Menone
di Platone
Premessa di Umberto Bultrighini
Il tema centrale del dialogo, l'insegnabilit della virt,  introdotto
senza alcun preambolo narrativo o descrittivo, raccordandosi direttamente
con una questione posta gi nel Protagora e non risolta. A porre la domanda
a Socrate  Menone, giovane tessalo di stirpe nobile e facoltosa. 
L'inchiesta procede in una prima fase sul binario della ricerca di una 
definizione unificante e generale della virt.
Menone giunge a una prima conclusione: la virt  la capacit di
comandare gli uomini. Ma Socrate rileva immediatamente la necessit di 
specificare questa definizione, e cos si ritorna a una articolazione
differenziata dell'idea di virt. La seconda definizione proposta da 
Menone, virt come desiderio delle cose belle e insieme il
potere di procurarsele  ugualmente respinta da Socrate, perch le
cose belle sono anche buone, e questo comporta un nuovo ritorno
alla problematica di una specificazione all'interno della variet
delle cose buone e della capacit di procurarsele, e quindi ancora
all'impasse della molteplicit delle virt, che ostacola la possibilit
di raccordare e unificare la definizione. La professione di ignoranza 
di Socrate sul concetto di virt nella sua interezza, e la sua
richiesta a Menone di una definizione porta alla ribalta una difficolt 
fondamentale: come si pu cercare ci di cui si ignora cosa sia? Socrate
dichiara che la risposta l'hanno gi data uomini e donne sapienti di 
cose divine, sacerdoti e sacerdotesse, ma anche Pindaro e molti altri 
poeti, tutti quelli che sono divini, perch nella loro teoria 
dell'immortalit e della rinascita delle anime  compresa l'idea 
della possibilit di rievocare conoscenze acquisite in vite passate, 
ossia della scienza ricavabile per reminiscenza. Un esempio pratico
viene fornito sul momento: un qualunque schiavo di Menone, sollecitato 
dalle domande di Socrate, riesce ad affrontare e risolvere un complesso
problema di geometria, pur non avendo mai studiato questa disciplina. 
Si pu tornare cos al punto di partenza: a prescindere dal possesso 
della nozione propria di virt,  possibile insegnarla? Si deve 
innanzitutto ammettere per ipotesi che, per essere insegnabile, la virt
debba essere una scienza. Ma il problema pi grande sembra essere 
rappresentato dall'individuazione dei veri maestri di questa scienza. 
E a questo punto che si inserisce un celebre e allusivo dibattito tra 
Socrate e il suo futuro principale accusatore, Anito figlio di Antimione. 
Un dibattito che si concentra dapprima sul ruolo effettivo - maestri 
o "guastatori"? - dei sofisti, e poi si sposta - pericolosamente - sul 
tema della tradizione rappresentata dai grandi protagonisti della 
democrazia ateniese di quinto secolo: tutti indistintamente incapaci, a
parere di Socrate, di trasmettere l'insegnamento della virt ai propri
figli. Alla reazione dura e minacciosa di Anito, Socrate risponde 
riannodando il filo della ricerca con l'interlocutore principale: sa 
Menone indicare qualcuno che si possa definire maestro di virt? In realt, 
sul tema dell'insegnabilit della virt, tanto un poeta come Teognide 
quanto i sofisti mostrano di non avere una posizione chiara, e la 
conclusione aporetica non pu essere che quella dell'inesistenza di maestri
e perci di discepoli della virt, la quale quindi non pu essere insegnata.
A dirigere le azioni degli uomini verso il bene pu comunque concorrere,
accanto alla scienza, anche la "retta opinione", che si configura come 
qualcosa di meno stabile - a meno del passaggio "stabilizzante" della
reminiscenza, della "connessione" realizzata dall'anamnesi - rispetto alla 
scienza vera e propria, tuttavia altrettanto utile nel guidare il 
comportamento umano. Dunque, il problema della definizione della virt 
resta insoluto, mentre alla "retta opinione" come molla comportamentale 
in sintonia con la virt non resta che applicare l'idea di un'ispirazione
divina, di un'origine per divina assegnazione o sorte ("Theia mora"). 
Questa forma di esercizio della virt determinata dal possesso della 
"retta opinione", ma non della scienza,  in particolare quanto si deve
riconoscere agli uomini politici che Socrate ha menzionato in modo che
 apparso irriverente ad Anito, tanto da suscitare in lui irritazione. 
L'auspicio con cui il dialogo si chiude ha dunque il duplice carattere 
di sviluppo logico della situazione che il dialogo stesso ha evocato, e
insieme di allusione, sul piano emozionale, alla prospettiva fallimentare
dell'opera di persuasione che Menone dovrebbe esercitare su Anito,
opera che potrebbe essere un servigio reso agli Ateniesi.
In margine al complesso problema della cronologia della composizione
del dialogo, oggetto di particolare discussione  stato il rapporto 
tematico e cronologico del Menone col Gorgia. Senza dubbio la teoria 
della "retta opinione" con le implicazioni che ne derivano sul piano 
dello sviluppo del pensiero platonico, fanno apparire il Menone una sorta 
di complemento e fase perfezionata del livello teorico testimoniato nel 
Gorgia. Rispetto a quest'ultimo sembra suggerire uno stadio pi avanzato
della speculazione platonica l'accenno, che troviamo appunto nel Menone, 
alla teoria della conoscenza acquisita dall'anima nelle precedenti 
esistenze postulate dalla dottrina pitagorica, evocata qui attraverso 
un richiamo a versi di Pindaro; l'identificazione della "retta
opinione" - di cui si specifica l'origine "Theia mora" - con la 
reminiscenza, e il suggerimento relativo alla scienza come sistema di 
opinioni vere collegate e stabilizzate col ragionamento, nell'insieme
costituiscono con ogni probabilit un primo passo verso la teoria platonica
delle idee. Circa la cronologia assoluta del dialogo, la menzione del
tebano Ismenia (90a), da identificare con ogni probabilit con 
l'antispartano giustiziato dopo la presa spartana della Cadmea (382 a.C.: 
Senofonte, Historia Graeca, libro 5, 2, 25-36), indirizza verso una data
successiva al primo viaggio di Platone in Sicilia; ma si potrebbe pensare
una data ancora pi bassa nell'arco cronologico tra il primo e il
secondo viaggio (367/366 a.C.). Per quel che concerne invece la data 
drammatica o fittizia del dialogo, in generale sono in questione le ultime
fasi della guerra del Peloponneso, e in particolare gli anni successivi ai
soggiorni di Gorgia in Tessaglia e alla morte di Protagora (415 a. C.). 
Si  pensato anche a una data assai vicina al processo di Socrate, in 
concomitanza con una visita ad Atene del giovane Menone, nobile tessalo
originario di Larissa, da collocare intorno al 402 a. C., alla vigilia
della sua partecipazione alla spedizione asiatica in aiuto di Ciro
(401 a.C.). Nell'Anabasi, Senofonte ritrae Menone come un individuo 
malvagio, corrotto, un traditore per vocazione che far una
fine orribile; tuttavia, pi che un'attitudine al paradosso, il motivo
per cui la scelta platonica cade proprio su un personaggio, la cui 
vicenda biografica successiva al momento "storico" del dialogo appariva
tutt'altro che armonizzabile con la figura di un appassionato ricercatore
di una definizione della virt,  da individuare nell'interesse a un
ancoraggio cronologico, comunque plausibile, giocato sulla presenza in
Atene di un personaggio la cui esistenza era ben impressa nella mente 
dei Greci. Numerosi e vari gli elementi di interesse offerti dal Menone.
Vanno senza dubbio menzionate le indicazioni sul rapporto con i grandi 
rappresentanti della sofistica, Gorgia e Protagora, cui Socrate riserva,
accanto a un generale atteggiamento di rispetto, una dichiarata 
consapevolezza in merito al carattere imperfetto del loro insegnamento. 
Altrettanto memorabile appare la metafora della torpedine marina applicata
da Menone all'effetto dei discorsi di Socrate sui suoi discepoli (79e-80b),
interessante pendant del famoso ritratto socratico schizzato da Alcibiade
nel Simposio.
Ma lo spunto pi interessante, anche perch motivo di riflessione
rilevante nell'ambito di un problema generale, quello dell'allusivit
storica dei dialoghi platonici,  offerto dalla particolare trattazione
del personaggio di Anito, il futuro grande accusatore di Socrate. Il
riferimento alle strategie di Anito del 409/408 e del 403 (90b) vale 
innanzitutto a delineare, al di l della veridicit generale del dialogo,
un contorno realistico e un orientamento cronologico generale, e il
tutto concorre a far immaginare comunque anni abbastanza vicini
alla condanna di Socrate. Si pu vedere in questo una conferma
dell'opportunit di adottare con maggior coerenza, per quei personaggi
che nei dialoghi costituiscono il "contorno" di Socrate, le categorie
del realismo e del biografismo come chiavi di lettura. Nella
mescolanza di realt e finzione che si deve postulare nei dialoghi, i
dati pi propriamente realistici vanno con ogni probabilit individuati
in personaggi di ruolo minore (rispetto al Socrate protagonista, e 
all'interlocutore principale, il deuteragonista di turno), che
sembrano spesso introdotti da Platone con la specifica funzione di
creare un ancoraggio con elementi storici di immediata percezione.
Anito, il ricco imprenditore nel ramo della conceria (come Cleone) 
 rappresentato da Platone come un personaggio duro e intransigente
nel rifiuto di qualsiasi critica alle ides recues, il simbolo un
po' sinistro di un integralismo cieco e prevenuto; qualche ragione
per riconoscere in ci la vendetta postuma del discepolo socratico
indubbiamente sussiste. Il grado di rappresentativit del personaggio
 sicuramente pi ampio di quello connesso alla plausibilit
dell'ambientazione e della cronologia fittizia. Anito agita nel dialogo 
l'opinione dell'uomo medio, secondo cui i maestri di virt sono
da identificare con i "kaloi kgathoi" ateniesi, in particolare coloro
che sono stati nei tempi passati alla testa del popoo.
Nella disputa tra Anito e Socrate sul problema dell'insegnabilit
della virt, e pi specificamente sulla reperibilit di autentici maestri
di virt, si configura in sostanza una dura contrapposizione tra
una visione propriamente politica (quella rappresentata da Anito)
e la visione filosofica giocata sul registro dell'ironia (rappresentata
da Socrate).  un gioco pericoloso, come indicano con chiarezza
sottili indicazioni offerte nel dialogo, che ci aiutano a mettere a
fuoco il senso reale della reazione, della risposta data nel 399 a.C. a
Socrate da parte di un certo ambiente politico etichettabile come
democratico.
La "rete" di cui si discute appare connotata, in passaggi significativi 
dell'infruttoso impegno propositivo profuso da Menone, in senso politico,
familiare, sociale (71e-72a; 91a), e non attestata su un generico livello
etico. Questo ci indica un criterio valutativo appropriato in merito al 
tema del "diaphtherein" ('guastare', pi e oltre che 'corrompere'), 
l'accusa di fondo lanciata qui dall'intransigente Anito all'intera 
categoria dei sofisti: un'accusa che prefigura un nodo centrale del
processo del 400/399 a.C., ma ne delinea anche in modo chiaro l'aspetto
non limitato al campo dei costumi sessuali, ed esteso invece all'ampio
ventaglio politico-familiare-sociale che qui compete all'area di esercizio
della virt. Ed  il piano politico a condurre nel Menone l'"agn" 
Socrate-Anito su un terreno minato: quello del patrimonio tradizionale 
di idee collegabili a tutta una galleria di personaggi ormai
assurti - a livello di un conformismo ideologico pienamente incarnato 
da Anito - al rango di mostri sacri del regime democratico ateniese. 
Una ambientazione cronologica tra il 410 e il 400/399 a. C. rinvia in 
sostanza a un momento e a un clima di bilancio sui risultati concreti 
ottenuti da un regime, che vantava ormai varie generazioni sulle spalle, 
proprio sul campo politico, familiare e sociale dell' "rete". In realt
la posizione di Socrate non  affatto critica, almeno in sede di princpi
e in una fase iniziale, quella dell'introduzione del personaggio-Anito 
e del suo inquadramento sociologico. I riconoscimenti riservati ad 
Antimione, padre di Anito, vero e proprio self-made man,
valgono infatti come accettazione da parte di Socrate dei nuovi
valori e delle virt sociali emergenti: virt promosse dal sistema
democratico teorizzato e attuato da Pericle, in linea con un'etica
del lavoro e dell'occupazione che aveva rotto con la tradizionale
visione aristocratica della ricchezza come bene di prestigio (D. Musti, 
Demokrata. Origini di un'idea, Roma-Bari 1997, pagina 118). Non
si pu quindi accettare, a proposito di Socrate, la definizione statica
ed astratta di aristocratismo intellettuale; ma  pur vero che la potente
spinta evoluzionistica che caratterizza la sua riflessione lo ha
fatto attestare su posizioni che determinano una contrasto insanabile 
con la concezione democratica media rappresentata e difesa
da Anito. Socrate ha percorso fino in fondo tutte le possibilit culturali
ed ideologiche del clima democratico in cui ha vissuto ed
operato, varcando spesso, con la sua ansia di ricerca e l'evoluzione
della sua riflessione, il limite di questo campo ideologico (D. Musti,
Storia greca. Linee di sviluppo dall'et micenea all'et romana.
Roma-Bari 1994, pagine 495 e seguenti).  il caso della dissoluzione del
concetto di tradizione, che Socrate applica proprio a una galleria di
mostri sacri della democrazia ateniese, incapaci a suo parere di 
trasmettere l'insegnamento della virt ai propri figli. Nel rifiuto di
Anito di indicare un nome singolo di maestro di virt, e nel suo
appello a un'idea generale di capacit generalizzata in tutti i "kaloi
kgatoi" ateniesi di assolvere al compito (92e), si rivela un orizzonte 
intellettuale che non pu prescindere dalla polis considerata nella sua
evoluzione democratica.  il mondo dei valori della tradizione democratica
ormai acquisiti e radicati a livello di forme mentali del cittadino medio.
Qui Socrate deve fare i conti da un lato con un rappresentante dell'ala
moderata che perseguiva l'ideale della "ptrios politea", e che ne 
incarnava il versante democratico in senso tradizionalista; dall'altro 
con il conformismo ideologico operante ormai, dopo il 410 a. C., a 
livello dell'uomo comune: quest'ultimo non poteva fare a meno di fremere, 
quando sentiva parlar male di personaggi come Temistocle, Aristide o
Pericle. Ed  proprio su questo terreno che la domanda capziosa - un
trabocchetto inaggirabile - di Anito (Essi, io penso, hanno imparato dai
predecessori, che erano dei galantuomini: o forse tu non pensi che in
questa citt ci siano stati molti uomini perbene?: 93a) costringe
Socrate ad addentrarsi e a toccare il tema compromettente della
virt dei grandi uomini della democrazia ateniese. La fine ironia di
Socrate non  pane per i denti di Anito, che non mostra dubbi nel
considerare le osservazioni socratiche come un attacco all'ideologia 
democratica sotto il punto di vista della tradizione.
Se confrontata con la posizione radicalmente ostile nei confronti
dei "padri della democrazia" del Gorgia, i dubbi socratici sulle capacit
educative in ambito familiare dei Temistocle, degli Aristide,
dei Pericle, individua in realt un livello critico meno forte e 
diretto: nel Gorgia, come  noto, sono in questione i rapporti pubblici
dei santoni della democrazia, le loro scarse prove nel compito di
educare i cittadini. Questo da un lato allarga ulteriormente il problema
dei rapporti tra i due dialoghi, dall'altro sembra fornire un'indicazione
utile alla valorizzazione della testimonianza fornita nel Menone, che
potrebbe rappresentare la trascrizione puntuale di una tappa del percorso
euristico di Socrate e riprodurne fedelmente le posizioni; nel Gorgia,
cronologicamente anteriore, la voce che d corpo a un rifiuto complessivo
dell'esperienza democratica di quinto secolo sarebbe quella di Platone.
UMBERTO BULTRIGHINI