Liside
di Platone
Premessa di Rosa Maria Parrinello
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
Nel Liside, composto probabilmente nel periodo tra la morte di
Socrate (399 a.C.) e il primo viaggio di Platone in Sicilia (390 a.C.),
Socrate racconta di una discussione avuta dapprima con Ippotale e poi con
i giovani Liside e Menesseno.
Socrate, mentre si sta recando al Liceo, incontra un gruppo di
uomini tra cui Ippotale e Ctesippo che lo invitano a unirsi a loro:
sono infatti diretti verso una palestra costruita da poco. Socrate, in
virt di un dono concessogli dal dio, quello di capire subito chi
ama e chi  amato, dice di aver immediatamente compreso che Ippotale
deve essere innamorato di un giovinetto frequentatore di tale
luogo e i suoi compagni svelano che l'oggetto del suo amore  un
giovane bellissimo, Liside, deridendo il povero Ippotale in quanto,
a loro dire, li ha nauseati a furia di fare il nome dell'amato e di
dedicargli canti e poesie. Socrate chiede allora a Ippotale di dimostrargli
se sa ci che un innamorato deve dire al suo amato e Ippotale, per
ritrosia e per pudore, ma anche perch risentito in quanto ferito
nel suo orgoglio, affida a Ctesippo tale compito. Ctesippo,
senza farsi pregare, ripete ci che ha tante volte udito dalla bocca di
Ippotale: le imprese degli avi di Liside, le loro ricchezze, le loro
vittorie agli agoni, la presunta parentela della stirpe del giovinetto con
Eracle. A questo punto Socrate riprende Ippotale che con il suo
comportamento rischia di rendersi ridicolo: gli elogi all'amato,
infatti, si fanno solo dopo averlo conquistato, anche perch, a farli
prima, si rischia di far insuperbire l'oggetto del proprio amore, che
pertanto sar ancora pi difficile da conquistare.
Convinto di ci, Ippotale gli chiede allora suggerimenti sul modo
di rivolgersi a colui che ama per entrare nelle sue grazie, ma Socrate
osserva che, per dare un consiglio di questo tipo, deve prima
poter discutere con Liside, quindi entra nella palestra ove vede
moltissimi ragazzi, tra i quali Liside si segnala per la sua bellezza e
per la sua nobilt: egli attira l'attenzione di Menesseno, un altro
giovane, e di Liside, ed entrambi vanno a sedersi vicino a lui. La
discussione ha inizio, ma quasi subito Menesseno viene chiamato
dal suo maestro di ginnastica ed  costretto ad alzarsi; resta dunque
Liside come solo interlocutore di Socrate. Il filosofo gli domanda
se suo padre e sua madre lo amino e se vogliano che sia felice: alla
risposta affermativa del giovinetto, Socrate aggiunge che egli sar
pertanto libero di poter fare ci che vuole, come ad esempio guidare
il carro durante una gara o addestrare una coppia di muli, ma
Liside obietta che sono quelle e moltissime altre le cose che i genitori
non gli permettono di fare e che affidano a schiavi: addirittura
l'educazione dello stesso Liside  compito di uno schiavo, il pedagogo.
In compenso, per altre attivit, quali ad esempio scrivere o
leggere una lettera per conto dei genitori, Liside ha la pi completa
libert nell'organizzare e gestire il proprio lavoro. Tutto ci porta
alla conclusione che ancora i genitori non lasciano fare al figlio
parecchie cose perch egli non ne  in grado ma, quando lo diventer,
gli affideranno se stessi e tutto ci che possiedono. Da questa
osservazione individuale si passa a un'osservazione generale: la
libert di azione  permessa unicamente nel caso in cui si esplichi
in un ambito in cui si  competenti; solo cos, infatti, si potr essere
utili ai propri concittadini. Da ci dunque, con un passaggio
alquanto inaspettato, deriverebbe che il sentimento di amore nasce
solo in relazione all'utilit che un individuo offre all'altro.
A questo punto ritorna Menesseno che subentra a Liside come
interlocutore di Socrate e la discussione prende il suo avvio con la
dichiarazione di Socrate che afferma non esserci nulla di pi bello
dell'amicizia e che si dichiara favorevolmente colpito e anche un
po' invidioso per il bel rapporto instauratosi fra Liside e Menesseno:
essa poi si sposta su un altro punto, che  poi quello centrale
dell'intero dialogo, cio il tema dell'amicizia, cosa essa sia e chi sia
l'amico. Dopo alcuni approcci che per Socrate dimostra essere
facilmente confutabili - notevole  quello che ritroveremo nell'Inferno
dantesco e che vuole una cosa sola amore e amicizia, perch
se qualcuno ama qualcun altro diventa amico dell'amato che dovr
giocoforza ricambiare quell'amore e quell'amicizia, tesi che si pu
facilmente contestare con il ricorso alla miriade di casi di amore
non corrisposto - i due provano a seguire questo ragionamento,
sulla base di un passo dell'Odissea che dice: il dio conduce sempre
il simile verso il simile (libro 17, 218), mentre Liside li ascolta con
somma attenzione: l'amicizia  un dono divino che fa s che persone
simili si avvicinino l'una all'altra ed entrino in relazione tra
loro. Per, obietta Socrate, che senso ha un'amicizia fondata su
questi presupposti, dal momento che non pu esserci un reciproco
scambio, se due persone hanno le stesse caratteristiche e capacit?
Non  forse vero, inoltre, che il malvagio  nemico e non amico del
malvagio da cui non pu ricevere che danno?
Forse allora l'amicizia, come afferma Esiodo nelle Opere e i
giorni - il vasaio odia il vasaio, l'aedo odia l'aedo e il mendicante odia
il mendicante (versi 25-26) -  l'esatto contrario, cio nasce grazie
all'opposizione che fa s che ogni cosa ami ci che le  opposto: ma
allora il giusto sar amico dell'ingiusto, l'amico del nemico, il saggio
dell'intemperante? Evidentemente neppure questa  la strada corretta
da seguire. Per determinare cosa sia l'amicizia si pu dunque provare a
seguire questo ragionamento: posto che vi siano tre categorie, il buono, il
cattivo e ci che non  n buono n cattivo, se il bello  il buono, di
conseguenza amico del bello e del buono  ci che non  n bello
n buono, dal momento che, sulla base dei ragionamenti precedenti,
n il buono pu essere amico del buono, n il cattivo del cattivo,
n il buono del cattivo. Per spiegare un ragionamento apparentemente
cos tortuoso, Socrate ricorre a un esempio: chi  sano non 
amico del medico, vista la sua buona salute, mentre il malato, a
causa della sua malattia, ricorre alla medicina che  cosa utile e
buona, laddove la malattia  un male e il corpo in quanto corpo
non  n buono n cattivo. Quindi ci che non  n cattivo n
buono diviene amico del buono per la presenza di un male e questo
avviene prima che esso sia diventato del tutto cattivo per la presenza
di questo male perch, una volta diventato cattivo, non potrebbe
essere ancora amico del bene. Tuttavia tale ragionamento
non definisce cos' l'amicizia, bens ci a cui tendono le amicizie,
dunque bisogna procedere nella ricerca.
L'amicizia potrebbe allora essere basata non sulla somiglianza ma
sull'affinit, esisterebbe cio un legame di parentela tra chi desidera
una cosa e la cosa desiderata che  in un certo senso propria di chi
la desidera, anche se egli al momento ne  privo. Ponendo la questione
in questi termini, tuttavia, affine diventa sinonimo di simile e
si ritorna quindi al problema iniziale.
L'intervento dei pedagoghi di Menesseno e Liside pone bruscamente
fine alla discussione che non arriva pertanto a una definizione
positiva dell'amicizia, dunque il Liside  un dialogo "aporeutico",
poich si limita a confutare le opinioni correnti senza dare
soluzione al problema. Il dialogo ruota intorno ai due sentimenti
forse pi forti nell'uomo, quello dell'amore e quello dell'amicizia,
ma ci che spicca  qui il ruolo della filosofia, cio di quell'amore
per il sapere che porta a interrogarsi sul perch di sentimenti, azioni
ed eventi, strumento unico di ricerca della sapienza, il cui possesso
 aspirazione continua del filosofo.
ROSA MARIA PARRINELLO
