IPPARCO
di Platone
traduzione di Daniela Ternavasio
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine del testo)
Socrate: Dimmi: che cos' l'avidit di guadagno? Che cosa pu essere, e
chi sono questi avidi?
Amico: Penso che siano quelli che fanno conto di trarre guadagno da cose
di nessun valore.(1)
Socrate: Ritieni, dunque, che essi sappiano che sono prive di valore,
oppure che lo ignorino? Perch, se lo ignorano, tu definisci gli
avidi di guadagno gente priva d intelligenza.
Amico: Tutt'altro che privi di intelligenza! Io piuttosto li definirei
uomini scaltri, furfanti e incapaci di resistere al guadagno;
pur riconoscendo come prive di valore le cose dalle quali ardiscono
trarre profitto, tuttavia osano, a motivo della loro sfrontatezza,
cercare il guadagno.
Socrate: Intendi forse dire che l'avido di guadagno  simile, per
esempio, a un contadino che pianta un albero e, pur sapendo che
esso non ha alcun valore, fa conto di trarne guadagno, una volta
fatto crescere?  forse questo che dici?
Amico: Da tutto, certo, o Socrate:, l'avido di guadagno pensa di dover
trarre profitto.
Socrate: Non rispondermi cos, alla leggera, come se qualcuno ti facesse
torto,  ma prestami attenzione e rispondi, come se ti interrogassi di
nuovo dal principio: sei disposto o no ad ammettere che l'uomo avido di
guadagno sia consapevole del valore di ci da cui fa conto di trarre
vantaggio?
Amico: S. Lo ammetto.
Socrate: Chi , dunque, colui che, esperto del valore degli alberi,
sa in quale stagione e in quale terreno questi debbano essere
piantati - tanto per introdurre, anche noi, alcune di quelle dotte
espressioni con cui gli abili avvocati abbelliscono i loro discorsi?
Amico: Penso si tratti del contadino.
Socrate: Con l'espressione far conto di trarre vantaggio intendi, forse,
qualcosa d diverso dal pensare di dover trarre vantaggio?
Amico:  proprio questo che intendo.
Socrate: Allora non tentare di ingannarmi, bench io sia ormai vecchio,
mentre tu sei cos giovane, dandomi risposte come quelle di poco fa, a cui
neppure tu credi, ma dimmi la verit:  possibile secondo te che uno, il
quale sia contadino e, quindi, sappia che l'albero da lui piantato  privo
di valore, pensi di trarre vantaggio da esso?
Amico: Per Zeus, no di certo.
Socrate: E ancora: pensi che un cavaliere, consapevole di dare al
proprio cavallo biada di scarsa qualit, ignori che sta rovinando l'animale?
Amico: No, di certo.
Socrate: Pertanto, da questa biada di nessun valore non crede di poter
guadagnare.
Amico: No.
Socrate: E ancora: credi che un pilota, il quale abbia fornito la sua
nave di vele e timoni di nessun valore, ignori di subire, in seguito,
dei danni e di correre il rischio di perdere la sua stessa vita, insieme
con la nave e con tutto quanto essa si trovi a trasportare?
Amico: Assolutamente no.
Socrate: Pertanto, egli non pensa di trarre guadagno da un equipaggiamento
di nessun valore.
Amico: Senz'altro, no.
Socrate: Ma uno stratega, consapevole che il proprio esercito possiede armi
di nessun valore, crede d trarre da esse vantaggio e pretende di guadagnare?
Amico: Niente affatto.
Socrate: Allora un suonatore di flauto, che disponga di flauti di
nessun valore o un citaredo o un arciere con una lira e un arco di
bassa qualit o, in generale, un qualsiasi altro artigiano o uomo di
talento, dotati di strumenti e attrezzi privi di valore, credono di
trarre guadagno da queste cose?
Amico: Non mi sembra proprio.
Socrate: Ebbene, chi sono mai coloro che chiami avidi di guadagno? Non
certo questi che abbiamo passato in rassegna, ma quanti, pur riconoscendo
di possedere cose di nessun valore, pensano di poterne trarre un guadagno;
ma, cos, caro mio, stando alle tue parole, non esiste fra gli uomini alcuno
che possa essere detto avido di guadagno.
Amico: Eppure io, o Socrate:, intendo per avidi di guadagno quelli
che, a causa della loro insaziabilit, sempre bramano senza
moderazione oggetti assolutamente futili e di poco o nessun valore e
cercano di trarne profitto.
Socrate: Ci naturalmente avviene, carissimo, senza sapere che si
tratta di oggetti di nessun valore, perch, su questo, il nostro
ragionamento ci ha smentiti, dimostrandoci che  impossibile.
Amico: Sono d'accordo con te.
Socrate: Se, dunque, non sanno,  chiaro che ignorano, mentre pensano che
cose prive di valore ne abbiano molto.
Amico: Sembra cos.
Socrate: Ma non  forse vero che gli avidi amano il guadagno?
Amico: S.  vero.
Socrate: E tu affermi che il guadagno  il contrario della perdita.
Amico: S, certamente.
Socrate: Vi , dunque, qualcuno, per il quale perdere sia un bene?
Amico: Nessuno.
Socrate: Anzi,  un male.
Amico: S.
Socrate: Gli uomini sono, dunque, danneggiati dalla perdita.
Amico: S. Sono danneggiati.
Socrate: Di conseguenza perdere  un male.
Amico: S.
Socrate: Ma il guadagno  il contrario della perdita.
Amico: S.  il contrario.
Socrate: Allora il guadagno  un bene.
Amico: S.
Socrate: Perci tu chiami avidi di guadagno quelli che amano il bene.
Amico: A quanto pare.
Socrate: Non sono proprio pazzi, allora, Amico, quelli che definisci
avidi di guadagno. Anzi, tu stesso ami o non ami ci che  bene?
Amico: S. Lo amo.
Socrate: Ma c' qualche bene che non ami e qualche male, invece, che ami?
Amico: No, per Zeus, non c'.
Socrate: Allora, ami tutto ci che  bene allo stesso modo.
Amico: S.
Socrate: Coraggio, domandami se anche io non mi comporto allo stesso modo,
perch anche io converr con te sul fatto di amare ci che  bene. Ma,
oltre a me e a te, tutti gli altri uomini non ti sembrano amare ci che 
bene e aborrire ci che  male?
Amico: Mi sembra proprio cos.
Socrate: Ma non avevamo riconosciuto che il guadagno  un bene?
Amico: S.
Socrate: In questo modo, per, tutti appaiono avidi di guadagno, mentre
nessuno di cui parlavamo prima lo era. Quale, dunque, dei due ragionamenti
si dovr seguire, per non cadere in errore?
Amico: Questo, Socrate:, credo succeder solo se si comprender correttamente
chi sia l'avido di guadagno:  giusto considerare tale chi si prodiga in
tal senso e cerca di trarre guadagno dalle stesse cose da cui gli uomini
per bene non oserebbero farlo.
Socrate: Ma, vedi, o dolce Amico: poco fa convenimmo sul fatto che
guadagnare equivalga ad ottenere vantaggio.
Amico: Ebbene, che cosa vorresti dire con questo?
SOCRATE: Che, oltre a ci, giungemmo anche a un'altra ammissione: tutti e
sempre non vogliono altro che il bene.
Amico: Certamente.
Socrate: Perci anche i buoni vogliono ottenere ogni tipo di guadagno, se
 vero che il guadagno  un bene.
Amico: Tuttavia, o Socrate, non quei guadagni dai quali finiranno con
l'essere danneggiati.
Socrate: Con l'essere danneggiati intendi il subire una perdita, o che altro?
Amico: Niente d'altro: mi riferisco al subire una perdita.
Socrate: L'uomo viene, dunque, danneggiato dal guadagno o dalla perdita?
Amico: Da entrambe le cose: perch ci si rimette a causa di una perdita, ma
anche a causa di un cattivo guadagno.
Socrate: E ti pare mai che una cosa utile e buona possa essere cattiva?
Amico: No, affatto.
Socrate: Non abbiamo, forse, riconosciuto, poco fa, che il guadagno  il
contrario del male, rappresentato dalla perdita?
Amico: S. Lo ammetto.
Socrate: E che, inoltre, essendo il contrario di un male,  un bene?
Amico: S. Lo abbiamo riconosciuto.
Socrate: Ecco, allora: tu cerchi di ingannarmi, dicendo di proposito il
contrario di quanto poco fa avevamo convenuto.
Amico: No, per Zeus, o Socrate:, ma, al contrario, sei tu che inganni
me e, non so come, nel corso della discussione, riesci a rivoltarmi
in un senso e nell'altro.
Socrate: Ti prego di tacere. Non agirei certamente bene se non prestassi
ascolto ad un uomo nobile e saggio.
Amico: A chi dovresti dare ascolto e, soprattutto, che cosa dovresti
ascoltare?
Socrate: Si tratta di un mio e di un tuo concittadino, figlio di
Pisistrato,(2) del demo di Filaide:(3) Ipparco,(4) il maggiore e il pi
sapiente tra i figli di Pisistrato, il quale, tra le molte altre belle prove
della sua sapienza, fu il primo a introdurre in questo paese i poemi di
Omero e costrinse i rapsodi a recitarli alle Panatenee,(5) gli
uni dopo gli altri e in ordine, come ancora oggi essi fanno; dopo averlo
mandato a prendere con una nave a cinquanta remi, fece venire ad Atene
Anacreonte di Teo,(6) mentre Simonide di Ceo (7) lo aveva sempre al suo
fianco, persuadendolo a restare con grandi ricompense e doni. Si comportava
cos con l'intento di istruire i cittadini, per poter regnare su uomini che
fossero i migliori possibile, nella convinzione che a nessuno si dovesse
negare il diritto alla sapienza, da quell'uomo eccellente che era. Dopo
che ebbe istruito gli abitanti della citt e tutti lo ammiravano per la
sua sapienza, con l'intenzione di istruire anche quelli che vivevano in
campagna, fece per loro disporre delle Erme (8) lungo le strade, a mezzo
cammino fra la citt e i singoli demi; e, dopo aver scelto dal bagaglio
del suo sapere le massime che riteneva pi sagge, in parte apprese, in
parte da lui stesso trovate, di sua mano le mise in versi elegiaci e le
fece incidere sulle Erme, come documenti della sua arte e della sua sapienza,
affinch, per prima cosa, i concittadini non si meravigliassero delle
sapienti iscrizioni di Delfi, come il Conosci te stesso, il Nulla di
troppo e altre simili, ma considerassero pi sagge le parole di
Ipparco; e poi perch, nel percorrere le strade avanti e indietro,
leggendo e gustando la sua sapienza, lasciassero i campi per recarsi in
citt ed essere istruiti anche nel resto. Le iscrizioni sono due: nella
parte sinistra di ciascuna Erma  inciso il nome di Ermes, che dice di
trovarsi a met strada tra la citt e il demo, mentre nella parte destra
si legge: Monito di Ipparco: procedi con giusti pensieri. Vi sono poi
anche molte altre belle massime incise su altre Erme; in particolare,
quella sulla via Stiriaca, (9) nella quale si legge: Monito di Ipparco:
non ingannare l'amico. Dunque non oserei di certo ingannare te che sei
un mio amico, n, tantomeno, disobbedire ad un uomo cos importante.
Dopo la sua morte, per tre anni gli Ateniesi subirono la tirannide
di suo fratello Ippia,(10) e da tutti i vecchi avrai avuto modo di
apprendere che solo in quegli anni ad Atene ci fu la tirannide, mentre
prima gli Ateniesi vivevano quasi come sotto il regno di Crono.(11)
Si racconta, poi, da parte dei meglio informati, che la sua
morte avvenne non, come pensano i pi, per aver recato offesa alla
sorella di Armodio, durante la caneforia (12) - questa sarebbe, infatti,
una motivazione sciocca -, ma per il fatto che Armodio era l'amante di
Aristogitone ed era stato educato da lui; di conseguenza Aristogitone
andava fiero di averlo istruito e riteneva Ipparco un suo rivale. A quel
tempo, ad Armodio capit di innamorarsi di uno dei giovani belli e nobili
di allora - ne riferiscono anche il nome, ma io non lo ricordo. Questo
giovanotto, dunque, fino a quel momento sarebbe stato un ammiratore di
Armodio e Aristogitone, a motivo della loro sapienza, ma, in seguito,
col frequentare Ipparco, prese a disprezzarli: essi furono cos addolorati
da tale offesa, che uccisero Ipparco. (13)
Amico: Corri, allora, il rischio, o Socrate:, o di non considerarmi un
tuo amico oppure, se tale mi ritieni, di non dare retta ad Ipparco:
perch io non riesco a convincermi di come tu non mi inganni - non so,
tuttavia, in che modo - con i tuoi ragionamenti.
Socrate: Ebbene, come se giocassi a tavoliere, (14) in questa discussione
sono disposto a ritirare quella che vuoi delle affermazioni fatte,
affinch tu non creda di essere ingannato. Tutti gli uomini desiderano ci
che  bene: , forse, questo che devo ritirare?
Amico: Assolutamente no.
Socrate: Allora che il perdere, come la perdita,  un male?
Amico: No, certo.
Socrate: Che il guadagno e il guadagnare sono il contrario della perdita
e del perdere.
Amico: Nemmeno questo.
Socrate: Che, essendo il contrario di ci che  male, il guadagno  un bene?
Amico: Non tutti i guadagni:  proprio questa l'affermazione che devi
ritirare.
Socrate: Tu pensi, dunque, a quanto pare, che il guadagno a volte sia un
bene, a volte un male.
Amico: S.
Socrate: Allora ritiro questa affermazione: si ammetta pure che un guadagno
sia buono e un altro cattivo. Ma di questi il buon guadagno non  pi
guadagno del cattivo. Non  cos?
Amico: Che cosa vuoi sapere da me?
Socrate: Te lo dir: il cibo pu essere sia buono che cattivo?
Amico: S.
Socrate: Forse, dunque, uno di essi  pi cibo dell'altro oppure,
allo stesso modo, sono entrambi cibi e non c' differenza tra
l'uno e l'altro, quanto all'essere cibo, ma per il fatto di essere uno
buono e l'altro cattivo?
Amico: S.
Socrate: Perci, anche le bevande e tutte le altre cose che esistono
e che, pur essendo in s le stesse, si trovano ad essere le une
buone e le altre cattive, non differiscono fra di loro quanto a
quello per cui sono identiche? E questo vale anche per l'uomo, che pu
essere buono e malvagio.
Amico: Certo.
Socrate: Tuttavia, credo, nessuno dei due  pi o meno uomo dell'altro,
n il buono del malvagio, n il malvagio del buono.
Amico: Hai ragione.
Socrate: E non pensiamo cos anche del guadagno, cio che, buono o cattivo,
 pur sempre guadagno?
Amico: Necessariamente.
Socrate: Colui che ottiene un cattivo guadagno non trae, certo, pi
vantaggio di colui che ottiene un buon guadagno; pertanto, nessuno dei
due sembra essere pi guadagno dell'altro, come abbiamo convenuto.
Amico: S.
Socrate: Perch a nessuno dei due si pu applicare il pi o il meno.
Amico: No, per l'appunto.
Socrate: Come si potrebbe fare o subire qualcosa di pi o di meno, in una
circostanza del genere, alla quale n il pi, n il meno sono applicabili?
Amico:  impossibile.
Socrate: Poich, dunque, entrambi sono guadagni allo stesso
modo e, per di pi, vantaggiosi, occorre che noi consideriamo per
quale motivo tu li chiami entrambi guadagni: che cosa vedi di
uguale in essi? E come se mi domandassi, a proposito degli esempi poco fa
citati, perch mai sia il cibo buono, sia il cibo cattivo io li chiami
entrambi cibi allo stesso modo, ti risponderei che li chiamo cos perch
entrambi sono nutrimento solido per il corpo; e che il cibo consista
in questo, anche tu lo riconoscerai. Non  cos?
Amico: S, certamente.
Socrate: La stessa risposta si potrebbe dare anche in riferimento alle
bevande: questo  il nome che ha il nutrimento liquido per il corpo, buono
o cattivo che sia: e cos anche per il resto. Prova, dunque, anche tu ad
imitarmi nel rispondere cos. Tu sostieni che il buon guadagno e il cattivo
siano guadagni entrambi: che cosa vedi di uguale in essi, che sia appunto
anche questo guadagno? Se, poi, tu stesso non sai che cosa rispondere,
considera le mie parole: chiami, forse, guadagno ogni acquisto che uno si
trovi a fare o senza spendere nulla oppure spendendo di meno di quanto si
ricava?
Amico: S. Questo , credo, quello che io chiamo guadagno.
Socrate: Diresti lo stesso di uno invitato a banchetto che, dopo essersi
ben rifocillato, rimediasse una malattia?
Amico: No, per Zeus, assolutamente no.
Socrate: E se, invece, dal banchetto ricavasse buona salute, il suo sarebbe
un guadagno o una perdita?
Amico: Un guadagno.
Socrate: Dunque, non  un guadagno fare un qualsiasi acquisto.
Amico: No. Di certo.
Socrate: Questo non vale, forse, solo per un cattivo acquisto? O non sarebbe
un guadagno neppure se si facesse un buon acquisto?
Amico: Penso di s, se si tratta di un buon acquisto.
Socrate: Se, invece,  cattivo, non sar una perdita?
Amico: Credo di s.
Socrate: Vedi, allora, che continui a girare intorno allo stesso punto?
Il guadagno sembra un bene, mentre la perdita un male.
Amico: Non so pi che cosa dire.
Socrate: Non senza ragione ti trovi in difficolt. Rispondi ancora a
questo: parleresti di guadagno se si trattasse di acquistare di pi
di quel che si spende.
Amico: Non quando si tratta di un male, ma solo nel caso in cui uno,
spendendo meno oro e argento, ne ottenesse di pi.
Socrate: Stavo per domandarti proprio questo. Ebbene: se uno, con la spesa
di mezza libbra d'oro, ricavasse una quantit doppia di argento, otterrebbe
un guadagno o una perdita?
Amico: Una perdita di certo, o Socrate:: perch l'oro gli viene valutato il
doppio, anzich dodici volte tanto.
Socrate: Eppure ha ricevuto di pi; o, forse, il doppio non  pi della met?
Amico: Non per il valore dell'argento rispetto all'oro.
Socrate: Di conseguenza, a quanto pare, al concetto di guadagno bisogna
aggiungere quello di valore. Ora, per esempio, dici che l'argento, pur
essendo di pi dell'oro, non ne ha il valore, mentre ha pi valore l'oro,
anche se in minor quantit.
Amico: Naturalmente! Le cose stanno proprio cos.
Socrate: Il valore, dunque, grande o piccolo che sia, procura vantaggio,
mentre la mancanza di esso  controproducente.
Amico: S.
Socrate: Ci che ha valore a che cosa vale, secondo te, se non ad essere
acquistato?
Amico: Senza dubbio ad essere acquistato.
Socrate: Con il valore si fa un acquisto utile o inutile?
Amico: Utile, senz'altro.
Socrate: Dunque, l'utile  un bene?
Amico: S.
Socrate: Orbene, o valorosissimo uomo, di nuovo, per la terza o quarta volta,
non giungiamo a riconoscere che ci che procura vantaggio  un bene?
Amico: Pare di s.
Socrate: Bene. Ricordi da dove  scaturita la nostra discussione?
Amico: Penso di s.
Socrate: Se non lo ricordi, sar io a rinfrescarti la memoria: tu eri
in disaccordo con me, sostenendo che le persone per bene non
vogliono ottenere tutti i tipi di guadagno, ma di essi scelgono i
buoni guadagni e scartano i cattivi.
Amico: S.  vero.
Socrate: Ed ora la discussione non ci ha costretti a riconoscere che
tutti i guadagni, piccoli e grandi, sono un bene?
Amico: Costretto s, o Socrate, pi che persuaso.
Socrate: Ma, forse, pi tardi, ne sarai anche persuaso: ora, comunque,
persuaso, o in qualunque stato tu sia, sei d'accordo con me sul fatto
che tutti i guadagni sono un bene, piccoli e grandi.
Amico: Infatti sono d'accordo.
Socrate: E che gli uomini per bene vogliono tutti ci che  bene, qualunque
esso sia, lo ammetti o no?
Amico: S. Lo ammetto.
Socrate: Invece, riguardo agli uomini malvagi, hai detto tu stesso che
amano guadagni sia piccoli, sia grandi.
Amico: L'ho detto.
Socrate: Insomma, secondo il tuo ragionamento, tutti gli uomini sarebbero
avidi di guadagno, i buoni come i cattivi.
Amico: Sembra di s.
Socrate: Non muove, dunque, un rimprovero motivato chi rimproveri ad un
altro di essere avido di guadagno; accade, infatti, che chi muove questi
rimproveri si trovi nella medesima condizione.
NOTE:
1) Il gioco di parole fra i termini "axios" 'degno' e "axioun" 'credere'
ricorre anche pi avanti in 225b-c; 226c.
2) Pisistrato (600-528/27 circa a.C.) fu tiranno di Atene per due volte: fra
il 561 e il 556 a.C. e fra il 546 e il 528 a.C.
3) Il demo era una suddivisione territoriale della popolazione di Atene, cui
tutti gli Ateniesi, dall'et di diciotto anni, erano iscritti. Con il nome di
Filaide si designava un demo della trib Eglide.
4) Per Ipparco cfr. la Premessa.
5) Le Panatenee erano le feste pi famose di Atene: si svolgevano nei mese di
Ecatombeone (luglio-agosto) e terminavano con una solenne processione
all'Acropoli. Le piccole Panatenee avevano cadenza annuale; le grandi erano
quadriennali ed avevano luogo il terzo anno dopo le Olimpiadi.
6) Celebre poeta lirico, noto soprattutto per i suoi carmi
erotici (570-487 a.C.).
7) Poeta lirico, nacque a Ceo nel 559 a.C., visse per molti anni ad Atene,
e, pochi anni prima di morire (469 a.C.), si trasfer alla corte
dei tiranni di Siracusa.
8) Pilastri rettangolari, sormontati da una testa che rappresentava il dio
Ermes.
9) La strada che conduceva ad Atene al demo di Steiri, della trib di
Pandione.
10) Per Ippia si veda la Premessa.
11) Ossia durante la mitica et dell'oro.
12) La caneforia  una processione sacra inserita nelle Panatenee: le
fanciulle portavano in canestri, sul capo, oggetti per il sacrificio.
13) Riguardo alla vita e all'uccisione di Ipparco le fonti antiche
presentano versioni fra loro differenti: alcuni vedono la congiura di
Armodio e Aristogitone come una vendetta politica, altri come una vendetta
personale, motivata da gelosie e tradimenti. C' chi vede nel nostro dialogo
un'apologia di Ipparco, scritta da qualcuno che lo considerava un grande
uomo politico, artista e mecenate. Per altri, soprattutto per chi ritiene
l'opera autentica, l'elogio di Ipparco  piuttosto un'ironica rielaborazione
della vicenda.
14) Antico gioco a pedine, antenato degli scacchi.
	
