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GARGANTUA E PANTAGRUELE
 di Franois Rabelais

traduzione di Gildo Passini - Formiggini editore, Roma 1925



LIBRO PRIMO - GARGANTUA
__

LA VITA ORRIFICISSIMA
DEL
GRANDE GARGANTUA
PADRE DI PANTAGRUELE
GI COMPOSTA DAL SIGNOR ALCOFRIBAS
ASTRATTORE DI QUINTA ESSENZA

LIBRO PIENO DI PANTAGRUELISMO


AI LETTORI,


O voi che il libro a legger v'apprestate,
Liberatevi d'ogni passione
E leggendo non vi scandalizzate,
Ch non contiene male n infezione.
Anche gli  ver che poca perfezione
V'apprenderete, salvoch nel ridere;
Non pu il mio cuore senza riso vivere
E innanzi al duolo che vi mina e estingue,
Meglio  di riso che di pianto scrivere,
Ch il riso l'uom dall'animal distingue.

VIVETE LIETI


PROLOGO DELL'AUTORE


Beoni lustrissimi, e voi Impestati pregiatissimi (poich a voi non
ad altri dedico i miei scritti) Alcibiade nel dialogo di Platone
intitolato il Simposio, lodando Socrate, suo precettore e, senza
contrasto, principe de' filosofi, dice tra l'altro ch'egli era
simile ai sileni. Per sileni s'intendeva una volta certe
scatolette, quali vediamo ora nelle botteghe degli speziali,
dipinte di figure allegre e frivole come arpie, satiri, ochette
imbrigliate, lepri colle corna, anitre col basto, caproni volanti,
cervi aggiogati ed altrettali immagini deformate a capriccio per
eccitare il riso, quale fu Sileno, maestro del buon Bacco.
Ma quelle scatole dentro contenevano droghe fine come balsamo,
ambra grigia, cinnamomo, muschio, zibetto, gemme ed altre sostanze
preziose.
Cos dunque di Socrate, diceva Alcibiade. Vedendolo fisicamente e
giudicandolo dall'aspetto esteriore, non gli avreste dato un fico
secco tanto brutto il corpo e ridicolo appariva il portamento, col
suo naso a punta, lo sguardo di toro, la faccia da matto, semplice
ne' modi, rozzo nel vestire, povero, disgraziato a mogli, inetto a
tutti gli uffici della repubblica; sempre ridente, sempre quanto e
pi d'ogni altro bevente, sempre burlante e sempre dissimulante il
suo divino sapere. Ma schiudendo quella scatola quale celeste e
inapprezzabile droga dentro!
Intelletto pi che umano, virt meravigliosa, coraggio
invincibile, sobriet senza pari, contentatura facile, fermezza
perfetta, disprezzo incredibile di tutte quelle cose per cui gli
uomini vegliano, corrono, s'affannano, navigano, combattono.
A che tende, secondo voi questo preludio d'assaggio? A questo:
voi, miei buoni discepoli, e altri mattacchioni, leggendo gli
allegri titoli di alcuni libri di nostra invenzione come
Gargantua, Pantagruele, La dignit delle braghette, I piselli al
lardo cum commento, etc. credete troppo facilmente non trovarvi
dentro che burle, stramberie e allegre fandonie, dacch l'insegna
esterna, chi non vi cerchi per entro, suona generalmente
canzonatura e facezie. Ma le opere degli uomini non vanno
giudicate con tanta leggerezza: l'abito non fa il monaco, dite voi
stessi. E talora veste abito monacale chi tutto , meno che
monaco; e talora veste cappa spagnuola chi nulla ha di spagnuolo
nell'anima. Aprire il libro dunque bisogna, e attentamente pesare
ci che vi  scritto. Allora v'accorgerete che la droga dentro
contenuta  di ben altro valore che la scatola non promettesse:
vale a dire che le materie per entro trattate non sono tanto da
burla come il titolo dava a intendere.
E ammesso che, seguendo il senso letterale troviate materie
abbastanza gaie e corrispondenti al titolo, non bisogna badare a
quel canto di sirena, ma dare pi alta interpretazione a ci che
per avventura crediate detto per festevolezza.
Sturaste mai bottiglie? Eh, per Bacco! E allora richiamatevi a
mente l'aspetto che avevate. Vedeste mai un cane trovare un osso
midollato? Il cane , come dice Platone (Lib. II De Rep.) la
bestia pi filosofa del mondo. Se l'avete visto avrete potuto
osservare con quale devozione lo guata, con qual cura lo vigila,
con qual fervore lo tiene, con quale prudenza lo addenta, con
quale volutt lo stritola e con quale passione lo sugge. Perch?
Con quale speranza lo studia? Quale bene ne attende? Un po' di
midolla e nulla pi. Ma quel poco  pi delizioso del molto di
ogni altra cosa, perch la midolla  alimento elaborato da natura
a perfezione, come dice Galeno (III, Facult. Nat. e XI, De usu
partium).
All'esempio del cane vi conviene esser saggi nel fiutare
assaporare e giudicare questi bei libri d'alto sugo, esser leggeri
nell'avvicinarli, ma arditi nell'approfondirli. Poi con attenta
lettura e meditazione frequente rompere l'osso e succhiarne la
sostanziosa midolla, vale a dire il contenuto di questi simboli
pitagorici, con certa speranza d'esservi fatti destri e prodi alla
detta lettura.
In essa troverete ben altro gusto e pi ascosa dottrina la quale
vi riveler altissimi sacramenti e orribili misteri su ci che
concerne la nostra religione, lo stato politico, la vita
economica.
Credete per davvero che scrivendo l'Iliade e l'Odissea, Omero
pensasse mai alle allegorie che dall'opera sua hanno
scombiccherato Plutarco, Eraclide Pontico, Eustazio, Fornuto e ci
che da loro ha rubacchiato il Poliziano? Se ci credete, non
v'accostate n punto n poco alla mia opinione, la quale dichiara
Omero aver pensato a quelle allegorie cos poco quanto Ovidio pot
pensare ai sacramenti dell'Evangelo, come s' sforzato di
dimostrare un tal frate Lubino vero pappalardo, per vedere se
trovasse mai per avventura dei pazzi come lui, ossia coperchio
degno della pentola, come dice il proverbio.
E se non sono in Omero perch in queste allegre e nuove cronache
avrebbero a essere misteri ai quali, dettandole, pensavo su per
gi quanto voi, che probabilmente stavate bevendo al par di me?
Alla composizione di questo libro sovrano non perdetti n occupai
altro, n maggior tempo, di quello assegnato alla mia corporal
refezione; scrissi cio, bevendo e mangiando. Questa  infatti
l'ora pi giusta per scrivere di alte materie e scienze profonde,
come, a testimonianza di Orazio, ben facevano e Omero, modello
degli scrittori, ed Ennio, il padre de' poeti latini, bench un
villano abbia detto che i suoi carmi sanno pi di vino che d'olio.
Altrettanto dei libri miei disse un briccone; merda alla faccia
sua! Del resto l'odor del vino, quanto  pi stuzzicante,
esilarante, orante, pi celeste e delizioso che l'odor d'olio! E
se Demostene teneva a vanto si dicesse che pi spendeva in olio
che in vino, io maggior gloria trarr se si dica che pi spendo in
vino che in olio. Onore e gloria sar per me esser detto buon
gottiere e buon compagnone, questa fama io godo in tutte le buone
compagnie di Pantagruelisti, mentre a Demostene fu rimproverato da
un malinconico, che le sue orazioni puzzassero come l'immondo
strofinaccio d'un sudicio oliandolo.
Pertanto interpretate ogni mio fatto e detto al giusto modo;
abbiate in reverenza il cervello caseiforme che vi pasce di queste
belle vesciche e a tutto vostro potere tenetemi sempre allegro.
Ed ora spassatevela, gioie mie, e lietamente leggete il resto a
suffragio del corpo e a beneficio dei reni. Ma, oeh! mie care
teste d'asino, date retta, che il malanno vi colga, ricordatevi di
bere alla mia salute, e io vi render, ma subito, la pariglia.


 CAPITOLO I.

    Della genealogia e antichit di Gargantua.

    Per conoscere la genealogia e antichit dalla quale  disceso
Gargantua, vi rimando alla grande Cronaca Pantagruelina. Da quella
apprenderete per disteso come i giganti nacquero in questo mondo e
come per linea diretta da loro usc Gargantua padre di
Pantagruele; e non vi dispiaccia che ora me ne dispensi bench la
cosa sia tale che quanto pi fosse ricordata e tanto pi
piacerebbe alle signorie vostre, come assicura l'autorit di
Platone (Philebo e Gorgia) e di Flacco, il quale dice esservi
alcuni argomenti (come questo senza dubbio) che pi dilettano
quanto pi di frequente ripetuti.
    Piacesse a Dio che ciascuno conoscesse con certezza la
propria genealogia dall'arca di No fino ai giorni nostri! Io
penso che parecchi sono oggi imperatori, re, duchi, principi e
papi sulla terra, i quali discendono da qualche questuante o
facchino. Come per converso molti sono accattoni, meschini e
miserabili i quali discendono da sangue o lignaggio reale e
imperiale, considerate le straordinarie trasmissioni di regni ed
imperi dagli Assiri ai Medi, dai Medi ai Persiani, dai Persiani ai
Macedoni, dai Macedoni ai Romani, dai Romani ai Greci e dai Greci
ai Francesi.
    E tanto per dirvi di me che vi parlo, io credo essere disceso
da qualche ricco re o principe del tempo andato. Infatti mai non
vedeste uomo pi inclinato e pi disposto di me a esser re e
ricco, per potere far baldoria, star senza lavorare, senza
preoccupazioni e arricchire i miei amici e tutte le persone
sapienti e dabbene. Ma mi consolo pensando che lo sar nell'altro
mondo, e anche pi che ora non osi sperare. Con tal pensiero, o
migliore, consolatevi anche voi nelle vostre disgrazie e bevete
fresco, se si pu.
    Tornando a bomba vi dico che per sovrana grazia dei cieli
l'antica genealogia di Gargantua ci  stata conservata pi integra
che altra mai, eccettuata quella del Messia, della quale non
parlo, ch non  di mia pertinenza, e i diavoli inoltre (cio i
calunniatori e gl'ipocriti) vi si oppongono. Fu trovata da Jean
Andreau in un prato che possedeva presso l'arco Gualeau, sotto
l'Oliva, verso Narsay.
    Scavando i fossati, le vanghe degli zappatori urtarono in una
gran tomba di bronzo, smisurata, che mai non ne trovavano la fine
addentrandosi essa troppo avanti nelle chiuse della Vienne.
Scoperchiatala, in un punto segnato con un bicchiere, intorno al
quale era scritto in caratteri etruschi: Hic bibitur, trovarono
nove fiaschetti ordinati allo stesso modo de' birilli in
Guascogna. Quello che stava nel mezzo copriva un grosso, grasso,
grande, grigio, vezzosetto, piccioletto, ammuffito libretto,
odorante pi forte ma non meglio che rose.
    In esso fu trovata la detta genealogia scritta per disteso in
lettere cancelleresche, non su carta, non su pergamena, non su
tavolette cerate, ma su scorza d'olmo; tanto guaste tuttavia erano
per vetust le lettere, che appena se ne potevano decifrare tre di
fila.
    Fui chiamato io (bench indegno) e con gran rinforzo
d'occhiali, praticando l'arte colla quale si possono leggere
lettere invisibili come insegna Aristotele, la tradussi e la
potrete vedere, pantagruelizzando, vale a dire bevendo e a vostro
agio leggendo le gesta orrende di Pantagruele.
    Alla fine del libro era un trattatello intitolato: Le
fanfaluche antidotate. I topi e le tignole o (per evitar menzogna)
altre maligne bestie, avevano brucato il principio: il resto per
reverenza dell'antichit l'ho accomodato e trascritto qui sotto.

CAPITOLO II.

Le fantaluche antidotate trovate in un monumento antico

    ...O... nuto il gran domator dei Cimbri
vie delll'aria, per paura della rugiada,
sua venuta traboccarono gli abbeveratoi
burro fresco gi piovente a ondate.
del quale quando la gran madre fu inaffiata,
Grid a gran voce: "Messeri, pescatelo di grazia,
 Ch la sua barba  quasi tutta inzaccherata:
 O per lo meno reggetegli una scala"

    Diceano alcuni che leccar la sua pantofola
 Era meglio che penar per le indulgenze;
 Ma sopravvenne un briccon matricolato,
 Uscito dal buco dove si pescano i ghiozzi,
 Il quale disse: "Messeri guardiamocene, per Dio,
 L'anguilla c' e si nasconde in questo banco.
 Vi troverete (se scrutiamo ben da presso)
 Una gran macchia in fondo alla mozzetta".

    Quando fu pronto a leggere il capitolo,
Non vi trov che le corna d'un vitello.
"Io sento (egli dicea) in fondo alla mia mitria
S freddo da gelarmisi il cervello".
Lo riscaldarono con fomenti di navone.
E fu contento di starsi al focolare
Purch si desse un nuovo caval da stanghe
A tanta gente dal carattere bisbetico.

    Discorsero del pozzo di San Patrizio,
Di Gibilterra e di mille altri buchi,
Per veder se si potessero cicatrizzare,
Cos che pi non avesser tosse;
Poich sembrava a tutti non pertinente
Vederli cos sbadigliare ad ogni vento.
Se per avventura fossero chiusi ammodo
Si potrebbero darli per ostaggio.

    Ci stabilito, il corvo fu pelato
Da Ercole che veniva dalla Libia.
"Ch? disse Minosse, perch non vi sono chiamato anch'io?
Tutti sono invitati eccetto me;
E poi vogliono che passi la mia voglia
Di fornirli d'ostriche e ranocchie.
Che il diavolo mi porti se in vita mia
Io pi m'assumo di vendere le loro conocchie.

    Per domarli sopravvenne Q. B. lo zoppo,
Col salvacondotto de' graziosi stornelli.
Lo stacciatore, cugino del gran Ciclope,
Li massacr. Ciascuno si soffi il proprio naso;
In questa terra pochi sodomiti nacquero
Che non siano stati messi alla gogna sul mulino del tannino
Corretevi tutti e sonate l'allarme:
Ci guadagnerete pi che non ci guadagnaste mai.

    Ben poco appresso, l'uccel di Giove
Deliber scommettere pel peggio;
Ma vedendolo tanto corrucciarsi
Tem che si mettesse sossopra a ferro e a fuoco l'impero
E prefer il fuoco del cielo empireo
Rapire al tronco dove vendonsi le arringhe affumicate,
Piuttosto che l'aria serena contro cui si cospira,
Assoggettare ai detti dei Massoreti.

    Tutto fu concluso con punta affilata
Malgrado Ate, dalle coscie aironesche,
Che l sedette vedendo Pantesilea
Scambiata nei suoi vecchi anni per venditrice di crescione.
Ciascun gridava; "O brutta carbonara,
Ti s'addice trovarti per la strada;
Tu la prendesti la romana bandiera
Che avevan fatto con orli di pergamena".

    Se non era Giunone, che sotto l'arcobaleno
Col suo gufo sulla gruccia badava a richiamar gli uccelli,
Le avrebbero giocato un tiro birbone,
ch sarebbe stata conciata per le feste.
L'accordo fu che di quel boccone
Ella avrebbe avuto due uova di Proserpina;
E se mai ella vi fosse stata presa,
Si legherebbe al monte dell'Albaspina.

    Sette mesi dopo, meno ventidue
Colui che un giorno annichil Cartagine
Cortesemente s'interpose tra di loro
Chiedendo la sua eredit;
Oppure che giustamente facessero le parti
Secondo la legge bene ribadita
Distribuendo un tantino di zuppa
Ai suoi facchini che fecero il brevetto.

    Ma verr l'anno segnato da un arco turchesco,
Da cinque fusi e tre culi di marmitta,
Nel quale il dorso d'un re poco cortese,
Sar pepato in abito d'eremita.
Oh qual piet! Per un'ipocrita
Lascierete inabissarsi tanti campi?
Basta, basta! Questa maschera non imita alcuno:
Ritiratevi dal fratello dei serpenti.

    Passato quest'anno, colui che , regner
Tranquillamente coi suoi buoni amici.
N affronti, n oltraggi allora domineranno
Tutto il buon volere avr il suo compromesso.
E la gioia che fu gi promessa
Alle genti del cielo, verr nella sua torre.
Allroa gli stalloni che erano costernati
Trionferanno come palafreni regali.

    E durer questo tempo di mistificazione
Finch Marte abbia le catene:
Poi uno ne verr superiore ad ogni altro,
Delizioso, piacevole, bello senza paragone.
In alto i cuori, accorrete a quel banchetto
Voi tutti, o miei fedeli: poich tale  morto
Che non tornerebbe per qualsiasi bene
Tanto sar lodato allora il tempo che fu.

    Finalmente colui che fu di cera
Sar alloggiato ai cardini di Jaquemart.
Pi non sar richiamato; "Sire, Sire,"
Lo scampanatore che tiene la pentola.
Ah chi potesse atterrare la sua daga!
Scomparirebbe il rombare dei cappucci;
E si potrebbe con un buon spago
Chiudere tutto il magazzino degli abusi.



CAPITOLO III.

Come qualmente Gargantua fu portato per undici mesi nel ventre
materno.


    Grangola era un buon burlone al tempo suo e amava bere
schietto e mangiar salato quant'altri al mondo. A tal uopo teneva
ordinariamente buona munizione di prosciutti di Magonza e di
Baiona, moltissime lingue di bue affumicate, abbondanza di biroldi
alla loro stagione, bue salato con mostarda; poi rinforzo di
bottarga, una provvista di salciccie ma non di Bologna (non si
fidava a' bocconi de' Lombardi) ma di Bigorra, di Lonquaulnay, de
la Brenne e di Rouargue.
    Giunto all'et virile spos Gargamella, figlia del re dei
Parpaglioni, bella traccagnotta e di bel mostaccio.
    E facevano spesso insieme la bestia a due schiene fregandosi
allegramente il loro lardo, sicch ella ne ingravid d'un bel
maschio che port fino all'undecimo mese.
    Tanto infatti, e anche pi, pu durar la gravidanza delle
donne, massimamente quando trattisi di qualche capolavoro, di
personaggio che debba compiere nel tempo suo grandi prodezze. Cos
Omero dice che il fanciullo di che Nettuno ingravid la ninfa,
nacque dopo un anno compiuto, cio il dodicesimo mese. Questo
lungo tempo infatti (come dice Aulo Gellio, lib. III) conveniva
alla maest di Nettuno affinch quel fanciullo fosse formato a
perfezione. Allo stesso intento Giove fece durare quarantotto ore
la notte che giacque con Alcmena, poich in meno tempo non avrebbe
potuto fucinare Ercole che purg il mondo da tanti mostri e
tiranni.
    I signori Pantagruelisti antichi hanno confermato ci ch'io
dico ed hanno dichiarato non solo possibile ma anche legittimo il
fanciullo nato dalla vedova l'undicesimo mese dopo la morte del
marito.

    Vedi infatti. Ippocrate, lib. De alimento.
    Plinio, Hist. Nat. lib. VII, Cap. V.
    Plauto, Cistellaria.
    Marco Varrone, nella satira intitolata Il Testamento,
allegante l'autorit di Aristotele a questo proposito.
    Censorino, lib. De Die natali.
    Aristotele, lib. VII, cap. III e IV. De Natura animalium.
    Gellio, lib. III, cap. XVI.
    Servio, in Egl. esponendo questo verso di Virgilio:

Matri longa decem ecc.

    E mille altri pazzi, il numero dei guali  stato accresciuto
dai legisti. Vedi infatti: Digesto; De suis legitimis heredibus,
lege intestato, paragrafo finale.
    E nelle Authenticae, il par. De restitutionibus et ea quae
parit in undecimo mense post mortem viri.
    Inoltre ne hanno scombiccherato le loro rodilardiche leggi,
Gallo, De liberis et postumis heredibus etc. e nel libro settimo
del Digesto; De statu hominum, e qualche altro che non oso
nominare.
    Grazie alle quali leggi le vedove possono bravamente
esercitarsi al gioco di stringichiappe a tutto spiano e senza
rischio fino a due mesi dopo la morte del marito. E per vi prego
in cortesia, voialtri miei buoni bagascieri, se ne trovate
qualcuna che metta conto di sfoderarci l'arnese, saltateci addosso
e menatemela qui. Poich se al terzo mese esse ingravidano, il
figlio sar erede del defunto. E, accertata la gravidanza, forza,
coraggio, e avanti, e voga, e dagli, ch, tanto, la pancia  gi
piena!
    Cos Giulia, figlia dell'imperatore Ottaviano, non si
abbandonava ai suoi stamburatori se non quando si sentiva gravida,
a m dei piloti che non montano a bordo se prima la nave non 
calafatata e carica.
    E se taluno le biasimi di farsi rotainconniculare gravide,
laddove le bestie pregne non sopportano maschio maschioperante,
esse risponderanno che le bestie son bestie e che esse son donne
le quali bene intendono i belli e allegri minuti piaceri della
superfetazione come gi rispose Populia a quanto ci riferisce
Macrobio (lib. II, Saturnali).
    E se il diavolo non vuole che impregnino, tagli le cannelle e
tappi tutti i buchi.


CAPITOLO IV.

Come qualmente Gargamella, gravida di Gargantua, fece una
spanciata di trippe.

    L'occasione e il modo come Gargamella partor fu il seguente,
e gli scappi il budello culare a chi non crede! Il budello culare
le usc fuori un dopopranzo, 3 di Febbraio, per aver fatto una
scorpacciata di estapingui. Estapingui sono grasse trippe di
manzi: manzi sono i buoi ingrassati alla greppia e al pascolo dei
prati bisettili; e prati bisettili sono quelli che dnno due tagli
d'erba all'anno. Di que' manzi ne avevano fatti macellare trecento
settantasettemila e quattordici per metterli in sale il marted
grasso e aver carne ben stagionata a primavera per scialarsela con
salati al principio del pasto e preparare degno ingresso al vino.
    Le trippe abbondavano, come capite, e tanto appetitose da
leccarsene ciascuno le dita. Ma ahim, ahim! C'era un gran guaio
e cio che non si potevano conservare a lungo, se no andavano a
male e ci sarebbe stato sconveniente: fu dunque stabilito di
papparsele tutte e che nulla andasse perduto. A tal uopo furono
convitati tutti i cittadini di Cinais, di Seuilly, di Roche
Clermault, di Vaugaudry, senza trascurare Coudray, Montpensier, il
Guado della Vde e altri vicini, tutti buoni tracannatori, buoni
compagnoni e bravi giocatori di cavicchio. Il buon Grangola se la
godeva un mondo e ordinava che se ne distribuisse a palate.
    Raccomandava tuttavia alla consorte, gi vicina al parto, che
non abusasse di quella trippaglia, vivanda non troppo delicata.
    Merda appetisce, chi ne mangia il sacco, sentenziava egli.
Malgrado la raccomandazione ella ne mangi sedici moggia, due
barili e sei scodelle. Oh la bella materia fecale che doveva
ribollirgli dentro!
    Dopo pranzo, tutti mescolati insieme se ne andarono al
Saliceto e l sull'erba folta, al suono di giocondi pifferi e
dolci cornamuse danzarono s allegramente ch'era uno spasso
celeste veder tanta baldoria.

CAPITOLO V.

Ci che dicono i beoni.

    Poi decisero di fare uno spuntino sul posto. Ed ecco le
bottiglie vanno, i prosciutti trottano, i bicchieri volano, i
boccali tintinnano:
    - Tira qui!
    - Dammi!
    - Gira!
    - Annaffia!
    - A me senz'acqua, amico, cos!
    - Fulminami questo bicchiere, gagliardamente!
    - Versa qua del chiaretto e che il bicchiere pianga.
    - Via la sete!
    - Ah, falsa febbre, vuoi andartene s o no?
    - In fede mia comare: non riesco a mettermi in carreggiata di
bere.
    - Siete raffreddata amica mia?
    - Un pochino.
    - Eh, parliamo di bere, per san Barile.
    - Io non bevo che alle mie ore come la mula del papa.
    - Ed io non bevo che nel mio beviario come un padre
guardiano.
    - Chi venne prima, la sete o il bere?
    - La sete, la sete! E chi avrebbe bevuto senza sete al tempo
dell'innocenza?
    - Il bere, dico io, perch privatio praesupponit habitum, la
privazione presuppone l'abitudine. Non son chierco per nulla.
Faecundi calices quem non fecere disertum? Arca di scienza chi non
vien tra i calici?
    - Eppure noi siamo innocenti, ma non beviam che troppo senza
sete.
    - Ed io, peccatore, senza sete mai. Che se la sete non 
presente, bevo per la sete futura, prevenendola, capite. Io bevo
per la sete avvenire, bevo eternamente. E ci mi d eternit di
bere e bere per l'eternit.
    - Cantiam, beviam un mottetto intoniam!
    - Dov' il mio bicchier che m'intona!
    - Oh, il mio bicchiere  voto; non devo bere che per
procura?
    - Vi bagnate voi per asciugarvi, o v'asciugate per bagnarvi?
    - Io non intendo la teoria, m'arrangio un po' colla pratica.
    - Svelti!
    - Io bagno, io umetto, io bevo e tutto per paura di morire.
    - Bevete sempre, non morrete mai.
    - Se non bevo resto asciutto, ed eccomi morto. La mia anima
se ne scapper in qualche palude colle rane, poich l'anima non
rimane mai all'asciutto.
    - O coppieri, o creatori di nuove forme, rendetemi bevente da
non bevente!
    - Inaffiamento perpetuo a queste nervose e asciutte budella!
    - Chi beve distratto non beve affatto.
    - Questo va tutto in sangue, nulla se ne perde in piscio.
    - Io laverei volentieri le trippe di questo vitello a cui
stamane ho messo panni.
    - Ah, ho ben zavorrato il mio stomaco!
    - Se le mie cedole bevessero quanto me, i creditori avrebbero
vino alla scadenza!
    - Badate, la mano vi guasta il naso.
    - Quanti entreran bicchieri prima che n'esca questo?
    - Abbeverarsi a guado basso rompe il pettorale.
    - Ma quelle fiaschette l si burlano di noi. Che si credono
quei fiaschi d'esser l per zimbello?
    - Qual  la differenza tra bottiglia e fiaschetta?
    - Grande, poich la bottiglia si tura col tappo e la fiasca a
vite.
    - E avanti!
    - I nostri padri bevvero bene e vuotarono i vasi.
    - Ben caca... cantato! Beviamo!
    - C' qui questo sorso che va a lavar le trippe, avete nulla
da dire al fiume?
    - Pi d'una spugna non bevo.
    - Io bevo come un templare.
    - E io tamquam sponsus.
    - E io sicut terra sine aqua.
    - Un sinonimo di prosciutto?
    - Propulsorio del bere, oppure carretto. Il carretto conduce
il vino in cantina, il prosciutto nello stomaco.
    - Ors, da bere! Da bere qua! C' posto ancora! Respice
personam pone pro duos: bus non est in usu.
    Se io salissi cos agevolmente come mando gi, da un pezzo
sarei ben alto in aria.
    - Cos Jacques Cueur divenne ricco.
    - Cos s'avvantaggiano i boschi incolti.
    - Cos Bacco conquist l'India.
    - Cos la scienza conquist Melindo.
    - Piccola pioggia placa un gran vento. Lunghe bevute rompono
il tuono.
    - Se la mia cannella pisciasse urina come questa, vi
piacerebbe succhiarla?
    - Vedremo a suo tempo.
    - Paggio, mesci.
    - Bevi Guglielmo! Ce n' ancora un boccale.
    - Io ricorro in appello contro la condanna alla sete. Paggio,
qua, prendi nota dell'appello secondo procedura.
    - Qua quella fetta!
    - Una volta avevo l'abitudine di bere tutto, ora invece non
ci lascio niente.
    - Non occorre tanta fretta, sorbiamoci bene ogni cosa.
    - Ecco qui trippe sublimi, trippe da far venir l'acquolina,
di quel manzo rossigno dalla riga nera. Strigliamolo, per Dio, a
onor dell'economia.
    - Bevete, o vi...
    - No, no!
    - Bevete, vi prego.
    - I passerottini non mangiano se non gli dai sulla coda, io
non bevo se non colle buone.
    - Lagona edatera. Non c' buco in tutto il mio corpo dove
questo vino non dia caccia alla sete.
    - Questo qui me la frusta a modino.
    - Questo qui me la bandisce del tutto.
    - Sia qui proclamato a suon di fiaschi e bottiglie che
chiunque avr perduto la sete non venga a cercarla qui dentro. Con
lunghe siringate di vino noi l'abbiamo cacciata fuor di casa.
    - Il gran Dio fece i pianeti, noi facciamo i piatti netti.
    - Ho la parola di Dio sulla punta della lingua: Sitio.
    - La pietra detta bestos non  pi inestinguibile che la
sete di mia Paternit.
    - L'appetito vien mangiando, diceva Angest di Mans, ma la
sete se ne va bevendo.
    - Il rimedio contro la sete?
    -  tutto l'opposto del rimedio contro i cani che mordono;
correte sempre dietro al cane e mai non vi morder.
    - Ah, vi colgo a dormire, svegliatevi! Coppiere eterno,
guardaci dal sonno! Argo aveva cent'occh per vedere; a un
coppiere occorrono le cento mani di Briareo, per versare
infaticabilmente.
    - Bagnamoci, oh, che fa tempo secco.
    - Bianco, bianco! Versa tutto, versa, corpo del diavolo!
Versa qui ben pieno: la lingua mi brucia!
    - Lans, tringue!
    - A te compagno! di cuore! di tutto cuore!
    - L, l, l! Cos me lo lappi.
    - Oh, lachrima Cristi!
    -  della Devinire,  vino pinello.
    - Oh che finezza di vin bianco!
    - Per l'anima mia; morbido come il taffet.
    - Eh, ah! E a un orlo solo, ben tessuto e di buona lana.
    - Coraggio, camerata!
    - A questo gioco non ci danno cappotto ch una levata... di
gomito l'ho fatta.
    - Ex hoc in hoc. Qui non c' trucchi, ciascuno ha visto, io
son maistre pass... Abrun abrun prestre Mac: volevo dire.
    - Oh, i beoni! Oh gli assetati!
    - Paggio, amico mio, riempi qua, e con tanto di corona, ti
prego.
    - Alla cardinalesca!
    - Natura abhorret vacuum.
    - Vi pare che una mosca ci possa bere?
    - A la moda di Bretagna!
    - Limpido come un rubino! Ah, che nettare!
    - Gi, gi,  sugo d'erbe medicinali...


CAPITOLO VI.

Come qualmente Gargantua nacque in maniera ben strana.


    Mentr'essi cos cianciavano di beveraggio, Gargamella
cominci a sentire i dolori. Grangola levatosi a sedere sull'erba,
la consolava bravamente pensando fossero le doglie del parto; e le
diceva che l stesa sull'erba sotto i salici, metterebbe in breve
pi nuovi, onde nuovo coraggio le conveniva trovare per l'avvento
del nuovo figliolo; e che se quel dolore era increscioso, aveva
tuttavia il grande vantaggio d'esser breve, e la gioia che ne
seguirebbe cancellerebbe ogni fastidio sgombrando fino il ricordo.
Ci  dimostrabile, dimostratissimo, diceva egli. Afferma infatti
Nostro Signore nell'Evangelio: (Joannis XVI) "la donna nell'ora
del parto ha tristezza; ma dopo il parto perde il ricordo
dell'angoscia".
    - Ah, rispose ella, ben dite; e preferisco sentire le parole
dell'Evangelio e mi fan pi pr che sentire la storia di santa
Margherita o non so che altra bigotteria.
    - Coratella di pecora! diceva egli, sbrigatevi con questo,
che ben presto ne faremo un altro.
    - Ah, la  comoda per voialtri uomini. S, poich ci tenete,
far del mio meglio, ma piacesse a Dio che ve lo foste tagliato.
    - Che cosa? disse Grangola.
    - Non fate l'indiano, mi capite benissimo.
    - Il membro? Dite il membro? Sangue di capra! Qua un coltello
che v'accontento.
    - Ah, no, per carit! L'ho detto, Dio perdoni, per burla, non
date retta. Ma oggi avr un bel da fare se Dio non mi aiuta, e
tutto per quel bischeraccio vostro, che Dio l'abbia in gloria.
    - Coraggio, coraggio! Lasciate fare ai quattro buoi davanti e
non badate al resto e state tranquilla. Io me ne vado a bere
ancora una sorsata. Se capitasse il male non sono lontano, date
una voce e correr.
    Poco dopo ella cominci a sospirare, a lamentarsi, a gridare.
Subito accorsero levatrici da ogni parte, a branchi. E tastandola
sotto sentirono pelle di poco buon odore e pensarono fosse il
neonato: ma altro non era se non il fondamento che scappava per la
mollificazione dell'intestino retto, o budello culare, come voi lo
chiamate, dovuto alla grande spanciata di trippe che sopra abbiam
detto.
    Allora una sozza vecchiaccia della compagnia, che aveva
reputazione di gran medichessa ed era l venuta settant'anni
prima, da Brisepaille presso Saint Genou le somministr un
astringente s orribile che tutte le membrane ne furono serrate e
contratte per modo che a gran pena le avreste slargate tirando coi
denti, cosa orribile a dirsi; come accadde al diavolo quella volta
alla messa di San Martino, quando allung a forza di denti la sua
pergamena per notarvi tutte le chiacchiere di due megere.
    L'inconveniente fece rilassare pi sopra i cotiledoni della
matrice e il neonato ne profitt per saltarvi su; entr nella vena
cava e arrampicandosi per il diaframma fin sopra le spalle, dove
la detta vena si biforca in due, prese la strada a mancina e usc
fuori per l'orecchia sinistra. Appena nato non strill come gli
altri: Mi, mi mi: ma gridava a gran voce: Bere, bere, bere! come
invitando tutti quanti a bere, talch fu udito in ogni paese dai
confini di Bevessi fino a Berr.
    Mi viene un dubbio: che non crediate come cosa certa questa
strana nativit. Se non lo credete non me ne importa un fico, ma
un uomo probo, un uomo di buon senso, crede sempre a ci che
sente, o trova scritto. Innocens credit omni verbo etc. dice
Salomone (Proverbiorum XIV)
"Charitas omnia credit" dice san Paolo (Prima Corinthior. XIII) Ma
perch, scusate, non vorreste crederlo? Perch, dite voi, non c'
nessuna verosimiglianza? Ma appunto per questa sola ed unica
ragione dovete crederlo con fede perfetta. Dicono i sorbonisti che
non altro  fede se non argomento delle cose non apparenti.
     contrario alla legge, alla fede, alla ragione, alla Santa
Scrittura? Nella Santa Bibbia nulla trovo scritto in contrario. Se
quello era il volere di Dio, chi oserebbe dire che non l'avrebbe
potuto? Ors fatemi la grazia di non imbaricuccolarvi mai il
cervello con s futili dubbi. A Dio nulla  impossibile, vi dico.
E s'egli volesse, le donne d'ora innanzi si sgraverebbero tutte
cos, per l'orecchio.
    Bacco non fu forse generato dalla coscia di Giove?
    E Roccatagliata non nacque forse dal tallone della madre?
    E Mangiamosche, dalla pantofola della nutrice?
    E Minerva non nacque dal cervello per l'orecchio di Giove?
    E Adone non usc dalla scorza d'un albero di mirra?
    Castore e Polluce non sbucarono dal guscio d'un ovo fatto e
covato da Leda?
    Oh, voi sareste ben pi stupiti e trasecolati se vi esponessi
ora tutto il capitolo di Plinio in cui si parla dei parti strani e
contro natura. No, io non ho certo la faccia tosta di mentire come
lui. Leggete, leggete il libro settimo della sua Storia Naturale,
capitolo III e non rompetemi pi le scatole...

 CAPITOLO VII.

Come qualmente fu messo il nome a Gargantua e come egli tracannava
il vino.


    Il buon Grangola stava bevendo e spassandosi cogli altri
quando intese il tremendo grido del figlio che veniva alla luce di
questo mondo urlando: bere, bere, bere! E allora disse: "Que grand
tu as!" (sottinteso la gola). Ci udendo i presenti dissero che
gli si dovesse metter nome Gargantua perch questa era stata la
prima frase del padre alla nascita, secondo l'esempio degli
antichi ebrei. Consent il padre e ne fu contentissima la madre.
Per acquetarlo gli diedero bere a iosa e portatolo al fonte fu
battezzato al costume dei buoni cristiani.
    Per allattarlo convenientemente furono ordinate
diciassettemila novecento e tredici vacche di Paurtille e di
Brehemond; poich non era possibile trovare in tutto il paese
nutrice adeguata alla grande quantit di latte necessario ad
alimentarlo. Alcuni dottori hanno affermato che l'allatt la
madre, la quale poteva trarre dalle mammelle millequattrocento e
due mastelli pi nove boccali di latte ogni volta. Non 
verosimile. E tale proposizione  stata dichiarata
mammellensamente scandalosa dalla Sorbona, offensiva delle pie
orecchie, come quella che puzza d'eresia lontano un miglio.
    All'et d'un anno e due mesi, per consiglio de' medici
cominciarono a farlo uscire in un carrozzino tirato da buoi,
inventato da Gian Denyau. Lo portavano a spasso qua e l nel suo
carrozzino lietamente, ed era un piacere vederlo, ch aveva un bel
faccione con quasi diciotto pappagorgie e strillava ben di rado,
ma si smerdava ogni momento, ch straordinariamente dolcetto era
di tafanario, e per sua natural complessione, e per la
disposizione accidentale causata dal soverchio ingollare di pappa
settembrina. E non c'era goccia che ne ingollasse senza la sua
ragione. Poich se avveniva che fosse dispettoso, corrucciato, in
collera, o triste; se sgambettava, o piangeva, o strillava, con
una buona bevuta si rimetteva in sesto, tornava subito tranquillo
e allegro.
    Una delle governanti, m'ha assicurato e giurato sulla sua
potta che egli c'era cos avvezzo, che al solo tintinnio dei
boccali e delle bottiglie, andava in estasi come se gustasse le
gioie del paradiso. Onde esse, considerando quella sua divina
facolt, per rallegrarlo il mattino facevano tintinnire davanti a
lui i bicchieri con un coltello, o le bottiglie coi tappi, o i
boccali col coperchio: a quel tintinnio diventava festoso e
sussultava e si cullava da s, dondolando la testa, strimpellando
il monocordo e baritonando di culo.


CAPITOLO VIII.

Come qualmente vestirono Gargantua.


    Giunto a quell'et il padre ordin gli facessero vestiti dei
suoi colori, cio bianco e azzurro. Vi misero mano e furono fatti,
tagliati e cuciti alla moda del tempo.
    Dagli antichi registri trovati nella Corte dei conti a
Monsoreau si rileva che fu vestito come segue: per la camicia
furono adoperate novecento aune di tela di Chasteleraud e duecento
pei rinforzi quadrati da mettere sotto le ascelle. La camicia non
era pieghettata, poich la pieghettatura  stata inventata in
epoca posteriore, quando le cucitrici, rompendosi la punta
dell'ago, cominciarono a lavorar col culo.
    Per il farsetto furono adoperate ottocento tredici aune di
raso bianco e per le stringhe millecinquecento e nove pelli e
mezza di cane.
    Data da quel tempo la moda di attaccare le brache al farsetto
invece del farsetto alle brache, come prima s'usava, uso questo
contro natura come ampiamente ha dimostrato l'Ockam negli
Esponibili di Messer Altabraca.
    Per le brache occorsero mille cento e cinque aune e un terzo
di stamigna bianca. E furono intagliate a fessure in forma di
colonne striate e scannellate sul di dietro per non riscaldare i
rognoni. I ritagli di damasco azzurro sfioccavano al di dentro
quanto conveniva. E notate che aveva bellissime gambe e ben
proporzionate alla statura.
    Furono tagliate sedici aune e un quarto della stessa stoffa
per la braghetta, la quale ebbe forma d'arco superbamente
agganciato per due fibbie d'oro a due ganci smaltati su ciascuno
dei quali era incastonato un grande smeraldo, della grossezza
d'un'arancia. Lo smeraldo, infatti come dice Orfeo, (libro de
Lapidibus) e Plinio (libro ultimo) possiede virt erettiva e
confortativa del membro. La braghetta sporgeva in avanti la
lunghezza d'un canna ed era a spaccature come le brache, con il
damasco azzurro svolazzante del pari. Ma, nel vedere i bei ricami
di canutiglia e i graziosi intrecci d'oro, guarniti di fini
diamanti, fini rubini, fini turchesi, fini smeraldi e grosse perle
persiane, l'avreste comparata alle belle cornucopie rappresentate
nei monumenti antichi, o a quella che Rea don alle due ninfe
Adrastea e Ida nutrici di Giove; sempre gagliarda, succulenta,
trasudante, sempre verdeggiante, fiorente, fruttificante,
riboccante d'umori, di fiori, di frutti, ricolma di tutte delizie.
Giuro a Dio ch'era una gioia mirarla! Ma ben pi vi dir de' suoi
meriti nel libro che ho scritto Sulla dignit delle braghette.
Solo di questo mi preme avvertirvi, che se era ben lunga e ampia,
era pure ben guarnita dentro e ben provveduta, in nulla
rassomigliando alle ipocrite braghette d'un branco di bellimbusti,
non gonfie d'altro che di vento, con grave pregiudizio del sesso
femminile.
    Per le sue scarpe furono messe in opera quattrocento e sei
aune di velluto azzurro sgargiante. E furono tagliate a graziose
striscie e spaccature parallele congiunte con cilindri uniformi.
Per le suole a coda di merluzzo, furono adoperate mille e cento
pelli di vacca bruna.
    Per il saio furono tagliate milleottocento aune di velluto
azzurro vivo. Un ricamo di bei pampini vi girava intorno e in
mezzo erano ricamate d'argento di canutiglia belle pinte alternate
di anelli d'oro con molte perle: ci significava ehe sarebbe
stato, a suo tempo un gran vuotabottiglie.
    La cintura fu di trecento aune e mezza di saia di seta met
bianca e met azzurra (se non m'inganno).
    La spada non fu di Valenza, n il pugnale di Saragozza,
poich suo padre odiava tutti quegl'hidalghi ubriaconi,
marranizzati come diavoli; ma ebbe una bella spada di legno e il
pugnale di cuoio bollito, pitturati e indorati a meraviglia.
    La borsa fu fatta colla coglia d'un elefante donatogli da Her
Pracontal proconsole di Libia.
    Per la tunica furono tagliate novemila seicento aune, meno
due terzi di velluto azzurro come il precedente, tutto trapunto
d'oro a diagonale, che, guardato convenientemente presentava un
colore cangiante, quale si vede al collo delle tortore, e dava
mirabile gioia agli occhi.
    Per il berretto furono tagliate trecento e due aune e un
quarto di venuto bianco. Ebbe forma larga e rotonda e
proporzionata al capo, poich suo padre diceva che quei berretti
alla Marrabisa fatti a mo' di pasticcio portavano un giorno o
l'altro mala ventura ai loro tonduti.
    Come pennacchio portava una bella piumona azzurra tolta ad un
onocrotalo della selvatica Ircania, cadente con grazia
sull'orecchio destro. Come coccarda portava in una placca d'oro
del peso di sessantotto marchi, un rilievo proporzionato di smalto
che raffigurava un corpo umano con due teste, l'una rivolta verso
l'altra, quattro braccia, quattro piedi e due culi quale scrive
Platone nel Simposio, essere stata l'umana natura nel suo mistico
principio. E l'esergo recava in lettere ioniche Agape ou zetei ta
elytes. Da portare al collo ebbe una catena d'oro del peso di
venticinque mila e sessantatre marchi d'oro, tutta di grosse
bacche intercalate di grossi diaspri verdi con incisi dragoni
tutti contornati di raggi e scintille come li portava un tempo il
Re Necepsos. Essa scendeva fino alla bocca dello stomaco onde
risent benefizio tutta la vita, come sanno i medici greci.
    Per guanti furono adoperate sedici pelli di lontra e tre di
lupo mannaro per l'orlatura. Quel genere di pelli fu suggerito dai
cabalisti di Sainlouand.
    Quanto agli anelli (che il padre volle portasse per
ripristinare quell'antico segno di nobilt) ebbe all'indice della
mano sinistra un carbonchio grosso come un ovo di struzzo,
incastonato graziosamente in oro di serafo, e all'anulare un
anello di quattro metalli combinati nel modo pi meraviglioso che
mai fosse visto senza che l'acciaio intaccasse l'oro senza che
l'argento soverchiasse il rame; opera questa del Capitano Chappuis
e di Alcofribas, suo buon aiutante.
    All'anulare della destra ebbe un anello fatto a spirale nel
quale erano incastonati un balascio perfetto, un diamante a punta
e uno smeraldo del Fisone, di prezzo inestimabile: Hans Carvel,
gran lapidario del Re di Melindo, lo valutava sessantanove
milioni, ottocentonovantaquattromila e diciotto montoni di gran
lana; non meno lo stimarono i Fugger d'Augusta.


CAPITOLO IX.

I colori e la divisa di Gargantua.

    I colori di Gargantua furono bianco e azzurro come pi sopra
avete potuto leggere, e con quelli voleva il padre signiicare che
il figliuolo gli era gioia celeste, poich il bianco per lui
voleva dire gioia, piacere, delizia, esultanza, e l'azzurro cose
celesti. Capisco che leggendo queste parole voi riderete del
vecchio beone e reputerete grossolana ed errata cotesta
interpretazione dei colori affermando che il bianco significa
fede, l'azzurro fermezza. Ma senza irritarvi, corrucciarvi,
scaldarvi, n alterarvi (ch il tempo  pericoloso) rispondetemi
se vi piace. Nessuna violenza user n a voi, n a chichessia, ma,
solo, date qui un amplesso alla bottiglia.
    Chi vi muove? Chi vi punge? Chi vi dice che bianco significa
fede e azzurro fermezza? Un libercolo (dite voi) che vendono i
girovaghi e i merciai ambulanti, dal titolo: Le blason des
couleurs.
    Chi l'ha scritto? Chiunque sia ebbe la prudenza di non
metterci il nome; ma quanto al contenuto non so se pi ammirare la
sfrontatezza o la bestialit dell'autore.
    Sfrontatezza poich senza ragione, n causa, n
verosimiglianza, ha osato imporre di sua autorit personale il
significato dei colori; usanza questa, di tiranni che vogliono
sostituire l'arbitrio alla ragione, non di savi e sapienti che con
ragioni manifeste appagano i lettori.
    Bestialit, poich ha potuto credere che la gente regolasse
le proprie divise secondo le sue sciocche imposizioni, senza
dimostrazioni e argomenti convincenti.
    Dice bene il proverbio: "a cul che scacazza sempre abbonda
merda ".
    Infatti ha trovato un resto di macacchi del tempo andato i
quali, prendendo per buona moneta i suoi scritti, da quelli
traggono norma per coniare apoftegmi e sentenze, combinar le
gualdrappe ai loro muli, le livree ai paggi, i quarti alle brache,
le orlature ai guanti, le frangie ai letti, le figure nelle
insegne, per comporre canzoni e ci ch' peggio, per tramare
clandestinamente imposture e brutti tiri contro le pudiche
matrone.
    Dentro simili tenebre sono immersi quei vanitosi cortigiani e
allegorizzatori di nomi, i quali fanno dipingere nel loro blasone,
una sfera per significare speranza, delle penne d'uccello per
significare pene, la pianta ancolia per significare melanconia, la
luna bicorne per vivere crescendo, un banco a pezzi per indicare
bancarotta, un non e un'armatura per significare non durabit, un
letto senza baldacchino per licenziato.
    Omonimie tutte, codeste, tanto stupide e insipide e rozze e
barbare, che chiunque le voglia ancora usare in Francia dopo il
rinascere delle buone lettere, meriterebbe gli si attaccasse una
coda di volpe al collo e gli si applicasse una maschera di sterco
vaccino.
    Per le stesse ragioni, (se ragioni debbo chiamarle e non
farneticazioni) io far dipingere un paniere per indicare che mi
si fa penare; e un vaso di mostarda rappresenter il mio cuore a
cui molto tarda, e un vaso da notte sar un ufficiale: e il fondo
delle mie brache simbolegger una nave mercantile, e la mia
braghetta, la cancelleria delle sentenze e uno stronzo di cane, un
tronco di qui dentro; ch' la gioia della mia amica.
    Ben altrimenti facevano un tempo i saggi d'Egitto quando
scrivevano con lettere da essi chiamate geroglifiche. Nessuno
intendeva, se non le intendeva, e intendeva ciascuno che
intendesse la virt, propriet e natura delle cose da esse
raffigurate.
    Su questa materia Oro Apollonio ha composto due libri in
greco e Polifilo, nel "Sogno d'Amore" ne ha esposto anche pi. In
Francia ne avete un accenno nella divisa del Signor Ammiraglio,
gi adottata prima di lui da Ottaviano Augusto.
    Ma pi oltre non far vela la mia barchetta fra tali gorghi e
bassifondi ostili e torner ad approdare al porto dal quale sono
uscito. Ho tuttavia speranza di trattar pi ampiamente questo
soggetto un giorno e dimostrare, sia per ragioni filosofiche, sia
per testimonianze ammesse e approvate da tutti gli antichi, quali
e quanti colori sono in natura e che cosa simboleggi ciascuno,
semprech Dio mi conservi lo stampo del berretto, cio il
recipiente del vino come diceva mia nonna.

CAPITOLO X.

Ci che significano i colori bianco e azzurro.

    Il bianco dunque significa gioia, sollazzo, letizia e non a
torto, ma a buon diritto e a giusto titolo, come potrete accertare
se, messe da banda le prevenzioni, vorrete prestare orecchio a ci
che sto per esporvi.
    Aristotele dice che supponendo due cose contrarie nella loro
specie come bene e male, virt e vizio, freddo e caldo, bianco e
nero, piacere e dolore, gioia e tristezza e via dicendo, se le
accoppiate in guisa che il contrario d'una specie s'accordi
ragionevolmente col contrario d'un'altra specie, ne consegue che
si accordano i due contrari residui. Esempio: Virt e vizio sono
contrari in una specie e bene e male del pari. Se uno dei contrari
della prima specie s'accorda con uno della seconda, come virt e
bene (poich  certo che la virt  buona) altrettanto faranno i
due residui, che sono male e vizio, poich il vizio  cosa
cattiva.
    Ammessa questa regola di logica, prendete i due contrari:
gioia e tristezza e poi gli altri due: bianco e nero che sono
contrari fisicamente. Se  vero che nero significa lutto, a buon
diritto bianco significher gioia.
    Questo significato non  istituito per imposizione d'uomini,
ma accertato per libero consenso da tutto il mondo, ci che i
filosofi chiamano Jus gentium, diritto universale valevole per
ogni contrada.
     noto infatti che tutti i popoli d'ogni nazione e lingua
(eccetto gli antichi Siracusani e alcuni Argivi che avevano
l'anima di traverso) volendo manifestare per segni esteriori la
loro tristezza, mettono abito nero e ogni lutto  significato dal
nero. Il detto consentimento universale non  avvenuto senza
qualche buon argomento e ragione di natura, che ognuno pu
comprendere immediatamente da s senza esser istruito da altri: 
ci che noi chiamiamo diritto naturale.
    Nel bianco, per la medesima induzione di natura,tutti vedono
gioia, letizia, gaudio, piacere, diletto.
    In passato i Traci e i Cretesi segnavano i giorni fortunati e
lieti con pietre bianche, i tristi e sfortunati con nere.
    La notte non  essa funebre, triste e malinconica? Essa 
nera e oscura, per privazione. La luce non rallegra tutta la
natura? Ed essa  bianca pi di qualsiasi altra cosa. E per
provarlo potrei rinviarvi al libro di Lorenzo Valla contro
Bartolo; ma la testimonianza evangelica baster. In Matteo, XVII,
 detto che alla trasfigurazione di nostro Signore, vestimenta
eius facta sunt alba sicut lux; le sue vesti divennero bianche
come la luce. Con quella bianchezza luminosa dava a comprendere ai
tre apostoli presenti l'immagine e forma delle gioie eterne poich
dalla luce tutti gli uomini sono rallegrati. Cos avete la
sentenza di una vecchia che, pur senza pi denti in bocca, diceva:
Bona lux! E Tobia al cap. V quando perduta la vista, Raffaele lo
salut, rispose: Quale gioia potr io avere che non veggo punto la
luce del cielo? Con lo stesso colore gli angeli testimoniarono la
gioia di tutto l'universo alla resurrezione del Salvatore (Ioan.
XX) e alla sua ascensione (Act. I). E pur di candidi abbigliamenti
San Giovanni Evangelista (Apoc. IV e VII) vide vestiti i fedeli
nella celeste Gerusalemme beatificata.
    Leggete le antiche istorie greche e romane e troverete che la
citt di Alba, prima madre di Roma, fu fondata e cos chiamata per
la scoperta d'una troia bianca.
    Troverete che il vincitore dei nemici cui era decretato il
trionfo entrava in Roma sopra un carro tirato da cavalli bianchi.
Lo stesso chi vi entrava in ovazione: poich per nessun altro
segno e colore poteva esprimersi la gioia della loro entrata, se
non col bianco.
    Troverete che Pericle, duca degli Ateniesi, volle che
passassero la giornata in gioia, godimenti e riposo quelli dei
suoi guerrieri ai quali erano toccate fave bianche, mentre quelli
altri dovevano combattere. Mille altri esempi e passi potrei
citarvi a questo proposito, ma non  qui il luogo.
    E mediante questa interpretazione potete risolvere un
problema che Alessandro Afrodisiaco ha reputato insolubile: perch
il leone, che colle sole sue urla e ruggiti spaventa tutti gli
animali, ha timore e riverenza solo del gallo bianco? Perch (come
dice Proclo, lib. De sacrificio et Magia) la presenza della virt
del sole che  organo e modello di ogni luce terrestre e siderale,
 pi simboleggiata e trasfusa nel gallo bianco, tanto pel colore
quanto per la sua propriet e ordine specifico, che nel leone. E
Procio aggiunge che furono spesso visti diavoli sotto forma
leonina sparire in un attimo alla presenza d'un gallo bianco.
    Ed  questa la causa per cui i Galli (cio i Francesi) detti
galli perch sono per natura bianchi come il latte, che i Greci
chiamavano gala, portano volentieri piume bianche sui loro
berretti. Infatti essi sono per natura allegri, candidi, graziosi
e molto amati; e per simbolo e insegna
nazionale hanno il fiore pi bianco d'ogni altro: il giglio.
    Se domandate come la natura c'induce a intendere gioia e
letizia nel color bianco; vi rispondo: per cagion d'analogia e di
conformit. Poich secondo Aristotele (Problemi) il bianco
esteriormente disgrega e sparge la vista dissolvendo
manifestamente gli spiriti visivi e prospettivi. E lo sperimentate
quando passate monti coperti di neve, lagnandovi di non poter ben
guardare, come scrive Senofonte, essere avvenuto alle sue genti e
come Galeno espone ampiamente (libro X, de Usu partium). Parimenti
il cuore per gioia straordinaria si disgrega all'interno e patisce
manifesta risoluzione di spiriti vitali: la quale pu diventar
cos grande da lasciarlo privo di spiriti, onde la vita sarebbe
spenta per pericaria, come dice Galeno (lib. XII method., lib. V
de Locis affectis, e lib. II, De symptomaton causis,) e come
testimoniano nel tempo andato Marco Tullio (lib. I Quaestio.
tuscul.) Verrio, Aristotele, Tito Livio, dopo la battaglia di
Canne, Plinio, (lib. VII, cap. XXXII e LIII) A. Gellio, (lib. II,
XV) e altri, essere avvenuto a Diagora di Rodi, a Chilone, a
Sofocle, a Dionisio tiranno di Sicilia, a Filippide, a Filemone, a
Policrata, a Filistione, a M. Juvenzio e ad altri che morirono di
gioia. E come dice Avicenna (Canone II e lib. De Viribus Cordis) a
proposito dello zafferano il quale, a prenderlo in dose eccessiva,
tanto rallegra il cuore da togliergli la vita per risoluzione e
dilatazione superflua. E qui vedete Alessandro d'Afrodisia (lib.
primo Problematum, cap. XIX). E mi par che basti ch son proceduto
avanti in questa materia pi che non volessi al principio. A
questo punto dunque ammainer le vele rimettendo il resto al libro
esclusivamente a ci dedicato. Quanto all'azzurro, dir in una
parola che significa certamente cielo, cose celesti, per gli
stessi simboli onde il bianco significa gioia e piacere.


CAPITOLO XI.

Dell'adolescenza di Gargantua.


    Dai tre ai cinque anni Gargantua fu allevato ed educato
secondo il volere del padre in ogni disciplina conveniente; e
pass quel tempo come tutti i bimbi del paese; bevendo mangiando e
dormendo; mangiando, dormendo e bevendo; dormendo bevendo e
mangiando.
    Sempre s'avvoltolava nel fango, s'incarbonava il naso,
s'imbrattava la faccia, scalcagnava le scarpe, sbadigliava spesso
alle mosche e inseguiva volentieri i farfalloni soggetti alla
giurisdizione dell'impero paterno. Si pisciava sulle scarpe,
smerdava la camicia, si soffiava il naso nelle maniche, moccicava
nella minestra, sguazzava dappertutto, beveva nelle pantofole e si
grattava di solito la pancia con un    paniere. Aguzzava i denti
con uno zoccolo, lavava le mani nella minestra, si pettinava con
un bicchiere, sedeva fra due selle col culo a terra, si copriva
con un sacco bagnato, beveva mangiando la zuppa, mangiava la
focaccia senza pane, mordeva ridendo, rideva mordendo, sputava nel
piatto, peteggiava grasso, pisciava contro il sole, si tuffava
nell'acqua per ripararsi dalla pioggia, batteva il ferro quand'era
freddo, fantasticava chimere, faceva lo smorfioso, faceva i
gattini, diceva il pater noster della bertuccia, ritornava a
bomba, faceva l'indiano, batteva il cane davanti al leone, metteva
il carro davanti ai buoi, si grattava dove non gli prudeva, faceva
cantare i merli, troppo abbracciava e nulla stringeva, mangiava il
pan bianco per primo, metteva i ferri alle cicale, si faceva il
solletico per iscoppiar dal ridere, si slanciava con ardore in
cucina, la faceva in barba agli dei, faceva cantar magnificat a
mattutino e gli andava a fagiolo. Mangiava cavoli e cacava tenero,
discerneva le mosche nel latte, faceva perder le staffe alle
mosche, raschiava la carta, scarabocchiava la pergamena, se la
dava a gambe, tirava all'otre, faceva i conti senza l'oste, faceva
il battitore senza prendere gli uccelletti, prendeva le nuvole per
padelle di bronzo e le lucciole per lanterne, pigliava due
piccioni a una fava, faceva l'asino per aver crusca, del pugno
faceva mazzuolo, voleva mettere il sale sulla coda alle gru per
prenderle, sfondava porte aperte, a caval donato guardava sempre
in bocca, saltava di palo in frasca, tra due verdi metteva una
matura, colla terra faceva il fosso, faceva guardia alla luna
contro i lupi, sperava, calando le nubi, prendere le allodole
cascate da cielo, faceva di necessit virt, quale il pane, tale
faceva la zuppa, faceva distinzione fra rasi e tonduti, ogni
mattina vomitava l'anima. I cagnolini del padre mangiavano nella
sua scodella; ed egli mangiava con loro. Egli mordeva loro
orrecchie, essi gli graffiavano il naso; egli soffiava loro nel
culo, essi gli leccavan le labbra.
    E volete, sentirne una, ragazzi? Che il mal di botte
v'inghiotta! Questo piccolo porcaccione palpeggiava sempre le sue
governanti sopra e sotto, davanti e di dietro e arri somari! E
cominciava gi a esercitare la braghetta che ogni giorno le
governanti gli adornavano di bei mazzolini, di bei nastri, di bei
fiori, di bei fiocchi. Esse passavano il tempo a farla rinvenire
tra le mani come il maddaleone da impiastri, poi scoppiavano a
ridere quand'essa levava le orecchie come se il gioco fosse loro
piaciuto.
    L'una lo chiamava: mia cannelluccia, l'altra: mio bischero,
l'altra: mio ramoscello di corallo, l'altra: mio cocchiume, mio
turacciolo, mio trapano, mio stantuffo, mio succhiello, mio
pendaglio, mio rude gingillo duro ed arzillo, mio mattarello, mio
salciccin di rubino, mio coglioncin bambino.
    -  per me, diceva l'una.
    -  mio, diceva l'altra.
    - Ed io, diceva una terza, debbo dunque restarne senza? Ma
allora perbacco lo taglio.
    - Tagliarlo! diceva un'altra; ma gli farete male signora mia;
tagliereste il pipi ai bimbi? Verrebbe su il signor Senzacoda.
    E perch si divertisse come i bambini del paese, gli
fabbricarono un bel mulinello con le pale d'un mulino a vento del
Mirabelais.


 CAPITOLO XII.

Dei cavallucci fittizi di Gargantua.

    Poi, affinch fosse tutta la vita buon cavaliere, gli
fabbricarono un bel cavallone di legno, che egli faceva impennare,
saltare, volteggiare, springare e danzare tutto insieme, e andar
di passo, di trotto, di trapasso, di galoppo, all'ambio, di mezzo
galoppo, di travargo, alla camellesca, all'onagresca e gli faceva
cambiar pelo (come i monaci cambiano dalmatica secondo le feste)
dal baio scuro all'alezano, al grigio pomellato, al topino, al
cervino, al roano, al vaccino, allo screziato, al variegato, al
punteggiato, al bianco.
    Egli stesso si fece di un grosso traino, un cavallo da
caccia, uno per tutti i giorni con un fusto da frantoio, e con una
grossa quercia, una mula ingualdrappata per la camera. N'ebbe
inoltre altri dieci o dodici di ricambio e sette per la posta. E
tutti quanti li metteva a dormire coricati vicino a s.
    Un giorno capit a visitare suo padre, con gran corteo e
pompa, il signore di Paninsac. Proprio lo stesso giorno erano
venuti a trovarlo anche il duca di Sbafagratis e il conte
Masticavento.
    In fede mia, il castello risult un po' stretto per tanta
gente, specie le scuderie: allora il maggiordomo e il maresciallo
degli alloggi del detto signore di Paninsac, per sapere se in
qualche altro angolo della casa vi fossero stalle disponibili, si
rivolsero a Gargantua ancor fanciullo, considerando che i bambini
volentieri spiattellano tutto, e gli domandarono, in confidenza,
dove erano le scuderie dei grandi cavalli.
    Gargantua li condusse salendo la grande scalea del castello e
passando per la seconda sala, in una grande galleria per dove
entrarono in un torrione. Mentre salivano un'altra scalinata, il
maresciallo disse al maggiordomo:
    - Questo ragazzo ci mena pel naso: le scuderie non sono mai
alla sommit delle case.
    - Adagio, disse il maggiordomo, io conosco posti, a Lione,
alla Baumette, a Chinon e altrove, nei quali le Scuderie stanno al
sommo della casa, e pu darsi che ci sia un'uscita posteriore che
metta al montatoio; ma per maggior sicurezza ora glielo chiedo.
    - Dove ci conducete, carino mio? domand a Gargantua.
    - Alla stalla dei miei grandi cavalli, ci siamo quasi, non
mancano che questi gradini.
    Poi, facendoli passare per un altro salone, li condusse alla
sua camera e, aprendo la porta:
    - Ecco, disse, le scuderie che chiedete: ecco qui il mio
ginnetto, il mio ungherese, il mio lavedano, il mio trottatore.
    E mettendo loro sulle spalle una grossa leva:
    - Vi regaler, disse, questo frisone; mi viene da
Francoforte, ma sar vostro;  un gran buon cavalletto e di gran
resistenza. Con un terzuolo, una mezza dozzina di cani spagnuoli e
un paio di levrieri, eccovi fatti re e padroni delle pernici e
delle lepri per tutto questo inverno.
    - Per San Giovanni! dissero essi, siamo capitati bene!
Abbiamo preso un bel granchio.
    - Non  vero, diss'egli: granchi non ce n' stati qui dentro
da tre giorni.
    Indovinate un po' ora se era pi il caso di nascondersi per
la vergogna o di ridere per la facezia.
    E mentr'essi scendevano tutti confusi egli domand:
    - Volete un'albiera?
    - Cos'?
    - Cinque stronzi da farvi una musoliera, rispose
    - Per oggi, osserv il maggiordomo, se ci mettono arrosto,
non rischiamo di bruciare, poich siamo conditi in tutte le salse,
se non erro. Tu ci hai scornato, carino mio, un giorno o l'altro
ti vedr papa.
    -  probabile, diss'egli; ma allora voi sarete papilione e
questo grazioso pappalardo sar un pappagallo perfetto.
    - Vero, vero, disse il maresciallo.
    - Ma, disse Gargantua, indovinate quanti punti d'ago vi sono
nella camicia di mia madre.
    - Sedici, rispose il maresciallo.
    - Non  parola di vangelo, afferm Gargantua, poich ce n'
davanti e di dietro, li contaste troppo male.
    - Quando? chiese il maresciallo.
    - Quando il vostro naso, disse Gargantua, serv di cannella
per spillare un moggio di merda, e la vostra gola serv d'imbuto
per travarsarla in altro recipiente, essendo le doghe sconnesse.
    - Corpo di Dio! disse il maggiordomo, abbiamo incontrato qui
un bel burlone. Dio vi salvi dai malanni, signor chiacchierino,
tanto avete lo scilinguagnolo sciolto!
    Cos discendendo in gran fretta sotto la volta delle scale
lasciarono cadere la grossa leva di cui l'aveva cariccati, onde
Gargantua:
    - Voi siete pessimi cavalieri, diavolo! Il vostro cortaldo vi
manca proprio al momento del bisogno. Se vi occorresse andar di
qui a Cahusac che preferireste: cavalcare un'ochetta o menare una
troia al guinzaglio?
    - Preferirei bere, disse il maresciallo.
    Cos dicendo, entrarono nella sala terrena ov'era raccolta
tutta la brigata e raccontando loro la nuova avventura, li fecero
ridere come un branco di mosche.


 CAPITOLO XIII.

Come qualmente Grangola s'accorse dell'intelligenza meravigliosa
di Gargantua per l'invenzione d'un forbiculo.


    Sul finir dei cinque anni, Grangola, di ritorno dalla
disfatta inflitta ai Canariani, venne a trovare suo figlio
Gargantua. E ne fu tutto lieto come poteva essere un tal padre
rivedendo un tal figlio.
    Lo baciava, lo abbracciava e non cessava di interrogarlo su
diverse cose, bamboleggiando con discorsi puerili. E bevve con lui
e le sue governanti alle quali, tra l'altro, domandava
insistentemente, se l'avessero tenuto lavato e pulito. Gargantua
rispose che aveva a ci provveduto egli stesso, in guisa che in
tutto il territorio non v'era bimbo pi netto di lui.
    - In che modo? chiese Grangola.
    - Ho inventato, rispose Gargantua, con lunghi e diligenti
esperimenti, un modo di forbirmi il culo, che  il pi signorile,
il pi eccellente, il pi spedito che mai si vedesse.
    - Quale? chiese Grangola.
    - Ora ve lo dico rispose Gargantua. Una volta mi pulii col
cache nez di velluto di una delle damigelle e lo trovai buono per
la morbidezza della seta che mi dava una volutt ineffabile al
fondamento; un'altra volta con un loro cappuccio e fu lo stesso;
un altra volta con una sciarpa da collo; un'altra volta con le
orecchiette del cappuccio, di raso rosso; ma il ricamo in oro di
tante piccole sfere di merda che v'erano applicate, mi
scorticarono tutto il di dietro; che il fuoco di Sant'Antonio
possa bruciare il budello culare dell'orefice che lo fece e della
damigella che lo port!
    Il male pass forbendomi con un berretto da paggio, bene
impennacchiato alla svizzera.
    Poi, cacando dietro un cespuglio, trovai un gatto marzolino e
me ne servii per forbirmi, ma quello con l'unghie mi ulcer tutto
il perineo.
    Guarii l'indomani forbendomi coi guanti di mia madre, ben
profumati di malzoino.
    In seguito mi forbii colla salvia, col finocchio, coll'aneto,
colla maggiorana, colle rose, colle foglie di zucca, di cavolo, di
bietola, di vite, d'altea, di verbasco (il rossetto del culo), di
lattuga, di spinaci - questi furono di gran giovamento alla mia
gamba - poi di mercorella, di persicaria, d'ortica, di conzolida;
ma queste mi produssero il cacasangue, come dicono i Lombardi, del
quale guarii forbendomi colla mia braghetta.
    Poi mi forbii colle lenzuola, colla coperta, colle tendine,
con un cuscino, con un tappeto usuale, con uno verde, con uno
straccio, con un tovagliolo, con un fazzoletto, con un
accappatoio. E n'ebbi da tutti piacere pi che i rognosi sotto la
striglia.
    - Ma insomma, disse Grangola, di tanti forbiculi quale ti
parve il migliore?
    - Un momento, disse Gargantua, non tarderete a saperne il tu
autem. Mi forbii ancora col fieno, la paglia, la stoppa, la borra,
la lana, la carta. Ma

Chi con carta il cul deterge,
Sui coglion la merda asperge.

    - Che! esclam Grangola, tu rimi gi, ti sei dunque
strofinato alla bottiglia, coglioncino mio?
    - Certo, mio re, rispose Gargantua, e rimo anche meglio e
rimo tanto che spesso nel rimar m'inreumo. Ascoltate un po' ci
che la vostra latrina canta ai cacatori:

Cacone,
Diarrone,
Petone,
Stercoso,
Il lardo
Ti sfugge,
Si strugge,
Ha in me
Riposo.
Schifoso,
Merdoso,
Goccioso,
Di Sant'Antonio ti bruci il martir,
Se tutti
Gl'impuri
Tuoi buchi
Non turi,
E non forbisci avanti di partir.

Ne volete ancora?
    - S, per Bacco, rispose Grangola.
    - E allora, rispose Gargantua, ecco qua:

ROND.

Cacando l'altro ier comodamente,
La gabella pagai che al culo devo.
Non fu l'odore tal quale credevo,
E ne rimasi tutto puzzolente.
Oh, se m'avesse alcun cortesemente
Condotto la Gentile che attendevo
Cacando.

A lei col mio buon mestolo imbrandito
Il buco dell'urina avrei condito,
Mentr'ella avrebbe col suo roseo dito
Il buco della merda a me forbito,
Cacando.

    Ed ora andate a dire che sono un buono a nulla. Oh per la
merda! Mica li ho fatti io questi versi, ma udendoli recitare
dalla nobil matrona che vedete qui, li ho conservati nel
ripostiglio della mia memoria.
    - Torniamo, disse Grangola, al nostro argomento.
    - Quale? Cacare? chiese Gargantua.
    - Ma no, rispose Grangola, forbire il culo.
    - Siete disposto, chiese Gargantua, a pagare un buon barile
di vin bretone se vi metto nel sacco in questa materia?
    - Volentieri, rispose Grangola.
    - Non  necessario forbir culo, disse Gargantua, se non sia
sporco: sporco esser non pu se non s' cacato; conviene dunque
primum cacare, e poi forbirsi il culo.
    - Oh quanto senno, figliolo mio! esclam Grangola. Uno di
questi giorni ti fo promuovere dottore alla Sorbona ch, per Dio,
hai pi saviezza che anni. Ma seguita ora, ti prego, l'argomento
forbiculativo. E per la mia barba, prometto che non un barile, ma
sessanta botti ti dono, di quel buon vin bretone, intendo, che
veramente non cresce in Bretagna, ma nella buona terra di Verron.
    - Provai poscia, continu Gargantua, a forbirmi con una
parrucca, con un origliere, con una pantofola, con un carniere,
con un paniere - Oh l'ingrato forbiculo codesto! - poi coi
cappelli. Notate che i cappelli, taluni son lisci, altri pelosi,
altri vellutati, altri di seta, altri di raso. Migliori di tutti
son quelli col pelo, che astergono in modo perfetto, la materia
fecale. Poi mi forbii con una gallina, con un gallo, con un
pollastro, con pelle di vitello, con una lepre, con un piccione,
con un marangone, con una borsa d'avvocato, con una barbuta, con
una cuffia, con un logoro. Ma concludendo, dico e sostengo che non
v'ha forbiculo migliore d'un papero di copiosa pelurie, tenendogli
per la testa fra le gambe. Lo affermo sull'onor mio, credetemi,
voi vi sentite una volutt mirifica all'orifizio del culo sia per
la dolcezza di quella pelurie sia pel tepore del papero che
facilmente comunicandosi al budello anale ed agli altri intestini,
arriva fino alla regione del cuore e del cervello. Oh, non  a
credere che la beatitudine degli eroi e semidei che se la godono
nei Campi Elisi, derivi dal loro asfodelo, o dall'ambrosia e del
nettare come dicono le nostre vecchierelle. La loro beatitudine
viene, a mio avviso, dal forbirsi il culo con un'ochetta. Cos la
pensa anche mastro Giovanni di Scozia.


CAPITOLO XIV.

Come qualmente Gargantua fu istruito da un sofista nelle lettere
latine.

    All'intender questi discorsi il buon uomo Grangola fu rapito
d'ammirazione per l'assennatezza e la meravigliosa intelligenza
del suo figliolo Gargantua e disse alle governanti:
    - Filippo, re di Macedonia, riconobbe l'accortezza del figlio
Alessandro dal modo di domare destramente un cavallo. Quel cavallo
era s terribile e sfrenato che nessuno osava montarlo: a tutti i
cavalcatori dava gran riscossoni e a chi faceva rompere il collo,
a chi le gambe, a chi la testa, a chi le mascelle. Ci
considerando Alessandro nell'ippodromo (dove si facevano movere e
volteggiare i cavalli) s'accorse che la furia di quello non veniva
se non dallo spavento della sua ombra. E allora salito in groppa
lo spinse a corsa nella direzione del sole, sicch l'ombra si
proiettasse dietro e in questo modo rese il cavallo docile al suo
volere. Da ci riconobbe il padre la divina intelligenza del
figlio e lo fece egregiamente istruire da Aristotele il pi
stimato allora fra tutti i filosofi greci. Ebbene, io vi dico che
solo dall'argomento trattato ora davanti a voi con Gargantua, ho
compreso che qualcosa di divino  nel suo intelletto, tanto
m'appare acuto, sottile, profondo e sereno. Bene istruito salir a
grado sovrano di sapienza. Voglio pertanto affidarlo a qualche
gran dotto che lo ammaestri secondo le sue facolt; e nulla sia
risparmiato.
    Gli consigliarono infatti un gran dottore in teologia
chiamato Maestro Thubal Oloferne, il quale gl'insegn cos bene
l'alfabeto che lo recitava a memoria anche a rovescio.
    Questo insegnamento richiese cinque anni e tre mesi. Poi gli
lesse il Donato, il Faceto, il Teodoleto e Alano in Parabolis.
Questo insegnamento richiese tredici anni, sei mesi e due
settimane.
    Ma notate che intanto gl'insegnava a scrivere in caratteri
gotici e cos gli faceva copiare tutti i suoi libri, poich l'arte
della stampa non usava ancora.
    Portava dunque seco un grosso scrittoio pesante pi di
settemila quintali, l'astuccio del quale eguagliava in altezza e
grossezza i pilastroni della chiesa di Ainay; il calamaio,
appesovi con grosse catene di ferro, poteva contenere una botte
d'inchiostro.
    Poi gli lesse il De modis significandi coi commenti di
Urtaborea, Facchino, Cenetroppi, Galeotto, Gianvitello, Billonio,
Leccasterco e d'un branco d'altri. Questo insegnamento richiese
pi di diciotto anni e undici mesi. E l'impar cos bene che,
messo alla prova, lo rivomitava alla rovescia e dimostrava sulla
punta delle dita alla madre che de modis significandi non erat
scientia.
    Poi gli lesse il Composto, impiegandovi sedici anni e due
mesi, ma ecco che il detto precettore mor e

Fu l'anno mille quattrocento venti
Per uno scol che tolselo ai viventi.

    Gli successe come precettore un vecchio catarroso, chiamato
Maestro Giobelino Imbrigliato, che gli lesse Hugutio, il Grecismo
di Hebrard, il Dottrinale, le Parti, il Quid est, il Supplementum,
il Marmotteto, il De moribus in mensa servandis, il libro di
Seneca: De quattuor virtutibus cardinalibus, il Passavanti con
commento, il Dormi secure, per le feste, e vari altri della stessa
farina.
    Con questi studi divenne tanto sapiente che mai d'allora in
poi ne fu infornato uno altrettale.


CAPITOLO XV.

Come qualmente Gargantua fu affidato ad altri precettori.


    Intanto il padre not che veramente il ragazzo studiava con
amore e allo studio dava tutto il suo tempo, ma che non ne traeva
profitto anzi, ci ch' peggio, ne diveniva matto, cretino,
fantastico, farneticante.
    E rammaricandosi un giorno con Don Filippo De Marais, vicer
di Papaligozza, questi gli disse che sarebbe stato meglio non
imparasse nulla piuttosto che ficcarsi in testa quei libri, con
quei precettori: la scienza loro non era che bestialit, la loro
sapienza scempiaggine, a non altro adatta che a imbastardire i
buoni e nobili spiriti e a corrompere ogni fior di giovinezza. "Ne
volete una prova? disse, prendete un giovanetto di questi d'ora
che abbia studiato solo un paio d'anni, e se non mostrer miglior
giudizio, miglior parlare, migliori concetti di vostro figlio e
anche miglior contegno e garbo tra la gente, dite pure d'ora
innanzi ch'io non son altro che un taglia salame della Brenne".
    Piacque la proposta a Grangola e volle si facesse la prova.
    La sera, a cena, il detto De Marais, present un suo paggetto
di Villegongis, chiamato Eudemone, tanto ben pettinato e
abbigliato, e pulitino, e grazioso nei modi che pareva un
angioletto piuttosto che un uomo. E disse a Grangola:
    - Vedete questo ragazzo? Non ha sedici anni; vediamo, di
grazia, qual differenza sia tra il sapere dei vostri vuoti
matteologi d'un tempo e i giovani d'oggid.
    - Vediamo, disse Grangola e comand che il paggio
incominciasse per primo.
    Allora Eudemone, chiestane prima licenza al Vicer suo
signore, col berretto in mano, la faccia aperta, le sue labbra
rosse, gli occhi sicuri, volto lo sguardo a Gargantua, restando in
piedi con modestia giovanile, cominci a lodarlo ed esaltarlo
prima per la virt dei buoni costumi, in secondo luogo pel sapere,
in terzo luogo per la nobilt, in quarto luogo per la sua bellezza
fisica. In quinto luogo lo esortava dolcemente a riverire con ogni
riguardo suo padre, il quale si studiava di farlo ben istruire; e
per ultimo lo pregava che volesse considerarlo come il pi umile
de' suoi servi. Poich altro dono non chiedeva al cielo pel
momento, se non la fortuna di rendergli qualche gradito servigio.
    Tutto il discorso fu profferito con gesti s acconci,
pronunzia s schietta, voce s eloquente e un fraseggiar latino s
puro ed adorno che parve un Gracco, un Cicerone, o un Emilio di
Roma antica, meglio che un giovanetto di questo secolo.
    La prova di Gargantua invece fu questa: che mettendosi a
piangere come un vitello e nascondendo la faccia col berretto, non
fu possibile cavargli una sola parola pi che un peto da un asino
morto.
    Il padre ne fu tanto corrucciato che voleva ammazzare Mastro
Giobelino. Ma il detto De Marais glielo imped persuadendolo con
buone parole a moderare la collera. Comand tuttavia Grangola che
fosse regolato subito il conto a Giobelino e che, dopo averlo
fatto tracannare teologalmente, lo mandassero a tutti i diavoli.
    Cos, aggiungeva, se morisse briaco come un inglese per oggi
almeno non costerebbe nulla al suo oste.
    Partito Mastro Giobelino, Grangola chiese al Vicer quale
precettore potesse consigliargli e fu tra loro stabilito di
affidare l'ufficio a Ponocrate, precettore di Eudemone. E che
tutti insieme andassero a Parigi per sapere quali erano gli studi
dei giovanetti francesi di quel tempo.


CAPITOLO XVI.

Come qualmente Gargantua fu inviato a Parigi e l'enorme giumenta
che lo port e come qualmente essa si sbarazz delle mosche bovine
della Beauce.

    Quella stessa stagione, Fayoles, quarto re di Numidia, mand
dall'Africa a Grangola la pi enorme e grande giumenta che mai si
vedesse, e la pi mostruosa. (Dall'Africa, infatti, come sapete,
giungono sempre cose mai viste). Era grande come sei oriflanti,
aveva i piedi digitati come il cavallo di Giulio Cesare, le
orecchie spenzolanti come le capre di Linguadoca e un piccolo
corno sul culo. Quanto al resto aveva pelo rossigno fulvo
intrammezzato di pomelli grigi. Ma soprattutto, aveva una coda
orribile, grossa, pelo pi, pelo meno, come la torre di Saint-
Mars, presso Longs, e quadrata del pari, con ciuffi adunchi n
pi n meno che spighe di frumento.
    Se ci vi stupisce, stupitevi anche pi della coda dei
montoni sciti, che pesava pi di trenta libbre, e delle pecore di
Soria alle quali (se  vero ci che dice Tenaud) bisogna attaccare
una carretta al culo per portare una coda tanto lunga e pesante.
D'egual misura non l'avete voialtri, porcaccioni d'insignificanti
paesi.
    Essa fu imbarcata su tre caracche e un brigantino fino al
porto di Olona, in Thalmondoys.
    Quando Grangola la vide: "Ecco, disse, quel che ci vuole per
portare mio figlio a Parigi. Ora s, per Dio, che tutto andr
bene! Ed egli diventer un gran chierico. Ah, se non ci fossero le
signore bestie noi vivremmo come chierici".
    L'indomani, dopo bere si sottintende, Gargantua, il suo
precettore Ponocrate, il seguito e con essi il paggio Eudemone, si
misero in viaggio. E poich il tempo era sereno e mite, suo padre
gli aveva fatto fare degli stivali gialli; Babin li chiama
borzacchini.
    Viaggiarono allegramente, sempre in gozzoviglia, fin sopra
Orlans. L era un'estesa foresta, trentacinque leghe lunga e
larga diciassette, o all'incirca, orribilmente fertile e infestata
di mosche bovine e calabroni: un vero brigantaggio per le povere
giumente, gli asini e i cavalli. Ma la giumenta di Gargantua
vendic bravamente tutti gli oltraggi col perpetrati sulle bestie
della sua specie, con un tiro che nessuno s'aspettava. Infatti,
appena entrarono nella foresta, i calabroni volarono all'assalto,
ma essa sguain la sua coda e avventandola intorno, non solo li
disperse, ma abbatt tutto il bosco. Come un falciatore fa cader
l'erba cos essa abbatteva gli alberi a torto e a traverso, di
qua, di l, di su, di gi, in in lungo e in largo, sopra e sotto
di guisa che sparirono e bosco e calabroni: tutto il territorio fu
rasa campagna.
    A quello spettacolo Gargantua tutto gongolante, pur senza
vantarsene, disse alla sua gente: "Beau ce". Da quel giorno la
regione cominci a chiamarsi la Beauce.
    Ma tutta la colazione si ridusse a sbadigli. In memoria di
che anche oggi i gentiluomini della Beauce fanno colazione di
sbadigli e ne hanno buon pr e ci sputano anche meglio.
    Finalmente giunsero a Parigi. Per due o tre giorni si
ristorarono facendo baldoria con tutto il seguito. Ma
s'informarono intanto delle persone pi sapienti ch'erano allora
nella citt e anche se c'era buon vino.


CAPITOLO XVII.

Come qualmente Gargantua pag il suo benvenuto ai Parigini e come
port via i campanoni della chiesa di Notre-Dame.


    Qualche giorno dopo essersi ristorati, mentre Gargantua
andava in giro a visitare la citt, tutta la gente restava a bocca
aperta ad ammirarlo.
    Il popolo di Parigi infatti  tanto balordo e scemo di sua
natura che un ciarlatano, un monaco questuante, un mulo co' suoi
sonagli, uno strimpellatore di viola a un quadrivio, chiaman pi
gente che un predicatore del Vangelo. Tanto molestamente dunque
gli tenevan dietro che fu costretto a riposarsi sulle torri della
chiesa di Notre-Dame.
    E l seduto, vedendo tanta gente intorno a s disse
chiaramente: "Mi pare che questi bricconi vogliano che io paghi
loro il benvenuto e la buona entrata.  giusto. Ora gli offro
subito la bicchierata: ma sar un vino par ris. E, tutto
sorridente, spalanc la sua bella braghetta e spianando il
bischero in aria li scompisci s aspramente e copiosamente che ne
anneg duecentosessantamila quattrocento e diciotto, senza contare
le donne e i fanciulli.
    Un certo numero pot scampare a quella pisciaforte grazie
alla leggerezza dei piedi. E pervenuti sull'altura dov'
l'Universit, sudando, tossendo, sputando e ansimando,
cominciarono a sacramentare e bestemmiare: "Per le piaghe di Dio!
Rinnego Dio! Sangue di Diana, sta un po' a vedere!... Per la
Merdiana! Per la testa di Dio! Das dich Gots leyden schend! Potta
di Cristo! Ventre di San Quenet! Virt di Dio! Per San Fiacre di
Brie! Per San Ringano! F voto a San Teobaldo! Pasqua di Dio!
Buond di Dio! Che il diavolo mi porti! Fede di gentiluomo! Per
Santa Salciccia! Per San Godegrande martirizzato a suon di mele
cotte! Per San Fottino apostolo! Per San Vito! Per Santa Mamica!
siamo inondati par ris! "
    Da quel giorno la citt fu chiamata Paris, mentre, prima si
chiamava, come dice Strabone (lib. IV) Leucezia, cio in greco:
bianchetta, a cagione delle coscie delle dame di Parigi, che sono
bianche.
    E poich inoltre, al momento dell'imposizione del nuovo nome
ciascuno dei presenti bestemmi invocando il santo della sua
parrocchia, a Parigi, (specie di porto di mare dove c' gente
d'ogni razza) gli uomini son per natura forti giocatori forti
giuristi e un tantino arroganti; onde Giovannino de Barranco a
giusto titolo nel libro De copiositate reverentiarum stima che son
detti Parrhesiens, cio, in greco, valenti parlatori.
    Gargantua, dopo la pisciata, considerando i campanoni delle
torri, li fece suonare armoniosissimamente e ci facendo gli venne
in mente che ben potevano servir da sonagli sul collo della sua
giumenta che voleva rimandare al padre carica di formaggi della
Brie e d'aringhe fresche. E infatti se li port a casa.
    Intanto pass un pescaprosciutti, commendatore di
Sant'Antonio per la sua questua suina, il quale avrebbe voluto
portarseli via furtivamente perch il suono lo annunciasse da
lungi e facesse tremare di paura i lardi in sale, ma poi, per
sentimento d'onest li lasci stare; non  che scottassero, gli 
che erano un tantinello pesantucci a portare. Badate che non era
l'antonista di Bourg; quello  un mio carissimo amico.
    Tutta la citt fu in subbuglio. Alle sommosse, come sapete,
sono tanto inclini, che i forestieri stupiscono della pazienza dei
re di Francia i quali non li frenano, come giustizia vorrebbe,
dati gli inconvenienti che sorgono ogni giorno. Ah volesse Dio che
io conoscessi l'officina dove si fabbricano tanti scismi e
macchinazioni, ben io vorrei denunciarla alla confraternita della
mia parrocchia!
    Il popolo dunque, tutto fuor di s e balordo s'adun alla
Sorbona, dov'era allora e ora non  pi, l'oracolo di Leucezia.
    Col fu esposto il caso e fu dimostrato il danno dei
campanoni asportati.
    Dopo aver ben sofisticato pro et contra, fu deliberato a m
di baratipton, doversi inviare a Gargantua i pi anziani e
competenti della facolt di teologia, per dimostrargli quale
orribile inconveniente fosse la perdita delle campane. E
nonostante l'obiezione d'alcuni dell'Universit che l'incarico
meglio s'addiceva a un oratore che a un teologo, l'affare fu
affidato al nostro Mastro Giannotto de Bragmardo.


CAPITOLO XVIII.

Come qualmente Giannotto De Bragmardo fu inviato a Gargantua per
recuperare i campanoni.


    Mastro Giannotto, tonduto alle cesarina e indossato il suo
bravo tiripipion teologale, bene antidotato lo stomaco di
cotognate al forno e d'acqua benedetta... di cantina, si rec
all'abitazione di Gargantua parando avanti a s vitelli dal muso
rosa e traendo dietro cinque o sei maestri inerti unti e bisunti a
gloria dell'economia. Li incontr sull'entrata Ponocrate e
spaventato in vederli cos agghindati, pensava fossero maschere
impazzite fuor di stagione. Poi chiese ad uno dei maestri inerti
della carovana che cosa cercasse quella mascherata. Gli fu
risposto che domandavano la restituzione delle campane.
    Ponocrate corse subito a informarne Gargantua per poter dare
sollecita risposta e deliberare prontamente sul da farsi.
Gargantua, avvertito, chiam in disparte Ponocrate suo precettore,
Filotimo suo maggiordomo, Ginnasta suo scudiero ed Eudemone e li
consult brevemente su ci che doveva fare e rispondere. Tutti
furono d'avviso d'introdurre gl'inviati nel salotto di bevimento e
l che bevessero teologalmente; e intanto perch il catarroso
Giannotto non si gloriasse d'aver ottenuto colla sua richiesta la
restituzione delle campane, mentre egli beveva, si mandassero a
chiamare il Prevosto della citt, il Rettore della facolt e il
Vicario della chiesa, ai quali avrebbe consegnato le campane prima
che il teologo esponesse il suo mandato. Dopo la consegna,
presenti anche i sopravvenuti, avrebbero dato udienza all'arringa
teologale. Cos fu fatto. I chiamati arrivarono e il teologo,
condotto nel bel mezzo della sala, cominci, non senza tossire,
come segue.


CAPITOLO XIX.

L'arringa di Mastro Giannotto De Bragmardo a Gargantua per
recuperare le campane.

    "Ehen, hen, hen,! Mna, dies signore, Mna dies! Et vobis,
signore! Sarebbe un gran bel fatto che ci rendeste le nostre
campane, poich ne abbiamo molto bisogno. Hen, hen, hasc,! Ne
abbiamo rifiutato una volta del bravo danaro sonante dai cittadini
di Londra, in Cahors, e altres da quelli di Bordeaux, nella Brie,
i quali volevano comprarle per la sostantifica qualit della
complessione elementare che  intronificata nella terrestrit
della loro natura quidditativa, per estraniare gli aloni e i
turbini dalle nostre vigne, veramente non nostre, ma poco ci
manca. Poich se perdiamo il sugo di vigna, tutto perdiamo;
sentimento e legge.
    "Se voi ce le restituite per mia richiesta io ci guadagner
dieci spanne di salciccia e un buon paio di brache che saranno una
grazia di Dio per le mie gambe, se no, non mi terranno la
promessa. Oh, per Dio, Domine, un paio di brache non  mica un
pugno in un occhio, et vir sapiens non abhorrebit eam. Ah, ah, non
 mica dato a tutti avere un paio di brache. Io lo so bene per
esperienza personale, pensate, Domine: son diciotto giomi che sto
a rugumare questa bella arringa: Reddite quae sunt Caesaris
Caesari, et quae sunt Dei Deo. Ibi iacet lepus. Date a Cesare quel
ch' di Cesare e date a Dio quel ch' di Dio. Questo 
l'importante.
    "In fede mia, Domine se volete cenare con me in camera corpo
di Dio, charitatis, nos facemus bonum cherubin. Ego occidi porcum
et ego habet bon vino. Faremo una bella baldoria. Ho ammazzato un
maiale e c' buon vino in cantina. Ma di buon vino non si pu fare
cattivo latino. Ors, da parte Dei, date nobis clochas nostra. In
nome di Dio dateci le nostre campane. Tenete, vi regalo in nome
della Facolt, un esemplare dei Sermones de Utino, e utinam, una
buona volta, consegnateci le nostre campane. Vultis etiam
pardonos? Per Diem vos habebitis, et nihil payabitis. Volete
indulgenze? Le avrete per dindirindina, e non pagherete un soldo.
Oh, Signore! Domine clochi dona minor nobis. Per Diana! est bonus
urbis. Tutti se ne servono. Se fanno comodo alla vostra giumenta,
altrettanto alla nostra facolt, la quale  comparata alle
giumente insipienti ed  fatta a loro somiglianza: Quae comparata
est jumentis insipientibus et similis facta est eis, Psalmo nescio
quo, non so pi in quale salmo, e s che l'aveva annotato nei miei
appunti; ed  unum bonum Achilles; argomento capitale. Hen, hen,
ehen, hasch! Ors, ecco vi provo che me le dovete consegnare. Ego
sic argumentor. Onnis clocha clochabilis in clocherio clochando
clochans clochativo clochare fecit clochabiliter clochantes.
Parisius habet clochas. Ergo gluc. Ah, ah ah, questo si chiama
parlare. E in tertio primae in Darii... o altrove. Ah, per l'anima
mia, pass quel tempo che facevo il diavolo a quattro in
argomentare. Presentemente non fo che farneticare: d'ora innanzi
null'altro mi conviene che buon vino, buon letto, buon fuoco alle
spalle, il ventre a tavola e scodella ben profonda. Ahi, Domine vi
prego in nomine patris et Filii et Spiritus Sancti, amen, che
rendiate le nostre campane: e che Dio vi preservi dal male e
insieme Nostra Signora della Salute qui vivit et regnat per omnia
saecula saeculorum, Amen. Hen, hasch shasch, grenhenhasch!
    "Verum enim vero, quando quidem, dubio procul, Edepol quoniam
ita, certe meus, deus fidius, una citta senza campane  come un
cieco senza bastone, un asino senza sottocoda, una vacca senza
sonaglio. E fino a che non ce le avrete restituite non cesseremo
di gridarvi dietro come un cieco senza bastone, di ragliare come
un asino senza sottocoda, di mugghiare come una vacca senza
sonaglio.
    "Un quidam latineggiatore dimorante presso l'Hotel Dieu disse
una volta, allegando l'autorit d'un Taponnus, pardon, volevo dire
Pontanus, poeta secolare, che s'augurava campane di piume con una
coda di volpe per batacchio, perch gli davano la cronica alle
trippe del cervello quando componeva i suoi vermi carminiformi. Ma
nac, patat patat, tira, gira, molla, fu dichiarato eretico, noi
le facciamo come di cera.
    Il teste non ha pi nulla da aggiungere. Valete et plaudite.
Calepinus recensui.



CAPITOLO XX.

Come qualmente il teologo si port il suo panno e come promosse
lite ai Sorbonisti.


    Non appena il teologo ebbe finito, Ponocrate ed Eudemone
scoppiarono a ridere cos profondamente che credettero render
l'anima a Dio, n pi n meno di Crasso quando vide un
coglionaccio d'asino mangiarsi i cardi, e come Filemone il quale
mor a forza di ridere vedendo un asino che mangiava i fichi
preparati pel desinare. Insieme con loro cominci a ridere anche
mastro Giannotto e ridevano a gara tanto da averne le lagrime agli
occhi per la veemente concussione della sostanza cerebrale dalla
quale era stata spremuta quella umidit lagrimale e versata presso
i nervi ottici. Pareva proprio che essi rappresentassero in quel
modo Democrito eracliteggiante ed Eraclito democriteggiante.
    Calmato il riso, Gargantua consult la sua gente sul da
farsi. Ponocrate fu d'avviso che si facesse ribere quel
bell'oratore e poich li aveva divertiti e fatti ridere pi che
non avrebbe fatto Songecreux, gli si regalassero le dieci spanne
di salsiccia menzionate nella allegra arringa, con un paio di
brache, tre centinaia di ciocchi di legno scelto, venticinque
moggi di vino, un letto a triplice strato di piuma anserina e una
scodella ben capace e profonda: tutte comodit, com'egli aveva
detto, necessarie alla sua vecchiaia.
    Detto fatto. Ma Gargantua, dubitando si trovassero l subito
brache adatte a quelle gambe, n sapendo quale foggia meglio
s'attagliasse al detto oratore, se colla martingala ch' il ponte
levatoio del culo, per andar di corpo pi comodamente; oppure alla
marinara per meglio alleviare i rognoni; o alla svizzera per tener
calda la trippa; o a coda di merluzzo per non riscaldare i reni,
gli fece dare sette aune di panno nero e tre di bianchetto per la
fodera.
    La legna fu portata dai facchini; i maestri in arti portarono
le salsiccie e la scodella. Mastro Giannotto volle portare il
panno.
    Uno dei detti maestri, chiamato Jousse Baudouille gli
rimostr che ci non era n decoroso n conveniente allo stato
teologale e ch'era meglio dare il panno a qualcuno di loro.
    - Ah, disse Giannotto, somaro due volte, tu non concludi
affatto in modo et figura. Ecco a che cosa servono le supposizioni
e le parva logicalia. Pannus pro quo supponite?
    - Confuse et distributive, disse Baudouille.
    - Io non ti domando, o somaro, disse Giannotto, quomodo
supponit, ma bens pro quo: pro tibiis meis, s'ha a dire, somaro.
E perci lo porter io, egomet, sicut suppositum portat adpositum.
    E cos lo port lui, alla chetichella, come gi Pathelin.
    Il bello fu quando il tossicoloso, presentandosi
trionfalmente all'assemblea della Sorbona, richiese in compenso le
brache e le salsicce promesse. La Sorbona glie le neg
recisamente, avendole egli ricevute da Gargantua come s'era
risaputo. Egli obbiett che quelle le aveva ricevute gratis e che
la liberalit del donatore non li svincolava dalla loro promessa.
Ci nonostante gli fu risposto che si contentasse d'aver ragione,
che altro non avrebbe ricevuto.
    - Ragione? disse Giannotto. Ma non sta di casa qua dentro!
Traditori, sciagurati, gente da nulla! Non c' sulla terra gente
pi perfida di voi; me n'intendo bene io. Non claudicate davanti a
uno zoppo; son del mestiere. Anch'io appartenni alla vostra
combriccola. Per la coratella di Dio, avvertir il re, degli abusi
enormi che si perpetrano qua dentro per opera e intrigo vostro. E
mi colga la lebbra se non vi faccio bruciar vivi tutti quanti come
sodomiti, traditori, eretici e seduttori, nemici di Dio e di
virt.
    A queste parole stesero un atto d'accusa contro di lui e lui
a sua volta li fece citare. Insomma il processo fu assunto dalla
Corte ed  sempre in corso. I Sorbonicoli per questa faccenda
fecero voto di non pi ripulirsi e Mastro Giannotto coi suoi di
non pi soffiarsi il naso, finch non fosse pronunciata la
sentenza definitiva.
    Ecco la ragione per cui son rimasti fino ad oggi tanto
sporchi e mocciosi; infatti la Corte non ha ancora ben vagliato
tutti i documenti. La sentenza uscir alle prossime calende
greche, cio l'anno del mai. Poich, voi ben lo sapete, i teologi
della Corte superano la natura e vanno contro i loro stessi
articoli. Gli articoli di Parigi cantano chiaro che Dio solo pu
fare cose infinite, che la Natura nulla pu fare d'Immortale: ma
d fine e compimento a tutte le cose da essa prodotte: omnia orta
cadunt etc.
    Questi ingollatori di nebbia invece conferiscono Infinit e
Immortalit ai processi. E ci facendo hanno realizzato e
dimostrato la massima di Chilone Lacedemone consacrata in Delfo,
il quale affermava: Miseria esser compagna di Processo e miseri
essere i litiganti, i quali vedono prima la fine della loro vita
che il riconoscimento del diritto reclamato.



CAPITOLO XXI.

Lo studio e la dieta di Gargantua secondo la disciplina dei suoi
professori sorbonagri.


    Passati cos i primi giorni e rimesse al loro posto le
campane, i cittadini di Parigi riconoscenti all'onest di
Gargantua, gli offrirono di mantenere e nutrire la sua giumenta
finch gli piacesse. E avendo egli gradito l'offerta, la inviarono
a pascolare nella foresta di Bire; ma credo che ora non ci sia
pi.
    Quindi volle mettersi alacremente allo studio sotto la
disciplina di Ponocrate, ma questi, in principio, ordin che
seguitasse secondo il suo costume, affine di comprendere come in
s lungo tempo, gli antichi precettori avessero potuto renderlo
tanto sciocco, zuccone, e ignorante. Egli regolava dunque cos le
sue giornate: si svegliava tra le otto e le nove, facesse chiaro o
no: cos avevano ordinato i suoi pedagoghi teologi allegando il
detto di David: Vanum est vobis ante lucem, surgere:  vano
sorgere prima della luce.
    Poi con sgambetti, salti e capriole faceva un po' di
ginnastica sul letto per meglio destare gli spiriti animali, e si
vestiva secondo la stagione, ma indossava volentieri una grande e
lunga tunica di frisato grosso foderato di volpe; poi si pettinava
col pettine di Almain, cio colle quattro dita pi il pollice,
giacch i suoi precettori gli dicevano che pettinarsi in altro
modo, e lavarsi e pulirsi era una perdita di tempo in questo
mondo.
    Poi cacava, pisciava, vomitava, ruttava, scorreggiava,
sbadigliava, sputava, tossiva, dava il singhiozzo, sternutiva e si
soffiava il naso all'arcidiacona; e faceva colazione, per
combattere la rugiada e l'aria cattiva, con belle trippe fritte,
belle braciole sulle bragie, bei prosciutti, bei capretti arrosto,
e zuppe di prima in quantit. Ponocrate gli rimostr che non
doveva mangiare cos subito appena alzato di letto senza aver
fatto prima un po' di ginnastica. E Gargantua rispose:
    - E che? Non basta voltolarsi nel letto, come ho fatto cinque
o sei volte prima di alzarmi? Papa Alessandro faceva altrettanto
per consiglio del suo medico ebreo e visse fino alla morte, a
dispetto degli invidiosi. I miei maestri cos m'hanno avvezzato
dicendo che la colazione rinforza la memoria e davano per primi
l'esempio del bere. Io me ne trovo benissimo e pranzo anche
meglio. Mastro Tubal, che primeggi tra i licenziati di Parigi al
suo tempo, mi diceva che non era tutto, correre velocemente, ma
che bisognava anche partir di buon ora: parimenti la salute totale
del genere umano non ist nel reiterar sorsate l'una dopo l'altra
come anitre, ma nel cominciare a bere di buon mattino; unde
versus:

            Levarsi all'alba non allieta il cuore;
            Ma tracannare all'alba  assai migliore.

    Dopo una copiosa colazione dunque, andava in chiesa dove gli
portavano, dentro un gran paniere, un grosso breviario
impantofolato, pesante, tra untume, fermagli e pergamena, undici
quintali e sei libbre, poco pi, poco meno. Sentiva ventisei o
trenta messe; intanto capitava il suo elemosiniere ufficiale
imbacuccato come un allocco e col fiato bene antidotato a forza di
sciroppo vinoso.
    Borbottava con esso tutti i suoi Kirie e con tanta attenzione
se li sorbiva, da non lasciarne cadere una goccia.
    Uscendo di chiesa gli conducevano sopra un carro di buoi un
mucchio di rosarii di San Claudio, coi grani grossi quanto lo
stampo d'un berretto; e passeggiando per chiostri, gallerie, o
giardini ne sgranava da solo pi di sedici eremiti.
    Poi studiava una mezzoretta, gli occhi fissi sul libro ma
l'anima in cucina, come diceva il Comico.
    Dopo aver pisciato un orinale pieno, sedeva a tavola. E
poich era per natura flemmatico, cominciava il pasto con qualche
dozzina di prosciutti, di lingue di bue affumicate, di bottarghe,
di salsiccie e simili altre avanguardie del vino. Intanto quattro
camerieri gli gettavano in bocca palate di mostarda l'una dopo
l'altra senza tregua; poi ci beveva su una spaventevole sorsata di
vino bianco per sollevare i rognoni. Quindi mangiava, secondo la
stagione, le carni che desiderava e non cessava di mangiare se non
quando la pelle gli tirava. N a bere conosceva termine o regola,
poich, diceva, solo termine e confine del bere essere quando il
sughero delle pantofole per ringonfiamento si alzasse di un mezzo
piede.


CAPITOLO XXII.

I giochi di Gargantua.


    Poi, borbottando alla grossa un tocco d'orazione di
ringraziamento, si lavava le mani con vin fresco, si curava i
denti scarnificando un piede di maiale e chiacchierava
allegramente coi suoi. Quindi, steso il tappeto verde, mettevan
fuori mucchi di carte, di dadi e scacchiere.
    E l giocava:

    a goffo,             a passadieci,
    a primiera,               a trentuno,
    a rubamazzo,              a pari e sequenza
    a pigliatutto,            ai trecento,
    a trionfo,                ai disgraziati,
    a piccardia,              alla condannata,
    al centro,                a carta voltata,
    alla spinetta,            al malcontento,
    alla sfortunata,               al lanzichenecco,
    alla furba,               al cuc,
    a chi l'ha lo dica,             a tavole intere,
    a piglia,niente,gioca,fuori,     a tavole abbassate,
    a matrimonio,             a rinnegadio,
    al gallo,            al forzato,
    all'opinione,             a dama,
    a chi fa l'uno fa l'altro,       a babuino,
    a sequenza,               a primus secundus,
    all'uvette,               a pi di coltello,
    ai tarocchi,              alle chiavi,
    a cochinverde, chi vince perde    al centro del quadrato,
    al belinato,              a pari e dispari,
    al tormento,              a testa e corona,
    alla ronfa,               alle martore,
    al glic,                 agli aliossi,
    agli onori,               a bilia,
    alla morra,               al ciabattino,
    agli scacchi,             al gufo,
    alla volpe,               a leprottino,
    a campana,                a tirlintana,
    alle vacche,              ad avanti porchetto,
    alla bianca,              alle gazze,
    alla fortuna,             al corno,
    alla zara,                al bue,
    alle tavole,              alla civetta,
    a nicca nocca,            a ti pizzico senza ridere,
    al lurco,            alle beccate,
    alla reginetta,                a sferrar l'asino,
    a sbaraglino,             a trotta gregge tru,
    al trictrac,              a va somaro, su,
    a io mi siedo,            alle vallette,
    alla barba d'oribus,            alla verghetta,
    alla boschina,            alle piastrelle,
    a tira lo spiedo,          a ci sto anch'io,
    alla botte in fiera,            a spegnimoccolo,
    a compare, prestami il tuo       ai birilli,
    sacco,                   al Siam,
    alla coglia di montone,     a palla piatta,
    a buttafuori,             al verrettone,
    ai fichi di Marsiglia           alla lippa,
    alla mosca,               a rosicamerda,
    a dagli, arciere, dagli,    ad Angenart,
    a scuoiavolpe,            alle boccie in corte,
    alla granata,             al volano,
    all'uncino madama,         a scondarella,
    a vender l'avena,          alla pentolaccia,
    a soffiare il carbone,          a mio talento,
    ai responsori,            al mulinello,
    a giudice vivo e giudice    ai giunchetti,
    morto,                   a baston corto,
    a trarre i ferri dal forno,      a prillavola,
    al finto villano,          a mosca cieca,
    ai quagliettini,               al picchetto,
    al gobbo di corte,         alla bianca,
    a San Trovato,        al furetto,
    a pizzica spugnole,        alla seghetta,
    al pero,             al castelletto,
    a pimpompetto,        alla fila,
    a trallalalella trallalal,      alla fossetta,
    al cerchio,               alla trottola,
    alla troia,               alla tromba,
    a ventre contro ventre,     al monaco,
    alle tenebre,             a beccalaglio,
    allo stupito,             alla grola,
    al pallone,               a gallo canta,
    alla spola,               a Colin maliardo,
    a sculaccioni,            a guardargli il muso,
    alla scopa,               allo spione,
    a San Cosimo, vengo ad      al rospo,
    adorarti,            al pallamaglio,
    a lumacone il bruno,            al pistone,
    a vi colgo senza verde,     a bilbochetto,
    a pian pian bel bello se ne      alle regine,
    va quaresima,             ai mestieri,
    a quercia forcelluta,           a testa a testa, o testa a
    a caval per terra,         pi,
    alla coda del lupo,        al pinotto,
    a peto in gola,                a mano morta,
    a Guglielmino, dammi la     ai buffetti,
    mia lancia,               a lavar la cuffia, madama,
    a dondolarsi,             allo staccio,
    ai fasci di tre covoni,         a seminar l'avena,
    alla betulla,             al ghiottone,
    alla mosca,               al molinetto,
    a migna, migna, bue,            a defendo,
    agli spropositi,               alla giravolta,
    a nove mani,              a schioppetto arrabbiato,
    a testa pazza,            a cul per terra,
    a ponte caduto,            all'aratro,
    a bestia morta,                alle fiche,
    a monta monta la scaletta,       alle pernacchie,
    al porco morto,            a pestamostarda,
    a cul salato,             a gambadilegno,
    a l'uccellin vol, vol,        alla ricaduta,
    a caccia al terzo,         a trar le freccie,
    alle piramidi,            a salincerchio,
    a saltacespugli,           alla gru,
    a tagliar la strada,            a taglia taglia,
    alla cutt,                ai biscottini sul naso,
    al quattrino borsa in culo,      agli schiaffi,
    al nido di bozzagro,            ai buffetti.
    al passavanti.

    Dopo aver ben giocato, stacciato, crivellato e passato il
tempo, conveniva bere un pochino, cio undici bigoncie a testa; e
subito dopo banchettare, sopra un banco cio, o sopra un bel
lettone sdraiarsi e dormire due o tre ore senza cattivi pensieri,
n maldicenza. Svegliatosi, scrollava un po' le orecchie e intanto
gli portavano vin fresco e beveva meglio che mai. Ponocrate gli
rimostrava non esser igienico bere dopo dormire.
    - Ma, rispondeva Gargantua, se  proprio questa la vita dei
Padri. Io di mia natura dormo salato e il sonno mi tien luogo
d'altrettanto prosciutto.
    Poi cominciava a studiare un tantino e gi paternostri! Per
meglio snocciolarli nella debita forma, montava sopra una vecchia
mula che aveva servito nove re, e cos, borbottando colla bocca e
dondolando la testa, andava a veder prendere i conigli colle reti.
    Al ritorno entrava in cucina per informarsi quale arrosto
fosse allo spiedo. E cenava benone, in coscienza, e volentieri
convitava qualcuno dei beoni vicini coi quali bevendo a gara,
contavano e il vecchio e il nuovo.
    Frequentavano la casa fra gli altri i signori De Fou, De
Gourville, De Grignault e De Marigny. Dopo cena venivano in
tavola: belli evangeli di legno, vale a dire scacchiere, o il bel
flusso o un due tre o tutti gli altri giochi, tanto per farla
breve, oppure andavano a trovare le ragazze dei dintorni e l
nuovi spuntini e pusigni e ripusigni. Poi dormiva tutto un sonno
filato fino all'indomani alle otto.


CAPITOLO XXIII.

Come qualmente Gargantua fu educato da Ponocrate con disciplina
tale che non perdeva
un'ora del giorno.



    Quando Ponocrate conobbe la maniera sbagliata di vivere di
Gargantua, deliber d'istruirlo nelle lettere in modo diverso: ma
pei primi giorni toller l'antico andamento considerando che la
natura non sopporta mutazioni repentine senza grave malanno.
    Per meglio cominciar l'opera sua supplic un sapiente medico
di quel tempo, nominato Teodoro, che studiasse il possibile per
rimettere Gargantua su miglior via. Egli lo purg, secondo le
regole, con elleboro d'Anticira. Con tal medicina lo guar dal
disordine e dai vizi del cervello, e parimenti gli fe' dimenticare
tutto ci che aveva imparato sotto gli antichi precettori, come
gi usava Timoteo per quei discepoli che erano stati istruiti da
altri musici.
    A meglio ottenere il suo fine, l'introdusse nelle compagnie
dei sapienti di Parigi, a emulazione dei quali gli crebbe l'ardore
e il desiderio di studiare in modo diverso e di far apprezzare il
suo valore.
    Poi gli diede tale indirizzo di studi che non perdeva un'ora
del giorno e dava tutto il suo tempo alle lettere e all'onesto
sapere.
    Si svegliava infatti Gargantua circa le quattro del mattino.
Mentre gli facevano il massaggio, gli si leggeva qualche pagina
della Sacra Scrittura a voce alta e chiara e con pronunzia adatta
alla materia. A questo ufficio era addetto un giovane paggio
nativo di Basch nominato Anagnoste. Secondo l'argomento della
lettura spesso si dava a riverire adorare, pregare, e supplicare
il buon Dio, la maest e i meravigliosi avvedimenti del quale, la
lettura aveva illustrato.
    Poi andava al cesso a fare escrezione della digestione
naturale. Ivi il precettore ripeteva ci che era stato letto
chiarendogli i punti pi oscuri e difficili. Tornando
consideravano lo stato del cielo, se era quale l'avevano lasciato
la sera precedente, in quali segni dello zodiaco entravano il sole
e la luna in quel giorno.
    Ci fatto, mentre lo vestivano, pettinavano, ravviavano,
abbigliavano e profumavano, gli ripassavano le lezioni del giorno
avanti. Egli stesso le recitava a memoria e vi applicava qualche
caso pratico e concernente le umane condizioni. Talora
prolungavano questo esercizio per due o tre ore, ma di solito
tralasciavano quando era completamente abbigliato. Poi per tre
buone ore gli facevano lettura.
    Usciti quindi all'aperto sempre conversando degli argomenti
trattati dalla lettura, andavano al Bracque o nei prati e
giocavano alla pallacorda, al pallone, alla pila trigona,
esercitando gagliardamente il corpo come prima avevano esercitato
la mente. Giocavano in piena libert, interrompendo la partita
quando piaceva loro e cessavano, di consueto, quand'erano vinti
dal sudore o dalla stanchezza. Allora erano ben asciugati e
strofinati, si cambiavano di camicia e passeggiando
tranquillamente andavano a vedere se il pranzo era pronto e in
attesa recitavano chiaramente con eloquenza alcune sentenze
ritenute dalla lezione.
    Intanto veniva Monsignor l'Appetito e a buon punto si
mettevano a tavola. Al principio dei pasti un lettore leggeva
qualche piacevole istoria delle antiche prodezze fino a che
Pantagruele avesse fatto recare il suo vino. Allora, se pareva
opportuno, si continuava la lettura, o cominciavano a conversare
allegramente insieme, parlando, nei primi mesi, della virt,
propriet, efficacia e natura di tutto ci ch'era servito in
tavola: pane, vino, acqua, sale, carni, pesci, frutta, erbe,
radici, e del modo di prepararle. Ci facendo, apprese in poco
tempo tutti i passi concernenti quelle materie, di Plinio, Ateneo,
Dioscoride, Giulio Polluce, Galeno, Porfirio, Appiano, Polibio,
Eliodoro, Aristotele, Eliano e altri. E dopo aver ragionato di
questi autori, per controllare i testi facevano portare i loro
volumi. In tal modo egli apprese a mente cos bene le dette cose,
che non c'era medico, allora, che ne sapesse la met. Dopo
conversavano degli argomenti letti nel mattino e finivano il pasto
con un po' di cotognata.
    Si curava i denti con un ramo di lentisco, si lavava mani ed
occhi con bell'acqua fresca e rendeva grazie a Dio con qualche bel
cantico composto in lode della benigna munificenza divina.
Portavano poi delle carte, non per giocare ma per apprendervi
mille piccole combinazioni e invenzioni tratte dall'aritmetica.
Alla quale tanto s'appassion che tutti i giorni dopo pranzo e
dopo cena si divertiva colla scienza dei numeri quanto prima coi
dadi e le carte. E divenne s profondo nell'aritmetica teorica e
in quella pratica, che l'inglese Tunstal il quale aveva trattato
diffusamente la materia, confess d'essere rimasto, di fronte a
Gargantua, all'abbic.
    E non solamente impar l'aritmetica, ma altre scienze
matematiche come geometria, astronomia, musica. Poich, attendendo
la concezione e digestione degli alimenti, fabbricavano mille
piacevoli strumenti, componevano figure geometriche e parimente
applicavano i canoni astronomici. Poi si divertivano a cantare
cori di quattro o cinque voci accordate musicalmente, oppure
svolgevano un tema cos a capriccio di gola. Degli strumenti
musicali impar a suonare il liuto, la spinetta, l'arpa, il flauto
alemanno e quello a nove fori, la viola e il trombone.
    Passata cos un'ora e finita la digestione, si purgava degli
escrementi naturali, poi si rimetteva al suo studio principale per
tre ore o pi, sia ripassando le cose lette il mattino, sia
proseguendo il libro cominciato, sia esercitandosi a ben tracciare
e comporre la scrittura gotica e la romana.
    Uscivano poi dal palazzo con un giovane gentiluomo, turenese,
lo scudiere Ginnasta, che gl'insegnava l'equitazione. Si cambiava
vesti e montava un corsiero, un ronzino, un ginnetto, un barbero,
un cavallo leggero, e li spingeva alla carriera, li faceva
volteggiare in aria, varcar fossati, saltar palizzate, girare in
tondo stretto, tanto a destra, come a sinistra. E non rompeva
lancie poich  la pi gran sciocchezza del mondo dire: "Ho rotto
dieci lancie in torneo, o in battaglia". Un carpentiere pu fare
altrettanto; buon titolo di gloria  invece con una sola lancia
averne rotto dieci nemiche. Colla sua lancia dunque, acciaiata,
dura e rigida, fracassava una porta, sfondava una corazza,
atterrava un albero, infilava un anello, abbatteva una sella da
battaglia, un usbergo, una monopola ferrata. Ci faceva coperto
d'armatura da capo a piedi.
    Quanto alle bravure e alle acrobazie sul cavallo, nessuno lo
superava. Il volteggiatore di Ferrara non era che una scimmia in
confronto. Abilissimo appariva nel saltare rapidamente dall'uno
all'altro di quei cavalli detti desultori, senza toccar terra:
montava in sella da ciascun lato, colla lancia in pugno e senza
staffe, guidava il cavallo, senza briglia, a suo piacere, poich
tali esercizi sono alla militare disciplina utilissimi.
    Un altro giorno si esercitava al maneggio dell'azza e s
valentemente l'agitava e in rudi puntate sospingeva, e agilmente
mulinando calava, che fu promosso cavaliere d'armi in campagna e
in ogni prova.
    Poi brandiva la picca, impugnava lo spadone a due mani, la
spada bastarda, la spagnuola, la daga, il pugnale, corazzato e non
corazzato, con scudo, con cappa e con rondella.
    Cacciava il cervo, il capriolo, il daino, il cinghiale, le
pernici, i fagiani, le ottarde. Giocava al pallone e lo faceva
balzare in aria e col piede e col pugno. Lottava, correva, saltava
e non a tre passi e un salto, non a pi zoppo, non alla tedesca,
poich, diceva Ginnasta, tali salti erano inutili e di nessun
beneficio in guerra; ma d'un salto varcava un fossato, sorvolava
una siepe, montava di slancio sei passi contro un muro e
s'arrampicava in questo modo a una finestra dell'altezza di una
lancia.
    Nuotava in acqua profonda diritto e arrovesciato, di lato,
movendo tutto il corpo, o i soli piedi, con una mano in aria nella
quale teneva un libro; e cos traversava la Senna senza bagnarlo e
traendo coi denti il suo mantello come Giulio Cesare. Poi
appoggiandosi con una mano entrava in una barca dalla quale si
rituffava a capofitto nell'acqua, sondava il profondo, s'insinuava
tra le roccie, piombava negli abissi e nei gorghi. Quindi girava a
suo piacere la barca, la dirigeva, la spingeva rapidamente, o
adagio, secondo corrente e contro corrente, la fermava nel rapido
delle chiuse, con una mano la guidava e con l'altra schermeggiava
un gran remo, tendeva la vela, s'arrampicava sull'albero per le
sartie, correva sui pennoni, aggiustava la bussola, tendeva le
boline, sbandava il timone.
    Uscito dall'acqua, scalava rudemente la montagna e con pari
franchezza scendeva; montava sugli alberi come un gatto, saltava
dall'uno all'altro come uno scoiattolo e ne abbatteva i grossi
rami come Milone. Con due pugnali aguzzi e due picconi provati,
saliva sul tetto d'una casa come un sorcio e balzava dall'alto a
terra in posizione da non farsi mai alcun male.
    Lanciava il dardo, la sbarra di ferro, la pietra, il
giavellotto, lo spiedo, l'alabarda, tendeva l'arco, e tirava a
forza di reni le forti balestre d'assedio, sparava l'archibugio ad
occhio, affustava il cannone e tirava al bersaglio, al pappagallo,
dal basso in alto, dall'alto in basso, di fianco e all'indietro
come i Parti. Saliva e scendeva con le mani per una corda
attaccata a un'alta torre, con la stessa agilit e sicurezza come
se camminasse sopra un prato ben livellato.
    Si appendeva per le mani ad una pertica sospesa ai capi a due
alberi e andava e veniva colle mani a tale velocit che non si
poteva raggiungerlo correndo.
    E per tenere in esercizio torace e polmoni gridava come cento
diavoli. Io l'ho udito una volta chiamare Eudemone dalla porta di
San Vittore ed ero a Montmartre. Stentore non ebbe tal voce alla
battaglia di Troia.
    Per rinforzare i nervi gli avevano fabbricato due grossi
salmoni di piombo che egli chiamava manubrii, del peso, ciascuno,
di ottomila e settecento quintali; li afferrava uno per mano, li
elevava sopra la testa e cos li teneva tre quarti d'ora e anche
pi, prova di forza inimitabile.
    Giocava alla barra coi pi forti, e quando il momento
venisse, si piantava sui pi rigidamente e sfidava i pi robusti a
smuoverlo dandosi per vinto a chi lo scotesse, come gi faceva
Milone; e ad imitazione di lui serrava una melagrana nel pugno,
regalandola a chi potesse strappargliela.
    Dopo aver occupato cos il suo tempo, gli facevano i
massaggi, si lavava, mutava vestito e se ne ritornava pian piano.
    Passando per prati o altri luoghi erbosi, osservavano gli
alberi e le piante richiamandosi ai libri degli antichi che ne
hanno scritto, come Teofrasto, Dioscoride, Marino, Plinio,
Nicandro, Macerio e Galeno, e ne portavano a piene mani a casa
consegnandole a un giovane domestico chiamato Rizotoma a cui erano
affidati insieme coi marrelli, le vanghe, i zappini, i badili, le
roncole e altri strumenti necessari a ben erborizzare.
    Arrivati a casa, mentre si preparava la cena, ripetevano
passi delle letture fatte e sedevano a tavola.
    Notate qui che il desinare era sobrio e frugale: non mangiava
che per calmare i latrati dello stomaco: la cena invece era
copiosa e larga e tanto vi si cibava quanto gli era necessario per
sostenersi e nutrirsi, che  la vera dieta prescritta da buona e
sicura medicina, checch consiglino in contrario un branco di
sciocchi medici addestrati alla scuola dei sofisti.
    Durante la cena continuava la lettura cominciata a desinare
finch sembrasse opportuno; poi si conversava di argomenti
letterari e utili.
    Dopo l'orazione di ringraziamento si davano a cantare
musicalmente, a suonare strumenti armoniosi, oppure si dilettavano
di piccoli passatempi, colle carte, coi dadi e coi bussolotti e l
restavano allegramente divertendosi qualche volta fino all'ora di
dormire; qualche volta andavano a visitare i crocchi di letterati
o di viaggiatori che giungevano da paesi stranieri.
    Nel pieno della notte, prima di ritrarsi, salivano sulle
terrazze della casa a osservar l'aspetto del cielo, e vi notavano
le comete, se ve ne fossero, e le figure delle costellazioni, le
posizioni, i rapporti, le opposizioni e le congiunzioni degli
astri.
    Poi, insieme col precettore ricapitolava brevemente, all'uso
dei pitagorici, tutto ci che aveva letto, visto, imparato, fatto
o inteso nel corso di tutta la giornata.
    Indi pregavano Dio creatore, adorandolo e confermando la loro
fede in lui, e glorificandolo della sua bont immensa, e
rendendogli grazie di tutto il tempo passato, si raccomandavano
alla sua divina clemenza per tutto l'avvenire.
    Ci fatto andavano a riposare.


CAPITOLO XXIV.

Come qualmente Gargantua occupava il tempo quando l'aria era
piovosa.


    Se faceva tempo piovoso e burrascoso, la mattinata era
occupata come il solito; solo faceva accendere un bello e chiaro
fuoco per correggere l'intemperie dell'aria. Ma, dopo desinare,
invece d'uscire per la ginnastica, restavano a casa e, per
apoterapia, si divertivano a imballare fieno, a spaccare e segar
legna e a battere il grano nel granaio. Poi studiavano pittura e
scultura, o richiamavano in uso l'antico gioco degli aliossi come
lo descrive Leonico e come lo gioca il nostro buon amico Lascaris.
Giocando ricordavano i passi degli antichi autori riferentisi a
tal gioco e qualche metafora da esso suggerita.
    Anche andavano a vedere come si lavoravano i metalli o come
si fondeva l'artiglieria, o i lavori dei lapidari, orefici e
incisori di gemme, degli alchimisti, dei coniatori di monete, dei
fabbricanti di tappezzerie, tessuti e velluti; degli orologiai e
degli specchiai, dei tipografi, dei fabbricanti d'organi, dei
tintori e d'altrettali artigiani e offrendo vino, dappertutto,
potevano conoscere a considerare l'industria e le invenzioni dei
mestieri.
    Andavano a sentire le lezioni pubbliche, gli atti solenni, le
esercitazioni retoriche, i discorsi, le arringhe degli avvocati di
grido, i sermoni dei predicatori evangelici.
    Passava per le sale e luoghi destinati a esercizi di scherma
e l si misurava coi maestri d'ogni arme e mostrava coi fatti di
saperne quanto e pi di loro.
    Invece di erborizzare, visitavano le botteghe dei droghieri,
erboristi, speziali e consideravano accuratamente frutti, radici,
foglie, gomme, sementi, grassi esotici e anche come li
adulteravano.
    Andava a vedere giocolieri, saltimbanchi e ciarlatani e ne
considerava i gesti, le astuzie, le capriole e le belle parlate,
singolarmente di quelli di Chaunys in Picardia, che sono per
natura gran chiacchieroni e abili spacciatori di frottole in
materia di scimmie verdi.
    Ritornati per la cena, mangiavano pi sobriamente degli altri
giorni e carni pi disseccative e meno sostanziose, affinch la
temperie umida dell'aria comunicata ai corpi per necessario
contatto, fosse in questo modo corretta, e non soffrissero
incomodo per non aver fatto ginnastica come il solito.
    Cos fu educato Gargantua, e con questa regola quotidiana
profittava come si comprende dovesse profittare un giovane
giudizioso della sua et, con un esercizio continuo, il quale,
bench sembrasse difficile in principio, diveniva in seguito tanto
dolce, lieve e piacevole da apparire passatempo regale, piuttosto
che studio di scolaro.
    Tuttavia Ponocrate per sollevarlo dalla veemente tensione
mentale, sceglieva, una volta al mese, un giorno ben chiaro e
sereno nel quale uscivano di citt fin dal mattino e andavano o a
Gentilly, o a Boulogne, o a Montrouge, o al ponte di Charanton, o
a Vanves, o a Saint-Cloud. E l passavano tutta la giornata a far
la pi gran baldoria del mondo, scherzando, divertendosi, bevendo,
giocando, cantando, danzando, voltolandosi sull'erba di qualche
bel prato, snidando passerotti, cacciando quaglie, pescando rane e
gamberi.
    Ma, se la giornata passava senza libri e letture, non passava
tuttavia senza profitto, poich ripetevano a memorta dei versi
delle Georgiche di Virgilio, di Esiodo, del Rusticus del
Poliziano, componevano qualche piacevole epigramma latino e lo
traducevano in rond e ballate francesi.
    Banchettando separavano l'acqua dal vino annacquato come
insegna Catone nel De re rustica e Plinio, con un bicchiere fatto
d'edera; lavavano il vino in una bacinella piena d'acqua, poi lo
ritiravano con un imbuto e facevano passar l'acqua da un bicchiere
a un altro; costruivano parecchi piccoli congegni automatici, vale
a dire semoventi da se stessi.


CAPITOLO XXV.

Come qualmente sorse gran conflitto tra i focacceri di Lern e
quelli del paese di Gargantua, onde seguirono grosse guerre.

    In quel tempo, era il principio dell'autunno, stagione delle
vendemmie, i pastori della contrada che facevan guardia alle vigne
per impedire agli stornelli di beccar l'uva, videro i focacceri di
Lern passare presso il quadrivio portando alla citt dieci o
dodici carichi di focaccie.
    Essi chiesero cortesemente che ne vendessero loro qualcuna,
al prezzo del mercato. Notate ch' un mangiar di paradiso, far
colazione d'uva e focaccia fresca; massimamente d'uva pinella, uva
ficarola, moscatella, zibibbo, e d'uva cachereccia, che fa andar
gli stitici come una fontana e spesso credendo scorreggiare se la
fanno addosso, onde son chiamati cuideurs des vendanges.
    Alla richiesta non consentirono i focacceri, anzi, ci ch'
peggio, li insultarono grandemente chiamandoli affamati, sdentati,
buffoni di pel rosso, galeotti, cacainletto, ragazzacci, lime
sorde, fannulloni, leccapiatti, buzzoni, fanfaroni, cattivi
soggetti, zoticoni, rompiscatole, rodibriciole, rodomonti,
fiocchettoni, scimmiotti, lasagnoni, miserabili, macacchi, matti,
zucconi, buggeroni, palloni, pitocchi, bovai da stronzi, pastori
di merda ed altrettali epiteti diffamatori, aggiungendo che non
eran pan pe' lor denti quelle belle focaccie e ch'era anche troppo
per loro grosso pan di crusca e pagnottaccia.
    A quell'oltraggio uno dei pastori chiamato Forgier, onesto e
valente giovanotto, rispose garbatamente:
    - Da quando avete voi messo corna, che siete tanto arroganti?
Diavolo! Una volta ce ne vendevate pure. Ed ora rifiutate! Non 
questo il modo di trattare da buoni vicini; non v'accogliamo mica
cos noi quando venite a comprare il nostro bel frumento per fare
pasticcini e focaccie. In cambio di focaccie vi avremmo dato la
nostra uva; ma per la madre di Dio, potreste pentirvene: o un
giorno o l'altro avrete a fare con noi: verr la nostra volta,
ricordatevene.
    Allora Marchetto, gran gonfaloniere della corporazione dei
focacceri gli disse:
    - Ah, ah che galletto, e che cresta stamattina! Devi aver
mangiato di molto miglio iersera. Vien qua, vien qua che ti dar
le focaccie.
    Forgier, s'avvicin in tutta semplicit e trasse dalla
cintura una moneta pensando che Marchetto gli avesse a
spacchettare qualche focaccia; ma quegli gli men una s rude
frustata sulle gambe da lasciarvi il segno di tutti i nodi, poi si
diede a scappare; ma Forgier, gridando con quanto fiato aveva in
gola: Soccorso! all'assassino! gli avvent il grosso randello che
teneva sotto l'ascella, e lo colp alla giuntura coronale della
testa, sull'arteria crotafica della tempia destra in tal guisa,
che Marchetto stramazz dalla giumenta e meglio sembrava uomo
morto che vivo.
    Intanto i mezzadri che abbacchiavan le noci l presso
accorsero coi loro perticoni e gi addosso ai focacceri come
battessero segala verde. Gli altri pastori e pastore, udendo le
grida di Forgier sopraggiunsero con fionde e bracciali e via a
inseguirli tempestando loro addosso una grandinata di pietre.
Finalmente li raggiunsero e tolsero loro quattro o cinque dozzine
di focaccie; tuttavia li pagarono al prezzo d'uso e diedero loro
un centinaio di noci e tre ceste d'uva bianca. Poi i focacceri
aiutarono a rimontare in sella Marchetto, malamente ferito, e
invece di proseguire per Parilly, ritornarono a Lerne, minacciando
forte i bovai pastori e mezzadri di Seuilly e di Cynays.
    Pastori e pastore invece fecero gran baldoria con quelle
focaccie e bella uva e se la spassarono insieme al suono della
zampogna, ridendosi di que' bei focacceri che avevano avuto mala
sorte per non essersi segnati il mattino con la mano buona. Poi
con sugo di grossa uva canina fecero una bella unzione sulle gambe
di Forgier, che ne fu ben presto guarito.



CAPITOLO XXVI.

Come qualmente gli abitanti di Lern, per comando del re loro
Picrocolo, assalirono d'improvviso i pastori di Gargantua.

    Tornati a Lern i focacceri, senz'altro, prima ancora di
mangiare e bere si recarono sul Campidoglio e l innanzi al re,
chiamato Picrocolo, terzo di questo nome, presentarono i loro
lagni mostrando i panieri rotti, i berretti gualciti, le vesti
lacerate, le focaccie andate in malora e specialmente la enorme
ferita di Marchetto e affermarono che tutto ci era accaduto causa
i pastori e mezzadri di Grangola, sul gran quadrivio dopo Seuilly.
    Il re mont subito in furore e senza pi chiedere n come n
perch, fece gridare il bando per tutto il paese imponendo che
ciascuno sotto pena d'impiccagione convenisse in armi sulla piazza
grande davanti al castello nell'ora del mezzod.
    Per meglio confermare il suo disegno ordin di dar dentro ai
tamburi tutt'intorno alla citt ed egli stesso, mentre preparavano
il desinare, and a far affustare l'artiglieria, spiegare bandiere
ed orifiamme, e caricare gran quantit di munizioni da guerra e da
bocca.
    Desinando distribu i comandi e fu per suo decreto stabilito
che comandasse l'avanguardia il Signore Granpelo con sedicimila e
quattordici archibugieri e trentacinquemila e undici fanti.
    Il Grande Scudiero Toccaleone fu incaricato del comando
dell'artiglieria composta di novecento quattordici grossi pezzi di
bronzo, tra cannoni, doppi cannoni, basilischi, serpentine,
colubrine, bombarde, falconi, passavolanti, spirole e altri pezzi.
    La retroguardia fu affidata al duca Raspadanari, al centro si
tenne il re coi principi del reame.
    Cos sommariamente ordinati, prima di mettersi in marcia
inviarono trecento cavalleggeri sotto gli ordini del capitano
Ingollavento per compiere ricognizioni nella regione e scoprire se
vi fossero imboscate; ma dopo aver accuratamente esplorato,
trovarono tutto il paese intorno tranquillo e silenzioso senza
traccia di genti riunite.
    Ci inteso, Picrocolo comand che tutti marciassero
rapidamente dietro le loro bandiere.
    Si misero dunque in campagna senz'ordine e misura, gli uni
confusi con gli altri, guastando e distruggendo tutto per dove
passavano senza risparmiare n ricco, n povero, n luogo sacro,
n profano; portavano via buoi, vacche, tori, vitelli, manze,
pecore, montoni, capre e caproni, galline, capponi, pollastri,
paperi, oche, maiali, troie, porcellini. Bacchiavano le noci,
vendemmiavano le vigne, estirpando anche le viti, squassavano
tutte le frutta dagli alberi. Facevano un danno incomparabile e
non trovarono alcuno che resistesse: tutti si rendevano a
discrezione e li supplicavano di trattarli pi umanamente,
ricordando che in ogni tempo erano stati buoni vicini e amici,
senza che essi mai avessero commesso n sopruso n offesa contro
loro per essere cos improvvisamente maltrattati; e che Dio li
avrebbe presto puniti. A quelle rimostranze nient'altro
rispondevano se non che volevano insegnar loro a mangiare
focaccie.


CAPITOLO XXVII.

Come qualmente un monaco di Seuilly salv il brolo dell'abbazia
dal saccheggio dei nemici.


    Tanto fecero e tempestarono saccheggiando e rapinando, che
arrivarono a Seuilly, ove spogliarono uomini e donne e portarono
via ci che poterono, nulla trovando troppo caldo o troppo
pesante. Bench la peste fosse nella maggior parte delle case,
entravano dappertutto, rubavano quanto v'era, e ci ch' mirabile,
a nessuno colse malanno; i curati, vicari, predicatori, medici,
chirurghi e farmacisti che andavano a visitare, curare, guarire,
sermoneggiare e consigliare i malati, erano tutti morti del
contagio; a quei diavoli di ladri ed assassini non capit mai
alcun male. Onde procede ci, Signori? Pensateci, ve ne prego.
    Dopo aver saccheggiato il borgo, si recarono all'abbazia con
orribile tumulto, ma la trovarono ben serrata e chiusa, onde
l'esercito principale pass oltre verso il guado della Vde; non
si fermarono che sette bande di fanti e duecento lancie che
abbatterono le mura di cinta per rovinare tutta la vendemmia.
    I poveri diavoli di monaci non sapevano a che santo votarsi.
Ad ogni buon conto fecero suonare ad capitulum capitulantes.
    L deliberarono di fare una bella processione rinforzata di
bei cantici e litanie contra hostium insidias e corroborata di bei
responsi pro pace.
    Era nell'abbazia un monaco claustrale chiamato frate Gianni
degli Squarciatori, giovane, gagliardo, agghindato, di buon umore,
ben destro, ardito, avventuroso, risoluto, alto, magro, ben
tagliato di bocca, ben provvisto di naso, svelto sbrigator di
preghiere, rapido spacciatore di messe, magnifico sbarazzator di
vigilie, e insomma, per farla corta vero monaco in monacheria; e,
quanto al resto, ferrato fino ai denti in materia di breviario.
    Sentendo egli il fracasso dei nemici dentro il recinto della
vigna, usc per vedere ci che fosse e vedendo che vendemmiavano
il vigneto nel quale era il bere di tutta l'annata, ritorna nel
coro della chiesa dov'erano gli altri monaci, tutti sbalorditi
come fonditori di campane, e sentendoli cantare Ini, nim, pe, ne,
ne, ne, ne, ne, ne, ne, tum, ne, num, num, ini, i, mi, i, mi, co,
o, ne, no o, o, ne, no, no, no, rum, ne, num, num:
    - Ah, ah, diss'egli, ben caca... cantato! Ma dovreste,
perdio, cantare:

                Addio panieri, la vendemmia  fatta.

Do l'anima al diavolo se non sono gi nella nostra vigna e se non
tolgono uva e pampini cos bene che, corpo di Dio, non ci sar pi
modo di coglier uva per quattr'anni. E che berremo intanto noi
poveri diavoli, pel ventre di San Giacomo? Oh, Signore Iddio, da
mihi potum!
    - Che fa qui quest'ubriacone, disse il priore del convento,
mettetelo in prigione. Turbare cos il servizio divino!
    - Ma, disse il monaco, il servizio del vino facciamo s che
non sia turbato! poich a voi stesso signor Priore, piace ber del
migliore. E cos fa ogni uomo dabbene; mai uomo nobile odi buon
vino:  questo un apoftegma monacale. Ma le antifone che state ora
cantando non sono di stagione.
    Perch credete che le vostre ore di breviario siano corte al
tempo delle messi e delle vendemmie e lunghe per l'avvento e
durante l'inverno? Il defunto Frate Mac Pelosse di buona memoria,
vero zelatore (o io do l'anima al diavolo) della nostra religione,
mi disse, lo ricordo, che cos era perch in questa stagione, si
possa ben pigiare e fare quel vino che d'inverno s'ha poi a bere.
    Ascoltatemi, signori! Chi ama il vino, corpo di Dio, mi
segua! E arditamente, e che mi bruci Sant'Antonio se gusteranno
pi il sugo coloro che non soccorsero la vigna! I beni della
chiesa, ah ventre di Dio! Ah, no, no! Diavolo! Per essi volle
morire San Tommaso l'Inglese! Se morissi anch'io non sarei santo
del pari? Ma non morr tuttavia, poich io far morire gli altri.
    Ci dicendo si sbarazz della lunga tonaca, afferr l'asta
della croce che era di cuor di corniolo, lunga come una lancia,
tonda e adatta a bene impugnarsi e incisa qua e l di fiori di
giglio quasi totalmente scomparsi. Salt fuori in casacca colla
sua cocolla a m di sciarpa e coll'asta della croce piomb di
colpo sui nemici. Vendemmiavano essi nella vigna senza bandiere,
n tromba, n tamburo, poich i portaguidoni e portabandiera
avevano lasciato guidoni e bandiere presso il muro e i tamburini
avevano sfondato da una parte i tamburi per riempirli d'uva, le
trombe erano cariche di grappoli e di tralci, tutti erano
sbandati. Egli dunque, cos tremendamente piomb loro addosso
senza dir n ahi n bai, che li rovesciava come porci picchiando
per diritto e per traverso secondo la vecchia scherma.
    Agli uni sfracellava il cervello, agli altri spezzava braccia
e gambe, ad altri slogava le vertebre del collo, ad altri demoliva
le reni, asportava il naso, sacramentava gli occhi, fendeva le
mascelle, cacciava i denti in gola, sfondava gli omoplati,
stritolava le gambe, sgangherava gli ischi, frantumava le ossa.
    Se qualcuno tentava nascondersi tra i pampini pi spessi, gli
sbriciolava la spina dorsale e lo stroncava come un cane.
    Se qualcuno voleva salvarsi fuggendo, gli faceva volar la
testa a pezzi fracassandogli la sutura lamboidale.
    Se qualcuno si arrampicava sopra un albero, pensando mettersi
al sicuro, lo impalava colla sua asta per il culo.
    Se qualche vecchio suo conoscente gli gridava:
    - Oh, frate Gianni, amico mio, Frate Gianni, io m'arrendo!
    - Per forza! esclamava egli; ma insieme renderai l'anima a
tutti i diavoli.
    E gi botte. E se alcuno fosse stato s temerario da
resistergli di fronte, allora mostrava la forza de' suoi muscoli e
gli trapassava il petto traforando mediastino e cuore.
    Ad altri, picchiando tra costa e costa, arrovesciava lo
stomaco e morivano sull'istante.
    Altri colpiva s fieramente all'ombelico che gli uscivano le
trippe. Ad altri attraverso i coglioni traforava il budello
culare. Era, credete, il pi orribile spettacolo che si vedesse
mai.
    Gli uni gridavano: Oh Santa Barbara!
    Gli altri: Oh, San Giorgio!
    Gli altri: Oh, Santa Nytouche!
    Gli altri: Oh, Madonna di Cunault! di Loreto! delle Buone
Novelle, della Lenou! della Riviera!
    Gli uni si votavano a San Giacomo; gli altri al santo sudario
di Chambery, ma s'incendi tre mesi dopo talch non se ne pot
salvare un brandello; gli altri a quello di Cadouyn; gli altri a
San Giovanni d'Angery; gli altri a Sant'Eutropio di Saintes, a San
Massimo di Chinon, a San Martino di Candes, a San Claudio di
Sinays, alle reliquie di Javrezay e a mille altri buoni santucci.
    Gli uni morivano senza parlare, gli altri parlavano senza
morire; gli uni morivano parlando gli altri parlavano morendo.
    Altri ancora gridavano a gran voce: "Confessione!
Confessione! Confiteor! Miserere! In Manus!"
    Fu s grande il gridare dei feriti che il priore dell'abbazia
e tutti i monaci uscirono e quando videro quella povera gente
caduta nella vigna e ferita a morte, ne confessarono qualcuno. Ma
mentre i preti s'indugiavano a confessare, i fraticelli corsero al
luogo dov'era Frate Gianni e gli domandarono come potessero
aiutarlo. Ed egli rispose che sgozzassero i caduti. Ed essi,
appese le loro gran cappe a un pergolato vicino, cominciarono a
sgozzare e finire i feriti a morte. E sapete con quali ferri?
Colle roncolette, quei piccoli mezzi coltelli coi quali i ragazzi
sbucciano le noci.
    Poi, Frate Gianni, sempre colla sua brava croce, raggiunse la
breccia che avevano fatta i nemici. Alcuno dei fraticelli
portarono nelle loro camere bandiere e guidoni per farsene delle
giarrettiere. Ma quando quelli che s'erano confessati vollero
uscire da quella breccia, il monaco li tempestava di colpi
dicendo:
    - Questi qui son confessati e pentiti, hanno guadagnato
l'indulgenza e se ne vanno in paradiso dritti come un falcetto o
come la strada della Faye.
    Cos, per la sua prodezza furono sbaragliati tutti i soldati
entrati nella vigna in numero di tredicimila seicento e
venticinque, senza contare le donne e i bambini, sempre
sottinteso.
    Mai e poi mai l'eremita Maugis fu s valoroso col suo bordone
contro i Saraceni, come  scritto nelle Geste dei quattro figli
d'Aimone, quanto il nostro monaco contro i nemici coll'asta della
croce.


CAPITOLO XXVIII.

Come qualmente Picrocolo prese d'assalto la Roche Clermault e con
quale dolore e difficolt Grangola si mise in guerra.


    Mentre il monaco scaramucciava, come abbiamo detto, contro
gl'invasori della vigna, Picrocolo rapidissimamente pass co' suoi
il guado della Vde, assal la Roche Clermault senza trovar
resistenza ed essendo gi notte deliber di alloggiare colle sue
genti nella citt e ristorarsi del brucior della collera.
    Il mattino prese d'assalto i bastioni e il castello e lo
fortific a modo, fornendolo delle munizioni necessarie, poich
pensava di ritrarsi col caso mai fosse assalito da altre parti,
essendo il luogo forte e per arte e per natura, grazie alla
situazione e posizione sua.
    Ma ora lasciamoli l e torniamo al nostro buon Gargantua
rimasto a Parigi tutto inteso allo studio delle buone lettere e
agli esercizi ginnastici, torniamo al buon vecchio Grangola suo
padre che, dopo cena, si riscalda i coglioni a un bello chiaro e
gran fuoco intento ad arrostir le castagne e a far disegni sulla
cenere, col paletto bruciato all'un dei capi col quale si attizza
al fuoco, raccontando alla sua donna e ai famigliari belle storie
del tempo andato.
    Uno dei pastori che facevano guardia alle vigne, nominato
Pierotto, si rec da lui in quell'ora e raccont per filo e per
segno le violenze e il saccheggio che Picrocolo, re di Lern,
commetteva nelle sue terre e domini, e come aveva depredato guasto
e saccheggiato tutto il paese, eccetto la vigna di Seuilly
salvata, ad onor suo, da Frate Gianni degli Squarciatori, e come
presentemente il detto re fosse colle sue genti alla Roche
Clermault dove si fortificava in gran fretta.
    Ahim! Ahim! disse Grangola, che  questo, buona gente?
Sogno od  vero ci che mi si dice? Picrocolo mi viene ad
assalire! Picrocolo il mio vecchio amico d'ogni tempo, e di tutta
la mia razza e parentela! Chi lo muove? Chi lo punge? Chi lo mena?
Chi l'ha cos consigliato? Oh! Oh! Oh! Oh! Oh! Mio dio, mio
Salvatore, aiutami, ispirami, consigliami sul da farsi. Io affermo
davanti a te - cos mi sia concesso il tuo favore - che mai feci a
lui dispiacere, n danno alle sue genti, n saccheggio alle sue
terre; anzi, per contro, l'ho soccorso di uomini, di danaro, di
favore e di consiglio in tutti i casi che ho potuto conoscere
l'utile suo. S'egli mi ha oltraggiato a questo segno non pu
derivare che dallo spirito maligno. Buon Dio, tu conosci il mio
cuore, ch a te nulla pu essere celato; se per caso fosse
diventato furioso e tu me l'avessi inviato qui per risanare il suo
cervello, concedimi di potere e sapere renderlo con buona cura al
giogo del tuo santo volere.
    Oh! Oh! Oh! mie buone genti, miei amici, miei fedeli
servitori, bisogner che io vi disturbi per aiutarmi? Ahim! La
mia vecchiaia non domandava d'ora innanzi che riposo; in tutta la
mia vita non ho cercato che pace, ma bisogna, lo vedo bene, che
ora carichi d'armatura le mie povere spalle stanche e deboli e che
la mia mano tremante impugni la lancia e la mazza per soccorrere e
difendere i miei poveri sudditi. E a ben giusta ragione, se dal
loro lavoro son mantenuto, del loro sudore nutrito, io, i miei
figlioli, la mia famiglia.
    Tuttavia non mover guerra che prima non abbia tentato tutte
le arti e vie della pace, in questo son fermo.
    Fece dunque convocare il consiglio e presentata la situazione
cos come stava, fu concluso che s'inviasse a Picrocolo un uomo
prudente a chiedere perch cos d'improvviso avesse rotto la pace
invadendo terre alle quali non aveva nessun diritto: inoltre che
si mandasse a chiamare Gargantua e la sua gente per difendere il
paese in questo frangente.
    Piacquero a Grangola le proposte e comand che cos si
facesse.
    Invi dunque subito il Basco, suo domestico, a cercare in
tutta fretta Gargantua e gli scrisse cos come segue:


CAPITOLO XXIX.

Il tenore della lettera che Grangola scrisse a Gargantua.


    "Il fervore de' tuoi studi richiedeva che per lungo tempo non
ti distraessi da cotesta filosofica quiete, se la mancata fede dei
nostri antichi amici e confederati non minacciasse ora la
sicurezza della mia vecchiaia. Ma poich vuole questo fatale
destino che da coloro io sia inquietato nei quali pi riponeva
fiducia, mi  forza richiamarti a difesa delle genti e dei beni
che per naturale diritto ti son confidati.
    Poich, come deboli sono le armi all'esterno se non  senno
nella propria casa, cos vano  lo studio e inutile il senno se in
tempo opportuno non siano adoperati e con virt messi in atto.
     mio proposito non provocare anzi recar pace; non assalire,
ma difendere; non conquistare, ma proteggere i miei fedeli sudditi
e le terre ereditarie nelle quali Picrocolo  entrato da nemico
senza causa n ragione, e va proseguendo la sua pazza impresa con
violenze non tollerabili da persone libere.
    Ho creduto mio dovere, per calmare la sua collera e
prepotenza, di offrirgli quanto pensavo potesse soddisfarlo e pi
volte gli ho inviato amichevoli messaggi per sapere in che, da chi
e come si sentisse oltraggiato: ma non ebbi per tutta risposta che
la sua intenzione di sfidarmi, non altro diritto egli accampando,
che di fare sulle mie terre ci che gli aggrada. Onde ho
conosciuto che il Sempiterno Iddio l'ha abbandonato alla guida del
suo solo arbitrio e della sua passione la quale non pu essere che
cattiva se dalla grazia divina non  continuamente illuminata.
Certo, per contenerlo nel dovere e rimetterlo in senno, Dio l'ha
inviato contro me con ostili bandiere.
    Pertanto, figlio mio amatissimo, appena ricevuta qluesta
lettera, il pi presto che potrai, ritorna in fretta a soccorrere
non tanto me (come tuttavia per naturale piet  tuo dovere)
quanto i tuoi che di ragione puoi salvare e proteggere.
    L'impresa sar condotta colla minore effusione di sangue; e,
se sia possibile, coi pi adatti congegni, colle precauzioni ed
astuzie di guerra, salveremo tutti gli uomini e li rimanderemo
lieti alle loro case.
    La pace di Cristo, Redentore nostro, sia con te, figlio
carissimo. Saluta per me Ponocrate, Ginnasta, Eudemone.
    Il giorno ventesimo di Settembre.
                            Tuo padre Grangola".


CAPITOLO XXX.

Come qualmente Ulrico Galletto fu inviato a Picrocolo.


    Dettata e firmata la lettera, Grangola ordin che il suo
referendario Ulrico Galletto, uomo saggio e discreto, del quale
aveva sperimentato la virt e il senno in diversi affari
contenziosi, andasse a Picrocolo per rimostrargli ci che da loro
era stato deliberato.
    Part subito il buon Galletto e, passato il guado, domand al
mugnaio notizie di Picrocolo. Il mugnaio gli disse che le
soldatesche non gli avevan lasciato n gallo n gallina, ch'erano
chiusi a La Roche Clermault e lo sconsigliava di procedere oltre
per paura delle sentinelle: erano furibondi.
    Galletto non ebbe difficolt a crederlo e per quella notte
alloggi dal mugnaio.
    L'indomani mattina si rec col trombettiere alla porta del
castello e chiese alle guardie che gli lasciassero parlare al re
per suo bene.
    Il re avvertito, non consent gli si aprisse la porta, ma
sal sui bastioni e disse all'ambasciatore:
    "Che c' di nuovo? Che avete da dire?"
    E l'ambasciatore espose l'ambasciata come segue:


CAPITOLO XXXI.

L'arringa di Galletto a Picrocolo.


    "Nessuna pi giusta cagion di dolore pei mortali che
l'incontrare offesa e danno l dove per diritto operare speravano
favore e benevolenza.
    E non senza causa (se pure senza ragione) molti in quella
disgrazia caduti, hanno tale iniquit stimato men tollerabile
della lor propria vita e non pervenendo, n per forza, n per
ingegno a porvi riparo, di propria mano, si privarono della luce.
    Non  dunque meraviglia se alla tua furiosa e ostile
invasione l'animo del re Grangola, mio sovrano, di fiero dolore 
percosso e la sua mente turbata. Meraviglia sarebbe se non
l'avessero commosso gli eccessi incomparabili che sulle sue terre
e sui sudditi suoi sono stati da te e dalle tue genti perpetrati,
nessun esempio d'inumanit risparmiando, di che tanta afflizione
ha sofferto, per l'affetto cordiale onde ai sudditi fu sempre
legato, che alcun uomo mortale pi non potrebbe. Tuttavia oltre
ogni umano credere pi grave gli  che le offese e i torti gli
vengano da te e da tuoi. Infatti, a memoria d'uomo tu e i padri
tuoi con lui e gli antenati suoi avevate tale amicizia contratta,
che fino ad oggi come sacra fu inviolabilmente osservata,
conservata e mantenuta, talch non solamente lui e i suoi, ma
anche le nazioni barbare del Poitou, di Bretagna, del Mans, e
quelle che abitano oltre le isole di Canaria e Isabella, hanno pi
facil cosa reputato demolire il firmamento e inalzare gli abissi
fin sopra le nubi, che rompere l'alleanza vostra, e tanto l'hanno
nelle loro imprese temuta, che mai osarono provocare, irritare, e
danneggiare l'uno per timore dell'altro.
    Ma c' di pi. La fama di questa sacra amicizia tanto ha di
s riempito il cielo che poche genti oggi vivono e abitano per
tutto il continente e le isole dell'oceano, che non abbiano
ambiziosamente aspirato esser in quella ricevute a patti da voi
stessi fissati, perocch l'essere con voi confederati non meno
stimarono delle loro stesse terre e dei loro propri domini; di
guisa che, a memoria d'uomo, mai non fu n principe, n lega tanto
efferata o superba che abbia osato assalire non dico le terre
vostre, ma neanche quelle dei vostri confederati, e se pure con
inconsulta precipitazione hanno contro essi attentato qualche
novit, appena saputo il nome e titolo della vostra alleanza,
subitamente dall'impresa desistettero.
    Qual furia dunque, rotta ogni alleanza, conculcata ogni
amicizia, infranto ogni diritto, ti move ora a invadere da nemico
le sue terre, senza essere stato da lui n da' suoi danneggiato,
irritato, provocato?
    Dov' la fede? Dove la legge? Dove la ragione? Dove la
umanit? Dove il timor di Dio? Credi tu che questi oltraggi
restino celati agli spiriti eterni e a Dio sovrano che  giusto
retributore delle nostre imprese? Se cos credi t'inganni: ogni
azione cadr sotto il suo giudizio.  forse fatalit di destino e
influsso d'astri che vuol metter fine alla tua comodit e
tranquillit? Certo tutte le cose hanno loro corso e loro fine e
quando sono al sommo pervenute, ruinano in basso poich non
possono a lungo in tale stato dimorare. Ed  la sorte di quelli
che non possono con ragione e temperanza le loro fortune e
prosperit moderare.
    Ma se cos era destinato, se dovesse ora la tua fortuna e
quiete finire, era necessario che ci avvenisse recando torto al
mio re, quello per il quale tu regnavi? Se la tua casa deve
rovinare, occorreva proprio che nella sua rovina cadesse sui
focolari di colui che l'aveva adornata? Ci  tanto fuor dei
termini di ragione, tanto aborrente dal senso comune, che appena
pu esser concepito da umano intelletto, e rimarr non credibile
tra gli stranieri fino a quando le conseguenze accertate e provate
dimostrino come nulla sia santo n sacro per coloro che si sono
allontanati da Dio e dalla Ragione e per seguire le loro
inclinazioni perverse.
    Se qualche torto fosse stato fatto da noi ai tuoi sudditi, ai
tuoi domini; se avessimo favorito i tuoi nemici; se nelle tue
vicende non ti avessimo soccorso; se il tuo nome e l'onor tuo
fossero stati da noi feriti, o, per meglio dire, se lo spirito
calunniatore che tenta trarti a male, avesse con false apparenze e
illusori fantasmi messo nella tua mente che avessimo contro te
operato cose non degne della nostra antica amicizia, tu dovevi
prima investigare la verit, poi ammonirci, e noi ti avremmo dato
soddisfazioni tali che avresti avuto occasione d'essere contento.
Ma, oh eterno Iddio! che impresa  codesta tua? Vorresti tu come
perfido tiranno saccheggiare e rovinare il reame del mio Signore?
L'hai tu trovato tanto ignavo e stolto che non volesse, o tanto
privo di genti, di danaro, di senno e d'arte bellica, che non
potesse resistere ai tuoi iniqui assalti?
    Diprtiti ora di qua, ed entro il giorno di domani ritorna
nelle tue terre senza commettere nella ritirata, n tumulti n
violenze, e paga mille bisanti d'oro pei danni recati al nostro
territorio. La met consegnarai domani, l'altra met pagherai agli
idi del maggio prossimo venturo, lasciandoci intanto per ostaggio
i duchi di Giramola, di Culobasso e di Minutaglia insieme col
principe Grattina e il visconte delle Piattole".


CAPITOLO XXXII.

Come qualmente Grangola, per ottener pace, fa restituire le
focaccie.


    Quando il buon Galletto si tacque, Picrocolo, a tutti i suoi
argomenti altro non rispose se non: "Veniteli a prendere, veniteli
a prendere. Hanno bei coglioni e molli: v'ammaniranno focaccia".
    Tornato Galletto a Grangola, lo trov in ginocchio, chino, a
capo scoperto, in fondo alla sua camera pregando Dio che volesse
calmare la collera di Picrocolo e ricondurlo alla ragione evitando
si ricorresse alla forza. Quando vide il buon uomo di ritorno, gli
domand:
    - Ah, amico mio, amico mio, che notizie recate?
    - Va tutto alla rovescia, disse Galletto, quell'uomo 
forsennato e abbandonato da Dio.
    - Ma insomma, amico mio, disse Grangola, con qual ragione
giustifica i suoi eccessi?
    - Nessuna ragione m'ha esposto; solo disse con collera
qualche parola sulle focaccie. Non so se sia stato fatto oltraggio
ai suoi focacceri.
    - Voglio ben chiarire la cosa, disse Grangola, prima di
deliberare il da farsi.
    Allora chiese informazioni sulla faccenda e trov per vero
che erano state tolte delle focaccie alle genti di Picrocolo e che
Marchetto aveva ricevuto una randellata sul capo, tuttavia che il
tutto era stato ben pagato e che Marchetto per primo aveva ferito
Forgier con una frustata alle gambe. Il consiglio unanime fu di
parere si corresse alla difesa con tutte le forze. Ciononostante
Grangola disse:
    - Troppo m'incresce mover guerra; e poich non si tratta che
di qualche focaccia procurer dargli soddisfazione.
    S'inform adunque quante focaccie erano state prese e
sentendo quattro o cinque dozzine, comand se ne fabbricassero
cinque carrettate in quella notte istessa, e una carrettata fosse
tutta di focaccie confezionate con bel burro, bel tuorlo d'ovo,
bel zafferano e belle spezie, questa per Marchetto, al quale, come
risarcimento, dava inoltre settecentomila e tre filippi per pagare
i barbieri che l'avevano curato, e come soprappi, la masseria
della Pomardire franca da gravami per lui e i suoi a perpetuit.
Per condurre il tutto fu inviato Galletto il quale per via fece
cogliere presso la Saulsaye molte belle canne e ne fece adornare
carrette e carrettieri, egli stesso ne prese una in mano volendo
mostrare cos, che solo pace cercavano e andavano a chiederla.
    Giunti alla porta chiesero di parlare a Picrocolo da parte di
Grangola. Picrocolo non volle n lasciarli entrare, n andare a
parlare con loro; mand a dire che era occupato, ma che
esponessero ci che volevano al capitano Toccaleone che stava
affustando alcuni pezzi sulle mura.
    Il bravo Galletto cos gli disse:
    "Signore, per metter fine a tutto questo conftitto e togliere
ogni pretesto di non tornare alla primitiva alleanza, siamo venuti
a restituirvi le focaccie onde sorse la controversia. Cinque
dozzine ne presero le nostre genti e furono ben pagate. Ma noi
tanto amiamo la pace, che ve ne restituiamo cinque carrette, delle
quali questa sar per Marchetto che pi si duole. E di pi, per
soddisfarlo interamente, ecco settecentomila e tre filippi che gli
consegno, e, per gl'interessi che potesse pretendere, gli cedo la
masseria della Pomardire in possesso a perpetuit per lui e suoi,
franca da gravami; ecco qui il contratto della transazione. E, in
nome di Dio, viviamo d'ora innanzi in pace e voi ritiratevi nelle
vostre terre lietamente, lasciando libera questa citt alla quale
non avete alcun diritto, come riconoscerete. E amici come prima".
    Toccaleone rifer tutto a Picrocolo ed eccit vieppi l'animo
suo dicendogli:
    - Hanno una bella paura quei tangheri! Quel povero beone di
Grangola se la fa addosso, per Dio! A vuotar fiaschi, a quello s
ch' bravo, ma guerreggiare non  affar suo. Io sono di avviso che
ci teniamo focaccie e filippi, e quanto al resto affrettiamoci a
compiere qui le fortificazioni e a proseguire la nostra impresa.
Ma pensano forse d'aver a fare con un minchione volendovi
rimpinzar di focaccie? Ecco l'effetto del buon trattamento e della
grande famigliarit colla quale li trattavate prima: vi spregiano:
ungi villano ed ei ti punge; pungi villano ed egli ti unge!
    - Su, su, su, disse Picrocolo, per San Giacomo! sapranno chi
sono! Fate ci che avete detto.
    - D'una cosa, disse Toccaleone, voglio avvertirvi: stiamo
maluccio a vettovaglie, e magramente provvisti di munizioni da
bocca. Se Grangola ci assediasse andrei senz'altro a farmi
arrancar tutti i denti, meno tre, a me e alle vostre genti; con
tre n'avremmo d'avanzo pei viveri che abbiamo.
    - Di viveri ce n' anche troppo, disse Picrocolo; siamo noi
qui per mangiare o per battagliare?
    - Per battagliare, per battagliare, rispose Toccaleone; ma
dalla panza vien la danza, ed ove fame sta, la forza se ne va.
    - Eh, quante ciancie! disse Picrocolo. Impadronitevi di ci
che hanno portato.
    Presero dunque danaro, focaccie, buoi e carrette e rinviarono
gli uomini senz'altro dire se non che d'allora in poi stessero a
rispettosa distanza, per una buona ragione, che avrebbero detto
loro l'indomani... E quelli, a mani vuote, tornarono a Grangola e
gli raccontarono tutto aggiungendo non rimanere speranza alcuna
d'indurre a pace il nemico se non con fiera e forte guerra.


CAPITOLO XXXIII.

Come qualmente certi ministri di Picrocolo con avventato consiglio
lo trassero agli estremi rischi.


    Prese le focaccie, comparvero davanti a Picrocolo il duca di
Minutaglia, il conte Spadaccino, e il capitano Merdaglia, i quali
gli dissero:
    - Sire, oggi noi vi rendiamo il pi avventurato e
cavalleresco principe che vivesse mai, dalla morte di Alessandro
il Macedone.
    - Tenete, tenete il cappello in capo, disse Picrocolo.
    - Grazie, risposero essi. Sire, noi siamo qui a compiere il
nostro dovere. E il piano  questo:
    "Voi lascierete qui di guarnigione qualche capitano con una
piccola banda per guardar la piazza che ci sembra abbastanza forte
sia per natura, sia per le fortificazioni compiute secondo il
vostro disegno. Voi dividerete l'esercito in due parti come vi
parr meglio. L'una piomber addosso a Grangola e alle sue genti
che al primo scontro resteranno facilmente sconfitti. Allora
avrete danaro a iosa, ch il villanzone ce n'ha della moneta;
villanzone, diciamo, perocch un veramente nobile principe non ha
mai un soldo, tesoreggiare  da villano. L'altra parte
dell'esercito intanto volger verso Aunis, Saintonge, l'Angoumois,
la Guascogna, il Perigord, Medoc e le Lande. Senza incontrare
resistenza prenderanno citt, castelli e fortezze. A Baiona, Saint-
Jean-de Luz e Fontanarabia v'impadronirete di tutte le navi e
costeggiando la Galizia e il Portogallo, saccheggierete tutti i
luoghi marittimi fino a Lisbona dove troverere il rinforzo di ogni
equipaggio necessario ad un conquistatore. La Spagna s'arrender,
per Dio, non sono che bifolchi. Voi passerete per lo stretto di
Gibilterra; l erigerete due colonne pi magnifiche di quelle
d'Ercole a memoria perpetua del vostro nome e quello stretto sar
chiamato il mar Picrocolino. Passato il mar Picrocolino, ecco
Barbarossa che si rende vostro schiavo...
    - Resa a discrezione, disse Picrocolo.
    - Certo, dissero essi, purch si faccia battezzare.
Espugnerete il reame di Tunisi, di Biserta, Algeri, Bona, Cirene,
insomma tutta Barberia. Passando oltre occuperete Maiorca,
Minorca, la Sardegna, la Corsica, e altre isole del Mar Ligustico
e Baleare. Costeggiando a sinistra dominerete tutta la Gallia
Narbonese, la Provenza. gli Allobrogi, Genova, Firenze, Lucca e
buonanotte a Roma! Il povero signor papa muore gi di paura.
    - In fede mia, disse Picrocolo, non io andr a baciargli la
pantofola.
    - Presa l'Italia, ecco Napoli, la Calabria, la Puglia e la
Sicilia messe a sacco e anche Malta. Vorrei ben vedere che quegli
allegri cavalieri, gi di Rodi, vi resistessero! Li facciamo
pisciare addosso!
    - Andrei volentieri a Loreto, disse Picrocolo.
    - No, no, dissero essi, ce la riserviamo pel ritorno. Quindi
prendiamo Candia, Cipro, Rodi, e le isole Cicladi, e ci avviamo
alla Morea. L'abbiamo in mano: oh, San Tregnano, Dio guardi
Gerusalemme, poich il sultano non pu competere con la potenza
vostra!
    - Io far dunque costruire, disse egli, il tempio di
Salomone.
    - Non ancora, obbiettarono essi, aspettate un po'. Non siate
mai tanto subitaneo nelle vostre imprese. Sapete che cosa diceva
Ottaviano Augusto? Festina lente. Prima vi conviene avere l'Asia
Minore, la Caria, la Licia, la Panfilia, la Cilicia, la Lidia, la
Frigia, la Misia, la Bitinia, la Carazia, la Satalia, Samagaria,
Castamena, Luga, Sebaste, fino all'Eufrate.
    - Vedremo, disse Picrocolo, Babilonia e il monte Sinai?
    - Non  necessario, ora, dissero. Non abbiamo avuto gi
abbastanza da fare, diavolo, traversando il Mare Ircano,
cavalcando le due Armenie e le tre Arabie?
    - In fede mia, diss'egli, siamo fuor di noi. Ah, povere le
mie genti!
    - Perch? chiesero essi?
    - Perch? E che berremo noi in quei deserti? Giuliano Augusto
e tutto il suo esercito vi morirono di sete, come si racconta.
    - Ma noi, obbiettarono, abbiamo gi provveduto a tutto. Nel
Mar Siriaco voi avete novemila e quattordici grandi navi cariche
dei migliori vini del mondo; esse sono giunte a Giaffa. L si
trovavano due milioni e ducentomila cammelli e mille seicento
elefanti che voi avrete preso in una caccia intorno a Segelmessa,
quando entraste in Lidia e inoltre aveste tutte le carovane della
Mecca. Non vi fornirono esse vino a sufficienza?
    - S, diss'egli, ma non era fresco.
    - Corpo d'un pesce e di non piccola statura! esclamarono
essi, ma un prode, un conquistatore, un pretendente e aspirante
all'Impero Universo non pu sempre avere tutti i suoi comodi.
Ringraziate Iddio che siete arrivato sano e salvo, voi e le vostre
genti, fino al fiume Tigri!
    - Ma, diss'egli, che cosa fa intanto la parte del nostro
esercito che ha sbaragliato quel villano beone di Grangola?
    - Eh, non se ne stanno con le mani in mano, risposero. Noi li
incontreremo ben presto. Essi vi hanno conquistato la Bretagna, la
Normandia, le Fiandre, l'Haynault, il Brabante, l'Artois,
l'Olanda, la Zelanda. Hanno traversato il Reno passando sul ventre
degli Svizzeri e dei Lanzichenecchi e parte d'essi hanno
soggiogato il Lussemburgo, la Lorena, la Champagne, la Savoia fino
a Lione, dove hanno trovate le vostre guarnigioni reduci dalle
conquiste navali del mare Mediterraneo, e si sono riuniti in
Boemia dopo aver messo a sacco la Svevia, il Wurtemberg, la
Baviera, l'Austria, la Moravia, la Stiria; poi son piombati
fieramente insieme su Lubecca, la Norvegia, la Svezia, la
Danimarca, la Gotia, la Croenlandia, gli Estrelini fino al mar
Glaciale. Ci fatto conquistarono le isole Orcadi e soggiogarono
Scozia, Inghilterra e Irlanda. Di l, navigando per il Mar
Sabbioso e la Sarmazia, hanno vinto e domato Prussia, Polonia, e
Lituania, Russia, Valacchia, Transilvania, e Ungheria, Bulgaria,
Turchia ed eccoli a Costantinopoli.
    - Andiamo a unirci con loro al pi presto, disse Picrocolo,
poich voglio essere anche imperatore di Trebisonda. Non
uccideremo tutti quei cani di Turchi e Maomettani?
    - Che altro faremo, diavolo, dissero, se non questo? I loro
beni e terre donerete a coloro che vi hanno servito onestamente.
    - Ragion lo vuole, diss'egli,  giusto. Vi dono la Caramania,
la Siria e tutta la Palestina.
    - Ah, dissero essi, quanto siete generoso, Sire! Grazie! Dio
vi faccia sempre ben prosperare!
    Era presente un vecchio gentiluomo provato in diverse
vicende, e vero uomo di guerra chiamato Echefrone, il quale udendo
quei discorsi disse:
    - Ho una gran paura che tutta questa impresa somigli alla
facezia del vaso di latte, sul quale un calzolaio basava la
fantasia delle sue ricchezze e poi, rottosi il vaso, non ebbe di
che desinare. Dove volete arrivare con tutte queste belle
conquiste? Quale sar il risultato di tanti travagli e traversie?
    - Sar, disse Picrocolo, che al ritorno riposeremo a nostro
agio.
    - E, se per caso, disse Echefrone, mai non ritornaste, poich
lungo  il viaggio e periglioso; non  meglio riposare fin da ora,
senza rischiarci a tante avventure?
    - Oh, perdio, disse Spadaccino ecco un bel farneticone! Ma
s, andiamo a rannicchiarci a un canto del focolare e stiamo l a
passar la vita e il tempo colle dame, infilando perle o filando
come Sardanapalo! Chi non s'avventura non ha caval n mula, disse
Salomone.
    - Chi troppo s'avventura, disse Echefrone, perde cavallo e
mula, al dire di Marcone.
    - Basta, disse Picrocolo, lasciamo andare. Io non temo che
quei diavoli delle legioni di Grangola. Se, mentre noi siamo in
Mesopotamia ci pestano la coda, come si rimedia?
    -  presto fatto, disse Merdaglia; un bel decretino inviato
ai Moscoviti, vi metter in campo in un momento quattrocento e
cinquanta mila combattenti scelti. Oh, se mi faceste vostro
luogotenente, v'ammazzo un soldo per un uomo. Io mordo, abbatto,
picchio, afferro, uccido, rinnego!
    - Su, su, disse Picrocolo, che tutto sia pronto e chi mi ama
mi segua!


CAPITOLO XXXIV.

Come qualmente Gargantua lasci la citt di Parigi per soccorrere
il suo paese e come Ginnasta incontr i nemici.

    Intanto Gargantua partito da Parigi appena letta la lettera
del padre, cavalcando la sua grande giumenta aveva gi passato il
ponte della Nonnain insieme con Ponocrate, Ginnasta, ed Eudemone,
i quali per seguirlo avevano preso cavalli di posta. Il resto
della sua gente veniva a piccole giornate conducendo tutti i libri
e strumenti di studio. Arrivato a Parilly, fu avvertito dal
massaro di Gouguet che Picrocolo s'era fortificato alla Roche
Clermault e aveva inviato il Capitano Trippetto con un grosso
esercito ad assalire il bosco della Vde e Vaugaudry e che avevano
svaligiato tutti i pollai fino al frantoio Billard, commettendo
tali violenze nel paese, che era stranamente difficile a credere.
Gargantua rimase impressionato e non sapeva pi che dire e che
fare.
    Ma Ponocrate consigli che si recassero dal Signor di
Vauguyon che era stato in ogni tempo loro amico e confederato, il
quale di tutto li avrebbe meglio informati. Cos fecero
incontinente e lo trovarono ben risoluto a soccorrerli. Egli
propose di inviare qualcuno della sua gente in ricognizione per
esplorare il paese e la situazione dei nemici e procedere secondo
i disegni pi convenienti al momento.
    Ginnasta si offr di andare, ma fu ritenuto preferibile fosse
accompagnato da qualcuno che conoscesse le vie, i sentieri e i
corsi d'acqua dei dintorni.
    Partirono dunque lui e Prelinguand, scudiero di Vauguyon ed
esplorarono da ogni parte senza paura. Intanto Gargantua si
ristor e rifocill alquanto colle sue genti e fece dare alla
giumenta una razione d'avena, cio settantaquattro moggi e tre
staia.
    Ginnasta e il suo compagno tanto cavalcarono che incontrarono
i nemici. Tutti sparpagliati e in disordine essi stavano
saccheggiando e rubando quanto trovavano e non appena lo scorsero
da lungi accorsero a lui in folla per spogliarlo. Ed egli grid
loro: "Signori, sono un povero diavolo, abbiate piet di me! Ho
ancora qualche scudo, noi lo berremo insieme poich  aurum
potabile; e venderemo questo cavallo per pagare le spese della
bicchierata; e poi consideratemi dei vostri, giacch nessuno mai
seppe prendere lardare, arrostire e condire, e, per Dio, smembrare
e insaporire pollastri meglio di me, qui presente; e per il mio
proficiat bevo alla salute di tutti i buoni compagnoni".
    Allora stapp la sua boraccia e, senza mettervi il naso
dentro, beveva assai onestamente. I bricconi lo guardavano
spalancando la bocca di un buon piede e tirando fuori la lingua
come levrieri, in attesa di bere anche loro; ma in quel momento
accorse Trippetto, il capitano, per vedere che avvenisse. Ginnasta
gli offr la sua boraccia dicendo:
    - A voi capitano, bevete arditamente: lo ho assaggiato, 
vino di La Foye Monjault.
    - Come! disse Trippetto, questo burlone si fa gioco di noi!
Chi sei?
    - Sono un povero diavolo, disse Ginnasta.
    - Ah, disse Trippetto; poich sei un povero diavolo,  giusto
che tu abbia libero il passo; i poveri diavoli passano dappertutto
senza pedaggi, n gabella; ma non  costume di poveri diavoli
esser s ben montati, perci scendete, messer diavolo, che io ne
abbia il ronzino e se non mi porta bene, mi porterete voi, mastro
diavolo, poich mi piace assai che un tal diavolo mi porti.


CAPITOLO XXXV.

Come qualmente Ginnasta uccise bellamente il capitano Trippetto e
altre genti di Picrocolo.


    Udite queste parole, alcuni dei presenti cominciarono ad aver
paura e si segnavano a due mani pensando fosse un diavolo
travestito. E uno di loro, chiamato Buon Giovanni, capitano dei
franchitopini, estrasse dalla braghetta il suo breviario e grid
ad alta voce: "Aghios o thes! Se tu sei di Dio, parla, se tu sei
dell'Altro, vattene", Ginnasta non si mosse. E allora molti della
banda, che avevano inteso, si squagliarono, mentre egli tutto
osservava e considerava.
    A un tratto fece finta di scendere da cavallo inclinando a
sinistra, e appendendosi leggermente allo staffile, pur con la sua
spada bastarda al fianco, guizz di sotto il ventre e balz in
aria dall'altra parte cadendo ritto in piedi sulla sella col culo
voltato verso la testa del cavallo.
    - Toh, disse, il mio cazzo va a rovescio!
    E l dov'era si di a piroettare sopra un sol piede girando a
sinistra e riprendendo la sua posizione senza sbagliar di
un'unghia.
    - Ah, esclam Trippetto, non  affare mio codesto, per ora! E
n'ho le mie buone ragioni.
    - Merda! disse Ginnasta, ho sbagliato, bisogna disfare il
salto.
    E allora, con tutta forza e agilit si di a piroettare come
prima, girando a dritta poi, puntando il pollice della destra
sull'arcione della sella, s'inalber in verticale coi piedi in
aria sostenendo tutto il corpo sui muscoli e nervi del detto
pollice e fece cos tre giri su se stesso. Al quarto, senza nulla
toccare, balz in orizzontale sospendendo il corpo teso tra le
orecchie del cavallo e sul perno del pollice sinistro esegu il
mulinello; poi, appoggiando la destra in mezzo alla sella, prese
lo slancio e and a sedere sulla groppa come le damigelle. Quindi,
sorvolando la sella comodamente colla gamba destra, si mise a
cavalcioni sulla groppa.
    - Per  meglio, disse, che mi aggiusti tra gli arcioni.
    E poggiati i due pollici davanti a s sulla groppa, fece una
capovolta col culo in aria e si trov in sella elegantissimo; poi
d'un balzo si drizz in aria e si tenne coi pi giunti tra gli
arcioni dove fece pi di cento giri su s stesso colle braccia
stese a croce gridando a gran voce:
    - Infurio, diavoli, infurio, infurio! Tenetemi diavoli,
tenetemi, tenetemi!
    Vedendolo cos volteggiare i bricconi trasecolati si dicevano
l'un l'altro:
    - Per la Madonna,  un folletto o un diavolo travestito: Ab
hoste maligno libera nos domine! E se ne fuggivano disperatamente
guardando dietro a s come un cane che porta via un'ala d'oca.
    Allora Ginnasta, cogliendo il momento favorevole, scende da
cavallo, sguaina la spada e a gran colpi si lancia sui pi
impennacchiati abbattendoli a mucchi feriti, piagati, tramortiti e
nessuno gli teneva testa pensando che fosse un diavolo affamato,
sia pei mirabili volteggiamenti, sia per
le parole di Trippetto che l'aveva chiamato "povero diavolo".
Tuttavia Trippetto, a tradimento, tent fendergli il cervello
colla sua spada lanzichenecca; ma Ginnasta era ben corazzato e di
quel colpo non sent che la botta. Voltatosi pronto egli lanci a
Trippetto una stoccata volante, e mentre quegli riparava al capo
gli squarci d'un colpo lo stomaco, il colon, met del fegato,
onde cadde a terra e cadendo butt fuori quattro pentole di zuppa
e, mescolata colla zuppa, l'anima.
    Ci fatto Ginnasta si ritir considerando che non bisogna
abusare della fortuna forzandola fino all'estremo, e che si addice
a cavaliere trattare con reverenza la buona ventura senza
molestarla, o violentarla. E rimontato a cavallo di di sprone
prendendo dritto la strada di Vauguyon. E Prelinguand con lui.


CAPITOLO XXXVI.

Come qualmente Gargantua demol il castello del guado della Vde e
come il guado fu passato.


    Giunto Ginnasta, descrisse come aveva trovato i nemici e lo
stratagemma usato, lui solo contro tutta la loro caterva e afferm
che erano nient'altro che bricconi, predoni e briganti, ignoranti
dell'arte militare e che arditamente si mettessero in marcia che
sarebbe stato loro assai facile ammazzarli come bestie.
    Mont dunque Gargantua sulla sua grande giumenta accompagnato
come dianzi abbiamo detto. E incontrando per la strada un alto e
grosso ontano, chiamato comunemente l'albero di San Martino perch
si credeva cresciuto da un bordone piantatovi gi da San Martino,
disse:
    - Ecco ci che mi occorre: quest'albero mi servir di bordone
e di lancia.
    E lo svelse facilmente da terra, ne sfrond i rami e lo
accomod a suo piacere. Intanto la giumenta pisci a sollievo del
ventre; ma con tale abbondanza che ne fece sette leghe di diluvio;
la pisciata defluendo al guado della Vde tanto gonfi la
corrente, che tutta quella banda di nemici furono annegati molto
orrendamente, eccetto alcuni che avevano preso il sentiero verso
le colline a sinistra.
    Gargantua giunto all'altezza del bosco della Vde, fu
avvisato da Eudemone che alcuni nemici erano rimasti dentro il
castello; per accertarsene Gargantua grid:
    - Ci siete o non ci siete? Se ci siete non ci siate pi, se
non ci siete non ho altro a dire. Ma un ribaldo cannonniere che
stava alle feritoie gli spar una cannonata e lo colse alla tempia
destra furiosamente: tuttavia non gli fece pi male che se gli
avessero tirato una prugna.
    - Che ? disse Gargantua, ci gettate dei chicchi d'uva? La
vendemmia vi coster cara.
    E pensava davvero che si trattasse d'un acino d'uva. Quelli
che erano dentro il castello, distratti a saccheggiare, sentendo
il rumore accorsero alle torri e fortezze e gli spararono pi di
novemila e venticinque colpi di falconetto e archibugio, mirando
tutti alla testa; e sparavano cos fitto contro lui che egli
grid:
    - Ponocrate, amico mio, queste mosche mi acciecano, datemi un
ramo di quei salici da cacciarle via.
    Eran palle di piombo e pietre d'artiglieria ed egli pensava
che fossero mosche bovine. Ponocrate l'avvert che non si trattava
di mosche, ma di colpi di artiglieria sparati dal castello. Allora
egli percosse del suo grosso albero contro il castello e a gran
colpi abbatt torri e fortezze e ridusse tutto in rovina, onde
furono morti e messi a pezzi quelli che vi erano dentro.
    Partiti di l, arrivarono al ponte del mulino e trovarono
tutto il guado talmente coperto e affollato di cadaveri che n'era
ingorgato il corso del mulino. Erano quelli periti nel diluvio
urinale della giumenta. L stettero sovra pensiero domandandosi
come avrebbero potuto passare dato l'impedimento di quei cadaveri.
Ma Ginnasta disse:
    - Se vi son passati i diavoli vi passer benissimo anch'io.
    - I diavoli, disse Eudemone, vi son passati per portar via le
anime dannate.
    - Per San Tregnano! disse Ponocrate, e dunque, per
conseguenza necessaria, vi passer anche lui.
    - Giusto, giusto, disse Ginnasta, se no rester per istrada.
E dato di sprone al cavallo pass oltre francamente senza che mai
il cavallo si spaurisse dei corpi morti. Infatti l'aveva
accostumato secondo l'insegnamento di Eliano a non spaventarsi n
delle armi, n dei corpi morti; non uccidendo uomini, come Diomede
che uccideva i Traci e Ulisse che metteva i corpi dei nemici ai
piedi dei suoi cavalli, secondo racconta Omero, ma mettendogli un
fantoccio tramezzo il fieno, o facendovelo passar su, quando gli
dava l'avena. I tre altri lo seguirono senza inconvenienti,
eccetto Eudemone il cui cavallo affond il pi diritto fino al
ginocchio nel ventre d'un grosso e grasso villano, annegato l a
pancia all'aria, n poteva districarsi.
    E rimase cos impantanato finch Gargantua colla punta del
bastone affond nell'acqua il resto delle trippe del villano
mentre il cavallo alzava il piede. E (ci che  mirabile in
ippiatria) il detto cavallo fu guarito da un tumore che aveva nel
piede, grazie all'unzione delle budella di quel grosso briccone.


CAPITOLO XXXVII.

Come qualmente Gargantua, pettinandosi, faceva cadere dai capelli
proiettili d'artiglieria.


    Superata la riva della Vde, poco dopo arrivarono al castello
di Grangola che li attendeva con ansia. All'arrivo di Gargantua
gli fecero una festa senza pari. Mai e poi mai videsi gente pi
allegra. Il Supplementum supplementi chronicorum dice che
Garganella ne mor di gioia, quanto a me non ne so proprio nulla e
ben poco mi curo di lei, n d'altra. La verit  che Gargantua,
mutati abiti e pettinandosi col suo pettine (era lungo cento
pertiche e fitto di gran denti d'elefante tutti interi) faceva
cadere ad ogni pettinata, pi di sette balle di palle rimastegli
nei capelli alla demolizione del bosco della Vde.
    A quella vista Grangola suo padre, pensando fossero pidocchi
gli disse:
    - Ohe, mio buon figliolo, ci hai portato fin qui sparvieri di
Monteacuto? Non intendevo che l tu facessi residenza.
    - Signore rispose Ponocrate, non pensate ch'io l'abbia messo
nel collegio dei pidocchiosi che si chiama Montacuto; so che c'
tanta crudelt e tanta sporcizia che avrei preferito metterlo fra
gli straccioni di Sant'lnnocenzo - Assai meglio sono trattati i
forzati fra Mori e Tartari, gli assassini nelle prigioni
criminali, meglio certo i cani nella vostra casa, che non siano i
disgraziati in quel collegio. E se io fossi re di Parigi, il
diavolo mi porti se non v'appiccherei il fuoco e farei bruciare il
capo ai rettori che sopportano sotto i loro occhi tale inumanit.
    E raccogliendo poi una di quelle palle:
    - Sono cannonate, disse, che i nemici traditori hanno sparato
su vostro figlio Gargantua quando passava davanti al bosco della
Vde. Ma essi in cambio sono tutti periti nella rovina del
castello, come i Filistei per opera di Sansone, e quelli che
schiacci la torre di Silo, dei quali  scritto in S. Luca, XIII.
    Ed ora son d'avviso che incalziamo i nemici mentre la fortuna
 propizia, l'occasione ha i capelli sulla fronte; quand'
passata, non potrete richiamarla,  calva dietro il capo e non
ritorna pi.
    - S, disse Grangola, ma non ora subito, questa sera voglio
farvi festa e siate i benvenuti!
    Ci detto fu preparata la cena e in pi del consueto furono
arrostiti sedici buoi, tre manze, trentadue vitelli, sessantatre
caprioli lattonzoli, novantacinque pecore, trecento porcellini di
latte con salsa di mosto, duecento e venti pernici, settecento
beccaccie, quattrocento capponi del Ludunese e della Cornovoglia,
seimila pollastri e altrettanti piccioni, seicento gallinelle,
mille e quattrocento leprotti, trecento e tre ottarde e
millesettecento capponcelli. Non molta cacciagione si pot
procurare cos all'improvviso; non v'erano che undici cinghiali
inviati dall'abate di Turpenay e diciotto fra daini, cervi e
caprioli regalati dal signore di Granmont, pi venti fagiani
mandati dal signore di Essars e qualche dozzina di colombacci,
d'uccelli acquatici, di arzavole, tarabusi, chiurli, pivieri,
francolini, oche selvatiche, pizzacheretti, vannelli, palettoni,
pavoncelle, aironetti, folaghe, tadorne, gazze, cicogne, oche
granaiuole, fiammanti (cio fenicotteri) terragnoli, dindi, gran
quantit di gnocchetti e rinforzo di minestre.
    Senza alcun dubbio i viveri abbondavano e furono cucinati a
modino da Pestasalsa, Scuotipentola e Rubagresto, cuochi di
Grangola. Giannotto, Michele e Gottochiaro, prepararono assai bene
da bere.


CAPITOLO XXXVIII.

Come qualmente Gargantua mangi sei pellegrini in insalata.


    L'argomento richiede che raccontiamo ci che occorse a sei
pellegrini i quali venivano da San Sebastiano presso Nantes e, per
paura dei nemici, s'erano nascosti per passarvi la notte, sopra
uno strato di gambi di piselli, tra i cavoli e le lattughe
dell'orto. Gargantua sentendosi un po' di riscaldo domand se gli
si poteva trovare delle lattughe per fargli un'insalata.
    E sentendo che ve n'erano e le pi belle e grandi del paese,
ch erano vaste come alberi di prugne e di noci, volle andare a
coglierne lui stesso e ne prese una manata, con dentro i sei
pellegrini, i quali avevano s gran paura da non osar n parlare e
nemmeno tossire.
    Mentre dunque risciacquava dapprima la lattuga alla fontana,
i pellegrini dicevano a voce bassa tra loro: "Che fare? Finiremo
per annegare dentro queste lattughe, dobbiamo parlare. Ma se
parliamo ci ammazzer come spie". E mentre cos ragionavano,
Gargantua li mise colle lattughe dentro una gran terrina della
casa, grande come la botte di Cisteaux e, conditi con olio aceto e
sale li mangiava per rinfrescarsi prima di cena, e aveva gi
ingoiato cinque pellegrini; il sesto rimaneva nel piatto nascosto
sotto una foglia meno il suo bordone che spuntava al disopra.
Vedendolo Grangola disse a Gargantua:
    - Ma pare ci sia un corno di lumaca, non lo mangiate.
    - Perch? disse Gargantua, per tutto il mese le lumache son
buone.
    E tirando il bordone con attaccato il pellegrino se lo mangi
egregiamente. Poi ci bevve su una tremenda sorsata di vino pinello
aspettando che preparassero la cena.
    I pellegrini cos ingoiati scansarono il meglio che poterono
le mole de' suoi denti, e pensavano che egli li avesse messi in
qualche profonda fossa di prigione; e quando Gargantua bevve la
gran sorsata credettero di annegare nella sua bocca, e il torrente
del vino li travolse fin quasi nell'abisso del suo stomaco;
tuttavia saltando coi loro bordoni come fanno i michelotti
poterono ricoverarsi alle falde dei denti.
    Ma, per disgrazia, uno di essi scandagliando il terreno col
bastone, per accertarsi se fossero al sicuro, urt rudemente
nell'apertura d'un dente cariato e colp il nervo della mandibola,
onde Gargantua prov un acuto dolore e si diede a gridare dallo
spasimo. Per alleviare il male fece portare il suo stuzzicadenti e
uscito verso il noce groliero, snid i signori pellegrini
afferrando l'uno per le gambe, l'altro per le spalle, l'altro per
la bisaccia, l'altro per la borsa, l'altro per la sciarpa. Il
povero disgraziato che l'aveva colpito col bordone, lo uncin per
la braghetta; tuttavia fu gran fortuna per lui poich gli spacc
un bubbone inguinale che lo martirizzava fin da quando erano
passati per Ancenys.
    I pellegrini cos snidati scapparono di bel trotto attraverso
un vigneto e il dolore si calm.
    In quel momento Eudemone lo chiam per cenare poich tutto
era pronto.
    - Lasciatemi prima, disse, pisciare il mio dolore.
    E pisci cos copiosamente che l'urina tagli la strada ai
pellegrini che furono costretti a varcare il gran canale. Passando
di l presso il margine d'un bosco in piena marcia, caddero tutti,
meno Fournillier, in un trabocchetto scavato per prendere i lupi
nella rete: dalla quale si liberarono grazie all'industria del
detto Fournillier che ruppe tutti i lacci e cordami. Usciti di l
alloggiarono pel resto della notte in una capanna presso Coudray,
dove furono riconfortati dalle parole d'uno di loro, chiamato
Lasdaller, il quale dimostr come quella avventura fosse stata
predetta da David nel Salmo che dice:
    "Com exurgerent homines in nos, forte vivos deglutissent nos,
cio quando fummo mangiati in insalata conditi col sale, cum
irasceretur furor eorum in nos, forsitan aqua absorbuisset nos,
cio quando bevve la gran sorsata; torrentem pertransivit anima
nostra; cio quando passarono il gran canale; forsitan
pertransisset anima nostra aquam intolerabilem, cio della sua
urina colla quale ci aveva tagliata la strada. Benedictus Dominus,
qui non dedit nos in captionem dentibus eorum.
Anima nostra sicut passer erepta est de laqueo venantium, cio
quando cademmo nella buca; laqueus contritus est cio da
Fournillier, et nos liberati sumus. Adjutorium nostrum etc".


CAPITOLO XXXIX.

Come qualmente il monaco fu festeggiato da Gargantua e i bei
discorsi che tenne cenando.


    Quando Gargantua fu a tavola, trangugiati i primi bocconi,
Grangola cominci a raccontar l'origine e la causa della guerra
tra lui e Picrocolo e narr come Frate Gianni degli Squarciatori
aveva trionfato nella difesa del vigneto dell'abbazia, esaltando
la sua prodezza oltre quelle di Camillo, Scipione, Pompeo, Cesare
e Temistocle. Allora Gargantua chiese che si mandasse subito a
chiamarlo per consultarsi con lui sul da fare. Ordinarono che
andasse a cercarlo il maggiordomo il quale lo condusse lietamente
sulla mula di Grangola.
    Al suo arrivo mille carezze, mille abbracciamenti, mille
saluti furono scambiati:
    - Eh, Frate Gianni, amico mio, Frate Gianni mio prossimo
cugino, Frate Gianni del diavolo, qua un abbraccio, amico mio!
    - Un abbraccio anch'io!
    - Qua, coglione, qua, voglio stroncarti a forza
d'abbracciarti. E frate Gianni gongolava. Mai uomo fu tanto
cortese e piacevole.
    - Qua, qua, disse Gargantua, uno sgabello qui vicino a me, da
questa parte.
    - Ben volentieri, disse il monaco, poich cos vi piace.
Paggio, dell'acqua! Versa, ragazzo, versa: l'acqua mi rinfrescher
il fegato. Vuota qui che mi gargarizzi.
    - Deposita cappa, disse Ginnasta, leviamo codesta tonaca.
    - Oh, per Dio, mio gentiluomo, disse il monaco, c' un
capitolo in Statutis Ordinis che non permette...
    - Merda, disse Ginnasta, merda al vostro capitolo. Cotesta
tonaca vi rompe le spalle; gi; gi!
    - Amico mio, disse il monaco, lasciamela, che ci bevo meglio,
per Dio! la tonaca diffonde allegria per tutto il corpo. Se me la
levo questi signori paggi qua me ne fanno delle giarrettiere, come
m'accadde una volta a Coulaine. E per di pi verr meno
l'appetito. Se invece siedo a tavola con quest'abito, berr per
Dio! alla salute tua e del tuo cavallo, e allegramente. Dio vi
preservi tutti da ogni male! Ho gi cenato; ma non manger meno
per questo; ho uno stomaco lastricato e cavo come la botte di san
Benedetto, e sempre aperto come la borsa di un avvocato. Gi
pesci, tutti fuor che la tinca, prendete l'ala della pernice o la
coscia d'una monacella. Non  un bel morire, morir col cazzo
dritto... Al nostro priore piace assai il bianco del cappone.
    - Non somiglia in questo alle volpi, disse Ginnasta, le quali
non mangiano mai il bianco dei capponi, galline e pollastre che
prendono.
    - Perch? chiese il monaco.
    - Perch, rispose Ginnasta, non hanno cuochi da cuocerli e se
non son cotti a dovere, restano rossi e non bianchi. Il rosso
delle carni  segno che non son cotte, salvo gamberi e granchi che
si cardinalizzano cuocendo.
    - Festa di Dio Baiardo! disse il monaco, allora la testa
dell'infermiere della nostra abbazia non  a cottura giusta,
poich ha gli occhi rossi come una ciotola d'ontano. Questa coscia
di leprotto  buona pei gottosi. A proposito di cavoli, perch le
coscie delle ragazze son sempre fresche?
    - Questo quesito, disse Gargantua, non si trova n in
Aristotele, n in Alessandro D'Afrodisia, n in Plutarco.
    - Gli , disse il monaco, per le tre cause per le quali un
luogo  naturalmente fresco: primo, perch vi son corsi d'acqua;
secondo, perch  luogo ombreggiato, oscuro e tenebroso, nel quale
mai non luce sole, in terzo luogo perch  continuamente ventilato
dal vento del buco di tramontana, dal vento della camicia e da
quello della braghetta per giunta. E allegri! Paggio, in
Bevaria!.. Crac, crac, crac... Quanto  buono Iddio che ci dona
questo buon liquido! Giuro a Dio che se fossi vissuto al tempo di
Ges Cristo, avrei bene impedito agli Ebrei di prenderlo nell'orto
degli ulivi. E m'abbandoni il diavolo se avessi mancato di mozzare
i garretti a quei signori Apostoli che fuggirono tanto vilmente
dopo aver ben cenato e lasciarono il loro buon Maestro in ballo!
Io odio pi che il veleno l'uomo che fugge quando occorre giocar
di coltello. Oh, perch non sono Re di Francia per ottanta o cento
anni almeno! Che castratura gli farei per Dio, ai fuggiaschi di
Pavia, che la quartana li pigli! Perch non moriron l piuttosto
che abbandonare il loro buon Principe in quella disavventura? Non
 meglio e pi onorevole morire combattendo coraggiosamente che
vivere fuggendo turpemente?... Non c' caso di poter mangiare
ochette quest'anno... Amico d qui di quel maiale... Diavolo! Non
c' pi agresto; Germinavit radix Jesse, ch'io crepi se non muoio
di sete... Questo vino non  de' pi malvagi. Che vino bevevate a
Parigi?... Do l'anima al diavolo se una volta non vi tenni per sei
mesi corte bandita a chiunque capitasse! Conoscete frate Claudio
di San Dionigi?... Oh, buon compagnone! Ma che gli  frullato in
capo? non fa che studiare da non so quando. Io per parte mia non
studio affatto. Nella nostra abbazia non studiamo mai per paura
degli orecchioni. Il nostro defunto abate diceva esser cosa
mostruosa veder un monaco sapiente. Per Dio, mio signor amico
magis magnos clericos non sunt magis magnos sapientes... Non si
videro mai tante lepri come quest'anno. Non ho potuto procurarmi
n avoltoio, n terzuolo in nessun luogo. Il signore della
Belloniera m'aveva promesso un laniere, ma mi scrisse or non 
molto ch'era divenuto asmatico. Le pernici verranno a mangiarci le
orecchie quest'anno. Colle reti non mi diverto, ci piglio il
raffreddore. Se non corro, se non fo scompiglio, non sto bene.
Vero  che saltando siepi e cespugli la mia tonaca ci lascia un
po' di pelo. Mi sono procurato un bel levriere. Do l'anima al
diavolo se gli scappa una lepre. Un servitore lo conduceva al
signore di Maulevrier e glie l'ho rubato. Ho fatto male?
    - Main, Frate Gianni, disse Ginnasta, main, per tutti i
diavoli, main.
    - E a quei diavoli bevo, disse il monaco, finch hanno vita.
Che cosa ne avrebbe fatto quello zoppo, virt di Dio? Egli
preferisce che gli regalino un paio di buoi. corpo di Dio!
    - Ma come! disse Ponocrate, voi sacramentate, Frate Gianni?
    - Non  che per abbellire il discorso, disse il Monaco:
colori di retorica ciceroniana.


CAPITOLO XL.

Perch i monaci sono sfuggiti dalla gente e perch taluni hanno il
naso pi grande degli altri.


    In fede di cristiano, disse Eudemone, io traluno considerando
la gentilezza di questo monaco che ci sbalordisce tutti quanti. E
perch mai dunque si scacciano i monaci dalle buone compagnie,
chiamandoli guastafeste, come le api scacciano i fuchi dai loro
alveari? Ignavum fucos pecus, dice Marone, a praesepibus arcent.
    - Nulla  pi vero, rispose Gargantua, che tonaca e cappuccio
attraggono gli obbrobri, le ingiurie e le maledizioni della gente
cos come il vento detto Cecias attrae le nubi. La ragione
perentoria  questa; che essi mangiano la merda del mondo, cio i
peccati, e come mangiamerda son cacciati nelle loro latrine, vale
a dire conventi ed abbazie, separati dal commercio delle citt
come appunto le latrine d'una casa. Ma se comprendete perch una
scimmia in una famiglia  sempre canzonata e stuzzicata,
comprenderete anche perch i monaci son da tutti sfuggiti e dai
vecchi e dai giovani. La scimmia non fa guardia alla casa come il
cane, non tira l'aratro come il bue, non produce n latte, n lana
come la pecora, non porta carichi come il cavallo. La scimmia non
fa che scagazzare e guastare dappertutto ed  questa la ragione
perch tutti la motteggiano e bastonano. Similmente un monaco
(intendo quelli oziosi) non lavora come il contadino, non fa
guardia alla patria come il guerriero, non guarisce le malattie
come il medico, non predica n illumina la gente come il dottore
evangelico e l'educatore, non arreca le cose comode e necessarie
alla repubblica come il mercante ed  questa la ragione perch
tutti gli dan la baia e li aborrono.
    - Ma, veramente, disse Grangola, pregano Dio per noi.
    - Nulla  men vero, rispose Gargantua; non fanno, invece che
molestare tutto il vicinato sbattacchiando le loro campane.
    - Veramente, disse il monaco, una messa, un mattutino, un
vespro ben scampanati sono mezzo detti.
    - Borbottano a tutto spiano leggende e salmi che manco
intendono, snocciolano gi paternostri lardellati di lunghe serie
di Ave Maria, e senza pensarvi n comprenderli e ci io chiamo
gabbadio, non orazione. Ma li aiuti Dio se veramente pregano per
noi e non piuttosto per paura di perdere la pagnotta e la loro
zuppa grassa. Tutti i veri cristiani d'ogni condizione in tutti i
paesi e in ogni tempo pregano Dio, e lo Spirito prega e intercede
per essi e Dio li accoglie in grazia. Cos fa ora il nostro buon
Frate Gianni: e perci ciascuno lo desidera in sua compagnia. Non
 punto bigotto, non  sbrandellato,  onesto, allegro, risoluto,
buon compagnone, coltiva la terra, difende gli oppressi, conforta
gli afflitti, soccorre i malati, fa buona guardia al vigneto
dell'abbazia.
    - Faccio ben di pi, disse il monaco: poich sbrigando i
nostri mattutini e anniversari, in coro, fabbrico corde di
balestra, pulisco freccie e quadrelli, intesso reti e sacchi da
prender conigli. Mai non sto ozioso. Ma ors da bere, da bere
ors! Portate la frutta: castagne del bosco d'Estrocz. Con buon
vino novello eccovi promossi compositori di scorreggie. Ma voi non
siete ancora in cimberli! Per Dio io bevo a tutti i guadi come un
cavallo di promotore!
    - Frate Gianni, via quella gocciola che vi pende dal naso.
    - Ah, Ah! disse il monaco, l'acqua al naso! Non sar mica in
pericolo d'annegare!
    - No, No.
    - Quare?
    - Quia
                Essa non v'entra, ma ben n'esce fuore
                Ch il naso  antidotato di liquore.
    Oh, se i tuoi stivali d'inverno, amico mio, fossero di tal
cuoio ben potresti arditamente pescar l'ostriche, ch mai l'acqua
non vi filtrerebbe.
    - Perch mai, disse Gargantua, Frate Gianni ha un s bel
naso?
    - Perch, rispose Grangola, cos ha voluto Iddio, il quale ci
fa secondo il suo divino volere nella forma ed al fine che crede
come fa il vasaio de' suoi vasi.
    - Perch, disse Ponocrate, and tra i primi alla fiera dei
nasi e se ne prese uno de' pi belli e grandi.
    -Trotta, trotta! disse il monaco. Secondo la vera filosofia
monastica, la ragione  questa: la mia balia aveva le tette
tenerine, e, poppando, il mio naso v'affondava come fosse in burro
e l s'elevava e cresceva come pasta lievitata. Le balie invece
che han le tette dure fanno i nasi camusi. Ma ors; allegria! Ad
formam nasi cognoscitur ad te levavi... No, non mangio mai
marmellata. Paggio, in Bevaria!... Item caldarroste!...


CAPITOLO XLI

Come qualmente il monaco fece dormire Gargantua e delle sue ore in
breviario.


    Finita la cena si consultarono su ci che premeva e
deliberarono di uscire circa la mezzanotte in pattuglia per sapere
se i nemici vigilassero e facessero buona guardia; intanto,
avrebbero riposato un po' per essere poi pi freschi. Ma Gargantua
non poteva dormire qualunque posizione prendesse, onde il monaco
gli disse:
    - Io non dormo mai cos saporitamente come quando ascolto la
predica e prego Dio. Cominciamo subito io e voi i sette salmi e
vedrete se non saremo tosto addormentati.
    Piacque assai la trovata a Gargantua ed ecco che
incominciarono il primo salmo. Arrivati a Beati quorum erano
entrambi addormentati. Ma il monaco non manc di svegliarsi avanti
mezzanotte, tanto era avvezzo ai mattutini claustrali. E svegliato
lui, svegli tutti gli altri cantando a gran voce la canzone:

Ho, Regnault, reveille, toi, veille;
O Regnault, reveille-toi.

    Quando tutti furono svegli, disse:
    - Signori miei, dicono che mattutino si comincia col tossire
e cena col bere. Facciamo una leggera inversione; cominciamo ora
col bere, tossiremo poi a tutta forza stassera al principiar della
cena.
    - Bere cos, disse Gargantua, subito dopo il sonno, non 
buon uso in dieta di medicina. Occorre prima purgar lo stomaco da
superfluit ed escrementi.
    - Ben medicamente sentenziato! disse il monaco. Ma cento
diavoli mi saltino addosso se non hanno pi lunga vita gli
ubriaconi che i medici! Io ho fatto colla mia sete un patto: che
sempre si corichi con me; e a ci provvedo durante il giorno; cos
poi con me si leva. Purgatevi pure finch vi piace, io prender il
mio aperitivo.
    - Che aperitivo intendete? disse Gargantua.
    - Il breviario, disse il monaco, poich come i falconieri
prima di dar mangiare ai falchi danno loro a tirare qualche piede
di pollo per purgargli il cervello dagli umori flemmatici e
stuzzicarne l'appetito, cos con questo mio allegro breviarietto
mattutino mi purgo tutto il polmone ed eccomi pronto a bere.
    - Secondo quale usanza, disse Gargantua, recitate queste
belle ore?
    - All'usanza di Fcamp, disse il monaco, con tre salmi e tre
letture, o niente del tutto se non ne ho voglia. Mai non mi sono
assoggettato alle ore; le ore sono fatte per comodit dell'uomo
non l'uomo per le ore. Pertanto io faccio delle mie come delle
staffe: le accorcio o le allungo quando meglio mi pare: brevis
oratio penetrat coelos, longa potatio evacuat cyphos. Dove si
trova ci?
    - In fede mia, disse Ponocrate, non lo so, mio coglioncello,
ma tu vali troppo!...
    - In ci, disse il monaco, v'assomiglio. Ma venite, apotemus.
    Si prepararono carbonate brasate in quantit e belle zuppe e
il monaco bevve a suo piacere. Alcuni gli tennero compagnia, altri
si astennero. Poi ciascuno cominci ad armarsi e a prepararsi e
armarono il monaco, suo malgrado ch egli altr'arme non voleva che
la sua tonaca davanti allo stomaco e l'asta della croce in pugno.
Tuttavia fu armato come vollero da capo a piedi e montato sopra un
buon corsiere napolitano, e una grossa durlindana al fianco. E
cos Gargantua, Ponocrate, Ginnasta, Eudemone e venticinque de'
pi coraggiosi della casa di Grangola s'armarono di tutto punto,
colla lancia in pugno, a cavallo come San Giorgio e ciascuno con
un archibugere in groppa.


CAPITOLO XLII.

Come qualmente il monaco infonde coraggio ai compagni e come
rimane appeso a un albero.


    Se ne vanno i nobili campioni a lor ventura ben deliberati di
sapere come convenga preparar lo scontro e da quali pericoli
salvaguardarsi il giorno della grande e orribile battaglia. E il
monaco gl'incoraggiava dicendo:
    - Niente paura, niente esitazione, ragazzi, io vi condurr
con sicurezza. Dio e San Benedetto siano con noi! Se avessi forza
come ho fegato, per la morte di un cane, ve li spennerei come
anitroccoli. Io nulla temo fuorch l'artiglieria. Conosco tuttavia
un'orazioncina insegnatami dal sottosagrestano della nostra
abbazia, la quale garantisce le persone da ogni specie di
cannonate; ma non mi servir a nulla perch non ci ho fede. Il
bastone della croce invece far diavolerie. Guai perdio, se alcuno
di voi far l'imboscato! Do l'anima al diavolo se non lo fratifico
in vece mia e non l'incapestro colla mia tonaca; la mia tonaca 
una medicina contro la codardia. Avete inteso parlare del levriero
del signore di Meurles che non valeva un soldo per la caccia? Gli
misi la mia tonaca al collo e corpo di Dio, non mancava pi n
lepre n volpe che incontrasse sulla sua strada; ma, quel ch'
meglio, ti montava tutte le cagne del territorio, laddove prima
era sfinito e nel numero de frigidis et maleficiatis.
    Mentre il monaco si scalmanava a dire queste parole passando
sotto un noce sulla strada del Saliceto, and a infilzare la
visiera dell'elmo al brocco d'un grosso ramo di quell'albero. E
avendo tuttavia dato di sprone, il cavallo, che temeva il
solletico, di un balzo in avanti e gli sgusci via di sotto,
mentre il monaco, che per staccar la visiera dal brocco, aveva
lasciato le redini e portate le mani al ramo, rimase penzoloni dal
noce gridando: Aiuto! All'assassino! e protestando che c'era
tradimento.
    Eudemone fu il primo a vederlo e chiam Gargantua:
    - Sire, venite, venite a vedere Assalonne spenzolante!
    Gargantua sopravvenuto consider il contegno del monaco e il
modo ond'era appeso ed osserv ad Eudemone:
    - La comparazione con Assalonne non calza, avvegna ch
Assalonne rimase appeso per la chioma laddove il nostro frate ha
la testa rasa ed  appiccicato per le orecchie.
    - Aiutatemi in nome del diavolo! gridava il monaco. Non 
questo il momento di cianciare. Voi mi somigliate a quei
predicatori decretalisti i quali insegnano che chiunque veda il
suo prossimo in pericolo di morte, debba sotto pena di scomunica
trisulca, invece che aiutarlo, fargli un bel sermoncino sul dovere
di confessarsi e di mettersi in istato di grazia. Quando adunque
io li vedr caduti nel fiume e l l per annegare, invece
d'accorrere a dare una mano terr loro un bello e lungo sermoncino
de contemptu mundi et fuga saeculi e quando saran morti stecchiti,
allora andr a pescarli.
    - Non muoverti, anima mia, disse Ginnasta, ora vengo a te,
poich tu sei un gentile monachetto:

                    Monachus in claustro
                    Non valet ova duo;
                    Sed quando est extra,
                    Bene valet triginta.

    D'impiccati n'ho visto pi di cinquecento, ma non ne vidi mai
alcuno che spenzolasse cos garbatamente e se ci avessi tanto
garbo anch'io, vorrei spenzolare cos tutta la vita.
    - Avete finito ancora di predicare, figli di cani? grid il
frate. Aiutatemi in nome di Dio, se in nome di quell'Altro non
volete. Giuro per l'abito che porto, che ve ne pentirete tempore
et loco praelibatis.
    Allora Ginnasta smont di sella e arrampicatosi sul noce, con
una mano sollev il monaco per le ascelle, coll'altra stacc la
visiera dal brocco e lo lasci cadere a terra, e lui dietro del
pari.
    Sceso che fu il monaco, sbarazzatosi di tutta l'armatura la
scaravent pezzo per pezzo in mezzo ai campi e ripresa l'asta
della croce rimont sul suo cavallo, che Eudemone gli aveva
fermato nella fuga.
    E via proseguono allegramente per la strada del Saliceto.


CAPITOLO XLIII.

Come qualmente Gargantua incontr la pattuglia di Picrocolo e come
il monaco uccise il capitano Tiravanti e poi rimase prigioniero
tra i nemici.


    Picrocolo al racconto degli scampati alla rotta, quando
Trippetto fu strippato, mont in collera sentendo che i diavoli
s'erano avventati sulle sue genti e tenne consiglio tutta notte.
Corvitello e Toccaleone conclusero la sua possanza esser cos
grande da poter sbaragliare tutti i diavoli d'inferno se fossero
venuti. Picrocolo non ne fu sicuro del tutto, ma un pochino s,
n'era persuaso.
    Pertanto mand a perlustrare il paese, sotto il comando del
conte Tiravanti, milleseicento cavalieri in pattuglia tutti
montati su cavalli leggeri, tutti quanti bene aspersi d'acqua
benedetta e ciascuno con una stola al collo come insegna perch,
se per caso, non si sa mai, avessero incontrato i diavoli, la
virt di quell'acqua gregoriana e delle stole li avesse fatti
sparire e svanire. Corsero dunque fino presso Vauguyon e
Maladerye, ma non trovarono alcuno a cui rivolgere la parola, onde
ripassarono per di sopra e nel rifugio del tugurio da pastori,
presso Couidray trovarono i cinque pellegrini e legatili li
portarono con s schernendoli come spie, nonostanti le loro
esclamazioni, preghiere e proteste. Gargantua li sent avvicinarsi
mentre discendevano di l verso Seuill e disse alle sue genti:
    - All'erta, compagni, c' il nemico e sono dieci volte pi di
noi. Dobbiamo affrontarli?
    - E che diavolo dobbiamo fare adunque? disse il frate.
Stimate voi gli uomini dal numero o non piuttosto dalle virt e
dall'ardimento?
    Poi grid:
    - Addosso, diavoli, addosso!
    Sentendo ci i nemici e pensando fossero diavoli per davvero,
si diedero a fuggire a briglia sciolta, eccetto Tiravanti, il
quale messa la lancia in resta and a colpire a tutta forza il
monaco in mezzo al petto; ma incontrando la tonaca la punta di
ferro si pieg come se voi, con una candeletta andaste a colpire
un'incudine. Allora il monaco colla sua croce gli diede una s
rude botta tra capo e collo, su l'osso acromione, che lo stord e,
perduti sensi e movimento, cadde ai piedi del cavallo. Vedendo il
frate la stola che quegli portava a mo' di sciarpa, disse a
Gargantua:
    - Costoro non son che preti: un prete non  che l'unghia di
un monaco. Io son monaco perfetto per San Giovanni, e ve li
ammazzer come mosche.
    Poi di gran galoppo si diede ad inseguirli e raggiunti gli
ultimi li abbatteva come segala picchiando a dritto ed a rovescio.
    Ginnasta chiese subito a Gargantua se dovevano inseguirli. Ma
Gargantua rispose
    - Nient'affatto; secondo la buona arte militare, non bisogna
mai spingere il nemico alla disperazione perch ridotti agli
estremi gli si moltiplicano le forze e gli s'accresce il coraggio
che gi veniva meno e mancava.
    Nulla val meglio, con gente sbalordita e sfinita, che
lasciarli privi d'alcuna speranza di salvezza.
    Quante vittorie sono state strappate dai vinti ai vincitori
quando questi senza moderazione tentarono di metter tutto a sacco
e distruggere totalmente i nemici senza voler lasciarne un solo
per diffondere le notizie.
    A nemico che fugge spalancate tutte le porte e strade e fate
loro un ponte d'oro perch scappino.
    - Ma, veramente, disse Ginnasta, hanno il monaco.
    - Hanno il monaco? disse Gargantua. Sull'onor mio sar a loro
danno. Ma per essere pronti ad ogni accidente non ritiriamoci
ancora; attendiamo qui in silenzio, poich penso di conoscere gi
abbastanza la natura dei nemici. Procedono pi a casaccio che con
ponderazione.
    Mentre essi cos attendevano sotto i noci, il monaco
continuava a picchiare quanti gli capitassero senza riguardo ad
alcuno finch incontr un cavaliere che portava in groppa uno dei
poveri pellegrini e voleva spogliarlo di tutto.
    - Signor Priore, grid il pellegrino, Signor Priore,
salvatemi per carit.
    Sentendo questa parola i nemici si volsero indietro e vedendo
che a far tutto quell'inferno non c'era che il monaco, lo
caricarono di botte come si carica di legna un somaro, ma egli
nulla sentiva, massimamente quando picchiavano sulla tonaca, tanto
aveva la pelle dura. Poi lo misero sotto la guardia di due arcieri
ed essi voltando i cavalli e non vedendo alcuno contro loro,
credettero che Gargantua e i suoi fossero fuggiti. E allora
s'avvicinarono verso le Noirettes correndo quanto potevano per
raggiungerlo e lasciarono il monaco solo coi due arcieri di
guardia.
    Gargantua intese il rumore e i nitriti dei cavalli e disse
alle sue genti:
    - Compagni, sento venire i nemici, e gi ne scorgo alcuni che
s'avanzano in folla contro di noi. Serriamoci qui e sbarriamo la
strada in buon ordine. Cos potremo affrontarli e sconfiggerli con
onore.


CAPITOLO XLIV.

Come qualmente il monaco si sbarazz dalle guardie e come la
pattuglia di Picrocolo fu disfatta.


    Il monaco vedendoli partire in disordine congettur che
andassero ad assalire Gargantua e le sue genti e si contrist
prodigiosamente di non poterli soccorrere. Poi studi il contegno
dei suoi arcieri di guardia; essi avrebbero volentieri seguito la
schiera per fare un po' di bottino e guardavano sempre verso la
vallata per la quale discendevano. Inoltre sillogizzava dicendo:
    "Questa gente sono ben poco esperti di guerra poich n
m'hanno domandato giuramento, n m'hanno tolto la spada". Subito
trasse la detta spada e fer l'arciere che lo teneva a destra,
tagliandogli interamente le vene jugulari e arterie spagitide del
collo con l'ugola fino alle due glandole tiroidi, e, ritirata la
spada gli recise il midollo spinale fra la seconda e terza
vertebra. L'arciere cadde l morto.
    E il monaco volgendo il cavallo a manca, piomb sull'altro il
quale vedendo il suo compagno morto e il monaco avvantaggiato su
lui, gridava ad alta voce:
    - Ah, Signor Priore, m'arrendo, mio Signor Priore mio buon
amico, mio Signor Priore!
    - Mio Signor Posteriore, gridava di rimando il monaco, amico
mio, mio Signor Posteriore, ora v'acconcio io le posteriora!
    - Ah, disse l'arciere, mio Signor Priore, mio caro, che Dio
vi promuova Abate, Signor Priore mio!
    - Per l'abito che vesto, disse il monaco, io vi far qui
cardinale. Ah, voi imponete il riscatto alla gente di religione?
Io vi far ora di mia mano un bel cappello rosso.
    - Mio Signor Priore, mio Signor Priore, mio Signor futuro
Abate, mio Signor Cardinale, mio tutto! Ah! ah! ah! No, mio Signor
Priore, mio piccolo buon Signor Priore, mi dono a voi.
    - Ed io, disse il monaco ti dono a tutti i diavoli.
    E con un colpo gli affett la testa tagliandogli il cranio
sopra l'osso petroso e portando via le due ossa parietali e la
sutura sagittale con gran parte dell'osso coronale; e ci facendo
recise le due meningi e apr profondamente i due ventricoli
posteriori del cervello; il cranio rimase penzoloni sulle spalle,
attaccato per di dietro alla pelle del pericranio in forma di
berretto dottorale, nero di sopra, rosso di dentro. E l'arciere
cadde morto stecchito a terra.
    Ci fatto il monaco di di sprone al cavallo e prosegu la
via che tenevano i nemici, i quali avevano incontrato Gargantua e
i suoi compagni, sulla strada maestra ed erano tanto diminuiti di
numero per l'enorme strage compiuta da Gargantua col suo grande
albero, da Ginnasta, Ponocrate, Eudemone e gli altri, che
cominciavano a ritirarsi pi che in fretta, tutti spaventati e
turbati i sensi e l'intelletto come se avessero davanti agli occhi
la specie e figura propria della morte in persona.
    E come un asino quando gli s'attacca al culo un tafano
giunonico o una mosca che lo punge, corre qua e l senza via n
direzione, scaraventando a terra il carico, rompendo freno e
redini senza prender fiato n riposo, e non sa chi lo move perch
non vede nulla che lo tocchi, cos fuggivano
quelle genti smarrite senza saper la causa del fuggire, affannate
solo dal terrore panico che aveva loro invaso l'anima.
    Vedendo il monaco che a null'altro pensavano che a scappare,
scende da cavallo e monta sopra una grossa roccia che sovrastava
alla strada e colla sua grande spada picchiava a tutta forza sui
fuggiaschi senza sosta e senza risparmiarli. Tanti ne uccise e
tanti ne atterr che la spada gli si ruppe in due pezzi. Allora
pens che aveva ucciso e massacrato abbastanza e che il resto
doveva pur fuggire per recare le notizie.
    Impugn pertanto un'ascia tolta a uno di quelli che l
giacevano morti e tornato sulla roccia stava a veder fuggire i
nemici e capitombolare tra i cadaveri: solamente faceva deporre a
tutti picche, spade, lancie, ed archibugi. Coloro che portavano i
pellegrini legati li fece smontare e diede i loro cavalli ai
pellegrini che ritenne con s presso la siepe.
    E fece prigioniero Toccaleone.


CAPITOLO XLV.

Come qualmente il monaco condusse i pellegrini e le buone parole
che disse loro Grangola.


    Terminata la scaramuccia, Gargantua si ritir colle sue genti
eccetto il monaco e, allo spuntar del giorno, tornarono a Grangola
il quale nel suo letto pregava Dio per la loro salvezza e vittoria
e vedendoli tutti salvi e intatti li abbracci amorosamente e
domand notizie del monaco. Gargantua gli rispose che senza dubbio
era stato preso dai nemici.
    - Ed essi avranno mala ventura, disse Grangola.
    Cos infatti era avvenuto. Ond' ancora in uso il proverbio:
Bailler le moine  quelqu'un.
    Allora comand che si preparasse una buona colazione per
ristorarli. Quando fu pronta, vennero a chiamare Gargantua; ma
l'assenza del monaco l'affliggeva tanto, che non voleva n bere n
mangiare.
    Improvvisamente il monaco arriva e dalla porta del cortile
grida:
    - Vino fresco, vino fresco, Ginnasta, amico mio!
    Ginnasta usc e vide Frate Gianni con cinque pellegrini e
Toccaleone prigioniero. Gargantua gli and incontro e gli fecero
tutti la pi calorosa accoglienza e lo condussero davanti a
Grangola che volle sapere tutte le sue avventure. E tutto il
monaco raccont: come l'avevano preso, e come
s'era sbarazzato degli arcieri, e la strage che avea compiuto
sulla strada e come aveva liberato i pellegrini e condotto
Toccaleone. Poi si dettero a banchettare allegramente tutti
insieme.
    Intanto Grandola chiedeva ai pellegrini di qual paese
fossero, donde venivano a dove andavano.
    Lasdaller rispose per tutti:
    - Signore, io sono di Saint-Genou nel Berry, questo qui  di
Palluau, quest'altro di Onzay, quest'altro di Argy e questo qui di
Villebrenin. Veniamo da San Sebastiano presso Nantes, e ce ne
ritorniamo a casa a piccole giornate.
    - Ma, chiese Grangola, che andaste a fare a San Sebastiano?
    - Siamo andati, disse Lasdaller, a offrirgli i nostri voti
contro la peste.
    - Oh, povera gente, disse Grangola, credete voi che la peste
venga da San Sebastiano?
    - Certo, rispose Lasdaller, cos affermano i nostri
predicatori.
    - Davvero? disse Grangola, i falsi profeti vi annunciano di
tali frottole? Essi bestemmiano in tal modo i giusti e i santi di
Dio rendendoli simili ai diavoli i quali non fanno che male tra
gli uomini. Cos Omero scrive che la peste fu mandata tra
l'esercito dei Greci da Apollo, e cos i preti inventano un
mucchio di Vegiovi e divinit malefiche. E cos predicava a Cirais
un ipocrita, che Sant'Antonio mette il fuoco alle gambe,
Sant'Eutropio rende idropici, San Gildas fa impazzire, San
Ginocchio d la gotta. Ma io l'ho punito in tal modo, bench mi
chiamasse eretico, che da allora mai pi nessun ipocrita os
entrare nelle mie terre e mi stupisco che il vostro re lasci loro
predicare nel suo reame tali scandali; poich meritano maggior
castigo di coloro che per arte magica o altri mezzi diffondessero
la peste tra la gente. La peste infatti non uccide che il corpo,
quegli impostori avvelenano le anime.
    Mentre egli diceva queste parole entr il monaco con aria
risoluta e domand loro:
    - Di dove siete, poveri diavoli?
    - Di Saint-Genou, dissero.
    - E come sta, chiese il monaco, l'abate Taglialeone, il buon
beone? E i suoi monaci hanno buona cera? Corpo di Dio! essi vi
fregano le vostre donne mentre andate in romitaggio.
    - Ihn, ehn! disse Lasdaller, quanto alla mia son tranquillo,
perch chi l'ha vista di giorno non si romper certo il collo per
andare a trovarla di notte.
    - Bravo! disse il monaco, l'hai detta grossa! Foss'ella pur
brutta come una diavolessa, non sfuggir, per Dio, alla fregata,
se c' frati intorno: a buon operaio ogni pezzo  buono da metter
in opera. Che mi prenda lo scolo, se al ritorno non la trovate
pregna. Ma non sapete che l'ombra sola del campanile d'un'abbazia
basta a ingravidare?
    -  come l'acqua del Nilo in Egitto, se credete a Strabone,
disse Gargantua, grazie alla quale secondo Plinio, lib. VII, cap
3, la fertilit  in tutti: nel pane, negli abiti, nei corpi.
    - Andatevene, disse Grangola, andatevene, povera gente, nel
nome di Dio Creatore, e che Esso vi guidi in perpetuo; e d'ora
innanzi non lasciatevi indurre a codesti oziosi e inutili viaggi.
Mantenete le vostre famiglie, lavorate ciascuno secondo la propria
vocazione, istruite i vostri figliuoli e vivete come insegna il
buon apostolo San Paolo. Ci facendo avrete con voi la protezione
di Dio, degli angeli e dei santi e non ci sar peste o malanno che
venga a danneggiarvi.
    - Gargantua li condusse quindi nella sala a refocillarsi, ma
i pellegrini non facevano che sospirare e dissero a Gargantua:
    - Oh, felice la terra che ha per signore un tale uomo! Noi
siamo pi edificati e illuminati dalle sue parole che da tutte
quante le prediche predicateci nella nostra citt.
    -  ben vero, disse Gargantua ci che scrive Platone (lib.V,
De Rep.) che le repubbliche allora saranno felici, quando i re
filosoferanno o i filosofi regneranno.
    Poi fece riempire le loro bisaccie di viveri, le bottiglie di
vino e diede a ciascuno un cavallo per alleggerire loro il resto
del cammino e qualche carlo per vivere.


CAPITOLO XLVI.

Come qualmente Grangola tratt con umanit il prigioniero
Toccaleone.


Toccaleone fu presentato a Grangola che lo interrog sull'impresa
e la situazione di Picrocolo e gli chiese che cosa si proponesse
con quel tumultuoso fracasso. Ed egli rispose che era suo
proposito e disegno di conquistare, se poteva, tutto il territorio
per vendicare l'ingiuria fatta ai focacceri.
- Troppo imprende, disse Grangola, e chi troppo abbraccia poco
stringe. Non  pi il tempo di conquistare cos i reami a danno
del suo prossimo fratel cristiano. Il voler imitare gli antichi
Ercoli, e Alessandri, e Annibali, e Scipioni, e Cesari e altri
tali  contrario ai principi dell'Evangelo, il quale comanda che
ciascuno difenda, salvi, regga e amministri il proprio paese senza
invadere da nemico gli altri. Ci che i Saraceni e i Barbari un
tempo chiamavano prodezze, ora noi chiamiamo brigantaggio e
malvagit. Meglio avrebbe fatto contenendosi nella sua casa e
governandola da re, che assalire la mia e saccheggiarla
ostilmente, poich, ben governando la sua, l'avrebbe aumentata,
per aver saccheggiato la mia, sar distrutto.
E voi andatevene pure nel nome di Dio e seguite le buone imprese,
fate comprendere al vostro re quelli che conoscerete essere errori
e non dategli mai consigli conformi al vostro particolare
interesse, poich col bene comune  perduto anche il proprio.
Quanto al prezzo del vostro riscatto, ve lo condono interamente e
voglio vi siano restituiti armi e cavallo.
Cos bisogna trattare tra vicini ed antichi amici, considerato che
questa nostra controversia non  propriamente una guerra. Platone,
(lib. V, De Rep.) voleva che non guerra ma sedizione fosse
chiamata, quando i Greci movevano in armi gli uni contro gli
altri, e comanda di usare in quei casi ogni moderazione. E se
guerra la chiamate, essa non  se non superficiale, non penetra
nel profondo dei nostri cuori, poich nessuno di noi  offeso nel
proprio onore e non si tratta, insomma, che di riparare qualche
errore commesso dalle vostre genti, vostre e nostre intendo.
Conosciuto questo errore, dovevate lasciar correre, poich le
persone in litigio erano pi da spregiare che da prendere in
considerazione, massimamente avendo io offerto di dar
soddisfazione adeguata al danno patito. Dio sar giusto estimatore
del nostro conflitto ed io lo supplico di togliermi dal mondo con
la morte, e mandare in rovina ogni mio bene davanti ai miei occhi
piuttosto che io e i miei in nulla l'offendiamo.
Pronunciate queste parole chiam il monaco e davanti a tutti gli
domand:
- Frate Gianni, mio buon amico, da voi  stato preso il capitano
Toccaleone qui presente?
- Sire, disse il monaco, egli  presente, l'et ed il giudizio non
gli mancano; preferisco lo sappiate dalla sua stessa confessione
piuttosto che dalle mie parole.
E allora Toccaleone disse:
- Signore, s,  proprio lui che mi ha preso ed io mi rendo
francamente suo prigioniero.
- Avete voi, chiese Grangola al monaco, messo a prezzo il suo
riscatto?
- No, disse il monaco, di ci non mi curo.
- Quanto vorreste, disse Grangola, per lasciarlo libero?
- Nulla, nulla, disse il monaco, non m'importa.
Allora Grangola comand che, presente Toccaleone, fossero contati
al monaco per la sua presa, sessantaduemila saluti e ci fu fatto
mentre si preparava la colazione al detto Toccaleone. Infine
Grangola gli domand se voleva restare con lui o se preferiva
tornarsene al suo re.
Toccaleone rispose che avrebbe fatto come egli consigliasse.
- E allora, disse Grangola, ritornate al re vostro e Dio sia con
voi.
Poi gli fece dono di una bella spada di Vienna con fodero d'oro
inciso di belle vignette di oreficeria, e una collana d'oro
pesante settecento e due mila marchi, guarnita di gemme fine del
valore di centosessantamila ducati e inoltre diecimila scudi come
regalo. Dopo ci Toccaleone mont sul suo cavallo. Gargantua lo
fece scortare, per sicurezza, da trenta uomini d'arme e centoventi
arcieri sotto il comando di Ginnasta, per condurlo fino alle porte
della Roche Clermault se occorresse.
Lui partito, il monaco restitu a Grangola i sessantaduemila
saluti ricevuti dicendo:
- Sire, non ora dovete fare tali doni. Attendete la fine della
guerra, poich non si sa mai quali casi possano sopravvenire e una
guerra condotta senza buona provvista di danaro non ha che un filo
di vigore. Nerbo della guerra  la pecunia.
- E allora, disse Grangola, vi contenter alla fine, con
onesta ricompensa e con voi quanti mi avranno ben servito.


CAPITOLO XLVII.

Come qualmente Grangola mand a chiamare le sue legioni e come
Toccaleone uccise Corvitello e poi fu ucciso per comando di
Picrocolo


In quegli stessi giorni gli abitanti di Bess, di March vieux, di
Bourg Saint-Jacques, di Trainneau, di Parill, di Rivire, di
Roches Saint-Paul, di Vaubreton, di Pantill, di Brehemont, di
Pont de Clain, di Cravant, di Grandmont, di Bourdes, di
Villeaumre, di Huymes, di Segr, di Huss, di Saint-Louant, di
Panzoust, di Coudreaux, di Verron, di Coulaines, di Chos, di
Varenes, di Bourgueil di l'Isle Bouchard, di Croulay, di Narsay,
di Cande, di Montsoreau e altri luoghi confinanti inviarono
ambasciate a Grangola per dirgli che erano edotti dei torti
usatigli da Picrocolo e in virt della loro antica confederazione,
gli offrivano tutto il loro aiuto, sia d'uomini che di danaro e
altre munizioni di guerra.
Il tesoro confederale, secondo i patti stipulati con lui,
ammontava a centotrentaquattro milioni e due scudi e mezzo d'oro.
Le milizie sommavano a quindicimila uomini d'arme, trentaduemila
cavalleggeri, ottantanovemila archibugieri, centoquarantamila
avventurieri undicimila e duecento cannoni tra cannoni doppi,
basilischi e spirole, con quarantasettemila artiglieri; il tutto a
soldo pagato e con vettovaglie per sei mesi e giorni quattro.
Gargantua n rifiut, n accett del tutto l'offerta; ma li
ringrazi grandemente e disse che avrebbe condotto a termine la
guerra con tale accorgimento che non sarebbe stato necessario
disturbare tanta gente da bene. Solamente comand gli si
conducessero in ordine le legioni che ordinariamente manteneva
nelle sue piazze di La Devinire, di Chaviny, di Gravot e di
Quinquenays, le quali contavano duemila e cinquecento uomini
d'arme, sessantasei mila archibugieri, duecento pezzi di grossa
artiglieria, ventiduemila artiglieri e seimila cavalleggeri, tutti
in bande cos ben provvedute di tesorieri, vivandieri,
maniscalchi, armaioli e altra gente necessaria al buon
attrezzamento dell'esercito, tanto bene istruiti nell'arte
militare e bene armati ed esperti a riconoscere e seguire le loro
insegne, e pronti a intendere e obbedire i loro capitani, tanto
rapidi alla corsa e forti al cozzo, e prudenti nell'avventurarsi,
che meglio sembravano un'armonia d'organi e un ingegno d'orologio
che un esercito o una cavalleria.
Toccaleone, arrivato, si present a Picrocolo e gli cont per
disteso ci che aveva e fatto e visto. Alla fine consigliava
calorosamente che si venisse ad un accomodamento con Grangola, nel
quale aveva trovato il pi gran galantuomo del mondo, aggiungendo
che non era n utile, n giusto molestare cos i vicini, dai quali
non aveva ricevuto che bene; e, ci che pi importava, che mai
avrebbe potuto cavarsela da quella impresa se non con scapito e
disgrazia, poich la potenza di Picrocolo non era tale che
Grangola non potesse agevolmente metterli a sacco. Non aveva
finito di pronunciare queste parole che Corvitello disse ad alta
voce:
- Ben infelice il principe che  servito da gente che si lascia
facilmente corrompere, come Toccaleone; poich io vedo l'animo suo
tanto mutato, che certo egli si sarebbe unito ai nostri nemici per
combattere contro noi e tradirci, se essi avessero voluto
trattenerlo; ma come la virt  da tutti lodata e stimata, amici o
nemici che siano, cos la malvagit  tosto conosciuta e tenuta in
sospetto e poich di essa i nemici si servono a loro vantaggio,
cos essi tengono i malvagi e i traditori in abominazione.
A queste parole Toccaleone, insofferente, sguain la spada e
trafisse Corvitello un po' sopra la mammella sinistra, onde mor
incontinente. E traendo dal corpo la spada disse franco:
- Cos muoia chi biasimer i fedeli servitori.
Picrocolo mont subito in furore e vedendo la spada e il fodero
tanto ornati disse:
- Ti hanno forse regalata quest' arma per uccidere maliziosamente
in mia presenza il mio buon amico Corvitello?
E comand ai suoi arcieri di metterlo a pezzi; il che fu fatto
subito e cos crudelmente che la camera era tutta bagnata di
sangue; poi fece seppellire onorevolmente il corpo di Corvitello e
gettar dalle mura nella valle quello di Toccaleone.
Le notizie di queste violenze si diffusero per tutto l'esercito,
onde molti cominciarono a mormorare contro Picrocolo tanto che
Acchiappagatti gli disse:
- Signore, io non so che sar per uscire da questa impresa. Vedo
la vostra gente poco fiduciosa. Essi considerano che siamo qui mal
provvisti di viveri e gi molto diminuiti di numero per le perdite
di due o tre sortite. Inoltre i nostri
nemici ricevono grandi rinforzi. Se saremo assediati non vedo come
potremo sfuggire alla rovina completa.
Merda! Merda! disse Picrocolo; mi sembrate le anguille di Melun
che si mettono a strillare prima che le scortichino. Lasciate,
lasciate che vengano!


CAPITOLO XLVIII.

Come qualmente Gargantua assal Picrocolo in La Roche Ciermault e
sbaragli l'esercito del detto Picrocolo.


Gargantua fu nominato comandante in capo dell'esercito. Il padre
rest nella fortezza e incoraggiando le sue genti con buone parole
promise gran doni a coloro che avessero compiuto prodezze.
L'esercito poi giunse al guado della Vde e con barche e ponti
leggeri passarono oltre rapidamente. Poi, considerando la
posizione della citt che era in luogo elevato e vantaggioso,
nella notte si deliber sul da fare.
Ginnasta disse: "Signore, tali sono la natura ed il temperamento
dei Francesi che non valgono se non al primo assalto; al primo
assalto son peggio che diavoli, ma se si fermano, valgono meno che
femminuccie. lo sono d'avviso che ora, appena le vostre genti
avranno riposato un poco e mangiato, ordiniate l'attacco".
L'avviso fu trovato buono. Gargantua spieg dunque tutto
l'esercito in campo aperto mettendo la riserva dal lato della
salita. Il monaco prese con s sei bande di fanti e duecento
cavalieri e rapidamente travers le paludi e giunse sopra Puy fino
alla strada di Loudun.
Intanto l'assalto continuava. Le genti di Picrocolo non sapevano
se fosse meglio uscir dalle mura e affrontare i nemici, oppure
difendere la citt senza moversi. Picrocolo fece alfine una
furiosa sortita con qualche banda di cavalieri della sua casa, ma
fu accolto a gran festa di cannonate che grandinavano sul pendio,
talch i Gargantuisti si ritirarono nella valle per lasciar libero
gioco all'artiglieria. Quelli della citt si difendevano come
meglio potevano, ma le freccie passavano oltre senza ferire
nessuno. Alcuni della banda sfuggiti all'artiglieria caricarono
fieramente le nostre genti, ma con poco profitto perch furono
accolti tra le schiere e rovesciati a terra. Allora avrebbero
voluto ritirarsi, ma il monaco intanto aveva loro tagliato la
strada per cui si volsero alla fuga in disordine e confusione.
Alcuni volevano dar loro la caccia, ma il monaco li trattenne
temendo, nell'inseguire i fuggenti, perdessero l'ordinamento e
fossero sorpresi cos dall'assalto di quelli della citt. Poi,
atteso qualche tempo e nessuno facendosi innanzi, invi il duca
Frontista ad avvertire Gargantua affinch s'avanzasse per occupare
il pendio a sinistra e impedire la ritirata di Picrocolo per
quella porta. Gargantua profitt del consiglio in tutta fretta e
invi quattro legioni della compagnia di Sebaste; ma non poterono
raggiungere la sommit del pendio senza incontrare faccia a faccia
Picrocolo e quelli che si erano sparpagliati con lui. Li
caricarono violentemente, ma furono tuttavia provati dalle freccie
e dai tiri d'artiglieria di quelli che stavano sulle mura. Ci
vedendo Gargantua, and in loro soccorso con grandi forze e la sua
artiglieria cominci a battere quella parte delle mura sicch
tutte le schiere della citt furono quivi chiamate a difesa.
Il monaco, accortosi che la parte da lui assediata era sprovvista
di soldati e di guardie, considerando che coloro che
sopraggiungono in una battaglia recano pi timore e spavento di
quelli che stanno combattendo a tutta forza mosse con gran
coraggio contro il forte e tanto fece che riusc a scalarlo con
alcuno de' suoi. Tuttavia evit ogni fracasso finch tutti i suoi
non fossero saliti sulle mura, eccetto i duecento cavalieri che
lasci fuori per gli accidenti che potessero capitare. E allora
lui e gli altri insieme si diedero a gridare orribilmente,
uccisero senza resistenza le guardie di quella porta e l'apersero
ai cavalieri, poi con tutta fierezza fecero impeto verso la porta
orientale dove era la mischia e assalendo da tergo il nemico
rovesciarono ogni resistenza. Gli assediati vedendo apparire i
nemici, e i Gargantuisti aver occupata la citt, si arresero a
discrezione al monaco. Egli fece loro consegnare le armi e li
riun e rinchiuse nelle chiese, non senza aver tolto prima tutte
le aste delle croci e messe guardie alle porte per impedir loro di
scappare, poi, spalancata la porta orientale, usc al soccorso di
Gargantua.
Ma Picrocolo credette che il soccorso venisse a lui dalla citt e
s'impegn con oltracotanza pi di prima, finch Gargantua grid:
- Frate Gianni, amico mio, benvenuto Frate Gianni!
Comprendendo allora Picrocolo e le sue genti che tutto era
perduto, si diedero alla fuga in ogni direzione. Gargantua li
insegu fino a Vaugaudry uccidendo e massacrando, poi suon la
ritirata.


 CAPITOLO XLIX.

Come qualmente Picrocolo fuggendo ebbe mala ventura e ci che fece
Gargantua dopo la battaglia.


Picrocolo, disperato, se ne fugg verso l'Isle Bouchart; sulla
strada di Rivire il suo cavallo inciamp; Picrocolo fu preso da
tal collera che lo uccise colla spada. Poi non trovando modo di
rimettersi a cavallo, volle prendere un asino del mulino che si
trovava l presso; ma i mugnai lo colmarono di botte e lo
spogliarono dei suoi abbigliamenti dandogli per coprirsi un
meschino e rozzo vestito.
Cos se n'and il povero bilioso; poi, passando il fiume a Port-
Huaux e raccontando la sua mala ventura fu avvertito da una
vecchia strega che riacquisterebbe il regno alla venuta delle
cocchegr. Non si sa che sia poi avvenuto di lui. Tuttavia m'han
detto che ora fa il facchino a Lione, sempre bilioso come prima; e
sempre chiede ai forestieri notizie sulla venuta delle cocchegr,
certo sperando d'esser reintegrato nel regno al loro arrivo,
secondo la profezia della vecchia.
Gargantua, dopo aver suonato a raccolta, primamente fece contar le
sue genti e trov che pochi erano periti in battaglia, cio alcuni
della banda del capitano Tolmero, e Ponocrate che era stato
colpito da un archibugiata al giustacuore. Poi li fece ristorare,
ciascuno in ordine nella sua banda, e comand ai tesorieri che
quel pasto fosse loro provveduto e pagato e che non si facesse
nessun oltraggio alla citt che era sua. Dopo il pasto comand che
le milizie comparissero sulla piazza davanti al castello dove
avrebbero ricevuto paga per sei mesi. E cos fu fatto. Indi fece
radunar davanti a s sulla piazza quanti erano rimasti della parte
di Picrocolo, ai quali, presenti tutti i suoi principi e capitani,
parl come segue:


 CAPITOLO L

La concione di Gargantua ai vinti.


"I nostri padri, avi e antenati a memoria d'uomo, di tal
sentimento e di tal natura furono, che delle battaglie combattute
e de' trionfi e vittorie riportati amarono erigere qual segno
commemorativo trofei e monumenti di bont nel cuore dei vinti, pi
volentieri che opere di architettura nelle terre conquistate,
imperocch pi stimavano la viva ricordanza degli umani con
liberalit acquistata, che la muta iscrizione di archi, colonne e
piramidi, soggetti alle intemperie dell'aria e all'invidia di
tutti.
Ancor vivo  il ricordo della mitezza che usarono verso i Bretoni
nella giornata di Saint-Aubin du Cornier e nella demolizione di
Parthenay. Voi avete inteso e, intendendo, ammirato il buon
trattamento che usarono coi barbari di Spagnola che avevano
predato, devastato e saccheggiato i confini marittimi di Olona e
Thalmondoys.
Tutto il nostro cielo fu pieno delle lodi e congratulazioni vostre
e de' vostri padri quando Alfarbal re delle Canarie, non contento
dei suoi successi, invase furiosamente il territorio di Onys
compiendo opera da pirata in tutte le isole Armoricane e regioni
finitime.
    Egli fu preso e vinto in giusta battaglia navale da mio
padre, che Dio conservi e protegga. Che pi? l dove gli altri re
e imperatori, anche quelli che si fanno chiamare cattolici,
l'avrebbero miseramente trattato, duramente imprigionato, e
gravissimamente taglieggiato, egli lo tratt cortesemente:
amicamente lo ospit con s nel suo palazzo, e con incredibile
bont lo mand libero con salvacondotto, carico di doni, carico di
gentilezze, carico d'ogni segno d'amicizia. Che ne segu? Quegli,
tornato nelle sue terre fece adunare tutti i principi e stati del
suo reame, espose loro l'umanit sperimentata in noi e li preg di
deliberare in modo che il mondo ne traesse esempio, come gi in
noi di decorosa gentilezza, cos in loro di gentile decoro! I
convenuti decretarono per consentimento unanime di offrirci le
loro terre, domini e il reame, e che noi ne usassimo a nostro
arbitrio. Alfarbal in persona ritorn subito con novemila e
trentotto grandi navi onerarie portando i tesori non solamente
della sua casa e della stirpe reale, ma quelli di tutto il paese:
poich imbarcatosi per far vela col vento di ovest-nord-est, tutti
facevano ressa per gettare nelle navi oro, argento, anelli,
gioielli, spezie, droghe e odori aromatici: pappagalli, pellicani,
scimmie, zibetto, gatti selvatici, porcospini. Non era figlio di
buona madre reputato chi non imbarcasse ci che avea di singolare.
Arrivato che fu, voleva baciare i piedi a mio padre: ci che fu
stimato indegno di lui e non fu permesso, fu abbracciato invece
come eguale.
    Egli offr i suoi doni, e non furono accettati per essere
eccessivi.
    Si dichiar mancipio e schiavo volontario lui e la sua
posterit: ci non parve equo e non fu accettato. Egli ced,
secondo il decreto degli stati, le sue terre e il reame, offrendo
gli atti di trasmissione e cessione, firmati, sigillati e
ratificati in tutta regola: ci fu totalmente rifiutato e i
contratti bruciati. Il risultato fu che mio padre cominci a
commoversi di piet e a piangere copiosamente considerando il
franco volere e la semplicit dei Canariani e con parole squisite
e sentenze convenienti cercava menomare l'importanza del buon
trattamento usato, dicendo nulla aver fatto che valesse pi di un
bottone e se aveva mostrato qualche minima gentilezza, l'aveva
fatto perch suo dovere. E Alfarbal invece a decantarne il pregio
vieppi. Quale fu il risultato? Imponendogli anche la pi gravosa
delle taglie avremmo potuto esigere tirannicamente da lui due
milioni di scudi e tenere in ostaggio i suoi figli maggiori:
invece essi si son fatti spontaneamente tributari perpetui e
obbligati a versarci ogni anno due milioni d'oro fino di
ventiquattro carati. E il primo anno ce li pagarono qui, il
secondo volontariamente ci pagarono due milioni e duecentomila
scudi: il terzo due milioni e seicentomila, il quarto tre milioni,
e tanto aumentano di loro buon grado la somma che saremo costretti
a proibir loro di pi nulla portarci.  la natura della gratuit.
Che il tempo, il quale corrode e diminuisce ogni cosa, accresce
invece il valore dei benefici, poich una buona azione compiuta
liberamente verso un uomo ragionevole  continuamente accresciuta
da nobile pensiero e dalla rimembranza.
    Non volendo io dunque degenerare dalla bont ereditata dai
parenti miei, ora vi lascio in libert e vi rendo franchi e liberi
come avanti. Inoltre, all'uscire dalle porte sarete pagati
ciascuno per tre mesi affinch possiate ritirarvi nelle vostre
case e famiglie e vi condurranno in sicurezza seicento cavalieri e
ottomila fanti sotto la guida del mio scudiero Alessandro affinch
non siate oltraggiati dai contadini. Dio sia con voi!
    Duolmi di tutto cuore che qui non sia Picrocolo al quale
avrei fatto intendere come a questa guerra fui tratto mio malgrado
e senza alcuna intenzione di accrescere n i miei beni, n il mio
nome. Ma poich egli  perduto, n si sa dove n come sia sparito,
voglio che il suo reame sia conservato intero a suo figlio, il
quale, per essere in tenera et, poich non ha anco compiuto i
cinque anni, sar allevato ed istruito dai vecchi principi e dai
savii del reame. E poich un reame cos desolato, sarebbe
facilmente rovinato se non s'infrenasse la cupidigia e avidit dei
suoi amministratori, ordino e voglio che Ponocrate sovraintenda a
tutti i governanti coll'autorit a ci richiesta e assista il
fanciullo finch lo riconosca idoneo a governare da s.
    Considero che una troppo molle e snervata facilit di perdono
 occasione ai malfattori di nuovamente malfare per la perniciosa
speranza di grazia. Considero che Mos, il pi dolce uomo che
fosse sulla terra al tempo suo, puniva severamente gli
insubordinati e i sediziosi del popolo di Israele. Considero
Giulio Cesare, capitano mitissimo. Disse di lui Cicerone che la
sua fortuna nulla ebbe di pi sovrano se non il potere e la sua
virt nulla di migliore se non il voler sempre salvare e perdonare
tutti. Cesare tuttavia in certi casi pun rigorosamente gli autori
di ribellione.
    A esempio di loro voglio che mi consegniate avanti di
partire: anzitutto quel bel Marchetto che per la sua vana
oltracotanza fu origine e causa prima di questa guerra: in secondo
luogo i suoi compagni focacceri che trascurarono di correggere
immediatamente la sua testa matta e infine tutti i consiglieri,
capitani, ufficiali e famigliari di Picrocolo che lo abbiano
incitato, lodato, e consigliato a esorbitare dai limiti per venire
a disturbarci."


CAPITOLO LI.

Come qualmente i Gargantuisti vincitori furono ricompensati dopo
la battaglia.


    Dopo la concione di Gargantua furono consegnati i sediziosi
da lui richiesti meno Spadaccino, Merdaglia, e Minutaglia i quali
erano fuggiti sei ore prima della battaglia, l'uno di volata fino
a Col d'agnello, l'altro fino a Val de Vire, il terzo fino a
Logrono, senza mai voltarsi n prender fiato nella fuga, e meno
due focacceri morti nella battaglia. Gargantua non fece loro alcun
male, solo ordin fossero adibiti a tirare le stampe nella
tipografia impiantata di fresco.
    Poi fece onorevolmente seppellire i morti nella valle delle
Noirettes e nel campo di Brulevieille. I feriti li fece medicare e
curare nel suo grande nosocomio. Poi pens ai danni recati alla
citt e li fece rimborsare agli abitanti con tutti gli interessi
basandosi sulla loro dichiarazione giurata.
    Nella citt fece costruire un forte castello e vi mise gente
a guardia per meglio difenderla nell'avvenire contro le
aggressioni improvvise.
    Prima che partissero ringrazi con riconoscenza tutti i
soldati delle sue legioni che avevano cooperato alla vittoria e li
mand a svernare nelle loro sedi e guarnigioni, eccetto alcuni
della legione decumana che aveva visto nella giornata campale
compiere prodezze, e insieme i capitani delle bande che condusse
con s alla presenza di Grangola.
    Non sarebbe possibile descrivere quanto si rallegr il buon
uomo vedendoli arrivare. E diede loro un banchetto, il pi
magnifico e abbondante e delizioso che si fosse mai visto dal
tempo del re Assuero. Al levar delle mense distribu a ciascuno
tutta la sua argenteria che pesava un milione ottocentomila e
quattordici bisanti d'oro, tra gran vasi antichi, grandi crateri,
navicelle, portafiori, portaconfetti, e altro simile vasellame,
tutto d'oro massiccio, oltre le gemme, gli smalti e i lavori di
oreficeria, il prezzo dei quali a stima di ognuno, superava quello
stesso del metallo.
    Inoltre fece loro contare dalle sue casse, un milione e
duecentomila scudi ciascuno, e in pi, a ciascuno, don a
perpetuit (salvo il caso che morissero senza eredi) i suoi
castelli e terre vicini, secondo che erano a loro pi comodi: a
Ponocrate don la Roche Clermault, a Ginnasta Coudray; a Eudemone,
Montpensier; a Tolmero, Rivau; a Itibolo, Monsoreau; ad Acamas,
Cande; a Chiranatto, Varennes; Gravot a Sebaste; Quinquenays ad
Alessandro; Ligr a Sofronio; e cos dell'altre sue piazze.


CAPITOLO LII.

Come qualmente Gargantua fece costruire per il monaco l'abbazia di
Teleme.


    Restava da premiare il monaco. Gargantua voleva nominarlo
abate di Seuilly, ma egli rifiut. Gli volle dare l'abbazia di
Bourgueil o quella di Saint-Florent, qual delle due pi gli
convenisse, o entrambe se gli piacesse; ma il monaco gli fece
risposta perentoria che non voleva carico n governo di monaci.
    - Poich, diceva, come potrei governare altrui, io che non
saprei governare me stesso? Se vi pare che vi abbia reso servizio
gradito e che possa renderne altri in avvenire, concedetemi di
fondare una abbazia di mia testa.
    Piacque la domanda a Gargantua e gli offr tutto il suo
territorio di Teleme lungo la Loira, a due leghe dalla grande
foresta di Port-Huan. Il monaco chiese poi a Gargantua che
disciplinasse la sua regola in modo contrario a tutte le altre.
    - Anzitutto, disse Gargantua, non bisogner costruirvi muri
all'intorno, poich tutte le altre abbazie sono fieramente murate.
    - Non senza ragione  questo, disse il monaco: dove c' muro
e davanti e di dietro, c' molto murmurare, e invidia e mutua
cospirazione.
    Inoltre, poich in certi conventi di questo mondo  usanza
che se v'entra qualche donna (intendo le oneste e pudiche) si
ripuliscono i luoghi dove son passate, cos ordino che se un
monaco o una monaca entrassero per caso nell'abbazia, si
ripulissero accuratamente tutti i luoghi per dove fossero passati.
E poich negli ordini monastici di questo mondo tutto  misurato,
limitato e regolato per ore, fu decretato che col non fosse n
orologio, n quadrante alcuno, ma che tutte le opere fossero
distribuite secondo le occasioni e opportunit; poich, diceva
Gargantua, la maggior perdita di tempo che egli sapesse, era
contar le ore (qual profitto ne viene?) e la pi gran corbelleria
di questo mondo governarsi al suon di una campana e non secondo i
dettami del buon senso e dell'intelletto. Item, poich in quel
tempo non si facevano monache se non le donne che erano guercie,
gobbe, brutte, deformi, folli, insensate, stregate, e magagnate e
monaci gli uomini se non catarrosi, malnati, sciocchi, e di peso
alla famiglia....
    - A proposito, disse il monaco, una donna n bella n buona,
a che serve?
    - A metterla in convento, disse Gargantua.
    - Ma anche, disse il monaco, a far camicie.
    ....cos fu ordinato che l non sarebbero state ricevute se
non donne belle, ben formate, e di buona natura e gli uomini
belli, ben formati e di buona natura.
    Item, poich nei conventi di monache non entravano uomini se
non di scappata e clandestinamente, fu decretato che col non
sarebbero ammesse donne se non vi fossero uomini, n uomini se non
vi fossero donne.
    Item, poich tanto i monaci che le monache una volta entrati
in un ordine, dopo l'anno di noviziato, erano forzati e costretti
a restarvi perpetuamente per tutta la vita, fu stabilito che
uomini e donne entrati col avessero potuto uscirne francamente e
completamente quando loro piacesse.
    Item, poich ordinariamente i monaci facevano tre voti: di
castit, povert e obbedienza, fu stabilito che col si potessero
maritare onorevolmente, che ciascuno fosse ricco e vivesse
liberamente.
    Quanto all'et legittima, le donne vi erano ammesse dai dieci
fino ai quindici anni, gli uomini dai dodici fino ai diciotto.


CAPITOLO LIII.

Come qualmente fu costruita e dotata l'abbazia dei Telemiti.


    Per la costruzione e l'ammobiliamento dell'abbazia, Gargantua
fece consegnare in contanti due milioni e settecento mila
ottocento e trentuno montoni di gran lana e assegn per ogni anno,
fino a compimento dell'opera, un milione seicento e
sessantanovemila scudi del sole e altrettanti della chioccia, da
esigere sulle entrate della Dive.
    Per l'impianto e il mantenimento dell'abbazia fece donazione
a perpetuit di due milioni trecento sessantanove mila cinquecento
e quattordici nobili della rosa, netti da aggravi, liberi, e
pagabili ogni anno alla porta dell'abbazia e ci fu messo in atti
e firmato in piena regola.
    L'edificio fu costruito in forma esagonale; ai sei angoli
corrisposero sei torrioni rotondi di sessanta passi di diametro e
tutti eguali di grandezza e di aspetto.
    La Loira scorreva sulla facciata di settentrione e l sorgeva
una delle grosse torri chiamata Artica, l'altra volgendo a oriente
era chiamata Calaer, l'altra Anatolia, l'altra Mesembrina, l'altra
Esperia, e l'ultima Criera.
    I lati fra torre e torre misuravano trecento e dodici passi.
Tutto l'edificio era a sei piani contando per un piano le cantine
sotterranee. Il secondo piano era tutto a volti in forma d'ansa di
paniere; tutti gli altri soffitti erano a cassettoni e a cul di
lampada in gesso di Fiandra; il tetto coperto d'ardesia fina, con
il comignolo rivestito di piombo con figure d'ometti e animali ben
eseguiti, combinati e dorati, coi doccioni che sporgevano dalla
muraglia tra un finestrone e l'altro e i tubi, dipinti con disegni
diagonali d'oro e d'azzurro, che scendevano sino a terra dove
finivano in grandi canali sotterranei che mettevano nel fiume.
    L'edificio era cento volte pi magnifico dei castelli di
Bonivet, di Chambord e di Chantilly, poich conteneva novemila
trecento e trentadue camere, ciascuna fornita d'anticamera,
gabinetto, guardaroba, cappella, e con uscita in una grande sala.
Nell'interno di ciascuna torre era una scala a chiocciola con
pianerottoli, i gradini della quale erano o di porfirio, o di
marmo rosso di Numidia, o di marmo serpentino, lunghi ventidue
piedi; la loro grossezza era di tre dita ed ogni ramo di scala ne
aveva dodici tra un pianerottolo e l'altro. Ogni pianerottolo era
illuminato di due belle finestre arcate all'antica, ed essi
mettevano sopra una loggetta della larghezza della scala. La scala
saliva fino al tetto e l finiva a padiglione e da ogni lato di
essa si entrava in una grande sala e dalle sale nelle camere.
    Dalla torre Artica alla Criera erano belle e grandi
biblioteche di libri greci, latini, ebraici, francesi, toscani e
spagnoli, una lingua per ogni piano.
    Nel mezzo dell'edificio, dalla parte del fiume era una scalea
a chiocciola, mirabile, l'entrata della quale era esterna sotto
un'arcata larga sei tese ed era costruita in tale forma e
dimensione che sei cavalieri colla lancia sulla coscia potevano
salire insieme, di fronte, fino al sommo dell'edificio.
    Dalla torre Anatolia alla Mesembrina erano belle e grandi
gallerie tutte affrescate di antiche geste, di fatti storici e
descrizioni della terra. Tra le due torri era un'altra scalea come
quella sopradetta dalla parte del fiume. Sulla porta era scritto
in lettere romane ci che segue.


CAPITOLO LIV.

Iscrizione messa sul portale di Teleme.


    Qui non entrate voi, ipocriti, bigotti,
    Vecchie bertucce, sguatteri gonfioni,
    Torcicolli, sciocchi da disgradarne i Goti
    E gli Ostrogoti, precursori dei macacchi;
    Accattoni, lebbrosi, mangiamoccoli impantofolati,
    Straccioni imbacuccati, porcaccioni scornacchiati,
    Beffati, tumefatti, accattabrighe;
    Tirate via a vendere altrove i vostri imbrogli.

    I vostri mali imbrogli
    Invaderebbero i miei campi
    Di cattiveria;
    E per loro falsit
    Turberebbero i miei canti
    I vostri mali imbrogli.

Qui non entrate voi o legulei mangiafieno,
Scribacchini, curiali, divoratori di popolo,
Coadiutori, scribi e farisei,
Giudici antichi che ai buoni parrocchiani
Siccome a cani mettete il guinzaglio.
Sia vostra mercede il patibolo.
Andate l a ragliare; qui non si commette eccessi,
Onde alle vostre corti movansi processi.

    Processi e dispute
    Han poco da stare allegri qui,
    Dove si viene a spassarsela.
    Su voi per litigare
    Si rovescino a cestoni
    Processi e discussioni.

Qui non entrate voi, usurai spilorci,
Ghiottoni leccapiatti, che sempre ammassate,
Acchiappagatti, ingoiatori di nebbia,
Curvi, camusi, che nelle vostre pentole
Non avete mai abbastanza migliaia di marchi.
Non fate smorfie quando incassate
E accumulate, poltroni dall'avara faccia;
Che mala morte d'un colpo vi disfaccia.

    La faccia non umana
    Di tal gente si porti
    A ridere altrove; qui dentro
    Non sarebbe decente;
    Via da questo territorio
    Facce non umane.

Qui non entrate voi, o deliranti mastini
N a sera n a mattino, vecchi malinconici e gelosi,
N voi faziosi e rivoltosi,
Fantasmi, folletti, spioni dei mariti,
Greci e Latini pi pericolosi dei lupi;
N voi rognosi impestati fino all'osso;
Andate altrove a far mostra d'ulceri,
Infranciosati carichi di disonore.

    Onore, lode, letizia
    Son qui dentro convenuti
    In accordo giocondo;
    Tutti son qui sani di corpo.
    Perci ben qui s'addice
    Onore, lode, letizia.

Qui entrate e siate i benvenuti
E benarrivati voi tutti, nobili cavalieri
Questo  il luogo ove son copiose
E giuste rendite, affinch ospitati
Siate tutti, grandi e piccoli a migliaia.
Miei familiari, miei intimi sarete
O freschi, giocondi, allegri, piacevoli, graziosi;
E tutti in generale gentili compagnoni.

    Compagnoni gentili
    Sereni e sottili
    Alieni da bassezza,
    Di cortesia
    Qui sono gli strumenti,
    O compagnoni gentili.

Qui entrate voi che l'evangelio santo
Vivacemente propagate, checch si gridi.
Qui dentro avete rifugio e fortezza
Contro l'errore dei nemici, che tanto procura
Avvelenare il mondo con sua falsit:
Entrate, e qui si fondi la profonda fede;
Poi si confondano e a voce e per iscritto
I nemici della santa parola.

    La parola santa
    Non sia mai estinta
    In questo luogo santissimo.
    Ciascun ne sia cinto
    Ciascuno incinto sia
    Dalla parola santa.

Qui entrate voi, dame d'alta stirpe,
Con franco cuore e lietamente entrate,
Fiori di bellezza dal viso celeste,
Dal corpo snello, dal fare onesto e saggio.
In questo luogo ha sede l'onore.
L'alto signore donatore del luogo
E compensatore, per voi l'ha ordinato
E per ogni spesa ha molto or donato.

    Or donato per dono
    Ordina perdono
    A chi lo dona:
    E ben guiderdona
    Ogni mortal galantuomo
    Or donato per dono.


CAPITOLO LV.

Come qualmente era il maniero dei Telemiti.


    In mezzo al cortile era una fontana magnifica di bello
alabastro, sopravi le tre Grazie colle cornucopie e zampillanti
getti d'acqua dalle mammelle, dalla bocca, dalle orecchie, dagli
occhi e da altre aperture del corpo.
    L'interno dell'edificio sul detto cortile era tutto a portici
con grossi pilastri di calcedonio e porfirio e a belle arcate
romaniche. L erano belle e lunghe e ampie gallerie adorne di
affreschi e trofei di corna di cervo, di liocorni, di rinoceronti,
di ippopotami, di denti d'elefante e altre curiosit.
    La parte dalla torre Artica alla Mesembrina era adibita alle
dame. Gli uomini occupavano il resto. Davanti agli appartamenti
delle dame, perch avessero una distrazione, tra le due prime
torri, esternamente, erano le lizze, l'ippodromo, il teatro, le
vasche natatorie con bagni mirifici a tre gradini, ben forniti di
ogni comodo e acqua di mirto a volont.
    Prospicente il fiume era il bel giardino e in mezzo ad esso
il bel labirinto. Fra le altre due torri erano il gioco della
pallacorda e del pallone. Dal lato della torre Criera era il
verziere pieno di ogni specie d'alberi fruttiferi tutti ordinati a
quinconce. In fondo ad esso era il gran parco pullulante d'ogni
genere di selvaggina.
    Tra le terze torri erano i bersagli pei tiri d'archibugio,
d'arco e di balestra; i servizi erano esternamente alla torre
Esperia, a un solo piano; la scuderia, dopo i servizi, la
falconeria dopo la scuderia, ed era governata da falconieri ben
esperti dell'arte e rifornita ogni anno da Candioti, Veneziani e
Sarmati, de' migliori campioni di ogni specie d'uccelli: aquile,
girifalchi, avoltoi, sacri, lanieri, falconi, sparvieri smerigli,
tanto bene addestrati e addomesticati che spiccando il volo dal
castello per divertirsi ai campi prendevano tutto ci che
incontravano. I canili erano un po' pi lontano volgendo verso il
parco.
    Tutte le sale, camere e gabinetti erano tappezzati in diverse
maniere secondo le stagioni dell'anno. Tutto il pavimento era
coperto di un tappeto verde. I letti erano tutti un ricamo. In
ogni retrocamera era uno specchio di cristallo, incorniciato d'oro
fino, guernito intorno di perle e di tal grandezza da specchiare
nitidamente tutta la persona. All'uscita delle sale degli
appartamenti femminili erano i profumieri e i parrucchieri per le
mani dei quali passavano gli uomini quando andavano a visitare le
dame. I profumatori fornivano ogni mattina le camere femminili
d'acqua di rosa, acqua di arancio e acqua d'angelo, e mettevano in
ciascuna la preziosa cassoletta vaporante ogni sorta di aromi.


CAPITOLO LVI.

Come qualmente erano vestiti i monaci e le monache di Teleme.


    Le dame sul principio dell'istituzione si vestivano a loro
piacere e arbitrio. Poi di lor franca volont adottarono la
seguente riforma:
    Portavano calze scarlatte o color granata alle tre dita
giuste sopra il ginocchio; l'orlatura delle quali era ricamata e
dentellata. Le giarrettiere erano del colore dei loro braccialetti
e contornavano il ginocchio sopra e sotto. Gli stivaletti,
scarpine e pantofole erano di velluto cremisi, rosso, o violetto,
con striscioline a barba di gambero.
    Sulla camicia vestivano la bella baschina di qualche bel
tessuto di seta e sopra essa la crinolina di taffet bianco,
rosso, lionato, grigio ecc. Al di sopra mettevano la cotta di
taffet d'argento (con ricami d'oro fino eseguiti coll'ago) o come
loro piacesse e secondo le disposizioni dell'aria, di satin, di
damasco, o velluto, di color aranciato, lionato, verde, cenerino,
blu, giallo chiaro, rosso cremisi, bianco, dorato, tela d'argento,
di canutiglia, di pizzi, secondo le feste.
    Le sottane secondo la stagione, di tela d'oro a fregi e ricci
d'argento, di raso rosso coperto di canutiglia d'oro, di taffet
bianco, blu, nero, lionato, sargia di seta, cambellotto di seta,
velluto, stoffa d'argento, tela d'argento, fili d'oro, velluto o
raso filato d'oro a disegni diversi. D'estate, qualche giorno,
invece di sottana portavano belle tuniche delle stoffe suddette, o
bernie alla moresca di velluto violetto con fregi d'oro su
canutiglia d'argento, o a cordoncini d'oro guerniti ai nodi di
piccole perle indiane. E sempre il bel pennacchio accordato col
colore dei manicotti e ben guernito di farfalline d'oro. D'inverno
vesti di taffet dei colori sopra indicati e foderate di pelli di
lupo cerviero, di gatto selvatico nero, di martore di Calabria, di
zibellini e altre pelliccie preziose.
    I rosari, anelli, catenelle e collane erano di gemme:
carbonchi, rubini, balasci, diamanti, zaffiri, smeraldi, turchesi,
granate, agate, berilli, perle e unioni rarissime.
    L'acconciatura della testa variava secondo la stagione:
d'inverno alla moda francese, di primavera alla spagnola, d'estate
alla toscana; i giorni di festa e le domeniche portavano
l'acconciatura francese, pi onorevole e consentanea alla
pudicizia matronale.
    Gli uomini erano abbigliati alla moda loro: calze di
stamigna, o di saia tessuta, di color scarlatto, o granata, o
bianco, o nero; le brache di velluto del color delle calze, o
pressapoco, ricamate e frangiate a loro gusto: il giustacuore di
tessuto d'oro, d'argento, di velluto, raso, damasco, taffet degli
stessi colori, frangiato, ricamato e acconciato a meraviglia. I
cordoncini erano di seta dello stesso colore, i puntali d'oro e
bello smalto; i sai e le zimarre di tessuto d'oro, tela d'oro,
tessuto d'argento, velluto, frangiati a piacere; le tuniche non
meno preziose di quelle delle dame, le cinture di seta del color
del giustacuore. Ciascuno aveva una bella spada al fianco,
l'impugnatura dorata, il fodero di velluto del color delle brache
con punta d'oro lavorato; lo stesso dicasi del pugnale; il
berretto di velluto nero guernito di molte bacche e bottoni d'oro;
sopra era la piuma bianca, graziosamente ornata di pagliuzze
d'oro, all'estremit delle quali splendevano, a m di pendagli bei
rubini, smeraldi ecc.
    Ma tanta simpatia era tra gli uomini e le dame che ogni
giorno erano vestiti in modo simile e per non mancare a ci certi
gentiluomini erano incaricati di indicare agli uomini ogni mattina
quali vesti le dame desideravano indossare per quella giornata e
tutto era fatto secondo il piacere delle dame.
    Non  a credere tuttavia che gli uni e le altre perdessero
tempo a quei vestiti cos belli, a quelle acconciature tanto
ricche, poich i mastri delle guardarobe tenevano ogni costume
preparato ogni mattina, e le cameriere erano tanto esperte, che in
un momento erano pronti e abbigliati da capo a piedi.
    E per aver sottomano quei costumi intorno al bosco di Teleme
v'era un gran caseggiato lungo mezza lega, ben chiaro e comodo nel
quale dimoravano orefici, lapidari, ricamatori, sarti, filatori
d'oro, vellutai, tappezzieri e ciascuno vi attendeva al suo
mestiere, tutti per i monaci e le monache. Essi erano riforniti di
materia prima e di stoffa per cura del signor Nausicleto, il quale
inviava loro ogni anno dalle isole Perlas e dei Cannibali sette
navi cariche di verghe d'oro, di seta cruda, di perle e di gemme.
Se qualche grossa perla tendendo a vetust perdeva la nativa
nitidezza, glie la rinnovavano dandola a inghiottire a qualche bel
gallo come si d la piumata ai falconi.


CAPlTOLO LVII.

La regola dei Telemiti e loro maniera di vivere.


    La loro vita non era governata da leggi, statuti o regole, ma
secondo il loro volere e franco arbitrio. Si levavano da letto
quando loro piacesse; bevevano, mangiavano, lavoravano, dormivano
quando ne aveano voglia; nessuno li svegliava, nessuno li forzava
n a bere, n a mangiare, n a qualsiasi altra cosa. Cos aveva
stabilito Gargantua. La loro regola era tutta in un articolo:

                Fa ci che vorrai

Poich gli uomini liberi, ben nati, bene educati, avvezzi a
compagnie oneste hanno per natura un istinto e stimolo che
chiamano onore, il quale sempre li spinge a opere virtuose e li
allontana dal vizio. Coloro i quali con vile soggezione e
costrizione sono oppressi ed asserviti volgono a scuotere e a
infrangere il giogo di schiavit i nobili sentimenti onde a virt
liberamente tendevano; poich noi incliniamo sempre alle cose
proibite e bramiamo ci che ci  negato.
    Grazie a quella libert invece, erano presi da emulazione di
fare tutti ci che ad uno vedevano piacere. Se alcuno o alcuna
diceva: beviamo! tutti bevevano. Se alcuno diceva: giochiamo!
tutti giocavano. Se alcuno diceva: andiamo pei campi a divertirci!
tutti vi andavano. Se dovevano cacciare al volo o coi cani, le
dame montate sulle loro chinee o sul loro baldo palafreno bardato
recavano ciascuna sul pugno graziosamente inguantato o uno
sparviero, o un lanieretto, o uno smeriglio; gli uomini portavano
gli altri uccelli.
    Erano tanto nobilmente istruiti che non si trovava fra loro
n alcuno, n alcuna che non sapesse leggere, scrivere, cantare,
suonare stromenti armoniosi, parlare cinque o sei lingue e
comporre in ciascuna sia versi che prosa. Mai non furono visti
cavalieri s prodi e galanti e destri, a piedi e a cavallo, s
vigorosi, s rapidi, s esperti di tutte le armi. Mai non furono
viste dame tanto pulite, tanto graziose, meno noiose e pi valenti
a ogni lavoro di mano, d'ago, ad ogni arte muliebre onesta e
libera.  Per questa ragione quando era venuto il tempo che alcuno
volesse uscire dall'abbazia, o per richiesta dei parenti, o per
altre cause, conduceva con s una delle dame, quella che l'aveva
accetto come suo devoto e si sposavano. E se erano vissuti a
Teleme in affettuoso rispetto e amicizia, anche meglio la
conservavano nel matrimonio e tanto si amavano alla fine de' lor
giorni quanto il primo delle nozze.
    Ma non voglio dimenticare di trascrivervi un enigma che fu
trovato nei fondamenti dell'abbazia inciso sopra una grande lastra
di bronzo. Si esprimeva cos come segue:


CAPITOLO LVIII.

Enigma trovato nei fondamenti dell'abbazia dei Telemiti.


Poveri umani, che felicit aspettate,
In alto i cuori, le mie parole ascoltate.
Se  permesso di credere fermamente
Che dagli astri del ciel l'umana mente
Possa congetturar cose venture,
O se  possibil per divinazione
Aver conoscenza della sorte futura,
Tanto da poter annunciare con discorso certo
Il destino e il corso degli anni lontani,
Io fo sapere a chi lo vuole intendere
Che il prossimo inverno senza oltre attendere
E anche prima, qui, dove siamo,
Uscir una maniera d'uomini
Stanchi di riposo, insofferenti di quiete
Che andranno francamente, di pieno giorno
A subornare gente d'ogni qualit
Incitandola alle fazioni e al parteggiare.
E chi prester loro fede e ascolto,
(Checch ne segua o costi)
Indurranno a liti manifeste:
Persino gli amici tra loro e i prossimi parenti:
Il figlio, ardito, non temer lo scandalo
Di schierarsi contro il suo stesso padre;
Anche i grandi di nobile lignaggio
Si vedranno assaliti dai loro sudditi
E il dovere d'onore e riverenza
Non terr pi conto di distinzioni e differenze di grado,
Poich diranno che ciascuno a sua volta
Deve salire in alto e poi discendere.
E per questa vicenda vi saranno tante mischie,
Tante discordie e andate e venute,
Che nessuna istoria, dove sono le grandi meraviglie,
Ha raccontato simili commovimenti.
Allora si vedranno molti uomini valorosi
Per stimolo e calor di giovinezza,
Per troppo abbandonarsi alle fervide brame,
Morire in fiore e vivere ben poco.
E nessuno potr lasciar l'impresa,
Una volta che l'abbia presa a cuore,
Senza aver riempito, per dispute e contese,
Di grida il cielo, di passi la terra.
Allora uomini senza fede non avranno
Minore autorit di quelli che professano verit,
Poich tutti seguiranno l'avviso e le passioni
Dell'ignorante e sciocca moltitudine,
E il pi balordo sar assunto giudice.
Oh dannoso e penoso diluvio!
Diluvio, dico, a buon diritto,
Poich questo travaglio non cesser
E non ne sar liberata la terra.
Fintanto che non sgorghino rapide
Acque improvvise, onde anche i pi tardi
Nel combattere, saranno colti e inzuppati;
E giustamente, giacch il loro cuore,
Assorto in questo combattimento, non avr risparmiato
Neanche i greggi delle bestie innocue;
E i nervi loro e le loro vili budelle
Saranno usate non gi pel sacrificio degli Dei,
Ma pei comuni servigi dei mortali.
Ora io vi lascio pensare intanto
Come proceder tutto questo parapiglia
E qual riposo, in lotta s profonda,
Avr il corpo della macchina rotonda.
I pi fortunati, quelli che pi la terranno,
Meno degli altri si asterranno dal guastarla e rovinarla
E in mille modi procureranno
Di asservirsela e tenerla prigioniera
In luogo tale, che la poveretta, disfatta,
Non trover riparo se non da colui che l'ha fatta.
E, ci ch' peggio, nella sua disgrazia
Il chiaro sole, anche prima di giungere all'occaso
Lascier cadere l'oscurit su lei
Pi che di ecclissi o di notte naturale,
Onde perder a un tratto e libert
E il favore e la luce dell'alto cielo,
O per lo meno rester abbandonata.
Ma prima di questa rovina
Essa avr subito a lungo, ostensibilmente,
Un violento e s grande sussulto
Che non pi agitato fu l'Etna quando
Fu lanciato sopra un figlio di Titano
N pi improvviso dev'essere stimato
Il movimento che fece Inarime
Quando Tifeo s forte s'irrit
Che i monti in mar precipit.
Cos sar in breve ridotta
In triste stato e s spesso cambiata,
Che anche quelli che la tenevano,
La lasceranno occupare ai sopraggiunti
S'avviciner allora il momento buono e propizio
Di por fine a s lungo esercizio,
Che le grandi acque di che udiste parlare,
Fanno s che ciascuno pensi alla ritirata.
Ma tuttavia prima di partirsi
Si potr veder nell'aria apertamente
L'aspro calor di una gran fiamma accesa
Per metter fine all'acque ed all'impresa
Al termine di tutte queste peripezie
Rester che gli eletti, lietamente ristorati
Di tutti i beni e di celeste manna,
Saranno per giunta arricchiti d'onesta ricompensa,
E gli altri alla fine saranno immiseriti.
Cos  giusto sia, affinch cessato il travaglio
Tocchi a ciascuno la sua sorte predestinata
Tale era l'accordo. Oh quanto  da onorare
Colui che fino all'ultimo pot perseverare!

    Finita la lettura del documento, Gargantua sospir
profondamente e disse ai presenti:
    - Non  da ora che i seguaci della credenza evangelica sono
perseguitati; ma ben felice colui che non sar scandalizzato e
tender sempre al fine che Dio, mediante il suo caro Figliuolo, ci
ha prefisso, senza essere distratto, n deviato da passioni
carnali.
    - Che cosa pensate voi nel vostro intelletto, disse il
monaco, che indichi e significhi questo enigma?
    - Che significa? disse Gargantua: il corso e il trionfo della
verit divina.
    - Per San Goderano! disse iI monaco, la mia interpretazione
non corrisponde alla vostra: questo  lo stile di Merlino il
Profeta. Trovateci le allegorie e le gravi significazioni che vi
piaccia e scervellatevi voi e tutto il mondo fin che vorrete. Per
mio conto non ci vedo altro senso che una descrizione, sotto
oscure parole, del gioco del pallone.
    I subornati non sono che i giocatori delle partite che sono
generalmente amici; dopo fatte le due caccie esce dal gioco colui
che c'era e vi entra un altro; colui che primo dice se la palla 
sopra o sotto la corda  creduto. Le acque sono il sudore, le
corde delle rachette sono fatte di budelle di pecora o di capra;
la macchina rotonda  la palla o pallone. Dopo il gioco si
ristorano davanti a un bel fuoco, si cambiano la camicia e si
banchetta volentieri; ma pi allegramente quelli che hanno vinto.
    E allegria!



FINE DEL VOLUME PRIMO

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