
    Ann Radcliffe.
    ROMANZO SICILIANO.
    Sellerio editore, Palermo 1991.

    A cura di Rita Bernini.


    INDICE.
    Introduzione di Rita Bernini: p. 2.
    Romanzo siciliano: p. 15.












    INTRODUZIONE
    di
    Rita Bernini.

    Quando nel 1790 Ann  Radcliffe  pubblic  "A  Sicilian  Romance",  sua
    seconda  fatica  letteraria,  certo non pensava che quasi trentacinque
    anni dopo nella prefazione al suo romanzo pi famoso,  "I  misteri  di
    Udolpho",  Sir  Walter  Scott,  padre  del  romanzo  storico  inglese,
    l'avrebbe definita the first poetic novelist in English  literature,
    ovvero  la  prima  scrittrice inglese di un genere che assommava in s
    tradizioni e retaggi della poesia inglese da Shakespeare a Milton,  ed
    elementi letterari nuovi come l'horror misto al sentimentale.
    L'affermazione di Scott non sembri esagerata, considerando che romanzi
    della  Radcliffe come "I misteri di Udolpho" (1794) e "L'italiano o il
    confessionale dei  penitenti  neri"  (1797)  dal  momento  della  loro
    pubblicazione  per  una cinquantina di anni furono tra i pi letti dal
    pubblico inglese,  come attestano tra l'altro le moltissime edizioni e
    ristampe.
    Citatissima da personaggi come Coleridge, Keats e Byron, Ann Radcliffe
    ha  rappresentato  per  pi di una generazione un must,  una lettura
    cio obbligatoria per chiunque avesse pretese di educazione,  cultura,
    o anche soltanto abitudini letterarie alla moda; basti pensare che nel
    romanzo  di  Jane Austen "L'abbazia di Northanger" la scrittrice fa de
    "I misteri  di  Udolpho"  la  lettura  preferita  della  protagonista,
    Catherine  Morland,  giungendo addirittura ad impostare l'intera trama
    del romanzo in chiave di parodia di un romanzo gotico.
    La  spiegazione  del  grande  successo  presso  il  pubblico  di  fine
    Settecento   e  del  primo  quarto  dell'Ottocento  di  questo  genere
    letterario  semplice: le  caratteristiche  sono  innovative  rispetto
    alla  massa  dei  romanzi  sentimentali allora circolanti,  in cui gli
    eventi e gli episodi della trama narrativa erano legati tra loro da un
    tema centrale a carattere morale;  con il  gothic  novel  assistiamo
    invece alla nascita di trame complesse, dense di suspense, in cui vi 
    una  certa  enfasi  nel  descrivere  argomenti  di  horror,  un comune
    ricorrere ad ambientazioni in epoche medioevali o rinascimentali ed in
    paesi mediterranei,  un impiego predominante del soprannaturale  e  la
    presenza di personaggi estremamente stereotipi,  come l'eroina vittima
    delle perfide macchinazioni di un  malvagio,  l'eroe  salvatore  della
    fanciulla in pericolo, servi sciocchi e creduloni eccetera.
    Tutti  questi elementi contribuiscono al successo del romanzo gotico e
    ne decretano il suo favore presso il  pubblico,  in  un'epoca  in  cui
    l'Inghilterra,  avida  di  novit letterarie da dare in pasto alla sua
    borghesia poco colta ma imprenditorialmente vivace,  si  preparava  ad
    entrare nell'epoca d'oro del Romanticismo.
    Sono  questi  gli  ultimi anni del Settecento,  secolo di ragione e di
    prosa, in cui gli inglesi che contano veramente hanno compiuto il loro
    viaggio di istruzione  in  Italia,  tornandone  carichi  di  diari  di
    viaggio,  di  notazioni  accompagnate  da  schizzi di paesaggi e delle
    immagini di tutte le bellezze artistiche e naturali che hanno ammirato
    nel Bel Paese.
    Se viaggiare in Italia  d'obbligo per chi possiede i mezzi per farlo,
     giusto che anche chi  non  pu  permetterselo  goda  delle  medesime
    meraviglie,  idealizzate  ed elaborate dalla fantasia e dall'inventiva
    di artisti, pittori, poeti, scrittori.
    Ecco che la scelta di ambientare il romanzo gotico in  luoghi  esotici
    per gli inglesi,  come l'Italia,  la Spagna, il Sud della Francia, pur
    avendo delle tradizioni letterarie illustri che  risalgono  ai  drammi
    elisabettiani e a Shakespeare, diventa un espediente per condire trame
    fitte  di  eventi,  per  renderle  pi  avventurose ed eccitanti.  Ann
    Radcliffe non ha mai  visitato  l'Italia  che  con  tanta  dovizia  di
    particolari e descrizioni fa da scenario a quasi tutti i suoi romanzi,
    n  tantomeno  la  Sicilia,  meta  ancora molto scomoda da raggiungere
    anche per gli intraprendenti  e  sportivi  gentiluomini  inglesi,  che
    generalmente  terminavano il loro Grand Tour a Napoli (questo,  con le
    dovute,  illustri eccezioni,  fino alla fine del Settecento).  C'  di
    pi, la nostra autrice aveva attraversato il tratto di mare che separa
    la sua isola dal resto d'Europa solo una volta, nel 1794, per compiere
    un viaggio, presumibilmente assai poco avventuroso, nei Paesi Bassi ed
    in  Germania,  di  cui fa un resoconto in una sorta di diario pieno di
    impressioni e di notazioni personali,  "A journey through Holland  and
    the Western Frontier of Germany".
    L'unica esperienza di viaggio della Radcliffe  quindi di quattro anni
    posteriore  alla pubblicazione di "A Sicilian Romance",  per cui se ne
    ricava che tutte le notizie e  le  descrizioni  locali  contenute  nel
    romanzo  non  sono  riconducibili ad alcuna esperienza personale della
    scrittrice.  In generale la sua vita fu cos  singolarmente  priva  di
    eventi  importanti,  da costringere una sua ammiratrice ad abbandonare
    l'idea  di  redigere  una  sua  biografia,  proprio  per  mancanza  di
    materiale.
    Ann Ward nacque a Londra nel 1764 da una famiglia di commercianti,  ma
    trascorse l'infanzia e l'adolescenza presso ricchi parenti. All'et di
    ventitr anni si spos con William Radcliffe,  all'epoca  studente  di
    legge,   ma  successivamente  proprietario  ed  editore  dell'English
    Chronicle ed inoltre membro della Societ degli Antiquari.
    Ann Radcliffe cominci dunque  la  sua  carriera  letteraria  dopo  il
    matrimonio,  ma  la sua vena si esaur con grande rapidit,  visto che
    l'ultimo suo romanzo "The Italian" fu pubblicato nel 1797. Dopo questo
    decennio di attivit come autrice ella trascorse una vita  tranquilla,
    lontana  dalle mondanit,  e mor nel 1823.  Dopo la sua morte fu dato
    alle  stampe  "Gaston  de  Blondeville",   un  ricordo  delle  vacanze
    trascorse con il marito nella campagna inglese.
    Questa  quieta  signora  dalla  vita  quasi banale scrisse per alcuni
    romanzi popolarissimi perch  seppe  trovare  una  ricetta  letteraria
    intelligente ed adatta al gusto del pubblico del momento. Innanzitutto
    le  sue  storie  erano  una  giusta mistura di sentimentale ed horror,
    sapientemente dosati con un po' di pittoresco e  qualche  poesia,  che
    ella disseminava nel testo per creare intervalli alla suspense che gli
    eventi  della  trama  generavano nel lettore;  questi versi sono molto
    inferiori come qualit  alla  sua  prosa  che,  per  quanto  carica  e
    pomposa, talvolta ridondante,  comunque caratteristica del suo stile,
    quello  stile  che  l'ha  resa  famosa  presso borghesia e nobilt sul
    finire del Settecento.  Alcuni critici hanno evidenziato il potenziale
    talento insito nelle opere della Radcliffe, che non si  per espresso
    con  il  dovuto  respiro,   ma    rimasto  irrealizzato,  o  talvolta
    realizzato parzialmente.  Di lei si  detto che rappresenta il massimo
    esempio  di genuine capacit letterarie mal realizzate per mancanza di
    disciplina intellettuale.
    Se Ann Radcliffe era considerata dai lettori e  dai  critici  del  suo
    tempo  un  fenomeno  letterario,  ed  i suoi romanzi sono stati per il
    pubblico inglese una lettura indispensabile non soltanto per un  fatto
    di  moda,  ma  anche  di  cultura,  ci  dovuto pi che alle capacit
    tecniche della scrittrice, ad alcune caratteristiche dei suoi romanzi,
    per  esempio  le  descrizioni  della  natura  e  dei  paesaggi   molto
    particolareggiate,  rispecchianti  il gusto del pittoresco,  la teoria
    estetica che, al pari del sublime burkiano, ebbe durante il Settecento
    grande fortuna. La Radcliffe fa della natura,  scenario entro il quale
    si  muovono  i  suoi personaggi,  lo specchio delle loro passioni,  in
    questo anticipando uno dei temi cari  ai  romantici,  quello  cio  di
    evidenziare e mettere in luce una corrispondenza tra il paesaggio e lo
    stato d'animo. Il rapporto dei personaggi radcliffiani con la natura 
    strettissimo; le eroine dei suoi romanzi soprattutto hanno un contatto
    diretto  con  la  bellezza del paesaggio,  e spesso per esse la natura
    rappresenta l'unico luogo dove poter dare libero sfogo alla  fantasia,
    o dove affogare i propri dolori e dispiaceri.
    Sottoposte ad uno stress notevole per tutta la durata del romanzo,  le
    protagoniste della Radcliffe,  tra l'incalzare dei colpi di scena ed i
    bruschi  climax  ed  anticlimax  dovuti  al compiersi e all'infittirsi
    della trama,  trovano un attimo di tregua ai loro  patimenti  ed  alle
    loro  estenuanti  avventure nella contemplazione del paesaggio,  sulle
    cui descrizioni la Radcliffe,  come  anche  il  lettore,  indugia  per
    riprendere fiato. Nei romanzi della scrittrice inglese la natura viene
    descritta  seguendo  due  diversi  modelli;  il primo,  che pu essere
    definito pittoresco,    caratterizzato  da  un  paesaggio  ridente,
    assolato, pianeggiante, spesso un giardino curato e progettato fin nei
    minimi  dettagli  (non  dimentichiamo che nasce proprio in Inghilterra
    nel Settecento l'arte del giardinaggio,  intesa come imitazione  della
    natura  secondo  esempi architettonici e paesaggistici canonizzati nei
    trattati  di  grandi  architetti  come   William   Kent   e   Lancelot
    Capability Brown, cos chiamato per il suo innato dono di intuire le
    capacit  di sfruttamento di ogni singolo terreno);  l'altro modello 
    il paesaggio cosiddetto romantico, quello cio selvaggio,  in cui la
    natura non si fa domare dall'uomo,  ma rigogliosa e potente, rocciosa,
    con  profonde  gole  in  cui  scorrono  vorticosi  torrenti  e   cieli
    tempestosi  desta  nel  lettore  un  senso  di meraviglia e di terrore
    insieme.
    Il trovarsi a contatto con un paesaggio grandioso e terrificante nello
    stesso tempo costituiva un luogo comune per chi nella seconda met del
    Settecento aveva letto il saggio di  Edmund  Burke  sul  sublime  and
    beautiful,  che  attribuiva  alla  categoria  estetica  del bello una
    componente terrificante.  Dopo il 1750 soprattutto i  paesaggi  alpini
    descritti  nei  diari  di  viaggio  dei  grand  tourists  meritavano
    l'appellativo di sublimi,  cio essi erano tanto  belli  nella  loro
    maestosit da suscitare meraviglia e terrore.
    Tutte  le  descrizioni di paesaggio della Radcliffe sono riconducibili
    ad uno di questi due modelli, al pittoresco o al romantico;  talvolta,
    come in questo brano di "Romanzo siciliano", ad entrambi:

    "Si vedevano da ciascun lato delle amene colline,  il cui dolce pendio
    terminava in un superbo bacino d'acqua che formava una specie di lago.
    La sua superficie liscia rifletteva gli oggetti che abbellivano le sue
    sponde: a sinistra alte montagne si perdevano in lontananza,  mentre a
    destra  una  feconda  e  ridente  pianura contrapponeva bellezze di un
    genere diverso a quelle pittoresche del lato  opposto,  e  formava  un
    piacevole  contrasto.  La  veduta  terminava  da lontano col mare d'un
    colore azzurro".

    Il contrasto tra le  due  teorie  estetiche  enunciate  da  Burke,  il
    sublime e il beautiful, tra ci che meraviglia ed impaurisce e ci
    che ricrea la vista per la sua serena quiete, evidentemente permetteva
    di  creare un tipo di paesaggio ideale,  che toccasse profondamente la
    sfera sentimentale del lettore.
    Si ha spesso l'impressione che  le  descrizioni  naturalistiche  della
    Radcliffe, romantiche o pittoresche, pi che dall'osservazione diretta
    della  realt,  traggano  ispirazione  dalla  conoscenza  di quadri di
    paesaggio,  per l'insistente presenza di connotazioni  pittoriche  ben
    precise, come il colore, la luce.
    I  due modelli di paesaggio precedentemente illustrati potrebbero cos
    far capo a due modi di  rappresentazione  della  natura  che  per  gli
    inglesi  della  seconda  met  del  Settecento  erano incarnati da due
    pittori di paesaggio, il francese Claude Lorrain e l'italiano Salvator
    Rosa.  L'ampia presenza in Inghilterra di quadri di questi due pittori
    testimonia il successo che essi riscuotevano oltremanica,  soprattutto
    durante il Settecento.
    Non furono  soltanto  considerazioni  estetiche,  n  il  sorgere  del
    movimento pittoresco a promuovere un pi esteso interesse per questi
    pittori;  furono anche delle generiche tendenze di gusto e di moda che
    determinarono la loro popolarit;  la scarsa competenza degli  inglesi
    in fatto di arte, cui peraltro supplivano con un innato buon gusto, la
    loro tendenza a giudicare la pittura attraverso la letteratura,  o per
    sentito dire,  favorirono il diffondersi  della  predilezione  per  il
    paesaggio  italiano;  questo  genere  pittorico rappresentava per loro
    l'essenza di una civilt da sempre superiore artisticamente. Inoltre i
    paesaggi dipinti da Salvator Rosa e Claude Lorrain contenevano ci che
    i pittori fiamminghi  e  olandesi  non  potevano  avere,  e  cio  una
    tradizione  classica  dalla  quale attingere e da citare continuamente
    nelle rovine antiche o nelle  costruzioni  idealizzate,  che  per  gli
    inglesi  erano  da  venerare.  Anche Ann Radcliffe era affascinata dal
    modo di interpretare la natura di questi due artisti,  se  un  critico
    del  suo  tempo descrivendo lo stile della scrittrice sostiene che al
    selvaggio paesaggio di un Salvator  Rosa  ella  aggiungeva  la  quieta
    grazia di un Claude.
    Tramonti, orizzonti lontani, castelli e rovine e scene pastorali presi
    in prestito da Lorrain si mescolano quindi nei romanzi della Radcliffe
    a  rupi,   gole  e  torrenti,  precipizi  e  vegetazione  selvaggia  e
    naturalmente ai banditi di Salvator Rosa.
    E' questa una notazione che in "Romanzo siciliano" ritorna  spesso:  i
    briganti  che infestano la foresta di Marentino sono per Ann Radcliffe
    come per  i  lettori  del  suo  tempo  riconducibili  alle  figure  di
    personaggi comico-grotteschi, o di soldati di ventura che popolano sia
    i  quadri  di  Salvator  Rosa,   sia  la  famosa  serie  di  incisioni
    all'acquaforte.  In realt la biografia di questo pittore  stata  mal
    interpretata  dagli  inglesi che hanno identificato questo personaggio
    con  l'ideale  romantico  dell'artista  dei  primi  dell'Ottocento,  e
    riconducendo   semplicisticamente  la  sua  pittura  al  solo  aspetto
    romantico e selvaggio, hanno trascurato altri motivi,  pi complessi e
    diversificati, che si trovano nelle sue opere.
    C'  un  altro  aspetto  presente  nelle  opere  della Radcliffe che i
    critici hanno riscontrato,  cio la spesso affrettata e poco  accurata
    registrazione  di  informazioni,  oltre  alla  inesatta descrizione di
    luoghi geografici ben definiti.
    La scrittrice descrive frequentemente viaggi o  spostamenti  dei  suoi
    personaggi,  oppure  situa  paesi  e  localit  in modo niente affatto
    preciso.   Per  ci  che  riguarda  l'Italia  per  esempio   vi   sono
    imprecisioni ed errori anche nella grafia dei nomi.  In una lettera su
    un  giornale  dell'epoca  si  legge  che  la  Radcliffe  sfoggia  una
    conoscenza di lingue,  regioni,  usanze di cui  totalmente ignorante,
    [...] quando ella cita una parola italiana si pu esser certi che ella
    stia compiendo una grossa violazione alla lingua.  Tutto ci   vero,
    non  soltanto  per  le  imprecisioni  e  gli anacronismi contenuti nei
    romanzi  della  scrittrice,  ma  anche  per  certi  grossolani  errori
    riguardo alla toponomastica o alla topografia di citt e localit.  Un
    esempio per tutti,  tacendo tra gli altri il fatto che  ella  confonde
    gli  Appennini  con  le  Alpi,  si pu trovare nella descrizione della
    posizione del castello di Mazzini (toponimo inesistente)  in  "Romanzo
    siciliano",  dalla  quale  si  ricava  la  sensazione  che non solo la
    Radcliffe non aveva mai visto di  persona  quella  zona  (e  questo  
    risaputo),  ma  che  evidentemente  non  aveva mai osservato una carta
    geografica ad essa relativa:

    "Nelle belle sere d'estate la piccola compagnia cenava in un casino su
    un'altura fra i boschi che circondavano il castello. Di l l'occhio si
    perdeva su un'immensa estensione di terra e di mare,  che scopriva nel
    tempo stesso, lo stretto di Messina, e la costa di Calabria di fronte,
    ed  un gran numero di scene silvestri e pittoresche di cui  sparsa la
    Sicilia.  Il monte Etna,  coronato di perpetuo fumo e che perde il suo
    capo fra le nubi,  fungeva da sublime sfondo in quel magnifico quadro.
    Si distingueva anche la citt di Palermo [...]".

    E' anche ipotizzabile che la Radcliffe  sapesse  perfettamente  quello
    che faceva, ma desiderasse rendere pi interessante la trama della sua
    creazione con palesi ma pittoresche esagerazioni; malgrado le critiche
    resta il fatto che ella ha riscosso l'immediata simpatia del pubblico,
    riuscendo  a trovare i temi giusti ed a saperli trattare con maestria,
    tenendo ben desto l'interesse del lettore fino all'ultima  pagina  dei
    suoi peraltro lunghi romanzi. La suspense, accresciuta dall'impiego di
    elementi soprannaturali, trova sempre la sua soluzione alla fine della
    storia,  quando  la  Radcliffe,  talvolta  anche  un po' forzatamente,
    fornisce  a  chi  legge  una  spiegazione  logica  e  razionale   agli
    interrogativi rimasti in sospeso nelle pagine precedenti.
    Cos  anche  in  "Romanzo  siciliano",   che  si  pu  considerare  un
    Bildungsroman,  cio il romanzo della formazione sentimentale  della
    protagonista  Giulia,  il mistero dell'ala meridionale del castello di
    Mazzini trova la sua soluzione,  che culmina in una serie di agnizioni
    degne  di  una  commedia  teatrale a lieto fine.  Non manca nemmeno la
    morale, con la punizione dei malvagi e il trionfo del bene, e a questo
    punto  la  lettura,   oltre  che  averci  piacevolmente  intrattenuto,
    vorrebbe  avere  valore  didattico.  Lo  scopo di Mistress Radcliffe 
    raggiunto!
    A noi, lettori di oggi,  il compito di saper apprezzare un genere che,
    con  le  sue  esagerazioni  e  le sue stonature,  rimane pur sempre la
    testimonianza di un gusto letterario e di un  fiuto  per  il  successo
    veramente ammirevoli.
    RITA BERNINI

    Avvertenza.  La  traduzione   basata su una versione italiana anonima
    ottocentesca.  Di questa traduzione si  voluto  mantenere  lo  stile,
    modificando   soltanto   le  forme  pi  desuete,   perch  riecheggia
    l'atmosfera del testo inglese.








    ROMANZO SICILIANO.


    PROLOGO.

    Sulla sponda settentrionale della Sicilia si vedono i grandiosi  resti
    di un castello,  che apparteneva un giorno alla famiglia Mazzini. Esso
     situato in fondo ad una piccola baia,  sul declivio di un colle  che
    da  un  lato  giunge  fino  al  mare,  e dall'altro va a finire in una
    sporgenza ricoperta di folti boschetti. Il luogo  assai pittoresco, e
    le stesse rovine del castello rappresentano tuttora  un  monumento  di
    antica magnificenza,  che, contrastando con l'attuale loro solitudine,
    riempie l'animo di  chi  le  contempla  di  malinconia  insieme  e  di
    curiosit.  In uno dei miei viaggi mi capit di visitare questo luogo,
    e mentre un giorno mi aggiravo fra  le  sparse  rovine  che  giacevano
    sull'immensa  area  di  quell'edificio,  colpito  dalla  maestosit  e
    vastit  di  quelle,   tornai  indietro  col  pensiero  per   naturale
    associazione  d'idee,  al  tempo  in  cui  quelle  mura  s'innalzavano
    orgogliose nel loro primitivo splendore,  ed in cui le vaste logge  di
    quel  palazzo,  gi sede di magnificenza e soggiorno abituale di calda
    ospitalit,  echeggiavano delle voci di quelli che la morte  da  molto
    tempo ha fatto scomparire dalla scena del mondo.  Lo stesso avverr,
    io pensavo,  della presente generazione.  Quelli  che  oggi  languono
    nella miseria, come coloro che vivono immersi nei piaceri passeranno e
    saranno dimenticati. Il mio cuore fu toccato da questa riflessione, e
    mentre   sospirando  mi  allontanavo  da  quel  grandioso  e  patetico
    spettacolo,  i miei occhi caddero su un frate,  con il  capo  chino  a
    terra,  che  formava  uno  strano  spettacolo  in  quel paesaggio.  Il
    religioso  si  accorse  della  mia  emozione:  i   nostri   occhi   si
    incontrarono ed egli si ferm,  e fissando lo sguardo su quelle rovine
    queste mura esclam furono un giorno abitate dalla lussuria  e  dal
    vizio.  Esse forniscono un esempio concreto della giustizia di Dio. Da
    allora sono rimaste abbandonate, e nessuno si  dato cura di prevenire
    il loro decadimento. Queste parole mi incuriosirono, perci pregai il
    frate di narrarmi gli avvenimenti a cui alludeva.
    Triste e grave, riprese egli,  la storia di questo castello,  ma 
    troppo  lunga e complicata perch io mi metta a raccontarvela.  Essa 
    scritta in un codice che si trova nella nostra biblioteca,  e di  cui,
    forse,  potr  procurarvi la lettura.  Un religioso del nostro ordine,
    discendente  della  famiglia  Mazzini,   ha  raccolto  i   fatti   pi
    interessanti  accaduti  in quella casa,  ed ha lasciato la sua opera a
    questo convento. Se volete, seguitemi.
    Accompagnai il religioso al suo monastero,  e l giunto fui presentato
    al  superiore,  che  mi  sembr  un  uomo  di vasta cultura e di cuore
    generoso e sensibile.  Mi trattenni con lui alcune  ore  in  piacevole
    conversazione. Gli piacqui e mi permise di copiare diversi passi della
    storia  che  lessi.  Nelle pagine che seguono non troverete che questi
    fatti,  con la sola aggiunta di  alcuni  particolari  confidatimi  dal
    superiore nell'incontro che ebbi con lui.


    CAPITOLO 1.

    Verso  la  fine  del  secolo decimosesto questo castello apparteneva a
    Ferdinando, quinto marchese di Mazzini,  ed era da qualche anno la sua
    residenza  abituale.  Un carattere altero ed una violenta passione per
    le donne dominavano il marchese.  Egli si era unito in prime nozze con
    Luisa Bernini, secondogenita del conte di Salario, giovinetta graziosa
    ed amabile per la dolcezza del suo aspetto,  e per le sue virt.  Ella
    mor dopo aver dato al marchese due figlie e un figlio.
    La morte di Luisa era stata affrettata dalle violenze  e  dal  pessimo
    comportamento del marchese, che subito decise di sposarsi nuovamente.
    Egli  fiss  la  sua scelta su Maria di Vellorno,  di una bellezza non
    comune, ma di carattere opposto a quello di Luisa: ella era amante dei
    piaceri, del divertimento e dell'indipendenza,  e dedita agli intrighi
    amorosi.
    Mazzini, tutto tenerezza per la sua seconda moglie, non si interessava
    affatto   dell'educazione   dei   figli  avuti  dalla  prima.   Affid
    l'educazione delle due  figlie  ad  una  sua  lontana  parente,  donna
    sicuramente  adatta  a  svolgere questo difficile compito: ella era la
    signora Menon.
    La campagna annoiava la nuova marchesa. Questa donna non poteva vivere
    che in una  grande  citt,  cosicch  Napoli  divenne  ben  presto  la
    residenza dei due sposi, dove furono seguiti dal figlio maggiore della
    infelice Luisa.
    Per  quanto  intrattabile e brutale fosse il marchese,  sua moglie era
    cos furba,  che lo raggirava,  e faceva in modo che  acconsentisse  a
    tutti i suoi desideri e alle sue voglie.  Egli obbediva proprio quando
    credeva di comandare.  Tutto il segreto consisteva  nell'ingannare  il
    suo  orgoglio:  e  fino a qual punto le donne posseggono tale segreto!
    Per una volta l'anno il marchese si recava al  castello  di  Mazzini,
    dove  erano  confinate  le  sue  figlie colla loro istitutrice.  L si
    informava dei loro miglioramenti e  lasciava  alla  signora  Menon  le
    istruzioni  per  l'educazione delle fanciulle.  Poi tornava a Napoli e
    non ritornava pi al castello fino all'anno successivo.
    Emilia,  la maggiore delle sorelle,  era bionda,  vezzosa e simpatica.
    Aveva ereditato la dolcezza di sua madre; l'affetto abituale, la buona
    indole e la gentilezza erano dipinti nei suoi sguardi.  Aveva un cuore
    buono, sensibile e generoso.
    Giulia, la minore, aveva un carattere pi vivace;  univa ad un aspetto
    delizioso una fantasia fervida ed attiva. Vivace qualche volta oltre i
    limiti,  correggeva  con tanta grazia gli innocenti errori e si faceva
    per questo amare ancor di pi;  la sua sensibilit era  straordinaria.
    Spesso dai suoi occhi sgorgavano lacrime di sensibilit, ma un istante
    dopo  la  gioia  e l'allegria cancellavano perfino le tracce di questi
    eccessi  di  involontaria  malinconia.   Occhi  neri   profondi,   una
    capigliatura  bruna e riccia,  un personale seducente,  una fisionomia
    dotata  delle  migliori  attrattive   caratterizzavano   Giulia   allo
    sbocciare della sua giovinezza.
    La  solitudine,  che  rende pi rozze e grossolane le persone volgari,
    non fa che dotare una giovinetta bene educata di  una  originalit  di
    pensieri  e  di sentimenti,  che tanto fanno risaltare le sue naturali
    attrattive.  Lontana dalla tirannia  dell'imitazione,  dalla  monotona
    uniformit,  dal  potere invincibile della moda che nelle grandi citt
    non solamente influisce sull'aspetto esteriore,  ma spesso anche sulle
    idee,  sui  sentimenti,  sui  costumi  e sul linguaggio,  ella  molto
    equilibrata: tanto quello che dice, quanto quello che sente concordano
    perfettamente  fra  di  loro,  ed  ella  segue  la  natura  nella  sua
    semplicit ed innocenza, e la cultura grazie ai suoi studi: con questa
    duplice formazione schiva gli ostacoli della singolarit, delle follie
    romanzesche,  e soprattutto la caricatura.  Giunta all'et di piacere,
    deve saper offrire degli allettamenti  pi  forti,  deve  ispirare  un
    sentimento pi profondo di quello che possono fare le nostre signorine
    di  citt,   l'attenzione  delle  quali  per  l'aspetto  e  gli  studi
    consistono in una reciproca imitazione.
    La signora Menon conduceva una esistenza triste ed  infelice,  la  sua
    vita  era  stata seminata di disavventure e disgrazie.  Solo quando si
    ritrovava in mezzo alle sue giovani alunne,  riusciva a dimenticare le
    afflizioni. Emilia con uno sguardo sapeva farle dimenticare il passato
    e  Giulia con i suoi spiritosi ed innocenti comportamenti ne dissipava
    fino all'ultima traccia.  Anche le occupazioni  del  disegno  e  della
    musica offrivano delle ottime distrazioni.  La signora Menon eccelleva
    in ambedue queste arti,  a cui si era applicata fin dalla  pi  tenera
    infanzia.  Insegnarle  quindi alle sue virtuose pupille era per lei un
    piacere e non una fatica. Emilia disegnava.  Il liuto era lo strumento
    favorito di Giulia, che suonava magistralmente.
    Il  castello  di  Mazzini  era  un  fabbricato irregolare di smisurata
    grandezza;  sembrava essere stato destinato  in  origine  a  contenere
    quelle  numerose  schiere  di  vassalli  e di seguaci che generalmente
    accompagnano i grandi, tanto nello splendore della pace,  quanto fra i
    rumori  della  guerra.  Soltanto  una  piccola  parte di esso era per
    allora abitata,  e  quella  stessa  parte  aveva  una  certa  aria  di
    tristezza  e  di malinconia,  causata dall'estensione immensa dei suoi
    appartamenti e dalla lunghezza delle gallerie che vi  conducevano.  Un
    triste  silenzio regnava in quelle vaste sale,  e spesso trascorrevano
    interi giorni senza che venisse interrotto dal minimo rumore.
    Giulia,  che dimostrava un'inclinazione ogni giorno pi  viva  per  la
    lettura,  era  solita  ritirarsi  tutte le sere in un gabinetto in cui
    aveva riunito tutti i suoi libri favoriti.  Il gabinetto  era  situato
    all'angolo  occidentale  del  castello.  Da una delle sue finestre che
    guardava il mare,  si scorgeva in fondo ad  un  immenso  orizzonte  la
    costa  della  Calabria circondata di scogli che sembravano confondersi
    con le nubi,  dall'altra si scopriva  una  parte  del  castello  ed  i
    boschetti  circonvicini.  Gli  strumenti  musicali  di  cui  Giulia si
    serviva per distrarsi erano disposti con ordine in quella stanza. Essa
    era elegante ed intima insieme.  Vi si vedevano parecchi ornamenti  di
    sua  invenzione  e  diversi  disegni  della sorella.  Questo gabinetto
    comunicava con la sua camera, ed era separato dagli appartamenti della
    signora Menon per mezzo di una piccola galleria, la quale immetteva in
    un'altra lunga e tortuosa, che guidava alla scalinata principale posta
    in fondo alla sala di settentrione,  dalla quale si aveva l'accesso ai
    principali appartamenti del castello.
    L'appartamento  della  signora  Menon  aveva una porta sull'una ed una
    sull'altra di queste gallerie. In una di quelle stanze ella passava le
    mattine occupata nell'istruzione delle sue giovani pupille.  I balconi
    erano aperti sul mare.
    Un uomo di et avanzata,  di nome Vincenzo;  che, affezionato da molti
    anni al marchese,  era incaricato  d'insegnare  alle  due  sorelle  la
    geografia e la lingua italiana, viveva anche lui al castello.
    Nelle  belle sere d'estate la piccola compagnia cenava in un casino su
    un'altura fra i boschi che circondavano il castello. Di l l'occhio si
    perdeva su un'immensa estensione di terra e di mare,  che scopriva nel
    tempo stesso, lo stretto di Messina, e la costa di Calabria di fronte,
    ed  un gran numero di scene silvestri e pittoresche di cui e sparsa la
    Sicilia.  Il monte Etna,  coronato di perpetuo fumo e che perde il suo
    capo fra le nubi,  fungeva da sublime sfondo in quel magnifico quadro.
    Si distingueva anche la citt di Palermo;  e Giulia gettando gli occhi
    sulle  sue  brillanti  torri,  andava  immaginandosi  le  bellezze che
    dovevano trovarsi in quella capitale,  e sospirava nel fondo  del  suo
    cuore,  pensando  che  la gelosia della marchesa la teneva lontana dal
    mondo.  E difatti costei,  temendo la bellezza di Emilia e di  Giulia,
    impegnava  tutta  la  sua influenza sul marchese per tenerle confinate
    nel loro ritiro,  e quantunque l'una avesse gi  vent'anni  e  l'altra
    diciotto,  le due sorelle non erano ancora uscite dai possedimenti del
    loro padre.
    Cos le amabili figlie del marchese Mazzini conducevano la  loro  vita
    in  una  profonda  oscurit.  Si  pu per affermare che erano felici,
    perch non conoscevano abbastanza il  mondo  per  affliggersi  di  non
    goderne  i  piaceri.  Di  fatti,  quantunque Giulia sospirasse qualche
    volta considerando i brillanti svaghi  che  la  sua  immaginazione  le
    portava  alla  mente;  quantunque  una  penosa  curiosit  le  facesse
    desiderare di conoscere la scena attiva, di cui non era testimone, ci
    non ostante un momento dopo ritornava ai suoi consueti divertimenti, e
    scacciando dall'animo tutte queste idee fantastiche,  riacquistava  la
    sua  abituale  contentezza  e  tranquillit.  I libri,  la musica,  il
    disegno erano a turno l'oggetto dei suoi piaceri  e  delle  sue  cure.
    Spesso  si  passavano  delle  belle sere d'estate nel casino,  dove la
    conversazione piacevole della signora Menon,  il liuto di  Giulia,  la
    sensibilit di Emilia,  si riunivano per formare una sorta di felicit
    che solo le anime elevate e  sensibili  possono  trovare.  La  signora
    Menon  aveva  uno  spirito  disinvolto  ed aggraziato;  le sue giovani
    pupille sapevano apprezzarlo, cercavano di formarsi sul suo modello.
    Una sera,  dopo una caldissima giornata,  la piccola  compagnia  aveva
    cenato nel casino gi descritto. La frescura e la bellezza della notte
    le aveva invitate a trattenersi pi del solito,  quando, ritornando al
    castello,  tutte furono sorprese nel vedere  una  luce  che  penetrava
    attraverso le fessure delle finestre di un appartamento situato in una
    parte  abbandonata del castello,  chiusa da molto tempo.  Si fermarono
    tutte per osservare la luce: ma quella scomparve.  La  signora  Menon,
    turbata  da  questo  fenomeno,  per  scoprirne  la causa si affrett a
    ritornare  al  castello,   dove  incontr  Vincenzo  nella   sala   di
    settentrione.  Ella gli raccont ci che aveva visto,  e gli impose di
    cercare le chiavi di quegli appartamenti,  temendo che qualcuno vi  si
    fosse  introdotto per rubare.  Scacciando il suo terrore in un momento
    in cui si sentiva investita di grande responsabilit,  chiam a  s  i
    servi del castello, e si prepar ad accompagnarli immediatamente nella
    perlustrazione   che   aveva   ordinato.   Vincenzo   rise  di  quella
    inquietudine,  e attribu il tutto ad un'illusione che la notte  ormai
    avanzata  aveva  fatto  nascere nella sua mente.  La signora Menon non
    desistette per dal suo intento,  e dopo lunghe e ripetute ricerche fu
    trovata  infine una grossa chiave coperta di ruggine: con quella entr
    con Vincenzo nella parte meridionale del castello,  seguita dai  servi
    pieni  al tempo stesso d'impazienza e di sorpresa.  Aprirono una porta
    di ferro,  che serviva da ingresso ad un cortile che separava la parte
    abitata dal resto del castello. Entrarono in quel cortile ricoperto di
    erbacce  e  salirono una grande scala,  in cima alla quale era situata
    un'ampia porta, che si accinsero ad aprire.  Provarono invano tutte le
    chiavi  del  castello,  e bisogn risolversi finalmente ad abbandonare
    quel luogo senza poter soddisfare la loro curiosit e calmare le  loro
    inquietudini.  Tutto per era tranquillo,  e la luce non comparve pi.
    La signora Menon nascose i suoi timori e tutti si separarono.
    Questo incidente lasci  una  profonda  impressione  nell'animo  della
    signora Menon,  che fece passare parecchio tempo prima di ritornare la
    sera al solito casino.  Dopo  diversi  mesi,  trascorsi  senza  alcuna
    ulteriore scoperta, accadde nuovamente qualcosa che provoc spavento e
    timore.  Giulia  si era trattenuta una notte nel suo gabinetto pi del
    consueto.   Una  piacevole  lettura  aveva  tenuta  occupata  la   sua
    attenzione  oltre  l'ora  solita del riposo,  e tutti gli abitanti del
    castello, lei esclusa, erano immersi nel sonno.  Ella fu richiamata in
    s  dalla campana del castello,  che suon l'una.  Sorpresa si alz in
    fretta e gi s'incamminava verso la sua  camera,  quando  la  bellezza
    della  notte  la  invit  alla  finestra.   L'apr,  ed  ammirando  il
    bell'effetto del chiaro di luna  sugli  ombrosi  e  folti  boschi,  si
    affacci  fuori.  Ma  subito  intravide un debole raggio di luce,  che
    sembrava provenire dall'ala meridionale del castello.  Fu assalita  da
    un fremito e da uno spavento improvviso, e riusc appena a restare ben
    salda sulle gambe.
    Un  attimo  dopo la luce scomparve.  Poi Giulia vide distintamente una
    persona con una lampada in mano,  uscire  dalla  piccola  porta  della
    torre,  camminare lungo le mura del castello,  e giunta all'angolo pi
    vicino scomparire.
    Impossibile descrivere il  suo  spavento!  Ella  corse  immediatamente
    nell'appartamento  della  signora Menon e le narr l'accaduto.  Furono
    chiamati tutti i servi, e lo spavento si sparse per tutto il castello,
    i cui abitanti si riunirono nella sala principale.  La  signora  Menon
    propose di entrare nei cortili e di andare a controllare la torre,  ma
    nessuno  dei  servitori  aveva  il  coraggio  di  tentare  una  simile
    perquisizione. Tutti erano gelati dalla paura.
    In quell'istante giunse il buon Vincenzo, che invano avevano chiamato.
    Era  stato  trattenuto  da  qualche  commissione,  e rest sorpreso di
    trovare tutti all'erta.  Gli venne narrato il  motivo  dell'universale
    preoccupazione  ed  egli  ordin  ai  servitori  di  fare  un giro del
    castello,  mettendosi alla guida dei gruppo.  Lo percorsero da cima  a
    fondo  con  frequenti  assalti di spavento e di terrore;  ma tornarono
    infine, dopo una lunga perlustrazione,  senza avere incontrato o visto
    niente di straordinario e di nuovo.
    La  gente  credula  per  non  si  rassicur  tanto facilmente.  Tutti
    conservavano un'impressione di spavento  e  di  terrore.  Cosa  poteva
    significare quella luce comparsa in un luogo inabitato? Chi era l'uomo
    uscito dalla torre? Per qual magia era sparito agli occhi di tutti? Da
    tutte  queste  osservazioni  ripetute,  ingrandite  e commentate dagli
    abitanti  del  castello,   nacque  la  generale  opinione  che   l'ala
    meridionale,  e  specificamente  la  torre,  fosse  abitata  da esseri
    soprannaturali come le fate, gli spiriti, i maghi,  da ombre o spettri
    di morti.
    Con  qual  piacere i padroni ed i domestici,  che avevano trascorso il
    resto della notte in quella sala,  videro giungere i primi  raggi  del
    sole!  Gli spettri creati dalla loro sconvolta e turbata immaginazione
    si dissiparono con le  ombre  notturne.  L'astro  benefico  che  ruota
    intorno  alla  terra,  non  contento  di  dare  vita  alla natura,  di
    apportarle il necessario calore e  la  luce,  restituisce  anche  alle
    nostre  anime l'energia alterata dalle fantasie notturne,  restituisce
    loro il coraggio e le rasserena.  Con l'aiuto della sua  presenza  noi
    allontaniamo tutte le immagini fantastiche impresse da sogni traditori
    e da penose veglie.
    La notte seguente e per molte altre consecutive fu ripetuta la ricerca
    intorno  alla torre e nelle vicinanze dell'ala meridionale,  ma non si
    trov nessun segno di vita.  Il vecchio  Vincenzo  guidava  sempre  il
    gruppo  dei  domestici e dirigeva queste perlustrazioni infondendo con
    la sua presenza coraggio ai  servi,  che,  per  quanto  si  dicesse  e
    facesse, non cessavano di essere persuasi che gli spiriti aleggiassero
    in quella parte del castello.
    Anche  la  signora  Menon  non  era  troppo lontana da questo ridicolo
    sospetto.  Pertanto se qualche cosa di  straordinario  fosse  accaduto
    nuovamente a portare lo scompiglio in quel luogo,  stabil di avvisare
    quanto prima il marchese e di reclamare la sua presenza. Costui viveva
    negli ozii e piaceri che la  citt  di  Napoli  gli  offriva  in  gran
    numero, e rare volte veniva sfiorato dal pensiero delle figlie e della
    loro rispettabile istitutrice.
    Occupato  dall'educazione  del  suo figliuolo,  che gi gli dava delle
    soddisfazioni, aveva riposto in lui tutte le speranze,  come gi tutto
    il  suo  amore  aveva  riposto  nella  seconda  moglie.   Ma  non  era
    contraccambiato dalla marchesa;  ella era stata protagonista di  molte
    avventure poco lusinghiere.  L'opinione che si aveva di lei,  le aveva
    procurato un gran numero di ammiratori,  e l'opinione non  era  falsa.
    Bastava  che  un  giovane  avesse  bell'aspetto e dichiarasse di avere
    qualche merito per divenire l'oggetto delle premure e dei favori della
    marchesa,  la quale di giorno in  giorno  rendeva  pi  spessa  quella
    cortina  che  aveva  posto  sugli  occhi del suo credulo e sprovveduto
    consorte.
    Il conte di Veresa,  giovane bellissimo e simpatico come pochi per  il
    suo  nobile  comportamento,  per il suo spirito brillante e riservato,
    occup ben presto i pensieri ed  il  cuore  della  marchesa.  Ella  si
    accinse  alla sua conquista,  ma invano.  Egli si mostrava insensibile
    alle attenzioni della dama.  La marchesa insisteva adoperando tutte le
    sue arti di seduzione; ma il nostro giovane respingeva rispettosamente
    tutte  le  arti e tutte le lusinghe dell'amore,  tanto che la marchesa
    cominci a disperare della riuscita del suo intento.  La sua bellezza,
    le sue ricchezze, la sua condizione sociale le avevano attirato fino a
    quel momento gli omaggi di tutti.  Tutti correvano al suo servizio,  e
    si stimavano fortunati se su di loro cadevano la sua scelta e  i  suoi
    favori.  Quale  affronto  dunque  quello  del conte per una incostante
    abituata ad averla sempre vinta!  Quanto  era  umiliante  per  lei  la
    resistenza   di  quell'uomo!   Ippolito,   sensibile  alla  sola  voce
    dell'onore, aveva riflettuto che possedendo egli la stima del marchese
    ed essendo legato intimamente dai vincoli dell'amicizia col figlio  di
    lui, non poteva cominciare una relazione con la consorte dell'uno e la
    matrigna dell'altro senza macchiarsi di una grave colpa.
    Frattanto  il  vecchio  Vincenzo cadde ammalato al castello;  il corso
    naturale della vita gi per lui era vicino al termine.  L'attacco  era
    mortale,  ed i medici lo avvisarono che si avvicinava la sua fine.  Il
    vecchio domand insistentemente di vedere il marchese, a cui diceva di
    dovere comunicare cose della massima importanza; in conseguenza di ci
    fu subito spedito a Napoli un messo. I dolori fisici della malattia di
    Vincenzo erano accompagnati  da  una  depressione,  quasi  un  rimorso
    continuo,  e spesso si udiva piangere e singhiozzare nel suo letto. Il
    pentimento ed i rimorsi sembravano lacerare la sua anima.
    Vedendo finalmente avvicinarsi la sua ultima ora cerc un  confessore,
    e  si trattenne lungamente da solo a solo con lui;  dopo di che gli fu
    amministrata l'estrema unzione. Alla fine, accortosi che gli restavano
    da vivere solo pochi istanti,  fece invitare la signora Menon a fargli
    la sua ultima visita.
    Quand'ella  entr nella camera un freddo sudore gli copriva la fronte,
    e gli cost molta fatica rivolgersi alla signora.  Egli fece un  cenno
    con la mano con cui indicava di volere rimanere solo con lei, e perci
    i  domestici  si  ritirarono.  Allora,  sforzandosi di superare la sua
    oppressione e di proferire qualche parola, egli mormor con voce fioca
    e dolorosa: Signora,  io speravo che il marchese giungesse prima  del
    mio estremo momento; ma mi sono ingannato. Il cielo da me invocato non
    ha ascoltato la voce di un miserabile coperto di delitti... Ah, quante
    cose ho da dirvi signora! Quale importante segreto ho da svelarvi! Ah,
    ma non avr mai abbastanza forza!.
    Non  vi affliggete tanto,  Vincenzo gli rispose la virtuosa signora.
    Dio non ha mai abbandonato le sue deboli creature.  Per quanto grandi
    siano i rimproveri che potete rivolgere a voi stesso,  sappiate che la
    sua misericordia  infinita. Un sincero pentimento....
    No,   signora,   il  pentimento  non  basta,   bisogna  risarcire  il
    malfatto...  Ascoltate cose incredibili.  Ricevete una confessione che
    non posso fare che a voi. Nella parte meridionale del castello....
    La morte interruppe il misero vecchio prima  che  potesse  pronunciare
    altre parole.  Un improvviso mancamento interruppe la sua rivelazione.
    Non fu possibile  con  nessun  mezzo  prolungare  il  filo  della  sua
    esistenza. Vincenzo era spirato.
    La  sua  morte  non  presentava  niente  in  s  di straordinario.  La
    vecchiaia e la malattia erano state la sua causa.  Ma una  confessione
    cos  interessante  sospesa  proprio  quando  avrebbe potuto risolvere
    tante incertezze e congetture!...
    I servi rientrarono nella camera di Vincenzo, e la signora Menon dette
    gli ordini per i suoi funerali.  Ritornata nel suo appartamento,  dopo
    aver richiamato alla mente tutte le circostanze dell'accaduto,  decise
    di osservare un profondo silenzio su tutto  ci  con  le  sue  giovani
    pupille.  Si ricord per altro che il marchese,  quando le consegn il
    castello e le dette le chiavi di tutta  la  parte  abitata,  le  aveva
    detto   che  quelle  della  parte  meridionale,   che  doveva  restare
    abbandonata, si erano smarrite.  Non essendo curiosa per natura,  ella
    non aveva per nulla riflettuto sull'impossibilit in cui si trovava di
    visitare,  qualora  ce  ne  fosse  stato bisogno,  quegli appartamenti
    solitari.  Questo non le era nemmeno passato  mai  per  la  mente.  Ma
    pensando  a tutti gli incidenti accaduti e alle ultime apparizioni,  e
    alle  parole  enigmatiche  di  Vincenzo,  non  pot  fare  a  meno  di
    abbandonarsi  alle  pi  profonde  riflessioni  su  questi  misteri  e
    stranezze.
    Il giorno dopo la morte di Vincenzo,  giunse al castello il  marchese.
    Appena arrivato al portone principale,  smont da cavallo accompagnato
    da alcuni domestici.  Aveva un'aria impaziente  ed  inquieta;  le  due
    sorelle  con  la loro istitutrice lo ricevettero nella sala principale
    del castello,  dove il marchese chiese subito notizie di Vincenzo,  ma
    informato  dalla signora Menon che la sua morte era stata preceduta da
    alcune rivelazioni che essa non poteva svelare che a lui solo,  Emilia
    e sua sorella si ritirarono.
    La  confusione  e l'imbarazzo del marchese crescevano ad ogni istante,
    fino a che non sent che la morte improvvisa del suo confidente  aveva
    impedito  il palesamento di quei segreti,  di cui egli stesso sembrava
    essere a conoscenza.  Si gett su una sedia e lanci pi  volte  sulla
    signora  Menon  degli  sguardi  penetranti  e sinistri.  Non risparmi
    nemmeno qualche domanda,  ma avendogli la rispettabile  dama  risposto
    coll'accento  della semplicit e dell'innocenza,  si convinse che ella
    non aveva spinto le sue congetture pi oltre di ci che aveva visto  o
    inteso, e che non si era data gran pena di andare oltre. Con tutto ci
    ella  non  aveva  tralasciato di fargli osservare che vi era motivo di
    credere che  nella  parte  meridionale  del  castello  fosse  nascosto
    qualcuno  o  qualcosa  di  molto strano.  Il marchese interruppe ad un
    tratto questa conversazione,  lasci la signora Menon,  e si  trasfer
    nella camera di Vincenzo, ove si trattenne per parecchie ore.
    Un servo del castello,  Roberto,  a cui il marchese aveva posto alcune
    domande,  gli disse che Vincenzo era stato sotterrato nella chiesa del
    monastero di San Nicola per la sua vicinanza, dopo di che si arrischi
    ad  accennare alle apparizioni,  alla luce ed alle ombre da cui egli e
    tutti  i  suoi  compagni  erano  stati  spaventati:  ma  il  marchese,
    interrotte  le  sue  chiacchiere  con  un'occhiata severa,  gli proib
    espressamente,  sotto pena  di  essere  licenziato  dal  servizio,  di
    parlare mai pi con anima viva di simili cose.
    Terminate  tutte  le  ricerche  sulla  morte di Vincenzo,  il marchese
    ritorn a Napoli;  ma un avvenimento solenne lo obblig a ritornare al
    castello Mazzini in pochi giorni.
    Suo  figlio  Ferdinando,  fratello  di  Emilia e di Giulia,  stava per
    diventare maggiorenne. Questa ricorrenza doveva essere solennizzata da
    una festa di famiglia,  ed il marchese aveva deciso di  celebrarla  al
    castello.  Era  questa  un'occasione che gli si presentava per riunire
    insieme i suoi tre figliuoli e per farli conoscere tra loro,  dato che
    fin  dall'infanzia,  da  quando  era  morta la loro madre erano sempre
    stati divisi.
    Se un padre pu vantarsi e  andare  orgoglioso  del  merito  dei  suoi
    figli,  senza  dubbio  il  marchese  aveva motivo di essere scusato di
    questa debolezza.  Ferdinando possedeva l'intelligenza,  l'educazione,
    l'amabilit  ed  una  fisionomia piacevole.  Degno del sangue dei suoi
    antenati,  faceva sperare che avrebbe occupato un giorno con decoro le
    cariche eminenti a cui era chiamato.
    Le due sorelle di Ferdinando,  sotto la direzione della signora Menon,
    avevano migliorato carattere e  conoscenze.  Avevano  perfezionato  il
    loro  spirito  fino al pi alto grado,  e avrebbero fatto a Napoli una
    splendida figura.  La vita monotona e  solitaria  a  cui  erano  state
    condannate  fino ad allora stava per finire con la brillante festa che
    il marchese aveva ordinata.  Egli venne in compagnia della sua sposa a
    cui  faceva  corona la giovent pi elegante e briosa di tutta Napoli.
    Il conte di Veresa era della compagnia.
    Dal canto loro le due sorelle,  pur lontane da pensieri di  seduzione,
    si  accinsero  a  comparire  con  tutta la loro eleganza in mezzo alla
    brillante comitiva della marchesa,  approfittando  degli  insegnamenti
    della  signora Menon sulla difficilissima arte di figurare in societ.
    Una certa timidezza,  figlia della modestia e di una saggia diffidenza
    di  se stesse,  le faceva apparire ancora pi seducenti e adorne delle
    pi incantevoli virt.
    Giulia soprattutto,  che  in  tutti  gli  oggetti  trovava  motivo  di
    distrazione e di piacere,  Giulia, che un uccello, un fiore, qualsiasi
    cosa interessavano moltissimo,  non poteva pensare senza  emozione  al
    momento  in  cui  si sarebbe trovata con un fratello che non aveva mai
    visto e che ardeva di impazienza di conoscere. Paragonando la sua vita
    monotona e campestre con le illusioni incantatrici della fantasia,  si
    era  persuasa  che,  siccome  la  sua  vita  precedente  era  stata un
    susseguirsi di giorni insipidi  e  senza  colore,  doveva  iniziare  a
    contare  il  tempo  dal  giorno in cui avrebbe cominciato a vivere nel
    mondo.
    Le due amabili sorelle si abbandonavano  alla  speranza  e  alla  loro
    immaginazione,  quando  ad  un  tratto un grande strepito di cavalli e
    carrozze annunzi da lontano agli abitanti del castello  l'arrivo  del
    marchese, della sua consorte, di Ferdinando, dei loro amici e del loro
    seguito.
    Avevano  portato  con  s  degli strumenti e dei musicanti.  Appena le
    carrozze furono entrate  nell'atrio,  annunziando  con  la  musica  la
    presenza  del  marchese,  Giulia  osserv  il  magnifico corteo da una
    finestra isolata del suo appartamento;  e il cuore di  lei  palpitava,
    assalito da tante sensazioni nuove e diverse.
    In  un  momento  i  cortili  e  le  sale  furono  pieni  di gente e di
    frastuoni. Quei luoghi, fino a quel momento solitari, scintillarono di
    un nuovo splendore;  l'allegria e la gioia si sparsero  ovunque  e  lo
    stesso  marchese,  deponendo  la  sua  aria  malinconica e pensierosa,
    lasciava poco alla volta comparir  sulle  sue  labbra  un  sorriso  di
    compiacenza e di gioia.
    La marchesa, circondata dalla pi brillante giovent italiana, fra cui
    si  distingueva  il  conte  di Veresa,  sembrava animata dal piacere e
    dalla vista di uno spettacolo nuovo per lei,  perch non  si  era  mai
    recata al castello di Mazzini.
    Giulia aveva notato subito un bellissimo giovane,  che dava il braccio
    alla marchesa per smontare dalla carrozza, e che aveva attraversato le
    logge.  Pens subito che quello potesse essere suo fratello;  e subito
    pens  quanto  le  sarebbe  stato  facile  obbedire  all'invito che le
    avrebbero rivolto i  genitori  di  amarlo  teneramente.  Oh  prima  ed
    improvvisa impressione, tu sola decidi sempre della felicit o miseria
    di tutta la vita!
    Il  marchese fece all'istante chiamare a s le due figlie e la signora
    Menon.  Esse discesero dai loro appartamenti;  il marchese si avvicin
    per incontrarle e le present nella gran sala a tutta la comitiva, che
    era preparata a riceverle.
    Un  grido  di ammirazione si ud alla loro comparsa.  Ognuno andava in
    estasi alla vista di tanta bellezza.  La marchesa le colm di carezze,
    e tutti fecero alla signora Menon la pi gentile accoglienza.
    Emilia  e  sua  sorella  ardevano  d'impazienza  per conoscere il loro
    fratello.  Egli venne a salutarle.  Ma non era il giovane  che  Giulia
    aveva  visto dal suo balcone.  Ferdinando era alto,  ben fatto,  aveva
    un'aria nobile,  uno  sguardo  tenero  e  commovente:  ma...  non  era
    l'amabile sconosciuto!
    Si abbracciarono teneramente tutti e tre,  e la serata termin con una
    gran cena ed un brillante concerto.


    CAPITOLO 2.

    Arriv finalmente il giorno stabilito per la festa.  Le  due  sorelle,
    che lo aspettavano con impazienza, erano ormai vicine a veder avverati
    i  loro  desideri.  Giulia soprattutto,  dotata di una sensibilit pi
    pronta di sua sorella,  e preoccupata da quel  sentimento  sconosciuto
    che  le  aveva ispirato il conte di Veresa,  era agitata da un tumulto
    d'idee, fra il timore e la speranza,  cosicch ella non si riconosceva
    pi.
    Era  stata  solennemente  invitata  tutta  la  nobilt della zona.  Il
    marchese aveva ordinato che fino al  mattino  le  porte  del  castello
    fossero aperte,  e che tanto i suoi vassalli quanto gli abitanti delle
    vicine campagne,  potessero  percorrere  con  libert  i  giardini,  e
    fossero  accolti  ospitalmente.  Molti  esperti arredatori,  nel corso
    della notte precedente,  avevano decorato i principali appartamenti di
    tappezzerie, di mobili e di un'infinit di altri ornamenti che avevano
    fatto trasportare da Napoli.  I padroni, i servi, le donne, i curiosi,
    percorrendo il castello,  causavano una specie d'ondeggiamento,  e  la
    gioia  e  il  piacere  brillavano in quei luoghi dove aveva regnato la
    solitudine,  il silenzio e la malinconia.  Sembrava  che  il  marchese
    avesse  deciso  di realizzare agli occhi della sua famiglia,  dei suoi
    amici e dei suoi vassalli,  le magie  che  si  dicono  prodotte  dagli
    incantesimi  delle  fate e dei geni.  Si sforzava di partecipare della
    comune letizia;  e mostrava di sentirsi commosso ascoltando la melodia
    di una soave musica,  che ora negli appartamenti,  ora nei giardini si
    udiva ad intervalli;  egli inoltre mostrava una faccia ilare,  ridente
    ed affabile a tutti coloro che lo salutavano e gli indirizzavano mille
    lusinghieri complimenti; ma, quando si trovava solo e senza testimoni,
    la  sua  apparente  contentezza  e giocondit,  insensibilmente veniva
    meno;  e allora si vedeva che la noia,  il disgusto e forse  anche  il
    rimorso  agitavano  la  sua  anima,  lo  divoravano  internamente e lo
    rendevano quasi insensibile ai piaceri che lo circondavano.
    E'  facile  immaginare  i  divertimenti  di   quella   giornata.   Gli
    scambievoli  rallegramenti  sulla  maggiore  et  di  Ferdinando;   il
    passeggio nei giardini,  un pranzo sontuoso e magnifico ne  riempirono
    lo spazio fino al tramontare del sole.
    All'avvicinarsi poi della notte fu dato il via ad uno splendido ballo.
    Questo    senza  dubbio,  fra  tutti i piaceri della societ,  il pi
    brillante, il pi vivace, e si pu dir anche il pi diffuso.
    La marchesa comparve alla festa abbigliata  con  grande  ricercatezza.
    Ella  sfoggiava  per  l'occasione  una  complicata  pettinatura su cui
    brillavano grossi diamanti e altre pietre  preziose.  Aveva  impiegato
    tutti  i  trucchi dell'arte della seduzione per apparire pi leggiadra
    ed elegante.
    Le due sorelle,  Giulia ed Emilia,  furono debitrici di tutto il  loro
    successo  alla  loro  et  giovanile  ed  alla  natura.  Un abito alla
    siciliana molto semplice costituiva la loro toilette;  i loro  capelli
    naturalmente  mossi  erano  raccolti  da  un  nastro  di perle.  Tutto
    l'insieme del loro abbigliamento era semplice  ed  innocente  come  il
    loro cuore, e cos attirava al tempo stesso l'ammirazione di tutti. La
    marchesa sembrava voler attirare a s gli omaggi universali;  ma tutti
    erano irresistibilmente attratti da Emilia  e  dalla  sua  incantevole
    sorella. Gli sguardi e l'attenzione di tutti non vollero altri oggetti
    che le due fanciulle, e restarono fissi su di loro per tutta la durata
    del ballo.
    Ferdinando  ed  una  giovine  fanciulla  di Napoli,  Matilde Costanza,
    aprirono le danze.  Poi Emilia ball col marchese Fazzetti.  Ci si pu
    facilmente  immaginare  il  piacere  ed  il timore di Giulia quando il
    conte di Veresa, quello stesso giovane che tanto le era piaciuto e che
    ella aveva tanto ammirato,  la invit a danzare con  lui.  Ella,  dopo
    avere graziosamente accettato l'invito, gli porse la mano.
    Prima che l'orchestra attaccasse l'aria del ballo, si ud per tutta la
    sala  un mormorio di ammirazione.  Una testa incantevole su due spalle
    d'alabastro,  un collo perfettamente tornito,  una elegante figura che
    mostrava  nello  stesso  tempo modestia,  dolcezza ed ingenuo piacere,
    giustificavano questo primo trasporto e questi omaggi!  Ma  quando  la
    bella  coppia  mosse i primi passi,  con quale attenzione gli occhi di
    tutti seguivano il ballo armonioso e leggero dei due giovani, entrambi
    modello ed ornamento del proprio  sesso!  Gi  la  danza  era  finita.
    Giulia  si  era  seduta  al  fianco  della sorella,  e gli occhi degli
    spettatori la cercavano ancora in quel luogo,  dove aveva danzato.  Un
    silenzio  di  sorpresa  e  di  contentezza  sospese per un momento gli
    applausi, che furono poi profusi alla nostra eroina.
    La superba marchesa di Mazzini non si sarebbe mai  immaginata  che  le
    figlie del suo consorte avrebbero attratto una parte dell'attenzione a
    cui  ella  si  era  preparata.  E  infatti come poteva credere che due
    giovinette,  allevate in una solitaria campagna,  potessero con  tanto
    successo  comparire in una compagnia composta dalla pi bella giovent
    napoletana!  Come poteva pensare che  la  donna  pi  elegante  e  pi
    ricercata  di quella citt dovesse cedere il passo a due fanciulle che
    per la prima volta comparivano in societ!
    Le continue premure,  le attenzioni delicate che il  conte  di  Veresa
    mostr  per  la  sua compagna per tutta la durata del ballo,  finirono
    d'irritare  la  bellezza  orgogliosa   della   marchesa.   Il   conte,
    conquistato dalla prima dolce impressione che Giulia aveva causato nel
    suo animo,  non si stancava mai di seguirla e di contemplarla.  Il suo
    cuore non vedeva che lei sola in quella folla di gente.
    Giova qui ricordare che la marchesa aveva  avuto  un'ardente  passione
    per  il  conte,  e  pur  avendolo  messo  nella  condizione  di capire
    chiaramente quanto sarebbe stato facile ottenere i  suoi  favori,  non
    era  riuscita  nel  suo  intento.  Disprezzata  dall'oggetto della sua
    passione,  testimone del trionfo della sua rivale,  certa che prima  o
    poi  gli  sguardi  del  giovane  avrebbero  reso Giulia sensibile alle
    attenzioni ed  alle  premure  del  conte,  trovava  molti  motivi  per
    eccitare  il  suo  furore  ed  accendere  il  fuoco della vendetta.  I
    desideri amorosi, le dolci speranze di un cuore ardente di affetto, si
    mutarono all'istante in un risentimento mortale e in un  violentissimo
    sdegno.  Il conte, che adorava, divenne per lei il pi crudele nemico:
    e Giulia la sensibile.  l'innocente Giulia,  una giovane  audace,  una
    femmina colpevole, l'oggetto dei suoi furori e delle sue vendette.
    Finse  per  di  essere  partecipe  dell'ammirazione  che Giulia aveva
    eccitato, e spinse la sua dissimulazione tanto oltre, che le indirizz
    parole gentili e piacevoli, e la colm di carezze.  Ma il veleno della
    gelosia  s'insinuava sempre pi nel suo cuore.  La violenza che faceva
    su se stessa,  fingendo un falso amore ed una falsa tenerezza verso la
    bella  giovane,  non  faceva  che  rafforzare  la sua gelosia e il suo
    furore.
    A mezzanotte precisa le porte della  sala  da  ballo  che  davano  sul
    giardino  furono  aperte.   Tutta  la  comitiva  attravers  il  viale
    principale per recarsi nel parco,  dove il  marchese  aveva  preparato
    nuove sorprese e divertimenti.
    Numerose  piramidi e lunghe file di lampade illuminavano l'atmosfera a
    giorno;  fiaccole di differenti colori disposte in  foggia  pittoresca
    rappresentavano  vedute  bizzarre  e fantastiche.  Si vedevano ad ogni
    passo piccole tavole ricoperte di frutta  e  di  liquori  squisiti.  A
    questi allettamenti cos dolci, si univa una soave musica. La giovent
    si  disperse per i viali del giardino.  Il conte cercava di restare in
    compagnia di Giulia;  ma ella evitava questo penoso  eppure  piacevole
    incontro.  Per  distrarre  il  suo  cuore  occupato  da mille pensieri
    completamente  nuovi  per   lei   e   per   sottrarsi   all'universale
    ammirazione,  passeggiava  sola  o  con  la sorella,  per i viali meno
    illuminati del parco.  Stringeva  inoltre  la  mano  di  suo  fratello
    Ferdinando, e lo ricolmava delle carezze pi tenere e pi affettuose.
    Il  marchese  sembrava  incantato dall'unione che vedeva regnare fra i
    suoi  figli,   e  li  contemplava  con  l'espressione  della   paterna
    sensibilit.  La  sua  abituale  tristezza  era stata accantonata alla
    vista di questo affiatamento.
    In quanto poi alla sua  consorte,  ella  non  riusciva  a  vincere  la
    gelosia  che  le  aveva suscitato il successo di Giulia,  e gli omaggi
    continui che il conte Veresa non  cessava  di  offrire  alla  virtuosa
    giovinetta.  Ella abbandon il parco e si rec in un casino illuminato
    e adornato splendidamente, dove era stato preparato un rinfresco.
    Il conte Mariani si trovava a questo trattenimento,  cui partecipavano
    poche  persone  di  confidenza  della marchesa.  Era questi un signore
    anziano che aveva frequentato le pi splendide corti d'Europa. Fornito
    di un'ammirevole gentilezza,  possedeva un gusto squisito  e  un'abile
    diplomazia.  Giulia  gli era sembrata amabile sotto tutti gli aspetti.
    Egli era uno di quegli uomini allegri e spiritosi,  a cui    permesso
    dire  tutto,  ed  esporre riflessioni piene di grazia e di una malizia
    nascosta e gentile.
    Il conte Veresa egli disse,   in gran pericolo di perdere  qui  la
    sua  libert.  Voi  vedrete  che  la bella Giulia avr incendiato quel
    cuore cos fiero e cos difficile ad esser vinto.  Ma d'altronde:  chi
    sar  mai  tanto  ardito  di biasimare questi due giovani se si vedono
    l'un l'altro con  piacere?  Tutto  sembra  concorrere  ad  accoppiarli
    insieme.  Si  pu  dire  senza  sbagliare,  che  sono  fatti l'uno per
    l'altro. Andiamo, amabile marchesa,  impieghiamo tutti i nostri sforzi
    per  unirli  insieme.  Napoli  sia  testimone  di  una nuova coppia di
    persone felici. Io credo che il conte non si dispiacer dello zelo che
    la mia amicizia per lui mi ha ispirato e che mi  vuol  far  concorrere
    alla sua felicit.
    Con  queste  amabili  facezie  il  conte  Mariani  teneva  allegra  la
    conversazione della tavolata.  Ma quanto era penoso  per  la  marchesa
    ascoltarlo, ed ella lo interruppe.
    In verit mio caro Mariani, rispose, voi lodate invano la tenerezza
    del  conte  Veresa.  Un affetto costante e fedele lo spaventa.  L'idea
    delle nozze  insopportabile per lui.  Brillante  e  leggero  come  ,
    antepone i piaceri di Napoli e consacra pi volentieri il suo tempo ed
    i  suoi  affetti alle bellezze di quella citt.  Io sono certa che non
    gli rende giustizia chi lo suppone capace di un progetto serio e di un
    rispettabile impegno.
    Difendetevi,   conte,   disse  Mariani  al  conte  di  Veresa,   che
    sopraggiungeva in quel momento.  Siete attaccato. La marchesa vi vuol
    far passare per incostante e leggero.  Io ho voluto perorare la vostra
    causa, ma mi  stata chiusa la bocca.
    Io  non  so,  rispose il conte di Veresa,  per quale motivo,  o per
    quale involontaria mancanza la  signora  possa  essersi  fatta  di  me
    questa pessima idea.  Io credevo non avere finora dato prova del vizio
    dell'incostanza.  Anzi vi assicuro,  prosegu  guardando  Giulia  con
    tenerezza,   che  dal  primo  istante  in  cui  comincer  ad  amare,
    conserver sempre per tutto il  corso  della  mia  vita  questo  primo
    sentimento nel cuore.
    Si  fatto tardi,  signori,  interruppe bruscamente la marchesa. La
    giornata  passata deliziosamente,  ma il piacere continuo stanca come
    tutto il resto.
    Ognuno,  quindi, si ritir nel proprio appartamento. Giulia si ritrov
    sola, a riflettere su tutto quello che aveva visto e sentito.
    Ella non pot nascondere a se stessa l'impressione che il conte Veresa
    aveva fatto su di lei.  Quando fu certa di questa impressione,  i suoi
    pensieri si rivolsero al comportamento del conte nei suoi confronti. I
    suoi  propositi,  i suoi sguardi,  il suo stesso silenzio interpretati
    senza  prevenzione  potevano   farle   scorgere   un   sentimento   di
    corrispondenza  da  parte  sua?  Quelli  che  ella a prima vista aveva
    creduto di tenerezza e di amore,  forse non erano  che  puri  atti  di
    convenienza,  o  segni di curiosit e di sorpresa!  Amare senza essere
    amati!  Quale dolorosa sensazione per un tenero cuore acceso dal primo
    fuoco d'amore.
    Riflettendo di pi sulla vita del conte fino a quel momento, vi era da
    temere  che un giovane,  dotato di tutti i doni della giovent,  della
    bellezza e dell'educazione,  avesse gi incontrato una  donna  che  lo
    interessasse, e a cui aveva consacrato il suo cuore. Era possibile che
    per  provare  i  primi  sentimenti  d'amore,  egli avesse aspettato di
    recarsi al castello Mazzini e di trovarvi la troppo sensibile  Giulia?
    A  quali pene andava incontro,  se era condannata ad amare un uomo gi
    impegnato!
    Il nuovo giorno la trov ancora  sveglia,  non  aveva  chiuso  occhio.
    Presa dalle sue preoccupazioni si alz all'alba; e senza accorgersene,
    impieg  nell'abbigliarsi pi cura e pi attenzione del solito: poi si
    apprest ad attendere l'ora della colazione leggendo un libro nel  suo
    piccolo studio.
    Facile  immaginarsi  da quali differenti pensieri fu interrotta la sua
    lettura. Avendola finalmente la campana distratta,  si rec nella gran
    sala, ove doveva riunirsi tutta la comitiva. Ella era andata a cercare
    sua  sorella,  in  compagnia  della quale scese.  Sebbene fosse la sua
    amica e la sua confidente non le fece parola delle sue preoccupazioni,
    riusciva appena a svelarle a se stessa!  Emilia  e  Giulia  furono  le
    prime ad entrare nella sala: e gli altri le raggiunsero poco dopo.  Il
    marchese loro padre,  pi triste e pensieroso del solito,  dette  loro
    freddamente  il buongiorno;  e l'accoglienza della sua consorte non fu
    certamente pi gentile. Comparvero Ferdinando, Veresa, Mariani e tutti
    gli altri convitati. Giulia non osava alzare gli occhi dalla parte del
    conte,  temendo che  un  solo  sguardo,  anche  involontario,  avrebbe
    tradito  il  suo  segreto.  Questo  secondo giorno fu pure dedicato al
    piacere come il precedente. La sera fu dato un gran concerto, di cui i
    musicisti furono gli stessi invitati.  Ferdinando  suon  il  violino,
    Giulia  cant  accompagnata  dal  conte,   che  suonava  il  flauto  a
    meraviglia;  eseguirono insieme una nuova  sonata.  Giulia  all'inizio
    tremava,  ma in seguito acquist pi sicurezza e cant molto bene.  Il
    concerto termin con un assolo della fanciulla.  L'aria era semplice e
    commovente,  e  tocc  gli animi a tal punto che alla fine dell'ultima
    strofa gli occhi degli astanti erano bagnati di lacrime. Questo era il
    momento per Giulia di conquistare il cuore del conte Veresa, se la sua
    inesperienza e la sua purezza non l'avessero ostacolata.
    Il giovane conte,  accecato dalla forte  impressione  che  Giulia  gli
    aveva fatto, si era dimenticato di trovarsi in una numerosa assemblea,
    e  che gli sguardi di tutti erano,  in certo modo,  rivolti su di lui.
    Preso dall'amore che lo  incatenava  alla  fanciulla,  la  contemplava
    estatico  e  con  occhio  appassionato,  e  non  si  stancava  mai  di
    guardarla, di ammirarla.  Era sul punto di gettarsi ai suoi piedi e di
    giurarle amore eterno, e lo avrebbe gi fatto, se uscendo ad un tratto
    dal  delirio  non  avesse  considerato  quanto  ci sarebbe stato poco
    corretto e pericoloso data la circostanza.
    La notte di quel giorno non fu meno tempestosa per i nostri due amanti
    della precedente. Giulia non riusc a chiudere occhio.
    Verso le due, ella che aveva lasciato aperte le finestre per godere il
    fresco e la bellezza della notte,  e che dopo le ore del  divertimento
    godeva  il  silenzio ed il riposo della natura,  fu distolta dalla sua
    malinconia dal fruscio di ramoscelli e dal lieve ma  sensibile  rumore
    di passi di uno sconosciuto che attraversava un viale del giardino per
    avvicinarsi   alle  finestre  del  suo  appartamento.   Nell'oscurit,
    osservando dalle persiane che aveva abbassate,  cerc  di  capire  chi
    potesse essere,  ma lo sconosciuto,  avvolto in un lungo mantello, non
    si lasci riconoscere.  Egli aveva in mano un liuto.  Postosi sotto le
    finestre  di  Giulia,  dopo un preludio tenero e commovente,  cant la
    seguente canzone:

    O Notte, altrui propizia,
    Quiete agli affanni o all'opre,
    Dell'ombre tue si cuopre
    Il vigile amator.

    Care gli son le tenebre,
    Care gli son le piante;
    Mai dorme dell'amante
    Il palpito del cuor.

    Deh! al guardo altrui nascondilo...
    Ma tutto intorno tace;
    Qui solo non ha pace
    Il vigile amator.

    Senza timor pu sciogliere
    Il flebile lamento
    Ch il loco ed il momento
    Son sacri al suo dolor.

    Le corde siano interpreti
    Dei palpiti del cuore,
    E dolcemente Amore
    Si rechi al suo tesor...

    Ma qual folla seducelo?
    Qui tutto intorno tace;
    E solo non ha pace
    Il vigile amator.

    Quest'ultima  strofa  fu  seguita  dalla  ripetizione  di  una   parte
    dell'aria.  Quindi  scese  il silenzio;  e poco dopo lo sconosciuto si
    allontan e si perdette fra le tenebre del viale  pi  vicino.  Questa
    dolce  melodia  produsse  in  Giulia  una  tranquillit  ed un piacere
    vivissimo.  Per quanto fosse dubbiosa sui sentimenti  che  ella  aveva
    ispirato al conte Ippolito Veresa, non poteva per dimenticare che per
    due  giorni  continui  egli aveva cercato di trovarsi continuamente al
    suo fianco,  che l'aveva invitata al ballo ed avevano ballato insieme;
    che aveva fatto vibrare la sua voce cantando al suono del flauto;  che
    aveva mostrato per lei le pi assidue e le pi delicate attenzioni;  e
    che finalmente tutto ci voleva dire che egli provava per lei,  se non
    amore,  almeno una  sincera  ammirazione  ed  un  affetto  rispettoso.
    Mettendo  insieme  tutte  queste  circostanze,   si  convinse  che  lo
    sconosciuto non fosse altri che Ippolito stesso.  Era sua quella voce,
    suoi  erano  quegli  accenti,  era  quello il suo modo di suonare.  Un
    debole raggio di luce penetrato fra il folto velo della notte le aveva
    fatto riconoscere, o almeno intravvedere, i suoi lineamenti.
    Mille idee gradevoli e consolanti presero il posto delle  angustie  di
    prima.  Un balsamo vivificatore le circol per le vene.  Il sonno fino
    ad allora interrotto giunse finalmente  con  piacevoli  sogni  che  la
    rallegrarono fino al risveglio.
    Tutto  le dava motivo di sperare che questo inizio di felicit avrebbe
    assicurato per lo meno quella del giorno seguente.  Recatasi con tutta
    la  comitiva  nella gran sala da pranzo,  si dispiaceva della lentezza
    d'Ippolito che non si vedeva ancora.  Tutte le volte che si apriva  la
    porta ed arrivava qualcuno,  ella restava delusa. Il suo cuore batteva
    nello stesso tempo per l'impazienza e per il dispetto.  Finalmente  il
    caso  volle  che  la nostra eroina dai discorsi della comitiva capisse
    che Veresa all'alba era partito per ritornare a Napoli.
    Questa precipitosa partenza fece cambiare completamente opinione  alle
    due  donne che nutrivano per il conte due sentimenti molto vivaci,  ma
    di natura opposta.
    Giulia vedeva precipitare il fragile edificio  della  sua  felicit  a
    causa di questa inaspettata partenza. A che si riducevano tutte le sue
    congetture e tutte le sue speranze?  Come appoggio poteva contare solo
    su alcuni atti di gentilezza,  di semplici convenienze di societ  che
    ella  aveva  scambiato per segni di tenerezza e d'amore.  Il conte non
    l'aveva scelta come compagna nel ballo se non per caso!  Tutto ci che
    le  aveva detto di lusinghiero,  era soltanto buona usanza in societ!
    Non aveva forse cantato sotto la sua finestra quelle strofe cos belle
    e commoventi?  Se l'amore si fosse veramente insinuato nel suo  cuore,
    come   si   sarebbe   allontanato   dal  castello  Mazzini  con  tanta
    sollecitudine e cos all'improvviso?
    Per fortuna,  ella diceva a se stessa,  non  consapevole della mia
    debolezza,  e  non lo sar mai.  Questo segreto non uscir mai dal mio
    cuore.  Fino all'estremo respiro della mia vita  io  lo  terr  chiuso
    dentro  di  me.  Non  sia mai che il crudele,  l'insensibile Ippolito,
    sappia da Giulia,  che egli le aveva tolto il riposo  ed  alterata  la
    primitiva serenit del cuore e della vita.
    D'altro  canto  la  marchesa  non  pot  trattenere  la  sua delusione
    sentendo che il conte  l'aveva  cos  incivilmente  abbandonata.  Ella
    aveva  cominciato  a  sperare che durante una festa sarebbe riuscita a
    farlo cadere nelle insidie della sua bellezza e dei  suoi  favori.  La
    scusa di una passeggiata,  di una caccia,  di un ballo doveva, secondo
    lei,  presto o tardi,  servire ai suoi fini.  Consumata  nell'arte  di
    approfittare  di  ogni  mezzo  di  seduzione,  e  di  quei  momenti di
    contentezza, in cui il cuore predisposto al piacere ne va in cerca con
    ardore, e ansiosamente li coglie,  come avrebbe potuto sfuggire ad una
    donna  bella  e  seducente  che  lo  istigava ad approfittare dei suoi
    favori, e gli porgeva, per cos dire, la coppa della volutt!
    Niente poteva calmare il suo dolore,  se non il pensiero che Ippolito,
    allontanandosi  da  lei,  si era pure allontanato da Giulia.  Egli era
    dunque indifferente a tutte e due! N l'una, n l'altra aveva preso il
    suo cuore,  e di conseguenza ella non doveva arrossire per il  trionfo
    di  una  rivale!  Questa  idea la consolava un po';  ma ben presto una
    impressione dette luogo ad un'altra,  la quale  ebbe  poi  ragione  di
    tutte le altre. Continuarono le feste per un'intera settimana, ed ogni
    giorno  la marchesa proponeva nuovi divertimenti.  Circondata come era
    da una giovent volubile e fantasiosa,  ella ne imitava i deliri e  le
    illusioni.  Il  suo  scopo  era  di  distrarsi;  ma  invano  cerc  di
    riuscirvi. Il pensiero di Ippolito la seguiva ovunque, le tornavano in
    mente ad ogni istante,  suo malgrado,  le  gentilezze  del  conte  per
    Giulia,  e  gli sguardi appassionati gettati cos spesso su di lei che
    tanto profondamente  le  erano  rimasti  impressi  nel  cuore.  Questi
    ricordi  pieni  di amarezza non fecero che accrescere la sua gelosia e
    alimentare il suo furore.
    Al colmo della rabbia cercava di umiliare Giulia con pungenti parole e
    con quelle  espressioni  mortificanti,  che  prese  da  sole  sembrano
    sciocchezze, ma unite al resto esprimono il risentimento ed il livore,
    e  recano  dolore  e  qualche  volta  anche  disperazione  a  chi ne 
    bersaglio.
    I giorni si succedevano l'uno all'altro; e gi erano passate parecchie
    settimane, senza che si parlasse di tornare a Napoli. Anzi il marchese
    manifest un giorno l'intenzione di  passare  nel  castello  il  resto
    dell'estate.  La marchesa ricevette questa notizia con la pi perfetta
    rassegnazione, e si prepar ad uniformarvisi: pareva che ella si fosse
    assolutamente distaccata dai piaceri di  Napoli,  e  che  non  volesse
    nemmeno  ricordarsene  pi.  In  preda alle distrazioni ed ai sollazzi
    della campagna, si occup di abbellire la sua nuova residenza di tutti
    gli ornamenti e di tutte le comodit possibili.  A forza di  pressanti
    inviti,  a cui i suoi amici non mancavano di corrispondere,  le riusc
    di invitare al castello una comitiva sempre nuova,  poco numerosa,  in
    verit, ma scelta.
    La  bellezza  del principale appartamento del castello,  abitato dalla
    signora Menon e dalle due pupille,  e che il marchese aveva scelto per
    soggiorno di queste ultime fino al termine della loro educazione (egli
    aveva  pensato,  che  recandovisi  per  un giorno o due all'anno,  era
    naturale che l'appartamento pi bello  fosse  abitato  da  chi  doveva
    soggiornarvi  continuamente)  aveva  pi  volte  attirato l'attenzione
    della marchesa.
    Ora avendo deciso di  trattenersi  a  Mazzini  con  lo  sposo  per  il
    rimanente  dell'anno,  fece  sapere  che  aveva  intenzione di abitare
    quell'appartamento principale.  E di fatti non vi  era  nulla  di  pi
    piacevole della vista che esso offriva. Dai balconi della gran sala si
    vedeva  un  immenso orizzonte,  il mare formava parte della veduta,  e
    l'occhio si  posava  sullo  stretto  di  Messina,  sulle  coste  della
    Sicilia,  sugli alti monti della Calabria. Questo magnifico quadro era
    rallegrato dal passaggio delle  navi  che  di  continuo  varcavano  lo
    stretto,  le  cui  vele  riflettevano  i  raggi  del sole.  Vi era una
    galleria che conduceva ad una terrazza, dove tutto questo panorama era
    ancora pi vasto, ed in conseguenza pi sublime.
    Parecchi operai furono destinati ad arredare nuovi  appartamenti  alle
    tre  sfrattate  e  per  addobbare  il  quartiere principale con grande
    eleganza. La signora Menon, Emilia e la sorella furono collocate nella
    parte contigua all'ala meridionale del castello,  e con  questa  nuova
    disposizione Giulia rimase in possesso del suo diletto gabinetto.
    Le  loro nuove camere erano vaste e spaziose,  ed il marchese vi aveva
    fatto fare tutti gli abbellimenti necessari.  Erano  state  ornate  di
    eleganti mobili: ma, siccome le finestre che davano loro la luce erano
    alte  ed  aperte  su  un  muro  molto  spesso,  avevano un'aria cupa e
    tenebrosa,  che dava loro un  aspetto  triste  e  malinconico.  Giulia
    visitando il suo nuovo appartamento si accorse che esso era contiguo a
    quell'ala  meridionale  del  castello,  nella quale non avevano potuto
    entrare durante la loro perlustrazione,  e  verso  la  quale  la  loro
    fantasia,  eccitata dai misteriosi avvenimenti gi narrati,  era quasi
    continuamente rivolta.
    Questa nuova vicinanza sconvolse la mente di Giulia  e  vi  sparse  un
    terrore  che ella non riusc pi a vincere.  Lo partecip alla signora
    Menon,  la quale si  sforz  di  farle  coraggio,  di  calmarla  e  di
    infonderle quella sicurezza di cui ella stessa era priva.  L'averle il
    marchese negate le chiavi,  la interrotta confessione di Vincenzo  sul
    letto  di  morte,  la  impensierivano.  Ma  si disse che sarebbe stato
    inutile e pericoloso fomentare ed alimentare delle idee di timore e di
    spavento nello spirito della sua giovane pupilla.
    Mentre un  giorno  la  fanciulla  stava  disponendo  alcune  cose  nei
    cassetti   di  un  vecchio  mobile  collocato  nella  camera  del  suo
    appartamento, trov nel fondo di uno di essi un ritratto; lo prese con
    vivacit e si mise a contemplarne i lineamenti con grande  attenzione.
    Il  ritratto  rappresentava  una  donna di circa ventidue anni;  erano
    scolpiti sul volto di lei i  segni  di  una  profonda  malinconia.  La
    dignit,  il coraggio,  la rassegnazione erano espressi nei suoi occhi
    rivolti  al  cielo.  Osservando  quel  volto  pieno  di  grazia  e  di
    sensibilit, si giudicava a prima vista, che la dama rappresentata nel
    ritratto  aveva  patito le pi crudeli sofferenze.  La pittura offriva
    tanto naturalmente quest'idea, che Giulia a poco a poco,  commossa dai
    sentimenti  espressi  dal  pennello  con  tanta  maestria,  si  lasci
    involontariamente cadere dagli occhi lacrime di tenerezza,  e sent il
    suo cuore stretto da una profonda afflizione.
    La  signora  Menon,  la rispettabile confidente dei suoi affetti e dei
    suoi pensieri,  fu quella a cui Giulia si rivolse per comunicarle  ci
    che le era accaduto, e le consegn il ritratto, dicendole in qual modo
    l'avesse trovato.
    Appena  la  brava  signora  ebbe gettato lo sguardo su quella pittura,
    riconobbe i lineamenti della madre delle sue pupille,  e non  credette
    necessario  nasconderlo  alla  tenera  Giulia.  S,  mia cara amica,
    esclam la signora Menon,  voi dovete  contemplare  con  rispetto  ed
    amore  questo  prezioso  ritratto.  Vi  rappresentata una madre,  una
    madre amabile, di cui foste privata fin dall'infanzia, e che fu la mia
    pi tenera amica. Ringraziamo, o Giulia, la Provvidenza,  che in mezzo
    alle nostre pene ci manda questa dolce consolazione.  Guardiamo questo
    ritratto come una specie d'indennizzo che essa ci offre  per  renderci
    una  parte  di  ci  che vi fece perdere nei primi giorni della vostra
    vita.
    Tutte e due ad una voce chiamarono Emilia perch condividesse con loro
    quei momenti di felicit e di piacere.  E' naturale che le due sorelle
    invitassero  la signora Menon ad informarle di qualche particolare che
    riguardava la loro madre,  che ella  diceva  di  avere  cos  a  fondo
    conosciuta.  Per quanto uno sia avvezzo alle proprie pene, vi sono dei
    momenti in cui  esse  lo  affliggono  pi  del  solito,  ed  incidenti
    imprevisti  si combinano per renderle pi pungenti e pi dolorose.  Ed
    uno appunto di questi incidenti casuali per  le  due  sorelle  era  la
    scoperta del ritratto. Pertanto insistettero con calore con la signora
    Menon,  per  indurla  al  racconto  di  ci  che  riguardava  la  loro
    genitrice.
    Ella cerc per un po' di tergiversare,  ma non potendo  pi  resistere
    alle loro carezze ed alle loro preghiere,  le fece finalmente sedere e
    cominci a narrare.  Mi sembra di avervi gi detto,  mie care amiche,
    che Luisa Bernini, vostra madre, era l'unica figlia del conte Bernini.
    I  suoi  possedimenti  si  trovavano  in una zona posta alle falde del
    monte Etna nella  valle  de'  Demon.  Questa  valle  era  stata  cos
    battezzata da una tradizione popolare, per cui si credeva che il monte
    Etna  fosse una parte dell'inferno,  e che le eruzioni di quel vulcano
    fossero prodotte dalle fiamme divoratrici di quel luogo di dolore e di
    eterno castigo.
    Circa trent'anni fa durante una terribile eruzione le  propriet  del
    conte  Bernini  furono  sepolte  sotto la lava.  Scomparvero in quella
    occasione borghi, citt,  foreste,  fiumi e monti.  Furono riempite le
    valli, ed un'immensa popolazione perse la vita.
    Il  conte  Bernini non era sul posto quel giorno perch alcuni affari
    lo avevano condotto a Napoli: ma la sua consorte  e  suo  figlio,  che
    abitavano  al  castello,  restarono,  come  tutti  gli altri infelici,
    vittime di quell'orribile tragedia.  Il  conte  Bernini  dunque  rest
    nello stesso giorno privo della sposa,  del figlio e dei suoi beni.  I
    frammenti di propriet che gli restavano erano cosa  ben  misera.  Gli
    rimaneva  per  fra  tante disgrazie una sola consolazione,  perch il
    caso aveva voluto che Luisa,  unica sua  figlia  di  circa  diciannove
    anni,  non  si trovasse al castello col resto della famiglia.  Ella si
    era recata da una sua parente per passare con lei alcune settimane.
    Il padre e la figlia si ritirarono in una villetta nelle vicinanze di
    Catania. La mia famiglia viveva nei pressi.  Una lunga amicizia legava
    mio padre con vostro nonno, ed una simpatia ancora pi dolce strinse i
    medesimi legami fra me e Luisa vostra madre.  I medesimi desideri,  le
    stesse abitudini,  una perfetta somiglianza di  gusti  rendeva  questa
    amicizia  ancor  pi  intima  e  indissolubile.  Le  stesse  disgrazie
    concorrevano ad unirci;  anch'io in tenera  et  avevo  perduto,  come
    Luisa,  mia  madre,  e  un'eruzione  del  monte  Etna aveva similmente
    inghiottito tutti i possedimenti della mia famiglia e  mio  padre.  Un
    fratello,  pi giovane di me, ed io, eravamo i soli scampati al comune
    destino.
    Il conte Bernini accord ad entrambi un  asilo  nella  sua  casa:  ci
    permise  di  considerarci  come suoi figli,  e ci dimostr la medesima
    premura. Mio fratello aveva allora diciassette anni.  Vostro nonno gli
    fece  terminare  la  sua  educazione.  Siccome il mio giovane fratello
    aveva ricevuto dalla natura il seme dell'ingegno e  delle  pi  nobili
    virt,  non  fu  che un piacevole divertimento per il conte sviluppare
    queste sue preziose doti. Orlando, cos si chiamava mio fratello,  non
    approfittava mai tanto delle lezioni del suo rispettabile benefattore,
    come quando ad esse eravamo presenti Luisa ed io,  ed  per questo che
    anche noi vi prendevamo parte: anzi il conte,  che aveva osservato che
    la  nostra  presenza raddoppiava l'applicazione ed i progressi del suo
    allievo,  ci aveva quasi obbligato a seguirle.  Il  risultato  fu  che
    Luisa  ed  io  approfittavamo  senza  accorgercene  degli studi di mio
    fratello,  e se ora posso vantare qualche piccola conoscenza,  se oggi
    mi  permetto di dirigere la vostra educazione,  io ne sono sicuramente
    debitrice a queste  prime  e  interessanti  frequentazioni  della  mia
    giovent.
    L'amicizia costante che tutti insieme ci univa,  rendeva pi vivace e
    pi bella la nostra vita,  e gettava in certa maniera  un  velo  sulle
    nostre  disgrazie.  Ma  questi  primi  momenti  di consolazione furono
    presto interrotti.
    Orlando,  mio fratello,  fu chiamato alle armi.  Il conte  gli  aveva
    procurato  un grado in un reggimento siciliano,  e gli giunse l'ordine
    di raggiungere subito il reggimento.  Egli si  prepar,  ma  bisognava
    pensare a separarsi dai suoi.
    "La vostra separazione non sar eterna",  mi disse il conte; "i primi
    onori militari che ricever, il suo innalzamento ad un grado superiore
    da lui meritato segneranno l'epoca del  suo  ritorno.  Orlando  ha  un
    animo troppo nobile per farci aspettare a lungo".
    Solo  al momento di una partenza si provano i cuori;  solo quando due
    giovani  uniti  l'uno  all'altro  con  vincoli  pi  forti  si  vedono
    obbligati  a frapporre fra loro un lungo e penoso intervallo,  possono
    capire quanto sia vivo e forte l'affetto  che  li  unisce.  Invano  la
    giovane e graziosa Luisa nascondeva il suo dolore.  Anche se per darsi
    un contegno aveva preso la sua arpa e cercava di trarne qualche suono,
    le lacrime che involontariamente sfuggirono dai suoi occhi  mi  fecero
    comprendere fino a qual punto Orlando le fosse caro.
    Pochi  momenti  dopo  mio  fratello  rientr  nella sala col suo cane
    favorito.   "Gradite  signorina",   disse  a  Luisa,   "questo  povero
    animaluccio.  Promettetemi di aver per lui qualche cura: egli sa amare
    la mano che lo accarezza,   buono e fedele,  e vi  ricorder  qualche
    volta  del  suo  primo  padrone.  Ah!  che se io fossi certo di essere
    qualche volta presente al vostro cuore,  la mia partenza sarebbe  meno
    dolorosa.  In  quanto a me,  mia cara Luisa,  avr sempre scolpita nel
    cuore la vostra immagine e un dolce  ricordo  di  voi.  Mi  seguiranno
    ovunque, e mi compenseranno un poco di tutto quello che perdo oggi".
    Luisa non gli rispose che con uno sguardo. Ma qual tenera espressione
    esso rivelava!  Giunta l'ora di separarsi,  Orlando si allontan dalla
    nostra abitazione.
    Come divenne triste la nostra dimora! come tutto ci sembrava monotono
    e serio! E le bellezze della natura,  e le amenit dei diversi luoghi,
    e  i  miracoli  stessi  della  vegetazione che un giorno tutti insieme
    ammiravamo, non producevano che fredde impressioni sulla nostra anima.
    Luisa divenne ben presto malinconica;  anteponeva  la  solitudine  ai
    piaceri della societ;  si abbandonava spesso al piacere della musica,
    ma solo per ripetere  sulla  sua  arpa  l'aria  favorita  di  Orlando;
    quell'aria  che  il  giorno  della  sua  partenza ella aveva pi volte
    cantato per soddisfare le sue richieste.
    Il conte riceveva di quando in quando notizie del suo allievo;  e  si
    seppe  che egli si era distinto in parecchie spedizioni: ed una eroica
    azione gli fece ottenere un grado  superiore.  Frattanto  la  stagione
    avanzava;  l'armata  si acquartier per l'inverno,  ed Orlando ebbe la
    licenza dai suoi comandanti di recarsi da noi.
    La campagna di guerra lo aveva in  qualche  modo  perfezionato:  allo
    splendore  della  prima giovent era succeduta un'aria di dignit come
    si conviene ad un uomo gi maturo. Il conte,  dal suo canto,  gli fece
    la pi gentile e la pi amorosa accoglienza, ed io lo rividi con molto
    piacere.
    Quando  egli  si present a Luisa ci fu chiaro leggere nei suoi occhi
    che aveva ancora per lei il medesimo  affetto  di  prima.  L'imbarazzo
    nella  sua  maniera  di  presentarsi,  il turbamento con cui Luisa gli
    rispose, avrebbero fatto capire all'uomo meno prevenuto, che una dolce
    simpatia aveva per sempre uniti fra loro la mia amica e mio fratello.
    A questo punto non posso fare a  meno  di  raccontarvi  il  caso  pi
    notevole  della  mia  vita.  Orlando  aveva condotto con s un giovane
    ufficiale francese,  e ce lo aveva presentato come un suo compagno  di
    reggimento:  in  uno  scontro  molto pericoloso egli aveva salvato mio
    fratello,  facendolo scampare ad una morte pressoch  inevitabile.  Il
    conte, non sapendo come dimostrargli la sua riconoscenza, lo trattenne
    al castello come ospite.
    Il  cavaliere  Menon,  cos  si  chiamava il giovane francese,  aveva
    ricevuto una ottima educazione, ed era colto e piacevole.  Un nobile e
    seducente aspetto esteriore accresceva la simpatia che aveva ispirato.
    In  conseguenza dell'abitudine che avevamo di vederci quotidianamente,
    pareva che avesse per me delle attenzioni, e si fosse affezionato a me
    in modo particolare. Confesso che non fui insensibile.  E come potersi
    difendere da un uomo giovane,  amabile, e che avendo salvato la vita a
    mio fratello, aveva aperto una breccia nel mio cuore, e vi aveva fatto
    nascere  un  primo  sentimento   insuperabile,   quello   cio   della
    riconoscenza?
    Questa prima disposizione ci attrasse presto l'un verso l'altro. Egli
    mi   svel   il  suo  amore,   e  subito  seppe  che  era  teneramente
    contraccambiato.  Questi sentimenti non furono a lungo un mistero  per
    mio fratello e per il conte. Fu proposta la nostra unione, ed il conte
    scrisse   in  Francia  per  avere  chiarimenti  sulle  condizioni  del
    cavaliere.   Le   informazioni   che   ricevemmo   furono   pienamente
    soddisfacenti.  Il  mio  fidanzato  era  il  secondogenito di un ricco
    gentiluomo morto da pochi anni;  il maggiore aveva  ereditato  i  beni
    principali, ma i suoi fratelli avevano ricevuto assegni considerevoli.
    Le  nostre nozze si celebrarono in una cappella del castello del conte
    alla presenza di lui, di mio fratello e di Luisa.
    Pochi giorni dopo la nostra unione ci dovemmo separare.  Mio  marito,
    insieme  con  mio  fratello,  furono  costretti  a  ritornare  al loro
    reggimento.
    Il conte e sua figlia mi obbligarono a trattenermi con loro per tutto
    il tempo che sarebbe stato lontano il  mio  sposo,  ed  io  non  potei
    oppormi  al loro desiderio.  Mio marito ricevette i miei addii...  Ahi
    epoca funesta, che non posso rammentare senza lacrime! Era scritto nel
    destino che noi non dovessimo rivederci mai pi.
    La campana che invitava al  pranzo  interruppe  il  racconto.  Le  due
    sorelle,  veramente  commosse da ci che avevano udito,  scesero nella
    sala da pranzo con la signora Menon,  che  si  sforzava  di  mostrarsi
    calma e serena.  Il resto della giornata bisogn consacrarlo ai doveri
    imposti dalla societ,  ed era veramente molto tardi quando  Giulia  e
    sua  sorella furono libere di ritirarsi nel loro appartamento.  Allora
    esse  pregarono  la  rispettabile  amica  di  riprendere  il  racconto
    interrotto, ed ella cos prosegu:
    Mio fratello,  allontanandosi da noi, portava con s quella tenerezza
    che lo teneva unito a Luisa. Non aveva osato parlargliene,  e mi aveva
    impedito di consultare il giovane cuore della mia amica, poich non lo
    aveva  confidato  neppure  a me.  Egli credeva che il proprio onore lo
    condannasse ad un silenzio cos ostinato ed invincibile,  e Luisa  dal
    canto  suo  mi  sfuggiva,  andando  in  cerca  di  luoghi  solitari  e
    malinconici.  Ahi quanta pena mi dava il vedere due persone che erano,
    dopo  il  mio consorte,  tutto ci che io avessi di pi caro al mondo,
    vederle, dico, divorate da crudeli angosce, mentre abbandonandosi alla
    simpatia che cercava di avvicinarli fra loro,  avrebbero potuto vivere
    una  vita  cara e fortunata!  Questa reciproca ostinazione mi sembrava
    tanto pi mal fondata in quanto infinite circostanze  erano  giunte  a
    persuadermi  che  il  padre  di Luisa avrebbe visto volentieri la loro
    unione. Egli stimava mio fratello,  parlava con trasporto del valore e
    della  buona  condotta  di  questo  giovane,  e  lo  ascoltava  con la
    tenerezza di un padre,  con l'entusiasmo di un vero  e  fedele  amico.
    Ogni  qualvolta  ci parlava di mio fratello,  pareva ci dicesse che si
    sarebbe ritenuto fortunato di  potere  sistemare  sua  figlia  con  un
    militare cos valoroso e simpatico.
    Io  cercavo  di  convincere il conte sempre di pi,  quando ricevemmo
    dall'armata una notizia  disastrosa.  Mio  fratello  aveva  avuto  una
    discussione con il cavaliere Menon.  Si erano battuti.  La sorte delle
    armi aveva fatto cadere morto mio fratello ai piedi del mio consorte.
    Per quanto l'afflizione di tutti noi fosse grande, quella di Luisa fu
    enorme.  Questo  orribile  colpo  rovesciava  le  sue  speranze  e  le
    procurava  una  ferita  mortale.  Tutto  da  allora  in poi le divenne
    indifferente.  Invano io le  mostravo  tutti  i  segni  di  un  tenero
    affetto:  ella  non  mi  ascoltava  pi.   Il  suo  cuore  era  chiuso
    all'amicizia e all'affetto.
    Il marchese Mazzini,  uomo ricco e potente,  aveva avuto occasione di
    vedere  Luisa.  Egli  era  allora  in  quell'et  in  cui  si  pensa a
    stabilirsi ed a scegliersi una moglie.  Gett gli occhi  su  Luisa,  e
    indirizzatosi al conte gli fece le pi lusinghiere proposte.
    A quell'epoca viveva ancora mio fratello, e l'idea di diventare sposa
    di un altro lacerava il cuore della mia giovane amica. In conseguenza,
    quando  il  conte  le  disse dell'intenzione del marchese Mazzini ella
    mostr una ripugnanza cos ostinata a tali nozze,  che suo padre  cap
    che sarebbe stato inumano insistere pi oltre su tale argomento.  Egli
    non ne aveva pi fatta parola,  ed il signor Mazzini aveva sospeso  le
    sue visite.
    Luisa  era  allora  della  vostra  et.  Voi  avete  ereditato la sua
    dolcezza e la sua sensibilit.  Come avreste voi nel suo  caso  potuto
    abituarvi  all'idea  di  unirvi  ad  un uomo che non ispira che odio o
    almeno indifferenza,  quando il cuore  occupato da un  oggetto,  alla
    felicit del quale vorremmo dedicarci completamente?
    Ma, ricevuta la notizia della morte di mio fratello, Luisa non mostr
    pi  ripugnanza  nel  compiacere suo padre.  Senza alcuna idea del suo
    futuro, priva del solo oggetto che poteva renderle cara la vita,  ella
    si  arrese  pi  facilmente  alle richieste del conte ed ai rispettosi
    omaggi del marchese Mazzini.  Ella cap che questo matrimonio andava a
    genio  a  suo  padre:  come  poteva  resistergli!  Cedette  dunque  al
    desiderio di tutto ci che aveva allora di pi caro.  Invano  ella  si
    illuse  che  lo sposo a cui si stava per unire le avrebbe reso la vita
    pi sopportabile.  Infelice!  Stringendo questo legame,  intraprendeva
    una strada cosparsa di dolori, di pene e di pentimenti. Vi  ben noto,
    mie  care  amiche,  il  carattere  di vostro padre: non sia mai che io
    voglia diminuire nei vostri cuori la tenerezza ed il rispetto che  voi
    dovete  all'autore dei vostri giorni.  Ma  impossibile nascondervi la
    sua alterigia e l'impetuosit del suo carattere.
    Quale divario fra lui e l'amabile dolcezza  di  Orlando!  Dopo  avere
    amato mio fratello pi di se stessa;  dopo avere concepito la speranza
    di condurre con lui giorni felici e piacevoli: quanto non  si  trovava
    distante  da  queste  prime  illusioni!  Era  costretta  a  sopportare
    continuamente il peso di un  invincibile  orgoglio,  di  una  tirannia
    senza  fine.  Ad ogni istante riceveva una nuova prova che l'amore non
    era certo uno dei motivi che l'avevano spinto a chiedere la sua  mano.
    Il solo scopo dell'interesse e dell'ambizione lo avevano determinato a
    far ci, e potete ben figurarvi da quante pene uno  circondato quando
     unito con legami di tal sorta, ed  condannato a soffrirli per tutto
    il corso della sua vita!
    Il  conte,  a cui non erano nascoste le segrete angosce della figlia,
    facilmente si accorse che la fortuna e le ricchezze non bastavano  per
    formare  un  matrimonio  felice.  Egli  vedeva  la  sua  misera  Luisa
    trascinare i suoi giorni,  e niente poteva fargli sperare  di  vederla
    ritornare felice e tranquilla.  Si rimproverava di averle strappato il
    consenso ad una unione tanto infelice. Questa idea era sempre presente
    al suo pensiero,  e fin col dare un colpo mortale al  suo  cuore.  Si
    ammal, e presto spir fra le braccia della sua diletta figlia.
    Il  marchese  Mazzini,  divenuto  dopo  la  morte  del  conte padrone
    assoluto del castello,  ne fece sparire tutte le delizie,  ed  io  non
    rimasi  in  quella abitazione che per il piacere di vivervi con vostra
    madre e di  darle  qualche  consolazione.  Ma  di  l  a  poco  mi  fu
    recapitata una lettera del mio sposo,  che mi invitava in tutta fretta
    a recarmi il pi presto possibile in Italia presso di lui.  Io lasciai
    la sensibile Luisa dopo i pi teneri addii,  abbandonai la Sicilia,  e
    dopo pochi giorni fui al fianco del cavaliere Menon.
    Quest'incontro,  che sarebbe stato per noi tanto  dolce  prima  dello
    sciagurato incidente di mio fratello, fu per il mio sposo estremamente
    penoso  e d'indicibile dolore.  Esso riapriva le ferite del suo cuore.
    Il suo intimo amico,  il fratello della  sua  sposa,  il  suo  proprio
    fratello,  era colui che aveva immolato per uno stupido e sconsiderato
    risentimento.  Quel sangue prezioso che  egli  aveva  sparso  non  gli
    lasciava  un momento di riposo e di tranquillit.  Quando mi guardava,
    lacrime  amare  fuggivano  dai  suoi   occhi.   Poi   si   allontanava
    precipitosamente   e   non   mi  compariva  davanti  che  dopo  lunghi
    intervalli.
    La guerra continuava pi ostinata che mai.  Il  mio  consorte  voleva
    sempre   trovarsi   in  tutte  le  azioni  pericolose.   Egli  cercava
    ansiosamente la morte  e  non  trovava  per  lo  pi  che  la  gloria.
    Finalmente,  a forza di esporsi ai colpi del nemico,  raggiunse il suo
    scopo. In un combattimento cadde esangue sul campo di battaglia.
    Non star a raccontarvi il mio dolore e la mia  afflizione.  Abuserei
    indiscretamente  della  vostra sensibilit,  se volessi descrivervi la
    mia disperazione;  dopo aver adempiuto agli ultimi doveri verso il mio
    sposo,  mi allontanai pi presto che potei dal teatro della guerra,  e
    mi affrettai verso la residenza  della  famiglia  di  mio  marito,  ma
    disgraziatamente non avevo con me nessun documento che provasse la mia
    unione  con il cavaliere Menon.  Invano mi presentai ai suoi fratelli,
    come la sua vedova: essi me ne domandarono  le  prove  con  una  certa
    durezza.  Io  non  conoscevo  il  mondo  abbastanza per credere che si
    potesse mettere  in  dubbio  una  dichiarazione  fatta  da  una  donna
    integerrima.  Ma  l'interesse  e  l'orgoglio  hanno  reso  gli  uomini
    crudeli!  I miei cognati non vollero ascoltarmi e  mi  respinsero.  Io
    dovetti dunque ritornare in Sicilia.  Siccome il nostro matrimonio era
    stato celebrato nel castello da  un  prete  di  cui  mi  era  nota  la
    residenza,  ed  alla  presenza  di Luisa,  io speravo mediante la loro
    testimonianza e le nostre ricerche,  di ritrovare gli attestati  e  le
    prove incontrastabili della mia unione. Vana speranza!
    Al mio arrivo al castello seppi che vostra madre era morta da qualche
    mese.  Cercai  il  sacerdote  che ci aveva sposati,  ma egli era stato
    costretto a fuggire per sottrarsi ad una pena ecclesiastica, a cui era
    stato condannato per false accuse dei suoi nemici.  Io restavo  dunque
    sola  e raminga per il mondo.  Scrissi molte lettere ai signori Menon,
    in cui li avvisavo dei tristi avvenimenti che mi  avevano  tolto  ogni
    mezzo  di provare la legittimit del mio matrimonio.  Con una risposta
    laconica mi fecero sapere che non mi credevano.
    Non mi rimaneva  altra  risorsa  che  una  piccolissima  rendita  che
    possedevo  grazie  alla  beneficenza  del  conte Bernini vostro nonno,
    motivo per cui mi decisi a rimanere in Sicilia.
    A quell'epoca vostro padre spos in seconde nozze Maria Vellorno.  In
    conseguenza di una tale unione,  egli abbandon il castello di Mazzini
    e stabil a  Napoli  la  sua  dimora,  dove  condusse  il  figlio  per
    terminarvi  la  sua educazione,  e nel tempo stesso decise di lasciare
    voi due nel castello sotto la sorveglianza di una istitutrice. Egli ne
    stava cercando una a  cui  poter  affidare  tale  impegno,  quando  lo
    incontrai.  Ricordandosi  che  una  tenera  amicizia  mi aveva unito a
    vostra madre,  e rendendosi conto con ragione che io avrei  dimostrato
    il  medesimo  affetto  per le sue amabili figliuole,  egli m'invit ad
    abitare il castello ed a presiedere alla vostra educazione.
    Io accettai con trasporto tale incarico, e da quel giorno in poi, mie
    care amiche,  ho avuto il piacere di veder che voi  avete  corrisposto
    alle  mie premure,  e la vostra amicizia mi rende meno sensibili tutte
    le perdite a cui mi aveva condannato il destino.
    Con queste parole, la signora Menon fin il suo racconto. Emilia e sua
    sorella,  commosse da ci che avevano udito,  la colmarono  di  parole
    tenere  e  gentili.  S'impegnarono  con  ogni  premura a far tutti gli
    sforzi dal canto loro per rendere pi piacevole l'esistenza della loro
    istitutrice,  e per farle dimenticare con giorni felici  e  tranquilli
    quelli  che  fin  allora  aveva  passati fra i dolori e le ambasce.  I
    legami che le univano fra loro  divennero  ancor  pi  stretti  e  pi
    preziosi.  Nacque fra le due sorelle una gara a chi era pi affettuosa
    con la signora Menon.  Esse  vivevano,  per  quanto  fosse  possibile,
    lontane  dalla  marchesa Mazzini,  a cui non si avvicinavano che nelle
    ore del pranzo ed in tutte le altre circostanze in cui erano obbligate
    dall'etichetta e dalla convenienza;  ma quando era  loro  permesso  di
    fuggire   questi  obblighi  per  loro  penosi,   ritornavano  al  loro
    appartamento,  e si davano ad innocenti e ingenue occupazioni,  ed  al
    dolce piacere di una amicizia reciproca e di una mutua confidenza.
    Ci  su  cui  Emilia  e  Giulia principalmente s'intrattenevano era il
    destino di Luisa loro madre. La sua morte immatura,  i giorni infelici
    e avvelenati,  da cui la sua morte era stata preceduta, erano per loro
    una sorgente interminabile di  riflessioni  e  di  congetture.  Ma  un
    avvenimento  imprevisto  e  straordinario  sospese  una  sera  la loro
    conversazione.
    Le due sorelle furono una sera obbligate a  trattenersi  in  compagnia
    della  marchesa  fino  ad  ora  molto  tarda.  Gi  la notte era molto
    avanzata,  quando esse si ritirarono  nel  loro  appartamento  con  la
    signora  Menon.  Prima  di separarsi,  avevano fra loro intavolato una
    lunga conversazione,  il cui soggetto era per loro molto interessante,
    quando  ad  un  tratto  il  racconto  che  faceva  la signora Menon fu
    interrotto da un sordo rumore simile ad una porta che si  chiuda,  che
    proveniva immediatamente da sotto la camera in cui esse si trovavano.
    Erano  sole  in  quella  parte  del  castello: quali esseri invisibili
    dunque,  quali spiriti potevano produrre quel  rumore  in  sotterranei
    abbandonati?  Che  possibilit  avevano di risalire alla causa di tale
    avvenimento  nel  pi  profondo  della  notte,  quando  tutti  stavano
    dormendo?
    Immobili  dallo spavento,  per alcuni minuti non ebbero il coraggio di
    guardarsi intorno e di rassicurarsi.  Una specie d'istinto  le  spinse
    fuori da quella camera, e macchinalmente le guid in quella di Emilia;
    vi  erano  appena  entrate,  che  si  fece  udire  il medesimo rumore,
    terrorizzandole.  Esse fuggirono nuovamente  e  si  rifugiarono  nella
    camera della signora Menon. Emilia cadde svenuta ai piedi del letto, e
    le  altre  due si sforzarono di soccorrerla finch ella,  dopo qualche
    tempo,  ritorn in se stessa.  La paura a poco a poco si plac,  e  la
    signora Menon,  volendo rendere loro il riposo e la sicurezza, impieg
    tutta la  sua  eloquenza  per  calmare  le  loro  fantasie  turbate  e
    sconvolte.   Le   invit   a  non  raccontare  a  nessuno  l'accaduto,
    specialmente ai  servi,  le  cui  sinistre  congetture  e  inevitabili
    esagerazioni,  non  avrebbero  che  aumentato  quel male che si doveva
    vincere in ogni modo.
    Ella era infine riuscita a ricondurre le sue allieve ad uno  stato  di
    calma  e  di  tranquillit;  ma  era  ben  lungi  dal possedere quella
    sicurezza che aveva cercato di infondere alle due sorelle.  Ripensando
    tra s a questa catena di straordinari eventi, e confrontandoli con la
    condotta  del  marchese,  non  pot  non credere che vi fosse sotto un
    mistero.   Sicuramente  il   castello   nascondeva   qualche   oggetto
    misterioso, specialmente l'ala meridionale che era disabitata. Ma qual
    era  questo  mistero?  E  come scoprirlo?  A questi due pensieri erano
    rivolte le sue riflessioni.
    Con tutto ci ella mostr un'aria serena e tranquilla.
    Non ne parliamo pi,  disse loro,  mie tenere amiche;  vostro padre
    potrebbe arrabbiarsi se spargiamo questa voce in giro per il castello.
    Aspettiamo  di  aver  fatto delle ricerche un po' pi approfondite,  e
    nascondiamo i nostri sospetti fino a che  non  avremo  in  mano  delle
    prove  che  siano  fondate  e credibili.  Fino a quel momento dobbiamo
    temere che,  facendoci passare per spiriti  deboli  e  visionari,  non
    siano messi in ridicolo i nostri timori.
    Le  due  sorelle,  persuase  che  sarebbe  stato  impossibile per loro
    passare altre notti  nel  loro  appartamento  senza  avere  al  fianco
    qualcuno capace di soccorrerle,  e determinate d'altro canto a seguire
    il  consiglio  della  signora  Menon,   decisero  di  non  far  parola
    dell'accaduto  che  al loro fratello,  e di invitarlo a pernottare con
    loro per incoraggiarle con  la  sua  presenza.  Rimanevano  ancora  da
    passare alcune ore della notte.  Siccome erano cos spaventate che non
    avevano il coraggio di separarsi,  decisero di rimanere insieme fino a
    giorno,  e di distrarsi col piacere della conversazione, che tentarono
    invano di dirigere su argomenti  indifferenti  o  estranei  alla  loro
    visione.  Le loro menti ne erano troppo colpite, e le loro riflessioni
    e le loro idee erano continuamente dirette a quell'avvenimento. Giulia
    e sua sorella domandarono alla loro amica cosa pensava sulle ombre dei
    morti,  sulla separazione dell'anima dal corpo e sui racconti  veri  o
    favolosi che sempre sono stati fatti sulle apparizioni notturne.
    Mie care fanciulle,  riprese la signora Menon, io non sono in grado
    di rispondervi su questa materia in maniera decisiva ed assoluta.  Ci
    che  raccontano  gli  uomini  di  fatti  straordinari    quasi sempre
    equivoco o esagerato.  La  paura,  la  credulit  hanno  creato  molti
    spettri  e  spiriti  notturni.  L'amore  per  il  fantastico  ha fatto
    supporre delle cose inverosimili.  La preoccupazione e l'ignoranza  di
    certe  persone,  che  niente  sanno  vedere  con saggezza e discernere
    rettamente spesso hanno dato un aspetto miracoloso  o  contraddittorio
    alle cause naturali, ad avvenimenti facilmente spiegabili.
    Con tutto ci io sono ben lontana dal disprezzare le testimonianze di
    persone  degne  di fede,  le quali mi attestino di aver veduto qualche
    oggetto straordinario.  Non abbiamo noi in alcune manifestazioni della
    natura evidentissime prove,  che essa non conosce limiti o, per meglio
    dire,  che  la  maggior  parte  delle  sue  combinazioni  sono  ancora
    sconosciute all'uomo? Per non dir nulla dei misteri della vegetazione,
    che  nessun  mortale  ha mai penetrato,  l'attrazione dei metalli,  la
    direzione dell'ago calamitato  verso  il  polo  settentrionale:  tutti
    questi   ed  altri  simili  fatti  sorprendenti,   non  sono  per  noi
    altrettanti miracoli,  di cui non solo non abbiamo penetrato le cause,
    ma che appena conosciamo?
    D'altronde,  mie care ragazze,  niente  impossibile a Dio. Solamente
    gli empi e gli ignoranti suppongono che la  divina  onnipotenza  abbia
    dei  limiti.  Se  a  lui  piace  di  rivelarci  i segreti del nascosto
    avvenire,  di farci presenti i pericoli che ci sovrastano;  qual  uomo
    sar tanto audace da imporre un ostacolo, una barriera alla sua divina
    volont?  Possiamo  tenere per certo,  che se il creatore e regolatore
    dell'universo spaventa qualche volta il colpevole,  non  ha  per  mai
    turbato  il  riposo  del  giusto  e  la  tranquillit  dell'innocenza.
    Proseguiamo dunque ad onorarlo con la nostra virt,  e mai,  state pur
    certe, la sua onnipotenza sar usata per spaventare i nostri cuori.
    Queste  riflessioni  e la tranquillit del resto della notte calmarono
    le due sorelle. Sul far del giorno tutte e tre si addormentarono, e si
    risvegliarono molto tardi.
    Appena poterono vedere Ferdinando gli narrarono tutto ci che  avevano
    udito la precedente notte, lo spavento da cui erano state colpite ed i
    loro  timori  per  le  notti  seguenti.  A mano a mano che il generoso
    giovane ascoltava il loro racconto sui  misteri  dell'ala  meridionale
    del castello, la sua fantasia si vedeva ardere d'impazienza, ed il suo
    cuore era penetrato dal pi violento desiderio di scoprire la causa di
    questi    avvenimenti.    Egli   stesso   si   offerse   di   vegliare
    nell'appartamento delle sorelle;  offerta  che  esse  accettarono  con
    grandissimo  piacere.  Ma  siccome la camera in cui dormiva Ferdinando
    era molto lontana dall'appartamento che le  tre  donne  abitavano,  fu
    deciso,  per  non  essere  sorpresi da nessuno,  che al momento in cui
    tutti i signori ed i servi si fossero ritirati nelle  loro  rispettive
    camere,  egli  si  sarebbe  recato  da loro,  adoperando la necessaria
    precauzione per evitare sguardi importuni.
    Avendo deciso ci Emilia e  la  sorella  attesero  impazientemente  la
    notte.
    Gi  l'orologio  del  castello  aveva  suonato  l'una;  tutti si erano
    ritirati nelle loro stanze,  non si udiva che il canto  lugubre  degli
    uccelli  notturni,  e  in  lontananza  le voci dei cani dei contadini,
    quando Giulia,  i cui pensieri gi disposti al timore andavano ideando
    qualche oggetto di spavento, ud battere alla porta della galleria che
    immetteva nel suo appartamento.
    Era  questo  il  segnale stabilito.  Non ancor bene rassicurata,  ella
    esitava ad aprire,  quando la signora  Menon  la  fece  vergognare  di
    questa debolezza. Subito corse alla porta, l'apr ed entr Ferdinando.
    Sedettero  tutti  e  quattro  vicini  l'un  all'altro,  e cercarono di
    intavolare una conversazione.  Ma siccome temevano di perdere  il  pi
    piccolo mormoro,  ogni momento le due sorelle,  per porsi in ascolto,
    interrompevano il discorso. Credevano continuamente di sentire qualche
    rumore,  ma invano.  Un'involontaria agitazione  frastornava  le  loro
    idee,  e le rendeva incapaci di prestare un'attenzione non interrotta.
    La signora Menon,  pi padrona di se stessa,  faceva ogni  sforzo  per
    dissipare  i  loro  timori  e  renderle  pi  ragionevoli.  Ma la loro
    preoccupazione  era  troppo  forte.  D'altro  canto  Ferdinando,   che
    desiderava  sapere  che  cosa  si  dovesse  pensare,  prestava  grande
    attenzione per non perdere il minimo rumore.  Egli era  persuaso,  non
    solo  per  il  racconto  delle  sue  sorelle,  ma  pi  ancora  per le
    asserzioni della signora Menon, che la notte precedente fosse accaduto
    qualche cosa di straordinario,  e la sua  curiosit  era  accesa  fino
    all'ultimo grado.
    Per altro il caso fece s che quella notte non si udisse alcun rumore.
    Tutto  era  tranquillo,  e di conseguenza non si present alcun motivo
    che giustificasse i timori delle tre donne.
    Ci non ostante,  Ferdinando non fu meno assiduo nelle  sue  visite  e
    nelle  sue  osservazioni  per  diverse  notti  consecutive,  le  quali
    passarono con la stessa calma e tranquillit.
    Lungi dall'essere scoraggiato dal cattivo esito delle sue  veglie,  la
    sua  curiosit fu ancor pi stimolata.  Persuaso come era intimamente,
    che i racconti fattigli  dalla  signora  Menon  e  dalle  sue  sorelle
    corrispondessero  alla  pura  ed esatta verit,  progett di penetrare
    nella parte meridionale del castello e di esaminarla con attenzione in
    tutte le sue parti.  Invano il  marchese  aveva  sperato  di  renderle
    inaccessibili ad ogni sguardo per tanto tempo.  Ferdinando giur,  per
    quanti rischi potesse  correre,  di  non  lasciare  sfuggire  un  solo
    sotterraneo,  una celletta sola,  qualunque fosse, alla perlustrazione
    che aveva deciso di intraprendere.
    Ma come eseguire questo progetto?  Le  chiavi  erano  nelle  mani  del
    marchese,  e  non  c'era  da sperare che egli le volesse consegnare ad
    alcuno.   Aveva  anche  detto  che  si  erano  smarrite   e   respinto
    sdegnosamente coloro che avevano insistito per ottenere il permesso di
    visitare la parte inabitata del castello. Bisognava dunque far ricorso
    ad altri espedienti,  e,  o a caso, o a forza di tentativi, trovare il
    modo di supplire a  quelle  chiavi  che  invano  potevano  sperare  di
    ottenere.
    Riflettendo  seriamente,  Ferdinando  pens  che  la  camera di Giulia
    doveva anch'essa  anticamente  fare  parte  dell'ala  meridionale  del
    castello,  giacch era contigua,  di conseguenza doveva comunicare con
    tutto il resto degli appartamenti  meridionali.  Tutta  la  difficolt
    consisteva nel ritrovare questo punto di comunicazione.
    La  camera non aveva altre porte oltre a quella d'ingresso.  Con tutto
    ci, pensando ai vecchi sistemi di edificazione,  Ferdinando era quasi
    sicuro  che  dovesse  esisterne un'altra.  Bisognava solo trovarla,  e
    questa operazione fu rimandata alla notte successiva.


    CAPITOLO 3.

    Tutte le persone del castello erano immerse in un profondissimo sonno,
    quando Ferdinando si trasfer nell'appartamento delle sue sorelle.  Di
    l  si  recarono  tutti  alla  camera  di  Giulia,   che  egli  voleva
    attentamente esaminare.  Le pareti erano ricoperte da un arazzo  molto
    bello, sebbene di gusto assai antico. Ferdinando, postosi a battere su
    ogni lato, in special modo dalla parte meridionale, trov un punto che
    suonava  sordo,  e  che lo indusse a credere che le sue congetture non
    erano prive di fondamento.
    Estrasse  immediatamente  alcuni  dei  chiodi,  che  tenevano  sospeso
    l'arazzo in quel punto,  ed avendolo appena sollevato,  qual non fu la
    sua gioia nel vedere  una  piccola  porta!  Trasse  con  mano  viva  e
    impetuosa i due catenacci, ma una forte serratura vi rimaneva tuttora,
    che  egli  non  aveva dapprima osservato.  Si fece ricorso alle chiavi
    delle due sorelle e della signora Menon, ma inutilmente furono provate
    nella serratura;  non ve ne fu una che  potesse  aprire  quella  porta
    misteriosa.  Ricorse  alla violenza;  ma la porta era troppo forte per
    essere vinta dai vani sforzi del giovane e delle due sorelle.
    Questo  ostacolo,  che  poneva  un  freno  alle  loro  speranze  e  si
    frapponeva  alla  loro  curiosit,  non  scoraggi  Ferdinando,  ma lo
    costrinse ad alcune riflessioni,  di  cui  furono  messe  a  parte  la
    signora  Menon e le sue sorelle.  Quando le riflessioni terminarono un
    profondo silenzio scese fra loro.  Esso fu interrotto ad un tratto  da
    un  rumore cupo,  che sembrava provenire dal punto opposto alla porta,
    davanti alla quale i quattro erano  riuniti.  Emilia  e  sua  sorella,
    gelate per lo spavento,  strinsero le braccia del loro fratello. Tutti
    e quattro trattenendo il respiro,  e non  osando  proferire  una  sola
    parola,   aspettarono   che   un  nuovo  rumore  si  facesse  udire  a
    giustificare il loro spavento.
    Non pass molto che sembr loro di distinguere distintamente  i  passi
    di una persona,  che attraversava in tutta la sua estensione la stanza
    che si trovava precisamente sotto  quella  in  cui  si  trovavano.  Il
    calpestio cess dopo un momento.
    Ferdinando,  sempre pi persuaso della realt del mistero,  si accost
    di nuovo alla porta recentemente scoperta,  e raddoppi i suoi  sforzi
    per aprirla. Ma essa ancora resisteva.
    Giulia  e  sua  sorella  pochi momenti prima avevano desiderato che il
    loro fratello riuscisse a forzare la porta,  ma  ora,  dopo  il  nuovo
    spavento  da  cui  erano  state colpite,  si rallegrarono molto per la
    resistenza che egli incontrava.
    Finalmente bisogn decidersi a rimandare ad un momento pi propizio il
    proseguimento di questo esame. Ferdinando, avvicinandosi il giorno, si
    ritir.
    Mai  al  giovane  impaziente  sembr  che  il  tempo  scorresse  tanto
    lentamente, quanto quello che doveva passare fino al momento in cui si
    sarebbe  potuto  riunire  con  le  sue  sorelle per continuare la loro
    avventura.  Mai le giornate gli  erano  sembrate  cos  lunghe  quanto
    quella,  in  cui  per  altro  si  era  munito  di  tutti gli strumenti
    necessari per rovesciare ed eliminare l'ostacolo che aveva incontrato.
    Alla fine eccoli di  nuovo  riuniti  nell'appartamento  della  signora
    Menon,  e quindi in quello di Giulia. Dopo il primo tentativo la porta
    si apr.
    Una vasta e profonda galleria si present ai loro sguardi.  Ferdinando
    vi  si  slanci  per  primo  con  una lampada in mano: le sorelle e la
    signora Menon lo seguirono senza proferire parola.
    Il tempo aveva apportato dei gravi danni a  quella  galleria.  I  muri
    erano notevolmente danneggiati;  il soffitto in molti punti era caduto
    e ne erano sparse le  tracce  sul  pavimento.  Tutto  dava  motivo  di
    credere che quell'edificio sarebbe di l a poco crollato.
    Avanzavano a passi lenti e timorosi. Le donne osavano appena posare il
    piede  sul suolo.  Il rumore dei loro passi,  per quanto leggero,  era
    ripetuto da una lunga e lugubre eco,  e la ripetizione era cos rapida
    e  continua,  che spesso Emilia e sua sorella si guardavano d'attorno,
    credendo  d'udire  qualcuno  che  le   inseguisse.   Questa   continua
    inquietudine  causava loro un involontario spavento,  in contrasto con
    la fiducia che avevano nel coraggio di Ferdinando.
    Lungo questa galleria si vedevano sul lato sinistro  parecchie  porte,
    che  sembravano condurre ad altrettanti diversi appartamenti,  ma essi
    le ignorarono.
    Finalmente,  eccoli giunti con fatica  in  fondo  alla  galleria,  che
    terminava  in  un  ampio  ed  antico  scalone,  per mezzo del quale si
    scendeva in un vastissimo peristilio.  Questa scala  s'innalzava  fino
    alle parti pi elevate della costruzione.
    La  comitiva  stava  decidendo  sottovoce  se doveva o no scendere nel
    peristilio,  quando una luce debole e vacillante comparve in cima alla
    gradinata.  La  luce  dopo  un  momento  disparve,  quindi  si udirono
    distintamente  i  passi  di   qualcuno   che   sembrava   allontanarsi
    precipitosamente.
    Ferdinando   sguain   immediatamente  la  sua  spada,   ed  intrepido
    s'incammin verso quel punto della scala dove aveva veduto la luce. Ma
    le tre donne non furono padrone di se stesse: non potendo  vincere  il
    proprio  spavento,  fuggirono attraversando la galleria e la camera di
    Giulia, e non si fermarono che nell'appartamento della signora Menon.
    Questo per non fece s che  il  nostro  valoroso  giovane  desistesse
    dalle sue ricerche.  Egli scese la grande scala ed oltrepass il vasto
    peristilio.  Giunse cos ad una porta rotonda che trov mezza  aperta.
    Un  raggio  di  luce  penetrava  attraverso  una  fessura.  Il giovane
    coraggioso l'apr e si trov in un corridoio stretto  e  tortuoso,  di
    cui  segu  tutte  le  irregolarit.  La  debole luce intanto disparve
    completamente,  ed il corridoio diveniva ad ogni  passo  pi  stretto.
    Alcune  pietre,  che il tempo aveva divelto dalle mura,  ostruivano il
    cammino,  Ferdinando super tutti questi ostacoli,  e giunse infine ad
    una  porta  rotonda  simile  a  quella  che  aveva  passata.  Essa era
    ugualmente aperta.  La varc e si ritrov in  una  sala  quadrata,  in
    fondo  alla quale si trovava una scala a chiocciola che conduceva alla
    torre meridionale del castello.
    Si sofferm un istante e tese l'orecchio per ascoltare,  ma non ud il
    minimo rumore: un assoluto silenzio regnava ovunque.  Vi era una porta
    sulla destra: egli prov ad  aprirla,  ma  era  sprangata.  Perci  si
    convinse  che  l'individuo  che inseguiva aveva per forza imboccato la
    scala che conduceva alla torre, e vi si slanci con impeto.
    La sua impresa peraltro non era cos facile ad eseguirsi. La scala, in
    condizioni disastrose,  era composta di gradini infranti e  di  pietre
    sconnesse.  Lo stesso muro a cui era fissata era crepato e pericolante
    in pi punti,  e vi era fondato motivo di temere che  il  pi  piccolo
    peso,  o la minima scossa avrebbe fatto crollare insieme scala e muro.
    Era dunque per lo meno una grande imprudenza  avventurarsi  in  questa
    situazione.
    Ma il desiderio di giungere a qualche risultato, qualunque fosse, ebbe
    la  meglio  sulla  paura.  Ferdinando  mise il piede sul primo gradino
    della scala,  e passando di pietra in pietra,  evitando sempre i punti
    pi danneggiati,  giunse al sedicesimo gradino.  Sperava di proseguire
    pi oltre,  ma a causa  del  movimento  da  lui  creato  sulle  pietre
    infrante  e sconnesse,  i gradini inferiori improvvisamente rovinarono
    ed egli rimase sospeso in quel punto in cui si trovava, all'altezza di
    10, 12 braccia da terra, nient'altro avendo sotto i piedi che un pezzo
    di  pietra  malfermo  o  piuttosto  un  cumulo  di  rottami  pronti  a
    dilaniarlo  e  farlo  a  pezzi  se  mai fosse caduto da quell'altezza.
    Inoltre  egli  sapeva  bene  che  sarebbe  stato  almeno   altrettanto
    pericoloso  continuare  a  salire  la  scala,  e  che anzi ci avrebbe
    raddoppiato l'altezza del precipizio. E non poteva nemmeno trattenersi
    pi a lungo dove si trovava giacch la pietra  che  lo  sosteneva  era
    priva  d'appoggio,  e  necessariamente da un momento all'altro sarebbe
    precipitata portandolo con s.
    Si pu quindi immaginare la situazione di  un  giovane  solo,  con  la
    spada   sguainata,   una  sepolcrale  vacillante  lampada  nella  mano
    sinistra, in una notte buia, circondato da rovine abbandonate, sospeso
    a  pi  braccia  d'altezza  sui  miseri  resti  di   un'antica   scala
    pericolante,  la  cui  parte  inferiore,  allora  allora  precipitata,
    sembrava invitare dal basso la parte restante, senza speranza di alcun
    soccorso.  Si aggiunga il terrore e lo spavento causato da  misteriose
    apparizioni  di  luci,   da  notturni  e  repentini  rumori  di  passi
    sconosciuti ripetuti  dall'eco  lugubre  di  quegli  appartamenti.  Si
    rifletta  inoltre  che  il  pericolo    imminente  e  che bisogna che
    Ferdinando decida presto cosa fare,  se fra  pochi  istanti  non  vuol
    esser  seppellito  nel  crollo  di  tutta  la scala,  e forse anche di
    qualche parte di muro...  Si rifletta su tutto ci,  e si avr qualche
    idea, seppur vaga, di quella terribile situazione.
    Nel  pericolo  in  cui  si  trovava,  egli  si  appigli ad un bastone
    collocato lungo i gradini della scala,  sperando di potere affidare  a
    quello  il  peso  del  suo  corpo,  e di poter giungere ai piedi della
    gradinata sano e salvo, lasciandosi scivolare lungo quello.  Ma appena
    stese la mano per portarla su quel pezzo di legno,  gli sfugg di mano
    la lampada, che si spense e cadde tra le rovine.
    Ferdinando,  rimasto sospeso nell'oscurit della notte  e  prossimo  a
    cadere col fragile appoggio che lo sosteneva,  non pot fare a meno di
    provare un sentimento di terrore.  Che pensare  della  propria  sorte?
    Qual  soccorso  sperare?  In  quell'ora  di  estremo  pericolo egli si
    rassegn alla divina provvidenza,  e stabil di aspettare  il  sorgere
    del  sole.  Allora  senza  dubbio  qualche  raggio  di luce lo avrebbe
    raggiunto,  e forse avrebbe potuto ritrovare qualche mezzo per  uscire
    da quella spaventevole situazione, o almeno lo sperava.
    Era  gi  passata  un'ora  intera  da quando era caduta la sua lampada
    quando ad  un  tratto  sent  una  voce  sotto  di  s.  Sembrava  che
    provenisse  da quel passaggio stretto e tortuoso che egli stesso aveva
    attraversato,  e che si avvicinasse sempre di  pi.  Ora  di  chi  era
    quella  voce?  Che  cosa  doveva sperare o che cosa temere?  Nella sua
    drammatica situazione altro non aveva che una spada,  di  cui  neppure
    poteva  servirsi.  Quale  resistenza  avrebbe  potuto  opporre  se dei
    malviventi si fossero scagliati sopra di lui? Finalmente vide giungere
    fino a lui l'incerta luce di una candela,  che  avanzava  sempre  pi.
    Sent  distintamente  chiamare  il  suo  nome.  Il  suo  timore  cess
    all'istante, e aspett che i suoi amici lo liberassero. Infatti, di l
    ad un momento vide comparire le sue sorelle e la  signora  Menon,  che
    venivano in cerca di lui.
    Esse lo avevano atteso per molto tempo, e non vedendolo pi ritornare,
    erano oppresse da mortali inquietudini. Per un'impressione di spavento
    che  non  avevano  potuto  superare,  erano scappate nell'appartamento
    della signora Menon  ed  avevano  abbandonato  il  loro  fratello;  ma
    colpite dalla pi viva preoccupazione sulla sua sorte, erano rientrate
    nella  galleria  per cercarlo fino nelle parti pi inaccessibili della
    costruzione.  Allora avevano lasciato  da  parte  ogni  sentimento  di
    paura,  e la pi coraggiosa sicurezza le aveva condotte tutte e tre ai
    piedi della scala della torre,  su cui si  trovava  il  loro  fratello
    sospeso.  Ma questo eccesso di coraggio le abbandon, e fecero ritorno
    al  loro  primo  terrore,   quando  lo  videro  in  quella  pericolosa
    posizione.
    Il lume per che esse avevano portato,  permise a Ferdinando di trarsi
    d'impaccio.  Considerando pi da vicino le vestigia  di  quella  parte
    della scala che era precipitata,  osserv che alcune pietre separatesi
    dai gradini erano rimaste attaccate al muro.  Purtroppo il muro stesso
    minacciava in pi punti una prossima rovina. Con tutto ci Ferdinando,
    il coraggioso Ferdinando,  si arrischi a scendere, ponendo cautamente
    il piede sulle successive pietre che gradatamente  scendevano.  Alcune
    di  esse  resistevano,  altre si staccavano sotto i suoi piedi,  ma la
    precauzione  che  aveva  preso  di  arrampicarsi  al  muro,  tenendosi
    saldamente al bastone,  fece s che giungesse finalmente sano e salvo,
    eccettuata qualche piccola contusione, ai piedi della scala.
    Le sue amabili sorelle vedendolo fuori di pericolo,  lo  abbracciarono
    con inesprimibile tenerezza,  e frattanto la signora Menon, che temeva
    per la vita di Ferdinando, e che ormai lo vedeva al sicuro,  li invit
    a ritirarsi nei loro appartamenti e a riposare.
    Gi cominciava a comparire il nuovo giorno,  e Ferdinando,  sebben suo
    malgrado,  dovette abbandonare anche per quella volta la  ricerca  che
    aveva intrapresa.  Varcarono nuovamente il corridoio, la gran sala, la
    galleria, e tutti e quattro, dopo aver rimesso i catenacci,  serrata a
    chiave  la porta misteriosa,  e sistemato l'arazzo,  si ritrovarono al
    sicuro nella camera di Giulia.  Verso le sei del mattino Ferdinando si
    separ   dalle   sorelle,   e  con  tutta  precauzione  torn  al  suo
    appartamento, dove,  essendosi gettato sul letto,  prese alcune ore di
    sonno.
    Un'impressione succede all'altra rapidamente.  Giulia,  il cui spirito
    era stato angustiato da veementi impressioni di  terrore,  non  appena
    questi sentimenti si furono un po' calmati si ritrov a provarne altri
    pi dolci e piacevoli.
    Ippolito  Veresa  ritorn alla sua mente e la cattur interamente.  La
    lontananza che negli  animi  volgari  indebolisce  la  tenerezza,  non
    faceva  che  accrescerla  nel  cuore  della  sensibile  Giulia.   Ella
    desiderava  ardentemente  di  rivederlo,   al  fine   di   assicurarsi
    maggiormente  dell'impressione  che  ella aveva prodotto sull'animo di
    lui.  La solitudine le era cara sopra ogni altra cosa.  Appena  poteva
    sfuggire a tutto ci che la circondava,  dirigeva i suoi passi verso i
    luoghi pi isolati e pi malinconici,  ed abbandonava il suo  cuore  a
    dolci speranze, a lusinghevoli chimere, unica consolazione dei mortali
    quando  sono  ancor  lontani  dalla  felicit.   L  sospirava  a  suo
    piacimento,  ripeteva il nome del suo giovane amico,  gli  indirizzava
    tenere  ed  affettuose  parole,   che  solamente  i  cuori  infiammati
    dall'amore sanno creare, ripetere e comprendere.
    Una sera, fra le pi belle d'estate, mentre passeggiava con in mano il
    suo liuto,  il caso la guid verso un  solitario  sentiero  non  molto
    lontano dal mare.  Quivi,  seduta all'ombra di un boschetto di pioppi,
    andava  modulando  malinconiche  ariette.  L'assoluto  silenzio  della
    natura   accresceva  la  soave  melodia  che  ella  infondeva  al  suo
    strumento.  Il sole circondato da nubi dorate si tuffava allora allora
    nel  profondo  del  mare,   la  cui  superficie  riverberava  i  raggi
    dell'astro diurno ormai alla  fine  del  suo  corso.  Un  vasto  manto
    porporino  ricopriva  una  parte  dell'orizzonte,  e  la  calma di una
    bellissima notte stava per alleviare i mortali stanchi delle fatiche e
    del calore eccessivo della  giornata.  Un  lieve  venticello  spargeva
    dovunque  un  balsamo  ristoratore;  i ramoscelli e le foglie erano in
    movimento;  il variato mormorio dei flutti del mare,  che di tanto  in
    tanto  venivano a rompersi al lido,  dava a questo brillante quadro un
    aspetto incantevole. Il cuore di Giulia andava in estasi,  valicava il
    vasto intervallo che la separava dal gentile Veresa. Gi immaginava di
    vederlo cadere ai suoi piedi...  In mezzo al delirio delle sue fallaci
    speranze cant le strofe della canzone "La notte":

    La notte si avanza
    Il giorno gi muore,
    Comincian la danza
    In cielo gi l'Ore;
    E cinte di stelle
    Gi guidano snelle
    Di Febo i corsier.
    Precede il silenzio,
    Gi cinto di tenebre,
    Il loro sentier.
    Allor se rimugge
    La fosca marina,
    Un fremito fugge
    Dall'alma tapina,
    Che pura si bea
    Nell'orrida idea
    Del rauco muggir;
    E tanto sublimasi
    Che ferma sospingesi
    Nel cieco avvenir.
    Ma scena pi dolce
    In placida sera
    Il cuore mi molce,
    Se l'aura leggiera
    Scuotendo le fronde
    Al fiotto risponde
    Del lento ruscel:
    Mi sembra d'Ippolito
    La voce che dicami:
    Ti sono fedel!.
    La notte si avanza,
    Ritorno soletta
    Col nella stanza,
    'Ve niuno mi aspetta!
    O notte, se io dorma,
    Almeno la forma
    Del dolce mio ben
    Deh! fa che presentisi
    In sogno a chi tenera
    Scolpito l'ha in sen!

    Commossa  dalle  affettuose  espressioni  dell'ultima   strofa,   ella
    modulava sul suo liuto degli accenti incantevoli ed una armoniosissima
    melodia.  Il suo cuore, facendo eco alle poetiche frasi da lei create,
    si lasciava sfuggire profondi ed ardenti sospiri.  La pittoresca scena
    che  aveva  davanti  agli  occhi,  frastornava  in  certa guisa i suoi
    pensieri  e  li  innalzava  al  colmo  delle  sue   speranze,   quando
    all'improvviso  le  giunse alle orecchie una voce tenera e dolce,  che
    divinamente  ripeteva  gli  ultimi  versi  della  sua  canzone.  Volse
    rapidamente  gli  occhi  verso  quel  punto  da  dove partivano quegli
    amorosi e teneri accenti: ma un folto cespuglio le impediva di  vedere
    l'oggetto. Ud per qualcuno avvicinarsi a lei. Era un giovane, era...
    l'amabile Ippolito!
    Il  cuore  di  Giulia  balz nel tempo stesso per la sorpresa,  per il
    timore, e per il piacere.
    Ippolito si  precipit  immediatamente  ai  suoi  piedi,  e  con  tono
    commosso le indirizz le seguenti parole:
    Permettetemi,  gentile  Giulia,  di  svelarvi l'affetto che nutro per
    voi,  che io vi dedichi un cuore pieno della vostra immagine  e  della
    vostra  perfezione;  che  io  vi  chieda  se  vi degnate di accogliere
    l'amore e la rispettosa tenerezza di un infelice,  che non respira che
    per  voi;  che  altro non desidera che passare i suoi giorni al vostro
    fianco,  che unirsi con voi col pi sacro e indissolubile legame,  che
    di  spendere  tutta  la  sua  vita  nel render bella la vostra e darvi
    continue prove del suo affetto.  Scusate la vivacit estrema delle mie
    espressioni  e la troppa precipitazione dei miei passi.  Ma riflettete
    anche che  forse questa l'unica circostanza in cui vi  posso  parlare
    senza testimoni, che mi riesce impossibile di osservare pi a lungo il
    silenzio,   e  che  la  rettitudine  e  la  purezza  del  mio  affetto
    giustificano abbastanza tutto ci che d'irregolare pu trovarsi  nella
    mia condotta. Degnatevi di rispondermi senza sdegno, e pensate che una
    sola vostra parola  per costituire la mia felicit,  o la mia miseria
    per tutta la vita.
    Alzatevi,  signore,  gli rispose Giulia con voce  tremante,  ma  con
    nobile  dignit.  Non mi  possibile permettere pi a lungo n quella
    posizione,  n queste espressioni.  Ferdinando vi  aspetta.  Andate  a
    raggiungerlo, e rispettate la sorella del vostro amico.
    No,  Giulia,  io  non  mi alzer se prima non mi avrete positivamente
    assicurato del....
    In questo frattempo comparve la marchesa di Mazzini.  Il caso le aveva
    fatto dirigere i passi verso quel bosco. Ella aveva inteso il liuto di
    Giulia  ed  aveva  similmente  veduto  giungere Ippolito.  L'amore che
    portava al conte,  la gelosia che diverse circostanze  avevano  accesa
    nel  suo  cuore,  l'avevano  spinta  a volersi assicurare se tra i due
    giovani vi era del tenero.
    La  subitanea  comparsa  di  lei  piomb  Giulia  in   un'inenarrabile
    confusione.  Volle  ritirarsi,  ma la marchesa la trattenne e: Non vi
    scomodate,  disse col pi ironico tono,  molto mi  dispiacerebbe  di
    turbare un colloquio tanto tenero. Il conte, per quanto io vedo, vuole
    assicurarvi  che  si  dedica  interamente a voi.  Che cosa vi  di pi
    onesto e di pi  degno  d'ammirazione!.  Ebbe  appena  finite  queste
    ultime  parole  che si dilegu.  Giulia non osava alzare gli occhi dal
    suolo;  Ippolito stava per  rispondere,  ma  la  marchesa  non  glielo
    permise poich si allontan subito.
    Giulia,  disperata, cerc di raggiungere la marchesa e di rientrar con
    lei nel castello.  La marchesa era furibonda;  aveva in  quel  momento
    avuto  una  prova  certa  del  poco  conto che faceva Veresa delle sue
    avvenenze. Ne conosceva per la causa. Una rivale di diciassette anni,
    fornita  di  tutti  i  doni  della  natura,   era  una  rivale  troppo
    formidabile!  Come allontanarlo da Giulia!  La gelosia,  l'affanno, il
    furore agitavano  nel  tempo  stesso  la  marchesa.  Il  conte  le  si
    presentava  alla mente con tutte le sue grazie ed amabili qualit.  Il
    suo amore si accresceva.  Oppressa come  ella  era  da  una  folla  di
    veementi passioni, pareva che il suo stato si avvicinasse alla pazzia.
    Molto pi facile riusc a Giulia ritornare ad una tranquillit dolce e
    felice.  L'amore di Ippolito,  di cui aveva appena avuto conferma, era
    per lei  un  balsamo  ristoratore  della  lieve  disgrazia  che  aveva
    sofferto.  E  poi,  alla  fine,  poteva  mai  sembrarle  un delitto il
    rispettoso affetto di un giovane stimabile e nato per pretendere  alla
    sua mano?
    La  serata  pass  come al solito in compagnia della marchesa nei suoi
    appartamenti.  Giulia vi si  rec  con  la  sua  solita  modestia,  ed
    Ippolito lasci intravedere nei suoi sguardi un'aria di soddisfazione.
    La  marchesa  teneva  di continuo i suoi occhi sui due amanti;  il suo
    turbamento esteriore dichiarava apertamente le convulse agitazioni del
    suo spirito.  Ella cercava di penetrare  ancor  pi  nel  segreto  dei
    nostri giovani.
    La  notte  arriv.  Tutti  si  erano  ritirati,  e  Ferdinando ritorn
    nell'appartamento delle sue sorelle con l'intenzione di proseguire  le
    sue ricerche.
    Si  erano  appena incontrati,  che udirono chiaramente il rumore della
    notte precedente,  che gettando le tre donne in un terribile spavento,
    non  fece  che  raddoppiare  la curiosit del giovane eroe,  il quale,
    tolto di mezzo l'arazzo,  aperta la misteriosa porta,  e fornitosi  di
    una lampada, avanz solo solo nella galleria.
    Giunto alla grande scala, scorse un'ombra che varcava la sala a volta,
    ed entrava nella porta rotonda che conduceva alla torre.  Egli,  senza
    esitare,   segu  quell'ombra.   Scese  precipitosamente   la   scala,
    oltrepass la porta rotonda, che era rimasta aperta, e s'impegn nelle
    sinuosit del corridoio di cui gi si  parlato.  Una luce fievole gli
    serviva da guida,  ed egli credeva  di  seguire  finalmente  l'oggetto
    della sua ricerca.  Ma presto la luce svan ed una porta fu chiusa con
    violenza;  Ferdinando era giunto ai  piedi  della  piccola  scala  che
    guidava alla torre.  Ma questa scala, ormai franata, non poteva essere
    servita allo sconosciuto. Dove era dunque fuggito l'individuo, l'ombra
    inseguita da Ferdinando? Non vi era traccia alcuna della sua evasione.
    Egli  cerc  coraggiosamente  ovunque,  ed  alla  fine,   a  forza  di
    esaminare, scopr sotto la scala una porticina sfuggita fino allora ai
    suoi sguardi,  perch nascosta sotto i primi gradini. Esaminata quella
    porta, cerc invano di varcarla.  Essa era chiusa dall'interno,  e non
    fu  possibile forzarne la serratura.  Picchi col pomo della sua spada
    nel legno di quella porta,  ed un lungo rimbombo gli fece  capire  che
    essa  si  apriva  in  una fila di spaziosi appartamenti.  Ma bisognava
    rinunciare alla speranza di penetrarvi. Il legno della porta era molto
    spesso,  e per di pi rinforzato con del ferro che  ne  accresceva  la
    solidit.  Una  forte  serratura  ed enormi catenacci gli vietavano di
    andare oltre.
    Ferdinando,  quasi scoraggiato da questo ostacolo,  ritorn  indietro,
    ripercorrendo il corridoio,  e rientrato nella sala a volta, esamin a
    suo piacimento tutti i lati.  Il soffitto era sostenuto da colonne  di
    marmo nero. Le finestre di gotica architettura erano ornate di stipiti
    del medesimo marmo. Tutto l'insieme offriva un non so che di maestoso,
    di  selvaggio e di lugubre.  Questa vasta sala terminava in una specie
    di peristilio pure a volta.  Sulla sinistra  si  aprivano  due  porte,
    entrambe  serrate,  mentre  a  destra  vi  era  quella  che serviva da
    ingresso principale dalla parte dei cortili del castello.
    Egli rientr nella gran sala decorata di marmi neri.  Ogni suo  passo,
    ripetuto  da molti echi,  gli faceva spesso temere di essere inseguito
    da pi persone e lo tratteneva in un involontario spavento;  tuttavia,
    proseguendo nella sua perlustrazione,  osserv due porte sfuggite fino
    allora ai suoi sguardi,  entrambe di una  mole  straordinaria,  ed  il
    legno  delle  quali era rivestito interamente di sculture.  Tali porte
    erano chiuse a chiave come quelle del  peristilio,  ed  offrivano  una
    resistenza troppo fiera agli sforzi di uno solo.
    Mentre  Ferdinando  le  osservava,  e  andava  fra  s  pensando  come
    potersene procurare l'accesso,  un sordo mormorio o,  per meglio dire,
    un gemito lugubre e profondo gli fer le orecchie. Pareva che partisse
    precisamente  da  sotto  la sala in cui egli si trovava.  Il sangue di
    Ferdinando ferm il suo corso e sembr ghiacciarglisi nelle vene.
    Poich un profondo silenzio era seguito a quel doloroso  gemito,  egli
    riprese  coraggio,  e volle credere d'essere stato ingannato dalla sua
    immaginazione. Ma un secondo gemito lacrimevole e profondo al pari del
    primo,  che proveniva dallo stesso punto del precedente,  lo  convinse
    della realt del fatto,  e gli ispir un terrore che mai aveva provato
    fino allora.
    Il fratello di Giulia,  rinunciando ad ogni  ulteriore  perquisizione,
    usc velocemente dalla gran sala,  riprese la scalinata, attravers in
    tutta fretta la galleria,  e giunto alla porta misteriosa della camera
    di Giulia che richiuse con timorosa prestezza, non si sent al sicuro,
    se  non  quando  si  ritrov  in mezzo alle sue sorelle e alla signora
    Menon.
    Costoro lo aspettavano gi da quasi un'ora e mezza con  una  vivissima
    impazienza.  Appena  egli  ebbe  ripreso fiato,  e si fu rimesso dallo
    spavento e dal timore sofferto,  raccont loro  tutto  ci  che  aveva
    veduto  ed  inteso,  e  gli  ostacoli  e  le  porte  serrate che aveva
    incontrato in gran numero.  Dopo molte riflessioni e molte congetture,
    che  tutti  e  quattro  fecero  su  ciascuna circostanza del racconto,
    stabilirono di non continuare le loro ricerche,  e  di  attendere  dal
    tempo  e  dalle  loro  osservazione  i chiarimenti che desideravano su
    quelle apparizioni e su quei gemiti lugubri.
    Giulia stabil di non voler pi  abitare  un  appartamento  che  tanto
    direttamente  comunicava  con  luoghi occupati da oggetti sconosciuti.
    Era tale lo spavento che le ispirava il soggiornare nella sua  camera,
    che non differiva molto dall'orrore. Invano la signora Menon si sforz
    d'indebolire  quella sinistra prevenzione con filosofici ragionamenti;
    ella dovette cedere alle istanze delle due sorelle,  e promise loro di
    rivolgersi  il giorno seguente alla marchesa per far loro preparare un
    altro appartamento.  Fu per convenuto di non dire nulla  della  porta
    nascosta   dietro   l'arazzo,   n   delle   perlustrazioni   eseguite
    nell'interno della parte abbandonata del castello.
    Infatti,  dopo l'ora di colazione,  non appena la signora  Menon  pot
    vedere  la  marchesa,  la  inform immediatamente della ripugnanza che
    avevano le sue pupille ad abitare un appartamento in cui avevano udito
    dei rumori sotterranei dei quali non si riusciva a capire la causa.
    La marchesa ascolt questo resoconto con una freddezza che  dimostrava
    il  suo  disprezzo.  Defin  i  timori delle due fanciulle impressioni
    vigliacche e superstiziose,  e rivolse alla signora Menon le  seguenti
    parole: Io mi meraviglio molto di voi,  o signora,  che fomentiate in
    quelle signorine le loro idee  puerili.  Voi  dovreste  non  solamente
    frenare,  ma  prevenire  debolezze di tal sorta,  fortificando il loro
    spirito e tenendone  lontano  tutto  ci  che  proviene  da  una  vana
    credulit. Mi sembra invece che voi stessa facciate nascere nelle loro
    tenere  menti  dei ridicoli terrori.  Io vi prego,  o signora,  di far
    sapere alle vostre pupille,  che non posso dare ascolto ai  loro  vani
    capricci;  che io ho bisogno di tutti gli appartamenti del castello, e
    che le numerose visite che riceviamo ci obbligano a  non  cambiare  le
    disposizioni adottate in principio.
    La  signora  Menon  non  oppose  che il silenzio ad una risposta tanto
    decisiva e tanto dura, e si ritir.
    Effettivamente,  le visite al castello di Mazzini,  a cui concorrevano
    periodicamente  tutti  i giovani e tutte le donne dedite ai piaceri ed
    ai passatempi, erano sempre pi numerose.  L'antico appartamento della
    signora Menon, abitato ora dalla marchesa, era abbellito con splendidi
    tesori e fornito di tutte le comodit,  e la marchesa non aveva alcuna
    intenzione di restituirlo alle figlie del suo consorte.
    Queste d'altro canto, insistendo nella loro posizione, si rivolsero al
    loro fratello e lo pregarono di parlare al marchese in persona,  e  di
    stimolarlo ad accordar loro un altro appartamento.  Ferdinando promise
    loro di fare tal passo, qualunque cosa dovesse accadere.
    Ritorniamo ora ad Ippolito,  la cui posizione era divenuta pi incerta
    che  mai.  La  dichiarazione  dei  suoi  sentimenti non aveva ricevuto
    alcuna favorevole risposta,  e  in  pi  era  stato  interrotto  nella
    maniera  pi  crudele,  le  poche  parole  pronunciate  da  Giulia non
    sembravano dettate dall'indifferenza, o meglio ancora dal disprezzo?
    E qui bisogna ricordare che il conte Veresa,  venuto al seguito  della
    marchesa  Mazzini,  quando  essa  per  la prima volta si era recata al
    castello, dopo quattro giorni aveva dovuto ritornare a Napoli,  ove il
    marchese  Lomelli,  suo  prossimo  parente,  si trovava affetto da una
    malattia mortale.  La notte precedente alla sua partenza dal castello,
    volendo  rendere nota a Giulia l'impressione che ella aveva acceso nel
    suo cuore,  si era arrischiato a cantare  sotto  i  suoi  balconi  una
    canzone tenera ed amorosa.  Giunto dopo poche ore a Napoli, l'immagine
    della bella giovane lo aveva seguito col e lo teneva occupato.
    A Napoli aveva ritrovato il suo consanguineo  vicino  a  morire,  come
    mor difatti in breve ora. Egli lasciava ad Ippolito, suo unico erede,
    alcuni   miseri   avanzi   d'una  immensa  fortuna,   che  egli  aveva
    inconsideratamente profusa.  Le formalit  della  successione  avevano
    richiesto del tempo,  e perci non aveva potuto far ritorno in Sicilia
    che dopo un certo tempo.  Aveva quindi cercato un'occasione favorevole
    per  parlare a Giulia del suo amore,  ma la marchesa Mazzini gli stava
    addosso,  e lo perseguitava con un'insana gelosia e con  una  continua
    vigilanza;  ella  seguiva  i  suoi  passi anche quando il caso l'aveva
    guidato nel boschetto ove era Giulia. Consapevole ormai del segreto di
    Ippolito,  si era proposta di darsi da fare per  impedire  un  secondo
    colloquio da solo a sola fra i due giovani amanti.
    Lo  stesso  giorno  Ferdinando and da suo padre,  come aveva promesso
    alle sorelle e alla signora  Menon.  Avendolo  trovato  solo  nel  suo
    gabinetto,  gli  fece un succinto racconto,  non di ci che aveva egli
    stesso veduto,  bens dei  sotterranei  rumori  che  aveva  udito.  Si
    astenne  dal  parlargli della porta nascosta dietro l'arazzo che aveva
    scoperto nella camera di Giulia, n fece parola delle perquisizioni da
    lui fatte alla  scala  della  torre  meridionale.  Gli  fece  soltanto
    comprendere,  che egli e le sue sorelle erano persuasi che nella parte
    meridionale del castello vi fosse qualche essere soprannaturale.
    Il marchese,  avendolo  ascoltato  in  profondo  silenzio  e  con  una
    espressione che non presagiva nulla di buono,  gli rispose: Non avrei
    mai creduto che  mio  figlio,  l'erede  del  mio  nome  avesse  potuto
    abbandonarsi  a  puerili terrori ed a vili inquietudini.  Ebbene!  Dei
    terrori femminili vi hanno potuto influenzare!  Voi  non  meritate  la
    gloria  dei  vostri  antenati!  Voi  mi fate pentire d'avervi messo al
    mondo.  Preoccupazioni di tal sorta le  dovete  lasciare  agli  esseri
    volgari  ed abbietti.  E come avete potuto decidervi a parlarmene ed a
    chiedermi aiuto?  Perch non avete cercato voi stesso di  scoprire  la
    ragione di queste sciocche paure?  Allora, dopo i coraggiosi tentativi
    da voi fatti, avreste avuto maggior ragione di parlarmene, ed io avrei
    unito il mio coraggio col vostro per giungere alla radice del  male  e
    per  dissiparlo.  Ma finora non avete che la vana testimonianza di tre
    donne credule e superstiziose.
    Non vi ho ancora detto tutto, signore, soggiunse Ferdinando. Non su
    altrui testimonianza soltanto ho appoggiato la mia convinzione,  ma di
    tutto  mi  sono  da me stesso assicurato.  Io ho udito gemiti lugubri,
    taciti passi e chiudersi ed aprirsi le porte.  Io,  io stesso mi  sono
    adoperato, sebbene inutilmente, al fine di conoscerne la cagione. Ecco
    perch oggi ve ne parlo. Senza di questo state pur certo che il vostro
    figlio,  il  quale  non si allontaner mai di un sol passo dalla virt
    dei suoi antenati,  avrebbe creduto inutile di farvi  parola  di  vani
    timori e di emozioni ridicole.
    Sembr  che il marchese restasse vivamente colpito da questa risposta.
    Il tono deciso, di cui si era servito Ferdinando, parve lo gettasse in
    un mare di riflessioni. Finalmente,  dopo aver a lungo passeggiato nel
    suo  gabinetto,  presa  con gravit la mano di suo figlio,  gli disse:
    Ferdinando,  venite questa sera a trovarmi nel mio gabinetto,  che ho
    molte  cose da dirvi e da svelarvi.  Voi siete ormai giunto ad una et
    in cui non debbo celarvi pi  niente  di  ci  che  spetta  alla  casa
    Mazzini. Soprattutto guardate bene di non parlare con nessuno di ci.
    Ferdinando, separandosi da suo padre, s'incontr in una delle sale con
    Ippolito   Veresa,   e   fu  colpito  dalla  sua  aria  malinconica  e
    preoccupata.
    Io andavo in cerca di voi,  mio  caro  amico,  gli  disse  Ippolito.
    Voglio nel vostro versare il mio cuore; ho bisogno di esser consolato
    e chiedo il vostro consiglio.  Andiamo,  rechiamoci insieme nel vostro
    appartamento, ove potremo esser lontani da ogni orecchio importuno.
    Giunti l,  il conte gli svel l'amore che  nutriva  per  Giulia,  gli
    inutili tentativi che aveva fatto per parteciparle il suo affetto,  ed
    il timore che essa lo guardasse con occhio indifferente, che sdegnasse
    il suo cuore ed i suoi omaggi.
    Voi v'ingannate,  mio  caro  Ippolito,  soggiunse  Ferdinando;  gli
    amanti  non vedono mai giusto.  I taciti e spassionati osservatori son
    quelli che discernono i veri sentimenti di due  teneri  cuori  che  si
    ricercano  e  che  sembrano  fatti l'uno per l'altro.  Vi assicuro che
    Giulia  ben lontana dal disprezzare i sentimenti di tenerezza, che ha
    causato nel vostro cuore.
    Non mi adulate,  mio caro amico.  Voi mi  credete  degno  di  qualche
    distinzione, e perci supponete che Giulia, la vostra vezzosa sorella,
    non possa vedermi con indifferenza.
    No, ho dati pi sicuri, e posso assicurarvi che ella vi ama.
    Il caso aveva condotto Giulia nella biblioteca,  a cui era contigua la
    camera  di  Ferdinando.   Lascio  giudicare   della   sua   confusione
    nell'essere  obbligata  ad  ascoltare  una conversazione di tal sorta.
    Ella  tremava  temendo  d'essere  scoperta,  e  avrebbe  forse  potuto
    fuggire, ma con ci si esponeva ad essere udita, perch essendo chiusa
    la  porta  della biblioteca che immetteva nella galleria avrebbe fatto
    di certo tanto rumore da eccitare la  curiosit  dei  due  amici.  Per
    questo decise di trattenersi.
    Ebbene,  mio  caro  Ferdinando,  riprese  Ippolito,  io  non voglio
    rifiutare le vostre consolazioni.  La sola speranza  di  essere  amato
    sarebbe per me il primo dei beni. Ma ditemi su quali congetture....
    Su  quali congetture?  Eccole: (a questo punto il cuore di Giulia le
    balz in  seno)  fin  dall'inizio  foste  voi  quello  fra  tutta  la
    giovent,  su  cui  al  nostro  arrivo  al  castello  ella  posava pi
    volentieri i suoi sguardi.  La pi viva soddisfazione  brillava  sulla
    sua  fisionomia allorch voi l'invitaste al ballo,  e allorch tutti e
    due riportaste gli applausi dalla comitiva.  Il giorno  appresso,  voi
    partiste  di buonissima ora.  Fino a che ella non ne seppe niente,  vi
    aspettava ad ogni istante. La sua impazienza la tradiva.  Quando poi a
    pranzo fu annunziato che importanti affari vi avevano costretto ad una
    cos   repentina  partenza,   le  sue  gote  furono  ricoperte  da  un
    involontario rossore,  una tenera malinconia succedette a questa prima
    impressione,  e da quel giorno in poi,  evitando, per quanto poteva, i
    piaceri che circondano la marchesa,  altro non ha pi cercato  che  la
    solitudine.  All'et  di  Giulia  perch  fuggire  la  societ,  se un
    sentimento pi vivace e profondo non le rendesse insipidi quei volgari
    divertimenti? Ecco le mie osservazioni e le mie prove,  e se io avessi
    l'onore di essere amante non ne desidererei di pi positive.
    Ah! mio amico, di qual dolcezza non avete voi sparsa l'anima mia! S,
    ora  io  credo  sicuramente  di  avere  la  felicit,  di  non esserle
    indifferente.  Voi  d'altronde  non  vorreste  ingannarmi.  Guidatemi,
    guidatemi,  o Ferdinando,  dalla vostra amabile sorella.  Permettetemi
    che in vostra presenza le giuri un eterno amore,  un amore degno delle
    sue virt!  Voi non eravate che mio amico: possa essa darmi il diritto
    di chiamarvi mio fratello, e tutti i miei voti saranno adempiuti!.
    Ella si ritrover forse nei dintorni del boschetto di ieri sera, gli
    rispose maliziosamente Ferdinando, e prendendolo per mano lo conduceva
    verso la porta della sua camera,  allorch  entrambi  furono  sorpresi
    sentendo  camminare  nella galleria.  Era Giulia che,  temendo d'esser
    sorpresa, cercava di fuggire,  ma non pot farlo senza cagionare tanto
    rumore,  quanto bastava a tradirla. Nel momento in cui entrarono tutti
    e due nella biblioteca perse coraggio,  e fu costretta a sedere  sopra
    una  sedia  nascondendosi  il volto fra le vesti per nascondere la sua
    confusione.
    Ah!  madamigella,  esclam Ippolito,  gettandosi  ai  suoi  piedi  e
    prendendole  una  mano,  su cui imprimeva mille baci,  perdonatemi la
    temerit dei miei voti.  Io credevo di confidare il segreto  pi  caro
    del  mio cuore al vostro fratello,  al mio incomparabile amico.  Se io
    avessi potuto immaginare che voi foste cos vicina a noi, assicuratevi
    che non avrei proferito una sola parola capace di offendere la  vostra
    delicatezza.  Conservatemi,  bella Giulia, la vostra stima, sicura che
    io la merito;  se voi non mi accordaste il perdono di una involontaria
    mancanza, distruggereste il riposo del rimanente dei miei giorni. Deh!
    assicuratemi  che  la  mia  indiscrezione non abbia attirato la vostra
    collera sul mio capo.
    Se la vostra pace, signore, dipende dalla mia stima,  rispose Giulia
    con  un tono di voce dolce e mal fermo,  siate pur certo che non sar
    turbata giammai. La singolarit della mia situazione mi vieta di dirvi
    di pi, e mi prescrive di ritirarmi immediatamente. Cos dicendo,  si
    allontan  da Ippolito e da suo fratello con una certa timida dignit,
    che aggiungeva un nuovo grado d'interesse alla sua deliziosa persona.
    Ferdinando non poteva riaversi dalla sorpresa.  Egli si era offeso che
    sua  sorella  avesse  udito tutto ci che gli era sembrato di dire per
    incoraggiare il suo  amico.  Il  suo  risentimento  per  fu  alquanto
    diminuito al pensiero di avere in certo modo fatto un servizio a tutti
    e due, mettendoli in condizione di intendersi pi presto e di troncare
    i troppo lunghi preliminari dell'amore.  In seguito poi si separarono;
    affinch Giulia non dovesse soffrire nel vederli ancora insieme.
    Finalmente arriv l'ora assegnata dal marchese al figlio,  affinch si
    recasse  nel suo gabinetto.  L'aria d'importanza che egli aveva dato a
    questo colloquio, aveva causato a Ferdinando qualche inquietudine,  ma
    la  parola  data  e  la  curiosit  di  sapere qualche cosa di preciso
    riguardo a ci che gi aveva visto ed udito,  lo  spinsero  ad  essere
    puntuale.
    Il  gabinetto era aperto,  ma il marchese non vi si era ancora recato.
    Pure,  dopo aver lodato la puntualit del  figlio,  chiuse  la  porta,
    prese  una  sedia,  e  fece cenno a suo figlio di avvicinarne un'altra
    alla sua. Tutte le sue azioni,  tutti i suoi movimenti esprimevano una
    straordinaria  freddezza,  che dava un non so che di sinistro alla sua
    stessa fisionomia.
    E' forse questa l'unica circostanza,  cominci il marchese,  figlio
    mio,  in cui metter alla prova il vostro onore.  I segreti che io sto
    per svelarvi non debbono mai pi essere rivelati  in  alcun  caso,  n
    potrete  violare  il  segreto.  Giudicate  voi stesso.  Guardate se vi
    sentite in grado di fronteggiare la stessa morte,  per non violare  il
    mio   segreto,   che   presto  sar  anche  vostro.   Riflettete  bene
    sull'impegno che state per assumervi.  Se  vi  sembra  troppo  penoso,
    allontanatevi  e  tronchiamo subito questo colloquio.  Se al contrario
    avete ricevuto dalla natura un animo forte abbastanza per osservare  i
    vostri  giuramenti  ed anteporli ad ogni rispetto umano,  accettate le
    condizioni che io vi impongo.  Con questo patto vi sveler dei  grandi
    misteri.
    Questo proemio non era dei pi acconci per assicurare Ferdinando. Qual
    sorta  d'obbligo  si  esigeva  da  lui?  Dove conduceva tutto ci?  La
    curiosit per fu quella  che  la  vinse;  e  quindi  rispose  al  suo
    genitore  che  era  pronto a mettere in atto il giuramento.  Allora il
    marchese,  impugnata la  sua  spada  e  trattala  dal  fodero,  gliela
    present, e gli disse:
    Giura  su  questo  ferro,  su  questo  pegno  sacro  dell'onore di un
    gentiluomo di non palesare mai il segreto che io sto per confidarti.
    Lo giuro,  soggiunse Ferdinando con voce ferma e coraggiosa,  io lo
    giuro,  e conserver inviolato il mio giuramento anche a rischio della
    vita.
    Fatto  ci,  il  marchese,   posata  la  spada  sopra  un  tavolino  e
    avvicinatosi al figlio, gli tenne questo discorso.
    Vincenzo Mazzini, terzo di questo nome, mio avo, pose circa un secolo
    fa questo castello nel numero dei suoi possedimenti.  Esisteva in quel
    tempo un odio mortale fra la nostra e la famiglia Del Campo. Non serve
    qui spiegarne l'origine ed annoverare i diversi incidenti a cui  dette
    luogo  quest'odio.  Basta  solo  rammentare  che port finalmente alla
    totale rovina della famiglia Del Campo ed al trionfo  dei  Mazzini.  I
    nostri nemici perdettero tutta la stima in Sicilia, i loro beni furono
    confiscati,  le persone proscritte,  e bisogn che andassero a cercare
    oscuri asili in terre  straniere.  Uno  solo  fra  loro  si  ostin  a
    rimanere.  La  sua  assiduit nell'aggirarsi nei dintorni del castello
    fece temere al mio avo che egli meditasse qualche  sinistro  piano,  e
    quindi  cerc  di prevenirlo.  Vincenzo Mazzini assold alcuni di quei
    banditi, che infestano l'Italia e la Sicilia,  in cos gran numero,  e
    li appost in qualit di sicari intorno alla persona del suo nemico.
    Dopo alcune settimane di rigorosi pedinamenti giunsero a sorprenderlo
    una  notte in un luogo solitario e inabitato.  Appena vistolo,  gli si
    lanciarono addosso,  lo rapirono e lo condussero al suo nemico  legato
    mani  e piedi.  Egli si chiamava Enrico Del Campo.  Il mio avo lo fece
    rinchiudere in una camera della fabbrica meridionale,  ove in  capo  a
    pochi  giorni  fu  trovato  esangue  sul  suolo.  Io  non  mi sono mai
    informato, se ad una tal morte avesse avuto nessuna parte la violenza,
    o se il solo dispiacere di non aver potuto effettuare la sua  vendetta
    e  d'essere  caduto nelle mani del suo nemico,  avessero abbreviato il
    corso dei suoi giorni.
    Se la morte di Enrico fu conseguenza di un piano condotto da Vincenzo
    Mazzini,     cosa  certa  che  ebbe  un  compiuto  esito  in   quanto
    all'impenetrabile mistero da cui fu accompagnata.  Tutti i tentativi e
    tutti i passi fatti dalla famiglia Del Campo per scoprire  la  cagione
    di una scomparsa cos repentina ed improvvisa, non servirono a niente.
    I sicari ben pagati tacquero e si allontanarono, e ritorn la calma al
    castello.  Il  mio  avo  dimentic i suoi nemici,  e non se ne ud pi
    parlare.
    Alcuni anni or sono si sparse voce  che  nel  castello  si  facessero
    vedere  degli  spettri  e  degli spiriti.  Da principio questa voce mi
    sembr ridicola;  ma poi si diffuse talmente che io decisi di andare a
    scoprire cosa ci fosse di vero.
    Una  notte,  infatti,  dopo  avere  a tutti ordinato di riposare,  mi
    arrischiai  solo  nella  parte  meridionale,  dove  si  supponeva  che
    apparissero questi spaventevoli spettri. Io avanzavo a grandi passi in
    preda  a  quella inquietudine,  che si accompagna sempre alle ricerche
    notturne,  quando un orribile spettro  improvvisamente  mi  colp  gli
    occhi  e  lo  spirito.  Tutto  il mio coraggio mi abbandon,  e con lo
    spavento nel cuore mi posi a fuggire. Dopo di ci,  non solo rinunziai
    ad ulteriori perquisizioni,  ma decisi di non abitare mai pi la parte
    meridionale del castello. Non posso ancor oggi ricordarmi senza orrore
    quella spaventevole scena.  Feci subito chiudere per sempre  tutte  le
    porte che conducevano alle parti da non abitarsi mai pi,  e non volli
    ritornare mai pi al castello. E voi stesso avete osservato che venivo
    molto di rado, e che vi  stato bisogno di una catena di circostanze e
    di affari perch questa volta vi abbia fatto cos lungo soggiorno.
    Ora,  che cos' questo spettro?  Io non lo so.  E' forse  l'ombra  di
    Enrico?  Ricerca  forse vendetta?  Reclama una tomba?  E' lui la causa
    dello spavento delle vostre sorelle?  Questo  ci ch'io non so e  non
    mi  curo di sapere.  Rispettate,  figlio mio,  come faccio io,  questi
    orribili misteri.  La fragile umanit non basta per combattere  contro
    eventi soprannaturali.
    Ferdinando,  avendo  ascoltato  questo  racconto  con  tacito  orrore,
    richiamava alla mente le sue temerarie perlustrazioni. Gli sembrava di
    avere sempre davanti agli occhi la lampada e la  figura  che  gli  era
    apparsa,   e  non  poteva  riflettere  senza  orrore  alla  pericolosa
    situazione nel bel mezzo della scala  della  torre,  quando  essa  era
    franata.  Questa  catena di avvenimenti,  unita al racconto udito,  lo
    faceva tremare al solo ricordarsene, pi ancora che nel momento in cui
    aveva deciso di svelare il mistero.
    Il marchese per altro,  quando si separ da suo figlio,  gli disse che
    permetteva  alle  sue sorelle di cambiare appartamento e di riprendere
    quello precedentemente occupato, e lo incaric di dir loro che,  senza
    esaminare  il  motivo della loro richiesta,  vi aveva acconsentito per
    far cosa grata ai suoi figli.  In conseguenza di ci  le  due  sorelle
    furono riammesse al godimento delle loro antiche camere, eccettuata la
    parte principale, che la marchesa non volle cedere. Ella mostr di non
    essere  soddisfatta della condiscendenza del suo sposo,  che tacci di
    debolezza ridicola e non scusabile.  D'altro canto il marchese  invit
    molto  duramente  le  sue  figlie  a  non turbar pi per l'avvenire la
    tranquillit del castello con puerili timori,  che non potevano essere
    stati prodotti che da ridicole fantasie.
    D'altronde Ferdinando rifletteva profondamente sui misteriosi racconti
    fattigli  dal  padre.  Intimamente persuaso che Enrico Del Campo fosse
    perito di una morte violenta, non poteva in alcun modo familiarizzarsi
    con l'idea di essere il pronipote di un assassino.  Il suo  cuore  era
    commosso  riflettendo  che  in quel castello medesimo era stato sparso
    sangue innocente,  e che lo  spirito  che  abitava  nel  suo  recinto,
    spirito  comparso  ai  suoi sguardi,  non poteva che essere l'anima di
    quella disgraziata vittima,  che voleva vendicarsi sui discendenti del
    suo perfido uccisore.
    Oppresso  dal  peso  di  queste tristi riflessioni,  vagava a caso nel
    giardino,  quando s'imbatt in Ippolito.  Il volto di  Ferdinando  era
    cos  pallido  e  sfigurato,  che il suo amico non pot fare a meno di
    domandargliene la causa.
    Non cercate,  mio caro Ippolito,  gli rispose,  di scoprire ci che
    non mi  permesso di svelarvi,  sar questo l'unico segreto che io non
    vi paleser.
    Terminando di proferire queste parole, si allontan precipitosamente.


    CAPITOLO 4.

    Frattanto la  sensibile  Giulia  era  rimasta  molto  mortificata  che
    Ippolito avesse cos presto conosciuto il vero stato del suo cuore. Ma
    dopo qualche riflessione,  questa idea penosa sul momento,  aveva dato
    luogo ad un pi dolce e  pi  lusinghevole  sentimento.  Quanto  aveva
    udito  la  rendeva  certa  di  essere  teneramente amata.  Con piacere
    richiamava alla mente le affettuose espressioni di cui si era  servito
    Ippolito  per  dipingere  il  suo  affetto,  il  timore  che  aveva di
    dispiacerle,   le  titubanze  nel  persuadersi  di  meritare   d'esser
    distinto,   e   finalmente   la   sua   gioia   allorch   Ferdinando,
    coll'enumerazione di mille  circostanze,  l'aveva  convinto  che  egli
    realmente  interessava  l'oggetto  del suo amore.  Come avrebbe potuto
    dubitare della deliziosa certezza di essere amata da un  uomo  tenero,
    rispettoso  e degno dell'affetto pi efficace!  Mentre era tutta presa
    da lusinghiere speranze,  che credeva poter giustamente concepire,  fu
    tolta  da  questa dolce illusione da un ordine del marchese suo padre,
    che le imponeva di andarlo immediatamente a trovare.
    Siccome  non  poteva  prevedere  l'oggetto  della  sua  richiesta,  si
    affrett  ad  obbedire  e  trov  il  marchese  che  a lunghi passi si
    aggirava nel suo gabinetto. L'aria grave e severa che appariva sul suo
    volto,  chiaramente  mostrava  che  doveva  comunicarle  qualche  cosa
    d'importante.  Dopo  aver  serrato la porta,  sedette vicino a lei,  e
    consideratala attentamente, commosso le disse: Io vi ho qui chiamato,
    Giulia, per parteciparvi a quale onore elevato siete chiamata. Il duca
    di Luoro richiede la vostra  mano.  Io  non  avevo  nessun  motivo  di
    pretendere una tanto onorevole parentela.  Frattanto,  per allestire i
    preparativi nuziali,  mi  necessario il vostro consenso,  di cui  gi
    d'altronde son certo.  Ditemi, figlia mia, quanto siete sensibile alla
    notizia di un innalza mento, quanto distinto, altrettanto imprevisto.
    L'inevitabile certezza di una prossima morte  non  avrebbe  recato  un
    colpo tanto fiero al cuore di Giulia, quanto glielo rec questa fatale
    notizia.  Anzi, la sconcert a tal segno, che rest senza fiato, e non
    ebbe forza di replicare una sola parola.  Il suo  genitore,  a  niente
    altro  pensando  che  ai suoi ambiziosi progetti,  si fece beffe della
    sensazione che Giulia provava, immaginandosi che fosse stata l'effetto
    di una gioia repentina, e gi era sul punto di fargliene una specie di
    rimprovero,  allorch il totale abbattimento di Giulia gli  forn  una
    convincentissima prova della sua ripugnanza.
    Vi confesso, le disse allora il marchese, che questo affare  stato
    condotto un po' in fretta.  Ma in questo istante, le vostre abitudini,
    o  qualunque  altra  lieve   impressione,   deve   cedere   il   passo
    all'inestimabile onore del grado che state per raggiungere.  Io non mi
    curo di sapere i motivi della vostra debolezza.  Vi lascio in libert;
    riflettete,  e  disponetevi  a  darmi  fra poche ore una soddisfacente
    risposta.
    No padre mio,  no,  io non potr mai far ci,  gli  rispose  Giulia.
    Ecco  che io mi getto ai vostri piedi.  Per piet non vogliate la mia
    rovina,  la mia infelicit.  Se voi desiderate la morte  della  vostra
    figlia  l'otterrete senz'altro,  ostinandovi a darmi in consorte ad un
    uomo che il mio cuore rigetta con orrore.
    E da dove viene tale  ripugnanza?  Quali  sospetti  sembrano  dovermi
    ispirare?   Alla  fine,  signorina,  lasciate  da  parte  affettazioni
    ridicole, e pensate che voglio essere obbedito.
    In tutt'altro, mio caro genitore, la misera Giulia si sacrificherebbe
    ad ogni vostra volont,  ma qui si tratta dell'infelicit per l'intero
    corso della sua vita.
    Il duca di Luoro  ricco,  potente ed anche amabile. Egli pone le sue
    sostanze  e  la  sua  dignit  ai  vostri  piedi,  e  voi  esitate  ad
    assecondare  il  volere  di un padre!  Insensata!  E pensate che io mi
    voglia  vilmente  lasciar  vincere  dai  capricci   di   una   giovane
    stravagante e di una figlia ribelle?  Non vi dico che una sola parola.
    Scegliete, o il mio sdegno, o la mia tenerezza. Se nel corso di questo
    giorno voi stessa non venite a recarmi il  vostro  consenso,  sappiate
    che  diverrete  per me una straniera.  Io vi disconoscer come figlia.
    Domani vi allontanerete  dal  castello,  da  cui  io  vi  scaccio  per
    sempre.
    Proferendo  queste  ultime  parole,  il  marchese usc furioso dal suo
    appartamento.  Giulia non aveva potuto resistere a  questa  invettiva.
    Non  potendosi pi sostenere in piedi,  era stramazzata sul pavimento;
    sola com'ella era e senza soccorsi,  non si riebbe dal suo  svenimento
    che dopo alcune ore.  Ritornata in se stessa,  si sforz di fuggire da
    quel funesto appartamento,  appoggiandosi ora ai mobili,  ora ai  muri
    della  camera.  Era a stento giunta nella galleria,  ove il dolore che
    essa provava,  unitamente alla  violenza  della  caduta,  stavano  per
    causarle  una  seconda  crisi,  quando vide Ippolito che il caso aveva
    condotto in quel luogo. A tal vista le manc il coraggio,  cadde quasi
    senza sensi, appoggiando le braccia sopra una balaustrata.
    Ippolito  vol tosto in suo soccorso,  e con le sue cure ella rinvenne
    subito.  L'aria abbattuta,  il pallore di  Giulia  mostravano  le  sue
    sofferenze.  Egli  tent  di farle qualche domanda sulla causa del suo
    dolore,  ma la tenera Giulia non gli rispose che con le lacrime.  Ella
    si affrett a recarsi nel suo appartamento,  e permise che Ippolito la
    sostenesse nel tragitto. Giunti al momento di separarsi, egli port la
    mano di Giulia alle sue labbra e l'ultimo sguardo che ella  gli  diede
    trad suo malgrado tutta la sua parzialit per lui. I due non si erano
    detti  una  sola  parola.  Ma  quanto questa scena muta e toccante non
    riusc pi commovente d'ogni eloquente ed affettuoso discorso!
    Allorch Giulia si trov sola,  fu allora che  si  abbandon  a  tutta
    l'amarezza del suo dispiacere,  della sua disperazione.  Quando ancora
    non avesse racchiuso nel seno il germe di una  violenta  passione  per
    Ippolito,  non avrebbe per provato meno orrore per la proposta che le
    si faceva.
    Il duca di Luoro,  che era allora nel cinquantesimo settimo anno della
    sua  et,  aveva  gi  avuto  due consorti.  Ambedue vittime delle sue
    brutalit e del suo orgoglio, erano morte di dolore pochi anni dopo le
    nozze.  Il carattere di quest'uomo era in tutto simile  a  quello  del
    marchese Mazzini.  Aveva la stessa fierezza,  la stessa inflessibilit
    d'animo,  un simile dispotismo e crudelt regnavano  nella  sua  casa.
    Avvezzo  a trattar da schiave le sue consorti,  quale sorte spaventosa
    preparava a Giulia,  a questa terza sciagurata a  cui  voleva  unirsi!
    Qual  odioso  paragone  si presentava di continuo alla mente di Giulia
    fra un uomo spoglio d'ogni sentimento dolce ed umano, ed il generoso e
    sensibile Ippolito,  il cui spirito ed i cui abituali  pensieri  erano
    sempre in perfetto accordo con il suo animo!
    Il  duca  aveva  visto Giulia in occasione della festa che il marchese
    aveva fatto celebrare per la maggiore et di Ferdinando.  Le virt  di
    questa  giovane  lo  avevano  fortemente colpito.  Condannato a vivere
    solo, poich non gli restava della prima moglie che un figlio,  che lo
    aveva abbandonato, concep il progetto di unirsi con Giulia e di darle
    il nome ed il posto di terza sua sposa.  Il marchese,  onorato da tale
    proposta, l'aveva accettata con gran trasporto,  perch gli permetteva
    di imparentarsi con una delle prime famiglie della Sicilia.  Invano la
    signora Menon, Emilia e Ferdinando, che tutti insieme si erano riuniti
    al fianco di Giulia, le prestarono le pi attente cure e le pi tenere
    consolazioni.  Niente poteva calmare il suo dolore.  Ippolito  d'altra
    parte  provava delle angustie non minori,  senza poter capire la causa
    della afflizione della fanciulla.  Su sua istanza  Ferdinando  si  era
    recato  dalla  sorella.  Non  appena  fu  a  conoscenza  del tirannico
    progetto del loro padre,  fu commosso da un dolore non meno  forte  di
    quello  che  lacerava  il  cuore  di Giulia.  Egli aveva progettato di
    congiungere in matrimonio una delle due  sorelle  col  suo  amico.  La
    mutua  inclinazione  di  Ippolito  favoriva questo piano,  e conduceva
    naturalmente alla sua esecuzione; ma tutto era distrutto dalla crudele
    ed inflessibile volont di un padre.  D'altronde una fatale esperienza
    gli insegnava che niente poteva rimuovere l'animo altero del marchese,
    che  non  si  lasciava  vincere  da alcuna considerazione,  a cui poco
    importava il fare o il non fare l'infelicit dei suoi figli, quando si
    trattava di soddisfare le sue ambiziose speranze.
    Ferdinando, qualche tempo dopo,  tornava nella propria camera,  quando
    Ippolito,  che  gli  veniva  incontro,  lo  mise in estremo imbarazzo.
    Voleva ritardare ancora un poco il momento  in  cui  doveva  rendergli
    noti i progetti del marchese riguardo a Giulia; ma questo incontro non
    previsto, e l'estremo desiderio che mostrava il suo amico di conoscere
    la  vera  causa  del  dolore di Giulia,  lo costrinsero a parlare.  Il
    racconto, che suo malgrado Ferdinando fu costretto a fargli,  oppresse
    Ippolito,  e  tutto  ci che gli disse il suo amico per calmare la sua
    disperazione,   non  serv  che  a  raddoppiarla  e   ad   accrescerla
    maggiormente.
    Giulia, per esser libera pi presto, aveva finto un violento dolore di
    testa,  e  si  era  ritirata  molto  di  buon'ora dalla conversazione.
    Rinchiusa sola nella sua camera,  a nient'altro pensando che alla  sua
    disgrazia,  passava  lentamente  le  ore  in  tristissime  e laceranti
    riflessioni. Il sonno non arrivava, ed il suo stato le diveniva sempre
    pi insopportabile;  alla fine si  alz,  si  accost  alla  finestra,
    adagio  adagio  l'apr,  e  si  mise  a  cercare  qualche  oggetto  di
    distrazione fra tanti che la circondavano.
    La luna risplendeva in tutto  il  suo  chiarore;  i  flutti  del  mare
    sembravano  pi  particolarmente illuminati dai suoi raggi;  e piccoli
    ondeggiamenti spingevano periodicamente alla riva le  onde  argentine.
    Tutto  ispirava calma e riposo.  Il piacevole silenzio della natura si
    trasfer a poco a poco nel cuore di Giulia, e calm per qualche tempo,
    almeno in parte, le sue dolorose impressioni.
    Ella contemplava con emozione quel quadro maestoso e  melanconico.  La
    sua ammirazione per fu interrotta dal lontano mormorio dei remi di un
    piccolo battello, che rapidamente si accostava alla riva dirimpetto al
    castello.  Quell'oggetto,  che  dapprima  si  era  presentato  ai suoi
    sguardi come un punto quasi  impercettibile,  le  apparve  dopo  pochi
    minuti qual era, una barca molto considerevole ornata di bandiere e di
    padiglioni. S'intese un soave preludio di strumenti, che fu seguito da
    un  coro  di  voci,  che  intonarono  un  canto conosciuto in tutta la
    Sicilia sotto il nome di "Canto di mezzanotte".
    Questa celestiale armonia di strumenti e di cori dava al complesso del
    quadro una bellezza inesprimibile.  Giulia aveva per  natura  un'anima
    sensibile.  Il  canto  dopo  un  poco  cess e il bastimento disparve.
    Giulia ritrov il dolce sonno,  ed il riposo di poche ore le  restitu
    la calma e la serenit.
    Allorch  ella  si  risvegli,  gi  il  sole  era  alquanto inoltrato
    sull'orizzonte.  Laceranti inquietezze fecero posto in  lei  alle  sue
    prime  idee dolci e piacevoli,  facendole tornare alla mente le ultime
    parole di suo padre.  Ella pensava solo al mezzo di sottrarsi  al  suo
    crudele destino; allorch un servo le consegn l'ordine di recarsi dal
    marchese  suo  padre.  Il  motivo di questa chiamata era di prevenirla
    dalla visita del duca di Luoro,  che doveva recarsi al castello quella
    mattina per avere con lei una prima conversazione.
    Procurate,  signorina,  le  disse  il marchese,  di abbigliarvi con
    eleganza e decoro,  e di fare al duca tale accoglienza.  per cui possa
    comprendere  che voi siete disposta ad obbedire con gioia alla volont
    del genitore ed a conformarvi alle sue volont.
    Era inutile rispondere. Giulia si ritir con le lacrime agli occhi,  e
    rientr nella sua camera, lacerata da un dolore crudele. Niente poteva
    dispensarla dall'obbedire.
    Suon  mezzogiorno,  ed  un momento dopo lo squillo delle trombe ed un
    grande strepito di  carrozze,  di  cavalli  e  di  servi  annunziarono
    l'arrivo del duca nei primi atri del castello.  Giulia sent mancarsi,
    e non ebbe forza  di  alzarsi  dalla  sedia.  La  sua  oppressione  fu
    accresciuta  da  un  nuovo  ordine di suo padre.  Ella si gett fra le
    braccia della tenera Emilia,  che non poteva soccorrerla  che  con  le
    lacrime. Ma finalmente prese una decisione. Abbandon la sorella, usc
    dalla  camera,  ed  in un momento si ritrov nella principale sala del
    castello,  ove suo padre con  solennit  l'aspettava  insieme  con  la
    marchesa e col duca di Luoro.
    Dopo  i  primi  complimenti,  il marchese e la sua sposa trovarono dei
    pretesti per allontanarsi,  e lasciarono Giulia da  sola  a  solo  col
    duca.  Questa  situazione,  che  in  ogni  altra  circostanza  avrebbe
    angustiato la nostra eroina,  non fece che raddoppiare il suo coraggio
    e confermare la sua risoluzione.
    Aveva  stabilito tra s d'implorare la sensibilit del duca di Luoro e
    d'impetrarne l'assistenza.  Egli non avr  sicuramente  un  cuore  di
    ferro,  aveva detto fra s;  egli cerca la mia destra, perch non sa
    che io ho disposto del mio cuore.  Quando io gli dir  che  non  posso
    amarlo, che seguire il progetto di mio padre  un renderci eternamente
    infelici l'un l'altro,  che il cielo non approva la nostra unione,  il
    suo personale interesse,  ed il timore comune ad  ogni  gentiluomo  di
    precipitare  una  giovane  in un mare di mali e di eterni rimorsi,  lo
    faranno forse recedere dalle sue prime idee.  Egli rinunzier  ad  una
    unione nata sotto cos sinistri auspici,  e,  sensibile alle mie pene,
    sar il mio difensore e il mio asilo contro il marchese.
    Preoccupata da tali idee consolanti  e  da  queste  fallaci  speranze,
    ascolt  con  rassegnazione  gli  elogi che il duca le indirizz,  e i
    complimenti che le profuse sulla sua  bellezza,  sulla  sua  giovent,
    sulle  avvenenze  della sua persona,  ed allorch ebbe terminati tutti
    questi complimenti d'uso, e Giulia vide che toccava a lei parlare, gli
    rispose con queste brevi e concise parole:
    Sono molto sensibile, signor duca, all'onore della vostra ricerca,  e
    desidero  corrispondervi con egual confidenza.  Forse vi avranno fatto
    credere che  io  riceva  quest'omaggio  con  gioia;  ma  non    stata
    consultata  la  mia inclinazione per decidere con voi i particolari di
    questa nobile unione.  Io non posso accordarvi altro sentimento che il
    mio  pi profondo rispetto.  Invano cerchereste il dono del mio cuore;
    invincibile ripugnanza....
    Come, signorina, io non avevo alcun motivo d'aspettarmi....
    Scusate la mia sincerit;  ma le  circostanze  la  giustificano.  Non
    posso che parlarvi con franchezza in questo istante decisivo della mia
    vita.  Ho  stabilito  di svelarvi i miei sentimenti,  anzi,  ho deciso
    d'andare pi oltre, cio di pregarvi, in nome di quella generosit che
     cos naturale ad un vero gentiluomo,  di rinunciare ad ogni idea  di
    nozze  con me,  e d'invitare mio padre a non volere pi disporre della
    mia persona senza sapere prima se colui che mi destina sia un  oggetto
    piacevole al mio cuore.
    Il  duca  di  Luoro,  estremamente  punto  da un tal parlare,  si alz
    aggrottando le ciglia,  e con tutte le apparenze  di  uno  sdegno  mal
    celato:
    N  il vostro genitore n io,  signorina,  disse a Giulia,  avremmo
    giammai creduto che voi cos presto aveste  gi  disposto  del  vostro
    cuore.  Mi guardi il cielo dal rompere un nodo cos bello! Dotata come
    siete di tanta precoce sensibilit, siete sicuramente destinata ad una
    sorte infelice.  Mi accorgo a questo punto  di  tutta  l'inconvenienza
    della mia richiesta e dell'inutilit delle mie speranze. Il rispetto e
    l'ammirazione  saranno  d'ora innanzi i soli sentimenti che io nutrir
    per voi.
    Ah signore,  io  avevo  invocato  la  vostra  generosit,  e  non  ho
    incontrato che il vostro risentimento. Ahi quanto mi sono ingannata!.
    Voi mal vi avvisate, signorina, lasciate che io mi ritiri. Un oggetto
    il quale non ispira che ripugnanza, deve abbreviar le sue visite. Ci
    dicendo, si chiuse dietro le spalle la porta della sala e si allontan
    con precipitazione e furore.
    Giulia  d'altro  canto  non poteva perdonarsi d'aver supposto nel duca
    quelle virt che  gli  erano  sconosciute;  d'essersi  appellata  alla
    generosit  di lui,  sentimento che egli non aveva mai conosciuto;  di
    aver creduto che l'umanit e l'onore sarebbero venuti in suo soccorso,
    per impegnare il duca a desistere dalla sua richiesta,  e a  rivolgere
    sopra  qualche  altra  famiglia  le  sue aspirazioni.  L'orgoglio e la
    collera avevano altrimenti disposto. Il superbo duca credette di poter
    sacrificare l'infelice vittima che aveva rifiutato di  unirsi  con  un
    uomo pieno di vizi e che non poteva sopportare.
    Ci che l'infelice Giulia temeva,  si avver in breve.  Il vile Luoro,
    accecato da un ignobile risentimento, era andato a cercare il marchese
    Mazzini,  ed  avendogli  raccontato  il  sofferto  rifiuto,  lo  aveva
    attribuito   ad   un  sentimento  di  tenerezza,   che  Giulia  doveva
    necessariamente provare per qualche uomo: forse di  oscura  nascita  e
    indegno di lei sotto tutti gli aspetti.
    Il marchese, che si era trattenuto da solo a solo con Luoro gran parte
    del  dopo  pranzo,  appena  questi  fu partito per Napoli,  chiam sua
    figlia.  Ella arriv obbedientissima,  e fu costretta ad ascoltare con
    rassegnazione tutto ci che di aspro e d'insultante gli parve di dirle
    sulla sua supposta inclinazione.  Il marchese aggiunse che non ostante
    le disposizioni  ribelli  del  suo  cuore  ella  doveva  prepararsi  a
    porgere,  o per amore o per forza, la mano di sposa al duca, che di l
    a tre giorni la doveva sposare al castello.
    Non ostante  la  sua  timidezza,  Giulia  si  accingeva  a  spiegargli
    l'orrore che le ispirava una tale unione;  ma il marchese, mostrandole
    una rabbia terribile,  abbandon il gabinetto e si  chiuse  dietro  la
    porta.
    Altro  non  rimaneva  alla  giovane  vittima  che la disperazione e le
    lacrime. Come opporsi alla volont tirannica di un padre, il cui cuore
    in preda all'ambizione non aveva dimostrato alla  sua  prole  un  solo
    istante  di  tenerezza!  Era  deciso che ella sarebbe stata la vittima
    della fredda combinazione dell'orgoglio e dell'altrui cupidigia.
    Oppressa dal peso di queste funeste  immagini,  si  ritir  nella  sua
    camera, dove fu raggiunta dall'amabile Emilia.
    Specialmente  allora che lo spirito  abbattuto da un profondo dolore,
    le premure di una diletta sorella offrono un sollievo,  che non si pu
    rifiutare.  Esse  piangevano  insieme,  e Emilia non ritorn nella sua
    camera,  fino a che  non  ebbe  restituito  alla  sorella  un  po'  di
    tranquillit e pace.
    La notte era gi molto avanzata quando si separarono. Giulia era stata
    troppo   agitata  per  tutto  il  corso  della  giornata  per  potersi
    abbandonare ad un placido sonno.  Presa  dalla  sua  oppressione  fece
    ricorso  alla  lettura.  Le cadde sott'occhio un romanzo sentimentale;
    dopo che ne ebbe lette alcune  pagine,  s'imbatt  in  una  situazione
    molto   simile   alla   sua   attuale.   Confrontando  le  immaginarie
    disavventure dei personaggi di quella finzione letteraria con  le  sue
    reali disgrazie, non pot fare a meno di spargere nuove lacrime.
    Un  cupo  silenzio  regnava  in  ogni angolo del castello.  Giulia era
    persuasa che tutti gli abitanti fossero abbandonati alle dolcezze  del
    sonno.  Il  cielo  era  annuvolato  e  la  notte profondamente oscura.
    L'atmosfera era agitata,  come all'avvicinarsi  di  una  tempesta;  il
    vento che soffiava nei corridoi,  vi spargeva un sordo gemito e questo
    gemito metteva nel cuore di Giulia lo spavento e il terrore che  aveva
    gi  provati  nel  suo  vecchio appartamento.  Ella teneva le orecchie
    tese,  quando ad un tratto distinse chiaramente dei passi di  qualcuno
    che sembrava avvicinarsi alla porta della sua camera.
    Ascolt  attentamente  e  conobbe  distintamente  che  erano pi voci.
    Finalmente ud chiamare il suo nome e riconobbe la voce di Ferdinando.
    In un momento si calmarono  i  suoi  timori;  apr  la  porta  e  vide
    Ferdinando seguito dall'amato Ippolito.
    A  tal  vista  non  pot evitare un repentino svenimento.  Ippolito la
    sostenne fra le sue braccia,  e  pochi  momenti  dopo  ella  rinvenne.
    Ferdinando  allora  le disse che dovendo parlarle di cose importanti e
    della massima segretezza, aveva scelto quell'ora, sicuro di non essere
    osservato e sorpreso.
    Ci  stato detto, amabile Giulia, soggiunse Ippolito, che il vostro
    genitore deve impiegare tutta la sua autorit  per  farvi,  entro  tre
    giorni, porger la mano di sposa all'indegno duca di Luoro. Egli non si
    far scrupolo di violentare la vostra inclinazione;  e per ottenere il
    conseguimento del suo scopo oltrepasser la sua autorit,  non  curer
    le  vostre  lacrime e vi sacrificher.  Non vi rimane che una sola via
    per sottrarvi all'autorit, non di un padre, ma di un crudele tiranno.
    Ho consultato vostro fratello;  su  suo  consiglio  vi  offro  il  mio
    soccorso.  Io sono padrone di me stesso: accettate, amabile Giulia, la
    mia   assistenza?   Acconsentite   a   sfuggire   alla   pi   crudele
    persecuzione...  Non mi rispondete,  o Giulia, alcuna parola! Che cosa
    debbo pensare di questo silenzio? Ah!  lo vedo ben chiaro: io non godo
    della  vostra  confidenza!  Il  vostro cuore appena degna intendere il
    mio!  Se sono per voi un essere indifferente respingetemi con  sdegno,
    che  andr  altrove a trascinare la mia disperazione.  Non torner mai
    pi in un luogo,  ove abita la sola persona ch'io possa amare e che ha
    corrisposto alla mia tenerezza col pi crudele disprezzo.
    Giulia  si  sciolse  in  lacrime.  L'idea  di  un passo cos ardito la
    spaventava.  Fuggire dalla  casa  paterna,  disprezzare  una  autorit
    sacrosanta,  abbandonarsi  alle  tristi  conseguenze di una sciagurata
    passione,  erano altrettante riflessioni che immergevano ii suo  cuore
    nella desolazione e nell'incertezza.
    Mia   tenera   Giulia,   amabile   sorella,   le  disse  Ferdinando,
    accostandosi a lei,  stringendole le mani coll'espressione  della  pi
    tenera  partecipazione,  lasciati  persuadere  dalle promesse del mio
    amico, e sii certa della sincerit dei suoi impegni. Abbastanza geloso
    dell'onore della mia famiglia, io stesso ti sconsiglierei questo passo
    se lo credessi sconsiderato. Ippolito ha tanta virt,  quanto affetto:
    io  me  ne faccio garante.  Tu non fai che seguire uno sposo,  un uomo
    onesto, un vero amante, un amico fedele!  Fra la scelta della felicit
    e della tirannia, non puoi esitare.
    E che puoi tu dirmi,  o Ferdinando,  o mio diletto fratello, che puoi
    tu dirmi,  che io non abbia gi cento volte ripetuto a me stessa?  Per
    quanto  grande  sia  la  tua  eloquenza  nel perorare la causa del tuo
    amico, credimi, che il mio cuore la difende ancor meglio....
    Appena ebbe proferite queste ultime parole ne sent tutta la forza. Si
    vergogn e temette di  avere  oltrepassato  i  limiti  della  modestia
    imposti  al  suo  sesso.  Questa  idea  parve  sospendere tutte le sue
    facolt, ed ella non interruppe questa specie di insensibilit che con
    un sospiro,  il quale sembrava esprimere al vivo la penosa  agitazione
    della sua anima.
    I  due  giovani  e  Ippolito  pi che mai furono vivamente commossi da
    questa scena che esprimeva il pi profondo dolore.  Ella li teneva  in
    una inesprimibile incertezza.
    Oh!  mia Giulia,  riprese Ippolito, di grazia rispondeteci. Rompete
    questo silenzio penoso. Ditemi che mi permettete di sperare.
    Giulia,  internamente orgogliosa di veder tanto amore  negli  occhi  e
    nelle  parole d'Ippolito,  non pot fare a meno di dimostrargli la sua
    riconoscenza col pi gentile sorriso; quindi,  fece chiaramente capire
    al fratello e all'amante, che la folla dei sentimenti che agitavano il
    suo  cuore  l'avevano  logorata  a tal punto da impedirle di ragionare
    serenamente.  Ippolito,  prostrato ai suoi piedi,  la  scongiurava  di
    promettergli di seguirlo.
    Ferdinando  per,  meno  accecato  dai  sentimenti  del suo amico,  si
    accorse che sarebbe stato penoso per lei costringerla  subito  ad  una
    decisione. Ella ha bisogno di riposo, caro amico, disse ad Ippolito.
    Non la forziamo pi oltre. Noi, Giulia, ci ritiriamo.
    Almeno, soggiunse Ippolito, ci permetta di tornare domani sera alla
    stessa ora.
    S,   vi   aspetter.   Fu   questa  l'ultima  risposta  di  Giulia,
    accompagnata da tutta quella grazia,  da tutta quella sensibilit,  di
    cui  capace un'anima riconoscente e innamorata.
    Dopo  pochi  istanti  uscirono tutti e due dall'appartamento.  Avevano
    appena fatto pochi passi nella galleria,  che  scorsero  sul  muro  di
    fronte  il riflesso di una luce.  Sembr loro che quella luce partisse
    da una porta situata dietro la grande scala. Vi si recarono in fretta,
    ma prima che avessero percorso  la  met  dello  spazio  che  dovevano
    percorrere, la luce disparve. Invano si posero ad ascoltare alla porta
    della  gradinata.  Non  sentirono  alcun  rumore,  e di conseguenza si
    determinarono a  rientrare  nei  rispettivi  appartamenti,  non  senza
    timore di essere stati sentiti da qualcuno.
    Questa  scena aveva troppo agitato Giulia per permetterle di riposare.
    Non faceva che pensare a quale decisione doveva prendere. Se rimaneva,
    dava un grande esempio di filiale  rassegnazione;  ma  con  questo  si
    condannava  ad  una  vita  infelice  e  al  pi  spaventevole destino,
    dovendosi unire con un uomo che detestava.  Se fuggiva  con  Ippolito,
    esponeva se stessa ed il suo onore alle pi maligne congetture.  Quale
    stima doveva avere di un giovane oggi tutto amore,  e forse poi domani
    incostante?  E  non  vi  era  motivo  di  temere che la sua facilit a
    seguirlo non servisse per screditarla anche nel concetto  dell'amante,
    e non alterasse il suo amore, alienandone la stima?
    Il giorno dopo fu per lei lunghissimo. A mezzanotte precisa Ippolito e
    Ferdinando  furono  nella  sua  camera.  Essi  ripeterono  le medesime
    istanze della precedente notte, ed avendole fatto presente che di l a
    due giorni ella per amore o per forza sarebbe  salita  all'altare  per
    divenire la sposa del duca di Luoro,  riuscirono a farla decidere ed a
    farle promettere che la notte seguente, alla stessa ora,  ella sarebbe
    stata pronta a seguire Ippolito.
    La  felicit  del  giovane  giunse  al colmo allorch ricevette questa
    promessa, accompagnata da tutte le assicurazioni di un amore reciproco
    e di una illimitata confidenza.
    Ora s,  le disse egli trasportato dalla gioia,  ora s,  che posso
    chiamarvi mia cara Giulia, mia nobile ed avvenente sposa. Ricevete, in
    presenza  del  vostro  fratello,  di Ferdinando,  mio degno amico,  il
    giuramento che io vi faccio di consacrare tutta la mia vita a rendervi
    felice. Io da questo momento ho il diritto di sperare giorni deliziosi
    e ridenti.  Ricevo la mia signora dalle mani dell'amicizia.  All'amico
    ed alla sposa io consacro d'ora in poi tutta la mia esistenza.
    Pronunciando  questa  solenne  promessa  si era gettato ai suoi piedi.
    Giulia stese la mano per sollevarlo.  Egli la prese e se la  port  al
    cuore,  e quindi non essendo pi padrone dei suoi sentimenti,  strinse
    fra le sue braccia la fanciulla,  e raccolse sulle sue labbra il primo
    bacio d'amore.
    Un  amabile  rossore  tinse  le  gote della sorella di Ferdinando.  Si
    dissero quindi scambievolmente le cose pi tenere e pi amorose,  ed i
    due  amici  si  allontanarono  dalla  camera  di  Giulia  dopo essersi
    promessi che il giorno dopo,  a mezzanotte,  sarebbe stata l'ora della
    partenza.  Un  passo  cos  importante,  non  appena  deciso d ad uno
    spirito  giovanile  di  che  riflettere  fino  al  momento  della  sua
    esecuzione.  Abbandonare la casa paterna,  sottrarsi a quella autorit
    sotto cui si  passata tutta  la  vita,  abbandonarsi  al  caso  e  ai
    pericoli  che  accompagnano una simile fuga,  esporsi alle pi maligne
    congetture, alle pi violente calunnie.  Quali disgustose sciagure non
    erano da temersi, quali disgrazie da apprendere!
    Giulia  si  domand  pi  volte se doveva confidare il suo progetto ad
    Emilia e alla signora Menon,  ma riflettendo che i consigli che poteva
    aspettarsi  da  loro  sarebbero stati dettati dalla timidezza o da una
    eccessiva prudenza,  e che vi sono delle circostanze nel  corso  della
    vita  umana,  in cui la troppa precauzione non serve che a precipitare
    nell'infortunio,  quando un  poco  di  coraggio  conduce  ad  inattesi
    risultati,  persuasa d'altronde che n sua sorella n la signora Menon
    avrebbero potuto sottrarla alle violenze  di  un  padre,  decise,  per
    quanto ci fosse penoso al suo cuore,  di partire senza dir loro nulla
    e di osservare con loro un penoso, ma necessario silenzio.
    Un gran numero di circostanze e di preparativi annunziarono  a  Giulia
    nel corso della giornata, che il giorno dopo era fissato dal duca e da
    suo  padre  per  la  celebrazione  delle  odiose  nozze.  Tutte queste
    circostanze rafforzarono la sua decisione.  Avendo con molta  lestezza
    allontanato  dal  suo  appartamento  la  sorella  e  la signora Menon,
    impieg quei pochi momenti che fu  libera  a  fare  un  involto  assai
    considerevole di tutti i suoi pi preziosi effetti.
    Ferdinando  ed  Ippolito dal loro canto fecero tutti i preparativi per
    il viaggio.  Ma l'uscir dal castello nel corso della notte  presentava
    un  ostacolo insormontabile.  Roberto,  servo di fiducia del marchese,
    era incaricato di chiudere il cancello e tutte le porte del giardino e
    del parco ogni sera.  Egli ne teneva le chiavi  in  camera  sua  e  le
    poneva  in  un  cassettino  di  ferro  destinato  a quell'uso.  Questo
    Roberto, vecchio servitore,  difficile ad esser corrotto,  di un umore
    poco comunicativo, non offriva alcuna possibilit di essere sorpreso o
    ingannato. Ci non pertanto bisognava levargli le chiavi con malizia e
    senza correre pericolo di compromettersi.
    I  giardini del castello si estendevano quasi fino alla riva del mare,
    ed erano circondati da un muro,  in fondo al quale vi era  una  porta.
    Fra  questa  porta ed il mare vi erano appena cento passi di distanza.
    Un cameriere di Ippolito, pieno d'intelligenza e molto fedele,  doveva
    trovarsi  a mezzanotte precisa su una barca condotta da lui e da altri
    vigorosi marinai di fronte ad essa.  Finch  vi  era  il  sole  doveva
    tenersi ad una distanza assai considerevole per non dar luogo ad alcun
    sospetto, nel caso che disgraziatamente qualcuno del castello l'avesse
    veduta.
    La  barca era destinata a trasportare i nostri due amanti sull'opposta
    riva della Calabria, dove doveva celebrarsi il loro matrimonio.
    E' facile immaginarsi tutte le pene che prov Giulia  in  quest'ultima
    giornata,  pensando che stava per abbandonare,  forse per sempre,  una
    diletta sorella,  ed un'amica altrettanto rispettabile,  quanto lo era
    la  signora  Menon.  Ogni carezza da loro ricevuta,  ogni contrassegno
    della loro tenerezza erano per  lei  tanti  dardi  laceratori  che  le
    giungevano  fino  in  fondo  al  cuore.  Ogni momento era sul punto di
    rompere il silenzio, che aveva imposto a se stessa,  ma aveva promesso
    al fratello e all'amante di non rivelare a nessuno il loro segreto.
    La  marchesa  frattanto  dava  i  suoi  ordini per i preparativi della
    cerimonia che doveva aver luogo il giorno dopo.  La gioia  scintillava
    sul suo volto e trapelava da ogni suo gesto.  Ben si vedeva quanto era
    desiderosa di concludere un  matrimonio  che  stava  per  togliere  in
    eterno alla sua rivale l'oggetto che aveva incendiato il suo cuore.
    Ma, tra questi preparativi pubblici da un lato, e nascosti dall'altro,
    il tempo insensibilmente scorreva, e gi erano sopraggiunte le tenebre
    della notte.
    Giulia,  sotto  il  pretesto  di un finto malessere,  si era assai per
    tempo  separata  da  Emilia  e  dalla  signora  Menon.  Sul  punto  di
    abbandonarsi  alla buona fede del suo giovane amante,  voleva avere la
    libert di riflettere sulla sua temerariet.  Ma per quanto  potessero
    suggerirle  la  saggezza  e  la  prudenza,  era gi deciso che dovesse
    vincere l'amore.  Essa si considerava come legata dalla promessa fatta
    ad Ippolito in presenza di suo fratello. Quali ostacoli si possono mai
    fronteggiare  specialmente  quando  ci  si  vede alla vigilia di dover
    perdere tutto!
    Mezzanotte suon.  Questa  era  l'ora  fissata.  Tutte  le  porte  del
    castello  erano  state chiuse l'una dopo l'altra.  Roberto era passato
    sotto la finestra di Giulia con in mano il mazzo delle chiavi,  il cui
    fracasso  rimbombava  fino  nelle  sue  orecchie.  Le parve di vederlo
    incamminarsi verso la sua camera. E se questo era vero, pi non vi era
    speranza di uscir dal castello.
    L'attenzione di Giulia era continuamente diretta verso la  sua  porta,
    che di tanto in tanto apriva un poco ed immediatamente richiudeva;  ad
    ogni istante credeva di veder giungere Ippolito  e  suo  fratello.  Le
    pareva d'aver udito i loro passi,  di aver visto una luce,  credeva di
    avere sentito delle parole.  Ma tutte queste sensazioni erano fallaci.
    Non aveva visto od inteso nulla.  La sua alterata immaginazione creava
    oggetti che non esistevano.  Un silenzio disperante regnava  per  ogni
    dove.  Nulla dava segno di vita. La sua finestra, che ella apriva ogni
    momento,  non le presentava che  una  oscurissima  notte,  delle  nubi
    erranti  per  l'atmosfera e l'ombra degli alberi pi vicini accresceva
    ancora la densa oscurit che regnava su tutta la natura.
    L'orologio del castello scand in successione il tempo di un'ora senza
    che nessuno giungesse.  In questo frattempo Giulia ebbe tutto il tempo
    di  preoccuparsi di essere stata abbandonata dalla buona sorte,  o dai
    suoi giovani protettori.  Il  suo  cuore  era  preda  della  pi  viva
    afflizione.  Le  lacrime  non  volevano  cadere  dai suoi occhi ed una
    tacita disperazione stava per impadronirsi di lei,  quando le parve di
    udire, o piuttosto ud realmente, camminare nel corridoio.
    Il  suo cuore fu pi svelto delle sue orecchie,  e immagin subito che
    fossero Ferdinando e Ippolito.  I passi cessarono davanti  alla  porta
    della  sua  camera.  Giulia  ripresasi  completamente per questa ormai
    inaspettata venuta,  lasciandosi trasportare dall'impeto della  gioia,
    gett le braccia al collo di suo fratello,  e col massimo trasporto lo
    abbracci.
    Quell'abbraccio  era  forse  indirizzato  a  Ippolito.   Ma  quanto  
    ingegnoso  il  pudore  a  nascondere sotto il velo di una pura e santa
    amicizia i pi dolci trasporti d'amore!
    Ippolito aveva stretto la destra  di  Giulia  e:  Affrettiamoci,  mia
    tenera  amica,  le  disse affrettiamoci a uscir da questo luogo.  Le
    chiavi  sono   in   nostro   potere.   Quanta   fatica   c'   costata
    impadronircene!  Andiamo,  i  momenti  sono  preziosi.  Il pi piccolo
    ritardo pu perderci, e forse per sempre.
    Ci detto,  Ferdinando prese il piccolo pacchetto di gioie che  Giulia
    voleva  portare con s.  Ippolito offr il braccio alla sua amata,  ed
    uscirono  insieme  tutti  e  tre  chiudendo  la  porta  della  camera.
    Attraversarono  quindi nel massimo silenzio la galleria.  La fuggitiva
    Giulia,  passando davanti all'appartamento di  sua  sorella  Emilia  e
    della  signora  Menon,  non  pot  fare a meno di lasciarsi fuggire un
    doloroso sospiro;  ma la  sorte  era  segnata.  Bisognava  fuggire,  o
    affidarsi al pi odioso destino!
    Dalla  galleria passarono nella gran sala,  e s'inoltrarono in seguito
    in un passaggio che doveva condurli in un luogo segreto del  castello,
    dove si trovava una piccola porta;  passata quella, non rimaneva altro
    che guadagnare la riva del mare.
    All'estremit di questo passaggio vi era una scala  che  conduceva  in
    uno degli atri;  l'avevano appena scesa, quando sembr ai tre di udire
    un grande strepito dietro le loro spalle che partiva dalla galleria  o
    dalla  grande sala.  Questo straordinario rumore nel cuore della notte
    fece,  per cos dire,  mettere le ali ai  piedi  dei  nostri  giovani.
    Giulia  fuggiva  colla  pi rapida leggerezza.  Ma una porta chiusa li
    arrest tutti quanti.
    Ferdinando,   incaricato  delle  chiavi,   ne  prov  parecchie  nella
    serratura, ma invano; finalmente ne trov una che, entrando facilmente
    nella  toppa,  fece loro credere che fosse quella giusta.  Ma o che si
    ingannassero  o  che  la  ruggine  impedisse  di  far  funzionare   il
    meccanismo,   egli  gir  e  rigir  la  chiave  nella  serratura,  ma
    inutilmente.
    Il fracasso che avevano udito fin presto in un colpo simile a  quello
    di  una  porta  fatta  a pezzi ed essi capirono che si trattava di una
    delle porte della sala grande. Ferdinando raddoppi i suoi sforzi,  ma
    tutto ad un tratto sent rompersi la chiave nella serratura. In quello
    stesso momento il rumore cess completamente.
    Giulia   era  estremamente  spaventata.   Ella  si  era  appoggiata  a
    Ferdinando finch era durata questa  situazione,  ma  riprese  la  sua
    tranquillit quando non sent pi nessun suono.
    Ippolito,   nel   tentativo   di  capire  da  dove  potesse  provenire
    quell'improvviso strepito,  era risalito nel corridoio e si apprestava
    ad entrare nella gran sala,  quando il tumulto ricominci pi forte di
    prima.  Si udivano distintamente dei  calpestii,  dei  clamori,  delle
    porte  che venivano chiuse ed aperte.  Pi inquieto per la sorte della
    sua Giulia che per la propria, si affrett a tornare indietro dai suoi
    compagni,  e volendo aiutare Ferdinando ad aprire la  porta,  con  una
    fortissima  spallata  la  fece  uscire dai cardini.  In un attimo essi
    rovesciarono a terra la porta e oltrepassarono la  soglia,  trovandosi
    in una specie di vestibolo, che apriva su tre strade. Quale scegliere?
    Essi non ebbero tempo di decidere e presero a caso la pi diritta.
    Affrettiamoci,   amici  miei!  disse  Ippolito,  o  siamo  perduti.
    Qualcuno ci ha traditi. Siamo senz'altro inseguiti.
    Vi era ancora un'altra porta da  aprire  per  giungere  in  un  ultimo
    atrio. Ferdinando ne cerc la chiave. Si perdeva tempo prezioso: da un
    momento all'altro potevano esser raggiunti.
    Frattanto  il rumore nell'interno del palazzo si era interrotto per la
    seconda volta. La calma che era seguita teneva sospesa in qualche modo
    la loro preoccupazione.
    Pensarono che la lampada di cui erano  muniti  potesse  tradirli,  per
    cui,  appena Ferdinando ebbe trovata la chiave che cercava,  si decise
    di nascondere la lampada sotto il suo mantello,  quindi introdusse  la
    chiave  e  la  gir  velocemente.  La serratura obbed facilmente e la
    porta si apr su un terreno  abbandonato,  che  conduceva  alla  porta
    d'ingresso.
    Il luogo cosparso di pietrami,  di rovine, di pezzi di legno, sembrava
    quasi impraticabile.  Una spaventevole oscurit regnava per ogni dove;
    per bisognava attraversarla. Che cosa si riesce a superare quando tre
    infelici sono guidati al tempo stesso dall'amore, dalla speranza e dal
    timore!
    Giulia   in  quest'occasione  mostr  altrettanto  coraggio  dei  suoi
    compagni.  Ella si apr un varco tra questi innumerevoli ostacoli,  ed
    arriv  presto con gli altri alla porta,  dopo la quale non rimanevano
    che pochi passi per guadagnare la riva del mare e la barca.
    Stranamente,  ma fortunatamente per  loro,  la  porta  era  socchiusa.
    Ippolito ne usc per primo,  porgendo la mano a Giulia. Si credeva gi
    fuori del castello quando un  uomo  gettando  un  orribile  grido,  lo
    assal,  e  con  un  colpo  di  spada gli trapass il corpo da parte a
    parte.
    L'infelice giovane cadde immediatamente  al  suolo  esclamando:  Sono
    morto!.  Cos  periscono  i  traditori  ed i perfidi,  disse allora
    l'uccisore.  Giulia atterrita,  perdendo al tempo stesso le forze ed i
    sensi, cadde accanto al moribondo.
    Ferdinando volle vendicare il suo amico. Impugn la spada e si slanci
    sull'individuo che aveva osato colpire Ippolito.  Ma ahi sorpresa, che
    lo agghiacci di terrore!  L'assassino era suo padre,  era il marchese
    Mazzini.
    La  lampada,  che aveva tolto da sotto il mantello,  illumin il volto
    dello sconosciuto e gli diede questa crudele e miserabile certezza.
    La spada gli cadde di mano.  Un  groviglio  di  pensieri  diversi,  il
    quadro  che  aveva  sotto  gli occhi,  l'impossibilit di agire in cui
    questa improvvisa situazione lo aveva  gettato,  gli  tolsero  per  un
    attimo la facolt di decidere cosa fare.
    Il marchese si era fatto seguire da parecchi domestici armati, che gli
    dovevano  prestare  man  forte.  Comand  loro di rialzare Giulia,  di
    impadronirsi di Ferdinando e di ricondurli entrambi  nell'interno  del
    castello.  In  quanto ad Ippolito,  credendolo morto,  si riservava di
    disporne in un momento pi opportuno.
    Ma il cameriere di questo disgraziato giovane,  che da  mezzanotte  in
    poi  attendeva  il suo signore,  avendo udito il tumulto,  era accorso
    proprio nel momento in cui Ippolito era stato ferito.
    Il marchese gli concesse il corpo del padrone, ed egli, aiutato da due
    rematori, anch'essi attirati dallo strepito, lo port alla barca;  poi
    i tre uomini si misero immediatamente a remare verso l'Italia.
    Per  ordine  del  marchese,  Ferdinando  fu  condotto in una torre del
    castello e Giulia fu portata in una piccola camera nascosta.
    Allorch ella apr gli occhi e si vide in una specie di prigione,  che
    non   conosceva   completamente,   si  abbandon  alla  pi  terribile
    disperazione. Ma la sua cameriera, a cui il marchese aveva permesso di
    dividere la cattivit colla padrona,  si  accost  al  suo  letto  per
    prestarle i suoi aiuto ed offrirle qualche consolazione.
    Oh!  mia cara Rosa, le disse Giulia, dove sono? Che cosa  stato di
    loro?  Essi son rovinati per causa mia!  Tu sola  dunque  non  mi  hai
    abbandonato!.
    Che  cosa  posso  dirvi,  signora,  le  rispose la fedele Rosa.  Un
    impenetrabile mistero mi fa ignorare la causa di tutto ci. Ferdinando
    vostro fratello  chiuso in una  torre.  Si  parla  d'un  uomo  morto.
    Vostro  padre  non  vuol  vedere  nessuno.  Domani,  ha  detto  in mia
    presenza, sar liberato dalla responsabilit di sorvegliare una figlia
    ribelle e colpevole.  Domani,  anche se io stesso dovessi  trascinarla
    all'altare, ella sposer il duca di Luoro!.
    Dunque  la  mia infelicit  decisa: non mi rimane altro che invocare
    la morte,  esclam Giulia al colmo della  disperazione  e  volgendosi
    dall'altro  lato  non  volle pi ascoltare Rosa,  n veder la luce del
    giorno.  Invano ella raddoppiava il suo zelo e la sua compassione;  la
    sua  padrona  non  era  pi  in  stato  di  ascoltarla.  Il dolore che
    l'opprimeva  sembrava  aver  raggelato  il  suo  animo   ed   occupato
    completamente la sua mente.
    Per quanto cercasse il marchese di tenere nascosti i fatti della notte
    precedente,  non  riusc  a far s che tutti gli abitanti del castello
    non li sapessero fin dal primo mattino. I servi, da cui il marchese si
    era fatto accompagnare, avevano parlato con molta libert di tutto ci
    di cui erano stati testimoni.  Sembrava chiaro ormai che il  traditore
    Roberto,  depositario  delle chiavi,  avesse svelato tutto al padre di
    Giulia,  e che l'avere dato alcune chiavi di  nascosto  a  Ferdinando,
    fosse stato deciso dal marchese stesso.
    Appena  Emilia  seppe  ci  che  era  avvenuto  a sua sorella e la sua
    prigionia,  and in fretta da suo padre per domandargli il permesso di
    vederla.  Ma la sua richiesta fu brutalmente respinta,  ed il marchese
    le impose di tornare nella sua camera,  e di non osare  pi  fare  una
    simile  richiesta.  Ella col cuore oppresso dal dolore obbed a questo
    terribile comando.  Preoccupatissima per le disgrazie di  Giulia,  non
    pensava  neppure  a  rimproverarla  per  averle tenuto nascosta la sua
    fuga, che la doveva separare forse per sempre da una amorosa sorella.
    Giulia,   in  preda  a  tutti  gli  orrori  della  cattivit  e  della
    desolazione,  non avendo al suo fianco che una cameriera,  non vedendo
    altri individui che  Roberto,  il  traditore  Roberto  incaricato  dal
    marchese  di  portarle due volte al giorno dei cibo,  altro non avendo
    per tutta prospettiva che un odioso matrimonio,  si abbandon  al  suo
    dolore  eccessivo,  e  non pens ad altro se non al suicidio.  Le idee
    funebri, di cui abitualmente si nutriva, davano alla sua fisionomia un
    aspetto di desolazione e conducevano gradatamente le  sue  facolt  ad
    una  lenta  alienazione.  Rosa  non  poteva rimirare la sua padroncina
    senza versare amare lacrime.  Lo stesso Roberto per quanto  consacrato
    egli  fosse  agli  interessi del marchese,  volgeva altrove lo sguardo
    allorch entrava nella camera della sua prigioniera per  non  lasciare
    scorgere la sua emozione.
    D'altro canto Ferdinando, rinchiuso nella pi alta torre del castello,
    si  perdeva  in congetture sulle cause della loro orribile catastrofe.
    Era sicuramente Roberto colui che li aveva traditi?  E dire che  aveva
    mostrato per loro il pi vivo interessamento!  Sembrava che egli fosse
    felice  di  rendere  un  servizio  a  Giulia,   che  chiamava  la  sua
    padroncina,  e  per  cui mostrava un grandissimo zelo ed affetto.  Era
    evidente che il marchese aveva tentato la sua avarizia coll'offerta di
    una somma esorbitante di danaro,  ed in questo caso Roberto non si era
    dimostrato che un mostro d'ipocrisia e di doppiezza.
    Pensava inoltre alla sorte che gli era destinata per l'avvenire,  alle
    crudeli angosce da cui Giulia doveva  essere  oppressa,  alla  tragica
    morte  di Ippolito suo amico.  Il marchese Mazzini,  sovrano dispotico
    nelle sue terre,  avente il diritto di vita e  di  morte  su  tutti  i
    vassalli,  non  dovendo  rendere  conto  delle  sue  azioni  ad alcuna
    autorit superiore, furibondo nei suoi risentimenti, implacabile nelle
    sue vendette,  aveva sicuramente in mente i pi sinistri  progetti;  e
    qual  colpo  non si preparava egli a scagliare per punire i suoi figli
    ribelli!
    Inoltre l'infelice Ferdinando pensava al tempo che,  per  un'eccessiva
    prudenza,  aveva disgraziatamente perduto! A mezzanotte meno un quarto
    Roberto gli aveva consegnato le chiavi, che aveva promesse. Aspettando
    che tutti fossero addormentati,  i due amici avevano lasciato  passare
    cinque  quarti  d'ora.  In questo lasso di tempo il marchese era stato
    istruito, sia da Roberto, sia da altri, sia forse per aver veduto loro
    il mazzo delle chiavi. Questa dilazione, troppo prudente, era stata la
    causa della loro sorpresa e della morte d'Ippolito.
    La  marchesa,  appresa  la  notizia  della  morte  di  questo  giovane
    interessante,  aveva  sentito  rinascere  nel  suo  cuore la primitiva
    tenerezza che le aveva ispirato. Questo accidente aveva in lei sospeso
    i suoi consueti eccessi di livore  e  di  gelosia,  e  le  grazie,  la
    dolcezza,  l'avvenente figura d'Ippolito si facevano presenti alla sua
    memoria con pi forza che mai. L'averlo perduto per sempre era un'idea
    penosa, che non poteva sopportare; ma presto ritorn ai suoi furori, e
    tutti furono diretti contro Giulia,  contro la  sua  infelice  rivale.
    Impiegando  tutto  il  potere  che  ella  aveva  sopra suo marito,  lo
    spingeva contro questa vittima della gelosia dell'una e dell'ambizione
    dell'altro.


    CAPITOLO 5.

    Finalmente il giorno tanto temuto da Giulia e tanto  vivamente  atteso
    da suo padre, dalla marchesa e dal duca di Luoro, arriv.
    Per  insultare  ancora  di  pi  al  dolore della loro vittima,  i due
    signori stabilirono di far celebrare il suo matrimonio colla  maggiore
    pompa possibile.
    Fu  invitata tutta la nobilt dei dintorni e insieme con essa un clero
    numerosissimo. Furono fatti venire da Napoli degli artigiani,  e fatti
    preparativi  d'ogni  genere.  Dopo  la  celebrazione doveva tenersi un
    magnifico pranzo, seguito da un ballo concertato.
    Ferdinando,  dalla torre in cui era rinchiuso,  sentiva il rumore  dei
    preparativi.  Verso le dieci ore antimeridiane,  gli atri del castello
    echeggiarono  allo  strepito  dei  cavalli  e   delle   carrozze   che
    sopraggiungevano.  Tutti i cancelli erano aperti; appena fu annunziato
    l'arrivo del duca di Luoro e del suo seguito,  il marchese  e  la  sua
    sposa  s'inoltrarono  fino nel vestibolo per riceverlo e fargli la pi
    degna accoglienza.
    I nobili circonvicini giunsero successivamente vestiti a festa.  Tutti
    conoscevano  Ferdinando  e sapevano che doveva ritrovarsi al castello;
    quindi vi era motivo di credere  che,  non  vedendolo  comparire  alle
    nozze  della  sorella,  qualcuno di loro s'informasse del motivo della
    sua assenza.  Ma il marchese non si dava gran pena per trovare scuse e
    pretesti,  e  tutti quegli amici volgari soddisfatti per l'accoglienza
    che ricevevano,  distratti da mille  oggetti  diversi,  non  avrebbero
    posto  all'assenza di questo giovane che una leggera attenzione,  e lo
    avrebbero in breve dimenticato.
    Dopo i primi rinfreschi si  venne  alla  cerimonia.  Il  prelato,  che
    doveva celebrare il matrimonio, ed i sacerdoti che erano stati riuniti
    per  assisterlo,  si  portarono  per primi alla cappella del castello.
    Dietro di loro sfil immediatamente un gran corteggio  di  nobili  dei
    due sessi nel maggior apparato.
    Il  marchese  usc  dalla sala promettendo al duca di guidargli la sua
    futura sposa.  In pochi momenti giunse  alla  sua  prigione.  Esso  si
    credeva sicuro di trovarvi la vittima;  la marchesa era al colmo della
    gioia;  la sua vendetta era  sul  punto  d'essere  assicurata;  ma  il
    trionfo   dell'orgoglio   e   della  malignit  era  ancor  lungi  dal
    realizzarsi.
    Giulia non c'era pi.  Invano il marchese  la  cerc  in  ogni  angolo
    dell'appartamento,  invano la chiam pi e pi volte ad alta voce. Non
    rispose nessuno. La cameriera, la fedele Rosa, era anch'essa sparita.
    Non    possibile  esprimere  qual  fosse  il  furore  del   marchese;
    eguagliava la sua confusione.  Dubitando ancora dell'inspiegabile fuga
    di Giulia,  raddoppi le sue perquisizioni,  non solo nella camera  in
    cui l'aveva rinchiusa,  ma anche in tutte le stanze vicine. Gi si era
    dimenticato d'essere atteso, e che il suo ritardo doveva disturbare il
    duca e la comitiva.  Chiam dall'alto della scala tutti i servi  l'uno
    dopo  l'altro,  e  dava  loro  appena  il tempo di rispondere alle sue
    domande, tanto queste erano numerose e furiose.  Nessuno poteva dargli
    alcuna notizia,  se non che Rosa dal primo mattino fino a quel momento
    non era stata vista al servizio ordinario.
    Ci che aveva colpito di pi  l'occhio  del  marchese  entrando  nella
    prigione  di  sua  figlia,  era  stato il trovarvi tutti gli ornamenti
    nuziali che le aveva mandato la sera antecedente.
    Accostandosi a gran passi al letto,  urt un  tavolino  che  gli  fece
    gettare  gli  occhi  in  terra,  e gli fece scorgere sotto il tavolino
    stesso una lettera piegata e suggellata,  che aveva  per  soprascritta
    "Ad Emilia mia sorella".  La prese con calore, ne ruppe il suggello, e
    lesse in quella le seguenti parole:

    "Ricevi i miei estremi saluti,  o mia amica,  mia tenera sorella,  mia
    cara  Emilia.  Forse  non  ci  rivedremo  mai  pi.  Io  mi  precipito
    sicuramente in un abisso d'infelicit e di disgrazie per evitarne  una
    troppo terribile e troppo certa. Io corro a gran passi incontro o alla
    felicit o al pi crudele infortunio.  Qualunque sia per essere la mia
    sorte e la tua,  non dimenticare mai la tua Giulia,  che ti amer fino
    alla morte.
    Qual  pena  non prova ella nel separarsi da te...!  In qualunque luogo
    stia per condurla la sorte,  sempre occuperai lo stesso luogo nel  suo
    cuore. Ella pregher Iddio specialmente perch possa allontanare da te
    le miserie che opprimono ed affliggono la tua Giulia".

    La  marchesa  frattanto,  non sapendo a cosa attribuire la lentezza di
    suo marito,  lasci il duca e sal precipitosa la  scala  che  guidava
    alla  prigione  di  Giulia.  Fatti  appena pochi passi,  s imbatt nel
    marchese occupato a leggere la lettera.  Bisogn narrarle  la  funesta
    scomparsa della figliastra.  Ella ridiscese immediatamente,  ed ordin
    che  subito  si  facesse  per   tutto   il   castello   una   accurata
    perquisizione.  La  notizia  della  fuga  di Giulia si sparse per ogni
    dove. Giunse all'orecchio di tutta la comitiva radunata nella cappella
    colla massima solennit.  Il risultato  fu  una  generale  confusione.
    Tutti si recarono nella gran sala.  L'avvenimento era cos strano, che
    nessuno sapeva cosa dire,  quali frasi  di  circostanza  usare,  quali
    congetture  formare.  Il  silenzio,  la  dissimulazione,  una generale
    oppressione successero cos all'atmosfera di gioia,  alla  leggerezza,
    ai discorsi galanti e piacevoli, che i convitati s'indirizzavano pochi
    minuti prima.
    Il marchese fece partire molti servi a cavallo,  in diverse direzioni,
    con l'ordine di far di tutto per scoprire le tracce della fuggitiva.
    Chiam quindi Emilia,  le consegn la lettera di  sua  sorella,  e  le
    ordin di leggerla immediatamente. Sperava con ci di scoprire qualche
    segno di complicit, ma tutta la condotta di Emilia altro non espresse
    che  il  dolore,  ed  il  marchese  dovette abbandonare la speranza di
    ricevere qualche notizia da questo lato.
    Roberto,  come tutti gli altri,  dovette presentarsi al  marchese,  ma
    egli  continu  a  negare di aver avuto una qualsiasi partecipazione a
    questa faccenda.  Ci malgrado il marchese ordin che  fosse  condotto
    nella prigione del castello.
    Dopo  di  ci  ritorn  ad  esaminare  la  stanza di Giulia.  Essa era
    collocata nella parte pi elevata del castello, all'altezza di ottanta
    piedi da terra.  Le finestre erano munite di  inferriate  e  di  forti
    sbarre di ferro.  Nessuno, escluso Roberto, avrebbe potuto penetrarvi.
    Ippolito e Ferdinando,  complici della sua prima fuga,  non  avrebbero
    potuto porgerle alcun soccorso.  Il primo era stato portato sull'altra
    costa  della  Calabria  o  morto,  o  moribondo,   e  il  secondo  era
    rigorosamente  imprigionato  in una torre del castello,  le cui chiavi
    erano sempre sotto gli  occhi  del  marchese.  I  mezzi  dunque  della
    seconda  evasione  di  Giulia erano impenetrabili ad ogni ricerca e ad
    ogni congettura.
    Bisogn intanto far noto al duca di Luoro, che la sua futura sposa era
    fuggita dal castello per sottrarsi  al  nodo  cui  era  destinata.  Il
    marchese  non  gli  cel  alcuna  circostanza.  Gli raccont dei primi
    tentativi fatti dalla fanciulla per fuggire  insieme  col  fratello  e
    coll'amante,  degli  ostacoli  che  aveva  incontrati,  della  tragica
    catastrofe che ne era seguita,  e finalmente della prigione a cui  era
    stata   condannata   sia  come  castigo,   sia  come  precauzione  per
    l'avvenire.
    Per quanto il  duca  potesse  essere  affascinato  da  Giulia,  questa
    costante  avversione  era troppo umiliante per il suo amor proprio per
    non esserne  vivamente  colpito.  I  suoi  primi  risentimenti  furono
    diretti   contro   lo  stesso  marchese.   Gli  rimprover  di  averlo
    stranamente compromesso,  e di averlo reso ludibrio di una  ragazza  e
    zimbello di tutta la provincia. A queste prime riflessioni ne aggiunse
    di pi ingiuriose e pi provocatrici. Mazzini si dichiar insultato, e
    rispose  con  fierezza.  Quest'alterco  stava  per fare precipitare la
    situazione,  ma  avendo  molti  gentiluomini,   presenti  alla  scena,
    interposto  la  loro mediazione e fatte delle proposizioni di pace,  i
    due si riconciliarono,  e convennero di  riunire  i  loro  sforzi  per
    ritrovare   la  ribelle  Giulia,   che  suo  padre  giur  di  guidare
    all'altare,  e di riporre fra le mani del duca non appena  ella  fosse
    stata  ricondotta  sotto  la sua autorit.  L'ostinazione del duca nel
    pretendere la mano di una giovane che  manifestava  una  cos  crudele
    avversione  per lui dimostrava ben poca delicatezza.  Ma il duca,  nel
    corso della sua vita, aveva gi date tante prove di insensibilit,  di
    orgoglio  e  di  spregevole ostinazione,  che quest'accanimento contro
    l'infelice Giulia non recava sorpresa ad alcuno.
    La marchesa era anch'ella molto afflitta per l'evasione di Giulia.  La
    speranza che aveva concepito di togliere per sempre al conte di Veresa
    la   propria  rivale  e  di  punirla  assoggettandola  ad  una  unione
    detestata, era ormai quasi svanita. D'altronde,  l'ammirabile condotta
    della  signora  Menon,  i suoi puri costumi,  la sua dolcezza,  la sua
    reputazione di donna saggia e prudente,  che si era conquistata e  che
    costantemente   aveva  meditata,   erano  una  continua  censura  agli
    sregolati costumi e ai disordini abituali  della  marchesa.  Il  vizio
    rispetta la virt, ma ne  costantemente nemico.
    Per  soddisfare nel tempo stesso il suo odio contro la signora Menon e
    il suo risentimento contro la pupilla di lei,  cerc di convincere  il
    marchese,  che  probabilmente  ella non era all'oscuro dei progetti di
    Giulia e della sua fuga; che non era possibile che ella non ne sapesse
    nulla; che anzi aveva dovuto necessariamente prestarvi mano.
    Il marchese Mazzini,  abbracciando una tale idea colla pi  imprudente
    avidit,  scagli contro la signora Menon dei rimproveri mal misurati.
    Ma  tale la  forza  della  verace  virt,  che  in  poche  parole  la
    rispettabile istitutrice confuse i suoi accusatori.  Sdegnata anzi dai
    loro stessi sospetti,  disse  che  voleva  partire  dal  castello,  ed
    allontanarsi  da  gente  cotanto  pronta  a  togliere  la  stima  e  a
    maltrattare le persone onorate.
    Il marchese stesso, rendendosi conto della sua troppo facile credulit
    e dell'ingiustizia dei  suoi  sospetti  nei  confronti  della  signora
    Menon,  si  sforz con scuse e con gentilezze di cancellare la pessima
    impressione che egli aveva fatto nell'animo di lei. Non fu cos facile
    il blandirla.  Pure ella gli dichiar che acconsentiva di rimanere  al
    castello  per il solo motivo dell'affetto che portava alla sua pupilla
    Emilia.
    L'imprudenza di un servo addetto a Ferdinando fece venir  quest'ultimo
    a  conoscenza  della  fuga  di  Giulia.  Questa notizia gli fu di gran
    consolazione  fra  le  sue  pene.  Ma  siccome  l'immaginazione  degli
    infelici  tende sempre al timore e alle sinistre supposizioni,  l'idea
    della sorella sola, errante e senza soccorso,  sparse nel suo animo la
    costernazione pi profonda. Ahi! quanto non gli sembr allora dolorosa
    e insopportabile la propria schiavit!
    Infine  i servi del marchese ritornarono al castello senza aver potuto
    scoprire nulla sull'evasione di Giulia.  Furono nuovamente mandati per
    altre  strade.  Ma  questa  seconda  spedizione  non  sort un effetto
    migliore della prima.  Furono impiegate  parecchie  settimane  e  mesi
    interi in vane ricerche.  Inoltre il marchese sped degli emissari che
    dovevano recarsi nelle terre del conte Veresa e nelle citt vicine. Ma
    questi stessi emissari non fecero alcuna scoperta,  e  non  riferirono
    altro,  oltre al fatto che dopo la partenza del conte da Napoli per la
    Sicilia non lo avevano pi veduto,  n avevano ricevuto alcuna notizia
    su di lui.
    Frattanto una nuova fonte di inquietudine si un a tutte le altre.  Un
    servo che si era attardato  pi  degli  altri  a  recarsi  a  dormire,
    attraversando il salone verso il corridoio, e gettando gli occhi sopra
    una  finestra  aperta,  scopr  una  luce  nella  parte  inabitata del
    castello,  appunto l dove da gran tempo si diceva che si  aggirassero
    gli spettri notturni.
    Il  servo  si ferm ad osservare quella luce.  Un momento dopo corse a
    chiamare gli altri domestici per mostrare loro il  fenomeno.  Giunsero
    tutti  pieni  al  tempo  stesso di curiosit e di timore,  e appena si
    affacciarono alla finestra, la luce disparve.
    Un momento dopo udirono e videro anzi,  per  quanto  l'oscurit  della
    notte poteva consentirlo, videro, dico, aprirsi la porta esterna della
    torre   ed  uscirne  una  figura  umana  con  una  lanterna  in  mano.
    Quest'ombra, o quest'uomo realmente vivo, strisci distintamente lungo
    il muro del castello e scomparve dietro l'angolo.
    I servi, spaventati da questa strana visione,  si ritirarono senza far
    parola  nelle  loro  camere.  Ognuno  di  loro  si  ricord le passate
    circostanze relative ad un episodio simile.  Tutti sapevano che le due
    signorine e la signora Menon avevano cercato di cambiare appartamento,
    e  la  causa  di  questo  cambiamento  erano  alcune  scene notturne e
    lugubri.  Il timore,  che  tutto  ingrandisce,  aveva  aggiunto  molti
    particolari  al  fatto  vero  e proprio.  Tutti coloro che erano stati
    spettatori della visione,  passarono il rimanente di quella notte  fra
    le angosce ed il terrore.
    Sul  far  del  giorno  erano  gi  tutti  radunati nel salone del loro
    quartiere e andavano raccontandosi,  non solamente quello che  avevano
    visto,  ma  anche  quello  che avevano immaginato.  Mille spaventevoli
    particolari vennero aggiunti ai fatti reali. I pi spaventati fra loro
    sostenevano che il castello non era abitabile e che presto o tardi  se
    ne  sarebbero  impadroniti  gli spiriti,  e che avrebbero ucciso tutti
    coloro che si fossero ostinati a rimanervi. La conclusione fu che, per
    prevenire tale disgrazia, bisognava domandar tutti il congedo, ci che
    la maggior parte di loro esegu nel corso della mattina.
    Il marchese,  vedendo che  essi  tutti  volevano  abbandonare  il  suo
    servizio,  volle  conoscerne la causa,  che gli fu riferita da uno dei
    servitori rimasti.  Non  appena  ne  fu  a  conoscenza,  rimase  assai
    sorpreso  e  sconcertato.   Ma,  rimessosi  immediatamente,  fece  dei
    generali rimproveri a tutta la servit sulla ridicola  confusione  che
    avevano fatto e sulla loro stupida credulit. Quindi soggiunse:
    Io m'impegno a distruggere tutte le vostre paure.  Io vi far toccare
    con mano quanto sono  assurde  le  chiacchiere  e  le  favole  che  vi
    spaventano  tanto.  Questa  sera alle undici recatevi tutti nella gran
    sala.  Mi seguirete nella accurata perlustrazione che voglio  fare  in
    tutta l'ala meridionale.  Nulla sfuggir alle nostre indagini.  Chi di
    voi dopo una tale ricerca conserver ancora  del  timore  sar  da  me
    considerato indegno del nome d'uomo, e sar scacciato ignominiosamente
    dal castello.
    La signora Menon ed Emilia,  alle cui orecchie pervennero tutti questi
    fatti,  desiderose di sapere con  certezza  che  pensare  di  ci  che
    avevano  visto  ed inteso,  aspettarono con impazienza il risultato di
    questa importante perquisizione,  senza mostrare la curiosit  che  le
    tormentava.
    Venuta  la  sera,  tutti  i  domestici,  conformemente agli ordini del
    marchese,  si portarono nella gran sala.  Il padrone  ordin  loro  di
    prendere molte torce.  Roberto,  incaricato delle chiavi, precedeva il
    gruppo, seguito dal marchese e da dieci o dodici servi.
    Cominci con l'aprire un cancello di ferro,  che dava  accesso  ad  un
    cortile  interno,  che  bisogn  attraversare.  Esso  era ricoperto di
    erbacce,  segno che nessuno da moltissimi  anni  vi  era  passato.  Il
    cortile immetteva nella porta dell'ala meridionale.
    Roberto  fece  molta  fatica  nell'introdurre  la  chiave nella enorme
    serratura che la chiudeva.  La ruggine ne  aveva  quasi  distrutto  le
    molle, finalmente per, dopo replicati sforzi, la porta si apr e gir
    sui  suoi  cardini  con  un cupo fracasso ripetuto a varie distanze da
    echi interni.  Entrarono tutti nella gran sala decorata di marmo nero,
    che  Ferdinando  aveva  visitato  pochi  mesi prima.  Un cupo silenzio
    regnava in quella vasta sala,  e non era interrotto che dal suono  dei
    passi e dai minimi movimenti fatti dagli astanti.
    Qui  il  marchese,  sperando  di sradicare i timori da cui erano stati
    assaliti i suoi servi e di apportar loro quella serenit a cui credeva
    di doverli condurre, fece loro ad alta voce il seguente discorso:
    Se  vero che in questa fabbrica  abitano  degli  spiriti  infernali,
    aspettatevi  di  vederli  comparire  quanto prima;  anzi disponetevi a
    combattere contro di loro.  Tutti quelli che vogliono restare  al  mio
    servizio si preparino ad obbedirmi, gli altri conducano lontano di qui
    la  loro  vilt.  Ma  io  temo che non mi si presenter l'occasione di
    mettere  alla  prova  il  vostro  coraggio.   Il  nemico  non   ardir
    presentarsi.  Voi  vedrete  che  non  accetter  la  sfida  che io gli
    faccio.
    Nessuno rispose a queste parole.  Stretti  l'uno  all'altro,  i  servi
    seguirono il marchese con la costernazione nel cuore ed il pallore sul
    volto.
    All'estremit  della  gran  sala  trovarono  una  vasta  gradinata che
    conduceva in una lunga  galleria,  in  quella  stessa  che  gi  aveva
    percorso  Ferdinando.  Il  marchese,  additando  a Roberto una porta a
    sinistra:
    Aprite,   Roberto,   gli  disse,   questo    senz'altro   l'ultimo
    nascondiglio  degli  spiriti.  Ecco  il  momento  di mostrare tutto il
    vostro valore.
    Nessuno os replicare.  Roberto obbed al marchese;  ma non riusc  ad
    aprire.  Raddoppi i suoi sforzi,  e si fece male alla mano. La chiave
    pass  successivamente  tra  le  mani  di  parecchi  servi,   e  tutti
    incontrarono la medesima resistenza.
    Il  timore    quello  che  v'indebolisce,  disse  loro il marchese.
    Datemi la chiave, e la porta ceder immediatamente.
    Proferendo queste parole, gir la chiave, ma inutilmente, quindi forz
    la porta,  ma senza ottenerne un miglior  risultato;  pareva  che  una
    forza sconosciuta opponesse resistenza dall'altra parte.
    Unitevi tutti a me,  disse ai suoi servi il Mazzini.  Urtiamo in un
    sol colpo la porta, e state pur certi che riusciremo ad aprirla.
    I servi,  convinti che la causa della resistenza fosse soprannaturale,
    si rifiutarono di obbedire. Lo spavento li fece tirare indietro.
    Signore,   inutile insistere,  dissero tutti ad una voce.  Ora noi
    siamo persuasi e convinti che non vi  sono  spiriti.  Permetteteci  di
    allontanarci.
    No,  io ve lo proibisco.  Il primo che si allontana  licenziato. Poi
    vedremo,  per amore o per forza che cosa ci impedisce di aprire questa
    porta. Io inseguir gli spiriti fin nell'inferno, se occorre.
    Questa  violenta ostinazione fece tale presa su quella truppa di servi
    che tutti si accostarono al loro padrone,  e cercarono in tutti i modi
    di  buttare  gi  la porta.  Al primo urto uno spaventevole rumore che
    sembr causato dalla caduta di un enorme peso,  al di l della  porta,
    li   rigett   nel   loro  primitivo  terrore.   Il  fracasso  partiva
    dall'interno della camera in cui  volevano  penetrare  e  fu  ripetuto
    lungamente da echi successivi.
    Questa  volta  i  servi  fuggirono  senza  ascoltare  ulteriormente il
    marchese, il quale, accorgendosi che le minacce non erano efficaci, si
    accost loro, ed in tono pi moderato e pi affabile di quello con cui
    aveva parlato fino allora, disse loro:
    Amici, conosco un'altra porta,  che per mezzo di giri un poco lunghi,
    ci  condurr  in  quella camera il cui ingresso ci  negato da qualche
    ridicolo ostacolo.  L vi riavrete sicuramente dallo spavento  che  vi
    affligge,   quando   vedrete   da   vicino   in  che  consiste  questo
    impedimento.
    Ci detto,  s'incammin per un  corridoio  lungo  e  stretto,  che  si
    trovava  a  sinistra.  In  fondo ad esso vi era una scala di quattro o
    cinque gradini,  per cui si scendeva in un altro corridoio pi  vasto,
    lungo  il quale si vedevano parecchie porte situate ad eguale distanza
    l'una dall'altra.  Il marchese ne spinse una,  che non era chiusa,  ma
    solo  accostata.  Essa  immetteva in una camera assai ampia,  un tempo
    dipinta e adornata con gusto ed eleganza;  ma i suoi  ornamenti  erano
    ormai  rovinati dall'umido e dal tempo,  che aveva cancellato tutto il
    colore dal muro.
    Questa camera dava su una infilata di sette  od  otto  stanze  di  una
    forma   assai   nobile  e  spaziosa,   tutte  nel  medesimo  stato  di
    conservazione.  L'ultima di queste camere era quella alla cui porta si
    erano inutilmente accaniti.
    Ricercando  le  cause della resistenza che avevano incontrato,  videro
    che era caduto un pezzo di volta e che le rovine si erano ammassate ai
    piedi della porta,  e col loro volume ne avevano impedito  l'apertura.
    Le loro spinte avevano provocato la caduta di alcuni massi,  che erano
    scivolati con fracasso all'interno della camera,  causando  il  rumore
    che avevano udito.
    Voi  vedete,  disse  il  marchese  al suo seguito,  su quali basi 
    fondato il vostro terrore.  Siate,  come  me,  coraggiosi,  e  cercate
    sempre  le cause,  e riconoscerete,  come ora,  che quegli episodi che
    sembrano essere prodigi,  non  sono  che  conseguenze  di  semplici  e
    naturali principi.
    Tutti   ringraziarono   il   marchese  di  ci  che  aveva  fatto  per
    disingannarli, e, non volendo veder altro,  lo pregarono di porre fine
    alla perquisizione.
    Confessiamo,  dicevano,  di  esserci  ingannati  e  di essere stati
    fuorviati da una stupida credulit.
    No,  no,  soggiunse il loro padrone.  Le nostre ricerche  non  sono
    ancora finite. Se io lasciassi un angolo solo di questa fabbrica senza
    esaminarlo  con  voi,  avverrebbe  forse  un giorno o l'altro,  che la
    vostra immaginazione,  sedotta da  nuove  menzogne,  disturberebbe  la
    tranquillit che io voglio stabilire nella mia casa.  Seguitemi dunque
    ancora un poco.
    Cos dicendo, li guid verso la torre di mezzogiorno, dalla cui porta,
    secondo loro,  era uscito il  presunto  spettro  recante  una  lampada
    accesa.  Malgrado  il  coraggio  e  la tranquillit che avevano voluto
    dimostrare  fino  a  quel  momento,   l'aspetto  di  quella  porta  li
    terrorizzava, e lo spavento stava di nuovo per impadronirsi di loro.
    Chi  di  voi,  disse ad alta voce il marchese,  chi  di voi che si
    vuole prendere l'incarico di visitare questa torre?  Sta a voi e non a
    me  l'andare  in  cerca  dello  spirito che avete visto e che voi soli
    conoscete.  Esso non si  degnato di presentarsi ai miei  sguardi.  Io
    non potr dunque riconoscerlo. Coraggio, fatevi incontro a lui, ed ora
    che  avete  preso  coraggio,  mostratemi  che  un  uomo  non si lascia
    atterrire dagli spiriti, di qualunque natura essi siano.
    Tutti indietreggiarono di un passo e si strinsero gli uni agli  altri,
    senza proferire parola.
    Tremate  ancora miserabili? soggiunse il marchese.  Ors,  Roberto,
    apri quella porta,  additando quella che si trovava  sulla  destra  a
    pochi passi da loro.
    La porta fu aperta;  essa immetteva direttamente nella campagna. Tutti
    si rammentarono allora che proprio l era scomparso il fantasma.
    Vicino a quella porta,  che venne subito richiusa,  il  marchese  fece
    scoprire una botola, mezzo nascosta fra sterpi e pietre crollate dalla
    scala.  Sgombrato  il  pavimento,  comand  al servo che gli stava pi
    vicino di alzarla perch essa doveva condurre a qualche sotterraneo.
    L'idea di precipitare in un abisso profondo,  e di  cadere  in  potere
    degli  spiriti  infernali  lontano  dalla luce del giorno e,  per cos
    dire,  nelle viscere della terra,  accese il cuore dei servi  di  cos
    forte  terrore,  che  tutti  rifiutarono  di  obbedire agli ordini del
    padrone.  La  loro  immaginazione  era  tanto  sconvolta,   che  molti
    risposero  di  non  vedere  la botola,  malgrado quella stesse ai loro
    piedi.
    Ors dunque,  ritiriamoci,  disse il marchese;  sarebbe inumano  da
    parte mia non compatire la vostra debolezza. Ci che ho fatto per voi,
    mi  pare  che  sia  sufficiente  a  convincervi della ridicolaggine di
    queste   notturne   visioni,    e   dell'inesistenza   degli    esseri
    soprannaturali  che  vi  spaventano.  Io acconsento di buona voglia ad
    abbandonare la ricerca dei sotterranei.  Se per altro qualcuno di  voi
    avesse   ancora   qualche  dubbio,   lo  dica  e  io  sono  pronto  ad
    accompagnarlo nei sotterranei per convincerlo del suo errore  e  della
    sua ridicola credulit.
    Tutti,  lungi  dal  confessare  i  loro  dubbi,  si compiacquero della
    gentilezza del marchese,  lo ringraziarono di tutti i fastidi che  gli
    avevano   procurato,   assicurandolo   che   erano   tutti  pienamente
    soddisfatti,  e che non volevano veder altro perch erano gi persuasi
    di essersi ingannati.
    In  conseguenza di ci abbandonarono la botola e ripresero in silenzio
    la strada del ritorno.  Richiusero successivamente tutte le porte  che
    avevano aperte, e mano a mano il marchese ne riprendeva in custodia le
    chiavi.   Dopo   aver  chiuso  il  cancello  principale  di  quell'ala
    inabitata,  e giunti nel vestibolo  principale,  il  marchese  conged
    tutti i servi, e torn solo al proprio appartamento. I servi dal canto
    loro  si  recarono  ognuno nella rispettiva camera,  turbati ancora da
    tutto quello che avevano visto.
    Nel frattempo le ricerche sulla fuga di Giulia non avevano dato  alcun
    risultato.  Invano  il  marchese  aveva  successivamente spedito degli
    emissari, non solo nei dintorni,  ma anche nelle pi lontane province.
    Il suo sdegno cresceva di giorno in giorno. Sempre fermo nell'idea che
    Emilia  fosse  stata  a  parte del segreto della ribelle sorella,  non
    cessava di maltrattarla continuamente. Finalmente la confin nella sua
    camera con ordine di non uscirne pi fino a quando  Giulia  non  fosse
    stata  ritrovata,  o finch non avesse confessato ci che sapeva sulla
    sua fuga.
    Emilia non aveva altra consolazione che  la  compagnia  della  signora
    Menon,  che  non  l'abbandonava mai e le indirizzava le pi affettuose
    parole.  Nella loro melanconica conversazione si intrattenevano spesso
    in  congetture  sulla  sorte dell'amata fuggitiva.  Ella non aveva mai
    prima di allora  oltrepassato  le  porte  del  castello.  Quali  aiuti
    dunque,  quali  risorse  poteva  trovare nella sua imprudente evasione
    senza esperienza e senza protettori!
    Mentre un giorno sedute ad un balcone della camera erano tutte immerse
    nei loro soliti discorsi, ecco giungere a briglia sciolta un servitore
    di casa. Il suo cavallo era tutto coperto di sudore.  Il servo si rec
    immediatamente dal marchese, e dopo pochi minuti si seppe per tutto il
    castello  che  Giulia  era stata ritrovata,  e che era certo che fosse
    nascosta in una  rustica  casetta  nel  bel  mezzo  della  foresta  di
    Marentino,  lontana circa dodici miglia dal castello di Mazzini, e che
    era in compagnia di un bel giovanotto che  non  l'abbandonava  mai  un
    solo momento.
    Quest'ultima  circostanza  sorprese  molto  il marchese.  Ippolito era
    morto, Ferdinando imprigionato. Chi era dunque questo giovane?
    Dette immediatamente ordine a otto dei  suoi  pi  vigorosi  servi  di
    montar ciascuno un buon cavallo,  di armarsi di spade e pistole,  e di
    recarsi al rustico casolare nella foresta di Marentino  senza  perdere
    un  solo istante,  assegnando loro per guida il servo che aveva recato
    la notizia, a cui regal una borsa piena d'oro per ricompensarlo della
    sua prima scoperta.
    Il duca di Luoro,  sopraggiunto  in  quel  frattempo  al  castello  di
    ritorno  dalla  caccia,  volle unirsi alla squadra dei servi,  e tutti
    insieme partirono  al  gran  galoppo.  Il  duca,  promettendo  le  pi
    generose  ricompense,  fece  giurare a tutti di rischiare il tutto per
    tutto,  ma di strappare Giulia dalle mani del giovane e di condurla al
    castello.


    CAPITOLO 6.

    Quando partirono il sole stava per tramontare sull'orizzonte. Dopo due
    ore di viaggio giunsero alla foresta.  La strada che la attraversava e
    conduceva alla piccola capanna,  era stretta  ed  ingombra  di  spessi
    tronchi di vecchissimi alberi.  Una profonda oscurit regnava ovunque,
    e non si sentiva di tanto in tanto altro suono che i  lugubri  lamenti
    degli uccelli notturni.
    Esistevano  delle  leggende sulla foresta,  e sul fatto che essa fosse
    abitata da bande di assassini che tendevano imboscate ai  viaggiatori.
    I  servi  sapendo ci,  avevano perso molto del loro coraggio e gi si
    pentivano di essersi cos  inoltrati  in  quella  pericolosa  foresta.
    Fortunatamente la guida, che ben conosceva la strada, avvist una luce
    molto lontana che giudic appartenere al rustico casolare.
    A  questa  vista  tutti  raddoppiarono  la  velocit.  Man mano che si
    inoltravano,  la guida riconosceva la meta da raggiungere.  Finalmente
    avvis i compagni che erano giunti precisamente al casolare.
    Egli  ed il duca di Luoro smontarono subito da cavallo,  raccomandando
    agli altri di non far rumore, di lasciare i cavalli e di appostarsi ad
    una ventina di passi di distanza.
    Si accostarono quindi tutti e due alla finestra, che era socchiusa,  e
    videro  un  falegname seduto con sua moglie ad una piccola tavola,  su
    cui era poggiato un lume e alcuni avanzi di una cena frugale.
    E' proprio un piacere, diceva la buona donna,  far del bene a delle
    persone di garbo.  Le loro maniere sono incantatrici;  ringraziano con
    parole tanto garbate! E poi come sono generosi!.
    Soprattutto la signorina, soggiunse il falegname, ha una fisionomia
    cos fine! Il giovane pareva che ne fosse molto innamorato.
    E' naturale, perbacco, alla loro et! Io son sicura,  che c' qualche
    diavolo  di  mezzo,  qualche  contrariet.  Chi  sa che il padre della
    giovane abbia voluto maritarla  a  qualche  individuo  molto  ricco  e
    titolato!.
    Ora  sono  partiti.   Per  bacco,  non  bisogna  poi  opporsi  troppo
    all'inclinazione delle ragazze.  Almeno in mezzo alla nostra  miseria,
    cara moglie,  noi povera gente non soffriamo tali pene. Noi ci amiamo,
    ci accordiamo, e subito dopo ci sposiamo allegramente.
    Oh deve essere rimasto proprio con un palmo di naso quell'animalaccio
    che voleva sposare suo malgrado la giovinetta.
    Il duca di Luoro non pot pi trattenersi.  Corse a grandi passi verso
    la porta, picchi ripetutamente con forza, e comand furibondo che gli
    si aprisse immediatamente.
    Insolenti che non siete altro,  disse loro appena fu entrato: dov'
    la fuggitiva? dove si nasconde l'audace giovane? guidatemi subito dove
    si sono rifugiati o vi far punire come meritate.
    Lo stupore della donna e del falegname fu inesprimibile.  La vista  di
    due  uomini  armati  da capo a piedi,  l'uno dei quali furibondo,  che
    tuonava minacce,  era capace d'intimorire gente ben pi coraggiosa  di
    loro.
    L'uomo,  ci  non  ostante,  si  fece coraggio.  E con qual diritto,
    grid,  venite,  o signori,  ad insultarci in  casa  nostra?  Chi  vi
    autorizza a maltrattarci cos?.
    Fatevi avanti,  voi altri, disse il duca di Luoro alla sua scorta, e
    nel momento stesso il piccolo tugurio fu ripieno di cavalleggeri,  che
    assunsero  un'aria  ancor  pi arrogante,  dato che si trattava di due
    vecchi senz'altro impossibilitati a resistere.
    Voi avete ricevuto in casa vostra una  ragazza  in  compagnia  di  un
    giovane cavaliere,  disse il duca: conducetemi dunque immediatamente
    l dove sono nascosti.
    Io vi dir,  signore,  soggiunse la donna,  che effettivamente  sei
    giorni  fa  verso  le nove di sera,  e in una serata del diavolo,  due
    viaggiatori,  pi o meno come  li  descrivete.  vennero  a  domandarci
    asilo,  per passare la notte.  Noi fummo felici di riceverli,  ed essi
    cenarono  e  dormirono  qui.  Il  giorno  dopo  sul  far  del  giorno,
    rimontarono a cavallo,  dopo averci generosamente pagati e ringraziati
    cordialmente.  Se voi andate in cerca di loro,  essi sono distanti  di
    qui almeno quattro giornate di viaggio.
    Vero,  verissimo tutto questo,  mio signore, soggiunse il falegname,
    e se non ci credete,  cercate pure  qui  intorno,  e  sicuramente  vi
    accorgerete di averci accusati a torto.
    Il  duca  di  Luoro,  seguito  dalla  sua  gente,  esegu una puntuale
    perquisizione della casa,  dell'orto e della foresta intorno.  Quindi,
    vedendo  che  non ottenevano nessun risultato,  dopo essersi informato
    della strada che avevano preso i  due  fuggitivi,  risal  a  cavallo,
    ordin  alla sua gente di far lo stesso,  e tutti insieme ripresero il
    cammino, essendo circa la mezzanotte.
    S'inoltrarono a caso nella foresta,  e verso  il  far  del  giorno  si
    trovarono  in  una  campagna  selvaggia,  composta  di  profonde valli
    alternate da aride montagne.  Non si scorgeva nessun segno  di  centro
    abitato.  La  superficie dei monti era coperta di vecchi abeti,  i cui
    tronchi neri e tenebrosi offrivano un malinconico paesaggio.  Sembrava
    quasi che quel luogo non fosse mai stato abitato da anima viva.
    Malgrado  le  scarse prospettive che offriva quella regione al duca di
    Luoro,  egli non rallent di un solo passo il suo cammino.  Finalmente
    videro   una   capanna,   quando  il  sole  era  abbastanza  innalzato
    sull'orizzonte.  L giunti,  trovarono una povera donna circondata  da
    tre  fanciulli,  e  da  lei seppero che un uomo ed una giovane avevano
    fatto sosta l il giorno precedente e  che  sicuramente  non  potevano
    essere che poche miglia lontani.
    Questa  notizia inaspettata dette nuovo coraggio al duca.  Egli voleva
    partire subito,  ma avendogli la sua  gente  fatto  osservare  che  da
    ventiquattro ore non avevano n bevuto,  n mangiato,  e che i cavalli
    non ne potevano pi, fu costretto a cedere alla necessit.
    In quella casa non trovarono che poche manciate di biada  che  dettero
    ai  cavalli  e  un  avanzo  di  pane  e  due  vasi di creta ripieni di
    formaggio fresco.
    Il duca distribu queste magre provviste alla sua gente,  che fu assai
    soddisfatta di una frugale colazione. In quanto a s si content di un
    piccolo pezzo di pane e di una scodella d'acqua pura.
    Di l a poco gett un pezzo d'oro sulla tavola, fece sellare i cavalli
    e di nuovo si pose in viaggio coi suoi.
    Scesa  l'ultima  montagna,  si  ritrovarono  in  una deliziosa pianura
    coltivata,  e la ricchezza e  la  magnificenza  della  natura  presero
    presto  il  posto  dell'inospitale  e  spaventoso  deserto che avevano
    appena attraversato
    Da una parte e  dall'altra  della  strada  si  estendevano  pianure  a
    perdita  d'occhio  coperte  di  ricche  messi,  e coronate da gelsi ed
    olivi.  Qui le vigne offrivano una precoce ed abbondante produzione  e
    parecchi  ruscelli scesi dalle vicine montagne erano stati canalizzati
    in  un  gran  numero  di  diramazioni,  che  per  ogni  dove  recavano
    freschezza e fecondit.
    Ai piedi di un bosco,  sulla sinistra dei viaggiatori,  si innalzavano
    le antiche torri di un monastero.  La via era tutta sparsa di carrozze
    e  di  trasporti  di  uomini  a cavallo e di fanti.  Tutto indicava la
    popolazione,  l'attivit ed il commercio.  Quest'aspetto di prosperit
    generale  diffondeva  in ogni cuore la serenit,  tranne in quello del
    duca  di  Luoro,   che  di  altro  non  si  preoccupava  che  del  suo
    inseguimento.
    Egli, man mano che il loro viaggio procedeva, domandava informazioni a
    tutti  quelli  che  incontrava  per via,  e parecchi gli dettero delle
    risposte consolanti.  Verso mezzogiorno fu costretto a fermarsi in  un
    piccolo borgo per lasciare mangiare la gente e rinfrescare i cavalli.
    Due  ore  dopo part.  Era gi il tramonto quando i viaggiatori videro
    venir loro incontro, quasi ad una mezza lega di distanza,  due persone
    a cavallo.
    Di l a pochi minuti poterono facilmente distinguere che erano un uomo
    ed  una  donna.  Il duca pens subito che si trattasse di Giulia e del
    suo rapitore: anzi quasi gli pareva di riconoscerla  al  sembiante  ed
    agli abiti.  Spinse immediatamente gli sproni nei fianchi del cavallo,
    e spieg il pi forzato galoppo, ordinando alla sua gente di seguirlo.
    Ci si pu facilmente immaginare  che  il  rumore  di  dieci  o  dodici
    uomini,  che  correvano  a  briglia  sciolta  spavent gli sconosciuti
    viaggiatori. Essi si volsero indietro e spronati i cavalli al galoppo,
    si allontanarono dal duca e dal suo seguito.  Questi li inseguiva  con
    foga;  ma  sia  che  gli  sconosciuti  avessero migliori cavalli o che
    quelli  del  duca  e  del  suo  seguito  fossero  spossati  da   quasi
    ventiquattro ore di viaggio, i primi guadagnarono molto terreno, e ben
    presto furono fuori di vista dei persecutori.
    Dietro  una  collina  poi  si  dileguarono  completamente.  Il duca si
    imbatt in due strade  che  s'incrociavano,  e  si  ferm  quindi  per
    sceglierne  una delle due.  Ne presero una a caso,  che li condusse ai
    piedi di una enorme e ripida roccia.  Questa roccia era stata  scavata
    dalla  natura  o  dalla  volont  dell'uomo  e mostrava alla vista una
    stretta gola le cui pareti si estendevano perpendicolarmente a perdita
    d'occhio.
    Alcuni torrenti avevano segnato in  vari  punti  questa  enorme  massa
    rocciosa,  che  era disseminata ad ogni passo di spaventevoli crepacci
    molto pericolosi da  oltrepassare.  Le  aquile,  i  frosoni  ed  altri
    uccelli  notturni si libravano sul capo dei viaggiatori,  e riempivano
    l'aria dei loro lunghi e lugubri gridi.  La notte copriva  l'orizzonte
    di  un  velo  profondo,  che sembrava ancora pi spaventoso nel cupo e
    stretto sentiero.
    I servi,  gi portati  a  credere  agli  eventi  soprannaturali  dalle
    notturne  scene  di  cui erano stati testimoni al castello di Mazzini,
    erano terrorizzati dalla scena che si presentava loro.  Quantunque  in
    buon  numero  ed  armati  da  capo a piedi,  temevano di imbattersi in
    qualche banda d'assassini,  o se non altro temevano le apparizioni  di
    spettri e di spiriti.
    Invano  il  duca  si  sforzava  di rinvigorire il loro coraggio;  egli
    speriment in questa circostanza quanto sia  pi  efficace  nell'animo
    della  povera  gente il timore del pericolo che non il pericolo reale.
    In breve i servi spaventati si scusarono ma dichiararono di non volere
    proseguire pi oltre.
    Allora il duca fece loro presente che si erano ormai troppo  inoltrati
    nello  stretto  sentiero per poter tornare indietro e che correvano lo
    stesso pericolo a retrocedere o a proseguire il loro  viaggio,  e  che
    perci   era  meglio  continuare.   Quindi,   promettendo  loro  nuove
    ricompense e indirizzando loro delle benevole espressioni, giunse, non
    senza stento, a far loro decidere di proseguire.
    Mentre camminavano arriv la luce del giorno,  e cos si accorsero che
    erano  usciti dal tanto temuto sentiero,  e che si erano addentrati in
    una campagna spaziosa ma incolta.  Da  qualunque  lato  volgessero  lo
    sguardo  non  vedevano  alcun  segno di terreni coltivati n di centri
    abitati. Di tanto in tanto tendevano le orecchie per ascoltare qualche
    segnale che facesse presagire la presenza di qualche essere umano.  Ma
    non  sentivano  altro rumore che il gemito del vento ed il mormorio di
    alcuni torrenti che scendevano dalle montagne circostanti.
    Finalmente,  verso le nove o dieci di mattina,  girando intorno ad  un
    monte scoprirono, ad una notevole distanza, una debole luce. Ognuno di
    loro,  mosso  dalla  speranza di uscire da quelle vaste zone desolate,
    spron il cavallo e raddoppi la velocit. Man mano che avanzavano, la
    luce  aumentava  in  grandezza  e  in  splendore.  Infine  videro  che
    proveniva  da  un  fuoco acceso che usciva dalla vasta apertura di una
    caverna,  che sembrava aperta dalle mani della natura in una roccia di
    immensa  grandezza,  coperta da una fitta vegetazione di cipressi,  di
    abeti e di annose querce.
    Un confuso mormorio di voci sembrava uscire da quella caverna;  ma era
    impossibile ancora determinare la natura di quel fracasso.
    Il duca di Luoro e due dei suoi seguaci, dietro suo ordine, scesero da
    cavallo,  e tutti e tre insieme si accostarono al luogo da cui partiva
    il frastuono.
    Prima di tutto si accorsero che esso era  prodotto  da  un  gruppo  di
    persone  che  si  davano  alla  pazza  gioia.  Gli scoppi di risa,  le
    imprecazioni, i barbari canti sembravano confondersi;  quindi tutto il
    fracasso  fu  interrotto da un generale silenzio dal quale si lev una
    voce maschia e predominante, che cos cant:

    Ors amici beviamo, beviamo,
    Ors, amici, congiunti cantiamo,
    Evo, Evo,
    Viva Bacco, nostro re.

    O giovanetti e verginelle tenere
    Coronatevi d'ellera e di pampino;
    Le imagini or di Libero e di Venere
    Nella vostra alma gemine si stampino,
    S, che come gi Semele fu cenere
    Al folgorar di Giove or tutti avvampino
    Nel fuoco di Cupidine e di Bromio,
    Tessendo un inno di non servo encomio.

    Ors amici beviamo, beviamo,
    Ors, amici, congiunti cantiamo,
    Evo, Evo,
    Viva Bacco, nostro re.

    De' lor doni godiamo il diletto,
    Ma la destra non cessi dall'armi;
    Alla gioia dischiudasi il petto,
    Ma non cessi la lingua dai carmi.

    Ors amici beviamo, beviamo,
    Ors, amici, congiunti cantiamo,
    Evo, Evo, Viva Bacco, nostro re.

    Pi si apprende dai nappi spumanti
    Che dai libri di Sofi pedanti;
    Pi coraggio ci scende nel cuore,
    Tracannando del grato liquore,
    Che leggendo dei libri ogni d.

    Ors, amici, beviamo, beviamo,
    Ors, amici, congiunti cantiamo,
    Evo, Evo,
    Viva Bacco, nostro re.

    Bacco  padre del giuoco e del riso,
    Bacco scender non facci sul viso
    La molesta vecchiezza; e la pace
    Mai non perde il suo fido seguace.
    Se non quando non trova da ber.

    Ors, amici, beviamo, beviamo,
    Ors, amici, congiunti cantiamo,
    Evo, Evo,
    Viva Bacco, nostro re.

    Il ritornello era ripetuto dopo ciascuna strofa da tutti  gli  astanti
    in un modo giulivo insieme ed armonioso. Il coro non sembrava intonato
    da  uomini  rozzi  e grossolani,  ma anzi i motivi ben modulati davano
    chiaramente a vedere che i cantanti erano avvezzi a cantare in coro.
    Una simile riunione in un luogo deserto, in una tenebrosa caverna,  in
    un'atmosfera quasi selvaggia non sembrava n naturale, n concepibile.
    Il  duca  cercava  di  capire.  Era  un  conciliabolo  di  congiurati,
    un'assemblea  di  fanatici,  una  riunione  di  proscritti?  Che  cosa
    bisognava  sperare  o  temere?  Era  o  no  prudente  sorprenderli  ed
    assalirli, o era meglio passar oltre?
    In quanto alle persone del seguito,  e cio ai due servi da cui si era
    fatto  accompagnare,  lo  spavento li aveva completamente paralizzati.
    Essi credevano di avere raggiunto la loro  ultima  ora,  ed  essendosi
    accorti che nella caverna vi erano almeno una settantina di individui,
    si credevano perduti per sempre.
    Con  tutto ci il duca,  che era di animo intrepido,  si era inoltrato
    fino all'apertura della caverna da dove poteva osservare  all'interno;
    ma temendo una sorpresa, aveva sguainato la spada e l'aveva impugnata.
    Ben  presto  si  accorse  che alla luce del fuoco e di quattro lampade
    sospese,  circa una ventina di uomini erano seduti intorno ad un desco
    di pietra, ricoperto di vivande arrostite, di pane e di bottiglie.
    La  gioia  animava  i  convitati.  Dai  loro  lineamenti  e dalle loro
    espressioni appariva un miscuglio di buona educazione  e  di  ferocia;
    parlavano  dei primi romani fondatori di grandi imperi,  creatori d'un
    popolo che sbalord la terra per molti  secoli;  saltavano  quindi  al
    racconto  delle  loro  imprese.  I  narratori dipingevano con verit e
    calore i combattimenti in cui si erano distinti, i pericoli corsi,  la
    resistenza,  o  le  preghiere delle loro vittime.  Esprimevano le loro
    attitudini e rendevano vivi i propri  discorsi  con  le  immagini  pi
    pittoresche che terminavano in frequenti scoppi di risa.
    Uno  di  essi cominci a parlare di una giovinetta e del suo scudiere,
    in cui parecchi di loro si  erano  imbattuti.  Egli  esalt  molto  la
    bellezza  di  quella  disgraziata,  e  ne  dette  una descrizione cos
    particolareggiata e talmente assomigliante a Giulia,  che il duca  non
    dubit pi che i banditi parlassero di lei.
    Nel  tempo stesso scopr alla porta della caverna due cavalli sellati,
    che sembravano quasi essere stati dimenticati dai briganti.  Il  duca,
    convinto   ormai  della  sua  tesi,   si  persuase  che  quei  cavalli
    appartenevano ad Ippolito e Giulia.
    Preso dall'ira brand la spada imprudentemente e la lama,  riflettendo
    un  raggio  di  luce,  attrasse  l'attenzione  di  un  convitato,  che
    repentinamente grid all'armi, e avvis tutti i suoi compagni.
    Siamo traditi, esclam. La capanna  circondata da gente armata.
    Tutti presero le armi, si precipitarono fuori della caverna, e il duca
    ed i suoi servi furono subito scoperti, circondati,  fatti prigionieri
    e condotti all'interno della grotta.
    Luoro,  riccamente  vestito  e  con maniere da ricco gentiluomo sembr
    loro un buon boccone, da cui avrebbero tratto un gran vantaggio.
    Fu guidato dinanzi al capo della banda.  Ma qual fu la sorpresa  e  la
    confusione  del duca,  allorch in quel capo di assassini riconobbe...
    il suo proprio figlio,  il ribelle Riccardo,  che  in  giovent  aveva
    abbandonato  la  casa  paterna  per  darsi  con pi veemenza e con pi
    libert alle sue brutali passioni.
    Dopo  aver  passato  alcuni  anni  nella  spregevole  alternativa  del
    disordine  e del libertinaggio,  non potendo pi presentarsi in alcuna
    citt d'Italia e della Sicilia,  ove aveva  commesso  ogni  genere  di
    nefandezze,  e  forse  anche di delitti,  Riccardo si era unito ad una
    banda di avventurieri,  e avendo in pi incontri dimostrato  un  animo
    pi  coraggioso ed uno spirito pi fertile di espedienti e di ripieghi
    dei suoi compagni, era stato creato capo,  e tutti gli avevano giurato
    rispetto, sottomissione ed obbedienza.
    A  poco a poco la truppa si era accresciuta,  ed ammontava a parecchie
    migliaia di uomini sparsi nelle due regioni, ed essi erano gli uni con
    gli altri in perfetto accordo e attraverso  un'attiva  ed  esattissima
    corrispondenza,  erano pronti a riunirsi in un corpo d'armata al primo
    segnale del loro capo. Riccardo, fornito di molti depositi d'armi,  di
    approvvigionamenti di merci,  di oggetti d'oro e d'argento, alla testa
    di uomini intrepidi,  pronti ad incontrare la morte ad ogni suo cenno,
    faceva tremare i principati di quei diversi paesi,  e cos si era reso
    superiore ad ogni forza e ad ogni timore.
    Quanto il cuore del duca era alieno da ogni affetto tenero e  paterno,
    altrettanto era posseduto dall'orgoglio e dall'alterigia. Quale non fu
    dunque  il  suo  furore,  vedendo che suo figlio aveva volontariamente
    abbracciato una vita cos sregolata e  delittuosa!  I  suoi  sensi  ne
    furono  talmente  alterati,  ed  avendo  osservato  che  i  suoi primi
    rimproveri a Riccardo non erano andati a segno,  si abbandon  a  tale
    eccesso di furore, che sguain la spada e si slanci per trapassare il
    cuore al suo indegno figliuolo.
    I briganti,  vedendo il pericolo del loro capo,  con spada e e pistole
    alla mano si scagliarono sull'imprudente  Luoro  e  l'avrebbero  senza
    dubbio fatto a pezzi,  se Riccardo, con terribili e minacciose parole,
    non avesse loro comandato di abbassare le armi e di fermarsi.
    Questa scena calm  l'ira  di  Luoro  e  lo  costrinse  a  riflettere:
    convinto  dell'inutilit  delle  sue  osservazioni  a  proposito di un
    giovane  indipendente  ed  orgoglioso  del  suo  potere  e  della  sua
    autorit, credette bene di limitarsi alla ricerca di Giulia.
    Voi  avete  in vostro potere,  disse al figlio,  una giovane;  essa
    appartiene ad una nobile famiglia. Rapita dai vostri complici, ella si
    ritrova ora rinchiusa nella vostra caverna,  con l'uomo che le serviva
    di scorta. Io mi sono preso l'impegno di ritrovarla, e solo per questo
    mi sono messo in cammino.  Restituitemi questa disgraziata, e forse la
    vostra obbedienza vi scuser presso di me e mi far  vedere  con  meno
    orrore un figlio,  che disprezza la gloria dei suoi antenati,  e passa
    la vita fra i delitti e la prepotenza.
    Riccardo giur solennemente a suo padre di non saper niente di ci  di
    cui parlava;  che essi non avevano nella caverna alcuna giovane; e che
    egli acconsentiva a fargli fare tutte  le  perquisizioni  che  credeva
    necessarie. Aggiunse di pi, che se la sua opera fosse stata gradita a
    suo  padre,  era  pronto a riunire i suoi sforzi a quelli del duca per
    ritrovare la persona di cui andava in cerca.
    Il duca,  convinto che suo figlio  dicesse  la  verit,  abbandon  la
    caverna,  e senza nemmeno salutarlo,  rimont a cavallo e raggiunse la
    sua scorta.


    CAPITOLO 7.

    Era passata mezzanotte quando il duca abbandon la caverna.  Il  cielo
    era  ricoperto  di folte nubi,  ed i venti impetuosi che le agitavano,
    lasciavano intravedere di tratto in tratto i deboli raggi della luna.
    Erano circa tre ore che la brigata avanzava in silenzio,  allorch  il
    suono di una campana,  recato dal vento alle orecchie dei viaggiatori,
    annunzi loro che erano vicini ad un monastero.
    Era ormai tempo di trovare un asilo,  in cui  potessero  ottenere  dei
    rinfreschi  ed un comodo alloggio.  L'aver passato due interi giorni e
    tre notti consecutive sempre in sella  ai  loro  cavalli,  li  metteva
    nell'impossibilit di proseguire il loro cammino.
    La campana cess di suonare; e questo dispiacque loro non poco, poich
    nel  bel  mezzo  della  notte  non  avevano altro che quel segnale per
    avvicinarsi ad un luogo abitato.
    Ma dopo qualche tempo,  proprio quando  cominciavano  a  disperare  di
    poter  trovare  quel  salutare asilo,  udirono di nuovo il suono della
    stessa campana, ma ad una distanza molto pi piccola. Intanto il disco
    della luna,  sgombrato dalle nubi,  rifletteva i suoi raggi sui  tetti
    ricoperti di piombo dorato, di cui la chiesa era adorna.
    Girando  a  destra  entrarono nel viale che conduceva al convento,  in
    fondo a cui era la gran porta decorata di colonne e di statue di stile
    gotico.
    Uno dei servi scese da cavallo,  e  picchi  tre  grandi  colpi  nella
    porta,  ma non rispose nessuno. Torn a bussare, e di l a poco ud un
    rumore di chiavi,  ed una voce sepolcrale che domand: Chi  va  l?,
    fece comprendere che il convento era abitato.
    Viaggiatori ed amici,  rispose il duca.  Dopo ci fu posta la chiave
    nella serratura,  i  cardini  girarono  sul  loro  asse,  venne  semi-
    dischiuso  un lato della porta,  ed un frate laico magro e molto alto,
    vestito di un abito nero,  la testa  avviluppata  in  un  berretto  da
    notte, domand loro che cosa volevano.
    Abbiamo smarrito il sentiero,  e veniamo qui a chiedere asilo, disse
    il duca. Andate, amico,  ad avvertire il vostro superiore,  e ditegli
    che  il  duca  di  Luoro  chiederebbe  di passare questa notte nel suo
    convento.
    Il monaco si ritir nell'interno della fabbrica per avvertire  il  suo
    superiore.
    Di  l a poco arriv l'abate accompagnato da due monaci,  entrambi con
    un lume in mano.  Egli si rivolse al duca e lo invit nell'interno del
    monastero.
    La  gente del seguito del duca,  dietro permesso del superiore,  entr
    pure nel convento.
    Fu quindi imbandita la mensa, e tutti mangiarono abbondantemente. Dopo
    di ci, il duca fu condotto nel pi bello appartamento del convento, i
    servi furono ben  alloggiati  e  tutti  fecero  un  lungo  sonno  fino
    all'indomani mattina.
    Dopo aver fatto colazione, il duca di Luoro e la sua gente rimontarono
    a  cavallo,  ringraziando  il  superiore  della  buona accoglienza che
    avevano ricevuto.
    Il convento era situato a circa tre leghe dallo stretto che separa  la
    penisola  dalla  Sicilia.  I viaggiatori superarono velocemente questa
    distanza.  Il duca,  dopo aver riflettuto  alcuni  minuti,  decise  di
    percorrere la costa ed informarsi in ogni luogo abitato, se le persone
    che  cercava  si fossero per caso imbarcate.  Verso le due,  essendosi
    recati  ad  una  capanna  di  pescatori,  furono  avvisati  che  verso
    mezzogiorno  due  persone  rispondenti  alla descrizione avevano fatto
    riposare i cavalli e quindi erano subito partite per una direzione che
    venne loro indicata.
    Il  duca,  seguendo  le  informazioni,  cammin  inutilmente  fino  al
    tramontare  del  sole,  quando  venti impetuosi che portavano con loro
    folte e tenebrose nubi,  annunziarono una vicina  tempesta.  Bisognava
    dunque mettersi al coperto. Ma da qualunque parte essi guardassero non
    vedevano  alcun  luogo  che  potesse  servire  loro  come  riparo.  Si
    abbandonarono quindi al caso ed al capriccio dei loro cavalli, i quali
    li condussero verso una costruzione antica  e  diroccata,  che  doveva
    essere stata un giorno propriet di qualche ricco feudatario.
    Appena  si  furono  messi  al  riparo sotto le volte semicadenti di un
    peristilio,  un lampo cadde a circa venti passi da  loro,  e  spavent
    uomini  e destrieri.  Ma una pioggia dirotta accompagnata da grandine,
    allontan ben presto fulmini e baleni.
    In capo ad una mezz'ora,  il temporale si plac,  cess la pioggia,  i
    tuoni  si  udivano solo in lontananza,  l'orizzonte si rischiar ed il
    sereno  torn  presto  cancellando  spavento  e  timori.   Cos   essi
    cominciarono  a  guardarsi  intorno.  Il  duca esamin attentamente il
    luogo che era loro  servito  da  riparo.  Era  esso  una  grande  sala
    lastricata di marmo bianco e nero; il tempo aveva distrutto i vetri di
    tutti i balconi.  L'edera ed altri arbusti ricoprivano internamente ed
    esternamente tutti i muri.
    Il duca volle visitare quelle imponenti rovine. La prima cosa che vide
    fu un lungo  corridoio  che  immetteva  in  altri  appartamenti.  Egli
    passava  successivamente di camera in camera senza seguire un percorso
    preciso.  Scale semidiroccate dai gradini divelti,  pezzi di  muratura
    crollati gli rendevano molto difficoltoso il cammino.
    A  forza di vagare a caso fra quelle rovine,  il duca si smarr e dopo
    lunghi giri credette di aver ritrovato il punto da  cui  era  partito.
    Aprendo  una  porta  s'immagin di rientrare nel peristilio dove aveva
    lasciato la sua gente.  Ma quale fu la sua sorpresa vedendo invece una
    sala  immensa  per  la  sua  altezza e vastit!  Era una cappella,  un
    vestibolo, un chiostro?  Alcuni vetri colorati,  che tuttora pendevano
    da  piccolissime  finestre,  lo  persuasero  che  si  trattava  di una
    cappella.   Stava  per  inoltrarvisi,   quando  vide   improvvisamente
    succedersi  l'uno  all'altro dei lampi e delle fiamme talmente vivi ed
    abbaglianti,  che preso dal panico cominci suo malgrado a chiamare ad
    alta voce i suoi servi.
    Le sue voci non ricevevano risposta, ma tornando indietro sulla strada
    che  aveva  percorso  per  arrivare fin l,  riusc finalmente a farsi
    sentire.  I meno spaventati fra i servi volarono in suo  aiuto,  e  lo
    ricondussero  nel  primo  peristilio in cui sostavano insieme uomini e
    cavalli.
    La notte era ormai troppo inoltrata per pensare di  trovare  un  altro
    riparo.  Il duca quindi,  pur rammaricandosi con il suo seguito di non
    avere nulla da mangiare,  fu costretto  ad  annunciare  che  avrebbero
    passato l la notte.
    Per fortuna alcuni servi,  pi svelti degli altri, avevano portato con
    s delle abbondanti provviste  che  imbandirono  presto  per  il  loro
    padrone e per loro stessi su una gran tovaglia stesa sulla nuda terra.
    Selvaggina,  arrosti,  prosciutto,  frutta,  pane  e  una  dozzina  di
    bottiglie di vino offrirono uno spettacolo delizioso per i viaggiatori
    affamati ed arsi dalla sete.  Lo stesso duca non rimase insensibile  a
    tanto  ben  di  Dio.  La  fatica del viaggio,  l'orrore che ispiravano
    quelle rovine abbandonate,  furono presto dimenticati e sedutisi tutti
    attorno  al  desco  improvvisato  si  disposero  a  soddisfare il loro
    appetito. I cavalli furono guidati in una vicina radura dove trovarono
    di che nutrirsi.  Finito il pasto,  non si pens pi  che  a  dormire.
    Alcuni  si  avvolsero nei loro mantelli,  altri si stesero un poco pi
    lontano sull'erba,  e finch il sole non comparve,  non vi fu  nessuno
    che pensasse a svegliarsi.
    Il  giorno  seguente  si  alzarono  tutti  freschi e riposati.  Furono
    premurosamente raccolti gli avanzi del pasto precedente,  e sellati  i
    cavalli, si rimisero in cammino.
    Discendendo  una collina e guardando un'ampia pianura,  nella quale si
    trovava un lago di circa dodici leghe di  circonferenza,  di  un'acqua
    limpida ed immobile, il duca e la sua gente, riconobbero subito le due
    persone che avevano visto il giorno precedente e che avevano inseguito
    invano per lungo tratto.  Era la medesima donna,  lo stesso giovane; i
    loro  abiti,   i  loro  cavalli  che  distinguevano  chiaramente,   li
    convinsero della loro identit.
    Lascio che ognuno s'immagini con quale prontezza il duca, persuaso che
    fossero  Giulia  ed  il suo rapitore,  ordin ai suoi d'inseguirli.  I
    giovani,  pi interessati forse allo spettacolo che il lago e  le  sue
    rive offriva loro,  non avevano prestato attenzione a ci che avveniva
    alle loro spalle.  Per godere anche pi lungamente del panorama  erano
    anche  scesi  da cavallo.  La giovane si sedette sul margine ed il suo
    compagno,  estratte alcune provviste dalla  bisaccia,  le  sedette  al
    fianco,   ed  entrambi  si  predisposero  a  far  colazione  in  tutta
    tranquillit.
    Il duca,  che li osservava attentamente dalla sommit  della  collina,
    riflettendo che se prendeva un sentiero molto scosceso,  che portava a
    valle e si dirigeva proprio nel punto in cui gli amanti erano  seduti,
    li  avrebbe  sorpresi  in un momento,  non esit ad abbandonare il suo
    cavallo e a dirigersi per quel viottolo seguito da alcuni servi.
    Era lontano dai due giovani solo una cinquantina di passi,  quando  la
    fanciulla  voltandosi  lo vide.  Ella si alz immediatamente e corse a
    nascondersi tra le rocce vicine;  ma,  inseguita da  molti  servi,  fu
    presto raggiunta.
    Il  giovane,  sbalordito dall'improvviso assalto,  non ebbe neppure il
    tempo di  reagire.  Si  alz,  impugn  la  spada,  si  slanci  sugli
    avversari  ed  assal per primo il duca che era in testa al drappello.
    Cominci quindi un terribile combattimento,  di  cui  i  servi  furono
    spettatori.  Il furore guidava i loro colpi. Luoro non era animato che
    dallo spirito di vendetta e dalla  rabbia;  il  suo  avversario,  meno
    trasportato  dall'ira,  dirigeva i colpi con pi senno e pi furbizia.
    Egli stancava l'assalitore con inaspettati movimenti e  finte;  quindi
    approfittando  di  un  fortunato  istante  in  cui  il  duca  era allo
    scoperto, gli conficc la spada nel petto.
    Luoro, svenendo,  cadde supino al suolo.  Alcuni servi si affrettarono
    intorno  a  lui,  altri  attaccarono lo sconosciuto;  ma egli si seppe
    difendere con tale vigore,  che in  breve  furono  messi  tutti  fuori
    combattimento.  Correndo quindi verso il luogo dove la sua compagna si
    trovava prigioniera di tre cavalieri li caric con  tale  ferocia  che
    essi  lasciarono  immediatamente  la preda che egli ricondusse verso i
    suoi cavalli.
    Il duca ritorn  presto  in  s.  Gettando  gli  occhi  sopra  il  suo
    vincitore,  che non era lontano pi di quindici passi,  si accorse che
    non era Ippolito,  e che la giovane a cui egli dava il braccio,  e che
    tuttora aveva dipinto sul volto lo spavento, non era Giulia.
    Riconoscendo il suo errore,  ordin ad uno dei suoi servi d'invitare i
    due stranieri ad avvicinarglisi senza timore.
    Il giovane si accost.  La sua virile e nobile  fisionomia  dimostrava
    ben chiaramente che il suo cuore era diviso da due sentimenti diversi.
    L'interesse  che  gl'ispirava  la  sua  vezzosa compagna,  e il dolore
    d'aver ferito con un colpo,  forse mortale,  un uomo imprudente bens,
    ma che sembrava essere qualche distinto personaggio.
    Prima  di  separarci,  o  signore,  disse  il  duca con voce debole,
    vogliate scusarmi.  Il nostro duello  stato causato da un  equivoco.
    Qualche  rapporto  d'et e di somiglianza,  mi ha fatto oltrepassare i
    limiti della prudenza.  Voi vi siete comportato  da  valoroso.  Se  io
    sopravvivo  alla  mia disgrazia,  siate certo di trovare nella persona
    del duca di Luoro un vero  amico  ed  un  ammiratore  sincero.  Addio,
    signore, proseguite pure, senza alcun timore, il vostro viaggio.
    Il  coraggioso  giovane  non  rispose  che con un profondo inchino,  e
    subito si allontan.  Egli e  la  sua  compagna  risalirono  quindi  a
    cavallo, e in capo a pochi minuti scomparvero alla vista. Si seppe poi
    che  la  giovane  era la figlia unica di un ricco gentiluomo siciliano
    estremamente avaro,  che era fuggita da un convento,  in cui suo padre
    la  teneva  prigioniera,  e  con il suo amato cercava d'imbarcarsi per
    l'Italia,  dove egli aveva degli amici fedeli e buona parte delle  sue
    fortune,  per  potere  l  celebrare  un  matrimonio  felice e potersi
    tranquillamente sistemare.
    Frattanto il duca era orribilmente tormentato  dalla  ferita.  I  suoi
    servi, inesperti nell'arte medica, avevano fatto ogni possibile sforzo
    per  arrestare il sangue,  lavare la piaga,  fasciarla alla meglio con
    delle bende. Bisognava decidersi a raggiungere la pi vicina citt per
    consultare un chirurgo abile che esaminasse la ferita e la curasse nel
    modo migliore.
    D'altro canto il duca non voleva tralasciare la ricerca di Giulia. Era
    persuaso che ella non poteva essere molto lontana e che con un poco di
    pazienza l'avrebbe sicuramente ritrovata.
    Mentre egli era in queste ambasce passarono vicino al lago due  uomini
    a  cavallo.  Il  duca  mand loro un servo per domandare la strada per
    giungere in fretta alla citt pi vicina.  Costoro gli  indicarono  la
    strada che conduceva ad un paese piuttosto grande,  distante circa una
    lega e mezza.  Il duca,  con l'aiuto dei servi,  rimont in  sella,  e
    verso le tre di pomeriggio arrivarono,  non senza fatica, al borgo che
    era stato loro indicato.
    Vista  un'abitazione  dall'aspetto  importante,  un  servo  chiese  al
    padrone  di  casa se si poteva affittarla dietro compenso da pattuire.
    Egli accett la proposta,  ed il duca fu ricevuto  con  tutta  la  sua
    gente.
    Egli fu guidato in una camera molto bella, dove trov un letto pulito.
    Il  duca si coric e fece esaminare la ferita.  Essa era pi brutta da
    vedersi che pericolosa: la  carne  era  lacerata,  ma  non  era  stato
    toccato nessun organo vitale.
    Non  ci voleva che tempo e riposo,  ma l'animo del duca era tutt'altro
    che tranquillo.  L'idea che un rivale pi fortunato possedesse Giulia,
    e  che  tutte le sue fatiche non avessero condotto che ad un umiliante
    epilogo lo tenevano in continuo stato di tensione.
    Frequenti  accessi  d'ira   uniti   al   suo   continuo   scervellarsi
    sull'umiliazione  subita gli causarono una grave malattia che tenne in
    allarme i medici per il suo stato di salute.


    CAPITOLO 8.

    Gli abitanti del castello di Mazzini erano in  preda  alle  pi  gravi
    ambasce. Emilia e la signora Menon non sapevano che cosa pensare sulla
    sorte di Giulia e di Ferdinando. Si riunivano con il marchese e con la
    sua  sposa  alle  sole  ore  del  pranzo,  e la conversazione,  spesso
    interrotta,  non  toccava  che  argomenti  futili.   La  confidenza  e
    l'amicizia ne erano del tutto bandite.
    Il marchese non riusciva a capire cosa potesse trattenere cos a lungo
    lontano   dal   castello  il  duca  di  Luoro.   Dalle  notizie  avute
    dall'emissario,  al duca era sembrato che si  trattasse  solo  di  una
    semplice  passeggiata  di  poche  ore,  e  che Giulia,  sorpresa nella
    casupola del taglialegna della foresta  di  Marentino,  sarebbe  stata
    sull'istante ricondotta a casa.
    Ferdinando  nella  torre  non  riceveva  alcuna  notizia;  non potendo
    comunicare che con Pietro suo carceriere, che gli portava da mangiare,
    era riuscito a renderlo  un  poco  pi  umano  a  forza  di  doni,  ma
    desiderava  ardentemente  sapere ci che era accaduto a sua sorella ed
    al suo amico; eppure non ne sapeva assolutamente nulla.
    Ippolito abbattuto da un colpo mortale,  sua sorella  rientrata  sotto
    l'autorit  di  un  padre inflessibile e crudele,  egli stesso ridotto
    nell'impossibilit di esserle utile, quali immagini dolorose,  e quali
    lamentevoli  considerazioni  gli  si  presentavano  alla mente!  Quale
    differenza dalle lusinghevoli speranze che aveva  concepite  di  unire
    con  la  doppia  catena  del matrimonio e dell'amore due cuori che gli
    erano tanto cari!
    Queste idee lo  perseguitavano  anche  di  notte;  gli  impedivano  di
    dormire,  o  se  anche  arrivava  ad  addormentarsi  al mattino gli si
    presentavano   immagini   fantastiche,   che   lo   tormentavano,    o
    l'ingannavano amaramente.
    Una  notte,  in  cui cercava vanamente il riposo,  dopo aver spento la
    luce,  ud distintamente un sordo e prolungato gemito,  che  turb  il
    profondo  e  continuo  silenzio  della sua prigione.  Questo gemito si
    ripet un istante dopo,  e sembrava avvicinarsi alla  sua  stanza.  La
    terza  volta  esso  era talmente vicino,  che Ferdinando dubit che la
    persona che lo emetteva si fosse introdotta nella sua camera,  o fosse
    almeno giunta fino alla soglia della porta.
    Il  suo primo pensiero fu di balzare fuori dal letto,  e di percorrere
    in tutti i sensi la stanza e di tastare con le mani tutti i  mobili  e
    tutti i muri all'intorno;  chiam quindi ad alta voce l'individuo o il
    fantasma i cui lamenti l'avevano commosso oltre che spaventato.
    Il cielo era coperto di fosche nubi e la luna non si faceva vedere, la
    notte era quindi scurissima.  Invano si sforz di  aprire  la  piccola
    finestra che faceva entrare un poco d'aria e di luce.  Essa era chiusa
    con  un  catenaccio  dal  di  dentro  e  fornita  di   enormi   sbarre
    dall'esterno.
    Interruppe  il  suo esame per ascoltare se i gemiti si ripetevano.  Ma
    dopo che egli aveva chiamato ad alta voce,  ogni rumore era cessato  e
    tutto ritornato al silenzio di prima. Stanco di quella lunga e inutile
    attesa, torn a coricarsi, e in pochi minuti si riaddorment.
    Pietro  all'indomani  venne  di  buon  mattino  alla torre.  Appena fu
    entrato,  Ferdinando gli raccont ci che  aveva  sentito  durante  la
    notte. Questo racconto colp vivamente il servo, che riun all'istante
    nella  sua  memoria  tutte  le  circostanze  proprie  ad  aumentare lo
    spavento nello spirito di Ferdinando.
    La torre era vicina,  e  faceva  anzi  parte,  da  un  lato,  dell'ala
    meridionale  del  castello.  Proprio in questa parte dell'edificio era
    apparso lo spettro e la luce,  qui si erano sentiti spesso delle grida
    e  dei  gemiti  dolorosi  simili  a quelli della notte precedente;  in
    questa stessa parte  del  castello,  il  marchese  aveva  fatto,  alla
    presenza  dei  suoi  servi,  quella  perquisizione  notturna,  il  cui
    risultato, quantunque sembrasse soddisfacente, aveva per lasciato nei
    loro animi dei residui di dubbio.
    A questi particolari Ferdinando aggiungeva dentro  di  s  la  tragica
    confidenza  di  suo  padre,  la confessione che quest'ultimo gli aveva
    fatta dell'assassinio dell'infelice  Del  Campo,  di  una  apparizione
    terribile,  di  cui  egli  era  stato  testimone  e  della probabilit
    dell'esistenza di uno spirito nel castello,  che  di  tanto  in  tanto
    emetteva  dei  gemiti  lamentevoli,   compariva  e  scompariva  a  suo
    piacimento,  e sembrava suggerire con queste notturne incursioni,  una
    vicina e terribile vendetta,  destinata a ricadere sui discendenti del
    suo assassino.
    Ferdinando era coraggioso. I pericoli di una guerra e di un duello,  o
    i  pericoli  naturali  di qualunque genere fossero,  non avrebbero mai
    scosso la sua anima, n lo avrebbero fatto impallidire;  ma non riusc
    a  vincere  il  terrore  che  ispira necessariamente l'apparizione dei
    fantasmi, degli spiriti funebri e degli esseri soprannaturali.
    Poich dunque la sua immaginazione  fu  in  certo  modo  costretta  ad
    ammettere  queste  spaventose  idee,  egli non volle pi rimanere solo
    nella sua torre, specialmente durante la notte.  Cos scongiur Pietro
    di  tenergli  compagnia  per la notte seguente,  e siccome sulle prime
    questi rifiut,  cominci a mostrargli tanta amicizia e a fargli delle
    promesse  cos seducenti,  che il servo decise di venirlo a trovare la
    sera  stessa  alle  undici  precise,   e  di  non  abbandonarlo   fino
    all'indomani mattina.
    Venne  effettivamente all'ora convenuta,  e port alcune provviste per
    passar lietamente la notte.
    La sua fantasia era stata stranamente agitata durante il  corso  della
    giornata.  Aveva da principio temuto che Ferdinando, cui la detenzione
    doveva certamente dispiacere,  volesse approfittare del silenzio della
    notte  e,  per  metterlo  nell'impossibilit di reagire,  impadronirsi
    delle chiavi che egli custodiva e tentare in tal  modo  di  fuggirsene
    dal castello.
    Ma  la generosit e l'integrit d'animo di Ferdinando lo rassicurarono
    subito,  ed egli scacci dal suo spirito un tal timore come un cattivo
    pensiero.
    Mise quindi Ferdinando a parte di tutte le sue congetture. Egli vedeva
    il  castello  pieno  di  fantasmi  e  di  ombre  di morti.  Se essi ne
    incontravano uno soltanto,  il minor  rischio  che  correvano  era  di
    esserne  strangolati.  Era  inutile  voler  comunicare  con  la  gente
    dell'altro mondo e non vi si potevano guadagnare che delle percosse.
    Credetemi, mio buon padrone, diceva egli a Ferdinando, corichiamoci
    tranquillamente,  voi nel vostro letto,  io su  quella  sedia.  Se  lo
    spirito  non  viene,  noi  non  avremo  vegliato  inutilmente.  Se  al
    contrario  si  compiace   di   visitarci,   trovandoci   pacificamente
    addormentati,  vedr  che noi non avevamo cattive intenzioni contro di
    lui, e forse ci lascer tranquilli.
    Egli avrebbe continuato questi discorsi,  se ad  un  tratto  un  grido
    doloroso,  seguito  da  un  gemito  ancor  pi lugubre,  non lo avesse
    interrotto e gli avesse cagionato un indici bile spavento.
    Questo gemito sembrava venire da sotto il pavimento della camera:
    Vergine benedetta,  e voi gran Dio,  esclam Pietro,  mi raccomando
    alla vostra bont.
    Ferdinando  era  rimasto  immobile;  il  suo  compagno si era lasciato
    cadere sopra una sedia semisvenuto.
    Un secondo lamento pi prolungato del primo, si ud nuovamente. Pietro
    allora, non ragionando pi, per lo spavento, prese la lampada, apr la
    porta,  fugg dalla stanza e si precipit per la  scala  della  torre.
    Ferdinando,  rimasto solo,  e al buio pi completo,  volendo provare a
    cercare il servo,  trov a  tentoni  la  porta  che  questi,  nel  suo
    spavento,  aveva dimenticato di chiudere a chiave.  Era chiusa solo da
    un lucchetto,  ma questo lucchetto non si apriva  che  dal  di  fuori.
    Bisogn dunque che restasse suo malgrado nella torre.  Le voci flebili
    seguitarono a sentirsi ad intervalli per circa un'ora.  A ciascuno  di
    questi  lamenti  Ferdinando  sentiva  gelarglisi il sangue nelle vene.
    Finalmente, in capo ad un'ora tutto fu silenzio nuovamente. Ferdinando
    stette inutilmente in attesa per quasi un quarto d'ora. Quindi ritorn
    al suo letto e vi si gett vestito.  Le impressioni date  dal  terrore
    s'indebolirono piano piano,  le sue palpebre si chiusero,  ed il sonno
    venne a ristorarlo.
    All'indomani  mattina,   Pietro  volle  ritornare  alla  torre.   Egli
    desiderava  sapere quale era stato il seguito dei lamenti notturni che
    aveva  sentito,   se  questi  erano  stati  accompagnati  da   qualche
    apparizione,  e se Ferdinando ne era stata la vittima. Temendo di fare
    una scoperta funesta, preg vari compagni di accompagnarlo.
    Cammin facendo,  egli si ricord che non  aveva  chiuso  a  chiave  la
    porta.  Allora trem,  pensando che probabilmente il prigioniero aveva
    approfittato di questa dimenticanza per fuggirsene. In tal caso non vi
    era modo di sottrarsi allo sdegno del marchese.
    Arrivato alla porta della torre, la trov chiusa.  Prima di levarne il
    lucchetto,  chiam  Ferdinando  con voce tremante.  Questi rispose con
    voce ferma e franca.  Ma ci appunto che  doveva  ridare  sicurezza  a
    quest'uomo,  gliela fece perdere completamente.  Egli non riconobbe la
    voce di Ferdinando,  e credette che fosse lo stesso  suono  che  aveva
    inteso la notte precedente.  Pieno di dubbi volse le spalle, ridiscese
    la scala, ed insieme agli altri rientr con gran confusione nella gran
    sala, con il pallore e la costernazione dipinti sul volto.
    Il caso aveva  condotto  il  marchese  in  questa  sala  nello  stesso
    momento.   Volle   sapere   da  cosa  era  provocato  questo  generale
    turbamento. Pietro allora prese la parola,  e raccont al suo padrone,
    non  soltanto  ci di cui era stato testimone la notte precedente,  ma
    anche i suoi pensieri,  i suoi timori e le sue esagerazioni.  Ciascuno
    dei  domestici  fu  pi  o  meno  toccato dalle diverse circostanze di
    questo racconto,  e ne risult un terrore  rinnovato  negli  animi  di
    tutti, che il marchese volle questa volta distruggere radicalmente.
    Per  quanti  sforzi io abbia fatti,  disse loro,  per cancellare le
    vostre ridicole e stolte impressioni,  comincio ora a  credere  che  i
    vostri  deboli  spiriti  amino  conservare  ancora  oggi  le  medesime
    impressioni.  Io non voglio aver nulla da rimproverarmi.  Questa volta
    andr  alla sorgente del male.  Visiter nuovamente la torre in vostra
    presenza.  Voi mi seguirete,  se cosi vi aggrada.  Se terminata questa
    perquisizione,  rimangono  ancora  a  qualcuno  di voi dei dubbi o dei
    timori, io vi dico che quel miserabile,  che non merita pi il nome di
    uomo  per  la  sua codardia,  sar scacciato senza piet dal castello,
    dopo essere stato punito con il pi esemplare castigo.
    Quindi,  seguito da Pietro e dagli altri servitori,  lasci  la  sala,
    sal per la scala,  arriv alla torre, batt alla porta di Ferdinando,
    che l'apr non poco sorpreso  di  vedere  suo  padre,  seguito  da  un
    numeroso corteggio, fargli una visita non meno brusca, che singolare.
    E'  vero,  o signore,  gli chiese il marchese,  che si sono sentite
    grida notturne,  e che degli spiriti funebri sono  apparsi  ai  vostri
    sguardi  e  in  questa  camera?  Rispondete  subito,  dite  la verit,
    scacciate le mie incertezze,  e rendete a questa turba  di  idioti  la
    loro tranquillit.
    Ferdinando  credette  di  leggere  negli occhi di suo padre e nel tono
    della sua voce,  che egli bramava da lui una risposta negativa,  e che
    entrando in altri particolari altro non avrebbe fatto che provocare la
    collera   ed  il  risentimento  del  marchese  senza  ricavarne  alcun
    vantaggio personale,  mentre lo poteva placare e rientrare  nella  sua
    grazia parlando in senso conforme ai suoi desideri.
    No,  padre mio,  gli rispose.  Quest'uomo indicando Pietro,  si 
    spaventato senza motivo.  Non ho veduto od inteso  nulla,  ed  i  suoi
    sensi,   riscaldati   da  una  vana  prevenzione  hanno  probabilmente
    immaginato rumori che non esistevano,  e fantasmi che  certamente  non
    avevano alcuna realt.
    Or  bene,  replic il marchese,  voi vedete,  semplici uomini quali
    siete volgendosi verso i  suoi  servi,  a  qual  punto  vi  lasciate
    trasportare;  e voi, signor Pietro, guardatevi dal ricadere mai pi in
    simili errori,  altrimenti temete il  severo  castigo  di  cui  vi  ho
    minacciato.  Uscite tutti insieme con me e ricordatevi, che qui non si
    trova che mio figlio, che mi  piaciuto di punire e di cui prolungher
    la detenzione pi o meno,  a seconda di ci che mi  suggerir  la  mia
    prudenza.
    I  servi  uscirono  l'un  dopo  l'altro non osando sollevar gli occhi.
    Pietro era il pi confuso di tutti.  Consegn la chiave  al  marchese,
    che chiuse da solo la porta della torre,  e non indirizz a Ferdinando
    una sola parola di consolazione. Ritornato nella gran sala, conged la
    truppa dei servi,  ad eccezione di Pietro.  Egli temeva che suo figlio
    avesse  parlato  troppo  e gli avesse dato qualche notizia sul segreto
    che gli aveva confidato, riguardante l'uccisione di Del Campo. Ma dopo
    avergli fatto alcune scaltre domande ed aver cercato di tirargli fuori
    tutto quello che sapeva,  cap che Pietro era al l'oscuro dei  segreti
    di famiglia.
    La   prudenza  di  Ferdinando  plac  in  parte  l'ira  del  marchese;
    l'indomani fece uscire suo figlio dalla torre,  e lo fece condurre  in
    una  camera  bene  arredata  dove si trovavano tutte le comodit della
    vita. eccettuata la libert. Le finestre erano ben chiuse,  e guarnite
    di grosse inferriate.
    Nel frattempo la marchesa di Mazzini non era rimasta oziosa.  Ella non
    nutriva per il conte di Veresa,  ormai  bandito  dal  suo  cuore,  che
    sentimenti di astio e di vendetta.
    Questa donna,  abituata ad una continua serie di amorosi intrighi, non
    rimase a lungo senza offrire un nuovo oggetto di  galanteria  ai  suoi
    desideri.  Un  giovane  italiano  si era fatto presentare al castello.
    Dotato di un aspetto avvenente e di seducenti maniere, era piaciuto al
    marchese e pi ancora alla sua sposa,  e si era frattanto stabilito  a
    Mazzini, per passarvi la bella stagione.
    Egli  aveva presentati i suoi omaggi alla marchesa,  e sicuro quasi di
    riuscire nel suo intento,  se ne era  dichiarato  amante  ed  era  ben
    presto  riuscito  a farsi amare da lei.  Da questa reciproca tenerezza
    alle pi sincere prove d'amore,  il passo fu breve  con  un  carattere
    ardente come quello della marchesa.  Dapprima la loro tresca fu celata
    con molta cura,  ma a poco a poco i due cominciarono a trascurare ogni
    precauzione,  e  le  donne  della  marchesa  con  gli  altri domestici
    scoprirono l'intrigo.  Ogni luogo sembrava ai due  amanti  adatto  per
    soddisfare  le  loro  bramosie d'amore.  Il marchese era sempre troppo
    occupato dai suoi affari,  e troppo fiducioso della fedelt della  sua
    sposa  per  sospettare minimamente i continui oltraggi che riceveva da
    lei.
    La signora Menon,  senza volerlo,  fu  suo  malgrado  testimone  della
    tresca.  Ritornando  un  giorno  nell'appartamento della marchesa,  ed
    aprendone la porta di scatto scopr il giovane italiano  prostrato  ai
    piedi  della  marchesa,  che  colla  commozione dei suoi sguardi e col
    disordine di tutta la  persona,  dimostrava  quanto  quest'omaggio  le
    piacesse.  La nobile dama usc subito senza proferir parola,  e lasci
    la marchesa immersa in una inesprimibile confusione.
    Pensando che la signora Menon ragionasse  come  lei,  la  marchesa  di
    Mazzini  immagin il suo segreto immediatamente divulgato per tutto il
    castello  e  che  inevitabilmente  il  suo  sposo  ne  sarebbe   stato
    informato.  Ella si credeva quindi se non del tutto perduta, almeno di
    diventare ben presto l'oggetto di disprezzo e di pettegolezzi.
    Nulla di tutto ci sarebbe peraltro  accaduto,  se  la  signora  Menon
    fosse  stata  l'unica  a conoscenza dell'intrigo,  essendo ella troppo
    nobile e troppo  prudente  per  informar  chicchessia  di  una  simile
    scoperta;  ma  il  cuore basso e vile della marchesa non lo immaginava
    certo.  Ella si adoper con tutti i mezzi per mortificare  la  signora
    Menon,  e rinnov nella mente del suo sposo il primo pensiero che egli
    aveva avuto,  che cio la  signora  Menon  non  fosse  all'oscuro  del
    progetto  di  fuga  di  Giulia.  Ella gli fece credere che questa dama
    aveva traviato i cuori di Emilia e di Giulia, che le aveva allontanate
    dal loro padre e che Emilia non avrebbe tardato ad imitare la sorella,
    fuggendo dal castello,  per correre dietro a qualche amante volgare  e
    spregevole.
    Non  ci volle molto perch la marchesa giungesse allo scopo che si era
    prefisso: di allontanare la signora Menon  dal  castello  a  forza  di
    mortificazioni.  I due coniugi vi riuscirono in pochi giorni. Ella era
    troppo sensibile per non capire il perch  dell'indegna  condotta  dei
    due sposi.
    Le  cost  per  altro una pena infinita il decidersi ad abbandonare il
    castello di Mazzini.  Vi  lasciava  Emilia,  la  sua  giovane  e  cara
    allieva,  senza  speranza  di  poterla  mai pi vedere.  Partiva senza
    sapere ci che fosse  accaduto  dell'infelice  Giulia  e  senza  avere
    potuto  penetrare  il  mistero  della  sua  fuga.  Queste  due  piante
    preziose,  che ella aveva coltivato con tanta premura,  di  cui  aveva
    ornato  l'amabile carattere con un gran numero di conoscenze,  stavano
    per essere abbandonate,  una all'orgoglio  di  un  padre  ambizioso  e
    insensibile,  l'altra  ai  pericoli di una fuga funesta,  imprudente e
    forse colpevole!
    Ella decise di fissare la sua dimora nella propria patria,  situata in
    quella  regione  di  Sicilia,  che  era la pi lontana dal castello di
    Mazzini, paese che non aveva mai pi rivisto dalla sua prima giovent,
    e dove era quasi certa di non trovare ne parenti n amici.  Non avendo
    da  raccogliere  che  gli avanzi di una fortuna estremamente mediocre,
    pensava di chiedere asilo in un convento per mezzo di  una  dote  che,
    pagata,  assorbiva  gran parte del suo avere.  L ella si proponeva di
    finire tranquillamente i suoi ultimi giorni,  lontana dai tumulti  del
    mondo,  ed  occupata  unicamente  nei  doveri  della religione e degli
    omaggi che in questi sacri ritiri rendono alla divinit coloro che  si
    consacrano specialmente al suo culto.
    Il marchese di Mazzini la preg di accettare l'offerta di una somma di
    denaro come segno della sua riconoscenza;  ma ella rifiut questo dono
    umiliante.
    Io ho dato le mie cure alle figlie della mia  amica,  gli  disse  la
    signora Menon,  non le ho vendute.  L'amicizia,  la santa,  la tenera
    amicizia non si paga.  Che Giulia e sua sorella mi conservino un posto
    nei  loro  cuori  e  nella loro memoria;  che esse vogliano ricordarsi
    qualche volta quanto mi sono state care; che esse seguano con costanza
    la direzione verso la virt,  che io mi sono compiaciuta di dare loro;
    che  esse  adempiano  in  tutte  le epoche della loro vita alle regole
    della saggezza e della buona condotta, che io ho costantemente cercato
    d'ispirare loro,  questa sar la mia sola,  la  mia  vera  ricompensa.
    Soltanto loro,  e non voi,  o signore,  hanno contratto verso di me un
    debito sacro.
    Per altro debolmente e perch era certo che la signora  Menon  avrebbe
    perseverato  nel  suo  rifiuto,  il  marchese  insistette  perch ella
    accettasse un segno della sua riconoscenza.  Tutto ci  che  ella  gli
    domand,  fu  di  voler  avere  la compiacenza di dare qualche ordine,
    affinch all'indomani una carrozza condotta da  un  domestico  fedele,
    fosse pronta alle ore sette della mattina.
    Infine  questo  giorno crudele arriv per Emilia.  Il dolore della sua
    amica era espresso nell'abbattimento del suo viso: venti volte ella si
    slanci nelle sue braccia. Nei loro dolci abbracci,  esse confondevano
    le loro lacrime ed i loro singhiozzi.  Emilia giur alla signora Menon
    di riunirsi a lei non  appena  un  destino  meno  duro  gliene  avesse
    lasciato intravedere la possibilit.  La signora Menon la scongiur di
    dire a Giulia sua sorella,  se  mai  fosse  stata  ritrovata,  che  il
    ricordo di ambedue sarebbe stato per lei il sollievo e la consolazione
    degli ultimi momenti della sua vecchiaia.
    Finalmente mont in carrozza,  i cavalli partirono di gran galoppo,  e
    la giovane Emilia,  dopo aver seguito lungamente  cogli  occhi  quella
    carrozza,  che  trasportava  lontano  quanto ella aveva di pi caro al
    mondo,  rientr nell'interno del castello,  ove non  trovava  che  una
    tetra solitudine, e dei cuori indifferenti e di ghiaccio.


    CAPITOLO 9.

    La  signora  Menon  arriv  a  fine  giornata  ad un piccolo villaggio
    situato in montagna dove ella si  propose  di  passare  la  notte.  La
    mitezza  della  sera  e  la  bellezza  dei  dintorni  l'invitavano  al
    passeggio; ella segu pertanto i tortuosi giri di un ruscello,  che si
    perdeva  a qualche distanza in un boschetto di castagni.  Dei raggi di
    luce  trasparivano  ogni  tanto  attraverso  il  denso  fogliame,  che
    spandeva intorno al boschetto un'ombra fatta apposta per meditare,  il
    che lo rendeva il luogo adatto alla situazione  della  signora  Menon;
    quasi  senza accorgersene ella cadde in una dolce malinconia,  e segu
    il corso del ruscello fino nella  pi  profonda  oscurit  del  bosco.
    Questa  solitudine,  illuminata  ancora  dagli  ultimi raggi del sole,
    offr al suo sguardo  uno  spettacolo  talmente  pittoresco,  talmente
    sublime, che ella non pot fare a meno di contemplarlo con meraviglia.
    Rocce  di  forma  semicircolare  si  innalzavano  in  grandi massi,  e
    presentavano nelle loro fantastiche forme  le  pi  ardite  e  le  pi
    imponenti opere della natura, la cui grandiosit innalzava qui l'animo
    dello  spettatore  fino all'entusiasmo;  l'immaginazione e la fantasia
    allora  prendevano  il  sopravvento  sulla  realt   ed   accrescevano
    l'oscurit del bosco,  l'orrore delle caverne,  l'aspetto spaventevole
    delle rocce e il rumore del vento.
    La signora Menon  fu  colpita  da  un  sacro  rispetto,  che  le  fece
    rivolgere  involontariamente  i  suoi  pensieri  dalla  natura  al suo
    creatore.  Gli ultimi raggi del sole cadente indoravano ancora la cima
    delle  rocce e brillavano sull'acqua del ruscello,  che fermava con il
    suo corso uguale, una cascata naturale sotto quelle medesime rocce. La
    signora Menon ascoltava da lontano il mormorio dell'acqua quando sent
    una voce dolce e melodiosa,  che cantava un'aria,  la cui  malinconica
    armonia attir la sua attenzione; l'eco a pi riprese la ripeteva come
    per un incanto. Ella cerc di capire da dove provenisse la voce e vide
    ad  una  certa  distanza  una giovane seduta sul pendio di una roccia;
    cominci a dirigersi verso quella direzione,  ma il  rumore  dei  suoi
    passi  che  si avvicinavano turb la cantatrice,  la quale,  vista una
    sconosciuta, si alz per andarsene.
    La signora  Menon  la  preg  di  fermarsi  e  si  avvicin;  ma  come
    descrivere la sua sorpresa, quando sotto l'abito di una contadina ella
    scopr i lineamenti di Giulia!  Questa dal canto suo,  riconoscendo la
    signora Menon,  si precipit nelle sue braccia,  con tutti i trasporti
    della gioia pi viva.  Dopo il primo momento di forte emozione, e dopo
    che Giulia ebbe ottenuto una risposta a tutte le domande che  fece  su
    Ferdinando ed Emilia, ella condusse la signora Menon nel luogo dove si
    era  rifugiata:  questo  era  una casa solitaria in fondo ad una valle
    circondata da montagne, quasi impossibile da raggiungere.  Considerata
    la posizione del rifugio di Giulia, la signora Menon non si meravigli
    pi  che  fosse  passato  tanto  tempo  senza che nessuno l'avesse mai
    scoperta,  e prov una profonda ammirazione per la fanciulla  indifesa
    che da sola aveva trovato un posto cos solitario per nascondersi;  ma
    nello stesso tempo ella  vide  con  preoccupazione  che  l'aspetto  di
    Giulia non sembrava pi sereno e pieno di salute come prima;  sui suoi
    delicati lineamenti si leggevano non solo la malinconia,  ma i  chiari
    segni del dolore.
    La signora Menon comprese subito la causa di questo cambiamento, e non
    pot  fare  a meno di sospirare: Giulia cap e rispose con le lacrime;
    ella prese la mano della  signora  Menon,  la  baci  senza  dire  una
    parola,  e le sue guance si coprirono di rossore; alla fine, ritornata
    in s, cos parl:
    Io avrei molte cose da dire e  molte  altre  da  spiegare,  mia  cara
    amica,  prima che voi possiate restituirmi la stima di cui altre volte
    sono stata giustamente fiera;  io non avevo nella mia  sciagura  altra
    risorsa  che  quella  di  fuggire,  e  non potevo farvelo sapere senza
    trascinarvi nella stessa disgrazia.
    Non mi dite null'altro a questo proposito, rispose la signora Menon,
    io ho,  per ci che  mi  riguarda,  ammirato  la  vostra  condotta  e
    parteggiato  per  voi;  raccontatemi  piuttosto in quale maniera siete
    fuggita, e ci che vi  accaduto poi.
    Giulia tacque per un momento per calmare la sua emozione;  e  cominci
    il suo racconto nel modo seguente:
    Voi sapete tutto ci che successe in quella notte tanto fatale al mio
    riposo;  io  non  posso  non  pensarci  senza provare un dolore che mi
    sarebbe impossibile nascondere;  e  perch  dovrei  farne  un  mistero
    mentre  soffro  per qualcuno,  le cui rare qualit giustificano la mia
    ammirazione e meritano pi che  i  miei  deboli  elogi?  Egli  rester
    impresso  nella  mia  memoria finch la morte venga a porre un termine
    alla mia penosa esistenza.  (Qui la  voce  di  Giulia  si  ruppe  per
    qualche  istante,  prima  di  riprendere  la sua narrazione).  Io non
    torner su circostanze che gi conoscete: passo a quelle di cui  siete
    ignara, e che credo vi interesseranno.
    La  mia fedele serva,  Rosa,  mi segu nella mia prigione,  ed al suo
    affetto per me io sono debitrice della  mia  fuga;  coll'aiuto  di  un
    servitore del castello,  che era suo amante, ella riusc a rendermi la
    libert. Una notte, in cui la mia custodia era stata affidata a Carlo,
    costui si addorment;  Nicola penetr nella sua stanza e gli prese  le
    chiavi  della  mia  prigione: aveva avuto prima cura di munirsi di una
    scala di corda. No,  io non dimenticher mai ci che provai,  quando a
    met  di  quella  notte,  a  cui  doveva  succedere  il giorno del mio
    sacrificio,  sentii aprire la porta della mia prigione,  e  mi  trovai
    libera di uscirne! Le mie ginocchia tremanti mi permettevano appena di
    seguire  Rosa  nella sala,  le cui finestre basse e vicine al terrazzo
    favorivano  il  nostro  piano:  noi  arrivammo  facilmente  a   questo
    terrazzo,  dove  Nicola  ci  aspettava con la scala;  egli la sostenne
    mentre noi scendevamo, e mi trovai ben presto in libert.
    Il timore per altro di essere  riacciuffata,  non  mi  permetteva  di
    abbandonarmi  interamente alla gioia della mia evasione;  il mio piano
    era di raggiungere il paese nativo della mia fedele Rosa, dove ella mi
    aveva detto che avremmo  trovato  un  rifugio  sicuro  presso  i  suoi
    parenti,  i  quali  non avrebbero mai potuto sospettare la mia nascita
    non avendomi mai vista;  ella mi disse anche di pi,  che questo luogo
    era  assolutamente sconosciuto al marchese,  che avendola presa al suo
    servizio a Napoli  alcuni  mesi  prima,  non  aveva  domandato  alcuna
    informazione  sulla sua famiglia.  Del resto,  quantunque il villaggio
    fosse distante varie leghe dal castello,  ella mi  assicurava  che  ne
    sapeva  perfettamente  la  strada.  Nicola  rientr  nel  castello per
    prevenire i sospetti,  ma con  l'intenzione  di  lasciarlo  al  minimo
    indizio di pericolo, per potere raggiungere la sua Rosa: nel separarmi
    da  lui,  io lo colmai di ringraziamenti e gli diedi una piccola croce
    di diamanti,  che io avevo preso con questo scopo dallo scrigno che mi
    avevano mandato come regalo nuziale.
    A  un  quarto  di  lega  dal castello noi ci fermammo,  ed io mi misi
    l'abito che mi vedete indosso, dopo aver avvolti quelli che io portavo
    ad una grossa pietra che Rosa gett nel torrente presso quel bosco  di
    abeti,  di cui voi avete sovente ammirato il mormorio.  La fatica e la
    difficolt di questo viaggio,  che feci quasi interamente a piedi,  mi
    avrebbe  spossata  in  qualunque  altra  circostanza;  ma  l'idea  del
    pericolo  mi  impediva   di   fare   attenzione   a   questi   piccoli
    inconvenienti.  Arrivammo senza alcun incidente alla casa di Rosa, che
    si trova ad una piccola distanza dal  villaggio  di  Farrini;  i  suoi
    genitori ci ricevettero con qualche sorpresa, ma pi ancora con bont.
    Capii  ben  presto che sarebbe stato inutile,  forse anche pericoloso,
    nascondere loro la mia posizione;  lessi negli occhi  della  madre  di
    Rosa,  che ella non credeva affatto al personaggio che io impersonavo,
    ho creduto quindi pi prudente confidare loro il  mio  segreto.  Presa
    questa  decisione  li misi a parte del mio stato e della mia sventura;
    ne ricevetti le pi amichevoli prove di soccorso  e  di  affetto.  Per
    maggior   precauzione,   mi   ritirai   in   questo  luogo  solitario.
    L'abitazione dove ci troviamo appartiene ad una sorella  di  Rosa,  la
    cui  fedelt  non  mi  pu essere sospetta.  Ci nondimeno io non sono
    affatto senza inquietudine,  soprattutto da quando ho  saputo  che  un
    uomo  a  cavallo era passato vicino a Merci,  che  distante una mezza
    lega soltanto da qui.


    CAPITOLO 10.

    Giulia  termin  cos  il  suo  racconto.  La  signora  Menon  l'aveva
    ascoltata  con  sorpresa  mista  ad interesse e piet: i suoi occhi ne
    davano  testimonianza.   L'ultimo  accenno  all'uomo  a   cavallo   la
    preoccupava  seriamente.  Ella  disse  a  Giulia che il duca la faceva
    cercare,  e che era molto probabile che quest'uomo fosse uno di quelli
    che  egli  aveva  mandati  sulle  sue  tracce;  la convinse quindi con
    ripetute preghiere a lasciare il luogo dove abitava per  accompagnarla
    al  monastero  di  Sant'Agostino,  dove sarebbe stata completamente al
    sicuro;  poich,  quando anche si  fosse  scoperto  quel  rifugio,  si
    sarebbe  trovata  sotto  la  protezione  dell'autorit superiore della
    Chiesa.  Giulia accett questa proposta con grande piacere,  e siccome
    era  necessario  che  la signora Menon andasse a dormire al villaggio,
    dove aveva lasciato i suoi servitori ed i suoi cavalli,  fu  convenuto
    che  sarebbe  tornata  l'indomani  di  buon mattino alla capanna,  ove
    Giulia l'avrebbe attesa. Malgrado la necessit di questo piano, Giulia
    non pot fare a meno di manifestare un gran dispiacere  nel  separarsi
    dalla signora Menon.
    Quest'ultima si alz l'indomani sul fare del giorno;  i suoi servitori
    che erano stati assunti in occasione del suo viaggio  non  conoscevano
    Giulia,  e quindi non vi era da temere alcunch. Essa li lasci ad una
    certa distanza  dalla  casa,  e  prosegu  sola,  prima  che  il  sole
    spuntasse:   ma  il  suo  cuore  non  pot  difendersi  da  un  triste
    presentimento, quando, bussando alla porta,  non ebbe alcuna risposta.
    Buss  di  nuovo e le rispose sempre lo stesso silenzio;  sembrava che
    non vi fosse in tutta la casa alcun essere vivente:  per  accertarsene
    apr  la porta e rimase non poco sorpresa non trovando nessuno.  Entr
    nella piccola camera che occupava Giulia,  ma  Giulia  non  c'era;  il
    letto  stesso  pareva non essere stato usato.  Ogni attimo che passava
    accresceva le inquietudini e confermava i timori della signora  Menon.
    Mentre  continuava  le  sue  ricerche,  sent  alla  porta  i passi di
    qualcuno, e nello stesso istante entr una persona.  I timori riguardo
    a  Giulia  si  tramutarono  allora  in  preoccupazione  per la propria
    incolumit personale: ella temette per se  stessa  e  non  seppe,  per
    qualche  tempo,  se  dovesse  rivelare la sua presenza o restare nella
    posizione in cui si trovava; finalmente la presenza di Giulia la tolse
    dall'imbarazzo di una decisione.
    Al ritorno di quella buona donna che  aveva  accompagnato  la  signora
    Menon al villaggio, dove aveva passato la notte precedente, Giulia era
    stata alla casa di Rosa a Farrini: il suo cuore riconoscente non aveva
    potuto decidersi ad abbandonare quei luoghi senza prendere congedo dai
    suoi fedeli amici, senza ringraziarli della loro bont e spiegare loro
    i  suoi  nuovi progetti;  essi l'avevano invitata a dormire nella loro
    capanna,  e ne ritornava proprio in quel momento,  per l'arrivo  della
    signora Menon.
    Dopo  questa  spiegazione,  raggiunsero  i  loro  cavalli e partirono.
    Durante alcune leghe  fecero  pochissima  conversazione,  non  essendo
    occupate l'una e l'altra che ad ammirare la bellezza del paesaggio che
    si  offriva  ai  loro sguardi.  Vi erano da ogni parte colori ricchi e
    vari,   colline  sovraccariche  dei   doni   dell'autunno.   Le   viti
    s'innalzavano  in  tutta  la  loro gloria;  i loro grappoli di porpora
    contrastavano col verde delle  foglie;  in  una  parola  l'occhio  non
    poteva saziarsi dal contemplare un simile spettacolo.
    Le  nostre due viaggiatrici discesero quindi in una valle che sembrava
    pi un'opera di magia che non una  produzione  della  natura.  L'acqua
    limpida  e tranquilla di un ruscello scorreva in mezzo a questa valle;
    sulle sue sponde boschetti di aranci  e  di  limoni  esalavano  i  pi
    squisiti odori.  Giulia si compiaceva di guardarli, quando ne fu ad un
    tratto distratta da un oggetto  che  cambi  immediatamente  il  corso
    delle sue sensazioni e delle sue idee: volgendo la testa vide dietro a
    s dei cavalieri che avanzavano con una velocit da cui fu spaventata:
    involontariamente  ella  spron  il  suo cavallo che part al galoppo.
    Anche la signora Menon voltatasi si accorse  che  erano  inseguite.  I
    cavalieri,  che  un  boschetto  nascondeva al loro sguardo,  si fecero
    sempre  pi  vicini,  finch  Giulia,   cedendo  alla  paura  ed  alla
    stanchezza,  si lasci cadere dal suo cavallo e fu sollevata da uno di
    questi persecutori;  il resto del gruppo  cattur  subito  la  signora
    Menon,  e poich Giulia era tornata in s, le due dame furono legate e
    fatte tornare indietro.
    Si pu solo immaginare la disperazione di Giulia,  vistasi  nuovamente
    nelle  mani  del  nemico.  La  signora  Menon,  che  aveva osservato i
    rapitori, non vi riconobbe alcuno della casa del marchese;  era dunque
    evidente  che  essi erano fedeli al duca.  Dopo qualche ora di cammino
    abbandonarono la strada maestra per entrare in un sentiero  stretto  e
    tortuoso cinto da grandi alberi che quasi lo nascondevano ai raggi del
    giorno.
    La   solitudine   e   l'oscurit  del  luogo  bastavano  da  soli  per
    terrorizzare gli uomini.  Giulia  nell'entrarvi  tremava,  ma  la  sua
    emozione fu ancora pi grande quando ella scopr ad una certa distanza
    attraverso  gli alberi un edificio in rovina: ella non ne scorgeva che
    una piccola parte,  ma,  man mano che si avvicinava  e  il  resto  del
    fabbricato  si  rendeva  visibile,  la  sua  paura ed il suo timore si
    trasformarono in un terrore mai  provato  prima.  Le  torri  rovinate,
    sulle  quali  serpeggiava  l'edera,   attestavano  l'antico  splendore
    dell'edificio, ma le finestre disadorne ed infrante,  e l'erba incolta
    nei  cortili  sembravano  indicare che da lungo tempo nessuno lo aveva
    pi abitato. Questo luogo non sembrava adatto che alla violenza e alla
    distruzione,  e quando giunsero all'ingresso,  le infelici prigioniere
    si credettero perdute.
    I loro conduttori scesero da cavallo, le introdussero nell'interno del
    castello  e  le  misero in un luogo che poteva essere stato in passato
    una camera, ma che non ne meritava pi il nome. I guardiani spiegarono
    loro che avevano l'ordine di custodirle l fino  all'arrivo  del  loro
    padrone,  che non avrebbe tardato molto.  L'attesa fu per Giulia e per
    la signora Menon un vero supplizio. Giulia aveva tutto da temere dalle
    passioni furiose del duca,  ed il luogo ove ella si  trovava  favoriva
    tutte  le  violenze  che egli avesse voluto usare.  Ella si pentiva di
    avere abbandonato la casa paterna;  e la signora Menon la compiangeva,
    ma  non  poteva  porgerle  alcun aiuto.  La fine del giorno intanto si
    avvicinava,  il duca non si vedeva e la sorte di Giulia restava appesa
    ad  un filo di speranza.  Ma ecco che dalla finestra dell'appartamento
    dove ella era confinata,  si distinse la luce di  fiaccole  attraverso
    gli alberi, e il calpestio dei cavalli le annunzi l'arrivo del duca.
    Udendo questo rumore, il cuore palpit nel petto della fanciulla; ella
    gett  le  braccia intorno al collo della signora Menon e si abbandon
    alla disperazione.  Alcuni uomini vennero ad annunziarle che  il  loro
    padrone era giunto.  Il castello,  che era in silenzio da lungo tempo,
    cominci ad un tratto a  risuonare  di  un  tramestio  diffuso,  e  fu
    rischiarato  da una luce che ne accresceva ancor pi l'orrore.  Giulia
    corse alla finestra e da una specie di cortile ella vide degli  uomini
    che  smontavano da cavallo: le torce non li illuminavano che in parte,
    e mentre ella era intenta con inquietudine a  scoprire  i  tratti  del
    duca, tutta la truppa entr nel castello. Ella sent quindi un confuso
    suono  di voci nell'appartamento di sotto,  e poco tempo dopo un sordo
    mormorio come se  si  fosse  trattato  di  qualche  affare  di  grande
    importanza.  Il  suo spavento andava sempre pi crescendo quando senti
    che salivano verso la sua camera,  e una tetra  luce  ne  illumin  le
    muraglie.
    Disgraziata  figlia,  io  vi  ho  dunque trovata! disse un cavaliere
    entrando nell'appartamento,  ma vedendo Giulia si arrest,  e  rivolto
    verso la sua gente: Sono queste, disse loro, le fuggitive che avete
    arrestato?.
    Si, signore.
    Vi  siete dunque ingannati,  ed avete ingannato me;  questa non  mia
    figlia!.
    Queste parole portarono la luce della verit nel cuore di Giulia,  che
    il  terrore aveva reso di ghiaccio.  La signora Menon si present,  si
    venne a una spiegazione,  e si scopr che lo straniero era il marchese
    Murani  padre  della  bella  fuggitiva che il duca aveva scambiato per
    Giulia.
    Gli uomini impiegati da questo gentiluomo erano stati ingannati  dalla
    figura  di  Giulia  e  dalla  sua  fuga al loro approssimarsi.  Da ci
    avevano concluso che ella era l'oggetto delle loro ricerche,  e questa
    idea aveva causato l'equivoco sofferto dalle due signore,  ma la gioia
    di questa  inattesa  liberazione  sorpass  i  terrori  che  l'avevano
    preceduta.  Il  marchese  fece  alla signora Menon e a Giulia tutte le
    scuse e tutte le riparazioni che erano in suo potere.  Egli offr loro
    di  ricondurle  immediatamente sulla strada maestra,  e di proteggerle
    tutta la notte in qualche luogo sicuro.  Questa offerta fu  avidamente
    accettata dalle due viaggiatrici.  Quantunque abbattute dalle sventure
    che avevano patite,  dalla fatica  e  dalla  mancanza  di  cibo,  esse
    rimontarono  con  gioia  a  cavallo.   Dopo  qualche  ora  di  cammino
    arrivarono ad una piccola citt,  dove si procurarono degli alimenti e
    un  poco di riposo.  Qui le loro guide le abbandonarono per continuare
    le loro ricerche.
    Le nostre due si alzarono di  buon  mattino  e  continuarono  il  loro
    cammino temendo sempre d'imbattersi negli uomini del duca.  Finalmente
    verso  mezzogiorno  arrivarono  ad  Azulia,   distante  poche   miglia
    dall'abbazia  di  Sant'Agostino.  La  signora  Menon  scrisse al padre
    abate,  con il quale aveva qualche  conoscenza  comune,  e  subito  ne
    ricevette  una  risposta  conforme a ci che desiderava.  Nella stessa
    sera arrivarono al monastero,  dove Giulia,  liberata  finalmente  dal
    timore  di essere inseguita,  rese grazie all'Essere supremo,  e cerc
    nella piet la consolazione alle sue sventure.  Fu ricevuta dal  padre
    abate  con  una  specie  di  affezione paterna,  e dalle religiose con
    grandi dimostrazioni  di  benevolenza.  Rassicurata  da  tutte  queste
    circostanze,  e dalla tranquillit che vedeva regnare intorno a s, si
    ritir per riposarsi,  e pass tutta la notte  nelle  dolcezze  di  un
    placido sonno.
    Giulia  trov  nella  sua  nuova  posizione  molte  cose  opportune  a
    distrarla,  e molte  altre  atte  ad  interessarla.  Intenerita  dalla
    disgrazia,  si  prest facilmente al raccoglimento delle sue compagne,
    ed alla pacifica uniformit della vita monastica.  Ella si  compiaceva
    di  vagare  nel  chiostro  e  di  visitare  i  luoghi  pi  solitari e
    tranquilli che infondevano al suo animo una calma adatta alla  santit
    del luogo; ella amava trattenersi colle suore, molte delle quali erano
    amabili, e dimostravano la dolcezza delle loro maniere con una dignit
    che  le  abbelliva di una invincibile attrattiva.  La dolce malinconia
    impressa  sui  loro  volti  testimoniava  il  loro  stato  d'animo,  e
    produceva  in Giulia un misto di stima e di compassione.  Le religiose
    usavano nei confronti di Giulia la tenera denominazione di  sorella  e
    tutte le altre testimonianze di affetto che esse sanno impiegare tanto
    bene  e  di  cui  conoscono  tanto bene l'effetto,  con la speranza di
    attirarla  nel  loro  Ordine.   La  presenza  della   signora   Menon,
    l'assiduit  delle  religiose,   la  tranquilla  beatitudine  di  quel
    soggiorno,  restituivano a poco a poco la  pace  a  Giulia,  ed  anche
    quella dolcezza che da troppo tempo aveva perduto.  Ma, malgrado tutti
    i suoi sforzi, il pensiero di Ippolito si presentava di tanto in tanto
    alla sua memoria con una energia che vinceva  il  suo  coraggio  e  la
    precipitava in una momentanea disperazione.
    Fra le sante figlie che questo luogo racchiudeva,  Giulia ne not una,
    la cui fervente devozione,  l'aria sempre raccolta,  il dolce languore
    del  viso,  attir  la  sua  curiosit  e  la interess vivamente;  la
    religiosa,  dal canto  suo,  con  una  sorta  di  simpatia  reciproca,
    distingueva  Giulia  con molti di quei segni di affetto,  che il cuore
    sente e riconosce,  quantunque lo spirito  non  li  possa  descrivere.
    Conversando  con  lei,  Giulia  si  sforz,  per quanto la delicatezza
    poteva permettere,  di penetrare la causa di questo  abbattimento,  di
    questo  languore,  che  in  mezzo  alla  rassegnazione  ed agli slanci
    sublimi della piet,  oscurava la  bellezza  dei  suoi  lineamenti  ed
    imprimeva loro l'immagine della malinconia.
    Frattanto  il  duca di Luoro,  dopo essere stato trattenuto per alcune
    settimane a letto da una grave malattia causata dalle  sue  ferite,  e
    che  la  sua rabbia aveva prolungato,  ritorn al castello di Mazzini.
    Quando il marchese lo vide di ritorno, e si ramment l'inutilit delle
    sue ricerche con le quali aveva sperato di ritrovare  Giulia,  la  sua
    violenza  naturale  si  manifest  con  violenti rimproveri rivolti al
    duca,  che rispose sullo stesso tono.  Le conseguenze sarebbero  state
    fatali,  se l'ambizione del marchese non fosse stata superiore a tutte
    le altre sue passioni,  e non l'avesse convinto ad  addolcire  il  suo
    sdegno con delle scuse. Il duca, il cui amore per Giulia era cresciuto
    a causa delle difficolt che gli si erano opposte,  le accett, mentre
    le avrebbe rifiutate in ogni altra circostanza;  e cos tutti  e  due,
    convinti  della convenienza di questa decisione,  si riappacificarono.
    Emilia  fu  finalmente  liberata  dalla  prigionia  che   aveva   cos
    ingiustamente sofferto; ritorn ad abitare il suo antico appartamento,
    dove,  solitaria  ed  abbattuta,  passava giorni tristi resi ancor pi
    tristi  dall'inquietudine  continua  sulla  sorte  di  Giulia,  ed  il
    dispiacere  di  aver  perduto  la  compagnia  della signora Menon.  La
    marchesa,  i cui piaceri erano disturbati dall'attuale confusione  che
    regnava nel castello, sfogava il suo cattivo umore su Emilia, la quale
    era  condannata  a  soffrire senza avere la possibilit di lamentarsi.
    Ripensando  ai  felici  momenti  del  passato,   ed  ai  pi   recenti
    avvenimenti,  ella  ebbe  il  dolore di vedere che tutti quelli che le
    erano pi cari,  erano stati scacciati o imprigionati per  l'influenza
    segreta  di  una  donna,  il cui carattere era assolutamente opposto a
    quello della sua amatissima madre, alla quale era succeduta.
    Le ricerche,  di cui Giulia  era  l'oggetto,  continuavano  sempre,  e
    sempre   infruttuosamente.   Lo   stupore  del  marchese  cresceva  in
    proporzione alle  sue  inquietudini.  Come  mai  Giulia  aveva  potuto
    trovare  il  mezzo  di  nascondersi,  in  un  paese  dove non aveva n
    conoscenze, n parenti? Egli fece il terribile giuramento di vendicare
    sul suo capo, in qualunque luogo la avesse scoperta,  la pena che ella
    gli  stava  causando;  ma  convenne  con  il  duca  di sospendere ogni
    ricerca,  affinch Giulia credendo che avessero disperato di trovarla,
    e credendosi al sicuro, uscisse finalmente allo scoperto.


    CAPITOLO 11.

    Nel  frattempo  Giulia,  rifugiata  nel convento di Sant'Agostino,  si
    sforzava di abituarsi alla tranquillit che vedeva regnare  intorno  a
    s.  Questo  convento  era  una  costruzione gotica,  fiancheggiata da
    maestose torri; era stato fondato nel dodicesimo secolo, ed offriva un
    orgoglioso monumento della munificenza e religiosit dei prncipi. Nel
    tempo  in  cui  l'Italia  fu  agitata   dalle   guerre   intestine   e
    dall'invasione  straniera,  essa  serv  di  asilo  a molti nobili che
    consacrarono il resto dei loro giorni alla religione,  e che alla loro
    morte arricchirono questo monastero dei tesori che restavano loro.
    La vista di questo edificio richiamava alla mente le dolci e pacifiche
    abitudini  dei  monaci,  che ormai erano passati a miglior vita gi da
    molti secoli.
    Quanto  grande la differenza tra la vita di questi  pii  religiosi  e
    l'esistenza  agitata  degli  uomini  abbandonati al tumulto del mondo!
    Qual calma da un lato, e qual confusione dall'altro!
    Il silenzio e la solitudine  del  luogo,  concorrevano  con  l'aspetto
    solenne  dell'abbazia,  ad  infondere nell'animo un sacro rispetto.  I
    vetri  dipinti  a  vari  colori,  decorati  con  storie  monastiche  e
    ombreggiati  da  folti alberi che circondavano l'edificio,  spargevano
    una  tenue  luce  che  risvegliava  nello  spettatore  dei  sentimenti
    analoghi.
    La  contemplazione  di  questa  grande  opera  dell'et barbarica fece
    tornare alla mente di Giulia la musica dell'ode composta da Ippolito e
    spesso malinconicamente da lei ripetuta, che cos comincia:

    Tra gli svelti colonnati
    D'una gotica cappella,
    Mestamente illuminati
    Dalla luce, che si abbella
    Dal color della vetriera,
    Com' dolce la preghiera.

    Ella piangeva nel ricordare i tempi  passati,  ed  il  suo  animo  era
    pervaso  da  una profonda tristezza.  La signora Menon mostrava la pi
    tenera attenzione per Giulia;  cercava di distrarla assecondando  quel
    gusto per la letteratura e per la musica, che tanto si addicevano alle
    qualit del suo spirito.
    Ma  ci  che  le  arti  non  poterono  ottenere,  fu  invece raggiunto
    dall'affetto.  La suora preferita da Giulia,  quella per  cui  sentiva
    crescere  ogni  giorno  stima  ed amicizia,  a poco a poco si spegneva
    sotto il peso di un dolore che cercava di dissimulare con ogni  mezzo.
    Giulia era molto partecipe della sua situazione, e bench non fosse in
    suo  potere  di  consolarla,  cerc  nondimeno  di sollevarla nei suoi
    patimenti.  Le prodigava le  pi  tenere  carezze  ed  una  attenzione
    continua:  si  sarebbe  detto  che  cercava avidamente l'occasione per
    poter dimenticare i propri guai curando quelli della povera  infelice,
    la  quale sembrava perfettamente riconciliata col suo tragico destino.
    La sua  dolcezza,  la  sua  pazienza,  la  sua  rassegnazione  non  si
    smentirono  mai durante l'intero corso della malattia: questa dolcezza
    quasi angelica  e  questa  irremovibile  fermezza  sembravano  pi  le
    caratteristiche  di  una  santa,  che  quelle di una fragile creatura.
    Giulia osservava con grande sollecitudine i differenti  momenti  della
    malattia.  Le sue attenzioni ottennero la loro ricompensa; Cornelia si
    sentiva meglio,  e la sua salute si andava ristabilendo di  giorno  in
    giorno;   ella   attribu   questo   cambiamento   alla  tenerezza  ed
    all'assiduit costante della giovane  amica,  e  d'allora  in  poi  le
    consacr  tutto  il  suo  affetto.  Giulia  si  arrischi finalmente a
    domandarle una confidenza che desiderava da gran tempo,  e Cornelia la
    soddisfece, raccontandole la storia delle sue disgrazie.
    E' giusto,  le disse,  che voi conosciate gli avvenimenti di questa
    vita  che  le  vostre  premure  hanno   prolungata:   sebbene   questi
    avvenimenti non abbiano niente di nuovo,  di meraviglioso,  n di cos
    sublime che possa interessare le persone che non ne sono a conoscenza,
    il loro effetto non  stato perci meno terribile per me,  ed  il  mio
    cuore mi dice che non vi saranno del tutto indifferenti.
    Voi  vedete  in me la sventurata discendente di un'antica ed illustre
    famiglia italiana: fin dalla mia giovent io fui privata delle cure di
    mia madre;  ma mio padre che le sopravvisse,  mi ricompens di  questa
    perdita,  e me la rese quasi insensibile.  Permettetemi di rendere qui
    giustizia al carattere generoso  dell'autore  dei  miei  giorni.  Egli
    riuniva  al  sommo  grado  le  dolci virt della vita sociale a quelle
    eroiche degli antichi Romani,  da cui si vantava di  discendere.  Egli
    non  parlava che delle loro belle azioni,  e cercava di imitarle,  per
    quanto i tempi attuali e la sua posizione  potessero  permetterglielo.
    Il  ricordo  della sua virt mi commuove ancora e riempie il mio animo
    di un nobile orgoglio che le stesse fredde mura  di  questo  monastero
    non saprebbero mitigare.
    La  fortuna  di  mio  padre  non  corrispondeva per alle sue qualit
    umane;  affinch mio  fratello  potesse  sostenere  la  dignit  della
    famiglia,  fu  necessario che io prendessi il velo,  ma ahim!  Il mio
    cuore,  che si era gi impegnato con un uomo,  non era molto adatto ad
    essere offerto in sacrificio alla divinit.  Mi ero gi da lungo tempo
    innamorata del figlio di un gentiluomo nostro vicino,  le  cui  ottime
    qualit  avevano  da principio attirato il mio amore e meritato quindi
    tutta la mia stima.  Le nostre famiglie erano molto  unite:  e  questa
    circostanza  ci  forn il mezzo di vederci frequentemente e ci permise
    di nutrire l'uno per l'altra un affetto che si fortific e si accrebbe
    col numero dei nostri anni.  Egli domand la mia mano a mio padre;  ma
    un  ostacolo  insormontabile  sembr  opporsi  alla nostra unione.  La
    famiglia del mio amato era nella nostra  stessa  posizione:  essa  era
    nobile,  ma  povera.  Mio  padre,  non sospettando fino a che punto io
    fossi affezionata al giovane,  e soprattutto essendo lontanissimo  dal
    consentire  un  matrimonio  cos poco favorito dalla fortuna,  rifiut
    recisamente l'offerta.
    Disperato per un tale rifiuto,  egli entr immediatamente al servizio
    del  re di Napoli,  e cerc nella gloria delle armi compenso alle pene
    d'amore.
    In  quanto  a  me   non   trovai   alcun   motivo   di   consolazione
    nell'uniformit  della  mia vita: nulla poteva distrarmi da un ricordo
    cos caro, ed io rimasi in preda alla mia disperazione. Il pensiero di
    Angelo mi perseguitava sempre,  ed il mio amore  per  lui  fortificato
    dall'assenza  e  forse  anche dalla disperazione,  mi opprimeva con un
    dolore sempre nuovo; mi struggevo in silenzio, e non vedendo fine alle
    mie sofferenze,  mi rassegnai volontariamente ad abbandonare il  mondo
    ed a rinchiudermi in un convento.  Una improvvisa circostanza acceler
    la mia decisione.  Ebbi la  disgrazia  di  entrare  nelle  grazie  del
    marchese  Marinelli;  egli ne parl subito con mio padre.  Il marchese
    era un uomo importante sia per la sua posizione sociale che per le sue
    ricchezze.  Le sue visite non potevano quindi distruggere che  me.  Il
    momento  in cui mio padre mi rese nota la proposta del marchese fu per
    me il momento pi terribile: il mio turbamento,  che invano cercai  di
    nascondere, trad il mio vero sentimento, e mio padre ne fu commosso.
    Dopo  un  lungo  e penoso silenzio egli mi trasse generosamente dalla
    crudele  perplessit  in  cui  mi  trovavo,  lasciando  a  mia  scelta
    d'accettare  il  marchese o di prendere il velo.  Vinta dal suo nobile
    disinteresse io caddi ai suoi piedi ed accettai prontamente la seconda
    possibilit.
    Dopo questo fatto i miei sentimenti non furono pi  un  mistero;  mio
    fratello,  il  mio  generoso  fratello  ne  venne  a conoscenza;  egli
    s'accorse che la sofferenza cominciava a pregiudicare la  mia  salute;
    lo fece notare a mio padre,  e per rendermi la felicit, volle cedermi
    una parte dei beni di sua madre,  dei quali era gi  in  possesso.  Oh
    Ippolito! soggiunse Cornelia sospirando profondamente,  le tue virt
    meritavano una sorte migliore.
    Ippolito!  disse  Giulia  con  voce  tremante,  Ippolito  conte  di
    Veresa?.
    S, proprio lui, rispose la suora sorpresa.
    Giulia  non  pot proferire parola,  finch non ebbe dato libero sfogo
    alle sue lacrime.  Lo stupore di Cornelia fu per qualche tempo totale.
    Finalmente un vago ricordo le fece comprendere la verit;  si avvicin
    a Giulia:
    Mi  dunque concesso di abbracciare disse,  mia sorella!  unite dal
    sentimento bisogner che lo siamo ancora dalla sfortuna?.
    Giulia  non  rispose  che  con  dei  sospiri,  e  le  loro  lacrime si
    confusero.  Qualche tempo dopo,  Cornelia riprese il suo racconto  dal
    punto dove era rimasta.
    La  condotta  di  Ippolito costrinse mio padre ad una riflessione: lo
    stato della mia salute  era  troppo  chiaro  perch  egli  non  se  ne
    accorgesse;  il  contrasto  tra  l'orgoglio  e la tenerezza paterna lo
    trattenne dal prendere una decisione, ma alla fine l'amore prevalse ed
    egli dette il suo consenso al mio matrimonio con Angelo.  Io  ero  gi
    troppo  debole  per  poter  sopportare  quest'improvviso passaggio dal
    dolore alla gioia.  Pensate quindi ci che io provai quando seppi  che
    Angelo era stato ucciso in battaglia! Non chiedetemi di ricordare quei
    momenti. Il dispiacere di mio fratello fu altrettanto grande.
    Non  appena  io  mi  fui  un po' rimessa da quel duro colpo desiderai
    lasciare quel mondo che non mi aveva  offerto  che  vane  parvenze  di
    felicit,  e  di  allontanarmi  da quei luoghi dove io non trovavo che
    ricordi che perpetuavano la mia  disgrazia.  Mio  padre  fu  lieto  di
    questa  decisione,  ed  io fui immediatamente ricevuta in noviziato in
    questa casa,  il cui superiore aveva avuto in giovent dei rapporti di
    conoscenza con mio padre.
    In  capo  ad  un  anno,  presi il velo.  Oh!  come mi ricordo di quel
    momento!  Con quale perfetta rassegnazione pronunciai i  voti  che  mi
    costrinsero per sempre alla vita monastica!
    L'importanza e la solennit della cerimonia,  il lugubre apparato che
    mi circondava,  il silenzio in cui pronunciai il voto  solenne,  tutto
    contribuiva  a  colpire  la  mia  immaginazione  e ad innalzare i miei
    pensieri verso il cielo. Nel momento in cui io mi posi in ginocchio ai
    piedi dell'altare,  la fiamma sacra della pi pura devozione accese la
    mia  anima,  tutte le vanit del mondo appassirono,  o si cancellarono
    dal mio spirito,  e mi lasciarono interamente in  preda  ad  un  sacro
    entusiasmo che non si pu descrivere con le parole.
    Poco  tempo  dopo  il  mio noviziato ebbi la disgrazia di perdere mio
    padre;  le tenere attenzioni delle mie  compagne  e  le  preghiere  mi
    consolarono  di  questa perdita;  ma non avevo finito di soffrire: una
    imprevedibile circostanza venne a rinnovare in me  un  sentimento  che
    non  mi  lascer  fino  alla  tomba.  Io  non  ne temo l'arrivo,  e la
    considero  come  un  rifugio  contro   la   sventura,   persuasa   che
    quell'Essere onnipotente che mi ha donato tante afflizioni,  perdoner
    l'imperfezione della  mia  piet,  ed  il  mio  continuo  ripensare  a
    qualcuno che mi  stato tanto caro.
    Nel  pronunciare  queste ultime parole,  ella alz gli occhi al cielo,
    illuminati da una luce soprannaturale,  e tutta la sua persona assunse
    un aspetto ispirato.
    Un  giorno,  continu,  ah,  che  io non potr mai dimenticare,  un
    giorno io andai come al solito al confessionale, per confessare i miei
    peccati.  Mi misi in ginocchio dinanzi al  confessore  con  gli  occhi
    bassi, e cominciai umilmente ad enumerare i miei peccati: non ne avevo
    che uno solo,  ed era il tenero ricordo di colui, che impresso nel mio
    cuore lo rendeva indegno di essere offerto a Dio.
    Fui interrotta da un suono di singhiozzi; alzai gli occhi, e quale fu
    il mio sbigottimento ed il mio orrore nel vedere che il sacerdote  era
    Angelo!  La  sua immagine scomparve come una visione,  ed io svenni ai
    suoi piedi.  Ritornata in me stessa mi trovai fra le  braccia  di  una
    sorella,  la quale,  da ci che mi disse, non sospettava in alcun modo
    la vera ragione del mio svenimento. Passai molti giorni nel mio letto,
    e quando mi fui ristabilita non vidi pi Angelo: cominciai  perfino  a
    credere  che  i miei sensi mi avessero ingannata,  ma un giorno trovai
    una lettera nella mia cella,  ed al primo  sguardo  riconobbi  la  sua
    scrittura.  Tremai alla vista di questo scritto,  il cuore mi batteva,
    non osavo toccarlo,  ed un freddo sudore s'impossess di tutta la  mia
    persona.  Lo  presi  infine  in  mano  ed  esitai  lungamente:  ma una
    invincibile tentazione  prevalse  sul  dovere  e  lessi  quelle  linee
    dettate dalla disperazione,  che bagnai con le lacrime; ogni parola di
    questa lettera apriva una nuova ferita nel mio cuore e mi  gettava  in
    un'angoscia quasi intollerabile.
    Seppi cos che Angelo, gravemente ferito in una battaglia era rimasto
    sul  campo;  che  era  stato  salvato  da un soldato nemico,  il quale
    vedendo in lui qualche segno di vita, l'aveva trasportato in una casa,
    e l gli erano state somministrate le cure necessarie,  ma che essendo
    le  sue  ferite  molto  gravi aveva passato vari mesi tra la vita e la
    morte,  finch la giovent e la robustezza della  sua  tempra  avevano
    prevalso sulla malattia;  che dopo il suo ristabilimento era ritornato
    a Napoli,  dove mio fratello gli aveva raccontato tutto e la decisione
    che avevo preso dopo l'annuncio della sua morte.
    E'  inutile  dire  quanto  ne fu commosso: la decisione che ne deriv
    dette un'altra prova del suo  amore.  Consacr  se  stesso  alla  vita
    religiosa e scelse questo monastero per la sua residenza, giacch esso
    racchiudeva  l'oggetto  pi caro al suo cuore.  La sua lettera mi fece
    sapere anche che egli si era imposto di non farsi riconoscere;  che si
    era  ridotto  ad  approfittare  dell'occasione di vedermi senza essere
    visto,   fino  al  momento  in  cui  il  caso  lo  aveva  condotto  al
    confessionale  dove aveva avuto luogo quella scena straordinaria nella
    quale si era tradito;  ma poich l'effetto era stato cos crudele  per
    l'uno  e per l'altra,  mi diceva che non sarei stata pi esposta ad un
    simile pericolo e che non lo avrei  mai  pi  rivisto.  Egli    stato
    sempre  fedele  alla  sua promessa;  dopo quell'episodio fatale io non
    l'ho pi  rivisto;  ignoro  persino  se  si  trova  ancora  in  questo
    convento;  la  religione,  ed  un  giusto  timore  di destare l'altrui
    curiosit mi  hanno  fino  ad  ora  trattenuta  dall'informarmene;  ma
    l'ultimo  fatto  che vi ho narrato  stato egualmente funesto alla mia
    quiete ed alla mia salute,  ed io capisco che niente ormai  potr  pi
    impedirmi  dall'adempiere  ai  miei  voti,  e farmi nutrire ancora mio
    malgrado degli affetti terreni.
    Qui Cornelia termin il suo racconto.  Giulia,  che l'aveva  ascoltato
    con la pi profonda attenzione,  l'ammirava,  l'amava e la compiangeva
    nello stesso tempo.  Vedeva in lei la  sorella  d'Ippolito,  e  questo
    titolo cos caro lo diveniva ancora di pi pensando alla straordinaria
    somiglianza  delle  loro  storie.  Ci  fece stringere ancora di pi i
    vincoli della loro amicizia, e fece loro trovare tutta la consolazione
    possibile.
    Giulia era miseramente felice di parlare  d'Ippolito;  quando  il  suo
    discorso si soffermava su questo argomento,  ella ripeteva mille volte
    le stesse domande,  ma  senza  poter  sapere  ci  che  principalmente
    l'interessava.  Cornelia,  che aveva saputo tutto ci che era avvenuto
    al castello di Mazzini, ne piangeva con lei le tristi conseguenze.


    CAPITOLO 12.

    Giulia era solita fare una piccola passeggiata sotto  gli  alberi  che
    circondavano l'abbazia prima del tramonto.  La freschezza dell'aria, i
    raggi che il sole rifletteva sulle  alte  rocce,  l'effetto  che  essi
    producevano  sulla  vallata  sottostante,  che  andava  oscurandosi in
    successive  gradazioni  man  mano  che  le   ombre   della   sera   si
    avvicinavano, risvegliavano nel suo animo sensazioni dolci e piacevoli
    che le facevano per un istante dimenticare le sue pene.
    Senza  alcun  timore proprio per la profonda solitudine di quel luogo,
    ella si arrischi un giorno a prolungare la  sua  passeggiata  con  la
    signora  Menon: ritornarono tutte e due al convento a sera senza avere
    incontrato nessuno,  ad eccezione di un religioso  che  tornava  dalla
    citt dove era andato a fare provviste. L'indomani ripresero la stessa
    direzione  e parlando si allontanarono considerevolmente dall'abbazia,
    senza accorgersene.  La campana del monastero che suonava il vespro le
    scosse  dalla  loro  conversazione,  ed esse si resero conto di essere
    all'estremit del bosco.  Stavano tornando indietro quando la vista di
    alcune  maestose  colonne  di  marmo  attir  la  loro attenzione.  La
    curiosit le spinse ad ispezionare l'edificio a cui appartenevano quei
    magnifici esempi di  architettura  in  un  luogo  cos  solitario:  si
    avvicinarono  quindi e scorsero sopra un'altura che dominava la valle,
    i resti di un palazzo,  che malgrado non fosse ormai che un ammasso di
    rovine  rivelava gli splendori di un antico passato;  si conservava in
    buono stato solo una maestosa arcata, e le rupi scoscese e deserte che
    si vedevano in lontananza contribuivano a dargli un aspetto imponente.
    I raggi del sole cadente che si riflettevano  obliquamente  su  queste
    rovine,  le  facevano  risaltare  rispetto  al  resto  del  paesaggio,
    offrendo alla vista uno spettacolo veramente straordinario.
    Giulia e la signora Menon lo contemplarono in silenzio, ma la luce che
    andava scemando,  la freschezza  e  l'umidit  dell'aria  fecero  loro
    sentire il bisogno di ritirarsi.  Giulia, rivolgendo un ultimo sguardo
    alle rovine di questo  diroccato  edificio,  intravide  ad  una  certa
    distanza due uomini appoggiati che sembravano impegnati in un discorso
    molto animato.  Siccome costoro la osservavano palesemente, ella pens
    che stessero parlando di lei.  Intimorite da  questa  circostanza,  la
    signora Menon e Giulia accelerarono il passo per ritornare prontamente
    all'abbazia.  Procedevano  velocemente  attraverso  il  bosco,  la cui
    oscurit,  accresciuta dal sopraggiungere della notte,  non permetteva
    loro di capire se erano seguite.  Esse non riuscivano a capacitarsi di
    come avessero potuto allontanarsi tanto dal monastero,  del  quale  si
    potevano  vedere  appena le torri in lontananza tra gli alberi.  Erano
    finalmente in prossimit  del  convento  quando,  voltatesi  indietro,
    videro  gli  stessi  uomini  di  prima  che le osservavano da lontano,
    probabilmente per scoprire dove erano dirette.
    Questo incidente inquiet moltissimo Giulia: era molto  probabile  che
    gli  uomini  fossero  emissari  del  marchese,  ed  in tal caso il suo
    rifugio era stato scoperto.
    La signora Menon credette necessario mettere al corrente l'abate della
    storia di Giulia, di spiegargli che ella era venuta nel suo convento a
    cercare un rifugio dalle persecuzioni,  e di chiedergli protezione  ed
    assistenza.  Questa era una richiesta delicata; ma bisognava fargliela
    prima che egli incontrasse  il  marchese;  senza  questa  precauzione,
    l'abate, irritato che non fosse stata chiesta la sua protezione, e che
    le  due  donne non si fossero affidate alla sua generosit ed alla sua
    piet,  avrebbe potuto vendicarsi,  e finire col consegnare Giulia  al
    padre  e  farla  diventare  cos  inevitabilmente  vittima del duca di
    Luoro.
    Giulia approv questa decisione pur temendone le conseguenze,  e preg
    la  signora  Menon  di  perorare  la  sua causa.  Ella and pertanto a
    domandare udienza all'abate per l'indomani,  cosa che le fu accordata.
    Il colloquio fu lungo; Giulia, accompagnata dall'inseparabile Cornelia
    aspettava alla porta dell'appartamento la sentenza che doveva decidere
    della  sua  sorte:  era  in preda all'inquietudine,  ed ogni attimo di
    attesa rappresentava per lei una sofferenza.
    Nel frattempo la signora Menon faceva  all'abate  il  triste  racconto
    delle  disgrazie  di Giulia.  Ella esaltava le sue qualit e virt,  e
    deplorava la sua infelice situazione. Dopo aver descritto il carattere
    del marchese e del duca, fin la sua difesa di Giulia dicendo che ella
    affidandosi alla  generosit  e  alla  piet  del  superiore  di  quel
    monastero,  vi  era  venuta  a  cercare  un  ultimo  rifugio contro la
    disgrazia e contro l'ingiustizia.
    L'abate,  durante tutto questo discorso,  era rimasto  con  gli  occhi
    bassi,  con aria pensosa e senza proferire una sola parola.  Quando la
    signora Menon ebbe cessato di parlare,  egli continu  a  rimanere  in
    silenzio.  Ella  aspettava  con impazienza una risposta,  e cercava di
    leggerla nel suo volto,  ma non vi trovava nulla di  consolante.  Alla
    fine, egli scuotendosi dalla sua profonda meditazione, alz la testa e
    disse  alla  signora Menon che avrebbe riflettuto sulla sua richiesta;
    che la protezione che gli si chiedeva per Giulia, poteva avere per lui
    le pi serie conseguenze,  dato che dal carattere del marchese  ci  si
    poteva aspettare collera e violenze.
    Se mi rifiuto di consegnargli sua figlia, aggiunse egli, chi sa che
    non spinga le cose fino a violare questo sacro asilo!.
    La  signora  Menon,  offesa  dalla  severa  indifferenza  di  una tale
    risposta, rimase muta. L'abate riprese:
    Qualunque sia la mia  decisione,  la  fanciulla  non  si  pentir  di
    trovarsi  in questo luogo,  giacch vi assicuro fin da questo momento,
    che se il marchese non la reclama,  le sar permesso di restarvi senza
    essere   in   alcun  modo  inquietata.   Questo  permesso    un  atto
    d'indulgenza da parte mia ed un vero sacrificio.  Voi capite certo che
    sottrarre  in  tal  modo  una  figlia  alle  ricerche  di  suo padre 
    incoraggiare la sua disobbedienza, e di conseguenza sacrificare il suo
    dovere a ci che con ragione pu essere definito una umana debolezza.
    La signora Menon ascolt questa pomposa declamazione senza pronunciare
    parola e piena di sdegno; fece quindi ancora uno sforzo per tentare di
    interessare l'abate in favore di Giulia: ma  egli  insist  nella  sua
    dura inflessibilit, ripetendo sempre che avrebbe preso in seguito una
    decisione, quindi si ritir.
    La signora Menon ora si pentiva quasi della confidenza appena fattagli
    e  della piet che aveva implorata,  poich non riconosceva in lui che
    un animo incapace di apprezzare il valore della  prima,  ed  un  cuore
    inaccessibile alla seconda.  Ritorn da Giulia,  che vedendola,  lesse
    sul suo volto il cattivo esito della missione. Quando la signora Menon
    le ebbe ripetuto il colloquio,  ella ne ricav i pi tristi pensieri e
    credendosi perduta scoppi in singhiozzi,  pentendosi di essersi messa
    nelle mani di un uomo duro,  insensibile e capace di  tradirla  se  lo
    voleva,  senza  pi possibilit di sfuggirgli.  Ma cerc di nascondere
    questa inquietudine in fondo al cuore,  e  per  consolare  la  signora
    Menon finse di sperare quando in realt non sperava pi nulla.
    Passarono  parecchi  giorni  senza  che l'abate desse alcuna risposta.
    Giulia capiva la causa di  quel  silenzio,  ma  continuava  a  fingere
    finch una mattina Cornelia entr nella stanza con un'aria spaventata,
    e le disse che erano arrivati alcuni emissari del marchese che avevano
    chiesto di parlare all'abate,  dichiarando che venivano a trattare con
    lui un affare interessante;  l'abate li aveva immediatamente  ricevuti
    ed in quel momento essi erano a colloquio.
    Questa  notizia  impression  molto  Giulia;  ella impallid,  trem e
    divenne  muta  per  la  disperazione.   La  signora   Menon,   sebbene
    altrettanto inquieta,  cerc di conservare la sua presenza di spirito;
    conosceva fin troppo bene il carattere dell'abate per non  sapere  che
    egli  avrebbe  consegnato  Giulia  al  marchese.  Questo era dunque il
    momento della crisi;  bisognava fuggire  all'istante  prima  che  ella
    fosse fatta prigioniera. Avvert Giulia; la scongiur di non aspettare
    che  il  colloquio fosse terminato per fuggire,  perch in tal caso le
    porte del convento le sarebbero  state  chiuse,  e  la  rassicur  che
    l'avrebbe seguita.
    Questa  generosa offerta della signora Menon scosse Giulia dallo stato
    di torpore in cui era rimasta immersa e le  fece  versare  lacrime  di
    riconoscenza;  ma  prima  che  ella  potesse ringraziare la sua fedele
    amica, entr nell'appartamento una suora che invitava la signora Menon
    ad andare subito  dall'abate.  Sarebbe  difficile  farsi  un'idea  del
    turbamento che produsse questa notizia. La signora Menon esort Giulia
    a  fuggire  mentre ella andava dal superiore,  essendo improbabile che
    egli avesse gi  dato  l'ordine  di  imprigionarla.  Le  assicur  che
    l'avrebbe  raggiunta immediatamente e nello stesso tempo la lasci per
    obbedire all'invito  dell'abate.  Man  mano  che  ella  si  avvicinava
    all'appartamento  dell'abate il suo coraggio veniva meno ed era sempre
    pi incerta sul perch egli l'avesse chiamata.
    L'abate  era  solo  e  pallido  per  la  collera:  percorreva  il  suo
    appartamento  con passo lento ma agitato.  Il suo aspetto sconcert la
    signora Menon:
    Sedete, le disse, mostrandole una lettera,  e ditemi ci che merita
    un uomo che osa insultare la santit del nostro Ordine e che si prende
    la libert di metterne in dubbio le pi sacre prerogative.
    La  signora  Menon  riconobbe  la scrittura del marchese,  e le parole
    dell'abate la meravigliarono molto; prese la lettera, la lesse,  e non
    tard ad accorgersi che era stata dettata da quello spirito d'orgoglio
    e  di  vendetta  che  caratterizzava  cos  bene  il  marchese: avendo
    scoperto  il  ritiro  di  Giulia  e  presumendo   che   la   tenessero
    volontariamente  nascosta in quel monastero,  egli accusava l'abate di
    favorire l'opposizione  della  figlia  ai  suoi  voleri;  caricava  di
    rimproveri  lui ed il suo Ordine,  e lo minacciava,  se sua figlia non
    fosse stata immediatamente consegnata ai suoi emissari, di venire egli
    stesso armato a costringere la Chiesa a cedere all'autorit paterna.
    Questa minaccia aveva provocato l'ira dell'abate, e Giulia ottenne dal
    suo orgoglio ci  che  non  avrebbe  potuto  ottenere  dai  suoi  sani
    principi o dalla sua umanit:
    Tremi,  disse,  quest'uomo  che osa contrastare il nostro potere ed
    insultare la nostra sacra autorit;  la  fanciulla  non  ha  nulla  da
    temere:  io  la  protegger  contro  colui  che  osa sfidarci.  Io gli
    insegner a rispettare i nostri diritti. Ho comunicato la mia risposta
    agli emissari del marchese.
    Queste parole causarono una gioia improvvisa alla  signora  Menon,  ma
    subito  si  ricord  che  Giulia  doveva essere gi partita e che quel
    passo che le era stato consigliato per sua salvezza  poteva  diventare
    funesto,  esponendola  a cadere in potere degli emissari del marchese.
    Quest'idea cambi immediatamente la sua gioia in preoccupazione. Stava
    per precipitarsi a vedere se era ancora in tempo per impedire la  fuga
    di Giulia, quando l'abate la richiam con severit.
    Cos  dunque,  le disse,  voi accogliete la generosa protezione che
    noi accordiamo alla vostra amica?  Una tale bont da parte nostra  non
    merita dunque alcun ringraziamento, alcun segno di gratitudine?.
    La  signora  Menon ripiomb nell'angoscioso timore,  che se Giulia non
    aveva ancora abbandonato il monastero,  ella non andasse incontro alla
    sua  rovina  per  una  minima  perdita  di tempo;  ella sapeva di aver
    mancato e di  non  poter  giustificare  il  suo  subitaneo  e  villano
    allontanamento  senza tradire un segreto che avrebbe accresciuto l'ira
    dell'abate,   che  invece  doveva  assolutamente  addolcire.   Il  suo
    imbarazzo  era enorme;  si scus in fretta,  e assicurando l'abate che
    gli era estremamente grata per  la  sua  bont,  tent  nuovamente  di
    ritirarsi;  ma  egli,  pi offeso che prima si alz dalla sua sedia e:
    Fermatevi,  le  disse,  che  significa  mai  questa  impazienza  di
    allontanarsi  dalla  presenza di un benefattore?  Se la mia generosit
    non ottiene il suo fine,  l'otterr il mio risentimento,  e poich  la
    giovane    insensibile  alla  mia  generosit,    indegna  della mia
    protezione ed io la consegner a colui che la richiede.
    La signora Menon stava sulle spine  durante  questo  discorso  in  cui
    l'orgoglio ferito dell'abate gli faceva dimenticare ogni sentimento di
    giustizia  e  lo  portava a minacciare Giulia di punirla per una colpa
    non commessa.  Ogni attimo che tratteneva la signora Menon  in  quella
    stanza metteva il suo cuore alla tortura; ma la minaccia dell'abate la
    costrinse a fermarsi, si gett disperata ai suoi piedi:
    Santo  padre,   disse,  non  punite  quella  povera  sventurata  di
    un'offesa di cui io sono colpevole: non  temete  che  ella  non  provi
    della  riconoscenza  per il suo generoso protettore,  e in quanto a me
    permettete che vi esprima tutta la mia, per la vostra bont.
    Se ci  vero,  rispose l'abate,  alzatevi,  e dite  a  Giulia  che
    l'attendo qui.
    Questo ordine accrebbe l'imbarazzo della signora Menon, la quale ormai
    non  dubitava  che con tutti questi ritardi Giulia avesse gi lasciato
    il monastero; ci si pu quindi immaginare la sua gioia quando la trov
    ancora nel  suo  appartamento.  La  paura  di  essere  sorpresa  dagli
    emissari  del  marchese  le aveva impedito di fuggire,  ed aveva avuto
    conferma del suo timore da  Cornelia,  che  le  aveva  annunciato  che
    alcuni uomini a cavallo aspettavano alle porte del convento il ritorno
    dei loro compagni. In seguito a tutto ci Giulia aveva concluso che le
    sarebbe stato impossibile fuggire senza essere catturata da loro; ella
    stava  proprio  compiangendo  se  stessa  ed  il suo infelice destino,
    quando la signora Menon le raccont quanto le era accaduto, e le disse
    che l'abate desiderava vederla.
    Giulia, al colmo della felicit per la decisione del religioso, doveva
    per affrontare le conseguenze del suo amor proprio irritato;  tremava
    al  pensiero  di dovere sostenere un colloquio a quattr'occhi con lui.
    Ma visto che ogni attimo  di  ritardo  poteva  far  aumentare  la  sua
    collera,  ed  accrescere anche il pericolo di un brusco cambiamento di
    idee, si fece forza e si present al suo cospetto.  Egli era seduto su
    un alto scranno, ed il suo aspetto riemp Giulia di terrore.
    Signorina,  le  disse  egli con una voce calma e severa,  voi siete
    colpevole  di  odio  verso  i  vostri   parenti.   Voi   avete   osato
    controbattere,   anzi   rivoltarvi  apertamente  contro  la  legittima
    autorit di vostro padre. Voi avete disubbidito alla volont di colui,
    i cui diritti sono inferiori solo ai nostri.  Il diritto di  un  padre
    nel  disporre  la  mano  di  sua  figlia,  questo  diritto  evidente e
    incontrastabile per tutti gli altri  divenuto per  voi  problematico;
    voi  vi  siete  perfino  sottratta  alla  sua  protezione,   ed  avete
    insidiosamente tentato di mettere una vostra disobbedienza  in  sicuro
    sotto  questo sacro tetto;  voi avete profanato questo convento con la
    vostra colpa. Voi avete oltraggiato la santit del nostro Ordine, e ne
    avete compromessi i privilegi. Qual ,  ditelo voi stessa,  il castigo
    che merita un simile delitto?.
    Proferite  queste  parole,  il  monaco tacque,  fissandola severamente
    mentre, pallida e tremante,  aveva appena la forza di tenersi in piedi
    ma non quella di rispondere.
    Io  dovrei,   aggiunse  egli,   essere  giusto,  ma  voglio  essere
    indulgente;  vi sottraggo al castigo che meritate,  e  mi  limiter  a
    consegnarvi a vostro padre.
    A queste parole Giulia piangente cadde ai piedi dell'abate,  ed alz a
    lui i suoi occhi supplicanti.  Egli la lasci in questa  posizione,  e
    continu a rimproverarla, dicendole:
    La vostra doppiezza non  la minore delle vostre offese.  Se vi foste
    rivolta alla nostra generosit,  se voi aveste implorato senza raggiri
    la nostra protezione e la nostra indulgenza,  voi le avreste ottenute,
    ma il nascondere i vostri delitti sotto le apparenze della  virt,  ed
    il bisogno di asilo dietro una finta devozione!....
    Queste  false accuse fecero finalmente reagire Giulia ed il suo sdegno
    finalmente la fece parlare;  rialzatasi con  un'aria  di  dignit  che
    impose allo stesso orgoglioso monaco:
    Padre mio,  gli disse,  il mio cuore aborrisce il delitto di cui mi
    accusate;   quali  siano  i  miei  errori  io   sono   almeno   esente
    dall'ipocrisia,  e voi mi perdonerete se vi richiamo alla mente che la
    confessione del mio  stato  vi    stata  fatta  in  maniera  tale  da
    giustificare  in  pieno il bisogno della protezione che vi ho chiesto.
    Quando mi sono rifugiata fra queste  mura,  io  credevo  che  esse  mi
    avrebbero difesa contro l'ingiustizia; e quale altro nome potreste voi
    dare  alla  condotta  del  marchese,  se  la  paura del suo potere non
    oscurasse la verit?.
    L'abate si rese conto in cuor suo che Giulia  aveva  ragione,  ma  non
    voleva  ammetterlo.  Se non fosse stato per il suo orgoglio irritato e
    per le malvage  passioni  della  sua  natura,  le  disavventure  della
    fanciulla lo avrebbero certamente commosso.  Ma la signora Menon aveva
    offeso,  senza volerlo,  il suo amor proprio,  e  lo  aveva  spinto  a
    vendicarsi:  si  era  quindi  compiaciuto  all'idea di terrorizzare la
    ragazza,  ma senza realizzare poi  le  sue  minacce.  Voleva  soltanto
    essere  ancora  pregato  per quella protezione che aveva gi deciso di
    accordarle;  ma il suo rimprovero  lo  colp,  proprio  dove  egli  si
    credeva meno suscettibile di essere commosso, ed il momentaneo trionfo
    che Giulia ottenne, fu per l'abate un nuovo torto: egli rimase pensoso
    sulla  sua  poltrona conservando sempre la stessa espressione.  Giulia
    cap che egli era profondamente turbato,  e pensando  alla  sorte  che
    l'attendeva, tremava nell'attesa della sua decisione.
    L'abate  consider tutte le oltraggiose circostanze della minaccia del
    marchese,  e dall'altro lato le ragioni date da Giulia,  e cap che il
    vizio non  soltanto in contraddizione con la virt, ma lo  anche con
    se  stesso,  poich  si rese conto che per soddisfare la sua malignit
    bisognava  che  sacrificasse  il  suo  orgoglio;   gli   era   infatti
    impossibile soddisfare contemporaneamente queste due passioni.  Questa
    riflessione lo tenne per un po' pensieroso,  ed egli rimase immerso in
    un cupo silenzio.
    Il coraggio che aveva sorretto Giulia fino a quel momento era sparito.
    Ogni attimo che passava aumentava la sua inquietudine,  ed il profondo
    silenzio  dell'abate  confermava  i  suoi  timori.   Ella   tent   di
    commuoverlo  semplicemente con il suo dolore;  ma lui l'ascolt con il
    pi gran sangue freddo. Cionondimeno a poco a poco il suo risentimento
    contro Giulia si raffreddava ed  aumentava  in  lui  il  desiderio  di
    opporsi  al  marchese.  Finalmente,  la sua passione dominante ebbe la
    meglio;  geloso  della  propria  autorit  religiosa,  decise  di  non
    sacrificare  mai  i  privilegi  della Chiesa ai diritti paterni,  e di
    respingere le violenze del marchese con altrettante violenze.
    Acconsent pertanto a dissipare le paure di  Giulia,  garantendole  la
    sua  protezione;  ma la mala grazia con cui le fece questa promessa la
    dispensava quasi dalla gratitudine. Ella corse ad avvisarne la signora
    Menon, che nel sentirla pianse per la gioia.


    CAPITOLO 13.

    Erano gi passati quasi quindici giorni senza che vi fosse alcun segno
    di ostilit da parte del marchese,  quando una notte,  ad un'ora assai
    avanzata,  Giulia  fu  svegliata dal suono della campana del convento:
    comprese subito che non era l'ora consueta  delle  preghiere,  e  quei
    suoni  che  si  prolungavano  e  si  ripetevano nel vasto silenzio del
    monastero la colpirono di sorpresa e di terrore.  Sent quindi aprirsi
    tutte  le porte delle celle,  e correre precipitosamente nei corridoi:
    distingueva perfino attraverso le fessure  della  porta  le  luci  che
    passavano.  Il  sordo  rumore  dei  passi cresceva ad ogni istante,  e
    sembrava che nel convento tutti fossero alzati.  Spaventata,  credette
    che   il   marchese   avesse   assalito   l'abbazia:  gi  si  vestiva
    frettolosamente per raggiungere la signora Menon, quando sent bussare
    piano piano alla sua porta.  Alla sua domanda rispose  la  voce  della
    signora  Menon,  che  la  tranquillizz  dicendole  che  una religiosa
    moribonda doveva essere portata alla  chiesa  per  ricevere  l'estrema
    unzione, e che era stata suonata la campana per invitare le suore ed i
    religiosi  a  questa  lugubre  cerimonia.   Uscirono  anche  loro,   e
    nell'andare in chiesa,  il cupo rimbombo della  campana,  il  chiarore
    delle torce che si rifletteva sulle pareti,  il continuo comparire dei
    monaci avvolti in lunghi abiti neri,  che attraversavano  in  silenzio
    dei   passaggi  stretti  ed  obliqui,   tutto  contribuiva  a  colpire
    l'immaginazione, e diffondeva nell'animo un sacro rispetto ed un santo
    terrore. Ma la chiesa offriva uno spettacolo al quale Giulia non aveva
    mai assistito  in  vita  sua:  le  navate  laterali  erano  fiocamente
    illuminate  dalle  fiaccole che ardevano sull'altare maggiore;  i loro
    languidi raggi non spargevano che una luce incerta  sulle  pi  remote
    parti   della   costruzione,   e  formavano  delle  zone  d'ombra  che
    producevano un effetto singolare e sublime.  Mentre ella era  occupata
    ad  osservare questa grandiosa scena,  un canto lontano diventava pian
    piano pi distinto finch all'improvviso da  una  porta  dell'edificio
    entr  la  processione.  L'organo inton allora con gravit una musica
    maestosa, e tutte le voci,  innalzandosi in coro,  rafforzarono l'inno
    religioso.  Il  padre  abate,  con una croce,  procedeva gravemente in
    testa al corteo; dietro di lui sopra una specie di lettiga avanzava la
    suora in fin di vita,  coperta da un velo bianco e portata da  quattro
    altre  sorelle vestite nella stessa maniera,  ognuna delle quali aveva
    in mano una candela accesa.  Il restante  della  comunit  seguiva  la
    processione.  I  sacerdoti  avvolti nelle loro cappe nere marciavano a
    due a due in silenzio, anche loro con una fiaccola in mano.  Giunti ai
    piedi  dell'altare  deposero  a  terra  la  lettiga,  il canto cess e
    l'abate  si  avvicin  per  somministrare  alla  moribonda   l'estrema
    unzione;  quando  le fu scostato il velo Giulia riconobbe la sua amata
    Cornelia!...  La morte era dipinta sul suo  volto,  ma  i  suoi  occhi
    sembrarono  rianimarsi  un  attimo guardando Giulia,  la quale per non
    perdere i sensi fu obbligata ad appoggiarsi alla signora Menon.
    Giulia vide allora per la prima volta l'uomo amato  da  Cornelia  che,
    pallido   e   sfigurato,   contemplava  in  uno  stupido  silenzio  la
    disgraziata vittima del suo amore.  Finita  la  cerimonia,  la  musica
    ricominci, e Cornelia, fatto un leggero cenno con la mano, fu portata
    sopra  gli  scalini dell'altare.  I suoi occhi semichiusi si fermarono
    quindi sul volto del suo amato con tutti i segni di un dolore e di una
    tenerezza inesprimibile;  ella tent di parlare,  ma  la  voce  le  si
    spense  sulle  labbra.  Un  leggero  sorriso si dipinse allora sul suo
    volto,  e incrociate le braccia sul petto,  innalz al cielo gli occhi
    rassegnati e spir.
    Il suo innamorato, prostrato dalla disperazione, si sforzava invano di
    nascondere  le  sue  lacrime;  i singhiozzi lo tradivano,  e tutti gli
    astanti bagnarono del loro pianto quel luogo  sacro  nel  quale  erano
    venute meno bellezza, sensibilit e innocenza.
    L'organo fece quindi udire le sue note, e tutte le voci si unirono per
    cantare  un  "requiem"  per  il  riposo  dell'anima  della  sventurata
    Cornelia.  La signora Menon trascin a  forza  Giulia  lontano  da  un
    simile spettacolo.  Una morte cos improvvisa la riempiva ancor pi di
    disperazione,  infatti negli ultimi tempi Cornelia sembrava presentare
    delle  apparenze  di  miglioramento  che avevano suscitato speranza di
    poterla  vedere  ristabilita.   Da  tempo  ella  si  andava  spegnendo
    lentamente  ma  cercava  di  non  darlo  a vedere,  per non turbare le
    persone a lei vicine.  L'ora della sua  morte  era  arrivata  comunque
    inaspettata  anche per lei,  ma fu tranquilla e quasi felice.  Giulia,
    nel perderla,  credette di perdere una seconda volta  Ippolito;  e  le
    sembr che questa morte rompesse l'ultimo tramite che la legava ancora
    al suo ricordo.
    La  signora  Menon si meravigli molto nel riconoscere fra i sacerdoti
    quel prete che aveva confessato Vincenzo prima che  egli  morisse.  Il
    riconoscerlo  le ricord la scena che aveva avuto luogo al castello di
    Mazzini,  e le ultime parole  del  morto,  alla  luce  di  quanto  era
    accaduto  successivamente,  raddoppiarono  il  suo  stupore  e  la sua
    curiosit,  ma la sorpresa  non  fu  il  solo  sentimento  che  questa
    scoperta  eccit  nella  signora Menon: ella temeva che,  corrotto dal
    marchese,  che lo conosceva,  questo  monaco  cercasse  di  convincere
    l'abate a rilasciare Giulia.
    Quest'ultima non si allontanava pi dal monastero. Passeggiava qualche
    volta  alla  sera  nel  chiostro,  e  pi spesso andava sulla tomba di
    Cornelia a piangere la morte  di  Ippolito  e  quella  dell'amica.  Un
    giorno,  all'ora  del  vespro,  la  campana  suon tutto ad un tratto:
    l'abate lasci  l'altare  ed  il  servizio  fu  interrotto.  Tutta  la
    comunit si riun, e si seppe che un frate, nel ritornare al convento,
    aveva  veduto  un  drappello  di  uomini  armati che avanzava verso il
    monastero. Questo frate, credendo che fossero al servizio del marchese
    e  convinto  che  venissero  con  intenzioni  ostili,   aveva  creduto
    necessario avvertire l'abate.  Questi sal immediatamente sulla torre,
    e vide infatti brillare le armature attraverso gli alberi;  un istante
    dopo  vide  un gruppo di gente armata che usciva dal folto del bosco e
    che si dirigeva precipitosamente verso il monastero.
    Gi si sentiva il calpestio dei cavalli, e Giulia,  mezza morta per la
    paura,  riconobbe il marchese alla testa della sua truppa,  che divisa
    in due plotoni circondava l'abbazia. Le porte furono subito chiuse,  e
    l'abate,   sceso  dalla  torre,   riun  tutti  i  monaci  nella  sala
    capitolare.  Il terrore fece dimenticare  a  Giulia  le  promesse  dei
    religiosi;   ella   desiderava  soltanto  fuggire  e  nascondersi  nei
    sotterranei del monastero da cui si poteva raggiungere  il  bosco.  La
    signora  Menon,  che  conosceva perfettamente il carattere dell'abate,
    riponeva la loro sicurezza nel suo orgoglio;  dissuase pertanto Giulia
    dal  tentare l'onest di un servo che aveva la chiave del sotterraneo,
    e le consigli di affidarsi completamente e  unicamente  agli  effetti
    del risentimento dell'abate contro il marchese. Le cose erano a questo
    punto,  quando  ella  fu chiamata presso di lui: ubbid,  e l'abate le
    ordin di seguirlo in una sala  subito  sopra  le  porte  esterne  del
    monastero.  Da  l  vide  suo padre accompagnato dal duca di Luoro.  A
    quella vista le sue forze l'abbandonarono.  Il marchese furioso intim
    all'abate  di  restituirgliela  immediatamente,   dichiarando  che  se
    rifiutava avrebbe buttato gi le porte.
    Irritato da queste minacce,  l'abate,  afferrata Giulia  ed  espostala
    bene in vista davanti la finestra, grid al marchese:
    Io sfido le tue minacce: vendetta eterna su di te; da questo luogo io
    ti scomunico. Guardala!....
    Quindi egli aggiunse:
    Se osate violare questo luogo, io divulgher pubblicamente un segreto
    che  vi  ricoprir  tutti di vergogna,  e che comprometter perfino la
    vostra esistenza.
    Il   marchese   impallid   a   questo   discorso,    e   indietreggi
    involontariamente,  ma  si  sforz  subito  di  tornare  in  s  e  di
    nascondere la sua confusione.  Egli rimase per alcuni momenti  incerto
    sulla decisione da prendere.  Se abbandonava il suo piano di assediare
    il monastero, avrebbe ammesso di conoscere quale era il segreto di cui
    lo accusava l'abate;  d'altra parte temeva di sfidare la  sua  collera
    facendogli cos mettere in atto la sua minaccia.
    Io disprezzo questi discorsi, rispose finalmente; ai miei occhi non
    rappresentano che astuzie monacali. Questi nuovi insulti non fanno che
    consolidare  il  desiderio  che  io  ho di riprendermi mia figlia e di
    punire coloro che insolentemente  la  trattengono.  Userei  in  questo
    medesimo istante la violenza,  ma le forze di cui dispongo non bastano
    per vendicarmi come desidero: ma torner  con  un  maggior  numero  di
    uomini per costringervi a rendermi mia figlia e a ritrattare le vostre
    calunniose accuse.
    Dicendo  queste  parole  ritorn  indietro  seguito  dalla sua truppa,
    lasciando l'abate orgoglioso per il suo trionfo,  e  Giulia  al  colmo
    della  gioia  e  dello  stupore.  Quando ella raccont l'accaduto alla
    signora Menon, le parl anche delle minacce dell'abate;  ma la signora
    Menon,  quantunque  assai  sorpresa,  cap subito che un tale segreto,
    qualunque  esso  fosse,   era  venuto  a  conoscenza  dell'abate.   Il
    confessore  di Vincenzo,  che si trovava nell'abbazia,  ne forniva una
    chiara spiegazione: non c'era dubbio che egli avesse rivelato ci  che
    gli aveva detto Vincenzo in punto di morte.  Ma comprese anche che,  a
    meno che non si dovesse punire un atto di violenza, il segreto sarebbe
    rimasto tale;  era infatti uno dei principali doveri della professione
    monastica, non rivelare mai i segreti raccolti in confessione.
    Man  mano  che  l'emozione  di  Giulia  si  calmava,  alla gioia della
    partenza del marchese successe in lei il timore del suo ritorno: aveva
    infatti minacciato di ritornare con  forze  maggiori  per  costringere
    l'abate a consegnarla nelle sue mani. Il timore di questa minaccia era
    fondato,  ed  il solo mezzo di sfuggire alla tirannia del marchese era
    quello di  abbandonare  il  monastero.  Giulia  sollecit  dunque  una
    udienza  dall'abate,  e  dopo  avergli  esposto  il pericolo della sua
    attuale situazione,  lo  preg  di  permetterle  di  allontanarsi  per
    cercare  un  rifugio pi sicuro in qualche altro luogo.  L'abate,  che
    sapeva  benissimo  che  il  marchese   sarebbe   stato   obbligato   a
    rispettarlo,  sorrise  dei timori manifestati da Giulia,  e rifiut il
    suo permesso con il pretesto che egli si era reso responsabile di  lei
    davanti alla Chiesa: le ingiunse di stare tranquilla,  e le promise la
    sua protezione;  ma lo fece con tanto orgoglio che ella lo lasci meno
    tranquilla ancora di quando era andata da lui.
    Attraversando  la  galleria,  vide entrare furtivamente un uomo da una
    porta laterale. Era avvolto in un mantello, senza l'abito religioso, e
    cercava di nascondersi. Nel momento in cui passava,  alz la testa,  e
    Giulia  riconobbe...  suo padre!  Egli le lanci uno sguardo carico di
    odio,  e prima che ella potesse rendersene conto,  si copr il volto e
    avanz  verso  di lei;  le ginocchia tremanti della fanciulla poterono
    appena sostenerla fino  all'appartamento  della  signora  Menon,  dove
    cadde  su  una  sedia  senza  proferire una sola parola.  I suoi occhi
    spaventati lasciavano intendere il turbamento della sua anima.  Quando
    fu   ritornata  in  se  stessa,   narr  ci  che  aveva  visto  e  la
    conversazione avuta con l'abate.  La signora Menon  non  pot  fornire
    alcuna spiegazione per la strana apparizione del marchese. Come poteva
    egli,  dopo  ci  che  aveva  fatto,  venire  segretamente  a visitare
    l'abate,  il cui permesso era assolutamente necessario per  introdursi
    nel  convento?  E quale poteva essere il motivo di una simile condotta
    dell'abate?
    Tutte   queste   circostanze,    tutte    ugualmente    inesplicabili,
    contribuivano  a far pensare ad un tradimento.  Lasciare l'abbazia era
    in  quel  momento  una  cosa  impensabile,   perch  le  porte   erano
    costantemente custodite, e quando anche fosse stato possibile uscirne,
    sarebbero  subito cadute nelle mani degli uomini del marchese.  Giulia
    non aveva quindi altra possibilit che di aspettare la decisione della
    sua sorte nel monastero.
    Mentre ella si struggeva per la sua infelice situazione con la signora
    Menon,  fu nuovamente invitata a presentarsi all'abate.  Nel  ricevere
    quest'ordine, tutto il suo coraggio la abbandon; credette che per lei
    fosse  finita,  e  non  ebbe  il  minimo dubbio che l'abate stesse per
    consegnarla al marchese, con il quale lo credeva in trattative. Rimase
    per qualche momento in preda al panico,  e quando  part  per  recarsi
    dall'abate,  ogni passo che faceva aumentava il suo terrore.  Si ferm
    un momento davanti alla porta, indecisa se aprire o no,  perch l'idea
    di  suo  padre irritato si presentava incessantemente al suo pensiero.
    Era sul punto di ritirarsi,  quando dei passi nella stanza  vicina  la
    costrinsero  ad  entrare  nel  gabinetto dell'abate;  ella si rincuor
    subito vedendo che il marchese non c'era.  Un'aria di trionfo brillava
    negli  occhi del superiore malgrado fossero ancora visibili i segni di
    una collera mal celata.
    Signora, le disse, io ho da comunicarvi una notizia che vi riempir
    di gioia: la vostra salvezza non dipende che da  voi.  Io  rimetto  la
    vostra sorte nelle vostre mani, e voi ne sarete l'unico arbitro.
    Dette  queste  parole si ferm,  e Giulia,  molto sorpresa,  rimase in
    attesa del seguito.
    Io vi assicuro qui solennemente la mia protezione, continu l'abate;
    ma ad una  condizione,  e  cio  che  voi  rinunciate  al  mondo  per
    consacrarvi a Dio.
    Giulia ascoltava sorpresa e addolorata nello stesso tempo.
    Se non accettate la mia proposta, riprese l'abate, io non posso, n
    voglio  proteggervi.  Vestendo l'abito,  voi sarete al coperto da ogni
    violenza temporale.  Se  disprezzate,  o  rifiutate  questo  mezzo  di
    salvezza  che vi  offerto,  il marchese pu ricorrere ad una autorit
    superiore ed io sar obbligato a consegnarvi a lui: ma se per mettervi
    al sicuro  decidete  di  farvi  suora,  vi  dispenser  dall'ordinario
    periodo di noviziato, e fra pochi giorni i vostri voti potranno essere
    confermati.
    L'abate tacque e Giulia rest immobile, non sapendo cosa rispondere.
    Io vi concedo tre giorni per decidere,  disse l'abate;  dopo questi
    tre giorni farete la scelta o del convento o del duca di Luoro.
    Giulia usc dal gabinetto muta per la disperazione,  e  ritorn  dalla
    signora Menon che non poteva pi darle alcuna consolazione.
    Nel  frattempo  l'abate  si  compiaceva con se stesso del felice esito
    della sua vendetta,  ed il marchese soffriva di non poter  attuare  il
    suo piano. La minaccia dell'abate lo intimoriva troppo per ricorrere a
    misure  violente: decise quindi di opporre l'avarizia all'orgoglio,  e
    di cercare di addolcire con doni quell'uomo,  che non  poteva  vincere
    con  la  forza:  ma  non  volle  dare prova di sottomissione all'abate
    facendogli offerte tramite lettera; prefer il passo pi umiliante, ma
    pi sicuro di chiedergli un colloquio personale.  La munificenza delle
    sue  offerte colp da principio l'abate,  il quale per,  sicuro della
    sua superiorit, non mostr alcun segno di benevolenza al marchese,  e
    lo  lasci  partire  in  una penosa incertezza.  Dopo aver maturamente
    riflettuto sulle proposte  fattegli,  l'orgoglio  dell'abate  ebbe  la
    meglio  sulla  sua  avarizia,  e  per  distruggere  definitivamente le
    speranze del marchese,  decise di  ottenere  a  qualsiasi  costo,  che
    Giulia si consacrasse alla vita religiosa.
    Ella  pass  la  notte  ed  il  giorno  seguente  in  una inquietudine
    indescrivibile;  le  porte  del  monastero  sorvegliate  ed  i  boschi
    circondati  dagli  uomini del marchese le impedivano di fuggire.  Ella
    tremava d'orrore all'idea di diventare  la  sposa  del  duca,  la  cui
    recente  condotta  confermava  perfettamente  le prime impressioni che
    aveva  avute  sul  suo  odioso  carattere;  d'altra  parte  l'idea  di
    chiudersi  per  sempre tra le mura di un convento non era per lei meno
    orribile: eppure era tale la generosit dell'amore che conservava alla
    memoria di Ippolito,  ed era tale la sua avversione per il  duca,  che
    non  esit  molto  a  decidere  per  il  convento  e a farne partecipe
    l'abate.
    Nell'udire questa notizia egli fu tanto felice che riusc  perfino  ad
    addolcire  i  suoi modi solitamente molto rudi;  assicur Giulia della
    sua stima e della sua protezione con  una  bont  che  non  aveva  mai
    manifestato prima, e le disse che entro due giorni avrebbe avuto luogo
    la cerimonia della sua vestizione.  Il turbamento di Giulia le permise
    appena di capire il significato di queste ultime parole.  Ora  che  la
    sua  sorte  era  decisa,   si  pentiva  quasi  della  scelta  fatta  e
    l'immaginazione gliene esagerava  l'orrore.  La  condizione  che  ella
    aveva  accettato  senza  riflettere  molto,  le  sembr la peggiore di
    tutte.
    Quando il marchese lesse la risposta  dell'abate,  and  su  tutte  le
    furie.  Nel  primo  trasporto  della  sua  rabbia si pent di non aver
    abbattuto le porte del convento: ma un istante di riflessione gli fece
    capire che l'abate avrebbe rivelato il suo segreto e si rese conto  di
    essere nelle sue mani.
    L'abate intanto aveva accordato le dispense necessarie per non tardare
    i  preparativi  occorrenti  alla cerimonia.  Giulia vedeva avvicinarsi
    sempre di pi quel giorno con la tranquillit data dalla disperazione;
    non aveva alcun mezzo per sfuggire a questa disgrazia senza esporsi ad
    un'altra pi grande ancora,  e cos vi si rassegn completamente e non
    tent nulla per ritardarla.
    La  mattina del giorno che precedeva quello della sua consacrazione fu
    avvertita che uno straniero chiedeva di parlarle.  Il suo cuore era da
    cos  lungo tempo abituato ad aspettarsi di tutto,  che la paura fu il
    primo sentimento che le caus questa  notizia.  Temeva,  senza  sapere
    nemmeno  il perch,  che questo straniero fosse suo padre il marchese:
    dopo un momento di riflessione  comunque,  si  decise  a  scendere  al
    parlatorio,  e  la  sua  sorpresa  fu pari alla sua gioia nel trovarvi
    Ferdinando!
    Mentre il marchese era assente dal castello,  Ferdinando,  saputo  che
    Giulia era stata ritrovata,  era riuscito a fuggire dalla sua prigione
    e si  era  affrettato  a  raggiungere  il  monastero  per  tentare  di
    salvarla: si era travestito per attraversare il bosco, infestato dagli
    uomini  del  marchese,  e  presentatosi da solo alla porta,  era stato
    introdotto senza la minima difficolt.
    Quando seppe da sua sorella le condizioni che l'abate esigeva  per  la
    sua  protezione,  e che la cerimonia era fissata all'indomani,  rimase
    qualche momento incerto sul da farsi.  Un tempo  cos  breve  non  gli
    permetteva  di  cercare dei mezzi,  n di ponderare la loro efficacia:
    non vi era che la notte seguente per tentar l'esecuzione di  un  piano
    d'evasione: se non riusciva,  Giulia non sarebbe stata solo condannata
    a passare la sua vita nel chiostro, ma sarebbe stata in pi sottoposta
    a tutti quei  castighi  che  l'abate  avesse  voluto  infliggerle.  Il
    pericolo era imminente; ma l'occasione lo era ancor di pi.
    Giulia  era  piena  di  stima  e  di  riconoscenza  per  la  nobile  e
    disinteressata condotta di suo fratello; ma la certezza di un infelice
    successo  la  faceva  esitare  dall'accettare  la  sua  offerta.  Ella
    rifletteva   che   la   generosa   condotta  del  giovane  lo  avrebbe
    probabilmente portato alla rovina con lei.  Questa idea la fece cadere
    in  una profonda meditazione,  quando Ferdinando le diede una notizia,
    che aveva di proposito taciuta sino a quel punto.
    Ippolito, le disse,  ancora vivo.
    O cielo!,  riprese Giulia,  dunque  vivo!  e  dove  si  trova?  e
    dicendo queste parole,  ella perse i sensi cadendo sulla sedia,  vinta
    da un susseguirsi di sentimenti.
    Ferdinando, che dall'altra parte della grata del parlatorio non poteva
    darle aiuto,  osservava la sua situazione  nel  pi  gran  turbamento.
    Quando  ella  si riebbe dallo svenimento,  le raccont che un servo di
    Ippolito che egli aveva sicuramente mandato per avere sue notizie, era
    stato visto da poco da uno dei servitori del marchese nelle  vicinanze
    del  castello,  si  era  saputo  da lui che il conte di Veresa non era
    morto, come si pensava, ma che era stato per lungo tempo tra la vita e
    la morte e che era ancora ferito sulle coste d'Italia in  una  piccola
    citt,  di  cui non voleva rivelare il nome.  Appena egli seppe che il
    marchese era all'abbazia di Sant'Agostino  in  cerca  di  sua  figlia,
    scomparve da Mazzini e non se ne era saputo pi nulla.
    Dal  momento in cui Giulia seppe che Ippolito era ancora vivo,  le sue
    remore sul buon esito del progetto di evasione ed i suoi scrupoli  per
    la  sorte  di  Ferdinando  svanirono:  ella  non  pens ad altro che a
    fuggire,  ed i mezzi che sino a poco  prima  le  erano  sembrati  cos
    pericolosi e difficili,  le apparivano ora facili e sicuri;  si vedeva
    gi libera e lontana da quel luogo di tormento.
    Bisognava intanto accordarsi su un piano di massima.  Decisero che era
    troppo  pericoloso  tentare  di  corrompere  uno degli inservienti del
    monastero,  ma sembrava loro quasi impossibile riuscire nel loro piano
    senza ricorrere al loro aiuto. Dopo avere a lungo riflettuto, decisero
    di non confidare il segreto se non alla signora Menon,  e decisero che
    fino a sera Ferdinando avrebbe cercato di nascondersi in chiesa,  dove
    vi  erano  molti  passaggi  di comunicazione con il monastero;  quando
    tutti  sarebbero  stati  addormentati,  Giulia  avrebbe  potuto  senza
    difficolt recarsi l e insieme sarebbero usciti da qualche porta o da
    qualche finestra tramite una scala portata da Ferdinando.
    Due  cavalli dovevano aspettarli ad una certa distanza per condurli ad
    un porto di mare,  da cui avrebbero potuto facilmente  raggiungere  un
    paese straniero. Deciso questo piano, fratello e sorella si separarono
    con la speranza di ricongiungersi la notte seguente.
    La signora Menon si interess vivamente alle nuove speranze di Giulia;
    ella  si  sent un poco sollevata dal rimorso che internamente sentiva
    per avere portato via la sua giovane amica  dal  rifugio  che  si  era
    scelta.  Nel  sapere  che Ippolito era ancora vivo,  Giulia riprese in
    certo  qual  modo   nuova   vita,   nuovo   coraggio,   ed   usc   da
    quell'abbattimento  in  cui  era  piombata da parecchio tempo;  le sue
    sensazioni erano quelle di una persona che si sveglia  di  soprassalto
    da  un  incubo  quando  la  realt  e  la fantasia non sono ancora ben
    definite e si mescolano insieme. La gioia brillava nei suoi occhi.  Ma
    ci  nonostante  dubitava  ancora della realt delle sue speranze.  Il
    tempo passava troppo lentamente per lei,  quando un nuovo timore venne
    ad  assalirla.  L'abate  la  fece  nuovamente  chiamare,  per farle le
    raccomandazioni d'uso,  all'avvicinarsi della cerimonia.  Dopo  averla
    trattenuta  a  lungo  con  discorsi noiosi e severi,  la lasci libera
    secondo l'usanza, con la sua benedizione.


    CAPITOLO 14.

    La notte era gi scesa e si avvicinava il momento che doveva  decidere
    della sorte di Giulia. Ella era in preda ad una inquietudine difficile
    da  esprimere  ed  ogni  istante accresceva i suoi timori,  finch non
    sent chiudere le porte del convento;  la  campana  dette  il  segnale
    della  ritirata  e  le  suore  si  affrettarono a rientrare nelle loro
    celle.  Poco dopo tutto era  silenzio,  ma  Giulia  non  osava  ancora
    arrischiarsi:  ella  impieg questo tempo parlando affettuosamente con
    la signora Menon,  da  cui,  malgrado  la  sua  situazione,  non  pot
    separarsi senza provare una grande tristezza.
    L'orologio  batteva  la  mezzanotte  quando  ella si decise a partire:
    pianse amaramente nell'abbracciare per l'ultima volta  la  sua  fedele
    amica,  e  presa  una  piccola lampada,  attravers con passo timido e
    circospetto i vari corridoi che la separavano dalla chiesa.  Una volta
    entrata  Giulia  poteva appena distinguere alla luce della sua piccola
    lampada, la maestosit della sua architettura nella semioscurit. Ella
    procedeva  lungo  una  navata  laterale  cercando  ovunque  tracce  di
    Ferdinando, ma invano.
    Mentre era ferma, non sapendo pi se andare avanti o retrocedere e non
    osando  chiamare  suo fratello per timore che la sua voce la tradisse,
    ud un gemito vicinissimo al luogo in cui si trovava.  Questo  lamento
    le ghiacci il sangue per lo spavento;  rimase immobile, e voltando lo
    sguardo vide una  debole  luce  che  proveniva  da  sotto  una  lastra
    tombale;  il gemito si ripet seguito da un leggero sussurro, e mentre
    ella continuava a fissare la tomba, ne vide uscire un vecchio, con una
    lampada in mano.  A questo spettacolo ella gett un involontario grido
    di terrore. Un attimo dopo, dalla parte pi lontana della chiesa, dove
    si  era  nascosto,  Ferdinando  venne in suo soccorso.  Il vecchio che
    aveva l'aspetto di un monaco,  e che stava pregando davanti alla tomba
    di  un  santo  di  cui la chiesa conservava le reliquie,  si avvicin:
    sembrava altrettanto spaventato di Giulia, che riconobbe subito in lui
    il confessore di Vincenzo. Ferdinando,  afferratolo per un braccio con
    la  mano  sulla  spada,  minacci  di  ucciderlo  se  non  gli giurava
    immediatamente di non rivelare ci che vedeva,  e se non li aiutava ad
    uscire dall'abbazia.
    Giovane  insensato,  rispose  il  monaco col pi gran sangue freddo,
    non parlate oltre;  non aggiungete alle follie della vostra  giovent
    la  colpa  di  uccidere  o  spaventare un vecchio indifeso.  La vostra
    violenza mi avrebbe mandato su tutte le furie se non fossi disposto ad
    essere vostro amico.  Io sono  partecipe  delle  disgrazie  di  questa
    fanciulla,  che  mi conosce e con grande piacere la aiuter per quanto
    in mio potere.
    Queste  parole  confortarono  Giulia,  e  Ferdinando,  commosso  dalla
    generosit del monaco, indietreggi in segno di deferenza.
    Mi mancano le parole,  egli disse,  per ringraziarvi e per pregarvi
    di perdonare la mia impulsivit;  spero che la  mia  situazione  possa
    scusarmi.
    Certamente,  riprese  il  monaco;  ma non abbiamo tempo da perdere,
    seguitemi.
    Giulia e Ferdinando lo seguirono attraverso la chiesa in un  chiostro,
    all'estremit  del  quale  vi  era  una piccola porta che conduceva al
    bosco; il frate l'apr, e disse loro:
    Questa  via  conduce  attraverso  il  bosco  fino  alle   rocce   che
    s'innalzano  sulla  destra  dell'abbazia;  esse potranno servirvi come
    rifugio finch non sarete in grado di  allontanarvi;  ma  spegnete  la
    luce  altrimenti sarete scoperti dagli uomini del marchese,  che fanno
    la guardia all'abbazia. Addio, figlioli; che il cielo vi benedica!.
    Giulia non pot parlare,  ma gli dimostr la sua riconoscenza  con  le
    lacrime.   Il   padre  richiuse  la  porta,   e  i  due  fuggitivi  si
    allontanarono dall'abbazia con molta  prudenza.  Ferdinando  segu  la
    strada  indicata  loro  dal  monaco  e  si  avvicinarono al luogo dove
    aspettavano i loro cavalli. Il giovane camminava con passo rapido,  ma
    senza fare rumore. Giulia, a cui la paura e l'oscurit facevano vedere
    tutto ingigantito,  credeva di scorgere ad ogni passo degli uomini,  e
    s'immaginava di essere inseguita.  Ella si  sent  in  breve  talmente
    stanca,  che  fu  costretta  a  fermarsi.  Erano appena passati alcuni
    minuti quando sentirono dei rumori attraverso i  cespugli;  distinsero
    quindi le voci di vari uomini che parlavano piano. Questo bast perch
    si  decidessero  a  riprendere la fuga;  ma continuarono a sentire gli
    stessi rumori  finch  arrivati  all'estremit  del  bosco,  la  luna,
    uscendo  ad  un  tratto  da dietro una nuvola che ne oscurava la luce,
    fece loro scorgere alcuni uomini che li inseguivano,  e  nello  stesso
    tempo permise a costoro di localizzarli.
    Giulia  e  Ferdinando  si  sforzarono d'arrivare alle rocce dove erano
    nascosti i loro cavalli che apparivano a  breve  distanza.  Quando  li
    raggiunsero,  gli inseguitori erano ormai vicinissimi; i cavalli erano
    spariti e non restava altro mezzo di fuga che nascondersi  velocemente
    tra  le rocce: e quindi i due si addentrarono in una vasta caverna che
    si divideva in due gallerie sotterranee  e  si  nascosero  in  una  di
    queste biforcazioni.  Da l sentivano le voci degli inseguitori, ed il
    rumore dei loro passi rimbombava nella caverna.  Giulia tremava per lo
    spavento:  Ferdinando  sguain  la  spada  deciso  a  difenderla  sino
    all'ultimo.
    Un confuso mormorio veniva dall'apertura della caverna  da  cui  erano
    entrati; ma ben presto i passi degli uomini si allontanarono, il suono
    delle  voci  cess  ed infine non si ud pi alcun rumore.  Ferdinando
    tese a lungo l'orecchio;  ed infine,  compreso che gli uomini si erano
    allontanati,  si  avvicin all'apertura della caverna.  Guard ovunque
    fino a dove poteva arrivare il  suo  sguardo  ma  non  vide  nulla  di
    anormale. Eppure, ogni tanto, quando il vento cessava di soffiare, gli
    pareva di sentire ancora il suono di voci lontane.
    Mentre  ascoltava  attentamente  qualcosa  si  mosse  nel buio ed egli
    rientr immediatamente nella caverna.  Ma pochi  minuti  dopo,  spinto
    dalla  curiosit,  torn  ad esaminare con calma di cosa si trattasse;
    dopo un po' di tempo,  egli vide qualcosa strisciare e sparire  dietro
    la  punta  d'una  roccia,  e  si  convinse che era un uomo appostato a
    spiarli.  Dopo un'ora trascorsa dentro la  caverna,  ed  una  ennesima
    ispezione  fuori dove non si scorgeva che la campagna illuminata dagli
    argentei raggi della luna e  tutta  la  natura  sembrava  sepolta  nel
    solenne riposo della notte, Ferdinando and a prendere la sua compagna
    e tutti e due strisciando lungo le pareti rocciose s'imbatterono ad un
    tratto nei loro cavalli che,  sciolte le briglie, sostavano nei pressi
    della caverna;  montati a cavallo i due fuggiaschi si  avviarono  alla
    volta  di  un  piccolo  porto  di mare distante poche miglia,  da dove
    speravano di imbarcarsi per l'Italia.
    Per alcune ore viaggiarono attraverso una fitta boscaglia di querce  e
    castagni;  il  loro  viaggio era illuminato dalla luna,  i cui pallidi
    raggi erano schermati dal fogliame,  e spesso oscurati  dalle  nuvole.
    Giunsero   finalmente   all'estremit  della  foresta:  cominciava  ad
    apparire l'aurora,  e l'aria diveniva pi  fresca.  Giulia  prov  una
    piacevole  serenit  nell'osservare  il  sorgere  del giorno e le cime
    delle montagne illuminate dai  raggi  del  sole  nascente,  mentre  le
    pendici rimanevano buie circondate da densi vapori.
    I suoi timori si allontanarono con l'oscurit. Il sole, mostrandosi in
    tutto  il  suo  splendore,  circondato  da  un  brillante corteggio di
    variopinte nuvole,  avrebbe  offerto  a  Giulia,  in  qualunque  altra
    occasione,  uno  spettacolo  meraviglioso.  I viaggiatori discendevano
    un'altura  all'estremit  della  quale  si  apriva  un'ampia  vallata,
    circondata  da alte montagne coperte di folti boschi.  Qua e l alberi
    cresciuti nelle  spaccature  delle  rocce,  innalzavano  i  loro  rami
    biancastri creando uno spettacolo suggestivo;  l alcune case,  che si
    intravedevano tra i fitti alberi che le circondavano,  sorgevano sulle
    rive  di  un  fiume che serpeggiava nella valle,  e portava al mare il
    tributo delle sue acque.
    La freschezza del mattino contribuiva a rendere il paesaggio ancor pi
    suggestivo e  ne  vivificava  i  colori.  I  rami  degli  alberi,  che
    ombreggiavano   ad  intervalli  la  strada,   risplendevano  di  gocce
    brillanti di rugiada,  e gli uccelli,  coi loro canti,  salutavano  in
    armonioso accordo la nascita del giorno.  Per quanto malinconico fosse
    il cuore di Giulia,  ella non pot fare a meno di gustare le  dolcezze
    che lo spettacolo della natura le offriva in tutta la sua bellezza.
    Verso  mezzogiorno i fuggiaschi raggiunsero il porto,  dove Ferdinando
    fu assai fortunato nel trovare un piccolo bastimento;  ma il vento non
    era  favorevole,  ed  era  gi  passata  la mezzanotte quando poterono
    imbarcarsi.
    Quando fece nuovamente giorno,  Giulia  sal  sul  ponte  e  vide  con
    dispiacere  allontanarsi  la  costa  di  Sicilia:  ci  non  le imped
    comunque di ammirare  ancora  una  volta  lo  spettacolo  che  l'aveva
    colpita  il  giorno avanti.  La superficie delle acque illuminata;  il
    fragore maestoso delle onde  che  si  infrangevano  su  rive  lontane,
    striate  dai  fiammeggianti  raggi del sole nascente;  l'orizzonte man
    mano sempre pi chiaro e brillante fin quando il sole, gettando la sua
    luce splendente sopra le  acque,  riempiva  di  felicit  l'anima  del
    navigante,  e  l'alta  volta  del  cielo sembrava perdersi nella vasta
    estensione dell'oceano: tutto questo formava uno spettacolo sublime.
    Il bastimento,  spinto da un vento favorevole,  navig tranquillo  per
    alcune  ore;  ma  a poco a poco il vento cess: la nave si muoveva ora
    lentamente,  ed essi erano ancora molto vicini alla Sicilia,  cosa che
    destava  in Giulia grande preoccupazione.  Verso la fine del giorno si
    alz un leggero venticello;  ma esso soffiava dall'Italia,  e a poco a
    poco  si  affollarono  sull'orizzonte  dense  nuvole che ben presto ne
    occlusero la vista: una  profonda  oscurit  cal  all'improvviso.  Un
    tuono  romb in lontananza annunciando una violenta tempesta,  che non
    tard molto a scoppiare. Il capitano tent invano di gettare l'ancora:
    erano in alto  mare,  ed  un  vento  furioso  agitava  l'imbarcazione.
    L'oscurit era interrotta da frequenti fulmini, che squarciando per un
    attimo  l'oscurit lasciavano intuire lo stato di terribile agitazione
    del mare, e rendevano la notte pi spaventosa che mai. Il fracasso dei
    tuoni,  il muggito delle onde,  il cigolio della nave e le  grida  dei
    marinai,  tutto  contribuiva  ad accrescere il terrore di questa scena
    spaventosa.  Giulia  stava  sottocoperta,   in  preda  al  panico,   e
    Ferdinando,  quantunque  senza speranza,  si sforzava d'incoraggiarla,
    quando un terribile schianto richiam la loro attenzione:  si  sarebbe
    detto  che il naviglio si fosse spaccato in due,  e le voci di tutti i
    marinai  s'innalzarono  nello  stesso  momento.  Ferdinando  vol  sul
    cassero,  e  venne a sapere che parte dell'albero di maestra,  divelto
    dal furore del vento era caduto sul ponte,  da dove era precipitato in
    mare.
    Era  gi  passata la mezzanotte,  e la tempesta continuava in tutta la
    sua violenza.  Il bastimento lottava da quattro ore  contro  la  forza
    della  burrasca.  Il  capitano dichiar che non poteva resistere pi a
    lungo,  e ordin che si preparasse la scialuppa.  I suoi ordini  erano
    stati  appena  eseguiti quando il naviglio urt contro uno scoglio,  e
    l'acqua cominci ad entrare nella stiva. Ferdinando accorse presso sua
    sorella e la guid nella scialuppa,  dove si trovavano gi il capitano
    e  parte  dell'equipaggio.  Subito  dopo la nave si squarci e affond
    velocemente,  mentre il mare era cos agitato che sembrava impossibile
    potersi avvicinare alla spiaggia.  Al chiarore dei lampi,  il capitano
    intravide un gruppo di scogli sulla costa alla distanza di circa mezzo
    miglio.  I marinai posero mano ai remi: ma la  forza  delle  onde  era
    tale,  da respingere la scialuppa e rendere vane le loro fatiche. Dopo
    molti stenti e molte difficolt giunsero  finalmente  alla  costa.  Ma
    come approdare,  se essa era circondata da scogli inaccessibili?  Dove
    trovare un passaggio da cui  raggiungere  la  terraferma?  Dopo  molti
    tentativi  e ricerche ne scoprirono uno praticato nella roccia,  sulla
    quale riuscirono ad arrampicarsi.
    Arrivati in cima alle rocce videro una vasta campagna, ma non scorsero
    alcuna abitazione: pensavano di trovarsi sulle rive della Sicilia;  ma
    non  avevano  alcun  modo per confermare questa supposizione.  Giulia,
    malata, oppressa dalla fatica e dallo spavento, non aveva pi la forza
    di camminare, e si ferm sulle rocce.
    La tempesta cess ad un tratto,  e le successe la calma: le onde erano
    ancora  agitate:  ma  l'aria  aveva ripreso tutta la sua serenit.  La
    chiarezza del giorno permise  di  distinguere  i  tristi  relitti  del
    naufragio   galleggianti   sull'acqua   e  si  scorsero  anche  alcuni
    sventurati che non  essendo  entrati  nella  scialuppa,  cercavano  di
    salvarsi  sulle tavole dell'imbarcazione affondata.  I marinai a terra
    andarono in loro soccorso con la scialuppa e li  salvarono  da  quella
    pericolosa  situazione.  Quando  Giulia  si  sent  meglio,  il gruppo
    s'incammin sulla terraferma per cercare soccorso.
    Avevano appena percorso una  mezza  lega,  che  all'aspetto  selvaggio
    della  costa  successe  la  ridente  vista  delle campagne di Sicilia.
    Scoprirono ben presto un'abitazione su un'altura poco lontana.  Era la
    prima  che  vedevano  da  quando  si erano imbarcati per l'Italia.  Fu
    questa una piacevole scoperta per Giulia, ormai stanca e provata dalla
    fatica. Il capitano ed i suoi si affrettarono a spiegare ai padroni di
    casa la loro triste situazione.  Ferdinando e  Giulia  seguivano  poco
    lontano,  ma  ben  presto anche loro furono ricevuti molto amabilmente
    dai padroni  del  palazzo  (perch  tale  era  l'abitazione  vista  da
    lontano).
    Giulia  fu ricevuta alla porta d'ingresso da un giovane cavaliere,  le
    cui gentili maniere la colpirono favorevolmente.  Egli diede  loro  il
    benvenuto  cos  affabilmente  che li mise subito a loro agio,  e fece
    loro dimenticare la tristezza della situazione in  cui  si  trovavano:
    condusse  i  suoi  ospiti  in  una magnifica sala che affacciava sulla
    campagna,  facendo loro attraversare una galleria sostenuta da colonne
    di marmo ed ornata di busti.  Li fece poi sedere ad una tavola coperta
    di rinfreschi e lasci loro la libert di ristorarsi e di ammirare  la
    bellezza dei luoghi circostanti.
    Si  vedevano da ciascun lato delle amene colline,  il cui dolce pendo
    terminava in un superbo bacino d'acqua che formava un piccolo lago. La
    sua superficie liscia  rifletteva  tutto  ci  che  si  trovava  sulle
    sponde: a sinistra alte montagne si perdevano in lontananza,  mentre a
    destra una feconda e ridente  pianura  contrapponeva  bellezze  di  un
    genere  diverso  a  quelle pittoresche del lato opposto,  e formava un
    piacevole contrasto.  La veduta terminava in lontananza col mare di un
    colore azzurro.
    Il  padrone  della  casa  ritorn  ben presto accompagnato da due dame
    molto amabili; egli ne present una come sua moglie e l'altra come sua
    sorella;  esse salutarono Giulia con  graziosa  bont;  ma  presto  la
    stanchezza  la  obblig  a  ritirarsi;  e  ad  essa  fece  seguito una
    indisposizione che si trasform ben presto  in  una  malattia  vera  e
    propria,  cosicch  non  fu possibile per lei lasciare la villa: rest
    dunque  con  suo  fratello,   mentre  il   capitano   e   gli   uomini
    dell'equipaggio  continuarono  la  loro  strada.  Ferdinando  e Giulia
    ebbero i migliori trattamenti dai loro ospiti.
    Il giorno in cui Giulia doveva pronunziare i voti,  erano stati  fatti
    nell'abbazia  tutti  i preparativi che si usano in simili circostanze;
    la chiesa era addobbata,  e non si aspettava altro che  la  cerimonia.
    L'abate si compiaceva con se stesso dell'esito delle sue manovre. Egli
    godeva  anticipatamente  della  rabbia  e  della collera del marchese,
    quando avesse realizzato che  sua  figlia  gli  era  stata  tolta  per
    sempre.
    Giunta l'ora della celebrazione, l'abate si rec in chiesa con un'aria
    trionfante:  l'interna  soddisfazione del suo cuore traspariva sul suo
    volto; egli era pronto ad andare all'altare,  quando gli fu comunicato
    che Giulia non si trovava.  Lo stupore sospese per un attimo tutti gli
    altri suoi sentimenti: gli  sembrava  impossibile  che  Giulia  avesse
    potuto fuggire,  ed ordin che fossero fatte severe ricerche per tutto
    il monastero, compresi i sotterranei.  Ma,  risultando queste ricerche
    infruttuose, e non essendoci pi dubbi sulla fuga di Giulia, la rabbia
    e  la disperazione dell'abate raggiunsero il colmo;  egli lanci i pi
    terribili anatemi contro Giulia e la signora Menon, che accus di aver
    profanato la sua  religione  aiutando  la  fanciulla  nella  fuga.  La
    signora Menon sopport questi rimproveri con la calma della dignit, e
    conserv  il  pi  profondo silenzio;  ma decise tra s di abbandonare
    quel monastero e di cercare altrove la quiete che l non  avrebbe  pi
    trovato.
    La notizia della fuga di Giulia si sparse ben presto fuori le mura del
    convento,  e giunse all'orecchio del marchese.  Egli apprese con gioia
    tale notizia pensando che sua figlia non  avrebbe  potuto  evitare  di
    cadere  nelle  sue  mani.  Dopo aver fatte delle accurate ricerche nei
    boschi e tra le montagne che circondavano l'abbazia, egli sped i suoi
    uomini in tutta la zona e ritorn  al  castello  di  Mazzini  dove  lo
    aspettava un altro motivo d'inquietudine; poich seppe nell'arrivarvi,
    che Ferdinando era scappato dalla sua prigione.
    La  notizia di questa evasione spieg anche quella di Giulia;  egli si
    inform sui mezzi di cui si  era  servito  per  effettuarla,  e  diede
    ordine ai suoi di arrestare Ferdinando ovunque lo trovassero.


    CAPITOLO 15.

    Ippolito,  che  una  lunga  e  pericolosa malattia,  causata dalle sue
    ferite,  tratteneva in una  piccola  citt  della  Calabria,  ignorava
    ancora la morte di Cornelia.  Gli rimaneva soltanto la consolazione di
    non avere notizie del matrimonio di Giulia con il duca di Luoro: ma la
    sola idea di questa possibilit acuiva i suoi dolori ed  avvelenava  i
    suoi giorni.  Immediatamente dopo il suo arrivo in Calabria, quando si
    fu rimesso un poco in forze,  fece partire un servitore alla volta del
    castello di Mazzini, dove, appostato nelle vicinanze, aveva il compito
    di  informarsi  di  ci  che  era  accaduto  in  sua assenza.  Egli si
    tormentava nella speranza che  Giulia  gli  fosse  sempre  fedele;  ma
    siccome  il  domestico  tardava  a  ritornare,  egli pens al peggio e
    ripiomb nella disperazione.
    I giorni e le settimane si succedevano in  questa  penosa  incertezza,
    finch,  non  vedendo  pi ritornare il suo servitore,  s'immagin che
    fosse stato assassinato dai ladri,  oppure  scoperto  dal  marchese  e
    imprigionato.  Egli  decise pertanto di inviare un altro emissario con
    le medesime istruzioni.  Seppe da quest'ultimo che Giulia era  fuggita
    dal castello di Mazzini. Questa notizia lo riemp di gioia, che fu ben
    presto  turbata  dall'annunzio  che  il marchese aveva scoperto il suo
    rifugio all'abbazia di Sant'Agostino.  L'idea di aver  perduto  Giulia
    per sempre peggior lo stato delle sue ferite e lo ridusse di nuovo in
    fin  di  vita.  Una  tale  notizia  aveva  aggiunto  ancora  dolore  e
    disperazione a tutto ci che aveva sofferto fino a quest'epoca.
    Ci nonostante egli si ristabil abbastanza per potere,  alcuni giorni
    dopo,  sopportare un viaggio. Lasci l'Italia e si rec in Sicilia. Il
    suo scopo era di visitare l'abbazia di Sant'Agostino, dove sperava che
    Giulia fosse ancora.  Per potere viaggiare in  assoluto  incognito  ed
    evitare  le insidie del marchese,  egli si imbarc da solo e lasci la
    sua servit in Calabria.
    Sbarc in pieno giorno in un piccolo porto  della  Sicilia,  e  subito
    prese  la  strada  dell'abbazia  di  Sant'Agostino.  Man  mano  che si
    avvicinava alla meta ritornava col pensiero ai  primi  tempi  del  suo
    innamoramento  per  Giulia,  e  ne  richiamava  alla  mente  tutte  le
    circostanze.  Il suo cuore si inteneriva al ricordo delle sventure  di
    Giulia  e dei patimenti di Ferdinando.  Egli si rallegrava al pensiero
    che  Giulia  avrebbe   trovato   nella   compassione   dell'abate   di
    Sant'Agostino una efficace protezione contro la tirannia del padre,  e
    pregustava gi il piacere di rivederla.
    Tali erano i suoi pensieri  mentre  si  avvicinava  al  monastero.  E'
    facile  immaginare  la sua disperazione nell'apprendere la morte della
    sua amata sorella e la fuga di Giulia.  Non  sapendo  che  la  signora
    Menon  si trovava in quel convento,  dove non trovava alcun oggetto di
    interesse,  part immediatamente dopo  queste  tristi  notizie,  e  si
    diresse verso una piccola citt,  ad alcune leghe di distanza, dove si
    proponeva di passare la notte.
    Assorto nelle sue malinconiche riflessioni, allent la briglia del suo
    cavallo, e lo fece vagare liberamente, finch soltanto a tarda sera si
    accorse che aveva deviato il suo  cammino.  Si  trovava  in  un  posto
    sconosciuto  e troppo distante dalla strada maestra per potere sperare
    di ritornarvi, n sapeva d'altronde come. Egli non vedeva a destra che
    delle alte montagne coperte di cespugli e di neri abeti. Da lontano si
    scorgeva  un  piccolo  sentiero  che   penetrava   in   quella   folta
    vegetazione.  Ma  il  suo  aspetto  terrificante  e la pericolosit di
    quell'unica via fecero decidere ad Ippolito  di  non  arrischiarsi  su
    quegli scoscesi pendii.  Dall'altro lato vi era una foresta, nel folto
    della quale conduceva il sentiero su di cui  si  trovava  attualmente.
    Sebbene  molto  oscura,   egli  prefer  attraversarla  piuttosto  che
    inerpicarsi sulle montagne.  Siccome ne ignorava l'estensione,  poteva
    sperare  di esserne fuori prima di notte e di trovare all'estremit di
    questo bosco qualche villaggio dove si sarebbe potuto fermare.
    Del resto,  il peggio che poteva accadergli era di  passare  la  notte
    nella foresta,  dove almeno si sarebbe trovato al riparo dal vento. Se
    si perdeva al suo interno,  avrebbe avuto la risorsa di salire  su  un
    albero  e di aspettarvi tranquillamente il giorno.  Nelle montagne non
    vi era altro riparo possibile che qualche abitazione, che per non era
    probabile trovare.  Inoltre esse presentavano una  quantit  di  altri
    pericoli ai quali non si sarebbe esposto prendendo a sinistra.
    Presa  questa  decisione,  egli  spinse il suo cavallo al galoppo e si
    inoltr nella foresta.  Il sole spandeva in quel momento i suoi ultimi
    raggi  sulla  cima  delle montagne.  L'oscurit del bosco aumentava di
    minuto in minuto.  La strada non era interrotta,  ed il conte la segu
    finch la densit delle tenebre non gli permise pi di distinguerne la
    traccia.
    Allora  non  gli  fu  pi  possibile mantenere la giusta direzione;  e
    quindi,  come aveva deciso,  il conte scese da cavallo e si  arrampic
    sopra un albero, deciso a trascorrervi il resto della notte.
    Aveva appena preso questa decisione,  quando il suono confuso di varie
    voci in lontananza attir l'attenzione del nostro viaggiatore.  Questo
    stesso  suono  si  ripet a diversi intervalli di tempo ma sempre alla
    stessa distanza.  Per capire  meglio  da  dove  provenisse,  il  conte
    discese  dall'albero su cui si era arrampicato,  ma una volta a terra,
    per quanto tendesse l'orecchio, non sent pi nulla. Tutto era immerso
    nel pi profondo silenzio.  Egli credette quindi di essersi ingannato,
    che  ci  che  aveva preso per delle voci umane non fosse altro che il
    rumore delle foglie agitate dal vento,  e  si  preparava  a  rimontare
    sull'albero,  quando  attraverso  i  rami scorse da lontano una debole
    luce.  A quella vista  cap  di  essere  nelle  vicinanze  di  qualche
    abitazione.  Riprese  quindi  il  suo  cavallo e si incammin verso il
    luogo da dove proveniva la luce. La luna, che spuntava proprio allora,
    gli illuminava il cammino;  ma aveva appena fatto alcuni passi che  la
    luce  disparve.  Nondimeno  egli and avanti,  cercando di raggiungere
    ugualmente la fonte luminosa e infine si trov in una radura,  intorno
    a cui gli alberi formavano un recinto.  Cos,  egli vide al lume della
    luna un vecchio edificio che  sembrava  essere  stato  in  passato  un
    monastero,  ma  che  ora  era  solo  un cumulo di rovine,  ed incuteva
    nell'animo dello  spettatore  un  sentimento  misto  di  timore  e  di
    rispetto. Ippolito si ferm un po' ad osservarlo, ed il silenzio della
    notte ingigantiva l'effetto di paura che questo spettacolo offriva.
    Il  carattere  della  costruzione,   la  calma  profonda  che  regnava
    all'interno ed all'esterno,  impedivano ad Ippolito di capire  se  era
    quello  il  luogo  che  cercava.  Era  indeciso se avvicinarsi o meno,
    quando vide un uomo con una lampada in mano passare per una specie  di
    vestibolo ed entrare all'interno dell'edificio.  Il conte si sent per
    un momento spaventato;  ma una invincibile  curiosit  super  la  sua
    paura;  egli  attravers  un  gran cortile ingombro di pietre e giunse
    all'entrata del vestibolo.  Qui la paura lo colse di nuovo e si  ferm
    un istante;  ma ripreso coraggio, infil anche lui il corridoio e fece
    il possibile per seguire i passi della  persona  che  aveva  visto  da
    lontano.  Si  trov  dopo un poco in un luogo angusto,  dove le rovine
    erano pi spaventose di quelle gi viste.  Stava per fermarsi,  spinto
    da un involontario sentimento di paura,  quando ud un debole lamento.
    Allora le gambe gli tremarono per la paura e non riusc pi ad  andare
    avanti.
    Il  suono,  che  sembrava  il  respiro di una persona agonizzante,  si
    ripet nuovamente.  Ippolito stava cercando di muovere le  sue  membra
    paralizzate,  quando  un raggio di luce che usciva da un locale vicino
    colp la sua vista;  sent anche delle voci,  si avvicin in punta  di
    piedi  alla  finestra da cui proveniva la luce,  e vide in una piccola
    stanza,  in migliori condizioni rispetto al resto  dell'edificio,  una
    banda  di  uomini  che,   dall'aspetto  e  dagli  abiti,  giudic  dei
    malviventi.  Essi circondavano un infelice  disteso  sul  pavimento  e
    ferito,  lo  stesso  senza  dubbio  i  cui  lamenti avevano richiamato
    l'attenzione di Ippolito.
    L'oscurit  non  gli  permise  di  distinguere  i   lineamenti   della
    sventurata vittima;  ma era evidente a giudicare dalle sue ferite, che
    era stata assalita da quegli uomini  che  lo  circondavano.  Ippolito,
    agghiacciato d'orrore da questo spettacolo, vide gli assassini frugare
    nelle tasche dell'infelice,  che, con voce spenta, implorava ancora la
    compassione di quei miserabili.  Essi non  gli  rispondevano  che  con
    imprecazioni  e  continuavano  a  derubarlo.  I  suoi lamenti,  le sue
    preghiere,  i suoi gemiti non servivano  che  a  renderli  sempre  pi
    feroci.  Stavano  per  strappargli una miniatura appesa al collo,  che
    fino a quel momento era rimasta nascosta sotto i suoi  abiti,  quando,
    con  un ultimo sforzo,  lo sventurato si rialz e tent di riprenderla
    dalle loro mani,  ma uno di questi malviventi gli sferr un colpo  che
    lo stese nuovamente sul pavimento.
    Questa   orribile  scena  fece  tale  impressione  ad  Ippolito,   che
    dimenticando la sua posizione,  gett un grido;  i banditi,  presi  da
    timore,  alzarono lo sguardo,  videro il conte e abbandonata subito la
    loro preda, si precipitarono verso di lui. Egli, resosi immediatamente
    conto del pericolo che correva,  cerc di raggiungere l'uscita;  ma in
    preda al terrore,  perse la strada, ed invece di giungere al vestibolo
    cominci  a  vagare  inoltrandosi  sempre  pi  all'interno  di   quel
    diroccato edificio.
    Gli  assassini intanto lo inseguivano finch Ippolito ormai esausto si
    lasci cadere,  e si prepar a subire con rassegnazione  il  colpo  di
    grazia.  In questa posizione ascoltava con cupa disperazione, credendo
    i suoi assassini ormai vicini;  ma non sentiva pi alcun  rumore.  Una
    profonda  calma  regnava  intorno  a  lui.  Un  debole raggio di luna,
    penetrando attraverso un'apertura in alto,  illumin una  vasta  sala,
    dove egli s trovava.
    Rimase  a lungo in quella posizione,  pensando come potere sfuggire al
    pericolo e osando appena sperare di essersela cavata.  Potevano  certo
    raggiungerlo  l,  ma  se  tentava  di  uscire sarebbe inevitabilmente
    caduto nelle mani degli scellerati.  Egli credette quindi pi prudente
    di  non  muoversi,  e  si  preparava  a  fronteggiare la sua sorte con
    coraggio,  quando ad un tratto le rumorose  voci  degli  assassini  si
    fecero sentire sempre pi vicine.
    La disperazione ridest subito le sue forze: si rialz velocemente,  e
    guardandosi intorno scorse una piccola porta sopra la quale cadeva  in
    quel  momento  perpendicolarmente  un raggio di luna;  vi si avvicin,
    l'apr e la oltrepass proprio nell'istante in cui la volta rifletteva
    la luce delle torce degli  assassini:  discese  a  tentoni  una  scala
    tortuosa, e, malgrado l'oscurit, raggiunse il fondo senza problemi.
    Qui arrivato,  si ferm per ascoltare, ma non sent alcun rumore, e si
    trov nuovamente avvolto nel silenzio.  Cercando  sempre  di  fuggire,
    egli  avanz ancora a tentoni,  e tastando colle mani da tutti i lati,
    si accorse che era vicino ad una porta di ferro, ma questa era chiusa,
    e resisteva a tutti gli sforzi che faceva per aprirla. Mentre lavorava
    con grande accanimento,  un grido acuto seguito da un rumore sordo  si
    sent  dall'interno  e attir la sua attenzione.  Egli ascolt a lungo
    immaginandosi le cose pi orribili.  Cerc poi di guardare  attraverso
    le  fessure della porta,  per capire cosa succedesse dall'altra parte,
    ma invano;  e dopo aver atteso un  po'  senza  udire  il  pi  leggero
    rumore, si preparava a proseguire nel corridoio quando un oggetto duro
    che  sporgeva  dal muro attir la sua attenzione;  con grande sorpresa
    riconobbe la chiave nella serratura;  esit un istante ma la curiosit
    lo  vinse  sopra  ogni  altro  riflesso,  e  con mano tremante gir la
    chiave.
    La porta si apr,  e lo condusse in un vasto e  lugubre  appartamento,
    debolmente rischiarato da una lampada e privo di mobilio.  Il conte si
    aggir in quella spaventevole sala finch  non  vide  un  oggetto  che
    attir la sua attenzione.  Era una giovane donna distesa sul pavimento
    immobile, e quasi senza vita. La veste scompigliata e le lunghe trecce
    nere le nascondevano il volto.
    La compassione,  la sorpresa,  la meraviglia riempirono  il  cuore  di
    Ippolito,  e mentre egli contemplava la fanciulla,  sent che qualcuno
    si avvicinava alla stanza.  Corse subito a  nascondersi  da  dove  era
    entrato,  e  fece appena in tempo a richiudere la porta a chiave,  che
    subito sent la voce  di  due  uomini  che  riconobbe  per  due  degli
    assassini che lo avevano inseguito. Un furioso contrasto si accese tra
    i  due,  perch  uno  rimproverava  all'altro  di  avere spaventato la
    fanciulla a morte,  e dichiarava tra orribili  imprecazioni  che  ella
    apparteneva  a  lui,  e che l'avrebbe difesa fino all'ultima goccia di
    sangue contro chiunque volesse togliergliela. La lite diventava sempre
    pi violenta,  ed ognuno dei  due  scellerati  non  voleva  rinunziare
    all'infelice oggetto della loro furia. Ben presto i due passarono alle
    vie  di  fatto  e tirarono fuori le armi,  accompagnando il duello con
    urla,  bestemmie e imprecazioni;  nella foga essi si avvicinavano alla
    porta  dietro cui Ippolito stava nascosto.  Egli sent ad un tratto un
    gran colpo contro essa,  seguito da un gemito profondo e dal rumore di
    un  corpo  che  crollava  a terra con tutto il suo peso.  Poi segu il
    silenzio.  A questo punto Ippolito pens che uno  dei  due  malviventi
    avesse ucciso l'altro,  e la sua supposizione fu ben presto confermata
    dalle apostrofi brutali  che  il  vincitore  dirigeva  al  suo  nemico
    agonizzante.  Il  primo  si  ritir lasciando l'altro steso al suolo e
    poco dopo Ippolito sent da lontano le voci di una accesa discussione.
    Il rumore sembrava provenire dal piano superiore.  Si  potevano  anche
    distinguere,  in  mezzo al chiasso ed alle grida,  alcune parole,  che
    facevano presumere che la disputa che aveva avuto luogo, e la dama che
    l'aveva causata,  fossero il soggetto della discussione.  Spesso tutte
    le  voci  si  alzavano  contemporaneamente,  e  allora era impossibile
    capire qualcosa.
    Finalmente  il  tumulto  cess.   Ippolito  ud  distintamente  che  i
    manigoldi  a unanime consenso abbandonavano la fanciulla nelle mani di
    chi si  era  battuto  per  lei,  e  regolato  questo  affare  essi  si
    dispersero  per  andare  in  cerca  di qualcun altro da depredare.  La
    situazione di quella povera infelice accese nel cuore di  Ippolito  un
    misto  di  piet  e  di  sdegno,  che  l'occup interamente per alcuni
    istanti. Egli pensava al modo di strapparla al suo crudele destino;  e
    preso  da  questi  pensieri aveva quasi dimenticato la sua situazione,
    quando sent da dietro la porta il  sospiro  della  infelice  vittima.
    Stava per avvicinarsi quando si apr una porta in fondo alla sala.  Il
    mostro a cui era stata assegnata la fanciulla entr.  Nel vederlo ella
    cominci  a  urlare  di disperazione,  ma inutilmente.  Il malvagio la
    prese tra le braccia e la stava trascinando via quando Ippolito, presa
    la decisione di precipitarsi sul rapitore anche  disarmato,  riconobbe
    con  sorpresa  e sgomento che la fanciulla che si dibatteva tra le sue
    braccia era la  sua  amatissima  Giulia!  A  sua  volta  ella  vedendo
    Ippolito  con grande sforzo riusc a liberarsi e venne a cadere tra le
    braccia del suo amato.
    La sorpresa e la rabbia si dipinsero sul  volto  del  bandito  che  si
    slanci contro il conte;  ma questi,  abbandonata Giulia,  s'impadron
    della spada che il malvivente stava per  affondargli  nel  petto.  Con
    questa  arma  il  conte  si  liber  velocemente  del  suo  assalitore
    stendendolo morto ai  suoi  piedi.  Torn  quindi  verso  Giulia,  che
    cominciava  a  tornare  in  s,  ma  che per molto tempo non riusc ad
    esprimersi che con le lacrime. Per farsi una idea chiara del subitaneo
    cambiamento di stato d'animo  dei  nostri  due  e  di  quel  singolare
    miscuglio  di  gioia  e di terrore che agitava Ippolito,  bisognerebbe
    averlo provato.  Il conte aiut Giulia a rialzarsi,  e si sforzava nel
    contempo di farla ritornare in se stessa,  quando ella,  turbata da un
    nuovo pensiero, chiese di Ferdinando. Il conte trem a questa domanda,
    ricordandosi dello  sventurato  che  aveva  visto  morire,  e  di  cui
    l'oscurit  gli  aveva impedito di distinguere i lineamenti e sent il
    cuore oppresso da una angoscia segreta; ma decise di non partecipare i
    suoi terribili pensieri a Giulia, che intanto gli raccontava che lei e
    Ferdinando erano stati fermati dai banditi sulla strada della casa  in
    cui  erano stati cos bene accolti dopo il loro naufragio.  Essi erano
    in cammino per raggiungere un posto di  mare,  da  dove  pensavano  di
    imbarcarsi  nuovamente  per l'Italia.  Ella aggiunse che i briganti li
    avevano immediatamente separati,  e che ella era rimasta  chiusa  sola
    per  molte  ore  in quella stanza,  dove Ippolito l'aveva trovata.  Il
    conte voleva nascondere a Giulia le sue  orribili  inquietudini  circa
    Ferdinando  e  si sforz invano di tranquillizzarla sulla sorte di suo
    fratello: bisognava uscire da quella tetra  prigione  dove  i  banditi
    potevano ritornare da un momento all'altro.
    Dopo  breve  riflessione,  Ippolito  credette  che  fosse pi prudente
    cercare una uscita attraverso il passaggio da  cui  era  venuto.  Egli
    prese  dunque  la  lanterna  e  condusse  Giulia oltre la porta.  Egli
    cercava la scala da cui era sceso, ma dopo aver percorso in lungo e in
    largo il corridoio senza trovarla,  si  convinse  di  avere  sbagliato
    direzione.  Trovarono  per un'altra scala che li condusse in un varco
    strettissimo,  che permetteva il passaggio di una persona alla volta e
    che li condusse ad una porta di ferro.  Malgrado la sfiducia in cui la
    vista di un simile ostacolo  li  aveva  fatti  piombare,  dopo  alcuni
    tentativi,  essi  si  accorsero  che  la porta cedeva insensibilmente.
    L'aria chiusa e mefitica  che  li  raggiunse  spense  quasi  il  lume.
    Ippolito e Giulia entrarono allora in una specie d'abisso,  cio in un
    luogo vasto e profondo: e la  porta,  girando  sui  suoi  cardini,  si
    richiuse  alle loro spalle.  Guardandosi intorno,  videro un corridoio
    immenso,  e furono  colti  da  un  orrore  indescrivibile,  quando  si
    accorsero che si trovavano nella fossa comune degli assassini.  Quello
    era infatti il luogo in cui essi deponevano i cadaveri degli  infelici
    che cadevano nelle loro mani.
    Il  conte pot appena sostenere le forze di Giulia.  Egli ritorn alla
    porta e tent di aprirla;  ma la serratura era di quelle che si aprono
    dall'esterno,  e  tutti  i  suoi sforzi furono vani.  Cercarono allora
    un'altra via d'uscita, ma invano.  La loro situazione era disperata: o
    morivano  di  fame  in quel luogo orribile,  o finivano nelle mani dei
    briganti. La terra smossa in pi punti indicava le tombe precarie ed i
    cadaveri non sepolti per negligenza o per mancanza di tempo  offrivano
    ai  due  fuggiaschi  uno  spettacolo  orribile.  L'ansia  di  Ippolito
    aumentava per ci che provava  Giulia,  sconvolta  dall'orrore  e  dal
    ribrezzo.  Egli  cerc  di  trasportarla  in  un luogo dove l'ambiente
    creava una specie di vano,  e dove vi era una  panca  sulla  quale  si
    sedettero.  Ma  subito  sentirono  un  lontano  rumore di gente che si
    avvicinava,  anche se esso proveniva dal lato opposto a quello da  cui
    erano entrati.
    A mano a mano che il rumore aumentava si cominciarono a distinguere le
    voci  che  lo  formavano.  Ippolito pens che gli assassini fossero di
    ritorno,  e che avrebbero raggiunto l'antro da una strada che egli non
    conosceva.  Si aspettava di vederli comparire da un momento all'altro,
    e impugnando la spada si preparava a difendere Giulia fino all'ultimo.
    Ben presto gli zoccoli dei cavalli, mescolati al suono delle voci, gli
    fecero capire che il rumore veniva da un cortile pi in alto  rispetto
    a dove si trovavano.  Sent distintamente la voce dei banditi, e nello
    stesso momento le suppliche ed i gemiti di alcune persone che  costoro
    avevano  senza  dubbio  rapito,  e che conducevano con loro.  Il suono
    delle voci era vicinissimo ed Ippolito guardando nella stanza dove  si
    trovavano vide in alto una piccola finestra con una inferriata in alto
    sul  muro.  Ne  concluse che essa dava nel cortile dove si trovavano i
    briganti,  e pensando che la  sua  lampada  avrebbe  potuto  tradirlo,
    quantunque una tale precauzione fosse orribile, si decise a spegnerla.
    Effettuata questa operazione, tent di arrampicarsi fino alla finestra
    per  scoprire  cosa  succedeva,  favorito in quest'impresa dal cattivo
    stato del muro.  Giunto in cima egli vide un cortile in  rovina,  dove
    alla  luce delle torce un gruppo di scellerati circondavano due uomini
    a cavallo,  le mani dei quali erano legate dietro  le  spalle,  e  che
    imploravano piet.
    Uno  dei  banditi,   dichiarando  che  quella  era  stata  una  serata
    fruttuosa,   separatosi  dai  suoi  compagni  aggiunse  che  andava  a
    raggiungere Paolo e la fanciulla.
    E'  facile  immaginare  l'effetto  che  queste parole produssero sugli
    imprigionati dentro quell'antro,  sepolti senza luce in quel soggiorno
    di morte, non avendo alcun mezzo per scamparla ed aspettandosi ad ogni
    momento  di  dividere  la sorte degli infelici,  i cui resti giacevano
    intorno a  loro.  Giulia,  fuori  di  s  per  il  terrore  e  per  la
    disperazione,  si  lasci cadere a terra,  ed Ippolito,  disceso dalla
    finestra,  insensibile al proprio pericolo,  era preoccupato solo  per
    lei.  Fuori regnava una grande confusione. L'uomo era tornato per dare
    l'allarme ai suoi compagni. Si seppe cos che la donna era fuggita,  e
    Paolo  era  stato  ucciso.  I briganti abbandonarono immediatamente le
    loro prede per correre dietro alla fuggitiva ed all'uccisore del  loro
    compagno. Tutta la casa risuonava delle loro urla.
    La  confusione andava crescendo ed i nostri sventurati erano nella pi
    crudele incertezza,  quando sentirono che il rumore si allargava  alla
    zona del loro sotterraneo,  che cominci a rimbombare al suono di voci
    e di passi accelerati.  Ippolito,  con la spada alla mano,  si  piazz
    accanto  alla  porta,  che  fu  abbattuta  con un gran colpo lasciando
    entrare un gruppo di uomini.
    Ippolito,  dalla sua posizione,  url che avrebbe ucciso  chiunque  si
    fosse  avvicinato.  A  questa minaccia,  gli uomini si fermarono e gli
    ordinarono, in nome del re, di arrendersi. Ed allora gli fu chiaro ci
    che la paura non gli aveva permesso di capire prima,  e  cio  che  la
    gente che entrava non erano i briganti,  ma guardie del re.  Il figlio
    di un gentiluomo siciliano,  caduto nelle mani di  questi  miserabili,
    avuta   la  fortuna  di  sfuggire  loro,   aveva  denunciato  il  loro
    nascondiglio.  Gli ufficiali,  accompagnati  da  molti  uomini,  erano
    venuti a perquisire il fabbricato in tutte le sue parti.
    Ippolito   domand   notizie  di  Ferdinando  e  tutti  lasciarono  il
    sotterraneo per cercarlo,  e giunti  nel  cortile  superiore,  dove  i
    gendarmi  avevano  imprigionato i banditi,  il conte li accus di aver
    sequestrato il suo amico, di cui forn una descrizione,  chiedendo che
    fosse subito rilasciato.
    Ma gli scellerati negarono recisamente di avere compiuto tale misfatto
    e insistettero nel dichiarare che non conoscevano la persona di cui si
    parlava,  circostanza  che  conferm ad Ippolito la sua prima opinione
    che il cavaliere che aveva visto in fin di vita  fosse  lo  sventurato
    Ferdinando.  Quest'idea  lo  rese  furioso,  comand agli ufficiali di
    continuare le ricerche,  e lasciati  i  colpevoli  in  custodia  delle
    guardie,  prosegu per il luogo dove era stato testimone dell'orribile
    scena. Esso era deserto; ma si vedevano ancora sul pavimento tracce di
    sangue. Giulia, pur ignorando i sospetti di Ippolito,  svenne a quella
    vista.
    Essi  vagarono  per le rovine senza scoprire nulla che potesse fornire
    loro qualche indizio,  finch,  raggiunto il  corridoio  che  Ippolito
    aveva percorso, videro in un angolo una botola che stentarono molto ad
    aprire. Quando vi riuscirono trovarono una piccola scala che conduceva
    in una galleria sottostante.  Vi erano appena scesi,  quando sentirono
    all'esterno un rumore di uomini e di cavalli.
    Gli ufficiali,  temendo che i banditi avessero  avuto  la  meglio  sui
    soldati,  si affrettarono a risalire.  Giunti in cima il fragore delle
    armi ed un rumore confuso di voci colpirono le loro  orecchie.  Videro
    quindi  che  era  arrivata  una  truppa  di  briganti che cercavano di
    liberare i loro compagni dalle mani dei gendarmi.
    Alcuni ufficiali volarono subito in soccorso dei compagni.  Gli  altri
    presi dal panico ripresero la strada della piccola scala, e richiusero
    dietro di s la botola, che nel cadere fece uno spaventevole fracasso.
    Riferirono   ad   Ippolito  ci  che  succedeva  all'esterno  ed  egli
    trascinandosi dietro Giulia, cominci a cercare una via di uscita o un
    nascondiglio, ma invano.  Sentirono riaprirsi la botola e distinsero i
    passi  di persone che scendevano.  La disperazione diede nuova forza a
    Giulia,  ed  acceler  i  suoi  passi:  ma  giunti  all'estremit  del
    sotterraneo,  si trovarono bloccati da una porta.  Il suono delle voci
    si faceva sempre pi vicino.
    La porta era chiusa da un enorme  chiavistello,  ed  Ippolito  cercava
    invano di aprirlo.  Finalmente, dopo molte difficolt, il chiavistello
    cedette,  la porta si apr,  ed i nostri due fuggitivi si trovarono in
    una  caverna  da  cui  raggiunsero il bosco.  Soltanto alla fine della
    foresta essi  si  decisero  a  fermarsi  per  vedere  se  qualcuno  li
    inseguiva, ma grazie al cielo nessuno era in vista.


    CAPITOLO 16.

    Appena  Giulia si fu un po' riposata,  i nostri due sventurati presero
    la prima strada che incontrarono,  ed in poco tempo arrivarono  ad  un
    villaggio  in  cui trovarono i soccorsi ed i rinfreschi di cui avevano
    bisogno.
    Giulia intanto era molto preoccupata  sulla  sorte  di  Ferdinando,  e
    cadde  nel  pi profondo mutismo: la presenza stessa di Ippolito,  che
    poco tempo prima  l'avrebbe  resa  felicissima,  non  produceva  alcun
    effetto  su  di  lei.  Ella pensava soltanto alla tenera amicizia,  al
    generoso affetto di suo fratello per lei.  Questi ricordi non facevano
    che aggravare il suo dolore.  E' vero che i briganti avevano insistito
    sul fatto di non avere visto  Ferdinando  e  questa  circostanza,  che
    aumentava i timori di Ippolito, era un raggio di speranza per Giulia.
    Ma  un  fattore  di  pi  immediata  necessit  obblig la fanciulla a
    distrarre la sua attenzione da  questa  dolorosa  faccenda.  Bisognava
    infatti decidere una linea d'azione, visto che Giulia si trovava in un
    luogo ignoto,  n sapeva dove cercare asilo.  Il conte, temendo per la
    sua incolumit,  decise di rompere il silenzio che fino a quel momento
    si  era  imposto  per  delicatezza  e  le  propose  un  matrimonio che
    finalmente avrebbe impedito una nuova separazione.  Egli  osserv  che
    sarebbe  stato  facile  trovare  qualche  prete  nelle vicinanze,  che
    avrebbe dato la sanzione  ecclesiastica  ai  nodi  che  l'amore  aveva
    formato  da  cos  gran  tempo,  cosicch  qualsiasi  cosa avesse loro
    riservato il destino, nessun essere umano avrebbe potuto scioglierli.
    Malgrado questa proposta fosse per Giulia un mezzo sicuro per sfuggire
    una oscura sorte,  ella non  pot  acconsentire.  Amava  Ippolito  con
    l'affetto  pi  tenero e generoso;  il merito di suo liberatore che si
    era conquistato gli dava nuovi diritti su di lei;  ma il  pensiero  di
    non essere all'altezza del fratello, e di ci che aveva fatto per lei,
    mescolando la felicit all'incertezza sulla sua sorte, le fece opporre
    un dolce rifiuto.  Questo accrebbe ancora di pi se possibile la stima
    e l'ammirazione di Ippolito,  anche quando ella manifest il desiderio
    di  ritirarsi  in  un  monastero  ed  aspettare  l gli sviluppi della
    situazione.
    Pur facendo violenza su se stesso Ippolito non insistette ancora nella
    proposta da cui dipendeva la sua felicit e forse la sua esistenza. Si
    inform nel villaggio se da quelle parti vi era un convento e  gli  fu
    detto che ve ne era uno alla distanza di dodici leghe,  presso Palini.
    Egli si procur dei cavalli,  e prese con Giulia la strada  del  luogo
    che gli era stato indicato.
    Giulia  era  molto silenziosa ed anche Ippolito non aveva molta voglia
    di parlare.  Furono costretti ad attraversare per tutto il giorno gole
    strette formate da montagne altissime. Ippolito osservava attentamente
    la  strada;  per  evitare  d'entrare nelle locande avevano fatto delle
    provviste.   Si  fermarono  per  pranzare  sotto  un  albero   e   poi
    continuarono il viaggio.  Dopo un'ora di cammino,  Ippolito cominci a
    temere di avere sbagliato strada  ma  prosegu,  non  avendo  modo  di
    accertarsene.  Salirono  su una collina,  e poi discesero in una valle
    ubertosa in cui risuonavano le zampogne ed i rustici canti dei pastori
    che custodivano i loro greggi.  Il sole al tramonto addolciva i colori
    del  paesaggio.  Un  cuore  meno  provato  di quello di Giulia avrebbe
    senz'altro goduto dell'effetto benefico che produce  l'aspetto  sereno
    della natura.
    Intanto la notte si avvicinava, ed i nostri viaggiatori, incerti sulla
    loro  direzione,  e  presumendo comunque di essere lontani dalla meta,
    decisero di raggiungere un villaggio all'altra estremit  della  valle
    dove si trovavano. Avevano fatto appena mezzo miglio, quando sentirono
    delle voci dietro di loro, e voltandosi scoprirono di essere inseguiti
    da uomini a cavallo.  Man mano che si avvicinavano, e che le loro voci
    si facevano pi distinte, i nostri sventurati capirono che si trattava
    di  uomini  incaricati  d'inseguirli.  Il  nome  di  Giulia  che  essi
    pronunciarono,  fug  ogni  dubbio  sul fatto che fossero emissari del
    marchese di Mazzini.  Spronati i cavalli i  due  correvano  a  briglia
    sciolta   e   proprio  quando  gli  inseguitori  erano  sul  punto  di
    raggiungerli,  Giulia vista una caverna,  scese da cavallo e  corse  a
    nascondervisi.  Ippolito,  impugnata la spada,  prese posizione al suo
    ingresso per proteggere la fanciulla.
    Pochi istanti dopo Giulia ud rumore di armi ed ella  temette  per  la
    vita  di  Ippolito.  Stava  gi  per consegnarsi ai suoi inseguitori e
    risparmiare la vita del suo amato quando ud la voce del duca di Luoro
    che  la  fece  involontariamente  indietreggiare.   Ella  cominci  ad
    avanzare  sempre  pi  nella  caverna  fin nei pi bui recessi.  Ad un
    tratto  sent  delle  voci  che  provenivano  dall'esterno  e  che  si
    avvicinavano,  ed  ella  pens  che  Ippolito  era stato battuto e che
    venivano a cercarla. Presa dal panico, cerc riparo da qualche parte e
    alla luce di una torcia degli inseguitori vide un recesso nella roccia
    e vi si introdusse in ginocchio. Da l vide una porta,  che cedette al
    primo  tentativo  di  aprirla.  Essa  dava  in un'altra ampia caverna,
    illuminata da un debole raggio di luna che  filtrava  da  una  fessura
    della roccia.
    Giulia  chiuse la porta e si ferm ad ascoltare.  Le voci erano sempre
    pi forti e finalmente si avvicinarono tanto che ella  pot  ascoltare
    ci  che  dicevano.  Ella intese distintamente queste parole del duca:
    E' senz'altro in questa caverna,  ed io non me ne  andr  finch  non
    l'avr scovata! Voi andate a sinistra, mentre io controllo qui.
    Questo  bast perch Giulia si decidesse a fuggire attraverso l'enorme
    e oscuro spazio che le stava davanti.  Dopo aver corso a  lungo  senza
    trovare  l'estremit  della  caverna,  si  ferm per riprendere fiato.
    Tutto era  tranquillo  e  l'oscurit  del  luogo  le  suggeriva  delle
    spaventose  fantasie.  Non  potendo capire quale fosse l'estensione di
    quell'enorme  antro  ella  pens  che  poteva   essere   un   perfetto
    nascondiglio  per  i briganti,  e questo pensiero la terrorizz.  Dopo
    aver atteso a lungo senza udire  il  minimo  rumore,  ella  decise  di
    ritornare alla porta da cui era entrata; ma per quanti sforzi facesse,
    non  le  riusc  di trovarla.  Questa infruttuosa ricerca le caus una
    viva inquietudine.  Decise di rassegnarsi al suo destino  e  cerc  di
    calmare   un   poco  la  sua  agitazione.   Il  ricordo  di  come  era
    miracolosamente scampata ai precedenti pericoli le ispirava una grande
    fiducia nella provvidenza,  ma non poteva pi  sperare  nell'aiuto  di
    Ippolito  n  di  Ferdinando.  Forse  li  aveva  perduti  per  sempre!
    L'incertezza della loro sorte fin di prostrarla.
    Sul fare del giorno,  sfinita,  si addorment.  Quando si svegli,  il
    sole  entrava  obliquamente da una fessura della roccia.  Dapprima non
    cap dove si trovava poi,  ricordandosi di tutte le sue  disavventure,
    si  alz  per  cercare  ancora  una via d'uscita,  e con l'aiuto della
    debole luce trov una porta serrata. Dopo lunga fatica e penosi sforzi
    riusc ad aprirla ed entr in un corridoio buio. Cammin per un poco a
    tentoni,  e fu di nuovo fermata da un'altra  porta  che,  cedendo,  la
    condusse  in  una  piccolissima  stanza  illuminata  da  una  finestra
    praticata sul soffitto. Al centro,  su una poltrona,  sedeva una donna
    pallida,  dal  volto  stanco  e con gli occhi semichiusi.  Appena vide
    Giulia,  la sorpresa e lo spavento si dipinsero  sul  suo  volto,  che
    sebbene  disfatto dal dolore,  conservava ancora tracce di una passata
    bellezza.  L'aria di dignit e  di  dolcezza  che  le  sofferenze  non
    avevano  offuscato,  suscit  in  Giulia un involontario sentimento di
    rispetto.   La  sconosciuta  stava  per   parlare   quando,   fissando
    attentamente  Giulia,  con  aria  sconvolta  esclam:  Mia figlia! e
    svenne.
    Lo stupore che la  fanciulla  prov  le  permise  appena  di  prestare
    soccorso alla dama distesa immobile al suolo. Una folla di pensieri si
    affacciava  confusamente  alla sua mente lasciandola nella pi crudele
    perplessit;  ma osservando i lineamenti della dama che  cominciava  a
    riprendersi,  credette  di  riconoscere in lei qualche somiglianza con
    Emilia!
    La dama apr gli occhi gettando un profondo sospiro,  e li  rivolse  a
    Giulia  che,  china  su  di  lei,  rimaneva  in silenzio.  Dopo averla
    guardata ancora per un  poco,  con  una  tenerezza  inesprimibile,  la
    sventurata  cominci  a piangere,  e strinse al suo cuore Giulia senza
    proferire una sola parola.  I singhiozzi quasi la soffocavano.  Quando
    riusc a parlare, ella disse:
    Cielo!  Ti ringrazio! Tu hai esaudito la mia preghiera, tu mi concedi
    prima di morire la consolazione di abbracciare  uno  dei  miei  figli.
    Come  sei  arrivata  qui?  La  crudelt del marchese si sarebbe dunque
    mitigata?  Devo forse a lui la gioia di rivedervi,  oppure    la  sua
    morte che ha posto fine alla mia deplorabile prigionia?.
    Queste   successive   domande  accrebbero  l'ansiet  di  Giulia.   La
    sconosciuta soggiunse:
    Il marchese di Mazzini vive ancora?.
    Queste parole dettero a Giulia una prova pi che certa. Appena la dama
    le ebbe pronunziate ella  le  si  gett  ai  piedi,  le  abbracci  le
    ginocchia, e nel rapimento della sua gioia non pot rispondere che con
    i singhiozzi.
    La  marchesa  domand  notizie  degli altri figli.  Emilia sta bene,
    rispose Giulia; ma il mio povero fratello!....
    Ebbene!,  riprese la marchesa con vivacit.  Ebbe allora  luogo  una
    spiegazione,   e   quando  la  marchesa  ebbe  saputo  le  notizie  su
    Ferdinando, alz gli occhi al cielo e cerc di rassegnarsi al fato; ma
    era facile capire che l'amore  materno  superava  di  gran  lunga  gli
    sforzi del coraggio e della virt.
    Quale non fu poi lo stupore di Giulia, quando cap, dai discorsi della
    sua  infelice madre,  che si trovavano in uno dei sotterranei dell'ala
    meridionale del castello di Mazzini!  La marchesa stava per entrare in
    particolari pi precisi,  quando sentirono aprire la porta e dei passi
    sopra di loro.
    Scappa,  disse la marchesa,  e nasconditi perch sta  arrivando  il
    marchese.
    A   queste  parole  Giulia  scapp.   Presa  dal  panico,   ripercorse
    velocemente la strada da cui era venuta, e aveva appena fatto in tempo
    a chiudere la porta dietro di s,  che il marchese entr nella stanza.
    Il  suo sangue si gel per lo spavento,  e la paura di essere scoperta
    era tale,  che si aspettava da un momento all'altro di vedersi  aprire
    la porta che la nascondeva agli sguardi del padre.
    Alla  fine  il  marchese,  che  era venuto a portare del cibo alla sua
    vittima,  si  ritir,  richiuse  la  porta,  e  Giulia  rientr  nella
    prigione.  Sua madre la abbracci una seconda volta,  e pianse con lei
    sulla sua sorte.  Quindi il racconto  delle  sofferenze  della  povera
    infelice svel il mistero dell'ala meridionale del castello.
    ..E'  ben  triste  cominci  la  marchesa  che  mia  figlia venga a
    conoscere proprio da me le nefandezze di suo padre! Ma narrarti le mie
    disgrazie equivale a svelare la sua orribile condotta.  Sono quasi  15
    anni  per quello che io posso giudicare,  che vivo sepolta viva,  ma i
    miei dispiaceri  sono  cominciati  assai  prima!  Basti  dire  che  io
    conoscevo  la  passione  da  cui  tutto  ci  derivato molto prima di
    provarne i suoi crudeli effetti sulla mia pelle.
    Erano sette anni che io ero sposata, quando le attrattive di Maria di
    Vellorno,  giovane di una singolare bellezza,  ispirarono al  marchese
    una  delle sue pi violente passioni.  Quantunque lacerata in segreto,
    io osservavo senza lagnarmi la  crudele  indifferenza  del  mio  sposo
    verso  di  me  ed  i  progressi  del  suo  amore  sempre crescente per
    un'altra. Io ripercorsi molto severamente la mia passata condotta,  ed
    ebbi  la  soddisfazione  di  non  scoprirvi neppure un'ombra di colpa.
    Quindi,  decisi di ricondurre a me,  con la mia gentilezza  e  le  mie
    tenere attenzioni,  il mio sposo ormai perduto. Tutte le mie assiduit
    furono male interpretate.  La mia compiacenza fu  trasformata  in  una
    bassa sottomissione, e le mie gentilezze non produssero che disgusto e
    disprezzo.
    Il  dispiacere  che  provai  per  una simile condotta annient le mie
    forze ed influ sulla mia salute.  Io mi trovai ben presto in preda ad
    una malattia che minacciava la mia vita.  Ben lontana dal preoccuparmi
    al cospetto della morte,  la vidi avvicinarsi con una sorta di  sadico
    piacere:  mi  sembr infatti che sarebbe stata per me dispensatrice di
    riposo e tranquillit,  ma prima  di  poter  morire  ero  destinata  a
    sottostare a ben altri supplizi!
    Un  giorno,  durante  un  violento attacco della mia malattia,  persi
    completamente i sensi e rimasi priva di conoscenza per molte  ore.  E'
    impossibile esprimere quale fu la mia reazione,  quando, tornata in me
    stessa, mi trovai in questo carcere oscuro.  Da principio pensai che i
    miei  sensi  mi  stessero  ingannando.  Poi  pensai  di  essere giunta
    nell'aldil,  ma ben presto l'arrivo del  marchese  mi  fece  presente
    quale fosse la mia reale situazione.
    Seppi allora che ero stata trasportata qui dietro un suo ordine e che
    era sua intenzione trattenermici.  Le mie preghiere e le mie suppliche
    furono inutili.  Egli fu cos duro  e  irremovibile,  che  non  spieg
    nemmeno  dove mi trovavo,  n per quale ragione ero stata condannata a
    morire qui.  Passarono molti anni,  durante i quali  continuai  a  non
    sospettare  la  mia  vicinanza  al  castello,  n  il motivo della mia
    prigionia.
    Dal giorno del  mio  imprigionamento  pass  molto  tempo  prima  che
    rivedessi  il  marchese.  Era ammessa alla mia vista una sola persona,
    che era stata per anni al suo servizio, e che la necessit, unita alla
    durezza  del  cuore,   avevano  senza  dubbio  spinto   ad   accettare
    l'incarico. Egli mi portava delle provviste di cibo per una settimana,
    ed io osservai che aveva l'abitudine di venire solo durante la notte.
    Contro  ogni  mia  aspettativa,  e  potrei dire anche contro ogni mio
    desiderio,  la natura oper su di me ci che  non  era  riuscito  alla
    medicina,  e  mi  ristabilii.  Rimasi  in  vita  solo per diventare il
    supplizio o la disperazione del  mio  tiranno.  Seppi  successivamente
    che,  secondo  gli  ordini  del  marchese,  ero  stata trasportata qui
    durante la notte da Vincenzo,  e che,  per dare maggiore credito  alla
    mia morte, avevo avuto dei funerali convenienti alla mia posizione.
    Al  nome  di  Vincenzo,  Giulia  trasal.  Ecco  la  spiegazione delle
    equivoche parole dette  dal  servo  in  punto  di  morte!  Inoltre  il
    racconto  della  marchesa  forniva una spiegazione plausibile anche ai
    misteriosi movimenti che si  erano  svolti  nell'ala  meridionale  del
    castello  e  che  avevano  spaventato  Giulia.  Il totale abbandono di
    quella parte del palazzo,  la luce intravista attraverso la  finestra,
    lo spettro che usciva dalla torre;  i rumori notturni che Giulia aveva
    sentito erano evidentemente collegati alla prigionia della marchesa, e
    l'ultimo di questi incidenti  era  stato  senza  dubbio  provocato  da
    Vincenzo o dal marchese che si recavano da lei.
    La  meraviglia  e  la  compassione  di Giulia crescevano ancora di pi
    quando pensava alle lunghe e terribili sofferenze di sua  madre,  e  a
    tutto  il  tempo  in  cui  ella  aveva vissuto cosi vicino a lei senza
    sospettare  minimamente  la  sua  triste   condizione   n   tantomeno
    l'infelice esistenza che ella conduceva.
    I miei giorni,  continu la marchesa, si trascinavano tutti uguali.
    La mia ragione avrebbe ceduto ai frequenti accessi della  disperazione
    e  alle  spaventose fantasie che la mia mente costruiva,  se non fossi
    stata sostenuta dai princpi  della  religione,  che  mi  erano  stati
    inculcati fin dall'infanzia.
    Eppure   le   mie   sofferenze  a  poco  a  poco  avevano  intenerito
    l'insensibile cuore di Vincenzo.  Egli mi procur  alcuni  momenti  di
    vera  gioia  rispondendo  alle  domande che io gli rivolgevo sulla mia
    famiglia.  Ci nonostante io  non  potevo  aspettarmi  da  lui  nessun
    cambiamento della mia condizione di reclusa perch egli avrebbe pagato
    con la vita ogni trasgressione agli ordini del marchese.
    Cos venni a conoscenza della mia vicinanza al castello.  Seppi anche
    che mio marito aveva sposato  Maria  di  Vellorno  con  cui  viveva  a
    Napoli,  ma  che  le  mie figlie erano rimaste a Mazzini.  Mi commossi
    molto quando  seppi  che  eravate  tanto  vicine  a  me.  Domandai  in
    ginocchio  la possibilit di vederle,  e misi un tale calore in questa
    mia preghiera,  promettendo a Vincenzo di tornare tranquillamente alla
    mia  prigione  dopo  che  avessi  avuto  questa  consolazione,  che la
    prudenza di quell'uomo  cedette  alla  piet,  ed  egli  acconsent  a
    concedermi questa possibilit.
    Egli  venne  il  giorno  seguente a dirmi che le mie figlie avrebbero
    fatto una passeggiata nel bosco,  e che io avrei potuto vederle da una
    finestra  sotto la quale dovevano passare.  Queste parole mi agitarono
    moltissimo. Ebbi appena la forza di sostenermi fino al luogo promesso.
    Il mio carceriere mi condusse,  con gli occhi bendati,  attraverso una
    infinit  di  passaggi,  fino  ad  una  sala  dell'ala meridionale del
    castello. Mi fece quindi salire al piano superiore,  dove rimasi quasi
    accecata dalla forte luce che inondava gli ambienti.  Vincenzo mi fece
    allora sedere presso  una  finestra  che  dava  sul  bosco.  Il  tempo
    dell'attesa fu il pi penoso mai provato prima.
    Infine voi compariste.  Io vi vidi, vedevo le mie figlie e non mi era
    nemmeno possibile stringerle  al  cuore,  parlare  loro!  Tua  sorella
    Emilia  ti  dava  il  braccio.  Avevate  tutte  e due sul volto quella
    gaiezza che caratterizza l'innocenza della giovent!
    Ahim! Ignoravate le sciagure della vostra misera madre! Non sapevate
    che in quel momento ella teneva i suoi occhi pieni di lacrime fissi su
    di voi!  Eravate troppo  lontane  per  sentire  la  mia  voce,  ma  mi
    trattenni  a stento dall'aprire la finestra per cercare di attirare la
    vostra attenzione.  Solo il ricordo dell'impegno solenne che io  avevo
    preso  con  Vincenzo,  ed  il  fatto che la sua vita dipendeva dal mio
    silenzio, ebbero la forza di trattenermi. Lottai per qualche tempo con
    emozioni troppo forti per me, finch non svenni.
    Quando tornai in me chiamai le mie figlie a gran voce.  Mi precipitai
    alla finestra,  ma voi eravate scomparse. Tutti gli sforzi di Vincenzo
    non riuscirono a farmi staccare da quel luogo, dove speravo di vedervi
    ancora.  Ma  voi  non  appariste  pi!  Finalmente  tornai  nella  mia
    prigione,  dove  fui colta da un accesso di disperazione che non posso
    ricordare senza rabbrividire.
    Questo incontro cos ardentemente  richiesto  e  ottenuto  con  tanta
    difficolt,  non  fece  che  peggiorare  la  mia  situazione invece di
    migliorarla. Ne rimasi cos scossa, che persi definitivamente la calma
    e la tranquillit.  Passavo il mio tempo a pensare a  voi,  e  ad  una
    nuova  possibilit  di  incontro.  Ma Vincenzo,  spaventato per la sua
    sorte, non si lasci pi corrompere.
    Nel frattempo avvenne qualcosa che mi fece sperare di  essere  giunta
    alla fine delle mie sofferenze. Era passata pi di una settimana senza
    che  Vincenzo  si  fosse  fatto  vedere.  La mia piccola provvista era
    finita e non mangiavo gi da due giorni, quando la porta gir sui suoi
    cardini, ed un passo sconosciuto si avvicin,  finch non vidi entrare
    il marchese. Presa dal panico chiusi gli occhi per non vederlo, ma fui
    riscossa dalla sua voce.  Aveva un'aria seria ed afflitta e mi accorsi
    che tremava.  Mi disse che Vincenzo era morto,  e che  da  allora  lui
    stesso  lo avrebbe sostituito.  Mi astenni dal protestare,  perch ci
    non sarebbe servito che ad esasperarlo, n feci ricorso alle suppliche
    perch sapevo che erano inutili.  Non gli dissi nemmeno che sapevo del
    suo secondo matrimonio.
    In principio veniva solo di notte,  non regolarmente. Poi, per motivi
    che ignoro, cominci a venire solo di giorno.
    Mi ricordo che una notte,  nel pi cupo silenzio e nelle pi profonde
    tenebre  della  mia  prigione,  in preda alla disperazione proruppi in
    amari singhiozzi. Non dimenticher mai ci che provai, quando udii una
    voce lontana rispondere ai miei gemiti. Intimorita, ma speranzosa,  il
    mio  primo  pensiero  fu  di attirare l'attenzione dello sconosciuto e
    chiedergli aiuto.  Ma presto rinunciai al progetto perch mi torn  in
    mente  la  terribile minaccia che il marchese mi aveva fatto se avessi
    cercato di scoprire dove mi trovavo,  e malgrado la vita per me  fosse
    ormai  un insopportabile peso,  non volli correre il rischio di essere
    strangolata.  Io d'altronde sapevo molto bene che,  anche se  qualcuno
    avesse conosciuto la mia sorte, non avrebbe per potuto fare nulla per
    liberarmi  perch  il  marchese ha diritto di vita o di morte sui suoi
    possedimenti ed io non conoscevo nessuno che potesse prendere  le  mie
    difese.  Cos  continuai a lamentarmi,  senza rispondere alla voce che
    avevo sentito.  Ho pensato a lungo  chi  potesse  essere,  ma  non  ho
    trovato nessuna spiegazione.
    Giulia,  ricordandosi  che Ferdinando era stato rinchiuso in una torre
    del castello,  cap subito che non poteva essere molto  lontano  dalla
    prigione  della  madre,  e  non  dubit che la voce udita da sua madre
    fosse quella di Ferdinando.  Una tale ipotesi era effettivamente vera.
    I  gemiti  della  marchesa  erano  realmente  quelli che avevano tanto
    spaventato Ferdinando nella sala di marmo nero e nella sua prigione.
    Quando Giulia raccont a sua madre ci che pensava,  ella persuasa  di
    avere  realmente  udito  la voce del figlio,  fu talmente commossa che
    rimase per molto tempo senza parole.
    Di l a poco,  continu quando torn in s,  il marchese  mi  port
    delle  provviste  per quindici giorni e mi disse che probabilmente non
    l'avrei pi visto prima di allora.  Il racconto che tu mi hai fatto di
    quello che  avvenuto all'abbazia di Sant'Agostino spiega il motivo di
    questa assenza. Potr io mai ricompensare la mia cara ed incomparabile
    amica,  la signora Menon, di tutto ci che le debbo! Ah! mi sia almeno
    concesso di poterle dimostrare la mia riconoscenza!.
    Giulia ascolt sua madre in silenzio e,  finito il racconto  cerc  di
    dimostrarle tutto l'affetto e la solidariet che poteva per cercare di
    alleviare le sue sofferenze.
    Avete sempre sperato nella Provvidenza,  disse alla marchesa, avete
    sopportato con coraggio  tutte  le  tribolazioni  a  cui  siete  stata
    sottoposta.  Ma  sono certa che proprio la Provvidenza mi ha guidato a
    voi attraverso tante disavventure per liberarvi delle  vostre  catene.
    Affrettiamoci vi prego a lasciare questo orribile luogo... Proveremo a
    fuggire attraverso la caverna da cui sono venuta.
    Quindi  Giulia  tacque,  aspettando impazientemente la risposta di sua
    madre.
    E dove andare! rispose ella con un profondo sospiro.
    Una simile domanda,  dettata dalla disperazione,  commosse Giulia fino
    alle lacrime e la fece zittire per un po' di tempo. Ma poi ella disse:
    Il  marchese  non sapr dove cercarvi,  e fuori dai suoi possedimenti
    non oser reclamarvi: per ora  un  monastero  pu  offrirvi  un  asilo
    sicuro;  e qualunque cosa accada dopo, non vi toccher certo una sorte
    pi triste di quella che avete gi sperimentato.
    La marchesa sent tutta la verit di queste considerazioni.  Ma le sue
    forze  indebolite  dalle continue sofferenze e dalla lunga detenzione,
    le avrebbero permesso di seguire l'affettuoso consiglio di sua figlia?
    Ella esitava; una sorta di scoraggiamento,  misto alla tenerezza erano
    dipinti  nei  suoi  occhi  e  testimoniavano ci che provava.  Giulia,
    persuasa che la caverna da dove era arrivata attraversasse  la  catena
    dei monti,  di fronte al castello di Mazzini, era certa che nessuno le
    avrebbe  viste  dal  castello.   Spieg  a  sua  madre  tutte   queste
    circostanze,  e  cerc in tutti i modi di convincerla,  tanto che alla
    fine la marchesa dovette cedere, e si affid interamente a sua figlia.
    Ah!  lasciate che io vi riporti alla luce del giorno;  disse  Giulia
    con  trasporto.  Cosa  posso  chiedere  di pi oltre al privilegio di
    poter liberare colei che mi ha dato la vita!.
    Entrambe caddero in ginocchio.  La marchesa innalz la sua preghiera a
    Dio  con  quella  confidenza  che l'aveva aiutata nelle sue disgrazie.
    Implor la sua onnipotente protezione e lo preg di favorire  la  loro
    impresa.  Quindi alzatesi,  cominciarono a preparare un piano di fuga.
    Giulia si ricord di  essere  sprovvista  di  danaro.  I  briganti  le
    avevano tolto tutto quello che possedeva.  Questo pensiero,  che tutto
    ad un tratto le si present alla mente,  le caus non poca agitazione.
    Non aveva mai apprezzato il valore dell'oro e dell'argento,  quanto in
    questa  occasione.   Si  guard  bene  per  dal  parlare  di   questo
    particolare con la marchesa, e decise di nasconderglielo.
    Dopo essersi rifornite delle provviste portate dal marchese;  uscirono
    dalla prigione ed entrarono nell'oscuro corridoio, dove procedettero a
    tentoni.  Giulia si trov presto davanti la porta  della  caverna;  ma
    come descrivere la sua disperazione quando provatala, la trov chiusa!
    ogni  sforzo per aprirla fu vano.  La porta che aveva tirato dietro di
    s nell'entrare,  aveva una chiusura a molla: e dalla  loro  parte  si
    poteva  aprire  solo  con  la  chiave.  La marchesa non sembr affatto
    afflitta da questo ostacolo.  Lo apprese con  molta  rassegnazione,  e
    ritorn  nella  sua prigione senza scomporsi.  Qui Giulia si abbandon
    senza limiti agli eccessi della sua disperazione.  La marchesa  ne  fu
    toccata.
    Io non piango,  ella disse.  Ho gi sprecato troppe lacrime. Questo
    contrattempo  probabilmente meno grave di quanto  non  sembri  perch
    non ero affatto certa di trovare un rifugio alle mie disgrazie.
    Giulia baci la mano della madre,  stringendola fra le sue,  e solo in
    quel momento si rese conto della sua situazione. La crudele incertezza
    sulla sorte di Ferdinando e di Ippolito aggiungeva altri pensieri alla
    sua disperazione.
    Se tu preferisci, le disse la marchesa,  la prigionia con tua madre
    al  matrimonio  con il duca,  puoi nasconderti nell'andito che abbiamo
    appena lasciato, e dividere con me il cibo che mi sar portato.
    Ah!  non mi parlate di nozze,  rispose Giulia,  perch non  c'  al
    mondo  niente che io odi di pi.  Ma quando rifletto che rimanendo qui
    sar condannata a soffrire ci che mia madre ha sofferto  gi  cos  a
    lungo,  e che questa prigionia mi permetter di alleviare con tutto il
    mio affetto la tristezza della sua situazione,  anche se trovassi meno
    ripugnante  il  matrimonio con il duca di Luoro,  non esiterei un solo
    istante a preferire la vostra compagnia.
    Mia cara figliola,  disse la marchesa abbracciandola,  questa prova
    d'affetto mi fa quasi dimenticare tutte le mie disgrazie!  Perch sono
    io stata privata per tanto tempo della mia adorata figlia!.
    Giulia si rassegn quindi alla nuova  prigione  con  coraggio.  Ma  il
    pensiero  di  Ferdinando  e  di  Ippolito  ritornava  continuamente ad
    affliggere il suo spirito.  Ogni volta  che  le  due  donne  sentivano
    avvicinarsi  il  marchese,  Giulia  correva  a nascondersi nell'andito
    della caverna, ed in questo modo sfuggiva alla sua vista.


    CAPITOLO 17.

    Nel frattempo il marchese,  le cui infaticabili ricerche  per  trovare
    Giulia  non  erano state coronate dal successo,  era sempre in preda a
    furiose  passioni,   e  soccombeva  sotto  il  peso  delle   disgrazie
    familiari.
    La  marchesa,  che  ora  per  giustizia  dobbiamo  chiamare  Maria  di
    Vellorno,  irritava con le sue basse insinuazioni il marito  e  godeva
    del  potere  che  aveva  su  di  lui.  Ella  esacerbava senza sosta il
    risentimento del marchese contro Giulia e contro madama Menon.  Non si
    stancava  di ripetergli che,  grazie alla ostinata disobbedienza della
    prima e alle perfide  macchinazioni  dell'altra,  un  sacerdote  aveva
    avuto l'ardire di disprezzare la sua autorit paterna, di insultare il
    sacro  onore  del  suo  lignaggio  e  di rovinare i progetti della sua
    ambizione.  Ella non dubitava  che  l'abate  fosse  a  conoscenza  del
    rifugio  di Giulia.  Era una debolezza da parte del marchese lasciarsi
    imporre l'autorit da un monaco,  e non rivolgersi al sommo pontefice,
    la   cui   autorit  avrebbe  costretto  l'abate  di  Sant'Agostino  a
    consegnare Giulia a suo padre.
    Il marchese si sentiva colpito da questo rimprovero: ne sentiva  tutta
    la  forza,  ma  non  sapeva  come  evitarlo.  I  suoi  delitti  gliene
    toglievano la possibilit,  e similmente  diventavano  questi  il  suo
    castigo.  Le  minacce  della marchesa ponevano un freno a tutti i suoi
    progetti di vendetta e lo costringevano a soffrire gli insulti  e  gli
    affronti  dell'abate;  ma i rimproveri di Maria eccitarono talmente la
    sua ira,  che egli decise  di  vincere  ad  ogni  costo  quel  monaco.
    Ripensando a tutti i mezzi che poteva utilizzare, ne trov adatto solo
    uno, cio la morte dell'infelice marchesa.
    Un delitto  spesso causa di molti altri, e quando ci si trova avvolti
    in questa spirale  difficile,  anzi impossibile,  poterne uscire. Per
    evitare lo scandalo che gli sarebbe costato  la  rivelazione  del  suo
    primo  delitto,  non  gli  restava altra soluzione che commetterne uno
    nuovo.  Bisognava uccidere la marchesa per nasconderne  la  prigionia.
    Allora,  tolta  di mezzo la marchesa,  tutte le accuse del padre abate
    non sarebbero state  suffragate  da  prove,  ed  egli  avrebbe  potuto
    parlare al papa senza problemi per farsi restituire la figlia.
    Pi pensava a questo progetto e meno scrupoli si faceva di metterlo in
    atto;  andava  a  poco  a  poco familiarizzandosi con l'idea di questo
    nuovo delitto. La furia delle sue passioni, che non aveva mai imparato
    a tacitare insieme a ci che la sua ambizione chiamava necessit,  gli
    imponevano  questa  atroce  barbarie,  e  lo  spingevano  a  diventare
    l'assassino della sua consorte.  Non vi era niente di pi facile,  per
    quanto riguardava l'esecuzione di questo abominevole misfatto. I mezzi
    erano vari e semplici,  ma malgrado ci,  non osando sporcarsi le mani
    con il sangue della sua sposa,  n di essere testimone dei suoi ultimi
    istanti,  il marchese decise di somministrarle del veleno nei cibi che
    le portava.
    Mentre  faceva  questi  preparativi  di  morte  fu  raggiunto  da  una
    disgraziata  notizia  che  certo  non  si aspettava.  Fu informato dal
    fedele Battista della infedelt di Maria  Vellorno.  Sulle  prime  non
    volle  credere  alle  sue  asserzioni,  anzi  scacci Battista dal suo
    servizio.  Ma dopo avere riflettuto richiam il domestico,  delle  cui
    parole   non  aveva  motivo  di  sospettare,   e  lo  interrog  sulle
    circostanze della disgrazia di cui era stato testimone. Egli gli disse
    che vi era un'intima e strettissima amicizia fra Maria e il  cavaliere
    Vincini,  e che generalmente si incontravano verso sera nel padiglione
    sulle  rive  del  mare,  ed  aggiunse,   che  se  il  marchese  voleva
    convincersi con i propri occhi della verit del fatto,  poteva recarsi
    al padiglione all'ora indicata.
    Questa notizia produsse nel marchese una  recrudescenza  di  rabbia  e
    gelosia  come non ne aveva mai provato prima.  Sospettare di una donna
    su cui fondava la speranza della sua  felicit,  per  la  quale  aveva
    commesso  un delitto,  le cui conseguenze erano state cos funeste,  e
    che stava per costringerlo ad un nuovo delitto;  scoprire  che  questa
    donna ingrata era insensibile al suo amore e tradiva il suo onore, era
    la  peggior  disgrazia che gli potesse capitare.  Egli era in preda ad
    opposte passioni, che alternativamente lo governavano. Appena prendeva
    una decisione, subito l'abbandonava per adottarne un'altra. Un momento
    voleva uccidere la sua infedele consorte, ma quello successivo l'amore
    invincibile che provava per lei soffocava tutti gli altri pensieri. La
    vendetta e l'onore esigevano che si vendicasse di chi l'aveva tradito,
    ma il pensiero della bellezza incantatrice, dei suoi languidi sorrisi,
    delle sue tenere  carezze,  lo  disarmavano  e  avrebbe  quasi  voluto
    spargere   lacrime  di  pentimento,   dichiarando  malgrado  tutte  le
    apparenze, che Maria gli era fedele.
    Un attimo dopo  i  suoi  dubbi  e  sospetti  tornavano  nuovamente  ad
    affacciarsi  nella  sua mente.  Ne veniva trasportato,  e ricadeva nel
    vaneggiamento e nella disperazione.  Per dissipare interamente i  suoi
    dubbi,  decise di recarsi al padiglione.  Era per ancora indeciso sul
    partito da prendere,  se i suoi timori  si  fossero  rivelati  esatti.
    Intanto stabil di osservare con attenzione il comportamento di Maria.
    Si  rec  a tavola all'ora di pranzo,  ma non scopr nulla che potesse
    giustificare i suoi timori.  La  moglie  aveva  per  lui  le  medesime
    attenzioni,   lo  stesso  sorriso.  Tante  gentilezze  e  leziosaggini
    produssero  nel  suo  cuore  l'effetto  voluto.   Pensando  di   avere
    ingiustamente  giudicato  la  moglie  con i suoi gelosi sospetti,  era
    quasi tentato di gettarsi  ai  suoi  piedi  e  chiederle  perdono.  Ma
    l'arrivo   del   cavaliere   Vincini   cambi  ad  un  tratto  il  suo
    atteggiamento,  ed egli si mise ad aspettare con grande impazienza  la
    fatale  ora  in cui gli era stato detto che avrebbe potuto scoprire il
    tradimento.
    Finalmente giunse la notte.  Egli si rec al padiglione e  si  nascose
    fra gli alberi che lo circondavano. Erano appena passati pochi minuti,
    che  ud  due  persone  che parlavano sottovoce venire dalla parte del
    viale.  Una terribile agitazione lo colse,  ma rimase immobile con  le
    orecchie tese,  mentre i due entravano nel padiglione. Allora usc dal
    suo nascondiglio e da una fessura da cui  poteva  vedere  all'interno,
    scorse le figure di Maria e del cavaliere Vincini. La rabbia lo assal
    e  sguainata  la  spada  si slanci all'interno del padiglione.  Ma il
    rumore dei suoi passi avvert il cavaliere dell'arrivo del marchese, e
    questi si diede velocemente alla fuga.  Dopo averlo inseguito  per  un
    po', senza raggiungerlo il marchese fece ritorno al padiglione, deciso
    ad uccidere la moglie;  ma la trov distesa a terra immobile. A questo
    punto la sua vendetta si tramut in piet, e man mano che la osservava
    in quello stato,  la sua collera si raffreddava ed egli  rinfoder  la
    spada.
    Maria  torn  in  s,  ma appena visto il marchese,  gett un grido di
    spavento e ricadde priva di sensi.  Il marchese corse a cercare  aiuto
    al  castello,  e  per  tacere  l'incidente finse che la marchesa fosse
    stata all'improvviso colta da un malore,  e ordin ai suoi  uomini  di
    trasportarla  nel  suo appartamento,  cosa che fu subito eseguita.  Il
    marchese non poteva pi dubitare della infedelt della moglie,  ma  la
    sua passione per lei era pi forte della sua rabbia. Gli dispiaceva di
    essere  uscito  da quello stato di incertezza,  ed il suo desiderio di
    essere amato da Maria sembrava crescere in lui proprio quando i  fatti
    avrebbero dovuto convincerlo di non essere corrisposto. Per uno strano
    caso  del destino,  proprio quella scoperta,  che doveva accrescere la
    sua collera,  serv ad accendere ancor di pi la  sua  passione  ed  a
    convincerlo di non poter vivere senza la sua sposa.
    Decise  quindi  di  punirla,  di  farle in qualche modo espiare la sua
    infedelt, e fare in modo che ancora lo amasse. Quindi si rec nel suo
    appartamento e la rimprover amaramente della sua infedelt.
    Maria di Vellorno,  che per il  fatto  di  essere  stata  sorpresa  in
    flagrante   sentiva  bruciare  dentro  di  s  la  rabbia,   stimolata
    dall'orgoglio,  senza mostrare nessun  sentimento  di  vergogna  o  di
    pentimento,  innervosita  dai  rimproveri  del  marchese,  rispose con
    violenza. Per provare la sua innocenza invent sull'istante una storia
    a cui avrebbe potuto credere chiunque non avesse visto con  in  propri
    occhi  ci  che  aveva visto il marchese.  Assunse un tono insolente e
    quando si accorse che il marchese stava per cadere in  trappola,  fece
    ricorso anche alle lacrime e ai lamenti. Questo accorgimento per ebbe
    come  unico  risultato  quello  di  fare  infuriare  ancora  di pi il
    marchese, che usc dal suo appartamento in preda alla rabbia.
    Egli decise di trovare un capro  espiatorio  per  la  sua  vendetta  e
    ordin  a  Battista  di  trovare a tutti i costi il cavaliere Vincini,
    sperando di potersi  vendicare  con  lui  dell'affronto  ricevuto.  La
    vergogna non gli permise di servirsi di altre persone.
    Questo  incidente  sospese  per  qualche  tempo l'esecuzione del piano
    fatale,  che il marchese aveva studiato per  eliminare  la  sua  prima
    moglie.  Ma  si  trattava  solo  di una temporanea sospensione.  Vista
    distrutta la sua felicit domestica,  egli cerc consolazione nel  suo
    orgoglio e concentr tutte le sue energie alla propria ambizione.
    In un momento di sincerit si rese conto che non aveva ricavato alcuna
    soddisfazione  dai piaceri a cui si era dedicato fino a quel momento e
    a cui aveva sacrificato tutto. Decise dunque di abbandonare la ricerca
    di quei piaceri e di dedicarsi interamente all'ambizione, con la quale
    sperava di poter dimenticare le sue disavventure. Il suo interesse per
    la riuscita del matrimonio di Giulia con il duca di Luoro,  attraverso
    il  quale  sperava  di  potersi  interessare  degli  affari  di stato,
    cresceva sempre pi.  Doveva riavere  sua  figlia  ad  ogni  costo,  e
    ricorrere  subito all'autorit della Santa Sede.  Ma per non rischiare
    di essere compromesso  doveva  liberarsi  della  marchesa,  e  ci  lo
    riport all'esecuzione del suo piano favorito.
    Avvelen il cibo che doveva portarle,  e giunta la notte si rec nella
    prigione  della  sua  vittima.  Gli  tremava  la  mano  nell'aprire  e
    richiudere  la porta,  mentre porgeva le provviste alla marchesa,  che
    dolcemente lo ringrazi.  Sapendo di vederla per l'ultima volta,  egli
    le lanci una strana occhiata. I rimorsi che da tempo agitavano la sua
    anima si dipinsero sul suo viso,  che impallid. La marchesa, sorpresa
    nel vederlo in questo stato,  cadde ai suoi piedi implorandogli la sua
    piet,  ma  egli  si  ricompose,  ordin  alla  marchesa  di alzarsi e
    abbandon immediatamente la prigione.
    Ma non era cos malvagio da soffocare i rimorsi che assalivano la  sua
    coscienza.   Attraversando  i  bui  sotterranei  che  guidavano  dalla
    prigione  al  castello,   gli  sembr  di  udire  delle  voci  che  lo
    accusavano.  Si  ferm  pi volte,  quasi temendo di essere inseguito.
    Giunto nella sua camera e chiusa la  porta,  perquis  con  attenzione
    tutti  gli  angoli.  La  sua  immaginazione  gli faceva vedere ovunque
    fantasmi,  la cui terribile forma  e  il  cui  aspetto  minaccioso  lo
    gelavano  dallo spavento.  Fu questa la prima volta nella sua vita che
    prov paura a rimanere solo,  ma non os chiamare Battista  perch  la
    vergogna   glielo  imped.   Il  silenzio  e  l'oscurit  della  notte
    aumentavano la sua ansia e raddoppiavano i  suoi  rimorsi  ed  il  suo
    spavento.  Gi si pentiva di ci che aveva fatto, ma ormai credeva che
    il delitto fosse compiuto e sapeva di non potere tornare indietro.
    In questa terribile agitazione,  si gett  sul  letto  in  preda  alle
    vertigini,  ma ancora esitava a chiedere aiuto. Finalmente si alz per
    chiamare qualcuno ma si accorse di non reggersi in piedi.  Raggiunto a
    fatica il campanello, ritorn trascinandosi al suo letto, su cui cadde
    privo di sensi.  Battista fu il primo ad entrare nella camera, e trov
    il suo padrone in preda alle pi orribili convulsioni e in  una  sorta
    di agonia. Tutto il castello si mise in movimento con gran confusione.
    Emilia  fu  tra  i primi ad accorrere in soccorso di suo padre.  Ma fu
    talmente colpita dal vederlo in quello stato, che la portarono lontano
    dalla sua presenza.
    Frattanto, grazie alle cure, il marchese torn in s.
    Io muoio,  disse con voce debole e vacillante,  chiamate subito  la
    marchesa e mio figlio.
    Ferdinando, sfuggito alle mani dei briganti, era ricaduto in potere di
    suo padre, che lo aveva tenuto chiuso in un appartamento del castello,
    da  cui  lo  liberarono  subito  dietro  suo  ordine.  Il marchese era
    talmente  cambiato,   il  suo  aspetto  era  cos  preoccupante,   che
    Ferdinando  appena  lo vide,  non pot fare a meno di inorridire.  Suo
    padre fece cenno ai servi di uscire,  e tutti stavano per allontanarsi
    quando  si  sent  del  rumore  fuori dell'appartamento;  fu aperta la
    porta,  ed entr il servo che era andato a chiamare  la  marchesa.  Lo
    spavento era dipinto nei suoi occhi e sul suo volto. Egli non riusciva
    a parlare e additava la direzione da cui proveniva.  Ferdinando, colto
    da un nuovo terrore,  si precipit  fuori  dall'appartamento  e  corse
    dalla  marchesa.  Ma un orribile spettacolo si present ai suoi occhi.
    Maria giaceva riversa sul letto in una pozza di sangue;  sul capezzale
    si trovava un pugnale. Da una lettera ritrovata al suo fianco si seppe
    che si era tolta vita. La lettera diceva:

    "Al marchese di Mazzini,
    I vostri rimproveri mi hanno condotto alla disperazione. Nessun potere
    sulla  terra potr mai restituirmi la pace che mi avete tolta.  Quando
    leggerete queste parole io non ci sar pi,  ma il vostro trionfo  non
    sar  di  lunga  durata.  La  bevanda  che  avete  bevuto  vi   stata
    somministrata dalla donna che avete oltraggiato.
    MARIA DI MAZZINI"

    Questa lettera fece capire che il marchese era stato avvelenato, e che
    aveva ricevuto il veleno fatale dalle  mani  della  donna  alla  quale
    aveva  sacrificato  tutto.  Non  si  pu descrivere il turbamento e la
    costernazione di Ferdinando. Ritorn subito presso suo padre, deciso a
    nascondergli la terribile verit su Maria di Vellorno; precauzione che
    si rivel vana,  perch i servitori spaventati  gli  avevano  rivelato
    tutto.
    Egli  era ormai in preda ad orribili convulsioni.  Si cerc in tutti i
    modi di aiutarlo: ma il veleno era troppo potente ed era ormai entrato
    in  circolo  da  troppo  tempo  per  neutralizzarlo.  Gli  spasimi  si
    calmarono  un  poco e in questo attimo di calma il marchese fece segno
    ai suoi domestici di ritirarsi, e a Ferdinando di avvicinarsi a lui.
    Si avvicina l'ultimo istante della mia vita,  gli disse quando tutti
    furono  usciti,  e  io  devo  impiegare  questi  ultimi  momenti  per
    rivelarvi un fatto che  per me il pi orribile di  tutti  i  tormenti
    che io soffro. Prover qualche sollievo solo svelandovelo.
    Ferdinando, muto per lo spavento, prese la mano di suo padre.
    Il  cielo    giusto  verso  di me,  continu;  il mio castigo  la
    conseguenza diretta del mio delitto.  Una donna  stata  lo  strumento
    dei  miei  misfatti,  era  giusto  che  ella diventasse quello del mio
    supplizio...  Io mi sono reso colpevole per lei,  per causa sua io  ho
    imprigionato  la  mia  innocente  e  fedele sposa,  ed in seguito l'ho
    uccisa con le mie mani.
    A queste parole Ferdinando  rabbrivid  d'orrore  e  involontariamente
    abbandon la mano del marchese e indietreggi per lo spavento.
    Figlio mio,  disse il marchese con voce debolissima, nascondimi, ti
    prego,  l'orrore che ti ispiro.  Non aggravare i rimorsi da  cui  sono
    divorato. Il tuo sguardo mi uccide!.
    Mia madre! grid Ferdinando, mia madre! parlate, ditemi!.
    Io soffoco,  disse il marchese,  oh...  prendi queste chiavi...  la
    torre di mezzogiorno... il sotterraneo... pu essere... oh!....
    Nel proferire  queste  ultime  parole  il  marchese  fece  uno  sforzo
    estremo,  cerc  di alzarsi e ricadde morto sul suo letto.  Ferdinando
    chiam i servi ed annunci loro che il loro padrone era morto.  Le sue
    ultime  parole  avevano colpito Ferdinando.  Sembravano voler dire che
    sua madre poteva essere ancora viva. Prese dunque le chiavi, ordin ad
    alcuni servi di seguirlo,  e giunto all'ala  meridionale  entr  nella
    torre,  e sotto la grande scala tir lo sportello della botola e scese
    nel passaggio oscuro, che attraverso vie tortuose conduceva alla porta
    della prigione.  Arrivato l inser tremando la chiave nella serratura
    e la porta si apr; ma quale fu la sua sorpresa nel trovarla vuota. Ne
    concluse  che  aveva sbagliato il luogo della prigione e usc per fare
    un'ispezione precisa,  ma percorse invano tutti  quei  corridoi  senza
    trovare  nessun'altra  porta,  e  ritorn  di  nuovo alla prigione per
    esaminarla pi attentamente.
    Durante questa seconda visita  scopr  la  porta  che  conduceva  alla
    caverna.  Entr  nell'andito  dove  essa  immetteva;  ma  non vi trov
    nessuno.  Prov anche a chiamare a gran voce,  ma nessuno gli rispose.
    Si inoltr fino all'entrata della caverna,  e trovatala chiusa ritorn
    indietro oppresso dall'ansia,  e riflettendo sulle ultime  parole  del
    marchese,  pens  di  averle  male interpretate,  e che le parole pu
    essere... non si  riferissero  alla  vita  della  marchesa.  Concluse
    dunque,  che  la  tragica  morte di sua madre era avvenuta molto tempo
    prima, e non gli rimaneva che fare riesumare gli infelici resti e dare
    loro onorevole sepoltura.
    Quando, dopo un po' di tempo,  l'impressione che queste tragedie aveva
    prodotto  nel  cuore  di  Ferdinando  and  affievolendosi,  pens  di
    indagare la causa della morte di Maria di Vellorno.
    Si sapeva che la vigilia del  tragico  avvenimento,  il  marchese  era
    stato per alcune ore nell'appartamento della moglie,  dove aveva avuto
    con lei un'accesa discussione nella quale egli la rimproverava per  la
    sua condotta, e la minacciava di una definitiva separazione. Quando il
    marchese si ritir,  avevano udito la donna agitarsi nella sua camera,
    urlare di  rabbia  e  finalmente  cadere  sul  pavimento,  dove  rest
    immobile per un po' di tempo;  la sua cameriera,  precipitatasi in suo
    aiuto,  fu  scacciata  con  un  violento  accesso  di  collera,  e  fu
    rimproverata  di  essere  entrata  senza  suo ordine,  poi ella si era
    immersa in un cupo silenzio.
    A sera ella si era ritrovata sola col marchese a tavola, e la cena era
    finita con  poche  parole.  Dopo  il  pasto  i  servi  si  ritirarono.
    Probabilmente in quel momento Maria di Vellorno aveva messo del veleno
    nel bicchiere del marchese. Ma come si era procurata il veleno, non fu
    mai scoperto.
    Ella si ritir nel suo appartamento molto presto,  e la sua cameriera,
    accortasi che ella era molto agitata, le domand se era ammalata. Essa
    rispose negativamente, e la licenzi.  La serva aveva appena chiuso la
    porta,  che  la  padrona  la  richiam e le dette degli ordini di poco
    conto.  La donna not il suo pallore,  ed uno sguardo cos determinato
    che  ne rimase intimorita.  Ma non os farle alcuna domanda.  Eseguiti
    gli ordini si ritir per la seconda volta;  ma non aveva raggiunto  la
    fine del corridoio,  che ud di nuovo suonare. Ritorn subito indietro
    e rientr nell'appartamento. Maria le domand se il marchese dormiva e
    se tutto era tranquillo.  Alla sua risposta affermativa,  la  marchesa
    mormor alcune parole,  le dette la buona notte e la licenzi.  Uscita
    dall'appartamento,  la cameriera si ferm per qualche tempo  fuori  la
    porta per ascoltare, ma non sentendo nessun rumore, si ritir.
    Probabilmente  Maria  si  era  uccisa  poco  dopo  la  partenza  della
    cameriera, perch, quando fu trovata due ore dopo,  sembrava gi morta
    da qualche tempo.  Esaminandola, si scopr che si era ferita al petto,
    vicino al cuore, e che la sua morte doveva essere stata istantanea.
    Questi terribili avvenimenti afflissero talmente Emilia, che per molti
    giorni ella rimase a letto ammalata.  Ferdinando fece di tutto per non
    lasciarsi   impressionare  da  queste  terribili  catastrofi,   ma  la
    situazione era aggravata dalla mancanza di notizie di Giulia che  egli
    aveva  lasciato  nelle mani dei banditi e che non aveva potuto cercare
    n aiutare perch imprigionato a sua volta dal marchese.
    Questi e la sua consorte Maria di Vellorno furono sepolti con tutta la
    pompa dovuta al loro  lignaggio  nella  chiesa  del  convento  di  San
    Nicola. La loro vita costituisce la chiara prova di quanto lontano pu
    portare la violenza delle passioni. La loro morte testimonia l'effetto
    funesto  che  provoca  l'indulgenza e fornisce un chiaro esempio della
    giustizia divina.


    CAPITOLO 18.

    Ispezionando la prigione per dissotterrare le ossa della marchesa,  si
    scopr  che  essa  comunicava  con la torre in cui era stato rinchiuso
    Ferdinando e dove aveva sentito quei lugubri  gemiti  che  lo  avevano
    spaventato.
    La  storia  che  il  marchese  aveva  narrato al figlio riguardo l'ala
    meridionale del castello,  era stata sicuramente inventata allo  scopo
    di  nascondere  la prigionia della marchesa.  L'unico scopo che quella
    storia si prefiggeva era di incutere paura per  impedire  l'accesso  a
    quella parte abbandonata del castello.
    Le   ricerche   nella  prigione  gettarono  Ferdinando  in  una  nuova
    incertezza.   Il  marchese  aveva  confessato  l'avvelenamento   della
    consorte,  ma  il  suo  corpo  non  si trovava da nessuna parte,  e il
    supposto luogo della sua prigionia non  mostrava  nessun  segno  della
    lunga permanenza di qualcuno.  Non sembrava verosimile che ella avesse
    potuto fuggire dalla prigione,  perch tanto la porta  che  comunicava
    con il castello, quanto quella che conduceva alla caverna erano chiuse
    quando Ferdinando vi era entrato.
    Il giovane marchese non aveva tempo da perdere in stupide riflessioni.
    Un importante dovere lo richiamava altrove.  Credendo che Giulia fosse
    ancora in potere dei briganti,  appena finiti i funerali di suo  padre
    si  rec  a Palermo per svelare il nascondiglio di quei miserabili,  e
    domandare man forte alla giustizia,  per recarsi con i suoi uomini  in
    soccorso  della  sorella.  Al  suo  arrivo  nella capitale seppe che i
    banditi,  cui le rovine di un monastero  nella  foresta  di  Marentino
    servivano  come  quartier  generale,  erano  stati  scoperti,  il loro
    nascondiglio perquisito,  e che molti di loro erano stati giudicati  e
    giustiziati;  ma  che  non era stata trovata alcuna traccia di Giulia.
    Quest'ultima informazione afflisse Ferdinando.  Egli  non  sapeva  pi
    cosa  pensare  sulla  sorte  di  sua  sorella.  Domand  ed ottenne il
    permesso di interrogare alcuni banditi che erano ancora  in  prigione,
    ma non ottenne nessun chiarimento.
    Finalmente abbandon Palermo per ritornare nella foresta di Marentino,
    sperando  di  poter  avere qualche notizia di Giulia in quei dintorni.
    Viaggiava malinconico verso la sua meta ed era  ancora  molto  lontano
    dalla sua destinazione,  quando giunse la notte.  Scoppi un temporale
    con vento e pioggia.  La strada attraversava  un  paese  inospitale  e
    selvaggio,  disseminato  di  enormi rocce,  in cui per Ferdinando non
    riusc a trovare riparo. I suoi servi gli offrirono i loro mantelli ma
    egli li rifiut,  non volendo farli  soffrire  pi  di  lui.  Prosegu
    ancora per qualche miglio, sempre esposto alla pioggia ed ai venti che
    soffiavano impetuosi negli anfratti delle rocce, e a cui rispondeva da
    lontano  il  rumore  delle  onde  che  si infrangevano sulla spiaggia.
    Finalmente vide una luce attraverso la fitta oscurit. Sembrava che si
    muovesse per il vento,  ma non scompariva mai del tutto.  Spronato  il
    cavallo si trov presto nel luogo dove risplendeva la luce.
    Quando  si  fu  avvicinato si accorse che la luce proveniva da un faro
    situato su un promontorio.  Buss alla porta e gli  fu  aperto  da  un
    vecchio che lo accolse in casa.  Entrato, vide un fuoco che ardeva nel
    caminetto intorno al quale erano sedute alcune persone, che sembravano
    essere arrivate come lui per ripararsi dalla burrasca.
    La vista del fuoco lo rallegr.  Egli si avvicin  al  focolare  e  fu
    accolto da un grido improvviso.  Tutti si alzarono,  ed egli riconobbe
    Giulia  ed  Ippolito.   Impossibile  descrivere  la  gioia  che  tutti
    provarono in quel momento.  La vista di una signora, che nel frattempo
    era  svenuta,   attrasse  l'attenzione  di   Ferdinando.   Impossibile
    descrivere  la  sua  reazione  alla notizia che quella signora era sua
    madre.
    Appena ella rinvenne, apr le braccia ed esclamando con voce commossa:
    Mio figlio! se  lo  strinse  al  cuore.  Signore,  soggiunse  poi,
    eccomi   ricompensata!   Questo   momento   cancella   tutte  le  mie
    sofferenze.
    Ferdinando non  poteva  rispondere.  Riceveva  le  sue  carezze  senza
    proferire  parola.  Ma  le  lacrime  che  gli  comparvero  negli occhi
    testimoniarono il suo turbamento interno.
    Dopo il primo momento di felicit Giulia volle sapere come  Ferdinando
    era  arrivato  fin  l.   Egli  rispose  brevemente,  senza  accennare
    minimamente agli ultimi avvenimenti accaduti al castello  di  Mazzini,
    non trovando opportuno entrare in argomento in quella lieta occasione.
    Giulia  narr  le  sue avventure dal momento in cui era stata separata
    dal fratello. Dal suo racconto si seppe che Ippolito dopo essere stato
    arrestato dal duca di Luoro all'ingresso della caverna, era riuscito a
    fuggire, ed era ritornato in cerca di Giulia, e che con l'aiuto di una
    fiaccola aveva scoperto il passaggio nella roccia, attraverso il quale
    Giulia si era inoltrata,  ed era giunto alla prigione della  marchesa.
    Impossibile  descrivere  la scena che segu il suo arrivo;  basti dire
    che fu deciso di fuggire quella notte  stessa.  Dato  che  quella  era
    l'ora  precisa in cui il marchese doveva,  come ogni sera,  portare le
    provviste, decisero di partire dopo la sua visita,  per evitare che la
    loro fuga fosse scoperta troppo presto.
    Appena sentirono giungere il marchese,  Ippolito e Giulia si nascosero
    nell'andito,  e immediatamente dopo la sua partenza si affrettarono ad
    abbandonare  quel lugubre luogo,  senza pensare al cibo avvelenato che
    era rimasto nella prigione.  Usciti dalla caverna si  recarono  ad  un
    vicino  villaggio,  dove  si  procurarono  dei cavalli per raggiungere
    Palermo.  Dopo un viaggio assai faticoso vi giunsero con  l'intenzione
    di  imbarcarsi  per  l'Italia.  Ma  i  venti  contrari  si  opponevano
    all'esecuzione di questo piano, e li avevano trattenuti fino al giorno
    in cui Ferdinando era partito da Palermo.  Allora,  spazientiti per il
    ritardo  e preoccupati per le conseguenze che avrebbe potuto produrre,
    noleggiarono un piccolo veliero e  decisero  di  salpare  malgrado  il
    maltempo.  Ma si pentirono presto della loro temerariet perch appena
    in alto mare, una violenta tempesta li respinse di nuovo sulla costa e
    li costrinse a rifugiarsi  in  quel  faro  dove  Ferdinando  li  aveva
    trovati.
    Il  giorno  seguente tornarono insieme a Palermo.  L Ferdinando narr
    ci che era avvenuto al castello e decise di  tornare  a  Mazzini  per
    prendere  Emilia  e  ordinare a tutti i domestici di recarsi a Napoli,
    dove egli aveva deciso di fissare la sua residenza. L'infelice Emilia,
    appena guarita dalla sua malattia, raggiunse il colmo della felicit e
    della  sorpresa  quando  seppe  dell'esistenza  di  sua  madre  e  del
    ritrovamento  di  Giulia.  Part con Ferdinando alla volta di Palermo,
    dove l'attendevano le pi care persone che avesse al mondo.  La  gioia
    del loro ritrovamento si accrebbe ancora con la presenza della signora
    Menon,   che   la   marchesa   aveva  fatto  cercare  nell'abbazia  di
    Sant'Agostino.  Ella aveva lasciato quel convento per  recarsi  in  un
    altro,  dove  la raggiunse il messaggero per portarla a Palermo.  Poco
    dopo la felice comitiva si imbarc per Napoli.
    Da allora in poi il castello di Mazzini,  la cui vista non poteva  che
    risvegliare  brutti ricordi nei suoi antichi abitanti,  fu lasciato in
    abbandono.
    Ferdinando, giunto a Napoli, descrisse in un documento gli avvenimenti
    relativi alla sua famiglia.  Lo present al re,  che gli  conferm  il
    marchesato, e gli dette il titolo di quarto marchese di Mazzini.
    La  marchesa,  tornata  alla  vita ed alla felicit,  visse con i suoi
    figli a Napoli nel palazzo di famiglia, e quando il tempo ebbe un poco
    cancellato i ricordi  pi  dolorosi,  furono  celebrate  le  nozze  di
    Ippolito  e  di Giulia.  Da tutte le sofferenze e le disgrazie patite,
    essi ricavarono la pi grande felicit.
    Ferdinando ebbe subito un posto importante nell'esercito napoletano  e
    si  distinse  con  il  suo coraggio e con la sua abilit fra tutti gli
    eroi  del  suo  tempo.   Egli  seppe  essere  un  valoroso  soldato  e
    contemporaneamente un bravo tutore della serenit della sua famiglia.
    La signora Menon, che aveva sempre dimostrato un grande affetto per la
    marchesa,  trov  in lei una testimone del suo matrimonio,  e torn in
    possesso dei beni che le erano stati ingiustamente  sottratti.  Ma  la
    marchesa  e  la sua famiglia,  non volendo separarsi da una amica cos
    fedele, la persuasero a trascorrere con loro il resto della vita.
    Emilia  rimase  al  fianco  di  sua  madre,   la   quale,   circondata
    dall'affetto  dei  figli  e  allietata  da  tanti  nipoti,   alla  cui
    educazione si  dedic  con  passione,  dimentic  a  poco  a  poco  le
    disgrazie che avevano segnato la sua vita.
    Qui  finisce  il  manoscritto:  la  morale che noi lettori ne possiamo
    ricavare  che le disgrazie di coloro che compiono il  loro  dovere  e
    vivono  saggiamente,  sono soltanto delle prove a cui viene sottoposta
    la loro virt,  e da queste prove essi escono sempre  vincenti  grazie
    alla protezione divina.
