ALCIBIADE SECONDO
di Platone
Traduzione di Umberto Bultrighini
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine del testo)
SOCRATE: O Alcibiade, vai dunque a pregare il dio?
ALCIBIADE: Ebbene s, Socrate.
SOCRATE: Sembri ombroso e guardi a terra come se fossi concentrato a
riflettere su qualcosa.
ALCIBIADE: E su cosa si potrebbe riflettere, o Socrate?
SOCRATE: Sulla pi profonda delle meditazioni, Alcibiade, penso.
Perch, via, per Zeus, non credi che gli di delle cose che
ci troviamo a chiedere loro in privato o in pubblico, talora alcune
le concedono, altre no, e pu essere che ad alcuni s e ad altri no?
ALCIBIADE: Certo.
SOCRATE: Non pensi occorra molta prudenza per evitare d'invocare
nelle preghiere involontariamente grandi mali, ritenendo beni,
mentre gli di si trovano nella condizione di concedere ci che
viene loro chiesto?(1) Per esempio, Edipo, raccontano, preg
gli di che i figli risolvessero con la spada la questione dell'eredit
paterna; pur potendo pregare di essere liberato dai mali che
allora lo travagliavano, con le sue imprecazioni se ne attir altri
in aggiunta a quelli; ebbene, questi mali si compirono e dopo questi altri
ancora, numerosi e terribili, e che bisogno c' di dirli uno per uno?
ALCIBIADE: Ma Socrate, tu hai parlato di un pazzo: perch pensi
che un uomo sano avrebbe osato rivolgere simili preghiere?
SOCRATE: La follia ti sembra forse il contrario del buon senso?
ALCIBIADE: Certo.
SOCRATE: E ci sono uomini a tuo parere privi di senno e uomini assennati?
ALCIBIADE: Ce ne sono, certo.
SOCRATE: Coraggio: esaminiamo chi siano costoro. Si  ammesso che ci sono
uomini sia insensati sia saggi, altri addirittura pazzi.
ALCIBIADE: Infatti l'abbiamo ammesso.
SOCRATE: E inoltre ce ne sono in buona salute?
ALCIBIADE: Ce ne sono.
SOCRATE: E dunque anche altri che sono malati?
ALCIBIADE: Certamente.
SOCRATE: E non sono gli stessi?
ALCIBIADE: No, infatti.
SOCRATE: E ci sono altri uomini che non si trovano in nessuna di
queste due condizioni?
ALCIBIADE: No, davvero.
SOCRATE: Infatti un uomo  di necessit o malato o non malato.
ALCIBIADE: A me almeno sembra.
SOCRATE: E allora? A proposito della saggezza e della insensatezza
hai la stessa opinione?
ALCIBIADE: Come dici?
SOCRATE: Voglio sapere se a tuo parere  possibile essere o saggi o
insensati oppure se c' un terzo stato intermedio che renda l'uomo n
saggio n insensato.
ALCIBIADE: No, certamente.
SOCRATE: Allora bisogna necessariamente trovarsi o nell'una o nell'altra
di queste condizioni.
ALCIBIADE: A me almeno sembra.
SOCRATE: Non ti ricordi di aver ammesso che la follia  il contrario
della saggezza?
ALCIBIADE: S, lo ricordo.
SOCRATE: E che non c' nessuna terza condizione intermedia che faccia s
che l'uomo non sia n saggio n insensato?
ALCIBIADE: Lo ammisi infatti.
SOCRATE: E potrebbero esserci due contrari in una stessa cosa? (2)
ALCIBIADE: In nessun modo.
SOCRATE: E dunque mancanza di buon senso e follia  probabile che siano la
stessa cosa.
ALCIBIADE:  chiaro.
SOCRATE: Dunque, Alcibiade, dicendo che tutti gli uomini privi di
senno sono pazzi, diremmo una cosa giusta: per esempio, se qualcuno tra
i tuoi coetanei  per caso insensato, come in effetti lo sono, e cos
anche tra i pi anziani. Perch, via, per Zeus, non pensi che tra
quanti si trovano in citt sono pochi ad avere buon senso, mentre i
pi sono insensati, quelli che appunto chiami pazzi?
ALCIBIADE: S.
SOCRATE: Ebbene, tu pensi che sia un piacere per noi essere concittadini
di cos tanti pazzi, e non pensi che saremmo stati puniti da tempo,
battuti e percossi, e con tutti i trattamenti che appunto sono soliti
adottare i pazzi? Ma bada, o carissimo, che le cose non vadano cos.
ALCIBIADE: Come dovrebbero andare, o Socrate? C' infatti la possibilit
che le cose non stiano come pensavo.
SOCRATE: Anche a me sembra. Ma bisogna vedere la cosa in questo modo qui.
ALCIBIADE: In quale modo intendi?
SOCRATE: Te lo dir. Noi ammettiamo che ci sono persone malate, oppure no?
ALCIBIADE: Certo.
SOCRATE: Dunque tu pensi che colui che  malato deve necessariamente
soffrire di podagra o avere la febbre o soffrire di oftalmia, o non pensi
che, pur non avendo nessuna di queste malattie, sia malato di un'altra
malattia? Ce ne sono molte e queste non sono le sole.
ALCIBIADE: La penso cos.
SOCRATE: Dunque ogni oftalmia , a tuo avviso, una malattia?
ALCIBIADE: S.
SOCRATE: E dunque ogni malattia  un'oftalmia?
ALCIBIADE: No, non credo: tuttavia non so come dire.
SOCRATE: Ma se presti attenzione alle mie parole cercando tutti e due
insieme,(3) forse troveremo.
ALCIBIADE: Ma io presto attenzione, per quanto posso, o Socrate.
SOCRATE: Non convenimmo che ogni oftalmia  una malattia, e che invece non
ogni malattia  una oftalmia?
ALCIBIADE: S, convenimmo cos.
SOCRATE: E mi sembra che sia stato giusto convenire cos. E infatti
tutti coloro che hanno la febbre sono malati, mentre non tutti
coloro che sono malati hanno la febbre n la podagra n soffrono di
oftalmia, credo; tuttavia  una malattia ogni condizione di tal genere,
ma coloro che chiamiamo medici dicono che differiscono quanto ai loro
effetti. Esse non sono infatti tutte simili n agiscono allo stesso modo,
ma ognuna agisce secondo la sua forza: eppure tutte sono malattie. Cos,
per esempio, noi ammettiamo che esistono degli artigiani, o no?
ALCIBIADE: Sicuramente.
SOCRATE: E non sono forse i calzolai, i carpentieri, gli scultori e
innumerevoli altri, dei quali che bisogno c' di parlare indicandoli
uno per uno? Ebbene, essi si sono suddivisi settori del lavoro manuale e
se sono tutti artigiani, non sono per carpentieri n calzolai n scultori
coloro che nel loro insieme sono artigiani.
ALCIBIADE: No, certo.
SOCRATE: Allo stesso modo dunque gli uomini si sono suddivisi anche
l'insensatezza e coloro che di questa hanno la parte maggiore l chiamiamo
"pazzi", coloro che ne hanno un po' meno "stolti" e "rimbambiti"; chi poi
preferisca un eufemismo li chiama chi "esaltati", chi "sempliciotti",
altri "privi di malizia", "inesperti", "istupiditi": troverai molti altri
nomi ancora, se ti metti a cercare. Tutte queste definizioni sono
"insensatezza" e per differiscono, cos come un mestiere ci  parso
differente da un altro mestiere e una malattia da un'altra malattia.
O come la vedi?
ALCIBIADE: Io la vedo cos.
SOCRATE: Ebbene, torniamo al punto di partenza. All'inizio del discorso
la questione era che bisognava esaminare gli insensati e i saggi, chi
essi siano. Infatti convenimmo che ve ne sono. O no?
ALCIBIADE: S, l'abbiamo ammesso.
SOCRATE: E tu dunque consideri forse insensati coloro che sanno cosa
bisogna fare e cosa bisogna dire?
ALCIBIADE: Io s.
SOCRATE: E gli insensati chi sono? Coloro che non sanno n l'una n l'altra
di queste due cose?
ALCIBIADE: S, sono loro.
SOCRATE: E non  forse vero che coloro che non sanno n l'una n l'altra
di queste due cose dicono e fanno ci che non si deve dire e fare senza
rendersene conto?
ALCIBIADE:  evidente.
SOCRATE: E proprio tra questi uomini, o Alcibiade, come dicevo,
che rientra Edipo; anche ai nostri giorni potrai trovarne
molti che, pure non sono in preda all'ira, come lui, e non pensano
di invocare per s dei mali nelle preghiere, bens dei beni. Egli,
come non pregava in questo senso, neppure pensava di farlo; ma
ce ne sono altri ai quali capita tutto il contrario. Penso infatti che
tu per primo, se il dio, presso il quale ti stai recando, ti si
manifestasse e ti chiedesse, prima ancora che tu formulassi qualsiasi
preghiera, se ti baster diventare il tiranno della citt degli Ateniesi,
e se tu per giudicassi questo poca cosa e di non grande importanza,
aggiungesse anche di tutti i Greci, e se per vedesse che tu pensi di
avere ancora troppo poco, a meno che non fossi tiranno anche di tutta
l'Europa, ti promettesse anche questo, e non solo questo, ma anche che
oggi stesso, se  cos che desideri, tutti sapranno che Alcibiade figlio
di Clinia  tiranno, io penso che te ne andresti al colmo della gioia,
come se avessi ottenuto i beni pi preziosi.(4)
ALCIBIADE: Io credo, o Socrate, che chiunque altro lo farebbe, se gli
capitasse una cosa del genere.
SOCRATE: Ma non vorresti certo avere il territorio e la signoria di tutti
i Greci e dei barbari in cambio della tua vita.
ALCIBIADE: Non credo proprio. Come potrei volerli, dal momento che non
potrei servirmene?
SOCRATE: E che faresti, se la tua prospettiva fosse di farne un uso
cattivo e dannoso? Neppure cos?
ALCIBIADE: No, sicuramente.
SOCRATE: Vedi dunque che non  senza rischi accettare a caso ci
che venga offerto n pregare che si realizzi, se si dovesse ricevere
un danno per questo o addirittura perdere la vita. Potremmo citarne
molti che, dopo aver sospirato la tirannide e dopo essersi dati da
fare per ottenerla, convinti di realizzare un bene, a causa della
tirannide persero la vita, vittime di cospirazioni.(5) Credo che tu non
ignori certi avvenimenti di ieri e dell'altro ieri,(6) quando l'amasio
uccise Archelao,(7) il tiranno di Macedonia, innamorato della tirannide
non meno di quanto Archelao lo fosse di lui, uccise l'innamorato per essere
tiranno e insieme un uomo felice; dopo aver mantenuto la tirannide tre o
quattro giorni, vittima a sua volta di cospirazioni per mano di
altri, perse la vita. Vedi dunque che anche tra i nostri
concittadini - queste cose infatti non le abbiamo sentite da altri, ma le
sappiamo per esserne stati testimoni noi stessi - tutti coloro che
gi desiderarono la strategia e che l'ottennero, alcuni ancora oggi
sono esuli da questa citt, mentre altri persero la vita; e quelli tra
loro poi che sembrano passarsela ottimamente, hanno attraversato
innumerevoli pericoli e paure non soltanto nel tempo in cui ricoprirono
questa strategia, ma anche quando tornarono a casa loro, assediati
dai sicofanti subirono un assedio non meno pesante di quello che
ebbero a subire da parte dei nemici, per cui alcuni di loro arrivarono
ad augurarsi di non aver mai ricoperto la strategia, piuttosto che
aver esercitato tale comando. Se dunque i pericoli e le fatiche
avessero portato un vantaggio, avrebbero avuto un motivo: ma ora avviene
esattamente il contrario. Troverai che il modo  lo stesso anche riguardo
ai figli: alcuni pregano di averne e, quando li abbiano avuti, precipitano
nella sventura pi dolorosa e nelle peggiori sofferenze. Gli uni infatti,
poich i loro figli furono malvagi fino alla fine, condussero tutta
una vita di dolori; altri ebbero invece figli onesti, che per
incontrarono la sventura, per cui ne furono privati, e anche costoro
precipitarono nella sfortuna non meno dei precedenti e avrebbero
preferito essere senza figli piuttosto che averne. E tuttavia,
nonostante questi e altri esempi simili, altrettanto lampanti,
 raro trovare uno che rifiuterebbe ci che gli venisse dato o
che, volendo ottenerlo grazie alla preghiera, smettesse di pregare.
La maggior parte degli esseri umani non rifiuterebbe la tirannide
se gli venisse offerta, n la strategia n molte altre cose che,
se presenti, creano danni pi che vantaggi, al contrario, essi
pregherebbero di averle, nel caso si trovino a esserne sprovvisti;
ma a volte, dopo aver aspettato poco tempo, intonano la palinodia,
ritrattando tutto ci che abbiano chiesto prima nelle loro
preghiere. Io dunque temo che in realt gli uomini accusino invano
gli di, quando dicono che da loro derivano i mali; mentre
sono loro da se stessi, sia con le loro sciocche presunzioni sia per
la loro insensatezza, bisogna dire, che procurano a s mali in
aggiunta a quelli che imponga il destino.(8)  possibile, Alcibiade,
in ogni caso, che sia un uomo sensato quel poeta, il quale,
a mio parere, attorniato da amici insensati, vedendoli fare
e augurarsi cose che non era conveniente fare e augurarsi, bench
sembrasse loro di s, compose una preghiera comune per tutti
loro; dice all'incirca cos: Zeus re, i beni, dice sia che preghiamo
di averne sia che non preghiamo, concedici, i mali, invece,
ordina, allontanali, anche se nella preghiera li chiediamo.(9)
Mi sembra dunque che il poeta parli bene e in modo sicuro. Ma
tu, se hai qualcosa in mente contro queste parole, non tacere.
ALCIBIADE:  difficile, o Socrate, contraddire parole ben dette. C'
quindi un pensiero che mi viene in mente: di quanti mali per gli
uomini  causa l'ignoranza, quando, come sembra, ignari, mossi
da questa, non solo compiamo, ma arriviamo addirittura
nelle preghiere a invocare per noi stessi i mali peggiori! Una
cosa, questa, che nessuno crederebbe, al contrario, ognuno penserebbe
di essere capace di chiedere per se stesso i beni migliori e
non i mali peggiori. Una situazione del genere infatti somiglierebbe
a una maledizione piuttosto che a una preghiera.
SOCRATE: Ma forse, carissimo amico, qualcuno che si trovi ad essere
pi saggio di me e dite, direbbe che noi non parliamo bene,
biasimando cos alla leggera l'ignoranza, se non aggiungessimo che
l'ignoranza di alcune cose, per certe persone e in certi casi  un bene
come  un male per gli altri.
ALCIBIADE: Come dici? Pu esserci qualcosa che per qualcuno, non importa
in quale situazione, sia meglio non conoscere che conoscere?
SOCRATE: Mi sembra di s, e a te no?
ALCIBIADE: No, per Zeus.
SOCRATE: Ma neppure ti accuser di quel crimine, di voler cio
compiere contro tua madre gli atti che, a quel che si dice, compirono
Oreste e Alcmeone (10) e altri, se ve ne furono, che hanno commesso i
loro stessi delitti.
ALCIBIADE: Per Zeus, Socrate, non dire parole di cattivo augurio!
SOCRATE: Non a chi dice che tu non potresti voler essere l'autore di
simili azioni devi ordinare di formulare parole di buon augurio,
Alcibiade, ma piuttosto a chi dicesse il contrario, dato che questa
azione ti sembra cos terribile da non poter essere menzionata
neppure casualmente. Credi che se Oreste per caso avesse avuto
buon senso e se avesse saputo cosa sarebbe stato meglio fare per
lui, avrebbe osato commettere un'azione di tal genere?
ALCIBIADE: No, certo.
SOCRATE: Neppure nessun altro, credo.
ALCIBIADE: No, sicuramente.
SOCRATE: Dunque  un male, a quel che sembra, la non conoscenza del sommo
bene e ignorare il sommo bene.
ALCIBIADE: Mi sembra cos.
SOCRATE: Per lui come per tutti gli altri?
ALCIBIADE: S.
SOCRATE: Consideriamo ancora questo: se all'improvviso ti venisse
in mente, convinto che sia bene, di avvicinare Pericle, tuo tutore (11)
e tuo amico, dopo esserti armato di un pugnale, giunto alla sua porta,
di chiedere se  in casa, con l'intenzione di uccidere proprio lui e
nessun altro; supponiamo ti dicessero che c' - non dico che vorresti
compiere un atto di tal genere; ma supponiamo, credo, ti venisse in
mente, dato che niente impedisce certo a chi ignora il meglio di farsi
un'idea tale da credere che la cosa peggiore sia in qualche modo
la migliore; o non la pensi cos?
ALCIBIADE: Sicuramente.
SOCRATE: E allora, se, entrato in casa, lo vedessi e non lo riconoscessi,
e pensassi che  qualcun altro, forse oseresti ancora ucciderlo?
ALCIBIADE: No, per Zeus, non penso!
SOCRATE: Infatti non era il primo a caso che meditavi di uccidere, ma lui
in persona. Non  vero?
ALCIBIADE: S.
SOCRATE: E se provassi pi volte e sempre non riconoscessi Pericle,
quando stai per compiere quest'atto, non assaliresti mai lui.
ALCIBIADE: No, davvero.
SOCRATE: Cosa? Pensi che Oreste avrebbe mai assalito sua madre, se allo
stesso modo non l'avesse riconosciuta?
ALCIBIADE: Io non credo.
SOCRATE: Perch neppure lui aveva in mente di uccidere la prima donna che
avesse incontrato o la madre di non importa chi, ma proprio sua madre.
ALCIBIADE:  cos.
SOCRATE: Ignorare cose simili  dunque meglio per coloro che si trovino in
queste condizioni e che abbiano tali idee.
ALCIBIADE: Cos sembra.
SOCRATE: Vedi dunque che l'ignoranza di certe cose e per certe persone e in
certe circostanze  un bene, non un male, come ti sembrava poco fa?
ALCIBIADE:  verosimile.
SOCRATE: E se vuoi ancora esaminare ci che viene dopo, forse potrebbe
sembrarti strano.
ALCIBIADE: Che cosa precisamente, o Socrate?
SOCRATE: Il fatto che, per dirla in breve, c' il rischio che il possesso
di altre conoscenze, se uno le abbia senza conoscere l sommo
bene, sia raramente utile, mentre pi spesso danneggia colui che
le ha. Rifletti poi in questo modo. Non ti sembra necessario,
quando stiamo per fare o dire qualcosa, prima dover credere di sapere
o sapere realmente ci che con tanta prontezza stiamo per dire o fare?
ALCIBIADE: Mi sembra di s.
SOCRATE: Per esempio gli oratori o perch sanno consigliare o perch
pensano di saperlo fare ci danno dei consigli in ogni occasione, gli
uni sulla guerra e sulla pace, gli altri sulla costruzione di fortificazioni
o sull'allestimento di porti; in una parola tutte quelle cose che la
citt fa nei confronti un'altra citt o per se stessa, essa lo fa
dietro consiglio degli oratori.
ALCIBIADE: Ci che dici  vero.
SOCRATE: Considera anche ci che segue.
ALCIBIADE: Per quel che posso.
SOCRATE: Tu parli di persone sensate e di persone insensate?
ALCIBIADE: S.
SOCRATE: E pon consideri forse i pi privi di senno e i pochi saggi?
ALCIBIADE:  cos.
SOCRATE: E non hai presente qualcosa per definire gli uni e gli altri?
ALCIBIADE: S.
SOCRATE: Dunque un uomo di tal fatta, che sa dare consigli, senza tener
conto di cosa sia meglio e di quando sia meglio, tu lo chiami saggio?
ALCIBIADE: No, certo.
SOCRATE: Neppure, penso, colui che conosce l'arte della guerra in
s ma non sa quando sia meglio e per quanto tempo sia meglio
combattere. Non  vero?
ALCIBIADE: S.
SOCRATE: Neppure se uno sa uccidere un altro uomo, depredare ricchezze e
mandare in esilio dalla patria, ma non sa quando sia meglio e contro
chi sia meglio farlo?
ALCIBIADE: No, certo.
SOCRATE: Allora,  colui che conosce qualcuna di queste cose, quando 
accompagnata dalla conoscenza del meglio - e questa  sicuramente
identica alla conoscenza dell'utile, non  vero?
ALCIBIADE: S.
SOCRATE: Costui diremo sensato, efficace consigliere sia per la citt
sia per se stesso; colui che non  tale, lo definiremo al contrario.
O come ti sembra?
ALCIBIADE: A me sembra cos.
SOCRATE: E se uno sa montare a cavallo o tirare con l'arco o combattere
nel pugilato o nella lotta o in qualche altra forma di combattimento
o in qualche altro esercizio di quelli che conosciamo grazie a un'arte,
con che nome chiami colui che sa ci che  meglio secondo quest'arte?
Non lo chiami forse cavaliere, quanto all'equitazione?
ALCIBIADE: S.
SOCRATE: E pugile, credo, quanto al pugilato, flautista quanto all'arte
di suonare il flauto, e cos via dicendo, in modo analogo; o forse
diversamente?
ALCIBIADE: No, proprio cos.
SOCRATE: Ti sembra inevitabile che colui che sia competente in qualcuna di
queste arti sia anche un uomo assennato oppure diremo che manca ancora molto?
ALCIBIADE: Manca molto, sicuramente, per Zeus.
SOCRATE: Che tipo di Stato pensi che sia quello composto di buoni arcieri
e buoni flautisti e ancora di atleti e di altri artisti, mescolati a costoro
dei quali abbiamo parlato poc'anzi, che conoscono l'arte di fare la guerra
in s e di uccidere, e inoltre anche a questi retori gonfi di boria politica,
tutti quanti sprovvisti della conoscenza del meglio, e nessuno che sappia
quando sia un bene servirsi di ciascuna di queste arti e verso chi?
ALCIBIADE: Io direi che  uno Stato di bassa lega, o Socrate.
SOCRATE: Lo diresti, credo, quando vedessi ognuna di queste persone piena
di ambizione e che assegna la pi gran parte della gestione dello Stato
a ci in cui egli supera se stesso,(12) voglio dire a ci che  meglio
secondo questa sua arte; trattandosi invece del bene per la citt e per
se stesso, gli errori sono molti, perch, credo, si fida delle opinioni
senza riflettere. Stando cos le cose, non faremmo bene a dire che una
simile costituzione  in preda a una grande confusione e alla illegalit?
ALCIBIADE: Sarebbe giusto, per Zeus.
SOCRATE: Non ci sembrava necessario innanzitutto che dovessimo pensare di
sapere o sapere realmente ci che siamo l pronti a fare o a dire?
ALCIBIADE: Cos ci sembrava.
SOCRATE: E se un uomo fa ci che sa o che crede di sapere, e ci si
aggiunge anche l'utile, non saremo utili sia alla citt sia per noi stessi?
ALCIBIADE: Come no in effetti?
SOCRATE: E se facesse tutto il contrario di ci, io credo, non lo sarebbe
n per la citt n per se stesso?
ALCIBIADE: No, certo.
SOCRATE: Cosa? La pensi anche ora allo stesso modo o diversamente?
ALCIBIADE: No, penso cos.
SOCRATE: Ma non dicevi di chiamare insensati la maggior parte degli uomini,
e la minoranza assennati?
ALCIBIADE: S, certo.
SOCRATE: Quindi torniamo a dire che la mag$ior parte degli uomini
sbaglia nel cercare il meglio, perch, per lo pi, credo, si fida di
un'opinione senza riflettere.
ALCIBIADE: Lo affermiamo infatti.
SOCRATE: Dunque per la maggior parte degli uomini  un vantaggio non
sapere nulla e pensare di non sapere, se davvero metteranno pi cura nel
fare ci che sanno o pensano di sapere, ma, cos facendo, subiranno pi
danni che vantaggi.
ALCIBIADE: Quel che dici  verissimo.
SOCRATE: Dunque vedi che quando dicevo che c' il rischio che il possesso
di altre conoscenze in pochi casi torna utile, se manca la conoscenza
del meglio, e che anzi la maggior parte delle volte danneggia colui che
la possiede, non era chiaro che avevo realmente ragione?
ALCIBIADE: Se non lo pensavo allora, lo penso per adesso, Socrate.
SOCRATE: Dunque una citt e un'anima che vogliano vivere correttamente
devono tenersi strette a questa scienza, proprio come un
malato a un medico o a un nocchiero chi vuole navigare in sicurezza.
Senza questa infatti quanto pi impetuoso il vento della sorte
soffier, o per la conquista d ricchezze o per il vigore del
corpo o per qualche altra cosa del genere, tanto maggiori saranno gli
errori che di necessit ne seguiranno, com' probabile. Chi
possiede la cosiddetta "erudizione" e la cosiddetta "politecnia", (13)
ma  sprovvisto di questa scienza, lasciandosi guidare di volta in
volta da una sola delle altre, non si imbatter davvero in una
grande tempesta, poich, credo, in mare senza nocchiero, non potr
correre avanti per un tratto ancora lungo della sua vita? Cosicch
mi sembra che anche in quella circostanza calzi bene la parola del
poeta che dice, biasimando un tale, che certo, conosceva molti mestieri,
ma li sapeva, aggiunge, tutti male. (14)
ALCIBIADE: E perch calza bene il detto del poeta, o Socrate? A me
sembra proprio che sia stato pronunciato senza nessuna relazione col
nostro ragionamento.
SOCRATE: Al contrario, proprio a proposito del nostro ragionamento;
ma il fatto , carissimo, che questo poeta, come quasi tutti gli
altri poeti, parla per enigmi. Perch tutta quanta la poesia  per
natura enigmatica e non  di un uomo qualsiasi capirne il senso;
inoltre, al di l del fatto che  tale per natura, quando invade un
uomo geloso, che non vuole manifestarci e anzi vuole piuttosto
nascondere il pi possibile la sua saggezza, l'impresa  incredibile
a dirsi quanto appaia difficile, comprendere cio che cosa mai pensi
ciascuno di loro. Non pensi certo che Omero, il pi divino e il pi
saggio tra i poeti, ignorasse che non  possibile sapere male - fu lui
infatti a dire che Margite sapeva molte cose, ma, aggiunge, le sapeva
tutte male - tuttavia, penso, egli parla per enigmi quando usa
l'avverbio male al posto del sostantivo male e sapeva in luogo
di sapere. Certo, cos posto, il verso  fuori della struttura metrica,
ma  ci che egli vuole esprimere, che sapeva cio molte cose, ma era
un male per lui sapere tutte quelle cose.  chiaro dunque che se era un
male per lui sapere molte cose, veniva ad essere un mediocre, se bisogna
prestar fede ai ragionamenti gi fatti.
ALCIBIADE: Mi pare di s, Socrate; difficilmente accorderei fiducia ad
altri ragionamenti, se non l'accordassi neppure a questi.
SOCRATE: E fai bene a pensare cos.
ALCIBIADE: S, lo ribadisco, la penso cos.
SOCRATE: Ma via, per Zeus - tu hai certo presente la difficolt, di
quale entit sia e di che natura, e mi sembra che anche tu l'abbia
condivisa; sballottato su e gi, non trovi mai posa, ma quello che
ti pu sembrare particolarmente sostenibile, questo l'hai rifiutato
e non la pensi pi allo stesso modo -, se anche adesso ti
apparisse il dio presso il quale ti stai recando e ti domandasse,
prima che tu gli abbia rivolto qualsiasi preghiera, se ti far piacere
che si verifichi qualcuna delle cose delle quali si parlava all'inizio,
e se anche ti concedesse di esprimere la tua preghiera, come
riterresti di fare una scelta opportuna, accettando le cose che
ti vengano offerte da lui o rivolgendo tu stesso una preghiera?
ALCIBIADE: Per gli di, non saprei che risponderti, Socrate, in questo
caso; ma mi sembra un'impresa pazzesca, che richiede davvero molta
attenzione, per evitare di invocare nelle preghiere, senza volerlo,
mali credendoli beni e poi, passato un po' di tempo, cosa che dicevi
appunto anche tu, intonare una palinodia, ritrattando ci per cui
si era pregato prima.
SOCRATE: Dunque non ne sapeva un po' pi di noi il poeta, che
ricordai anche all'inizio del mio discorso, quando esortava a tenere
lontani i mali anche da chi li chiedeva nelle preghiere?
ALCIBIADE: A me almeno sembra.
SOCRATE: Allo stesso modo, Alcibiade, anche i Lacedemonii, emulando
il poeta, o se anche avevano fatto da s questa osservazione, e in
privato e in pubblico innalzano in ogni occasione una preghiera
analoga, supplicando gli di di concedere loro accanto ai benefici
le cose belle e nessuno potrebbe mai sentirli pregare per qualcosa di pi.
Ebbene, fino al tempo presente sono uomini felici non meno di altri;
se poi  capitato loro di non godere della fortuna in tutto, certo
non  stato per via della loro preghiera, ma dipende dagli di, credo,
concedere ci per cui si  pregato o il contrario di ci. Voglio
raccontarti anche un altro fatto che ho sentito una volta dagli anziani,
che, essendo sorto un conflitto tra Ateniesi e Lacedemonii, alla nostra
citt accadeva sempre, in ogni battaglia, per terra e per mare, di avere
la peggio e non riuscire mai vincitori; allora gli Ateniesi, adirati per
la faccenda, e non sapendo con quale mezzo trovare una liberazione dai
mali presenti, deliberarono e decisero che il partito migliore fosse di
inviare qualcuno ad interrogare Ammone: (15) e tra le altre domande
posero anche questa: in cambio di cosa in quella circostanza gli di
concedessero la vittoria ai Lacedemonii piuttosto che a loro,
noi che, dicevano, tra i Greci offriamo i sacrifici pi frequenti e
pi belli e abbiamo decorato i loro templi con offerte votive, come
nessun altro, noi che offrivamo ogni anno agli di le processioni pi
sontuose e solenni e spendevamo denaro quanto nemmeno tutti gli altri
Greci insieme; i Lacedemonii invece, aggiungevano, non si diedero mai
pensiero di nessuna di queste cose, ma sono cos negligenti verso gli di
da sacrificare sempre vittime storpie e in tutte le altre occasioni
tributare onori inferiori non di poco ai nostri, bench non possiedano
affatto meno denaro della nostra citt. Dopo che ebbero cos
parlato ed ebbero chiesto cosa dovessero fare per allontanare i
mali presenti, l'interprete divino non rispose altro - il dio
evidentemente non glielo permetteva - ma chiam l'incaricato e
disse: Agli Ateniesi il dio Ammone dice questo: dice che la pia
riservatezza dei Lacedemonii gli piace molto pi di tutti i sacrifici
dei Greci. Tanto disse, niente di pi. Ebbene, con la pia riservatezza
mi pare che il dio non intendesse altro che la loro preghiera;
e in effetti  molto diversa dalle altre: gli altri Greci offrono
chi buoi dalle corna dorate, altri danno in dono agli di offerte
votive, chiedono nelle preghiere ci che capita, sia beni sia mali,
per cui gli di, udendoli proferire preghiere blasfeme,
non accettano queste processioni sontuose n i sacrifici. Penso si
debba usare molta cautela e riflessione su cosa bisogna dire e
cosa no. Troverai anche in Omero altri racconti simili a questi.
Egli dice ad esempio che i Troiani, ponendo un campo,
sacrificavano agli immortali ecatombi perfette (16) e l'odore delle
vittime, dalla pianura, i venti lo portavano fino al cielo dolce;
ma i beati non se lo spartivano n lo volevano: infatti molto odiavano
Ilio veneranda e Priamo e il popolo di Priamo armato di buona lancia.(17)
Cos non ricevevano alcun vantaggio dai sacrifici e inutilmente offrivano
doni, invisi com'erano agli di.
Difatti non credo sia nella natura degli di lasciarsi corrompere
da doni, come un meschino usuraio; ma anche noi facciamo un
discorso ingenuo, quando ci reputiamo superiori in questo ai Lacedemonii.
E infatti sarebbe terribile se gli di guardassero alle
nostre offerte e ai nostri sacrifici, e non all'anima, se uno sia pio e
giusto. Ma credo che guardino ad essa molto pi che a
queste processioni e a questi sacrifici sontuosi, che pure nulla
impedisce a un privato o a una citt di offrire ogni anno, pur avendo
commesso numerosi errori verso gli di e numerosi verso gli
uomini; ma gli di, dato che non si lasciano corrompere, disprezzano
tutte queste cose, come dice il dio e l'interprete degli di.  dunque
possibile che, presso gli di e gli uomini che hanno
senno, giustizia e assennatezza siano stimate in modo speciale.
Assennati e giusti non sono altri se non coloro che sanno
ci che bisogna fare e dire nei confronti degli di e degli uomini.(18)
Vorrei sapere anche che cosa mai in proposito hai in mente.
ALCIBIADE: Socrate, non ho un pensiero diverso dal tuo e dal dio:
infatti non sarebbe sensato che io mi esprimessi contro il dio.
SOCRATE: Non ricordi che affermavi di essere in grande difficolt,
per la paura che, senza avvedertene, non avessi a chiedere
nella preghiera dei mali, reputandoli dei beni?
ALCIBIADE: S certo.
SOCRATE: Vedi dunque come non sia sicuro per te andare a pregare
il dio, per il rischio che possa avvenire questo: che, sentendoti
pronunciare preghiere blasfeme, il dio rifiuti questo sacrificio e
tu non abbia a ritrovarti tra le mani in pi qualcosa di diverso. Io
dunque penso che sia molto meglio restare tranquilli; non mi
sembra infatti, per via della tua esaltazione - questa infatti  la
definizione migliore per l'insensatezza - che tu voglia servirti
della preghiera dei Lacedemonii.  quindi necessario aspettare finch non
si sia appreso come bisogna comportarsi verso di e verso gli uomini.
ALCIBIADE: Ebbene, quando verr questo momento, o Socrate, e chi sar a
insegnarlo? Credo che mi piacerebbe moltissimo sapere chi sia quest'uomo.
SOCRATE: Colui al quale tu stai a cuore. Tuttavia, a mio parere,
come Omero dice che a Diomede Atena dissip la nube che gli
copriva gli occhi affinch si rendesse conto se si trattava di un
dio o di un uomo(19) cos anche a te bisogner prima dissipare
dall'anima la nube che attualmente la offusca e allora finalmente
presentarti la via attraverso cui tu ti possa avviare a conoscere il male
e il bene. Per il momento infatti non credo che tu sia capace di farlo.
ALCIBIADE: Che dissipi pure, se lo vuole, la nube o che altro sia; quanto a
me, io sono disposto a non sfuggire a nessuna delle prescrizioni fatte da
lui, chiunque mai sia quest'uomo, se solo potessi diventare migliore.
SOCRATE: Ma anche lui quale straordinario interessamento ha nei tuoi
confronti!
ALCIBIADE: Dunque la cosa migliore, a mio parere,  rinviare il sacrificio a
quel momento.
SOCRATE:  una giusta decisione la tua; in effetti  pi sicuro che
correre un simile rischio
ALCIBIADE: Ma come, Socrate? E tuttavia con questa corona, dal
momento che mi pare tu mi abbia ben consigliato, ti cinger
il capo; agli di offriremo corone e tutto il resto, come prescritto,
allora, quando io veda che quel giorno  venuto. Verr non tra molto, se
essi lo vogliono.
SOCRATE: Ebbene, io accetto questo dono, e qualsiasi altra cosa mi
venga offerta da te sarei solo felice di accettarla.(20) Come in
Euripide Creonte  rappresentato, nel momento in cui vede
Tiresia (21) con la fronte cinta di corone e viene a sapere che le ha
ottenute come primizie dal bottino di guerra per via della sua
arte considero un presagio, dice, le tue corone vittoriose: e infatti,
come tu sai, ci troviamo nella tempesta,(22) cos anch'io questo onore
che mi viene da te lo considero un presagio. Mi sembra di trovarmi in una
tempesta non meno violenta di quella di Creonte e vorrei uscire vincitore
sui tuoi amanti.
NOTE:
1) Cfr. Senofonte, Memorabilia Libro primo  3,2.
2) Cfr. Platone, Protagora 332c.
3) Allusione a Omero, Iliade, libro 10, verso 224.
4) Cfr. Platone, Alcibiades primo, 105 seguenti.
5) Cfr. Senofonte, Cyropaedia libro 1, 1.1.
6) Cfr. Omero, Iliade libro 2, verso 303.
7) Archelao di Macedonia, figlio naturale di Perdicca secondo, regn
dal 414/413 al 399 a.C., anno dell'assassinio perpetrato dal suo favorito,
Krateros secondo Diodoro (14. 37, 5), Krataios secondo Aristotele (Politica
libro 5, 1311b 8-20). Platone ricorda la sua spegiudicatezza nel
Gorgia (470d).
8) cfr. Omero, Odissea libro 1, verso 32.
9) cfr. Anthologia Graeca, libro 10, 108.
10) Oreste uccise la madre Clitennestra per vendicare l'uccisione di
Agamennone, trucidato con l'aiuto dell'amante di lei Egisto. Alcmeone vendic
sulla madre Erifile la morte del padre, l'indovino Anfiarao, costretto dalla
moglie a unirsi alla spedizione dei Sette contro Tebe che doveva costargli
la vita, come lo avvertiva una chiara premonizione.
11) Alcibiade era stato affidato alla tutela di Pericle, suo parente, alla
morte del padre Clinia (447 a.C.). Cfr. Platone, Alcibiades primo 104b.
12) Euripide, frammento 183 Nauck (dall'Antiope). Cfr. Platone, Gorgias 484c.
13) La 'perizia in molte arti', la preparazione tecnico-formale cui si oppone
la "polumathia", l'"erudizione", preparazione nei campi pi vasti del sapere.
Cfr. Platone, Leges libro 7, 819a.
14) I versi appartengono al Margite, un poemetto del corpus omerico del
quale ci sono pervenuti pochi frammenti per via indiretta. Margite  il tipo
dello stolto ("mrgos").
15) L'oracolo di Ammone nell'oasi di Siwah, in Libia, ricordato da
Erodoto (libro 2, 42; 54-55), era un importante concorrente dei santuari
ed oracoli greci pi prestigiosi (Delfi e Dodona). Fu consultato da Cimone,
da Lisandro, da Alessandro Magno. Aristotele nella Costiiuzione degli
Ateniesi (61,7) attesta l'esistenza ad Atene di un tesoriere della nave
di Ammone, una delle due imbarcazioni statali da parata.
16) Il verso non  incluso nel testo omerico pervenutoci.
17) Omero, Iliade libro 8,versi 548-552.
18) Cfr. Platone, Gorgias 507a.
19) Omero, Iliade libro 5, verso 127.
20) Letteralmente l'espressione suona mi vedrei con piacere accettarlo.
21) indovino legato al ciclo tebano, mor, secondo una versione del mito,
accompagnando i Tebani nel loro esodo dopo la vittoria degli Epigoni.
22) Euripide, Phoenissae 858-859.

