AMANTI
di Platone
Premessa di Rosa Maria Parrinello
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
Negli Amanti, di cui generalmente si considera falsa l'attribuzione
platonica, Socrate racconta di una discussione da lui avuta nella
scuola di un certo Dionisio con alcuni interlocutori, discussione
suscitata dall'amante di uno dei due fanciulli l presenti che stavano
litigando per alcune questioni di carattere filosofico e matematico:
questo amante, rozzo e ignorante, si lascia andare a dichiarazioni
di ostilit nei confronti della filosofia e Socrate ne chiede il motivo.
Un suo rivale in amore risponde che l'ostilit dell'altro  dovuta
alla sua ignoranza, nonch alla sua grossolanit, dal momento che
egli  un cultore di ginnastica, dunque una persona che ha trascorso
tutta la vita a farsi mettere le mani intorno al collo, a riempirsi il
ventre e a dormire e che quindi non e assolutamente in grado di
apprezzare l'importanza della filosofia. Socrate si rivolge allora a
questo secondo interlocutore domandandogli se secondo lui la filosofia
sia una cosa bella o brutta e l'altro risponde che essa e senz'altro
una cosa bella. Socrate gli chiede poi se egli sappia in cosa consista
il praticare la filosofia e l'interlocutore risponde, citando
l'elegia di Solone, che essa consiste nell'invecchiare imparando
continuamente. Il dialogo prosegue in modo serrato con un
succedersi di domande e risposte: Socrate chiede se la filosofia sia
erudizione, dal momento che, secondo quanto si  detto, essa sembrerebbe
consistere nell'apprendere il maggior numero di nozioni
possibili, e l'altro risponde che lo . A questo punto Socrate, al
quale in un primo momento era sembrato che l'interlocutore parlasse
in modo sensato, domanda se la filosofia sia una cosa solo
bella o anche buona e l'altro risponde che  anche una cosa buona;
pertanto Socrate, con un salto logico apparentemente ingiustificato,
chiede se l'amore per la ginnastica consista nei molti esercizi fisici e
l'interlocutore risponde che  cos, proprio come la filosofia  erudizione.
Infatti lo scopo dei cultori di ginnastica  arrivare a ottenere una
buona condizione fisica e ci, a parere dell'interlocutore
non sarebbe possibile facendo pochi esercizi. Viene allora nuovamente
coinvolto nella discussione il primo interlocutore, un cultore
della ginnastica, il quale corregge l'affermazione del suo rivale in
amore e afferma che sono gli esercizi misurati a permettere il conseguimento
di una buona forma fisica, ma questo non pu certo saperlo un uomo
dalla tempra delicata quale appunto la sua.
Questo intervento permette a Socrate di modificare quanto affermato
in precedenza, poich nella ginnastica, come in tutte le altre
cose che riguardano il corpo - i cibi per esempio -  il numero
misurato di esercizi che porta ad avere una buona forma fisica.
Dunque, ed  a questo che Socrate voleva arrivare, lo stesso ragionamento
vale anche per quanto riguarda l'anima, alla quale dovranno giungere
in modo equilibrato quegli apporti che poi sono le cognizioni e
anche il filosofo quindi potr apprendere solo un numero
moderato di cognizioni: il problema si sposta su quale sia
appunto l'oggetto della filosofia, cio quali cognizioni il filosofo
debba apprendere. Se per sapere quale sia il giusto regime dietetico
e di vita cui il corpo deve essere soggetto si ricorrer al medico e invece,
nel caso in cui si voglia sapere qual  la giusta misura di semi
da piantare si ricorrer al contadino, a chi ci si rivolger per sapere
la giusta misura delle cognizioni da "seminare" nell'anima? Socrate
riprende allora la discussione con l'interlocutore pi colto, il
quale sostiene che il filosofo deve conoscere tutte le arti o almeno il
maggior numero di esse e soprattutto quelle importanti e che sono
di pertinenza dell'intelligenza e non del lavoro materiale; tuttavia
non deve conoscerle con la perfezione dello specialista, ma in modo
da poter esprimere la propria opinione con competenza e in
ogni circostanza, s da risultare sempre il pi colto e il pi sapiente
tra tutti i presenti: se cos fosse, per, obietta Socrate, il filosofo
finirebbe per sembrare simile ai pentatleti, cio a quegli atleti che
gareggiano in cinque specialit e che nelle singole gare arrivano
secondi rispetto ai cultori di quella specialit, ma arrivano prima
degli altri atleti. Il filosofo, analogamente, avrebbe sempre chi lo
supera nel possesso delle singole arti e sarebbe sempre un gradino
al di sotto della perfezione. L'interlocutore ribadisce che sono proprio
questi i termini della questione: il filosofo  colui che non 
schiavo di nulla e che si dedica nella giusta misura a ogni cosa,
senza trascurare alcunch. Alla luce di questo ragionamento, tuttavia,
 chiaro che egli non pu svolgere la funzione di un medico o
quella di un nocchiero su una nave sbattuta dalla tempesta, poich
in questi casi  meglio ricorrere a chi sia esperto in materia: allora,
in presenza degli specialisti, il filosofo sarebbe una persona inutile
e, sulla base dell'equivalenza tra utile e buono e inutile e malvagio,
addirittura cattiva. Non sar quindi l'interesse per le arti ci in cui
consiste la filosofia.
La discussione prosegue: cos come per i cavalli, per i cani e per
gli altri esseri viventi esiste un'arte che sa educarli nel modo giusto,
correggerli e renderli migliori, questo vale anche per l'uomo, e questa
arte  quella che sa anche distinguere gli elementi buoni da
quelli che non valgono nulla: dunque la giustizia  la scienza che
regola la vita nelle citt e punisce chi ne trasgredisce le leggi.
Procedendo nel ragionamento, ne consegue che, se un cavallo non
sapesse riconoscere quali tra gli altri cavalli sono buoni e quali non
servono a nulla, neanche d se stesso saprebbe riconoscere le qualit
o i difetti, e questo vale anche per l'uomo. La saggezza  dunque
la conoscenza di se stessi ed essa coincide con la giustizia, poich
chi non sa di essere malvagio, non sa neppure riconoscere gli
altri che sono tali e dunque non pu punirli o correggerli. Alla
conoscenza di se stessi e alla pratica della giustizia esorta appunto
l'iscrizione delfica: se la saggezza, infatti,  l'arte con cui l'uomo 
in grado di guidare se stesso in modo giusto e la giustizia  l'arte
con cui si  in grado di correggere in modo giusto, le due arti coincidono
e contribuiscono alla buona amministrazione della citt,
dunque le due arti sono a loro volta coincidenti con la politica, cio
l'arte di governare. Pertanto l'arte  una sola, ma accomuna tutte le
forme di governo, anche quella tirannica, e ogni forma di amministrazione,
sia essa quella dell'amministratore o del giudice.
Il filosofo viene quindi a essere colui che deve risultare in grado
di affiancarsi ai giudici e ai re e di aiutarli nell'amministrazione
della giustizia e della polis - e in questa concezione si pu gi
intravedere in nuce l'idea che poi verr ampiamente sviluppata
nella Repubblica, cio la necessit dei filosofi al governo perch un
sistema funzioni veramente e si possa realizzare l'ideale dello Stato
perfetto -, pertanto la filosofia non  certo erudizione e non consiste
nel dedicarsi alle arti. Gli interlocutori non possono che dare il
loro assenso a tali conclusioni e il dialogo ha cos fine.
Nel dialogo Amanti abbiamo una definizione di cosa sia la filosofia
e di che cosa essa debba occuparsi: non delle arti, perch questo 
di competenza degli specialisti, bens deve essere compagna - e non
ancilla - della scienza politica, dunque la sua finalit risulta
essere, almeno in questo contesto, pratica, ma la sfera di influenza 
quella pi nobile agli occhi del cittadino ateniese, giacch essa
dispiega il suo raggio di azione e spazia all'interno della polis,
permettendone l'"eu zen", cio il ben vivere, che  pur sempre lo scopo
ultimo cui ogni uomo tende.
ROSA MARIA PARRINELLO
