FEDRO
di Platone
Traduzione di Giovanni Caccia
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine del testo)
SOCRATE: Caro Fedro, dove vai e da dove vieni?
FEDRO: Dalla casa di Lisia, Socrate, il figlio di Cefalo, (1) e vado a fare
una passeggiata fuori dalle mura. Ho passato parecchio tempo l
seduto, fin dal mattino; e ora, seguendo il consiglio di Acumeno,(2)
compagno mio e tuo, faccio delle passeggiate per le strade, poich,
a quanto dice, tolgono la stanchezza pi di quelle sotto i portici.
SOCRATE: E dice bene, amico mio. Dunque Lisia era in citt, a quanto pare.
FEDRO: S, alloggia da Epicrate, nella casa di Monco, quella vicino
al tempio di Zeus Olimpio.(3)
SOCRATE: E come avete trascorso il tempo? Lisia non vi ha forse
imbandito,  chiaro, i suoi discorsi?
FEDRO: Lo saprai, se hai tempo di ascoltarmi mentre cammino.
SOCRATE: Ma come? Credi che io, per dirla con Pindaro, non faccia
del sentire come avete trascorso il tempo tu e Lisia una faccenda
superiore a ogni negozio? (4)
FEDRO: Muoviti, allora!
SOCRATE: Se vuoi parlare.
FEDRO: Senza dubbio, Socrate, l'ascolto ti si addice, poich il discorso
su cui ci siamo intrattenuti era, non so in che modo, sull'amore.
Lisia ha scritto di un bel giovane che viene tentato, ma non da
un amante, e ha comunque trattato anche questo argomento in
modo davvero elegante: sostiene infatti che bisogna compiacere
chi non ama piuttosto che chi ama.
SOCRATE: E bravo! Avesse scritto che bisogna compiacere un povero
piuttosto che un ricco, un vecchio piuttosto che un giovane, e
tutte quelle cose che vanno bene a me e alla maggior parte di voi!
Allora s che i suoi discorsi sarebbero urbani e utili
al popolo! Io ora ho tanto desiderio di ascoltare, che se
facessi a piedi la tua passeggiata fino a Megara e, seguendo Erodico,(5)
arrivato alle mura tornassi di nuovo, non rimarrei dietro a te.
FEDRO: Cosa dici, ottimo Socrate? Credi che io, da profano quale
sono, ricorder in modo degno di lui quello che Lisia, il
pi bravo a scrivere dei nostri contemporanei, ha composto in
molto tempo e a suo agio? Ne sono ben lungi! Eppure vorrei
avere questo pi che molto oro.
SOCRATE: Fedro, se io non conosco Fedro, mi sono scordato anche
di me stesso! Ma non  vera n l'una n l'altra cosa: so bene che
lui, ascoltando un discorso di Lisia, non l'ha ascoltato una volta
sola, ma ritornandovi pi volte sopra lo ha pregato di ripeterlo, e
quello si  lasciato convincere volentieri. Poi per neppure
questo gli  bastato, ma alla fine, ricevuto il libro, ha esaminato
i passi che pi di tutti bramava; e poich ha fatto questo standosene
seduto fin dal mattino, si  stancato ed  andato a fare una
passeggiata, conoscendo, corpo d'un cane!, il discorso ormai a
memoria, credo, a meno che non fosse troppo lungo. E cos si 
avviato fuori dalle mura per recitarlo. Imbattutosi poi in uno
che ha la malattia di ascoltare discorsi, lo ha visto, e nel
vederlo si  rallegrato di avere chi potesse coribanteggiare con lui (6)
e lo ha invitato ad accompagnarlo. Ma quando l'amante dei discorsi
lo ha pregato di declamarlo, si  schermito come se non desiderasse
parlare: ma alla fine avrebbe parlato anche a viva forza,
se non lo si fosse ascoltato volentieri. Tu dunque, Fedro, pregalo
di fare adesso quello che comunque far molto presto.
FEDRO: Per me, veramente, la cosa di gran lunga migliore 
parlare cos come sono capace, poich mi sembra che non mi lascerai
assolutamente andare prima che abbia parlato, in qualunque modo.
SOCRATE: Ti sembra davvero bene.
FEDRO: Allora far cos. In realt, Socrate, non l'ho proprio
imparato tutto parola per parola: ti esporr tuttavia il concetto
pi o meno di tutti gli argomenti con i quali lui ha sostenuto che
la condizione di chi ama differisce da quella di chi non ama, uno
per uno e per sommi capi, cominciando dal primo.
SOCRATE: Prima per, carissmo, mostrami che cos'hai nella sinistra
sotto il mantello; ho l'impressione che tu abbia proprio il discorso.
Se  cos, tieni presente che io ti voglio molto bene, ma
se c' anche Lisia non ho assolutamente intenzione di offrirmi
alle tue esercitazioni retoriche. Via, mostramelo!
FEDRO: Smettila! Mi hai tolto, Socrate, la speranza che riponevo
in te di esercitarmi. Ma dove vuoi che ci sediamo a leggere?
SOCRATE: Giriamo di qui e andiamo lungo l'Ilisso,(7) poi ci
sederemo dove ci sembrer un posto tranquillo.
FEDRO: A quanto pare, mi trovo a essere scalzo al momento giusto;
tu infatti lo sei sempre. Perci sar per noi facilissimo camminare
bagnandoci i piedi nell'acqua, e non spiacevole, tanto pi in
questa stagione e a quest'ora.(8)
SOCRATE: Fa' da guida dunque, e intanto guarda dove ci potremo sedere.
FEDRO: Vedi quell'altissimo platano?
SOCRATE: E allora?
FEDRO: L c' ombra, una brezza moderata ed erba su cui sederci o anche
sdraiarci, se vogliamo.
SOCRATE: Puoi pure guidarmici.
FEDRO: Dimmi, Socrate: non  proprio da qui, da qualche parte
dell'Ilisso, che a quanto si dice Borea ha rapito Orizia?(9)
SOCRATE: Cos si dice.
FEDRO: Proprio da qui dunque? Le acque appaiono davvero dolci,
pure e limpide, adatte alle fanciulle per giocarvi vicino.
SOCRATE: No, circa due o tre stadi pi in gi, dove si attraversa
il fiume per andare al tempio di Agra: (10) appunto l c' un
altare di Borea.
FEDRO: Non ci ho mai fatto caso. Ma dimmi, per Zeus: tu, Socrate,
sei convinto che questo racconto sia vero?
SOCRATE: Ma se non ci credessi, come fanno i sapienti, non sarei
una persona strana; e allora, facendo il sapiente, potrei dire che
un soffio di Borea la spinse gi dalle rupi vicine mentre giocava
con Farmacea, ed essendo morta cos si  sparsa la voce che 
stata rapita da Borea (oppure dall'Areopago,(11) poich c'
anche questa leggenda, che fu rapita da l e non da qui). Io per,
Fedro, considero queste spiegazioni s ingegnose, ma proprie di
un uomo fin troppo valente e impegnato, e non del tutto fortunato,
se non altro perch dopo questo gli  giocoforza raddrizzare
la forma degli Ippocentauri, e poi della Chimera; quindi gli si
riversa addosso una folla di tali Gorgoni e Pegasi (12) e un
gran numero di altri esseri straordinari dalla natura strana e
portentosa. E se uno, non credendoci, vorr ridurre ciascuno di
questi esseri al verosimile, dato che fa uso di una sapienza rozza,
avr bisogno di molto tempo libero. Ma io non ho proprio tempo
per queste cose; e il motivo, caro amico,  il seguente. Non
sono ancora in grado, secondo l'iscrizione delfica, di conoscere me
stesso;(13) quindi mi sembra ridicolo esaminare le cose che mi
sono estranee quando ignoro ancora questo. Perci mando tanti
saluti a queste storie, standomene di quanto comunemente si
crede riguardo a esse, come ho detto poco fa, ed esamino non
queste cose ma me stesso, per vedere se per caso non sia una
bestia pi intricata e che getta fiamme pi di Tifone, oppure un
essere pi mite e pi semplice, partecipe per natura di una
sorte divina e priva di vanit fumosa.(14) Ma cambiando discorso, amico,
non era forse questo l'albero a cui volevi guidarci?
FEDRO: Proprio questo.
SOCRATE: Per Era,  un bel luogo per sostare! Questo platano 
molto frondoso e imponente, l'alto agnocasto  bellissimo con la
sua ombra, ed essendo nel pieno della fioritura rende il luogo
assai profumato. Sotto il platano poi scorre la graziosissima
fonte di acqua molto fresca, come si pu sentire col piede. Dalle
immagini di fanciulle e dalle statue sembra essere un luogo sacro ad
alcune Ninfe e ad Acheloo.(15) E se vuoi ancora, com' amabile
e molto dolce il venticello del luogo! Una melodiosa eco
estiva risponde al coro delle cicale. Ma la cosa pi leggiadra
di tutte  l'erba, poich, disposta in dolce declivio, sembra fatta
apposta per distendersi e appoggiarvi perfettamente la testa.
Insomma, hai fatto da guida a un forestiero in modo eccellente,
caro Fedro!
FEDRO: Mirabile amico, sembri una persona davvero strana: assomigli
proprio, come dici, a un forestiero condotto da una guida e
non a un abitante del luogo. Non lasci la citt per recarti
oltre confine, e mi sembra che tu non esca affatto dalle mura.
SOCRATE: Perdonami, carissimo. Io sono uno che ama imparare; la
terra e gli alberi non vogliono insegnarmi nulla, gli uomini in
citt invece s. Mi sembra per che tu abbia trovato la medicina
per farmi uscire. Come infatti quelli che conducono gli animali
affamati agitano davanti a loro un ramoscello verde o qualche
frutto, cos tu, tendendomi davanti al viso discorsi scritti
sui libri, sembra che mi porterai in giro per tutta l'Attica e in
qualsiasi altro luogo vorrai. Ma per l momento, ora che sono giunto
qui io intendo sdraiarmi, tu scegli la posizione in cui pensi di
poter leggere pi comodamente e leggi.
FEDRO: Ascolta, dunque.
Sei a conoscenza della mia situazione, e hai udito che ritengo
sia per noi utile che queste cose accadano; ma non stimo giusto non
poter ottenere ci che chiedo perch non mi trovo a essere
tuo amante. Gli innamorati si pentono dei benefici che hanno
fatto, allorquando cessa la loro passione, mentre per gli altri
non viene mai un tempo in cui conviene cambiare parere. Infatti fanno
benefici secondo le loro possibilit non per costrizione, ma
spontaneamente, per provvedere nel migliore dei modi alle proprie
cose. Inoltre coloro che amano considerano sia ci che  andato
loro male a causa dell'amore, sia i benefici che hanno fatto, e
aggiungendo a questo l'affanno che provavano pensano di aver
reso gi da tempo la degna ricompensa ai loro amati. Invece
coloro che non amano non possono addurre come scusa la scarsa
cura delle proprie cose per questo motivo, n mettere in conto gli
affanni trascorsi, n incolpare gli amati delle discordie con i
familiari; sicch, tolti di mezzo tanti mali, non resta loro altro
se non fare con premura ci che pensano sar loro gradito quando
l'avranno fatto. Inoltre, se vale la pena di tenere in grande
considerazione gli amanti perch dicono di essere amici al
sommo grado di coloro che amano e sono pronti sia a parole sia coi
fatti a rendersi odiosi agli altri pur di compiacere gli amati, 
facile comprendere che, se dicono il vero, terranno in maggior conto
quelli di cui si innamoreranno in seguito, ed  chiaro che, se parr
loro il caso, ai primi faranno persino del male. D'altronde come pu
essere conveniente concedere una cosa del genere a chi ha una
disgrazia tale che nessuno, per quanto esperto, potrebbe tentare
di allontanare? Essi stessi, infatti, ammettono di essere malati
pi che assennati, e di sapere che sragionano, ma non sanno
dominarsi; di conseguenza, una volta tornati in senno, come potranno
credere che vada bene ci di cui decidono in questa disposizione
d'animo? E ancora, se scegliessi il migliore degli amanti, la tua
scelta sarebbe tra pochi, se invece scegliessi quello pi adatto a te
tra gli altri, sarebbe tra molti; perci c' molta pi speranza
che quello degno della tua amicizia si trovi tra i molti.
Se poi, secondo l'usanza corrente, temi di guadagnarti del
biasimo nel caso la gente lo venga a sapere,  naturale che gli
amanti, credendo di essere invidiati dagli altri cos come si
invidiano tra loro, si inorgogliscano parlandone e per ambizione
mostrino a tutti che non hanno faticato invano; mentre coloro che non
amano, essendo pi padroni di s, scelgono ci che  meglio in
luogo della fama presso gli uomini. Inoltre  inevitabile che
molti vengano a sapere o vedano gli amanti accompagnare i loro amati
e darsi un gran da fare, cosicch, quando li vedono discorrere
tra loro credono che essi stiano insieme o perch il loro
desiderio si  realizzato o perch sta per realizzarsi; ma non
provano affatto ad accusare coloro che non amano perch stanno assieme,
sapendo che  necessario parlare con qualcuno per amicizia o per
qualche altro piacere. E se poi hai paura perch credi sia difficile
che un'amicizia perduri, e temi che se sorgesse un dissidio per un
altro motivo la sventura sarebbe comune ad entrambi, mentre in
questo caso verrebbe un gran danno a te, perch hai gettato
via ci che pi di tutto tieni in conto, a maggior ragione
dovresti temere coloro che amano: molte sono le cose che li
affliggono, e credono che tutto accada a loro danno. Per questo allontanano
gli amati anche dalla compagnia con gli altri, per timore che
quelli provvisti di sostanze li superino in ricchezza, e quelli
forniti d cultura li vincano in intelligenza; in somma, stanno in guardia
contro il potere di tutti quelli che possiedono un qualsiasi altro bene.
Cos, dopo averti indotto a inimicarti queste persone, ti riducono
privo di amici, e se badando al tuo interesse sarai pi assennato
di loro, verrai in discordia con essi. Chi invece non si 
trovato a essere nella condizione di amante, ma ha ottenuto grazie
alle sue doti ci che chiedeva, non sarebbe geloso di chi si
accompagna a te, anzi odierebbe coloro che rifiutano la tua compagnia,
pensando che da costoro sei disprezzato, ma trai beneficio
da chi sta assieme a te. Perci c' molta pi speranza che
dalla cosa nasca tra loro amicizia piuttosto che inimicizia.
Per di pi molti degli amanti hanno desiderio del corpo prima di
aver conosciuto il carattere e aver avuto esperienza delle altre
qualit individue dell'amato, cos che non  loro chiaro se
vorranno ancora essere amici quando la loro passione sar finita;
per quanto riguarda invece coloro che non amano, dal momento
che erano tra loro amici anche prima di fare questo, non 
verosimile che la loro amicizia risulti sminuita dal bene che hanno
ricevuto, anzi esso rimane come ricordo di ci che sar in futuro.
Inoltre ti si addice diventare migliore dando retta a me piuttosto
che a un amante. Essi lodano le parole e le azioni dell'amato
anche al di l di quanto  bene, da un lato per timore di diventare
odiosi, dall'altro perch essi stessi danno giudizi meno retti per
via del loro desiderio. Infatti l'amore produce tali effetti: a
coloro che non hanno fortuna fa ritenere molesto ci che agli altri
non arreca dolore, mentre spinge coloro che hanno fortuna a elogiare
anche ci che non  degno di piacere, tanto che agli amati si
addice pi la compassione che l'invidia. Se dai retta a me,
innanzitutto star assieme a te prendendomi cura non solo del piacere
presente, ma anche dell'utilit futura, non vinto dall'amore
ma padrone di me stesso, senza suscitare una violenta inimicizia
per futili motivi, ma irritandomi poco e non all'improvviso per
motivi gravi, perdonando le colpe involontarie e cercando di
distogliere da quelle volontarie: queste sono prove di un'amicizia
che durer a lungo. Se invece ti sei messo in mente che non possa
esistere amicizia salda se non si ama, conviene pensare che
non potremmo tenere in gran conto n i figli n i genitori, e
non potremmo neanche acquistarci amici fidati, poich i vincoli con
essi ci sono venuti non da una tale passione, ma da altri rapporti.
Inoltre, se si deve compiacere pi di tutti chi ne ha bisogno,
anche nelle altre crcostanze conviene fare benefici non ai
migliori, ma ai pi indigenti, poich, liberati da grandissimi mali,
serberanno la massima gratitudine ai loro benefattori. E allora anche
nelle feste private  il caso di invitare non gli amici ma chi
chiede l'elemosina e ha bisogno di essere sfamato, poich costoro
ameranno i loro benefattori, li seguiranno, verranno alla loro
porta, proveranno grandissima gioia, serberanno non poca gratitudine
e augureranno loro ogni bene. Ma forse conviene compiacere
non chi  molto bisognoso, ma chi soprattutto  in grado di rendere
il favore; non solo chi chiede, ma chi  degno della
cosa; non quanti godranno del fiore della tua giovinezza, ma
coloro che anche quando sarai diventato vecchio ti faranno partecipe
dei loro beni; non coloro che, ottenuto ci che desideravano,
se ne vanteranno con gli altri, ma coloro che per pudore ne taceranno
con tutti; non coloro che hanno cura di te per poco tempo, ma
coloro che ti saranno amici allo stesso modo per tutta la vita;
non coloro che, cessato il desiderio, cercheranno il pretesto per
un'inimicizia, ma coloro che daranno prova della loro virt
quando la tua bellezza sar sfiorita. Dunque tu ricordati di
quanto ti ho detto e considera questo, che gli amici riprendono gli
amanti perch sono convinti che questa pratica sia cattiva, mentre
nessuno dei familiari ha mai rimproverato a coloro che non amano di
provvedere male ai propri affari per questo motivo.
Forse ora mi domanderai se ti esorto a compiacere tutti quelli
che non amano. Ebbene, io credo che neanche chi ama ti inviti ad
avere questo atteggiamento con tutti quelli che amano.
Infatti n per chi riceve benefici la cosa  degna di un'uguale
ricompensa, n, se anche lo volessi, ti sarebbe possibile
tenerlo nascosto allo stesso modo agli altri; bisogna invece che da ci
non venga alcun danno, ma un vantaggio a entrambi. Io penso che
quanto  stato detto sia sufficiente: se tu desideri ancora
qualcosa e pensi che sia stata tralasciata, interroga.
FEDRO: Che te ne pare del discorso, Socrate? Non  stato pronunciato in
maniera straordinaria, in particolare per la scelta dei vocaboli?
SOCRATE: In maniera davvero divina, amico, al punto che ne
sono rimasto colpito! E questa impressione l'ho avuta per causa
tua, Fedro, guardando te, perch mi sembrava che esultassi per
il discorso intanto che lo leggevi. E dato che credo che in queste
cose tu ne sappia pi di me ti seguivo, e nel seguirti ho
partecipato al tuo furore bacchico, o testa divina! (16)
FEDRO: Ma dai! Ti pare il caso di scherzare cos?
SOCRATE: Ti sembra che io scherzi e che non abbia fatto sul serio?
FEDRO: Nient'affatto, Socrate, ma dimmi veramente, per Zeus
protettore degli amici: credi che ci sia un altro tra i Greci in
grado di parlare sullo stesso argomento in modo pi grande e
copioso di lui?
SOCRATE: Ma come? Bisogna che il discorso sia lodato da me e da
te anche sotto questo aspetto, ossia perch il suo autore ha
detto ci che bisognava dire, e non solo perch ha tornito ciascun
termine in modo chiaro, forbito e puntuale? Se proprio bisogna,
devo convenirne per amor tuo, dal momento che mi  sfuggito a
causa della mia nullit. Infatti ho posto mente soltanto
all'aspetto retorico del discorso; quanto all'altro, credevo che
neppure Lisia lo ritenesse sufficiente. A meno che tu, Fedro,
non abbia un'opinione diversa, mi  parso che abbia ripetuto due o
tre volte gli stessi concetti, come se non avesse a disposizione
grandi risorse per dire molte cose sullo stesso argomento, o
forse come se non gliene importasse nulla; e mi sembrava pieno di
baldanza giovanile quando mostrava com'era bravo, dicendo le stesse
cose prima in un modo e poi in un altro, a parlarne in tutti e
due i casi nella maniera migliore.
FEDRO: Ti sbagli, Socrate: precisamente in questo consiste il
discorso. Infatti non ha tralasciato nulla di ci che meritava
d'esser detto in argomento, tanto che nessuno mai saprebbe dire cose
diverse e di maggior pregio rispetto a quelle dette.
SOCRATE: In questo non potr pi darti retta: uomini e donne antichi
e sapienti, che hanno parlato e scritto di queste cose, mi
confuteranno, se per farti piacere convengo con te.
FEDRO: Chi sono costoro? E dove hai ascoltato cose migliori di queste?
SOCRATE: Ora, l per l, non so dirlo; ma  chiaro che le ho udite da
qualcuno, dalla bella Saffo o dal saggio Anacreonte o da qualche
scrittore in prosa.(17) Da cosa lo arguisco per affermare ci? In
qualche modo, divino fanciullo, sento di avere il petto pieno e
di poter dire cose diverse dalle sue, e non peggiori. So bene che
non ho concepito da me niente di tutto ci, dato che riconosco la
mia ignoranza; allora resta, credo, che da qualche altra fonte
io sia stato riempito attraverso l'ascolto come un vaso. Ma per
indolenza ho scordato proprio questo, come e da chi le ho udite.
FEDRO: Ma hai detto cose bellissime, nobile amico! Neanche se te
lo ordino devi riferirmi da chi e come le hai udite, ma metti
in atto esattamente il tuo proposito. Hai promesso di dire cose
diverse, in maniera migliore e non meno diffusa rispetto a quelle
contenute nel libro, astenendoti da queste ultime; quanto a me, io
ti prometto che come i nove arconti innalzer a Delfi una statua
d'oro a grandezza naturale, non solo mia ma anche tua.(18)
SOCRATE: Sei carissimo e veramente d'oro, Fedro, se pensi che io
affermi che Lisia ha sbagliato tutto e che  possibile dire cose
diverse da tutte queste; ci, credo, non potrebbe capitare neanche
allo scrittore pi scarso. Tanto per incominciare, riguardo
all'argomento del discorso, chi credi che, sostenendo che bisogna
compiacere coloro che non amano piuttosto che coloro che
amano, abbia ancora altro da dire quando abbia tralasciato di
lodare l'assennatezza degli uni e biasimare la dissennatezza
degli altri, il che appunto  necessario? Ma credo che si debbano
concedere e perdonare simili argomenti a chi ne parla; e di
tali argomenti  da lodare non l'invenzione, ma la disposizione,
mentre degli argomenti non necessari e difficili da trovare  da
lodare, oltre alla disposizione, anche l'invenzione.
FEDRO: Concordo con ci che dici: mi sembri aver parlato in modo
opportuno. Pertanto far anch'io cos: ti conceder di stabilire
come principio che chi ama  pi ammalato di chi non ama, e
quanto al resto, se avrai detto altre cose in maggior quantit
e di maggior pregio di queste, ergiti pure come statua lavorata
a martello a Olimpia, presso l'offerta votiva dei Cipselidi! (19)
SOCRATE: L'hai presa sul serio, Fedro, perch io, scherzando con
te, ho attaccato il tuo amato, e credi che io prover veramente a
dire qualcosa di diverso e di pi vario a confronto dell'abilit di lui?
FEDRO: A questo proposito, caro, mi hai dato l'occasione per un'uguale
presa.(20) Ora tu devi parlare assolutamente, cos come
sei capace, in modo da non essere obbligati a fare quella cosa
volgare da commedianti che si rimbeccano a vicenda, e non volermi
costringere a tirar fuori quella frase: Socrate, se io non
conosco Socrate, mi sono dimenticato anche di me stesso, o
quell'altra: Desiderava dire, ma si schermiva; ma tieni bene in
mente che non ce ne andremo di qui prima che tu abbia esposto
ci che sostenevi di avere nel petto. Siamo noi due soli, in un
luogo appartato, io sono pi forte e pi giovane. Da tutto ci,
dunque, intendi quel che ti dico,(21) e vedi di non parlare a
forza piuttosto che spontaneamente.
SOCRATE: Ma beato Fedro, mi coprir di ridicolo improvvisando un
discorso sui medesimi argomenti, da profano che sono a confronto di un
autore bravo come lui!
FEDRO: Sai com' la questione? Smettila di fare il ritroso con me; poich
penso di avere una cosa che, se te la dico, ti costringer a parlare.
SOCRATE: Allora non dirmela!
FEDRO: No, invece te la dico proprio! E le mie parole saranno un
giuramento. Ti giuro... ma su chi, su quale dio? Vuoi forse
su questo platano qui? Ebbene, ti giuro che se non pronuncerai
il tuo discorso proprio davanti a questo platano, non ti mostrer e
non ti riferir pi nessun altro discorso di nessuno.
SOCRATE: Ahi, birbante! Come hai trovato bene il modo di costringere
un uomo amante dei discorsi a fare ci che tu ordini!
FEDRO: Perch allora fai tanti giri?
SOCRATE: Niente pi indugi, dal momento che hai proferito questo giuramento.
Come potrei astenermi da un tale banchetto?
FEDRO: Allora parla!
SOCRATE: Sai dunque come far?
FEDRO: Riguardo a cosa?
SOCRATE: Parler dopo essermi coperto il capo, per svolgere il discorso il
pi velocemente possibile e non trovarmi in imbarazzo per la vergogna,
guardando verso di te.
FEDRO: Purch tu parli; quanto al resto, fa' come vuoi.
SOCRATE: Ors, o Muse dalla voce melodiosa, vuoi per l'aspetto del
canto vuoi perch siete state cos chiamate dalla stirpe dei Liguri
amante della musica,(22) narrate assieme a me il racconto che questo
bellissimo giovane mi costringe a dire, cos che il suo compagno,
che gi prima gli sembrava sapiente, ora gli sembri tale ancora di pi.
C'era una volta un fanciullo, o meglio un giovanetto assai
bello, di cui molti erano innamorati. Uno di loro, che era astuto, pur
non essendo innamorato meno degli altri aveva convinto il fanciullo
che non lo amava. E un giorno, saggiandolo, cercava di
persuaderlo proprio di questo, che bisogna compiacere chi non ama
piuttosto che chi ama, e gli parlava cos: Innanzi tutto, fanciulfo,
uno solo  l'inizio per chi deve prendere decisioni nel modo giusto:
bisogna sapere su cosa verte la decisione, o  destino che si
sbagli tutto. Ai pi sfugge che non conoscono l'essenza di ciascuna
cosa. Perci, nella convinzione di saperlo, non si mettono d'accordo
all'inizio della ricerca e proseguendo ne pagano le naturali
conseguenze, poich non si accordano n con se stessi n tra loro.
Che non capiti dunque a me e a te ci che rimproveriamo agli altri,
ma dal momento che ci sta dinanzi la questione se si debba entrare
in amicizia con chi ama piuttosto che con chi non ama, stabiliamo
di comune accordo una definizione su cosa sia l'amore e quale
forza abbia; poi, tenendo presente questa definizione
e facendovi riferimento, esaminiamo se esso apporta un vantaggio
o un danno. Che l'amore sia appunto un desiderio,  chiaro a
tutti; che inoltre anche chi non ama desideri le cose belle, lo
sappiamo. Da che cosa allora distingueremo chi ama e chi non ama?
Occorre poi tenere presente che in ciascuno di noi ci sono due
princpi che ci governano e ci guidano, e che noi seguiamo dove
essi ci guidano: l'uno, innato,  il desiderio dei piaceri, l'altro 
un'opinione acquisita che aspira al sommo bene. Talvolta questi
due princpi dentro di noi si trovano d'accordo, talvolta
invece sono in disaccordo; talvolta prevale l'uno, talvolta l'altro.
Pertanto, quando l'opinione guida con il ragionamento al sommo bene e
prevale, la sua vittoria ha il nome di temperanza; mentre se
il desiderio trascina fuori di ragione verso i piaceri e domina
in noi, il suo dominio viene chiamato dissolutezza. La dissolutezza
ha molti nomi, dato che  composta di molte membra e molte
parti; e quella che tra queste forme si distingue conferisce a
chi la possiede il soprannome derivato da essa, che non  n bello n
meritevole da acquistarsi. Il desiderio relativo al cibo, che
prevale sulla ragione del bene migliore e sugli altri desideri, 
chiamato ingordigia e far s che chi lo possiede venga chiamato con
lo stesso nome; quello che tiranneggia nell'ubriachezza e conduce
in tale stato chi lo possiede,  chiaro quale epiteto gli
toccher; cos, anche per gli altri nomi fratelli di questi che designano
desideri fratelli, a seconda di quello che via via signoreggia,  ben
evidente come conviene chiamarli. Il desiderio a motivo del quale  stato
fatto tutto il discorso precedente ormai  pressoch manifesto,
ma  assolutamente pi chiaro una volta detto che se non viene
detto; ebbene, il desiderio irrazionale che ha il sopravvento
sull'opinione incline a ci che  retto, una volta che, tratto verso
il piacere della bellezza e corroborato vigorosamente dai desideri a
esso congiunti della bellezza fisica, ha prevalso nel suo trasporto
prendendo nome dal suo stesso vigore,  chiamato eros.(23)
Ma caro Fedro, non sembra anche a te, come a me, che mi trovi
in uno stato divino?
FEDRO: Certamente, Socrate! Ti ha preso una certa facilit di
parola, contrariamente al solito!
SOCRATE: Ascoltami dunque in silenzio. Il luogo sembra veramente
divino, percio non meravigliarti se nel prosieguo del discorso sar
spesso invasato dalle Ninfe: le parole che proferisco adesso non sono
lontane dai ditirambi.(24)
FEDRO: Dici cose verissime.
SOCRATE: E tu ne sei la causa. Ma ascolta il resto, poich forse
quello che mi viene alla mente potrebbe andarsene via. A questo
provveder un dio, noi invece dobbiamo tornare col nostro
discorso al fanciullo.
Dunque, carissimo: cosa sia ci su cui bisogna prendere
decisioni,  stato detto e definito; ora, tenendo presente questo,
dobbiamo dire il resto, ossia quale vantaggio o quale danno
presumibilmente verr da uno che ama e da uno che non ama a chi
concede i suoi favori. Per chi  soggetto al desiderio ed 
schiavo del piacere  inevitabile rendere l'amato il pi possibile
gradito a s; ma per chi  malato tutto ci che non oppone resistenza 
piacevole, mentre tutto ci che  pi forte o pari a lui  odioso.
Cos un amante non sopporter di buon grado un amato superiore
o pari a lui, ma vuole sempre renderlo inferiore e pi debole: e
inferiore  l'ignorante rispetto al saggio, il vile rispetto al
coraggioso, chi non sa parlare rispetto a chi ha abilit oratorie,
chi  tardo di mente rispetto a chi  d'ingegno acuto.  inevitabile
che, se nell'animo dell'amato nascono o ci sono per natura tanti
difetti, o anche di pi, l'amante ne goda e ne procuri altri,
piuttosto che essere privato del piacere del momento. Ed  altres
inevitabile che sia geloso e causa di grande danno, poich
distoglie l'amato da molte altre compagnie vantaggiose grazie alle quali
diverrebbe veramente uomo, danno che diventa grandissimo
quando lo allontana da quella compagnia grazie alla quale diventerebbe
una persona molto assennata. Essa  la divina filosofia, da
cui inevitabilmente l'amante tiene lontano l'amato per paura di
essere disprezzato, cos come ricorrer alle altre macchinazioni
per fare in modo che sia ignorante di tutto e guardi solo al suo
amante; e in questa condizione l'amato sarebbe fonte di
grandissimo piacere per lui, ma del massimo danno per se stesso. Quindi,
per quanto riguarda l'intelletto, l'uomo che prova amore
non  in nessun modo utile come guida e come compagno.
Poi si deve considerare la costituzione del corpo, e quale cura
ne avr colui che ne diventer padrone, dato che si trova
costretto a inseguire il piacere anzich il bene. Lo si vedr seguire una
persona molle e non vigorosa, non cresciuta alla pura luce del sole
ma nella fitta ombra, inesperta di fatiche virili e di secchi
sudori, esperta invece di una vita delicata ed effeminata,
ornata di colori e abbellimenti altrui per mancanza dei propri, intenta a
tutte quelle attivit conseguenti a ci, che sono evidenti e non
meritano ulteriori discussioni. Ma stabiliamo un punto
essenziale, e poi passiamo ad altro: per un corpo del genere, in guerra come
in tutte le altre occupazioni importanti, i nemici prendono
coraggio, gli amici e gli stessi amanti provano timore.
Perci questo punto  da lasciar perdere, dato che  evidente, e
bisogna passare invece a quello successivo, cio quale
vantaggio o quale danno arrecher ai nostri beni la compagnia e la
protezione di chi ama.  chiaro a chiunque, ma soprattutto all'amante,
che egli si augurerebbe pi d'ogni altra cosa che l'amato
fosse orbo dei beni pi cari, pi preziosi e pi divini;
accetterebbe che rimanesse privo di padre, madre, parenti e amici,
ritenendoli causa d'impedimento e biasimo della dolcissima compagnia
che ha con lui. E se possiede sostanze in oro o altri beni, egli
penser che non sia facile da conquistare n, una volta
conquistato, trattabile; ne consegue inevitabilmente che l'amante provi
gelosia se l'oggetto del suo amore possiede delle sostanze, e
gioisca se le perde. Inoltre l'amante si augurer che l'amato sia senza
moglie, senza figli e senza casa il pi a lungo possibile, poich
brama di cogliere il pi a lungo possibile il frutto della sua dolcezza.
Ci sono altri mali ancora, ma un dio ha mescolato alla maggior
parte di essi un piacere momentaneo; per esempio all'adulatore,
bestia terribile e fonte di grande danno, la natura ha
comunque mescolato un piacere non privo di gusto. E cos qualcuno
pu biasimare come rovinosa un'etera o molte altre creature e
attivit del genere, che almeno per un giorno possono essere
occasione di grandissimo piacere; ma per l'amato la compagnia
quotidiana dell'amante, oltre al danno che arreca,  la cosa di
tutte pi spiacevole. Infatti, come recita l'antico proverbio, il
coetaneo si diletta del coetaneo (credo infatti che l'avere gli
stessi anni conduca agli stessi piaceri e procuri amicizia in virt della
somiglianza); tuttavia anche il loro stare insieme genera saziet.
Inoltre si dice che la costrizione  pesante per chiunque in
qualsiasi circostanza: ed  proprio questo il rapporto che, oltre alla
differenza d'et, l'amante ha con il suo amato. Infatti, quando uno
pi vecchio sta assieme a uno pi giovane, non lo lascia volentieri
n di giorno n di notte, ma  tormentato da una necessit e da un
pungolo che lo conduce a destra e a manca procurandogli
di continuo piaceri a vedere, ascoltare, toccare l'amato e a
provare tutto ci che lui prova, s da mettersi strettamente e con
piacere al suo servizio. Ma quale conforto o quali piaceri dar all'amato
per evitare che questi, stando con lui per lo stesso periodo di
tempo, arrivi al colmo del disgusto? Quando quello vedr un volto
invecchiato e non pi in fiore, con tutte le conseguenze gi
spiacevoli da udire a parole, per non parlare poi se ci si trova
nella necessit di avere a che fare con esse; quando dovr guardarsi
in ogni momento e con tutti da custodi sospettosi e sentir elogi
inopportuni ed esagerati, come anche insulti gi insopportabili
se l'amante  sobrio, vergognosi oltre ogni sopportazione se 
ubriaco e indulge a una libert di linguaggio stucchevole e assoluta?
E se quando  innamorato e dannoso e spiacevole, una volta che
l'amore  finito sar inaffidabile per il tempo a venire, in
prospettiva del quale era riuscito a malapena, con molte promesse
condite di infiniti giuramenti e preghiere e in virt della
speranza di beni futuri, a mantenere il legame gi allora faticoso da
sopportare. E allora, quando bisogna pagare il debito, dato che
dentro di s ha cambiato padrone e signore, e assennatezza e temperanza
hanno preso il posto di amore e follia,  divenuto un altro
senza che il suo amato se ne sia accorto. Questi, ricordandosi di
quanto era stato fatto e detto e pensando di parlare ancora con la
stessa persona, chiede che gli siano ricambiati i favori resi allora;
quello per la vergogna non ha il coraggio di dire che  diventato un
altro, n sa come mantenere i giuramenti e le promesse fatte
sotto la dissennata signoria precedente, dato che ormai ha
riacquistato il senno e la temperanza, per non ridiventare simile a quello
che era prima, se non addirittura lo stesso di prima, facendo le
stesse cose. Perci diventa un fuggiasco, e poich l'amante di
prima ora  di necessita reo di frode, invertite le parti, muta il
suo stato e si d alla fuga.(25) L'altro  costretto a inseguire tra
lo sdegno e le imprecazioni, poich non ha capito tutto fin dal
principio, cio che non avrebbe mai dovuto compiacere chi ama e di
necessit  privo di senno, ma ben pi chi non ama ed  assennato;
altrimenti sarebbe inevitabile concedersi a una persona infida,
difficile di carattere, gelosa, spiacevole, danno sa per le
proprie ricchezze, dannosa per la costituzione fisica, ma dannosa nel modo
pi assoluto per l'educazione dell'anima, della quale in tutta
verit non c' e mai ci sar cosa di maggior valore n per gli
uomini n per gli di. Pertanto, ragazzo, bisogna intendere bene
questo, e sapere che l'amicizia di un amante non nasce assieme alla
benevolenza, ma alla maniera del cibo, per saziarsi; come i lupi
amano gli agnelli, cos gli amanti hanno caro un fanciullo.
Questo  quanto, Fedro. Non mi sentirai dire di pi, ma considera ormai
finito il discorso.
FEDRO: Eppure io credevo che fosse a met, e che tu avresti speso
uguali parole per chi non ama, dicendo che bisogna piuttosto
compiacere lui e indicando quanti beni ne derivano; ma ora
perch smetti, Socrate?
SOCRATE: Non ti sei accorto, beato, che ormai pronuncio
versi epici e non pi ditirambi, proprio mentre muovo questi
rimproveri? Se comincer a elogiare l'altro, cosa credi che far?
Non lo sai che sarei certamente invasato dalle Ninfe, alle
quali tu mi hai gettato deliberatamente in balia? Perci in una parola ti
dico che quanti sono i mali che abbiamo biasimato nell'uno tanti
sono i beni, ad essi opposti, che si trovano nell'altro. E che
bisogno c' di un lungo discorso? Di entrambi si  detto abbastanza.
Cos il racconto avr la sorte che gli spetta; e io, attraversato
questo fiume, me ne torno indietro prima di essere costretto
da te a qualcosa di pi grande.
FEDRO: Non ancora, Socrate, non prima che sia passata la calura.
Non vedi che  all'incirca mezzogiorno, l'ora che viene chiamata
immota? Ma restiamo a discutere sulle cose che abbiamo detto;
non appena far pi fresco, ce ne andremo.
SOCRATE: Quanto ai discorsi sei divino, Fedro, e semplicemente
straordinario. Io penso che di tutti i discorsi prodotti
durante la tua vita nessuno ne abbia fatto nascere pi di te, o
perch li pronunci di persona o perch costringi in qualche modo altri
a pronunciarli (faccio eccezione per Simmia il Tebano, (26) ma gli
altri li vinci di gran lunga). E ora mi sembra che tu sia stato la
causa di un mio nuovo discorso.
FEDRO: Allora non mi dichiari guerra! Ma come, e qual  questo discorso?
SOCRATE: Quando stavo per attraversare il fiume, caro amico, si 
manifestato quel segno divino che  solito manifestarsi a me e
che mi trattiene sempre da ci che sto per fare. E mi 
parso di udire proprio da l una certa voce che non mi permette
di andare via prima d'essermi purificato, come se avessi commesso
qualche colpa verso la divinit. In effetti sono un indovino, per
la verit non molto bravo, ma, come chi sa a malapena scrivere,
valido solo per me stesso; perci comprendo chiaramente qual 
la colpa. Perch anche l'anima, caro amico, ha un che di
divinatorio; infatti mi ha turbato anche prima, mentre pronunciavo il
discorso, e in qualche modo temevo, come dice Ibico, che
commesso un fallo nei confronti degli di consegua fama invece
tra gli umani.(27) Ma ora mi sono reso conto della colpa.
FEDRO: Che cosa dici?
SOCRATE: Terribile, Fedro, terribile  il discorso che tu hai portato,
come quello che poi mi hai costretto a dire!
FEDRO: E perch?
SOCRATE:  sciocco e sotto un certo aspetto empio. Quale discorso
potrebbe essere pi terribile di questo?
FEDRO: Nessuno, se tu dici il vero.
SOCRATE: E allora? Non credi che Eros sia figlio di Afrodite e sia
una creatura divina?
FEDRO: Cos almeno si dice.
SOCRATE: Ma non  detto da Lisia, n dal tuo discorso, che 
stato pronunciato tramite la mia bocca ammaliata da te. E se
Eros , come appunto , un dio o un che di divino, non sarebbe
affatto un male, e invece i due discorsi pronunciati ora su di
lui ne parlavano come se fosse un male; in questo dunque hanno
commesso una colpa nei confronti d Eros. Inoltre la loro
semplicit  proprio graziosa, poich senza dire niente di sano
n di vero si danno delle arie come se fossero chiss cosa, se
ingannando alcuni omiciattoli troveranno fama presso di loro.
Pertanto io, caro amico, ho la necessit di purificarmi; per
coloro che commettono delle colpe nei confronti del mito c' un antico
rito purificatorio, che Omero non conobbe, ma Stesicoro s.
Costui infatti, privato della vista per aver diffamato Elena,
non ne ignor la causa come Omero, ma da amante alle Muse quale
era la cap e subito compose questi versi:
Questo discorso non  veritiero,
non navigasti sulle navi ben costrutte,
non arrivasti alla troiana Pergamo.(28)
E dopo aver composto l'intero carme chiamato Palinodia gli torn
immediatamente la vista. Io pertanto sar pi saggio di loro
almeno sotto questo aspetto: prima di incorrere in un male per
aver diffamato Eros tenter di offrirgli in cambio la mia palinodia,
col capo scoperto e non velato come allora per la vergogna.
FEDRO: Non avresti potuto dirmi cose pi dolci di queste, Socrate.
SOCRATE: Veramente, caro Fedro, tu intendi con quale impudenza
siano stati pronunciati i due discorsi, il mio e quello
ricavato dal libro. Se un uomo dall'indole nobile e affabile, che
fosse innamorato di uno come lui o lo fosse stato in precedenza, ci
ascoltasse mentre diciamo che gli amanti sollevano grandi inimicizie
per futili motivi e sono gelosi e dannosi nei confronti dei
loro amati, non credi che avrebbe l'impressione di ascoltare
persone allevate in mezzo ai marinai e che non hanno mai visto un
amore libero, e sarebbe ben lungi dal convenire con noi
sui rimproveri che muoviamo ad Eros?
FEDRO: Per Zeus, forse s, Socrate.
SOCRATE: Io dunque, per vergogna nei suoi confronti e per timore
dello stesso Eros, desidero sciacquarmi dalla salsedine che
impregna il mio udito con un discorso d'acqua dolce; e consiglio
anche a Lisia di scrivere il pi in fretta possibile che, a
parit di condizioni, conviene compiacere pi un amante che chi non ama.
FEDRO: Ma sappi bene che sar cos: quando avrai pronunciato l'elogio
dell'amante, sar inevitabile che Lisia venga costretto da
me a scrivere un altro discorso sullo stesso argomento.
SOCRATE: Confido in ci, finch sarai quello che sei.
FEDRO: Fatti coraggio, dunque, e parla.
SOCRATE: Dov' il ragazzo a cui parlavo? Faccia in modo di
ascoltare anche questo discorso e non conceda con troppa fretta i suoi
favori a chi non ama per non aver udito le mie parole.
FEDRO: Questo ragazzo  accanto a te, molto vicino, ogni qualvolta
tu voglia.
SOCRATE: Allora, mio bel ragazzo, tieni presente che il discorso
di prima era di Fedro figlio di Pitocle, del demo di Mirrinunte,
mentre quello che mi accingo a dire  di Stesicoro di Imera,
figlio di Eufemo. Bisogna dunque parlare cos: Non  veritiero il
discorso secondo il quale anche in presenza di un amante si deve
piuttosto compiacere chi non ama, per il fatto che l'uno  in
preda a "mania", l'altro  assennato. Se infatti l'essere in preda a
mania fosse un male puro e semplice, sarebbe ben detto; ora per i
beni pi grandi ci vengono dalla mania, appunto in virt di un dono
divino. Infatti la profetessa di Delfi e le sacerdotesse di
Dodona,(29) quando erano prese da mania, procurarono alla Grecia
molti e grandi vantaggi pubblici e privati, mentre quando erano
assennate giovarono poco o nulla. E se parlassimo della
Sibilla (30) e di tutti gli altri che, avvalendosi dell'arte mantica
ispirata da un dio, con le loro predizioni in molti casi indirizzarono bene
molte persone verso il futuro, ci dilungheremmo dicendo cose note a
tutti. Merita certamente di essere addotto come testimonianza il
fatto che tra gli antichi coloro che coniavano i nomi non
ritenevano la mania una cosa vergognosa o riprovevole; altrimenti
non avrebbero chiamato "manica" l'arte pi bella, con la quale
si discerne il futuro, applicandovi proprio questo nome. Ma
considerandola una cosa bella quando nasca per sorte divina, le
imposero questo nome, mentre gli uomini d'oggi, inesperti del bello,
aggiungendo la "t" l'hanno chiamata "mantica". Cos anche la ricerca
del futuro che fanno gli uomini assennati mediante il volo degli
uccelli e gli altri segni del cielo, dal momento che tramite
l'intelletto procurano assennatezza e cognizione alla "oiesi", cio alla
credenza umana, la denominarono "oionoistica", mentre i contemporanei,
volendola nobilitare con la "o" lunga, la chiamano oionistica.(31)
Perci, quanto pi l'arte mantica  perfetta e onorata
della oionistica, e il nome e l'opera dell'una rispetto al nome
e all'opera dell'altra, tanto pi bella, secondo la testimonianza
degli antichi,  la mania che viene da un dio rispetto all'assennatezza
che viene dagli uomini. Ma la mania, sorgendo e profetando in
coloro in cui doveva manifestarsi, trov una via di scampo anche
dalle malattie e dalle pene pi gravi, che da qualche parte si
abbattono su alcune stirpi a causa di antiche colpe, ricorrendo
alle preghiere e al culto degli di; quindi, attraverso purificazioni
e iniziazioni, rese immune chi la possedeva per il tempo
presente e futuro, avendo trovato una liberazione dai mali
presenti per chi era in preda a mania e invasamento divino nel modo
giusto. Al terzo posto vengono l'invasamento e la mania
provenienti dalle Muse, che impossessandosi di un'anima tenera e
pura la destano e la colmano di furore bacchico in canti e altri
componimenti poetici, e celebrando innumerevoli opere degli
antichi educano i posteri. Chi invece giunge alle porte della
poesia senza la mania delle Muse, convinto che sar un poeta valente
grazie all'arte, resta incompiuto e la poesia di chi  in senno
 oscurata da quella di chi si trova in preda a mania.
Queste, e altre ancora, sono le belle opere di una mania
proveniente dagli di che ti posso elencare. Pertanto non
dobbiamo aver paura di ci, n deve sconvolgerci un discorso che
cerchi di intimorirci asserendo che si deve preferire come amico l'uomo
assennato a quello in stato di eccitazione; ma il mio discorso
dovr riportare la vittoria dimostrando, oltre a quanto detto
prima, che l'amore non  inviato dagli di all'amante e all'amato
perch ne traggano giovamento. Noi dobbiamo invece dimostrare il
contrario, cio che tale mania  concessa dagli di per la nostra
pi grande felicit; e la dimostrazione non sar persuasiva per
i valent'uomini, ma lo sar per i sapienti. Prima di tutto dunque
bisogna intendere la verit riguardo alla natura dell'anima
divina e umana, considerando le sue condizioni e le sue opere. L'inizio
della dimostrazione  il seguente.
Ogni anima  immortale. Infatti ci che sempre si muove  immortale,
mentre ci che muove altro e da altro  mosso termina la
sua vita quando termina il suo movimento. Soltanto ci che
muove se stesso, dal momento che non lascia se stesso, non cessa
mai di muoversi, ma  fonte e principio di movimento anche per tutte
le altre cose dotate di movimento. Il principio per non 
generato. Infatti  necessario che tutto ci che nasce si
generi da un principio, ma quest'ultimo non abbia origine da qualcosa,
poich se un principio nascesse da qualcosa non sarebbe pi un
principio. E poich non  generato,  necessario che sia anche
incorrotto; infatti, se un principio perisce, n esso nascer da
qualcosa n altra cosa da esso, dato che ogni cosa deve nascere da un
principio. Cos principio di movimento  ci che muove se stesso.
Esso non pu n perire n nascere, altrimenti tutto il cielo e tutta
la terra, riuniti in corpo unico, resterebbero immobili e
non avrebbero pi ci da cui ricevere di nuovo nascita e movimento.
Una volta stabilito che ci che si muove da s  immortale, non
si prover vergogna a dire che proprio questa  l'essenza e la
definizione dell'anima. Infatti ogni corpo a cui l'essere in movimento
proviene dall'esterno  inanimato, mentre quello cui tale
facolt proviene dall'interno, cio da se stesso,  animato, poich la
natura dell'anima  questa; ma se  cos, ovvero se ci che muove se
stesso non pu essere altro che l'anima, di necessit l'anima sar
ingenerata e immortale.
Sulla sua immortalit si  detto a sufficienza; sulla sua idea
bisogna dire quanto segue. Spiegare quale sia, sarebbe proprio di
un'esposizione divina sotto ogni aspetto e lunga, dire invece a
che cosa assomigli,  proprio di un'esposizione umana e pi breve;
parliamone dunque in questa maniera. Si immagini l'anima simile
a una forza costituita per sua natura da una biga alata e da un
auriga.(32) I cavalli e gli aurighi degli di sono tutti buoni e
nati da buoni, quelli degli altri sono misti. E innanzitutto
l'auriga che  in noi guida un carro a due, poi dei due cavalli uno 
bello, buono e nato da cavalli d'ugual specie, l'altro  contrario e
nato da stirpe contraria; perci la guida, per quanto ci riguarda, 
di necessit difficile e molesta. Quindi bisogna cercare di
definire in che senso il vivente  stato chiamato mortale e immortale. Ogni
anima si prende cura di tutto ci che  inanimato e gira tutto
il cielo ora in una forma, ora nell'altra. Se  perfetta e alata,
essa vola in alto e governa tutto il mondo, se invece ha
perduto le ali viene trascinata gi finch non s'aggrappa a qualcosa di
solido; qui stabilisce la sua dimora e assume un corpo terreno, che per
la forza derivata da essa sembra muoversi da s. Questo insieme,
composto di anima e corpo, fu chiamato vivente ed ebbe il
soprannome di mortale. Viceversa ci che  immortale non pu
essere spiegato con un solo discorso razionale, ma senza averlo
visto e inteso in maniera adeguata ci figuriamo un dio, un
essere vivente e immortale, fornito di un'anima e di un corpo
eternamente connaturati. Ma di queste cose si pensi e si dica cos
come piace al dio; noi cerchiamo di cogliere la causa della
perdita delle ali, per la quale esse si staccano dall'anima. E la causa
 all'incirca questa.
La potenza dell'ala tende per sua natura a portare in alto ci che
 pesante, sollevandolo dove abita la stirpe degli di, e in
certo modo partecipa del divino pi di tutte le cose inerenti il
corpo. Il divino  bello, sapiente, buono, e tutto ci che  tale;
da queste qualit l'ala dell'anima e nutrita e accresciuta in sommo
grado, mentre viene consunta e rovinata da ci che  brutto,
cattivo e contrario ad esse. Zeus, il grande sovrano che  in cielo,
procede per primo alla guida del carro alato, d ordine a tutto e
di tutto si prende cura; lo segue un esercito di di e di demoni,
ordinato in undici schiere. La sola Estia resta nella dimora
degli di; quanto agli altri di, quelli che in numero di dodici sono
stati posti come capi guidano ciascuno la propria schiera secondo
l'ordine assegnato.(33) Molte e beate sono le visioni e i percorsi
entro il cielo, per i quali si volge la stirpe degli di eternamente
felici, adempiendo ciascuno il proprio compito. E tiene dietro a loro
chi sempre lo vuole e lo pu; infatti l'invidia sta fuori del coro divino.
Quando poi vanno a banchetto per nutrirsi, procedono in ardua
salita verso la sommit della volta celeste, dove i carri degli
di, ben equilibrati e agili da guidare, procedono facilmente,
gli altri invece a fatica; infatti il cavallo che partecipa del
male si inclina, e piegando verso terra grava col suo peso l'auriga che
non l'ha allevato bene. Qui all'anima si presenta la fatica e la
prova suprema. Infatti quelle che sono chiamate immortali, una volta
giunte alla sommit, procedono al di fuori posandosi sul dorso
del cielo, la cui rotazione le trasporta in questa posa, mentre
esse contemplano ci che sta fuori del cielo.
Nessuno dei poeti di quaggi ha mai cantato n mai canter in
modo degno il luogo iperuranio.(34) La cosa sta in questo modo
(bisogna infatti avere il coraggio di dire il vero, tanto pi se
si parla della verit): l'essere che realmente , senza colore, senza
forma e invisibile, che pu essere contemplato solo dall'intelletto
timoniere dell'anima e intorno al quale verte il genere della vera
conoscenza, occupa questo luogo. Poich dunque la mente di un
dio  nutrita da un intelletto e da una scienza pura, anche
quella di ogni anima cui preme di ricevere ci che conviene si appaga
di vedere dopo un certo tempo l'essere, e contemplando il vero se
ne nutre e ne gode, finch la rotazione ciclica del cielo non
l'abbia riportata allo stesso punto. Nel giro che essa compie vede la
giustizia stessa, vede la temperanza, vede la scienza, non quella
cui  connesso il divenire, e neppure quella che in certo modo 
altra perch si fonda su altre cose da quelle che ora noi
chiamiamo esseri, ma quella scienza che si fonda su ci che  realmente
essere; e dopo che ha contemplato allo stesso modo gli altri esseri
che realmente sono e se ne  saziata, si immerge nuovamente
all'interno del cielo e fa ritorno alla sua dimora. Una volta
arrivata l'auriga, condotti i cavalli alla mangiatoia, mette innanzi a
loro ambrosia e in pi d loro da bere del nettare.
Questa  la vita degli di. Quanto alle altre anime, l'una,
seguendo nel migliore dei modi il dio e rendendosi simile a lui,
solleva il capo dell'auriga verso il luogo fuori del cielo e
viene trasportata nella sua rotazione, ma essendo turbata dai cavalli
vede a fatica gli esseri; l'altra ora solleva il capo, ora piega verso
il basso, e poich i cavalli la costringono a forza riesce a vedere alcuni
esseri, altri no. Seguono le altre anime, che aspirano tutte
quante a salire in alto, ma non essendone capaci vengono sommerse e
trasportate tutt'intorno, calpestandosi tra loro, accalcandosi e
cercando di arrivare una prima dell'altra. Nasce cos una
confusione e una lotta condita del massimo sudore, nella quale
per lo scarso valore degli aurighi molte anime restano azzoppate, e a
molte altre si spezzano molte penne; tutte, data la grande
fatica, se ne partono senza aver raggiunto la contemplazione dell'essere e
una volta tornate indietro si nutrono del cibo dell'opinione. La
ragione per cui esse mettono tanto impegno per vedere dov' sita
la pianura della verit  questa: il cibo adatto alla parte
migliore dell'anima viene dal prato che si trova l, e di esso
si nutre la natura dell'ala con cui l'anima si solleva in volo. Questa
 la legge di Adrastea.(35) L'anima che, divenuta seguace del dio,
abbia visto qualcuna delle verit, non subisce danno fino al giro
successivo, e se riesce a fare ci ogni volta, resta intatta per
sempre; qualora invece, non riuscendo a tenere dietro al dio, non abbia
visto, e per qualche accidente, riempitasi di oblio e di ignavia, sia
appesantita e a causa del suo peso perda le ali e cada sulla terra,
allora  legge che essa non si trapianti in alcuna natura animale
nella prima generazione. Invece l'anima che ha visto il maggior
numero di esseri si trapianter nel seme di un uomo destinato a
diventare filosofo o amante del bello o seguace delle Muse o
incline all'amore. L'anima che viene per seconda si trapianter in un
re rispettoso delle leggi o in un uomo atto alla guerra e al
comando, quella che viene per terza in un uomo atto ad amministrare
lo Stato o la casa o le ricchezze, la quarta in un uomo che sar
amante delle fatiche o degli esercizi ginnici o esperto nella cura
del corpo, la quinta  destinata ad avere la vita di un indovino o
di un iniziatore ai misteri. Alla sesta sar confacente la vita di un
poeta o di qualcun altro di coloro che si occupano dell'imitazione,
alla settima la vita di un artigiano o di un contadino, all'ottava la
vita di un sofista o di un seduttore del popolo, alla nona quella di
un tiranno. Tra tutti questi, chi ha condotto la vita secondo
giustizia partecipa di una sorte migliore, chi invece  vissuto
contro giustizia, di una peggiore; infatti ciascuna anima non torna nel
luogo donde  venuta per diecimila anni, poich non rimette le
ali prima di questo periodo di tempo, tranne quella di colui
che ha coltivato la filosofia senza inganno o ha amato i fanciulli
secondo filosofia. Queste anime, al terzo giro di mille anni, se hanno
scelto per tre volte di seguito una tale vita, rimettono in questo
modo le ali e al compiere dei tremila anni tornano indietro. Quanto alle
altre, quando giungono al termine della prima vita tocca loro un
giudizio, e dopo essere state giudicate le une vanno nei luoghi
di espiazione sotto terra a scontare la loro pena, le altre,
innalzate dalla Giustizia in un luogo del cielo, trascorrono il tempo in
modo corrispondente alla vita che vissero in forma d'uomo.
Al millesimo anno le une e le altre, giunte al sorteggio e alla
scelta della seconda vita, scelgono quella che ciascuna vuole: qui
un'anima umana pu anche finire in una vita animale, e chi una volta
era stato uomo pu ritornare da bestia uomo, poich l'anima che
non ha mai visto la verit non giunger mai a tale forma. L'uomo
infatti deve comprendere in funzione di ci che viene detto idea, e
che muovendo da una molteplicit di sensazioni viene raccolto
dal pensiero in unit; questa  la reminiscenza delle cose
che un tempo la nostra anima vide nel suo procedere assieme al
dio, quando guard dall'alto ci che ora definiamo essere e lev
il capo verso ci che realmente . Perci giustamente solo l'anima
del filosofo mette le ali, poich grazie al ricordo, secondo le
sue facolt, la sua mente  sempre rivolta alle entit in virt
delle quali un dio  divino. Quindi l'uomo che si avvale rettamente
di tali reminiscenze, essendo sempre iniziato a misteri perfetti,
diventa lui solo realmente perfetto; dato per che si distacca dalle
occupazioni degli uomini e si fa accosto al divino,  ripreso
dai pi come se delirasse, ma sfugge ai pi che  invasato da un dio.
Questo dunque  il punto d'arrivo di tutto il discorso sulla
quarta forma di mania, quella per cui uno, al vedere la bellezza di
quaggi, ricordandosi della vera bellezza mette nuove ali e
desidera levarsi in volo, ma non essendone capace guarda in alto come un
uccello, senza curarsi di ci che sta in basso, e cos subisce
l'accusa di trovarsi in istato di mania: di tutte le ispirazioni
divine questa, per chi la possiede e ha comunanza con essa,  la
migliore e deriva dalle cose migliori, e chi ama le persone belle e
partecipa di tale mania  chiamato amante. Infatti, come si  detto, ogni
anima d'uomo per natura ha contemplato gli esseri, altrimenti
non si sarebbe incarnata in un tale vivente. Ma ricordarsi di
quegli esseri procedendo dalle cose di quaggi non  alla
portata di ogni anima, n di quelle che allora videro gli esseri di
lass per breve tempo, n di quelle che, cadute qui, hanno avuto una
cattiva sorte, al punto che, volte da cattive compagnie
all'ingiustizia, obliano le sacre realt che videro allora.
Ne restano poche nelle quali il ricordo si conserva in misura
sufficiente: queste, qualora vedano una copia degli
esseri di lass, restano sbigottite e non sono pi in s,
ma non sanno cosa sia ci che provano, perch non
ne hanno percezione sufficiente. Cos della giustizia, della
temperanza e di tutte le altre cose che hanno valore per le
anime non c' splendore alcuno nelle copie di quaggi, ma soltanto
pochi, accostandosi alle immagini, contemplano a fatica,
attraverso i loro organi ottusi, la matrice del modello riprodotto.
Allora invece si poteva vedere la bellezza nel suo splendore, quando in
un coro felice, noi al seguito di Zeus, altri di un altro dio,
godemmo di una visione e di una contemplazione beata ed eravamo
iniziati a quello che  lecito chiamare il pi beato dei
misteri, che celebravamo in perfetta integrit e immuni dalla
prova di tutti quei mali che dovevano attenderci nel tempo a venire,
contemplando nella nostra iniziazione mistica visioni perfette,
semplici, immutabili e beate in una luce pura, poich eravamo
pur e non rinchiusi in questo che ora chiamiamo corpo e portiamo
in giro con noi, incatenati dentro ad esso come un'ostrica.
Queste parole siano un omaggio al ricordo, in virt del quale,
per il desiderio delle cose d'allora, ora si  parlato piuttosto a lungo.
Quanto alla bellezza, come si  detto, essa brillava tra le
cose di lass come essere, e noi, tornati qui sulla terra,
l'abbiamo colta con la pi vivida delle nostre sensazioni, in quanto
risplende nel modo pi vivido. Per noi infatti la vista  la pi acuta
delle sensazioni che riceviamo attraverso il corpo, ma essa non ci
permette di vedere la saggezza (poich susciterebbe terribili
amori, se giungendo alla nostra vista le offrisse un'immagine di s
cos splendente) e le altre realt degne d'amore. Ora invece
soltanto la bellezza ebbe questa sorte, di essere ci che pi di tutto 
manifesto e amabile. Chi dunque non  iniziato di recente, o 
corrotto, non si innalza con pronto acume da qui a lass, verso la
bellezza in s, quando contempla ci che quaggi porta il suo
nome; di conseguenza quando guarda ad essa non la venera, ma consegnandosi
al piacere imprende a montare e a generare figli a mo'
di quadrupede, e comportandosi con tracotanza non ha timore
n vergogna di inseguire un piacere contro natura. Invece
chi  iniziato di recente e ha contemplato molto le realt di
allora, quando vede un volto d'aspetto divino che ha ben imitato la
bellezza o una qualche forma ideale di corpo, dapprima sente dei
brividi e gli sottentra qualcuna delle paure di allora, poi,
guardandolo, lo venera come un dio, e se non temesse di acquistarsi fama
di eccessiva mania farebbe sacrifici al suo amato come a una statua
o a un dio. Al vederlo, lo afferra come una mutazione provocata
dai brividi, un sudore e un calore insolito; e ricevuto attraverso
gli occhi il flusso della bellezza, prende calore l dove la
natura dell'ala si abbevera. Una volta che si  riscaldato si
liquefano le parti attorno al punto donde l'ala germoglia, che essendo
da tempo tappate a causa della secchezza le impedivano di fiorire.
Cos, grazie all'afflusso del nutrimento, lo stelo dell'ala si
gonfia e prende a crescere dalla radice per tutta la forma dell'anima; un
tempo infatti era tutta alata. A questo punto essa ribolle tutta
quanta e trabocca, e la stessa sensazione che prova chi
mette i denti nel momento in cui essi spuntano, ossia prurito e
irritazione alle gengive, la prova anche l'anima di chi
comincia a mettere le ali: quando le ali spuntano ribolle e prova un senso
di irritazione e solletico. Dunque, quando l'anima, mirando la
bellezza del fanciullo, riceve delle parti che da essa provengono e
fluiscono (e che appunto per questo sono chiamate flusso d'amore) (36)
e ne viene irrigata e scaldata, si riprende dal dolore e si allieta.
Quando invece ne  separata e inaridisce, le bocche dei
condotti donde spunta fuori l'ala si disseccano e si serrano,
impedendone il germoglio; ma esso, rimasto chiuso dentro assieme al
flusso d'amore, pulsando come le arterie pizzica nei condotti,
ciascun germoglio nel proprio, tanto che l'anima, pungolata
tutt'intorno,  presa da assillo e dolore, e tornandole il ricordo
della bellezza si allieta. In seguito alla mescolanza di entrambe le
cose, l'anima  turbata per la stranezza di ci che prova e trovandosi
senza via d'uscita comincia a smaniare; ed essendo in stato di
mania non pu n dormire di notte n di giorno restare
ferma dov', ma corre in preda al desiderio dove crede di poter
vedere colui che possiede la bellezza: e una volta che l'ha
visto e si  imbevuta del flusso d'amore, libera i condotti che allora
si erano ostruiti, riprende fiato e cessa di avere pungoli e
dolore, e allora coglie, nel momento presente, il frutto di questo
dolcissimo piacere. Perci non se ne distacca di sua volont e non
tiene in conto nessuno pi del suo bello, ma si dimentica di
madri, fratelli e di tutti i compagni, e non gli importa nulla se le
sue sostanze vanno in rovina perch non se ne cura, anzi disprezza
tutte le consuetudini e le convenienze di cui si ornava prima
d'allora ed  disposta a servire l'amato e a giacere con lui
ovunque gli sia concesso di stare il pi vicino possibile al suo desiderio;
infatti, oltre a venerarlo, ha trovato in colui che possiede la bellezza
l'unico medico dei suoi pi grandi travagli. A questa passione
cui si rivolge il mio discorso, o bel fanciullo, gli uomini
danno il nome di eros, gli di invece la chiamano in un modo che
a sentirlo, data la tua giovane et, ti metterai ragionevolmente a
ridere. Alcuni Omeridi citano due versi, credo presi da poemi
segreti, riguardanti Eros, uno dei quali  piuttosto insolente
e non del tutto corretto come metro; essi suonano cos:
I mortali lo chiamano Eros alato,
gli immortali Pteros, ch fa crescere l'ali.(37)
A questi versi si pu credere oppure non credere; non di
meno la causa e la sensazione di chi ama  proprio questa.
Ora, se chi  stato colto da Eros era uno dei seguaci di Zeus,
riesce a sopportare con pi fermezza il peso del dio che trae il
nome dalle ali; quelli che erano al servizio di Ares e giravano il
cielo assieme a lui, quando sono presi da Eros e pensano di subire
qualche torto dall'amato, sono sanguinari e pronti a sacrificare se
stessi e il proprio amore. Cos ciascuno conduce la sua vita
in base al dio del cui coro era seguace, onorandolo e imitandolo
per quanto gli  possibile, finch resta incorrotto e vive la prima
esistenza quaggi, e in questo modo si accompagna e ha relazione
con gli amati e con le altre persone. Quindi ciascuno sceglie
tra i belli il suo Eros secondo il proprio carattere, e come fosse un
dio gli edifica una specie di statua e l'abbellisce per onorarla e
tributarle riti. I seguaci di Zeus cercano il loro amato in
chi ha l'anima conforme al loro dio:(38) pertanto guardano se per natura
sia filosofo e atto al comando, e quando l'hanno trovato e ne se
sono innamorati, fanno di tutto affinch sia effettivamente
tale. E se prima non si erano impegnati in un'occupazione del genere, da
quel momento vi mettono mano e imparano da dove  loro possibile,
continuando poi anche da soli, e seguendo le tracce riescono
a trovare per loro conto la natura del proprio dio, perch
sono stati intensamente costretti a volgere lo sguardo verso di
lui; e quando entrano in contatto con lui sono presi da invasamento e
tramite il ricordo ne assumono le abitudini e le occupazioni,
per quanto  possibile a un uomo partecipare della natura di un
dio. E poich ne attribuiscono la causa all'amato, lo tengono ancora
pi caro, e sebbene attingano da Zeus come le Baccanti,(39) riversando
ci che attingono nell'anima dell'amato lo rendono il pi possibile
simile al loro dio. Coloro che invece erano al seguito di Era
cercano un'anima regale, e trovatala fanno per lei esattamente le
stesse cose. Quelli del seguito di Apollo e di ciascuno degli
altri di, procedendo secondo il loro dio, bramano che il proprio
fanciullo abbia un'uguale natura, e una volta che se lo sono
procurato imitano essi stessi il dio e con la persuasione e
l'ammaestramento portano l'amato ad assumere l'attivit e la forma di
quello, ciascuno per quanto pu; e lo fanno senza comportarsi nei
confronti dell'amato con gelosia o con rozza malevolenza, ma
cercando di indurlo alla somiglianza pi completa possibile
con se stessi e con il dio che onorano. Dunque l'ardore e
l'iniziazione di coloro che veramente amano, se ottengono ci che
desiderano nel modo che dico, diventano cos belle e felici per chi  amato,
qualora venga conquistato dall'amico che si trova in stato di mania
per amore; e chi  conquistato cede all'amore in questo modo.
Come all'inizio d questa narrazione in forma di mito abbiamo
diviso ciascuna anima in tre parti, due con forma di cavallo,
la terza con forma di auriga, questa distinzione resti per noi
un punto fermo anche adesso. Uno dei cavalli diciamo che  buono,
l'altro no: quale sia per la virt di quello buono e il vizio
di quello cattivo, non l'abbiamo precisato, e ora bisogna dirlo.
Dunque, quello tra i due che si trova nella disposizione migliore  di
forma eretta e ben strutturata, di collo alto e narici adunche,
bianco a vedersi, con gli occhi neri, amante dell'onore unito a temperanza
e pudore e compagno della fama veritiera, non ha bisogno di frusta
e si lascia guidare solo con lo stimolo e la parola; l'altro
invece  storto, grosso, mal conformato, di collo massiccio e
corto, col naso schiacciato, il pelo nero, gli occhi chiari e
iniettati di sangue, compagno di tracotanza e vanteria, dalle orecchie
pelose, sordo, e cede a fatica alla frusta e agli speroni. Quando dunque
l'auriga, scorgendo la visione amorosa, prende calore in tutta
l'anima per la sensazione che prova ed  ricolmo di solletico e dei
pungoli del desiderio, il cavallo che obbedisce docilmente
all'auriga, tenuto a freno, allora come sempre, dal pudore, si
trattiene dal balzare addosso all'amato; l'altro invece non cura pi n i
pungoli dell'auriga n la frusta, ma imbizzarrisce e si lancia al
galoppo con violenza, e procurando ogni sorta di molestie al compagno di
giogo e all'auriga li costringe a dirigersi verso l'amato e a
rammentare la dolcezza dei piaceri d'amore. All'inizio essi si oppongono
sdegnati, al pensiero d essere costretti ad azioni terribili e
inique; ma alla fine, quando non c' pi alcun limite al male,
si lasciano trascinare nel loro percorso, cedendo e acconsentendo a
fare quanto viene loro ordinato. Allora si fanno presso a lui e
hanno la visione folgorante dell'amato. Scorgendolo, la memoria
dell'auriga  ricondotta alla natura della bellezza, che vede di
nuovo collocata su un casto piedistallo assieme alla temperanza; a
tale vista  colta da paura e per la reverenza che le porta
cade supina, e nello stesso tempo  costretta a tirare indietro
le redini cos forte che entrambi i cavalli si piegano sulle cosce,
l'uno, spontaneamente perch non recalcitra, quello protervo
decisamente contro voglia. Ritiratisi pi lontano, l'uno per vergogna
e sbigottimento bagna tutta l'anima di sudore, l'altro, cessato
il dolore che gli veniva dal morso e dalla caduta, a fatica
riprende fiato e incomincia, pieno d'ira com', a ingiuriare, coprendo di
male parole l'auriga e il compagno di giogo perch per vilt e
debolezza hanno abbandonato il posto e l'accordo convenuto.
E costringendoli di nuovo ad avanzare contro la loro volont a
stento cede alle loro preghiere di rimandare a un'altra volta.
Quando poi  giunto il tempo stabilito ed essi fingono di non
ricordarsene, lo rammenta a loro con la forza, nitrendo e trascinandoli con
s, e li obbliga ad accostarsi di nuovo all'amato per fare i medesimi
discorsi; e quando sono vicini tende la testa in avanti e rizza
la coda, mordendo il freno, e li trascina con impudenza. L'auriga,
sentendo ancora pi intensamente la stessa impressione di prima,
come respinto dalla fune al cancello di partenza, tira indietro
ancora pi forte il morso dai denti del cavallo protervo,
insanguina la lingua maldicente e le mascelle e piegandogli a terra le
gambe e le cosce lo d in preda ai dolori. Quando poi il cavallo
malvagio, subendo la medesima cosa pi volte, desiste dalla sua
tracotanza, umiliato segue ormai il proposito dell'auriga, e quando vede il
bel fanciullo, muore dalla paura; di conseguenza accade che a questo
punto l'anima dell'amante segua l'amato con pudicizia e timore.
Poich dunque l'amato, come un essere pari agli di,  oggetto
di ogni venerazione da parte dell'amante che non simula,
ma prova veramente questo sentimento, ed  egli stesso per natura
amico di chi lo venera, se anche in precedenza fosse stato
ingannato dalle persone che frequentava o da altre, le quali
sostenevano che  cosa turpe accostarsi a chi ama, e per questo motivo
avesse respinto l'amante, ora, col passare del tempo, l'et e la
necessit lo inducono ad ammetterlo alla sua compagnia;
infatti non accade mai che un malvagio sia amico di un malvagio,
n che un buono non sia amico di un buono. E dopo averlo ammesso
presso di s e avere accettato di parlare con lui e stare in
sua compagnia, la benevolenza dell'amante, manifestandosi da vicino,
colpisce l'amato, il quale si avvede che tutti gli altri amici e
parenti non offrono neppure una parte di amicizia a confronto dell'amico
ispirato da un dio. Quando poi questi continua a fare ci nel
tempo e si accompagna all'amato incontrandolo nei ginnasi e negli
altri luoghi di ritrovo, allora la fonte di quei flusso
che Zeus, innamorato di Ganimede, (40) chiam flusso d'amore, scorrendo in
abbondanza verso l'amante dapprima penetra in lui, poi, quando
ne  ricolmo, scorre fuori; e come un soffio di vento o un'eco,
rimbalzando da corpi lisci e solidi, ritornano l dov'erano
partiti, cos il flusso della bellezza ritorna al bel fanciullo attraverso
gli occhi, e di qui per sua natura arriva all'anima. Quando vi  giunto la
incoraggia a volare, quindi irriga i condotti delle ali e
comincia a farle crescere, e cos riempie d'amore anche l'anima
dell'amato. Pertanto egli ama, ma non sa che cosa; e neppure  a
conoscenza di cosa prova n  in grado di dirlo, ma come chi ha
contratto una malattia agli occhi da un altro non  in grado di
spiegarne la causa, cos egli non si accorge di vedere se
stesso nell'amante come in uno specchio. E in presenza di questi, il suo
dolore cessa esattamente come a lui, se invece  assente allo
stesso modo di lui desidera ed  desiderato, perch reca in s una
sembianza d'amore che dell'amore  sostituto: per non lo
chiama e non lo crede amore, bens amicizia. Pi o meno come
l'amante, ma in misura pi debole, desidera vederlo, toccarlo,
baciarlo, giacere con lui; e com' naturale, in seguito non tarda
a fare cio. Quando dunque giacciono insieme, il cavallo sfrenato
dell'amante ha di che dire all'auriga, e pretende di trarre un piccolo
guadagno in cambio di tante fatiche; invece quello dell'amato
non ha nulla da dire, ma, gonfio di desiderio e ancora incerto
abbraccia e bacia l'amante, manifestandogli affetto per la sua
grande benevolenza. Cos, nel momento in cui si congiungono,
non  pi tale da rifiutare di compiacere da parte sua
l'amante, se viene pregato di soddisfare; ma il compagno di giogo assieme
all'auriga si oppone a ci, obbedendo al pudore e alla ragione.
Se dunque prevalgono le parti migliori dell'animo, quelle che
guidano a un'esistenza ordinata e alla filosofia, essi trascorrono
la vita di quaggi in modo beato e concorde, poich sono padroni
di s e ben regolati, avendo sottomesso ci in cui nasce il male
dell'anima e liberato ci in cui nasce la virt; e alla fine,
divenuti alati e leggeri, hanno vinto una delle tre gare veramente
olimpiche, di cui n la temperanza umana n la mania divina possono
fornire all'uomo un bene pi grande.(41) Se invece seguono un
genere di vita piuttosto grossolano e privo di filosofia,
ma ambizioso, forse, in stato di ubriachezza o in qualche altro
momento di negligenza, i loro due compagni di giogo sfrenati,
cogliendo le anime alla sprovvista e portandole nella stessa
direzione, possono compiere la scelta che tanti considerano la pi
beata e mandarla ad effetto; e una volta che l'hanno mandata ad
effetto, se ne avvalgono anche in futuro, ma raramente, poich
fanno cose che non sono approvate da tutta l'anima. Anche costoro
vivono in amicizia reciproca, ma meno di quelli, sia
durante l'amore sia quando ne sono usciti, credendo di essersi
dati l'un l'altro e di aver ricevuto i pi grandi pegni, che
non  lecito sciogliere perch ci condurrebbe all'inimicizia. Al
termine della vita escono dal corpo senz'ali, ma col desiderio di
metterle, cosicch riportano un premio non piccolo della loro mania
amorosa; infatti non  legge che coloro i quali hanno gi iniziato
il cammino sotto la volta del cielo scendano di nuovo nella tenebra
e camminino sotto terra, bens che trascorrano una vita luminosa
e felice compiendo il viaggio in compagnia reciproca, e che
una volta rinati rimettano le ali assieme per grazia dell'amore.
Questi doni cos grandi e cos divini, o fanciullo, ti dar
l'amicizia da parte di un amante. Invece la compagnia di chi non ama,
mescolata con temperanza mortale, capace di amministrare cose
mortali e misere, dopo aver generato nell'anima amata una
bassezza lodata dal volgo come virt, la far girare priva
di senno attorno alla terra e sotto terra per novemila anni.
Questa, caro Eros, per le nostre facolt,  la pi bella e
virtuosa palinodia che abbiamo potuto offrirti in dono e in espiazione,
costretta a causa di Fedro a essere pronunciata, oltre al resto,
anche con alcune parole poetiche. Ma tu concedi il perdono per
le cose di prima e serba gratitudine per queste, e, benevolo e
propizio, non togliermi e non storpiarm per la collera l'arte
amorosa che mi hai dato, anzi concedimi di essere in onore tra i bei
fanciulli ancor pi di adesso. E se nel discorso precedente io e
Fedro abbiamo detto qualcosa che a te suona stonata,
attribuiscine la colpa a Lisia, che del discorso  padre, e fallo
desistere da simili prolusioni, volgendolo alla filosofia come si  volto
suo fratello Polemarco,(42) affinch anche questo suo amante non sia nel
dubbio come ora, ma dedichi senz'altro la sua vita ad Eros in
compagnia di discorsi filosofici.
FEDRO: Mi unisco alla tua preghiera, Socrate: se questo  meglio
per noi, che avvenga. Da un pezzo ho ammirato il tuo discorso
per quanto l'hai reso pi bello del precedente; quindi
temo che Lisia mi appaia misero, quand'anche voglia opporre ad
esso un altro discorso. Recentemente infatti, mirabile amico, un
politico lo biasimava criticandolo proprio per questo, e in
tutta la sua critica lo chiamava logografo;(43) perci forse si tratterr
per ambizione dallo scrivercene un altro.
SOCRATE: Ragazzo, la tua opinione  ridicola, e quanto al tuo compagno sbagli
di grosso, se credi che si spaventi cos al minimo rumore. Ma forse pensi
che chi lo biasimava dicesse quello che ha detto proprio per criticarlo.
FEDRO: Cos pareva, Socrate; del resto sei anche tu conscio che
coloro che nelle citt hanno il massimo potere e la massima
reverenza si vergognano a scrivere discorsi e a lasciare propri
scritti, temendo l'opinione dei posteri, cio di essere chiamati sofisti.
SOCRATE: Ti sei scordato, Fedro, che la dolce ansa ha preso il
nome dalla lunga ansa del Nilo (44) e oltre all'ansa dimentichi
che gli uomini di governo piu assennati amano tantissimo comporre
discorsi e lasciare propri scritti, almeno quelli che, quando
scrivono un discorso, apprezzano a tal punto chi li loda da aggiungere
in testa per primi i nomi di quelli che li devono lodare in ogni
singola occasione.
FEDRO: In che senso dici ci? Non capisco.
SOCRATE: Non capisci che all'inizio del discorso di un uomo
politico per primo viene scritto il nome di chi lo loda!
FEDRO: E come?
SOCRATE: Il consiglio ha deciso, dice pi o meno, ovvero il
popolo ha deciso, o entrambi, e ancora il tale e il tal altro ha
detto (e qui lo scrittore cita se stesso con grande reverenza
e si fa l'elogio). Poi si mette a parlare, mostrando a chi lo
loda la sua abilit, talvolta dopo aver composto uno scritto assai lungo.
O ti pare che una cosa del genere sia altro che un discorso scritto?
FEDRO: Non mi pare proprio.
SOCRATE: Quindi, se il discorso regge, l'autore esce di scena tutto
lieto; se invece viene escluso e radiato dallo scrivere discorsi e
dall'essere degno di scriverli, piangono lui e i suoi compagni.
FEDRO: E anche molto!
SOCRATE:  chiaro dunque che non disprezzano questa attivit,
ma l'ammirano.
FEDRO: Sicuro!
SOCRATE: E allora? Quando un retore o un re  in grado di raggiungere
la potenza di Licurgo, di Solone o di Dario (45) e di
diventare un logografo immortale nella sua citt, non si crede
forse egli stesso pari agli di mentre ancora vive, e i posteri
non pensano di lui la stessa cosa, contemplando i suoi scritti?
FEDRO: Certamente!
SOCRATE: Credi allora che uno di costoro, chiunque sia e in
qualunque modo sia ostile a Lisia, lo biasimi proprio perch scrive
discorsi?
FEDRO: Non  verosimile, da ci che dici, poich a quanto pare
criticherebbe anche il proprio desiderio.
SOCRATE: Allora  chiaro a tutti che non  cosa turpe in s lo
scrivere discorsi.
FEDRO: Ma certo.
SOCRATE: Ora per io ritengo turpe questo, il pronunciarli e scriverli
in modo non bello, ma riprovevole e disonesto.
FEDRO:  chiaro.
SOCRATE: E allora qual  il modo di scriverli bene e quale il modo
contrario? Abbiamo bisogno, Fedro, di esaminare a questo proposito
Lisia e chiunque altro abbia mai composto o comporr
uno scritto sia pubblico sia privato, in versi come un poeta o
non in versi come un prosatore?
FEDRO: Chiedi se ne abbiamo bisogno? E per quale ragione
uno, oserei dire, vivrebbe, se non per i piaceri di questo tipo?
Non certo per quelli per cui bisogna prima soffrire, altrimenti
non si prova godimento, come sono quasi tutti i piaceri del
corpo, che per questo motivo sono stati giustamente chiamati servili.
SOCRATE: Tempo ne abbiamo, a quanto pare. E poi mi sembra che
in questa calura soffocante le cicale, cantando sopra la nostra
testa e discorrendo tra loro, guardino anche noi. Se dunque
vedessero che anche noi due, come fanno i pi a mezzogiorno,
non discorriamo, ma sonnecchiamo e ci lasciamo incantare da loro
per pigrizia della mente, giustamente ci deriderebbero,
considerandoci degli schiavi venuti da loro per dormire in questo
luogo di sosta come delle pecore che passano il pomeriggio presso
la fonte; se invece ci vedranno discorrere e navigare accanto a
loro come alle Sirene senza essere ammaliati, forse, prese da
ammirazione, ci daranno quel dono che per concessione degli
di possono dare agli uomini.
FEDRO: E qual  questo dono che hanno? A quanto pare, non l'ho
mai sentito.
SOCRATE: Non si addice davvero a un uomo amante delle Muse
non averne mai sentito parlare.(46) Si dice che un tempo le cicale
erano uomini, di quelli vissuti prima che nascessero le Muse;
quando poi nacquero le Muse e comparve il canto, alcuni di loro
restarono cos colpiti dal piacere che cantando non si
curarono pi di cibo e bevanda e senza accorgersene morirono. Da
loro in seguito ebbe origine la stirpe delle cicale, che
ricevette dalle Muse questo dono, di non aver bisogno di nutrimento fin
dalla nascita, ma di cominciare subito a cantare senza cibo n
bevanda fino alla morte, e di andare quindi dalle Muse a riferire
chi tra gli uomini di quaggi le onora, e quale di esse onora. A
Tersicore riferiscono di quelli che l'hanno onorata nei cori,
rendendoli a lei pi graditi, a Erato di chi l'ha onorata nei
carmi d'amore, e cos per le altre, secondo l'onore che ha ciascuna. A
Calliope, la pi anziana, e a Urania, che viene dopo di lei,
riferiscono di quelli che trascorrono la vita nella filosofia e onorano la
loro musica, poich esse, avendo cura del cielo e dei discorsi divini e
umani, emettono tra tutte le Muse la voce pi bella.(47) Per molte
ragioni, quindi, a mezzogiorno bisogna parlare e non dormire.
FEDRO: E allora bisogna parlare.
SOCRATE: Dobbiamo dunque esaminare quello che ora ci
siamo proposti, ossia come  bene pronunciare e scrivere un
discorso e come non lo .
FEDRO:  chiaro.
SOCRATE: I discorsi che saranno pronunciati in modo bello e decoroso
non devono forse implicare che l'animo di chi parla conosca
il vero riguardo a ci di cui intende parlare?
FEDRO: A tal proposito, caro Socrate, ho sentito dire questo:
per chi vuole essere un retore non c' la necessit di apprendere
ci che  realmente giusto, ma ci che sembra giusto alla
moltitudine che giudicher, non ci che  veramente buono o bello, ma
che sembrer tale, poich il convincere il prossimo viene da
questo, non dalla verit.
SOCRATE: Non parola da buttare(48) dev'essere, Fedro, ci che
dicono i sapienti, ma si deve esaminare se le loro affermazioni
sono valide. Anche per questo non bisogna lasciar cadere quanto
ora  stato detto.
FEDRO: Hai ragione.
SOCRATE: Esaminiamolo dunque in questo modo.
FEDRO: Come?
SOCRATE: Se volessi persuaderti a difenderti dai nemici acquistando
un cavallo, ed entrambi non conoscessimo un cavallo, ma io per caso
sapessi di te solo questo, che Fedro reputa sia un cavallo
quell'animale domestico che a orecchie assai grandi...
FEDRO: Sarebbe ridicolo, Socrate.
SOCRATE: Non ancora. Ma lo sarebbe nel caso che, per convincerti
sul serio, componessi un discorso di elogio dell'asino
chiamandolo cavallo e sostenendo che tale bestia  assolutamente degna di
essere acquistata sia per uso domestico sia per le spedizioni
militari, utile per il combattimento in groppa, valente a portare
bagagli e vantaggiosa in molte altre cose.
FEDRO: Allora sarebbe davvero ridicolo.
SOCRATE: E non  forse meglio essere ridicolo e amico piuttosto che
esperto e nemico?
FEDRO: Cos pare.
SOCRATE: Pertanto, quando il retore che non conosce il bene e il
male inizia a persuadere una citt che si trova nelle sue stesse
condizioni, facendo non l'elogio dell'ombra dell'asino come se
fosse del cavallo, ma l'elogio del male come se fosse il bene, e
presa dimestichezza con le opinioni della gente la persuade a
operare il male anzich il bene, quale frutto credi che mieter
in seguito la retorica da quello che ha seminato?
FEDRO: Sicuramente non buono.
SOCRATE: Ma buon amico, abbiamo forse svillaneggiato l'arte dei
discorsi in modo pi rozzo del dovuto? Essa forse dir: Cosa
mai andate cianciando, o mirabili uomini? Io non costringo nessuno
che non conosca il vero a imparare a parlare, ma, se il mio
consiglio vale qualcosa, a prendere me solo dopo aver acquisito
quello. Questa dunque  la cosa importante che vi voglio dire:
senza di me, anche chi conosce le cose come sono in realt non
sapr essere pi persuasivo secondo arte.
FEDRO: E non dir cose giuste, se parlasse cos?
SOCRATE: S, se i discorsi che si presentano le rendono testimonianza
che  un'arte. In effetti mi sembra di udire alcuni discorsi che
vengono a testimoniare che essa mente e non  un'arte, ma una
pratica priva di arte. Un'autentica arte del dire senza il tocco
della verit, afferma lo Spartano,(49) non esiste n esister mai.
FEDRO: C' bisogno di questi discorsi, Socrate: su, portali qui
ed esamina cosa dicono e in che modo.
SOCRATE: Venite avanti, nobili rampolli, e persuadete Fedro dai
bei figli (50) che se non praticher la filosofia in modo adeguato, non
sar mai in grado di parlare di nulla. Fedro dunque risponda.
FEDRO: Chiedete.
SOCRATE: La retorica, in generale, non  l'arte di guidare le
anime per mezzo di discorsi, non solo nei tribunali e in tutte le
altre riunioni pubbliche, ma anche in quelle private, la stessa sia nelle
questioni piccole sia in quelle grandi, e non  affatto di
maggior pregio, almeno quando  retta, nelle cose serie che in
quelle di poco conto? O come hai sentito parlare in proposito?
FEDRO: No, per Zeus, assolutamente non cos, ma soprattutto nei
processi si parla e si scrive con arte, come pure nelle assemblee
pubbliche. Non possiedo informazioni pi ampie.
SOCRATE: Ma allora, a proposito dei discorsi, hai sentito parlare
solo delle arti di Nestore e Odisseo, che hanno messo per
iscritto a Ilio nei periodi di tregua, e non di quelle di Palamede? (51)
FEDRO: Per Zeus, neanche di quelle di Nestore, a meno che tu non faccia
di Gorgia un Nestore, o di Trasimaco e Teodoro un Odisseo.(52)
SOCRATE: Forse. Ma lasciamo perdere costoro. Tu dimmi piuttosto:
nei tribunali gli avversari cosa fanno? Non fanno affermazioni tra loro
contrastanti? O cosa diremo?
FEDRO: Proprio questo.
SOCRATE: Riguardo al giusto e all'ingiusto?
FEDRO: S.
SOCRATE: Allora, chi opera in questo modo con arte, far apparire
la stessa cosa alle stesse persone ora giusta, ora, quando lo
voglia, ingiusta?
FEDRO: Come no?
SOCRATE: E in un'assemblea popolare far sembrare alla citt le stesse
cose ora buone, ora, al contrario, cattive?
FEDRO:  cos.
SOCRATE: E non sappiamo che il Palamede di Elea (53) parlava con
un'arte tale da far apparire agli ascoltatori le stesse cose simili e
dissimili, una e molte, ferme e in movimento?
FEDRO: Ma certo!
SOCRATE: Dunque l'arte del contraddire non si trova solo nei
tribunali e nell'assemblea popolare, ma a quanto pare in tutto
ci che si dice ci sarebbe questa sola arte, se mai la  veramente,
con la quale uno sar capace di rendere ogni cosa simile a ogni
altra in tutti i casi possibili e per quanto  possibile, e di
mettere in luce quando un altro fa la stessa cosa e lo nasconde.
FEDRO: In che senso dici una cosa del genere?
5OCRATE Se cerchiamo in questo modo credo che ci apparir evidente.
L'inganno si verifica di pi nelle cose che differiscono di
molto o in quelle che differiscono di pOco?
FEDRO: In quelle che differiscono di poco.
SOCRATE: Ma  pi facile che non ti accorga di essere arrivato
all'opposto se ti sposti poco per volta che se ti sposti a grandi passi.
FEDRO: Come no?
SOCRATE: Dunque chi ha intenzione di ingannare un altro senza
essere ingannato a sua volta deve distinguere con precisione la
somiglianza e la dissomiglianza degli esseri.
FEDRO:  necessario.
SOCRATE: Ma se ignora la verit di ciascuna cosa, sar mai in grado
di discernere la somiglianza d ci che ignora, piccola o grande
che sia, con le altre cose?
FEDRO: Impossibile.
SOCRATE: Dunque, in coloro che hanno opinioni contrarie alla
realt degli esseri e si ingannano,  chiaro che questa impressione
si insinua attraverso certe somiglianze.
FEDRO: Accade proprio cos.
SOCRATE:  possibile allora che uno possieda l'arte di spostare
poco a poco la realt di un essere attraverso le somiglianze,
conducendolo ogni volta da ci che  al suo contrario, o viceversa
di evitare questo, se non ha cognizione di cosa sia ciascun essere?
FEDRO: Non sar mai possibile.
SOCRATE: Dunque, amico, colui che non conosce la verit, ma  andato a
caccia di opinioni, ci offrir un'arte dei discorsi ridicola, a quanto
pare, e priva di arte.
FEDRO: Pare di s.
SOCRATE: Vuoi dunque vedere, nel discorso di Lisia che porti e in
quelli che noi abbiamo fatto, qualcuna delle cose che definiamo
prive di arte e conformi all'arte?
FEDRO: Pi d'ogni altra cosa, poich ora noi parliamo in certo
qual modo a vuoto, non avendo esempi adeguati.
SOCRATE: E per un caso fortunato, a quanto pare, sono stati pronunciati
due discorsi che recano un esempio di come chi conosce il vero, giocando
con le parole, possa condurre fuori strada gli ascoltatori. Ed io, Fedro,
ne attribuisco la causa agli di del luogo; ma forse anche le profetesse
delle Muse, che cantano sopra la nostra testa, possono averci ispirato
questo dono, poich io non sono certo partecipe di una qualche arte del dire.
FEDRO: Sia come dici tu. Solo spiega ci che affermi.
SOCRATE: Su, leggimi l'inizio del discorso di Lisia.
FEDRO: Sei a conoscenza della mia situazione, e hai udito che ritengo sia
per noi utile che queste cose accadano; ma non stimo giusto non poter
ottenere ci che chiedo perch non mi trovo a essere tuo amante. Gli
innamorati si pentono...
SOCRATE: Fermati. Bisogna dire in che cosa costui sbaglia e opera
senz'arte, non  vero?
FEDRO: S.
SOCRATE: Non  forse evidente per chiunque almeno questo, che siamo
d'accordo su alcune di queste cose, in disaccordo su altre?
FEDRO: Mi sembra di capire il tuo pensiero, ma esprimilo ancora pi
chiaramente.
SOCRATE: Quando uno dice la parola "ferro" o "argento", non intendiamo
forse tutti la stessa cosa?
FEDRO: Certo!
SOCRATE: E quando si tratta dei termini "giusto" e "bene"? Non siamo portati
chi in una direzione, chi in un'altra, e siamo in conflitto gli uni con gli
altri e persino con noi stessi?
FEDRO: Proprio cos!
SOCRATE: Dunque concordiamo su alcune cose, su altre no.
FEDRO:  cos.
SOCRATE: In quale dei due campi siamo pi facilmente ingannabili e la
retorica ha maggior potere?
FEDRO: Quello in cui vaghiamo nell'incertezza,  evidente.
SOCRATE: Pertanto chi si accinge a praticare la retorica deve
innanzitutto aver distinto con metodo queste cose e aver colto un
carattere peculiare di entrambe le forme, quella in cui  inevitabile che
la gente vaghi nell'incertezza e quella in cui non lo .
FEDRO: Chi avesse colto questo, Socrate, avrebbe compreso un'idea davvero
bella.
SOCRATE: Inoltre credo che, nell'occuparsi di ciascuna cosa, non
debba lasciarsi sfuggire, ma debba percepire con acutezza a quale delle
due specie appartiene ci di cui intende parlare.
FEDRO: Come no?
SOCRATE: E allora? Dobbiamo dire che l'amore appartiene alle questioni
controverse oppure no?
FEDRO: Alle questioni controverse, non c' dubbio. O credi che ti
sarebbe stato possibile dire quello che poco fa hai detto su di
lui, ossia che  un danno sia per l'amato sia l'amante, e al
contrario che  il pi grande dei beni?
SOCRATE: Parli in modo eccellente; ma dimmi anche questo, giacch io a
causa dell'invasamento non lo ricordo troppo bene: se all'inizio del
discorso ho dato una definizione dell'amore.
FEDRO: S, per Zeus, in modo davvero insuperabile.
SOCRATE: Ahim, quanto sono pi esperte nei discorsi, a quel che dici,
dici, le Ninfe dell'Acheloo e Pan figlio di Ermes rispetto a
Lisia figlio di Cefalo! Pu darsi che dica una sciocchezza, ma Lisia,
cominciando il suo discorso sull'amore, non ci ha costretto a
concepire Eros come una certa realt unica che voleva lui, e
in relazione a questo ha composto e condotto a termine tutto il
discorso seguente? Vuoi che rileggiamo il suo inizio?
FEDRO: Se ti sembra il caso. Tuttavia ci che cerchi non  l.
SOCRATE: Parla, in modo che ascolti proprio lui.
FEDRO: Sei a conoscenza della mia situazione, e hai udito che
ritengo sia utile per noi che queste cose accadano; ma non stimo
giusto non poter ottenere ci che chiedo, perch non mi trovo a essere
tuo amante. Gli innamorati si pentono dei benefici che hanno fatto,
allorquando cessa la loro passione....
SOCRATE: Sembra che costui sia ben lungi dal fare ci che
cerchiamo, se mette mano al discorso non dall'inizio ma dalle fine,
nuotando supino all'indietro, e prende le mosse da ci che l'amante
direbbe al suo amato quando ormai ha smesso di amarlo.
Oppure ho detto una sciocchezza, Fedro, mia testa cara?
FEDRO:  certamente la fine, Socrate, quella intorno a cui compone il
discorso.
SOCRATE: E il resto? Non ti pare che le parti del discorso siano
state buttate l alla rinfusa? O ci che  stato detto per secondo
risulta che per una qualche necessit doveva essere messo per
secondo piuttosto che un altro degli argomenti trattati? A me,
che non so nulla,  sembrato che lo scrittore abbia detto in
maniera non rozza ci che gli veniva in mente; e tu sei a conoscenza
di una qualche arte di scrivere discorsi, in base alla quale
lui ha disposto questi argomenti cos di seguito, uno dopo l'altro?
FEDRO: Sei troppo buono, se credi che io sia in grado di vedere
nelle sue parole in modo cos preciso!
SOCRATE: Ma penso che tu possa dire almeno questo, che ogni discorso
dev'essere costituito come un essere vivente e avere un corpo suo proprio,
cos da non essere senza testa e senza piedi, ma da avere le parti di
mezzo e quelle estreme scritte in modo che si adattino le une alle altre
e al tutto.
FEDRO: Come no?
SOCRATE: Esamina dunque il discorso del tuo compagno, se  composto cos
o in altro modo, e troverai che non differisce in nulla dall'epigramma
che secondo alcuni  stato scritto sulla tomba di Mida il Frigio.(54)
FEDRO: Qual  questo epigramma, e cos'ha di particolare?
SOCRATE:  questo qui:
Vergine bronzea sono, e sto sull'avello di Mida.
Fin che l'acqua scorra e alberi grandi verdeggino,
stando qui sulla tomba di molte lacrime aspersa,
annuncer a chi passa che Mida qui  sepolto.
Capisci senz'altro, come credo, che non c' alcuna differenza se un verso
viene recitato per primo o per ultimo.
FEDRO: Tu ti fai beffe del nostro discorso, Socrate!
SOCRATE: Allora lasciamolo perdere, cos non ti crucci (eppure mi sembra
che contenga parecchi esempi ai quali gioverebbe porre attenzione, cercando
di non imitarli in alcun modo); e passiamo agli altri due discorsi.
In essi, mi sembra, c'era qualcosa che per chi vuole fare indagini sui
discorsi  conveniente esaminare.
FEDRO: A che cosa alludi?
SOCRATE: In qualche modo erano opposti: uno diceva che si deve compiacere
chi ama, l'altro chi non ama.
FEDRO: E con molto vigore!
SOCRATE: Pensavo che tu avresti detto il vero, cio con mania: ci che
cercavo  appunto questo. Abbiamo detto infatti che l'amore  una forma
di mania. O no?
FEDRO: S.
SOCRATE: E che ci sono due forme di mania, una che nasce da malattie umane,
l'altra che nasce da un mutamento divino delle consuete abitudini.
FEDRO: Giusto.
SOCRATE: Distinguendo quattro parti di quella divina in relazione a
quattro di, abbiamo attribuito l'ispirazione mantica ad Apollo,
quella iniziatica a Dioniso, quella poetica alle Muse, la quarta ad
Afrodite ed Eros, e abbiamo detto che la mania amorosa  la migliore.
E non so come, rappresentando con immagini la passione amorosa, forse
toccando da un lato un che di vero, dall'altro uscendo un po' di strada,
abbiamo composto un discorso non del tutto incapace di persuadere e abbiamo
levato quasi per gioco, con parole misurate e pie, un inno in forma di mito
in onore di Eros, mio e tuo signore, Fedro, e protettore dei bei giovani.
FEDRO: E almeno per me, un discorso davvero non spiacevole da ascoltare!
SOCRATE: Prendiamo dunque in esame solo questo, come il discorso sia potuto
passare dal biasimo alla lode.
FEDRO: Cosa intendi dire con ci?
SOCRATE: A me pare che il resto sia stato fatto realmente per gioco;
ma in alcune di queste cose dette a caso ci sono due procedimenti di cui
non sarebbe spiacevole se si riuscisse a coglierne con arte la potenza.
FEDRO: Quali?
SOCRATE: Il primo consiste nel ricondurre le cose disperse in molteplici
modi a un'unica idea cogliendole in uno sguardo d'insieme, cos da
definirle una per una e da chiarire ci su cui si vuole di volta in volta
insegnare. Per esempio, nel discorso fatto poco fa su Eros, una volta
definito ci che , a prescindere se sia stato detto bene o male, 
appunto grazie a questa definizione che il discorso ha acquistato chiarezza
e coerenza interna.
FEDRO: E dell'altro procedimento cosa dici, SOcrate?
SOCRATE: Esso consiste, al contrario, nel saper dividere secondo le idee
in base alle loro articolazioni naturali, senza cercar di spezzare alcuna
parte, alla maniera di un cattivo macellaio; ma come i due discorsi di poco
fa concepivano la dissennatezza dell'animo come un'idea unica in comune,
e come da un corpo unico hanno origine membra doppie dallo stesso nome,
chiamate destra e sinistra, cos i due discorsi hanno considerato
anche la componente della follia come un'idea per sua natura unica in noi:
il primo discorso, tagliando la parte di sinistra, e poi tagliandola ancora,
non ha smesso prima di aver trovato in queste divisioni un certo qual amore
chiamato sinistro e di averlo a buon diritto biasimato; l'altro discorso
invece ci ha condotto nella parte destra della mania e vi ha trovato un
amore che ha lo stesso nome dell'altro, ma  divino, e dopo aavercelo posto
innanzi lo ha elogiato come la causa dei nostri pi grandi beni.
FEDRO: Dici cose verissime.
SOCRATE: Io, Fedro, sono amante di questi procedimenti, delle divisioni e
delle unificazioni, al fine di essere in grado di parlare e di
pensare; e se ritengo che qualcun altro sia per sua natura
capace di guardare all'uno e ai molti, lo seguo tenendo dietro alle
sue orme come a quelle di un dio. E quelli che appunto sono in grado
di fare ci, lo sa un dio se la mia definizione  giusta o meno,
fino a questo momento li chiamo dialettici. Quelli che invece hanno
appreso da te e da Lisia ci di cui si  discusso ora, dimmi tu come
conviene chiamarli: o  proprio questa l'arte dei discorsi, grazie alla
quale Trasimaco e gli altri sono diventati abili a parlare essi stessi e
rendono tali gli altri, che vogliono coprirli di doni come dei re?
FEDRO: Sono uomini regali, s, ma non esperti delle cose che chiedi.
Ma mi pare che tu dia il nome giusto a questo metodo, chiamandolo dialettico;
quello della retorica invece pare ci sfugga ancora.
SOCRATE: Come dici? Potrebbe forse esserci qualcosa di bello, che anche
senza questi procedimenti si apprende lo stesso con arte? N io n tu
dobbiamo assolutamente disprezzarlo, ma dobbiamo appunto precisare che
cos' ci che rimane della retorica.
FEDRO: Rimangono moltissime cose, Socrate, almeno quelle che si trovano nei
libri scritti sull'arte del dire.
SOCRATE: Hai fatto bene a ricordarmelo. Per primo, credo, all'inizio
del discorso dev'essere pronunciato il proemio; sono queste che chiami le
finezze dell'arte, non  vero?
FEDRO: S.
SOCRATE: Al secondo posto viene una narrazione seguita da testimonianze,
al terzo le argomentazioni, al quarto le verosimiglianze. Poi vengono la
conferma e la riconferma, cos almeno credo che dica l'eccellente uomo di
Bisanzio, il Dedalo dei discorsi.
FEDRO: Vuoi dire il valente Teodoro?
SOCRATE: Come no? E poi sia nell'accusa sia nella difesa vanno fatte una
confutazione e una controconfutazione. E non tiriamo in ballo il bellissimo
Eveno di Paro, che per primo trov l'insinuazione e gli elogi indiretti; (55)
alcuni sostengono che pronunciasse persino dei biasimi indiretti in poesia
per esercitare la memoria (in effetti era un uomo abile). E lasceremo
riposare Tisia e Gorga,(56) i quali videro come il verosimile sia da
tenere in conto pi del vero e con la forza del discorso fanno apparire
grande ci che  piccolo e piccolo ci che  grande, vecchio ci che 
nuovo e al contrario nuovo ci che  vecchio, e scoprirono la brevit dei
discorsi e le prolissit infinite su ogni sorta di argomento? Una volta
Prodico,(57) sentendo da me queste cose, scoppi a ridere, e sostenne di
aver scoperto lui solo i discorsi di cui l'arte abbisogna: n lunghi n
brevi, ma misurati.
FEDRO: Parole molto sagge, o Prodico.
SOCRATE: E non menzioniamo Ippia? Credo che anche l'ospite eleo voterebbe
con lui.(58)
FEDRO: Perch no?
SOCRATE: E come parleremo dei Templi alle Muse dei discorsi innalzati da
Polo, ad esempio la ripetizione o il parlare per sentenze e per immagini,
e dei Templi alle Muse dei nomi di cui Licimnio gli fece dono per la
composizione del bello stile?(59)
FEDRO: E le opere di Protagora,(60) Socrate, non erano pi o meno di
questo tipo?
SOCRATE: Una certa Correttezza dello stile, ragazzo, e molte altre belle
cose. Ma quanto ai discorsi strappalacrime sfoderati per la vecchiaia e
la povert, mi pare che l'abbia vinta per arte la potenza del Calcedonio,
uomo d'altronde straordinario nel suscitare la collera nella gente e poi
nell'ammansire chi aveva fatto adirare incantandolo, come soleva dire, e
potentissimo nel lanciare e sciogliere calunnie in ogni modo. Sembra poi
che ci sia comune accordo tra tutti sulla conclusione dei discorsi, alla
quale alcuni danno il nome di riepilogo, altri un altro nome.
FEDRO: Intendi il ricordare per sommi capi agli ascoltatori, alla fine
del discorso, ciascuno degli argomenti trattati?
SOCRATE: Intendo questo, e se tu hai qualcos'altro da aggiungere sull'arte
dei discorsi...
FEDRO: Cose da poco, che non vale la pena di dire.
SOCRATE: Lasciamo perdere le cose di poco conto, e vediamo piuttosto in
piena luce quale potenza dell'arte hanno le cose di cui abbiamo parlato, e
quando.
FEDRO: Una potenza davvero forte, SOcrate, almeno nelle adunanze del popolo.
SOCRATE: Infatti l'hanno. Ma guarda anche tu, o esimio, se la loro trama non
sembra anche te, come a me, slegata.
FEDRO: Purch tu lo dimostri.
SOCRATE: Allora dimmi: se uno si presentasse al tuo compagno Erissimaco o a
suo padre Acumeno e dicesse loro: Io so somministrare ai corpi farmaci tali
da riscaldarli e raffreddarli, se lo voglio, e se mi pare il caso tali da
farli vomitare e persino evacuare, e moltissime altre cose del genere. E dal
momento che ho queste conoscenze sono convinto di essere un medico e di far
diventare medico un altro a cui comunico la scienza di queste cose, cosa
credi che direbbero dopo averlo ascoltato?
FEDRO: Cos'altro se non chiedergli se sa anche a chi e quando bisogna fare
ciascuna di queste cose, e in quale misura?
SOCRATE: E se allora rispondesse: Non lo so affatto: ma sono convinto che
chi ha appreso queste conoscenze da me sia a sua volta in grado di fare ci
che chiedi?
FEDRO: Direbbero, credo, che quell'uomo  pazzo, e che crede di essere
diventato un medico per aver sentito qualcosa da qualche libro o per aver
usato casualmente dei farmaci, senza avere alcuna conoscenza dell'arte.
SOCRATE: E se uno si presentasse a Sofocle e ad Euripide dicendo che sa
comporre discorsi lunghissimi su un argomento piccolo e piccolissimi su un
argomento grande, commoventi, quando lo vuole, e al contrario spaventevoli
e minacciosi, e tante altre cose del genere, e che insegnando ci crede di
trasmettere il modo di comporre una tragedia?
FEDRO: Credo che anche costoro, Socrate, riderebbero se uno pensa che la
tragedia sia altra cosa che l'unione di questi elementi ben connessi tra
loro e accordati con il tutto.
SOCRATE: Per non lo rimprovererebbero con villania, credo, ma come un
musico, se incontrasse un uomo che crede di essere esperto nell'armonia,
perch il caso vuole che sappia come si fa a produrre il suono pi acuto e
quello pi grave, non gli direbbe villanamente: Disgraziato, tu sei pazzo!,
ma in quanto musico gli direbbe, in modo pi affabile: Carissimo, chi vuole
essere un esperto di armonia  necessario che conosca anche questo, tuttavia
nulla vieta che chi ha le tue capacit non sappia neppure un poco di
armonia; tu infatti conosci le nozioni necessarie e preliminari dell'armonia,
non come si produce l'armonia.
FEDRO: Giustissimo.
SOCRATE: Allora anche Sofocle direbbe a chi si esibisse di fronte a loro che
conosce i preliminari dell'arte tragica ma non il modo di comporre una
tragedia, e Acumeno direbbe all'altro che conosce i preliminari della
medicina, non la scienza medica.
FEDRO: Assolutamente.
SOCRATE: E cosa pensiamo che direbbero Adrasto voce di miele o Pericle, (61)
se sentissero parlare degli accorgimenti che abbiamo elencato poco fa, cio
parlare conciso, parlare per immagini e tutte le altre cose che abbiamo
scorso affermando che erano da esaminare in piena luce? Forse per villania,
come abbiamo fatto io e te, si rivolgerebbero con parole aspre e rudi a
chi ha scritto queste cose e le insegna spacciandole per retorica,
oppure, essendo pi saggi di noi, ci lascerebbero di stucco dicendo:
Fedro e Socrate, non bisogna essere aspri, ma indulgenti, se alcuni,
non essendo a conoscenza della dialettica, non hanno saputo definire cosa
mai sia la retorica e in conseguenza di questa condizione, possedendo le
nozioni necessarie e preliminari dell'arte, hanno creduto di averla
scoperta; e impartendo queste nozioni ad altri ritengono di averli istruiti
compiutamente nella retorica e presumono che i loro discepoli debbano
procurarsi da s nei discorsi la capacit di esporre ciascuna di queste cose
in maniera convincente e di collegare tutto l'insieme, come se fosse
opera da nulla!.
FEDRO: Ma pu anche darsi, Socrate, che sia proprio un qualcosa
del genere cio che concerne l'arte che questi uomini insegnano e
presentano per iscritto come retorica, e mi sembra che tu abbia
detto il vero; ma allora come e dove ci si pu procurare l'arte di colui
che  veramente esperto di retorica e persuasivo?
SOCRATE: Riuscire a diventare un perfetto campione della retorica,
 naturale, Fedro, e forse anche necessario, che sia come negli
altri campi: se per natura sei portato alla retorica, sarai un retore
famoso, a patto d'aggiungervi scienza ed esercizio; ma se manchi
di una di queste qualit, resterai imperfetto. Quanto poi all'arte
connessa a ci, non mi sembra che il metodo proceda nella direzione in
cui vanno Lisia e Trasimaco.
FEDRO: Qual  il metodo, allora?
SOCRATE: Si d il caso, carissimo, che Pericle sia stato probabilmente il
pi perfetto di tutti nella retorica.
FEDRO: Perch?
SOCRATE: Tutte le grandi arti hanno bisogno di sottigliezza e di discorsi
celesti sulla natura, poich questa elevatezza di pensiero e questa capacit
di condurre tutto ad effetto sembrano provenire in qualche modo da qui.
E Pericle, oltre alla buona disposizione naturale, si acquist anche
questo: imbattutosi, credo, in Anassagora,(62) uomo di tal fatta, si riemp
di discorsi celesti e giunse alla natura dell'intelletto e della ragione,
argomenti intorno ai quali Anassagora si diffondeva ampiamente, e
da qui ricav quello che era utile per l'arte dei discorsi.
FEDRO: In che senso dici ci?
SOCRATE: Il modo di procedere dell'arte medica  lo stesso della retorica.
FEDRO: E come?
SOCRATE: In entrambe bisogna dividere una natura, in una quella
del corpo, nell'altra quella dell'anima, se tu, non solo per
esercizio e in modo empirico, ma con arte, vuoi procurare all'uno
salute e vigore somministrandogli medicine e nutrimento, e trasmettere
all'altra la convinzione che desidera e la virt offrendole discorsi e
occupazioni rispettose delle leggi.
FEDRO:  verosimile che sia cos, Socrate.
SOCRATE: Ritieni dunque che sia possibile comprendere la natura dell'anima
in modo degno di menzione senza conoscere la natura dell'insieme?
FEDRO: Se si deve dare qualche credito a Ippocrate, che  degli
Asclepiadi,(63) senza questo metodo non  possibile neanche comprendere
la natura del corpo.
SOCRATE: E dice bene, amico; tuttavia bisogna confrontare il discorso con
quanto afferma Ippocrate ed esaminare se si accorda.
FEDRO: Certamente.
SOCRATE: Allora esamina cosa dicono sulla natura Ippocrate e il discorso
vero. Non bisogna forse ragionare cos riguardo alla natura di qualsiasi
cosa? Innanzitutto si deve considerare se ci in cui vorremo essere esperti
noi stessi e in grado di rendere tale un altro sia semplice o multiforme;
poi, se  semplice, si deve esaminare quale potenza ha per sua natura
nell'agire e su che cosa la esercita, o quale potenza ha nel subire e da che
cosa la subisce, se invece ha pi forme bisogna enumerarle e vedere per
ciascuna di esse ci che si vede per un'unit, cio in virt di che
cosa  portata per sua natura ad agire e su che cosa, o in virt di
che cosa a subire, che cosa e da che cosa.
FEDRO: Pu essere, Socrate.
SOCRATE: Dunque il metodo privo di questi procedimenti somiglierebbe
all'andare di un cieco. Chi invece persegue con arte una qualsiasi
cosa non  da rassomigliare a un cieco o a un sordo, ma  chiaro che,
se uno vuol trasmettere ad altri discorsi fatti con
arte, dimostrer puntualmente l'essenza della natura di ci a cui
rivolger i suoi discorsi; e questo sar in qualche modo l'anima.
FEDRO: Come no?
SOCRATE: Perci tutto il suo sforzo  teso a questo, poich in questo
cerca di produrre persuasione. O no?
FEDRO: S.
SOCRATE:  chiaro dunque che Trasimaco e chiunque altro offra
seriamente l'arte della retorica, innanzitutto descriver e far
vedere con la massima precisione l'anima, se per sua natura 
una e tutta uguale o multiforme come l'aspetto del corpo; diciamo
infatti che questo  dimostrare la natura di una cosa.
FEDRO: Assolutamente.
SOCRATE: In secondo luogo, in virt di che cosa  per sua natura
portata ad agire, e su cosa, o in virt di che cosa  portata a
subire, e da che cosa.
FEDRO: Come no?
SOCRATE: In terzo luogo, classificati i generi dei discorsi e
dell'anima e le loro propriet, passer in rassegna tutte le
cause, adattando ciascun genere di discorso a ciascun genere di anima e
insegnando quale anima, da quali discorsi e per quale causa
viene di necessit persuasa, quale invece non viene persuasa.
FEDRO: Sarebbe bellissimo se fosse cos, a quanto pare!
SOCRATE: Pertanto, caro, ci che verr dimostrato o detto in altro
modo non sar mai detto o scritto con arte, n su questo n su un
altro argomento. Ma quelli che oggi scrivono le arti dei discorsi
che tu hai ascoltato sono scaltri, e pur conoscendo molto bene l'anima
sono portati a dissimulare; perci, prima che parlino e scrivano in questo
modo, non lasciamoci convincere da loro, credendo che scrivano con arte.
FEDRO: Qual  questo modo?
SOCRATE: Gi usare le espressioni appropriate non  cosa facile; ma
per quanto mi  possibile voglio dirti come bisogna scrivere, se si
intende farlo con arte.
FEDRO: Dillo dunque.
SOCRATE: Poich la forza del discorso sta nella guida delle anime,
chi vuole essere esperto di retorica  necessario che sappia
quante forme ha l'anima. Esse sono tantissime e di svariate
qualit, e di conseguenza alcuni uomini sono di un certo tipo,
altri di un altro; e dato che le forme dell'anima risultano cos
divise, a loro volta sono tantissime anche le forme dei discorsi,
ciascuna di tipo diverso. Per questo motivo gli uomini di un certo
tipo si lasciano facilmente persuadere da discorsi di un certo
tipo su determinati argomenti, mentre gli uomini di un altro tipo,
sempre per questo motivo, sono difficili da persuadere. Perci
chi vuole diventare retore deve innanzitutto tenere in adeguata
considerazione queste cose, poi, osservando il loro modo di essere
e di operare all'atto pratico, dev'essere in grado di seguirle
acutamente con le sue facolt intellettive, altrimenti non avr
mai niente pi dei discorsi che ascoltava quando frequentava un
maestro. E quando sappia dire in modo adeguato quale genere di
uomo viene persuaso e da quali discorsi, e sia in grado di
accorgersi della sua presenza e di provare a se stesso che si
tratta di quell'uomo e di quella natura sulla quale vertevano a suo
tempo i discorsi, e poich ora  di fatto presente deve riferirle
questi discorsi nella maniera prevista, per persuaderla di determinate
cose, una volta che dunque sia in possesso di tutti questi requisiti,
sappia cogliere i momenti giusti in cui bisogna parlare e quelli
in cui bisogna trattenersi e sappia discernere l'opportunit
e l'inopportunit del parlare conciso, commovente o indignato e
di tutte le altre forme di discorso che ha appreso, allora
l'arte  realizzata in modo bello e compiuto, prima no. Ma se uno
manca di una qualsiasi di queste cose quando parla, insegna o scrive, e
afferma di parlare con arte, vince chi non si lascia persuadere. E allora?,
dir forse il nostro scrittore. Fedro e Socrate, la pensate cos? Dobbiamo
forse definire in altro modo l'arte che  detta dei discorsi?.
FEDRO:  impossibile in altro modo, Socrate; eppure sembra un lavoro non da
poco.
SOCRATE: Hai ragione. Proprio per questo bisogna rivoltare tutti
i discorsi sottosopra ed esaminare se da qualche parte appare una via
pi facile e pi breve per giungere ad essa, cos da
non procedere inutilmente per una via lunga e aspra, quando 
possibile percorrerne una corta e liscia. Ma se hai da qualche
parte un aiuto, per averlo ascoltato da Lisia o da qualcun altro,
cerca di richiamarlo alla memoria e di dirlo.
FEDRO: Cos, per fare una prova, potrei, ma non me la sento, almeno adesso.
SOCRATE: Vuoi dunque che io riferisca un discorso che ho ascoltato
da alcuni che si occupano di queste cose?
FEDRO: Perch no?
SOCRATE: D'altronde, Fedro, si dice che  giusto riferire anche le ragioni
del lupo.
FEDRO: Allora fa' cos anche tu.
SOCRATE: Dunque, essi sostengono che non si devono magnificare e levare
cos in alto queste cose, con tanti giri di parole; infatti,
come abbiamo detto anche all'inizio del discorso, chi intende
essere sufficientemente esperto nella retorica non deve certo partecipare
della verit circa questioni giuste e buone, o uomini tali
per natura o per educazione, poich nei tribunali non importa
proprio niente a nessuno della verit su queste cose, ma importa
solo ci ch' atto a persuadere:  il verosimile, a cui si deve
applicare chi intende parlare con arte. Talvolta infatti non
bisogna neanche esporre i fatti, a meno che non si siano svolti in
maniera verosimile, ma solo quelli verosimili, sia nell'accusa
sia nella difesa, e in genere chi parla deve seguire il verosimile,
dopo aver detto tanti saluti alla verit; poich  appunto questo
che, se percorre l'intero discorso, procura tutta quanta l'arte.
FEDRO: Hai esposto, Socrate, proprio le ragioni che adducono
quelli che danno a vedere di essere esperti nell'arte dei discorsi;
mi sono ricordato che gi in precedenza abbiamo toccato brevemente
tale argomento, e sembra che ci sia di enorme importanza per chi si
occupa di queste cose.
SOCRATE: Sicuramente hai studiato con precisione proprio Tisia:
quindi Tisia ci dica anche questo, se per verosimile intende qualcosa di
diverso da ci che sembra ai pi.
FEDRO: E che altro?
SOCRATE: E avendo fatto questa scoperta, a quanto pare, di saggezza
e d'arte insieme, ha scritto che se un uomo debole e coraggioso,
che ha percosso un uomo forte e vile e gli ha portato via il
mantello o qualcos'altro, viene condotto in tribunale, nessuno
dei due deve dire la verit, ma il vile deve asserire di non essere
stato percosso dal solo uomo coraggioso, questi deve confutare
ci ribattendo che erano loro due soli, e servirsi del seguente
argomento: Come avrei potuto io, data la mia condizione,
mettere le mani addosso a una persona come lui?. L'altro non
ammetter la propria vilt, ma cercando di dire qualche altra
menzogna offrir subito materia di confutazione all'avversario.
E anche negli altri campi le cose dette con arte sono pi o meno
di questo genere. Non  cos, Fedro?
FEDRO: Come no?
SOCRATE: Ahim, sembra che abbia fatto la scoperta davvero sensazionale
di un'arte nascosta, Tisia o chiunque altro sia e da qualunque luogo si
compiaccia di trarre il nome! Ma a costui, amico, dobbiamo dire o no...
FEDRO: Cosa?
SOCRATE: Questo: O Tisia, da tempo noi, prima ancora che tu venissi
qui, ci trovavamo a dire che questo verosimile viene a nascere nei
pi per somiglianza col vero; e poco fa abbiamo spiegato che chi
conosce la verit sa scoprire benissimo le somiglianze.
Perci, se hai qualcos'altro da dire sull'arte dei discorsi,
lo ascolteremo; altrimenti daremo credito a ci che abbiamo esposto or
ora, cio che se uno non enumerer le nature di coloro che lo
ascolteranno, e non sar in grado di dividere gli esseri
secondo le forme e di raccoglierli uno per uno in un'idea, non
sar mai esperto nell'arte dei discorsi, per quanto  possibile
a un uomo. E non potr mai acquisire queste capacit senza molta
applicazione; ad essa il sapiente dovr indirizzare i suoi
sforzi non per parlare e agire con gli uomini, ma per poter dire cose
che siano gradite agli di e fare ogni cosa in modo a loro
gradito, per quanto  nelle sue facolt. Infatti i pi saggi tra noi,
Tisia, dicono che chi ha intelletto deve prendersi cura di compiacere non
i compagni di schiavit, se non in modo accessorio, ma i
padroni buoni e che discendono da uomini buoni. Perci, se la
strada  lunga, non meravigliartene, in quanto per raggiungere
grandi traguardi bisogna percorrerla, non come credi tu. D'altronde,
come dice il nostro discorso, anche queste fatiche diventeranno
bellissime grazie a quei traguardi, se uno lo vuole.
FEDRO: Mi pare che si stia parlando in modo bellissimo, Socrate, se
davvero qualcuno ne  capace.
SOCRATE: Ma per chi intraprende azioni belle  bello anche soffrire,
qualunque cosa gli tocchi di soffrire.
FEDRO: Sicuro.
SOCRATE: Quanto si  detto a proposito dell'arte e della mancanza
di arte nel fare discorsi sia dunque sufficiente.
FEDRO: Come no?
SOCRATE: Rimane la questione della convenienza e della non convenienza della
scrittura, quando essa vada bene e quando invece sia sconveniente. O no?
FEDRO: S.
SOCRATE: Sai allora come, nell'ambito dei discorsi, potrai acquistarti
il massimo favore di un dio con le tue azioni e le tue parole?
FEDRO: Per niente. E tu?
SOCRATE: Io posso raccontarti una storia tramandata dagli antichi; il vero
essi lo sanno. E se noi lo trovassimo da soli, ci importerebbe ancora
qualcosa delle opinioni degli uomini?
FEDRO: Hai fatto una domanda ridicola! Ma racconta ci che dici di aver
udito.
SOCRATE: Ho sentito dunque raccontare che presso Naucrati, in Egitto, (64)
c'era uno degli antichi di del luogo, al quale era sacro l'uccello che
chiamano ibis; il nome della divinit era Theuth.(65)
Questi invent dapprima i numeri, il calcolo, la geometria e l'astronomia,
poi il gioco della scacchiera e dei dadi, infine anche la scrittura.
Re di tutto l'Egitto era allora Thamus e abitava nella grande citt
della regione superiore che i Greci chiamano Tebe Egizia, mentre chiamano
il suo dio Ammone.(66) Theuth, recatosi dal re, gli mostr le sue arti e
disse che dovevano essere trasmesse agli altri Egizi; Thamus gli chiese
quale fosse l'utilit di ciascuna di esse, e mentre Theuth le passava in
rassegna, a seconda che gli sembrasse parlare bene oppure no, ora
disapprovava, ora lodava. Molti, a quanto si racconta, furono i pareri
che Thamus espresse nell'uno e nell'altro senso a Theuth su ciascuna arte,
e sarebbe troppo lungo ripercorrerli; quando poi fu alla scrittura, Theuth
disse: Questa conoscenza, o re, render gli Egizi pi sapienti e pi capaci
di ricordare, poich con essa  stato trovato il farmaco della memoria e
della sapienza. Allora il re rispose: Ingegnosissimo Theuth, c' chi sa
partorire le arti e chi sa giudicare quale danno o quale vantaggio sono
destinate ad arrecare a chi intende servirsene. Ora tu, padre della
scrittura, per benevolenza hai detto il contrario di quello che essa vale.
Questa scoperta infatti, per la mancanza di esercizio della memoria,
produrr nell'anima di coloro che la impareranno la dimenticanza, perch
fidandosi della scrittura ricorderanno dal di fuori mediante caratteri
estranei, non dal di dentro e da se stessi; perci tu hai scoperto il
farmaco non della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della sapienza
tu procuri ai tuoi discepoli l'apparenza, non la verit: ascoltando per
tuo tramite molte cose senza insegnamento, crederanno di conoscere molte
cose, mentre per lo pi le ignorano, e la loro compagnia sar molesta,
poich sono divenuti portatori di opinione anzich sapienti.
FEDRO: Socrate, tu pronunci con facilit discorsi egizi e di qualsiasi
paese tu voglia!
SOCRATE: E pensa che alcuni, mio caro, hanno asserito che i primi
discorsi profetici nel tempio di Zeus a Dodona venivano da una quercia!
Agli uomini di allora, dato che non erano sapienti come voi giovani, bastava,
nella loro semplicit, ascoltare una quercia o una roccia, purch dicessero
il vero; ma forse per te fa differenza chi  colui che parla e da dove viene.
Non miri infatti solamente a questo, se le cose stanno cos o diversamente?
FEDRO: Hai colto nel segno, e mi sembra che riguardo alla scrittura le cose
stiano come dice il re di Tebe.
SOCRATE: Allora chi crede di tramandare un'arte con la scrittura, e chi a
sua volta la riceve nella convinzione che dalla scrittura deriver qualcosa
di chiaro e di saldo, dev'essere ricolmo di molta ingenuit e ignorare
realmente il vaticinio di Ammone, se pensa che i discorsi scritti siano
qualcosa in pi del riportare alla memoria di chi gi sa ci su cui verte
lo scritto.
FEDRO: Giustissimo.
SOCRATE: Poich la scrittura, Fedro, ha questo di potente, e, per la
verit, di simile alla pittura. Le creazioni della pittura ti stanno di
fronte come cose vive, ma se tu rivolgi loro qualche domanda, restano
in venerando silenzio. La medesima cosa vale anche per i discorsi: tu
potresti anche credere che parlino come se avessero qualche pensiero loro
proprio, ma se domandi loro qualcosa di ci che dicono coll'intenzione di
apprenderla, questo qualcosa suona sempre e solo identico. E, una volta
che  scritto, tutto quanto il discorso rotola per ogni dove, finendo tra le
mani di chi  competente cos come tra quelle di chi non ha niente da
spartire con esso, e non sa a chi deve parlare e a chi no. Se poi
viene offeso e oltraggiato ingiustamente ha sempre bisogno dell'aiuto
del padre, poich non  capace n di difendersi da s n di venire in
aiuto a se stesso.
FEDRO: Anche queste tue parole sono giustissime.
SOCRATE: E allora? Vogliamo considerare un altro discorso, fratello
legittimo di questo, in che modo nasce e quanto  per sua natura migliore
e pi potente di questo?
FEDRO: Qual  questo discorso e come, secondo te, nasce?
SOCRATE:  quello che viene scritto mediante la conoscenza nell'anima
di chi apprende; esso  in grado di difendersi da s, e sa con
chi bisogna parlare e con chi tacere.
FEDRO: Intendi il discorso vivente e animato di chi sa, del quale
quello scritto si pu a buon diritto definire un'immagine.
SOCRATE: Per l'appunto. Ora dimmi questo: l'agricoltore che ha senno
pianterebbe seriamente d'estate nei giardini di Adone (67) i semi che gli
stessero a cuore e da cui volesse ricavare frutti; e gioirebbe a
vederli crescere belli in otto giorni, o farebbe ci per
gioco e per la festa, quand'anche lo facesse? E riguardo invece
a quelli di cui si  preso cura sul serio servendosi dell'arte
dell'agricoltura e seminandoli nel luogo adatto, sarebbe contento che
quanto ha seminato giungesse a compimento in otto mesi?
FEDRO: Farebbe cos, Socrate: sul serio per gli uni, diversamente per
gli altri, come tu dici.
SOCRATE: Dovremo dire che chi possiede la scienza delle cose giuste,
belle e buone abbia meno senno dell'agricoltore con le sue sementi?
FEDRO: Nient'affatto.
SOCRATE: Allora non le scriver seriamente nell'acqua nera, seminandole
attraverso la canna assieme a discorsi incapaci di difendersi da s con
la parola, e incapaci di insegnare in modo adeguato la verit.
FEDRO: No, almeno non  verosimile.
SOCRATE: Infatti non lo . Ma a quanto pare seminer e scriver i
giardini di scrittura per gioco, quando li scriver, serbando
un tesoro da richiamare alla memoria per se stesso, nel caso
giunga alla vecchiaia dell'oblio,(68) e per chiunque segua la
sua stessa orma, e gioir a vederli crescere teneri. E quando gli
altri faranno altri giochi, ristorandosi nei simposi e in tutti i
divertimenti fratelli di questi, egli allora, a quanto pare, invece
che in essi passer la vita a dilettarsi in ci di cui parlo.
FEDRO:  un gioco molto bello quello che dici, Socrate, rispetto
all'altro che  insulso: il gioco di chi sa divertirsi coi discorsi,
narrando storie sulla giustizia e sulle altre cose di cui parli.
SOCRATE: Cos  in effetti, caro Fedro: ma l'impegno in queste cose
diventa, credo, molto pi bello quando uno, facendo uso dell'arte
dialettica, prende un'anima adatta, vi pianta e vi semina discorsi
accompagnati da conoscenza, che siano in grado di venire in
aiuto a se stessi e a chi li ha piantati e non siano infruttiferi,
ma abbiano una semenza dalla quale nascano nell'indole di altri
uomini altri discorsi capaci di rendere questa semenza immortale, facendo
s che chi la possiede sia felice quanto pi  possibile per un uomo.
FEDRO: Ci che dici  molto pi bello.
SOCRATE: Ora che siamo d'accordo su questo, Fedro, possiamo giudicare
quelle altre questioni.
FEDRO: Quali?
SOCRATE: Quelle che volevamo indagare e per le quali siamo arrivati a
questo punto, ossia esaminare il rimprovero rivolto a Lisia circa lo
scrivere i discorsi e i discorsi stessi, quali fossero scritti con arte
e quali senz'arte. Ci che  conforme all'arte e ci che non lo  mi sembra
che sia stato chiarito opportunamente.
FEDRO: Cos almeno mi  parso: ma ricordami ancora una volta come abbiamo
detto.
SOCRATE: Se prima uno non conosce il vero riguardo a ciascun argomento su
cui parla o scrive e non  in grado di definire ogni cosa in se stessa, e
una volta che l'ha definita non sa dividerla secondo le sue specie fino ad
arrivare a ci che non  pi divisibile, quindi, dopo aver scrutato a fondo
allo stesso modo la natura dell'anima, trovando la specie adatta a ciascuna
natura non dispone e regola il discorso secondo questo procedimento,
offrendo discorsi variegati a un'anima variegata e dalla piena armonia,
discorsi semplici a un'anima semplice, non sar possibile, per quanto 
conforme a natura, maneggiare con arte la stirpe dei discorsi n per
insegnare n per persuadere, come il discorso fatto in precedenza ci ha
chiaramente indicato.
FEDRO: Risulta in tutto e per tutto cos.
SOCRATE: Riguardo poi alla questione se sia bello o turpe
pronunciare e scrivere discorsi, e quando un rimprovero sia
rivolto giustamente oppure no, non ha forse chiarito ci che
abbiamo detto poco fa...
FEDRO: Cosa abbiamo detto?
SOCRATE: Che se Lisia o altri ha mai scritto o scriver su argomenti
d'interesse privato o pubblico, proponendo leggi o scrivendo
un'opera politica, nella convinzione che in ci vi sia una grande
solidit e chiarezza, allora il biasimo ricade su chi scrive,
che lo si dica o meno: poich il non distinguere realt e sogno in ci
che  giusto e ingiusto, male e bene, non pu davvero evitare
di essere riprovevole, quand'anche tutta la gente lo apprezzasse.
FEDRO: No di certo.
SOCRATE: Chi invece ritiene che nel discorso scritto su
qualsiasi argomento vi sia necessariamente molto gioco e che nessun
discorso con pregio di grande seriet sia mai stato scritto n in
versi n in prosa (e neanche pronunciato, come i discorsi dei rapsodi che
sono recitati senza essere sottoposti a vaglio e non mirano a
insegnare, ma a persuadere), ma che i migliori di essi siano
realmente un mezzo per aiutare la memoria di chi gi conosce
l'argomento, e ritiene che solo nei discorsi sul giusto, sul
bello e sul bene, pronunciati come insegnamento allo scopo di far
apprendere e scritti realmente nell'anima, vi sia chiarezza,
compiutezza e pregio di seriet; e inoltre  convinto che discorsi
tali debbano essere detti suoi come se fossero figli legittimi,
innanzitutto quello che reca in s, nel caso si trovi che lo possiede, poi
quelli che discendenti e fratelli di questo, sono nati allo stesso
modo nell'anima di altri uomini secondo il loro valore, e ai
rimanenti manda tanti saluti; bene, un uomo siffatto, Fedro, 
probabile che sia tale quale tu e io ci augureremmo di diventare.
FEDRO: Io voglio e mi auguro in tutto e per tutto ci che dici.
SOCRATE: Dunque, per quanto riguarda i discorsi, ormai abbiamo
scherzato abbastanza: tu ora va' da Lisia e digli che noi due
siamo discesi alla fonte e al santuario delle Ninfe e abbiamo
ascoltato dei discorsi che ci ordinavano di riferire a Lisia e
a chi altri componga discorsi, a Omero e a chi altri abbia
composto poesia epica o lirica, e in terzo luogo a Solone e a
chiunque nei discorsi politici abbia scritto dei testi con il nome
di leggi, quanto segue: se ha composto queste opere sapendo com' il
vero e pu soccorrerle quando ci che ha scritto viene messo alla
prova, e quando parla  in grado egli stesso di dimostrare la
debolezza di quanto  stato scritto, una persona del genere non
deve essere chiamato col nome di costoro, ma con un nome derivato da ci
a cui si  dedicato con seriet.
FEDRO: Quale nome gli assegni dunque?
SOCRATE: Chiamarlo sapiente, Fedro, mi sembra che sia cosa troppo
grande e che si addica solo a un dio; chiamarlo invece filosofo
o con un nome del genere sarebbe a lui pi adatto e conveniente.
FEDRO: E niente affatto fuori luogo.
SOCRATE: Chi invece non possiede cose di maggior pregio di quelle
che ha composto e ha scritto, rivoltandole su e gi per lungo
tempo, incollandole l'una con l'altra o separandole, non lo
dirai a buon diritto poeta o autore di discorsi o scrittore di leggi?
FEDRO: Come no?
SOCRATE: Riferisci dunque questo al tuo compagno!
FEDRO: E tu? Cosa farai? Non bisogna lasciare da parte neanche il tuo
compagno.
SOCRATE: Chi  costui?
FEDRO: Isocrate (69) il bello. Cosa riferirai a lui, Socrate? Come
lo definiremo?
SOCRATE: Isocrate  ancora giovane, Fedro: tuttavia voglio dire ci
che prevedo di lui.
FEDRO: Che cosa?
SOCRATE: Mi sembra che per doti naturali sia migliore a confronto
dei discorsi di Lisia, e che inoltre sia temperato di un'indole pi
nobile. Perci non ci sarebbe affatto da meravigliarsi se, col
procedere dell'et, proprio grazie ai discorsi cui ora pone mano
superasse pi che se fossero fanciulli quanti mai si sono
dedicati ai discorsi, e se inoltre questo non gli bastasse, ma uno
slancio divino lo spingesse a cose ancora pi grandi; giacch nell'animo
di quell'uomo, caro amico, c' una forma naturale di filosofia. Pertanto io
riferisco queste cose da parte di questi di al mio amato Isocrate, tu
fa' sapere quelle altre al tuo Lisia.
FEDRO: Sar cos. Ma andiamo, poich anche la calura si  fatta pi mite.
SOCRATE: Non conviene rivolgere una preghiera a questi di prima di
metterci in cammino?
FEDRO: Come no?
SOCRATE: O caro Pan e voi altri di di questo luogo, concedetemi di
diventare bello dentro, e che tutto ci che ho di fuori sia in
accordo con ci che ho nell'intimo. Che io consideri ricco il sapiente
e possegga tanto oro quanto nessun altro, se non chi  temperante, possa
prendersi e portar via.(70)
Abbiamo bisogno di qualcos'altro, Fedro? Da parte mia si  pregato in giusta
misura.
FEDRO: Fa' questo augurio anche per me; le cose degli amici sono comuni.
SOCRATE: Andiamo!
NOTE:
1) Celebre oratore ateniese vissuto tra il quinto e il quarto secolo a.C., di
cui restano 34 orazioni giudiziarie. Il discorso sull'amore che gli viene
attribuito nel dialogo  probabilmente fittizio. Il padre Cefalo, originario
della Sicilia, aveva una fabbrica d'armi al Pireo; nella sua casa 
ambientata la Repubblica.
2) Noto medico dell'epoca.
3) Epicrate era un oratore democratico; Morico, forse il proprietario
precedente della casa, era un cittadino ateniese che per le sue ricchezze e
il suo lusso divenne frequente bersaglio dei poeti comici.
4) Pindaro, Isthmia 2.
5) Erodico di Megara, divenuto poi cittadino di Selimbria, era un medico
famoso per il suo regime di vita "salutistico"; Platone lo menziona anche
nella Repubblica e nel Protagora.
6) I Coribanti erano i sacerdoti della dea Cibele, i cui culti erano
caratterizzati da una forte valenza orgiastica.
7) Piccolo fiume che scorre vicino ad Atene.
8) Il dialogo  immaginato in piena estate, a mezzogiorno.
9) Borea, vento del nord, rap Orizia, figlia di Eretteo, re di Atene; in
cambio concesse agli Ateniesi il suo favore nelle battaglie navali. Farmacea,
citata poco sotto, era una ninfa cui era sacra la fonte dell'Ilisso.
10) Demo dell'Attica.
11) Letteralmente 'colle di Ares', era un'altura in Atene dove aveva
sede il pi antico tribunale della citt, formato dagli arconti usciti
di carica.
12) Sono tutti esseri mitologici. Gli Ippocentauri o Centauri, nati
dall'unione di Issione con una nube, erano met uomo e met cavallo.
La Chimera era un mostro con tre teste, una di leone, una di capra spirante
fuoco, una di serpente. Le Gorgoni, mostri marini, erano Steno, Euriale e
Medusa; le prime due erano immortali, mentre Medusa, che aveva il potere di
pietrificare con lo sguardo, era mortale e fu uccisa da Perseo. Pegaso era
il cavallo alato nato dal sangue della testa di Medusa tagliata da Perseo;
con il suo aiuto Bellerofonte uccise la Chimera.
13) Conosci te stesso era appunto il precetto scritto nel tempio di
Apollo a Delfi.
14) Tifone o Tifeo, figlio di Gea e del Tartaro, era un drago dalle molte
teste che emettevano fumo e fiamme; al termine di una dura lotta Zeus lo
fulmin e lo scagli sotto l'Etna. Il suo mito  ricordato in Esiodo,
Theogonia 820 seguenti. Da Tifone ha avuto origine il nome comune indicante
un vento caldo portatore di tempeste. Nel testo greco c' un gioco di parole,
intraducibile in italiano, con il quale Tifone viene paretimologicamente
accostato al participio di "tpho" ('fumare', 'bruciare') e, tramite
l'aggettivo privativo "atuphos" a "tuphos" ('vanit', 'orgoglio', superbia').
Nel dialogo Platone fa uso pi volte di simili giochi verbali, impossibili da
mantenere nella traduzione, per creare paretimologie.
15) Alle Ninfe, divinit dei boschi e dei fiumi, Socrate in seguito attribuir
il dono dell'ispirazione. Acheloo, oltre ad essere un fiume della Grecia
centrale, era anche dio dei fiumi.
16) Una locuzione simile ricorre in Omero, Iliade libro 8, verso 281.
17) Saffo  la famosa poetessa lirica di Lesbo vissuta tra il settimo e il
sesto secolo a.C., autrice di carmi soprattutto d'amore omoerotico, divisi
dagli Alessandrini in nove libri; di essi ci sono pervenuti un'ode intera,
una quasi completa e parecchi frammenti di varia lunghezza. Anacreonte di
Teo, lirico monodico del sesto secolo, fu autore tra l'altro di poesie
amorose dal tono leggero, di cui restano pochi frammenti. Non  invece
possibile sapere a quali autori in prosa si allude nel passo.
18) Gli arconti ateniesi, al momento di entrare in carica, giuravano che se
avessero trasgredito le leggi di Solone avrebbero innalzato a Delfi una
statua d'oro della loro grandezza e peso.
19) Cipselo fu tiranno di Corinto nel sesto secolo e fond una dinastia di
tiranni. L'offerta votiva cui si allude era forse una statua.
20) Immagine derivata dalla lotta: Fedro intende che Socrate a sua volta ha
offerto il fianco a una critica.
21) Pindaro, frammento 105 Snell-Maehler (citato anche in Meno).
22) Il testo greco gioca sull'assonanza tra "ligs", 'dalla voce melodiosa',
e "ligs" 'Ligure' (con lambda maiuscolo). Questo gioco paretimologico 
probabilmente alla base della leggenda secondo cui i Liguri erano amanti del
canto.
23) Socrate istituisce un nesso paretimologico tra "ros" e "rme" ('forza').
24) Il ditirambo, componimento lirico corale associato al culto di Dioniso,
ai tempi di Platone era in piena decadenza. Qui il termine ha una
connotazione negativa, indicando una forma di invasamento non ispirata
da "mania" divina, e quindi non mediata dal logos.
25) L'immagine  ricavata da un gioco fatto con un coccio (strakon), nero
da una parte e bianco dall'altra; i giocatori, divisi in due squadre,
sceglievano un colore e a seconda di quello che risultava lanciando il
coccio dovevano fuggire o inseguire. La metafora significa che l'amante,
prima inseguitore, ora fugge l'amato.
26) Simmia, prima pitagorico, poi discepolo di Socrate,  uno degli
interlocutori del Fedone.
27) Ibico, frammnto 310, Page. Poeta lirico corale del sesto secolo a.C.,
di lui restano un'ode e pochi frammenti.
28. Stesicoro, poeta lirico corale, visse nel sesto secolo a.C. Secondo una
leggenda perse la vista per aver accusato Elena di infedelt in un carme
omonimo e la riacquist per aver scritto la Palinodia (la 'Ritrattazione'),
in cui sosteneva che Paride non aveva portato a Troia la vera Elena, ma un
fantasma con le sue sembianze; questa versione del mito fu ripresa da
Euripide nell'Elena. Omero invece, non avendo fatto la stessa cosa, rimase
cieco. Allo stesso modo Socrate pronuncer una ritrattazione del discorso
precedente su Eros, nella quale sollever il dio dalle accuse che gli aveva
mosso.
29) A Delfi, in Beozia, c'era il pi famoso santuario di Apollo, che dava i
responsi per bocca della sua sacerdotessa, la Pizia; a Dodona, nell'Epiro,
c'era un santuario di Zeus.
30) Questo nome designava in origine una, in seguito pi sacerdotesse di
Apollo, di cui era nota l'ambiguit dei responsi; la pi celebre era la
Sibilla di Cuma, in Campania.
31) L'arte divinatoria, in greco "mantike", viene fatta derivare da "manikos"
cio 'affetto da mania'; il composto "oionoistike", di invenzione platonica,
viene ricondotto a "oieris" ('opinione', 'credenza'), e accostato a
"oionistike", ovvero l'"arte di trarre gli auspici" dal volo degli uccelli.
Il gioco paretimologico, di cui si  provato a rendere ragione nella
traduzione,  importante in quanto  funzionale al rovesciamento della
tesi sostenuta da Lisia.
32)  il celebre mito dell'anima come una biga alata, metafora complessa e
non facile da interpretare. Se infatti l'auriga rappresenta palesemente la
ragione, non  del tutto chiaro il significato dei due cavalli;  poco
soddisfacente l'interpretazione tradizionale, secondo cui il cavallo nero
rappresenterebbe l'anima concupiscibile, quello bianco l'anima impulsiva,
e l'intera immagine sarebbe da intendere come la tripartizione dell'anima
che Platone teorizza nella Repubblica (libri 4 e 9). Infatti nel Timeo si
dice che anima concupiscibile e anima impulsiva sono mortali, mentre qui i
due cavalli fanno parte proprio della struttura dell'anima immortale, come
prova anche il fatto che essi si nutrono di nettare e ambrosia, cibo e
bevanda degli di, e che tale struttura  comune sia all'anima umana sia a
quella divina.  preferibile pensare che i cavalli indichino due componenti
opposte connaturate comunque all'anima immortale, che l'auriga ha la funzione
di conciliare per trovare un equilibrio.
33) Estia, dea del focolare, nella cosmologia antica veniva identificata col
centro dell'universo, che era immobile; per questo essa, unica tra gli di,
non viaggia per il cielo. Le divinit che guidano le dodici schiere sono
probabilmente quelle olimpiche.
34) L'Iperuranio, il luogo 'oltre il cielo',  il mondo delle Idee. Luogo
metafisico, immagine della sfera dell'intelligibile che nella sua
immutabilit trascende la realt sensibile, esso  raggiungibile solo
dell'anima.
35) Adrastea, letteralmente 'l'inevitabile', in questo caso  una
personificazione del destino; in Repubblica (libro 5) impersonifica invece la
vendetta. Viene qui esposto il destino escatologico delle anime e la teoria
della metempsicosi, argomento che ha una pi ampia trattazione con il mito di
Er nel libro decimo della Repubblica. Nel Fedro l'assegnazione della vita
futura  strettamente determinata dalla misura in cui le anime hanno
contemplato la pianura della verit prima di tornare sulla terra, poich
ad esso corrisponde il grado di verit connesso alla vita in cui si
reincarnano.
36) Altro gioco verbale basato su una paretimologia il termine "imeros"
('desiderio'), collegato per assonanza ad Eros, viene fatto derivare da i-,
radice di "eiri" ('andare'), "mer-" radice di "mros" ('parte'), "ro-",
radice di "ro" ('flusso').
37. Gli Omeridi erano una scuola di aedi nell'isola di Chio che la tradizione
voleva fondata dallo stesso Omero. Invenzione platonica sono sia i poemi
segreti cui si allude ironicamente sia i due versi citati, nei quali c' un
gioco di parole tra "Eros" e Ptros" (epiteto scherzosamente coniato
da "pters" ('alato'), probabilmente suggerito da quei passi omerici
(Iliade libro 1, versi 403-404; libro 14, verso 291; libro 20, verso 74)
in cui si dice che gli di chiamano le cose in modo diverso dagli uomini.
38)  impossibile conservare nella traduzione il gioco tra il genitivo
"Dis" ('di Zeus') e l'aggettivo "dios", solitamente reso con 'splendente'
o 'divino'.
39) Le Baccanti o Menadi erano le sacerdotesse di Dioniso.
40) Zeus, innamorato di Ganimede, bellissimo fanciullo frigio, in forma di
aquila lo rap sull'Olimpo, e ne fece il coppiere degli di. Per il gioco
linguistico su "imeros", la nota 36.
41) L'espressione significa che n la temperanza umana esaltata da Lisia,
n la follia divina di per s bastano a costruire una scienza nel senso
pieno del termine, ma occorre una giusta mescolanza delle due cose; questo,
in ultima analisi, pu essere il senso del mito della biga alata. L'immagine
agonistica, pi che a tre differenti gare, allude probabilmente al fatto che
per vincere nella lotta bisognava atterrare l'avversario tre volte.
42) Figlio di Cefalo e fratello di Lisia, fu vittima delle persecuzioni
politiche sotto i Trenta tiranni.
43) Ad Atene la frequenza dei processi e l'assenza del patrocinio legale,
che obbligava l'accusatore o l'accusato a parlare personalmente in giudizio,
avevano fatto nascere la professione del logografo ('scrittore di discorsi'),
che preparava su commissione i testi da pronunciare in tribunale; le
orazioni di Lisia sono appunto la testimonianza della sua attivit di
logografo. Il termine ha nel contesto una connotazione negativa, tanto da
essere poco sotto equiparato a sofista. Il parallelo ritorna pi avanti,
dove si allude ai compensi che i sofisti chiedevano per i loro insegnamenti.
44) L'espressine, un po' enigmatica, significa probabilmente che da una cosa
semplice ne  derivata una difficile.
45) Figura storicamente indeterminata, Licurgo fu, secondo la tradizione, il
legislatore di Sparta. Uomo politico e poeta, annoverato tra i sette saggi,
Solone attu, durante il suo arcontato (594-593 a.C.), una riforma dello
stato ateniese che prevedeva la divisione dei cittadini in classi in base
al censo. Dario primo, re di Persia dal 521 al 485 a.C., fu il promotore
della prima guerra greco-persiana.
46) Il mito che segue  probabilmente creazione platonica. Il canto delle
cicale  metafora dell'ispirazione a comporre discorsi ma anche del rischio,
da parte dell'ascoltatore, di lasciarsene ammaliare senza sottoporli a vaglio
critico, un atteggiamento passivo che le cicale stesse, intermediarie tra
gli uomini e le Muse, non approvano.
47) Sulla scia del  catalogo esiodeo (Theogonia 75 seguenti), le Muse qui
citate hanno nomi parlanti Tersicore  'colei che gioisce dei cori', Erato 
connessa con Eros, Calliope  'dalla bella voce', Urania 'la celeste'.
48) Omero, Iliade libro 2, verso 361.
49) Per Spartano qui si intende semplicemente una persona che dice la verit in
modo franco e lapidario.
50) I "figli" di Fedro sono i discorsi che ha indotto gli altri a fare.
51) Nestore, il pi vecchio dei guerrieri greci a Ilio, era famoso per la sua
eloquenza persuasiva. Abile, e soprattutto astuto parlatore era notoriamente
Odisseo. Anche Palamede, l'eroe che smascher un tentativo di Odisseo di non
partecipare alla guerra di Troia, era fornito di capacit oratorie.
52) Gorgia di Lentini, nato tra il 485 e il 480 a.C. e morto vecchissimo
dopo il 380 a.C., fu uno dei principali esponenti della sofistica; a lui 
dedicato l'omonimo dialogo di Platone. Delle sue numerose opere restano pochi
ma significativi frammenti. Il sofista Trasimaco di Calcedonia, vissuto
nel quinto secolo a.C.,  uno dei personaggi della Repubblica, dove difende
in modo combattivo la sua idea della giustizia come diritto del pi forte.
Teodoro di Bisanzio, attivo nella seconda met del quinto secolo a.C.,
scrisse un trattato di retorica.
53) Allusione ironica a Zenone di Elea (quinto secolo a.C.) e ai paradossi
con i quali cercava di confutare dialetticamente i concetti di molteplicit
e movimento; famosi sono i paradossi della freccia e di Achille e la
tartaruga.
54) Mida era il leggendario re della Frigia che per avidit di ricchezze
chiese e ottenne da Dioniso di poter trasformare in oro tutto ci che
toccava; ma poich anche tutto ci che voleva mangiare o bere diventava oro,
preg il dio di liberarlo da questo dono funesto. L'epigramma citato 
attribuito a Cleobulo di Lindo, uno dei sette saggi.
55) Poeta e sofista contemporaneo di Socrate.
56) Tisia fu maestro di Gorgia e iniziatore, assieme a Corace, della scuola
retorica siciliana.
57) Prodico di Ceo, uno dei pi importanti esponenti della sofistica,
discepolo di Protagora e maestro di Socrate.
58) Ippia di Elide, il celebre sofista da cui prendono il titolo due dialoghi
di Platone.
59) Polo di Agrigento e Licimnio di Chio furono discepoli di Gorgia; il primo
 uno dei protagonisti del Gorgia di Platone. Nel passo si allude
probabilmente a opere di retorica dei due sofisti, come poco sotto a
proposito di Protagora.
60) Protagora di Abdera, protagonista dell'omonimo dialogo Platonico, visse
ad Atene nell'et periclea. Considerato il principale esponente della
sofistica,  ricordato soprattutto per il suo agnosticismo religioso,
che gli valse una condanna per empiet, e il suo relativismo, sintetizzato
nella massima l'uomo  misura di tutte le cose. Nulla ci rimane delle sue
numerose opere.
61) Adrasto, il re di Argo che guid la spedizione dei sette contro Tebe, 
rappresentato da Eschilo nelle Supplici come abile oratore; l'epiteto
voce di miele gli  gi riferito da Tirteo (frammento 9,8 Gentili-Prato).
Adrasto  qui usato come eteronimo di un personaggio contemporaneo, forse
un sofista. Anche Pericle, lo statista ateniese del quinto secolo che
radicalizz il processo democratico della polis portandola al massimo
splendore,  qui ricordato, con un tocco d'ironia, per le sue capacit
oratorie.
62) Anassagora di Clazomene (quinto secolo a.C.) visse per molti anni ad
Atene, dove ebbe come discepoli Pericle e lo stesso Socrate. Punto cardinale
del suo pensiero  l'esistenza di un principio razionale che d ordine al
mondo, da lui chiamato "nous" ('intelletto').
63) Ippocrate di Cos, vissuto tra il quinto e il quarto secolo a.C., fu il
fondatore della medicina antica; l'epiteto di Asclepiade deriva da Asclepio,
dio della medicina. Di lui e dei suoi discepoli resta un considerevole numero
di scritti riuniti nel cosiddetto corpus Hippocraticum.
64) Citt sul delta del Nilo, sede di un emporio commerciale greco.
65) Theuth o Thoth era il dio egizio dell'invenzione, che i Greci
identificavano con Ermes; rappresentato con la testa di ibis, era scriba nel
tribunale dei morti. Con questo mito Platone assegna alla scrittura un
valore puramente "ipomnematico", ovvero la considera un mero supporto alla
memoria, e non veicolo di sapienza; la trasmissione del vero sapere resta per
lui affidata all'oralit dialettica.
66) La regione superiore  l'alto corso del Nilo. Thamus, leggendario re
dell'Egitto, viene considerato un eteronimo dello stesso Ammone, una delle
principali divinit egizie, venerata da una potente casta sacerdotale e
identificata dai Greci con Zeus; poco sotto infatti, la risposta da lui data
a Theuth  chiamata vaticinio di Ammone.
67) I giardini di Adone erano recipienti in cui d'estate si piantavano semi
che nascevano entro otto giorni e subito morivano; il rito simboleggiava la
morte prematura di Adone, il bellissimo giovane amato da Afrodite. Allo
stesso modo i giardini di scrittura, ovvero i discorsi scritti, devono
essere intesi come una forma di gioco, poich i veri discorsi latori di
verit sono affidati alla dimensione orale.
68) Citazione poetica di autore ignoto.
69) Il retore Isocrate (436-338 a.C.) fond ad Atene una scuola in
competizione con l'Accademia platonica; di lui restano 21 orazioni.
Isocrate era fautore di un'alleanza di tutte le citt greche sotto la guida
di Filippo di Macedonia, in vista di una spedizione contro i Persiani.
70) Pan, figlio di Ermes, era la principale divinit agreste del pantheon
greco, venerata soprattutto in Arcadia; presiedeva alla pastorizia e per
questo era rappresentato con sembianze caprine. Pan compare gi
come protettore del luogo assieme alle Ninfe, e per questo Socrate gli
rivolge la preghiera conclusiva. Oro  da intendersi in senso metaforico
come ricchezza della sapienza.

