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IL TERZO LIBRO

DEI FATTI E DETTI EROICI

DEL

BUON PANTAGRUELE

COMPOSTO

DA MASTRO FRANCESCO RABELAIS

DOTTORE IN MEDIClNA

E CALLOIER DELLE ISOLE HIRES

_____

L'AUTORE SOPRADDETTO
SUPPLICA I BENEVOLI LETTORI
DI RISERVARSI A RIDERE
 AL SETTANTOTTESlMO LIBRO

_____


 FRANCESCO RABELAIS
 ALLO SPIRITO DELLA REGINA DI NAVARRA





    Spirito assorto in rapimento estatico,
    Che frequentando il ciel, tua patria vera,
    Lasciasti il corpo, tuo soggiorno e viatico,
    Che tanto a' tuoi voleri s'ammaniera
    In questa nostra vita passeggera,
    Tu, senza sensi, n passion molesta,
    Oh non vorresti ritornare in questa
    Terra, dal tuo celestiale ostello,
    E il terzo libro delle allegre gesta
    Veder quaggi, del buon Pantagruello?



PROLOGO DEL TERZO LIBRO

Buona gente, beoni lustrissimi, e voi gottosi preziosissimi,
vedeste mai Diogene, il filosofo cinico? Se l'avete veduto  segno
che non avevate perduto la vista, o io son davvero fuor di senno e
fuor di senso logico. Bella cosa veder la luce del (vino e scudi)
sole! Me ne rimetto al cieco nato tanto famoso della sacra bibbia,
il quale, concessogli di chiedere ci che pi desiderava
dall'Onnipotente il cui verbo in un momento si traduce in atto,
null'altro dimand se non vedere.
Voi item, non siete giovani ed  questa qualit competente per
filosofar pi che fisicamente in vino, e non invano, ed essere
ormai del consiglio bacchico e discorrere a tavola della sostanza,
colore, odore, eccellenza, eminenza, propriet, facolt, virt,
effetto e dignit del benedetto e desiderato liquore.
Se poi non l'avete visto, Diogene, (come facilmente inclino a
credere) avrete almeno udito parlare di lui; poich in tutta
quest'aria e questo cielo la sua fama e il nome sono rimasti fino
ad oggi abbastanza memorabili e celebri. Eppoi voi siete tutti,
s'io non m'inganno, di sangue frigio. E, se non avete tutti gli
scudi del re Mida, avete bene di lui quel non so che, che pi
lodavano i Persiani nei loro otacusti e che pi desiderava
l'imperatore Antonino; onde poi la Bocca del leone di Rohan fu
soprannominata: Bell'orecchio.
E se non ne avete udito parlare, voglio ora narrarvi una storia di
lui per entrare in vino (bevete dunque!) e in argomento (ascoltate
dunque!), avvertendovi (affinch non siate mistificati per la
vostra ingenuit, come gente malfidente) che fu al tempo suo
filosofo raro e giocondo quant'altri mai. Se avea qualche difetto,
e voi non ne avete? E non ne abbiamo noi?
Nessuno  perfetto, eccetto Dio. Fatto  che Alessandro il Grande,
con tutto che gli fosse precettore e famigliare Aristotele, aveva
tale stima di Diogene, che si augurava, se non fosse stato
Alessandro, di esser Diogene di Sinope.
Quando Filippo, re di Macedonia, disegn di assediare e rovinare
Corinto, i Corinzii, avvertiti dai loro esploratori che moveva
contr'essi in gran forze e con esercito numeroso, tutti ne furono
non a torto spaventati e si diedero attorno accuratamente per
mettersi ciascuno in dovere e stato di resistere ai suoi assalti e
difendere la citt. Gli uni traevano dai campi alle fortezze
mobili, bestiame, grano, vino, frutta, vettovaglie, e le munizioni
necessarie. Gli altri fortificavano mura, costruivano bastioni,
squadravano rivellini, scavavano fossati, nettavano le contromine,
gabbionavano ripari, spianavano piattaforme, vuotavano casematte,
imbottivano false brache, erigevano cavalieri, riparavano
controscarpe, intonacavano cortine, sporgevano monachette,
puntellavano parapetti, inchiavavano barbacani, rinforzavano
petriere, rimettevano erpici, saracinesche e cataratte, ponevano
sentinelle, mandavano fuori pattuglie in ricognizione. Ciascuno
stava all'erta, ciascuno portava la gerla.
Gli uni forbivano corsaletti, lucidavano corazze, ripulivano
bardature, frontali, cotte, brigantine, celate, baviere,
cappelline, bipenni, elmi, morioni, maglie, cotte, bracciali,
cosciali, ascellette, gorgerine, gambali, pettorali laminati,
usberghi, palvesi, scudi, calzari, gambiere, solerette, sproni.
Gli altri apprestavano archi, fionde, balestre, proiettili,
catapulte, falariche, granate, recipienti, cerchi e lanciafuochi,
baliste, scorpioni, e altre macchine belliche per respingere e
distruggere le torri d'assedio; aguzzavano ronche, picche,
rampiconi, alabarde, ramponi, lancie e zagaglie, forconi ferrati,
partigiane, clave, azze, dardi, dardelli, giavelline, giavellotti,
spiedi; affilavano scimitarre, spadoni, pafurti, spade, verdunesi,
stocchi, pistole, aste, daghe, mendozine, pugnali, coltelli, lame,
verrettoni. Tutti esercitavano i membri, ciascuno srugginiva il
suo brando. Non v'era donna per quanto ritrosa o vecchia che non
sfregasse il suo arnese, poich, come sapete, le antiche Corinzie
erano coraggiose nei combattimenti.
Diogene, vedendo tutto quel fervido trambusto e non essendo
adibito dai magistrati a nessuna occupazione, contempl per
qualche giorno il lavoro degli altri senza dir parola, poi, come
eccitato da spirito marziale, cinse a tracolla il suo pallio,
rimbocc le maniche fino ai gomiti, s'acconci come un coglitore
di pomi, affid a un vecchio amico la sua bisaccia, i suoi libri,
e i suoi opistografi, prepar, fuor di citt, dalla parte del
Cranico (collina e promontorio presso Corinto) una bella spianata,
vi rotol la botte fittile che gli serviva di casa contro le
ingiurie del cielo, e l con gran veemenza d'animo, dimenando le
braccia la girava, voltava, imbrogliava, insudiciava, rizzava,
riversava, rovesciava, stuoiava, grattava, accarezzava, barattava,
batteva, buttava, tarabiscolava, capitombolava, tripudiava,
bagnava, picchiava, timpanava, ristoppava, distoppava, disturbava,
immagliava, intrugliava, batteva, scoteva, spingeva, tempestava,
scrollava, agitava, levava, lavava, inchiavava, intravava,
braccava, imbroccava, bloccava, squassava, tartassava, fricassava,
affettava, affustava, batuffolava, inchiodava, adescava,
incatramava, fasciava, tastava, baloccava, impilaccherava,
atterrava, stagliuzzava, piallonava, scialuppava, incantava,
armava, manharava, bardava, impennacchiava, gualdrappava, la
ruzzolava da monte a valle e la precipitava gi pel Cranico; poi
la risospingeva da valle a monte come Sisifo col suo macigno,
talch poco manc non la sfondasse. Ci vedendo uno de' suoi amici
gli domand per qual ragione, e corpo, e anima, e botte cos
tormentasse. Il filosofo gli rispose che non avendolo la
repubblica occupato a nessun officio, egli a quel modo la sua
botte tempestava per non esser visto solo inattivo e ozioso in
mezzo a quel popolo tutto fervido e operoso.
Cos io, pur essendo senza timore, non sono tuttavia senza
rammarico vedendo che non mi si tiene in alcun conto e
considerando che in tutto questo nobile reame di Francia di qua e
di l dai monti ciascuno oggi si tiene in esercizio e lavora chi a
fortificare la patria, e difenderla, chi a respingere i nemici e
offenderli e tutto con s bella concordia e s mirabile ordine, a
profitto cos evidente dell'avvenire, (poich la Francia avr
d'ora innanzi, s superbi confini e i Francesi cos sicura
tranquillit) che per poco non accedo all'opinione del buon
Eraclito il quale affermava la guerra generare ogni bene; e credo
che la guerra sia chiamata in latino bellum non gi per antifrasi
come hanno creduto certi rabberciatori di vecchie ferraglie
latine, che nella guerra quasi bellezza non vedono, ma
assolutamente e semplicemente per la ragione che in guerra appare
ogni specie di bene e di bello e scompare ogni sorta di male e di
brutto. Tanto  vero che il saggio e pacifico re Salomone non ha
meglio saputo rappresentarci la indicibile perfezione della
sapienza divina se non comparandola all'ordinamento di un esercito
in campo.
Non essendo stato dunque iscritto e schierato coi nostri della
parte offensiva, i quali m'hanno stimato troppo debole e
impotente, e non essendo stato nullamente utilizzato per l'opera
difensiva sia pure portando gerla, sgombrando mota, curvando
ruota, e rompendo piota, ci m'era tutt'uno, ho reputato onta pi
che mediocre apparire spettatore ozioso di tanti valenti, diserti
e cavallereschi personaggi che in presenza e al cospetto di tutta
Europa rappresentano questa insigne favola e tragica commedia,
senza rendermi utile invece da me, offrendo questo nulla, mio
tutto, che mi restava. Ben poca gloria infatti, mi sembra
ridondare a coloro che occupano solamente gli occhi, e sparagnano
poi le forze, celano i loro scudi, nascondono il danaro, si
grattano la testa con un dito come fannulloni disgustati,
sbadigliano alle mosche come i vitelli della decima, scrollano le
orecchie come asini d'Arcadia al canto dei musici, e in silenzio,
con moine mostrano di consentire alla rappresentazione.
Presa la mia determinazione, ho pensato compiere opera non
inutile, non inopportuna, movendo la mia botte diogenica, sola
rimastami dal naufragio subito in passato al faro di malavventura.
Questo mio tartassamento di botte che cosa credete abbia a essere
a vostra idea? Per la madonna che alza la gonna, ancora non lo so.
Aspettate un po' che tracanni qualche sorso di questa bottiglia,
ch' il mio vero e solo Elicona, la mia fonte Pegasina, la mia
unica ispirazione. Qui, bevendo, io delibero, discorro, risolvo,
concludo. Dopo l'epilogo io rido, scrivo, compongo, bevo. Ennio
bevendo scriveva, scrivendo beveva. Eschilo, se date fede a
Plutarco (in Symposiacis) beveva componendo, bevendo componeva.
Omero non scrisse mai a digiuno. Catone mai non scrisse che dopo
bere. Ci sia detto perch non veniate ad accusarmi che non seguo
l'esempio dei pi lodati e meglio apprezzati.  buono e fresco
abbastanza, e, come voi direste, sul principio del secondo grado.
Che Dio ne sia eternamente lodato! il Dio Sabbaoth, intendo,
quello degli eserciti. Se anche voialtri ne berrete una grande,
oppure due piccole sorsate di quelle buone, io non vi trovo nulla
a ridire, purch Dio ne sia lodato un pocolino.
Poich dunque tale  la mia sorte, o il mio destino, (non a tutti
essendo concesso entrare e abitare in Corinto)  mio disegno non
solo non restare inattivo ed inutile, ma anzi servire e agli uni e
agli altri: pei manovali, zappatori e fortificatori io far ci
che fecero Nettuno e Apollo in Troia sotto Laomedonte, ci che
fece Rinaldo di Montalbano nei suoi vecchi giorni; servir i
muratori, far bollir la pentola pei muratori e, terminato il
pasto, suoner la cornamusa per batter la misura alla musica dei
musicoli. Cos Anfione, suonando la lira, fond, costrusse,
edific la grande e celebre citt di Tebe.
Pei guerrieri poi spiller di nuovo la mia botte, e grazie al vino
estratto (che vi sarebbe abbastanza noto per due precedenti
volumi, se l'impostura degli stampatori non li avesse pervertiti e
intorbidati) riempir loro col fondo de' miei passatempi epicenari
un galante terzino e in seguito un allegro quartino di sentenze
pantagrueliche, che vi dar licenza di chiamare diogeniche. Cos i
guerrieri non potendomi avere per compagno, avranno in me un leale
maggiordomo, che li ristorer secondo le sue deboli forze, quando
tornano dai combattimenti, avranno un lodatore infaticabile delle
loro prodezze e gloriose battaglie. Io non mancher, per lapathium
acutum di nostro Signore, se marzo non manca a quaresime; ma se ne
guarder bene il porcaccione.
Mi ricordo tuttavia d'aver letto che Tolomeo, figlio di Lago, un
giorno present agli Egiziani in pieno teatro, fra l'altre spoglie
del bottino di guerra, un cammello battriano tutto nero e uno
schiavo tutto screziato in modo che sul suo corpo si alternavano
il bianco e il nero, ma non a striscie orizzontali secondo il
diaframma, come quella donna votata alla Venere Indiana che fu
vista dal filosofo di Tyana tra il fiume Idaspe e il monte
Caucaso, bens in striscie perpendicolari. Tali singolarit non
essendo ancora state viste in Egitto, egli sperava, offrendo
novit, di accrescere l'amore del popolo verso di lui. Che ne
segu? All'apparire del cammello tutti furono spaventati e
indignati; alla vista dell'uomo screziato alcuni lo canzonarono,
altri l'abominarono come mostro infame creato per error di natura.
Insomma la speranza che aveva di compiacere i suoi Egiziani, e di
far crescere l'affetto, che essi avevano naturalmente per lui, gli
sfugg di mano. E intese come pi si compiacessero e dilettassero
di cose belle, eleganti e perfette che di cose ridicole e
mostruose onde poi tenne in dispregio tanto lo schiavo che il
cammello s che ben presto per negligenza e mancanza del
nutrimento ordinario passarono da vita a morte.
Questo esempio mi fa esitare tra speranza e timore dubitando che
invece della soddisfazione attesa, mi capiti ci che aborro, e il
mio tesoro si riduca a carboni e invece di Venere m'esca il can
barbone, e in luogo di contentarli, li fastidisca; in luogo di
divertirli li offenda, dispiaccia invece di piacere e mi capiti
quel che capit al gallo di Euclione tanto celebrato da Plauto
nell'Aulularia e da Ausonio nel suo Eryphon e altrove; il quale
per aver scoperto, raspando, il tesoro, n'ebbe la taglia golata.
Se ci avvenisse non sarebbe il caso d'arrabbiarsi.  accaduto
altra volta, pu accadere ancora.
Ah, ma no, per Ercole! Io riconosco in tutti quei guerrieri una
tempra specifica e una facolt individuale che i nostri maggiori
chiamavano Pantagruelismo, grazie alla quale mai non s'avranno a
male di azione nessuna che conoscano sorgere da buono, franco e
leale cuore. Comunemente li ho visti prendere il buon volere in
pagamento e di quello contentarsi quando il potere non vi
corrisponda.
Intesi su questo punto, torno alla mia botte. Su, onore a questo
vino, compagni! Bevete a crepapelle, figlioli! E se non vi paresse
buono, piantatelo. Non io sono di quegli importuni lifrelofri che
per forza, insistenza e violenza costringono lanzi e compagni a
trincare e, ci ch' peggio, a ribere e ritrincare. Tutti gli
onesti beoni, tutti gli onesti gottosi, assetati, che vengono a
questa mia botte, se non ne han voglia non bevono: se ne han
voglia e il vino  di quello che gusta alla Signoria delle lor
Signorie, allora, gi, bevano francamente, liberamente,
arditamente, senza nulla pagare e senza economia. Cos ho
decretato. E non abbiate paura che il vino manchi come accadde
alle nozze di Cana in Galilea. Tanto ne spillerete per la
cannella, altrettanto ne imbotto pel cocchiume e rester la botte
per tal modo inesauribile, sorgente viva, vino perpetuo, quale era
il liquore contenuto entro la coppa di Tantalo, rappresentata
figurativamente tra i saggi Bramini, quale era in Iberia la
montagna di sale tanto celebrata da Catone, quale era il ramo
d'oro consacrato alla dea sotterranea, tanto decantato da
Virgilio. Il mio libro  una vera cornucopia d'allegria e di
canzontura. Se talora vi sembri esaurita fino al fondo, non per
questo sar disseccata. Nel fondo sta la speranza, come nel vaso
di Pandora, e non la disperazione come nella botte delle Danaidi.
Tenete bene a mente ci che ho detto e a qual sorta di persone si
volge il mio invito e che alcuno non s'inganni. Sull'esempio di
Lucilio, il quale dichiarava di non scrivere che pei suoi
Tarantini e Cosentini, io non ho forato la mia botte che per voi,
galantuomini, per voi, bevitori del primo tino, per voi gottosi,
gocciofili, e sorseggiatori di buona lega. I Giganti dorifagi,
ingollatori di brina, hanno abbastanza al cul passioni e carniere
per cacciare; badino ai fatti loro, ma non cerchino qui la loro
selvaggina. Dei cervelli dottorali, dei lambiccatori di
correzioni, non me ne parlate per carit, in nome e per riverenza
delle quattro natiche che vi hanno messo al mondo e del
vivificante piuolo che le congiunse. Degl'ipocriti ancora meno,
bench siano tutti beoni superlativi, tutti blenorragici e
impestati, guarniti di sete inestinguibile e di fame insaziabile.
E perch? Perch non sono gente dabbene, anzi da male, di quel
male da cui preghiamo quotidianamente che Dio ci liberi. Non
importa che essi contraffacciano talora i penitenti. Mai vecchia
scimmia non fece bella smorfia.
Indietro mastini! Fuori dal mio recinto! Non levavemi il sole. Al
diavolo canaglie! Ah, voi venite per fiutar come cani il culo al
mio vino e scompisciare la mia botte? Ma ecco qui il bastone che
Diogene ordin in testamento gli si ponesse al fianco dopo morte
per cacciare e stroncare le larve della combustione e i mastini
cerberizzanti. Indietro dunque, bacchettoni! Dietro il gregge,
mastini! Fuori di qui ipocriti! Per tutti i diavoli, via! Siete
ancora qui? Rinuncio alla mia parte di papimania se vi addento.
GZZ, GZZZ, GZZZZZZ. Via! Via! Se ne andranno una buona volta? Mai
non possiate andar di corpo che a suon di staffilate, mai pisciare
che a tratti di corda, mai riscaldarvi che a suon di legnate!


CAPITOLO I.

Come qualmente Pantagruele trasport una colonia di Utopiani in
Dipsodia.

Pantagruele dopo aver interamente conquistato il paese di
Dipsodia, vi trasport una colonia di Utopiani in numero di
9,876,543,210 uomini, senza contare le donne e i bambini. Recava
seco artigiani d'ogni mestiere, e specialisti d'ogni scienza
liberale per ristorare, popolare e adornare quel territorio prima
mal abitato e in gran parte deserto. Questa colonia non fu
trasportata a causa dell'eccessiva popolazione di maschi e femmine
che si moltiplicavano in Utopia come le locuste. Voi comprendete,
e non  necessario spiegarlo di pi, che gli Utopiani possedevano
genitali tanto fecondi, e le Utopiane matrici cos ampie, ghiotte,
tenaci e in cos buona architettura cellulate, che ogni nove mesi
nascevano almeno sette figlioli, tra maschi e femmine, per ciascun
matrimonio, come accadeva del popolo giudaico in Egitto, se De
Lira non delira. N lo moveva la fertilit del suolo, la salubrit
dell'aria, o la comodit del paese di Dipsodia, quanto
l'opportunit di tenere quel popolo al dovere e all'obbedienza
insediandovi i suoi antichi e fedeli sudditi. Essi a memoria
d'uomo non avevano mai conosciuto, riconosciuto, accettato e
servito altro signore all'infuori di lui e da quando eran nati ed
entrati nel mondo avevano succhiato insieme col latte delle loro
madri nutrici, la dolcezza e bont del suo regno, e in quella
erano stati sempre allevati e cresciuti. Ci dava certa speranza
che in qualunque luogo fossero sparsi e trasportati avrebbero
rinunciato alla vita corporale piuttosto che mancare alla fedelt
dovuta naturalmente al loro principe e che non solamente tali
sarebbero rimasti essi e i figlioli nati successivamente di loro,
ma avrebbero tratto e mantenuto nella stessa fedelt e obbedienza
le nazioni di fresco aggiunte al suo dominio. Ci avvenne infatti,
onde non fu vana la sua deliberazione. Poich se gli Utopiani
prima di quella migrazione erano stati fedeli e leali, i Dipsodi
dopo aver vissuto solo pochi giorni con loro, lo furono anche di
pi per non so qual fervore naturale in tutti gli uomini sul
principio di ogni azione che sia loro gradita. Solo si lagnavano e
lo giuravano pel Cielo e le Intelligenze motrici, che non fosse
venuta prima a loro conoscenza la fama del buon Pantagruele.
Notate dunque qui, o beoni, che la miglior maniera di governare e
conservare paesi di fresco conquistati non  (come fu opinione
erronea di certi spiriti tirannici, a loro danno e disonore) non 
col saccheggiare le popolazioni, violentarle, angariarle,
rovinarle, maltrattarle e tenerle con verga di ferro, facendo
insomma i lupi e divorando i popoli, al modo di quel re iniquo che
Omero chiama Demovoro, cio mangiatore di popoli. Io non vi citer
a questo proposito le antiche istorie; solo richiamer alla vostra
memoria ci che hanno visto i padri vostri e avrete visto voi
stessi se non siete troppo giovani. I popoli, come bimbi neonati
bisogna allattarli, cullarli, rallegrarli, come piante di fresco
piantate bisogna appoggiarli, dar loro sicurezza e difesa contro
ogni violenza, ingiuria e calamit. Come persone uscite di lunga e
grave malattia e convalescenti, bisogna accarezzarli,
risparmiarli, ristorarli, per modo che, (se cos trattati)
concepiscono in s questa opinione: non esservi al mondo re, n
principe meno da desiderarsi come nemico e pi da augurarsi come
amico.
Cos Osiride, il gran re degli Egiziani, conquist tutta la terra
non tanto per forza d'armi quanto perch sollevava dalle angarie,
insegnava a vivere bene e sanamente, recava leggi comode,
gentilezze, benefici. Perci la gente lo soprannomin il gran re
Evergete, vale a dire benefattore, pel comando fatto da Giove a
Pamila. Infatti Esiodo, nella sua Hierarchia, colloca i buoni
demoni, (chiamateli angeli, o genii, se volete) come intermediarii
e mediatori tra gli dei e gli uomini, superiori agli uomini,
inferiori agli dei. E poich dalle loro mani ci derivano le
ricchezze e i beni del cielo, ed essi sono costantemente benefici
verso noi e sempre ci preservano dal male, egli dice che fanno
ufficio di re essendo opera unicamente regale compiere sempre il
bene e mai il male.
E cos fu l'imperatore dell'universo Alessandro il Macedone. E
cos Ercole, che tutto il continente conquist, liberando gli
uomini dai mostri, dalle oppressioni, vessazioni e tirannie,
governandoli con buon trattamento, tenendoli con equit e
giustizia, avvezzandoli a benigno reggimento, e con leggi
convenienti alla condizione del territorio, provvedendo a ci che
mancava, crescendo valore a ci che sovrabbondava e perdonando
tutto il passato con oblio eterno di tutte le offese precedenti.
Di questa natura fu l'amnistia agli Ateniesi quando per la
prodezza e abilit di Trasibulo furono sterminati i tiranni;
lodata poi da Cicerone e quindi dall'imperatore Aureliano a Roma.
Questi sono i filtri, i sortilegi, gli allettamenti d'amore
mediante i quali si conserva in pace ci che penosamente era stato
conquistato. N pi felicemente pu regnare il conquistatore, sia
re, sia principe, o filosofo, che facendo seguire la giustizia al
valore. Il suo valore fu messo in mostra dalla vittoria e
conquista. La sua giustizia sar dimostrata da ci: che per la
volont e affezione del popolo dar leggi, pubblicher editti,
stabilir le religioni, riconoscer il diritto di ciascuno, come
dice il nobile poeta Marone di Ottaviano Augusto:

        Ei vincitore, per voler de' vinti
        Facea valer le leggi...

Per questo Omero nell'Iliade chiama i buoni principi e grandi re
kosmetoras lan, vale a dire ornatori di popoli. Tale era anche il
pensare di Numa Pompilio secondo re dei Romani, giusto, buon
governante e filosofo, quando ordin che al Dio Termine, nel
giorno della sua festa, chiamata Terminale, nulla fosse
sacrificato che avesse toccato morti, insegnandoci in tal modo che
i termini, confini e le annessioni d'un reame conviene conservarli
e governarli in pace, amore e bont senza insozzare le proprie
mani di sangue e di saccheggi. Chi opera altrimenti non solamente
perder le conquiste, ma soffrir questo scandalo e obbrobrio che
per essergli la conquista sfuggita di mano, sar stimata iniqua e
ingiustamente compiuta, ch le cose male acquistate male
periscono. E quando pure n'abbia avuto durante la vita pacifico
godimento, se tuttavia la conquista  perduta dagli eredi,
l'infamia cadr parimenti sul defunto e la sua memoria sar
maledetta come di conquistatore iniquo. Infatti si dice in comune
proverbio: Di cose mal tolte non godr il terzo erede.
Notate anche, a questo proposito, gottosi matricolati, come
Pantagruele, colla sua colonia, di un angelo solo ne fece due,
contrariamente a Carlomagno il quale d'un diavolo ne fece due
quando trasport i Sassoni nelle Fiandre e i Fiamminghi in
Sassonia. Infatti non potendo tenere in soggezione i Sassoni
annessi da lui all'Impero, per impedire che ogni momento si
ribellassero, se per avventura fosse distratto in Ispagna o altre
terre lontane, li trasport nelle Fiandre, paese a lui fedele e
obbediente per natura: e gli Annoveresi e Fiamminghi suoi sudditi
naturali, trasport in Sassonia non dubitando della loro fedelt
ancorch trasmigrassero in regioni straniere. Ma avvenne che i
Sassoni continuarono nella loro ribellione e ostilit primitiva, e
i Fiamminghi, abitando in Sassonia, assorbirono i costumi e
l'irrequietezza dei Sassoni.


CAPITOLO II

Come qualmente Panurgo fu fatto castellano del Salmigondino in
Dipsodia e come mangiasse il suo grano in erba.

Pantagruele dando ordine al governo di tutta la Dipsodia assegn a
Panurgo la castellania di Salmigondino che rendeva annualmente
6,789,106,789 reali in danaro certo, non contando la rendita
incerta dei maggiolini e delle conchiglie ammontante in media da
2,435,768 a 2,435,679 agnelli di gran lana. Qualche volta la
rendita saliva a 1,234,554,321 serafi, quando capitava una buona
annata di conchiglie e maggiolini di prima qualit; ma ci non
accadeva tutti gli anni.
Si condusse cos bene e prudentemente il signor nuovo castellano
che in meno di quattordici giorni dilapid la rendita certa e
incerta della sua castellania per tre anni. Non, propriamente,
dilapid come potreste dire, in fondazione di monasteri, erezione
di templi, costruzione di collegi o ospedali, o gettando il lardo
ai cani, ma il tutto spese in mille piccoli banchetti e allegri
festini offerti a chi volesse, massimamente a tutti i buoni
amiconi, alle giovani ragazze e alle graziose galle. Inoltre
tagli boschi bruciando i grossi ceppi per vender cenere, riscosse
danaro in anticipo, compr caro, vendette a buon mercato e mangi
il suo grano in erba.
Pantagruele, avvertito della faccenda, non ne fu dentro s affatto
indignato, n irritato, n afflitto. Vi ho gi detto e vi ridico
ancora che egli era il migliore piccolo e grande buon ometto che
mai cingesse spada. Tutto prendeva nel miglior senso, a ogni atto
dava interpretazione buona, mai non si tormentava, mai non si
scandalizzava. Cos egli sarebbe fuoruscito del deifico maniero
della ragione se altrimenti si fosse contristato e turbato.
Infatti tutti i beni che il cielo copre e che la terra contiene in
tutte le sue dimensioni di altezza, profondit, longitudine e
latitudine non sono degni di eccitare i nostri affetti e turbare i
nostri sensi e sentimenti. Solamente trasse Panurgo in disparte e
dolcemente gli fece capire che se avesse voluto continuare a
vivere cos, e a non mostrarsi invece pi economo, sarebbe stato
impossibile, o almeno assai difficile farlo mai ricco.
- Ricco? rispose Panurgo, v'eravate messo in testa quest'idea?
Avevate assunto la cura di farmi ricco in questo mondo? Oh,
pensate a vivere allegramente, in nome del buon Dio e dei buoni
uomini! Altra cura e altra preoccupazione non penetri nel
sacrosanto domicilio del vostro celeste cervello. La sua serenit
non sia mai turbata da qualsiasi nuvola di pensamenti screziati di
afflizione o di irritazione. Se vivrete allegro, gagliardo, di
buon umore, sar anche troppo ricco. Tutti gridano: economia,
economia! ma spesso parla d'economia chi non sa che sia.
Da me bisogna prendere consiglio, ed io vi avverto, intanto, che
quanto m' imputato a vizio non  che imitazione della Universit
e del Parlamento di Parigi, luoghi nei quali ha sede la vera
sorgente e l'idea viva della panteologia, ed anche di ogni
giustizia. Eretico colui che ne dubita e non lo crede fermamente.
Essi mangiano in un giorno il loro vescovo, (o la rendita del
vescovado, ch' tutt'uno) per un anno e anche per due qualche
volta. E, precisamente, il giorno della sua consacrazione. E non
v' scusa che tenga se non vuol esser lapidato sul momento.
Ma, inoltre, operando come ho operato, mi sono conformato alle
quattro virt principali:
Primo: Prudenza, riscotendo danaro in anticipo; poich non si sa
mai chi more o chi va in malora. Chi sa se il mondo durer ancora
tre anni? E anche se durasse pi, chi oserebbe promettersi di
vivere tre anni?
Nessuno tien gli dei nelle sue mani
S da dir d'esser vivo l'indomani.
Secondo: Giustizia. Giustizia commutativa, comprando caro, e cio
a credito, vendendo a buon mercato, cio a contanti. Che dice
Catone nel suo De oeconomia, su questo argomento? Bisogna, dice,
che il paterfamilias sia venditore perpetuo. In questo modo 
impossibile che alfine non diventi ricco, se dura sempre il
negozio.
Giustizia distributiva dando banchetti ai buoni (notate, buoni) e
gentili amiconi, che la fortuna aveva gettati come Ulisse sullo
scoglio del buon appetito senza provvista di cibo, e alle buone
(notate, buone) e giovani (notate, giovani) ragazze galliche
poich secondo la sentenza d'Ippocrate, giovinezza  insofferenza
di fame, massimamente se  vivace, allegra, acerba, irrequieta,
volteggiante. Le quali gallettine volentieri e di buon cuore fanno
favori alla gente dabbene e sono platoniche e ciceroniane fino al
punto che si credono venute al mondo non per s solamente, ma anzi
delle loro proprie persone danno parte alla patria, parte ai loro
amici.
Terzo: Forza. Abbattendo i grossi alberi, sono stato un secondo
Milone e ho distrutto le oscure foreste, tane di lupi, di
cinghiali, di volpi, ricettacolo di briganti e malandrini, caverne
d'assassini, officine di falsi monetari, rifugio d'eretici; e
spianandole in chiare lande e belle brughiere, e suonando l'oboe e
la cornamusa ho preparato la sede per il giudizio universale.
Quarto: Temperanza. Mangiando il grano in erba, come un eremita
che vive d'insalata e radici, mi sono emancipato dagli appetiti
sensuali ed ho fatto economia per gli storpi e i miserabili.
Infatti, ci facendo, risparmio i sarchiatori che costano denaro,
i mietitori che bevono volentieri e senz'acqua; gli spigolatori ai
quali bisogna dar focaccia, i trebbiatori che non rispettano
aglio, cipolle e cipolline negli orti, secondo l'esempio della
Testili virgiliana, i mugnai che son di solito ladroni, e i fornai
che non valgono nulla pi. Ci dite poco? Senza contare la calamit
dei topi, rovina dei granai, e la mangiatura dei punteruoli e
altri insetti.
Del grano in erba si pu fare salsa verde, di leggera concozione,
di facile digestione, la quale vi spalanca il cervello,
imbaldanzisce gli spiriti animali, rallegra la vista, stimola
l'appetito, diletta il gusto, irrobustisce il cuore, solletica la
lingua, schiarisce la carnagione, fortifica i muscoli, tempera il
sangue, rallegra il diaframma, rinfresca il fegato, dischiude la
milza, solleva i rognoni, ammorbidisce i reni, diruggina le
vertebre, sgombra l'uretra, dilata i vasi spermatici, abbrevia i
cremasteri, spurga la vescica, gonfia i genitali, corregge il
prepuzio, incrosta il glande, rettifica il membro; vi fa buon
ventre e ben ruttare, ben sloffare, ben petare, cacare, urinare,
sternutare, singhiozzare, tossire, sputare, vomitare, sbadigliare,
moccicare, anelare, inspirare, respirare, russare, sudare, rizzar
l'uccello e mille altri vari vantaggi.
- Intendo bene, disse Pantagruele; e voi ne inferite che i poveri
d'intelletto non saprebbero spender molto in breve tempo. Non
siete il primo a concepire quest'eresia. La sosteneva anche Nerone
e ammirava su tutti gli uomini Caio Caligola suo zio, il quale in
pochi giorni aveva con invenzione mirifica, dissipato tutto
l'avere e patrimonio che Tiberio gli avea lasciato.
Ma, invece di conservare e osservare le leggi cenarie e suntuarie
dei Romani: la Orchia, la Fannia, la Didia, la Licinia, la
Cornelia, la Lepidiana, la Anzia, e quelle dei Corinzii, per le
quali era proibito a chichessia spender pi della propria rendita
annua, voi avete fatto protervia, che era presso i Romani
sacrificio corrispondente a quello dell'agnello pasquale presso
gli Ebrei, nel quale conveniva mangiar tutto, gettar gli avanzi al
fuoco e nulla conservare per l'indomani. Io posso dire
acconciamente di voi ci che dice Catone di Albidio il quale
avendo con spese eccessive mangiato tutto ci che possedeva, e non
restandogli pi che una casa, la incendi per poter dire:
Consummatum est, come disse dipoi San Tommaso d'Aquino quando ebbe
finito di mangiare tutta la lampreda. Ma non  indispensabile.


CAPITOLO III.

Come qualmente Panurgo loda i debitori e i prestatori.

- Ma, domand Pantagruele, quando potrete liberarvi dai debiti?
- Alle calende greche, rispose Panurgo, quando tutti saranno
contenti, e voi sarete erede di voi stesso. Dio mi guardi dal
liberarmene! Non troverei pi un cane che mi facesse credito. Chi
non lascia lievito la sera, non trover pastone lievitato al
mattino.
Se voi sarete sempre debitore di qualcuno, questo qualcuno
pregher costantemente Dio di darvi buona, lunga e felice vita,
per paura di perdere il suo credito; sempre dir bene di voi in
tutte le brigate; sempre nuovi creditori vi procurer, affinch,
grazie a questi, gli facciate versamento e con la terra d'altrui
colmiate il suo fossato. Era costume druidico una volta, nella
Gallia, che schiavi, valletti e domestici fossero bruciati vivi
alle esequie funebri dei loro padroni e signori. Immaginate la
loro bella paura che i detti padroni e signori morissero, dovendo
essi morire con loro! E come pregavano continuamente il loro gran
dio Mercurio e Dite, padre degli scudi, che lungamente sani li
conservassero! E come avevano cura di ben trattarli e servirli!
Poich almeno potevano prolungare la propria vita fino alla loro
morte. Ebbene, con anche pi fervida devozione i creditori vostri
pregheranno Dio perch viviate, e temeranno che moriate, tanto pi
che essi amano maggiormente la manica che il braccio, il danaro
pi che la vita. Prova ne siano gli usurai di Landerousse, i quali
or non  molto s'impiccarono vedendo rinvilire il prezzo del grano
e del vino e tornare il tempo del buon mercato.
Nulla rispondendo Pantagruele, Panurgo continu:
Corpo d'un rospo! quando ci rifletto voi mi sconvolgete il ben
dell'intelletto rimproverandomi i miei debiti e i miei creditori.
Per una sola qualit perdio, mi reputavo augusto, reverendo e
formidabile, perch, contro l'opinione di tutti i filosofi (i
quali dicono nulla potersi creare dal nulla) io nulla possedendo,
n materia prima, n altro, divenni fattore e creatore. Creatore
di che?... Ma di tanti belli e buoni creditori! I creditori sono
(e lo sostengo fino alla pena del fuoco, esclusa) sono belle e
buone creature. Chi nulla presta  creatura brutta e cattiva,
creatura del gran diavolaccio d'inferno. E fattore di che? Ma
fattore di debiti! O cosa rara e antichissima! Ma debiti, intendo,
in misura eccedente il numero delle sillabe risultanti dalla
combinazione di tutte le consonanti con tutte le vocali, secondo
il conto gi studiato e operato del nobile Senocrate. Voi non
commetterete errore di aritmetica pratica, commisurando la
perfezione dei debitori al gran numero dei creditori. Ma credete
che mi senta poco bene quando, tutte le mattine, vedo intorno a me
questi cari creditori, tanto umili, servizievoli e prodighi di
riverenze? E quando osservo che mostrando viso aperto e miglior
cera all'un d'essi pi che agli altri, quel brutto porcaccione
pensa aver la restituzione per primo, esser il primo in data, e
prende il mio sorriso per danaro contante? Mi pare di
rappresentare ancora la parte di Dio nella Passione di Saumur,
contornato da tutti i suoi angeli e cherubini. Ah, i miei
creditori sono i miei candidati, i miei parassiti, i miei
salutatori, i miei auguratori di buon giorno, i miei oratori
perpetui.
Avrete inteso parlare della montagna della virt eroica descritta
da Esiodo. Io pensava che quella montagna simboleggiasse i debiti,
nella scienza de' quali io sono addottorato in primo grado. A
quella sommit sembrano tendere e aspirare tutti gli uomini, ma
pochi la raggiungono per la difficolt del cammino, poich oggi
tutti sentono desiderio e stridente appetito di far debiti e
crearsi nuovi creditori. Ma non riesce a esser debitore chiunque
voglia, non riesce a far creditori chiunque voglia. E voi vorreste
privarmi di questa felicit sublime? Voi mi domandate quando mi
sar liberato dai debiti?
Ma c' di pi: io mi consacro a San Babolino il buon santo, se non
 vero che tutta la mia vita ho considerato i debiti come una
connessione e collegamento dei cieli colla terra, un sostentamento
unico dell'umano lignaggio senza il quale ben presto sarebbe
estinta la razza.
 Essi, i debiti, sono forse quella grande anima dell'universo; la
quale, secondo i platonici, vivifica ogni cosa.
Ne volete una prova? Immaginate in ispirito sereno l'idea e forma
di qualche mondo nel quale non sia debitore e creditore alcuno.
(Prendete, se vi piace, il trentesimo di quelli immaginati da
Metrodoro o il settantottesimo di quelli immaginati da Petronio).
Un mondo senza debiti! L nessuna regola al corso degli astri.
Tutti saranno in disaccordo. Giove non stimandosi debitore di
Saturno lo esproprier della sua sfera e colla sua catena omerica
sospender tutte le intelligenze, Dei, Cieli, Demoni, Geni, Eroi,
Diavoli, Terra, Mare, e tutti gli Elementi. Saturno far alleanza
con Marte e perturberanno tutto quel mondo. Mercurio non vorr pi
star soggetto agli altri, pi non sar il loro camillo, come era
chiamato in lingua etrusca, poich di nulla sarebbe loro debitore.
Venere non sar venerata, perch nulla avr prestato. La luna
rester sanguigna e tenebrosa. Perch il sole dovrebbe prestarle
la sua luce? Nulla lo obbliga a ci. Il sole non risplender sulla
terra, gli astri non vi spanderanno buoni influssi poich la terra
(dal canto suo) mancherebbe dal prestar loro nutrimento di vapori
e d'esalazioni, dalle quali sono alimentate le stelle come diceva
Eraclito, dimostravano gli Stoici, confermava Cicerone.
Tra gli elementi non sar n simbolizzazione, n alternazione, n
trasmutazione alcuna, poich l'uno non si reputer debitore verso
l'altro, n gli avr nulla prestato. La Terra non far Acqua,
l'Acqua non sar mutata in Aria, l'Aria non dar il Fuoco, il
Fuoco non scalder la Terra. Questa non produrr che mostri,
titani, aloidi, giganti, non piover pioggia, non lucer luce, non
venter vento, non sar n estate, n autunno. Lucifero si
slegher e scappando dal profondo dell'inferno con le Furie, le
Pene, e i diavoli cornuti vorr snidare dai cieli tutti gli dei
tanto de' popoli maggiori che minori.
Tutto il mondo, non vi essendo prestiti, non sar che una cagnara,
una briga pi anomala di quella del rettore di Parigi, una
diavoleria pi confusa di quella dei giochi di Douai. Nessun uomo
salver l'altro: si avr un bel gridare: aiuto! al fuoco!
all'acqua! all'assassinio! Nessuno andr in soccorso. Perch? A
chi non ha prestato nulla  dovuto. A nessuno importa del suo
incendio, del suo naufragio, della sua rovina, della sua morte.
Poich egli non avr prestato, niente sar prestato a lui. Insomma
saranno bandite da questo mondo Fede, Speranza, Carit; poich gli
uomini son nati per aiutarsi e soccorrersi vicendevolmente. E
invece di quelle verranno Diffidenza, Disprezzo, Rancore, insieme
con la coorte di tutti i malanni, le maledizioni, le miserie. Voi
penserete in verit che in quel mondo Pandora abbia versato il suo
vaso. L'uomo sar lupo all'uomo, lupo mannaro e spirito folletto,
come furono Licaone, Bellerofonte, Nabucodonosor; briganti,
assassini, avvelenatori, malfattori, malpensanti, malvolenti,
pieni d'odio ciascuno contro tutti, come Ismaele, Metabus, Timone
d'Atene, il quale perci fu detto il misantropo. Onde pi facil
cosa sarebbe in natura che i pesci vivessero nell'aria, e i cervi
pascolassero in fondo all'oceano, che poter sopportare quella
schifezza di mondo nulla prestante. In fede mia quanto l'odio!
E se a somiglianza di tale triste e insopportabile mondo nulla
prestante, vi figurate quell'altro piccolo mondo che  l'uomo, vi
troverete un terribile sconvolgimento. La testa non vorr prestare
la vista de' suoi occhi per guidare i piedi e le mani. I piedi non
degneranno portarla, le mani cesseranno di lavorare per lei. Il
cuore si stancher di darsi tanto da fare per far battere il polso
alle membra e non prester loro pi.
Il polmone non gli prester pi i suoi soffietti. Il fegato non
gli mander sangue per alimentarlo. La vescica non vorr esser
debitrice ai rognoni, l'urina sar soppressa. Il cervello
considerando quel procedere fuor di natura, si metter a
farneticare e non fornir pi senso ai nervi, n movimento ai
muscoli. Insomma in tal mondo sregolato, nulla dovendo, nulla
prestando, nulla prendendo a prestito, vedreste una sollevazione
pi perniciosa di quella rappresentata da Esopo nel suo apologo.
E l'uomo perir senza dubbio: e non solo perir, ma perir ben
presto, fosse Esculapio in persona. E il corpo andr subito in
putrefazione e l'anima indignatissima andr di gran corsa a tutti
i diavoli, dietro il mio danaro.


CAPITOLO IV.

Continuazione del discorso di Panurgo in lode dei prestatori e dei
debitori.

Immaginate per contro un mondo diverso nel quale ciascuno presti,
nel quale ciascuno deva; tutti siano debitori, tutti prestatori.
Oh quale armonia sar nei regolari movimenti dei cieli! Mi pare
gi di sentirla meglio che mai non l'udisse Platone. Quale
simpatia tra gli Elementi! Ah come la natura avr diletto nel suo
operare e nel suo produrre!: Cerere, incaricata delle biade, Bacco
del vino, Flora dei fiori, Pomona dei frutti, Giunone, nel suo
aere sereno, serena, salubre, piacente. Io mi smarrisco in questa
contemplazione. Tra gli uomini pace, amore, affetto, fedelt,
tranquillit, banchetti, festini, gioia, letizia, oro, argento,
moneta spicciola, catenelle, anelli, mercanzie trotteranno da una
mano all'altra. Niente processi, niente guerre, niente dispute,
non vi saranno usurai, non ingordi, non avari, non gente che
rifiuta. Dio degli dei, non sar questa l'et dell'oro, il regno
di Saturno, l'immagine delle regioni olimpiche nelle quali si
ritrae ogni altra virt, solo Carit regna, governa, domina,
trionfa? Tutti saranno buoni, tutti saranno belli, tutti saranno
giusti. Oh, mondo felice! Oh felice la gente di tal mondo! Oh
beati tre e quattro volte! Mi par gi d'esserci. Io vi giuro,
perdio, che se un tal mondo, un cos beato mondo, che a tutti
presta, nulla rifiuta, avesse papa abbondevole in cardinali e in
armonia col suo sacro collegio, in pochi anni ci vedreste i santi
pi duri, diventar arcimiracolifici e pi invocati, pi tempestati
di voti, di croci, di candele, che tutti quelli dei nove vescovadi
di Bretagna eccetto solamente Sant'Ivo.
Considerate, vi prego, come il nobile Patelin, volendo deificare e
con divine lodi levare fino al terzo cielo il padre di Guglielmo
Jousseaulme null'altro disse che questo:
        ..... Et si prestoit
        Ses denres  qui en vouloit.
Oh la bella frase! E su questo stampo immaginate il nostro
microcosmo (id est piccolo mondo, cio l'uomo) con tutte le sue
membra che prestano, prendono a prestito, e devono, vale a dire
funzionanti secondo natura. Poich la natura non ha creato l'uomo
che per prestare e prendere a prestito. Non  pi grande di
quest'ordine l'armonia de' cieli. L'intenzione del fondatore di
questo microcosmo  di mantenervi la vita e l'anima, che vi ha
messa come ospite. La vita consiste in sangue. Il sangue  la sede
dell'anima; questo mondo pertanto  travagliato da un solo lavoro:
fabbricar sangue continuamente. In questa operazione tutte le
membra hanno una propria funzione e son regolate per gerarchia
tale, che senza tregua l'uno prende a prestito dall'altro, l'uno
presta all'altro, l'uno  dell'altro debitore. La materia e
metallo acconci a esser convertiti in sangue son forniti dalla
natura: pane e vino. In questi due son comprese tutte le specie di
alimenti, i quali per ci in Linguadoca son chiamati companatico.
Per trovarli, prepararli, cuocerli, lavorano le mani, i piedi
camminano e portano tutta la macchina, gli occhi guidano tutto.
L'appetito, all'orifizio dello stomaco, inacidito con un po' di
melancolia, trasmessagli dalla milza, avverte d'infornare vivande.
La lingua ne fa l'assaggio, i denti le masticano, lo stomaco le
riceve, digerisce e chilifica. Le vene mesenteriche ne suggono ci
ch' buono e idoneo, (abbandonando gli escrementi, i quali, per
virt espulsiva son espressi fuori per condotti appositi) e lo
recano al fegato il quale compie una nuova modificazione e ne fa
il sangue. Immaginate con qual gioia quegli ufficiali vedono
questo ruscello aureo che  il loro solo sostentamento. Non 
maggiore la gioia degli alchimisti quando, dopo lunghi lavori,
grandi cure e spese, vedono i metalli trasmutarsi nei loro
crogiuoli.
Tutte le membra poi si preparano e adoperano a purificare di nuovo
e affinare quel tesoro. I rognoni, per le vene emulgenti ne
traggono l'acquosit, che voi chiamate urina e, la scolano gi
nell'uretra. Pi basso trova un ricettacolo apposito, la vescica,
che a tempo opportuno, la versa fuori. La milza sottrae al sangue
la parte terrestre o feccia, che voi chiamate melancolia. Il
ricettacolo del fiele ne sottrae la bile superflua. Poi il sangue
per esser meglio affinato,  trasportato in un altro laboratorio,
il cuore, il quale coi suoi movimenti di diastole e sistole lo
purifica e infiamma talmente che per il ventricolo destro,
ridottolo a perfezione, lo invia per le vene a tutti gli organi.
Ogni organo l'attrae a s e se ne alimenta a sua posta: piedi,
mani, occhi, tutto; e allora essi che erano prima creditori,
diventano debitori. Nel ventricolo sinistro il sangue si purifica
a tal punto che si chiama spirituale e attraverso le arterie 
inviato a tutte le membra per riscaldare e aereare l'altro sangue
delle vene. Il polmone non cessa mai con suoi lobi e soffietti di
ristorarlo e per riconoscenza di questo beneficio il cuore gli
comparte il meglio per la vena arteriale. Alla fine tanto 
affinato dentro il reticolato meraviglioso, che ne risultano poi
gli spiriti animali mediante i quali la mente immagina, discorre,
giudica, risolve, delibera, ragiona e ricorda. Virt di Dio! Io mi
annego, mi perdo, mi smarrisco, quando entro nel profondo abisso
di questo mondo s riboccante di prestiti e debiti. Oh, credete,
divina cosa  prestare, virt eroica esser indebitato.
Ma non  tutto. Questo mondo che presta, che deve, che prende a
prestito,  cos buono, che, finita l'alimentazione, pensa gi a
prestare a quelli che non sono ancora nati, e a perpetuarsi coi
prestiti, se pu, e a moltiplicarsi in immagini a s somiglianti,
ci sono i figliuoli. A tal uopo ogni membro spreme e rilascia una
porzione del suo pi prezioso nutrimento e la manda in basso;
natura ha preparato vasi e ricettacoli opportuni per i quali
discendendo nei genitali per lunghi giri e flessuosit, riceve
forma competente e trova luoghi idonei, tanto nell'uomo come nella
donna, per conservare e perpetuare il genere umano. Tutto ci
avviene mediante prestiti e debiti dell'uno all'altro; onde si
dice il Debito coniugale. A chi rifiuta la natura infligge pene
interminabili, acre agitazione delle membra e furia dei sensi; a
chi presta, concede in premio piacere, allegrezza e volutt.


CAPITOLO V.

Come qualmente Pantagruele detesta i debitori e cercatori di
prestiti.

- Intendo, rispose Pantagruele, e davvero mi parete buon
argomentatore e affezionato alla vostra causa. Ma potete predicare
e patrocinare fino alla Pentecoste e rimarrete sbalordito di non
avermi persuaso; con tutto il vostro bel parlare non m'indurrete a
indebitarmi. Nulla dobbiate a nessuno, dice il Santo Inviato, se
non amore e affetto reciproco. Voi mi adoperate di belle immagini
e diatiposi, e mi piacciono assai. Ma io vi dico che se immaginate
uno sfrontato stoccatore e un importuno cercatore di prestiti che
entri per la prima volta in una citt gi edotta de' suoi costumi,
voi troverete che al suo entrare i cittadini saranno pi sgomenti
e trepidanti che se v'entrasse la peste travestita come la trov
il filosofo Tianiano in Efeso. E son d'avviso che non errassero i
Persiani stimando secondo vizio il mentire, primo il far debiti.
Poich debiti e menzogne vanno ordinariamente insieme.
Non voglio tuttavia inferire che mai non si debba aver debito, mai
si debba prestare. Non  alcuno per quanto ricco, che talora non
abbia qualche debito, e non v' alcuno per quanto povero dal quale
non si possa talora prendere a prestito. La buona regola la
insegna Platone nelle sue Leggi, quando ordina non si permetta ai
vicini di attingere acqua nei pozzi propri se prima non abbiano
scavato e zappato nei loro pascoli fino a trovare quella specie di
terra che si chiama ceramita (cio terra da vasi) e non vi abbiano
trovato sorgente o scolo d'acqua. Quella terra infatti, per la sua
sostanza che  grassa, forte, liscia e densa, trattiene l'umidit
e non la lascia facilmente esalare. Ed  gran vergogna chieder a
prestito sempre e dovunque e da chiunque, piuttosto che lavorare e
guadagnare. Allora solamente, a mio giudizio, si dovrebbe
prestare, quando una persona lavorando, non ha potuto guadagnare
colla sua fatica, o quando improvvisamente abbia la disgrazia
inopinata di perdere i suoi beni. Lasciamo dunque questo argomento
e d'ora innanzi non vi fate creditori. Del passato vi assolvo.
- Il meno ch'io possa fare, disse Panurgo, in questa faccenda,
sar di ringraziarvi; e se i ringraziamenti devono essere
commisurati all'affetto dei benefattori, vi ringrazier
infinitamente, sempiternamente; poich l'amore che, grazia vostra,
avete per me  inestimabile, trascende ogni peso, numero e misura:
 infinito, sempiterno. Ma, commisurando il beneficio al calibro
dell'utilit e della soddisfazione di chi lo riceve, dovr
ringraziarvi piuttosto fiaccamente. Voi molto mi beneficate, e
bisogna pur che lo confessi, assai pi che non mi tocchi, assai
pi dei servigi resivi, assai pi che non comportino i miei
meriti, ma non tanto in questo articolo debitoriale, quanto
pensate. Oh, non  l il mio male, non  l il mio affanno, non 
l il prurito. E d'ora innanzi, sdebitato come sono, qual contegno
tenere? Non ci sono avvezzo, che, non ci fui allevato, e i primi
mesi, credete, temo assai che non ci far bella figura.
Inoltre non nascer scorreggia ormai, in tutto il territorio dei
Salmigondini che non sia indirizzata al mio naso. Infatti tutti
gli scorreggioni del mondo alzando la gamba dicono: Buona pei
senza debiti! Oh non avr vita lunga, lo prevedo. Vi raccomando
l'epitaffio. E morir appestato di scorreggie. Se un giorno come
ricetta da far scorreggiare le buone donne afflitte da estrema
passione di colica ventosa, i medici non ne avranno abbastanza
delle medicine ordinarie, la mummia del mio porco e scorreggiato
corpo verr loro in buon punto. Per quanto poco ne prendano,
scorreggeranno pi che esse non vogliano. Onde vi pregherei che mi
lasciaste almeno qualche centuria di debiti, come Luigi undecimo,
avendo liberato da tutti i suoi processi Miles d'Illiers vescovo
di Chartres, fu da lui sollecitato affinch gliene lasciasse
almeno qualcuno per tenersi in esercizio. Preferisco rinunciar
piuttosto a tutta la mia conchiglieria e insieme al mio
maggiolinato, nulla togliendo tuttavia al patrimonio principale.
- Lasciamo quest'argomento, disse Pantagruele, ve l'ho gi detto
una volta.


CAPITOLO VI.

Perch gli sposi novelli erano esonerati dalla guerra.

- Ma, domand Panurgo, in quale legge era ordinato e stabilito che
fossero esonerati dall'andare in guerra pel primo anno coloro che
avessero piantato di fresco un vigneto, coloro che avessero
costruito casa nuova e gli sposi novelli?
- Nella legge di Mos, rispose Pantagruele.
- E perch gli sposi novelli? domand Panurgo. De' piantatori di
vigneti non mi curo, son troppo vecchio; ammetto le preoccupazioni
dei vendemmiatori; e quanto ai nuovi costruttori di pietre morte,
essi non sono scritti nel mio libro di vita. Io non costruisco che
pietre vive, cio uomini.
- A mio giudizio, rispose Pantagruele, la ragione  questa: perch
nel primo anno godessero dei loro amori a piacere, attendessero
alla continuazione della stirpe, e facessero provvista d'eredi.
Cos almeno, se nel secondo anno fossero stati uccisi in guerra il
nome e il blasone sarebbero rimasti ai loro figlioli. Inoltre si
sarebbe conosciuto in modo certo se le spose erano sterili o
feconde (la prova d'un anno sembrava loro sufficiente data l'et
delle nozze) per meglio collocarle, dopo la morte de' primi mariti
a seconde nozze: le feconde a coloro che volessero moltiplicazione
di figli, le sterili a coloro che non ne desiderassero, che le
volessero sposare per la loro virt, sapere, buona grazia e solo
per consolazione famigliare e per la cura della casa.
- I predicatori di Varennes, disse Panurgo, biasimano le seconde
nozze come folli e disonorevoli.
- Le loro fiere febbri quartane! disse Pantagruele.
- Dello stesso avviso, disse Panurgo, era anche Frate Invaginante,
il quale, predicando a Parill e biasimando le seconde nozze,
giurava di votarsi al pi grosso diavolo d'inferno se non
preferisse spulzellare cento vergini piuttosto che bischerare una
vedova. Comunque la vostra ragione mi par buona e ben fondata. Ma
non potrebbe darsi anche che l'esenzione fosse loro accordata per
un'altra ragione? Cio che i mariti durante quel primo anno
s'abbandonavano (come il dovere e la giustizia volevano) a una tal
bischerazione delle loro nuove spose e a un tale esaurimento dei
vasi spermatici, da restarne tutti allampanati, smascolinati,
snervati e sfiniti? In quello stato, il giorno della battaglia pi
facilmente eran disposti a tuffarsi come anitre, e a nascondersi
tra i bagagli che a slanciarsi tra i combattenti e i valenti
campioni, l dove Bellona muove il cozzo e dove fioccano i colpi.
E quali colpi potevano menare sotto lo stendardo di Marte se i pi
gran colpi avevano tempestato sotto le cortine di Venere loro
amica?
M'induce a credere cos anche il fatto che, tra le altre reliquie
e monumenti d'antichit, s'usa ancora nelle buone famiglie mandare
i giovani mariti, dopo non so quanti giorni, a trovare lo zio,
tanto per allontanarli dalle loro spose affinch si riposino e
facciano provvista di nuove vettovaglie per meglio combattere al
ritorno. E ci pur non avendo n zio n zia. In simil guisa il re
Petone, dopo la battaglia di Coinabons, non ci cacci via
propriamente, parlo di me e di Courcaillet, ma ci mand a
ristorarci nelle nostre case. Courcaillet sta ancora cercando la
sua!
La madrina di mio nonno mi diceva quand'ero piccolo che:

    Paternostro ed orazione
    Buon pr a quelli che gl'infornano.
    Un piffero che va alla fienagione,
    Vale pi di due che tornano.

M'induce a questa opinione il fatto che i piantatori di viti
difficilmente assaggiavano uva, o bevevan vino di loro produzione,
durante il primo anno; e i costruttori di case non le abitavano il
primo anno quand'eran fresche sotto pena di morirvi soffocati per
difetto d'aria, come dottamente ebbe a notare Galeno (lib. II.
Intorno alla difficolt di respirare). Tutto ci non ho chiesto,
senza causa ben causata, vi prego di credermi, n senza ragion ben
ragionante e risonante, se non vi spiace.


CAPITOLO VII.

Come qualmente Panurgo aveva la pulce nell'orecchio e cess di
portare la sua magnifica braghetta.

L'indomani Panurgo si fece forare l'orecchio destro alla giudia e
vi appese un anellino d'oro intarsiato con incastonatavi dentro
una pulce.
Detta pulce, a scanso di equivoci, era nera. Gran bella cosa esser
in ogni caso bene informati. La spesa pel mantenimento, iscritta a
bilancio, non ammontava per trimestre niente pi di quanto costi
il matrimonio d'una tigre Ircana, vale a dire 600.000 maravedi. Di
quella spesa cos eccessiva si sdegn, quando fu senza debiti e in
seguito la nutr come si nutrono tiranni e avvocati: del sudore e
del sangue dei sudditi. Prese quattro braccia di bigello, se ne
vest come d'una tonaca lunga a semplice cucitura, cess di portar
le brache e attacc un paio d'occhiali al suo berretto. Cos
acconciato si present a Pantagruele il quale trov strano il
trasvestimento, massimamente il non veder pi la sua bella e
magnifica braghetta che considerava, quasi ancora sacra, l'ultimo
rifugio contro tutti i naufragi d'avversit.
Non comprendendo Pantagruele il mistero, lo interrog, chiedendo
che significasse quella nuova prosopopea.
- Ho la pulce all'orecchio, rispose Panurgo, voglio prender
moglie.
- Oh, finalmente! disse Pantagruele. Ecco una notizia che mi fa
piacere. Piacere cos grande non mi darebbe tenere in mano un
ferro rovente. Ma non  moda d'innamorati aver calate le brache e
lasciar spenzolare la camicia sulle ginocchia senza braghetta! con
una lunga tonaca di bigello di colore inusitato per tonache talari
tra persone dabbene e virtuose. Se alcuni eretici e certe sette
l'hanno adottate un tempo, bench molti l'abbiano attribuito a
ciarlataneria, impostura e affettazione di dominio sul rozzo
popolino, io non voglio tuttavia biasimarli e dar di ci giudizio
sinistro. Ciascuno esagera nel proprio senso, massimamente in cose
superficiali, esterne e indifferenti; le quali di per s non son
buone n cattive, poich non emanano dal nostro cuore o dal nostro
pensiero, dov' l'officina di ogni bene e di ogni male. Ed  bene
se l'affezione  buona e regolata dallo spirito puro, male se
l'affezione  fuor di giustizia, e depravata dallo spirito
maligno. Solo mi spiace l'amor di novit e il dispregio dell'uso
comune.
- Il colore, rispose Panurgo,  a proposito, questo  il mio
ufficio che d'ora in avanti conserver per sorvegliar da vicino i
miei affari. Dal momento che sono sdebitato, non vedrete mai uomo
s poco piacevole quanto me, se Dio non m'aiuta. Ecco qua i miei
occhiali. A vedermi di lontano mi prendereste propriamente per
frate Jean Bourgeois. Credo che l'anno venturo predicher una
nuova crociata. Dio protegga da male le palle! Vedete questo
bigello? Esso possiede, credete, propriet occulte che pochi
conoscono. L'ho indossato stamane per la prima volta e gi mi
struggo, guizzo, sfavillo, dall'uzzolo d'aver moglie e di darci
dentro come un diavolo bigio addosso a mia moglie senza paura di
legnate. Oh il gran uomo di casa che sar! Mi faran bruciare, dopo
morto, su rogo onorifico per aver le mie ceneri in memoria ed
esempio dell'uomo di casa perfetto. Perdio! Che in questa mia
tonaca-ufficio il mio cassiere non s'attenti a imbrogliare i conti
che buoni cazzotti gli trotterebbero sul muso. Guardatemi davanti
e di dietro:  la forma d'una toga, l'antico abbigliamento di
Romani in tempo di pace. Ne ho copiato la forma sulla colonna
traiana a Roma, e sull'arco trionfale di Settimio Severo. Sono
stanco di guerra, stanco di saio, e di cotta d'armi. Ho le spalle
tutte logore a forza d'indossare armature. Cedano l'armi,
trionfino le toghe, almeno per tutto l'anno che viene, se sar
ammogliato, in omaggio alla legge mosaica che ieri mi allegaste.
Quanto alle brache la zia Lorenza mi diceva una volta ch'esse eran
fatte per la braghetta. Ci credo. Con simile induzione il gentile
burlone Galeno (lib. IX. Dell'uso delle nostre membra) afferma
esser la testa fatta apposta per gli occhi. La natura, infatti,
avrebbe potuto metterci la testa nei ginocchi o nei gomiti; ma
fabbricando gli occhi per scoprir lontano, li fiss nella testa
come sopra una pertica, al sommo del corpo: cos vediamo i fari
dei porti di mare essere eretti su alte torri perch la lanterna
si possa vedere da lungi. E poich vorrei per qualche tempo, un
anno almeno, aver respiro dalla disciplina militare, cio prender
moglie, cos non porto pi braghetta, n, per conseguenza, brache.
Infatti la braghetta  il primo pezzo dell'armatura per armare il
guerriero. E io sostengo fino alla pena del fuoco (esclusa,
intendete) che i Turchi non sono armati a modo, dacch il portar
braghetta  proibito dalle loro leggi.


CAPITOLO VIII.

Come qualmente la braghetta  il primo pezzo dell'armatura dei
guerrieri.

- Volete voi sostenere, disse Pantagruele, che la braghetta  il
primo capo dell'armatura militare?  dottrina tutta paradossa e
nuova. Infatti diciamo che si comincia ad armarsi dagli sproni.
- Lo sostengo, rispose Panurgo, e non a torto. Vedete come la
natura volendo, dopo averli creati, perpetuare e tramandare in
successione di tempo piante, alberi, arbusti, erbe e zoofiti, e
fare s che, se periscono gl'individui mai perisca la specie, arm
stranamente germi e semenze nei quali la perpetuit loro 
riposta; e li ha muniti e coperti con ammirabile industria di
buccie, guaine, malli, noccioli, calicetti, gusci, spighe, pappi,
scorze, ricci pungenti, che fanno loro da belle e forti braghette
naturali. L'esempio  manifesto nei piselli, fave, fagioli, noci,
albicocche, cotogne, coloquintide, frumento, papaveri, limoni,
castagne, e generalmente in ogni pianta, dove vediamo chiaramente
il germe e la semente esser pi coperta, munita e armata che
qualsiasi altra loro parte.
Non provvide natura parimenti alla perpetuit del genere umano.
Anzi allo stato d'innocenza, nella prima et dell'oro, cre l'uomo
nudo, tenero, fragile, senz'armi n offensive n difensive come
animale, non pianta; come animale, dico, nato a pace, non a
guerra, animale nato al godimento mirifico di tutti i frutti e le
piante vegetali; animale nato al dominio pacifico su tutte le
bestie. Seguita poi la moltiplicazione d'ogni malizia tra gli
uomini, in seguito all'et del ferro e al regno di Giove, la terra
cominci a produrre ortiche, cardi, spine, e simili altre sorta di
ribellione dei vegetali contro gli uomini. D'altra parte quasi
tutti gli animali, per fatale disposizione, si emanciparono da lui
e insieme tacitamente cospirarono di non pi servirlo, non pi
obbedirgli, finch potessero resistergli; ma nuocergli secondo la
loro facolt e potenza. Onde l'uomo, volendo conservare quel
primitivo godimento, e continuare il primitivo dominio, non
potendo senza scomodo rinunziare ai servigi di molti animali, fu
costretto ad armarsi di nuovo.
- Per la divina oca di Guenet, esclam Pantagruele, dall'ultime
pioggie in qua mi ti sei fatto un gran lifrilofro... un filosofo,
volevo dire.
- Considerate, disse Panurgo, come natura ispir all'uomo di
armarsi e qual parte del suo corpo cominci primamente ad armare.
I coglioni, perdio, ed il buon messer Priapo dopo fatto non la
preg pi.
Cos ci attesta il capitano e filosofo ebreo Mos affermando che
si arm di una brava e galante braghetta, fatta, con assai bella
invenzione, di foglie di fico; le quali sono naturali e per
durezza, taglio, fregi, levigatezza, grandezza, colore, odore,
virt e facolt, in tutto comode per coprire e armare coglioni.
Eccettuate tuttavia gli orrifici coglioni di Lorena, i quali
scendendo a briglia sciolta al fondo delle brache, aborrono il
maniero delle braghette alte ed esorbitano da ogni metodo. Prova
ne sia Viardire, il nobile valentino che trovai un primo maggio,
a Nancy intento a farsi bello nettandosi i coglioni, distesi sopra
una tavola, come una cappa spagnuola.
Dunque non si dovr dire d'ora innanzi, chi non voglia parlare
impropriamente, quando si mander il francotopino in guerra:
Salva, Stevotto il vaso del vino, cio la zucca; bisogna dire:
Salva, Stevotto il vaso del latte, cio i coglioni, per tutti i
diavoli d'inferno! Perduta la testa non perisce che la persona, ma
perduti i coglioni perirebbe tutta l'umana natura. Da ci  mosso
il galante Cl. Galeno (lib. I, de Spermate) a concludere
bravamente che meglio, cio minor male sarebbe esser sprovvisto
del cuore che degli organi genitali, dove  riposto, come in un
sacro reliquiario, il germe conservativo dell'umano lignaggio. E
son disposto a credere, per meno di cento franchi, che son quelle
le pietre mediante le quali Deucalione e Pirra rigenerarono la
razza umana distrutta dal diluvio poetico. Ed  ci che induce il
valoroso Giustiniano (lib. IV. de Cagotis tollendis) a mettere
summum bonum in braguibus et braguetis.
Per questa e altre ragioni il signore di Merville provando un
giorno un'armatura nuova per seguire il suo re in guerra, poich
della vecchia, mezzo arrugginita, non poteva pi ben servirsi
essendoglisi da qualche anno la pelle del ventre di molto
allontanata dai rognoni, la sua donna consider con spirito
contemplativo che poca cura aveva avuto del pacchetto e del
bordone comune del loro matrimonio, avendolo egli munito di sola
maglia; ond'ella sugger che meglio lo munisse e gabbionasse con
un grosso elmo da giostra che giaceva inutile nella sua camera. Di
lei parlano i seguenti versi del terzo libro dello Smerdamento
delle vergini l dove si dice che ella:

Lo sposo suo vedendo, a guerra avviato
Tutto difeso, meno la braghetta,
"Salva, disse, la parte prediletta,
Arma anche lui, che non mi sia toccato".
Dev'esser tal consiglio biasimato?
Main! Che assai temeva fatal lotta,
Vedendolo s acceso ed animato,
Al buon boccone ond'era tanto ghiotta.

Desistete dunque dal meravigliarvi di questo mio nuovo
abbigliamento.


CAPITOLO IX.

Come qualmente Panurgo si consiglia con Pantagruele per sapere se
deve ammogliarsi.

Poich Pantagruele nulla rispondeva, Panurgo continu e disse con
profondo sospiro:
- Signore, avete inteso la mia risoluzione: ho deliberato di
ammogliarmi salvo il caso che siano per mala ventura, sbarrati,
chiusi e tappati tutti i buchi. Per l'amore che s lungo tempo
aveste per me, ditemi, vi supplico, il vostro avviso.
- Poich, rispose Pantagruele, avete tratto il dado, e cos avete
deciso e fermamente risoluto, non occorre pi parlarne; non resta
che procedere alla esecuzione.
- Ma, disse Panurgo, nulla vorrei eseguire senza vostro consiglio
e buon avviso.
- Del vostro avviso sono, rispose Pantagruele, e ve lo consiglio.
- Ma, disse Panurgo, se voi conosceste esser meglio per me restare
come sono, senza avventurarmi a novit, preferirei non prendere
moglie.
- Moglie dunque non prendete, rispose Pantagruele.
- Ma, disse Panurgo, vorreste voi che rimanessi soletto tutta la
vita senza coniugal compagnia? Ben sapete che fu scritto: Vae
soli! L'uomo solo non ha mai il sollievo che ha lo sposato.
- Sposato siate dunque, perdio, rispose Pantagruele.
- Ma se, disse Panurgo, la donna mia mi facesse becco (e voi
sapete che abbondante raccolto ne abbiamo quest'anno) ci
basterebbe a farmi uscir dai gangheri della pazienza. Non voglio
male ai becchi, no; mi sembrano brave persone e le frequento
volentieri; ma, a costo di morire, non vorrei essere dei loro.
Troppo a me questo punto punge.
- Punto, dunque non vi sposate, rispose Pantagruele; poich vera e
senza eccezione  la sentenza di Seneca che dice: ci che ad altri
avrai fatto, sar fatto a te.
- Senza eccezione, dite? domand Panurgo.
- Senza eccezione, dice Seneca, rispose Pantagruele.
- Oh, Oh! disse Panurgo, corpo d'un piccolo diavolo! Ma egli deve
intendere: o in questo mondo, o nell'altro. E dacch io senza
donna non so stare, pi che cieco senza bastone (bisogna ben far
trottare il bischero, se no, come vivere, perdio!) non  meglio
dunque che m'associ a una onesta e savia donna invece di mutare
ogni giorno come faccio, con rischio continuo di legnate e,
peggio, di bubboni? Poich le mogli d'altri, quando son dabbene,
non valgono una patacca, non se l'abbiano a male i lor mariti.
- Maritatevi dunque, perdio, rispose Pantagruele.
- Ma se, disse Panurgo, sposassi una donna dabbene (cos Dio
volesse) e poi mi picchiasse, sarei pi paziente di Giobbe a non
montar su tutte le furie. Infatti m'han detto che coteste donne
tanto dabbene hanno comunemente la testa matta, per ci  buon
aceto in casa loro. Ed io l'avrei anche pi matta e tanto e
stratanto gli picchierei la sua piccola oca (cio braccia, gambe,
testa, polmoni, fegato e milza) e tanto maledettamente gli
frantumerei le vesti a forza di legnate che l'arcidiavolo
aspetterebbe alla porta la sua anima dannata. Di tali trambusti
farei volentieri a meno per quest'anno e sarei contento di non
entrarvi punto.
- Punto dunque non v'ammogliate, rispose Pantagruele.
- Ma se, disse Panurgo, nello stato in cui sono, senza debiti e
non sposato... (notate che ho detto senza debiti per mia mala
sorte. Infatti essendo ben carico di debiti, i miei creditori si
darebbero la massima cura di mia Paternit). Ma pari con tutti e
senza moglie, non ho alcuno che si curi di me e mi porti amore
tale quale dicono essere l'amore coniugale. E se per caso cadessi
malato, non sarei trattato che a rovescio. Il saggio dice: L dove
non  donna (madre di famiglia, intendo, e moglie legittima) il
malato  in gran pericolo. Ne ho visto chiara prova in papi,
legati, cardinali, vescovi, abati, priori, preti e monaci. Ora non
io vorr mai ridurmi in quello stato.
- Stato coniugale cercate dunque perdio, rispose Pantagruele.
- Ma se, disse Panurgo, essendo malato e impotente al dovere
maritale, la mia donna, insofferente di tal languore,
s'abbandonasse ad altri e non solamente non mi soccorresse in caso
di bisogno, ma si burlasse anche della mia calamit e, ch'
peggio, mi derubasse, come ho visto spesso avvenire, finirei per
impiccarmi e correre pei campi in farsetto.
- Non sposatevi dunque, rispose Pantagruele.
- Ma allora, disse Panurgo, non avrei mai figli n figlie
legittimi, nei quali sperar di perpetuare il nome ed il blasone:
ai quali lasciar l'eredit e i nuovi acquisti (ne far di belli
una di queste mattine, non dubitate, e purgher per giunta i miei
beni da ogni aggravio) e coi quali rallegrarmi quando sia
malandato, come vedo fare ogni giorno al vostro tanto benevolo e
buon padre con voi e come fanno tutte le persone dabbene tra le
pareti domestiche. E cos, essendo senza debiti, senza moglie e
per avventura di malumore, parmi che invece di consolarmi del mio
mal ridiate.
- Maritatevi dunque, perdio, rispose Pantagruele.


CAPITOLO X.

Come qualmente Pantagruele ammonisce Panurgo difficil cosa essere
dar consigli sul matrimonio; e considerazioni sui responsi omerici
e virgiliani.

- I vostri consigli, disse Panurgo, somiglian pressapoco alla
favola del Signor Intento: non sono che sarcasmi, canzonature,
paranomasie, epanalessi, e ripetizioni contradditorie. Le une
distruggono le altre, n so a quale tenermi.
- Ma nelle vostre domande, rispose Pantagruele, vi sono tanti se,
e ma, che non saprei dove fondarmi per risolvere qualche cosa. Non
siete sicuro della vostra volont? Qui  il punto principale.
Tutto il resto  fortuito e dipende dalle fatali disposizioni del
cielo. In questa faccenda vediamo molti cos felici, che nel loro
matrimonio sembra risplendere una idea e figurazione delle gioie
del paradiso. Altri sono cos infelici, che pi non sono i diavoli
che tentano gli eremiti nei deserti della Tebaide e di Monserrato.
Se uno vuol tentare, convien fidarsi alla ventura, bendarsi gli
occhi, bassar la testa, baciar la terra, e, quanto al resto,
raccomandarsi a Dio. Altro affidamento non saprei darvi.
Ora vedete, se utile vi sembra, ci che avete a fare. Portatemi le
opere di Virgilio e aprendole coll'unghia per tre volte dal verso
corrispondente a un numero tra noi prefisso, esploreremo la sorte
futura del vostro matrimonio. Infatti dai responsi di Virgilio,
come da quelli omerici, spesso  stato predetto il destino. Lo
prov Socrate, il quale, udendo in prigione recitare questo verso
d'Omero, riferito ad Achille: (Iliade, IX, 362)

Emati ken tritato Fthien erisolon ikoimen
"Nel terzo giorno arriver a Ftia di larghe zolle".

presag che sarebbe morto tre giorni dopo e ne assicur Eschine,
come raccontano Platone nel Critone, Cicerone nel I, De
Divinatione, e Diogene Laerzio. Lo prov anche Opilio Macrino, il
quale, desiderando sapere se sarebbe stato imperatore di Roma,
ebbe questo responso: (Iliade, VIII, 102)

O gheron, e mala de se neoi teirusi macheta.
Se de bie lelytai, chalepn de se gheras opaxei.
"O vecchio, assai, certamente, ti travagliano i giovani
combattenti, la tua forza  gi debilitata e vecchiezza grave ti
insegue."

E infatti, gi vecchio, tenne l'impero solamente un anno e due
mesi e fu spodestato e ucciso da Eliogabalo giovane e forte.
Lo prov anche Bruto, il quale volendo conoscere la sorte della
battaglia farsalica, dove fu ucciso, incontr questo verso
riferito a Patroclo: (Iliade, XVI, 849).

All me moir'oloe, kai Lets ektanen uis.
"Ma il pernicioso fato e il figlio di Latona mi uccisero."

E Apollo, fu la parola d'ordine in quella battaglia.
Anche per responsi virgiliani sono state conosciute e prevedute
anticamente cose insigni e casi di grande importanza, persino
l'assunzione all'impero romano, come avvenne ad Alessandro Severo
cui sort, nel modo indicato, questo verso: (Eneide, VI, 851).

Tu regere imperio populos, Romane, memento.

Tu con l'impero i popoli governa, Romano.

Infatti dopo alcuni anni fu realmente creato imperatore di Roma.
Lo stesso avvenne ad Adriano, imperatore romano, il quale essendo
in dubbio e in pena sull'opinione e l'affezione che avesse per lui
Traiano, consult la sorte virgiliana e incontr questi versi:
(Eneide, VI, 809).

Quis procul, ille autem ramis insignis divae,
Sacra ferens? Nosco crines, incanaque menta
Regis Romani.

Ma l presso chi , cinto de' rami
de l'olivo, che porta i sacri arredi?
Conosco il crine ed il canuto mento
del re romano...

E infatti poi fu adottato da Traiano e gli succedette nell'impero.
A Claudio secondo, imperatore ben lodato di Roma, sort questo
verso: (Eneide, I, 269).

Tertia dum Latio regnantem viderit aestas.

Fin che la terza estate abbia veduto
lui nel Lazio regnare...

E infatti non regn che due anni.
Allo stesso, interrogante a proposito di suo fratello Quinto, che
voleva assumere il governo dello impero, tocc questo verso:
(Eneide, VI, 869)

Ostendent terris hunc tantum fata.

I fati al mondo il mostreranno solo
e pi nol patiranno vivo.

E ci avvenne. Infatti fu ucciso diciassette giorni dopo che ebbe
il maneggio dell'impero.
La stessa sorte tocc all'imperatore Gordiano il giovane.
A Claudio Albino, curioso d'intendere la sua buona ventura, tocc
quanto segue: (Eneide, VI, 858)

Hic rem Romanam magno turbante tumultu
Sistet eques, etc.

In gran fortuna
Ei terr salde le romane cose,
prostrer cavalcando i Peni e il Gallo
ecc. ecc.
D. Claudio, imperatore prima di Aureliano, chiedendo de' posteri
suoi, ebbe in sorte questo verso: (Eneide, I, 278)

His ego nec metas rerum nec tempora pono.

A costoro n termine di cose
io pongo, n di tempo.....

Ed ebbe infatti lunga genealogia di successori.
Il signor Pietro Amy quando volle sapere se sarebbe sfuggito alle
insidie dei folletti incontr questo verso: (Eneide, III, 44)

Heu! fuge crudeles terras, fuge littus avarum.

... Ahi! fuggi fuggi
queste crudeli terre e il lido avaro.

Egli infatti scamp dalle loro mani sano e salvo.
Sarebbe troppo lungo narrare le avventure toccate a mille altri,
secondo le sentenze dei versi incontrati per sorte.
Non voglio tuttavia inferirne che tal modo di sorte sia
infallibile sempre, affinch non siate ingannati.


CAPITOLO XI.

Come qualmente Pantaguele dimostra la sorte dei dadi essere
illecita.

- La faccenda, disse Panurgo, sarebbe sbrigata pi in fretta con
tre bei dadi.
- No, rispose Pantagruele, questa sorte  fallace, illecita e
grandemente scandalosa. Non ve ne fidate mai. Il maledetto libro:
Il Passatempo dei dadi fu inventato, sono ormai molti anni, dal
nemico demonio in Acaia presso Bura. L, davanti alla statua di
Ercole Buraico, come ora, in parecchi luoghi, molte anime semplici
esso demonio faceva errare e cadere nelle sue reti. Voi sapete
come Gargantua, mio padre, l'abbia proibito in tutti i suoi reami
e bruciato con tutti gli stampi e disegni e sterminato e soppresso
e abolito come peste pericolosissima. Ci che dico dei dadi, dico
parimenti degli aliossi. Anche queste sono sorti abusive. E non
m'obbiettate il fortunato getto di aliossi di Tiberio nella
fontana di Abano all'oracolo di Gerione. Questi non sono altro che
ami pei quali il demonio trae le anime semplici a perdizione
eterna.
Tuttavia, per contentarvi, consento che gettiate tre dadi su
questa tavola. Il numero dei punti che sortir, indicher il verso
della pagina che aprirete. Avete dadi nella borsa?
- Una saccoccia piena, disse Panurgo. I dadi sono il verde del
diavolo, come dimostra Merlin Coccaio nel libro secondo De Patria
diabolorum. Il diavolo mi coglierebbe senza verde se m'incontrasse
senza dadi.
Estratti e tratti i dadi, segnarono: cinque - sei - cinque.
- Sedici, disse Panurgo. Prendiamo dunque il sedicesimo verso
della pagina. Il sedici mi piace e credo ci porter fortuna. Io mi
scaravento attraverso a tutti i diavoli come una palla attraverso
berilli, o come una cannonata attraverso un battaglione di soldati
(attenti a voi, o diavoli, diavolo avvisato mezzo salvato!) se non
ci pianto sedici belle fregataccie alla mia futura sposa la prima
notte del matrimonio.
- Non lo metto in dubbio, disse Pantagruele, senza bisogno di far
voti cos grossi. Alla prima per farete cilecca, quindi si
ridurranno a quindici. Farete poi ammenda nell'alzarvi, e in
questo modo torneranno sedici.
- Ah, cos l'intendete voi! protest Panurgo. Mai e poi mai fu
fatto solecismo dal valente campione cui ho data consegna di far
la sentinella al basso ventre. M'avreste voi trovato nella
confraternita dei cileccanti? Mai e poi mai, sempiternamente mai.
Io mi conduco da buon padre, da beato padre: infallibile? me ne
appello ai giuocatori.
Dopo queste parole furono portate le opere di Virgilio. Prima di
aprirle Panurgo disse a Pantagruele:
- Il cuore mi batte in petto a martello. Tastate qua il polso, a
quest'arteria del braccio sinistro: alla precipitazione ed
elevazione direste ch'io sia sferzato negl'interrogatori di
Sorbona. Non vi pare che, prima di proceder oltre, sarebbe utile
invocare Ercole e le dive Teniti che presiedono, a quando dicesi,
la Camera delle sorti?
- N l'uno, n l'altro, rispose Pantagruele. Basta aprir qui
coll'unghia.


CAPITOLO XII.

Come qualmente Pantagruele esplora mediante versi virgiliani la
sorte del matrimonio di Panurgo.

Panurgo apr dunque il libro e incontr alla sedicesima linea
questo verso:

Nec Deus hunc mensa, Dea nec dignata cubili est.

Niun dio lo volle ammettere a sua mensa
N alcuna dea nel letto.

- Ci non suona a vostro favore, disse Pantagruele. Denota che
vostra moglie sar bagascia e, per conseguenza, voi becco. La dea
che non vi sar favorevole  Minerva, vergine molto temuta, ben
potente, saettante, nemica dei becchi, dei bellimbusti, degli
adulteri: nemica delle femmine lubriche, di quelle che non tengono
la fede promessa ai mariti, di quelle che si concedono ad altri.
Il dio  Giove, signore dei tuoni e fulmini del cielo. Notate che,
secondo la dottrina degli Etruschi, i manubi (cos denominavano il
lancio delle folgori di Vulcano) competono solo a Minerva (esempio
la conflagrazione delle navi di Aiace Oileo) e a Giove, genitore
suo per via di testa. Agli altri dei dell'Olimpo non  lecito
fulminare, onde essi non sono tanto temuti dagli uomini. Vi dir
di pi, e ritenetelo come estratto d'alta mitologia. Quando i
Giganti impresero guerra contro gli dei, gli dei, al principio, si
burlarono di tali nemici dicendo che non era pan pei loro denti,
ma, tuttalpi, pei loro paggi. Ma quando videro il monte Pelio,
per opera dei Giganti sovrapposto al monte Ossa e il monte Olimpo
gi scosso per esser posto sugli altri due, ne furono atterriti.
Giove allora convoc il capitolo generale e fu deliberato di
mettersi vigorosamente alla difesa. E poich avevano pi volte
visto le battaglie esser perdute causa gl'impedimenti delle
femmine mescolate agli eserciti, fu decretato che allora tutta la
scorreggiaglia delle dee sarebbe stata cacciata dal cielo in
Egitto, verso i confini del Nilo, convertite in donnole, faine,
pipistrelli, musergnoli e altre metamorfosi. Sola Minerva fu
trattenuta quale dea di lettere e di guerra, di consiglio e
d'azione; dea nata armata, dea temuta in cielo, nell'aria, sul
mare e sulla terra.
- Ventre su ventre! disse Panurgo sarei dunque io il Vulcano di
cui parla il poeta? No. Io non sono n zoppo, n falso monetario,
n fabbro come lui. Potr darsi che mia moglie abbia a essere
bella e avvenente al pari della sua Venere, ma non come lei
bagascia, n io, come lui, becco. Quel villan gambastorta si fece
dichiarar becco per decreto al cospetto di tutti gli dei. Perci
dovete interpretare a rovescio: il verso vuol indicare che mia
moglie sar savia, pudica, leale, non armata, bisbetica, n
scervellata ed estratta dal cervello come Pallade; n sar mio
rivale il bel Giovettino, n verr no a inzuppare il suo pane
nella mia scodella, quando avessimo a sedere a tavola insieme.
Considerate le sue gesta e belle imprese. Egli fu il pi gran
ruffiano il pi infame cor.... voglio dir bordelliere che fosse
mai, sempre in fregola come un verro; tant' che fu nutrito da una
troia a Ditte in Candia, se Agatocle di Babilonia non mente. Egli
 pi capronesco d'un caprone; tant', come dicono altri, che ha
allattato da una capra: Amalteia. Virt d'Acheronte! Egli mont in
un giorno la terza parte del mondo, bestie e genti, fiumi e
montagne, vale a dire Europa. Per questo montare gli Ammonii lo
facevano rappresentare in figura di montone montante, montone
cornuto. Ma io ben so come convien difendersi da questo cornifero.
Credete pure che non trover in me n un sciocco Anfitrione, n un
ingenuo Argo co' suoi cento occhiali, n un codardo Acrisio, n il
lanterniere Lico di Tebe, n il farneticante Agenore, n il
flemmatico Asopo, n Licaone zampapelosa, n un tangheraccio
Corito di Toscana, n Atlante dalla vasta schiena. Egli potrebbe
cento e cento volte trasformarsi in cigno, in toro, in satiro, in
oro, in cuculo come quando spulzell Giunone sua sorella; in
aquila, in montone, in piccione, come quando s'innamor della
vergine Etia, abitante di Egia; in fuoco, in serpente, o magari in
pulce, o in atomi epicurei o, magistronostralmente in seconde
intenzioni, ma io ve lo acciuffer col rampino. E sapete ci che
gli far? Quello, corpo di bio, che fece Saturno a Urano suo
padre. Seneca di me l'ha predetto e Lattanzio confermato: ci che
fece Rhea ad Athis: gli taglier i coglioni raso netto fino al
culo che non vi resti un peluzzo. Per la qual ragione non sar mai
papa poich testiculos non habet.
- Adagio, ragazzo, disse Pantagruele, adagio. Aprite una seconda
volta.
Panurgo allora incontr questo verso:

Membra quatit, gelidusque coit formidine sanguis

Rompe le membra e il sangue gli si gela
Dallo spavento.....

- Denota, disse Pantagruele, ch'essa vi picchier davanti e di
dietro.
- Al contrario, il pronostico si riferisce, a me, disse Panurgo,
io s che la picchier come una tigre, se mi fa arrabbiare. Martin
bastone servir all'uopo e, in mancanza di bastone, il diavolo mi
mangi se non la mangerei viva come Camble re dei Lidi mangi la
sua.
- Voi siete ben coraggioso, disse Pantagruele; Ercole non vorrebbe
affrontarvi cos infuriato.  ben vero ci che si dice: che un
Gianni vale per due; ed Ercole non os mai combatter solo contro
due.
- Io becco? disse Panurgo.
- Ma no, ma no, rispose Pantagruele, pensavo al gioco del
trictrac.
Alla terza prova Panurgo incontr questo verso:

Foemineo predae et spoliorum ardebat amore.

Denota, disse Pantagruele, ch'essa vi deruber. E stando a questi
tre presagi, vi vedo conciato per bene: becco, bastonato,
derubato.
-  proprio il contrario, rispose Panurgo. Questo verso denota che
mi amer d'amore perfetto. Non mente il Satirico quando dice che
donna accesa d'amore supremo si compiace talora di derubare
l'amico suo. Ma sapete di che? D'un guanto, d'una stringa, per
farglieli cercare. Bagattelle, dei nonnulla senza importanza.
Parimenti quei piccoli bisticci, quei battibecchi che sorgono per
breve tempo fra amanti sono nuovi rinfrescamenti e pungoli
d'amore, al modo stesso che noi vediamo per esempio i coltellinai
martellare qualche volta la loro cote per meglio aguzzare i ferri.
Onde io interpreto le tre predizioni grandemente a mio favore.
Altrimenti ricorro in appello.
- Il ricorso, contro giudizi dati per sorte e fortuna, non  mai
ammesso, disse Pantagruele, come attestano i nostri antichi
giureconsulti e come dice Baldo (L. ult C. de leg.). E ci perch
la fortuna non riconosce alcun tribunale superiore al quale
appellarsi contro di lei e i suoi presagi. E non pu in questo
caso il minore essere restituito nel suo intero come egli dice
apertamente, in l. ait praetor,  ult. ff. de Minor.


CAPITOLO XIII.

Come qualmente Pantagruele consiglia Panurgo a prevedere per via
di sogni la buona o cattiva fortuna del suo matrimonio.

- Poich non concordiamo nell'esposizione dei presagi virgiliani,
prendiamo altra via di divinazione.
- Quale? domand Panurgo
- Buona, antica, autentica, rispose Pantagruele: per sogni.
Infatti sognando, nelle condizioni descritte da Ippocrate (lib.
Peri enypnion) Platone, Plotino, Jamblico, Sinesio, Aristotele,
Senofonte, Galeno, Plutarco, Artemidoro di Daldi, Erofilo, Quinto
Calabro, Teocrito, Plinio, Ateneo e altri, l'anima spesso prevede
le cose future. Non ho bisogno di provarlo. Voi l'intenderete per
esempio volgare: quando i bimbi ben puliti, ben pieni, ben
allattati, dormono profondamente, le nutrici se ne vanno a
divertirsi in libert come licenziate a fare in quell'ora ci che
vogliano, poich la loro presenza intorno alla culla sembra
inutile. Allo stesso modo la nostra anima, quando il corpo dorme e
la concezione  terminata per tutto, nulla pi essendo necessario
fino al risveglio, va a divertirsi e a rivedere la patria sua, il
cielo. L riceve partecipazione insigne della sua prima e divina
origine, l pu contemplare l'infinita sfera dell'Intelligenza il
centro della quale  in ogni luogo dell'universo, la circonferenza
non esiste ( Dio secondo la dottrina di Hermes Trimegisto). Ivi
nulla avviene, nulla passa, nulla decade, tutti i tempi sono
presenti ed ivi l'anima nota non solo le cose passate e i
movimenti inferiori, ma anche le future, e riportandole al corpo e
pei sensi e organi di esso riferendole agli amici  detta
vaticinatrice e profetica.
Vero  ch'essa non rispecchia le sue visioni con la limpida
sincerit come le apparvero, causa l'imperfezione e fragilit dei
sensi corporali, al pari della luna che ricevendo dal sole la sua
luce non ce la riflette tale, tanto lucida, tanto pura, viva e
ardente come l'aveva ricevuta. Pertanto alle vaticinazioni
somniali occorre interprete destro, saggio, industrioso esperto,
razionale e assoluto onirocrita e oniropola. Cos son chiamati dai
greci gl'interpreti di sogni. Ond' che Eraclito affermava nulla
per sogni esserci esposto, nulla celato; ma solo esserci dato un
indizio delle cose avvenire, e per fortuna o disgrazia nostra o
d'altrui. Testimoniano ci i libri sacri, comprovano le storie
profane, esponendoci mille casi avvenuti secondo i sogni, tanto
alla persona sognante quanto ad altri.
Gli Atlantici e quelli che abitano l'isola di Tsao, una delle
Cicladi, sono privi di questa comodit poich in quei paesi
nessuno mai sogn. Parimente non sognarono mai Cleonte di Daulia,
Trasimede, e al nostro tempo il dotto francese Villanovano.
Domani dunque, all'ora che la gioiosa Aurora dalle dita di rosa
scaccer le tenebre notturne, datevi a sognare profondamente.
Intanto spogliatevi di ogni affezione umana, d'amore, di odio, di
speranza e timore. Poich come avveniva un tempo al grande
vaticinatore Proteo, il quale mentre era convertito e trasformato
in fuoco, in acqua, in tigre, in drago e altre strane forme, non
poteva predire le cose future, ma, per predirle, gli era forza
restituirsi nella sua propria forma nativa, cos non pu l'uomo
ricevere divinit e arte di vaticinare se la parte ch' in lui pi
divina (la nous o mens) non sia quieta, tranquilla, in pace, non
occupata, n distratta da passioni e affezioni esterne.
- Lo voglio bene, disse Panurgo. Questa sera converr mangiar poco
o molto a cena? Non lo domando senza ragione. Poich se non ceno
bene e copiosamente non dormo a modo e la notte non faccio che
farneticare e sognare a vuoto quanto pi vuoto  il ventre.
- Non cenare affatto sarebbe il meglio, rispose Pantagruele, data
la vostra floridezza e abitudine.
Anfiarao vaticinatore antico, voleva che coloro i quali ricevevano
per sogni i suoi oracoli, non mangiassero tutto quel giorno e non
bevessero vino tre giorni avanti.
Noi non useremo dieta s estrema e rigorosa. Credo che l'uomo
rimpinzato di cibo e avvinazzato difficilmente concepisca notizia
di cose spirituali; non sono tuttavia dell'opinione di coloro che
dopo lunghi e ostinati digiuni credono penetrare pi a fondo nella
contemplazione delle cose celesti.
Ricorderete che Gargantua mio padre, che a titolo d'onore nomino,
diceva spesso come gli scritti degli eremiti digiunatori fossero
scipiti, digiuni e mal salivati come i loro corpi quando
scrivevano, ed asseriva esser difficil cosa che restino buoni e
sereni gli spiriti quando soffrano i corpi d'inanizione; poich,
come affermano filosofi e medici, gli spiriti animali
scaturiscono, nascono, operano per via del sangue arterioso,
purificato e affinato a perfezione dentro il reticolato
meraviglioso che giace sotto i ventricoli del cervello.
Egli ci offriva l'esempio d'un filosofo che pensa essere in
solitudine e fuor della turba per meglio commentare, discorrere e
comporre, mentre tuttavia intorno a lui abbaian cani, ululano
lupi, ruggiscono leoni, nitriscono cavalli, barriscono elefanti,
sibilano serpenti, ragliano asini, cantano cicale, gemono
tortorelle; vale a dire ch' pi disturbato che se fosse alla
fiera di Fontenay o di Niort, poich la fame  nel suo corpo; per
rimediare alla quale lo stomaco abbaia, la vista abbaglia, le vene
succhiano della sostanza propria degli organi carniformi e
traggono gi lo spirito vagabondo che trascura la nutrizione del
suo bimbo e ospite naturale, il corpo: cos come il falcone che
issato sul pugno volesse lanciarsi a volo nell'aria e incontinente
fosse da una cordicella, tratto pi basso. E a questo proposito
egli allegava l'autorit d'Omero padre di ogni filosofia, il quale
racconta che i Greci cessarono le lagrime per il compianto di
Patroclo il grande amico d'Achille allorquando, e non prima, la
fame si manifest e i loro ventri protestarono di non poter pi
fornir loro lagrime. Infatti in corpo debilitato da troppo lungo
digiuno, non restava pi di che piangere e lagrimare.
La moderazione  in ogni caso lodata e qui la seguirete. Mangerete
a cena non fave, ma neanche lepri n altra carne; non seppie,
nominate polipi, non cavoli, n altre vivande che possano turbare
e offuscare i vostri spiriti animali. Poich come lo specchio non
pu riflettere le immagini delle cose messegli davanti se la
limpidezza  offuscata dal fiato o dal tempo nebuloso, cos lo
spirito non riceve le forme di divinazione per sogni se il corpo 
inquieto e turbato dai vapori e fumi delle vivande precedenti, a
causa della simpatia la quale  tra corpo e spirito indissolubile.
Voi mangerete delle buone pere crustumie e bergamotte, una mela
dal picciolo corto, qualche prugna di Tours, qualche ciliegia del
mio verziere. E non c' ragione di temere che i vostri sogni
riescano dubbiosi, fallaci, o sospetti, come hanno dichiarato
alcuni peripatetici esser quelli del tempo d'autunno, quando cio
gli uomini si nutrono pi copiosamente di frutta che nell'altre
stagioni. Anche gli antichi poeti e profeti ci misticamente ci
insegnano dicendo che i sogni vani e fallaci giacciono e sono
nascosti sotto le foglie cadute in terra, poich nell'autunno le
foglie cadono dagli alberi. Infatti il fervor naturale che abbonda
nei frutti nuovi e che per via d'ebollizione facilmente evapora in
parti animali (come vediamo del mosto)  ormai da lungo tempo
spirato e finito. Per bere poi, bell'acqua della mia fontana.
- Questa condizione  duretta, disse Panurgo. Vi consento tuttavia
checch mi costi, checch valga. Far colazione poi domattina di
buon'ora, subito dopo le mie sognerie. Tuttalpi mi raccomando
alle due porte d'Omero, a Morfeo, a Icelo, a Fantasio e a Fobetor.
Se m'aiutano e soccorrono al mio bisogno, eriger loro un giocondo
altare tutto composto di piuma fina. Se fossi in Laconia nel
tempio di Ino, fra Detile e Talame, dormendo immerso in sogni
belli e gioiosi, la mia perplessit sarebbe da essa risolta.
Poi domand a Pantagruele:
- Non sarebbe bene mettere sotto il cuscino qualche ramo d'alloro?
- Non occorre disse Pantagruele.  cosa superstiziosa; non  che
imbroglio ci che n'hanno scritto Serapione di Ascalona,
Antifonte, Filocoro, Artemone, e Fulgenzio Planciada. Altrettanto
dir della spalla sinistra del coccodrillo e del camaleonte con
tutto il rispetto pel vecchio Democrito. Altrettanto anche della
pietra dei Battriani nominata Eumetride. Altrettanto del corno di
Ammone, come chiamano gli Etiopi una pietra preziosa di color
d'oro e in forma di corno di montone com' il corno di Giove
Ammone; i quali Etiopi affermano esser veri e infallibili i sogni
di chi la porta indosso non meno degli oracoli divini. Per
avventura ci scrivono Omero e Virgilio delle due porte di sogni
alle quali vi siete raccomandato. Una  d'avorio ed entrano per
essa sogni confusi, fallaci e incerti: poich attraverso l'avorio,
per quanto sottile, non  possibile vedere, impedendo la sua
densit e opacit la penetrazione degli spiriti visivi e la
ricezione delle specie visibili. L'altra  di corno, ed entrano
per essa sogni certi, veri e infallibili, poich attraverso il
corno, grazie al suo splendore e diafanit, appariscono certe e
distinte tutte le immagini.
- Voi volete inferire da ci, disse Fra Gianni, che son sempre
veri e infallibili i sogni dei becchi cornuti, come sar Panurgo
coll'aiuto di Dio, e di sua moglie.


CAPITOLO XIV.

Il sogno di Panurgo e l'interpretazione di esso.

Verso le sette del mattino seguente, Panurgo si present a
Pantagruele. Erano nella camera Epistemone, Fra Gianni degli
Squarciatori, Ponocrate, Eudemone, Carpalim e altri. All'arrivo di
Panurgo Pantagruele disse loro:
- Ecco qua il nostro sognatore!
- Questo titolo, disse Epistemone, cost molto e fu venduto a caro
prezzo ai figli di Giacobbe.
- Io sono bene da Guillott il sognatore, disse Panurgo. Ho sognato
quanto lui e pi, ma non v'intendo nulla, eccetto che nelle mie
sognerie avevo una moglie giovane, galante, bella alla perfezione,
la quale mi trattava e manteneva graziosamente come il suo
cocchetto. Mai uomo si trov meglio e pi allegramente. Mi
accarezzava, mi titillava, mi pettinava, mi tastava, mi baciava,
mi abbracciava, e, per divertimento mi faceva due bei cornettini
sulla fronte. Io le rimostrava scherzando che avrebbe dovuto
mettermeli al disotto degli occhi per meglio vedere ci che avrei
dovuto colpire, affinch Momo non trovasse in lei cosa alcuna
imperfetta e degna di correzione com'egli fece nella collocazione
delle corna bovine. La pazzerella nonostante la rimostranza, me le
cacciava ancora pi su. E, cosa ammirabile, non mi faceva con
questo alcun male. Poco dopo mi sembr ch'io fossi, non so come,
trasformato in tamburino e lei in civetta. In quel punto il sonno
fu interrotto e mi risvegliai di soprassalto, tutto arrabbiato,
perplesso e indignato. Ecco dunque un bel vassoio di sogni.
Sguazzatevela ora e ditemi come l'interpretate. Andiamo a
colazione, signor mastro Carpalim.
- Io interpreto, disse Pantagruele, s' in me giudizio alcuno
nell'arte divinatoria per via di sogni, che vostra moglie non vi
pianter vere corna sulla fronte, esterne e visibili come le
portano i satiri; ma non osserver la fede e lealt coniugale,
s'abbandoner ad altri, vi far becco. Questo punto  chiaramente
esposto cos come l'ho detto, da Artemidoro. E del pari voi non
sarete metamorfosato in tamburino, ma sarete battuto da lei come
tamburo a nozze; n ella mutata in civetta, ma s vi deruber come
 proprio delle civette. I sogni confermano dunque i presagi
virgiliani: sarete becco, bastonato, derubato.
-  proprio vero, perdio, esclam Fra Gianni, tu sarai becco te
l'assicuro io, galantuomo, e avrai belle corna. Ahi, ahi, ahi, il
nostro mastro De Cornibus. Dio ti conservi! Dicci due parolette di
predica e io far la questua per tutta la parrocchia.
- Al contrario! disse Panurgo, il mio sogno presagisce che col
matrimonio avr ogni sorta di bene col corno dell'abbondanza. Voi
avete parlato di corna di satiri. Amen, amen, fiat, fiatur, ad
differentiam papae. Cos io avrei eternamente il bischero dritto e
infaticabile come i satiri. Cosa che tutti desiderano, pochi
impetrano dai cieli. Per conseguenza, becco giammai. Infatti,
mancanza di quello  causa (senza la quale manca l'effetto) causa
unica dico, onde i mariti sian becchi. Che cosa induce gli
accattoni a mendicare? Il non avere a casa di che riempire il
sacco. Chi fa le donne bagasce?... Voi m'intendete abbastanza. Me
ne appello ai signori chierici, ai signori presidenti,
consiglieri, avvocati, procuratori e altri glossatori della
venerabile rubrica De Frigidis et Maleficiatis.
Perdonatemi se sbaglio, ma voi mi sembrate in errore evidente
interpretando corna per incornamento. Diana le porta in testa a
forma di bella mezzaluna.  ella becca perci? Come diavolo
sarebbe becca se non fu mai maritata? Parlate con decenza, vi
prego, per paura ch'ella vi tratti come Atteone. Portan corna
similmente il buon Bacco, e Pane, e Giove Ammone e tanti altri.
Sono becchi per questo? Giunone allora sarebbe puttana? Poich
questa  la conseguenza grazie alla figura retorica detta
metalepsi. Come, chiamando un fanciullo, in presenza del padre e
della madre, trovatello o bastardo equivale a chiamar
garbatamente, tacitamente, il padre becco, la madre bagascia.
Parliamo pi pulito. Le corna che mi piantava mia moglie sono
corna d'abbondanza e piantagione d'ogni bene, ve lo accerto. E,
quanto al resto, sar allegro come un tamburo a nozze sempre
sognante, sempre rombante, sempre rullante e scorreggiante.
Credete, avr felicit e fortuna. Mia moglie infine sar adorna e
graziosa come una bella civettina e

Dell'inferno impiccato sia al bargello
Chi non ci creder, o Natal novello.

- Noto, osserv Pantagruele, e confronto la parte ultima del sogno
colla prima. Al principio eravate tutto immerso nella delizia del
vostro sogno; alla fine vi svegliaste di soprassalto, arrabbiato,
perplesso e indignato.
- Certo, disse Panurgo, perch non avevo cenato.
- Tutto finir in desolazione, lo prevedo. Sappiate, per la
verit, che ogni sonno che finisce di soprassalto e lascia la
persona arrabbiata e indignata o significa male o mal presagisce.
Significa male, cio malattia perniciosa, maligna, pestilente,
occulta e latente nel centro del corpo; la quale grazie al sonno,
che sempre rinforza la virt digestiva, secondo i teoremi della
medicina, comincerebbe a dichiararsi e muoversi verso la
superficie. A quel triste movimento il riposo s'interrompe e il
primo sensitivo  avvertito di consentire e provvedervi.
Corrisponde a ci che si dice provverbialmente: stuzzicare un
vespaio, muovere la Camarina, svegliare can che dorme.
Mal presagisce, cio per quanto concerne l'anima in materia di
divinazione somniale, ci d a intendere che qualche disgrazia
sovrasta e si prepara, la quale manifester ben presto i suoi
effetti. Esempio il sogno e il risveglio spaventevole di Ecuba; il
sogno di Euridice, sposa di Orfeo. Dopo i quali sogni, come dice
Ennio, si svegliarono di soprassalto e spaventate. E infatti,
dopo, Ecuba vide suo marito Priamo e i figlioli uccisi, la patria
distrutta; ed Euridice, poco dopo, mor miseramente.
Altro esempio: Enea che sogn di parlare a Ettore defunto e subito
si svegli di soprassalto. E infatti proprio quella notte Troia fu
saccheggiata e incendiata. Un'altra volta sogn di vedere i suoi
dei famigliari e penati, ed essendosi svegliato nello spavento, il
giorno dopo pat una orribile tempesta sul mare.
Altro esempio: Turno, il quale incitato per visione fantastica
dalla furia infernale a muover guerra contro Enea, si svegli di
soprassalto tutto indignato e poi fu ucciso, dopo lunghe
desolazioni, dallo stesso Enea. Cos mille altri. Quando vi parlo
di Enea, notate che Fabio Pittore dice che nulla da lui fu fatto o
impreso, nulla gli avvenne che non avesse conosciuto e visto in
precedenza per divinazione somniale. E agli esempi non manca il
conforto della ragione. Infatti se il sonno e il riposo  dono e
beneficio speciale degli dei, come sostengono i filosofi e attesta
il poeta dicendo:

Era l'ora che il primo sopore agli stanchi mortali
Per dono dei numi s'inizia ecc.

tal dono non pu esser terminato da turbamento e indignazione
senza presunzione d'una grande infelicit. Altrimenti sarebbe un
riposo non riposo, un dono non dono; non proveniente dagli dei
amici, ma dai diavoli nemici, secondo la frase volgare ethrn
adora dora. Gli  come se il padre della famiglia trovandosi a
copiosa mensa, con buon appetito, lo si vedesse al principio del
pasto alzarsi spaventato. Chi ne ignori la causa potrebbe rimaner
sbalordito. Ma che?.. Egli aveva udito i servi gridare: al fuoco!
le serve gridare: al ladro! i figli gridare: all'assassino!
Bisognava dunque tralasciare il pasto e correre per rimediare e
provvedere.
Veramente io ricordo che i Cabalisti e i Massoreti interpreti dei
libri sacri, esponendo come si potrebbero discriminare le vere
dalle false apparizioni angeliche (poich spesso l'angelo di
Satana si trasfigura in angelo di luce) dicono la differenza esser
questa: che l'angelo benigno e consolatore, apparendo all'uomo lo
spaventa al principio, lo consola alla fine rendendolo contento e
soddisfatto, l'angelo maligno e seduttore, al principio allieta
l'uomo, lasciandolo alla fine turbato, arrabbiato e perplesso.


CAPlTOLO XV.

Scusa di Panurgo e spiegazione della cabala monastica in materia
di bue salato.

- Dio guardi dal male chi ben vede e non ode affatto, disse
Panurgo. Io vedo voi benissimo, ma non vi odo affatto e non so ci
che dite. Ventre affamato non ha orecchie. Io bramisco perdio, di
rabbiosa fame: ho compiuto sforzo troppo straordinario. Sar pi
bravo di mastro Mosca chi riesca a ricondurmi quest'anno in
sogneria. Star senza cena, per tutti i diavoli! Canchero! Andiamo,
frate Gianni, andiamo a colazione! Quando ho fatto colazione in
tutta regola e il mio stomaco  ben pieno e ingozzato, allora, se
mai, e in caso di necessit, potrei rinunciare al desinare. Ma non
cenare, canchero!  un errore; e scandalo contro natura.
La natura ha fatto il giorno perch ciascuno si occupi, lavori e
attenda ai suoi negozi: e per favorirci fornisce la candela, cio
la chiara e gioiosa luce del sole. A sera comincia a togliercela e
ci dice tacitamente: Ragazzi, voi siete gente da bene: avete
lavorato abbastanza. La notte viene: convien cessare dalla fatica
e ristorarsi con buon pane, buon vino, buone vivande: poi
sollazzarsi un po', coricarsi e riposare per esser freschi e
allegri al lavoro l'indomani. Cos fanno i falconieri: quando
hanno pasciuto i loro uccelli, non li fanno volare a gozzo pieno,
li lasciano digerire sulla pertica. E ci bene intese il buon papa
che primo istitu il digiuno, e ordin si digiunasse fino a nona
lasciando libert di cibarsi il resto del giorno.
Una volta pochi desinavano, come chi dicesse monaci e canonici.
Sfido, non hanno altra occupazione; ogni giorno per loro  festa
ed osservano scrupolosamente un proverbio claustrale: de missa ad
mensam. I monaci non attenderebbero per infornarsi a tavola, che
arrivi l'abate, ma divorando l'attendono, non altrimenti n in
altra occupazione. Ma quanto a cenare, tutti cenavano eccetto
qualche fantastico sognatore; e cena, da coena, significa a tutti
comune. Tu ben lo sai, frate Gianni. Andiamo, amico mio, andiamo
per tutti i diavoli. Il mio stomaco abbaia di mala fame come un
cane. Gi zuppe gettiamogli in gola per calmarlo, come la Sibilla
a Cerbero. Tu ami le zuppe di prima; a me piacciono pi le zuppe
d'alloro, associate con qualche pezzo d'aratore salato a nove
lezioni.
- T'intendo, rispose frate Gianni: codesta metafora  estratta
dalla marmitta claustrale. L'aratore  il bue che ara, o ha arato;
a nove lezioni vuol dire cotto a puntino. Infatti i buoni padri
religiosi secondo certa cabalistica istituzione degli antichi,
tramandata non per iscritto, ma di mano in mano, al tempo mio,
quando si levavano per mattutino, prima d'entrare in chiesa
compievano certe notevoli funzioni preliminari: cacavano in
cacatorio, pisciavano in pisciatorio e sputavano in sputatorio;
tossivano nel tossitorio ben melodiosamente, fantasticavano nel
fantasticatorio affine di non portare nulla di immondo al servizio
divino. Compiute queste funzioni devotamente si recavano alla
santa cappella - cos nel loro gergo era chiamata la cucina
claustrale - e devotamente sollecitavano che fin d'allora si
ponesse al fuoco il manzo per la colazione dei religiosi, fratelli
di Nostro Signore. Essi medesimi spesso accendevano il fuoco sotto
le marmitte. Or dunque con un mattutino di nove lezioni pi di
buon'ora si alzavano e, di ragione, pi moltiplicavano l'appetito
e la sete abbaiando l'orazione, che se avessero urlato un
mattutino d'una sola o di tre lezioni. E pi di buon'ora
alzandosi, in omaggio alla detta cabala, pi presto il manzo
andava al fuoco:

Pi stava al fuoco e pi si cucinava.
Pi coceva e pi tenero restava;

e meno logorava i denti, pi dilettava il palato, meno gravava lo
stomaco, pi nutriva i buoni religiosi, fine ultimo e intenzione
prima de' fondatori, considerato che mica mangiano per vivere,
bens vivono per mangiare, n hanno altra vita in questo mondo.
Andiamo, Panurgo.
- Ora, disse Panurgo, t'ho inteso, coglion vellutato, coglione
claustrale e cabalistico, e grazie della lezione che tanto
disertamente ci hai fatto sul singolar capitolo della cabala
culinaria e monastica. Andiamo Carpalim. Frate Gianni, cuor mio,
andiamo. Buon giorno a tutti questi signori buoni, andiamo. Ho
sognato abbastanza per aver voglia di bere, andiamo.
Panurgo non aveva finito la frase che Epistemone, ad alta voce
disse:
- Cosa ben comune e volgare tra gli uomini  l'intendere,
prevedere, conoscere, predire la disgrazia altrui. Ma oh cosa
rara, la disgrazia sua propria predire, conoscere, prevedere e
intendere! E con quanta saviezza questa verit fu raffigurata da
Esopo ne' suoi apologhi, l dove dice che ogni uomo nascendo porta
al collo una bisaccia; nel sacco davanti sono gli errori e le
disgrazie altrui, sempre esposti alla nostra vista e conoscenza,
nel sacco di dietro sono gli errori e le disgrazie proprie, non
mai visti, n intesi, se non da quelli che con occhio benevolo il
Cielo guarda.


CAPITOLO XVI.

Come qualmente Pantagruele consiglia a Panurgo di consultare una
Sibilla di Panzoust.

Poco tempo dopo Pantagruele mand a cercare Panurgo e gli disse:
- L'amore che vi porto da lungo tempo mi stimola a pensare al
vostro bene e vantaggio. Ecco l'avviso mio: m'hanno detto che a
Panzoust presso Croulay sta una sibilla famosissima che predice
tutte le cose future: andate da lei in compagnia di Epistemone e
sentite ci che vi dir.
- Sar per avventura, disse Epistemone, una Canidia, una pagana,
una pitonessa e indovina. Mi fa pensar ci il fatto che quel luogo
gode la mala fama che le indovine vi abbondino pi che in
Tessaglia. Non vi andr di buon grado poich secondo la legge di
Mos  cosa illecita e proibita.
- Non siamo Ebrei, disse Pantagruele, e poi non  confessato, n
accertato ch'ella sia indovina. Il vaglio e la discussione di
queste materie, rimettiamola al vostro ritorno. Che ne sappiamo
noi se sia un'undecima sibilla o una seconda Cassandra? E
quand'anche sibilla non fosse, e tal nome non meritasse pensate
quale interesse avrete consultandola sulla vostra perplessit,
considerando che ella  reputata sapere e intendere pi di quanto
comporti l'uso del paese e del sesso. Che male c' a saper sempre,
sempre apprendere, sia pure

D'un sot, d'un pot, d'une guedoufle,
D'une moufle, d'une pantoufle?

vi sovvenga che Alessandro il Grande, vinto il re Dario ad Arbela,
rifiut udienza a un compagnone e poi in vano mille e mille volte
se ne pent. Egli era vittorioso in Persia, ma tanto lontano dalla
Macedonia suo reame ereditario, che grandemente si contristava di
non poter trovare mezzo alcuno d'averne novelle e per l'enorme
distanza dei luoghi, e per l'interposizione dei grandi fiumi, e
impedimento di deserti, e ostacolo di montagne. Mentr'era cos
pensoso e non poco preoccupato (che avrebbero potuto occupargli il
paese e il reame e collocarvi nuovo re e nuova colonia lungo tempo
prima che ne fosse avvertito per porvi riparo) si present a lui
un uomo di Sidonia, mercante esperto e di buon senso, ma, quanto
al resto, povero e d'aspetto dimesso, e gli annunci e assicur
d'aver trovato via e modo per informare in meno di cinque giorni,
il suo paese delle vittorie Indiane e lui delle cose di Macedonia
e d'Egitto. Alessandro stim la promessa cos inverosimile e
impossibile che non volle n prestare orecchio n dare udienza.
Che cosa gli sarebbe costato udire e intendere ci che quell'uomo
aveva inventato? Che danno, che pericolo c'era a sentire il modo e
la via che l'uomo voleva insegnargli? La natura non senza ragione,
mi sembra, ci ha foggiato le orecchie aperte non ponendovi n
porta, n chiusura alcuna come invece ha fatto per gli occhi, la
bocca e altre aperture del corpo. La ragione credo sia questa: che
possiamo continuamente tutto il giorno, tutta la notte udire e per
l'udito continuamente apprendere; poich  il senso pi d'ogni
altro atto alle discipline. E forse quell'uomo era angelo, cio
messaggero di Dio inviato come Raffaele a Tobia. Troppo
subitamente lo dispregi, troppo a lungo poi se ne pent.
- Voi dite bene, rispose Epistemone; ma non mi darete a intendere
che sia cosa molto vantaggiosa prender consiglio e avviso da una
donna, e da una cotal donna in cotal paese.
- Io, disse Panurgo, non ho a pentirmi del consiglio delle donne,
massimamente se vecchie. Per loro consiglio vado sempre del corpo
una volta o due in via straordinaria. Sono veri cani da pista,
amico mio, vere rubriche del diritto. E ben propriamente parlano
coloro che le chiamano sages femmes.  mio costume e stile
chiamarle anzi prsages femmes. Saggie sono, ch destramente
conoscono, ma le chiamo prsages perch divinamente prevedono e
predicono con certezza tutte le cose future. Talora le chiamo non
Malnettes, ma Monettes come la Giunone dei Romani.
Infatti sempre ci vengono da loro ammonimenti salutari e
profittevoli. Domandatene a Pitagora, Socrate, Empedocle e al
nostro mastro Ortuino. Lodo insieme fino agli alti cieli l'antica
istituzione dei Germani i quali stimavano a peso di santuario e
cordialmente riverivano il consiglio delle vecchie: grazie ai loro
avvisi e risposte, tanto felicemente prosperavano quanto
saggiamente li avevano ricevuti, come possono testimoniare la
vecchia Aurinia e la buona madre Velleda al tempo di Vespasiano.
La vecchiaia femminina, credetelo,  sempre feconda di qualit
zibellina... sibillina volevo dire. Ors per la grazia, per la
virt di Dio, andiamo. Addio, frate Gianni, ti raccomando la mia
braghetta.
- Ebbene, disse Epistemone, vi seguir; ma vi avverto che se la
vecchia user sortilegio o magia nelle sue risposte, vi lascier
sulla porta e pi non v'accompagner.


CAPITOLO XVII.

Come qualmente Panurgo parla con la sibilla di Panzoust.

Camminarono tre giornate. Alla terza, sulla schiena di una
montagna sotto un grande ampio castagno fu loro mostrata la casa
della vaticinatrice. Senza difficolt entrarono nella sua capanna
dal tetto di paglia, mal costruita, mal mobigliata, tutta
affumicata.
- Eraclito, disse Epistemone, grande Scotista e tenebroso
filosofo, non si stup entrando in una capanna simile e dimostr
a' suoi seguaci e discepoli che anche l risiedevano gli Dei, come
nei palazzi pieni di delizie. E credo che tale fosse la capanna
della tanto celebrata Ecate quando essa vi festeggi il giovine
Teseo; tale anche quella di Ireo o Enopione, nella quale Giove,
Nettuno e Mercurio insieme non sdegnarono entrare, cibarsi e
alloggiare e dove officialmente come scotto, foggiarono Orione.
In un cantuccio del camino trovarono la vecchia.
- Ella  una vera sibilla, dichiar Epistemone, il vero ritratto
ingenuamente rappresentato da Erii Kaminoi di Omero.
La vecchia era mal messa, mal vestita, mal nutrita, sdentata,
cisposa, ricurva, colla goccia al naso, sfinita e stava cuocendo
una minestra di cavoli verdi con una cotenna di lardo rancido e un
vecchio osso.
- Accidenti! esclam Epistemone, abbiam fatto un buco nell'acqua;
non avremo da lei alcuna risposta, poich non abbiamo il rametto
d'oro.
- Vi ho pensato io, disse Panurgo; ho qui nella bisaccia una verga
d'oro massiccio accompagnata di belli e allegri carli.
Ci detto, Panurgo la salut profondamente, le present sei lingue
di bue affumicate, un gran vaso da burro pieno di cuscus, una
borraccia piena di beveraggio, una coglia di montone piena di
carli coniati di fresco, e infine, con profonda riverenza le mise
nel dito medio una verga d'oro bellissima nella quale era una
batrachite di Beusse magnificamente incastonata. Poi le espose
brevemente il motivo della sua venuta, pregandola cortesemente di
dirgli l'avviso suo e predirgli la buona fortuna sul suo
matrimonio.
La vecchia rest alcun poco in silenzio pensosa digrignando i
denti; poi sedette sul culo d'uno staio, prese in mano tre vecchi
fusi, li gir e rigir tra le dita in diverse maniere, poi saggi
le loro punte e il pi puntuto tenne in mano, gli altri due gett
sotto un mortaio da pestar miglio. Prese poi i suoi arcolai e nove
volte li gir; al nono giro consider, senza pi toccarli, il
movimento degli arcolai e attese che fossero fermi.
Dopo, vidi che si tolse uno zoccolo, si mise il grembiale sulla
testa come i preti si mettono l'amitto quando vogliono cantar
messa; poi prese un'antica benda screziata e l'allacci sotto la
gola. Cos acconciata ingoll un gran sorso dalla borraccia,
trasse dalle coglia montonesca tre carli, li mise in tre gusci di
noce e li pose sul culo d'un vaso da penne; gir tre volte la
scopa sotto il camino, gett al fuoco mezza fascina d'erica e un
ramoscello d'alloro secco. Lo consider mentre bruciava in
silenzio, e vide che bruciando non scoppiettava n faceva rumore
alcuno.
Poi si diede a gridare spaventosamente facendo sonare tra i denti
parole barbare e di strana desinenza talch Panurgo disse a
Epistemone:
- Per la virt di Dio, io tremo, mi par d'essere stregato: non
parla cristiano. Vedete, vedete, sembra quattro spanne pi alta di
quando s'incappucci col suo grembiale. Che significa quello
sbattere di mascelle? Che pretende quell'agitazione di spalle? A
qual fine borbotta colle labbra come una scimmia che sgranocchi
gamberetti? Le orecchie mi cornano, mi pare udir Proserpina
rintronare: i diavoli ben presto sbucheranno qui. Oh, le brutte
bestie! Fuggiamo, serpe di Dio, muoio di paura. Non mi piacciono i
diavoli, mi fanno arrabbiare, sono insopportabili, fuggiamo.
Addio, signora mia, grazie dei vostri doni. Non mi sposer, no. Vi
rinuncio per ora e per sempre.
E cominciava a battersela; ma la vecchia lo prevenne tenendo il
fuso in mano ed usc nel cortile presso la capanna. L era un
antico sicomoro; lo scroll tre volte e sopra otto foglie che ne
caddero, sommariamente, col fuso scrisse alcuni versetti. Poi le
gett al vento e disse ai visitatori:
- Andatele a cercare, se volete; trovatele, se potete: la sorte
fatale del vostro matrimonio vi  scritta.
Dette queste parole, si ritir nella sua tana e sullo scalino
della porta, tir su veste, sottana e camicia fino alle ascelle e
mostr loro il panorama del culo.
Panurgo vedendolo disse a Epistemone:
- Ecco l'antro della sibilla!
Tosto ella sbarr la porta dietro di s e non fu pi vista. Essi
inseguirono le foglie e le raccolsero non senza grande fatica,
poich il vento le aveva disperse tra i cespugli della vallata. E
ordinandole una dietro l'altra trovarono questa sentenza in versi:

    Ti sbuccer
    La rinomanza;
    Impregner,
    Ma non di te;

    Ti succhier
    Il buon boccone,
    Ti speller
    Ma non del tutto.


CAPITOLO XVIII.

Come qualmente Pantagruele e Panurgo espongono in guisa diversa i
versi della sibilla di Panzoust.

Raccolte le foglie, tornarono Epistemone e Panurgo alla Corte di
Pantagruele un po' lieti e un po' fastiditi. Lieti per il ritorno,
fastiditi dalla fatica della strada che trovarono scabra,
pietrosa, mal tenuta. Descrissero ampiamente a Pantagruele il loro
viaggio e le condizioni della sibilla; gli presentarono infine le
foglie di sicomoro e mostrarono la scrittura dei versetti.
Pantagruele, letto che ebbe, disse a Panurgo sospirando:
- Siete conciato per le feste: la profezia della sibilla espone
aperto ci che ci era gi noto sia pel responso virgiliano, sia
pei vostri propri sogni, cio: che da vostra moglie sarete
disonorato; che vi far becco abbandonandosi ad altri e per virt
d'altri restando pregna; che essa vi deruber di qualche buona
parte, e che vi batter, scorticando e ammaccando qualche membro
del vostro corpo.
- Fate il piacere, rispose Panurgo. Voi ve ne intendete
dell'esposizione di queste recenti profezie come una troia pu
apprezzar confetti. Non vi dispiaccia che ve lo dica perch mi
sento un po' irritato.  proprio vero il contrario. Seguite bene
le mie parole. La vecchia dice: come la fava non si vede se non 
sbucciata, cos la mia virt e perfezione non giungeranno mai a
rinomanza se non sar sposato. Quante volte non v'ho udito dire
che la carica e l'officio rivelano l'uomo e mettono in evidenza
ci che aveva in zucca? Vale a dire che allora si apprezza
certamente una persona e il suo valore, quando  chiamato al
maneggio degli affari. Prima, vale a dire quando l'uomo conduce
vita privata, non si conosce per certo che cosa sia, non pi che
fava nella sua buccia. Ecco per ci che concerne il primo
articolo. Vorreste voi sostenere altrimenti che l'onore e il buon
nome d'un galantuomo pendano dal culo d'una puttana?
Il secondo punto dice: mia moglie impregner (ecco la prima
felicit del matrimonio!) ma non di me. Eh, lo credo, perdio! Sar
pregna d'un bel piccolo fantolino. L'amo gi fin d'ora, ne sono
gi matto. Sar il mio piccolo gocciolone. Nessun disgusto al
mondo per grande e veemente che sia, entrer mai nel mio spirito
che non mi passi solo al vederlo e udirlo cinguettare col suo
balbettio infantile. E benedetta sia quella vecchia! Voglio per
diana, costituirle una rendita in Salmogondino, ma non una rendita
corrente come quella degl'insensati baccellieri, bens stabile
come quella dei bei dottori reggenti. Diversamente intendendo,
vorreste che mia moglie portasse me nel suo seno? me concepisse?
me partorisse? e che si dicesse Panurgo  un secondo Bacco,  nato
due volte,  rinato come Ippolito, come Proteo (il quale nacque
una volta da Teti e la seconda dalla madre del filosofo Apollonio)
e come i due Palici presso il fiume Simeto in Sicilia. La moglie
di Panurgo incinta di Panurgo! In lui si rinnovella l'antica
palintocia dei Megaresi, la palingenesi di Democrito! Suvvia! Non
me ne parlate mai pi.
Il terzo punto dice: mia moglie mi succhier il buon boccone.
Eccomi, son pronto. Voi capite abbastanza ch' il bastone a un sol
capo che pende qui tra le gambe. E vi giuro e prometto che lo
manterr sempre succulento e ben vettovagliato. Non me lo
succhier invano. Eternamente vi trover la sua biada, o meglio.
Voi interpretate questo passo allegoricamente e intendete
ladrocinio e furto. Lodo la vostra interpretazione, l'allegoria mi
piace, ma non nel senso vostro. Pu darsi che voi siate contrario
e refrattario per l'affezione sincera che avete per me, poich
l'affetto, come dicono i sapienti,  cosa mirabilmente timorosa, e
mai il buon amore non  senza timore. Ma, secondo il mio giudizio,
voi intendete dentro voi che furto in questo passo, come in tanti
altri degli scrittori latini e antichi, significa il dolce frutto
d'amore, il quale, per voler di Venere vuol esser segretamente e
furtivamente colto. E perch, in fede vostra? Ma perch la
funzione fatta di sfuggita, tra due porte, attraverso una scala,
dietro una tenda, di nascosto, sopra una fascina slegata, piace
pi alla dea di Cipro (e son d'accordo con voi senza pregiudizio
di migliore avviso) che non fatta alla cinica sotto l'occhio del
sole, o tra i preziosi conopei, tra le cortine dorate, a lunghi
intervalli, con tutta comodit parando via le mosche con un
cacciamosche di seta cremisi e un pennacchio di piume indiane,
mentre la femmina placida si cura i denti con un filo di paglia
spiccato gi dal pagliericcio.
Altrimenti, vorreste voi dire che ella mi derubi succhiando come
si sorbono le ostriche e come le donne di Cilicia, (al dire di
Dioscoride) colgono i semi dell'alkermes? Errore. Chi ruba non
succhia, ma afferra; non inghiotte, ma avvolge, porta via, giuoca
di prestigio.
Il quarto punto dice: mia moglie mi speller, ma non tutto. Oh, la
bella parola! Voi gli date un senso di battiture, di ammaccature.
L'avete proprio imbroccata, che Dio vi benedica! Ma sollevate un
po', ve ne supplico, il vostro spirito dai pensieri terreni
all'alta contemplazione delle meraviglie di natura, e condannatevi
voi stesso per gli errori commessi spiegando perversamente i detti
profetici della divina sibilla. Posto, ma non ammesso, n concesso
il caso che mia moglie, per istigazione del demonio, volesse e
cominciasse a farmi un brutto tiro, a diffamarmi, a farmi becco
dalla cima dei capelli fino al culo, a derubarmi e oltraggiarmi,
ebbene neppure in questa ipotesi condurrebbe a termine la sua
volont, n l'impresa iniziata. La ragione che mi muove e mi
sostiene in quest'ultimo punto  ben fondata ed emerge dal fondo
della panteologia monastica. Me l'ha fornita una volta Frate
Arturo Culettante. Era un luned mattina mentre pappavamo insieme
un moggio di trippe e pioveva, mi ricordo. Che Dio gli dia il buon
giorno.
Al principio del mondo, o poco dopo, cos mi disse frate Arturo,
le donne cospirarono insieme di scorticare vivi gli uomini perch
volevano dominarle in ogni luogo. L'accordo fu promesso,
confermato, e giurato fra loro sul Santo Sangue braghettino ma, oh
vana impresa di donne! Oh grande fragilit del sesso femminile!
Esse cominciarono a scorticar l'uomo, a glberlo, come dice
Catullo, dalla parte che pi sta loro a cuore: il membro nervoso,
cavernoso. Sono pi di seimila anni ormai, e fino ad oggi non ne
hanno scuoiato che la testa. Onde, per sottile dispetto, gli Ebrei
da s in circoncisione se lo incidono e ritagliano, preferendo
esser detti marrani recutiti e ritagliati piuttosto che scorticati
da donne come l'altre genti. Mia moglie dunque per non degenerare
dalla comune impresa me lo scorticher, se gi non lo . Io
acconsento, francamente, ma non tutto lo speller, mio buon re, ve
l'assicuro.
- Ma voi, disse Epistemone, non spiegate come mai il rametto
d'alloro, mentre lo guardavamo e la vecchia lo considerava
gridando con voce furiosa e spaventevole, bruciava senza rumore n
scoppiettio alcuno. Ben sapete che ci  di triste augurio;  un
segno da stare grandemente in guardia, come attestano Properzio,
Tibullo, Porfirio, filosofo arguto, Eustazio commentando l'lliade
d'Omero, e altri.
- Veramente, rispose Panurgo, voi mi citate un bel branco di
gentili vitelli. Matti in qualit di poeti, farneticanti in
qualit di filosofi; tanto pieni di fine follia quanto era la loro
filosofia.


CAPITOLO XIX.

Come qualmente Pantagruele loda il consiglio dei muti.

Dopo queste parole Pantagruele stette a lungo in silenzio.
Sembrava pensoso. Poi disse a Panurgo:
- Lo spirito maligno vi seduce; ma ascoltate: ho letto che in
passato gli oracoli pi veri e sicuri non erano quelli lasciati
per iscritto o profferiti per parole i quali spesso anche quelli
stimati pi fini e ingegnosi hanno sbagliato sia a causa delle
anfibologie, degli equivoci, delle oscurit di parole, quanto per
la brevit delle sentenze. Perci Apollo, dio della vaticinazione
fu soprannominato Loxias. Quelli invece esposti per segni furono
reputati pi veri e sicuri. Tale era l'opinione di Eraclito. Cos
vaticinava anche Giove Ammone; cos profetizzava Apollo tra gli
Assiri. Per questa ragione essi lo figuravano con una lunga barba
e vestito da vecchio e di giudizio posato, non nudo, giovane e
senza barba come facevano i Greci. Proviamo questo modo e per
segni senza parole, prendete consiglio da qualche muto.
- Ci sto, rispose Panurgo.
- Ma, soggiunse Pantagruele, converrebbe che il muto fosse sordo
dalla nascita e muto perch sordo. Poich non c' muto pi ingenuo
di quello che mai non ud.
- Come l'intendete? rispose Panurgo. Se fosse vero che l'uomo non
parla se non ha udito parlare vi condurrei per logica a inferire
una proposizione ben strana e paradossale. Ma lasciamo andare. Voi
non credete dunque ci che ha scritto Erodoto su quei due
fanciulli custoditi in una capanna per volere di Psammetico re
d'Egitto, e allevati in perpetuo silenzio, i quali dopo un certo
tempo pronunciarono la parola becus che in lingua frigia significa
pane?
- Affatto, rispose Pantagruele.  un errore dire che esista
linguaggio naturale: le lingue si formano per istituzioni
arbitrarie e per le convenienze dei popoli: le voci, come dicono i
dialettici, acquistano significato non per natura, ma per
convenzione. Ci vi dico non senza causa. Infatti Bartolo (lib. I,
de Verbor. obligat.) racconta che al tempo suo fu in Gubbio un
tale, messer Nello de Gabrielis nominato, il quale era per
accidente sordo divenuto; ci nonostante, solo alla vista dei
gesti e al movimento delle labbra, capiva qualunque Italiano per
quanto segretamente parlasse.
Ho letto inoltre in un autore dotto ed elegante che Tiridate, re
d'Armenia, visitando Roma al tempo di Nerone, vi fu ricevuto con
solennit, onori e pompe magnifiche per legarlo d'amicizia
sempiterna col senato e al popolo romano; e non vi fu cosa degna
di memoria nella citt, che non gli fosse mostrata e spiegata.
Quando fu per partire l'imperatore lo colm di doni grandi e senza
misura; inoltre lo preg di scegliere in Roma ci che pi gli
piacesse promettendo e giurando di non negargli qualunque cosa
dimandasse. Ebbene egli non dimand che un attore a cui aveva
visto recitar farse in teatro senza capire le parole che diceva,
ma intendendo ci che esprimeva per segni e per gesti. Sotto il
suo dominio, spiegava il re, stavano popoli di lingue diverse, per
parlare e rispondere ai quali gli conveniva usare parecchi
turcimanni; quell'attore sarebbe bastato da solo, poich era tanto
eccellente in significar per gesti, che sembrava parlar colle
dita. Conviene pertanto, scegliere un muto che sia sordo di
natura, affinch i suoi gesti e segni siano ingenuamente
profetici, non finti, artificiosi, affettati. Resta infine a
sapere se tal responso desiderate avere da un uomo o da una donna.
- Lo prenderei volentieri da una donna, rispose Panurgo, se non
temessi due cose.
La prima  questa: che le donne qualunque cosa vedano, si figurano
nello spirito, pensano, immaginano che sia l'entrata del sacro
Itifallo. Qualunque gesto, segno o contegno uno mostri alla loro
presenza, esse lo interpretano e riferiscono all'atto movente del
bischeramento. Perci si cadrebbe in equivoci, poich la donna
penserebbe che tutti i nostri segni siano atti venerei. Vi
sovvenga di ci che avvenne a Roma duecentosettant'anni dopo la
fondazione. Un giovane nobile romano incontrando al monte Celio
una dama latina chiamata Verona, muta e sorda di natura, le
domand con gesticolazioni italiche, ignorandone la sordit, quali
senatori avesse incontrato per la salita. Non intendendo ella ci
che diceva, immagin si trattasse di ci che pensava, di ci
insomma che un giovane domanda, com' naturale, a una donna. Per
segni adunque (che in amore sono incomparabilmente pi attrattivi,
efficaci e valevoli delle parole) lo trasse in disparte a casa sua
e gli f segno che il giochetto le andava a genio. E infine senza
una parola di bocca fecero un bel chiasso di culo.
La seconda cosa che temo  questa: che non diano ai segni nostri
risposta alcuna; cadendo subito all'indietro esse consentirebbero
realmente alle nostre tacite domande; o se pur facessero segni in
risposta alle nostre proposte, sarebbero cos pazzi e strambi e
ridicoli che penseremmo anche noi essere i loro pensieri venerei.
Voi sapete la storia della monaca Suor Naticuta quando, a
Brignoles, fu ingravidata dal britfalco fra' Durettino. Appena
conosciuta la gravidanza, la badessa la chiam in capitolo
accusandola d'incesto. Ma quella si scusava allegando che non
aveva consentito, bens era stata presa per forza da fra'
Durettino.
- Ma se eri in dormitorio, cattivaccia, replic la badessa. Perch
non gridasti alla violenza, che tutte saremmo accorse in aiuto?
Ma quella rispose che non osava gridare in dormitorio dove 
prescritto silenzio sempiterno.
- Ma, disse la badessa, cattivaccia che sei, perch non facesti
segno alle vicine di camera?
- Io, rispose Suor Naticuta, facevo loro segno col culo quanto
potevo, ma nessuno mi venne in soccorso.
- Ma, cattivaccia, replic la badessa perch non venisti subito a
dirmelo facendone accusa secondo la regola? Cos avrei fatto io
per mostrare la mia innocenza se simile caso mi fosse accaduto.
- Gli , rispose la Naticuta, che temendo restare in peccato e
stato di dannazione, per paura d'esser colta da subita morte, mi
confessai al frate prima che lasciasse la camera, ed egli
m'assegn in penitenza di non dirlo n svelarlo ad alcuno. Troppo
enorme peccato sarebbe stato rivelare il segreto della confessione
e troppo detestabile davanti a Dio e agli angeli. Ci poteva esser
causa forse, che il fuoco del cielo ardesse tutta l'abbazia e che
tutte fossimo cadute nell'abisso insieme con Datham e Abiron.
- Non mi farete ridere per questo, disse Pantagruele. So
abbastanza che tutta la monacaglia teme meno di trasgredire i
comandamenti di Dio che gli statuti provinciali. Prendete dunque
un uomo. Nasodicapra mi sembra idoneo.   muto e sordo dalla
nascita.


CAPITOLO XX.

Come qualmente Nasodicapra risponde per segni a Panurgo.

Nasodicapra fu mandato a chiamare e arriv l'indomani. Panurgo, al
suo arrivo, gli don un vitello grasso, un mezzo maiale, due botti
di vino, un carico di grano e trenta franchi in moneta spicciola;
poi lo condusse davanti a Pantagruele e, in presenza de'
gentiluomini di Camera gli fece il segno seguente: sbadigli
abbastanza lungamente e, sbadigliando, faceva fuor della bocca col
pollice della mano destra, la figura della lettera greca detta
Tau, reiterandola frequentemente. Poi lev gli occhi al cielo e li
torceva nella testa come capra che abortisce; e intanto tossiva e
sospirava profondamente. Ci fatto indicava il mancamento della
sua braghetta, poi sotto la camicia brand in pugno il suo
pistolandiere facendolo schioccare tra le coscie melodiosamente;
quindi si chin piegando il ginocchio sinistro, e rest colle
braccia conserte sul petto.
Nasodicapra lo guardava con curiosit, poi lev la mano sinistra
in aria a dita chiuse meno il pollice e l'indice, le unghie dei
quali accoppiava mollemente insieme.
- Intendo, disse Pantagruele, ci che egli pretende con quel
segno: indica matrimonio e inoltre il numero trenta secondo la
dottrina dei Pitagorici. Voi vi sposerete.
- Tante grazie, disse Panurgo volgendosi verso Nasodicapra, tante
grazie, mio architriclinio, mio comite, mio aguzzino, mio sbirro,
mio bargello.
Poi Nasodicapra lev in aria, pi alto, la detta mano sinistra,
distendendone tutte e cinque le dita e scostando le une dalle
altre quanto scostar le poteva.
- Qui, disse Pantagruele, pi ampiamente ci insinua, col segno del
numero quinario, che vi sposerete. E sarete, non solo fidanzato,
promesso e sposato, ma coabiterete inoltre e andrete bene avanti
nella festa. Infatti Pitagora chiamava il numero quinario numero
nuziale, cio: nozze e matrimonio consumato, per la ragione che il
cinque risulta da tre, che  il primo numero dispari e superfluo,
e da due che  il primo numero pari; come maschio e femmina
accoppiati insieme. Infatti a Roma, un tempo, il giorno delle
nozze si accendevano cinque fiaccole di cera e non era lecito
accenderne, n di pi, fossero pure le nozze pi ricche, n di
meno, fossero pure le nozze pi indigenti. Inoltre i Pagani in
passato, imploravano per gli sposi cinque dei, o meglio un dio in
cinque benefizi, cio: Giove nuziale, Giunone presidentessa della
festa, Venere la bella, Pito dea della persuasione e del bel
parlare, e Diana soccorritrice nei dolori di parto.
- Oh il gentil Nasodicapra! esclam Panurgo. Gli voglio regalare
un podere presso Cinays e un mulino a vento in quel di Mirabello.
Dopo ci il muto sternut con insigne veemenza e scotimento di
tutto il corpo, volgendosi a sinistra.
- Virt di un bue di legno! osserv Pantagruele, che succede? Non
 buon segno. Denota che il matrimonio sar infausto e sfortunato.
Questo starnuto (secondo la dottrina di Terpsione)  il demonio
socratico. Fatto a destra, significa che con sicurezza e
arditamente si pu fare ci che s' deliberato e andar dove s'
deliberato; l'inizio, il progredire, il successo saranno buoni e
fortunati. Starnuto a sinistra, sar il contrario.
- Voi prendete le cose sempre pel loro verso peggiore, disse
Panurgo, e le turbate sempre come un nuovo Davo. In questi
starnuti non ci credo e non conobbi cotesto vecchio pelosissimo
Terpsione se non per le sue frottole.
- Tuttavia, osserv Pantagruele, Cicerone afferma di lui non so
che cosa nel secondo libro De divinatione.
Panurgo intanto si volse a Nasodicapra e gli fece il segno
seguente: rovesciate le palpebre degli occhi all'ins, torceva le
mandibole da destra a sinistra e mise fuori circa mezza lingua
dalla bocca. Ci fatto, aperse la mano sinistra, eccetto il dito
medio che ritenne perpendicolare alla palma e in questa guisa la
mise al posto della braghetta; tenne la destra chiusa a pugno,
meno il pollice che volse indietro dritto, verso l'ascella destra
e lo punt sopra le natiche, nel luogo che gli Arabi chiamano al
Katim. Subito dopo cambi: compose la mano destra com'era la
sinistra e la pose al posto della braghetta; compose la sinistra
com'era la destra e la pose sull'al Katim. Questo mutamento di
mani reiter per nove volte. Alla nona volta, rimise le palpebre
degli occhi nella loro posizione naturale, e lo stesso fece delle
mandibole e della lingua, poi fiss gli occhi su Nasodicapra
guardando losco, sbattendo le labbra come fanno le scimmie in
riposo o i conigli quando brucano l'avena in fascio.
Allora Nasodicapra alz in aria la mano destra tutta aperta, poi
introdusse il pollice destro fino alla prima articolazione fra la
terza giuntura del medio e dell'anulare che strinse abbastanza
forte intorno al pollice; il resto delle giunture del medio e
dell'anulare strinse a pugno stendendo invece dritti l'indice ed
il mignolo. La mano cos tenuta pos sull'ombelico di Panurgo
agitando continuamente il pollice su detto e appoggiando la mano
sul mignolo e sull'indice come su due gambe; in questo modo saliva
con quella mano successivamente attraverso il ventre, lo stomaco,
il petto e il collo di Panurgo; poi al mento, e gli mise nella
bocca il detto pollice agitandolo; poi gli soffreg il naso e,
salendo sopra gli occhi simulava di volerglieli spaccare col
pollice. Panurgo, irritato, s'arrabbi e cercava sbarazzarsi e
allontanarsi dal muto. Ma Nasodicapra insisteva, toccandogli con
quel pollice agitato ora gli occhi, ora la fronte e gli orli del
berretto. Alla fine Panurgo sbott gridando:
- Perdio, se non la finite, maestro matto, voi le pigliate; non mi
irritate pi oltre, o v'allungo uno ceffone su quella vostra porca
faccia.
-  sordo, disse allora Fra Gianni. Non sente ci che gli dici,
coglione. Fagli segno di una gragnuola di pugni sul muso.
- Che diavolo vuol significare questo mastro Aliborone? disse
Panurgo. M'ha quasi ammaccato gli occhi. Ah perdio, poter tirare
quattro moccoli. Volete vedere, che vi somministro una spanciata
di nasarde lardellata di doppi buffetti.
Poi si scost facendogli delle pernacchie. Il muto vedendo Panurgo
allontanarsi, lo rincorse, lo ferm per forza e gli fece il segno
seguente: abbass il braccio destro verso il ginocchio tanto
quanto pot stenderlo, chiudendo a pugno tutte le dita e passando
il pollice tra il medio e l'indice; poi, colla sinistra,
stropicciava la parte superiore del gomito del detto braccio
destro, e, a poco a poco, per quello stropicciamento, alzava in
aria la mano destra fino al gomito e pi in su; poi
improvvisamente l'abbassava come prima; poi a intervalli la
rialzava, la riabbassava e la mostrava a Panurgo.
Panurgo, sempre pi arrabbiato alz il pugno per colpire il muto;
ma per riverenza di Pantagruele presente, si trattenne. Allora
Pantagruele disse:
- Se v'irritano i segni, oh quanto pi v'irriteranno le cose da
essi significate! La verit concorda colla verit. Il muto
sostiene e dichiara che sarete sposato, becco, bastonato e
derubato.
- Al matrimonio consento, disse Panurgo; ma rifiuto il resto. E vi
prego di farmi questo gran piacere di credere che nessun uomo al
mondo ebbe mai in fatto di donne e di cavalli, tanta fortuna
quanta  a me predestinata.


CAPITOLO XXI.

Come qualmente Panurgo prende consiglio da un vecchio poeta
francese nominato Raminagrobis.

- Io non credeva, disse Pantagruele, di trovar mai uomo tanto
ostinato nelle sue manie quanto voi. Tuttavia per chiarire il
vostro dubbio m' avviso che nulla lasciamo intentato. Ascoltate
la mia idea. I cigni, sacri ad Apollo, non cantano mai se non
vicini a morire, massimamente sul Meandro, fiume della Frigia
(dico ci perch Eliano e Alessandro di Minda scrivono d'averne
visti altrove parecchi morire, ma nessuno cantare morendo) onde il
canto del cigno  presagio certo della sua morte vicina, n muore
cigno se prima non abbia cantato. Similmente i poeti, i quali sono
sotto la protezione di Apollo, all'avvicinarsi della morte, di
solito diventano profeti e cantano per ispirazione apollinea
vaticinando cose future.
Inoltre ho spesso udito dire che tutti i vecchi decrepiti e presso
alla fine, facilmente indovinano i casi futuri. Ricordo che
Aristofane in qualcuna delle sue commedie chiama i vecchi,
Sibille: o de gheron Sibyllia. Infatti, come accade a noi che
essendo sul molo e vedendo da lontano marinari e passeggeri dentro
le loro navi in alto mare, li guardiamo in silenzio e preghiamo
per il loro prospero approdo; ma, quando s'avvicinano al porto ci
diamo a salutarli e con parole e con gesti, e ci congratuliamo che
siano giunti al posto sani e salvi con noi, cos gli angeli, gli
eroi, i buoni demoni, secondo la dottrina platonica, quando vedono
gli uomini vicini alla morte - porto sicuro e salutare, porto di
riposo e di tranquillit fuori del turbamento e delle
preoccupazioni terrene - li salutano, li consolano, parlano con
loro e cominciano gi a comunicar loro l'arte divinatoria.
Io non vi allegher gli esempi antichi di Isacco, di Giacobbe, di
Patroclo verso Ettore, di Ettore verso Achille, di Polinestore
verso Agamennone ed Ecuba, di Rodiano celebrato da Posidonio,
dell'indiano Calano con Alessandro il Grande, di Orode con
Mesenzio e altri: solo voglio menzionarvi il dotto e prode
cavaliere Guglielmo di Bellay, signore di Langey che mor presso
il monte Tarare, il dieci gennaio dell'anno 1543 di nostra
supputazione, secondo il calendario romano, anno climaterico della
sua vita. Egli impieg le tre o quattro ore prima della morte
pronunciando parole vigorose, con senso tranquillo e sereno,
predicendo ci che poi in parte abbiamo visto, in parte attendiamo
che avvenga, bench allora quelle profezie ci sembrassero alquanto
aberranti e strane, non apparendoci causa n segno alcuno che
prognosticasse ci ch'egli prediceva.
Ebbene, abbiamo qui presso la Villaumere un uomo e vecchio e
poeta: Raminagrobis il quale spos in seconde nozze la grande
Guora dalla quale nacque la bella Basoche. Ho inteso ch' in
articulo mortis, nell'ultimo momento del suo decesso. Andate a lui
e sentite il suo canto. Pu darsi che da lui abbiate ci che
cercate; per mezzo suo Apollo risolver il vostro dubbio.
- Benissimo, rispose Panurgo, ors Epistemone, andiamoci subito
per paura che la morte ci prevenga. Vuoi venire anche tu, Frate
Gianni?
- Ma certo, rispose Fra Gianni, e ben volentieri per amore di te,
coglioncino, che amo dal profondo del fegato.
Si misero tosto in cammino e arrivando all'ostello poetico,
trovarono il buon vecchio in agonia, con aspetto giocondo, faccia
aperta, sguardo luminoso.
Panurgo, salutandolo, gli infil nell'anulare della mano sinistra,
come dono, un anello d'oro che recava nel castone un bello e
grande zaffiro orientale; poi, a imitazione di Socrate, gli offr
un bel gallo bianco, il quale, posatosi incontinente sul suo
letto, colla testa eretta, scosse le penne con grande allegrezza,
poi con tono ben alto cant. Dopo ci Panurgo preg cortesemente
il poeta di esporgli la sua opinione sul dubbio del desiderato
matrimonio.
Il buon vecchio comand gli portassero inchiostro, penna e carta
e, avutili prontamente, scrisse ci che segue:

    Sposatevi, non vi sposate;
    Sposandovi sar ben fatto:
    Ma se non vi sposate affatto,
    La perfezione voi toccate.

    Galoppate, al passo andate,
    Indietro andate o avanti a un tratto,
    Sposatevi, non vi sposate.

    Digiunate, vi rimpinzate,
    Disfate ci ch'era gi fatto,
    Rifate ci ch'era disfatto,
    Vita e morte gli augurate,
    Sposatevi, non vi sposate.

Poi stese loro la mano e disse:
- Andate, ragazzi sotto l'occhio del buon Dio de' cieli e non
fastiditemi pi con questa faccenda, n con altra qual si sia.
Oggi, ultimo giorno e di maggio e di me, ho cacciato fuor di casa
con gran fatica e difficolt un branco di brutte, immonde e
pestilenti bestie nere, variegate, fulve, bianche, cinerine,
macchiettate, le quali non volevano lasciarmi morire a mio agio e
con frodolente punture, con artigliamenti arpiosi, con importunit
calabroniche, foggiate nell'officina di non so quale
insaziabilit, mi distraevano dal dolce pensiero nel quale
riposavo, contemplando, vedendo e gi toccando e gustando il bene
e la felicit che il buon Dio ha preparato ai suoi fedeli ed
eletti nell'altra vita immortale.
Scostatevi dalla loro strada e non vogliate imitarli, pi non mi
molestate, lasciatemi in silenzio, vi supplico.


CAPITOLO XXII.

Come qualmente Panurgo si d a patrocinare l'ordine dei frati
mendicanti.

Uscendo dalla camera di Raminagrobis, Panurgo come tutto
sbigottito disse:
- Io credo, virt di Dio, ch'egli sia eretico, do l'anima al
diavolo se non l'. Dice male de' buoni padri mendicanti,
cordiglieri, giacobini, che sono i due emisferi della cristianit,
per la girognomonica circumbilivaginazione dei quali, come per due
filopendoli celivagi, tutto l'automatico matagrabolismo della
Chiesa romana, quand'essa si sente imberlicuccata da qualche
guazzabuglio d'errore o d'eresia, omocentricamente si agita. Ma,
per tutti i diavoli, che cosa gli hanno fatto quei poveri diavoli
di cappuccini e di minimi? Non sono essi abbastanza disgraziati
poveri diavoli? Non sono abbastanza affumicati e profumati di
miseria e calamit i poveri cilici, veri estratti di ictiofagia?
Dimmi tu Frate Gianni, in fede tua,  egli in istato di
salvazione? Se ne va, perdio, dannato come un serpente a
trentamila gerle di diavoli. Dir male di quei buoni valorosi
pilastri della chiesa! Vorreste chiamar ci furore poetico? Io non
posso esserne soddisfatto: egli pecca villanamente, bestemmia
contro religione, ne sono assai scandalizzato.
- Ed io, disse Fra Gianni non me ne curo pi che d'un bottone.
Essi dicono male di tutti, come tutti dicono male di loro, non
chiedo interessi di sorta: pari e patta. Vediamo ci che ha
scritto.
Panurgo lesse attentamente la scrittura del buon vecchio poi disse
loro:
- Farnetica il povero beone. Ma poveretto  da scusare cos agli
estremi com'. Andiamo a scrivere il suo epitaffio. Grazie alla
sua risposta sono tanto saggio che mai ne infornammo poi uno
altrettale. Ascoltami, Epistemone, budellone mio, non ti pare ben
risoluto nelle sue risposte? Egli , perdio, un sofista arguto,
cavilloso e sempliciotto. Scommetto che  saraceno. Ventre di bue,
come si guarda dal prender granchi! Non risponde che per
disgiuntive. Ah, non pu non dire il vero. Poich nelle
disgiuntive basta che una parte sia vera. Oh quale imbroglione!
Per San Jago di Bressuire,  proprio di razza!
- Ma, rispose Epistemone, cos procedeva anche Tiresia il grande
vaticinatore, all'inizio di tutte le sue divinazioni, dicendo
apertamente a quelli che venivano a interrogarlo: "Ci che dir
avverr, oppure non avverr". Ed  questo lo stile de' prudenti
pronosticatori.
- Tuttavia, disse Panurgo, Giunone gli sforacchi entrambi gli
occhi.
- In realt, rispose Epistemone, fu per dispetto che egli avesse
sentenziato meglio di lei sul dubbio proposto da Giove.
- Ma, disse Panurgo, che diavolo ha addosso questo, mastro
Raminagrobis, che cos, senza proposito, senza ragione, senza
occasione, dice male dei poveri beati padri giacobini, minori e
minimi? Io ne sono fieramente scandalizzato, vi giuro, e non posso
darmi pace. Ha peccato gravemente, il suo asino se ne va a
trentamila panierate di diavoli.
- Non vi capisco, rispose Epistemone. E voi stesso mi
scandalizzate grandemente attribuendo in modo perverso ai frati
mendicanti ci che il buon poeta diceva delle bestie nere, fulve,
ecc. Egli non ha inteso usare questa sofistica e fantastica
allegoria. Parla con linguaggio assolutamente proprio di pulci,
cimici, punteruoli, mosche, zanzare e altrettali bestie, le quali
sono talune nere, altre fulve, altre cenerine, altre color marrone
o color cuoio; tutte importune, tiranniche e moleste e non pei
malati solamente, ma anche per gente sana e vigorosa. Ch'egli
abbia per avventura degli ascaridi, lombrichi e vermi nel corpo?
Ch'egli patisca per avventura (cosa comune nell'Egitto e luoghi
confinanti del mare Eritreo) di qualche puntura alle braccia o
alle gambe, di quei dragonetti macchiettati che gli Arabi chiamano
venes meden? Voi errate spiegando diversamente le sue parole, e
fate torto al buon poeta dicendo male di lui, e ai detti frati
imputando loro tale afflizione. Bisogna sempre dare un senso buono
a tutte le cose del prossimo.
- Voi m'insegnate, disse Panurgo, a distinguer mosche nel latte!
Egli  un eretico, virt di Dio! Eretico formato, eretico
clavellante, eretico da bruciare come un bell'orologetto. Il suo
asino trotta verso trentamila carrettate di diavoli. E sapete
dove? Corpo di bio, amico mio, dritto dritto sotto la seggetta di
Prosperpina, proprio dentro il vaso infernale in cui ella compie
l'operazione fecale de' suoi clisteri, al lato sinistro della gran
caldaia, a tre tese pressapoco dalle grinfie di Lucifero, volgendo
verso la camera nera di Demogorgone. Oh, che villano!


CAPITOLO XXIII.

Come qualmente Panurgo propone di ritornare da Raminagrobis.

- Ritorniamo da lui, disse Panurgo continuando, per indurlo a
salvarsi. Andiamo in nome e per la virt di Dio! Sar opera di
carit di cui ci sar tenuto conto. Almeno, se perde il corpo e la
vita, che non danni il suo asino. Noi lo indurremo a pentirsi del
suo peccato, a chieder perdono ai su detti tanto beati padri,
assenti e presenti e ne faremo attestazione affinch dopo morte
non lo dichiarino eretico e dannato come fecero i folletti per la
prevosta d'Orleans. E converr dar loro soddisfazione
dell'oltraggio ordinando per tutti i conventi della provincia
quantit di buoni bocconi, di messe, di obitus, di anniversari
ecc., e che dal giorno della morte abbiano sempiternamente
quintupla pietanza e che il grande otre, pieno del migliore,
trotti di mano in mano per la tavola sia dei monaci, de' laici e
questuanti, sia de' preti e de' chierici, sia de' novizi e sia de'
professi. Cos egli potr aver perdono da Dio... Oh, oh! Io
m'inganno, mi smarrisco nei miei discorsi. Il diavolo mi porti se
ci vado! Virt di Dio! la camera  gi piena di diavoli. Io li
sento gi accapigliarsi e battersi in zuffa diabolica a chi prima
potr sorbirsi l'anima Raminagrobisdica, a chi primo la porter in
un lampo a messer Lucifero. Levatevi di l; io non ci vado. Il
diavolo mi porti se ci vado! Chi sa se essi giocando di qui pro
quo non afferrerebbero in luogo di Raminagrobis, il povero Panurgo
ora che non ha pi debiti? Pi volte lo tentarono quand'ero
fallito e indebitato. Levatevi di l, io non ci vado: muoio,
perdio, di una furiosa paura. Trovarsi fra diavoli affamati! fra
diavoli in fazione! fra diavoli negozianti! Levatevi di l! Io
scommetto che solo pel dubbio non assisteranno ai funerali n
giacobini, n cordiglieri, n carmelitani, n capuccini, n
teatini, n minimi. E buon per loro! Tanto pi che nulla ha loro
lasciato in testamento.
Il diavolo mi porti se ci vado! Se  dannato, suo danno. Perch
diceva male dei buoni padri religiosi? Perch li aveva cacciati
dalla sua camera proprio quando aveva pi bisogno del loro aiuto,
delle loro divote preghiere, dei loro santi ammonimenti? Perch
non lasciava loro in testamento almeno qualche buon boccone,
qualche scorpacciata, qualche imbottitura di ventre, a quella
povera gente che non ha che la propria vita in questo mondo? Ci
vada chi vuol andarci, ma il diavolo mi porti se ci vado! Se vi
andassi il diavolo mi porterebbe via. Canchero! Levatevi di l!
Frate Gianni, vuoi tu ora che trentamila carrettate di diavoli ti
portino al diavolo? Fa tre cose. Primo: dammi la tua borsa, poich
la croce (delle monete)  contraria al diavolo. E t'avverrebbe ci
che, non  molto, avvenne a Gian Dodin ricevitore di Coudray, al
guado della Vde quando i soldati ruppero la passerella.
Il cazzaccio, incontrando sulla riva frate Adamo Couscoil,
cordigliere osservantino di Mirabello, gli promise un abito alla
condizione che lo portasse sulle spalle a mo' di capra morta, al
di l dell'acqua, che il frate era un ribaldaccio in gamba. Il
patto fu accordato. Frate Couscoil si scalza fino ai coglioni e si
carica addosso il detto supplicante Dodin come un piccolo San
Cristoforo. E, come Enea port fuori dall'incendio di Troia il
padre Anchise, cos egli portava allegramente Dodin, cantando un
bell'Ave maris stella. Quando furono al punto pi profondo del
guado, sopra la ruota del mulino, gli domand se aveva danaro
addosso. Dodin rispose che ne aveva una bisaccia piena e che per
la promessa fatta dell'abito nuovo, stesse pur tranquillo.
- Come? disse Couscoil, sai bene che per capitolo espresso della
nostra regola ci  rigorosamente proibito di portare danaro
indosso. Disgraziato, che per certo mi hai fatto peccare su questo
punto. Perch non lasciasti la tua borsa al mugnaio? Ora sarai
punito senza fallo. E se mai potr averti nel nostro capitolo a
Mirabello, avrai dei miserere fino ad vitulos. Detto fatto, si
scarica e vi getta Dodin in pien'acqua, a capofitto.
Perci, fra Gianni, amico mio dolce, affinch i diavoli ti portino
via meglio a tuo agio, dammi la tua borsa, non portar croce alcuna
su te. Il pericolo  evidente: se hai danaro, e porti croce, essi
ti getteranno su qualche roccia come fanno le aquile colle
tartarughe per frantumarle, e ben lo seppe la testa pelata del
poeta Eschilo. E ti faresti male, amico mio, e assai me ne
dorrebbe. Oppure ti lascieranno piombare dentro qualche mare, non
so dove, ben lontano come cadde Icaro.
E quel mare sar detto il Mare Squarciatore.
In secondo luogo non aver debiti, poich i diavoli amano assai i
senza debiti, lo so per esperienza propria, che i furfanti non
cessano di starmi attorno e farmi la corte, il che non avveniva
quand'ero in fallimento e in debiti. L'anima dei debitori  tutta
tisica e discrasiaca. Non  boccon da diavoli.
In terzo luogo colla tua tonaca

E il tuo domino di grobis
Ritorna a Raminagrobis.

M'assumo di pagarti vino e legna se, cos come t'ho detto,
trentamila barcate di diavoli non ti portino al diavolo. E se, per
sicurezza, tu voglia aver compagnia, non venire a cercami, te ne
avverto. Levatevi di l, io non ci vado. Il diavolo mi porti se ci
vado!
- Oh, quanto a me, rispose Fra Gianni, non ci baderei gran che,
purch avessi il mio brando in pugno.
- Giusto, disse Panurgo, tu ne parli come dottor sottile in lardo.
Al tempo che studiavo alla scuola di Toledo, il reverendo padre in
diavoleria, Picatrix, rettore della facolt diabologica, ci diceva
che per loro natura i diavoli temono lo splendore delle spade,
altrettanto quanto lo splendore del sole. Infatti Ercole,
scendendo all'inferno a tutti i diavoli, non fece loro tanta
paura, coperto solo della sua pelle di leone e colla sua clava,
quanto invece Enea che vi discese poi coperto d'armatura
risplendente, guarnito del suo brando senza ruggine e forbito in
tutto punto, grazie al consiglio della sibilla Cumana. Per questa
ragione, forse, il signore Gian Giacomo Trivulzio, in punto di
morte a Chartres, domand la sua spada e mor colla spada nuda in
pugno schermeggiando intorno al letto come valoroso cavaliere
ch'egli era, e con quella scherma mettendo in fuga tutti i diavoli
che lo guatavano al trapasso. Quando si domanda ai massoreti e
cabalisti perch i diavoli non entrano mai nel paradiso terrestre,
non danno altra ragione se non questa: che alla porta  un
cherubino con in mano una spada fiammeggiante. Secondo la vera
diabologia di Toledo, confesso che i diavoli, veramente, non
possono morire per colpi di spada, ma sostengo, secondo la detta
diabologia, che possono soffrire soluzione di continuit, come se
tu tagliassi di traverso col tuo brando una fiamma di fuoco
ardente o una grossa e oscura colonna di fumo. E strillano come
diavoli al sentire questa soluzione che loro  diabolicamente
dolorosa.
Quando tu assisti al cozzo di due eserciti, pensi tu,
coglionaccio, che il fracasso cos grande e orribile che si ode,
provenga dalle voci umane? dall'urto delle armature? dal tintinnio
delle bardature? dal percuotere delle mazze? dall'incrociarsi
delle picche? dallo spezzarsi delle lancie? dal gridar del feriti?
dal suono dei tamburi e delle trombe? dal nitrire dei cavalli? dal
tuonare degli schioppi e dei cannoni? S, non lo nego, anche tutto
ci fa un po' rumore, mi  forza confessarlo. Ma il grande clamore
e fracasso principale proviene dai lamenti e dagli urli dei
diavoli, i quali dando la caccia confusamente alle povere anime
dei feriti, ricevono colpi di spada improvvisi e soffrono
soluzione di continuit nelle loro sostanze aeree e invisibili:
come quando mastro Sudicione d vergate sulle dita a qualche
sguattero che pappa i lardi sullo spiedo; e strillano e urlano
come diavoli, al par di Marte quando fu ferito da Diomede davanti
a Troia, che al dire di Omero grid in tono pi alto e con pi
orribile clamore che non farebbero diecimila uomini insieme. Ma,
ohe! Noi parliamo di armature forbite e di spade risplendenti.
Cos non  del tuo brando. Il quale per lungo disuso e riposo ,
in fede mia pi arrugginito che la serratura d'una vecchia
dispensa. Pertanto una delle due: o lo dirugginisci appuntino e lo
prepari gagliardo, o se lo lasci cos arrugginito, guardati dal
tornare alla casa di Raminagrobis. Quanto a me non ci vado. Il
diavolo mi porti se ci vado!


CAPITOLO XXIV.

Come qualmente Panurgo prende consiglio da Epistemone.

Mentre, lasciata Villaumere, tornavano a Pantagruele, Panurgo
lungo la strada si volse a Epistemone e gli disse:
- Compare, mio vecchio amico, vedete la perplessit del mio
spirito. Voi, che conoscete tanti buoni rimedi, non sapreste
venirmi in aiuto?
Epistemone rispose facendo vedere a Panurgo come la voce pubblica
fosse piena di facezie sul suo travestimento e gli consigliava di
prendere un po' d'elleboro per purgarsi dell'umore peccante e di
rimettersi i vestiti ordinari.
- Epistemone, compare mio, disse Panurgo, m' saltata la fantasia
di sposarmi, ma temo di esser becco e sfortunato nel matrimonio.
Pertanto ho fatto voto a San Francesco il Giovane invocato
devotamente da tutte le donne a Plessis-le-Tours come fondatore
dei buoni uomini, (che esse per natura appetiscono) ho fatto voto
di portare occhiali al berretto, di non pi portar braghetta alle
brache, prima che questa mia perplessit di spirito non sia
chiaramente risolta.
- Bello e allegro voto veramente! disse Epistemone. Io mi stupisco
di voi e che non rimettiate a posto il vostro giudizio s
ferocemente smarrito. Sentendovi parlare mi viene a mente il voto
degli Argivi dalla larga parrucca, i quali avendo perduto la
battaglia contro i Lacedemoni nella controversia di Tireo fecero
voto di non pi portar capelli in testa, finch non avessero
ricuperato l'onore e la loro terra; e ricordo il voto anche del
burlone spagnuolo Michele Doris che port alla gamba un pezzo di
gambiera. E non so chi dei due sia pi degno e meritevole di
portar cappuccio verde e giallo con orecchie di lepre, se cio,
quel vanaglorioso campione o l'Enguerrant che ne fa un s lungo,
accurato, e fastidioso racconto dimenticando l'arte e maniera di
scrivere storie, insegnata dal filosofo di Samosata.
Infatti, leggendo quella lunga narrazione si pensa debba essere il
principio e l'occasione di qualche tremenda guerra o straordinaria
mutazione di regni; laddove finiamo per riderci e del benedetto
campione, e dell'inglese che lo sfid e dell'Enguerrant loro
tabellione, pi bavoso d'un vaso da mostarda.
La burla somiglia a quella della montagna di Orazio, la quale
strillava e si lamentava enormemente come donna nei dolori del
parto. E alle sue grida e lamentazioni accorse tutto il vicinato
in attesa di vedere qualche parto prodigioso, laddove non nacque
che un piccolo sorcio.
- Non per questo io sorrido, disse Panurgo - Burlisi chi vuol
burlare. Io manterr il mio voto. Ora da gran tempo voi ed io
abbiamo giurato fede e amicizia per Giove Philios, ditemi dunque
il vostro parere: devo sposarmi o no?
- Certo, rispose Epistemone, il caso  dubbio; io mi sento troppo
insufficiente a risolverlo. E se mai fu vero nell'arte della
medicina il detto del vecchio Ippocrate di Lango: giudicare 
difficile, in questo caso  verissimo.
Ho bene in mente alcuni discorsi mediante i quali avremmo una
determinazione sulla vostra perplessit; ma non mi soddisfano
pienamente. Dicono alcuni Platonici  che chi pu vedere il proprio
Genio pu intendere il suo destino. Io non comprendo bene la loro
disciplina e non sono d'avviso che l'accettiate. V' molta
illusione. L'ho sperimentato in un gentiluomo studioso e curioso
nel paese d'Estangorre. Questo  il primo punto.
Ma ve n' un altro. Se ancora fiorissero gli oracoli di Giove
Ammone, di Apollo in Lecadia, in Delfo, Delo, Cirro, Patara,
Tegira, Preneste, Licia, Colofone, nella fontana Castalia presso
Antiochia in Siria, tra i Branchidi, di Bacco in Dodona, di
Mercurio in Faro, presso Patrasso, di Apis in Egitto, di Serapide
a Canopo, di Fauno in Menalia e ad Albunea presso Tivoli, di
Tiresia ad Orcomeno, di Mopso in Cilicia, di Orfeo a Lesbo, di
Trofonio in Leucade, io sarei o non sarei disposto ad andarvi e
sentire quale sarebbe il loro giudizio sulla vostra impresa. Ma
voi sapete che tutti quegli oracoli son divenuti muti pi che
pesci, dopo la venuta di quel Re Salvatore col quale sono finiti
tutti gli oracoli e tutte le profezie; cos come all'apparire del
sole splendente, spariscono tutti i fantasmi, lamie, lemuri, lupi
mannari, folletti e spiriti delle tenebre. E se pur anche
fiorissero, difficilmente consiglierei di prestar fede alle loro
risposte. Troppi ne sono stati ingannati.
Ricordo inoltre che Agrippina accus Lollia la bella di aver
interrogato l'oracolo d'Apollo Clario per sentire se Claudio
imperatore l'avrebbe sposata. Per questo prima fu sbandita, poi
tratta a morte ignominiosa.
- Ma, disse, Panurgo facciamo di meglio. Le isole Ogigie non sono
lontane dal porto di Saint-Malo; andiamoci dopo aver parlato col
nostro Re. In una delle quattro situata pi verso ponente, si
dice, ed io l'ho letto in buoni autori antichi, che abitano
parecchi indovini, vaticinatori e profeti; che ivi abita Saturno
legato con belle catene d'oro dentro una roccia d'oro, nutrito
d'ambrosia e nettare divino trasmessigli ogni giorno in abbondanza
gi dal cielo da non so quale specie d'uccelli (gli stessi corvi
forse che nutrivano San Paolo, primo eremita, nel deserto) e che a
chiunque lo voglia, predicono apertamente la sorte, il destino e
ci che gli deve avvenire. Nulla infatti filano le Parche, nulla
pensa, nulla delibera Giove che il buon padre dormendo non
apprenda. Sarebbe gran risparmio di fatica se noi lo consultassimo
su questa mia perplessit
-  illusione troppo evidente, disse Epistemone, e favola troppo
favolosa. Io non v'andr.


CAPITOLO XXV.

Come qualmente Panurgo si consiglia con Her Trippa.

- Ma ecco invece, continu Epistemone, ci che dovreste fare, se
volete darmi ascolto. Qui, presso l'isola Bouchart dimora Her
Trippa. Voi sapete come per arte d'astrologia, geomanzia,
chiromanzia, metopomanzia, e altre di simil farina, egli predica
tutte le cose future; discorriamo della vostra faccenda con lui.
- Non so nulla di tutto ci, rispose Panurgo, ma ben so che un
giorno mentre egli parlava col gran Re di cose celesti e
trascendenti, i servitori di corte, per la scala, tra gli usci,
cavalcavano in gran sollazzo la donna sua che era belloccia. E
lui, che vede senz'occhiali tutte cose, eteree e terrestri, e
discorre di tutti i casi passati e presenti, e predice tutto
l'avvenire, non riusciva a vedere la donna sua stambureggiata e
mai non ne seppe novelle. Tuttavia andiamo pure da lui, se volete.
Non s' imparato mai abbastanza.
L'indomani arrivarono all'abitazione di Her Trippa. Panurgo gli
regal una tonaca di pelli di lupo, una grande spada bastarda ben
dorata dal fodero di velluto e cinquanta bei angelotti; poi
s'intrattenne famigliarmente con lui sulla sua faccenda. Subito al
primo incontro Her Trippa guardandolo in faccia disse:
- Tu hai la metoposcopia e fisionomia d'un becco. Dico becco
scandaloso e di dominio pubblico.
Poi considerando la mano destra di Panurgo in ogni parte disse:
- Questa falsa linea che vedo qui sopra il monte di Giove non si
trov mai se non in mani da becco.
Indi con uno stilo, segn rapidamente un certo numero di punti
diversi, li accoppi per geomanzia e disse:
-  pi vero della stessa verit esser cosa certa che tu sarai
becco subito dopo che sarai sposato.
Ci fatto, chiese a Panurgo l'oroscopo della sua nativit, e
Panurgo avendoglielo fornito, fabbric prontamente la sua casa del
cielo in tutte le sue parti, e considerando la situazione, e gli
aspetti nella loro triplicit, gett un gran sospiro e disse:
- Avevo gi predetto apertamente che tu sarai becco, ci era
inevitabile; ne ho qui ora, per soprammercato nuova conferma. Ti
assicuro che sarai becco. Inoltre sarai picchiato e derubato da
tua moglie: infatti ecco qui la settima casa che presenta aspetti
tutti maligni; e in ogni combinazione di segni ecco apparire
corna; ecco l'Ariete, il Toro, il Capricorno e altri. Nella quarta
casa poi, trovo decadenza di Giove e insieme l'aspetto tetragono
di Saturno, associato con Mercurio. Oh, sarai conciato per le
feste, galantuomo!
- Io sar le tue febbri quartane, vecchio matto, sciocco di male
burle che tu sei! rispose Panurgo. Quando tutti i becchi del mondo
si riuniranno in congresso, tu sarai il portabandiera. Ma donde mi
viene questo pellicello qui tra due dita?
E intanto drizzava verso Her Trippa le due prime dita aperte in
forma di corna, chiudendo a pugno tutte le altre. Poi disse a
Epistemone:
- Ecco qui il vero Ollus di Marziale, il quale si dava tutto a
osservare e intendere con passione i mali e le miserie altrui
mentre sua moglie si dava sollazzo. Egli, dal canto suo, era pi
povero di Iro, ma vanitoso, oltracotante, intollerabile pi che
diciassette diavoli, in una parola ptochalazn come ben chiamano
gli antichi questa marmaglia di tangheracci. Andiamo, andiamo,
piantiamo qui questo pazzo furioso, pazzo da catena, e che
farnetichi a crepapelle coi suoi diavoli privati. S, creder
subito che i diavoli abbian voluto servire un tal briccone! Non sa
neanche la prima parola di filosofia che : CONOSCI TE STESSO; e
mentre si gloria di vedere una festuca nell'occhio altrui non vede
la grossa trave che copre entrambi gli occhi suoi. Egli non 
altro che quel tale Polipragmone che descrisse Plutarco;  una
nuova Lamia, la quale nelle case altrui e in pubblico tra il
popolino, vedeva pi acuto d'una lince, laddove in casa propria
era pi cieca d'una talpa e non vedeva nulla perch, tornando di
fuori, si toglieva dalla testa gli occhi, smontabili come
occhiali, e li nascondeva dentro uno zoccolo attaccato alla porta.
A queste parole Her Trippa prese un ramoscello di tamerice.
- Ben scelto, disse Epistemone, Nicandro infatti lo chiama
divinatore.
- Volete voi, disse Her Trippa, conoscere la verit pi a fondo
per piromanzia, per aeromanzia, celebrata da Aristofane nelle
Nuvole, per idromanzia, per lecanomanzia, tanto celebrata un tempo
dagli Assiri e confermata da Ermolao Barbaro? Ebbene, entro un
bacile pieno d'acqua ti mostrer la tua futura sposa che si
sollazza con due villani...
- Quando, disse Panurgo, tu infilerai il naso nel mio culo,
ricordati di levarti gli occhiali...
- Per catoptromanzia, continu Her Trippa, mediante la quale Didio
Giuliano imperatore dl Roma prevedeva tutto ci che doveva
accadergli: non ti occorreranno occhiali, la vedrai in uno
specchio intenta a farsi bischerare, e la vedrai cos chiaramente
come se te la mostrassi nella fontana del tempio di Minerva presso
Patrasso... Per coscinomanzia, tanto religiosamente osservata un
tempo nelle cerimonie dei Romani; prendiamo un crivello e
tenagliette e tu vedrai il diavolo a quattro... Per alfitomanzia,
designata da Teocrito nella sua Pharmaceutria... e per
aleuromanzia, mescolando frumento con farina... Per
astragalomanzia: ho qui dentro i dadi belli e pronti.. Per
tiromanzia, ed ho all'uopo un formaggio di Brehemont... Per
giromanzia; ti far volteggiare una quantit di cerchi i quali
tutti cadranno a sinistra, te l'assicuro... Per sternomanzia: in
fede mia, tu hai il petto abbastanza mal proporzionato. Per
libanomanzia, e non occorre che un po' d'incenso.. Per
gastromanzia della quale us lungamente a Ferrara, Dama Jacopa di
Rovigo, engastrimita... Per cefaleonomanzia, della quale solevano
usare i Germani arrostendo una testa d'asino su carboni ardenti;
per ceromanzia, mediante cera fusa nell'acqua, vedrai la figura
della tua sposa e de' suoi bischeratori... Per capnomanzia:
metteremo semenze di papavero e di sesamo sopra carboni ardenti...
Per axinomanzia, oh la galante cosa! Provvedi qui solamente una
scure e una pietra agata che noi metteremo sulle bragie. Oh, come
Omero ne usa bravamente verso gli innamorati di Penelope!.. Per
onimanzia adoprando olio e cera; per teframanzia, per cui vedrai
cenere in aria rappresentarti la moglie in bello stato; per
botanomanzia, ho qui foglie di salvia a proposito; per sicomanzia:
oh arte divina! mediante foglie di fico; per ictiomanzia, gi
tanto celebrata e praticata da Tiresia e Polidamas, con tanta
certezza come si faceva un tempo nella fossa Dina, nel bosco sacro
ad Apollo, nella terra de' Lici... Per coeromanzia: procuriamo
molti maiali; tu ne avrai la vescica... Per cleromanzia: come si
trova la fava dentro la torta la vigiglia dell'Epifania... Per
antropomanzia, della quale us Eliogabalo, imperatore di Roma; 
un po' fastidiosa ma tu la sopporterai abbastanza, essendo becco
predestinato... Per sticomanzia sibillina; per onomatomanzia...
che nome hai?
- Masticamerda, rispose Panurgo.
- Oppure per alectriomanzia. Io far qui bravamente un cerchio che
ripartir, guardandoti e considerandoti, in ventiquattro porzioni
eguali. Su ciascuna scriver una lettera dell'alfabeto, su
ciascuna lettera porr un grano di frumento; poi vi moller su un
bel gallo vergine. Voi vedrete, ve l'assicuro, che manger con
virt fatidica i grani posti sulle lettere: B. E. C. C. O. S. A.
R. A. I. come sotto l'imperatore Valente, essendo egli curioso di
sapere il nome del successore, il gallo vaticinatore e
alectriomante becc sulle lettere Th.E.O.D.
Oppure vorreste voi chiarirvi per arte d'aruspicina? O per
estispicina? per augurio tratto dal volo degli uccelli, dal canto
degli usignoli, dal ballo solistimo delle anitre?..
- No, per stronzispicina, rispose Panurgo.
- Oppure per necromanzia?.. Io vi far resuscitare qui qualcuno
morto da poco, come fece Apollonio di Tiana con Achille, come fece
la pitonessa in presenza di Saul; il quale morto tutto ci dir
come, per invocazione di Erittone, un defunto predisse a Pompeo
ogni fase e la fine della battaglia farsalica. Oppure, se avete
paura dei morti, come, per lor natura tutti i becchi, user
solamente la sciomanzia...
- Va al diavolo, pazzo furioso, rispose Panurgo: e fatti
lanternare da qualche Albanese; cos avrai un cappello a punta.
Diavolo, perch non mi consigli anche a tenere uno smeraldo, o la
pietra di Hienna sotto la lingua? O a munirmi di lingue d'upupa, o
cuori di rane verdi; o a mangiare cuore e fegato di qualche drago,
per intendere poi il mio destino dalla voce e dal canto dei cigni
e altri uccelli come facevano un tempo gli Arabi in Mesopotamia?
Che vada a trenta diavoli il becco, cornuto, marrano, stregone del
diavolo, incantatore dell'Anticristo. Torniamocene dal nostro Re.
Sono sicuro che non sar contento di noi, se viene a sapere che
siamo venuti qui nell'antro di questo diavolo intonacato. Io mi
pento d'esserci venuto e darei volentieri cento nobili... e
quattordici plebei se quel tale che un tempo soffiava nel fondo
delle mie brache volesse ora colla sua escrezione dipingergli il
mostaccio. Oh vero Dio! come m'ha profumato di rabbia, di
diavoleria, d'incantesimo e di stregoneria. Che il diavolo lo
porti.. Dite amen, e andiamo a bere. Mi ci vorr due giorni, mi ci
vorr quattro giorni prima che mi rimetta di buon umore.


CAPITOLO XXVI.

Come qualmente Panurgo prende consiglio da Fra Gianni degli
Squarciatori.

Panurgo, arrabbiato delle filastrocche di Her Trippa, passata la
borgata di Huymes, si rivolse a Fra Gianni e gli disse belando e
grattandosi l'orecchio sinistro:
- Tienimi un po' allegro, budellone mio, mi sento tutto
squintesconcertato lo spirito dai discorsi di quel pazzo
indiavolato. Ascolta,
coglion vezzoso,
coglion monachino,
coglion rinomato,
coglion pasticciato,
coglione intrecciato,
coglion piombato,
coglion lattato,
coglion feltrato,
coglion calafatato,
coglion maculato,
coglion rilevato,
coglion di stucco,
coglion grottesco,
coglione arabesco,
coglion d'acciaio,
coglion conciato alla levriera,
coglione assicurato,
coglion garantito,
coglion calandrato,
coglion ricamato,
coglion diasprato,
coglion stagnato,
coglion martellato,
coglion lardellato,
coglion giurato,
coglion borghese,
coglion granato,
coglione d'esca,
coglione arrabbiato,
coglione incatramato,
coglione intabarrato,
coglione appostato,
coglione incappucciato,
coglion desiderato,
coglion verniciato,
coglione d'ebano,
coglion di brasile,
coglion di bosco,
coglion di passo,
coglione a gancio,
coglione a stocco,
coglion sfrenato,
coglion forsennato,
coglion affettato,
coglione ammucchiato,
coglione compassato,
coglion farcito,
coglion paffuto,
coglion forbito,
coglion grazioso,
coglion polverizzato,
coglione intero,
coglion gerundivo,
coglion genitivo,
coglione attivo,
coglion da giganti,
coglion vitale,
coglione ovale,
coglion magistrale,
coglion claustrale,
coglion monacale,
coglion virile,
coglion sottile,
coglion di rispetto,
coglion di ricambio,
coglion di soggiorno,
coglion d'audacia,
coglion massiccio,
coglion lascivo,
coglion manuale,
coglion goloso,
coglione assoluto,
coglion risoluto,
coglion cappuccio,
coglion gemello,
coglion cortese,
coglion turchese,
coglion fecondo,
coglion brillante,
coglion fischiante,
coglion strigliante,
coglion gentile,
coglione urgente,
coglion banale,
coglion lucente,
coglion decente,
coglion bruschetto,
coglione pronto,
coglione impulsivo,
coglion fortunato,
coglion gracchione,
coglion manzalino,
coglione usuale,
coglion d'alto liccio,
coglion squisito,
coglion richiesto,
coglion fanale,
coglion culotto,
coglion vinoso,
coglione guelfo,
coglion di graspo,
coglione orsino,
coglion patronimico,
coglion poppino,
coglion vespino,
coglion alidadato,
coglion amalgamato,
coglione algebrato,
coglion robusto,
coglion venusto,
coglion d'appetito,
coglione insuperabile,
coglion soccorrevole,
coglion gradevole,
coglion memorabile,
coglion notabile,
coglion palpabile,
coglion muscoloso,
coglion bardabile,
coglione sussidiario,
coglione tragico,
coglion satirico,
coglion traspontino,
coglion ripercussivo,
coglion digestivo,
coglione convulsivo,
coglione incarnativo,
coglion ristorativo,
coglion sigillativo,
coglion mascolinante,
coglione ronzinante,
coglion rifatto,
coglione fulminante,
coglion tonante,
coglione scintillante,
coglione arietante,
coglion stridente,
coglione aromatizzante,
coglione diaspermatizzante,
coglione timpanante,
coglion sgargiante,
coglion russante,
coglion pagliardo,
coglion pigliardo,
coglion gagliardo,
coglione dondolante,
coglione sovrapposto,
coglion scappellottante,
coglion frugante,
coglion chiavante,
coglion capovolgente,
mio coglione archibugiante, coglione culettante, frate Gianni,
amico mio, io ti ho riverenza ben grande, e ti riservavo come
dulcis in fundo. Or dimmi su l'avviso tuo, te ne prego: devo
sposarmi o no?
Fra Gianni in tutta giocondit di spirito gli rispose:
- Sposati, per tutti i diavoli, sposati e scampana gi a doppio
scampanio di coglioni, e presto, il pi presto, dico e intendo,
che potrai; e da oggi fino a sera fanne subito scricchiolare
banchi e letti. A quando vuoi riservarti, perdio? Non sai che la
fine del mondo s'approssima? E che oggi ne siamo vicini due
pertiche e mezza tesa pi di ier l'altro? L'Anticristo  gi nato,
me l'han detto.  vero che per ora si contenta di sgraffiare la
nutrice e le governanti e non mostra ancora i suoi tesori, essendo
piccolo. Ma crescite,  scritto. Nos qui vivimus multiplicamini. 
materia di breviario. Finch il sacco di grano non valga tre
patacche e la botte di vino sei bianchi. Vorresti ti trovassero i
coglioni pieni il giorno del giudizio, dum venerit judicare?
- Tu hai, disse Panurgo, lo spirito molto limpido e sereno, frate
Gianni, coglion metropolitano, e parli con garbo.  il caso di
Leandro di Abido in Asia, il quale traversando a nuoto
l'Ellesponto per visitare l'amica Ero a Sesto, in Europa, pregava
Nettuno e tutti gli dei marini:

S'io sia da voi protetto nell'andare
Me n'infischio, al ritorno, d'annegare.

Non voleva morire coi coglioni pieni, ecco. Ed ho intenzione d'ora
in avanti, che in tutto il mio territorio di Salmingondino, quando
vorranno giustiziare un malfattore, me lo facciano
bischerosgocciolare come un onocrotalo talch non gli resti ne'
vasi spermatici di che scrivere un y greca. Materia tanto preziosa
non ha da essere follemente perduta. Pu darsi che generi un uomo.
Cos potr morire senza rimpianto, lasciando uomo per uomo.


CAPITOLO XXVII.

Come qualmente Fra Gianni con giocondit consiglia Panurgo.

- Per san Rigom, disse Fra Gianni, Panurgo, amico mio dolce, io
non ti consiglio cosa che non farei io stesso se fossi al tuo
posto. Solamente abbi cura e considerazione, di ben collegare e
continuare sempre i tuoi colpi. Se li sospendi, sei perduto,
poveretto, e t'accadr ci che accade alle balie. Se desistono di
allattare bimbi, perdono il latte. Cos tu, se non eserciti
continuamente il bischero, perder il suo latte e non ti servir
che di tubo pisciatorio e i coglioni del pari non ti serviranno
che di sacchetto, te ne avverto, amico mio, perch l'ho
sperimentato in parecchi che non poterono quando volevano, perch
non agirono quando potevano. Cos, per il non uso, vanno perduti
tutti i privilegi, come dicono gli uomini di legge. Pertanto,
figliolo mio, mantieni in istato di perpetuo esercizio cotesto tuo
popolo basso e minuto, troglodita e braghettodita. Provvedi a che
non viva, a mo' de' gentiluomini, di pura rendita, senza far
nulla.
- No per diana, Frate Gianni, mio coglion sinistro, rispose
Panurgo, io ti credo. Tu entri deciso in argomento. Ora senza
dubbi e senza ambagi hai disperso ogni timore che poteva
intimidirmi. Cos ti sia dato dal cielo di operare sempre basso e
duro. Stando alle tue parole dunque mi sposer. Non c' pi
dubbio. E quando verrai a visitarmi avr sempre a tua disposizione
belle cameriere e tu sarai protettore di lor sororit. Ecco quanto
alla prima parte del sermone.
- Ascolta, disse Fra Gianni l'oracolo delle campane di Varennes.
Che dicono esse?
- Oh, le intendo rispose Panurgo. Il loro suono , per la mia
sete, pi fatidico dei calderoni di Giove a Dodona. Ascolta:
sposar convien, sposar convien: convien convien. Se tu ti sposi,
sposi, sposi, ti troverai ben, ben ben, ben ben, sposar convien.
S s, t'assicuro che mi sposer. Tutti gli elementi m'invitano.
Considera la mia parola come una muraglia di bronzo.
Quanto al secondo punto, continu Panurgo, tu mi sembri dubitare
alcun poco, anzi diffidare di mia paternit, come se io avessi
poco propizio il duro dio de' giardini. Io ti supplico di farmi la
grazia di credere ch'io l'ho sempre docile, benevolo, attento,
obbediente al mio comando in tutto e per tutto. Basta che gli
allenti le briglie, dico il cordoncin della braghetta, che gli
mostri la preda e che gli dica: Dagli, compagno! E quand'anche la
mia futura sposa fosse ghiotta del piacere venereo quanto fu
Messalina, o la marchesa di Winchester in Inghilterra, ti prego di
credere che ho di che contentarla anche troppo copiosamente.
Non ignoro ci che disse Salomone, e parlava, da competente, con
conoscenza di causa. Dopo lui Aristotele ha dichiarato esser le
donne di lor natura insaziabili; ma io voglio si sappia che il mio
ordigno  dello stesso calibro, infaticabile. Non allegarmi qui, a
paragone, quel favoloso femminiere di Ercole, n Procolo, o
Cesare, o Maometto, che si vanta, nell'Alcorano, di possedere ne'
suoi genitali la forza di sessanta calafati. Ha mentito il
porcaccione. Non m'allegare quell'Indiano, tanto celebrato da
Teofrasto, Plinio e Ateneo, il quale con l'aiuto di certa erba
poteva bischerare in un giorno solo, settanta volte e pi. Non ne
credo un acca. Il numero  ipotetico, ti prego di non credervi. Ti
prego di credere invece (e non crederai cosa che non sia vera) che
il mio naturale, il sacro Itifallo, il mio "Cotal d'Albingue", 
il primo del mondo. Ascoltami, coglioncino: vedesti mai la tonaca
del monaco di Castres? Quando la mettevano in qualche casa, sia
esposta, sia di nascosto, subito, per la sua virt orrifica, tutti
i contadini e abitanti del luogo andavano in calore, bestie e
persone, uomini e donne e persino topi e gatti. Ebbene, ti giuro
che un tempo ho scoperto nella mia braghetta una energia anche pi
strana. Non ti parler n di casa, n di capanna, di sermone, n
di mercato; ma della Passione che si rappresentava a Saint-
Maixant. Entrato un giorno nella platea, subito, per virt e
occulta propriet della mia braghetta, tutti, attori e spettatori,
entrarono in tentazione s terribile che non vi fu angelo, uomo,
diavolo, o diavolessa che non volesse biscottare. Il suggeritore
abbandon il copione, colui che rappresentava San Michele discese
dal cielo col meccanismo volante; i diavoli uscirono dall'inferno
e vi portarono tutte quelle povere femminette; anche Lucifero si
scaten. Insomma, vedendo quel disordine me ne scappai all'esempio
di Catone il Censore, il quale accortosi che la sua presenza
disturbava le feste Floreali, rinunzi a esser spettatore.


CAPITOLO XXVIII.

Come qualmente Fra Gianni riconforta Panurgo circa il dubbio delle
corna.

- Capisco tutto, disse Fra Gianni, ma il tempo logora ogni cosa.
Non v' marmo, o porfirio che non abbia sua vecchiezza e
decadenza. Se non sei ancora a tal punto, fra pochi anni ti udr
confessare che a parecchi spenzolano i coglioni per mancanza di
sospensorio. Vedo gi del grigio sulla tua testa. La tua barba per
il variegar del grigio, del bianco, del marrone, del nero, mi
sembra un mappamondo. Guarda qui: qui c' l'Asia; qui sono il
Tigri e l'Eufrate. Ed ecco l'Africa; qui c' la montagna della
Luna. Vedi la palude del Nilo? Di qua  l'Europa. Vedi Teleme?
Questo ciuffo tutto bianco sono i monti Iperborei. Corpo della mia
sete, amico mio, quando biancheggia la neve sulle montagne (voglio
dire testa e mento) non c' pi gran calore nelle valli della
braghetta.
- Un accidente! rispose Panurgo. Tu non intendi le topiche. Quando
la neve  sulle montagne, la folgore, il lampo, le saette,
l'ulcera, i bubboni, il tuono, la tempesta, tutti i diavoli sono
per le valli. Vuoi sperimentarlo? Va in Isvizzera e considera il
lago di Wunderberlich, a quattro leghe da Berna, volgendo verso
Sion. Tu mi rimproveri il pelo grigio e non consideri come io sia
della natura dei porri che hanno testa bianca e coda verde, dritta
e vigorosa.
Vero  che riconosco in me qualche segno di vecchiezza, ma verde
vecchiezza, dico. Non svelarlo a nessuno: rester un segreto tra
noi due. Gli  che trovo il vino migliore e pi saporoso al palato
che non solessi. E pi che non solessi temo l'incontro del vino
cattivo. Nota che ci indica un non so che di occidente, significa
che il mezzod  passato. E che perci? sempre gentil compagnone,
quanto e pi che mai! Non mi sgomento per ci, corpo del diavolo,
non  questo il punto debole. il mio timore  che causa qualche
lunga assenza del nostro re Pantagruele, al quale devo far
compagnia, andasse pure a tutti i diavoli, la mia sposa avesse a
farmi becco. Ecco la parola perentoria: poich tutti quelli ai
quali ne ho parlato, me lo minacciano e affermano che cos 
predistinato dai cieli.
- Sappi, rispose Fra Gianni che non  becco chi vuol esserlo. Se
tu sei becco

Ergo la sposa tua sar pur bella,
Ergo sarai da lei pur ben trattato;

ergo avrai molti amici; ergo sarai salvo. Son queste topiche
monacali. Colle corna varrai di pi, peccatore. Non sarai stato
mai pi a tuo agio. E non ti troverai nulla di diminuito. Anzi i
tuoi beni aumenteranno. Se cos  predistinato, perch vorresti
opporti? Di', coglion dinoccolato, coglion muffito, coglion
macerato,
coglion di stoppa,
coglione intirizzito,
coglione intriso d'acqua fresca,
coglion penzolante,
coglion rilassato,
coglione infiacchito,
coglione avvizzito,
coglion sgranato,
coglion dinoccolato,
coglion sfiancato,
coglion lanternato,
coglion prosternato,
coglion smerdato,
coglione arrochito,
coglion blandito,
coglion scremato,
coglion espresso,
coglion soppresso,
coglion malaticcio,
coglion restio,
coglion putativo,
coglione arrotato,
coglion tarlato,
coglion dissoluto,
coglione indolenzito,
coglione infreddato,
coglion dappoco,
coglion discrasiato,
coglion biscariato,
coglion disgraziato,
coglion sugherato,
coglione floscio,
coglione diafano,
coglion sgocciolato,
coglion disgustato,
coglione abortito,
coglion scarafaggiato,
coglion cipollinato,
coglion spigolato,
coglion mitrato,
coglion capitolato,
coglion sindacato,
coglion barattato,
coglion cavillato,
coglion baloccato,
coglion vescicato,
coglione sporco,
coglione sudicio,
coglion vuotato,
coglion grinzoso,
coglione triste,
coglione smunto,
coglion smanicato,
coglion smussato,
coglion verminoso,
coglion penoso,
coglion vescioso,
coglione attrappito,
coglion screpolato,
coglione indisposto,
coglion contuso,
coglion schiacciato,
coglion spadonico,
coglion cancrenoso,
coglion bistoriato,
coglion sgangherato,
coglion rognoso,
coglione ernioso,
coglion varicoso,
cogifon domato,
coglion falsificato,
coglione comodo,
coglion ciccioso,
coglione pelosissimo,
coglion trapanato,
coglione affumicato,
coglion basanato,
coglione allampanato,
coglione evirato,
coglion canzonato,
coglion sfogliettato,
coglion farinato,
coglion marinato,
coglion strippato,
coglion costipato,
coglione annebbiato,
coglion grandinato,
coglign sincopato,
coglion ripoppato,
coglione schiaffeggiato,
coglion buffettato,
coglion tagliuzzato,
coglion cornettato,
coglion ventoso,
coglion risoffiato,
coglion fustato,
coglione inacidito,
coglion da baldoria,
coglion freddoloso,
coglion fistoloso,
coglion scrupoloso,
coglion mortificato,
coglion maleficiato,
coglione rancido,
coglion diminutivo,
coglion consumato,
coglion che suona le ore,
coglione svergognato,
coglion furfante,
coglione affamato,
coglione arrugginito,
coglion macerato,
coglione indagato,
coglion paralitico,
coglion antidatato,
coglion degradato,
coglione monco,
coglione stroppio,
coglion confuso,
coglion di pipistrello,
coglione insipido,
coglione scorreggioso,
coglione oppresso,
coglione abbronzato,
coglione insabbiato,
coglion stracciato,
coglion desolato,
coglione inebetito,
coglion decadente,
coglion cornante,
coglion solecizzante,
coglione appellante,
coglion sottile,
coglion sbarrato,
coglione assassinato,
coglione acciabattato,
coglione svaligiato,
coglione intorpidito,
coglione indolenzito,
coglione annientato,
coglion saziato,
coglion di zero,
coglion scimitarriforme,
coglion gualcito,
coglione estirpato,
coglione senza clientela,
coglionaccio del diavolo, Panurgo, amico mio, poich sei cos
predestinato, vorresti far retrogradare i pianeti? scardinare
tutte le sfere celesti? proporre deviazione alle Intelligenze
motrici? spuntare i fusi, accusare i verticilli, calunniare i
rocchetti, rimproverare gli arcolai, condannare i fili, sfilare i
gomitoli delle parche? Che ti colgan le febbri quartane, coglione!
Faresti peggio dei giganti. Vien qua, cogliaccia. Preferiresti
esser geloso senza ragione o becco senza saperlo?
- Non vorrei esser n l'uno, n l'altro, rispose Panurgo. Ma una
volta che io sia avvertito, vi metter buon ordine; salvo il caso
che vengano a mancar bastoni a questo mondo. In fede mia, Frate
Gianni, il meglio di tutto sar che non prenda moglie. Ascolta ci
che mi dicono le campane, ora che siamo pi vicini: Non sposar,
non, non, non, non, non. Se tu ti sposi: non sposar, non, non,
non, non, non, te ne pentirai, tirai, tirai: becco sarai. Degna
virt di Dio! Comincio ad arrabbiarmi. Voialtri cervelli
intonacati non conoscete rimedio alcuno? La natura ha tanto
abbassato gli uomini che l'uomo ammogliato non possa passare in
questo mondo senza cadere nei gorghi e pericoli dell'incornamento?
- Ti voglio insegnare, disse Fra Gianni, un espediente mediante il
quale mai la tua donna ti far becco senza tua saputa e tuo
consentimento.
- Te ne prego, coglion vellutato, disse Panurgo. Di' su, amico
mio.
- Prendi, disse Fra Gianni, l'anello di Hans Carvel gran lapidario
del re di Melindo.
Hans Carvel era uomo dotto, esperto, studioso, galantuomo, di buon
senso, di buon giudizio, bonario, caritatevole, elemosinatore,
filosofo; allegro del resto, buon compagnone, e canzonatore se mai
ve ne fu; aveva un po' di pancia, dondolava la testa, era un
zinzin corpulento di sua persona. Verso la vecchiaia spos la
figlia del magistrato Concordato, giovane, bella, fresca, galante,
avvenente, un po' troppo graziosa verso i vicini e i servitori.
Onde avvenne che dopo qualche settimana divenne geloso come una
tigre, e lo assal il sospetto che si facesse stamburare di
fuorivia. Per ovviare al malanno egli le faceva un fottio di bei
racconti per dimostrarle i disastri dovuti all'adulterio; le
leggeva spesso la leggenda delle donne virtuose; le predicava la
pudicizia; le compose un libro in lode della fedelt coniugale,
flagellando fieramente la malvagit delle spose viziose; e le
regal una bella collana tutta di zaffiri orientali. Ci
nonostante la vedeva tanto ben disposta e di buon umore coi suoi
vicini, che gli cresceva la gelosia di giorno in giorno.
Una notte fra le altre, mentre era coricato con lei e divorato da
quella passione, sogn che parlava col diavolo e gli raccontava le
sue afflizioni. Il diavolo lo confortava e gli mise nel dito
maestro un anello dicendo: "Ti dono questo anello: finch l'avrai
in dito, tua moglie non sar posseduta carnalmente da nessuno
senza tua saputa e consentimento.
- Grazie, grazie, Signor Diavolo, disse Hans Carvel. Rinnego
Maometto se mai me lo leveranno dal dito".
Il diavolo spar. Hans Carvel tutto lieto si svegli e trov che
teneva il dito nella fi... sarmonica della consorte. Dimenticavo
di raccontare come la moglie, sentendolo, tirava il culo indietro
quasi dicesse: Ohe, ma no, non  codesto che bisogna mettervi,
onde Hans Carvel aveva l'impressione che volessero sottrargli
l'anello. Non  tal rimedio infallibile? Segui l'esempio, da'
retta, e fa' d'aver continuamente l'anello di tua moglie in dito.
Qui ebbe termine il discorso e il cammino.


CAPITOLO XXIX.

Come qualmente Pantagruele chiama a raccolta un teologo, un
medico, un legista e un filosofo per risolvere la perplessit di
Panurgo.

Arrivati al palazzo raccontarono a Pantagruele le vicende del loro
viaggio e gli mostravano il responso di Raminagrobis. Pantagruele,
dopo aver letto e riletto, disse:
- Mai non vidi risposta che pi mi piaccia. Vuol dire
sommariamente che nella faccenda del matrimonio ciascuno
dev'essere arbitro de' propri pensieri e deve prender consiglio da
se stesso. Tale  sempre stata la mia opinione e cos vi dissi la
prima volta che me ne parlaste. Ma voi ve ne burlavate
tacitamente, me ne ricordo: onde m'accorgo che filautia; amor
proprio, vi illude. Ma tentiamo altra via, ed ecco quale: tutto
ci che abbiamo e che siamo consiste in tre cose: anima, corpo,
beni. Alla loro conservazione sono destinate tre specie di
persone: i teologi all'anima, i medici al corpo, i giureconsulti
ai beni. Io propongo che domenica invitiamo qui a desinare un
teologo un medico e un giureconsulto. Insieme con loro tratteremo
della vostra perplessit.
- Per San Picault, rispose Panurgo, non ne faremo nulla di buono,
gi lo presento. Vedete come il mondo  scombussolato. Affidiamo
l'anima ai teologi che sono, la maggior parte, eretici; il nostro
corpo ai medici, che tutti aborrono dalle medicine e mai non ne
prendono; i nostri beni agli avvocati che non fanno mai processi
tra loro.
- Voi parlate da uomo di corte, disse Pantagruele. Ma io nego il
primo punto. Infatti l'occupazione principale, anzi unica e totale
de' buoni teologi  di estirpare con fatti, detti, scritti, gli
errori e le eresie (ben lungi dall'esserne macchiati) e di
piantare profondamente nei cuori umani la vera e viva fede
cattolica.
Lodo il secondo punto; infatti i buoni medici provvedono cos
saggiamente alla parte profilattica e conservatrice della salute,
la loro propria, dico, che non hanno bisogno della terapeutica e
curativa per medicamenti. Consento sul terzo punto. Infatti i
buoni avvocati sono tanto distratti dalle loro patrocinazioni e
difese del diritto altrui, che non hanno tempo n agio d'attendere
al proprio. Pertanto domenica prossima rappresenter i teologi il
nostro padre Ippotadeo, i medici, il nostro mastro Rondibilis, i
legisti, il nostro amico Brigliadoca. Anche sono d'avviso che noi
entriamo nella quaterna Pitagorica e prendiamo come quarto il
nostro fedele filosofo Trouillogan, tanto pi se consideriamo che
un filosofo perfetto, qual  Trouillogan, risponde assertivamente
ad ogni dubbio proposto. Carpalim, provvedete affinch domenica
siano qui tutti e quattro a desinare.
- Io credo, disse Epistemone, che voi non avreste potuto sceglier
meglio in tutta la nostra patria. Non solamente per quanto
concerne la somma competenza di ciascuno nella sua materia,
superiore ad ogni dubbio: ma anche per questo: che Rondibilis 
ammogliato e non l'era mai stato; Ippotadeo, non lo fu mai e non
lo ; Brigliadoca lo  stato e non lo , Trouillogan lo  e lo 
stato. Io sollever Carpalim d'una fatica: andr in persona se non
vi spiace, a invitare Brigliadoca, mio antico conoscente, al quale
devo parlare per la carriera d'un suo bravo e dotto figliuolo che
studia a Tolosa alla scuola del dottissimo e virtuoso Boissonn.
- Fate come vi piace, disse Pantagruele. E vedete se nulla io
possa giovare alla carriera del figlio e alla dignit del signor
Boissonn che amo ed onoro come uno de' pi valenti che siano oggi
nella sua professione. Mi adoprer per loro assai volentieri.


CAPITOLO XXX.

Come qualmente Ippotadeo, teologo, consiglia Panurgo sulla
faccenda del matrimonio.

La domenica seguente appena il desinare fu pronto apparvero i
convitati, eccetto Brigliadoca, luogotente di Fonsbeton.
Alla seconda portata, Panurgo, con profonda riverenza disse:
- Signori, non si tratta che d'una parola: Devo sposarmi o no? Se
non riuscite voi a sciogliere il dubbio, lo stimer insolubile
come gli Insolubilia di Alliaco. Poich voi siete tutti eletti,
scelti e crivellati, ciascuno rispettivamente alla sua
professione, come bei piselli al vaglio.
Padre Ippotadeo, a un invito di Pantagruele, tra il rispetto di
tutti i presenti, con modestia incredibile rispose:
- Amico mio, voi ci domandate consiglio, ma primamente conviene
chiediate consiglio a voi stesso. Sentite voi nel vostro corpo
importunamente gli stimoli della carne?
- Assai fieramente, rispose Panurgo, e non vi dispiaccia padre.
- No, no, amico mio, rispose Ippotadeo. Ma, in questo tormento
avete voi da Dio il dono e la grazia speciale della continenza?
- In fede mia, no, rispose Panurgo.
- Ebbene sposatevi amico mio, disse Ippotodeo: assai meglio 
sposarsi che ardere in fuoco di concupiscenza.
- Questo  parlar da galantuomo! esclam Panurgo, senza tanto
circumbilivaginare intorno a potta. Grazie grazie, nostro Signor
Padre. Io mi sposer senza dubbio e ben presto. V'invito alle
nozze. Faremo baldoria, corpo d'una gallina, voi avrete la mia
livrea e mangeremo anche dell'oca, corpo d'un bue, che la mia
donna non arrostir. Vi pregher inoltre d'iniziar voi la prima
danza delle vergini, se vi piacer farmi grazia e onore in
contraccambio. Non resta che un piccolo scrupolo da vincere,
un'inezia, meno che niente: non sar io becco?
- No, per bacco, amico mio, se cos piace a Dio, rispose
Ippotadeo.
- Oh, che la virt di Dio m'aiuti! esclam Panurgo. Dove mi
scaraventate voi, buona gente? Alle condizionali, le quali, in
dialettica, ammettono tutte le contraddizioni e impossibilit...
Se il mio muletto transalpino volasse... il mio muletto
transalpino avrebbe le ali! Se a Dio piace, non sar becco!.. Ma
sar becco, se piace a Dio. Se si trattasse di condizione alla
quale potessi ovviare, non mi dispererei affatto, perdiana! Ma voi
mi rinviate al consiglio privato di Dio, nella camera dei suoi
minuti piaceri. Ma che strada prendete per giungervi voialtri
Francesi? Signor padre nostro, io credo una cosa: sar meglio che
non veniate alle nostre nozze. Il baccano e il diavolio de'
convitati vi romperebbero tutto il testamento. Voi amate riposo,
silenzio, solitudine. Voi non ci verrete credo. E poi voi danzate
maluccio e sareste un po' imbarazzato a iniziare il primo ballo.
Vi mander dei ciccioli nella vostra camera, e anche la livrea
nuziale. E berrete alla nostra salute se vi piace.
- Amico mio, disse Ippotadeo, prendete in buona parte le mie
parole, ve ne prego. Quando vi dico: se piace a Dio, vi faccio
forse torto? Parlo male?  questa una condizionale blasfema, o
scandalosa? Non  onorare il Signore, creatore, protettore,
salvatore? Non  riconoscerlo datore unico d'ogni bene? Non 
dichiarare che tutto dipende dalla sua benignit? Che nulla 
senza lui, che nulla vale, nulla si pu se la sua santa grazia non
piove su noi? Non  mettere eccezione canonica a tutte le nostre
opere, e rimettere tutti i nostri propositi a ci che sar
disposto dalla sua santa volont tanto in cielo come sulla terra?
Non  veramente santificare il suo benedetto nome? Amico mio, voi
non sarete becco, se piace a Dio. Per sapere poi quale sia il suo
piacere non  necessario disperarsi come si trattasse di cosa
nascosta, per conoscere la quale sia necessario intendere il suo
privato consiglio e penetrare nella camera dei suoi santissimi
piaceri. Il buon Dio ci ha fatto questo bene che ce li ha
rivelati, annunziati, dichiarati e apertamente descritti nella
Santa Bibbia. L troverete che mai non sarete becco, cio mai la
vostra donna sar ribalda, se la sceglierete figlia di gente
dabbene, istruita in virt e onest, e che non abbia praticato n
frequentato se non compagnie di buoni costumi, piena d'amore e di
timor di Dio, desiderosa di compiacere a Dio per fede e osservanza
de' suoi santi comandamenti, timorosa d'offenderlo e di perdere la
sua grazia per difetto di fede e per trasgressione della divina
sua legge nella quale l'adulterio  rigorosamente proibito, e dove
 imposto di accostarsi unicamente al marito, averlo caro,
servirlo, amarlo sopra ogni cosa dopo Dio. Per confortare questa
discipina voi dal canto vostro coltiverete l'affetto coniugale,
continuerete a mantenervi onesto, le darete buon esempio, vivrete
pudicamente, castamente, virtuosamente nella vostra casa come
volete ch'essa viva dal canto suo; poich come  detto specchio
buono e perfetto non quello che pi sia ornato di dorature e di
gemme, ma quello che con verit rifletta le forme degli obbietti,
cos non  pi da stimare quella donna la quale sia ricca, bella,
elegante, di razza nobile, bens quella che pi si sforza di
mettersi nella buona grazia di Dio e conformarsi ai buoni costumi
di suo marito. Osservate la luna: essa non prende luce n da
Mercurio, n da Giove, n da Marte, n da altro pianeta o stella
che sia in cielo; essa non riceve luce che dal sole suo marito e
non ne riceve punto pi ch'esso ne dia per sua effusione ed
aspetto. Cos voi sarete per la vostra donna modello ed esempio di
virt e onest. E continuamente implorerete la grazia di Dio a
protezione vostra.
- Voi volete dunque, disse Panurgo, lisciandosi i baffi, che io
sposi la donna forte descritta da Salomone?.. Ella  morta, senza
alcun dubbio. Io non l'ho mai vista, che ricordi. Dio me lo voglia
perdonare. Grazie infinite a ogni modo, padre. Assaggiate qui
questa fetta di marzapane, vi aiuter la digestione; poi berrete
una coppa d'ipocrasso chiaretto:  salubre e stomatico.
Proseguiamo.


CAPITOLO XXXI.

Come qualmente Rondibilis, medico, consiglia Panurgo.

Panurgo, continuando il discorso disse:
- La prima parola pronunciata da colui che scoglionava i monaci a
Saussignac, dopoche ebbe scoglionato il frate Caldorecchio, fu:
Agli altri! Io dico del pari: Agli altri! Ors, nostro signor
mastro Rondibilis, spicciatemi: devo sposarmi o no?
- Per l'ambio del mio muletto, rispose Rondibilis, non so proprio
che debba rispondere a questo problema. Voi affermate di sentire i
pungenti stimoli della sensualit. Io trovo nella scienza di
medicina, secondo le risoluzioni degli antichi Platonici, che la
concupiscenza carnale si raffrena in cinque modi: primo col vino.
- Lo credo, interruppe Fra Gianni, quando sono sborniato non
domando che dormire.
- Intendo, riprese Rondibilis, vino bevuto con intemperanza.
Poich causa l'uso intemperante del vino segue nel corpo umano:
raffreddamento del sangue, rilassatezza di nervi, dispersione di
semenza genitale, inebetimento dei sensi, alterazione dei
movimenti, fenomeni questi, non pertinenti all'atto generativo.
Infatti voi vedete Bacco, dio degli ubriaconi, dipinto senza
barba, in abito femminile come effeminato, come eunuco, come
scoglionato. Altra cosa dicasi del vino preso con temperanza. Ce
lo insegna  l'antico proverbio il quale dice che Venere s'annoia
senza la compagnia di Cerere e di Bacco. Ed era opinione degli
antichi, secondo il racconto di Diodoro Siculo, massimamente dei
Lampsacesi, come attesta Pausania, che messer Priapo fosse figlio
di Bacco e di Venere.
Un secondo freno  in certe droghe e piante le quali rendono
l'uomo frigido, maleficiato e impotente alla generazione. Si pu
farne prova colla nymphea heraclia, il salice d'Ameria, la sementa
di canapa, il caprifoglio, il tamerice, l'agnocasto, la
mandragora, la cicuta, l'orchide piccola, la pelle d'ippopotamo, e
altri ingredienti i quali, nel corpo umano, sia per le loro virt
elementari, che per le loro propriet specifiche, agghiacciano e
mortificano il germe prolifico; o dissipano gli spiriti che
dovevano condurlo ai luoghi destinati da natura; o chiudono le vie
e condotti pei quali poteva essere espulso. Cos per contro, ne
abbiamo altre che scaldano, eccitano e abilitano l'uomo all'atto
venereo.
- Non ne ho bisogno, grazie a Dio, interruppe Panurgo. E voi,
maestro, se non vi spiace? ci che dico non  per male che vi
voglia...
- Un terzo freno, continu Rondibilis,  la fatica assidua.  in
essa tale consumo fisico che il sangue sparso nel corpo per
l'alimentazione di ciascun membro, non ha tempo, n modo, n
facolt di produrre quella resudazione seminale e superfluit
della concezione terza. La natura se la riserva in modo
particolare come troppo pi necessaria alla conservazione
dell'individuo che alla moltiplicazione della specie e del genere
umano. Cos  detta casta Diana la quale continuamente s'affatica
alla caccia. Cos eran detti casti una volta gli accampamenti, nei
quali continuamente si esercitavano atleti e soldati. Cos, scrive
Ippocrate (lib. de aere, aqua et locis) di alcuni popoli della
Scizia i quali, al tempo suo erano impotenti al sollazzo venereo
pi degli eunuchi, perch stavano continuamente a cavallo e in
lavoro. Cos, per contro, dicono i filosofi esser l'ozio padre
della lussuria. Quando si domandava a Ovidio quale fosse la causa
per la quale Egisto divenne adultero, non per altro, rispondeva,
che perch era ozioso. E chi togliesse l'ozio dal mondo, ben
presto vi perirebbero l'arti di Cupido; l'arco, la faretra, le
freccie gli sarebbero un inutile peso, n mai pi ferirebbe
alcuno. Poich non  mica s valente arciere da poter ferire le
gru volanti per aria e i cervi in corsa pei boschi (come ben
facevano i Parti) vale a dire gli uomini affannati al lavoro. Egli
li desidera quieti e seduti, coricati e riposati. Infatti
Teofrasto a chi gli chiese una volta quali bestie o quali cose
pensava fossero gli amori, rispose che erano passioni di spiriti
oziosi. Diogene del pari diceva che la puttaneria era occupazione
di persone non altrimenti occupate. Perci lo scultore Canaco di
Sicione volendo manifestare che l'ozio, la pigrizia, l'indolenza
erano le governanti della ruffianeria fece la statua di Venere
seduta, non in piedi come l'avevano fatta tutti i suoi
predecessori.
Quarto freno  lo studio fervente, causa di grande consumo degli
spiriti vitali, talch non ne resta da sospingere ai luoghi
destinati la resudazione genitale e da gonfiare il nervo cavernoso
che ha per ufficio di lanciarla fuori per la propagazione
dell'umana natura. Per convincersi che cos sia, basta contemplare
la figura di un uomo intento a qualche studio; vedrete in lui
tutte le arterie del cervello tese come la corda d'una balestra
per fornirgli destramente spiriti sufficienti a riempire i
ventricoli del senso comune, dell'immaginazione,
dell'apprendimento, del raziocinio e della risoluzione della
memoria e ricordazione e agilmente correre dall'uno all'altro pei
condotti manifesti in anatomia sopra la fine del reticolato
meraviglioso dove terminano le arterie, le quali prendendo origine
dall'armadio sinistro del cuore, affinano gli spiriti vitali in
lunghi giri per ridurli animali. Onde in tale persona studiosa
vedrete sospese tutte le facolt naturali e cessare tutti i sensi
esteriori; in breve voi lo giudicherete non essere vivente in se
stesso, ma essere astratto fuor di s in estasi e riconoscerete
che Socrate non abusava del termine quando diceva: filosofia altro
non  che meditazione di morte. Per questo probabilmente Democrito
si accec, meno stimando la perdita della vista che la diminuzione
delle sue contemplazioni che egli sentiva interrompersi per la
distrazione degli occhi. Cos  detta vergine Pallade, dea della
sapienza, tutrice delle persone studiose; cos sono vergini le
Muse: cos le Grazie conservano pudicizia eterna. E mi ricordo
aver letto che Cupido, interrogato una volta dalla madre Venere,
perch non assalisse le Muse, rispose che le trovava tanto belle,
tanto linde, tanto oneste, tanto pudiche e continuamente occupate,
l'una nella contemplazione degli astri, l'altra nel calcolo dei
numeri, l'altra nella misurazione dei corpi geometrici, l'altra
nelle invenzioni retoriche, l'altra nella composizione poetica,
l'altra nella musica, che avvicinandosi a loro, allentava l'arco,
chiudeva la faretra ed estingueva la sua fiaccola, per vergogna e
timore di nuocere loro. Poi levava la benda dagli occhi per
vederle bene in faccia e udire i loro piacevoli canti e odi
poetiche. E vi trovava il pi gran diletto del mondo talch, ben
lungi dal volerle assalire o distrarre dai loro studi, spesso si
sentiva tutto rapito dalle loro bellezze e buone grazie e
s'addormentava a quell'armonia.
In questo capitolo comprendo ci che scrisse Ippocrate nel libro
sopra detto parlando degli Sciti; e nel libro intitolato De
Genitura, dove dice che sono impotenti a generare tutti gli uomini
nei quali siano state tagliate le arterie parotidi che sono a lato
delle orecchie; e ci per la ragione anzidetta quando vi parlavo
della risoluzione degli spiriti e del sangue spirituale del quale
sono ricettacoli le arterie; egli sostiene anche che grande
porzione della genitura sorge dal cervello e dalla spina dorsale.
Il quinto freno  l'atto venereo.
- Qui vi attendevo, interruppe Panurgo, ed ecco quello che va bene
a me. Usi dei precedenti chi vorr.
- Ed  questo, disse Fra Gianni, ci che Fra Scillino, priore di
San Vittore, presso Marsiglia, chiama: macerazione della carne. E
io penso, come l'eremita di Santa Redegonda sopra Chinon, che in
nessun modo gli eremiti della Tebaide potrebbero pi idoneamente
domare la porca sensualit e deprimere la ribellione della carne,
che usando la detta macerazione venticinque o trenta volte al
giorno.
- Io vedo, riprese Rondibilis, che Panurgo  ben proporzionato
nelle membra sue, negli umori ben temperato, negli spiriti ben
complesso, in et giusta, in tempo opportuno ed equamente
volenteroso di prender moglie; se incontra donna di temperamento
simile, essi genereranno figlioli degni di qualche monarchia
oltremarina. Il meglio di tutto sar far presto per vedere i figli
a posto.
- Monsignor Maestro nostro, disse Panurgo, mi sposer, mi sposer,
non dubitate, e ben presto. Mai pi di ora m'ha sollecitato questa
pulce che ho nell'orecchio. V'impegno per la festa: vi faremo
baldoria e mezzo, ve lo prometto. Voi ci condurrete la vostra
signora, se vi piace, colle sue vicine, s'intende. Ma niente gioco
di villano!


CAPITOLO XXXII.

Come qualmente Rondibilis dichiara esser l'incornamento
appannaggio naturale del matrimonio.

- Rimane, continu Panurgo, un ultimo, trascurabile punto da
considerare. Avrete visto una volta sul gonfalone di Roma: S. P.
Q. R. che significa Si Peu Que Rien, insomma una bazzeccola: sar
becco?
- Porto di grazia! - esclam Rondibilis - che cosa mi domandate?
Se sarete becco? Amico mio, io sono ammogliato, voi lo sarete fra
poco. Ebbene, incidete questa parola nel vostro cervello con stile
di ferro: ogni uomo maritato corre pericolo d'esser becco. Le
corna sono appannaggio naturale del matrimonio. Come l'ombra segue
il corpo, cos le corna seguono gli ammogliati. E quando voi
udrete dire di qualcuno queste due parole:  ammogliato, se voi
affermate: dunque , o  stato, o sar, o pu esser becco, voi non
passerete per inesperto nell'architettura delle conseguenze
naturali.
- Ipocondria di tutti i diavoli! grid Panurgo, che cosa mi dite
voi?
- Amico mio, rispose Rondibilis, Ippocrate andando un giorno da
Lango a Polistilo per visitare il filosofo Democrito, scrisse una
lettera a Dionisio, vecchio amico suo, pregandolo di accompagnare,
durante l'assenza, sua moglie presso il padre e la madre, gente
onorata e di ottima fama, non volendo che essa restasse sola in
casa. E tuttavia ch'egli vigilasse su lei accuratamente e spiasse
quale condotta teneva colla madre e quali persone fossero andate a
visitarla presso i parenti. Non, scriveva Ippocrate, non che io
diffidi della sua virt e pudicizia in passato ben sperimentata e
accertata, questo no; ma essa  donna. Ecco tutto.
Amico mio, la natura delle donne ci  rappresentata dalla luna
oltre che in altre cose anche in questa: che si celano, si
dominano, dissimulano alla vista e presenza dei mariti. Ma lontani
i mariti, prendono la rivincita, si danno bel tempo, girano,
trottano, depongono la loro ipocrisia e si dichiarano. Proprio
come la luna che in congiunzione col sole non appare n in cielo
n in terra; ma in opposizione, essendone pi lontana, risplende
nella sua pienezza ed appare intera specialmente la notte. Cos
sono tutte le donne: donne.
Quando dico donna, dico un sesso tanto fragile, tanto variabile,
tanto mutevole, tanto incostante e imperfetto, che la natura (con
rispetto parlando e tutta reverenza) quando ha fabbricato la donna
mi pare abbia smarrito quel buon senso onde avea creato e formato
tutte le cose. E, dopo averci pensato cinque e seicento volte, non
so che altro concludere se non che la natura fucinando la donna si
 curata assai pi del diletto sociale dell'uomo, e della
perpetuit della specie umana che della perfezione individuale
muliebre. Certo Platone non sa in quale categoria collocarle: se
degli animali ragionevoli o delle bestie brute. Infatti la natura
ha posto dentro il loro corpo in luogo segreto e intestino, un
animale, che so io? un organo, che gli uomini non hanno, nel quale
talora sono generati certi umori salsi, nitrosi, boragginosi,
acri, mordicanti, pungenti, solleticanti amaramente; e causa il
pungere e guizzare doloroso di questi umori, (poich tale organo 
tutto nervoso e di sentimento vivacissimo) tutto il loro corpo n'
scosso, i sensi rapiti, gli affetti sospesi, i pensamenti confusi.
A tal segno che se la natura non avesse loro spruzzato la fronte
d'un po' di pudore, voi le vedreste come forsennate inseguir la
braghetta pi spaventosamente che mai non facessero le Proetidi,
le Mimallonidi, e le Tiadi bacchiche il giorno dei baccanali.
Poich il sopradetto terribile animale, ha connessione con tutte
le parti principali del corpo com' evidente in anatomia.
Lo chiamo animale secondo la dottrina sia degli Accademici come
dei Peripatetici.
Poich se movimento proprio  indizio certo di cosa animata, come
scrive Aristotele, e tutto ci che da s si muove  detto animale,
a buon diritto Platone chiama animale quell'organo riconoscendo in
esso movimenti proprii di soffocazione, di precipitazione, di
corrugazione, di indignazione; e movimenti cos violenti che bene
spesso tolgono alla donna ogni altro senso e movimento, come se si
trattasse di lipotimia, sincope, epilessia, apoplessia, e la fanno
apparire veramente come morta. Inoltre, a quanto possiamo
rimarcare, esso discerne gli odori, e le donne lo sentono
ripugnare ai puzzolenti, inclinare agli aromatici. Io so che
Claudio Galeno si sforza di provare che non esistono movimenti
propri e di per s, ma per accidenti, so che altri della sua
dottrina s'affannano a dimostrare non essere in esso discernimento
sensitivo di odori, bens efficacia diversa, procedente dalla
diversit delle sostanze odorifere. Ma se voi esaminate
diligentemente e pesate sulla bilancia di Crisolao gli argomenti e
ragioni loro, troverete che in questa materia, come in altre,
molto essi hanno parlato con leggerezza e pi per desiderio di
contraddire i predecessori che per ricerca di verit.
Non m'inoltrer pi innanzi in questa disputa. Dir solamente non
esser piccolo il merito delle donne oneste le quali hanno vissuto
pudicamente e senza biasimo e hanno avuto la virt di sottomettere
quello sfrenato animale all'obbedienza della ragione. E finir
aggiungendo che saziato quell'animale (se sazio pu esser mai)
grazie all'alimento che la natura gli ha preparato nell'uomo, sono
tutti i suoi particolari movimenti quieti, tutti i suoi appetiti
assopiti, tutte le sue furie calmate. Non vi stupite pertanto se
siamo in perpetuo pericolo d'esser becchi noi che non abbiamo ogni
giorno di che appagare e soddisfare le sue voglie.
- Virt d'altri che d'un piccolo pesce! esclam Panurgo, ma voi
non ci avete rimedio alcuno nell'arte vostra?
- S certo, amico mio, rispose Rondibilis, e rimedio ottimo del
quale uso anch'io, e si trova scritto in un autore celebre d'oltre
mille ottocento anni fa. Ora ve lo dico...
- Per la virt di Dio, interruppe Pamurgo, voi siete un gran
galantuomo ed io vi amo a pi non posso... Assaggiate, anima mia,
un po' di questa torta di cotogne: le cotogne chiudono bravamente
l'orifizio del ventricolo causa la stiticit gioiosa ch' in esse,
e aiutano la concozione prima. Ma che sto io predicando a chi la
sa pi lunga di me? Aspettate che vi riempia questo nappo
nestoriano. Volete ancora un sorso d'ipocrasso bianco? Non abbiate
paura dell'angina. Non v' dentro n squinanthum, n zenzero, n
gran di paradiso. Non v' che bel cinnamomo scelto e bello
zucchero fino insieme col buon vin bianco del fondo della
Devinire presso la pianta del gran corniolo, sopra il noce
groliero.


CAPITOLO XXXIII.

Come qualmente Rondibilis insegna il rimedio alle corna.

- Al tempo, riprese Rondibilis, che Giove faceva l'inventario
della sua casa olimpica e il calendario di tutti i suoi dei e dee,
avendo stabilito per ciascuno di essi il giorno e la stagione
della sua festa, assegnato il luogo per gli oracoli e
pellegrinaggi, fissato norme pei loro sacrifici...
- Fece egli, per avventura, interruppe Panurgo, come
Tinteville,vescovo d'Auxerre? il nobile pontefice amava il buon
vino come s'addice a ogni uomo dabbene; pertanto aveva egli gran
riguardo e cura del germoglio, antenato di Bacco. Ora avvenne che
per anni parecchi vide il germoglio lamentevolmente perduto causa
il gelo, le brine, nebbie, galaverne, freddo, grandine e altre
calamit avvenute per le feste dei Santi Giorgio, Marco, Vitale,
Eutropio, Filippo, per Santa Croce, l'Ascensione e altre che
cadono al tempo in cui il sole passa sotto il segno del Toro. E
allora egli si fece l'idea che i santi suddetti fossero santi
grandinatori, gelatori e guastatori di gemme; onde voleva
trasferire le loro feste nell'inverno; fra Natale e la Typhaine
(cos chiamava egli la madre dei tre Re) dando loro licenza con
grande onore e rispetto di grandinare in quella stagione e gelare
finch volessero, non essendo il gelo allora dannoso, anzi
evidentemente profittevole ai germogli. E voleva mettere al loro
posto le feste dei Santi Cristoforo, Giovanni Decollato,
Maddalena, Anna, Domenico, Lorenzo, vale a dire collocare
mezzagosto a maggio. Niun rischio di gelo a quelle feste, tanto 
vero che nessun mestiere  allora tanto ricercato come di
gelatiere, sorbettiere, fabbricante di giuncate, preparatore di
frascati e di vin fresco.
- Giove, continu Rondibilis dimentic nell'elenco delle festivit
divine quel povero diavolo del dio Beccunzio, il quale in quel
momento era assente: si trovava infatti a Parigi, al Tribunale,
per sollecitare un porco processo per uno de' suoi sudditi e
vassalli. Quando, non so quanti giorni dopo, Beccunzio seppe la
birbonata che gli avevano fatta, desist di sollecitare al
Tribunale, preoccupato di non essere escluso dall'elenco e
comparve in persona davanti al grande Giove allegando i suoi
meriti precedenti e i buoni e piacevoli servigi che altre volte
gli aveva reso e chiese istantemente che non lo lasciasse senza
festa, senza sacrifizi, senza onore. Giove si scusava rimostrando
che tutti i suoi benefizi erano distribuiti e che l'elenco era
chiuso. Ma fu tuttavia tanto importunato da messer Beccunzio che
alla fine lo incluse nel catalogo e ordin in terra anche per lui
onori, sacrifici, feste.
La sua festa, poich nessun giorno in tutto il calendario era pi
vacante, fu abbinata con quella della dea Gelosia, il suo dominio
fu stabilito sugli ammogliati, specialmente quelli che hanno belle
mogli; i suoi sacrifizi furono: sospetto, diffidenza, malumore,
appostamento, ricerca, spionaggio dei mariti sulle mogli, con
ordine rigoroso ad ogni marito di riverirlo, onorarlo, celebrare
la festa duplice, e compiere i sacrifici su detti sotto pena e
minaccia che a coloro non sarebbe stato messer Beccunzio
favorevole, aiutatore e soccorrevole, i quali non l'onorassero
come  stato indicato; mai il dio non avrebbe tenuto alcun conto
di loro, mai non sarebbe entrato nelle loro case, mai non avrebbe
frequentato le loro compagnie qualunque invocazione essi gli
rivolgessero; ch anzi li avrebbe lasciati marcire eternamente,
soli colle loro donne, senza corrivale alcuno e li avrebbe
sfuggiti sempiternamente quali eretici e sacrileghi, com' l'uso
degli altri dei verso coloro che debitamente non li onorano; di
Bacco verso i vignaiuoli, di Cerere verso gli agricoltori; di
Pomona verso i frutticultori; di Nettuno verso i navigatori; di
Vulcano verso i fabbri e cos degli altri. Fu aggiunta per contro
infallibile promessa a quelli i quali avessero osservato com'
detto la sua festa, che avessero tralasciato ogni negozio, e
trascurato tutti i loro affari per spiare le loro donne,
rinchiuderle e maltrattarle per gelosia, come comporta l'ordinanza
de' suoi sacrifizi, che esso sarebbe stato loro continuamente
favorevole, li avrebbe amati, frequentati, sarebbe stato giorno e
notte nelle loro case; mai non sarebbero stati privi della sua
presenza. Ho detto.
- Ah, ah, ah! disse Carpalim ridendo, ecco un rimedio anche pi
ingenuo di quello di Hans Carvel. Il diavolo mi porti se ci credo.
La natura delle donne  cosiffatta che come la folgore non rompe e
non brucia se non le materie dure, solide, resistenti, non
s'arresta alle cose molli, vuote, cedenti: e brucer la spada
d'acciaio senza danneggiare il fodero di velluto, distrugger
l'ossa del corpo senza toccare la carne che le copre, cos le
donne non tendono mai il loro spirito, compresso, sottile,
contradittorio, se non a cose che sappiano esser loro proibite e
vietate.
- Certo, disse Ippotadeo, alcuni dei nostri dottori affermano che
la prima donna del mondo, che gli Ebrei chiamano Eva,
difficilmente sarebbe entrata mai in tentazione di mangiare il
frutto d'ogni scienza, se non le fosse stato proibito. E che sia
cos, basta considerare come il tentatore raffinato le ricord
alla prima parola la detta proibizione, come volesse inferire: -
Ah, ti  proibito? Dunque tu devi mangiarne... o non saresti
donna.


CAPITOLO XXXIV.

Come qualmente le donne appetiscono cose proibite.

Al tempo, disse Carpalim, che facevo il ruffiano a Orlans non
possedevo color di retorica pi efficace, n argomento pi
persuasivo verso le dame, per trarle nella rete e attrarle
all'amoroso gioco, che dimostrando vivacemente, chiaramente, con
testimonianze, come i mariti fossero gelosi di loro. Non era
invenzione mia.  scritto. E ne abbiamo leggi, esempi, ragioni ed
esperienze quotidiane. Quand'esse si sian ficcata quest'idea nella
zucca, faranno becchi i loro mariti infallibilmente, per Dio,
(senza bestemmiare) dovessero pur compiere ci che fecero
Semiramide, Pasifae, Egesta, le donne dell'isola Mandes in Egitto,
blasonate da Erodoto e Strabone, e altre tali cagne mastine.
- Veramente, (a proposito di cose proibite) disse Ponocrate, ho
udito raccontare che papa Giovanni XXII passando un giorno per
Fontevrault, fu richiesto dalla badessa e dalle discrete monache,
di conceder loro un indulto mediante il quale si potessero
confessare le une le altre, allegando che le donne di religione
hanno qualche piccola debolezza segreta che non possono senza
vergogna insopportabile scoprire ai confessori maschi; pi
liberamente, invece, pi famigliarmente se le comunicherebbero le
une alle altre sotto il sigillo della confessione.
- Non v' nulla, rispose il papa, che io volentieri non vi
conceda; ma c' un inconveniente: che la confessione deve restar
segreta; voialtre donne a gran fatica la tacereste.
- Tutt'altro, dissero esse; conserveremmo il segreto benissimo e
meglio degli uomini.
Un giorno il Santo Padre diede loro in custodia una scatola nella
quale aveva fatto mettere un piccolo fanello pregandole
garbatamente che la rinchiudessero in qualche luogo sicuro e
segreto e promettendo, fede di papa, soddisfare la loro istanza se
avessero mantenuto il segreto: proib tuttavia rigorosamente di
aprirla in qualsiasi modo sotto pena di censura ecclesiastica e di
scomunica eterna. Non era ancora la proibizione finita ch'esse
friggevano dentro dall'ardore di vedere il contenuto, e tardava
loro che il papa uscisse dalla porta per precipitarsi a guardare.
Il Santo Padre, dopo aver loro impartito la benedizione, si avvi
alla sua abitazione. Non era ancora a tre passi dall'abbazia
quando le buone dame tutte in folla accorsero per aprire la
scatola proibita e vedere ci che contenesse. L'indomani il papa
torn a visitarle coll'intenzione, a ci che parve loro, di
concedere l'indulto. Ma prima d'entrare in argomento comand gli
si portasse la scatola. Gli fu portata, ma l'uccelletto non c'era
pi. E allora egli prov loro esser troppo difficil cosa tacere le
confessioni, visto che non avevano saputo rispettare per s breve
tempo il segreto della scatola tanto raccomandato.
- Monsignor Maestro nostro, disse Pantagruele, che siate il molto
benvenuto. Gran piacere m' stato l'udirvi e lodo Dio d'ogni cosa.
Non vi avevo mai pi visto dal giorno che rappresentaste a
Montepellier insieme coi nostri vecchi amici Ant. Saporta, Guido
Bourguier, Baldassarre Noyer, Tolet, Giovanni Quentin, Francesco
Robinet, Giovanni Perdrier e Francesco Rabelais, la morale
commedia del marito che aveva sposato una donna muta. La
poveretta, grazie all'arte del medico e del chirurgo che le
tagliarono un'enciliglotta sotto la lingua, riusc a parlare. Ma,
ricuperata la parola, parl tanto e tanto che il marito torn dal
medico chiedendo un rimedio per farla tacere. Il medico rispose
che l'arte sua ben possedeva rimedi atti a far parlare le donne,
non per farle tacere. Rimedio unico contro l'interminabile
parlantina della moglie, esser la sordit del marito. Il briccone,
per non so quale magia che gli combinarono, divenne sordo. La
moglie vedendo ch'era divenuto sordo, ch'ella parlava invano non
essendo da lui udita, divenne rabbiosa. Poi, quando il medico
domand il compenso, il marito rispose che era veramente sordo e
non intendeva la domanda. Il medico gli gett addosso non so quale
polvere per virt della quale impazz. Allora, il marito pazzo e
la moglie rabbiosa fecero alleanza insieme e tanto picchiarono il
medico e il chirurgo che li lasciarono mezzi morti. Non risi mai
tanto come assistendo a quella patelinata
- Ritorniamo a bomba, disse Panurgo. Le vostre parole voltate dal
gergo in buon francese, significano insomma che io mi sposi
arditamente e non mi curi d'esser becco. Busso a cuori e mi
giocate picche! Ah, Monsignor Maestro nostro, credo bene che il
giorno delle mie nozze voi sarete impegnato coi vostri clienti e
che non potrete assistervi, capisco, vi scuso.

Stercus et urina,
 Medici sunt prandia prima;
Ex aliis paleas,
Ex istis collige grana.

- Non  giusto, corresse Rondibilis, il secondo verso :

Nobis sunt signa, vobis sunt prandia digna.

- Se mia moglie sta male, disse Panurgo...
- Vorrei esaminare l'urina, interruppe Rondibilis, tastarle il
polso, e vedere la disposizione del basso ventre e delle parti
ombelicali, come ci comanda Ippocrate, (2. Aphorism. 35) prima di
procedere pi avanti.
- Alto l disse Panurgo, ci non viene a proposito.  faccenda che
riguarda noialtri legisti che abbiamo la rubrica: De ventre
inspiciendo. Io le somministrer un clistere barbarino. Voi non
trascurate i vostri affari pi urgenti.
Vi mander a casa dei ciccioli e amici sempre. Poi gli s'avvicin
e gli mise in mano senza dir parola quattro nobili della rosa.
Rondilis s'affrett a intascarli, poi gli disse turbato e come
indignato:
- Eh, eh, eh, signor mio non occorreva. Molte grazie a ogni modo:
dalle canaglie non accetto mai nulla, nulla mai dai galantuomini
rifiuto. Sempre ai vostri comandi.
- A pagamento, disse Panurgo.
- S'intende, rispose Rondibilis.


CAPITOLO XXXV.

Come qualmente Trouillogan filosofo tratta della dlfficolt del
matrimonio.

Finite queste parole, Pantagruele disse a Trouillogan il filosofo:
- La fiaccola, passata di mano in mano  giunta a voi, fedel
nostro. A voi ora rispondere. Panurgo deve sposarsi o no?
- L'uno e l'altro, rispose Trouillogan.
- Che mi dite voi? domand Panurgo.
- Ci che avete udito, rispose Trouillogan.
- Che cosa ho udito? domand Panurgo.
- Ci che ho detto, rispose Trouillogan.
- Ah, ah, siamo a questo punto? domand Panurgo. Passiamo oltre:
Devo dunque sposarmi o no?
- N l'uno n l'altro, rispose Trouillogan.
- Il diavolo mi porti, disse Panurgo, se non cado in farnetico, e
mi possa portar via se ci capisco un'acca! Aspettate: inforcher
gli occhiali all'orecchio sinistro per udirvi pi chiaro.
In quel momento, Pantagruele scorse verso la porta della sala il
cagnolino di Gargantua, che il vecchio chiamava Kyne perch tale
era stato il nome del cane di Tobia. Allora disse ai presenti:
- Alziamoci, il re nostro non  lungi di qui.
Non aveva finito di parlare che Gargantua entr nella sala del
banchetto. Ciascuno si alz in segno di riverenza. Gargantua,
salutati bonariamente i presenti disse:
- Miei buoni amici, voi mi farete il piacere, vi prego, di non
lasciare n il vostro posto, n i vostri discorsi. Vogliate
portarmi a quest'angolo della tavola un seggiolone e datemi da
bere alla salute di tutta la compagnia. Siate tutti i ben venuti.
E ora ditemi: di che discorrevate?
Pantagruele gli rispose che alla seconda portata Panurgo aveva
proposto un quesito, se cio doveva sposarsi o no; e che padre
Ippotadeo e mastro Rondibilis aveano gi risposto: quand'egli
entr stava rispondendo il fedele Trouillogan. Panurgo dapprima
gli ha chiesto: "Devo sposarmi o no?" ed egli ha risposto una
prima volta: "Tutti e due insieme" e una seconda volta: "N l'uno,
n l'altro". Panurgo si duole di tali risposte repugnanti e
contradditorie e protesta di non intender nulla.
- A mio avviso l'intendo, disse Gargantua. La risposta  simile a
quella di un antico filosofo il quale interrogato se aveva una
donna che gli nominavano, rispose: Io l'ho amica, ma ella non mi 
mica. Io la possiedo, non sono da lei posseduto.
- Risposta simile, disse Pantagruele, diede una fantesca di
Sparta. Dimandata se mai ella avesse avuto a fare con un uomo,
rispose che mai; ma che per qualche volta gli uomini avevano
avuto a fare con lei.
- Cos, disse Rondibilis, noi mettiamo neutro in medicina e modo
in filosofia, come per partecipazione dell'una e dell'altra
estremit, come negazione dell'una e dell'altra verit, e per
partizione del tempo, ora nell'una, ora nell'altra estremit.
- Il Santo, Inviato, disse Ippotadeo, mi sembra abbia parlato pi
chiaro quando afferm: "Quelli che sono sposati siano come non
sposati; quelli che hanno moglie siano come non aventi moglie".
- Io interpreto, disse Pantagruele, l'avere e il non aver donna in
questo modo: aver donna  l'averla all'uso per cui natura la cre,
cio per l'aiuto, il sollazzo e la compagnia dell'uomo; non aver
donna significa non abbrutirsi intorno a lei, per non contaminare
l'unica e suprema affezione che l'uomo deve a Dio; non tralasciare
i doveri che l'uomo deve naturalmente alla patria, alla
repubblica, agli amici; non trascurare i suoi studi e i suoi
affari per compiacere continuamente alla moglie. Intendendo in
questo modo l'avere e il non aver donna, non ci vedo repugnanza o
contraddizione in termini.


CAPITOLO XXXVI.

Continuazione delle risposte di Trouillogan filosofo eletico e
pirroniano.

- Voi parlate come un organo, rispose Panurgo. Ma io ho
l'impressione di esser disceso nel pozzo tenebroso nel quale
secondo Eraclito  nascosta la verit. Non vedo punto non intendo
pi nulla, i miei sensi sono inebetiti e dubito assai d'essere
ingannato. User altro stile. Non movetevi fedel nostro. Non
imborsate nulla. Mutiamo antifona e parliamo senza disgiuntive.
Questi membri mal congiunti vi seccano a quanto vedo.
Ors per Dio devo sposarmi?
TROUILLOGAN. V' apparenza.
PANURGO. E se non mi sposo?
TR. Non ci vedo inconveniente alcuno.
PA. Non ce ne vedete punto?
TR. Nessuno se la vista non m'inganna.
PA. Io ve ne trovo pi di cinquecento.
TR. Contateli.
PA. Dico cinquecento impropriamente parlando e prendendo certo per
incerto determinato per indeterminato: intendo dire: molti.
TR. Ascolto.
PA Non posso fare a meno della moglie per tutti i diavoli.
TR. Levate via quelle brutte bestie.
PA. E sia per Dio! Dicono infatti i miei Salmigondinesi che
coricarsi soli, o senza moglie,  vita brutale; similmente diceva
Didone nelle sue lamentazioni.
TR. Ai vostri ordini.
PA. Corpo di Dio, son messo bene. Ma mi sposer dunque?
TR. Per avventura.
PA. Mi trover bene?
TR. Secondo i casi.
PA. E se incontro bene, come spero, sar felice?
TR. Abbastanza.
PA. A contrappelo ora: E se incontro male?
TR. Me ne scuso.
PA. Ma consigliatemi, di grazia: che devo fare?
TR. Ci che volete.
PA. Tarabin, tarab!
TR. Non fate invocazioni, vi prego.
PA. E sia, in nome di Dio. Io non voglio se non ci che mi
consiglierete. Che mi consigliate?
TR. Nulla.
PA. Mi sposer?
TR. Io non c'ero.
PA. Allora non mi sposer?
TR. Che posso farci io?
PA. Se non sono sposato non sar mai becco.
TR. Ci pensavo.
PA. Mettiamo il caso che io sia sposato.
TR. Dove lo mettiamo?
PA. Dico, prendete il caso che io sia sposato.
TR. D'altra parte ne sono impedito.
PA. Merda al naso mio, per Giove! Oh quale sollievo se potessi
tirar gi qualche grosso moccolo. Ors pazienza: se dunque mi
sposer, sar becco?
TR. Si direbbe.
PA. Se mia moglie  onesta e casta non sar mai becco?
TR. Mi sembrate parlar correttamente.
PA. Ascoltate.
TR. Finch vorrete.
PA. Sar ella onesta e casta? Non rimane che questo punto.
TR. Ne dubito.
PA. Voi non la vedeste mai?
TR. Che io sappia.
PA . Perch dunque dubitate di ci che non conoscete?
TR. Per la sua ragione.
PA. E se la conosceste?
TR. Ancor pi.
PA. Paggio, tesoro mio, prendi qua il mio berretto: te lo
consegno, meno gli occhiali; va' in cortile, fammi questo piacere,
e bestemmia una mezz'oretta per me. Io bestemmier per te quando
tu vorrai... Ma chi mi far becco?
TR. Qualcuno.
PA. Pel ventre d'un bue di legno, io lo concer per bene questo
qualcuno.
TR. Lo dite.
PA. Il dia...ncine, quello che non ha bianco negli occhi, mi porti
via con s, se non le metto cintura alla bergamasca quand'esco dal
mio serraglio.
TR. Parlate meglio.
PA. Quanto al discorso  ben ca... ca... caca cantato. Ma
risolviamo qualche cosa.
TR. Non contraddico.
PA. Attendete. Poich non posso cavarvi sangue da questo lato, vi
salasser altra vena. Siete voi sposato o no?
TR. N l'un n l'altro ed entrambi insieme.
PA. Che Dio m'aiuti! Per la morte d'un bue, io sudo d'affanno, mi
sento rompere la digestione Tutti i miei spiriti, metaspiriti e
diaframmi sono sospesi e tesi per incornifistibulare nel sacchetto
del mio intendimento ci che dite e rispondete.
TR. Io non me lo impedisco.
PA. Trotta avanti, fedel nostro: siete voi sposato?
TR.  mia opinione.
PA. Lo siete stato altra volta?
TR.  possibile.
PA. Foste contento la prima volta?
TR. Non  impossibile.
PA. E come ve ne trovate questa seconda volta?
TR. Come comporta il mio destino fatale.
PA. Ma, insomma, che sappiate, ve ne trovate bene?
TR.  verosimile.
PA. Ah, perdio, in nome del fardello di San Cristoforo preferirei
tentar di cavare un peto da un asino morto piuttosto che da voi
una risoluzione. Ma non potrete sfuggirmi a questa domanda. Ors,
fedele nostro, svergogniamo il diavolo d'inferno, confessiamo la
verit. Foste mai becco? Parlo di voi che siete qui, non di voi
che siete laggi al gioco del pallone.
TR. No, se non era predestinato.
PA. Per la carne, rinnego; per il sangue, rinnego; per il corpo
rinuncio: mi scappa.
A queste parole Gargantua si alz e disse:
- Lodato sia il buon Dio in tutte cose. A quanto vedo il mondo ha
fatto strada!
Siamo a questo punto? Dunque oggi i pi dotti e prudenti filosofi
sono entrati nel frontisterio e nella scuola dei pirroniani,
aporretici, scettici ed efetici. Sia lodato il buon Dio! D'ora
innanzi si potranno prender davvero i leoni per le giubbe, i
cavalli per la criniera, i bufali pel muso, i buoi per le corna, i
lupi per la coda, le capre per la barba, gli uccelli pei piedi, ma
non saranno presi tali filosofi per le loro parole. Addio, buoni
amici.
Ci detto s'allontan. Pantagruele e gli altri volevano seguirlo;
ma egli non lo permise.
Uscito Gargantua, Pantagruele disse agl'invitati:
- Il Timeo di Platone conta gl'invitati al principio della
riunione, noi, a rovescio, li conteremo alla fine: uno, due,
tre... Dov' il quarto? il nostro amico Brigliadoca?
Epistemone rispose che era stato a casa sua per invitarlo, ma non
l'aveva trovato. Un usciere del parlamento Mirlinghese di
Mirlinga, era venuto a cercarlo citandolo a comparire
personalmente e render ragione davanti ai senatori di una sentenza
da lui pronunciata. Era partito pertanto il giorno precedente per
esser presente il giorno assegnato, non esser mancante e
contumace.
- Voglio sapere di che si tratta, disse Pantagruele: da pi di
quarant'anni  giudice di Fonsbeton e durante questo tempo ha dato
pi di quattromila sentenze definitive. Contro duemila trecento e
nove sentenze fu ricorso in appello dalle parti condannate alla
corte sovrana del parlamento Mirlinghese a Mirlinga e tutte per
decreto della Corte sono state ratificate, approvate e confermate,
gli appelli respinti e annullati. Non pu avvenire senza danno che
egli sia citato personalmente nella sua vecchiaia, lui che in
tutto il suo passato ha vissuto sempre santamente attendendo alla
professione. Io voglio con ogni potere venirgli equamente in
aiuto. So che oggi tanto s' aggravata la malvagit del mondo che
il buon diritto ha molto bisogno d'aiuto. E ora ho deliberato di
provvedere per evitare qualche sorpresa.
Allora fu levata la tavola. Pantagruele fece agl'invitati doni
preziosi e onorevoli di anelli, gioielli, vasellame d'oro e
d'argento e ringraziatili cordialmente si ritir nella sua camera.


CAPITOLO XXXVII.

Come qualmente Pantagruele persuade a Panurgo di consigliarsi con
qualche matto.

Pantagruele, ritirandosi, scorse Panurgo sul loggiato con aspetto
di farneticatore farneticante, dondolante la testa, e gli disse:
- Voi mi sembrate un sorcio impegolato, il quale tanto pi si
sforza di svischiarsi dalla pece e tanto pi vi si impiastriccia.
Allo stesso modo voi, sforzandovi di uscire dai lacci della
perplessit, vi rimanete irretito pi di prima. Io non ci vedo che
un solo rimedio. Sentite: ho spesso inteso dire a mo' di volgar
proverbio che certi matti la danno a bere a' saggi. Ebbene, poich
le risposte de' saggi non vi hanno a pieno soddisfatto, consultate
un pazzo; pu darsi che, ci facendo, abbiate a essere pi
sodisfatto e contento. Voi sapete quanti principi, re e
repubbliche sono stati salvati, quante battaglie vinte, quante
perplessit risolute per avviso, consiglio e predizione di pazzi.
Non  necessario ricordarvi gli esempi. Vi baster questa
considerazione: colui che cura da presso i suoi affari privati e
domestici, che  vigilante, attento al governo della casa, che non
ha la mente sviata, che non perde occasione di acquistare e
ammassare beni e ricchezze, che sa ovviare cautamente agli
inconvenienti della povert, costui, voi lo chiamate savio in
questo mondo, contuttoch sia sciocco nell'estimazione delle
Intelligenze celesti; davanti a queste conviene esser saggio,
voglio dire saggio e presago per aspirazione divina e atto a
ricevere il dono della divinazione, a dimenticare se stesso, a
uscire fuor di s, a sgombrare dai sensi ogni terrena affezione, a
purgar lo spirito da ogni umana preoccupazione, a metter tutto in
non cale. Tutto ci, dal volgo  considerato follia.
Ond' che il volgo ignorante chiam Fatuo il grande vaticinatore
Fauno, figlio di Pico, re dei Latini.
Analogamente vediamo tra gli attori, alla distribuzione delle
parti, che le persone dello Sciocco e del Burlone sono sempre
affidate agli attori pi abili ed esperti della compagnia.
Analogamente dicono i matematici che la nativit dei re e degli
sciocchi ha lo stesso oroscopo. E citano l'esempio di Enea e di
Corebo (pazzo secondo Euforione) che ebbero lo stesso genetliaco.
Reputo non uscir di proposito raccontandovi ci che dice Giovanni
Andr sopra un canone di certo rescritto papale, indirizzato al
sindaco e ai borghesi della Rochelle, e dopo lui Panormo, sullo
stesso canone, Barbatia sulle pandette, e, recentemente, Giasone
nei suoi consigli, a proposito di Ser Giovanni, buffone insigne di
Parigi, bisavolo di Quaglietta. Il caso  questo.
A Parigi alla rosticceria del piccolo Castelletto, davanti la
bottega del rosticciere, un facchino mangiava il suo pane condito
di fumo d'arrosto e, per via di quel profumo lo trovava tanto
saporito. Il rosticciere lo lasciava fare. In ultimo quando ebbe
finito d'inghiottire, il rosticciere te lo abbranca pel collare e
vuole gli paghi il fumo del suo arrosto. Il facchino risponde non
aver consumato carne, nulla aver preso di suo, di nulla essergli
debitore. Il fumo in questione vaporava fuori; in un modo o
nell'altro andava perduto; non s'era mai udito che a Parigi si
fosse venduto per la strada fumo d'arrosto. Il rosticciere
replicava ch'egli non era obbligato a nutrire i facchini col fumo
del suo arrosto e minacciava, se non fosse pagato, di togliergli
gli arnesi del mestiere. Il facchino d mano al bastone e si mette
sulla difesa.
L'alterco ingross. Il popolo badalone di Parigi accorreva da ogni
parte alla disputa. L si trov giusto Ser Giovanni, il celebre
buffone di Parigi. Avendolo visto, il rosticciere chiese al
facchino:
- Vuoi tu che chiamiamo giudice della questione il nobile Ser
Giovanni?
- S, sangue di Dio, rispose il facchino.
Allora Ser Giovanni, intesi i loro piati, comand al facchino che
traesse dalla cintura una moneta d'argento. Il facchino gli mise
in mano un filippo tornese; Ser Giovanni lo prese se lo pose sulla
spalla sinistra come per verificare se il peso fosse giusto; poi
lo fece risonare sul palmo della mano sinistra come per
assicurarsi che fosse di buona lega; poi se lo pose sulla pupilla
dell'occhio destro come per vedere se fosse di buon conio. Tutto
ci fu fatto tra il pi gran silenzio del popolo gocciolone,
mentre il rosticciere attendeva e il facchino si disperava. Alla
fine fece risonar la moneta sul davanti della bottega pi volte.
Poi con aria di maest presidenziale, tenendo in pugno la sua
bacchetta come uno scettro, e calcando in testa il cappuccio di
finta martora con lunghe orecchie di carta pieghettata, prima
toss due o tre volte, poi disse ad alta voce: "Sentenzia la Corte
che il facchino che ha mangiato il suo pane condito di fumo
d'arrosto, ha decentemente pagato il rosticciere col suono del suo
danaro. Ordina la detta Corte che ciascuno si ritiri a casa sua
senza spese e per buone ragioni".
Questa sentenza del buffone parigino apparve assai equa di dottori
di legge, anzi ammirevole, e dubitano che il Parlamento di Parigi,
o la Ruota di Roma, o magari gli Areopagiti avrebbero pi
giuridicamente risolta la questione se fosse stata portata davanti
a loro. Pensate pertanto se volete consigliarvi con un pazzo.


CAPITOLO XXXVIII.

Come qualmente Triboletto  blasonato da Pantagruele e da Panurgo.

- Altroch se lo voglio, per l'anima mia! rispose Panurgo. Mi pare
che il budello mi s'allarghi. L'avevo prima ben chiuso e
costipato. Ma come abbiamo scelto prima per consigliarci il fior
fiore della sapienza, cos vorrei ora che presiedesse alla nostra
consultazione qualcuno che sia matto in grado sovrano.
- Triboletto mi sembra competentemente pazzo, disse Pantagruele.
- Propriamente  totalmente pazzo, rispose Panurgo.

PANTAGRUELE               PANURGO.

Pazzo fatale,                 Pazzo d'alta gamma,
Pazzo di natura,               Pazzo di bequadro e bemolle,
Pazzo celeste,                Pazzo terreno,
Pazzo gioviale,                Pazzo lieto e folleggiante,
Pazzo mercuriale,              Pazzo grazioso e scherzoso,
Pazzo lunatico,                Pazzo da pompette,
Pazzo erratico,                Pazzo da pilette!
Pazzo eccentrico,              Pazzo da campanelli,
Pazzo etereo e giunonico,            Pazzo ridente o venereo,
Pazzo artico,                 Pazzo da feccia,
Pazzo eroico,                 Pazzo sopraffino,
Pazzo geniale,                Pazzo in ebollizione,
Pazzo predestinato,            Pazzo originale,
Pazzo augusto,            Pazzo papale,
Pazzo cesarino,                Pazzo concistoriale,
Pazzo imperiale,               Pazzo conclavista,
Pazzo reale,                  Pazzo bollista,
Pazzo patriarcale,             Pazzo sinodale,
Pazzo originale,               Pazzo episcopale,
Pazzo leale,                  Pazzo dottorale,
Pazzo ducale,                 Pazzo monacale,
Pazzo portabandiera,                Pazzo fiscale,
Pazzo signorile,               Pazzo stravagante,
Pazzo palatino,                Pazzo imberrettato,
Pazzo principale,              Pazzo a semplice tonsura,
Pazzo pretoriale,              Pazzo cotale,
Pazzo totale,                 Pazzo graduato in follia,
Pazzo eletto,                 Pazzo commensale,
Pazzo curiale,                Pazzo primo licenziato,
Pazzo primipilo,               Pazzo caudatario,
Pazzo trionfante,              Pazzo di supererogazione,
Pazzo volgare,                Pazzo collaterale,
Pazzo domestico,               Pazzo a latere, alterato,
Pazzo esemplare,               Pazzo nidiace,
Pazzo raro e peregrino,         Pazzo migratorio,
Pazzo aulico,                 Pazzo ramiero,
Pazzo civile,                 Pazzo stravolto,
Pazzo popolare,                Pazzo gentile,
Pazzo famigliare,              Pazzo magliato,
Pazzo insigne,                Pazzo saccheggiatore,
Pazzo favorito,                Pazzo d'alta coda,
Pazzo latino,                 Pazzo grigiastro,
Pazzo ordinario,               Pazzo farneticante,
Pazzo temuto,             Pazzo di sottobarba,
Pazzo trascendente,                 Pazzo tronfio,
Pazzo sovrano,                 Pazzo superpapaverato,
Pazzo speciale,                Pazzo corollario,
Pazzo metafisico,              Pazzo di levante,
Pazzo estatico,                Pazzo zibellino,
Pazzo categorico,              Pazzo cremisino,
Pazzo predicabile,             Pazzo granatino,
Pazzo decumano,                Pazzo borghese,
Pazzo officioso,               Pazzo mal costrutto,
Pazzo di prospettiva,               Pazzo di gabbia,
Pazzo d'algorismo,             Pazzo modale,
Pazzo d'algebra,               Pazzo di 2 intenzione,
Pazzo di cabala,               Pazzo taccuino,
Pazzo tulmudico,               Pazzo eteroclita,
Pazzo d'Alguamala,             Pazzo sommista,
Pazzo compedioso,              Pazzo abbreviatore,
Pazzo abbreviato,              Pazzo di moresca,
Pazzo iperbolico,              Pazzo ben bollato,
Pazzo autonomatico,                 Pazzo mandatario,
Pazzo allegorico,              Pazzo incappucciato,
Pazzo tropologico,             Pazzo titolare,
Pazzo pleonastico,             Pazzo tapino,
Pazzo capitale,                Pazzo rebarbativo,
Pazzo cerebrale,               Pazzo ben mentulato,
Pazzo cordiale,                Pazzo mal stabilito,
Pazzo intestinale,             Pazzo coglione,
Pazzo epatico,                Pazzo scolaro,
Pazzo splenetico,              Pazzo sventato,
Pazzo ventoso,                 Pazzo culinario,
Pazzo legittimo,               Pazzo d'alto fusto,
Pazzo d'Azimuth,               Pazzo da alari,
Pazzo d'Almicantarath,          Pazzo sguattero,
Pazzo proporzionato,                Pazzo catarroso,
Pazzo d'architrave,                 Pazzo agghindato,
Pazzo di piedestallo,               Pazzo da 24 carati,
Pazzo di paragone,             Pazzo bizzarro,
Pazzo celebre,                 Pazzo strambo,
Pazzo solenne,                 Pazzo da martingala,
Pazzo annuale,                 Pazzo da bastoni,
Pazzo festivale,               Pazzo da marotte,
Pazzo ricreativo,              Pazzo pel giusto verso,
Pazzo villatico,               Pazzo di gran misura,
Pazzo burlone,                 Pazzo inciampante,
Pazzo privilegiato,                 Pazzo invecchiato,
Pazzo rustico,                     Pazzo rustico,
Pazzo ordinario,               Pazzo a piena cottura,
Pazzo di tutte l'ore,               Pazzo arrogante,
Pazzo in diapason,             Pazzo oltracotante,
Pazzo risoluto,                Pazzo da strappapiedi,
Pazzo geroglifico,             Pazzo da rebus,
Pazzo autentico,               Pazzo da modello,
Pazzo di valore,               Pazzo a cappuccio,
Pazzo prezioso,                Pazzo a doppia piega,
Pazzo fanatico,                Pazzo alla damaschina,
Pazzo fantastico,              Pazzo a intarsio,
Pazzo linfatico,               Pazzo a faccia di lepre,
Pazzo panico,                 Pazzo baritonante,
Pazzo alambiccato,             Pazzo moschettato,
Pazzo non irritante.                Pazzo a prova d'archibugio.

PANTAGRUELE. Se  ragionevole che un tempo a Roma Quirinali
fossero chiamate le feste dei pazzi, giustamente in Francia si
potrebbero istituire le Tribolettinali.
PANURGO. Se tutti i pazzi portassero il sottocoda avrebbero le
natiche ben scorticate.
PANTAGRUELE. Se il dio Fatuale, del quale abbiam parlato, fosse
marito della dea Fatua, suo padre sarebbe Bonadies, sua nonna
Bonadea.
PANURGO. Se tutti i pazzi corressero l'ambio, bench egli abbia le
gambe storte, passerebbe gli altri d'una tesa abbondante. Andiamo
da lui senza perder tempo e ne avremo qualche bella risoluzione,
me l'aspetto.
- Io voglio, disse Pantagruele, assistere al processo di
Brigliadoca. Mentre vado a Mirlinga, al di l della Loira, mander
Carpalim a Blois per condurci qui Triboletto.
Carpalim fu dunque spedito, e Pantagruele, accompagnato dai
domestici suoi Panurgo, Epistemone, Ponocrate, Fra Gianni,
Ginnasta, Ritozoma e altri, prese la strada di Mirlinga.


CAPITOLO XXXIX.

Come qualmente Pantagruele assiste al processo del giudice
Brigliadoca, il quale dava sentenze secondo la sorte dei dadi.

Il giorno seguente all'ora della citazione, Pantagruele arriv a
Mirlinga. Il presidente, i senatori e consiglieri lo pregarono di
entrare con loro per udire la decisione sulle cagioni e ragioni
che avrebbe addotto Brigliadoca, per giustificarsi d'aver
pronunziato sentenza contraria all'eletto Toccarotondo, sentenza
che non pareva in tutto equa a quella Corte centumvirale.
Pantagruele entra di buon grado e trova l Brigliadoca seduto in
mezzo alla sala. Per tutte ragioni e scuse egli nulla rispondeva
se non che era divenuto vecchio e non aveva pi la vista tanto
buona come il solito, e allegava parecchie miserie e calamit che
la vecchiaia porta con s, le quali not. per Archid D. L.XXXVI C.
tanta. Egli non vedeva dunque pi tanto distintamente i punti dei
dadi come pel passato onde come era avvenuto a Isacco che, vecchio
e debole di vista aveva scambiato Giacobbe per Esa, cos nel
decidere il processo in questione, aveva potuto scambiare un
quattro per un cinque, tanto pi considerando che aveva adoperato
i suoi dadi pi piccoli. Per norma di diritto le imperfezioni di
natura non devono esser imputate a crimine. (come appare ff. de re
milit. l. qui cum uno. ff. de reg. iur. l. fere ff. de oedil. ed.
per totum. ff. de term. mod. l. divus Adrianus resolut. per Lud.
Ro. in l. si vero, ff. fol. mair). E chi altrimenti facesse non
accuserebbe l'uomo, ma la natura. (com' evidente in l. maximum
vitium C. de lib. praeter).
- Di che dadi intendete parlare, amico mio? domand Trincamella,
gran presidente della Corte.
- I dadi delle sentenze, rispose Brigliadoca; (Alea judiciorum,
dei quali  scritto da Docto. 26, quaest. 2 cap. sort. l. nec
emptio. ff. de contrahend. empt. quod debetur. ff. de pecul. et
ibi Bartol.); dei quali dadi voialtri, Signori, usate comunemente
in questa Corte Sovrana; cos fanno anche tutti gli altri giudici
per decidere i processi (secondo ci ch' stato notato da D. Hen.
Ferrandat, et not. gl. in c. fin. de sortil. et l. sed cum ambo
ff. de jud. Ubi doct.). E osservano che la decisione  eccellente,
onesta, utile e necessaria alla risoluzione dei processi e delle
dissensioni. Pi apertamente ancora l'hanno detto Bald. Bartol. e
Alex. (communia. de leg. l. si duo).
- Ma come procedete voi, amico mio? domand Trincamella.
- Risponder brevemente, disse Brigliadoca, (secondo
l'insegnamento della legge ampliorem,  in refutatoriis. C. de
appel., e ci che dice gloss. L. I. ff. quod met. causa. Gaudent
brevitate moderni). Faccio come voialtri, Signori, e come vuole
l'uso di giudicatura al quale il nostro diritto comanda sempre
essere ossequenti: (ut not. extra de consuet. c. ex. litteris et
ibi Innoc.). Ecco dunque: quando ho ben veduto, riveduto, letto,
riletto, ripassato e sfogliato le querele, citazioni,
comparizioni, commissioni, informazioni, pregiudiziali,
produzioni, allegazioni, interdetti, contraddetti, istanze,
inchieste, repliche, duplicati, triplicati, scritture, biasimi,
accuse, riserve, raccolte, confronti, contradditor, libelli,
documenti apostoloci, lettere reali, compulsazioni, declinazioni,
anticipatorie, evocazioni, invii, rinvii, conclusioni, non luogo a
procedere, accomodamenti, rilievi, confessioni, atti e altrettali
amminicoli e droghe, da una parte e dall'altra, come deve fare il
buon giudice (secondo ci che ne ha notato Spec. de ordinario  3
et lit. de offic. omn. jud.  fin. et de rescript. praesentat.
1), allora poso da una parte della tavola del mio gabinetto,
tutti gl'incartamenti dell'imputato e getto i dadi per lui
dandogli la precedenza della sorte, come voialtri, Signori (Et est
not. l. favorabiliores. ff. de reg. iur. et in cap. cum sunt. cod.
tit. lib. VI, che dice: Cum sunt partium iura obscura reo favendum
est potius quam actori). Ci fatto poso gl'incartamenti del
querelante, come voialtri, Signori, dall'altra parte della tavola.
(visum visu poich, opposita iuxta se posita magis elucescunt, ut
not. in l. I.  videamus ff. de his qui sunt sui vel alieni iuris,
et in l. numerum.  mixta. ff. de muner. et honor). E parimenti
getto di nuovo i dadi.
- Ma, domand Trincamella, da che cosa conoscete, amico mio,
l'oscurit dei pretesi diritti delle parti contendenti?
- Come voialtri, Signori, rispose Brigliadoca, vale a dire quando
vi sono molti incartamenti da una parte e dall'altra. E allora
adopero i miei dadi pi piccoli, come voialtri, Signori, secondo
la legge: semper in stipulationibus ff. de regulis iuris, e la
legge versale versificata quae eod. tit.
Semper in obscuris quod minimum est sequimur, canonizzata in c. in
obscuris. eod. tit. lib. VI).
Possiedo anche dei dadi grossi ben belli e armoniosi che adopero,
come voialtri, Signori, quando la materia  pi liquida, vale a
dire quando c' meno incartamenti.
- Dopo ci, come sentenziavate voi, amico mio? chiese Trincamella.
- Come voialtri, Signori, rispose Brigliadoca; do sentenza
favorevole a colui che primo arriva al punto richiesto dalla sorte
giudiziaria, tribuniana, pretoriale dei dadi. Cos comanda il
nostro diritto. (ff. qui pot. in pign. l. creditor. C. de consul.,
l. I. Et de regulis iuris in 6. Qui prior est in tempore potior
est iure).


CAPITOLO XL.

Come qualmente Brigliadoca espone le cause per le quali esaminava
i processi, che decideva poi colla sorte del dadi.

- Ma, amico mio, domand Trincamella, poich pronunciate le.
sentenze secondo i punti dei dadi, perch non decidete la sorte
dei processi lo stesso giorno e ora in cui le parti controverse
compariscono davanti a voi senz'altro indugio? A che vi servono
tutte le scritture e procedure contenute negl'incartamenti?
- Come a voialtri, Signori, rispose Brigliadoca; esse servono a
tre cose squisite, quesite ed autentiche.
In primo luogo per la forma, omettendo la quale ci ch' stato
fatto non ha valore. (Lo prova esaurientemente Spec. l. tit. de
instr. edit. et til. de rescript. praesent). Inoltre voi sapete
troppo bene che spesso nelle procedure giudiziarie le formalit
distruggono le materialit e sostanze. (Infatti: forma mutata
mutatur substantia. ff. ad exibend. l. Jul. ff. ad leg. Falcid. l.
si is qui quadriginta. Et extra de decim. c. ad audentiam, et de
celebrat, miss. c. in quadam).
In secondo luogo, come a voialtri, Signori, mi servono di
esercizio onesto e salutare. Il defunto Signor Ottomano Vadare,
grande medico di quelli, come voi direste, contemplati nel C. de
comit. et archi. lib. XII, pi volte mi afferm che la mancanza di
esercizio fisico  la causa unica della poca salute e della
brevit di vita di voialtri, Signori, e di tutti i magistrati. Ci
era stato benissimo rilevato prima di lui da Bart. (in l. I. C. de
sent. quae pro eo quod). Pertanto, come a voialtri, Signori, anche
a noi per conseguenza, (quia accessorium naturam sequitur
principalis, de regulis iuris. l. VI et  l. cum principalis, et
l. nihil dolo ff. eod. tit. de fideiuss. l. fideiuss. et ext. de
offic. de leg. c. I.) concedete certi giochi a scopo d'esercizio
onesto e ricreativo. (ff. de al. lus. et aleat. l. solent; et
antheut. ut omnes obediant in princ. coll. 7 et ff. de praescript.
verb. l. si gratuitam; et lib. I. C. de spect. lib. XI).
Tale  l'opinione anche di D. Thomae in secunda secundae quaest.
CLXVIII, allegata ben a proposito da D. Alberto de Ros. il quale
fuit magnus praticus e dottore solenne come attesta Barbatia in
prin. consil. La ragione  esposta per gloss in proemio. ff.  ne
autem tertii.

Interpone tuis interdum gaudia curis.

Infatti un giorno dell'anno 1489, avendo un affare di borsa alla
Camera dei Signori Generali, vi penetrai, con permesso pecuniario
degli uscieri, come voialtri, Signori. (Infatti sapete che
pecuniae obediunt ommia; l'ha detto Bald. in l. singularia ff. si
certum pet. et Salic. in l. receptitia C. de constit. pec. et
Card. in Clem. l. de baptis). E li trovai tutti occupati a giocare
alla mosca per esercizio salubre (prima e dopo il pasto poco
importa, purch hic not. che il gioco della mosca  onesto,
salubre, antico e legale. (a Musco inventore de quo C. de petit.
haered. l. si post mort. et Muscarii I).
Coloro che giocano alla mosca sono scusabili di diritto (l.l. C.
de excus. artif. lib. X.)
Quel momento, lo ricordo benissimo, faceva da mosca il Signor
Tielman Picquet e rideva perch i Signori della detta Camera
guastavano i loro berretti a forza di picchiargli sulle spalle;
diceva loro tuttavia che di quel guasto di berretti avrebbero
dovuto render conto alle loro mogli tornando a casa. (per c. j.
extra, de praesumpt. et ibl. gloss.).
Ora, resolutorie loquendo, io direi, come voialtri, Signori che
non v' esercizio migliore, n pi aromatico in questo mondo
tribunalizio, che studiare incartamenti, sfogliar carte, elencare
quaderni, riempire panieri, esaminare processi. (ex Bart. et Joan.
de Pra. in l. falsa de condit. et demoust. ff.).
In terzo luogo, come voialtri, Signori, io considero che il tempo
matura tutte cose: tutte cose vengono a evidenza grazie al tempo;
il tempo  padre della verit (gloss. in l. I. C. de servit.
Authent. de restit. et ea quae pa. et Spec. tit. de requisit.
cons). Ed  per questo che, come voialtri Signori, io soprassiedo,
prorogo e differisco le sentenze affinch il processo ben
ventilato, vagliato, dibattuto, venga per successione di tempo a
maturit e il giudizio fortuito dei dadi, venendo dopo, sia pi
dolcemente sopportato dalla parte condannata. (come not. gloss. de
excus. tut. l. tria onera).

Portatur leviter quod portat quisque libenter.

Pronunciando sentenza cruda, verde, e all'inizio, si va incontro
allo stesso rischio e inconveniente segnalato dai medici, quando
s'incide postema prima che sia maturo, o quando si purga il corpo
da qualche umore nocivo prima che sia giunto a concozione. Poich,
come  scritto in Authent. hoc. constit. in Innoc. de constit.
princ. e ripetuto in c. caeterum extra de iura. calumn.

Quod medicamenta morbis exhibent, hoc iura negotiis.

La natura inoltre c'insegna a cogliere e mangiare i frutti quando
sono maturi, (Iustit. de rer. div.  is ad quem, et ff. de act.
empt. l. Julianus): c'insegna a sposare le ragazze quando sono
mature, (ff. de donat. inter vir. et uxor, l. cum hic status.  si
quis sponsam. e XXVII, q. 1. c. Sicut dice gloss.
Jam matura thoris plenis adoleverat annis Virginitas.... Insegna
insomma a nulla fare se non in piena maturit. (XXXIII. q. 2 
ult. et CLXXXIII. d. c. ult.).


CAPITOLO XLI.

Come qualmente Brigliadoca narra la storia del conciliatore di
processi.

Mi ricordo a questo proposito, continu Brigliadoca, che al tempo
che studiavo diritto a Poitiers sotto Brocadium iuris, viveva a
Semerv un tal Perrin Dendin, uomo d'onore, buon lavoratore, buon
cantore alla chiesa, uomo di fiducia, e pi anziano del pi
anziano di voialtri, Signori miei. Egli diceva d'aver visto quel
gran brav'uomo di Concilio di Laterano col suo gran cappello
rosso, insieme con la sua consorte, la buona signora Prammatica
Sanzione, abbigliata d'una ampia stoffa di raso color perso e il
suo rosario di grossi grani di giaietto. Quel galantuomo
accomodava pi processi che non ne fossero discussi nel tribunale
di Poitiers, nell'uditorio di Montmorillon, nella sala di
Parthenay-le-Vieux; perci tutto il vicinato lo venerava. Da
Chauvigny, da Nouaille, Croutelles, Aisgne, Legug, la Motte,
Lusignan, Vivonne, Meseaulx, Estables e paesi confinanti, tutte le
cause, i processi, le liti erano spacciati come se fosse un
giudice sovrano, contuttoch giudice non fosse, ma solo uomo da
bene (Arg. in l. sed si unius. ff. de jurejur. et de verb. obl. l.
continuus).
Non si ammazzava maiale in tutto il vicinato, che non gli
portassero in dono salciccie e sanguinacci. E quasi ogni giorno
era a banchetti, festini, nozze, battesimi, feste di parto e alla
taverna, per combinare qualche conciliazione ben inteso; poich
mai non avvicinava le parti che non le facesse bere insieme per
simbolo di conciliazione, d'accordo perfetto e di novella
allegrezza. (Ut. not. per Doct. ff. de peric. et com. rei vend. L.
I.).
Egli ebbe un figlio chiamato Tenot Dendin, un giovanottone, bravo
ragazzo, cos Dio m'aiuti, il quale volle anche lui, sulle orme
del padre, occuparsi di conciliare le parti avverse in giudizio.
Infatti:

Saepe solet similis filius esse patri
Et sequitur leviter filia matris iter.

(ut ait gloss. VI. qu. 1. c. Si quis. gloss. de consec. dist 5. c.
2 fin. et. est. not. per Doct. C. de impub. et alliis subst. l.
ult. et l. legitime ff. de stat. hom. gloss. in l. quod si nolit.
ff. de aedit. edict. l. quisquis. C. ad leg. Iul. majestat.
Excipio filios a moniali susceptos ex monacho per gloss. in c.
impudicas XXVII. qu. 1)
Questo figliolo aveva assunto il titolo di Conciliatore di
processi. Ed era in tal negozio tanto attivo e vigilante (poich
vigilantibus iura subveniunt ex leg. pupillus ff. quae in fraud.
cred. et ibid. l. non enim. et Inst. in proemio) che non appena
sentiva, (ut ff. si quand. paup. fec. l. Agaso. gloss. in verb.
olfecit. id est nasum ad culum posuit), non appena udiva esser
iniziato nel paese processo o lite, si dava subito attorno per
conciliare le parti.  scritto che:

Qui non laborat non manige ducat:

E lo dice gloss ff. de damn. infect. l. quamvis; e Currere pi che
il passo: vetulam compellit egestas, gloss. ff. de lib. agnosc. l.
si quis. pro quo facit. l. si plures C. de condit. incerti. Ma fu
cos disgraziato ne' suoi tentativi che mai non riusc ad
accomodare contesa alcuna, per quanto minima fosse. Invece di
aggiustarle, le irritava e inacidiva vieppi. Voi sapete, signori,
che

Sermo datur cunctis, animi sapientia paucis.

(gloss. ff. de alien. jud. mut. caus. fa. l. II.).
Dicevano i tavernieri di Semerv che di vino conciliatorio (cos
chiamavano il buon vino di Legug) non n'avevano venduto con lui
in un anno quanto ne vendevano con suo padre in mezz'ora.
Avvenne ch'egli se ne lagn al padre attribuendo la cagione di
quella disdetta alla perversit degli uomini del suo tempo e
francamente obbiettandogli che se anche nel tempo andato la gente
fosse stata cos perversa, litigiosa, sbrigliata e incociliabile,
egli, suo padre, non avrebbe acquistato onore e reputazione di
conciliatore tanto irresistibile com'egli avea. Con che Tenot
parlava contro il diritto il quale vieta ai figlioli di
rimproverare i loro propri padri, per gloss. et Bart., ibi. III 
si quis ff. de condit. ob caus. el Authent. de nupt.,  sed quod
sancitum, col. 4.
Bisogna, disse Perrin, operare diversamente, figlio mio. Ora

    Quando oportet si presenta
    Sol convien che lo si senta,

gloss. C. de appel. l. eos etiam. Ma non  qui il busillis. Tu non
concilii mai le liti. Perch? Tu le affronti all'inizio quando
sono ancora verdi e crude. Io le concilio tutte. Perch? Perch le
prendo sul finire ben mature e digerite. Cos dice gloss.

Dulcior est fructus post multa pericula ductus.

l. non moriturus. C. de contraend. et commit. stipt. Non sai tu il
notissimo proverbio: Fortunato il medico chiamato sulla fine della
malattia! La malattia era giunta da s alla crisi e tendeva alla
fine, anche se il medico non sopravveniva. I miei litiganti del
pari, da se stessi volgevano all'estremo limite della causa;
infatti le loro borse erano vuote, onde cessavano da s di citare
e sollecitare: non c'era pi quattrini in saccoccia per citare e
sollecitare.

Deficente pecu, deficit omne, nia.

Mancava solo qualcuno che facesse come da paraninfo e mediatore,
che primo parlasse di conciliazione per salvare entrambe le parti
dall'onta perniciosa ehe si dicesse: Costui  stato il primo ad
arrendersi, il primo a parlar di conciliazione, il primo a
stancarsi, aveva torto; sentiva che il basto lo scorticava.
Ecco il momento! Ed ecco Dendin che giunge a proposito come il
lardo coi piselli. L  il segreto della riuscita, della vittoria,
della buona fortuna. Ed io ti dico, Dendin, figlio mio gentile,
che con questo metodo, potrei metter pace o almeno tregua tra il
gran Re e i Veneziani, tra l'Imperatore e gli Svizzeri, tra
Inglesi e Scozzesi, tra il Papa e i Ferraresi e, per giungere, se
Dio m'assista, pi lungi, tra il Turco e il Sofy, fra Tartari e
Moscoviti. Io li prenderei, capisci, nel momento che gli uni e gli
altri fossero stanchi di guerreggiare, avessero vuotate le casse,
esaurite le borse dei sudditi, vendute le loro propriet,
ipotecato le loro terre, consumato viveri e munizioni. Allora, in
nome di Dio, o di sua madre, per forza forzata dovranno pur
respirare e moderare la loro fellonia. Ecco la dottrina. (in
gloss. XXXVII. d. c. Si quando).

Odero si potero: si non, invitus amabo.


CAPITOLO XLII.

Come qualmente nascono i processi e come vengono a maturazione.

- Perci, continu Brigliadoca, come voialtri, Signori, io
temporeggio attendendo la maturazione e perfezione de' processi in
tutte le loro membra, ci sono: atti e incartamenti, (Arg. in l.
si maior. C. commun. divid. et de cons. di. I, c. solemnitates et
ibi gloss.).
Un processo, nel primo suo nascere, mi sembra, come a voialtri,
Signori, informe e imperfetto. Come un orso in sul nascere non ha
piedi, n mani, pelle, pelo, n testa: non  che un pezzo di carne
rude e informe. L'orsa, a forza di leccarlo, lo conduce a
perfezione delle membra (ut. not. Doct. ff. ad. I. Aquil. l. II.
in fin.). Cos io vedo, come voialtri, Signori, nascere i
processi, al loro inizio informi e senza membra. Non hanno che un
atto o due e sono, allora, una brutta bestia. Ma quando sono bene
ammucchiati, incassati, insaccati, allora veramente possono dirsi
membruti e formati. (Poich forma dat esse rei l. si is qui. ff.
ad l. Falcid. in c. cum dilecta extra de rescript. Barbat. cons.
12 lib. II.) e prima di lui Bald. (in c. ult. extra de consuet. et
l. Julianus ff. ad exihib. et lib. quaesitum. ff. de leg. III.) il
modo  quale dice gloss pen. q. 1. c. Paulus:

Debile principium melior fortuna sequteur.

Come fate voialtri, Signori, similmente gl'inservienti, uscieri,
apparitori, curiali, procuratori, commissari, avvocati,
inquisitori, tabellioni, notari, cancellieri e giudici pedanei; de
quibus tit. est. lib. III. C. succhiando vigorosamente e
continuamente le borse delle parti, generano ai loro processi
testa, piedi, unghie, becco, denti, mani, vene, arterie, nervi,
muscoli, umori. Ci sono gl'incartamenti, gloss. de cons. d. 4,
accepisti.

Qualis vestis erit, talia corda gerit.

Hic not. che fin qui i contendenti son pi fortunati dei ministri
della giustizia, poich:

Beatius est dare quam accipere.

ff. commun. lib. III, et exbra. de celeb. Miss. c. comm. Marthae,
et XXIV qu. 1, c. Od. gloss.

Affectum dantis pensat censura tonantis.

E cos rendono il processo perfetto, galante e ben formato come
dice gloss. canonica:

Accipe, sume, cape, sunt verba placentia papae.

Ci che pi apertamente ha detto Alber. de Ros., in verb. Roma:

Roma manus rodit, quas rodere non valet odit.
Dantes custodit, non dantes spernit et odit.

Per qual ragione?

Ad praesens ova, cras pullis sunt meliora.

ut est gloss. m. l. cum hi. ff. de trausact. L'inconveniente del
contrario  messo in gloss c. de. allu. l. fin:

Cum labor in damno est crescit mortalis egestas.

La vera etimologia del processo  in ci: che deve avere nei suoi
prouchatz, prou sacs. E abbiamo in proposito massime divine:
Litigando iura crescunt. Litigando ius acquiritur. Item gloss, in
c. illud. extra. de praesept. et C. de prob. l. instrumenta. l.
non epistolis. l. non nudis.

Et cum non possunt singula, multa juvant.

- Ma, domand Trincamella, come procedete voi, amico mio, nei
processi penali quando il colpevole  preso flagrante crimine?
- Come voialtri, Signori, rispose Brigliadoca: lascio e ordino che
il querelante dorma gagliardamente all'inizio del processo; poi
che venga alla mia presenza portandomi buona e giuridica
attestazione del suo dormire, secondo la gloss. 32 q. VII. c. Si
quis cum.

... Quandoque dormitat Homerus

Questo atto genera qualche altro membro; da questo ne nasce un
altro, cos come maglia per maglia si forma l'usbergo. Infine
trovo il processo ben formato per informazioni e ne' suoi membri
perfetto. Allora ritorno a' miei dadi. Tutto questo indugio non 
senza ragione bene sperimentata.
Mi ricordo che al campo di Stocolma, un tal Graziano, guascone,
nativo di Saint-Sever, irritatissimo d'aver perduto tutto il suo
danaro al giuoco (voi sapete che pecunia est alter sanguis, ut ait
Ant. de But. in c. accedens?, extra ut lit. non contest. et Bald.
in l. si tuis. C. de opt. leg. per tot. in l. advocati C. de
advoc. diu. iud. Pecunia est vita hominis, et optimus fideiussor
in necessitatibus) alla fine della partita andava gridando ad alta
voce a tutti i suoi compagni: "Pao cap de bious hillots, que man
de pipe bous tresbyre! Ares que pergudes sout las mies bingt et
quoatre baguettes, ta pla donneriens piez, truez, et patactz. Sei
degun de bous aulx, qui boille truquar ambe iou  bel embis?".(1)
Poich nessuno rispondeva, pass al campo dei centochili e ripet
le stesse parole, sfidandoli a combattere con lui. Ma questi
dicevano: "Der guascongner thut sich usz mit eim ieden zu
schlagen, aber er ist geneigter zu stehlen; darumb, liebe frauwen,
habe sorg zu euerm hauszraht"(2).
E neanche di loro nessuno si present a combattere. Allora il
Guascone pass al campo dei venturieri francesi, ripetendo la
provocazione e sfidandoli a combattere gagliardamente con piccoli
saltettini guasconici. Ma nessuno gli rispose. Allora il Guascone
si coric in fondo al campo presso le tende del grosso Cristiano,
cavaliere di Criss e s'addorment. Poco dopo un altro soldato di
ventura avendo perduto anche lui tutto il danaro, usc colla sua
spada fermamente deciso a battersi col Guascone:

Ploratur lacrymis amissa pecunia veris.

dice gloss. de poenit. dist. 3 c. sunt plures. E cercandolo pel
campo finalmente lo trov addormentato e gli disse:
- Su, oh, camerata di tutti i diavoli, levati: anch'io ho perduto
tutto il danaro come te. Andiamo a batterci, gagliardone, andiamo
a sfregarci il lardo bene a modo. Bada che il mio stocco non sia
pi lungo della tua spada.
Il Guascone tutto stordito rispose:
- Cap de Sainct Arnaud quau seys tu qui me rebeilles? que man de
taoverne le gyre! Ho San Siob, cap de Guascoigne ta pla dormie
jou, quand aquoest taquain me bingut este.(3)
Il venturiero lo sfidava di nuovo a duello; ma il Guascone gli
disse:
- He pauvret jou te esquinerio ares que son pla reposat. Vayne un
pauc qui te posar comme iou, puesse truqueren.(4)
Dimenticando la perdita al gioco aveva perduto il desiderio di
battersi. Insomma, in luogo di battersi e, occorrendo, uccidersi,
andarono a bere insieme, ciascuno sulla sua spada. Il sonno aveva
compiuto il miracolo e pacificato l'ardente furore dei due buoni
campioni. E qui cade in acconcio la parola d'oro di Joann. And.
(in cap. ult. de sent. et re iudic. lib. VI): Sedendo et
quiescendo fit anima prudens.


CAPITOLO XLIII.

Come Pantagruele scusa Brigliadoca a proposito delle sentenze date
col giuoco dei dadi.

Brigliadoca si tacque. Trincamella gli comand di uscire dall'aula
del Tribunale, ci ch'egli fece. E allora disse a Pantagruele:
- Principe augusto, non solamente per la riconoscenza che vi
devono per infiniti benefici questo Parlamento e tutto il
marchesato di Mirlinga, ma anche per il buon senso, il giudizio,
la discrezione e l'ammirabile dottrina, che il gran Dio, dator
d'ogni bene, in voi ha posto, ragion vuole che noi vi domandiamo
una decisione in questa materia tanto nuova, tanto paradossale e
strana di Brigliadoca, il quale, voi presente, vedente e udente,
ha confessato di dar giudizi per via del gioco dei dadi. Vi
preghiamo dunque che vogliate pronunciare la sentenza secondo che
vi sembrer giuridico ed equo.
Rispose Pantagruele:
- Signori, non  mia professione decidere processi, ben lo sapete.
Ma poich vi piace farmi tanto onore, invece di tenere luogo di
giudice, m'acconcer a essere supplente. In Brigliadoca io
riconosco parecchie qualit per le quali mi sembrerebbe meritare
perdono del caso avvenuto. Primieramente la vecchiaia, in secondo
luogo la semplicit. A queste due voi intendete troppo bene con
quale facilit accordino perdono e scusa del malfatto il nostro
diritto e le nostre leggi. In terzo luogo poi riconosco un'altra
circostanza parimenti dedotta dal nostro diritto, in favore di
Brigliadoca: ed  che quest'unica mancanza dev'essere abolita,
estinta e assorbita nel mare immenso di tante eque sentenze da lui
date in passato dacch in quarant'anni e pi non fu trovato in lui
atto degno di riprensione. Se io gettassi nella Loira una goccia
d'acqua di mare, nessuno la sentirebbe, nessuno per quest'unica
goccia direbbe il fiume salato. E mi sembra inoltre che vi sia un
non so che di Dio che ha fatto e provveduto in modo che in quei
giudizi per via di dadi tutte le precedenti sentenze siano state
trovate buone in questa vostra venerabile e sovrana Corte; il
quale Dio, come sapete, vuole spesso che la sua gloria appaia
nella obnubilazione dei sapienti, nella umiliazione dei potenti e
nella elevazione de' semplici e degli umili.
Io ometter tutte queste cose: ma, non per la riconoscenza che
pretendete avere per la mia casa, riconoscenza che riconosco
infondata, bens per l'affetto sincero che voi avete riconosciuto
in noi ab antiquo, tanto al di qua, come al di l della Loira, nel
sostenere le vostre cariche e dignit, vi pregher che per questa
volta gli vogliate accordare perdono e ci a due condizioni:
prima: di soddisfare, o promettere di soddisfare la parte
condannata per la sentenza in questione; e a questo proposito
provveder io stesso; secondo: che voi gli concediate per aiutarlo
nell'officio suo qualche consigliere pi giovane, dotto, prudente,
esperto, e virtuoso col parere del quale compia d'ora in avanti le
sue procedure giudiziarie. E se per caso voi voleste esonerarlo
del tutto dall'ufficio, vi pregher vivamente di farmi un presente
e un puro dono di lui. Trover bene ne' miei reami assai luoghi e
cariche per metterlo a posto e servirmene. E supplicher il buon
Dio creatore, salvatore e datore d'ogni bene, di mantenervi
perpetuamente nella sua santa grazia.
Dette queste parole, Pantagruele s'inchin a tutta la Corte e usc
dalla sala. Alla porta trov Panurgo, Epistemone, Fra Gianni e
altri, e montarono a cavallo per tornarsene a Gargantua. Cammin
facendo, Pantagruele raccontava loro fedelmente la storia delle
sentenze di Brigliadoca. Fra Gianni disse che aveva conosciuto
Perrin Dendin quando abitava a Fontenay-le-Comte, sotto il nobile
abate Ardillon. Ginnasta disse che si trovava nella tenda del
grosso Cristiano, cavaliere di Criss, quando il Guascone rispose
al venturiero.
Panurgo stentava a credere al successo delle sentenze per via di
dadi, massimamente per s lungo tempo. Epistemone disse a
Pantagruele:
- Una storia analoga ci si racconta d'un prevosto di Montlery. Per
una o due sentenze date cos alla ventura non mi stupirei,
massimamente in materie di per s ambigue, intricate, perplesse e
oscure; ma che dire di quella fortuna dei dadi continuata con
successo per tanti anni?


CAPITOLO XLIV.

Come qualmente Pantagruele racconta una strana storia sulle
perplessit del giudizio umano.

- Di simil natura fu, disse Pantagruele, la controversia discussa
davanti a Cneo Dolabella, proconsole in Asia. Una donna di Smirne
ebbe dal primo marito un figlio chiamato Abicc. Morto il marito,
dopo un certo tempo si rimarit e dal secondo marito ebbe un
figlio chiamato Effegi. Raro , come sapete, l'affetto dei
patrigni, mariti di secondo letto, suocere e matrigne, verso i
generi e i figlioli del primo padre e della prima madre defunti. E
infatti il nuovo marito e suo figlio, occultamente, con tradimento
e agguato, uccisero Abicc. La donna, accortasi del tradimento e
della loro malvagit, non volle che il delitto restasse impunito e
li fece morire entrambi vendicando la morte del primo figlio. Essa
fu presa dalla giustizia e condotta a Cneo Dolabella, al quale
confess il caso senza nulla dissimulare; solamente sosteneva che
di diritto e con ragione li aveva uccisi; tale era il processo.
Egli trov la faccenda tanto ambigua che non sapeva da che parte
inclinare. Grande era il delitto della donna che aveva ucciso il
secondo marito e il secondo figliolo; ma la causa dell'uccisione
gli sembrava naturalissima e quasi fondata sul diritto dei popoli,
visto che avevano ucciso il suo primo figlio essi due insieme, con
tradimento e agguato, non provocati, non ingiuriati da lui, ma
solo per avarizia, per averne l'eredit. Nell'incertezza mand a
chiedere agli Areopagiti di Atene quale sarebbe stato il loro
parere e giudizio in proposito. Gli Areopagiti risposero che
s'inviassero loro, cent'anni dopo, le parti contendenti per
muovere loro certi quesiti che non erano contenuti nel processo
verbale. Vale a dire che tanto grande sembrava loro l'incertezza e
difficolt della materia da non saper che dire, n giudicare. Non
commetteva errore chi avesse giudicato secondo la sorte dei dadi,
qualunque fosse stata; infatti se contraria alla donna, essa
meritava la pena perch aveva compiuto da s la vendetta che
spettava alla giustizia; se favorevole, le era scusa il dolore
atroce che sembrava aver sofferto. Ma ci che mi stupisce in
Brigliadoca  che il gioco sia continuato con buon successo per
tanti anni.
- Non saprei, disse Epistemone, rispondere categoricamente alla
vostra osservazione, devo pur confessarlo. Cos per congettura,
attribuirei quegl'indovinati giudizi all'occhio benevolo de' cieli
e al favore delle Intelligenze motrici.
Brigliadoca infatti, diffidando del suo sapere e capacit,
conoscendo le antinomie e contraddizioni delle leggi, degli
editti, dei costumi e delle ordinanze, sentendo la frode del
Demonio, il calunniatore infernale, il quale spesso si trasforma
in messaggero di luce pei suoi ministri, i perversi avvocati,
consiglieri, procuratori, e altri simili aiutanti, e muta il
bianco in nero, e fa credere alla fantasia delle parti che
ciascuna possieda il diritto, (non c' infatti cattiva causa che
non trovi, com' noto, il suo avvocato, senza che non vi sarebbero
processi al mondo) Brigliadoca, dico, si raccomanderebbe umilmente
a Dio, il giusto Giudice, invocherebbe in proprio aiuto la grazia
celeste, e nel dubbio e perplessit del giudizio definitivo, si
rimetterebbe allo Spirito Santo ed esplorerebbe per via di dadi il
suo decreto e volere, che noi chiamiamo sentenza. E allora le
Intelligenze motrici scuoterebbero e girerebbero i dadi in modo da
segnare, cadendo, la vittoria di chi, munito di giusta querela,
invoca che il diritto sia sostenuto dalla giustizia. Nessun male 
nella sorte, dicono i talmudisti; e solo per via della sorte nei
dubbi ansiosi degli uomini si manifesta la volont divina.
Io non vorrei pensare, n dire, e certo non lo credo, tanto
anormale  l'iniquit, tanto evidente la corruttela di quelli che
amministrano il diritto in quel Parlamento Mirlinghese di
Mirlinga, che peggior risultato consegua un processo giudicato per
via dei dadi, qualunque ne sia l'esito, piuttosto che passando per
le loro mani piene di sangue e di perverse passioni. Massimamente
se considero che ogni loro inspirazione nell'amministrazione del
diritto usuale,  tratta da un Tribuniano, uomo miscredente,
infido, barbaro, tanto maligno, tanto perverso, tanto avaro e
iniquo, che vendeva leggi, editti, rescritti, costituzioni, e
ordinanze per danaro contante al maggior offerente. Il quale ha
tagliato loro quei brandelli, mozziconi e pezzetti di leggi che
hanno in uso, sopprimendo e abolendo lo spirito informatore della
legge totale, per paura che, restando la legge intera e i libri
degli antichi giureconsulti derivati dalle dodici tavole e dagli
editti dei pretori, apparisse chiara alla gente la sua malvagit.
Cosicch sarebbe spesso meglio (cio minor male ne seguirebbe) se
le parti controverse camminassero su trabocchetti piuttosto che
rimettere il loro diritto a quelle sentenze e giudizi come
augurava al tempo suo Catone, il quale consigliava che la corte
giudiziaria fosse pavimentata di triboli.


CAPITOLO XLV.

Come qualmente Panurgo si consiglia con Triboletto.

Sei giorni dopo, Pantagruele fu di ritorno, mentre per via
d'acqua, da Bloys, giungeva Triboletto. Panurgo, al suo arrivo,
gli diede una vescica di maiale ben gonfia e risonante per i
piselli che c'era dentro; e inoltre una spada di legno ben dorata
e una piccola borsa fatta d'un guscio di tartaruga, pi una
bottiglia impagliata piena di vin bretone e un quartino di mele
Blandureau.
- Come? disse Carpalim,  egli matto come un cavolo pomato?
Triboletto cinse la spada e la borsa, prese in mano la vescica,
mangi parte delle mele, bevve tutto il vino. Panurgo lo guardava
curiosamente e disse:
- Dei matti ne ho visto per pi di diecimila franchi, ma non ne
vidi mai uno che non bevesse volentieri e a lunghe sorsate.
Quindi gli espose la sua faccenda con rettorica eleganza.
Prima che avesse terminato, Triboletto gli tir un gran cazzotto
tra le spalle, gli restitu la bottiglia, gli sbatt in faccia la
vescica di maiale e, per tutta risposta gli disse squassando forte
la testa:
- Per Dio, Dio, matto furioso, attento al monaco, cornamusa di
Buzancy!
Ci detto, si scost dalla compagnia agitando la vescica e
divertendosi al suono melodioso dei piselli. E non fu possibile di
tirargli pi fuori una parola; anzi, insistendo Panurgo a
interrogarlo, Triboletto sguain la sua spada di legno per
ferirlo.
- Siamo veramente a buon punto, disse Panurgo. Ecco una bella
risoluzione! Per pazzo, egli  pazzo, non si pu negare; ma pi
pazzo  colui che me l'ha condotto e pazzissimo io che gli ho
comunicato i miei pensieri.
- Hai tirato anche a me la tua stoccata! disse Carpalim.
- Consideriamo con calma, disse Pantagruele, i suoi gesti e le sue
parole: vi ho notato misteri insigni; n pi mi stupisco, com'era
solito, che i Turchi venerino tali pazzi come musafi e profeti.
Avete considerato come, prima che aprisse bocca per parlare, abbia
scrollato e scosso la testa? Secondo la dottrina degli antichi
filosofi, le cerimonie dei maghi, le osservazioni dei
giureconsulti, potete stimare che quel movimento sia stato
suscitato dalla venuta e dall'ispirazione dello spirito fatidico;
il quale entrando bruscamente in sostanza debole e piccola, poich
piccola testa non pu contenere gran cervello, l'ha scossa in tal
modo. E, come dicono i medici, ci avviene nelle membra umane sia
per la pesantezza e violente impetuosit del carico portato, sia
per la debolezza della virt e organo portanti.
Esempio manifesto si vede in quelli che a digiuno non possono
portare in mano un nappo di vino senza che gli tremino le mani. Lo
stesso fenomeno ci presentava una volta la Pitonessa divinatrice,
quando, prima di rispondere per l'oracolo, scrollava il suo
domestico alloro. Cos racconta Lampridio che l'imperatore
Eliogabalo per esser creduto divinatore, in parecchie feste al suo
grande idolo, fra gli eunuchi fanatici scuoteva pubblicamente la
testa. E parimenti Plauto dichiara nella sua Asinaria che Sauria
camminava scotendo la testa come furioso e fuor de' sensi, facendo
paura a quelli che lo incontravano. E altrove, spiegando perch
Carmide scotesse la testa, dice che era in estasi.
Catullo in Berecynthia et Athis, accenna al luogo nel quale le
Menadi, femmine bacchiche, sacerdotesse di Bacco, divinatrici
forsennate, scotevano la testa portando rami d'edera. E cos
facevano, in caso simile, gli scoglionati Galli, sacerdoti di
Cibele, celebrando le loro funzioni. Onde, secondo gli antichi
teologi, deriva la frase fare i colli torti; poich Kubistn
significa rotare, torcere, scuotere la testa.
Parimenti Tito Livio scrive che nei baccanali di Roma uomini e
donne sembravano vaticinare, causa certo scotimento ed agitazione
del corpo che essi contraffacevano, dacch e per voce comune di
filosofia e per opinione di popolo la vaticinazione non era mai
data dai cieli senza furore e agitazione del corpo, che tremava e
si scoteva non solo ricevendola, ma anche manifestandola e
dichiarandola.
Infatti Giuliano, giureconsulto insigne, interrogato una volta se
fosse da ritener sano un servo il quale avesse conversato e per
avventura vaticinato in compagnia di gente fanatica e furiosa,
senza tuttavia quello scotimento di testa, rispose che sano poteva
esser considerato. E cos oggi noi vediamo i precettori e
pedagoghi scuotere le teste dei loro discepoli (come si fa d'un
vaso per le anse) tirando loro e sfregando le orecchie (organo
consacrato alla memoria secondo la dottrina dei saggi egiziani)
per rimettere in buona e filosofica disciplina i loro sensi per
avventura smarriti dietro pensieri estranei e come esaltati da
passioni aborrenti. Ci che di s confessa Virgilio parlando
dell'agitazione d'Apollo Cinzio.


CAPITOLO XLVI.

Come qualmente Pantagruele e Panurgo interpretano in modo diverso
le parole di Triboletto.

- Triboletto ha sentenziato, continu Pantagruele, che siete
pazzo. E che pazzo! Pazzo furioso, che, gi sull'invecchiare
volete legarvi e farvi schiavo col matrimonio. Egli vi ha detto:
"Attento al monaco!". Parola d'onore che voi sarete fatto becco da
un monaco. Scommetto l'onor mio, ch pi non saprei, anche se
fossi dominatore unico e incontrastato d'Europa, d'Africa e
d'Asia. Notate quale deferenza io abbia per il nostro morosofo
Triboletto. Gli altri oracoli e responsi vi aveano ancora dato
concordemente per becco, ma non avevano ancora indicato
chiaramente con chi vostra moglie adultera, per chi voi becco; il
nobile Triboletto invece precisa: l'incornamento sar infame e
scandalosissimo: il vostro letto coniugale sar incestato e
contaminato  per opera di monacheria.
Ha detto inoltre che sarete la cornamusa di Busancy; vale a dire:
bene incornato, cornardo e cornuto. E allo stesso modo che egli,
volendo chiedere al re Luigi XII, il posto di controllore del sale
a Busancy, chiese una cornamusa, voi parimenti, credendo sposare
qualche donna onesta e onorata, sposerete una donna vuota di
saggezza, ma piena d'oltracotanza, rumorosa e sgradevole come una
cornamusa.
Ricordate anche che vi batteva la vescica sul naso e vi diede un
pugno sulla schiena: ci presagisce che vostra moglie vi
picchier, vi dar buffetti sul naso e vi deruber come voi
avevate rubato la vescica di maiale ai ragazzi di Vaubreton.
-  proprio tutto il contario, rispose Panurgo. Non che io mi
voglia impudentemente straniare dal territorio della follia.
Anch'io sono e vengo di l, lo confesso. Tutto il mondo  pazzo.
In Lorena Fou  vicino a Tou. Tout est fou, tutto  pazzo chi bene
intenda. Salomone dice che infinito  il numero dei pazzi. E ad
infinit nulla pu esser tolto, nulla aggiunto, come prov
Aristotele. (Anch'io dunque son pazzo) E pazzo furioso sarei, se,
pazzo essendo, pazzo non mi reputassi; il che accade al numero
infinito de' maniaci e pazzi furiosi. Anche Avicenna afferma che
infinite sono le specie di mania.
Ma, tornando a Triboletto, il resto delle sue parole e de' suoi
gesti fa per me. Egli dice a mia moglie: "Attenta al monaco!" Si
tratta d'un passero che sar la sua delizia, com'era quello della
Lesbia di Catullo. Il quale passero voler e passer il suo tempo
cacciando le mosche piacevolmente come faceva Domiziano il
mangiamosche.
Inoltre dice che sar campestre e piacevole come una bella
cornamusa di Saulieu o di Busancy. Il veridico Triboletto ha ben
conosciuto la mia natura e le mie intime inclinazioni. Poich
v'assicuro che le gaie pastorotte scarmigliate a cui il culo
olezza sermolino, mi piacciono pi che le gran dame di Corte coi
loro ricchi abbigliamenti e odoranti profumi di... malzoino. Pi
mi piace il suono della rustica cornamusa, che lo strimpellar di
liuti, ribeche, ed aulici violini.
M'ha dato un cazzotto sulla mia brava femmina di schiena. Lo
sopporto per amor di Dio e a diminuzione d'altrettante pene del
purgatorio. Certo non l'ha fatto con cattive intenzioni; credeva
picchiare qualche paggio.  un matto dabbene, un matto innocente,
l'assicuro; e pecca chi di lui mal pensa. Io gli perdono di tutto
cuore.
Mi sbatteva la vescica sul naso? Ma  chiaro: ci per
simboleggiare le piccole baie tra me e mia moglie, come usano
tutti gli sposi novelli.


CAPITOLO XLVII.

Come qualmente Pantagruele e Panurgo deliberano di visitare
l'oracolo della divina Bottiglia.

- Ed ecco un altro punto, continu Panurgo, del quale non tenete
conto ed  tuttavia il fulcro della questione: mi ha restituito la
bottiglia. Che cosa significa ci? Che vuol dire?
- Che vostra moglie, rispose Pantagruele sar, per avventura,
un'ubriacona.
- Proprio il contrario, disse Panurgo, perch la bottiglia era
vuota. Io vi giuro per la spina dorsale di San Fiacre della Brie,
che il nostro morosofo, l'unico non lunatico Triboletto mi rimanda
alla bottiglia. Ed io rinnovo il mio primo voto e giuro per Stige
ed Acheronte, in presenza vostra, che sempre porter occhiali al
berretto, mai pi porter braghetta alle brache, finch non abbia
avuto, in risposta al dubbio, la parola della Divina Bottiglia.
Conosco un savio uomo, amico mio, che sa il luogo, territorio e
contrada dove trovasi il suo tempio e oracolo. Egli ci condurr
col sicuramente. Andiamoci insieme, vi supplico di non piantarmi.
Io sar per voi un nuovo Acate, un Damone, un compagno per tutto
il viaggio. Da un pezzo vi conosco come amatore di cose peregrine,
sempre desideroso di vedere, di apprendere. Vedremo cose
ammirabili, credetemi.
- Volentieri, rispose Pantagruele. Ma prima d'imbarcarci a questa
navigazione, piena d'incognite, piena di pericoli evidenti...
- Quali pericoli? interruppe Panurgo. I pericoli, dovunque io sia,
scappano, fuggono davanti a me per sette leghe intorno, cos come
al giungere del principe si ritira il magistrato, allo spuntar del
sole scompaiono le tenebre come fuggirono le malattie, quando
arriva la salma di San Martino a Quando.
- A proposito, disse Pantagruele, prima di metterci in viaggio
convien fare alcune cose. Anzitutto che rimandiamo Triboletto a
Blois. (A ci fu provveduto immediatamente e Pantagruele gli don
un vestito di drappo d'oro ricamato). In secondo luogo ci conviene
aver l'avviso e il permesso del Re mio padre. Inoltre bisogna
trovare una sibilla come guida e interprete.
Panurgo rispose che il loro amico Xenomane basterebbe, e inoltre
proponeva di passare pel paese dei Lanternosi e prender col
qualche dotta e utile Lanterna che durante il viaggio sarebbe per
loro ci che fu la Sibilla per Enea quando discese ai Campi Elisi.
Carpalim, passando per accompagnare Triboletto intese la proposta
ed esclam:
- Oh Panurgo, oh il signor senza debiti! Prenditi insieme Milord
Debitis a Calais; egli  good fallot e non dimenticare
debitoribus, cio le lanterne. Avrai cos lanterna e lanternone.
- Io pronostico, disse Pantagruele, che lungo il viaggio non
conosceremo malinconia. Chiaramente lo vedo. Solo mi rincresce di
non parlar Lanternoso.
- Io lo parler per voi tutti, rispose Panurgo,  una lingua che
conosco come la mia materna; mi  famigliare come il volgare:

Briszmarg d'algotbric nubstzne zos
Isquebfz prusq: albok crinqs zacbac,
Misbe dilbarlkz morp nipp staucz bos
Strombtz, Panurge Walmap quost grufz bac.

Indovina un po', Epistemone, ci che significa.
- Sono nomi di diavoli, rispose Epistemone: diavoli erranti,
diavoli passanti, diavoli striscianti.
- Hai colto giusto, amico bello! disse Panurgo. Ed  il linguaggio
di corte dei Lanternosi. Durante il viaggio te ne comporr un
dizionarietto che non durer pi d'un paio di scarpe nuove. Tu
l'avrai appreso prima del levar del giorno. I versi che ho
recitato, tradotti dal Lanternoso in volgare, cantano cos:

Ogni male quand'era innamorato
M'accompagnava e mai non ebbi bene;
Oh Felice chi  sposo, oh avventurato!
Panurgo, che ora  sposo, lo sa bene.

- Non resta dunque, disse Pantagruele, che sentire la volont del
Re, mio padre, e ottenere da lui licenza.


CAPITOLO XLVIII.

Come qualmente Gargantua ammonisce non esser lecito ai figli
sposarsi all'insaputa e senza il consenso dei genitori.

Mentre Pantagruele entrava nella grande sala del castello,
incontrato il buon Gargantua che usciva dal consiglio, gli fece un
racconto sommario delle loro vicende. Poi gli espose il proposito
della nuova impresa e lo supplic di consentire che la mettessero
a esecuzione. Gargantua, il buon uomo, teneva nelle mani due
grossi pacchi d'istanze alle quali era stato risposto e di
memoriali ai quali bisognava rispondere; consegn le carte a
Ulrico Galletto, il suo antico referendario, trasse in disparte
Pantagruele e con viso pi lieto del solito gli disse:
- Io lodo Iddio, figlio mio carissimo, che vi mantiene desideri
virtuosi e sono ben contento che compiate questo viaggio; ma
vorrei che parimenti vi venisse desiderio di sposarvi. L'et
l'avete, mi sembra. Panurgo s' sforzato abbastanza di vincere le
difficolt che si opponevano. E voi?
- Mio buon padre, rispose Pantagruele, non ci avevo ancora
pensato; mi rimettevo, per questa faccenda, alla vostra buona
volont, al vostro paterno comando. Prego Dio che prima siate
addolorato per vedermi morto stecchito a' vostri piedi, piuttosto
ch'esser visto sposarmi senza il vostro consenso. Io non ho mai
inteso che alcuna legge, sia sacra, sia profana e barbara, abbia
concesso all'arbitrio de' figli sposarsi senza consenso, volont e
iniziativa dei loro padri, madri e parenti. Tutti i legislatori
hanno tolta questa facolt ai figlioli, l'hanno riservata ai
parenti.
- Figlio carissimo, disse Gargantua, vi credo, e lodo Iddio che
non vengano a vostra conoscenza se non cose buone e lodevoli e che
per le finestre de' vostri sensi nulla sia entrato nel domicilio
del vostro spirito se non scienze liberali. Al tempo mio invece fu
scoperto sul continente un paese dove non so che pastofori
talpaioli aborrenti da nozze quanto i sacerdoti di Cibele in
Frigia (fossero capponi almeno, come invece son Galli pieni di
salacit e lascivia) han dettato legge ai maritati in fatto di
matrimonio. E non so che debba pi avere in abominio, se quei
pericolosi temuti talpaioli i quali invece di contenersi nei
confini dei loro misteriosi templi, s'intromettono in negozi
diametralmente opposti al loro stato, oppure la superstiziosa
stupidit dei maritati che hanno accettato e prestato obbedienza a
tali tanto maligne e barbariche leggi. E non vedono (ci ch' pi
chiaro della stella mattutina) come quelle sanzioni connubiali
siano tutte a vantaggio dei loro preti, nessuna a utilit e
profitto degli sposi: il che dovrebbe bastare per renderli
sospetti come iniqui e fraudolenti.
Con temerit reciproca potrebbero gli sposi stabilire leggi ai
preti sulle loro cerimonie e sacrifizi; considerando che decimano
e rodono le loro sostanze e il frutto delle loro fatiche, mentre
essi danno il sudor delle loro braccia per nutrirli in mezzo
all'abbondanza e mantenerli con ogni comodo. E non sarebbero,
codeste leggi, tanto perverse e impertinenti come quelle che da
loro han ricevuto.
Voi avete detto benissimo non esistere legge al mondo, la quale
dia libert di sposarsi ai figli all'insaputa e senza la
concessione e il consenso dei padri. Ma grazie alle leggi di che
vi parlo, non v' nelle loro contrade ruffiano, furfante,
scellerato da forca, sozzo puzzolente e infetto, lebbroso,
brigante, ladro e farabutto il quale non possa rapire con violenza
dalla casa del padre, dalle braccia della madre, malgrado i
parenti, qual si sia fanciulla gli piaccia scegliere, per quanto
nobile, bella, ricca, onesta, e pudica, se abbia avuto cura, il
ruffiano, d'associarsi qualche prete, che un giorno o l'altro
godr in partecipazione della preda.
Potrebbero far di peggio, pi crudelmente agire i Goti, gli Sciti,
i Massageti in citt nemica assediata lungo tempo, con gran
sacrificio espugnata, presa per forza?
Cos i padri e le madri dolenti vedono strappare dalle loro case e
portar via da uno sconosciuto, straniero, barbaro, villano, tutto
marcio, cancrenoso, cadaverico, povero, sciagurato, le loro tanto
belle, delicate, ricche e sane figliole. Essi le aveano allevate
affettuosamente in ogni esercizio virtuoso, le avevano educate con
tutta onest, sperando a tempo opportuno unirle in matrimonio coi
figli dei loro vicini e antichi amici, allevati ed istruiti colle
stesse cure per conseguire quella felicit del matrimonio di veder
nascere da loro figliolanza alla quale trasmettere i beni mobili e
l'eredit, non meno che i buoni costumi dei padri e delle madri. E
invece... Quale spettacolo, quale delusione! Non crediate che pi
enorme fosse la delusione del popolo romano e de' suoi confederati
apprendendo la morte di Druso Germanico.
Non crediate che pi pietoso sia stato lo sconforto dei
Lacedemoni, quando videro rapita furtivamente al loro paese
dall'adultero troiano Elena greca.
Non crediate che il loro dolore, le loro lamentazioni debbano
esser minori di quelle di Cerere quando le fu rapita la figlia
Proserpina, di quelle di Iside alla perdita di Osiride; di Venere
alla morte di Adone; di Ercole allo smarrimento di Ila, di Ecuba
alla sottrazione di Polissena.
Ma quei genitori son cos presi dalla paura del demonio e dalle
superstizioni che non osano far contrasto poich il talpigeno 
stato presente al contratto. E rimangono cos nelle loro case,
privi delle figlie tanto amate, il padre maledicendo il giorno e
l'ora delle sue nozze; la madre rimpiangendo di non avere abortito
a un parto che doveva recare tanta tristezza e infelicit. E
finiscono in pianto e lamenti una vita che avrebbe ragionevolmente
dovuto finire tra la gioia e le carezze figliali.
Taluni ne son rimasti cos storditi e come impazziti, che pel
dolore e rimpianto si sono annegati o impiccati, uccisi insomma,
per non sopportare quella indegnit.
Altri hanno avuto spirito pi eroico, e seguendo l'esempio dei
figli di Giacobbe che vendicarono il ratto di Dina loro sorella,
incontrando il ruffiano associato col suo talpigeno a parlamentare
clandestinamente e a subornare le loro figliuole li hanno uccisi
di colpo e fatti a pezzi senza piet gettando poi i loro corpi ai
lupi e ai corvi in mezzo ai campi. Fremettero e si lamentarono
miseramente i preti talpigeni di quell'azione tanto virile e
cavalleresca e ne mossero orribili querele, chiedendo e implorando
importunamente il braccio secolare e la giustizia pubblica e
invocando e insistendo fieramente perch il caso fosse punito, in
modo esemplare. Ma n l'equit naturale, n il diritto delle
genti, n alcuna legge imperiale poterono fornire rubrica,
paragrafo, parola o titolo per il quale fosse determinata pena e
tortura a quel reato, ragione opponendosi, contrastandolo natura.
Poich non esiste alcun uomo virtuoso al mondo il quale udendo la
notizia del ratto, della diffamazione e disonore di sua figlia,
non sia e per natura e per ragione pi turbato, che alla notizia
della morte. Ora ciascuno incontrando l'assassino di sua figlia
intento all'omicidio preparato con iniquo agguato, lo pu per
ragione, lo deve per natura uccidere di colpo e non sar perci
dalla giustizia molestato.
Non  quindi meraviglia se incontrando il ruffiano intento a
subornare la figliola, incitato dal talpigeno per rapirla dalla
casa quand'anche ella sia consenziente, pu, deve dar loro morte
ignominiosa e gettare alle bestie brute i loro corpi indegni di
ricevere quel dolce, desiderato, ultimo abbraccio dell'alma gran
madre Terra, che chiamiamo sepoltura.
Badate bene, figlio mio dilettissimo, che dopo la mia morte quelle
leggi non siano adottate in questo reame: finch sar in questo
corpo spirante e vivo, ci penser io coll'aiuto del mio Dio.
E poich quanto al matrimonio vostro vi rimettete a me, penso sia
tempo e provveder. Preparatevi intanto al viaggio di Panurgo.
Prendete con voi Epistemone, Fra Gianni e gli altri che
sceglierete.
De' miei tesori disponete a vostro pieno arbitrio. Tutto ci che
farete non potr non piacermi. Nel mio arsenale di Talassa
sceglietevi l'equipaggio che vorrete; i piloti, i marinai,
gl'interpreti che vorrete, e col favor del vento fate vela in nome
e sotto la protezione di Dio Salvatore. Durante la vostra assenza
apprester e la consorte vostra e tal festa nuziale che resti
celebre se mai ve ne fu.


CAPITOLO XLIX.

Come qualmente Pantagruele fece preparativi per imbarcarsi e
dell'erba nominata Pantagruelione.

Pochi giorni dopo, Pantagruele, congedatosi dal buon Gargantua,
che molto preg pel viaggio del figlio, giunse al porto di Talassa
presso San Mal, accompagnato da Panurgo, Epistemone, Fra Gianni
degli Squarciatori, abate di Teleme, e altri della nobile casa,
specialmente Xenomane il gran viaggiatore, esploratore di vie
pericolose, venuto a richiesta di Panurgo, poich egli teneva non
so quale antico feudo nella castellania di Salmigondino. A Talassa
Pantagruele reclut gli equipaggi d'altrettante navi quante un
tempo Aiace di Salamina ne aveva condotte col convoglio dei Greci
a Troia. Marinai, piloti, rematori, interpreti, artigiani,
guerrieri, viveri, artiglieria, munizioni, vestiti, danaro e altre
provviste prese e caric come era necessario per viaggio lungo e
avventuroso. Fra l'altro vidi che fece caricare grande quantit
della sua erba detta Pantagruelione, sia verde e cruda e sia
lavorata e preparata.
L'erba Pantagruelione ha radice piccola, duretta, rotondetta,
terminante a punta ottusa, bianca con pochi filamenti e non pesca
in terra pi d'un cubito. Dalla radice si leva uno stelo unico,
rotondo, ferulaceo, verde fuori, bianchiccio dentro, concavo come
lo stelo dello smyrnium, dell'olus alrum, della fava, e della
genziana; legnoso, dritto, friabile, un po' scannellato a forma di
colonna leggermente striata, pieno di fibre, nelle quali consiste
l'importanza dell'erba, massimamente nella parte detta mesa
(mediana) e in quella detta mylasea. L'altezza dello stelo 
generalmente, da cinque a sei piedi. Talora supera l'altezza d'una
lancia, cio quando cresce su terreno dolce, morbido, umido senza
freddo come a Olona, a Rosea, presso Preneste nella Sabina, e
quando non manchi la pioggia verso la festa dei pescatori e il
solstizio estivo. E sorpassa l'altezza degli alberi detti, secondo
Teofrasto, Dendromalachi bench l'erba sia caduca ad ogni anno,
non albero duraturo nella sua radice, tronco, fusto e rami. Dallo
stelo escono rami grossi e forti. Le foglie sono tre volte pi
lunghe che larghe, sempre verdi, asprette come l'ancusa, durette,
incise intorno come una falcetta e come la betonica, terminanti a
punta di picca macedone e come la lancetta che usano i chirurghi.
La forma delle foglie  poco differente da quella delle foglie di
frassino e di agrimonio, e tanto simile all'eupatoria che parecchi
erbisti avendo chiamato il Pantagruelione, domestico, danno
all'eupatoria il nome di: Pantagruelione selvatico. Le foglie sono
disposte per piani a egual distanza intorno allo stelo e per ogni
piano sono in numero di cinque o di sette. Tanto la natura ha
prediletto questa pianta che l'ha dotata nelle foglie di quei due
numeri dispari tanto divini e misteriosi. Il loro odore  forte e
poco gradevole agli olfatti delicati.
La semenza si forma verso la testa dello stelo, o poco al di
sotto;  abbondante quanto in qualsiasi altra erba, sferica,
oblunga, romboide, d'un bruno chiaro e come marrone, duretta,
coperta di un fragile intonaco, deliziosa per tutti gli uccelli
canori come fanelli, cardellini, allodole, canarini, lucarini e
altri. Ma estingue nell'uomo il seme genitale chi ne mangiasse
molta e di frequente. E bench un tempo i Greci ne facessero certe
specie di fricassate, torte e frittelle da mangiar per
ghiottoneria dopo cena e per render pi gustoso il vino, essa non
 per questo meno grave alla digestione, offende lo stomaco,
genera cattivo sangue e ferisce, per eccessivo calore, il cervello
riempiendo la testa di vapori noiosi dolorosi. E come in parecchie
piante sono due sessi, maschio e femmina, ci che vediamo nei
lauri, nelle palme, quercie, elci, asfodeli, mandragore, felci,
agarici, aristolchie, cipressi, terebinti, puleggi, peonie, cos
in quest'erba v' il maschio che non porta fiore alcuno, ma
abbonda in semenza, e la femmina che pullula di piccoli fiori
biancastri, inutili, e non porta semenza feconda e, come avviene
dell'altre piante simili, ha la foglia pi larga e meno dura del
maschio e non cresce a pari altezza. Si semina questo
Pantagruelione al primo giungere delle rondinelle, e si leva di
terra quando cominciano ad arrochire le cicale.


CAPITOLO L.

Come qualmente dev'essere preparato e messo in opera il celebre
Pantagruelione.

Si prepara il Pantagruelione sotto l'equinozio d'autunno in
diverse maniere secondo la fantasia dei popoli e la diversit dei
paesi. L'insegnamento primo di Pantagruele fu che dapprima si
sfogliassero i gambi di foglie e di semenza, poi si macerassero in
acqua stagnante, non corrente, per cinque giorni con tempo secco
ed acqua calda, per nove e anche fino a dodici giorni con tempo
nuvoloso e acqua fredda; poi si seccassero al sole, quindi
all'ombra si levasse la corteccia separando le fibre (nelle quali
risiede come abbiam detto, ogni pregio e valore) dalla parte
legnosa, la quale  inutile, o non serve che a dar fiamma
luminosa, accendere il fuoco e per divertimento dei ragazzi che se
ne servono per gonfiar le vesciche di maiale. I golosi di
soppiatto, ne usano talora come sifone per succhiare e pompare per
aspirazione il vin nuovo dal cocchiume.
Alcuni Pantagruelisti moderni, a evitare il lavoro manuale
necessario per detta separazione, usano certi strumenti da
frangere composti nel modo come Giunone la bisbetica teneva le
dita delle mani legate per impedire il parto di Alcmena madre di
Ercole. E mediante quello strumento spezzano e dirompono la parte
legnosa e la rendono inutile, per salvare le fibre. Si contentano
della preparazione coloro che, contro l'opinione generale e in
maniera paradossale per tutti i filosofi, guadagnano la vita
rinculando. Quelli che vogliono ricavarne maggior guadagno, fanno
ci che ci  raccontato del passatempo delle tre Parche, del
sollazzo notturno della nobile Circe e della lunga astuzia di
Penelope coi suoi zerbinotti innamorati, durante l'assenza del
marito Ulisse. Cos ella acquista le sue inestimabili virt, parte
delle quali (tutte m' impossibile) vi esporr, non senza prima
aver chiarito la sua denominazione.
Le piante sono nominate per diverse maniere. Talune hanno derivato
il nome da colui che prima le scoperse, conobbe, mostr, coltiv,
addomestic e utilizz, come: il mercuriale da Mercurio; la
panacea da Panace figlio di Esculapio, l'artemisia da Artemide,
cio Diana, l'eupatoria dal re Eupatore: il telefio da Telefo;
l'euforbio da Euforbo, medico del re Giuba; il climeno da Climeno,
l'alcibiadia da Alcibiade; la genziana da Genzio re della
Schiavonia. E tanto fu stimata un tempo questa prerogativa
d'imporre il proprio nome alle erbe scoperte, che allo stesso modo
che sorse controversia fra Nettuno e Pallade sul nome da dare alla
terra da essi insieme scoperta, che poi fu detta Atene da Atena,
cio Minerva, cos Linco re di Scizia tent uccidere a tradimento
il giovane Trittolemo inviato da Cerere ad insegnare agli uomini
il frumento, ancora sconosciuto, per poter colla morte di questi
imporre il suo nome ed esser con onore e gloria immortale detto
scopritore di quel grano tanto utile e necessario alla vita umana.
E, causa quel tradimento, fu da Cerere trasformato in lonza o lupo
cerviero. Parimenti grandi e lunghe guerre infierirono fra certi
re di princisbecco in Cappadocia solo per decidere il nome che
doveva darsi a un'erba; la quale, per tal conflitto, fu detta
Polemonia, cio guerriera.
Altre piante conservarono il nome delle regioni dalle quali furono
trasportate altrove, come mele mediche, cio della Media nella
quale furono prima scoperte; mele puniche cio granate, apportate
dalla Punica, cio Cartagine; il ligustico, cio il levistico,
apportato dalla Liguria, la costa di Genova; il rabarbaro dal
fiume barbaro chiamato Rha, come attesta Ammiano, cos il
santonico, il finocchio greco, le castagne, le pesche (persiche),
la sabina; le stoechas dalle mie isole di Hires anticamente dette
Stoecadi; cos la spica celtica ecc.
Altre piante hanno un nome appioppato per antifrasi e contrasto;
come assenzio contrario di pinta, poich  sgradito a bere:
holosteon, cio tutto d'osso, laddove non v' in natura erba pi
fragile e tenera di questa.
Altre piante derivano il nome dalle loro virt e dalle operazioni
alle quali servono; come l'aristolchia, utile alle partorienti,
il lichene che guarisce la malattia di questo nome, la malva che
mollifica, il callithricum, che fa belli i capelli; l'alyssum,
l'ephemerum, il bechium, il nasturtium, cio crescione dei
giardini; il giusquiamo, detto hanebane e altri.
Altre piante derivano il nome dalle qualit ammirabili in esse
rimarcate come l'eliotropio, cio girasole, che segue il sole, e
al sol levante, schiudesi, montante, monta, declinante, declina,
cadente, chiudesi. L'adianto, che mai non trattiene umidit,
bench nasca presso l'acqua, anche se immerso in acqua per lungo
tempo; cos l'hieracia, l'eryngion.
Altre piante derivano il nome dalle metamorfosi di uomini e donne
che avevano quel nome, come dafne, l'alloro, da Dafne; mirto da
Mirsina; pitys da Pitys; cinara, il carciofo, da Cynara; cos
narciso, zafferano, smilax ecc.
Altre piante sono denominate per similitudine come l'hippuris
(l'equiseto), perch somiglia a una coda di cavallo; l'alopecuros,
che somiglia a una coda di volpe; il psillion, che somiglia alla
pulce; il delphinium, al delfino; la buglossa, a una lingua di
bue; l'iris, che, nei fiori, somiglia all'arcobaleno, il myosotis,
all'orecchia di sorcio, il coronopus, al piede di cornacchia ecc.
Per denominazione reciproca i Fabi son detti cos dalle fave; i
Pisoni dai piselli; i Lentuli dalle lenticchie; i Ciceroni dai
ceci. Cos ancora, per pi alta rassomiglianza altre piante son
chiamate: ombelico di Venere, capelvenere, tino di Venere, barba
di Giove, sangue di Marte, dita di Mercurio (hermodactili) e via
dicendo.
Altre infine derivano il nome dalla loro forma come il trifoglio,
che ha tre foglie, il pentaphillon, che ne ha cinque, il serpillo,
che serpeggia a terra, l'helxine, la petasile, i mirabolani, che
gli Arabi chiamano been perch somigliano al glande e sono
untuosi.


CAPITOLO LI.

Il perch del nome Pantagruelione e le virt di questa pianta.

In una di queste maniere (non la mitologica, n a Dio piaccia che
contiamo favole in questa tanto veridica istoria) fu denominata
l'erba Pantagruelione. Pantagruele ne fu lo scopritore: non dico
tanto della pianta, quanto di certo uso il quale  aborrito e
odiato dai ladroni ed  loro contrario e nemico pi che non sia la
tigna e la cuscuta al lino, pi che la canna alle felci, pi che
l'equiseto ai falciatori, pi che l'erba lupa ai ceci, pi che
l'aegilope all'orzo, pi che la securidaca alle lenticchie, pi
che l'antranium alle fave, pi che la zizzania al frumento, pi
che l'edera ai muri, pi che i nenufari e le nymphaea heraclia ai
monaci porconi, pi che la ferula e le bolle agli scolari di
Navarra, pi che non sia il cavolo alla vigna, l'aglio
agl'innamorati, la cipolla agli occhi, la semenza di felce alle
donne incinte, la semenza di salice alle suore viziose, l'ombra
del tasso a chi vi dorme sotto, l'aconito ai leopardi e ai lupi,
l'odor di fico ai tori furiosi, la cicuta alle ochette, la
porcellana ai denti, l'olio agli alberi.
Molti abbiam visto perder la vita chiaro e tondo per quel tale uso
del Pantagruelione; come ad esempio: Filli, regina di Tracia;
Bonoso imperatore di Roma; Amata, la consorte del re Latino; Ifi,
Autolia, Licambo, Aracne, Fedra, Leda, Acheo re di Lidia e altri;
i quali furono disturbati solo da ci, che pur non essendo
d'alcuna malattia malati, fu loro chiuso il condotto dal quale
escono le buone risposte ed entrano i buoni bocconi, pi
brutalmente che non avrebbe fatto la mala angina e la mortale
squinanzia.
Ne abbiamo udito altri, nell'istante che Atropo recideva loro il
filo della vita, dolersi e lamentarsi che Pantagruele li afferasse
alla gola. Ma, disgraziati! Non era mica Pantagruele. Egli non fu
mai carnefice. Si trattava del Pantagruelione in funzione di nodo
scorsoio, e di cravattino al collo. Quindi parlavano
impropriamente e con solecismo, salvo che non s'ammetta come scusa
il nominare per sineddoche l'inventore per l'invenzione, cos come
si dice Cerere per pane e Bacco per vino. Io vi giuro qui per le
buone parolette contenute in quella bottiglia che sta
rinfrescandosi l, dentro quella tinozza, giuro che il nobile
Pantagruele non affer mai per la gola se non quelli che
trascurano di combattere la sete imminente.
Il Pantagruelione  detto cos anche per similitudine. Infatti
Pantagruele, quando venne al mondo era grande appunto come l'erba
di cui vi parlo e ne fu presa agevolmente la misura, che nacque al
tempo della sete, all'epoca del taglio della detta erba, quando il
cane di Icaro, coi suoi abbaiamenti al sole, rende tutti
trogloditi costringendo a rifugiarsi in cantine e luoghi
sotterranei.
Il Pantagruelione  detto cos anche per le sue virt e
singolarit. Infatti come Pantagruele  stato l'immagine e
l'esempio di ogni gioconda perfezione - n credo che alcuno di
voialtri beoni ne dubiti - cos nel Pantagruelione riconosco tante
virt, tanta energia, tante perfezioni, tanti ammirabili effetti
che se le sue qualit fossero state conosciute quando gli alberi,
secondo la relazione del profeta, elessero un re travicello per
governarli e dominarli, esso avrebbe ottenuto la pluralit dei
voti e dei suffragi. Dir di pi. Se Oxilo, figlio di Orione
l'avesse generato da sua sorella Amadriade, pi si sarebbe
compiaciuto del suo valore che di quello degli otto suoi figlioli
tanto celebrati dai nostri mitologi che hanno dato memoria eterna
ai loro nomi. La figlia maggiore ebbe nome Vigna, il figlio
cadetto Fico, l'altro Noce, il quarto Quercia, il quinto Corniolo,
il sesto Bagolaro, il settimo Pioppo e l'ultimo Olmo, che al tempo
suo fu gran chirurgo.
Trascuro di dirvi come qualmente il sugo spremuto dal
Pantagruelione, stillato nelle orecchie, uccide ogni specie
d'insetti o nativi per putrefazione o entrativi di fuori. Se
mettete di quel succo in un secchio d'acqua subito vedrete l'acqua
rapprendersi come latte cagliato tanto grande  la sua virt. E
l'acqua cos cagliata  medicina efficace pei cavalli bolsi e che
soffrono di colica. La radice cotta nell'acqua mollifica i nervi
ritirati, le giunture contratte, le podagre chirrotiche e le gotte
nodose. Se volete guarir prontamente d'una scottatura sia d'acqua
bollente, sia di fuoco, applicatevi del Pantagruelione crudo, cio
quale nasce dalla terra, senz'altra preparazione n composizione.
E abbiate cura di cambiarlo appena disseccato sul male.
Senza il Pantagruelione le cucine sarebbero infami, le tavole
detestabili bench coperte d'ogni vivanda pi squisita; i letti
sarebbero senza delizie bench carichi d'oro, argento, ambra,
avorio e porfirio; i mugnai non porterebbero grano al mulino, non
ne riporterebbero farina. Senza Pantagruelione come sarebbero i
processi degli avvocati portati all'uditorio? Come sarebbe portato
il gesso al laboratorio? Come tratta l'acqua dal pozzo? Senza
Pantagruelione che farebbero tabellioni, copisti, segretari,
scrivani? Non perirebbero i manifesti e la carta bollata? Non
perirebbe la nobile arte della tipografia? Di che cosa si
farebbero le impannate? Come suonar le campane? Son d'esso ornati
gli Isiaci, rivestiti i pastofori, e tutta l'umana natura n'
ricoperta in primo grado. Tutti gli alberi laniferi dei Seri i
gossampini di Tilo sul mar Persico, tutti i cynes dell'Arabia, le
vigne di Malta, non vestono tante persone quante quest'erba da
sola. Essa copre gli eserciti contro il freddo e la pioggia certo
pi comodamente che non facessero un tempo le pelli. Copre teatri
e anfiteatri contro il calore; cinge boschi e macchie secondo la
volont dei cacciatori, s'affonda in acqua sia dolce, che di mare
a beneficio de' pescatori. Per essa sono messi in forma e in uso
stivali, stivaletti, stivaloni, vuose, borzacchini, scarpe,
scarpine, pantofole, ciabatte. Per essa sono tesi gli archi,
armate le balestre, fatte le fionde. E come se fosse l'erba sacra
della verbena, riverita dai Mani e dai Lemuri, i corpi umani morti
non sono sepolti senz'essa.
Dir di pi. Mediante quell'erba le sostanze invisibili saranno
visibimente fermate, prese, detenute e come messe in prigione.
Grazie alla loro presa e arresto le grosse e pesanti mole saranno
girate agilmente con insigne profitto della vita umana. E mi
stupisco come la scoperta di tale uso sia rimasto per tanti secoli
nascosto agli antichi filosofi, considerata l'utilit
inapprezzabile che ne proviene e la fatica intollerabile che senza
essa si dovrebbe sopportare nei mulini. Mediante quell'erba,
grazie alla ritensione delle onde aeree, le grosse orche, gli ampi
vascelli, i forti galeoni, le navi chiliandre e miriandre sono
levate dagli ancoraggi e sospinte a volont dei piloti. Mediante
quell'erba le nazioni, che la natura sembrava tener nascoste,
impermeabili, sconosciute, son venute a noi, noi siamo andati a
loro: cosa che non farebbero gli uccelli per quanto sia la
leggerezza delle loro penne e la libert di navigar l'aria,
concessa loro da natura. Taprobane ha visto Lappia; Giava ha visto
i monti Rifei; Febol vedr Teleme; gl'Islandesi e Groelandesi
beveranno l'Eufrate. Grazie a lei Borea ha visto il maniero di
Austro, Euro ha visitato Zefiro.
Per modo che le Intelligenze celesti, gli dei e marini e terrestri
sono stati tutti spaventati vedendo, per l'uso di questo benedetto
Pantagruelione, i popoli Artici accostarsi agli Antartici, varcare
l'oceano Atlantico, passare i due tropici, voltare sotto la zona
torrida, misurare tutto lo zodiaco, divertirsi sotto
l'equinoziale, aver l'uno e l'altro polo in vista a fior
d'orizzonte. Gli dei olimpici in simile spavento si son detti:
Pantagruele, per l'uso e le virt dell'erba sua, ci ha procurato
nuovi e fastidiosi pensieri pi che mai facessero gli Aloidi.
Presto egli prender moglie. Avr figlioli. A questo destino non
possiamo opporci, che  passato per le mani e per i fusi delle
sorelle fatali, figlie della Necessit. Dai suoi figli (forse)
sar scoperta erba d'altrettale energia, mediante la quale gli
uomini potranno visitare le sorgenti delle grandini, le cateratte
delle pioggie e l'officina delle folgori. Potranno invadere le
regioni della luna, penetrare nel territorio dei segni celesti e
l prendere alloggio... taluni all'Aquila d'oro, altri alla
Pecora, altri alla Corona, altri all'Arpa, altri al Leone
d'argento; sedersi a mensa con noi e prender per moglie le nostre
dee, soli mezzi questi, per esser deificati. E stabilirono di
opporsi e di deliberarne in consiglio.


CAPlTOLO LII.

Come qualmente certa specie di Pantagruelione non pu essere
consumata per fuoco.

Ci che vi ho detto  grande e ammirabile. Ma se voleste osar di
credere qualche altra cosa divina di questo sacro Pantagruelione,
io ve la dir. Che la crediate o no, m' tutt'uno. A me basta aver
detto la verit. E verit dir.
Ma per penetrarvi, ch l'accesso  abbastanza scabroso e
difficile, io vi domando: Se avessi messo in questa bottiglia due
parti di vino e una d'acqua e mescolato ben forte, come li
smescolereste voi, come li separereste voi in modo da restituirmi
l'acqua spartita dal vino, il vino spartito dall'acqua nella
stessa misura di prima?
Ancora: se i vostri carrettieri e barcari conducendovi, per la
provvista della casa, un certo numero di botti, vascelli e barili
di vino di Crave, d'Orleans, di Baulne, di Mirevauix, se li
fossero sorbiti e bevuti a met riempiendo il resto d'acqua, come
fanno i Limosini a piene zoccolate, quando trasportano i vini
d'Argenton e Sangaultier, come fareste voi a levarne l'acqua
interamente? Come purifichereste voi quel vino? Con un imbuto
d'edera, mi rispondete. Intendo. Ci  scritto,  vero, e provato
per mille esperimenti. Voi lo sapevate gi. Ma quelli che non lo
sapevano e non lo vedranno mai, non la crederebbero cosa
possibile. Passiamo oltre.
Se noi fossimo al tempo di Silla, Mario, Cesare, e altri romani
imperatori, o al tempo de' nostri antichi druidi che facevano
bruciare le salme dei loro parenti e signori, e voi voleste bere
le ceneri delle vostre mogli o dei vostri padri, infuse in un buon
vino bianco come fece Artemisia delle ceneri di Mausolo suo
marito, oppure se voleste conservarle per intero in qualche urna e
reliquario, come potreste voi tenere quelle ceneri in disparte,
separate dalle ceneri del rogo e fuoco funebre? Rispondete!
Corpo d'un fico, sareste bene imbarazzati. Ebbene, io vi
disbarazzo e vi dico che prendendo di quel celeste Pantagruelione
quanto occorre per coprirne il corpo del defunto, se chiusovi
dentro bene a modo il detto corpo, legato e cucito colla stessa
materia, lo gettate nel fuoco quanto grande e quanto ardente
vorrete, ebbene il fuoco, attraverso il Pantagruelione, brucer e
ridurr in cenere il corpo e le ossa; ma il Pantagruelione non
solo non sar consumato, n arso, non solo non perder un solo
atomo delle ceneri chiuse dentro e non lascier penetrare un solo
atomo delle ceneri del rogo, ma finito il fuoco, sar estratto pi
bello, pi bianco e pi netto di quanto ve l'avevate messo. Perci
 chiamato Asbeston. Ne troverete in quantit, a buon mercato, in
Carpasia e sotto il clima intorno a Siena. Oh, cosa grande! Cosa
ammirabile! Il fuoco che tutto divora, tutto guasta, tutto
consuma, non fa che nettare, purgare, imbianchire questo solo
Pantagruelione Carpasico Asbestino. Se non credete e ne domandate
conferma e prova pi comune, come fanno Ebrei e miscredenti,
prendete un uovo fresco e fasciatelo tutt'intorno con questo
divino Pantagruelione. Cos fasciato mettetelo dentro un braciere,
quanto grande e ardente vi piaccia. Lasciatevelo quanto vi
piaccia. Alla fine ne trarrete l'uovo cotto, duro e bruciato,
senza che ne resti alterato, mutato, riscaldato il sacro
Pantagruelione. Potrete farne l'esperimento con meno di
cinquantamila scudi bordolesi, ridotti alla dodicesima parte d'un
picciolo.
Non venite a portarmi qui in paragone la salamandra. Son frottole.
Ammetto s che un focherello di paglia la ravvivi e l'allieti. Ma
vi assicuro che in una gran fornace soffoca e si consuma come ogni
altro animale. Ne abbiamo visto l'esperimento. Galeno l'aveva
confermato e dimostrato gi da lungo tempo (De Temperamentis, lib.
III), e lo sostiene anche Dioscoride (lib. II).
Non venite ad allegarmi qui l'allume di piombo, n la torre di
legno al Pireo che L. Silla non riusc mai a far bruciare perch
Archelao, governatore della citt in nome di Mitridate, l'aveva
tutta imbevuta d'allume.
Non venite a citarmi qui l'albero che Alessandro Comelio chiamava
eonem, simile, secondo lui, alla quercia che porta il vischio; il
quale diceva non poter esser consumato o danneggiato n da acqua,
n da fuoco appunto come il vischio della quercia, e aver servito
a costruire la tanto celebre nave Argo. Andate a cercare chi lo
creda; io me ne scuso.
Non venite a confrontarmi qui, bench mirifico, quella specie
d'albero che vedete per le montagne di Briancon e Ambrum, la
radice del quale ci d il buon agarico, e il tronco la resina,
tanto eccellente che Galeno osa equipararla alla terebentina; esso
trattiene sulle sue foglie delicate il fino miele del cielo, cio
la manna; e bench sia gommoso e untuoso,  incombustibile. In
greco e in latino lo chiamate Larix; gli Alpini lo chiamano Melze;
gli Antenoridi e Veneziani, l'rese. Da esso fu detto Larignum il
castello in Piemonte che ingann Giulio Cesare veniente dalle
Gallie.
Giulio Cesare aveva comandato a tutti i contadini e abitanti delle
Alpi e del Piemonte che avessero a portare viveri e munizioni alle
tappe fissate sulla via militare, per il suo esercito in marcia.
Tutti obbedirono meno quelli chiusi dentro Larigno, i quali,
fidando sulla forza naturale del luogo, rifiutarono la
contribuzione. Per castigarli del rifiuto, Cesare fece marciare
dritto a quel luogo il suo esercito. Davanti alla porta del
castello era una torre costruita di grossi travi di larice legati
l'uno sull'altro alternamente come una pila di legname condotta a
tale altezza che dalle petriere si potevano facilmente respingere
con pietre e sbarre, quelli che si avvicinavano. Quando Cesare
intese che quelli di dentro non avevano altra difesa che pietre e
leve, e che a fatica potevano lanciar dardi fino alle vicinanze,
comand ai suoi soldati di gettare intorno gran quantit di
fascine e d'appiccarvi fuoco. E ci fu fatto subito. Appiccato il
fuoco alle fascine, la fiamma si levo s grande e cos alta che
avvolse tutto il castello, onde pensarono che ben presto la torre
sarebbe stata arsa e demolita. Ma spenta la fiamma, consumate le
fascine, la torre riapparve intera senza esser stata in nulla
danneggiata.
Ci considerato, Cesare comand che fuori del tiro delle pietre si
facesse tutto intorno una cintura di fossati e di blockhaus.
Allora i Larignani trattarono per la resa. E dal loro racconto
Cesare apprese l'ammirabile natura di quel legno il quale non fa
n fuoco, n fiamma, n carbone e, per questa qualit sarebbe
degno d'esser messo al grado del vero Pantagruelione; tanto pi
che Pantagruele volle che di esso fossero fatti tutti gli usci,
porte, finestre, grondaie, gocciolatoi e tetti di Teleme, dello
stesso parimenti fece coprire le poppe, prore, cucine, casseri,
corsie, e parapetti delle sue caracche, navi, galere, galeoni,
brigantini, fuste e altri vascelli del suo arsenale di Talassa. Ma
c' questo: che il larice in una gran fornace di fuoco proveniente
da altre specie di legno  infine sgretolato e dissipato, come le
pietre nei forni di calce, il Pantagruelione asbesto invece, 
piuttosto rinnovato e ripulito che sgretolato o alterato.
Pertanto:

Cessate d'esaltar e mirra e incenso,
Arabi ed Indi con aria superba;
Meglio apprezzare i nostri beni, penso,
E via portarvi il seme di nostr'erba.
E se alligni tra voi con vivo stame,
Grazie rendete al ciel pi d'un milione
E di Francia lodate il bel reame
Onde proviene il Pantagruelione.


FINE DEL TERZO LIBRO


NOTE:

(1) Il guascone dice nel suo dialetto: "Per la testa di Dio,
ragazzi, che il mal di botte vi rigiri. Ora che ho perduto le mie
ventiquattro vacchette (monete del tempo) dar altrettanti colpi
di punta e pugni e scappellotti se c' qualcuno di voialtri che
voglia battersi con me a tutta possa"
(2) Il guascone pare voglia battersi con tutti, ma ci tiene pi a
rubare, perci, buone donne, occhio alla casa!
(3) Testa di Sant'Antonio! chi sei tu che mi svegli? Che il mal di
taverna ti giri! Oh San Siob (Severo) capo della Guascogna!
Dormivo della grossa quando questo seccatore  venuto a
svegliarmi.
(4) Oh poveretto, ti stroncherei, ch sono pi riposato. Va un po'
a riposarti come me, poi ci batteremo.

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