TEAGETE
di Platone
Premessa di Rosa Maria Parrinello
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
Il dialogo Teagete, di cui generalmente si considera falsa l'attribuzione
platonica,  un'analisi del significato della figura del sapiente,
del suo compito e della sua formazione.
Socrate incontra Demodoco, che gli chiede di dedicargli un po' del
suo tempo per aiutarlo a risolvere un problema importante. Egli 
infatti seriamente preoccupato per suo figlio: procrearlo  stato
facile, cos come  facile la semina delle piante, ma curarne la crescita
 cosa veramente ardua. Suo figlio, influenzato da certi discorsi
che sente fare ai suoi coetanei, lo rimprovera continuamente di
non fare nulla perch egli realizzi il suo desiderio, quello di diventare
sapiente, desiderio certo non vile, agli occhi del padre, ma pericoloso: per
evitare che il ragazzo prenda a frequentare a sua insaputa qualcuno che
lo rovini, egli ha deciso di accontentarlo e gli  dunque necessario,
in proposito, un consiglio di Socrate per scegliere oculatamente un
sofista cui affidare il ragazzo. Per fare questo, per, Socrate ritiene
necessario parlare direttamente con Teagete - questo  il nome del figlio
di Demodoco - e chiedergli cosa desidera, s da essere sicuro di dargli
un consiglio veramente buono; Teagete conferma di voler diventare sapiente
e questo fornisce a Socrate lo spunto per avviare la discussione su quale
sia questa sapienza che egli desidera e a cosa essa serva. Appurato che la
sapienza  una prerogativa di coloro che sanno e non di quelli che non sanno,
Teagete ammette di aver ricevuto l'educazione tradizionale impartita agli
altri giovani di buona famiglia, ma ritiene che gli manchi una scienza,
la sapienza appunto. La sapienza che vuole acquisire Teagete non risulta
essere n quella dell'auriga, n l'arte nautica, n la medicina, n la
musica, n la ginnastica, n l'agricoltura o l'architettura, ma  la
sapienza che serve a guidare tutti gli uomini che vivono in una citt.
Socrate allora obietta che Teagete vuol dunque diventare un tiranno come
Peleo, Periandro, Archelao e Ippia e domanda ironicamente al padre perch
non voglia mandarlo a scuola da qualche maestro di tirannide.
A questo punto l'ironia socratica prende il sopravvento e, citando
un frammento di Euripide, il filosofo chiede al ragazzo in quale
campo i tiranni siano sapienti: la risposta, che Teagete ignora,  che
i tiranni sono sapienti nell'arte di governare e quindi egli non vorrebbe
diventare altro che un tiranno. Il giovinetto, esasperato dal
tono di burla di Socrate, dichiara che sarebbe desiderio di tutti gli
uomini, Socrate compreso, governare su tutti gli uomini in assoluto
o sulla maggior parte di essi, ma non  questa la sapienza che egli
intende. Infatti, desiderio di Teagete  di diventare sapiente in materia
di politica, cio in quella scienza che comanda sugli uomini con
il loro consenso e non con la forza, come i tiranni: egli ha in mente
illustri precedenti quali Temistocle, Pericle e Cimone, e Socrate
osserva che per fare questo non c' bisogno alcuno di ricorrere a
un sofista e spendere un mucchio di soldi per le sue lezioni, poich
basterebbe semplicemente frequentare i politici, che incarnano quel
tipo di sapere, cos come, se uno volesse apprendere l'ippica, si
recherebbe da un abile cavaliere o, se volesse diventare esperto nel
lancio dei giavellotti, si recherebbe da coloro che sono abili in questa
specialit. Teagete, dimostrando una certa intelligenza, ribatte di
aver sentito certi discorsi dello stesso Socrate sull'inettitudine dei
politici del tempo, che non potrebbero in alcun modo recare vantaggi
nemmeno ai loro figli. Socrate invita allora Teagete a mettersi
nei panni di suo padre: come si comporterebbe, se suo figlio gli
dicesse di voler diventare un bravo pittore, lo rimproverasse di non
essere disposto a spendere del denaro allo scopo e poi non avesse
stima alcuna dei pittori e non volesse imparare da loro? Questo 
esattamente l'atteggiamento del ragazzo e Socrate lo esorta quindi
ad accettare di frequentare qualche bravo politico che gli dar
lezioni gratuite di politica e che lo far diventare famoso.
A questo punto Teagete afferma che la sua ricerca di qualcuno che
lo educhi potrebbe essere terminata se Socrate lo accettasse nelle
sua cerchia di discepoli, soluzione che eliminerebbe anche lo stato
d'ansia di Demodoco che lo prega pertanto di prendersi cura del
figlio. Socrate ribatte di non essere in grado di fare per Teagete
nulla di pi di quanto potrebbe fare Demodoco, che anzi  pi
anziano di lui, si  occupato di politica e gode di una grandissima
stima da parte degli abitanti del suo demo. Dunque, se Teagete
disprezza i politici, pu rivolgersi - e questo consiglio risulta
contraddittorio rispetto a quanto finora detto, ma  funzionale a questa
parte del dialogo che poi si risolve sostanzialmente in una critica ai
sofisti - ad altri potenziali maestri certo pi quotati di lui, quali i
sofisti Prodico di Ceo o Gorgia di Leontini, che sanno di tante
scienze di cui egli, invece, non sa nulla, ma Teagete dichiara di
conoscere moltissimi suoi coetanei che, dopo aver frequentato Socrate,
sono diventati molto migliori.
Causa di questo, interviene Socrate,  un "damon" ('demone'), una
voce divina che sempre, fin da quando era un ragazzo, lo trattiene
dal fare quello che  sul punto di fare ma non lo esorta mai ad agire
e che ha salvato tanto Socrate quanto molti suoi amici da esperienze
negative o addirittura dalla morte. Socrate menziona alcuni
testimoni di questa sua eccezionale esperienza, nomi che a noi dicono
poco o nulla ma che nell'Atene del tempo dovevano essere garanzia di
veridicit. Questo "damon" impedisce ad alcuni di frequentare Socrate,
mentre ad altri non lo impedisce, ma essi non traggono miglioramento alcuno.
I pi fortunati sono invece quelli di cui il "damon" favorisce la
frequentazione di Socrate, poich sono coloro che traggono vantaggio dal
loro rapporto con lui. Di questi taluni, poi, ottengono vantaggi sicuri
e durevoli, altri, invece, quando si allontanano da Socrate, ritornano
di nuovo alla condizione precedente al loro miglioramento: per spiegare
questa eventualit egli menziona un certo Aristide, che aveva fatto parte
della sua cerchia ma poi se ne era allontanato e, una volta ritornato, si
era reso conto di aver via via perso tutte le capacit acquisite frequentando
Socrate. Teagete conclude dunque che  necessario mettere alla prova il
"damon" per vedere se possa essere accettato o meno da Socrate,
il quale dal canto suo conferma che questa  l'unica cosa da fare.
Dialogo vivacissimo ed esemplificazione suprema della socratica
ars maieutica, il Teagete  soprattutto interessante in due punti:
quello in cui Socrate condanna i sofisti, la cui abilit consiste nel
farsi pagare dai propri discepoli e nel persuaderli ad essere grati di
ci, e quello in cui egli delinea i tratti del "damon", l'interiore voce
divina che non ha nulla a che vedere con la sapienza umana di cui
egli  portatore, ma  collegata con l'ambito degli avvenimenti e
delle azioni particolari:  un fatto che riguarda l'individuo Socrate
e gli eventi della sua esistenza, il segno che pi fermamente gli ha
vietato la partecipazione attiva alla vita politica. L'atmosfera suggestiva
e quasi sacrale in questa parte del dialogo chiarisce la portata
di un'esperienza interiore e spirituale di cui Socrate ha voluto fare
partecipi quanti lo circondavano e allo stesso tempo pone l'accento
sull'eccezionalit della figura di Socrate che riesce a strappare, anche
nei momenti in cui incalza l'interlocutore con infinite domande, un
sorriso di simpatia e di consenso.
ROSA MARIA PARRINELLO
