Fedro
di Platone
Premessa di Giovanni Caccia
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
Per la complessit del suo messaggio, il Fedro si pu considerare
un manifesto programmatico della filosofia platonica nella sua piena maturit.
Da un punto di vista strutturale il dialogo si divide in sette parti.
Nel prologo assistiamo all'incontro tra Socrate e il giovane Fedro, il
quale ha appena lasciato Lisia e annuncia entusiasticamente di avere con
s un discorso del grande oratore ateniese sull'amore. I due interlocutori
si avviano fuori dalle mura di Atene e inizia una  prima discussione
sulle interpretazioni razionalistiche del mito, per le quali Socrate
dichiara di nutrire il pi totale disinteresse, in quanto l'oggetto della
sua indagine, in ottemperanza al precetto delfico,  la conoscenza di se
stesso. I due si fermano in un luogo appartato presso il fiume Ilisso,
di cui viene data una descrizione rimasta celebre, e pi volte oggetto
di imitazione nella successiva letteratura dialogica. All'ombra del maestoso
agnocasto, Fedro legge a Socrate il provocatorio discorso di Lisia,
secondo il quale un giovane deve compiacere chi non ama piuttosto che
chi ama, poich quest'ultimo, reso folle dall'amore, si abbandona a
comportamenti irrazionali che sono causa di molti mali per la
persona amata. Socrate critica decisamente il discorso come opera
curata in maniera insuperabile nello stile, ma carente nel
contenuto, soprattutto per quanto riguarda la ripetitivit dei concetti e
la loro disposizione confusa. Fedro allora sfida il maestro a
pronunciare sull'argomento un discorso migliore di quello di Lisia,
e Socrate, dopo essersi schermito com' sua abitudine, accetta,
poich si sente pervaso da un'ispirazione divina; per precisa che
quanto egli dir non rappresenta il suo pensiero sull'amore,
essendo semplicemente volto a dimostrare che sullo stesso argomento
si poteva dire di pi e meglio.
Senonch, terminata l'esposizione, Socrate sente la necessit di
una palinodia. perch i due discorsi precedenti hanno calunniato il
dio Eros: quindi pronuncia un secondo discorso sull'amore e il bello ideale.
Capovolgendo la tesi di Lisia, Socrate afferma che Eros  una forma
di "mania" positiva di natura divina, una felice follia ispirata dalla
divinit e fonte di bene per chi ne  affetto: a questa dobbiamo la
divinazione del futuro e il genio poetico, a questa dobbiamo soprattutto
la maggiore delle felicit concesse dagli di all'uomo, l'amore.
Ma per sostenere questa affermazione, Socrate, dopo aver spiegato come
l'anima sia in generata e quindi immortale, ricorre a un'immagine
chiarificatrice e persuasiva, attraverso il celebre mito della biga alata.
Il mito adombra la natura immortale dell'anima, le pulsioni antitetiche
che coesistono dentro di essa (pulsioni rappresentate dai
due cavalli, l'uno di indole buona, l'altro di indole malvagia, che
l'auriga ha il compito di guidare), il suo volo celeste al seguito degli
di nel desiderio di contemplare le realt intellegibili dell'Iperuranio,
la sua caduta sulla terra e la sua conseguente reincarnazione.
Dal grado d contemplazione dell'essere, ovvero della verit,
dipendono sia la vita futura dell'anima nel corpo mortale, sia la "mania"
amorosa, poich l'amante rivede nella bellezza fisica un riflesso
dell'idea del bello contemplata nell'iperuranio: cos l'amore fa
rinascere all'anima le ali perdute al momento della caduta sulla terra.
Ogni amante sceglie il proprio bello secondo la propria indole,
ma solo il filosofo, che ama con temperanza senza cedere al piacere
del momento, attinge alla forma pi alta d'amore, quella divina. Le
anime pi dotate giungono pi in alto: le loro ali si irrobustiscono
del cibo del sapere e possono perpetuare il proprio volo. Altre anime,
appesantite dall'impuro alimento del vizio e dell'oblio, precipitano
in basso. Tutte s'incarnano in un corpo mortale, dando luogo
a forme e scelte di vita che strettamente dipendono dall'altezza
attinta nel volo precedente la nascita dell'individuo: alle anime che
pi di tutte hanno contemplato gli esseri e la verit  riservata la
reincarnazione nel genere di vita pi nobile, quello di un filosofo,
mentre il grado pi basso di contemplazione comporta la reincarnazione
nel genere di vita pi abietto, quello di un tiranno. Nelle
successive vicende di reincarnazione l'anima si affina passando a
forme di vita via via pi alte, ovvero segue una degradante in volazione
che la conduce verso il basso. Tra tutte,  l'anima del filosofo
quella che prima riacquista le ali perdute, poich essa, spregiando
ogni cosa terrena, conduce la sua esistenza nel ricordo delle cose
divine; ed  proprio l'amore a suscitare, attraverso la bellezza pura
che traspare nelle forme sensibili, copie del bello ineffabile contemplato
nell'iperuranio, il perenne ricordo e l'insaziabile sete del divino.
Si deve distinguere, per tra le varie forme dell'amore, e accogliere
solo quella pi alta, che non mira al puro soddisfacimento
del piacere, ma  governata dalla temperanza. Il cavallo ignobile,
che non conosce ritegno, trascina infatti verso la volutt, e l'auriga
deve essere capace di tenerlo a freno e di assecondare il cavallo
generoso, che conduce l'anima nella direzione dovuta. Quando il
cavallo buono riesce ad avere il sopravvento, tra l'anima dell'amante
e l'anima dell'amato si stabilisce un eros davvero divino. L'intimit
di questo superiore amore filosofico, nella concorde visione del
vero bene, assicura agli amanti il premio pi alto a cui si possa
aspirare: al termine dell'esistenza mortale la loro anima sar pronta a
riavere le sue ali, ricompensa al vissuto "delirio" d'amore.
Al contrario, l'anima che si lascia adescare da amori inferiori, che solo al
volgo possono apparire accettabili, sar condannata a errare fino
al compimento di novemila anni, prima di riottenere una nuova opportunit.
Il mito teoretico delle cicale, un'antica stirpe di uomini che sub
questa metamorfosi animale per amore del canto, introduce il successivo
argomento, l'arte di comporre i discorsi. Questi devono
mirare a persuadere sulla base non delle opinioni dei pi, ma della
verit. Socrate individua il metodo di fare discorsi secondo l'arte
della dialettica, che presuppone due procedimenti: quello sinottico,
col quale si arriva dal molteplice all'uno, e quello diairetico, che
procede al contrario dall'uno al molteplice. Cos Socrate ha prima
definito la "mania" d'amore secondo un'unica idea, poi l'ha suddivisa
in pi idee particolari, indicato il loro rapporto con l'idea
generale. Di conseguenza vengono criticati i procedimenti comuni
di Lisia e dei retori, che si muovono su un piano esclusivamente
formale o perseguono il verosimile anzich il vero per compiacere
il volgo. Chi fa un discorso deve invece conoscere sia la verit su
ci di cui vuole parlare o scrivere sia la natura dell'anima, adattando
il discorso al tipo di anima che vuole persuadere.
Successivamente, attraverso il mito di Theuth, la divinit egizia
alla quale era attribuita l'invenzione della scrittura, viene affrontato
il problema del rapporto tra quest'ultima e l'oralit. Socrate d una
netta preminenza all'oralit e svaluta gli scritti di ogni tipo,
giudicandoli semplici mezzi per richiamare alla memoria un argomento
gi conosciuto, non per trasmettere la vera sapienza. Lo scritto non
pu essere interrogato, pu cadere in mano a chiunque e, se criticato,
non sa difendersi. La sapienza pu essere solo affidata all'oralit
dialettica, al discorso vivo, di cui quello scritto  una copia, che
resta indelebilmente impresso nell'anima dell'ascoltatore; ne consegue
che l'unico vero retore  il filosofo.
Infine Socrate rivolge una preghiera a Pan, il dio del luogo,
chiedendogli di conseguire la bellezza interiore e la sapienza attraverso
la temperanza. Quando i due interlocutori lasciano il luogo, Fedro
appare pienamente convinto delle parole di Socrate.
GIOVANNI CACCIA

