CRIZIA
di Platone
Traduzione di Umberto Bultrighini
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine del testo)
TIMEO: Con quanta gioia, o Socrate, come se riposassi dopo un lungo 
cammino, mi libero ora volentieri del corso del ragionamento.(1)
Quel dio, (2) nato un tempo nella realt e ora nato da poco
a parole, io prego che ci garantisca la conservazione, tra tutto ci
che  stato detto, di quelle cose che sono state dette con misura, e
se, senza avvedercene, dicemmo qualcosa di stonato su di
loro, di infliggere la giusta pena. Ma giusta punizione  rendere
intonato colui che stona; affinch dunque in futuro facciamo
discorsi corretti sull'origine degli di, preghiamo di fornirci la
conoscenza, potentissimo ed efficacissimo tra i rimedi. Dopo
aver cos pregato, lasciamo, conformemente a quanto convenuto,
il seguito del ragionamento a Crizia.
CRIZIA: (3) Ebbene, Timeo, accetto; tuttavia la preghiera a cui anche
tu all'inizio facesti ricorso, chiedendo comprensione giacch avresti 
parlato di grandi cose, ebbene, Questa stessa preghiera la formulo 
anch'io adesso, ma chiedo di ottenere una comprensione ancora maggiore 
per le cose che stanno per essere dette. Sebbene io sappia pi o meno che
la richiesta  molto ambiziosa e che sto per farla in modo pi rozzo di
come avrei dovuto, tuttavia devo farla. Del resto, quale uomo dotato di
senno oserebbe affermare che le tue parole non sono state dette
bene? D'altra parte il fatto che ci che sar detto ha bisogno di
maggior comprensione in quanto pi difficile, questo in qualche
modo bisogna cercare di spiegarlo. Perch, caro Timeo, quando si
dice qualcosa degli di agli uomini  pi facile dare l'impressione
di parlarne esaurientemente che non quando a noi si parla
dei mortali. Infatti l'inesperienza e la totale ignoranza degli
ascoltatori costituiscono un'ampia risorsa per chi intenda parlare
di quelle cose sulle quali chi ascolta si trova in siffatta condizione:
quanto agli di poi conosciamo la nostra situazione. Per chiarire 
maggiormente ci che vado dicendo, seguitemi per questa via. Imitazione 
e rappresentazione bisogna che in qualche misura siano i discorsi 
pronunciati da tutti noi: (4) la riproduzione di immagini fatta dai 
pittori, atta a rappresentare i corpi divini e i corpi umani,
consideriamola per la facilit e la difficolt a sembrare, a coloro 
che la guardano, un'imitazione soddisfacente, e riconosceremo che 
terra e monti e fiumi e boschi, tutto il cielo
e le cose che in esso sono e si muovono in un primo momento
potrebbero soddisfarci, se uno  in grado di riprodurre anche in
piccola parte qualcosa per somiglianza; ma poi, dal momento che
di tali cose non sappiamo nulla di preciso, non esaminiamo n
critichiamo le pitture, e ci serviamo di un chiaroscuro indistinto e 
ingannevole per questi stessi oggetti; invece quando uno
tenta di rappresentare i nostri corpi, poich percepiamo distintamente
ci che viene trascurato, per via della osservazione costante e 
familiare, diventiamo giudici terribili di chi non renda in
maniera completa tutte le somiglianze. Questa stessa cosa bisogna
notare che avviene anche per i discorsi, e cio ci riteniamo
soddisfatti se gli argomenti celesti e divini vengono esposti anche
con una piccola parte di verosimiglianza, mentre le cose mortali
e umane le sottoponiamo ad attento esame. Ebbene se, in ci che
stiamo dicendo ora improvvisando, non saremo capaci di
rendere perfettamente quel che conviene, bisogna avere indulgenza: perch
si deve pensare che le cose mortali non sono facili
ma difficili da rappresentare rispetto all'aspettativa. Ho
detto tutto questo, o Socrate, perch volevo ricordarvi questi
fatti, e chiedere un'indulgenza non minore, bens maggiore per le
cose che stanno per essere dette. Se dunque sembra che a buon
diritto io chieda tale dono, concedetemelo di buon grado.
SOCRATE: Perch, o Crizia, indugiare a concedertelo? Anzi, questo
stesso dono sia da parte nostra concesso anche al terzo, a Ermocrate.(5)
 chiaro infatti che tra poco, quando dovr a sua volta
parlare, ne far richiesta, come voi; e dunque per far s che
possa preparare un altro inizio e non sia costretto a pronunciarne 
uno uguale, parli convinto di avere, per quel momento, la
nostra indulgenza. Tuttavia, caro Crizia, ti espongo preventivamente
il pensiero dell'uditorio: il poeta che ti ha preceduto gode
di una fama straordinaria presso questo uditorio, cosicch avrai
bisogno di una buona dose di indulgenza, se  tua intenzione
poterti procurare questi stessi riconoscimenti.
ERMOCRATE: Ebbene, o Socrate, tu mi dai lo stesso avvertimento
che dai a costui. Ed effettivamente uomini privi di coraggio non
innalzarono mai un trofeo, o Crizia: bisogna dunque andare avanti
coraggiosamente nel discorso, e, rivolta l'invocazione a Peone e 
alle Muse, (6) proclamare e celebrare le virt degli antichi cittadini.
CRIZIA: Caro Ermocrate, tu sei stato assegnato all'ultima fila7 e hai
un altro davanti a te, ed  per questo che sei ancora pieno di baldanza.
Di che natura sia dunque questa impresa, presto sar essa
stessa a chiarirtelo: bisogna quindi prestare ascolto alle tue 
esortazioni e ai tuoi incoraggiamenti e oltre agli di che tu hai
menzionato dobbiamo invocare anche gli altri e soprattutto
Mnemosine.(8) Infatti quello che, per cos dire,  l'aspetto pi 
importante delle nostre parole dipende interamente da questa divinit: se
abbiamo sufficiente memoria e avremo riferito pi o meno ci che sia
stato detto dai sacerdoti e riportato qui da Solone,(9) io sono pi o
meno sicuro che a questo uditorio daremo l'impressione di aver svolto 
adeguatamente i nostri compiti.
Questo dunque  ci che bisogna fare e non indugiare oltre.
Per prima cosa ricordiamoci che in totale erano novemila anni (10) 
da quando, come si racconta, scoppi la guerra tra i popoli
che abitavano al di l rispetto alle Colonne di Eracle e tutti quelli
che abitano al di qua; e questa guerra bisogna ora descriverla
compiutamente.(11) A capo degli uni dunque, si diceva, era questa
citt, che sostenne la guerra per tutto il tempo, gli altri invece
erano sotto il comando dei re dell'isola di Atlantide, la quale,
come dicemmo,(12) era a quel tempo pi grande della Libia e
dell'Asia, mentre adesso, sommersa da terremoti,  una melma
insormontabile (13) che impedisce il passo a coloro che navigano da
qui per raggiungere il mare aperto, per cui il viaggio non va
oltre. Quanto ai numerosi popoli barbari e a tutte le stirpi greche
che esistevano allora, per ciascuna lo sviluppo del discorso nel suo
svolgersi mostrer ci che accadde; quanto invece alla stirpe degli
Ateniesi di allora e degli avversari contro i quali guerreggiarono,
 necessario innanzi tutto esporre da principio la potenza di ciascuno 
e le loro costituzioni. E tra questi stessi popoli dobbiamo
dare la priorit, nel racconto, a quelli che abitarono qui.
Gli di infatti un tempo si divisero a sorte tutta quanta la
terra secondo i luoghi - non per contesa:(14) sarebbe difatti un
ragionamento non giusto pensare che gli di ignorino ci che conviene 
a ciascuno di loro e che poi, conoscendo ci che conviene
meglio ad altri, avessero cercato di procurarselo per se stessi a
forza di contese - ottenendo dunque con sorteggi di giustizia ci
che era loro gradito, prendevano dimora in quelle regioni e, dopo
esservisi stabiliti, come i pastori le greggi, ci allevavano beni 
propri e proprie creature, senza usare violenza sul corpo con la
forza fisica, come i pastori che conducono al pascolo le bestie
sotto i colpi della sferza, (15) ma nel modo in cui, in particolare, si
tratta un animale docile, guidando da poppa, attaccandosi all'anima 
con la persuasione come un timone, secondo il loro disegno: in
questo modo guidavano e governavano tutto il genere umano. Gli
di, avendo dunque ottenuto in sorte chi questi luoghi chi altri, li
amministravano. Efesto e Atena,(16) che hanno una natura comune,
sia in quanto fratello e sorella nati dallo stesso padre sia in quanto
pervenuti al medesimo fine per il loro amore della sapienza e dell'arte,
cos ricevettero entrambi un unico lotto, questa regione, come 
congeniale e naturalmente adatta per la virt e il pensiero, e 
avendovi fatto nascere come autoctoni (17) uomini virtuosi,
stabilirono nella loro mente l'ordinamento politico; i loro nomi
sono conservati, ma le loro opere a causa delle distruzioni dei 
successori e per la lunghezza del tempo trascorso, sono svanite. Infatti 
la stirpe che sempre sopravviveva, come si  detto precedentemente, (18)
rimaneva montanara e illetterata, e conosceva solo per sentito dire 
i nomi dei signori di quella regione e, oltre a questi,
poche delle loro opere. Essi dunque, si accontentavano di assegnare 
questi nomi ai figli, ma ignoravano le virt e le leggi dei predecessori, 
tranne alcune oscure informazioni su ognuno di loro e trovandosi, essi 
e i loro figli per molte generazioni, sprovvisti dei beni di necessit,
rivolgendo la mente a ci di cui mancavano, e a questo dedicando inoltre 
i loro discorsi, non si curavano dei fatti avvenuti nei tempi precedenti 
e anticamente. Il racconto e la ricerca degli avvenimenti antichi infatti
entrano nelle citt insieme con il tempo libero, quando si comincia a 
vedere qualcuno gi rifornito dei beni necessari per vivere, prima no.
Cos i nomi degli antichi si sono conservati, senza il ricordo delle
loro opere. Dico questo basandomi sul fatto che tra le moltissime
imprese che appunto si ricordano associate ai nomi di ciascuno, di
Cecrope, Eretteo, Erittonio, Erisittone (19) e degli altri eroi
anteriori a Teseo,(20) tra queste imprese Solone dice che i sacerdoti,
menzionando per lo pi i nomi di quei personaggi, raccontarono
la guerra che si combatt a quel tempo, e allo stesso modo per i
nomi delle donne. Quanto poi all'immagine e alla statua della
dea, dal momento che a quel tempo le occupazioni militari erano
comuni sia alle donne sia agli uomini, cos, conformemente a
quella consuetudine, essi avevano una statua votiva della dea armata,
prova che tutti gli esseri viventi che vivono associati, femmine e 
maschi, sono per natura capaci di esercitare in comune la virt che 
compete a ciascun sesso.(21)
A quel tempo dunque abitavano in questa regione le altre classi
di cittadini impegnate nei mestieri e a trarre nutrimento dalla
terra, mentre la classe dei guerrieri, fin dal principio distinta per
volere di uomini divini, viveva separatamente, provvista di tutto
ci che fosse necessario per il sostentamento e per l'educazione;
nessuno di loro possedeva nulla di proprio, ma consideravano tutto
in comune, e non ritenevano giusto accettare nulla dagli altri
cittadini che fosse pi del nutrimento sufficiente ed esercitavano 
tutte le attivit descritte ieri, che sono state menzionate a proposito
dei guardiani che abbiamo ipotizzato.(22) Inoltre la storia che veniva
riportata sulla nostra regione era credibile e vera: per prima cosa, 
per quel che concerne i confini a quel tempo arrivavano fino
all'Istmo (23) e, nella parte lungo il resto del continente, fino alle
cime del Citerone (24) e del Parnete, (25) scendevano poi avendo a 
destra l'Oropia (26) e a sinistra fino al mare escludendo l'Asopo: (27)
questa nostra regione superava per fertilit tutte le altre, per cui a 
quel tempo poteva anche nutrire un grande esercito inoperoso nei lavori 
dei campi. Una valida prova del suo valore: ci che ora resta di essa
sostiene il confronto con qualunque terra, perch produce di tutto, molti
frutti e abbondanti pascoli per tutti gli animali. A quel tempo invece, 
oltre alla fine qualit di quei frutti, ne produceva anche in grande 
abbondanza.
Come  possibile dunque questo e sulla base di quale residuo
attuale della terra di allora pu esser detto a ragione? Essa, staccata
interamente dal resto del continente, giace allungandosi fino al mare
come la punta di un promontorio; il bacino di mare che la comprende 
sprofonda rapidamente da ogni parte. Essendoci dunque stati molti e
terribili cataclismi in questi novemila anni - perch tanti sono gli 
anni che intercorrono da quel tempo fino a oggi - la parte di terra che
in questi anni e in tanti accidenti si  staccata dalle alture non
accumulava sedimenti di terra di una certa consistenza, come in altri
luoghi e, scivolando gi in un processo continuo tutt'intorno, scompariva
nella profondit del mare; dunque, come avviene nelle piccole isole,
a confronto con ci che c'era a quel tempo, le parti che oggi restano
sono come ossa di un corpo che  stato colpito da una malattia, perch 
la terra intorno, ci che di essa era grasso e molle,  scivolata via, 
ed  rimasto soltanto, della regione, l'esile corpo. A quel tempo 
invece, quando era integra, aveva per monti colline e levate e ricche di
terra grassa, le pianure oggi dette di Felleo, (28) e sui monti aveva
vasti boschi, dei quali sussistono testimonianze visibili ancora
oggi. E di quei monti ve ne sono alcuni che attualmente forniscono 
nutrimento soltanto alle api, ma non  poi moltissimo tempo
che, ricavati dagli alberi tagliati via da qui per fare da riparo in 
costruzioni imponenti, si conservavano ancora i tetti. Vi crescevano,
numerosi, alti alberi coltivati, ma fornivano anche pascoli inesauribili 
per il bestiame. Inoltre ogni anno godeva dell'acqua che veniva da Zeus,
e non la perdeva, come avviene ai nostri giorni, quando scompare defluendo
via dalla terra spoglia fino al mare; poich ne aveva in abbondanza la
accoglieva nel suo seno, la teneva in serbo nella terra argillosa e
impermeabile, lasciando poi cadere l'acqua dall'alto dalle alture fino 
alle cavit, offriva dappertutto abbondante flusso di sorgenti e di 
fiumi, e i santuari che ancora oggi rimangono presso le sorgenti che
esistevano un tempo sono una testimonianza del fatto che i racconti 
odierni su di essa corrispondono a verit.
Queste dunque le condizioni naturali del resto del paese. E, come 
conviene, era tenuta in bell'ordine, da veri agricoltori, che
facevano proprio questo mestiere, amanti del bello e dotati di
buone qualit, disponevano di terra eccellente, acqua in notevole
abbondanza e, su quella terra, godevano di stagioni decisamente
temperate. Ed ecco come era abitata a quel tempo la citt. Innanzi
tutto la parte dell'acropoli non era allora come  oggi. Ci fu
infatti una sola notte di pioggia, in cui piovve pi di quanto la
terra potesse sopportare, che l'ha liquefatta tutt'intorno e resa
oggi terribilmente spoglia, e nello stesso tempo vi furono terremoti 
e una straordinaria alluvione, la terza prima della catastrofe 
di Deucalione; (29) ma precedentemente, in un altro tempo, per
grandezza si estendeva fino all'Eridano e all'Ilisso, (30) abbracciava
al suo interno la Pnice (31) e comprendeva, dalla parte opposta rispetto
alla Pnice, il monte Licabetto,(32) ed era tutta di terra e, salvo
che in un piccolo tratto sulla sommit, pianeggiante. Le zone 
periferiche, sotto i fianchi stessi dell'Acropoli, erano abitate
dagli artigiani e dagli agricoltori che lavoravano la terra circostante;
la zona superiore la abitava, intorno al santuario di Atena e di
Efesto, la sola classe dei guerrieri, i quali l'avevano circondata da
un muro come il giardino di un'unica dimora. Abitavano i fianchi
di questa rivolti a settentrione, in dimore comuni. Vi avevano allestito 
mense per i mesi invernali; tutto ci che si addiceva alla vita
in comune, per le loro costruzioni e per i santuari, essi lo
possedevano, fatta eccezione per l'oro e l'argento - di questi metalli 
infatti non facevano assolutamente uso, e perseguivano piuttosto una 
via di mezzo tra sfarzo arrogante e illiberale spilorceria,
abitando case dignitose, nelle quali essi stessi e i figli dei loro figli
invecchiavano e che lasciavano via via in eredit ad altri uguali a
loro (33)-, i fianchi esposti a sud invece, quando abbandonavano
giardini, ginnasi e mense, ad esempio durante la stagione estiva, li
utilizzavano per questi scopi. C'era una sola fonte, nel luogo dove
oggi  l'acropoli, della quale, inaridita a causa dei terremoti, restano 
attualmente piccoli rivoli tutt'intorno, e che invece agli
uomini di quel tempo forniva, a tutti, un flusso abbondante, ed era
temperata sia in inverno sia in estate. Questo dunque il modo in
cui abitavano la citt, fungendo da custodi dei loro propri concittadini
e d'altra parte da capi, liberamente accolti, degli altri Greci,
sempre per vegliando che al loro interno fosse quanto pi possibile
lo stesso in tutti i tempi il numero degli uomini e delle donne,
di quelli gi in grado di combattere e di quelli che lo fossero ancora,
circa ventimila al massimo.(34)
Tali dunque essendo questi uomini e in tal modo sempre amministrando 
secondo giustizia la propria citt e la Grecia, erano stimati in 
tutta l'Europa e in tutta l'Asia per la bellezza del corpo e
per ogni tipo d virt dell'animo, ed erano fra tutti gli uomini del
loro tempo i pi famosi. Quanto poi ai loro avversari, quali fossero 
le loro condizioni e come andassero le cose in origine, se in noi
non  spento il ricordo di ci che udimmo quando eravamo ancora
bambini, ve lo spiegheremo: e ci che sappiamo sia in comune (35)
con gli amici.
 d'uopo tuttavia, prima di iniziare il discorso, fornire ancora
una breve chiarificazione, perch non vi sorprendiate di sentire 
pronunciare nomi greci per uomini barbari: ne apprenderete
la causa. Solone, poich aveva in mente di usare questo racconto
per la sua poesia, cercando informazioni sul senso di questi nomi,
trov che quegli Egiziani che per primi avevano scritto questi
nomi, li avevano tradotti nella propria lingua, e di nuovo egli, a
sua volta, recuperando il significato di ciascun nome, li trascrisse
trasferendoli nella nostra lingua. E questi scritti appunto si
trovavano in possesso di mio nonno, attualmente sono ancora in
mio possesso, e me ne sono molto occupato quando ero un ragazzo.(36)
Se dunque udrete tali nomi, simili a questi nostri, non vi sembri 
strano: ne conoscete la ragione. Ed ecco dunque qual era press'a poco 
l'inizio di questo lungo racconto.
Come si  detto prima,(37) a proposito del sorteggio degli di, che
si spartirono tutta la terra, in lotti dove pi grandi dove pi
piccoli, e istituirono in proprio onore offerte e sacrifici, cos anche
Poseidone, che aveva ricevuto in sorte l'isola di Atlantide, stabil i
propri figli, generati da una donna mortale, in un certo luogo dell'isola.
Vicino al mare, ma nella parte centrale dell'intera isola, c'era una 
pianura, che si dice fosse di tutte la pi bella e garanzia di 
prosperit, vicino poi alla pianura, ma al centro di essa, a una 
distanza di circa cinquanta stadi,(38) c'era un monte, di modeste 
dimensioni da ogni lato. Questo monte era abitato da uno degli uomini
nati qui in origine dalla terra, il cui nome era Euenore
e che abitava l insieme a una donna, Leucippe. Generarono un'unica 
figlia, Clito. La fanciulla era ormai in et da marito, quando
la madre e il padre morirono. Poseidone, avendo concepito il desiderio 
di lei, s un con la fanciulla e rese ben fortificata la collina
nella quale viveva, la fece scoscesa tutt'intorno, formando cinte di
mare e di terra, alternativamente, pi piccole e pi grandi, l'una
intorno all'altra, due di terra, tre di mare, come se lavorasse al 
tornio, a partire dal centro dell'isola, dovunque a uguale
distanza, in modo che l'isola fosse inaccessibile agli uomini: a quel
tempo infatti non esistevano n imbarcazioni n navigazione. Egli
stesso poi abbell facilmente, come pu un dio, l'isola nella sua
parte centrale, facendo scaturire dalla terra due sorgenti di acqua,
una che sgorgava calda dalla fonte, l'altra fredda; fece poi produrre 
dalla terra nutrimento d'ogni sorta e in abbondanza. Gener
cinque coppie di figli maschi,(39) li allev e dopo aver diviso in dieci
parti tutta l'isola di Atlantide, al figlio nato per primo dei due pi
vecchi assegn la dimora della madre e il lotto circostante,
che era il pi esteso e il migliore, e lo fece re degli altri, gli altri 
li fece capi e a ciascuno diede potere su un gran numero di uomini e
su un vasto territorio. Diede a tutti dei nomi, a colui che era il pi
anziano e re assegn questo nome, che  poi quello che ha tutta
l'isola e il mare, chiamato Atlantico perch il nome di colui che
per primo regn allora era appunto Atlante;(40) il fratello
gemello nato dopo di lui, che aveva ricevuto in sorte l'estremit
dell'isola verso le Colonne di Eracle, di fronte alla regione oggi
chiamata Gadirica dal nome di quella localit, in greco era
Eumelo, mentre nella lingua del luogo Gadiro, il nome che avrebbe 
appunto fornito la denominazione a questa regione. Ai due
figli che nacquero nel secondo parto Poseidone diede, al primo, il
nome Amfere e al secondo il nome Euemone; ai figli di terza
nascita diede nome Mnesea, a quello nato per primo,
Autoctone a quello nato dopo; dei figli di quarta nascita Elasippo
fu il primo e Mestore il secondo; ai figli di quinta nascita fu dato il
nome di Azae al primo, di Diaprepe al secondo. Tutti costoro, essi
stessi e i loro discendenti, per molte generazioni abitarono qui,
esercitando il comando su molte altre isole di quel mare, ed inoltre,
come si disse anche prima, governando regioni al di qua, fino
all'Egitto e alla Tirrenia.
La stirpe di Atlante dunque fu numerosa e onorata, e poich era
sempre il re pi vecchio a trasmettere al pi vecchio dei suoi figli 
il potere, preservarono il regno per molte generazioni, acquistando
ricchezze in quantit tale quante mai ve n'erano state prima in nessun
dominio di re, n mai facilmente ve ne saranno in avvenire, e d'altra
parte potendo disporre di tutto ci di cui fosse necessario disporre 
nella citt e nel resto del paese. Infatti molte risorse, grazie al
loro predominio, provenivano loro dall'esterno, ma la maggior parte 
le offriva l'isola stessa per le necessit della vita: in primo luogo
tutti i metalli, allo stato solido o fuso, che vengono estratti dalle
miniere, sia quello del quale oggi si conosce solo il nome - a quel 
tempo invece la sostanza era pi di un nome, l'oricalco, (41) estratto
dalla terra in molti luoghi dell'isola, ed era il pi prezioso, a 
parte l'oro, tra i metalli che esistevano allora - sia tutto ci che 
le foreste offrono per i lavori dei carpentieri: tutto produceva in 
abbondanza, e nutriva poi a sufficienza animali domestici e selvaggi.
In particolare era qui ben rappresentata la specie degli elefanti. 
Difatti i pascoli per gli altri animali, per quelli che vivono nelle
paludi, nei laghi e nei fiumi e cos per quelli che pascolano sui monti 
e nelle pianure, erano per tutti abbondanti e altrettanto lo erano per
questo animale, nonostante sia il pi grosso e il pi vorace. A ci si 
aggiunga che le essenze profumate che la terra produce ai nostri giorni, 
di radici, di germoglio, di legni, di succhi trasudanti da fiori o da 
frutti, le produceva tutte e le faceva crescere bene; e ancora, forniva 
il frutto coltivato e quello secco (42) che ci fa da nutrimento e quei
frutti dei quali ci serviamo per fare il pane - tutte quante le specie di
questo prodotto le chiamiamo cereali - e il frutto legnoso che offre 
bevande, alimenti e oli profumati, il frutto dalla dura scorza, usato 
per divertimento e per piacere, difficile da conservare, (43) cos quelli 
che serviamo dopo la cena come rimedi graditi a chi  affaticato dalla
saziet:(44) tali prodotti l'isola sacra che esisteva allora sotto il 
sole, offriva, belli e meravigliosi, in una abbondanza senza fine. 
Prendendo dunque dalla terra tutte queste ricchezze, costruivano i templi, 
le dimore regali, i porti, i cantieri navali e il resto della regione,
ordinando ogni cosa nel seguente modo.
Le cinte di mare che si trovavano intorno all'antica metropoli
per prima cosa le resero praticabili per mezzo di ponti, formando
una via all'esterno e verso il palazzo reale. Il palazzo reale lo 
realizzarono fin da principio in questa stessa residenza del dio e degli
antenati, ricevendolo in eredit l'uno dall'altro, e aggiungendo
ornamenti a ornamenti cercavano sempre di superare, per quanto 
potevano, il predecessore, finch realizzarono una dimora straordinaria 
a vedersi per la grandiosit e la bellezza dei lavori.
Realizzarono, partendo dal mare, un canale di collegamento largo
tre plettri,(45) profondo cento piedi (46) e lungo cinquanta stadi fino
alla cinta di mare pi esterna: crearono cos il passaggio dal mare
fino a quella cinta, come in un porto, dopo aver formato un'imboccatura
sufficiente per l'ingresso delle navi di maggiori dimensioni. 
Inoltre tagliarono le cinte di terra che dividevano tra loro le cinte 
di mare all'altezza dei ponti, tanto da poter passare, a bordo di una 
sola trireme, da una cinta all'altra, e coprirono i passaggi con tetti, 
in modo tale che la navigazione avvenisse al di sotto: e infatti le
sponde delle cinte di terra si elevavano sufficientemente sul livello 
del mare. La cinta maggiore, con la quale era in comunicazione il mare,
era di tre stadi di larghezza e di pari larghezza era la cinta di terra
a ridosso; delle due cinte successive quella di mare era larga due 
stadi, quella di terra aveva ancora una volta una larghezza pari alla
cinta di mare; di uno stadio era invece la cinta di mare che correva
intorno all'isola stessa, nel mezzo. L'isola, nella quale si trovava la 
dimora dei re, aveva un diametro di cinque stadi. Questa, tutt'intorno, 
e le cinte, e il ponte, largo un plettro, li circondarono da una parte
e dall'altra con un muro di pietra, facendo sovrastare il ponte, da
entrambe le parti, da torri e porte, lungo i passaggi che portavano al 
mare; tagliarono la pietra tutt'intorno, al di sotto dell'isola centrale, e
sotto le cinte, nella parte esterna e in quella interna, bianca, nera,
rossa,(47) e mentre tagliavano creavano all'interno due profondi 
arsenali la cui copertura era di quella stessa pietra. Quanto
alle costruzioni, alcune erano semplici, mentre altre le realizzavano
variopinte, mescolando, per il piacere della vista, le pietre: e
cos rendevano loro una grazia naturale; rivestirono tutto il perimetro
del muro che correva lungo la cinta esterna con il bronzo,
servendosene a guisa di intonaco, mentre quello della cinta interna 
lo spalmarono con stagno fuso, e infine quello che circondava la stessa 
acropoli con oricalco dai riflessi di fuoco.
Il palazzo reale, all'interno dell'acropoli, era sistemato nel seguente 
modo. Al centro il santuario, consacrato in quello stesso luogo a Clito 
e a Poseidone, era lasciato inaccessibile, circondato da un muro d'oro, 
e fu l che in origine concepirono e misero al mondo la stirpe dei dieci 
capi delle dinastie reali; ed era ancora l che ogni anno venivano, da 
tutte e dieci le sedi del paese, le offerte stagionali per ognuno di 
quelle divinit. Il tempio dello stesso Poseidone era lungo uno 
stadio, largo tre plettri, proporzionato in altezza a queste dimensioni,
e aveva nella figura un che di barbarico. Rivestirono d'argento tutta la
parte esterna del tempio, ad eccezione degli acroterii, e gli acroterii 
erano d'oro; quanto agli interni, il soffitto era a vedersi interamente
d'avorio, variegato d'oro, argento e oricalco; tutte le altre parti,
pareti, colonne e pavimento, le rivestirono di oricalco. Vi collocarono 
statue d'oro, il dio in piedi su un carro, auriga di sei cavalli alati,
egli stesso tanto grande da toccare con la testa il soffitto del tempio,
tutt'intorno cento Nereidi (48) su delfini - perch tante pensavano
allora che fossero le Nereidi - e vi erano molte altre statue, doni
votivi di privati. Intorno al santuario, all'esterno, si trovavano
immagini d'oro di tutti, le donne e quei re che nacquero dai dieci,
e molte altre offerte votive di grandi dimensioni, di re e privati,
originari della citt stessa e di altri paesi esterni, quelli sui quali
governavano. L'altare, per la grandezza e la raffinatezza del
lavoro, era in armonia con questo apparato, e la reggia, allo stesso
modo, ben rispondeva da una parte alla grandezza dell'impero,
dall'altra allo splendore del tempio stesso. Quanto alle fonti, quella
della sorgente di acqua fredda e quella della sorgente di acqua
calda, di generosa abbondanza, ognuna straordinariamente adatta
all'uso per la gradevolezza e la virt delle acque, le utilizzavano
disponendo intorno abitazioni e piantagioni di alberi adatte
a quelle acque e installandovi intorno cisterne, alcune a
cielo aperto, altre coperte usate in inverno per i bagni caldi, da
una parte quelle del re, dall'altra quelle dei privati, altre ancora
per le donne, altre per i cavalli e per le altre bestie da soma, 
attribuendo a ciascuna la decorazione appropriata. L'acqua che sgorgava
da qui la portavano fino al bosco sacro di Poseidone, alberi
d'ogni sorta, che avevano, grazie alla virt della terra, bellezza ed
altezza straordinarie, e facevano scorrere l'acqua fino ai cerchi
esterni attraverso canalizzazioni costruite lungo i ponti. E qui 
erano stati costruiti molti templi, in onore di molte divinit,
molti giardini e molti ginnasi, alcuni per gli uomini, altri per i
cavalli, a parte, in ognuna delle due isole circolari. Inoltre, al 
centro dell'isola maggiore, per s si erano riservati un ippodromo,
largo uno stadio e tanto lungo da permettere ai cavalli di percorrere
per la gara l'intera circonferenza. Intorno a questo, dall'una e
dall'altra parte, vi erano costruzioni per le guardie, per la
gran massa dei dorifori;(49) ai pi fedeli era stato assegnato il presidio
nella cerchia minore, che si trovava pi vicino all'acropoli,
mentre a coloro che fra tutti si distinguevano per fedelt erano
stati dati alloggi all'interno dell'acropoli, vicino ai re. Gli arsenali
erano pieni di triremi e delle suppellettili necessari alle triremi,
tutte preparate in quantit sufficiente. E nel modo seguente erano
poi sistemate le cose intorno alla residenza dei re: per chi attraversava 
i porti esterni, in numero di tre, a partire dal mare 
correva in cerchio un muro, distante cinquanta stadi in ogni parte
dalla cinta maggiore e dal porto. Tale muro si chiudeva in se stesso 
in uno stesso punto, presso l'imboccatura del canale dalla parte
del mare. Tutta questa estensione era coperta di numerose e fitte
abitazioni, mentre il canale e il porto maggiore pullulavano di
imbarcazioni e di mercanti che giungevano da ogni parte e che,
per il gran numero, riversavano giorno e notte voci e tumulto e
fragore d'ogni genere.
Abbiamo dunque riferito ora press'a poco quanto a quel tempo
si disse della citt e dell'antica dimora; cerchiamo allora di
richiamare alla mente quale fosse la natura del resto del paese e
come fosse organizzato. In primo luogo tutto quanto il territorio si
diceva che fosse alto e a picco sul mare, mentre tutt'intorno alla
citt vi era una pianura, che abbracciava la citt ed era essa stessa
circondata da monti che discendevano fino al mare, piana e uniforme, 
tutta allungata, lunga tremila stadi sui due lati e al centro
duemila stadi dal mare fin gi. Questa parte dell'intera
isola era rivolta a mezzogiorno e al riparo dai venti del nord. I
monti che la circondavano erano rinomati a quel tempo, in numero,
grandezza e bellezza superiori ai monti che esistono oggi, per i
molti villaggi ricchi di abitanti che vi si trovano e d'altra parte per
i fiumi, i laghi, i prati, capaci di nutrire ogni sorta di animali 
domestici e selvaggi, per le foreste numerose e varie, inesauribili per
l'insieme dei lavori e per ciascuno in particolare. Questa pianura
in un lungo lasso di tempo, per opera della natura e di molti re, prese 
dunque la seguente sistemazione. Aveva, come ho gi detto, la forma di
un quadrilatero, rettilineo per la maggior parte, e allungato, ma l 
dove si discostava dalla linea retta lo raddrizzarono per mezzo di 
un fossato scavato tutt'intorno: ci che si dice della profondit,
larghezza e lunghezza di questo fossato non  credibile, che cio 
opera realizzata dalla mano dell'uomo potesse essere di tali dimensioni,
oltre agli altri duri lavori che aveva comportato. Bisogna tuttavia 
riferire ci che udimmo: ebbene, era stata scavata per una profondit
di un plettro, mentre la sua larghezza era in ogni punto di uno stadio,
e poich era stata scavata tutto intorno alla pianura, ne risultava una
lunghezza di diecimila stadi. Riceveva i corsi d'acqua che discendevano
dai monti e girava intorno alla pianura, arrivando da entrambi i lati
fino alla citt, da l poi andava a gettarsi nel mare. Dalla parte
superiore di questo fossato canali rettilinei, larghi circa cento
piedi, tagliati attraverso la pianura, tornavano a gettarsi nel fossato
presso il mare, a una distanza l'uno dall'altro di cento stadi. Ed
era per questa via dunque che facevano scendere fino alla citt il
legname dalle montagne e su imbarcazioni trasportavano verso la costa
altri prodotti di stagione, scavando, a partire da questi canali 
passaggi navigabili e tagliandoli trasversalmente l'uno con l'altro 
e rispetto alla citt. Due volte l'anno raccoglievano i prodotti della
terra, in inverno utilizzando le piogge, in estate irrigando tutto ci 
che offre la terra con l'acqua attinta dai canali. Quanto al numero 
degli uomini abitanti la pianura che fossero utili per la guerra, era
stato stabilito che ogni lotto fornisse un capo: la grandezza di un 
lotto era di dieci stadi per dieci e in tutto i lotti erano 
sessantamila; per quel che concerne invece il numero degli uomini che 
venivano dalle montagne e dal resto del paese, si diceva che fosse
infinito e tutti, secondo le localit e i villaggi, venivano poi 
ripartiti in questi distretti, sotto il comando dei loro capi. Era 
dunque stabilito che il comandante fornisse per la guerra la sesta
parte di un carro da combattimento fino a raggiungere il numero di
diecimila carri, due cavalli e i relativi cavalieri, inoltre un carro
a due cavalli senza sedile, che avesse un soldato capace all'occasione 
di combattere a piedi, munito di un piccolo scudo, e assieme al 
combattente un auriga per entrambi i cavalli; due opliti, due arcieri e 
due frombolieri, tre soldati armati alla leggera che lanciano pietre e
tre lanciatori di giavellotto, quattro marinai per completare l'equipaggio
di milleduecento navi. Questa era dunque l'organizzazione militare della 
citt regia; diversa invece quella in ognuna delle altre nove province, 
che tuttavia sarebbe troppo lungo spiegare.
Quanto alle magistrature e alle cariche pubbliche, furono cos ordinate
fin da principio. Ciascuno dei dieci re esercitava il comando nella 
propria parte e nella sua citt sugli uomini e sulla maggior parte delle
leggi, punendo e mettendo a morte chiunque volesse; ma il potere che 
avevano l'uno sull'altro e i rapporti reciproci erano regolati dalle
prescrizioni di Poseidone, cos come li avevano tramandati la tradizione
e le lettere incise dai primi re su una stele di oricalco, che era posta 
nel centro dell'isola, nel santuario di Poseidone, dove ogni cinque anni 
e talvolta, alternando, ogni sei si riunivano, assegnando uguale 
importanza all'anno pari e all'anno dispari. In tali adunanze deliberavano
degli affari comuni, esaminavano se qualcuno avesse trasgredito qualche 
legge e formulavano il giudizio. Quando dovevano giudicare, prima
si scambiavano tra loro assicurazioni secondo il seguente rituale.
Alcuni tori (50) venivano lasciati liberi nel santuario di Poseidone, e i
dieci re, rimasti soli, dopo aver rivolto al dio la preghiera di
scegliere la vittima che gli fosse gradita, davano inizio alla caccia,
armati non di armi di ferro, ma solo di bastoni e di lacci; il toro
che riuscivano a catturare, lo conducevano davanti alla colonna e
l, sulla cima di questa, lo sgozzavano proprio sopra l'iscrizione.
Sulla stele, oltre alle leggi, v'era inciso un giuramento che lanciava
terribili anatemi contro i trasgressori. Cos, compiuti i sacrifici
conformemente alle loro leggi, quando passavano a consacrare tutte 
le parti del toro, mescolavano in un cratere il sangue e ne versavano 
un grumo per ciascuno, mentre il resto, purificata la stele, lo ponevano 
accanto al fuoco; dopodich, attingendo con coppe d'oro dal cratere e
offrendo libagioni sul fuoco, giuravano di giudicare conformemente alle
leggi scritte sulla stele, di punire chi in precedenza tali leggi avesse
trasgredito e, d'altra parte, di non trasgredire per precisa volont in
avvenire nessuna delle norme dell'iscrizione, che non avrebbero governato
n obbedito a chi governasse se non esercitava il suo comando secondo
le leggi del padre. Ciascuno di loro, dopo aver innalzato queste
preghiere, per s e per la propria discendenza, beveva e consacrava la
coppa nel santuario del dio, poi attendeva al pranzo e alle occupazioni
necessarie, e quando scendevano le tenebre e il fuoco dei sacrifici si 
era consumato, indossavano tutti una veste azzurra, bella quant'altre mai,
sedendo in terra, accanto alle ceneri dei sacrifici per il giuramento. 
Di notte, quando ormai il fuoco intorno al tempio era completamente 
spento, venivano giudicati e giudicavano se uno di loro avesse accusato 
un altro di violare qualche legge; dopo aver formulato il giudizio, 
all'apparire del giorno, incidevano la sentenza su una tavola d'oro che
dedicavano in ricordo insieme alle vesti. Vi erano altre leggi, numerose 
e particolari, che concernevano i privilegi di ciascun re, tra le quali le
pi importanti: che non avrebbero mai impugnato le armi l'uno contro 
l'altro e che si sarebbero aiutati vicendevolmente, e se uno di loro 
in qualche citt tentava di cacciare la stirpe regia, avrebbero deliberato 
in comune,  come i loro antenati, le decisioni che giudicassero opportuno 
prendere riguardo alla guerra e alle altre faccende, affidando il comando
supremo alla stirpe di Atlante. Un re non era padrone di condannare a 
morte nessuno dei consanguinei senza il consenso di pi della met dei
dieci. Tanta e tale potenza, viva allora in quei luoghi, il dio raccolse e
diresse poi contro queste nostre regioni, dietro siffatto pretesto,
come vuole la tradizione. Per molte generazioni, finch fu abbastanza 
forte in loro la natura divina, erano obbedienti alle leggi e bendisposti 
nell'animo verso la divinit che aveva con loro comunanza di stirpe: 
avevano infatti pensieri veri e grandi in tutto, usando mitezza mista 
a saggezza negli eventi che di volta in volta si presentavano e nei 
rapporti reciproci. Di conseguenza, avendo tutto a disdegno fuorch 
la virt, Stimavano poca cosa i beni che avevano a disposizione, 
sopportavano con serenit, quasi fosse un peso, la massa di oro e delle
altre ricchezze, e non vacillavano, ebbri per effetto del lusso e senza
pi padronanza di s per via della ricchezza; al contrario, rimanendo 
vigili, vedevano con acutezza che tutti questi beni si accrescono con 
l'affetto reciproco unito alla virt, mentre si logorano per eccessivo
zelo e stima e con loro perisce anche la virt.
Ebbene, come risultato di un tale ragionamento e finch persisteva in loro
la natura divina, tutti i beni che abbiamo precedentemente enumerato si
accrebbero. Quando per la parte di divino venne estinguendosi in loro,
mescolata pi volte con un forte elemento di mortalit e il carattere
umano ebbe il sopravvento, allora, ormai incapaci di sostenere 
adeguatamente il carico del benessere di cui disponevano, si diedero a
comportamenti sconvenienti, e a chi era capace di vedere apparivano 
laidi, perch avevano perduto i pi belli tra i beni pi preziosi, mentre
agli occhi di coloro che non avevano la capacit di discernere la vera
vita che porta alla felicit allora soprattutto apparivano bellissimi
e beati, pieni di ingiusta bramosia e di potenza. Tuttavia il dio
degli di, Zeus, che governa secondo le leggi, poich poteva vedere 
simili cose, avendo compreso che questa stirpe giusta stava degenerando 
verso uno stato miserevole, volendo punirli, affinch, ricondotti alla
ragione, divenissero pi moderati, convoc tutti gli di nella loro pi
augusta dimora, la quale, al centro dell'intero universo, vede tutte 
le cose che partecipano del divenire, e dopo averli convocati disse...
NOTE:
1) Il riferimento  alla conclusione del Timeo (92c), alla quale il presente 
dialogo direttamente si ricollega. 
2)  il dio sensibile del Timeo (27c e 92c). 
3) Cfr. la Premessa al Timeo. 
4) La teoria qui esposta sulla natura imitativa dell'arte compare nel 
libro 10 della Repubblica e nel Sofista.
5) Si tratta probabilmente del generale siracusano ammirato da 
Tucidide (libro 4, 58; libro 6, 32; 72; 76; libro 7, 73). Figura centrale 
nel congresso dei Sicelioti a Gela nel 424 a.C., Ermocrate difese la sua 
citt dagli attacchi ateniesi nel 415-413. Dopo un periodo di esilio, 
successivo alla battaglia di Cizico, rientr in Sicilia nel 408. Trov la
morte nel tentativo di conquistare Siracusa. 
6) Peone ('Soccorritore')  epiteto di Apollo. Sull'invocazione ad Apollo
e alle Muse cfr. Platone, Respublica 427b. 
7) Crizia riprende la metafora militare che Ermocrate ha appena adottato.
Secondo la maggior parte dei commentatori qui si alluderebbe a un terzo 
dialogo intitolato ad Ermocrate. 
8) Dea della memoria, figlia di Urano e della Terra: Crizia la invoca per 
ricordare i racconti riportati da Solone su Atlantide.
9) La famiglia di Crizia vantava una discendenza dal "ghnos" di Solone. 
10) Cfr. Platone, Timaeus 23e.
11) Cfr. Platone, Timaeus 24e. 
12) Cfr. Platone, Timaeus 24e-25d. 
13) Cfr. Platone, Timaeus 25c-d.
14) Nell'Eutifrone (5 e  seguenti) e nella Repubblica (libro 2, 378a-c) 
Platone formula un giudizio negativo sulle contese tra gli di per il
possesso d un territorio. Tuttavia nel Menesseno (237b-238a) Platone 
accetta il mito secondo cui Poseidone ed Atena si erano contesi l'Attica,
con conseguente sconfitta del primo. 
15) Cfr. Platone, Politicus 267e-272b. 
16) In 112b Platone menziona un tempio ad Atene dedicato ad entrambe le 
divinit. 
17) Sulla autoctonia degli Ateniesi cfr. Platone, Menexenus 237b; 
Respublica libro 3, 415d-e; Sophista 247c; Politicus 269b, 271a-c. 
18) Cfr. Platone, Timaeus 22d-23d.
19) Mitici eroi dell'Attica. Probabilmente la loro menzione da parte di 
Platone tra gli eroi della storia mitica dell'Attica si spiega col fatto
che essi nelle loro gesta ebbero in qualche modo a che fare con Poseidone,
il fondatore di Atlantide.
20) Eroe civilizzatore dell'Attica, pendant ionico del dorico Eracle. 
Fonti principali sulle sue gesta sono la Vita d Teseo di Plutarco e le 
notizie conservate in Apollodoro e Diodoro Siculo. A Teseo la tradizione
attribuisce il sinecismo di Atene, l'istituzione delle Panatenee, la 
conquista di Megara. 
21) Cfr. Platone, Respublica 451a-457e. 
22) Cfr. Platone, Respublica 369e-374e; 375a-376e; 415a-417b. 
23) L'istmo di Corinto. 
24) Monte al confine tra l'Attica e la Beozia. 
25) Monte al confine tra l'Attica e la Beozia. 
26) Oropo, della quale  qui citato il territorio,  una citt dell'Attica.
27) Fiume che nasce dal monte Citerone e sfocia nel golfo euboico. Platone
fornisce qui coordinate geografiche che assegnano all'Attica un'estensione
maggiore di quella che la regione aveva ai suoi tempi.
28) Il termine allude alla natura porosa del terreno ("phells" in greco 
indica il 'sughero'), simile a una lava (cfr. Aristofane, Achamenses 273). 
29) Il diluvio di Deucalione fu dunque il quarto. Nel Timeo (23b) si dice
genericamente che prima ve ne furono molti.
30) Fiumi dell'Attica. 
31) Collina situata nell'area occidentale di Atene, luogo abituale
di raduno dell'assemblea. 
32) Monte a nord-est di Atene.
33) Cfr. Platone, Respublica 461d-417a; 419a-424c; Leges 679b-d; 742; 
780c; 842b. 
34) Si veda Platone, Leges 737d-e, dove il numero dei cittadini dello stato 
ideale viene fissato a 5040. Vedi anche Respublica 460a.
35) L'espressione ricorda il celebre "koin t tn phlon" di ambito 
pitagorico. Cfr. Platone, Respublica 423e-424a; Leges 739c-d. 
36. Cfr. Platone, Timaeus 26d-e, dove tuttavia non si fa allusione agli
scritti, il nonno di Crizia, qui menzionato, era Crizia il Vecchio. 
37) Cfr. 109b. 
38. Lo stadio attico misurava metri 177,60.
39) Atlante ed Eumelo, Amfere ed Euemone, Mnesea e Autoctono, Elasippo e
Mestore. Azae e Diaprepe. I nomi che Platone adotta sono noti dai poemi 
omerici, ma nulla hanno in comune con i personaggi dell'epos. 
40) Questo personaggio non va confuso con il mitico Atlante, condannato
a reggere il peso del mondo per aver preso parte alla guerra dei Titani 
contro Zeus.
41) La prima menzione di questo metallo compare nello Scudo 
pseudoesiodeo (verso 122); cfr. anche Erodoto, libro 6, 74; Aristotele,
Respublica Atheniensium 7, 92b; Pseudo-Aristotele, Mirabilia 58, 834b). 
Filopono, nel suo commento agli Analitici aristotelici, sembra
identificare l'oricalco con l'ottone. Questa identificazione tuttavia non 
convince e l'oricalco platonico conserva il suo alone di mistero. 
42) Probabilmente si tratta dell'uva e del grano. 
43) Difficile identificare questo frutto. Potrebbe trattarsi della mela 
(sulla base di Platone, Leges 819b-c). 
44) Secondo alcuni sono le olive o forse i limoni. 
45) Il plettro, equivalente a cento piedi, misura metri 29,60. 
46) Il piede attico equivale a metri 0,296.
47)  una probabile allusione alle tecniche di decorazione dei templi 
cretesi. Una allusione alla abilit tecnica dei Cretesi nel canalizzare
le acque compare inoltre in 117b.
48) Figlie di Nereo, divinit del mare, sono normalmente indicate in
numero di cinquanta (cfr. Pindaro, Isthmia 6, 8).
49) I 'portatori di lancia'. Lo stato di Atlante si basa su una struttura 
militare, con un potere politico fortemente accentrato (cfr. Platone, 
Respublica 567d; 575b sull'impiego di guardie del corpo in regimi 
tirannici).
50) Il sacrificio del toro in onore di Poseidone  noto da Omero 
(Ilias, libro 20, verso 403) e dallo Pseudo-Esiodo (Scutum 104).
