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PANTAGRUELE
RE DEI DIPSODI
RESTITUITO AL NATURALE
COI SUOI FATTI E PRODEZZE SPAVENTEVOLI
COMPOSTI DAL FU SIGNOR ALCOFRIBAS
ASTRATTORE Dl QUINTA ESSENZA


DECINA

DI MASTRO UGO SALEL ALL'AUTORE DI QUESTO LIBRO


Se uno scrittore in alto pregio sale,
Per mescolare l'utile al diletto,
Pregiato sar tu senza l'eguale
Stanne sicuro, per lo tuo intelletto,
Nel libro tuo, sotto piacente aspetto,
L'utilit s ben descritta appare,
Che di veder Democrito mi pare.
Ridente ai casi della vita umana.
Prosegui or dunque, e avrai lodi preclare,
Se non quaggi, nella vita soprana.


VIVANO TUTTI I BUONI PANTAGRUELISTI



PROLOGO DELL'AUTORE

O lustrissimi e molto valorosi campioni, gentiluomini o no, che
volentieri vi date a ogni sorta d'oneste gentilezze, voi avete or
non  molto, visto, letto e conosciuto Le Grandi e inestimabili
Croniche dell'enorme gigante Gargantua e, da veri fedeli le avete
bravamente credute come testo di Bibbia o di santo Vangelo; e pi
volte vi ci siete spassati con le onorevoli dame e damigelle
facendone loro belli e lunghi racconti quando vi mancavano altri
argomenti. Benissimo! Per ci siete degni di gran lode e memoria
sempiterna. E io vorrei che ciascuno lasciasse il suo lavoro,
trascurasse il mestiere e dimenticasse gli affari per dedicarvisi
totalmente e senza che il suo spirito fosse altrove attratto o
distratto, fino a tanto che le avesse imparate a memoria affinch,
se per avventura l'arte della stampa cessasse e tutti i libri
perissero, ciascuno in avvenire potrebbe insegnarle chiaramente ai
figlioli, e affidarle ai successori e superstiti quasi facendole
passare da mano a mano come la Cabala religiosa. Ed  in ci
maggior frutto che per avventura non pensi un branco di grossi
fanfaroni tutti croste, che in questi lievi piacevolezze intendono
assai meno di Racleto nelle Pandette.
Ho conosciuto alti e potenti signori in buon numero, che andando a
caccia grossa, o per anitre, se avveniva che la bestia non si
scovasse o che il falcone si desse a librarsi, vedendo la preda
guadagnare spazio a ogni colpo d'ala, restavano ben tristi come
potete capire: ma per non abbattersi cercavano rifugio e conforto
ricordando le inestimabili geste del detto Gargantua.
Vi son altri pel mondo (non conto frottole) i quali, grandemente
afflitti dal mal di denti, dopo aver sperperato tutte le loro
sostanze in medici senza alcun profitto, rimedio speditissimo
hanno trovato mettendo le dette Croniche tra due bei pannilini ben
caldi e applicandole sulla parte malata non senza senapizzarle un
pochino con polvere d'oribus.
Ma che dir dei poveri impestati e gottosi? Oh quante volte li
abbiam visti unti e bisunti d'unguenti, col viso lustro come la
serratura della dispensa, che i denti gli ballavano come tasti
d'organo o di spinetta quando la mano vi scorre su, e il gozzo gli
schiumava come al porco selvatico quando i veltri lo acculano alle
tele! E che facevano essi allora? Altra consolazione non aveano
che udir leggere qualche pagina del detto libro. E n'abbiam visto
taluni votar l'anima a centomila vecchi diavoli se non avessero
provato sollievo manifesto al martirio della cura, colla lettura
del detto libro n pi n meno delle partorienti, che gongolano a
legger loro la vita di Santa Margherita.
Ma ci dite niente, ohe? Trovatemi un altro libro di qual si sia
lingua, o facolt, o scienza, che vanti tali virt, propriet e
prerogative e m'impegno di pagarvi un bel piatto di trippe. No,
signori, no;  un libro senza pari, impareggiabile,
imparagonabile: lo sostengo fino alla pena del fuoco, esclusa. E
non altro che truffattore, imbroglione, impostore e corruttore sia
reputato chi osi sostenere il contrario.
 ben vero che certe propriet occulte si trovano in alcuni libri
d'alto fusto come Sculacciabarili, Orlando Furioso, Roberto il
Diavolo, Fierebras, Guglielmo senza paura, Ugone di Bordeaux,
Montevieille e Matabruna. Ma non c' confronto con quello di cui
parliamo. E la gente ha ben provato per esperienza infallibile il
grande emolumento e utilit provenienti dalla detta Cronica
Gargantuina, ch gli stampatori n'hanno pi vendute in due mesi
che non venderanno Bibbie in nove anni.
Volendo dunque io, vostro umile schiavo, accrescere davvantaggio i
passatempi vostri, vi offro ora un nuovo libro dello stesso
calibro salvo che questo  un po' pi verosimile e degno di fede
che l'altro non fosse. E non crediate (se non volete errare ad
occhi aperti) che io ne parli come fanno gli Ebrei della Legge.
Non son nato sotto quel pianeta, e mai non m'accadde di mentire o
affermare cosa che non fosse vera. Io ne parlo come Santo Giovanni
dell'Apocalisse, quod vidimus testamur. E tratta il libro degli
orribili fatti e prodezze di Pantagruele al cui servizio io fui
appena uscito di paggio fino ad ora che con sua licenza me ne son
venuto a visitare un tantino il mio paese vacchereccio e a vedere
se viva ancora qualcuno de' miei parenti. Ma, per terminare questo
prologo, cos come io mi dono corpo e anima, trippe e budella a
centomila panierate di bei diavoli se dir una sola bugia in tutta
questa storia, parimenti voglio che vi bruci il fuoco di
Sant'Antonio, vi atterri il mal caduco, un fulmine vi fulmini,
l'ulcera v'impiaghi, vi colga il cacasangue, e il fuoco fino di
riccaracca, sottile come pel di vacca, tutto rinforzato d'argento
vivo, possa entrarvi nel culo, e che possiate come Sodoma e
Gomorra precipitare in zolfo, fuoco e abisso, se non crederete
fermamente a tutto ci che racconter in questa presente Cronica.


CAPITOLO I.

Dell'origine e antichit del grande Pantagruele.


Non sar inutile n ozioso, poich abbiam tempo, mentovare la
prima fonte e origine onde ci  nato il buon Pantagruele. Vedo
infatti che cos han trattato le loro croniche, tutti i buoni
storiografi, non solamente, Arabi, Barbari, Latini e Greci, ma
anche gli autori della Santa Scrittura come Monsignor San Luca e
parimenti San Matteo.
Vi convien prender nota dunque che, al principio del mondo (parlo
di tempi molto lontani, or sono pi di quaranta quarantine di
notti per contare al modo degli antichi Druidi) poco dopo che
Abele fu ucciso dal fratello Caino, la terra, imbevuta del sangue
del giusto, un certo anno fu

S feconda in ogni frutto
Ch' dal grembo suo produtto,

 e specialmente di mele, che quell'anno fu chiamato, a memoria
d'uomo, l'anno delle grosse mele: ne bastavano tre per riempire
uno staio. In quell'anno le calende furono trovate nei breviari
greci. Il mese di marzo non cadde in quaresima e il ferragosto fu
di maggio. Nel mese di ottobre, parmi, oppure di settembre (non
vorrei sbagliare, di che attentamente mi guardo) fu la settimana,
tanto famosa negli annali, dei tre gioved: tre a causa delle
irregolarit bisestili, poich il sole inciamp alcun poco
zoppicando a sinistra, e la luna devi dal suo corso pi di cinque
tese e fu visto chiaramente il movimento di trepidazione nel
firmamento detto Aplane; talch la Pleiade media, lasciando le sue
compagne, declin verso l'equinoziale e la stella nominata Spiga,
lasci la Vergine ritirandosi verso la Bilancia; nozioni queste e
materie tanto spaventevoli, dure e difficili che non le masticano
gli astrologhi. Avrebbero ben lunghi denti se potessero arrivare
fin lass.
Immaginate come la gente mangiava di gusto quelle mele, ch erano
belle all'occhio e deliziose al palato. Ma come avvenne a No, il
sant'uomo (quanto gli siamo obbligati e tenuti perci che piant
la vigna, onde ci viene quel nettareo, delizioso, prezioso,
celeste, gioioso e deifico liquore detto vino!) il quale s'ingann
bevendolo, ch ignorava la grande virt e possanza di quello,
similmente gli uomini e donne di quel tempo mangiavano con piacere
grande quel bello e grosso frutto; ma ben diversi accidenti ne
seguirono. Poich a tutti sopravvenne una molto orribile
enfiagione nel corpo, ma non a tutti nello stesso luogo. Agli uni
si gonfiava il ventre e rotondeggiava come grossa botte; del quali
 scritto: ventrem omnipotentem; ed essi furon tutti gente da bene
e buoni burloni. Dalla loro razza nacquero San Panzano e
Martedigrasso.
Agli altri si gonfiava il dorso e tanto cresceva la gobba che li
chiamavano montiferi, portatari di montagne, de' quali si vedono
ancora campioni pel mondo, di sesso e grado diverso. Di questa
razza usci Esopetto del quale avete i bei fatti e detti, scritti.
 Ad altri gli s'enfiava in lunghezza il membro che chiamasi
lavoratore della natura: per modo che l'avevano meravigliosamente
lungo, grande, grasso, grosso, rubizzo e increstato alla moda
antica, e tale che se ne servivano di cintura torcendolo cinque o
sei volte intorno al corpo. E se avveniva che s'inalberasse e lo
spingesse vento in poppa, avreste detto, di veder guerrieri con la
lancia in resta pronti a giostare alla quintana. Di quelli s'
perduta la razza, come dicon le donne, le quali continuamente si
dolgono che:

de' bei grossi non c' n pi etc.

il resto della canzone lo sapete.
Altri crescevano in fatto di coglioni s enormemente che tre
bastavano a empire un moggio. Da questi son discesi i coglioni di
Lorena i quali mai non alloggiano in braghetta, ma pendono gi
fino in fondo alle calze.
Altri crescevano in fatto di gambe e avreste detto a vederli
ch'eran gru o aironi oppur uomini sui trampoli. Gli scolaretti li
chiamano in grammatica Jambus.
Ad altri tanto cresceva il naso da sembrare il flauto d'un
alambicco; tutto diasprato, sfavillante di bitorzoletti,
pullulante, purpureo, a pompette, smaltato, foruncolato, e
ricamato di scarlatto. Tale lo possedevano il canonico Panzoult e
Piedeboys, medico d'Angers; della qual razza pochi furono che
amassero la tisana, preferendo tutti il brodo settembrino. Nasone
e Ovidio ne trassero origine e tutti quelli di cui  scritto: Ne
reminiscaris.
Ad altri crescevan le orecchie, cos grandi che nell'una
tagliavano giustacuore, brache e saio, dell'altra s'ammantellavano
come d'una cappa spagnola. E corre voce che nel Borbonese ancora
ne duri l'eredit, onde la frase: orecchie di Borbonese.
Altri infine crescevano in altezza di statura, onde son derivati i
giganti e quindi Pantagruele. E il primo fu

Chalbroth,
Che gener Sarabroth,
Che gener Faribroth,
Che gener Hurtaly (il quale fu buon mangiatore di zuppe e regn
al tempo del diluvio),
Che gener Nembroth,
Che gener Atlante (il quale colle sue spalle imped al cielo di
cadere),
Che gener Golia,
Che gener Morbois,
Che gener Machura,
Che gener Erix (inventore del gioco dei bussolotti),
Che gener Tito,
Che gener Orione,
Che gener Polifemo,
Che gener Caco,
Che gener Ezione (il quale fu il primo che avesse la peste per
non aver bevuto fresco d'estate, come attesta Bartacchino),
Che gener Encelado,
Che gener Ceo,
Che gener Tifo,
Che gener Alo,
Che gener Otto,
Che gener Egeone,
Che gener Briareo (il quale aveva cento mani),
Che gener Porfirio,
Che gener Adamastor,
Che gener Anteo,
Che gener Agatone,
Che gener Poro (contro il quale battagli Alessandro il grande)
Che gener Arantas,
Che gener Gabbara (primo inventore del bere altrettanto),
Che gener Golia di Secondilla,
Che gener Offot (il quale ebbe naso terribilmente bello, e da
bere al barile),
Che gener Artacheo,
Che gener Oromedonte,
Che gener Gemmagog (inventore delle scarpe alla polacca).
Che gener Sisifo,
Che gener i Titani, onde nacque Ercole,
Che gener Enac (molto esperto nell'arte di levare gli acari dalle
mani),
Che gener Fierabraccio (il quale fu vinto da Oliviero; pari di
Francia, compagno di Rolando),
Che gener Morgante (il quale primo di questo mondo, gioc ai dadi
cogli occhiali),
Che gener Fracassus (del quale ha scritto Merlin Coccaio, onde
nacque Ferra),
Che gener Pappamosche (il quale, primo, invento l'arte
d'affumicar le lingue di bue sotto il camino, laddove prima la
gente le salava come fa de' prosciutti),
Che gener Bolivorace,
Che gener Longis,
Che gener Gaiolfo, (il quale avea coglioni di pioppo e cazzo di
corniale),
Che gener Masticafieno,
Che gener Brusaferro,
Che gener Sorbivento,
Che gener Gallalto (il quale fu inventore delle bottiglie)
Che gener Mirlangault,
Che gener Galaffro,
Che gener Falurdino,
Che gener Roboastro,
Che gener Sortibrante di Coimbra,
Che gener Brusante di Monmirato,
Che gener Bruyer (il quale fu vinto da Ozieri il Danese, pari di
Francia),
Che gener Malbruno,
Che gener Nonfttere,
Che gener Acquelebac,
Che gener Cazzogranito,
Che gener Grangozzo,
Che gener Gargantua,
Che gener il nobile Pantagruele padron mio.
Io prevedo che leggendo questo passo vi sorger in mente un dubbio
ben ragionevole e vi domanderete come sia possibile tale
genealogia, visto che al tempo del diluvio tutta la gente per
eccetto No e sette persone con lui dentro l'arca, nel numero
delle quali non  incluso il menzionato Hurtaly. La domanda 
fondata, non c' che dire e bene assennata, ma la risposta, s'io
non ho il cervello mal ristoppato, vi dar soddisfazione. E poich
io non viveva a quel tempo l per parlarvene a mio agio, vi
allegher l'autorit dei massoreti, interpreti della sacra
scrittura ebraica, i quali affermano che, in verit, il detto
Hurtaly non era dentro l'arca di No, (non c'era potuto entrare
per via della gran statura) ma vi stava sopra a cavalcioni, una
gamba di qua e una gamba di l, come i bimbi sui cavalli di legno
e come il grosso toro di Berna, ucciso a Marignano, che cavalcava
un grosso cannone petraio, bestia, codesta, di bello e allegro
ambio davvero. In quella guisa dunque salv, dopo Dio, la detta
arca dai pericoli, poich le dava colle gambe il movimento e coi
piedi la voltava dove voleva come fa il timone d'una nave. Quelli
di dentro, per un camino, gli passavano viveri a sufficienza,
riconoscendo il beneficio loro arrecato. E qualche volta
parlamentavano insieme come faceva Icaromenippo con Giove, secondo
riferisce Luciano. Avete bene inteso tutto ora? E bevetene dunque
un buon bicchiere, senz'acqua. E se non credete, io neppure.


CAPITOLO II.

Della nativit del temutissimo Pantagruele.

Gargantua, all'et di quattrocento quattroventi e quarantaquattro
anni, gener suo figlio Pantagruele, col concorso della sua sposa
chiamata Boccaperta, figlia del re degli Amauroti in Utopia. Ella
mor di parto. Il figlio infatti era cos mirabilmente grande e
pesante che non pot venire alla luce senza soffocar la madre. Ma
per intender pienamente la causa e ragione del nome che gli fu
dato a battesimo, dovete notare che in quell'anno fu siccit tanto
grande in tutto il paese d'Africa, che passarono trentasei mesi,
tre settimane, quattro giorni, tredici ore e qualche istante per
giunta. Senza piovere con un calore di sole cos veemente che
tutta la terra n'era inaridita.
Neanche al tempo di Elia fu tanto caldo. Non v'era albero sulla
terra che avesse foglia o fiore, le erbe erano senza verde, i
fiumi prosciugati, le fonti a secco, i poveri pesci abbandonati
dal loro proprio elemento vagavano e gridavano per la terra
orribilmente, gli uccelli cadevano gi dall'aria per mancanza di
rugiada; i lupi, le volpi, i cervi, i cignali, i daini, le lepri.
i conigli, le donnole, le faine, i tassi e altre bestie si
trovavano pei campi, morte a gola spalancata.
Quanto agli uomini facevan piet: li avreste visti con tanto di
lingua fuori come levrieri che abbian corso sei ore. Molti si
gettavano nei pozzi; altri si mettevano dentro il ventre di una
vacca per essere all'ombra: Omero li chiama Alibantes.
Tutta la contrada era paralizzata. Era pietoso vedere il travaglio
degli uomini per difendersi dalla orribile sete. Ci voleva il ben
di Dio a salvare l'acqua benedetta per le chiese affinch non
fosse consumata, ma fu provveduto in modo, per consiglio dei
signori cardinali e del Santo Padre, che nessuno osava attingervi
se non una volta. E quando qualcuno entrava in chiesa si vedevano
ventine di poveri assetati assediare il distributore dell'acqua e
chinarsi a gola aperta aspettando le goccioline che cadessero,
come il cattivo ricco, affinch nulla andasse perduto. Oh, ben
fortunato chi avesse avuto in quell'anno fresca e ben fornita
cantina!
Racconta il filosofo, proponendo il quesito perch l'acqua del
mare sia salata, che al tempo in cui Febo affid il governo del
suo carro lucifico al figlio Fetonte, questi, male esperto
dell'arte, non sapendo seguire la linea eclittica fra i due
tropici della sfera solare, devi e tanto s'avvicin alla terra
che dissecc tutte le contrade subiacenti, bruciando anche una
parte del cielo che i filosofi chiamano via lattea e i fisolofi
chiamano la via di San Giacomo, mentre i pi famosi poeti
asseriscono esser quella la parte dove gocciol il latte di Ginone
quando allattava Ercole. La terra fu dunque tanto riscaldata che
le venne un sudore enorme, e cos sud tutto il mare, che perci 
salato: infatti ogni sudore  salato. E ci potete verificare
assaggiando il vostro proprio, oppure, se lo preferite, quello
degli appestati quando sono fatti sudare: per me  tutt'uno.
Quasi lo stesso accadde nel detto anno: infatti un giorno di
venerd che tutta la gente s'era messa in devozione e faceva una
bella processione con molte litanie e belle preghiere, supplicando
Dio onnipotente di volgere a loro il suo occhio clemente in tale
sciagura, furono viste visibilmente uscir di terra grosse goccie
d'acqua come quando alcuno suda copiosamente. E il povero popolo
cominci a rallegrarsi come se fosse stata cosa profittevole: gli
uni dicevano che non essendovi goccia d'umidit per l'aria onde
sperare la pioggia, la terra riparava al difetto. Altri, gli
scienziati, dicevano ch'era pioggia degli antipodi, come Seneca
narra nel quarto libro Questionum naturalium parlando della
origine delle sorgenti del fiume Nilo; ma s'ingannarono. Infatti
finita la processione, mentre ciascuno voleva raccogliere di
quella rugiada e ingollarne a sciacquabudella s'accorsero che non
era se non salamoia, pi salata e peggio dell'acqua di mare.
E poich in quel giorno nacque Pantagruele, il padre gli impose
quel nome da Panta che in greco vuol dire tutto e Gruel che, in
lingua agarena significa assetato. Volendo con ci ricordare che
nell'ora della sua nativit la gente era tutta assetata e
prevedendo, con spirito profetico, che un giorno sarebbe re degli
assetati; e ci fu anche dimostrato, in quell'ora, da altro segno
pi evidente. Infatti mentre la madre Boccaperta stava per
partorirlo e le levatrici attendevano per riceverlo, uscirono
prima dal suo ventre sessantotto mulattieri che tiravano ciascuno,
per la cavezza, un mulo tutto carico di sale; dopo loro uscirono
nove dromedari carichi di prosciutti e lingue di bue affumicate,
sette cammelli carichi d'anguillette, poi venticinque carrette di
porri, agli, cipolle e cipolline. Le levatrici ne furono
spaventate, ma alcune di esse dicevano: "Ecco una buona
provvisione; certo noi bevevamo fiaccamente e senza slancio, tutto
ci non  che buon segno: sono i pungoli del vino".
E mentre chiacchieravano tra loro di queste bazzecole ecco
spuntare Pantagruele tutto peloso come un orso, onde una d'esse
con spirito profetico disse: "Nato col pelo: far cose
meravigliose; quello l, se vive, avr i suoi anni".


CAPITOLO III.

Doglianza di Gargantua per la morte della sua sposa Boccaperta.


Quando Pantagruele fu nato, chi mai rimase stupefatto e perplesso?
Gargantua, suo padre: poich vedendo da una parte la sua sposa
Boccaperta morta, e dall'altra il figlio Pantagruele nato, tanto
bello e grande, non sapeva che dire e che fare. Il dubbio che
turbava il suo animo era questo: non sapere se dovesse piangere
pel lutto della sposa o ridere per la gioia del figlio. Da una
parte e dall'altra avea argomenti sofistici che lo soffocavano,
ch egli sapeva ordinarli assai bene in modo et figura, ma non
poteva risolverli. E intanto restava impacciato come sorcio nella
pegola, o milano preso al laccio.
"Pianger? diceva egli. - Oh s! - E perch? - Ma  morta la mia
buonissima sposa, che era la pi cos e la pi col che fosse al
mondo. Mai pi la rivedr, mai pi ne trover una simile, 
perdita inestimabile! Oh, mio Dio, che t'avevo fatto per punirmi
cos? Perch non inviasti la morte a me prima che a lei? poich
vivere senza lei  languire. Ah Boccaperta mia dolce, amica mia,
mia fichettina, (a dire il vero misurava ben tre jugeri e due
pertiche) mia teneruccia, mia braghetta, mia ciabatta, mia
pantofola, mai pi ti rivedr. Ah, povero Pantagruele, hai perduto
la tua buona madre, la tua dolce nutrice, la tua adorata. Ah morte
cagna, tanto male mi vuoi, tanto m'oltraggi da togliermi colei che
a buon diritto poteva essere immortale".
E ci dicendo piangeva come una vacca; ma subito rideva come un
vitello, quando gli veniva a mente Pantagruele. "Oh, mio
figlioletto, diceva, mio coglioncino, mio piedino, quanto sei
grazioso! E quanto debbo a Dio perch mi ha dato un s bel
figliolo, tanto allegro e ridente e grazioso! Oh, oh, oh, oh, come
sono contento! beviamo oh! lasciamo ogni melanconia; porta del
migliore, sciacqua i bicchieri, metti la tovaglia, caccia via quei
cani, soffia sul fuoco, accendi questa candela, chiudi quella
porta, affetta per la  zuppa, fuori quei poveri e d loro ci che
domandano; tieni la mia tonaca, che mi metto in giustacore per
meglio festeggiar le comari".
In cos dire ode le litanie e i memento dei preti che portavano a
sotterrare la sua sposa; e allora smise la letizia e subito tratto
altrove, diceva: "Signore Iddio, ancora devo contristarmi? Ci mi
rincresce, non son pi giovane, divengo vecchio,  un'et
pericolosa; potrei prendere qualche febbre, eccomi fuor di me.
Parola di gentiluomo, val meglio pianger meno e bere di pi. La
mia donna  morta, ebbene, per... (con licenza)... Dio, non la
resusciter gi col mio pianto: ella sta bene, si trova almeno
almeno in paradiso, se non meglio: e prega Dio per noi, oh ella 
ben fortunata: non si cura pi delle nostre miserie e calamit.
Oggi a te domani a me e Dio salvi chi resta! Convien che pensi a
trovarne un'altra".
- Ma ecco ci che avete a fare, disse alle levatrici: andate al
funerale di lei mentre io qui culler mio figlio, poich mi sento
molto disturbato e corro pericolo d'ammalarmi; ma bevete prima
qualche sorso, vi far bene, parola d'onore. E le donne
obbedirono, poi andarono al funerale e il povero Gargantua rest a
casa solo. E intanto compose perch fosse inciso, questo seguente
epitaffio:

Partorendo part pel suo destino
La nobil Boccaperta: avea la guancia
Simile al mascheron d'un ribechino,
Corpo spagnol, di svizzera la pancia.
Pregate Iddio che le sia propizio
E le perdoni se in nulla pecc;
Qui sta il corpo vissuto senza vizio
E mori l'anno e il giorno che spir.


 CAPITOLO IV.

Dell'infanzia dl Pantagruele.


Trovo negli antichi storiografi e poeti che molti son nati a
questo mondo in modi assai strani che sarebbe troppo lungo
raccontare: leggete il settimo libro di Plinio se avete tempo. Ma
non udiste mai meraviglie come quelle di Pantagruele. Ed  cosa
difficile a credere come crescesse in poco tempo di corpo e di
forze. Ercole che, ancora in culla, uccise i due serpenti  nulla:
poich i detti serpenti erano assai piccoli e fragili.
Pantagruele, ancora in culla, fece cose ben pi spaventevoli.
Tralascio qui di dire come qualmente, ad ogni pasto, sorbisse il
latte di quattromila e seicento vacche; e come per fabbricargli un
padellone da cuocere la sua pappina, furono occupati tutti i
padellari di Saumur nell'Angi, di Villedieu in Normandia, di
Bramont in Lorena: gli somministravano la detta pappina in un gran
tino che anche oggid  a Bourges presso il palazzo; ma i denti
gli eran gi tanto cresciuti e s robusti che ruppe un gran pezzo
del tino come si pu vedere tuttora.
Un giorno, sul mattino, mentre lo volevano far poppare a una delle
sue vacche (ch altre nutrici non ebbe, come afferma l'istoria)
sciolse i legami che gli tenevano alla culla l'un de' bracci, vi
prese la detta vacca per sotto il garretto e le mangi le due
mammelle e la met del ventre, fegato e rognoni compresi: e
l'avrebbe divorata tutta se essa non avesse muggito orribilmente
come se i lupi le addentassero le gambe; alle grida accorse gente
e strapparono la detta vacca dalle mani di Pantagruele, ma non
seppero fare s che il garretto non gli restasse in mano come lo
teneva, e che egli non se lo mangiasse bravamente come voi fareste
d'una salciccia; e quando gli vollero strappare l'osso, lo ingoi
presto come farebbe un gabbiano di un pesciolino; e poi cominci a
dire: "Buono! buono! buono!" poich ancora non sapeva ben parlare;
con che voleva far capire che l'aveva gustato assai, n altro gli
occorreva. Ci vedendo quelli che lo servivano lo legarono con
grosse corde come quelle che si fabbricano a Tain per il viaggio
del sale a Lione, o come quelle della gran nave Francoise che si
trova al porto di Grace in Normandia.
Ma una volta che un grosso orso, allevato dal padre, scapp e gli
venne a leccare il viso (ch le balie non gli avevano pulito a
modino il mostaccio) si sbarazz delle corde colla stessa facilit
di Sansone tra i Filistei, vi prese il signor orso, ve lo fece a
pezzi come fosse un pollo ed ebbe, per quel pasto una pietanzina
coi fiocchi. Perci Gargantua, temendo potesse farsi del male,
fece fabbricare, per legarlo, quattro grosse catene di ferro e
fece puntellare la culla con arcate di rinforzo. Di quelle catene
se ne vede ora una a La Rochelle, che tendono la sera tra le due
grosse torri del porto. Un'altra si trova a Lione, un'altra ad
Angers, e la quarta fu portata via dai diavoli per legare Lucifero
che in quel tempo l s'agitava tormentato straordinariamente da
una colica buscatasi per aver mangiato a colazione l'anima d'un
sergente in fricassata. Onde potete ben credere ci che dice
Nicola de Lyra nel passo del salterio dove  scritto: Et Og regem
Basan... che cio il detto Og, ancora piccino, era s forte e
robusto che bisognava legarlo con catene di ferro alla culla. E
cos rest quieto e tranquillo anche Pantagruele non potendo
rompere facilmente quelle catene, tanto pi che non c'era spazio
nella culla per dare slancio al braccio.
Ma ecco arriv il giorno d'una gran festa, e Gargantua dava un bel
banchetto a tutti i principi della corte. Io credo che tutti gli
ufficiali di corte dovessero essere occupatissimi al servizio del
banchetto, perch nessuno si curava pi del povero Pantagruele il
quale restava cos a reculorum. Che cosa fece egli? Ci che fece,
cara la mia gente, state un po' a sentirlo: prov a rompere le
catene della culla colle braccia; ma non riusc, erano troppo
solide: allora tanto tempest coi piedi che sfond l'estremit
della culla che pur consisteva d'una grossa trave di sette spanne
in quadrato: e appena pot sporgere fuori i piedi, s'inclin il
meglio che pot in modo da toccar terra. E allora con gran forza
si rizz sollevando con s la culla legata sulla schiena, come
tartaruga che monti sopra un muro; e a vederlo sembrava una gran
nave di cinquecento tonnellate dritta in piedi.
Entr in quel modo nella sala dove si banchettava con passo s
ardito che spavento tutti i presenti; ma avendo le braccia legate
dentro, non poteva prender nulla da mangiare; sicch a gran pena
si chinava per allungar colla lingua qualche leccata. Ci vedendo
il padre, cap che l'avevano lasciato senza cibo e comand fosse
sciolto dalle catene per consiglio dei principi e signori
presenti, tanto pi che i medici di Gargantua dicevano che
seguitando a mantenerlo cos nella culla sarebbe andato soggetto
tutta la vita alla gravella. Scatenato che fu lo fecero sedere e
mangi benissimo; poi, protestando di non tornar pi in culla, con
gran dispetto gli sferr su un cazzotto, frantumandola in
cinquecentomila pezzi.


CAPITOLO V.

Dei fatti del nobile Pantagruele nella sua giovane et.


Cresceva dunque Pantagruele di giorno in giorno e prosperava a
vista d'occhio, di che il padre per naturale affezione
rallegravasi. E gli fece fare, cos piccino com'era, una balestra
perch si divertisse cacciando gli uccelletti. La chiamano, ora,
la grande balestra di Chantelle.
Poi lo mand a scuola perch vi trascorresse imparando,
l'adolescenza. Infatti and a Poitiers per studiare e con molto
profitto; col vedendo che gli scolari erano talora in ozio e non
sapevano come passare il tempo, ne ebbe compassione. E un giorno
stacc da una rupe chiamata Passelourdin una grande lastra di
circa dodici tese in quadrato e di quattordici palmi di spessore e
la pos adagino su quattro pilastri in un campo, affinch gli
scolari quando non avessero altro a fare passassero il tempo a
montare sulla detta pietra e l banchettare a suon di bottiglie,
prosciutti, pasticci, scrivendovi poi su i loro nomi col coltello:
ora la chiamano la Pierre leve.
 E in memoria di ci nessuno studente s' matricolato nella detta
universit di Poitiers se prima non avesse bevuto alla fontana
Cavallina di Croutelle, non fosse passato a Passelourdin e salito
sulla Pierre leve.
Pi tardi Pantagruele leggendo le belle croniche de' suoi
antenati, trov che Goffredo di Lusignano, detto Goffredo dal gran
dente, nonno del cugino secondo della sorella maggiore della zia
del genero dello zio della nuora di sua suocera, era sepolto a
Maillezais: onde un giorno prese campos  per visitarlo come uomo
dabbene ch'egli era.
E partendo da Poitiers con alcuni compagni, passarono per Ligug,
dove visitarono il nobile abate Ardillon; poi per Lusignano,
Sansay, Celles, Colonge, Fontenay - le - Conte, dove salutarono il
dotto Tiraqueau: e di l arrivarono a Maillezais, dove egli visit
il sepolcro del detto Goffredo dal gran dente. Ebbe un po' di
paura vedendo la sua statua tombale, ch ha l'aspetto come d'uomo
furioso che sta sguainando la daga. E chiestane la causa, i
canonici del luogo gli dissero che altra causa non v'era se non
che pictoribus atque poetis etc.; vale a dire che i pittori e i
poeti hanno libert di dipingere a loro piacere ci che vogliono.
Ma egli non si content di quella risposta e disse: "Non  cos
dipinto senza ragione, e dubito che, morto, gli abbian fatto
qualche torto di cui domanda vendetta ai parenti. Far
un'inchiesta a fondo e agir come si deve ".
Poi ritorn, ma non gi a Poitiers: volle visitare le altre
universit di Francia: passando a La Rochelle si mise in mare e
and a Bordeaux, dove non trovo grande esercizio se non di
chiattaioli che giocavano all'uvetta sulla spiaggia. Quindi and a
Tolosa ove impar assai bene a ballare e a tirar di scherma collo
spadone a due mani com' uso degli studenti di quella universit;
ma non vi rest quando vide facevano bruciar i loro rettori vivi
come arringhe salate e disse: "A Dio non piaccia che io muoia
cos, che sono per mia natura abbastanza assetato senza scaldarmi
di pi".
And poi a Montpellier, dove apprezz gli eccellenti vini di
Mirevaux e l'allegra compagnia; pens di studiarvi medicina, ma
poi consider che la condizione di medico era fastidiosa e
malinconica e che i medici puzzavan di clistere come vecchi
diavoli. Volle studiar legge, ma vedendo che di legisti l non
v'erano che tre tignosi e un pelato, si part da Montpellier.
Lungo il cammino costrusse il ponte di Gard e l'anfiteatro di
Nimes in meno di tre ore e sembra tuttavia opera pi divina che
umana; venne poi ad Avignone e non eran passati tre giorni che
s'innamor: poich le donne vi giocan volentieri a stringichiappe,
essendo citt papale.
Ci vedendo il suo pedagogo, chiamato Epistemone, lo ritir di l
e lo condusse a Valenza nel Delfinato; ma Pantagruele vide che non
vi si studiava molto e che i bricconi della citt picchiavano gli
studenti. Ne fu indispettito. Una bella domenica che tutta la
gente ballava in pubblico, uno studente volle entrare nel ballo,
ma i detti bricconi non lo permisero. Ci vedendo Pantagruele
diede loro la caccia fino alle rive del Rodano e voleva farveli
annegare: ma essi si nascosero sotto terra come le talpe, per una
buona mezza lega sotto il letto del Rodano. Il sotterraneo si vede
tuttora. Quindi si part e in tre passi e un salto giunse ad
Angers, dove stava benissimo e vi sarebbe rimasto un certo tempo
se non l'avesse cacciato via la peste.
 Cos venne a Bourges dove studi lungo tempo con molto profitto
iscrivendosi alla facolt di legge. Diceva talora che i libri di
legge gli sembravano una bella veste d'oro, trionfale e preziosa a
meraviglia che fosse ricamata di merda.
"Poich, diceva egli, non vi sono al mondo libri tanto belli e
adorni ed eleganti come i testi delle Pandette, ma il loro ricamo,
vale a dire il commento d'Accursio  cos lurido, infame e fetente
quanto pu essere sozza immondizia".
Partendo di l se ne venne a Orlans dove trov studenti
campagnoli in quantit che gli fecero buona accoglienza e in breve
apprese con loro a giocare al pallone talch ne divenne maestro.
Infatti gli studenti del luogo ne fanno esercizio continuo e lo
conducevano talora alle isole per divertirsi al gioco di
spinginnanzi. E quanto al rompersi la testa a studiare, n punto
n poco, perch aveva paura gli s'indebolisse la vista. Tanto pi
che uno dei rettori diceva spesso nelle sue lezioni che nulla 
tanto contrario alla vista quanto il male agli occhi. E un giorno
che fu laureato in legge uno degli studenti di sua conoscenza, che
di sapienza non ne aveva pi d'un vitello, ma al compenso sapeva
molto bene ballare e giocare al pallone, gli compose il blasone e
la divisa dei laureati di quella universit cos:

Buone palle in la braghetta,
Nella mano la racchetta,
La legge entro la cornetta;
Gran virt di danzatore,
Ecco fatto un buon dottore.


CAPITOLO VI.

Come qualmente Pantagruele incontr un Limosino che contraffaceva
la lingua francese.


Un giorno, non so quando, Pantagruele passeggiando dopo cena coi
suoi compagni presso la porta che conduce a Parigi, incontr uno
studente tutto agghindato che veniva per quella strada e scambiati
i saluti gli domand:
- Amico, donde vieni a quest'ora?
- Da l'alma, inclita e celebre accademia che vocasi Lutezia,
rispose lo studente.
- Che significa? chiese Pantagruele a uno de' suoi.
- Parigi, gli fu risposto.
- Ah, tu vieni dunque da Parigi, disse Pantagruele; e come
occupate il tempo voialtri signori studenti della detta Parigi?
- Transitiamo la Sequana, rispose lo studente, dal diluculo al
crepuscolo, deambuliamo pei trivii e quadrivii dell'urbe
spruzzeggiando la verbocinazione laziale, e quali verosimili
amorabondi, captiamo la benevolenza dell'onnigiudice, onniforme e
onnigeno sesso femmino. Certi dieculi inspiciamo i lupanari di
Champgaillard, Matacon, Cul de sac, Bourbon, Glattigny, Huslieu e,
in venerica estasi inculchiamo le nostre verghe nei penitissimi
recessi delle pudende di quelle meretricule amicabilissime; poi
inglutiamo nelle meritorie taberne della Pomme de pin, del Castel,
della Magdeleine e della Mulle, belle spatule ovine, perforaminate
di petrosillo. E se per fortuita sfortuna, siavi rarit o penuria
di pecunia nelle nostre marsupie e siano esse esauste di
ferrugineo metallo, dimettiamo pignorati per lo scotto codici e
vesti sollecitando messaggi dai patrii lari e penati.
- Che diavolo di lingua  questa?, disse Pantagruele. Per Dio, tu
sei un eretico.
- Signor no, disse lo studente, imperocch non anco illucesce una
minuscola baluginazione di luce che libentissimamente io demigro
in alcuno dei tanti ben costrutti monasteri e l, irroratomi di
bella acqua lustrale, rosicchio qualche boccone di missica
precazione dei nostri sacrificuli. E subbiascicando le mie precule
orarie, detergo e astergo l'anima dai notturni inquinamenti.
Riverenzia ho per gli Olimpicoli, latriale venerazione al supremo
Astripotente. Diligo e riamo i prossimi miei, absolvo i precetti
decalogici e, secondo le facultatule mie, la latitudine
d'un'unguicola non me ne diparto. Ben  veriforme che, non
supergurgitando Mammona nei loculi miei, sono alcun poco raro e
lento nel superogare elemosine agli egeni, l'obolo, di porta in
porta queritanti.
- Merda! disse Pantagruele, che mai vuol dire questo matto? Egli
ci fabbrica, a quanto pare, qualche diabolico linguaggio e vuole
immagarci come un incantatore.
- Signore, disse uno de' suoi, senza dubbio questo zerbinotto vuol
imitare la lingua dei Parigini, ma in realt non fa che scorticare
il latino e sdegnando l'uso del parlar comune s'immagina di
pindareggiare e d'esser chi sa qual prelibato oratore in francese.
-  vero? chiese Pantagruele.
- Signor, mio sire, riprese io studente, il genio mio non  punto
nato e adatto, secondo dice codesto flagizioso nebulone, a
escoriare la cuticula del nostro vernacolo gallico, ma
viceversamente m'adopro, e per remi e per vele mi sforzo a
locupletarlo della latinicomia ridondanza.
- Ah, perdio, esclamo Pantagruele, ti insegner io a parlare! Ma,
anzitutto rispondimi: di dove sei?
- L'origine primeva, rispose lo studente, de' miei avi et atavi fu
indigena delle regioni Lemoviche, dove requiesce il corpore
dell'agiotato Santo Marziale.
- Ah, capisco, disse Pantagruele, in lingua povera sei Limosino e
vuoi scimiottare il parlar di Parigi; vien qua che ti pettino io
per le feste.
E afferratolo per la gola gli disse:
- Ah, tu scortichi il latino! Per San Giovanni, ora ti faccio
render l'anima scorticandoti vivo.
E il povero Limosino a gridare:
- Ve dicon, gentilastre! Ho, sainct Marsault, adjouba my! Hau
hau, lassas  quan, au nom de Dious, et ne me touchas grou!
- Ora s che parli con naturalezza! disse Pantagruele. E lo moll
perch il povero Limosino stava sconcacando le sue brache le quali
erano tagliate a coda di merluzzo e non a fondo tondo. E allora
Pantagruele:
 - Sainct Alipeutin, quelle civette! Au diable soit le mascherabe,
tant il put.
E lo lasci andare. Ma il Limosino rimase s impressionato e
alterato per tutta la vita da affermare spesso che Pantagruele lo
afferrava alla gola.
Dopo qualche anno mori della morte di Rolando. Compievasi cos
vendetta divina e dimostravasi ci che dicono il filosofo, e Aulo
Gellio, cio che convien parlare secondo l'uso, e, come diceva
Ottaviano Augusto, che bisogna evitare le parole insolite con la
stessa diligenza colla quale i piloti evitano gli scogli.

CAPITOLO VII.

Come qualmente Pantagruele venne a Parigi e dei bei libri della
libreria dl San Vittore.

Dopoch Pantagruele ebbe finiti gli studi a Orlans deliber di
visitare la grande universit dl Parigi; ma, prima di partire, fu
avvertito che, a Saint-Aignan d'Orlans, una grossa, enorme
campana stava abbandonata a terra da oltre duecentoquattordici
anni. Era cos grossa che nessun congegno poteva sollevarla,
bench avessero tentato tutti i mezzi indicati da Vitruvio, De
Architectura, da Albertus, De re dedificatoria, da Euclide, Teone,
Archimede, e da Erone  nel De ingeniis. Nulla era servito.
Pantagruele volentieri consentendo all'umile richiesta dei
cittadini abitanti la citt, deliber di metterla sul campanile a
ci destinato. Venne infatti l dov'era la campana e la sollev di
terra col dito mignolo cos facilmente come voi sollevereste un
sonaglietto da sparviere. Ma prima di portarla al campanile
Pantagruele volle farne una mattinata per la citt tenendola in
mano e scampanando per tutte le strade, onde tutta la gente se la
godeva un mondo; ma ne segu, ahim, una ben grave disgrazia;
poich portandola e facendola scampanare cos per le strade, tutto
il buon vino d'Orlans ne fu scosso e si guast. La gente non se
ne accorse che la notte seguente quando ciascuno si sent dei
dolori per aver bevuto di quel vino sconvolto e non facevano che
sputar bianco come il cotone di Malta, dicendo: "c' stato
Pantagruele, abbiamo la gola salata".
Ci fatto egli venne a Parigi coi suoi compagni. All'entrare tutta
la gente usc dalle case per vederlo poich, come ben sapete, il
riottoso popolo di Parigi  sciocco per natura, per bequadro e per
bemolle; e lo guardavano sbalorditi, non senza gran paura che
avesse a trasportare altrove in qualche remoto paese il palazzo di
giustizia come suo padre aveva portato via le campane di Notre
Dame per appenderle al collo della sua giumenta. Dopo avervi
abitato qualche tempo e studiato con diligenza le sette arti
liberali, diceva esser Parigi una buona citt per vivervi ma non
per morirvi, poich gli accattoni del cimitero di Sant'Innocenzo
si scaldano il culo colle ossa dei morti. Trov magnifica la
libreria di San Vittore massimamente per alcuni libri dei quali
segue il repertorio. E primo:

Bigua salutis.
Bragueta iuris.
Pantofla decretorum.
Malagranatum vitiorum.
Le peloton de thologie.
Le visiempenard des prescheurs compos par Turelupin.
La couille barrine des preux.
Les hanebanes des evesques.
Marmotretus, de babouynis et cingis cum commento Darbellis.
Decretum universitatis Parisiensis super gorgiositatem
muliercularum ad placitum. L'apparition de Saincte Gertrude  une
nonnain de Poissy estant en mal d'enfant.
Ars honeste petandi in societate par M. Ortuinum.
Le Moustardier de Penitence.
Les Houseaulx, alias les Bottes de patience.
Formicarium Artium.
De brodiorum usu et honestate chopinandi, per Slivestrem,
Prieratem, Jacopinum
Le Belin en Court.
Le cabat des Notaires.
Le Pacquet de Mariage.
Le Creziou de Contemplation.
Les fariboles de Droict.
L'aiguillon de vin.
L'esperon de fromaige.
Decrotatorium Scholarium.
Tartaretus, De modo cacandi.
Les Fanfares de Rome.
Bricot, De differentiis souppaurm.
Le Culot de discipline.
La Savate de Umilit.
Le tripier du bon Pensement.
Le Chaulderon de Magnanimit.
Le Hanicrochemens des Confesseurs.
La Croquignolle des Curs.
Reverendi Patris Fratris Lubini Provinclalis Bavardie De
croquendis lardonibus libri tres.
 Pasquilei doctoris marmorei, de Capreolis cum chardoneta
comedendis, tempore papali ab Ecclesia interdicto.
L'Invention Saincte Croix,  six personnages, joue par les clercs
de Finesse.
Les lunettes des Romipetes.
Maioris, De modo faciendi boudinos.
La cornemuse des Prelatz.
Beda, De optimate triparum.
La Complainte des Advocats sur la Reformation des Drages.
Le Chat fourr des Procureurs.
De Pois au lart, cum Commento.
La Profiterolle des Indulgences.
Preclarissimi, Iuris Utriusque Doctoris Maistre Pilloti
Racquedenari, De bobelinandis Glosse Accursiane baguenaudis
Repetitio enucidiluculidissima.
Stratagemata Francarchieri de Baignolet.
Franctopinus, De re militari, cum figuris Tevoti.
De usu et utilitate escorchandi equos et equas, autore M. nostro
de Quebecu.
La Rustrie des Prestolans.
M. N. Rostocostojambedanesse, De moustarda post prandium servienda
lib. quatordecim apostilati per M. Vaurillonis.
Le couillage des Promoteurs.
Questio subtilissima, utrum Chimera in vacuo bombinans possit
comedere secundas intentiones, et fuit debatuta per decem
hebdomadas in concilio Costantiensi.
Le machefain des Advocatz.
Barbouilamenta Scoti.
La Ratepenade des Cardinaulx.
De calvaribus removendis decades undecim, per M. Albericum de
Rosata.
Eiusdem, De castramentandis crinisus, lib. tres.
L'Entre de Anthoine de Leive es Terres du Bresil.
Marforii Bacalarii cubantis Rome, de pelendis mascarendisque
Cardinalium mulis.
Apologie d'icelluy contre ceux qui disent que la Mule du Pape ne
mange qu' ses heures.
Pronostication que incipit "Silvi Triquebille" balata par M. n.
Songecrusyon.
Boudarini, episcopi, De emulgentiarum profectibus eneades novem
cum privilegio Papali ad trienniun et postea non.
Le Chiabrena des Pucelles.
Le Cul pel des vefves.
La coqueluche des moines.
Les Brimborions des Padres Celestins.
Le Barrage de Manducit.
Le Clacquedent des Marroufles.
La Ratoure des Theologiens.
L'ambouchouoir des Maistres en Ars.
Les Marmitons de Olcam  simple tonsure.
Magistri n. Fripesaulcetis, De grabellationibus horrarum
canonicarum lib. quadraginta.
Cullebutatorium confratriarum, incerto autore.
La Cabourne des Briffaulx.
Le Faguenat des Hespaignolz, supercoquelincantiqu par Frai Inigo.
La Barbotine des Marmiteux.
Poiltronismus rerum Italicarum, autore magistro Bruslefer.
R. Lullius, de balisfolagiis Principium.
Callibistratorium Cattardie, auctore M. Jacobo Hocstratem,
hereticometra.
Chaultcouillons, de Magistro nostrandorum, Magistro nostratorumque
beuvetis, lib. octo gualantissimi.
 Les Patarredes des Bullistes, Copistes, Scripteurs,
Abbreviateurs, Referendaires et Dataires, compilles par Regis.
Almanach perpetuel pour les Gouteux et Verollez.
Maneries ramonandi fournellos, per M, Eccium.
Le Poulemart des Marchans.
Les Aisez de Vie monachale.
La Gualimaffre des Bigotz.
L'Histoire des Farfadetz.
La Belistrandie des Millesouldiers.
Les Happelourdes des Officiaulx.
La Bauduffe des Thesauriers.
Badinatorium Sophistarum.
Antipericatametanaparbeugedamphicribrationes merdicantium.
Le Limasson des Rimasseurs.
Le Boutavent des Alchymistes.
La Nicquenocque des Questeurs, cababezace par frre Serratis.
Les Entraves de Religion.
La Racquette des Brimbaleurs.
L'Acodouoir de Vieillesse.
La Museliere de Noblesse.
La Patenostre du Cinge.
Les Grezillons de Devotion.
La Marmite des Quatre temps.
Le Mortier de Vie politique.
Le Mouschet des Hermites.
La Barbute des Penitenciers.
Le tric trac des Freres Frapars.
Lourdaudus, De vita et honestate Braguardorum.
Lyripipii Sorbonici moralisationes, per M. Lupoldum.
Les Brimbelettes des Voyageurs.
Les Potingues des Evesques potatifz.
Taraballations Doctorum Coloniensium adversus Reuchlin.
Les cymbales des Dames.
La Martingalle des Fianteurs.
Virevoustatorum Nacquettorum per F. Pedebilletis.
Les Bobelins de Franc Couraige.
La Mommerie des Rebatz et Lutins.
Gerson, De auferibilitate Pape ab Ecclesia.
La Ramasse des Nommez et Graduez.
Jo. Dytebrodii, De terribilitate excomunicationum libellus
acephalos.
Ingeniositas invocandi Diabolos et Diabolas per Guinguolfum.
Le Hoschepot des Perpetuons.
La Morisque des Hereticques.
Les Henilles de Gaetan.
Moillegroin, doctoris cherubici, De origine patepelutarum et
torticollorum ritibus lib. septem.
Soixante et neuf Breviaires de haulte gresse.
Le Godemarre des cinq Ordres des Mendians.
La Pelletiere des Tyrelupins, extraicte de la Bote fauve
incornifistibule en la Somme Angelique.
Le Ravasseurs des Cas de conscience.
La Bedondaine des Presidenz.
Le Vietdazouer des Abbez.
Sutoris adversus quendam, qui vocaverat eum fripponnatorem, et quo
Fripponnatores non sunt damnati ab Ecclesia.
Cacatorium medicorum.
Le Rammoneur d'astrologie.
Campi Clysteriorum, per  C.
Le Tyrepet des apothecaires.
Le Baisecul de chirurgie.
Iustinianus De Cagotis tollendis.
Antidotarium anime.
Merlinus Coccaius, De Patria Diabolorum.
Di questi alcuni sono stampati, altri si stanno ora stampando
nella nobile citt di Tubinga.


CAPITOLO VIII.

Come qualmente Pantagruele, essendo a Parigi, ricevette lettera
dal padre Gargantua e la copia di essa.


Pantagruele studiava intensamente, come ben comprendete, e
profittava del pari avendo un cervello a doppio fondo e una
capacit di memoria della misura di dodici otri e botti d'olio. Un
giorno ricevette dal padre una lettera che diceva cos:
"Carissimo figlio, tra i doni, grazie e prerogative onde il
sovrano plasmatore Iddio onnipotente ha dotato e ornato l'umana
natura fin dal principio, singolare ed eccellente sugli altri mi
sembra quello grazie al quale l'uomo pu durante la vita mortale
acquistare una sorta d'immortalit e nel corso della vita
transitoria perpetuare il nome suo e sua semenza. Ci avviene per
progenie uscita di noi mediante matrimonio legittimo. Cos ci  in
qualche modo restituito ci che ci tu tolto causa il peccato dei
primi genitori ai quali fu detto che non avendo obbedito al
comandamento di Dio creatore sarebbero morti e colla morte sarebbe
stata ridotta a nulla la tanto magnifica plasmatura onde l'uomo
era stato creato.
Ma per questa via della propagazione seminale resta ai figlioli
ci che era perduto dai genitori e ai nipoti ci che periva nei
figlioli e cos successivamente fino al giorno del giudizio finale
quando Ges Cristo avr restituito a Dio padre il suo regno
pacifico fuor di pericolo e di contaminazione del peccato.
   E allora cesseranno le generazioni e le corruzioni e saranno
gli elementi fuori delle loro trasmigrazioni continue, visto che
la pace tanto desiderata sar piena e perfetta e che tutte le cose
saranno giunte alla loro fine e rivoluzione.
Non dunque senza giusta e ragionevole causa rendo grazia a Dio,
mio salvatore, per avermi concesso di poter vedere la mia canuta
vecchiezza rifiorire nella tua giovinezza. E quando per volere di
lui, che tutto regge e governa, la mia anima lascier questo umano
abitacolo, io non mi reputer morire totalmente, ma passare da un
luogo a all altro, poich in te e per te io resto nella mia
immagine visibile in questo mondo, vivente veggente e conversante
tra gente onorata e amici miei, come gi soleva. La quale mia
conversazione  stata, mediante l'aiuto e grazia di Dio, non senza
peccato, lo confesso (poich tutti pecchiamo e continuamente
chiediamo a Dio che cancelli i peccati nostri) ma senza macchia.
    Perci, se come dimora in te l'immagine del mio corpo, cos
parimenti non risplendessero i costumi dell'anima, non si
giudicherebbe esser tu guardiano e custode dell'immortalit del
nome nostro; e n'avrei, ci vedendo, piacere ben piccolo, poich
la minima parte di me, che  il corpo, sarebbe rimasta, laddove
apparirebbe degenerata e imbastardita la migliore, che  l'anima
per la quale il nome e la benedizione nostra rimangono tra gli
uomini. E ci non dico per diffidenza della tua virt, che gi in
passato mi tu provata, ma per incoraggiarti sempre pi a
profittare di bene in meglio.
    E ci che presentemente ti scrivo non  tanto perch tu
continui a vivere in codesto modo virtuoso, quanto perch ti
rallegri di vivere e aver vissuto cos e ti si rinnovi egual
coraggio per l'avvenire. A condurre e compiere tale impresa puoi
ricordare come io nulla abbia risparmiato: anzi a ci t'aiutai
come se non avessi altro tesoro in questo mondo che di vederti una
volta in mia vita assoluto e perfetto tanto in virt, onest e
saggezza, quanto in ogni arte liberale e decorosa e nulla mi
premesse se non lasciarti, dopo la mia morte, come uno specchio
riflettente la persona di me tuo padre e, se non di fatto cos
eccellente e tale quale ti auguro, certo tuttavia tale nel
desiderio.
Ma, bench il defunto padre mio Grangola di buona memoria, avesse
dato ogni cura a ci ch'io profittassi d'ogni perfezione e sapere
politico e il mio lavoro e studio corrispondessero benissimo, anzi
oltrepassassero il suo desiderio, tuttavia, come puoi ben capire,
il tempo non era tanto propizio alle lettere e comodo come ora, e
non avevo copia di precettori tali quali tu hai havuto. Il tempo
era ancora tenebroso e sentiva l'influsso malefico e calamitoso
dei Goti che avevano distrutto ogni buona letteratura. Ma, per la
bont divina, luce e dignit sono state restituite alle lettere in
questa et e si vede tale progresso che difficilmente oggi sarei
promosso nella prima classe degli scolaretti io che nell'et
virile ero (non a torto) reputato il pi sapiente del secol
nostro.
N ci dico per vana iattanza, ancorch potessi farlo scrivendoti
sull'autorit di Marco Tullio (nel suo libro DE SENECTUTE) e
secondo la sentenza di Plutarco (nel libro intitolato: COME UNO
PU LODARSI SENZA INVIDIA) ma per stimolarti a tendere pi in
alto.
Ora tutte le discipline sono rifiorenti, le lingue restaurate: la
greca senza la quale sarebbe onta chiamarsi sapiente, l'ebraica,
la caldea, la latina. Sono in uso stampe elegantissime e corrette,
inventate al tempo mio per ispirazione divina come, per contro,
I'artiglieria per ispirazione diabolica. Tutto il mondo  pieno di
persone sapienti, di precettori dottissimi, di ben provveduti
librai, e parmi che nemmeno al tempo di Platone, o di Cicerone, o
di Papiniano, fosse tanta comodit di studio quanta ora si vede.
Non si trover pi d'ora innanzi in alcun posto o compagnia chi
non sia stato ben forbito nell'officina di Minerva. I briganti, i
carnefici, gli avventurieri, i palafrenieri d'oggi son pi dotti
che i dottori e predicatori del tempo mio.
Che pi? Le donne e le ragazze hanno aspirato anch'esse a questa
lode, a questa manna celeste della buona dottrina. Tant' che alla
mia vecchia et sono stato costretto ad apprendere le lettere
greche che non avevo disprezzate prima, come Catone, ma che non
avevo avuto agio di comprendere da giovine. E volentieri mi
diletto a leggere i MORALI di Plutarco, i bei DIALOGHI di Platone,
i MONUMENTI di Pausania e le ANTICHIT di Ateneo, attendendo l'ora
che piaccia a Dio creatore di chiamarmi e comandarmi d'uscire da
questa terra.
Perci, figlio mio, t'ammonisco a ben occupare la tua giovinezza
con profitto di studi e di virt. Sei nella citt di Parigi, e hai
precettore Epistemone: l'uno pu indottrinarti per vive e vocali
istruzioni, l'altra per lodevoli esempi. Intendo e voglio che
apprenda le lingue perfettamente. Anzitutto la greca, come vuole
Quintiliano: in secondo luogo la latina, poi l'ebraica per le
sante scritture, e parimente la caldea e l'arabica; quanto alla
greca, forma il tuo stile a imitazione di Platone, quanto alla
latina di Cicerone: e non vi sia storia che non tenga presente
alla memoria; a che t'aiuter la cosmografia di quelli che ne
hanno scritto. Delle arti liberali: geometria, aritmetica e
musica; qualche elemento ti fornii io stesso quando eri ancora
bimbo di cinque o sei anni: prosegui avanti e sappi tutti i canoni
dell'astronomia. Lascia stare l'astrologia divinatrice e l'arte di
Lullio, come inganno e vanit. Del diritto civile voglio tu sappia
a memoria i bei testi e me li illustri con argomenti filosofici.
Anche voglio tu ti dedichi con curiosit alla conoscenza dei fatti
naturali; che non vi sia mare, fiume, fonte di cui non conosca i
pesci: tutti gli uccelli dell'aria, tutti gli alberi, arbusti e
frutici delle foreste, tutte le erbe della terra, tutti i metalli
nascosti nelle sue profonde viscere, e le gemme dell'Oriente e del
Mezzod, niente ti sia sconosciuto.
Poi leggi accuratamente i libri dei medici greci, arabi, latini,
senza trascurare i talmudici e cabalisti; e con frequenti anatomie
acquista perfetta conoscenza di quell'altro mondo che  l'uomo.
Durante qualche ora del giorno comincia a compulsare le sacre
scritture. Primieramente il Nuovo Testamento e le Epistole degli
Apostoli, in greco, poi, in ebraico, il Vecchio Testamento. In
somma che io veda un abisso di scienza; poich pi avanti,
diventando uomo e facendoti grande, ti converr uscire da codesto
tranquillo riposo degli studi e apprendere la cavalleria e l'uso
dell'armi per difendere la mia casa e soccorrere i nostri amici in
tutti i loro affari contro gli assalti dei malfattori. Voglio che
ben presto tu dia prova di quanto hai profittato; e non potrai
farlo meglio che tenendo discussioni in ogni genere di scienza
pubblicamente verso tutti e contro tutti, e frequentando i
letterati che sono a Parigi e altrove.
Ma poich, secondo il savio Salomone, sapienza non entra in anima
malevola e la scienza senza la coscienza non  che rovina
dell'anima, ti convien servire, amare e temere Dio, e mettere
tutti i tuoi pensieri e la tua speranza in Lui ed essere a Lui
unito con fede fatta di carit per modo che mai te ne allontani
per peccato. Tieni in sospetto gli inganni del mondo. Non perdere
il cuore in cose vane poich questa vita  transitoria, ma la
parola di Dio resta eternamente. Sii servizievole col prossimo ed
amalo come te stesso. Abbi riverenza pei tuoi precettori, fuggi la
compagnia delle persone alle quali non vuoi somigliare e fa di non
aver ricevuto invano le grazie che Dio t'ha dato. E quando
conoscerai d'avere in questo modo acquistato tutto il sapere,
ritorna a me che possa vederti e darti la mia benedizione prima di
morire.
La pace e la grazia di Nostro Signore siano con te figlio mio,
amen.

Da Utopia, il 17 marzo".
Tuo padre
Gargantua

Ricevuta e letta questa lettera, Pantagruele prese nuovo coraggio
e fu infiammato a progredire pi che mai, talch vedendolo
studiare e imparare avreste detto che il suo spirito s'agitava tra
i libri come foco tra i sarmenti infaticabile e scoppiettante.


CAPITOLO IX.

Come qualmente Pantagruele incontr Panurgo che am tutta la vita.


Un giorno Pantagruele, passeggiando fuori di citt verso la badia
di Sant'Antonio, mentre stava conversando e filosofando coi suoi e
con alcuni studenti, incontr un uomo di bella statura ed elegante
in tutti i lineamenti del corpo, ma scorticato qua e l in modo
pietoso e in cos malo arnese da sembrare sfuggito ai cani, o,
piuttosto, un coglitore di pomi della Perche. Non appena
Pantagruele lo scorse da lungi disse:
- Vedete quell'uomo che viene per la strada del ponte di
Charenton? In fede mia non  povero che per accidente: v'assicuro,
a giudicar dalla fisonomia, che discende di nobile lignaggio, ma
capita alla gente avventurosa di ridursi a tal penuria ed
indigenza. E appena fu a tiro gli domand:
- Vogliate fermarvi un po', vi prego, amico mio, e rispondere a
ci che vi domander e non ve ne pentirete ch ho gran desiderio
di aiutarvi come posso nella calamit in cui vi vedo e che
m'ispira piet. E intanto ditemi, amico mio, chi siete? Donde
venite? Dove andate? Che cercate? Qual' il vostro nome?
Quell'uomo rispose in lingua germanica:
- Junker(1) , Gott geb euch Glck und Heil zuvor. Lieber Junker,
ich lass euch wissen, das da ihr mich von fragt, ist ein arm und
erbarmlich Ding, und wer viel darvon zu sagen, welches euch
verdruslich zu hoeren, und mir zu erzelen wer, wiewol die Poeten
und Orators vorzeiten haben gesogt in iren Sprchen und
Sententzen, das die Gedechtnus des Ellends und Armout vorlangts
erlitten st ein grosser Lust.
- Amico, rispose Pantagruele, non intendo punto queste sciarade;
se volete che v'intenda parlate altro linguaggio.
- Al (2) barildin, l'uomo rispose, golfano dech min brin alabo
dordin falbroth ringuam albaras. Nin porth zadilrin almacathim
milko prim al elmin enthot dal heben ensorum; Kuth im al dim
alkatim nim broth dechot porth nim micas im endoth, pruch dal
marsonimm hol moth dansrikim lupaldas im voldemoth. Nin hur
diaaolth mnarbothim dal gousch pal frapin duch in socth pruch
galeth dal Chinon, min foultrich al conin butbathen doth dal prim.
- Intendete nulla? Chiese Pantagruele ai presenti.
- Io credo, disse Epistemone, che sia lingua degli antipodi,
neanche il diavolo ne masticherebbe un cavolo.
- Compare, disse allora Pantagruele, non so se vi capiscano i
muri, ma nessuno di noi ha compreso sillaba.
- Signor (3) mio, disse l'uomo: voi videte per exemplo che la
cornamusa non suona mai s'ela non  il ventre pieno: cos io
parimente non vi saprei contare le mie fortune, se prima il
tribulato ventyre non  la solita refectione, al quale  adviso
che le mani e li denti abbiano perso il loro ordine naturale e del
tuto annichillati.
- Tant' questo come quello, risposte Epistemone. E Panurgo:
- Lard, (4) ghest tholb be sua virtiuss be intelligence ass yi
body shal biss be natural relvtht, thold suid of me pety have, for
nature hass ulss egualy maide: bot fortune sum exaltit hess, an
oyis deprevit. Non ye less vioia mour virtius deprevit and
virtiuss men discrivis, for, anen ye laud eud. Iss non gud.
- Meno ancora, rispose Pantagruele.
- Jona(5) riprese Panurgo, audie guaussa goussy etan beharda er
remedio beharde versela ysser lauda. Anbat es otoy y es nausa ey
nessasust gouray proposian ordine den, Nonyssena bayta facheria
egabe gen herassy badia sadassu noura assia. Aran hobdauan gualde
cydassu naydassuna. Eston oussyc ed vinau soury hien er darstura
eguy harm. Genicod plasar vadu.
- Ci siete, Genicoa ? rispose Eudemone. A cui Carpalim:
- San Tregnano, fottetevi degli Scozzesi? Poco manca ch'io abbia
inteso.
- Prug (6) rest fring, rispose Panurgo, sorgdmand strochdt drnds
pag brlelang gravot chavygny pomardiere rusth pkalhdracg Deviniere
pres Nays. Conille kalmuch monach drupp del meuplist rincq drlud
dodelb up drent loch mine stz rinq iald de vins ders cordelis bur
joest sizampenarot.
- Ma parlate voi cristiano, disse Epistemone, o lingua
patelinesca? No, ci sono,  lingua lanternesca.
-Heere(7) , ik en spreeke anders geen taale, dam kersten taale, my
dunkt nochtans al en zeg ik u niet een woord, mijnen nood
verklaart genoeg wat ik hegeere: geef my uit bermherti gheid net,
waar van ik govoed mag zijn.
- Anche questo buio pesto, disse Pantagruele. E Panurgo allora:
-Segnor(8) ,  de tanto hablar yo soy causado, por que yo suplico a
vuestra reverencia que mire a los preceptos evangelicos, para que
ellos movan vuestra reverencia a lo que es de conciencia; y si
ellos non bastaren para mover vuestra reverencia a piedad, yo
suplico que mire a la piedad natural, la qual yo creo que le
movera como es de razon: y con eso non digo mas.
- Per Diana, amico mio, rispose Pantagruele, non metto in dubbio
che sappiate ben parlare diverse lingue; ma dite ci che volete in
qualche lingua che possiamo intendere.
- Myn(9)  Herre, disse l'uomo eudog ieg med inge tunge talede,
ligeton born, oc uskellige creature; Mine klaedebon, oc mit legoms
magerhed udviser alligevel klarlig hvad ting mig best behof
gioris, som er saudelig mad oc dricke: Hvorfor forbarme dig over
mig, oc befal at give mig noguet, af hvilcket ieg kand styre min
gloendis mage, ligerviis som man Cerbero en suppe forsetter. Saa
skal du lefve laenge oc lycksalig.
- Io credo, disse Eustene, che i Goti parlassero cos, e, se Dio
volesse anche noi parleremmo cos, col culo.
- Adoni(10) , disse l'uomo, scholom lecha: im ischar harob hal
habdeca, bemeherah thithen il kikar tehem, cham cathub; laah al
adonai cho nen ral.
 - Finalmente, rispose Epistemone, ho ben capito: questo  arabo
pronunciato in tutte le regole. A cui l'uomo:
- Despota(11) tinyn panagathe, diati sy mi ouk artodotis? horas
gar limo analiscomenon eme athlion ke en to metaxy me ouk eleis
udamos, zetis de par emou ha ou chre. Ke homos philologi pautes
homologonsi tote logous te ke remata peritta hyparchin, hopote
pragma afto pasi delon esti. Entha gar anankei monon logi isin,
hina praguata (hon peri amphisbetoumen) me prosphoros epiphenete.
- Che? disse Carpalim, servo di Pantagruele, questo  greco, l'ho
bene inteso. Ma come? tu hai abitato in Grecia?
- Agonou(12)  dont oussys, disse lo sconosciuto, vou denaguez
algaron, non den faron zamist vou mariston ulbrou fousquez vou
brol tam bredaguez moupreton den goul haust, daguez daguez nou
croupysf ost bardonnoflist nou grou. Agon paston tol nalprissys
hourton los ecbatonous, proou shouquys brol panygon deu bascrou
non dous cagnons goulfren goul oust roppason.
- Mi par d'intendere, disse Pantagruele: o  la lingua del mio
paese d'Utopia, o molto le somiglia nel suono.
E poich voleva cominciare qualche discorso, lo sconosciuto disse:
- Iam(13)  toties vos, per sacra, perque deos deasque omnes,
obtestatus sum, ut, si qua vos pietas permovet, egestatem meam
solaremini, nec hilum proficio clamans et ejulans. Sinite, quaeso,
sinite, viri impii, quo me fata vocant abire, nec ultra vanis
vestris interpellationibus obtundatis, memores veteris illius
adagi, quo venter famelicus auriculis carere dicitur.
- Ma per Diana, disse Pantagruele, non sapete parlar francese?
- Benissimo, certo, signore, rispose quello;  anzi, grazie a Dio,
la mia lingua naturale e materna poich nacqui e fui nutrito
ragazzo nel giardino di Francia: Turenna.
- E allora, soggiunse Pantagruele, diteci un po' il vostro nome e
donde venite; che, in fede mia, m'ha preso tal simpatia per voi,
che, se consentite, non vi partirete pi dalla mia compagnia e
diventeremo un nuovo bel paio d'amici come Enea e Acate.
- Signore, disse il compagnone, il mio vero e proprio nome di
battesimo  Panurgo e vengo ora di Turchia, dove fui condotto
prigioniero quando, per mala sorte, s'and a Mitilene. E
volentieri vi racconterei le mie avventure, pi mirabili di quelle
d'Ulisse; ma poich vi piace trattenermi con voi (e accetto
l'offerta promettendo non lasciarvi mai, doveste andare a tutti i
diavoli) avr agio in altro momento, pi comodo, di raccontarle.
Ma ora ho necessit ben urgente di rifocillarmi: denti acuti,
ventre vuoto, gola secca, appetito crepitante, tutto  ben
disposto. Se volete mettermi all opera, sar un balsamo vedermi
divorare; date ordini, per Dio.
Allora Pantagruele comand fosse accompagnato alla sua abitazione
e gli portassero mangiare in abbondanza. Ci fatto, Panurgo mangi
magnificamente quella sera, poi and a coricarsi ingozzato come un
cappone, e dorm fino all indomani all'ora di pranzo talch non
fece che tre passi e un salto da letto a tavola.


CAPITOLO X.

Come qualmente Pantagruele con equit giudic d una controversia
fieramente oscura e difficile, e con tanto giusto giudizio che fu
detto pi ammirabile di quello dl Salomone.


Pantagruele, memore della lettera e ammonimenti del padre, volle
un giorno mettere a prova il suo sapere e fece pubblicare su tutti
i quadrivi della citt novemila settecento e sessantaquattro
proposizioni di ogni genere di scienza, toccanti i dubbi pi forti
delle singole scienze. E primamente, nella Rue du Feurre tenne
testa a tutti i professori, i mastri d'arte e oratori e lo mise
nell'organo a tutti. Poi discusse alla Sorbona contro tutti i
teologi per lo spazio di sei settimane, dalle quattro del mattino
fino alle sei di sera salvo due ore d'intervallo per la colazione.
Assistevano alla discussione la maggior parte dei signori della
Corte di giustizia, i referendari, presidenti, consiglieri,
contabili, segretari, avvocati e altri, insieme cogli scabini
della citt, i medici e i canonisti. E notate che la maggior parte
di essi mordevano il freno; ma nonostante i loro sofismi e
scantonamenti li mise nel sacco e fece far loro la figura di
vitelli togati. Onde tutta la gente cominci a passarsi la voce e
a parlare del suo sapere cos meraviglioso, persino le
donnicciuole, lavandaie, ruffiane, rosticcere, coltellinaie e
altre, le quali, quando passava per le strade dicevano:" lui", e
ci gli dava piacere come si rallegr Demostene principe degli
oratori greci, quando una vecchierella rannicchiata disse: "
quello l".
Proprio in quel tempo era pendente davanti alla Corte un processo
tra due grandi signori, il signor di Baciaculo attore in giudizio
da una parte, e il signor di Fiutascorregge convenuto dall'altra.
La loro controversia era s alta e difficile in diritto, che la
Corte del Parlamento non v'intendeva un'acca. Per comando del Re
furono riuniti i quattro pi sapienti e grassi Parlamenti di
Francia insieme col Gran Consiglio e tutti i principali rettori
d'universit non solo della Francia, ma anche d'Inghilterra e
d'Italia, come Giasone, Filippo Decio, Pietro de' Petronibus e un
mucchio d'altri vecchi togati. E cos riuniti per lo spazio di
quarantasei settimane, non avevano saputo masticare n chiarire il
caso per applicarvi il diritto in qualsiasi modo e n'erano s
indispettiti che cacavansi addosso dalla vergogna.
Ma uno di loro chiamato Due Douhet, il pi sapiente, esperto e
prudente di tutti, un giorno che erano storditi di cervello disse
loro:
- Signori, da lungo tempo siamo qui senz'altro fare che spendere e
non riusciamo a toccar fondo n riva in questa materia e tanto pi
vi studiamo tanto meno intendiamo, il che ci procura onta e ci
grava la coscienza e temo non ne usciremo senza disonore, poich
non facciamo che farneticare coi nostri consulti. Ma ecco ci che
ho pensato. Avete senza dubbio udito parlare di quel grande
personaggio chiamato mastro Pantagruele il quale, nelle grandi
discussioni sostenute contro tutti pubblicamente ha dimostrato
esser sapiente oltre ogni possibilit del tempo nostro; ebbene,
son d'avviso che lo chiamiamo e ci consultiamo in questo processo
con lui, poich nessun altro ne verr a capo se non ci riesce lui.
Consentirono tutti i consiglieri e dottori, e infatti subito lo
mandarono a cercare e lo pregarono di voler rivedere e studiare a
fondo il processo e di preparar loro una relazione come pi gli
piacesse e secondo la vera scienza legale. E affidarono alle sue
mani sacchi e incartamenti di che si potevano caricare quattro
grossi asini con tanto di coglioni.
Ma Pantagruele disse loro:
- I due signori che hanno promosso questo processo sono ancor
vivi?
Gli fu risposto che s:
- A che diavolo dunque servono, disse, tutti questi mucchi di atti
e di copie consegnatemi?
Non  meglio udire dalla loro viva voce il dibattimento piuttosto
che leggere queste babbuinerie, null'altro che imbrogli, e
diaboliche cautele uso Cipolla  e sovversioni del diritto? Poich
io son sicuro che voi e tutti quelli per le mani dei quali 
passato il processo, vi avete macchinato a tutto vostro potere pro
et contra; e se la loro controversia era chiara e facile a
giudicare, voi l'avete oscurata en sciocche e sragionevoli ragioni
e inette citazioni dell'Accursio, di Baldo, di Bartolo, di Castro,
dell'lmola d'Ippolito, del Panormo, di Bertacchino, di Alessandro
del Curtius e di quegli altri vecchi mastini che mai non intesero
la minima legge delle Pandette e non erano se non grossi vitelli
da decima, ignoranti di quanto  necessario alla intelligenza
delle leggi. Poich (come gli  ben certo) non avevano conoscenza
di lingua n greca n latina ma solamente del gotico e barbaro.
Laddove in primo luogo le leggi son attinte dai Greci come attesta
Ulpiano, l. posteriori de Origine iuris, e tutte le leggi son
piene di sentenze e parole greche; in secondo luogo sono redatte
nel pi elegante e adorno stile che vanti la lingua latina, non
facendo eccezione, a mio gusto, n per Sallustio, o Varrone, o
Cicerone, o Seneca, o Tito Livio, o Quintiliano. Come avrebbero
dunque potuto intendere il testo delle leggi quei vecchi
farneticanti i quali mai non videro un buon libro latino come
appare manifestamente dal loro stile, stile da spazzacamini da
cuochi e da sguatteri, non da giureconsulti?
Inoltre, poich le leggi hanno radice nel nocciolo della filosofia
morale e naturale, come le potrebbero intendere quei folli i quali
di filosofia, perdio, ne hanno studiato meno della mia mula? Di
lettere umane poi, d'archeologia e di storia di cui il diritto 
imbevuto, essi n'erano carichi come un rospo di piume, e ne usano
come un crocifisso d'un piffero. Senza tutte quelle conoscenze le
leggi non possono essere intese come un giorno ampiamente
dimostrer per iscritto. Perci se volete che studii il processo,
primieramente fatemi bruciare tutte quelle carte e in secondo
luogo fate venire davanti a me i due gentiluomi in persona, e
quando li avr uditi vi dir la mia opinione senza finzione o
dissimulazione di sorta.
Alcuni dei presenti erano contrari come sapete che avviene in
tutte le riunioni dove sono pi i matti che i saggi e la parte pi
numerosa sormonta sempre la migliore, come asserisce Tito Livio
parlando dei Cartaginesi. Ma il detto Du Douhet per contro,
sostenne virilmente ci che Pantagruele aveva ben detto, che quei
verbali, inchieste, repliche controrepliche, incriminazioni,
discriminazioni e altrettali diavolerie, non rappresentavano che
sovversioni del diritto e lungaggini, e che il diavolo se li
portasse via tutti quanti se non procedevano altrimenti secondo
equit filosofica ed evangelica. Insomma tutte le carte furono
bruciate e i due gentiluomi personalmente convocati.
E allora Pantagruele disse loro:
- Siete voi che avete insieme questa gran controversia?
- Sissignore, dissero essi.
- Quale di voi  l'attore in giudizio?
- Io, rispose il signore di Baciaculo.
- Ora, amico mio, raccontatemi per filo e per segno la faccenda,
secondo verit, e se, perdio, mentirete una sola parola, vi
spiccher la testa dalle spalle e vi mostrer che in giustizia e
giudizio non si deve dire che la verit; perci guardatevi bene
dall'aggiungere o togliere un ette al racconto del vostro caso.
Dite.

CAPITOLO XI.

Come qualmente i signori di Baciaculo e Fiutascorregge discussero
davanti a Pantagruele senza avvocati.


Cominci Baciaculo nella maniera seguente:
- Signore,  vero che una buona donna della mia casa portava a
vendere delle ova al mercato.
-Tenete il cappello, Baciaculo, disse Pantagruele.
- Grazie, Signore, disse il signore di Baciaculo. Ma a proposito
passavano tra i due tropici sei bianchi, verso lo zenit e maglia
tantoch i monti Rifei avevano avuto quell'anno grande sterilit
di frottole causa una sedizione di balle, mossa contro i Baraguini
e gli Accursieri, per la ribellione degli Svizzeri che s'erano
riuniti fino al numero di tre, sei, nove, dieci per andare
all'agucchianuovo, il primo buco dell'anno quando si lascia la
minestra ai buoi e la chiave del carbone alle domestiche per dar
l'avena ai cani. Tutta la notte non si fece (colla mano sul
boccale) che spedire bolle a piedi e bolle a cavallo per trattener
le navi, poich i sarti volevano fare, con scampoli rubati,

un cerbottano
Per coprire il mare oceno,

il quale allora era grosso quanto una pentola di cavoli secondo
l'opinione degl'imballatori di fieno; ma i medici dicevano che
dalla sua urina non appariva segno evidente,

al passo dell'ottarda
di mangiare le scuri con mostarda

salvoch i signori della Corte facessero per bemolle, una
ordinanza alla sifilide di non pi racimolare dietro i magnani e
passeggiare cos durante il servizio divino; poich i birbanti
avevano gi buon principio a danzare l'estrindoro al diapason,

un pi nel foco
E il capo in mezzo  un gran bel gioco,

come diceva il buon Ragot. Ah, signori, Dio governa tutto a suo
piacere, e, contro la fortuna avversa un carrettiere ruppe
buffetti la sua frusta. Fu al ritorno dalla Bicocca, quando Mastro
Antito delle Crescioniere, s'addottor in ogni grossezza, come
dicono i canonisti: Beati lourdes, quoniam ipsi trebuchaverunt. Ma
ci che fa la quaresima cos alta, per San Fiacre della Brie, non
 altro che

La Pentecoste
Che mai non viene senza che mi coste:

ma :

arri, giumento,
Un po' di pioggia abbatte il pi gran vento.

Inteso che il gendarme non mise cos alto il bersaglio al tiro che
il cancelliere non si leccasse circolarmente le dita impiumate di
penna d'oca maschio, e noi vediamo chiaramente che ciascuno se la
prende col naso, salvoch non si guardasse in prospettiva cogli
occhi volti verso il camino, nel luogo dove pende l'insegna del
vino da quaranta cinghie, che sono necessarie a venti basti di
dilazione. O almeno chi non vorrebbe sguinzagliar l'uccello
davanti alla torta piuttosto che scoprirlo, poich spesso la
memoria si perde quando uno si calza a rovescio. Ors, Dio salvi
del male Tibaldo Mitaine!
- Adagio, amico mio, adagio, interruppe Pantagruele, parlate con
moderazione e senza collera. Ho capito il caso; proseguite.
- Veramente, disse il signore di Baciaculo,  giusto ci che si
dice esser bene avvisare talora le persone, poich uomo avvisato 
mezzo salvato. Ora, signore, prosegu Baciaculo, la detta
donnicciuola mormorando le sue antifone: Gaude e audi nos, non pu
coprirsi d'un falso rovescione ascendente in virt, perbacco, dei
privilegi dell'universit, se non per ben lavarsi all'inglese,
coprendolo con un sette di quadri, e tirandogli una stoccata
volante proprio vicino alla posizione dove si vende la vecchia
stoffa, come usano fare i pittori fiamminghi quando vogliono a
buon diritto ferrare le cicale; ed io stupisco come la gente non
faccia ova visto che sa cos ben covare.
A questo punto il signore di Fiutascoregge interloqu volendo
rettificare qualche cosa; ma Pantagruele lo rimbrott:
- Come mai, ventre di Sant'Antonio! ti permetti di parlare senza
autorizzazione? Io son qui che mi affanno a intendere la procedura
della controversia e tu vieni ancora a rompermi le scatole?
Silenzio, per tutti i diavoli, silenzio! Parlerai quanto ti pare
quando l'altro avr finito. Continuate, disse a Baciaculo, e non
abbiate fretta.
- Vedendo dunque, prosegu Baciaculo,

Che di ci non fea menzione
La prammatica sanzione,

e che il papa dava a ciascuno specifica libert di scorreggiare a
suo agio, se il bianchetto  non fosse rigato, per quanto sia
grande la povert al mondo, purch uno non si segnasse colla mano
mancina dei ribaldi, l'arcobaleno foggiato di fresco a Milano per
sbocciare le allodole consent che la buona donna scuotesse le
sciatiche per la protesta de pesciolini coglioni che erano allora
necessari a intendere la costruzione dei vecchi stivali.
Gianvitello pertanto, suo cugino Gervasio riscosso dalla legna da
bruciare, le consigli che non si rischiasse a quest'avventura di
lavare la melma fregatoria senza prima dar l'allume alla carta
fintanto che pille, nade, soque, fore: poich

Non de ponte vadit
Qui cum sapientia cadit,

considerato che i signori della Corte dei Conti non convenivano
nella intimazione dei flauti alemanni coi quali avevan fabbricato
Gli occhiali dei principi stampati di recente ad Anversa. Ed ecco,
signori, che fa una cattiva relazione, e credo alla parte avversa,
in sacer verbo dotis. Poich volendo ottemperare al volere del re,
mi ero armato da capo a piedi d'una quadratura di ventre per
andare a vedere come i miei vendemmiatori avessero tagliuzzato i
loro gran berretti per meglio suonar le nacchere; infatti era il
tempo alquanto pericoloso della cacarella, onde parecchi franchi
arcieri erano stati rifiutati alla mostra nonostante che i camini
fossero abbastanza alti secondo la proporzione della giarda e
delle malandre dell'amico Baudichon. E, in questo modo fu una
grande annata di conchiglie nell'Artois, e non fu piccolo
emendamento per i signori portatori di gerle, quando si mangiava
senza sguainare i galligr a ventre sbottonato. E, che ciascuno,
secondo il mio volere, avesse anche bella voce: meglio si
giocherebbe al pallone e le piccole finezze che si ottengono
etimologizzando gli zoccoli, discenderebbero pi agevolmente alla
Senna, per servir sempre al ponte dei Mugnai, come un tempo fu
decretato dal re delle Canarie, e il decreto si trova ancora in
questa cancelleria qua dentro. Perci, signore, io faccio istanza
che sul caso sia detto e dichiarato da Vostra Signoria ci che di
ragione, con spese, danni e interessi.
- Amico, disse allora Pantagruele, desiderate aggiungere pi
nulla?
- No, signore, rispose Baciaculo, giacch ne ho detto tutto il tu
autem, senza, sull'onor mio, nulla deformare.
- A voi dunque, disse Pantagruele, signor di Fiutascorregge, dite
ci che credete, e siate breve, senza nulla tralasciare tuttavia
di ci che servir alla causa.


CAPITOLO XII.

Come qualmente il signore di Fiutascorregge peror davanti a
Pantagruele.


Allora cominci il signore di Fiutascorregge, nel modo che segue:
- Signore, signori, se l'iniquit degli uomini fosse vista colla
stessa facilit di giudizio categorico, come vedonsi mosche in
latte, il mondo, in nome di quattro buoi! non sarebbe tanto roso
dai sorci com'esso , e vi sarebbero sulla terra molte orecchie
che ne sono state divorate troppo vilmente. Infatti, bench tutto
ci che ha detto la parte avversa sia verissimo quanto alla
lettera e storia del factum, tuttavia, signori, sotto il vaso di
rose, ci stanno nascosti la finezza, l'imbroglio, i rampini.
Devo io tollerare che mentre mangio la mia zuppa senza pensare n
dir male d'alcuno, mi vengano a rompere le scatole e a intronare
il cervello sonandomi l'antifona e dicendo:

Chi mangiando zuppa beve,
Dopo morto non ci vede.

E, santa madonna, quanti grandi capitani non abbiamo visto in
pieno campo di battaglia quando si davano gli scapaccioni del pane
benedetto della confraternita per dondolarsi pi bellamente,
strimpellare il liuto, suonar di culo e far saltellini sulla
piattaforma colle loro scarpette tagliate a barba di gambero ? Ma
ora il mondo  tutto libero e sciolto dai lucchi di Leicester;
l'uno si d all'orgia, l'altro cinque quattro e due, e se la Corte
non vi pone rimedio sar un cattivo spigolare quest'anno, oppure
far dei bicchieri. Se un povero diavolo va ai bagni per farsi
istoriare il muso di sterco vaccino, o a comprare stivali
d'inverno e i gendarmi o quelli della ronda ricevono sui loro
tabernacoli o la pozione d'un clistere o la materia fecale d'un
bugliolo, dovrebbesi per questo limare i testoni o fricassare
scud...elle di legno? Talora noi pensiamo una cosa ma Dio ne fa
un'altra e quando il sole  tramontato tutte le bestie sono
all'ombra. Non voglio essere creduto se non lo provo
gagliardamente con gente di piena luce.
L'anno trentasei, avevo comprato un cortalto di Germania, alto e
corto d'assai buona lama e tinto in grana come garantivano gli
orefici: tuttavia il notaio vi mise i suoi etcetera. Io non son
punto una scienza da prendere la luna con i denti; ma nel vaso del
burro dove si sigillavano gli strumenti di Vulcano correva voce
che il manzo salato facesse trovare il vino senza candela di piena
mezzanotte, foss'anche nascosto in fondo a un sacco di carbonaio
gualdrappato e bardato in tutto punto, col frontale e i gambali
richiesti a ben fricassar l'arrosto, cio a dire testa di
castrato. Ed  ben vero il proverbio che dice: fa buon vedere
vacche nere in bosco bruciato quando si fa all'amore. Feci
consultare su questa materia i signori uomini di scienza ed essi
risolsero e conclusero, per frisesomorum che nulla  s confacente
quanto il falciar l'estate in cantina ben guarnita di carta e
inchiostro di penne e temperino di Lione sul Rodano, tarabin
tarabas: poich non appena un'armatura puzza d'aglio, la ruggine
le mangia il fegato, e poi non fa che ribellarsi al torcicollo
fiuterellando il sonnellino dopo pranzo. Ed ecco perch il sale 
tanto caro.
Non crediate, signori, che al tempo in cui la buona donna ingoi
il palettone per meglio rinforzare il ricordo del gendarme e che
le interiora buddinali tergiversarono per le borse degli usurai,
nulla fu pi indicato per difendersi dai cannibali che prendere
una resta di cipolle legata con trecento Avez Mariatz e alcun poco
di reti di vitello della miglior lega che possiedano gli
alchimisti, ben spalmare e calcinare le pantofole pian pian bel
bello, con una buona salsa di rastrello e nascondersi in qualche
tana di talpa, salvando sempre le trippe. E se il dado non vuol
altro rispondere che doppio asse, o doppio tre ecc. mettete la
dama in un cantuccio del letto e palleggiatela qua e l turututela
turutut e bevete a fondo, depiscando grenoillibus, a piena gola;
e riservatevi per le ochette all'ingrasso che si divertono al
gioco del fochetto, attendendo di battere il metallo e scaldar la
cera ai bevitori di birra. Gli  vero che i quattro buoi di cui si
parla avevano la memoria un po' corta; tuttavia per saper la
gamma, non temevano marangone n anitra savoiarda, e la buona
gente della mia terra ne traeva buona speranza dicendo: "questi
figliuoli diventeranno grandi in algebra e ci sar per noi una
rubrica di diritto". Non  possibile che ci sfugga il lupo,
facendo le siepi al di sopra del mulino a vento del quale ha
parlato la parte avversa. Ma il gran diavolo n'ebbe invidia e mise
gli Alemanni pel di dietro che fecero diavoli da bere: Her!
tringue, tringue! das is, cotz, fretorum bigot paupera guerra fuit
. E mi stupisco forte come gli astrologi si perdano tanto nei loro
astrolabii e almicantari. Poich non v' alcuna verosimiglianza
affermando che a Parigi una gallina di paglia ch'ova fa sul
Piccolo Ponte e fossero pure crestate quanto upupe di palude,
salvoch veramente, non si sacrificassero le pompette
dell'inchiostro di fresco spremuto di lettere versali, o corsive,
per me  lo stesso, purch la stringhetta non vi generi i vermi.
E posto il caso che, all'accoppiamento dei cani correnti, le
scimiettine avessero dato un suon di corno prima che il notaio
avesse consegnato la sua relazione per arte cabalistica, non ne
segue perci (salvo il miglior giudizio della Corte) che sei
pertiche di prato, di quelle abbondanti facessero tre balle di
fino inchiostro senza soffiare al bacino, considerato che ai
funerali del re Carlo si trovavano in pieno mercato le pelli per

sei bianchi, intendo, nel giurar di lana.

E vedo di consueto, in tutte le buone cornamuse, che quando si va
alla posta, facendo tre giri di scopa pel camino e insinuando il
proprio nome, non si fa che sforzare i reni e soffiare al culo, se
per avventura fosse troppo caldo, e birilli e bilie,

tosto appena le lettere vedute,
le sue vacche gli furono rendute.

E ne fu dato eguale decreto alla martingala l'anno diciassette per
il mal governo di Louzefoigerouse, a cui piacer alla Corte porre
attenzione.
Io non dico veramente che non si possa per equit spossessare in
giusto titolo quelli che berrebbero acqua benedetta come si fa
d'una taglia di tessitore, onde si fanno le suppositorie a quelli
che non vogliono far merenda se non a buon gioco buon danaro.
Tunc, signori, quid juris pro minoribus? Poich l'usanza comune
della legge salica  tale che il primo butta fuoco che affronta la
vacca, che soffia il naso in pieno canto di musica, senza
solfeggiare i punti del ciabattino, deve, in tempo di baldoria,
sublimare la penuria del suo membro con la mu...sica colta durante
la noia della messa di mezzanotte per tirare il collo a quei vini
bianchi dell'Angi che danno lo sgambetto alla moda di Bretagna.
Concludendo come sopra con spese, danni e interessi". Poich il
signore di Fiutascorregge ebbe finito, Pantagruele disse al
signore di Baciaculo:
- Volete nulla replicare amico mio ?
- Nulla, signore, rispose Baciaculo; poich non ho detto che la
verit, date fine, in nome di Dio, alla nostra causa, perch non
siamo qui senza grandi spese.


CAPITOLO XIII.

Come qualmente Pantagruele diede la sentenza nella causa dei due
signori.


Allora Pantagruele si leva, riunisce tutti i presidenti,
consiglieri e dottori l presenti e dice loro:
- Ors, signori, voi avete udito (vivae vocis oraculo) la causa in
questione; che ve ne sembra?
- Noi l'abbiamo veramente udita, risposero, ma non ne abbiamo
capito un accidente. Perci vi preghiamo una voce, e supplichiamo
che vogliate per grazia emettere la sentenza quale vi parr e ex
nunc prout ex tunc, noi l'accettiamo e ratifichiamo di pieno
consentimento.
- Ebbene, signori, disse Pantagruele, poich cos vi piace, lo
far; ma non trovo il caso cos difficile come a voi pare. Il
vostro pragrafo Catone, la legge Frater, la legge Gallus, la legge
quinque pedum, la legge Vinum, la legge Si dominus, la legge
Mater, la legge Mulier bona, la legge Si quis, la legge Pomponius,
la legge Fundi, la legge Emptor, la legge Praetor, la legge
Venditor e tante altre sono ben pi difficili, a mio avviso. E,
ci detto, fece per la sala un giro o due immerso, a quanto si
poteva stimare, nella pi profonda meditazione talch gemeva come
un asino frustato troppo forte, pensando che si doveva far diritto
a ciascuno, senza deviare n eccettuare alcuno. Poi torn a
sedersi e cominci a pronunziare la sentenza in questa guisa
esprimendosi:
"Vista, intesa, e ben ponderata la controversia tra i signori di
Baciaculo e di Fiutascorregge, la Corte dice loro;
 Che considerata l'orripilazione del pipistrello che declina
bravamente dal solstizio estivo per mughettare le bolle gonfie di
vento che hanno avuto il matto del bevitore per le maschie
vessazioni dei lucifugi, che sono al clima attraverso Roma di un
crocifisso a cavallo che tende una balestra alle reni, il
requirente ebbe giusta ragione di ristoppare il galeone che la
buona donna rigonfiava con un piede calzato e l'altro nudo,
rimborsandolo basso e rigido nella sua coscienza di tante
bagatelle quanti vi son peli in diciotto vacche, ed altrettanto
pel ricamatore.
Similmente  dichiarato innocente del caso privilegiato delle
immondizie che si pensava fosse incorso in ci che non poteva
baldamente defecare, per la decisione d'un paio di guanti
profumati di scorreggiamento alla candela di noce come si usa nel
suo paese di Mirebaloys, allentando la bolina con palle di bronzo,
onde i pagliacalzarati pasticciavano contestabilmente i loro
legumi conditi di esca a tutti i sonaglietti di sparviero fatti a
punto d'Ungheria, che suo cognato portava, a memoria d'uomo, in un
paniere limitrofo, ricamato di rosso, a tre caproni male in gambe
di canevacci nel canile angolare onde si tira al pappagallo
vermiforme con la scopa.
Ma quanto a ci di cui egli fa carico al convenuto, che fu
rabberciatore, caseofago e impegolatore di mummie, che ben
scampanando, non risult vero, come ha contestato il detto
convenuto, la Corte lo condanna a tre bicchieri di latte cagliato,
stagionato, pirimpimpinato, com' il costume del paese, verso il
detto convenuto, pagabile al ferragosto maggengo; ma il detto
convenuto, a sua volta sar tenuto a fornire fieno e stoppa per
turare i trabocchetti gutturali imberlucocati di gilverdoni ben
crivellati a rotella; e amici come prima, con esenzione da spese e
pour cause".
Pronunciata la sentenza le due parti si partirono, soddisfatte
entrambe del giudizio, che fu cosa quasi incredibile. Poich non
era mai avvenuto dopo le grandi pioggie, n pi avverr prima di
tredici giubilei, che due parti contendenti in processo
contradditorio siano egualmente contente d'un giudizio definitivo.
Quanto ai consiglieri e agli altri dottori presenti, restarono
svenuti in estasi per ben tre ore; e tutti rapiti in ammirazione
per la sapienza pi che umana di Pantagruele, la quale
apprezzarono chiaramente nella risoluzione di quel processo tanto
difficile e spinoso. E sarebbero ancora in svenimento se non si
portava molto aceto e acqua rosata per far loro tornare i sensi e
l'intelletto accostumato. Onde Dio sia lodato dappertutto!


 CAPITOLO XIV.

Come qualmente Panurgo racconta la maniera per la quale sfugg
dalle mani dei Turchi.


Il giudizio di Pantagruele fu incontanente saputo e inteso da
tutti, stampato in gran copia, e riposto negli archivi del
Tribunale; per guisa che la gente cominci a dire: "Salomone, che
gi restitu per induzione il figliolo alla madre, mai non mostr
un tale capolavoro di sapienza come il buon Pantagruele: siamo
fortunati d'averlo nel nostro paese".
E infatti vollero farlo referendario e presidente della Corte; ma
egli rifiut tutto ringraziandoli graziosamente: "poich, disse,
troppo greve schiavit  in questi uffici e con troppo grave pena
possono esser salvi quelli che li esercitano, data la corruzione
degli uomini. E io credo che se le sedi vacanti degli angeli non
sono occupate da altra sorta di gente, fra trentasette giubilei
avremo il giudizio finale, o Cusano avr errato nelle sue
congetture. Ve ne avverto per tempo. Ma se avrete qualche moggio
di buon vino, volentieri lo ricever in regalo". Essi ben
volentieri gl'inviarono del migliore della citt ed egli bevve
abbastanza bene. Valorosamente bevve il povero Panurgo che era
sitibondo come un'aringa salata, onde camminava come un gatto
magro.
Qualcuno l'ammon a mezzo fiato d'un gran nappo pieno di vino
vermiglio, dicendo:
- Pianino, compare! Vi ha preso la rabbia del tracannare?
- Per cento diavoli, diss'egli, non hai mica trovato uno di quei
bevitorucoli di Parigi che non bevono pi d'un fringuello e non
prendono l'imbeccata se non picchiando loro sulla coda al modo dei
passeri. O compagno, se io montassi cos bene come mando gi,
sarei gi sopra la sfera della luna con Empedocle. Ma non so che
diavolo ci significa: questo vino  buonissimo e deliziosissimo:
ma pi ne bevo e pi ne ho sete. Credo che l'ombra di monsignore
Pantagruele generi gli assetati, come la luna genera i catarri.
Risero i presenti a queste parole. E ci vedendo Pantagruele
disse:
- Di che ridono, Panurgo ?
- Signore, rispose, contavo loro quanto siano infelici quei
diavoli di Turchi di non bere mai goccia di vino. Se altro malanno
che questo non avesse l'alcorano di Maometto, basterebbe a tenermi
lontano dalla sua legge.
- Ma ditemi un po', disse Pantagruele, come sfuggiste loro dalle
mani?
- Per Dio, signore, disse Panurgo non vi dir parola che non sia
vangelo. Quei porci di Turchi mi avevano legato allo spiedo tutto
lardellato come un coniglio poich ero cos magro, che la mia
carne sarebbe stata altrimenti ben cattiva vivanda; e mi facevano
arrostir vivo. Mentre m'arrostivano mi raccomandavo alla grazia
divina, avendo in memoria il buon San Lorenzo, e sempre speravo in
Dio che mi liberassero da quel tormento. Ci avvenne in modo ben
strano. Infatti mentre mi raccomandavo di buon cuore a Dio
gridando: "Signore Iddio, aiutami! Signore Iddio, salvami! Signore
Iddio, toglimi da questo tormento al quale i cani traditori m'han
dannato per aver osservato la tua legge!", l'arrostitore
s'addorment, per volere divino oppure di qualche buon Mercurio il
quale aveva addormentato cautamente anche Argo che pur avea
cent'occhi.
Quando m'accorsi che non mi girava pi per arrostirmi, io lo
guardo e vedo che s'addormenta. Allora afferro coi denti un
tizzone dal capo dove non bruciava, e ve lo getto in grembo al mio
arrostitore, un altro lo getto il meglio che posso sotto un letto
da campo che era presso il camino, nel quale stava il pagliericcio
del mio signor arrostitore. Subito il fuoco divampa e dalla paglia
passa al letto, dal letto al solaio che era coperto d'abete con
chiavi a coda di lampada. Il bello fu che il fuoco gettato in
grembo a quel porco del mio arrostitore gli bruci tutto il pelo e
stava appiccandosi ai coglioni; ma egli non era poi tanto sordo da
non sentirlo e levandosi stordito gridava alla finestra con quanta
voce aveva: "Dal baroth! dal baroth!" che  quanto dire: Al fuoco!
al fuoco! E tosto venne dritto a me per gettarmi del tutto nel
fuoco e gi aveva sciolto le corde che mi legavano le mani, e
tagliava i legami dei piedi. Ma il padrone della casa udendo
gridare: al fuoco! e sentendo gi il fumo, dalla strada dove
passeggiava con qualche altro pasci e musaff, corse quanto pot
a portar soccorso e a salvar le sue robe.
La prima cosa, arrivando, estrasse lo spiedo dov'ero infilzato e
uccise netto il mio arrostitore il quale mor l per mancanza di
cure, o altrimenti, perch gl'infilz lo spiedo un po' sopra
l'ombilico verso il fianco destro e gli trapass il terzo lobo del
fegato e la punta salendo gli for il diaframma e attraversando la
capsula del cuore gli usc di sopra la spalla tra le vertebre e
l'omoplato sinistro. Vero  che estratto lo spiedo dal mio corpo,
io cado a terra presso gli alari e mi feci un po' male nella
caduta; ma non tanto poich il lardo ond'ero lardellato, attenu
il colpo. Il mio pasci, vedendo poi che il caso era disperato e
che la sua casa bruciava senza remissione e tutta la sua roba era
perduta si vot a tutti i diavoli chiamando Grilgoth, Astaroth,
Rapalus e Gribouillis per nove volte.
Il che vedendo ebbi paura per pi di cinque soldi, temendo fra me:
ora i diavoli arriveranno per portar via questo matto; sta a
vedere che son capaci di portar via anche me! Sono gi mezzo
arrostito e il lardellamento sar causa del mio male poich i
diavoli son ghiotti di lardo come affermano il filosofo Jamblico e
il Murmault nell'apologia De bossutis, et contrefactis pro
magistros nostros; ma feci il segno della croce gridando: agios,
athanatos, oh theos! E nessuno venne. Ci vedendo il mio brutto
pasci voleva uccidersi col mio spiedo, trafiggendosi il cuore:
punt infatti lo spiedo contro il petto, ma quello non pot
forarlo, per quanto spingesse, perch non era abbastanza aguzzo;
spingeva, ma non ne aveva alcun profitto. Allora io accorsi a lui
dicendo: "Messer bougrino, tu perdi qui il tuo tempo perch non
riuscirai mai a ucciderti cos, bens ti farai qualche ferita di
cui soffrirai tutta la vita, sempre tra le mani dei barbieri: ma,
se vuoi, io ti uccider netto in modo che non sentirai nulla, e
devi credermi perch molti altri ne ho uccisi che se ne son
trovati benissimo".
- Ah, amico mio, disse quello, uccidimi te ne prego; se ci farai
ti dono la mia borsa, tieni, eccola l: vi son dentro seicento
serafi e alcuni diamanti e rubini perfetti.
- Dove sono? interruppe Epistemone.
- Per San Giovanni, disse Panurgo, sono ben lontani se corrono
sempre. Mais o sont les neiges d'antan? come diceva con gran
preoccupazione, Villon il poeta parigino.
- Finisci, ti prego, disse Pantagruele, che sappiamo come hai
conciato il tuo pasci.
- In fede di galantuomo, disse Panurgo, non dico frottole: lo
fascio con un paio di bracaccie mezzo bruciate che erano l e gli
lego rudemente piedi e mani colle mie corde cos che non potesse
saltare, poi gl'infilzai il mio bravo spiedo nella gola e cos lo
appesi appoggiando lo spiedo a due grossi ganci che sostenevano
delle alabarde. Vi accendo un bel fuoco sotto e vi ardo il mio
bravo milord come si fa delle aringhe salate sotto il camino. Poi,
presa la sua borsa e un piccolo giavellotto che stava sui ganci,
me la diedi a gambe. E dio sa il buon odore di castrato arrosto
che mandava la mia spalla !
Disceso nella strada, trovai tutta la gente accorsa per spegnere
il fuoco a forza d'acqua. E vedendomi cos mezzo arrostito ebbero
instintivamente piet di me e mi gettarono tutta la loro acqua
addosso rinfrescandomi allegramente e ci mi fece un gran bene;
poi mi diedero un po' di mangiare, ma io non mangiava affatto
poich da bere non mi offrivano che acqua secondo il lor costume.
Altro male non mi fecero, salvo un brutto turchettino, gobbo
davanti, che furtivamente mi rosicchiava i miei lardi, ma io gli
sferrai un colpo di giavellotto a tutta forza e cos secco sulle
dita, che non torn la seconda volta. E una giovane di Corinto,
che m'aveva portato un vaso di mirabolani marmellati alla loro
moda, la quale guardava come il mio povero giannettone smussato,
s'era contratto al fuoco e non m'arrivava pi che sopra le
ginocchia. Per, notate, (tutto il mal non vien per nuocere)
quell'arrostimento mi guar completamente d'una sciatica che mi
tormentava da pi di sett'anni, dalla parte dove il mio
arrostitore, addormentatosi, mi lasciava bruciare.
Intanto, mentre quella gente si distraeva con me, il fuoco
divampava, non chiedete come, in modo da bruciare pi di due mila
case, tanto che qualcuno di loro se n'accorse e grid: "Pel ventre
di Maom! La citt brucia e noi ci perdiamo qui!" Cos ciascuno se
ne va pe' fatti suoi e io prendo la strada verso la porta. Quando
fui su una piccola altura l presso, mi volto indietro come la
moglie di Loth e vedo tutta la citt in fiamme come Sodoma e
Gomorra e ne fui cos contento che credetti di scagazzarmi addosso
per la gioia; ma Dio me ne pun.
- Come? disse Pantagruele.
- Mentre, continu Panurgo, ammirava in gran letizia quel bel
fuoco, canzonando e gridando: "Ah, povere pulci, ah poveri topi,
il fuoco  sul vostro pianerottolo, avrete un cattivo inverno!"
sbucarono dalla citt fuggendo il fuoco pi di sei, anzi pi di
milletrecento e undici cani, grandi e piccoli tutti insieme. Di
primo slancio accorsero dritti a me sentendo l'odore della mia
porca carne mezzo arrostita, e m'avrebbero divorato in un istante
se il mio buon angelo non m'avesse bene ispirato suggerendomi un
rimedio adattissimo contro il mal di denti.
- Oh perch temevi il mal di denti? disse Pantagruele. Non eri
guarito dai reumi ?
- Pasqua solare! rispose Panurgo, esiste mal di denti pi grande
di quando i cani vi mordono i polpacci? Ma ecco che io penso ai
miei pezzi di lardo e li getto in mezzo a loro ed ecco i cani se
ne vanno e s'azzuffano l'un l'altro a morsi contendendosi il
lardo. In questo modo mi lasciarono, ed io li lascio battersi tra
loro. E cos scappo gagliardo e contento e viva la rosticceria!


CAPITOLO XV.

Come qualmente Panurgo insegna una ben nuova maniera di costruire
le mura di Parigi.


Pantagruele, un giorno, per svagarsi dagli studi, s'avviava a
passeggio verso i sobborghi di San Marcello, volendo visitare la
villa dei Gobelins. Panurgo era con lui sempre con una sua
bottiglia sotto la tonaca e qualche fetta di prosciutto; n mai
andava sprovvisto di quel viatico, dicendo che era la sua guardia
del corpo, n cingeva altra spada all'infuori di quella. E a
Pantagruele che voleva offrirgliene una, rispose che gli avrebbe
dato riscaldo alla milza.
- Ma, se ti assalgono, disse Epistemone, come ti difendi ?
- A colpi di ciabatta, rispose, purch le spade sian escluse.
Al ritorno Panurgo considerando le mura della citt di Parigi
disse a Pantagruele con ironia:
- Ah, le belle mura davvero! Come son forti e in tutto punto per
difendere ochette in stia! Per la mia barba, sono ben meschine per
una citt come questa, un peto di vacca ne abbatterebbe sei
braccia e davvantaggio.
- Oh, amico mio, rispose Pantagruele, sai tu che cosa disse
Agesilao quando gli domandarono perch la grande citt di
Lacedemone non fosse cinta di mura? Mostr gli abitanti e
cittadini della citt, tanto esperti di cose militari fortissimi e
bene armati ed: "Ecco, disse, le mura della citt", volendo
significare che non v' muro migliore che d'ossa e che le citt e
cittadelle non potrebbero aver mura pi sicure e forti della virt
dei cittadini ed abitanti. Cos Parigi  s forte per la
moltitudine del suo popolo bellicoso, che non si curano di
fabbricare altre mura. Senza contare inoltre che il cingerla di
mura come Strasburgo, Orlans, o Ferrara, non sarebbe possibile
per eccesso di spesa.
- Ma, soggiunse Panurgo, non fa mica male alla salute avere
qualche muso di pietra quando s' assaliti dai nemici, non
foss'altro che per domandare: Chi  laggi? Quanto alle spese
enormi che dite, se i signori della citt volessero regalarmi
qualche buon boccale, insegnerei io una maniera nuovissima per
costruir mura a buon mercato.
- E come ? chiese Pantagruele.
- Non l'andrete mica a ridire, se ve l'insegno, disse Panurgo.
Ecco, io vedo che la filiberta delle dame di questo paese costa
meno delle pietre. Quello  buon materiale da costruir mura. Ma
bisognerebbe ordinarle per buona simmetria d'architettura in modo
che le pi grandi risultino in prima fila, poi inalzando una bella
scarpata a dorso d'asino, collocare le mediane e finalmente, di
sopra, le piccole. Poi tra l'una e l'altra fare un beI
lardellamento a punte di diamante, come nella grossa torre di
Bourges, di que' tanto duri bischeracci che abitano nelle
brachette claustrali. Qual diavolo potrebbe abbattere tal muraglia
? Non v' metallo tanto resistente ai colpi. E poi vengano pure le
cogliombrine a provarcisi! Voi vedreste, perdio, quei marcantoni
distillare incontamente il benedetto frutto dello scolo minuto e
fitto come pioggia, per tutti i diavoli. Inoltre, mai non vi
saetterebbe su. Perch? dite voi; ma perch son tutti benedetti e
consacrati Non c' che un solo inconveniente.
- Oh, oh, ah, ah, ah, ah ! disse Pantagruele, e quale?
- Gli  che le mosche ne son ghiotte a meraviglia e vi farebbero
ressa facilmente lasciandovi sopra lor lordure, ond'ecco l'opera
guasta e contaminata. Ma c' un rimedio. Bisognerebbe
diligentemente cacciar via le mosche con belle code di volpe o
buone grosse teste d'asino di Provenza. E a questo proposito
voglio raccontarvi, avviandoci a cena, un bell'esempio ricordato
da Frater de cornibus, nel libro De compotationibus mendicantium.
Al tempo che le bestie parlavano (non son passati tre giorni) un
povero leone mentre andava per la foresta di Bievre dicendo le sue
preghiere, pass sotto un albero sul quale uno zotico carbonaio
era salito a tagliar legna. Vedendo il leone gli scagli addosso
la scure e gli fece un'enorme ferita in una coscia. Il leone
zoppicando tanto corse e tempest per la foresta che incontr un
carpentiere il quale di buon grado visit la piaga, la nett del
suo meglio e la riemp di musco, consigliando al ferito di cacciar
via le mosche con diligenza perch non infettassero la piaga, e
che l'attendesse mentre andava a cercar erba carpentiera. Guarito
in quel modo il leone passeggiava per la foresta quando lo vide
avanzarsi una vecchia sempiternosa che stava tagliando e
raccogliendo legna. La vecchia, spaventata, cadde all'indietro in
tal guisa che il vento le rovesci le vesti, gonna e camicia, fin
sopra le spalle. A questo spettacolo, il leone, preso da piet
accorse a vedere se si fosse fatta male e considerando la sua
bertocca disse: "Oh, povera donna, chi t'ha fatto tal ferita ?" In
ci dire scorse una volpe e la chiam dicendo: "Ohe, comare la
volpe, cza, cza, e pour cause!
Quando la volpe fu venuta le disse: Comare, amica mia, hanno
ferito questa povera donna qui tra le gambe ben villanamente; qui,
vedi, vi  soluzione di continuit manifesta, guarda come la piaga
 grande: dal culo fino all'ombelico misura ben quattro o forse
cinque spanne e mezza.  stato un colpo di scure e temo che la
piaga non sia recente. Pertanto affinch non vi s'attacchino le
mosche, smoscala energicamente te ne prego e di dentro e di fuori,
tu hai buona e lunga coda, smosca, amica mia, smosca, te ne
supplico, e intanto vado a cercar musco per applicarvelo. Bisogna
soccorrersi l'un l'altro, Dio lo comanda, smosca forte, cos,
amica mia, smosca bene; questo genere di piaghe vuol essere
smoscato spesso, altrimenti la persona ne patisce. Smosca bene,
comare mia, smosca, smosca; Dio t'ha ben provveduto di coda, tu
l'hai grande e grossa a dovere, smosca forte e non stancarti. Un
buon dismoscatore che smoscando continuamente smosca col suo
moschetto, da mosche mai smoscato sar. Smosca cogliona, smosca
mia piccola zuccona, io vado e torno".
Poi va a cercare gran quantit di musco; e quando fu un poco
discosto, grid alla volpe: Smosca ben sempre, comare, smosca, e
non ti pesi mai di ben smoscare; per Dio, mia piccola comare, io
ti far entrare a servizio per lo smoscamento della regina Maria,
oppure di Don Pedro di Castiglia. Smosca e non far altro, smosca e
nulla pi. La povera volpe smoscava a dovere e di qua e di l e di
dentro e di fuori; ma la vecchiaccia scorreggiava e sloffettava
puzzando come cento diavoli. La povera volpe stava bene a disagio,
non sapendo da che banda voltarsi per scansare quel profumo
scorreggesco e mentre si girava, scoperse, dietro, un altro
pertugio, meno grande di quello che smoscava, e di l veniva quel
vento s fetente e infetto. Torna finalmente il leone portando
musco quanto ne conterrebbero diciotto balle e cominci a ficcarlo
dentro la piaga, con un bastone, e gi ne aveva introdotto ben
sedici balle e mezza pieno di stupore: "Ma che diavolo! questa
piaga  profonda: v'entra musco per pi di due carrettate;
pazienza... poi che Dio lo vuole". E continuava a cacciar dentro;
ma la volpe l'avvert:
- Oh compare leone, amico mio, ti prego, non mettere il musco
tutto l, serbane un poco perch v' ancora qui sotto un altro
pertugio che puzza come cinquecento diavoli; sono intossicata
dall'odore, tanto puzza.
Cos, concluse Panurgo, bisognerebbe guardar quelle cotali mura
dalle mosche e mettervi un servizio di smoscatori.
- Come sai tu, disse allora Pantagruele, che il sesso femminile
sia a s buon mercato? Poich vi sono in questa citt molte savie
donne, caste e vergini.
- Dove sono? rispose Panurgo. Non vi dir una mia opinione, ma
fatti certi e sicuri. Io ne ho infilzato, non esagero,
quattrocento e diciassette da quando arrivai in questa citt, e
son nove giorni solamente. Ma questa mattina ho incontrato un buon
uomo che in una doppia bisaccia come quella d'Esopetto, portava
due piccole bimbe di due o tre anni al massimo, l'una davanti
l'altra dietro le spalle. Mi domand l'elemosina ma io gli risposi
che avevo pi coglioni che danari. Poi gli chiedo:
- Buon uomo sono vergini queste due bambine ?
- Fratello, rispose, son due anni che le porto cos e quanto a
questa davanti che ho continuamente sotto gli occhi, penso che sia
vergine; non vorrei tuttavia metter la mano sul fuoco; di quella
di dietro, non ne so proprio nulla.
-Tu sei veramente, disse Pantagruele, un gentile compagno, e ti
vestir della mia livrea.
E lo fece vestire ornatamente secondo la moda del tempo che
correva; salvoch Panurgo volle che la braghetta delle brache
fosse lunga tre piedi e quadrata, non rotonda, ci che fu fatto; e
gli stava molto bene. Egli diceva spesso che la gente non aveva
conosciuto il vantaggio e l'utilit di portar la braghetta grande,
ma il tempo l'avrebbe insegnato un giorno o l'altro, come tutte le
cose che sono state inventate a tempo.
Dio guarda dal male, diceva egli, il compagno a cui la lunga
braghetta ha salvato la vita! Dio guarda dal male colui al quale
braghetta lunga ha dato in un giorno il beneficio di cento e
sessantanove mila scudi! Dio guarda dal male colui che grazia alla
lunga braghetta ha salvato tutta una intera citt dal morir di
fame! E per Dio, quando avr un po' di tempo, scriver un libro
sulla comodit delle braghette lunghe.
Compose infatti sull'argomento un bello e grande libro colle sue
figure; ma non  ancora stampato, ch'io sappia.


CAPITOLO XVI.

Dei costumi e condizioni di Panurgo.


Panurgo era di statura media, n troppo grande n troppo piccolo.
Aveva il naso un po' aquilino, fatto a manico di rasoio, ed era
allora sull'et di trentacinque anni circa, cos fino da
indorare... come una daga di piombo, elegante di persona, ma era
alquanto porcaccione e soggetto per natura a una malattia che in
quel tempo si chiamava

Manca danaro: dolor senza pari.

Tuttavia possedeva sessantatre maniere di procurarsene sempre,
secondo il bisogno, delle quali la pi onorevole e comune era per
via di ladrocinio furtivamente compiuto. Malefico, imbroglione,
bevitore, vagabondo, arraffatore se uno ve n'era a Parigi:

Quanto al resto una perla di figliuolo.

E sempre macchinava qualche trappola contro gendarmi e contro la
ronda.
Una volta riuniva tre o quattro buoni villani, li faceva bere a
sera come templari, poi li conduceva sotto Santa Genoveffa o
presso il collegio di Navarra e all'ora che la ronda montava di l
(se n'accorgeva mettendo la spada sul selciato e l'orecchio
presso; quando udiva la spada vibrare era segno infallibile che la
ronda s'avvicinava) allora dunque egli e i compagni prendevano un
carretto, gli davano la spinta rotolandolo con gran forza a valle
e buttavano cos la povera ronda a terra come porci, ed essi
fuggivano dall'altra parte; poich in meno di due giorni egli
conosceva tutte le vie, vicoli e traverse di Parigi come il suo
Deus det. Un'altra volta preparava in qualche bel posto dove la
ronda doveva passare, una striscia di polvere da cannone e, quando
giungeva, vi dava fuoco e se la godeva a vedere con quale buona
grazia se la davano a gambe pensando aver il fuoco di Sant'Antonio
alle calcagna.
Pi di tutti gli altri perseguitava i mastri d'arte e i teologi.
Quando ne incontrava qualcuno per la strada non mancava mai di far
loro qualche tiro birbone; talora mettendo loro uno stronzo nel
cappuccio dottorale, talora appiccicando loro dietro piccole code
di volpe od orecchie di lepri o qualche altro accidente.
Un giorno che tutti i teologi erano convocati alla Sorbona per
esaminare articoli di fede, fece una torta composta di molto
aglio, di galbanum, d'assa fetida, di castoreum e di stronzi caldi
e la stempr entro la marcia dei bubboni cancerosi, poi, di
mattina presto ne impiastricci e unse teologalmente tutti i
cancelli della Sorbona in modo che neanche il diavolo avrebbe
potuto durarci.
Tutti i convenuti vomitavano le budella davanti al pubblico e ne
morirono dieci o dodici di peste, quattordici ne ebbero la lebbra,
diciotto si buscarono la rogna e pi di ventisette lo scolo; ma
egli non vi badava.
Portava di solito, un frustino sotto la veste, col quale frustava
senza remissione i garzoni che portavano il vino ai loro maestri,
per farli sgambettare.
Nel suo saio teneva pi di ventisei borsette e sacchette sempre
piene l'una di un po' di acqua di piombo e d'un coltellino
affilato come ago di pelattiere col quale tagliava le borse,
l'altra d'aceto da gettar negli occhi a chi trovava, un'altra di
lippole attaccate a piume d'oca o di cappone, che lanciava sui
vestiti e sui berretti della brava gente, e spesso appiccicava
loro delle belle corna che portavano in giro per tutta la citt.
Talora vita natural durante. E anche alle donne talvolta ne
appiccicava sui mantelli per di dietro, fatte a forma di membro
virile; in un'altra teneva una quantit di cartoccetti pieni di
pulci e di pidocchi che prendeva a prestito dagli accattoni di
Sant'Innocenzo e li soffiava con cannuccie o penne da scrivere sui
collari delle damigelle pi sdolcinate che incontrasse; e
specialmente in chiesa, dove mai non andava nel coro in fondo, ma
sempre rimaneva nella navata, tra le donne, tanto a messa come a
vespro ed alla predica.
In un'altra teneva provvista d'ami e uncini coi quali allacciava
spesso uomini e donne quando per l'affollamento erano serrati e
massimamente quelle che portavano vesti d'ermisino e quando
volevano scostarsi strappavano tutte le vesti.
In un'altra un acciarino munito d'esca, di zolfanelli, pietra
focaia e d'ogni altro apparecchio a ci richiesto.
In un'altra due o tre specchietti ardenti coi quali talvolta
faceva ammattire gli uomini e le donne e faceva loro perdere il
contegno conveniente alla chiesa: poich, diceva egli, non v' che
un antistrofe tra: femmina folle a la messa e femmina molle a la
fessa.
In un'altra teneva provvista di filo e d'aghi con cui architettava
mille piccole diavolerie.
Una volta, nella gran sala presso l'uscita del Tribunale, mentre
un francescano stava per dire la messa ai magistrati, egli lo
aiut ad abbigliarsi, ma mentre gli metteva i paramenti gli cuc
la cotta insieme colla sottana e la camicia e poi si ritir quando
i Signori della Corte vennero a sedersi per udire quella messa. Ma
quando all'ite missa est il povero frate fece per levarsi la cotta
si spogli insieme sottana e camicia che erano ben cucite insieme,
e si scopr nudo fino alle spalle mostrando a tutta la gente il
bischero che non era tanto piccolo senza dubbio. Il frate
s'affannava a tirare ma tanto pi tirava e tanto pi su scopriva,
finch uno dei Signori della Corte disse: "E che? il nostro bel
padre vuol forse mostrarci l'ostensorio e farci baciare il culo?
Che glielo baci il fuoco di Sant'Antonio!" Da quella volta fu
ordinato che i poveri fraticelli non si spogliassero pi davanti
alla gente, ma in sacrestia, sopratutto considerata la presenza di
donne, per evitare peccati di desiderio.
La gente domandava perch quei frati avessero coglioni cos
lunghi. Panurgo risolse assai bene il problema dicendo: "La
ragione per cui le orecchie degli asini sono cos lunghe  perch
le loro madri non gli mettono cuffie sulla testa, come dice
D'Alliaco nelle sue Suppositiones. Parimenti ci che fa i coglioni
dei frati s lunghi  che essi non portano brache con fondo e i
loro poveri membri si stendono a briglia sciolta in libert e
vanno loro spenzolando sui ginocchi come fanno i rosari alle
donne. Ma la causa per cui l'avevano grosso in equipollente
proporzione si  perch nel detto spenzolamento gli umori del
corpo scendono al detto membro, poich, secondo i legisti,
agitazione e movimento continuo son causa d'attrazione".
Item egli aveva un'altra borsa piena d'allume che gettava gi per
la schiena alle donne pi agghindate; e si vedevan talune
spogliarsi davanti a tutta la gente, altre ballare come galletti o
bilie su tamburi, altre correr per le strade e lui correr loro
dietro e a quelle che si spogliavano metteva addosso il suo
mantello come uomo cortese e grazioso.
Item in un'altra borsa teneva una piccola fialetta piena di
vecchio olio e quando incontrava uomo o donna che avesse un bel
vestito glielo ungeva e sciupava nei pi bei posti, sotto pretesto
di palpar la stoffa, e diceva: "Questa s che  buona stoffa,
questo  buon raso, bon taffet, Signora; Dio vi dia ci che
desidera il vostro nobile cuore: voi indossate vestito nuovo, e
nuovo amico, e Dio ve li conservi!" Cos dicendo metteva loro la
mano sul collare e la mala macchia vi restava perpetuamente

S enorme ed indelebile
Sul nome il corpo e l'anima
Che non la lava il diavolo.

Poi alla fine diceva loro: "Attenta, Signora, a non cadere, c'
qui una gran brutta buca sulla vostra strada".
Un'altra era piena d'euforbo polverizzato finissimo, e l dentro
metteva un fazzoletto bello e ben ricamato, che aveva rubato alla
bella guardorobiera del Tribunale, levandole di sul seno un
pidocchio che tuttavia lui stesso vi avea gettato. E quando si
trovava in compagnia di buone dame tirava il discorso sulla
biancheria e metteva loro la mano sul seno dicendo: "Questo lavoro
 di Fiandria o di Haynault?" Poi estraeva il suo fazzoletto
dicendo: "Tenete, tenete, vedete qui che lavoro, opera di
Fottignano o di Fottarabia". E lo agitava ben forte sotto il loro
naso facendole sternutare per quattr'ore senza sosta. Intanto
peteggiava come un ronzino e le donne scoppiavano a ridere
dicendo: "Come mai? Voi scorreggiate, Panurgo ?"
- Niente affatto, Madama, non faccio che intonarmi a contrappunto
colla musica del vostro naso.
In un'altra una pinza, una tenaglia, un grimaldello e altri ferri
coi quali non v'era porta n cassa ch'egli non scassinasse.
Un'altra era piena di piccoli bussolotti coi quali eseguiva giochi
mirabili; poich aveva dita degne di Minerva e di Aracne, e una
volta aveva fatto il ciarlatano. E quando andava a cambiare, un
testone o altra moneta, colui che cambiava, fosse anche stato pi
furbo di Mastro Mosca, non c'era verso che Panurgo non gli facesse
sparire sotto il naso visibilmente, apertamente, manifestamente,
cinque o sei gran bianchi ogni volta, senza lesione o ferita
alcuna, ed era molto se il cambiatore ne sentisse vento.


CAPITOLO XVII.

Come qualmente Panurgo si guadagnava i perdoni e maritava le
vecchie, e dei processi che ebbe a Parigi.


Un giorno incontrai Panurgo un po' scornato e taciturno: non ha
danaro, pensai, e gli dissi: Vedo dalla vostra cera che siete
malato, Panurgo, e il vostro male se bene immagino,  flusso di
borsa; ma non preoccupatevi,

posseggo ancora sei soldoni e spiccioli
che non conobber mai padre n madre

non vi mancheranno mai come lo scolo, in caso di necessit.
- Merda al danaro! rispose Panurgo, un giorno o l'altro non ne
avr che troppo; possiedo una pietra filosofale che mi attira il
danaro delle borse come la calamita il ferro. Volete venire a
guadagnarvi perdoni?
- In fede mia, gli rispondo, non sono gran perdonatore io, in
questo mondo; non so se lo sar nell'altro. Ma andiamo pure, nel
nome di Dio, fino a un danaro ci sto, n pi, n meno.
- Ma, diss'egli, prestatemi dunque un danaro a interesse.
- Niente, niente, dissi, ve lo regalo di buon cuore.
 - Grates vobis dominos, diss'egli.
Cos andammo e cominciammo dalla chiesa di San Gervasio; io mi
guadagno i miei perdoni al primo tronco solamente, che mi contento
di poco in questa materia, poi mi metto a recitare le preghiere e
orazioni a Santa Brigida. Ma lui and a cercare perdoni a tutti i
tronchi e ogni volta dava danaro a ciascuno dei venditori
d'indulgenza. Di l passammo a Notre Dame, a San Giovanni, a
Sant'Antonio e cos ad altre chiese ove era il forum
indulgentiarum. Per mio conto io non ne compravo pi; ma lui ad
ogni cassetta baciava le reliquie e ad ogni venditore di perdoni
dava denaro. Breve, quando tornammo mi condusse a bere all'Osteria
del Castello e mi mostr dieci o dodici delle sue borsette piene
di denaro. Mi feci il segno della croce e dissi:
- Come avete fatto tanto danaro in cos poco tempo?
Ed egli rispose che l'aveva preso nei bacili delle indulgenze:
"poich, offrendo il primo danaro lo posi s destramente da far
credere fosse un gran bianco intanto con una mano ritiravo dodici
danari, o magari dodici liardi o doppie per lo meno, e coll'altra
tre o quattro dozzine; e cos in tutte le chiese dove siamo
stati".
- Ma, diss'io, voi vi dannate come un serpente, siete ladro e
sacrilego.
- Sembra a voi, forse, ma non a me. Poich gl'indulgenzieri me lo
danno loro il denaro quando mi fanno baciare le reliquie dicendo:
centuplum accipies, cio per un danaro prendine cento. Infatti
accipies s'ha da intendere secondo la maniera degli Ebrei che
usano il futuro in luogo dell'imperativo, come nella Legge:
Dominum deum tuum adorabis et illi soli servies; Diliges proximum
tuum. Cos quando l'indulgenzigero mi dice: centuplum accipies
vuol dire: centum accipe e allo stesso modo interpretano il
rabbino Kimy, il rabbino Aben Ezra e tutti i volgarizzatori e ibi
Bartolus. Inoltre papa Sisto mi regal millecinquecento lire di
rendita sul suo dominio e tesoro ecclesiastico per avergli guarito
un tumore canceroso da cui era tanto tormentato che temeva
diventar zoppo per tutta la vita. Cos mi pago da me colle mie
mani, ch nulla val meglio, sul detto tesoro ecclesiastico. Oh,
amico mio, diceva egli, se tu sapessi come ho sganasciato alla
crociata ne saresti stupefatto: m'ha reso pi di sei mila fiorini.
- E dove diavolo son finiti? dissi, se ora non hai pi un
quattrino.
- L dond'erano venuti, rispose; non fecero che cambiar di
padrone. Ben tremila ne impiegai a maritare, non ragazze, ch
mariti ne trovano anche troppo, ma vecchione sempiternose senza
pi denti in bocca. Queste buone vecchie, ragionavo, hanno
utilizzato assai bene il loro tempo in giovinezza giocando a
stringichiappe col culo in alto a tutto spiano finch hanno
potuto, ebbene per Dio, io le far sballottare ancora una volta
prima di morire. Cos regalavo ad una cento fiorini a un'altra
centoventi a un'altra trecento quanto pi fossero infami,
detestabili e abominevoli. Poich quanto pi erano orribili ed
esecrabili tanto pi conveniva regalare, altrimenti neanche il
diavolo avrebbe voluto biscottarle. Poi andavo subito a cercare
qualche grosso e grasso facchino e combinavo io stesso le nozze.
Ma prima di mostrargli le vecchie gli mostravo gli scudi dicendo:
"Compare, ecco qua, questi suon tuoi se vuoi imbiricoccolare un
buon colpo". Da quel momento i poveri marcantoni s'impennavano
come vecchi muli; poi facevo preparar loro un buon banchetto con
vino del migliore e molte droghe per eccitar le vecchie e metterle
in calore. E alla fine essi ci davano dentro come bravi figlioli,
senonch quelle orribilmente brutte e sfatte le facevo coprire con
un sacco sul viso.
Inoltre, continu Panurgo, molto ho perduto in processi.
- E quali processi hai potuto avere? osservai. Tu non hai n terre
n casa.
- Amico mio, egli disse, le damigelle di questa citt avevano
trovato, per istigazione del diavolo d'inferno, una foggia di
collari alti che nascondevano loro il collo e le poppe, talch non
ci si poteva pi ficcar la mano dentro, l'abbottonatura essendo
dietro mentre davanti erano tutti chiusi; onde i poveri amatori
dolenti e contemplativi non erano contenti. Un bel giorno, un
marted, inoltrai citazione alla Corte, presentandomi come parte
lesa contro le dette damigelle, dimostrando i gravi danni che ne
subivo e protestando che se la Corte non avesse provveduto, per
rappresaglia io mi sarei fatto cucire la braghetta sul di dietro.
Per farla corta le damigelle si costituirono in sindacato, fecero
vedere i loro argomenti e passarono procura al difensore della
causa; ma io le perseguii in giudizio cos vigorosamente che per
decreto della Corte fu ordinato che quei collari non si portassero
pi se non un pocolino fessi per davanti, ma, ohe! mi cost assai.
Intentai un altro processo ben lurido e sporco contro mastro Fifi
e i suoi aiutanti affinch non avessero a compulsare i loro
volumi: il Mastello, la Botte o il Secchio, clandestinamente di
notte bens di pieno giorno e nelle aule della Sorbona, sotto il
naso di tutti i teologi; ma qui fui condannato alle spese per
qualche negligenza di forma nella relazione del cancelliere.
Un'altra volta sporsi querela contro le mule dei presidenti,
consiglieri e altri, affinch quando le mettono nel cortile a
rosicchiare il morso, i consiglieri facciano far loro delle belle
bavarole per impedire che la loro bava insudici il lastricato, in
modo che i paggi del Tribunale possano giocarvi comodamente ai
dadi o a rinnegabio, senza sciupare le loro calze ai ginocchi. E
qui ebbi sentenza favorevole; ma mi cost cara.
A queste spese aggiungete quanto mi costano gli spuntini offerti
ai paggi del Tribunale quasi ogni giorno.
- Ma a che scopo? dissi.
- Amico mio, rispose, tu non hai nessun passatempo al mondo. Io ne
ho pi che il Re. E se tu volessi associarti a me faremmo il
diavolo.
- Ah, no no, per Sant'Adauras, diss'io, poich un giorno o l'altro
tu sarai impiccato.
- E tu sarai un giorno o l'altro seppellito, diss'egli. Quale
delle due  pi onorevole: in aria o sotterra? Ah, bestione! Ges
Cristo non fu appeso in aria? Ma tornando a noi, mentre i paggi
banchettano io faccio la guardia alle mule e taglio le cinghie
delle staffe dalla parte che si monta in maniera che restano
appese a malappena per un filo. Quando i grossi o gonfi
consiglieri, o altri, prendono la spinta per montar su, piombano
lunghi distesi come porci, davanti a tutta la gente e c' da
ridere per pi di cento franchi. Ma io me la rido anche pi degli
altri perch arrivati essi a casa fanno frustare il signor paggio
come baccal; e cos non rimpiango la spesa dello spuntino.
Insomma egli aveva, come ho detto sopra, sessantatre maniere per
guadagnar danaro; ma ne aveva duecentoquattordici per spenderlo,
non contando le provvigioni subnasali.


CAPITOLO XVIII.

Come qualmente un gran dotto d'Inghilterra volendo discutere
contro Pantagruele, fu vinto da Panurgo.


In quei giorni un grandissimo dotto chiamato Thaumaste udendo la
voce e fama del sapere incomparabile di Pantagruele, venne dal
paese d'Inghilterra con la sola intenzione di vedere questo
Pantagruele e conoscerlo, e provare se il suo sapere fosse
veramente tale quale la rinomanza. Infatti, giunto a Parigi, si
rec dal detto Pantagruele che abitava nel palazzo San Dionigi e
in quel momento passeggiava pel giardino con Panurgo filosofando
alla maniera de' Peripatetici. Entrando trasal tutto di paura in
vederlo cos grande e grosso; poi lo salut cortesemente secondo
l'uso e disse:
- Ben  vero ci che dice Platone, principe de' filosofi, che se
l'immagine della scienza e sapienza fosse corporale e visibile
agli occhi degli umani, essa inciterebbe tutto il mondo
all'ammirazione. Poich solo la fama di lei diffusa per l'aria se
 ricevuta dalle orecchie degli studiosi ed amatori di lei,
chiamati filosofi, non li lascia pi dormire o riposare a loro
agio, tanto li stimola e infiamma ad accorrere nel luogo e a
vedere la persona nella quale si dice avere detta scienza
stabilito il suo tempio e pronunziare oracoli. Ci fu
manifestamente addimostrato dalla regina di Saba che venne fin dai
limiti d'Oriente e del Mar Persico per veder l'ordine della casa
del saggio Salomone e udire la sua sapienza; da Anacarsi che dalla
Scizia and fino ad Atene per vedere Solone; da Pitagora che
visit i vaticinatori di Menfi; da Platone che visit i magi
dell'Egitto e Archita di Taranto; da Apollonio Tianeo che and
fino al monte Camaso, pass gli Sciti, i Massageti, gl'Indiani,
navig il gran fiume Fisone fino ai Brachmani per vedere Hiarchas;
e poi fu in Babilonia, Caldea, Media, Assiria, Partia, Siria,
Fenicia, Arabia, Palestina, Alessandria e fino in Etiopia per
vedere i Gimnosofisti. Lo stesso accadde a Tito Livio per vedere e
udire il quale parecchi studiosi vennero a Roma dai confini
limitrofi della Gallia e della Spagna.
Io non oso considerarmi nel novero e ordine di persone tanto
perfette; ma ben io voglio esser detto studioso e amatore delle
lettere non solo, ma anche de' letterati. E infatti, udendo la
fama del tuo sapere tanto inestimabile, ho lasciato patria,
parenti, casa e mi sono qui condotto non badando alla lunghezza
del viaggio, al disagio del mare, alla novit delle contrade, per
te vedere, e con te conferire d'alcuni passi di filosofia,
geomanzia e cabala, su cui ho qualche dubbio che tiene il mio
spirito insoddisfatto. I quali se tu mi saprai chiarire, mi rendo
fin da oggi tuo schiavo, io e tutta la mia posterit, ch altro
dono non ho ch'io stimi bastante per la ricompensa. Questi dubbi
rediger per iscritto e lo far sapere a tutti i sapienti della
citt affinch davanti ad essi domani pubblicamente ne disputiamo.
Ed ecco la maniera com'io vorrei si disputasse: io non voglio
discutere pro e contra come fanno i folli sofisti di questa citt
e d'altrove. Similmente non voglio discutere alla maniera degli
Academici, per declamazione, e neanche per numeri come faceva
Pitagora e come volle fare Pico della Mirandola a Roma; voglio
disputare solo per segni, senza parlare; poich le materie son
tanto ardue che le parole umane non sarebbero atte a chiarirle a
mio piacere. Piaccia perci alla Magnificenza Vostra trovarsi
domani alle sette del mattino nella grande sala di Navarra".
Questo discorso finito, Pantagruele gli disse onorevolmente:
"Signore, delle grazie che Dio m'ha concesso vorrei, per quanto 
in mio potere che a nessuno fosse negato il beneficio; poich
tutto viene da lui ed  sua volont che la celeste manna
dell'onesto sapere sia moltiplicata quando si trovino persone
degne e idonee a riceverla. E poich nel novero di queste, tu
tieni nel tempo nostro, come ben m'accorgo, il primo posto, ti
notifico che a qualunque ora mi troverai pronto a soddisfare,
secondo le mie deboli forze, le tue richieste, quantunque dovrei
apprendere pi io da te che tu da me. Ma, come hai proposto, noi
conferiremo insieme di tutti i dubbi e ne cercheremo la soluzione
fino in fondo al pozzo inesauribile nel quale diceva Eraclito
esser la verit celata. E lodo grandemente la maniera di
discussione da te proposta, cio per segni, senza parlare; poich
ci facendo tu ed io intenderemo e saremo salvi dai battimani che
soglion fare i sciocchi sofisti quando si discute e nel forte
della discussione. Domani dunque non mancher di trovarmi nel
luogo e all'ora assegnati; ma ti prego che tra noi non sia
conflitto, n tumulto, e che non cerchiamo n onore, n applausi,
ma la verit sola".
A lui rispose Thaumaste: "Dio vi conservi, e vi sia propizio, o
Signore, io Vi ringrazio che la Vostra Alta Magnificenza abbia
consentito a scendere fino alla mia umilt. Ed ora addio fino a
domani".
- Addio, disse Pantagruele.
O voi, signori che leggete questo scritto, non pensate che mai al
mondo alcuno sia stato acceso ed eccitato nel pensiero quanto
furono quella notte sia Thaumaste e sia Pantagruele. Thaumaste
disse al portiere di Cluny, dove alloggiava, che in vita sua non
s'era mai sentito s gran turbamento come quella notte. "Mi pare,
diceva egli, che Pantagruele mi tenga per la gola; provvedete da
bere, vi prego, e fate che non manchi l'acqua fresca per
gargarizzarmi il palato".
Dall'altro lato Pantagruele entr in alta combustione e tutta la
notte non fece che fantasticare su:

il libro di Beda: De Numeris et signis;
il libro di Plotino: De Inenarrabilibus;
il libro di Proclo: De magia;
i libri di Artemidoro: Peri Oneirocriticon;
di Anassagora: Peri semion;
d'Ynario: Peri Aphaton;
i libri di Philistion;
quello d'Ipponax: Peri Anecphoneton,

e un mucchio d'altri libri, tanto che Panurgo gli disse:
- Signore, lasciate tutti questi pensieri e andate a coricarvi; vi
sento tanto agitato di spirito che ben presto vi piglierebbe una
febbre efimera per eccesso di pensamento. Ritiratevi e dormite
tranquillamente non senza prima aver bevuto venticinque o trenta
buoni bicchieri, e domattina non ci pensate, risponder io e
discuter io contro Signor l'Inglese e dite male di me se non lo
metter ad metam non loqui.
- Ma, veramente, Panurgo, amico mio, bada che  sapientissimo;
come potrai competergli?
- Magnificamente, rispose Panurgo, ma non ne parliamo pi, vi
prego, e lasciate fare a me; v' uomo sapiente come i diavoli?
- No davvero, disse Pantagruele, salvo una speciale grazia divina.
- E tuttavia, disse Panurgo, mille volte ho discusso contro loro e
li ho insaccati e glie l'ho messo nell'organo. E quanto a questo
vanitoso Inglese state tranquillo, domani ve lo faccio cacare
aceto davanti a tutto l'uditorio.
Cos Panurgo pass tutta la notte a tracannare coi paggi e a
giocarsi tutte le fibbiette delle sue brache a primus e secundus e
a la verghetta. E giunta l'ora condusse il suo padrone Pantagruele
al luogo stabilito.
Credete pure francamente che nessuno a Parigi, n grande, n
piccolo vi manc, giacch pensavano: "Questo diavolo di
Pantagruele che ha sbaragliato tutti i sorbonicoli, ora ha trovato
pane pei suoi denti; questo Inglese  un altro diavolo di
Valverde, vedremo chi la vincer".
Mentre tutta la gente s'affollava, Thaumaste li attendeva. Ed
ecco, quando arrivano nella sala Pantagruele e Panurgo tutti gli
scolari e studenti delle arti e i professori cominciano a battere
le mani com' loro sciocca usanza.
Ma Pantagruele grid con voce s alta che parvero cannonate:
"Silenzio in nome del diavolo! Silenzio per Dio, bricconi! Se mi
rompete qui le scatole vi taglio la testa a tutti quanti". Alle
quali parole tutti restarono sbalorditi come anitre e non osavano
tossire neanche se avessero ingoiato quindici libbre di piume.
Furono tanto turbati dalla sola voce che tiravano la lingua fuori
dalla bocca un buon mezzo piede come se Pantagruele avesse loro
salato la gola. Allora Panurgo incominci a parlare volto
all'Inglese:
- Signore, sei tu venuto qui per disputare in contraddittorio
sulle proposizioni che hai presentate, oppure per apprendere e
sapere la verit?
- Altro non mi conduce, rispose Thaumaste, se non il buon
desiderio di apprendere e sapere ci di cui ho dubitato tutta la
vita, senza aver mai trovato n libro n uomo che mi soddisfacesse
nella soluzione dei dubbi proposti. Quanto al discutere in
contraddittorio, non io voglio questo troppo vile esercizio, lo
lascio a quei furfanti sofisti sorbillanti, sorbonagri,
sorbonigeni, sorbonicoli, sorboniformi, sorbonisequi,
niborcisanti, sorbonizzanti, saniborsanti, i quali nelle loro
dispute non cercano verit, ma contraddizione e controversia.
- Dunque, disse Panurgo, se io che sono un discepoluccio del mio
maestro Signor Pantagruele, posso contentarti e soddisfarti,
sarebbe cosa indegna disturbare il maestro; perci sar meglio che
egli presieda e giudichi de' nostri argomenti e ti risponda
tutt'al pi se io non avr soddisfatto il tuo studioso desiderio.
- Veramente hai ben detto, disse Thaumaste.
- Comincia dunque.
Notate bene che Panurgo aveva messo a un capo della sua braghetta
un bel fiocco di seta rossa, bianca, verde e celeste, e dentro vi
aveva messo una bell'arancia.


CAPITOLO XIX.

Come qualmente Panurgo mise nel sacco l'Inglese che argomentava
per segni.


Mentre dunque tutti i presenti stavano silenziosi in ascolto
l'Inglese alz alto nell'aria le due mani separate stringendo
tutte le estremit delle dita a cul di gallina, come si dice a
Chinon, e le batt l'una contro l'altra, per le unghie, quattro
volte; poi le dischiuse e le batt piatte l'una contro l'altra con
suono stridente, una volta le richiuse come prima e batt due
volte; le riapr e batt quattro volte. Poi, distese, le congiunse
l'una contro l'altra come se pregasse Dio devotamente.
Panurgo immediatamente lev in aria la mano destra, poi introdusse
il pollice destro nella narice destra, tenendo le altre quattro
dita distese e unite nel loro ordine in linea parallela alla pinna
nasale, chiudendo nello stesso tempo l'occhio sinistro e ghignando
col destro con profonda depressione del sopracciglio e della
palpebra. Poi lev in alto la sinistra con forte chiusura ed
estensione delle quattro dita ed elevazione del pollice, e la
teneva in linea perfettamente corrispondente alla posizione della
destra con distanza tra l'una e l'altra d'un cubito e mezzo. Ci
fatto, abbass verso terra allo stesso modo ambo le mani;
finalmente le tenne nel mezzo come mirando dritto al naso
dell'Inglese.
-  E se Mercurio ?... disse l'Inglese; ma Panurgo l'interruppe
dicendo:
- Voi avete parlato, mascherotto.
L'Inglese allora fece il segno seguente: lev alto in aria la mano
sinistra del tutto aperta, poi chiuse a pugno le quattro dita
appoggiando il pollice disteso alla pinna del naso. Subito dopo
alz la destra tutta aperta e aperta l'abbass congiungendo il
pollice alla chiusura del mignolo della sinistra e movendo le
quattro dita di questa lentamente nell'aria.
Poi, a vicenda, fece colla destra quello che aveva fatto con la
sinistra e con la sinistra ci che aveva fatto con la destra.
Panurgo, punto stupito di ci, colla sinistra sollev in aria la
sua trimegista braghetta e colla destra ne estrasse una fetta di
costola bovina bianca e due pezzi di legno di forma eguale, l'uno
di ebano nero, l'altro di brasile incarnato e se li mise tra le
dita della destra in buona simmetria; e sbattendoli insieme
produceva un rumore somigliante a quello che fanno i lebbrosi di
Bretagna colle raganelle, ma alquanto pi sonoro ed armonioso; e
colla lingua contratta canticchiava allegramente sempre guardando
l'Inglese.
I teologi, medici e chirurghi pensarono che, con questo segno egli
inferisse esser l'Inglese un lebbroso. I consiglieri, legisti, e
decretisti pensavano che, ci facendo, volesse concludere che una
specie di felicit umana era nello stato di lebbroso, come gi
afferm anche il Signore.
L'Inglese non si spavent per questo e alzando ambo le mani le
tenne in maniera che le tre dita pi lunghe stavan chiuse a pugno,
i due pollici s'introducevano tra l'indice e il medio e i due
mignoli restavano distesi; e cos li presentava a Panurgo; poi li
combin in modo che il pollice destro toccava il sinistro e
parimenti i due mignoli.
Allora Panurgo, senza dir parola, alz le mani e compose il segno
seguente: congiunse le unghie dell'indice e del pollice della mano
sinistra formando una specie di anello e chiuse a pugno le dita
della destra meno l'indice che metteva spesso dentro e fuori del
detto anello della sinistra, poi colla destra stese il medio e
l'indice divaricandoli quanto pot e dirigendoli verso Thaumaste;
quindi mise il pollice della mano sinistra all'angolo dell'occhio
sinistro, stendendo tutta la mano come ala d'uccello o pinna di
pesce e movendola graziosamente qua e l e del pari la destra
all'angolo dell'occhio destro.
Thaumaste incominci a impallidire e a tremare e gli rispose col
segno seguente: batt il dito medio della mano destra contro il
muscolo della palma che  sotto il pollice, poi mise l'indice
della destra nell'anello della sinistra, ma lo mise per di sotto
non per di sopra come faceva Panurgo.
Allora Panurgo picchia le mani l'una contro l'altra e soffia sulla
palma; ci fatto rimette l'indice della destra nell'anello della
sinistra tirandolo spesso dentro e fuori, poi allunga il mento
fissando attentamente Thaumaste.
La gente che non capiva niente ai segni, intese che con
quest'ultimo Panurgo, senza dir parola, domandava a Thaumaste:
"Che volete dire con ci?"
Infatti Thaumaste cominci a sudare a goccioloni e aveva l'aspetto
d'uno che fosse rapito in alta contemplazione. Poi si ravvide e
mise tutte le unghie della sinistra contro quelle della destra
aprendo le dita come fossero state mezzicerchi ed inalz questo
segno quanto pi pot.
Subito Panurgo tenendo il pollice della destra sotto la mandibola
introdusse il mignolo della destra nell'anello della sinistra
facendo risonare i denti ben melodiosamente, gl'inferiori contro i
superiori.
Thaumaste si alz affannosamente; ma alzandosi gli scapp una
scorreggia da fornaio, di quelle cui segue la cacarella, e pisci
aceto ben forte, con una puzza di tutti i diavoli. I presenti
cominciarono a turarsi il naso, poich egli per l'angoscia si
sconcacava tutto; tuttavia lev la mano destra chiudendola in modo
da riunire tutte le punte delle dita insieme e pos sul petto la
sinistra distesa.
Allora Panurgo tir la sua lunga braghetta col fiocco e la stese
per un cubito e mezzo tenendola sollevata con la mano sinistra;
con la destra prese l'arancia e la gett in aria sette volte;
all'ottava la chiuse nella destra tenendola ferma in alto, poi
cominci a scuotere la sua bella braghetta mostrandola a
Thaumaste.
Visto ci Thaumaste cominci a gonfiar le guancie come un
zampognaro e a soffiare come se gonfiasse vesciche di maiale.
Panurgo mise un dito della sinistra al buco del culo e colla bocca
aspirava l'aria come quando si mangian ostriche o si sorbe la
minestra; ci fatto, apre un po' la bocca e vi batte su il palmo
della destra facendo cos un suono forte e profondo come se
venisse dalla superficie del diaframma per l'arteria trachea, e
ci fece sedici volte. Ma Thaumaste soffava sempre come un'oca.
Allora Panurgo mise l'indice della destra in bocca serrandolo ben
forte coi muscoli della bocca, poi l'estraeva, e traendolo faceva
gran rumore come quando i ragazzi sparano con una canna di sambuco
pallottole di rapa e ci fece per nove volte.
Allora Thaumaste grid:
- Ah, signori, il gran segreto! vi ha messo la mano fino al
gomito. Ed estrasse un pugnale tenendolo colla punta rivolta in
basso.
Allora Panurgo sbatt quanto pot la sua lunga braghetta sulle
coscie; poi mise le mani congiunte in forma di pettine sulla
testa, tirando fuori la lingua quanto pot e stralunando gli occhi
nella testa come capra agli estremi.
- Ah, intendo, disse Thaumaste, ma che? E appoggi sul petto il
manico del pugnale mettendo sulla punta la palma della mano colle
punte delle dita alcun poco ricurve.
Panurgo abbass la testa dal lato sinistro e mise il dito medio
nell'orecchia destra, elevando il pollice in alto. Poi incroci le
braccia sul petto tossendo cinque volte e alla quinta battendo il
piede destro in terra; poi lev il braccio sinistro e serrando
quattro dita a pugno teneva il pollice contro la fronte, e si
batt colla destra il petto sei volte. Ma Thaumaste, non contento
di ci, mise il pollice della sinistra sulla punta del naso
chiudendo le altre dita. Panurgo mise le due dita pi lunghe ai
lati della bocca tirandola quanto pot e mostrando tutti i denti,
e coi pollici abbassava le palpebre degli occhi ben profondamente,
facendo un'assai brutta smorfia a quanto sembrava ai presenti.


 CAPITOLO XX.

Come qualmente Thaumaste loda le virt e il sapere di Panurgo.


Allora Thaumaste si alz e, levandosi il berretto ringrazi
Panurgo garbatamente; poi disse ad alta voce rivolto ai presenti:
- Signori, posso ben ripetere che la parola evangelica: Et ecce
plusquam Salomon hic. Voi avete qui alla vostra presenza un tesoro
incomparabile, il signor Pantagruele. La rinomanza di lui mi aveva
attratto fin qui dal fondo estremo dell'Inghilterra per conferire
con lui sui problemi insolubili tanto di magia, alchimia, cabala,
geomanzia, astrologia, quanto di filosofia, che mi tormentavano lo
spirito. Ma ora mi adiro contro la fama la quale sembra essere
invidiosa di lui non riferendo che la millesima parte della
verit.
Voi avete visto come un semplice discepolo mi ha soddisfatto
rispondendo pi che non domandassi; e per giunta mi ha chiariti e
risolti altri dubbi inestimabili. Posso poi assicurarvi che m'ha
aperto il vero pozzo e gli abissi dell'enciclopedia, (mentre io
pensava non poter trovare uomo che ne sapesse solo i primi
elementi) quando abbiamo discusso per segni senza dire parola n
mezza. Ma, a suo tempo, io rediger per iscritto ci che abbiamo
detto e risolto, affinch non si pensi sia stata una canzonatura,
e lo far stampare affinch ciascuno apprenda, com'io ho appreso.
Potete dunque argomentare ci che avrebbe detto il maestro, se il
discepolo ha compiuto prodezza tale, poich: non est discipulus
super magistrum. In ogni caso Dio sia lodato! E ben umilmente vi
ringrazio dell'onore che ci avete fatto assistendo. Dio ve ne
rimeriter eternamente !
Simili ringraziamenti rivolse Pantagruele a tutto l'uditorio e
uscendo di l accompagn Thaumaste a pranzo con s; e non mi
chiedete se bevvero a ventre sbottonato (poich in quel tempo l
si chiudevano i ventri coi bottoni come ora i collari) fino a
dire: Ma voi di dove venite? Madonna santa, come ci tiravano
dentro! e le bottiglie correvano ed essi a gridare:
- Tira!
- Da' qui!
- Vino, garzone!
- Versa, per l'anima del diavolo, versa!
Non vi fu alcuno che non bevesse venticinque o trenta brente. E
sapete come? sicut terra sine aqua, poich faceva caldo ed erano
assetati anche di pi.
Quanto all'esposizione delle proposizioni presentate da Thaumaste
e al significato dei segni che furono adoperati nella disputa, ve
li esporrei io secondo il nesso logico dell'uno coll'altro; ma
m'han detto che Thaumaste ne ha composto un gran libro stampato a
Londra nel quale dichiara tutto senza nulla tralasciare. Perci me
ne dispenso, per ora.


BUCO

CAPITOLO XXVIII.

Come qualmente Pantagruele riport vittoria ben strana sui Dipsodi
e sui giganti.


Dopo tutti questi discorsi Pantagruele chiam il prigioniero e lo
liber dicendo:
- Torna all'accampamento del tuo re e digli ci che hai visto e
che si disponga a farmi festa domani sul mezzod poich appena
saran giunte domattina al pi tardi le mie galere io gli prover
con diciotto centinaia di migliaia di combattenti e settemila
giganti tutti pi grandi di me, che follemente oper e contro
ragione assalendo il mio paese.
Cos fingeva Pantagruele di avere un'armata navale.
Ma il prigioniero rispose che si dichiarava suo schiavo e che era
ben contento di non pi tornarsene alle sue genti, preferiva anzi
combattere con Pantagruele contro loro, che cos permettesse nel
nome di Dio.
Ma non volle consentire Pantagruele, anzi gli comand che si
partisse di l senz'altro e se n'andasse cos come avea detto; e
gli diede una scatola piena di euforbo e grani di coccognido cotti
in acqua bollente a mo' di composta comandandogli di portarla al
suo re e dirgli che se poteva mangiarne un'oncia senza bere
avrebbe potuto resistergli senza paura.
Il prigioniero allora lo supplic a mani giunte che nell'ora della
battaglia avesse piet di lui. A cui disse Pantagruele:
- Dopoch avrai tutto annunciato al tuo re, riponi ogni speranza
in Dio ed egli non ti abbandoner; io stesso, ancorch sia forte,
come puoi vedere, ed abbia genti infinite in armi, tuttavia non
spero nella forza, o nell'ingegno; tutta la mia fiducia  in Dio
protettore, il quale mai non abbandona coloro che han messo ogni
pensiero e ogni speranza in lui.
Dopo ci il prigioniero gli chiese che quanto al riscatto volesse
fargli prezzo ragionevole.
A cui rispose Pantagruele che l'intento suo non era di
saccheggiare, n taglieggiare gli uomini, ma di arricchirli e
restituirli in piena libert:
- Vattene, disse, nella pace di Dio vivente, n seguire mai
cattive compagnie, che non t'accada disgrazia.
Partito il prigioniero, Pantagruele disse ai suoi:
- Ragazzi, ho dato a intendere che abbiamo un'armata navale e che
non daremo assalto fino a domani sul mezzod affinch i nemici
dubitando del grande arrivo delle mie genti si occupino questa
notte a mettere in ordine e preparar difese; tuttavia  mia
intenzione che li attacchiamo intorno all'ora del primo sonno.
Ma lasciamo qui Pantagruele e i suoi apostoli e parliamo del re
Anarche e del suo esercito.
Quando il prigioniero fu arrivato, si present al re e gli cont
com'era giunto un gran gigante chiamato Pantagruele, che aveva
sconfitto e fatto arrostire crudelmente tutti i seicento e
cinquantanove cavalieri e lui solo era scampato a recar la
notizia. Inoltre aveva incarico dal detto gigante di dirgli che
preparasse da pranzo l'indomani sul mezzod, che in quell'ora
aveva risoluto d'assalirlo. Poi gli consegn la scatola della
confettura. Ma subito appena il re n'ebbe ingollato un cucchiaio,
gli prese un gran riscaldo di gola, con ulcerazione dell'ugola e
la lingua gli si pel. E per medicamenti che gli facessero non
trov sollievo alcuno se non bevendo senza remissione; e appena
allontanava il bicchiere dalla bocca, la lingua gli bruciava. Onde
non facevano che travasargli vino in gola con un imbuto. Ci
vedendo i capitani, i pasci e altri uomini di guardia
assaggiarono anch'essi quella droga per provare se era tanto
assetante; ma capit loro come al re. E si misero a tracannare per
tal modo che si sparse voce per tutto l'accampamento come il
prigioniero fosse ritornato e che l'indomani seguirebbe l'assalto
al quale gi il re e i capitani insieme cogli uomini di guardia si
preparavano bevendo a tutto spiano. Perci tutti i soldati
dell'esercito cominciarono a bere, tracannare, trincare del pari.
Insomma tanto e tanto bevvero che s'addormentarono in disordine
come porci per l'accampamento.
Torniamo ora al buon Pantagruele e raccontiamo come si condusse in
questa faccenda.
Partendo dal luogo del trofeo, si prese a mo' di bordone l'albero
della nave, mise dentro la coffa duecentotrentasette botti di vino
bianco d'Angi rimasto da Rouen, e riempita tutta la nave di sale
se l'attacc alla cintura cos agevolmente come i lanzichenecchi
portano le loro piccole bisaccie, poi si mise in cammino coi
compagni. Quando fu presso l'accampamento dei nemici Panurgo gli
disse:
- Signore, volete far cosa buona? Scaricate dalla coffa quel vino
bianco d'Angi e beviamo qui alla bretone.
Accondiscese volentieri Pantagruele e bevvero cos sodo che delle
duecentotrentasette botti non rimase una gocciola salvo un otre di
cuoio bollito di Tours, che Panurgo riemp per s e che chiamava
il suo vade mecum, e qualche bottiglia di fondaccio per l'aceto.
Dopo che ebbero ben bevuto, Panurgo diede a Pantagruele da
mangiare un accidente di droga composta di lithontripon,
nefrocatarticon, codognata cantarizzata e altre spezie
diuretiche.....
Ci fatto, Pantagruele disse a Carpalim:
- Andate nella citt arrampicandovi per la muraglia a mo' di
sorcio, come ben sapete fare e dite agli assediati che facciano
ora una sortita e piombino addosso ai nemici quanto pi fieramente
potranno, e, ci detto, scendete e con una torcia accesa date
fuoco alle tende e ai padiglioni dell'accampamento, poi griderete
quanto pi potrete, colla vostra gran voce ch' pi spaventevole
di quella di Stentore che rison pi forte del fracasso della
battaglia di Troiani, e partitevi dall'accampamento.
- Ma non sarebbe opportuno, disse Carpalim, che inchiodassi tutte
le loro artiglierie?
- No, no, disse Pantagruele, meglio dar fuoco alle loro polveri .
E a lui obbedendo, Carpalim part subito, e come da Pantagruele
era stato decretato fece, e tutti i combattenti che erano nella
citt fecero una sortita. E quando ebbe messo il fuoco alle tende
e ai padiglioni pass leggermente sui nemici senza che nulla
sentissero, tanto russavano e dormivano profondamente. Venne al
luogo dov'era l'artiglieria e diede fuoco alle munizioni: ma non
senza pericolo: il fuoco fu s repentino che corse rischio di
bruciare il povero Carpalim, e se non fosse stata la sua mirabile
prestezza, restava fricassato come un maiale; ma egli scapp s
svelto che un quadrello di balestra non va di pi.
Quando fu fuori delle trincee mand un grido cos spaventevole
come se tutti i diavoli si fossero scatenati. Ne furono svegliati
i nemici; ma sapete come? cos storditi e insonnoliti com' il
primo canto di mattutino, che in quel di Lucon chiamano
grattacoglioni.
Intanto Pantagruele cominci a lanciare il sale della sua nave e
poich dormivano a gola spalancata e aperta ne riemp loro il
gozzo tanto che i poveri diavoli squittivano come volpi e
gridavano: "Ah, Pantagruele, Pantagruele, tu ci attizzi il fuoco!"
A un tratto Pantagruele sent bisogno di pisciare a causa delle
droghe somministrategli da Panurgo e pisci in mezzo
all'accampamento s bene e copiosamente che li anneg tutti e vi
fu diluvio particolare per dieci leghe intorno. E dice la istoria
che se la gran giumenta di suo padre vi fosse stata e avesse
pisciato del pari, sarebbe seguito un diluvio pi enorme di quello
di Deucalione; poich non pisciava una volta che non creasse un
fiume pi grande del Rodano e del Danubio.
Ci vedendo quelli usciti dalla citt dicevano: "Son tutti morti
crudelmente, vedete quanto sangue scorre". Ma s'ingannavano
pensando fosse sangue dei nemici l'urina di Pantagruele che
vedevano ai riflessi del fuoco dei padiglioni e a un debole
chiaror di luna.
I nemici, svegliatisi, vedendo da un lato il fuoco
nell'accampamento e poi l'inondazione del diluvio urinario, non
sapevano che dire o pensare. Alcuni dicevano che era la fine del
mondo e il giudizio universale, che deve essere consumato per
fuoco; altri che gli dei marini Nettuno, Proteo, Tritoni ecc. li
perseguitavano, ch infatti era acqua di mare e salata.
Oh, chi potr raccontare ora come si condusse Pantagruele contro i
trecento giganti? Oh mia musa, mia Calliope, mia Talia, ispiratemi
voi in questo momento! Rinforzate i miei spiriti poich qui  il
ponte dell'asino della logica, qui  il trabocchetto, qui la
difficolt di poter esprimere la terribile battaglia che avvenne.
Oh, piacesse a Dio che avessi a mia disposizione ora un boccale
del miglior vino che bevvero mai quelli che leggeranno questa
tanto veridica istoria!


CAPITOLO XXIX.

Come qualmente Pantagruele sconfisse i trecento giganti armati di
macigni e Lupomannaro capitano loro.


I giganti vedendo sommerso tutto l'accampamento si appesero il
loro re Anarche al collo, e lo portarono, il meglio che poterono
fuor di pericolo, come fece Enea con Anchise all'incendio di
Troia. Quando Panurgo li vide disse a Pantagruele:
- Signore, vedete l i giganti che sono usciti, date addosso
coll'albero e fate gagliardamente un po' di scherma all'antica,
questo  il momento di mostrarsi valente. Da parte nostra vi
daremo una mano e arditamente io ve n'ammazzer un mucchio. E come
no? David ammazz bene Golia facilmente. Ed io che abbatterei
dodici David (ch in quel tempo l non era che un piccolo cacone)
non potr buttarne gi una dozzina? E poi questo grosso porcone di
Eustene, forte come quattro buoi, non si risparmier. Coraggio
dunque e picchiate a traverso, di punta e di taglio.
- Di coraggio, disse Pantagruele, ne ho per pi di cinquanta
franchi. Ma, ohe! Ercole non os mai affrontar due insieme.
- Voi confrontarvi con Ercole! disse Panurgo; ma questo  un voler
cacarmi sul naso. Voi avete, per Dio, pi forza ai denti e pi
odore al culo di quanto Ercole n'avesse mai in tutto il corpo ed
anima. Tanto val l'uomo quanto si stima.
E mentre cos parlavano, ecco arrivare con tutti i suoi giganti
Lupomannaro il quale vedendo Pantagruele tutto solo fu preso da
temerit e oltracotanza sperando di uccidere il povero buon
omarino. E disse ai suoi compagni giganti:
- Porconi di pianura, se, per Maom, alcuno di voi osa combattere
contro costoro, vi far morire crudelmente. Voglio che mi lasciate
combattere solo e intanto avrete il vostro spasso a guardarci.
Allora tutti i giganti si ritirarono col loro re l vicino, dove
si trovavano le bottiglie, e Panurgo e i suoi compagni anch'essi.
Panurgo contraffaceva la paralisi dei sifilitici col torcer la
bocca e rattrappir le dita e con voce rauca diceva loro:
- Noi non facciamo punto guerra, compagni, perbio! Dateci da
mangiare con voi intanto che i nostri signori si battono.
Consentirono volentieri il re e i giganti e li fecero banchettare
seco.
Intanto Panurgo raccontava loro le favole di Turpino, gli esempi
di San Nicola e il racconto della cicogna.
Lupomannaro dunque si volse a Pantagruele con una mazza tutta
d'acciaio pesante novemilasettecento quintali e due quartini,
d'acciaio dei Calibi all'estremit della quale erano tredici punte
di diamante, la pi piccola delle quali era grossa come la pi
grande campana di Notre Dame di Parigi (c'era, forse, la
differenza dello spessore d'un'unghia, o, al massimo, del dorso
d'uno di quei coltelli che si chiamano mozzorecchi, senza
aggiungervi un'idea n avanti n dietro) ed era fatata in maniera
che mai non si poteva rompere, anzi per contro, frantumava
incontinente quanto toccasse.
Cos dunque, mentre s'avanzava con gran fierezza, Pantagruele,
levando gli occhi al cielo si raccomand a Dio di tutto cuore
facendo voto con queste parole:
"Signore Iddio che sempre sei stato mio protettore e salvatore, tu
vedi il pericolo nel quale ora mi trovo. Nulla qui mi conduce se
non quel natural desiderio che Dio ha dato agli uomini di
conservare e difendere s, le proprie donne, i figlioli, la
patria, la famiglia, tutto ci insomma che non sia cosa tua
propria, cio la fede; poich in questo caso tu non vuoi nessun
aiuto se non la confessione cattolica e l'osservanza della tua
parola; e ci hai proibito ogni arma e difesa essendo tu
l'Onnipotente che in faccenda tua propria e quando la tua propria
causa sia tratta in campo, ti puoi difendere assai meglio di
quanto si creda, tu che hai mille migliaia di centinaia di milioni
di legioni d'angeli, il minimo dei quali pu uccidere tutti gli
uomini e voltare il cielo e la terra a suo piacimento come gi fu
palese per l'esercito di Sennacherib. Dunque se ti piace
soccorrermi in questo momento, ch in te solo  la mia piena
fiducia e speranza, ti fo voto che per tutte le contrade tanto di
questo paese di Utopia, che d'altrove, dove io abbia potenza e
autorit, far predicare il tuo Santo Vangelo puramente,
semplicemente e integramente sicch gli abusi d'un branco
d'ipocriti e di falsi profeti che con costituzioni umane e
depravate invenzioni hanno avvelenato tutto il mondo siano intorno
a me sterminati".
Allora fu udita una voce del cielo che disse: Hoc fac et vinces,
cio: "Fa' ci e avrai la vittoria".
Poi vedendo Pantagruele che Lupomannaro s'avvicinava a gola
spalancata, s'avanz contro a lui arditamente e grid quanto pot
per fargli paura col suo grido spaventevole secondo la disciplina
de' Lacedemoni:
- A morte, ribaldo, a morte!
Poi gli gett addosso dalla barca che portava alla cintura pi di
diciotto barili e uno staio di sale riempiendogli gola e gozzo e
naso ed occhi. Irritato di ci Lupomannaro gli tir un colpo della
sua mazza volendo fracassargli il cervello ma Pantagruele fu lesto
ed ebbe sempre buon piede e buon occhio; perci spicc col piede
sinistro un passo indietro; ma non seppe fare in modo che il colpo
non cadesse sulla nave che vol in quattromila e ottantasei pezzi
versando il resto del sale a terra.
Ci vedendo Pantagruele spieg bravamente le braccia e maneggiando
secondo l'arte dell'ascia il suo albero coll'estremit pi grossa
gli di una botta di punta alla mammella poi ritirando il colpo a
sinistra e mulinando lo colp tra capo e collo; quindi avanzando
il pi destro gli diede coll'altra estremit dell'albero una botta
sui coglioni; ma ruppe la coffa versando quelle tre o quattro
botti di vino che v'erano rimaste onde Lupomannaro pens gli
avesse fatto un'incisione alla vescica e che quel vino fosse
l'urina che ne usciva.
Non contento Pantagruele voleva rinnovare un colpo di striscio ma
Lupomannaro alzando la mazza s'avanz su lui per avventarla con
tutta la sua forza addosso a Pantagruele. E infatti piomb gi un
colpo cos rude che se Dio non avesse soccorso il buon Pantagruele
l'avrebbe spaccato in due dalla cima del capo fino in fondo alla
milza; ma il colpo, grazie a un brusco scarto di Pantagruele,
declin a destra e la mazza si sprofond per pi di settantatr
piedi in terra traversando una roccia donde sprizz fuoco pi
grosso di novemila e sei botti.
Pantagruele, vedendo che l'altro perdeva tempo nell'estrarre la
sua mazza incastrata in terra nella roccia, lo investe tentando
abbattergli la testa di netto, ma il suo albero per mala sorte
tocc un pochino il manico della mazza di Lupomannaro che era
fatata (come abbiam detto sopra) perci l'albero gli si spezz a
tre dita dall'impugnatura sicch ne rimase pi stordito d'un
fonditore di campane a cui si rompa lo stampo e grid:
- Oh, Panurgo, dove sei tu?
Ci udendo Panurgo disse al re e ai giganti:
- Perdio, qui finisce che si fanno del male se non andiamo a
spartirli.
Ma i giganti se la godevano come se fossero a nozze. Allora
Carpalim voleva levarsi e correre in aiuto del suo signore; ma un
gigante gli disse:
- Per Gulfarino, nipote di Maom, se ti muovi di qui, ti caccio nel
fondo delle mie brache come fossi un suppositorio, tanto pi che
sono stitico e non posso ben cagare se non a forza di digrignare i
denti.
Pantagruele rimasto disarmato, riprese il mozzicone del suo albero
picchiando all'impazzata sul gigante; ma non gli faceva pi male
di quello che fareste voi dando un buffetto sopra un'incudine di
fabbro. Intanto Lupomannaro a forza di tirare avea estratta da
terra la sua mazza e la menava per ferir Pantagruele, ma questi
rapidissimo scansava tutti i colpi finch una volta mentre
Lupomannaro lo minacciava dicendo: "O scellerato ora ti stritolo
come una polpetta, e mai pi asseterai la povera gente",
Pantagruele gli scaravent una pedata s portentosa al ventre che
lo rovesci a gambe in aria e te lo strascinava cos a
scorticaculo per pi d'un trar d'arco. Lupomannaro vomitando
sangue per la bocca gridava:
- Maom! Maom! Maom!
A questo grido tutti i giganti si levarono per soccorrerlo. Ma
Panurgo disse loro:
- Signori, date retta non ci andate perch il mio padrone  matto
e picchia a dritto e traverso senza guardar dove. Ve ne
capiterebbe male.
Ma i giganti vedendo che Pantagruele era disarmato non vi
badarono.
Quando Pantagruele li vide avvicinarsi afferr Lupomannaro pei
piedi e lev il suo corpo come una picca in aria e con quello,
ch'era armato d'incudine picchiava sui giganti corazzati di
macigni e li abbatteva come un muratore le tegole e nessuno
s'arrestava davanti a lui che non ruzzolasse a terra. E alle
rotture di quelle corazze petrose si lev un s orribile fracasso
che mi venne a mente quando la grossa torre del burro che era a
Santo Stefano di Bourges si liquefece al sole. Panurgo intanto
insieme con Carpalim ed Eustene sgozzeggiavano quelli abbattuti a
terra. Fate conto che non ne sfugg un solo e Pantagruele sembrava
a vedersi un falciatore che colla sua falce (era Lupomannaro)
abbatteva l'erba d'un prato (cio i giganti). Ma in questa scherma
Lupomannaro ci perd la testa e ci fu quando Pantagruele abbatt
un gigante che aveva nome Riflandouille, tutto corazzato
d'arenaria, una scheggia della quale tagli la gola netta a
Epistemone; laddove la maggior parte dei giganti erano corazzati
alla leggera cio di pietra di tufo e altri di pietra ardesia.
Finalmente, vedendo che erano tutti morti, Pantagruele gett il
corpo di Lupomannaro lontano quanto pot verso la citt e quello
cadde come un rannocchione a pancia larga nella piazza maggiore
della citt e uccise cadendo un gatto bruciato, una gatta bagnata,
un'anitra scorreggiona e un'ochetta imbrigliata.


 CAPITOLO XXX.

Come qualmente Epistemone che aveva la testa tagliata, fu guarito
abilmente da Panurgo e informazioni sui diavoli e i dannati.


Terminata la sconfitta dei giganti, Pantagruele si ritir nel
luogo delle bottiglie e chiam Panurgo e gli altri i quali
tornarono a lui sani e salvi, eccetto Eustene che era stato
sgraffiato al viso da uno dei giganti mentre lo sgozzettava, ed
Epistemone che non comparve. Pantagruele ne fu s attristato che
voleva uccidersi, ma Panurgo gli disse:
- Attendete un po', Signore, per Diana, lo cercheremo tra i morti
e vedremo come stanno le cose.
Mentre dunque lo cercavano, lo trovarono stecchito morto che si
teneva la testa tutta insanguinata, tra le braccia. Allora Eustene
grid:
- Ah perfida Morte! Ci hai tolto il pi perfetto degli uomini!
Alla qual voce Pantagruele si lev col pi gran dolore che mai si
vedesse al mondo e disse a Panurgo:
- Ah, amico mio, il vostro auspicio dei due bicchieri e dell'asta
di giavellotto era ben fallace.
- Non piangete, ragazzi, disse Panurgo,  ancora tutto caldo e ve
lo ristorer sano quanto non fu mai.
Ci dicendo prese la testa e la tenne al caldo sulla sua
braghetta, affinch non soffrisse vento. Eustene e Carpalim
portarono il corpo l dove avevano banchettato, non per speranza
che mai guarisse, ma perch Pantagruele lo vedesse. Tuttavia
Panurgo li confortava dicendo:
- Se non lo guarisco voglio perder la testa; (giuramento da matto)
smettete di piangere e aiutatemi.
Gli lav dunque accuratamente il troncone del collo, con bel vino
bianco, poi la testa e li senapizz con polvere di diamerdis che
portava sempre in una delle sue borsette; poi li unse con non so
quale unguento, quindi li accost giusto giusto, vena contro vena,
nervo contro nervo, vertebra contro vertebra, affinch non
risultasse un collotorto, che tal gente egli odiava a morte. Ci
fatto cuc i margini in giro con quindici o sedici punti affinch
la testa non si staccasse di nuovo e vi spalm tutt'intorno un po'
d'unguento ch'egli chiamava resuscitativo.
Subito Epistemone cominci a respirare, poi ad aprire gli occhi e
ad abbassarli poi a sternutare poi tir una grossa scorreggia
casalinga.
- Ecco, disse Panurgo, ormai, non c' pi dubbio  guarito. E gli
porse a bere un bicchiere d'un vinaccio bianco con una caldarrosta
candita. In questo modo Epistemone fu guarito abilmente, ma rimase
un po' rauco per pi di tre settimane, con una tosse secca di cui
non pot mai guarire se non a forza di bere.
E l cominci a parlare dicendo che aveva visto i diavoli, aveva
parlato con Lucifero a tu per tu e fatto gran baldoria all'inferno
e nei Campi Elisi. E garantiva a tutti che i diavoli erano buoni
compagnoni. Quanto ai dannati, diceva esser bene afflitto che
Panurgo l'avesse richiamato in vita, poich ci aveva trovato un
gusto matto a vederli.
- Come? esclam Pantagruele.
- Non sono trattati male, rispose Epistemone, come si pu pensare;
ma la loro condizione  mutata in modo strano. Vidi Alessandro il
Grande che rattoppava delle vecchie brache e guadagnava cos la
sua povera vita.
Serse era venditore ambulante di mostarda;
Romolo, venditore di sale;
Numa, venditore di chiodi;
Tarquinio, taccagno;
Pisone, contadino;
Silla, barcaiuolo;
Ciro era vaccaro;
Temistocle, vetraro;
Epaminonda, fabbricante di specchi;
Bruto e Cassio, agrimensori;
Demostene, vignarolo;
Cicerone, fochista;
Fabio, infilatore di rosarii;
Artaserse, cordaro;
Enea, mugnaio;
Achille, tignoso;
Agamennone, leccapadelle;
Ulisse, falciatore;
Nestore, minatore;
Dario, vuotacessi;
Anco Marzio calafato;
Camillo, fabbricante di galoscie;
Marcello, sbucciatore di fave;
Druso, tritamandorle;
Scipione Africano, vendeva feccia di vino in uno zoccolo;
Asdrubale era lanternaro;
Annibale, pollivendolo;
Priamo vendeva vecchia stoffa;
Lancilotto del Lago scorticava cavalli morti;
Tutti i cavalieri della Tavola Rotonda erano poveri lavoratori
che, come i barcaiuoli di Lione e i gondolieri di Venezia remavano
per passare i fiumi di Cocito, Flegetonte, Stige, Acheronte e
Lete, quando i signori diavoli volevano darsi bel tempo
sull'acqua. Ma per ogni traversata non ricevono che un buffetto
sul naso e, alla sera, un tozzo di pane muffito.
I dodici pari di Francia stanno l senza far niente, a quanto ho
visto; ma guadagnano la vita a sopportare schiaffi, buffetti,
biscottoni sul naso e gran cazzotti ai denti.
Traiano, era pescatore di ranocchie;
Antonino, domestico;
Commodo, lavorante di giaietto;
Pertinace, sgusciatore di noci;
Lucullo, rosticcere;
Giustiniano, fabbricante di giocattoli;
Ettore era cuoco;
Paride era un povero cencioso;
Achille, imballatore di fieno;
Cambise, mulattiere;
Arteserse, schiumatore di pentole;
Nerone era suonatore di viola e aveva Fierabraccio per valletto;
il quale gli faceva mille mali, obbligandolo a mangiare pan bigio
e bere vino torbido, mentre lui mangiava e beveva del migliore;
Giulio Cesare e Pompeo erano incatramatori di navi.
Valentino e Orsone erano bagnini nei bagni dell'inferno e facevano
massaggi.
Giglano e Gauvain erano poveri porcari.
Goffredo dal gran dente era venditore di zolfini;
Goffredo di Buglione incisore in legno;
Giasone era fabbriciere;
Don Pedro di Castiglia, questuante;
Morgante, birraio;
Huon di Bordeaux, cerchiatore di botti;
Pirro, sguattero;
Antioco, spazzacamino;
Romolo, ciabattino;
Ottaviano, raschiacarte;
Nerva, palafreniere;
Papa Giulio, venditore ambulante di pasticci ma non portava pi la
sua gran barba furfantesca;
Gian da Parigi, lustrascarpe;
Art di Bretagna, smacchiatore di berretti;
Perceforest, portatore di corbe;
Bonifacio ottavo, papa, era schiumatore di pentole:
Nicola terzo papa, era cartaro;
Alessandro papa era cacciatore di topi;
Papa Sisto ungitore d'impestati.
- Come? disse Pantagruele, anche al di l impestati?
- Certo, disse Epistemone, e non ne vidi mai tanti; ce n' pi di
cento milioni. Poich credetelo, quelli che non hanno avuto peste
in questo mondo, l'hanno nell'altro.
- Corpo di Dio, disse Panurgo, io sono a posto allora, poich lo
sono gi stato fino allo stretto di Gibilterra e n'ho riempito le
colonne d'Ercole.

Ozieri il Danese strofinava le corazze;
Il re Tigrane era copritore di tetti;
Galliano restaurato, cacciatore di talpe;
I quattro figli d'Aimone cavadenti;
Il papa Callisto era barbiere di fessa;
Il papa Urbano, sbafatore;
Melusina era sguattera;
Matabruna, lavandaia;
Cleopatra, rivenditrice di cipolle;
Elena, mezzana di cameriere;
Semiramide, spidocchiatrice di mendicanti;
Didone, vendeva funghi;
Pentesilea, il crescione;
Lucrezia, era infermiera;
Ortensia, filatrice;
Livia, raschiatrice di verderame.

In tal modo quelli ch'erano stati grandi signori in questo mondo
si guadagnavano la loro povera, meschina e porca vita laggi. Per
contro i filosofi e gl'indigenti di questo mondo erano a loro
volta gran signori in quello di l. Vidi Diogene che incedeva
magnificamente, in una gran veste di porpora e uno scettro nella
destra, e faceva arrabbiare Alessandro il Grande quando non aveva
ben rammendato le sue brache ripagandolo a bastonate. Vidi
Epitteto con eleganza alla francese, sotto un bel pergolato con
molte damigelle, che si spassava, beveva, ballava, facendo
baldoria e presso di lui mucchi di scudi del sole. Sotto i pampini
erano scritti come sua divisa questi versi:

Saltar, ballare, girare a tondo,
E bere vino bianco e vermiglio,
Non far altro tutti i giorni
che contare scudi del sole.

Quando mi vide m'invit a bere con lui cortesemente ed io accettai
volentieri e tracannammo alla teologale. Intanto venne Ciro a
chiedergli un danaro in onore di Mercurio, per comprarsi un po' di
cipolle da cena.
- Niente, niente, disse Epitteto, non do danari; eccoti uno scudo,
briccone, e fa il galantuomo.
Ciro fu ben contento d'aver trovato tanta bazza. Ma quei furfanti
di re che sono laggi, come Alessandro, Dario, e altri, lo
derubarono durante la notte. Vidi Pathelin tesoriere di Radamanto
che stava contrattando i pasticci di papa Giulio e gli chiedeva:
Quanto alla dozzina?
- Tre bianchi, disse il papa.
- Meglio tre legnate! disse Pathelin, d qui, villano, d qui e
vanne a cercar altri. E il povero papa se n'and piangendo; quando
fu davanti al pasticciere suo padrone gli disse che gli avevano
portati via i pasticci e il pasticciere gli somministr tal dose
di staffilate che la sua pelle non avrebbe certo servito a far
zampogne.
Vidi Mastro Gian de la Maire che contraffaceva il papa e si faceva
baciare i piedi da tutti i poveri re e papi di questo mondo; e
dandosi grandi arie, impartiva loro la benedizione dicendo:
"Guadagnatevi le indulgenze, bricconi, guadagnatevele, sono a buon
mercato. Vi assolvo dal pane e dalla zuppa e vi dispenso dall'aver
mai qualsiasi valore". Poi chiam Cailette e Triboulet dicendo:
"Signori cardinali, sbrigate le loro bolle: a ciascuno una legnata
sulle reni". E l'ordine fu subito eseguito.
Vidi mastro Francesco Villon che chiese a Serse:
- A quanto una tazza di mostarda?
- Un danaro, disse Serse.
- Ti pigli la quartana, canaglia! disse Villon; una scodella non
vale che un quattrino, tu imbrogli qui sui viveri! E gli pisci
nel suo mastello come fanno i mostardieri a Parigi.
Vidi il franco arciere di Baignolet che funzionava da inquisitore
degli eretici. Egli incontr Perceforest che pisciava contro un
muro su cui era dipinto il fuoco di Sant'Antonio. Lo dichiar
eretico e l'avrebbe fatto bruciar vivo se non c'era Morgante, che,
come mancia e altri diritti accessori, gli diede nove moggi di
birra.
- Ma, disse Pantagruele, riservaci questi bei racconti per
un'altra volta; dimmi solo ora come son trattati gli usurai.
- Li vidi, disse Epistemone, tutti occupati a cercare spilli
arrugginiti e vecchi chiodi pei rigagnoli delle vie, come fanno
nel nostro mondo i disperati. Ma un quintale di quelle
chincaglierie non vale che un tozzo di pane, cionostante c' poca
vendita e cos i poveri diavoli stanno talvolta pi di tre
settimane senza mangiar boccone n briciola e lavorano giorno e
notte attendendo la fiera prossima ventura; ma sono tanto attivi e
maledetti che non badano al lavoro e alla sfortuna purch
guadagnino a fin d'anno un meschino denaro.
- Ora, disse Pantagruele, facciamo un tantino di baldoria e
beviamo, ragazzi, ve ne prego, ch fa buon bere tutto questo mese.
Allora sguainarono bottiglie a tutto spiano e colle provvigioni
dell'accampamento fecero baldoria. Ma il povero re Anarche non
poteva rallegrarsi. Onde Panurgo disse:
- Qual mestiere daremo qui al signor re affinch sia bene esperto
dell'arte quando andr nel mondo di l a tutti i diavoli?
- Veramente  faccenda che ti riguarda, fanne ci che ti piace, te
lo regalo, disse Pantagruele.
- Grazie tante, disse Panurgo; non  regalo da buttar via e da voi
m' accetto.


CAPITOLO XXXI.

Come qualmente Pantagruele entr nella citt degli Amauroti e come
Panurgo di moglie al re Anarche e lo fece rivenditore di salsa
verde.


Dopo quella meravigliosa vittoria Pantagruele invi Carpalim nella
citt degli Amauroti a dire e annunciare come il re Anarche era
preso e tutti i loro nemici disfatti. Intesa la notizia uscirono
incontro a lui tutti gli abitanti della citt in buon ordine e in
grande pompa trionfale e con divina letizia l'accompagnarono in
citt dove furono accesi bei fuochi di gioia e preparate per le
vie belle tavole rotonde guarnite di grande quantit di viveri.
Fu il rinnovarsi del tempo di Saturno tanta era la festa.
Ma Pantagruele, riunito tutto il Senato, disse:
- Signori, bisogna battere il ferro finch  caldo; cos prima di
pi oltre gozzovigliare voglio che andiamo a prendere d'assalto
tutto il reame dei Dipsodi. Pertanto quelli che vorranno venire
con me si preparino domani dopo bere che allora comincer a
marciare. Non che mi occorra molta gente per aiutarmi a
conquistarlo giacch gli  come lo avessi in tasca; ma vedo che
questa citta  tanto folta di abitanti che non possono rigirarsi
per le strade; io li condurr a colonizzare la Dipsodia e dar
loro tutta la terra che  bella salubre fertile e amena pi che
ogni altra terra al mondo come ben sanno molti di voi che altra
volta vi sono stati. Tutti quanti vorranno venirci s'apprestino
come ho detto.
Questo consiglio e deliberazione fu divulgato per la citt e
l'indomani si trovarono sulla piazza davanti al palazzo in numero
di un milione ottocento e cinquantasei mila senza contare donne e
fanciulli. Cos cominciarono a marciare verso la Dipsodia in s
buon ordine che sembravano i figli d'Israele quando partirono
dall'Egitto per passare il Mar Rosso.
Ma prima di proseguire questa impresa voglio dire come Panurgo
tratt il re Anarche suo prigioniero. Si ricord di ci che aveva
raccontato Epistemone sul trattamento dei re e ricconi di questo
mondo nei Campi Elisi e come essi si guadagnavano col la vita con
vili e bassi mestieri.
Pertanto un giorno vest il suo re d'un bel giustacuorino di tela
tutto frangiato come il berretto d'un albanese e di belle brache
alla marinara; scarpe niente poich diceva gli farebbero male alla
vista; in testa un berretto perso, con una grande piuma di
cappone. Sbaglio: mi sembra pensandoci che ce ne fossero due;
infine una cintura di color perso e verde, dicendo che quei colori
gli convenivano dacch era stato perverso.
Cos acconciato lo condusse davanti a Pantagruele e gli disse:
- Conoscete questo villano?
- No certo, disse Pantagruele.
-  il signor re di tre cotte. Voglio farne un galantuomo: questi
diavoli di re non sono altro che asini, nulla sanno, nulla valgono
se non a fare del male ai poveri sudditi e a turbare tutto il
mondo con guerre pei loro iniqui e detestabili capricci. Lo voglio
mettere a mestiere e crearlo rivenditore ambulante di salsa verde.
Ors comincia a gridare: "Chi vuole salsa verde?" E il povero
diavolo ripeteva il grido.
- Troppo piano disse Panurgo e lo prese per un orecchio dicendo:
canta pi forte in g, sol, re, ut. Cos, diavolo! tu hai buona
voce e non fosti mai tanto felice come a non esser pi re.
Pantagruele se la godeva, poich oso dire che era il miglior buon
omettino che si potesse trovare da qui alla punta d'un bastone.
Cos dunque Anarche divent buon rivenditore di salsa verde. Due
giorni dopo Panurgo lo spos con una vecchia sgualdrina e lui
stesso celebr le nozze a suon di belle teste di castrato, di
buoni salsicciotti con mostarda e di buone braciole con aglio;
delle quali invi cinque some a Pantagruele che le mangi tutte
tanto le trov appetitose. E da bere del buon terzanello e vino di
corniole. E per farli ballare trov a nolo un cieco che dava il
suono colla sua viola. Dopo pranzo li condusse a palazzo e
presentatili a Pantagruele gli disse indicando la sposa:
- Non c' pericolo che scorreggi.
- Perch? chiese Pantagruele.
- Perch, disse Panurgo, ell' ben fessa.
- Che parabola  questa? chiese Pantagruele.
- Non vedete, disse Panurgo, che quando s'arrostiscono al fuoco le
castagne se sono intere peteggiano rabbiosamente e per impedire
che peteggino si incidono? Cos questa sposa novella gi bene
incisa dal basso non scorregger punto.
Pantagruele don loro un alloggetto vicino alla strada bassa e un
mortaio di pietra da pestar la salsa. E l i due sposi si
stabilirono: lui fu il pi gentil rivenditore di salsa verde che
mai si vedesse in Utopia. Ma m' stato detto poi che la moglie lo
picchia come un baccal e che il povero sciocco non osa difendersi
tanto  imbecille.


CAPITOLO XXXII.

Come qualmente Pantagruele copr colla sua lingua tutto un
esercito e ci che l'autore vide nella sua bocca.


Appena Pantagruele con la sua moltitudine entr nelle terre dei
Dipsodi tutta la gente ne fu lieta e incontinente si arresero a
lui e di lor franca volont gli portarono le chiavi d'ogni citt
dove passava. Solo gli Almirodi vollero resistergli e risposero ai
suoi araldi che non si sarebbero arresi se non davanti a buone
insegne.
- E che? disse Pantagruele, ne vorrebbero di meglio che le mie:
mano al boccale e bicchiere in pugno? Ors, mettiamoli a sacco.
Tutti si misero in ordine come deliberati di dar l'assalto. Ma
mentre erano in marcia attraverso una gran campagna furono colti
da un grosso rovescio di pioggia.
Ci vedendo Pantagruele fece dire dai capitani che non era nulla e
che colla testa sopra le nuvole egli vedeva bene non trattarsi che
d'una spruzzatina rugiadosa; ma che ad ogni buon fine si
mettessero in ordine che egli voleva coprirli. Cos messisi in
buon ordine e ben serrati, Pantagruele tir fuori la lingua, ma
solo a met e l sotto li ricover come fa la chioccia coi suoi
pulcini.
Intanto, io scrivente, che vi faccio questi veridici racconti,
m'era nascosto sotto una foglia di bardana che non era meno larga
che l'arco del ponte di Moustrible, ma quando li vidi s ben
coperti me n'andai a rifugiarmi con loro; per non ci stavo, tanto
erano come si dice: (in fondo alla spanna manca la stoffa) giusti
giusti. Allora il meglio che potei, m'arrampicai su e camminai per
ben due leghe sulla lingua di Pantagruele finch entrai dentro la
bocca. Ma, oh dei o dee, che vidi io l? Giove mi confonda colla
sua folgore trisulca s'io mento. Mi avanzai l dentro come si fa
in Santa Sofia a Costantinopoli e ci vidi delle roccie grandi come
i monti Danesi; credo fossero i denti e dei gran prati, delle gran
foreste, delle forti e vaste citt non meno grandi di Lione o
Poitiers.
Il primo cristiano che incontrai fu un buon uomo che piantava
cavoli, e, stupefatto, gli domandai:
- Amico, che fai tu qui?
- Pianto cavoli, disse.
- E come? E perch?
- Eh, signor mio, disse, non tutti possono avere i coglioni
pesanti come un mortaio e non possono essere tutti ricchi. Io,
cos mi guadagno il pane, e li porto a vendere al mercato nella
citt che  qui dentro.
- Ges, dissi, ma c' qui un nuovo mondo?
- Nuovo, no di certo, disse; ma ben mi si dice che fuori di qui
c' una terra nuova dove hanno e sole e luna e tutta piena di
affari; per questa qui  pi antica.
- Ma, amico mio, come si chiama codesta citt dove porti a vendere
i tuoi cavoli?
- Si chiama Aspharage e v' gente cristiana e dabbene che vi far
gran festa.
Breve, deliberai d'andarvi.
Lungo il cammino trovai un galantuomo che tendeva le reti ai
piccioni e gli domandai:
- Oh l, amico, donde vengono questi piccioni?
- Vengono, Sire, dall'altro mondo.
Allora io pensai che quando Pantagruele sbadigliava i piccioni a
gran branchi dovevano entrargli in bocca credendo fosse una
colombaia. Poi entrai nella citt che trovai bella e ben forte e
ariosa; ma, sull'entrata, i portieri mi domandarono il certificato
onde io, stupefatto, domandai:
- Signori, v' qui pericolo di peste?
- Oh, signore, risposero, muore qui vicino tanta gente che i cani
corrono per le strade a raccogliere i cadaveri.
Santo Dio! e dove?
Essi mi dissero che ci avveniva in Laringe e Faringe due grosse
citt come Rouen e Nantes, ricche e di gran commercio. E la peste
era stata causata da un'esalazione puzzolente e infetta uscita
dagli abissi da non molto, per la quale son morti in otto giorni
pi di due milioni, duecentosessantamila e sedici persone.
Allora io rifletto e calcolo e trovo che dev'essere stato per un
fiato puzzolente uscito dallo stomaco di Pantagruele quando mangi
tutta quell'agliata che abbian detto sopra.
Di l passai tra le roccie, che erano i suoi denti, e feci tanto
che potei inerpicarmi su una dove trovai il pi bel paese del
mondo; belli e grandi giochi di pallone, belle gallerie, belle
praterie, molti vigneti e un infinit di cascine alla moda
italica, in mezzo a campi pieni di delizie. Vi rimasi ben quattro
mesi e non stetti mai cos bene come allora.
Poi discesi pei denti di dietro per venire alle mascelle; ma lungo
il cammino fui derubato dai briganti in una grande foresta che 
verso la parte delle orecchie; quindi trovai una borgata in
declivio, non ricordo pi il nome, ove me la passai anche meglio
che mai e guadagnai un po' di danaro per vivere. E sapete come?
Dormendo. Poich l prendono le persone a giornata per dormire e
guadagnano cinque o sei soldi al giorno; ma quelli che russano ben
forte guadagnano fino a sette soldi e mezzo. Raccontai ai senatori
come fossi stato derubato nella valle ed essi mi dissero che la
gente al di l dei denti, per verit, erano malviventi e briganti
di lor natura; onde io compresi che come noi abbiamo le contrade
al di qua e al di l dei monti, cos loro le hanno al di l e al
di qua dei denti. Ma si sta molto meglio al di qua e vi spira
miglior aria.
E l cominciai a pensare esser ben vero, come si dice, che la met
del mondo non sa come vive l'altra met; poich nessuno ancora
aveva scritto nulla intorno a quel paese, che pur contiene pi di
venticinque reami abitati senza contare i deserti e un grosso
braccio di mare; ma io ne ho composto un gran libro intitolato La
storia dei Gorgiani, ch cos li ho chiamati poich dimorano nella
gorgia del mio signore Pantagruele. Finalmente volli ritornare e
traversando per la sua barba mi gettai sulle spalle e di l mi
calai fino a terra e cado davanti a lui. Quando mi vide domand:
- Donde vieni, Alcofribas?
- Dalla vostra bocca, signore.
- E da quando c'eri dentro?
- Da quando voi partiste contro gli Almirodi.
- Sono gi pi di sei mesi! E di che vivevi? Che mangiavi? Che
bevevi?
- Lo stesso che voi, Signore; e dei pi ghiotti bocconi che vi
passavano per la bocca, io trattenevo il pedaggio.
- Ma, e dove andavi del corpo?
- Nella vostra bocca, signore.
- Ah, ah! Tu sei un gentil compagnone, diss'egli. Con la grazia di
Dio abbiamo conquistato tutto il paese dei Dipsodi; a te dono la
castellania di Salmigondin.
- Tante Grazie, signore; voi mi fate assai pi bene di quanto
abbiano meritato i miei servigi a voi.


 CAPITOLO XXXIII.

Come qualmente Pantagruele fu malato e il modo come guar.


Poco tempo dopo il buon Pantagruele cadde malato, e soffr
talmente di stomaco che non poteva n bere, n mangiare; e poich
un malanno non viene mai solo, gli prese una pisciacalda che lo
torment pi di quanto potete pensare. Ma i medici lo curarono
molto bene e con una gran quantit di droghe lenitive e diuretiche
gli fecero pisciare il male. La sua urina era cos calda che da
quel tempo non s' ancora raffreddata. E ne resta ancora in
Francia in diversi luoghi secondo il vario corso che segu. Li
chiamano bagni caldi come:
A Coderetz;
A Limons;
A Dast;
A Balleruc;
A Neric;
A Bourbonnensy e altrove;
E in Italia:
A Montegrotto;
Ad Abano;
A San Pietro di Padova;
A Sant'Elena;
A Casa Nova;
A San Bartolomeo;
Nel contado di Bologna, alla Porretta;
E in mille altri luoghi.
Io mi stupisco grandemente d'un branco di matti filosofi e medici
che perdono il loro tempo a disputare donde venga il calore delle
dette acque, e se dipenda da borce, o da solfo, o da allume, o da
salnitro, contenuti nelle miniere; essi non fanno che farneticare
e sarebbe assai meglio che andassero a strofinarsi il culo sui
cardi, che perdere il tempo a discutere su ci di cui non sanno
l'origine. Infatti la spiegazione  facile e non occorre andare a
indagare pi oltre dal momento che i detti bagni sono caldi perch
derivati da una pisciata calda del buon Pantagruele. Ora per dirvi
come guar del suo male principale, (tralascio i commenti) egli
prese come lassativo, quattro quintali di scamonea colofoniaca,
centotrentotto carrettate di cassia, undicimila novecento libbre
di rabarbaro senza contare gli altri ingredienti. Conviene,
invece, che sappiate come per consiglio dei medici fu decretato si
dovesse levargli ci che gli faceva male allo stomaco. Furono a
ci fabbricate sedici grosse palle di rame pi grosse di quella
della guglia di Virgilio a Roma e fatte in modo che si aprivano e
rinchiudevano per di dentro mediante una molla.
In una entr un domestico con una lanterna e una fiaccola accesa.
E Pantagruele l'ingoi come una piccola pillola. In cinque altre
entrarono alcuni grossi valletti ciascuno con una picca ad
armacollo. In tre altre entrarono tre contadini ciascuno con una
pala ad armacollo; nelle ultime sette entrarono sette portatori di
corbe ciascuno con una cesta al collo; tutte le palle furono
inghiottite come pillole.
 Quando furono nello stomaco ciascuno fece scattare la molla e
uscirono dalle loro capanne, primo colui che portava la lanterna e
cercarono per pi di mezza lega dove erano gli umori corrotti in
un gorgo orribile puzzolente e infetto pi che Mefitide o la
palude Camarina o il fetente lago di Sorbona del quale parla
Strabone. Per fortuna che s'erano bene antidotati il cuore, lo
stomaco e il vaso da vino, che si chiama la zucca, se no sarebbero
stati soffocati ed estinti da quei vapori abominevoli. Ah qual
profumo! Qual vaporamento da immerdare le bautte delle
cortigianelle galliche! Poi andando a tentoni e fiutando
s'avvicinarono alla materia fecale e agli umori corrotti.
Finalmente trovarono una montagna d'immondizia. Allora i
picconieri vi picchiarono su per dirocciarla e gli altri colle
loro pale ne riempirono le corbe e quando tutto fu ben ripulito
ciascuno si ritir nella sua palla.
Ci fatto Pantagruele sforzandosi di vomitare li espulse
facilmente; quelle sedici palle erano per la sua gola ci che
sarebbe un peto nella vostra e cos uscirono fuori delle loro
pillole allegramente. Mi fecero venir a mente i greci quando
uscirono dal cavallo di Troia. Cos Pantagruele fu guarito e
ridotto alla prima convalescenza. Di quelle pillole di rame una si
pu vedere sul campanile della chiesa di Santa Croce a Orleans.


CAPITOLO XXXIV.

La conclusione del presente libro e la scusa dell'autore.


Ora signori avete udito un cominciamento della orrifica storia del
mio padrone e signore Pantagruele. Qui porr fine a questo primo
libro perch mi duole un po' la testa e sento bene che i registri
del mio cervello sono un po' offuscati da questi sughi
settembrini. Il resto dell'istoria l'avrete pi avanti per la
prossima fiera di Francoforte e vedrete allora come Panurgo si
spos e fu becco a cominciare dal primo mese delle nozze; e come
Pantagruele trov la pietra filosofale, e la maniera di trovarla e
di adoperarla; e come egli pass il monte Caspio e come navig pel
mare Atlantico e sconfisse i Cannibali e conquist le isole di
Perlas; come spos la figlia del re dell'India detto Prete
Giovanni; come combatt contro i diavoli e incendi cinque camere
dell'inferno saccheggiando la gran camera nera e come gett
Proserpina nel fuoco e ruppe quattro denti a Lucifero e un corno
del culo; e come visit le regioni della luna per sapere per
davvero se la luna fosse intiera o piuttosto se le donne ne
avessero tre quarti nella testa; e mille e mille altre allegrezze
tutte autentiche. Sono insomma testi di vangelo, ma in francese.
Buona sera, signori. Perdonate mi, e non pensate tanto ai miei
falli quanto ai vostri.
Se mi dite: "Maestro e' parrebbe che non foste straordinariamente
savio a scriverci queste frottole e piacevoli canzonature," io
rispondo che voi non siete molto pi savii divertendovi a
leggerle. Tuttavia se per passatempo le leggete e per passare il
tempo io le scrissi; voi ed io siamo pi degni di perdono che un
gran branco di saraboviti, bacchettoni, lumaconi, ipocriti,
baciapile, beghini, tartufi e altre tali sette che si camuffano
come maschere per ingannare il mondo. I quali fanno credere al
popolino che ad altro non sono intesi se non a contemplazione e
devozione, digiuni e macerazione della sensualit, per non altro
che per sostentare e alimentare la loro umana fragilit; ma per
contro fan la grassa vita, e Dio sa quale et Curios simulant, sed
bacchanalia vivunt. Lo potete leggere a grosse lettere alluminate
sui loro musi scarlatti e sui loro ventri a cotechino.
Quanto al loro studio,  volto tutto alla lettura di libri
pantagruelici, non tanto per passare il tempo allegramente, quanto
per nuocere malvagiamente a qualcuno; cio articolando,
monorticolando, collotortando, culattando, coglionettando e
diavoliculando, vale a dire calunniando. Somigliano a quei
bricconi di campagna che frugano e sparpagliano la merda dei
bambini alla stagione delle ciliege e delle prugne, per trovarvi i
noccioli da vendere ai droghieri che fabbricano l'olio di
Maguelet. Fuggiteli, costoro, aborriteli, odiateli quanto fo io e
ve ne troverete bene in fede mia. E se desiderate esser buoni
pantagruelisti, cio vivere in pace, gioia, salute, e far sempre
buona vita, non vi fidate mai della gente che spia attraverso
buchi.

Fine delle Croniche di Pantagruele re dei Dipsodi
restituite al naturale, colle sue gesta
e prodezze spaventevoli, composte
dal fu ALCOFRIBAS
astrattore di quinta
essenza.


NOTE:


(1) La risposta tedesca di Panurgo significa: "Che Dio, anzitutto,
vi dia felicit e prosperit, o giovane gentiluomo. Sappiate, caro
giovane gentiluomo che mi chiedete cose tristi e piene di piet;
molto vi sarebbe a dire su questo proposito, doloroso per voi a
intendere, per me a narrare; bench poeti e oratori dei tempi
andati abbiano asserito nelle loro massime e sentenze che il
ricordo delle pene e della miseria  grande gioia."
(2) Serie di parole e frasi senza senso forgiate dal R. per far
scervellare i lettori. Galleggia qua e l sul guazzabuglio qualche
parola comprensibile come: baril, got, decot foultrich al conin
etc.
(3) Italiano nel testo.
(4) Il testo scozzese, voltato in inglese in edizioni posteriori,
significa: "Milord, se tanto potente  la vostra intelligenza,
quanto naturalmente grande la vostra statura, dovete aver piet di
me: la natura ha fatto eguali gli uomini; ma la fortuna ha
innalzato gli uni, abbassato gli altri. Tuttavia la virt  spesso
disdegnata e gli uomini virtuosi sono dispregiati, poich prima
della fine ultima nulla  buono."
(5) Questa quinta risposta di Panurgo  in dialetto basco e
significa "Gran Signore, a tutti i mali occorre un rimedio; esser
come conviene  difficile. Vi ho tanto pregato! Mettete un po'
d'ordine nei vostri discorsi; e ci sar, senza offendervi, se mi
farete portar da mangiare. Dopo chiedete  pure ci che vorrete.
Non mancherete di pagare per due a Dio piacendo."
(6) Questa sesta risposta  un guazzabuglio come la seconda
(7) La settima risposta  in olandese, e significa: "Signore, io
non parlo lingua che non sia cristiana, mi pare tuttavia che,
senza dire una sola parola, i miei cenci palesino ci che
desidero. Siate tanto caritatevole da darmi di che rifocillarmi".
(8) L'ottava risposta, in spagnuolo, significa: "Signore, sono
stanco di tanto parlare, perci supplico Vostra Riverenza di
pensare ai precetti evangelici che muovano Vostra Reverenza a ci
che  di coscienza; e se essi non basteranno a indurre Vostra
Reverenza a piet, supplico che pensi alla piet naturale la quale
credo lo commuover come di ragione, e con ci non aggiungo di
pi".
(9) La nona risposta, in danese, significa: "Signore, anche se io
non parlassi alcuna lingua, come i bimbi e le bestie brute, il
vestire e la magrezza del mio corpo mostrerebbero chiaramente ci
che mi abbisogna, cio: mangiare e bere: abbiate dunque piet di
me e fatemi di che placare i latrati dello stomaco come si mette
una zuppa davanti a Cerbero. Cos voi vivrete a lungo e felice".
(10) La decima risposta, in ebraico, significa: "Signore, la pace
sia con voi. Se volete far del bene al vostro servo, datemi subito
un tozzo di pane secondo il precetto: "Presta al Signore chi ha
piet del povero".
(11) L'undicesima risposta, in greco antico, scritta secondo la
pronunzia reucliniana, significa: "Signore buonissimo, perch non
mi date del pane? Voi mi vedete penare miseramente di fame e
tuttavia siete senza piet per me, poich mi chiedete cose fuor di
proposito. Tutti gli amici delle lettere concordano tuttavia nel
riconoscere che parole e discorsi sono superflui quando i fatti
sono evidenti per tutti. I discorsi non sono necessari che l dove
i fatti sui quali discutiamo non si mostrano chiaramente."
(12) Questa risposta di Panurgo, come la seconda e la sesta, 
costituita da un miscuglio di parole senza senso.
(13) La tredicesima e ultima risposta, in latino, significa: "Gi
tante volte vi ho scongiurato per le cose sacre, per tutti gli dei
e le dee che, se alcuna piet vi muove, soccorriate alla mia
misera; ma nulla ottengo con grida e lamenti. Lasciate, vi prego,
lasciate, uomini empi. Che io vada dove i fati mi chiamano, n pi
oltre mi fastidite con vostre vane domande, memori del vecchio
adagio: ventre affamato non ha orecchi".

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