Luigi Pulci

MORGANTE



CANTARE PRIMO


In principio era il Verbo appresso a Dio,
ed era Iddio il Verbo e 'l Verbo Lui:
questo era nel principio, al parer mio,
e nulla si pu far sanza Costui.
Per, giusto Signor benigno e pio,
mandami solo un degli angel tui,
che m'accompagni e rechimi a memoria
una famosa, antica e degna storia.

E tu, Vergine, figlia e madre e sposa
di quel Signor che ti dtte la chiave
del Cielo e dell'abisso e d'ogni cosa
quel d che Gabriel tuo ti disse "Ave",
perch tu se' de' tuoi servi pietosa,
con dolce rime e stil grato e soave
aiuta i versi miei benignamente
e 'nsino al fine allumina la mente.

Era nel tempo quando Filomena
con la sorella si lamenta e plora,
ch si ricorda di sua antica pena,
e pe' boschetti le ninfe innamora,
e Febo il carro temperato mena,
ch 'l suo Fetonte l'ammaestra ancora,
ed appariva appunto all'orizonte,
tal che Titon si graffiava la fronte,

quand'io varai la mia barchetta prima
per obedir chi sempre obedir debbe
la mente, e faticarsi in prosa e in rima,
e del mio Carlo imperador m'increbbe;
ch so quanti la penna ha posti in cima,
che tutti la sua gloria prevarrebbe:
 stata questa istoria, a quel ch'io veggio,
di Carlo, male intesa e scritta peggio.

Diceva Leonardo gi Aretino
che s'egli avessi avuto scrittor degno,
com'egli ebbe un Ormanno e 'l suo Turpino,
ch'avessi diligenzia avuto e ingegno,
sarebbe Carlo Magno un uom divino,
per ch'egli ebbe gran vittorie e regno,
e fece per la Chiesa e per la Fede
certo assai pi che non si dice o crede.

Guardisi ancora a San Liberatore,
quella badia l presso a Menappello
gi nell'Abruzzi, fatta per suo onore,
dove fu la battaglia e 'l gran flagello
d'un re pagan, che Carlo imperadore
uccise, e tanto del suo popul fello,
e vedesi tante ossa, e tanti il sanno
che tante in Giusaff non ne verranno.

Ma il mondo cieco e ignorante non prezza
le sue virt com'io vorrei vedere.
E tu, Fiorenzia, della sua grandezza
possiedi e sempre potrai possedere:
ogni costume ed ogni gentilezza
che si potessi acquistare o avere
col senno, col tesoro e colla lancia,
dal nobil sangue  venuto di Francia.

Dodici paladini aveva in corte
Carlo, e 'l pi savio e famoso era Orlando;
Gan traditor lo condusse alla morte
in Roncisvalle, un trattato ordinando,
l dove il corno e' son tanto forte:
"dopo la dolorosa rotta quando...",
nella sua Comeda Dante qui dice,
e mettelo con Carlo in Ciel felice.

Era per pasqua, quella di Natale:
Carlo la corte avea tutta in Parigi:
Orlando, com'io dico,  il principale;
vvi il Danese, Astolfo ed Ansuigi;
fannosi feste e cose triunfale,
e molto celebravan san Dionigi;
Angiolin di Baiona ed Ulivieri
v'era venuto, e 'l gentil Berlinghieri.

Eravi Avolio ed Avino ed Ottone,
di Normandia Riccardo paladino,
e 'l savio Namo e 'l vecchio Salamone,
Gualtieri da Mulione, e Baldovino
ch'era figliuol del tristo Ganellone:
troppo lieto era il figliuol di Pipino,
tanto che spesso d'allegrezza geme,
veggendo tutti i paladini insieme.

Ma la Fortuna attenta sta nascosa
per guastar sempre ciascun nostro effetto.
Mentre che Carlo cos si riposa,
Orlando governava in fatto e in detto
la corte e Carlo Magno ed ogni cosa;
Gan per invidia scoppia, il maladetto,
e cominciava un d con Carlo a dire:
- Abbin noi sempre Orlando a obedire?

Io ho creduto mille volte dirti:
Orlando ha in s troppa presunzione.
Noi sin qui conti, re, duchi a servirti,
e Namo, Ottone, Uggieri e Salamone,
per onorarti ognun, per obedirti;
che costui abbia ogni reputazione
nol sofferrem, ma siam deliberati
da un fanciullo non esser governati.

Tu cominciasti insino in Aspramonte
a dargli a intender che fussi gagliardo
e facessi gran cose a quella fonte.
Ma se non fussi stato il buon Gherardo,
io so che la vittoria era d'Almonte;
ma egli ebbe sempre l'occhio allo stendardo,
che si voleva quel d coronarlo:
questo  colui c'ha meritato, Carlo.

Se ti ricorda, gi sendo in Guascogna,
quando e' vi venne la gente di Spagna,
il popol de' cristiani avea vergogna
s'e' non mostrava la sua forza magna.
Il ver convien pur dir quando e' bisogna:
sappi ch'ognuno, imperador, si lagna.
Quant'io per me, ripasser que' monti
ch'io passai in qua con sessantaduo conti.

La tua grandezza dispensar si vuole
e far che ciascuno abbi la sua parte;
la corte tutta quanta se ne duole:
tu credi che costui sia forse Marte? -
Orlando un giorno ud queste parole,
che si sedeva soletto in disparte:
dispiacquegli di Gan quel che diceva,
ma molto pi che Carlo gli credeva.

E volle colla spada uccider Gano;
ma Ulivieri in quel mezzo si mise
e Durlindana gli trasse di mano,
e cos il me' che seppe gli divise.
Orlando si sdegn con Carlo Mano,
e poco men che quivi non l'uccise;
e dipartissi di Parigi solo,
e scoppia e 'mpazza di sdegno e di duolo.

A Ermellina, moglie del Danese,
tolse Cortana, e poi tolse Rondello,
e inverso Brava il suo camin poi prese.
Alda la bella, come vide quello,
per abbracciarlo le braccia distese:
Orlando, che smarrito avea il cervello,
com'ella disse: - Ben venga il mio Orlando -
gli volle in su la testa dar col brando.

Come colui che la furia consiglia,
e' gli pareva a Gan dar veramente:
Alda la bella si fe' maraviglia.
Orlando si ravvide prestamente,
e la sua sposa pigliava la briglia,
e scese del caval subitamente;
ed ogni cosa diceva a costei,
e riposossi alcun giorno con lei.

Poi si part, portato dal furore,
e termin passare in Pagania;
e mentre che cavalca, il traditore
di Gan sempre ricorda per la via.
E cavalcando d'uno in altro errore,
in un deserto truova una badia,
in luoghi scuri e paesi lontani,
ch'era a' confin tra' Cristiani e' Pagani.

L'abate si chiamava Chiaramonte:
era del sangue disceso d'Angrante.
Di sopra alla badia v'era un gran monte
dove abitava alcun fero gigante,
de' quali uno avea nome Passamonte,
l'altro Alabastro, e 'l terzo era Morgante:
con certe frombe gittavan da alto,
ed ogni d facevan qualche assalto.

I monachetti non potieno uscire
del monistero o per legne o per acque.
Orlando picchia, e non voleano aprire,
fin ch' a l'abate alla fine pur piacque.
Entrato dentro, cominciava a dire
come Colui che di Maria gi nacque
adora, ed era cristian battezato,
e come egli era alla badia arrivato.

Disse l'abate: - Il ben venuto sia.
Di quel ch'io ho, volentier ti daremo,
poi che tu credi al Figliuol di Maria;
e la cagion, cavalier, ti diremo,
acci che non la imputi villania,
perch all'entrar resistenzia facemo
e non ti volle aprir quel monachetto:
cos intervien chi vive con sospetto.

Quand'io ci venni al principio abitare,
queste montagne, ben che sieno oscure
come tu vedi, pur si potea stare
sanza sospetto, ch l'eran sicure;
sol dalle fiere t'avevi a guardare:
fernoci spesso di strane paure.
Or ci bisogna, se vogliamo starci,
dalle bestie dimestiche guardarci.

Queste ci fan pi tosto stare a segno:
sonci appariti tre feri giganti,
non so di qual paese o di qual regno;
ma molto son feroci tutti quanti.
La forza e 'l mal voler giunta allo 'ngegno
sai che pu il tutto; e noi non sin bastanti:
questi perturban s l'orazion nostra
ch'io non so pi che far, s'altri nol mostra.

Gli antichi padri nostri nel deserto,
se le loro opre sante erano e giuste,
del ben servir da Dio n'avean buon merto;
n creder sol vivessin di locuste:
piovea dal ciel la manna, questo  certo;
ma qui convien che spesso assaggi e guste
sassi che piovon di sopra quel monte,
che gettano Alabastro e Passamonte.

Il terzo, che  Morgante, assai pi fero,
isveglie e pini e' faggi e' cerri e gli oppi,
e gettagli insin qui, questo  pur vero:
non posso far che d'ira non iscoppi. -
Mentre che parlan cos in cimitero,
un sasso par che Rondel quasi sgroppi,
che da' giganti gi venne da alto,
tanto che e' prese sotto il tetto un salto.

Trati drento, cavalier, per Dio! -
disse l'abate - ch la manna casca. -
Rispose Orlando: - Caro abate mio,
costui non vuol che 'l mio caval pi pasca:
veggo che lo guarrebbe del restio;
quel sasso par che di buon braccio nasca. -
Rispose il santo padre: - Io non t'inganno:
credo che 'l monte un giorno gitteranno. -

Orlando governar fece Rondello
ed ordinar per s da collezione;
poi disse: - Abate, io voglio andare a quello
che dtte al mio caval con quel cantone. -
Disse l'abate: - Come car fratello
consiglierotti sanza passione:
io ti sconforto, baron, di tal gita,
ch'io so che tu vi lascerai la vita.

Quel Passamonte porta in man tre dardi,
chi frombe, chi baston, chi mazzafrusti:
sai che' giganti pi di noi gagliardi
son, per ragion che sono anco pi giusti;
e pur se vuoi andar, fa' che ti guardi,
ch questi son villan molto e robusti. -
Rispose Orlando: - Io lo vedr per certo. -
Ed avviossi a pi s pel deserto.

L'abate il crocion gli fece in fronte:
- Va', che da Dio e me sia benedetto. -
Orlando, poi che salito ebbe il monte,
si dirizz, come l'abate detto
gli aveva, dove sta quel Passamonte;
il quale, Orlando veggendo soletto,
molto lo squadra di drieto e davante,
poi domand se star volea per fante;

e prometteva di farlo godere.
Orlando disse: - Pazzo saracino,
io vengo a te, come  di Dio volere,
per darti morte, e non per ragazzino;
a' monaci suoi fatto hai dispiacere:
non pu pi comportarti, can meschino. -
Questo gigante armar si corse a furia,
quando sent ch' e' gli diceva ingiuria.

E ritornato ove aspettava Orlando,
il qual non s'era partito da bomba,
sbito venne la corda girando,
e lascia un sasso andar fuor della fromba,
che in sulla testa giugnea rotolando
al conte Orlando, e l'elmetto rimbomba;
e cadde per la pena tramortito,
ma pi che morto par, tanto  stordito.

Passamonte pens che fussi morto,
e disse: "Io voglio andarmi a disarmare;
questo poltron, per chi m'aveva scorto?".
Ma Cristo i suoi non suole abandonare,
massime Orlando, ch'Egli arebbe il torto.
Mentre il gigante l'arme va a spogliare,
Orlando in questo tempo si risente
e rivocava e la forza e la mente.

E grid forte: - Gigante, ove vai?
Ben ti pensasti d'avermi ammazzato!
Volgiti addrieto, ch se alie non hai
non puoi da me fuggir, can rinnegato:
a tradimento ingiuriato m'hai! -
Donde il gigante allor maravigliato
si volse addrieto e riteneva il passo;
poi si chin per tr di terra un sasso.

Orlando avea Cortana ignuda in mano;
trasse alla testa, e Cortana tagliava:
per mezzo il teschio part del pagano,
e Passamonte morto rovinava;
e nel cadere il superbo e villano
divotamente Macon bestemiava;
ma mentre che bestemia il crudo e acerbo,
Orlando ringraziava il Padre e 'l Verbo,

dicendo: - Quanta grazia oggi m'hai data!
Sempre ti sono, o Signor mio, tenuto:
per te cognosco la vita salvata,
per che dal gigante ero abbattuto;
ogni cosa a ragion fai misurata:
non val nostro poter sanza 'l tuo aiuto.
Priegoti sopra me tenghi la mano,
tanto ch'ancor ritorni a Carlo Mano. -

Poi ch'ebbe questo detto, se n'ande
tanto che truova Alabastro pi basso,
che si sforzava, quando e' lo trove,
di sveglier d'una ripa fuori un masso.
Orlando, come e' giunse a quel, gride:
- Che pensi tu, ghiotton, gittar quel sasso? -
Quando Alabastro questo grido intende,
subitamente la sua fromba prende,

e trasse d'una pietra molto grossa,
tanto ch'Orlando bisogn schermisse,
ch se l'avessi giunto la percossa
non bisognava il medico venisse.
Orlando adoper poi la sua possa:
nel pettignon tutta la spada misse,
e morto cadde questo badalone,
e non dimentic per Macone.

Morgante aveva a suo modo un palagio
fatto di frasche e di schegge e di terra;
quivi, secondo lui, si posa ad agio,
quivi la notte si rinchiude e serra.
Orlando picchia, e dargli disagio,
per che il gigante dal sonno si sferra;
vennegli aprir come una cosa matta,
ch'un'aspra visione aveva fatta.

E' gli parea ch'un feroce serpente
l'avea assalito, e chiamar Macometto;
ma Macometto non valea niente;
onde e' chiamava Ies benedetto,
e liberato l'avea finalmente.
Venne alla porta ed ebbe cos detto:
- Chi bussa qua? - pur sempre borbottando.
- Tu 'l saprai tosto - gli rispose Orlando.

Vengo per farti come a' tuoi fratelli;
son de' peccati tuoi la penitenzia,
da' monaci mandato cattivelli,
come stato  divina providenzia:
pel mal ch'avete fatto a torto a quelli,
 data in Ciel cos questa sentenzia.
Sappi che freddo gi pi ch'un pilastro
lasciato ho Passamonte e 'l tuo Alabastro. -

Disse Morgante: - O gentil cavaliere,
per lo tuo Iddio non mi dir villania.
Di grazia, il nome tuo vorrei sapere;
se se' cristian, deh, dillo in cortesia. -
Rispose Orlando: - Di cotal mestiere
contenterotti, per la fede mia:
adoro Cristo, che  Signor verace,
e puoi tu adorarlo, se ti piace. -

Rispose il saracin con umil voce:
- Io ho fatta una strana visione,
che m'assaliva un serpente feroce:
non mi valeva, per chiamar, Macone;
onde al tuo Iddio che fu confitto in croce
rivolsi presto la mia divozione;
e' mi soccorse e fui libero e sano,
e son disposto al tutto esser cristiano. -

Rispose Orlando: - Baron giusto e pio,
se questo buon voler terrai nel core,
l'anima tua ar quel vero Iddio
che ci pu sol gradir d'eterno onore;
e s' tu vorrai, sarai compagno mio
ed amerotti con perfetto amore;
gl'idoli vostri son bugiardi e vani,
e 'l vero Iddio  lo Dio de' cristiani.

Venne questo Signor sanza peccato
nella sua madre virgine pulzella.
Se cognoscessi quel Signor beato
sanza 'l qual non risplende sole o stella,
aresti gi Macon tuo rinnegato
e la sua fede iniqua, ingiusta e fella:
battzati al mio Iddio di buon talento. -
Morgante gli rispose: - Io son contento. -

E corse Orlando sbito abbracciare.
Orlando gran carezze gli facea,
e disse: - Alla badia ti vo' menare. -
Morgante: - Andianvi presto: - rispondea
- co' monaci la pace si vuol fare. -
Della qual cosa Orlando in s godea,
dicendo: - Fratel mio divoto e buono,
io vo' che chiegga all'abate perdono.

Da poi che Iddio ralluminato t'ha
ed accettato per la sua umiltade,
vuolsi tu usi anco tu umilit. -
Disse Morgante: - Per la tua bontade,
poi che il tuo Iddio mio sempre omai sar,
dimmi del nome tuo la veritade;
poi, che di me dispor puoi al tuo comando. -
Onde e' gli disse com'egli era Orlando.

Disse il gigante: - Ges benedetto
per mille volte ringraziato sia:
sentito t'ho nomar, baron perfetto,
per tutti i tempi della vita mia;
e com'io dissi, sempre mai suggetto
esser ti vo' per la tua gagliardia. -
Insieme molte cose ragionaro,
e 'nverso la badia poi s'inviaro.

E fr la via da quei giganti morti.
Orlando con Morgante si ragiona:
- Della lor morte vo' che ti conforti,
e poi che piace a Cristo, a me perdona;
a' monaci avean fatti mille torti,
e la nostra Scrittura aperto suona:
il ben remunerato e 'l mal punito;
e mai non ha questo Signor fallito;

per ch'Egli ama la giustizia tanto
che vuol che sempre il suo giudicio morda
ognun ch'abbi peccato tanto o quanto;
e cos il ben ristorar si ricorda,
e non saria sanza giustizia santo.
Adunque al suo voler presto t'accorda,
ch debbe ognun voler quel che vuol Questo,
ed accordarsi volentieri e presto.

E sonsi i nostri dottori accordati,
pigliando tutti una conclusione,
che que' che son nel Ciel glorificati,
s'avessin nel pensier compassione
de' miseri parenti che dannati
son nello inferno in gran confusione,
la lor felicit nulla sarebbe;
e vedi che qui ingiusto Iddio parrebbe.

Ma egli hanno posto in Ies ferma spene,
e tanto pare a lor quanto a Lui pare;
afferman ci che E' fa, che facci bene,
e che E' non possi in nessun modo errare;
se padre o madre  nell'eterne pene,
di questo e' non si posson conturbare,
ch quel che piace a Dio, sol piace a loro:
questo s'osserva nello eterno coro.

Al savio suol bastar poche parole: -
disse Morgante - tu il potrai vedere
de' miei fratelli, Orlando, se mi duole,
e s'io m'accorder di Dio al volere
come tu di' che in Ciel servar si suole.
Morti co' morti; or pensian di godere;
io vo' tagliar le mani a tutti quanti
e porterolle a que' monaci santi,

acci ch'ognun sia pi sicuro e certo
come e' son morti, e non abbin paura
andar soletti per questo deserto;
e perch vegga la mia mente pura
a quel Signor che m'ha il suo regno aperto
e tratto fuor di tenebre s oscura. -
E poi tagli le mani a' due fratelli,
e lasciagli alle fiere ed agli uccelli.

Alla badia insieme se ne vanno,
ove l'abate assai dubioso aspetta;
e' monaci, che 'l fatto ancor non sanno,
correvono all'abate tutti in fretta,
dicendo paurosi e pien d'affanno:
- Volete voi costui drento si metta? -
Quando l'abate vedeva il gigante,
si turb tutto nel primo sembiante.

Orlando, che turbato cos il vede,
gli disse presto: - Abate, datti pace:
questo  cristiano e in Cristo nostro crede,
e rinnegato ha il suo Macon fallace. -
Morgante i moncherin mostr per fede
come i giganti ciascun morto giace;
donde l'abate ringraziava Iddio,
dicendo: - Or m'hai contento, Signor mio. -

E riguardava e squadrava Morgante
la sua grandezza ed una volta e due;
e poi gli disse: - O famoso gigante,
sappi ch'io non mi maraviglio pie
che tu svegliessi e gittassi le piante,
quand'io riguardo or le fattezze tue.
Tu sarai or perfetto e vero amico
a Cristo, quanto tu gli eri nimico.

Un nostro apostol, Saul gi chiamato,
persegu molto la fede di Cristo.
Un giorno poi, dallo Spirto infiammato,
"Perch pur mi persegui?" disse Cristo.
E' si ravvide allor del suo peccato;
and poi predicando sempre Cristo,
e fatto  or della fede una tromba,
la qual per tutto risuona e rimbomba.

Cos farai tu ancor, Morgante mio;
e chi s'emenda,  scritto nel Vangelo
che maggior festa fa d'un solo Iddio
che di novantanove altri s in Cielo.
Io ti conforto ch'ogni tuo desio
rivolga a quel Signor con giusto zelo,
ch tu sarai felice in sempiterno,
ch'eri perduto e dannato allo inferno. -

E grande onore a Morgante faceva
l'abate, e molti d si son posati.
Un giorno, come a Orlando piaceva,
a spasso in qua ed in l si sono andati.
L'abate in una camera sua aveva
molte armadure e certi archi appiccati:
Morgante gliene piacque un che ne vede,
onde e' sel cinse, bench oprar nol crede.

Avea quel luogo d'acqua carestia.
Orlando disse: - Come buon fratello,
Morgante, vo' che di piacer ti sia
andar per l'acqua. - Onde e' rispose a quello:
- Comanda ci che vuoi, ch fatto fia. -
E posesi in ispalla un gran tinello
ed avviossi l verso una fonte,
dove e' solea ber sempre appi del monte.

Giunto alla fonte, sente un gran fracasso
di sbito venir per la foresta.
Una saetta cav del turcasso,
posela all'arco ed alzava la testa.
Ecco apparire una gran gregge, al passo,
di porci, e vanno con molta tempesta,
ed arrivorno alla fontana appunto,
donde il gigante  da lor sopraggiunto.

Morgante alla ventura a un saetta:
appunto nell'orecchio lo 'ncartava;
dall'altro lato pass la verretta,
onde 'l cinghial gi morto gambettava.
Un altro, quasi per farne vendetta,
addosso al gran gigante irato andava;
e perch e' giunse troppo tosto al varco,
non fu Morgante a tempo a trar coll'arco.

Vedendosi venuto il porco addosso,
gli dtte in su la testa un gran punzone,
per modo che gl'infranse insino all'osso,
e morto allato a quell'altro lo pone.
Gli altri porci, veggendo quel percosso,
si misson tutti in fuga pel vallone.
Morgante si lev il tinello in collo,
ch'era pien d'acqua, e non si muove un crollo.

Dall'una spalla il tinello avea posto,
dall'altra i porci, e spacciava il terreno;
e torna alla badia, ch' pur discosto,
ch'una gocciola d'acqua non va in seno.
Orlando, che 'l vedea tornar s tosto
co' porci morti e con quel vaso pieno,
maravigliossi che sia tanto forte;
cos l'abate; e spalancan le porte.

I monaci, veggendo l'acqua fresca,
si rallegrorno, ma pi de' cinghiali,
ch'ogni animal si rallegra dell'esca;
e posono a dormire i breviali.
Ognun s'affanna, e non par che gl'incresca,
acci che questa carne non s'insali
e che poi secca sapessi di vieto;
e le digiune si restorno addrieto.

E ferno a scoppiacorpo per un tratto,
e scuffian che parean dell'acqua usciti,
tanto che 'l can se ne doleva e 'l gatto,
ch gli ossi rimanean troppo puliti.
L'abate, poi che molto onore ha fatto
a tutti, un d, dopo questi conviti,
dtte a Morgante un destrier molto bello,
che lungo tempo tenuto avea quello.

Morgante in su 'n un prato il caval mena
e vuol che corra e che facci ogni pruova,
e pensa che di ferro abbi la schiena,
o forse non credeva schiacciar l'uova.
Questo caval s'accoscia per la pena,
e scoppia e in sulla terra si ritruova.
Dice Morgante: - Lieva s, rozzone. -
E va pur punzecchiando collo sprone.

Ma finalmente convien ch'egli smonte,
e disse: - Io son pur leggier come penna,
ed  scoppiato; che ne di' tu, conte? -
Rispose Orlando: - Un albero d'antenna
mi par' pi tosto, e la gaggia la fronte.
Lascialo andar, ch la fortuna accenna
che meco a piede ne venga, Morgante.
- Ed io cos verr - disse il gigante.

Quando sar mestier, tu mi vedrai
com'io mi proverr nella battaglia. -
Orlando disse: - Io credo tu farai
come buon cavalier, se Dio mi vaglia;
ed anco me dormir non mirerai.
Di questo tuo caval non te ne caglia:
vorrebbesi portarlo in qualche bosco,
ma il modo n la via non ci conosco. -

Disse il gigante: - Io il porter ben io,
da poi che portar me non ha voluto,
per render ben per mal, come fa Iddio;
ma vo' ch'a porlo addosso mi dia aiuto. -
Orlando gli dicea: - Morgante mio,
s'al mio consiglio ti sarai attenuto,
questo caval tu non vel porteresti,
ch ti far come tu a lui facesti.

Guarda che non facessi la vendetta
come fece gi Nesso, cos morto:
non so se la sua istoria hai intesa o letta;
e' ti far scoppiar, datti conforto. -
Disse Morgante: - Aiuta ch'io mel metta
addosso, e poi vedrai s'io ve lo porto:
io porter, Orlando mio gentile,
con le campane l quel campanile. -

Disse l'abate: - Il campanil v' bene,
ma le campane voi l'avete rotte. -
Dicea Morgante: - E' ne porton le pene
color che morti son l in quelle grotte. -
E levossi il cavallo in su le schiene,
e disse: - Guarda s'io sento di gotte,
Orlando, nelle gambe, o s'io lo posso. -
E fe' duo salti col cavallo addosso.

Era Morgante come una montagna:
se facea questo, non  maraviglia.
Ma pure Orlando con seco si lagna,
perch pure era omai di sua famiglia:
temenza avea non pigliassi magagna;
un'altra volta costui riconsiglia:
- Posalo ancor, nol portare al deserto. -
Disse il gigante: - Io il porter per certo. -

E portollo e gittollo in luogo strano,
e torna alla badia subitamente.
Diceva Orlando: - Or che pi dimorino?
Morgante, qui non faccin noi niente. -
E prese un giorno l'abate per mano,
e disse a quel molto discretamente
che vuol partir dalla sua riverenzia
e domandava e perdono e licenzia;

e degli onor ricevuti da questo
qualche volta, potendo, ar buon merito.
E dice: - Io intendo ristorare, e presto,
i persi giorni del tempo preterito;
e son pi d che licenzia arei chiesto,
benigno padre, se non ch'io mi perito:
non so mostrarvi quel che drento sento,
tanto vi veggo del mio star contento.

Io me ne porto per sempre nel core
l'abate, la badia, questo deserto,
tanto v'ho posto in picciol tempo amore:
rendavi s nel Ciel per me buon merto
quel vero Iddio, quello eterno Signore
che vi serba il suo regno al fine aperto.
Noi aspettiam vostra benedizione;
raccomandianci alle vostre orazione. -

Quando l'abate il conte Orlando intese,
rintener nel cor per la dolcezza,
tanto fervor nel petto se gli accese,
e disse: - Cavalier, se a tua prodezza
non sono stato benigno e cortese
come conviensi alla gran gentilezza,
ch so che ci ch'i' ho fatto  stato poco,
incolpa l'ignoranzia nostra e il loco.

Noi ti potremo di messe onorare,
di prediche, di laude e paternostri,
pi tosto che da cena o desinare
o d'altri convenevol che da chiostri.
Tu m'hai di te s fatto innamorare,
per mille alte eccellenzie che tu mostri,
ch'io me ne vengo, ove tu andrai, con teco,
e d'altra parte tu resti qui meco:

tanto ch'a questo par contraddizione;
ma so che tu se' savio e intendi e gusti,
e intendi il mio parlar per discrezione.
De' benefici tuoi pietosi e giusti
renda il Signore a te munerazione,
da cui mandato in queste selve fusti;
per le virt del qual liberi siamo,
e grazia a Lui ed a te ne rendiamo.

Tu ci hai salvato l'anima e la vita:
tanta perturbazion gi que' giganti
ci dtton, che la strada era smarrita
di ritrovar Ges cogli altri santi;
per troppo ci duol la tua partita,
e sconsolati restin tutti quanti;
n ritener possianti i mesi e gli anni,
ch tu non se' da vestir questi panni,

ma da portar la lancia e l'armadura;
e puossi meritar con essa come
con questa cappa, e leggi la Scrittura.
Questo gigante al Ciel drizz le some
per tua virt; va' in pace a tua ventura,
chi tu ti sia, ch'io non ricerco il nome,
ma dir sempre, s'io son domandato,
ch'un angel qui da Dio fussi mandato,

Se ci  armadura o cosa che tu voglia,
vattene in zambra e pigliane tu stessi,
e cuopri a questo gigante la scoglia. -
Rispose Orlando: - S'armadura avessi,
prima che noi uscissin della soglia,
che questo mio compagno difendessi,
questo accetto io, e sarmi piacere. -
Disse l'abate: - Venite a vedere. -

E in certa cameretta entrati sono
che d'armadure vecchie era copiosa;
dicea l'abate: - Tutte ve le dono. -
Morgante va rovistando ogni cosa;
ma solo un certo sbergo gli fu buono,
ch'avea tutta la maglia rugginosa:
maravigliossi che lo cuopra appunto,
ch mai pi gnun forse glien'era aggiunto.

Questo fu d'un gigante smisurato
ch'a la badia fu morto per antico
dal gran Millon d'Angrante, che arrivato
v'era, se appunto questa storia dico;
ed era nelle mura istoriato
come e' fu morto questo gran nimico
che fece alla badia gi lunga guerra;
e Millon v' come e' l'abbatte in terra.

Veggendo questa istoria, il conte Orlando
fra suo cor disse: "O Dio, che sai sol tutto,
come venne Millon qui capitando,
che ha questo gigante qua distrutto?".
E lesse certe letter lacrimando,
ch non pot tener pi il viso asciutto,
come io dir nella seguente istoria.
Di mal vi guardi il Re dell'alta gloria.



CANTARE SECONDO


O giusto, o santo, o etterno Monarca,
o sommo Giove per noi crucifisso,
che chiudesti la porta onde si varca
per ire al fondo dello oscuro abisso;
tu ch'al principio movesti mia barca,
tu sia il nocchiere intento sempre e fisso
alla tua stella e la tua calamita:
che questa istoria sia per te finita.

L'abate, quando vide lacrimare
Orlando, e diventar le ciglia rosse
e per piet le luce imbambolare,
e' domandava perch questo fosse;
e poi che vide Orlando pur chetare,
ancor pi oltre le parole mosse:
- Non so s'ammirazion forse t'ha vinto
di quel che in questa camera  dipinto.

Io fui della gran gesta naturale:
credo che io sia nipote o consobrino
di quel Rinaldo, uom tanto principale,
che fu nel mondo s gran paladino;
bench il mio padre non fu madornale,
perch e' non piacque all'alto Iddio divino:
Ansuigi chiamossi in piano e in monte,
e 'l nome mio diritto  Chiaramonte.

Cos ci fussi il figliuol di Millone
che fu fratel del mio padre perfetto!
Deh, dimmi il nome tuo, gentil barone,
se cos piace a Ges benedetto. -
Orlando s'accendea d'affezione
bagnando tutto di lacrime il petto;
poi disse: - Abate, mio caro parente,
sappi ch'Orlando tuo t' qui presente. -

Per tenerezza corsono abbracciarsi;
ognun piangeva di soperchio amore,
che non poteva a un tratto sfogarsi
e per dolcezza trabocca nel core.
L'abate non potea tanto saziarsi
d'abbracciar questo, quanto  il suo fervore.
Diceva Orlando: - Qual grazia o ventura
fa ch'io vi truovi in questa parte scura?

Ditemi un poco, caro padre mio,
per che cagion voi vi facesti frate
e non prendesti la lancia come io
e tante gente che di noi son nate?
- Perch e' fu volont cos di Dio, -
rispose presto a Orlando l'abate
- che ci dimostra per diverse strade
donde e' si vadi nella sua cittade:

chi colla spada, chi col pasturale,
poi la Natura fa diversi ingegni,
e per son diverse queste scale:
basta che in porto salvo si pervegni,
e tanto il primo quanto il sezzo vale.
Tutti sin peregrin per molti regni;
a Roma tutti andar vogliamo, Orlando,
ma per molti sentier n'andian cercando.

Cos sempre s'affanna il corpo e l'ombra
per quel peccato dell'antico pome:
io sto col libro in man qui il giorno e l'ombra,
tu colla spada tua tra l'elsa e 'l pome
cavalchi, e spesso sudi al sole e all'ombra;
ma di tornare a bomba  il fin del pome.
Dico ch'ognun qui s'affatica e spera
di ritornarsi alla sua antica spera. -

Morgante avea con loro insieme pianto,
sentendo queste cose ragionare,
e pur cercava d'armadure; e intanto
un gran cappel d'acciaio usa trovare,
che rugginoso si dormia in un canto.
Orlando, quando gliel vide provare,
disse: - Morgante, tu pari un bel fungo;
ma il gambo a quel cappello  troppo lungo. -

Una spadaccia ancor Morgante truova;
cinsela, e poi se n'andava soletto
l dove rotta una campana cova,
ch'era caduta e stava sotto un tetto,
e spiccane un battaglio a tutta pruova,
ed a Orlando il mostrava in effetto:
- Di questo che di' tu, signor d'Angrante?
- Dico che  tal qual conviensi a Morgante. -

Disse il gigante: - Con questo battaglio,
che vedi come  grave e lungo e grosso,
non credi tu ch'io schiacciassi un sonaglio?
Io vo' schiacciare il ferro e tritar l'osso:
parmi mill'anni or d'essere al berzaglio. -
Orlando a Chiaramonte ha cos mosso:
- Or vi vorrei pregar, mio santo abate,
che di trovar ventura c'insegniate.

Qualche battaglia, qualche torniamento
trovar vorremo, se piacessi a Dio. -
Disse l'abate: - Io ne son ben contento,
e credo satisfare al tuo desio.
Sappi che qua verso Levante sento
che in una gran citt, parente mio,
un re pagan vi fa drento dimoro,
il qual si fa chiamar re Caradoro.

Ed ha una sua figlia molto bella,
onesta, savia, nobile e gentile;
e non  uom che la muova di sella,
e ciascun cavalier reputa vile:
s'ella non fussi saracina quella,
non fu mai donna tanto signorile.
Dintorno alla citt sopra i confini
sono accampati molti saracini;

ed vvi un re di molta gagliardia,
Manfredonio appellato dalla gente:
costui si muor per la dama giula,
e fa gran cose, come amor consente,
ed ha con seco tutta Pagania,
per acquistar questa donna piacente:
dicon che v' di paesi lontani
cento quaranta migliaia di pagani.

E quel re Carador n'ha forse ottanta
di gente saracina, ardita e forte;
e Manfredonio ogni giorno si vanta
d'aver questa donzella o d'aver morte,
ed or trabocchi ed or bombarde pianta:
ogni d corre insino in sulle porte. -
Il conte Orlando, quando questo intese,
non domandar quanto desio l'accese.

E dopo molte cose ragionate
di nuovo la licenzia ridomanda,
dicendo nuovamente al santo abate
ch'alle sue orazion si raccomanda;
che vuol trovarsi fra le gente armate
in quel paese l dove e' lo manda:
che gli lasciassi andar colla sua pace.
Disse l'abate: - Sia come a voi piace:

contento son, se tanto v' in piacere.
Voi avete apparata la magione:
sar sempre fidato e buono ostiere:
ci che ci ,  del figliuol di Millone;
ma non bisogna tra noi profferere.
A tutti do la mia benedizione. -
Cos da Chiaramonte lacrimando
si dipartirno Morgante ed Orlando.

Per lo deserto vanno alla ventura:
l'uno era a piede e l'altro era a cavallo;
cavalcon per la selva e per pianura
sanza trovar ricetto o intervallo.
Cominciava a venir la notte oscura.
Morgante parea lieto sanza fallo,
e con Orlando ridendo dicia:
- E' par ch'io vegga appresso una osteria. -

E in questo ragionando, hanno veduto
un bel palagio in mezzo del deserto.
Orlando, poi ch'a questo fu venuto,
dismonta, perch l'uscio vide aperto:
quivi non  chi risponda al saluto.
Vannone in sala, per esser pi certo:
le mense riccamente son parate
e tutte le vivande accomodate.

Le camere eran tutte ornate e belle,
istoriate con sottil lavoro,
e letti molto ricchi erano in quelle
coperti tutti quanti a drappi d'oro,
e' palchi erano azurri pien di stelle,
ornati s che valieno un tesoro;
le porte eran di bronzo e qual d'argento,
e molto vario e lieto  il pavimento.

Dicea Morgante: - Non  qui persona
a guardar questo s ricco palagio?
Orlando, questa stanza mi par buona:
noi ci staremo un giorno con grande agio. -
Orlando nella mente sua ragiona:
- O qualche saracin molto malvagio
vorr che qualche trappola ci scocchi
per pigliarci al boccon come i ranocchi,

veramente c' sotto altro inganno:
questo non par che sia conveniente. -
Disse Morgante: - Questo  poco danno. -
E cominciava a ragionar col dente,
dicendo: - All'oste rimarr il malanno:
mangin pur molto ben per al presente;
quel che ci resta, faren poi fardello,
ch'io porterei, quand'io rubo, un castello. -

Rispose Orlando: - Questa medicina
forse potrebbe il palagio purgare. -
Hanno cercato insino alla cucina:
n cuoco n vassallo usan trovare.
Adunque ognuno alla mensa camina:
comincian le mascella adoperare,
ch'un giorno avevon mangiato gi in sogno,
tal che di vettovaglia avean bisogno.

Quivi vivande  di molte ragioni:
pavoni e starne e leprette e fagiani,
cervi e conigli e di grassi capponi,
e vino ed acqua per bere e per mani.
Morgante sbadigliava a gran bocconi,
e furno al bere infermi, al mangiar sani;
e poi che sono stati a lor diletto,
si riposorno intro 'n un ricco letto.

Come e' fu l'alba, ciascun si levava
e credonsene andar come ermellini,
n per far conto l'oste si chiamava,
ch lo volean pagar di bagattini;
Morgante in qua ed in l per casa andava,
e non ritruova dell'uscio i confini.
Diceva Orlando: - Saremo noi mzzi
di vin, che l'uscio non si raccapezzi?

Questa , s'io non m'inganno, pur la sala,
ma le vivande e le mense sparite
veggo che son; quivi era pur la scala.
Qui son gente stanotte comparite,
che come noi aranno fatto gala;
le cose ch'avanzorno, ove sono ite? -
E in questo errore un gran pezzo soggiornano:
dovunque e' vanno, in sulla sala tornano.

Non riconoscono uscio n finestra.
Dicea Morgante: - Ove sin noi entrati?
Noi smaltiremo, Orlando, la minestra,
ch noi ci siam rinchiusi e inviluppati
come fa il bruco su per la ginestra. -
Rispose Orlando: - Anzi ci siam murati. -
Disse Morgante: - A volere il ver dirti,
questa mi pare una stanza da spirti:

questo palagio, Orlando, fia incantato
come far si soleva anticamente. -
Orlando mille volte s' segnato,
e non poteva a s ritrar la mente,
fra s dicendo: "Aremol noi sognato?".
Morgante dello scotto non si pente,
e disse: - Io so ch'al mangiare ero desto;
or non mi curo s'egli  sogno il resto.

Basta che le vivande non sognai;
e s'elle fussin ben di Satanasso,
arrechimene pure innanzi assai. -
Tre giorni in questo error s'andorno a spasso
sanza trovare ond'egli uscissin mai;
e 'l terzo giorno, scesi gi da basso,
in una loggia arrivon per ventura
donde un suono esce d'una sepultura,

e dice: - Cavalieri, errati siete:
voi non potresti di qui mai partire
se meco prima non v'azzufferete;
venite questa lapida a scoprire,
se non che qui in eterno vi starete. -
Per che Morgante cominci a dire:
- Non senti tu, Orlando, in quella tomba
quelle parole che colui rimbomba?

Io voglio andare a scoprir quello avello
l dove e' par che quella voce s'oda;
ed escane Cagnazzo e Farferello
o Libicocco col suo Malacoda. -
E finalmente s'accostava a quello,
per che Orlando questa impresa loda
e disse: - Scuopri, se vi fussi dentro
quanti ne piovvon mai dal ciel nel centro. -

Allor Morgante la pietra s alza:
ecco un diavol pi ch'un carbon nero
che della tomba fuor sbito balza
in un carcame di morto assai fiero,
ch'avea la carne secca, ignuda e scalza.
Diceva Orlando: - E' fia pur daddovero:
questo  il diavol, ch'io 'l conosco in faccia. -
E finalmente addosso se gli caccia.

Questo diavol con lui s'abbraccie:
ognuno scuote; e Morgante diceva:
- Aspetta, Orlando, ch'io t'aiutere. -
Orlando aiuto da lui non voleva;
pure il diavol tanto lo sforze
ch'Orlando ginocchion quasi cadeva;
poi si riebbe e con lui si rappicca:
allor Morgante pi oltre si ficca.

E' gli parea mill'anni d'appiccare
la zuffa; e come Orlando cos vide,
comincia il gran battaglio a scaricare,
e disse: - A questo modo si divide. -
Ma quel demon lo facea disperare,
per che i denti digrignava e ride.
Morgante il prese alle gavigne stretto
e missel nella tomba a suo dispetto.

Come e' fu dentro, grid: - Non serrare,
ch se tu serri, mai non uscirai. -
Disse Orlando: - In che modo abbiamo a fare? -
E' gli rispose: - Tu lo sentirai.
Convienti quel gigante battezare,
poi a tua posta andar te ne potrai:
fallo cristiano, e come e' sar fatto,
a tuo camin ne va sicuro e ratto.

Se tu mi lasci questa tomba aperta,
non vi far pi noia o increscimento:
ci ch'io ti dico, abbi per cosa certa. -
Orlando disse: - Di ci son contento,
bench tua villania questo non merta;
ma per partirmi di qui, ci consento. -
Poi tolse l'acqua e battez il gigante,
ed usc fuor con Rondello e Morgante.

E come e' fu fuor del palagio uscito,
sent drento alle mura un gran romore;
onde e' si volse, e 'l palagio  sparito;
allor cognobbe pi certo l'errore:
non si rivede n mura n il sito.
Dicea Morgante: - E' mi darebbe il cuore
che noi potremo or nell'inferno andare
e far tutti i diavoli sbucare.

Se si potessi entrar di qualche loco,
ch nel mondo  certe bocche, si dice,
donde e' si va, che di fuor gettan fuoco,
e non so chi v'and per Euridice,
io stimerei tutti i diavol poco.
Noi ne trarremo l'anime infelice;
e taglierei la coda a quel Minosse,
se come questo ogni diavol fosse;

e peler la barba a quel Caron,
e lever della sedia Plutone;
un sorso mi vo' far di Flegeton
e inghiottir quel Fregis con un boccone;
Tesifo, Aletto, Megera e Ericon
e Cerbero ammazzar con un punzone;
e Belzeb far fuggir pi via
ch'un dromedario non andre' in Soria.

Non si potrebbe trovar qualche buca?
tu vi vedresti il pi bello spulezzo,
pur che questo battaglio vi conduca;
e mettimi a' diavoli poi in mezzo. -
Rispose Orlando: - E' non vi si manuca,
Morgante mio: noi vi faremo lezzo,
e nell'entrar ci potremo anco cuocere:
dunque l'andata starebbe per nuocere.

Quando tu puoi, Morgante, ir per la piana,
non cercar mai n l'erta n la scesa,
o di cacciare il capo in buca o in tana:
andian pur per la via nostra distesa. -
E cos ragionando, una fontana
trovoron, dove due fan gran contesa:
eron corrier con lettere mandati,
e come micci si son bastonati.

Orlando, come e' giunse, gli domanda:
- Ditemi un poco, perch v'azzuffate?
Voi mi parete corrier: chi vi manda,
o che imbasciate o lettere portate?
Venite voi di Francia o di qual banda?
Lasciate un poco star le bastonate:
ditemi ancor se voi siete cristiani,
se Dio vi salvi e bastoni e le mani. -

Rispose l'un di loro: - Io son cristiano,
e poco tempo  ch'io venni abitare
a un castel chiamato Monte Albano.
Rinaldo, il mio signor, mi fa cercare
d'un suo cugino; e 'l traditor di Gano
lo sguita per far male arrivare:
manda costui, che tu vedi, cercando
di questo suo cugin c'ha nome Orlando.

A questa fonte a caso ci trovamo,
e come egli  de' nostri pari usanza
di domandar l'un l'altro, domandamo:
"Che lettera o imbasciata hai d'importanza?",
e come stracchi un poco ci posamo.
Costui mi dice che Gan di Maganza
per far morire Orlando lo mandava,
e che per Pagania di lui cercava.

E perch'io presi la parte d'Orlando,
alz la mazza sanza dir niente:
cos si venne la zuffa appiccando. -
Orlando, quando le parole sente,
diceva: - O Dio, a te mi raccomando
da questo traditore e frodolente!
Io pur non truovo, ovunque io mi dilegui,
luogo che 'l traditor non mi persegui. -

Quando Morgante vede il suo signore
che si doleva e contro a Gano sbuffa,
tanto gli venne sdegno e piet al core
che per la gola il corrier tosto ciuffa,
cio quel che mandava il traditore,
e nella fonte sott'acqua lo tuffa,
calpesta e pigia, e per ira si sfoga,
tanto che tutto lo 'nfranse ed affoga.

Orlando disse a quell'altro corriere:
- Io son colui per chi tu se' mandato.
Di' a Rinaldo che in questo sentiere,
come tu vedi, il cugino hai trovato:
io son Orlando, e poi ch'egli  in piacere
di Carlo, vo pel mondo disperato. -
Quando il corrier sent ch'Orlando  questo,
maravigliossi e inginocchiossi presto.

Dimmi a Carlo - diceva ancora Orlando
- che si consigli col suo Gano antico;
ed io pel mondo vo peregrinando
come s'io fussi qualche suo nimico.
Digli dove trovato e come e quando
tu m'hai qui solo e povero e mendico;
e quel ch'io ho fatto, corrier, per costui,
credo che 'l sappi ognun, salvo che lui,

che non sa quel che beneficio sia,
non si ricorda ch'io sia suo nipote
o ch'i' in sua corte in Francia stessi o stia:
basta che Gan ci che vuol con lui puote,
tanto ch'io me ne vo in Pagania
pur come voglion le volubil rote.
E di' ch'io ho sol con meco un gigante
ch' battezato, appellato Morgante,

e 'l caval che tu vedi, e questa spada;
altro non ho se non questa armadura;
e ch'io non so io stesso ove io mi vada
o dove ancor mi guidi la ventura;
ma inverso Barberia tengo la strada:
andr dove mi porta mia sciagura,
poi che e' consente a cercar la mia morte;
e che mai pi non torner in sua corte.

Dimmi a Rinaldo mio, figliuol d'Amone,
che la mia compagnia che io lasciai
gli raccomando con affezione;
ch'io penso in Pagania morire omai.
Saluta Astolfo, Namo e Salamone
e Berlinghier, che sempre molto amai;
a Ulivier di' che la sua sorella
gli raccomando, e mia sposa, Alda bella.

Dimmi al Danese, caro imbasciatore,
che in Francia a questi tempi non m'aspetti;
e di' ch'io ho Cortana e 'l corridore,
acci che forse di ci ignun sospetti;
della mia sopravvesta il suo colore
vedi come  dipinta a Macometti;
che si ricordi del suo caro Orlando
che va pel mondo sperso or tapinando.

Dimmi il tuo nome or, se t' in piacimento. -
Onde e' rispose: - Questo  ben dovere,
o signor mio: chiamar mi fo Chimento.
Cristo ti muti di s stran pensiere,
ch tua risposta mi d gran tormento:
questo non  quel che 'l signor mio chiere.
Io voglio, Orlando, voi mi perdoniate,
e ch'alquante parole m'ascoltiate.

Quand'io da Montalban feci partita,
io fui a Parigi, dond'io vengo adesso:
la corte pare una cosa smarrita,
lo 'mperador non pareva pi desso,
vedovo il regno e la gente stordita.
Gli orecchi debbon cornarvi qua spesso,
ch'ognun ragiona della vostra fama,
e 'l popul tutto a un grido vi chiama.

Il mio signor con gran disio v'aspetta;
Parigi e Francia, ogni cosa si duole.
Or vi vo' dire una mia novelletta,
ch spesso la ragion lo essemplo vuole.
Un tratto a spasso anco la formichetta
and pel mondo, come far si suole,
e trov infine un teschio di cavallo
e semplicetta cominci a cercallo.

Quand'ella giunse ove il cervello stava,
questa gli parve una stanza s bella
che nel suo cor tutta si rallegrava,
e dicea seco questa meschinella:
"Qualche signor per certo ci abitava".
Ma finalmente, cercando ogni cella,
non vi trovava da mangiar niente,
e di sua impresa alla fine si pente;

e ritornossi nel suo bucolino.
Perdonimi, s'io fallo, chi m'ascolta,
e intenda il mio vulgar col suo latino:
io vo' che a me crediate questa volta
e ritorniate al vostro car cugino,
se non ch'ogni speranza gli fia tolta:
disse che mai a lui non ritornassi,
se meco in Francia non vi rimenassi.

Il grande amor mi sforza a quel ch'io dico:
riconoscete e gli amici e' parenti;
l'andar cos pel mondo  pure ostco. -
Orlando, udendo e suoi ragionamenti,
disse: - Chimento, tu se' buono amico. -
E gitt fuor molti sospir dolenti;
e da costui alfin s'accomiatava
sanz'altro dir, ch piangendo n'andava.

Orlando, poi che part da Chimento,
tutto quel giorno seco ha sospirato;
cos il messaggio ne va mal contento,
non sa come a Rinaldo sia tornato.
Morgante ne va a pi di buon talento
con quel battaglio che  duro e granato;
e in su 'n un poggio le pagane schiere
di Manfredon cominciono a vedere,

padiglioni e trabacche e pennoncelli,
e sentono stormenti oltra misura,
nacchere e corni e trombe e tamburelli,
e cavalier coperti d'armadura
vedean, cogli elmi rilucenti e belli.
Orlando guata inverso la pianura,
e vede tanti pagani attendati
come l'abate gli avea numerati.

Di questo molto se ne rallegre;
cos Morgante; e poi che 'l poggio scese,
dinanzi a Manfredon s'appresente,
ch'era gentil, magnanimo e cortese,
e di Morgante si maraviglie;
e 'l conte Orlando per la briglia prese,
e disse: - Benvenuto sia, barone.
Dismonta, e poi verrai nel padiglione. -

Orlando lascia a Morgante Rondello
e va nel padiglion col re pagano;
e Manfredon cos diceva a quello:
- Chi tu ti sia, saracino o cristiano,
ti tratter come gentil fratello;
e perch il tuo venir non sia qui invano,
soldo darotti, se t' in piacimento,
tanto che tu sarai, baron, contento. -

Rispose alle parole grate Orlando:
- Preso m'avete col vostro parlare;
soldo niente da voi non domando
se non vedete l'arme adoperare. -
E cos molte cose ragionando,
disse il pagano: - Io vi vo' ragguagliare
di quel che forse per voi non sapete,
ch cavalier discreti mi parete.

Io vi dir la mia disavventura,
s'alcun rimedio sapessi trovarmi:
io ardo tutto, per la mia sciagura,
d'una fanciulla, e non so pi che farmi;
due volte abbiam provato l'armadura:
ogni volta ha potuto superarmi,
s che da lei vituperato sono
e messo ho la speranza in abbandono.

Egli  ben vero ch'io ho qui tanta gente
che mi darebbe il cuor di superarla;
ma non sarebbe onor certanamente,
ch colla lancia intendo d'acquistarla.
S'alcun di voi sar tanto possente
ch'a corpo a corpo credessi atterrarla,
ricomperrollo ci ch'io ho nel mondo:
ch basta a me sol lei, poi son giocondo. -

Orlando disse: - Noi ci proverremo:
ognun ci adoperr tutta sua possa;
e credo pure alfin noi vinceremo,
se femina sar di carne e d'ossa. -
Disse il pagano: - Ogni cosa diremo.
Prima che la fanciulla facci mossa,
manda in sul campo sempre un suo fratello,
molto gagliardo e gentil damigello;

e per nome si chiama Lionetto,
ed  figliuol del gran re Caradoro,
e non adora alcun pi Macometto
che sia s forte, per pi mio martoro.
E la sorella ch'io v'ho prima detto,
per cui solo ardo, mi distruggo e moro,
gentile, onesta, anzi cruda e villana,
sappi che chiamata  Merediana.

E veramente  come ella si chiama,
perch di mezzod par proprio un sole.
Io innamorai di questa gentil dama
non per vista, per atti o per parole,
ma per le sue virt ch'udi' per fama,
ovver che 'l mio destin pur cos vuole;
e da quel giorno in qua ch'amor m'accese
per lei son fatto e gentile e cortese.

Or vo' pregarvi, famosi baroni,
che 'l nome mi diciate in cortesia. -
Orlando disse con grati sermoni:
- Io vel dir, perch in piacer vi sia,
bench far vi vorremo maggior doni;
pur negar questo sare' villania
Pi tempo ho fatto in Levante dimoro,
e son chiamato da ciascun Brunoro.

E questo mio compagno che  gigante,
veder potrete quanto  valoroso:
fassi chiamare il feroce Morgante,
ed  pi che non mostra poderoso.
In Macometto crede e Trevigante. -
Il re, sentendol, molto grazioso
rispose: - Per mia f, che voi sarete
da me trattati come voi vorrete. -

E quanto pu Manfredon gli onorava,
e nel suo padiglion sempre gli tenne,
e molte cose con lor ragionava.
Ma finalmente un d per caso avvenne
che Lionetto quel campo assaltava,
e inverso il padiglion, come e' suol, vienne,
e Manfredon chiamava con un corno
alla battaglia, per pi beffe e scorno.

E cominci per modo a muover guerra
che molta gente faceva fuggire:
parea quando alle pecore si serra
il lupo, onde 'l pastor si fa sentire;
e qual ferisce e qual trabocca in terra,
e molti il d ne faceva morire,
e chi fuggir non pu ne va prigione;
onde e' fuggivan tutti al padiglione.

Il conte Orlando ud che Lionetto
aveva il campo in tal modo assalito
ch'ognun fugga dinanzi al giovinetto:
sbito sopra Rondel fu salito,
e disse: - Vienne, Morgante, io t'aspetto:
di Lionetto non hai tu sentito?
Tu vedrai or di Macon la possanza
e del tuo Cristo, ove tu hai speranza. -

Dicea Morgante: - Io non ho mai veduto
provare Orlando, io lo vedr pure ora:
ringrazio Iddio ch'io mi sar abbattuto. -
Orlando sprona il suo cavallo allora
e spar via com'uno stral pennuto;
per che Morgante s'avviava ancora,
e col battaglio si viene assettando,
e guarda pur quel che faceva Orlando.

Orlando nella pressa si mettea,
e pur Morgante guarda dove e' vada,
e sempre drieto a Rondel gli tenea
dove e' vedea che pigliava la strada.
E Lionetto in quel tempo giugnea,
ch'aveva in man sanguinosa la spada.
Orlando il vide e la lancia abbassava;
ma Lionetto un'altra ne pigliava.

Volse il cavallo e 'nverso Orlando abbassa,
e vannosi a ferir con gran furore,
e l'una e l'altra lancia si fracassa;
ma Lionetto usc del corridore,
e Rondel via, come il suo nome, passa.
Morgante guata drieto al suo signore,
e dice: "Orlando  pur baron perfetto,
e Cristo  vero, e falso  Macometto".

Ma Lionetto pur si rileve
e sopra il suo cavallo  rimontato,
e Macometto a gran voce chiame
dicendo: - Traditor, ch'io ho adorato
a torto sempre, io ti rinneghere,
poi ch'a tal punto tu m'hai abandonato:
l'anima mia pi non ti raccomando,
ch non are' quel colpo fatto Orlando. -

Poi si rivolse a Orlando dicendo:
- Nota che e' fu del mio destriere il fallo. -
Orlando gli rispose sorridendo:
- E' si vorre' co' buffetti ammazzallo. -
Disse Morgante: - Cos non la intendo:
or che tu se' rimontato a cavallo,
mi par che sia tuo debito, pagano,
di riprovarvi colle spade in mano. -

Rispose Lionetto: - A ogni modo
vo' che col brando terminian la zuffa. -
Disse Morgante: - Per Dio, ch'io la lodo,
ch tu vedrai che 'l caval non fe' truffa. -
Or tu, Signore, a cui servir sol godo,
per cui la terra e l'aria si rabbuffa,
guardaci e salva e 'nsino al fine insegna
tanto ch'io canti questa istoria degna.



CANTARE TERZO


Padre, o giusto, incomprensibil Dio,
illumina il mio cor perfettamente,
s che e' si mondi del peccato rio;
e pur s'io sono stato negligente,
tu se' pur finalmente il Signor mio,
tu se' salute dell'umana gente;
tu se' colui che 'l mio legno movesti
e 'nsino al porto aiutar mi dicesti.

Orlando gli rispose: - Egli  dovere. -
E colle spade si son disfidati.
E Lionetto, ch'avea gran potere,
molti pensieri aveva essaminati
per fare al conte Orlando dispiacere;
e perch tutti non venghin fallati,
alzava con due man la spada forte
per dare al suo caval, se pu, la morte.

Orlando vide il pagano adirato:
pens volere il colpo riparare,
ma non pot, ch 'l brando  gi calato
in su la groppa e Rondel fe' cascare,
tanto ch'Orlando si trov in sul prato,
e disse: - Iddio non si pot guardare
da' traditor: per chi pu guardarsi?
Ma la vergogna qua non debbe usarsi. -

Poi fra s disse: "Ove se', Vegliantino?";
ma non disse s pian che 'l suo nimico
non intendessi ben questo latino:
e' si pens di dirlo al padre antico.
Orlando s'accorgea del saracino,
e disse: "Se pi oltre a costui dico,
in dubbio son se mi conosce scorto:
il me' sar ch'e' resti al campo morto".

La gente fu dintorno al conte Orlando
con lance e spade, con dardi e spuntoni;
e lui soletto s'aiuta col brando:
a quale il braccio tagliava e' faldoni,
a chi tagliava sbergo, a chi potando
vena le mani, e cascono i monconi;
a chi cacciava di capo la mosca,
acci ch'ognun la sua virt conosca.

Morgante vide in s fatto travaglio
il conte Orlando, e in l n'andava tosto,
e cominci a sciorinare il battaglio
e fa veder pi lucciole che agosto;
e saracin di lui fanno un berzaglio
di dardi e lance, ma gettan discosto;
tanto che, quando dove  il conte venne,
un istrice coperto par di penne.

Era a cavallo Orlando risalito,
e gi di Lionetto ricercava;
ma Lionetto, come e' l'ha scolpito,
inverso la citt si ritornava,
e per paura l'aveva fuggito.
Orlando forte Rondello spronava,
e tanto e tanto in su' fianchi lo punse
che Lionetto alla porta raggiunse.

Volgiti indrieto; onde  tanta paura, -
grid - pagano? - E colui pur fuggiva,
perch e' temeva della sua sciagura.
Orlando colla spada l'assaliva,
e non pot fuggir drento alle mura
il giovinetto, ch'Orlando il feriva
irato con tal furia e con tempesta
che gli spicc dallo imbusto la testa.

Nel campo si torn poi che l'ha morto;
trov Morgante che nella pressa era:
ebbe di Lionetto assai conforto,
e ritornrsi inverso la bandiera.
Il caso presto alla dama fu porto,
che luce pi ch'ogni celeste spera:
graffiossi il volto e straccia i capei d'oro,
s che fe' pianger tutto il concestoro.

E 'l vecchio padre dicea: - Figliuol mio,
chi mi t'ha morto? - e gran pianto facea.
- O Macometto, tu se' falso iddio,
non te ne incresce di sua morte rea?
Che pensi tu ch'onor pi ti faccia io,
o ch'io t'adori nella tua moschea? -
Merediana in cos fatto pianto
fece trovar tutte sue arme intanto.

Vennono arnesi perfetti e gambiere
sbito innanzi a questa damigella;
di tutta botta lo sbergo e lamiere,
e la corazza provata era anch'ella,
elmetto e guanti e bracciali e gorgiere:
mai non si vide armadura s bella;
e spada che gi mai non fece fallo;
e cos armata salt in sul cavallo.

Gente non volle che l'accompagnasse:
uno scudiere a pi sol colla lancia;
e cos par che in sul campo n'andasse,
se l'autor della istoria non ciancia,
e come giunse, un bel corno sonasse
ch'avea d'avorio, come era la guancia.
Orlando disse a Manfredonio: - Io torno
alla battaglia, perch'io odo il corno. -

Morgante presto assettava Rondello;
Orlando verso la dama ne ga
che vendicar voleva il suo fratello;
Morgante sempre alla staffa seguia.
Merediana, come vide quello,
presto s'accorse che Brunoro sia.
Orlando giunse e digli un bel saluto;
disse la dama: - Tu sia il mal venuto.

Se se' colui ch'hai morto Lionetto,
ch'era la gloria e l'onor di Levante,
per mille volte lo iddio Macometto
ti sconfonda, Apollino e Trivigante!
Sappi ch'a quel famoso giovinetto
non fu mai al mondo o sar simigliante. -
Orlando disse con parlare accorto:
- Io son colui che Lionetto ho morto. -

Disse la dama: - Non far pi parole:
prendi del campo, io ne far vendetta.
O Macometto crudel, non ti duole
che spento sia il valor della tua setta?
ch mai tal cavalier vedr pi il sole,
n rifar cos Natura in fretta. -
E rivolt il destrier suo lacrimando;
cos dall'altra parte fece Orlando.

Poi colle lance insieme si scontrorno.
Il colpo della dama fu possente,
quando al principio l'aste s'appiccorno,
tanto ch'Orlando del colpo si sente.
Le lance al vento in pi pezzi volorno,
e Rondel passa furiosamente
col suo signor, che tutto si scontorse
pel grave colpo che colei gli porse.

Orlando fer lei di furia pieno:
giunse al cimier che 'n su l'elmetto avea,
e cadde col pennacchio in sul terreno:
l'elmo gli usc, la treccia si vedea,
che raggia come stelle per sereno,
anzi pareva di Venere iddea,
anzi di quella che  fatta un alloro,
anzi parea d'argento, anzi pur d'oro.

Orlando rise, e guardava Morgante,
e disse: - Andianne omai per la pi piana.
Io credea pur qualche baron prestante
pugnassi qui per la dama sovrana:
per vagheggiar non venimo in Levante. -
Ebbe vergogna assai Meridiana:
sanz'altro dir, colla sua chioma sciolta,
collo scudiere alla terra di volta.

Manfredon disse, come e' vide Orlando:
- Dimmi, baron, come and la battaglia? -
Orlando gli rispose sogghignando:
- Venne una donna coperta di maglia,
e perch l'elmo gli venni cavando,
su per le spalle la treccia sparpaglia.
Com'io cognobbi che l'era la dama,
partito son per salvar la sua fama. -

Lasciamo Orlando star col saracino,
e ritorniamo in Francia a Carlo Mano.
Carlo si stava pur molto tapino,
cos il Danese, e lieto era sol Gano,
poi che non v' pi Orlando paladino;
ma sopra tutti il sir da Montalbano,
Astolfo, Avino, Avolio ed Ulivieri
piangevan questo, e cos Berlinghieri.

Chimento un giorno, il messaggio,  tornato,
e inginocchiossi innanzi alla Corona
dicendo: - Carlo, tu sia il ben trovato,
di cui tanto il gran nome e 'l pregio suona. -
Rinaldo, che lo vide addolorato,
disse: - Novella non debbi aver buona. -
Donde il messaggio disse lacrimando:
- Io ho trovato il tuo cugino Orlando. -

E mentre che pi oltre volea dire,
s fatta tenerezza gli abbondava
che e' non pot le parole finire,
quando i baroni intorno riguardava
ch'Orlando ricord nel suo partire,
e tramortito in terra si posava;
per che ciascuno allor giudica scorto
che 'l conte Orlando dovessi esser morto.

Dicea Rinaldo: - Caro cugin mio,
poi che tu se' di questa vita uscito,
sanza te, lasso, che farei pi io? -
ed Ulivier piangea tutto smarrito.
Carlo pregava umilemente Iddio
pel suo nipote, tutto sbigottito,
e maladia quel d che di sua corte
e' si part, ch'a Gan non di la morte.

Piangeva il savio Namo di Baviera
e Salamon ne facea gran lamento.
Bast quel pianto per infino a sera,
ch'ognun pareva fuor del sentimento;
e Gan fingea con simulata cera.
Ma risentito alla fine Chimento
levossi e confort costor, pregando
che non piangessin come morto Orlando,

dicendo: - Orlando sta di buona voglia -,
e tutti per sua parte salute.
- Io il trovai nel deserto di Girfoglia,
ch'a una fonte per caso arrive,
dove un altro corrier mi di gran doglia
(ma nella fonte annegato reste),
che lo mandava qui Gan traditore
per far morire il roman senatore. -

Grid Rinaldo: - Questo rinnegato
distrugge pure il sangue di Chiarmonte,
come tu vuoi, o Carlo mio impazzato. -
Gan gli rispose con ardita fronte
e disse: - Io son miglior in ogni lato
di te, Rinaldo, e del cugin tuo conte. -
Rinaldo disse: - Per la gola menti,
ch mai non pensi se non tradimenti. -

E volle colla spada dare a Gano;
Gan si fugg, ch'appunto il cognosceva.
Bernardo da Pontier, suo capitano,
irato verso Rinaldo diceva:
- Rinaldo, tu se' uom troppo villano. -
Allor Rinaldo addosso gli correva
e 'l capo dalle spalle gli spiccava,
e tutti i Maganzesi minacciava.

I Maganzesi, veggendo il furore,
di sbito la sala sgomberorno.
Carlo gridava: - Questo  troppo errore!
Rinaldo mette sozzopra ogni giorno
la corte nostra, e fammi poco onore. -
I paladini in questo mezzo entrorno,
e tutti quanti confortr Rinaldo
ch'avessi pazienza e stessi saldo.

Rinaldo dicea pur: - Questo fellone
non vo' che facci mai pi tradimento.
O Carlo, Carlo, questo Ganellone
vedrai ch'un d ti far mal contento. -
Carlo rispose: - Rinaldo d'Amone,
tempo  da operar s fatto unguento:
a qualche fine ogni cosa comporto. -
Disse Rinaldo: - Ch'Orlando sia morto:

a questo fine il comporti tu, Carlo,
e che distrugga te, la corte e 'l regno.
Io voglio il mio cugino ire a trovarlo. -
Ed Ulivier dicea: - Teco ne vegno. -
Dodon preg ch'e' dovessi menarlo,
dicendo: - Fammi di tal grazia degno. -
Disse Rinaldo: - Tu credi ch'io andassi
che 'l mio Dodon con meco non menassi? -

Chiam Guicciardo, Alardo e Ricciardetto:
- Fate che Montalban sia ben guardato,
tanto ch'io truovi il cugin mio perfetto:
ognun sia presto l rappresentato,
ch'io ho de' traditor sempre sospetto,
e Gan fu traditor prima che nato;
non vi fidate se non di voi stesso,
e Malagigi getti l'arte spesso. -

Rinaldo e 'l suo Dodone ed Ulivieri
da Carlo imperador s'accomiatorno;
e nel partirsi questi cavalieri
tre sopravveste verde s'acconciorno,
che in una lista rossa due cervieri
v'era, e con esse pel camino entrorno:
era questa arme d'un gran saracino
disceso della schiatta di Mambrino.

Cos vanno costor alla ventura:
usciron della Francia incontanente,
passoron della Spagna ogni pianura:
tra mezzod ne vanno e tra ponente.
Lascingli andar, che Cristo sia lor cura,
e tratterem d'un saracin possente
che inverso Barberia facea dimoro:
era gigante e chiamato Brunoro,

ovver cugin carnale ovver fratello
del gran Morgante, ch'avea seco Orlando,
e Passamonte ed Alabastro, quello
ch'Orlando nel deserto uccise quando
il santo abate riconobbe, e fllo
contento il parentado ritrovando.
Brunor, per far de' suo' fratei vendetta,
di Barberia s' mosso con gran fretta,

con forse trentamila ben armati
e tutti quanti usati a guerreggiare:
alla badia ne vengon difilati
per far l'abate e' monaci sbucare;
e tanto sono a stracca cavalcati
che cominciorno le mura a guardare;
e giunti alla badia, drento v'entraro,
ch contro a lor non vi fu alcun riparo.

E 'l domine messer lo nostro abate
la prima cosa missono in prigione.
Disse Brunoro: - Colle scorreggiate
uccider si vorria questo ghiottone;
ma pur per ora in prigion lo cacciate:
riserberello a maggior punizione:
cagione  stato principale e mastro
che Passamonte  morto ed Alabastro. -

Rinaldo in questo tempo alla badia
con Ulivieri e Dodone arrivava;
vide de' saracin la compagnia,
e del signor, chi fusse domandava.
Brunor rispose con gran cortesia:
- Io son desso io, e se ci non vi grava,
ditemi ancor chi voi, cavalier, siete. -
Disse Rinaldo: - Voi lo 'ntenderete.

Noi sin l de' paesi del Soldano
pur cavalieri erranti e di ventura:
per la ragion come Ercul combattino;
abbiamo avuto assai disavventura:
questo ci avvenne perch il torto avno,
e la ragion pur ebbe sua misura;
nostri compagni alcun n' stato morto,
che nol sappiendo difendeano il torto. -

Disse Brunoro: - Io mi fo maraviglia
che voi campassi, e per Dio mi vergogno
a dirvi quel che la mente bisbiglia:
voi siete armati in visione o in sogno.
Se voi volete colla mia famiglia
mangiar, che forse n'avete bisogno,
dismonterete, ed onor vi fia fatto,
e fate buono scotto per un tratto. -

Disse Rinaldo: - Da mangiare e bere
accetto. - Il re chiamava un saracino;
disse: - Costor son gente da godere,
e vanno combattendo il pane e 'l vino,
e carne quando e' ne possono avere;
non debbe bisognar dar loro uncino
o por la scala, ove aggiungon con mano;
dice che son cavalier del Soldano.

Se la ragione aspetta che costoro
l'aiutino, in prigion se n'andr tosto,
s'avessi pi avvocati, argento o oro
o carte o testimon che fichi agosto. -
Dicea fra s sorridendo Brunoro:
"A Ercol s'agguagli quel ciuffalmosto,
o cavalier di gatta o qualche araldo".
Ed ogni cosa intendeva Rinaldo.

Truova cosa che faccin collezione,
se v' reliquia, arcame o catriosso
rimaso, o piedi o capi di cappone,
e d pur broda e macco a l'uom ch' grosso:
vedrai come egli scuffia, quel ghiottone,
che debbe come il can rodere ogn'osso.
Assettagli a mangiare in qualche luogo,
e lascia i porci poi pescar nel truogo. -

Rinaldo facea vista non udire
e non gustar quel che diceva quello:
non si voleva al pagano scoprire
per nessun modo, e fa del buffoncello.
Ecco di molta broda comparire
in un paiuol, come si fa al porcello,
ed ossa, dove i cani impazzerebbono,
e in Giusaff non si ritroverrebbono.

Rinaldo cominciava a piluccare,
e trassesi di testa allor l'elmetto;
ma Ulivier non sel volle cavare,
cos Dodon, ch stavon con sospetto:
per che Brunor, veggendogli imbeccare
per la visiera, guardava a diletto;
e comandava a un di sua famiglia
ch'a' lor destrier si traessi la briglia;

e fece dar lor biada e roba assai,
dicendo: - Questi pagheran lo scotto,
o l'arme lasceran con molti guai:
non mangeranno cos a bertolotto. -
Dicea Rinaldo: "Alla barba l'arai";
e cominci a mangiar come un arlotto.
Ma quel sergente a chi fu comandato
avea il caval di Dodon governato.

Poi govern, dopo quel, Vegliantino
ch'avea con seco menato il marchese;
poi se ne va a Baiardo il saracino;
e come il braccio alla greppia distese,
Baiardo lo ciuffe come un maschino
e in sulla spalla all'omero lo prese,
che lo schiacci come e' fussi una canna,
tal che con bocca ne spicca una spanna.

Sbito cadde quel famiglio in terra
e poi per grande spasimo moro.
Disse Rinaldo: - Appiccata  la guerra:
lo scotto pagherai tu, mi credo io:
vedi che spesso il disegno altrui erra. -
Quando Brunor questo caso sento,
disse: - Mai vidi il pi fero cavallo:
io vo' che tu mel doni sanza fallo. -

Rinaldo fece "albanese, messere";
disse: - Questo orzo mi par del verace. -
Brunor diceva con un suo scudiere:
- Questo caval si vorr, ch mi piace. -
Rinaldo torna e riponsi a sedere,
e rimangi come un lupo rapace.
Un saracin, che ancor lui fame avea,
allato a lui a mangiar si ponea.

Rinaldo l'ebbe alla fine in dispetto,
per che diluviava a maraviglia
e cadegli la broda gi pel petto;
guard pi volte, e torceva le ciglia;
poi disse: - Saracin, per Macometto,
che tu se' porco o bestia che 'l somiglia!
Io ti prometto, s' tu non te ne vai,
far tal giuoco che tu piangerai. -

Disse il pagan: - Tu debbi esser un matto,
poi che di casa mia mi vuoi cacciare. -
Disse Rinaldo: - Tu vedrai bell'atto. -
Il saracin non se ne vuole andare,
e nel paiuol si tuffava allo 'mbratto.
Rinaldo non pot pi comportare,
e 'l guanto si mettea nella man destra,
tal che gli fece smaltir la minestra:

ch gli appicc in sul capo una sorba
che come e' fussi una noce lo schiaccia:
non bisogn che con man vi si forba,
e morto nel paiuol quasi lo caccia,
tanto che tutta la broda s'intorba.
Dodon gridava al marchese: - S, spaccia,
lieva s presto, la zuffa s'appicca! -
donde Ulivieri abandon la micca.

Allora una brigata di que' cani
sbito addosso corsono a Dodone,
e cominciossi a menarvi le mani.
Rinaldo vide appiccar la quistione
e in mezzo si scagli di que' pagani;
cos faceva Ulivier borgognone:
trasse dallato la spada sua bella,
ma presto brutta e sanguinosa flla.

Al primo che trov la zucca taglia;
Dodone uccise un pagan molto ardito.
Brunor, veggendo avviar la battaglia,
sbito verso Rinaldo fu ito
e disse: - Cavalier, se Iddio ti vaglia,
per che cagion se' tu stato assalito? -
e grid forte che ciascun s'arresti,
tanto che 'l caso a lui si manifesti.

Sbito la battaglia s'arrestava.
Saper voleva ogni cosa Brunoro;
verso Rinaldo di nuovo parlava:
- Dimmi, baron, perch tu di martoro
alla mia gente, che troppo mi grava? -
Disse Rinaldo: - Come san costoro,
non vo' mai noia quando io sono a desco,
e sto, come il caval, sempre in cagnesco.

Venne a mangiar qua uno; io lo pregai
che se n'andassi, e' non cur il mio dire:
mangiato non parea ch'avessi mai
ed ogni cosa faceva sparire.
Le frutte dopo al mangiar gli donai
perch il convito s'avessi a fornire. -
E mentre che e' dicea questo al pagano,
Frusberta sanguinosa tenea in mano.

Disse Brunor: - Poi che cos mi conti,
di questo fatto se ne vuol far pace.
Non siate cos tosto al ferir pronti.
Io t'ho fatto piacer: se non ti spiace,
i peccati commessi sieno sconti;
rimettete le spade, se vi piace. -
Rimisson tutti allora il brando drento.
Brunor seguiva il suo ragionamento:

Detto m'avete, s'io v'ho inteso bene,
che combattete sol per la ragione:
per d'un altro caso vi conviene
dirne con meco vostra oppinione.
Dirovvi prima quel che s'appartiene,
e voi poi solverete la quistione;
se non, tu lascerai qui il tuo cavallo,
che ristor dell'orzo il mio vassallo. -

Disse Rinaldo: - Apparecchiato sono. -
Brunoro allor gli raccontava il fatto:
- Questa badia s' messa in abbandono
perch due miei frategli furno a un tratto
fatti morir sanza trovar perdono;
ond'io, sentendo s tristo misfatto,
venuto sono a vendicargli, e preso
l'abate ho qui, da cui mi tengo offeso.

Se la ragion tu di' che suol difendere,
tu doverresti aiutar me per certo,
ed a me par che tu mi vogli offendere:
onor t'ho fatto aspettando buon merto. -
Disse Rinaldo: - Falso  il tuo contendere.
Io ti dir quel ch'io ne 'ntendo aperto:
con un sol bue io non son buon bifolco,
ma s'io n'ho due, andr diritto il solco.

Se due campane l'una odi sonare
e l'altra no, chi pu giudicar questo,
qual sia migliore? Io odo il tuo parlare;
vorrei da quello abate udire il resto. -
Disse Brunoro: - E questo anco a me pare. -
Venne l'abate appiccato al capresto,
e liberato fu della prigione
perch e' potessi dir la sua ragione.

Disse Brunoro: - Io ho detto a costui
l'oltraggio che da te ho ricevuto:
contato gli ho come diserto fui
pe' tuoi consigli da chi t'ha creduto.
Or tu le ragion tue puoi dire a lui,
che mi pare uom assai giusto e saputo. -
Disse l'abate: - Or l'altra parte udite,
a voler ben giudicar nostra lite.

Io mi posavo in queste selve strane,
e' suoi frategli ogni d mi facevano
a torto mille ingiurie assai villane,
e spesso i faggi e le pietre sveglievano;
hanno pi volte rotte le campane
e de' miei frati con esse uccidevano.
Convennemi alcun tempo comportarli,
ch forze non avea da contastarli.

Ma come piacque a quel Signor divino
ch'aiuta sempre ognun c'ha la ragione,
ci capit un mio fratel cugino
il qual si chiama Orlando di Millone;
e come quel che  giusto paladino
ebbe di me giusta compassione,
e in su quel monte and a trovar costoro
e con sua mano uccise due di loro.

E 'l terzo per suo amor si converte
e con quel conte Orlando se n'ande
verso Levante, e da me si parte,
tanto che sempre ne sospirere. -
Quando Rinaldo le parole ude,
molto d'Orlando si maraviglie,
e non sapea rassettar nella mente
come l'abate fussi suo parente.

E cominci cos al pagano a dire:
- Or ti parr che 'l solco vadi ritto,
or due campane si possono udire.
Tu mi parlavi simulato e fitto;
per, s'a questo non sai contraddire,
la mia sentenzia  data gi in iscritto:
se vero  quel che l'abate m'ha porto,
egli ha ragione, e tu, pagano, hai il torto.

E intendo di provar quel ch'io ti dico
a corpo a corpo, a piede o a cavallo,
perch'io son troppo alla ragione amico. -
Disse il pagano: - E' si vorria impiccallo
con teco. Or gurti come mio nimico:
tu debbi esser un ghiotto sanza fallo. -
Disse Rinaldo: - Come io sar ghiotto
tu mel saprai dir meglio al primo botto. -

Disse Brunoro: - Noi faremo un patto:
che s'io ti vinco, io vo' questo destriere,
ch'al primo so ti dar scaccomatto
colla pedona in mezzo lo scacchiere. -
Disse Rinaldo: - Come vuoi sia fatto:
se tu m'abbatti, questo  ben dovere;
ed anco a scacchi ti potria dir reo,
ch'io fo i tuo' par ballar come il paleo.

Ma voglio un altro patto, se ti piace:
che s'io ti vincer nella battaglia,
l'abate liber sia lasciato in pace
dalla tua gente sanz'altra puntaglia.
Cos, se 'l mio pensier fussi fallace,
questo caval ch'io ho, coperto a maglia,
vo' che sia tuo; ma s' tu m'abbatterai,
a ogni modo che dich'io l'arai. -

Poi che l'accordo cos si fermava,
ognun quanto volea del campo tolse;
come Brunoro il suo destrier girava,
cos Rinaldo Baiardo rivolse.
Il saracin la sua lancia abbassava:
sopra lo scudo di Rinaldo colse,
passollo tutto, e pel colpo si spezza.
Rinaldo fer lui con gran fierezza,

e passagli lo scudo e l'armadura:
per mezzo il petto la lancia passava;
due braccia o pi d'una buona misura
dall'altra parte sanguinosa andava;
e cadde arrovesciato alla verzura;
l'anima nello inferno s'avviava.
Gli altri pagani, veggendol morire,
Ulivier presto corsono assalire.

Rinaldo non avea rotta la lancia,
e 'l primo ch'egli scontra de' pagani
gli pass la corazza e poi la pancia;
poi con Frusberta sgranchiava le mani;
ed Ulivier, che  pur di que' di Francia,
que' saracini affetta come pani,
e sopra Vegliantino era salito
e del diciotto teneva ogni invito.

Allor Dodone all'abate correa,
il quale era legato molto stretto:
tagli il capresto e le mani sciogliea.
L'abate presto si misse in assetto:
uno stangon dalla porta togliea
ch'a un pagan lev il capo di netto;
poi nella calca in modo arrandellollo
ch'a pi di sei lev il capo dal collo.

I frati ognun la cappa si cavava:
chi piglia sassi e chi stanga e chi mazza;
ognuno addosso a costor si cacciava,
molti uccidean di quella turba pazza.
Rinaldo tanti quel d n'affettava
che in ogni luogo pel sangue si guazza:
a chi balzava il capo e chi il cervello
come si fa delle bestie al macello.

Ed Ulivier, ch'aveva Durlindana,
tu di pensar quel che facea di loro:
e' fece in terra di sangue una chiana.
Dodon pareva pi bravo ch'un toro.
Missesi in fuga la gente pagana,
ch non potean pi regger al martoro.
L'abate all'uscio per pi loro angoscia
s'era arrecato, e nell'uscir fuor croscia.

Sbito la badia isgomberorno:
molti ne fecion saltar le finestre;
fino al deserto gli perseguitorno,
poi gli lasciorno alle fiere silvestre.
E' monaci la porta riserrorno,
e rassettrsi all'antiche minestre.
Poi, riposato, all'abate n'andava
Rinaldo presto, e cos gli parlava:

Voi dite, abate, che siete cugino,
se bene ho inteso tal ragionamento,
d'Orlando nostro, degno paladino;
per di questo mi fate contento:
donde disceso siete e in qual confino,
e che cagion vi condusse al convento? -
Disse l'abate: - Se saper t' caro
quel che tu di', tu sarai tosto chiaro.

Io fui figliuol d'un figliuol di Bernardo
che si chiam dalla gente Ansuigi,
fratel d'Amone (e fu tanto gagliardo
ch'ancor la fama risuona in Parigi),
d'Ottone e Buovo, s'io non son bugiardo.
E la cagion ch'io vesto or panni bigi
fu dal Ciel prima giusta spirazione,
poi per conforto di papa Lione. -

Rinaldo, udendo contar la novella,
con molta festa lo corse abbracciare,
e ringraziava del cielo ogni stella;
e disse: - Abate, io non vi vo' celare,
poi che scacciata abbiam la gente fella,
il nome mio, ch'io nollo potrei fare,
tanta dolcezza supera la mente:
son come Orlando anch'io vostro parente:

io son Rinaldo, e fui figliuol d'Amone;
e come a lui, a me cugino ancora
siete! - e piangeva per affezione;
per che l'abate lo strigneva allora,
e mai non ebbe tal consolazione.
- O giusto Iddio ch'ogni cristiano adora,
dopo tante altre grazie e lunga etate
veggo Rinaldo mio, - dicea l'abate

ed ho veduto il mio famoso Orlando,
bench del suo partir sia sconsolato;
nunche dimitte servum tuum quando
omai ti piace, Signor mio beato. -
Rinaldo allor soggiunse lacrimando:
- E questo  Ulivier, che  suo cognato;
questo  Dodone, il figliuol del Danese. -
L'abate abbraccia e Dodone e 'l marchese.

I monaci facevan molta festa,
perch partito  il popol saracino
e che per grazia Iddio lor manifesta
che Rinaldo  dell'abate cugino.
Ma perch'io sento la terza richiesta
di ringraziar Chi ci scorge il camino,
far sempre al cantar quel ch' dovuto.
Cristo vi scampi e sia sempre in aiuto.



CANTARE QUARTO


Gloria in excelsis Deo e in terra pace,
Padre e Figliuolo ed Ispirito santo;
benedicimus te, Signor verace,
laudamus te, Signor, con umil canto,
poi che per tua benignit ti piace
l'abate nostro qui consolar tanto,
e le mie rime accompagnar per tutto,
tanto che il fior produca alfin buon frutto.

Era nel tempo ch'ognun s'innamora
e ch'a scherzar comincian le farfalle,
e 'l sol, ch'avea passata l'ultima ora,
verso il Murrocco chinava le spalle;
la luna appena corneggiava ancora,
de' monti l'ombra copriva ogni valle,
quando Rinaldo all'abate ritocca
che 'l nome suo non tenessi pi in bocca.

Rispose: - Chiaramonte  il nome mio -
benignamente a Rinaldo l'abate.
Dopo alcun giorno, acceso dal desio,
disse Rinaldo: - Io vo' che voi ci diate
omai licenzia col nome di Dio:
io ho a Parigi mie gente lasciate,
per ch'io non credo che 'l d mai veggiamo
di ritrovar colui che noi cerchiamo. -

L'abate, ch'era prudente e saputo,
disse: - Rinaldo, bench duol mi fia,
ch mai qui mi saresti rincresciuto,
credo che questo buon concetto sia.
Io son contento poi ch'io t'ho veduto:
so che questa sar la parte mia,
di rivedervi pi, ch'egli  ragione;
per vi do la mia benedizione.

Se di vedere Orlando  il tuo pensiero,
vattene in pace, caro mio fratello;
Dio t'accompagli per ogni sentiero
o come fece Tobia Rafaello. -
Disse Rinaldo: - Cos priego e spero:
rivedrenci nel Ciel s presso a Quello
che de' suoi servi ar giusta merzede
che combatton qua gi per la sua fede. -

Rinaldo si part da Chiaramonte
ed Ulivieri e Dodon, sospirando;
va cavalcando per piano e per monte
per la gran voglia di vedere Orlando:
"Quando sar quel d, famoso conte",
dicea fra s, "ch'io ti rivegga, quando?
Non mi dorr per certo poi la morte
s'io ti ritruovo e riconduco in corte".

Era dinanzi Rinaldo a cavallo
ed Ulivier lo seguiva e Dodone
per un oscuro bosco sanza fallo,
dove si scuopre un feroce dragone
coperto di stran cuoio verde e giallo,
che combatteva con un gran lione.
Rinaldo al lume della luna il vede,
ma che quel fussi drago ancor non crede.

Ed Ulivier pi volte aveva detto,
s come avvien chi cavalca di notte:
- Io veggo un fuoco appi di quel poggetto:
gente debbe abitar per queste grotte. -
Egli era quel serpente maladetto
che getta fiamma per bocca ta' dotte,
ch'una fornace pareva in calore
e tutto il bosco copria di splendore.

E il lion par che con lui s'accapigli
e colle branche e co' denti lo roda,
ed or pel collo, or nel petto lo pigli;
e 'l drago avvolta gli aveva la coda
e presol colla bocca e cogli artigli
per modo tal che da lui non si snoda;
e non pareva al lione anco giuoco
quando per bocca e' vomitava fuoco.

Baiardo cominci forte annitrire
come e' conobbe il serpente da presso;
Vegliantin d'Ulivier volea fuggire,
quel di Dodon si volge addrieto spesso,
ch 'l fiato del dragon si fa sentire.
Ma pur Rinaldo innanzi si fu messo,
e increbbegli di quel lion, che perde
a poco a poco e rimaneva al verde.

E termin di dargli alfin soccorso
e che non fussi dal serpente morto:
Baiardo sprona e tempera col morso,
tanto che presso a quel drago l'ha porto,
che si studiava co' graffi e col morso,
tal che condotto ha il lione a mal porto;
ma invoc prima l'aiuto di sopra
che cominciassi s terribile opra.

Ed adorando sentiva una voce
che gli dicea: - Non temer, baron dotto,
del gran serpente rigido e feroce:
tosto sar per tua mano al disotto. -
Disse Rinaldo: - O Signor mio che in croce
moristi, io ti ringrazio di tal motto. -
E trasse con Frusberta a quel dragone,
e manc poco e' non dtte al lione

Parve il lion di ci fussi indovino,
e quanto pu dal serpente si spicca,
veggendosi in aiuto il paladino.
Frusberta addosso al dragon non s'appicca,
perch il dosso era pi che d'acciaio fino;
trasse di punta, e 'l brando non si ficca,
che solea pur forar corazze e maglie:
s dure aveva il serpente le scaglie.

Disse Rinaldo: "E' fia di Satanasso
il cuoio che 'l serpente porta addosso,
poi che di punta col brando nol passo
e che col taglio levar non ne posso";
e lascia pur la spada andare in basso
credendo a questo tagliare alfin l'osso:
Frusberta balza e faceva faville;
cos de' colpi gli di forse mille.

E quel lion lo teneva pur fermo,
quasi dicessi: "S'io lo tengo saldo,
non ar sempre a ogni colpo schermo".
Ma poi che molto ha bussato Rinaldo,
e cognoscea che questo crudel vermo
l'offendea troppo col fiato e col caldo,
se gli accostava e prese un tratto il collo,
e spicc il capo che parve d'un pollo.

Fuggito s'era Ulivieri e Dodone,
che i lor destrier non poteron tenere.
Come e' fu morto quel fiero dragone,
balzato il capo e caduto a giacere,
verso Rinaldo ne venne il lione
e cominciava a leccare il destriere:
parea che render gli volessi grazia;
di far festa a Rinaldo non si sazia.

Ed avviossi con esso alla briglia.
Rinaldo disse: - Virgin graziosa,
poi che mostrata m'hai tal maraviglia,
ancor ti priego, Regina pietosa,
che mi dimostri onde la via si piglia
per questa selva cos paurosa
di ritrovare Ulivieri e Dodone,
o tu mi fa' fare scorta al lione. -

Parve che questo il lione intendessi
e cominciava innanzi a caminare,
come se "drieto mi verrai" dicessi.
Rinaldo si lasciava a lui guidare,
ch i boschi v'eran s folti e s spessi
che fatica era il sentiero osservare;
ma quel lione appunto sa i sentieri,
e ritrov Dodone ed Ulivieri.

Era Ulivier tutto malinconoso
e del cavallo in terra dismontato;
cos Dodone, e piangea doloroso,
e indrieto inverso Rinaldo  tornato
per dar soccorso al paladin famoso;
ed Ulivieri aveva ragionato:
- Penso che morto Rinaldo vedremo
da quel serpente, e tardi giugneremo. -

E non sapean ritrovar il cammino;
erano entrati in certe strette valli.
Ecco Rinaldo e 'l lion gi vicino:
maravigliossi, e cominci a guardalli;
vide Ulivier non avea Vegliantino;
disse: "Costoro ove aranno i cavalli?
A qualche fera si sono abbattuti,
dove egli aranno i lor destrier perduti".

Ulivier, quando Rinaldo vedeva,
non si pu dir se pareva contento,
e disse: - Veramente io mi credeva
ch'omai tu fussi della vita spento. -
E poi che allato il lione scorgeva
al lume della luna, ebbe spavento.
Disse Rinaldo: - Ulivier, non temere
che quel lion ti facci dispiacere.

Sappi che morto  quel dragon crudele,
e liberato ho questo mio compagno
che meco or vien come amico fedele,
ed aren fatto di lui buon guadagno:
prima che forse la luna si cele,
tratti ci ar questo lion grifagno
del bosco, e guideracci a buon camino.
Ma dimmi, hai tu perduto Vegliantino? -

Ulivier si scus con gran vergogna:
- Come tu fusti alle man col dragone,
i destrier ci hanno grattata la rogna
tra mille sterpi e per ogni burrone;
ognun voleva far quel che bisogna
per aiutarti, come era ragione,
ma ritener non gli potemo mai,
tanto che forse di noi ti dorrai.

Noi gli lasciamo presso a una fonte,
perch pur quivi si fermorno a bere:
quivi legati appi gli abbin del monte,
ed or di te venavamo a sapere
se rotta avevi al serpente la fronte
o da lui morto restavi a giacere. -
Disse Rinaldo: - Pe' cavalli andiamo,
e tra noi scusa, Ulivier, non facciamo. -

Ritrovorno ciascuno il corridore.
Dicea Rinaldo: - Or da toccar col dente
non credo che si truovi insin che fore
uscin del bosco o troviamo altra gente.
Cos stessi tu, Carlo imperadore,
che vuoi ch'io vada pel mondo dolente!
cos stessi tu, Gan, com'io sto ora!
Ma forse peggio star ti far ancora. -

E cos cavalcando con sospetto,
Rinaldo si dolea del suo destino;
e quel lione innanzi va soletto
sempre mostrando a costoro il camino;
e poi ch'egli hanno salito un poggetto,
ebbon veduto un lume assai vicino:
ch in una grotta abitava un gigante,
ed un gran fuoco s'avea fatto avante.

Una capanna di frasche avea fatto
ed appiccato a una sua caviglia
un cervio, e della pelle l'avea tratto.
Sente i cavagli al pestare e la briglia:
sbito prese la caviglia il matto,
come colui che poco si consiglia:
a Ulivieri furioso pi che orso
addosso presto la bestia fu corso.

Ulivier vide quella mazza grossa
e del gigante la mente superba;
volle fuggirlo: intanto una percossa
giunse nel petto s forte e s acerba
che, bench'avessi il baron molta possa,
di Vegliantin si trovava in sull'erba.
Rinaldo, quando Ulivier vide in terra,
non domandar quanto dolor l'afferra;

e disse: - Ribaldon, ghiotton da forche,
che mille volte so l'hai meritate!
Prima che sotto la luna si corche
io ti meriter di tal derrate. -
Questo bestion con sue parole porche
disse: - A te non dar se non gotate.
Che se' tu tratto, del cervio a l'odore?
Tu debbi essere un ghiotto o furatore. -

Rinaldo ch'avea poca pazienza,
dtte in sul viso al gigante col guanto,
e fu quel pugno di tanta potenza
che tutto quanto il mostaccio gli ha infranto,
dicendo: - Iddio non ci are' sofferenza. -
Pure il gigante, riavuto alquanto,
arrandell la caviglia a Rinaldo,
ch d'altro che di sol gli vuol dar caldo.

Rinaldo il colpo schif molto destro
e fe' Baiardo saltar come un gatto:
combatter co' giganti era maestro,
sapeva appunto ogni lor colpo ed atto.
Parve il randello uscissi d'un balestro.
Rinaldo men il pugno un altro tratto,
e fu s grande questo mostaccione
che morto cadde il gigante boccone.

E poco men che non fe' come e' suole
il drago, quando uccide il leofante,
che non s'avvede, tanto  sciocco e fole,
che nel cader quello animal pesante
l'uccide, ch gli  sotto, onde e' si duole:
cos Rinaldo a questo fu ignorante,
ch quando e' cadde il gigante gagliardo
ischiacci quasi Rinaldo e Baiardo.

E con fatica gli usc poi di sotto,
e bisogn che Dodon l'aiutassi.
Disse Rinaldo: - Io non pensai di botto
cos il gigante in terra rovinassi,
ond'io n'ho quasi pagato lo scotto.
E' disse ch'a l'odor d'un cervio trassi:
alla sua capannetta andiamo un poco,
dove si vede colass quel fuoco. -

Allor tutti smontaron dell'arcione,
alla capanna furono avviati;
vidono il cervio; diceva Dodone:
- Forse che mal non saren capitati. -
Fece d'un certo ramo uno schidone.
Rinaldo intanto tre pani ha trovati
e pien di strana cervogia un barlotto,
e disse: - Il cervio mi sa di biscotto. -

Erano i pan come un fondo di tino,
tanto ch'a dirlo pur mi raccapriccio.
Disse Rinaldo: - Se ci  il pane e 'l vino,
ch'aspettian noi, Dodon? Qua sa d'arsiccio. -
Dicea Dodone: - Aspetta un tal pochino,
tanto che lievi la crosta s il riccio. -
Disse Rinaldo: - Pi non l'arrostino,
ch 'l cervio molto cotto  poco sano. -

Disse Dodone: - Io t'ho inteso, Rinaldo:
il gorgozzul ti debbe pizzicare:
se non  cotto, e' basta che sia caldo. -
E cominciorno del cervio a spiccare.
Rinaldo sel mangiava intero e saldo,
se non che la vergogna il fa restare;
e de' tre pan fece paura a uno,
ch col barlotto non beve a digiuno.

Poi che fu l'alba in levante apparita,
si dipartiron da quella capanna.
Dicea Dodon: - Questa fu buona gita,
poi che da ciel sopravvenne la manna
e quel gigante ha perduta la vita.
Vedi che pure ingannato  chi inganna:
quel bacalare, Ulivier, ti percosse
a tradimento, or si sta per le fosse. -

Disceson di quel monte alla pianura,
e il lor lione innanzi pur andava.
Dicea Rinaldo: - Questa  gran ventura! -
ed Ulivier con lui se n'accordava;
tanto ch'usciron d'una valle oscura,
ove poi nel dimestico s'entrava:
cominciono a veder casali e ville
e sopra a' campanil gridar le squille.

E poco tennon pi oltre il camino
che cominciorno a trovar de' pastori
presso a un fiume ch'era lor vicino;
e poi sentirno gran grida e romori.
Baiardo aombra e cos Vegliantino.
Ed ecco uscir d'una valletta fuori
una gran turba che s'era fuggita,
ed a veder parea gente smarrita.

Rinaldo allora a Dio si raccomanda,
e intanto appresso s'accosta un pagano.
Allor Dodon di sbito domanda:
- Che caso  questo in questo luogo strano,
che par che tanto romor qua si spanda?
Per cortesia, non voglia esser villano. -
Rispose il saracin presto a Dodone:
- Io tel dir, non  sanza cagione.

Del mio dir so che ti verr pietade:
per una figlia nobile e serena
quasi  disabitata una cittade,
perch'una vipra crudel ci avvelena.
Il re Corbante, per la sua bontade,
la sua figliuola detta Forisena
a divorar vuol dare a questa fera:
la sorte tocca a lei, vuol che lei pra;

e di noi altri ha gi mangiati assai:
ogni d ne vuol due, sera e mattina.
- Dimmi, - rispose Rinaldo - s' tu sai,
questa citt come ella ci  vicina? -
Rispose il saracin: - Tu la vedrai
tosto, la terra misera e meschina;
ma guarda che tal gita non sia amara:
ella  qui presso, e chiamasi Carrara.

Io ve n'avviso per compassione
ch'io ho di voi per Macometto iddio,
che voi non vi lasciate le persone,
poi che d'andarvi mostrate desio.
La citt troverrete in perdizione
e molto mal contento il signor mio,
per questa cruda fera e maladetta
che debbe divorar la giovinetta.

Come egli  d, se ne viene alle porte;
se da mangiar non gli  portato tosto,
col tristo fiato ci conduce a morte:
convien ch'un uom gli pognn l discosto.
Questa fanciulla gli  tocca la sorte,
e 'l padre suo di mandarla ha disposto;
il popol grida, e quella fiera rugge,
tanto ch'ognun per paura si fugge.

Credo che sia sol pe' nostri peccati,
perch Corbante uccise un suo fratello,
che fu tra noi de' cavalier nomati
il pi savio, il pi giusto e forte e bello;
noi consentimo a tutti questi agguati,
per che il regno apparteneasi a quello:
la vipera  venuta a purgar certo
questo peccato e rendeci tal merto.

Ed  tra noi chi abbia oppinione
che lo spirito suo drento vi sia
in questa fera, di questo garzone. -
Disse Rinaldo: - Di tua cortesia
io ti ringrazio. Aiutivi Macone
da questa fera, s'ella  tanto ria.
Ma dimmi, saracin, questa donzella
come ella  giovinetta, e s'ella  bella. -

Disse il pagan: - Non domandar di questo,
ch non si vide mai cosa s degna:
un atto dolce, angelico e modesto,
di virt porta e di bilt la 'nsegna,
ne' quindici anni entrata, e va' pel resto;
e 'l popol pur di camparla s'ingegna.
Se tu credessi quella bestia uccidere,
tu puoi far conto il reame dividere. -

Disse Rinaldo: - Io non cerco reame:
io n'ho lasciati sette in mio paese;
io mi diletto un poco delle dame:
se cos bella  la figlia cortese,
a quella fera taglier le squame. -
E poi si volse al famoso marchese
e disse: - Andianne, ch la dama  nostra,
alla citt che 'l saracin ci mostra. -

Come e' furno in Carrara i paladini,
ognun volgeva a guardgli le ciglia:
preson conforto tutti i saracini,
e del lion ne prendean maraviglia.
Rinaldo giunse al palagio a' confini,
e salut Corbante e poi la figlia.
Corbante disse: - Tu sia il ben venuto,
se per la fera a dar mi vieni aiuto. -

Allor Rinaldo rispose: - O Corbante,
il nome mio  il guerrier del lione,
e credo in Apollino e in Trivigante;
e non vorrei, pel nostro iddio Macone,
avere a capitar certo in Levante
poi ch'io senti' della tua passione. -
Quel disse forte, e quest'altro bisbiglia:
"Anzi, poi ch'io senti' della tua figlia".

Ulivier gli occhi alla donzella gira
mentre Rinaldo in questo modo parla;
sbito pose al berzaglio la mira
e cominci cogli occhi a saettarla,
e tuttavolta con seco sospira:
"Questa non " dicea "carne da darla
a divorare alla fera crudele,
ma a qualche amante gentile e fedele".

Corbante aveva intanto cos detto:
- Sia chi tu vuoi, o famoso guerriere,
basta sol che tu credi in Macometto.
Se tu credessi, gentil cavaliere,
uccider questa fera, io ti prometto
di darti mezzo il reame e l'avere;
e se tu il vuoi ancor tutto, i' son contento,
pur che mi tragga fuor d'esto tormento.

Come tu vedi, la terra  condotta,
d'un bel giardino, spilonca o diserto.
La mia figliuola s'appressa gi l'otta
che morir de sanza peccato o merto. -
Ma Ulivier nella mente borbotta:
"Non manger s bianco pan per certo
questo animal, ch'egli  pasto d'amanti,
se noi dovessin morir tutti quanti".

Dimmi pur tosto qual sia il tuo pensiero, -
diceva il re - ch'ella  presso alle mura,
ch'io sento il fiato incomportabil fero,
e voi il dovete sentir per ventura. -
Disse Rinaldo: - Io non vo' regno o impero:
per gentilezza caccio e per natura;
e per amor della tua figlia bella
la vipera uccidren crudele e fella. -

Ulivieri era un gentil damigello
e tuttavia la fanciulla vagheggia.
Rinaldo l'occhio teneva al pennello:
con Ulivieri in francioso motteggia;
disse: - Il falcone ha cavato il cappello:
non so se starna ha veduta o acceggia;
ma parmi questo chiaro assai vedere,
che noi sarem due impronti a un tagliere. -

Ulivier nulla rispose a Rinaldo;
abbass gli occhi, che tenea s fissi.
Corbante un bando mand molto caldo
che nessun pi della terra partissi,
tanto che 'l popol comincia a star saldo:
Rinaldo volle cos si seguissi;
e fece fare un guanto, s'io non erro,
coperto tutto di punte di ferro.

E prese poi da Corbante licenzia,
che gli fe' compagnia fino alla porta
con molta gente e con gran reverenzia;
poi gli diceva: - Io non son buona scorta.
Io ti ricordo tu abbi avvertenzia
alla tua vita, - e cos lo conforta
- e in ogni modo te salvar mi piace;
poi sia che vuol della fera rapace. -

Queste parole furon grate tanto
che se l'affisse Rinaldo nel core;
e disse: - Il capo arrecarti mi vanto
in ogni modo, cortese signore.
La tua benedizion mi da' col guanto;
conforta il popol tuo per nostro amore. -
Corbante il bened pietosamente
e priega Iddio per lui divotamente.

Ed Ulivieri ancor fece orazione:
raccomandossi al Salvator divino.
Dinanzi andava il feroce lione:
verso la fera teneva il camino;
drieto seguiva Rinaldo e Dodone.
Era a vedere il popol saracino,
chi in sulle mura e chi presso alle porte,
desiderando all'animal la morte.

E la fanciulla nobile e serena
era salita in sur una bertesca.
Disse Rinaldo: - Vedi Forisena,
o Ulivier, che di te par gl'incresca:
amore  quel ch'a vederti lei mena. -
Ulivier disse: - La danza rinfresca:
tu hai disposto di darmi oggi noia.
Attendin pur che questa fera muoia. -

Dicea Rinaldo: - Sarai tu s crudo
che tu non guardi questa damigella?
Tu non saresti d'accettar per drudo.
Che crederres' tu far se la donzella
avessi in braccio per tua targia o scudo?
Atterreresti tu la fiera o quella? -
Disse Ulivier: - Tu se' pur per le ciance,
e qua sa d'altro gi che melarance. -

E come e' disse questo, il lion mostra
il serpente che fuoco vomitava.
Disse Ulivier: - Questa  la dama nostra,
e di vederla, Rinaldo, mi grava. -
Disse Rinaldo: - O Ulivier, qui giostra
Venere e Marte - e di nuovo cianciava.
La vipera crudel tosto si rizza
e fuoco e tsco per bocca gli schizza.

Parea che l'aria e la terra s'accenda.
Rinaldo aveva spugna con aceto,
e tutti, perch il fiato non gli offenda;
e disse: - O animal poco discreto,
che pensi tu, che noi sin tua merenda,
poi che tu vieni in qua contra divieto? -
E detto questo del cavallo scese,
e cos fece Dodone e 'l marchese.

Non fu prima smontato di Baiardo
ch'a Dodon giunse l'animal addosso:
dttegli un morso s fiero e gagliardo
che l'arme gli schiacci, la carne e l'osso.
Dodon gridava: - Om lasso, ch'io ardo!
Aiutami, Ulivier, ch pi non posso! -
e cadde tramortito e stramazzato
sbito in terra pel morso e pel fiato.

Ulivier tardi aiutarlo si mosse
ed a Dodon non pot dar soccorso:
adunque il primo ch'assaggia si cosse,
ed anco ci  per un compagno un morso:
perch il serpente un tratto il capo scosse
e poi pigliava Ulivier come un torso,
e per ventura alla gamba s'appicca
e i denti tutti nell'arme gli ficca.

E' si sent l'arnese sgretolare,
che non isgretol mai osso cane;
e poi pel braccio lo volle ciuffare.
Ma Ulivieri adopera le mane,
ch'avea quel guanto Rinaldo fe' fare,
e non  tempo a questo a dar del pane
o dir che san Donnin gli alleghi i denti,
ch converr pur che facci altrimenti:

missegli il guanto e la man nella strozza,
per che molto lo sgrida Rinaldo,
tanto che tutto il serpente lo 'ngozza,
e strinse; ed Ulivier lo tenne saldo
e colla spada la testa gli mozza;
ma nel morir, pel fetor e pel caldo,
Ulivier cadde tramortito in terra.
Ma il capo del serpente non si sferra:

ch nel finir la bocca in modo strinse
ch'Ulivier trar non ne pot la mano.
Rinaldo tutto nel viso si tinse
e sferrar lo credette a mano a mano;
ma non potea, tanto il dolor lo vinse
del tristo caso d'Ulivieri e strano;
pur tante volte la spada v'accocca
che gliel cav con fatica di bocca.

Ma quel lion ch'egli avevan menato
si stette sempre di mezzo a vedere,
perch se fussi d'alcun domandato
di questo fatto, il voleva sapere.
Era Dodon gi di terra levato,
ma Ulivier pur si stava a giacere.
I saracin corrien fuor della porta
faccendo festa che la fera  morta.

Venne Corbante con molta brigata
a veder come questo fatto era ito:
vede la bestia in terra rovesciata,
vede Dodon sanguinoso ferito,
vede Ulivier colla mano affocata,
che morto gli parea, non tramortito;
vede la terra per la fera arsiccia,
della qual cosa assai si raccapriccia;

vede la testa del fero dragone,
che gli parve a veder mirabil cosa;
vede Rinaldo turbato e Dodone
perch'Ulivieri in terra si riposa:
ebbe di questo gran compassione;
vedevagli la gamba sanguinosa,
e non sapea con che parole o gesti
si condolessi o ringraziassi questi.

Abbracci infin Rinaldo lacrimando
e poi Dodon, dicendo: - Baron degni,
come potr mai ristorarvi, o quando?
Da Macon credo che tal grazia vegni,
che in queste parte vi venne mandando.
Ecco, la vita e tutti i nostri regni
e la corona collo scettro nostro,
disposto sono ogni cosa sia vostro.

Ma sempre pianger se questo  morto,
che par s degno e gentil cavalieri. -
Disse Rinaldo: - Re, datti conforto,
ch pianger di costui non fa mestieri.
Il tuo parlare assai ci mostra scorto
che tu sia grato, e giusti i tuoi pensieri.
La tua corona e 'l regno l'accettiamo,
e come nostro a te lo ridoniamo. -

Non aveva Rinaldo appena detto,
ch'Ulivier cominciossi a risentire;
e risentito, e 'l re veggendo appetto
e tanta gente, cominci a stupire
come chi nuove cose per oggetto
vede in un punto, e non sa che si dire;
ma a poco a poco rivoc la vita
ed ogni ammirazion fu disparita.

Il popolo era orrore e maraviglia
veggendo quel c'han fatto i paladini.
Era venuta, per veder, la figlia
del re Corbante con que' saracini,
che 'l sol, quando  pi lucente, simiglia,
e tutti gli atti suoi paion divini;
ed Ulivier questa donzella guarda,
che non s'accorge ancor che 'l suo cor arda.

Il re Corbante al popol comandava
ch'a la citt portato sia il serpente;
e poi Rinaldo per la man pigliava
e torna alla citt colla sua gente;
e come e' giunse alla terra, ordinava
di lasciar parte d'un tanto accidente
al secol nuovo; e quella fera morta
col capo fe' appiccar sopra la porta,

e lettere scolpite in marmo, d'oro:
"Nel tal tempo" dicea "qui capitorno
tre paladini" (e scrisse i nomi loro,
perch in secreto gliel manifestorno)
"che liberaro il popol da martoro
per questa fera, a cui morte donorno",
ch'era apparita l mirabilmente,
e divorava tutta la sua gente;

e come il giorno alla fanciulla bella
toccava di dover morir per sorte,
che i tre baron vi capitorno in sella,
che liberata l'avean dalla morte.
Per lunghi tempi si potea vedella
la storia e l'animal sopra le porte,
che cos morto faceva paura
a chi voleva entrar dentro alle mura.

E nel palagio Rinaldo mene
e grande onor gli fece e lietamente;
e medici trovava e comande
che medicassin diligentemente
Ulivieri e Dodon, ch bisogne,
ch'ognun pi giorni del suo mal si sente.
E Forisena intanto come astuta
dell'amor d'Ulivier s'era avveduta.

E perch Amor mal volentier perdona
che e' non sia alfin sempre amato chi ama,
e non sare' sua legge giusta o buona
di non trovar merz chi pur la chiama,
n giusto sire il buon servo abandona,
poi che s'accorse questa gentil dama
come per lei si moriva il marchese,
sbito tutta del suo amor s'accese;

e cominci cogli occhi a rimandare
indrieto a Ulivier gli ardenti dardi
ch'Amor sovente gli facea gittare,
acci che solo un foco due cori ardi.
Venne a vederlo un giorno medicare
e salutl con amorosi sguardi,
ch le parole fur ghiacciate e molle,
ma gli occhi pronti assai, come Amor volle.

Quando Ulivier sent che Forisena
lo salut cos timidamente,
fu la sua prima incomportabil pena
fuggita, ch'altra doglia al suo cor sente,
l'alma di dubbio e di speranza piena;
ma confirmato assai pur nella mente
d'essere amato dalla damigella:
perch chi ama assai, poco favella.

Videgli ancor, poi che pi a lui s'accosta,
il viso tutto diventar vermiglio
e brieve e rotta e fredda la proposta
nel condolersi del crudele artiglio
dell'animal, che per lei car gli costa,
e vergognosa rabbassare il ciglio:
questo gli dtte massima speranza,
ch cos degli amanti  sempre usanza.

Ella avea detto: - Il mio crudo destino,
i fati e 'l Cielo e la spietata sorte,
o qual si fussi altro voler divino,
m'avean condotta a s misera morte.
Tu venisti in Levante, paladino,
mandato certo dalla eterna corte
a liberarmi, e per te sono in vita:
dunque io mi dolgo della tua ferita. -

Queste parole avean passato il core
a Ulivieri e pien s di dolcezza
che mille volte ne ringrazia Amore,
perch e' cognobbe la gran gentilezza.
Are' voluto innanzi al suo signore
morir, ch poco la vita pi prezza,
e poco men che non disse niente;
pur gli rispose vergognosamente:

Io non fe' cosa mai sotto la luna
che d'aver fatto io ne sia pi contento:
s'io t'ho campata da s rea fortuna,
tanta dolcezza nel mio cor ne sento
che mai pi simil ne senti' alcuna.
So che t'incresce d'ogni mio tormento:
altro duol ci , che chiama altro conforto.
Cos m'avessi quella fera morto! -

Intese bene allor quelle parole
la gentil dama, e drento al cor le scrisse:
s presto insegna Amor nelle sue scole!
e fra se stessa sospirando disse:
"E di questo anco altro tuo duol mi duole.
Forse non era il me' che tu morisse.
Non sar ingrata a s fedele amante,
ch'io non son di diaspro o d'adamante".

Partissi Forisena sospirando,
ed Ulivier rimase tutto afflitto
della ferita sua pi non curando,
ch da pi crudo artiglio era trafitto.
Guard Rinaldo, e quasi lacrimando
non pot a lui tener l'occhio diritto,
e disse: - Vero  pur che l'uom non possa
celar per certo l'amore e la tossa.

Come tu vedi, caro fratel mio,
amor pur preso alfin m'ha co' suo' artigli:
non posso pi celar questo desio;
non so che farmi o che partito pigli.
Cos sia maladetto il giorno ch'io
vidi costei. Che fo? Che mi consigli? -
Disse Rinaldo: - Se mi crederrai,
di questo loco ti dipartirai.

Lascia la dama, marchese Ulivieri:
non fu di vagheggiar nostra intenzione,
ma di trovare il signor del quartieri. -
E 'l simigliante diceva Dodone:
- Tanto si cerchi per tutti i sentieri
che noi troviamo il figliuol di Millone. -
Ulivier consentia contra sua voglia,
ch lasciar Forisena avea gran doglia.

E poi che fu dopo alcun d guarito,
cos Dodone, insieme s'accordaro
lasciar Corbante per miglior partito
e che si facci de' lor nomi chiaro,
s che e' possi saper chi l'ha servito;
ed oltre a questo ancor deliberaro
tentar se il re volessi battezarsi
col popol suo, e tutti cristian farsi.

Avea Corbante fatti torniamenti
e giostre e balli e feste alla moresca
per onorar costor colle sue genti;
ed ogni d nuove cose rinfresca,
perch partir da lui possin contenti.
Ma Ulivier pur par che 'l suo amor cresca.
Finalmente Rinaldo un d chiamava
il re Corbante, e in tal modo parlava:

Serenissimo re, - fu il suo latino
- perch da te ci tegnamo onorati, -
questo gli disse in parlar saracino
- sempre di te ci sarem ricordati.
E poi ch'egli  cos voler divino
che i nomi nostri ti sien palesati,
io son Rinaldo, e fui figliuol d'Amone,
bench'io m'appelli il guerrier del lione;

e questo  Ulivier che ha tanta fama
e cognato  del nostro conte Orlando;
costui Dodon, figliuol d'Uggier, si chiama,
che venne Macometto gi adorando.
Or, per seguir pi oltre nostra trama,
cos pel mondo ci andiam tapinando
perch di corte Orlando s' partito,
n ritrovar possiam dove e' sia gito.

Detto ci fu che qua verso Levante
era venuto, da un nostro abate,
e ch'egli aveva con seco un gigante:
cercando andian drieto alle sue pedate.
Or ti dir pi oltre, o re Corbante:
perch pur Macometto qua adorate,
siete perduti, e il vero Iddio  il nostro,
che del vostro peccar gran segno ha mostro.

Non appar questo animal crudele
sanza permission del nostro Iddio
a divorare il popolo infedele;
ma perch'Egli  pietoso e giusto e pio,
t'ha liberato da s amaro fele
perch tu lasci Macon falso e rio:
fa' che conosca questo beneficio
sanza aspettar da lui maggior giudicio.

Lascia Apollino e gli altri vani iddei
e torna al nostro padre benedetto,
e Belfagorre e mille farisei;
batteza il popol tuo, che  maladetto.
Di ci molte ragion t'assegnerei,
ma tu se' savio e intendi con effetto:
so che conosci ben che quel dragone
non appar qua a te sanza cagione:

ogni cosa ti avvien pe' tuoi peccati:
tu sei il pastor che gli altri di guardare,
e molto pi di te sono scusati.
Non t'ha voluto Cristo abbandonare:
vedi ch'a tempo qua fumo mandati,
ch la tua figlia ha voluta salvare:
dunque ritorna alla sua santa fede
di quello Iddio ch'ebbe di te merzede. -

Parve che Iddio ispirassi il pagano,
e rispose piangendo e cos disse:
- Dunque tu se' il signor di Montalbano,
al qual simil gi mai nel mondo visse!
E questo  Ulivier, ch'udito abbino
nomar gi tanto! Il vostro Iddio permisse
che voi venissi certo, e non Macone. -
Ed abbraccigli, e cos ancor Dodone.

E pianse i suo' peccati amaramente
e disse: - Io veggo in quanto lungo errore
istato son con tutta la mia gente;
e cos il nostro etterno Salvatore
per molte vie allumina la mente
e desta in qualche modo il peccatore,
e spesso d'un gran mal nasce un gran bene:
ch'ogni giudicio pel peccato viene. -

Corbante fece venir Forisena
e disse ancora a lei chi son costoro
che l'avean liberata d'ogni pena;
e poi mand per tutto il concestoro,
tanto che presto la sala fu piena,
parata tutta di be' drappi ad oro;
poi sal in sedia, e fe' tale orazione
che tutto il popol volse a sua intenzione.

E fece battezar piccoli e grandi;
per tutto il regno suo fu ordinato
ch'ognun seguissi i suoi precetti e bandi.
E poi ch'ognun cos fu battezato,
la fama par che per tutto si spandi
de' tre baron che vi son capitato;
ma i nomi lor quanto Rinaldo volle
cel Corbante a tutto il popol folle.

E riposrsi alquanto a lor diporto,
e tutta la citt facea gran festa,
tanto del vero Iddio preson conforto,
della sua grazia e della sua potesta;
come nell'altro dir vi sar porto,
dove la storia sar manifesta.
E priego il Re della gloria infinita
che vi dia pace e gaudio e requie e vita.



CANTARE QUINTO


Pura colomba piena d'umiltade,
in cui discese il nostro immenso Iddio
a prender carne con umanitade,
giusto, santo, verace, etterno e pio,
donami grazia, per la tua bontade,
ch'io possi seguitare il cantar mio,
pel tuo Iosef e Giovacchino ed Anna
e per Colui che nacque alla capanna.

Rinaldo e 'l suo Dodone e 'l gran marchese
gran festa fanno co' nuovi cristiani;
e battezato  gi tutto il paese
del re Corbante e' suoi primi pagani.
Ed Ulivier per la dama cortese
ogni d fa mille pensieri strani,
ed ora in torniamenti ed ora in giostra,
per piacere a costei, gran forza mostra.

E bench assai lo pregassi Rinaldo,
non si sapeva accomiatare ancora,
ch la donzella lo teneva saldo
come ncora la nave tien per prora.
Quanto  pi offeso il foco,  poi pi caldo:
cos pi sempre Ulivier s'innamora
quanto Rinaldo il partir pi sollecita;
ed ogni scusa gli pareva lecita.

Quando fingea non esser ben guarito,
quando fingea qualche altra malattia
(e dicea il ver, ch'egli  nel cor ferito),
quando pregava, quando promettia:
- Doman ci partirem, preso ho partito. -
Lascin costor, nel nome di Maria,
ed Ulivier cos morire amando,
e ritorniamo ove io lasciai Orlando.

Merediana, la dama gentile,
manda a saper se volea la battaglia
a corpo a corpo, con almo virile.
Orlando dice: - Io non vesto di maglia
per contastare una femina vile
ch'i' prezzo men ch'un bisante o medaglia. -
S che per questo e pel suo Lionetto
troppo si duol costei di Macometto,

dicendo: "Almen facessimi morire,
poich sprezzata son da quel villano;
ch mai pi ebbe cavaliere ardire
combatter meco colla lancia in mano".
Ma in questo tempo si facea sentire
la fama del signor di Montalbano,
come Corbante avea seco un barone
che si chiamava il guerrier del lione,

e ch'egli era uom ch'avea molto potere,
e come morto ha il serpente feroce.
Merediana a un suo messaggiere
impose e disse ch'andassi veloce
al re Corbante, e faccigli assapere
come per tutto  vulgata la boce
di questo cavalier che  tanto forte,
il qual con seco teneva in sua corte;

e come Manfredonio alla sua terra
ha posto il campo con crudele assedio
e tuttavia con sua gente la serra,
e non ha ignun, per tenerla pi a tedio,
ch'a corpo a corpo con lei vogli guerra;
che gli dovessi mandar per rimedio
questo guerrier ch'avea tanta possanza,
pel parentado antico ed amistanza;

per che gi per tutto l'Oriente
la fama di costui molto sonava.
Il messaggier n'and subitamente:
al re Corbante si rappresentava
e spose la 'mbasciata saviamente.
Per che Corbante a Rinaldo parlava
come il re Carador quel messo manda
e la sua figlia a lui si raccomanda.

Se tu credessi da questo martoro
liberar la donzella, io ti conforto -
dicea Corbante - andare a Caradoro;
per ch'io so che Manfredonio ha il torto,
ed ha menato tutto il concestoro.
Forse, se fia da te punito e morto,
re Caradoro si battezere
come ho fatto io, e Cristo adorere. -

Rinaldo dall'abate prima intese
che in quel paese avea mandato Orlando;
rispose: - A Manfredon - molto cortese
- la testa lever con questo brando,
o re Corbante: ch'a s giuste imprese
sar sempre disposto a tuo comando. -
Dicea Corbante: - Caradoro  antico
parente nostro e discreto all'amico. -

Disse Rinaldo: - Or rispondi al valletto
che per amor di te ne son contento;
ed ho speranza, e cos gli prometto,
di salvar la sua gente fuori e drento;
e Manfredonio il campo a suo dispetto
lever presto e le bandiere al vento. -
Corbante il ringrazi benignamente
delle parole che s grate sente;

e poi si volse al messo saracino:
- Dirai che volentier la impresa piglia,
a Caradoro, questo paladino;
e del suo ardir si far maraviglia
sia chi si vuol del popol d'Apollino,
ch'a nessun questo volger la briglia;
se fussi Orlando, quel ch'ha tanta fama,
nol temerebbe: cos di' alla dama.

Vedi il lion che tuttavia l'aspetta:
non  baron di cui nel mondo dotti.
Vedi que' due che son l di sua setta:
questi fanno assai fatti e pochi motti. -
Il messaggier si dipartiva in fretta:
Corbante disse che e' voli e non trotti;
tanto che presto torn a Caradoro
e refer come e' vengon costoro;

e che parea quel guerrier del lione
un uom molto famoso in vista e forte;
e d'Ulivier diceva e di Dodone:
- Non  baron, Caradoro, in tua corte
da metterlo con questi al paragone.
Corbante dice che tu ti conforte,
perch colui che si chiama il guerriere
non temerebbe Orlando in sul destriere. -

Rinaldo da Corbante accommiatossi,
e molte offerte fece al re pagano
che sempre sare' suo, dovunque e' fossi;
n anco il re Corbante fu villano
alla risposta; e cos si son mossi
e benedetti e baciati la mano;
ed Ulivieri avea potuto appena
- Addio! - piangendo dire a Forisena.

La qual, veggendo partire Ulivieri,
avea pi volte con seco disposto
di seguitarlo e fatti stran pensieri;
n pot pi il suo amor tener nascosto;
e la condusse quel bendato arcieri,
per veder quanto Ulivier pu discosto,
a un balcone, e l'arco poi disserra,
tanto che questa si gittava a terra.

E 'l padre suo, che la novella sente,
corse a vederla e giunse ch'era morta:
alla sua vita non fu s dolente;
e intese ben quel che 'l suo caso importa
e come Amore  quel che lo consente;
e se non fussi alcun che lo conforta,
e chi la mano e chi il braccio gli piglia,
uccider si volea sopra la figlia;

e dicea: - Lasso, quanto fui contento
quel d che morta l'aspra fera vidi;
ed or tanto dolor nel mio cor sento!
E cos vuogli, Amor, cos mi guidi!
Ogni dolcezza volta m'hai in tormento.
O mondo, tu non vuoi che in te mi fidi.
Lasciato m'hai, o misera Fortuna,
afflitto vecchio e sanza speme alcuna. -

Fece il sepulcro a modo de' cristiani
e missevi la bella Forisena,
e lettere intagli colle sue mani
come fu liberata d'ogni pena
da tre baron di paesi lontani;
e come a morte il suo distin la mena
pur finalmente, come piacque 'Amore,
nel dipartirsi il suo caro amadore.

Non si pu tr quel che 'l Ciel pur distina,
e 'l mondo col suo dolce ha sempre amaro:
questa fanciulla cos peregrina
il troppo amare alfin gli costa caro;
ed Ulivier pe' boschetti camina
e non sa quel che gli sare' discaro,
e chiama Forisena notte e giorno.
E in questo modo pi d cavalcorno.

Un giorno in un crocicchio d'un burrone
hanno trovato un vecchio molto strano,
tutto smarrito, pien d'afflizione:
non parea bestia e non pareva umano.
Rinaldo gli vena compassione:
"Chi fia costui?" fra s diceva piano;
vedea la barba arruffata e canuta:
raccapricciossi, e dappresso il saluta.

E' gli rispose faccendo gran pianto,
per modo ch'a Rinaldo ne 'ncrescea:
- Per la bont dello Spirito santo,
abbi piet della mia vita rea:
uscir di questo bosco non mi vanto
se non m'aiuti - e del tristo facea.
- Lasciami un poco in sul cavallo andare,
per quello Iddio che ti pu ristorare. -

Rinaldo disse: - Molto volentieri,
ch tu mi par', vecchierel, mezzo morto. -
E sbito si getta del destrieri,
perch e' vi monti e pigliassi conforto.
Intanto vien Dodone ed Ulivieri.
Rinaldo dice questo fatto scorto.
Disse Dodon: - Tu se' molto cortese -,
e del caval per aiutarlo scese.

Rinaldo tien Baiardo per la briglia
e Dodon piglia questo vecchio antico.
Baiardo allor mostr gran maraviglia
e 'l vecchio schifa come suo nimico.
Rinaldo strette le redine piglia,
e Dodon pure aiuta come amico.
Baiardo allor pi le redine scuote
ed or col capo or co' calci percuote.

Ma poi che pur si lasci cavalcare,
quel vecchierel come e' fussi una foglia
teneal a briglia e faceval tremare:
poi correr lo facea contra sua voglia.
Disse Rinaldo a Dodon: - Che ti pare?
Io dubito che mal non ce ne coglia:
il vecchio corre, e non mi pare or lasso,
che non parea da dovere ir di passo.

Dismonta, o Ulivier, di Vegliantino. -
Ulivieri scendeva da cavallo.
Rinaldo dietro pigliava il camino
a questo vecchio, e comincia a sgridallo:
- Aspetta, tu ti fuggi, can meschino,
s che tu credi in tal modo ruballo. -
Ma nulla par che con quel vecchio avanzi,
che sempre pi gli spariva dinanzi.

E Vegliantin sudava per l'affanno
e va pel bosco che pare uno strale.
Disse Rinaldo: "Vedrai bello inganno,
ch questo vecchio par che metta l'ale;
io fui pur matto, ed armene il danno";
e chiama e grida, ma poco gli vale:
colui correva come un leopardo,
anzi pi forte, s'egli avea Baiardo.

Ma po' ch'egli ebbe a suo modo beffato
Rinaldo, alfin se gli para davante,
e in su 'n un passo del bosco ha aspettato.
Vegliantin tanto mostrava le piante
che lo giugneva, e Rinaldo  infocato.
Disse Malgigi: - Che farai, brigante? -
Quando Rinaldo sentiva dir questo,
lo riconobbe alla favella presto;

e disse: - Tu fai pur l'usanza antica:
tu m'hai fatto pensar di strane cose
e dato a Vegliantin molta fatica. -
Allor Malgigi in tal modo rispose:
- Tu non sai ancora, innanzi ch'io tel dica,
di questo testo, Rinaldo, le chiose. -
Dodone in questo e 'l marchese giugnevano
e Malagigi lor ricognoscevano.

Gran festa fecion tutti a Malagigi
d'averlo in luogo trovato s strano.
Disse Malgigi: - Io parti' da Parigi,
e feci l'arte un giorno a Montalbano;
volli saper tutti i vostri vestigi:
vidi savate in paese lontano
e che portato avate assai periglio,
e bisognava ed aiuto e consiglio.

Per questa selva ove condotti siete
non troverresti da mangiar n bere,
e sanza me campati non sarete:
di questa barba vi conviene avere,
che vi torr e la fame e la sete;
vuolsene in bocca alle volte tenere. -
E dtte loro un'erba e disse: - Questa
usate insino al fin della foresta. -

Mangiaron tutti quanti volentieri
dell'erba che Malgigi aveva detto,
e missonne poi in bocca anco a' destrieri,
ch'era ciascun dalla sete costretto.
Disse Malgigi: - Per questi sentieri
serbatene, vi dico, per rispetto;
e destrier sempre troverran dell'erba,
ma questa per la sete si riserba.

Non vi bisogna d'altro dubitare.
Con Manfredonio  il roman sanatore
Orlando, e presto il potrete trovare. -
E dette molte cose, un corridore
sbito fece per arte formare,
tanto ch'ognun gli veniva terrore:
ch mentre ragionare altro volino,
appar quivi bianco un palafreno.

Disse Malgigi: - Caro mio fratello,
t'ti Baiardo tuo, ch'io son fornito. -
Rinaldo guarda quel caval s bello
e dicea: - Questo fatto come  ito? -
Malgigi presto mont sopra quello
e fu da lor come strale sparito;
a tutti prima toccava la mano,
e ritorn in tre giorni a Montalbano.

Dumila miglia al nostro modo o pie
era da Montalban, si truova scritto,
dal luogo dove accomiatato fue.
Rinaldo el suo fratel lasciava afflitto,
e molte volte ha chiamato Gese
che lo conduca per sentier diritto.
E gi sei giorni cavalcato avia
drieto al lion, che mostra lor la via.

Il sesto d questo baron gagliardo
in uno oscuro bosco  capitato.
Sente in un punto fermarsi Baiardo;
vede il lion che 'l pelo avea arricciato
e che faceva molto fero sguardo;
e Vegliantin parea tutto aombrato;
e 'l caval di Dodon volea fuggire
e raspa e soffia e comincia annitrire.

Disse Rinaldo: - O Iddio, che sar questo?
Questi cavalli han veduta qualche ombra. -
Intanto un gran romor si sente presto,
che le lor mente di paura ingombra:
ecco apparire un uom molto foresto
correndo, e 'l bosco attraversava e sgombra;
e fece a tutti una vecchia paura,
ch mai si vide pi sozza figura.

Egli avea il capo che parea d'un orso,
piloso e fiero, e' denti come zanne,
da spiccar netto d'ogni pietra un morso;
la lingua tutta scagliosa e le canne;
un occhio avea nel petto a mezzo il torso,
ch'era di fuoco e largo ben due spanne;
la barba tutta arricciata e' capegli,
gli orecchi parean d'asino a vedegli;

le braccia lunghe, setolute e strane,
e 'l petto e 'l corpo piloso era tutto;
avea gli unghion ne' piedi e nelle mane,
ch non portava i zoccol per l'asciutto,
ma ignudo e scalzo abbaia com'un cane:
mai non si vide un mostro cos brutto;
e in man portava un gran baston di sorbo
tutto arsicciato, nero come un corbo.

Questo una buca sotterra avea fatto,
e sopra quella forato un gran masso:
quivi si stava e nascondeva, il matto;
verso la strada avea forato il sasso,
e per un bucolin traea di piatto
e molta gente saettava al passo:
facea degli uomin micidial governo,
e chiamato era il mostro da l'inferno.

Rinaldo, quando apparir lo vedia,
diceva a Ulivieri: - Hai tu veduto
costui, che certo la versiera fia? -
Disse Ulivieri: - Iddio ci sia in aiuto!
Credo pi tosto sia la Befana
o Belzeb che ci sar venuto. -
Guardava il petto e la terribil faccia
e 'l baston lungo pi di dieci braccia.

Questo animal vena gridando forte,
e come l'orso adirato co' cani,
ispezza i rami e' pruni e le ritorte
con quel baston, co' piedi e colle mani.
Disse Dodon: - Sare' questa la Morte
che ci assalissi in questi boschi strani?
Se tu ragguardi, Rinaldo, i vestigi,
de' compagnon mi par di Malagigi. -

Disse Rinaldo: - Non temer, Dodone:
se fussi ben la Morte o 'l Trentamila,
lascial venire a me questo ghiottone,
ch'a peggior tela ho stracciate le fila. -
Intanto quella bestia alza il bastone
e inverso di Rinaldo si difila.
Rinaldo punse Baiardo in su' fianchi
acci che 'l suo disegno a colui manchi.

Dallato si scagli come un cervietto:
giunse la mazza e dtte il colpo in fallo.
Rinaldo intanto si misse in assetto:
corsegli addosso presto col cavallo,
dttegli un urto e colselo nel petto,
per modo che sozzopra fe' cascallo;
e nel cader questo animale strano
forte abbaiava come un cane alano.

Dodon, che vide quel diavol cadere,
diceva a Ulivier: - Corrigli addosso
acci che non si lievi da giacere. -
Disse Rinaldo: - Ignun non si sia mosso:
trati addrieto e statevi a vedere
ch'io non sono uso mai d'esser riscosso. -
In questo l'uom salvatico si rizza
col sorbo, pien di furore e di stizza;

e scaricava un colpo in sulla testa
per modo tal che, se giugnea Rinaldo,
e' gli bastava solamente questa,
e non sentia mai pi freddo n caldo.
Rinaldo non aspetta la richiesta,
ch come argento vivo stava saldo:
or qua or l facea saltar Baiardo,
avendo sempre al protino riguardo.

Pareva un lioncin quand'egli scherza,
che salta in qua e in l destro e leggieri;
alcuna volta menava la ferza,
poi risaltava che pare un levrieri.
Era gi l'ora passata di terza,
e pur Dodon dicea con Ulivieri:
- Io temo sol Rinaldo non si stracchi,
tanto ch'un tratto quel baston l'ammacchi. -

Colui non par che si curi un pistacchio
perch Frusberta gli levi del pelo,
e pure attende a scaricare il bacchio;
e la spada del prenze torna al cielo.
Misericordia! di questo batacchio
aiuta, Iddio, chi crede nel Vangelo!
Quel baston pare un albero di nave,
arsiccio, duro e nocchieruto e grave.

Avean gi combattuto insino a nona
Rinaldo e quel diavolo incantato:
Rinaldo gli ha frappata la persona
e molto sangue in terra avea gittato,
e tuttavia con Frusberta lo suona.
Un tratto quel baston  gi calato;
Rinaldo per disgrazia gli era sotto
e non poteva fuggir questo botto:

attravers la spada per coprire
il capo, ch del colpo ebbe riprezzo;
giunse il bastone: or qui volle alcun dire
gi che Rinaldo gliel tagli sol mezzo,
ma poi si ruppe il resto nel colpire;
chi dice che di netto il mand al rezzo;
donde e' s' fatta gran disputazione
come quel fatto andassi del bastone;

ma questo a giudicar vuol buon gramatico
s'egli tagli tutta o mezza la mazza.
Quel maladetto e ruvido e salvatico
ed aspro pi che 'l sorbo che e' diguazza
arrandell quel tronco come pratico:
dtte a Rinaldo una percossa pazza,
tanto che cadde, e dipoi si fugga.
Ma Ulivier lo segue tuttavia.

Trasse la spada, che par che riluca
pi che non fece mai raggio di stella,
acci che 'l cuoio con essa gli sdruca.
Questa fera bestial, crudele e fella
si fugg come il tasso nella buca.
Ulivier si rimase in su la sella
e ritornossi dove era caduto
Rinaldo, che gi s'era riavuto.

Disse Rinaldo: - Vedes' tu mai tordo
ch'avessi, come ebb'io, della ramata?
Costui pens di guarirmi del sordo,
se fussi riuscito la pensata. -
Disse Dodon: - Quand'io me ne ricordo,
io triemo ancor di quella randellata.
Che hai tu fatto di lui, Ulivieri?
Tu gli corresti drieto col destrieri. -

Disse Ulivieri: - Egli  nato di granchi:
egli entr in una buca sotto un masso
mentre ch'io gli ero colla spada a' fianchi,
o e' si torn in inferno a Satanasso. -
Intanto colui par ch'un arco branchi
ed uno stral cav d'un suo turcasso,
avvelenato, e fessi al bucolino
e trasse, e dtte in un pi a Vegliantino;

e se non fussi che giunse al calcagno
quanto pot pi basso, all'unghia morta,
non bisognava medico n bagno.
Disse Rinaldo: - In pace te la porta:
co' pazzi sempre fu poco guadagno.
Il mio lion non ci fa buona scorta. -
Poi, non veggendo ond'egli avessi tratto,
ognun restava come stupefatto.

Disse Rinaldo: - A quel sasso mi mena,
Ulivier, dove tu il vedesti entrare.
Veggiam se questa bestia da catena
si potessi alla trappola pigliare;
ch'io so ch'io gli dar le frutte a cena,
s'io lo dovessi col fuoco sbucare. -
Sal sopra Baiardo, e insieme andorno;
e come al monimento funno intorno,

colui ch' dentro assetta lo scoppietto
e stava al bucolin quivi alla posta:
trasse uno strale a Rinaldo nel petto
che si pens di passargli ogni costa;
ma la corazza a ogni cosa ha retto.
Rinaldo allor dalla buca si scosta
e disse: - Cost ancor non se' sicuro
se 'l sasso pi che porfir fussi duro:

poi che tu m'hai saettato, ribaldo,
e randellato, che mai pi non fue
gittato in terra in tal modo Rinaldo,
io ti gastigher, pel mio Gese. -
E cos tutto di tempesta caldo
con ambo man Frusberta alzava se:
rizzossi in sulle staffe, e 'l brando striscia,
che lo facea fischiar come una biscia,

tanto che l'aria e la terra rimbomba
e si sentiva un suon fioco e interrotto
come quando esce il sasso della fromba:
are' quel colpo ogni adamante rotto;
giunse in sul masso sopra della tomba
e fssel tutto come un cacio cotto;
part il cervello e 'l capo e 'nsino al piede
al crudel mostro; e sciocco  chi nol crede.

Le schegge di quel sasso a mille a mille
balzorno in qua ed in l, come  usanza,
e tutta l'aria s'empi di faville.
Disse Dodone: - O Dio, tanta possanza
non ebbe Ettorre o quel famoso Achille
quanto ha costui, ch'ogni lor forza avanza. -
La spada un braccio sotterra ficcossi,
e Baiardo pel colpo inginocchiossi.

A gran fatica pot poi ritrarre
Rinaldo, tanto fitta era, la spada,
e disse: - Tu credevi che le sbarre
non ti tenessin, mascalzon di strada!
Chi si diletta di truffe e di giarre
cos convien che finalmente vada:
de' tuoi peccati penitenzia hai fatta.
Cos fo sempre a ogni bestia matta. -

Dodon guardava nella buca e vede
tutto fesso per lato quel ghiottone
dal capo insin gi per le gambe al piede,
e stup tutto per ammirazione
dicendo: - Iddio, de' tuoi servi hai merzede!
Questo stato non  sanza cagione:
a qualche fine tal segno hai dimostro,
acci che a molti essemplo sia quel mostro. -

Poi colla punta della spada scrisse:
"Nel tal tempo il signor di Montalbano
ci arriv a caso", ed ogni cosa disse,
come in quel sasso stava un uomo strano,
e come tutto Rinaldo il partisse;
ed vvi ancora scritto di sua mano
le letter colla punta della spada;
e puossi ancor veder sopra la strada.

E chiamasi la selva da l'inferno:
chi vuole andare al monte Sina
vi passa, quando e' va che sia di verno,
per non passare il fiume Bala;
e leggesi quel diavol dello inferno,
come Rinaldo quivi lo part;
e vedesi ancor l'ossa drento al fesso
e sntivisi urlar la notte spesso.

Poi si partirno; e il lion, come e' suole,
sempre la strada mostrava a costoro.
Era di notte: Rinaldo non vuole
che per le selve si facci dimoro,
tal ch'Ulivieri e Dodon se ne duole,
ch cavalcare a stracca  lor martoro.
Tutta la notte con sospetto andorno,
insin che in oriente vidon giorno.

Come e' fu fuor dell'occeno Apollo,
si ritrovoron sopra a un poggetto;
questo passorno, e poi pi l un collo
d'un altro monte ch'era al dirimpetto;
e poi ch'a questo dato ebbono il crollo,
vidono un pian con un certo fiumetto,
trabacche e padiglioni e loggiamenti
e cavalieri armati e varie genti.

Quivi era Manfredonio innamorato,
che lo facea morir Merediana,
con tutto quanto il populo attendato.
E la fanciulla al suo parer villana
al re Corbante avea significato
ch'assediata  della gente pagana,
e come Manfredon si sforza e ingegna
trgli d'onor la sua famosa insegna;

ed aspettava il guerrier del lione
che dovessi venirla a liberare;
e stava giorno e notte in orazione
e molti sacrifici facea fare,
pregando umilemente il lor Macone
che sua virginit debba servare;
com'io seguiter nell'altro canto
colla virt dello Spirito santo.



CANTARE SESTO


Padre nostro che ne' cieli stai,
non circunscritto, ma per pi amore
ch'a' primi effetti di lass tu hai,
laudato sia il tuo nome e 'l tuo valore;
e di tua grazia mi concederai
tanto ch'io possi finir sanza errore
la nostra istoria; e per, Padre degno,
aiuta tu questo affannato ingegno.

Era il sol, dico, al balcon d'oriente
e l'Aurora si facea vermiglia
e da Titon suo antico un poco assente;
di Giove pi non si vedea la figlia,
quella amorosa stella refulgente,
che spesso troppo gli amanti scompiglia;
quando Rinaldo gi calava il monte
dove era Orlando suo, famoso conte.

Come egli ebbe veduta la cittade,
disse a Dodone: - Or puoi veder la terra
dove  la dama c'ha tanta biltade.
Vedi che il re Corbante gi non erra,
ch'io veggo di pagan gran quantitade:
quivi  quel Manfredon che gli fa guerra. -
Mentre che dice questo, ed Ulivieri
conobbe Orlando sopra il suo destrieri.

Vide ch'a spasso con Morgante andava
e che faceva le genti ordinare
per la battaglia che s'apparecchiava,
e gi faceva stormenti sonare.
Ma del gigante ammirazion pigliava
e cominciollo a Rinaldo a mostrare:
- Quello  Morgante, e 'l conte Orlando  quello
ch' presso a lui: non vedi tu Rondello? -

Rinaldo, quando vide il suo cugino,
per gran dolcezza il cor si sent aprire,
e disse: - Poi ch'io veggo il paladino,
contento sono ogni volta morire.
Or oltre seguirem nostro camino:
a Carador promesso abbiam di gire;
tosto sarem con Orlando alle mani
e con questi altri saracini o cani. -

Come entrati fur poi drento alle mura,
domandoron del re subitamente
dicendo: - Cavalier sin di ventura,
dal re Corbante mandati al presente. -
I terrazzan fuggivan per paura
di quel lion, sanza dir lor niente.
Rinaldo tanto innanzi cavalce
che in sulla piazza del re capite.

E come e' furon veduti costoro,
sbito fu portata la novella
dentro al palazzo al gran re Caradoro.
Rinaldo intanto smontava di sella,
Ulivieri e Dodon non fe' dimoro.
Ognun dintorno di questo favella:
- Questo debbe esser - dicean - quel barone
ch' appellato il guerrier del lione. -

Merediana, ch'era alla finestra,
fece chiamar sue damigelle presto,
ch d'ogni gentile atto era maestra;
fecesi incontra col viso modesto,
con accoglienza s leggiadra e destra
che nessun pi non arebbe richiesto
tra le ninfe di Palla o di Diana
che si facessi allor Merediana.

Rinaldo, quando vide la donzella,
tentato fu di farla alla franciosa;
a Ulivieri in sua lingua favella:
- Quant'io, non vidi mai pi degna cosa! -
Disse Ulivieri: - E' non  in cielo stella
che appetto a lei non fusse tenebrosa. -
Rinaldo presto rispose: - Io t'ho inteso
che 'l vecchio foco  spento e 'l nuovo acceso.

Non chiamerai pi forse, come prima,
la notte sempre e 'l giorno Forisena,
ch'a ogni passo ne cantavi in rima:
non sente al capo duol chi ha maggior pena;
veggo che del tuo amor l'hai posta in cima
e se' legato gi d'altra catena. -
Ulivier disse: - S'io vivessi sempre,
convien sol Forisena il mio cor tempre. -

Eran saliti gi tutta la scala,
e grande onor da quella ricevuto
che insino a mezzo gli scaglion gi cala,
e rendutogli un grato e bel saluto.
Intanto Caradoro in su la sala
con tutti i suoi baroni era venuto.
Rinaldo e gli altri baciaron la mano,
come  usanza a ogni re pagano.

Fece ordinar di sbito vivande
e' lor destrier fornir di strame e biada;
per la citt la lor fama si spande,
e per vedergli assai par che vi vada.
Venne la cena, e fuvvi altro che ghiande;
Ulivier pure alla donzella bada.
Poi che cenato fu, re Caradoro
in questo modo a dir cominci loro:

Io vi dir, famosi cavalieri,
quel che 'l mio cor da voi disia e brama.
Per tutti i nostri paesi e sentieri
dell'Oriente risuona la fama
di vostra forza e de' vostri destrieri,
e questa  la cagion che qua vi chiama.
Come vedete, ogni campagna  piena
di gente qua per darci affanno e pena;

ed cci un re famoso, antico e degno,
che innamorato s' d'esta mia figlia
e vuol per forza lei con tutto il regno,
e molti ha morti della mia famiglia;
ogni d truova qualche stran disegno
per oppressarci, e 'l mio campo scompiglia;
e per ventura un cavaliere errante
v' capitato con un gran gigante:

con un battaglio in man d'una campana,
sia che armadura vuol, che ne fa polvere,
e molti gi di mia gente pagana
ha sfracellati e dato lor che asciolvere;
ovunque e' giugne, la percossa  strana:
non c' papasso che ne voglia assolvere;
io il vidi un giorno a un dar col battaglio,
e 'l capo gli schiacci come un sonaglio.

Se con quel cavalier vi desse il core
a corpo a corpo, ch cos combatte,
e col gigante d'acquistare onore,
le genti mie non sarebbon disfatte.
Ed io vi giuro pel mio Dio e Signore,
s'alcun di voi di questi ignuno abbatte,
ci che saprete domandare arete,
se ben la figlia mia mi chiederete. -

Era presente a quel Merediana,
ed una ricca cotta aveva indosso
d'un drappo ricco all'usanza pagana,
fiorito tutto quanto bianco e rosso
come era il viso di latte e di grana,
ch'arebbe un cor di marmo ad amar mosso;
nel petto un ricco smalto e gemme ed oro
con un rubin che valeva un tesoro,

ed un carbonchio ricco ancora in testa
che d'ogni oscura notte facea giorno;
avea la faccia angelica e modesta
che riluceva come il sol dintorno.
Ulivier, quanto guardava pi questa
tanto l'accende pi il suo viso adorno,
e fra suo cor dicea: "Se tu farai
quel che dicesti, re, tu vincerai".

Rinaldo vide Ulivier preso al vischio
un'altra volta, e gi tutto impaniato,
e dicea: "Questo ne vien tosto al fischio";
cognobbe il viso gi tutto mutato,
vedeva gli occhi far del bavalischio;
disse in francioso un motto loro usato:
- A ogni casa appiccheremo il maio,
ch come l'asin fai del pentolaio.

Ma non vagheggi a questa volta come
solevi in corte far del re Corbante;
ch se ti piace il bel viso e le chiome,
piace la spada a costei del suo amante:
queste son dame in altro modo dome.
Non c' pi bello amar che nel Levante! -
Ulivier sospir nel suo cor forte,
quasi dicessi: "Sol non amai in corte".

E ricordossi allor di Forisena
che del suo cor tenea le chiavi ancora;
ma non sapeva, om, della sua pena:
- Prima consenta il Ciel - dicea - ch'i' mora,
che sciolta sia dal cor quella catena
che scir non puossi insino all'ultima ora;
e se fra' morti poi vorran gli di
che amar si possi, amer sempre lei.

Non si diparte amor s leggiermente,
che per conformit nasce di stella:
dovunque andremo, in Levante o in Ponente,
amer sempre Forisena bella,
per che 'l primo amor troppo  possente;
non son del petto fuor quelle quadrella
ch'io non credo che morte ancor trar possa
prima che cener sia la carne e l'ossa. -

Lasciam costoro insieme un poco a mensa.
Aveva alcuna spia re Manfredonio,
come colui che' suoi pensier dispensa
d'aver di ci che si fa testimonio;
e poi, chi ama, giorno e notte pensa
come e' si tragga l'amoroso conio:
non si pu dir quel ch'un amante faccia
per ritrovar della dama ogni traccia.

Detto gli fu come e' son capitati
tre cavalier famosi a Caradoro,
e paion molto arditi e bene armati;
ma non sapeva alcun de' nomi loro,
se non che tutti assai s'eron vantati
alla sua gente dar molto martoro;
e ch'egli avevon sotto corridori
che mai si vide i pi belli e maggiori.

Orlando pose orecchio alle parole:
"Sarebbe questo Rinaldo d'Amone?".
Ma poi diceva: "Rinaldo non suole,
come color dicean, menar lione".
Poi disse: - Imbasciador mandar si vuole,
per uscir fuori d'ogni suspizione,
a Caradoro, e dirgli cos parmi
ch'io vo' con questi cavalier provarmi. -

A Manfredonio piacque il suo parlare
e sbito mandorno imbasceria.
Erano ancor coloro a ragionare;
Caradoro a Rinaldo si volga
dicendo: - Pro' baron, che vuoi tu fare? -
Rinaldo sfavillava tuttavia:
pargli mill'anni d'esser con Orlando,
e disse: - Io sono in punto al tuo comando. -

Ed Ulivier soggiugneva di costa:
- Del diciannove ognun terr lo 'nvito,
e cos fate per noi la risposta. -
(Ah, Ulivieri, amor ti fa s ardito!)
- Dite che al campo ne venga a sua posta. -
Lo imbasciador torn, ch'aveva udito,
e disse a Manfredonio: - E' son contenti,
e prezzan poco te colle tue genti.

E' mi pareva, a guardgli nel volto,
che tra lor fussi del combatter gaggio,
ch'ognun pel primo volessi esser tolto:
tanto fier si mostravan nel visaggio. -
Rispose Orlando: - E' non passer molto
che parleranno d'un altro linguaggio. -
Disse Morgante: - Io vo' con un fuscello
di tutti a tre costor fare un fardello,

e vmegli alla cintola appiccare:
lascia pur ch'egli assaggino il metallo
e ch'io cominci un poco a battagliare.
Che penson di venir costoro, al ballo?
Or oltre, io vo' col battaglio sonare
perch e' non faccin gli scambietti in fallo. -
Ma in questo tempo Rinaldo era armato
e dal re Caradoro accomiatato;

ed avea fatte cose in su la piazza
che 'l popol n'avea avuta maraviglia:
di terra collo scudo e la corazza
saltato in sella e pigliata la briglia.
Carador disse: - Questa  buona razza. -
E molto lieta si fece la figlia,
ch'era venuta per diletto fore,
a vedergli montare a corridore;

ed avea prima aiutato Ulivieri
armar, che molto di questo gli giova,
e saltato di netto  in sul destrieri
e fatto innanzi alla dama ogni pruova
che far potessi nessun cavalieri;
e Dodone anco nel montar non cova:
ognun di terra a caval si gitte,
e tutto il popol se ne rallegre.

Aveva fatti tre salti Baiardo
ch'ognun fu misurato cento braccia,
tanto fiero era, animoso e gagliardo;
ed Ulivier, perch alla dama piaccia,
di Vegliantin faceva un leopardo;
Dodon al suo gli spron ne' fianchi caccia;
e finalmente dal re Caradoro
a lanci e salti si partr costoro.

Poi che furono usciti della porta,
fino alle sbarre del campo n'andorno.
Rinaldo tanta allegrezza lo porta
che cominci a sonar per festa un corno.
Fu la novella a Manfredon rapprta;
Orlando presto e Morgante n'andorno
dove aspettavan questi tre baroni,
e salutorno in saracin sermoni.

Non ricognobbe Orlando il suo cugino,
perch Baiardo  tutto covertato
e lui parlava al modo saracino;
vide il lione, e molto ha biasimato:
- Non  costume di buon paladino
aver questo animal seco menato:
non doverresti a gnun modo menarlo;
per carit degli uomini ti parlo. -

Disse Rinaldo: - Buon predicatore
saresti, poi ch'hai tanta carit.
Non ti bisogna aver questo timore:
nel tuo parlar si dimostra vilt.
Se tu sapessi, baron di valore,
per quel ch'io il meno ed ogni sua bont,
non parleresti in cotesto sermone:
sappi che ignun non offende il lione,

se non chi a torto quistion meco piglia
ovver chi fussi traditor perfetto. -
Il conte Orlando ha seco maraviglia;
poi gli rispose: - Vegnamo all'effetto:
se vuoi combatter sanz'altra famiglia
a corpo a corpo, mettiti in assetto;
ch in altro modo combatter non voglio.
Far di te come degli altri soglio. -

Disse Dodon: - Tu sarai forse errato. -
Il gigante gli fece la risposta:
- Tu non cognosci il mio signor pregiato,
per facesti s strana proposta.
Io non son come tu, barone, armato,
e proverrommi con teco a tua posta. -
Dodone allora pazienzia non ebbe,
e pure stato il miglior suo sarebbe.

La lancia abbassa con molta superba
e percosse Morgante in su la spalla:
e' si pens traboccarlo in su l'erba;
Morgante non lo stima una farfalla,
ed appiccgli una nespola acerba,
tanto che tutto pel colpo traballa;
e come e' vide balenar Dodone,
se gli accostava e trassel dell'arcione.

Al padiglion ne lo porta il gigante;
a Manfredonio Dodon presentava.
Manfredon rise veggendo Morgante,
e per Macon d'impiccarlo giurava.
Morgante indrieto volgeva le piante,
torna a Orlando ch'al campo aspettava.
Rinaldo irato a Orlando dica:
- Io ti far, cavalier, villania.

Aspettami, se vuoi, tanto ch'io vada
a qualche cosa a legar quel lione,
poi proverremo e la lancia e la spada
per quel ch'ha fatto il gigante ghiottone. -
Rispose Orlando: - Fa' come t'aggrada,
o lancia o spada, a cavallo o pedone. -
Rinaldo smonta e la bestia legava,
poi verso Orlando in tal modo parlava:

Non potrai nulla del lion pi dire.
Oltre, provianci colle lance in mano:
vedren se, come mostri, hai tanto ardire,
ch 'l can che morde non abbaia invano. -
Volse il destrier per tornarlo a ferire:
Orlando al suo Rondel gira la mano,
del campo prese e con molta tempesta
si volse indrieto colla lancia in resta.

Non domandar quel che facea Baiardo,
con quanta furia spacciava il cammino;
e Rondello anco non pareva tardo,
anzi pareva quel d Vegliantino.
Rinaldo aveva al bisogno riguardo
dove e' ponessi la lancia al cugino;
ma cognosceva ch'egli  tanto forte
che pericol non v' di dargli morte.

A mezzo il petto la lancia appicce;
Orlando fer lui similemente,
e l'una e l'altra lancia in aria ande:
non si cognosce vantaggio niente;
e l'uno e l'altro destrier s'accoscie
e cadde in terra pel colpo possente;
tanto che fuor della sella saltorno
i due baroni, e le spade impugnorno.

E comincioron s fiera battaglia
che far comparazion non si pu a quella;
perch Frusberta e Cortana anco taglia,
e 'l suo signor, che con essa impennella,
disaminava e la piastra e la maglia.
Rinaldo sempre all'elmetto martella,
perch e' sapeva ch'egli  d'acciaio fino,
ch fu d'Almonte nobil saracino.

Pur nondimen si voleva aiutare,
per che Orlando vedea riscaldato,
e cognosceva quel che sapea fare
il suo cugin, quand'egli era adirato.
Ma Cristo volle un miracol mostrare
acci che ignun di lor non abbi errato;
e perch de' suoi amici si ricorda,
il fer lione spezzava la corda.

Venne a Rinaldo, ed Orlando dica:
- Per Dio, baron, di te mi maraviglio:
questa mi par da chiamar villania.
Ma questa volta non hai buon consiglio,
ch a te e lui caver la pazzia. -
Rinaldo indrieto volgea presto il ciglio:
vide il lione e funne mal contento,
e cominci questo ragionamento:

Aspetta, cavalier, tanto ch'io possi
questo lion rimenar alla terra.
La mia intenzion non fu, quand'io mi mossi,
di venir qui col lione a far guerra. -
Rispose Orlando: - Qual cagion si fossi
non so, ma infine  l'errato chi erra:
s'io ti volessi guastare il lione,
guarda battaglio che ha quel compagnone. -

Disse Rinaldo: - Noi farem ritorno,
tu al tuo re ed io nella cittade;
e domattina, come scocca il giorno,
ritorner per la mia lealtade,
e chiamerotti, com'io fe', col corno
e proverremo chi ar pi bontade:
questo di grazia, baron, ti domando. -
Tanto che fu contento il conte Orlando.

E torna con Morgante al padiglione
e per la via si doleva con quello,
e dice: - Maladetto sia il lione!
S'avessi Vegliantin come ho Rondello,
partito non saria questo barone;
o segnato l'arei del mio suggello,
s'avessi la mia spada Durlindana. -
E duolsi assai ch'egli aveva Cortana.

Ulivieri e 'l signor di Montalbano
si ritornoron verso la cittate.
Or ritorniamo al traditor di Gano
ch'avea per molte parte spie mandate;
ed ecco un messaggiero a mano a mano
a Carador con letter suggellate;
e per ventura al marchese s'accosta
dicendo: - In cortesia, fammi risposta.

Come si chiama la terra e 'l paese
e 'l suo signor, se Dio ti dia conforto?
Io ho paura indarno avere spese
le mie giornate e di scambiare il porto. -
A lui rispose il famoso marchese:
- Alla domanda tua non vo' far torto:
non so il paese come sia chiamato,
ma il suo signor ti sar ricordato.

Sappi che il re si chiama Caradoro
e la figliuola sua Merediana:
per lei tal guerra ci fanno coloro
che tu vedi alloggiati alla fiumana. -
Disse la spia: - Macon ti dia ristoro
e guardi sempre d'ogni morte strana. -
E finalmente al palazzo n'ande
a Caradoro, e da parte il chiame.

Disse: - Macon ti dia gioconda vita.
Io son messaggio di Gan di Maganza,
e quand'io feci da lui dipartita,
questo brieve mi di, ch' d'importanza:
vedi la 'mpronta sua qui stabilita
perch tu abbi del fatto certanza. -
Carador ricognobbe quel suggello
del conte Gan, traditor crudo e fello.

La lettera apre e 'l suo tenore intese.
La lettera dicea: "Caro signore,
sappi, re Carador, quel ch' palese:
che venuto  Rinaldo traditore
nella tua terra e nel tuo bel paese:
io te n'avviso, ch'io ti porto amore;
e seco ha Ulivier, che  uom di razza,
col suo compagno Dodon della mazza.

E nel campo  di Manfredonio Orlando,
e l'un dell'altro ben debbe sapere;
e so che tutti a due vanno cercando,
o Carador, di farti dispiacere:
vengonvi insieme alla mazza guidando;
quanto fia tempo, vel faran vedere.
Non piace al nostro re qua tradimento,
per ch'io ti scrivessi fu contento.

Ed ha con seco menato un gigante
che, se s'accosta un giorno alle tue mura,
e' le farebbe tremar tutte quante.
Abbi del regno e di tua gente cura;
e' son cristiani, e tu se' affricante;
guarda che danno non abbi e paura,
ch so ch'alfin n'arai da molte bande.
Or tu se' savio e intendi, e 'l mondo  grande".

Era quel re pien d'alta gentilezza
e ben cognobbe ci che Gan dicea:
fece pigliarlo con molta prestezza.
In questo tempo Rinaldo giugnea,
ed ogni cosa con lui raccapezza,
ed in sua man la lettera ponea
e d'Ulivier, ch' nella sua presenzia,
per dimostrare ogni magnificenzia.

Quando Rinaldo intese quel ch' scritto,
ringrazia il suo Ges con sommo effetto;
a Ulivier si volse tutto afflitto;
disse: - Tu vedi quel che Gano ha detto. -
La damigella tenea l'occhio dritto:
quando sent che 'l suo amante perfetto
era Ulivier che tanta fama avia
non domandar quanto gaudio sentia.

E poi mand nel campo un messaggiere
al conte Orlando, e in questo modo scrisse:
"Poi ch'abbiam fatto triegua, cavaliere,
acci che grande inganno non seguisse,
contento sia di venirmi a vedere
alla citt sicuramente", disse:
"cose udirai che ne sarai poi lieto;
ma sopra tutto sia presto e secreto".

Il messaggiero Orlando ritrovava,
che si chiamava nel campo Brunoro;
segretamente la lettera dava.
Orlando lesse, e sanza pi dimoro
a Manfredon la lettera mostrava.
Manfredon disse: - Forse Caradoro
potrebbe qualche inganno fabricare,
e quel baron tel vorr rivelare:

mentre che  triegua, va' sicuramente.
Chi sa chi sia quel guerrier del lione?
Pel mondo attorno va di strane gente.
Io ti conforto d'andarvi, barone. -
Morgante a ogni cosa era presente,
e disse: - Forse ch'egli ha del fellone:
egli ebbe voglia insino oggi di dirti
qualche trattato, e 'l suo segreto aprirti.

Io vo' con teco alla terra venire,
che non ci fussi qualche inganno doppio,
e in ogni modo con teco morire;
e insin del campo udirete lo scoppio,
se col battaglio s'avessi a colpire:
perch, se bene ogni cosa raccoppio,
di chieder triegua e tornarsi oggi drento
segno mi par di qualche tradimento. -

Alla citt n'andorno finalmente.
Rinaldo immagin la lor venuta:
fecesi incontro al suo cugin possente,
e giunto appresso, in francioso saluta.
Orlando rispondea cortesemente
quel che gli parve risposta dovuta;
e pur parlava come saracino,
ch non cognosce il suo caro cugino.

Dicea Rinaldo: - A Caradoro andremo,
se non ti fussi, cavalier, disagio. -
Orlando disse: - A tuo modo faremo,
ch di piacerti mi sar sempre agio. -
Disse Morgante: - Andate, noi verremo. -
E finalmente n'andorno al palagio.
Rinaldo a Carador gli rappresenta,
perch e' voleva che ogni cosa senta.

Re Caradoro, quando Orlando vede,
tosto della sua sedia s' levato;
Orlando gli volea baciare il piede,
ma Carador l'ha per la man pigliato;
disse: - Macone abbi di te merzede.
Il tuo venir m' troppo, baron, grato,
per veder quel che non ha pari al mondo
come se' tu, Brunor, baron giocondo. -

Merediana, quando fu in presenzia
d'Orlando, sospir la damigella.
Orlando prese di questo temenzia;
verso la dama in tal modo favella:
- Are'ti io fatto oltraggio o violenzia,
che tu sospiri s? Dimmel, donzella. -
E ricordossi ben di Lionetto,
tanto ch'egli ebbe al principio sospetto.

Disse la dama: - Tu m'innamorasti
quel d che insieme provamo la lancia
e con quel colpo l'elmo mi cavasti,
tanto che ancor n'arrossisco la guancia,
e questa treccia tutta scompigliasti
come se fussi un paladin di Francia;
poi mi dicesti: "Trnati alla terra,
ch con le dame non venni a far guerra".

Questo mi parve un atto s gentile
che bastere' che fussi stato Orlando:
tu disprezzasti una femina vile:
per questo venni cos sospirando. -
Orlando  corbacchion di campanile
e non si venne per questo mutando;
e disse a Carador: - Sguita avante
quel che vuoi dir dopo mie lode tante. -

Carador disse: - Tu lo intenderai
da questo cavalier che t'ha menato. -
E disse al prenze: - Tu comincerai
a dir perch per lui fussi mandato. -
Ma tu, Signor, che i sempiterni rai
governi, e reggi il bel cielo stellato,
grazia mi dona che nel dir seguente
segua la storia ch'io lascio al presente.



CANTARE SETTIMO


Osanna, o Re del sempiterno regno,
che mai non abandoni i servi tuoi
e perdonasti a quel che gust il legno
che gli vietasti gi, per gli error suoi;
aiuta me, sovvien tanto il mio ingegno
che basti al nostro dir, come tu puoi,
s ch'io ritorni alla mia istoria bella
cogli occhi volti a te come a mia stella.

Rinaldo il conte Orlando rimirava;
Orlando non sapea di tale effetto;
ed Ulivieri spesso sogghignava:
non gli cognosce, ch'avevon l'elmetto.
Allor Rinaldo a parlar cominciava:
- A questi d trovamo in un boschetto
tre cavalier cristian feroci e forti,
e tutti a tre gli abbiam lasciati morti.

Per certo oltraggio che ci vollon fare
a corpo a corpo insieme ci sfidamo,
e cominciamo le spade a menare;
finalmente di forza gli avanzamo.
Credo che' lupi gli possin trovare,
ch nel boschetto morti gli lasciamo.
Ma cavalier parean da spada e lancia
ch'eran venuti del regno di Francia. -

Orlando, quando ud queste parole,
rispose presto: - Ben avete fatto:
tutti son rubator; non me ne duole;
io n'ho gi gastigati pi d'un tratto:
cos sempre a' nimici far si vuole.
Ma dimmi, cavaliere, a ogni patto
i nomi lor, per veder s'io cognosco
di questi alcun ch'uccidesti in quel bosco. -

Disse Rinaldo: - Egli ha nome Ulivieri
l'un di costor, che dice era marchese;
l'altro da Montalban quel buon guerrieri
ch'aveva fama per ogni paese;
credo che 'l terzo anco era cavalieri,
Dodon chiamato, figliuol del Danese. -
Orlando udendol si maravigliava,
ma del lion con seco dubitava.

Segu pi oltre il suo ragionamento
Rinaldo: - Io intendo mostrarvi i cavagli. -
Orlando disse: - Io ne son ben contento,
che' nomi lor non posso ritrovgli. -
Vanno a vedere. Orlando ebbe spavento
sbito come comincia a guardgli,
perch e' conobbe presto Vegliantino,
e disse: "Il ver pur dice il saracino".

Alla sua vita mai fu pi doglioso,
e poco men che in terra non cadea.
Ulivier, che 'l vedea s doloroso,
drento all'elmetto con seco ridea.
Tornano in sala. Il paladin famoso
vendetta farne fra s disponea,
e disse: - S'altro tu non vuoi parlarmi,
a Manfredonio al campo vo' tornarmi. -

Disse Rinaldo: - Alquanto v'aspettate -;
e men in una camera il barone;
e poi che l'arme sue s'ebbe cavate,
la sopravvesta e l'altre guernigione,
mostrava le divise sue sbarrate;
trassesi l'elmo, e cos il borgognone.
Orlando, quando Rinaldo suo vede,
per gran letizia tramortir si crede.

Abbraccia mille volte il suo cugino;
Ulivieri abbracciava il suo cognato;
diceva Orlando: - O giusto Iddio divino,
che grazia  questa, ch'io t'ho qui trovato! -
Poi domand dell'altro paladino:
- Dodon dove , che tu m'hai nominato? -
Disse Rinaldo: - Sappi che Dodone
 quel che venne preso al padiglione. -

Morgante vide costoro abbracciare,
e disse al conte: - Per tua gentilezza,
chi son costor non mi voler celare,
che tu gli abbracci con tal tenerezza. -
E poi che ud Rinaldo ricordare
ed Ulivieri, avea grande allegrezza,
e inginocchiossi e per la man poi prese
Rinaldo presto e 'l famoso marchese;

e pianse allor Morgante di buon core.
Re Caradoro in zambra era venuto.
Dicea Rinaldo: - Cugin di valore,
per mio consiglio, s'a te par dovuto,
non tornerai nel campo: io ho timore
che Manfredon non t'abbi conosciuto,
o come a Carador Gan gli abbi scritto.
Ma Dodon nostro ove riman s afflitto? -

Disse Morgante: - Lascia a me il pensiero:
io lo condussi al padiglion di peso,
cos l'arrecher qui come un cero. -
Orlando disse: - Morgante, io t'ho inteso,
e del tuo aiuto ci fa qui mestiero. -
Morgante pi non istette sospeso;
disse: - A me tocca appiccar tal sonaglio;
ma ogni cosa far col battaglio. -

A Manfredonio and cautamente,
e per ventura giugneva il gigante
che Dodone era a Manfredon presente,
che lo voleva impiccar far davante
al padiglion; Dodone umilemente
si raccomanda; in questo ecco Morgante,
e disse a Manfredon: - Che vuoi tu fare? -
Manfredon disse: - Costui fo impiccare.

Non lo impiccar: - disse Morgante presto
- dice Brunoro ch'io il meni alla terra,
e d' saper per quel che faccia questo:
tu sai ch'egli  fidato e che e' non erra. -
Rispose Manfredon: - Venga il capresto;
io vo' impiccarlo come s'usa in guerra:
sia che si vuole o seguane alfin doglia,
ch'io mi trarr, Morgante, questa voglia. -

Dicea Morgante: - Il tuo peggio farai,
ch si potrebbe disdegnar Brunoro,
e se tu perdi lui, tu perderai
me e 'l tuo stato col tuo concestoro.
Io il mener, se tu mi crederrai.
Credo che accordo tratti Caradoro,
e forse ti dar la sua figliuola,
ch'io n'ho sentito anco io qualche parola. -

Manfredon disse: - Per lo iddio Macone
 gi due d ch'io giurai d'impiccarlo,
come tu vedi, innanzi al padiglione:
non  Macone iddio da spergiurarlo. -
Allor chiamava il suo Cristo Dodone
che non dovessi cos abbandonarlo.
Morgante, udendo far questa risposta,
a Manfredon pi dappresso s'accosta

e 'l padiglione squadrava dintorno:
vide ch'egli era un padiglion da sogni;
prima pens d'appiccarli un susorno
al capo, e dir ch'a suo modo zampogni;
poi disse: "Questo sare' poco scorno,
e credo ch'altro unguento qui bisogni".
E finalmente il padiglion ciuffava
di sopra e tutte le corde spezzava.

Dtte una scossa s forte e villana
ch'arebbe fatto cadere un castello,
o s'egli avessi scossa Pietrapana,
arebbe fatto come e' fece a quello.
Cos in un tratto il padiglion gi spiana,
e d'ogni cosa ne fece un fardello
e Manfredonio e Dodon vi ravvolse,
e fugg via, e 'l suo battaglio tolse.

E in su la spalla il fardel si gittava;
dall'altra man col battaglio s'arrosta,
e 'l capo a questo e quell'altro spiccava
di que' pagan che volevon far sosta;
talvolta basso alle gambe menava,
tanto che ignuno a costui non s'accosta,
e teste e gambe e braccia in aria balzano:
la furia  grande e le grida rinnalzano.

Sbito il campo  tutto in iscompiglio
e corron tutti come gente pazza.
Morgante fece il battaglio vermiglio
di sangue e intorno con esso si spazza,
ed a chi spezza la spalla, a chi il ciglio.
E Manfredon quanto pu si diguazza
e grida e scuote e chiamava soccorso;
Dodon pi volte l'ha graffiato e morso.

Morgante il passo quanto pu studiava,
ed a dispetto di tutti i pagani
passato ha il fiume e 'l fardel ne portava,
tanto menato ha il battaglio e le mani.
Ma finalmente Dodone affogava,
onde e' grid: - Se scacciati hai que' cani,
posami in terra, ch'io son mezzo morto,
per Dio, Morgante, e donami conforto. -

Morgante in terra posava il fardello,
ch non aveva pi dintorno gente,
e confortava Dodon cattivello.
Ma poi di Manfredon poneva mente
ch'era ravvolto come il fegatello:
vide che morto parea veramente,
e disse: - Te non porter alla terra:
poi che se' morto, finita  la guerra. -

Disse Dodon: - Deh, gettalo nel fiume. -
Morgante vel gitt sanza pi dire.
Ma presto ritornr gli spirti e il lume,
per che l'acqua lo fe' risentire
come egli  sua natura e suo costume,
e Manfredon comincia a rinvenire;
e corse l di pagani una tresca,
tanto che infine costui si ripesca.

Morgante con Dodon suo se n'andava
e rimenollo a Rinaldo ed Orlando,
e la novella a costor raccontava
come il pagan venne al fiume gittando
e che sia morto con seco pensava,
e come il padiglion venne spianando:
non dimandar che risa fuor si caccia.
E Dodon mille volte Orlando abbraccia;

e intese tutto ci ch'era seguito,
e come Gan gli seguitava ancora.
Re Manfredon, che s'era risentito,
con gran sospiri in sul campo dimora,
maravigliato del gigante ardito,
e come uscito dell'acqua era fora;
e d'ogni cosa che gli era incontrato
gli pareva a lui stesso aver sognato.

In questo giunse un messaggier di Gano
che l'avvisava come Caradoro,
e come e v' il signor di Montalbano
ed Ulivieri e Dodon con costoro,
e nel suo campo il sanator romano;
e che cercavan sol del suo martoro,
e come il tradimento doppio andava
per pigliar due colombi a una fava.

"Ah!" disse Manfredonio "or la cagione
so perch Orlando  ito alla cittade;
e quel prigion doveva esser Dodone.
Or si conosce la lor falsitade;
or son tradito, or son giunto al boccone,
e vassi pure a Roma per pi strade.
Ma traditor non credevo che 'l conte
fussi n ignun del sangue di Chiarmonte.

Ora aremo acquistata qua la dama
e Caradoro vinto con assedio:
questi son paladin di tanta fama
ch'io non cognosco al mio stato rimedio.
Questo gigante ha condotta la trama,
perch pi in dubbio mi teneva e tedio
che fussin tutti baroni affricanti,
ch tra' cristian non suole esser giganti".

Ebbe re Manfredon tanta paura
che si pens la notte di fare alto;
poi disse: "Noi sin s sotto alle mura
che non si pu spiccar qui netto il salto:
e' ci bisogna provar l'armadura
ed aspettar de' nimici l'assalto;
non sar giorno, che Rinaldo e 'l conte
ed Ulivieri scenderanno il monte,

e tutto il campo mio sar in travaglio;
e ne verr Dodon per far vendetta,
e quel diavol con quel suo battaglio
alla mia gente dar grande stretta.
Pur ci convien stare fermi al berzaglio,
e Macon priego che le man ci metta".
E mentre che e' dicea queste parole
tutti i baron per suo consiglio vuole;

ed accordrsi che si stessi saldo.
Tutta la notte stetton con sospetto.
Morgante, ch'era di potenzia caldo,
la sera al conte Orlando aveva detto:
- Poi ch'egli  morto Manfredon ribaldo,
non sar prima d, ch'io vi prometto
ch'io voglio andar col mio battaglio solo
tra que' pagani in mezzo dello stuolo,

ed arder le trabacche e' padiglioni:
colla granata gli voglio scacciare.
Vedrete che bel fummo da' balconi
e tutto il campo a furia spulezzare:
io gli far fuggir come ghiottoni.
Le pecchie soglion pel fuoco sbucare:
io porter il battaglio e 'l fuoco meco;
vedrete poi che mazzate di cieco.

Mancato  il capo, male sta la coda:
adunque male star de tutto il dosso.
Per gli occhi a tutti schizzer la broda;
io schiaccer la carne e' nervi e l'osso
quand'io dar qualche bacchiata soda.
So ch'al principio n'ar molti addosso,
ma tutti poi gli vedrete fuggire. -
Orlando per le risa  in sul morire,

e disse: - Va', ch'io ne son ben contento -;
e poi si volse ove Caradoro era,
e s dicea: - Questo ragionamento
so che saranno parole da sera
che come fummo ne le porta il vento
o distruggonsi al sol qual neve o cera.
A me par, Caradoro, da vedere
quel che fa il campo e le pagane schiere.

Se per se stessi si dipartiranno,
lascigli andar, che mi par pi sicuro,
per che sempre  nel combatter danno,
e solo Iddio sa il tutto del futuro.
Vedren pur che partito piglieranno,
e starenci doman qui drento al muro.
Non si partendo il d, poi gli assaltiamo,
ch in ogni modo te salvar vogliamo.

Poi ci darai la tua benedizione
e cercheremo ancor meglio il Levante. -
E cos disse Rinaldo e Dodone
ed Ulivier; ma non v'era Morgante.
Vannosi a letto con questa intenzione,
ch'avevon tutti cenato davante;
e Caradoro avea massimo onore
a tutti fatto e con allegro core.

Morgante avea mangiato quel che vuole,
un gran castron che gli fu dato arrosto;
andossi prima a letto che non suole,
ch come e' disse fare era disposto.
N prima in oriente appar il sole
l'altra mattina, che e' si lieva tosto;
prese il battaglio e certo fuoco in mano
ed avviossi nel campo pagano.

E saracin trov ch'erano armati,
ma pure il fuoco in un lato appicce
dove erano i destrier sotto i frascati,
tanto che molti di quegli abbrucie.
Ma furon presto scoperti gli agguati
e in mezzo a pi di mille si trove,
e tutto il campo a furia sollevossi:
ognuno addosso al gigante cacciossi.

E gli feciono intorno un rigoletto
che lo faranno cantare in tedesco:
al ponte di Parisse era in effetto
in mezzo a' saracini, e stava fresco!
Chi getta lance e chi sassi nel petto;
pure al battaglio stavano in cagnesco;
ma tanta gente alla fine v' corso
che gli bisogna a Morgante soccorso;

e tuttavia pi la turba s'affolta.
Era s grande e s grosso il gigante
ch'ognun che getta facea sempre clta.
Pur molti morti n'aveva davante,
ch chi toccava il battaglio una volta
lo sfracellava dal capo alle piante;
e spesso tondo il battaglio girava
e cento capi per l'aria balzava,

tanto che 'l cerchio facea rallargare;
alcuna volta menava frugoni
che si sentien le corazze sfondare,
e pesta loro i fegati e' polmoni;
quando si sente arnesi sgretolare
e d'ogni gamba farne due tronconi.
E grida e mugghia il gigante feroce,
tanto che assai ne stordisce la voce.

E' pareva ogni volta che mugghiava
quando Cristo - Quem queritis - diceva,
ch'ognuno a quella voce stramazzava.
E tanti morti dintorno n'aveva
ch'ognun discosto alla fine lanciava,
e chi con dardi e chi archi traeva;
tal che Morgante di molte uova succia
per le ferite, e come orso si cruccia.

Egli era come a dare in un pagliaio;
e gi tutto forato come un vaglio
e' si volgeva come un arcolaio
a' saracin che faceano a sonaglio;
e mai non uccideva men d'un paio
quando e' menava pi lento il battaglio;
e pi di cinquemila n'avea morti,
ma ricevuto da lor mille torti.

Avea nel dosso migliaia di zampilli
che gettan sangue gi per le punture
ch'erano state d'altro che d'assilli;
chi d percosse di mazze e di scure,
chi il petto par, chi le gambe gli spilli,
chi d sassate che parevon dure:
era un diluvio la gente ch' intorno
per ammazzare il gigante quel giorno.

E gi pel campo il romore  s forte
ch'alla citt ne fu tosto sentore;
le guardie ch'eran lasciate alle porte
cominciorno a gridar con gran furore
come Morgante era presso alla morte.
Diceva Orlando: - Vedrai bello errore:
che Manfredonio sar iscampato,
e questo matto ha il suo campo assaltato.

Tanto andata sar la capra zoppa
che si sar ne' lupi riscontrata.
Questa sua furia alcuna volta  troppa;
e fece pure inver pazza pensata
d'ardere un campo come un po' di stoppa,
e come a' topi far colla granata;
ma il topo sar egli in questo caso,
al cacio nella trappola rimaso. -

Sbito fece i suoi compagni armare,
e Caradoro le sue gente tutte,
perch Morgante si possi aiutare
da' saracin che gli davon le frutte:
cos avvien chi pel fango vuol trottare
e pu di passo andar per le vie asciutte.
E fece a Vegliantin la sella porre
Orlando, ch 'l destrier suo vuol pur trre;

a Ulivier si fe' dar Durlindana,
ed a lui dtte Cortana e Rondello;
e la bella e gentil Merediana
Ulivieri arma, che  'l suo damigello.
Corsono al campo alla turba pagana
s presto ognun, che pareva un uccello.
Morgante vide il soccorso venire
e col battaglio riprese pi ardire.

E cominciava a sgridar que' pagani
e far balzar gi molti della sella
e capi e braccia in tronco e spalle e mani:
tocca e ritocca e risuona e martella,
e' saracini uccide come cani:
un mezzo braccio v'alzr le cervella;
e sopra i corpi morti si cacciava
addosso a' vivi, e la rosta menava;

ed ogni volta levava la mosca,
ma ne portava con essa la gota,
o dove e' par che bruttura cognosca
sempre col pezzo ne lieva la nuota.
L'aria pareva sanguinosa e fosca,
s spesso par che 'l gigante percuota;
balzano i pezzi di piastra e di maglia
come le schegge dintorno a chi taglia.

E spesso avvenne ch'un capo spicce,
e poi quel capo a un altro percosse
s forte che la testa gli spezze,
e morto cadde che pi non si mosse.
Oh quanti il giorno all'inferno mande!
Quanti morti rimason per le fosse!
E Manfredonio gi s' messo in punto
con molta gente, e in quella parte  giunto.

Dall'altra parte Orlando  comparito,
e 'l sir di Montalban tanto gagliardo
che accetta prima ch'uom facci lo 'nvito;
e fece un salto pigliare a Baiardo
in mezzo dove il gigante  ferito:
sopra gli uomin salt sanza riguardo,
e ritrovossi al rigoletto in mezzo
de' saracin, ch'omai faranno lezzo.

Quando Morgante vedeva quel salto,
parve che 'l cuore in aria si levasse,
ch pi di dieci braccia and in aria alto
Baiardo, prima che in terra calasse.
Or qui comincia il terribile assalto.
Rinaldo presto Frusberta sua trasse,
quella che fsse il mostro da l'inferno,
per far de' saracin crudo governo:

punte, rovesci, tondi, stramazzoni,
mandiritti, traverse con fendenti,
certi tramazzi, certi sergozzoni:
in dieci colpi n'uccise ben venti;
e chi partiva insin sotto agli arcioni,
chi insino al petto, e 'l manco insino a' denti;
e le budella balzavan per terra:
mai non si vide tanto crudel guerra.

Orlando nostro sprona Vegliantino:
giunse d'un urto tra quel popol fello
che pi di cento caccia a capo chino;
poi cominciava a toccare a martello:
non tocca il polso sopra il manichino;
facea de' saracin come un macello;
ed avea detto: - Non temer, Morgante:
Cesare  teco ove  il signor d'Angrante. -

Queste parole avean s sbigottiti
i saracin, che assai del popol fugge;
e buon per que' che son prima fuggiti,
tanto i nostri baron gi ciascun rugge:
e' ne facean gelatine e mortiti;
a poco a poco la turba si strugge.
Ed Ulivieri e Dodon giunti sono
con romor grande che pareva un tuono;

e Manfredonio in sul campo scontrava:
la lancia abbassa, ch lo conoscea.
Re Manfredonio il cavallo spronava,
ed Ulivieri allo scudo giugnea
e insino alla corazza lo passava,
tanto che tutto d'arcion lo movea:
e s gran colpo fu quel che gli diede
ch'Ulivier nostro si trovava a piede.

Ed ogni cosa la donzella vide,
ch'era venuta con sua gente al campo,
e fra se stessa di tal colpo ride.
Ulivier come un lion mena vampo
e per dolore il cor se gli divide,
dicendo: "Appunto al bisogno qui inciampo:
caduto son dirimpetto alla dama,
donde ho perduto il suo amore e la fama".

Guarda se a tempo la trappola scocca!
Non si potea racconsolar per nulla.
Sempre Fortuna alle gran cose imbrocca,
e insin sopra la soglia ci trastulla.
Non domandar se questo il cor gli tocca.
Per gentilezza allor quella fanciulla
se gli accostava e diceva: - Ulivieri,
rimonta, vuoi tu aiuto?, in sul destrieri. -

Or questo fu ben del doppio lo scorno,
e parve fuoco la faccia vermiglia:
are' voluto morire in quel giorno.
Merediana pigliava la briglia,
dicendo: - Monta, cavaliere adorno. -
Or questo  quel ch'ogni cosa scompiglia,
e per dolor dubit sanza fallo
non poter risalir sopra il cavallo.

Morgante aveva ogni cosa veduto,
come Ulivier dal gran re Manfredonio
del colpo della lancia era caduto
e la donzella vi fu testimonio;
e disse: "Io proverr, come  dovuto,
s'io gli potessi appiccar questo conio:
io intendo d'Ulivier far la vendetta";
e inverso Manfredon presto si getta.

Merediana, che 'l vide venire,
gridava: - Indrieto ritorna, Morgante! -
e Manfredonio correva assalire
per far vendetta del suo caro amante.
Morgante pur lo veniva a ferire,
e come e' giunse gridava il gigante:
- Tu se' qui, re di naibi o di scacchi?
Col mio battaglio convien ch'io t'ammacchi! -

Disse la dama: - La battaglia  mia;
e se ci fussi al presente qui Orlando,
non mi faresti s gran villania:
trati addrieto, io ti dar col brando.
Venuto  qua colla sua compagnia
la fama e 'l regno di trmi cercando. -
Morgante indrieto alla fine pur torna
per ubbidir questa fanciulla adorna.

Trov Dodone in luogo molto stretto,
ch'era venuto tra cattive mane:
pur s'aiutava questo giovinetto;
e cominciava a dar mazzate strane,
a questo e quello spezzando l'elmetto,
tanto che gli elmi faceva campane
quando egli assaggion di quel suo picciuolo;
ma d di sopra come allo oriuolo.

E rimaneva il segno ove e' percuote:
quanti ne tocca il battaglio feroce
non si ponea pi le mani alle gote,
ch ne facea com'e' fusse una noce;
alcuna volta facea certe ruote
ch'a pi di sette domava la boce;
com'un nocciol di psca ogn'elmo stiaccia
e fa balzar gi capi e spalle e braccia;

e rimisse Dodon sopra il destrieri.
Dodon gridava: - Ah, popol soriano!
io ne far vendetta e d'oggi e di ieri,
quando impiccar mi volea quel villano. -
In questo tempo il famoso Ulivieri
era pel campo colla spada in mano,
e dove Manfredon combatte arriva
colla donzella florida e giuliva.

Una ora o pi combattuto insieme hanno,
e non si vede de' colpi vantaggio.
Ulivier tutto arross, come fanno
gli amanti presso alla dama, il visaggio,
e disse: - Dama, non ti dar pi affanno:
lascia pur me vendicare il mio oltraggio.
Io vorrei esser morto veramente
quand'io cascai che tu v'eri presente.

Alla mia vita non caddi ancor mai;
ma ogni cosa vuol cominciamento. -
Disse la dama: - Tu ricascherai,
se tu combatti, cento volte e cento;
e sempre avvenir questo troverrai
a cavalier che sia di valimento:
usanza  in guerra cascar del destriere;
ma chi si fugge non suol mai cadere.

Io vo' con Manfredon tu mi consenti
che la battaglia mia sia in ogni modo,
per vendicar non una ingiuria o venti,
ma mille e mille, e che paghi ogni frodo. -
Disse Ulivier: - Se cos ti contenti,
che poss'io dir, se non ch'io affermo e lodo? -
Re Manfredon, che le parole intese,
in questo modo parlava al marchese:

Per Dio ti priego, baron d'alta fama,
tu lasci me come amante fedele
perdere insieme e la vita e la dama,
ch cos vuol la Fortuna crudele.
Cercato ho quel che cercar suol chi ama:
trovato ho tsco per zucchero e mle;
e poi che la mia morte ognun la vuole,
per le sue man morir non me ne duole.

So ch'io non torner pi nel mio regno;
so che mai pi non rivedr Soria;
so ch'ogni fato m'avea prima a sdegno;
so che fia morta la mia compagnia;
so ch'io non ero di tal donna degno;
so ch'aver non si pu ci ch'uom desia;
so che per forza di volerla ho il torto;
so che sempre ove io sia l'amer morto. -

Non pot far Merediana allora
che del suo amante pur non gl'increscessi,
e disse: "Cos va chi s'innamora!
Se mille volte uccider lo potessi,
per le mie man non piaccia a Dio ch'e' mora,
quantunque a morte si danni egli stessi".
E pianse, s di Manfredon gli dolse,
ch essere ingrata a tanto amor non volse.

E ricordossi ben che combattendo
l'aveva molte volte riguardata;
dicea fra s: "Perch d'ira m'accendo
contro a costui? Perch son s spietata?
Ci che fatto ha, com'io pur veggo e intendo,
 per avermi lungo tempo amata:
non fu lodata mai d'esser crudele
alcuna donna al suo amante fedele;

questo non vuol per certo il nostro Iddio".
Non sa pi che si far Merediana,
e disse: - Manfredon, se 'l tuo desio
 di morir, non voglio esser villana.
Se tu facessi pel consiglio mio,
per salvar te con tua gente pagana
tu soneresti a raccolta col corno
e in Oriente faresti ritorno.

Poi che non piace al tuo fero distino
ch'io sia pur tua, come tu brami e vogli,
perch pugnar pur contra al tuo Apollino?
Io veggo il legno tuo fra mille scogli:
trnati col tuo popol saracino
e 'l nodo del tuo amor per forza sciogli. -
A questo Manfredon rispose forte:
- Non lo sciorr per forza altro che morte. -

Allor segu la donzella pi avante:
- O Manfredon, di te m'incresce assai! -
e digli un prezioso e bel diamante:
- Per lo mio amor dicea - questo terrai,
per ricordanza del tuo amor costante;
e pel consiglio mio ti partirai.
E se tu scampi e salvi le tue squadre,
d'accordo ancor mi ti dar il mio padre.

Ogni cosa si placa con dolcezza,
e chi per forza vuol tirar pur l'arco,
bench sia sorian, sai che si spezza;
ogni cosa conduce il tempo al varco.
E priego te per la tua gentilezza
che tu comporti ogni amoroso incarco,
e sia contento di qui far partita
e in ogni modo conservar la vita.

La dipartenza, perch e' non ci avanza
tempo, ch'io veggo morir la tua gente,
tra noi sia fatta, e questo sia abbastanza,
poi che pi oltre il Ciel non ci consente.
E quel gioiel terrai per ricordanza
ch'io t'ho donato, sempre in Oriente;
e se Fortuna e 'l Ciel t'ha pure a sdegno,
aspetta tempo e miglior fato e segno. -

Questa ultima parola al cor s'affisse
a Manfredonio, udendo la donzella,
che mai pi fermo in diaspro si scrisse;
volea parlare e manca la favella;
ma finalmente pur piangendo disse:
- "Aspetta tempo e miglior fato e stella,
poi ch'al Ciel piace, e trnati in Soria":
quanto son vinto da tal cortesia!

Quando sar quel d quando fia questo?
Or quel che non si pu, voler non deggio.
Io torner, per non t'esser molesto;
ricrdati di me, ch'altro non chieggio;
col popol mio, con quel che c' di resto,
ch molti morti pel campo ne veggio,
ritorner sanza speranza alcuna
nel regno mio, se cos vuol Fortuna.

E per tuo amor terr questo gioiello:
questo sempre sar presso al mio core.
S'io ho peccato, lasso meschinello,
contra al tuo padre e contra al mio signore,
incolpane colui ch' stato quello
che m'ha condotto dove e' vuole, Amore;
e in ogni modo a te chieggio perdono
e viver per tuo amor contento sono. -

E poi si volse al marchese Ulivieri
e chiese a lui perdon del cadimento;
Ulivier gli perdona volentieri,
ch del suo dipartir troppo  contento,
perch eran due gran ghiotti a un taglieri,
ed era stato alle parole attento
che dette avea Merediana a quello,
e confirmato e postovi il suggello.

E poi ch'egli ebbe lacrimato alquanto,
re Manfredonio alfin s'accomiatava;
e la donzella con sospiri e pianto,
- Addio! - dicendo, la man gli toccava;
e di pensar se si cavorno il guanto.
Ulivier presto Orlando ritrovava
e dicea ci ch'egli avea fermo e saldo;
e molto piacque a Orlando e Rinaldo.

Venne per caso quivi Caradoro,
e intese come l'accordo era fatto.
Morgante, insieme veggendo costoro,
inverso lor col battaglio era tratto
e quel che fussi saper vuol da loro;
ma col battaglio non dava di piatto.
Orlando disse: - Non far pi, Morgante. -
Allor pi forte combatt il gigante.

Re Manfredonio e la sua compagnia
contento  di lasciar Merediana -
diceva Orlando - e tornarsi in Soria. -
Morgante allora il battaglio gi spiana,
e disse: - Orlando, questa era tra via -,
e dtte a uno una picchiata strana;
un altro ammacca che parve di cera,
ed anco questo ne' patti non era.

Orlando disse: - Il battaglio gi posa:
assai morti n'abbin per questo giorno. -
Re Manfredon sua gente dolorosa
per tutto il campo rauna col corno.
E cos la battaglia sanguinosa
a questo modo quel d terminorno,
come nell'altro dir seguir poi.
Cristo vi guardi e sia sempre con voi.



