Ippia minore
di Platone
Premessa di Rosa Maria Parrinello
Il dialogo  stato presumibilmente scritto da Platone tra la morte
di Socrate (399 a.C.) e il suo primo viaggio in Sicilia (390).
Anche in questo caso, come nell'Ippia maggiore, l'interlocutore di
Socrate  Ippia: dopo aver udito la lezione di Ippia, che si vanta per
le proprie capacit retoriche, Socrate gli domanda alcuni chiarimenti
sulla sua affermazione riguardo al fatto che Achille  migliore di
Odisseo e sul perch della sua dichiarazione. Ippia risponde
che Omero stesso ha determinato la superiorit di Achille nei confronti
di Odisseo, rappresentato come il pi astuto tra coloro che
hanno partecipato alla guerra di Troia, laddove Achille  invece il
migliore degli eroi; poich Socrate dichiara di continuare a non
capire il ragionamento, Ippia prosegue, chiarendo che l'astuzia di
Odisseo corrisponderebbe, secondo il suo modo di vedere, alla sua
mendacit, dunque astuto sarebbe sinonimo di bugiardo, mentre
Achille sarebbe l'opposto di Odisseo, in quanto persona schietta e
veritiera, e ci lo si pu dedurre da numerosi passi dell'Iliade. La
persona sincera e quella bugiarda, infatti, secondo Ippia sono persone
diverse e le caratteristiche di veridicit e mendacit si escludono 
a vicenda e non possono essere coesistenti nella stessa persona.
Questo offre a Socrate lo spunto per avviare la discussione: appurato
che l'astuzia  capacit d'azione determinata dall'intelligenza,
ne consegue che i bugiardi sono capaci di agire e sanno quel che
fanno; essi possiedono dunque una specie di sapienza e hanno
delle capacit, mentre coloro che sono incapaci di mentire e sono
ignoranti non possono essere bugiardi. Quindi Socrate ha buon
gioco nel dimostrare che solo chi ha scienza pu dire il vero e il
falso quando vuole, pertanto la possibilit di dire la verit e quella
di mentire non sono in contrasto tra loro e proprie di persone
diverse, anzi sono requisiti propri soltanto di chi ha scienza e pu
dunque scegliere se dire il vero o il falso, mentre chi non ha scienza
non mente di proposito. Socrate dimostra quanto detto con esempi
concreti che fanno riferimento allo stesso Ippia: egli, in quanto
esperto di calcoli, potrebbe compiere un'operazione matematica
pi in fretta e meglio di tutti gli altri, ma potrebbe anche mentire
volontariamente, mentre l'ignorante potrebbe dire la verit pur
volendo dire il falso o, al contrario, mentire pur volendo dire il
vero. La stessa cosa si verificherebbe anche negli altri campi in cui
Ippia  esperto: in quello della geometria, in quello dell'astronomia
e in quello della mnemotecnica. L'analisi dar gli stessi risultati per
tutte le scienze e le tecniche, in moltissime delle quali Ippia  
considerato la personalit pi brillante, cosa di cui il sofista 
perfettamente conscio e di cui si  vantato alla presenza di molte persone
tra cui anche Socrate: egli, infatti, aveva detto di essersi recato una
volta a Olimpia indossando solo oggetti fabbricati da s - un anello,
un sigillo, uno strigile, un'ampolla, i calzari, il mantello e una 
tunica -, portando con s sue poesie, ditirambi, discorsi in prosa e
affermando di essere il pi esperto fra tutti in molte tecniche.
Questa parte del dialogo inizialmente pare immersa in un'atmosfera
di suggestiva sacralit ma poi, visto l'oggetto del vanto di
Ippia, non si pu che cogliere un'intonazione ironica nelle parole
di Socrate che ritorna quindi al punto di partenza della discussione.
Sulla base di quanto stabilito finora, quindi, se Odisseo dunque era
bugiardo  anche veritiero, e se Achille era veritiero  anche bugiardo,
quindi i due uomini non sono n diversi n tantomeno opposti
e ci non pu che creare una certa difficolt nello stabilire chi sia
migliore tra i due: questa conclusione viene dimostrata da Socrate
mediante citazioni di passi omerici, espediente, questo, che gli 
permette di far capire al suo interlocutore di non essere un ignorante
ma una persona con un solido bagaglio retorico e letterario e in
grado, pertanto, di giudicare e, all'occorrenza, di controbattere le
affermazioni del suo interlocutore. A questo punto Ippia, accorgendosi
che le domande di Socrate si fanno sempre pi incalzanti e riescono 
a metterlo in difficolt, ha un moto di insofferenza nei riguardi
del filosofo e vorrebbe interrompere la conversazione, ma
Socrate lo dissuade ricordandogli la sua disponibilit iniziale a
rispondere alle sue domande per offrirgli chiarimenti e delucidazioni
su quanto detto durante la sua lezione e per aiutarlo nel difficile
compito di distinguere quale fra i due eroi omerici sia migliore.
Il dialogo dunque procede: Ippia dichiara che la differenza tra Achille
e Odisseo  che il primo, quando mente, non lo fa di proposito,
mentre Odisseo mente volontariamente, ma Socrate dimostra,
avvalendosi di un passo omerico, che le cose non stanno proprio in
questi termini.
Segue poi la discussione sul rapporto tra volontario e involontario,
discussione che appunto si fonda sui presupposti di quella precedente,
in base alla quale si dedurrebbe che quelli che mentono
volontariamente sono migliori di quelli che lo fanno involontariamente.
Ippia non pu assolutamente dichiararsi d'accordo e a questo 
punto  chiaro il fatto che Socrate ha finora giocato sulla confusione
tra migliore in senso tecnico e migliore in senso morale, ma
Ippia non  certo in grado di comprenderlo e ribatte allora che le
leggi sono molto pi severe con coloro che commettono il male 
volontariamente che con quelli che lo fanno involontariamente. 
Socrate, a questo punto, non pu fare altro che rilevare la differenza
fra s e gli altri uomini che si definiscono sapienti: egli infatti non
si vergogna di imparare e di fare domande, provando un'infinita
gratitudine verso chi  in grado di rispondergli. Egli  conscio della
propria ignoranza, e prova di essa  il fatto di essere in disaccordo
con Ippia, che  sapiente: infatti  sua opinione che coloro che 
sbagliano volontariamente siano migliori di coloro che lo fanno 
involontariamente, ma non esclude il fatto che la cosa stia esattamente
nei termini contrari, e l'unico che possa fare qualcosa per guarire la
sua anima  proprio Ippia. La discussione ritorna sul piano tecnico: con
una serie incalzante di domande Socrate arriva a dimostrare che 
nella corsa, nella lotta e negli altri esercizi fisici  migliore
chi esegue male gli esercizi volontariamente, e cos pure  meglio 
avere parti del corpo che funzionano male volontariamente e non a
causa di una deformit o di un difetto poich, laddove questi ultimi
due elementi rappresentano una causa impediente al corretto 
svolgimento delle attivit, nel primo caso  la volont della persona a
determinarne il comportamento.  poi meglio servirsi di strumenti
e animali di cui volontariamente ci si serve male e possedere schiavi 
che sbagliano volontariamente. Procedendo su questa linea si
arriva al paradosso finale: colui che sbaglia e commette ingiustizia
volontariamente non pu essere altro che l'uomo buono che sa
cosa  giusto fare e ha la possibilit di farlo. A questa conclusione
Ippia non pu certo dare il proprio assenso e Socrate non pu che
osservare sconsolato che neppure con il ricorso ai sapienti certe
questioni ottengono un chiarimento.
Come si noter, l'Ippia minore  un dialogo "aporeutico" poich
non si arriva a risolvere la questione che ha avviato la discussione.
Anche in questo caso, come nell'Ippia maggiore, emerge l'ironia
socratica, ma ci che pi colpisce  l'appassionata autodifesa del 
filosofo che dichiara di non vergognarsi di avere sempre qualcosa da
imparare e per questo insiste nelle sue domande ai sapienti, la difesa 
di colui che sa di non sapere ma che si rende conto che gli altri
sanno ancora meno di lui.
ROSA MARIA PARRINELLO