CLITOFONTE
di Platone
Traduzione di Laura Caliri
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine del testo)
SOCRATE: Un tale, poco fa, ci diceva che Clitofonte, (1) figlio di
Aristonimo, parlando con Lisia,(2) biasimava le discussioni con Socrate,
mentre lodava i dibattiti di Trasimaco.(3)
CLITOFONTE: Quel tale, Socrate, non ti riferiva in modo esatto quei
discorsi che feci su di te con Lisia; io, in verit, per alcuni aspetti
non ti elogiavo, ma per altri s. E poich  chiaro che tu mi stai
rimproverando, ma che fingi di non farlo, io stesso vorrei discorrere
con te delle medesime cose, dato che ci troviamo ad essere
noi due soli, affinch tu ti convinca che io non sono maldisposto
nei tuoi confronti. Forse, infatti, non hai compreso correttamente,
cos da sembrare pi aspro del dovuto verso di me, ma se mi concedi 
libert assoluta di parola, io la accoglier con piacere, anzi
desidero proprio parlare.
SOCRATE: Sarebbe vergognoso non farlo, dato che hai un
cos vivo desiderio di essermi di giovamento;  chiaro che sapendo
in quali cose difetto e in quali eccello, queste ultime le perseguir 
e le eserciter, le prime, invece, le eviter con tutte le mie forze.
CLITOFONTE: Ascolta, allora. Intrattenendomi pi volte con te, Socrate,
sono rimasto colpito nel sentirti parlare e mi sembrava che,
rispetto agli altri uomini, tu parlassi molto bene, quando biasimando 
gli uomini, come un dio su una macchina di scena,(4) declamavi Questi 
inni: Uomini, dove vi fate trascinare? Non vi rendete conto di non
compiere ci che sarebbe necessario, voi che avete come massima 
aspirazione il procurarvi ricchezze, ma quanto ai vostri figli, ai quali 
lascerete in eredit tali ricchezze, non vi preoccupate di come sapranno
servirsi di esse in modo giusto, e non riuscite neppure a trovare per
loro dei maestri di giustizia, se  possibile apprenderla - se, invece,
 possibile praticarla ed esercitarla, maestri che la facciano esercitare
e praticare a sufficienza - e neppure ve ne siete preoccupati prima per 
voi stessi. Ma al vedere che sia voi sia i vostri figli avete appreso in
modo adeguato la lettura e la scrittura, La musica e la ginnastica - ci
che voi considerate come la perfetta educazione alla virt - ma che non
siete in grado di usare le ricchezze, come  possibile che non biasimiate 
la attuale educazione e che non cerchiate chi sia in grado di porre fine 
a tale mancanza di cultura? Eppure proprio a causa di questo errore e di 
questa pigrizia, e non per una disarmonia della lira, fratello contro
fratello e citt contro citt, senza misura e senza armonia, dopo essersi
assalite, sono in lotta e, nel combattere, compiono e soffrono mali
estremi. Voi, invece, sostenete che gli ingiusti sono tali, non per
mancanza di istruzione o per ignoranza, ma perch lo vogliono, e
inoltre avete il coraggio di dire che l'ingiustizia  cosa turpe e
che  odiata dagli di; come s pu scegliere volontariamente un
tale male? Voi dite perch si  sottomessi ai piaceri. Ebbene
anche questo  involontario, se  vero che il vincere  volontario?
Cos la ragione dimostra, in ogni modo, che l'ingiustizia 
involontaria, (5) e che di ci bisogna darsi pensiero, pi di quanto
non facciano oggi ogni persona privatamente e tutte quante le 
citt pubblicamente.
Quando ti sento parlare con tal frequenza in tal modo, Socrate, ti
ammiro vivamente e ti approvo in pieno. Analogamente accade
quando dici che coloro che esercitano il corpo e trascurano l'anima
fanno la medesima cosa, vale a dire trascurano ci che ha il
comando e tengono m esercizio ci che deve obbedire. E ti approvo
anche quando dici che chi non sa usare una cosa  meglio
si astenga dall'usarla; se, poi, uno non sa usare n occhi n orecchie
n tutto il corpo,  meglio per costui non udire, non vedere,
non usare alcuna parte del corpo, piuttosto che usarne una a caso.
E la stessa cosa vale per ogni arte.  chiaro che chi non sa usare 
la propria lira , non sapr usare neppure quella del vicino
e chi non sa usare quella altrui non sapr usare neppure la
propria, analogamente per ogni altro strumento e oggetto. Il tuo
discorso si conclude bene quando afferma che, per chi non sa
usare la propria anima,  meglio lasciarla tranquilla e non vivere
piuttosto che vivere agendo a modo proprio; se, invece, fosse proprio
necessario vivere, sarebbe meglio trascorrere la propria vita
da schiavo che da libero, affidando il comando del proprio
intelletto, come si fa con il timone della nave,(6) ad uno che conosca
l'arte del pilotare gli uomini, quell'arte che tu, Socrate, chiami 
spesso politica, dicendo che la medesima  anche arte giudiziaria 
e giustizia. Tali discorsi e molti altri analoghi, perfettamente 
esposti, ad esempio sul fatto che la virt si pu insegnare e che
pi di tutto bisogna occuparsi di se stessi, non li ho quasi
mai contraddetti n credo che in futuro li contraddir anzi li ritengo
molto esortativi ed utili e tali da svegliare noi dormienti. Io
ero tutto assorto ad ascoltare ci che seguiva, Socrate, in un primo
momento senza chiedere nulla a te, bens ai tuoi coetanei o
affini o compagni o comunque si debbano chiamare coloro che
gravitano nella tua cerchia. E tra costoro interrogavo per primi
coloro che sono tenuti da te in maggiore considerazione, domandando
loro quale sarebbe stato il discorso seguente e in qualche
modo ponendo loro domande secondo il tuo metodo, dissi: Miei
ottimi amici, in quale modo mai dobbiamo accogliere l'esortazione di
Socrate alla virt? Come se si trattasse di questo solo, e non fosse
possibile giungere al nocciolo della questione e coglierla nella sua
interezza, oppure per tutta la vita abbiamo il compito di esortare chi
non  stato ancora esortato e spingere costoro ad esortare a loro volta 
altri? Oppure bisogna interrogare Socrate e noi stessi reciprocamente 
su ci che viene dopo, convenendo che proprio questo deve fare l'uomo?
Ma in che modo diciamo di dover iniziare a studiare la giustizia?  come 
se qualcuno ci esortasse ad occuparci del corpo, rendendosi
conto che noi, proprio come fanciulli, non immaginiamo che esistano 
la ginnastica e la medicina, e, poi, ci rimproverasse, dicendo
che  vergognoso riporre ogni cura nel grano, nell'orzo, nella vite
e in tutto ci che ci sforziamo di procurarci per causa del corpo,
senza trovare alcuna arte o mezzo per rendere migliore il corpo,
sebbene esistano. Se, poi, domandassimo a chi ci esorta in
tal senso: "Di che arti si tratta?", forse risponderebbe che si tratta
della ginnastica e della medicina. Ora, quale arte diciamo che
presieda alla virt dell'anima? Sia detto una volta per tutte. Colui 
che credeva di essere il pi convincente tra loro, rispondendo
a queste parole, disse che quest'arte  proprio quella di cui parla
Socrate, nessun'altra se non la giustizia. Ed io presi la parola e
dissi: Non mi dire soltanto il suo nome, ma anche questo. C' un'arte
che viene chiamata medicina; gli effetti prodotti da essa sono due: 
il primo consiste nell'aggiungere sempre nuovi medici a quelli gi 
esistenti, il secondo  la salute. Uno di questi due effetti non  
pi un'arte, ma il risultato di un'arte insegnata o appresa, che noi
definiamo salute. Analogamente per quanto riguarda l'architettura: ci
sono la casa e l'arte dell'architettura, l'una  il risultato, l'altra
 l'insegnamento teorico. Cos per la giustizia, ammettiamo che essa
crei uomini giusti, come appunto per ciascun tecnico di cui sopra; 
quanto all'altro effetto, che cosa diciamo che sia quell'opera che 
l'uomo giusto  in grado di portare a compimento? Dimmi. Uno, credo,
rispose l'utile, un altro il necessario, un altro ancora il giovevole,
uno, infine, il vantaggioso. Io ricapitolavo dicendo: Anche in quel 
caso i nomi sono i medesimi per ciascuna delle arti, agire rettamente, 
producendo al contempo vantaggio, giovamento e altre cose del genere.
Ma quanto a ci a cui tutte queste arti fanno riferimento, ciascuna
dir ci che le compete, ad esempio la falegnameria parler del bene, 
del bello, del necessario per quanto attiene agli strumenti di legno,
che, veramente, non sono arte. Si discuta allo stesso modo anche di
ci che riguarda la giustizia. In conclusione, Socrate, uno dei tuoi
compagni, uno che sembrava aver parlato con maggior acume, rispose che
effetto proprio della giustizia e di nessun'altra arte,  creare 
amicizia negli Stati. Costui, interrogato ancora, disse che l'amicizia
 un bene e mai un male e, di nuovo interrogato, non accett di 
affermare che sia amicizia quella tra bambini e tra animali, anche se 
noi la denominiamo tale. Secondo lui, accade che, per la maggior parte,
tali amicizie siano dannose e non vantaggiose. Aggirando l'ostacolo, 
dunque, non le chiam amicizie e disse che chi le definisce cos, le
definisce in modo errato. L'amicizia vera e reale , in modo lampante,
la concordia. Essendogli, poi, stato chiesto se definisse
questa, concordanza d'opinione o scienza, non prendeva neppure
in considerazione la concordanza d'opinione; esistono per necessit
molte e dannose concordanze d'opinione tra gli uomini; quanto 
all'amicizia, invece, concordava che fosse un bene ed un effetto 
della giustizia, cos da affermare che sono una medesima
cosa la concordia e la scienza, ma non l'opinione. (7) Quando, giunti
a questo punto del discorso, ci trovammo in difficolt, i
presenti erano in grado di muovergli delle critiche e di dire che il
discorso era tornato allo stesso punto di partenza e dicevano:
Anche la medicina  una forma di concordia e cos tutte le arti
ed esse sono capaci di esprimere ci che sono; ma quella che da
te viene definita giustizia o concordia, dove essa tenda, ci sfugge
e non  chiaro quale sia il suo effetto.
In conclusione, Socrate, ho posto anche a te queste domande e tu
mi hai risposto che  proprio della giustizia danneggiare i nemici
e fare del bene agli amici. In seguito, per,  sembrato che
il giusto non danneggi mai nessuno: in tutto agisce per il vantaggio 
di tutti. Su tali argomenti non una o due volte, ma ripetutamente
e con insistenza ti ho fatto domande, ritenendo che tu,
meglio di ogni altro uomo, sia in grado di indirizzare alla cura
della virt, ma delle due cose l'una, o sei capace di fare soltanto
questo e nulla di pi, il che pu accadere in ogni altra arte, come
ad esempio, pur senza essere un pilota, ci si pu occupare dell'elogio
della nautica, in quanto molto degna di interesse per
l'uomo, e cos pure per le altre arti. Forse qualcuno potrebbe
rivolgerti lo stesso rimprovero anche sulla giustizia poich, pur
non essendo un esperto di essa, ne sai fare un elogio. Io, in verit,
non sono di questo parere, ma delle due cose l'una, o non conosci
la giustizia oppure non vuoi rendermi partecipe di essa. Perci
credo che andr da Trasimaco e in qualsiasi altro luogo potr,
dato che non vedo altra via d'uscita e tu, ora, vuoi lasciar perdere 
questi discorsi esortativi nei miei confronti, fa' come se, 
relativamente alla ginnastica, mi avessi esortato a non trascurare 
il corpo e avessi, per, dovuto aggiungere alla tua esortazione di
quale cura ha bisogno il mio corpo, essendo cos com'.
Metti che Clitofonte riconosca che  ridicolo prendersi cura di
tutto il resto e che ci si debba, invece, occupare dell'anima,
a causa della quale noi ci curiamo di tutto il resto. E quanto agli
altri argomenti, credi, ho parlato allo stesso modo di ci che segue 
e che ho trattato sopra. E ti prego vivamente di non fare
altrimenti, affinch non debba, proprio come poco fa, davanti a
Lisia e agli altri, in alcune cose elogiarti, in altre criticarti.
Infatti, Socrate, a chi non sia stato ancora esortato, dir che tu sei 
pi che mai adatto a farlo, a chi, invece, lo sia gi stato, dir che sei
quasi un ostacolo per raggiungere una virt compiuta ed essere felice.
NOTE:
1) Sulla probabile identit storica di Clitofonte cfr. la Premessa. 
2) Il celebre oratore che interviene nel Fedro, e nella casa del cui 
padre Cefalo  ambientata la Repubblica.
3) Il sofista Trasimaco di Calcedone  uno dei protagonisti del libro primo
della Repubblica. Qui, nel dibattito sull'essenza e la definizione di 
giustizia, sostiene la tesi d'impronta schiettamente sofistica secondo cui
la giustizia  l'utile del pi forte.
4) E il deus ex machina, il noto espediente scenico del dramma attico 
(ne fece largo uso soprattutto Euripide): si trattava di una sorta di 
gru, grazie alla quale l'attore che impersonava la divinit scendeva 
sulla scena, per favorire lo scioglimento della vicenda tragica.
5) L'affermazione secondo cui l'ingiustizia  atto involontario fa parte 
del pensiero socratico: se l'uomo compie il male non lo compie perch lo
vuole, ma per ignoranza del bene. 
6) L'immagine della nave come metafora dell'intelletto umano, o in altri
casi come metafora dello Stato,  molto frequente negli autori greci.
7) Si ricordi che nella concezione filosofica platonica la distinzione 
tra scienza ("epistme") e opinione ("dxa")  fondamentale.
