FILEBO
Premessa di Enrico Pegone
All'interno della discussa cronologia degli scritti platonici, il
Filebo viene generalmente collocato fra le opere della vecchiaia che
furono scritte con buona probabilit dopo il suo secondo viaggio
in Sicilia (366-365 a.C.). A conferma di questa tesi si pu citare, dal
punto di vista contenutistico, la ripresa delle teorie pitagoriche sul
numero cui si fa cenno nella prima parte del dialogo, e che sarebbero
la chiara testimonianza delle suggestioni esercitate sul filosofo
dalle comunit pitagoriche dell'Italia meridionale con le quali
venne a contatto nel corso del suo primo viaggio in Italia (387 a.C.);
mentre, dal punto di vista dello stile, si potr osservare l'uso
frequente, nel corso del dialogo, di locuzioni avverbiali di vario
genere, criterio, quest'ultimo, che spesso si  adottato per stabilire la
posteriorit di uno scritto platonico rispetto ad un altro.
Il Filebo si presenta dunque come una lunga indagine mirata alla
ricerca e alla definizione del vero Bene per gli esseri viventi: e
questo vero Bene, come pi volte ripete il Socrate protagonista del
dialogo, non riguarda soltanto una determinata condizione dell'anima,
ma la stessa condotta della vita umana. L'indagine si snoda
attraverso un attento esame delle realt che in misura diversa concorrono
a determinare l'esistenza del Bene: l'intelligenza, la scienza,
la mente, ma soprattutto il piacere.
Il dialogo si apre proprio con la riflessione sul piacere: Protarco,
difendendo le tesi di Filebo, sostiene che il vero Bene consiste nel
piacere, mentre Socrate  convinto che l'attivit dell'intelligenza,
della mente, e altre cose affini, come l'opinione giusta e i veritieri
ragionamenti siano migliori e preferibili al piacere.
Ora, che cosa si intende quando si parla di piacere e di intelligenza?
Socrate riconosce quanto sia difficile giungere a una definizione
di queste realt, che, pur appartenendo ciascuna a un proprio
unico genere, si manifestano sotto molteplici aspetti, dissimili e
talvolta opposti fra loro.
Le considerazioni iniziali sulla commistione di unit e molteplicit
all'interno di tutte le cose dotate di esistenza inducono Socrate
a una necessaria digressione metodologica: dopo aver colto l'essenza
delle cose, non ci si pu rivolgere direttamente alla natura dell'infinito
che  contenuto in esse ma neppure alla natura del finito.
Occorre invece procedere per gradi dall'unit alla molteplicit,
attraverso successive divisioni e intervalli numerici (ed ecco la
ripresa delle teorie pitagoriche di cui si diceva all'inizio), perch
soltanto un'analisi di questo tipo - in cui il numero riconduce la
molteplicit a un insieme ordinato - ci permette di spiegare adeguatamente
la coesistenza di unit e di molteplicit.
Ma come si inserisce questa digressione nel dibattito in corso? Per
Socrate non ci sono dubbi: anche il Bene, come le altre realt dotate
di esistenza,  il risultato di una commistione di piacere, da un lato,
e di scienza e di intelligenza dall'altro.
Una prima difficolt  stata risolta: nessuna di queste due realt,
presa singolarmente, pu considerarsi il vero Bene, in quanto una
vita piacevole privata dell'intelligenza non consentirebbe di avere
neppure coscienza del godimento, mentre una vita dotata di sola
intelligenza sarebbe pi affine all'esistenza degli di piuttosto che a
quella degli uomini. Cos alla vita "mescolata" di piacere e di
intelligenza spetter il premio della vittoria, il secondo posto andr
alla scienza, mentre il piacere scivoler molto pi in basso del terzo
posto. Si possono ora distinguere in quattro generi tutte le realt
dotate di esistenza: il genere dell'infinito (che ammette le determinazioni
"pi" e "meno ", suscettibili, appunto, di essere aumentate o
diminuite all'infinito), il genere del finito (che ammette le determinazioni
opposte, come "uguale" e "doppio" e, naturalmente, la misura e il numero),
il genere misto di finito e infinito, e infine il genere della causa,
la quale, come  responsabile della generazione delle cose che sono
fornite di essere, cos  anche la responsabile di tale mescolanza.
In base a questa classificazione il piacere appartiene al genere
dell'infinito, mentre la mente a quello della causa.
Ma non  sufficiente stabilire che il piacere partecipa, insieme
all'intelligenza, della natura del vero Bene, bens occorre anche
vedere quali sono i piaceri che vi partecipano. La lunga e dettagliata
analisi dei piaceri prende le mosse dai piaceri e dai dolori dell'anima,
che si distinguono per la loro purezza da quelli corporali e
che altro non sono che un'attesa - dolce o dolorosa - delle gioie e
dei dolori futuri. Essi possono essere dei falsi e dei veri piaceri, e, a
questo riguardo, Socrate pu stabilire una corrispondenza con le
vere e le false opinioni. Ma gli esempi di falsi piaceri (e di falsi
dolori) dell'anima sono numerosi e Socrate ne enumera alcuni: un
caso riguarda l'intensit del piacere, per cui alcuni piaceri sembrano
pi intensi di quanto in realt non lo siano; un altro caso  rappresentato
da quelli che pensano che il piacere consista nell'assenza di dolore.
Socrate confuta tutte queste tesi: i piaceri pi veri dell'anima
sono quelli pi intensi e sono preceduti da intensi desideri,
ed essi si osservano quindi con maggiore evidenza nel corso di
gravi malattie. Dopo i piaceri dell'anima si passa a trattare i piaceri
e i dolori "misti" e si esaminano le diverse combinazioni possibili: i
piaceri del corpo si possono infatti mescolare con i dolori del
corpo, e i piaceri e i dolori dell'anima si possono mescolare con i
dolori e i piaceri del corpo, o, ancora, i piaceri dell'anima si possono
mescolare con i dolori dell'anima. A questo punto Socrate pu
finalmente inserire nella trattazione, il concetto di piacere puro,
ovvero di quei piaceri che non sono mescolati come gli altri al
doloroso bisogno, cio alla necessit di essere soddisfatti: fra
questi piaceri intellettuali rientrano i piaceri della conoscenza e
quelli estetici che derivano dalla contemplazione delle figure geometriche
perfette, dei bei colori, dei bei suoni, e via dicendo. E tuttavia
il piacere, come si  detto, non  da solo il vero Bene: il Bene
corrisponde all'essere, alla sostanza, mentre il piacere si identifica
con il generarsi, e, come sappiamo, il generarsi  in funzione
dell'essere e non viceversa.
Come i piaceri puri si distinguono da quelli misti, cos tra le scienze
si pu operare una prima distinzione fra "arti" meno dotate di
precisione come la musica o l'auletica che si basano sulla congettura,
e quelle dotate di pi precisione e che dispongono anche di strumenti
per misurare, come l'arte di costruire le case o le navi; per
arrivare ad una successiva distinzione fra arti pure, come l'arte del
calcolo puro che adoperano i filosofi, e quelle meno pure, come
l'arte del calcolo, applicato, per esempio, all'attivit del commercio.
Superiore a tutte le scienze  comunque la dialettica, ovvero quella
pi alta forma di conoscenza intorno a ci che rimane sempre
identico a se stesso.
Una volta condotta l'indagine sugli elementi costitutivi della
mescolanza, occorre stabilire in base a quale criterio essi si fondono
dando cos vita al sommo Bene. Non soltanto allora rientreranno
in questa commistione le scienze e i piaceri puri, ma anche
scienze applicate come la musica, la medicina, e via dicendo, perch,
se si conoscesse soltanto l'idea divina della sfera e del regolo, e
non la sfera e il regolo che appartengono alla nostra esperienza
umana e che si adoperano nelle costruzioni delle case, e se in generale
ci si limitasse alla conoscenza delle scienze pure, ci troveremmo
in una situazione ridicola e non riusciremmo neppure pi a
trovare la via di casa.
Ormai Socrate e Protarco si trovano davanti alla porte della casa
del Bene: il criterio in base al quale si attua la mescolanza che porta
al sommo Bene  la proporzione, la giusta misura, che insieme alla
bellezza e alla verit  dunque il tratto distintivo del vero Bene. Ma
bellezza, proporzione e verit sono anche i parametri che servono
a stabilire una scala di valori rappresentati nel Bene e che vengono
espressi schematicamente negli ultimi paragrafi del dialogo: il
primo posto spetta allora alla giusta misura in base alla quale sono
mescolati gli elementi costitutivi del Bene, il secondo posto  riservato
a ci che contiene la perfezione e deriva da questa proporzione,
il terzo alla mente e all'intelligenza (che come si  visto sono
causa di questa mescolanza), il quarto alle scienze pure e alle
corrette opinioni, il quinto ai piaceri puri. Giunto alla sesta sentenza
Socrate vorrebbe riprendere per la terza volta la discussione per
portarla compiutamente a termine e potersene cos tornare a casa.
C' spazio per un rapido riepilogo in cui Socrate sembra fare una
piccola concessione ai suoi amici: anche il piacere che viene inseguito
dalla maggior parte degli animali irragionevoli potrebbe
essere in qualche maniera utile al nostro vivere.
Filebo e Protarco sono d'accordo, anche se questi punti potrebbero
essere ulteriormente perfezionati. Ma qui il dialogo si chiude.
Enrico Pegone.