IPPARCO
di Platone
Premessa di Daniela Ternavasio
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
Ipparco o l'uomo avido di guadagno: questo  il titolo attribuito
al dialogo dalla tradizione manoscritta medievale. In realt, il titolo
vero sarebbe soltanto il secondo, dal momento che Ipparco non
compare come interlocutore di Socrate, ma come protagonista di
una digressione inserita al centro della discussione: in questo modo,
il dialogo risulta composto di due sezioni, iniziale e finale, di
estensione pressoch equivalente.
La scena  occupata da due personaggi del dialogo: Socrate e un
suo discepolo, di cui non viene fatto il nome (nel testo  indicato
genericamente come "amico", "compagno").
Con la prima questione, posta da Socrate all'inizio del dialogo -
Che cos' l'avidit di guadagno e chi sono gli avidi? -, si entra
nel vivo del dibattito. L'avido di guadagno  definito dal discepolo
come colui che fa conto di trarre profitto da cose di nessun valore.
A queste parole Socrate obietta, dicendo che chi  consapevole
della mancanza di valore di quanto possiede, non pretende di trarre
da ci un guadagno. In tal modo, nessuno pu essere definito
avido. Il discepolo corregge, allora, la sua precedente affermazione,
precisando che gli avidi di guadagno, a causa della loro insaziabilit,
smaniano di trarre guadagno dalle cose, senza badare alla loro
qualit e al loro valore.
Ma, per definizione, replica Socrate, gli uomini avidi amano il
guadagno e ritengono la perdita un male, perch da essa vengono
danneggiati: se la perdita  un male, il guadagno, che  il suo contrario,
risulta, dunque, essere un bene. E se tutti gli avidi di un guadagno
amano il bene, rappresentato dal guadagno stesso, tutti gli
uomini possono allora essere definiti avidi, dal momento che tutti
gli uomini amano il bene. Quest'ultima affermazione  in pieno
contrasto con la precedente: quale dei due punti di vista  da ritenersi
quello giusto?
Il discepolo avanza allora una terza definizione del concetto di
avidit: l'uomo avido  chi fa in modo di trarre guadagno da ci da
cui gli uomini per bene non oserebbero. I buoni, infatti, evitano i
cattivi guadagni, che finiscono per danneggiarli.
Ma se il guadagno  un bene - obietta Socrate - come pu essere
dannoso? L'unica spiegazione possibile  che il discepolo stia tentando
di ingannare il maestro.
A questo punto, la reazione del discepolo  immediata: non  il
maestro, ma lui ad essere ingannato, dal momento che Socrate, con
i suoi ragionamenti, lo sballotta da una parte e dall'altra.
La digressione di Ipparco viene introdotta da Socrate per spiegare
il motivo per cui egli non potrebbe mai ingannare un
amico: disobbedirebbe, infatti, ad una massima del sapiente Ipparco,
figlio del tiranno di Atene, Pisistrato. Alla morte del padre,
Ipparco govern la citt, insieme con il fratello Ippia, dal 527 al 514 a.C.,
anno in cui venne ucciso nella congiura tramata da Armodio e
Aristogitone. Ippia continu a governare, da solo, fino al 510 a.C.,
quando venne cacciato da Atene.
L'elogio di Socrate sottolinea la sapienza di Ipparco e le numerose
attivit culturali da lui promosse: egli fu il primo ad introdurre,
in occasione delle feste Panatenee, la recitazione dei poemi omerici,
fece da mecenate ai poeti Anacreonte e Simonide e si preoccup
dell'istruzione dei sudditi, compresi quelli che abitavano nelle campagne.
L'elogio si chiude con la narrazione della morte del tiranno,
che, secondo Socrate, sarebbe avvenuta non per motivi politici, ma
per una vendetta di gelosia: Ipparco sarebbe riuscito a "sottrarre"
ad Armodio il giovane da lui amato.
Terminata questa digressione, il discepolo invita Socrate a ritirare
l'affermazione, secondo cui tutti i guadagni, compresi, quindi,
anche quelli cattivi, sono un bene. Socrate osserva che, come per i
cibi esistono quelli buoni e quelli cattivi, ma, quanto all'"essere
cibo", non vi  alcuna differenza fra essi: cos  per il guadagno, per
buono o cattivo che sia,  pur sempre guadagno. Ma, allora, che
cos' che fa la differenza?
Quando ci che si spende  inferiore a quanto si ricava - continua
Socrate - ecco che si pu parlare di guadagno. Guadagnare non
significa fare un acquisto qualsiasi, ma un buon acquisto.
Entra, a questo punto, in gioco, il concetto di valore, in qualit di
fattore determinante per ottenere vantaggio: dall'acquisto di una
quantit, anche minima, d'oro si ricava di pi, rispetto all'acquisto
della quantit doppia d'argento, poich l'oro ha pi valore dell'argento.
Se il valore procura vantaggio,  un bene.
Il discorso , dunque, tornato all'origine: tutti i guadagni, piccoli o
grandi, sono un bene. Ora, gli uomini tendono al bene e i malvagi
amano tutti i tipi di guadagno. Seguendo il ragionamento, l'unica
conclusione possibile  che tutti gli uomini, i buoni come i cattivi,
amano il guadagno: A torto rimprovera chi rimprovera ad un
altro di essere avido di guadagno; accade, infatti, che chi muove
rimproveri si trovi nella medesima condizione.
L'autenticit dell'Ipparco  stata messa in dubbio fin dall'antichit:
il grammatico alessandrino Aristofane di Bisanzio, vissuto tra
il terzo e il secondo secolo a. C., non inserisce il dialogo nelle sue
Trilogie e il retore Eliano (circa 170-240 d.C.) si chiede se esso sia
realmente platonico (Varia historia libro 7, 2); Trasillo, invece, lo
colloca nella quarta Tetralogia, insieme con l'Alcibiade maggiore,
l'Alcibiade minore e gli Amanti.
La grande maggioranza dei critici moderni propende per l'autenticit
del dialogo. Le analogie strutturali e di linguaggio che emergono dal
confronto fra l'Ipparco e gli altri dialoghi socratici, non sono
sufficienti a dimostrare l'autenticit di esso: nel dialogo compaiono
infatti molti elementi che risultano estranei alla tecnica e, in generale,
all'impronta di Platone (a prescindere dalla singolarit del titolo):
i personaggi stessi sono piuttosto anonimi e insignificanti, la
discussione si trascina stancamente, appesantita da ragionamenti di
carattere spiccatamente sofistico.
Molti sono stati i tentativi di datazione e di attribuzione del dialogo
ad un autore: A. E. Taylor, per esempio, propone di attribuire
l'Ipparco a un accademico del primissimo periodo, mentre J. Souilh
preferisce pensare a un socratico, che avrebbe scritto durante la prima
met del quarto secolo a.C., ma conclude, con disappunto, che dobbiamo
rassegnarci a ignorare il nome dell'autore dell'Ipparco.
DANIELA TERNAVASIO
