Protagora
di Platone
Premessa di Augusta Festi
Il primo personaggio a fare la sua comparsa nel dialogo  chiamato
amico, e la sua unica funzione, di tipo esclusivamente "drammatico",
 quella di innescare il racconto del dialogo: curioso di
sapere dove Socrate sia appena stato, lo invita a raccontare
dell'incontro che Socrate afferma di avere appena avuto con il celebre
sofista Protagora. L'incontro quindi si immagina gi avvenuto, ed 
presentato sotto forma di narrazione messa in bocca allo stesso Socrate.
Accade cos che Socrate riferisce la sua visita in casa del mecenate
Callia, che ospitava a proprie spese Protagora di Abdera,
sofista itinerante che da pochi giorni soggiornava ad Atene, e uno
stuolo di sofisti attirati l da questa celebrit, con non poco fastidio
dei domestici (Platone lo lascia intendere nell'intermezzo "comico"
del portinaio disgustato da tali ospiti).
Un altro personaggio con funzione quasi puramente drammatica
 Ippocrate figlio di Apollodoro. Anche il suo ruolo  quello di fare
da motore all'azione, ossia di far accadere le cose: in preda a grande
eccitazione per l'arrivo del sofista, ambizioso di diventare qualcuno
in citt e convinto che la scuola di Protagora sia la sola a garantirgli
il successo, prega Socrate di accompagnarlo dal sofista e di intercedere
presso costui in proprio favore, causando cos l'incontro di Socrate con
Protagora. Con Ippocrate Socrate arriva ad una prima definizione di
sofista come di un mercante all'ingrosso o rivenditore al minuto di quelle
merci di cui si nutre l'anima, vale a dire un venditore di conoscenze.
Interrogato da Socrate sui vantaggi che si ricavano dal frequentarlo,
Protagora professa di insegnare la virt politica, da lui definita
come buon senso, ossia capacit di prendere la giusta decisione,
sia quando si trattano affari privati sia nel curare gli interessi della
citt. La posizione da cui parte Protagora  quindi quella di sostenere
che tale virt pu essere insegnata e trasmessa ad altri da chi
la possiede, mentre Socrate si dice convinto che la virt non 
insegnabile, e che non  lecito fare un mestiere di questa supposta
abilit di rendere altri virtuosi, obiettando che quella politica  l'unica
arte per la quale non si chiede di dimostrare da dove la si sia imparata
e chi siano stati i nostri maestri, e questo perch comunemente
non si ritiene che essa possa essere trasmessa da uomo a uomo.
In risposta alle obiezioni di Socrate, Protagora racconta il mito
della distribuzione delle varie facolt agli uomini e agli altri viventi,
in particolare di come la virt politica, identificata nelle due doti
del rispetto e della giustizia, venne distribuita indistintamente a tutti
gli uomini, a differenza di quanto avvenne per le altre arti, per le
quali un solo esperto doveva bastare per molti profani. La virt
sarebbe dunque frutto di un'umana cura, ed  giusto tenere in grande
considerazione quei pochi che come lui sanno indicare la strada
che porta ad essa.
Parlando di virt, Protagora s riferisce ad essa con vari nomi -
giustizia, temperanza, santit, coraggio -, e prendendo spunto da
questo Socrate avvia la questione dell'unit della virt, se la virt
sia unica e se questi siano solo nomi diversi per designare lo stesso
ente, o se, come sosterr Protagora, si tratti di parti differenti e
tutt'altro che legate fra loro, tali che il possesso dell'una non implica
necessariamente il possesso delle altre. Per Protagora, infatti,
essere coraggiosi non comporta affatto essere giusti, ed essere giusti
non presuppone necessariamente essere sapienti.
Socrate confuta Protagora basandosi sul principio che per una
singola cosa si pu individuare un solo contrario, portando Protagora
a convenire che sia la saggezza che la temperanza sono contrarie alla
stoltezza, e dimostrando cos che saggezza e temperanza
sono in realt la stessa cosa, nomi diversi per significare la virt che
 unica. A questo punto Protagora, messo alle strette da Socrate e
non volendo ritrattare la propria tesi, si sottrae al gioco d brevi
domande e risposte imposto da Socrate, per rifugiarsi in un lungo
discorso sulla natura multiforme del bene, la quale impedirebbe, a
suo dire, di dare del bene, e quindi della virt, una definizione univoca.
Questa mossa di Protagora infastidisce Socrate, che minaccia
di andarsene se il suo interlocutore non rinuncer ai discorsi da
piazza e non si atterr al metodo dialettico di indagare la verit,
che consiste nell'interrogare l'interlocutore per comprendere le ragioni
delle sue affermazioni e nel rispondere rendendo conto,
ossia giustificando, le proprie affermazioni con risposte concise e
pertinenti alle domande rivolte. Le condizioni di Socrate si impongono
e questo intermezzo, che ha la funzione di fissare i criteri del
dialogo, si conclude con Protagora che accetta, anche se a malincuore,
il metodo socratico e coinvolge l'interlocutore nell'esegesi del carme
A Scopa di Simonide di Ceo, rilevando una contraddizione nelle
dichiarazioni del poeta sulla virt e provocando Socrate a dare del
carme la sua interpretazione.
Socrate scagiona Simonide dall'accusa di incoerenza, rilevando la
differenza fra  difficile essere buono, affermazione da lui contestata,
ed  difficile divenire buono, concetto da lui sostenuto, e
tenta, servendosi dell'esperto di sinonimica Prodico, di dare ad
intendere un'assurda interpretazione della parola "difficile" intesa
come 'cattivo' a Protagora, che del resto smaschera prontamente la
sofisticazione lessicale e sgombera il campo per la definitiva esegesi
che Socrate d del carme: l'intento dell'ambizioso Simonide sarebbe
stato quello di farsi onore superando la celebre massima di Pittaco,
cio il detto che difficile  essere buono, ed esprimendo, sulla
virt, concetti pi veritieri, vale a dire che il difficile non  essere,
bens divenire buono, mentre essere buono, ossia conservarsi buono,
 privilegio divino e cosa non possibile all'uomo.
Nell'ultima parte del dialogo  Socrate a riportare la discussione
sulla questione, prima lasciata in sospeso, dell'unit della virt.
Protagora modifica la precedente posizione e afferma che fra le
parti della virt, che sono la sapienza, la temperanza, il coraggio, la
giustizia e la santit, il coraggio  l'unica a distinguersi dalle altre,
esponendosi cos alla confutazione di Socrate, che dimostra come il
coraggio sia fondato sulla conoscenza dell'impresa verso la quale
si  coraggiosi e quindi come il coraggio si identifichi con la sapienza.
Socrate porta Protagora a convenire che il vivere bene, vale a
dire la vita morale, si fonda sulla conoscenza dei piaceri e dei dolori,
e, una volta stabilito che piacere e bene sono in realt la stessa
cosa, sulla conoscenza del bene e del male. Il modo di dire della
gente, che l'uomo compie cose diverse da ci che  meglio perch
la conoscenza del bene  sopraffatta dal piacere e dalle altre passioni,
viene confutato, e Socrate chiarisce che questo essere vinti dai piaceri
non  altro che ignoranza, ossia mancanza di conoscenza ed errata
valutazione dei piaceri e dei dolori che ogni azione comporta. Risulta cos
che l'arte di misurare piaceri e dolori, ossia la capacit di valutare
correttamente beni e mali, e di pesare l'eccesso o il difetto degli uni
sugli altri,  ci che garantisce la salvezza della nostra vita, e come
l'immoralit  frutto di ignoranza, cos la virt  frutto di conoscenza.
Il dialogo si conclude con l'accenno alla possibilit di dimostrare come
la virt sia insegnabile, sulla base di questa identificazione di virt
e conoscenza.
La discussione  ambientata in casa del mecenate Callia, dopo una
scena introduttiva che si svolge in casa di Socrate, nella sua camera
da letto prima, e poi nel cortile, dove Socrate e Ippocrate passeggiano
aspettando che si faccia giorno per recarsi in visita a Protagora.
 Socrate, come si  detto, a fornire un resoconto del dialogo a un
non meglio precisato amico. Anche il luogo in cui si svolge l'incontro
tra Socrate e il suo interlocutore resta indefinito.
Dal testo si desumono alcuni indizi per una datazione immaginaria del
dialogo. Il pi evidente  la presenza nel racconto di due
personaggi, che figurano come comparse e pubblico del dialogo,
vale a dire i figli di Pericle Paralo e Santippo, morti, come il padre,
nella peste del 429 a. C. Questa data costituirebbe dunque il termine
ante quem per l'incontro tra Socrate e Protagora. Un altro indizio
cronologico, ossia il riferimento alla commedia I selvaggi che il
poeta Ferecrate mise in scena nel 421/420 a. C. suggerisce il termine
post quem. Ma  bene ricordare che l'occasione del dialogo, ossia
l'incontro di Socrate con Protagora,  fittizia e non storica.
Per quanto riguarda la data di composizione del dialogo, la maggior
parte degli studiosi  concorde nel collocare il Protagora fra i
dialoghi della giovinezza di Platone.
AUGUSTA FESTI
