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IL QUARTO LIBRO
DEI FATTI E DETTI EROICI
DEL
NOBILE PANTAGRUELE
COMPOSTO
DAL SIGNOR FRANCESCO RABELAIS
DOTTORE IN MEDICINA



ANTICO PROLOGO

Beoni lustrissimi e voi, gottosi preziosissimi, ho visto,
ricevuto, udito e inteso l'ambasciatore che la Signoria delle
vostre Signorie ha inviato alla mia Paternit; e m' sembrato
assai buono e facondo oratore. Il sommario del suo discorso
ridurr a tre parole, le quali sono di s grande importanza che a
Roma un tempo con queste tre parole il pretore rispondeva a tutte
le istanze esposte in giudizio, con queste tre parole decideva
ogni controversia, querela, processo, questione, talch i giorni
in cui il pretore non usava quelle tre parole eran detti nefasti,
i giorni in cui soleva usarle eran detti fasti e felici.
Le tre parole sono: date, dite, aggiudicate.
Oh gente da bene! Non posso vedervi. Ma che la degna virt di Dio
vi sia, come pure a me, d'aiuto. Ora, per Dio, non facciamo mai
nulla che il suo sacrosanto nome non sia prima lodato.
Voi mi date. Che cosa ? Un bello e ampio breviario. Vero Dio, ve
ne ringrazio: sar il meno del mio pi. Di che breviario si
trattasse certo non immaginavo vedendo i filetti, la rosa, i
fermagli, la rilegatura sulla quale non ho mancato di considerare
i rampinetti e le gazze dipintivi e seminativi in bell'ordine. Con
quei fregi voi dite chiaramente, come se fossero lettere
geroglifiche, che nulla val meglio che opera di maestro, nulla pi
che coraggio di croqueur de pie. Croquer pie significa certa
allegrezza, per via di metafora estratta dal prodigio che avvenne
in Bretagna poco prima della battaglia di Saint-Aubin du Cormier.
I nostri padri ce l'hanno raccontato,  giusto non l'ignorino i
nostri successori. Fu l'anno della buona vendemmia, quando il buon
vino frizzante si aveva a un soldo matto la quarta.
Dalle contrade del levante vennero a volo un gran branco di grole
da un lato e un gran branco di gazze dall'altro, entrambi in
direzione di ponente. E si costeggiavano in modo che verso sera le
grole si ritraevano a sinistra (intendete il buon augurio) e le
gazze a destra, abbastanza vicine l'une all'altre. Per qualunque
regione passassero, non v'era gazza che non s'imbrancasse con le
gazze, n grola che non raggiungesse la schiera groliera. Tanto
andarono, tanto volarono, che passarono su Angers, citt di
Francia limitrofa della Bretagna, e in numero tanto moltiplicato
che il loro volo come una gran nuvola toglieva la luce del sole
alle terre soggiacenti.
Era allora in Angers un vecchio zio, signore di San Giorgio,
chiamato Frapin: quello che ha composto le belle e liete canzoni
di Natale nel linguaggio del Poitou. Egli aveva una grola e la
teneva cara pel suo scilinguagnolo: essa invitava a bere tutti i
visitatori, mai non cantava che di bere, ed egli la chiamava il
suo ciarlone. La grola con furia marziale ruppe la gabbia e
raggiunse le grole passanti. Un barbiere vicino, chiamato Bavard,
aveva una gazza addomesticata, ben galante. Essa s'imbranc colle
gazze e le segu al combattimento. Cose straordinarie e
paradossali; ma vere tuttavia, viste e certificate. Notate bene
ogni cosa. Che avvenne? Come and a finire?
Che avvenne, buona gente? Caso meraviglioso: presso la croce di
Malchara segu battaglia tanto furiosa che mette orrore solo il
pensarvi. And a finire che le gazze perdettero la battaglia e
furono crudelmente uccise sul campo in numero di 2.589.362.109
senza le donne e i fanciulli, vale a dire, voi lo capite, senza le
gazze femmine e i gazzotti. Le grole restarono vittoriose, ma non
senza perdere molti dei loro buoni soldati, di che fu danno ben
grande in tutto il paese.
I Bretoni sono valorosi, lo sapete. Ma se avessero inteso il
simbolo del prodigio, avrebbero capito facilmente che la peggio
sarebbe toccata a loro. Infatti le code delle gazze hanno la
stessa forma dei loro ermellini e viceversa le grole hanno nel
pennaggio un'idea dello stemma di Francia.
A proposito il ciarlone torn a casa tre giorni dopo malinconico e
fastidito di quelle guerre e con un occhio gonfio. Tuttavia poche
ore dopo che ebbe mangiato come il solito, riacquist il suo
buonumore. Il fastoso popolo e gli studenti d'Angers accorrevano
in folla a vedere Ciarlone il guercio cos conciato. Ciarlone
invitava a bere come d'uso finendo ogni invito con questa frase:
croquez pie! Suppongo che questa fosse la parola d'ordine il
giorno della battaglia e che tutti vi si attenessero come loro
dovere. La gazza di Bavard non torn punto. Ella era stata a
croque. Onde venne il volgar proverbio che bere a gara e a
gransorsi  il vero croquer la pie. Con figure simili a memoria
perpetua, Frapin fece dipingere il suo tinello e voi potrete
vederlo ad Angers sotto la motta di San Lorenzo.
Le figure delle gazze sul breviario mi fecero pensare che fosse
qualche cosa pi d'un breviario. E infatti con che sugo m'avreste
voi regalato un breviario? Di breviari grazie a Dio e a voi ne ho
parecchi e di vecchi e di nuovi. Aprendo dunque il detto breviario
con questo dubbio m'accorsi ch'era un breviario fatto con
invenzione mirifica e contenente tra filetto e filetto iscrizioni
opportune.
Ah, volete dunque che beva vin bianco a prima a terza a sesta e a
nona ? E claretto a vespro e a compieta ? Questo voi chiamate
croquer pie. Non foste covati da cattiva gazza davvero. E ne
prender nota.
Voi dite. E che cosa ? Che non v'ho fastidito per nulla con tutti
i miei libri stampati finora. Vi fastidir ancora meno citandovi a
questo proposito la sentenza d'un antico Pantagruelista:

 merito egli dice, non volgare
Aver saputo i principi appagare.

Voi dite altres che il vino del terzo libro  stato di vostro
gusto e ch' buono. Vero  che era poco, e non vi piace il comune
adagio: poco ma buono. Voi preferite ci che diceva Evispan di
Verron: buono ma molto.
Inoltre m'invitate a continuare la Istoria Pantagruelina citando
l'utilit e i vantaggi ottenuti da quella lettura fra la gente da
bene scusandovi di non aver ottemperato alla mia preghiera di
riservarvi a ridere al settantottesimo libro. Vi perdono di buon
cuore. Non sono poi cos feroce e implacabile come potreste
pensare. Ma ci che vi dicevo non era per vostro male. E vi
risponder colla sentenza di Ettore proferita da Nevio: Bella cosa
esser lodato da uomo lodevole.
Per dichiarazione reciproca dico e sostengo fino al fuoco
(escluso, intendete e pour cause) che anche voi siete gente da
bene figli di buoni padri e di buone madri e vi prometto fede di
fante che se mai v'incontrer in Mesopotamia tanto m'adoprer col
piccolo conte Giorgio del Basso Egitto, che egli vi regaler un
bel coccodrillo del Nilo e un coccomarro dell'Eufrate.
Voi aggiudicate. Che cosa? A chi? Tutti i quarti di luna ai
caffardi, cagoti, matagoti, stivalati, pappalardi, burgoti,
zampepelose, questuanti, ipocriti. Tutti nomi orribili solo al
suono. Bast pronunciarli che si rizzarono i capelli in capo al
vostro nobile ambasciatore. Io non vi ho capito nulla come se
fosse alto tedesco e non so qual sorta di bestie comprendiate con
queste denominazioni. Ho fatto diligente ricerca per diverse
contrade e non ho trovato alcuno che li accettasse e tollerasse
esser cos nominato e designato. Suppongo si tratti di qualche
specie mostruosa di animali barbari dei tempi arcaici; ora son
bestie scomparse in natura, come avviene di tutte le cose
sublunari che hanno la loro fine e parabola. E non sappiamo quale
sia la loro definizione giacch, com' noto, quando perisce una
cosa, perisce facilmente anche il suo nome.
Se con quei termini intendete i calunniatori de' miei scritti pi
convenientemente potrete chiamarli diavoli: poich in greco la
calunnia  detta diabol. Vedete quanto sia detestabile davanti a
Dio e agli angeli il vizio della calunnia (cio l'impugnare il
bene, il denigrare le cose buone), se da quel vizio e non altri
(bench parecchi sembrerebbero pi enormi) sono denominati e
chiamati i diavoli d'inferno. I calunniatori, propriamente
parlando, non sono diavoli d'inferno, ma ne sono i bidelli, i
ministri. Io li chiamo diavoli neri, bianchi, diavoli privati,
diavoli domestici. E ci che han fatto coi libri miei, faranno con
tutti gli altri, se si lascian fare. Ma non sono gi essi
gl'iniziatori di questa funzione. E neppure hanno diritto di
glorificarsi del soprannome di Catone il vecchio detto il censore.
Avete mai inteso che significhi sputare nel piatto? Un tempo i
predecessori di questi diavoli privati, architetti del piacere,
distruttori dell'onest, com'erano un Filosseno, un Gnatone e
altri di simil farina, quando nelle osterie e taverne, dove
tenevano di solito le loro scuole, vedevano portare ai clienti
qualche buona vivanda, qualche appetitoso boccone, sputavano
sozzamente nel piatto affinch i clienti per lo schifo dei loro
infami sputi e mocci, desistessero dal mangiare le vivande portate
e tutto rimanesse ai sozzi sputacchiatori e mocciosi. Una storia
quasi simile, ma non tuttavia tanto abbominevole, ci hanno contato
del medico d'acqua dolce il fu Amaro, nipote dell'avvocato, il
quale diceva che l'ala del grasso cappone era cattiva, e il
groppone pericoloso e il collo abbastanza buono ma levandogli la
pelle, e ci affinch i malati non ne mangiassero e tutto fosse
riservato alla sua bocca.
Cos han fatto questi diavoli intonacati.
Vedendo essi che grazie ai libri precedenti, tanta gente
desiderava fervidamente vedere e leggere i miei scritti, hanno
sputato nel piatto, vale a dire li hanno sconcacati, diffamati e
calunniati solo maneggiandoli, con questa intenzione che nessuno
li avesse, nessuno li leggesse eccetto le Poltronerie loro. E l'ho
visto io coi miei occhi propri, non colle orecchie. Essi giungono
fino a conservarli religiosamente nei loro comodini da notte e ne
usano come di breviario quotidiano. E li hanno tolti ai malati, ai
gottosi, agli sfortunati, mentre proprio a sollievo dei loro mali
li avevo scritti e composti. Che, se io avessi in cura tutti
gl'infermi e i malati, non vi sarebbe bisogno di dare alla luce e
stampare quei libri.
Ippocrate ha scritto un libro apposta sul perfetto medico (e
Galeno l'ha illustrato di dotti commenti). In esso comanda che
nulla vi sia nel medico che possa offendere il paziente. E giunge
sino a dar particolari circa le unghie. V' tutto quanto conviene
al medico: gesti, viso, vestito, parole, sguardi, toccamenti, per
compiacere e dar diletto al malato. Cos a mia volta, e come
debolmente posso, mi sforzo e adopero di fare io con quelli
affidati alle mie cure. E cos fanno da parte loro i miei
confratelli. Per questo forse siamo detti parabolani dal lungo
braccio e dal gran cubito, secondo l'opinione di certi sudicioni,
altrettanto follemente interpretata quanto scioccamente inventata.
C' di pi: noi ci affanniamo a disputare sopra un passo del sesto
libro sulle Epidemie del detto padre Ippocrate, per decidere non
gi se la faccia del medico, triste, tetra, arcigna, sgradevole,
malcontenta, contristi il malato, e la faccia lieta, serena,
gradevole, ridente, aperta rallegri il malato (su ci non v'
dubbio,  cosa provata) bens se tali contristamenti o
rallegramenti si comunichino al malato per l'apprensione di vedere
nel medico quelle manifestazioni, o per la suggestione del medico
nel malato del suo spirito sereno o tenebroso, allegro o triste,
com' avviso dei Platonici e degli Avverroisti.
Poich dunque non  possibile che io sia chiamato da tutti i
malati e a tutti somministri le mie cure, perch voler togliere ai
sofferenti e ai malati il piacere e gli allegri passatempi che
traggono ascoltando, me assente, la lettura di questi allegri
libri, dove non  offesa n a Dio, n al Re, n ad altri?
Ora, poich il vostro giudizio e decreto condanna quei maldicenti
e calunniatori e aggiudica loro i vecchi quarti di luna, io
perdono loro; non ci sar pi tanto da ridere per tutti oramai
quando vedremo questi matti lunatici, taluni lebbrosi, altri
pederasti, altri lebbrosi e pederasti insieme, correr pei campi,
rompere i banchi, stridere i denti, fender pavimenti, batter
selciati, impiccarsi, annegarsi, precipitarsi e correre a briglia
sciolta a tutti i diavoli secondo l'energia, facolt e virt dei
quarti di luna crescenti, inizianti, gibbosi, spezzati e desinenti
che siano entrati nelle loro zucche.
Solo mi permetter di proporre alle Malignit e Imposture Loro
l'offerta che fece gi Timone il misantropo ai suoi ingrati
Ateniesi.
Timone, irritato dell'ingratitudine del popolo ateniese verso di
lui, un giorno entr nell'assemblea chiedendo di parlare intorno a
un affare concernente il bene pubblico.
Alla sua domanda si fece un gran silenzio per l'attesa di sentire
cosa importante, giacch s'era presentato al consiglio lui che da
tanti anni viveva privatamente, lontano da ogni compagnia. E
allora egli disse:
- Presso al muro del mio giardino  un ampio, bello e insigne fico
al quale voialtri, signori Ateniesi, uomini, donne, giovanotti e
pulzelle avete costume di venire a impiccarvi e strangolarvi in
disparte quando siete disperati. Ora vi avverto che per certi
restauri alla mia casa ho deliberato di abbattere il fico fra otto
giorni. Perci chiunque di voi, o di tutta la citt vorr
impiccarsi, si sbrighi presto. Spirato il termine degli otto
giorni non troveranno pi n luogo cos adatto, n albero cos
comodo.
Sull'esempio di Timone io dichiaro a quei diabolici calunniatori
che tutti abbiano a impiccarsi entro l'ultimo spicchio di questa
luna, e che io fornir loro il nodo scorsoio. Come luogo per
impiccarsi assegno loro tra Midy e Faverolles. Colla nuova luna
non se la caveranno tanto a buon mercato e saranno costretti a
comprarsi la corda a loro spese e a scegliersi altro albero per
l'impiccagione come fece la signora Leonzia calunniatrice del
tanto dotto ed eloquente Teofrasto.



EPISTOLA DEDICATORIA.
All'Illustrissimo Principe e Reverendissimo
MIO SIGNORE ODETTO
CARDINALE DI CASTIGLIONE

Voi siete debitamente avvertito, principe illustrissimo, come e da
quanto grandi personaggi io sia ogni giorno sollecitato,
richiesto, importunato per la continuazione della mitologia
pantagruelina. Essi dicono che molte persone sofferenti, malate, o
altrimenti fastidite e desolate avevano con quella lettura
sollevato le loro noie, passato allegramente il tempo, nuova
allegrezza e consolazione ricevuto. Io solevo rispondere che
avendo composto quei libri per divertimento, non ne pretendevo
gloria n lode alcuna: solamente miravo e intendevo a dare per
iscritto un po' di sollievo agli afflitti e malati assenti: come
volentieri faccio a voce coi presenti che si giovano dell'arte mia
e de' miei servigi.
Qualche volta espongo loro con lungo discorso che Ippocrate in
parecchi luoghi e massimamente nel libro sesto delle Epidemie dove
tratta dell'educazione del medico suo discepolo [e parimenti
Soramo di Efeso, Oribasio, Claudio Galeno, Ali Abbas e altri
autori successivi] insegn come un medico debba governare i gesti,
il portamento, lo sguardo, i toccamenti, il contegno e la grazia,
l'onest, la pulizia della faccia, le vesti, la barba, i capelli,
le mani, la bocca e persino le unghie: quasi dovesse rappresentare
la parte dell'amoroso o del vagheggino in qualche insigne
commedia, o discendere in campo chiuso per combattere qualche
potente nemico. Infatti la pratica della medicina ben propriamente
 comparata da Ippocrate a un combattimento, o a una farsa
eseguita da tre personaggi: il malato, il medico e la malattia. E
leggendo quel trattato qualche volta m' venuta a mente una
risposta di Giulia a Ottaviano Augusto suo padre. Un giorno ella
s'era presentata davanti a lui in abiti pomposi, dissoluti e
lascivi: ci gli era grandemente dispiaciuto, bench non ne
dicesse parola. L'indomani ella cambi abiti; si vest
modestamente come era allora costume delle caste dame romane. E in
quell'abito si present davanti al padre. Egli che il giorno
precedente non aveva manifestato con parole il dispiacere avuto
vedendola in abiti impudichi, non pot nascondere il piacere
vedendola cos cambiata e le disse:
- Oh come questa veste  pi decente e lodevole nella figlia di
Augusto!
Ella trov la scusa pronta e rispose:
- Oggi mi son vestita per gli occhi di mio padre, ieri pel piacere
di mio marito.
Similmente, cos trasformato di viso e d'abiti e magari vestito di
ricca e ornata toga a quattro maniche come usava un tempo (era
chiamata philonium, come dice Pietro Alessandrino, in 6, Epid) il
medico, potrebbe rispondere a coloro che trovassero strano il
travestimento:
- Io mi sono cos acconciato non per pavoneggiarmi, e far pompa,
ma per piacere al malato che visito, al quale solamente voglio
esser gradito e in nulla offenderlo o irritarlo.
C' di pi. Noi ci affanniamo a disputare sopra un passo del libro
su citato del padre Ippocrate per ricercare non gi se l'aspetto
del medico, triste, tetro, arcigno, catoniano, sgradevole,
malcontento, severo, ringhioso, contristi il malato, e la faccia
del medico allegra, serena, graziosa, aperta, gradevole, rallegri
il malato. Ci  ormai certissimamente provato. Bens ricerchiamo
se tali contristamenti e rallegramenti provengano da che il malato
assorba queste qualit contemplando il suo medico e da esse
congetturando l'esito e la risoluzione del suo male (cio
risoluzione lieta e desiderata dall'aspetto lieto: risoluzione
triste e deprecata dall'aspetto triste) oppure per opera di
trasfusione del medico nel malato, di spiriti sereni o tenebrosi,
aerei o terrestri, allegri o malinconici, come pensano Platone e
Averro.
Su ogni cosa gli autori su detti hanno dato al medico avvertimenti
particolari circa le parole, i discorsi, conversazioni e
confabulazioni che deve tenere coi malati dai quali sia chiamato.
E tutto deve mirare a uno scopo, tendere a un fine: rallegrare il
malato, senza offesa a Dio, non contristarlo in modo alcuno. Onde
 grandemente da Erofilo biasimato il medico Callianax, il quale,
a un paziente che l'interrogava domandando: Morir? rispose:  pur
morto anche Patroclo che valeva infinitamente pi di voi.
A un altro che voleva sapere la gravit della malattia e lo
interrogava patelinescamente:

Et mon urine
Vous dict elle poinct que je meure?

Egli scioccamente rispose: No, se ti avesse generato Latona madre
dei bei figlioli Febo e Diana.
Parimenti da Cl. Galeno (lib. 4 Comm. sul. 1. 6 Epidem.) 
grandemente vituperato Quinto suo precettore in medicina. Certo
malato di Roma, uomo onorevole gli diceva un giorno:
- Avete fatto colazione, maestro; il fiato vi sa di vino.
E Quinto rispose con arroganza:
- E il tuo mi sa di febbre. Qual  fiato e odore pi delizioso: di
febbre o di vino?
Ma la calunnia di certi cannibali, misantropi, agelasti fu cos
atroce e sconsiderata che vinse la mia pazienza e avevo risoluto
di non pi scrivere un iota. Una delle loro pi piccole contumelie
era questa: che i miei libri fossero farciti di eresie diverse: ma
non potevano tuttavia indicarne una sola in nessun passo. Allegre
pazzie senza offesa a Dio e al re, di queste assai (anzi  questo
l'unico argomento e soggetto di quei libri) ma d'eresie punto.
Salvoch uno voglia dare perversamente e contro ogni uso di
ragione e di linguaggio, interpretazioni quali non sognai mai di
pensare a costo di morir mille volte, se ci fosse possibile: come
chi interpretasse pietra invece di pane, serpente invece di pesce,
scorpione invece di uovo.
Dolendomi di ci una volta alla vostra presenza, vi dissi
liberamente che essi non cadrebbero tanto detestabilmente ne'
lacci dello spirito calunniatore, cio il dibolos che col loro
ministero mi suscita tale delitto, solo che io non mi stimassi
miglior cristiano di quanto essi si mostrino, e solo che nella mia
vita, negli scritti, nelle parole e persino nei pensieri dovessi
riconoscere sia pure una scintilla d'eresia. Nel qual caso, da me
stesso sull'esempio della fenice, avrei ammassato legna secca e
acceso il fuoco del rogo per bruciarmivi dentro.
Allora voi mi diceste che di quelle calunnie era stato avvertito
il defunto re Francesco d'eterna memoria, il quale avendo udito e
inteso attentamente lettura particolare di que' libri miei (miei,
dico, giacch perfidamente altri me ne sono stati attribuiti falsi
ed infami) dalla voce e pronunzia del pi dotto e fedele Anagnoste
del reame, non vi aveva trovato alcun passo sospetto. E aveva
avuto orrore di certi mangiatori di serpenti che fondavano
l'accusa mortale di eresia sopra un N messo invece di M per errore
o negligenza dei tipografi.
E orrore ne ebbe anche il figlio suo, il nostro tanto buono, tanto
virtuoso e benedetto da' cieli re Enrico, che Dio voglia
conservare lungamente, il quale vi concesse per me il privilegio e
particolare protezione contro i calunniatori.
Quest'evangelo della vostra benevolenza m'avete poi reiterato a
Parigi e anche di recente quando siete venuto a visitare
monsignore il cardinale di Bellay che a ristoro della salute, dopo
lunga e fastidiosa malattia s'era ritirato a Saint-Maur o per
meglio e pi propriamente dire, in un paradiso di salubrit,
amenit, serenit, comodit, delizie e onesti piaceri
dell'agricoltura e della vita campestre.
E grazie a questa benevolenza, Monsignore, ora, senza pi timore
di sorta, spiego la penna al vento, sperando che col vostro
benigno favore sarete per me un nuovo Ercole gallico per sapere,
saggezza ed eloquenza: Alexicacos, in virt potenza e autorit:
del quale veramente posso dire ci che di Mos il gran profeta e
capitano d'Israele disse il savio re Salomone (Ecclesiaste, 45):
"uomo con timore e amor di Dio; piacevole a tutti gli uomini,
amato da Dio e dagli uomini del quale  rimasta felice memoria.
Dio gli ha dato la lode dei prodi, l'ha fatto grande per terrore
dei nemici. Lo ha favorito compiendo per lui cose prodigiose e
spaventevoli, l'ha onorato in presenza dei re, ha dichiarato per
mezzo suo il proprio volere al popolo, ha mostrato la sua luce e
l'ha consacrato ed eletto fra tutti gli uomini per fede e per
bont: per mezzo suo ha voluto fosse udita la sua voce e che fosse
annunciata la legge della sapienza vivificante a coloro che erano
nelle tenebre".
E prometto inoltre che quanti si congratuleranno con me di questi
allegri scritti, tutti pregher ne siano in tutto riconoscenti a
voi, voi unicamente ringrazino e preghino nostro Signore per la
conservazione e l'accrescimento della vostra grandezza. E che a me
nulla sia attribuito fuorch umile soggezione e obbedienza
volontaria ai vostri buoni comandamenti. Poich colle vostre tanto
onorevoli esortazioni m'avete dato e coraggio e invenzione laddove
senza voi mi sarebbe mancato il cuore, sarebbe rimasta esausta la
fontana de' miei spiriti animali.
Nostro Signore vi mantenga nella sua santa grazia.
  Da Parigi il 28 di gennaio 1552.
    Il vostro umilissimo e obbedientissimo servo
        FRANCESCO RABELAIS, medico.


PROLOGO DELL' AUTORE
SIGNOR FRANCESCO RABELAIS
PER
IL QUARTO LIBRO
DEI FATTI E DETTI ORRIFICI
DI
PANTAGRUELE


AI LETTORI BENEVOLI

Gente da bene, Dio vi salvi e conservi! Dove siete? Aspettate che
inforchi gli occhiali.
Ah, ah! Col tempo e colla paglia maturano le nespole! Ora vi vedo.
Ebbene? Avete avuto buona vendemmia a quanto m'han detto. Non sar
desolato per questo. Avete trovato rimedio inesauribile contro
tutte le seti. Avete operato virtuosamente. Voi, le mogli, i
figli, i parenti e loro famiglie godete della salute desiderata.
Cos va bene, ci  buono, ci mi piace. Dio, il buon Dio, ne sia
eternamente lodato e cos vi conservi lungamente se tale  la sua
sacra volont.
Quanto a me, tiro avanti, grazie alla sua benevolenza, e a lui mi
raccomando.
In virt di un po' di pantagruelismo (ci  una certa letizia di
spirito temprata nel disprezzo delle cose fortuite) sono sano
svelto; e pronto a bere, se volete. Me ne domandate il perch,
gente da bene? Risposta irrefragabile. Tale  il volere del
buonissino e grandissimo Iddio al quale mi affido, al quale
obbedisco, del quale venero la sacrosanta parola delle buone
novelle, del Vangelo intendo, dove  detto (Luca, IV) con orribile
sarcasmo e sanguinosa derisione pel medico negligente della sua
salute: "Medico, guarisci te stesso!".
Claudio Galeno si manteneva sano non gi per riverenza a questa
massima (bench avesse qualche sentore della Sacra Bibbia e avesse
conosciuto e frequentato i santi cristiani del tempo suo, come
appare nel libro II De usu partium, nel lib. III De differentiis
pulsuum, cap. III e ibidem nel cap. II del lib. III come pure nei
libri De rerum affectibus, se pure  di Galeno) ma per paura di
cadere in questa satirica canzonatura del volgo:

Iatrs allon, auts elkusi bruon
Medico agli altri curi i morbi rei,
Ma pure affetto d'ulceri tu sei.

Onde con gran fierezza si vanta e non vuol essere stimato medico
se dai ventott'anni fino alla pi tarda vecchiezza non abbia
goduto salute piena, salvo qualche febbre effimera, di poca
durata; contuttoch non fosse, di sua natura, tra i pi sani e
soffrisse di discrasia evidente allo stomaco. "Infatti, dice,
(lib. V, De Sanit. tuenda) difficilmente si creder abbia cura
della salute altrui chi trascura la propria".
Anche pi orgogliosamente si vantava il medico Asclepiade di aver
stabilito con la fortuna questo patto: di non essere reputato
medico se fosse stato malato a cominciare da quando aveva iniziato
la pratica dell'arte sua fino all'ultima vecchiezza. Alla quale
pervenne intatto, vigoroso in tutte le sue membra e trionfante
della fortuna. E infine trapass da vita a morte senza alcuna
malattia precedente, cadendo per inavvertenza dall'alto di certi
gradini mal cementati e guasti.
Se per disgrazia la salute fosse scappata alle Signorie vostre,
dovunque essa sia, sopra o sotto, davanti o di dietro, a destra o
a sinistra, di dentro o di fuori, lontano o vicino ai vostri
territori, che voi possiate incontanente, con l'aiuto del
benedetto Salvator nostro incontrarla! E se per fortuna la
incontrate, impadronitevene immediatamente e rivendicatela
afferrandola e facendola prigioniera. Le leggi ve lo permettono,
il re lo intende, io ve lo consiglio. N pi n meno dei
legislatori antichi i quali autorizzano il signore a rivendicare
il servo fuggitivo dovunque fosse stato trovato. Oh buon Dio! Oh
buoni uomini! Non  scritto e praticato dagli antichi costumi di
questo tanto nobile, tanto antico, tanto bello, tanto fiorente,
tanto ricco reame di Francia che il morto s'impadronisce del vivo?
Vedete ci che ne ha scritto di recente il buono, il dotto, il
saggio, il tanto umano e indulgente ed equo Andrea Tiraqueau,
consigliere del grande, del vittorioso e trionfante re Enrico,
secondo di questo nome; nella sua temutissima Corte del Parlamento
di Parigi. La salute  la nostra vita, come benissimo afferma
Aristofrone di Sicione. Senza salute la vita non  vita, la vita
non  vivibile: abios bios, bios abiotos. Senza salute la vita non
 che languore, la vita non  che simulacro di morte. Cos dunque
voi essendo privi di salute, cio morti, impadronitevi del vivo,
impadronitevi della vita, cio della salute.
Ho questa speranza in Dio che ascolter le nostre preghiere, vista
la ferma fede onde le innalziamo a lui; e compir questo nostro
augurio considerata la sua mediocrit.
La mediocrit  stata definita aurea dai saggi antichi, vale a
dire preziosa, da tutti lodata, in ogni luogo gradita. Discorrete
le sacre Bibbie e troverete che non furono mai respinte le
preghiere di quelli che hanno invocato cose mediocri.
Esempio il piccolo Zacheo del quale i musaphis di Saint-Ayl presso
Orlans si vantano di possedere il corpo e le reliquie chiamandolo
San Silvano. Zacheo nulla pi desiderava che vedere il nostro
benedetto Salvatore presso Gerusalemme. Era desiderio mediocre e
realizzabile da chicchessia. Ma Zacheo era troppo piccolo e tra la
folla non poteva. Salterellava, trotterellava, si sforza in punta
di piedi, si scosta, monta alfine sopra un sicomoro. Il buon Dio
apprese quel desiderio sincero e modesto e si present alla sua
vista e fu non solo visto ma anche udito da lui, visit la sua
casa, bened la sua famiglia.
A un figlio di profeta in Israele che tagliava legna presso il
fiume Giordano, sfugg il ferro della scure e cadde dentro il
fiume [com' scritto nel l. IV dei Re, 6]. Egli preg Dio che il
ferro gli fosse restituito. Era desiderio mediocre. E con ferma
fede e costanza gett non la scure dietro il manico come con
scandaloso solecismo cantano i diavoli della censura, ma il manico
dietro la scure come dite voi con propriet. E subito apparvero
due miracoli. Il ferro si lev dal profondo dell'acqua e si adatt
al manico. S'egli avesse invocato di montare ai cieli dentro un
carro fiammeggiante come Elia, d'aver tanti figli come Abramo,
d'esser ricco come Giobbe, forte come Sansone, bello come
Assalonne, l'avrebbe egli impetrato?  un quesito.
A proposito di desideri mediocri in materia di scure [attenti a
bere, quando sar tempo!] vi racconter ci ch' scritto tra gli
apologhi del saggio Esopo francese.
Intendo l'Esopo frigio e troiano, come afferma Maxim. Planudes; ma
da quel popolo, secondo i pi veridici cronisti, discese il nobile
popolo francese. Eliano scrive invece che Esopo era della Tracia;
Agatia, seguendo Erodoto, che era di Samo.
Per me  tutt'uno.
Al tempo suo dunque viveva un povero villano, nativo di Gravot
chiamato Cogliatris, che si guadagnava la vita alla meno peggio
facendo il taglialegna. Avvenne che perdette la scure. Se mai vi
fu uomo afflitto e triste fu proprio lui; poich la scure era la
sua sostanza, la sua vita; grazie alla scure viveva in onore e
reputazione fra tutti i ricchi boscaioli; senza scure moriva di
fame. Se la morte l'avesse incontrato sei giorni dopo senza scure,
l'avrebbe falciato colla sua falce e sarchiato via dal mondo. In
quel frangente cominci a gridare, a pregare, a implorare, a
invocare Giove con orazioni molto diserte, poich come sapete, la
necessit fu inventrice dell'eloquenza. E levando il viso al
cielo, ginocchioni a terra, la testa scoperta, le braccia alte in
aria, le dita delle mani divaricate, ad ogni ritornello delle sue
preghiere gridava ad alta voce infaticabilmente:
- La mia scure! Giove, la mia scure! La mia scure! Nulla, pi o
Giove, della mia scure, o danari per comprarne un'altra! Ahim!
Mia povera scure!..
Giove stava tenendo consiglio su certi affari e in quel momento
stava opinando la vecchia Cibele, oppure il giovane Febo, se pi
vi piace. Ma tanto grandi furono le esclamazioni di Cogliatris,
che furono con grande spavento udite nel pieno consiglio e
concistoro degli Dei.
- Quale diavolo  laggi, domand Giove, che urla cos
orrificamente? Virt di Stige! Non abbiamo avuto gi abbastanza
fastidi? E non ne abbiamo ancora abbastanza per decidere tanti
affari controversi e d'importanza? Abbiamo composto il conflitto
fra Presthan re dei Persiani e il Sultano Solimano imperatore di
Costantinopoli. Abbiamo chiuso il passaggio fra Tartari e
Moscoviti. Abbiamo risposto all'istanza del Sceriffo. Parimente
abbiam risposto alla devozione del Golgot-Rays. Abbiamo deliberato
sullo stato di Parma, su quello di Maydemburgo, della Mirandola e
dell'Africa. Cos chiamano i mortali ci che noi chiamiamo
Aphrodisium sul Mar Mediterraneo. Tripoli ha cambiato padrone
perch mal difesa.
Il suo tempo era venuto.
Qui ci sono i Guasconi ribelli che domandano la reintegrazione
delle loro campane.
In quell'angolo sono i Sassoni, gli Estrelini, gli Ostrogoti e
Alemanni, popolo un giorno invincibile oggi aber keids e
soggiogati da un omettino tutto stroppio. Essi ci domandano
vendetta, soccorso, restituzione dei loro buoni sentimenti
antichi, della loro antica libert.
Ma che faremo di quel Rameau e di quel Galland che, circondati dai
loro sguatteri, seguaci e fautori, turbano tutta l'accademia di
Parigi? Mi trovo in grande perplessit e non ho ancora risoluto
per chi inclinare.
Entrambi mi sembrano quanto al resto buoni compagnoni e bene
imberrettati. L'uno ha degli scudi del sole; belli e di giusto
peso; l'altro vorrebbe averne.
L'uno ha del sapere, l'altro non  ignorante.
L'uno ama i galantuomini, l'altro da galantuomini  amato.
L'uno  una volpe fina e accorta, l'altro maldicente, e abbaiante
come un cane contro gli antichi filosofi e oratori.
Che te ne pare? Di' un po' su o gran testa d'asino, Priapo. Pi
volte ho trovato il tuo consiglio e avviso equo e pertinente.

    .......  Et habet tua mentula mentem

- Re Giove, rispose Priapo scappucciandosi e drizzando la sua
testa rossa, fiammeggiante e ardita, poich avete confrontato
l'uno con un cane che abbaia, l'altro con una vecchia volpe fina,
son d'avviso che senza pi arrabbiarvi n alterarvi, facciate di
loro come gi faceste un tempo d'un cane e d'una volpe.
- Che? Quando? Dove? Chi erano? domand Giove.
- Oh la bella memoria! rispose Priapo. Il venerabil padre Bacco
che vedete qui colla sua faccia accesa, per vendicarsi dei Tebani
aveva una volpe fatata per modo che qualunque male e danno
facesse, non poteva esser presa e offesa da nessuna bestia al
mondo.
Il nobile Vulcano aveva fabbricato un cane di bronzo monesiano e a
forza di soffiare gli aveva infuso vita e anima. Egli ve lo don.
Voi lo donaste a Europa, la vostra amata, ella lo don a Minosse,
Minosse a Procris, Procris infine lo don a Cefalo. Anche il cane
era parimenti fatato per modo che, come gli avvocati d'oggi,
poteva acchiappare tutte le bestie che incontrava, nessuna doveva
sfuggirgli. Avvenne che volpe e cane s'incontrarono. Come
l'aggiustiamo ? Il cane per destinazione del fato doveva prendere
la volpe; la volpe, per egual destinazione, non doveva esser
presa.
Il caso fu presentato al consiglio vostro. Voi proclamaste che non
si contravvenisse al destino. I destini erano contradditori.
Comporre due verit, due fini, due effetti contradditori fu
dichiarato impossibile in natura. Voi sudaste per l'affanno. Dalle
goccie di sudore cadute a terra, nacquero i cavoli cappucci. Tutto
questo nobile concistoro, per mancanza di risoluzione categorica
fu preso da sete mirifica talch in quel consiglio furono bevuti
pi di settantotto barili di nettare. Per mio consiglio voi
convertiste cane e volpe in pietre. Subito spar ogni perplessit,
subito per tutto il nostro grande Olimpo fu gridato: tregua alla
sete ! Ci avvenne l'anno dei coglioni molli, presso Taumessa, fra
Tebe e Calcide.
Seguendo quell'esempio, opino che pietrificate oggi anche questo
cane e questa volpe. La metamorfosi non  nuova, entrambi si
chiamano Pietro. E poich, secondo un proverbio limosino, a far la
bocca d'un forno ci vogliono tre pietre, a quei due assocerete
mastro Pietro di Coignet gi pietrificato da voi per la stessa
ragione. I tre Pietri morti saranno disposti in forma triangolare
equilatera sul pavimento del gran tempio di Parigi, coll'ufficio
di smorzare col naso, come al gioco del fochetto, le candele,
torcie, ceri, bugie e fiaccole. [Pena adatta] a quelli che, vivi,
accendevano coglionescamente il fuoco delle fazioni, le
simulazioni, le sette coglionesche e il parteggiare degli oziosi
studenti. E cos sia a memoria perpetua che queste piccole
filautie coglioniformi furono da voi spregiate pi che condannate.
Ho detto.
- Il vostro parere  benigno a quanto vedo, mio bel messer Priapo,
disse Giove. Non a tutti siete cos favorevole. Infatti,
considerato che tanto bramano perpetuare la memoria del loro nome,
 assai meglio per loro essere dopo la vita convertiti in pietre
dure e marmoree piuttosto che marcire e ritornare terra.
Qui dietro, verso il mar Tirreno e i luoghi circonvicini
all'Apennino, vedete voi le tragedie suscitate da certi pastofori?
Questa furia durer il suo tempo come i forni dei Limosini, poi
finir, ma non cos presto. Vi avremo molto passatempo. Ma c' un
inconveniente: la munizione dei fulmini scarseggia da quando
voialtri condei, per mia particolare concessione, ne avete
lanciato senza risparmio su la nuova Antiochia. Cos come poi a
esempio vostro i presuntuosi campioni che avevano assunto di
difendere contro ogni assalitore la fortezza di Dindenarios,
consumarono le munizioni per tirare ai passeri, e non avendo di
che difendersi nel momento del bisogno, cedettero valorosamente la
piazza e s'arresero al nemico che gi stava per levar l'assedio,
forsennato e disperato dal pensiero urgente di ritirarsi con
vergogna. Provvedete dunque al bisogno, figlio mio Vulcano.
Svegliate i vostri ciclopi addormentati, Asterope, Bronte, Arges,
Polifemo, Sterope, Piracmone, metteteli all'opera e date loro da
bere a modo. Con gente da fuoco non si risparmi vino. Ed ora
sbrighiamo quel cicalone laggi. Mercurio, vedete un po' chi  e
sappiatemi dire ci che vuole.
Mercurio d un'occhiata gi dal buco dei cieli, donde gli dei
ascoltano ci che si dice quaggi in terra, e che somiglia
propriamente al boccaporto d'una nave. [Icaromenippo diceva che
somiglia alla bocca d'un profondo pozzo]. Vede che  Cogliatris
che domanda la scure perduta e ne fa relazione al consiglio.
- Veramente, disse Giove, siamo bene aggiustati! Non avevamo
proprio altro da fare che restituire scuri perdute! Ma insomma
bisogna restituirgliela. Ci  scritto nel destino, intendete? Ed
 come valesse il ducato di Milano. E in verit quella scure per
lui ha tanto pregio quanto un re pu stimare il suo reame. Su, su,
che riabbia la sua scure e non se ne parli pi. Passiamo a
risolvere la questione del clero e della talperia di Landarossa. A
che punto eravamo?
Priapo restava in piedi all'angolo del camino e avendo intesa la
relazione di Mercurio, con tutta cortesia e giovanile gentilezza
disse:
- Re Giove, al tempo che per ordinanza vostra e per vostra
particolare concessione ero guardiano dei giardini in terra, notai
che questa parola coigne significa parecchie cose. Significa un
certo strumento che serve a fendere e  tagliar legna; significa
altres, o almeno significava, la femmina in tutto punto e di
frequente strofinettifregata; e vidi che tutti i buoni compagnoni
chiamavano la loro bella putta: mia coigne: poich con questo
ferramento (e in ci dire esibiva il suo manico semicubitale) essi
le incuneavano s fieramente e arditamente coi loro manichi, che
esse restavan esenti da una paura epidemica nel sesso femminino
cio che la coigne, per mancanza di quel sostegno abbia loro a
cadere dal basso ventre sui talloni.
E mi ricordo (giacch ho mentula, voglio dir memoria, cos bella e
grande da empirne un vaso da burro) mi ricordo che un giorno della
Tubilustre, festeggiandosi a maggio il nostro buon Vulcano, udii
in una bella spianata, Josquin des Prez, Olkegan, Hobrethz,
Agricola, Brumel, Camelin, Vigoris, de la Fage, Bruyer, Prioris,
Seguin, de la Rue, Midy Moulu, Mouton, Guascoigne, Loyset,
Compere, Penet, Fevin, Mouzee, Richardfort, Rousseau, Consilion,
Constantio Festi e Jacquet Bercan che cantavano melodiosamente:

Grand Tibault, se voulant coucher
Avecques sa femme nouvelle
S'en vint tout bellement cacher
Un gros maillet en la ruelle.
"O! mon doux amy (ce dist elle),
Quel maillet vous voy je empoigner?
- C'est (dist il) pour mieulx vous coingner.
- Maillet (dist-elle) il n'y faut nul;
Quand gros Jean me vient besoingner,
Il ne me coigne que du cul".

Nove olimpiadi e un anno bisestile dopo (oh che bella mentula,
ovverossia memoria! Mi avviene spesso di sbagliare nella
simbolizzazione e colleganza di queste due parole) udii Adriano
Villart, Gombert, Janequin, Arcadelt, Claudin, Certon,
Machincourt, Auxerre, Villers, Sandrin, Sohier, Hesdin, Morales,
Passereau, Maille, Maillart, Iacotin, Heurteur, Verdelot,
Carpentras, l'Heritier, Cadac, Doublet, Vermont, Bouteiller,
Lupi, Pagnier, Millet, du Mollin, Alaire, Marault, Morpain,
Gendre, e altri allegri musici, in un giardino privato, sotto un
bel frascato, intorno a un bastione di bottiglie, prosciutti,
pasticci e belle schidionate di quaglie, cantare graziosamente:

S'il est ainsi que coingne sans manche,
Ne sert de rien, ne houstil sans poigne,
Afin que l'un dedans l'autre s'emmanche,
Prends que sois manche et tu seras coingne.

Ora, continu Priapo, sarebbe a sapersi quale specie di scure
domanda quel cicalone di Cogliatris.
A queste parole tutti i venerabili dei e dee scoppiarono a ridere
come un microcosmo di mosche. Vulcano, colla sua gamba storta vi
fece per amor di Venere tre o quattro saltelli a modino.
- Ors, ors, disse Giove a Mercurio, scendete ora laggi e
gettate ai piedi di Cogliatris tre scuri: la sua, un'altra d'oro,
ed una terza d'argento, massiccie e tutte d'un calibro. E dategli
facolt di scegliere, se egli prender e si contenter della sua
donategli le altre due. Se invece della sua ne prendesse un'altra,
con la sua tagliategli la testa e fate cos d'ora innanzi a quanti
perderanno scure.
Ci detto, Giove, torcendo la testa come una scimmia che ingoia
pillole, fece un grugno tanto spaventevole che tutto il grande
Olimpo ne trem.
Mercurio col suo cappello a punta, il mantellino, le talloniere e
il caduceo, si getta gi dal buco dei cieli, fende il vuoto
dell'aria, scende leggermente a terra e butta ai piedi di
Cogliatris le tre scuri, poi gli dice:
- Hai gridato abbastanza per bere. Le tue preghiere sono esaudite
da Giove. Guarda quale di queste tre scuri sia la tua e
pigliatela.
Cogliatris solleva la scure d'oro; la guarda e la trova ben
pesante; poi dice a Mercurio:
- Marameo ! Questa non  la mia; non la voglio.
Altrettanto fa colla scure d'argento e dice:
- Non  questa; ve la lascio.
Poi prende in mano la scure da boscaiuolo, la guarda in fondo al
manico e vi riconosce il suo segno. Allora trasalendo di gioia
come una volpe che incontra galline smarrite e sorridendo della
punta del naso disse:
- Merdirindina,  proprio la mia! Se volete lasciarmela vi
sacrificher un buono e grande vaso di latte sopraffino coperto di
belle fragole agli idi (il 15) di maggio.
- Te la lascio, prendila pure, buon uomo, disse Mercurio. E poich
hai scelto e desiderato mediocrit in materia di scure, per
volont di Giove ti dono anche le altre due. Hai d'ora innanzi di
che farti ricco. Sii uomo da bene.
Cogliatris ringrazia cortesemente Mercurio, riverisce il grande
Giove; attacca la vecchia scure alla sua cintura di cuoio e se la
cinge sopra il culo come Martino di Cambray.
Le due altre pi pesanti se le carica sulle spalle. E cos se ne
va pomposamente per il paese facendo buon viso ai suoi
comparrocchiani e vicini e dicendo loro la piccola frase di
Patelin:
Oh s che ne ho!
L'indomani vestito d'un gabbano bianco, caricate sulle spalle le
due preziose scuri, si reca a Chinon, citt insigne, citt nobile,
citt antica, anzi la prima citt del mondo secondo il giudizio e
l'asserzione dei pi dotti massoreti. A Chinon cambia la sua scure
d'argento in bei testoni e altra moneta bianca; la sua scure d'oro
in bei saluti, bei montoni dalla gran lana, belle ridde, bei
reali, belli scudi del sole. E ne acquista molte fattorie, molti
granai, molti poderi, molte masserie, molte case e casini di
campagna, molte cascine, prati, vigne, boschi, terre arabili,
pascoli, stagni, mulini, orti, saliceti, buoi, vacche, pecore,
montoni, capre, troie, maiali, asini, cavalli, galline, galli,
capponi, pollastri, oche, germani, anitre, anitroccoli e pulcini;
e in poco tempo fu l'uomo pi ricco del paese; anche pi di
Maulevrier lo zoppo.
I contadini liberi e la buona gente del vicinato furono ben
stupiti di vedere quella fortuna di Cogliatris; e nei loro spiriti
la piet e commiserazione che avevano avuto pel povero Cogliatris
si convert in invidia per le sue ricchezze tanto grandi e
inopinate. E cominciarono a correre, a domandare, a commentare a
informarsi in che modo, in qual luogo, in che giorno, a che ora,
come e a che proposito gli fosse capitato quel tesoro. E saputo
che tutto doveva all'aver perduto la sua scure,
- Ehn, ehn, dissero non occorreva che perdere una scure per
diventar ricchi? Il mezzo  facile e costa ben poco. Tale  dunque
oggi la rivoluzione dei cieli, la costellazione degli astri e
l'aspetto dei pianeti, che chiunque perder una scure diventer
perci subito ricco? Ehn, ehn, ehn, ah, per Dio cara la mia scure,
non ve ne dispiaccia, preparatevi a essere perduta.
Allora tutti perdettero le loro scuri. Al diavolo se vi fu uno a
cui rimanesse la sua scure. Non c'era figlio di buona madre che
non perdesse la sua scure. E per mancanza di scuri pi non
s'abbatteva, pi non si spaccava legna nel paese.
E aggiunge l'apologo di Esopo che certi genspilluomini di basso
rilievo che avevano venduto a Cogliatris il piccolo prato o il
piccolo mulino per fare semplice sfoggio di pompa, avvertiti come
e per che modo gli fosse pervenuto il tesoro, vendettero le loro
spade per comprare scuri affine di perderle come facevano i
contadini e acquistare con quelle perdite, allegri mucchi d'oro e
d'argento. Avreste propriamente detto fossero romei che vendessero
la loro roba, prendessero a prestito l'altrui, per comprare le
indulgenze da un papa nuovo. Ed ecco grida, e preghiere, e
lamenti, e invocazioni a Giove:
- La mia scure! la mia scure! Giove! La mia scure di qua, la mia
scure di l, la mia scure! oh, oh, oh, oh, Giove! la mia scure!
L'aria tutto intorno risonava delle grida e delle urla di quei
perditori di scuri.
Mercurio fu pronto ad apportar loro le scuri offrendo a ciascuno
la sua perduta, un'altra d'oro e una terza d'argento.
Tutti sceglievano subito quella d'oro e la prendevano ringraziando
Giove il gran donatore; ma nel momento che si chinavano curvandosi
per alzarla da terra, Mercurio, secondo il decreto di Giove,
tagliava loro la testa.
Il numero delle teste tagliate fu eguale e corrispondente a quello
delle scuri perdute.
Ecco ci che vuol dire, ecco ci che avviene a quelli che con
semplicit si augurano e desiderano cose mediocri. Prendetene
esempio tutti voialtri fannulloni da strada che non rinunciereste
- dite - ai vostri desideri per diecimila franchi d'entrata. D'ora
innanzi non parlate pi con tanta imprudenza come talvolta v'ho
udito sospirando: "Piacesse a Dio che avessi ora cento e
settantotto milioni d'oro! Oh come trionferei!" Un accidente! Che
potrebbe augurarsi di pi un re, un imperatore, un papa?
E imparate dall'esperienza che facendo tali voti smodati non vi
capiti addosso la tigna e la rogna e non un quattrino in borsa;
non pi che a quei due lazzaroni che facevan voti all'ingrosso
alla moda di Parigi.
L'uno dei quali augurava di possedere tanti belli scudi del sole
quanti sono stati spesi a Parigi comprando e vendendo dal giorno
in cui furono gettate le prime fondamenta all'ora presente; il
tutto stimato al tasso, vendita e valore dell'annata pi cara che
sia passata in questo lasso di tempo. Aveva cattiva bocca a parer
vostro? Aveva mangiato prugne acerbe senza pelarle? Gli legavano i
denti?
L'altro faceva voti che il tempio di Notre Dame fosse tutto pieno
d'aghi d'acciaio dal pavimento fino all'alto delle volte e
possedere tanti scudi del sole quanti potrebbero entrare in tanti
sacchi quanti, messi tutti insieme, si potrebbero cucire con
ciascuno di quegli aghi fino a che tutti fossero rotti o spuntati.
Risultato?
Alla sera ciascuno dei due ebbe:

Geloni al tallone,
Un canchero al mento,
Mala tosse al polmone,
Catarro nel gozzo,
Bubboni al groppone.

e al diavolo il boccon di pane per stuzzicarsi i denti!
Desiderate cose mediocri e le otterrete, e otterrete anche pi,
debitamente lavorando tuttavia e dandovi dattorno.
Ma, dite voi, Dio essendo onnipotente, potrebbe dare
settantottomila colla stessa facilit con cui darebbe la
tredicesima parte d'una met. Un milione d'oro vale per lui quanto
un quattrino.
Ahi, ahi, ahi! E chi v'ha insegnato, povera gente, a discorrere e
parlare cos della potenza e predestinazione di Dio? Silenzio! St,
st, st! Umiliatevi davanti al suo sacro aspetto e riconoscete le
vostre imperfezioni.
Su ci, gottosi miei, fondo la mia speranza, e credo fermamente
che, se piace al buon Dio, voi otterrete la salute, poich nulla
domandate ora pi che la salute. Attendete ancora un po': una
mezza oncia di pazienza!
Cos non fanno i Genovesi, i quali il mattino, nei loro scagni, e
uffici, dopo aver pensato, esaminato e risoluto da chi possano
spillare danaro quel giorno, e chi debba essere dalla loro astuzia
belinato, corbinato, ingannato e imbrogliato, se ne scendono in
piazza e si salutano fra loro dicendo: Sanit et guadain, messer.
Essi non si contentano della salute, bramano per giunta il
guadagno, ossia gli scudi di Guadagno. Onde avviene spesso che non
ottengono n l'uno n l'altro.
Ora tossite un buon colpetto in buona salute, bevetene tre,
scuotete allegramente le orecchie e udrete meraviglie del nobile e
buon Pantagruele.


CAPITOLO I.

Come qualmente Pantagruele s'imbarc per andare a visitare
l'oracolo della divina Bacbuc.


Nel mese di giugno, il giorno delle feste Vestali, lo stesso nel
quale Bruto conquist la Spagna e soggiog gli Spagnuoli, e che
Crasso, l'avaro, fu vinto e disfatto dai Parti, Pantagruele prese
congedo dal buon Gargantua suo padre, il quale (come era lodevole
costume nella Chiesa primitiva tra i santi cristiani) preg per la
prospera navigazione del figlio e di tutti i compagni suoi.
S'imbarc al porto di Talassa insieme con Panurgo, Fra Gianni
degli Squarciatori, Epistemone, Ginnasta, Eustene, Rizotoma,
Carpalim e altri servitori suoi e antichi domestici, e con
Xenomane, il grande viaggiatore ed esploratore di vie perigliose,
mandato a chiamare da Panurgo e arrivato alcuni giorni prima.
Egli, per certe e buone ragioni, aveva lasciato a Gargantua e
segnato nella sua grande carta idrografica dell'universo, la rotta
che dovevano seguire per andare a visitare l'oracolo della divina
Bottiglia Bacbuc.  Il numero delle navi fu quale vi ho riferito
nel terzo libro e a scorta delle triremi, erano ramberghe,
galeoni, liburniche in numero eguale, bene equipaggiate, ben
calatafate, ben munite, con abbondanza di Pantagruelione.
L'assemblea di tutti gli ufficiali, turcimanni, piloti, capitani,
nocchieri, fadrini, rematori e marinai ebbe luogo nella talamega.
Cos era chiamata la grande nave maestra di Pantagruele che aveva
a poppa per insegna una grande, ampia bottiglia met d'argento ben
liscio e forbito l'altra met d'oro, smaltato di colore incarnato.
In che era facile giudicare che bianco e chiaretto erano i colori
dei nobili viaggiatori e che andavano alla cerca del responso
della bottiglia.
Sulla poppa della seconda nave era levata in alto una lanterna
arcaica fatta industriosamente di fengite e pietra speculare, ci
denotava che sarebbero passati per il Lanternese.
La terza aveva per insegna un bello e profondo nappo di
porcellana. La quarta un'anforetta d'oro a due anse come un'urna
antica. La quinta un boccale insigne di matrice di smeraldo. La
sesta una borraccia monacale composta di quattro metalli insieme.
La settima un imbuto di ebano tutto ricamato d'oro, a opera di
tarsia. L'ottava un calice d'edera preziosissimo, rilegato d'oro
damascato. La nona una brenta d'oro raffinato. La decima una tazza
d'odoroso legno d'alo intrecciato con fili d'oro di Cipro,
secondo l'arte dei Persiani. L'undecima una corba da vendemmia
fatta d'oro alla mosaica. La duodecima un barile opaco, coperto
d'una vignetta di grosse perle indiane quasi a opera di
giardinaggio.
Non v'era alcuno cos triste, e irritato, e ringhioso, o
melanconico, fosse pure Eraclito il piagnucolone, cui non si
rinnovasse la giocondit e non si squassasse la milza al sorriso
vedendo quel nobile convoglio di navi colle loro insegne; nessuno
che non dicesse essere i viaggiatori tutti beoni e gente da bene e
non stimasse con prognostico sicuro dover essere quel viaggio sia
all'andata che al ritorno, compiuto con allegrezza e sanit.
Nella talamega adunque fu tenuta l'assemblea generale. Pantagruele
fece loro una breve e santa esortazione tutta confortata di passi
della Santa Scrittura sull'argomento della navigazione. Finita la
quale fu recitata un'alta e chiara preghiera a Dio udita e intesa
da tutti gli abitanti del borgo e della citt di Talassa, accorsi
al molo per veder l'imbarco.
Dopo l'orazione fu cantato melodiosamente il salmo del santo Re
David, che comincia: Quando Israele usc dall'Egitto... Finito il
salmo furono allestite le mense sopra il ponte e prontamente
portate le vivande. I Talassiani, che avevano anch'essi cantato il
salmo, fecero portare dalle loro case quantit di viveri e vini.
Tutti bevvero alla salute dei viaggiatori. I viaggiatori bevvero
alla salute di tutti. E fu questa la ragione per la quale nessuno
dell'assemblea non vomit mai per mal di mare e non ebbe mal di
stomaco n di testa. Ai quali inconvenienti non si sarebbero tanto
comodamente sottratti n bevendo qualche giorno prima acqua di
mare, o pura o mescolata con vino, n usando polpa di cotogne, o
scorza di limone, n succo di mele granate agrodolci, n stando
lungamente a dieta, n coprendosi lo stomaco di carta, n
ricorrendo a qualsiasi altro dei rimedi che i matti medici
ordinano a chi s'imbarca per mare.
Dopo aver reiterato di frequente il bere, ciascuno si ritir nella
sua nave e in buon'ora fecero vela con vento di greco e di
levante, secondo il quale il pilota capo, chiamato Jamet Brayer,
aveva indicato la rotta e diretto le calamite di tutte le bussole.
L'avviso suo, e anche quello di Xenomane era questo: che
trovandosi l'oracolo della divina Bacbuc presso il Catai
nell'India superiore non conveniva prendere la rotta ordinaria dei
Portoghesi i quali, passando per la zona torrida e il capo di
Buona Speranza sotto la punta meridionale dell'Africa, e oltre
l'equinoziale e perdendo di vista l'emisfero settentrionale fanno
navigazione enorme. Conveniva invece seguire ben dappresso il
parallelo della detta India e girare intorno al polo
settentrionale per via d'occidente di maniera che girando sotto il
settentrione l'avrebbero avuta all'altezza del porto di Olona,
senza avvicinarsi di pi per paura d'entrare ed esser trattenuti
dal Mar Glaciale. E seguendo questa deviazione regolare per lo
stesso parallelo avrebbero avuto a destra verso il levante ci che
alla partenza era a sinistra.
E ci fu loro di grande giovamento. Infatti senza naufragio, senza
pericolo, senza perdita di persone, in gran serenit (eccetto un
giorno presso l'isola dei Macreoni) fecero in meno di quattro mesi
il viaggio dell'India Superiore che i Portoghesi farebbero con
pena in tre anni con mille fastidi e pericoli innumerevoli. Ed 
mia opinione, salvo errore, che la stessa rotta fu seguita da
quegli Indiani che navigarono fino alla Germania e furono
onorevolmente trattati dal re degli Suedi, al tempo in cui Q.
Metello Celere era proconsole in Gallia come scrivono Cornelio
Nepote, Pomponio Mela e Plinio dopo loro.

CAPITOLO II.

Come qualmente Pantagruele nell'isola di Medamothi, comper
parecchie belle cose.


Per quel giorno e i due seguenti non videro terra n alcunch di
nuovo. Poich altre volte avevano arato quella rotta. Al quarto
giorno scoprirono un'isola chiamata Medamothi, bella e piacevole
all'occhio grazie ai fari e alle alte torri marmoree ond'era
ornato tutto il circuito, non meno grande del Canad.
Pantagruele chiese chi vi dominasse e intese che era il re
Filofane, allora assente per il matrimonio di suo fratello
Filoteamone con l'infanta del reame degli Engis. Sceso al porto
mentre le ciurme delle sue navi facevano acqua, contemplava i
quadri diversi, le tappezzerie, gli animali, pesci, uccelli e
altre merci esotiche e peregrine depositati sulla banchina del
molo e sotto le tettoie del porto. Infatti era il terzo giorno
della grande e solenne fiera del luogo, nel quale convenivano
tutti i pi ricchi e famosi mercanti d'Africa e d'Asia. Fra Gianni
vi compr, tra l'altro, due rari e preziosi quadri nell'un dei
quali era ritratto al vivo il volto d'un appellante, nell'altro un
servo che cerca padrone; ed erano stati immaginati e dipinti con
tutte le qualit che loro s'addicevano: gesti, portamento,
aspetto, andatura, fisionomia ed espressione, da Mastro Carlo
Chamois pittore del re Megisto. Li pag in moneta di scimmia.
Panurgo comper un gran quadro copiato dal ricamo eseguito
anticamente ad ago da Filomela la quale esponeva e rappresentava a
sua sorella Progne come qualmente il cognato Tereo l'avesse
spulzellata e le avesse mozzata la lingua affinch non rivelasse
il delitto. Vi giuro per il manico di questo lampione che era
pittura galante e mirifica. Non pensate vi prego che vi fosse
ritratto un uomo accoppiato con una ragazza, cosa sciocca a
grossolana. Si trattava di ben altro e pi intelligente. Potrete
vederlo in Teleme sull'entrata dell'alta galleria, a mano
sinistra.
Epistemone ne compr un altro nel quale erano dipinte come vive le
idee di Platone e gli atomi di Epicuro. Rizotoma ne compr uno nel
quale era raffigurata Eco al naturale.
Pantagruele fece comprare da Ginnasta la vita e le geste di
Achille esposte in settantotto arazzi d'alto liccio lunghi quattro
tese e larghi tre, tutti di saia frigia ricamata d'oro e
d'argento. Gli arazzi cominciavano colle nozze di Peleo e di Teti,
continuavano colla nativit di Achille e la sua giovinezza secondo
il racconto di Stazio Papinio, poi le imprese e le battaglie
celebrate da Omero, la morte e le esequie secondo la descrizione
di Ovidio e Quinto Calabro e infine l'apparizione dell'ombra sua e
il sacrificio di Polissena descritti da Euripide.
Fece comprare anche tre belli e giovani unicorni, un maschio di
pelo alezano tostato e due femmine di grigio pomellato, e inoltre
un tarando vendutogli da uno Scita della regione dei Geloni.
Il tarando  un animale grande come un torello, con testa come di
cervo, un po' pi grande, e corna insigni largamente ramificate; i
pi forcuti, il pelo lungo come d'un grande orso e la pelle un po'
meno dura d'una corazza. Diceva quel Celone che ben pochi era dato
trovarne nella Scizia, perch cambiano colore secondo la variet
dei luoghi dove pascolano e dimorano, imitando il colore delle
erbe, arbusti, fiori, terreni, prati, roccie e generalmente d'ogni
cosa a cui s'avvicinano.
Questa facolt gli  comune col polpo marino, cio il polipo, col
thoe, coi licaoni dell'India, col camaleonte specie di lucertola
tanto ammirabile che Democrito ha scritto un libro intero sulla
sua figura, anatomia, virt e propriet magica. Vero  che io l'ho
visto mutar colore non solamente all'accostarsi di oggetti
colorati, ma da s a seconda della paura e delle impressioni che
riceveva. Per esempio sopra un tappeto verde io l'ho visto con
certezza verdeggiare; ma poi, restandovi un po' di tempo, diventar
successivamente giallo, azzurro, color marrone, violetto, allo
stesso modo che vedete la cresta d'un gallo d'India mutar colore a
seconda delle impressioni. E trovammo soprattutto ammirabile in
quel tarando che mutasse non solamente il colore del muso e della
pelle, ma anche del pelo a seconda delle cose vicine; presso
Panurgo vestito della sua toga di bigello, il pelo gli diventava
grigio; presso Pantagruele coperto del suo manto scarlatto, pelo e
pelle diventavano rossi, presso il pilota vestito al modo dei
sacerdoti isiaci di Anubi in Egitto, il pelo appariva tutto
bianco. I quali due ultimi colori sono invece negati al
camaleonte. Quando poi era libero di paura o altra affezione il
suo pelo era come quello degli asini di Meung.


CAPITOLO III.

Come qualmente Pantagruele ricevette una lettera dal padre
Gargantua e della strana maniera di saper subito notizie da paesi
stranieri e lontani.


Mentre Pantagruele era occupato nella compera di quegli animali
peregrini furono uditi dal molo dieci spari di verse e falconetti,
e insieme grandi grida da tutte le navi. Pantagruele si volge
verso l'imboccatura del porto e vede arrivare una delle fregate di
suo padre Gargantua chiamata la Celidonia perch recava al sommo
della poppa una rondine marina scolpita in bronzo corinzio.  un
pesce grande come un dardo della Loira, tutto carnoso, senza
squame, con ali cartilaginose come quelle dei pipistrelli, molto
lunghe e larghe grazie alle quali l'ho visto spesso volare alto
sull'acqua una tesa e per la lunghezza d'un trar d'arco. A
Marsiglia lo chiamano lendole. Era dunque quel vascello leggero
come una rondine di guisa che sembrava volare sul mare piuttosto
che vogare. Era a bordo Malicorno lo scudiere scalco di Gargantua,
inviato espressamente da lui per sentire come stesse suo figlio,
il buon Pantagruele, e portargli lettere di credito.
Pantagruele, dopo l'abbraccio e gli sberrettamenti graziosi, prima
di aprir le lettere o di tener altri discorsi a Malicorno, gli
domand:
- Avete portato con voi il gozal messaggero celeste?
- S, rispose,  qui dentro avviluppato in questo paniere.
Era un piccione preso dalla colombaia di Gargantua mentre covava i
suoi piccoli al momento in cui la fregata stava per partire. Se
Pantagruele avesse avuto fortuna avversa gli avrebbe allacciato ai
piedi nastrini neri, ma poich tutto gli era andato a seconda e
prosperamente, fattolo sciogliere gli attacc ai piedi una
fettuccina di seta bianca e subito, senza indugio, lo lanci
all'aria in piena libert. Il piccione vol via veloce
affrettandosi con incredibile rapidit ch nulla  piu rapido del
volo del colombo quando ha l'ova o i piccoli, per l'ostinata
sollecitudine messa in lui da natura, di ritrovare e soccorrere i
suoi colombini. Onde in meno di due ore percorse per l'aria il
lungo tratto compiuto dalla fregata con estrema diligenza in tre
giorni e tre notti andando a remi e a vele con vento continuo in
poppa. E il gozal fu visto rientrare nella colombaia al nido de'
suoi piccoli. E allora avendo inteso il prode Gargantua che recava
fettuccina bianca, si rallegr sicuro della buona salute di suo
figlio.
Questa era l'usanza dei nobili Gargantua e Pantagruele quando
volevano saper notizie prontamente di cose che stavano loro molto
a cuore e veementemente desiderate, come l'esito di qualche
battaglia sia per mare o per terra, la presa o la resistenza di
qualche fortezza, l'aggiustamento di qualche conflitto importante,
il parto felice o no di qualche regina o grande dama, la morte o
la convalescenza di amici alleati loro, malati, e via dicendo.
Essi prendevano il gozal e lo facevano portare per le poste di
mano in mano fino ai luoghi donde desideravano le notizie. Il
gozal, recante fettuccia nera o bianca secondo le occorrenze e gli
accidenti, col suo ritorno li toglieva da preoccupazioni
percorrendo pi strada per aria in un'ora che non avessero fatto
per terra trenta poste in un giorno intero. Cos guadagnavano
tempo. E credete come cosa verosimile che nelle colombaie delle
loro cascine, in tutti i mesi e le stagioni dell'anno si trovavano
in quantit piccioni in covo coll'ova o i piccoli. Ci ch' facile
ottenere usando salnitro di roccia e la sacra verbena.
Dopo aver sciolto il gozal Pantagruele lesse la lettera del padre
Gargantua, che diceva cos:
"Carissimo figlio.
L'affezione naturale del padre verso il figlio amatissimo  in me
tanto accresciuta per la considerazione e ammirazione delle grazie
particolari riposte in te per elezione divina che, dopo la tua
partenza, mi ha tolto, e non una volta sola, ogni pensiero,
lasciandomi in cuore questa unica preoccupante paura che il vostro
imbarco sia stato accompagnato da qualche inconveniente o
fastidio: tu sai bene che al buono e sincero amore  sempre
congiunto il timore. E poich, come dice Esiodo, chi ben comincia
 alla met dell'opra e secondo il comune proverbio, all'infornare
si fa il pan cornuto, per trarre il mio spirito da quest'ansiet
ho inviato espressamente Malicorno, affinch egli mi accerti della
tua salute nei primi giorni del viaggio.
E se l'inizio  prospero, come auguro, mi sar facile prevedere,
prognosticare e giudicare del resto. Ho trovato alcuni allegri
libri che ti saranno rimessi dal portatore della presente. Li
leggerai quando vorrai rinfrescarti la mente sui tuoi studi
migliori. Il detto portatore ti dir ampiamente tutte le notizie
sulla nostra Corte. Che la pace dell'Eterno sia con te. Saluta
Panurgo, Fra Gianni, Epistemone, Xenomane, Ginnasta, e gli altri
tuoi famigliari, miei buoni amici.
Dalla tua casa paterna il 13 giugno.
Tuo padre e amico,
                            GARGANTUA"


CAPITOLO IV.

Come qualmente Pantagruele scrive a suo padre Gargantua e gl'invia
parecchie belle e rare cose.


Dopo la lettura della lettera su detta, Pantagruele ebbe molti
discorsi con Malicorno e si trattenne con lui s lungamente che
Panurgo li interruppe dicendo:
- E quando berrete voi? Quando berremo noi? Quando berr il signor
scudiere? Non avete abbastanza sermoneggiato per bere?
- Ben detto, rispose Pantagruele. Fate preparare la colazione in
cotesto albergo qui vicino, dove pende l'insegna del satiro a
cavallo. E intanto per la missione dello scudiere, scrisse a
Gargantua come segue:
"Mio buon padre.
Come in tutti i casi impensati e insospettati della nostra vita
transitoria i nostri sensi e facolt spirituali soffrono
turbamenti pi enormi (a tal segno sovente da sciogliere l'anima
del corpo anche se le notizie improvvise siano liete e desiderate)
e pi formidabile che se quei casi fossero stati attesi e
previsti, cos m'ha grandemente commosso e agitato l'inopinata
venuta del vostro scudiere Malicorno, poich non speravo vedere
alcuno dei vostri domestici, n udir notizie di voi prima della
fine di questo nostro viaggio. E volentieri mi abbandonavo al
dolce ricordo della augusta maest vostra, figurata o meglio
scolpita e incisa nel posteriore ventricolo del mio cervello che
spesso me la richiama alla mente nell'aspetto suo naturale come
viva.
Ma poich mi avete prevenuto col beneficio della vostra graziosa
lettera e l'anima mia s' rallegrata alle notizie ricevute dal
vostro scudiere sulla prosperit e salute vostra e insieme della
vostra real casa, devo per forza ci che prima facevo
volontariamente, lodare anzitutto il benedetto Salvatore il quale,
per la sua divina bont, vi conserva lungamente in salute
perfetta, in secondo luogo ringraziarvi eternamente del fervido e
inveterato affetto che sentite per me vostro umilissimo figlio e
inutile servitore.
Una volta un Romano chiamato Furnio, disse a Cesare Augusto, il
quale aveva graziato e perdonato suo padre gi seguace della
fazione di Antonio: Facendomi oggi questo beneficio, m'hai ridotto
a tale ignominia che per forza, in vita e in morte dovr esser
reputato ingrato per l'insufficienza della gratitudine. Cos io
potr dire che l'eccesso del vostro affetto paterno mi costringe
in questa angustia e necessit che mi converr vivere e morire
ingrato. Senonch potr da tal crimine essere sollevato
considerando la sentenza degli Stoici i quali dicevano esservi tre
parti in un beneficio; l'una di chi dona, l'altra di chi riceve,
la terza di chi ricompensa, e chi riceve pu assai bene
ricompensare il donatore quando accetti volentieri il beneficio e
lo conservi in memoria perpetua. Come per contro  il pi ingrato
del mondo colui che riceve e spregia od oblia il beneficio.
Essendo adunque oppresso dagli obblighi infiniti creati dalla
vostra immensa benignit e impotente a ricompensarli, sia pure in
minima parte, mi salver almeno da colpa perci che la memoria non
ne sar mai cancellata dall'anima mia, e la mia lingua non cesser
mai di riconoscere e proclamare che rendervi grazie condegne 
cosa trascendente la mia facolt e potere.
Quanto al resto, ho fede che la commiserazione e aiuto di nostro
Signore faranno s che la fine della nostra peregrinazione
corrisponder all'inizio e tutto si compier con allegrezza e
salute perfetta. Non mancher di scrivere in commentari giorno per
giorno tutte le vicende della nostra navigazione affinch al
nostro ritorno possiate averne lettura veridica.
Ho trovato qui un tarando di Scizia, animale strano e
meraviglioso, causa le variazioni di colore nella sua pelle e nel
suo pelo secondo la tinta delle cose vicine. Vogliate gradirlo. 
mansueto e facile a nutrire come un agnello. V'invio parimenti tre
giovani unicorni, pi domestici e tranquilli dei gattini. Ho
parlato collo scudiere a proposito del modo di mantenerli. Non
pascolano in terra impedendolo il loro lungo corno alla fronte. 
quindi necessario si cibino agli alberi fruttiferi, o a
rastrelliere apposite, oppure porgendo loro in mano erbe, fasci,
mele, pere, orzo, grano, ogni specie insomma di frutta e di
legumi. Io mi stupisco che i nostri antichi scrittori li dicano
tanto selvatici, feroci e pericolosi e che non siano mai stati
visti vivi. Voi avrete prova del contrario, se cos vi piace, e
troverete in loro la pi gran gentilezza del mondo, purch non
siano offesi con malizia.
Vi mando pure la vita e le geste di Achille in arazzi assai belli
e ingegnosi. E vi assicuro che tutti gli animali, piante, uccelli
e gemme nuovi che potr trovare e procurarmi, ve li porter tutti
coll'aiuto di Dio nostro Signore che prego vi conservi sulla sua
santa grazia.
Da Medemothi il 15 giugno.
Panurgo, Fra Gianni, Epistemone, Xenomane, Ginnasta, Eustene,
Rizotoma, Carpalim dopo un devoto baciamano ricambiano i vostri
saluti centuplicati.
Il vostro umile figlio e servitore.
                        PANTAGRUELE."

Mentre Pantagruele scriveva questa lettera, Malicorno fu da tutti
festeggiato, salutato, abbracciato, a pi non posso. Dio sa quante
glie ne dissero e quante raccomandazioni gli piovevano addosso da
ogni parte. Pantagruele, finita la lettera, diede un banchetto
allo scudiere. E gli don una catena d'oro pesante ottocento
scudi, nella quale ad ogni settimo anello erano alternativamente
grossi diamanti, rubini, smeraldi, turchesi, unioni. A ciacuno de'
suoi marinai fece dare 500 scudi del sole. A Gargantua suo padre
invi il tarando coperto di una gualdrappa di raso trapunto d'oro
e insieme gli arazzi con la vita e geste di Achille, e i tre
unicorni con gualdrappe di stoffa frisata d'oro. Cos partirono da
Medamothi, Malicorno per tornarsene da Gargantua, Pantagruele per
continuare la sua navigazione. Egli fece leggere in alto mare da
Epistemone i libri portati dallo scudiero. E poich li trov
giocondi e piacevoli ve ne dar volentieri un riassunto, se
devotamente me lo chiederete.


CAPITOLO V.

Come qualmente Pantagruele incontr una nave di viaggiatori che
tornavano dal paese delle Lanterne.


Il quinto giorno quando gi incominciavamo a girare a poco a poco
il polo allontanandoci dall'equinoziale, scorgemmo una nave
mercantile che faceva vela a orza verso di noi. Non fu piccola
gioia e per noi e pei mercanti, per noi intendere notizie dal
mare, per loro intender notizie della terra ferma. Accostandoci
sapemmo che erano Francesi del Saintonge e discorrendo e
ragionando insieme, Pantagruele intese che venivano dal
Lanternese. S'accrebbe anche pi l'allegrezza sua e di tutta la
sua gente e informandoci delle condizioni del paese e dei costumi
del popolo Lanternese fummo avvertiti che verso la fine di luglio
era convocato il capitolo generale delle Lanterne e che se
giungevamo, come ci era facile, per quella occasione, avremmo
veduto la bella, onorevole e gioconda adunata delle Lanterne per
la quale si facevano grandi preparativi come se si dovesse
lanternare profondamente. Ci fu detto anche che passando pel reame
di Gebarin, saremmo stati onorificamente accolti e trattati dal re
Ohab, signore della terra, il quale, come tutti i suoi sudditi,
parla il francese della Turenna.
Mentre ascoltavamo queste notizie, Panurgo si mette a questionare
con un mercante di Taillebourg di nome Dindenault. La questione
sorse cos: questo Dindenault vedendo Panurgo senza braghetta coi
suoi occhiali attaccati al berretto, parlando di lui coi suoi
compagni disse:
- Ecco l una bella medaglia di becco!
Panurgo che, grazie agli occhiali, era fino d'orecchio pi del
solito, intese la frase e domand al mercante:
- Come diavolo potrei esser becco se non sono ancora ammogliato,
mentre tu lo sei di certo, a giudicare dal tuo brutto muso?
- Lo sono infatti, rispose il mercante, e non vorrei non esserlo
per tutti gli occhiali d'Europa n per tutte le lenti dell'Africa,
poich ho una delle pi belle, pi avvenenti, pi oneste, pi
savie spose che siano in tutto il paese di Saintonge e, senza
offender nessuno, di tutti gli altri. Le porto in regalo dal mio
viaggio un bel ramo di corallo rosso lungo undici pollici. Ma tu
che c'entri? Di che t'immischi? Chi sei tu? Di dove sei,
occhialifero dell'anticristo, rispondi se sei dalla parte di Dio.
- Io ti propongo un quesito, disse Panurgo, ecco: se per
concessione e favore di tutti gli elementi io avessi
sacsacfregavaginafottuto la tua tanto bella, tanto avvenente tanto
onesta, e savia sposa per modo che Priapo, il duro Dio dei
giardini (il quale, abolita la soggezione delle braghette
attaccate, qui abita in libert) vi fosse rimasto infilzato dentro
s disastrosamente da non poterne pi uscire e dovesse restarvi
eternamente, se tu non lo tirassi fuori coi denti, che faresti tu?
Lo lascieresti l sempiternamente o lo tireresti bellamente coi
tuoi denti? Rispondi o beliniere di Maometto, poich tu sei della
parte di tutti i diavoli.
- Io, rispose il mercante, ti darei un bel colpo di spada su
cotesta orecchia occhialaia e ti ammazzerei come un montone.
Ci dicendo voleva sguainare la spada. Ma essa era attaccata al
fodero, poich sul mare, come sapete, ogni arma si arrugginisce
causa l'umidit eccessiva e nitrosa.
Panurgo scapp a rifugiarsi da Pantagruele.
Frate Gianni mise mano alla sua durlindana arrotata di fresco e
avrebbe crudelmente ucciso il mercante se il capitano della nave e
altri passeggeri non avessero supplicato Pantagruele di impedire
scandali sul suo vascello. Onde la questione fu aggiustata;
Panurgo e il mercante si strinsero la mano e bevettero l'uno alla
salute dell'altro in segno di perfetta riconciliazione.


CAPITOLO VI.

Come qualmente, composta la questione, Panurgo contratta con
Dindenault una delle sue pecore.


Composta la questione Panurgo disse in confidenza a Epistemone e a
Frate Gianni:
- Traetevi qui un po' in disparte e spassatevela allegramente allo
spettacolo che vi preparo. Sar un bel gioco se il diavolo non ci
mette la coda.
Poi si rivolse al mercante e bevve di nuovo alla sua salute un
nappo ricolmo di buon vino lanternese. Il mercante gli corrispose
onestamente con tutta cortesia. Dopo ci Panurgo lo preg
devotamente di volergli vendere in grazia una delle sue pecore. Il
mercante gli rispose:
- Ahim, ahim! amico mio, nostro vicino, voi sapete ben canzonare
la povera gente. Siete un gentil cliente davvero! Oh il valente
compratore di pecore! In fede mia pi che di comprator di pecore
mi avete la cera d'un borsaiolo. Per San Nicola, compagnone mio,
come farebbe bene alla salute stare vicino a voi con una borsa
piena sulla pancia, al tempo del disgelo. Ah, ah! Chi non vi
conoscesse ne fareste ben delle vostre. Ma vedete, ohe, buona
gente, che aria da storiografo!
- Pazienza! disse Panurgo. Ma tornando a noi fatemi una grazia
speciale, vendetemi una delle vostre pecore, suvvia, quanto?
- Ma come l'intendete amico nostro, mio vicino? rispose il
mercante. Sono pecore di gran lana. Giasone ne trasse il vello
d'oro. Di qui deriva l'ordine della casa di Borgogna. Son pecore
di levante, pecore d'alto fusto, pecore d'alto lardo.
- Sia pure, disse Panurgo, vendetemene una di grazia, ho le mie
buon ragioni; vi pagher bene e prontamente in moneta di ponente,
di cespugli e di basso lardo. Quanto?
- Nostro vicino, amico, mio, rispose il mercante, ascoltate un po'
qui dall'altro orecchio.
Panurgo - Ai vostri ordini.
Il mercante - Andate nel Lanternese?
Panurgo - Veramente.
Il mercante - A vedere il mondo?
Panurgo - Veramente.
Il mercante - Giocondamente?
Panurgo - Veramente.
Il mercante - Voi vi chiamate, credo, Robin mouton.
Panurgo - Se cos vi piace.
Il mercante - Senza indispettirvi.
Panurgo - Cos l'intendo.
Il mercante - Voi, siete a quanto pare, il buffone del re.
Panurgo - Veramente.
Il mercante - Piantatela! Ah, ah, ah! Voi andate a vedere il
mondo, siete il buffone del re, avete nome Robin mouton; vedete
quella pecora l? Si chiama Robin come voi, Robin, Robin, Robin!
- B, b, b, b.
- Oh la bella voce!
Panurgo - Assai bella e armoniosa.
Il mercante - Ecco un patto tra me e voi, nostro vicino e amico.
Voi che siete Robin Mouton, starete su questo piatto della
bilancia, il mio Robin monton star sull'altro; io scommetto un
centinaio d'ostriche di Busch che in peso, valore e stima esso la
vince su voi di netto e sollever in alto il vostro piatto com'
vero che un giorno o l'altro sarete in alto sospeso e impiccato.
- Pazienza! disse Panurgo. Ma voi fareste un gran beneficio a me e
alla vostra posterit se voleste vendermela o vendermene qualche
altra di basso coro. Ors, ve ne prego sire, signor mio.
- Amico nostro, rispose il mercante, mio vicino, della lana di
queste pecore si faranno le fine stoffe di Rouen: le stoffe delle
migliori pezze in confronto non sono che borra. Della pelle si
fanno i bei marocchini che vi venderanno per marocchini turchi, o
di Montelimart, o di Spagna, a mal che vada. Delle budelle si
fanno corde di violini e arpe, che si venderanno care come se
fossero corde di Monican o d'Aquileia. Che ne pensate voi?
- Se vi piacer vendermene una, disse Panurgo, ve ne sar ben
riconoscente. Ecco qui danaro sonante. Quanto?
E mostrava, in ci dire una scarsella piena di Enrichi nuovi.


CAPITOLO VII.

Continuazione del contratto fra Panurgo e Dindenault.


- Amico mio, nostro vicino, rispose il mercante, non  boccone che
da re e da principi. Ha carne tanto delicata e saporosa, e
ghiotta, ch' un balsamo. Ho preso queste pecore in un paese nel
quale i maiali (Dio ci protegga!) non mangiano che mirabolani. Le
troie (salvo l'onore di tutta la compagnia) nel tempo del pasto
non sono nutrite che di fior d'arancio.
- Ma, disse Panurgo, vendetemene una e ve la pago da re, parola di
fante. Quanto? - Amico nostro, mio vicino, rispose il mercante,
sono pecore della propria razza di quella che port Frisso ed Elle
sul mare detto Ellesponto.
- Canchero! disse Panurgo, voi siete clericus vel adiscens.
- Ma se non son cavoli, son porri, rispose il mercante. Ma rr.
rrr. rrrr. rrrr. Oh Robin rr. rrrr. rrrr. Voi non intendete questo
linguaggio. Ma, a proposito, in tutti i campi dove pisciano, il
grano vien su come se Dio vi avesse pisciato. Non vi occorre n
marna, n concime. C' di pi. Dalla loro urina i quintessenziali
traggono il miglior salnitro del mondo. Con le loro caccole (non
vi dispiaccia) i medici dei nostri paesi guariscono settantotto
specie di malattie. La minima delle quali il male di San Eutropio
di Saintes, dal quale Dio ci salvi e guardi. Che ne pensate voi
nostro cugino, amico mio? E per tutto ci mi costano caro. - Costi
quel che costi, rispose Panurgo. Vendetemene una pagandola bene.
- Amico nostro, mio vicino, disse il mercante, considerate un po'
le meraviglie di natura consistenti in questi animali sia pure in
un organo che stimereste inutile. Prendetemi un po' quelle corna e
trituratele con un pestello di ferro o con un alare, per me 
tutt'uno. Poi seppellitele in luogo esposto al sole, dovunque
vorrete e inaffiatele spesso. In pochi mesi ne vedrete nascere i
migliori asparagi del mondo, non eccettuati neanche quelli di
Ravenna. Ditemi ora se le corna di voialtri becchi abbiano tale
virt e propriet tanto mirifica.
- Pazienza! rispose Panurgo.
- Io non so se voi siate chierco. Ho visto molti chierci becchi, e
grandi chierci, dico. S, perdiana! A proposito se chierco siete,
saprete che negli arti inferiori di questi animali divini, cio i
piedi, c' un osso, il tallone, o astrogalo se volete (n si trova
in altro animale del mondo fuorch nell'asino indiano e nelle
dorcadi di Libia) col quale anticamente si giocava al regale gioco
degli aliossi. L'imperatore Ottaviano Augusto vi guadagn una sera
pi di 50 mila scudi. Ecco una vincita che non farete mai voialtri
becchi.
- Pazienza! disse Panurgo, ma sbrighiamoci.
- E quando, amico nostro, mio vicino, disse il mercante, vi avr
lodato degnamente gli organi interni, le spalle, le coscie, l'alto
costato, il petto, il fegato, la milza, le trippe, il ventre, la
vescica che serve a giocare alla palla, le costolette delle quali
si fabbricano in Pigmione i belli archetti per tirar noccioli di
ciliegia contro le gru; e la testa della quale con un po' di zolfo
si compone un mirifico decotto per far andare del corpo i cani
costipati di ventre...
- Merda merda! disse il capitano della nave al mercante. Avete
cianciato anche troppo. Vendigliela se vuoi e se non vuoi non
tenerlo pi a bada.
- Consento per amor vostro, rispose il mercante. Ma deve pagare
tre lire tornesi per capo a sua scelta.
-  caro, disse Panurgo. Nei nostri paesi ne troverei cinque o
magari sei per la stessa moneta. Riflettete se non sia troppo. Non
siete il primo di mia conoscenza che volendo arricchirsi troppo in
fretta  caduto per contro in povert e talvolta magari s' rotto
il collo.
- La febbre quartana ti colga zotico scioccaccio che sei! disse il
mercante. In nome del degno voto di Charrous la pi piccola di
queste pecore vale quattro volte pi della migliore di quelle che
i Corassiani in Tuditainia regione della Spagna vendevano a un
talento d'oro per capo. E quanto pensi tu che valesse un talento
d'oro, o sciocco dalla gran paga?
- Benedetto signor mio, disse Panurgo, voi vi riscaldate, a quanto
vedo e comprendo. Ebbene, tenete, ecco il vostro danaro.
Pagato il mercante, Panurgo scelse fra tutto il branco una bella e
grande pecora e se la portava via che belava e gridava. E udendola
le altre tutte insieme belavano e guardavano da che parte menasse
la loro compagna. Intanto il mercante diceva ai suoi pecorai:
- Oh, ha saputo sceglier bene il cliente! Se ne intende il
porcaccione! Veramente, quanto  vero Iddio, la riservavo per il
signore di Cancale ben conoscendo il suo temperamento. Infatti
egli  di sua natura tutto lieto e allegro quando pu tenere una
spalla di castrato ben sanguinante e appuntino in una mano, come
una rachetta mancina, e con un coltello ben tagliente dall'altra.
E Dio sa come ci gioca di scherma.


CAPITOLO VIII.

Come qualmente Panurgo fece annegare in mare il mercante e le
pecore.


A un tratto, non so come, il caso fu s improvviso che non ebbi
tempo di considerarlo, Panurgo, senza dir altro getta in mare la
sua pecora strillante e belante. Tutte le altre pecore strillanti
e belanti con pari intonazione, cominciarono a gettarsi con bei
salti in mare l'una dietro l'altra. Era una gara a chi vi saltasse
prima dietro le compagne. E come voi sapete esser natura delle
pecore seguir sempre la prima dovunque vada, cos era impossibile
trattenerle. Lo dice anche Aristotele, lib. IX de Histor. anim.
dove afferma ch' il pi stupido e inetto animale del mondo.
Il mercante spaventato di veder perire annegate davanti a' suoi
occhi le sue pecore, si sforzava a tutto potere di impedirle e
trattenerle, ma invano. Tutte, l'una dietro l'altra saltavano in
mare e perivano. Alla fine ne afferr per il vello una grande e
forte sul ponte credendo cos fermarla e salvare per conseguenza
il resto. Ma la pecora fu s potente che trascin con s in mare
il mercante alla stessa maniera come i pecori di Polifemo, il
ciclope guercio, portarono fuori della caverna Ulisse e i suoi
compagni. E il mercante anneg. Altrettanto accadde agli altri
pastori e pecorai che affannandosi a trattenere le pecore chi per
le corna, chi per le gambe, chi per il vello, tutti furono
parimenti trascinati in mare e annegarono miseramente. Panurgo,
vicino alla cucina agitava un remo non per aiutare i pecorai, ma
per impedir loro di arrampicarsi sulla nave e scampare dal
naufragio e predicava loro con eloquenza come il fraticello
Oliviero Maillard o frate Giovanni Bourgeois dimostrando con passi
di retorica le miserie di questo mondo, il bene e la fortuna
dell'altra vita, affermando essere i trapassati pi felici di
coloro che vivono in questa valle di lagrime e promettendo ad
ognuno di erigere loro, al ritorno dal Lanternese, un bel
cenotafio e sepolcro onorario al sommo del monte Cenisio e se
tuttavia non rincresceva loro continuare a vivere fra i mortali, e
se proprio non erano soddisfatti di annegare a quel modo, augurava
loro buona ventura e l'incontro di qualche balena, la quale dopo
tre giorni li restituisse sani e salvi in qualche paese di raso
all'esempio di Giona.
Quando la nave fu vuota del mercante e di pecore, Panurgo domand:
- Resta ancora cost nessuna anima pecorina? Dove sono quelle di
Thibault l'Aignelet? E quelle di Regnauld Belin, che dormono
quando l'altre pascolano? Io non ne so nulla. Ed ecco un tiro di
vecchia guerra! Che te ne pare, Frate Gianni?
- Tutto benone quanto a voi, rispose Fra Gianni. Non trovo nulla a
ridire salvo questo, a mio avviso, che come si usava una volta in
guerra prometter doppia paga ai soldati nei giorni di battaglia o
d'assalto, onde se la battaglia era vinta c'era di che pagare in
abbondanza, se perduta sarebbe stato vergogna chieder compenso,
come fecero i fuggiaschi Gruyers dopo la battaglia di Cerisola;
cos era bene che voi riservaste il pagamento della pecora alla
fine; in tal modo il danaro restava nella vostra borsa.
- Danaro ben cacato, credete, disse Panurgo. Virt di Dio, me la
sono spassata per pi di cinquanta mila franchi. Ritiriamoci ora,
il vento  propizio. Ascolta qui, Frate Gianni: nessuno mai mi
fece un piacere senza averne ricompensa o, almeno, riconoscenza.
Non sono ingrato, n fui, n sar. Ma nessuno mai mi fece
dispiacere che non se ne pentisse o in questo mondo o nell'altro.
Non sono sciocco a tal segno.
- Tu ti danni come un vecchio diavolo, disse Fra Gianni. 
scritto: Mihi vindictam etc. Materia di breviario.


CAPITOLO IX.

Come qualmente Pantagruele arriv all'Isola di Ennasin e delle
strane parentele di quel paese.


Zefiro continuava a spirare misto con un po' di garbino e avevamo
passato un altro giorno senza scoprire terra. Il terzo giorno
all'alba delle mosche ci apparve una isola triangolare
somigliantissima per forma e posizione, alla Sicilia. La
chiamavano l'isola delle Parentele. Uomini e donne vi somigliano a
quelli rossi del Poitou, eccetto che hanno, uomini donne e
bambini, il naso formato come l'asso di fiori. Per questa ragione
il nome antico dell'isola era Ennasin. Tutti col erano parenti e
insieme collegati, e se ne vantavano. Il podest del luogo ci
disse liberamente:
- Voialtri dell'altro mondo considerate cosa ammirabile che da una
famiglia romana (i Fabii) durante un giorno (il 13 di febbraio)
per una porta (fu la porta Carmentale gi situata ai piedi del
Campidoglio, fra la rupe Tarpea e il Tevere, denominata poi
Scellerata) contro certi nemici dei Romani (gli Etruschi di Veio)
uscissero trecento e sei guerrieri tutti parenti, con cinquemila
altri soldati vassalli loro, che furono tutti uccisi (presso il
fiume Cremera emissario del lago di Bracciano). Ebbene, da questa
isola ne usciranno, occorrendo, pi di trecentomila tutti parenti
e di una sola famiglia.
I loro parentadi e alleanze erano di natura ben strana, poich
essendo cos tutti parenti e legati l'uno all'altro, nessuno di
essi era padre n madre, fratello n sorella, zio n zia, cugino o
nipote, genero o nuora, padrino o madrina l'uno dell'altro.
Eccetto, veramente, un gran vegliardo nasuto, il quale, come vidi,
a una bambina di tre o quattro anni disse: padre mio! mentre la
bimba lo chiamava: figliola mia.
Il parentado e alleanza tra loro era cos: che l'uno chiamava una
donna: mia magra, e la donna lo chiamava: mio marsuino.
- Quelli l, disse Fra Gianni, devono ben puzzar di pesce, quando
sfregano insieme il loro lardo.
L'uno diceva a una agghindata fanciulla sorridendo: "Buon giorno
mia striglia!" Ed ella ricambiava il saluto dicendo: "Tante cose,
mio falcevitello".
- Ahi, ahi, ahi! esclam Panurgo, venite a vedere una striglia,
una falce e un vitello. Non si tratta d'uno strigliatore? Questo
strigliatore dalla riga nera dev'essere strigliato ben sovente.
Un altro salut la sua bella dicendo: "Addio mio scrittoio!" ed
ella rispose: "Addio mio processo!".
- Per San Trignamo, disse Ginnasta, quel processo deve esser
sovente sopra il suo scrittoio.
L'uno chiamava un'altra mio verd ed ella lo chiamava suo coquin.
- Ecco l, disse Eustene, del verdcoquin.
Un altro salut l'amica dicendo: "Buon d, mia scure!" ed ella
rispose: "Buon d mio manico!"
- Ventre d'un bue! esclam Carpalim, come  immanicata codesta
scure! E come  inscurato quel manico! Non sarebbe egli per
avventura la gran mancia domandata dalle cortigiane romane? o un
cordigliere dalla gran manica?
Pi avanti vidi un briccone che salutando l'amica la chiam: mio
materasso; ed ella lo chiam: mia trapunta.
Uno chiamava l'altra: mia mica: ella lo chiamava: mia crosta.
Uno chiamava l'altra: mia pala: ella lo chiamava mio forchetto.
L'uno chiamava un'altra: mia ciabatta: ella lo chiamava pantofola.
L'uno chiamava un'altra: mia scarpa: ella lo chiamava mio stiva-
letto.
L'uno chiamava l'altra: la sua manopola: ella lo chiamava il suo
guanto.
L'uno chiamava l'altra: la sua cotica: ella lo chiamava: il suo
lardo: ed era tra loro parentela come tra cotica e lardo.
Con pari colleganza uno chiamava l'amica: mia frittata: ella: mio
uovo: ed erano uniti come una frittata d'ova. Parimenti uno
chiamava l'amica: mia trippa: ella lo chiamava: il suo fagotto. N
mai si pot sapere quale parentela, alleanza, affinit, o
consanguineit fosse tra loro riferendosi al nostro uso comune,
salvoch ci dissero ch'ella era la trippa di quel fagotto.
Un altro salutando l'amica diceva: salute mio guscio! ed ella
rispose: salute ostrica mia!
-  un'ostrica nel guscio, disse Carpalim.
Un altro del pari salutava l'amica dicendo: "Buona vita, mio
baccello!" Ed ella rispose: "Lunga vita a voi, mio pisello".
-  un pisello nel suo baccello, osserv Ginnasta.
Un altro miserabile villanzone eretto sui suoi zoccolacci di
legno, incontrando una grossa, grassa, corta traccagnotta le
disse: "Dio ti salvi, il mio zoccolo, la mia tromba, la mia
trottola!" Ed ella rispose altera: "E salvi del pari il mio
frustino!"
- Sangue di San Grigio! disse Xenomane,  frustino adatto a far
girare quella trottola!
Un dottore dei rettori, ben pettinato e ravviato, dopo aver
conversato un po' con una damigella, si conged da lei dicendo:
"Grazie, buon viso!" "Pi ancora a voi, cattivo gioco" rispose
quella.
- Non sconviene, disse Pantagruele quest'alleanza tra buon viso e
cattivo gioco.
Un baccelliere, passando, disse ad una giovane baccellieretta: - 
tanto tempo che non vi vedo, Musa!
- Io vi vedo tanto volentieri, Corno, rispose lei.
- Accoppiateli, disse Panurgo, soffiategli nel culo e sar una
cornamusa.
Un altro chiam l'amica sua: mia troia. Ed ella lo chiam mio
fieno. E mi venne in mente che quella troia si cibasse volentieri
di quel fieno.
Non lontano da noi vidi un gobbo salutare una sua parente dicendo:
"Addio mio buco!" Ed ella gli ricambi il saluto dicendo: "Dio
guardi il mio cavicchio!".
- Ella  tutta buco, credo, disse Fra Gianni, ed egli tutto
cavicchio. Resta a sapere se quel buco pu esser turato
interamente da quel cavicchio.
Un altro salut un'amica dicendo: "Addio, mia gabbia!" Ella
rispose: "Buon giorno, oca mia!".
- Io credo, disse Ponocrate, che quell'oca sia spesso in gabbia.
Un briccone conversando con una giovane Galla, le disse:
"Ricordatevene, vescia!".
- Non dubitate, peto! ella rispose.
- Li chiamate parenti questi? disse Pantagruele al podest. Nei
nostri paesi non potreste fare a donna peggiore oltraggio che
chiamarla vescia.
- Buona gente dell'altro mondo, rispose il podest, tra voi non
sono parenti cos vicini e stretti come questo peto e questa
vescia, che uscirono invisibilmente entrambi insieme dallo stesso
buco e nello stesso istante.
- Il vento di Galerno, disse Panurgo, aveva dunque lanternato la
madre loro.
- Di che madre intendete parlare? chiese il podest.  parentela,
codesta, del vostro mondo. Non hanno n padre, n madre. Sono
usanze codeste, del di l dell'acqua, di gente calzata di fieno.
Il buon Pantagruele tutto vedeva ed ascoltava; ma a queste parole
tem di perder la pazienza.
Dopo aver diligentemente considerato la disposizione dell'isola e
i costumi del popolo camuso, entrammo per ristorarci in un'osteria
dove si celebravan nozze alla moda del paese, facendo, del resto,
baldoria e mezza. Assistemmo a un allegro matrimonio tra una pera,
donna ben gagliarda, bench quelli che l'avevano assaggiata
dicessero che era un po' molliccia, con un giovane formaggio di
primo pelo un po' rossigno. La fama me n'era giunta altra volta e
anche altrove erano stati fatti di tali maritaggi. E ancora suolsi
dire nei nostri paesi vaccherecci non esservi miglior matrimonio
che tra formaggio e pera.
In un'altra sala vidi che si sposava una vecchia scarpaccia con un
giovane e agile calzaretto.
- Dissero a Pantagruele che il giovane calzaretto prendeva la
vecchia scarpaccia in moglie, perch era di buona roba, sovratutto
per un pescatore.
In un'altra sala bassa vidi un giovane scarpino sposare una
vecchia pantofola e ci fu detto che sposava non per la bellezza, e
la buona grazia, ma per avidit e cupidigia degli scudi ond'ella
era contrappuntata.


CAPITOLO X.

Come qualmente Pantagruele discese nell'isola di Cheli, nella
quale regnava San Panigone.


Lasciata quella gente, dalle grosse ma apparentate facezie e dai
nasi ad asso di fiori, prendemmo l'alto mare col garbino in poppa.
Al declinar del giorno facemmo scalo all'isola di Cheli, grande,
fertile, ricca e popolosa, nella quale regnava il re San Panigone.
Il re, accompagnato dai figli e dai principi della corte, si era
recato al porto per ricevere Pantagruele che accompagn al suo
castello. All'entrata si present la regina accompagnata dalle
figliole e dalle dame di corte. Panigone volle che essa e tutto il
seguito baciassero Pantagruele e la sua gente, ch tale era l'uso
di corte e il costume del paese. E tutti cos fecero eccetto Fra
Gianni che spar e and a ficcarsi fra gli ufficiali del re.
Panigone sollecit vivamente Pantagruele a trattenersi tutto quel
giorno e l'indomani. Ma Pantagruele si scus dicendo che era
indotto a partire dalla serenit del tempo e dal vento favorevole,
il quale pi spesso  desiderato che trovato dai viaggiatori, onde
convien profittarne quando c', poich non si ritrova poi ogni
volta che si vuole. A questa rimostranza, dopoch ognuno ebbe
bevuto venticinque o trenta volte, Panigone ci conged.
Pantagruele tornando al porto e non vedendo Fra Gianni domandava
dove fosse e perch si fosse sbandato dalla compagnia. Panurgo non
sapeva come scusarlo e voleva tornare al castello per chiamarlo,
quando Fra Gianni accorse tutto gaudioso e grid con grande
allegria: Viva il nobile Panigone! Per la morte d'un bue di legno!
Che mirabile cucina! Ne vengo ora; tutto procede l per via di
scodelle. Speravo di foderar per bene a uso e consumo monacale lo
stampo della mia tonaca.
- Sempre in cucina, amico mio! disse Pantagruele.
- Corpo d'una gallina, rispose Fra Gianni, ne conosco gli usi e il
cerimoniale meglio che le infinite cerimonie colle donne e magna
di qui e magna di qua, e caca di l e riverenze, e doppie riprese,
e abbracci, e strette e baciamani a vostra mercede, a vostra
maest e che voi siate qui e che voi siate l; tarabin tarab.
Brenno a tutto ci! ch' quanto merda, a Rouen. Quanti
scagazzamenti e pisciottamenti! Dio mio, non dico che qualche
buona pompata non la trarrei colla mia cannella al buco sopra la
feccia a chi lasciasse facolt d'insinuarsi all'eccellenza mia; ma
quelle merdose riverenze mi fanno uscir dai gangheri come un
giovane diavolo, come un doppio digiuno, volevo dire. San
Benedetto non ment mai su ci. Voi parlate di baciar damigelle!
Ma, per la degna e sacra tonaca che indosso, me ne dispenso
volentieri per paura che mi accada ci che accadde al signore del
Guyercharois.
- Che cosa gli accadde? chiese Pantagruele. Lo conosco,  uno de'
miei migliori amici.
- Egli era invitato, disse Fra Gianni, a un sontuoso e magnifico
banchetto dato da un suo parente e vicino, al quale erano pure
invitati altri gentiluomini, e dame, e damigelle del vicinato.
Mentre queste attendevano il suo arrivo, travestirono i paggi
presenti e li abbigliarono da damigelle ben agghindate e ornate. I
paggi indamigellati si presentarono a lui mentre passava il ponte
levatoio. Egli li baci tutti con gran cortesia e magnifiche
riverenze. Alla fine le dame che l'attendevano nella galleria,
scoppiarono a ridere e fecero segno ai paggi di togliersi i loro
abbigliamenti. A quella vista il buon signore per vergogna e
dispetto non degn baciare le dame e le damigelle autentiche,
dicendo a scusa che poich gli avevano travestiti i paggi, esse,
per la morte d'un bue di legno, non dovevano essere che valletti
travestiti anche pi abilmente.
Virt di Dio, chiedo venia pel suo nome invano, perch non
trasportiamo piuttosto le umanit nostre nella bella cucina di
Dio? E non consideriamo col il girar degli spiedi, l'armonia
degli alari, e la posizione delle fette di lardo, la temperatura
delle pentole, i preparativi del dessert, l'ordine del servizio di
vino? Beati immaculati in via!  materia di breviario.


CAPITOLO XI.

Perch i monaci stanno volentieri in cucina.


- Parlato da monaco schietto! disse Epistemone. Dico monaco
menante, non dico monaco menato. Voi mi richiamate a mente ci che
vidi e udii a Firenze dodici anni or sono. Eravamo una buona
brigata di gente di studio, amatori di cose peregrine e desiderosi
di visitare i dotti, le antichit e le cose singolari d'Italia. E
contemplavamo il sito e la bellezza di Firenze, la struttura del
duomo, la sontuosit dei templi e palazzi magnifici e facevamo a
gara a chi pi degnamente li esaltasse con lodi adeguate, quando
un monaco di Amiens, chiamato Bernardo Lardone, irritato e
contrariato ci disse:
- Non so che diamine ci troviate tanto da lodare. Io ho ben
contemplato quanto voi, n son pi cieco di voi. Di che si tratta
insomma? Son belle case, ecco tutto. Ma, che Dio e il signor San
Bernardo nostro patrono ci assista, non ho ancora veduto in tutta
la citt una sola rosticceria, e s che ho ben guardato e cercato,
spiando attentamente a destra e a sinistra per contar in giusto
numero quante e da che lato avremmo incontrato pi rosticcerie
rosticcianti. Ad Amiens, facendo quattro o anche tre volte meno
strada di quanta abbiamo fatta per queste contemplazioni, potrei
mostrarvi pi di quattordici rosticcerie antiche dai soavi aromi.
Non so che piacere abbiate avuto vedendo i leoni e le africane
(cos chiamate voi quelle che essi chiamano tigri) presso il
campanile, e parimenti i cinghiali e gli struzzi nel palazzo di
Filippo Strozzi. In fede mia, figlioli, preferirei vedere una
buona e grassa ochetta allo spiedo. Questi porfiri, questi marmi,
s, son belli, non voglio dirne male; ma i pasticcetti d'Amiens
son migliori a mio gusto. Queste statue antiche sono ben fatte, lo
ammetto; ma per San Ferreol d'Abbeville le giovani forosette dei
nostri paesi sono mille volte pi avvenenti.
- Che significa, domand Fra Gianni, e che vuol dire che in cucina
trovate sempre monaci e non mai re, non vi ritrovate papi, o
imperatori?
- Non pu darsi, rispose Rizotoma che marmitte e alari contengano
qualche ascosa virt latente e propriet specifica che attiri i
monaci come la calamita attira il ferro, e non attiri imperatori,
papi, o re? Oppure che esista una induzione e inclinazione
naturale aderente alle tonache e cocolle la quale di per s
conduca e sospinga i buoni frati alle cucine, anche quando non
abbiano eletto e risoluto d'andarvi?
- A mio avviso, rispose Epistemone, si tratta di forme che seguono
la materia, secondo la distinzione d'Averro.
- Vero,  vero disse Fra Gianni.
- Dico la mia, soggiunse Pantagruele, senza rispondere al problema
proposto, che  scabroso e difficile toccarne senza spinarsi. Mi
ricordo aver letto che Antigono, re di Macedonia, entrando un
giorno nella cucina delle sue tende, vi trov il poeta Antagora
che, padella alla mano, si friggeva un grongo. Il re gli domand
con allegrezza grande:
- Ma, Omero friggeva gronghi quando descriveva le prodezze
d'Agamennone? - Ma, rispose Antagora, e stimi tu che Agamennone
quando tali prodezze compieva fosse curioso di sapere se taluno
nell'accampamento suo friggesse gronghi? Al re sembrava non
decente che il poeta nella sua cucina badasse a quella frittura;
il poeta gli fece capire esser anche pi sconveniente incontrare
nella cucina un re.
- Per giunta alla derrata, disse Panurgo, vi racconter ci che
Breton Villandry rispose un giorno al signor duca di Guisa.
Discorrevano d'una battaglia del re Francesco contro l'imperatore
Carlo quinto, nella quale Breton, pomposamente armato, persino di
gambiere e calzari d'acciaio e montato del pari su formidabile
destriero, tuttavia non c'era stato verso di vederlo nel
combattimento.
- In fede mia, rispose Breton, mi sar facile provare ch'io c'era
e in luogo tale che voi non avreste osato andarvi.
Il signor duca, adontato di quelle parole come profferite troppo
temerariamente da bravaccio, mont in collera, ma Breton con una
gran risata facilmente lo plac dicendo:
- Io ero tra i bagagli, in luogo nel quale vostro Onore non
avrebbe osato nascondersi come io faceva.
Con questi discorsi arrivarono alle navi, n pi oltre
soggiornarono in quell'isola di Cheli.


CAPITOLO XII.

Come qualmente Pantagruele arriv a Procurazione e della strana
maniera di vivere tra gli azzeccagarbugli.


Continuando la nostra rotta, il giorno seguente arrivammo a
Procurazione, paese tutto cancellature e scarabocchi dove non
compresi nulla.
Vedemmo col procuratori e azzeccagarbugli, gente capace di tutto.
Non c'invitarono n a bere n a mangiare. Solamente con lunga
moltiplicazione di dotte riverenze ci dissero che si mettevano
tutti ai nostri ordini, pagando.
Uno dei nostri turcimanni raccont a Pantagruele come qualmente
quel popolo guadagnasse la vita in maniera ben strana e
diametralmente opposta a quella degli abitanti di Roma.
A Roma un'infinit di gente guadagnava la vita avvelenando,
bastonando, uccidendo; gli azzeccagarbugli invece, facendosi
bastonare. Onde se restavano lungo tempo senza essere battuti,
morivano di mala fame, essi, le mogli e i figlioli.
-  il caso, disse Panurgo, di quei tali che, secondo Claudio
Galeno non possono drizzare il nervo cavernoso verso il circolo
equatoriale se non sono ben frustati. Per San Tebaldo chi cos mi
frustasse mi farebbe per contro cader di sella, per tutti i
diavoli.
- Il fatto avviene in questo modo, disse il turcimanno: quando un
monaco, prete, usuraio, o avvocato, vuol male a qualche gentiluomo
del paese; gli manda uno di questi azzeccagarbugli che lo citer,
lo rinvier, l'oltragger, lo ingiurier impudentemente secondo il
promemoria e le istruzioni ricevute, finch il gentiluomo, se non
 paralitico di sensi e pi stupido di una rana girina sar
costretto a somministrargli bastonate e colpi di spada sulla testa
e le belle cinghiate sui garretti, o, meglio ancora, a gettarlo
gi dai merli o dalle finestre del castello. Dopo ci ecco il
nostro azzeccagarbugli ricco per quattri mesi, come se le legnate
fossero la sua vera mietitura; poich avr buon salario dal
monaco, dall'usuraio, o dall'avvocato e un'indennit dal
gentiluomo, talora s grande e straordinaria, che il gentiluomo
perder tutto l'aver suo con pericolo di marcire in prigione come
se avesse battuto il re.
- Contro tale inconveniente, disse Panurgo, conosco un rimedio
eccellente usato dal signore di Basch.
- Quale? domand Pantagruele.
- Il signore di Basch, disse Panurgo, era uomo coraggioso,
virtuoso, magnanimo, cavalleresco. Tornando egli da una lunga
guerra (nella quale il duca di Ferrara coll'aiuto dei Francesi
valorosamente si difese contro le furie di papa Giulio II) era
ogni giorno citato, convocato, cavillato per desiderio e
passatempo del grasso priore di Saint-Louant.
Un giorno mentre faceva colazione colla sua gente, umano e alla
buona com'egli era, mand a chiamare il suo fornaio chiamato
Loire, la moglie di lui e il curato della parrocchia chiamato
Oudart, che gli serviva da maggiordomo e dispensiere com'era
costume allora in Francia, e in presenza de' suoi gentiluomini e
altri della casa disse loro:
- Ragazzi, voi vedete di quali fastidi m'opprimono ogni giorno
que' briganti azzeccagarbugli. Sono cos stufo che ho risoluto, se
non m'aiutate, di abbandonare il paese e andare a servire magari
il Soldano a tutti i diavoli. Perci quando torneranno qui, siate
pronti, voi Loire e vostra moglie, a presentarvi nel salone
vestiti delle vostre belle vesti nuziali come se vi fidanzassero e
foste fidanzati per la prima volta. Eccovi cento scudi d'oro; ve
li dono per tenere in ordine i vostri bei costumi. Voi, messer
Oudard, non mancate di comparire colla vostra bella cotta, la
stola e l'acqua benedetta come per fidanzarli. Voi parimenti
Trudon (cos si chiamava il suo tamburino) venite col vostro
flauto e col tamburo. Dopo pronunziate le parole e dato il bacio
alla fidanzata a suon di tamburo, voi tutti vi scambierete l'un
l'altro il ricordo delle nozze, cio piccoli pugni. Ci vi far
buon pro per la cena; ma quando arriver l'azzeccagarbugli,
picchiategli addosso come su segala verde; non risparmiatelo,
battete, calcate, picchiate, ve ne prego. Ed ora, tenete, vi do
questi guanti di ferro da torneo coperti di pelle di camoscio;
dategli gi colpi senza contare, a torto e a traverso; riconoscer
come il pi affezionato di voi colui che dar pi botte; non
abbiate paura di dover rispondere alla giustizia; risponder io
per tutti. Le botte, badate, saran date ridendo secondo il costume
osservato in tutti i fidanzamenti.
- Ma, domand Oudard, come riconosceremo l'azzeccagarbugli?
Giacch in questa casa capitano ogni giorno persone da ogni parte.
- Ho provveduto, rispose Basch. Quando si presenter qui alla
porta un uomo o a piedi o mal montato con un anello d'argento
grosso e largo al pollice, quello sar l'azzeccagarbugli. Il
portiere dopo averlo introdotto cortesemente, suoner la
campanella. Allora siate pronti e venite in sala a rappresentare
la tragica commedia che v'ho detto.
Proprio quel giorno, come Dio volle, arriv un vecchio, grosso e
rosso azzeccagarbugli. Suonato alla porta, il portiere lo
riconobbe dalle sue grosse ghette, dalla misera giumenta, da un
sacco di tela pieno di documenti, attaccato alla cintura e
segnatamente dal grosso anello d'argento infilato al pollice
sinistro. Il portiere gli fu cortese: l'introduce gentilmente,
lietamente, e suona la campanella. A quel suono Loire e la moglie
si vestono dei loro abbigliamenti e compaiono nella sala tutti
sorridenti. Oudard si riveste della cotta e della stola e uscendo
dalla dispensa incontra l'azzeccagarbugli, lo conduce a bere
lungamente nella dispensa, mentre da ogni parte si calzavano quei
tali guanti, e gli disse:
- Voi non potevate venire ad ora pi opportuna; il nostro padrone
 di buon umore, tra breve faremo baldoria, tutto andr per via di
scodelle, abbiamo nozze in casa; tenete, bevete, siate allegro.
Mentre l'azzeccagarbugli beveva, Basch vista la sua gente nella
sala nei costumi richiesti, manda a chiamare Oudard. E Oudard
viene coll'acqua benedetta. L'azzeccagarbugli lo segue. Entrando
nella sala non dimentic di fare molte umili riverenze e cit
Basch. Basch gli fece le pi grandi carezze del mondo, gli diede
un angelotto pregandolo di assistere al contratto e alla cerimonia
del fidanzamento. E cos avvenne. Verso la fine cominciarono a
venire in ballo i pugni e quando fu la volta dello azzeccagarbugli
lo festeggiarono a gran guantate a segno che rest stordito e
malconcio, con un occhio gonfio e nero nero, otto costole rotte,
lo sterno sfondato, gli omoplati a pezzi, la mascella inferiore in
tre brandelli, e tutto sempre ridendo. Dio sa come lavorava
Oudart, coprendo colla manica della cotta il grosso guanto
d'acciaio foderato d'ermellino, che egli era gagliardo briccone.
Cos l'azzeccagarbugli se ne torna a l'Isle Bouchard come se fosse
uscito dagli artigli delle tigri, ma tuttavia ben soddisfatto e
contento del signore di Basch e mediante il soccorso del buoni
chirurghi del paese, visse quanto vorrete. Dopo non ne fu pi
parlato. La sua memoria spir col suono delle campane che
scampanarono al suo seppellimento.


CAPITOLO XIII.

Come qualmente, sull'esempio di Mastro Francesco Villon, il
signore di Basch loda le sue genti.


L'azzeccagarbugli, uscito dal castello rimontava sulla sua cavalla
orba, com'egli chiamava la sua giumenta guercia. Basch intanto,
sotto la pergola d'un giardino appartato, mand a chiamare la
consorte, le damigelle e tutte le sue genti; fece portare del vino
da colazione, associato a gran numero di pasticci, prosciutti,
frutta, formaggi, bevette con loro in grande allegrezza, poi
disse: - Mastro Francesco Villon ne' suoi vecchi giorni si ritir
a Saint-Maixent nel Poitou, sotto la protezione di un uomo dabbene
abate del detto luogo. L, per dare spasso al popolo, si diede a
preparare la rappresentazione della Passione tradotta nel dialetto
e ne' gesti del Poitou. Distribuite le parti, affiatati gli
attori, preparato il teatro, avvert il sindaco e gli scabini che
il mistero poteva esser pronto verso la fine della fiera di Niort.
Non rimaneva che trovare i costumi adatti ai personaggi, e a ci
provvidero il sindaco e gli scabini. Per abbigliare un vecchio
contadino che doveva rappresentare Dio padre, Villon chiese a
Stefano Batticoda, sagrestano dei cordiglieri del luogo, di
prestargli una cappa e una stola. Batticoda rifiut allegando che
era rigorosamente proibito dai loro statuti provinciali dare o
prestare checchessia ai commedianti. Villon replicava che lo
statuto concerneva solamente farse, pantomime e rappresentazioni
dissolute e che l'uso di portare vestiari l'aveva visto praticare
a Bruxelles e altrove. Ciononostante Batticoda gli rispose
perentoriamente che altrove si provvedesse se cos gli piaceva, un
nulla sperasse dalla sua sacrestia, che nulla avrebbe ottenuto di
certo. Villon rifer la cosa agli attori grandemente adirati,
aggiungendo che Dio avrebbe fatto ben presto vendetta e punizione
esemplare di Batticoda. Il sabato seguente Villon fu avvertito che
Batticoda sulla polledra del convento (cos chiamavano una
giumenta non ancora coperta) era andato alla questua a Saint-
Ligaire e che sarebbe tornato verso le due dopo mezzod.
Allora egli fece fare la prova della Diavoleria nella citt e nel
mercato. Quei diavoli erano tutti avvolti di pelli di lupo, di
vitello e di montone, carichi di teste di pecora, di corna di bue,
e di grandi rampini da cucina, cinti di grosse cinghie alle quali
erano appesi grossi campani da vacche e sonagliere da muli che
facevano un fracasso terribile. Alcuni tenevano in mano bastoni
neri pieni di razzi, altri portavano lunghi tizzoni accesi sui
quali a ogni quadrivio gettavano manate di resina in polvere onde
usciva fuoco e fumo terribile. Dopo averli condotti cos in giro
con grande piacere del popolo e grande spavento dei bambini,
finalmente li accompagn a banchettare in una cascina fuori della
porta per la quale passa la strada di Saint-Ligaire. Arrivando
alla cascina scorse lontano Batticoda che tornava dalla questua e
lo annunci loro con questi versi macaronici:
Hic est de patria natus de gente Bellistra
Qui solet antiquo bribas portare bisacco.

- Morte di Diana! esclamarono allora i diavoli, non ha voluto
prestare a Dio padre una misera cappa, facciamogli paura.
- Ben detto, rispose Villon, ma nascondiamoci finch passi e
intanto preparate razzi e tizzoni. Arrivato Batticoda, tutti gli
sbucarono davanti sulla strada con grande spavento schizzando
fuoco da ogni parte su lui e sulla pulledra, agitando i campani e
urlando alla diavola: Oh, Ohh, ohh, ohh! brrrurrrurrrs, rrrurrs,
rrrurrrs! Uh, uh, uh, oh, oh, oh, oh! Frate Stefano, non facciamo
bene i diavoli? La pulledra tutta spaventata si mise al trotto, ai
peti, ai salti, al galoppo, ai calci, alle springate, ai doppi
pedali e alle scorreggiate tanto che butt gi Batticoda
quantunque s'aggrappasse con tutte le forze al telaio del basto.
Le sue staffe erano di corda, e dalla parte dove si monta il suo
sandalo era tanto attorcigliato che non pot pi levarlo. Cos era
trascinato a scorticaculo dalla pulledra che moltiplicava calci su
lui, sbandandosi per la paura attraverso siepi, cespugli, e fossi,
talch Batticoda n'ebbe la testa tutta fracassata e giunse alla
croce osanniera che il cervello ne usciva fuori, le braccia erano
a pezzi, l'uno qua l'altro l, le gambe lo stesso, le budelle
erano una strage, e insomma, arrivando al convento, la pulledra
non portava pi di lui che il piede destro e il sandalo
attorcigliato.
Villon visto accadere ci che prevedeva, disse ai suoi diavoli:
- Voi reciterete bene signori diavoli, voi reciterete bene, ve lo
garantisco. Oh, come reciterete bene! Io sfido le diavolerie di
Saumur, di Dou, di Mommorillon, di Langres, di Saint-Espain, di
Angers, e anche, per Dio, di Poitiers, colla loro parlantina a
potersi paragonare a voi. Oh come reciterete bene!
- Cos, disse Basch, io prevedo, miei buoni amici, che voi d'ora
innanzi rappresenterete magnificamente questa tragica farsa, se al
primo saggio di prova avete percosso, battuto e solleticato
l'azzeccagarbugli con tanta bravura. Per ora raddoppio a  tutti lo
stipendio. Voi, amica mia, disse alla sua sposa, fate loro onore
come vorrete. Alle vostre mani  consegnato ogni mio tesoro.
Quanto a me, bevo anzitutto alla salute di tutti, miei buoni
amici. Ors,  buono e fresco. In secondo luogo, voi, maggiordomo,
prendete questo bacile d'argento. Ve lo dono. Voi, scudieri,
prendete queste due coppe d'argento dorato. Voi paggi, per tre
mesi non sarete frustati. Amica mia, date loro i miei bei
pennacchi bianchi con le farfalline d'oro. A voi, messere Oudart,
dono questa boccia d'argento. Quest'altra la dono ai cuochi. Ai
camerieri dono questo cestello d'argento; ai palafrenieri dono
questa piccola nassa d'argento dorato; al portiere dono questi due
piatti, ai mulattieri questi dieci cucchiai. Voi, Trudon, prendete
questi cucchiai d'argento e questa confettiera. Voi, staffieri,
prendete questa grande saliera. Servitemi bene, amici, vi sar
riconoscente. E credo fermamente che preferirei, virt di Dio,
pigliarmi in guerra cento mazzate sull'elmo a servizio del nostro
tanto buon re, che esser citato una volta sola da quei mastini
azzeccagarbugli per lo spasso di quel grasso priore.


CAPITOLO XIV.

Continuano le botte agli azzeccagarbugli nella casa di Basch.


Quattro giorni dopo un altro azzeccagarbugli, giovane, alto e
magro and a citare Basch a istanza del grasso priore. Al suo
arrivo, il portiere, che lo riconobbe, suon la campanella e tutto
il popolo del castello intese il mistero. Loire stava intridendo
la pasta e la moglie stacciando la farina. Oudart era allo
scrittoio, i gentiluomini giocavano al pallone. Il signore di
Basch giocava a trecentotre colla sposa. Le damigelle giocavano
agli aliossi. Gli ufficiali giocavano all'imperiale, i paggi alla
morra, con contorno di bei buffetti. Tutti intesero subito che
l'azzeccagarbugli entrava in campo. Ed ecco Oudart a vestirsi,
Loire e la moglie ad abbigliarsi, dei loro bei costumi, Trudon a
suonare il suo flauto e a battere il tamburo, ciascuno a ridere,
tutti a prepararsi e avanti guanti!
Basch discende in cortile. L'azzeccagarbugli incontrandolo si
mise in ginocchio davanti a lui e lo preg di non aversela a male
se lo citava in nome del grasso priore; dimostr con una diserta
arringa come qualmente fosse persona pubblica, servitore della
monacheria, usciere della mitria abbaziale, pronto a fare
altrettanto e per lui e per il pi umile della sua casa quando gli
piacesse dargli incarichi e ordini.
- Veramente, disse il signore, non vi permetter di citarmi se
prima non bevete del mio buon vino di Quinquenais e non assistete
alle nozze che devo ora celebrare. Messer Oudart, dategli da bere
ammodo e da ristorarsi, poi conducetelo nella sala. E siate il
benvenuto!
L'azzeccagarbugli ben pasciuto e abbeverato entra con Oudard nella
sala dove erano tutti i personaggi della farsa in ordine e ben
risoluti. Al suo entrare son sorrisi e l'azzeccagarbugli rideva di
rimando; Oudart pronunci sui fidanzati le parole sacramentali,
un le mani, baci la fidanzata, tutti asperse d'acqua santa.
Mentre apportavano vino e confetti, i pugni cominciarono a
trottare. L'azzeccagarbugli ne diede parecchi a Oudart. Questi che
aveva il suo guanto nascosto sotto la cotta, se lo mette come
calzasse una manopola, ed ecco gi botte all'azzeccagarbugli, e
ceffoni all'azzeccagarbugli e colpi di giovani guanti piovere da
ogni parte, sull'azzeccagarbugli. - Nozze, nozze! gridavano,
ricordi di nozze!
Fu conciato s bene che il sangue gli usciva dalla bocca, dal
naso, dalle orecchie, dagli occhi. E quanto al resto, rotto,
spallato, ammaccato, testa, nuca, schiena, petto, braccia e tutto.
Credete a me: mai al carnevale d'Avignone i baccellieri giocarono
alla  raffa pi melodiosamente di quanto fu giocato addosso
all'azzeccagarbugli. Alla fine cadde a terra. Gli gettarono gran
quantit di vino sulla faccia; gli attaccarono alla manica del
farsetto un bel nastro giallo e verde e lo misero sul cavallo
cimurroso.
Tornando all'Isle-Bouchard non so se sia stato medicato e curato
dalla moglie e dai cerusici del paese. Non se ne sent pi
parlare.
L'indomani replica, giacch nella sacca e negli incartamenti del
magro azzeccagarbugli non era stata ritrovata la pratica di
Basch. Il grasso priore aveva inviato a citare il signore di
Basch un nuovo azzeccagarbugli accompagnato per sicurezza, da due
testimoni. Il portiere, suonando la campanella fece capire che era
giunto un nuovo azzeccagarbugli e mise di buon umore tutto il
castello.
Basch era a tavola che desinava colla consorte e i gentiluomini.
Manda a chiamare l'azzeccagarbugli, lo fa sedere presso di s e i
testimoni vicino alle damigelle e desinarono assai bene e
allegramente. Al dessert l'azzeccagarbugli si leva da tavola e
presenti e udenti i due testimoni, cita Basch; Basch
graziosamente domanda loro la copia della citazione. Era gi
pronta. Prende atto della pratica e fa dare quattro scudi del sole
all'azzeccagarbugli e ai due testimoni. Intanto tutti s'erano
ritirati per la farsa. Trudon comincia a suonare il tamburo.
Basch prega l'azzeccagarbugli di assistere al fidanzamento d'un
suo ufficiale e di redigerne il contratto ben pagando e
soddisfacendolo. L'azzeccagarbugli fu cortese, sguain il suo
scrittoio, gli fu portata subito la carta e i testimoni erano
presso a lui. Loire entra nella sala da una porta; la moglie con
le damigelle da un'altra in abbigliamenti nuziali.
Oudart vestito da sacerdote li prende per le mani, li interroga
sulla loro volont e d loro la benedizione senza economia d'acqua
santa. Il contratto  scritto e copiato. Da una parte vengono vino
e confetti, dall'altra mucchi di nastri bianco e marrone e
dall'altra, segretamente, si portano i guanti.


CAPITOLO XV.

Come qualmente sono rinnovellate dall'azzeccagarbugli le antiche
usanze dei fidanzamenti.


L'azzeccagarbugli dopo aver trangugiato una gran tazza di vino
bretone, disse al signore: - Signore, come l'intendete voi? Non si
scambiano punto qui le nozze? Per Sanbraghiere, tutte le buone
costumanze vanno in perdizione. Gi non si trovano pi le lepri in
covo. Non vi sono pi amici. Vedete, sono sparite per via di
parecchie eclissi le antiche bevute in onore dei benedetti santi O
O di Natale. Il mondo non fa che farneticare; s'avvicina alla
fine.
Ora, ecco: nozze! nozze! nozze! E ci dicendo somministrava
colpetti a Basch, alla sua sposa, e poi alle damigelle e a
Oudart.
Allora i guanti compirono l'opera loro sicch all'azzeccagarbugli
fu rotta la testa in nove punti; ad uno dei testimoni fu slogato
il braccio dritto, all'altro fu scardinata la mascella superiore
in modo che gli cadeva su met del mento con denudazione
dell'ugola e perdita insigne dei denti molari, masticatori e
canini. Al suono del tamburo che mutava intonazione, furono
nascosti i guanti senza che fossero per nulla veduti e di nuovo
moltiplicate le confetture con rinnovata allegria.
Mentre i buoni compagnoni bevevano gli uni alla salute degli altri
e tutti alla salute dell'azzeccagarbugli e de' suoi testimoni,
Oudart rinnegava e malediceva le nozze allegando che uno dei
testimoni gli aveva disincornifistibulato tutta una spalla.
Ciononostante beveva alla sua salute allegramente. Il testimonio
smascellato giungeva le mani e gli domandava perdono tacitamente,
che parlare non poteva. Loire si lagnava che il testimonio slogato
gli aveva dato un cos grande pugno sul cubito che gli aveva
sperruccancluzelubeluzerireluto il tallone.
- Ma, diceva Trudon, nascondendo l'occhio col suo fazzoletto e
mostrando il tamburo sfondato da un lato: che male avevo fatto
loro? Non contenti d'avermi cos rudemente
morrambuzevezanguzecochemargatasacbaghevezinemaffressato il mio
povero occhio, m'hanno per giunta sfondato il tamburo. I tamburi a
nozze sono generalmente battuti, ma i tamburini sono festeggiati,
battuti mai. Che il diavolo possa imberrettarsene!
- Fratello, gli disse l'azzeccagarbugli malinconico, io ti dar
una bella, grande, vecchia lettera reale che ho qui nella borsa,
per accomodare il tuo tamburino, e perdonerai in nome di Dio.
Giuro per la Madonna della riviera, la bella Madonna, che non
avevo cattive intenzioni.
Uno scudiere inciampando e zoppicando contraffaceva il buono e
nobile signore di Roche-Posay. Egli si volse al testimonio della
mascella imbavagliata e gli disse:
- Siete voi dei gran battenti battitori battirelli? Non vi bastava
averci cos
morcrocassatobisacciatovesciacciatogrigheligoscopapopondrillato
tutti i membri superiori a gran calci, senza darci tali
morderegrippipiotabirofreluchamburecocheluzintimpanamenti sugli
stinchi colle punte delle scarpe?..

Appelez vous cela jeu de jeunesse?
Par Dieu, jeu n'est ce.

Il testimonio, sembrava chiederne perdono a mani giunte,
balbettando colla lingua come un marmocchio: mon, mon, mon,
vrelon, von, von, von.
La nuova sposa piangendo rideva, ridendo piangeva per ci che
l'azzeccagarbugli non si fosse contentato di picchiarla senza
scelta n elezione di membra, ma l'avesse spettinata e, per
giunta, le avesse trepidamammelombilicofrizionafregazzato le parti
vergognose a tradimento.
- Qui il diavolo ci ha messo la coda! disse Basch. Era ben
necessario che il signor Re (cos si chiamano gli azzeccagarbugli)
mi conciasse cos la schiena. Non me l'ho a male tuttavia; si
tratta di carezze nuziali. M'accorgo tuttavia chiaramente che ha
citato da angelo, ma ha percosso da diavolo. Egli ha un non so che
di Fra Picchiasodo. Bevo di cuore alla salute sua e anche alla
vostra, signori testimoni.
- Ma, diceva la sua consorte, a qual proposito e per quale motivo
m'ha egli tanto festeggiato a gran pugni? Che il diancine lo
porti, se lo voglio. Non lo permetto perdiana! Tuttavia devo dire
ch'egli ha le unghie pi lunghe che abbia mai sentito sulle
spalle.
Il maggiordomo teneva il braccio sinistro fasciato al collo come
se fosse marcasconquassato.
-  stato il diavolo, diceva, che m'ha fatto assistere a queste
nozze. Virt di Dio, ne ho le braccia tutte ingolevezinemassate. E
chiamate ci fidanzamenti? Io li chiamo cacamenti di merda. Questo
 per Dio, il vero banchetto dei Lapiti descritto da filosofo di
Samosata.
L'azzeccagarbugli non parlava pi. I testimoni si scusavano e
dicevano che picchiando a quel modo non avevano avuto maligne
intenzioni e che si perdonasse loro per l'amor di Dio.
Cos se ne vanno. A mezza lega di l l'azzeccagarbugli si trov un
po' indisposto. I testimoni arrivano all'Isle-Bouchard e
raccontano a tutti che mai non avevano visto uomo pi dabbene del
signore di Basch, n casa pi onorevole della sua e che mai non
avevano assistito a nozze simili. Ma che tutta la colpa era stata
loro che avevano cominciato a dar colpi. E vissero ancora non so
per quanti giorni dopo.
Da quel tempo in poi fu reputato come cosa certa che il danaro di
Basch era per gli azzeccagarbugli e i testimoni pi pestilente,
mortale e pernicioso che non fosse un tempo l'oro di Tolosa  e il
cavallo Seiano a chi li possedesse. In seguito il detto signore fu
lasciato tranquillo e le nozze di Basch divennero proverbiali.

CAPITOLO II.

Come qualmente Pantagruele nell'isola di Medamothi, comper
parecchie belle cose.


Per quel giorno e i due seguenti non videro terra n alcunch di
nuovo. Poich altre volte avevano arato quella rotta. Al quarto
giorno scoprirono un'isola chiamata Medamothi, bella e piacevole
all'occhio grazie ai fari e alle alte torri marmoree ond'era
ornato tutto il circuito, non meno grande del Canad.
Pantagruele chiese chi vi dominasse e intese che era il re
Filofane, allora assente per il matrimonio di suo fratello
Filoteamone con l'infanta del reame degli Engis. Sceso al porto
mentre le ciurme delle sue navi facevano acqua, contemplava i
quadri diversi, le tappezzerie, gli animali, pesci, uccelli e
altre merci esotiche e peregrine depositati sulla banchina del
molo e sotto le tettoie del porto. Infatti era il terzo giorno
della grande e solenne fiera del luogo, nel quale convenivano
tutti i pi ricchi e famosi mercanti d'Africa e d'Asia. Fra Gianni
vi compr, tra l'altro, due rari e preziosi quadri nell'un dei
quali era ritratto al vivo il volto d'un appellante, nell'altro un
servo che cerca padrone; ed erano stati immaginati e dipinti con
tutte le qualit che loro s'addicevano: gesti, portamento,
aspetto, andatura, fisionomia ed espressione, da Mastro Carlo
Chamois pittore del re Megisto. Li pag in moneta di scimmia.
Panurgo comper un gran quadro copiato dal ricamo eseguito
anticamente ad ago da Filomela la quale esponeva e rappresentava a
sua sorella Progne come qualmente il cognato Tereo l'avesse
spulzellata e le avesse mozzata la lingua affinch non rivelasse
il delitto. Vi giuro per il manico di questo lampione che era
pittura galante e mirifica. Non pensate vi prego che vi fosse
ritratto un uomo accoppiato con una ragazza, cosa sciocca a
grossolana. Si trattava di ben altro e pi intelligente. Potrete
vederlo in Teleme sull'entrata dell'alta galleria, a mano
sinistra.
Epistemone ne compr un altro nel quale erano dipinte come vive le
idee di Platone e gli atomi di Epicuro. Rizotoma ne compr uno nel
quale era raffigurata Eco al naturale.
Pantagruele fece comprare da Ginnasta la vita e le geste di
Achille esposte in settantotto arazzi d'alto liccio lunghi quattro
tese e larghi tre, tutti di saia frigia ricamata d'oro e
d'argento. Gli arazzi cominciavano colle nozze di Peleo e di Teti,
continuavano colla nativit di Achille e la sua giovinezza secondo
il racconto di Stazio Papinio, poi le imprese e le battaglie
celebrate da Omero, la morte e le esequie secondo la descrizione
di Ovidio e Quinto Calabro e infine l'apparizione dell'ombra sua e
il sacrificio di Polissena descritti da Euripide.
Fece comprare anche tre belli e giovani unicorni, un maschio di
pelo alezano tostato e due femmine di grigio pomellato, e inoltre
un tarando vendutogli da uno Scita della regione dei Geloni.
Il tarando  un animale grande come un torello, con testa come di
cervo, un po' pi grande, e corna insigni largamente ramificate; i
pi forcuti, il pelo lungo come d'un grande orso e la pelle un po'
meno dura d'una corazza. Diceva quel Celone che ben pochi era dato
trovarne nella Scizia, perch cambiano colore secondo la variet
dei luoghi dove pascolano e dimorano, imitando il colore delle
erbe, arbusti, fiori, terreni, prati, roccie e generalmente d'ogni
cosa a cui s'avvicinano.
Questa facolt gli  comune col polpo marino, cio il polipo, col
thoe, coi licaoni dell'India, col camaleonte specie di lucertola
tanto ammirabile che Democrito ha scritto un libro intero sulla
sua figura, anatomia, virt e propriet magica. Vero  che io l'ho
visto mutar colore non solamente all'accostarsi di oggetti
colorati, ma da s a seconda della paura e delle impressioni che
riceveva. Per esempio sopra un tappeto verde io l'ho visto con
certezza verdeggiare; ma poi, restandovi un po' di tempo, diventar
successivamente giallo, azzurro, color marrone, violetto, allo
stesso modo che vedete la cresta d'un gallo d'India mutar colore a
seconda delle impressioni. E trovammo soprattutto ammirabile in
quel tarando che mutasse non solamente il colore del muso e della
pelle, ma anche del pelo a seconda delle cose vicine; presso
Panurgo vestito della sua toga di bigello, il pelo gli diventava
grigio; presso Pantagruele coperto del suo manto scarlatto, pelo e
pelle diventavano rossi, presso il pilota vestito al modo dei
sacerdoti isiaci di Anubi in Egitto, il pelo appariva tutto
bianco. I quali due ultimi colori sono invece negati al
camaleonte. Quando poi era libero di paura o altra affezione il
suo pelo era come quello degli asini di Meung.


CAPITOLO III.

Come qualmente Pantagruele ricevette una lettera dal padre
Gargantua e della strana maniera di saper subito notizie da paesi
stranieri e lontani.


Mentre Pantagruele era occupato nella compera di quegli animali
peregrini furono uditi dal molo dieci spari di verse e falconetti,
e insieme grandi grida da tutte le navi. Pantagruele si volge
verso l'imboccatura del porto e vede arrivare una delle fregate di
suo padre Gargantua chiamata la Celidonia perch recava al sommo
della poppa una rondine marina scolpita in bronzo corinzio.  un
pesce grande come un dardo della Loira, tutto carnoso, senza
squame, con ali cartilaginose come quelle dei pipistrelli, molto
lunghe e larghe grazie alle quali l'ho visto spesso volare alto
sull'acqua una tesa e per la lunghezza d'un trar d'arco. A
Marsiglia lo chiamano lendole. Era dunque quel vascello leggero
come una rondine di guisa che sembrava volare sul mare piuttosto
che vogare. Era a bordo Malicorno lo scudiere scalco di Gargantua,
inviato espressamente da lui per sentire come stesse suo figlio,
il buon Pantagruele, e portargli lettere di credito.
Pantagruele, dopo l'abbraccio e gli sberrettamenti graziosi, prima
di aprir le lettere o di tener altri discorsi a Malicorno, gli
domand:
- Avete portato con voi il gozal messaggero celeste?
- S, rispose,  qui dentro avviluppato in questo paniere.
Era un piccione preso dalla colombaia di Gargantua mentre covava i
suoi piccoli al momento in cui la fregata stava per partire. Se
Pantagruele avesse avuto fortuna avversa gli avrebbe allacciato ai
piedi nastrini neri, ma poich tutto gli era andato a seconda e
prosperamente, fattolo sciogliere gli attacc ai piedi una
fettuccina di seta bianca e subito, senza indugio, lo lanci
all'aria in piena libert. Il piccione vol via veloce
affrettandosi con incredibile rapidit ch nulla  piu rapido del
volo del colombo quando ha l'ova o i piccoli, per l'ostinata
sollecitudine messa in lui da natura, di ritrovare e soccorrere i
suoi colombini. Onde in meno di due ore percorse per l'aria il
lungo tratto compiuto dalla fregata con estrema diligenza in tre
giorni e tre notti andando a remi e a vele con vento continuo in
poppa. E il gozal fu visto rientrare nella colombaia al nido de'
suoi piccoli. E allora avendo inteso il prode Gargantua che recava
fettuccina bianca, si rallegr sicuro della buona salute di suo
figlio.
Questa era l'usanza dei nobili Gargantua e Pantagruele quando
volevano saper notizie prontamente di cose che stavano loro molto
a cuore e veementemente desiderate, come l'esito di qualche
battaglia sia per mare o per terra, la presa o la resistenza di
qualche fortezza, l'aggiustamento di qualche conflitto importante,
il parto felice o no di qualche regina o grande dama, la morte o
la convalescenza di amici alleati loro, malati, e via dicendo.
Essi prendevano il gozal e lo facevano portare per le poste di
mano in mano fino ai luoghi donde desideravano le notizie. Il
gozal, recante fettuccia nera o bianca secondo le occorrenze e gli
accidenti, col suo ritorno li toglieva da preoccupazioni
percorrendo pi strada per aria in un'ora che non avessero fatto
per terra trenta poste in un giorno intero. Cos guadagnavano
tempo. E credete come cosa verosimile che nelle colombaie delle
loro cascine, in tutti i mesi e le stagioni dell'anno si trovavano
in quantit piccioni in covo coll'ova o i piccoli. Ci ch' facile
ottenere usando salnitro di roccia e la sacra verbena.
Dopo aver sciolto il gozal Pantagruele lesse la lettera del padre
Gargantua, che diceva cos:
"Carissimo figlio.
L'affezione naturale del padre verso il figlio amatissimo  in me
tanto accresciuta per la considerazione e ammirazione delle grazie
particolari riposte in te per elezione divina che, dopo la tua
partenza, mi ha tolto, e non una volta sola, ogni pensiero,
lasciandomi in cuore questa unica preoccupante paura che il vostro
imbarco sia stato accompagnato da qualche inconveniente o
fastidio: tu sai bene che al buono e sincero amore  sempre
congiunto il timore. E poich, come dice Esiodo, chi ben comincia
 alla met dell'opra e secondo il comune proverbio, all'infornare
si fa il pan cornuto, per trarre il mio spirito da quest'ansiet
ho inviato espressamente Malicorno, affinch egli mi accerti della
tua salute nei primi giorni del viaggio.
E se l'inizio  prospero, come auguro, mi sar facile prevedere,
prognosticare e giudicare del resto. Ho trovato alcuni allegri
libri che ti saranno rimessi dal portatore della presente. Li
leggerai quando vorrai rinfrescarti la mente sui tuoi studi
migliori. Il detto portatore ti dir ampiamente tutte le notizie
sulla nostra Corte. Che la pace dell'Eterno sia con te. Saluta
Panurgo, Fra Gianni, Epistemone, Xenomane, Ginnasta, e gli altri
tuoi famigliari, miei buoni amici.
Dalla tua casa paterna il 13 giugno.
Tuo padre e amico,
                            GARGANTUA"


CAPITOLO IV.

Come qualmente Pantagruele scrive a suo padre Gargantua e gl'invia
parecchie belle e rare cose.


Dopo la lettura della lettera su detta, Pantagruele ebbe molti
discorsi con Malicorno e si trattenne con lui s lungamente che
Panurgo li interruppe dicendo:
- E quando berrete voi? Quando berremo noi? Quando berr il signor
scudiere? Non avete abbastanza sermoneggiato per bere?
- Ben detto, rispose Pantagruele. Fate preparare la colazione in
cotesto albergo qui vicino, dove pende l'insegna del satiro a
cavallo. E intanto per la missione dello scudiere, scrisse a
Gargantua come segue:
"Mio buon padre.
Come in tutti i casi impensati e insospettati della nostra vita
transitoria i nostri sensi e facolt spirituali soffrono
turbamenti pi enormi (a tal segno sovente da sciogliere l'anima
del corpo anche se le notizie improvvise siano liete e desiderate)
e pi formidabile che se quei casi fossero stati attesi e
previsti, cos m'ha grandemente commosso e agitato l'inopinata
venuta del vostro scudiere Malicorno, poich non speravo vedere
alcuno dei vostri domestici, n udir notizie di voi prima della
fine di questo nostro viaggio. E volentieri mi abbandonavo al
dolce ricordo della augusta maest vostra, figurata o meglio
scolpita e incisa nel posteriore ventricolo del mio cervello che
spesso me la richiama alla mente nell'aspetto suo naturale come
viva.
Ma poich mi avete prevenuto col beneficio della vostra graziosa
lettera e l'anima mia s' rallegrata alle notizie ricevute dal
vostro scudiere sulla prosperit e salute vostra e insieme della
vostra real casa, devo per forza ci che prima facevo
volontariamente, lodare anzitutto il benedetto Salvatore il quale,
per la sua divina bont, vi conserva lungamente in salute
perfetta, in secondo luogo ringraziarvi eternamente del fervido e
inveterato affetto che sentite per me vostro umilissimo figlio e
inutile servitore.
Una volta un Romano chiamato Furnio, disse a Cesare Augusto, il
quale aveva graziato e perdonato suo padre gi seguace della
fazione di Antonio: Facendomi oggi questo beneficio, m'hai ridotto
a tale ignominia che per forza, in vita e in morte dovr esser
reputato ingrato per l'insufficienza della gratitudine. Cos io
potr dire che l'eccesso del vostro affetto paterno mi costringe
in questa angustia e necessit che mi converr vivere e morire
ingrato. Senonch potr da tal crimine essere sollevato
considerando la sentenza degli Stoici i quali dicevano esservi tre
parti in un beneficio; l'una di chi dona, l'altra di chi riceve,
la terza di chi ricompensa, e chi riceve pu assai bene
ricompensare il donatore quando accetti volentieri il beneficio e
lo conservi in memoria perpetua. Come per contro  il pi ingrato
del mondo colui che riceve e spregia od oblia il beneficio.
Essendo adunque oppresso dagli obblighi infiniti creati dalla
vostra immensa benignit e impotente a ricompensarli, sia pure in
minima parte, mi salver almeno da colpa perci che la memoria non
ne sar mai cancellata dall'anima mia, e la mia lingua non cesser
mai di riconoscere e proclamare che rendervi grazie condegne 
cosa trascendente la mia facolt e potere.
Quanto al resto, ho fede che la commiserazione e aiuto di nostro
Signore faranno s che la fine della nostra peregrinazione
corrisponder all'inizio e tutto si compier con allegrezza e
salute perfetta. Non mancher di scrivere in commentari giorno per
giorno tutte le vicende della nostra navigazione affinch al
nostro ritorno possiate averne lettura veridica.
Ho trovato qui un tarando di Scizia, animale strano e
meraviglioso, causa le variazioni di colore nella sua pelle e nel
suo pelo secondo la tinta delle cose vicine. Vogliate gradirlo. 
mansueto e facile a nutrire come un agnello. V'invio parimenti tre
giovani unicorni, pi domestici e tranquilli dei gattini. Ho
parlato collo scudiere a proposito del modo di mantenerli. Non
pascolano in terra impedendolo il loro lungo corno alla fronte. 
quindi necessario si cibino agli alberi fruttiferi, o a
rastrelliere apposite, oppure porgendo loro in mano erbe, fasci,
mele, pere, orzo, grano, ogni specie insomma di frutta e di
legumi. Io mi stupisco che i nostri antichi scrittori li dicano
tanto selvatici, feroci e pericolosi e che non siano mai stati
visti vivi. Voi avrete prova del contrario, se cos vi piace, e
troverete in loro la pi gran gentilezza del mondo, purch non
siano offesi con malizia.
Vi mando pure la vita e le geste di Achille in arazzi assai belli
e ingegnosi. E vi assicuro che tutti gli animali, piante, uccelli
e gemme nuovi che potr trovare e procurarmi, ve li porter tutti
coll'aiuto di Dio nostro Signore che prego vi conservi sulla sua
santa grazia.
Da Medemothi il 15 giugno.
Panurgo, Fra Gianni, Epistemone, Xenomane, Ginnasta, Eustene,
Rizotoma, Carpalim dopo un devoto baciamano ricambiano i vostri
saluti centuplicati.
Il vostro umile figlio e servitore.
                        PANTAGRUELE."

Mentre Pantagruele scriveva questa lettera, Malicorno fu da tutti
festeggiato, salutato, abbracciato, a pi non posso. Dio sa quante
glie ne dissero e quante raccomandazioni gli piovevano addosso da
ogni parte. Pantagruele, finita la lettera, diede un banchetto
allo scudiere. E gli don una catena d'oro pesante ottocento
scudi, nella quale ad ogni settimo anello erano alternativamente
grossi diamanti, rubini, smeraldi, turchesi, unioni. A ciacuno de'
suoi marinai fece dare 500 scudi del sole. A Gargantua suo padre
invi il tarando coperto di una gualdrappa di raso trapunto d'oro
e insieme gli arazzi con la vita e geste di Achille, e i tre
unicorni con gualdrappe di stoffa frisata d'oro. Cos partirono da
Medamothi, Malicorno per tornarsene da Gargantua, Pantagruele per
continuare la sua navigazione. Egli fece leggere in alto mare da
Epistemone i libri portati dallo scudiero. E poich li trov
giocondi e piacevoli ve ne dar volentieri un riassunto, se
devotamente me lo chiederete.


CAPITOLO V.

Come qualmente Pantagruele incontr una nave di viaggiatori che
tornavano dal paese delle Lanterne.


Il quinto giorno quando gi incominciavamo a girare a poco a poco
il polo allontanandoci dall'equinoziale, scorgemmo una nave
mercantile che faceva vela a orza verso di noi. Non fu piccola
gioia e per noi e pei mercanti, per noi intendere notizie dal
mare, per loro intender notizie della terra ferma. Accostandoci
sapemmo che erano Francesi del Saintonge e discorrendo e
ragionando insieme, Pantagruele intese che venivano dal
Lanternese. S'accrebbe anche pi l'allegrezza sua e di tutta la
sua gente e informandoci delle condizioni del paese e dei costumi
del popolo Lanternese fummo avvertiti che verso la fine di luglio
era convocato il capitolo generale delle Lanterne e che se
giungevamo, come ci era facile, per quella occasione, avremmo
veduto la bella, onorevole e gioconda adunata delle Lanterne per
la quale si facevano grandi preparativi come se si dovesse
lanternare profondamente. Ci fu detto anche che passando pel reame
di Gebarin, saremmo stati onorificamente accolti e trattati dal re
Ohab, signore della terra, il quale, come tutti i suoi sudditi,
parla il francese della Turenna.
Mentre ascoltavamo queste notizie, Panurgo si mette a questionare
con un mercante di Taillebourg di nome Dindenault. La questione
sorse cos: questo Dindenault vedendo Panurgo senza braghetta coi
suoi occhiali attaccati al berretto, parlando di lui coi suoi
compagni disse:
- Ecco l una bella medaglia di becco!
Panurgo che, grazie agli occhiali, era fino d'orecchio pi del
solito, intese la frase e domand al mercante:
- Come diavolo potrei esser becco se non sono ancora ammogliato,
mentre tu lo sei di certo, a giudicare dal tuo brutto muso?
- Lo sono infatti, rispose il mercante, e non vorrei non esserlo
per tutti gli occhiali d'Europa n per tutte le lenti dell'Africa,
poich ho una delle pi belle, pi avvenenti, pi oneste, pi
savie spose che siano in tutto il paese di Saintonge e, senza
offender nessuno, di tutti gli altri. Le porto in regalo dal mio
viaggio un bel ramo di corallo rosso lungo undici pollici. Ma tu
che c'entri? Di che t'immischi? Chi sei tu? Di dove sei,
occhialifero dell'anticristo, rispondi se sei dalla parte di Dio.
- Io ti propongo un quesito, disse Panurgo, ecco: se per
concessione e favore di tutti gli elementi io avessi
sacsacfregavaginafottuto la tua tanto bella, tanto avvenente tanto
onesta, e savia sposa per modo che Priapo, il duro Dio dei
giardini (il quale, abolita la soggezione delle braghette
attaccate, qui abita in libert) vi fosse rimasto infilzato dentro
s disastrosamente da non poterne pi uscire e dovesse restarvi
eternamente, se tu non lo tirassi fuori coi denti, che faresti tu?
Lo lascieresti l sempiternamente o lo tireresti bellamente coi
tuoi denti? Rispondi o beliniere di Maometto, poich tu sei della
parte di tutti i diavoli.
- Io, rispose il mercante, ti darei un bel colpo di spada su
cotesta orecchia occhialaia e ti ammazzerei come un montone.
Ci dicendo voleva sguainare la spada. Ma essa era attaccata al
fodero, poich sul mare, come sapete, ogni arma si arrugginisce
causa l'umidit eccessiva e nitrosa.
Panurgo scapp a rifugiarsi da Pantagruele.
Frate Gianni mise mano alla sua durlindana arrotata di fresco e
avrebbe crudelmente ucciso il mercante se il capitano della nave e
altri passeggeri non avessero supplicato Pantagruele di impedire
scandali sul suo vascello. Onde la questione fu aggiustata;
Panurgo e il mercante si strinsero la mano e bevettero l'uno alla
salute dell'altro in segno di perfetta riconciliazione.


CAPITOLO VI.

Come qualmente, composta la questione, Panurgo contratta con
Dindenault una delle sue pecore.


Composta la questione Panurgo disse in confidenza a Epistemone e a
Frate Gianni:
- Traetevi qui un po' in disparte e spassatevela allegramente allo
spettacolo che vi preparo. Sar un bel gioco se il diavolo non ci
mette la coda.
Poi si rivolse al mercante e bevve di nuovo alla sua salute un
nappo ricolmo di buon vino lanternese. Il mercante gli corrispose
onestamente con tutta cortesia. Dopo ci Panurgo lo preg
devotamente di volergli vendere in grazia una delle sue pecore. Il
mercante gli rispose:
- Ahim, ahim! amico mio, nostro vicino, voi sapete ben canzonare
la povera gente. Siete un gentil cliente davvero! Oh il valente
compratore di pecore! In fede mia pi che di comprator di pecore
mi avete la cera d'un borsaiolo. Per San Nicola, compagnone mio,
come farebbe bene alla salute stare vicino a voi con una borsa
piena sulla pancia, al tempo del disgelo. Ah, ah! Chi non vi
conoscesse ne fareste ben delle vostre. Ma vedete, ohe, buona
gente, che aria da storiografo!
- Pazienza! disse Panurgo. Ma tornando a noi fatemi una grazia
speciale, vendetemi una delle vostre pecore, suvvia, quanto?
- Ma come l'intendete amico nostro, mio vicino? rispose il
mercante. Sono pecore di gran lana. Giasone ne trasse il vello
d'oro. Di qui deriva l'ordine della casa di Borgogna. Son pecore
di levante, pecore d'alto fusto, pecore d'alto lardo.
- Sia pure, disse Panurgo, vendetemene una di grazia, ho le mie
buon ragioni; vi pagher bene e prontamente in moneta di ponente,
di cespugli e di basso lardo. Quanto?
- Nostro vicino, amico, mio, rispose il mercante, ascoltate un po'
qui dall'altro orecchio.
Panurgo - Ai vostri ordini.
Il mercante - Andate nel Lanternese?
Panurgo - Veramente.
Il mercante - A vedere il mondo?
Panurgo - Veramente.
Il mercante - Giocondamente?
Panurgo - Veramente.
Il mercante - Voi vi chiamate, credo, Robin mouton.
Panurgo - Se cos vi piace.
Il mercante - Senza indispettirvi.
Panurgo - Cos l'intendo.
Il mercante - Voi, siete a quanto pare, il buffone del re.
Panurgo - Veramente.
Il mercante - Piantatela! Ah, ah, ah! Voi andate a vedere il
mondo, siete il buffone del re, avete nome Robin mouton; vedete
quella pecora l? Si chiama Robin come voi, Robin, Robin, Robin!
- B, b, b, b.
- Oh la bella voce!
Panurgo - Assai bella e armoniosa.
Il mercante - Ecco un patto tra me e voi, nostro vicino e amico.
Voi che siete Robin Mouton, starete su questo piatto della
bilancia, il mio Robin monton star sull'altro; io scommetto un
centinaio d'ostriche di Busch che in peso, valore e stima esso la
vince su voi di netto e sollever in alto il vostro piatto com'
vero che un giorno o l'altro sarete in alto sospeso e impiccato.
- Pazienza! disse Panurgo. Ma voi fareste un gran beneficio a me e
alla vostra posterit se voleste vendermela o vendermene qualche
altra di basso coro. Ors, ve ne prego sire, signor mio.
- Amico nostro, rispose il mercante, mio vicino, della lana di
queste pecore si faranno le fine stoffe di Rouen: le stoffe delle
migliori pezze in confronto non sono che borra. Della pelle si
fanno i bei marocchini che vi venderanno per marocchini turchi, o
di Montelimart, o di Spagna, a mal che vada. Delle budelle si
fanno corde di violini e arpe, che si venderanno care come se
fossero corde di Monican o d'Aquileia. Che ne pensate voi?
- Se vi piacer vendermene una, disse Panurgo, ve ne sar ben
riconoscente. Ecco qui danaro sonante. Quanto?
E mostrava, in ci dire una scarsella piena di Enrichi nuovi.


CAPITOLO VII.

Continuazione del contratto fra Panurgo e Dindenault.


- Amico mio, nostro vicino, rispose il mercante, non  boccone che
da re e da principi. Ha carne tanto delicata e saporosa, e
ghiotta, ch' un balsamo. Ho preso queste pecore in un paese nel
quale i maiali (Dio ci protegga!) non mangiano che mirabolani. Le
troie (salvo l'onore di tutta la compagnia) nel tempo del pasto
non sono nutrite che di fior d'arancio.
- Ma, disse Panurgo, vendetemene una e ve la pago da re, parola di
fante. Quanto? - Amico nostro, mio vicino, rispose il mercante,
sono pecore della propria razza di quella che port Frisso ed Elle
sul mare detto Ellesponto.
- Canchero! disse Panurgo, voi siete clericus vel adiscens.
- Ma se non son cavoli, son porri, rispose il mercante. Ma rr.
rrr. rrrr. rrrr. Oh Robin rr. rrrr. rrrr. Voi non intendete questo
linguaggio. Ma, a proposito, in tutti i campi dove pisciano, il
grano vien su come se Dio vi avesse pisciato. Non vi occorre n
marna, n concime. C' di pi. Dalla loro urina i quintessenziali
traggono il miglior salnitro del mondo. Con le loro caccole (non
vi dispiaccia) i medici dei nostri paesi guariscono settantotto
specie di malattie. La minima delle quali il male di San Eutropio
di Saintes, dal quale Dio ci salvi e guardi. Che ne pensate voi
nostro cugino, amico mio? E per tutto ci mi costano caro. - Costi
quel che costi, rispose Panurgo. Vendetemene una pagandola bene.
- Amico nostro, mio vicino, disse il mercante, considerate un po'
le meraviglie di natura consistenti in questi animali sia pure in
un organo che stimereste inutile. Prendetemi un po' quelle corna e
trituratele con un pestello di ferro o con un alare, per me 
tutt'uno. Poi seppellitele in luogo esposto al sole, dovunque
vorrete e inaffiatele spesso. In pochi mesi ne vedrete nascere i
migliori asparagi del mondo, non eccettuati neanche quelli di
Ravenna. Ditemi ora se le corna di voialtri becchi abbiano tale
virt e propriet tanto mirifica.
- Pazienza! rispose Panurgo.
- Io non so se voi siate chierco. Ho visto molti chierci becchi, e
grandi chierci, dico. S, perdiana! A proposito se chierco siete,
saprete che negli arti inferiori di questi animali divini, cio i
piedi, c' un osso, il tallone, o astrogalo se volete (n si trova
in altro animale del mondo fuorch nell'asino indiano e nelle
dorcadi di Libia) col quale anticamente si giocava al regale gioco
degli aliossi. L'imperatore Ottaviano Augusto vi guadagn una sera
pi di 50 mila scudi. Ecco una vincita che non farete mai voialtri
becchi.
- Pazienza! disse Panurgo, ma sbrighiamoci.
- E quando, amico nostro, mio vicino, disse il mercante, vi avr
lodato degnamente gli organi interni, le spalle, le coscie, l'alto
costato, il petto, il fegato, la milza, le trippe, il ventre, la
vescica che serve a giocare alla palla, le costolette delle quali
si fabbricano in Pigmione i belli archetti per tirar noccioli di
ciliegia contro le gru; e la testa della quale con un po' di zolfo
si compone un mirifico decotto per far andare del corpo i cani
costipati di ventre...
- Merda merda! disse il capitano della nave al mercante. Avete
cianciato anche troppo. Vendigliela se vuoi e se non vuoi non
tenerlo pi a bada.
- Consento per amor vostro, rispose il mercante. Ma deve pagare
tre lire tornesi per capo a sua scelta.
-  caro, disse Panurgo. Nei nostri paesi ne troverei cinque o
magari sei per la stessa moneta. Riflettete se non sia troppo. Non
siete il primo di mia conoscenza che volendo arricchirsi troppo in
fretta  caduto per contro in povert e talvolta magari s' rotto
il collo.
- La febbre quartana ti colga zotico scioccaccio che sei! disse il
mercante. In nome del degno voto di Charrous la pi piccola di
queste pecore vale quattro volte pi della migliore di quelle che
i Corassiani in Tuditainia regione della Spagna vendevano a un
talento d'oro per capo. E quanto pensi tu che valesse un talento
d'oro, o sciocco dalla gran paga?
- Benedetto signor mio, disse Panurgo, voi vi riscaldate, a quanto
vedo e comprendo. Ebbene, tenete, ecco il vostro danaro.
Pagato il mercante, Panurgo scelse fra tutto il branco una bella e
grande pecora e se la portava via che belava e gridava. E udendola
le altre tutte insieme belavano e guardavano da che parte menasse
la loro compagna. Intanto il mercante diceva ai suoi pecorai:
- Oh, ha saputo sceglier bene il cliente! Se ne intende il
porcaccione! Veramente, quanto  vero Iddio, la riservavo per il
signore di Cancale ben conoscendo il suo temperamento. Infatti
egli  di sua natura tutto lieto e allegro quando pu tenere una
spalla di castrato ben sanguinante e appuntino in una mano, come
una rachetta mancina, e con un coltello ben tagliente dall'altra.
E Dio sa come ci gioca di scherma.


CAPITOLO VIII.

Come qualmente Panurgo fece annegare in mare il mercante e le
pecore.


A un tratto, non so come, il caso fu s improvviso che non ebbi
tempo di considerarlo, Panurgo, senza dir altro getta in mare la
sua pecora strillante e belante. Tutte le altre pecore strillanti
e belanti con pari intonazione, cominciarono a gettarsi con bei
salti in mare l'una dietro l'altra. Era una gara a chi vi saltasse
prima dietro le compagne. E come voi sapete esser natura delle
pecore seguir sempre la prima dovunque vada, cos era impossibile
trattenerle. Lo dice anche Aristotele, lib. IX de Histor. anim.
dove afferma ch' il pi stupido e inetto animale del mondo.
Il mercante spaventato di veder perire annegate davanti a' suoi
occhi le sue pecore, si sforzava a tutto potere di impedirle e
trattenerle, ma invano. Tutte, l'una dietro l'altra saltavano in
mare e perivano. Alla fine ne afferr per il vello una grande e
forte sul ponte credendo cos fermarla e salvare per conseguenza
il resto. Ma la pecora fu s potente che trascin con s in mare
il mercante alla stessa maniera come i pecori di Polifemo, il
ciclope guercio, portarono fuori della caverna Ulisse e i suoi
compagni. E il mercante anneg. Altrettanto accadde agli altri
pastori e pecorai che affannandosi a trattenere le pecore chi per
le corna, chi per le gambe, chi per il vello, tutti furono
parimenti trascinati in mare e annegarono miseramente. Panurgo,
vicino alla cucina agitava un remo non per aiutare i pecorai, ma
per impedir loro di arrampicarsi sulla nave e scampare dal
naufragio e predicava loro con eloquenza come il fraticello
Oliviero Maillard o frate Giovanni Bourgeois dimostrando con passi
di retorica le miserie di questo mondo, il bene e la fortuna
dell'altra vita, affermando essere i trapassati pi felici di
coloro che vivono in questa valle di lagrime e promettendo ad
ognuno di erigere loro, al ritorno dal Lanternese, un bel
cenotafio e sepolcro onorario al sommo del monte Cenisio e se
tuttavia non rincresceva loro continuare a vivere fra i mortali, e
se proprio non erano soddisfatti di annegare a quel modo, augurava
loro buona ventura e l'incontro di qualche balena, la quale dopo
tre giorni li restituisse sani e salvi in qualche paese di raso
all'esempio di Giona.
Quando la nave fu vuota del mercante e di pecore, Panurgo domand:
- Resta ancora cost nessuna anima pecorina? Dove sono quelle di
Thibault l'Aignelet? E quelle di Regnauld Belin, che dormono
quando l'altre pascolano? Io non ne so nulla. Ed ecco un tiro di
vecchia guerra! Che te ne pare, Frate Gianni?
- Tutto benone quanto a voi, rispose Fra Gianni. Non trovo nulla a
ridire salvo questo, a mio avviso, che come si usava una volta in
guerra prometter doppia paga ai soldati nei giorni di battaglia o
d'assalto, onde se la battaglia era vinta c'era di che pagare in
abbondanza, se perduta sarebbe stato vergogna chieder compenso,
come fecero i fuggiaschi Gruyers dopo la battaglia di Cerisola;
cos era bene che voi riservaste il pagamento della pecora alla
fine; in tal modo il danaro restava nella vostra borsa.
- Danaro ben cacato, credete, disse Panurgo. Virt di Dio, me la
sono spassata per pi di cinquanta mila franchi. Ritiriamoci ora,
il vento  propizio. Ascolta qui, Frate Gianni: nessuno mai mi
fece un piacere senza averne ricompensa o, almeno, riconoscenza.
Non sono ingrato, n fui, n sar. Ma nessuno mai mi fece
dispiacere che non se ne pentisse o in questo mondo o nell'altro.
Non sono sciocco a tal segno.
- Tu ti danni come un vecchio diavolo, disse Fra Gianni. 
scritto: Mihi vindictam etc. Materia di breviario.


CAPITOLO IX.

Come qualmente Pantagruele arriv all'Isola di Ennasin e delle
strane parentele di quel paese.


Zefiro continuava a spirare misto con un po' di garbino e avevamo
passato un altro giorno senza scoprire terra. Il terzo giorno
all'alba delle mosche ci apparve una isola triangolare
somigliantissima per forma e posizione, alla Sicilia. La
chiamavano l'isola delle Parentele. Uomini e donne vi somigliano a
quelli rossi del Poitou, eccetto che hanno, uomini donne e
bambini, il naso formato come l'asso di fiori. Per questa ragione
il nome antico dell'isola era Ennasin. Tutti col erano parenti e
insieme collegati, e se ne vantavano. Il podest del luogo ci
disse liberamente:
- Voialtri dell'altro mondo considerate cosa ammirabile che da una
famiglia romana (i Fabii) durante un giorno (il 13 di febbraio)
per una porta (fu la porta Carmentale gi situata ai piedi del
Campidoglio, fra la rupe Tarpea e il Tevere, denominata poi
Scellerata) contro certi nemici dei Romani (gli Etruschi di Veio)
uscissero trecento e sei guerrieri tutti parenti, con cinquemila
altri soldati vassalli loro, che furono tutti uccisi (presso il
fiume Cremera emissario del lago di Bracciano). Ebbene, da questa
isola ne usciranno, occorrendo, pi di trecentomila tutti parenti
e di una sola famiglia.
I loro parentadi e alleanze erano di natura ben strana, poich
essendo cos tutti parenti e legati l'uno all'altro, nessuno di
essi era padre n madre, fratello n sorella, zio n zia, cugino o
nipote, genero o nuora, padrino o madrina l'uno dell'altro.
Eccetto, veramente, un gran vegliardo nasuto, il quale, come vidi,
a una bambina di tre o quattro anni disse: padre mio! mentre la
bimba lo chiamava: figliola mia.
Il parentado e alleanza tra loro era cos: che l'uno chiamava una
donna: mia magra, e la donna lo chiamava: mio marsuino.
- Quelli l, disse Fra Gianni, devono ben puzzar di pesce, quando
sfregano insieme il loro lardo.
L'uno diceva a una agghindata fanciulla sorridendo: "Buon giorno
mia striglia!" Ed ella ricambiava il saluto dicendo: "Tante cose,
mio falcevitello".
- Ahi, ahi, ahi! esclam Panurgo, venite a vedere una striglia,
una falce e un vitello. Non si tratta d'uno strigliatore? Questo
strigliatore dalla riga nera dev'essere strigliato ben sovente.
Un altro salut la sua bella dicendo: "Addio mio scrittoio!" ed
ella rispose: "Addio mio processo!".
- Per San Trignamo, disse Ginnasta, quel processo deve esser
sovente sopra il suo scrittoio.
L'uno chiamava un'altra mio verd ed ella lo chiamava suo coquin.
- Ecco l, disse Eustene, del verdcoquin.
Un altro salut l'amica dicendo: "Buon d, mia scure!" ed ella
rispose: "Buon d mio manico!"
- Ventre d'un bue! esclam Carpalim, come  immanicata codesta
scure! E come  inscurato quel manico! Non sarebbe egli per
avventura la gran mancia domandata dalle cortigiane romane? o un
cordigliere dalla gran manica?
Pi avanti vidi un briccone che salutando l'amica la chiam: mio
materasso; ed ella lo chiam: mia trapunta.
Uno chiamava l'altra: mia mica: ella lo chiamava: mia crosta.
Uno chiamava l'altra: mia pala: ella lo chiamava mio forchetto.
L'uno chiamava un'altra: mia ciabatta: ella lo chiamava pantofola.
L'uno chiamava un'altra: mia scarpa: ella lo chiamava mio stiva-
letto.
L'uno chiamava l'altra: la sua manopola: ella lo chiamava il suo
guanto.
L'uno chiamava l'altra: la sua cotica: ella lo chiamava: il suo
lardo: ed era tra loro parentela come tra cotica e lardo.
Con pari colleganza uno chiamava l'amica: mia frittata: ella: mio
uovo: ed erano uniti come una frittata d'ova. Parimenti uno
chiamava l'amica: mia trippa: ella lo chiamava: il suo fagotto. N
mai si pot sapere quale parentela, alleanza, affinit, o
consanguineit fosse tra loro riferendosi al nostro uso comune,
salvoch ci dissero ch'ella era la trippa di quel fagotto.
Un altro salutando l'amica diceva: salute mio guscio! ed ella
rispose: salute ostrica mia!
-  un'ostrica nel guscio, disse Carpalim.
Un altro del pari salutava l'amica dicendo: "Buona vita, mio
baccello!" Ed ella rispose: "Lunga vita a voi, mio pisello".
-  un pisello nel suo baccello, osserv Ginnasta.
Un altro miserabile villanzone eretto sui suoi zoccolacci di
legno, incontrando una grossa, grassa, corta traccagnotta le
disse: "Dio ti salvi, il mio zoccolo, la mia tromba, la mia
trottola!" Ed ella rispose altera: "E salvi del pari il mio
frustino!"
- Sangue di San Grigio! disse Xenomane,  frustino adatto a far
girare quella trottola!
Un dottore dei rettori, ben pettinato e ravviato, dopo aver
conversato un po' con una damigella, si conged da lei dicendo:
"Grazie, buon viso!" "Pi ancora a voi, cattivo gioco" rispose
quella.
- Non sconviene, disse Pantagruele quest'alleanza tra buon viso e
cattivo gioco.
Un baccelliere, passando, disse ad una giovane baccellieretta: - 
tanto tempo che non vi vedo, Musa!
- Io vi vedo tanto volentieri, Corno, rispose lei.
- Accoppiateli, disse Panurgo, soffiategli nel culo e sar una
cornamusa.
Un altro chiam l'amica sua: mia troia. Ed ella lo chiam mio
fieno. E mi venne in mente che quella troia si cibasse volentieri
di quel fieno.
Non lontano da noi vidi un gobbo salutare una sua parente dicendo:
"Addio mio buco!" Ed ella gli ricambi il saluto dicendo: "Dio
guardi il mio cavicchio!".
- Ella  tutta buco, credo, disse Fra Gianni, ed egli tutto
cavicchio. Resta a sapere se quel buco pu esser turato
interamente da quel cavicchio.
Un altro salut un'amica dicendo: "Addio, mia gabbia!" Ella
rispose: "Buon giorno, oca mia!".
- Io credo, disse Ponocrate, che quell'oca sia spesso in gabbia.
Un briccone conversando con una giovane Galla, le disse:
"Ricordatevene, vescia!".
- Non dubitate, peto! ella rispose.
- Li chiamate parenti questi? disse Pantagruele al podest. Nei
nostri paesi non potreste fare a donna peggiore oltraggio che
chiamarla vescia.
- Buona gente dell'altro mondo, rispose il podest, tra voi non
sono parenti cos vicini e stretti come questo peto e questa
vescia, che uscirono invisibilmente entrambi insieme dallo stesso
buco e nello stesso istante.
- Il vento di Galerno, disse Panurgo, aveva dunque lanternato la
madre loro.
- Di che madre intendete parlare? chiese il podest.  parentela,
codesta, del vostro mondo. Non hanno n padre, n madre. Sono
usanze codeste, del di l dell'acqua, di gente calzata di fieno.
Il buon Pantagruele tutto vedeva ed ascoltava; ma a queste parole
tem di perder la pazienza.
Dopo aver diligentemente considerato la disposizione dell'isola e
i costumi del popolo camuso, entrammo per ristorarci in un'osteria
dove si celebravan nozze alla moda del paese, facendo, del resto,
baldoria e mezza. Assistemmo a un allegro matrimonio tra una pera,
donna ben gagliarda, bench quelli che l'avevano assaggiata
dicessero che era un po' molliccia, con un giovane formaggio di
primo pelo un po' rossigno. La fama me n'era giunta altra volta e
anche altrove erano stati fatti di tali maritaggi. E ancora suolsi
dire nei nostri paesi vaccherecci non esservi miglior matrimonio
che tra formaggio e pera.
In un'altra sala vidi che si sposava una vecchia scarpaccia con un
giovane e agile calzaretto.
- Dissero a Pantagruele che il giovane calzaretto prendeva la
vecchia scarpaccia in moglie, perch era di buona roba, sovratutto
per un pescatore.
In un'altra sala bassa vidi un giovane scarpino sposare una
vecchia pantofola e ci fu detto che sposava non per la bellezza, e
la buona grazia, ma per avidit e cupidigia degli scudi ond'ella
era contrappuntata.


CAPITOLO X.

Come qualmente Pantagruele discese nell'isola di Cheli, nella
quale regnava San Panigone.


Lasciata quella gente, dalle grosse ma apparentate facezie e dai
nasi ad asso di fiori, prendemmo l'alto mare col garbino in poppa.
Al declinar del giorno facemmo scalo all'isola di Cheli, grande,
fertile, ricca e popolosa, nella quale regnava il re San Panigone.
Il re, accompagnato dai figli e dai principi della corte, si era
recato al porto per ricevere Pantagruele che accompagn al suo
castello. All'entrata si present la regina accompagnata dalle
figliole e dalle dame di corte. Panigone volle che essa e tutto il
seguito baciassero Pantagruele e la sua gente, ch tale era l'uso
di corte e il costume del paese. E tutti cos fecero eccetto Fra
Gianni che spar e and a ficcarsi fra gli ufficiali del re.
Panigone sollecit vivamente Pantagruele a trattenersi tutto quel
giorno e l'indomani. Ma Pantagruele si scus dicendo che era
indotto a partire dalla serenit del tempo e dal vento favorevole,
il quale pi spesso  desiderato che trovato dai viaggiatori, onde
convien profittarne quando c', poich non si ritrova poi ogni
volta che si vuole. A questa rimostranza, dopoch ognuno ebbe
bevuto venticinque o trenta volte, Panigone ci conged.
Pantagruele tornando al porto e non vedendo Fra Gianni domandava
dove fosse e perch si fosse sbandato dalla compagnia. Panurgo non
sapeva come scusarlo e voleva tornare al castello per chiamarlo,
quando Fra Gianni accorse tutto gaudioso e grid con grande
allegria: Viva il nobile Panigone! Per la morte d'un bue di legno!
Che mirabile cucina! Ne vengo ora; tutto procede l per via di
scodelle. Speravo di foderar per bene a uso e consumo monacale lo
stampo della mia tonaca.
- Sempre in cucina, amico mio! disse Pantagruele.
- Corpo d'una gallina, rispose Fra Gianni, ne conosco gli usi e il
cerimoniale meglio che le infinite cerimonie colle donne e magna
di qui e magna di qua, e caca di l e riverenze, e doppie riprese,
e abbracci, e strette e baciamani a vostra mercede, a vostra
maest e che voi siate qui e che voi siate l; tarabin tarab.
Brenno a tutto ci! ch' quanto merda, a Rouen. Quanti
scagazzamenti e pisciottamenti! Dio mio, non dico che qualche
buona pompata non la trarrei colla mia cannella al buco sopra la
feccia a chi lasciasse facolt d'insinuarsi all'eccellenza mia; ma
quelle merdose riverenze mi fanno uscir dai gangheri come un
giovane diavolo, come un doppio digiuno, volevo dire. San
Benedetto non ment mai su ci. Voi parlate di baciar damigelle!
Ma, per la degna e sacra tonaca che indosso, me ne dispenso
volentieri per paura che mi accada ci che accadde al signore del
Guyercharois.
- Che cosa gli accadde? chiese Pantagruele. Lo conosco,  uno de'
miei migliori amici.
- Egli era invitato, disse Fra Gianni, a un sontuoso e magnifico
banchetto dato da un suo parente e vicino, al quale erano pure
invitati altri gentiluomini, e dame, e damigelle del vicinato.
Mentre queste attendevano il suo arrivo, travestirono i paggi
presenti e li abbigliarono da damigelle ben agghindate e ornate. I
paggi indamigellati si presentarono a lui mentre passava il ponte
levatoio. Egli li baci tutti con gran cortesia e magnifiche
riverenze. Alla fine le dame che l'attendevano nella galleria,
scoppiarono a ridere e fecero segno ai paggi di togliersi i loro
abbigliamenti. A quella vista il buon signore per vergogna e
dispetto non degn baciare le dame e le damigelle autentiche,
dicendo a scusa che poich gli avevano travestiti i paggi, esse,
per la morte d'un bue di legno, non dovevano essere che valletti
travestiti anche pi abilmente.
Virt di Dio, chiedo venia pel suo nome invano, perch non
trasportiamo piuttosto le umanit nostre nella bella cucina di
Dio? E non consideriamo col il girar degli spiedi, l'armonia
degli alari, e la posizione delle fette di lardo, la temperatura
delle pentole, i preparativi del dessert, l'ordine del servizio di
vino? Beati immaculati in via!  materia di breviario.


CAPITOLO XI.

Perch i monaci stanno volentieri in cucina.


- Parlato da monaco schietto! disse Epistemone. Dico monaco
menante, non dico monaco menato. Voi mi richiamate a mente ci che
vidi e udii a Firenze dodici anni or sono. Eravamo una buona
brigata di gente di studio, amatori di cose peregrine e desiderosi
di visitare i dotti, le antichit e le cose singolari d'Italia. E
contemplavamo il sito e la bellezza di Firenze, la struttura del
duomo, la sontuosit dei templi e palazzi magnifici e facevamo a
gara a chi pi degnamente li esaltasse con lodi adeguate, quando
un monaco di Amiens, chiamato Bernardo Lardone, irritato e
contrariato ci disse:
- Non so che diamine ci troviate tanto da lodare. Io ho ben
contemplato quanto voi, n son pi cieco di voi. Di che si tratta
insomma? Son belle case, ecco tutto. Ma, che Dio e il signor San
Bernardo nostro patrono ci assista, non ho ancora veduto in tutta
la citt una sola rosticceria, e s che ho ben guardato e cercato,
spiando attentamente a destra e a sinistra per contar in giusto
numero quante e da che lato avremmo incontrato pi rosticcerie
rosticcianti. Ad Amiens, facendo quattro o anche tre volte meno
strada di quanta abbiamo fatta per queste contemplazioni, potrei
mostrarvi pi di quattordici rosticcerie antiche dai soavi aromi.
Non so che piacere abbiate avuto vedendo i leoni e le africane
(cos chiamate voi quelle che essi chiamano tigri) presso il
campanile, e parimenti i cinghiali e gli struzzi nel palazzo di
Filippo Strozzi. In fede mia, figlioli, preferirei vedere una
buona e grassa ochetta allo spiedo. Questi porfiri, questi marmi,
s, son belli, non voglio dirne male; ma i pasticcetti d'Amiens
son migliori a mio gusto. Queste statue antiche sono ben fatte, lo
ammetto; ma per San Ferreol d'Abbeville le giovani forosette dei
nostri paesi sono mille volte pi avvenenti.
- Che significa, domand Fra Gianni, e che vuol dire che in cucina
trovate sempre monaci e non mai re, non vi ritrovate papi, o
imperatori?
- Non pu darsi, rispose Rizotoma che marmitte e alari contengano
qualche ascosa virt latente e propriet specifica che attiri i
monaci come la calamita attira il ferro, e non attiri imperatori,
papi, o re? Oppure che esista una induzione e inclinazione
naturale aderente alle tonache e cocolle la quale di per s
conduca e sospinga i buoni frati alle cucine, anche quando non
abbiano eletto e risoluto d'andarvi?
- A mio avviso, rispose Epistemone, si tratta di forme che seguono
la materia, secondo la distinzione d'Averro.
- Vero,  vero disse Fra Gianni.
- Dico la mia, soggiunse Pantagruele, senza rispondere al problema
proposto, che  scabroso e difficile toccarne senza spinarsi. Mi
ricordo aver letto che Antigono, re di Macedonia, entrando un
giorno nella cucina delle sue tende, vi trov il poeta Antagora
che, padella alla mano, si friggeva un grongo. Il re gli domand
con allegrezza grande:
- Ma, Omero friggeva gronghi quando descriveva le prodezze
d'Agamennone? - Ma, rispose Antagora, e stimi tu che Agamennone
quando tali prodezze compieva fosse curioso di sapere se taluno
nell'accampamento suo friggesse gronghi? Al re sembrava non
decente che il poeta nella sua cucina badasse a quella frittura;
il poeta gli fece capire esser anche pi sconveniente incontrare
nella cucina un re.
- Per giunta alla derrata, disse Panurgo, vi racconter ci che
Breton Villandry rispose un giorno al signor duca di Guisa.
Discorrevano d'una battaglia del re Francesco contro l'imperatore
Carlo quinto, nella quale Breton, pomposamente armato, persino di
gambiere e calzari d'acciaio e montato del pari su formidabile
destriero, tuttavia non c'era stato verso di vederlo nel
combattimento.
- In fede mia, rispose Breton, mi sar facile provare ch'io c'era
e in luogo tale che voi non avreste osato andarvi.
Il signor duca, adontato di quelle parole come profferite troppo
temerariamente da bravaccio, mont in collera, ma Breton con una
gran risata facilmente lo plac dicendo:
- Io ero tra i bagagli, in luogo nel quale vostro Onore non
avrebbe osato nascondersi come io faceva.
Con questi discorsi arrivarono alle navi, n pi oltre
soggiornarono in quell'isola di Cheli.


CAPITOLO XII.

Come qualmente Pantagruele arriv a Procurazione e della strana
maniera di vivere tra gli azzeccagarbugli.


Continuando la nostra rotta, il giorno seguente arrivammo a
Procurazione, paese tutto cancellature e scarabocchi dove non
compresi nulla.
Vedemmo col procuratori e azzeccagarbugli, gente capace di tutto.
Non c'invitarono n a bere n a mangiare. Solamente con lunga
moltiplicazione di dotte riverenze ci dissero che si mettevano
tutti ai nostri ordini, pagando.
Uno dei nostri turcimanni raccont a Pantagruele come qualmente
quel popolo guadagnasse la vita in maniera ben strana e
diametralmente opposta a quella degli abitanti di Roma.
A Roma un'infinit di gente guadagnava la vita avvelenando,
bastonando, uccidendo; gli azzeccagarbugli invece, facendosi
bastonare. Onde se restavano lungo tempo senza essere battuti,
morivano di mala fame, essi, le mogli e i figlioli.
-  il caso, disse Panurgo, di quei tali che, secondo Claudio
Galeno non possono drizzare il nervo cavernoso verso il circolo
equatoriale se non sono ben frustati. Per San Tebaldo chi cos mi
frustasse mi farebbe per contro cader di sella, per tutti i
diavoli.
- Il fatto avviene in questo modo, disse il turcimanno: quando un
monaco, prete, usuraio, o avvocato, vuol male a qualche gentiluomo
del paese; gli manda uno di questi azzeccagarbugli che lo citer,
lo rinvier, l'oltragger, lo ingiurier impudentemente secondo il
promemoria e le istruzioni ricevute, finch il gentiluomo, se non
 paralitico di sensi e pi stupido di una rana girina sar
costretto a somministrargli bastonate e colpi di spada sulla testa
e le belle cinghiate sui garretti, o, meglio ancora, a gettarlo
gi dai merli o dalle finestre del castello. Dopo ci ecco il
nostro azzeccagarbugli ricco per quattri mesi, come se le legnate
fossero la sua vera mietitura; poich avr buon salario dal
monaco, dall'usuraio, o dall'avvocato e un'indennit dal
gentiluomo, talora s grande e straordinaria, che il gentiluomo
perder tutto l'aver suo con pericolo di marcire in prigione come
se avesse battuto il re.
- Contro tale inconveniente, disse Panurgo, conosco un rimedio
eccellente usato dal signore di Basch.
- Quale? domand Pantagruele.
- Il signore di Basch, disse Panurgo, era uomo coraggioso,
virtuoso, magnanimo, cavalleresco. Tornando egli da una lunga
guerra (nella quale il duca di Ferrara coll'aiuto dei Francesi
valorosamente si difese contro le furie di papa Giulio II) era
ogni giorno citato, convocato, cavillato per desiderio e
passatempo del grasso priore di Saint-Louant.
Un giorno mentre faceva colazione colla sua gente, umano e alla
buona com'egli era, mand a chiamare il suo fornaio chiamato
Loire, la moglie di lui e il curato della parrocchia chiamato
Oudart, che gli serviva da maggiordomo e dispensiere com'era
costume allora in Francia, e in presenza de' suoi gentiluomini e
altri della casa disse loro:
- Ragazzi, voi vedete di quali fastidi m'opprimono ogni giorno
que' briganti azzeccagarbugli. Sono cos stufo che ho risoluto, se
non m'aiutate, di abbandonare il paese e andare a servire magari
il Soldano a tutti i diavoli. Perci quando torneranno qui, siate
pronti, voi Loire e vostra moglie, a presentarvi nel salone
vestiti delle vostre belle vesti nuziali come se vi fidanzassero e
foste fidanzati per la prima volta. Eccovi cento scudi d'oro; ve
li dono per tenere in ordine i vostri bei costumi. Voi, messer
Oudard, non mancate di comparire colla vostra bella cotta, la
stola e l'acqua benedetta come per fidanzarli. Voi parimenti
Trudon (cos si chiamava il suo tamburino) venite col vostro
flauto e col tamburo. Dopo pronunziate le parole e dato il bacio
alla fidanzata a suon di tamburo, voi tutti vi scambierete l'un
l'altro il ricordo delle nozze, cio piccoli pugni. Ci vi far
buon pro per la cena; ma quando arriver l'azzeccagarbugli,
picchiategli addosso come su segala verde; non risparmiatelo,
battete, calcate, picchiate, ve ne prego. Ed ora, tenete, vi do
questi guanti di ferro da torneo coperti di pelle di camoscio;
dategli gi colpi senza contare, a torto e a traverso; riconoscer
come il pi affezionato di voi colui che dar pi botte; non
abbiate paura di dover rispondere alla giustizia; risponder io
per tutti. Le botte, badate, saran date ridendo secondo il costume
osservato in tutti i fidanzamenti.
- Ma, domand Oudard, come riconosceremo l'azzeccagarbugli?
Giacch in questa casa capitano ogni giorno persone da ogni parte.
- Ho provveduto, rispose Basch. Quando si presenter qui alla
porta un uomo o a piedi o mal montato con un anello d'argento
grosso e largo al pollice, quello sar l'azzeccagarbugli. Il
portiere dopo averlo introdotto cortesemente, suoner la
campanella. Allora siate pronti e venite in sala a rappresentare
la tragica commedia che v'ho detto.
Proprio quel giorno, come Dio volle, arriv un vecchio, grosso e
rosso azzeccagarbugli. Suonato alla porta, il portiere lo
riconobbe dalle sue grosse ghette, dalla misera giumenta, da un
sacco di tela pieno di documenti, attaccato alla cintura e
segnatamente dal grosso anello d'argento infilato al pollice
sinistro. Il portiere gli fu cortese: l'introduce gentilmente,
lietamente, e suona la campanella. A quel suono Loire e la moglie
si vestono dei loro abbigliamenti e compaiono nella sala tutti
sorridenti. Oudard si riveste della cotta e della stola e uscendo
dalla dispensa incontra l'azzeccagarbugli, lo conduce a bere
lungamente nella dispensa, mentre da ogni parte si calzavano quei
tali guanti, e gli disse:
- Voi non potevate venire ad ora pi opportuna; il nostro padrone
 di buon umore, tra breve faremo baldoria, tutto andr per via di
scodelle, abbiamo nozze in casa; tenete, bevete, siate allegro.
Mentre l'azzeccagarbugli beveva, Basch vista la sua gente nella
sala nei costumi richiesti, manda a chiamare Oudard. E Oudard
viene coll'acqua benedetta. L'azzeccagarbugli lo segue. Entrando
nella sala non dimentic di fare molte umili riverenze e cit
Basch. Basch gli fece le pi grandi carezze del mondo, gli diede
un angelotto pregandolo di assistere al contratto e alla cerimonia
del fidanzamento. E cos avvenne. Verso la fine cominciarono a
venire in ballo i pugni e quando fu la volta dello azzeccagarbugli
lo festeggiarono a gran guantate a segno che rest stordito e
malconcio, con un occhio gonfio e nero nero, otto costole rotte,
lo sterno sfondato, gli omoplati a pezzi, la mascella inferiore in
tre brandelli, e tutto sempre ridendo. Dio sa come lavorava
Oudart, coprendo colla manica della cotta il grosso guanto
d'acciaio foderato d'ermellino, che egli era gagliardo briccone.
Cos l'azzeccagarbugli se ne torna a l'Isle Bouchard come se fosse
uscito dagli artigli delle tigri, ma tuttavia ben soddisfatto e
contento del signore di Basch e mediante il soccorso del buoni
chirurghi del paese, visse quanto vorrete. Dopo non ne fu pi
parlato. La sua memoria spir col suono delle campane che
scampanarono al suo seppellimento.


CAPITOLO XIII.

Come qualmente, sull'esempio di Mastro Francesco Villon, il
signore di Basch loda le sue genti.


L'azzeccagarbugli, uscito dal castello rimontava sulla sua cavalla
orba, com'egli chiamava la sua giumenta guercia. Basch intanto,
sotto la pergola d'un giardino appartato, mand a chiamare la
consorte, le damigelle e tutte le sue genti; fece portare del vino
da colazione, associato a gran numero di pasticci, prosciutti,
frutta, formaggi, bevette con loro in grande allegrezza, poi
disse: - Mastro Francesco Villon ne' suoi vecchi giorni si ritir
a Saint-Maixent nel Poitou, sotto la protezione di un uomo dabbene
abate del detto luogo. L, per dare spasso al popolo, si diede a
preparare la rappresentazione della Passione tradotta nel dialetto
e ne' gesti del Poitou. Distribuite le parti, affiatati gli
attori, preparato il teatro, avvert il sindaco e gli scabini che
il mistero poteva esser pronto verso la fine della fiera di Niort.
Non rimaneva che trovare i costumi adatti ai personaggi, e a ci
provvidero il sindaco e gli scabini. Per abbigliare un vecchio
contadino che doveva rappresentare Dio padre, Villon chiese a
Stefano Batticoda, sagrestano dei cordiglieri del luogo, di
prestargli una cappa e una stola. Batticoda rifiut allegando che
era rigorosamente proibito dai loro statuti provinciali dare o
prestare checchessia ai commedianti. Villon replicava che lo
statuto concerneva solamente farse, pantomime e rappresentazioni
dissolute e che l'uso di portare vestiari l'aveva visto praticare
a Bruxelles e altrove. Ciononostante Batticoda gli rispose
perentoriamente che altrove si provvedesse se cos gli piaceva, un
nulla sperasse dalla sua sacrestia, che nulla avrebbe ottenuto di
certo. Villon rifer la cosa agli attori grandemente adirati,
aggiungendo che Dio avrebbe fatto ben presto vendetta e punizione
esemplare di Batticoda. Il sabato seguente Villon fu avvertito che
Batticoda sulla polledra del convento (cos chiamavano una
giumenta non ancora coperta) era andato alla questua a Saint-
Ligaire e che sarebbe tornato verso le due dopo mezzod.
Allora egli fece fare la prova della Diavoleria nella citt e nel
mercato. Quei diavoli erano tutti avvolti di pelli di lupo, di
vitello e di montone, carichi di teste di pecora, di corna di bue,
e di grandi rampini da cucina, cinti di grosse cinghie alle quali
erano appesi grossi campani da vacche e sonagliere da muli che
facevano un fracasso terribile. Alcuni tenevano in mano bastoni
neri pieni di razzi, altri portavano lunghi tizzoni accesi sui
quali a ogni quadrivio gettavano manate di resina in polvere onde
usciva fuoco e fumo terribile. Dopo averli condotti cos in giro
con grande piacere del popolo e grande spavento dei bambini,
finalmente li accompagn a banchettare in una cascina fuori della
porta per la quale passa la strada di Saint-Ligaire. Arrivando
alla cascina scorse lontano Batticoda che tornava dalla questua e
lo annunci loro con questi versi macaronici:
Hic est de patria natus de gente Bellistra
Qui solet antiquo bribas portare bisacco.

- Morte di Diana! esclamarono allora i diavoli, non ha voluto
prestare a Dio padre una misera cappa, facciamogli paura.
- Ben detto, rispose Villon, ma nascondiamoci finch passi e
intanto preparate razzi e tizzoni. Arrivato Batticoda, tutti gli
sbucarono davanti sulla strada con grande spavento schizzando
fuoco da ogni parte su lui e sulla pulledra, agitando i campani e
urlando alla diavola: Oh, Ohh, ohh, ohh! brrrurrrurrrs, rrrurrs,
rrrurrrs! Uh, uh, uh, oh, oh, oh, oh! Frate Stefano, non facciamo
bene i diavoli? La pulledra tutta spaventata si mise al trotto, ai
peti, ai salti, al galoppo, ai calci, alle springate, ai doppi
pedali e alle scorreggiate tanto che butt gi Batticoda
quantunque s'aggrappasse con tutte le forze al telaio del basto.
Le sue staffe erano di corda, e dalla parte dove si monta il suo
sandalo era tanto attorcigliato che non pot pi levarlo. Cos era
trascinato a scorticaculo dalla pulledra che moltiplicava calci su
lui, sbandandosi per la paura attraverso siepi, cespugli, e fossi,
talch Batticoda n'ebbe la testa tutta fracassata e giunse alla
croce osanniera che il cervello ne usciva fuori, le braccia erano
a pezzi, l'uno qua l'altro l, le gambe lo stesso, le budelle
erano una strage, e insomma, arrivando al convento, la pulledra
non portava pi di lui che il piede destro e il sandalo
attorcigliato.
Villon visto accadere ci che prevedeva, disse ai suoi diavoli:
- Voi reciterete bene signori diavoli, voi reciterete bene, ve lo
garantisco. Oh, come reciterete bene! Io sfido le diavolerie di
Saumur, di Dou, di Mommorillon, di Langres, di Saint-Espain, di
Angers, e anche, per Dio, di Poitiers, colla loro parlantina a
potersi paragonare a voi. Oh come reciterete bene!
- Cos, disse Basch, io prevedo, miei buoni amici, che voi d'ora
innanzi rappresenterete magnificamente questa tragica farsa, se al
primo saggio di prova avete percosso, battuto e solleticato
l'azzeccagarbugli con tanta bravura. Per ora raddoppio a  tutti lo
stipendio. Voi, amica mia, disse alla sua sposa, fate loro onore
come vorrete. Alle vostre mani  consegnato ogni mio tesoro.
Quanto a me, bevo anzitutto alla salute di tutti, miei buoni
amici. Ors,  buono e fresco. In secondo luogo, voi, maggiordomo,
prendete questo bacile d'argento. Ve lo dono. Voi, scudieri,
prendete queste due coppe d'argento dorato. Voi paggi, per tre
mesi non sarete frustati. Amica mia, date loro i miei bei
pennacchi bianchi con le farfalline d'oro. A voi, messere Oudart,
dono questa boccia d'argento. Quest'altra la dono ai cuochi. Ai
camerieri dono questo cestello d'argento; ai palafrenieri dono
questa piccola nassa d'argento dorato; al portiere dono questi due
piatti, ai mulattieri questi dieci cucchiai. Voi, Trudon, prendete
questi cucchiai d'argento e questa confettiera. Voi, staffieri,
prendete questa grande saliera. Servitemi bene, amici, vi sar
riconoscente. E credo fermamente che preferirei, virt di Dio,
pigliarmi in guerra cento mazzate sull'elmo a servizio del nostro
tanto buon re, che esser citato una volta sola da quei mastini
azzeccagarbugli per lo spasso di quel grasso priore.


CAPITOLO XIV.

Continuano le botte agli azzeccagarbugli nella casa di Basch.


Quattro giorni dopo un altro azzeccagarbugli, giovane, alto e
magro and a citare Basch a istanza del grasso priore. Al suo
arrivo, il portiere, che lo riconobbe, suon la campanella e tutto
il popolo del castello intese il mistero. Loire stava intridendo
la pasta e la moglie stacciando la farina. Oudart era allo
scrittoio, i gentiluomini giocavano al pallone. Il signore di
Basch giocava a trecentotre colla sposa. Le damigelle giocavano
agli aliossi. Gli ufficiali giocavano all'imperiale, i paggi alla
morra, con contorno di bei buffetti. Tutti intesero subito che
l'azzeccagarbugli entrava in campo. Ed ecco Oudart a vestirsi,
Loire e la moglie ad abbigliarsi, dei loro bei costumi, Trudon a
suonare il suo flauto e a battere il tamburo, ciascuno a ridere,
tutti a prepararsi e avanti guanti!
Basch discende in cortile. L'azzeccagarbugli incontrandolo si
mise in ginocchio davanti a lui e lo preg di non aversela a male
se lo citava in nome del grasso priore; dimostr con una diserta
arringa come qualmente fosse persona pubblica, servitore della
monacheria, usciere della mitria abbaziale, pronto a fare
altrettanto e per lui e per il pi umile della sua casa quando gli
piacesse dargli incarichi e ordini.
- Veramente, disse il signore, non vi permetter di citarmi se
prima non bevete del mio buon vino di Quinquenais e non assistete
alle nozze che devo ora celebrare. Messer Oudart, dategli da bere
ammodo e da ristorarsi, poi conducetelo nella sala. E siate il
benvenuto!
L'azzeccagarbugli ben pasciuto e abbeverato entra con Oudard nella
sala dove erano tutti i personaggi della farsa in ordine e ben
risoluti. Al suo entrare son sorrisi e l'azzeccagarbugli rideva di
rimando; Oudart pronunci sui fidanzati le parole sacramentali,
un le mani, baci la fidanzata, tutti asperse d'acqua santa.
Mentre apportavano vino e confetti, i pugni cominciarono a
trottare. L'azzeccagarbugli ne diede parecchi a Oudart. Questi che
aveva il suo guanto nascosto sotto la cotta, se lo mette come
calzasse una manopola, ed ecco gi botte all'azzeccagarbugli, e
ceffoni all'azzeccagarbugli e colpi di giovani guanti piovere da
ogni parte, sull'azzeccagarbugli. - Nozze, nozze! gridavano,
ricordi di nozze!
Fu conciato s bene che il sangue gli usciva dalla bocca, dal
naso, dalle orecchie, dagli occhi. E quanto al resto, rotto,
spallato, ammaccato, testa, nuca, schiena, petto, braccia e tutto.
Credete a me: mai al carnevale d'Avignone i baccellieri giocarono
alla  raffa pi melodiosamente di quanto fu giocato addosso
all'azzeccagarbugli. Alla fine cadde a terra. Gli gettarono gran
quantit di vino sulla faccia; gli attaccarono alla manica del
farsetto un bel nastro giallo e verde e lo misero sul cavallo
cimurroso.
Tornando all'Isle-Bouchard non so se sia stato medicato e curato
dalla moglie e dai cerusici del paese. Non se ne sent pi
parlare.
L'indomani replica, giacch nella sacca e negli incartamenti del
magro azzeccagarbugli non era stata ritrovata la pratica di
Basch. Il grasso priore aveva inviato a citare il signore di
Basch un nuovo azzeccagarbugli accompagnato per sicurezza, da due
testimoni. Il portiere, suonando la campanella fece capire che era
giunto un nuovo azzeccagarbugli e mise di buon umore tutto il
castello.
Basch era a tavola che desinava colla consorte e i gentiluomini.
Manda a chiamare l'azzeccagarbugli, lo fa sedere presso di s e i
testimoni vicino alle damigelle e desinarono assai bene e
allegramente. Al dessert l'azzeccagarbugli si leva da tavola e
presenti e udenti i due testimoni, cita Basch; Basch
graziosamente domanda loro la copia della citazione. Era gi
pronta. Prende atto della pratica e fa dare quattro scudi del sole
all'azzeccagarbugli e ai due testimoni. Intanto tutti s'erano
ritirati per la farsa. Trudon comincia a suonare il tamburo.
Basch prega l'azzeccagarbugli di assistere al fidanzamento d'un
suo ufficiale e di redigerne il contratto ben pagando e
soddisfacendolo. L'azzeccagarbugli fu cortese, sguain il suo
scrittoio, gli fu portata subito la carta e i testimoni erano
presso a lui. Loire entra nella sala da una porta; la moglie con
le damigelle da un'altra in abbigliamenti nuziali.
Oudart vestito da sacerdote li prende per le mani, li interroga
sulla loro volont e d loro la benedizione senza economia d'acqua
santa. Il contratto  scritto e copiato. Da una parte vengono vino
e confetti, dall'altra mucchi di nastri bianco e marrone e
dall'altra, segretamente, si portano i guanti.


CAPITOLO XV.

Come qualmente sono rinnovellate dall'azzeccagarbugli le antiche
usanze dei fidanzamenti.


L'azzeccagarbugli dopo aver trangugiato una gran tazza di vino
bretone, disse al signore: - Signore, come l'intendete voi? Non si
scambiano punto qui le nozze? Per Sanbraghiere, tutte le buone
costumanze vanno in perdizione. Gi non si trovano pi le lepri in
covo. Non vi sono pi amici. Vedete, sono sparite per via di
parecchie eclissi le antiche bevute in onore dei benedetti santi O
O di Natale. Il mondo non fa che farneticare; s'avvicina alla
fine.
Ora, ecco: nozze! nozze! nozze! E ci dicendo somministrava
colpetti a Basch, alla sua sposa, e poi alle damigelle e a
Oudart.
Allora i guanti compirono l'opera loro sicch all'azzeccagarbugli
fu rotta la testa in nove punti; ad uno dei testimoni fu slogato
il braccio dritto, all'altro fu scardinata la mascella superiore
in modo che gli cadeva su met del mento con denudazione
dell'ugola e perdita insigne dei denti molari, masticatori e
canini. Al suono del tamburo che mutava intonazione, furono
nascosti i guanti senza che fossero per nulla veduti e di nuovo
moltiplicate le confetture con rinnovata allegria.
Mentre i buoni compagnoni bevevano gli uni alla salute degli altri
e tutti alla salute dell'azzeccagarbugli e de' suoi testimoni,
Oudart rinnegava e malediceva le nozze allegando che uno dei
testimoni gli aveva disincornifistibulato tutta una spalla.
Ciononostante beveva alla sua salute allegramente. Il testimonio
smascellato giungeva le mani e gli domandava perdono tacitamente,
che parlare non poteva. Loire si lagnava che il testimonio slogato
gli aveva dato un cos grande pugno sul cubito che gli aveva
sperruccancluzelubeluzerireluto il tallone.
- Ma, diceva Trudon, nascondendo l'occhio col suo fazzoletto e
mostrando il tamburo sfondato da un lato: che male avevo fatto
loro? Non contenti d'avermi cos rudemente
morrambuzevezanguzecochemargatasacbaghevezinemaffressato il mio
povero occhio, m'hanno per giunta sfondato il tamburo. I tamburi a
nozze sono generalmente battuti, ma i tamburini sono festeggiati,
battuti mai. Che il diavolo possa imberrettarsene!
- Fratello, gli disse l'azzeccagarbugli malinconico, io ti dar
una bella, grande, vecchia lettera reale che ho qui nella borsa,
per accomodare il tuo tamburino, e perdonerai in nome di Dio.
Giuro per la Madonna della riviera, la bella Madonna, che non
avevo cattive intenzioni.
Uno scudiere inciampando e zoppicando contraffaceva il buono e
nobile signore di Roche-Posay. Egli si volse al testimonio della
mascella imbavagliata e gli disse:
- Siete voi dei gran battenti battitori battirelli? Non vi bastava
averci cos
morcrocassatobisacciatovesciacciatogrigheligoscopapopondrillato
tutti i membri superiori a gran calci, senza darci tali
morderegrippipiotabirofreluchamburecocheluzintimpanamenti sugli
stinchi colle punte delle scarpe?..

Appelez vous cela jeu de jeunesse?
Par Dieu, jeu n'est ce.

Il testimonio, sembrava chiederne perdono a mani giunte,
balbettando colla lingua come un marmocchio: mon, mon, mon,
vrelon, von, von, von.
La nuova sposa piangendo rideva, ridendo piangeva per ci che
l'azzeccagarbugli non si fosse contentato di picchiarla senza
scelta n elezione di membra, ma l'avesse spettinata e, per
giunta, le avesse trepidamammelombilicofrizionafregazzato le parti
vergognose a tradimento.
- Qui il diavolo ci ha messo la coda! disse Basch. Era ben
necessario che il signor Re (cos si chiamano gli azzeccagarbugli)
mi conciasse cos la schiena. Non me l'ho a male tuttavia; si
tratta di carezze nuziali. M'accorgo tuttavia chiaramente che ha
citato da angelo, ma ha percosso da diavolo. Egli ha un non so che
di Fra Picchiasodo. Bevo di cuore alla salute sua e anche alla
vostra, signori testimoni.
- Ma, diceva la sua consorte, a qual proposito e per quale motivo
m'ha egli tanto festeggiato a gran pugni? Che il diancine lo
porti, se lo voglio. Non lo permetto perdiana! Tuttavia devo dire
ch'egli ha le unghie pi lunghe che abbia mai sentito sulle
spalle.
Il maggiordomo teneva il braccio sinistro fasciato al collo come
se fosse marcasconquassato.
-  stato il diavolo, diceva, che m'ha fatto assistere a queste
nozze. Virt di Dio, ne ho le braccia tutte ingolevezinemassate. E
chiamate ci fidanzamenti? Io li chiamo cacamenti di merda. Questo
 per Dio, il vero banchetto dei Lapiti descritto da filosofo di
Samosata.
L'azzeccagarbugli non parlava pi. I testimoni si scusavano e
dicevano che picchiando a quel modo non avevano avuto maligne
intenzioni e che si perdonasse loro per l'amor di Dio.
Cos se ne vanno. A mezza lega di l l'azzeccagarbugli si trov un
po' indisposto. I testimoni arrivano all'Isle-Bouchard e
raccontano a tutti che mai non avevano visto uomo pi dabbene del
signore di Basch, n casa pi onorevole della sua e che mai non
avevano assistito a nozze simili. Ma che tutta la colpa era stata
loro che avevano cominciato a dar colpi. E vissero ancora non so
per quanti giorni dopo.
Da quel tempo in poi fu reputato come cosa certa che il danaro di
Basch era per gli azzeccagarbugli e i testimoni pi pestilente,
mortale e pernicioso che non fosse un tempo l'oro di Tolosa e il
cavallo Seiano a chi li possedesse. In seguito il detto signore fu
lasciato tranquillo e le nozze di Basch divennero proverbiali.

CAPITOLO XVI.


Come qualmente Fra Gianni fa saggio della natura degli
azzeccagarbugli.

- Questo racconto, disse Pantagruele, sembrerebbe gaio se non
fosse che davanti agli occhi nostri deve sempre stare il timor di
Dio.
- Meglio sarebbe stato, disse Epistemone, se la pioggia di quei
guanti fosse caduta sul grasso priore. Egli spendeva danaro per
passatempo sia per far dispetto a Basch, sia per veder percossi
gli azzeccagarbugli. I pugni sarebbero stati adornamento idoneo
alla sua testa rasa, data l'enorme concussione che vediamo
operarsi oggi tra questi giudici pedanei sotto l'olmo. Quale
offesa facevano quei poveri diavoli azzeccagarbugli?
- Io mi ricordo, a questo proposito, disse Pantagruele, di un
antico gentiluomo romano chiamato L. Nerazio. Apparteneva a nobile
famiglia e ricca al tempo suo. Ma era in lui questa tirannica
stravaganza che, uscendo dal palazzo, faceva riempire le borse dei
valletti di monete d'oro e d'argento e incontrando per la strada
qualche zerbinotto agghindato in tutto punto, senz'essere
minimamente provocato, cos, per divertimento, gli somministrava
di gran cazzotti in faccia. E subito dopo, per calmarlo e impedir
che ricorresse alla giustizia, gli distribuiva del suo danaro e
cos lo tranquillava e soddisfaceva secondo l'ordinamento di una
legge delle dodici tavole. In tal modo spendeva le sue rendite
battendo la gente a prezzo di danaro.
- Pei sacri stivali di San Benedetto! disse fra Gianni, ora sapr
la verit. E disceso a terra, mise mano alla scarsella e ne trasse
venti scudi del sole, poi disse ad alta voce in presenza e udienza
di una gran turba di popolo azzeccagarbugliese: - Chi vuol
guadagnare venti scudi d'oro facendosi battere alla diavola?
- Io, io, io, risposero tutti. Voi ci massacrerete di colpi,
signor mio, questo  certo. Ma v' buon guadagno. E tutti facevano
ressa per giungere primi in data a essere cos preziosamente
battuti. Fra Gianni scelse fra tutta la schiera un azzeccagarbugli
di muso rosso che portava al pollice della mano destra un grosso e
largo anello d'argento nel castone del quale era legata una ben
grande batrachite.
A quella scelta vidi che tutto il popolo mormorava e intesi un
grande, giovane e magro azzeccagarbugli, abile e buon chierco e,
come correva voce, onesto nella corte della chiesa, che si lagnava
e mormorava perch il muso rosso toglieva loro tutti i clienti e
che se in tutto il territorio non v'era da guadagnare che trenta
bastonate, ventotto e mezza almeno toccavano sempre a lui. Ma
tutte quelle lagnanze e mormorazioni non procedevano che da
invidia.
Fra Gianni, tanto e poi tanto picchi a gran legnate il muso
rosso, al dorso, al ventre, alle braccia, gambe, testa e tutto,
che lo credevo morto ammazzato.
Poi gli consegn i venti scudi. E quel villano su in piedi,
florido come un re o due. Gli altri dicevano a Fra Gianni:
- Signor frate diavolo, se vi piacesse battere ancora qualcuno a
pi buon prezzo siamo tutti a vostra disposizione, signor diavolo.
Siamo tutti per voi, sacchi, carte, penne, tutto.
Il muso rosso grid contro loro a gran voce:
- Festa di Dio, bricconi, volete invadere il mio negozio? Volete
portarmi via i clienti? Io vi cito davanti al giudice fra otto
giorni. Vi perseguiter come diavoli di Valverde. Poi volgendosi
verso Fra Gianni con faccia ridente e lieta gli disse:
- Reverendo padre del diavolo, signor mio, se avete trovata buona
la mia merce, e vi piaccia ancora divertirvi battendomi, mi
contenter della met come giusto prezzo. Non risparmiatemi, vi
prego. Sono tutto tuttissimo per voi, mio signor diavolo: testa,
polmoni, budelle, tutto. Ve lo dico con tutta l'anima.
Fra Gianni interruppe il discorso e si volt da un'altra parte.
Gli altri azzeccagarbugli si volgevano a Panurgo, Epistemone,
Ginnasta e altri, supplicandoli devotamente che li battessero a
qualunque prezzo, altrimenti erano in pericolo di digiunare ben
lungamente. Ma nessuno volle dar retta.
Poi, cercando acqua fresca per la ciurma delle navi, incontrammo
due vecchie azzeccagarbuglie del luogo, le quali miseramente
piangevano e si lamentavano insieme. Pantagruele era rimasto sulla
sua nave e gi faceva suonare la ritirata. Pensando che fossero
parenti dell'azzeccagarbugli bastonato, domandammo la causa di
quei lamenti. Esse risposero che avevano ben ragione di piangere
giacch poco prima era stato dato il monaco al collo, sulla forca,
ai due migliori galantuomini che fossero in tutta
l'azzeccagarbuglieria.
- I miei paggi, disse Ginnasta, danno il monaco per i piedi ai
loro compagni dormiglioni. Dare il monaco pel collo sarebbe
impiccare e strangolare la persona.
- Vero, vero, disse Fra Gianni, voi ne parlate come San Giovanni
dell'Apocalisse.
Interrogate sulle cause della impiccagione, le donne risposero che
avevano rubato i ferri della messa e li avevano nascosti sotto il
manico della parrocchia.
- Ecco un'orribile allegoria, disse Epistemone.


CAPITOLO XVII.

Come qualmente Pantagruele giunse alle isole di Tohu  e  Bohu, e
della strana morte di Bringuenarilles, trangugiatore di mulini a
vento.


Quello stesso giorno Pantagruele giunse alle due isole di Tohu e
Bohu nelle quali non trovammo modo di friggere nulla perch
Bringuenarilles, il gran gigante, in mancanza di mulini a vento
dei quali si pasceva di consueto, aveva inghiottito tutte le
padelle, padelloni, caldaroni, pentole, tegami e marmitte del
paese. N'era seguito che poco avanti giorno, nell'ora della sua
digestione, era caduto gravemente malato per certa crudit di
stomaco. Infatti, come dicevano i medici,la virt digestiva del
suo stomaco, atta a digerire naturalmente mulini a vento tutti
interi, non aveva potuto digerire a perfezione le padelle e le
pentole. I calderoni e le marmitte invece quelli se li era
abbastanza bene digeriti come appariva, dicevano essi, dalle
ipostasi ed eneoremi di quattro botti di urina, ch'egli aveva reso
in due volte nella mattinata.
Per soccorrerlo usarono diversi rimedi secondo l'arte. Ma il male
fu pi forte de' rimedi, onde il nobile Bringuenarilles era morto
il mattino in modo cos strano che non dovete pi stupirvi della
morte di Eschilo. I vaticinatori avevano predetto a Eschilo che il
tal giorno fatalmente sarebbe perito per la caduta di qualche cosa
che sarebbe piombata su lui. Il giorno destinato egli s'era
allontanato dalla citt, da tutte le case, alberi, roccie, e altre
cose che possono cadere e nuocere con la loro caduta. E rest nel
mezzo di una gran prateria confidando nel cielo libero e aperto,
in sicura sicurezza, salvo veramente il caso che il cielo stesso
cadesse, cosa da credere impossibile. Dicono tuttavia che le
allodole temono grandemente la rovina dei cieli, poich, cadendo
essi, resterebbero tutte prese.
La temevano un tempo anche i Celti vicini al Reno, cio i nobili,
valorosi, cavallereschi, bellicosi e trionfanti Francesi.
Interrogati un giorno da Alessandro il Grande che cosa pi
temessero in questo mondo, mentre egli attendeva che accennassero
a lui, in considerazione alle sue grandi prodezze, vittorie e
conquiste e trionfi, essi risposero di non temer nulla se non che
il cielo cadesse. Tuttavia non rifiutarono d'entrare in lega,
confederazione e amist con un re s prode e magnanimo, se stiamo
a quanto dice Strabone, lib. 7, e Ariano, lib. 1. Anche Plutarco,
nel libro, da lui scritto sulla faccia che appare nel corpo della
luna, parla di un tal Fenaco il quale temeva grandemente che la
luna cadesse in terra e aveva commiserazione e piet di quelli che
vi abitano sotto come gli Etiopi e i Taprobanesi.
Guai se una cos grande massa cadesse su loro. E simile paura
aveva anche per il cielo e per la terra se non fossero debitamente
sostenuti e appoggiati sulle colonne di Atlante come era opinione
degli antichi, secondo la testimonianza di Aristotele, Metafisica
lib. 6.
Eschilo, nonostante tutto, fu ucciso dal ruinare e cadere di una
corazza di tartaruga che, dagli artigli di un'aquila alta
nell'aria, cadendo sulla sua testa gli spacc il cranio. N dovete
stupirvi del poeta Anacreonte, il quale mor strangolato da un
acino d'uva. N di Fabio, pretore romano, che mor soffocato da un
pelo di capra sorbendo una scodella di latte.
N di quel tale il quale trattenendo per vergogna il suo vento,
per non poter tirare una meschina scorreggia, mor improvvisamente
alla presenza di Claudio imperatore romano.
N di quel tale sepolto a Roma nella Via Flaminia il quale nel suo
epitaffio si duole d'esser morto per il morso d'una gatta al dito
mignolo.
N di Quinto Lecanio Basso che mor improvvisamente di una
piccolissima puntura d'ago al pollice della mano sinistra, che
appena si poteva vedere.
N di Quenelaut, medico normanno, il quale mor improvvisamente a
Montpellier per essersi tratto malamente dalla mano un pellicello
con un temperino.
N di Filomene al quale il valletto aveva apparecchiato per inizio
al desinare de' fichi freschi. Mentre egli era andato per vino, un
coglionaccio d'asino, smarrito, era entrato in casa e i fichi
apprestati religiosamente mangiava. Sopravvenuto Filomene e
contemplando curiosamente la grazia dell'asino sicofago, disse al
valletto che giungeva di ritorno:
 "Poich a questo devoto asino hai abbandonato i fichi, ragion
vuole che tu gli offra per bere di cotesto buon vino che hai
portato". E dicendo queste parole fu preso da tale eccessiva
ilarit e scoppi a ridere tanto enormemente, e continuamente, che
l'esercizio della milza gli tolse ogni respirazione e subitamente
mor.
N di Spurio Sanfeio, il quale mor sorbendo un uovo tenerino
all'uscita dal bagno.
N di quel tale che il Boccaccio racconta esser morto
improvvisamente per essersi curato i denti con un fuscello di
salice.
N di Filippotto Placut il quale, pur essendo sano e arzillo, mor
improvvisamente pagando un vecchio debito senz'altra malattia
precedente.
N del pittore Zeusi il quale mor improvvisamente a a forza di
ridere considerando l'espressione d'un ritratto di vecchia da lui
dipinto.
N di mille altri raccontati sia da Verrius, sia da Plinio, sia da
Valerio sia da Battista Fulgoso, sia da Bacabery, il vecchio.
Il buon Bringuenarilles, lui, ahim, mor strozzato mangiando per
ordinanza dei medici un pezzetto di burro fresco davanti la bocca
d'un forno caldo.
Ci fu detto inoltre col che il re di Cullan in Bohu aveva
sconfitto i satrapi del re Mechloth e messo a sacco le fortezze di
Belima.
Poi giungemmo alle isole di Nargues e Zargues e cos pure alle
isole Teleniabin e Geneliabin, assai belle e feconde in materia di
clisteri. Poi alle isole Enig ed Evig dalle quali anteriormente
era venuta la cicatrice al langravio d'Hess.


CAPITOLO XVIII.

Come qualmente Pantagruele scamp da una forte tempesta di mare.


L'indomani incontrammo a poggia nove orche cariche di monaci:
giacobiti, gesuiti, cappuccini, eremiti, augustini, bernardini,
celestini, teatini, egnatini, amadeani, cordiglieri, carmelitani,
minimi e altri santi religiosi i quali andavano al concilio di
Chesil per vagliare gli articoli della fede contro i nuovi
eretici.
Panurgo, vedendoli, esult traendone sicuro auspicio d'ogni buona
fortuna per quel giorno e i seguenti in lunga serie. E salutati
cortesemente quei beati padri raccomand la salute dell'anima sua
alle loro devote preghiere e minuti suffragi, e fece gettare nelle
loro navi settantotto dozzine di prosciutti, gran quantit di
caviale, decine di cervellate, centinaia di bottarghe e duemila
bei angelotti per le anime dei defunti.
Pantagruele restava tutto pensoso e melanconico. Fra Gianni lo
scorse e dimandava di che fosse cos insolitamente preoccupato,
quando il pilota, considerando il volteggiare del pennello di
poppa e prevedendo un turbine e fortunale subitaneo e violento,
comand che tutti stessero all'erta e nocchieri e marinai e mozzi
come pure gli altri passeggeri; fece ammainare le vele mezzana,
contromezzana, la vela di fortuna, la vela maestra, l'epagone, la
civadiera; fece calare le bolinghe, il trinchetto di prora e il
trinchetto di gabbia, fece scendere il grande artimone e di tutte
le antenne non restarono che le grizelle e le costiere.
Subitamente il mare cominci a gonfiarsi e a tumultuare dal
profondo abisso, e le forti ondate a sbattere i fianchi dei nostri
vascelli; il maestrale accompagnato da tempesta sfrenata, neri
nembi, turbini terribili, raffiche mortali, sibilava attraverso le
nostre antenne. Il cielo dall'alto tuonava, saettava, lampeggiava,
pioveva, grandinava; l'aria perdeva la trasparenza, diveniva
opaca, tenebrosa, oscura, talch altra luce non appariva che di
fulmini, lampi e scoppi di nubi fiammeggianti; i categidi, tielli,
lelapi, e presteri avvampavano tutto intorno a noi per i
psoloenti, argi, elici, e altre eiaculazioni eteree; i nostri
aspetti erano turbati e disfatti; gli orrifici tifoni sospendevano
su noi le onde montuose della corrente. Credete che ci sembrava
essere nell'antico Caos nel quale fuoco, aria, mare, terra tutti
gli elementi si confondevano urtandosi.
Panurgo, dopo avere del contenuto del suo stomaco ben pasciuto i
pesci scatofagi, restava rannicchiato sul cassero tutto afflitto,
tutto scombussolato e mezzo morto e invocava tutti i benedetti
santi e le sante in suo aiuto protestando di confessarsi a tempo e
luogo; poi esclam con grande spavento:
- Ohe, maggiordomo, ohe, amico mio, mio padre, mio zio, portatemi
un po' di salume; avremo da bere anche troppo a quanto vedo. A
scarso mangiare largo bere, sar d'ora innanzi la mia massima.
Piacesse a Dio e alla benedetta, degna e sacra Vergine che ora, in
questo momento dico, fossi in terraferma con tutto mio comodo!
Oh tre, oh quattro volte beati coloro che piantano cavoli! Oh
Parche perch non mi filaste piantator di cavoli? Oh quanto
piccolo  il numero di coloro ai quali Giove ha concesso tanto
favore di destinarli a piantar cavoli! Poich essi sempre hanno un
piede in terra. E l'altro poco discosto. Vada a disputar chi vuole
sulla felicit e sul bene supremo, ma chiunque pianta cavoli 
presentemente per mio decreto, dichiarato felicissimo. E ci con
assai pi ragione di Pirrone, il quale trovandosi in simile
pericolo e vedendo presso la riva un maiale che mangiava orzo, lo
dichiar felicissimo per due qualit, cio: perch aveva orzo in
abbondanza e poi per giunta toccava terra. Ah qual maniero deifico
e signorile il pavimento delle vacche! Quest'onda ci porter via,
Dio salvatore! Oh amici miei, un po d'aceto! Io sono tutto in
sudore per l'affanno!
Ahim, le vele sono rotte, le corde in pezzi, le coste schiattano,
l'albero di vedetta piomba in mare, la carena  al sole, le nostre
gomene sono quasi tutte strappate. Ahim! Ahim! Dove sono le
nostre bulinghe? Tutto  perduto, buon Dio! Il trinchetto  gi in
acqua. Ahim! Di chi saranno quei rottami? Amici, prestatemi qui
dietro una di coteste rambate! Ragazzi, la vostra lanterna 
caduta. Ahim, non abbandonate la barra! Non mollate le corde!
Sento il timone gemere. S' spezzato? Perdio, salviamo la braga,
non vi curate del fernello. Bebebe! Bu, bu, bu! Vedete alla
calamita della vostra bussola, di grazia, Mastro Astrofilo, donde
ci viene questo fortunale. In fede mia, ho una bella paura
addosso! Bu, bu, bu, bu, bu!  finita per me, me la faccio addosso
di paura. Bu bu bu! Otto, to to to to, ti! Otto to to to to ti! Bu
bu bu, uh, uh, uh, bu bu, bu bu, Annego, Annego muoio! Buona
gente, annego!


CAPITOLO XIX.

Quale contegno ebbero Panurgo e Fra Gianni durante la tempesta.


Pantagruele implorato aiuto da Dio Salvatore e fatta con fervida
devozione un'orazione pubblica, per consiglio del pilota teneva
con forza fermo l'albero; Fra Gianni s'era messo in farsetto per
aiutare i marinai. Epistemone, Ponocrate e gli altri del pari.
Panurgo restava col culo sulla tolda piangendo e lamentandosi. Fra
Gianni passando per la corsia lo scorse e gli disse:
- Perdio, Panurgo il vitello, Panurgo il piagnisteo, Panurgo lo
strillatore, faresti assai meglio ad aiutarci qui, che piangere
cost come una vacca, seduto sui coglioni come un macacco.
- Be be be, bu bu bu! rispose Panurgo, Frate Gianni, amico mio,
mio buon padre, annego, annego, amico mio, annego.  finita per
me, mio padre spirituale, amico mio  finita. Neanche la vostra
spada saprebbe salvarmi. Ahi! Ahi! Noi montiamo pi alto del si
sopra le righe. Be, be, bu, bu! Ahi! Ora siamo al di sotto del do
pi profondo! Annego! Ah, mio padre, mio zio, mio tutto, l'acqua
mi entra nelle scarpe pel colletto, Bu, bu, bu, pesc, hu, hu, hu,
uh hu,! Be, be, bu, bu, ho, bu, bo, bu, oh, oh, oh, oh, oh, ahi,
ahi! Ora  proprio il momento di far l'albero forcelluto coi piedi
in alto e la testa in basso. Piacesse a Dio che io fossi ora
nell'orca dei buoni e beati padri concilipeti che incontrammo
questa mattina, tanto devoti, tanto grassi, tanto giocondi, tanto
morbidi e di buona grazia. Holos, holos, holos! Zalas! Zalas! Oh
quest'onda di tutti i diavoli... - mea culpa Deus - volevo dire
quest'onda di Dio sprofonder la nostra nave. Zalas! frate Gianni,
padre mio, amico mio, confessione! Eccomi qui in ginocchio.
Confiteor, la vostra santa benedizione!
- Vien qua, impiccato del diavolo, disse Fra Gianni, vieni ad
aiutarmi per trenta legioni di diavoli, vieni! Di' un po' se vuol
venire!...
- Non bestemmiamo, disse Panurgo, non bestemmiamo ora, padre mio,
amico mio! Domani fin che vorrete. Holos, holos! Zalas! la nave fa
acqua, annego. Zalas! Zalas! Be, be, be, be, be, bous, bu, bu, bu!
Siamo quasi al fondo. Zalas! Zalas! Io regalo un milione e
ottocentomila scudi di rendita a chi mi metter a terra tutto
sconcacato e smerdato come sono, che niuno mai lo fu tanto nella
mia patria da bene. Confiteor. Zalas! una riga di testamento o
almeno un codicillo.
- Mille diavoli, disse Fra Gianni, saltano nel corpo di questo
becco! Che vai cianciando di testamento ora che siamo in pericolo
e che convien sforzarsi pi che mai. Vieni s o no, diavolo? O
comite, o mio grazioso. Oh il gentile aguzzino! Di qua, Ginnasta,
sopra lo stentarolo. Virt di Dio, siamo ben conciati a questo
colpo. Il fanale s' morzato. Questo se ne va a tutti i milioni di
diavoli...
- Zalas, Zalas! disse Panurgo, Zalas! bu, bu, bu, bu. Zalas!
Zalas! proprio qui eravamo destinati a perire! Holos, buona gente!
Annego, muoio: Consummatum est.  finita per me.
- Magna, gna, gna, disse Fra Gianni. Ohib com' brutto quel
piagnisteo di merda! Oh, mozzo, per tutti i diavoli, attento alla
pompa. Ti sei ferito? Virt di Dio! Attacca a uno dei fittoni.
Qui, di l, corpo del diavolo, ahi! Cos, ragazzo mio!
- Ah, frate Gianni, disse Panurgo, mio padre spirituale, amico
mio, non sacramentiamo. Voi peccate. Zalas, zalas! Bebebebububu!
Annego, muoio, amici miei, perdono a tutti. Addio. In manus. Bu,
Bu, buuuu!
San Michele d'Aura, San Nicola, questa volta e mai pi! Io vi fo
qui voto solenne a voi e a Nostro Signore, che se mi soccorrete in
quest'occasione, cio, intendo, se mi metterete a terra, fuor di
pericolo, io vi edificher una bella, grande, piccola cappella, o
due

Infra Cande e Monsoreau,
dove non pascer vacca n bo.

Zalas! zalas! Me n' entrato in bocca pi di diciotto secchi o
due. Bu, bu, bu, bu! Com' amara e salata!
- Per la virt del sangue, della carne, del ventre, della testa,
disse Fra Gianni, se ti sento ancora piagnucolare, becco del
diavolo, ti acconcio io da lupo marino! Per virt di Dio!
gettiamolo in fondo al mare! Capo della ciurma, ohe, dagli,
gentile compagnone, cos, amico mio! Tenete duro lass! Non stiamo
male a lampi e a tuoni davvero! Io credo che oggi tutti i diavoli
siano scatenati, o Proserpina ha le doglie del parto. Tutti i
diavoli danzano a suon di campanelli.


CAPITOLO XX.

Come qualmente i naviganti abbandonarono le navi nel forte della
tempesta.


- Ah, frate Gianni, disse Panurgo, voi peccate, mio antico amico.
Antico, poich oramai io non esisto pi, voi non esistete pi, mi
rincresce dirvelo. Ammetto che bestemmiare cos faccia un gran
bene alla milza, cos come allo spaccalegna d gran sollievo chi
l vicino gli grida ogni colpo ad alta voce: Han!: oppure come si
consola mirabilmente il giocator di birilli, quando non ha gettato
dritta la palla, se qualcuno, intelligente, presso di lui si piega
e contorce la testa e met del corpo verso la parte dove la palla
ben lanciata avrebbe incontrato i birilli, ma tuttavia voi
peccate, amico mio dolce.
Ma se ora noi mangiassimo un po' di cabirotada non ci metteremmo
in salvo dalla tempesta? Ho letto che con tempo di tempesta sul
mare, mai non avevano paura e sempre erano al sicuro i ministri
degli dei Cabiri tanto celebrati da Orfeo, Apollonio Ferecide,
Strabone, Pausania, Erodoto.
- Farnetica, il povero diavolo, disse Fra Gianni. Oh, becco
cornuto del diavolo, possa tu andare a mille, e milioni, e
centinaia di milioni di diavoli! Dacci una mano, qui, ohe, tigre!
Viene s o no?... Qui, a orza. Per la testa di Dio piena di
religione! Che paternostro di bertuccia vai tu borbottando fra i
denti? Questo diavolo di matto marino  la causa della tempesta e
lui solo non aiuta la ciurma. Per Dio, se vengo l, ti castigo da
diavolo tempestatore! Qui, marinaretto, ragazzo mio! tieni stretto
che vi faccio un nodo greco. Oh, mozzo gentile! Piacesse a Dio che
tu fossi abate di Talemouze e che l'abate attuale fosse guardiano
di Croullay.
- Ponocrate, fratello mio, finirete per farvi del male.
- Epistemone, guardatevi dalla gelosia, vi ho visto cadere un
fulmine.
- Inse!
- Ben detto.
- Inse, inse, inse, venga lo scialuppa, inse!
- Virt di Dio, che accade? La prora  in pezzi. Tuonate diavoli,
scorreggiate, ruttate, cacate! Merda all'ondata! Poco manc, per
la virt di Dio, che mi trascinasse sott'acqua. Scommetto che
tutti i milioni di diavoli tengono qui il loro capitolo
provinciale, o brigano per l'elezione del nuovo rettore. Orza, 
quello che ci vuole. Attento alla testa! Ohe, mozzo, in nome del
diavolo, ahi! Orza, orza!
- Bebebebu, bu, bu, disse Panurgo, bu, bu, bu, bebe, be, bu, bu,
annego. Non vedo n cielo n terra. Zalas, zalas! Di quattro
elementi non ne vedo che due: fuoco e acqua. Bububu, bu, bu!
Piacesse alla degna virt di Dio che nell'ora presente io fossi
dentro la vigna di Seuill, o da Innocenzo il pasticciere, davanti
alla cantina dipinta a Chi non, sotto pena magari di mettermi in
farsetto per cuocere i pasticci! Oh, nostromo! sapreste sbarcarmi
a terra? Voi sapete far tante cose a quanto mi han detto. Vi do
tutto Salmigondino e la mia grande maggiolineria, se per opera
vostra riesco a trovar terra ferma. Zalas, zalas! Annego. Ors,
amici belli, poich non possiamo approdare a buon porto,
mettiamoci alla rada, non so dove. Affondate tutte le ancore.
Usciamo da questo pericolo, ve ne prego. Nostromo diletto, buttate
gi lo scandaglio, vi prego, e i bolidi, che sappiamo la
profondit. Sondate nostromo diletto, amico mio, in nome di nostro
Signore. Sappiamo se qui si pu bere comodamente senza abbassarsi,
come mi pare.
- Cala gi! Ahu! grid il pilota. Cala! Mano alla drizza! Tira!
Cala! Tira! Cala! Attento al rullio! Ahu! Corda! Corda gi! Ahu!
Cala! Punta all'onda! Smanica il timone! Tendi le corde!
- Siamo a questo punto? disse Pantagruele. Il buon Dio Salvatore
ci aiuti!
- Tendi le corde, ahu! grid Giacometto Brahier, mastro pilota,
tendi! Ciascuno pensi all'anima e si metta in devozione, e non
speri aiuto che da un miracolo del cielo.
- Facciamo qualche buono e bel voto, disse Panurgo. Zalas, zalas,
zalas! Bu, bu, bebebubu, bu, bu, zalas, zalas! Facciamo voti di
pellegrinaggio! Qui qui ciascuno sborsi bei liardi, qui!
- Di qua, ohe, disse frate Gianni, per tutti i diavoli! A poggia!
Tendi in nome di Dio. Smanica il timone, ahu! Tendi, tendi!
- Beviamo, ohe! Del migliore, dico, e del pi stomatico. Avete
capito, voi, ahu! Maggiordomo! Tiratelo fuori, offritelo! Tanto se
ne va a tutti i milioni di diavoli. Porta qui, paggio, la mia
boraccia (quella che chiamava il suo breviario). Attendete! Tira
amico mio, cos, virt di Dio! Ecco della buona grandine e dei
buoni fulmini, davvero! Tenete stretto lass, di grazia! Quando
avremo la festa di ognissanti? Poich oggi mi pare sia la festa
infesta di tutti i milioni di diavoli.
- Ahim! disse Panurgo, fra Gianni si danna ben a credito. Oh
quale buon amico perdo in lui! Zalas, zalas! Ecco di peggio che
l'anno scorso. Cadiamo da Scilla a Cariddi, ahim! Annego.
Confiteor. Due righe di testamento, fra Gianni, padre mio, signor
astrattore, amico mio, mio Acate, Xenomane, mio tutto. Ahim,
annego! Due righe di testamento! Ma s, qui, su questo
scannelletto.


CAPITOLO XXI.

Continuazione della tempesta e breve discorso sui testamenti fatti
in mare.


- Far testamento disse Epistemone, ora che ci convien sforzarci e
aiutare la nostra ciurma sotto pena di naufragio, mi sembra atto
importuno e fuor di proposito quanto quello delle lancie spezzate
e dei giovincelli di Cesare i quali entrando nelle Gallie si
trastullavano a far testamenti e codicilli, si lagnavano delle
loro sorti, piangevano l'assenza delle loro donne e amici romani,
mentre la necessit richiedeva che corressero alle armi e si
sforzassero contro Ariovisto loro nemico. E stoltezza pari a
quella del carrettiere il quale, rovesciatosi il suo carro in un
campo di stoppie implorava in ginocchio l'aiuto di Ercole e non
pungeva i buoi n dava mano a sollevare le ruote. A che vi servir
far testamento? Infatti o noi scamperemo al pericolo o saremo
annegati. Se scampiamo il testamento non servir a nulla poich i
testamenti non sono validi n autorizzati se non per morte dei
testatori. Se annegheremo non annegher esso con noi? Chi lo
porter agli esecutori?
- Qualche buona onda, rispose Panurgo, lo getter alla riva come
accadde a Ulisse e qualche figlia di re andando a giocare a cielo
aperto vi s'imbatter e lo far eseguire benissimo e presso la
riva mi far erigere un magnifico cenotafio come fece Didone al
marito Sicheo, Enea a Deifobo sul lido di Troia presso Roete;
Andromaca a Ettore nella citt di Butroto; Aristotele a Ermia ed
Eubulo; gli Ateniesi al poeta Euripide; i Romani a Druso in
Germania e ad Alessandro Severo loro imperatore, in Gallia;
Argentiero a Callaisero; Senocrite a Lisidice; Timara a suo figlio
Telentagore; Eupoli e Aristodice a loro figlio Teotimo; Onestes a
Timocle; Callimaco a Sopolis figlio di Dioclide; Catullo a suo
fratello; Stazio a suo padre; Germano di Brie al navigante bretone
Herv.
- Tu farnetichi, disse Fra Gianni. Aiuta qui, per cinquecento mila
milioni di carrettate di diavoli, aiuta, che ti pigli il canchero
ai mustacchi e tre braccia di bubboni per farti un paio di brache
e una nuova braghetta. La nostra nave,  rovinata! Virt di Dio,
come la rimorchieremo? Accidenti a tutti i diavoli di cavalloni!
Non ce la caveremo mai pi, o io mi voto a tutti i diavoli.
Allora fu udita una pietosa esclamazione di Pantagruele che diceva
ad alta voce:
- Signore Iddio, salvaci, noi periamo. Avvenga ad ogni modo non
ci che piace a noi, ma sia fatta la tua santa volont.
- Dio e la benedetta Vergine siano con noi, disse Panurgo. Holos,
holos, annego. Bebebebu, bebe bu, bu! In manus. O vero Iddio,
mandami qualche delfino per portarmi a salvamento a terra come un
bell'Arioncino. Io suoner ben l'arpa, se non  senza manico.
- Io mi voto a tutti i diavoli disse Fra Gianni...
- Dio sia con noi! diceva Panurgo tra i denti.
- Se vengo gi, ti mostro all'evidenza che i tuoi coglioni pendono
al culo d'un vitello minchione cornardo, scornato. Mgnan, mgnan,
mgnan! Vien qui ad aiutarci, vitellaccio piagnucolone, per trenta
milioni di diavoli che ti saltino in corpo! Vuoi venire s o no?
Oh vitello marino! Ohib! com' brutto quel piagnisteo!
- Sempre la stessa cosa mi dite, fece Panurgo.
- Qua giocondo breviario, che vi rada a contropelo. Beatus vir qui
non abiit. So tutto ci a memoria. Vediamo la leggenda del signor
Santo Nicola: Horrida tempestas montem turbavit acutum... Tempesta
si chiamava un gran frustatore di scolari al collegio di Montaigu.
Se per frustare i poveri bambini, gl'innocenti scolaretti, i
pedagoghi sono dannati, sull'onor mio egli dev'essere nella ruota
d'Issione che frusta il can cortaldo che la scrolla; se per
frustare i bimbi innocenti sono salvi, egli dev'essere al di sopra
di...


CAPITOLO XXII.

Fine della tempesta.


- Terra, terra! grid Pantagruele, vedo terra! Ragazzi, cuore di
pecora! non siamo lontani dal porto. Il cielo da lato di
tramontana comincia a schiarire. E guardate a scirocco!
- Coraggio, ragazzi, disse il pilota, il vento molla. Al
trinchetto di gabbia! Issa, issa! Alle bolinghe di contromezzana!
Il cavo nell'argano! Vira, vira, vira! Mano alla drizza! Issa,
issa! Pianta la barra! Tien la corda del paranco! Forte! Para i
puntelli! Para le scolte! Para le boline! Amura o balordo! Barra
sottovento! Tira la scotta di tribordo, figlio di puttana!
- Puoi star contento buon uomo, disse Fra Gianni al marinaio, hai
avuto notizie di tua madre.
- A sopravvento! Vicino del tutto! Su la barra!
-  su, risposero i marinai.
- Taglia via! Punta all'entrata! Le magliette ahu! Su le bonette!
Issa, issa!
- Ben detto, ben ordinato! disse Fra Gianni, su, su, su ragazzi,
attenzione! Bene! Issa, issa!
- A poggia!
- Ben detto, bene ordinato! La tempesta si calma, molla
finalmente. Che Dio sia lodato! I nostri diavoli cominciano a
svignarsela.
- Molla!
- Ben detto, dottamente parlato! Molla, molla! Qui, perdio! Oh
gentil Ponocrate, gagliardo ribaldo! Non far che figli maschi il
porcaccione.
- Eustene, galantuomo!.....
- Al trinchetto di prora! Issa, issa!
- Ben detto! Issa per Dio! Issa, issa! Non mi degno di tener pi
nulla giacch

Le jour est feriau
Nau, Nau, Nau.

- Questo canto non  fuor di proposito, disse Epistemone,  di mio
gusto. Infatti  giorno di festa.
- Issa, issa!
- Bene, esclam Epistemone, vi comando di sperar bene tutti
quanti: vedo Castore, qui, a destra.
- Be, be, bububu! disse Panurgo, purch non sia Elena la
porcacciona.
-  veramente Mixarchagevas, se pi ti piace la denominazione
degli Argivi, rispose Epistemone. Ohe, ohe! vedo terra, vedo il
porto, vedo gran folla all'imboccatura. Vedo fuoco sopra un
obeliscolicnia.
- Ohe, ohe! grid il pilota, doppia il capo e le basse!
-  doppiato, risposero i marinai.
- Siamo passati, disse il pilota: cos passeranno le altre del
convoglio. Il buon tempo aiuta.
- Per San Giovanni, disse Panurgo, questo  parlare! Oh, le belle
parole!
- Mgna, mgna, mgna! canzonava Fra Gianni bevendo. Che il diavolo
mi tasti, se tu ne tasti goccia. Intendi tu, coglione del
diavolo?... Tenete, amico, questa piena coppa  per voi, e del pi
fino. Porta i peccheri, Ginnasta, e porta quel gran mastino di
pasticcio giambico o giambonico, per me  lo stesso. E dateci
dentro!
- Coraggio, esclam Pantagruele, coraggio ragazzi! Siate cortesi:
ecco qui, presso la nostra nave, due linte, tre barche, cinque
gusci, otto volontarie, quattro gondole e sei fregate inviateci in
soccorso dalla buona gente dell'isola qui vicina.... Ma chi 
quell'Ucalegone laggi che grida e si lamenta a quel modo? Non
tenevo io l'albero stretto colle mani e pi dritto che non
farebbero duecento gomene?
-  quel povero diavolo di Panurgo, rispose fra Gianni, che ha la
febbre dei vitelli addosso. Trema di paura quando  briaco.
- Se, disse Pantagruele, ha avuto paura durante l'orribile
tempesta o pericoloso fortunale, non lo stimerei d'un peletto
meno, purch si fosse adoprato a darci mano. Se aver paura in ogni
frangente  indizio di cuore abietto e vile (e per questa ragione
Achille rimproverando ignominiosamente Agamennone diceva che aveva
occhi di cane e cuore di cervo) cos non temere in casi
evidentemente pericolosi,  segno di poca o punta apprensione. Ora
se c' cosa da temere in questa vita, dopo l'offesa a Dio, non
voglio dire che sia la morte, non voglio entrare nella questione
fra Socrate e gli Accademici: se la morte sia di per s cattiva,
sia di per s da temersi. Ma che cosa  da temere se non questa
specie di morte per naufragio? Infatti  cosa grave, orribile e
contro natura perire in mare, come dice Omero. Anche Enea, nella
tempesta dalla quale fu colto il convoglio delle sue navi presso
la Sicilia, rimpiangeva di non esser morto per mano del forte
Diomede e proclamava tre e quattro volte fortunati coloro che
erano morti nell'incendio di Troia. Di noi non  morto alcuno che
Dio Salvatore ne sia eternamente lodato. Ma le navi sono veramente
in disordine! Bisogner riparare questi guasti. Attenti a non dare
in secca!...


CAPITOLO XXIII.

Come qualmente, finita la tempesta, Panurgo fa il buon compagnone.


- Ah, ah! tutto va benone, grid Panurgo. La tempesta  passata.
Fatemi sbarcare per primo, di grazia, vi prego. Vorrei andarmene
un po' agli affari miei. O devo ancora darvi una mano? Su, quella
corda, qui che l'avvolga. Sono pieno di coraggio davvero! E paura
ben poca. Date qui, amico mio. No, no, di paura manco l'ombra.
Vero  che quell'onda decumana che si scaravent da prora a poppa,
m'alter alquanto l'arteria. Gi la vela!... Ben detto!... Ma
come? Non fate nulla voi, Frate Gianni? Eh, s,  proprio il
momento di bere, questo! Che ne sappiamo se lo staffiere di San
Martino non ci prepari ancora qualche nuova tempesta? Dovr
aiutarvi ancora pi oltre? Virt di Dio, quanto mi pento, bench
tardi, di non aver seguito la dottrina dei buoni filosofi i quali
dicono esser cosa molto sicura e dilettevole passeggiar presso il
mare e navigar vicino alla terra; come l'andare a piedi tenendo il
cavallo per la briglia... Ah, ah, ah! tutto va bene, per Dio! Devo
aiutarvi ancora? Su, date qui, far anche questo, se il diavolo
non ci mette la coda...
Epistemone aveva il palmo della mano tutto scorticato e
sanguinante per aver trattenuto con grande sforzo una delle
gomene; e avendo inteso il discorso di Pantagruele, disse:
- Credete, signore, che paura e spavento n'ho avuto non meno di
Panurgo; ma che importa? Non mi sono risparmiato per dare aiuto.
Io considero che se il morire  (come ) necessario, fatale e
inevitabile,  nel santo volere di Dio che moriamo in quest'ora o
in quella, in questa o in quella guisa. Lui, pertanto, conviene
incessantemente implorare, invocare, pregare, cercare, supplicare.
Ma non dobbiamo limitarci a ci; da parte nostra conviene che
parimenti ci sforziamo e cooperiamo con Lui come dice il Santo
Inviato. Voi sapete ci che disse il console Flaminio quando per
l'astuzia di Annibale fu circondato presso il lago di Perugia
detto Trasimeno:
- Ragazzi, disse ai soldati, non sperate uscir di qui con voti e
implorazioni agli dei; per forza e per virt ci conviene evadere e
a fil di spada attraverso i nemici aprirci la via. Parimenti dice
in Sallustio M. Porcio Catone che l'aiuto degli dei non s'impetra
con voti oziosi, con muliebri lamentazioni; vigilando, lavorando,
sforzandosi, tutte cose secondo i desideri approdano a buon porto.
Se nella necessit e nel pericolo l'uomo  negligente, evirato,
poltrone, a torto implorer gli dei: essi saranno irritati e
indignati.
- Io do l'anima al diavolo, disse Fra Gianni...
- Facciamo a met interruppe Panurgo.
- Se, continu Fra Gianni, la vigna di Seuill non sarebbe stata
vendemmiata e distrutta, se io mi fossi contentato di cantare:
Contra hostium insidias (materia di breviario) come facevano gli
altri diavoli di monaci, senza difender la vigna a gran colpi
coll'asta della croce, contro i saccheggiatori di Lern.
- Voghi la galera! disse Panurgo, tutto va bene; e Frate Gianni
sta l senza far niente; (lo chiameremo Frate Gianni il
Fannullone) e mi guarda qui a sudare e travagliarmi per aiutare
questo buon marinaio, primo di questo nome. Oh, amico nostro, due
parole, se non vi do fastidio: che spessore hanno le assi della
nave?
- Sono grosse due buone dita, non abbiate paura, rispose il
pilota.
- Virt di Dio! esclam Panurgo, noi siamo dunque continuamente a
due dita dalla morte.  forse questa una delle nove gioie del
matrimonio? Ah, voi fate bene, amico nostro, a misurare il
pericolo a spanne di paura. Ma io, non ne ho punta quanto a me; il
mio nome : Guglielmo senza paura. E coraggio, invece, ne ho senza
limiti. E non coraggio di pecora, intendo, ma coraggio di lupo, un
fegataccio da assassino; nulla temo fuorch i pericoli.


CAPITOLO XXIV.

Come qualmente Fra Gianni dichiara a Panurgo essere stata senza
ragione la sua paura durante la tempesta.


- Buon giorno, signori, buon giorno a tutti! disse Panurgo; Dio
sia lodato, e voi pure. Che siate i benvenuti, i venuti a
proposito. Sbarchiamo. Ohe, rematori, gettate la passerella;
accosta qui quello schifo. Devo sempre aiutarvi, anche qui? Sono
affamato allupato a forza di fare e lavorare come quattro buoi.
Ecco qui, veramente un bel luogo e della brava gente. Avete ancora
bisogno del mio aiuto, ragazzi? Non risparmiate il sudore del mio
corpo, per l'amor di Dio! Adamo, cio l'uomo, nacque per arare e
lavorare come l'uccello per volare. Nostro Signore vuole,
intendete bene, che mangiamo il pane col sudore del nostro corpo,
non senza far nulla come questo tonacone di monaco, questo Fra
Gianni che se la beve e muore di paura. Ecco il bel tempo! Ora
comprendo la giustezza e il fondamento della risposta d'Anacarsi
il nobile filosofo, il quale interrogato quale delle navi gli
sembrasse pi sicura, rispose: quella che sta nel porto.
- E anche meglio, soggiunse Pantagruele, quando, interrogato se
maggiore fosse il numero de' morti o quello dei viventi, domand:
In quale conto mettete quelli che navigano per mare? Volendo
sottilmente significare con ci che i naviganti per mare sono
tanto vicini a continuo pericolo di morte come se vivessero
morendo o morissero vivendo.
E Porcio Catone diceva che di tre sole cose doveva pentirsi, cio:
se avesse rivelato un segreto a donna, se avesse perduto un giorno
in ozio e se avesse raggiunto per via di mare luoghi altrimenti
accessibili per via di terra.
- Per la degna tonaca che porto, disse Fra Gianni a Panurgo, oh
coglione, amico mio, durante la tempesta hai avuto paura senza
motivo n ragione, poich il fato ti destin a perire non gi in
acqua, bens nell'aria impiccato ben alto, o bruciato allegramente
come un beato padre. Signore, (disse a Pantagruele) volete voi un
buon gabbano contro la pioggia? Datemi qui codesti mantelli di
lupo e di tasso e fate scorticare Panurgo per coprirvi della sua
pelle. Ma non avvicinatevi a fuoco, n alle fucine dei
maniscalchi, per amor di Dio! Andrebbe in cenere in un momento.
Alla pioggia, alla neve, alla grandine, potrete esporvi finch
vorrete. E tuffatevi perdio, magari nel profondo dell'acqua che
non ne sarete punto bagnato.
Fabricatene stivali d'inverno; mai non faranno acqua. Fabbricatene
salvagente per insegnare il nuoto ai ragazzi; cos impareranno
senza pericolo.
- La sua pelle, dunque, disse Pantagruele, sarebbe come l'erba
detta capelvenere, la quale mai non  bagnata, n umida, ma sempre
 asciutta ancorch fosse al profondo dell'acqua quanto vorrete.
Onde  detta Adianto.
- Panurgo, amico mio, riprese Fra Gianni, non aver mai paura
dell'acqua, te ne prego. Per opera d'elemento contrario terminer
la tua vita.
- Vero, rispose Panurgo. Ma i cuochi dei diavoli sono qualche
volta distratti e sbagliano cottura, mettono spesso a bollire
quello che era destinato ad arrostire, come nelle nostre cucine i
mastri cuochi spesso lardano pernici, piccioni selvatici e
piccioni torraioli coll'intenzione, com' verosimile, di metterli
arrosto. Ma accade tuttavia che li mettano a bollire e preparano
pernici con cavoli, piccioni con porri, o con navoni.
Ed ora, ascoltate amici belli: io dichiaro che la cappella
promessa in voto a San Nicola, tra Cande e Monsereau intendevo che
fosse una cappella d' acqua di rosa, nella quale "non pascoler
vacca n vitello". Infatti la getter in fondo all'acqua.
- Ecco il galantuomo, ecco il galantuomo, il galantuomo e mezzo!
disse Eustene. Cos realizza il proverbio lombardino: Passato il
pericolo gabato el santo.


CAPITOLO XXV.

Come qualmente dopo la tempesta Pantagruele sbarc nell'Isola dei
Macreoni.


Scendemmo subito al porto di un'isola detta l'isola dei Macreoni.
La buona gente di quel luogo ci accolse con onore. Un vecchio
Macrobio (cos chiamavano essi il loro capo scabino) voleva
condurre Pantagruele alla casa comune della citt perch vi si
ristorasse a suo agio e si refocillasse. Ma egli non volle
dipartirsi dal molo prima che tutti i suoi non fossero discesi a
terra. Dopo averli passati in rivista comand che mutassero tutti
le vesti e che tutte le provvigioni delle navi fossero sbarcate a
terra affinch le ciurme facessero baldoria. E ci fu fatto
incontanente. Dio solo sa come bevvero e si divertirono. Tutta la
popolazione portava viveri in abbondanza. I Pantagruelisti ne
diedero loro anche pi.Vero  che le loro provvigioni erano un po'
guaste per la tempesta recente. Finito il pasto Pantagruele preg
ciascuno di mettersi all'opera per riparare i danni subiti dalle
navi. Ed essi vi si misero di buona voglia. La riparazione era
facile perch tutti gli abitanti dell'isola erano carpentieri,
tutti artigiani, come nell'arsenale de' Veneziani.
L'isola era grande ma abitata solamente in tre parti e dieci
parrocchie; il resto era bosco d'alto fusto e deserto, come la
foresta delle Ardenne.
A nostra istanza il vecchio Macrobio mostr ci che vi era
d'insigne e degno d'esser visto nell'isola. E nella foresta
ombrosa e deserta mostr parecchi vecchi templi in rovina,
parecchi obelischi, piramidi, monumenti, e sepolcri antichi con
iscrizioni ed epigrafi diversi, gli uni in lettere geroglifiche,
gli altri in lingua ionica, altri in lingua arabica, agarena,
schiavona, ecc. Epistemone li traduceva diligentemente. Intanto
Panurgo disse a Fra Gianni:
- Questa  l'isola dei Macreoni. Macreone significa in greco uomo
vecchio, di molti anni.
- E che vuoi tu ch'io ci faccia? disse Fra Gianni, vuoi che mi
disperi per questo? Non c'ero mica io quando l'isola fu
battezzata.
- Ebbene, io credo, rispose Panurgo, che il nome di maquerelle ne
derivi. Infatti la ruffianeria non compete che alle vecchie; alle
giovani compete altro lavoro. Onde  a pensare che questa sia
l'isola Maquerelle, modello e prototipo di quella di Parigi.
Andiamo a pescar ostriche.
Il vecchio Macrobio domand a Pantagruele in che modo, con quali
mezzi, con quale lavoro era riuscito ad approdare al loro porto
quel giorno, con tanto turbamento di venti e con una s orrifica
tempesta sul mare. Pantagruele rispose che l'alto Salvatore aveva
avuto riguardo alla semplicit e alla sincera affezione delle sue
genti, le quali non viaggiavano per lucro, n per traffico di
mercanzie. Un solo, unico motivo li aveva spinti a imbarcarsi,
cio il desiderio ardente di vedere, apprendere, conoscere,
visitare l'oracolo di Bacbuc e avere il responso della Bottiglia
sopra un quesito proposto da uno della compagnia. Tuttavia non
poca era stata l'afflizione ed evidente il pericolo di naufragio.
Poi gli domand quale gli sembrasse esser la causa di quello
spaventevole fortunale e se i mari adiacenti all'isola erano
ordinariamente cos soggetti alle tempeste come sono
nell'Atlantico le rapide di Saint-Mathieu e di Malmusson, nel mar
Mediterraneo, il vortice di Satalia; monte Argentario, Piombino,
il capo Melio in Laconia, lo stretto di Gibilterra, il faro di
Messina e altri.


CAPITOLO XXVI.

Come qualmente il buon Macrobio illustra a Pantagruele la sede e
il trapasso degli Eroi.


- Amici pellegrini, rispose allora il buon Macrobio, questa  una
delle isole Sporadi; non per delle vostre che sono nel mar
Carpasio, ma delle Sporadi atlantiche. L'isola un tempo fu ricca,
frequentata, opulenta, dedita al commercio, popolata e soggetta al
dominatore della Bretagna; ora, col passar del tempo, decadendo il
mondo  fatta povera e deserta come vedete.
In questa oscura foresta lunga e ampia pi di settantotto miglia
parasanghe,  l'abitazione dei demoni e degli eroi. Essi sono
invecchiati e ieri dev'esserne morto uno giacch pi non splende
ora la cometa apparsa nei tre giorni precedenti. Al suo trapasso
dev'essersi scatenata l'orribile tempesta che avete sofferto.
Infatti finch son vivi ogni bene abbonda qui e nelle altre isole
vicine: il mare  in bonaccia e serenit continua; ma al trapasso
di ciascuno di quelli, si suole udire nella foresta grandi e
pietosi lamenti e si manifestano sulla terra pesti, disastri,
sciagure, nell'aria turbamento e tenebra, sul mare tempesta e
burrasca.
- Verosimile  cio che dite, osserv Pantagruele. Infatti come
avviene di torcia o di candela, che mentre vivono e ardono danno
luce, rischiarano intorno, danno diletto a vederle, non fanno male
n disturbo ad alcuno, ma nel momento che si spengono infettano
l'aria con fumo ed evaporazioni, nuociono ai presenti, disturbano
ognuno, cos  di quelle anime nobili e insigni. Sempre mentre
elle abitano i corpi, la loro dimora  pacifica, utile,
dilettevole, onorevole; all'ora della dipartita avvengono
comunemente nelle isole e nei continenti grandi perturbazioni
dell'aria, e tenebre, con folgori, e grandine: sulla terra scosse
di terremoto e fenomeni stupefacenti, sul mare burrasche e
tempeste con lamentazioni di popoli, mutazioni di religioni,
cambiamenti di dinastie, capovolgimenti di repubbliche.
- Ne abbiamo visto la prova, disse Epistemone, or non  molto,
alla morte del prode e dotto cavaliere Guglielmo di Bellay. Lui
vivo, la Francia ebbe tale fortuna che tutto il mondo la
desiderava, si univa a lei, la temeva; subito dopo la sua morte fu
da tutti lungamente dispregiata.
-  Parimenti, disse Pantagruele, morto Anchise a Trapani in
Sicilia, Enea fu vessato da terribile tempesta. E a ci pensava
per avventura Erode il tiranno e crudele re di Giudea, il quale,
sentendosi prossimo a morte orribile e spaventevole (mor d'una
ftiriasi, mangiato da insetti e da pidocchi, come erano morti
anteriormente L. Silla, Ferecide di Siria, precettore di Pitagora,
il poeta greco Alcmane e altri) e prevedendo che i Giudei alla sua
morte avrebbero acceso fuochi di gioia, convoc nel suo palazzo da
tutte le citt, borgate e castelli di Giudea tutti i magistrati
fingendo con pretesto frodolento di voler comunicare cose
d'importanza pel governo e la sicurezza delle provincie. Quando
arrivarono e si presentarono li fece chiudere nell'ippodromo del
palazzo. Poi disse a Salom sua sorella e al marito di lei
Alessandro: - Io sono sicuro che i Giudei si rallegreranno della
mia morte; ma se volete intendere ed eseguire ci che vi dir, i
miei funerali saranno onorevoli e accompagnati da lamentazioni
pubbliche. Appena dunque sar trapassato ordinate agli arcieri
della mia guardia, ai quali ho gi dato istruzioni, di uccidere
tutti i nobili e magistrati qui dentro rinchiusi. Cos facendo
tutta la Giudea sar suo malgrado in lutto e in lamentazioni e
crederanno i popoli stranieri che ci avvenga causa la mia morte,
come se fosse trapassata qualche anima d'eroe.
Lo stesso sentimento esprimeva un altro tiranno disperato quando
disse: "Alla mia morte sia la terra mescolata col fuoco!" Vale a
dire: perisca tutto il mondo! Il quale augurio Nerone il briccone
mut dicendo: "Me vivo..." come attesta Svetonio. Le detestabili
parole, delle quali parlano Cicerone, (lib. 3, De finibus) e
Seneca (lib. 2, De Clementia) sono attribuite da Dione Niceo e da
Suida, all'Imperatore Tiberio.

CAPITOLO XXVII.

Come qualmente Pantagruele ragiona sulla dipartita dell'anime
degli eroi e dei prodigi orrifici che precedettero il trapasso del
defunto signore di Laugey.


- Io non vorrei, continu Pantagruele, non aver sofferto la
tempesta di mare che tanto ci ha tormentato e travagliato giacch
cos ho avuto modo d'intendere ci che ci ha detto questo buon
Macrobio. E sono indotto a credere quanto ci ha detto della cometa
vista in cielo alcuni giorni prima di quella dipartita. Infatti
certe anime sono tanto nobili, preziose ed eroiche che del loro
dipartire e trapassare ci  dato segno alcuni giorni prima dai
cieli. E come il medico prudente quando vede dai prognostici che
il malato entra nel decorso della morte, avverte qualche giorno
prima moglie, figlioli, parenti e amici, del decesso imminente del
loro marito, padre, o consanguineo, affinch nel breve tempo che
gli resta da vivere lo ammoniscano a provvedere alla sua casa, a
consigliare e benedire i figlioli, a raccomandare la vedova, a
dichiarare ci che reputi necessario al mantenimento dei pupilli,
e non sia sorpreso da morte senza testare e dare disposizioni per
l'anima sua e per la sua casa, similmente i cieli benevoli, come
lieti di ricevere quelle beate anime, prima del loro decesso
sembrano accendere fuochi di gioia con quelle comete e apparizioni
di meteore; le quali vogliono i cieli che siano da uomini tenute
in conto di prognostici certi e predizioni veraci che dopo pochi
giorni quelle venerabili anime lascieranno i loro corpi e la
terra.
Allo stesso modo un tempo in Atene i giudici areopagiti nel
giudizio dei malfattori prigionieri, usavano certi segni secondo
le sentenze: per Th significavano condanna a morte, per T,
assoluzione, per A, supplemento d'istruttoria, allorquando il caso
non era ancora risoluto. Quelle lettere esposte al pubblico
toglievano dalle preoccupazioni dell'incertezza i parenti, gli
amici e gli altri curiosi di sapere quale sarebbe stata la sorte e
il giudizio sui malfattori tenuti in prigione. Parimenti con
quelle comete, quasi lettere dell'etere, i cieli dicono
tacitamente: "Oh uomini mortali, se da quelle beate anime volete
sapere, apprendere, intendere, conoscere, prevedere alcuna cosa
concernente il bene e l'utilit pubblica o privata, affrettatevi a
presentarvi loro e aver da loro risposta, poich s'approssima la
fine e catastrofe della commedia. Dopo la catastrofe ogni
rimpianto sar vano.
Ma i cieli fanno anche pi. Per dichiarare che la terra e le anime
terrene non sono degne della presenza, compagnia e godimento di
quelle anime insigni, sollevano stupore e spavento con prodigi,
presagi, miracoli, e altri segni precedenti formati contro ogni
legge di natura. E ci vedemmo parecchi giorni prima del
dipartirsi della tanto illustre, generosa ed eroica anima del
dotto e prode cavaliere di Langey del quale avete parlato.
- Me ne ricordo, disse Epistemone, e ancora mi abbrividisce e
trema il cuore nella sua capsula, quando penso ai prodigi tanto
strani e orrifici ai quali assistemmo cinque o sei giorni prima
della sua morte. Per modo che i signori di Assler Chemant, Mailly
il guercio, di Saint-Ayl, di Villeneuve-la-Guyart, mastro Gabriele
medico di Savigliano, Rabelais, Cohuau, Massuau Majorici, Bullou,
Cercu detto il borgomastro, Francesco Proust, Ferron, Carlo
Girard, Francesco Bourr e tanti altri amici, famigliari e
servitori del defunto, tutti spaventati si guardavano gli uni gli
altri in silenzio, senza dir parola, tutti pensando e prevedendo
nel loro intendimento che fra breve la Francia sarebbe stata priva
di un cavaliere tanto perfetto e tanto necessario alla sua gloria
e protezione e che i cieli lo richiamavano come ad essi dovuto per
propriet naturale.
- Fiocco del mio cappuccio! disse Fra Gianni, voglio divenir
chierco ne' miei vecchi giorni. Ho assai buon intendimento in
verit.
    Or domando dimandando:
Come il re al suo valletto
La regina al figlioletto

questi eroi e semidei dei quali avete parlato, possono morire
colla morte? Per nostra Signora, io pensava nel mio pensamento che
fossero immortali come belli angeli, Dio voglia perdonarmelo.
Questo reverendissimo Macrobio afferma invece che alla fine
muoiono.
- Non tutti, rispose Pantagruele. Gli stoici li dicevano tutti
mortali, eccettuato uno che solo  immortale, impassibile,
invisibile.
Pindaro dice chiaramente che la conocchia e il filo del Destino e
delle Parche inique non filano pi filo, cio pi vita alle dee
Amadriadi, di quanta sia concessa agli alberi da esse conservati,
cio le quercie onde nacquero, secondo l'opinione di Callimaco e
di Pausania, in Phoci. Questa  anche l'opinione di Marciano
Capella. Quanto ai Semidei, Pani, Satiri, Silvani, Folletti,
Egipani, Ninfe, Eroi, e Demoni, parecchi hanno calcolato che le
loro vite durano 9720 anni, sommando le loro et diverse valutate
da Esiodo: e questo numero  composto dall'unit passata al
quadruplo e il quadruplo intero quattro volte per s moltiplicato,
poi il tutto cinque volte moltiplicato per solidi triangoli.
Vedete Plutarco al libro sulla Cessazione degli oracoli.
- Questa non  materia di breviario, disse Fra Gianni, e non ne
credo se non ci che vi piacer.
- Io credo, disse Pantagruele che tutte le anime intellettive sono
esenti dalle forbici di Atropo. Tutte sono immortali: angeli,
demoni, e uomini. Vi racconter tuttavia una storia ben strana, ma
scritta e certificata da parecchi dotti e sapienti storiografi.


CAPITOLO XXVIII.

Come qualmente Pantagruele racconta una commovente istoria sul
trapasso degli Eroi.


- Epiterse padre del retore Emiliano, navigando dalla Grecia
all'Italia sopra una nave carica di mercanzie diverse e numerosi
viaggiatori, verso sera abbassato il vento presso le isole
Echinadi, tra la Morea e Tunisi, la nave fu portata verso l'isola
di Paxo e ivi approd. Mentre alcuni dei viaggiatori dormivano,
altri vegliavano, altri bevevano e mangiavano, dall'isola di Paxo
fu udito qualcuno che gridava a gran voce: Tamos! A quel grido
tutti furono spaventati. Tamos era il pilota, nativo d'Egitto; ma
il suo nome era noto a pochissimi dei viaggiatori. La voce fu
udita una seconda volta chiamare Tamos con grida terribili.
Nessuno rispondeva, ma tutti restavano in silenzio trepidando. La
voce fu udita una terza volta pi terribile di prima. Allora Tamos
rispose:
- Sono qui, che domandi? Che vuoi tu ch'io faccia?
Allora la voce disse altamente con tono di comando che quando
fosse giunto a Palode, divulgasse che Pan il gran Dio era morto.
Non erano ancora finite le parole che furono sentiti grandi
sospiri, grandi lamenti e spavento sulla terra non d'una persona
sola ma di tante insieme.
La notizia (poich parecchi erano stati presenti) fu ben presto
divulgata a Roma. E Cesare Tiberio, allora imperatore, mand a
chiamare quel Tamos e, intesolo, prest fede alle sue parole. E
chiesto ai dotti che erano allora in buon numero alla sua Corte e
in Roma, sent da loro che Pan era stato figlio di Mercurio e
Penelope. Cos avevano scritto Erodoto e Cicerone nel terzo libro
De natura deorum.
Tuttavia io attribuirei il miracolo a quel grande Salvatore dei
fedeli che in Giudea fu ignominiosamente ucciso per l'invidia e
l'iniquit dei pontefici, dottori, preti e monaci della legge
mosaica. E l'interpretazione non mi sembra errata, ch a buon
diritto Egli pu esser detto in lingua greca Pan. Egli  il nostro
Tutto. Tutto ci che viviamo, tutto ci che abbiamo, tutto ci che
speriamo  lui, in lui, da lui, per lui.  il buon Pan, il gran
pastore che, come attesta l'appassionato pastore Coridone, ama non
solo le pecore, ma anche i pastori. Alla sua morte infatti,
seguirono compianti, sospiri, spavento e lamentazioni in tutta la
macchina dell'universo: cieli, terra, mare, inferno. A questa mia
interpretazione corrisponde il tempo. Infatti quel buonissimo e
grandissimo Pan, unico Salvatore nostro, mor a Gerusalemme,
regnando in Roma Tiberio Cesare.
Pantagruele, finito questo discorso, rest in silenzio e in
profonda contemplazione. Poco dopo vedemmo le lagrime colare dai
suoi occhi, grosse come ova di struzzo. Mi voto a Dio se mento
d'una sola parola.


CAPITOLO XXIX.

Come qualmente Pantagruele arriv all'isola di Tapino nella quale
regnava Quaresimante.


Restaurate e riparate le navi dell'allegro convoglio, rinnovate le
vettovaglie, lasciati i Macreoni pi che contenti e soddisfatti
della spesa che vi aveva fatta Pantagruele, le nostre genti, con
grande alacrit e pi allegre del solito, il giorno dopo fecero
vela con una serena e fresca brezza. A giorno avanzato Xenomane
mostr di lontano l'isola di Tapinois nella quale regnava
Quaresimante. Pantagruele aveva gi sentito parlare di lui e
avrebbe voluto visitarlo in persona, ma Xenomane lo dissuase sia
per la deviazione che avrebbero dovuto compiere, sia per i magri
passatempi che disse esservi in tutta l'isola e nella Corte del
detto signore.
- Vi troverete, egli disse, come sola risorsa un gran
trangugiatore di piselli grigi, gran sfondatore di barili di
aringhe, gran cacciatore di talpe, grande imballatore di fieno,
mezzo gigante dalla pelurie nascente e con doppia tonsura,
proveniente dal Lanternese e gran lanterniere egli stesso,
gonfaloniere degli Ictiofagi, dittatore del Mostardese, frustatore
di bambini, calcinatore di ceneri, padre e figliolo dei medici,
ricco di assoluzioni, indulgenze, e stazioni, galantuomo, buon
cattolico, di gran devozione. Piange per tre parti del giorno, mai
non si trova a nozze. Vero  che non si trova in quaranta reami
fabbricante di lardatoi e schidioni pi industrioso di lui. Circa
sei anni or sono, passando per Tapinilandia, me ne portai una
grossa e la donai ai beccari di Cande che li apprezzarono assai e
non senza ragione. Al nostro ritorno ve ne mostrer due attaccati
al gran portale.
I suoi alimenti sono: usberghi salati, caschetti, morioni salati e
celate salate, grazie ai quali patisce talvolta di grave
pisciacalda. Il suo vestire  allegro e nel taglio e nel colore;
infatti usa il grigio e il freddo con niente davanti e niente di
dietro, e idem per le maniche.
- Mi farete piacere disse Pantagruele, se, come avete descritto il
vestire, gli alimenti, la maniera di fare e i passatempi, mi
descriverete anche l'aspetto e le parti del suo corpo.
- Te ne prego anch'io, coglioncino, disse Fra Gianni, poich l'ho
trovato nel mio breviario e se ne fugge dietro le feste mobili.
- Volentieri, rispose Xenomane. Pi ampiamente sentiremo parlare
per avventura di lui arrivando all'isola Feroce, dominata dalle
arcigne Anduglie sue nemiche mortali contro le quali  in guerra
sempiterna. E se non era l'aiuto del nobile Martedigrasso loro
protettore e buon vicino, il gran lanterniere Quaresimante da gran
tempo le avrebbe cacciate dalla loro terra e sterminate.
- Sono esse maschi o femmine? Angeliche, o mortali? Donne o
pulzelle? chiese Fra Gianni.
- Femmine di sesso, rispose Xenomane, e mortali di natura; alcune
pulzelle, altre no.
- Io mi voto al diavolo, disse Fra Gianni, se non tengo per loro.
Che scandalo mover guerra a donne! Torniamo indietro, ammazziamo
quel villanzone!
- Combattere contro Quaresimante? disse Panurgo. Ah, per tutti i
diavoli, non sono s matto, ne s ardito a un tempo. Quid iuris,
se ci trovassimo presi tra le Anduglie e Quaresimante, tra
l'incudine e i martelli? Canchero! Via, via di l, passiamo oltre!
Addio, addio, Quaresimante! Vi raccomando le Anduglie; e non
dimenticate i Sanguinacci.


CAPITOLO XXX.

Come qualmente Xenomane anatomizza e descrive Quaresimante.


Quaresimante, disse Xenomane, quanto alle parti interne, aveva il
cervello (almeno al tempo mio) simile in grandezza, colore,
sostanza e vigore, al coglione sinistro di un pellicello maschio.
I ventricoli del cervello come un tirafondo.
L'escrescenza vermiforme come un maglietto.
Le membrane come il cappuccio d'un monaco.
L'imbuto come un mastello da muratore.
La volta come un cuneo.
La glandola pineale come un otre.
La rete ammirabile come un frontale di cavallo.
Gli additamenti mammillari come scarponi.
I timpani come mulinetti.
Gli ossi petrosi come piumetti.
La nuca come una lanterna.
I nervi come rubinetti.
L'ugola come una cerbottana.
Il palato come un crogiuolo.
La saliva come una spola.
Le tonsille come occhiali monocoli.
L'istmo come una gerla.
Il gorgozzule come un paniere da vendemmia.
Lo stomaco come un cinturone.
Il piloro come un forcale di ferro.
L'aspra arteria come una ronca.
Il gozzo come un gomitolo di stoppa.
Il polmone come una mozzetta.
Il cuore come una pianeta.
Il mediastino come una scodella.
La pleura come un becco di corvo.
Le arterie come una cappa bearnese.
Il diaframma come un berretto alla coccarda.
Il fegato come un'accetta.
Le vene come un telaio.
La milza come un richiamo da quaglie.
Le budelle come un tramaglio.
Il fiele come una marra.
La corata come un guanto di ferro.
Il mesantere come una mitria d'abate.
L'intestino digiuno come un cane da dentisti.
L'intestino guercio come un piastrone di corazza.
Il colon come un'anfora.
Il budello culare come una borraccia monacale.
I rognoni come cazzuole.
I lombi come catenacci.
Gli ureteri come catene da camino.
Le vene emulgenti come schizzetti di sambuco.
I vasi spermatici come pasticci sfogliati.
I parastati come recipienti da piume.
La vescica come un arco da freccie.
Il collo della vescica come un battaglio.
Il mirach come un cappello albanese.
Il sifach come un bracciale.
I muscoli come soffietti.
I tendini come guanti da falconieri.
I legamenti come scarselle.
Le ossa come pezzi duri.
La midolla come una bisaccia.
Le cartilagini come tartarughe terrestri.
Gli ademi come roncole.
Gli spiriti animali come cazzotti.
Gli spiriti vitali come lunghi buffetti.
Il sangue bollente come sgrugnoni moltiplicati.
L'urina come chi fa le fiche al papa.
La genitura come un centinaio di chiodi da travicelli. E mi
raccontava la sua nutrice che avendo egli sposato la
Mezzaquaresima ne gener solamente un certo numero d'avverbi
locali e certi digiuni doppi.
Aveva la memoria come una sciarpa.
Il senso comune come un campanome.
L' immaginazione come uno scampanio.
I pensieri come un volo di stornelli.
La coscienza come uno snidamento d'aironetti.
Le deliberazioni come mantici d'organo.
Il pentimento come l'equipaggio di un doppio cannone.
Le imprese come la zavorra d'un galeone.
Il comprendonio come un breviario stracciato.
L'intelligenza come una lumaca che vien via da fragole.
La volont come tre noci e una scodella.
Il desiderio come sei balle di lupinella.
Il giudizio come una calzatoia.
La discrezione come una manopola.
La ragione come uno sgabello.


CAPITOLO XXXI.

Anatomia esterna di Quaresimante.


Quaresimante, continu Xenomane, era un po' meglio proporzionato
quanto alle parti esterne, eccetto le sette coste sporgenti oltre
la forma comune degli uomini.
Gli alluci erano come spinette organnizzate.
Le unghie come trivelle.
I piedi come chitarre.
I talloni come clave.
Le piante come lampade.
Le gambe come logori.
Le ginocchia come sgabelli.
Le coscie come elmi.
Le anche come trapani.
Il ventre a polena, abbottonato all'antica e cinto all'antibusto.
L'ombelico come una viola.
Il pettignone come un pasticcio.
Il membro come una pantofola.
La coglia come una damigiana.
I genitali come pialle.
I cremasteri come rachette.
Il perineo come un piffero.
Il buco del culo come uno specchio di cristallo.
Le natiche come un'erpice.
Le reni come vasi da burro.
Il peritoneo come un bigliardo.
La schiena come una balestra.
Gli spondili come cornamuse.
Le coste come arcolai.
Lo storno come un baldacchino.
Gli omplati come mortai.
Il petto come tubo d'organo.
Le mammelle come cornabecchi.
Le ascelle come scacchiere.
Le spalle come barelle.
Le braccia come barbute.
Le dita come alari da confraternita.
Le ossa delle mani e dei piedi come trampoli.
I focili come falcetti.
I cubiti come trappole.
Le mani come striglie.
Il collo come una tazza.
La gola come un filtro d'ipocrasso.
Il pomo d'Adamo come un barile; dal quale pendevano due gozzi di
bronzo ben belli e armoniosi, a mo' di clessidra.
La barba come una lanterna.
Il mento come una zucca.
Le orecchie come due manopole.
Il naso come uno stivaletto a punta polacca.
Le narici come cuffie.
I sopraccigli come leccarde. Sul sopracciglio sinistro aveva un
segno della forma e grandezza d'un orinale.
Le palpebre come ribechini.
Gli occhi come astucci da pettini.
I nervi ottici come un fucile.
La fronte come un boccale.
Le tempie come inaffiatoi.
Le guancie come due zoccoli.
Le mascelle come bicchieri.
I denti come spiedi. De' suoi denti di latte uno ne troverete a
Colonges-les-Royaux, nel Poitou; due alla Brosse, nel Saintonge,
sulla porta della cantina.
La lingua come un'arpa.
La bocca come una madia.
Il viso screpolato come un basto da mulo.
La testa contorta come un alambicco.
Il cranio come un carniere.
Le suture come anelli piscatorii.
La pelle come la gabardina.
L'epidermide come un vitello.
I capelli come una spazzola.
Il pelo come  stato gi detto.


CAPITOLO XXXII.

Continuazione sul contegno di Quaresimante.


Caso ammirabile in natura, continu Xenomane,  vedere e intendere
ci che fa Quaresimante.
Se sputa, sputa panieri di carciofi.
Se si soffia il naso, d fuori anguillette salate.
Se piange, sono anitre in salsa.
Se trema, trema gran pasticci di lepre.
Se suda, suda merluzzo con burro fresco.
Se rutta, rutta ostriche col guscio.
Se starnuta, son barili di mostarda.
Se tossisce, son scatole di cotognata.
Se singhiozza, son mazzi di crescione.
Se sbadiglia, son vasi di piselli tritati.
Se sospira, son lingue di bue affumicate.
Se zufola, sono cesti di scimmie verdi.
Se russa, sono scodelle di fave spezzate.
Se ghigna, sono pi di porco allo strutto.
Se parla  grossa stoffa d'Alvernia e non gi la morbida seta
della quale Parisatide voleva fossero tessute le parole di quelli
che parlavano a suo figlio Ciro re dei Persiani.
Se soffia, son tronchi per le indulgenze.
Se strizza l'occhio, son cialde e cialdoni.
Se brontola, son gatti di marzo.
Se dondola la testa, sono carrette di ferro.
Se fa smorfie, sono bastoni rotti.
Se borbotta, son giochi di tribunale.
Se pesta i piedi, son rinvii e proroghe quinquennali.
Se rincula, son galligr di mare.
Se sbava, sono forni banali.
S' roco sono pietanze alla moresca.
Se scorreggia, sono stivali di vacca bruna.
Se vescia, sono stivaletti di cuoio cordovano.
Se si gratta, sono nuove ordinanze.
Se canta, sono piselli in buccia.
Se va del corpo, son zucche e spugnole.
Se mangia, son cavoli all'olio, oppure olio con cavoli.
Se discorre, son nevi dell'anno scorso.
Se  preoccupato, son rasi e tonduti.
Se nulla dona, altrettanto ne va al ricamatore.
Se sogna, sono cazzi volanti e rampanti contro una muraglia.
Se fantastica, sono carte di rendita.
Caso strano: lavora nulla facendo; nulla fa lavorando.
Coribanteggia dormendo; dorme coribanteggiando, cogli occhi aperti
come fanno le lepri della Champagne, temendo qualche camiciata
d'Anduglie sue antiche nemiche. Ride mordendo, morde ridendo.
Nulla mangia digiunando, digiuna nulla mangiando. Rosicchia per
sospetto, beve per immaginazione. Fa il bagno sugli alti
campanili, si asciuga dentro stagni e riviere. Pesca nell'aria e
vi prende granchi decumani. Caccia in fondo al mare e vi trova
ibici, stambecchi e camoscii. A tutte le cornacchie prese
nell'isola dei Tapini ammacca gli occhi, nulla lo spaventa fuorch
la sua ombra e le grida de' grassi caprioli. Certi giorni batte il
pavimento. Si gingilla colle corde della cintura. Del suo pugno fa
maglio. Scrive su pergamena pelosa col suo grosso calamaio
prognostici e almanacchi.
- Oh il valentuomo! disse Fra Gianni.  quello che mi ci vuole,
quello che cerco; ora gli mando un cartello.
- Ecco una strana e mostruosa membratura d'uomo, se uomo debbo
chiamarlo, disse Pantagruele. Voi mi richiamate a mente la forma e
i modi di Amodunt e Discordanza.
- Che forma avevano? chiese Fra Gianni. Mai, Dio me lo perdoni,
non intesi parlarne.
- Ve ne dir, rispose Pantagruele ci che ho letto tra gli
apologhi antichi. Fisis (la natura) partor di primo parto
Bellezza e Armonia senza carnal copulazione, essendo di per s
grandemente feconda e fertile. Antifisis che in ogni tempo fu
avversa alla natura, ebbe subito invidia di quel parto s bello e
onorevole; e accoppiandosi con Tellumone, partor per contro
Amodunt e Discordanza. Essi avevano testa sferica e interamente
rotonda come un pallone; non lievemente compressa ai lati com'
quella umana. Le orecchie avevano erette in alto, come grandi
orecchie d'asino: gli occhi fuor della testa, piantati su ossa
simili ai talloni, senza sopraccigli, duri come quelli dei
gamberi; i piedi rotondi come palle; le braccia e le mani volte
indietro verso le spalle: e camminavano rotolando continuamente
colla testa per terra, il culo sopra la testa e i piedi in alto.
E al pari delle scimmie alle quali, come sapete, i lor scimmiotti
sembrano pi belli che altra cosa al mondo, cos Antifisis lodava
i suoi figlioli e si sforzava di provare che erano pi belli e
avvenenti de' figli di Fisis, dicendo che aver cos la testa e i
piedi sferici, era forma competente; e camminare circolarmente
rotolando a quel modo era andatura perfetta, forma e andatura che
tenevano del divino avvegnach i cieli e tutte le cose eterne cos
si rigirano. Avere i piedi in aria, la testa in basso era
imitazione del Creatore dell'universo, considerando che i capelli
sono nell'uomo come radici, le gambe come rami. Infatti gli alberi
sono piantati in terra pi comodamente colle loro radici che non
sarebbero coi rami. Con questa dimostrazione allegava che i suoi
figlioli somigliavano meglio e pi convenientemente a un albero
dritto, laddove quelli di Fisis erano come un albero capovolto.
Quanto alle braccia e alle mani, provava che pi ragionevolmente
erano rivolte verso le spalle, poich queste parti del corpo non
dovevano essere senza difesa, mentre il davanti era abbastanza
munito dai denti. E di essi la persona pu non solo usare
camminando senza aiuto di mani, ma anche difendersi contro le cose
nocive. Cos, colla somiglianza e il confronto delle bestie brute,
traeva alla sua opinione tutti i matti e gl'insensati ed era
ammirata dalla gente scervellata e sprovvista di buon giudizio e
di senso comune.
In seguito ella gener i fanatici, i monaci questuanti, e i
pappalardo; i monaci maneggiatori di pistola, i demoniaci Calvini
impostori di Ginevra; i rabbiosi Puterbisti, briffalchi, i
beghini, gl'ipocriti, i cannibali e altri mostri deformi e
contraffatti a dispetto della natura.


CAPITOLO XXXIII.

Come qualmente Pantagruele scorse presso l'isola Feroce un
mostruoso fisitere.


A giorno avanzato avvicinandoci all'isola Feroce, Pantagruele
scorse lontano un grande, mostruoso fisitere che veniva dritto
verso noi strepitando, sbuffando, turgido, emergente pi alto
delle coffe della nave e vomitando acqua dalla gola davanti a s
come grosso fiume precipitante da qualche montagna. Pantagruele lo
indic al pilota e a Xenomane. Per consiglio del pilota le trombe
della nave ammiraglia suonarono il segnale d'allarme e di serrare
la fila; a quel suono tutte le navi, galeoni, ramberghe,
liburniche, secondo le norme della disciplina navale, si disposero
in ordine disegnando la figura di un y greco, la lettera di
Pitagora, come vedete fare alle gru nel loro volo a guisa di
triangolo acuto o conico, alla base del quale era la nave
ammiraglia pronta a combattere valorosamente. Fra Gianni ardito e
risoluto sal sul ponte coi bombardieri. Panurgo cominci a
gridare e a gemere pi che mai.
- Babibab, diceva egli, eccoci peggio dell'anno scorso! Fuggiamo!
Per la morte d'un bue, quello  il Leviatano descritto dal nobile
profeta Mos nella vita del santo Giobbe. C'inghiottir tutti,
uomini e navi come pillole. Nella sua gran gola infernale non
saremo per lui pi d'un granello di confetto muschiato nella bocca
d'un asino. Eccolo qui, fuggiamo, andiamo a terra! Dev'esser
proprio lui il mostro marino che fu destinato un tempo a divorare
Andromeda. Siamo tutti perduti. Oh fosse ora qui per ucciderlo
qualche valoroso Perseo!
- Sar trafitto da me, non abbiate paura, rispose Pantagruele.
- Virt di Dio, dalle cause della paura liberateci! disse Panurgo.
Quando volete che abbia paura se non quando il pericolo 
evidente?
- Se il vostro destino fatale  quello detto poc'anzi da Frate
Gianni, voi dovete aver paura di Piroo, Eoo, Etonte e Flegonte i
celebri cavalli flammivomi del sole che lanciano fuoco dalle
narici; ma nessuna paura dei fisiteri che gettano solo acqua dalla
bocca e dalle orecchie. Nessun pericolo di morte per voi da
quell'acqua; anzi da questo elemento sarete piuttosto garantito e
conservato che fastidito e offeso.
- Avete un bel dire, rispose Panurgo. Virt d'un piccolo pesce,
non vi ho esposto abbastanza la trasmutazione degli elementi e il
facile simbolo tra arrostito e bollito, bollito e arrostito?
Ahim, eccolo qui, vado a nascondermi laggi. Siam tutti morti a
questo colpo! Vedo sulla coffa Atropo la fellona colle sue forbici
arrotate di fresco pronta a tagliare il filo della vita. Attenti!
Eccolo! Oh come sei orribile e abbominevole! Tu ne hai annegati
chi sa quanti altri che non ne menarono vanto! Se gettasse, per
Bacco, vin buono, bianco rosso, frizzante, delizioso invece di
quest'acqua amara, fetente, salata, sarebbe alquanto tollerabile e
si potrebbe aver pazienza come quell'Inglese che condannato a
morte pei delitti confessati e avendo facolt di scegliere morte
di suo gusto volle morire annegato dentro una botte di malvasia...
Eccolo qui! Oh, oh, diavolo, Satanasso, Leviatano! Non posso
vederti tanto sei brutto e detestabile; va all'udienza, va,
vattene dagli Azzeccagarbugli!


CAPITOLO XXXIV.

Come qualmente il mostruoso fisitere fu sconfitto da Pantagruele.


Il fisitere penetrato nell'angolo delle navi e dei galeoni gettava
acqua sui primi a piene botti come se fossero le cataratte del
Nilo in Etiopia. Dardi, dardelli, giavellotti, spiedi, lanciotti,
partigiane volavano su lui da ogni parte. Fra Gianni non si
risparmiava. Panurgo moriva di paura. L'artiglieria tuonava e
fulminava diabolicamente e faceva di tutto per le pincer sans
rire! Ma non riusciva a nulla perch le grosse palle di ferro e di
bronzo penetrandogli nella pelle sembravano, a veder da lungi,
fondersi come tegole al sole. Allora Pantagruele, colto
opportunamente il destro, spiega le braccia e d prova di ci che
sa fare. Voi dite, ed  scritto, che il truculento Commodo,
imperatore di Roma, tirava d'arco tanto destramente che a gran
distanza faceva passar le freccie tra le dita di bambini colle
mani in aria, senza menomamente ferirli. Voi ci raccontate di
quell'arciere indiano quando Alessandro conquist l'India, il
quale era tanto esperto da far passare a distanza le sue freccie
per entro un anello contuttoch fossero lunghe tre cubiti e la
punta fosse tanto grande e pesante che trapassava spade d'acciaio,
scudi spessi, corazze temprate, e tutto ci che toccasse per
quanto massiccio, resistente, duro e solido si fosse. Voi ci dite
miracoli anche della bravura degli antichi Francesi che
eccellevano su tutti nell'arte sagittaria. Essi, andando a caccia
di bestie nere e fulve, usavano strofinare il ferro delle freccie
con elleboro perch la carne della selvaggina cos ferita,
diventasse pi tenera, piccante, sana e deliziosa; ma tuttavia
tagliavano in tondo la carne intorno alla ferita. Voi mi
raccontate parimenti dei Parti che tiravano dietro a s anche pi
abilmente che non facessero gli altri popoli per davanti. Voi mi
celebrate anche la gran destrezza degli Sciti. Si racconta che una
volta un ambasciatore scita inviato a Dario re del Persiani, gli
offr un uccello, una ranocchia, un sorcio e cinque freccie, senza
dir parola. Chiestogli che significassero quei doni e se aveva
incarico di nulla dire, rispose di no. Dario rimaneva stupito e
stordito, senonch uno dei sette capitani che avevano ucciso i
magi, nominato Gobria, gli chiar il caso con questa
interpretazione: "Con tali doni e offerte, gli Sciti dicono
tacitamente che se i Persiani non siano uccelli che volano pel
cielo, o non si rimpiattino nei profondi stagni e nelle paludi
come ranocchie, saranno mandati tutti in rovina dalla potenza e
dalle saette degli Sciti".
Ebbene, il nobile Pantagruele sia nel lancio come nel saettare era
senza confronto pi ammirabile. Infatti coi suoi terribili
giavellotti e colle sue freccie (che somigliavano propriamente in
lunghezza, grossezza, peso e ferratura, alle grosse travi sulle
quali poggiano i ponti di Nantes, Saumul, Bergerac e i ponti au
Change e aux Meuniers a Parigi) da ben mille passi di distanza
apriva il guscio all'ostriche senza toccare i margini, smoccolava
una candela senza spengerla, colpiva le gazze all'occhio, staccava
le suole dagli stivali senza danneggiarli, levava la fodera alle
barbute senza nulla guastare, voltava le pagine del breviario di
Fra Gianni a una a una senza nulla stracciarne. Con tali dardi
adunque, dei quali era gran provvigione nella nave, al primo colpo
colse il fisitere sulla fronte in modo che gli trafisse le due
mascelle e la lingua sicch pi non apr bocca, pi non attinse,
pi non gett acqua. Al secondo colpo gli trafisse l'occhio
destro, al terzo l'occhio sinistro. E il fisitere fu visto con
gran giubilo di tutti portare quelle tre corna in fronte, un po'
pendenti in avanti a figura di triangolo equilatero; e girare da
una parte e dall'altra vacillante e fuorviato, come stordito,
accecato e prossimo a morte. Non contento Pantagruele glie ne
lanci un altro sulla coda che pendeva parimenti, ma all'indietro.
Poi altri tre sulla schiena in linea perpendicolare in modo che la
distanza tra capo e coda rest giustamente ripartita in tre parti.
Infine glie ne lanci sui fianchi cinquanta da un lato e cinquanta
dall'altro, per modo che il corpo del fisitere somigliava alla
chiglia d'un galeone a tre gabbie, piantata per tutta la sua
dimensione sui suoi travi, come se fossero le costole e i puntelli
della carena. Ed era cosa molto piacevole a vedersi. Allora,
morendo, il fisitere si arrovesci col ventre in alto come fanno
tutti i pesci morti; e cos restando le travi in acqua volte al
basso, somigliava alla scolopendra, serpe con cento piedi come lo
descrive l'antico scienziato Nicandro.


CAPITOLO XXXV.

Come qualmente Pantagruele sbarca all'isola Feroce, antica
abitazione delle Anduglie.


I marinai della nave lanterniera trassero a terra nell'isola
vicina, detta Feroce, il fisitere legato per farne l'anatomia e
ricavarne il grasso dei rognoni, che dicevano esser molto utile e
necessario alla guarigione di certa malattia che essi chiamavano
mancanza di denaro. Pantagruele non vi fe' caso che altri simili e
anche pi enormi aveva visto nell'oceano gallico. Consent
tuttavia a sbarcare nell'isola Feroce per asciugare e ristorare
alcuni de' suoi uomini bagnati e insudiciati dal brutto fisitere,
e prese terra in un piccolo porto deserto, esposto a mezzod e
situato presso una macchia d'alberi, alti e belli e piacevoli onde
usciva un delizioso ruscello d'acqua dolce, chiara e argentina.
L, sotto belle tende, furono allestite le cucine senza risparmio
di legna. Quando tutti ebbero cambiato vestito a lor piacere, Fra
Gianni suon la campanella e a quel suono le tavole furono
preparate e prontamente imbandite.
Pantagruele, mentre desinava allegramente coi suoi, alla seconda
portata scorse certe Andugliette domestiche arrampicarsi e montare
senza dir parola sopra un alto albero presso la dispensa dei
bicchieri, e domand a Xenomane che bestie fossero, pensando
fossero scoiattoli, donnole, martore, o ermellini.
- Sono Anduglie rispose Xenomane e questa  l'isola Feroce della
quale vi parlavo stamattina. Tra Anduglie e Quaresimante, loro
maligno e antico nemico,  guerra mortale da lungo tempo. Credo
che le cannonate tirate contro il fisitere abbiano destato in loro
il dubbio e la paura che quel loro nemico giunga qui colle sue
forze per sorprenderle e saccheggiare l'isola come pi volte aveva
gi tentato invano e con poco profitto causa la diligente
vigilanza delle Anduglie; le quali, come diceva Didone ai compagni
d'Enea che volevano sbarcare a Cartagine a sua insaputa e senza
sua licenza, erano costrette dalla malignit dei nemici vicini al
loro territorio, a premunirsi e vigilare continuamente.
- Amico mio, disse Pantagruele, se credete che con qualche onesto
mezzo possiamo metter fine a questa guerra e riconciliarli
insieme, avvisatemi. Mi ci metter di buon animo e non mi
risparmier per temperare e accomodare le condizioni controverse
fra le due parti.
- Non  possibile ora rispose Xenomane. Quattro anni sono,
passando di qua e per l'isola dei Tapini, mi reputai in dovere di
indurli alla pace o, almeno, a lunga tregua; e se si fossero
spogliati delle loro passioni circa un solo articolo, sarebbero
ora buoni amici e vicini. Ma Quaresimante non voleva comprendere
nel trattato di pace i selvaggi Sanguinacci, n i montani Salami
loro antichi buoni compari e confederati, le Anduglie dal canto
loro esigevano che la fortezza di Barile fosse retta e governata a
loro discrezione, come pure il castello di Salumeria, e che da
esso fossero cacciati via non so quali orridi assassini e briganti
che l'occupavano.
Sembrando inique queste condizioni alle parti, manc l'accordo e
l'accomodamento non fu concluso. Tuttavia l'inimicizia tra loro
rimase meno aspra e pi dolce che in passato non fosse. Ma dopo la
denuncia del concilio nazionale di Chesil dove furono malmenate,
maltrattate e proscritte, e dove anche Quaresimante fu dichiarato
merdoso, fetente e stoccafissato se mai avesse fatto alleanza o
transazione alcuna con loro, gli animi si sono orribilmente
inaciditi, avvelenati, indignati, ostinati e non  possibile
ripararvi. Sarebbe pi facile riconciliare insieme gatti e topi,
cani e lepri.


CAPITOLO XXXVI.

Come qualmente fu preparata un'imboscata dalle selvaggie Anduglie
contro Pantagruele.


Mentre Xenomane cos parlava, Fra Gianni scorse al porto
venticinque o trenta giovani Anduglie di svelta statura che si
ritiravano precipitosamente verso la citt, la cittadella, il
castello, e la piccola rocca dei camini, onde disse a Pantagruele:
- Prevedo che ci sar qui qualche malinteso. Le venerabili
Anduglie potrebbero forse scambiarvi per Quaresimante, bench in
nulla gli rassomigliate. Tralasciamo di mangiare e provvediamo
alla resistenza.
- Non sarebbe troppo mal fatto, disse Xenomane; le Anduglie sono
Anduglie, sempre doppie e traditrici.
Allora Pantagruele si leva da tavola per esplorare fuori della
macchia d'alberi; poi torna subito e ci assicura di aver scoperto
a sinistra un'imboscata di Anduglie fellone e a destra lungo una
collinetta a una mezza lega di distanza, un grosso battaglione di
altre potenti e gigantesche Anduglie marcianti furiosamente contro
noi in ordine di battaglia, al suono di zampogne, pive, budelli,
vesciche, allegri pifferi e tamburi, trombe e trombette.
Congetturando dalle settantotto insegne che vi aveva contato,
stimavamo che il loro numero fosse di quarantamila.
L'ordine che mantenevano, la loro marcia fiera, le faccie risolute
ci inducevano a credere che non fossero ragazzaglia, ma vecchie
Anduglie di guerra. Dalle prime file fin presso le insegne erano
tutte armate da capo a piedi e con piccole picche a quanto ci
sembrava da lungi, ma tuttavia bene appuntite e acciaiate;
fiancheggiavano l'esercito alle ali, un gran numero di zotici
Sanguinacci, di massicci Pasticci, e di Salami a cavallo, tutti di
bella statura, indigeni dell'isola, briganti e feroci.
Pantagruele rest impressionato e non senza ragione, bench
Epistemone gli rimostrasse che forse nei paesi andugliesi cos si
usava e costumava far festa e accogliere in armi gli amici
stranieri; cos come sono accolti e salutati i nobili re di
Francia dalle buone citt del reame al loro primo ingresso dopo la
consacrazione e l'avvento al trono.
Si tratta per avventura, diceva egli, della guardia ordinaria
della regina del luogo, la quale, avvertita dalle giovani
sentinelle andugliesi che vedeste sull'albero, come qualmente
giungesse al posto il bello e pomposo convoglio dei vostri
vascelli, ha pensato dover esservi qualche ricco e potente
principe e viene a visitarvi in persona.
Pantagruele riun il Consiglio per intenderne sommariamente il
parere su ci che dovessero fare in quel frangente di dubbia
speranza e di timore evidente.
Allora espose brevemente come tal maniera d'accoglienza in armi,
sotto apparenza di festa e amicizia aveva spesso recato danno
mortale. Cos, diceva egli, l'imperatore Antonino Caracalla aveva
una volta massacrato gli Alessandrini; e un'altra volta sbaragli
la compagnia d'Artabano re di Persia sotto pretesto e finzione di
voler sposare sua figlia. Ma non rest impunito, ch vi perd poco
dopo la vita.
Cos i figli di Giacobbe per vendicare il ratto della loro sorella
Dina saccheggiarono i Sichimei. Con simile simulazione furono
disfatti dall'imperatore romano Gallieno i guerrieri dentro
Costantinopoli. Cos, sotto apparenza d'amicizia, Antonio trasse
in agguato Artavasde re d'Armenia; poi lo fece legare e incatenare
e infine uccidere. Mille altri fatti consimili troviamo nelle
antiche istorie. E a buon diritto  fino ad oggi grandemente per
la prudenza sua lodato il re di Francia Carlo, sesto di questo
nome, il quale dopo le vittorie sui Fiamminghi e i Gandesi
ritornando in Francia alla sua buona citt di Parigi, sentendo a
Bourget che i Parigini coi loro maglietti (onde furono poi
soprannominati Magliottini) erano usciti dalla citt in ordine di
battaglia, non volle entrare a Parigi se prima non si fossero
ritirati nelle loro case e disarmati, bench essi sostenessero che
s'erano messi in armi per accoglierlo pi onorevolmente, senza
finzione, n cattiva intenzione di sorta.


CAPITOLO XXXVII.

Come qualmente Pantagruele mand a chiamare i capitani
Riflanduglia e Tagliasanguinacci, aggiuntovi un notevole discorso
sui nomi propri di luogo e di persona.


Il consiglio deliber che per ogni evento dovevano stare in
guardia.
Allora Pantagruele mand Carpalim e Ginnasta a chiamare i
guerrieri della nave Brentiera dei quali era comandante
Riflanduglia e quelli della nave Corbiera, dei quali era
comandante Tagliasanguinacci il giovane.
- Lever io, disse Panurgo, il disturbo a Ginnasta, la sua
presenza  necessaria qui.
- Per la tonaca che porto, disse Fra Gianni, tu vuoi ecclissarti
dal combattimento, coglionaccio, e sull'onor mio non ti vedremo
pi ritornare. Non  gran perdita: gi, non farebbe che
piagnucolare, gemere, gridare e scoraggiare i buoni soldati.
- Frate Gianni, mio padre spirituale, io torner certo e ben
tosto; solamente provvedete a che le odiose Anduglie non
s'arrampichino sulle navi. Mentre voi combatterete, pregher Dio
per la vittoria, sull'esempio del cavalleresco capitano Mos
conduttore del popolo d'Israele.
- Il nome di questi due vostri comandanti, Riflanduglia e
Tagliasanguinacci, disse Epistemone a Pantagruele, promette
sicurezza, fortuna e vittoria nel conflitto, se per avventura le
Anduglie volessero offenderci.
- Ben v'apponete, disse Pantagruele, e mi fa piacere sentirvi
prevedere a prognosticare la vittoria dai nomi dei nostri
comandanti. Tal maniera di prognosticare dai nomi non  moderna.
Essa fu celebrata in passato e religiosamente osservata dai
Pitagorici e parecchi grandi signori e imperatori ne hanno tratto
profitto al loro tempo.
Ottaviano Augusto, secondo imperatore di Roma, incontrando un
giorno un contadino chiamato Eutiche, vale a dire ben fortunato,
che conduceva un asino chiamato Nicone, cio, in lingua greca, il
vittorioso, mosso dal significato dei nomi sia dell'asinaro e sia
dell'asino, ne trasse auspicio di piena prosperit, felicit, e
vittoria.
Vespasiano, parimenti imperatore di Roma, trovandosi un giorno
solo in orazione nel tempio di Serapide, vedendo arrivare
inopinatamente un suo servo chiamato Basilide, cio reale, che
aveva da un pezzo lasciato indietro malato, ne trasse speranza e
sicurezza di ottenere l'impero romano.
Regiliano non per altra causa n occasione fu eletto imperatore
dai guerrieri, che pel significato del suo nome. Leggete il
Cratilo del divino Platone.
- Per la mia sete, disse Rizotoma, voglio leggerlo; di frequente
ve l'ho inteso citare.
- Vedete, riprese Pantagruele, come i Pitagorici per ragione di
nomi e di numeri concludono che Patroclo doveva essere ucciso da
Ettore; Ettore da Achille; Achille da Paride; Paride da Filottete.
La mia mente si confonde quando penso all'invenzione ammirabile di
Pitagora, il quale per via del numero pari o dispari delle sillabe
di ogni nome proprio deduceva da che banda fossero i difetti
fisici degli uomini zoppi, gobbi, guerci, gottosi, paralitici,
pleuretici, e altri, assegnando il numero pari alla sinistra del
corpo, il dispari alla destra.
- Veramente, disse Epistemone, ne vidi la riprova a Saintes in una
processione generale, presente il tanto buono, virtuoso, dotto ed
equo presidente Briand Valle, signore di Douhet. Quando passava
un zoppo o una zoppa, un guercio o una guercia, un gobbo o una
gobba, glie ne riferivano il nome proprio. Se le sillabe del nome
erano in numero dispari, subito, senza vedere le persone, egli
diceva che erano difettose guercie, zoppe, gobbe, dalla parte
destra. Se erano in numero pari dalla parte sinistra. E ci fu
trovato esatto, senza alcuna eccezione.
- Per via di questa invenzione, disse Pantagruele, i dotti hanno
affermato che Achille, colto da Paride mentr'era in ginocchio, fu
ferito al tallone destro, essendo il suo nome di sillabe dispari.
E infatti  a notare che gli antichi s'inginocchiavano sul piede
destro. Venere, davanti a Troia, fu ferita da Diomede alla mano
sinistra; infatti il suo nome, in greco,  di quattro sillabe.
Vulcano era zoppo al pi sinistro per la stessa ragione. Filippo,
re di Macedonia, e Annibale erano guerci dall'occhio destro. Cos
potremmo citare altri casi di sciatiche, ernie, emicranie in cui
si verifica questa ragione pitagorica.
Ma, per tornare ai nomi, considerate come Alessandro il Grande,
figlio del re Filippo, del quale abbiamo parlato, per
l'interpretazione di un solo nome condusse a termine una sua
impresa.
Egli assediava la forte citt di Tiro e da pi settimane
l'assaliva con tutte le forze, ma invano. A nulla valevano le sue
macchine e i lavori d'assedio. Gli abitanti di Tiro tutto
subitamente demolivano, a tutto riparavano. Allora gli venne
voglia di levare l'assedio, ma con grande melanconia, prevedendo
da quell'abbandono perdita insigne della sua reputazione. In tale
penoso frangente s'addorment. E dormendo sogn che era entrato
nella sua tenda un satiro danzante e saltellante colle sue gambe
di becco. Alessandro lo voleva prendere, ma il satiro sempre gli
sfuggiva. Finalmente il re perseguendolo in un angolo l'acciuff.
E in quel punto si svegli. Raccontato il sogno ai filosofi e
sapienti della sua Corte, intese che gli dei gli promettevano
vittoria e che Tiro sarebbe stata presa ben presto, poich la
parola Satiros, divisa in due: Sa Tiros, significa: Tua  Tiro.
Infatti al primo assalto prese di forza la citt e con piena
vittoria soggiog quel popolo ribelle.
Per contro considerate come, pel significato d'un nome, Pompeo
disper. Vinto da Cesare nella battaglia di Farsaglia non gli
restava altro mezzo di salvezza che la fuga. Fuggendo per mare
arriv all'isola di Cipro e presso la citt di Pafo scorse sulla
riva un palazzo bello e sontuoso. Domandato al pilota come si
chiamasse quel palazzo, intese che lo chiamavano Cacobasilea, vale
a dire: cattivo re. Questo nome gli mise addosso tale spavento e
repugnanza, che fu preso da disperazione come sicuro di non pi
salvarsi e di perder la vita, talch i presenti e i marinai
udirono le sue grida, sospiri e gemiti. Infatti poco tempo dopo un
oscuro contadino nominato Achillas gli tagli la testa.
Potremmo ancora citare, a questo proposito, ci che avvenne a L.
Paolo Emilio, quando dal senato romano fu eletto imperatore, cio
capo dell'esercito che inviavano contro Perseo re di Macedonia.
Quel giorno, verso sera, tornando a casa per prepararsi a partire,
baciando una sua figlioletta chiamata Trazia, avvert ch'ella era
un po' triste.
- Perch sei cos triste e addolorata? le chiese.
- Persa  morta, babbo, ella rispose.
Persa era il nome d'una cagnetta che le era carissima.
E da quelle parole Paolo Emilio trasse auspicio di vittoria contro
Perseo.
Se il tempo permettesse che potessimo discorrere per la Sacra
Bibbia degli Ebrei, vi troveremmo cento passi insigni che ci
mostrano con evidenza con quale religione consideravano i nomi
propri e i loro significati.
Sulla fine di questo discorso giunsero i due comandanti
accompagnati dai loro soldati, tutti bene armati e risoluti.
Pantagruele li incit brevemente a mostrarsi valorosi nel
combattimento se per avventura vi fossero costretti (poich non
poteva credere che le Anduglie fossero tanto traditore) proib di
cominciare per primi l'assalto e diede loro per parola d'ordine:
Martedigrasso.


CAPITOLO XXXVIII.

Come qualmente le Anduglie non sono da disprezzare tra gli uomini.


Voi canzonate qui, beoni, e non credete che la verit sia cos
come la racconto. Non so che farci. Credete se volete e, se non
volete, andate a vedere. Ma io so bene ci che vidi. E fu
nell'isola Feroce.
Non esito a nominarla. E richiamate a mente la forza dei giganti
antichi che impresero di porre l'alto monte Pelio sopra l'Ossa e
avviluppare l'ombroso Olimpo coll'Ossa per combattere gli Dei e
snidarli dal cielo. Non era questa forza volgare n mediocre.
Eppure quei giganti non erano che Anduglie per met del corpo,
ossia serpenti, per non mentire.
Il serpente che tent Eva era andugliesco; ci nonostante fu
scritto di lui che era fino e cauto pi d'ogni altro animale. Tali
sono anche le Anduglie. E anche oggi si sostiene in certe
accademie che quel tentatore altro non era che l'Anduglia chiamata
Itifallo, nella quale fu trasformato un tempo il buon messer
Priapo gran tentatore di donne in quelli che in greco son detti
paradisi, cio giardini.
Gli Svizzeri, popolo ora ardito e bellicoso, che ne sappiamo noi
se un tempo non erano Salsiccie? Io non vorrei metterci la mano
sul fuoco. Gli Imantopodi, popolo insigne d'Etiopia, non altro
sono che Anduglie, secondo la descrizione di Plinio.
Se questi discorsi non soddisfano l'incredulit delle Signorie
vostre, presentemente (dopo aver bevuto, intendo) andate a
visitare Lusignano, Portenay, Vovaut, Mervaut, e Pousanges nel
Poitou. L troverete vecchi testimoni di fama e di buona fucina, i
quali vi giureranno sul braccio di San Rigom che Melusina, loro
prima fondatrice, aveva corpo di femmina fino all'imborsacazzi, e
che il resto in gi era anduglia serpentina o serpente
andugliesco. Ella tuttavia aveva andatura svelta e galante,
imitata anche oggi dai ballerini bretoni quando danzano cantando i
loro trioris.
Quale fu la causa per la quale Erittonio invent per primo i
cocchi, le lettighe e i carri? Perch Vulcano l'aveva generato con
gambe andugliesche; a nasconder le quali, prefer andare in
lettiga piuttosto che a cavallo, poich al tempo suo le Anduglie
non erano ancora molto stimate.
La ninfa scitica Ora aveva parimenti il corpo met femmina e met
anduglia. Essa tuttavia sembr tanto bella a Giove, che il dio
giacque con lei e ne ebbe un bel figliolo chiamato Calaxes.
Smettete pertanto di canzonare e credete che nulla  pi vero
dell'Evangelo.

CAPITOLO XXXIX.

Come qualmente Fra Gianni si unisce ai cuochi per combattere le
Anduglie.

Vedendo Fra Gianni le furiose Anduglie marciare cos animosamente,
disse a Pantagruele:
- Avremo qui una bella battaglia da ridere, a quanto vedo. Oh il
grande onore e le magnifiche lodi che coroneranno la nostra
vittoria! Io vorrei che sulla vostra nave restaste solamente
spettatore di questo conflitto e, quanto al resto, lasciate fare a
me e alle mie genti.
- Che genti? domand Pantagruele.
- Materia di breviario, rispose Fra Gianni. Perch Putifarre,
capocuoco delle cucine di Faraone, quel Putifarre che compr
Giuseppe e che Giuseppe avrebbe fatto becco, se avesse voluto, fu
capo della cavalleria di tutto il reame d'Egitto?
Perch Nabuzardam capocuoco di Nabucodonosor fu eletto fra tutti
gli altri capitani per assediare e rovinare Gerusalemme?
- Ascolto, rispose Pantagruele.
- Oh buco di madama! disse Fra Gianni, ma io oserei giurare che in
passato avevano combattuto Anduglie o genti non pi stimate di
Anduglie, per abbattere, combattere, domare, o saccheggiare le
quali sono senza confronto pi idonei e sufficienti i cuochi che
tutti i guerrieri, stradiotti, soldati, e fanti del mondo.
- Voi mi rinfrescate la memoria, disse Pantagruele, di una fra le
facete e allegre risposte di Cicerone. Al tempo delle guerre
civili tra Cesare e Pompeo, a Roma, egli inclinava naturalmente
pi verso la parte pompeiana, bench fosse ricercato e molto
favorito da Cesare. Un giorno, sentendo che i Pompeiani in un
certo scontro avevano sofferto perdite rilevanti, volle visitare
il loro accampamento. E vi scorse poca forza, meno coraggio e
molto disordine. Allora prevedendo che tutto sarebbe finito
malamente a rovina, come poi avvenne, cominci a canzonare e
burlare ora gli uni ora gli altri con tratti agri e pungenti di
cui conosceva bene lo stile. Qualche capitano facendo il buon
compagnone come gente sicura e risoluta, gli disse: "Vedete quante
aquile abbiamo ancora!" (le aquile erano le bandiere romane in
tempo di guerra) "Buone quelle, rispose Cicerone, e opportune, se
aveste guerra con gazze". Poich dunque ci tocca combattere contro
Anduglie, voi inferite che sia battaglia culinaria e volete unirvi
coi cuochi. Fate a modo vostro. Io rester qui e attender l'esito
di questa fanfaronata.
Fra Gianni se ne va senz'altro alle tende delle cucine e con tutta
giocondit e cortesia cos dice ai cuochi:
- Ragazzi, voglio oggi vedervi salir tutti in onore e trionfo. Da
voi saranno compiute prodezze non ancora viste a nostra memoria.
Ventre su ventre! Non si tengono in nessun conto i valorosi
cuochi? Andiamo a combattere queste porche Anduglie. Io sar
vostro capitano. Beviamo, amici. Ors, coraggio!
- Capitano, risposero i cuochi, ben parlaste. Noi ci mettiamo ai
vostri graziosi ordini. Sotto il vostro comando vogliamo vivere e
morire.
- Vivere, vivere! disse Fra Gianni; morire punto! Abbiamo a fare
con Anduglie. Ors mettiamoci in ordine: parola d'ordine sar:
Nabuzardan.


CAPITOLO XL.

    Come qualmente Fra Gianni allestisce la troia e i prodi
cuochi dentrovi inclusi.

Allora i mastri ingegneri per ordine di Fra Gianni allestirono la
grande troia caricata sulla nave Borracciera. Era un congegno
mirifico costruito in modo che dalle grosse colubrine ordinate
tutto intorno, lanciava palle e quadrelli impennati d'acciaio e
nell'interno del quale potevano agevolmente combattere e restare
al coperto duecento uomini e pi; ed era fabbricata sul modello
della troia della Riole, mediante la quale Bergerac fu tolta agli
Inglesi, regnando in Francia il giovane re Carlo VI. Segue il
numero e il nome dei prodi e valorosi cuochi entrati nella troia
come in un cavallo di Troia.

Salpichetto,                  Mastro Sudicio,
Martellino                    Grassobudello,
Gavazza,                 Pestamortaio,
Scappatore,                   Leccavino,
Porcoalsugo,                  Salgranato,
Salatore,                     Caprettata,
Manditroia,                   Carbonata,
Panperduto,                   Frattaglia,
Stanco d'andare,               Scuotipentola,
Imboccacucchiai,               Fegatello,
Mostardatrita,                 Tagliuzzato,
Crespeletto,                  Guazzabuglio.

Tutti questi nobili cuochi recavano sui loro blasoni una lardiera
verde in campo rosso, traversata da un capretto argentato pendente
a sinistra.

Lardonetto,                   Tondolardo,
Lardino,                 Antilardo
Mangialardo,                  Friggilardo,
Tiralardo,                    Allaccialardo,
Grassolardo,                  Grattalardo,
Salvalardo,                   Marcialardo,
Arcilardo,                    Gagliardo.

(Per sincope. Era nativo di Rambouilet. Il nome del dottor
culinario era Gagliardolardo cos come si dice idolatra per
idololatra).

Durolardo,                    Bellardo,
Astolardo,                    Nuovolardo,
Dolcelardo,                   Agrolardo,
Masticalardo,                 Biglieallardo,
Trappalardo,                  Ghignalardo,
Bastoallardo,                 Pisallardo,
Vischioallardo,                Vesciallardo,
Moscheallardo,                 Miralardo.

Tutti nomi sconosciuti tra marrani ed ebrei.

Cogliuto,                Salsaverde,
Insalatiere,                  Marmittone,
Crescioniere,                 Appoggiapentole,
Raschianavoni,                 Scuotipentole,
Porcaro,                 Rompipentole,
Pasticcere,                   Gallapentole,
Rasolardo,                    Frillis,
Francobign,                  Gola salata,
Mostardiotto,                 Lumachiere,
Vinettoso,                    Brodosecco,
Minestrardo,                  Zuppamarte,
Pellediconiglio,               Torchiatore,
Impigrito,                    Macarone,
Buoncompagno,             Carciofo,
Scioccone,                    Brigaglia.

Costui fu tratto dal servizio di cucina a quello di camera per il
nobile cardinale Veneur.

Guastarrosto,                 Prestovitello,
Scaviglione,                  Allalare,
Begninetto,                   Scansiere,
Scarafaggere,                 Guasteletto,
Bischeretto,                  Rapimonte,
Bischeralto,                  Soffiainbudello,
Bischerovano,             Peloso,
Graziosetto,                  Gabaonita,
Bischeronuovo,                 Bubarino,
Piumetto,                     Coccodrilletto,
Vittoriano,                   Pregustatore,
Bischero vecchio,              Imbrattato,
Bischero peloso,               Mondam,

inventore della salsa Madama, per la quale invenzione fu cos
nominato in lingua scotto-francese.

Battidenti,                   Zafferaniere,
Labbrone,                     Malparato,
Miralingua,                   Antitus,
Becco d'acciaio,               Navoniere,
Sciacquapentole,               Raponiere,
Malnetto,                     Sanguinacciere,
Godigozza,                    Porchetto,
Cialdoniere,                  Roberto.

Costui fu l'inventore della salsa Roberto tanto salubre e
necessaria ai conigli arrosto, anitre, maiale fresco, uova in
camicia, merluzzo salato e mille altrettali vivande.

Freddanguille,                 Navoncino,
Rossariga,                    Fegatello,
Gornello,                     Grantallone,
Gribuglis,                    Sudicione,
Insaccabirciole,               Mocciodentro,
Olimbrio,                     Mattatroia,
Fochetto,                     Cartagirata,
Dalicalchino,                 Gallogru,
Salmigondino,             Beccogrosso,
Gringaletto,                  Frippalippa,
Aringa salata,                     Ghiottone,
Ceffone,                 Lega l'asino,
Spolverato di sale,                 Visdecazzo,
Padella fritta,                    Scimitarrone,
Dormiglione,                  Vitello,
Calabro,                 Braghibus.

Entrarono dentro la troia quei nobili cuochi gagliardi, valenti,
bruschetti e pronti al combattimento. Fra Gianni colla sua gran
scimitarra entr per ultimo e chiuse le porte a molla per di
dentro.


CAPITOLO XLI.

Come qualmente Pantagruele ruppe le Anduglie al ginocchio.

Tanto s'avvicinarono le Anduglie che Pantagruele scorse come gi
agitavano le braccia e cominciavano ad abbassar le lancie. Allora
manda Ginnasta per sentire ci che pretendessero e per quale
motivo movessero in guerra senza preavviso contro i loro antichi
amici che nulla avevan fatto o detto di male. Ginnasta giunto alle
prime file fece una grande e profonda riverenza e grid quanto
pot:
- Dei vostri, vostri, vostri, siamo noi, tutti quanti, e al vostro
comando. Tutti siamo per Martedigrasso vostro antico confederato.
Alcuni mi hanno poi raccontato che pronunci Gradimarte non
Martedigrasso. Comunque sia, a quella parola, una cervellata
selvatica e ringhiosa venuta avanti alla fronte del battaglione,
voleva afferrarlo alla gola.
- Per Dio, disse Ginnasta, tu non v'entrerai che a pezzi, che
intera non potresti.
E sguainata Baciamilculo (cos chiamava la sua spada) agitandola a
due mani affett la cervellata in due fette. Buon Dio, quant'era
grassa. Mi fece tornare a mente il grosso toro di Berna che fu
ucciso a Marignano alla rotta degli Svizzeri. Non aveva,
credetemi, meno di quattro dita di lardo sul ventre.
Visto scervellare la cervellata, le Anduglie si precipitarono su
Ginnasta e lo gettarono a terra villanamente; ma Pantagruele colle
sue genti accorse rapido al soccorso e allora cominci la mischia
marziale. Scorticanduglie scorticava le Anduglie,
Tagliasanguinacci tagliava i sanguinacci, Pantagruele rompeva le
anduglie al ginocchio. Fra Gianni si teneva quieto nella sua troia
e tutto vedeva e considerava; quando i Pasticci, che stavano
all'imboscata, sbucarono tutti spaventosamente addosso a
Pantagruele, allora Fra Gianni, vedendo la confusione e il
tumulto, apre le porte della sua troia ed esce coi suoi buoni
soldati gli uni armati di spiedi di ferro, gli altri di alari,
capifuoco, padelle, caldaie, graticole, forconi, tenaglie,
leccarde, scope, marmitte, mortai, pestelli, tutti in ordine come
incendiatori di case, urlando e gridando tutti insieme
spaventevolmente: Nabuzardan, Nabuzardan, Nabuzardan! E con tali
grida si slanciarono addosso ai pasticci e attraverso ai salami.
Le Anduglie appena visto quel nuovo rinforzo, si misero in fuga a
gran galoppo come se avessero visto tutti i diavoli. Fra Gianni a
colpi di palle le buttava gi come mosche; i suoi soldati non si
risparmiavano. Era una piet: il campo era tutto coperto
d'Anduglie morte o ferite. E narra la storia che se Dio non fosse
intervenuto, la generazione delle Anduglie sarebbe stata tutta
sterminata da quei soldati culinarii. Ma avvenne un caso
meraviglioso. Voi ne crederete ci che vi piacer.
Dalla parte di tramontana arriv volando un grande, grasso grosso,
grigio porcello, con ali lunghe e ampie come le ali d'un mulino a
vento. Le sue penne erano d'un rosso vivo come i fenicotteri che
in Linguadoca chiamano fiamminghi. Aveva gli occhi rossi e
fiammeggianti come piropi, le orecchie verdi come smeraldi
porrini; i denti gialli come topazi; la coda lunga e nera come
marmo luculliano; i piedi bianchi, diafani e trasparenti come
diamanti, e largamente palmati come quelli dell'oche e come li
aveva un tempo la regina Pedoca a Tolosa.
Portava un collare al collo sul quale erano incise lettere
ioniche. Non potei leggere che due parole: ys Athenan, porco che
insegna a Minerva.
Il tempo era bello e chiaro; ma all'arrivo di quel mostro il tuono
rimbomb s forte a sinistra, che restammo tutti storditi. Le
Anduglie, appena lo videro, gettarono armi e lancie e tutte
s'inginocchiarono a terra levando alto le mani giunte senza dir
parola, come se l'adorassero. Fra Gianni colle sue genti picchiava
sempre e infilava Anduglie agli spiedi; ma, per comando di
Pantagruele, fu suonata la ritirata e il combattere cess. Il
mostro dopo aver volato e rivolato pi volte tra l'uno e l'altro
esercito, lasci cadere a terra pi di ventisette barili di
mostarda, poi sparve volando per aria e gridando senza tregua:
Martedigrasso! Martedigrasso! Martedigrasso!


CAPITOLO XLII.

Come qualmente Pantagruele parlamenta con Nifleseth regina delle
Anduglie.

Scomparso il mostro e rimasti gli eserciti in silenzio,
Pantagruele domand di parlamentare con Donna Nifleseth, come si
chiamava la regina delle Anduglie. Ella stava nel suo cocchio
presso le insegne; consent facilmente, discese a terra, salut
Pantagruele e gli fece buon viso.
Pantagruele si dolse di quella guerra; ella gli fece oneste scuse
allegando che per falsi rapporti era stato commesso l'errore,
avendole riferito le spie che Quaresimante, loro antico nemico,
era sbarcato a terra ed era intento a veder l'urina dei fisiteri.
Poi lo preg che volesse perdonar loro di grazia, l'offesa,
dichiarando che nelle Anduglie era pi agevole trovar merda che
fiele; cos stando le cose, ella e tutte le Nifleseth che
sarebbero per succedere a lei, avrebbero tenuto l'isola e il
territorio come sue vassalle, avrebbero in tutto e per tutto
obbedito ai suoi comandi, sarebbero state amiche de' suoi amici,
de' suoi nemici nemiche; e ogni anno a conferma di questa fedelt
gli avrebbero inviato settantottomila Anduglie reali che gli
potevan servire d'antipasto sei mesi dell'anno. Cos fu fatto.
Ella invi l'indomani sei grandi brigantini carichi delle sudette
Anduglie reali al buon Gargantua, sotto la guida della giovane
Nifleseth, infanta dell'isola.
Il nobile Gargantua le invi in dono al gran re di Parigi, ma col
cambiamento dell'aria, e inoltre per mancanza di mostarda (balsamo
naturale che conserva le Anduglie) morirono quasi tutte. Per
concessione e volere del gran re furono ammonticchiate e sepolte
in un luogo di Parigi che fino ad oggi  chiamato la Rue pave
d'Andouilles. Per richiesta delle dame della corte reale,
Nifleseth la giovane fu salvata e trattata onorevolmente.
Pantagruele ringrazi cortesemente la regina, perdon tutte le
offese, rifiut l'offerta sommissione e le don un bel coltellino
della Perche; poi l'interrog curiosamente sull'apparizione del
mostro su detto. Ella rispose esser quello l'immagine di
Martedigrasso loro dio tutelare in tempo di guerra e primo
originario fondatore della razza Andugliesca. Perci somigliava a
un porcello, poich le Anduglie sono di stirpe porcina.
Pantagruele domand a qual proposito e con quale significato
curativo avesse tanta mostarda in terra versato. E la regina
rispose che la mostarda era il loro San Graal, il balsamo celeste,
mettendone un po' nelle piaghe delle Anduglie abbattute, in poco
tempo le ferite guarivano, le morte resuscitavano.
Altri discorsi non tenne Pantagruele alla regina e si ritir sulla
nave. Cos fecero tutti i buoni compagnoni colle loro armi e la
loro troia.


CAPITOLO XLIII.

Come qualmente Pantagruele sbarc nell'isola di Ruach.

Due giorni dopo arrivammo all'isola di Ruach, e vi giuro in nome
delle stelle gallinelle che trovai la vita e le condizioni di quel
popolo assai pi strane ch'io non dica. Non vivono che di vento;
nulla bevono, nulla mangiano se non vento. Non hanno per case che
banderuole; nei giardini non seminano che le tre specie di
anemoni, e ne strappano accuratamente la ruta e altre erbe
carminative. Il popolo minuto per alimentarsi usa ventagli di
penne, di carta, di tela, secondo le sostanze e la potenza. I
ricchi vivono di mulini a vento: quando preparano qualche festino
o banchetto, imbandiscono le tavole sotto uno o due mulini a
vento. L se ne riempiono a loro agio come fossero a nozze; e
durante il pasto disputano sulla bont, eccellenza, salubrit,
rarefazione dei venti, come voi, beoni, ai vostri banchetti
filosofate in materia di vini. L'uno loda il scirocco, l'altro il
libeccio, l'altro il garbino, l'altro il tramontano, l'altro
zefiro, l'altro il galerno e via dicendo. Taluno loda il vento
della camicia pei zerbinotti e gl'innamorati. Pei malati usano
venti di fessura come nel nostro paese si nutrono i malati di
estratti.
- Oh poter avere, mi diceva un piccolo gonfione, una vescica di
quel buon vento di Linguadoca che chiamano cierce. Il nobile
medico Scurron passando un giorno per quel paese ci contava esser
tal vento cos forte da rovesciare carretti carichi. Oh il gran
bene che farebbe alla mia gamba edipica! Le gambe grosse non sono
le migliori.
- Meglio, disse Panurgo, una grossa botte di quel buon vino di
Linguadoca che cresce a Mirevaux, Canteperdrix e Frontignan.
Vidi un uomo di bell'aspetto somigliante a una ventosa, aspramente
corrucciato contro un suo grosso valletto e un paggio, che batteva
alla diavola a gran colpi di stivaletto. Ignorando la causa di
quella collera pensavo li picchiasse per consiglio dei medici come
cosa salubre al padrone adirarsi e picchiare, al valletto esser
picchiato. Ma udii che rimproverava il valletto di avergli rubato
un mezzo recipiente di vento garbino che conservava con cura come
vivanda rara per l'autunno. Gli isolani non cacano, n pisciano,
n sputano; ma in compenso vesciano, scorreggiano e ruttano
copiosamente. Patiscono ogni sorta e ogni specie di malattie;
infatti ogni malattia nasce e procede da ventosit come deduce
Ippocrate nel libro De flatibus: ma la malattia pi endemica  la
colica ventosa; come rimedio usano ventose ampie e ne rendono
grandi ventosit. Muoiono d'idropisia timpanica; gli uomini
scorreggiando le donne vesciando; cos gli scappa l'anima dal
culo.
Passeggiando poi per l'isola incontrammo tre grossi sventati che
andavano per spasso a vedere i pivieri che sono ivi numerosi e
vivono della stessa dieta. Osservai che cos come voi beoni
andando in giro vi portate boccie, fiaschi e bottiglie, parimenti
coloro portavano alla cintura bei soffiettini. E se per caso
occorreva loro vento ne fabbricavano di fresco con quei graziosi
soffietti, per attrazione e repulsione alternata poich il vento
come sapete altro non  in definitiva che aria fluttuante e
ondeggiante.
In quel momento ci fu comandato dal loro re che per tre ore non
avessimo ad accogliere sulle nostre navi nessun uomo o donna del
paese; poich gli avevano rubato una vescica piena del vento
stesso che un giorno il buon soffiatore Eolo aveva donato a Ulisse
per guidare la sua nave con tempo calmo. E quella vescica il re
conservava religiosamente come un nuovo San Graal e ne guariva
parecchie enormi malattie solo mollandone e somministrandone ai
malati quel tanto occorrente per foggiarne una scorreggia
virginale; di quelle che le sante suore chiamano sonetti.


CAPITOLO XLIV.

Come qualmente piccole pioggie abbattono gran venti.

Pantagruele lodava la loro civilt e maniera di vivere e disse al
loro podest Ipenemiano:
- Se accettate l'opinione di Epicuro secondo il quale il bene
sovrano consiste nel piacere, ma piacere, dico, facile, non
faticoso, io vi reputo felicissimo, poich il viver vostro fatto
di vento, non vi costa nulla o ben poco, non occorre che soffiare.
- Vero, rispose il podest, ma in questa vita mortale nulla  in
ogni parte beato: spesso quando siamo a tavola per alimentarci di
qualche buono e gran vento di Dio, come di manna celeste, comodi
come frati, ecco che sopravviene qualche piccola pioggia la quale
ce lo toglie e abbatte. Cos molti pasti vanno perduti per difetto
di vettovaglie.
-  ci che capit, disse Panurgo, a Giannino di Quinquinail, il
quale pisciando tra le natiche della moglie Quelot, abbatt il
vento fetente che ne usciva come da una magistrale eolopila.
Il fatto m'ispir non  molto una graziosa decina:

Giannin tastando un giorno il suo vin nuovo,
Torbido ancora di fermentazioni,
D'apprestare una cena di navoni
Preg la moglie, s da far baldoria,
Dopo la cena vanno allegramente
A coricarsi, fregan, s'addormentano,
Ma non potendo lui manco un momento
Prender sonno, s forte lei vesciava,
Le pisci addosso ed: ecco, disse, come
Piccola pioggia abbatt un gran vento.

- Abbiamo inoltre ogni anno, diceva il podest, una calamit ben
grande e dannosa. Un gigante chiamato Bringuenarilles, che abita
nell'isola di Tohu, ogni anno, per consiglio de' suoi medici, si
reca qui a primavera per purgarsi e ci divora, per pillole, gran
numero di mulini a vento e parimenti di soffietti, dei quali 
molto ghiotto. Ci  causa di gran miseria e dobbiamo digiunare
tre o quattro quaresime per anno, senza certe particolari
rogazioni e orazioni.
- E non sapete rimediarvi? domand Pantagruele.
- Per consiglio de' nostri maestri mesarini, rispose il podest,
nella stagione che il gigante suole venir qui, abbiam messo dentro
i mulini quantit di galli e di galline. La prima volta che li
inghiott poco manc che non morisse, poich gli cantavano dentro
il corpo e gli volavano attraverso lo stomaco onde cadeva in
lipotimia, passione cardiaca e convulsioni orrifiche e pericolose
come se qualche serpente gli fosse entrato per la bocca nello
stomaco.
- Ecco, disse Fra Gianni, un comma spropositato e incongruo;
poich ho udito dire altra volta che un serpente entrato nello
stomaco non fa dolore alcuno e subito se ne torna fuori se si
sospende il paziente pei piedi, presentandogli presso la bocca un
pentolone pieno di latte caldo.
- Voi l'avete udito dire, disse Pantagruele e cos quelli che
l'hanno contato a voi. Ma tal rimedio non fu mai n visto, n
letto. Ippocrate (lib. 5, Epid.) scrive che il caso avvenne al
tempo suo e che il paziente mor di morte subitanea per spasimo e
convulsioni.
- Ma c' di pi, riprese il podest, tutte le volpi del paese gli
entravano in bocca per dar la caccia alle galline e stava per
morire ogni momento, se, per consiglio d'un burlone incantatore,
nell'ora del parossismo, non avesse per antidoto e contravveleno
scorticato una volpe. In seguito adott miglior partito e vi
provvede ora mediante un clistere che gli somministrano, composto
di un decotto di grani di frumento e di miglio, ai quali accorrono
le galline, e insieme di un decotto di fegato d'oca al quale
accorrono le volpi. Prende anche, per bocca, delle pillole
composte di levrieri e di cani terriers. Ecco la nostra sventura.
- Non abbiate pi paura, galantuomini, disse Pantagruele. Ormai
quel grande Bringuenarilles, ingoiatore di mulini a vento, 
morto, ve l'assicuro. Mor soffocato e strozzato mangiando un
zinzin di burro fresco alla gola d'un forno caldo per ordinanza
dei medici.


CAPITOLO XLV.

Come qualmente Pantagruele sbarc nell'isola dei Papafiche.

L'indomani mattina incontrammo l'isola dei Papafiche, i quali un
tempo ricchi e liberi, erano chiamati Gagliardetti, e allora
invece, erano poveri e infelici e soggetti ai Papimani. Il caso
era avvenuto cos: un giorno di festa solenne i borgomastri,
sindaci e grossi notabili Gagliardetti erano andati per spasso a
vedere la festa nella vicina isola di Papimania. Uno di essi
vedendo il ritratto del papa (che, secondo un lodevole costume si
esponeva al pubblico nei giorni di feste solenni) gli fece le
fiche, segno, in quel paese, di sfregio e derisione manifesta. Per
trarne vendetta i Papimani qualche giorno dopo, senza dire n ahi
n bai, si armarono, sorpresero, saccheggiarono e rovinarono tutta
l'isola dei Gagliardetti passando a fil di spada ogni uomo
portante barba. Risparmiarono le donne e i giovani a condizione
simile a quella che us un tempo l'imperatore Federico Barbarossa
verso i Milanesi.
I Milanesi s'erano ribellati contro lui assente e avevano cacciato
dalla citt l'imperatrice sua moglie, in modo ignominioso, montata
a rovescio sopra una mula di nome Thacor, cio col culo volto
verso la testa della mula e la faccia verso il groppone. Federico
al suo ritorno avendoli sottomessi e fatti prigionieri, fece tali
ricerche che pot ritrovare la celebre mula Thacor. E allora per
ordine suo in mezzo al gran Borletto il boia applic un fico alle
parti vergognose di Thacor, alla presenza dei cittadini
prigionieri, poi grid a suon di tromba, a nome dell'imperatore
che chiunque di loro volesse salvarsi da morte, strappasse
pubblicamente il fico coi denti poi lo rimettesse a posto
senz'aiuto di mani. Chiunque rifiutasse sarebbe immediatamente
impiccato e strangolato. Alcuni ebbero tal vergogna e orrore di
tanto abominevole ammenda che preferirono la morte e furono
impiccati. In altri la paura della morte prevalse sulla vergogna e
questi, dopo aver tratto coi denti il fico, lo mostravano al boia
dicendo apertamente: Ecco lo fico.
Con pari ignominia furono liberi e salvi da morte i poveri e
desolati Gagliardetti che rimanevano. Furono fatti schiavi e
tributari e fu loro imposto il nome di Papafiche perch avean
fatto le fiche al ritratto del papa. Dopo quel tempo i poveretti
non avevano pi prosperato. Tutti gli anni era grandine, tempesta,
peste, fame, e ogni sorta di disgrazie in punizione eterna del
peccato dei loro antenati e parenti.
Vedendo la miseria e calamit del popolo non volemmo procedere pi
oltre. Solamente per attingere acqua benedetta e raccomandarci a
Dio, entrammo dentro una cappelletta presso il porto, rovinata,
desolata, scoperta, come a Roma il tempio di San Pietro. Entrati
nella cappella, mentre prendevamo acqua benedetta scorgemmo dentro
la pila dell'acqua santa un uomo rivestito di stole, tutto immerso
dentro l'acqua come un'anitra tuffata, eccetto la punta del naso
per respirare. Intorno a lui stavano tre preti ben rasi e
tonsurati, che leggevano il cerimoniale per esorcizzare i diavoli.
Pantagruele trov strano il caso e domandando a che gioco
giocavano, fu avvertito che durante tre anni aveva regnato
nell'isola una pestilenza tanto orribile che pi della met del
territorio era rimasta deserta e le terre senza possessori. L'uomo
della pila dell'acqua santa aveva un campo grande e redditizio, e
passata la pestilenza, in un'ora di un certo giorno stava
seminandovi frumento calvello quando un diavoletto (che ancora non
sapeva n tuonare, n grandinare, eccetto prezzemolo e cavoli, e
non sapeva n leggere n scrivere) ottenne da Lucifero di poter
venire, per ricrearsi e divertirsi, in quell'isola nella quale i
diavoli avevano famigliarit grande con uomini e con donne e
spesso andavano per passatempo. Il diavoletto arrivato col si
rivolse al contadino e gli chiese che facesse. Il poveruomo gli
rispose che seminava il campo di calvello per prepararsi da vivere
l'anno seguente.
- Ma, veramente, disse il diavolo, questo campo non  tuo,  mio,
mi appartiene; poich dall'ora e del tempo che faceste le fiche al
papa, tutto il territorio, proscritto e abbandonato, fu attribuito
a noi. Ma, tuttavia, seminar grano non  affar mio, perci ti
lascio il campo; ma alla condizione che spartiremo il prodotto.
- Accetto, rispose il contadino.
- Intendo, disse il diavolo, che del prodotto che sar per venire,
facciamo due lotti; l'uno sar di ci che cresce sopra terra,
l'altro di ci che sar dalla terra coperto. La scelta mi spetta
poich sono diavolo di nobile e antica stirpe e tu non sei che un
villano. Io scelgo ci che sar sotterra, tu avrai la parte di
sopra. In che tempo avviene la raccolta?
- A mezzo luglio, rispose il contadino.
- Non mancher di trovarmi qui, disse il diavolo, e tu fa le cose
a dovere. Lavora, villano, lavora: io vado a tentare col gagliardo
peccato di lussuria le nobili monacelle di Petasecco, e i monaci e
frati mendicanti. Delle loro voglie, son pi che sicuro; quando
s'incontrino avverr il combattimento.


CAPITOLO XLVI.

Come qualmente il diavoletto fu imbrogliato da un contadino
papafighiero.

Venuto mezzo luglio, il diavolo si ripresent in quel posto
accompagnato da uno squadrone di piccoli diavoletti. E incontrando
il contadino gli disse:
- E cos, villano, come t' andata dopo la mia partenza? Ora
convien fare le parti.
-  giusto, rispose il contadino.
Allora il contadino cominci colla sua gente a mietere il grano. E
i diavoletti di conserva a strappar le stoppie da terra. Il
contadino batt il suo grano sull'aia, lo crivell, insacc e lo
port a vendere al mercato. I diavoletti fecero altrettanto e al
mercato si sedettero vicino al contadino per vendere le loro
stoppie. Il contadino vendette benissimo il grano e riemp di
denaro un vecchio mezzo stivaletto che portava alla cintura. I
diavoli non vendettero nulla; anzi, per contro, i contadini in
pieno mercato si burlavano di loro. Villano, tu m'hai imbrogliato
una volta, non m'imbroglierai quest'altra.
- Signor diavolo, rispose il contadino, come potevo imbrogliarvi
che avete scelto per primo? Vero  che pensavate ingannarmi colla
vostra scelta sperando che nulla uscisse di terra per me, e
trovare sotto tutto intero il grano che avevo seminato, per poi
tentare con quello i poveri, gl'ipocriti, o gli avari e colla
tentazione farli cadere nei vostri lacci; ma siete ancora giovane
del mestiere. Il grano che vedevate in terra  morto e disfatto;
lo sfacelo di quello ha dato generazione all'altro che m'avete
visto vendere: avete dunque scelto il peggio. Perci siete
maledetto dal Vangelo.
- Lasciamo questo proposito, disse il diavolo. Che cosa seminerai
nel nostro campo per l'anno venturo?
- Da buon coltivatore, rispose il contadino, per guadagnare
converrebbe seminarvi rape.
- Sei un villano da bene, disse il diavolo: semina dunque rape in
quantit, io le protegger dalla tempesta e non vi mander la
grandine. Ma intendi bene: io serber per parte mia ci che sar
sopra terra, tu avrai ci che sar sotto. Lavora, villano, lavora.
Io vado a tentar gli eretici: sono anime squisite cotte arrosto.
Il mio signore Lucifero ha la colica; la carne ancora palpitante
gli far bene.
Venuto il tempo della raccolta, il diavolo si trov sul posto con
uno squadrone di diavoletti da camera. E incontrato il contadino e
la sua gente, cominci a segare e raccogliere le foglie delle
rape; e il contadino zappava dietro a lui, estraeva le grosse rape
e le insaccava. Cos poi se ne vanno insieme al mercato. Il
contadino vendeva benissimo le sue rape, il diavolo non vendette
nulla; e, ci ch' peggio, si burlavano di lui pubblicamente.
- Vedo bene, villano, disse allora il diavolo, che sono
imbrogliato da te. Basta mezzadria! Voglio un nuovo patto: noi
prenderemo a graffiarci l'un l'altro e chi dei due s'arrender
perder la sua parte di campo, che rimarr al vincitore. Il duello
fra otto giorni. Va, villano, ti graffier alla diavola. Volevo
andare a tentare i saccheggiatori azzeccacarbugli, travisatori di
processi, notari falsari, avvocati prevaricatori; ma essi m'han
fatto dire da un turcimanno che gi tutti m'appartenevano.
Lucifero  ormai stufo delle loro anime e le rinvia ordinariamente
ai sudici diavoli di cucina; salvoch non siano conservate in
sale.
Voi dite che non c' miglior colazione che di studenti, miglior
desinare che d'avvocati, miglior merenda che di vignaroli, miglior
cena che di mercanti, miglior mangiare a mezzanotte che di
cameriere e, per tutti i pasti nulla  migliore che spiriti
folletti.  vero. Infatti il mio signore Lucifero sempre ha per
antipasto spiriti folletti; e soleva far colazione di studenti.
Ma, ahim! Non so per quale sventura, da qualche anno hanno
aggiunto ai loro studi la santa Bibbia e per ci non possiamo
tirarne pi uno al diavolo. E se i pinzoccheri non ci aiutano
strappando loro con minaccie, ingiurie, forza, violenza e roghi,
il loro San Paolo dalle mani, credo non ne masticheranno pi
laggi. Il suo desinare ordinario  fatto d'avvocati pervertitori
del diritto e saccheggiatori della povera gente e certo, non ve
n' penuria. Ma sempre lo stesso pane viene a noia. Egli disse,
non  molto, in pieno capitolo che avrebbe mangiato volentieri
l'anima d'un ipocrita che avesse dimenticato nel suo sermone di
raccomandar l'elemosine: e promise doppia paga e rilevante
compenso a chiunque glie ne apportasse una prontamente. Ciascuno
di noi si mise in cerca, ma non c' stato verso di ricavarne
nulla: nessuno dimentica di ammonire le nobili dame che diano roba
al convento.
Di merendare s' astenuto da quando soffr la forte colica dovuta
al fatto che nelle contrade boreali avevano oltraggiato
villanamente i suoi fornitori, vivandieri, carbonari e
pizzicagnoli.
Per cenare, cena assai bene di mercanti usurai, farmacisti,
falsari, falsi monetari, adulteratori di merci, e, quando  in
buona, la sua cena di mezzanotte  costituita dalle cameriere che
dopo aver bevuto il vin buono dei padroni, riempiono le botti
d'acqua puzzolente. Lavora villano, lavora! io vado a tentare gli
studenti di Trebizonda affinch lascino padri e madri, rinuncino
alle consuetudini comuni, si emancipino dagli editti del loro re,
per vivere in libert sotterranea, disprezzare tutti, burlarsi di
tutti e prendendo il bello e allegro cappuccetto d'innocenza
poetica diventar tutti nobili monaci.


CAPITOLO XLVII.

Come qualmente il diavolo fu imbrogliato da una vecchia
papafighiera.

Il contadino tornava a casa triste e pensoso. La moglie al
vederlo, credette lo avessero derubato al mercato, ma intesa la
causa della melanconia e vista la borsa piena di danaro,
dolcemente lo riconfort e l'assicur che nulla di male gli
sarebbe capitato da quel duello graffiatorio, solo che si posasse
e riposasse sopra lei. Ella aveva gi pensato al come cavarsela.
- Alla peggio, diceva il contadino non ne buscher che una
sgraffiatura; m'arrender alle prime unghiate e gli lascer il
campo.
- Niente, niente, disse la vecchia, posatevi su me, riposatevi su
me e lasciate fare a me. M'avete detto ch' un piccolo diavolo,
ebbene far s che si arrenda subito e il campo ci rester. Se si
trattava d'un gran diavolo c'era da pensarci.
Gli otto giorni scadevano proprio quando noi arrivammo nell'isola.
Il mattino di buon'ora il contadino s'era ben confessato e
comunicato da buon cattolico, e per consiglio del curato, s'era
tuffato dentro la pila dell'acqua santa, come l'avevamo trovato.
Mentre ci raccontavano questa storia, fummo avvertiti che la
vecchia aveva imbrogliato il diavolo e guadagnato il campo. E fu
in questa maniera: il diavolo venne alla porta del contadino e
suonato, grid:
- Oh villano, villano, qua, qua, pronti alle belle unghiate!
Poi entrato nella casa ardito e risoluto e non trovando il
contadino, e scorgendo la donna per terra che gemeva e piangeva,
- Che accade? domand, dov'? che fa?
- Ah, disse la vecchia, dov'? Il briccone, il boia, il brigante!
M'ha assassinata, sono rovinata, muoio dal male che m'ha fatto.
- Come? disse il diavolo, che c'? Ve l'acconcio io tra poco!
- Ah, disse la vecchia, quel boia, quel tiranno, quel graffiatore
del diavolo m'ha detto che aveva una sfida di graffiamento con voi
e per provare le unghie m'ha dato solo una piccola graffiatina col
dito mignolo qui tra le gambe e m'ha assassinata del tutto, sono
rovinata, non guarir mai pi, guardate. E come non bastasse 
andato dal maniscalco a farsi aguzzare e far la punta alle unghie.
Siete rovinato, signor diavolo, amico mio, scappate, nessuno pu
tenerlo: ritiratevi, per carit!
Cos dicendo, si lev le gonnelle fino al mento, come gi le donne
persiane s'erano mostrate ai figli che fuggivano dalla battaglia,
e gli mostr la sua... come si chiama?... Il diavolo vedendo
quella soluzione di continuit enorme in tutte le dimensioni,
grid: Mahon! Demiurgon! Megera! Aletto! Persefone! Ah non mi
prender, scappo via! Ah s! Gli lascio il campo.
Sentito l'esito e la fine della storia, ci ritirammo nella nostra
nave e non ci trattenemmo pi oltre. Pantagruele don al tronco
della fabbriceria della chiesa diciotto mila reali d'oro in
considerazione della povert del popolo e delle calamit del
luogo.


CAPITOLO XLVIII.

Come qualmente Pantagruele sbarc nell'isola dei Papimani.

Lasciata l'isola desolata di Papafiche, navigammo durante un
giorno in serenit e con tutto piacere, quando si present alla
nostra vista la benedetta isola dei Papimani. Appena le ancore
furono calate al porto, prima che avessimo annodate le gomene,
vennero alla nostra volta in uno schifo quattro uomini
diversamente vestiti. L'uno da monaco incappucciato, sudicio,
stivalato; l'altro da falconiere con logoro e guanto da
uccellatore; l'altro da sollecitatore di processi, con un gran
sacco in mano pieno di documenti, citazioni, diatribe e
aggiornamenti; l'altro da vignarolo d'Orleans, con belle ghette di
tela, un paniere e una ronca alla cintura. Appena furono giunti
alla nostra nave, gridarono ad alta voce tutti insieme:
- L'avete visto?
- Chi? domand Pantagruele.
- Quello l, risposero.
- Ma chi ? Io lo massacrer di botte, per la morte d'un bue!
disse Fra Gianni pensando chiedessero informazioni di qualche
ladrone, assassino, o sacrilego.
- Ma come? chiesero essi, o genti peregrine, non conoscete voi
l'Unico?
- Signori, disse Epistemone, noi non intendiamo tal parlare;
spiegateci, per favore, di chi si tratta e vi diremo la verit
senza nulla dissimulare.
-  colui che , risposero. L'avete visto mai?
- Colui che , rispose Pantagruele, nella nostra dottrina
teologica  Dio; con tali parole si present a Mos. Certo mai non
lo vedemmo, non  visibile a occhi corporali.
- Noi non parliamo, dissero, di quell'altro Dio che domina nei
cieli; parliamo del Dio in terra, l'avete visto mai?
- Sull'onor mio, disse Carpalim, parlano del papa.
- S, s, rispose Panurgo, s, perdiana, Signori, ne ho visto ben
tre: ma la loro vista non m'ha giovato a nulla.
- Come? dissero, le nostre sacre decretali cantano che non ve n'
che uno vivo.
- Intendo l'uno dopo l'altro, disse Panurgo, non li ho visti che
uno alla volta.
- Oh genti tre e quattro volte fortunate, dissero, che siate i
bene e pi che benissimo venuti!
S'inginocchiarono davanti a noi e volevano baciarci i piedi, ci
che non volemmo permettere, facendo loro osservare che non
avrebbero potuto far di pi pel papa in persona se per caso fosse
l venuto.
- Ma s, ma s, risposero. Il caso  gi risolto: noi gli
baceremmo il culo senza foglia, e i coglioni del pari, poich ha i
suoi bravi coglioni il Padre Santo, senza che non sarebbe papa,
come affermano le nostre belle decretali. Onde, nella sottil
filosofia decretalina sono conseguenze necessarie le seguenti:
egli  papa, dunque ha coglioni; quando i coglioni sparissero dal
mondo, il mondo pi papa non avrebbe.
Pantagruele domand intanto a un mozzo dello schifo chi fossero
quelle persone; egli rispose che rappresentavano i quattro stati
dell'isola: aggiunse inoltre che saremmo stati bene accolti e ben
trattati poich avevamo visto il papa. E avendolo rilevato a
Panurgo, questi gli disse in confidenza:
- Chiamo Dio testimonio:  proprio cos. Tutto giova, chi ha
pazienza d'attendere. La vista del papa non ci ha mai servito a
nulla fino ad oggi, ma, per tutti i diavoli, ora vedo che ci
giover.
Discesi a terra, tutto il popolo del paese, uomini, donne,
fanciulli ci venivano incontro come in processione. I quattro
stati gridarono loro ad alta voce:
- L'hanno visto! L'hanno visto! L'hanno visto!
A questa proclamazione tutto il popolo s'inginocchiava davanti a
noi levando le mani giunte al cielo ed esclamando: Oh gente
felice! Oh beati voi! E queste esclamazioni durarono pi di un
quarto d'ora. Poi accorsero il direttore delle scuole, i pedagoghi
e i maestri cogli scolari che essi frustavano magistralmente come
si suol fare nei nostri paesi ai bambini quando s'impicca qualche
malfattore, affinch se ne ricordino. Pantagruele ne fu
infastidito e disse loro:
- Signori, se non desistete di frustare i bambini, torno indietro.
Il popolo fu stupito al sentire la sua voce stentorea e vidi un
gobbetto dalle lunghe dita domandare a un maestro di scuola:
- Virt d'estravaganti! Coloro che vedono il papa diventano tutti
grandi come costui che ci minaccia? Oh, quanto mi tarda di vederlo
anch'io per poter crescere e diventar grande come lui!
Le esclamazioni furono tante che vi accorse anche Homenaz. Cos
chiamano il loro vescovo. Giunse sopra una mula senza briglia,
gualdrappata di verde, accompagnato dai suoi apostoli, com'essi
dicevano, e subalterni, portanti croci, bandiere, gonfaloni,
baldacchini, torcie, aspersori, e anche egli voleva baciarci a
tutta forza i piedi, come fece il buon cristiano Valfinier a papa
Clemente, dicendo che uno dei loro ipofeti scrematore e glossatore
delle sante decretali aveva lasciato scritto che come il Messia
tanto e per tanto tempo atteso dagli Ebrei era loro giunto
finalmente, cos in quell'isola un giorno o l'altro sarebbe venuto
il papa. E che se, in attesa di quel giorno felice, fosse giunta
persona che l'avesse visto a Roma o altrove, avessero a fargli
festa e trattarlo con reverenza. Noi tuttavia, ce ne scansammo
onestamente.


CAPITOLO XLIX.

Come qualmente Homenaz, vescovo dei Papimani ci mostr le
uranopete decretali.

Homenaz ci disse:
- Le nostre sante decretali c'impongono e comandano di visitare
prima le chiese, che le osterie. Pertanto, senza deflettere dal
bel comandamento, andiamo in chiesa, poi andremo a banchettare.
- Precedeteci, o uomo da bene, disse Fra Gianni, noi vi seguiremo;
voi ne avete parlato con buone parole e da buon cristiano; era gi
gran tempo che non ne vedevamo; il mio spirito si  tutto
rallegrato e credo che poi manger pi di gusto. Gran bella cosa
incontrar gente da bene!
Avvicinandoci alla porta del tempio, scorgemmo un grosso libro
dorato, tutto coperto di gemme preziose e fine balasci, smeraldi,
diamanti, unioni, eccellenti pi, o altrettanto per lo meno, di
quelle che Ottaviano consacr a Giove Capitolino. Esso pendeva in
aria attaccato per due grosse catene d'oro, al zooforo del
portale. Noi lo guardavamo in ammirazione. Pantagruele lo
maneggiava e voltava a suo piacere poich poteva toccarlo
facilmente, e ci affermava che a quel contatto si sentiva un dolce
prurito nelle unghie e uno stiramento delle braccia insieme con
una voglia veemente nello spirito di picchiare un inserviente o
due, purch senza tonsura.
Allora Homenaz ci disse:
- Un tempo Mos diede agli Ebrei la legge scritta dalle proprie
dita di Dio. In Delfo sul frontone dal tempio di Apollo fu trovata
questa sentenza scritta per via divina: Gnothi seauton e per lungo
lasso di tempo dopo fu visto EI scritta pure per via divina e
trasmessa dai cieli. Il simulacro di Cibele dai cieli fu mandato
in Frigia, nel campo chiamato Pesinunte; e cos pure, secondo
Euripide, il simulacro di Diana in Tauride. L'orifiamma fu
trasmesso dai cieli ai nobili e cristianissimi re di Francia per
combattere gl'infedeli. Regnando Numa Pompilio, secondo re di
Roma, fu visto scendere dal cielo il tagliente scudo detto Ancila.
Nell'Acropoli d'Atene cadde un tempo dal cielo empireo la statua
di Minerva. Ebbene qui vedete similmente le sacre decretali
scritte di mano d'un angelo cherubino: voialtri, gente
d'oltremare, non lo crederete.
- Assai difficilmente, disse Panurgo.
- Esse ci sono state trasmesse dal cielo dei cieli miracolosamente
allo stesso modo che Omero, padre d'ogni filosofia (eccetto sempre
le divine decretali) chiama Diipeto il Nilo. E poich voi avete
visto il papa evangelista delle decretali e loro protettore
sempiterno, vi permetteremo di vederle e baciarle dentro, se vi
piace. Ma vi converr prima digiunare per tre giorni e confessarvi
regolarmente, spulciando con cura e inventariando i vostri peccati
cos minutamente che non ne cada per terra una sola briciola
circostanziale come divinamente cantano le divine decretali che
voi vedete. Ma ci domanda tempo.
- Uomo da bene, rispose Panurgo, decrottali, cio decretali, ne
abbiam viste molte, in carta, in pergamena trasparente, in carta
velina, scritte a mano e impresse a stampa; non  necessario vi
disturbiate a mostrarci queste; basta la buona intenzione e ve ne
ringraziamo tanto.
- Ma, vero bio, disse Homenaz, non avete mica visto queste qui
scritte dagli angeli: quelle dei vostri paesi non sono che
estratti delle nostre, come troviamo scritto da uno dei nostri
antichi scoliasti decretalini. Pel resto non abbiate riguardo, vi
prego, al mio disturbo, solo pensate se volete confessarvi e
digiunare quei tre belli piccoli giornettini di Dio.
- A confessarci, volentieri consentiamo, rispose Panurgo. Solo il
digiuno non cade a proposito, poich tanto e poi tanto abbiamo
digiunato per mare che i ragni ci han fatto le ragnatele sui
denti. Vedete qua il buon Frate Gianni degli Squarciatori, (qui
Homenaz cortesemente lo abbracci) gli  cresciuto il musco nella
gola per difetto di muovere ed esercitare labbra e mandibole.
-  vero, rispose Fra Gianni; ho tanto e poi tanto digiunato da
diventare tutto gobbo.
- Entriamo dunque in chiesa, disse Homenaz, e perdonateci se ora
non vi cantiamo la bella messa di Dio; mezzogiorno  passato; dopo
il quale ci proibiscono le nostre sacre decretali di cantar messa;
la messa alta  legittima, dico; ma ve ne dir una bassa e secca.
- Ne preferirei una bagnata da qualche buon vino d'Angi, disse
Panurgo. Gi, dunque, tirate via basso e svelto.
- Verde e blu! disse Fra Gianni, mi dispiace assai di aver lo
stomaco digiuno, poich se avessi fatto colazione e ben mangiato
all'uso monacale, quando per avventura ci cantasse dei requiem,
avrei portato pane e vino pei trapassati. Pazienza! Avanti, su,
attaccate, via! E vestitela di corto per paura che s'imbratti, e
per altre ragioni, ve ne prego.


CAPITOLO L.

Come qualmente Homenaz ci mostr il prototipo d'un papa.

Finita la messa, Homenaz trasse da uno scrigno presso l'altar
maggiore un grosso mazzo di chiavi colle quali dischiuse trentadue
serrature e quattordici catenacci e aperse una finestra di ferro
ben sbarrata sopra il detto altare, poi con gran mistero si copr
d'un sacco bagnato e tirata una tenda di raso cremisino ci mostr
un'immagine assai mal dipinta, a parer mio, la tocc con un
bastone lunghettino, ci fece baciare a tutti la punta del bastone,
poi domand:
- Che vi sembra di questa immagine?
- Somiglia a un papa, rispose Pantagruele, lo vedo alla tiara,
alla mozzetta, al rocchetto, alla pantofola.
- Dite bene, disse Homenaz;  l'idea di quel Dio di bene in terra,
la venuta del quale attendiamo divotamente sperando vederlo un
giorno in questo paese. Oh giorno felice e desiderato e tanto
atteso! E felici e beati voi che avete avuto gli astri tanto
favorevoli da vedere vivo in faccia e reale quel buon Dio in terra
del quale vedendo solo il ritratto guadagnamo piena remissione di
tutti i nostri peccati memorabili e insieme un terzo pi diciotto
quarantine di peccati dimenticati. Perci non lo vediamo che nelle
grandi feste annuali.
Pantagruele disse ch'era opera tale, quali ne faceva Dedalo; e
bench fosse contraffatta e mal dipinta, vi si sentiva tuttavia
latente e occulta certa divina energia in materia d'indulgenze.
- Come, disse Fra Gianni, a Seuill gli accattoni cenando un
giorno di buona festa all'ospedale e vantandosi l'uno di aver
guadagnato quel giorno sei bianchi, un altro due soldi, un altro
sette carli, un grosso pezzente si vant d'aver guadagnato tre
buoni testoni e i suoi compagni gli risposero: "certo tu hai una
gamba di Dio!" Come se divinit alcuna fosse nascosta in una gamba
tutta marcia e putrefatta.
- Quando avete a farci di tali racconti, disse Pantagruele,
ricordatevi di portare un bacino; per poco non mi vien da recere.
Usare cos del sacro nome di Dio in cose tanto sudicie e
abbominevoli! Ohib! Ohib! vi dico: se nella vostra monacheria 
in uso tale scandaloso parlare, lasciatelo l dentro, non
portatelo fuori dei chiostri.
- Anche i medici, osserv Epistemone, dicono che in certe malattie
c' qualche cosa di divino. E Nerone del pari lodava i funghi e
con frase greca li chiamava cibo di Dei, perch con quelli aveva
avvelenato il suo predecessore Claudio, imperatore romano.
- Mi sembra, disse Panurgo, che il ritratto non risponda a quello
dei nostri ultimi papi; poich non ho visto loro in testa la
mozzetta, ma l'elmo sormontato da una tiara persiana; e mentre
tutto il mondo cristiano  in pace e silenzio, solo essi muovon
guerre fellone e crudeli.
- Ma, disse Homenaz, guerre contro i ribelli, eretici, protestanti
disperati, non obbedienti alla santit di questo buon Dio in
terra. Ci  a lui non solamente permesso e lecito, ma comandato
dalle sacre decretali; egli deve mettere incontanente a fuoco e a
sangue imperatori, re, duchi, principi, repubbliche, che
trasgrediscano d'un iota i suoi comandamenti; deve spogliarli dei
loro beni, detronizzarli, proscriverli, anatemizzarli e uccidere
non solo i loro corpi e dei loro figli e altri parenti, ma dannare
le loro anime al fondo della pi ardente caldaia dell'inferno.
- Qui, per tutti i diavoli, disse Panurgo, non vi sono eretici
come il defunto Raminagrobis e come sono in Germania e
Inghilterra. Voi siete cristiani filtrati al setaccio.
- Ah, s, vero bio, disse Homenaz, perci saremo tutti salvi;
andiamo a prender l'acqua santa, poi desineremo.


CAPITOLO LI.

Conversazioni durante il desinare, in lode delle decretali.

Ora notate, beoni, che durante la messa secca di Homenaz, tre
fabbriceri della chiesa, ciascuno con un gran vassoio in mano, si
aggiravano tra le gente dicendo ad alta voce: "Non dimenticate i
felici che l'hanno visto in faccia." Uscendo dal tempio portarono
a Homenaz i loro vassoi tutti pieni di monete papimaniche. Homenaz
ci disse che servivano a far baldoria; e che di quella
contribuzione e imposizione, parte avrebbe servito a ben bere,
parte a ben mangiare, secondo una mirifica glossa nascosta in un
certo cantuccetto delle loro sante decretali. E cos fu fatto in
una bella osteria assai simile a quella di Guillot ad Amiens.
Credete pure che il pasto fu copioso e le bevute numerose. In quel
pranzo notai due cose memorabili: la prima che non fu portata
pietanza quale si fosse, fosse capretto, capponi, maiale (di
maiali  abbondanza in Papimania) fossero piccioni, conigli,
lepri, tacchini, o altro, nella quale non fosse abbondanza di
salsa magistrale; l'altra che tutto il servizio era eseguito dalle
ragazze vergini e maritabili del luogo, belle, ah ve ne do parola,
e appetitose, biondette, dolcette e di buona grazia. Le quali
vestite di lunghe, bianche, e delicate tuniche a doppia cintura,
la testa scoperta, i capelli raccolti da lievi bende e nastri di
seta violetta e infiorati di rose, garofani, maggiorana, aneto,
fior d'arancio e altri fiori odorosi, a ogni cadenza c'invitavano
a bere con dotte e graziose riverenze. Tutti i presenti le
guardavano volentieri. Fra Gianni le adocchiava di sbieco come un
cane che porta via un pollastro. Allo sgombrar delle tavole dopo
la prima portata, esse cantavano melodiosamente un epodo in lode
delle sante decretali.
Alla seconda portata, Homenaz tutto allegro e baldanzoso rivolse
la parola a uno dei mastri bottiglieri e gli disse:
- Clerice, luce!
A queste parole una delle ragazze prontamente gli present un gran
nappo ripieno di vino stravagante. Egli lo tenne in mano e
sospirando profondamente disse a Pantragruele:
- Signor mio e voi, amici belli, bevo alla salute vostra di gran
cuore. Che siate i benevenuti!
Bevuto ch'ebbe e restituito il nappo alla forosetta gentile, fece
una grave esclamazione e disse:
- Oh divine decretali, il vin buono, per virt vostra, buono
appare.
- Non  certo dell'uva peggiore, disse Panurgo.
- Meglio sarebbe, disse Pantagruele, se, per virt loro, il vino
cattivo diventasse buono.
- Oh serafico sesto, continu Homenaz, quanto siete necessario
alla salvazione dei poveri mortali! Oh cherubiche Clementine, come
 in voi propriamente contenuta e descritta la perfetta dottrina
del vero cristiano! Oh Estravoganti angeliche, come perirebbero
senza voi le povere anime, le quali errano quaggi pei corpi
mortali in questa valle di lagrime! Ahim! quando sar fatto agli
uomini dono di grazia particolare per cui desistano da ogni altro
studio e occupazione per leggervi, intendervi, sapervi, usarvi,
praticarvi, incorporarvi, sanguificarvi, e incentrificarvi nei
profondi ventricoli dei loro cervelli, nelle intime midolle delle
loro ossa, nei complicati labirinti delle loro arterie. Oh, allora
s, ma non prima, n per altra via sar felice il mondo!
A queste parole Epistemone si alz e disse bellamente a Panurgo.
- La mancanza d'un cesso mi costringe ad andarmene. Questa salsa
m'ha sturato il budello culare. Ho fretta, vado.
- Oh allora s che spariranno grandine, gelo, brine, disastri! Oh
allora s che abbonder ogni bene sulla terra! Oh, allora pace
ostinata, infrangibile nell'universo! Cessazione di guerre,
saccheggi, angherie, brigantaggio, assassinii (eccetto per contro
gli eretici e ribelli maledetti!) Oh, allora, giocondit,
allegrezza, letizia, sollazzi, divertimenti, piaceri, delizie in
tutta la natura umana! Ma, oh grande dottrina, inestimabile
erudizione, precetti deifici, immortalati dai divini capitoli di
queste eterne decretali! Oh come, leggendo solamente un mezzo
canone, un piccolo paragrafo, una sola sentenza di queste
sacrosante decretali sentite avvampare nei vostri cuori la fornace
dell'amore divino: della carit verso il prossimo, purch non
eretico; il disprezzo sicuro di tutte le cose fortuite e
terrestri; l'estatica elevazione dei vostri spiriti fino al terzo
cielo, la soddisfazione certa di tutti i vostri desideri!


CAPITOLO LII.

Continuazione dei miracoli avvenuti grazie alle decretali.

- Ecco un cantar d'organo! disse Panurgo. Ma ne creder il meno
che posso. Infatti m'accadde a Poitiers di leggerne un giorno un
solo capitolo presso lo Scozzese arcidottore in decretalogia e il
diavolo mi porti se a quella lettura non rimasi costipato di
ventre talch per pi di quattro o cinque giorni non andai del
corpo che una miserabile caccola. Ma quale caccola? Di quelle, vi
giuro, che Catullo attribuisce a Furio suo vicino, il quale:

In tutto l'anno non ne caca dieci;
E se le spezzi con le mani e sbricioli,
Non potrai mai sporcartene le dita,
Che sono dure pi che fave e sassi.

- Ah, ah! disse Homenaz, allora, amico mio, eravate per avventura
in istato di peccato mortale.
- Questo  un altro paio di maniche, disse Panurgo.
- Un giorno, disse Fra Gianni, a Seuill m'ero pulito il culo con
un foglio di Clementina che Giovanni Guimard, nostro ricevitore
aveva gettato nel cortile del chiostro. Do l'anima a tutti i
diavoli se non mi presero ragadi ed emorroidi s orribili che il
buco del mio Orto Brunello ne fu tutto sgangherato.
- Allora, disse Homenaz, fu evidente castigo di Dio per punire il
peccato commesso sconcacando quei sacri libri che dovevate baciare
e adorare. Adorare, dico, con idolatria, o almeno con iperdulia.
Il Palermitano non ment giammai.
- Jean, Chouart, disse Ponocrate, aveva comprato a Montpellier dai
monaci di Saint-Olary una bella decretale scritta sopra una bella
e grande pergamena di Lamballe per adoperarla a battere l'oro.
Ebbene fu s stranamente sfortunato che non pot batter pezzo
d'oro che non andasse a male. Ognuno si ruppe e ciancic.
- Punizione e vendetta divina, osserv Homenaz.
- A Mans, disse Eudemone, Francesco Cornu, apoticario, aveva
ridotto in cornetti una stravagante spiegazzata; rinnego il
diavolo se quanto vi fu impacchettato non rimase immediatamente
avvelenato, putrefatto e guasto: incenso, pepe, chiodi di
garofano, cinnamomo, zafferano, cera, spezie, cassia, rabarbaro,
tamarindo, tutto insomma, droghe, goghe e senoghe.
- Vendetta e punizione divina, disse Homenaz. Abusare di quelle
tanto sacre scritture per cose profane!
- A Parigi, disse Carpalim, il sarto Groignet aveva adoperato una
vecchia Clementina per modelli e misure. Oh caso strano! Tutti i
vestiti tagliati su quei modelli e con quelle misure riuscirono
guasti e rovinati: tonache, cappe, mantelli, sai, sottane,
casacche, colletti, giustacuori, cotte, gonnelle, guardifanti.
Groignet, credendo di tagliare una cappa, tagliava invece la forma
d'una braghetta; invece d'un saio, saltava fuori un cappello a
prugne secche, dalla forma d'un casacchino saltava fuori una
mozzetta; dal modello d'un farsetto saltava fuori una specie di
padella. E cucendola i suoi garzoni, la bucherellavano sotto
sicch sembrava una padella da abbrustolir castagne. Invece d'un
colletto faceva un calzare, dal modello d'un guardinfante saltava
fuori una barbuta. Pensava di fare un mantello e gli veniva fatto
un tamburino svizzero; talch il poveruomo fu condannato dai
giudici a pagar le stoffe a tutti i suoi clienti e ora  ridotto
allo zafferano.
- Punizione e vendetta divina, disse Homenaz.
- A Cahusac, disse Ginnasta il signore d'Estissac e il visconte di
Lausun fecero una partita di tiro al bersaglio. Pierotto aveva
fatto a pezzi una mezza decretale del buon canonico e dai fogli di
carta aveva tagliato il bersaglio per il tiro. Io mi dono, mi
vendo, mi danno attraverso a tutti i diavoli se nessun balestriere
del paese (e s che sono famosi in tutta la Guyenne) v'imbrocc
mai freccia. Tutte le freccie si sbandarono. Il sacrosanto
bersaglio scarabocchiato, non fu per nulla intaccato e sverginato.
E di pi, Sansornino il vecchio, depositario della posta ci
giurava pei Fichi diurni (era il suo giuramento solenne) che aveva
visto chiaramente, visibilmente, manifestamente la punta del dardo
volger dritta al centro del bersaglio e sul punto di toccarlo e
forarlo, s'era sbandata in l d'una tesa verso il forno.
- Miracolo! Esclam Homenaz, miracolo! Miracolo! Clerice, luce!
Bevo alla salute di tutti. Voi mi sembrate veri cristiani.
A queste parole le ragazze cominciarono a ridere tra loro. Fra
Gianni annitriva della punta del naso come pronto a fregare, o
fottere, o per lo meno a montarvi addosso come i cani dietro gli
accattoni.
- Mi sembra, disse Pantagruele, che davanti a quei bersagli si
fosse al sicuro dalle freccie pi che non fosse un tempo Diogene.
- Che cosa? Come? domand Homenaz, era anch'egli decretalista?
- Domanda ben a proposito! comment Epistemone che ritornava
allora... dai suoi affari.
- Diogene, rispose Pantagruele, un giorno and per spasso a vedere
gli arcieri che tiravano al bersaglio. Tra loro ve n'era uno s
schiappino, inesperto e maledetto che, quando toccava tirare a
lui, gli spettatori si scostavano per paura d'esser feriti.
Diogene dopo aver visto tirare un colpo s perversamente che la
freccia cadde pi d'una pertica lontana dal bersaglio, mentre al
secondo colpo il popolo si scostava a rispettosa distanza da una
parte e dall'altra, egli accorse al bersaglio e vi si pose davanti
affermando esser quello il posto pi sicuro, e che l'arciere
qualunque altro luogo avrebbe ferito fuoch il bersaglio che solo
rimaneva immune dalle freccie.
- Un paggio del signore d'Estissac, continu Ginnasta, chiamato
Chamouillac, s'accorse del sortilegio e per suo consiglio Pierotto
mut il bersaglio, mettendovi carta del processo di Pouillac. E
allora tirarono benissimo e gli uni e gli altri.
- A Landerousse, disse Rizotoma, alle nozze di Giovanni Delif, il
banchetto nuziale fu straordinario e sontuoso com'era allora
costume nel paese. Dopo cena furono recitate parecchie farse,
commedie e altre piacevoli facezie; furono danzate parecchie
moresche con sonagli e cembali, furono introdotte diverse maschere
e mimi. I miei compagni di scuola ed io per onorare la festa come
potevamo (poich il mattino tutti avevamo ricevuto bei nastri
bianchi e violetti) alla fine facemmo belle ed allegre barbe con
molte conchiglie di San Michele e bei gusci di lumaca. E mancando
colocasia, bardana personata e carta, ci fabbricammo le maschere
coi fogli di una vecchia sesta abbandonata l, tagliandovi buchi
corrispondenti agli occhi, al naso e alla bocca.
Caso meraviglioso! Finiti i nostri balletti e divertimenti di
ragazzi, quando ci levammo le maschere apparimmo pi sozzi e
brutti dei diavoletti della Passione di Douai, tanto avevamo il
viso guasto nei punti toccati dai detti fogli. L'uno aveva preso
il vaiolo, l'altro la rogna, l'altro la sifilide, l'altro la
rosolia, l'altro grossi foruncoli. Insomma il meno ferito fra
tutti era quello a cui erano caduti solo i denti.
- Miracolo! Miracolo! esclam Homenaz.
- Ma non  ancora tempo di ridere, aggiunse Rizotoma. Le mie due
sorelle Caterina e Renata avevano messo dentro quella bella sesta
come sotto il torchio (poich era rilegata con grosse tavole e
ferrata di chiodi) i loro zendadi, manichini e collari saponati di
fresco, ben candidi e inamidati. Per la virt di Dio!..
- Un momento! interruppe Homenaz, di che Dio volete parlare?
- Non ce n' che uno, rispose Rizotoma.
- Nel cielo, s, disse Homenaz; ma non ne abbiamo forse un altro
in terra?
- Arri, avanti! disse Rizotoma. Per l'anima mia, non ci pensavo
pi. Per la virt, dunque, del dio papa, i loro zendadi,
collarini, baverine, cuffie e ogni altra biancheria vi divenne pi
negra d'un sacco di carbonaio.
- Miracolo! Esclam Flomenaz. Clerice, luce! E prendi nota di
queste belle istorie.
- Come mai, dunque, domand Fra Gianni, si dice:

Dacch i decreti si presero l'ali,
E i guerrier caricarono bagagli,
E i monaci n'andarono a cavalle,
In questo mondo abbondan tutti i mali.

- V'intendo, disse Homenaz. Sono piccole facezie dei nuovi
eretici.


CAPITOLO LIII.

Come qualmente per virt delle decretali l'oro  sottilmente
tirato dalla Francia a Roma.

- Io vorrei, disse Epistemone, aver pagato un boccale di trippe da
imborsare, ma che avessimo collazionato nell'originale i terribili
capitoli: Execrabilis, De multa, Si plures, De Annatis per totum,
Nisi essent, Cum ad monasterium, Quod dilectio, Mandatum, e certi
altri che tirano dalla Francia a Roma quattrocentomila ducati
all'anno e pi.  nulla?
- Ci mi sembra tuttavia poca cosa, disse Homenaz, poich la
Francia cristianissima  unica nutrice della Corte romana. Ma
trovatemi libri al mondo, siano di filosofia, di medicina, di
leggi, di matematica, di umane lettere, e, magari per il mio Dio,
della Santa Scrittura, che ne possano trar tanto? Affatto.
Marameo! Marameo! D'altrettanta auriflua energia non ne troverete
punto, ve l'assicuro. Quei diavoli di eretici non lo vogliono
imparare e sapere. Bruciateli, attenagliateli, sforbiciateli,
annegateli, impiccateli, impalateli, spallateli, smembrateli,
sventrateli, tagliuzzateli, friggeteli, arrostiteli, affettateli,
crocifiggeteli, bolliteli, schiacciateli, squartateli, slogateli,
sgangerateli, carbonizzateli, quei malvagi eretici decretalifugi,
decretalicidi, peggio che omicidi, peggio che parricidi,
decretalictoni del diavolo! Voialtri gente da bene, se volete
esser detti e reputati veri cristiani, vi supplico a mani giunte
di non credere altro, di altro non pensare, n dire, n
imprendere, n fare, all'infuori di ci solo che contengono le
nostre sacre decretali e i loro corollari, quelle belle seste,
quelle belle Clementine, quelle belle Estravaganti. Oh, libri
deifici! A questo modo voi otterrete gloria, onore, esaltazione,
ricchezze, dignit, privilegi in questo mondo:

Da tutti riveriti,
Temuti da ciascuno,
A tutti preferiti,

eletti e scelti sopra tutti. Poich non v' sotto la cappa del
cielo condizione alcuna nella quale possiate trovare persone pi
idonee a tutto fare e maneggiare, quanto quelli che per divina
prescienza ed eterna predestinazione si sono dati allo studio
delle sante decretali.
Volete voi scegliere un prode imperatore, un buon capitano, un
degno capo e condottiero d'esercito in tempo di guerra, che ben
sappia prevedere tutti gl'inconvenienti, evitare tutti i pericoli,
ben guidare le sue genti all'assalto e al combattimento con
alacrit, nulla rischiare, vincere sempre senza perdere soldati, e
ben usare della vittoria? Prendetemi un decretista. No, no, un
decretalista, dico.
- Oh, la gran svista! disse Epistemone.
- Volete voi, in tempo di pace, trovare uomo adatto e sufficiente
a ben governare lo stato d'una repubblica, d'un reame, d'un
impero, d'una monarchia, procurare alla chiesa, alla nobilt, al
senato e al popolo ricchezze, amicizia, concordia, obbedienza,
virt, onest? Prendetemi un decretalista.
Volete voi trovare uomo che per vita esemplare, bel parlare, sante
massime, in poco tempo, senza effusione di sangue conquisti Terra
Santa e converta alla fede i miscredenti Turchi, Ebrei, Tartari,
Moscoviti, Mammalucchi e Sarraboriti? Prendetemi un decretalista.
Che cosa rende il popolo ribelle e sregolato in parecchi paesi? E
i paggi ghiottoni e malvagi, gli studenti svogliati e asini? I
loro istitutori, i loro scudieri, i loro precettori che non siano
decretalisti.
Ma chi , in coscienza, che ha stabilito, confermato, autorizzato
quei belli ordini religiosi dei quali vedete in ogni luogo la
cristianit ornata, decorata, illustrata com' il firmamento dalle
chiare stelle? Le divine decretali. Chi ha fondato, pilotato,
puntellato, chi mantiene, chi sostenta, chi nutre i devoti
religiosi nei conventi, monasteri, abbazie, con le preghiere
diurne, notturne, continue, senza le quali il mondo sarebbe in
pericolo evidente di ritornare all'antico caos? Le sacre
decretali.
Chi fa ed aumenta ogni giorno con abbondanza di ogni bene
temporale, corporale e spirituale il famoso e celebre patrimonio
di San Pietro? Le sante decretali.
Chi fa la santa sede apostolica di Roma, oggi e in ogni tempo
tanto temuta nell'universo che tutti i re, imperatori, potentati e
signori bisogna, volere o non volere, che dipendano da lei, e
tengano a lei, e che da essa siano coronati, confermati,
autorizzati, e l vadano a prender norma, prosternandosi alla
mirifica pantofola della quale avete visto il ritratto? Le belle
decretali di Dio.
Io voglio svelarvi un gran segreto. Le universit del vostro mondo
nei loro blasoni e stemmi recano di solito un libro, talune
aperto, altre chiuso. Che libro pensate voi che sia?
- Certo io non lo so, rispose Pantagruele. Non vi ho mai letto
dentro.
- Sono le decretali, disse Homenaz, senza le quali perirebbero i
privilegi di tutte le universit. Questa non la sapevate! La
dovete a me! Ah, ah, ah, ah, ah!
Qui Homenaz cominci a ruttare, scorreggiare, ridere, sbavare e
sudare e porse il suo grosso grasso berretto dalle quattro
braghette ad una delle ragazze, la quale se lo pos sulla sua
bella testa con grande allegrezza dopo averlo amorosamente
baciato, come pegno e promessa che per prima si sarebbe maritata.
- Vivat, esclam Epistemone, vivat, fifat, pipat, bibat. Oh il
gran segreto apocalittico!
- Clerice, disse Homenaz, clerice, luce e a doppie lanterne. Al
frutto, pulzelle!.. Dicevo dunque che dandovi cos allo studio
unico delle sante decretali, sarete ricchi e onorati in questo
mondo. Conseguentemente dico che nell'altro sarete infallibilmente
salvati nel benedetto regno dei cieli, le chiavi del quale sono
consegnate al nostro buon Dio decretaliarca. Oh mio buon Dio che
adoro, e che non vidi mai, aprici per grazia speciale, almeno in
articulo mortis, il molto sacro tesoro di nostra santa madre
Chiesa del quale tu sei protettore, conservatore, primocondo,
amministratore, dispensatore. E provvedi a che le preziose opere
di supererogazione, le belle indulgenze, non ci manchino quando
occorra, affinch i diavoli non trovino di che mordere sulle
nostre povere anime e che la gola orribile dell'inferno non
c'inghiotta. Se sar necessario passare pel purgatorio, pazienza!
 in tuo potere e arbitrio liberarcene quando vorrai.
Qui Homenaz cominci a gettare grosse e calde lagrime, a battersi
il petto, e a baciarsi i pollici disposti a forma di croce.


CAPITOLO LIV.

Come qualmente Homenaz diede a Pantagruele pere di buon cristiano.

Epistemone, Fra Gianni e Panurgo a questa fastidiosa conclusione,
cominciarono dietro i tovaglioli a gridare: miau, miau, miau!
fingendo d'asciugarsi gli occhi come se avessero pianto. Le
ragazze, molto opportunamente, presentarono a tutti nappi pieni di
vino clementino e copiose confetture. Cos torn l'allegria. Alla
fine del banchetto, Homenaz ci diede gran numero di grosse e belle
pere dicendo:
- Prendete, amici: sono pere singolari che non troverete altrove.
Non tutta la terra produce tutto. L'India sola produce il nero
ebano; nella Sabea viene il buon incenso; nell'isola di Lemno la
terra sfragitide; solo nell'isola nostra nascono queste belle
pere. Se vi sembra utile, piantatene vivai nei vostri paesi.
- Come le chiamate? chiese Pantagruele. Esse mi sembrano
buonissime e di buon'acqua. Se si cuocessero in casseruola,
tagliate in quattro con un po' di vino e zucchero penso che
sarebbe un piatto saluberrimo e ai malati e ai sani.
- Non altrimenti le chiamiamo che pere, rispose Homenaz. Siamo
gente semplice poich piace a Dio, e chiamiamo fichi i fichi,
prugne le prugne, e pere le pere.
- Davvero, disse Pantagruele, quando sar tornato a casa (e sar
presto se Dio vuole) ne pianter e innester nel mio verziere di
Turenna sulla riva della Loira e saranno dette: pere di buon
cristiano. Poich mai non vidi cristiani migliori di questi buoni
Papimani.
- Troverei buono anche, disse Fra Gianni, che ci regalasse due o
tre carrettate di queste ragazze.
- Per che farne? chiese Homenaz.
- Per far loro un salassetto, rispose Fra Gianni, tra i grossi
pollici, con certe pistole di buon tocco. Ci facendo noi
innesteremmo su loro dei figlioli di buon cristiano e la razza si
moltiplicherebbe nei paesi nostri dove i cristiani non sono troppo
buoni.
- Vero bio! rispose Homenaz, no, no, che fareste venir loro la
follia pei giovanotti: vi conosco dal naso, pur non avendovi mai
visto prima. Ahim! Ahim! siete proprio un buon figliolo!
Vorreste dannarvi l'anima? Le nostre decretali lo vietano, vorrei
che lo sapeste.
- Pazienza! disse Fra Gianni Ma si tu non vis dare, praesta,
quaesumus.  materia di breviario. Perci non temo uomo che porti
barba, fosse pure il dottore di Crist...allino (decretalino voglio
dire) a triplice berretto.
Finito il desinare ci congedammo da Homenaz e da tutto il popolo
ringraziandoli umilmente e promettendo loro, in compenso di tanti
benefici, che giunti a Roma, tanto avremmo fatto presso il Santo
Padre, che sarebbe venuto prontamente in persona a visitarli. Poi
ritornammo alla nostra nave. Pantagruele, per liberalit e per
riconoscenza d'aver visto il sacro ritratto papale, don a Homenaz
nove pezze di drappo d'oro con fregi su fregi per essere poste
davanti alla finestra ferrata; e fece riempire il tronco della
riparazione e fabbrica, di doppi scudi dello zoccolo; e fece
distribuire a ciascuna delle ragazze che avevano servito a tavola
durante il desinare, novecento e quattordici saluti d'oro per
quando, a suo tempo, avrebbero preso marito.


CAPITOLO LV.

Come qualmente Pantagruele ud in alto mare diverse parole
disgelate.

In alto mare mentre banchettavamo, sganasciando, chiacchierando e
facendo belli e brevi discorsi, Pantagruele s alz e si tenne
dritto in piedi esplorando intorno.
- Compagni, non udite nulla? ci disse. Mi sembra sentir gente che
parla nell'aria e tuttavia non vedo alcuno, ascoltate.
Al suo comando prestammo attenzione e sorbivamo aria a piene
orecchie come belle ostriche in guscio per discernere se vi fosse
sparso suono o voce alcuna. E per non perderne un filo facevamo
conca del palmo della mano all'orecchio come Antonino imperatore.
Ciononostante protestavamo di non udire voce qualsiasi.
Pantagruele continuava ad affermare che udiva voci nell'aria e
d'uomini e di donne, quando ci parve o che noi pure le udivamo, o
che ci cornavamo le orecchie. Pi stavamo ad ascoltare e pi
discernevamo le voci fino a udire parole intere. Ne fummo assai
spaventati e non senza ragione, che non vedevamo alcuno, eppure
sentivamo voci e suoni tanto diversi d'uomini, di donne, di
fanciulli, di cavalli; talch Panurgo esclam:
- Ventre di bio! Lo chiamate scherzo? Siamo perduti, fuggiamo! C'
un'imboscata qui intorno. Frate Gianni, sei qua, amico mio? Tienti
vicino a me, ti supplico. Hai la spada? Bada non leghi al fodero;
non srugginirla a mezzo. Siamo perduti! Ascoltate: sono cannonate,
perdio! Fuggiamo. Non dico con piedi e mani, come diceva Bruto
alla battaglia farsalica; dico a vele e a remi. Fuggiamo! Non ho
coraggio sul mare. Non  come in cantina e altrove dove n'ho da
vendere. Fuggiamo! Salviamoci! Lo dico non perch abbia paura,
poich nulla temo, fuorch i pericoli, lo dico sempre e cos
diceva anche il franco arciere di Baignolet. Non conviene
arrischiar nulla per non aver la peggio. Fuggiamo! Da' volta! Vira
il timone, figlio di puttana! Piacesse a Dio che fossi ora nel
Quinquenois a costo di non ammogliarmi pi! Fuggiamo! Non possiamo
competere con loro; sono dieci contro uno, ve l'assicuro. E sono a
casa propria per giunta, noi non conosciamo il paese, ci
ammazzeranno. Fuggiamo! Non  disonore: Demostene dice: Uomo che
fugge combatter di nuovo. Ritiriamoci almeno. Orza, poggia, al
trinchetto, alle bulinghe! Siam morti. Fuggiamo, per tutti i
diavoli, fuggiamo.
Pantagruele sentendo lo schiamazzo di Panurgo disse:
- Chi  quello scappatore laggi? Vediamo prima che gente .
Potrebbero essere dei nostri. Non scorgo ancora alcuno. E s che
ci vedo cento miglia intorno. Ma sentiamo. Ho letto che un
filosofo chiamato Petronio riteneva che vi fossero pi mondi
toccantisi l'un l'altro, in forma di triangolo equilatero; e dove
essi convergevano al centro, essere la sede della verit, ivi
abitare le parole, le idee, gli esempi, e immagini di tutte cose
passate e future: intorno a loro essere gli uomini. E certi anni,
a lunghi intervalli, parte di esse cadevano sugli uomini come
catarri e come cadde la rugiada sul vello di Gedeone, parte
restavano l riservate per l'avvenire fino alla consumazione dei
secoli.
Mi ricordo anche che Aristotele sostiene le parole di Omero essere
volteggianti, volanti, moventi, e per conseguenza animate.
Inoltre Antifane diceva che la dottrina di Platone era simile alle
parole che, in qualche contrada, nel forte dell'inverno, quando
sono profferite, gelano e agghiacciano pel freddo dell'aria e non
sono udite. Cos similmente, ci che Platone insegnava ai ragazzi
lo capivano appena da vecchi. Ora sarebbe da filosofare e
ricercare se per avventura sia questo il luogo dove tali parole
sgelano. Noi saremmo ben sbalorditi se fossero la testa e la lira
d'Orfeo. Infatti dopoch le femmine di Tracia ebbero fatto a brani
Orfeo, gettarono la sua testa e la lira dentro il fiume Hebrus per
dove scesero nel mar Pontico e fino all'isola di Lesbo sempre
galleggiando insieme sul mare. E dalla testa continuamente usciva
un canto lugubre quasi lamentando la morte d'Orfeo: e la lira
all'impulso dei venti movendo le corde, armoniosamente s'accordava
con quel canto. Guardiamo se le vedessimo qui d'intorno.


CAPITOLO LVI.

Come qualmente Pantagruele trov fra le parole gelate, parole di
gola.

- Non vi spaventate di nulla, Signore, rispose il pilota. Qui  il
confine del Mar Glaciale, sul quale al principio dell'inverno
scorso fu combattuta grossa e cruda battaglia tra gli Arimaspii e
i Nefelibati. Le parole e le grida degli uomini e delle donne, il
cozzo delle mazze, l'urto dell'armature e delle bardature, i
nitriti dei cavalli e ogni altro fracasso del combattimento
gelarono allora per aria. Ora, passato il rigore dell'inverno,
sopravvenendo la serenit e il tepore del buon tempo, essi fondono
e sono uditi.
- Per Dio, cos dev'essere! disse Panurgo. Ma non si potrebbe
vederne qualcuna? Mi ricordo aver letto che a pi della montagna
dove Mos ricevette la legge degli Ebrei, il popolo vedeva le voci
sensibilmente.
- Ecco, ecco, disse Pantagruele, vedetene qui che non sono ancora
sgelate. E ci gett sul ponte parole gelate a piene mani, che
sembravano confetti perlati di colori diversi. Tra esse vedemmo
parole di gola, di sinopia, d'azzurro, di sabbia e d'oro. E stando
un po' tra le mani si riscaldavano e fondevano come neve, talch
le sentivamo realmente; ma non le comprendevano, ch erano in
lingua barbara.
Un confetto tuttavia, abbastanza grosso, che Fra Gianni aveva
riscaldato fra le mani, scoppi come fanno le castagne gettate
sulle bragie senza essere castrate, e ci fece trasalire di paura.
- Fu a suo tempo, un colpo di falconetto, disse Fra Gianni.
Panurgo ne chiese ancora a Pantagruele, ma questi gli rispose che
dar parole era costume d'innamorati.
- Vendetemene dunque, disse Panurgo.
- Vender parole: costume d'avvocati, rispose Pantagruele. Vi
vender silenzio piuttosto, come talvolta ne vende Demostene
mediante la sua argentangina. Cionostante ne gett sul ponte tre o
quattro manate. Fra le quali vidi parole pungenti, parole
sanguinose, che, disse il pilota, talora ritornavano l dond'erano
partite, ma colla gola tagliata, parole orribili, e altre assai
disgustose a vedere. E fondendosi insieme udimmo: hen, hen, hen,
hen, his, tic, torc; lorgn, brededen, brededoc, frr, frrr, frrr,
bu, bu, bu, bu, bu, bu, bu, tracc, tracc, trr, trr, trr, trrr,
trrrrrr! On, on, on, on, on, uuuuon! got, magot e non so quali
altre parole barbare. Egli diceva che erano grida d'assalto e
nitriti di cavalli nell'ora dell'attacco; poi ne udimmo altre
grosse che sgelando davano suono, talune come di tamburi o
pifferi, altre come di buccine e trombe. Ci divertimmo assai,
credetelo. Io volevo mettere in conserva nell'olio qualche parola
di gola, come si conserva la neve e il ghiaccio, e dentro feltro
ben pulito. Ma Pantagruele non volle, dicendo esser follia
conservare ci di cui non v' mai difetto e che si ha sempre
sottomano, come sono le parole di gola fra tutti i buoni e allegri
pantagruelisti.
Panurgo fece un po' arrabbiare Fra Gianni, e lo fece andar nelle
nuvole prendendolo alla parola quando meno se l'attendeva; cui Fra
Gianni minacci di farlo pentire come s'era pentito G. Jousseaule
vendendo la sua stoffa al nobile Patelin al prezzo che gli
piaceva. E poich Panurgo lo prendeva alla parola come uomo, se un
giorno si fosse ammogliato, l'avrebbe preso alle corna come
vitello.
Panurgo gli fece sberleffi deridendolo. Poi esclam:
- Piacesse a Dio che avessi qui, senza proceder oltre, la parola
della diva Bottiglia.

CAPITOLO LVII.

Come qualmente Pantagruele sbarc alla sede di Gaster primo mastro
d'arte del mondo.

Quel giorno Pantagruele sbarc in un'isola ammirevole sopra ogni
altra, sia per la posizione sia per il suo governatore. Da
principio essa era da ogni parte scabrosa, petrosa, montuosa,
sterile, spiacevole all'occhio, difficile al piede e poco meno
inaccessibile del monte Inaccessibile del Delfinato, che ha forma
di zucca e che nessuno mai a memoria d'uomo pot scalare, eccetto
Doyac, comandante l'artiglieria del re Carlo VIII, il quale vi
sal mediante ingegni mirifici e vi trov in cima un vecchio
montone. Si tratta d'indovinare chi l'avesse portato lass. Alcuni
dicevano che rapito da qualche aquila, o allocco, mentre era
agnellino, avesse poi potuto salvarsi fra i cespugli.
Superata la difficolt dell'entrata nell'isola con grande fatica e
non senza sudori trovammo la sommit del monte tanto piacevole,
fertile, salubre e deliziosa, che io pensavo fosse veramente il
giardino del paradiso terrestre sul sito del quale tanto disputano
e s'affannano i buoni teologi. Ma Pantagruele affermava esser
quella la sede di Aret (la Virt) descritta da Esiodo senza
escluder tuttavia pi sana opinione.
Il governatore dell'isola era messer Gaster primo mastro d'arti di
questo mondo. Se credete che il fuoco sia il grande mastro delle
arti, come scrive Cicerone, voi errate e vi fate torto. Cicerone
non lo credette mai. Se credete che il primo inventore delle arti
sia Mercurio, come crederono un tempo i nostri antichi druidi,
siete grandemente fuorviati.
Vera  invece la sentenza del satirico, il quale dice che il
maestro di tutte le arti  messer Gaster. Abitava con lui
pacificamente la buona dama Penia, detta altrimenti: Indigenza,
madre delle nove muse; dalla quale, congiuntasi con Poro signore
dell'Abbondanza, nacque l'Amore, il nobile fanciullo mediatore del
cielo e della terra, come attesta Platone nel Simposio.
Al cavalleresco re Gaster ci fu forza far riverenza, giurare
obbedienza, rendere onore; poich egli  imperioso, rigoroso,
rotondo, duro, difficile, inflessibile. Nulla gli si pu far
credere, nulla dimostrare, di nulla persuaderlo. Non ode punto. E
come gli Egizi dicevano che Arpocrate, dio del silenzio, chiamato
in greco Sigalion, era astomo, cio senza bocca, cos Gaster fu
creato senz'orecchi, come senz'orecchi era il simulacro di Giove
in Candia.
Gaster non parla che per segni. Ma ai segni suoi tutti obbediscono
pi pronti che agli editti dei pretori, che ai comandi dei re:
alle sue intimazioni non ammette proroga o ritardo di sorta.
Voi dite che al ruggito del leone tutte le bestie d'intorno
fremono fin dove la sua voce possa essere udita.  scritto. 
vero. Io l'ho visto. Ebbene v'assicuro che al comando di messer
Gaster tutto il cielo trema, tutta la terra vacilla. Il suo
comando significa: bisogna fare, senza indugio, o morire.
Il pilota ci raccontava come un giorno, sull'esempio delle membra
cospiranti contro il ventre, descritte da Esopo, tutto il reame
somatico cospir contro di lui in congiura per sottrarsi alla sua
obbedienza. Ma ben presto se ne risent, se ne pent e ritorn a
servire in tutta umilt. Se no perivano tutti di mala fame. In
qualunque compagnia si trovi, non bisogna contendere di
superiorit, o di preferenza; va sempre innanzi a tutti, fossero
pure re, imperatori e magari anche il papa. E al concilio di
Basilea and innanzi a tutti, bench vi dicano che tal concilio fu
sedizioso causa le ambiziose contese pei primi posti.
Tutti sono occupati, tutti lavorano per servirlo. E, per
ricompensa, rende al mondo questo benefizio che inventa tutte
arti, tutte macchine, tutti mestieri, tutti ingegni, tutte
sottigliezze. Anche agli animali bruti insegna a procurarsi con
arte ci ch'era negato da natura.
I corvi, i pappagalli, gli stornelli, rende poeti, le gazze
poetesse; e apprende loro a profferire, parlare, cantare il
linguaggio umano. E tutto per la trippa.
Le aquile, i girifalchi, falconi, sacri, lanieri, astori,
sparvieri, smerigli, gli uccelli acquatici, i migratori, gran
volatori, rapaci, selvatici, egli addomestica e ammaestra in tal
guisa che abbandonandoli nella piena libert del cielo quando gli
sembri utile, li tiene sospesi, erranti volanti, librati,
tant'alto quanto vorr e fin quando gli piaccia vezzeggiandoli e
facendo loro la corte fin sopra le nubi; poi d'un tratto li fa
piombar dal cielo in terra. E tutto per la trippa.
Gli elefanti, i leoni, i rinoceronti, gli orsi, i cavalli, i cani,
li fa danzare, ballare, volteggiare, combattere, nuotare,
nascondersi, portare ci che vuole, prendere ci che vuole. E
tutto per la trippa.
I pesci, di mare o d'acqua dolce, balene e mostri marini, li fa
uscire dai profondi abissi, caccia i lupi dai boschi, gli orsi
dalle roccie, le volpi dalle tane, lancia i serpi fuori dalla
terra. E tutto per la trippa.
In breve  tanto enorme che nella sua rabbia mangia tutto, bestie
e uomini, come si vide tra i Baschi quando Q. Metello li stringeva
d'assedio nella guerra sertoriana; tra i Saguntini assediati da
Annibale; tra gli Ebrei assediati dai Romani e in seicento altri
casi. E tutto per la trippa.
Quando Penia si mette in cammino, dalla parte dov'ella va, tutti i
Parlamenti si chiudono, tutti gli editti diventan muti, tutte le
ordinanze vane. Non  soggetta a legge alcuna, e da tutte esente.
Tutti la fuggono in ogni luogo, esponendosi ai naufragi in mare,
preferendo passar per fuoco, per monti, per abissi, piuttosto
ch'esser presi da lei.


CAPITOLO LVIII.

Come qualmente alla Corte del mastro d'ingegni, Pantagruele
detest gli Ingastrimiti e i Gastrolatri.

Nella Corte di quel gran mastro d'ingegni, Pantagruele scorse due
maniere di gente, servi importuni e troppo solleciti che egli
trov abbominevoli. Gli uni erano chiamati Ingastrimiti, gli altri
Gastrolatri.
Gl'Ingastrimiti si dicevano discesi dall'antica razza di Euricle e
allegavano in proposito la testimonianza di Aristofane nella
commedia intitolata i Tafani, cio le Vespe. Onde anticamente
erano detti Euriclidi come scrivono Platone e Plutarco nel libro
della Cessazione degli oracoli. Nei santi Decreti (26, quest. 3)
sono chiamati Ventriloquii. E cos li nomina in lingua ionica
Ippocrate (lib. V. Epid.) come parlanti dal ventre. Sofocle li
chiama Sternomanti. Erano insomma indovini, incantatori e
mistificatori del popolo ingenuo, i quali sembravano parlare e
rispondere a quelli che li interrogavano non per la bocca, ma pel
ventre.
Tale era circa l'anno del nostro benedetto Salvatore 1513, Iacopa
Rodigina, italiana, femmina di bassa condizione, dal ventre della
quale noi abbiamo spesso udito, come infiniti altri in Ferrara e
altrove, la voce dello spirito immondo, certamente bassa, fievole,
esigua, ma tuttavia bene articolata, distinta e intelligibile,
quando ella era chiamata e fatta venire per la curiosit di ricchi
signori e principi della Gallia Cisalpina. I quali per togliere
ogni dubbio di finzione e frode occulta, la facevano spogliare
tutta nuda e le facevano chiudere bocca e naso. Quel maligno
spirito si faceva chiamare Crespelluto o Cincinnatulo e sembrava
rallegrarsi d'essere cos chiamato. Quando cos lo chiamavano
rispondeva subito alle risposte.
Interrogato su casi presenti o passati, rispondeva a proposito da
far restare gli uditori in ammirazione; interrogato su cose
future, mentiva sempre, mai non diceva la verit. E spesso invece
di rispondere, sembrava confessare la sua ignoranza facendo un
grosso peto, o borbottando qualche parola non intelligibile e di
barbara terminazione.
I Gastrolatri da un'altra parte si tenevano uniti in branchi e
schiere, gli uni allegri, graziosi, morbidi, gli altri tristi,
gravi, severi, ringhiosi, tutti oziosi, che nulla facevano, punto
non lavoravano, di peso e carico inutile sulla terra come dice
Esiodo. Avevano, a quanto pareva, un solo timore: quello di
offendere il ventre e dimagrire. Quanto al resto, mascherati,
contraffatti, vestiti cos stranamente ch'era bello vederli.
Voi dite, ed  scritto da parecchi saggi e antichi filosofi, che
l'Industria della natura appare meravigliosa nella gioia che
sembra procurarsi formando le conchiglie marine; tanta si vede
variet di figure, di colori, di segni e forme non imitabili per
arte. Ebbene io v'assicuro che nel vestire di quei Gastrolatri
Conchigliotti, non vedemmo meno variet e mascheramento. Tutti
tenevano Gaster per loro dio; come dio lo adoravano; sacrificavano
a lui come a dio onnipotente; non riconoscevano altro dio
all'infuori di lui; lo servivano, lo amavano sopra ogni altra
cosa, l'adoravano come il loro dio. Avreste detto che propriamente
per loro avesse scritto il Santo Inviato: "Molti sono dei quali
spesso vi ho parlato (e anche ora ve lo dico piangendo) nemici
della Croce del Cristo: dei quali morte sar la consumazione, dei
quali il ventre  Dio".
Pantagruele li comparava al ciclope Polifemo che Euripide fa
parlare cos: "Non sacrifico che a me, punto agli dei, sacrifico a
questo mio ventre, il pi grande di tutti gli dei".


CAPITOLO LIX.

Della ridicola statua chiamata Manduco e come e quali cose
sacrificano i Gastrolatri al loro dio Ventripotente.

Considerando come tutti storditi le faccie e i gesti di quei
poltroni Gastrolatri dalla vasta gola, udimmo un forte suono di
campana, al quale tutti si misero come in ordine di battaglia,
ciascuno secondo il proprio ufficio, il grado, l'et. E si
avviarono verso messer Gaster, seguendo un grasso, giovane,
potente ventruto il quale portava sopra un lungo bastone ben
dorato una statua di legno mal tagliata e grossamente dipinta,
quale la descrivono Plauto, Giovenale e Pomponio Festo. A Lione di
carnevale la chiamano Masticacroste; essi la chiamavano Manduco.
Era una figura mostruosa, ridicola, repugnante e spaventosa pei
bambini. Aveva gli occhi pi grandi del ventre, la testa pi
grossa che tutto il resto del corpo, con ampie, larghe e orribili
mascelle ben dentate tanto sopra che sotto; e mediante il congegno
di una cordicella nascosta dentro il bastone dorato, le facevano
sbattere l'una contro l'altra come si fa a Metz col dragone di S.
Clemente.
Avvicinandosi i Gastrolatri, vidi che erano seguiti da un gran
numero di grossi servitori carichi di ceste, panieri, balle, vasi,
sacchi e marmitte. Allora, sotto la guida di Manduco, cantando non
so quali ditirambi, crepalocomi, epainoni, offrirono al loro dio,
aprendo lor ceste e marmitte: ippocrasso bianco colle tenere
caldarroste,

Pane bianco,                      Fricassate, nove specie,
Pan scelto,                       Pasticci,
Pan borghese,                     Grasse zuppe di prima,
Carbonate di sei sorta,             Zuppe lionesi,
Capretto sulla graticola,                Guazzabugli,
Lombate di vitello arrosto,              Zuppe di lauro,
   fredde, senapizzate con               Cavoli cappucci con
midollo
   polvere di zenzero,                     di bue,
Cusc,                       Salmigondini.
Frattaglie,

Frammisto beveraggio eterno, prima del buono e frizzante vin
bianco, poi di vino chiaretto e rosso fresco; ma freddo, vi dico,
come il ghiaccio, servito e offerto in grandi tazze d'argento. Poi
offrivano:

Anduglie, ammantate di mostarda fina,      Cervellate,
Salsiccie,                        Salami,
Lingue di bue affumicate,                Prosciutti,
Salumi,                      Teste di cinghiale,
Schiena di maiale con piselli,                Cacciagione
salata con navoni,
Fricand,                         Fegatelli,
Sanguinacci,                      Olive in salamoia.

Il tutto associato con beveraggio sempiterno. Poi gli infornavano
nella gola:

Spalle di castrato con agliata,           Ortolani,
Pasticci con salsa calda,                Galli, tacchine, e
tacchinetti,
Costolette di maiale                    Colombacci e
colombini,
   con la cipollata,                    Maialetti col mostro,
Capponi arrosto col loro sugo,            Anitre con salsa di
cipolla,
Capponi lessi,                    Merli, ralli,
Marangoni,                        Gallinelle d'acqua,
Capretti,                    Ottarde, ottardotti,
Cerbiatti, daini,                  Beccafichi,
Lepri, leprotti,                       Gallinette di Guinea,
Pernici, perniciotti,                   Pivieri,
Fagiani, fagianotti,                    Oche, ochette,
Pavoni, pavoncelli,                     Colombi selvatici,
Cicogne, cicognotti,                    Anitre selvatiche,
Tadorne,                     Allodole,
Aironi,                      Fiamminchi, cigni,
Arzavole,                         Beccaccie, beccaccini,
Smerghi,                     Gallinotte,
Tarabusi,                         Pollastri,
Chiurli,                     Conigli, coniglietti,
Gallinelle di bosco,                    Quaglie, quagliotti,
Folaghe coi porri,                 Piccioni, piccioncini,
Ricci, capretti,                   Aironi, aironetti,
Spalle di castrato, coi capperi,          Corte gru,
Pezzi di bue regali,                    Tiransoni,
Petti di vitello,                  Corvi,
Polli e grassi capponi lessati                Francolini,
   con salsa bianca,                    Tortore,

Conigli,                     Pasticci con sfogliata,
Porcospini,                       Cardi,
Giraldine,                        Animelle di vitello,
Rinforzo d'aceto frammisto,              Bign,
   poi gran pasticci:                   Torta di sedici sorta,
Di cacciagione,                    Cialde, galletti,
D'allodole,                       Cotognata,
Di ghiri,                         Latte cagliato,
Di stambecchi,                     Panna montata,
Di caprioli,                      Mirabolani canditi,
Di piccioni,                      Gelatina dolce,
Di camoscii,                      Ippocrasso rosso e
vermiglio,
Di capponi,                       Crostini, amaretti,
Pasticci col lardo,                     Tartine di venti
sorta,
Pi di porco con salsa,             Crema,
Crostate di pasticci fricassate,          Confetture secche e
liquide di
Frattaglie di cappone,                     settantotto specie,
Formaggi,                         Confetti di cento colori,
Pesche di Corbeil,                 Giuncate,
Carciofi,                         Cialdoni.

Seguiva infine aceto per paura dell'angina. Item caldarroste.


CAPITOLO LX.

Come qualmente i Gastrolatri sacrificavano al loro dio nei giorni
intralardellati di magro.

Vedendo Pantagruele quella villanaglia di sacrificatori e tutti
quei sacrifici, s'irrit e se ne sarebbe andato se Epistemone non
l'avesse pregato di vedere la fine di quella farsa.
- E che cosa sacrificano, diss'egli, questi bricconi al loro Dio
Ventripotente nei giorni intralardellati di magro?
- Ve lo dir, rispose il pilota. Per antipasto gli offrono:

Caviale,                     Aringhe affumicate,
Bottarghe,                        Sardine,
Acciughe,                         Cavoli con olio,
Tonno,                       Fave salate,
Burro fresco,                     Salmoni salati,
Pure di piselli,                  Anguillette salate,
Spinaci,                     Ostriche col guscio,
Aringhe bianche fresche,

Insalate di cento specie: di crescione, di luppolo, di coglia del
vescovo, di raponzoli, d'orecchie di Giuda (specie di funghi che
nascono sui vecchi sambuchi), d'asparagi, di caprifoglio, di tante
altre.
A questo punto bisogna bere, se no il diavolo se lo porterebbe
via. Provvedono convenientemente all'uopo e nulla vi manca, poi
gli offrono:

Lamprede con salsa                 Barbiolini,
   d'ippocrasso,                   Muggini,
Barbii,                          Mugginetti,
Razze,                       Triglie,
Calamaretti,                      Ricci di mare,
Storioni,                         Rippe,
Balene,                      Tonni,
Maccarelli,                       Gaioni,
Gurnali,                     Cefali,
Trote,                           Gamberi,
Lavareti,                         Veneri,
Polipi,                          Bernardo l'Eremita,
Lime,                            Lamprede,
Passerini,                        Gronghi,
Ombrine,                     Oche,
Paggelle,                         Lubine,
Chiozzi,                     Laccie,
Barbute,                     Murene,
Pulzelle,                         Ombrinette,
Passere,                     Laschette,
Ostriche fritte,                   Anguille,
Petonchi,                         Borselli,
Aragoste,                         Sogliole,
Perlani,                     Astachi,
Viole,                           Caprette,
Ortiche di mare,                   Lasche,
Crespioni,                        Argentini,
Graziosi signori,                  Tinche,
Imperatori,                       Ombrine,
Angeli di mare,                    Merluzzi freschi,
Lampredini,                       Anguillette,
Storioncini,                      Tartarughe,
Luccettini,                       Serpenti, id est anguille
Carpioni,                            di bosco,
Carpionetti,                      Orate,
Salmoni,                     Pollastre di mare,
Salmonetti,                       Seppie,
Delfini,                     Pesce persico,
Porcille,                         Reali,
Rombi,                       Cavedini,
Gradotti,                         Granchi,
Carpioni,                         Lumache,
Lucci,                           Rane.
Palamite,

Divorate queste vivande, se non beveva la morte lo attendeva
subito a due passi. Vi provvedevano ampiamente.

Poi gli sacrificavano:

Merluzzi salati,
Stoccafissi,

    Uova fritte, perdute, soffocate, sode, messe nella cenere,
gettate pel camino, strapazzate, incatramate ecc.

Baccal,
Farfalle,
Totani,

Storioncini marinati, per cuocere i quali e digerirli facilmente
l'aceto era moltiplicato. Alla fine offrivano:

Riso,                            Sisari,
Miglio,                      Frumentata,
Tritello,                         Prugnoli,
Burro di mandorle,                 Datteri,
Neve di burro,                     Noci,
Pistacchi,                        Nocciole,
Fistichi,                         Pastinaca,
Fichi,                           Carciofi.
Uva

Perennit di beveraggio frammezzo.

Credete pure che non si poteva far colpa ai Gastrolatri di non
servire con quei sacrifizi Gaster loro dio, apertamente,
preziosamente e copiosamente, pi, certo, che l'idolo di
Eliogabalo, o magari pi che l'idolo Bel in Babilonia sotto il re
Baldassare. Ciononostante Gaster confessava di essere non dio, ma
povera, vile, debole creatura. E come il re Antigono, primo di
questo nome, rispose a un tale Ermodoto che nelle sue poesie lo
chiamava dio e figlio del sole, dicendo: "Il mio lasanoforo lo
nega" (Lasanon era un vaso di terra appropriato a ricevere gli
escrementi del ventre); cos Gaster mandava quei macacchi a
visitare, considerare, filosofare sul suo bugliolo e a contemplare
quale divinit trovassero nella sua materia fecale.


CAPITOLO LXI.

Come qualmente Gaster invent i mezzi d'avere e conservare grano.

Ritiratisi quei diavoli di Gastrolatri, Pantagruele si diede con
attenzione a studiare Gaster il nobile maestro delle arti. Voi
sapete che per istituzione di natura il pane coi suoi companatici
 stato attribuito a Gaster come provvista e alimento, aggiuntavi
questa benedizione del cielo che, per trovare e conservare pane,
nulla gli sarebbe mancato. Fin da principio, dunque, invent
l'arte fabbrile e l'agricoltura per coltivare la terra affinch
gli producesse grano. Invent l'arte militare e le armi per
difendere il grano; le medicine e l'astrologia con le matematiche
necessarie per conservare il grano al sicuro anche per secoli,
dalle calamit dell'aria, dal guasto delle bestie brute, dal
ladrocinio dei briganti. Invent i mulini ad acqua, a vento, a
braccia e altri mille ingegni per macinare grano e ridurlo in
farina; il lievito per fermentare la pasta, il sale per darle
sapore, (poich impar che nulla rendeva gli uomini soggetti a
malattie pi che l'uso del pane non fermentato e non salato);
invent il fuoco per cuocerlo, gli orologi e quadranti per
misurare il tempo necessario alla cottura del pane, creatura del
grano.
Essendo avvenuto che il grano mancasse ad un paese, invent l'arte
e il modo di trasportarlo da un paese all'altro. Con grande
invenzione accoppi due specie d'animali, asini e cavalle per
produrre una terza che noi chiamiamo muli, bestie pi robuste,
meno delicate, pi resistenti alla fatica che le altre. Invent
carri e carretti per trasportarlo pi comodamente. Se il mare o i
fiumi impedirono i trasporti, invent barche, galere, navi, (gli
elementi ne furono stupiti) per navigare oltre i mari, oltre i
fiumi e le riviere e importare ed asportare grano da paesi
barbari, sconosciuti, lontanissimi.
Avvenne qualche anno che pur coltivando la terra non cadevano
pioggie in tempo e stagione opportuni, per difetto della quale il
grano restava a terra morto e perduto. Certi anni invece la
pioggia era eccessiva, il grano annegava. Certi altri anni la
grandine lo guastava, il vento lo sgranava, la tempesta lo
abbatteva. Ebbene, egli, gi prima della nostra venuta, aveva
inventato l'arte e modo di evocare la pioggia dai cieli col solo
tagliare un'erba, comune nei prati, ma conosciuta da poca gente, e
ce la mostr. Io stimo fosse quella alla quale il pontefice
Gioviale, mettendone un solo ramo dentro la fontana Agria sul
monte Licio in Arcadia, durante la siccit, eccitava i vapori; dai
vapori si formavano grosse nubi, che, disciolte in pioggia,
innaffiavano a piacere tutta la regione. Invent poi l'arte e modo
di sospendere e arrestare la pioggia in aria e farla cadere sul
mare. Invent l'arte e modo d'annientare la grandine, sopprimere i
venti, deviare la tempesta nella maniera usata dai Metanensi di
Trezene.
Altro infortunio: ladri e briganti predavano grano e pane pei
campi. Egli invent l'arte di costruire citt, fortezze e castelli
per chiudere e conservare il grano al sicuro.
Non trovando pane nei campi e sentendo ch'era chiuso in citt,
fortezze, castelli, difeso e vigilato dagli abitanti con pi cura
che non lo fossero dai dragoni i pomi d'oro delle Esperidi,
invent l'arte e modo di demolire fortezze e castelli con macchine
e ordigni bellici: arieti, baliste, catapulte, delle quali ci
mostr le figure assai male intese dagli ingegneri architetti
discepoli di Vitruvio, come ci ha confessato Filiberto de l'Orme
grande architetto del re Megisto. E quando quelle macchine non
servirono pi causa la maliziosa sottigliezza dei fortificatori,
ha inventato di recente, cannoni, serpentini, colubrine, bombarde,
basilischi, per gettare palle di ferro, di piombo, di bronzo, pi
pesanti di grosse incudini, mediante una composizione di polvere
orrifica, dalla quale la stessa natura  sbigottita e si confessa
vinta dall'arte, tenendo in spregio l'uso degli Ossidraci che, a
forza di folgori, tuoni, grandini, lampi, tempeste vincevano e
mettevano a subita morte i loro nemici in pieno campo di
battaglia. Infatti  pi orribile, pi spaventevole, pi diabolico
e pi gente ferisce, spezza, rompe, uccide; pi stordisce i sensi
umani, pi muro demolisce un colpo di basilisco che non farebbero
cento fulmini.


CAPITOLO LXII.

Come qualmente Gaster invent l'arte e modo di non esser ferito n
toccato dalle cannonate.

Poich Gaster tirava il grano nelle sue fortezze, si vide assalito
dai nemici, le fortezze demolite da quelle perfidissime e
infernali macchine, il grano e il pane tolto e saccheggiato da
forza titanica. E allora invent l'arte e modo non gi di
conservare i baluardi, bastioni, muri e difese da quei
cannoneggiamenti e che le palle o non li toccassero restando per
aria a mezzo, o, toccando, non recassero danno n alle difese n
ai difensori. A questo inconveniente aveva gi provveduto e ce ne
diede un saggio.
Il saggio fu come segue e d'ora innanzi siate pi facili a credere
ci che assicura avere sperimentato Plutarco.
Se un gregge di capre fugge correndo di tutta forza, mettete un
pezzettino di cardo in bocca ad una delle ultime, subito tutte si
fermeranno.
Ebbene dentro un falconetto di bronzo egli metteva polvere da
cannone composta con ogni cura, sgrassata dal suo solfo e
proporzionata con quantit conveniente di canfora fina; poi vi
metteva una palla di ferro ben calibrata e ventiquattro pallottole
di ferro le une rotonde e sferiche, l'altre di forma lagrimale.
Poi, prendeva la mira contro un suo garzonetto, come se volesse
colpirlo allo stomaco alla distanza di sessanta passi. A mezza
strada tra il garzone e il falconetto in linea retta, sospendeva
in aria legata con una corda ad una forca di legno una ben grossa
pietra siderite, cio ferriera, chiamata altrimenti ercolina,
trovata un tempo sull'Ida, in Frigia da un tal Magnete, come
attesta Nicandro. Noi volgarmente lo chiamiamo calamita. Poi dava
fuoco al falconetto per la bocca del polverino. Consumata la
polvere avveniva che per evitare vacuit (la quale non  tollerata
in natura, e la macchina dell'universo: cielo, terra, mare,
sarebbe ridotta all'antico caos piuttosto che avvenga vacuit in
alcun luogo al mondo) la palla e le pallottole erano
impetuosamente proiettate fuori della bocca per lasciar penetrar
l'aria nell'anima del falconetto, la quale altrimenti sarebbe
rimasta vuota essendo la polvere tanto subitamente consumata dal
fuoco. La palla e le pallottole cos lanciate violentemente,
sembravano dover ben ferire il garzone: ma sul punto di
avvicinarsi a quella pietra perdevano il loro impulso e restavano
tutte galleggianti in aria girando intorno alla pietra, e non una,
per quanto violenta fosse, passava oltre fino a giungere al
garzone.
Di questo saggio us poi Frontone ed ora  entrato nell'uso comune
tra i passatempi e gli onesti esercizi dei Telemiti.
Ma egli, come ci non bastasse, invent l'arte e modo di far
ritornare le palle indietro contro i nemici collo stesso impeto e
danno col quale erano state tirate e seguendo la stessa parallela.
Il caso non gli apparve difficile: se  vero che l'erba detta
Etiope apre tutte le serrature che le si presentano e che il pesce
Echino, tanto debole, ferma contro tutti i venti e trattiene in
piena tempesta le navi pi forti che siano sul mare; e che la
carne di quel pesce conservata in sale attrae l'oro fuori dai
pozzi per quanto profondi siano.
Se  vero che Democrito, come ha scritto Teofrasto, credette e
prov esservi un'erba per virt della quale un cuneo di ferro
ficcato con gran violenza e profondamente dentro grosso e duro
legno, solo toccandolo, subitamente usciva fuori. Di quell'erba
usa il picchio marzio, che voi dite picchio verde, quando turano
con qualche potente cuneo di ferro il buco del suo nido, ch'esso
usa scavare dentro i tronchi di forti alberi.
Se  vero che cervi e cerve feriti profondamente da punte di
dardi, freccie, quadrelli, se trovano l'erba detta dittamo,
frequente in Candia, e ne mangiano un po', subito le freccie
escono fuori senza lasciar loro male alcuno. E col dittamo Venere
guar il suo diletto figlio Enea ferito alla coscia destra da una
freccia tirata dalla sorella di Turno, Iuturna.
Se  vero che il fulmine  deviato dal solo odore dei lauri, dei
fichi e dei vitelli marini e mai non li ferisce.
Se  vero che al solo aspetto d'un montone gli elefanti furiosi
riacquistano il loro buon senso, che i tori furiosi e forsennati
avvicinandosi ai fichi selvatici, detti caprifichi,
s'addomesticano e restano come paralizzati e immobili; che la
furia delle vipere svanisce al tocco d'un ramo di faggio.
Se  vero che nell'isola di Samo prima che il tempio di Giunone vi
fosse eretto, Euforione scrisse aver visto bestie chiamate neadi,
alla sola voce delle quali la terra s'affondava in avvallamenti e
abissi.
Se  vero parimenti che il sambuco cresce pi canoro e pi atto al
gioco dei flauti in paesi nei quali non sia udito il canto del
gallo, come hanno scritto gli antichi saggi, a quanto ne riferisce
Teofrasto; come se il canto del gallo abbrutisse, ammollisse e
istupidisse la materia e il legno del sambuco; se  vero parimenti
che udendo quel canto il leone, animale di s gran forza e
costanza, diviene tutto stordito e costernato.
Io so che taluni hanno riferito il fenomeno al sambuco selvatico,
proveniente da luoghi tanto lontani da citt e villaggi che il
canto dei galli non potrebbe esservi udito. Quello senza dubbio
deve esser preferito al domestico il quale cresce intorno a casali
e capanne. Altri hanno ci inteso pi altamente, non secondo la
lettera, ma allegoricamente secondo l'uso dei pitagorici. Come
quando fu detto che la statua di Mercurio non deve esser fatta
indifferentemente d'ogni qualit di legno, essi spiegano che un
Dio non deve essere adorato in maniera volgare, ma in maniera
eletta e religiosa. Parimenti con quella sentenza c'insegnano che
le persone saggie e studiose non devono darsi alla musica triviale
e volgare, ma alla celeste, divina, angelica, pi ascosa e portata
di pi lontano, vale a dire da una regione nella quale non sia
udito il canto del gallo. Infatti volendo indicare luoghi nascosti
e poco frequentati, usiamo dire che in quel luogo non fu mai udito
gallo cantare.


CAPITOLO LXIII.

Come qualmente presso l'isola di Chaneph Pantagruele sonnecchiava;
e i problemi proposti al suo risveglio.

Il giorno seguente, continuammo la nostra rotta chiacchierando e
arrivammo presso l'isola di Chaneph alla quale, mancato il vento
con mare in bonaccia, la nave di Pantagruele non pot abbordare.
Non navigavamo che colle valenzine cambiando da tribordo a babordo
e da babordo a tribordo, bench si fossero aggiunti alle vele i
fiocchi. Eravamo tutti pensosi, matagrarciannoiati, turbati e
irritati senza dir parola gli uni agli altri. Pantagruele sdraiato
sopra una amaca presso i boccaporti, con un Eliodoro greco in
mano, s'era addormentato. Era suo costume di saper dormire pi coi
libri alla mano che a memoria. Epistemone guardava coll'astrolabio
a che altezza fosse il polo. Fra Gianni era andato in cucina e
considerava che ora potesse essere, dall'ascendente degli spiedi e
dall'oroscopo delle fricassate.
Panurgo con uno stecco di canapa in bocca faceva bolle e gorgoglio
nell'acqua. Ginnasta appuntava stuzzicadenti di lentisco.
Ponocrate fantasticava fantasticando, si faceva il solletico per
farsi ridere, e si grattava la testa con un dito. Carpalim con un
guscio di noce groliera faceva un bello, piccolo, grandioso e
armonioso mulinetto con l'ali fatte di quattro belle assicelle di
un tagliere d'ontano. Eustene strimpellava delle dita sopra una
colubrina come fosse un monocordo. Rizotoma si fabbricava una
borsa vellutata colla corazza di una tartaruga terrestre. Xenomane
con dei lacci da smeriglio rabberciava una vecchia lanterna.
Il nostro pilota faceva sputare le loro faccende ai marinai.
Fra Gianni, tornando dalla cucina not che Pantagruele s'era
svegliato e allora rompendo il prolungato silenzio, a voce alta e
con grande allegrezza di spirito domand la maniera d'alzare il
tempo in calma. Panurgo, secondo, domand subito un rimedio contro
la noia. Epistemone, buon terzino, domand allegramente la maniera
d'urinare chi non ne abbia voglia. Ginnasta levandosi in piedi
domand rimedio contro l'abbagliamento degli occhi. Ponocrate
stropicciandosi la fronte e squassando le orecchie domand la
maniera di non dormire a mo' dei cani.
- Un momento, disse Pantagruele. C'insegnano i sottili filosofi
peripatetici che tutti i problemi, tutti i quesiti, tutti i dubbi
proposti debbano esser certi, chiari e intelligibili. Come
intendete voi: dormire a mo' dei cani?
- Dormire a digiuno, a sole alto, come fanno i cani, rispose
Ponocrate.
Rizotoma era accovacciato sulla corsia e levando la testa e
sbadigliando profondamente (talch per naturale simpatia tutti i
compagni si misero a sbadigliare di rimando) chiese rimedio contro
lo spalancar la bocca e gli sbadigli. Xenomane come tutto
lanternato alla racconciatura della sua lanterna, domand la
maniera di bilanciare la cornamusa dello stomaco per modo che non
penda pi da un lato che dall'altro. Carpalim giocando col suo
mulinetto, domand il numero dei movimenti precedenti in natura,
prima che si possa dire che una persona ha fame. Eustene, udendo
il chiasso, accorse sul ponte e dall'argano domand ad alta voce
perch corra maggior pericolo di morte l'uomo morso a digiuno da
un serpente digiuno, che se uomo e serpente abbiano mangiato. E
perch la saliva dell'uomo a digiuno  velenosa ad ogni serpente e
animale velenoso.
- Amici, rispose Pantagruele, a tutti i dubbi, a tutti i quesiti
da voi proposti, compete una sola soluzione: e a tutti i sintomi e
accidenti un solo rimedio. La risposta vi sar prontamente
esposta, ma senza lunghe ambagi e giri di parole: stomaco affamato
non ha orecchi, non ode nulla. Per segni, per gesti e per fatti
sarete accontentati e avrete risoluzione di vostro gusto. Come per
segni un tempo, a Roma, Tarquinio il superbo, ultimo re di Roma
(ci dicendo Pantagruele tir la corda della campanella, onde fra
Gianni corse subito in cucina) per segni rispose a suo figlio
Sesto Tarquinio che era allora a Veio. Di l egli aveva inviato un
messo per sentire come poteva soggiogare i Veienti e ridurli a
perfetta obbedienza. Il re, diffidando della fedelt del
messaggero, non rispose nulla. Solamente lo condusse in un suo
giardino appartato e mentr'egli stava a guardare, recise colla
spada le teste de' pi alti papaveri. Tornato il messaggero senza
risposta e raccontato al figlio ci che aveva visto fare dal
padre, fu facile intendere da quei segni ch'egli consigliava di
tagliar le teste ai capi della citt per tener meglio a dovere e
obbedienza completa il resto del popolo minuto.


CAPITOLO LXIV.

Come qualmente Pantagruele non rispose ai problemi proposti.

- Che gente abita in questa bella isola da cani? domand
Pantagruele.
- Sono tutti ipocriti, idropici, paternostrai, santocchioni,
bacchettoni, eremiti, pinzoccheri. Tutti povera gente, che viveva
come l'eremita di Lormont tra Blay e Bordeaux, delle elemosine dei
viaggiatori.
- Io non ci vedo, v'assicuro, disse Panurgo. Che il diavolo mi
soffii al culo se ci vedo. Eremiti, santocchioni, pinzoccheri,
bacchettoni, ipocriti, levatevi di l, per tutti i diavoli. Mi
ricordo ancora dei nostri grassi concilipeti di Chesil: oh, che
Belzeb e Astarotte li avessero conciliati con Proserpina! Tante
tempeste e diavolerie patimmo al loro incontro! Ascolta di grazia,
mio piccolo pancione, mio caporale Xenomane, questi ipocriti,
eremiti, marmittoni sono vergini o sposati? V' qui genere
femminile? C' modo di darci ipocritamente qualche piccola botta
ipocrita?
- Veramente, disse Pantagruele, ecco una bella e allegra domanda!
- S, per diana, rispose Xenomane, vi sono l belle e allegre
ipocrite, pinzocchere, eremitesse, donne assai religiose. E v'
abbondanza di piccoli ipocritini, pinzoccherini, eremitini...
- Via quella roba! interruppe Fra Gianni. Eremita da giovane,
diavolo da vecchio. Notate questo proverbio autentico.
- Altrimenti, rispose Xenofane, senza moltiplicazione di figli,
l'isola di Caneph, or son molti anni, fu deserta e desolata.
Pantagruele invi Ginnasta in uno schifo a portar loro la sua
elemosina: settantotto mila bei piccoli mezzi scudi della
lanterna. Poi domand:
- Che ora ?
- Le nove passate rispose Epistemone.
- Giusto l'ora del desinare, disse Pantagruele. Infatti
s'approssima la sacra linea tanto celebrata da Aristofane nella
commedia dei Predicatori, che si raggiunge quando l'ombra 
decempedale. Tra i Persiani un tempo l'ora della refezione era
fissata solamente pei re. A tutti gli altri era orologio
l'appetito e il ventre. Infatti c' in Plauto un parassita che si
duole degli inventori d'orologi e quadranti e li detesta
fieramente, essendo notorio non esservi orologio pi giusto del
ventre. Diogene interrogato a che ora dovesse l'uomo cibarsi
rispose: il ricco quando avr fame, il povero quando avr da
mangiare. Pi propriamente i medici stabiliscono l'ora canonica
cos:
Levarsi a cinque, desinare a nove,
Cenare a cinque, coricarsi a nove.
Diversamente ordinava la magia del celebre re Petosiris.
Non aveva finita la frase che gli uffiziali di bocca prepararono
tavole e credenze, le coprirono di tovaglie odoranti, piatti,
tovaglioli, saliere: apportarono caraffe, boccali, frisoni,
bottiglie, tazze, nappi, bacili, idrie. Fra Gianni di rinforzo ai
maggiordomi, scalchi, panettieri, coppieri, scudieri trincianti,
tagliatori credenzieri, port quattro orrifici pasticci cos
grandi che mi sovvenne dei quattro bastioni di Torino. Vero Dio,
com'egli era bello e galante. Non erano ancora al dessert che il
vento ovest-nord-ovest cominci a gonfiar vele e pappafichi,
moresche e trinchetti. Di che tutti cantarono varii cantici in
lode dell'altissimo Dio de' cieli.
Alla frutta Pantagruele domand:
- I vostri dubbi, amici, non sono ancora risoluti appieno?
- Non sbadiglio pi grazie a Dio, disse Rizotoma.
- Non dormo pi come i cani, disse Ponocrate.
- Non ho pi gli occhi abbagliati, rispose Ginnasta.
- Non sono pi a digiuno disse Eustene. Onde per tutt'oggi i
serpenti saranno al sicuro dalla mia saliva. E cio

Aspici,
Anfisibeni,
Aneruduti,
Abedessimoni,
Alcarati,
Alhartrafi,
Alhatrabani,
Ammobati,
Apimai,
Aracti,
Aracnidi,
Argi,
Ascalaci,
Ascalaboti,
Aemorroidi,
Asterioni,
Attelaci,
Basilischi,
Bruchi,
Boa,
Buprosti,
Cantaridi,
Cateblepi,
Cerasti,
Coccodrilli,
Cauchemars,
Cani arrabbiati,
Coloti,
Cucriodi,
Cafezati,
Coari,
Culeffri,
Cuarsci,
Chelidri,
Croniocolapti,
Chersidri,
Cencrini,
Cocatri,
Dipsadi,
Domesi,
Driinadi,
Dragoni,
Donnole,
Elopi,
Enhidridi,
Fanuisi,
Galeotti,
Harmeni,
Handoni,
Ichi,
Jarrari,
Ilicini,
Jcneumoni,
Kesuduri,
Lepri marine,
Lucertole calcidiche,
Miopi,
Manticori,
Moluri,
Miagri,
Museragnoli,
Miliari,
Megalauni,
Porfiri,
Pareadi,
Falangi,
Pemfredoni,
Pitiocampi,
Ptindi,
Ruteli,
Rimoari,
Rhagioni,
Rhagani,
Rospi,
Salamandre,
Scitali,
Stellioni,
Scorpene,
Scorpioni,
Selsiri,
Scalavotini,
Solofuidari,
Sordi,
Sanguisughe,
Salfugi,
Solifugi,
Sepe,
Stince,
Stufe,
Sabtini,
Sangli,
Sepedoni,
Scolopendre,
Tarantole,
Tifolopi,
Tetragnati,
Teristali,
Vipere.


CAPITOLO LXV.

Come qualmente Pantagruele alza il tempo coi suoi famigliari.

- In quale gerarchia, di tali animali velenosi, domand Fra
Gianni, mettete voi la futura moglie di Panurgo?
- Ah tu vuoi dir male delle donne, o frate godente dal culo
pelato? rispose Panurgo.
- Ah per la budella cenomanica! disse Epistemone, Euripide
afferma, per bocca d'Andromaca, che, o per invenzione d'uomini, o
per istruzione degli dei, sono stati trovati rimedi efficaci
contro tutte le bestie velenose, nessun rimedio  stato trovato
fino ad oggi contro la mala femmina.
- Quel bellimbusto di Euripide, sempre ha detto male delle donne,
disse Panurgo. Cos per vendetta divina fu mangiato da cani, come
gli rimprovera Aristofane. Andiamo avanti. Chi ha da parlare parli
a volont.
- Io piscier ora a volont, disse Epistemone.
- Io, disse Xenomane, ho ora lo stomaco zavorrato a dovere sicch
non incliner pi n da una parte n dall'altra.

Pi non mi occorre vino n pane,
Tregua alla sete, tregua alla fame.

disse Carpalim.
- Io, grazie a Dio e a voi, non sono pi annoiato, disse Panurgo,
sono gaio come un pappagallo.

Giocondo come lo smeriglione,
Allegro come un farfallone.

Veramente  stato scritto dal vostro bell'Euripide, e lo dice
Sileno, beone memorabile che

 furioso, non ha senso integro,
Chiunque beve e non si sente allegro.

Senz'alcun dubbio dobbiamo ben lodare il buon Dio nostro creatore,
salvatore, conservatore, che con questo buon pane, con questo buon
vino e fresco, con queste buone vivande ci guarisce dai turbamenti
sia del corpo e sia dell'anima, oltre il voluttuoso piacere che
proviamo mangiando e bevendo.
- Ma voi non rispondete al quesito di questo benedetto venerabile
Fra Gianni che domand la maniera d'alzare il tempo.
- Poich, disse Pantagruele, vi contentate di lievi soluzioni dei
dubbi proposti, cos far anch'io. Altrove e in altro momento
potremo dirne di pi, se vi piacer. Resta da risolvere il quesito
proposto da Fra Gianni: come alzare il tempo? Non l'abbiamo ora
alzato quanto si poteva desiderare? Vedete il pennoncello della
coffa, sentite il garrire delle vele, vedete la rigidezza delle
corde, delle pulegge, dei boccaporti. Alzando e vuotando i
bicchieri, il tempo, per occulta simpatia di natura, s' alzato
del pari. Cos lo alzarono Atlante ed Ercole se credete ai
sapienti mitologi. Ma essi lo alzarono un mezzo grado di troppo:
Atlante per festeggiare pi allegramente Ercole, ospite suo,
Ercole, causa la sete precedente patita attraverso i deserti della
Libia...
- Vero bio! interruppe Fra Gianni, ho inteso dire da parecchi
venerabili dottori che Tiralupino, cantiniere del vostro buon
padre, risparmia ogni anno pi di ottocento barili di vino facendo
bere i visitatori e famigliari prima che abbiano sete.
- Infatti, continu Pantagruele, come i cammelli e i dromedari
delle carovane bevono per la sete passata, per la sete presente e
per la sete futura, cos fece Ercole. Onde, per quell'eccessiva
alzata di tempo, avvenne in cielo un nuovo movimento
d'oscillazione e trepidazione sul quale tante controversie si
accesero tra i folli astrologi.
- , disse Panurgo, ci che afferma il proverbio comune:

Torna il bel tempo, passa il tempo brutto,
Mentre si trinca intorno al buon prosciutto.

E, disse, Pantagruele, mangiando e bevendo, non solo abbiamo
alzato il tempo, ma alleggerito grandemente la nave. Non solamente
al modo come fu alleggerita la cesta di Esopo, cio consumando le
vettovaglie, ma anche emancipandoci dal digiuno. Infatti come il
corpo  pi pesante morto che vivo, cos l'uomo digiuno  pi
terrestre e pesante di quando ha bevuto e mangiato. E non parlano
impropriamente coloro che partendo per lungo viaggio bevono e
fanno colazione al mattino, poi dicono: i nostri cavalli non
andranno che meglio.
Non sapete che un tempo gli Amiclei riverivano e adoravano il
nobile padre Bacco e lo chiamavana Psila con nome adatto e
conveniente? Psila in lingua dorica significa ali. Infatti, come
gli uccelli mediante l'ali volano leggermente alti nell'aria, cos
per l'aiuto di Bacco (il buon vino frizzante e delizioso) gli
spiriti umani sono elevati in alto, i corpi evidentemente
allegrati, e alleviato, ci che era in essi di terrestre.


CAPITOLO LXVI.

Come qualmente presso l'isola Ganabin al comando di Pantagruele,
furono salutate le Muse.

Mentre continuavano il buon vento e gli allegri discorsi,
Pantagruele scopr e scorse di lontano una terra montuosa. La
mostr a Xenofane e gli domand:
- Vedete voi l davanti, a orza, quell'alta roccia a due gobbe
somigliante al monte Parnaso in Focide?
- Benissimo, rispose Xenomane.  l'isola di Ganabin: volete che
sbarchiamo?
- No, disse Pantagruele.
- Sar ben fatto, disse Xenomane; non v' nulla degno d'esser
visto. Il popolo son tutti ladri e predoni. V' tuttavia verso
quella gobba destra la pi bella fontana del mondo e una
grandissima foresta intorno. Le vostre ciurme potranno farvi acqua
e legna.
- Bene e dottamente parlato! osserv Panurgo. Ah, ah, ah, non
sbarchiamo mai in terra di ladri e di predoni. Vi assicuro che
quella terra  quali ho visto un giorno essere le isole Cerq e
Herm tra la Bretagna e l'Inghilterra, quale fu la Poneropoli di
Filippo in Tracia: isole di furfanti, di ladroni, di briganti, di
assassini e omicidi: tutti copie dei modelli che stanno nei
sotterranei della Conciergerie. Non vi sbarchiamo, ve ne prego. Se
non a me, credete almeno al consiglio di questo saggio e buono
Xenomane. Sono, per la morte di un bue di legno, son peggio dei
Cannibali. Ci mangerebbero vivi. Non sbarcate, di grazia. Meglio
discendere all'Averno. Ascoltate!... Io odo per Dio, se le
orecchie non mi cornano, odo le orrifiche campane a stormo quali
solevano suonarle i Guasconi nel Bordolese contro i gabellieri e i
commissari. Tiriamo via di lungo! Ahu!  avanti, avanti!
- Sbarcate, sbarcate! esclam Fra Gianni. Andiamo, li massacreremo
tutti. Sbarchiamo!
- Il diavolo ci si mette di mezzo, disse Panurgo. Questo diavolo
di monaco, questo monaco di diavolo furioso non ha paura di nulla.
  rischioso come tutti i diavoli e non ha riguardo agli altri.
S'immagina che tutti siano monaci come lui.
- Va, lebbrosaccio, rispose Fra Gianni, va a tutti i milioni di
diavoli che possano anatomizzarti il cervello e farlo a fette!
Questo diavolo di matto  s vile e dappoco che se la fa addosso
ogni momento dalla paura. Se tanto sei costernato da vana paura,
non sbarcare, resta qui col bagaglio, oppure va a nasconderti
sotto le gonnelle di Proserpina attraverso tutti i milioni di
diavoli.
A queste parole Panurgo spar dalla brigata e si nascose gi nella
stiva tra le croste, briciole e minuzzoli di pane.
- Io sento dentro l'anima, disse Pantagruele, una contrazione
urgente come se una voce si udisse di lontano la quale m'avverte
che non sbarchiamo. Ogni volta che il mio spirito sent tale
avvertimento, mi son trovato bene rinunciando e allontanandomi dal
luogo che mi sconsigliava; per contro mi son trovato altrettanto
bene seguendo la via a cui mi sollecitava e non ebbi a pentirmene
mai.
-  come il demonico di Socrate, tanto celebrato dagli accademici,
disse Epistemone.
- Ascoltate, disse Fra Gianni, ascoltate mentre le ciurme fanno
acqua. Panurgo laggi contraff il lupo nella paglia! Volete
ridere? Fate sparare quel basilisco l presso il castel Gagliardo.
Sar un saluto alle muse di questo mondo Antiparnassico. Tanto la
polvere vi si guasta dentro.
- Ben detto, rispose Pantagruele. Chiamatemi il mastro
bombardiere.
Il bombardiere comparve prontamente. Pantagruele comand di dar
fuoco al basilisco e di ricaricarlo, per ogni evento, di polveri
fresche. Detto fatto. I bombardieri dell'altre navi, ramberghe,
galeoni e galeazze del convoglio alla prima scarica del basilisco
sulla nave di Pantagruele, diedero fuoco parimenti ciascuno a un
grosso pezzo d'artiglieria. Fu un bel frastuono, credetelo.


CAPITOLO LXVII.

Come qualmente Panurgo se la fece addosso per la paura e come
pensava che Rodilardo fosse un diavoletto.

Panurgo, come un caprone stordito, esce dalla stiva in camicia con
solamente una braca in una gamba, la barba tutta seminata di
briciole di pane e con in mano un gran gatto aggrappato all'altra
met delle sue brache. E movendo le labbra come una scimmia che
cerchi pidocchi in testa, tremando e battendo i denti, s'accost a
Fra Gianni che stava seduto sul portasartie di tribordo e lo preg
devotamente di aver piet di lui e di tenerlo sotto la protezione
del suo brando. E affermava e giurava in nome della sua parte di
papimania, che aveva visto allora tutti i diavoli scatenati.
- Acqua, amico mio, gridava, acqua fratel mio, padre mio
spirituale, oggi tutti i diavoli sono a nozze. Tu non vedesti mai
tale allestimento di banchetto infernale. Vedi il fumo delle
cucine d'inferno? (Ci dicendo mostrava il fumo delle cannonate
sopra tutte le navi). Tu non vedesti mai tante anime dannate. E
vuoi sentirne una? Acqua, amico mio! Esse sono tanto tenerine,
tanto biondette, tanto delicate, che le diresti propriamente
ambrosia degli dei di Stige. Io ho creduto (Dio me lo perdoni) che
fossero anime inglesi e penso che proprio stamattina l'isola de'
cavalli presso la Scozia sia stata messa a ferro e a fuoco con
tutti gli Inglesi che se n'erano impadroniti, dai signori di
Termes e Dessay.
Fra Gianni all'avvicinarsi di Panurgo, sent non so qual odore
diverso da quello della polvere da cannone e fatto avanzare
Panurgo s'accorse che la sua camicia era sporca di merda fresca.
Che era avvenuto? La virt ritentrice del nervo che stringe il
muscolo chiamato sfinctere ( il buco del culo) s'era rilassata
per la veemenza della paura provata nelle sue fantastiche visioni,
aggiuntovi il rimbombo delle cannonate pi orrificio sotto coperta
che sul ponte. Infatti uno dei sintomi e delle manifestazioni
della paura  questo: che, per essa, ordinariamente s'apre lo
sportello del deposito nel quale  tenuta la materia fecale.
Prova ne sia Pandolfo della cascina senese, il quale passando in
posta per Chambery scese presso il saggio economo Vinet e preso un
forcale da stalla gli disse: "Da Roma in qua io non sono andato
del corpo. Di grazia piglia in mano questa forca et fa mi paura".
Vinet colla forca faceva vari giochi di scherma come fingendo
volerlo colpire da maestro. Ma il Senese gli disse: "Se tu non fai
altramente non fai nulla. Per sforzati di adoperarti pi
guagliardamente".
Allora Vinet gli dette un s gran colpo di forca fra capo e collo
che lo gett in terra a gambe levate. Poi bavando e ridendo a
crepapelle gli disse:
- Festa di Dio, Baiardo, questo si chiama Datum Camberiaci!
Per fortuna il Senese aveva slacciate a tempo le brache; e infatti
subito and del corpo pi copiosamente che non avrebbero fatto
nove bufali e quattordici arcipreti di Ostia! Alla fine il Senese
ringrazi Vinet e gli disse: "Io ti ringrazio, bel messere. Cos
facendo m'hai esparmiata la speza d'un serviziale".
Altro esempio fu il re d'Inghilterra Edoardo quinto. Mastro
Francesco Villon bandito di Francia s'era rifugiato presso di lui
ed egli l'aveva accolto con tal confidenza che non gli nascondeva
nulla, neanche le minute faccende della sua casa. Un giorno il
detto re essendo andato ai suoi bisogni, mostr a Villon lo stemma
di Francia dipinto nella latrina e gli disse:
- Vedi tu la riverenza che ho per i tuoi re francesi? Non ho messo
il loro stemma in alcun posto pi degno che qui nella ritirata,
presso la mia seggetta.
- Sacro Dio, rispose Villon, quanto siete savio, prudente, accorto
e sollecito della salute vostra? E quanto ben servito dal vostro
dotto medico Tommaso Linacer! Infatti vedendo egli che nei vostri
vecchi giorni siete alquanto stitico, che ogni giorno bisognava
cacciarvi al culo un apoticario, voglio dire un clistere,
altrimenti non potevate andar del corpo, per singolare e virtuosa
provvidenza, molto opportunamente qui, e non altrove, vi ha fatto
dipingere lo stemma di Francia. Giacch solo al vederlo, vi piglia
tale scorreggiarella e paura s orrifica, che subito subito
scagazzate come diciotto bonasi di Peonia. Se lo stemma fosse
stato dipinto in altro luogo della vostra casa, nella vostra
camera, in sala, nella cappella, nelle gallerie o altrove, sacro
Dio, appena lo vedeste, voi scagazzereste dappertutto. E ritengo
che se oltre lo stemma aveste qui dipinto il grande orifiamma di
Francia, solo a vederlo rendereste pel culo addirittura le
budella. Ma, oh, oh! atque iterum oh!

Non son io un balordo parigino?
Di quel Parigi ch' a Pontoise vicino,
Cui baster una corda d'una tesa
Perch il col sappia quanto il culo pesa.

Balordo, dico, malaccorto, zuccone, che non capisce un corno:
infatti mi stupisco che vi faceste slacciar le brache nella vostra
camera per venire poi fin qua. Veramente io pensavo che la vostra
seggetta fosse l nella vostra camera, o dietro qualche arazzo o
presso la sponda del letto. Che mi sembrava assai incongruo
slacciarsi le brache in camera per andare alla latrina cos
lontano. Ero balordo s o no? Ora mi spiego il mistero, per Dio!
S fate bene cos, n meglio potreste provvedere facendovi
slacciare in anticipo, ben lontano, bene a tempo. Che se non foste
slacciato entrando qui e vedendo quello stemma, notate bene tutto,
il fondo delle vostre brache, Sacro Iddio, farebbe officio di
vaso, pitale, bugliolo e seggetta..
Fra Gianni turandosi il naso colla mano sinistra, coll'indice
della destra mostrava a Pantagruele la camicia di Panurgo.
Pantagruele, vedendolo cos sconcertato, affannato, tremante, fuor
di s, sconcacato e sgraffiato dalle unghie del celebre gatto
Rodilardo, non pot trattenersi dal ridere e gli disse:
- Che volete fare di quel gatto?
- Questo gatto? rispose Panurgo, mi dono al diavolo se non credevo
fosse un diavoletto di primo pelo acciuffato dianzi furtivamente
col nodo scorsoio delle mie brache dentro la gran madia
dell'inferno. Al diavolo il diavolo! M'ha scorticato la pelle a
barba di gambero.
Ci dicendo butt via il gatto.
- Andate, disse Pantagruele, andate, per Dio, a fare un bagno, a
pulirvi, a rincorarvi, a mutar camicia, a rivestirvi.
- Voi direste, rispose Panurgo, che abbia avuto paura? Manco
l'ombra! Io sono, per la virt di Dio, pi coraggioso che se
avessi ingoiato tante mosche quante se ne impastano a Parigi da
San Giovanni all'Ognissanti. Ah, ah, ah! Ohe! che diavolo 
questo?... Direste ch' diarrea, sterco, cacca, merda, feci,
deiezione, materia fecale, escrementi, caccole di lepre, di
cinghiale, evacuazione, letame, stronzi, scibalo o spirato? No,
no,  zafferano d'Ibernia, a parer mio. Oh, s, s: zafferano
d'Ibernia. Certissimo. Beviamo.

FINE DEL QUARTO VOLUME

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