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PROLOGO DEL SIGNOR FR. RABELAIS
PER
IL QUINTO LIBRO DEI FATTI E DETTI EROICI
DI PANTAGRUELE


AI LETTORI BENEVOLI

Oh bevitori infaticabili, e voi, impestati preziosissimi, mentre
avete tempo da perdere ed io non ho altro di pi urgente tra mano,
vi domando domandando: Perch corre oggi questo modo di dire
proverbiale: Le monde n'est plus fat? Fat  un vocabolo di
Linguadoca e significa non salato, senza sale, insipido, sciatto;
per metafora significa folle, sciocco, sprovvisto di buon senso,
sventato di cervello. Vorreste voi dire, come infatti si pu
logicamente inferire, che per lo innanzi il mondo sarebbe stato
sciocco e ora sarebbe divenuto savio? Per quante e quali
condizioni era sciocco? Quante e quali condizioni erano richieste
a rinsavirlo? Perch era sciocco? Perch sarebbe ora savio? Da che
riconoscete la follia antica? Da che la saviezza presente? Chi lo
fe' sciocco? Chi l'ha fatto savio?  pi grande il numero di
coloro che l'amavano sciocco o di quelli che l'amavano savio? Per
quanto tempo fu sciocco? Per quanto si manterr savio? Onde
procedeva la follia antecedente? Onde la saviezza susseguente?
Perch in questo tempo e non pi tardi, prese fine l'antica
follia? Perch in questo tempo, non prima, cominci la saviezza
presente? Che male ci veniva dalla follia precedente? Quale bene
deriva dalla saviezza seguente? Come sarebbe stata l'antica follia
abolita? Come la saggezza presente instaurata?
Rispondete, se vi garba. Nessun altro scongiuro user colle vostre
Riverenze per non irritare le vostre Paternit.
Non abbiate vergogna, confondete Her del Tyfel, nemico del
paradiso, nemico della verit. Coraggio, ragazzi: se siete de'
miei, bevete tre o cinque volte per la prima parte del sermone,
poi rispondete alla mia domanda; se siete dell'Altro avalisque
Satanas. Poich vi giuro per il mio grande Hurluburlu, che se non
mi aiutate alla soluzione del problema sopra detto, gi mi pento
d'avervelo proposto, perciocch mi tormenta non meno che se il
lupo mi tenesse per le orecchie senza speranza di soccorso alcuno.
Come?... Ah intendo: non volete rispondere. N risponder io, per
la mia barba: solamente vi citer ci che aveva predetto con
spirito profetico un venerabile dottore, autore del libro
intitolato: La Cornamusa dei prelati. Che dice il porcaccione?
Ascoltate, teste di cavolo, ascoltate:
"L'anno del giubileo, nel quale il mondo degl'ingenui si fece
radere,  soprannumerario sopra il trenta. Oh poca riverenza!
Sciocco sembrava: ma perseverando i brevetti, non sar pi n
sciocco n ghiottone, poich sbuccer il dolce frutto dell'erba di
cui temeva tanto il fiore a primavera".
Avete udito. Ma l'avete inteso? Il dottore  antico, le parole
laconiche, le sentenze Scotine oscure, senza contare che tratta
materia di per s profonda e difficile. I migliori interpreti di
quel buon padre spiegano come l'anno giubileo che passa il
trentesimo corrisponda all'anno corrente
millecinquecentocinquanta. Il mondo non sara detto pi sciocco, al
venire della primavera. I matti, dei quali il numero  infinito,
come attesta Salomone, periranno rabbiosi e cesser ogni specie di
follia, la quale, come dice Avicenna,  parimente innumerevole:
maniae infinitae sunt species. Quella che durante l'inverno era
conversa al centro, affiora alla circonferenza e va in amore come
gli alberi. L'esperienza ce lo dimostra, lo sapete, lo vedete. E
ci fu esplorato un tempo dal gran buon uomo Ippocrate: Aphorism.
Verae etenim maniae, etc. Il mondo adunque, rinsavendo non avr
pi paura del fior di fava a primavera, vale a dire, (come potete
piamente credere col bicchiere in pugno e le lagrime agli occhi)
in quaresima. Un mucchio di libri che sembravano floridi,
florulenti, fioriti come belle farfalle, ma in realt erano
noiosi, seccanti, pericolosi, spinosi e tenebrosi come quelli di
Eraclito, oscuri come i numeri di Pitagora (che fu re della fava,
a testimonianza d'Orazio) periranno, pi non passeranno di mano in
mano, pi non saranno letti, n visti. Tale era il loro destino,
cos fu predestinata la loro fine.
In loro vece vennero le fave in buccia. E sono i giocondi e
fruttuosi libri di Pantagruelismo, i quali, in attesa del periodo
del giubileo susseguente, sono in vece oggi di buona vendita e
allo studio de' quali s' dato tutto il mondo che, perci,  detto
savio.
- Eccovi sciolto e risolto il vostro problema! dite voi, brava
gente, a questo punto.
Tossite qui, un buon colpo o due e bevetene nove di fila, poich
le vigne son belle e gli usurai s'impiccano. Mi costeranno molto
in corda se il buon tempo dura; poich m'impegno di fornirne loro
liberalmente, gratis, tutte quante le volte che vorranno
impiccarsi, per paura di dar guadagno al boia.
Affinch dunque siate partecipanti della saviezza che viene, ed
emancipati dell'antica follia, cancellatemi ora dai vostri
scartafacci il simbolo del vecchio filosofo dalla coscia dorata
col quale v'interdiceva l'uso di mangiar fave, e ritenete per cosa
vera e confessata fra tutti i buoni compagnoni che ve lo
interdiceva colla stessa intenzione che il medico d'acqua dolce il
fu Amer, nipote dell'avvocato, signore di Camelotire, vietava ai
malati l'ala di pernice, il groppone delle galline e il collo del
piccione, dicendo: ala mala, cropium dubium, collum bonum pelle
remota. Egli li riservava per la sua bocca e non lasciava ai
malati che le ossa da rosicchiare. A lui son succeduti certi
incappucciati che vietano le fave, cio i libri di Pantagruelismo,
imitando cos Filosseno e Gnatone siculo, antichi architetti della
loro monacale e ventresca volutt, i quali in pieno banchetto,
quando erano serviti i bocconi pi ghiotti, sputavano sulle
pietanze affinch per schifo nessuno ne mangiasse eccetto loro.
Cos la sozza, mocciosa, catarrosa, tarlata beghinaglia in
pubblico e in privato detesta questi ghiotti libri e per
imprudenza vi sputano su villanamente. E contuttoch ora leggiamo
nella nostra lingua Gallica, sia in versi che in prosa parecchi
scritti eccellenti e poche reliquie restino d'ipocrisia e del
tempo gotico, ho preferito tuttavia come dice il proverbio,
cantare e fischiare da oca tra i cigni piuttosto che fra tanti
gentili poeti e facondi oratori muto del tutto esser stimato: e
rappresentare cos qualche personaggio villereccio fra tanti
diserti attori di questo nobile atto, piuttosto ch'esser messo
nella categoria di coloro che non servono che d'ombra e di numero
e solo sbadigliano alle mosche, squassando le orecchie come asini
d'Arcadia al canto dei musici e mostrando per segni, in silenzio,
che consentono alla prosopopea.
Cos avendo preferito ed eletto, ho pensato di non fare opera
indegna rimovendo la mia botte diogenica affinch non mi diciate
che vivo senza esempio.
Io contemplo un gran mucchio di Colinet Marot, Drouet, Saingelais,
Salel, Masuel, e una lunga centuria d'altri poeti e oratori
gallici.
E vedo che per aver troppo frequentato sul monte Parnaso le scuole
d'Apollo e per aver bevuto a pieni calici fra le gioconde Muse,
alla fonte cavallina, non portano, alla costruzione del nostro
volgare, che marmo pario, alabastro, porfirio, e buon cemento
reale; non trattano che gesta eroiche, cose grandi, materie gravi,
ardue, difficili e tutto con retorica morbida e purpurea; coi loro
scritti non producono che nettare divino, vino prezioso,
frizzante, ridente, moscatello delicato, delizioso; e questa
gloria non ha termine negli uomini; anche le dame vi hanno
contribuito, tra le quali una di stirpe reale, che non si pu
ricordare senza insigne prefazione d'onori, ha stupito tutto
questo secolo sia per gli scritti e le invenzioni trascendenti,
che per gli ornamenti di lingua e di stile mirifici. Imitateli voi
se sapete: non io saprei imitarli: non a tutti  dato frequentare
e abitare Corinto. Alla costruzione del tempio di Salomone
ciascuno offr un siclo d'oro; non poteva dare a piene mani.
Poich dunque non  in nostra facolt architettare tant'alto
quanto essi, ho deliberato di fare ci che fece Rinaldo di
Montalbano: servire i muratori, metter su la pentola pei muratori,
e poich compagno loro non posso essere, m'avranno lettore, e
infaticabile, dei loro scritti.
Voi morite di paura voialtri Zoili rivali ed invidiosi; andate a
impiccarvi e scegliete voi stessi gli alberi per l'impiccagione;
il capestro non vi far difetto.
Quanto a me, prometto davanti al mio Elicona, al cospetto delle
divine Muse, che se vivo ancora gli anni d'un cane, aggiuntivi
quelli di tre cornacchie sano e intero, quale visse il santo
capitano ebreo o Xeriofilo il musico, o Demonax il filosofo,
prover per argomenti non impertinenti e ragioni non refutabili,
alla barba di non so quali fabbricanti di centoni, imballatori di
materie cento e cento volte vagliate, rappezzatori di vecchie
terraglie latine, rivenduglioli di vecchie parole latine ammuffite
e incerte, che il nostro volgare non  tanto vile e inetto e
indigente da sprezzarsi come stimano. E supplico che per grazia
speciale, come gi avvenne che avendo Febo ripartiti i suoi tesori
fra i grandi poeti, Esopo trov tuttavia luogo e officio
d'apologista, similmente, visto che a grado pi alto non aspiro,
non isdegnino ricevermi come un piccolo riparografo, seguace di
Pireico. Essi lo faranno, me ne sento sicuro: poich sono tutti
tanto buoni, tanto umani, graziosi e miti che nulla pi. Perch, o
beoni, perch o gottieri, essi ne vogliono avere godimento totale;
infatti recitandoli poi tra le loro conventicole cugliettando gli
alti misteri contenutivi, entrano in possesso e reputazione
singolare, come in caso simile fece Alessandro il Grande coi libri
della prima filosofia composti da Aristotile.
Ventre su ventre, quali canaglie, quali miserabili!
Pertanto, o beoni, vi avviso in tempo e ora opportuna: fate
provvigione dei detti libri subito che li troverete nelle botteghe
de' librai, e non sbucciateli solamente, ma divorateli come
oppiata cordiale e incorporateli in voi stessi: e allora
conoscerete qual bene essi offrono a tutti i gentili sbucciatori
di fave. Ora ve ne offro una buona e bella panierata colta nello
stesso orto che frutt le precedenti, supplicandovi in nome della
riverenza che gradiate il presente, in attesa di meglio per la
prossima venuta delle rondini.


CAPITOLO I.

Come qualmente Pantagruele arriv all'Isola Sonante e del rumore
che vi udimmo.

Continuando la rotta navigammo tre giorni senza nulla scoprire; al
quarto scorgemmo terra e ci fu detto dal pilota che era l'Isola
Sonante. Udimmo un rumore che veniva da lungi, frequente e
tumultuoso e ci sembrava, a sentirlo, di campane grosse, piccole e
mezzane che sonassero tutte insieme come fanno a Parigi, a Tours,
Gergeau, Nantes, e altrove nei giorni di grandi feste. Pi ci
avvicinavamo e pi sentivamo rinforzare quello scampanio.
Noi dubitavamo che fosse Dodona coi suoi calderoni o il portico
Eptafoma ad Olimpia, o il rumore sempiterno del colosso eretto
sulla sepoltura di Memmone a Tebe in Egitto, o il fracasso che si
udiva intorno a un sepolcro nell'isola di Lipari, una delle Eolie;
ma la corografia non lo consentiva.
- Io dubito, disse Pantagruele, che qualche sciame d'api abbiano
cominciato a prendere il loro volo in aria e che i vicini per
richiamarle facciano quel fracasso di padelle, calderoni, bacini,
cembali coribalitici di Cibele, la gran madre degli dei.
Ascoltiamo.
Avvicinandoci di pi sentimmo tra il perpetuo scampanio un canto
infaticabile degli uomini l residenti, almeno cos ci pareva.
Onde prima d'approdare all'Isola Sonante, Pantagruele fu d'avviso
che scendessimo col nostro schifo sopra uno scoglietto presso il
quale riconoscemmo un eremitaggio e un piccolo orticello. Col
trovammo un omettino eremita chiamato Braguibus, nativo di Blenay,
il quale ci spieg tutto quello scampanio e ci fece festa in
strano modo. Ci fece digiunare quattro giorni consecutivi
affermando che altrimenti nell'Isola Sonante non saremmo ricevuti
perch era allora il digiuno delle Quattro Tempora.
- Io non intendo quest'enigma, disse Panurgo, sarebbe meglio dire
il tempo dei quattro venti poich, digiunando, non siamo
rimpinzati che di vento. E che? Non avete qui altro passatempo che
digiunare?  un passatempo ben magro, mi sembra; noi faremmo
almeno volentieri di tante feste palatine.
- Nel mio Donato, disse Fra Gianni, non trovo che tre tempi:
passato, presente e futuro: il quarto qui dev'essere per la mancia
al valletto.
-  l'aoristo, disse Epistemone, derivato dal preterito... molto
imperfetto de' Greci e dei Latini e considerato come tempo
variabile e incerto. Pazienza! dicono i lebbrosi.
-  fatale, come vi ho detto, rispose l'eremita; chi contraddice 
eretico e non gli bisogna che il fuoco.
- Senza dubbio, Pater, disse Panurgo, essendo in mare pi temo
esser bagnato che riscaldato, esser annegato che bruciato.
Digiuniamo dunque per Dio; ma ho digiunato s lungamente che i
digiuni mi hanno succhiato tutta la carne e temo assai che alla
fine i bastioni del mio corpo cadano in rovina. Ho inoltre
un'altra paura ed  di turbarvi digiunando, poich non sono
esperto e vi ho cattiva grazia, come parecchi m'hanno affermato: e
lo credo.
- Per parte mia, dissi: mi preoccupo ben poco del digiuno: nessuna
cosa  tanto facile e alla mano; ben pi mi preoccupo di non
digiunare per l'avvenire, poich occorre stoffa a far vesti e
grano per macinare. Digiuniamo, per Dio, poich siamo entrati
nelle ferie esuriali ed era un gran pezzo che non le osservavo.
- E se digiunare bisogna, disse Pantagruele, null'altro resta a
fare che sbrigarcene come d'una cattiva strada. Voglio pertanto
visitare un po' le mie carte e vedere se lo studio del mare 
buono quanto quello della terra, poich Platone, volendo
descrivere un uomo scempio, inesperto e ignorante, lo confronta a
uomini nutriti in mare dentro le navi, come sarebbe a dire nutriti
dentro un barile e che non guardarono mai che attraverso un buco.
I nostri digiuni furono ben terribili e spaventevoli, poich il
primo giorno digiunammo a tutto spiano, il secondo a spron
battuto, il terzo a briglia sclolta, il quarto a ferro e fuoco.
Tale era l'ordine delle Fate.


CAPITOLO II.

Come qualmente l'Isola Sonante era stata abitata dai Siticini, i
quali erano divenuti uccelli.

Finiti i nostri digiuni l'eremita ci consegn una lettera diretta
a uno che egli chiamava Albian Camar, mastro sagrestano dell'Isola
Sonante: ma Panurgo salutandolo, lo chiam Mastro Antitus. Era un
piccolo bonomo, vecchio, calvo, di muso ben lustro e faccia
cremisina.
Egli ci fece buona accoglienza grazie alla raccomandazione
dell'eremita, sentendo che avevamo digiunato come  stato
dichiarato. Dopo aver assai ben mangiato, ci espose la singolarit
dell'isola, affermando che primamente era stata abitata dai
Siticini; ma questi, per ordine di natura (poich tutto varia)
erano diventati uccelli.
Allora compresi pienamente ci che Atteio Capitone, Paolo
Marcello, Aulo Gellio, Ateneo, Suida, Ammonio e altri avevano
scritto su Siticini e Sicimisti e non ci sembr difficile credere
alle metamorfosi di Nictimene, Progne, Itis, Alcmena, Antigone,
Tereo e altri uccelli. Pochi dubbi ci rimasero parimente sui figli
di Matabruna convertiti in cigni e sugli uomini di Pallene in
Tracia i quali basta si bagnino nove volte nella palude Tritonica
e sono tosto trasformati in uccelli. Non ci discorse poi che di
gabbie e d'uccelli. Le gabbie erano grandi, ricche, sontuose, e
fatte con meravigliosa architettura.
Gli uccelli erano grandi belli e puliti a modo e molto somiglianti
agli uomini della mia patria: bevevano e mangiavano come uomini,
cacavano come uomini, digerivano come uomini, petavano come
uomini, dormivano e montavano come uomini: in breve a vederli a
primo aspetto, avreste detto che fossero uomini; tuttavia tali non
erano, secondo l'informazione di Mastro Sagrestano, il quale ci
assicurava non esser essi n secolari n mondani. Quindi il loro
piumaggio ci faceva fantasticare, avendolo alcuni tutto bianco,
altri tutto nero, altri tutto grigio, altri met bianco e met
nero, altri tutto rosso, altri met bianco e met azzurro.
Era bello vederli. I maschi egli li chiamava Chiergalli,
Monagalli, Pretegalli, Abagalli, Vescogalli, Cardingalli e uno,
unico nella sua specie, Papagallo. Le femmine le chiamavano
Clerichesse, Monachesse, Pretichesse, Abadesse, Vescofesse,
Cardinchesse, e Papachesse. Tuttavia, parimente, egli ci disse,
come tra l'api vanno i calabroni che nulla fanno se non tutto
mangiare e tutto guastare, cos da trecent'anni, non so come, tra
quei gioiosi uccelli erano volati ogni quinta luna gran numero di
ipocriti i quali avevano castigato e sconcacato tutta l'isola,
tanto sozzi e mostruosi che erano fuggiti da tutti. Poich tutti
avevano il collo torto, le zampe pelose, le unghie e il ventre
d'arpie e i culi da Stinfalidi e non era possibile sterminarli.
Per uno morto ne piombavano ventiquattro.
C'era da augurarsi un nuovo Ercole. Fra Gianni vi smarr i sensi
per la veemente contemplazione e a Pantagruele avvenne ci ch'era
avvenuto a messer Priapo quando contemplava i sacrifici di Cerere,
per mancanza di pelle.


CAPITOLO III.

Come qualmente nell'Isola Sonante non era che un Papagallo.

Allora domandammo al Sagrestano come mai, con tanta
moltiplicazione di quei venerabili uccelli in tutte le loro specie
non vi fosse che un Papagallo.
Ci rispose che l'istituzione prima e fatale, destinata dalle
stelle era cos: che dai Chiergalli nascono i Pretegalli e
Monagalli senza coito carnale come avviene dell'api che nascono da
un giovane torello aggiustato secondo l'arte e pratica di Aristeo.
Dai Pretegalli nascono i Vescogalli, da questi i bei Cardingalli e
i Cardingalli se non sono da morte prevenuti, finiscono in
Papagallo. E non ve n' ordinariamente che uno come negli sciami
delle api non v' che un re e al mondo non v' che un sole. Morto
quello, ne nasce un altro al suo posto da tutta la razza dei
Cardingalli, sempre, intendete, senza copulazione carnale. Di
guisa che, in questa specie vi  unit individuale con perpetuit
di successione, n pi n meno che nell'araba Fenice. Vero  che
circa duemila settecento e settanta lune or sono, furono prodotti
in natura due Papagalli; ma fu la pi gran calamit che si vedesse
mai in quest'isola. Poich, diceva il Sagrestano, tutti questi
uccelli si accapigliarono e si azzuffarono talmente durante quel
tempo che l'isola corse rischio d'essere spogliata de' suoi
abitanti. Parte d'essi aderiva ad un Papagallo e lo sosteneva;
parte all'altro e lo difendeva. Parte di quelli rimasero muti come
pesci e pi non cantarono e parte di queste campane non sonarono
pi, come interdette. Durante questo tempo sedizioso chiamarono in
loro soccorso imperatori, re, duchi, marchesi, monarchi, conti,
baroni e comunit del mondo che abita in terra ferma e quello
scisma e quella sedizione non ebbero fine che uno dei due non
fosse tolto di vita e la pluralit ridotta a unit.
Poi domandammo che cosa movesse quegli uccelli a cantare cos
senza posa. Il Sagrestano ci rispose che erano le campane pendenti
sulle loro gabbie. Poi ci disse: - Volete voi che faccia ora
cantare quei Monagalli che vedete l bardocucullati d'un filtro
d'ippocrasso come allodole selvatiche?
- S, per favore, rispondemmo.
Allora una campana suon sei tocchi solamente ed ecco Monagalli
accorrere e Monagalli cantare.
- E se, disse Panurgo, sonassi questa campana potrei far cantare
parimente quelli che hanno quel pennaggio color arringa
affumicata?
- Parimenti, rispose il Sagrestano.
Panurgo suon e subito accorsero quegli uccelli affumicati e
cantavano insieme; ma con voci roche e sgradevoli. Cos il
Sagrestano ci spieg che non vivevano che di pesci come gli aironi
e i marangoni del mondo, e che era una quinta specie d'ipocriti
stampati di fresco. Aggiunse inoltre che aveva avuto avvertimento
da Roberto Valbringue, il quale era passato di l poco prima,
tornando dal paese d'Africa, che ben presto doveva calare una
sesta specie che ei chiamava Cappuccingalli, pi tristi, pi
maniaci e pi fastidiosi di ogni altra specie dell'isola.
- L'Africa, disse Pantagruele, suole sempre produrre cose nuove e
mostruose.


CAPITOLO IV.

Come qualmente gli uccelli dell'Isola Sonante erano tutti
migratori.

- Ma, disse Pantagruele, visto che, come ci avete esposto, il
Papagallo nasce dai Cardingalli, e i Cardingalli dai Vescogalli, e
i Vescogalli dai Pretegalli, e i Pretegalli dai Chiergalli, vorrei
sapere donde nascono questi Chiergalli.
- Sono, disse il Sagrestano, tutti uccelli di passaggio e ci
vengono dall'altro mondo: parte da una contrada grande a
meraviglia, la quale ha nome Giornosenzapane, parte da un'altra
verso ponente la quale s chiama Troppifigli. Da quelle due
contrade tutti gli anni ci vengono a branchi questi Chiergalli,
lasciando padri, madri, amici e parenti. E il modo  questo:
quando in qualche nobile casa di quella seconda contrada vi son
troppi figli, sia maschi, sia femmine, di modo che a ripartire fra
tutti l'eredit (come vuole ragione, ordina natura, e Dio comanda)
la casa sarebbe dispersa, allora i genitori se ne sbarazzano
lasciandoli in quest'isola Bossard.
-  l'isola Bouchard, disse Panurgo, presso Chinon.
- Dico Bossard, rispose il Sagrestano; poich ordinariamente sono
gobbi, guerci, zoppi, monchi, podagrosi, contraffatti, e
malefiziati, di peso inutile sulla terra.
-  costume proprio del tutto opposto a quello un tempo in uso per
l'ammissione delle Vestali, per cui, come attesta Labeone
Antistio, era vietato eleggere a quella dignit fanciulla che
avesse vizio alcuno all'anima o fosse fisicamente imperfetta o
avesse macchia qualunque nel suo corpo, sia pure occulta e
piccola.
- Mi stupisco, disse continuando il Sagrestano, che le madri in
quei paesi riescano a portarli nove mesi nel grembo se non li
possono sopportare nove anni nella loro casa, e il pi sovente,
neanche sette anni e solo mettendo loro una camicia sulla veste e
tagliando loro non so quale quantit di capelli al sommo del capo
con certe parole magiche ed espiatorie, visibilmente, apertamente,
manifestamente, per metempsicosi pitagorica, senza lesione n
ferita alcuna, li fanno diventare quei tali uccelli che qui ora
vedete; allo stesso modo come tra gli Egiziani per certe
linostolie e rasature erano creati i sacerdoti di Iside. Non so
tuttavia, amici belli, che significhi e donde proceda che le
femmine, siano Chierchesse, Monachesse o Abadesse, non cantino
motteti piacevoli inni di grazia come si soleva fare a Oromasis
per istituzione di Zoroastro; bens maledetti e lugubri come era
in uso pel demonio Arimane; e hanno maledizioni continue pei loro
parenti e amici che in uccelli le trasformarono, e dico delle
giovani come delle vecchie.
Un numero maggiore ne viene da Giornosenzapane che 
straordinariamente lungo. Poich gli Asaphis, abitanti di quella
contrada, quando sono in pericolo di patire malesuada fame per non
avere di che alimentarsi e non sapere e non voler far nulla, n ad
onesta arte o mestiere attendere, n mettersi fatalmente a
servizio di gente dabbene, e cos quelli che commisero qualche
delitto e son cercati per esser mandati a morte, tutti se ne
volano qui, qui hanno la loro vita assicurata e subito diventan
grassi come ghiri, mentre prima eran magri come picchi; qui godono
perfetta sicurezza, incolumit e franchigia.
- Ma, domand Pantagruele, questi belli uccelli una volta qui
volati, non se ne tornano mai pi al mondo ove furon covate le
loro ova?
- Alcuni s, rispose il Sagrestano, ben pochi un tempo, ben tardi
e con rammarico. Ma da certe eclissi in qua se n' volato via un
gran branco per virt delle costellazioni celesti. Ma ci non ci
attrista affatto: pi resta da mangiare per gli altri. E tutti,
prima di rivolar via, hanno lasciato le loro penne tra queste
ortiche e spine.
Noi ne trovammo alcune infatti e ricercando, c'imbattemmo a caso
in un vaso di rose scoperto.


CAPITOLO V.

Come qualmente gli uccelli ghiotticommendatori sono muti
nell'Isola Sonante.

Non aveva finite quelle parole che volarono vicino a noi
venticinque o trenta uccelli di colore e pennaggio quali non avevo
ancora visto nell'isola. Le loro piume cambiavano d'ora in ora
come la pelle del camaleonte e come il fiore del tripoglione o
teucrione. E tutti avevano sotto l'ala sinistra un segno come di
due diametri che frazionassero un cerchio o di una linea
perpendicolare che cadesse sopra una orizzontale. E l'avevano
quasi tutti della stessa forma, ma non dello stesso colore. Gli
uni l'avevano bianco, gli altri verde, gli altri rosso, gli altri
violetto, gli altri azzurro.
- Chi sono questi, domand Panurgo e come li chiamate?
- Sono meticci, rispose il Sagrestano. Noi li chiamiamo
ghiotticommendatori ed hanno gran numero di ricche
ghiottecommenderie nel vostro mondo.
- Fateli un po' cantare, vi prego, dissi, che sentiamo la loro
voce.
- Non cantano mai! egli rispose; ma, in compenso mangiano il
doppio.
- Dove sono le femmine? chiesi.
- Non ne hanno, rispose.
- Ma come dunque, sono cos coperti di croste e divorati dalla
peste?
-  una propriet di questi uccelli, rispose, causa la marina che
talora frequentano. Il motivo, continu, per cui son venuti vicino
a voi,  per vedere se conoscono tra voi una magnifica specie di
galli, uccelli di preda terribili, ma non di quelli che vengono al
logoro, o riconoscono il guanto, che essi dicono essere nel vostro
mondo: dei quali alcuni portano lacci al piede, belli e preziosi
con iscrizioni alle verghette, secondo le quali chi mal penser 
condannato a esser subitamente tutto sconcacato; altri portano sul
davanti del loro pennaggio il trofeo d'un calunniatore, e altri
una pelle di montone.
- Pu essere, Mastro Sagrestano, disse Panurgo, ma noi non li
conosciamo.
- Ora, disse il Sagrestano, abbiamo abbastanza parlamentato;
andiamo a bere.
- Meglio a mangiare, disse Panurgo.
- Mangiare e ben bere, disse il Sagrestano, l'uno chiama l'altro.
Nulla  caro e prezioso pi del tempo, occupiamolo in buone opere.
Egli ci voleva accompagnare prima a bagnarci alle terme dei
Cardingalli, sovranamente belle e deliziose; e poi farci ungere
degli alipti con preziosi balsami.
Ma Pantagruele gli rispose che avrebbe bevuto anche troppo senza
ci. E allora ci condusse in un grande e delizioso refettorio e ci
disse:
- L'eremita Braguibus vi ha fatto digiunare per quattro giorni,
ebbene quattro giorni per contrappunto starete qui senza
tralasciar mai di bere e mangiare.
- Ma non dormiremo intanto? chiese Panurgo.
- Liberissimi, rispose il Sagrestano, poich chi dorme beve.
Verace Iddio! Che baldoria vi facemmo! Oh il gran valentuomo!


CAPITOLO VI.

Come qualmente sono alimentati gli uccelli dell'Isola Sonante.

Pantagruele mostrava cera triste e non sembrava contento del
soggiorno quatriduano che ci fissava il Sagrestano; questi
accortosene disse:
- Signore, voi sapete che sette giorni prima e sette giorni dopo
il solstizio d'inverno non c' mai tempesta in mare. Questo, per
un favore che gli elementi usano agli alcioni, uccelli sacri a
Teti, i quali allora covano e fanno nascere i loro piccoli lungo
la riva. Qui il mare prende la sua rivincita dopo questa lunga
calma e per quattro giorni non cessa di tempestare enormemente
quando arriva qualche viaggiatore.
Noi stimiamo che ci avvenga affinch durante questo tempo siano
costretti a rimanere per esser ben festeggiati, grazie alle
rendite dello scampanamento. Non stimate pertanto di perder qui il
vostro tempo, in ozio. Forza maggiore vi tratterr. Se non volete
cimentarvi con Giunone, Nettuno, Dori, Eolo, e tutti i Vegiovi
risolvetevi a non altro fare che baldoria.
Dopo i primi bocconi, Fra Gianni domandava al Sagrestano:
- In quest'isola non avete che gabbie e uccelli; essi non arano,
n coltivano la terra. Tutte le loro occupazioni non sono che
godere, cinguettare, cantare. Da qual paese vi giunge questo corno
dell'abbondanza e tanta copia di beni e di ghiotti bocconi?
- Da tutto l'altro mondo, rispose il Sagrestano, eccettuate alcune
contrade delle regioni aquilonari, le quali da qualche anno danno
scandalo pestifero. Ma, accidenti,

Se ne pentiran don den,
Se ne pentiran don dan.

Beviamo amici. Ma di che paese siete?
- Di Turenna rispose Panurgo.
- Ah, non foste davvero covati da cattiva gazza, disse il
Sagrestano, se venite dalla benedetta Turenna. Dalla Turenna tante
e tante provviste ci giungono ogni anno, che ci fu detto un giorno
da gente del luogo qui di passaggio, che il duca di Turenna da
tutte le sue rendite non trae di che satollarsi di lardo (causa
l'eccessiva prodigalit dei suoi predecessori verso questi nostri
sacrosanti uccelli) per satollare noi qui di fagiani, pernici,
pollastre, tacchini, grassi capponi del Ludunese, cacciagione
d'ogni sorta, e d'ogni sorta di selvaggina. Beviamo amici! Vedete
questa schiera d'uccelli come son morbidi e paffuti grazie alle
rendite che ci giungono. E come cantano bene! Non vedeste mai
usignoli cantar cos bene come essi fanno davanti al piatto,
quando vedono questi due bastoni dorati...
-  la festa dei bastoni, interruppe Fra Gianni.
- E quando, riprese il Sagrestano, io suono loro queste grosse
campane che vedete appese intorno alla loro gabbia. Beviamo amici!
Fa buon bere oggi. E gli altri giorni del pari. Beviamo; io bevo
di gran cuore a voi, siate i benvenutissimi!
Non abbiate paura che vino e viveri qui manchino; ch quand'anche
il cielo fosse di bronzo e la terra di ferro, mai non ci
verrebbero meno i viveri per sette o anche otto anni: pi a lungo
che non durasse la fame in Egitto. Beviamo insieme in buon accordo
e in carit.
- Diavolo, ne avete dell'abbondanza in questo mondo! esclam
Panurgo.
- E ben pi ne avremo nell'altro, rispose il Sagrestano. Il meno
che ci tocchi  i Campi Elisi. Beviamo, amici! Io bevo a te.
- I vostri primi Siticini, dissi io, furono molto divinamente e
perfettamente ispirati inventando il modo per il quale voi avete
ci che tutti gli umani appetiscono naturalmente e che a ben pochi
o, propriamente parlando, a nessuno  concesso: cio avere il
paradiso in questo mondo e nell'altro del pari. Oh gente felice!
Oh semidei! Piacesse al cielo che cos toccasse a me!


CAPITOLO VII.

Come qualmente Panurgo racconta al mastro Sagrestano l'apologo del
ronzino e dell'asino.

Dopo aver ben bevuto e ben mangiato, il Sagrestano ci condusse in
una camera ben mobiliata, ben tappezzata, tutta dorata. L ci fece
portare dei mirabolani, un po' di balsamo, zenzero verde candito,
ippocrasso e vino delizioso in abbondanza, e c'invitava con questi
antidoti, quasi fosse beveraggio del fiume Lete, a mettere in
oblio e noncuranza le fatiche patite sul mare; fece anche portare
gran quantit di viveri alle nostre navi che si dondolavano al
porto. Cos riposammo quella notte; ma io non poteva dormire causa
il sempiterno scotimento delle campane.
A mezzanotte il Sagrestano ci svegli per bere; lui stesso bevve
per primo dicendo:
- Voialtri dell'altro mondo dite che l'ignoranza  la madre di
tutti i mali e dite il vero; ma tuttavia voi non la bandite dal
vostro intelletto e vivete in lei, con lei e per lei. Perci tanti
mali vi tormentano ogni giorno pi. Sempre vi lagnate, vi
lamentate; non siete mai soddisfatti, ora lo considero.
L'ignoranza infatti vi tiene legati al letto come gi il Dio delle
battaglie per arte di Vulcano, e non intendete che il dover vostro
 di risparmiare il vostro sonno, non risparmiare i beni di questa
famosa isola. Voi dovreste aver gi fatto tre pasti e imparate da
me che per mangiare i viveri dell'Isola Sonante, bisogna levarsi
di buon'ora; mangiandoli si moltiplicano; risparmiandoli vanno in
diminuzione. Falciate il prato alla sua stagione e l'erba crescera
pi vigorosa e profittevole; non falciatelo e in pochi anni non
sar tappezzato che di musco. Beviamo amici, beviamo tutti, i pi
magri dei nostri uccelli cantano ora tutti per noi, e noi beviamo,
vi prego, per loro. Beviamo, di grazia, e presto, non ne sputerete
che meglio. Beviamo una, due, tre, nove volte: non zelus sed
charitas.
Allo spuntar del giorno ci svegli di nuovo per mangiar le zuppe
di prima. Poi non facemmo che un solo pasto il quale dur tutto il
giorno e non era possibile distinguere se fosse desinare o cenare,
merendare o ricenare. Solamente, per spasso, andammo a fare un
giro nell'isola per vedere e udir il gioioso canto di quei
benedetti uccelli.
Alla sera Panurgo disse al Sagrestano:
- Non vi dispiaccia, Signore, che io vi racconti un'allegra
storiella avvenuta nel paese di Chtelraud da ventitre lune.
Il palafreniere d'un gentiluomo, una mattina d'aprile faceva
passeggiare i suoi grandi cavalli per campi. L incontr una gaia
pastorella, che

All'ombra d'un boschetto
Le pecorelle sue guardava

e insieme un asino e qualche capra. Conversando con lei la
persuase a salire in groppa dietro a lui per visitare la scuderia
e farvi uno spuntino alla campagnola. Mentr'essi si trattenevano
l conversando, il cavallo si rivolse all'asino e gli disse
all'orecchio (poich le bestie parlarono tutto quell'anno in
diversi luoghi):
- Povero e meschino ciuchetto, ho piet e compassione di te. Tu
lavori molto ogni giorno me n'accorgo dal tuo sottocoda tanto
logoro;  giusto, poich Dio t'ha creato pel servizio degli
uomini; sei un ciuco da bene. Ma il non esser strofinato,
strigliato, bardato e alimentato pi di quanto vedo, ci mi sembra
un po' duro e fuor de' termini di ragione. Tu sei tutto irsuto,
tutto scalcinato, tutto sfiancato e non ti nutri che, di canne, di
spine e duri cardi. Onde ti ammonisco, o ciuchetto, di venirtene
pian piano con me e vedere come siamo trattati e nutriti noialtri
che natura ha generato per la guerra.
Risentirai beneficio dal mio trattamento.
- Oh, Signor Cavallo, verr davvero volentieri, rispose l'asino.
- Puoi anche dire Signor Ronzino, o ciuco, disse il ronzino.
- Perdonatemi, Signor Ronzino, rispose l'asino, se noialtri del
contado e rustici siamo scorretti e rozzi nel nostro parlare. Vi
obbedir dunque volentieri e poich vi piace farmi tanto bene e
onore, vi seguir da lontano per paura delle bastonate (la mia
pelle ne  tutta contrappuntata).
Montata la pastorella, l'asino seguiva il cavallo fermamente
deliberato di fare una buona mangiata arrivando alla scuderia. Il
palafreniere lo scorse e ordin ai garzoni di stalla di por mano
al forcale e direnarlo a legnate.
L'asino, intendendo questo discorso si raccomand al dio Nettuno e
cominciava a sloggiare di gran carriera pensando tra s e cos
sillogizzando: "Dice bene: non  della mia condizione seguire le
corti dei grandi signori; natura non m'ha creato che per aiutare
la povera gente; Esopo me ne aveva avvertito con un suo apologo;
ho peccato d'oltracotanza; non c' altro rimedio che scappar via
subito e dico pi presto che non siano cotti gli asparagi. E
l'asino via al trotto, a peti, a balzi, a calci, al galoppo e a
scorreggiate.
La pastorella vedendo l'asino darsela a gambe, disse al
palafreniere ch'era suo e lo preg che fosse ben trattato,
altrimenti voleva andarsene senza proceder oltre. Allora il
palafreniere comand che i cavalli restassero magari otto giorni
senza avena, piuttosto che l'asino non ne avesse da farne una
spanciata. Il peggio fu richiamarlo. I garzoni avevano un bel
lusingarlo e dargli voce: "Truunc, truunc, ciuchino, qua!" ma
l'asino diceva: "Non ci vedo, ho vergogna".
E pi benignamente lo chiamavano e pi rudemente si scansava a
salti e scorreggiate; ci sarebbero ancora adesso, se la pastorella
non li avesse avvertiti di crivellare l'avena alto in aria,
chiamandolo, ci che fu fatto. Subito l'asino volt faccia
dicendo: Avena? ah, venga! e non il tridente, dico, a chi mi dice:
passa. Cos s'arrese all'invito, cantando melodiosamente.
Fa tanto bene all'anima come voi sapete, udir la voce e musica di
queste bestie arcadiche!
Quando giunse lo menarono alla stalla presso il grande cavallo; fu
grattato, strofinato, strigliato, lettiera nuova fino al ventre,
rastrelliera piena di fieno, greppia zeppa d'avena.
E quando i garzoni la stavano crivellando, egli faceva lor segno
delle orecchie che se la mangierebbe anche troppo senza
crivellarla e che non si disturbassero, e che tanto onore non gli
competeva.
Quando si furono ben rimpinzati, il cavallo interrog l'asino
dicendo:
- Come va dunque ora, povero chiucino? Che ti sembra di questo
trattamento? E pensare che non volevi venire! Che ne dici?
- In nome del fico, rispose l'asino, mangiando il quale uno de'
nostri antenati fece morire a forza di ridere Filemone, questo 
balsamo, signor Ronzino. Per, per la festa non  che a mezzo.
Non fottete per nulla qui dentro voialtri, Signori Cavalli?
- Di che fottere mi parli tu, ciuchino? domand il cavallo. Che ti
colga il malanno! Mi prendi tu per asino?
- Ah, ah! Rispose l'asino, sono un po' duro da imparare il
linguaggi cortigiano dei cavalli. Io domando: ronzineggiate per
nulla qui dentro, voialtri, Signori Ronzini?
- Parla piano, ciuchino, disse il cavallo, ch se i garzoni ti
sentono, ti picchieranno s fitto a gran colpi di forcale che ti
passer la voglia di fottere. Noi qui dentro non si osa neanche
rizzare la punta, fosse pure anco per orinare, per paura dei
colpi; per tutto il resto stiamo da re.
- Per l'alba del basto che porto, io ti rinnego; basta, basta la
tua lettiera, il tuo fieno, la tua avena; vivano i cardi dei campi
poich l a piacere si ronzineggia! Mangiar meno e sempre
ronzinarci la sua brava botta, questa  la mia divisa; di ci noi
facciamo fieno e pietanza. Oh, Signor Ronzino, amico mio, se tu ci
avessi visto alle fiere quando noi teniamo il nostro capitolo
provinciale, come noi freghiamo a bell'agio mentre le nostre
padrone vendono le ochette e i pulcini loro!
Cos fin il loro discorso. Ho detto.
Qui Panurgo si tacque e non aggiungeva verbo. Pantagruele lo
consigli a trarre una conclusione. Ma il Sagrestano rispose.
- A buon intenditor poche parole. Comprendo benissimo ci che con
questo apologo dell'asino e del cavallo vorreste dire e inferire,
ma voi siete uno svergognato. Sappiate che qui non v' nulla per
voi, non insistete.
- Ma pure, disse Panurgo, ho ben visto qui, non  molto,
un'abbagallessa a piume bianche che converrebbe meglio cavalcare,
che menar per mano. E se gli altri sono damiaugelli ella mi sembra
damiaugella, voglio dire leggiadra e graziosa s da meritare un
peccato o due. Dio me lo perdoni tuttavia, io non pensavo a male;
ma il male che penso mi possa subito capitare!


CAPITOLO VIII.

Come qualmente ci fu mostrato il Papagallo con gran difficolt.

Il terzo giorno continu con gli stessi festini e banchetti dei
due precedenti. Pantagruele chiese istantemente quel giorno di
vedere il Papagallo; ma il Sagrestano rispose che quello non si
lasciava vedere tanto facilmente.
- Come? disse Pantagruele, ha egli l'elmo di Plutone in testa,
l'anello di Gige nelle unghie, o un camaleonte in seno per
rendersi invisibile alla gente?
- No, rispose il Sagrestano, ma per sua natura  un po' difficile
a vedere. Io provveder tuttavia in modo che lo possiate vedere,
se ci  possibile.
Ci detto ci lasci all'opera di masticazione.
Tornato un quarto d'ora dopo, ci disse che il Papagallo era
visibile in quel momento e ci condusse di soppiatto e in silenzio
dritti alla gabbia nella quale era rannicchiato, accompagnato da
due piccoli Cardingalli e da sei grossi e grassi Vescogalli.
Panurgo consider con curiosit il suo aspetto, i gesti, il
comportamento; poi esclam ad alta voce:
- Malanno alla bestia! Sembra un'upupa.
- Parlate piano per Dio, disse il Sagrestano; egli ha orecchie,
come not saggiamente Michele de Matiscones.
- Anche l'upupa le ha, disse Panurgo.
- Se vi sente besternmiare cos, siete perduti, buona gente.
Vedete l, dentro la sua gabbia, un bacino? Ne usciranno folgori,
tuoni, lampi, diavoli e tempesta dai quali sarete in un momento
inabissati cento piedi sotterra.
- Val meglio bere e banchettare, disse Fra Gianni.
Panurgo restava in contemplazione veemente del Papagallo e della
sua compagnia, quando scorse sotto la sua gabbia una civetta.
Allora esclam:
- Per la virt di Dio, noi siamo qui ben uccellati a tutto spiano
e ridotti a mal partito. C', perdio, in questo maniero, e
imbroglio, e rigatteria, e raschieria fin che se ne vuole.
Guardate l quella civetta; siamo assassinati, perdio!
- Parla piano, in nome di Dio, disse il Sagrestano; non  una
civetta  maschio,  un nobile sagrestano.
- Ma fateci un po' cantare il Papagallo disse Pantagruele,
affinch sentiamo la sua armonia.
- Egli non canta che a' suoi giorni, disse il Sagrestano e non
mangia che alle sue ore.
- Non cos faccio io, disse Panurgo, ma tutte le ore per me son
buone. Andiamo dunque a bere.
- Questo  parlar da galantuomo, disse il Sagrestano; cos
parlando mai non sarete eretico. Andiamo, anch'io sono dello
stesso avviso.
Ritornando alla beveria scorgemmo rannicchiato un vecchio
Vescogallo a testa verde accompagnato da un soffiaguanti e da tre
onocrotali, uccelli assai giulivi. E russavan sotto un frascato.
Presso di lui era una graziosa Abbagallessa la quale cantava
giocondamente. Noi ne avemmo tal piacere che avremmo voluto tutte
le nostre membra in orecchie convertire, nulla perdere del suo
canto e darvi tutta la nostra attenzione senza esser per nulla
distratti altrove. Panurgo disse:
- Questa bella Abbagallessa si rompe la testa a forza di cantare e
questo grosso brutto Vescogallo intanto russa; ora io lo far ben
cantare, corpo del diavolo!
E suon una campana pendente sulla sua gabbia; ma pi suonava, pi
il Vescogallo russava e punto non cantava.
- Per Dio, disse Panurgo, vecchio allocco, vi far ben cantare in
altro modo.
E prese un gran sasso per colpirlo in mezzo al corpo. Ma il
Sagrestano grid:
- Oh galantuomo, colpisci, ferisci, uccidi, ammazza tutti i re e i
principi del mondo, con tradimento, con veleno, o altrimenti
quando vorrai, snida dal cielo anche gli angeli se vuoi, e di
tutto sarai perdonato dal Papagallo; ma non toccare questi sacri
uccelli se ti preme vita, guadagno e sostanze sia tuoi che de'
tuoi parenti e amici vivi e trapassati. Persino quelli che
nasceranno da loro ne sarebbero perseguitati! Considera bene quel
bacino.
- Val meglio dunque, disse Panurgo, bere e banchettare.
- Dice bene il signor Antitus, osserv Fra Gianni; mentre stiam
qui a vedere questi diavoli di uccelli, non facciamo che
bestemmiare, mentre vuotando bottiglie e boccali non facciamo che
lodare Iddio. Andiamo dunque a bere! Oh la bella parola!
Il quarto giorno, dopo bere (ben s'intende) il Sagrestano ci diede
congedo. Noi gli facemmo dono d'un bel coltellino della Perche che
egli grad anche pi che non gradisse Artaserse il bicchier
d'acqua fresca che gli present un contadino, e ci ringrazi
cortesemente; mand alle nostre navi rifornimenti d'ogni
provvista, ci augur buon viaggio e di giungere sani e salvi alla
fine delle nostre imprese e ci fece giurare per Giove Pietra che,
al ritorno, saremmo ripassati pel suo territorio. E infine ci
disse:
- Amici, voi noterete che al mondo vi sono assai pi coglioni che
uomini; ricordatevene!


CAPITOLO IX.

Come qualmente discendemmo nell'Isola dei Ferramenti.

Zavorrato ben bene lo stomaco, avendo vento in poppa inalzammo il
nostro grande artimone, onde in meno di due giorni arrivammo
all'isola dei Ferramenti deserta e non abitata da alcuno, dove
vedemmo gran numero d'alberi portanti marrelli, zappini, vanghe,
falci, falcetti, badili, cazzuole, scuri, roncole, seghe, ascie,
pinze, forbici, tenaglie, pale, girelle, e trapani.
Altri portavano daghe, pugnali, spadini, temperini, punteruoli,
spade, spadoni, sciabole, scimitarre, stocchi, freccie e coltelli.
Chiunque ne volesse non aveva che scrollare l'albero e subito
cadevano come prugne; ma, per di pi, cadendo a terra incontravano
una specie d'erba che si chiamava foderi e vi s'inguainavano
dentro.
Bisognava ben guardarsi che, cadendo, non piombassero sulla testa,
i piedi, o altre parti del corpo, perch cadevano di punta per
inguainarsi, e avrebbero ferito la persona.
Sotto non so quali altri alberi vidi certe specie d'erbe le quali
crescevano come picche, lance, giavellotti, alabarde, lancioni,
partigiane, ronconi, forche, spiedi, e scescrevano alto. E non
appena toccavano l'albero incontravano i loro ferri e lame
ciascuna adatta alla sua natura.
Gli alberi sovrastanti gi le avevano apprestate alla loro venuta,
mentre crescevano, come voi apprestate i vestitini ai bimbi quando
volete toglierli di fascie.
Affinch non aborriate l'opinione di Platone, Anassagora,
Democrito (sono piccoli filosofi?) quegli alberi ci sembravano
animali terrestri. E dalle bestie differivano non perch non
avessero cuoio, grasso, carne, vene, arterie, legamenti, nervi,
cartilagini, glandole, ossa, midolla, umori, matrici, cervello e
articolazioni conosciute, (poich essi ne hanno, come ben deduce
Teofrasto) ma in ci ch'essi hanno la testa, cio il tronco, in
basso; i capelli, cio le radici, in terra e i piedi, cio i rami,
per aria come se un uomo facesse la pertica del lupo.
E come voi, Impestati, grazie alle vostre sciatiche, ai vostri
omoplati reumatizzati, sentite da lungi la venuta delle pioggie,
dei venti, del sereno, e ogni cangiamento di tempo, cos dalle
loro radici, tronchi, gomme, midolle, quegli alberi presentono
qual sorta d'aste cresce sotto e preparano loro ferri e lame
convenienti.
Vero  che in ogni cosa, Dio eccettuato, avviene qualche errore.
La natura stessa non ne va esente quando produce cose miracolose e
animali deformi.
Parimenti in quegli alberi notai qualche sbaglio; infatti una
mezza picca crescente per aria sotto quegli alberi ferramentiferi,
toccando i rami invece di ferro incontr una scopa: bene, servir
a spazzare i camini; una partigiana incontr delle forbici: tutto
 buono: servir per mondare giardini dai bruchi; un'asta di
alabarda incontr un ferro di falce e sembrava ermafrodita; non
importa, sar per qualche falciatore. Gran bella cosa credere in
Dio!
Ritornando alle nostre navi, vidi dietro un non so qual cespuglio,
non so qual gente, che faceva non so che cosa, non so come,
aguzzando non so quali ferramenti, che avevano, non so dove, n in
qual maniera.


CAPITOLO X.

Come qualmente Pantagruele arriv all'Isola di Cassade.

Continuammo il nostro viaggio lasciando l'Isola dei Ferramenti e
il giorno seguente entrammo nell'Isola di Cassade, vera immagine
di Fontainebleau poich la terra vi  s magra che le ossa (cio
le roccie) le forano la pelle, arenosa, sterile, malsana e
sgradevole. Il nostro pilota ci mostr l due piccole roccie
quadrate a otto punte eguali a guisa di cubo, le quali per la loro
bianchezza sembravano, in apparenza, esser d'alabastro, o ben
coperte di neve; ma egli ci assicur ch'eran coperte di aliossi.
In quelle diceva essere il maniero a sei piani di venti diavoli
d'azzardo, tanto temuti nel nostro paese, i pi grandi dei quali,
gemelli e accoppiati, chiamava Sestine, i pi piccoli Ambezasso,
gli altri medii Cinquina, Quaderna, Terno, Doppio Due, gli altri
chiamava Sei e cinque, Sei e quattro, Sei e tre, Sei e due, Sei e
otto, Cinque e quattro, Cinque e tre, e cos consecutivamente.
Allora notai che sono pochi giocatori al mondo che non siano
invocatori di diavoli: poich, gettando due dadi sul tavolo quando
gridano devotamente: "Sestina, amico mio!" si tratta del gran
diavolo; "Ambizasso, gioia mia!" si tratta del piccolo diavolo;
"Quattro e due, ragazzi miei!" e cos degli altri, invocano i
diavoli pei loro nomi e soprannomi. E non solamente li invocano,
ma si dicono loro amici e famigliari. Vero  che questi diavoli
non vengono sempre immediatamente secondo l'invocazione ma sono in
ci scusabili; si trovavano altrove secondo l'ordine di priorit
degli invocanti; non bisogna dunque dire che manchino di sensi e
d'orecchie. Ne hanno, vi dico, e di belle.
Poi ci disse che intorno e sulla riva di quelle roccie quadrate
erano avvenuti disastri e naufragi e perdite di vite e di beni pi
che intorno a tutte le Sirti, Cariddi, Sirene, Scilla, Strofadi e
abissi di tutto il mare.
Io non ebbi difficolt a crederlo ricordando che un tempo tra i
saggi egiziani Nettuno era designato lettere geroglifiche, col
primo cubo, Apollo coll'Asso, Diana col Due, Minerva col Sette,
ecc.
Inoltre ci disse esservi l un fiasco del Sangraal, cosa divina e
conosciuta da poca gente.
Panurgo tanto fece con belle preghiere ai sindaci del luogo, che
essi ce lo mostrarono; ma ci avvenne con cerimonia e solennit
tre volte pi grande di quella onde a Firenze mostrano le Pandette
di Giustiniano, o la Veronica a Roma.
Non vidi mai tanti zendadi, e fiaccole, e torcie, candele e
cerimonie.
E finalmente ci fu mostrata la faccia di un coniglio arrosto!
Non vedemmo l altra cosa memorabile fuorch Bonne Mine moglie di
Mauvais Jeu, e i gusci di due ova covati un tempo e dischiusi da
Leda, dai quali nacquero Castore e Polluce fratelli di Elena la
bella.
I sindaci ce ne diedero un pezzetto in cambio di pane.
Partendo acquistammo una pila di cappelli e berretti di Cassade,
vendendo i quali son sicuro faremo poco guadagno. E credo che meno
ancora ne faranno, usandoli, coloro che li acquisteranno da noi.


CAPITOLO XI.

Come qualmente arrivammo allo sportello abitato da Grippaminotto,
Arciduca dei Gatti impellicciati.

Qualche giorno dopo avendo rischiato pi volte di far naufragio,
giungemmo a Condannazione, altra isola tutta deserta; poi
arrivammo anche allo Sportello dove Pantagruele non volle
discendere. E fece benissimo. Infatti noi vi fummo fatti
prigionieri, arrestati per comando di Grippaminotto, Arciduca dei
Gatti impellicciati, perch qualcuno della nostra comitiva volle
vendere a un sergente dei cappelli di Cassade.
I Gatti impellicciati sono bestie molto orribili e spaventevoli;
mangiano i bambini e si cibano su pietre di marmo. Pensate dunque,
beoni, se non dovranno esser camusi. Il loro pelo non spunta dalla
pelle, ma  nascosto per di dentro, e portano tutti quanti per
loro simbolo e divisa una borsa aperta; ma non tutti alla stessa
maniera; poich alcuni la portano attaccata al collo a mo' di
sciarpa, altri sul culo, altri sulla pancia, altri sul costato, e
tutto per ragione di mistero. Hanno anche le unghie tanto forti,
lunghe e aguzze che nulla sfugge loro quando l'abbiano tra gli
artigli. Si coprono la testa alcuni di berretti a quattro grondaie
o braghette, altri di berretti a risvolti, altri di berretti a
mortaio, altri di cappucci a mortaio.
Entrando nella loro tana, un mendicante che stava alla porta, al
quale avevamo dato mezzo testone, ci disse:
- Dio vi conceda, gente da bene, di uscir ben presto sani e salvi
di l: considerate bene l'aspetto di quei robusti pilastri,
sostegni della giustizia grippaminottiera. E notate che se vivete
ancora sei olimpiadi, pi l'et di due cani, voi vedrete questi
Gatti impellicciati, signori di tutta Europa e possessori sicuri
di ogni bene e dominio che in essa si trovi, se non avvenga che
nei loro eredi, per divina punizione, subitamente periscano i beni
e le rendite da loro ingiustamente acquistati; ci vi dice un
mendicante da bene.
Regna tra loro la sesta essenza mediante la quale acchiappano
tutto, divorano tutto, sconcacano tutto. Essi bruciano, squartano,
decapitano, feriscono, imprigionano, rovinano e minano tutto senza
discrezione di bene e di male. Poich, tra loro, il vizio 
chiamato virt, la cattiveria soprannominata bont, il tradimento
ha nome fedelt, il ladrocinio  detto liberalit, il saccheggio 
la loro divisa e, compiuto da loro, e trovato buono da tutti gli
umani, eccettuati gli eretici; e tutto fanno con sovrana e
irrefragabile autorit.
Come segno del mio pronostico osserverete che l dentro le
mangiatoie stanno sopra le rastrelliere. E di ci vi sovvenga un
giorno o l'altro.
E se mai peste, fame, o guerra, terremoti, cataclismi,
conflagrazioni, sventure infestino il mondo, non le attribuite,
non le riferite a congiunzioni di pianeti malefici, agli abusi
della corte di Roma, alle tirannie dei re e principi della terra,
all'impostura degli ipocriti, degli eretici, dei falsi profeti,
alla malignit degli usurai, falsi monetari, limatori di testoni,
n all'ignoranza, impudenza, imprudenza dei medici, chirurghi,
farmacisti, n alla perversit delle donne adultere, venefiche,
infanticide; attribuite tutto all'enorme, indicibile, incredibile,
inestimabile malvagit foggiata ed adoperata continuamente nella
officina dei gatti impellicciati, la quale non  conosciuta dalla
gente pi che lo sia la cabala degli Ebrei e pertanto non 
detestata, corretta e punita come ragione vorrebbe.
Ma se un giorno sar messa in evidenza e manifestata al popolo,
non v', n vi fu oratore tanto eloquente che lo raffreni
coll'arte sua, n legge tanto rigorosa e draconiana che lo
trattenga per paura di pena, n magistrato tanto potente che
gl'impedisca per forza di farli bruciar vivi nel loro covo, come
s'addice a felloni.
I loro stessi figlioli, Gattini impellicciati e altri parenti, li
avrebbero in orrore e abominazione.
Perci come Annibale fu fatto giurare da suo padre Amilcare con
giuramento solenne e religioso di perseguitare fin che vivesse i
Romani, cos io ebbi dal defunto padre mio ingiunzione di rimanere
qui fuori in attesa che piombi l dentro la folgore del cielo e li
riduca in cenere come avvenne ai Titani profanatori e nemici degli
Dei.
Giacch gli uomini sono tanto e tanto induriti di cuore che n
ricordano il male che quei Gatti impellicciati hanno compiuto, n
sentono quello che compiono, n prevedono quello che compiranno;
o, sentendolo, non osano, non vogliono, o non possono sterminarli.
- Che  ci? disse Panurgo. Ah, ah, ah, io non ci vado per Dio;
torniamo indietro, ritorniamo dico, in nome di Dio!

Non mi stupisce quel pitocco meno
Di fulmine che cada a ciel sereno.

Tornando indietro trovammo la porta chiusa; e ci fu detto che l
facilmente si entrava come in Averno; ma la difficolt stava
nell'uscire e che non saremmo usciti fuori in nessuna maniera
senza un bollettino di scarico dall'assistente, per questa sola
ragione: che andarsene via dalle fiere non  come andarsene dai
mercati e che avevamo i piedi coperti di polvere. Il peggio fu
quando passammo lo sportello. Poich per avere il bollettino di
scarico ci presentammo davanti al pi sozzo mostro che mai sia
stato descritto.
Lo chiamavano Grippaminotto. Non saprei meglio compararlo che alla
Chimera, o alla Sfinge, o a Cerbero, oppure al simulacro d'Osiride
come lo figuravano gli Egizii con tre teste insieme congiunte,
cio: d'un leone ruggente, d'un cane scodinzolante e d'un lupo che
spalanca la gola, attorcigliati da un dragone che si morde la coda
e tutto raggi scintillanti d'intorno.
Le mani avea piene di sangue, le unghie come d'arpia, il muso a
becco di corvo, i denti di cinghiale quatrenne, gli occhi
fiammeggianti come una gola d'inferno, tutto coperto di berretti a
mortaio intrecciati con pestelli, meno le unghie che ben si
vedevano.
Il seggio suo e de' suoi collaterali Gatti di garenna, era una
lunga rastrelliera tutta nuova, sopra la quale erano mangiatoie
arrovesciate, molto ampie e belle come avea detto il mendicante.
Nel posto del seggio principale era l'immagine d'una vecchia
donna, che teneva nella destra il fodero d'un falcetto e nella
sinistra una bilancia e portava occhiali al naso. I piatti della
bilancia consistevano in due borse di velluto, l'una piena di
monete e pendente, l'altra vuota e lunga, elevata sopra la
bilancia.
Sono d'avviso fosse l'immagine della giustizia grippaminottiera,
ben aborrente dall'istituzione degli antichi Tebani, i quali
erigevano le statue dei loro Dicasti e giudici dopo la loro morte,
d'oro, d'argento e di marmo secondo il loro merito, e tutte senza
mani.
Quando ci fummo presentati davanti a lui, non so qual sorta di
gente, tutti rivestiti di borse e di sacchi con gran lembi di
scritture, ci fecero sedere sopra un banco d'accusati.
Panurgo disse:
- Bricconi, amici miei, io sto assai bene in piedi; tanto pi che
il banco  troppo basso per un uomo che ha calze nuove e farsetto
corto.
- Sedete l, risposero essi e che non occorra ripeterlo. La terra
ora si spalancher per inghiottirvi vivi se mancate di rispondere
a tono.

CAPITOLO XII.

Come qualmente ci fu proposto un enigma da Grippaminotto.

Quando fummo seduti Grippaminotto in mezzo ai suoi Gatti
impellicciati ci disse con parole roche e furiose: Or qua, or qua,
or qua! (Da bere, da bere qua! Diceva Panurgo tra i denti)

Una bionda e ben giovane donzella
Concep senza padre un figlio nero.
Senza dolor lo partor la bella,
Bench nascendo al modo della vipera,
Egli rodesse con gran vituperio
Un suo fianco, d'uscire impaziente.
Poi varc monti e valli arditamente
Or in aria volando, or camminando.
Talch stup il filosofo sapiente
Che lo credea d'anima d'uom dotato.

Or qua, rispondi a questo enigma, disse Grippaminotto, e spiegaci
che cosa sia, or qua.
- Or per Dio, risposi, se avessi sfinge in casa mia, or per Dio,
come l'aveva Verre, uno de' vostri precursori, or per Dio, potrei
risolvere l'enigma, or per Dio; ma certo io non c'ero e sono, or
per Dio, innocente di fatto.
- Or qua, per Stige, disse Grippaminotto, poich altro non vuoi
dire, or qua, io ti mostrer, or qua, che sarebbe stato meglio per
te cadere tra le zampe di Lucifero, or qua, e di tutti i diavoli,
or qua, che tra le nostre unghie, Or qua. Eccole, le vedi? Or qua,
tanghero, tu ci alleghi la tua innocenza, or qua, come cosa degna
di sfuggire alle nostre torture. Or qua, le nostre leggi sono come
tele di ragno; or qua, i semplici moscerini e le farfallette vi
restano impigliati; or qua, i grossi tafani malefici le rompono,
or qua, e vi passano attraverso or qua. Similmente noi non
cerchiamo i grossi ladroni e i tiranni, or qua: essi sono di
troppo dura digestione, or qua, e ci ammazzerebbero, or qua. Ma
voi altri gentili innocenti sarete per bene innocentati or qua, il
gran diavolo, or qua, vi canter messa, or qua.
Fra Gianni, mal sofferente di ci che aveva dichiarato
Grippaminotto gli disse:
- Ohe, signor diavolo intonacato, come pretendi che risponda d'un
caso che ignoro? Non ti contenti tu della verit?
- Or qua, disse Grippaminotto, non c'era ancora capitato in tutto
il mio regno, or qua, che alcuna persona parlasse or qua, senza
essere prima interrogata. Chi ha slegato qui questo pazzo furioso?
- Ha mentito, disse Fra Gianni, senza mover labbro.
- Or qua, quando verr la tua volta di rispondere, or qua, me la
pagherai, or qua, briccone.
- Tu hai mentito, ripeteva Fra Gianni, in silenzio.
- Pensi tu essere nella foresta dell'Accademia, or qua, con gli
oziosi cacciatori e ricercatori della verit? Or qua, noi abbiam
qui ben altre cose a fare, or qua: qui si risponde, dico, or qua,
or qua, categoricamente, su ci che s'ignora. Or qua, si confessa,
or qua, d'aver fatto ci che mai non si fece. Or qua, si afferma
di sapere ci che mai non si conobbe. Or qua, si fa portar
pazienza a chi s'arrabbia. Or qua, si spenna l'oca senza farla
strillare, or qua. Tu parli senza procura, or qua, lo vedo bene,
or qua, che la febbre quartana ti possa sposare, or qua!
- Diavoli, esclam Fra Gianni, arcidiavoli, protodiavoli,
pantodiavoli, vuoi tu dunque sposare i monaci? Oh, uh! oh, uh! ti
dichiaro eretico.


CAPITOLO XIII.

Come qualmente Panurgo espone l'enigma di Grippaminotto.

Grippaminotto fingendo non intendere la risposta, si volse a
Panurgo dicendo: Or qua, or qua, or qua, e tu, mattacchione non
vuoi dir nulla ?
- In nome del diavolo, or l, rispose Panurgo, vedo che per noi
c' qui la peste, in nome del diavolo, or l, poich l'innocenza
non vi  al sicuro, e il diavolo vi canta messa, in nome del
diavolo, or l. Io vi prego di lasciare che io la paghi per tutti,
in nome del diavolo, or l, e di lasciarci andare. Non ne posso
pi in nome del diavolo, or l.
- Andare! disse Grippaminotto, or qua; non avvenne mai da
trecent'anni in qua, or qua, che alcuno sfuggisse di qui dentro
senza lasciarvi del pelo, or qua, o della pelle, anche pi spesso,
or qua. E che? Sarebbe infatti, or qua, come venir a dire che
saresti stato citato davanti a noi ingiustamente, or qua, e da noi
ingiustamente, or qua, trattato, or qua. Tu sei ben disgraziato,
or qua; ma ancor pi lo sarai, or qua, se non rispondi all'enigma
proposto. Or qua, che cosa significa, or qua?
- Significa, in nome del diavolo, or l, rispose Panurgo, un
tonchio nero d'una fava bianca, in nome del diavolo, or l; il
quale talora vola, talora cammina per terra, in nome del diavolo,
or l, onde fu stimato da Pitagora, primo amatore della sapienza
(cio, in greco, filosofo) in nome del diavolo or l, aver
ricevuto anima umana per via di metempsicosi, in nome del diavolo,
or l. Se voialtri, foste uomini, in nome del diavolo, or l, dopo
la vostra mala morte, le vostre anime, secondo la sua opinione
entrerebbero in corpi di tonchi, in nome del diavolo or l, poich
in questa vita rosicchiate e mangiate tutto; nell'altra roderete e
mangerete come vipere gli stessi costati delle vostre madri, in
nome del diavolo, or l.
- Corpo di Dio, disse Fra Gianni, io vorrei di tutto cuore che il
buco del culo mi si mutasse in fava e fosse roso in tomo da
cotesti tonchi.
Panurgo, dopo queste parole, gett in mezzo all'aula una grossa
borsa di cuoio piena di scudi del sole. Al suono della borsa i
Gatti impellicciati cominciarono a giocar d'unghie come se fossero
violini smanicati. E tutti esclamarono ad alta voce: Sono le
droghe; il processo  stato ben buono, ben ghiotto, ben drogato.
Sono dei gran galantuomini.
-   oro, disse Panurgo, sono scudi del sole.
- La corte ha inteso, disse Grippaminotto, or bene, or bene, or
bene. Andate ragazzi, or bene, e proseguite la vostra strada, or
bene, noi non siamo tanto diavoli, or bene, quanto siam neri, or
bene, or bene, or bene.
Usciti dallo Sportello, fummo condotti fino al porto da certi
grifoni di montagna. Prima d'imbarcarci fummo avvertiti che non
avessimo ad avviarci senza aver prima fatto doni signorili tanto
alla dama Grippaminotta, quanto a tutte le Gatte impellicciate;
altrimenti avevano ordine di ricondurci allo Sportello.
- Merda ! rispose Fra Gianni; daremo qui in disparte un'occhiata
al deposito del nostro danaro e soddisferemo tutti.
- Ma non dimenticate, dissero i garzoni, il bicchier di vino dei
poveri diavoli.
- Il vino dei poveri diavoli, rispose Fra Gianni, non si dimentica
mai, in ogni paese e stagione esso  ricordato.


CAPITOLO XIV.

Come qualmente i Gatti impellicciati vivono di corruzione.

Non erano finite queste parole che Fra Gianni scorse sessantotto
galere e fregate che arrivavano al porto, onde corse subito a
domandare novelle e a vedere di che merci fossero cariche le navi.
E vide che erano tutte cariche di cacciagione, lepri, capponi,
colombi, maiali, capretti, pavoncelle, pollastri, anitre,
domestiche e selvatiche, ochette e altre sorta di selvaggina.
Scorse inoltre qualche pezza di velluto, di raso e di damasco.
Allora chiese ai viaggiatori dove e a chi portassero quei ghiotti
bocconi. Essi risposero che li portavano a Grippaminotto ai Gatti
impellicciati e alle Gatte impellicciate.
- Come chiamate codeste droghe? chiese Fra Gianni.
- Corruzione, risposero i viaggiatori.
Dunque se di corruzione vivono di generazione periranno, per la
virt di Dio, sar proprio cos: i padri loro divorarono i buoni
gentiluomini, che, in ragione della loro condizione, si
esercitavano alla voleria e alla caccia per essere in tempo di
guerra scaltriti e gi induriti alle fatiche. Giacch la caccia 
come un simulacro di battaglia; e mai non ment Senofonte
scrivendo che dalla caccia, come dal cavallo di Troia, sono usciti
tutti i buoni capitani. Io non son chierco, ma me l'han detto e lo
credo. Le anime di quei gentiluomini, secondo l'opinione di
Grippaminotto, dopo la loro morte entrano in cinghiali, cervi,
capretti, aironi, pernici, e altrettali animali che avevano
durante la loro prima vita sempre amati e cercati.
Ora questi Gatti impellicciati, dopo aver distrutto e divorato i
loro castelli, e terre, e domini, possessioni e rendite, nella
vita seguente ancora ne cercano il sangue e l'anima. Oh quel bravo
mendicante ce ne aveva ben avvertito accennando alla mangiatoia
stabilita sopra la rastrelliera.
- Ma, veramente, disse Panurgo, si fa bandire da parte del gran Re
che nessuno, sotto pena di capestro, abbia a prendere cervi o
cerve, cinghiali o capretti.
-  vero, rispose uno per tutti; ma il Gran Re,  tanto buono e
benigno; questi Gatti impellicciati sono tanto rabbiosi e affamati
di sangue cristiano, che abbiamo meno paura offendendo il gran Re,
che speranza mantenendo con queste corruzioni i Gatti
impellicciati. Tanto pi che domani Grippaminotto sposa una sua
Gatta impellicciata con un grosso Gattone bene impellicciato.
Al tempo andato li chiamavano Masticafieno; ma, ahim, non ne
masticano pi. Noi, ora, li chiamiamo masticalepri,
masticapernici, masticabeccaccie, masticafagiani,
masticapollastri, masticacapretti, masticaconigli, masticamaiali;
d'altre vivande non sono alimentati.
- Merda, merda! disse Fra Gianni: l'anno che viene si chiameranno
masticastronzi, masticadiarrea, masticamerde. Non volete credermi?
- S, perdiana, rispose la brigata.
- Facciamo due cose, propose Fra Gianni, primo impadroniamoci di
tutte queste provvigioni; tanto pi che sono fastidito di carni
salate: mi riscaldano gl'ipocondri.
S'intende che pagheremo bene. In secondo luogo, torniamo alla
Sportello e saccheggiamo tutti quei diavoli di Gatti
impellicciati.
- Senza dubbio, disse Panurgo, io non ci vengo: sono un po'
codardo di mia natura.


CAPITOLO XV.

Come qualmente Fra Gianni degli Squarciatori delibera di mettere a
sacco i Gatti impellicciati.

Virt di tonaca, disse Fra Gianni, ma che razza di viaggio
facciamo?   un viaggio da caconi; non facciamo che scorreggiare,
peteggiare, cacare, fantasticare, stare in ozio. Corpo di Dio, non
 questa la mia natura; se non compio sempre qualche atto eroico,
non posso dormir la notte. M'avete dunque preso a compagno in
questo viaggio per cantar messa e confessare? Pasqua di sogliole!
Il primo che viene a confessarsi avr in penitenza, come vile e
dappoco, di gettarsi in fondo al mare, e a capofitto, dico, in
deduzione delle pene del purgatorio. Perch altro sal Ercole in
fama e rinomanza sempiterma, se non perch peregrinando pel mondo,
liberava i popoli da tirannie, da errori, da pericoli, da angarie?
Egli uccideva tutti i briganti, tutti i mostri, tutti i serpenti
velenosi e le bestie malefiche. Perch non seguiamo l'esempio suo
e non facciamo come faceva lui per tutte le contrade dove
passiamo? Egli disfece le Stinfalidi, l'idra di Lerna, Caco,
Anteo, i Centauri. Io non son chierco ma i chierci lo dicono.
Imitiamo Ercole e distruggiamo questi Gatti impellicciati, figli
del diavolo e liberiamo questo paese dalla loro tirannia.
Io rinnego Maometto e giuro che se fossi forte e potente come fu
Ercole, non vi domanderei n aiuto, n consiglio. Ors andiamo o
non andiamo? Io v'assicuro che lo uccideremo facilmente ed essi
dovranno soccombere; nessun dubbio su ci, visto che hanno
tollerato da noi pi ingiurie che non berrebbero brodaglia dieci
troie. Andiamo!
- Delle ingiurie, io dissi, e del disonore non si curano, purch
abbiano scudi in borsa, anche se fossero tutti merdosi: e forse
noi li distruggeremmo come Ercole; ma ci manca il comando
d'Euristeo; e nulla pi m'auguro in quest'ora se non che Giove
vada a passeggiare tra loro un paio d'orette allo stesso modo come
una volta visit Semele l'amata sua, madre prima del buon Bacco.
- Dio, disse Panurgo, ci ha fatto gi una bella grazia lasciandoci
sfuggire dalle loro unghie: io, quanto a me, non ci torno pi: mi
sento ancora commosso e agitato dall'affanno patito. E vi fui
grandemente fastidito per tre cause: la prima perch ero
fastidito, la seconda perch ero fastidito, la terza perch ero
fastidito. Porgimi qui l'orecchio destro, Frate Gianni, mio
coglion sinistro. Ogni volta che vorrai andare a tutti i diavoli
davanti al tribunale di Minosse, Eaco, Radamanto, e Dite, sono
pronto a farti compagnia indissolubile, a passare con te
Acheronte, Stige, Cocito, bere a piene coppe l'acqua del fiume
Lete, pagare per entrambi a Caronte il nolo della barca; ma quanto
a tornare alla Sportello, se per avventura ci vuoi tornare,
provvediti d'altra compagnia, non della mia; io non ci torner:
questa parola ti sia una muraglia di bronzo. Se non vi son
trascinato, per forza e per violenza, non mi gli avviciner finch
vivo in questa vita, pi che non s'avvicini Calpe ad Abila. Ulisse
ritorn egli a cercare la sua spada nella caverna del Ciclope? No,
per Giove: allo Sportello io non ho dimenticato nulla, non vi
torner.
- Oh, gran cuore e franco compagnone di mani paralitiche! disse
Fra Gianni. Ma parliamo un po' di scotto, dottor sottile: perch,
e che cosa v'indusse a gettar loro la borsa piena di scudi? Ne
abbiamo di troppo? Non era abbastanza gettar loro qualche testone
limato?
- Poich, rispose Panurgo, a ogni periodo del suo discorso,
Grippaminotto apriva la sua borsa di velluto esclamando: Or qua,
or qua; or qua! io congetturai che avremmo potuto sfuggir loro
franchi e liberi gettando or l, or l in nome di Dio or l, in
nome di tutti i diavoli l. Poich borsa di velluto non 
reliquario da testone, n da moneta spicciola;  ricettacolo da
scudi del sole, intendi tu, frate Gianni, mio piccolo
coglionaccio? Quando tu avrai arrostito arrosti quanto me, e sarai
stato quanto me arrostito, parlerai altro latino. Ma ora per loro
ingiunzione ci convien proseguire.
I grifoni bricconi se ne stavano sempre al porto in attesa di
qualche somma di denaro. E vedendo che volevamo far vela si
rivolsero a Fra Gianni, avvertendolo che non se ne andasse senza
pagare il vino degli uscieri in proporzione delle droghe offerte.
- Eh, San Urluburl, disse Fra Gianni, siete ancora qui, grifoni
di tutti i diavoli ? Non sono abbastanza irritato per venirmi a
importunare di pi? Voi avrete il vostro vino ora, corpo di Dio,
ve lo prometto sicuramente.
E sguainando la spada scese dalla nave risoluto a ucciderli come
felloni: ma essi si misero a gran galoppo e pi non li scorgemmo.
Non fummo pertanto liberati da ogni noia; poich alcuni dei nostri
marinai, col permesso di Pantagruele, mentre noi eravamo
trattenuti da Grippaminotto si erano ritirati in un albergo presso
il porto per banchettare e ristorarsi un po' di tempo; io non so
se avessero o no pagato lo scotto, fatto  che una vecchia ostessa
vedendo Fra Gianni in terra gli moveva grandi lagnanze, presenti
un sergente genero di uno de' Gatti impellicciati e due testimoni.
Fra Gianni, seccato dei loro discorsi e allegazioni domand:
Bricconi, amici miei, volete voi dire insomma, che i nostri
marinai non sono gente da bene? Io sostengo il contrario e ve lo
prover per Giustizia; cio con questo signor mastro sciabolone
qui.
Ci dicendo s'era messo a schermeggiare col suo sciabolone. I
paesani fuggirono di trotto: restava solo la vecchia, la quale
protestava a Fra Gianni che i suoi marinai erano gente da bene; di
ci solo si doleva: che non avessero nulla pagato per il letto
dove avevano riposato dopo desinare e pel quale domandava cinque
soldi tornesi.
- Veramente  a buon mercato, disse Fra Gianni; sono degli ingrati
non troveranno sempre letti a tal prezzo; io li pagher
volentieri, ma vorrei ben vedere che letto .
La vecchia lo condusse a casa e gli mostr il letto che lod per
tutte le sue qualit, e disse che non speculava affatto
domandandone cinque soldi. Fra Gianni le diede i cinque soldi; poi
col suo sciabolone fendette in due il materasso di piuma e il
cuscino e lanciava dalla finestra la piuma al vento, mentre la
vecchia, discesa, gridava: aiuto! all'assassino! affannandosi a
raccoglier la sua piuma.
Fra Gianni, senza curarsene, port via nella nave la coperta, il
materasso e le due lenzuola senza che alcuno lo vedesse, essendo
l'aria offuscata dalla piuma come da neve, e li diede ai marinai.
Poi disse a Pantagruele che l i letti erano a miglior mercato che
in quel di Chinon, bench siano ivi le celebri oche di Pautil.
Infatti pel letto la vecchia non gli aveva domandato che cinque
soldi, laddove in quel di Chinon poteva valere non meno di dodici
franchi.
Tostoch Fra Gianni e gli altri della compagnia furono sulla nave,
Pantagruele fece vela; ma si lev uno scirocco s veemente che
perdettero la rotta, e quasi riprendendo la direzione del paese
dei Gatti impellicciati, entrarono in un gran golfo, dal quale un
mozzo sul trinchetto, essendo il mare molto alto e terribile,
grid che vedeva ancora la odiosa dimora di Grippaminotto.
Panurgo, forsennato dalla paura gridava:
- Padrone, amico mio, diamo volta malgrado il vento e le onde. Non
ritorniamo, amico mio, in quel brutto paese ove ho lasciato la mia
borsa.
Intanto il vento li port presso un'isola che non osarono tuttavia
abbordare direttamente ed entrarono a bene un miglio di l, presso
grandi roccie.


CAPITOLO XVI.

Come qualmente Pantagruele arriv all'isola degli Apedefti dalle
lunge dita e dalle mani uncinate, e delle terribili avventure e
mostri che l vide.

Tostoch furono gettate le ancore e il vascello assicurato,
calammo lo schifo. Dopo che il buon Pantagruele ebbe recitate le
preghiere e ringraziato il Signore di averlo salvato e protetto da
s grande e rischioso pericolo, entr con tutta la sua compagnia
dentro lo schifo per prender terra, il che riusc facilmente
essendosi calmato il mare ed abbassati i venti; cos in poco tempo
arrivarono alle roccie. Quando furono sbarcati, Epistemone che
ammirava la situazione di quel luogo e la stranezza delle roccie,
avvist qualche abitante del paese. Il primo al quale si rivolse,
era vestito d'una veste corta, color di re, aveva il farsetto di
stoffa rozza, con le maniche, sotto di raso, e sopra di cammello,
e il berretto con coccarda; uomo di modi abbastanza educati e,
come sapemmo dopo, aveva nome Guadagnamolto. Epistemone gli
domand come si chiamavano quelle roccie e valli s strane.
Guadagnamolto gli disse che era una colonia tratta dal paese di
Procurazione e le chiamavano I Quaderni e che al di l delle
roccie, passato un piccolo guado, avremmo trovato l'isola degli
Apedefti.
- Virt delle Stravaganti! disse Fra Gianni, e voialtri
galantuomini di che vivete qui? Sapremo bere nel vostro bicchiere?
Giacch non vedo qui altri oggetti che pergamena, calamai e penne.
- Noi pure, rispose Guadagnamolto, non viviamo che di ci; poich
occorre che tutti quelli che hanno affari nell'isola passino per
le mie mani.
- Perch? disse Panurgo. Siete voi barbiere, che occorre gli
pettiniate la testa?
- Barbiere, s, rispose Guadagnamolto, per pettinare i testoni
delle loro borse.
- Per Dio, disse Panurgo, voi non avrete da me n un danaro n un
picciolo; ma vi prego, bel sire, menateci da questi Apedefti
poich veniamo dal paese dei sapienti dove non ho fatto alcun
guadagno.
E cos discorrendo arrivarono all'isola degli Apedefti, poich il
guado fu ben presto varcato. Pantagruele rest in grande
ammirazione della struttura delle abitazioni della gente del
paese; poich dimorano in un gran torchio, al quale si monta per
cinquanta gradini; e prima di entrare al torchio maestro (poich
l dentro ve n' di piccoli, grandi, segreti, mezzani e d'ogni
sorta) voi passate per un gran peristilio, dove vedete dipinte le
rovine di quasi tutto il mondo e tanti patiboli e forche e
strumenti di tortura che ne fummo impauriti.
Guadagnamolto vedendo che Pantagruele s'interessava a ci gli
disse:
- Signore, andiamo pi avanti, questo  ancor nulla.
- Come non  nulla? disse Fra Gianni. Per l'anima della mia
braghetta riscaldata, Panurgo ed io tremiamo di bella fame.
Preferirei bere piuttosto che veder queste ruine.
- Venite, disse Guadagnamolto.
E ci men a un piccolo torchio nascosto nella parete posteriore
che nel linguaggio dell'isola chiamavano Pitie. Non domandate se
Fra Gianni e Panurgo ne profittarono: l salami di Milano, galli
d'India, capponi, ottarde, malvasia e ogni sorta di buoni piatti
erano pronti e assai ben preparati.
Un garzone bottigliere vedendo che Fra Gianni aveva lanciato
un'occhiata amorosa a una bottiglia posta sopra una credenza
separata dalle schiere bottigliesche, disse a Pantagruele.
- Signore, vedo che uno dei vostri fa l'occhiolino a quella,
bottiglia; vi supplico per carit che nessuno la tocchi, che  per
i nostri Signori.
- Come? disse Panurgo, vi sono dunque dei Signori qui dentro? Vi
si vendemmia bene a quanto vedo.
Allora Guadagnamolto ci fece salire per una scaletta nascosta in
una camera, dalla quale ci mostr i Signori che stavano nel gran
torchio dove ci disse che a nessun uomo era lecito entrare senza
permesso, ma che noi avremmo potuto vederli bene per un piccolo
sportello di finestra senz'essere visti.
Di l scorgemmo in un gran torchio venti o venticinque grossi
bricconi intorno a un grande scrittoio tutto abbigliato di verde,
che si guardavano tra loro; e avevano le mani lunghe come zampe di
gru e le unghie dei piedi altrettanto; poich  loro proibito di
tagliarsele mai, talch diventano adunche come rampini e
ancorotti.
Subito fu portato un grappolone d'uva che si vendemmia in quel
paese, del vigneto dello Straordinario, che spesso  appeso a
sostegni. Tosto che il grappolo fu l lo misero sotto il torchio e
non vi fu grano donde non traessero olio d'oro; talch il povero
grappolo fu portato via cos spremuto e secco, che non v'era pi
goccia di succo e liquido.
Ci raccontava Guadagnamolto che non ne hanno spesso di cos
grossi; ma che ne hanno sempre altri sotto il torchio.
- Ma, compare mio, chiese Panurgo ne hanno di molti vigneti?
- S, disse Guadagnamolto. Vedete voi quel grappolino che vanno a
rimettere sotto il torchio? Quello  del vigneto delle Decime:
l'hanno gi spremuto l'altro giorno sotto il torchio, ma l'olio
aveva odore di scrigno di preti e i signori non vi trovarono gran
sugo.
- Perch dunque, disse Pantagruele lo rimettono sotto il torchio?
- Per vedere, disse Guadagnamolto, se non vi sia qualche omissione
di sugo o di rendimento dentro le vinaccie.
- E, degna virt di Dio, disse Fra Gianni, chiamate voi ignoranti
costoro? Come, diavolo, se trarrebbero olio da un muro?
- Anche ci fanno, disse Guadagnamolto, poich mettono spesso
sotto il torchio castelli, parchi, foreste, e da tutto traggono
oro potabile.
- Portabile, volete dire, osserv Epistemone.
- Potabile, dico, insist Guadagnamolto; poich qui se ne bevono
molte bottiglie che non si dovrebbe. Ve n' di tanti vigneti che
non se ne sa il numero. Venite fin qua, e vedete in questo
cortile; eccone pi di mille che attendono l'ora d'esser
torchiati. Eccone del vigneto generale, eccone del particolare,
delle fortificazioni, dei prestiti, dei doni, dei causali, dei
domini, dei minuti piaceri, delle poste, delle offerte, della Casa
reale.
- E che grappolo  quello grosso l a cui tutti i pi piccoli
stanno d'intorno?
-  il grappolo del Risparmio che  la miglior vigna di tutto il
paese, disse Guadagnamolto. Quando si torchia grappoli di quella
vigna, non c' alcuno dei Signori che non ne goda fino a sei mesi
dopo.
Quando i Signori si furono levati, Pantagruele preg Guadagnamolto
che ci conducesse in quel gran torchio ci, ch'egli fece
volentieri. Appena entrati, Epistemone che intendeva tutte le
lingue, cominci a spiegare a Pantagruele le iscrizioni del
torchio, il quale era grande, bello e fatto del legno della Croce,
a quanto ci disse Guadagnamolto. Infatti su tutte le parti di esso
erano scritti i loro nomi nella lingua del paese. La vite del
torchio si chiamava Riscossione; i tubi d'emissione: Spese; la
madrevite: Stato; le parti laterali: Danari contati e non
ricevuti; i fusti: Sofferenza; gli arieti, Radietur; le costie:
Recuperetur; i bacini: Plusvaluta; le anse: Ruoli; gli ammostatoi:
Saldo; le cucchiaie: Convalidazione; le gerle: Ordinanza valevole;
le secchie: Potere; l'imbuto: Verificato.
- Per la regina dei biroldi, disse Panurgo, tutti i geroglifici
egiziani sono un nulla appetto di questo gergo; ma perch,
compare, amico mio, questa gente la chiamano ignoranti?
- Perch, disse Guadagnamolto, non sono, n devono essere
nullamente istruiti e, qui dentro, per loro ordinanza, tutto si
deve trattare con ignoranza e non vi dev'essere altra ragione se
non: "L'hanno detto i Signori; i Signori lo vogliono; i Signori
l'hanno ordinato".
- In nome del vero Dio, disse Pantagruele, poich tanto guadagnano
coi grappoli, il loro giuramento pu aver molto valore.
- Ne dubitereste? disse Guadagnamolto. Non v' mese che non ne
abbiano. Non  come nel vostro paese dove il sarmento non val
nulla se non una volta all'anno.
Di l dopo esser passati per mille altri piccoli torchi uscendo
scorgemmo un altro scrittoietto, intorno al quale erano quattro o
cinque di quegli ignoranti, bisunti e rabbiosi come asini ai quali
si attacchi un razzo alle natiche, i quali con un piccolo torchio
ripassavano ancora le vinaccie dei grappoli gi spremuti da altri;
li chiamavano, nella lingua del paese: Correttori.
- Sono, a vederli, disse Fra Gianni, i pi arcigni villani che
abbia mai visto.
Dal gran torchio passammo per infiniti piccoli torchii tutti pieni
di vendemmiatori che piluccavano i grani con dei ferri che
chiamano: Articoli dei conti e finalmente arrivammo in una sala
bassa dove vedemmo un gran molosso con due teste di cane, ventre
di lupo, unghiuto come un diavolo di Lamballe, che era nutrito l
con latte di mandorle ed era trattato cos delicatamente per
ordinanza dei Signori, perch non ve n'era uno a cui non rendesse
il profitto di una buona masseria. Essi lo chiamavano nel
linguaggio d'Ignoranza: Doppio. Vicino gli stava sua madre d'egual
pelo e forma, salvo che ella aveva quattro teste, due di maschio e
due di femmina ed aveva nome: Quadrupla.
Era la bestia pi furiosa che fosse l dentro e la pi pericolosa
dopo sua nonna che vedemmo rinchiusa in una prigione che essi
chiamavano: Omissione di riscossioni.
Fra Gianni, che aveva sempre venti braccia di budelle vuote per
ingoiare una fricassata d'avvocati, cominciava ad averne piene le
scatole e preg Pantagruele di pensare al desinare e di menare con
s Guadagnamolto.
Uscendo di l per la porta di dietro, incontrammo un vecchio
incatenato, mezzo ignorante e mezzo sapiente, come un Androgine
del diavolo, che era tutto corazzato d'occhiali com' una
tartaruga di scaglie, e non si nutriva che di una vivanda chiamata
nel loro parlare: Appellazioni. Vedendolo Pantagruele domand a
Guadagnamolto di che razza fosse quel protonotario e come si
chiamasse. Guadagnamolto ci raccont come da tempo antichissimo
fosse l dentro, incatenato con gran rammarico e dispiacere dei
Signori che lo facevano quasi morire di fame, e si chlamava:
Revisit.
- In nome dei santi coglioni del papa, disse Fra Gianni, io non mi
sorprendo se tutti i Signori ignoranti di qua tengono gran conto
di quel pappalardo. Perdio, mi pare, amico Panurgo, se guardi
bene, che somigli a Grippaminotto. Costoro qui, per quanto siano
ignoranti, ne sanno quanto gli altri. Io vorrei ben rimandarlo l
dond' venuto, a gran colpi di sferza.
- In nome de' miei occhiali d'oriente, disse Panurgo, Frate
Gianni, amico mio! hai ragione: poich a veder il mostaccio di
questo falso villano Revisit,  anche pi ignorante e dappoco
degli altri ignoranti i quali spremon grappoli il meno male che
possono, senza lunghi processi e che in un batter d'occhio
vendemmiano il vigneto senza tante interlocutorie o dismerdatorie;
onde i Gatti impellicciati sono bene indispettiti.


CAPITOLO XVII.

Come qualmente arrivammo ad Otre e come Panurgo rischi d'essere
ucciso.

Ci mettemmo subito in rotta per Otre e raccontammo le nostre
avventure a Pantagruele che ci commiser assai e ne compose per
passatempo un'elegia. Arrivati a Otre ci ristorammo un po' e
facemmo provvista d'acqua fresca e di legna. La gente del paese ci
sembrarono, alla fisionomia, buoni compagnoni e di buona cera.
Avevano tutti forma d'otre e tutti scorreggiavano grasso.
Osservammo, ci che non aveva ancora visto in altre paesi, che si
tagliuzzavano la pelle per farne traboccare il grasso n pi n
meno di quegli sconci merdosi della mia patria i quali si
tagliuzzano le brache per farne saltar fuori la seta. E dicevano
di fare ci non per pomposa ostentazione, ma perch non potevano
pi star nella pelle.
E ci facendo crescevano pi presto allo stesso modo che gli
ortolani incidono la scorza degli alberi giovani perch si
sviluppino pi rapidamente.
Presso il porto era una osteria d'aspetto bello e magnifico all'
esterno.
Vedendo accorrervi gran folla di Otrati, d'ogni sesso, et e
condizione, pensavamo vi fosse qualche notevole festino e
banchetto. Ma ci fu detto che erano invitati al crepamento
dell'oste e vi affluivano con premura i vicini, i parenti prossimi
e lontani. Non comprendendo quel gergo e stimando che l il
festino si chiamasse crepamento fummo avvertiti che l'oste al
tempo suo era stato buon compagnone, gran divoratore, gran
mangiatore di zuppe lionesi, notevole contatore d'orologi
eternamente desinante come l'oste di Rouillac. E avendo gi per
dieci anni scorreggiato grasso in abbondanza, era giunto al
crepamento e, secondo l'usanza del paese, finiva i suoi giorni
crepando poich il peritoneo e la pelle per tanti anni
tagliuzzati, non potevano pi chiudergli e trattenergli le trippe
che non traboccassero fuori come da una botte sfasciata.
- Ma come? disse Panurgo, non sapreste, buona gente con buoni
cinghioni, e cerchioni di corniolo, oppure di ferro, se occorre,
cerchiargli il ventre appuntino? Cos cerchiato, non proietterebbe
fuori s facilmente le budella e non creperebbe s presto.
Non aveva ancora finito di parlare che udimmo nell'aria un
rimbombo alto e stridente, come se qualche grossa quercia si
spaccasse in due: allora fu detto dai vicini che il crepamento era
avvenuto e che quello scoppio era stata la scorreggia della morte.
Il che mi fece venire a mente il venerabile abate di Castilllers,
quello che non degnava bischerare le sue cameriere nisi in
pontificalibus, il quale, ne' suoi vecchi giorni, importunato dai
parenti e dagli amici perch rinunziasse all'abbazia, disse e
dichiar che non voleva spogliarsi prima di coricarsi, e che
l'ultima scorreggia di sua paternit doveva essere scorreggia di
abate.


CAPITOLO XVIII.

Come qualmente la nostra nave si aren e come fummo aiutati da
alcuni viaggiatori che tenevano della Quinta.

Ritirate le ancore e le gomene, facemmo vela col dolce zeffiro. A
circa 222 miglia si lev un furioso turbine di venti diversi,
intorno al quale ci barcamenammo un po' col trinchetto e le
bulinghe, solo per non esser detti indocili al pilota il quale
assicurava, vista la mitezza di quei venti e il loro gradevole
conflitto, e insieme la serenit dell'aria e la tranquillit della
corrente, non esservi a sperare gran bene, n a temere gran male e
che pertanto ben ci veniva a proposito la sentenza del filosofo
che ammoniva a sostenere e astenersi, a temporeggiare.
Il turbine tuttavia dur tanto che, importunato, il pilota tent
romperlo per seguire la nostra rotta primitiva. Infatti levando il
grande artimone e drizzando il timone dritto alla calamita della
bussola, ruppe, profittando di un rude ondata che sopravveniva, il
turbine su detto; ma con la stessa sfortuna come se, evitando
Cariddi, fossimo caduti in Scilla, poich a due miglia di l le
nostre navi si arenarono tra certe sabbie simili alle secche
presso le correnti di Saint-Maixent.
Tutta la nostra ciurma grandemente si contristava e su, issa le
mezzane, per disincagliarsi a forza di vento; ma Fra Gianni non
cadde in malinconia per questo; anzi consolava ora l'uno ora
l'altro con dolci parole dando a intendere che presto avremmo
avuto soccorso dal cielo e che aveva visto Castore sulla cima
delle antenne.
- Piacesse a Dio, disse Panurgo, ch'io fossi a quest'ora in terra
e nulla pi, e che ciascuno di voialtri, che tanto amate la
marina, aveste duecento mila scudi: vorrei mettere un vitello
all'ingrasso e prepararvi un centinaio di fascine pel vostro
ritorno. Ors, consento a non sposarmi mai; ma fate solamente
ch'io sia sbarcato a terra e che abbia cavallo per tornarmene; di
valletto far anche senza. Non sono mai s ben servito come quando
sono senza valletto. Plauto mai non ment affermando che il numero
delle nostre croci, cio afflizioni, noie, fastidi, corrisponde al
numero de' nostri valletti, fossero pure senza lingua, che  la
parte pi pericolosa e cattiva d'un valletto, per la quale sola
furono inventate le torture, i tormenti e la geenna pei servi. E
non per gli uomini liberi, bench gli scombiccheratori del diritto
anche a loro vogliono applicarli, fuori del nostro reame.
In quell'ora venne verso noi all'abbordaggio una nave carica di
tamburi nella quale riconobbi qualche viaggiatore di buon casato e
tra gli altri Enrico Cotiral, vecchio compagnone, che portava alla
cintura una grossa testa d'asino, al modo che le donne portano i
rosari, e teneva nella mano sinistra un grosso, grasso, vecchio e
sudicio berretto d'un tignoso, nella destra un grosso torso di
cavolo. Appena mi riconobbe grid con gioia:
- Vedete se ne ho! Ecco il vero algamana. (E mostrava la testa
d'asino). Questo berretto dottorale  il nostro unico Elixo e
questo (mostrando il torso di cavolo)  il Lunaria maior. Noi lo
faremo al vostro ritorno.
- Ma, diss'io, donde venite? Dove andate? che cosa portate? avete
sentito il mare?
- Dalla Quinta, in Turenna, alchimia, fino al culo, egli mi
rispose.
- E chi c' con voi sulla tolda ?
- Cantanti, rispose, musici, poeti, astrologhi, rimatorastri,
geomanti, alchiministi, orologiai, tutti hanno a che fare colla
Quinta e ne hanno belli e ampi certificati.
Non aveva finita questa parola che Panurgo indignato e irritato
disse:
- Ma voi dunque, che fate tutto, perfino il bel tempo e i bambini,
perch non prendete qui la corda e senza perdere tempo non ci
rimettete a galla?
- Stavo per farlo, disse Enrico Cotiral; a quest'ora, in questo
istante, presentemente, sarete disincagliati.
Allora fece sfondare da un lato, 7.532.810 grossi tamburi, li
dispose con quel lato volto verso il gagliardetto e legarono
strettamente le gomene da ogni parte; poi prese la nostra corda da
poppa e l'attacco ai fittoni e al primo stratto ci fece scivolare
sull'arena con facilit grande e non senza spasso. Poich il suono
dei tamburi, insieme col dolce mormorio della sabbia e i comandi
della ciurma ci componevano un'armonia poco minore di quella degli
astri rotanti, che Platone dice aver udito qualche notte dormendo.
Per paura d'esser reputati ingrati verso loro per questo
beneficio, spartimmo con loro i nostri biroldi, riempimmo i
tamburi di salsiccie e tirammo sul ponte sessantadue barili di
vino, quando due grandi fisiteri assalirono impetuosamente la loro
nave e vi gettarono dentro pi acqua che non ne contenga la Vienna
da Chinon fino a Saumur; ne riempirono tutti i loro tamburi,
bagnarono tutte le loro antenne e inzupparono loro le brache per
la via del colletto. Ci vedendo Panurgo fu preso da tale allegria
e gli si squass talmente la milza a forza di ridere, che ne ebbe
la colica per pi di due ore.
Io voleva offrir loro il vino, disse, ma hanno avuto acqua bene a
proposito! D'acqua dolce non si curano, e non se ne servono che
per lavarsi le mani. Di borace servir loro questa bella acqua
salata, di nitro e sale ammoniacale nella cucina di Geber.
Altri discorsi non avemmo modo di proseguire con loro poich il
turbine di prima c'impediva di governare il timone. Il pilota ci
preg che d'ora innanzi lo lasciassimo guidare la nave senza
occuparci d'altro che di far baldoria e che, pel momento ci
conveniva secondare quel turbine e obbedire alla corrente se
volevamo pervenire senza pericolo alla Quinta.


CAPITOLO XIX.

Come qualmente arrivammo al reame della Quinta Essenza, detta
Entelechia.

Avendo prudentemente secondato il turbine per lo spazio di mezza
giornata, tre giorni dopo l'aria ci parve pi serena del solito e
discendemmo sani e salvi al porto di Mateotecnia, poco distante
dal palazzo della Quinta Essenza. Discendendo al porto ci trovammo
di fronte gran numero d'arcieri e guerrieri che facevano guardia
all'arsenale: a prima giunta ne avemmo quasi paura poich ci
fecero a tutti deporre le armi e c'interrogarono arrogantemente
dicendo:
- Compari, da che paese venite?
- Cugini, rispose Panurgo, noi siamo di Turenna e veniamo ora di
Francia desiderando riverire la dama Quinta Essenza e visitare
questo celebre reame d'Entelechia.
- Che dite voi? chiesero essi; dite Entelechia o Endeechia?
- Bei cugini, rispose Panurgo, noi siamo semplici e idioti,
scusate la rozzezza della nostra lingua, che, quanto al resto, i
cuori sono freschi e beati.
- Non senza ragione, dissero essi, vi abbiamo interrogati su
questa differenza; poich altri in gran numero sono passati qui
venendo dalla vostra Turenna, i quali ci sembravano buoni tangheri
e parlavano correttamente; ma son capitati qui da altri paesi non
sappiamo quali arrogantacci, superbi come Scozzesi, che
sull'entrata volevano disputare ostinatamente con noi; e li
abbiamo ben conciati bench mostrassero muso arcigno. Nel nostro
mondo avete voi tanto tempo da perdere che non sapete come
occuparlo fuorch parlando, disputando e scrivendo impudentemente
della nostra Signora Regina? C'era proprio bisogno che Cicerone
abbandonasse la sua repubblica per occuparsene anche lui e cos
Diogene Laerzio, e Teodoro Caza, e Argiropilo, e Bessarione, e il
Poliziano, e Budee, e Lascaris e tutti quei diavoli di savi matti,
il numero de' quali non era abbastanza grande se ha dovuto
crescere recentemente con lo Scaligero, Brigot, Chambrier,
Francesco Fleury e non so quali altri agghindati zerbinotti dello
stesso stampo? Che la mala angina gli strozzi la gola con
l'epiglottide! Noi li...
- Ma che, diamine, essi carezzano i diavoli, interruppe Panurgo
tra i denti.
- Voi non siete venuti qui, continuarono, per sostenerli nella
loro follia; di ci non avete procura; onde non vi parleremo pi
di loro. Aristotele, primo uomo e modello di ogni filosofia, fu
padrino della nostra Signora Regina: egli benissimo e propriamente
la chiam Entelechia. Entelechia  il suo vero nome; se ne vada
alla latrina chi altrimenti la nomina! Chi altrimenti la nomina
erra, per tutto il cielo. Siate i benvenuti!
Essi ci offersero l'abbraccio e noi tutti ce ne rallegrammo.
Panurgo mi disse all'orecchio:
- Compagnone, hai avuto niente niente paura di questa prima
facezia?
- Un pochino risposi.
- Ed io, disse, pi che non ne ebbero un tempo i soldati d'Efraim
quando i Galaaditi furono uccisi e annegati per aver detto
Sibboleth in luogo di Scibboleth. E, per tacere tutto, niuno della
Beauce sarebbe riuscito a ristopparmi bene il buco del culo
neanche con una carrettata di fieno.
Poi il capitano ci men al palazzo della Regina in silenzio e con
grandi cerimonie. Pantagruele voleva un po' discorrere con lui, ma
egli non potendo salir tant'alto, avrebbe voluto una scala o dei
trampoli ben grandi. Poi disse:
- Basta! Se la nostra Signora Regina lo volesse, noi saremmo
grandi quanto voi. Sar per quando le piacer.
Nelle prime gallerie incontrammo una gran turba di malati i quali
erano collocati diversamente secondo la diversit delle malattie.
I lebbrosi in disparte: gli avvelenati in un luogo, gli appestati
in un altro, i sifilitici in prima fila: e cos via tutti gli
altri.


CAPITOLO XX.

Come qualmente la Quinta Essenza guariva le malattie con canzoni.

Nella seconda galleria il capitano ci mostr la dama, giovane (e
s che aveva milleottocento anni almeno) bella, delicata, vestita
sfarzosamente in mezzo alle sue damigelle e a' suoi gentiluomini.
Il capitano ci disse:
- Non  momento da parlarle, siate solo spettatori attenti di ci
ch'ella fa. Voi nel vostro reame avete re, i quali fantasticamente
guariscono alcune malattie, come scrofole, mal caduco, febbri
quartane, colla sola apposizione delle mani. Questa nostra regina
guarisce tutte le malattie senza toccarle ma solamente suonando
loro una canzone secondo il male.
Poi ci mostr gli organi suonando i quali operava quelle mirabili
guarigioni. Ed erano organi di fattura ben strana: le canne erano
di cassia in canna, il gomiere di guaiaco, i tasti di rabarbaro, i
pedali di turbitto, la tastiera di scamonia.
Mentre consideravamo quella nuova e ammirabile struttura d'organo,
gli astrattori, spodizzatori, massiteri, pregustatori, tabacchini,
sassanini, neemanini, rabrabani, nersini, rozuini, nedibini,
nearini, segamioni, perazoni, sesimini, sarini, sotrini, abotti,
enilini, arrasdapernini, mebini, giborini e altri suoi uffiziali,
introdussero i lebbrosi.
Ella suon loro non so quale canzone e immediatamente e
perfettamente guarirono. Poi furono introdotti gli avvelenati;
ella suon loro un'altra canzone ed eccoli in gamba. Poi i ciechi,
i sordi, i muti, e persino gli apoplettici. Ne fummo spaventati e
non a torto, cademmo in terra prosternandoci come estatici e
rapiti in contemplazione straordinaria e ammirazione delle virt
che avevamo visto procedere dalla dama e non potemmo pronunziare
una parola. Stavamo cos per terra, quando ella, toccando
Pantagruele con un bel mazzo di rose bianche, che teneva in mano,
ci fece rinvenire sicch potemmo rizzarci in piedi. Poi ci disse
con parola di bisso, quali Parisatide voleva si usassero parlando
a Ciro suo figlio, o, almeno, di seta ermisina:
- L'onest scintillante nella circonferenza delle vostre persone
mi d giudizio certo della virt latente al centro dei vostri
spiriti; e vedendo la soavit melliflua delle vostre discrete
riverenze, facilmente mi persuado che il cuor vostro non patisce
vizio alcuno, n alcuna sterilit di sapere liberale e altero, ma
anzi abbonda di molteplici peregrine e rare discipline le quali,
presentemente, per gli usi comuni del volgo imperito,  pi facile
desiderare che incontrare. Ed  questa la ragione per la quale io,
che in passato dominavo ogni mio sentimento privato, ora non posso
trattenermi dal dirvi il saluto triviale e comune a tutti, cio:
che siate i bene, i pi, i tre volte benvenuti.
- Io non son chierco, mi disse segretamente Panurgo, rispondete
voi, se volete.
Io tuttavia non risposi, n rispose Pantagruele e restavamo in
silenzio.
Allora la Regina disse:
- Da questa vostra taciturnit comprendo che non solamente siete
usciti dalla scuola pitagorica dalla quale trae radice in
successiva propagazione l'antichit de' miei primogenitori, ma
anche che in Egitto, celebre officina di alta filosofia, per molte
lune retrograde vi siete morse le unghie e grattata la testa col
dito. Nella scuola di Pitagora, taciturnit simbolo era di
conoscenza; e il silenzio era dagli Egizi riconosciuto come pregio
deifico; onde i pontefici sacrificavano al gran Dio nella citt
sacra in silenzio, senza far rumore, senza suonar parola. Il
disegno mio  di non procedere verso voi con privazione di
gratitudine; ma per viva formalit, bench si volesse astrarre da
me materia, escentricarvi i miei pensieri.
Finito questo discorso rivolse la parola ai suoi uffiziali e disse
loro solamente:
- Tabacchini, a Panacea !
A queste parole i tabacchini ci dissero che avessimo per iscusata
la Dama Regina, se non ci faceva desinare con lei; poich al suo
desinare null'altro mangiava che alcune categorie, jecaboth minim
dimion, astrazioni, harbourim, scelimim, seconde intenzioni,
charadoth, antitesi, metempsicosi, prolessi trascendenti.
Poi ci condussero in un piccolo salotto tutto contrappuntato d
'allarmi, e Dio solo sa il trattamento che vi avemmo.
Si dice che Giove nella pelle scrivibile della capra che lo
allatt in Candia, della quale us come scudo nella battaglia
contro i Titani (onde  soprannominato Egioco) scrisse tutto ci
che si fa nel mondo. In fede mia, o bevitori, amici miei, neanche
dieci pelli di capra mi basterebbero a descrivere le buone
vivande, e pietanze che ci furono servite e l'imbandigione che ci
fu data, ne anche se la scrittura fosse cos minuta come quella
onde Cicerone dice aver vista trascritta quell'Iliade d'Omero che
si poteva coprire con un guscio di noce. Per parte mia anche
avessi cento lingue, cento bocche, la voce di ferro e la facondia
melliflua di Platone, non saprei nemmeno in quattro libri
esporvene un terzo della met.
Pantagruele mi disse che, secondo la sua immaginazione la Dama e i
suoi tabacchini, dicendo a Panacea, dava la parola simbolica tra
loro, di imbandigione sovrana come Lucullo indicava la sala
d'Apollo quando voleva festeggiare in modo singolare i suoi amici,
bench lo cogliessero alla sprovvista come facevano talora
Cicerone e Ortensio.

CAPITOLO XXI.

Come qualmente la regina passava il suo tempo dopo desinare.

Finito il desinare, fummo condotti da un sassanino nella sala
della dama e vedemmo come, secondo il suo costume, dopo il pasto,
accompagnata dalle damigelle e dai principi della corte,
stacciava, crivellava, filtrava e passava il suo tempo con un
bello e grande setaccio di seta bianca e azzurra. Poi scorgemmo
che richiamando antiche usanze danzarono insieme:
il cordace,                   il calabrismo,
l'emmelia,                    la molossica,
la scimmia,                   la cornofora,
la giambica,                  il mongas,
la persiana,                  la termaustria,
la frigia,                    la florula,
il nicatismo,                 la pirrica,
la tracia,                    e mille altre danze.

Poi, per suo comando, visitammo il palazzo e vedemmo cose tanto
nuove, ammirabili e strane, che ripensandovi il mio spirito ne 
rapito. Nulla tuttavia commosse i nostri sensi d'ammirazione pi
che le funzioni dei gentiluomini della sua casa, astrattori,
parazoni, nebidini, spodizatori e altri i quali ci dissero
francamente, senza dissimulazione, che la Dama Regina si riserbava
tutto ci ch'era impossibile e guariva solamente gl'incurabili,
mentre essi, uffiziali suoi, curavano e guarivano il resto.
L vidi un giovane parazone guarire i sifilitici, della lue pi
fina dico, come chi dicesse quella di Rouen, solamente toccando
loro tre volte la vertebra dentiforme con un frammento di zoccolo.
Vidi un altro guarire perfettamente gl'idropici, timpaninisti,
asciti, e iposarghi colpendoli sul ventre con una scure bipenne
per nove volte senza soluzione di continuit.
Uno guariva immediatamente ogni sorta di febbri solo attaccando
alla cintura dei febbricitanti dal lato sinistro una coda di
volpe.
Uno guariva dal mal di denti solo lavando tre volte la radice del
dente malato con aceto di sambuco e lasciandolo seccare al sole
per una mezz'ora.
Un altro guariva ogni specie di gotta, fosse calda o fredda,
naturale o accidentale, solo facendo chiuder la bocca e aprir gli
occhi ai gottosi.
Vidi un altro che in poche ore guar nove buoni gentiluomini dal
mal di San Francesco purgandoli da ogni debito e mettendo a
ciascuno d'essi una corda al collo, con appesavi una borsa piena
di dieci mila scudi del sole.
Un altro, con un congegno mirifico gettava le case fuori delle
finestre: cos restavano monde da aria pestilente.
Un altro guariva tutte le tre maniere di etici: atrofici,
tabetici, emaciati, senza bagni, senza latte tabiano, senza
dropace, senza pece, n altro medicamento; solamente li rendeva
monaci per tre mesi. E ci affermava che se non ingrassavano nello
stato monacale, non avrebbero ingrassato mai, n per arte, n per
natura.
Vidi un altro accompagnato da donne in grande numero divise in due
schiere. L'una era di ragazze appetitose, tenerine, biondette,
graziose e di buona volont, a quanto mi sembrava.
L'altra schiera era di vecchie sdentate, cispose, rugose,
incartapecorite, cadaverose.
Fu detto a Pantagruele che quell'uffiziale fondeva le vecchie
facendole cos ringiovanire coll'arte sua e divenire quali erano
le ragazze l presenti che aveva rifuso quel giorno stesso. E
avrebbe loro restituito la stessa bellezza, forma, eleganza,
grandezza e composizione di membra che possedevano all'et dai
quindici ai sedici anni, eccettuati solamente i talloni i quali
restavano loro molto pi corti che non fossero nella prima
giovinezza.
Questa  la ragione per la quale esse, d'ora innanzi, in tutti
gl'incontri cogli uomini saranno molto soggette e inclini a cadere
all'indietro.
La schiera delle vecchie attendeva l'altra infornata con gran
devozione e lo importunavano con grande insistenza allegando esser
cosa in natura intollerabile che a culo di buona volont manchi
bellezza. Egli aveva clientela continua per l'arte sua e guadagno
pi che mediocre.
Pantagruele domand se metteva in fusione parimenti gli uomini
vecchi per ringiovanirli; gli fu risposto di no; ma che i vecchi
avevano modo di ringiovanire abitando con donna rifusa, poich
cos prendevano quella quinta specie di lue venerea chiamata la
Pellata, in greco ophiasis, mediante la quale si cambia il pelo e
la pelle come fanno ogni anno i serpenti e cos si rinnovava loro
la giovinezza come nell'araba Fenice. Quella era la vera fontana
di giovinezza. L subitamente chi era vecchio decrepito, diventava
giovine, allegro e arzillo, come, secondo Euripide, avvenne a
Iolao; come avvenne al bel Faone, tanto amato da Saffo, per
beneficio di Venere; a Titone antico, grazie ad Aurora; a Esone,
per l'arte di Medea, e parimenti a Giasone, che, secondo la
testimonianza di Ferecide e di Simonide, fu da essa ritinto e
ringiovanito; e come dice Eschilo essere avvenuto alle nutrici del
buon Bacco e ai loro mariti.


CAPITOLO XXII.

Come qualmente gli uffiziali della Quinta sono occupati in modi
diversi e come la Dama ci trattenne in funzione di astrattori.

Vidi poi gran numero dei su detti uffiziali i quali imbiancavano
gli Etiopi in poco d'ora solo grattando loro il ventre con un
paniere.
Altri con tre paia di volpi aggiogate aravano la riva sabbiosa e
non vi perdevano la loro semenza.
Altri lavavano le tegole e facevano loro perdere il colore.
Altri traevano acqua dalla pietra pomice tritandola lungamente in
un mortaio di marmo e cambiandole sostanza.
Altri tosavano gli asini e ne cadeva gi un vello di lana
buonissima.
Altri coglievano uva dai rovi e fichi dai cardi.
Altri mungevano latte dai caproni e lo raccoglievano dentro un
crivello con gran beneficio della casa.
Altri lavavan le teste agli asini senza perdervi il ranno ed il
sapone.
Altri andavano a caccia colle rete al vento e prendevano bei
granchi decumani.
Vidi un giovane spodizzatore il quale traeva peti da un asino
morto e li vendeva a cinque soldi al braccio.
Un altro putrefaceva lumache. Oh, la bella pietanza!
Ma Panurgo vomit sozzamente l'anima vedendo un arcasdapernin il
quale faceva putrefare un gran doglio d'urina umana insieme con
sterco di cavallo e molta merda cristiana.
Puah, il sudicione! Egli tuttavia ci rispose che di quella sacra
distillazione abbeverava re e grandi principi allungando loro la
vita d'una buona tesa e mezzo.
Altri spezzavano le ginocchia ai biroldi.
Altri scorticavano anguille per la coda, le quali punto non
strillavano prima d'essere scorticate come quelle di Melun.
Altri facevano cose grandi dal nulla e al nulla facevano cose
grandi ritornare.
Altri tagliavano il foco con un coltello e attingevan acqua con
una rete.
Altri di vesciche facevano lanterne e di nuvole padelle di bronzo.
Ne vedemmo dodici che banchettavano sotto un frascato e bevevano
in belli e ampi calici vini di quattro sorta, freschi e deliziosi,
alla salute di tutti e di tutto il resto. Ci fu detto che alzavano
il tempo alla maniera del luogo, come Ercole un giorno alz il
tempo con Atlante.
Altri facevano di necessit virt e l'opera mi sembrava ben bella
e a proposito.
Altri facevano alchimia coi denti e ci facendo riempivano assai
malamente le seggette.
Altri in una lunga sala misuravano accuratamente i salti delle
pulci e mi affermavano essere quell'opera pi che necessaria al
governo dei reami, alla condotta delle guerre, all'amministrazione
delle repubbliche, allegando che Socrate, il quale per primo aveva
tirato dal cielo in terra la filosofia e resala utile e benefica
da oziosa e curiosa che era, dava la met del suo studio a
misurare il salto delle pulci come afferma Arisfofane il
Quintessenziale.
Vidi due giborini in disparte, al sommo d'una torre, i quali
stavano in sentinella e ci fu detto che facevan guardia alla luna
contro i lupi.
Ne incontrai quattro altri in un angolo di giardino che
disputavano amaramente pronti ad azzuffarsi. Domandata l'origine
della disputa, intesi che gi da quattro giorni avevano cominciato
a discutere su tre alte e pi che fisiche proposizioni, dalla
soluzione delle quali si attendevano montagne d'oro. La prima
proposizione concerneva l'ombra d'un asino coglionato, la seconda
il fumo d'una lanterna; la terza tendeva a decidere se un pelo di
capra fosse lana. Poi ci fu detto non sembrare loro cosa strana
che due proposizioni contradditorie fossero vere in modo, forma,
figura e tempo. Cosa questa, per la quale i sofisti di Parigi si
farebbero piuttosto sbattezzare che confessarla.
Mentre consideravamo curiosamente le ammirabili operazioni di
quella gente, sopravvenne la Dama colla sua nobile compagnia, che
gi riluceva la chiara stella della sera.
Al suo arrivo restarono di nuovo sbigottiti i sensi, abbagliata la
vista.
Ella s'accorse subito del nostro spavento e ci disse:
- Ci che fa gli umani pensamenti smarrire negli abissi
dell'ammirazione, non  la sovranit degli effetti, i quali essi
apertamente provano nascere da cause naturali, mediante
l'industria di sagaci artigiani; ma  la novit dell'esperienza
che penetra i loro sensi, non prevedendo essi la facilit
dell'opera con giudizio sereno associato a studio diligente. Siate
pertanto in cervello e d'ogni paura spogliatevi, se da paura
alcuna siate colti, alla considerazione di ci che vedete esser
fatto da miei uffiziali. Vedete, intendete, contemplate a vostro
libero arbitrio tutto ci che la mia casa contiene, emancipandovi
a poco a poco dal servaggio dell'ignoranza. Il vostro caso ben
s'asside nella mia volont. E per darvi di essa insegnamento non
fittizio, in contemplazione degli studiosi desiri onde mi sembrate
aver fatto nei vostri cuori insigne monticello e sufficiente
prova, io vi trattengo presentemente in condizione e ufficio di
astrattori miei. Da Geber, mio primo tabacchino, sarete iscritti
partendo da questo luogo.
Noi la ringraziammo umilmente senza dir parola e accettammo
l'offerta del bell'ufficio che ci affidava.


CAPITOLO XXIII.

Come qualmente la Regina fu servita a cena e come ella mangiava.

Finito il discorso la Dama si rivolse ai suoi gentiluomini e disse
loro:
- L'orifizio dello stomaco, ambasciatore comune per il
vettovagliamento di tutte le membra, tanto inferiori che
superiori, c'importuna a ristorarle per apposizione d'alimenti
idonei, di ci che hanno perduto per l'azione continua del nativo
calore sull'umidit radicale. Spodizatori, cesinini, nemaini e
parazoni, non dipenda da voi che non siano prontamente preparate
le tavole riboccanti di ogni legittima specie di elementi
ristoratori. E anche voi, o nobili pregustatori, accompagnati dai
miei gentili massiteri, la prova della vostra abilit adorna di
cura e diligenza fa s che non posso darvi ordine per cui non
siate nei vostri offizi e vi teniate sempre pronti. Solo vi
rammento di fare ci che fate.
Finite queste parole si ritir con parte delle sue damigelle un
po' di tempo per fare un bagno come ci fu detto e come era l'uso
degli antichi tanto diffuso quanto  tra noi ora lavarsi le mani
prima del pasto. Le tavole furono prontamente allestite poi furono
coperte di tovaglie preziosissime. L'ordine del servizio fu che la
Dama non mangi nulla fuorch celeste ambrosia, nulla bevve
fuorch nettare divino. Ma i signori e le dame della sua casa
furono, e noi con loro, serviti di vivande rare, ghiotte e
preziose tali che manco Apicio vi pens mai.
All'uscir di tavola fu portato, per chi avesse ancora appetito,
una pentola con dentro un guazzabuglio, ed era di tale ampiezza e
grandezza che la piastra d'oro donata da Pitio Bitino al re Dario
l'avrebbe appena coperta. La pentola era piena di vivande di
specie diverse: insalate, fricassate, intingoli, spezzati di
capretto, arrosti, bolliti, carbonate, gran pezzi di bue salato,
prosciutti stravecchi, salamoie deifiche, paste, tartine, un mondo
di cusc alla moresca, formaggi, giuncate, gelatine, frutta d'ogni
sorta. Tutto mi sembrava buono e ghiotto, tuttavia non ne
assaggiai essendo gi ben pieno e sazio. Solamente devo avvertirvi
che vi notai dei pasticci di pasta, cosa abbastanza rara, e i
pasticci di pasta erano pasticci in pentola. In fondo scorsi gran
quantit di dadi, carte, tarocchi, fossette, scacchi e tavolieri
con scodelle piene di scudi del sole per chi avesse voluto
giocare.
Sotto, infine, rimarcai molte mule ben bardate con gualdrappe di
velluto, e cos chinee ad uso d'uomini e di donne, lettiere
parimenti ben vellutate, non so come, e qualche carrozza alla
ferrarese per chi avesse voluto uscire a spasso.
Ci non mi sembr strano, ma trovai ben nuova la maniera di
mangiare della Dama. Ella non masticava nulla; non che non avesse
denti forti e buoni, non che le sue vivande non dimandassero
masticazione; ma quello era l'uso e costume suo.
Delle sue vivande facevano prima assaggio i suoi pregustatori: poi
le prendevano i suoi masticatori e nobilmente gliele masticavano,
avendo il palato foderato di raso cremisino, con piccole nervature
e ricami d'oro e i denti d'avorio bello e bianco; mediante i
quali, quando avevano masticato appuntino le vivande, glie le
colavano per un imbuto d'oro fin dentro lo stomaco. Per la stessa
ragione ci fu detto che ella non andava del corpo se non per
procura.


CAPITOLO XXIV.

Come qualmente fu fatto, in presenza della Quinta, un allegro
ballo in forma di torneo.

Finita la cena fu fatto in presenza della Dama un ballo a modo di
torneo, degno non solamente d'essere guardato, ma anche di memoria
eterna. Per incominciare fu steso sul pavimento un ampio tappeto
vellutato, disegnato a forma di scacchiera, cio a quadrati gialli
e bianchi larghi ciascuno tre palmi e quadrati da ogni lato.
Entrarono poi nella sala trentadue giovani, dei quali sedici erano
vestiti di drappo d'oro, cio otto giovani ninfe quali quelle che
dipingevano gli antichi in compagnia di Diana, un re, una regina,
due custodi della rocca, due cavalieri e due arcieri. In simile
ordine erano gli altri sedici, ma vestiti di drappo d'argento. E
si disposero sul tappeto come segue: i re si tennero sull'ultima
linea, sul quarto quadrato, in modo che il re aureo era sul
quadrato bianco, il re argenteo sul quadrato giallo; le regine a
fianco dei loro re, l'aurea sul quadrato giallo, l'argentea sul
quadrato bianco; due arcieri accanto a loro da ciascun lato, come
guardie dei loro re e regine.
Presso gli arcieri due cavalieri, presso i cavalieri due custodi.
Nella fila vicina davanti a loro erano le otto ninfe.
Tra le due schiere di ninfe restavano vuote quattro file di
quadrati.
Ciascuna schiera aveva dalla sua parte i suoi amici vestiti di
egual livrea, gli uni di damasco aranciato, gli altri di damasco
bianco ed erano otto da ciascun lato con strumenti tutti diversi
di gioiosa invenzione, insieme concordanti e melodiosi a
meraviglia, varianti di tono, tempo e misura come richiedeva il
procedere del ballo; e ci io trovava ammirabile data la numerosa
diversit dei passi, andature, salti, scatti, ritorni fughe,
imboscate, ritirate, e sorprese.
Ancor pi a mio parere, trascendeva ogni aspettazione, che i
ballerini intendessero cos subitamente la musica che conveniva al
loro avanzare o retrocedere, onde non era finito il suono che si
posavano al posto designato nonostante che il loro procedere fosse
tutto diverso. Infatti le ninfe, che sono in prima fila, come
preste a eccitare il combattimento, marciano contro i loro nemici
dritte avanti a s da un quadro all'altro; salvo la prima mossa
nella quale  lecito avanzare di due quadri; esse sole non
retrocedono mai. Se avvenga che una di esse giunga alla fila del
re nemico,  coronata regina dal suo re e d'allora in poi assume
le stesse mosse e lo stesso privilegio che la regina; altrimenti
mai non assaltano i nemici che in linea diagonale, obliquamente e
solamente in avanti. Non  tuttavia permesso n a loro n ad altri
prendere alcuno dei loro nemici, se, prendendolo, dovessero
lasciar scoperta ed esposta la regina. I re si movono e prendono i
loro nemici in tutti i sensi in quadrato e non passano che dal
quadrato bianco e vicino, al giallo e inversamente; solo, alla
prima mossa, se la loro fila fosse trovata vuota d'altri
uffiziali, eccetto i custodi, li possono mettere al loro posto e
ritrarsi accanto a loro. Le regine si movono e prendono con pi
grande libert che tutti gli altri: cio in ogni punto e in ogni
maniera; in linea dritta a qualunque distanza loro piaccia, purch
le caselle non siano occupate dai loro; e anche in diagonale
purch siano dei loro colori.
Gli arcieri si movono tanto in avanti che indietro, sia lontano
che vicino. E parimenti anch'essi non variano mai il colore della
loro prima posizione. I cavalieri si movono e prendono in forma
lineare scavalcando una casella, anche fosse occupata o dai propri
o dai nemici. Si posano a destra o a sinistra cambiando di colore,
ci che  grandemente dannoso alla parte avversa e degno
d'osservazione poich non prendono mai se non a faccia aperta.
I custodi marciano e prendono davanti a s, tanto a destra che a
sinistra tanto indietro che avanti come i re, e possono moversi
lontano quanto vogliano in linea vuota; ci che non fanno i re.
La legge comune alle due parti e il fine ultimo del combattimento
era assediare e chiudere il re della parte avversa in maniera che
non potesse evadere da nessuna parte. E chiuso questo, non potendo
fuggire n esser soccorso da' suoi cessava il combattimento e il
re assediato perdeva. Per garantirlo da questo inconveniente non
v' alcuno o alcuna della sua schiera che non offra la propria
vita e si prendono gli uni gli altri da ogni luogo seguendo il
suono della musica. Quando alcuno prendeva un prigioniero di parte
contraria, facendogli la riverenza, gli batteva dolcemente sulla
mano destra, lo metteva fuori dal tappeto e ne occupava il posto.
Se avveniva che uno dei re fosse per esser preso, non era lecito
alla parte avversa prenderlo; anzi era fatto rigoroso comando a
quello che l'aveva scoperto e lo minacciava di presa, di fargli
una profonda riverenza e avvertirlo dicendo: Dio vi guardi!
affinch fosse soccorso e coperto da' suoi uffiziali, oppure
cambiasse posto se per avventura non potesse esser soccorso.
N tuttavia era preso dalla parte avversaria, ma salutato col
ginocchio sinistro a terra dicendogli: Buon giorno.
E cos finiva il torneo.


CAPITOLO XXV.

Come qualmente combattono i trentadue ballerini.

Poste cos nelle loro caselle le due compagnie, i musici
cominciarono a suonare insieme con intonazione marziale assai
spaventevole come suonassero all'assalto. Vediamo le due schiere
fremere e rinsaldarsi per ben combattere al momento del cozzo,
allorch siano chiamate fuori del loro accampamento. Quando
improvvisamente i musici della schiera argentea cessarono,
suonarono solamente gli strumenti della schiera aurea. Con che si
dava il segnale che la schiera aurea assaliva. E ci segu ben
presto poich a un nuovo suono vedemmo che la ninfa posta davanti
alla regina comp un giro intero a sinistra verso il suo re, come
domandando licenza d'entrare in combattimento e, insieme, salut
anche tutta la sua compagnia. Poi avanz due caselle in buona
modestia e fece riverenza con un piede alla schiera avversaria che
ella assaliva.
Cessarono allora di suonare i musici aurei, ricominciarono gli
argentei. Qui non  a passar sotto silenzio che avendo la ninfa
salutato con un giro il suo re e la sua compagnia, essi, per non
restare oziosi, la risalutarono parimenti compiendo un giro intero
a sinistra; meno la regina la quale si gir a destra verso il suo
re e fu questo saluto osservato da tutti gli avanzanti durante
tutto il corso del ballo, cos pure la risposta al saluto tanto di
una schiera come dell'altra.
Al suono de' musici argentei s'avanz la ninfa argentea, la quale
era disposta davanti alla sua regina, salut graziosamente il re e
tutta la sua compagnia, cui essi del pari risposero, come fu detto
degli aurei, salvoch gli argentei giravano a destra e la regina a
sinistra. La ninfa si pos sul secondo quadrato avanti, e facendo
riverenza all'avversario, si tenne di fronte alla prima ninfa
aurea senza distanza alcuna, come pronte a combattere, salvoch
esse non colpiscono che di fianco. Le loro compagne le seguono
tanto le auree che le argentee, in figura intercalare e l fanno
come finta di scaramucciare tantoch la ninfa aurea, che prima era
entrata in campo, battendo sulla mano a una ninfa argentea a
sinistra, la mise fuori di combattimento e occup il suo posto; ma
ben presto a un nuovo suono dei musici, anch'essa fu colpita
dall'arciere argentato. Una ninfa aurea lo fece ritirare altrove;
il cavaliere argenteo usc dal campo; la regina si colloc davanti
al suo re.
Allora il re argenteo cambi posto temendo la furia della regina
aurea e si trasse al posto del suo custode a destra, il quale
posto gli sembrava munitissimo e ben difeso.
I due cavalieri che stavano a sinistra, tanto l'aureo che
l'argenteo, avanzano e fanno ampie prese di ninfe avversarie (che
non potevano ritrarsi indietro). Massimamente il cavaliere aureo
il quale mette ogni sua cura alla presa delle ninfe. Ma il
cavaliere argenteo pens una mossa pi importante: dissimulando il
suo disegno, una volta che poteva prendere una ninfa aurea, la
lascia e passa oltre e tanto fece che riusc ad introdursi presso
i nemici in luogo dove salut il re aureo e disse: "Dio vi
guardi!" La schiera aurea a quell'avvertimento di soccorrere il
suo re, frem tutta; non che essa non potesse facilmente dar
pronto soccorso al re, ma perch, salvando il re perdevano il loro
custode destro senza rimedio.
Il re aureo si ritir dunque a sinistra, e il cavaliere argenteo
prese il custode aureo; ci che costitu una grave perdita.
Tuttavia la schiera aurea delibera di vendicarsi e circonda da
ogni lato il cavaliere argenteo affinch non possa fuggire e
salvarsi dalle loro mani; esso fa mille sforzi per uscire; i suoi
ricorrono a mille astuzie per garantirlo, ma alfine la regina
aurea lo prende.
La schiera aurea, priva d'uno de' suoi sostegni, si sforza e a
torto e a traverso cerca modo di vendicarsi, abbastanza
incautamente e fa molto danno tra l'oste nemica. La schiera
argentea dissimula e attende l'ora della rivincita e presenta una
delle sue ninfe alla regina aurea avendole teso un'imboscata
segreta, tanto che alla presa della ninfa poco manc che l'arciere
aureo non sorprendesse la regina argentea.
Il cavaliere aureo tenta la presa del re e della regina argentea e
dice: "Buon giorno!" L'arciere argenteo lo salva; egli fu preso da
una ninfa aurea e questa presa da una ninfa argentea.
La battaglia fu aspra. I custodi escono dalle loro sedi al
soccorso. Tutto  mischia pericolosa. Enyo ancora non si dichiara.
Una volta gli argentei caricano fino alla tenda del re aureo;
subito sono respinti.
La regina aurea, tra gli altri, compie grandi prodezze: con una
avanzata prende l'arciere e con una mossa di fianco prende il
custode argenteo. Ci vedendo la regina argentea si avanza e
fulmina con pari ardimento: e prende l'ultimo custode aureo e
parimenti qualche ninfa.
Le due regine combatterono lungamente, procurando sia di
sorprendersi reciprocamente, sia di salvarsi e di proteggere i
loro re. Finalmente la regina aurea prese l'argentea, ma subito
dopo ella fu presa dall'arciere argenteo.
Al re aureo restavano solamente tre ninfe, un arciere e un
custode; al re argenteo restavano tre ninfe e il cavaliere destro;
ci fu cagione che in seguito combatterono pi cautamente e
lentamente.
I due re sembravano dolenti d'aver perduto le loro dame regine
tanto amate e tutto il loro studio e sforzo era volto ad elevarne
altre, se potessero, traendole dal numero delle loro ninfe, alla
dignit e al matrimonio, per amarle gioiosamente, con promesse
certe di farle regine se penetrassero fino all'ultima fila del re
nemico.
Le auree anticipano e da esse  creata una nuova regina alla quale
pongono in capo una corona e mettono nuova acconciatura.
Le argentee seguono parimenti, e non mancava pi una linea che una
d'esse non fosse creata nuova regina; ma in quel luogo stava in
agguato il custode aureo; pertanto ella si stette tranquilla.
La nuova regina aurea volle mostrarsi, alla sua assunzione, forte,
valorosa, bellicosa. Comp grandi geste attraverso il campo. Ma
frattanto il cavaliere argenteo prese il custode aureo che faceva
guardia ai confini del campo; in questo modo fu fatta una nuova
regina argentea la quale similmente volle mostrarsi valorosa alla
sua nuova assunzione. Il combattimento fu rinnovato con pi ardore
di prima; mille astuzie, mille assalti, mille mosse furono fatte e
dall'una e dall'altra parte, finch la regina argentea entr
clandesticamente nella tenda del re aureo, dicendo: "Dio vi
guardi!". Il re non pot esser soccorso che dalla sua nuova
regina. Questa non ebbe alcuna difficolt a impegnarsi per
salvarlo. Allora il cavaliere argenteo volteggiando da ogni parte
si port presso la sua regina e misero il re aureo in tale
pericolo che, per salvarsi gli convenne perdere la sua regina. Ma
il re aureo prese il cavaliere argenteo.
Ciononostante l'arciere aureo, con due ninfe che restavano,
difendevano a tutto potere il loro re, ma alla fine furono tutti
presi e messi fuori dal campo e il re aureo rimase solo. Allora
tutta la schiera argentea gli disse con profonda riverenza: "Buon
giorno!" e il re argenteo rest vincitore. Dopo quel saluto le due
compagnie di musici cominciarono a suonare insieme, come in segno
di vittoria. Cos ebbe fine quel primo ballo con tanta allegrezza,
gesti s piacevoli, contegno s onesto, grazie s rare che i
nostri spiriti si allietarono di risa come gente in estasi e non a
torto ci sembrava che fossimo trasportati alle sovrane delizie e
alla suprema felicit del cielo Olimpico.
Finito il primo torneo, le due schiere tornarono alle loro
posizioni primitive e come avevano combattuto avanti, cominciarono
a combattere la seconda volta, salvoch la musica acceler la
misura d'un mezzo tempo, e totalmente differenti furono anche le
mosse. Vidi allora che la regina aurea come irritata dalla rotta
del suo esercito, evocata dalla intonazione della musica, si mise
in campo fin sulle prime con un arciere e un cavaliere e poco
manc non sorprendesse il re argenteo nella sua tenda in mezzo ai
suoi uffiziali. Poi vedendo scoperto il suo disegno, tanto si
scherm tra le schiere e tante sconfisse ninfe argentee e altri
uffiziali, ch'era una piet vedere. Avreste detto fosse una
novella Pantesilea regina delle Amazzoni, fulminante pel campo dei
Greci; ma poco dur questo disordine poich gli argentei, frementi
alla perdita dei loro, dissimulando tuttavia il loro duolo,
lanciarono occultamente in imboscata un arciere in un angolo
lontano e un cavaliere errante, dai quali fu presa e messa fuori
del campo. I restanti furono ben presto disfatti. Cos ella sar
un'altra volta pi accorta, si terr presso il suo re, non si
scoster troppo, e quando converr moversi si mover ben
altrimenti accompagnata.
Restarono dunque vincitori gli argentei come prima.
Per il terzo e ultimo ballo le due schiere si tennero in piedi
come dianzi e mi parvero mostrar visi pi gai e risoluti che nei
due precedenti. E la musica fu serrata nella misura pi che di
hemiolo, con intonazione frigia e bellica come quella che invent
un tempo Marsia.
Cominciarono dunque a piroettare e iniziarono un meraviglioso
combattimento, con tale leggerezza che in una battuta della musica
facevano quattro mosse con le riverenze in giro convenienti come
pi sopra abbiam detto; talch non erano che salti, sgambetti e
volteggiamenti petauristici che s'intrecciavano tra gli uni e gli
altri. E vedendoli piroettare sopra un solo piede dopo fatta la
riverenza, li comparavamo al movimento d'una trottola quando i
bimbi per gioco la fanno girare a colpi di sferza e il giro  s
rapido che il movimento pare immobilit, e la trottola sembra
quieta, non moversi, anzi dormire, come essi dicono. E segnandovi
su un punto di qualche colore, alla nostra vista sembra essere non
pi punto, ma linea continua come saviamente ha rilevato il Cusano
in materia ben divina.
L non udivano che batter di mani e segnali reiterati a ogni
difficolt da una parte e dall'altra. Non vi fu mai un Catone
tanto severo, n un Crasso, l'antenato tanto alieno dal ridere, n
un Timone d'Atene tanto misantropo, n un Eraclito tanto aborrente
da ci ch' proprio della natura umana, cio il ridere, che non
avessero perduto la loro gravit vedendo quei giovani e le regine
e le ninfe, al suono di quella musica rapidissima, moversi,
avanzare, saltare, volteggiare, sgambettare, piroettare s
rapidamente in cinquecento maniere diverse e con tale destrezza
che mai l'uno era all'altro d'impaccio. Tanto minore era il numero
di quelli che restavano in campo, tanto pi grande era il piacere
di vedere le astuzie e le scappatoie usate per sorprendersi l'un
l'altro secondo che la musica indicava.
Vi dir di pi, se lo spettacolo pi che umano confondeva i nostri
sensi, stupiva i nostri spiriti e ci metteva fuori di noi, ancor
pi erano i nostri cuori commossi e impressionati al suono della
musica. Sono indotto a credere che probabilmente con modulazioni
non dissimili Ismenia eccitasse Alessandro il Grande, quando
essendo a tavola e desinando tranquillamente, balz su d'un tratto
e impugn le armi.
Nel terzo torneo il re aureo fu vincitore.
Durante quelle danze la Dama invisibilmente spar, n pi la
vedemmo. Ma fummo condotti fuori dai michelotti di Geber, e fummo
iscritti nelle funzioni da essa ordinate. Poi discesi al porto
Mateotecne c'imbarcammo sulle nostre navi sentendo che avevamo
vento in poppa, laddove, se non ne avessimo profittato, appena
l'avremmo ritrovato dopo tre quarti di luna.


CAPITOLO XXVI.


Come qualmente discendemmo nell'isola di Odi nella quale le strade
camminano.

Dopo aver navigato due giorni s'offr alla nostra vista l'isola di
Odi, nella quale vedemmo una cosa mirabile. Le strade sono
animali, se  vera la sentenza di Aristotele, il quale dice che la
prerogativa essenziale degli animali  moversi da s.
Ora le strade vanno come gli animali e le une sono erranti a
somiglianza dei pianeti, altre strade passanti; altre strade
incrocianti, altre strade traversanti. E notai che i viaggiatori,
i servi, e gli abitanti del paese chiedevano: "Dove va questa
strada? E quest'altra?..."  E si rispondeva loro: "va tra mezzod
e Fevrolles... va alla parrocchia... va alla citt... va al
fiume". Poi infilando la strada opportuna, senza altrimenti penare
o affaticarsi si trovavano nel luogo destinato; come vedete
accadere a quelli che da Lione vanno per barca sul Rodano, ad
Avignone o ad Arles. E come sapete che ogni cosa al mondo ha i
suoi difetti e nulla  totalmente perfetto, cos ci fu detto che
l v'era una sorta di gente che chiamavano banditi da strada e
battitori di lastricati.
E le povere strade ne avevano paura e si allontanavano da loro,
come da briganti. Essi stavano in agguato al loro passaggio come
si tendono trappole ai lupi e reti alle beccaccie. Vidi uno di
quei banditi che era caduto nelle mani della giustizia perch
aveva preso ingiustamente con offesa a Pallade, la strada della
scuola, cio la pi lunga; un altro si vantava di aver preso la
strada della buona guerra, cio la pi corta, dicendo essergli
profittevole giungere primo al termine della sua impresa.
Cos Carpalim, incontrando un giorno Epistemone che, impugnato il
suo bischero, pisciava contro una muraglia, gli disse che non si
maravigliava pi ch'egli giungesse sempre primo alla levata del
buon Pantagruele, perch teneva il pi corto e il meno cavalcante.
Riconobbi la grande strada di Bourges e la vidi andare a passo
d'abate; e la vidi anche fuggire alla venuta di certi carrettieri
che minacciavano di calpestarla sotto i piedi dei loro cavalli e
farle passare i loro carri sul ventre come Tullia fece passare il
suo cocchio sul ventre del padre ServioTullio sesto re di Roma.
Riconobbi parimenti la vecchia strada da Peronne a San Quintino e
mi sembr all'aspetto, una strada dabbene.
Riconobbi tra le roccie il buon vecchio sentiero della Ferrata,
montato sopra un gran orso. Vedendolo da lungi mi venne a mente la
figura di San Gerolamo, solo che l'orso fosse stato leone. Esso
era tutto mortificato; aveva la lunga barba tutta bianca e male
pettinata; avreste proprio detto che fossero ghiaccioli; aveva su
di s molti grossi rosari di pinastri mal piantati e stava come
ginocchioni e non dritto, n coricato del tutto e si batteva il
petto con grosse e rudi pietre. Ci fece paura e piet insieme.
Mentre lo guardava, un baccelliere corrente del paese ci trasse da
parte e mostrandoci una strada ben liscia, tutta bianca e un po'
feltrata di paglia, ci disse:
- D'ora innanzi non dispregiate l'opinione di Talete di Mileto, il
quale diceva che l'acqua  il principio di tutte cose, n la
sentenza di Omero il quale afferma che tutte cose nascono
dall'Oceano. Questa strada qui che vedete, nacque dall'acqua e vi
ritorner: due mesi indietro le barche passavano di qui dove ora
passano le carrette.
- Veramente, disse Pantagruele, non  una gran rivelazione! Nel
nostro mondo di tali trasformazioni ne vediamo tutti gli anni
cinquecento e pi.
Poi, considerando l'andatura di quelle strade che vanno, ci disse
che, secondo l'avviso suo, Filolao e Aristarco avevano filosofato
in quell'isola. Ed ivi Seleuco aveva attinto la convinzione
affermata che la terra girasse veramente intorno ai suoi poli e
non il cielo, ancorch ci appaia esser vero il contrario; allo
stesso modo che andando sul fiume Loira, gli alberi vicini
sembrano moversi, mentre non si movono affatto, ma s noi,
seguendo sulla barca la corrente.
Tornando alle nostre navi, vedemmo che presso la riva ponevano sul
supplizio della ruota tre banditi da strada che erano stati presi
mentre stavano in agguato; e si bruciava a fuoco lento un gran
briccone che aveva battuto una strada rompendole una costa. Ci fu
detto che si trattava della strada delle dighe erette sul Nilo in
Egitto.


CAPITOLO XXVII.

Come qualmente arrivammo all'Isola degli Zoccoli e dell'ordine dei
frati Fredoni.

Arrivammo poi all'isola degli Zoccoli dove non vivono che di zuppe
di merluzzo; fummo tuttavia ben accolti e ben trattati dal re
dell'isola chiamato Benius terzo di questo nome, il quale, dopo
bere, ci condusse a vedere un monastero nuovo, fatto, eretto e
costruito a sua invenzione pei frati Fredoni. Cos chiamava i suoi
religiosi dicendo che in terra ferma abitavano i frati piccoli
Servitori e Amici della dolce dama; item i gloriosi e bei frati
Minori, che sono semibrevi di bolle e i Minimi cultori d'aringhe
affumicate; cos i frati Minimi unghiuti non poteva pi diminuirli
che chiamandoli Fredoni. Per gli statuti e la bolla patente
ottenuta dalla Quinta, la quale provvede a che tutto ben concordi,
erano tutti vestiti da incendiatori di case salvo che, come i
copritori di case nell'Angi hanno i ginocchi contrappuntati, cos
essi avevano i ventri risolati, e i risolatori di ventri erano
molto stimati fra loro. La braghetta delle loro brache era a forma
di pantofola e ne avevano due ciascuno, l'una davanti, l'altra
cucita dietro affermando che quella duplicazione braghettina
rappresentasse debitamente qualche ascoso e orrifico mistero.
Portavano scarpe rotonde, come bacini, a imitazione degli
abitatori del mare di sabbia. Quanto al resto avevano barba rasa e
piedi ferrati.
E per mostrare che non si curano della fortuna egli faceva loro
radere e pelare come maiali, la parte posteriore della testa dalla
sommit fino agli omoplati. I capelli, sul davanti a cominciare
dagli ossi bregmatici, crescevano in libert. Cos
contrafortunavano come gente punto curante de' beni di questo
mondo. E diffidando anche pi della Fortuna volubile, portavano,
non in mano come essa, ma alla cintura a guisa di rosari, un
rasoio tagliente che arrotavano due volte il giorno, affilavano
tre volte la notte.
Sopra i piedi ciascuno portava una palla rotonda, poich si dice
che la Fortuna n'abbia una sotto i piedi.
Il cappuccio era attaccato davanti, non dietro; in questo modo
avevano il viso nascosto e se la ridevano in libert sia della
Fortuna sia dei fortunati, n pi n meno delle nostre damigelle
quando portano la loro mascherina di velluto che voi chiamate
touret de nez; gli antichi la chiamavano carit perch copriva in
esse gran multitudine di peccati; avevano anche scoperta la parte
posteriore della testa come noi il viso: ci perch essi andavano
di ventre o di culo come meglio loro piacesse. Se andavano di culo
avreste stimato la loro andatura naturale sia grazie alle scarpe
rotonde, sia grazie alla braghetta che precedeva essendo la faccia
di dietro rasa e dipinta marcatamente con due occhi e una bocca
come vedete fare delle noci di cocco.
Se andavano di ventre avreste detto giocassero a mosca cieca. Era
cosa bella a vedere.
La loro maniera di vivere era la seguente: appena la chiara stella
di Venere cominciava a splendere sulla terra, si calzavano l'un
l'altro, per carit, stivali e sproni e cos stivalati e speronati
dormivano, o, per lo meno, russavano; e, dormendo, tenevano gli
occhiali sul naso, o, alla peggio, le lenti.
Noi trovavamo strano questo modo di fare; ma essi ci appagarono
rispondendo che al giudizio finale, quando avverr, gli uomini
avrebbero avuto riposo e sonno.
Per mostrar dunque con evidenza che essi non rifiutavano di
comparirvi, ci che fanno i fortunati, si tenevano stivalati e con
tanto di sproni, pronti a montare a cavallo allorch la tromba
suonasse.
Quando suonava mezzod (notate che le loro campane, tanto quella
dell'orologio, come quelle della chiesa e del refettorio, erano
fatte secondo la maniera pontaniana, cio di fino piumino
contrappuntato, avendo per battaglio una coda di volpe) quando
dunque suonava mezzod, si svegliavano e si levavano gli stivali.
Pisciava chi voleva, andava del corpo chi voleva, sternutava chi
voleva. Ma per era obbligatorio, statuto rigoroso, che ampiamente
e copiosamente sbadigliassero e di sbadigli si sdigiunavano. Lo
spettacolo mi sembrava piacevole. Infatti, posti gli stivali e gli
sproni sopra una rastrelliera, discendevano nel chiostro; l si
lavavano con cura le mani e la bocca, poi sedevano sopra una lunga
seggetta e si curavano i denti finch il prevosto desse segnale
facendo un fischio colle dita; allora ciascuno apriva la bocca
quanto pi poteva e sbadigliavano talvolta mezz'ora, talvolta pi,
talvolta meno, secondoch il priore giudicasse quello sdigiunarsi
proporzionato alla festa del giorno. Dopo ci facevano una bella
processione portando due bandiere, nell'una delle quali era
dipinta la Virt, nell'altra la Fortuna. Un Fredone portava
innanzi la bandiera della Fortuna; lo seguiva un altro portando
quella della virt e tenendo in mano un aspersorio intinto in
acqua mercuriale (descritta da Ovidio ne' suoi Fasti) col quale
continuamente faceva atto di battere il Fredone che precedeva
colla Fortuna.
Durante la processione essi canticchiavano tra i denti
melodiosamente non so quali antifone, poich non intendevo il loro
gergo. E ascoltando attentamente mi accorsi che non cantavano se
non colle orecchie. Oh la bella armonia e ben concordante col
suono delle loro campane! Non li vedrete mai stonati. Pantagruele
fece un rilievo mirifico sulla loro processione dicendo:
- Avete visto e notato la finezza di questi Fredoni? Per compiere
la loro processione sono usciti per una porta della chiesa e
rientrati per un'altra. Si sono ben guardati dall'entrare per dove
sono usciti. Sull'onor mio sono gente ben fina: s fina, dico, da
indorare, fina come una daga di piombo, fina non affinata, ma
affinante, passata per lo staccio fino.
- Questa finezza, disse Fra Gianni  estratta da occulta filosofia
e non v'intendo un diavolo di nulla.
- Tanto pi  da temersi, disse Pantagruele, in quanto non vi
s'intende nulla. Poich la finezza che s'intende, la finezza
prevista, la finezza scoperta, perde essenza e nome di finezza:
quella noi la chiamiamo grossolanit. Sull'onor mio ne devono
sapere ben altre!
Finita la processione, a titolo di passeggiata ed esercizio
salubre, si ritiravano nel refettorio e si mettevano in ginocchio
sotto le tavole appoggiando il petto e lo stomaco ciascuno sopra
una lanterna. E mentre stavano in quella posizione entrava il
grande Zoccolo con una forca in mano e li trattava colla forca. L
cominciavano il loro pasto con formaggio e lo finivano con lattuga
come, secondo Marziale, era l'uso degli antichi. Infine si
presentava loro, dopo desinare, un gran piatto di mostarda.
La loro dieta era la seguente: la domenica mangiavano sanguinacci,
biroldi, salami, fricand, schidionate di fegatelli, quagliette,
sempre beninteso, il formaggio al principio e la mostarda alla
fine. Il luned bei piselli al lardo con ampio commento e glosse
interlineari. Il marted gran quantit di pane benedetto,
focaccie, pasticci, gallettine biscottate. Il mercoled arrosti:
cio belle teste di castrato, teste di vitello, teste di tasso,
animale che abbonda in quelle contrade. Il gioved minestre di
sette sorta e mostarda sempiterna per mezzo. Il venerd
nient'altro che sorbe e non bene mature a giudicare dal loro
colore. Il sabato rosicchiavano le ossa; non per questo erano
poveri n indigenti, poich ciascuno aveva un eccellente beneficio
di ventre.
Il loro bere era di vino antifortunale; cos chiamavano non so
quale bevanda del paese. Quando volevano bere o mangiare,
rovesciavano i cappucci per davanti e servivano loro di baverino.
Finito il desinare pregavano Dio molto bravamente e sempre
canticchiando. Il resto del giorno, in attesa del giudizio finale,
si esercitavano a opere di carit: la domenica azzuffandosi l'un
l'altro, il luned schiaffeggiandosi l'un l'altro, il marted
graffiandosi l'un l'altro, il mercoled smocciandosi l'un l'altro,
il gioved tirandosi l'un l'altro i vermi dal naso; il venerd
facendosi il solletico l'un l'altro, il sabato sferzandosi l'un
l'altro.
Tale la loro dieta quando risiedevano in convento. Se pel comando
del priore claustrale uscivano fuori era loro rigorosamente
proibito, sotto pena orribile, di toccare e mangiar pesce quando
fossero sul mare o su qualche fiume; n carne di qualsiasi specie
quando fossero su terra ferma, affinch fosse evidente a ciascuno
che godendo dell'oggetto non obbedivano alla possibilit di
procurarselo o alla concupiscenza ed erano irremovibili pi che la
roccia Marpesiana.
Il tutto facevano con antifone convenienti e acconcie, sempre
cantando colle orecchie come abbiamo detto. Quando il sole
tramontava sotto l'Oceano, si mettevano l'un l'altro stivali e
sproni come avanti e gli occhiali sul naso e andavano a dormire. A
mezzanotte entrava lo Zoccolo ed eccoli in piedi; allora
arrotavano e affilavano i loro rasoi e, fatta la processione,
mettevano le tavole sopra di loro e mangiavano come prima.
Fra Gianni degli Squarciatori, vedendo quei giocondi frati Fredoni
e intendendo il contenuto dei loro statuti, perdette ogni gravit
e grid a gran voce:
- Oh il gran sorcio sotto la tavola! Non ne posso pi,
andiamocene.
- Oh perch non c' qui Priapo come fu alle feste notturne di
Canidia per vederlo petare a piene budelle e fredonare
contropetando! Ora m'accorgo in verit che siamo in terra
antictona e antipoda. In Germania demoliscono monasteri e
stonacano i monaci; qui si erigono a rovescio e a contrappelo.


CAPITOLO XXVIII.

Come qualmente Panurgo, interrogando un frate Fredone non ebbe da
lui risposte che per monosillabi.

Panurgo che fin dalla nostra entrata non aveva fatto altro che
contemplare intensamente quei regali Fredoni, tir per la manica
uno di loro, magro come un diavolo affumicato e gli domand:
- Frate, redone, fredonante, fredonami: dov' la putta?
Il Fredone gli risponde:
- Gi.
- Panurgo: Ne avete molte?
- Fr. Poche.
- P. Quante sono in verit?
- Fr. Venti.
- P. Quante ne vorreste?
- Fr. Cento.
- P. Dove le tenete nascoste?
- Fr. L.
- P. Suppongo non siano tutte della stessa et; che hanno?
- Fr. Dritto.
- P. Di che tinta?
- Fr. Giglio.
- P. I capelli?
- Fr. Biondi.
- P. La faccia?
- Fr. Pulita.
- P. Le sopracciglia?
- Pr. Molli.
- P. Le loro attrattive?
- Fr. Mature.
- P. Il loro sguardo?
- Fr. Franco.
- P. Come i piedi?
- Fr. Piatti.
- P. I talloni?
- Fr. Corti.
- P. Come le calze?
- Fr. Belle.
- P. Le braccia?
- Fr. Lunghe.
- P. Che portano alle mani?
- Fr. Guanti.
- P. Di che gli anelli alle dita?
- Fr. D'oro.
- P. Che adoperate per vestirle?
- Fr. Stoffa.
- P. Che stoffa?
- Fr. Nuova.
- P. Di che colore?
- Fr. Perso.
- P. Le loro cappe?
- Fr. Blu.
- P La loro calzatura?
- Fr. Bruna.
- P. Di che qualit tutte quelle stoffe?
- Fr. Fine.
- P. Di che sono le scarpe?
- Fr. Cuoio.
- P. Ma queste scarpe dove stanno volentieri?
- Fr. Fuori.
- P. Cos esse camminano sul posto?
- Fr. Tosto.
- P. Veniamo alla cucina: quella, dico, delle putte, e senza
affrettarci esaminiamo bene tutto minutamente. Che c' in cucina?
- Fr. Fuoco.
- P. Chi mantiene quel fuoco?
- Fr. Legna.
- P. Che legna?
- Fr. Secca.
- P. Di quali alberi?
- Fr. Tassi.
- P. Le fascine e i bruscoli?
- Fr. D' agrifoglio.
- P. Che legna bruciate in camera?
- Fr. Pino.
- P. E quali alberi ancora?
- Fr. Tigli.
- P. E le suddette putte come le nutrite?
- Fr. Bene.
- P. Che mangiano?
- Fr. Pane.
- P. Di che qualit?
- Fr. Bigio.
- P. E che ancora?
- Fr. Carne.
- P. Ma come?
- Fr. Arrosto.
- P. E punto zuppe?
- Fr. Punto.
- P. E pasticcini?
- Fr. Molti.
- P. Ci sono; mangiano punto pesce?
- Fr. S.
- P. Come? e che pi?
- Fr. Uova.
- P. E piacciono loro?
- Fr. Cotte.
- P. Come cotte?
- Fr. Sode.
- P. Tutto l il loro pasto?
- Fr. No.
- P. Che prendono inoltre?
- Fr. Manzo.
- P. E inoltre?
- Fr. Maiale.
- P. Che ancora?
- Fr. Oche.
- P. E ancora?
- Fr. Germani.
- P. Item?
- Fr. Galli.
- P. E per salsa che hanno?
- Fr. Sale.
- P. E per leccornie?
- Fr. Mosto.
- P. Alla fine del pasto?
- Fr. Riso.
- P. E che inoltre?
- Fr. Latte.
- P. E ancora?
- Fr. Piselli.
- P. Ma che piselli intendete?
- Fr. Verdi.
- P. Che ci mettete insieme?
- Fr. Lardo.
- P. E frutta?
- Fr. Buone.
- P. Quali?
- Fr. Crude.
- P. E inoltre?
- Fr. Noci.
- P. E come bevono?
- Fr. Netto.
- P. Che cosa?
- Fr. Vino.
- P. Di che qualit?
- Fr. Bianco.
- P. D'inverno?
- Fr. Sano.
- P. A primavera?
- Fr. Brusco.
- P. D'estate?
- Fr. Fresco.
- P. D'autunno e per la vendemmia?
- Fr. Dolce.
- Potta di tonaca! esclam Fra Gianni, come dovrebbero esser
grasse queste cagne fredoniche e come dovrebbero trottare dacch
son mantenute s bene e copiosamente!
- Aspettate che finisca, disse Panurgo.
- P. A che ora si coricano?
- Fr. Notte.
- P. E quando s'alzano?
- Fr. Giorno.
- Ecco il pi bel Fredone ch'io cavalcassi mai quest'anno, disse
Panurgo; piacesse a Dio e al benedetto San Fredone e alla
benedetta e degna vergine Santa Fredona che costui fosse primo
presidente del tribunale di Parigi! Virt di Dio, amico mio, quale
sbrigatore di cause e abbreviatore di processi, quale stroncatore
di dibattimenti, quale esaminatore d'incartamenti, quale
sfogliatore di carte, quale decifratore di scritture sarebbe!
Ora veniamo agli altri viveri e parliamo punto per punto e con
calma delle dette nostre sorelle in carit.
- P. Com' il formulario?
- Fr. Grande.
- P. All'entrata ?
- Fr. Fresco.
- P. In fondo?
- Fr. Cavo.
- P. E dentro come ci fa?
- Fr. Caldo.
- P. All'orlo che c'?
- Fr. Pelo.
- P. Di che razza?
- Fr. Rosso.
- P. E quello delle pi vecchie?
- Fr. Grigio.
- P. Lo scotimento com'?
- Fr. Pronto.
- P. Il dimenar delle natiche?
- Fr. Arzillo.
- P. Tutte volteggiano?
- Fr. Troppo.
- P. E i vostri strumenti come sono?
- Fr. Grandi.
- P. E come sono al margine?
- Fr. Rotondi.
- P. La cima di che colore?
- Fr. Baia.
- P. Dopo la fattura come sono?
- Fr. Quieti.
- P. I genitali come sono?
- Fr. Gravi.
- P. E come sono assettati?
- Fr. Vicini.
- P. E dopo la fattura come diventano?
- Fr. Smorti.
- P. Ora, pel giuramento che avete fatto, quando volete andare con
loro come le gettate?
- Fr. Gi.
- P. Che dicono esse culettando?
- Fr. Niente.
- P. Solamente vi fanno star bene; del resto pensan al bel caso?
- Fr. Vero.
- P. Vi fanno figli?
- Fr. Affatto.
- P. Come vi coricate con loro?
- Fr. Nudi.
- P. In nome del detto giuramento che avete fatto, quante volte,
in conto giusto, vi andate ordinariamente il giorno?
- Fr. Sei.
- P. La notte?
- Fr. Dieci.
- Canchero! disse Fra Gianni, il porcaccione non degnerebbe
passare il sedici; ha vergogna.
- P. In verit faresti tu altrettanto, frate Gianni?
Egli  lebbroso verde perdio! E anche gli altri fanno cos?
- Fr. Tutti.
- P. Chi  il pi galante di tutti?
- Fr. Io.
- P. Non fate mai cilecca?
- Fr. No.
- P. Smarrisco i sensi su questo punto. Dopo aver vuotati ed
esausti i vasi spermatici oggi, tanto ve ne pu esser per domani?
- Fr. Pi.
- P. Essi possiedono, s'io non farnetico, l'erba indiana celebrata
da Teofrasto. Ma se per impedimento legittimo, o altrimenti,
avviene in questa faccenda diminuzione di membro, come ve ne
trovate voi?
- Fr. Male.
- P. E che fanno allora le putte?
- Fr. Rumore.
- P. E se desisteste un giorno?
- Fr. Peggio.
- P. E allora che date loro?
- Fr. Legnate.
- P. E loro come rispondono?
- Fr. Culo.
- P. Che di' tu?
- Fr. Peti.
- P. Di che suono?
- Fr. Sordo.
- P. Come le castigate?
- Fr. Forte.
- P. E che n'esce?
- Fr. Sangue.
- P. E la loro carnagione come diviene?
- Fr. Tinta.
- P. Non sarebbe meglio per voi?
- Fr. Punto.
- P. Cos voi restate?
- Fr. Temuti.
- P. E dopo esse vi stimano?
- Fr. Santi.
- P. In nome del detto giuramento di legno che avete fatto, qual'
la stagione dell'anno in cui lavorate piu fiaccamente?
- Fr. Agosto.
- P. E quella pi bruscamente?
- Fr. Marzo.
- P. E il resto dell'anno?
- Fr. Gai.
Allora disse Panurgo sorridendo: - Ecco il povero Fredone del
mondo: avete inteso com' risoluto, sommario e compendioso nelle
sue risposte? Non d che monosillabi. Credo che farebbe d'una
ciliegia tre bocconi.
- Corpo di bio! disse Fra Gianni, non cos egli parla colle sue
putte ! Allora s ch' polisillabo. Altro che tre bocconi d'una
ciliegia! Giurerei per San Grigio, che non farebbe pi di due
bocconi d'una spalla di castrato, n pi d'un sorso d'una quarta
di vino. Vedete com' sfiancato.
- Questa ciurmaglia di monaci sono in tutto il mondo cos avidi in
fatto di viveri e poi ci dicono che non hanno altro che la loro
vita in questo mondo. E che diavolo hanno i re e i grandi
principi?

CAPITOLO XXIX

Come qualmente l'istituzione di quaresima spiace a Epistemone.

- Avete notato, disse Epistemone, come questo poco di buono di
tanghero Fredone ci ha citato marzo come il mese della lussuria?
- S, rispose Pantagruele. E tuttavia cade sempre in quaresima, la
quale  stata istituita per macerare la carne, mortificare gli
appetiti sensuali e frenare le furie veneree
- Potete giudicare che criterio avesse il papa che primo l'istitu
da ci che questa sozza ciabatta di Fredone confessa di non essere
in nessun tempo infeciato di lussuria pi che nella stagione di
quaresima; e inoltre dalle evidenti ragioni addotte da tutti i
buoni e sapienti medici i quali affermano che mai in tutto il
corso dell'anno si mangiano vivande pi eccitanti a lascivia, come
in questo tempo: tali sono le fave, i piselli, fagioli, ceci,
cipolle, noci, ostriche, aringhe, salamoie, insalate tutte
composte d'erbe veneriche come ruchetta, cardamindo, serpentaria,
crescione, gorgolestro, raponzoli, papavero cornuto, luppolo,
fichi, riso, uva.
- Vi stupirete voi, disse Pantagruele, se il buon papa che istitu
la santa quaresima al tempo in cui il calore naturale esce dal
centro del corpo, dove s'era contenuto durante il freddo
invernale, e si spande alla periferia delle membra come fa la
linfa negli alberi, avesse ordinato questi cibi che avete detto
per aiutare la moltiplicazione dell'umano lignaggio? Mi fa pensare
a ci il fatto che nei registri del battistero di Thouars il
numero dei figlioli nati in ottobre e novembre  pi grande che
negli altri mesi dell'anno; i quali figlioli, secondo la
supputazione retrograda, erano tutti fatti, concepiti e generati
in quaresima.
- Io ascolto i vostri argomenti e vi prendo piacere non piccolo,
disse Fra Gianni; ma il curato di Jambert era d'altra opinione:
egli attribuiva le copiose gravidanze non ai cibi di quaresima, ma
ai monacuzzi questuanti ricurvi, ai predicatoracci stivalati, ai
confessorucci stercosi, i quali, in quella stagione del loro
dominio, minacciano agli sciocchi mariti l'inferno, tre tese sotto
le unghie di Lucifero. Presi da terrore i mariti pi non
biscottano le cameriere e si ritraggono dalle mogli... Ho detto.
- Interpretate l'istituzione di quaresima come pi vi piace, disse
Epistemone; ciascuno esagera secondo il suo punto di vista. Ma
alla soppressione della quaresima che mi pare essere imminente,
s'opporranno, lo so, tutti i medici; l'ho udito dir loro.
Infatti senza quaresima l'arte loro cadrebbe in dispregio, nulla
guadagnerebbero perch nessuno sarebbe malato.
La quaresima semina tutte le malattie;  il vero vivaio, la vera
incubatrice e promotrice di tutti i mali. E non considerate ancora
che se la quaresima fa marcire i corpi, fa anche infuriare le
anime.
Allora i diavoli compiono l'ufficio loro: vengono in ballo
gl'ipocriti, i bigotti hanno le loro grandi giornate; infinite
sedute, stazioni, perdonanze, confessioni, battiture,
anatemizzazioni. Non voglio inferire con questo che gli
Arimaspiani, valgano in ci pi di noi; ma parlo a proposito.
- Ors, coglione culettante e fredonante, disse Panurgo, che vi
sembra di costui? Non  egli eretico?
- Molto
- P. Dev'essere bruciato?
- Fr. Deve.
- C. Il pi presto possibile?
- Fr. Sia.
- P. Senza farlo prima bollire?
- Fr. Senza.
- P. In che maniera dunque?
- Fr. Vivo.
- P. Finch ne segua?
- Fr. Morte.
- P. Vi ha troppo irritato?
- Fr. Ah!
- P. Che vi pareva che fosse?
- Fr. Matto.
- P. Dite matto o furioso?
- Fr. Pi.
- P. E vorreste che fosse?
- Fr. Arso.
- P. Ne han bruciati tanti?
- Fr. Tanti.
- P. Che erano eretici?
- Fr. Meno
- P. Ne bruceranno ancora?
- Fr. Affatto.
- P. Convien bruciarli proprio tutti?
- Fr. Convien
- Io non so, disse Epistemone, che piacere proviate a ragionare
con questo miserabile cencio di monaco; se non vi conoscessi, mi
farei di voi opinione poco onorevole.
- Andiamo in nome di Dio, disse Panurgo, io lo condurrei
volentieri a Gargantua, tanto mi piace. Quando sar sposato
servirebbe alla mia donna da buffone.
- E a qualcos'altro, per giunta, disse Epistemone.
- Ormai, disse Fra Gianni ridendo, tu hai il tuo vino assicurato,
povero Panurgo: non potrai mai evitare d'esser becco fino al culo.


CAPITOLO XXX.

Come qualmente visitammo il paese di Raso.

Contenti d'aver conosciuto la nuova religione dei frati Fredoni,
navigammo per due giorni; al terzo il nostro pilota scopr
un'isola bella e deliziosa pi d'ogni altra; si chiamava l'isola
di Pannolano perch le strade erano di pannolano. In essa era il
paese di Raso tanto rinomato fra i paggi di corte; ivi gli alberi
e le erbe mai non perdevano fiore, n foglie; che erano di damasco
e velluto dipinti. Le bestie e gli uccelli erano di arazzi. L
vedemmo molte bestie, uccelli e alberi quali sono da noi in
figura, grandezza, ampiezza e colore; salvoch quelli non
mangiavano nulla, non cantavano punto, punto non mordevano come i
nostri fanno. Ne vedemmo anche molti che non avevamo ancora
veduto; tra gli altri diversi elefanti in diversi atteggiamenti;
sopratutto notai i sei maschi e le sei femmine presentati a Roma
in teatro dal loro addomesticatore al tempo di Germanico, nipote
dell'imperatore Tiberio, elefanti dotti, musici, filosofi,
danzatori, pavanieri, giullari, ed erano seduti a tavola con bel
contegno, mangiando e bevendo in silenzio come bei padri in
refettorio. Hanno il muso lungo due cubiti, e lo chiamiamo
proboscide, col quale attingono acqua da bere, e prendono palme,
prugne, ogni sorta di cibi e se ne servono di difesa e offesa come
di una mano; e al combattimento gettano le persone alto in aria e
nel cadere le fanno crepar dal ridere. Hanno orecchie molto grandi
e belle della forma d'un ventilabro. Hanno giunture e
articolazioni alle gambe. Quelli che scrissero il contrario non ne
hanno mai visti se non dipinti. Tra i denti hanno due grandi
corna; cos le chiamava Giuba e anche Pausania dice che sono
corna, non denti. Filostrato ritiene che siano denti, non corna:
per me  tutt'uno, purch sappiate che  il vero avorio e sono
lunghi da tre a quattro cubiti piantati nella mascella superiore,
non nella inferiore.
Se credete a coloro che dicono il contrario, ve ne troverete male,
foss'anche Eliano il campione dei mentitori. L, non altrove, ne
aveva visto Plinio danzar sulle corde a suon di campanelli e fare
i funambuli e passar sulle tavole in pieno banchetto senza
offendere i bevitori beventi.
Vidi l un rinoceronte simile in tutto a quello che Enrico
Clerberg mi aveva mostrato una volta; poco differiva da un verro
che avevo visto un giorno a Limoges; salvoch aveva un corno sul
muso lungo un cubito e puntuto, col quale osava affrontare un
elefante in combattimento e squarciandogli il ventre (che  la
parte pi tenera e debole dell'elefante) lo metteva morto a terra.
Vidi l trentadue unicorni:  una bestia fellona a meraviglia,
simile in tutto a un bel cavallo, salvoch ha la testa come un
cervo, i piedi come un elefante, la coda come un Cinghiale, e,
alla fronte, un corno acuto, nero e lungo da sei a sette piedi che
ordinariamente le cade gi come la cresta ai tacchini; solo quando
vuol combattere o comunque giovarsene, lo inalbera duro e diritto.
Io vidi uno di quegli unicorni, accompagnato da diversi altri
animali selvatici ripulire col suo corno una fontana. Panurgo mi
disse allora che il suo membro somigliava a quel corno, non
totalmente in lunghezza ma in virt e propriet; poich, come
l'unicorno purificava l'acqua degli stagni e delle fontane dalle
immondizie, o infezione alcuna che vi fosse, e quegli animali
diversi andavano a bere con tutta sicurezza dopo l'unicorno, cos
in tutta sicurezza si poteva fotterellare dopo di lui, senza
pericolo di cancro, sifilide, pisciacalda, bubboni e simili altri
minuti suffragi; poich se il buco mefitico fosse infetto da male,
egli tutto emondava col suo corno nervoso.
- Quando sarete sposato, disse Fra Gianni, verremo a far la prova
sulla vostra donna. E sia per amor di Dio, poich ci fornite
informazione cos salutare.
- Ma, disse Panurgo, subito nello stomaco la bella pillola
aggregativa di Dio, sotto forma di ventidue pugnalate alla
Cesarina.
- Meglio una coppa di buon vino fresco, disse Fra Gianni.
Vidi l il vello d'oro conquistato da Giasone. Coloro che dissero
non trattarsi di vello, ma di mele d'oro, perch in greco mela
significa mele e anche pecore, avevano mal visitato il paese di
Raso.
Vidi l un camaleonte quale lo descrive Aristotele e quale me
l'aveva mostrato qualche volta Carlo Marais, medico insigne, nella
nobile citt di Lione sul Rodano. E anche questo non viveva che
d'aria, come l'altro.
Vidi tre idre quali avevo visto altre volte. Sono serpenti che
hanno sette teste diverse ciascuno.
Vidi quattordici Fenici. Avevo letto in diversi autori che ve
n'era una sola per ogni generazione in tutto il mondo; ma, secondo
il mio debole giudizio, quelli che ne scrissero non ne videro mai
altrove salvo che nel paese degli arazzi, compreso Lattanzio
Firmiano.
Vidi la pelle dell'asino d'oro di Apuleio.
Vidi trecento e nove pellicani, seimila e sedici uccelli Seleucidi
che camminavano in ordinanza e divoravano le cavallette tra il
grano; dei cinamolgi, degli argatili, dei caprimulgi, dei
timunculi, dei crotonotari (onocratali volevo dire) col loro gran
gozzo, delle stinfalidi, e arpie, pantere, dorcadi, cemade,
cinocefali, satiri, cartasoni, tarantole, uri, monopi, pefagi,
cepe, neari, stere, cercopitechi, bisonti, musimoni, bituri,
ofiri, strigi, grifi.
Vidi la Mezzaquaresima a cavallo (Ferragosto e Mezzomarzo le
tenevano le staffe) e lupo mannaro, e centauri e tigri, e
leopardi, e iene, e camellopardali, e origi.
Vidi una remora, piccolo pesce chiamato Echeneis dai Greci,
attaccato a una gran nave che non si moveva bench avesse le vele
spiegate in alto mare; credo bene fosse quella del tiranno
Periandro, fermata contro la forza del vento dal piccolissimo
pesce. In questo paese di Raso, non altrove l'aveva vista Muziano.
Fra Gianni ci disse che nei tribunali del Parlamento solevano
regnare un tempo due sorta di pesci le quali facevano marcire il
corpo e avvelenare l'anima a tutti i querelanti nobili, plebei,
poveri, ricchi, grandi, piccoli: i pesci d'aprile, cio i
maccarelli, e le venefiche remore, cio sempiternit di processi
senza fine di giudizio.
Vidi sfingi, giraffe, lonze, cefe, le quali hanno i pie' davanti
come le mani, quelli di dietro come i piedi d'un uomo, crocute,
eali, che sono grandi come ippopotami, e hanno la coda come
elefanti, le mandibole come cinghiali, le corna mobili come le
orecchie dell'asino. Le cucrocute, bestie leggerissime grandi come
asini del Mirabellese, hanno il collo, la coda, il petto come un
leone, le gambe come un cervo, la bocca fessa fino alle orecchie e
non hanno che due denti uno sopra e uno sotto; esse parlano con
voce umana; ma le loro parole non risonarono.
Voi dite che non fu mai visto nido di sacro; io ne vidi ben
undici, notatelo bene.
Vidi delle alabarde mancine che non avevo mai visto altrove.
Vidi delle manticore, bestie, ben strane: hanno il corpo come un
leone, il pelo rosso, la faccia e le orecchie come un uomo, tre
file di denti frammischiati gli uni agli altri come se intrecciate
le dita delle mani le une dentro le altre; nella coda hanno un
pungolo, col quale pungono come gli scorpioni e hanno la voce
molto melodiosa.
Vidi dei catoblepi, bestie salvatiche, piccole di corpo, ma con
teste grandi senza proporzione; con fatica possono levarle da
terra; hanno gli occhi tanto velenosi che chiunque le vede muore
subitamente, come chi vedesse un basilisco.
Vidi bestie a due schiene che mi sembravano gioiose a meraviglia e
copiose in sculettamenti pi che non sia la coditremola, con un
sempiterno scotimento di groppone.
Vidi gamberi color latte non mai visti altrove, che marciavano in
molto bella ordinanza, e faceva assai piacere vederli.


CAPITOLO XXXI.

Come qualmente nel paese di Raso vedemmo "Sentito dire" che dava
lezioni di testimoniare.

Inoltrandoci in quel paese di tappezzeria, vedemmo il mar
Mediterraneo aperto e asciutto fino agli abissi, cos come si
asciug nel golfo Arabico il mare Eritreo per dar passaggio agli
Ebrei che uscivano dall'Egitto. L riconobbi Tritone che faceva
risonare la sua grossa conca, e Glauco, Proteo, Nereo, e mille
altri dei mostri marini. Vedemmo anche un numero infinito di pesci
di specie diverse, che danzavano, volavano, volteggiavano,
combattevano, mangiavano, respiravano, bischeravano, cacciavano,
apprestavano scaramuccie, facevano imboscate, componevano tregue,
commerciavano, sacramentavano, si spassavano.
In un angolo vedemmo Aristotele che teneva una lanterna nello
stesso atteggiamento come si dipinge l'eremita presso San
Cristoforo; egli osservava, considerava e tutto redigeva per
iscritto. Dietro lui stavano, come sergenti, molti altri filosofi:
Appiano, Eliodoro, Ateneo, Porfirio, Pancrate, Arcadiano, Numenio,
Posidonio, Ovidio, Appiano, Olimpio, Seleuco, Leonide, Agatocle,
Teofrasto, Demostrato, Muziano, Ninfodoro, Eliano, e cinquecento
altri a loro bell'agio come Crisippo o Aristarco di Sola, il quale
rest cinquant'anni a contemplare il regime delle api senz'altro
fare. Tra essi rimarcai Pietro Gilles il quale teneva un orinale
in mano e contemplava in profonda contemplazione l'urina di quei
bei pesci.
Dopo aver lungamente considerato quel paese di Raso, Pantagruele
disse:
- Ho qui pasciuto lungamente gli occhi, ma non me ne posso
saziare; il mio stomaco bramisce di rabbiosa fame.
- Nutriamoci, nutriamoci, diss'io, e assaggiamo quegli
anacampseroi che pendono lass... Ohib, Non valgono un fico.
Presi dunque alcuni mirabolani che pendevano da un capo della
tappezzeria; ma non potei masticarli, n ingoiarli; assaggiandoli
avreste proprio detto e giurato che fosse seta ritorta e non
avevano sapore alcuno. Si sarebbe pensato che Eliogabalo si fosse
messo in testa di festeggiare in quella forma coloro che aveva
fatto digiunare lungo tempo promettendo loro, alla fine, un
banchetto sontuoso, abbondante, imperiale, laddove poi offriva
loro vivande di cera, di marmo, o figurate su vasi o tovaglie
dipinte.
Cercando dunque pel detto paese se si trovasse qualche cosa da
mangiare, udimmo un rumore stridente come di donne che lavassero
il bucato, o le pale di mulino del Bezacle, vicino a Tolosa; senza
indugio accorremmo e vedemmo un vecchietto gobbo, contraffatto e
mostruoso. Lo chiamavano Sentito dire. Aveva il taglio della bocca
allungato fino alle orecchie, e in bocca sette lingue e ogni
lingua fessa in due parti; egli parlava con tutte sette insieme su
diversi argomenti e in lingue diverse; aveva inoltre in mezzo alla
testa e sul resto del corpo altrettante orecchie quanti occhi ebbe
Argo un tempo; per il resto era cieco e paralitico di gambe.
Intorno a lui vidi un numero innumerevole d'uomini e di donne che
ascoltavano attenti e ne riconobbi alcuni tra la folla che
facevano buon viso, tra i quali uno teneva un mappamondo e lo
spiegava loro sommariamente per brevi aforismi onde essi
diventavano chierci e sapienti in poco d'ora e parlavano con
eleganza e buona memoria di molte cose prodigiose, a saper la
centesima parte delle quali non basterebbe la vita d'un uomo:
delle piramidi, del Nilo, di Babilonia, dei Trogloditi, degli
Imantopodi, dei Blemmi, dei Pigmei, dei Cannibali, dei monti
Iperborei, degli Egipani, di tutti i diavoli, sempre per Sentito
dire.
L vidi, a quanto mi parve, Erodoto, Plinio, Solino, Berosio,
Filostrato, Mela, Strabone, e tanti altri antichi e inoltre
Alberto Magno, il giacobita, Pietro Martire, papa Pio II, il
Volterrano, Paolo Giovio il valentuomo, Giacomo Cartier, Haiton
l'armeno, Marco Polo veneziano, Ludovico romano, Pietro Alvarez e
non so quanti altri storici moderni, appiattati dietro un lembo di
tappezzeria a scrivere di nascosto belle frottole e tutto per
Sentito dire.
Dietro un drappo di velluto figurato a foglie di menta presso
Sentito dire vidi gran numero d'abitanti della Perche e della
Manica, buoni studenti, abbastanza giovani. E dimandando a quale
facolt fossero iscritti, sentimmo che fin dalla giovinezza
imparavano a fare i testimoni e facevano tali progressi nell'arte,
che partendo di l e tornati nelle loro provincie vivevano
onestamente del mestiere di testimoni rendendo sicura
testimonianza d'ogni cosa a chi pagasse meglio la giornata e tutto
per Sentito dire.
Ditene ci che volete, ma essi ci diedero qualche pezzo di pane e
bevemmo ai loro barili di gusto. Poi ci ammonirono cordialmente
che facessimo il maggior risparmio possibile della verit se
volevamo arrivare alla corte de' grandi signori.


CAPITOLO XXXII.

Come qualmente scoprimmo il paese delle Lanterne.

Mal trattati e mal nutriti nel paese di Raso, navigammo per tre
giorni; al quarto ci avvicinammo felicemente al Lanternese.
Accostandoci vedemmo sul mare certi focherelli volanti. Io, per
mio conto, pensavo fossero non lanterne, ma pesci che
fiammeggiando colla lingua facessero fuoco fuori del mare; oppure
Lampiridi (voi li chiamate cicindeli) che splendessero l, come
fanno la sera nella mia patria, quando l'orzo va maturando. Ma il
pilota ci avvert che erano lanterne di ronda che andavano in
ricognizione pei dintorni del paese e scortavano alcune lanterne
straniere che, come i buoni cordiglieri e i giacobiti, andavano
col per esser presenti al capitolo provinciale. E dubitando noi
che fosse prognostico di tempesta, egli ci assicuro di s.


CAPITOLO XXXIII.

Come qualmente discendemmo al porto dei Licnobiani ed entrammo nel
Lanternese.

Entrammo immediatamente nel porto del Lanternese. L Pantagruele
riconobbe sopra un'alta torre la lanterna della Rochelle che ci
rischiar per bene. Vedemmo anche la lanterna di Faros, di
Nauplion, e dell'Acropoli d'Atene sacra a Pallade. Presso il porto
era un piccolo villaggio abitato dai Licnobiani, popolo di gente
dabbene e studiosi, che vivono di lanterne, come da noi i padri
questuanti laici vivono di monacelle. Demostene aveva ivi
lanternato un tempo. Di l fummo condotti fino al palazzo da tre
obeliscolicni, guardie militari del porto, con alti berretti a
punta come gli Albanesi. Esponemmo loro i motivi del nostro
viaggio e il proposito d'impetrare dalla regina del Lanternese una
lanterna per rischiararci e guidarci nel viaggio verso l'oracolo
della Bottiglia. Essi promisero di aiutarci e volentieri,
aggiungendo che eravamo arrivati in momento opportuno e favorevole
e che avevamo da fare una bella scelta di lanterne mentre tenevano
il loro capitolo provinciale.
Arrivando al palazzo reale fummo presentati alla Regina da due
lanterne d'onore, la lanterna d'Aristofane e la lanterna di
Cleante. Panurgo le espose brevemente in linguaggio lanternese i
motivi del nostro viaggio ed ella ci fece buona accoglienza e ci
ordin di assistere alla sua cena per scegliere pi facilmente la
lanterna che avremmo voluto per guida. Ne fummo assai lieti e non
mancammo di notare e considerare ogni cosa, sia gesti, e vestiti e
contegno, sia l'ordine del servizio.
La regina era vestita di cristallo vergine, tempestato di grossi
diamanti per arte di tarsia e opera di damaschineria. Le lanterne
del sangue erano vestite alcune di diamanti chimici, altre di
pietre fengiti; il resto avevano vesti di corno, di carta, di tela
cerata. E lo stesso i lanternoni secondo la loro condizione e
l'antichit del loro casato. Solamente ne scorsi una di terra
cotta come un vaso, che stava insieme colle splendide e
meravigliandomene, intesi che era la lanterna d'Epitteto, della
quale una volta erano state rifiutate tremila dracme.
Considerai con diligenza la moda e il vestire della lanterna
Polimixa di Marziale e ancor pi l'Icosimixa, consacrata un tempo
da Canope, figlia di Tisia. Notai benissimo la lanterna pensile
presa un tempo dal tempio palatino di Tebe e trasportata poi nella
citt di Cima nell'Eolia per Alessandro il Conquistatore. Ne notai
un'altra insigne, causa un bel fiocco di seta cremisina che aveva
sulla testa, e mi fu detto che era Bartolo, lanterna del diritto.
Ne rimarcai parimenti due altre insigni a causa delle borse da
clistere che portavano alla cintura e mi fu detto che l'una era il
grande e l'altra il piccolo Luminare degli apoticari.
Venuta l'ora di cena la Regina s'assise nel posto d'onore e di
seguito le altre secondo il loro grado e la loro dignit.
All'inizio della cena furono tutte servite di grosse candele fuse.
Ma la regina fu servita d'un grosso e duro cero fiammeggiante, di
cera bianca, un po' rosso alla cima; anche le lanterne del sangue
furono distinte dalle altre, e cos pure la lanterna dei
Mirabellese la quale fu servita d'una candela di noce e la
lanterna provinciale del basso Poitou che vidi esser servita di
una candela corazzata. E Dio sa che luce diffondevano coi loro
lucignoli. Faceva eccezione un certo numero di giovani lanterne
sotto il governo di una grossa lanterna, le quali non lucevano
come le altre, ma mi sembravano avere colori lascivi.
Dopo cena ci ritirammo per riposare. L'indomani mattina la Regina
ci fece scegliere come guida una lanterna delle pi insigni. E
cos prendemmo congedo.


CAPITOLO XXXIV.

Come qualmente arrivammo all'oracolo della Bottiglia.

Grazie alla nostra nobile lanterna che ci rischiarava e guidava
con tutta letizia, arrivammo all'isola desiderata nella quale era
l'oracolo della Bottiglia. Disceso a terra Panurgo fece su un solo
piede uno sgambetto in aria gagliardamente e disse a Pantagruele:
- Oggi finalmente abbiamo ci che cercammo con fatiche e travagli
tanto diversi.
Poi si raccomand cortesemente alla nostra lanterna. Essa ci
ordin di ben sperare tutti quanti e di non spaventarci
menomamente qualunque cosa ci apparisse.
Avvicinandoci al tempio della divina Bottiglia ci conveniva
passare per mezzo a un gran vigneto fatto d'ogni specie di viti:
come Falerno, Malvasia, Moscatello, Taiges, Beaume, Mirevaux,
Orleans, Picardent, Arbois, Coussi, Anjou, Grave, Corsica, Verron,
Nerac e altri. Il detto vigneto fu piantato un tempo dal buon
Bacco con tale benedizione che in ogni stagione portava foglie,
fiori, e frutti come gli aranci di Sanremo. La nostra lanterna
magnifica ci comand di mangiare tre grani d'uva per uno, di
introdurre pampini nelle nostre scarpe e di tenere un ramo verde
nella mano sinistra. Al termine del vigneto passammo sotto un arco
antico sul quale era ben graziosamente scolpito il trofeo d'un
bevitore, cio: da una parte un lungo ordine di boccie, borraccie,
bottiglie, fiale, fiaschi, barili, caratelli, boccali, pinte,
anfore antiche, pendenti da una pergola ombrosa, da un'altra parte
gran quantit d'aglio, cipolle, cipolline, prosciutti, bottarghe,
formaggetti, lingue di bue affumicate, formaggi vecchi, e simili
confetture intrecciate di pampini ed insieme con grande abilit
legati con vincastri di vite, in altra parte cento forme di
bicchieri, come bicchieri a piede, bicchieri... a cavallo, coppe,
vasi, nappi, ciotole, scodelle, tazze, gotti e simile altra
artiglieria bacchica. Sulla facciata sotto il zooforo erano
iscritti questi due versi:

Nel passar da questa porta,
Buon lampione teco porta.

- A ci abbiamo provveduto, disse Pantagruele. Ch in tutta la
regione del Lanternese non c' lanterna migliore e pi divina
della nostra.
Quell'arco metteva a un bello e ampio pergolato tutto di piante di
vigna ornate di grappoli di cinquecento colori diversi e
cinquecento forme non naturali, ma cos ottenute per arte
d'agricoltura, gialli, blu, marrone, azzurrati, bianchi, neri,
verdi, violetti, screziati, picchiettati, poligonali, coglionati,
coronati, barbuti, pomati, erbuti. Al termine del pergolato erano
tre piante d'edera ben verdeggianti e tutte cariche di bacche. La
nostra lustrissima lanterna ci comand di farci con quell'edera un
cappello albanese e coprircene tutta la testa, ci che eseguimmo
senza indugio.
Sotto questa pergola, disse allora Pantagruele, non sarebbe
passato un tempo il pontefice di Giove.
C'era una ragione mistica, osserv la nostra preclara lanterna.
Poich passando sotto avrebbe avuto il vino cio i grappoli sopra
la testa, la quale sarebbe sembrata cos sottomessa e dominata dal
vino: il che significava che i pontefici e le persone che si
votano e dedicano alla contemplazione delle cose divine, devono
mantenere il loro spirito tranquillo, esente da ogni perturbazione
di sensi; la quale perturbazione  pi manifesta nell'ubriachezza
che in qualsiasi passione.
Cos voi non sareste accolti dalla divina Bottiglia essendo
passati qui sotto, se Bacbuc, la nobile sacerdotessa non vedesse
le vostre scarpe piene di pampini; atto questo in tutto
diametralmente contrario al primo, poich significa con evidenza
che il vino vi  in dispregio ed  da voi conculcato e soggiogato.
- Io non son chierco, disse Fra Gianni, di che mi dolgo, ma trovo
nel mio breviario che nella Rivelazione fu vista, cosa ammirabile,
una donna colla luna sotto i piedi. Ci per significare, come m'ha
spiegato Bigotto, che quella donna non era della razza e natura
delle altre le quali, tutte, hanno per contro la luna dentro la
testa e per conseguenza il cervello sempre lunatico: ci m'induce
facilmente a credere quanto dite, madama Lanterna, amica mia.


CAPITOLO XXXV.

Come qualmente discendemmo sotto terra per entrare nel tempio
della Bottiglia e come Chinon  la prima citt del mondo.

Cos discendemmo sotto terra per un arco incrostato di gesso, che
all'esterno mostrava, dipinta rozzamente, una danza di donne e di
satiri che accompagnavano il vecchio Sileno ridente sul suo asino.
- Questa entrata, dissi a Pantagruele, mi richiama a mente la
Cantina dipinta della prima citt del mondo; poich anche l vi
sono simili dipinti e parimenti a fresco come qui.
- Dove? domand Pantagruele, e qual' questa prima citt che dite?
- Chinon, risposi, o Cainon, in Turenna.
- So dov' Chinon e anche la Cantina dipinta, disse Pantagruele;
vi ho bevuto molti bei bicchieri di vino fresco; e non dubito che
Chinon sia citt antica. L'attesta il suo blasone nel quale 
detto:

Chinon (deux ou trois fois) Chinon,
Petite ville, grand renom;
Assise sur pierre ancienne,
Au haut le bois, au pied la Vienne.


Ma come pu essere la prima citt del mondo? Dove lo trovate
scritto? Come lo congetturate?
- Ho trovato, dissi, nella Sacra Scrittura, che Caino fu il primo
costruttore di citt;  verosimile dunque che la prima, dal suo
nome, l'abbia chiamata Cainon, come poi, a sua imitazione, tutti i
fondatori e costruttori di citt, hanno imposto il proprio nome:
infatti Atena, cio Minerva, in greco, di il nome ad Atene;
Alessandro ad Alessandria; Costantino a Costantinopoli; Pompeo a
Pompeiopoli in Cilicia; Adriano ad Adrianopoli; Cana ai Cananei;
Saba ai Sabei; Assur agli Assiri; e cos Tolemaide, Cesarea,
Tiberium, Erodium in Giudea ecc.
Mentre discorrevamo di queste bazzecole usc fuori il gran Fiasco
(la nostra lanterna lo chiamava Filosofo) governatore della divina
Bottiglia, accompagnato dalla guardia del tempio composta tutta di
bottiglioni francesi. Egli vedendoci tirsigeri come ho detto, e
coronati d'edera, e  riconoscendo anche la nostra insigne
lanterna, ci fece entrare con sicurezza e comand che ci
conducessero dritto alla principessa Bacbuc, dama d'onore della
Bottiglia e sacerdotessa di tutti i misteri. E ci fu fatto.


CAPITOLO XXXVI.

Come qualmente discendemmo i gradini tetradici, e della paura che
ebbe Panurgo.

Poi scendemmo un gradino sotto terra. L era un luogo di sosta. Ne
discendemmo due altri, altra sosta; quattro altri ancora e sosta
del pari.
-  qui? domand Panurgo.
- Quanti gradini avete contato? disse la nostra magnifica
lanterna.
- Uno, due, tre, quattro, disse Pantagruele.
- Quanti sono? domand ella.
- Dieci, rispose Pantagruele.
- Moltiplicate ci che risulta, diss'ella, per la stessa tetrada
pitagorica.
- Sono dieci, venti, trenta, quaranta, disse Pantagruele.
- A quanto ammonta il tutto? diss'ella.
- Cento, rispose Pantagruele.
- Aggiungete il cubo primo, diss'ella, cio otto: al termine di
questo numero fatale troveremo la porta del tempio. E qui notate
saviamente che  la vera psicogonia di Platone tanto celebrata
dagli Accademici e tanto poco intesa: della quale la met 
composta d'unit dei due primi numeri pieni, di due quadrangolari
e di due cubici.
Discendendo quei numerosi gradini sotto terra ci furono
necessarie, anzitutto le nostre gambe, poich senza gambe saremmo
rotolati come botti in cantina; e, in secondo luogo la nostra
preclara lanterna, poich in quella discesa non appariva pi luce
che se fossimo nel pozzo di San Patrizio in Ibernia, o nella fossa
di Trofonio nella Beozia.
Discesi circa settantotto gradini, Panurgo si volse alla nostra
lucente lanterna gridando:
- Mirifica dama, torniamo indietro, ve ne prego di cuor contrito.
Per la morte di un bue, io muoio di dannata paura. Consento a non
prender moglie mai. Assai vi siete disturbata e affaticata per me;
Dio ve ne render merito nel suo gran renditorio: io non ve ne
sar ingrato uscendo fuori da questa caverna di Trogloditi.
Ritorniamo di grazia; io temo forte che qui siamo a Tenara per la
quale si discende all'inferno; mi sembra d'udir Cerbero che
abbaia. S, ascoltate,  lui se le orecchie non mi cornano; non ho
per lui devozione alcuna, ch non v' mal di denti cos grande
come quando i cani ci addentano le gambe. Se questa  la fossa di
Trofonio, i Lemuri e i Folletti ci mangeranno vivi come un giorno,
a corto di briciole mangiarono uno degli alabardieri di Demetrio.
Sei l, Frate Gianni? Tienti vicino a me, ti prego, pancione mio,
muoio di paura. Hai la tua sciabola? Io non ho arme alcuna, n
offensiva, n difensiva, torniamo indietro.
- Son qui, son qui, disse Fra Gianni, non aver paura, ti tengo pel
collare, diciotto diavoli non saprebbero strapparti dalle mie mani
bench sia senz'armi. Non difettarono mai armi quando buon fegato
s'associ a buon braccio; al bisogno pioverebbero dal cielo, come
un giorno nei campi della Crau, presso le fosse Mariane in
Provenza piovvero ciottoli (ci sono ancora) per aiutare Ercole che
non aveva altrimenti di che combattere contro i figli di Nettuno.
Ma che? Discendiamo noi qui al limbo dei bambini (perdio, ci
sconcacheranno tutti) oppure all'inferno a tutti i diavoli? Corpo
di Dio, ve li concerei ben bene ora che ho pampini nelle scarpe,
oh come mi batterei gagliardamente! Dov'?... Dove sono?... Non
temo che le loro corna. Ma l'idea delle corna che porter Panurgo
sposato, me ne garantir interamente. Lo vedo gi con spirito
profetico, novello Atteone cornante, cornuto, corninculo.
- Guardati, frater! disse Panurgo, in attesa che sposino i monaci,
possa tu sposare la febbre quartana. E io possa tornare sano e
salvo da questo ipogeo se non te la monto solo pel gusto di farti
cornigero cornipetante; e se cos non sia, penso che la febbre
quartana  un ben cattivo buco. Mi ricordo che Grippaminotto
voleva dartela per moglie, ma tu lo chiamasti eretico.
I discorsi furono interrotti dalla nostra splendida lanterna che
ci osserv esser l il luogo al quale conveniva aver rispetto e
con soppressione di parole e con taciturnit di lingua. Quanto al
resto rispose in modo perentorio che non avessimo speranza alcuna
di ritornare senza il motto della Bottiglia, dal momento che
avevamo le scarpe feltrate di pampini.
- Andiamo avanti dunque, disse Panurgo, e diam col capo di cozzo
attraverso a tutti i diavoli. Morire non  che un colpo...
Tuttavia io mi riservavo la vita per qualche battaglia. Cozziamo,
cozziamo, passiamo oltre. Son pieno di coraggio e anche pi: non
mi trema che il cuore; ma  il freddo, e la puzza di questa buca,
non paura, n febbre. Cozziam, cozziamo, spingiam, pulsiam,
passiamo, pisciamo: io mi nomo Guglielmo senza paura.


CAPITOLO XXXVII.

Come qualmente le porte del tempio di per s miracolosamente si
spalancarono.

Al fondo della scala trovammo un portale di fino diaspro disegnato
e costruito in stile e forma dorica, sul frontone del quale era in
lettere ioniche incisa questa sentenza:
En oino aletheia
vale a dire: in vino veritas.
I battenti erano di bronzo istoriati di piccole vignette a
rilievo, smaltate graziosamente secondo l'esigenza della scultura
ed erano insieme giunti e chiusi esattamente nel loro incastro,
senza serratura, senza catenaccio, senza legamento alcuno;
solamente vi era appeso un diamante indiano della grossezza d'una
fava egiziana incastonato in oro affinato a due punte in forma
esagonale e linea diretta; da ogni lato verso il muro era appeso
un ciuffo di scordio.
A quel punto la nostra nobile lanterna ci disse che la scusassimo
se ella doveva rinunciare a guidarci oltre, che legittima era la
sua scusa e che solo avessimo a seguire le istruzioni della
sacerdotessa Bacbuc, poich non le era permesso di entrare pi
avanti per certe cause le quali piuttosto tacere era meglio che
dire a gente vivente vita mortale. Ma in ogni evento ci raccomand
di stare in cervello, di non aver spavento, n paura di sorta e di
fidare in lei per il ritorno.
Poi tir il diamante appeso alla connessura dei battenti e lo
gett a destra in uno scrignetto d'argento a ci preparato; tir
dai cardini di ciascun battente due cordoncini di seta cremisina
lunghi una tesa e mezzo ai quali era appeso lo scordio, li attacc
a due anelli d'oro che a ci pendevano ai lati e si ritir in
disparte.
Subitamente i battenti senza che alcuno li toccasse, da s si
spalancarono e aprendosi fecero un rumore stridente, ma non
fracasso orribile come sogliono fare le porte di bronzo rudi e
pesanti, bens un dolce e grazioso mormorio risonante per la volta
del tempio. Pantagruele ne comprese subito la ragione vedendo
sotto l'estremit dell'uno e dell'altro battente un piccolo
cilindro il quale congiungeva la porta per di sopra ai cardini e
girando, secondo che essa si accostava al muro, sopra una dura
pietra di ofite, ben tersa, levigata e forbita, col suo scivolare
produceva quel dolce e armonioso mormorio.
Ben mi stupiva come qualmente i due battenti, ciascuno di per s,
senza premere di persona si fossero cos spalancati. Per intendere
questo caso miracoloso, dopoch fummo tutti entrati, gettai
un'occhiata fra i battenti e il muro, ansioso di sapere per quale
forza e per quale strumento s'erano rinchiusi supponendo che la
nostra amabile lanterna avesse applicato sulla serratura l'erba
detta etiope, mediante la quale si aprono tutte le cose chiuse; ma
mi accorsi che l dove i battenti si chiudevano coll'incastro
interno, era una lama di fino acciaio penetrante nel bronzo
corinzio.
Scorsi inoltre due tavole di calamita indiana ampie e spesse un
mezzo palmo, di color ceruleo, ben liscie e levigate; esse erano
incastrate in tutto il loro spessore nel muro del tempio nel punto
dove i battenti spalancati toccavano il muro stesso.
Causa dunque l'attrazione rapace e violenta della calamita, le
lame d'acciaio per occulta e prodigiosa legge di natura, pativano
quel movimento. Conseguentemente i battenti vi erano lentamente
attratti e mossi; non tuttavia costantemente, ma solo quando era
tolta la detta calamita, per il ritiro della quale l'acciaio era
sciolto e dispensato dalla sua naturale obbedienza alla calamita e
quando erano tolti parimenti i due ciuffi di scordio che la nostra
gioiosa lanterna, mediante il cordoncino cremisino, aveva
allontanati e sospesi, poich lo scordio mortifica la calamita e
la spoglia della sua virt attrattiva.
Nell'una delle dette tavole, a destra era squisitamente scolpito
in lettere latine arcaiche questo verso senario giambico:

      DVCVNT VOLENTEM FATA, NOLENTEM TRAVNT.
Il destino conduce colui che consente, trae colui che si rifiuta.

Nell'altra vidi a sinistra in lettere pi grandi, elegantemente
scolpita questa sentenza:

OGNI COSA SI MOVE AL SUO FINE.


CAPITOLO XXXVIII.

Come qualmente il pavimento del tempio era tutto istoriato
d'emblemi ammirabili.

Lette queste iscrizioni, volsi gli occhi alla contemplazione del
magnifico tempio e consideravo l'incredibile compattezza del
pavimento al quale non pu esser ragionevolmente comparata nessuna
opera qualsiasi sotto il firmamento, presente o passata, neanche
il tempio della Fortuna, del tempo di Silla, a Preneste, neanche
il pavimento greco, chiamato Asarotum fatto da Sosistrato in
Pergamo.
Era un mosaico di piccoli quadrelli tutti di pietre fine e
forbite, ciascuna del suo color naturale: l'una di diaspro rosso
graziosamente picchiettato di macchioline diverse; l'altro di
ofite, l'altro di porfirio, l'altro di licoftalmo seminato di
scintille d'oro minute come atomi, l'altro d'agata a onde e
fiammettine confuse senz'ordine, di colore latteo, l'altro di
calcedonia preziosissima, l'altro di diaspro verde venato di rosso
e di giallo con le venature disposte a diagonale.
Sotto il porticato la struttura del pavimento era tutta a emblemi
composti di pietruzze a intarsio, ciascuna del suo colore nativo
collocata a servire il disegno delle figure. Pareva che su quel
pavimento avessero gettato una distesa di pampini buttati l senza
troppa cura, poich in un posto sembravano sparsi largamente, in
un altro meno, ed era quel fogliame abbondante dappertutto; ma,
ci ch' pi singolare, vi apparivano a mezza luce, in un posto
alcune lumachine che strisciavano sui grappoli, in un altro
lucertolette correnti verso i pampini, in un altro apparivano
grappoli mezzi maturi e maturi del tutto, composti e formati con
tale arte e ingegno dallo artefice che avrebbero facilmente
ingannato gli stornelli e altri uccelletti come fece la pittura di
Zeusi d'Eraclia.
Comunque ingannavano benissimo anche noi, poich nel luogo dove
l'artefice aveva seminato i pampini bene spessi, temendo di farci
male ai piedi, camminavamo a grandi gambate come si fa traversando
qualche luogo ineguale e petroso.
Poi volsi l'occhio a contemplare la volta del tempio e le pareti,
le quali erano tutte incrostate di marmo e porfirio, lavoro di
mosaico e una mirifica figurazione da un capo all'altro, nella
quale era rappresentata cominciando da sinistra dell'entrata, con
eleganza incredibile, la battaglia che il buon Bacco vinse contro
gli Indiani, nella maniera seguente.


CAPITOLO XXXIX.

Come qualmente nel mosaico del tempio era rappresentata la
battaglia che Bacco vinse contro gl'Indiani.

In principio erano figurate diverse citt, villaggi, castelli,
fortezze, campi e foreste tutti avvampanti di fuoco. Erano altres
figurate diverse donne forsennate e discinte le quali squartavano
vivi furiosamente vitelli, montoni, pecore e si pascevano delle
loro carni. Era ivi significato come qualmente Bacco entrando
nell'India metteva tutto a fuoco e a sangue.
Cionostante fu tanto dagl'Indiani spregiato che non degnarono
andare ad affrontarlo avendo avuto informazioni dalle loro spie
che nel suo esercito non erano guerrieri ma solamente un piccolo
bonomo vecchio, effeminato e sempre briaco accompagnato da giovani
con code e corna come i capretti agresti, tutti nudi, che
danzavano e saltavano continuamente, e un gran numero di donne
ebbre. Onde deliberarono di lasciarli venire avanti senza opporre
resistenza d'armi, come se non a gloria, ma a vergogna, disonore
ed ignominia ridondasse loro aver vittoria su tal gente. Grazie a
questo spregio Bacco sempre s'avanzava e metteva tutto a fuoco
(fuoco e folgore sono infatti l'armi paterne di Bacco e prima
ancora di nascere al mondo fu salutata da Giove colla folgore sua
madre Semele, e la sua casa materna arsa e distrutta dal fuoco)
metteva tutto a sangue, ch, per natura, sangue fa al tempo di
pace e sangue trae in tempo di guerra. Ne resta testimonianza nel
campo di Samo detto Panema, vale a dire tutto sangue, nel quale
Bacco raggiunse le amazzoni fuggenti dalla contrada di Efeso e le
uccise tutte per flebotomia, onde il detto campo era tutto di
sangue imbevuto e coperto. Potrete dunque d'ora innanzi intendere
meglio che non l'abbia descritto Aristotele ne' suoi problemi,
perch una volta si diceva in comune provverbio che  "in tempo di
guerra non si mangia n si pianta menta".
La ragione  che in tempo guerra, ordinariamente si danno gi
colpi senza rispetto; onde l'uomo ferito, se in quel giorno ha
maneggiato o mangiato menta,  ben difficile o impossibile
stagnargli il sangue. In seguito nella su detta figurazione
appariva come qualmente Bacco marciasse alla battaglia, e stava
sopra un carro magnifico, tirato da tre pariglie di giovani
leopardi aggiogati insieme; il viso era come di fanciullo per
significare che tutti i buoni bevitori mai non invecchiano; rosso
come un cherubino senza pelo di barba al mento. In testa portava
corna acute e su quelle una bella corona di pampini e d'uva, con
una mitra rossa cremisina ed era calzato di calzari dorati.
Con lui non era un solo uomo; tutte la sua guardia, tutte le sue
forze erano costituite di Bassaridi, Evanti, Eniadi, Edonidi,
Trieteridi, Ogigie, Mimallone, Menadi, Tiadi e Bacchidi, femmine
forsennate, furiose, rabbiose, cinte di draghi e serpenti vivi
invece che di cinture, coi capelli scarmigliati all'aria e con
ghirlande di pampini; vestite di pelli di cervi e di caprioli, e
con in mano piccole scuri, tirsi, roncole e alabarde in forma di
pigne, e certi piccoli scudi leggeri, risonanti e rumorosi a
toccarli appena, dei quali esse usavano, quando occorresse, come
di tamburi e di timballi.
Il loro numero era di settantadue mila duecento e ventisette.
L'avanguardia era guidata da Sileno, nel quale Bacco riponeva ogni
fiducia e del quale aveva sperimentato in occasioni passate la
virt e magnanimit del coraggio e della prudenza. Era un
vecchietto tremante, curvo, grasso panciuto a esuberanza: aveva
orecchie grandi e dritte, il naso puntuto e aquilino, i
sopraccigli rudi e grandi; era montato sopra un asino coglionato;
teneva in pugno per appoggiarsi un bastone, anche per combattere
gagliardemente se per caso convenisse discendere a piedi; ed era
vestito di una veste gialla come le donne. Era accompagnato da
giovani campestri, cornuti come capretti e fieri come leoni, tutti
nudi, sempre cantanti e saltanti il cordace; si chiamavano Titiri
e Satiri. Il loro numero era di ottantacinque mila cento e
trentatre.
Pan conduceva la retroguardia, uomo orrifico e mostruoso. Poich
nelle parti inferiori del corpo rassomigliava a un caprone, aveva
le coscie pelose e portava in testa corna dritte contro il cielo.
Aveva il viso rosso e infiammato e la barba molto lunga, uomo
ardito, coraggioso, avventuroso e facile al corruccio: nella mano
sinistra teneva un flauto, nella destra un bastone ricurvo; le sue
schiere erano similmente composte di Satiri, Emipani, Egipani,
Argipani, Silvani, Fauni, Fatui, Lemuri, Lari, Farfarelli e
Folletti, in numero di settantotto mila cento e quattordici. La
parola d'ordine di tutti era: Evoeh!


CAPITOLO XL.

Come qualmente nella figurazione era rappresentato il pezzo
dell'assalto dato dal buon Bacco agli Indiani.

In seguito era figurato il cozzo e l'assalto che il buon Bacco
dava contro gl'Indiani. Considerai che Sileno, capo
dell'avanguardia sudava a goccioloni e stimolava aspramente
l'asino suo; l'asino spalancava la bocca orribilmente, si
smoscava, smaniava, scaramucciava, in maniera spaventevole come
avesse un calabrone al culo.
I Satiri, capitani, sergenti di bande, capisquadra, caporali,
suonando la diana coi loro cornabecchi, s'aggiravano furiosamente
in mezzo all'esercito a salti di capra, a balzi, a peti, a
springate e calci; incitando i compagni a combattere
coraggiosamente. Tutti, nella figurazione gridavano: Evoeh! Le
Menadi, per prime, facevano incursione sugli Indiani con grida
orribili e il fracasso spaventevole dei loro timballi e scudi. Non
 pi a stupire se l'arte d'Apelle, Aristide Tebano e altri ha
potuto dipingere tuoni, lampi, folgori, venti, parole, costumi e
spiriti, poich ivi nel disegno della figurazione, rimbombava
tutto il cielo. Veniva poi l'esercito degl'Indiani come avvertiti
che Bacco devastava il loro paese. In primo piano erano gli
elefanti carichi di torri con numero infinito di guerrieri; ma
tutto l'esercito era in rotta e contro loro e su loro s'aggiravano
e marciavano i loro elefanti sconvolti dal terrore panico per il
tumulto orribile delle Bacchidi. L avreste visto Sileno che
spingeva il suo asino con fiere calcagnate e schermeggiava col suo
bastone alla vecchia scherma, mentre l'asino volteggiava dietro
gli elefanti a bocca spalancata come se ragliasse e ragliando
marzialmente squillava l'assalto con pari bravura come un giorno
svegli la ninfa Lottis, in pieno baccanale, quando Priapo pieno
di priapismo, senza pregarla, priapizzar la volea nel sonno.
L avreste visto Pan saltellare con le sue gambe storte intorno
alle Menadi ed incitarle col suo rozzo flauto a combattere
valorosamente. L avreste visto, dopo, un giovane Satiro menare
prigionieri diciassette re; una Bacchide tirare coi suoi serpenti
quarantadue capitani; un piccolo Fauno portare dodici insegne
prese ai nemici e quel bonomo di Bacco passeggiar col suo carro,
sicuro per il campo, ridendo, godendosela, e bevendo alla salute
di ciascuno. Infine era rappresentato in figura emblematica il
trofeo della vittoria e il trionfo del buon Bacco.
Il suo carro trionfale era tutto coperto d'edera colta sulla
montagna Meros, essendovi in India di quella pianta rarit, che
eleva il pregio d'ogni cosa.
Bacco fu imitato poi da Alessandro il Grande nel suo trionfo
indiano, il cui carro era tirato da elefanti aggiogati insieme;
poi da Pompeo Magno in Roma nel suo trionfo africano; poi da Caio
Mario dopo la vittoria sui Cimbri presso Aix in Provenza. Tutto il
suo esercito era coronato d'edera; i loro tirsi, scudi e tamburi
ne erano coperti. Anche l'asino di Sileno ne era tutto coperto da
capo a coda.
Ai lati del carro erano i re dell'India presi e legati con grosse
catene d'oro; tutta la brigata marciava con pompa divina in gioia
e letizia indicibili, portando infiniti trofei e piatti e spoglie
dei nemici e cantando allegramente gli epinici e canzonette
villereccie e fragorosi ditirambi.
Alla fine era rappresentato l'Egitto col Nilo e i suoi
coccodrilli, cercopitechi, ibidi, scimmie, trochili, icneumoni,
ippopotami e altre bestie sommesse a Bacco; e lui marciava per
quelle contrade tirato da due buoi sull'uno de' quali era scritto
in lettere d'oro: Api, sull'altro: Osiride, poich in Egitto,
prima della venuta di Bacco non erano stati visti n buoi n
vacche.


CAPITOLO XLI.

Come qualmente il tempio era rischiarato da una lampada
ammirabile.

Prima di venire alla descrizione della Bottiglia, vi descriver la
figura ammirabile d'una lampada che spandeva in tutto il tempio
luce tanto copiosa che pur essendo sotterra ci si vedeva come
vediamo in pieno mezzogiorno quando il sole chiaro e sereno
risplende sulla terra. In mezzo alla volta era attaccato un anello
d'oro massiccio della grossezza d'un pugno, al quale erano appese
tre catene di grossezza poco minore, lavorate con bell'arte le
quali, a due piedi e mezzo dalla volta sostenevano triangolarmente
una lamina d'oro fino, rotonda, di grandezza tale che il  diametro
eccedeva due cubiti e mezzo palmo. Erano in essa quattro pertugi
rotondi  in ciascuno dei quali era fissata una palla vuota,
incavata all'interno; aperta sopra, come una piccola lampada.
Avevano circa due palmi di circonferenza ed erano tutte di pietre
preziosissime: l'una d'ametista, l'altra di carbonchio libico, la
terza d'opale, la quarta d'antracite. Ciascuna era piena d'acqua
ardente cinque volte distillata in alambicco serpentino
inconsumabile come l'olio che un giorno Callimaco mise nella
lampada d'oro di Pallade nell'Acropoli d'Atene, con un lucignolo
ardente fatto parte di lino asbestino (come un tempo nel tempio di
Giove Ammone e lo vide Cleombroto, filosofo studiosissimo) in
parte di lino carpasico, le quali sostanze sono per fuoco
piuttosto rinnovate che distrutte.
Al disotto di quella lampada circa due piedi e mezzo, le tre
catene nella loro forma primitiva infilavano tre anse le quali
sporgevano da una lampada rotonda di cristallo purissimo, del
diametro di un cubito e mezzo, e superiormente aperta per
un'ampiezza di circa due palmi; in mezzo a quest'apertura era
posto un vaso di cristallo simile al precedente in forma di zucca,
o come un orinale, e discendeva fino al fondo della lampada
grande, con tale quantit d'acqua ardente che la fiamma del lino
asbestino era dritta al centro della grande lampada. In questo
modo tutto il corpo sferico di quella sembrava ardere e
fiammeggiare, perch il fuoco era al centro, al punto mediano.
Era difficile di potervi fermare fisso e costante lo sguardo, come
non si pu fissare il sole, impedendolo la materia di s
meravigliosa luminosit e l'opera tanto diafana e sottile per la
riflessione sulla grande lampada inferiore de' diversi colori
(naturali alle pietre preziose) delle quattro piccole lampade
superiori, la luce delle quali era in ogni punto incostante e
vacillante per il tempio. Inoltre quella vaga luce venendo a
battere sulla forbitezza del marmo onde era incrostato tutto
l'interno del tempio, ne apparivano i colori che vediamo
nell'arcobaleno quando il chiaro sole tocca le nuvole piovose.
L'invenzione era ammirabile, ma ancora pi ammirabile, a parer
mio, che lo scultore intorno al rigonfiamento di quella lampada
cristallina avesse inciso con arte di cesello una pronta e
gagliarda battaglia di bambini nudi, montati su cavallucci di
legno con lancie munite di girelle e palvesi fatti sottilmente di
grappoli d'uva intrecciati di pampini, con gesti e sforzi puerili
espressi per arte tanto ingegnosa che meglio non potrebbe la
natura. E non sembravano incisi sul cristallo, ma in alto rilievo,
o, almeno, apparivano rilevati a m di fregio grottesco grazie
alla diversa e gradita luce che, dentro contenuta, si diffondeva
per la incisione.


CAPITOLO XLII.

Come qualmente la sacerdotessa Bacbuc ci mostr dentro il tempio
una fontana fantastica.

 Mentre consideravamo in estasi il tempio mirifico, e la lampada
memorabile, ci apparve con faccia gioconda e ridente la venerabile
sacerdotessa Bacbuc colla sua compagnia e vedendoci acconciati
come  stato detto, c'introdusse senza difficolt nel centro del
tempio, dove sotto la lampada sopra detta era la bella fontana
fantastica pi preziosa di materia e di lavoro, pi rara e
mirifica di quanto mai potesse pensare Dedalo. L'orlo, il plinto e
lo zoccolo erano purissimo e traslucido alabastro, dell'altezza di
tre palmi, poco pi, di forma ettagonale a lati eguali
esternamente, con molte stilobati, arulette; cimasulte, e
undiculazioni doriche all'intorno. All'interno era esattamente
rotonda.
Al vertice d'ogni angolo, in margine, era assisa una colonnina
circondata da una specie di cerchio d'avorio o balaustra, ed erano
sette in tutto, una per angolo. La lunghezza loro dalle basi sino
agli architravi era di sette palmi poco meno, secondo la giusta
esatta dimensione del diametro della circonferenza interna.
La prima colonna, quella cio che si obbiettava alla nostra vista
all'entrata del tempio era di zaffiro azzurrino e celeste.
La seconda, di giacinto, (con lettere greche A I in diversi
luoghi) riproduceva il colore del fiore nel quale fu convertito il
sangue collerico d'Aiace.
La terza di diamante anachite, brillava e splendeva come folgore.
La quarta di rubino balascio, mascolino e ametistizzante di
maniera che la sua fiamma splendente finiva in porporino e
violetto com' l'ametista.
La quinta, di smeraldo, pi magnifica cinquecento volte che non
fosse mai quella di Serapide nel labirinto degli Egiziani, pi
fiorente e lucente di quelle esposte a guisa d'occhi al leone
marmoreo giacente presso la tomba del re Ermia.
La sesta d'agata, pi gioiosa e variegata di macchie e  colori di
quella che si teneva tanto cara Pirro re degli Epiroti.
La settima di selenite trasparente, con bianchezza di berillo,
aveva lo splendore del miele dell'Imetto e vi apparia dentro la
luna colla figura e il movimento che essa ha nel cielo, piena,
silenziosa, crescente o decrescente.
Tutte quelle pietre dagli antichi Caldei e maghi erano attribuite
ai sette pianeti del cielo. E affinch si potesse meglio intendere
il simbolo di quella rude Minerva, sulla prima, di zaffiro, sopra
il capitello in linea perpendicolare al centro era elevata in
piombo eluziano preziosissimo l'immagine di Saturno colla sua
falce in mano e una gru d'oro ai piedi, smaltata con arte dei
colori nativi richiesti dall'uccello saturnino.
Sulla seconda, di giacinto, volgendo a sinistra, era Giove in
stagno gioveziano, con sul petto un'aquila d'oro smaltata secondo
natura.
Sulla terza Febo, in oro raffinato, con nella mano destra un gallo
bianco.
Sulla quarta, in bronzo corinzio, Marte con a' piedi un leone.
Sulla quinta Venere in rame, di materia eguale a quella onde
Aristonide compose la statua d'Atamante che esprimeva arrossendo
nella sua bianchezza, la vergogna che sentiva contemplando Learco
suo figlio morto di una caduta; e a' suoi piedi una colomba.
Sulla sesta, in idrargirio, fisso, malleabile e immobile, Mercurio
con una cicogna ai piedi.
Sulla settima, la luna in argento, con a' piedi un levriere.
L'altezza di quelle statue era un terzo, poco pi delle colonne
sottoposte ed erano esse tanto ingegnosamente rappresentate
secondo proporzioni matematiche, che appena avrebbe potuto reggere
al paragone il canone di Policleto, scrivendo il quale fu detto
che stabilisse l'arte d'insegnar l'arte.
Le basi delle colonne, i capitelli, gli architravi, i zoofori e le
cornici erano di stile frigio, massicci, d'oro pi puro e pi fino
che non si trovi nel fiume Lez presso Montpellier, nel Gange in
India, nel Po in Italia, nell'Ebro in Tracia, nel Tago in Spagna,
nel Pactolo in Lidia.
Gli archi levati sulle colonne erano della pietra delle colonne di
partenza, per ordine, cio di zaffiro fino alla colonna di
giacinto, di giacinto verso il diamante, e cos di seguito.
Sopra gli archi e i capitelli delle colonne all'interno era una
cupola eretta a coprire la fontana, la quale, seguendo la
posizione dei pianeti, cominciava in forma ettagona e finiva
lentamente in forma sferica; ed il cristallo era tanto limpido,
tanto diafano, tanto forbito, intero ed uniforme in tutte le sue
parti, senza vene, senza nuvole, senza ghiaccioli, senza
filamenti, che Xenocrate mai ne vide che reggessero al paragone.
Dentro la sua volta erano per ordine e figura e caratteri squisiti
scolpiti con arte, i dodici segni dello zodiaco, i dodici mesi
dell'anno colle loro propriet, i due solstizi, i due equinozi, la
linea eclittica con le stelle fisse pi insigni intorno al polo
antartico e altrove, con esecuzione s artistica che pensai fosse
opera del re Necepso, o dell'antico matematico Petosiride.
Sulla sommit della detta cupola, corrispondente al centro della
fontana, erano tre unioni eleichie di forma turbinata lagrimale
perfetta, tutte insieme coerenti a forma di un giglio, tanto
grandi che eccedevano d'un palmo la grandezza del fiore. Dal
calice di esso usciva un carbonchio grosso come un ovo di struzzo,
tagliato in forma ettagona (il sette  un numero molto amato dalla
natura) tanto prodigioso e ammirabile che levando gli occhi per
contemplarlo, poco manc che non perdessimo la vista: n pi
fiammeggiante n maggiore  il fuoco del sole, n il lampo, di
quello che appariva quel carbonchio.
Insomma giusti estimatori avrebbero facilmente giudicato essere
pi ricchezze e singolarit in quella fontana e nelle lampade
sopra descritte di quante ne contengano l'Asia, l'Africa, e
l'Europa insieme. E avrebbero offuscato la pantarba del mago
indiano Jarca, cos facilmente come il sole in chiaro mezzogiorno
oscura le stelle.
Vada ora a vantarsi Cleopatra, regina d'Egitto delle unioni
pendenti a' suoi orecchi, una delle quali ella, presente il
triunviro Antonio, sciolse nell'acqua per forza d'aceto e
inghiott.
Ed era stimata cento sesterzi.
Vada ora Lullia Paolina a far pompa della sua veste tutta coperta
di smeraldi e perle tessuti alternamente, la quale chiamava ad
ammirazione tutto il popolo della citt di Roma, che era detta
fossa ed emporio dei vincitori ladroni di tutto il mondo. L'acqua
della fontana usciva e zampillava per tre tubi o canali fatti di
perle fine, disposti secondo i tre angoli equilateri promarginali
pi sopra esposti; i canali procedevano in linea spirale
bipartita. Dopo averli ben considerati, volgevamo altrove gli
occhi, quando Bacbuc ci raccomand di ascoltare l'uscita
dell'acqua, e allora sentimmo un suono mirabilmente armonioso, ma
tuttavia ottuso e rotto come se venisse di lontano e di sotterra.
In che ci sembrava pi delizioso che se fosse stato udito
apertamente e da vicino.
Di guisa che quanto il nostro spirito era stato dilettato per le
finestre degli occhi alla contemplazione delle cose su dette;
altrettanto era per le orecchie nell'udire quell'armonia.
Allora Bacbuc ci disse:
- I vostri filosofi negano che possa manifestarsi movimento per
virt figurativa; udite qui e vedete il contrario. Grazie alla
sola figura spirale bipartita che vedete, e insieme ad una
quintuplice laminatura mobile a ciascuno attacco interno, (come
avviene della vena cava, colla differenza che essa entra al
ventricolo destro del cuore) questa sacra fontana fluisce ed esce
e crea un'armonia tale che monta fino al mare del vostro mondo.


CAPITOLO XLIII.

Come l'acqua della fontana aveva gusto di vino secondo
l'immaginazione dei bevitori.

Bacbuc comand poi che fossero presentati nappi, tazze, bicchieri,
d'oro, d'argento, di cristallo e di porcellana. Invitati
graziosamente a bere il liquore che sgorgava dalla fontana,
bevemmo ben volentieri.
Infatti, affinch siate pienamente avvertiti, noi non siamo del
calibro d'un branco di vitelli che, come i passeri, non mangiano
se non si d loro un colpetto sulla coda e parimenti non bevono se
non a suono di randellate.
Mai non respingiamo alcuno che c'inviti cortesemente a bere.
Bacbuc ci domand poi la nostra impressione e noi rispondemmo che
ci pareva buona e fresca acqua di fontana limpida e argentina pi
che non sia quella d'Argironda in Etolia, del Peneo in Tessalia,
dell'Axio in Macedonia, del Cidno in Cilicia; tale che vedendolo
Alessandro il Macedone s bello e chiaro e fresco nel cuor
dell'estate non volle rinunciare alla volutt di bagnarvisi
dentro, pur conscio del male che poteva venirgli da quel
transitorio piacere.
- Ah, disse Bacbuc, ecco ci che significa non considerare in s,
n intendere i movimenti dei muscoli linguali quando il bere vi
scorre su per discendere non ai polmoni per l'arteria ineguale
come era opinione del buon Platone, di Plutarco, di Macrobio e
altri, ma nello stomaco per via dell'esofago. Oh pellegrini, avete
voi la gola coperta, lastricata e smaltata, come un tempo Pitillo,
al dir di Tense, che non avete riconosciuto il sapore di questo
deifico liquore?
E volta alle sue damigelle:
- Portate qui, disse, le spazzole che sapete, per raschiare,
mondare e nettar loro il palato.
Furono portati allora belli, grossi e giocondi prosciutti, belle
grosse e gioconde lingue di bue affumicate, belli e buoni salumi,
cervellate, bottarghe, caviale, belli e buoni salamini cacciatori
e simili altri spazzacamini della gola. Per obbedire al suo
comando ne mangiammo finch dovemmo confessare che i nostri
stomachi erano ben ripuliti e che la sete c'importunava
aspramente. Allora ci disse:
- Un tempo un capitano ebreo dotto e cavalleresco, mentre guidava
il suo popolo pei deserti, tormentato da grandissima fame, impetr
dal cielo la manna, la quale, per forza d'immaginazione, aveva per
loro il gusto che prima avevano lo vivande. Qui del pari, bevendo
questo mirifico liquore, sentirete il gusto della qualit di vino
che avrete immaginato. Immaginate dunque e bevete.
Bevemmo.
- Per Dio! grid subito Panurgo, questo  vino di Beaune, e
migliore di quanto ne bevessi mai; che novanta e sedici diavoli mi
portino via se non  vero. Oh, poter avere, per gustarlo meglio,
il collo lungo tre cubiti, come desiderava avere Filosseno, o come
una gru, secondo che si augurava Melanzio.
- In fede d'un lanterniere, esclam Fra Gianni, questo  vino di
Grave, gagliardo e volteggiante. Oh, per Dio, amica, insegnatemi
come fate a farlo.
- A me, disse Pantagruele, sembra vino di Mirevaux, come
immaginavo prima di bere. Non c' che un guaio, cio ch' fresco,
ma, dico, fresco pi che ghiaccio, pi dell'acqua di Nonacris e
Derc, pi che la fontana di Contoporia a Corinto, che ghiacciava
lo stomaco e le parti digerenti di quelli che bevevano.
Bevete, disse Bacbuc, una, due o tre volte e mutando immaginazione
troverete di nuovo il liquore del gusto e sapore che avrete
immaginato. E d'ora innanzi proclamate che a Dio nulla 
impossibile.
- Mai non dicemmo il contrario, risposi; noi proclamiamo
l'onnipotenza sua.


CAPITOLO XLIV.

Come qualmente Bacbuc acconci Panurgo per avere la parola della
Bottiglia.

Terminati discorsi e bevute, Bacbuc domand:
- Chi  di voi colui che vuol avere la parola della divina
Bottiglia?
- Io, vostro umile e piccolo imbuto, rispose Panurgo.
- Amico mio, diss'ella, non devo farvi che una raccomandazione:
accostandovi all'oracolo, non ascoltate la sua parola che d'una
sola orecchia.
-  vino d'un'orecchia sola comment Fra Gianni. Bacbuc vest
Panurgo d'una cappa, gli avvilupp il capo d'un bello e bianco
cappuccio, lo imbacucc d'un filtro d'Ippocrasso in cima al quale
invece di fiocco mise tre orecchie d'asino, lo inguant con due
vecchie braghette, lo cinse di tre cornamuse legate insieme, gli
bagn la faccia tre volte nella fontana, gli butt nel viso una
manciata di farina, mise tre penne di gallo dalla parte destra del
filtro ippocratico, lo fece girare nove volte intorno alla
fontana, gli fece fare tre bei salterelli e gli fece sbattere
sette volte il culo per terra, pronunziando sempre non so quali
scongiuri in lingua etrusca e leggendo qualche formula in un libro
rituale che presso lei portava uno de' suoi mistagoghi.
Insomma io penso che Numa Pompilio, secondo re di Roma, i Ceriti
etruschi, e il santo capitano ebreo non istituirono mai tante
cerimonie quante vidi allora. E neppure i vaticinatori di Memfi
per Api in Egitto, n gli Eubeiesi nella citt di Ramnes per
Ramnusia, n per Giove Ammone, n per Feronia, usarono gli antichi
tante cerimonie. religiose quante ne vidi col.
Bacbuc separ Panurgo cos acconciato, dalla nostra compagnia, e
lo condusse a mano destra per una porta d'oro, fuori del tempio in
una cappella rotonda fatta di pietre sfengiti e speculari; per la
solida trasparenza delle quali, senza finestra, n altra apertura
penetrava la luce del sole che giungeva per le fenditure della
roccia che copriva il tempio maggiore, e tanto facilmente e con
tale abbondanza che la luce sembrava nascere dentro non venire di
fuori. Era opera non meno meravigliosa di quanto fosse una volta
il sacro tempio di Ravenna, o quello delle isole Chemnis in
Egitto; e non  a passar sotto silenzio che l'architettura di
quella cappella rotonda era misurata con simmetria tale che il
diametro della circonferenza corrispondeva all'altezza della
volta.
In mezzo v'era una fontana di fino alabastro di forma ettagonale,
d'architettura e incrostatura singolari, piena d'acqua s chiara
che poteva esser considerata un elemento semplice; dentro vi stava
immersa a met la sacra Bottiglia, tutta rivestita di puro e bel
cristallo, di forma ovale, eccetto che l'orlo era un po' pi
aperto di quanto quella forma non richiedesse.


CAPITOLO XLV.

Come qualmente la sacerdotessa Bacbuc present Panurgo davanti
alla divina Bottiglia.

Allora, la nobile sacerdotessa fece chinare Panurgo e gli fece
baciare il margine della fontana; poi lo fece levare e gli fece
ballare in giro tre salti bacchici. Ci fatto gli comand di
sedere col culo a terra fra due selle l preparate. Poi aperse il
suo libro rituale e gli fece cantare, suggerendogli nell'orecchia
sinistra un'epilenia come segue:

O Bottiglia
Tutta piena
Di misteri,
Io t'ascolto
D'un orecchio
Non tardare
La parola a pronunziare
Dalla qual pende il mio cuore.
Nel divino tuo liquore
Chiuso dentro il ventre tuo
Bacco, d'India vincitore,
Tutta ha messo Verit.
Vino tanto divino, lungi da te  cacciata
Ogni menzogna ed ogni impostura.
Con gioia sia chiusa l'arca di No.
Il quale ci f di te composizione.
Suona il bel motto, te ne prego,
Che deve tormi da miseria.
Cos niuna goccia di te si perda
Sia bianca o sia vermiglia.
O Bottiglia
Tutta piena
Di misteri,
D'un'orecchia
Io t'ascolto,
Non tardare.

Finita questa canzone Bacbuc gett non so che dentro la fontana e
subito l'acqua cominci a bollire con forza come fa la gran
marmitta di Bourgueil nei giorni di festa grande. Panurgo
ascoltava con un'orecchia in silenzio; Bacbuc si teneva presso a
lui inginocchiata; ed ecco dalla sacra Bottiglia usc una romba
come di api quando nascono dalla carne d'un toro ucciso e
aggiustato secondo l'arte e invenzione d'Aristeo, o quale fa una
freccia scoccando dalla balestra, o, in estate, una forte pioggia
che cada d'improvviso. Allora fu udita questa parola: Trinch!
- Per la virt di Dio! grid Panurgo,  rotta o fessa, se non
mento, cos parlano al nostro paese le bottiglie di cristallo
quando presso il fuoco scoppiano.
Allora Bacbuc si lev e prese Panurgo sotto il braccio dolcemente,
dicendogli:
- Amico, ragion vuole che rendiate grazie ai cieli: prontamente
avete avuto il responso della divina Bottiglia, il responso pi
gioioso, pi divino, pi certo, che mai abbia inteso da lei da
quando son qui ministra del suo sacrosanto oracolo. Alzatevi, su,
andiamo al capitolo, nella glossa del quale  interpretato il bel
responso.
- Andiamo, per Dio, disse Panurgo. Ne so quanto prima; spiegatevi;
dov' questo libro? Voltate, voltate, dov' il capitolo? Vediamo
questa gioiosa glossa!


CAPITOLO XLVI.

Come qualmente Bacbuc interpreta il responso della Bottiglia.

Bacbuc, gett non so che nella vasca, onde l'ebollizione
dell'acqua subito si attenu. Poi condusse Panurgo nel tempio
maggiore, al centro, dove era la vivifica fontana. L traendo un
grosso libro d'argento in forma di mezzo moggio, o d'una quarta di
sentenze, lo bagn nella fontana e disse a Panurgo:
- I filosofi, i predicatori e i dottori del vostro mondo vi
pascolano di belle parole per la via delle orecchie; qui noi
incorporiamo i nostri precetti per la via della bocca. Pertanto io
non vi dico: Leggete questo capitolo, ascoltate questa glossa;
bens vi dico: Assaggiate questo capitolo, inghiottite questa
bella glossa. Una volta un antico profeta della razza giudaica
mangi un libro e fu chierco fino ai denti: ora voi ne berrete uno
e sarete chierco fino al fegato. Tenete, aprite le mascelle.
Panurgo avendo spalancata la bocca, Bacbuc prese il libro
d'argento (pensavamo che fosse veramente un libro per la sua forma
come di breviario, ma era invece una vera e propria bottiglia
piena di vino Falerno) e ne fece ingollare a Panurgo.
- Ecco, un capitolo notevole, e una glossa autenticissima, disse
Panurgo.  qui tutto ci che pretendeva il responso della
Bottiglia trimegista?
- Nient'altro, rispose Bacbuc, poich Trinch  responso panonfeo,
celebrato e inteso da tutte le nazioni, e significa: Bevete.
Voi dite nel vostro mondo che sacco  vocabolo comune ad ogni
lingua e adottato a buon diritto e giustamente da ogni nazione.
Infatti come  detto nell'apologo di Esopo, tutti gli uomini
nascono con un sacco al collo, miseri per natura e mendicanti
l'uno dell'altro. Non v' re cos potente sotto il cielo che possa
fare a meno degli altri, non v' povero tanto presuntuoso che
possa fare a meno del ricco, neanche il filosofo Ippia che faceva
tutto da s. E se non possiamo essere senza sacco, tanto meno
possiamo star senza bere. E qui affermiamo che non il ridere, ma
il bere  proprio dell'uomo; e non dico bere semplicemente e
puramente, poich bevono anche le bestie; ma dico bere vin buono e
fresco. Notate, amici, che di vino, divino si diventa; e non v'
verit pi sicura n divinazione meno fallace. L'affermano i
vostri Accademici dando l'etimologia di vino che dicono derivare
dal greco OINOS, come vis, forza, potenza. Poich ha il potere di
riempire l'anima di ogni verit, di ogni sapere e filosofia. Se
avete notato ci che  scritto in lettere ioniche sulla porta del
tempio, avrete potuto intendere che nel vino  nascosta la verit.
La divina Bottiglia vi rimette a quella sentenza, siate voi stessi
interpreti della vostra impresa.
- Non  possibile parlar meglio di questa venerabile sacerdotessa,
disse Pantagruele. La stessa risposta vi avevo dato io quando
m'interrogaste la prima volta. Trinch, adunque. Che vi dice il
cuore esaltato da entusiasmo bacchico?
- Trinchiamo, disse Panurgo.

    Trinchiam, trinchiamo in nome del buon Bacco!
    Tra breve, ah! Oh! oh! i miei coglioni
    Zavorreranno a modo un orifizio
    Che sar dal mio piccolo omarino
    Bene imbottito. Che succede adunque?
    Del mio cuor la Paternit mi dice
    Che ben presto sar non sol sposato
    Ne' miei quartieri, ma che volentieri
    La mia sposa verr al combattimento
    Venereo. Buon Dio, quale battaglia
    Vedo fin d'ora! voglio darci dentro
    A tutto spiano, voglio zavorrarla
    A mio bell'agio, che son ben nutrito.
    Son io il buon marito, il buon de' buoni.
    A me il peana! A me, a me il peana!
    Viva le nozze! Viva per tre volte!
    Qua, Frate Gianni, giuramento fo
    Vero ed intelligibil che l'oracolo
    E' infallibil, fatidico, sicuro


CAPITOLO XLVII.

Come qualmente Panurgo e gli altri ritmano per furore poetico.

- Sei diventato matto o fatato? disse Fra Gianni a Panurgo. Vedete
come schiuma sentite come ritmeggia. Che abbia mangiato tutti i
diavoli? Stravolge gli occhi nella testa come una capra in agonia;
si trarr egli in disparte? Andr del corpo pi in l? Manger
l'erba dei cani per scaricarsi lo stomaco? O si metter il pugno
fino al gomito in gola all'uso monacale per curarsi gl'ipocondri?
Riprender il pelo del cane che lo morse?
Pantagruele riprende Fra Gianni dicendo:

Del buon Bacco  il poetico furore,
Credetemi; cos gli ecclissa i sensi
Questo bon vino che lo fa cantare.
S, senza fallo
    Sono i suoi spirti
    In tutto presi
    Dal buon liquore.
    Dai gridi al riso,
    Dal riso all'estro,
    In questo vino
    Il suo bel cuore
    Fatto  facondo
    E superiore
    A chi sorride.
E visto ch' s acceso di cervello,
Mi sembrerebbe pungerlo di troppo
Canzonando s nobil trincatore.

- Come? dice Fra Gianni anche voi ritmate? Per la virt di Dio
siamo tutti conditi per bene! Piacesse a Dio che ci vedesse
Gargantua in questo stato. Io non so, perdio, che fare se
parimenti come voi rimare o no. Non ci capisco nulla, ma siamo
tutti in ritmaglieria. Per San Giovanni, anch'io ritmer come gli
altri, lo sento bene. Attendete e scusatemi se non ritmo in
cremisino:

O virt di Dio paterna
Che mutasti l'acqua in vino,
Il mio cul muta in lanterna.
Per far lume al mio vicino.

Panurgo continua l'argomento dicendo:

Non mai responso pi sicuro e certo
Dal tripode suo di la Pitonessa.
Tal responso dev'essere venuto
Entro questa fontana propriamente
Portato dall'oracolo di Delfo.
E se Plutarco come me qui avesse
Bevuto, non avrebbe sollevato
Il dubbio che gli oracoli di Delfo
Sian diventati muti come pesci.
Se pi non danno voce di responso
La ragione  chiarissima; non pi
Il tripode fatale in Delfo ha sede
Ma in questo luogo e presagisce tutto.
Afferma infatti il libro d'Ateneo
Che quel tripode gli era la bottiglia,
Piena di vin squisito, ad un orecchio,.
Del vino dico, della verit.
Non v' nell'arte di divinazione
Miglior sincerit che nel consiglio
Della parola uscita da bottiglia.
Ors, Fra Gianni, fin che siamo qui,
Chiedi tu pure la parola della
Bottiglia trimegista per sentire
Se nulla vieta che anche tu ti sposi.
Su presto qua, per non cambiare idea,
Vieni a giocare l'amorabachina
Gettategli sul muso la farina.

Fra Gianni rispose con furore dicendo:

Eh? ch'io mi sposi! Ah, per gli stivali
Per le ghette del santo Benedetto,
Chiunque mi conosca giurer
Che preferisco d'esser degradato
Fino all'infimo limite piuttosto
Che farmi assassinar dal matrimonio.
Esser spogliato della libert?
Legarmi ad una femmina per sempre?
Virt di Dio! Con gran fatica mai
Mi legherebbero ad un Alessandro,
A un Ottaviano, a un Cesare, n ad altri
De' pi cavallereschi re del mondo.

Panurgo liberandosi dalla sua cappa e acconciatura mistica
rispose:

Cos sarai dannato, bestia immonda,
Qual perfido serpente, mentre a me
Sar dato volare in paradiso
Salvo e leggero come voce d'arpa.
Allora s dall'alto, t'assicuro,
Voglio pisciarti addosso, porcaccione!
Ma dammi retta; quando sia laggi
Presso il vecchio gran diavolo, se avvenga
A caso, com' probabile, che
La signora Proserpina si faccia
Spinare dalla spina che tu alloggi
Dentro le brache, e resti innamorata
Della divina tua paternit,
E se tra voi saranno dolci accordi,
E tu le monterai addosso, di',
In fede tua, non manderai per vino,
Tanto per ben fornire il tuo banchetto,
All'osteria migliore dell'inferno
Quel vecchio mammalucco di Lucifero?
Proserpina giammai non fu ribelle
Ai buoni frati ed era un bel boccone.

- Va al diavolo, vecchio matto! disse Fra Gianni, io non saprei
pi ritmare; il ritmo mi prende alla gola; vediamo di regolare qui
il conto.


CAPITOLO XLVIII.

Come qualmente, dopo aver preso congedo da Bacbuc, lasciano
l'oracolo della Bottiglia.

- Non curatevi di pagar conti; il conto sar pagato ampiamente se
siete contenti di noi. Quaggi in queste regioni circoncentrali,
noi stabiliamo esser bene sovrano non prendere e ricevere, ma
elargire e donare e ci reputiamo felici non se molto prendiamo e
riceviamo da altri, come per avventura decretano le sette del
vostro mondo, ma se agli altri sempre molto elargiamo e doniamo.
Solamente vi prego di lasciare qui per iscritto in questo libro
rituale i nomi vostri e de' vostri paesi.
Allora apr un bello e grande libro e mentre noi dettavamo, una
delle sue mistagoghe tracci con uno stile d'oro dei segni come se
avesse scritto; ma nulla appariva della scrittura.
Ci fatto ci riemp tre vasi di acqua fantastica e porgendoli
colle sue mani disse:
- Andate, amici, colla protezione di questa sfera intellettuale il
centro della quale, che noi chiamiamo Dio,  in ogni luogo e la
circonferenza in nessuno; e giunti al vostro mondo recate
testimonianza che sotterra sono grandi tesori e cose ammirabili. E
non a torto Cerere, gi riverita da tutto l'universo perch aveva
spiegato e insegnato l'arte dell'agricoltura, e, grazie
all'invenzione del frumento abolito tra gli uomini l'alimento
brutale delle ghiande, tanto e tanto si lament che sua figlia
fosse stata rapita nelle nostre regioni sotterranee, prevedendo
con certezza che sotterra sua figlia avrebbe trovato pi beni e
cose eccellenti che non ne avesse trovato ella, sua madre, sopra.
Che  avvenuto dell'arte di evocare dai cieli la folgore e il
fuoco celeste, inventata un giorno dal saggio Prometeo? Voi
l'avete perduta,  certo;  partita dal vostro emisfero; ma qui
sotterra  in uso. E a torto qualche volta vi stupite vedendo
citt bruciare e ardere per folgore e fuoco etereo ed ignorate da
chi, per opera di chi e da che parte mova quel disordine, a vostro
parere orribile, ma a voi famigliare e utile. I vostri filosofi i
quali si lagnano che tutto sia stato scritto dagli antichi, e non
sia stato loro lasciato nulla di nuovo da inventare, hanno torto
troppo evidente. Ci che vi appare del cielo, e che chiamate
Fenomeni, ci che la terra esibisce, e il mare e gli altri fiumi
contengono, non  comparabile a ci  nascosto sotterra.
Giustamente pertanto il dominatore del sotterra quasi in tutte le
lingue  nominato come simbolo di ricchezza.
E quando i filosofi volgeranno i loro studi e fatiche a ben
ricercarlo implorando Dio sovrano, (che gli Egizi chiamavano nella
loro lingua l'Ascoso, l'Occulto, il Nascosto e con questo nome
invocandolo lo supplicavano di manifestarsi e scoprirsi loro) egli
largir loro conoscenza e di s e delle sue creature; ma conviene
che in parte siano guidati da buona Lanterna. Poich tutti i
filosofi e i saggi antichi due cose hanno stimato necessarie a
compiere con piena sicurezza e diletto il cammino della conoscenza
divina e la ricerca della sapienza, cio: la guida di Dio e la
compagnia dell'uomo. Cos tra i filosofi Zoroastro prese Arimaspe
per compagno delle sue peregrinazioni; Esculapio si prese
Mercurio; Orfeo, Museo; Pitagora, Aglaofemo; e tra i principi e
guerrieri, Ercole nelle sue pi difficili imprese ebbe per amico
singolare Teseo; Ulisse, Diomede; Enea, Acate. Voialtri avete
fatto altrettanto prendendo per guida la vostra illustre dama
Lanterna.
Ora andate col nome di Dio ed egli vi conduca.


AGGIUNTA ALL'ULTIMO CAPITOLO.

Cos tra i Persiani, Zoroastro si prese Arimaspe come compagno di
tutta la sua misteriosa filosofia; Ermete Trimegisto, fra gli
Egizii, ebbe Esculapio; Orfeo in Tracia ebbe Museo; cos Aglaofemo
fu compagno a Pitagora; tra gli Ateniesi Platone ebbe dapprima
Dione di Siracusa in Sicilia, poi Xenocrate; Apollonio ebbe Damis.
Quando adunque i vostri filosofi, Dio guidando, e accompagnati da
qualche chiara lanterna, si daranno a ricevere e investigare
accuratamente la natura degli uomini (e di tal qualit sono Omero
ed Erodoto chiamati alfesti, cio ricercatori e inventori)
troveranno esser vera la risposta del saggio Talete ad Amasi re
d'Egitto, il quale interrogato da lui dove pi risiedesse
prudenza, rispose: "Nel tempo".
Infatti grazie al tempo furono e saranno inventate tutte le cose
latenti; per questa ragione gli antichi hanno chiamato Saturno (il
tempo): padre di Verit e Verit: figlia del Tempo. Cos, senza
fallo essi troveranno che tutto il sapere loro e de' loro
predecessori  la minima parte di ci che esiste ed ignorano. Da
questi tre vasi che ora vi affido, voi trarrete giudizio e
conoscenza. "Dall'unghie il leone", come dice il proverbio.
Per la rarefazione della nostra acqua rinchiusavi dentro, grazie
al calore de' corpi superiori e il fervore del mare salato, per
naturale trasmutazione degli elementi, sar generata, dentro quei
vasi, aria molto salubre che vi servir di vento chiaro, sereno e
delizioso, poich il vento altro non  che aria fluttuante e
ondeggiante.
Grazie a questo vento seguirete, se vorrete, una rotta diretta
senza prender terra fino al porto di Olona in Talmondois.
Baster volgerlo verso le vele, per via di questo piccolo
spiraglio d'oro che vedete qui, applicato come un flauto, quel
tanto che vi piacer per navigare rapidamente o lentamente sempre
con piacere e sicurezza senza pericolo n tempesta. Non dubitatene
e pensate che la tempesta esce e procede dal vento e il vento
proviene dalle tempeste eccitate nei profondi abissi. Parimenti
non pensate che la pioggia cada per impotenza delle virt
ritentive dei cieli e per la gravit delle nubi sospese; essa cade
per evocazione delle regioni sotterranee come, per evocazione dei
Corpi superiori essa dal basso in alto era stata
impercettibilmente attratta: ci attesta il re profeta cantando
che l'abisso chiama l'abisso.
Dei tre vasi due son pieni dell'acqua su detta, il terzo d'un
liquido estratto dal Pozzo dei saggi Indiani, chiamato la Botte
dei Bramini.
Troverete inoltre le vostre navi debitamente provvedute di tutto
ci che potrebbe essere utile e necessario per il vostro
mantenimento.
Mentre avete qui soggiornato ho voluto che a ci si provvedesse
largamente.
Andate, amici, con spirito lieto e portate questa lettera al
vostro re Gargantua, e salutatelo da parte nostra, insieme coi
principi e gli ufficiali della sua nobile corte.
Finite queste parole, ci consegn lettere chiuse e sigillate: e
dopo che le rendemmo azioni di grazie imperiture, ci fece uscire
per una porta adiacente alla cappella, ove ci ammon di proporre
quesiti due volte tanto quant' l'altezza del monte Olimpo. Infine
giungemmo alle nostre navi al porto passando per una terra piena
d'ogni delizia, piacevole, temperata pi di Tempe in Tessaglia,
pi salubre di quella parte d'Egitto che volge verso la Libia,
irrigua e verdeggiante pi che Termiseria, fertile pi che la
parte del monte Tauro che guarda verso Aquilone; pi che l'isola
Iperborea nel mare Giudaico, pi che Caliga nei monti Caspici,
fragrante, serena, graziosa quanto la terra di Turenna.



FINE DEL PANTAGRUELE.

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