Lachete
di Platone
Premessa di Laura Caliri
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
Il Lachete  stato verosimilmente composto da Platone nel periodo
giovanile e appartiene, insieme con l'Eutifrone, il Carmide e il
Liside, agli scritti cosiddetti socratici, quelli in cui, cio, l'autore
mira a ricostruire la figura storica di Socrate e a ripercorrere i
concetti e le linee del suo insegnamento. Quanto alla datazione
"letteraria" del dialogo, quella in cui cio l'autore finge che la
discussione sia avvenuta, dovrebbe cadere nel pieno della guerra del
Peloponneso, poco dopo la battaglia di Delio (424 a.C), che nel dialogo 
citata come un evento recente (181b), ma certamente prima della
battaglia di Mantinea (418 d. C), nella quale Lachete perse la vita.
Come negli altri dialoghi socratici al centro dell'attenzione  posto
il concetto di virt: nella fattispecie il Lachete indaga una particolare
applicazione della virt, il coraggio.
Lo sviluppo della discussione non si discosta dalle linee essenziali
di altri dialoghi. Due illustri cittadini ateniesi, Lisimaco e Melesia,
ciascuno accompagnato dal proprio figlio, hanno invitato Nicia e
Lachete - entrambi grandi generali ateniesi: ma Nicia ebbe anche e
soprattutto un importante ruolo politico - ad assistere ad un combattimento
in armi per stimolare gli amici a una discussione sull'educazione dei
propri figli: problema di fondo  se essa debba o
meno comprendere l'istruzione marziale, quale elemento costitutivo
della disciplina generale.
Lachete suggerisce a Lisimaco di interrogare anche Socrate, che
con i giovani ha maggiore dimestichezza. Inizia di qui il dibattito
vero e proprio. Combattere in anni , secondo Nicia, attivit degna
di grande considerazione, in quanto non solo rafforza il corpo e
rende migliori in guerra, ma rende anche pi coraggiosi. Lachete, al
contrario, non la pensa cos: ha constatato, infatti, che la maggior
parte di coloro che si esercitano a combattere in armi non  mai
divenuta famosa in guerra. Una disciplina di cos scarsa utilit,
ammesso che si tratti davvero di una disciplina, non  degna di essere
praticata. A questo punto interviene Socrate, che, secondo il suo
costume abituale, "aggredisce" l'argomento per linee esterne, onde
giungere in primo luogo a una maggiore consapevolezza dell'"ordine
di grandezza" del problema.
Cos Socrate fa subito osservare ai suoi amici che la questione in
esame non  da poco, perch riguarda il maggiore dei loro beni, i
figli. Quanto alle precisazioni preliminari, innanzitutto si dovr
vedere se loro medesimi hanno appreso quell'arte o no e se s, da
quali maestri. Socrate confessa, infatti. di non aver avuto alcun
maestro in questo campo e invita gli altri interlocutori ad intervenire.
Tra i presenti Lisimaco approva il discorso di Socrate relativo
all'importanza del loro esame; Nicia, invece, avverte gli amici di
fare attenzione ai discorsi del filosofo, che portano a mettere a
nudo la propria anima; Lachete, infine, afferma di amare i discorsi
armonici, scritti con arte e sincerit, quali gli sono parsi quelli di
Socrate medesimo.
Tornando all'argomento della discussione si ritiene di dover chiarire
quale sia la virt connessa con il combattere in armi e, soprattutto,
come possa essere definita. La virt in questione  il coraggio.
Il concetto viene chiarito con numerosi esempi tratti dapprima
dall'ambito militare e poi da altri ambiti. Una prima conclusione di
Lachete, chiamato da Socrate a dare una definizione del coraggio, 
che questo debba intendersi come la qualit di chi, in battaglia,
rimane fermo al proprio posto di combattimento, senza retrocedere
e senza voltare le spalle al nemico.  la definizione che ci si pu
attendere da un uomo d'armi, da un temperamento schietto e alquanto
rude, che punta dritto al lato "operativo" di ogni problema. Ma 
una definizione che Socrate ha buon gioco nel dimostrare incompleta:
intanto perch attinente solo all'ambito militare, e poi perch,
in questo medesimo ambito, lontana dall'aver esaurito ogni circostanza
e implicazione. Lachete, sotto i colpi delle obiezioni di Socrate,
ripiega allora su una definizione pi comprensiva: il coraggio,
, essenzialmente, "perseveranza" ("cartea" 192b). Ma poich
anche questa definizione non sfugge alle corrosive critiche di
Socrate - bench Socrate non neghi, d'accordo con Lachete, che il
coraggio  perseveranza accompagnata da intelligenza -, Lachete,
ormai privo di vie d'uscita, cede il campo a Nicia.
Il grande statista ateniese  ben memore di uno dei concetti fondamentali
dell'insegnamento di Socrate, cio che la virt possa essere
in ultima analisi ricondotta alla scienza, e propone, su questa scorta,
di definire il coraggio come la scienza delle cose temibili e non
temibili in ogni situazione, scienza che non tutti gli uomini, per,
possiedono. Lachete non  convinto di questa definizione e Socrate
gli spiega che essa risente di un evidente influsso sofistico. Tuttavia,
occorre ammettere che nella definizione data da Nicia c' del vero,
poich il coraggio presuppone la conoscenza e la valutazione del
pericolo (un bimbo, un folle, un animale, che per differenti ragioni
non sono in grado di scorgere e misurare il rischio contingente non
possono davvero essere definiti coraggiosi).
Proseguendo per sulla strada indicata da Nicia, Socrate obietta
che il coraggio, in quanto scienza delle cose temibili e non temibili,
riguarda, s, i beni e i mali futuri, ma dal momento che il bene e il
male si definiscono tali non in relazione al solo futuro, bens anche
al presente ed al passato, esso finisce per non poter essere considerato
una parte della virt: per essere inteso, cio, come la virt intera
nel suo complesso. Ma allora, proseguendo il ragionamento per
assurdo, si verrebbe alla conclusione che, poich la scienza  unica,
se il coraggio  scienza, esso  scienza di tutti i beni e di tutti i mali:
insomma,  la scienza del bene e del male, e chi  coraggioso  dunque
anche giusto, saggio, pio.
La discussione termina su questa conclusione problematica, per
non dire negativa. Con un rapido ritorno al punto che aveva originato
il dibattito, Nicia e Lisimaco, ammirati dalle sapienti spiegazioni
di Socrate, lo invitano a prendersi cura dell'educazione dei
loro figli, ma egli si schernisce, affermando di non essere in grado
neppure lui di assumersi tale compito. Suggerisce, anzi, di cercare
un maestro sapiente non soltanto per i propri figli, ma anche per se
stessi, senza vergognarsi della loro et matura, dato che, come dice
Omero, la vergogna non  buona in un uomo bisognoso (201b).
LAURA CALIRI
