Simposio
Premessa di Gino Giardini
Come il Fedone anche il Simposio raggiunge uno dei vertici pi elevati
dell'arte narrativa di Platone, ma segna anche un punto di approdo
nell'impostazione, che va facendosi via via pi sicura, del mondo delle idee,
che, sempre sul tema dell'amore, raggiunger pieno sviluppo nel Fedro.
Nel Simposio l'audacia delle situazioni narrative di Platone tocca il punto
pi alto. La vittoria lenaica del poeta Agatone e il banchetto in suo onore
anno datati al 416. Ma l'opera di Platone figura come il racconto, posteriore
di parecchi anni, di un Apollodoro che non ha preso parte al simposio e che
si fonda sul racconto di un Aristodemo. Questo forte spostamento a ritroso
trasporta la narrazione, che pure ha grande forza di evidenza, in una sfera
ideale e in quella distanza temporale che  necessaria alla grande poesia
(A. Lesky, Storia della letteratura graca, Milano, 1962). In realt il
lavoro, pure inserito nel clima del vago, che proprio la distanza temporale
gli conferisce,  sempre, come i migliori dialoghi di Platone, una sorta di
resoconto di un dialogo colto dal vivo, tanta  la freschezza e la
spontaneit che ne emergono. Che anzi, talvolta possono anche nuocere alla
resa artistica del narrare gli intercalari o nessi quali disse, raccont,
aggiunse che pur sostengono, inframettendosi, l'esposizione. N ormai 
pi da considerare questo amore come il sentimento che lega un uomo ad
un altro uomo (...) triste avanzo dell'amore omosessuale, retaggio della
vita primitiva dei Dori (...) l'apparente incongruenza si spiega, quando si
rifletta che in tutti gli aspetti di Eros celebrato dal filosofo 
indispensabile una parit assoluta di opinione e di diritti nella vita
sociale e politica fra quello che ama e quello che viene amato, laddove
nessun diritto di tale natura era concesso alla donna ateniese
(A. Colonna, La letteratura Greca, Torino, 1962).
Il dialogo dunque si presenta come una sorta di grande "agone oratorio" fra
i vari illustri personaggi convenuti in casa di Agatone al banchetto in suo
onore: e il medico Erissimaco, raccogliendo le riserve e il corruccio di
Fedro, perch nessun poeta mai ha cantato estesamente di Amore, propone come
tema di tesserne l'elogio. Prima di lui Pausania, un altro convenuto, ha
invitato alla moderazione nel bere.
Esordisce Fedro affermando che Amore  il pi antico fra tutti gli di ad
essere onorato, come attestano Esiodo ed Acusilao che, all'origine del mondo,
pongono il Caos e la Terra e quindi Amore. E Parmenide sostiene che la
Giustizia per primo, fra tutti gli di, si prese cura di Amore.  Amore a
spingere amante e amato a gareggiare in coraggio, valore, nobilt d'animo:
gli eserciti, se costituiti da tutti amanti e amati, sono imbattibili:
Alcesti, in amore, super i genitori di Admeto, suo sposo, tanto da farli
apparire estranei alla sua vicenda. E gli di onorarono Achille per la sua
scelta della morte in aiuto e a vendetta di Patroclo, suo amante, riservando
a lui l'isola dei beati. Per Pausania, che interviene come secondo, Amore
non  soltanto uno: come esiste una Afrodite "oupana" ('celeste'), senza
genitori, e una Afrodite "pandema" ('comune', 'volgare') figlia di Zeus e
Dione, cos esiste anche un Amore "uranio" che si accompagna ad Afrodite
"urania", e un Amore "pandemio", volto pi che altro ad amare i corpi e non
le anime: l'Amore "uranio" invece trascende quello corporale e si fa guida
verso un elevato sentire. Chi  oggetto dunque di questo amore  indotto a
contraccambiarlo perch  bello in tutti i modi mostrarsi compiacenti a
causa della virt. Come terzo, in sostituzione di Aristofane che  colto
dal singhiozzo, parla il medico Erissimaco, il quale si dice d'accordo sulle
due specie di Amore, individuate da Pausania. Amore comunque, nel
suo realizzarsi, deve essere un qualcosa di armonico e d equilibrato
in ogni sua azione: infatti la soverchieria, il disordine insiti
in ogni forma di attrazione, non possono riuscire a buon fine, ma
determinano contagi, malattie, guasti e distruzione.
Rimessosi dal singhiozzo per aver seguito i suggerimenti di Erissimaco
interviene come quarto Aristofane: per lui, all'origine del
mondo, tre erano i generi della stirpe umana: quello maschile, quello
femminile e l'androgino che partecipa del maschio e della femmina.
La forma di ogni essere umano era circolare: quattro mani,
quattro gambe, due volti su una testa sola, quattro orecchie, due organi
genitali e tutto il resto come pu immaginarsi da tutto questo.
Zeus  indotto a tagliare a met questi esseri per la loro tracotanza
al fine di renderli pi deboli. Ma da questa divisione in parti nasce
negli umani il desiderio della primitiva congiunzione, tanto che le
parti, una volta strette di nuovo nell'amplesso, muoiono di fame
e di torpore per non volersi pi separare. Amore dunque diviene
inappagabile aspirazione all'intero.
Dopo il fantasioso ma pur significativo mito di Aristofane, parla
come quinto l'ospite Agatone: egli si incarica di dire qual  e di
quali beni artefice  Amore. Egli non fa ingiustizia n la subisce,
perch giustizia, morigeratezza, potenza, e sapienza sono
le virt che lo contraddistinguono. Agatone compone anche versi in
onore di Amore e conclude il suo dire tessendone un poeticissimo elogio.
Socrate, che interviene sesto, sulle prime tenta di schernirsi per la
sua incapacit a dire: lo sostiene comunque la convinzione che su
ogni cosa basta dire la verit, quindi, anche su Amore egli far lo
stesso, scegliendo ed ordinando nel modo migliore le cose pi belle.
In sostanza Amore  amore di alcune cose... , in particolare di
quelle di cui si avverte la mancanza. A questo punto sul discorso
di Socrate si innesta quello di Diotima, la donna di Mantinea, maestra
a Socrate della concezione di Amore. Secondo essa Amore non  bello
(...) e non  neanche buono, ma un qualcosa di mezzo tra bello e brutto,
tra buono e cattivo, tra mortale e immortale, un gran demone insomma.
Fu concepito da Penia ('Povert') che si congiunse con Poro ('Abbondanza')
alla festa del genetliaco di Afrodite: ne  venuto quindi un essere
intermedio tra il divino e l'umano che, assieme alle qualit positive,
assomma in s anche quelle negative. Socrate, come apprende da Diotima,
su Amore era caduto nello stesso equivoco nel quale cadono tutti o quasi gli
uomini che di Amore credono solo al lato pi bello. Tutto questo
deriva dal fatto che Amore viene identificato con l'amato e non con
l'amante: il primo  bello, delicato, compiuto, il secondo invece 
quale appare nella descrizione che Diotima ne viene facendo. Ma
qual  la molla che spinge l'amante verso l'amato? L'attrazione
della bellezza pu esserne uno stadio, ma non se  fine a se stessa: 
il desiderio di gloria, di onore, di immortalit che deve congiungere
chi ama a chi  amato, anche a costo della propria vita. Cos tra gli
uomini chi  fertile nel corpo  attratto dalla donna e cerca la felicit
nella discendenza della prole e nella propria continuit, chi
invece  fertile nell'animo cerca un anima bella a cui unire la propria
e pu creare con questa una comunanza pi profonda di quella che
si pu avere con i figli. Su questo piano chi ama riuscir a capire che
tutto il bello che riguarda il corpo  cosa ben da poco.
Volgendosi dunque all'immenso mare del bello e prendendone
ammirazione giunger a una conoscenza che non trae in inganno
e non pu mutare: gli sar dato di vedere la bellezza per quello
in cui si lascia vedere (...) perch non  una parvenza che egli
tocca ma la vera virt, perch  il vero che egli tocca; e generando
vera virt e nutrendola, potr accadergli di essere caro agli di e, se
mai ad altro uomo, potr toccare a lui di essere immortale. Con
queste parole si chiude il discorso di Socrate che  quello di
Diotima, quando, ubriaco, irrompe nella sala dei banchetto
Alcibiade e, dopo una breve schermaglia con Socrate, ne tesse il pi
splendido elogio. Pur senza avere udito le considerazioni di
Socrate, Alcibiade viene a darne la pi viva e diretta dimostrazione:
Socrate gli  stato maestro, amico, gli ha salvato la vita in battaglia,
gli ha fatto attribuire dagli strateghi, in guerra, quei riconoscimenti
che avrebbe ben meritato per s. Socrate gli ha resistito quando egli
gli ha fatto insistentemente dono della sua bellezza: perch non a
questo egli mirava. Era attratto invece dalla bellezza in s, genuina,
pura, non mescolata, non incorporata di carni umane, n di
colori, n di ogni altr vacuit mortale. Era attratto a contemplare
invece la bellezza divina nel suo unico aspetto. Si pu comprendere
anche di qui come l'essenza e la finalit dell'Amore, gi impostate
in questo dialogo, trovino nel Fedro, sulla scorta della concezione
del mondo delle idee, divenuta ormai pi chiara e articolata,
una soluzione pi profonda e completa.
GINO GIARDINI
