FILEBO.
di Platone.
Traduzione di Enrico Pegone.
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI.
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine del testo).
SOCRATE: Considera, Protarco,(1) quale discorso stai per ricevere
adesso da Filebo e con quale nostro discorso dovrai contendere,
qualora le parole dette non rispecchiassero il tuo pensiero.
Vuoi che li riassumiamo per sommi capi tutti e due?
PROTARCO: S, certamente.
SOCRATE: Dunque Filebo afferma che per tutti i viventi il bene consiste
nel godimento, nel piacere, nella volutt, e in tutto ci che
rientra in questo genere di cose. La ragione della nostra controversia
consiste allora nel fatto che non queste realt, ma che l'attivit
dell'intelligenza, della mente, e della memoria, e altre cose
affini, come l'opinione giusta e i veritieri ragionamenti, siano
migliori e preferibili al piacere per tutti quanti hanno la possibilit
di prenderne parte: ed  proprio questa possibilit che
rappresenta per tutti quelli che stanno vivendo o vivranno il
vantaggio senz'altro pi significativo. Non  dunque in questi termini
che noi discutiamo, Filebo, uno da una parte e l'altro dall'altra?
FILEBO: Certamente, Socrate.
SOCRATE: E tu, Protarco, accetti questo discorso che ti  stato appena
consegnato?
PROTARCO: Non posso farne a meno: infatti il nostro bel Filebo vi
ha rinunciato.
SOCRATE: Ma non si deve ad ogni costo arrivare alla verit riguardo
a tali questioni?
PROTARCO: S,  necessario.
SOCRATE: Coraggio, mettiamoci inoltre d'accordo su questo punto.
PROTARCO: Quale punto?
SOCRATE: Sul fatto che adesso ognuno di noi due cercher di mettere
in luce un certo stato e una certa disposizione dell'anima che
sia in grado di rendere felice la vita a tutti gli uomini. Non  cos?
PROTARCO: S,  cos.
SOCRATE: E voi non sostenete che questa disposizione risieda nel godere,
mentre noi nell'attivit dell'intelligenza?
PROTARCO: S, le cose stanno cos.
SOCRATE: E che dire se un'altra, migliore di queste, si manifestasse?
E se risultasse pi affine al piacere, non dovremmo entrambi
ritenerci vinti da un tipo di vita che  stabilmente organizzata
in base a quel criterio? E la vita del piacere non supererebbe
quella dell'intelligenza?
PROTARCO: S.
SOCRATE: Se invece fosse affine all'intelligenza, l'intelligenza vincerebbe
il piacere, e questo sarebbe vinto? Siete d'accordo, o no?
PROTARCO: Mi sembra di s.
SOCRATE: E tu, Filebo, che dici?
FILEBO: Per quanto mi riguarda sono e sar sempre dell'avviso che
il piacere vince sempre in ogni caso: e sarai tu stesso, Protarco, a
riconoscerlo.
PROTARCO: Ora che hai rimesso nelle nostre mani la discussione, Filebo,
non sei pi padrone di consentire o meno con Socrate.
FILEBO: Quello che dici  vero. Ma mi voglio discolpare e ora invoco come
testimone la dea stessa.
PROTARCO: E noi possiamo essere tuoi testimoni di ci, ossia che
stavano proprio in questi termini i concetti che stai esprimendo.
Ma sulle questioni che verranno dopo queste, Socrate, che Filebo
sia d'accordo o no, noi tenteremo di portarle ad una conclusione.
SOCRATE: S, bisogna provare partendo proprio da quella divinit
che costui afferma che venga chiamata Afrodite,(2) mentre il suo
nome pi appropriato sarebbe Piacere.
PROTARCO: Verissimo.
SOCRATE: Il timore che nutro nei confronti dei nomi degli di,
Protarco, non  umanamente intuibile, ma va al di l di ogni comprensibile
paura. E ora la nomino con quell'appellativo che le 
caro, ovvero con il nome di Afrodite: quanto al piacere, so che
esso si manifesta sotto svariate forme, e, come dicevo, da esso noi
dobbiamo muoverci per riflettere e considerare sulla sua natura.
Si tratta infatti di un'unica realt, se si ascolta semplicemente il
nome, ma in realt assume svariate forme e in un certo senso differenti
le une dalle altre. Fa' attenzione: diciamo solitamente che
gode l'uomo intemperante, ma che gode anche chi  temperante,
proprio grazie al suo essere temperante. Ed ancora: gode
lo sciocco sazio delle sue sciocche opinioni e delle sue sciocche
speranze, ma gode anche chi  intelligente, proprio grazie all'esercizio
della sua intelligenza. E allora chi dicesse che gli uni e gli
altri di questi piaceri sono fra loro simili, non farebbe a buon
diritto la figura di uno che non ha compreso nulla?
PROTARCO: Essi infatti derivano da opposte circostanze, Socrate,
ma non sono in se stessi opposti fra loro. Come il piacere non
potrebbe essere fra tutte le cose pi simile al piacere, cio
identico a se stesso?
SOCRATE: E il colore, mio caro, al colore: secondo questo criterio il
colore sar indifferentemente un tutt'uno, eppure tutti sappiamo
quale differenza passi tra nero e bianco e quanto siano al massimo
grado opposti. E cos una figura rispetto alla figura: secondo
la specie si classifica come un tutt'uno, ma per quanto riguarda il
rapporto tra le sue parti, alcune risultano opposte al massimo grado
le une alle altre, altre contengono innumerevoli differenze, e via cos.
Sicch non credere a questo discorso per cui tutto ci che
 opposto al massimo grado pu essere ricondotto all'unit.
Temo che troveremo alcuni piaceri opposti ad altri.
PROTARCO: Pu darsi. Ma come potr questa asserzione indebolire
il mio discorso?
SOCRATE: Il fatto  che tu chiami queste realt che sono eterogenee
con diverso nome da come si dovrebbero chiamare, potremmo
dire: ad esempio dici che sono buone tutte le cose piacevoli. Ora
nessun discorso mette in dubbio che siano piacevoli le cose piacevoli:
bench di queste la maggior parte siano malvagie e
alcune poche buone, come diciamo, tuttavia tu le chiami tutte
quante buone, e soltanto se ti si costringesse con il ragionamento
ammetteresti che sono dissimili. Cos' questa identica propriet
che si trova ugualmente nelle cose malvagie e in quelle buone e
che ti consente di affermare che tutti i piaceri sono un bene?
PROTARCO: Come dici, Socrate? Credi che si potr essere d'accordo
con te, una volta stabilito che il piacere  il bene, e tollerare che
tu dica che alcuni piaceri sono buoni e altri malvagi?
SOCRATE: Almeno ammetterai che alcuni sono dissimili e addirittura opposti
fra loro.
PROTARCO: Ma non in quanto piaceri.
SOCRATE: Siamo di nuovo condotti allo stesso discorso, Protarco: non
diremo che c' differenza tra piacere e piacere, ma che sono tutti
simili, e gli esempi che abbiamo appena formulato non ci condizionano
affatto, ci lasceremo persuadere e parleremo come le persone pi
sciocche fra tutte e nello stesso tempo le pi sprovvedute nel fare discorsi.
PROTARCO: Come parli?
SOCRATE: Dico che, imitandoti e difendendo le tue posizioni, qualora abbia
il coraggio di affermare che ci che  pi dissimile  fra tutte le cose
ci che  pi simile a quel che  pi dissimile, riuscir ad affermare
gli identici concetti che sostieni tu, e noi sembreremo pi sprovveduti
del lecito, e il nostro ragionamento andr a incagliarsi. Ricominciamolo
di nuovo, e pu darsi che tornando al punto di partenza potremmo forse
trovare un accordo.
PROTARCO: E come? Dillo.
SOCRATE: Supponi che io al contrario venga interrogato da te, Protarco.
PROTARCO: Su che cosa?
SOCRATE: Sull'intelligenza, e sulla scienza, e sul pensiero, e su tutto
quanto in principio considerai e chiamai con il nome di beni. Se
venissi interrogato sul perch essi sono un bene, non subiranno
questo stesso destino che sub il tuo discorso?
PROTARCO: Come?
SOCRATE: Tutte le scienze insieme sembreranno essere molte, ma
alcune di esse sono dissimili l'una dall'altra: quando ve ne fossero
anche di opposte, sarei degno di discorrere adesso, se,
proprio per timore di ci, affermassi che non esiste alcuna scienza
dissimile ad un'altra? E dopo il nostro discorso non finirebbe
per andare in rovina, come un mito, mentre noi cerchiamo di
scamparla con un bel silenzio?
PROTARCO: Ma tutto ci non deve accadere, tranne di essere salvati.
Mi fa piacere ci che vi  di uguale nel tuo e nel mio discorso: vi
siano pure molti e dissimili piaceri, molte e differenti scienze.
SOCRATE: Non nascondiamoci la differenza che passa tra la
mia e la tua concezione del bene, anzi, troviamo il coraggio di
metterla in pubblico: chiss che messe in qualche modo alla
prova non siano in grado di indicarci se si deve affermare che il
piacere  il bene, o l'intelligenza, oppure un'altra cosa ancora.
Ora non ci importa di gareggiare su la questione che ho posto
per vedere se vincer la mia o la tua tesi, ma dobbiamo noi due
allearci alla pi pura verit.
PROTARCO: S, dobbiamo.
SOCRATE: Rendiamo questo discorso ancora pi saldo mediante alcune
asserzioni di fondo.
PROTARCO: Quale discorso?
SOCRATE: Quello che procura a tutti gli uomini dei fastidi, ad alcuni
per loro esplicita volont e ad altri, qualche volta, loro malgrado.
PROTARCO: Parla pi chiaramente.
SOCRATE: Parlo del discorso in cui proprio adesso ci siamo imbattuti
e che  per sua natura singolare. Affermare che la molteplicit
 unit e che l'unit  molteplicit  davvero singolare, ed  facile
entrare in disaccordo con chi stabilisce una o l'altra.
PROTARCO: Dici come se si affermasse che io, Protarco, che per
natura sono uno, sono anche molti, e che a loro volta questi
molti io sono opposti fra loro, volendo considerare il grande e il
piccolo, il pesante e il leggero, e molte altre propriet ancora.
SOCRATE: Tu, Protarco, hai indicato quanto  noto tra le stravaganze di
questo ragionamento intorno all'uno e ai molti, e siamo
tutti d'accordo, mi sembra, che non ci si deve occupare di simili
ragionamenti, e che si tratta di giochi da ragazzi, esercizi vani, e
che costituiscono, quando si decida di assumerli, un grave ostacolo
al ragionamento. E neppure questo atteggiamento bisogna
prendere in esame, qualora, determinando con il ragionamento le membra
e nel contempo le parti di ciascuno, e accordandosi sul fatto che
tutto ci corrisponde a quell'unit, ci si rimproveri di aver rasentato
il ridicolo, dal momento che si affermano delle mostruosit sostenendo
che l'unit coincide con la molteplicit e con l'infinito, e
la molteplicit con l'unit.
PROTARCO: E tu, Socrate, quali altre affermazioni fai sulle quali non
ci sia ancora un accordo e che riguardino questo stesso discorso?
SOCRATE: Mi riferisco al caso, figliolo, in  cui si ponga l'unit
non tra le cose che nascono e muoiono, come abbiamo detto prima.
A questo proposito, quando si parli di una unit concepita
in modo simile, come abbiamo detto adesso, si  d'accordo che
non ci sia bisogno di confutare. Ma qualora si cerchi di considerare
come uno un uomo, uno un bue, e uno il bello, e uno il buono, allora
intorno a queste unit, e ad altre simili, il difficile tentativo di
suddividere diventa una controversia.
PROTARCO: E come?
SOCRATE: Per prima cosa si deve accettare il principio secondo
il quale alcune di queste unit esistano veramente. In seguito
si deve esaminare come queste unit, ammettendo che per ciascuna
si tratta di un'unica entit sempre uguale a se stessa e che
non accoglie in s n nascita n corruzione, possa tuttavia mantenersi
saldamente come una unit. Dopo di ci si deve considerarla sia
divisa nelle cose che sono generate e infinite, divenendo
molteplice, sia nella sua interezza e separata da se stessa, cosa
che fra tutte sembrerebbe la pi impossibile, ovvero che sia una e
identica nell'uno e nei molti contemporaneamente. Questa mancanza di
accordo intorno a tale specie di unit e di molteplicit e non
intorno a quell'altra, o Protarco,  causa di ogni difficolt,
mentre se ci si intendesse bene, tutto sarebbe pi agevole.
PROTARCO: Dunque, bisogna che noi, Socrate, adesso ci occupiamo innanzitutto
di questo punto?
SOCRATE: Direi di fare cos.
PROTARCO: Supponi allora che tutti quanti noi conveniamo con te
riguardo a questo ragionamento: quanto a Filebo, la cosa pi prudente
sarebbe che tu non lo agiti mentre se ne sta tranquillo, interrogandolo
in questa circostanza.
SOCRATE: E sia. Da dove dunque comincer questa battaglia lunga e varia
sulle cose che ci dividono? Da questo punto?
PROTARCO: Da quale punto?
SOCRATE: Diciamo che l'identit tra unit e molteplicit, riconosciuta
dai nostri discorsi, ritorna ovunque, in ciascuna delle affermazioni
che da sempre vengono pronunciate, sia anticamente, sia
ora. E questo non ha mai cessato, n comincia ora, ma, per quel
che mi sembra, si tratta di una propriet dei nostri stessi discorsi,
immortale e imperitura: e ogni volta che il giovane per la prima
volta lo gusta, rallegrandosi come se avesse scoperto un tesoro di
saggezza,  inebriato dal piacere e si diverte a muovere
ogni discorso ora volgendolo da una parte e impastandolo in
un'unit, ora tornando di nuovo indietro e dividendolo in parti,
trascinando soprattutto se stesso nella difficolt, in primo luogo,
e in secondo luogo portandosi sempre dietro chi  con lui, pi
giovane o pi vecchio o coetaneo che sia, senza risparmiare n il
padre, n la madre, n alcun altro di quelli che gli prestano ascolto,
e poco ci manca che non risparmi nessun essere vivente
non solo fra gli uomini, dato che non risparmierebbe neppure un
barbaro, se solo potesse trovare da qualche parte un interprete.
PROTARCO: Socrate, non vedi quanti siamo, e che siamo tutti giovani,
e non temi che con l'aiuto anche di Filebo noi ti assaliamo, se
tu eventualmente ci insulti? Pure comprendiamo ci che dici, e
se esiste un modo e un mezzo che consenta a questa nostra confusione
di lasciare pacificamente il discorso, e di trovare una strada
migliore di questa, tu questo fine devi perseguirlo, e noi ti
terremo dietro, per quanto ci  possibile: non  infatti un'impresa
da poco il discorso che stiamo facendo, Socrate.
SOCRATE: No davvero, o figli, come dice di chiamarvi Filebo. In
realt non esiste strada pi bella di quella che io da sempre amo,
e che spesso sfuggendomi, mi ha lasciato solo e senza risorse.
PROTARCO: E qual  questa strada? Non hai che da dirlo.
SOCRATE: Mostrarla non  molto difficile, ma  seguirla che
diviene assai difficile. Tutto quanto  stato scoperto che riguardava
l'arte, emerse sempre grazie a questa strada. Presta attenzione
alla strada di cui parlo.
PROTARCO: Avanti, dillo.
SOCRATE: Un dono degli di agli uomini, cos mi  apparso, da un
punto indefinito del cielo divino venne scagliato, grazie anche a
un certo Prometeo,(3) insieme ad un fuoco luminosissimo. E gli antichi,
che erano migliori di noi e abitavano pi vicino agli di,
tramandarono questa tradizione, per cui le cose che sempre si dice
che siano e che sono costituite dall'uno e dalla molteplicit
contengono in s il seme della finitezza e dell'infinitezza. Dunque
dobbiamo, essendo le cose ordinate sempre in questo modo, cercare
ogni volta di stabilire un'unica idea riguardo a ogni cosa - e infatti
troveremo che essa vi  insita - e quando la si ottenga, dobbiamo
considerare la seconda dopo la prima, se in qualche modo ve ne
sono due, altrimenti tre o un altro numero, e parimenti
ricondurre di nuovo ciascuna di quelle all'unit, finch
ci si renda conto che l'unit originaria non  solo unit,
molteplicit e infinitezza, ma che ha anche una struttura: e non dobbiamo
attribuire l'idea di infinitezza alla moltitudine prima di aver
osservato tutta la sua struttura numerica che sta in mezzo tra
l'infinitezza e l'unit. Allora si pu finalmente permettere che
ciascuna delle unit si divida all'infinito. E dunque gli di, come
dicevo, ci affidarono il compito di esaminare, apprendere, e insegnare
l'uno all'altro. Ma gli uomini saggi del nostro tempo unificano
e moltiplicano cos come viene - molto pi rapidamente o pi
lentamente del necessario -, e dopo l'unit si dirigono
direttamente verso l'infinitezza, ed evitano tutto ci che sta in
mezzo, e per queste ragioni si distingue nei discorsi che facciamo
tra noi quello di stampo dialettico da quello di stampo eristico.
PROTARCO: Alcuni concetti credo di averli appresi, o Socrate, ma
per quanto riguarda altri ho ancora bisogno di ascoltare pi
chiaramente le cose che dici.
SOCRATE: Quello che dico si manifesta con evidenza nelle lettere
dell'alfabeto, e lo puoi comprendere in quelle nozioni che hai
appreso quand'eri bambino.
PROTARCO: E come?
SOCRATE: La voce che mi esce dalla bocca  una, ed  anche infinita
e per cos dire molteplice, la voce di tutti e quella di ognuno.
PROTARCO: E che significa?
SOCRATE: Ci sono due motivi per i quali non siamo per nulla
sapienti, vale a dire perch non conosciamo la sua infinitezza e
neppure la sua unit: ma per quanto riguarda la sua intensit e
qualit, questo lo conoscimo bene perch consente a ciascuno
di noi di poter scrivere le lettere dell'alfabeto.
PROTARCO: Verissimo.
SOCRATE: E lo stesso discorso riguarda anche chi compone musica.
PROTARCO: E come?
SOCRATE: Anche per quel che riguarda quell'arte la voce  una sola.
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: Stabiliamo allora due toni, uno grave e l'altro acuto; mentre
il terzo  un tono medio. Va bene?
PROTARCO:  cos.
SOCRATE: Ma non puoi ancora ritenerti un esperto di musica solo
perch sei in possesso di queste nozioni, e, d'altra parte, se non le
conoscessi saresti assolutamente un inetto in questo campo.
PROTARCO: Non c' dubbio.
SOCRATE: Ma, o amico, dopo che avrai appreso quanti sono, secondo
il numero, e quali sono gli intervalli della voce riguardanti
il tono pi acuto e quello pi grave, e i confini di questi
intervalli, e quanti accordi risultano da essi - gli antichi, dopo
averli studiati li consegnarono a noi, che veniamo dopo di loro, e li
chiamarono "armonie", e osservarono che anche nei movimenti
del corpo umano vi sono altri fenomeni di questo genere che,
misurati per mezzo dei numeri, affermano di dover chiamare "ritmi"
e "metri" e allo stesso tempo comprendere che in questo
modo si deve condurre l'analisi intorno all'uno e ai molti - qualora,
dicevo, tu abbia appreso questi concetti in questa maniera,
allora diventi sapiente, e quando attraverso questo tipo di
analisi conquisterai un'altra delle qualsivoglia unit, allora sarai
diventato consapevole di quel che stai ricercando: ma l'infinit di
ciascuna cosa e la molteplicit di infinito che vi  all'interno di
ciascuna di esse ti rende ogni volta incapace di pensare, e non ti
consente di essere illustre e stimato, quando tu non sia mai stato
in grado di scorgere in nessuna cosa nessun numero.
PROTARCO: Filebo, mi sembra che Socrate abbia appena detto delle
parole bellissime.
FILEBO: S, anch'io ho la stessa impressione. Ma perch mai il discorso
appena fatto si rivolgeva a noi e cosa intendeva dire?
SOCRATE: Proprio questo Filebo ha chiesto direttamente a noi, Protarco.
PROTARCO: Certamente. E dunque rispondigli.
SOCRATE: Lo far dopo aver spiegato ancora un poco queste cose.
Come quando si comprenda un'unit qualsiasi, dicevamo, non si
deve rivolgere direttamente lo sguardo alla natura dell'infinito,
ma ad un intervallo numerico, cos anche al contrario, qualora si
sia costretti ad afferrare per prima cosa l'infinito, non si
deve guardare direttamente all'unit ma esaminare il numero - in
quanto ciascuno contiene una certa molteplicit - e terminare
l'analisi giungendo all'uno dai molti. Ritorniamo di nuovo a
quello che si diceva prima riguardo alle lettere dell'alfabeto.
PROTARCO: E come?
SOCRATE: Dopo che un dio o un uomo divino cap che la voce 
infinita - in Egitto questi fu un certo Teuth,(4) racconta la tradizione,
il quale per primo cap che le vocali, nell'infinitezza della
voce, non sono una ma pi e che ci sono altri elementi che non
appartengono alla voce ma al suono, e che anche queste si
possono quantificare numericamente, allora separ una terza
classe di lettere che noi ora chiamiamo consonanti mute -, dopo
di ci separ le consonanti mute dalle consonanti sino a giungere
all'unit, e allo stesso modo fece con le vocali e quelle di suono
intermedio, finch, conosciuto il loro numero, diede a ciascuna e
a tutte il nome di "lettera": osservando che nessuno di noi neppure
una lettera di per s potrebbe apprendere senza conoscere
tutte le altre, e ragionando su questo legame che permette a ciascuna
di essere una, ma che le unisce tutte insieme, un ad esse
i meccanismi della grammatica dando loro questo nome.
FILEBO: Ancor pi chiaramente di quegli altri concetti ho compreso
questi nelle loro reciproche relazioni, Protarco. Ora rimane per
una piccola questione in sospeso nel discorso, la stessa di prima.
SOCRATE: Vuoi sapere che cosa c'entrino queste cose con il discorso
che stiamo portando avanti?
FILEBO: Certo, questo  quello che cerchiamo di scoprire gi da un
po' di tempo, io e Protarco
SOCRATE: O forse, pur trovandovi gi su quel punto, voi, come dici,
continuate gi da tempo a cercarlo.
FILEBO: E come?
SOCRATE: Non riguardava il nostro discorso fin dall'inizio l'intelligenza
e il piacere, per stabilire quale dei due fosse da preferirsi?
FILEBO: E come no?
SOCRATE: E noi affermiamo che sia l'una che l'altro sono una unit.
FILEBO: Certamente.
SOCRATE: E proprio questo ci domanda il discorso che abbiamo
fatto prima, vale a dire come  possibile che in ciascuno di essi vi sia
l'unit e la molteplicit, e come non sia direttamente infinito, ma come
ciascuno sia dotato di un intervallo numerico prima di diventare infinito?
PROTARCO: Non  domanda di poco conto, Filebo. Non so come abbia fatto
Socrate a menarci tutt'attorno per poi collocarci su di essa.
Vedi chi di noi due pu rispondere alla domanda ora posta.
Forse  ridicolo il fatto che io, che sono completamente subentrato
al tuo posto nel discorso per il fatto che non ero in grado di
rispondere alle domande poste adesso, di rimando ti ordini di
rispondere: ma sarebbe ancora pi ridicolo, credo, il fatto che
nessuno di noi due fosse in grado di rispondere. Vedi un po'
che potremo fare. Mi sembra che adesso Socrate ci interroghi
sulle forme del piacere, se ve ne sono oppure no, e quante e
quali. E cos, secondo gli stessi criteri, riguardo all'intelligenza.
SOCRATE: Quello che dici  verissimo, figlio di Callia. Se non sapessimo
fare questo a proposito dell'unit, del simile, e dell'identico,
e dell'opposto, secondo quanto ci ha indicato il discorso precedente,
nessuno di noi sarebbe affatto degno di essere stimato.
PROTARCO: Mi sembra che le cose stiano all'incirca cos, Socrate. Ma se
per un saggio  opportuno conoscere tutte le cose,
mi sembra d'altro canto che la seconda via da percorrere consista
nel non nascondersi a se stessi. Cosa significa quello che ho
appena detto? Te lo spiegher. Tu, Socrate, hai lasciato in consegna
a noi tutti questa intima conversazione e te stesso sulla scelta
dei beni umani pi convenienti. Avendo Filebo affermato che
essi consistono nel piacere e nella dolcezza e nella gioia e in altre
tali cose di questo genere, tu hai risposto a queste asserzioni che
non sono questi, ma quelli che spesso e volentieri ricordiamo a noi
stessi, e facendo una cosa giusta, affinch, posti innanzi
alla memoria, siano messi gli uni e gli altri alla prova. Tu dici, mi
sembra, che il bene che sarebbe meglio ritenere superiore al
piacere  il pensiero, la scienza, la facolt di giudizio, l'arte, e tutto
quanto  connaturato a queste cose, e che sono queste che si
devono procurare. non le altre. Avendo esposto nel corso della
disputa queste due opposte posizioni, scherzando ti minacciammo
che non ti avremmo fatto andare a casa, prima che si fosse
adeguatamente definito un termine per questi discorsi, e tu,
consentendo, hai fatto dono di te stesso per quest'impresa, e noi,
come i bambini, diciamo che non si pu sottrarre quel che  stato
donato per una giusta causa. Lascia dunque perder l'atteggiamento
che hai nei nostri confronti circa le cose appena dette.
SOCRATE: Di quale atteggiamento parli?
PROTARCO: Metterci in difficolt e farci domande cui non saremmo
in grado di darti una risposta esauriente sul momento.
Non crediamo che questa difficolt che riguarda noi tutti sia per
noi la fine delle questioni che ora stiamo trattando, ma quel che
noi non siamo in grado di fare, lo devi fare tu: lo hai promesso.
Decidi tu stesso riguardo a queste cose se tu debba definire la
specie del piacere e della scienza oppure lasciare perdere tutto,
se tu in altra maniera sei in grado e se vuoi mostrare diversamente
i termini della controversia nella quale siamo impegnati.
SOCRATE: Nulla di terribile debbo ancora aspettarmi, dopo
che hai detto queste parole. L'aver detto: se vuoi annulla in
ogni caso la paura. Inoltre mi pare che uno degli di abbia consegnato
a noi un ricordo.
PROTARCO: Come e di che cosa si tratta?
SOCRATE: Avendo un tempo ascoltato alcuni discorsi - in sogno o
da sveglio - ora mi tornano alla mente a proposito del piacere e
dell'intelligenza, secondo cui nessuno dei due corrisponde, al
bene, ma che vi  una terza cosa ancora, diversa da questi, e
migliore di entrambi. Bene: se questo si mostrer ora a noi nella
sua evidenza, il piacere smetter di vincere: e il bene di
conseguenza non si identificherebbe pi con esso. Va bene?
PROTARCO: Sono d'accordo.
SOCRATE: Secondo me, non saremo pi obbligati a procedere alla
suddivisione delle specie del piacere. Andando innanzi, questo
sar ancora pi chiaro.
PROTARCO: Dopo aver parlato cos bene, spiegaci anche.
SOCRATE: Prima ci accorderemo su alcune piccole cose.
PROTARCO: E quali?
SOCRATE: Il destino assegnato al bene dev'essere compiuto oppure no?
PROTARCO: Tra tutte le cose dev'essere il pi compiuto, Socrate.
SOCRATE: E perch? Il bene  autosufficiente?
PROTARCO: E come no? Proprio in questa particolarit esso si
distingue fra tutte le cose che sono.
SOCRATE: Questo, io penso, intorno al bene si deve assolutamente
dire: che tutto ci che  conoscibile lo desidera e lo brama ardentemente,
volendo prenderlo e procacciarselo per s, senza preoccuparsi delle
altre cose, fatta eccezione per quelle che portano al compimento di un bene.
PROTARCO: Non si pu obiettare a queste asserzioni.
SOCRATE: Esaminiamo e valutiamo la vita del piacere e quella
dell'intelligenza, tenendole separate.
PROTARCO: Come dici?
SOCRATE: Non vi sia l'intelligenza nella vita del piacere, n piacere
nella vita dell'intelligenza. Bisogna che uno non abbia pi bisogno
dell'altro, se uno dei due  un bene: e se uno dei due mostrasse di
aver bisogno dell'altro, questo non si potrebbe pi considerare ci che
per noi  realmente un bene.
PROTARCO: E come potrebbe?
SOCRATE: Proviamo a dimostrare queste cose su di te?
PROTARCO: S, va bene.
SOCRATE: Rispondi.
PROTARCO: Dimmi.
SOCRATE: Accetteresti tu, Protarco, di vivere tutta la vita godendo
dei pi grandi piaceri?
PROTARCO: E perch no?
SOCRATE: E riterresti di aver ancora bisogno di qualcosa, se fossi
nel pieno del loro possesso?
PROTARCO: Nient'affatto.
SOCRATE: Pensaci bene. Dell'intelligenza e del pensiero e del ragionare,
tutte cose necessarie e di quant'altre cose sono ad esse connaturate,
tu non avresti bisogno?
PROTARCO: E perch mai? Con la possibilit di godere avrei gi tutto.
SOCRATE: E se vivessi sempre cos, potresti sempre godere per tutta
la vita dei pi grandi piaceri?
PROTARCO: E perch no?
SOCRATE: Ma se tu non avessi pensiero, e memoria, e scienza, e vera
opinione, non saresti innanzitutto costretto a ignorare proprio
questo, se godi oppure no, essendo appunto privo di intelligenza?
PROTARCO: Necessariamente.
SOCRATE: E, analogamente, non essendo fornito di memoria, 
inevitabile che non potresti ricordare di aver mai goduto, e non ti
rimane neppure il pi piccolo ricordo der piacere giunto in questo
momento: e ancora, non essendo fornito di vera opinione,
non puoi immaginare di godere mentre stai godendo, e se sei privo
della facolt di calcolo non ti sar possibile calcolare per
quanto tempo ancora potrai godere. Sarai allora costretto a vivere
non la vita che  propria di un uomo, ma quella di un mollusco
o di quegli animali marini che vivono nelle conchiglie.  cos,
oppure possiamo pensare ad altre cose opposte a queste?
PROTARCO: E come?
SOCRATE: Una vita cos  per noi preferibile?
PROTARCO: Questo discorso mi ha momentaneamente gettato in una completa
afasia.
SOCRATE: Non arrendiamoci ancora, ma analizziamo com' la vita quando
prendiamo parte dell'intelligenza.
PROTARCO: Di quale vita parli?
SOCRATE: Poniamo il caso che uno di noi accettasse l'idea di vivere
provvisto completamente dell'intelligenza e del pensiero, della
scienza e della memoria nel suo insieme, senza prender parte, n molto,
n poco al piacere, e neppure al dolore d'altra parte, rimanendo cos
del tutto indifferente a siffatte passioni.
PROTARCO: N l'una n l'altra vita fra queste che mi hai prospettato
sceglierei, e neanche a un altro la questione apparrebbe in modo
diverso, io credo.
SOCRATE: E cosa pensi di una vita che unisca insieme l'una e l'altra,
Protarco, e risulti dalla comune mescolanza di ambedue?
PROTARCO: Mescolata, vuoi dire, di piacere, di pensiero e di intelligenza?
SOCRATE: Proprio di questi elementi intendevo dire.
PROTARCO: Ognuno sceglier per primo questo tipo di vita piuttosto
che uno che contenga qualsivoglia delle altre due. Proprio cos, e
non uno s, e uno no.
SOCRATE: Comprendiamo ora qual  il seguito per noi della discussione
che  ora in corso?
PROTARCO: Ma certamente. Sarebbe a dire che si presentano tre tipi
di vita, e due di questi non sono assolutamente convenienti,
n preferibili da parte di nessun uomo o essere vivente.
SOCRATE: E per questi non  gi forse chiaro che n l'uno n l'altro
contiene in s il principio del bene? Sarebbero infatti - l'uno e
l'altro - autosufficienti, perfetti, e preferibili da parte di tutti gli
esseri vegetali e animali, per i quali sarebbe possibile vivere per
sempre la vita in questo modo: e se qualcuno di noi scegliesse
diversamente, sceglierebbe contro natura, intendo dire contro la
natura di ci che sarebbe davvero da preferirsi, involontariamente,
a causa dell'ignoranza, o per una necessit non certo felice.
PROTARCO: Quello che dici mi pare verosimile.
SOCRATE: Allora mi sembra che si sia sufficientemente trattato che
non si deve identificare la dea di Filebo con il bene.
FILEBO: E neppure la tua mente corrisponde al bene, ma sar soggetto
alle medesime accuse.
SOCRATE: La mia mente pu darsi, ma non la mente vera e insieme
divina, credo: per essa le cose stanno in modo diverso. Non entrerei
in discussione per l'assegnazione del premio della vittoria alla
vita che ha come fondamento comune la mente, mentre vorrei
discutere sul fatto che noi dobbiamo vedere e considerare, riguardo
al secondo posto, che cosa dovremo fare. Pu darsi che di
questa vita comune noi individuiamo uno la ragione nella
mente, e l'altro nel piacere, e cos il bene non coinciderebbe con
nessuno di questi due, pu darsi invece che la causa del bene
risieda nell'uno e nell'altro. E su questo punto sarei disposto ancor
pi a scontrarmi con Filebo per il fatto che, all'interno di questa
vita che contiene tali mescolanze, qualsiasi cosa essa assuma
rendendola cos preferibile e nel contempo buona, non sarebbe pi
affine e pi simile al piacere ma alla mente, e secondo questo
discorso non si potrebbe verosimilmente affermare che al
piacere tocca il primo posto e neppure il secondo: si colloca ben
oltre il terzo posto, se devo adesso affidarmi alla mia mente.
PROTARCO: Ma, Socrate, adesso mi sembra che il piacere sia per te
precipitato, come se fosse stato colpito dagli attuali ragionamenti.
Dopo aver combattuto per la vittoria, giace sconfitto. Quanto
alla mente, mi sembra, bisogna dire che prudentemente non contese
il possesso per il primo posto: altrimenti le sarebbe toccata
la stessa sorte. Privato del secondo posto, il piacere sarebbe
del tutto disonorato dinanzi ai suoi amanti, dal momento che
quelli non lo considerebbero pi ugualmente affascinante.
SOCRATE: E allora? Non sarebbe meglio lasciarlo perdere ormai, e
non farlo soffrire, caricandolo di un'ulteriore e pi sottile prova,
e confutandolo?
PROTARCO: Non stai dicendo nulla, Socrate.
SOCRATE: Ho forse detto un concetto impossibile a dirsi, vale a dire
che il piacere soffra?
PROTARCO: Non soltanto questo, ma anche non sai che nessuno di
noi ti lascer andare, prima che tu abbia compiutamente svolto
tali questioni con il ragionamento.
5OCRATE Oh, Protarco, che lungo discorso rimane! Non  certamente
facile farlo ora! E infatti mi sembra che necessitiamo di
altri mezzi perch la mente si diriga verso il secondo posto, quasi
avessimo altre armi diverse dai discorsi che si sono fatti prima.
Pu darsi che alcuni siano identici. O no?
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: Cerchiamo di stare in guardia nel gettare le basi di questo
discorso.
PROTARCO: E quale base?
SOCRATE: Tutte le cose che ora sono nel tutto dividiamole in due
parti, o, se vuoi, in tre.
PROTARCO: Puoi spiegare in che modo?
SOCRATE: Prendiamo alcuni concetti dei discorsi che ora facevamo.
PROTARCO: E quali?
SOCRATE: Dicevamo che il dio ha indicato l'infinito delle cose, ma
anche il confine.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Stabiliamo che questi due siano due generi, e che vi sia
un terzo genere - un'unit anch'essa - che nasce dalla commistione
di questi due. Mi sembra per di essere alquanto ridicolo dividendo
e contando secondo i generi.
PROTARCO: Che dici, o carissimo?
SOCRATE: Mi sembra che ci vorr ancora un quarto genere.
PROTARCO: E di quale parli?
SOCRATE: Guarda alla causa della commistione di questi gli uni
verso gli altri, e aggiungi questo quarto genere a quei tre.
PROTARCO: E non avrai bisogno di un quinto che possa operare una
separazione?
SOCRATE: Pu darsi, ma non credo per ora: se ce ne sar bisogno,
avrai la bont di lasciarmi perseguire anche il quinto.
PROTARCO: E come?
SOCRATE: Innanzitutto avendo determinato tre generi dei quattro,
facciamo un esperimento con due di questi, dopo che abbiamo
osservato che l'uno e l'altro si dividono e si lacerano in molte
parti, per riportarli successivamente entrambi all'unit, e ragioniamo
sul fatto che ciascuno di essi sono unit e molteplicit.
PROTARCO: Se parlassi in modo ancora pi chiaro intorno a queste
cose, potrei seguirti.
SOCRATE: Dico che i due generi che sottopongo all'esame sono gli stessi
di un attimo fa, poich l'uno contiene l'infinito, l'altro il finito.
Tenter allora di spiegare come l'infinito corrisponde
alla molteplicit. Quanto al finito, ci attenda un momento.
PROTARCO: S, ci aspetta.
SOCRATE: Presta attenzione.  difficile e controverso il problema su
cui chiedo la tua attenzione, tuttavia rifletti. Pensa innanzitutto
se potessi mai concepire un confine per il "pi caldo" e per il
"pi freddo", oppure se il "pi" e il "meno" che sono insite nella
loro genesi, finch vi saranno insite, impediranno che vi sia
una fine: se vi fosse una fine, anche questi due sono finiti.
PROTARCO: Quello che dici  verissimo.
SOCRATE: Nel "pi caldo" e nel "pi freddo" vi  sempre il "pi" e il
"meno", noi affermiamo.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Sempre dunque il ragionamento ci indica che questi due
non hanno una fine, ma essendo tutti e due senza un limite sono
del tutto infiniti.
PROTARCO: Sono assolutamente d'accordo, Socrate.
SOCRATE: Allora, caro Protarco, hai capito bene e mi hai ricordato
che anche questo "assolutamente" che hai appena fatto risuonare e
l'"un poco" hanno la stessa validit del "pi" e del
"meno". Dove quei due si inseriscono, non lasciano che ciascuna
cosa venga quantificata, ma introducendo di continuo l'"assolutamente" e
l'"un poco" o il contrario in ogni questione rendono il concetto di
"maggiore" e di "minore", e per non ci permettono di quantificare.
In base a quanto ora detto, se non annullano la quantit,
ma lasciano che essa e il grado di misurabilit si inseriscano
nelle postazioni dei "pi" e dei "meno", dell'"assolutamente" e
dell'"un poco", questi scorrono via dal posto in cui
erano. Non avrebbero pi ragione di esistere n il concetto di
"pi caldo", n quello di "pi freddo", se assumessero connotazione
quantitativa: infatti il "pi caldo" procede di continuo innanzi
e non si ferma, e parimenti il "pi freddo", mentre la quantit
sta ferma e non avanza. Dunque, in base a questo ragionamento,
il "pi caldo", insieme al suo opposto, sarebbero l'infinito.
PROTARCO: Mi sembra cos, Socrate. Come dicevi, si tratta di concetti
difficili da seguire. Ma se colui che interroga e colui che 
interrogato li dicono ancora una volta e poi ancora una volta,
potremmo far vedere di essere sufficientemente in sintonia.
SOCRATE: Dici bene, e allora cerchiamo di fare cos. Adesso rifletti
se questo potremo indicarlo come indice della natura dell'infinito,
per non dilungarci trattando ogni aspetto.
PROTARCO: Quale indice?
SOCRATE: Tutto quello che ci sembrer diventi "pi" e "meno", e
che accoglie il "fortemente" e il "dolcemente", il "troppo" e tutte
le altre cose simili, tutto questo va posto nella classe dell'infinito
come in quella dell'unit, secondo il discorso di prima, per
cui tutto ci che era lacerato e diviso bisognava radunarlo,
conferendogli, per quanto possibile, un'unica natura, se ricordi.
PROTARCO: Ricordo.
SOCRATE: Dunque ci che non accoglie queste cose, vale a dire
tutto quello che accoglie il contrario di esse, per prima cosa "l'uguale"
e "l'uguaglianza", e dopo di questo "l'uguale" e il "doppio", e tutto
quello che  numero in relazione al numero e misura in relazione
alla misura, se considerassimo tutto questo all'interno del finito,
ci sembrer di agire bene?
PROTARCO: Benissimo, Socrate.
SOCRATE: E sia. Quale forma diciamo che abbia questo terzo genere
mescolato con gli altri due?
PROTARCO: Lo dirai tu a me, come credo.
SOCRATE: No, sar un dio, se mai un dio porge orecchio alle mie preghiere.
PROTARCO: Prega e pensaci.
SOCRATE: Ci penso: e mi sembra che adesso uno di essi ci sia diventato amico.
PROTARCO: Come puoi affermarlo e quale prova ne adduci?
SOCRATE: Te lo spiegher chiaramente: e tu seguimi con il ragionamento.
PROTARCO: Dimmi pure.
SOCRATE: Abbiamo appena parlato di ci che  pi caldo e di ci
che  pi freddo. Giusto?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Aggiungi a quelli ci che  "pi secco" e il "pi umido", e
il "maggiore" e il "minore", e ci che  "pi veloce" e "pi lento",
e "pi grande" e "pi piccolo" e quanto abbiamo prima raccolto
in unit nella natura che accoglie in s il "pi" e il "meno.
PROTARCO: Alludi alla natura dell'infinito?
SOCRATE: Certo. Dopo di ci in essa mischiavi la stirpe del finito.
PROTARCO: E quale?
SOCRATE: Alludo a quel genere del finito che ora non abbiamo riunito,
dovendo invece farlo cos come avevamo fatto con la natura
dell'infinito raccogliendola in uno. Ma forse anche ora si far la
stessa cosa, se, radunando quei due, anch'essa diventer evidente.
PROTARCO: Di quale parli e cosa intendi dire?
SOCRATE: Si tratta del genere di ci che  "uguale" e di ci che 
"doppio" e di quanto fa smettere che le cose siano opposte fra di loro e
avverse, rendendole misurabili e concordi, introducendo in esse il numero.
PROTARCO: Capisco. Mi sembra che tu sostieni che, mescolando
questi elementi di cui abbiamo parlato, derivi l'origine di nuove
realt per ciascuna di queste mescolanze.
SOCRATE: Mi pare che hai inteso perfettamente.
PROTARCO: Dimmi allora.
SOCRATE: Forse nelle malattie la corretta unione di questi elementi
d origine alla stirpe della salute?
PROTARCO: Ma certamente.
SOCRATE: E in ci che  acuto e in ci che  grave, in ci che  veloce
e in ci che  lento - che sono tutti infiniti - non vi sono forse
questi stessi elementi? E non portano a compimento l'infinito
rendendo nel contempo pienamente compiuta la musica?
PROTARCO: Benissimo.
SOCRATE: Trovandosi questa mescolanza anche nel freddo dell'inverno
e nel caldo dell'estate, sottrae ci che  eccessivo e infinito,
e realizza ci che  moderato e proporzionato.
PROTARCO: E allora?
SOCRATE: Allora le stagioni e quanti sono i beni in nostro
possesso non scaturiscono da queste cause, vale a dire dalla
mescolanza dell'infinito e di ci che  finito?
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: E tralascio innumerevoli altre cose, quali la bellezza e la
forza che si trovano con la salute e altre varie e splendide qualit
che si trovano nell'anima. Questa era la dea,(5) caro Filebo, che
vedendo violenza e malvagit insite in tutte le cose e osservando
che in esse non vi era limite al piacere e all'abbondanza, stabil
una legge e un ordinamento che contenessero un limite: e tu
affermi che fece solo danni, mentre al contrario io sostengo
che essa  stata motivo di salvezza. E a te, Protarco, cosa sembra?
PROTARCO: Queste affermazioni mi sembrano assennate, Socrate.
SOCRATE: Dunque ho parlato di tutti questi tre generi, se hai capito.
PROTARCO: S, credo di aver capito. Mi sembra che tu affermi che
uno  l'infinito, ma uno  anche il secondo, ovvero il finito, nelle
cose che sono. Quanto al terzo, non ho perfettamente capito che
cosa volevi dire.
SOCRATE: La quantit di ci che trae origine dal terzo genere, o
carissimo, ti sconvolge. Eppure molte erano le stirpi che offriva
l'infinito, tuttavia una volta contrassegnate con il genere
del pi e del suo contrario apparvero come un unit.
PROTARCO: Vero.
SOCRATE: E non ci procurava fastidi n il fatto che l'infinito avesse
molti aspetti n che fosse uno per natura.
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: Non avremmo affatto potuto. Ma tu devi affermare che
ho definito questo terzo genere - considerando l'unit come un
tutto che deriva da questi elementi - come ci che d origine alla
sostanza e che  costituito dalle misure che realizzano il finito.
PROTARCO: Ho capito.
SOCRATE: Ma oltre a questi tre generi, dicevamo allora che
bisognava prenderne in considerazione un quarto: si tratta di una
ricerca comune. Considera se ti sembra che sia necessario che
tutte le cose che sono generate siano generate per una causa.
PROTARCO: S, mi sembra: come potrebbe generarsi separata da questa?
SOCRATE: Dunque la natura di "ci che agisce" non differisce per
nulla dalla causa se non per il nome, e "ci che agisce" e "ci che
 causa" si potrebbero definire giustamente definire una unit?
PROTARCO: Giustamente.
SOCRATE: Scopriremo che "ci che subisce" e "ci che  generato" non
differiscono affatto, se non nella definizione, come abbiamo appena detto.
Oppure no?
PROTARCO:  cos.
SOCRATE: E dunque il "ci che agisce" , secondo natura, la guida,
mentre "ci che subisce" segue ed  generato dopo di quello?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Altra e non identica cosa  la causa in relazione a ci che
 asservito alla causa del divenire.
PROTARCO: E allora?
SOCRATE: Forse tutti e tre i generi non ci hanno presentato le cose
generate e tutte quelle che da esse derivano?
PROTARCO: Certo.
SOCRATE: Non diciamo che  proprio questo quarto genere che modella
tutte queste cose, vale a dire la causa, essendo stato
sufficientemente chiarito che esso  altro rispetto a quelle?
PROTARCO: S,  altra cosa.
SOCRATE: Sarebbe corretto, ora che abbiamo distinto i quattro generi,
contarli uno dopo l'altro, per ricordare ciascuno nella sua unit.
PROTARCO: E allora?
SOCRATE: Dico che il primo  il genere dell'infinito, il secondo del
finito, poi dalla loro mescolanza nasce il terzo, che  l'essere generato:
ma se dico che la causa di questa mescolanza e della genesi dell'essere
 il quarto genere non sbaglio in qualcosa?
PROTARCO: E come?
SOCRATE: Avanti, allora! Dopo questi problemi quale discorso
affrontiamo e con quali intenzioni giungiamo sin qui? Non erano
forse queste? Ricercavamo se il secondo posto si dovesse assegnare
al piacere o all'intelligenza. Non era cos?
PROTARCO: S,  cos.
SOCRATE: E forse ora, operate queste separazioni, non potremmo
onorevolmente portare a termine la contesa sul primo e sul secondo,
questioni su cui prima abbiamo avuto una controversia?
PROTARCO: Forse.
SOCRATE: Avanti! Abbiamo stabilito che la vita mista di piacere e
di intelligenza vinceva. Era cos?
PROTARCO: S.
SOCRATE: Allora vediamo qual  questa vita e a quale genere appartiene.
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: Diremo che  parte del terzo genere, credo: infatti non risulta
dalla mescolanza di due elementi, ma da tutti gli elementi infiniti legati
dal finito, sicch questo tipo di vita che riporta la vittoria potremmo
a ragione considerarlo parte del terzo genere.
PROTARCO: Giustissimo.
SOCRATE: Ebbene: e che dici della tua vita, Filebo, che  piacevole ed
 priva di questa mescolanza? In quali generi tra quelli
enunciati potremmo correttamente considerarla? Ma rispondimi
a quest'altra domanda prima di rivelarlo.
PROTARCO: Dimmi.
SOCRATE: Piacere e dolore contengono in s una limitazione oppure
sono fra quelle cose che accolgono il "pi" e il "meno"?
FILEBO: Certo, sono tra le cose che accolgono il" pi", Socrate: poich
il piacere non sarebbe completamente un bene, se non fosse generato infinito,
sia riguardo l'estensione, sia riguardo il "pi".
SOCRATE: E neppure il dolore corrisponderebbe totalmente al male, Filebo:
sicch noi due dobbiamo considerare se ci sia qualcosa di diverso dalla
natura dell'infinito che procuri ai piaceri una parte di bene.
E questi due appartengano pure per te al genere delle cose infinite: quanto
invece all'intelligenza, alla scienza, al pensiero, in quale dei generi
che abbiamo detto prima, cari Protarco e Filebo, possiamo ora situarli senza
compiere empiet? Non mi sembra infatti di poco conto il rischio che
corriamo rispondendo correttamente o no alla domanda ora posta.
FILEBO: Tu onori il tuo dio, Socrate.
SOCRATE: E tu, amico, la tua divinita. In ogni caso noi dobbiamo
rispondere alla domanda che  stata posta.
PROTARCO: Socrate ha ragione, Filebo, e gli si deve ubbidire.
FILEBO: Ma prima non hai scelto di parlare in vece mia, Protarco?
PROTARCO: Certo. Ma ora mi trovo in difficolt e ho bisogno, o
Socrate, che proprio tu diventi il nostro portavoce, perch noi,
non commettendo mancanze nei confronti del tuo atleta, non
pronunciamo qualche parola stonata.
SOCRATE: Bisogna obbedire, Protarco: e infatti non ordini
nulla di difficile. Ma in effetti forse ti ho turbato con questo gioco
da fanciulli del rendere onore alla divinit, come dice Filebo, bench ti
volessi domandare a quale genere appartenesse la mente e la scienza?
PROTARCO: Senz'altro, Socrate.
SOCRATE:  facile: tutti i sapienti, e loro s che venerano effettivamente
se stessi, affermano concordemente che la mente  per noi
il re del cielo e della terra. E forse hanno ragione. Se vuoi, faremo
un'analisi pi approfondita proprio su questo stesso genere.
PROTARCO: Parla come credi, senza calcolare la lunghezza del
discorso e senza farti degli scrupoli per noi, Socrate, dal momento
che non ci darai fastidio.
SOCRATE: Dici bene. Cominceremo formulando di nuovo la domanda in
questo modo.
PROTARCO: Come?
SOCRATE: Dobbiamo forse dire, Protarco, che la potenza dell'irrazionale
guidi senza alcun progetto o direzione tutte le cose - e ci che
si definisce il tutto - oppure, al contrario, come dicevano quelli
prima di noi, che vi  una mente e un'intelligenza meravigliosa che
 ordinata e che fa da guida?
PROTARCO: Niente di queste cose, carissimo Socrate: anzi,
quello che stai dicendo ora non mi sembra neppure permesso
dalla legge divina. Affermare per che la mente ordina tutte le
cose  degno dello spettacolo del cosmo, e del sole, e della luna e
degli astri e di tutte le loro orbite, e io non potrei parlare
diversamente su di essi, n avere diversa opinione.
SOCRATE: Allora vuoi che anche noi accordandoci con i nostri antenati
conveniamo che le cose stanno proprio cos, e non solo
riteniamo di dover sostenere senza rischi affermazioni di altri,
ma anche corriamo tutti insieme il pericolo e ci esponiamo alla
critica, quando arrivi uno straordinario personaggio a dirci che le
cose non stanno cos ma sono ingovernabili?
PROTARCO: E perch non dovrei volere?
SOCRATE: Avanti, presta attenzione al discorso che si fa ora incontro
a noi e che riguarda queste cose.
PROTARCO: Parla.
SOCRATE: Per quanto riguarda gli elementi che compongono la natura
di tutti i corpi degli esseri viventi, noi possiamo riconoscere
il fuoco e l'acqua, l'aria e la terra (6) - secondo quell'esclamazione
che dicono che sia pronunciata da chi viene colto in una tempesta - i
quali vengono a trovarsi all'interno della struttura.
PROTARCO: Certo. Siamo effettivamente in bala di una tempesta per
le difficolt che vi sono nei discorsi che stiamo facendo.
SOCRATE: Coraggio, per ciascuno di questi elementi che sono in noi
presta attenzione a questo fatto.
PROTARCO: Quale?
SOCRATE: Al fatto che ciascuno di essi si trova in noi in minima
quantit, ed  quasi nullo, e non si presenta mai in nessun caso da
solo, e il suo valore non corrisponde adeguatamente alla sua
natura. Cogliendo quello che dico in un solo elemento fai per
tutti gli altri le medesime considerazioni. Prendiamo l'esempio
del fuoco che  in noi, ma che  anche nel tutto.
PROTARCO: Ebbene?
SOCRATE: In noi  presente in quantit minima, ed  senza vigore
e insignificante, mentre preso nel tutto  meraviglioso in
tutta l'estensione, la bellezza e la forza che gli sono proprie.
PROTARCO: Ci che dici  vero.
SOCRATE: E allora? Il fuoco che  in tutte le cose si nutre e si genera
e si accresce ad opera di questo fuoco, vale a dire dal fuoco
che  dentro di noi, oppure al contrario il mio e il tuo e quello
degli altri esseri viventi ottiene tutte queste cose da quello?
PROTARCO: Quanto domandi non  degno di risposta.
SOCRATE: Giusto. Tu dirai, credo, le stesse cose a proposito
della terra che si trova negli esseri viventi, quella di qui e quella
che  nel tutto, e di tutti gli altri elementi sui quali ti interrogai
poco fa. Rispondi cos?
PROTARCO: E chi mai sembrerebbe sano di mente se desse una
risposta diversa?
SOCRATE: Nessuno, certo. Ma seguimi su quel che viene dopo. Osservando
che tutti quegli elementi di cui si  appena detto sono mescolati
in un'unit, non li chiamammo con il nome di corpo?
PROTARCO: E dunque?
SOCRATE: Capisci che si tratta della stessa cosa anche a proposito
di quello che chiamiamo cosmo: infatti sarebbe in egual modo un corpo,
risultante dall'unione di questi elementi.
PROTARCO: Quello che dici  giustissimo.
SOCRATE: Il nostro corpo s nutre interamente da quel corpo, oppure
dal nostro quello si nutre, e riceve e possiede quanto si  detto
adesso di quegli elementi?
PROTARCO: Anche quest'altra domanda non  degna di risposta.
SOCRATE: E che? E questa  degna? Cosa dici?
PROTARCO: Dimmi quale.
SOCRATE: Npn diremo che il nostro corpo possiede l'anima?
PROTARCO:  chiaro che lo diremo.
SOCRATE: Da dove, caro Protarco, l'avrebbe ricevuta, se il corpo del
tutto non fosse animato e non avesse caratteristiche identiche a
questo e addirittura del tutto pi belle?
PROTARCO:  chiaro, da nessuna altra parte, Socrate.
SOCRATE: Non crediamo, Protarco, che di quei quattro generi - il
finito e l'infinito e la loro mescolanza, e il genere della causa
che  quarto e si trova in tutte le cose - proprio quest'ultimo che
procura l'anima e origina l'esercizio del corpo e la scienza medica
per il corpo malato e in altri casi ristora e cura, sia
definito come la sapienza totale e dalle svariate forme, mentre di
questi stessi elementi che sono in tutto il cielo, in parti enormi, e
ancora nella loro bellezza e allo stato puro, per questi non abbia
escogitato la natura di ci che  pi bello e pi onorevole.
PROTARCO: Ma un ragionamento di questo tipo non avrebbe alcun valore.
SOCRATE: Se allora questo discorso non si pu fare, seguendo
quell'altro discorso che spesso abbiamo fatto, potremmo dire meglio
che esiste nel tutto un immenso infinito, e una sufficiente quantit
di finito, e una causa che li sovrintende non di poco valore,
che dispone e ordina gli anni, le stagioni e i mesi, e che sarebbe
giusto definirla con il nome di "mente" e di "sapienza".
PROTARCO: Giustissimo.
SOCRATE: Ma la sapienza e la mente senza l'anima mai potrebbero esistere.
PROTARCO: No, certo.
SOCRATE: Tu dirai che all'interno della natura di Zeus vi sono
un'anima e una mente regali, in virt del potere della causa, e
altri elementi positivi negli altri di, e lo dici nella maniera che 
pi gradita a ciascuno.
PROTARCO: Certo.
SOCRATE: Non penserai che noi abbiamo pronunciato invano questo discorso,
Protarco, ma  una conferma di quelli che gi anticamente rivelavano
come la mente guidi sempre il tutto.
PROTARCO: Certo.
SOCRATE: E ha fornito alla mia ricerca una risposta, e cio che la
mente appartiene a quel genere detto della causa del tutto.
Hai gi ora la risposta.
PROTARCO: La posseggo, e mi basta. Eppure mi hai risposto in
modo enigmatico.
SOCRATE: Talvolta il gioco, Protarco, rappresenta una pausa nella
fatica della riflessione.
PROTARCO: Dici bene.
SOCRATE: Ora, amico, a qual genere appartenga e quale sia la sua forza,
lo abbiamo dimostrato in modo abbastanza preciso.
PROTARCO: Certo.
SOCRATE: E analogamente ci  chiaro ormai il genere del piacere.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Riguardo alla mente e al piacere dobbiamo anche ricordare
che la prima  affine alla causa e appartiene in definitiva al
suo genere, mentre il piacere  infinito e appartiene a un genere
che non ha e non avr in s e da s pnncipio, n mezzo n fine.
PROTARCO: E come non ricordarlo?
SOCRATE: Occorre vedere, dopo di ci, dove si trova ciascuno dei
due, e in quale condizione e animo si generano, qualora si generino.
Innanzi tutto il piacere: come abbiamo esaminato per primo il genere
cui appartiene, cos condurremo per prima questa indagine.
E per non potremo mai esaminarlo adeguatamente, se la nostra analisi
sar separata da quella sul dolore.
PROTARCO: Se dobbiamo prendere questa strada, prendiamola.
SOCRATE: Abbiamo, tu e io, la stessa opinione sulla loro origine?
PROTARCO: Quale opinione?
SOCRATE: Mi sembra che dolore e piacere appartengano per natura al
genere misto.
PROTARCO: Ricordaci, caro Socrate, che cosa mai vuoi intendere
per quel "misto" di cui si  parlato.
SOCRATE: Lo far per quanto mi sar possibile, carissimo.
PROTARCO: Dici bene.
SOCRATE: Per "misto" alludevamo al terzo genere fra i quattro detti.
PROTARCO: Intendi dire ci che dicevi che stava dopo l'infinito e il
finito, in cui avevi posto la salute e l'armonia?
SOCRATE: Dici benissimo. Presta attenzione quanto pi puoi.
PROTARCO: Dimmi pure.
SOCRATE: Voglio dire che, spezzandosi l'armonia che si trova in noi,
esseri viventi, avviene da quel momento la dissoluzione della
nostra natura e contemporaneamente la nascita della sofferenza.
PROTARCO: Quello che dici mi sembra verosimile.
SOCRATE: Quando invece questa armonia torna di nuovo a riunirsi
e rientra nella sua natura si deve dire che ha origine il piacere, se
proprio dobbiamo fornire una breve e veloce spiegazione intorno a
questioni di grandissima importanza.
PROTARCO: Credo che sia giusto quello che tu dici, Socrate: ma proviamo
a spiegare queste cose in modo ancora pi chiaro.
SOCRATE: Non  dunque pi facile riflettere su quegli esempi noti a
tutti e di evidenza scontata?
PROTARCO: E quali esempi?
SOCRATE: La fame: non  dissoluzione e dolore?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Ma il mangiare, poich mi riporta di nuovo alla saziet, 
piacere?
PROTARCO: S.
SOCRATE: Anche la sete  corruzione e dolore, ma  piacere la
possibilit che il liquido ha di ristabilire nuovamente l'umidit
l dove c'era aridit. E quella separazione e dissoluzione contro
natura, ovvero la sensazione di caldo soffocante,  dolore, mentre
il ritorno secondo natura a una temperatura pi fresca  piacere.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E il congelamento contro natura dell'umidit animale 
dolore: mentre la strada che secondo natura porta a quella medesima
condizione di prima e alla separazione di ci che era congelato  piacere.
In una parola, considera se ti pare logico il ragionamento per cui il
genere che nasce animato secondo natura dall'infinito e dal finito,
come dicevo anche prima, qualora questo si corrompa, questa corruzione
sia dolore, mentre se ritorna alla sua essenza primitiva, tale ritorno
sia considerato piacere.
PROTARCO: Sia pure cos. Mi sembra che questo discorso abbia una sua logica.
SOCRATE: Dobbiamo supporre allora che vi sia un unico genere del dolore e
anche del piacere in queste due diverse disposizioni?
PROTARCO: Supponiamolo.
SOCRATE: Tieni presente che all'anima appartengono, in relazione
all'attesa di questi due fenomeni, sia la dolce ed intrepida
speranza prima delle cose piacevoli, sia la paura e il dolore prima
di eventi dolorosi.
PROTARCO: Questa  un'altra forma di piacere e di dolore e consiste
nella separazione dell'anima dal corpo durante l'attesa di qualche evento.
SOCRATE: Hai inteso nel modo giusto. E in queste specie del dolore
e del piacere che, secondo la mia opinione, nascono entrambe
pure e a quanto pare non mescolate, risulter evidente che il genere
che riguarda il piacere o pu desiderarsi nella sua interezza,
oppure dobbiamo applicare tale considerazione a qualche altra
delle specie citate, mentre per il piacere e il dolore, come per
il caldo e il freddo e tutte le sensazioni di questo tipo, ora
sono desiderabili, ora no, non essendo dei beni, anche se talvolta
alcuni di essi lo diventano quando accolgono la natura dei beni.
PROTARCO: Quello che dici  verissimo, ovvero che quel che stiamo
ora perseguendo deve prendere questa direzione.
SOCRATE: Prima di tutto facciamo insieme questa considerazione:
se  vero ci che si diceva, cio che la sofferenza consiste
nella corruzione degli elementi naturali e il piacere consiste
invece nel loro riaggregarsi, riflettiamo allora sulla circostanza in cui
non avvenga n corruzione n aggregazione, cio sulla condizione
in cui si trover ciascuno degli esseri mortali quando le cose
stiano in questi termini. Rispondi facendo molta attenzione: non
sar dunque assolutamente inevitabile che ogni essere vivente,
nell'ultima fase descritta, non soffra n goda, n molto n poco?
PROTARCO: S,  inevitabile.
SOCRATE: E questa non  forse una nostra terza disposizione,
oltre a quello di chi prova godimento e a quello di chi prova sofferenza?
PROTARCO: E allora?
SOCRATE: Avanti, e cerca di ricordartelo: non  cosa di poco conto,
volendo dare una valutazione del piacere, ricordarsi se questa
terza disposizione  in noi oppure no. Se vuoi, diciamo qualcosa
su di essa.
PROTARCO: Di' tu che cosa vuoi dire.
SOCRATE: Per chi preferisce la vita dell'intelligenza, tu credi che
nulla impedirebbe di vivere in questo modo.
PROTARCO: Stai parlando d quella condizione per cui non si prova piacere
n dolore?
SOCRATE: A suo tempo si disse, quando si misero a confronto i tipi
di vita, che assolutamente non doveva godere n molto n poco
chi aveva scelto la via del pensiero e dell'intelligenza.
PROTARCO: S, abbiamo detto effettivamente cos.
SOCRATE: Le cose allora stanno cos per chi fa quella scelta: e non
c' nulla di insensato, visto che tra tutte le vite  la pi divina.
PROTARCO: Ma non risponde al vero pensare che gli di provino sia
il godimento sia il suo contrario.
SOCRATE: Certo, non risponde al vero.  sconveniente che vi sia in
essi l'una o l'altra di queste condizioni. Ma questo punto sar ancora
preso in esame in seguito, qualora mostri un nesso con il nostro discorso,
e lo accosteremo alla mente come pretesto per il secondo posto, se
non siamo in grado di farlo per il primo.
PROTARCO: Quello che dici  verissimo.
SOCRATE: E per quel che riguarda quest'altro genere dei piaceri, quello
che dicevamo che appartiene all'anima, trae completamente origine
dalla memoria.
PROTARCO: E come?
SOCRATE: Bisogna innanzitutto capire che cos' mai la memoria, per quel
che mi sembra, e pu essere che prima ancora della memoria dobbiamo sapere
che cos' la percezione se in qualche modo si vorranno chiarire le cose
su cui stiamo discutendo.
PROTARCO: Come dici?
SOCRATE: Tra i vari patimenti che riguardano ogni volta il corpo, tieni
presente che alcuni si estinguono nel corpo prima di arrivare all'anima,
lasciandola cos indifferente, altri, attraversando sia il corpo sia
l'anima, introducono nell'uno e nell'altra come una scossa particolare
per ognuno di essi e comune ad entrambi.
PROTARCO: Teniamolo a mente.
SOCRATE: Parliamo correttamente se affermiamo che quei patimenti che non
attraversano entrambi si celano alla nostra anima, mentre non si celano
quelli che li attraversano?
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: Ma non pensare assolutamente che io sostenga che questo celarsi
 il luogo dove si origina l'oblio: poich l'oblio  l'uscita di memoria,
e la memoria, in quello che ho detto adesso, non 
stata ancora generata. E parlare della perdita di ci che non  e
non  ancora stato generato  sbagliato. Sei d'accordo?
PROTARCO: E allora?
SOCRATE: Allora cambia solo i nomi.
PROTARCO: E come?
SOCRATE: Invece di "celarsi all'anima", qualora essa risulti indifferente
alle scosse del corpo, chiama "insensibilit" quel fenomeno che adesso
hai chiamato dimenticanza.
PROTARCO: Ho capito.
SOCRATE: Quando l'anima e il corpo si vengono a trovare in una comune
disposizione e in un movimento comune essi si muovono, questo movimento
potrai definirlo senza paura di sbagliare con il nome di "sensazione".
PROTARCO: Quello che dici  verissimo.
SOCRATE: Non abbiamo ormai appreso quello che intendiamo definire
"sensazione"?
PROTARCO: E allora?
SOCRATE: Dicendo che la memoria  la salvezza della sensazione, secondo
la mia opinione diremmo bene.
PROTARCO: Giusto.
SOCRATE: Ma non diciamo che il ricordo differisce dalla memoria?
PROTARCO: Forse.
SOCRATE: E non lo diciamo a questo proposito?
PROTARCO: Quale?
SOCRATE: Quando l'anima afferra quanto pu essa stessa in se stessa, senza
il corpo, quello che provava una volta insieme al corpo, diciamo che
allora essa ha un ricordo. O no?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E qualora essa, dopo aver perduto la memoria sia di una sensazione
sia di qualcosa che aveva appreso, successivamente la richiami di nuovo
in se stessa, anche tutto ci lo chiamiamo con il nome di ricordo.
PROTARCO: Quello che dici  giusto.
SOCRATE: E questo  il motivo per cui si  detto ci.
PROTARCO: E quale?
SOCRATE: Perch noi comprendessimo ancora meglio e il pi chiaramente
possibile il piacere dell'anima separato dal corpo e nello
stesso tempo il desiderio: attraverso le cose dette, mi sembra che
questi due concetti possano essere messi in luce.
PROTARCO: Diciamo allora, Socrate, quello che viene dopo.
SOCRATE: Bisognerebbe fare una ricerca dicendo molto sulla genesi
del piacere e su tutte le forme che esso assume. Prima ancora ci
sembra per che bisogna capire che cosa  mai e dov' che si genera
il desiderio.
PROTARCO: Cominciamo la nostra analisi: non perderemo nulla.
SOCRATE: Questo perderemo, Protarco: scoprendo quel che ora andiamo
cercando perderemo la difficolt che riguarda queste stesse questioni.
PROTARCO: Hai detto bene. Cerchiamo di passare a quel che viene
dopo queste cose.
SOCRATE: Non dicevamo forse che fame e sete e molte altre condizioni
simili sono dei desideri?
PROTARCO: Assolutamente s.
SOCRATE: E a quale identit rivolgiamo la nostra attenzione per chiamare
con un solo nome queste cose cos differenti fra loro?
PROTARCO: Per Zeus, non  facile a dirsi, Socrate, eppure si deve.
SOCRATE: Riprendiamo di l, da quegli stessi punti.
PROTARCO: Da dove?
SOCRATE: Ogni volta che diciamo: Ho sete diciamo qualcosa?
PROTARCq E come no?
SOCRATE: E come se dicessi: C' un vuoto?
PROTARCO: S, e allora?
SOCRATE: E dunque la sete non  desiderio?
PROTARCO: S, di bevanda.
SOCRATE: Di bevanda o della soddisfazione di un bisogno che la bevanda
procura?
PROTARCO: Della soddisfazione che procura la bevanda, credo.
SOCRATE: Allora chi di noi  vuoto ha verosimilmente un desiderio
che si muove nell'opposta direzione rispetto a ci che sta provando:
vale a dire che chi  vuoto vuole riempirsi.
PROTARCO: Chiarissimo.
SOCRATE: E allora? E allora chi in un primo tempo  vuoto, sia con
la sensazione, sia con la memoria potrebbe stabilire da qualche
parte un contatto con la soddisfazione di qualcosa, di cui mai n
nel tempo presente n prima fece esperienza?
PROTARCO: E come potrebbe?
SOCRATE: D'altra parte se uno desidera qualcosa, di quella cosa ha
desiderio, noi solitamente diciamo.
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: E non si ha desiderio di ci che si sta provando: aver sete
 una sensazione di vuoto e il suo desiderio  quello di riempirlo.
PROTARCO: Certo.
SOCRATE: Un qualcosa che appartiene a quelli che hanno sete avrebbe
allora contatto con i desiderio di riempimento.
PROTARCO:  inevitabile.
SOCRATE: Ed  impossibile che questo qualcosa sia un corpo perch
in un certo senso  vuoto.
PROTARCO: Certo.
SOCRATE: Resta l'anima che potrebbe avere un contatto con il desiderio
di riempimento, ed  chiaro che  possibile tramite la memoria: con quale
altro mezzo potrebbe stabilire un contatto?
PROTARCO: Praticamente con nient'altro.
SOCRATE: Comprendiamo allora la conclusione che possiamo tirare da questi
discorsi?
PROTARCO: Quale?
SOCRATE: Questo discorso non ci dice che il desiderio sia proprio del corpo.
PROTARCO: Perch?
SOCRATE: Perch mostra che i tentativi di ogni essere vivente vanno sempre
in direzione opposta alle condizioni in cui si trovano.
PROTARCO: Certo.
SOCRATE: E l'impeto che si muove in direzione opposta rispetto
alle passioni sarebbe in grado di dimostrare che la memoria 
all'opposto delle passioni.
PROTARCO: Certo.
SOCRATE: Dimostrando che la memoria sospinge verso la cosa
desiderata il discorso ha rivelato che ogni impulso e desiderio
e principio direttivo di ogni essere vivente  proprio dell'anima.
PROTARCO: Giustissimo.
SOCRATE: Dunque  ragionevole convincersi che il nostro corpo
non avverta affatto sete, fame e altre simili esigenze.
PROTARCO: Verissimo.
SOCRATE: E a questo proposito facciamo anche queste considerazioni: mi
sembra che il discorso voglia chiarirci un certo aspetto della vita
proprio su questo punto.
PROTARCO: Su quale punto e di quale vita stai parlando?
SOCRATE: Dell'essere pieno e dell'essere vuoto e di tutto ci che riguarda
la salvezza e la distruzione degli esseri viventi, e se - trovandoci in
una di queste due disposizioni - ora proviamo dolore, ora godiamo, secondo
i mutamenti di condizione.
PROTARCO:  cos.
SOCRATE: E che succede quando ci si trovi in mezzo a queste?
PROTARCO: Come in mezzo?
SOCRATE: Quando un tale soffre per una condizione, si ricorda dei piaceri
che, se fossero presenti, farebbero cessare la sofferenza, bench a questo
punto non sia ancora soddisfatto. E allora? Diciamo o non diciamo che
questi si trova a met strada fra due opposte condizioni?
PROTARCO: Diciamolo.
SOCRATE: Sar in grado di soffrire o godere totalmente?
PROTARCO: S, per Zeus, ma soffrendo di due specie di dolori: una
sofferenza fisica, per quanto riguarda il corpo, e un desiderio dell'attesa
per quanto riguarda l'anima.
SOCRATE: Cosa dici, Protarco, quando parli di due specie di dolori?
Forse avviene che uno di noi, quando  vuoto, ora si trova nella
evidente speranza di essere soddisfatto, ora al contrario non nutre
pi speranze?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E a te non pare che chi ha speranza di essere soddisfatto
gode per il fatto d ricordare questa soddisfazione, ma nel contempo,
poich  vuoto, soffre trovandosi in questa situazione?
PROTARCO:  inevitabile.
SOCRATE: Allora l'uomo e gli altri esseri viventi provano piacere e
dolore contemporaneamente.
PROTARCO: Pu arsi.
SOCRATE: E che dire quando, essendo vuoto, uno dispera di ottenere una
qualche soddisfazione? Non si verifica allora quella doppia condizione
del dolore, che tu hai appena finito di individuare e che hai appunto
ritenuto doppia?
PROTARCO: Verissimo, Socrate.
SOCRATE: Ci serviremo dell'osservazione di queste due opposte condizioni
per questo scopo.
PROTARCO: Quale?
SOCRATE: Diremo che questi piaceri e questi dolori sono veri o falsi,
oppure che alcuni sono veri e altri no?
PROTARCO: E come sarebbero, Socrate, i falsi piaceri e i falsi dolori?
SOCRATE: E come, Protarco, potrebbero essere vere o false, le paure, o
le attese, oppure le opinioni?
PROTARCO: Potrei convenire con te sulle opinioni, ma non sulle altre cose.
SOCRATE: Come dici? Rischiamo di risvegliare un discorso non di poco conto.
	PROTARCO: Quello che dici  vero.
SOCRATE: Ma se questo discorso aiuta a chiarire i punti gi trattati,
o figlio di quel grande uomo, conviene prenderlo in esame.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E allora si devono salutare gli altri punti prolissi del
ragionamento e tutto ci che vada oltre quello che ci interessa.
PROTARCO: Perfetto.
SOCRATE: Dimmi: c' un fatto che mi stupisce di continuo e che riguarda
queste stesse difficolt che ora ci siamo messi davanti. Come dici? Non
sono alcuni falsi e altri veri, i piaceri?
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: E n in veglia n in sogno, come dici, n in momento di
follia, n nella demenza, non vi  alcuna persona cui sembrerebbe di godere,
senza in realt godere affatto, o cui sembrerebbe di soffrire, senza
soffrire veramente.
PROTARCO: Noi tutti abbiamo capito, Socrate, che le cose stanno proprio cos.
SOCRATE: Allora  giusto? Oppure dobbiamo cercare di capire se queste
parole sono giuste oppure no?
PROTARCO: Direi che dobbiamo cercare di capire.
SOCRATE: Specifichiamo ancora pi chiaramente quelle parole che abbiamo
appena detto sul piacere e sull'opinione. Consiste in qualche cosa per
noi il possedere opinioni?
PROTARCO: S.
SOCRATE: E anche il provare piacere?
PROTARCO: S.
SOCRATE: E anche l'oggetto della nostra opinione consiste in qualche cosa?
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: E ci per cui prova piacere l'oggetto del piacere?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Allora ci che congettura opinioni, le congetturi giustamente
o no, non annulla la possibilit stessa di congetturarle.
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: E cos ci che prova piacere, sia giusto o no tale piacere,
 chiaro che non annuller mai la possibilit di provare piacere.
PROTARCO: S, le cose stanno cos.
SOCRATE: Dobbiamo cercare di capire perch siamo soliti considerare
l'opinione ingannevole e veritiera, mentre il piacere sempre
vero, quando in realt l'attivit del congetturare opinioni e il
provare piacere sono toccati da una sorte simile.
PROTARCO: S, dobbiamo capire.
SOCRATE: Tu dici che dobbiamo capire perch ci che  falso e ci che 
vero s'insinua nell'opinione e non solo nasce un'opinione in virt di
queste ragioni, ma una ben determinata fra le due?
PROTARCO: S.
SOCRATE: Dobbiamo inoltre convenire anche su questo punto, se per noi 
possibile attribuire del tutto la qualit alle cose, mentre
soltanto il piacere e il dolore non sono entrambi definibili secondo
questo criterio?
PROTARCO:  chiaro.
SOCRATE: E questo non  affatto difficile da vedere, ovvero dar loro
una definizione qualitativa. Prima abbiamo detto che i dolori e i
piaceri sono grandi e piccoli, e che proprio cos sono caratterizzati
gli uni e gli altri.
PROTARCO: S,  cos.
SOCRATE: Se si aggiunge la malvagit a una di tali cose, Protarco,
diremo che l'opinione  malvagia e malvagio  anche il piacere?
PROTARCO: Certamente, Socrate.
SOCRATE: E che succede se si aggiunge la rettitudine o il suo opposto
a una di esse? Non diremo che  giusta quell'opinione,
qualora contenga in s la rettitudine, e cos anche il piacere?
PROTARCO: Necessariamente.
SOCRATE: Se l'oggetto dell'opinione fosse sbagliato, non dobbiamo
accordarci sul fatto che l'opinione quando sbaglia non  giusta,
n esercita correttamente la sua facolt dell'opinare?
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: E allora? Se osserviamo che un dolore o un piacere sbagliano in
ci per cui sono dolore e piacere, attribuiremo ad essi la
definizione di "giusto", o "utile", o qualcun'altra ancora fra queste
definizioni positive?
PROTARCO: Non  possibile, se  vero che il piacere potr sbagliare.
SOCRATE: E spesso il piacere sembra accompagnarsi in noi non con
una giusta opinione, ma con una menzognera.
PROTARCO: E come no? Per quel che riguarda l'opinione, Socrate,
in questo caso noi diciamo che  falsa, mentre per quel che
riguarda il piacere, nessuno si sognerebbe di considerarlo falso.
SOCRATE: Ma tu, Protarco, difendi con ardore il discorso che stiamo
facendo sul piacere.
PROTARCO: Nient'affatto, dico soltanto quel che sento dire.
SOCRATE: Non vi  alcuna differenza per noi, o amico, tra il piacere
che  accompagnato dall'opinione retta e dalla scienza, e il piacere
accompagnato dalla falsit e dall'ignoranza che spesso si insinua in
ciascuno di noi?
PROTARCO: Certamente la differenza non  di poco conto.
SOCRATE: Andiamo a vedere la loro differenza.
PROTARCO: Conducimi dove ti sembra meglio.
SOCRATE: Ti conduco in questa direzione.
PROTARCO: Quale direzione?
SOCRATE: L'opinione, diciamo,  per noi falsa e anche vera?
PROTARCO: Lo .
SOCRATE: E il piacere e il dolore seguono spesso queste opinioni
vere e false di cui abbiamo parlato.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Ma la nostra opinione e il tentativo di averne una non
deriva ogni volta dalla memoria e dalla percezione?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Crediamo allora che questo sia l'atteggiamento da assumere
intorno a queste cose?
PROTARCO: E quale?
SOCRATE: Non diresti che a chi veda da lontano una cosa che non vede con
chiarezza spesso capiti di voler dare un giudizio su quello che vede?
PROTARCO: Lo direi.
SOCRATE: E dopo questo fatto non ci si interrogher cos?
PROTARCO: Come?
SOCRATE: Che cos' mai questa cosa che compare immobile davanti alla
roccia e sotto un albero?. Ti sembra che un tale potr parlare cos a
se stesso vedendo cose di tal genere apparire ai suoi occhi?
PROTARCO: E allora?
SOCRATE: E allora dopo di ci quel tale, quasi dandosi una risposta,
direbbe questo, che si tratta di un uomo. Dice bene?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E andando fuori dal seminato forse aggiungerebbe che quello che ha
visto  una statua, opera di pastori.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E se accanto a lui ci sia qualcuno, ripeter ad alta voce al
vicino quelle stesse cose che ha detto a se stesso: e il discorso diventer
cos quel che allora chiamavamo "opinione"?
PROTARCO: E allora?
SOCRATE: Se invece fosse solo, pensando tra s questa cosa, camminerebbe
per molto tempo portandosela con s.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E allora su questo punto la pensi come me?
PROTARCO: Quale punto?
SOCRATE: Talvolta mi sembra che la nostra anima assomigli a un libro.
PROTARCO: E come?
SOCRATE: Mi sembra che la memoria, combinandosi insieme
alle sensazioni, e quelle disposizioni dell'anima, che si verificano
in questa situazione, talvolta scrivano quasi delle parole nella
nostra anima: e quando viene scritto il vero, accade che in noi vi
siano opinioni vere e veri discorsi, ma se questo scrivano che 
dentro di noi scrive il falso, deriveranno cose opposte alla verit.
PROTARCO: Certo, mi pare sia cos, e accetto le tue parole.
SOCRATE: Devi per ammettere che anche un altro artefice si trova
in quel caso nelle nostre anime.
PROTARCO: E chi ?
SOCRATE: Un pittore, che dopo lo scriba ritrae nell'anima una
rappresentazione di quelle cose che sono state dette.
PROTARCO: Come e in quale momento diciamo che vi sia questo artefice?
SOCRATE: Quando, conducendo lontano dalla vista o da qualche
altra sensazione l'oggetto delle opinioni e dei discorsi di un
tempo, uno vede dentro di s le immagini di ci che  stato
pensato o detto. Non avviene forse cos dentro di noi?
PROTARCO: Ma certamente.
SOCRATE: E allora le rappresentazioni delle opinioni e dei discorsi
veritieri sono veritiere, e false le rappresentazioni dei discorsi e
delle false opinioni?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Se le cose che abbiamo detto sono giuste, facciamo ancora
a questo proposito una considerazione.
PROTARCO: Quale?
SOCRATE: Voglio dire se  necessario che noi facciamo tali esperienze
limitatamente al presente e al passato, e non nel futuro.
PROTARCO:  sempre uguale in ogni tempo.
SOCRATE: Non si  detto prima che i piaceri e i dolori che provengono
dall'anima stessa vengono prima dei piaceri e dei dolori determinati
dal corpo, sicch ci accade di provare in anticipo la gioia e il dolore
per il tempo che verr?
PROTARCO: Verissimo.
SOCRATE: Forse le rappresentazioni scritte e quelle disegnate che
poco fa supponevamo che fossero dentro di noi sono valide per il
tempo passato e quello presente e non per quello futuro?
PROTARCO: Assolutamente s.
SOCRATE: Dici assolutamente s perch tutte queste cose sono
speranze rivolte al futuro, e noi, in fondo, per tutta la vita siamo
carichi di speranza?
PROTARCO: Proprio cos.
SOCRATE: Avanti, oltre alle cose gi dette, rispondi anche a questa domanda.
PROTARCO: Quale?
SOCRATE: Un uomo giusto, e pio, e assolutamente buono non  forse gradito
agli di?
PROTARCO: E allora?
SOCRATE: Come allora? E uno ingiusto e assolutamente malvagio non 
all'opposto dell'altro?
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: E ogni uomo non  carico di molte speranze, come abbiamo detto
poco fa?
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: Vi sono discorsi in ciascuno di noi che chiamiamo con il
nome di speranze?
PROTARCO: S.
SOCRATE: E anche le immagini che ci si rappresenta: sovente si
crede di avere abbondanti ricchezze, e oltre a queste molti piaceri.
E cos uno si vede raffigurato mentre gode intensamente di tutto questo.
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: Diciamo allora che di queste raffigurazioni ai buoni si
presentano quelle veritiere in virt della loro amicizia con gli di,
mentre ai malvagi tutto l'opposto, oppure no?
PROTARCO: Possiamo assolutamente dirlo.
SOCRATE: Allora la raffigurazione dei piaceri  nondimeno presente anche
nei malvagi, ma si tratta di piaceri fallaci.
PROTARCO: E allora?
SOCRATE: Fra gli uomini i malvagi godono di una gran quantit di piaceri
fallaci, mentre i buoni di quelli veritieri.
PROTARCO: Quanto dici  necessariamente vero.
SOCRATE: A quanto ora diciamo, nell'anima umana vi sono piaceri fallaci che
imitano in modo ridicolo quelli veri, e cos i dolori.
PROTARCO: S, vi sono.
SOCRATE: L'attivit del congetturare opinioni, per chi congettura opinioni,
 sempre un'attivit reale, ma talvolta non riguarda n le cose che sono,
n quelle che sono state, n quelle che saranno.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E questo  ci che determina, io credo, l'opinione fallace e il
fallace congetturare. O no?
PROTARCO: S.
SOCRATE: E che allora? Non si deve per forza stabilire una corrispondenza
fra i dolori e i piaceri e quelle opinioni?
PROTARCO: E come?
SOCRATE: Dicendo cio che chi generalmente gode - non importa quanto
e come - pu provare sempre effettivo godimento anche se talvolta non per
le cose che sono n per quelle che sono state, e anzi, pi spesso ancora,
gode per cose che non saranno mai.
PROTARCO: S, Socrate,  necessario stabilire cos.
SOCRATE: Lo stesso discorso non va forse fatto per il timore e il
coraggio e tutti gli altri stati d'animo di questo genere, e cio che
anche tutti questi talvolta sono fallaci?
PROTARCO: Ma certamente.
SOCRATE: E allora? Possiamo dire che una cosa sono le opinioni malvagie
e giuste, un'altra quelle fallaci?
PROTARCO: S, sono altra cosa.
SOCRATE: E, credo, anche per quanto riguarda i piaceri, riteniamo
che non vi sia altra maniera possibile di considerarli malvagi, se
non attraverso il loro essere fallaci.
PROTARCO: Ma tu hai detto tutto l'opposto, Socrate. Infatti
non si dovrebbero affatto considerare malvagi i dolori e i piaceri
secondo il criterio della falsit, ma piuttosto quando essi si incontrano
con un'altra grande e ben estesa forma di malvagit.
SOCRATE: Dei piaceri malvagi e di come la malvagit li renda tali,
diremo tra poco, se ci parr opportuno. Di quei piaceri, invece,
che in altra maniera sono considerati fallaci, bisogna dire che
sono molti, e spesso si trovano e nascono dentro di noi. Forse ci
serviremo proprio di questo fatto per giudicarli.
PROTARCO: E come no? Ammesso che ve ne siano di fallaci.
SOCRATE: Ma certo che ci sono, Protarco, almeno secondo me. In
ogni caso, fino a quando questo dato di fatto si trova in noi, 
impossibile che sia inconfutabile.
PROTARCO: Bene.
SOCRATE: Facciamoci attorno a questo discorso, come degli atleti.
PROTARCO: Andiamo.
SOCRATE: Stiamo dicendo quel che dicevamo poco fa, se ce lo ricordiamo:
e cio che qualora i desideri di cui s' parlato sono in noi, allora il
corpo, per le condizioni in cui viene a trovarsi, si divide e si separa
dall'anima.
PROTARCO: S, lo ricordiamo, lo si disse prima.
SOCRATE: E non era l'anima che desiderava condizioni opposte a
quelle del corpo, mentre il corpo procurava la sofferenza o, attraverso
una determinata disposizione, un certo piacere?
PROTARCO: Era certamente cos.
SOCRATE: Pensa a quel che avviene in questi casi.
PROTARCO: Dillo tu.
SOCRATE: Accade allora, qualora si verifichi ci, che dolori e
piaceri stiano vicino, e le loro relative percezioni, bench opposte,
stiano una vicino all'altra, cosa che si  appena dimostrata.
PROTARCO: S, si  appena dimostrato.
SOCRATE: E prima non si  detto e stabilito di convenire anche su questo?
PROTARCO: Che cosa?
SOCRATE: Che questi due, ovvero il dolore e il piacere, accolgono il
"pi" e il "meno", e che appartengono entrambi all'infinito.
PROTARCO: S, si  detto. E allora?
SOCRATE: Qual  il criterio per giudicare rettamente queste cose?
PROTARCO: Dove e come?
SOCRATE: Se decidendo di giudicare queste cose si voglia distinguere
ogni volta quale fra queste  in relazione all'altra maggiore e quale
minore, quale  di pi e quale  pi intensa, ovvero il dolore in
relazione al piacere, e il dolore in relazione al dolore, e il piacere
in relazione al piacere.
PROTARCO: S,  proprio cos, questo  proprio il nostro intendimento
nel giudicare.
SOCRATE: E allora? Se nella vista, il vedere da lontano o da vicino
una grandezza altera la verit e fa in modo che si congetturino opinioni
fallaci, non accade lo stesso nei dolori e nei piaceri?
PROTARCO: Certamente, Socrate.
SOCRATE: L'affermazione che abbiamo fatto adesso va nel senso opposto di
quella fatta un momento fa.
PROTARCO: A quale alludi?
SOCRATE: Allora le opinioni false e quelle vere riempivano i dolori e i
piaceri delle disposizioni che esse portavano con s.
PROTARCO: Verissimo.
SOCRATE: Adesso, mutando i piaceri e i dolori ogni volta per il fatto
che li si osserva da lontano e da vicino, e messi contemporaneamente uno
in relazione all'altro, i piaceri sembrano pi grandi e
pi intensi accanto al dolore, e i dolori, accanto ai piaceri, sembrano
trovarsi nella situazione opposta.
PROTARCO:  necessario che le cose stiano in questi termini per le
ragioni che hai detto.
SOCRATE: Quanto pi entrambi appaiono pi grandi o pi piccoli di
quelli che sono, separando da ciascuno dei due ci che appare
ma che non , non dirai che l'elemento che appare sia veridico, n oserai
mai affermare che la parte di piacere e dolore che si basa su
questa apparenza sia giusta e vera.
PROTARCO: No, certamente.
SOCRATE: Dopo queste cose vedremo se in questa direzione ci imbattiamo in
piaceri e dolori ancora pi falsi di questi che si manifestano e sono
negli animali.
PROTARCO: A quali alludi? E come pu essere?
SOCRATE: Si  detto spesso che, poich la natura di ogni cosa si corrompe,
accade che i dolori e le sofferenze, e i lamenti e tutto ci che ha simili
denominazioni, si verificano sia tramite aggregazione, sia tramite
scomposizione, sia attraverso il pieno, sia attraverso il vuoto, sia per
accrescimento, sia per deperimento.
PROTARCO: S, si  detto pi volte.
SOCRATE: Quando avviene una ricomposizione nella propria natura, ammettiamo
che il piacere consiste in questa ricomposizione.
PROTARCO: Giusto.
SOCRATE: Che cosa succede se nel nostro corpo non avviene nulla di questo?
PROTARCO: E questo potrebbe mai accadere, Socrate?
SOCRATE: Quello che tu domandi, Protarco, non c'entra nulla con il discorso.
PROTARCO: E perch?
SOCRATE: Perch non mi impedisci di riproporti la mia domanda.
PROTARCO: Quale?
SOCRATE: Se non accadesse quel che ho illustrato, Protarco, ti dir:
Che cosa mai necessariamente ce ne deriverebbe?.
PROTARCO: Se il corpo non  messo in agitazione in nessuna delle
due direzioni, volevi dire?
	SOCRATE: Esattamente.
PROTARCO:  chiaro questo fatto, Socrate, che in questo caso particolare
n il piacere, n il dolore avrebbero mai origine.
SOCRATE: Dici benissimo. Ma, credo, vuoi dire questo, che sempre una di
queste condizioni si verifica di necessit in noi, come dicono i
saggi: tutto scorre dall'alto al basso e viceversa.
PROTARCO: Cos dicono, e non mi sembra che facciano un'affermazione
sconsiderata.
SOCRATE: E come potrebbero, visto che sconsiderati non sono? Ma voglio
sottrarmi a questo discorso che ci assalta. Penso di fuggire in questa
direzione, e tu fuggi con me.
PROTARCO: Dimmi per dove.
SOCRATE: Diciamo a costoro: le cose stiano dunque cos. E tu invece
rispondi se tutte le cose che provano gli esseri animati, queste le
senta chi le subisce, e a noi non sfugga n la crescita, n
alcuna altra cosa di quelle che proviamo. O  tutto il contrario?
PROTARCO:  tutto il contrario. Tutte queste cose ci sfuggono.
SOCRATE: Dunque quello che abbiamo detto poco fa non  stato detto bene,
e cio che i mutamenti dall'alto al basso e viceversa producono
i dolori e i piaceri.
PROTARCO: E allora?
SOCRATE: Detta cos, l'affermazione risulter migliore e inattaccabile.
PROTARCO: E come?
SOCRATE: Dire che i grandi mutamenti ci procurano dolori e piaceri, mentre
quelli contenuti e di poco valore non portano assolutamente in nessuna di
queste due direzioni.
PROTARCO: E questo modo di dire  pi giusto dell'altro, Socrate.
SOCRATE: Se le cose stanno cos, ritornerebbe di nuovo quel tipo di
vita di cui si  parlato un momento fa.
PROTARCO: Quale?
SOCRATE: Quella che dicevamo che fosse priva di dolori e di gioie.
PROTARCO: Quello che dici  verissimo.
SOCRATE: Da ci deriva che poniamo tre tipi di vita per noi, uno
dolce, l'altro luttuoso, e un altro ancora che non  nessuno
dei due. Oppure come diresti a questo proposito?
PROTARCO: Non direi diversamente che in questo modo, e cio che
tre sono i tipi di vita.
SOCRATE: E il non provare dolore sar identico al provare piacere?
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: Quando senti dire che la migliore fra tutte le cose consiste
nel trascorrere senza dolore tutta la vita, che cosa mai credi che quel
tale voglia dire?
PROTARCO: Mi sembra che con il termine "dolce" voglia definire il non
provare dolore.
SOCRATE: Di tre cose che noi abbiamo, quelle che vuoi, supponi, per
usare i nomi pi belli, che la prima sia oro, la seconda argento, la
terza nessuna di queste due.
PROTARCO: Supponiamo.
SOCRATE: La cosa che non  nessuna di questi, potrebbe essere l'una e
l'altra, ovvero oro e argento?
PROTARCO: E come?
SOCRATE: Non potendo correttamente affermare che la vita di mezzo  dolce
o luttuosa nello stesso tempo, se lo si pensasse, sarebbe un'opinione
sbagliata, n lo si direbbe a ragione, se lo si dicesse, secondo un
corretto ragionamento.
PROTARCO: E come infatti?
SOCRATE: Ma, amico, sappiamo che ci sono persone che dicono e pensano in
questo modo.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Crederanno di godere allorquando non soffrono?
PROTARCO: Di certo lo dicono.
SOCRATE: Dunque pensano di godere in quel momento: infatti non lo direbbero.
PROTARCO: Pu darsi.
SOCRATE: E avranno opinioni fallaci sul godimento, se per l'appunto
la natura del non provare dolore  ben separata da quella del godere?
PROTARCO: S, sono separati.
SOCRATE: Dobbiamo forse convincerci che tre sono i tipi di vita di
cui s' detto poco fa, oppure solo due, ovvero il dolore che  un male
per gli uomini e la liberazione dai dolori, e definire col nome
di "piacevole" quest'ultima cosa che di per s  un bene?
PROTARCO: Perch ci dobbiamo porre questa domanda, Socrate? Non capisco.
SOCRATE: Allora in realt non riconosci i nemici del nostro Filebo,
Protarco?
PROTARCO: Di chi stai parlando?
SOCRATE: Parlo di coloro che abilmente parlano delle cose della
natura e dicono che i piaceri non esistono affatto.(7)
PROTARCO: E allora?
SOCRATE: Dicono che tutti quelli che gli amici di Filebo chiamano
"piaceri" sono una fuga dal dolore.
PROTARCO: E tu ci consigli di prestare fede a costoro o no, Socrate?
SOCRATE: No, ma di loro ci si deve servire come di indovini che non
praticano l'arte divinatoria in maniera perfetta, ma con senso di
fastidio; e poich essi hanno una nobilt naturale, odiano la
potenza del piacere, ritenendo che esso non sia affatto sano, sicch
considerano quella capacit di sedurre che porta con s una sorta di
incantesimo, e non un piacere. Potresti servirti di costoro per quanto
riguarda queste loro concezioni sul piacere ed esaminare gli altri
loro sprezzanti giudizi: dopo di ci verrai a conoscenza di quelli
che a me sembrano essere veri piaceri, perch, dopo averla considerata
dal punto di vista dell'uno e dell'altro discorso, possiamo giudicare
la potenza di esso.
PROTARCO: Dici bene.
SOCRATE: Inseguiamo costoro come fossero alleati, sulle tracce della
loro scontentezza. Credo che, prendendo spunto da chiss quali lontane
premesse, si pongano una domanda di questo tipo: se volessimo osservare
la natura di qualsiasi genere, come per esempio la natura di ci che  duro,
capiremmo di pi rivolgendo la nostra attenzione a ci che durissimo al
massimo grado oppure a ci che  al minimo grado nella scala
della durezza? Bisogna che tu risponda, Protarco, a questi uomini
insofferenti e a me.
PROTARCO: Certamente, e io dico loro che dobbiamo guardare al primo grado
della scala di grandezza.
SOCRATE: Se per quanto riguarda il genere del piacere volessimo
vedere qual  mai la sua natura, dovremmo allora rivolgere la
nostra attenzione non ai piaceri che occupano il grado pi basso
nella scala dell'intensit, ma a quelli che diciamo occupare il punto
pi alto, ovvero il grado di intensit maggiore.
PROTARCO: Tutti sarebbero d'accordo con te adesso.
SOCRATE: Ma quei piaceri che, come diciamo spesso, sono alla nostra
portata e fra tutti i pi grandi non sono appunto gli stessi che
riguardano il corpo?
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: E sono e diventano pi intensi in coloro che soffrono per
le malattie o in coloro che stanno bene? Facciamo attenzione a
non inciamparci dando una risposta avventata. Forse potremmo
rispondere: in coloro che stanno bene.
PROTARCO: Mi sembra verosimile.
SOCRATE: E allora? Non sono forse superiori proprio quei piaceri
che sono preceduti dai desideri pi intensi?
PROTARCO: Questo  vero.
SOCRATE: Ma quelli che hanno la febbre e soffrono di analoghe affezioni
non hanno pi sete e pi freddo, provando con pi intensit tutto ci
che il nostro fisico  solito provare? E, avendo pi necessit di un sano,
non provano piaceri pi intensi quando vengono soddisfatti? O diremo che
questa asserzione non  vera?
PROTARCO: Certamente quel che  stato detto sembra vero.
SOCRATE: E allora? Non risulteremmo nel giusto se affermassimo che uno,
volendo osservare i piaceri piu intensi, deve rivolgersi non
verso le persone sane, ma verso chi  malato? Cerca di
capire che non ti interrogo con l'intenzione di sapere se i malati
gravi provino pi piacere dei sani, ma mi interessa scoprire qual 
l'intensit del piacere, e dove ogni volta si verifica il massimo
grado di tale intensit. Diciamo che bisogna capire qual  la sua
natura, e quale dicono che sia quelli che affermano che il piacere
non esiste affatto.
PROTARCO: Ma io seguo abbastanza il tuo discorso.
SOCRATE: Forse, Protarco, potrai dimostrarlo. Ma rispondi:
nell'intemperanza puoi osservare piaceri pi intensi - non dico pi
numerosi, ma superiori per forza ed intensit - che nella vita
dove regna la moderazione? Rispondimi facendo attenzione.
PROTARCO: Ho capito quel che vuoi dire, e vedo che vi  molta differenza.
Per quanto riguarda le persone moderate, esse sono fedeli alla
massima che ogni volta esorta: Nulla di troppo.(8)
Quanto invece alle persone che sono smodate e intemperanti, il
violento piacere che li domina fino alla follia li scredita.
SOCRATE: Bene. E se le cose stanno cos,  chiaro che i grandi piaceri
e anche i grandi dolori si sviluppano in un certo malessere dell'anima
e del corpo, e non nella virt.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Dopo averne prescelti alcuni, bisogna osservare i criteri
in base ai quali definivamo questi piaceri come i pi intensi.
PROTARCO: S,  necessario.
SOCRATE: Osserva quali sono i caratteri dei piaceri che derivano da
questi mali.
PROTARCO: Da quali?
SOCRATE: Parlo dei piaceri propri di quelle indecenti malattie, odiati
da coloro che noi prima chiamavamo persone insofferenti.
PROTARCO: Quali piaceri?
SOCRATE: Per esempio, il rimedio per chi  affetto dalla scabbia,
rimedio che consiste nel grattarsi, e per altri mali di questo genere,
i quali non necessitano di altre cure: ora, per gli di, questo
male che si trova in noi come la chiamiamo? Piacere o dolore?
PROTARCO: Mi sembra, Socrate, che si tratti di un male mescolato.
SOCRATE: Non ho fatto questo discorso pensando a Filebo:
ma senza condurre un esame di questi piaceri, Protarco, e di quelli che ad
essi seguono, mai potremmo giudicare quel che stiamo investigando.
PROTARCO: Dunque dobbiamo muoverci in direzione dei piaceri affini a questi.
SOCRATE: Parli di quelli che partecipano della mescolanza?
PROTARCO: Ma certamente.
SOCRATE: Ci sono delle mescolanze che riguardano il corpo e che avvengono
nel corpo, altre che riguardano l'anima e che avvengono nell'anima: noi
scopriremo che i dolori che riguardano l'anima e il corpo sono mescolati
ai piaceri, e li chiameremo tutti e due insieme ora piaceri, ora dolori.
PROTARCO: E come?
SOCRATE: Quando nella composizione o nella dissoluzione della propria
natura un tale provi nello stesso tempo sintomi opposti, e ora provando
i brividi di freddo arde dal caldo, ora bruciando per la febbre si sente
gelare, e cerca di conservare una di queste condizioni, io credo,
abbandonando l'altra, questa mescolanza che potremmo definire
di "dolce" e "amaro", che si accompagna alla difficolt di liberarcene,
determina irritazione e infine una violenta tensione.
PROTARCO: Quello che  stato appena detto  vero.
SOCRATE: E di mescolanze di questo genere non risultano alcune
dalla uguale composizione di dolori e di piaceri, mentre altre dalla
composizione di diversi e pi numerosi elementi?
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: Devi dire che alcune di queste mescolanze sono rappresentate
dal caso della scabbia di cui abbiamo detto adesso, e dal
solletico, e si hanno quando i dolori superano i piaceri: se ci che
ribolle e ci che produce infiammazione si trova all'interno, non
 possibile arrivarci grattando e frizionando, perch si calma solo
la parte in superficie, e allora, esponendo le parti interessate al
caldo e al suo contrario, cambiando talvolta per il caldo
eccessivo, ora si procurano immensi piaceri, ora al contrario, alle
parti interne e non a quelle esterne procurano dolori misti a piaceri,
in quella parte dove si rivolgono, separando violentemente
ci che era unito o unendo ci che era separato, e ugualmente
accostando i dolori ai piaceri.
PROTARCO: Verissimo.
SOCRATE: Quando una quantit maggiore di piacere si mischia in
tutte le mescolanze di questo tipo, la parte di dolore che viene
mescolata non procura forse prurito e una lieve irritazione, mentre
la maggiore quantit di piacere che vi  mescolata procura eccitamento
e talvolta frenesia, e dandogli un colorito diverso, facendogli
assumere diverse posizioni, alterando i ritmi del respiro,
procura in esso una passione violenta e grida senza alcun freno?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E ci fa dire, amico, al malato e ad altri che gli sembra di
morire nel godere di questi piaceri: e li insegue continuamente senza sosta,
tanto pi quanto  smodato e intemperante, e li definisce straordinari,
e considera assai fortunato chi trascorre tutta la vita in essi.
PROTARCO: Hai spiegato, Socrate, tutto quel che accade, pare, alla
maggior parte degli uomini.
SOCRATE: Almeno, Protarco, per quanto riguarda i piaceri che
si verificano nella comunanza delle disposizioni che prova il
corpo e che risultano dalla mescolanza d sensazioni esteriori e
prodotte dal suo interno: per quanto riguarda invece le disposizioni
opposte a quelle del corpo e che l'anima fa scontrare fra loro,
ovvero dolore contrapposto a piacere e piacere contrapposto a dolore
nel contempo, sino al punto che entrambi giungano a un'unica fusione,
si  gi detto prima, e cio che il vuoto ha desiderio di essere riempito,
e mentre si gode della speranza, si soffre per l'essere vuoto. Ci che
prima non abbiamo detto, e adesso diciamo  che, quando l'anima entra
in contesa con il corpo, vi  in tutti questi casi, straordinariamente
numerosi, una sola commistione di dolore e di piacere.
PROTARCO: Pu darsi che quello che tu dici sia giustissimo.
SOCRATE: Resta ancora una sola mescolanza di dolore e d piacere.
PROTARCO: A quale alludi?
SOCRATE: Dicevamo che spesso l'anima si mescola con se stessa.
PROTARCO: Come possiamo dire una cosa di questo genere?
SOCRATE: L'ira e la paura, la brama e il lamento, l'amore e la gelosia,
l'invidia e quant'altro ancora, non sono questi alcuni dei
dolori che tu poni fra quelli che discendono dall'anima stessa?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E non troveremo che sono colmi di piaceri straordinari?
Oppure dobbiamo richiamare i versi che dicono (a proposito
della collera e l'ira) spinge pure l'uomo ricco di pensiero alla collera,
ed  molto pi dolce del miele stillante.(9) E non troveremo altres che
i piaceri sono mescolati ai dolori nei lutti e nell'ardente brama?
PROTARCO: No, le vicende dell'anima non potrebbero che essere cos, e
non potrebbero avvenire diversamente.
SOCRATE: E ricordi anche gli spettacoli tragici, quando si piange
provando nello stesso tempo godimento?
	PROTARCO: E come no?
SOCRATE: E la disposizione della nostra anima alle commedie, non
pensi rifletta anche questa mescolanza di dolore e di piacere?
	PROTARCO: Non capisco.
SOCRATE: Certo: non  assolutamente facile, Protarco, comprendere
la disposizione dell'anima che si verifica di volta in volta in questo caso.
PROTARCO: In effetti non mi sembra facile.
SOCRATE: Vediamo di capire il concetto con uno sforzo tanto maggiore
quanto pi l'argomento e oscuro, perch anche nel resto si
riesca pi facilmente a comprendere l'unione di dolore e piacere.
PROTARCO: Puoi parlare.
SOCRATE: Il nome "invidia" pronunciato poco fa lo considererai tra
i dolori dell'anima o che cosa?
PROTARCO: Proprio cos.
SOCRATE: Ma colui che  invidioso mostrer di godere dei mali dei
suoi vicini.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: L'ignoranza e quella condizione che definiamo stoltezza
sono un male.
PROTARCO: E allora?
SOCRATE: E da queste cose eccoti sotto gli occhi quale sia la natura
di ci che  ridicolo.
PROTARCO: Dimmi pure tu.
SOCRATE: Il punto principale della questione consiste in una certa
forma di malvagit che prende il nome da una condizione degli
uomini: si tratta di una condizione che riguarda la malvagit nel
suo complesso e che  opposta alle parole scritte a Delfi. (10)
PROTARCO: Alludi al conosci te stesso, Socrate?
SOCRATE: S.  chiaro che l'opposto di quella massima sarebbe: non
conoscere minimamente te stesso.
PROTARCO: E allora?
SOCRATE: Protarco, prova a dividere questa massima in tre parti.
PROTARCO: Come dici? Non penso di essere capace.
SOCRATE: Dici che devo essere io a dividerla adesso?
PROTARCO: S, lo dico e oltre a dirlo anche ti prego.
SOCRATE: E non  forse inevitabile che ciascuno di quelli che ignorano
se stessi viva questa condizione sotto tre aspetti diversi?
PROTARCO: E come?
SOCRATE: Il primo aspetto riguarda le ricchezze: credere di
essere pi ricchi di quanto non sia in effetti il loro patrimonio.
PROTARCO: Sono molti, infatti, quelli che vivono in tale condizione.
SOCRATE: E molti di pi quelli che pensano di essere pi grandi e
pi belli, quanto a prestanza fisica, di quanto non siano in realt.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Ancora pi numerosi, credo, sono quelli che falliscono
per quanto riguarda il terzo aspetto, quello dell'anima, pensando
di essere superiori per valore, quando in realt non lo sono.
PROTARCO:  assolutamente cos.
SOCRATE: Non  forse appoggiandosi del tutto, fra le virt, alla
sapienza che la maggior parte di persone si riempie di desideri
di contese e di un falso apparire sapienti?
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: E se qualcuno dicesse che tale condizione in cui ci si
viene a trovare  tutto sommato un male, direbbe bene.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Questo, Protarco, dobbiamo ancora dividere, se, osservando
l'invidia da un punto di vista puerile, ci accingiamo a vedere una
insolita mescolanza di piacere e dolore. Come faremo a dividere?, tu dici.
Quanto a tutti quelli che hanno sconsideratamente di se stessi questa
opinione fallace,  inevitabile che anche a costoro come a tutti
gli uomini si accompagnino loro ad alcuni forza e potere, ad altri,
io credo, il contrario.
PROTARCO: S,  inevitabile.
SOCRATE: Allora dividi cos: quelli deboli e incapaci di difendersi se
sono ridicolizzati, dirai la verit se dici che sono ridicoli. Quelli
invece in grado di difendersi e dotati di forza, dicendo che sono
terribili e odiosi ne avrai fornito a te stesso una corretta
definizione. L'ignoranza dei forti  infatti odiosa e turpe - ed 
dannosa per chi si trova vicino, sia cos com', sia sotto le varie
forme in cui essa si manifesta - mentre quella dei deboli assume
le caratteristiche e la natura del ridicolo.
PROTARCO: Quello che dici  giustissimo. Ma in questo discorso non
mi risulta ancora chiara la mescolanza di piacere e dolore.
SOCRATE: Cerca di capire innanzitutto qual  il potere dell'invidia.
PROTARCO: Parla pure.
SOCRATE: Vi sono un dolore e un piacere ingiusti?
PROTARCO:  inevitabile che accada.
SOCRATE: E il godere delle sventure dei nemici non  ingiusto n invidioso.
O no?
PROTARCO: E allora?
SOCRATE: Mentre non  forse ingiusto vedere le sventure degli amici e
non soffrire, anzi, addirittura godere?
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: E non s' detto che l'ignoranza  un male per tutti?
PROTARCO: Giustamente.
SOCRATE: E a proposito della falsa sapienza e della falsa bellezza
degli amici e di tutto quanto ora abbiamo trattato quando
abbiamo detto di dividerli in tre specie, e a proposito di quanto
siano ridicole nei deboli e detestabili nei forti, diciamo o no ci
che dicevamo poco fa, e cio che, qualora uno degli amici si trovi
in tale condizione e non faccia danno agli altri, sia ridicolo?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E non riteniamo che questa condizione, essendo ignoranza,
sia un male?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Proviamo gioia o dolore quando ridiamo di quella?
PROTARCO:  chiaro che proviamo gioia.
SOCRATE: Non dicevamo che  l'invidia che procura piacere per i mali
degli amici?
PROTARCO: Inevitabilmente.
SOCRATE: Il discorso indica che, ridendo dei casi ridicoli degli amici,
e mescolando cos piacere ad invidia, noi uniamo piacere a dolore: e gi
prima riconoscemmo che l'invidia  come un dolore dell'anima, mentre il
ridere  una sorta di piacere, e che i due fatti avvengono
contemporaneamente in quest'ultima circostanza.
PROTARCO: Vero.
SOCRATE: Ora il discorso ci indica che nei lutti e nelle tragedie e
nelle commedie, e non solo nelle rappresentazioni teatrali, ma anche in
tutta la tragedia e la commedia della vita, dolori e piaceri sono
mescolati insieme, e cos in molte altre cose.
PROTARCO:  impossibile non convenire su questo, Socrate, quand'anche
si volesse sostenere polemicamente il contrario.
SOCRATE: Prima abbiamo proposto come oggetto del nostro studio
l'ira e il desiderio, il lamento e la paura, l'amore e la gelosia,
l'invidia e altre simili cose in cui dicevamo avremmo trovato
mescolati gli elementi di cui spesso oggi abbiamo parlato.  cos?
PROTARCO: S.
SOCRATE: Abbiamo appreso che tutto quello che  stato esposto finora
riguardava il lamento, l'invidia e l'ira.
PROTARCO: E come non capirlo?
SOCRATE: Ci restano ancora molte cose da trattare?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Per qual motivo soprattutto pensi che io ti abbia portato
il caso della commedia a esempio della mescolanza? Forse non
nella convinzione che  facile dimostrarti che questa fusione pu
verificarsi nelle paure, negli amori, e negli altri stati d'animo?
Dunque, compreso ci, mi permetti, senza che si vada ancora in questa
direzione, di non dilungare troppo i ragionamenti, ma comprendi
semplicemente questo, che il corpo senza l'anima e l'anima senza il
corpo, e insieme l'uno con l'altro, sono colmi, nelle disposizioni
in cui vengono a trovarsi, di piacere misto a dolore? Dimmi, ora: mi
lasci andare o farai mezzanotte? Se dico ancora poche cose, mi lascerai
andare libero. Di tutte queste questioni voglio farti un discorso
domani, mentre per quel che mi resta oggi, voglio andare al giudizio
che Filebo ha preparato.
PROTARCO: Dici bene, Socrate: ed esponi pure come preferisci quel che
rimane da esporre.
SOCRATE: Secondo una successione naturale, dopo i piaceri che risultano
da una necessaria mescolanza, potremmo procedere alla volta di quelli puri.
PROTARCO: Quello che dici mi va benissimo.
SOCRATE: Prover a indicarveli, mutando cos l'oggetto della ricerca.
Non posso affatto prestare fede a quelli che dicono che tutti i
piaceri sono una tregua dei dolori, ma, come dicevo, mi servo di
loro come di testimoni per dimostrare che di alcuni piaceri vi 
solo l'opinione ma che in realt non esistono affatto, e che alcuni
altri apparendo nello stesso tempo enormi e numerosi risultano
impastati con i dolori e con le cessazioni delle sofferenze pi
intense che riguardano il male del corpo e quello dell'anima.
PROTARCO: Quali altri piaceri, Socrate, si dovrebbero considerare
veritieri per pensare correttamente?
SOCRATE: Quelli che riguardano i colori che si dicono belli, e le figure,
e la maggior parte dei piaceri che riguardano odori e suoni,
e tutto ci che, rendendoci insensibili al bisogno e indifferenti al
dolore, ci offre una soddisfazione coinvolgente e piacevole.
PROTARCO: Che cosa vuoi dire con queste parole, Socrate?
SOCRATE: Siccome quello che dico non  di immediata chiarezza,
cercher di chiarirlo. Tenter ora di parlare della bellezza
delle figure non come molti la intenderebbero, quella di animali
o di certe pitture che li raffigurano, ma parlo di qualcosa di
retto - cos vuole il discorso - e di circolare, e delle figure piane e
solide che da essi derivano e che si realizzano con i compassi, e
ancora quanto si ottiene con regoli e squadre, se intendi. Non dico
che queste siano belle in relazione a qualcosa, come le altre cose,
ma che sono generate belle in se stesse e hanno piaceri affini alla
loro natura, per nulla simili a quelli derivanti dal frizionarsi.
E anche i colori hanno questa caratteristica. Ci capiamo o no?
PROTARCO: Sto tentando, Socrate: ma sforzati di parlare ancora pi chiaro.
SOCRATE: Voglio dire che i suoni, quelli dolci e limpidi, e che diffondono
un'unica limpida melodia non sono belli in base a un criterio esterno, ma
sono belli in s e per s, e ad essi si accompagnano piaceri della loro
stessa natura.
PROTARCO: S,  cos.
SOCRATE: Quanto agli odori, si tratta di un genere di piaceri
meno divino di quelli. Ma poich in essi non si mescolano necessariamente
dolori, dove e in quale luogo siano essi per noi generati, io li pongo
tutti in corrispondenza di quelli. Ma, se intendi, questi sono due generi
di quelli che chiamiamo piaceri.
PROTARCO: Intendo.
SOCRATE: A questi aggiungiamo ancora i piaceri che riguardano
l'apprendimento, se per caso ci sembra che questi non abbiano in s la
fastidiosa fame di sapere, n le sofferenze che scaturiscano all'inizio
da questa fame di nozioni.
PROTARCO: Sono d'accordo.
SOCRATE: E allora? Non ti accorgi che in essi possono avere origine
delle sofferenze nel caso in cui chi  stato soddisfatto dalla fame
di sapere, subito dopo subisce una perdita di quel che ha appreso
a causa dell'oblio?
PROTARCO: E questo non accade per natura, ma in alcuni processi
mentali riguardanti questa disposizione, nel caso in cui uno,
privato del sapere, si addolori per il bisogno.
SOCRATE: E, mio caro, ora stiamo esponendo soltanto le disposizioni
della natura prese in se stesse e separate dai processi mentali.
PROTARCO: Quello che dici  vero, perch l'oblio di quelle nozioni
che apprendiamo avviene ogni volta in noi separato dal dolore.
SOCRATE: Si pu allora dire che questi piaceri che derivano
dall'apprendimento non si mischiano con i dolori e non sono affatto di
molti uomini, ma di pochissimi.
PROTARCO: Come non dirlo?
SOCRATE: Dopo aver convenientemente separato dai piaceri
puri quelli che a ragione potremmo chiamare impuri, attribuiamo
col ragionamento ai piaceri violenti un eccesso di misura, e,
al contrario, agli altri, la giusta misura. E stabiliamo che i piaceri
che hanno in s "ci che  grande" e "ci che  violento" e "frequentemente"
e "raramente" diventando tali appartengono al genere dell'infinito che
conduce il "meno" e il "pi" attraverso il corpo e l'anima, mentre quelli
che non sono tali appartengono al genere dei piaceri che contengono
la giusta misura.
PROTARCO: Quello che dici  giustissimo, Socrate.
SOCRATE: Inoltre, dopo di ci, si deve ancora osservare un fatto.
PROTARCO: Quale?
SOCRATE: Che cos' mai che dobbiamo dire si avvicini alla verit?
Ci che  puro e non mescolato, oppure ci che  violento e ci
che  numeroso e ci che  grande e ci che  impetuoso?
PROTARCO: Qual  il senso di questa domanda, Socrate?
SOCRATE: Non vorrei rimproverarmi, Protarco, di tralasciar nulla
che riguardi il piacere e la scienza, affinch, nel caso vi sia
qualcosa di puro in ciascuno di essi e qualcosa di impuro, vagliando
ci che  puro nell'uno e nell'a1tra, si possa offrire un
giudizio pi agevole a me, a te, a tutti quanti.
PROTARCO: Giustissimo.
SOCRATE: Avanti, cominciamo a riflettere su tutti quelli che chiamiamo
"generi puri". Scegliamone uno ed esaminiamolo.
PROTARCO: Quale allora sceglieremo per primo?
SOCRATE: Primo fra tutti esamineremo il genere del bianco, se vuoi.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: In che cosa consiste per noi la limpidezza del bianco?
Nella grandezza o nella moltitudine dei bianchi, o nella sua assoluta
impossibilit di essere mescolato, Ovvero nel fatto che in
esso non  presente nessun'altra parte di nessun colore?
PROTARCO:  chiaro che consiste in quello assolutamente puro.
SOCRATE: Giusto. Allora non considereremo questo come il pi vero,
Protarco, e a un tempo il pi bello fra tutti i bianchi, e non quello
che si configura secondo il numero e la grandezza?
PROTARCO: Giustissimo.
SOCRATE: E se diremo che una piccola quantit di bianco puro 
pi bianca, e nello stesso tempo pi bella e pi vera di un grande
quantit di bianco mescolato, diremo senz'altro bene.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E allora? Non avremmo bisogno di molti esempi come
questi per il nostro discorso sul piacere, ma basta che noi da soli
ci rendiamo conto che ogni pi piccolo e pi raro piacere, purificato
dal dolore, sar migliore, pi vero, e pi bello di uno pi grande e
pi frequente.
PROTARCO: Certamente,  sufficiente questo esempio.
SOCRATE: E questo? Riguardo al piacere non abbiamo sentito che sempre
si genera, ma che non esiste affatto la sua sostanza? Alcune persone
raffinate, (11) cui noi dobbiamo essere grati, si sforzano di mostrarci
questo ragionamento.
PROTARCO: E in che cosa consiste?
ISOCRATE: Te lo spiegher, interrogandoti di volta in volta, caro Protarco.
PROTARCO: Parla pure e interrogami.
SOCRATE: Ci siano due entit, l'una in s e per s, e l'altra che mira
ad altro.
PROTARCO: Di che cosa si tratta e a quali due entit alludi?
SOCRATE: Una  continuamente generata come la pi veneranda,
l'altra si trova al di sotto di quella.
PROTARCO: Parla ancora pi chiaramente.
SOCRATE: Ci  gi capitato di osservare giovanotti belli e buoni e
nello stesso tempo anche i loro coraggiosi amanti.
PROTARCO: Assolutamente s.
SOCRATE: Cerca altri due esempi simili a questi due, che siano
conformi a tutto quanto noi diciamo che sia.
PROTARCO: Te lo dir ancora per la terza volta? Spiega pi chiaramente,
Socrate, che cosa vuoi dire.
SOCRATE: Niente di complicato, Protarco:  il discorso che si prende
gioco di noi, e afferma che fra le cose dotate di essere da un lato
vi  ci che  sempre in funzione di un qualcosa, dall'altro vi 
ci in funzione del quale ogni volta ci che  generato in funzione di
qualcosa sempre si genera.(12)
PROTARCO: A stento comprendo, e solo perch mi  stato ripetuto pi volte.
SOCRATE: Pu darsi, figliolo, che comprenderemo di pi procedendo innanzi
nel discorso.
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: Prendiamo due altri generi.
PROTARCO: Quali?
SOCRATE: L'uno  il generarsi di tutte le cose, l'altro il loro essere.
PROTARCO: Ammetto questi due, l'essere e il generarsi.
SOCRATE: Giustissimo. E allora quale di questi  in funzione dell'altro?
Diciamo che il generarsi  in funzione dell'essere o l'essere in funzione
del generarsi?
PROTARCO: Ora mi chiedi se quello che ha il nome di "essere"  ci che  in
funzione del generarsi?
SOCRATE: Mi sembra di si.
PROTARCO: Per gli di, mi domandi proprio questo: Dimmi, Protarco: tu
affermeresti che la costruzione delle navi  in funzione delle navi,
piuttosto che le navi essere in funzione della loro costruzione, e cos
per le altre cose?
SOCRATE: Proprio cos voglio dire, Protarco.
PROTARCO: Perch non puoi essere proprio tu a rispondere a te stesso,
Socrate?
SOCRATE: Non c' nessun motivo in particolare: ma prendi anche tu parte
al discorso.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Dico che in funzione del generarsi vengono disposti i mezzi,
tutti gli strumenti e il materiale, e che ogni diverso generarsi si
genera in funzione di ciascun diverso essere, e che il generarsi, nella
sua totalit,  in funzione dell'essere nella sua totalit.
PROTARCO: Chiarissimo.
SOCRATE: Dunque il piacere, se  vero che  generazione, si potrebbe
generare necessariamente a causa di un certo essere.
PROTARCO: E allora?
SOCRATE: Ci in funzione del quale verrebbe sempre generato ci che viene
generato in funzione di qualcosa, (13) apparterrebbe al destino del bene:
ci che  generato in funzione di altro appartiene ad altro destino,
carissimo.
PROTARCO:  assolutamente necessario.
SOCRATE: E se dunque  vero che il piacere  generazione, lo collocheremo
correttamente se lo collocheremo in diversa posizione rispetto a quella
del bene?
PROTARCO: Giustissimo.
SOCRATE: Come si diceva all'inizio del discorso, dobbiamo mostrare
riconoscenza verso chi ci ha indicato il generarsi del piacere,
negando nel modo pi assoluto il suo essere:  chiaro che costui
si prende gioco di quanti affermano che il piacere  bene.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E ogni volta rider egli stesso anche di coloro che si
sentono appagati nel loro generarsi.
PROTARCO: Come e di quali persone parli?
SOCRATE: Di quanti placando o la fame, o la sete o quant'altro il
generarsi placa, godono a causa della generazione, quasi fosse
essa stessa un piacere, e dicono che non accetterebbero di vivere
senza la sete e senza la fame, e senza sopportare tutto il resto che
si potrebbe dire che segua tali disposizioni.
PROTARCO: S, mi sembra che costoro siano cos.
SOCRATE: Dunque non potremmo dire che il corrompersi  l'opposto del
generarsi?
PROTARCO: Necessariamente.
SOCRATE: Chi scegliesse questa vita sceglierebbe la corruzione e la
generazione, ma non quel terzo tipo di vita, quello in cui non si
prova n godimento n dolore, ma nel quale gli sarebbe consentito di
esercitare nel modo pi puro la sua intelligenza.
PROTARCO: A quanto pare, Socrate, se noi consideriamo il piacere
un bene, ne deriva come conseguenza una grave assurdit.
SOCRATE: Grave, dal momento che ci si deve esprimere cos.
PROTARCO: Cos come?
SOCRATE: Come non sarebbe assurdo pensare che nessun bene n bellezza
esistano nei corpi e in molte altre entit se non nell'anima, e che
l soltanto vi sia il piacere, mentre il coraggio, la moderazione, il
pensiero e tutti gli altri beni che l'anima ottiene non rappresenterebbero
nulla di buono? E inoltre: non  assurdo essere costretti a dire che chi
non gode, anzi, chi soffre,  malvagio proprio quando soffre,
quand'anche fosse il migliore di tutti, e chi gode, quanto pi gode,
proprio quando gode, in questo si distingue per virt?
PROTARCO:  quanto di pi assurdo ci possa essere, Socrate.
SOCRATE: Non disponiamoci a un esame completo e approfondito
del piacere dando a credere che a fatica ci asteniamo da un esame
sulla mente e sulla scienza: con onest invece passiamo tutto
al setaccio, nel caso che da qualche parte vi fosse qualcosa di
difettoso, perch, osservando la parte che di queste due sia per
natura pi pura, di questa loro parte e di quella pi vera del piacere
possiamo servirci per una comune valutazione.
PROTARCO: Giusto.
SOCRATE: Dunque, io credo, secondo noi, vi  un aspetto artigianale
della scienza che riguarda l'apprendimento, e un altro che riguarda
l'educazione e il nutrimento. O no?
PROTARCO:  cos.
SOCRATE: Nelle arti manuali consideriamo prima di tutto se fra esse
vi sono quelle che appartengono di pi alla scienza e quelle che
vi appartengono di meno, e se le prime vanno considerate come
le pi pure, mentre le seconde come le meno pure.
PROTARCO: S, facciamolo.
SOCRATE: Dobbiamo allora distinguere e separare in ciascuna di
esse quelle arti che fanno da guida?
PROTARCO: Quali sono e come si pu fare?
SOCRATE: Se per esempio uno separasse da tutte le arti, l'arte
del contare, quella del misurare e quella del pesare, sarebbe
insignificante, cos per dire, quel che resterebbe di ciascuna.
PROTARCO: S, sarebbe insignificante.
SOCRATE: Dopo queste cose resterebbe il congetturare e l'esercizio
dei sensi affinato attraverso l'esperienza e una certa pratica, e si
farebbe uso delle potenzialit proprie dell'arte congetturale,
potenzialit che molti chiamano con il nome di arte, quando siano
rafforzate dall'esercizio e dalla fatica.
PROTARCO: Quello che dici  necessariamente vero.
SOCRATE: E piena di questi esempi  innanzitutto la musica, poich
armonizza gli accordi non tramite la misura, ma attraverso la
congettura che deriva dalla pratica, e, all'interno di essa, tutta
l'auletica, che cerca la misura di ciascuna nota determinata
mediante il congetturare, sicch essa, per effetto di questa mescolanza,
contiene molto che non  chiaro, e poco di sicuro.
PROTARCO: Verissimo.
SOCRATE: E troveremo che sono nella stessa situazione l'arte medica, quella
che riguarda la coltivazione della terra, quella del pilota, e quella che
presiede alla guerra.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Quanto all'arte del costruire, poich fa uso di numerose misure
e strumenti, ed  fornita di molta precisione, si presenta, io credo, come
la pi precisa della maggior parte delle scienze.
PROTARCO: E in quali campi?
SOCRATE: Nella costruzione delle navi e delle case e in molti altri
campi ove si costruisca con il legno. Infatti fa uso del regolo,
del compasso, del piombino, della cordicella, e di un certo attrezzo
che raddrizza i pezzi d legno.
PROTARCO: E dici bene, Socrate.
SOCRATE: Separiamo le arti di cui abbiamo parlato in due parti: ci
sono quelle che seguono la musica e nelle loro opere hanno una
minore precisione e quelle che seguono l'arte dell'edificare che
hanno una maggior precisione.
PROTARCO: Sia cos.
SOCRATE: Fra tutte queste le arti pi precise sono quelle che un
momento fa abbiamo nominato per prime.
PROTARCO: Mi sembra che tu vuoi alludere all'arte del far calcoli e
a quelle che ho pronunciato insieme ad essa. O come?
SOCRATE: Certamente. Ma, Protarco, non si deve dire che queste a loro
volta si dividono in due specie? O come?
PROTARCO: Di quali parli?
SOCRATE: Prima di tutto dell'arte di far calcoli: non si deve dire che
v' ne una che appartiene alla maggior parte delle persone, ed
un'altra che appartiene ai filosofi?
PROTARCO: E come si potrebbe considerare l'arte di far calcoli cos
divisa nell'una e nell'altra scienza?
SOCRATE: Non si tratta di una distinzione di poco conto, Protarco.
Di quelli che si occupano dei numeri alcuni calcolano unit disuguali,
come due eserciti, e due buoi, e considerano due le cose
pi piccole o due le pi grandi fra tutte: ma altri non sarebbero
disposti a seguirli se non si stabilisse che nessuna unit, fra
le innumerevoli che esistono,  diversa da un'altra.
PROTARCO: E certamente tu dici bene: non  di poco conto la differenza
che riguarda quelli che si occupano di numeri, sicch 
ragionevole affermare che due sono le arti del far calcoli.
SOCRATE: E allora? L'arte del computare e del misurare ora applicate
all'arte del costruire e al commercio, ora applicate alla geometria
che fa parte alla filosofia e all'arte di coloro che si occupano di
calcoli puri, si possono ancora definire l'una e l'altra come una sola
arte oppure come due arti diverse?
PROTARCO: Se ho seguito bene quel che s' detto prima, darei il mio
voto per sostenere che l'una e l'altra di quelle due sono duplici.
SOCRATE: Giusto. Allora capisci per quale ragione queste cose sono
state messe da noi al centro del dibattito?
PROTARCO: Forse, ma vorrei che tu mi chiarissi il senso dell'attuale
domanda.
SOCRATE: Mi sembra che questo discorso, non meno di quando lo
abbiamo cominciato, quando cio abbiamo cercato di presentare
qui davanti ci che era diametralmente opposto ai piaceri, cerchi
di indagare un'altra forma di scienza pi pura, come era successo
per il piacere.
PROTARCO: S,  senz'altro chiaro che proprio per questi motivi
abbiamo intrapreso la discussione in corso.
SOCRATE: E allora? Forse non si scopr, nei discorsi di prima, che a
seconda dei diversi ambiti vi erano diverse arti, una pi chiara, e
una pi indistinta?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E, sempre in quelle circostanze, dopo che ebbe chiamato
una certa arte con un unico nome e l'ebbe considerata come se
fosse unica, forse il discorso non torna nuovamente a interrogarci,
come se fossero due, sulla loro chiarezza e purezza, e se
possiede pi precisione quella che appartiene ai filosofi o quella
che appartiene a coloro che non sono filosofi?
PROTARCO: Mi sembra che interroghi proprio su questo punto.
SOCRATE: Quale risposta gli daremo, Protarco?
PROTARCO: Socrate, siamo giunti a una differenza di mirabile grandezza,
procedendo nell'indagine sulla chiarezza delle scienze.
SOCRATE: Dunque daremo una facile risposta?
PROTARCO: E allora? Si dica che le scienze di cui si sta parlando
sono molto differenti dalle altre arti, e che rispetto ad esse sono
superiori, per l'esattezza e la verit nella misura e nel numero,
quelle contrassegnate dall'irresistibile ardore dei filosofi.
SOCRATE: Sia cos come tu pensi, e allora, fidandoci di te, rispondiamo
coraggiosamente a chi con abilit cerca di forzare i discorsi.
PROTARCO: Quale risposta daremo?
SOCRATE: Risponderemo che vi sono due specie di arti del calcolo e
due che riguardano l'arte del misurare, e cos per le altre numerose arti
che ad esse si accompagnano, e che contengono questa duplicit, pur
essendo accomunate da un nome unico.
PROTARCO: Diamo questa risposta a costoro che tu chiami abili parlatori,
e speriamo che tutto vada bene, Socrate.
SOCRATE: Diciamo che queste scienze garantiscono una maggiore precisione?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Ma la potenza della dialettica non ci ricuserebbe, Protarco, se
al suo posto preferissimo un'altra arte?
PROTARCO: E come dobbiamo definire quest'arte?
SOCRATE:  chiaro che ognuno riconoscerebbe l'arte di cui parliamo.
Credo che chiunque, anche quelli a cui resta attaccato solo pi un
brandello di intelligenza, ritenga di gran lunga pi vera questa forma
di conoscenza che si occupa di ci che , di ci che  realmente e di
ci che  sempre generato uguale a se stesso. E tu che dici?
Come giudichi questa affermazione, Protarco?
PROTARCO: Siccome, Socrate, ascoltavo di frequente Gorgia (14)
affermare che l'arte del persuadere emerge di gran lunga su tutte le
altre - tutte da questa sarebbero rese schiave di buon grado e senza
costrizione, ed essa sarebbe di gran lunga la pi nobile di ogni
arte - non vorrei dare risposte contrarie a te n a quello.
SOCRATE: Mi sembra che tu avessi intenzione di dire "le armi", ma
che ti sei vergognato e hai lasciato perdere.
PROTARCO: Sia come tu credi.
SOCRATE: Sono io il responsabile di questa tua difficolt di comprensione?
PROTARCO: Quale?
SOCRATE: Ma caro Protarco, io non cercavo quale fosse l'arte o la scienza
che fra tutte si distinguono per importanza, nobilt e utilit nei nostri
confronti, ma quella in grado di investigare la chiarezza, la precisione,
e il massimo grado di verit, quand'anche fosse di poco valore e di
scarsa utilit. Proprio questo  ci che ora cerchiamo di investigare.
Allora fa' attenzione: da un lato non ti inimicherai Gorgia se permetti
alla sua arte di primeggiare quando essa sia utile agli uomini.
Dall'altro, per quanto riguarda quel metodo d indagine d cui ora
parlavo - come quando a proposito del bianco affermavo che una quantit
di bianco puro, anche se minima, superava una grande quantit di bianco non
puro, proprio per il fatto di essere il bianco pi vero -, dopo intense
ricerche e discussioni, senza tenere conto di talune utilit e onori
delle scienze, ma considerando se vi  una potenza della nostra anima che
spinga ad amare il vero e a far tutto in funzione di quello, cerchiamo
di dire, non prima di averla diligentemente investigata, se siamo in grado
di affermare verosimilmente che essa possiede pi di ogni altra la purezza
di mente e di pensiero, o se dobbiamo ricercarne un'altra che
le sia superiore.
PROTARCO: Posso indagare, ma credo sia difficile pensare a
qualche altra scienza o arte pi di quest'ultima unita alla verit.
SOCRATE: Forse quel che stai dicendo ora lo hai detto osservando
che molte arti - e quanti in esse spendono le loro energie - si basano
innanzitutto sulle opinioni e ricercano sistematicamente quanto ad esse
attiene? Quand'anche uno ritenesse di far ricerche intorno alla natura
delle cose, lo sai che passerebbe tutta la vita a investigare il mondo
di qui, ovvero come si  generato, come subisce, e come agisce?
Possiamo dire cos, o no?
PROTARCO: S,  cos.
SOCRATE: E quel tale allora non si assumerebbe la fatica di far
ricerche intorno a ci che  sempre, ma intorno a ci che si genera,
sar generato, si  generato?
PROTARCO: Verissimo.
SOCRATE: Di tutte queste cose che non hanno mai contenuto nulla
che le rendesse identiche a se stesse, n mai lo avranno, e
neppure lo hanno nel momento presente, possiamo dire che vi
sia qualcosa di chiaro secondo la pi limpida verit?
PROTARCO: E come potremmo?
SOCRATE: E a proposito di quelle cose in cui non vi  in alcun modo
nulla di sicuro, come potremmo ottenere qualcosa di sicuro,
anche pur che sia?
PROTARCO: Non si potrebbe affatto, io credo.
SOCRATE: Non vi  n mente n scienza che sia in grado di possedere
intorno a queste cose il massimo grado della verit.
PROTARCO: Non  verosimile.
SOCRATE: Dobbiamo salutare e lasciar perdere i discorsi su di te,
me, Gorgia e Filebo, e con il discorso testimoniare questo.
PROTARCO: Che cosa?
SOCRATE: O vi sono in quelle cose la solidit, la verit, e quella
propriet che prima chiamavo "purezza" - parlo delle cose che sempre
per se stesse allo stesso modo non sono mescolate - oppure
sono in ci che  pi affine a quelle: quanto alle altre cose, si
deve dire che passano in secondo grado.
PROTARCO: Quello che dici  verissimo.
SOCRATE: E quanto ai nomi il procedimento pi ragionevole non 
forse quello di attribuire alle cose pi belle i nomi pi belli?
PROTARCO: Mi sembra verosimile.
SOCRATE: Dunque i nomi come "mente" e "intelligenza" non si potrebbero
stimare al massimo grado?
PROTARCO: S.
SOCRATE: E questi nomi, applicati correttamente, nelle riflessioni di
ci che realmente , indicano le cose nella loro esattezza.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Quei nomi che io allora sottoposi al giudizio non sono
altro che questi.
PROTARCO: Come, Socrate?
SOCRATE: Ebbene. Per quel che riguarda l'intelligenza e il piacere e
la loro reciproca mescolanza, se qualcuno dicesse che esse
stanno davanti a noi come ci da cui o ci in cui deve essere plasmato
sta davanti agli artigiani, realizzerebbe con la parola una bella immagine.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E dopo di ci non si deve provare a mescolare queste cose?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E non sarebbe corretto se noi prima dicessimo e ricordassimo questo?
PROTARCO: Che cosa?
SOCRATE: Quello che abbiamo ricordato prima: mi sembra che dica bene il
proverbio secondo cui due e tre volte ci che ha in s qualcosa di buono
si deve ripetere col discorso.
PROTARCO: E che cosa?
SOCRATE: Avanti, per Zeus: credo che possiamo ripetere in questo modo le
cose che allora sono state dette.
PROTARCO: E come?
SOCRATE: Filebo dice che il piacere rappresenta il giusto fine per tutti
gli esseri viventi, che tutti devono mirare a quello, che esso  un bene
per tutti, e che  possibile attribuire correttamente due nomi, ovvero
quello di "bene" e "piacevole" a una sola entit e a una sola natura.
Socrate invece sostiene che questo non sia una sola entit, ma due come
i nomi, e ci che  "bene" e ci che abbiano una natura differente
fra loro, e che l'intelligenza partecipi maggiormente della parte
assegnata al bene che non il piacere. Non s diceva allora questo, Protarco?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: E su questo punto non si potrebbe convenire fra noi, sia allora
sia adesso?
PROTARCO: Su quale punto?
SOCRATE: Sul fatto che la natura del bene differisca dalle altre in questo.
PROTARCO: In che cosa?
SOCRATE: Che se questo bene fosse sempre presente negli esseri viventi,
in ogni sua parte e dappertutto, d nient'altro avrebbero
ancora bisogno gli esseri viventi, ma basterebbero perfettamente
a se stessi. Non  cos?
PROTARCO: S,  cos.
SOCRATE: Non abbiamo provato, nel corso del nostro ragionamento, a
separare una cosa dall'altra per quanto riguarda la vita di
ciascuno, facendo in modo che il piacere non fosse mescolato
all'intelligenza, e parimenti l'intelligenza non fosse mescolata al
piacere, neanche in una minima parte.
PROTARCO: S, era cos.
SOCRATE: E ci  sembrato allora che uno dei due bastasse a qualcuno?
PROTARCO: E come?
SOCRATE: Se in qualche cosa talvolta siamo usciti dal seminato, ora
chiunque voglia tornarci sopra, ripeta il discorso in modo pi
corretto, considerando memoria e intelligenza, scienza e opinione
veritiera come appartenenti alla medesima specie, e cercando
di vedere se qualcuno senza di esse accetterebbe di avere o di
entrare in possesso di qualsiasi cosa, dal momento che neppure il
piacere si accetterebbe d avere - non ha importanza se il sommo
piacere o il pi intenso - poich non si riuscirebbe ad immaginarsi
realmente il suo godimento, n sarebbe assolutamente possibile
conoscere quale mai sia stata la disposizione d'animo provata,
n si avrebbe memoria di essa e neppure di qualsivoglia unit di tempo.
E si dica ugualmente dell'intelligenza, cio se qualcuno,
privato di ogni piacere, anche del pi piccolo, accetterebbe
di avere intelligenza piuttosto che accompagnarsi a certi piaceri,
o avere tutti i piaceri separati dall'intelligenza piuttosto che
accompagnarsi ad una intelligenza.
PROTARCO: Non  possibile, Socrate, e su questo punto non si devono
neppure fare molte domande.
SOCRATE: Nessuno di questi due, allora, potrebbe essere la cosa pi
perfetta, preferibile per tutti, il sommo bene?
PROTARCO: E come potrebbe?
SOCRATE: Si deve cercare di cogliere il bene con chiarezza o anche
un suo esemplare, affinch, come dicevamo, noi abbiamo a chi
dare il secondo posto.
PROTARCO: Quello che dici  giustissimo.
SOCRATE: Non abbiamo gi intrapreso una strada verso il bene?
PROTARCO: Quale?
SOCRATE: Se ad esempio un tale, cercando un uomo, chiedesse prima di
tutto corrette informazioni sulla sua abitazione, su dove abita,
sarebbe assai avvantaggiato nella sua ricerca.
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: E ora un discorso ci ha indicato, cos come anche in principio,
di non cercare il bene nella vita non mescolata, ma in quella mescolata.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Vi  maggior speranza che quel che cerchiamo si manifester
in ci che viene mescolato bene o in ci che non lo ?
PROTARCO: S, vi  molta pi speranza nel primo caso.
SOCRATE: E allora pregando gli di, Protarco, operiamo questa
mescolanza, e o Dionisio, o Efesto, (15) o qualcuno degli di si
assuma l'onore di questa fusione.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: A noi, quasi fossimo coppieri, stanno innanzi delle fonti - come
fonte stillante di miele si potrebbe rappresentare quella del piacere,
mentre quella dell'intelligenza pu paragonarsi a una sobria fonte
senza vino da cui scaturisce acqua incontaminata e salubre - e dobbiamo
cercare di mescolarle il meglio possibile.
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: Prima aspetta: faremmo bene a mescolare il piacere nella sua
interezza con tutta quanta l'intelligenza?
PROTARCO: Forse.
SOCRATE: Ma non sarebbe sicuro agire cos. Mi sembra di poter
esprimere un'opinione sul modo meno pericoloso di mescolare.
PROTARCO: Dimmi quale.
SOCRATE: Vi era un piacere pi vero per noi di un altro e un'arte
pi esatta di un'altra?
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: Vi  differenza fra scienza e scienza, poich l'una  rivolta
a ci che nasce e muore, l'altra  rivolta a ci che non nasce n muore,
e che  identica a se stessa e sempre si presenta allo stesso modo.
Poich miravamo alla verit, giudicammo che quest'ultima fosse
pi vera di quell'altra.
PROTARCO: Certo,  giusto dire cos.
SOCRATE: Se allora vedessimo, avendo prima mescolato le parti pi
vere di ciascuna delle due, se tale mescolanza basti a procurarci
la realizzazione della vita pi desiderabile, oppure si abbia bisogno
di qualcos'altro che non sia simile a quelle, che cosa diresti?
PROTARCO: Mi sembra che potremo fare cos.
SOCRATE: Supponiamo che ci sia un uomo che rifletta sulla giustizia
e su ci che essa , e che conosca una definizione che tenga dietro
al pensiero, e che allo stesso modo compia un'analisi intorno
alle altre cose fornite di esistenza.
PROTARCO: Supponiamolo.
SOCRATE: Baster a costui possedere la scienza quando, essendo in
grado di ragionare sul cerchio e sulla sfera in quanto entit divine,
ma non conoscendo affatto questa umana sfera e questi cerchi,
far cos uso, nella costruzione delle case, di quegli altri
modelli e di quei cerchi perfetti?
PROTARCO: Stiamo parlando di una condizione ridicola in cui ci verremmo a
trovare, Socrate, se avessimo soltanto a che fare con le scienze divine.
SOCRATE: Come dici? Allora dobbiamo mettere in comune e
mescolare quell'arte che non fornisce garanzie n purezza e si basa su
falsi modelli e nel contempo su falsi cerchi?
PROTARCO:  necessario, se uno di noi vorr almeno trovare ogni
volta la strada di casa.
SOCRATE: E stesso discorso vale per la musica allora, che poco fa
dicevamo che  piena di congetture e di imitazioni, e che manca di purezza?
PROTARCO: Mi sembra inevitabile, se la nostra vita dovr essere pur
sempre considerata tale.
SOCRATE: Vuoi che, come un portinaio spinto e incalzato dalla folla,
cedendo all'impeto di essa e spalancando tutte le porte, permetta
che tutte le scienze si scaglino dentro e la pi impura si mescoli
con quella pura?
PROTARCO: Non capisco, Socrate, quale sarebbe il danno se un tale volesse
ottenere tutte le altre scienze essendo gi in possesso delle scienze prime.
SOCRATE: Lascio che tutte quante scorrano verso quello che assai
poeticamente Omero chiama il "recipiente della mescolanza"? (16)
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Sono lasciate libere: e di nuovo si deve tornare alla fonte
del piacere. Non ci fu possibile prima mescolare le parti dei piaceri
veri con le parti delle scienze vere, cos come avevamo pensato,
ma per l'amore verso tutta la scienza abbiamo lasciato che
queste convergessero in massa verso uno stesso punto, e che questo
accadesse prima che si unissero ai piaceri.
PROTARCO:  verissimo quello che dici.
SOCRATE: E ora che noi due si decida anche sui piaceri, se dobbiamo
lasciare andar liberi anche tutti questi in massa o se anche di
questi dobbiamo liberare per primi quelli che per noi sono veri.
PROTARCO: Per sicurezza  molto meglio liberare per primi i piaceri veri.
SOCRATE: Siano liberi. Che accade, dopo? Se ve ne sono di necessari,
come nell'altro caso, non sono anche questi da mescolare?
PROTARCO: E perch no? Certamente anche quelli necessari.
SOCRATE: E se adesso ripetiamo per i piaceri le cose gi dette
per le arti - cio che non era dannoso, ma anzi vantaggioso per la
vita dell'uomo conoscerle tutte quante - dobbiamo mescolarli
tutti, se  vero che il loro godimento costituisce nel corso dell'esistenza
un vantaggiO e non  senz'altro un danno per noi tutti.
PROTARCO: In quali termini dunque possiamo parlare di questi? E
come dobbiamo comportarci?
SOCRATE: Non devi domandarlo a noi, Protarco, ma ai piaceri e alle
intelligenze stesse: cos chiedendo su questo punto informazioni
degli uni avremo notizie delle altre, e viceversa.
PROTARCO: Su quale punto?
SOCRATE: Amici, sia che bisogna chiamarvi piaceri, sia che bisogna
darvi un altro nome, accettereste di abitare con l'intelligenza
presa nella sua interezza oppure separati da essa?. Penso che a
queste domande risponderanno necessariamente cos.
PROTARCO: Come?
SOCRATE: Come fu detto in precedenza: Non  possibile n vantaggioso
ammettere l'esistenza di un genere puro che sia unico e
isolato: fra tutti i generi pensiamo che l'unico migliore e
che possa convivere con noi al posto di qualsiasi altro sia quello
del conoscere sia tutte le altre cose sia ciascuno di noi nella massima
perfezione possibile.
PROTARCO: Ora avete detto bene, diremo.
SOCRATE: Giustamente. E dopo questa domanda si deve tornare a
interrogare di nuovo l'intelligenza e la mente: Nel corso della
fusione avete bisogno di qualcuno fra i piaceri?, potremmo
domandare interrogando la mente e l'intelligenza. E di quali piaceri?,
essi forse direbbero.
PROTARCO: Una replica verosimile.
SOCRATE: Dopo queste domande il nostro discorso suona cos: Oltre a
quei piaceri che sono veri, diremo, avete bisogno di avere come
vicini di casa anche i piaceri pi grandi e quelli pi intensi?
E come faremmo, Socrate, risponderebbero forse, dal momento che
quei piaceri rappresentano per noi una innumerevole serie di ostacoli
sconvolgendo le anime in cui noi abitiamo mediante la follia,
e non ci lasciano avere origine, ma annientano completamente ci che da
noi  stato generato, determinandone mediante la negligenza l'oblio?
Ma riguardo a quei piaceri che tu dici che sono veri e puri, ritienili
pressoch nostri vicini di casa, e oltre a questi quelli che si accompagnano
alla salute e alla moderazione, e tutti quelli che essendo compagni
della virt quasi come di un dio ad essa si accompagnano, a
questi, allora, mescolaci. Per quanto riguarda invece quelli che
sempre si accompagnano alla dissennatezza e alle altre malvagit
sarebbe una grave assurdit che li mescolasse alla mente colui
che, osservando la mescolanza e la fusione pi bella e meno
esposta a sconvolgimenti, volesse tentare di capire in essa
quale mai sia il bene che sia generato nell'uomo e nel tutto, e
quale mai sia il tratto distintivo che per esso si deve supporre.
Non diremo che questa risposta della mente su essa stessa, sulla
memoria, e sulla corretta opinione,  giusta e ragionevole?
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Ma anche questa cosa  necessaria, e altrimenti nulla mai
potrebbe nascere.
PROTARCO: Che cosa?
SOCRATE: Ci a cui non mescoleremo la verit non potrebbe mai generarsi
n essere stato generato veramente.
PROTARCO: E come potrebbe infatti?
SOCRATE: Affatto. Ma se a questa fusione serve ancora qualcosa,
ditelo tu e Filebo. Per quanto mi riguarda, mi sembra che l'attuale
discorso sia stato realizzato quasi come un cosmo incorporeo
preposto a guidare bene un corpo animato.
PROTARCO: Puoi dire, Socrate, che anch'io ho la penso cos.
SOCRATE: E forse diremmo in modo corretto se in qualche modo affermassimo
che adesso siamo gi davanti alle porte della dimora del bene?
PROTARCO: Mi sembra di s.
SOCRATE: Che cosa in questa fusione ci potrebbe sembrare pi
ragguardevole e nello stesso tempo responsabile della generazione
di tale disposizione di vita a noi tutti gradita? Dopo aver osservato
ci, analizzeremo se questa cosa sia assolutamente pi affine e
pi connaturata al piacere o alla mente.
PROTARCO: Giusto.  assai conveniente per il nostro giudizio.
SOCRATE: E non  difficile scorgere la causa per cui ogni mescolanza,
quale essa sia, o  degna di grande stima o di nessuna affatto.
PROTARCO: Come dici?
SOCRATE: Nessuno degli uomini ignora questo fatto.
PROTARCO: Quale fatto?
SOCRATE: Che ogni fusione - quale che sia e comunque avvenga - se non
possiede la natura di ci che  misura e di ci che  proporzione
distrugge di necessit gli elementi che vi sono mescolati e se stessa
prima di tutto: e non si tratta di fusione, ma di una congerie non
veramente mescolata tale da diventare ogni volta una vera e propria
sventura per coloro che la posseggono.
PROTARCO: Verissimo.
SOCRATE: Ora la potenza del bene ci  sfuggita verso la natura del
bello: misura e proporzione accade che corrispondano dovunque
alla bellezza e alla virt.
PROTARCO: Certamente.
5OCRATE E la verit dicevamo che  loro mescolata nella fusione.
PROTARCO: Certamente.
SOCRATE: Se dunque non con un solo tratto distintivo, ma con
tre possiamo cogliere il bene, ovvero con la bellezza, la proporzione
e la verit, diciamo che tutto questo, come fosse un'unit,
possiamo a buon diritto ascriverlo fra le cause di quel che avviene
nella mescolanza, e per il fatto che questa causa corrisponde
al bene, essa risulta tale.
PROTARCO: Giustissimo.
SOCRATE: Ormai, Protarco, chiunque di noi pu giudicare sul piacere
e sull'intelligenza, e dire quale dei due sia pi connaturato
all'ottimo bene e pi degno di onori fra gli uomini e fra gli di.
PROTARCO:  chiaro, tuttavia  meglio giungere alla fine del ragionamento.
SOCRATE: Giudichiamo allora il piacere e l'intelligenza secondo ciascuno
di quei tre tratti distintivi: dobbiamo vedere a quale dei due
ciascuno di essi  secondo noi pi affine.
PROTARCO: Parli della bellezza, della verit, della proporzione?
	SOCRATE: S. Prima di tutto prendi la verit, Protarco: e presala,
dopo aver rivolto lo sguardo a quelle tre, mente, verit, e piacere,
rispondi a te stesso, prendendoti anche un po' di tempo, se il
piacere o la mente sia pi affine alla verit.
PROTARCO: Perch c' bisogno di tempo? Sono assai differenti, io
credo. Fra tutte le cose il piacere , come si dice, il ciarlatano per
eccellenza, e nei piaceri che riguardano l'amore, che sembrano
essere i pi importanti, anche il giurare il falso ottiene indulgenza
da parte degli di, quasi che i piaceri fossero come bambini e non
possedessero neanche in minima quantit la facolt di pensiero.
La mente, in realt, o  identica alla verit, o fra tutte  la cosa
che pi le assomiglia, la pi veritiera.
SOCRATE: Allo stesso modo dopo di ci considera la proporzione,
ovvero se il piacere ne possiede di pi dell'intelligenza, oppure
l'intelligenza pi del piacere.
PROTARCO: Anche questa ricerca che mi hai messo davanti  facile:
credo che non si possa trovare fra le cose che sono dotate di esistenza
nulla che  stato generato in modo pi riluttante alla proporzione
del piacere e del godimento, e nulla di pi proporzionato della mente
e della scienza.
SOCRATE: Hai detto bene. Tuttavia dimmi anche a proposito
del terzo tratto distintivo. Per noi la mente partecipa della bellezza
in misura maggiore del genere del piacere, sicch la mente  pu bella
del piacere, oppure il contrario?
PROTARCO: Ma mai nessuno, Socrate, n sveglio n in sogno, non vide
n immagin in alcun modo la bruttezza dell'intelligenza e della
mente n in passato, n ora, n in futuro.
SOCRATE: Giustamente.
PROTARCO: Qualora noi vediamo che una persona qualunque gode
dei piaceri, e dei pi grandi, e vedendo o il loro aspetto ridicolo,
o quello fra tutti pi turpe che ad essi si accompagna, noi stessi ci
vergognamo e oscurandoli li nascondiamo per quanto possiamo, lasciandoli
tutti alla notte, quasi non dovessero vedere la luce del giorno.
SOCRATE: Dirai in ogni luogo, Protarco, facendolo dire dai messi e
spiegandolo ai presenti, che il piacere non  il possesso che si deve
conseguire per primo e nemmeno per secondo, ma che il primo bene consiste
nella misura, nella proporzione, nell'opportunit, e in tutto quanto bisogna
ritenere che sia simile a questo e abbia assunto la natura dell'eterno.
PROTARCO: Mi sembra sia cos, secondo quanto detto ora.
SOCRATE: Il secondo riguarda proporzione, bellezza, perfezione, sufficienza
e tutto quanto appartiene a questo genere.
PROTARCO:  verosimile.
SOCRATE: E come terzo, secondo la mia congettura, se considererai
la mente e l'intelligenza, non ti allontanerai molto dalla verit.
PROTARCO: Pu darsi.
SOCRATE: E quarte non sono le cose che abbiamo stabilito appartenessero
all'anima stessa, ovvero le scienze, le arti, le opinioni che vengono
definite giuste, e che sono al quarto posto dopo quelle tre, se  vero
che sono pi affini al bene che al piacere?
PROTARCO: Pu darsi.
SOCRATE: E come quinti non abbiamo considerato i piaceri che abbiamo
definito non dolorosi, e che, essendo puri, attribuimmo all'anima stessa,
seguendo gli uni le scienze, gli altri le sensazioni?
PROTARCO: Forse.
SOCRATE: Alla sesta stirpe, dice Orfeo (17), fate cessare l'ordine
del canto. Pu darsi che anche il nostro discorso sia cessato alla
sesta sentenza. Dopo di ci non ci rimane che assegnare una conclusione
alle parole dette.
PROTARCO:  necessario.
SOCRATE: Coraggio, pregando Zeus Salvatore, riprendiamo per la terza volta
lo stesso discorso.
PROTARCO: E quale?
SOCRATE: Filebo identificava per noi il bene con una forma di piacere
completa e assoluta.
PROTARCO: Per la terza volta, Socrate, mi sembra che tu dicevi poco fa:
allora dobbiamo riprendere dal principio il discorso.
SOCRATE: S, ma ascoltiamo quel che segue. Quanto a me, vedendo quel che
ora ho passato in rassegna, e disapprovando non solo il discorso di Filebo,
ma anche i discorsi che fanno spesso innumerevoli altre persone, affermavo
che la mente  di gran lunga migliore del piacere e pi vantaggiosa per
la vita umana.
PROTARCO: S, era cos.
SOCRATE: Sospettando che esistessero molti altri beni, dicevo che
se fosse apparso qualcosa migliore di queste due, avremmo combattuto
insieme a favore della mente contro il piacere per il secondo premio,
e il piacere sarebbe rimasto privo anche di questo.
PROTARCO: Cos dicevi
SOCRATE: Dopo di ci, risult in maniera adeguata che nessuna di
queste due sarebbe stata la pi autosufficiente fra tutte.
PROTARCO: Verissimo.
SOCRATE: Dunque nel corso di questa discussione sia la mente, sia il
piacere non sono stati liberati dall'essere considerati l'uno e l'altro
di quei due il bene, essendo stati entrambi privati dell'indipendenza
assoluta e di quella facolt propria di ci che  autosufficiente e compiuto?
PROTARCO: Verissimo.
SOCRATE: Quando  apparso un terzo bene pi potente di ciascuna
di queste due, la mente e allora risultata infinitamente pi simile
e pi affine per natura del piacere al carattere del vincitore.
PROTARCO: E come no?
SOCRATE: Cos secondo la valutazione che ora il discorso ha
espresso, la potenza del piacere andrebbe al quinto posto.
PROTARCO:  verosimile.
SOCRATE: Prima ancora osserviamo che tutti i buoi, i cavalli, e
tutti quanti gli altri animali negherebbero quel che diciamo, poich
inseguono il godimento prestando loro fede, come gli aruspici
agli uccelli, molti giudicano che i piaceri siano assai utili per il
nostro vivere bene e ritengono che gli amori delle bestie rappresentino
una testimonianza pi convincente di quegli amori coltivati dai
ragionamenti che ogni volta vengono rivelati nella musa della filosofia.
PROTARCO: Noi tutti ormai affermiamo che quanto  stato detto da te
 verissimo.
SOCRATE: Allora mi lasciate andare?
PROTARCO: Rimane ancora un'inezia, Socrate: non vorrai rinunciare
prima di noi, anzi, ti ricorder ci che  stato tralasciato.
NOTE:
1) I nomi di Protarco e di Filebo sono sconosciuti, bench pi avanti
Socrate si rivolga a Protarco con l'appellativo figlio di Callia.
Quanto all'ambientazione del dialogo Platone non ci fornisce notizia alcuna,
ma noi siamo verosimilmente indotti a credere che si svolga a casa di
Filebo o di Protarco.
2) Afrodite  la dea greca dell'amore, della bellezza e della felicit,
che Filebo associa all'idea del piacere.
3) Allusione a Prometeo, antico e popolare semidio spesso contrapposto
a Zeus per la sua astuzia, venerato dagli artigiani dell'Attica per aver
rubato il fuoco che Zeus aveva celato agli uomini (cfr. a questo proposito
Esiodo, Theogonia, 562 e seguenti).
4) Teuth, dio egiziano inventore delle arti e della scrittura (quest'ultimo
aspetto viene sviluppato nel Fedro).
5) All'Afrodite che per Filebo  soltanto sinonimo di piacere Socrate
contrappone l'Afrodite che si unisce in nozze con Ares dando alla luce
Armonia (cfr. ancora Esiodo. Theogonia 933-937 e 975).
6) Terra! era l'esclamazione dei naufraghi dispersi in mare, come dir
Socrate subito dopo. Ma acqua, aria, terra e fuoco erano per i presocratici
del settimo e sesto secolo i princpi di tutto l'essere. L'allusione a
queste antiche dottrine filosofiche si intreccia cos con l'esclamazione
dei marinai colti in mare da una tempesta in un gioco di parole.
7) Si pensa che Platone si riferisca ad Antistene (455-360 a.C.), fondatore
della scuola cinica, per il quale la maggior parte dei piaceri  ingannevole
e non contribuisce alla felicit, o a Speusippo (407-339 a.C.), che successe
a Platone medesimo alla guida dell'Accademia dal 347 al 339, per il quale il
piacere non  n buono n cattivo in s.
8) Vedi nota 10
9) Iliade Libro 18, versi 107-108. Sono le parole straziate che Achille
rivolge alla madre Teti dopo aver appreso la morte dell'amico Patroclo.
10) Si allude ai due precetti morali che secondo la tradizione erano scolpiti
nel tempio di Delfi: Conosci te stesso ed Evita l'eccesso,
precedentemente incontrato (nota 8).
11) Il termine sembra indicare ironicamente teorie inaccettabili ma
raffinate, e dunque degne di essere prese in considerazione. Forse si
tratta di Aristippo di Cirene, maestro di retorica e fondatore della
scuola cirenaica vissuto nella prima met del quarto secolo, il quale
anticip l'epicureismo sostenendo che il piacere dei sensi era il fine
ultimo della vita.
12) Passo di difficile comprensione: si tratta della distinzione di
generazione e di sostanza di cui Socrate sta esponendo le tesi in relazione
al concetto di piacere.
13) Ovvero il piacere corrisponde alla generazione.
14) Gorgia di Lentini (483-370 a.C.), maestro di retorica, giunto per
la prima volta ad Atene nel 427 in occasione di un'ambasceria, girava le
citt della Grecia insegnando, dietro compenso, l'arte del costruire
discorsi. Le sue lezioni, come del resto quelle degli altri sofisti,
avevano uno scopo eminentemente pratico.
15) Dionisio, figlio di Zeus e di Semele (cfr. ancora Esiodo,
Theogonia, 940 e seguenti)  qui ricordato perch  associato al vino che
non veniva bevuto puro, ma mescolato con miele ed acqua. Efesto, il dio zoppo
del fuoco e delle fucine, venerato in Grecia come dio degli artigiani, viene
invece associato alla fusione dei metalli.
16) Iliade Libro 4, verso 452.
17) Cantore mitico, figlio della musa Calliope e di Apollo, e sposo di
Euridice. Il mito narra che egli fosse dotato di qualit artistiche cos
straordinarie al punto che il suo canto muoveva gli alberi e le pietre.

