe    una  citt antica la quale fu rovinata dagli Arabi,  discosta
dalla sopradetta circa a dodici miglia,  appresso un  passo  di  Atlante,  cio
nella faccia di mezzogiorno. Il passo  sempre molestato dagli Arabi, percioch
 un gran piano vicino alla citt, tenuto da alcuni Arabi che non temono il re.
Da canto alla detta citt  una salita,  per la quale chi passa, fa di mestiero
che egli se ne passi danzando, altrimenti dicono che gli verrebbe la febbre: il
che ho veduto osservare da molti.


Beni Merasen monte.

Beni Merasen monte  molto alto e freddo,  ma pure  abitato da  una  sorte  di
gente  che  non cura il freddo.  Hanno gli abitatori gran quantit di cavalli e
d'asini,  de' quali lor nasce infinita moltitudine di muli: e quivi s'adoperano
i  muli  a  guisa  di  somari,  senza  briglie e senza bastili;  servesi l'uomo
solamente di certe leggieri bardelle. Non hanno costoro casa niuna di muro,  ma
stannosi  nelle capanne di stuore,  perch di continovo vanno pascolando li lor
cavalli e muli.  Non pagano alcuna gravezza al re di Fez,  perch  il  monte  
forte, ed eglino sono molto ricchi e benissimo si difendono.


Mesettaza monte.

Mesettaza  monte  da  levante  a ponente s'estende circa a trenta miglia,  ed 
largo forse dodici;  confina da  occidente  con  i  piani  d'Edecsen,  i  quali
confinano  con  Temesna.   freddo ancora egli,  ma nondimeno  abitato come il
superiore,  e gli abitatori sono medesimamente ricchi e nobili,  e abbondano di
cavalli  e  muli.  Di questi si truovano molti dotti uomini in Fez;  e sono nel
monte non pochi che scrivono perfettamente,  onde usano di far la  trascrizione
di pi libri,  i quali vendono a Fez. Non pagano al re gravezza di sorte niuna,
fuori che alcuno cotale presente di poca importanza.


Ziz monti.

Questi monti sono detti Ziz dal nome d'un fiume che da quelli ha nascimento.  E
dalla  parte  d'oriente  incominciano  dal confino di Mesettaza,  e dalla parte
d'occidente confinano con Tedla e ancora col monte Dedes;  di verso mezzogiorno
riguardano  a una parte di Numidia che  appellata Segelmese,  e dalla parte di
tramontana verso il piano d'Edecsen e di Guregra,  estendendosi  per  lunghezza
circa  a  cento miglia e per larghezza circa a quaranta.   sono quindici monti
tutti freddi e asperi,  da' quali nascono molti fiumi: e sono  abitati  da  una
generazione  di  genti  chiamata  Zanaga,  che  sono  cotali uomini terribili e
robusti, i quali non istimano n freddo n neve. Il suo vestire  una tonica di
lana sopra la carne,  e su quella portano un  mantello;  d'intorno  alle  gambe
certe  stracce  involte e aggroppate a loro servono in vece di calze;  nel capo
niente portano in tutte le stagioni. Hanno molte pecore e muli e asini,  perch
nei  lor  monti  si  truovano  pochi  boschi;  ma  sono i pi ladri e traditori
assassini del mondo.  Tengono grandissime nimicizie con gli Arabi,  e la  notte
gli rubano,  e per far loro dispetto, quando altro non possono, gettano in loro
presenza i camelli che prendono giuso delle alte cime dei monti.
Nei detti monti  una cosa quasi invero miracolosa,  cio grandissima  quantit
di  serpi,  tanto piacevoli e domestiche che elle se ne vanno per le case,  non
altrimenti che vadino i piccoli cani e le gatte. E quando alcuno vuol mangiare,
allora tutte le serpi che sono nella sua casa gli stanno d'intorno,  e mangiano
domesticamente tutte le fruste di pane o d'altro cibo che vengono lor date.  N
esse mai fanno dispiacere ad alcuno, se prima non l'hanno da colui ricevuto.
Abitano queste canaglie in certe case murate di pali  coperti  di  creta,  e  i
colmi  hanno  il coprimento di paglia.  E un'altra parte di detti montanari,  i
quali posseggono maggior copia di bestie e abitano in certe capannette  coperte
di stuore. Vanno alle volte a Segelmese, ch' una parte, come abbiamo detto, di
Numidia, portando con esso loro lana e butiro. Ma non vi vanno se non ne' tempi
che gli Arabi sono ne' diserti,  quantunque le pi volte essi gli assaltano con
grosse cavalcate,  e gli uccidono e tolgono le loro robe.  Ma nondimeno  questi
montanari  sono  valenti  e  animosi,  e  quando combattono non si vogliono mai
render vivi.  Le arme di ciascun di loro sono tre o quattro  partigianelle,  le
quali  mai  non  lanciano  in  fallo,  e  quando n'ammazzano l'uomo e quando il
cavallo;  percioch combattono a piede,  n mai sono  superati  se  non  quando
avviene  che abbino a fronte una gran moltitudine di cavalli;  portano eziandio
spada e pugnale.  A' tempi nostri sogliono questi montanari prender dagli Arabi
salvicondotti,  e  cos  quelli  da questi,  onde poi trattano le loro faccende
securamente.  Simili salvicondotti essi danno alle carovane dei  mercatanti,  i
quali pagano a ciascun popolo dei detti monti una separata gabella,  altramente
sariano saccheggiati.


Gerseluin citt.

Gerseluin  una citt antica,  edificata dagli Africani sotto a' piedi d'alcuni
dei sopradetti monti, appresso il fiume di Ziz. Ha belle e forti mura, le quali
fecero fabbricare i re della casa di Marin.  La detta citt di fuori all'occhio
pare una cosa bellissima, ma di dentro  difforme oltra modo: ha triste e poche
case e pochissimi abitatori,  merc degli Arabi,  i quali,  essendo mancata  la
casa di Marin,  occuparono questa citt e male trattarono il suo popolo.  N di
lei si pu traere entrata  niuna,  percioch  ciascuno    poverissimo  e  poco
terreno ha da seminare,  perch,  trattone la parte di tramontana, tutte le sue
parti sono aspre e petrose.  Ma sopra le rive del fiume  sono  molti  mulini  e
infiniti  giardini  d'uva  e  di  persiche,  le quali essi sogliono seccare,  e
serbanle  per  tutto   l'anno:   massimamente   le   persiche,   delle   quali,
accompagnandoli  con altri cibi,  ne fanno certi mangiari e di loro si pascono.
Hanno pochissima quantit d'animali,  onde vivono in  gran  miseria,  percioch
questa citt fu fabbricata dal popolo di Zeneta a guisa d'una fortezza, non per
altro che per tenere il passo per cui si va a Numidia, dubitando che per quello
il popolo di Luntuna non intrasse: qual nondimeno per altra via vi venne,  e la
rovin e disfece.  Quivi  eziandio    gran  quantit  di  serpi  domestiche  e
piacevoli, come le dette di sopra.

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