Carmide
di Platone
Premessa di Umberto Bultrighini
Socrate, reduce da Potidea (432 a. C.), si reca nella palestra di Taurea
alla ricerca dei vecchi amici. Crizia, dopo i convenevoli di rito,
gli presenta suo cugino Carmide, giovane di straordinaria bellezza
e di alto lignaggio. Socrate  colpito dall'avvenenza di Carmide, ma
dichiara di voler concentrare il suo interesse sulla bellezza della
sua anima; gi dagli sviluppi immediati dell'approccio col giovane,
il pretesto della cura per il suo mal di testa, si profila il tema centrale
della discussione: la "sophrosne", auspicato esito positivo della
cura dell'anima. Secondo uno schema abituale, alcune definizioni
tradizionali vengono prese in esame per essere respinte. Cos avviene
con le definizioni avanzate da Carmide, il quale propone dapprima
un'equivalenza di "sophrosne", con il concetto di "suchia", una
certa serenit di condotta, poi con quello di "aids" un modesto pudore,
entrambe facilmente contestate da Socrate. La terza definizione
di "sophrosne" l'occuparsi ciascuno delle proprie cose, risulta
in realt essere farina del sacco di Crizia, che interviene personalmente
a proporre una corrispondenza tra "sophrosne" e conoscenza
di se stessi. La prima delle formulazioni ascrivibili a Crizia viene
aggirata da Socrate, che sostiene di vedervi un presunto carattere
intenzionale di indovinello (un qualsiasi educatore non si occupa
certo solo delle proprie cose quando insegna, e cos un medico
quando cura un malato, un tessitore o un costruttore nella propria
attivit); Socrate rileva quindi l'importanza di conoscere esattamente
ci di cui ci si occupa, conducendo Crizia a una nuova formulazione:
"sophrosne" come conoscenza di s. Ma anche questa
definizione necessita di ulteriori specificazioni circa l'oggetto e lo
scopo della scienza di cui si parla. Il resto del dialogo  interamente
imperniato sull'analisi delle varianti possibili di "epistme;
"sophrosne"  conoscenza di se stesso, conoscenza delle altre scienze e di
se stessa, consapevolezza del fatto che si conosce e che non si conosce,
infine coscienza di ci che si sa e di ci che non si sa. Nell'ultimo
passaggio Crizia ammette che la scienza che ci rende felici non
 affatto la "sophrosne", ma la scienza del bene e del male: e
qui il tema del dialogo si rivela non l'analisi di una virt, bens
l'esame dell'equivalenza socratica di virt e conoscenza, e in sostanza
delle possibilit di una scienza universale. Al termine del gioco serrato
di domande di Socrate e obiezioni di Crizia, la formula finale
di quest'ultimo - "sophrosne" come scienza di se stessa e di tutte le
altre scienze - mostra, come evidenziano le richieste di approfondimento
avanzate da Socrate, tutta la propria insufficienza. La conclusione
logica del dialogo  in sostanza quella annunciata nel suo
esordio: il contatto tra Carmide e Socrate dispensatore di formule
magiche e incaricato di esercitare il suo incantamento sul giovane 
ormai avviato, nonch scherzosamente imposto dalla mediazione di Crizia
nella sua qualit di tutore dello stesso Carmide.
"Sophrosne" dunque come elemento centrale di analisi, per la ricerca
ancora una volta infruttuosa di una definizione. Il tema non 
certo marginale nel quadro complessivo della storia delle forme
mentali greche. Come ha ben rilevato Helen North in una fondamentale
monografia sull'argomento (Sophrosyne. Self-Knowledge
and Self-Restraint in Greek Literature, Ithaca, N.Y. 1966), appare
destinata a restare un mistero l'emergenza della "sophrosne" come
virt basilare tra i Greci e non tra altri popoli antichi il cui
back-ground appare per molti aspetti analogo. Si tratta di una concezione
che nasce in una condizione di polarit rispetto all'"arte" eroica.
L'antitesi  sottoposta a vari tentativi di conciliazione; ma d'altra
parte la "sophrosne" non  sentita mai come negativa, nel senso di
pura e semplice prudenza, e si risolve piuttosto nell'armonioso
prodotto di un'intensa passione sotto un perfetto controllo, la vis
temperata della felice espressione oraziana. Si tratta comunque di
un concetto articolato e complesso;  in particolare da escludere
una limitazione al carattere repressivo delle spinte individualistiche
e degli impulsi naturali, che l'avvicinerebbe all'idea di "aids", evocata
appunto nel Carmide tra le definizioni tradizionali, e insufficienti,
di "sophrosne". Significativo a questo proposito il noto simbolismo
iconografico dell'auriga che tiene a freno mentre guida i
suoi focosi cavalli: la "sophrosne" preserva la "phrnesis" dagli
impulsi debordanti di appetiti e passioni, tuttavia non comporta mai
l'esclusione assoluta delle forze che domina: ne realizza semmai
l'uso appropriato per raggiungere alti obiettivi. In quanto composto
derivato dal grado zero della radice di "phrn" e dall'omerico "sos";
(attico "sos" 'sano', 'salvo', 'incolume'), pi il suffisso "-sne",
"sophrosne"  fondamentalmente 'sanit di mente' - cio condizione di chi
si trova in uno stato di 'intelletto indenne'. Si tratta in sostanza di
un concetto caratterizzato da una genesi "dinamica", in quanto
presuppone un rischio, un attacco all'integrit della "phrn", di cui la
"sophrosne" rappresenta la reazione e la risposta. Mens sana, dunque: in
senso intellettuale, ma anche soprattutto morale, perch sono in
questione quasi sempre i comportamenti individuali, valutati
sulla base delle relazioni del soggetto col mondo esterno; ci in ragione
di una distinzione di base del campo semantico di "phronein" rispetto
a quello di "noein", in quanto "phronein" indica il pensare e il sentire
specificamente nelle loro manifestazioni concrete verso gli altri.
Platone rappresenta un momento importante nella storia della riflessione
greca sul concetto: riassume le fasi della riflessione precedente
alla luce dell'esperienza della crisi di fine quinto secolo, e le reintegra
in una nuova unit. Inoltre, con l'assunzione della "sophrosne"
nel canone delle quattro virt cardinali nel quarto libro della Repubblica,
Platone determina la successiva fortuna attraverso i secoli del
concetto di "sophrosne" 'temperanza'. La "sophrosne"  oggetto della
riflessione di Platone, oltre che nel Carmide, anche nel Gorgia,
nella Repubblica, nelle Leggi; e passi significativi sono dedicati al
concetto anche nel Fedone, nel Simposio, nel Filebo, nel Timeo e
nel Politico. L'interesse e l'analisi passano attraverso tre fasi. Una
fase pi propriamente "socratica"  rappresentata appunto dal Carmide,
in cui la discussione sulla "sophrosne"  subordinata alla concezione
socratica della virt come conoscenza; seguiranno la fase
dell'approfondimento dell'interpretazione corrente di "sophrosne"
come dominio degli appetiti, la temperanza (Gorgia, Repubblica);
e infine la fase della riconsiderazione della funzione da attribuire
agli elementi appetitivi dell'anima (Timeo, Politico, Leggi). Un ruolo
centrale nell'attenzione di Platone per il tema  senza dubbio
svolto dal personaggio Socrate, che assolve una fondamentale funzione
paradigmatica, e nei dialoghi appare complessivamente, tenendo conto
anche della rappresentazione offerta nel Simposio e nel Fedro, come
il "sphron anr" per eccellenza. In Socrate sono
esemplificate le tre componenti della conoscenza di s, delle generali
"egcrteia" e "autrcheia", e dell'eros "regolato": quest'ultimo
perfettamente rappresentato nel nostro dialogo dall'atteggiamento
di Socrate di fronte al bel Carmide, un atteggiamento che rivela
certo tutte le connotazioni del rapporto erotico nella fase nascente
(si pensi al turbamento di Socrate di fronte agli occhi irresistibili di
Carmide e alla visione di ci che nascondeva il mantello), ma per
cos dire scantona immediatamente nell'interesse per l'anima e
l'intelletto (e non il corpo) del giovanetto.
Abbiamo col Carmide un esempio sintomatico di dialogo aporetico: la
ricerca di una definizione esatta di "sophrosne" viene abbandonata
quando la discussione con Crizia conduce al vicolo cieco
del paradosso: la "sophrosne" non  benefica. Anche in questo caso
Platone ricorre con maestria ad elementi esterni all'area
delimitata della dialettica, ossia a elementi della struttura narrativa
e drammatica, per offrire una soluzione almeno parziale.  proprio
il personaggio, efficacissimo sul piano caratteriale, di Carmide,
a indicare una via d'uscita, nel momento in cui conclude con il proposito
di sottoporsi quotidianamente all'incantamento di Socrate,
e sposta cos l'attenzione sulla fondamentale funzione paradigmatica
di Socrate; e, nel contempo, recupera con un colpo di coda che
presenta analogie con altri dialoghi (si pensi ai due intitolati ad
Alcibiade) il tema pederotico, che ancora una volta torna in chiusura
a riannodare i fili con l'impianto narrativo dell'esordio.
Alcuni elementi della costruzione dialogica appaiono sapientemente
selezionati a suggerire la tematica centrale. Innanzitutto, la
scelta della palestra come luogo della conversazione, ad evocare
l'immagine della ginnastica mentale cui Socrate costringe l'interlocutore,
nonch l'elemento di riflessione iniziale, la "sophrosne" come
salute dell'anima. Poi, la data drammatica, il 432 a.C., quando Socrate
 di ritorno dall'aver combattuto a Potidea (cfr. Symposium 219e sgg.),
ha in questo caso una funzione allusiva di notevole
spessore. Platone gioca in realt sulla consapevolezza da parte del
lettore degli sviluppi successivi nella vicenda dei protagonisti del
dialogo:  una tecnica quasi da flashback cinematografico, insistito
ed evocativo; il risultato  appunto quello di una potente suggestione
che scaturisce dal confronto spontaneo, stabilito da chi legge il
dialogo, col destino successivo dei suoi personaggi. Cos si spiega
l'insistenza sul glorioso lignaggio di Carmide e Crizia,
una naturale premessa a un futuro onorevole per i due protagonisti
dell'esecrato tentativo di fine secolo di scardinare l'ordine democratico
costituito, accomunati dalla morte nello scontro decisivo a
Munichia contro i sostenitori della democrazia. E lo stesso Crizia,
che nei Memorabili senofontei (Primo 2, 31-37) vieta a Socrate la
"logn tcne" e contatti di qualsiasi tipo con categorie specifiche di
artigiani, qui discute con Socrate dell'organizzazione dello stato e
dell'utilit della "sophrosne" per il pubblico amministratore.
Carmide  nel dialogo il rappresentante della "sophrosne" temperamentale
e spontanea (cfr. Leges 110a), ma non sa fornirne una definizione,
e quindi, non conoscendola, secondo Socrate, neanche la
possiede veramente. Crizia  il perfetto frequentatore dei sofisti e
perci un interlocutore per nulla passivo, e svolge un ruolo attivo
di stimolo critico e ravvivante della discussione. In lui convivono
vari elementi di una caratterizzazione da deuteragonista paradigmatico
e rappresentativo delle pulsioni intellettuali innovative innescate
dalla cultura sofistica nelle classi agiate ateniesi della seconda
met del quinto secolo: una piena fiducia nelle proprie capacit dialettiche,
una ricca cultura poetica sfruttata con citazioni dotte, l'ansia di
impressionare l'uditorio, la riluttanza ad ammettere la propria
condizione aporetica di smarrimento, la prontezza
nell'accusare Socrate di perseguire una vittoria e non la verit,
e, soprattutto, la convinzione di sapere ci che non sa.
La presentazione dei personaggi principali, Carmide e Crizia, appare
dunque emblematica, se rapportata nella giusta misura ai dati
biografici reali. Entrambi imparentati con Platone, in quanto
rispettivamente fratello e cugino di Perictione, madre del filosofo,
Crizia e Carmide furono tra i principali protagonisti del vituperato
regime dei Trenta Tiranni, la parentesi antidemocratica del 404/403 a.C.
Carmide fece parte della commissione di dieci "archontes" che
affiancava i trenta "suggrapheis" esercitando una giurisdizione diretta
sulla zona nevralgica del Pireo; Crizia fu, secondo gran parte della
tradizione, il capo, l'ideologo e l'anima nera del regime oligarchico,
e la sua frequentazione di Socrate fu oggetto di ampia discussione
nell'ambito della letteratura socratica, per essere stata considerata,
accanto al rapporto con Alcibiade, una delle motivazioni della condanna
del maestro (Senofonte, Memorabilia primo 2, 12 sefuenti; Eschine, In
Timarchum 173).  difficile sottrarsi all'impressione di un certo
grado di deliberato compiacimento da parte di Platone nel fare
proprio di questi due personaggi gli interlocutori di un dialogo
sulla "sophrosne" e i sostenitori di definizioni che si ricollegano
direttamente all'idea di temperanza e moderazione. Ovviamente il
problema particolare  strettamente connesso al problema generale
del livello di rielaborazione applicato nei dialoghi platonici a tematiche
e personaggi della storia ateniese della seconda met del quinto secolo.
Pur nella ben nota elusivit con cui utilizza dati propriamente
storici, Platone rispecchia comunque in generale il campo di interessi,
l'orientamento dei soggetti presi in considerazione: si deve far
conto di una qualche corrispondenza tra l'intenzione e il tono di
ci che Platone attribuisce ad un determinato personaggio inserito
come protagonista o interlocutore di un dialogo e quello che nella
realt questo personaggio pens e fece; e nel contempo va in qualche
misura calcolata una buona dose di consapevole gioco di intese
e ammiccamenti che Platone intende stabilire proprio su questo terreno
col fruitore della sua produzione dialogica.
In questa prospettiva, appare di estremo interesse il retroterra
ideologico che si intravede dietro la prima definizione che Crizia
propone per bocca di Carmide ("sophrosne"  occuparsi ciascuno
delle proprie cose); pare infatti essere in gioco qui il noto rapporto
problematico e conflittuale tra l'idea di "apragmosne" e quella di
"polupragmosne". Ci significherebbe un deciso allineamento di
Crizia (e Carmide) con l'ideale del deliberato ritrarsi dall'impegno
pubblico e politico, ideale ben presente alla riflessione platonica
(cfr. in particolare Respublica, 8, 549c). Socrate comunque sorvola
sul senso reale della definizione proposta da Carmide e ispirata
da Crizia, e quindi sul suo valore di testimonianza dello scollamento,
programmatico e in atto, tra buona parte dell'aristocrazia ateniese
e i meccanismi dell'Atene democratica d'et periclea, meccanismi di 
cui alcune fasce sociali, in particolare quelle "alte", avvertono
in misura sempre maggiore gli aspetti penalizzanti.  molto
significativo il fatto che nei Memorabili senofontei, e proprio in
uno scambio di battute con Carmide, Socrate ribadisca il dovere
morale, per un "chals chagaths" di un impegno fattivo nella vita
politica. Si potrebbe tra l'altro osservare che in questo caso Platone
mostra maggiore coerenza e prontezza di spirito nell'evitare di impegnare
Socrate in un campo minato per la sua buona memoria: 
in sostanza in linea con una generale tendenza apologetica eludere
qualsiasi tipo di coinvolgimento di Socrate con un insegnamento
propriamente politico impartito, come nei casi scottanti di Crizia e
Alcibiade, con un personaggio implicato in prima persona nel regime
dei Trenta, e che quindi incarnava quanto Crizia uno dei poli
degli opposti estremismi.
Per quel che concerne specificamente Crizia, non si pu, dunque,
escludere un intento sottilmente allusivo da parte di Platone nel
presentare il tiranno nella sua fase esistenziale di uomo giovane, di
poco pi anziano di Carmide, discepolo di un sofista famoso, Prodico
di Ceo, e, soprattutto, portavoce di un disinteresse programmatico
nei confronti della vita politica (quella, ovviamente, contemporanea):
giovane intellettuale legato a un'idea di "sophrosne" come
moderazione di tipo spartano, secondo un quadro che trova puntuali
corrispondenze nella produzione frammentaria del tiranno
(Diels-Kranz 88 B 6, B 7; cfr. B 47). Un quadro che Platone si mostra
particolarmente interessato a rimettere in campo, negli anni '90
del quarto secolo, quindi, in pratica, a non molti anni di distanza dalla
morte di Crizia e Carmide in lotta armata contro la democrazia.
UMBERTO BULTRIGHINI
