MENESSENO
di Platone
Traduzione di Alessandra Riminucci
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine del testo)
SOCRATE: Arrivi dall'agor (1) o da dove, Menesseno? (2)
MENESSENO: Dall'agor, Socrate, e dal buleuterio.(3)
SOCRATE: E tu che c'entri con il buleuterio? O credi veramente di
essere giunto al termine della tua educazione e della filosofia e,
poich pensi di possederle ormai a sufficienza, stai pensando di
volgerti a pi grandi imprese e, alla tua et - sei da ammirare - di
governare noi, pi anziani, perch la vostra casa non smetta di fornire
sempre qualcuno che si curi di noi? (4)
MENESSENO: Se tu, Socrate, approvi e mi consigli di farlo, lo far
volentieri, altrimenti no. Ora comunque sono andato al buleuterio
perch ho sentito che la bul doveva scegliere la persona che
avrebbe dovuto pronunciare il discorso per i caduti: (5) sai che
stanno preparando i funerali.
SOCRATE: Certo. Ma chi hanno scelto?
MENESSENO: Nessuno, ma hanno rimandato a domani; in ogni modo
credo che sar eletto Archino, o Dione.(6)
SOCRATE: E pare, Menesseno, che sotto molti punti di vista
veramente sia bello morire in guerra. Infatti, anche se chi muore
 un povero, gli tocca una bella e magnifica sepoltura, e se  un
incapace, gli tocca comunque un elogio pronunciato da uomini
sapienti che non parlano a braccia, ma che hanno preparato i discorsi 
da molto tempo; essi tessono le lodi tanto bene che, mentre dicono
di ciascuno le qualit che ha e anche quelle che non ha ricamando 
con le parole pi belle, incantano le nostre anime, elogiando in 
tutti i modi la citt, (7) i morti in guerra e i nostri progenitori 
tutti che ci hanno preceduti, e lodando noi che siamo ancora vivi; 
tanto che anch'io, Menesseno, per le loro lodi mi sento veramente 
nobile e ogni volta mi ritrovo ad ascoltarli rapito, mentre ritengo 
all'istante di essere divenuto pi grande, nobile, virtuoso. Accade 
spesso, poi, che mi seguano e stiano ad ascoltare con me alcuni 
stranieri, di fronte ai quali divento all'istante pi venerabile; 
poich mi sembra che anche loro siano presi dallo stesso sentimento 
verso di me e verso il resto della citt, di ritenere che sia pi
meravigliosa di prima, persuasi da chi parla. E lo stesso sentimento 
di venerabiit rimane in me per pi di tre giorni; il discorso flautato
e il suono della voce di chi parla penetra nelle orecchie, tanto che a
stento il quarto o il quinto giorno mi ricordo di me e mi rendo conto 
di essere sulla terra, mentre fino ad allora poco mancava che pensassi di
abitare nelle Isole dei beati, tanto sono abili i nostri oratori.(8)
MENESSENO: Tu, Socrate, prendi sempre in giro i retori. Tuttavia
penso che questa volta il prescelto non sapr proprio come cavarsela, 
dal momento che la scelta  stata fatta all'improvviso, tanto che forse
l'oratore sar costretto ad improvvisare.
SOCRATE: Ma perch mai, brav'uomo? Ciascun oratore ha i discorsi
bell'e pronti e, d'altra parte, neppure  difficile improvvisare 
su tali argomenti. Perch se si dovesse parlare bene di Ateniesi 
tra Peloponnesiaci, o di Peloponnesiaci tra Ateniesi, ci sarebbe
bisogno di un bravo retore che riuscisse a persuadere e a farsi 
onore; ma quando si gareggia proprio tra le stesse persone che si 
lodano, non ci vuole tanto a sembrare di parlar bene.
MENESSENO: Credi di no, Socrate?
SOCRATE: Proprio no, per Zeus!
MENESSENO: Credi allora di essere in grado anche tu di parlare se
fosse necessario e il Consiglio ti scegliesse?
SOCRATE: Certamente, Menesseno, non ci sarebbe da stupirsi se
fossi capace anche io di parlare, dal momento che per fortuna ho
avuto una maestra tutt'altro che mediocre, ma che anzi ha formato 
molti altri e buoni retori, e uno che si distingue tra i Greci,
Pericle di Xantippo.
MENESSENO: Chi? Parli veramente di Aspasia? (9)
SOCRATE: Di lei parlo, e di Conno (10) figlio di Metrobio; infatti questi
due sono stati miei maestri, lui di musica, lei di retorica.
Nessuna meraviglia, dunque, se un uomo allevato in questo
modo  abile a parlare; ma anche chi abbia ricevuto un'educazione 
inferiore alla mia, e sia stato educato in musica da Lampro (11) e
in retorica da Antifonte di Ramnunte,(12) riuscirebbe a farsi onore
lo stesso tessendo le lodi di Ateniesi tra Ateniesi.
MENESSENO: E che cosa avresti da dire, se dovessi parlare tu?
SOCRATE: Io di mio forse nulla, ma giusto ieri ho ascoltato Aspasia
che recitava un discorso funebre per costoro. Il fatto  che
aveva sentito, come tu dici, che gli Ateniesi dovevano scegliere la
persona che parlasse; quindi mi spiegava quali cose converrebbe
dire, alcune improvvisando, altre mettendo insieme stralci del
discorso cui aveva pensato prima quando, mi sembra, ha composto 
l'epitafio che ha pronunciato Pericle. (13)
MENESSENO: E ti ricorderesti ci che Aspasia diceva?
SOCRATE: Sarei ingiusto se non me lo ricordassi; l'ho imparato proprio
da lei, e per poco non le prendevo quando me ne dimenticavo.
MENESSENO: Perch dunque non me lo esponi?
SOCRATE: Perch la maestra non si adiri contro di me se divulgo il
suo discorso.
MENESSENO: Ma no, Socrate, anzi mi farai un grande piacere, se vorrai
pronunciare il discorso, sia esso di Aspasia o di chiunque altro; 
parla solo!
SOCRATE: Ma forse riderai di me se, vecchio come sono, ti sembrer
che ancora mi comporti come un ragazzino.
MENESSENO: Assolutamente no, Socrate, ma, parla una buona volta.
SOCRATE: Allora devo proprio fartelo questo piacere, e quasi quasi
se mi ordinassi di spogliarmi e danzare, ti farei anche questo favore,
dal momento che siamo solo noi due. Ma ascolta: mi sembra che parlasse 
in questo modo, incominciando il suo discorso dai morti. (14)
Coloro che compiono il viaggio fatale hanno gi ricevuto nei fatti (15)
gli onori loro dovuti, accompagnati ufficialmente dalla citt,
privatamente dai familiari; ma proprio con un discorso, come prescritto 
dal dovere e dalla legge, bisogna rendere agli uomini valorosi il resto
dell'onore. Perch con un discorso ben ordinato nasce in chi ascolta il 
ricordo di belle azioni e onore per chi le ha compiute. Occorre quindi
un discorso tale che intessa degnamente le lodi dei defunti e che
dolcemente ammonisca quelli che sono vivi, da un lato esortando figli e 
fratelli ad imitare la virt dei morti, dall'altro confortando padri, 
madri e gli avi, se sono ancora vivi. Quale discorso, dunque, pu avere
per noi tali requisiti? Oppure, da dove sarebbe corretto incominciare,
dovendo lodare uomini buoni, che da vivi allietarono i loro cari con la
loro virt e offrirono la loro morte in cambio della salvezza dei vivi?
A me sembra che si debba lodarli secondo natura cos come per
natura sono stati buoni; e sono stati buoni perch creati da uomini
buoni. Lodiamo dunque per prima cosa la loro buona nascita, e,
per seconda, l'allevamento e l'educazione; dopodich dimostreremo come 
la condotta del loro agire sia apparsa bella e degna della loro nascita
e dell'educazione. Fondamento della loro buona nascita  stata l'origine
degli antenati, che, non essendo straniera, ha fatto s che i figli in
questo paese non fossero dei meteci provenienti da fuori, ma autoctoni 
e viventi e abitanti realmente in patria, e che fossero allevati non da
una matrigna, come gli altri, ma da una madre, la terra in cui abitavano, 
e che ora possano giacere, morti, nei luoghi familiari di colei che li ha
generati, nutriti, accolti. La prima cosa da fare e la pi giusta 
quindi ricoprire di onori una tale madre, perch in questo modo
viene celebrata contemporaneamente la loro buona nascita.
Il nostro paese  degno di essere lodato da tutti gli uomini, non
solo da noi, per molti e svariati motivi, di cui il primo e pi importante
 che gli  toccato di essere prediletto dagli di; a testimonianza 
delle nostre parole vi sono la lotta e il giudizio degli di, che se 
lo contesero. (16) Come pu essere giusto che l'intera umanit non 
lodi la regione che proprio gli di hanno lodato?
Una seconda lode che le spetterebbe di diritto  che al tempo in
cui tutta la terra generava e faceva crescere animali di ogni specie,
feroci e da pascolo, in quel tempo la nostra terra apparve sterile e
libera da fiere e animali selvatici, mentre prescelse e gener tra gli
esseri viventi l'uomo, che per intelligenza si eleva al di sopra degli
altri e che crede solo nella giustizia e negli di. Una grande
prova di ci che diciamo  che questa terra ha partorito gli avi dei
morti qui presenti e anche nostri: il fatto  che produce essa stessa
tutto il cibo appropriato all'essere che ha generato, fatto da cui si
vede se una donna ha partorito veramente oppure no, ma si appropria
del nome di madre a torto, perch non ha in s la sorgente
del nutrimento per i figli. E la nostra terra e madre offre testimonianza
sufficiente proprio di questo, di avere cio generato uomini: fu 
l'unica a quei tempi e la prima a produrre come nutrimento per l'uomo
il frutto del grano e dell'orzo, (17) con cui il genere umano si
nutre nel modo migliore e a lui pi adatto, dal momento che essa ha
veramente generato questo essere vivente. Pi per la terra che per
la donna conviene accogliere simili prove: perch non  la terra 
ad imitare la donna nel concepire e nel partorire, ma la donna
ad imitare la terra. Ma di questo frutto non fu gelosa, anzi 
lo diede anche agli altri. Dopo di che fece scaturire
per i figli il prodotto dell'olivo, sollievo dalle fatiche. Dopo
averli nutriti e fatti crescere fino all'adolescenza procur come
loro signori e maestri gli di, i cui nomi conviene nella celebrazione 
presente tralasciare - li conosciamo infatti -, che hanno provveduto
alla nostra vita di tutti i giorni, prima di tutto ammaestrandoci
nelle arti e, per la difesa del paese, istruendoci nel possesso e
nell'uso delle armi. (18)
Nati ed educati in questo modo, gli antenati di questi morti vivevano
regolati da una costituzione di cui  giusto fare piccola menzione.
Una costituzione  infatti nutrimento di uomini valorosi, se  buona,
malvagi se non lo . Bisogna dimostrare dunque come i nostri 
antenati siano stati allevati in una buona costituzione, grazie 
alla quale loro sono stati valorosi e lo sono anche i nostri 
contemporanei, tra cui vi sono anche questi morti. Il motivo
 che allora c'era la stessa forma di governo di adesso, cio 
un'aristocrazia, in cui siamo vissuti quasi per tutto il tempo a 
partire da allora. Qualcuno la chiama democrazia, qualcun altro nel
modo che gli piace, ma in realt  un'aristocrazia con l'approvazione 
della massa. (19) Infatti noi abbiamo avuto sempre dei regnanti,
talvolta per discendenza, talvolta per elezione. (20) Il potere sulla
citt  per lo pi in mano al popolo, che affida cariche e potere a
chi di volta in volta gli sembra (21) essere il migliore, e nessuno 
stato escluso per debolezza, povert o per gli oscuri natali, n per
i requisiti opposti  stato ritenuto degno di stima, come accade
nelle altre citt; ma c' un unico limite: ottiene potere e cariche
chi ha fama di uomo saggio o valoroso. Causa di questa forma di
governo  la nostra uguaglianza di nascita: infatti le altre
citt sono costituite di uomini di ogni genere e ineguali, cosicch
anche le forme di governo, sia tiranmdi che oligarchie, riflettono
la diseguaglianza. Vi abitano dunque uomini che si ritengono servi
o padroni gli uni degli altri. Invece noi e i nostri, tutti fratelli
nati da un'unica madre, non ci reputiamo n schiavi n padroni gli 
uni degli altri; anzi l'uguaglianza di nascita, che  per noi
dato di natura, ci costringe a ricercare l'uguaglianza dei diritti,
stabilita per legge, e a non piegarci gli uni agli altri per nessun altro
motivo se non per fama di virt e di saggezza.
Da qui i padri di questi morti, i nostri padri e i morti stessi, 
allevati in tutta libert e di buona nascita, hanno mostrato di fronte a
tutti gli uomini molte e belle imprese sia in privato sia in
pubblico, credendo che fosse loro dovere combattere per la libert 
sia contro i Greci in difesa dei Greci, sia contro i barbari in difesa
di tutti i Greci. Ma il tempo  breve per narrare in modo degno 
di come furono scacciati Eumolpo e le Amazzoni che avevano
invaso il paese, e di come difesero gli Argivi contro i Cadmei e gli
Eraclidi contro gli Argivi;(22) inoltre i poeti, celebrandola con la
musica, a tutti hanno gi rivelato abilmente la loro virt. Se dunque 
noi cercassimo di celebrare le stesse imprese con una nuda prosa, 
presto sembreremmo secondi. Per questo motivo dunque mi sembra 
bene tralasciare queste cose, poich hanno gi la loro ricompensa. 
Pertanto mi sembra doveroso ricordare quelle imprese da cui 
nessun poeta ha ancora tratto una fama proporzionata ad argomenti 
tanto nobili e che ancora sono nell'oblio,(23) lodandole e
consigliando ad altri di celebrarle nel canto e in altre
forme poetiche nel modo conveniente a coloro che le hanno compiute. 
E delle imprese di cui parlo, questa  la prima. Sono stati i 
figli di questa terra, i nostri antenati, la cui virt  giusto e
necessario lodare per prima cosa attraverso il loro ricordo, ad
impedire ai Persiani,(24) che dominano l'Asia, di asservire anche
l'Europa. Perci uno deve vederla questa virt, se vuole tesserne
degnamente le lodi, tornando con la parola in quel tempo in cui
tutta l'Asia era ormai assoggettata al terzo re; il primo di loro, 
Ciro, dopo aver liberato i Persiani, asserv alla sua volont i
suoi concittadini e insieme i despoti medi e regn sul resto dell'Asia
fino all'Egitto; il figlio conquist Egitto e Libia fin dove era
possibile penetrare; il terzo, Dario, fiss i limiti del dominio 
terrestre fino agli Sciti, mentre con le navi dominava il mare e le
isole, tanto che nessuno osava opporglisi. Le menti di tutti gli uomini
erano sottomesse. Cos tante, grandi e bellicose erano le
genti completamente assoggettate al dominio persiano. Dopo che
Dario accus noi e gli Eretriesi,(25) adducendo come pretesto che
tramavamo contro Sardi,(26) invi cinquantamila uomini su navi da
trasporto e da guerra e trecento navi da guerra sotto il comando
di Dati, e gli ordin, se voleva conservare la testa, di ritornare
conducendo Eretriesi e Ateniesi. Dati, dopo aver navigato
verso Eretria, contro uomini che erano i pi famosi in guerra tra i
Greci di allora, e non erano pochi, li sottomise in tre giorni e, 
perch nessuno riuscisse a fuggire, frug tutto il loro territorio in
questo modo: giunti ai confini dell'Eretria, i suoi soldati, appostati
da mare, percorsero tutta quanta la regione tenendosi per
mano, per poter dire al re che nessuno era loro sfuggito.
Con lo stesso proposito da Eretria giunsero poi a terra a Maratona, (27)
certi di catturare anche gli Ateniesi costringendoli sotto lo
stesso giogo degli Eretriesi. Mentre alcune di queste imprese
erano compiute e altre appena incominciate, nessuno dei Greci (28)
venne in aiuto n degli Eretriesi n degli Ateniesi tranne i 
Lacedemoni - questi giunsero tuttavia il giorno dopo la battaglia -, mentre
tutti gli altri, spaventati, poich tenevano maggiormente
alla salvezza presente,  se ne stavano in pace. Uno avrebbe
dovuto proprio trovarsi in questa situazione per comprendere
quanto sono stati valorosi i Maratoneti quando hanno resistito
all'impeto dei barbari, stroncato l'alterigia di tutta l'Asia e innalzato
per primi un trofeo sui barbari, divenendo per gli altri guide
e insegnando che la potenza dei Persiani non  invincibile, anzi la
supremazia di numero e di ricchezze cede di fronte al valore. Io
dunque sostengo che quegli uomini valorosi sono padri
non solo dei nostri corpi, ma della libert nostra e di tutti quanti
abitano in questo continente, in effetti, tenendo lo sguardo rivolto
a quel fatto, i Greci, divenuti discepoli degli uomini d Maratona,
anche nelle battaglie successive osarono esporsi al pericolo per la
salvezza, il nostro discorso deve dunque assegnare il primo premio 
a quelli di Maratona, e il secondo a coloro che per mare combatterono
e vinsero a Salamina e a capo Artemisio (29). Anche su questi uomini
valorosi, infatti, ci sarebbe molto da dire, sia quali assalti
sostennero per terra e per mare, sia come li respinsero. Ma ricorder,
tra quegli eventi, quello che mi sembra pi degno di nota, quando 
cio portarono a compimento l'opera incominciata a Maratona. 
I combattenti di Maratona avevano dimostrato ai Greci quest'unica
cosa veramente importante, che per terra era possibile respingere
un gran numero di barbari pur con poche forze, ma con la flotta 
l'esito era ancora incerto; anzi i Persiani avevano fama di essere
invincibili sul mare, per numero, per ricchezze, per abilit e 
per potenza. Per questo  veramente giusto lodare quegli uomini che 
hanno combattuto per mare, perch hanno dissolto la paura che avevano
i Greci e hanno tranquillizzato quelli che erano intimoriti dal gran
numero di navi e di uomini. Quindi gli altri Greci sono stati educati 
da entrambi, sia da coloro che hanno combattuto per terra a Maratona,
sia da coloro che hanno combattuto per mare a Salamina, poich si
sono abituati ed hanno imparato a non aver paura dei barbari. La
terza impresa, per numero e virt, ad aver assicurato la salvezza
della Grecia affermo che  stata quella di Platea,(30) comune questa
volta a Spartani e Ateniesi. Tutti insieme respinsero l'attacco pi
grande e pericoloso, e per questo valore vengono lodati ora da noi
e lo saranno nel futuro dai posteri. Dopo questa impresa,
per, molte citt dei Greci ancora stavano con il barbaro, e il
Gran Re in persona dichiarava di voler nuovamente assalire i
Greci. Pertanto  giusto che noi ricordiamo anche coloro che portarono
a compimento l'opera di salvezza iniziata dai predecessori,
ripulendo il mare dai barbari e scacciandoli definitivamente. Erano 
questi che combatterono nelle acque dell'Eurimedonte, (31)
fecero una spedizione a Cipro e navigarono alla volta dell'Egitto
e verso molti altri luoghi, e che bisogna ricordare e ringraziare 
perch fecero s che il Gran Re, impaurito, si preoccupasse 
della sua salvezza e non tramasse per la rovina dei Greci.(32)
E cos questa guerra contro i barbari venne sopportata fino alla
fine da tutta la citt per il bene suo e degli altri che parlano
la stessa lingua. Ma quando la citt fu in pace e onorata, sopraggiunse
nei suoi confronti ci che di solito capita agli uomini che
compiono belle imprese: prima la gelosia e, dalla gelosia, l'invidia;
questo ha contribuito a gettare la citt, contro la sua volont, nella
guerra contro i Greci. Dopo di che, scoppiata la guerra, i nostri
combattevano a Tanagra (33) con gli Spartani per la libert dei Beoti,
ma, poich l'esito della battaglia era incerto, fu decisiva l'impresa 
successiva. Gli Spartani batterono in ritirata e se ne andarono,
abbandonando quelli che erano venuti ad aiutare, invece i nostri,
dopo aver vinto il terzo giorno ad Enofita, riportarono giustamente 
a casa coloro che ingiustamente erano andati in esilio.(34) Essi,
poich per primi, dopo la guerra persiana, vennero in aiuto dei
Greci in difesa della libert contro altri Greci e furono uomini
valorosi e liberarono coloro che erano venuti ad aiutare,
vennero deposti dalla citt con tutti gli onori in questo monumento 
sepolcrale. In seguito, quando la guerra si era estesa e tutti i
Greci erano scesi in campo contro il nostro paese e l'avevano 
devastato, (35) ripagando la citt con una indegna moneta, i nostri 
vinsero in una battaglia navale e fecero prigionieri i loro capi, i 
Lacedemoni, a Sfagia (36) e, nonostante avessero la possibilit di 
ucciderli, li lasciarano andare, li restituirono e fecero la pace,(37)
perch ritenevano che contro un popoo della stessa origine si
dovesse combattere solo fino alla vittoria, senza distruggere la
comunit dei Greci per l'ira particolare di una citt, ma che contro
i barbari si dovesse combattere fino ad annientarli. Quindi 
giusto lodare questi uomini che per aver combattuto tale guerra
giacciono qui morti, perch hanno dimostrato che, se qualcuno
sostenesse che nella prima guerra, quella contro i barbari, altri
furono migliori dei Greci, non direbbe la verit. In questa occasione,
infatti, essi dimostravano che, trionfando con una guerra sulla
Grecia in rivolta e vincendo coloro che si erano messi a
capo degli altri Greci, erano in grado di vincere per conto loro
quelli con cui una volta, in comune, avevano vinto i barbari. La
terza guerra dopo questa pace fu quella imprevista e terribile in
cui trovarono la morte molti uomini valorosi; (38) molti dovettero
soccombere a causa della sorte avversa: dopo aver innalzato un
gran numero di trofei in Sicilia in difesa della libert dei
Leontini - per soccorrere i quali, a motivo dei patti, navigarono
verso quei luoghi -, la citt si trov in difficolt e non riusc a 
portare loro aiuto per via della lunghezza della traversata. Ma i nemici,
pur avendo combattuto contro di loro, attribuiscono, per la
moderazione e il valore, una lode maggiore a loro che agli altri
alleati. Molti perirono nelle battaglie navali dell'Ellesponto (39)
dopo aver preso in un solo giorno tutte le navi nemiche, e
averne vinte molte altre. Ma quando parlavo dell'aspetto terribile
e imprevisto della guerra intendevo dire che gli altri Greci giunsero 
a tal punto di rivalit nei confronti della citt che osarono 
patteggiare con il nemico pi accanito, il Gran Re, (40) che essi avevano
scacciato combattendo al nostro fianco; e per conto loro, questa
volta, osarono spingercelo contro, lui, un barbaro contro i Greci, e
radunare contro la citt tutti, sia Greci che barbari. Anche in 
quell'occasione si manifest chiaramente la forza e la virt della 
citt. Proprio quando i nemici pensavano che la citt fosse gi
stata vinta e le navi erano bloccate a Mitilene, i nostri vennero in
aiuto con sessanta navi su cui loro stessi si erano imbarcati, ma,
nonostante fossero senza dubbio uomini eccellenti, ch vinsero i
nemici e liberarono gli amici, per un destino ingrato, non  stato
possibile raccoglierli in mare per seppellirli qui: (41) bisogna 
ricordarli sempre e lodarli, perch grazie al loro valore abbiamo
vinto non solo la battaglia navale di allora, ma anche il resto della
guerra; (42) grazie a loro la citt consegu la fama di non poter essere
battuta neppure da tutti gli uomini messi insieme - fama che corrisponde
a verit -, poich siamo stati vinti dalla nostra divisione
interna, e non da potenze esterne: infatti ancora oggi noi siamo
imbattuti da loro, bens noi stessi abbiamo vinto e battuto noi
stessi. Dopo questi eventi, sopraggiunta la tranquillit e la
pace con gli altri, la guerra in casa nostra (43)  stata combattuta in
modo tale che, se mai fosse destino per gli uomini vivere in rivolta,
nessuno potrebbe augurare alla sua citt di ammalarsi di un
male diverso. Con quanta gioia e familiarit i cittadini del Pireo e
dell'interno (51) unirono l'uno all'altro e, contro ogni speranza, con
gli altri Greci; e con quanta moderazione condussero la guerra
contro gli Eleusini! E la causa di tutto ci non fu altro che
la comunanza di origini, che, fornisce non a parole ma nei fatti
sicura e fraterna amicizia.  necessario poi serbare memoria
anche di coloro che in questa guerra sono morti l'uno per colpa
dell'altrO e poich anche noi ci siamo riconciliati, dobbiamo 
riconciliare anche loro come possiamo, rivolgendo ai loro signori,(44)
in occasioni come questa, preghiere e sacrifici. Non per malvagit,
infatti, n per odio essi si scontrarono tra loro, ma per l'avversit 
della sorte; e ne siamo testimoni noi vivi: dal momento che
siamo della loro stessa stirpe ci perdoniamo l'un l'altro sia ci che
abbiamo fatto, sia ci che abbiamo subito. Poich segu per noi
una pace generale, la citt rimase tranquilla: riconobbe ai barbari
di essersi difesi quanto bastava a ripagare il male da essa subito, si
sdegn invece con i Greci ripensando al ringraziamento che le 
resero dopo aver ricevuto da lei solo del bene: infatti si allearono 
con i barbari, distrussero le navi che una volta li avevano
salvati, abbatterono le mura che noi avevamo offerto per impedire 
che cadessero le loro. (45) Decisa a non difendere pi i Greci dalla
schiavit n contro loro stessi n contro i barbari, la citt viveva
cos. Mentre noi avevamo un tale proposito, i Lacedemoni, che
pensavano che noi, i difensori della libert, fossimo a terra, e che
toccasse ormai a loro sottomettere gli altri, cos fecero. Ma
perch dobbiamo tirarla per le lunghe? Gli avvenimenti successivi
di cui potrei parlare non appartengono al passato n a uomini di
generazioni passate. Noi stessi sappiamo che, abbattuti, arrivarono
ad aver bisogno della citt i primi tra i Greci: gli Argivi, i Beoti e i
Corinti; e la cosa pi divina di tutte fu che anche il Gran Re giunse
a un punto di difficolt tale da non trovare salvezza da nessun'altra
parte se non da questa citt, (46) che con accanimento aveva cercato
di mandare in rovina. E ancora, se qualcuno volesse a ragione accusare
la citt, potrebbe rimproverarle ragionevolmente solo questo, di 
essere sempre troppo compassionevole e di curarsi del pi debole.
E quindi anche a quel tempo non riusc a perseverare e ad essere 
fedele a ci che si era rpromessa, cio di non portare aiuto a
nessuno di quelli che avevano commesso ingiustizia contro di lei, 
quando rischiasse di perdere la libert; ma si pieg e port aiuto e,
con il suo aiuto, liber i Greci dalla schiavit, cosicch furono liberi
fino a quando non si asservirono di nuovo da se stessi; ma non os 
portare aiuto al Gran Re, per rispetto dei trofei di Maratona, Salamina
e Platea, tuttavia lo salv, come tutti riconoscono, solo concedendo 
agli esuli e ai volontari di portargli aiuto.(47) Dopo aver ricostruiito 
le mura e le navi, entr in guerra, quando fu costretta a combattere,
e combatt contro i Lacedemoni in difesa dei Parti. (48) Poich il 
Gran Re temeva la citt e voleva allontanarsi,(49) quando vide che 
i Lacedemoni rinunciavano alla guerra sul mare, richiese, come
condizione dell'alleanza con noi e con gli altri alleati, i Greci del
continente - che per l'appunto i Lacedemoni gli avevano consegnato in 
precedenza -, per avere un pretesto per ritirarsi, convinto com'era 
che non avrebbero acconsentito. Ma sugli altri alleati si ingann 
perch acconsentirono a darglieli, e Corinti, Argivi e Beoti furono 
d'accordo e giurarono che, se avesse loro offerto del denaro, gli
avrebbero consegnato i Greci del continente; noi soli abbiamo avuto
il coraggio d non consegnarli e di non giurare. Perch i princpi 
di onest e di libert della citt sono cos saldi, sani e per
natura avversi al barbaro, grazie al fatto che i Greci sono
puri e senza mescolanza con i barbari. In effetti n Pelopi n Cadmi 
n Egitti n Danai (50) n molti altri, barbari di nascita ma Greci 
per legge, vivono insieme con noi, bens vi abitano i Greci veri e
propri che non hanno mescolanza con i barbari: ed  per questo
che puro  l'odio che si  instillato nella citt nei confronti di una
natura straniera. E cos siamo stati lasciati nuovamente soli perch 
non abbiamo voluto compiere un'azione vergognosa ed empia consegnando
i Greci ai barbari. Tuttavia, bench giunti nella stessa situazione (51)
che nella guerra precedente ci ha abbattuti, con l'aiuto divino l'esito
della guerra  stato pi positivo di allora: terminammo infatti la guerra
possedendo ancora navi, mura e le nostre colonie, tanto che anche i
nemici sono stati felici di concluderla. (52) Anche in questa guerra siamo 
stati privati sicuramente di uomini valorosi: quelli a Corinto a causa 
del terreno malagevole, quelli a Lecheo per tradimento.(53) Valorosi
furono anche coloro che liberarono il Gran Re e scacciarono dal mare
i Lacedemoni; (54) io ve li ricordo, ma anche voi dovete lodare e onorare
insieme a me questi eroi.
E cos le imprese di cui ho parlato, compiute dagli uomini che qui
giacciono e da quanti altri sono morti per il bene della citt, sono
molte e belle, ma ancora pi numerose e belle sono quelle che ho
tralasciato: molti giorni e molte notti non sarebbero infatti
sufficienti a volerle narrare tutte.  necessario dunque, per mantenerne
vivo il ricordo, che ciascuno esorti i figli dei morti, come
in guerra, a non abbandonare il posto degli antenati e a non 
indietreggiare cedendo alla vilt. Io in persona dunque vi esorto ora,
figli di uomini valorosi, a porre ogni impegno nell'essere quanto
pi possibile valorosi; e in ogni futura occasione, imbattendomi in
uno di voi, vi ricorder ed esorter a fare lo stesso. Nella situazione
presente  giusto che io vi dica ci che i padri ci hanno
raccomandato di riferire a coloro che di volta in volta restavano,
nel caso capitasse loro qualche sventura, quando stavano per
affrontare il pericolo. Vi dir allora ci che ho ascoltato da loro in
persona e che vi direbbero con piacere ora, se lo potessero, basandomi
su ci che allora dicevano. Ma bisogna immaginare di ascoltare da 
loro in persona ci che vi riferisco. Dicevano dunque quanto segue:
Figli, (55) che voi siete stati generati da uomini valorosi, lo
dimostra la circostanza presente. Nonostante potessimo vivere
ignobilmente, abbiamo scelto di vivere nobilmente piuttosto che
gettare voi e i vostri discendenti nella vergogna e disonorare i
nostri padri e tutti i nostri predecessori: pensiamo infatti che non
 vita quella di chi disonora i suoi, e che una persona simile a nessuno
 cara, n tra gli uomini n tra gli di, n sulla terra n, una
volta morto, sotto terra. E necessario dunque, memori delle nostre
parole, fare con coraggio qualsiasi altra cosa decidiate di
fare, sapendo che, se manca questo, ogni possesso ed ogni attivit
sono vergognosi e cattivi. Perch la ricchezza non produce bellezza 
in chi ne  entrato in possesso con vilt - perch un tale uomo
 ricco per un altro uomo ma non per se stesso - n bellezza e
forza fisica sono adatte a vivere in un corpo vile e malvagio, ma
appaiono stridenti: mettono maggiormente in evidenza chi le possiede,
e ne mostrano la vilt. E anche tutta la scienza, se  separata 
dal sentimento di giustizia e dalle altre virt, appare
astuzia, non sapienza. Per questo cercate sempre e continuamente
di mettere tutto l'impegno, per quanto possibile, nel superare noi
e gli antenati in gloria. Altriment sappiate che, se noi vi vinceremo 
in virt, la vittoria ci porter vergogna, mentre la sconfitta, se
perderemo, ci porter felicit. Noi saremo vinti e voi vincerete 
soprattutto se vi disporrete a non abusare della fama dei predecessori
e a non distruggerla, con la consapevolezza che, per un
uomo che crede di valere qualcosa, non c' nulla di pi vergognoso 
che vedersi stimato non per le proprie qualit ma per la gloria
dei suoi antenati. Perch gli onori dei genitori sono per i figli un
tesoro bello e magnifico; ma usare un tesoro di beni e di onori
senza tramandarlo ai figli, per mancanza di beni e di glorie acquistate
di persona,  vergognoso e da vigliacchi; e se vi sarete
occupati d queste cose giungerete da noi amici tra amici, quando
il destino a voi assegnato vi porter qui. Nessuno invece vi accoglier
con benevolenza se non vi siete presi cura di voi stessi e
siete stati vigliacchi. Questo dev'essere detto ai nostri figli.
Quanto ai nostri padri e le nostre madri,  sempre necessario 
incoraggiarli (56) a sopportare il pi tranquillamente possibile la 
sventura nel caso dovesse capitare; e non lamentarci insieme a 
loro (57) - non avranno infatti bisogno di qualcuno che dia loro ulteriore
dolore: baster la sorte a procurarglielo -, ma consolandoli e
calmandoli ricordare loro che gli di hanno esaudito i loro desideri 
pi grandi. Essi si auguravano che i loro figli divenissero non
immortali, ma buoni e onorati, e questi, che sono i beni pi grandi,
li hanno ottenuti. Non  facile che a un uomo mortale nella
propria vita riesca tutto secondo la sua volont; e sopportando le
sventure da veri uomini, crederanno veramente di essere padri di
figli coraggiosi, cedendo invece faranno nascere il sospetto
di non essere nostri padri, oppure che coloro che ci lodano mentono.
Bisogna che non si verifichi nessuno dei due casi, anzi 
necessario che soprattutto loro ci lodino con i fatti, mostrando di
essere veri uomini, padri di veri uomini. Fin dall'antichit sembrava 
bello il detto "niente di troppo":(58) e in realt  un bel detto.
Perch qualsiasi uomo si affidi a se stesso per tutto quanto porta
alla felicit o vicino ad essa, e non dipenda da altre persone
che con il loro comportamento, di volta in volta buono o cattivo,
costringano anche lui all'incertezza, costui ha predisposto la sua
vita nel modo migliore, questo  l'uomo saggio, questo l'uomo
valoroso e prudente; egli, sia con l'acquisto che con la perdita di
ricchezze e di figli, obbedir soprattutto al proverbio, mostrandosi
non troppo gioioso n troppo addolorato, perch ha confidato in
se stesso.(59) Ma tali noi riteniamo e vogliamo che siano i
nostri, tali diciamo che sono, e anche noi stessi ci mostriamo cos
oggi, senza essere turbati n avere paura di morire, se necessario,
anche subito. Preghiamo dunque i nostri padri e le nostre madri di
trascorrere il resto della vita con questa stessa persuasione e 
convincimento: che n con i lamenti n compiangendoci ci faranno
cosa gradita; al contrario, se i morti hanno qualche percezione
dei vivi, i nostri genitori non sarebbero assolutamente graditi
sopportando le sciagure a malincuore, lo sarebbero invece
sopportandole con mitezza e misura. Quanto a noi, avremo presto
la morte pi bella che possa esserci per gli uomini, tanto che conviene
onorarla piuttosto che lamentarsene. Ma occupandosi delle
nostre donne e dei nostri figli, mantenedoli e rivolgendo qui il
loro pensiero, potranno dimenticare al meglio la loro sorte e
vivere in modo pi bello, retto e a noi caro. Questo baster
annunciare ai nostri da parte nostra. Alla citt raccomanderemmo
di prendersi cura dei nostri padri e dei nostri figli, educando 
convenientemente questi, assistendo degnamente gli altri nella vecchiaia.
Ma ora sappiamo che anche senza le nostre raccomandazioni se ne 
prender cura in modo adeguato.
Questo dunque, o figli e genitori dei morti, essi ci hanno raccomandato
di annunciare e io lo annuncio con tutto l'ardore possibile. 
Personalmente poi, a nome loro, chiedo ai figli di imitare i 
loro padri e ai padri di non temere per se stessi, perch noi vi
assisteremo nella vecchiaia e ci prenderemo cura di voi sia privatamente
che pubblicamente, ogni volta che uno di noi incontrer
un familiare dei defunti. Voi stessi forse conoscete la sollecitudine
della citt, sapete che si prende cura di voi emanando leggi per i
figli e per i genitori dei morti di questa citt e, pi che per gli
altri cittadini, ha ordinato alla pi alta magistratura (60) di vegliare 
affinch i padri e le madri dei morti non subiscano ingiustizia.
Quanto ai figli essa li alleva in comune,(61) preoccupandosi per
quanto  possibile che non risentano della loro condizione di
orfani e assume il ruolo di padre finch sono ancora ragazzi, ma
una volta adulti, li rimanda in famiglia ornati di un'armatura 
completa,(62) per mostrare e ricordare la condotta del padre con il dono
degli strumenti della virt paterna, e insieme con il buon
augurio che ciascuno ornato con le armi vada a reggere con forza
il focolare paterno. Essa poi non tralascia mai di onorare i morti e
celebra ogni anno per tutti pubblicamente le esequie che per ciascuno
vengono celebrate privatamente, istituendo in pi gare di
ginnastica, di ippica e di musica di tutti i generi; semplicemente
nei confronti dei morti si assume il ruolo di erede e di figlio,
di padre verso i figli e di tutore verso i genitori, e garantisce a
tutti ogni tipo di assistenza, per sempre. E, riflettendo su questo,
bisogna sopportare con mitezza la sventura. Perch in questo modo 
sarete quanto pi possibile graditi sia ai morti che ai vivi e, pi
facilmente, conforterete e sarete confortati. Ormai  ora che voi e
tutti gli altri, dopo aver compianto i morti pubblicamente com'
usanza, ve ne andiate.(63)
Eccoti, Menesseno il discorso di Aspasia di Mileto.
MENESSENO: Per Zeus, Socrate,  proprio beata l'Aspasia di cui
parli se, donna com',  stata capace di comporre un simile discorso.
SOCRATE: Se non ci credi seguimi, e sentirai parlare lei in persona.
MENESSENO: Ho incontrato spesso Aspasia e conosco le sue qualit,
Socrate.
SOCRATE: E allora? Non la ammiri e non le sei riconoscente oggi
per il suo discorso?
MENESSENO: Certo, Socrate, di questo discorso ringrazio molto
lei o colui che te l'ha recitato, ma molto di pi ringrazio
chi me l'ha riferito.
SOCRATE: E fai bene; ma vedi di non denunciarmi, affinch possa
riferirti di nuovo molti bei discorsi politici recitati da lei.
MENESSENO: Tranquillo, non ti denuncer; solo riferiscimeli.
SOCRATE: Non mancher.
NOTE:
1) L'agor del Ceramico si trovava a nord-ovest dell'Acropoli. 
2) Menesseno, figlio di Demofonte, apparteneva ad una famiglia che sempre 
diede ad Atene uomini politici; nel dialogo, infatti, anche Menesseno
vorrebbe intraprendere la carriera politica, ma  disposto ad accogliere 
i consigli di Socrate. Il personaggio compare nel Fedone (59b) e nel
Liside (211 b), opere da cui emerge la figura di un discepolo fedele 
a Socrate e molto abile nella discussione. Nel dialogo l'importanza 
di Menesseno non  rilevante, anzi egli funge pi che altro da spalla 
al vero protagonista, il discorso funebre. 
3) Il Buleuterio era la sede della Bul, il Consiglio di 500 membri 
sorteggiati all'interno delle 10 trib tra i cittadini maschi di
trent'anni. 
4) Dal momento che Menesseno pensa di essere giunto al termine della sua
educazione e della sua cultura e si sente pronto ad assumersi 
responsabilit da uomo adulto, la sua et in questo dialogo deve essere
di 18-20 anni: l'efebia ad Atene durava infatti due anni ed era il periodo
in cui i giovani si preparavano alla vita militare e si iscrivevano al
registro del proprio demo entrando in possesso della maggior parte dei
loro diritti civili e politici.
5) Secondo Plutarco (Solon 8), fu il legislatore ateniese Solone a 
istituzionalizzare l'usanza di celebrare funerali pubblici e solenni
in onore di coloro che, entro l'anno, erano morti per la patria. Prima 
dell'inumazione dei cadaveri veniva pronunciato un discorso celebrativo 
da un oratore scelto dall'Assemblea su proposta della Bul; dopo la 
sepoltura si svolgevano giochi funebri.
6) Di Archino si sa che con Teramene, Clitofonte, Anito e Formisio tent 
nel 405 a.C., epoca della vittoria degli Spartani, di formare un partito
moderato che si opponesse agli estremisti oligarchici e democratici. 
Nel 403 a.C. lott contro i Trenta insieme a Trasibulo e, dopo la
restaurazione della democrazia, partecip alla riorganizzazione dei 
partiti. Su Dione sappiamo solo quanto dice Senofonte nelle Elleniche 
(libro 4, 8, 13). 
7) Il termine "polis"  stato sempre tradotto con 'citt', intendendo 
sempre la citt di Atene.
8) La satira di Socrate  rivolta contro la nuova retorica di tipo 
gorgiano che considerava l'epitafio come mera esercitazione retorica;
esso intendeva persuadere l'uditorio facendo leva sulle emozioni e
sull'elemento irrazionale del pubblico anzich sul ragionamento. 
Platone conferisce qui al discorso le stesse capacit psicagogiche ed 
entusiastiche della musica, istituendo un ponte tra retorica e 
musica grazie all'aggettivo "enaulos"('accompagnato dal flauto', 
'flautato') riferito appunto al "lgos": esso penetra nelle orecchie
dell'ascoltatore finch giunge ai suo animo e lo seduce; lo stesso 
concetto, a proposito della musica,  espresso da Platone nella 
Repubblica (Libro 3, 399d e 411a). 
9) Aspasia di Mileto apparteneva ad un'illustre famiglia; divenne famosa
ad Atene per la sua bellezza e la sua cultura; fu amica di Socrate e di 
Platone nonch seconda moglie di Pericle; la commedia antica ha spesso 
preso in giro la bella e colta etera, presentandola come maestra e 
ispiratrice dello stesso Pericle. La lode che Platone ne fa in questo
dialogo, attribuendole il discorso funebre, testimonia l'ammirazione del 
filosofo ed  comunemente ritenuta autentica.
10) Un oscuro citaredo cui i comici Frinico e Amipsia dedicarono
due commedie. 
11) Lampro era un celebre musico maestro di Sofocle. 
12) Antifonte di Ramnunte fu uomo politico, oratore e maestro di 
retorica; visse tra il 480 e il 411 a.C. circa e venne celebrato da 
Tucidide come l'iniziatore dell'oratoria giudiziaria. 
13) Nell'inverno del 430 a.C. Pericle pronunci il discorso funebre 
per i caduti nel primo anno della guerra dei Peloponneso. 
14) Il proemio (236d-237b) spiega l'occasione e i temi del discorso: lode 
dei morti, esortazione ai figli e ai fratelli dei morti e consolazione ai
padri e alle madri dei morti. L'elogio dei morti comprende la celebrazione 
della loro buona nascita, dell'allevamento, dell'educazione e delle 
imprese. 
15) Il discorso pronunciato da Socrate, come quello pronunciato da Pericle
in Tucidide (libro 2, 35), distigue tra onori dimostrati con i fatti 
("to ergo") e onori espressi con un discorso ("to lgo"); ma mentre il 
primo sembra dare un'importanza maggiore al discorso, il secondo d 
senz'altro il primato agli onori conferiti con i fatti. 
16) La lotta tra Atena e Poseidone per il possesso dell'Attica era
avvenuta sull'Acropoli nel luogo dove sorgeva l'Eretteo; l'episodio 
raffigurato nel frontone ovest del Partenone. 
17)  chiaro il rifenmento al mito di Demetra e di sua figlia Core 
(o Persefone), simbolo della nuova vegetazione. 
18) Gli di cui si riferisce il discorso sono Atena, Efesto, Prometeo;
durante una cerimonia funebre i nomi degli di non dovevano essere 
pronunciati. 
19) Per comprendere che cosa intendesse Platone per aristocrazia, 
democrazia, tirannide e oligarchia cfr. Respublica  libro 7, 544e-577b;
Politicus 291d-303e. Secondo Platone la forma di governo ateniese  
un'aristocrazia perch il governo viene affidato ai migliori; alcuni 
la chiamano democrazia perch i migliori governano col consenso del 
popolo, cio  il popoo che li elegge.
Pericle non ha dubbi invece sul nome da dare alla costituzione ateniese: 
E per il fatto che il governo non si trova in mano a pochi ma alla
maggioranza il suo nome  democrazia (Tucidide, libro 2, 37). 
20) Nel passaggio dalla monarchia all'arcontato, al secondo arconte, 
che presiedeva alle attivit di culto, fu conservato il titolo di re.
21) Secondo Platone il popolo sceglieva i governanti tra gli uomini che
gli sembravano ("dxarin") migliori, basandosi dunque sulla "dxa", 
l'opinione comune', che Platone oppone all'"altheia", la 'verit'; anche 
se la critica alla democrazia non  ancora esplicita come nella Repubblica
e nel libro 3 delle Leggi, le scelte linguistiche dell'autore parlano gi
abbastanza chiaro. 
22) Eumolpo, figlio di Poseidone, venne ucciso da Eretteo, mitico re
di Atene, perch aveva invaso l'Attica; le Amazzoni, che avevano occupato
Atene per vendicare il rapimento della loro regina Ippolita (o Antiope) da 
parte di Teseo, re di Atene, furono respinte dallo stesso Teseo; i Cadmei
(Tebani), chiamati cos dal loro fondatore Cadmo, dopo aver sconfitto 
gli Argivi non restituirono loro i corpi dei caduti per la sepoltura, ma
gli Ateniesi, indignati, costrinsero i Cadmei a restituire i corpi che
vennero seppelliti ad Eleusi; successivamente gli Ateniesi combatterono
contro gli Argivi che, spinti dal re Euristeo che aveva imposto a Eracle 
le dodici fatiche, pretendevano la restituzione degli Eraclidi, i 
discendenti di Eracle, rifugiati ad Atene. Per questi miti cfr. Erodoto, 
libro 20, 27; Senofonte, Historia Graeca, libro 6, 5,46; Isocrate,
Panegyricus 70; Archidamus 42; Areopagiticus 75; Panathenaicus 168-71. 
23) La traduzione si attiene al testo oxoniense di Burnet.
24) La fonte per le vicende narrate di seguito  Erodoto, libro 1, 127-129
(Ciro libera i Persiani e asservisce i Medi); 75-83 e 162-200 (conquiste 
di Ciro in Asia); libro 3, 1-13 (Cambise conquista la Lidia); 144 e 151-159
e libro 4 (conquiste di Dario).
25) Gli eventi cui allude Platone costituiscono l'antefatto alla prima
guerra persiana (490 a.C.): Ateniesi ed Eretriesi (Eretria si trova in
Eubea, isola di fronte all'Attica) furono gli unici che, nei 499, su
richiesta di Aristagora tiranno di Mileto, inviarono triremi
in aiuto delle citt greche di Ionia che si erano ribellate ai Persiani. 
La spedizione persiana del 490 aveva come pretesto la vendetta nei 
confronti degli Ateniesi per aver portato aiuto agli Ioni, in realt 
mirava a creare un cordone tra i Greci d'Oriente e della madrepatria, 
attraverso la conquista delle isole dell'Egeo. 
26) Sardi era capitale della Lidia e residenza del satrapo.
27) A Maratona, demo attico a sud-est dell'Attica, nel 490 gli Ateniesi
respinsero i Persiani. 
28) In realt vennero in aiuto di Atene 10.000 opliti da Platea. 
29) Nel 480 (seconda guerra persiana) si combatt la battaglia navale 
di Capo Artemisio, promontorio a nord dell'Eubea, che si risolse senza
vincitori n vinti, ma con gravi perdite da entrambe le parti; nel braccio
di mare tra l'isola di Salamina e l'Attica i Greci, sotto il comando di
Temistocle, ottennero la vittoria sui Persiani grazie alla maggiore 
agilit delle triremi ateniesi rispetto alle imbarcazioni persiane. 
Platone tace per la disastrosa sconfitta greca alle Termopili.
30) I Persiani vennero definitivamente battuti, nei 479 a.C., a Platea,
citt dell'Attica.
31) Alla foce dell'Eurimedonte, fiume della Panfilia, nel 467 circa gli
Ateniesi, comandati da Cimone figlio di Milziade, sconfissero i Persiani
per terra e per mare.
32) Con la pace detta di Callia o di Cimone (445 a.C.) i Persiani si 
impegnarono a tenere l'Egeo sgombro dalla loro flotta, ma conservarono
l'egemonia sull'Asia Minore.
33) La battaglia del 458 svoltasi a Tanagra, in Beozia, vide gli Ateniesi
schierati contro la parte oligarchica di Tebe, appoggiata invece dagli 
Spartani. Come afferma Platone, l'esito dello scontro rimase incerto. 
34) Si tratta dei Tebani e, in generale, dei Beoti democratici esiliati 
dagli oligarchici appoggiati dagli Spartani. 
35) La prima fase della guerra del Peloponneso (431-421 a.C.), detta 
guerra archidamica dal nome del re degli Spartani Archidamo, si apr con 
l'invasione dell'Attica da parte degli Spartani e si concluse con
la pace di Nicia.
36) Gli Ateniesi, comandati da Cleone, avversario politico di Nicia,
vinsero gli Spartani a Sfagia o Sfaeteria (425), isola di fronte alla
costa orientale della Messenia, e li presero come prigionieri di guerra.
37) Solo dopo la pace di Nicia (421) gli Ateniesi lasciarono liberi i
prigionieri catturati a Sfaeteria, a patto che gli Spartani non
invadessero pi l'Attica. 
38) La seconda fase della guerra del Peloponneso inizi con la
spedizione in Sicilia, che dal 415 si risolse tragicamente nel 413 con 
la disfatta degli Ateniesi a Siracusa.
39) Tra il 411 e il 410 Atene riport tre vittorie consecutive a 
Cinossema, Abido e Cizico, citt dell'Ellesponto, anche se sub ingenti
perdite. 
40)  Tucidide, libro 8, 18, a riportare la notizia che nel 412 gli 
Spartani si allearono con il Gran Re: secondo quest'alleanza, al Gran Re
spettavano le terre e le citt che aveva prima della guerra e quelle dei
suoi predecessori, quindi anche i Greci di Ionia, detti pi avanti
Greci del continente. 
41) Nel 405 con la battaglia delle Arginuse, isole a sud-est dell'isola 
di Lesbo, gli Ateniesi liberarono le navi di Conone bloccate a Mitilene,
ma persero 2.000 uomini per l'affondamento di 25 navi: i loro corpi non
furono mai recuperati.
42) Platone tace il disastro di Egospotami (405), e addirittura afferma 
che gli Ateniesi vinsero la guerra; se per guerra si intende, con Platone,
solo quella contro i barbari, effettivamente i Persiani non ebbero 
vantaggi dalla sconfitta di Atene; la guerra del Peloponneso si 
risolverebbe dunque in un contrasto tra Greci dovuto alla loro divisione 
interna; per questo Platone dice: Ancora oggi noi restiamo imbattuti da 
loro, ma noi stessi abbiamo battuto noi stessi.
43) Accenno al governo dei Trenta tiranni (giugno al dicembre del 404 a.C.). 
44) Gli di inferi.
45) Allusione alla battaglia di Egospotami e alle durissime condizioni di
pace imposte ad Atene. 
46) Platone presenta Atene egemone, ma pare dimenticare che dopo il 
404 a.C. era Atene ad essere vassalla di Sparta; inoltre furono i 
Persiani a finanziare la guerra corinzia (395), in cui Argivi, Beoti,
Corinzi e Atene, che ebbe tuttavia un ruolo marginale, si ribellarono a 
Sparta. 
47) Allusione all'ateniese Conone che, esule, si guadagn il favore del
Gran Re e con i suoi soldi ricostru le mura dei Pireo.
48) Isocrate (Aegineticus 18) testimonia che Pasino (394-393 a.C.) mosse 
guerra ai Pari mentre Conone scacciava dalle Cicladi gli armosti spartani.
49) Il Gran Re temeva che Atene riacquistasse l'antica grandezza, cos
cercava un pretesto per staccarsi da Atene e passare a Sparta. Nelle 
trattative di pace del 392, che si risolsero con un nulla di fatto, egli
chiese ai suoi alleati (Argivi, Beoti, Corinzi, Ateniesi) che gli
consegnassero le citt dell'Asia Minore, cio i Greci del continente, che 
Sparta gli aveva consegnato nel 412, in cambio del suo sostegno nella 
guerra contro Sparta. Il Gran Re era certo, secondo Platone, che tutti 
avrebbero rifiutato le condizioni dell'alleanza e cos avrebbe potuto
ritirarsi, ma Argivi, Beoti e Corinzi preferirono continuare a ricevere
il denaro persiano e consegnare i Greci del continente; in questo modo
Atene era isolata, e forse era proprio questo lo scopo dei Gran Re.
50) Pelope, figlio di Tantalo re della Frigia, and ad abitare nella 
regione che da lui prese il nome di Peloponneso. Cadmo fu il mitico 
fondatore di Tebe. Danao ed Egitto erano due fratelli di cui il primo ebbe
cinquanta figlie e il secondo cinquanta figli; Danao, per non dare le 
figlie in matrimonio ai figli di Egitto, fugg ad Argo dove regn. I nomi
mitici alludono al Peloponneso, ad Argo e a Tebe. 
51) Intende le lotte intestine. 
52) Solitamente si ritiene che Platone alluda alla Pace di Antalcida 
(386 a.C.), detta anche "dei Re", conclusione della guerra di Corinto. 
Alcuni editori sostengono invece che l'autore alluda alle trattative
del 391, anche perch nelle righe seguenti parla di eventi successi
prima del 391. 
53) Riferimenti a episodi della guerra di Corinto: nel 393 gli Spartani
penetrarono nelle mura che congiungono Corinto al suo porto Lecheo e 
sconfissero gli Ateniesi. 
54) Probabilmente Platone allude alla battaglia di Cnido (395), in cui 
l'ateniese Conone, al comando di una flotta persiana, inflisse una 
sconfitta agli Spartani.
55)	Socrate pronuncia l'esortazione ai figli (246d-247c) come se a 
parlare fossero i morti.
56)	Sono sempre i morti a pronunciare la consolazione ai 
genitori (247c-248d). 
57) La manifestazione incontrollata del dolore viene condannata 
nell'educazione socratico-platonica anche nella Repubblica (libro 3,
387e-388a) e nelle Leggi, libro 7, 800d).
58) Una delle massime della sapienza delfica.
59) La stessa teoria compare nella Repubblica (libro 3, 389d-e): la figura
del saggio delineata qui, un uomo che conduce la propria vita in modo
equilibrato, che basa su se stesso la propria vita e non si fa trasportare
dalle passioni,  simile a quella auspicata poi dallo stoicismo.
60) L'arconte eponimo era il pi alto magistrato, ma non era lui ad 
occuparsi delle vedove e degli orfani dei morti in battaglia, bens il
polemarco.
61) Anche Pericle (Tucidide, libro 9, 46), alla fine del suo discorso,
assicura che la citt si preoccuper del mantenimento e dell'educazione 
degli orfani. 
62) Eschine (In Ctesiphontem 154) testimonia che durante le Grandi 
Dionisie, prima della rappresentazione delle tragedie, venivano 
presentati nel teatro gli orfani adulti rivestiti dell'armatura da oplita.
63) La conclusione dell'epitafio  uguale all'epilogo del discorso di
Pericle: Ora, dopo aver pianto ciascuno il proprio caro, andatevene 
(Tucidide, libro 2, 46).
