Sofista
di Platone
Traduzione di Gino Giardini
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine del dialogo)

TEODORO: Secondo l'accordo di ieri,(1) o Socrate, veniamo
direttamente belli e presenti e portiamo con noi questo forestiero,
di stirpe di Elea, compagno di quelli del seguito di Parmenide
e di Zenone, uomo versato particolarmente in filosofia.
SOCRATE: Forse, senza che tu te ne sia accorto, non un ospite tu
porti, ma un dio, secondo il detto di Omero, il quale dice che con
gli altri di quanti assieme agli uomini hanno parte del
giusto rispetto, c' soprattutto il dio degli ospiti che ci accompagna
per osservare la prepotenza e insieme la rettitudine degli
uomini. Probabilmente uno di questi esseri superiori potrebbe
anche essere al tuo seguito per osservare e muovere delle critiche
a noi che siamo cos da poco nei ragionamenti, essendo egli
un dio adatto alla verifica.
TEODORO: No: non  questo, Socrate, il costume del forestiero: egli
 assai pi moderato di quelli che si affannano per le contese. E a
me non sembra assolutamente che egli sia un dio, ma divino, s,
perch io denomino cos tutti i filosofi.
SOCRATE: E giustamente, amico! Ma distinguere questa razza non
mi sembra che sia cosa pi facile da riconoscere quella divina.
Uomini di tale sorta, infatti, prendendo sembianze svariate, per
l'ignoranza degli altri, si aggirano per le citt,(2) essi che non
sono filosofi in maniera fittizia, ma reale, osservando dall'alto le
bassezze di questa vita, ad alcuni sembrano essere meritevoli di
nulla, ad altri invece degni di ogni onore. E talvolta assumono la
veste di politici, tal'altra di sofisti, e accade pure talvolta
che diano l'impressione di trovarsi immersi del tutto nella condizione
dei pazzi. Dal nostro ospite ora mi sarebbe gradito di venire
a conoscere, se a lui  caro, come valutano e chiamano
questo quelli che stanno nella sua zona.
TEODORO: E questo chi ?
SOCRATE: Il sofista, il politico, il filosofo.
TEODORO: Ma cosa particolarmente hai pensato di chiedere e su
quale problema nutri dubbi a loro proposito?
SOCRATE: Questo: se considerano tutto questo una sola cosa, o due,
o tre, come sono i nomi, e se distinguendo tre generi, hanno attribuito
a ciascuno un nome secondo il genere.
TEODORO: Ma, io penso, non avr nessuna difficolt a illustrarcelo.
Oppure, cosa ne diciamo, ospite?
OSPITE: Cos, Teodoro! Nessuna difficolt e neppure  cosa
difficile dire che hanno considerato tre generi. Delimitare poi
con chiarezza cosa sono, uno a uno, non  cosa da poco n facile.
TEODORO: Si d anche il caso, Socrate, che tu abbia imbroccato dei
discorsi piuttosto simili a quelli che noi ci trovavamo a chiedergli
prima di venire qua e le stesse questioni che ora mette innanzi a
te, prima le metteva innanzi a noi, giacch dice di averne udito a
sufficienza e di non essersene scordato.
SOCRATE: Dunque, ospite, non giungere qui a rifiutare la
prima grazia che noi ti chiediamo, ma intanto rispondi a questo:
ti  pi cara l'abitudine di esporre da te con un lungo discorso
parlando di quello che vuoi dimostrare, oppure per mezzo di
domanda, come un tempo io ero presso Parmenide (3) che ragionava
e dissertava di bellissimi discorsi quando io ero giovane e lui,
ormai, molto vecchio?
OSPITE: Con uno, Socrate, che dialoga senza fatica e con pazienza
 pi facile cos; il discorso con un altro. In caso contrario
 meglio dialogare da solo!
SOCRATE: Ti  dato tra i presenti di scegliere quello che vorrai: tutti,
infatti, ti ascolteranno volentieri. Ma se vuoi avermi consigliere
sceglierai uno dei giovani, Teeteto, qui presente, oppure anche
altri, se qualcuno ti viene in mente.
OSPITE: Socrate, mi trattiene un certo pudore, essendo giunto io qui
da voi per la prima volta a non fare questo scambio di opinioni
un po' per volta a botta e risposta, ma estendendolo, protrarre
un lungo discorso o da solo o con un altro a guisa di dimostrazione.
In realt, quello che  stato detto ora non si dovrebbe
pensare che sia cos come quel che  stato chiesto comporta, ma
si trova ad avere bisogno di un discorso assai lungo. Ma il non
fare cosa gradita a te e ai presenti, tanto pi che tu hai parlato in
questo modo, a me pare contrario a ogni senso di ospitalit e
alquanto rozzo. Accetto dunque volentieri che Teeteto sia il
mio interlocutore, sia per quanto io ho detto in precedenza, che
per quello che tu ora mi raccomandi.
TEETETO: Fa dunque cos, ospite, come Socrate ha detto, e riuscirai
gradito a tutti quanti.
OSPITE:  assai probabile che a questo non ci sia niente altro
da aggiungere; dopo di questo mi pare che il discorso debba
avvenire con te. E se male sopporterai di essere affaticato per la
lunghezza, non dare colpa a me di queste cose, ma a questi tuoi compagni.
TEETETO: Ma non penso che mi stancher cos presto: ma se questo
dovesse accadere, ricorreremo a Socrate, mio coetaneo, e mio
compagno in palestra, per il quale non  fuor d'abitudine prendere
parte con me a molte delle mie fatiche.
OSPITE: Dici bene: ma su questo deciderai per conto tuo mentre il
discorso procede. Ora, insieme a me, devi esaminare, secondo il
mio parere, cominciando anzitutto dal sofista, cercando e
rendendo chiaro con un ragionamento che cosa  mai.(4) Giacch
ora io e tu a suo proposito abbiamo in comune solo il nome; ma
quanto al compito specifico per cui lo chiamiamo cos, forse
l'uno e l'altro di noi potremmo avere, di per noi stessi, un punto
di vista particolare. Ora su ogni questione bisogna concordare sul
fatto stesso, mediante ragionamenti, pi che sul solo nome senza
il ragionamento. E la razza che ora noi pensiamo di cercare non 
la pi facile, fra tutte, da comprendere che cosa  il sofista. Ma
per tutte le grandi questioni sulle quali occorre ben faticare, sembra
a tutti, e da tempo, che dapprima ci si debba occupare
delle piccole e delle facili, prima di riscontrare in esse le pi
grandi. Ora dunque, o Teeteto, prendo questa decisione anche
per noi, giacch riteniamo che sia difficile e di ardua riuscita
scoprire il genere del sofista, di volgere prima il metodo dello stesso
problema in una dimensione pi facile, a meno che tu non abbia
da suggerire un'altra via pi agevole.
TEETETO: Ma io non ne ho.
OSPITE: Vuoi tu allora che cominciamo da un punto di poco conto
per tentare di fare un modello per un tema pi grande?
TEETETO: S.
OSPITE: E cosa potremmo porre innanzi di ben riconoscibile e semplice,
ma che abbia una sua logica non inferiore a quella di nessuna
delle questioni pi grandi? Come il pescatore: non  ben
riconoscibile da tutti e senza nchiedere un grande impegno?
TEETETO:  cos.
OSPITE: Confido che questo metodo e questa discussione
non sia per noi sconveniente allo scopo che vogliamo proporci.
TEETETO: Sarebbe bello.
OSPITE: Ors dunque: cominciamo da questo punto: vogliamo
supporre che sia un artefice oppure uno senza arte, ma che possiede
tuttavia un'altra capacit?
TEETETO: Che sia senz'arte non  minimamente possibile.
OSPITE: Ma di tutte le arti all'incirca gli aspetti sono due.
TEETETO: Come?
OSPITE: L'agricoltura e quanto riguarda la cura del corpo mortale;
poi ci che riguarda l'orditura e quel che  plasmato che noi
chiamiamo bagaglio, e infine la mimetica; tutte cose queste
che si potrebbero giustamente chiamare con un nome falso.
TEETETO: Come? E con quale nome?
OSPITE: Tutto quello che prima non era e che poi uno conduce all'essere,
diciamo fare colui che conduce e essere fatto ci che  condotto.
TEETETO: Giustamente.
OSPITE: Bene, tutte le arti che ora noi abbiamo elencato hanno una
loro forza a questo scopo.
TEETETO: Ce l'hanno, s.
OSPITE: Dunque, riassumendole tutte insieme le chiameremo capacit
di creare.
TEETETO: Sta bene.
OSPITE: Dopo di questo c' poi l'aspetto intero relativo all'apprendimento,
e quello che riguarda la conoscenza, l'arricchimento, la lotta,
la caccia, perch nessuno di questi fattori lavora direttamente,
ma, con fatti e ragionamenti, cerca di impadronirsi di ci
che  ed  stato fatto, ma  di ostacolo anche a chi tenta di
impadronirsene, ma attraverso tutte queste parti ben si intravvede
un'arte che pu essere definita "arte dell'acquistare".
TEETETO: Si: pu anche convenire.
OSPITE: Fra tutte le arti che esistono, quali quella dell'acquistare
e quella del creare: l'una  quella dello scambio tra persone
consenzienti e altre pure consenzienti mediante doni, ricompense,
compravendite; quel che resta invece  tutto l'impossessarsi
con fatti e con parole, e pu chiamarsi arte del sequestrare.
TEETETO: Da quanto  stato detto almeno, pare cos.
OSPITE: Ebbene? Quest'arte del sequestrare non pu essere divisa
in due parti?
TEETETO: Come?
OSPITE: Ponendo come "lotta" tutta quella parte di essa che
avviene in maniera manifesta, e come "caccia" quella invece che
si svolge di nascosto.
TEETETO: S.
OSPITE: Ma il non dividere quella della caccia in due parti ancora 
una cosa illogica.
TEETETO: Di' pure come.
OSPITE: Dividendo l'uno del genere inanimato, l'altra invece del
genere animato.
TEETETO: E perch no, se  vero che esistono tutti e due.
OSPITE: E come potrebbero non esserci? Ma occorre che noi
lasciamo perdere il genere di quelle non animate, che  anonimo,
fatta eccezione per alcune, quali quella del palombaro,(5) e alcuni
altri piccoli rami un presso a poco simili, e l'altra invece che  la
caccia di essere dotati di vita, chiamarla caccia di esseri viventi.
TEETETO: Sia pure cos.
OSPITE: Ma anche di questa caccia di esseri viventi si potrebbe
enunciare a ragione un duplice aspetto, l'uno del genere di chi va
a piedi, distinta anche questa in varie specie e con vari nomi, e
quindi caccia d'animali terrestri, l'altra invece della schiatta atta
al moto e pu definirsi in complesso caccia acquatica.
TEETETO: Ma bene.
OSPITE: Ma del genere nuotante noi vediamo una specie alata,
e l'altra acquatica.
TEETETO: Come no?
OSPITE: E la caccia del genere alato noi la chiamiamo in generale
caccia agli uccelli.
TEETETO: Infatti, si dice cos.
OSPITE: E complessivamente quella acquatica la chiamiamo pesca.
TEETETO: S.
OSPITE: Ebbene? Questa specie di caccia non la divideremo a sua
volta in due grandissime branche?
TEETETO: E secondo quali criteri?
OSPITE: A seconda che questa caccia faccia in modo che l'avvolgimento
di quel che si pesca avvenga da s o con un colpo.
TEETETO: Come dici e in qual modo distingui l'uno dall'altro?
OSPITE: L'uno, tutto quello che avvolgendo qualcosa lo trattiene
per impedimento  giusto chiamarlo laccio.
TEETETO: Molto bene.
OSPITE: Nasse, reti, lacci, ceste e altri simili oggetti, quale altro
nome possono avere se non avvolgimenti?
TEETETO: Nessuno.
OSPITE: E questo genere di caccia noi la chiameremo "avvolgente"
o qualcosa di simile.
TEETETO: S.
OSPITE: Ma quello che avviene con gli uncini, con i tridenti, mediante
un colpo ed  cosa diversa da questa, occorre che noi con una sola
parola la chiamiamo la caccia "percussoria".
Oppure c' qualcuno che pu chiamarla in maniera migliore?
TEETETO: Non curiamoci del nome. Questo basta.
OSPITE: Ma di questa caccia percussoria quella che avviene di notte
con la luce della fiamma  stata chiamata, credo, proprio da quelli
che la fanno "caccia alla luce delle torce".
TEETETO: Certamente.
OSPITE: Ma quella effettuata di giorno, dato che i tridenti sulla
sommit hanno degli ami si chiamer "pesca con l'amo".
TEETETO: Infatti si chiama cos.
OSPITE: Ma della pesca percussoria, che si effettua dall'alto in
basso, per il fatto che soprattutto in quel tal senso vengono usati i
tridenti, viene chiamata "pesca con il tridente".
TEETETO: Alcuni la chiamano proprio cos.
OSPITE: Tutto il resto , per cos dire, ancora un solo aspetto.
TEETETO: Quale?
OSPITE: La pesca invece che viene effettuata con un colpo in senso
contrario a quella effettuata con l'amo, e che non coglie nel corpo
i pesci l dove capita, come con i tridenti, ma che colpisce ogni
volta la testa e la bocca del pesce accalappiato, dal basso
in alto, e lo trascina in su con delle bacchette e delle canne, non
diremo, Teeteto, che occorre attribuirle un qualche nome?
TEETETO: Ritengo che quello che poco fa ci eravamo posti innanzi,
ora l'abbiamo portato a compimento.
OSPITE: Ora sulla pesca effettuata con l'amo tu e io abbiamo concordato
non soltanto il nome, ma ne abbiamo colto sufficientemente anche la
ragione e il compito in s. Di tutta l'arte in
generale per met una parte era arte di acquistare, e la met di
questa  arte di impossessarsi, di questa poi met  arte della
caccia, e parte della caccia  dare la caccia a schiatte viventi, e la
met di questa  la caccia delle specie acquatiche, e quella della
caccia delle specie acquatiche la parte pi in basso  tutta la
pesca: una met di questa  percussoria, poi met della percussoria
 la pesca ad amo; di questa poi quella che si esegue mediante
un colpo tirato dal basso in alto, dalla stessa azione traendo
un nome simile, viene detta pesca a sbalzi, che  poi la pesca
alla lenza che ora veniva ricercata.
TEETETO: Tutto questo  stato assolutamente chiarito a sufficienza.
OSPITE: Ors, dunque, secondo questo esempio, mettiamoci a cercare
ora che cosa  il sofista.
TEETETO: Proprio cos
OSPITE: E il primo punto della ricerca era questo: se si dovesse
supporre che il pescatore fosse uno non tanto pratico o possedesse
in vece una qualche arte.
TEETETO: S.
OSPITE: E ora, Teeteto, supporremo che questi, il sofista, sia
un inesperto o veramente del tutto addentro nella propria arte?
TEETETO: Niente affatto inesperto: comprendo bene quello che
dici. Chi ha un nome simile non deve essere affatto tale.
OSPITE: Dovremmo supporre allora che egli possiede una qualche
arte come pare.
TEETETO: E quest'arte poi, qual ?
OSPITE: Ma, per gli di, non abbiamo riconosciuto che quest'uomo
 stretto congiunto dell'uomo?
TEETETO: Chi, e di quale?
OSPITE: Il pescatore con il sofista.
TEETETO: In che modo?
OSPITE: A me sembra che tutti e due siano cacciatori.
TEETETO: Di quale caccia l'uno dei due? Dell'altro infatti abbiamo gi detto.
OSPITE: Poco fa abbiamo diviso tutta la caccia in due parti: quella
del genere nuotante e quella del genere che va a piedi.
TEETETO: S.
OSPITE: E l'uno l'abbiamo percorso in dettaglio, per quanto riguarda
la specie dei nuotanti; abbiamo lasciato invece indivisa la caccia
del genere che va a piedi, dicendo che  di svariati aspetti.
TEETETO: Certo.
OSPITE: Fino a qui, dunque, il sofista e il pescatore vanno di pari
passo, traendo origine dalla stessa arte che  quella di acquistare.
TEETETO: Cos almeno sembra.
OSPITE: Ma divergono nella caccia delle schiatte viventi, perch
l'uno va a caccia nel mare, nei fiumi, nelle paludi, per gli esseri
viventi che si trovano in questi luoghi.
TEETETO: Ebbene?
OSPITE: L'altro invece va per la terra, per fiumi diversi, o per certi
luoghi, alla stregua di prati, ricolmi di ricchezza e di giovent, per
catturare le razze che si trovano in questi luoghi.
TEETETO: Come dici?
OSPITE: Della caccia per terra esistono due grandissimi gruppi.
TEETETO: E quali l'uno e l'altro?
OSPITE: L'uno degli animali domestici, l'altro degli animali selvaggi.
TEETETO: Vi  dunque una caccia degli animali domestici?
OSPITE: Se pure l'uomo  un animale domestico. Mettila come ti
pare, sia supponendo che non c' alcun animale domestico, sia
che ce n' qualcun altro s, ma che non c' nessuna caccia all'uomo.
Quale fra queste ipotesi tu ritieni ti sia gradito enunciare,
tracciane pure un profilo per noi.
TEETETO: Ma io penso, ospite, che l'uomo  un animale domestico,
e sostengo che esiste la caccia all'uomo.
OSPITE: Diciamo pure che  duplice anche la caccia agli animali domestici.
TEETETO: Secondo che cosa possiamo dirlo?
OSPITE: Pirateria, assoggettamento di schiavi, tirannide e tutte le
malefatte di guerra, tutte in una, le definiamo caccia violenta.
TEETETO: Bene.
OSPITE: Mentre all'eloquenza giudiziaria, a quella pubblica, a quella
della conversazione, tutte in una sola, attribuiamo complessivamente
il nome di arte della persuasione.
TEETETO: Giusto.
OSPITE: Anche dell'arte della persuasione diciamo che i generi sono due.
TEETETO: Quali?
OSPITE: L'uno che si svolge in pubblico, l'altro in privato.
TEETETO: Sia pure che ciascuno di essi ha un proprio aspetto.
OSPITE: Ma anche della caccia privata ve n' una che pretende una
ricompensa, un'altra invece che porta donativi.
TEETETO: Non comprendo.
OSPITE: Tu, come  bene evidente, non hai ancora rivolto la mente
alla caccia degli amanti.
TEETETO: A proposito di che?
OSPITE: Perch essi portano a quelli che costituiscono l'oggetto
della caccia.
TEETETO:  verissimo quel che dici.
OSPITE: Questo dunque sia un aspetto dell'arte amatoria.
TEETETO: Certamente.
OSPITE: Ma della caccia che pretende la ricompensa, la parte che
sostiene la relazione con favori, che trae lusinga solo attraverso il
piacere, e fa della ricompensa il solo nutrimento capace di appagarla,
tutti potremmo chiamarla arte che d piacevolezza.
TEETETO: Come no?
OSPITE: Ma quella che proclama di organizzare i gruppi a scopo di
virt, riportando per come ricompensa del denaro,(6) questo genere
particolare non esige di essere chiamato con un altro nome?
TEETETO: Come no?
OSPITE: E con quale? Prova a dirlo.
TEETETO: Ma  chiaro! A me pare che abbiamo scoperto che cosa  il sofista.
E avendogli io attribuito questo nome penso di chiamarlo come si deve.
OSPITE: Secondo questo ragionamento, dunque, o Teeteto,
come pare, nell'arte del procacciarsi, del sequestrare, dell'impossessarsi,
in quella della caccia, della caccia agli animali, in quella
agli animali di terra, in quella agli animali domestici, nella caccia
agli uomini, in quella della persuasione, in quella privata, in quella
che si fa per avere ricompensa, in quella del cambiavalute, in
quella che vuol parere di educare, in quella di giovani ricchi e
bene in vista, avviene una caccia che, come il ragionamento d'ora
fa necessariamente risultare, occorre chiamare sofistica.
TEETETO: Perfetto.
OSPITE: Ma vediamola anche da questa angolatura: quello
che viene cercato non fa certo parte di un'arte da poco, ma di
un'arte ben variopinta. E difatti anche nelle considerazioni svolte
in precedenza viene offerta una immagine, non di quello che ora
noi diciamo, ma di un genere diverso.
TEETETO: In quale modo?
OSPITE: Dell'arte del procacciarsi duplice era l'aspetto, l'una parte
era relativa alla caccia, l'altra invece alla permuta.
TEETETO: Infatti era cos.
OSPITE: Di quella della permuta noi indichiamo ancora due aspetti,
l'uno che si compie con doni, l'altro tramite il commercio.
TEETETO: Sia ben detto cosi.
OSPITE: E diremo a nostra volta che l'arte che si svolge mediante il
commercio si divide in due parti.
TEETETO: Come?
OSPITE: Una che  vendita diretta dei propri prodotti, l'altra invece,
che scambia il lavoro altrui e viene chiamata arte dello scambio.(7)
TEETETO: Certamente.
OSPITE: Ebbene? Di questa seconda la permuta che avviene in citt,
un presso a poco una mezza parte di essa, non viene chiamata
quella del rivendugliolo?
TEETETO: S.
OSPITE: E lo scambio che si compie da una citt all'altra mediante
la compravendita non viene chiamato commercio?(8)
TEETETO: E perch no?
OSPITE: E del commercio non sappiamo che l'una parte  di
quelle cose di cui si nutre e si serve il corpo, l'altra di quelle invece
di cui si alimenta e si sostiene l'anima, e avviene lo scambio
effettuando vendite attraverso il denaro?
TEETETO: Come dici?
OSPITE: Forse ignoriamo quella che riguarda l'anima, dato che l'altra
in qualche modo la comprendiamo.
TEETETO: S.
OSPITE: La musica poi, tutta quanta noi diciamo, venduta talvolta
di citt in citt, condotta altrove e ancora venduta e l'arte
pittorica e quella di fare mirabilia e molti altri prodotti dell'anima,
portate in giro e messe in vendita, alcune a scopo di conforto,
altre di sollecitudine, a chi le porta e le smercia pu essere
giustamente attribuito il nome di commerciante non meno di chi
provvede alla vendita di cibi e di bevande.
TEETETO:  verissimo quello che dici.
OSPITE: E dunque anche a chi acquista apprendimenti e li scambia
di citt in citt al costo di denaro darai lo stesso nome?
TEETETO: Ma per forza!
OSPITE: Ora, di questa che  traffico delle cose riguardanti l'anima,
una parte non potrebbe essere chiamata a buon diritto arte di
ostentazione, l'altra, invece, con un nome ridicolo non meno del
precedente, siccome  vendita di ammaestramenti, non sarebbe
necessario chiamarla con un nome che in qualche modo sia fratello
gemello dell'azione corrispondente?
TEETETO: Ma certamente.
OSPITE: Allora dunque di questa vendita di cognizioni la parte che
concerne l'apprendimento delle altre arti va chiamata con un
nome, quella invece che riguarda l'apprendimento della virt con un altro.
TEETETO: Come no?
OSPITE: Tra gli altri alla prima potrebbe armonizzarsi il nome di
"commercio d'arti": all'altra tenta tu di suggerire un nome.
TEETETO: E quale altro nome si potrebbe dire senza sbagliare, tranne
quello che ora si cercava, definendo questo il genere sofistico?
OSPITE: Nessun altro! Ma via, tiriamo avanti ora, dicendo questo,
che parte dell'arte di acquistare, di scambiare, di vendere al minuto,
di commerciare, di commerciare aspetti dello spirito
che riguardano ragionamenti e insegnamenti della virt, questo
secondo commercio si manifesta chiaro come arte della sofistica.
TEETETO: Certamente.
OSPITE: Come terzo punto io penso che tu, se uno venisse qui, in
citt, in parte per crearsi di per se stesso insegnamenti riguardo a
queste cose e poi venderle a da questo si proponesse di trarre il vivere non
lo chiameresti con un nome diverso da quello che hai detto or ora?
TEETETO: E perch non dovrei?
OSPITE: E cos ci che riguarda l'arte dell'acquistare, dello
scambiare, del vendere al dettaglio, del commercio del proprio
prodotto o di quello altrui, poich  genere che riguarda lo scambio
di apprendimenti riguardo a queste cose, tu lo chiamerai
sempre, cos almeno pare, sofistico.
TEETETO: Per forza: occorre infatti tenere dietro al ragionamento.
OSPITE: Consideriamo ancora se il genere che ora  stato sottoposto
a ricerca non sia somigliante a qualche altro.
TEETETO: Ma quale?
OSPITE: Per noi parte dell'arte dell'acquistare era costituito dalla lotta.
TEETETO: Si disse proprio cos.
OSPITE: Ora  possibile non fuori di maniera dividere la lotta in due
branche.
TEETETO: In quali? Di' pure.
OSPITE: Ponendo di essa una parte incline al confronto e l'altra al
combattimento.
TEETETO:  cos.
OSPITE: Ma a quell'aspetto di essa che riguarda il combattimento
che avviene da corpo a corpo  verosimile e conveniente dare un
nome quale violenza o un presso a poco.
TEETETO: S.
OSPITE: E a quello che avviene tra ragionamento contro ragionamento quale
altro nome darai, Teeteto, se non quello di "atto al contendere"?
TEETETO: Nessuno.
OSPITE: Ma anche l'aspetto del contenzioso va distinto in due parti.
TEETETO: In che modo?
OSPITE: Perch quantit di discorsi contrastanti sul giusto e l'ingiusto
avvengono in pubblico contro altre quantit di discorsi, la
contesa sar detta "giudiziaria".
TEETETO: S.
OSPITE: Quello che nelle contese private viene frantumato in pezzettini
fra domande e repliche, forse che siamo stati abituati a
chiamarlo diversamente da "contraddittorio"?
TFETETO Niente affatto.
OSPITE: Ma di questo contraddittorio, quanto sostiene le disputa
sulle convenzioni, ma vi si impegna a caso e senza criterio,
occorre porre questo come un aspetto, dal momento che il ragionamento
lo riconosce come diverso, ma non ottenne un nome da
parte di quanti ci hanno preceduto e non  meritevole neppure
ora di ottenerlo da noi.
TEETETO:  vero: infatti  stato diviso in parti troppo piccole e varie.
OSPITE: Ma quello che si fa con arte e che contende sul giusto e
sull'ingiusto e su altri problemi in generale non siamo stati abituati
a chiamarlo "eristica"?
TEETETO: Come no?
OSPITE: Ma dell'eristica una parte  atta a fare spendere denaro,
un'altra, invece a farlo mettere insieme.
TEETETO: Certamente.
OSPITE: E ora proviamoci a dire con quale nome si debba chiamare
l'una e l'altra di queste parti.
TEETETO: Eh, gi: si deve.
OSPITE: Mi pare che quanto avviene per il piacere della disputa per
tali questioni senza cura delle proprie faccende, che viene ascoltato
circa l'esposizione dalla maggior parte degli ascoltatori
senza piacere, deve essere chiamato, a mio parere, con un nome
non diverso da "chiacchiera".
TEETETO: Difatti si chiama proprio cos.
OSPITE: Ma l'arte contraria, che  volta dalle liti private a far
mettere insieme denaro, prova ora a definirla tu, da parte tua!
TEETETO: E come potrebbe chiamarla uno, senza timore di sbagliare,
all'infuori di tornare ora per la quarta volta a colui sul quale
verte la nostra ricerca, cio il sofista?
OSPITE: Niente altro, dunque, che genere inteso ad accumulare,
a quanto sembra, che sussiste dall'arte eristica, da quella del
contraddittorio, della disputa, della lotta, del confronto, del
guadagno, , come il ragionamento ha dimostrato, il sofista.
TEETETO:  certamente cos.
OSPITE: Osserva dunque come  detto bene che questa  una bestia
dai molti colori e quanto  giusto il proverbio che non pu essere
preso con una sola mano.
TEETETO: Eh gi! Occorre afferrarla con ambedue.
OSPITE: Occorre perci, secondo le nostre possibilit fare
questo, correndo dietro in qualche modo alle sue orme. Dimmi,
certe attivit noi le chiamiamo con nomi familiari?
TEETETO: Ce ne sono tante: ma, tra le tante, quali vuoi sapere?
OSPITE: Queste, ad esempio, quando diciamo: filtrare, setacciare,
vagliare, separare.
TEETETO: Ebbene?
OSPITE: E, oltre a queste, pettinare, filare, cardare e una quantit di
altri nomi simili che sappiamo trovarsi nelle arti. Vero?
TEETETO: Quali di essi tu hai inteso mettere in chiaro, proponendo
questi esempi e facendo domande su tutti?
OSPITE: Tutti i vocaboli che sono stati detti sono divisibili.
TEETETO: S.
OSPITE: A mio parere, poich una sola  l'arte in tutte queste cose
insieme, riterremmo giusto chiamarla con un solo nome.
TEETETO: E quale possiamo dire?
OSPITE: Arte di distinguere.
TEETETO: Sia pure cos.
OSPITE: Osserva se di essa noi possiamo intravvedere due aspetti.
TEETETO: Come me la chiedi lesta questa riflessione!
OSPITE: Nelle distinzioni gi dette c'era da separare il peggio
dal meglio, il simile dal simile.
TEETETO: Pare all'incirca cos, ora che  stato detto.
OSPITE: Dell'una non ho il modo ancora di determinare il nome; ma della
distinzione che fa restare il meglio e butta via il peggio, ce l'ho.
TEETETO: Dillo pure!
OSPITE: Tutta questa distinzione, come io penso, viene chiamata
purificazione.
TEETETO: Cos infatti viene chiamata.
OSPITE: Ognuno, poi, potrebbe osservare che questo genere  duplice.
TEETETO: Forse s, ma a considerarlo con calma; io ora non riesco a
intravvederlo.
OSPITE: Eppure i tanti modi delle purificazioni che riguardano il
corpo conviene comprenderli con un nome solo.
TEETETO: Quali modi e con quale nome?
OSPITE: Sono tutte quelle purificazioni che, all'interno dei corpi
degli esseri viventi, vengono compiute dalla tecnica della ginnastica e
della medicina, svolta in modo corretto, e le purificazioni esterne,
che son cose proprio da poco a dirsi, quante ne offre l'arte dei bagni.
E nei corpi inanimati quante hanno una loro funzione dell'arte e
della cosmetica in generale, distinte in piccolissimi aspetti,
ebbero nomi che sembrano perfino ridicoli.(9)
TEETETO: E lo sono parecchio.
OSPITE: Ma anche del tutto, Teeteto. Eppure, rispetto al criterio di
ragionare l'arte di adoperare la spugna e quello di combinare
pozioni si trovano a contare n poco n tanto, anche se l'una ci
giova poco, l'altra molto a fare le purificazioni. Infatti a
causa dell'acquistare intelligenza, esso metodo tenta di comprendere
l'affinit e la non affinit di tutte le arti, e sotto questo
aspetto le considera tutte alla pari, e per la somiglianza non stima
le une pi ridicole delle altre, e in nulla stima pi nobile colui
che rende palese l'arte della caccia attraverso l'arte bellica, che
mediante quella di ammazzare i pidocchi, ma anche pi presuntuoso.
E ora, quello che chiedevi, quale nome daremo a tutte le
forze quante hanno la funzione di purificare il corpo vivente o
inanimato, nulla importer al metodo, se il nome che sar
stato scelto potr sembrare pi decoroso. Solo, questo se ne stia,
al di fuori della purificazione dell'anima, a collegare tutte le cose
quante ne purifica di altro genere. Esso invece ha il compito di
distinguere la purificazione che riguarda l'intelligenza da tutte le
altre, se riusciamo a comprendere quello che vuole dimostrare.(10)
TEETETO: Ho compreso, certo: e ammetto che due sono i tipi della
purificazione: l'uno  l'aspetto che riguarda l'anima, l'altro che
riguarda il corpo ed  a parte.
OSPITE: Molto bene! Ma, dopo di questo, ascoltami pure e
tenta di sceverare ancora in due parti quello che  stato detto.
TEETETO: Ma in tutto quello che tu ritenga giusto, tenter anch'io
di operare i miei tagli.
OSPITE: Non diciamo che la malvagit dell'anima  cosa diversa dalla virt?
TEETETO: Come no?
OSPITE: E la purificazione consisteva nel buttare fuori quanto vi era
di poco buono e nel lasciare il resto.
TEETETO: Si trattava proprio di questo.
OSPITE: E quanto riusciamo a scoprire come una sorta di eliminazione
della malvagit dall'anima, parleremo a tono parlando di purificazione.
TEETETO: Certamente.
OSPITE: Occorre dire che due sono gli aspetti della malvagit
riguardo l'anima.
TEETETO: Quali?
OSPITE: L'uno  quale la malattia nel corpo, l'altro quale la
deformit in esso.
TEETETO: Non ho capito.
OSPITE: Non ritieni tu che la malattia e dissidio siano la stessa cosa?
TEETETO: Nemmeno a questo io ho di che dover rispondere.
OSPITE: Ritieni dunque che il dissidio sia qualcosa d'altro se non la rovina
di un'affinit voluta da natura in conseguenza di qualche lacerazione?
TEETETO: Niente altro.
OSPITE: Cos'altro  la bruttezza, se non assenza di misura, genere
deforme che si trova ovunque?
TEETETO: Niente altro, assolutamente.
OSPITE: E dunque, nell'anima di coloro che vivono una condizione
vile, non sappiamo che dissentono opinioni dai desideri, la volont
interiore dai piaceri, la ragione da tensioni e altri uguali
turbamenti tra di loro?
TEETETO: E in maniera virulenta.
OSPITE: Ma necessariamente tutti sono congeniti per natura.
TEETETO: Come no?
OSPITE: Dunque, chiamando la malvagit dissidio e malattia dell'anima,
diremo bene.
TEETETO: Molto bene.
OSPITE: Ebbene? Quante cose sono partecipi del movimento
e pongono una certa meta e, tentando di raggiungerla, ad ogni
slancio ne viene una deviazione e non si raggiunge, diremo che
questo accade per il giusto rapporto tra una cosa e l'altra, e, al
contrario, per la sproporzione?
TEETETO:  chiaro: per la sproporzione.
OSPITE: Ma noi sappiamo che ogni anima ignora una cosa di propria volont.
TEETETO: No, certamente.
OSPITE: L'ignorare  dunque quando l'anima si protende verso la
verit, quando avviene che l'intelligenza vacilla, niente
altro  se non deviazione del giudizio.
TEETETO: Certamente.
OSPITE: Si deve asserire dunque che l'anima che  stolta  brutta e
senza senso di misura.
TEETETO: Pare.
OSPITE: Due sono dunque le specie di mali insiti in essa, come pare:
l'uno  quello che da molti viene chiamato malvagit ed , nel
modo pi evidente, la sua malattia.
TEETETO: S.
OSPITE: L'altro, invece, lo chiamano ignoranza; ma che questa sola,
nell'anima, sia un suo vizio, non vogliono ammetterlo.
TEETETO: Bisogna ammetterlo senza riserva; quello che non
comprendevo bene poco fa mentre tu parlavi, che nell'anima ci
sono due generi di vizio: la vilt, la sfrenatezza, l'ingiustizia
bisogna considerarle tutte come malattia in noi. Ma la malattia
dell'ignoranza, che  molteplice e varia, va posta come bruttura.
OSPITE: Ma nel corpo per far fronte a queste due malattie non si
sono trovate due arti?
TEETETO: Quali sono queste?
OSPITE: Per la deformit la ginnastica, contro la malattia la medicina.(11)
TEETETO: Pare proprio cos.
OSPITE: Ora, contro la tracotanza, l'ingiustizia, la vilt, l'arte della
correzione  per natura fra tutte le arti la pi intonata a giustizia.
TEETETO: Sta proprio cos, per dirla secondo l'opinione umana.
OSPITE: Ebbene: contro ogni tipo di ignoranza si pu forse dire che
esiste un'arte pi efficace dell'arte di insegnare?(12)
TEETETO: Nessuna.
OSPITE: Ors: di quest'arte dell'insegnamento si deve ammettere
che uno solo  il genere o sono parecchi, e che due di essa sono
importantissimi? Considera la cosa.
TEETETO: La considero.
OSPITE: E a me pare che possiamo venirne a capo in questo modo.
TEETETO: Quale?
OSPITE: Considerando l'ignoranza per vedere se in mezzo di essa
c' una scissione: perch, se diventa duplice,  chiaro che anche
l'arte dell'insegnare deve avere necessariamente due parti una
contro ciascun aspetto dell'ignoranza stessa.
TEETETO: Ebbene: diventa chiaro ci che ora si va cercando?
OSPITE: Mi pare di vedere ben delineato un grave e duro aspetto
dell'ignoranza, di peso uguale a tutte le altre parti di essa.
TEETETO: Quale?
OSPITE: Il credere di sapere pure non sapendo: c' il rischio che
proprio di l provenga a tutti, tutto quello che noi facciamo fallire
con il nostro intelletto.
TEETETO:  vero.
OSPITE: E credo che a questo solo aspetto dell'ignoranza si adatti
bene il nome di stupidit.
TEETETO: Certamente.
OSPITE: Che dire poi di quella parte dell'arte dell'insegnamento
che si incarica di debellare questo?
TEETETO: Ritengo, ospite:, che l'altro aspetto consista in accorgimenti
didascalici tecnici, a questo invece, dalle nostre parti si d il nome
di educazione.(13)
OSPITE: Anche fra gli altri Greci  chiamata un presso a poco cos.
Ma dobbiamo ancora considerare se questo  un tutto indivisibile
o ammette qualche distinzione che meriti di avere un nome.
TEETETO: E dunque bisogna riflettere.
OSPITE: A me pare che anche questo possa essere scisso in qualche modo.
TEETETO: Secondo quale criterio?
OSPITE: A me pare che il percorso dell'arte dell'insegnare per via di
ragionamenti sia pi aspro, mentre l'altra parte di essa  pi lieve.
TEETETO: E come chiamare l'una e l'altra di queste due parti?
OSPITE: Una piuttosto antica e connaturata al patrio costume, della
quale essi si servivano nei confronti dei figli e molti si servono
ancora oggi, quando li ammoniscono, con le cattive o con
modi premurosi, quando hanno commesso qualche errore: e questa,
nel suo complesso, si potrebbe chiamare arte del consigliare.
TEETETO:  cos.
OSPITE: Quanto all'altra poi, pare giusto ad alcuni che cercano di
darsi ragione di per se stessi, ritenere che non esiste ignoranza
che sia volontaria e che chi ha la convinzione di essere sapiente,
non vuole imparare nulla di quelle cose nelle quali si ritiene ben
preparato, e questo aspetto dell'arte ammonitoria, con molta
fatica giunga a risultati alquanto scarsi.
TEETETO: E la pensano giustamente.
OSPITE: Per rigettare dunque queste opinioni ricorrono a un altro modo.
TEETETO: Quale?
OSPITE: Fanno domande sugli argomenti su cui qualcuno ritiene di
dire qualcosa mentre, in realt, non dice nulla; sottopongono al
vaglio poi con facilit le opinioni di quelli che si ingannano, e
traendole allo stesso punto con i loro ragionamenti, le pongono
reciprocamente l'una di fronte all'altra, e, mettendole a confronto,
dimostrano che sono contrarie tra di loro, circa gli stessi argomenti,
riguardo alle stesse cose, e tra di loro. E considerando
queste cose se la prendono con se stessi, diventano pi trattabili
verso gli altri, e in tal modo si sbarazzano di opinioni tronfie
e radicate; e fra tutte le liberazioni questa  la pi piacevole a
udirsi e la pi sicura per chi la prova. E quelli che si purgano in
questo modo, caro ragazzo, la pensano come i medici riguardo ai
corpi, che pensano che un corpo non possa trarre beneficio dal
nutrimento che gli viene dato, se non si  espulso prima quello
che all'interno c'era di impedimento. Allo stesso modo, riguardo
l'anima, quelli ritengono che essa non possa trarre giovamento
dagli insegnamenti che le vengono impartiti, prima che
qualcuno, contestandola, ponga a sua vergogna quel che viene
contestato, scacciando le opinioni che erano di impedimento al
suo apprendere, cos da mostrarsi pura e da essere convinta di
sapere soltanto quello che sa, e nulla di pi.
TEETETO: Questa  la migliore e la pi saggia delle condizioni dell'anima.
OSPITE: Per tutti questi motivi, Teeteto, si deve dire da parte nostra
che la contestazione  la pi grande e la pi sicura delle purificazioni,
e si deve anche ritenere che colui che ne  indenne, anche
se dovesse essere il Gran Re,  un essere impuro al massimo grado,
ineducato e turpe proprio sotto quegli aspetti in cui conviene
che sia purissimo e bellissimo chi si dispone ad essere realmente felice.
TEETETO:  assolutamente cos.
OSPITE: Ebbene? Quelli che si avvalgono di quest'arte come li chiameremo?
Temo infatti che si debba dire che sono i sofisti.
TEETETO: E perch?
OSPITE: Temo che accordiamo dono pi grande di quel che compete loro.
TEETETO: Eppure quanto si  detto pu essere assomigliato a un tale tipo.
OSPITE: Gi, come il lupo al cane, la bestia pi feroce a quella pi
domestica. Colui che intende essere ben certo occorre che faccia
la guardia soprattutto alle somiglianze.  un genere che fa scivolare
parecchio! Ma siano pure cos. Penso infatti che la disputa
avverr non su piccoli termini, se staranno in guardia quanto basta.
TEETETO: Questo almeno  verosimile.
OSPITE: L'arte di purificare dunque appartenga a quella di distinguere,
e parte dell'arte purificatrice sia definita come quella che
riguarda l'anima, da questa si distingua poi l'arte di insegnare, e
da quest'ultima l'arte di educare; e dall'arte di educare deriva la
confutazione contro una vuota apparenza di saggezza che il ragionamento
d'ora ha fatto apparire null'altro essere la nobile sofistica.(14)
TEETETO: Sia pur chiamata cos: ma io mi trovo in dubbio per essersene
mostrati ormai tanti aspetti, che cosa mai occorre
dire e affermare con forza che  realmente il sofista.
OSPITE: Tu sei in dubbio ragionevolmente; ma occorre pensare ora
che anche lui ormai sia in grande difficolt su come sottrarsi al
nostro ragionamento. Giusto infatti  il proverbio per cui non 
facile fuggirle tutte. Soprattutto ora dunque bisogna stringerlo.
TEETETO: Dici bene.
OSPITE: Facendo anzitutto una sosta, come per tirare il respiro, e,
mentre riposiamo, tiriamo le somme tra di noi. Su, dunque, in
quante immagini si  mostrato a noi il sofista? Prima di
tutto, a mio parere, ci  apparso come un cacciatore mercenario
di giovani e di ricchi.
TEETETO: S.
OSPITE: In secondo luogo come un commerciante di conoscenze
che riguardano l'anima.
TEETETO: Esattamente.
OSPITE: E in terzo luogo ci  apparso anche come venditore al minuto
di queste stesse materie?
TEETETO: S: e come questo nella veste che si rende venditore a noi
di insegnamenti che ha confezionato direttamente da solo.
OSPITE: Tu ricordi proprio bene. Il quinto aspetto prover a ricordarlo.
Nell'arte di contendere per via di ragionamenti egli era un atleta,
essendosi ritagliato per s l'arte eristica.
TEETETO: Infatti appariva cos.
OSPITE: La sesta immagine fu oggetto di disputa: tuttavia ponemmo
che egli fosse un purificatore dell'anima (e in questo concordando) dalle
opinioni che costituivano un impedimento all'apprendere.
TEETETO:  assolutamente cos.
OSPITE: Ma tu non osservi, quando uno appare esperto in
parecchi rami, ma viene chiamato con il nome di un'arte sola,
questa sua immagine non  sana, ma  chiaro che, se viene a trovarsi
cos rispetto a una certa arte, non pu vederne quell'aspetto
cui mirano tutti i suoi insegnamenti, e perci chi ha questa
condizione viene chiamato con molti nomi anzich con uno solo.
TEETETO: C' proprio modo che questo avvenga soprattutto per questa ragione.
OSPITE: Che non abbiamo anche noi a provare, nella ricerca,
la stessa cosa, a causa della pigrizia, ma riprendiamo per prima
cosa quello che  stato detto riguardo al sofista: mi  sembrato
che un modo soprattutto lo manifestasse bene.
TEETETO: Quale?
OSPITE: In qualche punto dicemmo che era abile al contraddittorio.
TEETETO: S.
OSPITE: Ebbene? Non ne segue che in questo campo sia maestro
anche agli altri?
TEETETO: Perch no?
OSPITE: Consideriamo ora su quali argomenti questi tali affermano
di rendere altri dei contraddittori. La nostra ricerca abbia inizio
di qui. Ors dunque, nelle questioni divine, quante riescano poco
chiare ai pi, rendono capaci gli altri a fare questo?
TEETETO: Su di essi si dicono proprio queste cose.
OSPITE: E su quelle che son ben evidenti della terra, del cielo e sui
loro annessi e connessi?
TEETETO: Perch no?
OSPITE: Ma negli incontri privati quando si parla della natura delle
cose, dell'essere sotto tanti aspetti, non sappiamo forse che essi
sono capacissimi a contraddire e rendono gli altri altrettanto
abili a fare le cose che essi stessi fanno?
TEETETO: Certamente.
OSPITE: E sulle leggi e su tutti gli affari politici, non promettono
di rendere gli altri abilissimi a contraddire.
TEETETO: Nessuno infatti, tanto per dire, terrebbe rapporti con
loro, se non facessero questa promessa.
OSPITE: E su tutte le arti e su ciascuna in particolare, le ragioni che
occorre portare contro ciascun intenditore nel proprio campo
sono pubblicate e messe per iscritto per chi le vuole imparare.
TEETETO: Mi pare che tu abbia inteso richiamarti agli insegnamenti
di Protagora sulla lotta e sulle altre arti.
OSPITE: E su molti altri, o te beato! Ma il punto principale di
quest'arte del contraddire non ti pare in sostanza che sia una forza
sufficiente a porre in discussione ogni cosa?
TEETETO: Mi pare infatti che essa non lasci indietro proprio nulla.
OSPITE: Per gli di, ragazzo mio, questo lo credi possibile? Perch
forse voi giovani potete guardare pi acutamente a questo aspetto,
noi, invece, in maniera pi debole.
TEETETO: Ma cosa e per quale scopo lo dici? Non riesco proprio
ad afferrare quel che chiedi ora.
OSPITE: Se  possibile che un uomo sappia ogni cosa.(15)
TEETETO: E dunque la nostra stirpe sarebbe proprio beata!
OSPITE: Come potrebbe dunque uno che non se ne intende contraddire
uno che invece se ne intende e dire qualcosa di valido?
TEETETO: Non potrebbe affatto.
OSPITE: E quale il portento della potenza sofistica?
TEETETO: A proposito di che?
OSPITE: Del modo secondo il quale essi sono capaci di introdurre
nei giovani l'opinione che essi sono i pi sapienti fra tutti
in ogni campo.  chiaro infatti che se non avessero fatto le
contraddizioni a dovere e non l'avessero reso evidente a quei giovani,
o se rendendolo evidente, non fossero sembrati per nulla ancora
pi sapienti, proprio tramite la disputa, questo  un altro
detto tuo, difficilmente qualcuno vorrebbe dare loro del denaro e
diventare loro scolaro su questi argomenti.
TEETETO: Difficilmente, sicuro!
OSPITE: Ma i giovani, ora, non lo vogliono?
TEETETO: Sicuro!
OSPITE: Ritengo infatti che essi sembrino di trovarsi in una
condizione di indiscussa sapienza riguardo a quegli argomenti
che sottopongono a contraddittorio.
TEETETO: Come no?
OSPITE: E affermiamo che possono fare questo in ogni campo?
TEETETO: S.
OSPITE: In ogni campo infatti si mostrano sapienti ai loro auditori.
TEETETO: Ebbene?
OSPITE: Pur non essendolo.  gi apparso chiaro che questo  impossibile.
TEETETO: E perch poi non  possibile?
OSPITE:  gi apparso chiaramente a noi che il sofista ha una conoscenza
presunta di ogni cosa, ma non reale.
TEETETO: E assolutamente cos, e c' il caso che quanto 
stato detto sia stato detto nel modo pi giusto sul loro conto.
OSPITE: Prendiamo ora un esempio ancor pi chiaro sul loro conto.
TEETETO: E quale?
OSPITE: Se uno dicesse non di saper dire e contraddire, ma di saper
fare e portare a compimento, con una sola arte, tutte le cose.
TEETETO: E perch dici tutte?
OSPITE: Tu, direttamente, ignori l'inizio del nostro discorso: come
pare, infatti, non comprendi quel "tutte".
TEETETO: Veramente no.
OSPITE: Io dico fra questi tutti: te, me e, oltre noi, anche gli altri
esseri viventi e gli alberi.
TEETETO: Ma cosa intendi dire?
OSPITE: Se uno affermasse di saper creare me, te e tutti gli altri
esseri animali e vegetali.
TEETETO: E di quale creazione parli? Non vorrai dire infatti qualche
agricoltore; hai detto infatti che lui  creatore anche di esseri animali.
OSPITE: Lo dico: e inoltre del mare, della terra, del cielo, degli di e
di tutte le altre cose. E creando poi in un battibaleno ognuna di
queste cose, le vende a un prezzo assolutamente basso.
TEETETO: Ma tu parli di uno scherzo.
OSPITE: Ebbene? Dobbiamo dunque considerare un gioco quello di
colui che dice che sa tutte queste cose e che potrebbe insegnarle
ad altri in poco tempo e per poco prezzo?
TEETETO: Assolutamente.
OSPITE: Conosci tu un tipo di gioco pi acuto e anche pi
aggraziato della mimetica?
TEETETO: Assolutamente no; hai nominato un genere alquanto grande
abbracciando in un sol punto tutte le cose e assolutamente molto vario.
OSPITE: Dunque, di colui che promette di essere capace, con una
sola arte, di fare tutte queste cose, noi conosciamo questo, che
sar in grado di compiere imitazioni e omonimi delle cose reali, e
mostrando da lontano quel che ha dipinto, sa trarre in inganno
gli sprovveduti fra i ragazzi giovani, che egli  in grado di portare
a termine con le opere tutto ci che vuole fare.
TEETETO: Come no?
OSPITE: Ebbene? Riguardo i ragionamenti non possiamo presupporre
che esiste un'arte mediante la quale  possibile raggirare i
giovani, che si trovano ancora lontano dalla verit delle cose con
dei discorsi, piacevoli alle orecchie, che mostrano immagini fatte
di sole parole su ogni questione, tanto da fare ritenere che viene
detta la pura verit e che chi parla  il pi sapiente di tutti gli
uomini in ogni campo?
TEETETO: E perch non dovrebbe esistere un'altra arte di tal fatta?
OSPITE: Non  per necessario, Teeteto, che molti degli ascoltatori,
quando sia passato un lasso di tempo sufficiente per essi, e facendosi
avanti l'et, cadendo da vicino tra le cose reali e, obbligati
dalle proprie esperienze a prendere un contatto diretto con il
reale, a capovolgere le opinioni condivise un tempo, tanto da
apparire loro piccole le cose che sembravano grandi, e difficili le
facili, ed essere sconvolte in ogni senso tutte le parvenze
insite nelle parole da parte dei fatti che avvengono nella realt?
TEETETO: S, per quanto  lecito dare dei giudizi a me, a questa et:
penso infatti di trovarmi anch'io tra coloro che ancora osservano
da lontano la realt.
OSPITE: Per questo noi tutti qui, presenti, tenteremo e stiamo gi
tentando d portarti il pi vicino possibile ad essa senza queste
speranze dirette. Ma riguardo al sofista dimmi questo:  ormai
evidente che egli  uno dei seduttori, imitatore delle cose
reali, o siamo ancora incerti che egli, sugli argomenti nei quali 
capace di condurre il contraddittorio, su questi appunto, non si
trovi ad avere delle conoscenze autentiche.
TEETETO: E come, o ospite? Da quel che si  detto  assodato ormai
che egli  una delle componenti che prendono parte al gioco.
OSPITE: Bisogna dunque stabilire che egli  un incantatore e uno
che sa darla a intendere.
TEETETO: E come non ammetterlo?
OSPITE: Ors, dunque! Ora  compito nostro non lasciare scappare
la belva: l'abbiamo ormai catturata in una sorta di trappola
costituita di quei lacci insiti nei ragionamenti per un tale tipo
di faccende, tanto che non potr sfuggire da questa situazione.
TEETETO: Quale?
OSPITE: Che egli non sia uno della schiatta degli incantatori.
TEETETO: Anche a me, a suo riguardo, pare la stessa cosa.
OSPITE: Sembra opportuno, dunque, distinguere al pi presto l'arte
di creare immagini, e venuti a scendere fino ad essa, se il sofista
subito riesce a resistere, catturarlo secondo quanto  ingiunto
dalla disposizione regia (16) e consegnandolo a lui, mostrare
la selvaggina. Se poi si immergesse sotto le parti della mimetica,
gli saremo d'impedimento, sconvolgendo la parte che lo accoglie,
finch non sia catturato. In tutti i modi n lui, n alcun'altra
genia, potr menare vanto di essersi sottratto alla ricerca di forze
cos determinate a ogni particolare, e nel complesso.
TEETETO: Tu dici bene: bisogna fare cos.
OSPITE: Secondo il modo di divisione gi percorso, a me pare
di vedere, anche a questo proposito, due aspetti della mimetica;
ma l'idea ricercata da noi, in quale delle due parti mai si trovi a
essere, non credo di essere ancora capace di intravederlo.
TEETETO: Ma di' pure per prima cosa e fa la distinzione di quali
due parti tu parli.
OSPITE: Una prima arte che si osserva nella mimetica  quella del
copiare. E questa avviene soprattutto quando uno, secondo le
dimensioni del modello, in grandezza, estensione e profondit e
oltre a ci attribuendo anche colori adatti a ciascun esemplare,
compie il principio della imitazione.
TEETETO: Cosa? Ma non aspirano a fare questo tutti quelli che imitano
qualcosa?
OSPITE: Certo non quanti dipingono o plasmano un soggetto di
grandi dimensioni. Se infatti rendessero la vera dimensione delle
cose belle, tu sai che pi piccole del dovuto apparirebbero le
parti di sotto, pi grandi invece quelle di sopra, per il fatto
che le prime sono viste da noi da lontano, le seconde da vicino.
TEETETO: Certamente.
OSPITE: Ma non  vero dunque che gli artisti, non tenendo in gran
conto il vero, danno alle rappresentazioni non le dimensioni
reali, ma quelle che sembrano belle?
TEETETO:  assolutamente cos.
OSPITE: E non  giusto allora chiamare copia la seconda rappresentazione,
essendo essa copiata?
TEETETO: S.
OSPITE: E questa parte della mimetica sotto questo aspetto
non va chiamata, come abbiamo detto prima, arte del copiare?
TEETETO: Va chiamata cos.
OSPITE: Cosa? Quel che pare somigliare al bello per averne la vista
non da una buona posizione, mentre, se uno acquisisce la forza di
vedere in profondit tutta l'ampiezza, non rassomiglia al modello,
come chiamarlo? Non dovrebbe forse essere chiamato apparenza,
dal momento che pare, s, ma non  la copia?
TEETETO: Ebbene?
OSPITE: Ora non  dunque questa una gran parte della pittura
e di tutta l'arte mimetica?
TEETETO: Come no?
OSPITE: Quest'arte, dunque, che compie un'apparenza e non una
copia, potremmo chiamarla a proposito arte delle apparenze?
TEETETO: Certamente.
OSPITE: Questi dunque sono i due aspetti della mimetica: l'arte
delle copie e quella delle apparenze.
TEETETO: Giusto.
OSPITE: Ma ci di cui dubitavo anche or ora, in quale posizione vada
posto il sofista, neppure ora posso intravederlo chiaramente,
ma in realt, egli  un uomo sorprendente e molto complesso da
conoscere a fondo, poich anche ora ben bene e abilmente si
 rifugiato sotto un aspetto malagevole da investigare.
TEETETO: Pare.
OSPITE: Ma tu sei d'accordo perch conosci questo, o, quasi assuefatto
dal ragionamento, una sorta di impeto ti ha trascinato a
dirti d'accordo alla svelta?
TEETETO: Come e a quale scopo dici questo?
OSPITE: Veramente, o caro, noi ci troviamo in una riflessione molto
difficile. Infatti questo apparire e sembrare e poi non essere, e il
dire alcune cose, ma poi non vere, tutto ci  ricolmo di remore
sempre, sia nel tempo precedente, sia anche ora. Perch dire o
immaginare il falso  fatale che dicendolo esista realmente, ma,
mentre si afferma questo, non implicarsi in contraddizioni,  Teeteto,
assolutamente difficile.
TEETETO: E perch?
OSPITE: Questo ragionamento ha osato presupporre che esista ci
che non . Non diversamente infatti il falso si troverebbe a essere
vero. Parmenide il grande, ragazzo mio, cominciando fin da
quando eravamo ragazzetti, ce lo attestava senza interruzione,
dicendo in prosa, in versi, e in ogni circostanza: Non accettar
violenza su questo mai, dice, che sia quel che non ; ma tu,
pure cercando, da questa via allontana il pensiero.(17)
Da lui dunque ci viene attestato: ma soprattutto potrebbe rivelarcelo
lo stesso ragionamento, se esaminato con la dovuta misura.
Prima di tutto perci considereremo proprio questo, se per te
non sussiste qualche divergenza.
TEETETO: Per conto mio poni pure la questione come vorrai, considerando
per quale via il ragionamento pu svilupparsi nel modo migliore.
Via pure, dunque, e guida anche me per questa strada.
OSPITE:  proprio quello che occorre fare. Ma dimmi: ci che non 
assolutamente avremo il coraggio di affermarlo in qualche modo?
TEETETO: Come no?
OSPITE: Se non per il gusto della discussione, n per gioco, ma se
con seriet e dopo averci pensato uno degli uditori dovesse rispondere
ove si possa riferire questa denominazione, ci che non , cosa
possiamo ritenere, e per quale scopo se ne varrebbe e per quale
tramite lo indicherebbe a chi vuole saperlo?
TEETETO: Tu hai fatto una domanda assai difficile, e del tutto
inestricabile a dirsi per uno come me.
OSPITE: Ma almeno questo  assodato: che il non essere non pu
essere riportato a ci che , neppure riferendolo a un qualcosa,
uno lo riferirebbe correttamente.
TEETETO: Come?
OSPITE: Anche questo per noi  evidente: che anche questa
locuzione, un qualcosa, noi la diciamo ogni volta per un qualcosa
che esiste. Infatti il solo enunciarlo, come modo di dire nudo
e avulso da tutto ci che ,  impossibile. O no?
TEETETO:  impossibile.
OSPITE: Ora consideriamo la cosa da questo punto di vista, sei
d'accordo che chi dice un qualcosa dica un qualcosa che ?
TEETETO:  cos.
OSPITE: E converrai che un qualcosa  il contrassegno di una sola
cosa e che dei qualcosa, di due cose e che alcuni di molti.
TEETETO: Come no?
OSPITE: E che  assolutamente necessario che chi non dice
un qualcosa, non dice, come pare, proprio nulla del tutto.
TEETETO:  assolutamente necessario.
OSPITE: Dunque non si deve ammettere neppure questo, cio che
quel tale dica, ma non dica nulla; e non si deve stabilire apertamente
che non dica nulla colui il quale intraprende a enunciare ci che non ?
TEETETO: Il ragionamento recherebbe la fine dell'imbarazzo.
OSPITE: Non dirlo ancora. Perch, mio caro, ce ne sono ancora delle
difficolt: e questa  grandissima ed  la prima. E si trova a essere
proprio nello stesso principio della questione.
TEETETO: Come dici? Parla e non tirarti indietro.
OSPITE: A ci che  potrebbe sopraggiungere un'altra cosa di ci che ?
TEETETO: Come no?
OSPITE: Ma al non essere potremo mai dire che  possibile che sopraggiunga
un qualcosa di ci che ?
TEETETO: E come?
OSPITE: Poniamo il numero, nel suo complesso tra gli esseri.
TEETETO: S, se si deve porre qualche altra cosa come essere.
OSPITE: Non mettiamo mano dunque a riferire al non essere n la quantit
e nemmeno l'unit del numero.
TEETETO: N potremmo porvi mano correttamente, come il ragionamento ci
suggerisce.
OSPITE: E come potrebbe uno affermare, se non con la bocca, o abbracciare,
soltanto con il pensiero, i non esseri, o anche il non essere, senza
ricorrere al numero?
TEETETO: In che senso dici?
OSPITE: Quando parliamo dei non esseri non mettiamo forse mano ad
attribuire loro la pluralit?
TEETETO: Ebbene?
OSPITE: E dicendo non essere dunque non gli si riporta l'unit?
TEETETO:  molto chiaro.
OSPITE: Eppure noi sosteniamo che non  giusto, n corretto tentare di
adattare l'essere al non essere.
TEETETO:  verissimo quel che dici.
OSPITE: Ora concordi che non  possibile enunciare correttamente, n dire
e neppure pensare il non essere in s, ma che  un qualcosa di impensabile,
di indicibile, di impronunciabile, di illogico.
TEETETO: S, nel modo pi assoluto.
OSPITE: Ma allora ci ingannavamo quando, poco fa, io mi proponevo di dire
la pi grande difficolt della questione, ma poi ne abbiamo un'altra
ancora pi grande?
TEETETO: E quale?
OSPITE: Come, o stupendo ragazzo! Non capisci che, in virt di quel
che  stato detto, il non essere fa trovare in difficolt anche chi lo
contesta, tanto che chi si mette a contestarlo  poi costretto a
dire riguardo a quello delle cose in contraddizione con se stesso?
TEETETO: Come dici? Parla in modo ancor pi chiaro.
OSPITE: Non occorre cercare in me nessun'altra cosa pi chiara: ponendo
infatti che il non essere non pu aver parte n dell'unit n
della molteplicit, ho detto poco fa e anche ora che lo stesso  uno
e infatti io dico: non essere. Tu capisci, certamente.
TEETETO: S.
OSPITE: E ancora poco fa ho detto che  inesprimibile, indicibile,
illogico. Mi segui?
TEETETO: Ti seguo: come no?
OSPITE: E dunque io tentando di adattargli quell'essere non dicevo
il contrario rispetto a prima?
TEETETO: Pare.
OSPITE: Ebbene? Non parlavo io adattandogli questo come a una unit?
TEETETO: Come no?
OSPITE: Diciamo allora che occorre, se si vuole parlare correttamente,
non definirlo n come uno, n come molti, n chiamarlo
assolutamente del tutto; infatti secondo questa denominazione
sarebbe chiamato con la forma dell'unit.
TEETETO: Certamente.
OSPITE: Ma per quale ragione si dovrebbe continuare a parlare di me? Perch
gi da tempo e anche ora si potrebbe scoprire che io sono vinto riguardo
una confutazione del non essere. Tanto che, non tanto in me che parlo,
come ho gi detto, continuiamo a ricercare la correttezza del discorso sul
non essere, ma, ors, ora questa ricerca continuiamola a fare in te.
TEETETO: Come dici?
OSPITE: Suvvia dunque, in modo giusto e con coraggio, perch tu sei
giovane, per quanto tu puoi, concentrandoti, non ponendo n essenza
n unta, n molteplicit di numero al non essere, cerca
di enunciare correttamente qualche concetto su di lui.
TEETETO: Sarebbe ben grande e strana la mia ambizione dell'impresa,
se, vedendo quel che hai provato tu, io stesso ne facessi il tentativo!
OSPITE: Dunque, se a te piace, lascia pure che io e te ci tiriamo da
parte: finch non incontriamo qualcuno che sia in grado di fare
questo, fino a questo punto diciamo che il sofista, in maniera pi
abile di tutti, si  insinuato in un luogo impenetrabile.
TEETETO: Pare certamente cos.
OSPITE: Ora, se andremo dicendo che egli ha l'arte delle apparenze,
facilmente afferrandoci con l'uso di queste parole capovolger i
ragionamenti in senso contrario, chiedendoci, quando noi lo
chiamiamo costruttore d'immagini, cosa mai vogliamo
dire con immagini. Occorre dunque considerare cosa si potr
rispondere, o Teeteto, su una tale domanda a questo insolente.
TEETETO:  chiaro che gli ricorderemo le immagini delle acque,
degli specchi e ancora quelle dipinte e quelle foggiate nelle sculture
e tutte quante le altre di tal fatta.
OSPITE:  evidente, Teeteto, che tu non hai ancora visto un sofista.
TEETETO: E perch?
OSPITE: Potrebbe sembrarti che tiene gli occhi chiusi, o che non ha
affatto gli occhi.
TEETETO: Come?
OSPITE: Qualora tu gli dia una risposta cos, se gli parlerai di qualcosa
che si trova negli specchi o nelle figure plastiche, rider dei
tuoi discorsi, perch parli a lui come se vedesse, fingendo di non
conoscere n specchi, n acque, n alcuna immagine (18), e ti far
domande soltanto su quello che emerge dai ragionamenti.
TEETETO: E cosa?
OSPITE: Quello che attraverso tutte queste cose che tu, pur dicendo
numerose, hai ritenuto giusto di chiamarle con un nome solo,
pronunciando per tutti il termine immagine come se fosse una unit sola.
Parla dunque e difenditi senza tirarti indietro di fronte a quell'uomo.
TEETETO: Cosa diremo ormai, o ospite, che sia l'immagine, se non
un altro oggetto tale, fatto a somiglianza di quello vero?
OSPITE: Ma tu con un altro oggetto tale vuoi dire quello vero, o a
che cosa rapporti questo tale?
TEETETO: Niente affatto vero, ma almeno somigliante.(19)
OSPITE: Ma dicendo vero vuoi dire un essere reale?
TEETETO: Proprio cos.
OSPITE: Ebbene? Il non vero non  il contrario del vero?
TEETETO: E cosa dunque?
OSPITE: Dunque tu affermi che il simile  un essere non reale, dal
momento che tu lo chiami non vero.
TEETETO: Ma egli  tuttavia, in qualche modo.
OSPITE: Non dunque di uno vero, tu dici.
TEETETO: Certamente no, eccetto che  reale come immagine.
OSPITE: Quella dunque che chiamiamo immagine  realmente un non essere
che non ?
TEETETO: Il non essere dunque rischia di essersi intrecciato in tale
intreccio con l'essere e anche in modo molto strano.
OSPITE: E come potrebbe non essere strano, tu noti dunque che
anche ora, con questo incrocio, il sofista, dalle molte teste, ci ha
costretto a riconoscere, pur non volendo, che il non essere in
qualche modo .
TEETETO: Lo vedo anche troppo bene.
OSPITE: Ebbene? Come potremo delimitare ora la sua arte, se saremo
in grado di concordare con noi stessi?
TEETETO: E perch? E di che cosa hai paura a parlare cos?
OSPITE: Quando diciamo che egli trae in inganno riguardo
l'apparenza, e che la sua arte  tutta fatta di inganni, diremo allora
che la nostra anima  spinta a opinare il falso a causa della sua
arte, o cos'altro mai diremo?
TEETETO: Questo diremo! E che cos'altro potremmo dire?
OSPITE: L'opinione falsa, dunque, sar quella che opina il contrario
rispetto a quello che , o cosa ?
TEETETO: Cos: il contrario di ci che !
OSPITE: Dici dunque che l'opinione falsa opina il non essere.(20)
TEETETO:  necessario.
OSPITE: Forse opinando che il non essere non sia o che in
qualche modo invece il non essere sia?
TEETETO: Ma occorre pure che il non essere sia in qualche modo, se
qualcuno mai operer il falso anche per poco.
OSPITE: Ebbene: non potr opinare anche che ci che in nessun
modo  non sia affatto?
TEETETO: S.
OSPITE: E anche questo sar falso?
TEETETO: Anche questo.
OSPITE: E cos per gli stessi motivi, a mio parere, sar considerato falso il
discorso il quale affermi che ci che  non , e che ci che non , .
TEETETO: E come potrebbe essere falso in altro modo?
OSPITE: In nessun altro modo, forse: ma questo non lo dir il sofista.
O vi pu essere un ripiego perch qualche ben pensante
possa essere d'accordo, quando si era riconosciuto che erano
cose impronunciabili, indicibili, illogiche, impensabili? Gliela
facciamo a capire, Teeteto, quello che dice?
TEETETO: E come possiamo non capire che egli dir che noi sosteniamo
ora il contrario di prima, avendo il coraggio di affermare
che il falso  nelle opinioni e nei discorsi, e che siamo
costretti a rapportare spesso ci che  a quel che non , dopo
avere riconosciuto, proprio ora, che questa, fra tutte,  la cosa
assolutamente pi impossibile?
OSPITE: L'hai ricordato molto a proposito. Ma vedi di stabilire cosa
occorre fare del sofista, perch gli equivoci e le difficolt, come
vedi, sono facili e numerose, se facciamo l'indagine su di lui, noi
lo poniamo nella famiglia dei ciarlatani e degli imbroglioni.
TEETETO: Anche troppo.
OSPITE: E di equivoci e difficolt ne abbiamo percorso una piccola
parte, dal momento che esse sono, per cos dire, senza fine.
TEETETO: Sarebbe dunque impossibile, a quanto pare, catturare il
sofista, se le cose stanno cos.
OSPITE: Ebbene? Ci tireremo indietro, ora, perch siamo stanchi?
TEETETO: Io non dico che si debba, se anche un pochino ci sentiamo
in grado di accalappiare, in qualche modo, l'individuo.
OSPITE: Mi userai indulgenza e, come dicevi ora, sarai contento se
anche per un poco ci tireremo fuori da un discorso cos stretto.
TEETETO: E come potr non contentarmi?
OSPITE: Ma ancor pi di questo io ti faccio richiesta.
TEETETO: Di cosa?
OSPITE: Di non avere a supporre che io sia una sorta di parricida.
TEETETO: E perch?
OSPITE: Sar necessario per noi, proprio per difenderci, mettere alla
prova il ragionamento di Parmenide, che  come nostro padre,
e a fargli violenza nel senso che il non essere sia in qualche modo,
e che l'essere a sua volta, in qualche modo sia il non essere.
TEETETO: Mi pare che questo punto si debba dibattere nei nostri ragionamenti.
OSPITE: Quanto  stato detto come pu non apparire chiaro anche a un cieco?
Infatti se queste ragioni non saranno contestate o condivise, nessuno
sar in grado affatto di dire sui discorsi falsi e sulle opinioni,
n sulle immagini, n sulle rappresentazioni, n sulle parvenze,
n sulle arti, quali che siano, che le riguardano, senza essere
ridicolo, essendo costretto a dire cose in contraddizione con se stesso.
TEETETO:  verissimo.
OSPITE: Per questi motivi dunque bisogna osare di far fronte
al ragionamento paterno, o di lasciarlo filare del tutto, se qualche
esitazione ci trattiene di fare questo.
TEETETO: Ma questo non pu trattenerci in alcun modo.
OSPITE: E allora ti chiedo ancora una terza cosa, una veramente piccola.
TEETETO: Basta che tu lo dica.
OSPITE: Parlando, poco fa, ti ho gi detto che al fine di confutare
queste argomentazioni, io mi trovo sempre in imbarazzo, e soprattutto ora.
TEETETO: Lo hai detto.
OSPITE: Io temo, per quanto  stato detto, che io non abbia a sembrarti
folle, prendendomi per i piedi in su e in gi. E infatti in grazia
tua ci metteremo a confutare il ragionamento, se lo vorremo confutare.
TEETETO: Per quel che mi riguarda non mi sembrer affatto che tu
sbagli se porterai avanti questa revisione e poi la dimostrazione,
ma, proprio per questo, va' avanti con coraggio.
OSPITE: Suvvia dunque: quale inizio potrebbe dare uno a un discorso
cos insidioso? Mi pare tuttavia, ragazzo mio, che dobbiamo
volgerci per questa strada come la pi indispensabile.
TEETETO: E quale?
OSPITE: Considerare in primo luogo le cose che sembrano chiare,
affinch, essendo noi confusi in qualche punto, non abbiamo
ad ammettere facilmente tra di noi di giudicare bene su questi problemi.
TEETETO: Di' pure chiaro quel che vuoi dire.
OSPITE: Mi pare che con affabilit Parmenide abbia dialogato con
noi e chiunque altro mai si mosse al compito di definire quanti e
quali sono gli esseri.
TEETETO: Come?
OSPITE: Mi pare che ciascuno ci racconti una favola come se fossimo bambini,
l'uno affermando che gli esseri sono tre e talvolta si fanno
guerra tra di loro in qualche modo, talvolta invece, divenuti
amici, realizzano nozze, figli e allattamenti dei nati; un altro
invece afferma che sono due l'umido e il secco, il caldo e il freddo,
li fa coabitare e li fa generare. La nostra schiatta, quella
di Elea, a cominciare da Senofane (21) e ancora pi in l, considerando
un essere solo quel che viene chiamato il tutto, e cos si espone
con i propri miti. In seguito poi alcune Muse della Ionia e
della Sicilia (22) ritennero cosa pi sicura intrecciare le due
posizioni e dire che l'essere  molteplice e uno e si sostiene con
l'odio e l'amore. Dicono infatti le pi rigorose tra le Muse che
nel dilacerarsi poi si ricompone. Ma le Muse un po' pi arrendevoli
hanno allentato la concezione che l'essere stia sempre in
questa condizione e affermano che il tutto, talvolta,  uno e
amico a se stesso per merito di Afrodite, e, tal altra volta
invece, che  molteplice e nemico a se stesso per una sorta di
contesa. Ma se qualcuno di questi uomini ha sostenuto tutto questo
in modo veritiero o al suo contrario  difficile a dirsi; ed 
pure sconveniente biasimare gravemente personaggi cos illustri
e antichi. Ma questo si pu pur dire senza provocare riserve.
TEETETO: Cosa?
OSPITE: Che essi non si curarono affatto dei molti, che siamo noi,
avendone disprezzo, perch senza darsi pensiero se possiamo
tenere dietro loro quando parlano o se restiamo indietro,
ognuno di essi porta a compimento il proprio assunto. (23)
TEETETO: Come dici?
OSPITE: Quando uno di essi grida a gran voce che l'essere , o 
divenuto, o diviene, molteplice, o uno, o due, e che il caldo 
mescolato al freddo, o ipotizzando altrove distinzioni o congiunzioni, di
tutto questo, per gli di, Teeteto, tu riesci sempre a capire un
qualcosa di quello che dicono? Io infatti, quando ero pi giovane,
quando qualcuno parlava di quel che ora ci provoca perplessit,
il non essere, allora pensavo di capirlo esattamente. Ora tu vedi a
che punto siamo di difficolt.
TEETETO: Lo vedo.
OSPITE: Forse non meno riguardo all'essere subendo la stessa
esperienza nella nostra anima, diciamo che riguardo a questo noi
andiamo bene e di capire quando qualcuno ne fa menzione, mentre
per l'altro no, mentre ci troviamo nella stessa condizione
riguardo l'uno e l'altro.
TEETETO: Forse s.
OSPITE: E anche per gli altri concetti, di cui si  detto in precedenza,
si dica pure la stessa cosa.
TEETETO: Eh, s!
OSPITE: Ma, se credi, circa i molti punti gi visti condurremo
il nostro esame dopo di questo: ora invece cominciamo a indagare
per primo sul pi grande, sul principale.
TEETETO: Di quale parli? O non  evidente che tu dici che per prima
cosa bisogna fare ricerca sull'essere, cosa mai intendono dire
quelli che stimano di renderlo chiaro?
OSPITE: Tu l'hai colto per un piede, o Teeteto. Dico infatti che noi
dobbiamo condurre il metodo in questo modo, come se essi fossero
presenti e noi chiedessimo loro: Ors, quanti siete qui a dire
che il tutto  caldo e freddo o due altri simili principi, e che
cosa mai volete dire se l'uno e l'altro, dicendo che ambedue e
uno per ciascuno sono? Che cosa dobbiamo capire per questo
"essere" da voi proposto? Forse un terzo ente, oltre quegli altri
due, e dobbiamo porre, secondo voi, come "tutto" il tre e non
pi il due? Poich chiamando "essere" l'uno e l'altro dei due,
voi non dite che ambedue "sono" allo stesso modo; soltanto l'unit
infatti, sarebbe una volta e l'altra, ma non il due.
TEETETO: Tu dici il vero.
OSPITE: Ma forse voi volete chiamare "essere" ambedue?
TEETETO: Forse.
OSPITE: Ma, amici miei, ribatteremo, anche cos vorrete chiamare uno
il due?  pi che evidente.
TEETETO:  molto giusto quello che dici.
OSPITE: Ora, poich noi ci troviamo in difficolt spiegateci voi a
sufficienza cosa intendete significare, quando pronunciate la
parola "essere".  chiaro infatti che voi lo sapete da tempo, mentre
noi fino a questo momento lo credevamo, ora invece siamo
immersi nel dubbio. Insegnatecelo voi, dunque, perch, opinando
di comprendere le cose dette da voi, non ci capiti poi tutto il
contrario di questo. Porgendo queste domande ed esigendo
risposta da costoro e da gli altri, quanti sostengono che il tutto
 pi di uno, ragazzo mio, in cosa potremo sbagliare?
TEETETO: In ben poche cose.
OSPITE: Ebbene? A tutti quelli che sostengono che il tutto  uno,
non si deve chiedere, fino a che  possibile, che cosa vogliono
dire con la parola essere?
TEETETO: Come no?
OSPITE: A questo problema rispondiamo pure: Voi dite in qualche
modo che c' solo un essere? Lo diciamo, ribatteranno. O no?
TEETETO: S: lo diranno.
OSPITE: Ebbene? Per "essere" voi chiamate un qualcosa?
TEETETO: S.
OSPITE: Forse quello che chiamate uno, usando due nomi per la
stessa cosa, o come?
TEETETO: E qual  la loro risposta, o ospite, a questo?
OSPITE:  chiaro, o Teeteto, che a chi pone una tal questione, non 
facile rispondere n a quanto  stato chiesto ora, n a qualunque
altra tra le tante cose.
TEETETO: Come?
OSPITE: Ammettere che vi sono due nomi, mentre non ne  stato posto che
uno,  ridicolo.
TEETETO: Come no?
OSPITE: E l'accettare con assolutezza, quando uno parla,
che un nome ,  non ha significato.
TEETETO: In che modo?
OSPITE: Ponendo un nome diverso dall'oggetto, uno, in qualche
modo, dice due cose.
TEETETO: S.
OSPITE: Ma se uno pone all'oggetto lo stesso nome, o sar costretto
a dire che quel nome  di nulla, o se dir che quello appartiene a
una cosa, ne conseguir che quel nome  soltanto il nome di un
nome, ma di nessun'altra cosa.
TEETETO: S.
OSPITE: E l'uno, essendo nome dell'unit,  anche, a sua volta, unit
del nome.
TEETETO:  necessario.
OSPITE: Ebbene? Diranno che il tutto  una cosa diversa dall'unit
che , o che  invece la cosa identica a questa?
TEETETO: E perch non dovrebbero, o meglio, non debbono dirlo?
OSPITE: Se dunque tutto , come dice Parmenide, da ogni parte un
qualcosa di simile al volume di una sfera rotonda, pari, dal mezzo,
in ogni sua parte, n in uno spazio maggiore, n in uno minore,  d'uopo
che non si muove n di qua n di l, (24) essendo tale
ha anche il mezzo e gli estremi, e avendo tutte queste cose, ne
consegue che abbia delle parti. O no?
TEETETO:  cos.
OSPITE: Ma nulla impedisce che quel che  sottoposto alla divisione
in parti al di sopra di tutte le sue parti abbia l'uno e perci essendo
tutto e tutto uno, sia.
TEETETO: Perch no?
OSPITE: Ma quello che  sottoposto a questo non  forse impossibile
che in s e per s sia l'uno?
TEETETO: Come?
OSPITE: Occorre certamente dire, secondo un giusto ragionamento,
che sia del tutto indivisibile ci che  veramente uno. (25)
TEETETO: Occorre infatti che sia cos.
OSPITE: Ora questo tale uno, fatto di molte parti, non sar pi
in accordo con quell'idea di uno.
TEETETO: Ti seguo.
OSPITE: Forse l'essere, per essere sottoposto all'uno, sar anche cos
uno e tutto, o non potremo pi dire che l'essere  tutto?
TEETETO: Tu hai gettato innanzi una scelta difficile.
OSPITE: E dici il vero: l'essere infatti, essendo sottoposto a essere
uno, non potr apparire in qualche modo lo stesso che l'uno, ma
il tutto sar pi che uno.
TEETETO: S.
OSPITE: Ora se l'essere non  il tutto per essere stato sottoposto
proprio all'uno, se il tutto  in s e per s, accade che
l'essere  manchevole proprio rispetto a se stesso.
TEETETO: Certamente.
OSPITE: E secondo questo ragionamento, essendo in difetto nei suoi
stessi confronti, l'essere sar non essere.
TEETETO:  cos.
OSPITE: E il tutto qui diventa maggiore di uno, poich l'essere e il
tutto acquistano per ciascuno una propria e differente natura.
TEETETO: S.
OSPITE: E se il tutto poi assolutamente non fosse, le stesse conseguenze
ci sarebbero anche per l'essere, che, al di l di non poter essere, non
potrebbe neppure divenirlo mai.
TEETETO: E perch?
OSPITE: Sempre diviene intero quello che  divenuto; tanto che chi
non pone l'uno e il tutto tra gli esseri, non deve neppure affermare
come reali n l'essere n la sua genesi.
TEETETO: Sembra senza dubbio che la questione stia cos.
OSPITE: E nemmeno una qualche quantit deve essere il non tutto;
infatti quel che  un certo quanto, quale che questo quanto sia, 
necessario che questo quanto sia il tutto.
TEETETO: Certamente.
OSPITE: E cos infinite difficolt salteranno fuori a migliaia prendendo
ciascuno di questi aspetti sia per chi sostiene che l'essere  un due
sia per chi sostiene che  uno soltanto.
TEETETO: Lo dimostrano anche quelle che stanno apparendo ora;
l'una infatti si riconnette all'altra recando sempre un errore pi
grave e difficile e tutte le cose dette in precedenza.
OSPITE: Noi non abbiamo passato in rassegna tutti coloro che cos argomentano
intorno all'essere e al non essere: tuttavia sia sufficiente cos.
Ora dobbiamo esaminare coloro che parlano in senso contrario, perch
possiamo vedere da tutti che l'essere non  assolutamente pi facile da
enunciarsi di quanto non sia il non essere.
TEETETO: E dunque bisogna volgersi anche a questi.
OSPITE: Sembra dunque che fra di loro ci sia come una sorta di
gigantomachia per la disputa tra di loro circa l'essenza.
TEETETO: E come?
OSPITE: Gli uni dal cielo e dall'invisibile trascinano tutto verso
terra, come afferrando realmente con le mani grosse pietre e
querce. E stando bene attaccati a tutte queste cose sostengono
fermamente che  soltanto quello che provoca un contraccolpo e
un contatto, definendo il corpo e l'essenza come la stessa cosa,
e se delle altre cose qualcuno afferma che un qualche
cosa, pur non avendo il corpo, , lo disprezzano senza riserve e
non vogliono udire altro.
TEETETO: Tu parli di individui ben difficili: anch'io ne ho gi
incontrati parecchi.
OSPITE: Pertanto quelli che si trovano in polemica con loro con
molta circospezione si difendono dall'alto, da qualche parte
dell'invisibile, costringendoli ad ammettere che certe sostanze
intellegibili e incorporee sono la vera essenza. E i loro ben noti corpi
e la tanto decantata loro verit facendola a pezzettini con i
ragionamenti, invece dell'essenza proclamano un mutevole divenire.
Su questi problemi in mezzo agli uni e agli altri, esiste da
sempre, Teeteto, una battaglia che non ha sosta.
TEETETO:  vero.
OSPITE: Da ambedue queste schiatte, dunque, Teeteto, cerchiamo di
cogliere la ragione sulla quale essi pongono l'essere.
TEETETO: E come potremo coglierlo?
OSPITE: Da quelli che lo pongono nelle forme  pi facile: infatti
sono pi trattabili. Da quelli che si sforzano di rapportare tutto
al corpo  pi difficile, e forse anche del tutto impossibile.
Ma mi pare che nei loro riguardi si debba fare cos.
TEETETO: Come?
OSPITE: Soprattutto, se in qualche modo fosse possibile renderli
migliori di fatto. Ma se questo non  concesso, li facciamo tali con
il pensiero, immaginando che essi vogliano rispondere in modo
pi garbato di quanto non facciano ora. Noi non ci preoccupiamo
di essi, cerchiamo soltanto la verit.
TEETETO: Giustissimo.
OSPITE: Invita quelli, come se fossero divenuti migliori, a risponderti,
e sottoponi a esame quello che ti viene detto da loro.
TEETETO: Sar cos.
OSPITE: Se dicono che un animale  mortale, riconoscono che  un qualcosa.
TEETETO: Come no?
OSPITE: E concedono che questo  un corpo animato?
TEETETO: Certamente.
OSPITE: Ponendo l'anima con una delle cose che sono.
TEETETO: S.
OSPITE: E sosterranno poi che un'anima  giusta, un'altra ingiusta,
una assennata e un'altra stolta?
TEETETO: E perch no?
OSPITE: Ma non forse per il possedere e l'avere presente la giustizia
ciascuna di esse diviene tale, e, per la presenza delle cose contrarie
a quelle, contraria?
TEETETO: S: sosterranno anche questo.
OSPITE: Ma anche ci che  possibile sia vicino o lontano a un qualcosa,
diranno che anche questo  un qualcosa che ?
TEETETO: S, lo diranno.
OSPITE: Essendovi dunque giustizia, ponderatezza, e ogni altra virt
e i loro contrari, ed essendovi l'anima nella quale tutto questo avviene,
diranno che qualcosa di esse si pu vedere e toccare, o che
tutto  invisibile?
TEETETO: Forse diranno che nulla di tutto questo pu vedersi.
OSPITE: E cosa diranno di tali cose? Forse che hanno un corpo?
TEETETO: A questo in generale non daranno pi risposta secondo
gli stessi criteri, ma sosterranno che sembra loro che l'anima abbia
un corpo; quanto all'assennatezza e a ciascuna delle altre
qualit delle quali hai chiesto, si vergognerebbero di osare
tanto, o a riconoscere che queste cose non appartengono affatto
a quelle reali o a sostenere con forza che siano tutti corpi.
OSPITE:  chiaro per noi dunque, Teeteto, che sono divenuti uomini
pi trattabili, perch di nessuna di queste cose si vergognerebbero
quanti di essi sono come seminati per terra e selvaggi, anzi si
sforzerebbero in modo per provare che tutto quello che non
sono capaci di stringere con le loro mani, assolutamente non .
TEETETO: Tu dici, su per gi, quello che pensano.
OSPITE: Interroghiamoli dunque di nuovo: se vorranno ammettere
che anche una modestissima quantit di esseri e priva di corpo,
pu bastare. Quello infatti che per natura  congenito a essi e a
quelli che hanno un corpo verso cui guardando affermano che sono gli
uni e gli altri,  quello che occorre dire loro. E forse potrebbero
trovarsi presto in difficolt. E se provano un qualcosa di questo,
impegnamoci noi, guarda, se vogliono accettare e riconoscere che
tale  l'essere.
TEETETO: Quale? Di' pure e lo sapremo subito.
OSPITE: Io affermo dunque che qualunque cosa possiede in s una
forza sia per potere influire su un'altra cosa, quale che sia
per natura, o anche da essere influenzata, sia pure un minimo, da
un fattore di nessun conto, anche se soltanto per una volta tutto
questo  realmente. Intendo cos delimitare il concetto di essere,
dicendo che esso null'altro  se non potenza.(26)
TEETETO: Ma siccome essi non hanno, almeno al presente, nulla di
meglio da dire, accetteranno questo.
OSPITE: Bene. Forse in seguito tra noi e loro potrebbe apparire
opportuna un'altra cosa. A questo punto per, nei loro riguardi,
per noi questo rimanga fermo come concordato.
TEETETO: Rimane.
OSPITE: Ora volgiamoci agli altri, quelli che sono accetti per le loro
idee: e tu, a noi, fa' pure da interprete per conto loro.
TEETETO: Sar fatto.
OSPITE: Voi concepite il divenire e separatamente tenete distinta
l'essenza? O no?
TEETETO: S.
OSPITE: E dite che noi con il corpo, mediante la sensazione, partecipiamo
al divenire e con il ragionamento, tramite l'anima, alla reale essenza,
che anche voi concordate si trova sempre nella stessa condizione
immutabilmente, mentre il divenire si fa di volta in volta diverso? (27)
TEETETO: Noi affermiamo questo.
OSPITE: Ma questa partecipazione, o uomini migliori fra tutti, dobbiamo
arguire che voi l'intendete in un senso e in un altro? Non forse in
quello da voi enunciato or ora?
TEETETO: Quale?
OSPITE: Un patire o un agire che deriva da una potenza che sorge
da elementi che insieme concorrono fra di loro. Forse tu, Teeteto,
non riesci bene ad afferrare la loro risposta a questo; io s per
l'abitudine che ho.
TEETETO: E quale ragionamento adducono?
OSPITE: Non concordano con noi su quello che si  detto circa i nati
dalla terra intorno all'essenza.
TEETETO: E cosa  stato detto?
OSPITE: Noi ponemmo come precisa delimitazione degli esseri quando
in uno di essi sia presente la forza o di subire o di agire, anche per
un minimo obiettivo.
TEETETO: S.
OSPITE: Oltre a ci dicono che al divenire prende parte la potenza
di subire e di agire, mentre per quel che riguarda l'essenza affermano
che la potenza di nessuna di queste due cose vi ha parte.
TEETETO: E dicono dunque un qualcosa?
OSPITE: Riguardo a questo noi dobbiamo dire che abbiamo bisogno
di sapere ancora pi chiaramente da loro se ammettono
che l'anima conosce, mentre l'essenza  conosciuta.
TEETETO: Questo almeno lo dicono.
OSPITE: Ebbene? Dite dunque che il conoscere e l'essere conosciuti
 azione o passione, oppure l'una e l'altra cosa? Oppure l'uno 
passione e l'altro azione? Oppure n l'uno n l'altro dei due
hanno parte di queste cose?
TEETETO:  chiaro che n l'uno n l'altro hanno parte di azione e
passione. Sostenendo il contrario infatti contraddirebbero le
affermazioni di prima.
OSPITE: Lo comprendo: ma questo almeno ammetteranno, che se il
conoscere risulter un fare qualcosa, ne segue di necessit che
il conosciuto lo subisca. L'essenza poi, conosciuta secondo questo
ragionamento nel momento della conoscenza, per quanto vien conosciuta
altrettanto viene mossa a causa del subire, cosa che noi diciamo
non avvenire in ci che sta immoto. (28)
TEETETO: Giusto.
OSPITE: E che, per Zeus! Ci faremo persuadere cos facilmente che
in realt movimento, vita, anima, assennatezza non siano presenti
all'essere assolutamente perfetto, e che esso non viva,
non pensi, ma venerando e sacro, non dotato di intelligenza, se
ne resti fermo senza muoversi?
TEETETO: Sarebbe veramente grave, ospite, se accettassimo questo ragionamento.
OSPITE: Ma diciamo invece che ha intelligenza, ma non vita?
TEETETO: E come  possibile?
OSPITE: Ma diciamo invece che in lui si trovano queste due qualit,
ma che tuttavia non le ha insite in un'anima?
TEETETO: E in quale altro modo potrebbe averle?
OSPITE: Allora diremo che ha vita, intelligenza, anima, ma che pure
se ne sta assolutamente immobile, pure essendo animato?
TEETETO: Ma tutto questo a me pare che sia assurdo!
OSPITE: Dunque bisogna ammettere che ci che  mosso e il movimento sono?
TEETETO: Come no?
OSPITE: Ne segue dunque, o Teeteto, che se l'essere fosse immobile
nessuno potrebbe avere intelligenza di nulla e per nulla.
TEETETO: Certamente s.
OSPITE: Ma se ammetteremo che tutte le cose si lasciano trasportare
e muovere, anche per questo ragionamento verremo a sottrarre la
stessa cosa, l'intelligenza, dall'essere?
TEETETO: E come?
OSPITE: Pensi tu che possa esistere la stessa condizione e quella
della somiglianza e del rapporto senza l'immobilit? (29)
TEETETO: In nessun modo.
OSPITE: Ebbene? Senza di queste pensi tu che possa esserci o non
esserci stata intelligenza, in qualunque sede?
TEETETO: Niente affatto.
OSPITE: E dunque  da combattere con ogni argomento colui che, occultando
conoscenza, avvedutezza e intelligenza sostiene ogni posizione su
qualsivoglia questione.
TEETETO: Con decisione, certo!
OSPITE: Per il filosofo dunque e per chi considera soprattutto questi
problemi, come pare, c' tutta la necessit, proprio per questo di
non accettare n una di quelle n le molte forme di quelli
che dicono che il tutto  immobile, sta, e nemmeno di ascoltare
in alcun modo quanto sostengono coloro che pongono l'essere in
incessante movimento, ma, secondo il desiderio di tutto in
una volta che  proprio dei bambini, dire che l'immobilit e il
moto, ambedue a un tempo riguardano l'essere e il tutto.
TEETETO: Verissimo.
OSPITE: E allora? Non sembriamo aver piuttosto bene abbracciato l'essere
con la nostra definizione?
TEETETO: Senza dubbio.
OSPITE: Ahim, Teeteto! Come mi pare che ora conosceremo tutta
la difficolt di questa indagine!
TEETETO: Ma come, ancora? E cosa vuoi dire con questo?
OSPITE: Oh, te felice! Non pensi che ora siamo nel buio pi fitto su
questo problema, mentre proprio a noi pareva di dire qualcosa?
TEETETO: Mi sembrava bene! Come per ci sia sfuggito di trovarci
in questa condizione, non riesco del tuttoa comprendere.
OSPITE: Considera con maggior discernimento se gli argomenti che
noi ora ammettiamo ci fossero richiesti giustamente al
posto di quelli che chiedevamo a coloro che sostengono che l'essere
consta di caldo e di freddo.
TEETETO: Quali? Fammeli venire in mente.
OSPITE: Certamente. E tenter di fare questo ponendoti delle domande
come allora facevo con quelli, per vedere se ci facciamo avanti in
qualche cosa.
TEETETO: Giusto.
OSPITE: E sia: moto e stasi non sono forse assolutamente contrari,
a tuo parere, tra di loro?
TEETETO: Come no?
OSPITE: E dici anche che allo stesso modo sono ambedue e l'uno e l'altro
dei due?
TEETETO: Lo dico, s.
OSPITE: Ma vuoi dire anche che si muovono ambedue e l'uno e l'uno e l'altro
dei due, quando ammetti che sono?
TEETETO: No, assolutamente!
OSPITE: Ma quando dici che ambedue sono vuoi significare che stanno fermi?
TEETETO: E come?
OSPITE: E allora ponendo l'essere come un terzo elemento nell'anima,
al di fuori di questi due, come se sotto di quello il moto e la stasi
fossero congiunti, e comprendendo e considerando la
loro comunanza con l'essere, tu dici che l'uno e l'altro sono?
TEETETO: Rischiamo proprio di preannunciare un terzo elemento,
quando diciamo che moto e stasi sono!
OSPITE: Ma allora l'essere non  ambedue le cose insieme, cio
moto e stasi, ma un qualcosa di diverso da questi. (30)
TEETETO: Pare.
OSPITE: E dunque, secondo la propria natura, l'essere non sta
n si muove.
TEETETO: Un presso a poco.
OSPITE: E dove occorre dunque che volga la mente chi vuole appurare
con certezza per se stesso qualcosa di chiaro in merito?
TEETETO: Dove, infatti?
OSPITE: Io penso che non sia ancora affatto facile: se infatti qualcosa
non si muove, come pu non stare ferma? Oppure quello che mai sta fermo,
a sua volta, come pu non muoversi? Ora l'essere a noi si  rivelato
fuori da questi due stati. Ma  dunque possibile questo?
TEETETO:  la cosa pi impossibile fra tutte.
OSPITE:  giusto dunque ricordare questo su tali questioni.
TEETETO: Cosa?
OSPITE: Che richiesti a proposito del non essere, a cosa mai riportarne
il nome, fummo coinvolti in un grande impiccio. Lo ricordi?
TEETETO: Come no?
OSPITE: Ora dunque siamo in minore difficolt rispetto all'essere?
TEETETO: A me, ospite, se  lecito dirlo, pare che ci troviamo in una
difficolt ancora maggiore.
OSPITE: A questo punto dunque tale questione sia posta come materia di
grave dubbio. Ma poich sia l'essere come il non essere prendono parte
di questo dubbio, ora almeno sussiste la speranza che a seconda che
l'uno dei due ci si mostrer o pi confuso o pi chiaro, cos pure
ci si pu mostrare anche l'altro; e se poi non siamo in grado di
vedere n l'uno n l'altro, allora, per quanto ne siamo capaci
spingeremo il ragionamento fra ambedue (31) nel modo pi conveniente.
TEETETO: Bene.
OSPITE: Diciamo ora in quale modo talvolta ci avviene di chiamare
la stessa cosa con molti nomi.
TEETETO: Quale ad esempio? Dinne un assaggio.
OSPITE: Noi diciamo uomo denominandolo in molti modi, riportiamo a
lui i colori, i lineamenti, grandezze, malvagit e virt: e in
tutte queste e in mille altre qualit noi non solo diciamo che 
uomo, ma anche che  buono e infinite altre cose e cos anche
per gli altri oggetti, secondo lo stesso criterio, ponendo che ciascuna
cosa  una a sua volta la diciamo molteplice e anche con altri nomi.
TEETETO: Tu dici il vero.
OSPITE:  proprio di qui, io penso, che ai giovani e ai vecchi che si
sono messi tardi a imparare noi allestiamo un convito. Infatti 
alla portata di ognuno capire subito che  impossibile che il molteplice
sia l'uno e l'uno il molteplice e subito si compiacciono
non lasciando dire uomo buono, ma il buono  buono
e l'uomo  uomo. Tu incontri infatti, o Teeteto, come io penso,
spesso quelli che si sono applicati con zelo su questioni di tal
genere, talvolta uomini piuttosto attempati che per povert
nell'acquisizione della loro intelligenza, hanno suscitato ogni
meraviglia su argomenti di taglio e che sono convinti di avere trovato
in merito la quintessenza della sapienza.
EETETO  proprio cos.
OSPITE: Affinch il nostro argomentare si riferisca a coloro che da
sempre e in qualunque maniera hanno discettato intorno
all'essenza, si rivolgano a questi e agli altri, con quanti abbiano
discusso in precedenza, le cose che ora saranno dette come in una domanda.
TEETETO: E quali?
OSPITE: Forse non dobbiamo congiungere l'essenza al moto e alla stasi
n alcun'altra cosa, ma come cose che non ammettono di essere mischiate
e che  impossibile prendano parte le une dalle altre,
in questo modo le porremo nei nostri ragionamenti?
O le condurremo tutte a uno stesso punto come suscettibili di
comunanza tra di loro, o alcune s e altre no? Di queste possibilit,
Teeteto, quale mai diremo che essi sceglieranno?
TEETETO: Io, a queste domande, per conto loro, non ho nulla da rispondere.
OSPITE: E perch non esamineresti una cosa per volta rispondendo
le cose importanti su ciascuna questione?
TEETETO: Dici bene.
OSPITE: Supponiamo dunque, se tu vuoi, che essi dicano per prima
cosa che nessuna cosa ha con nulla, sotto nessun riguardo, nessuna
forza di comunanza. E questo non vuol dire dunque che moto
e stasi non hanno parte in alcun modo dell'essenza.
TEETETO: Non  certo no!
OSPITE: Ebbene? Forse vi sar fra queste cose quella che non ha
comunanza con l'essenza? (32)
TEETETO: Non vi sar.
OSPITE: Con questa concessione dunque, alla svelta, come pare,
ogni cosa diviene sconvolta e la posizione di quelli che fanno
muovere il tutto e di quelli che lo fanno stare immobile come un
uno e di quanti affermano che gli esseri sono, similmente
stando sotto le stesse forme e gli stessi aspetti. Tutti costoro infatti
vi connettono l'essere, gli uni sostenendo che esso in realt si
muove, gli altri invece che in realt se ne sta fermo.
TEETETO:  cos.
OSPITE: E tutti coloro che rendono uno il tutto, ora invece lo
dividono, sia che lo portino all'unit, e dall'unit all'estremit,
dividendolo in elementi infiniti e da questo lo rimettano insieme,
sia che pongano che questo avviene a gradi, sia invece che pongano
che questo avviene sempre, secondo tutte queste cose non
dicono proprio nulla, se non sussiste alcuna mistione.
TEETETO:  giusto.
OSPITE: E ancora questi fra tutti terrebbero dietro alle posizioni pi
ridicole, quanto al ragionamento, quelli che non lasciano che nessuna
cosa in comunanza di qualit con un'altra possa venire chiamata diversamente.
TEETETO: Come dici?
OSPITE: Siccome in ogni circostanza sono obbligati a usare le
parole essere, e a parte e degli altri e di per se stesso e
di svariate altre espressioni, ed essendo incapaci di escluderle o
di connetterle all'interno dei loro ragionamenti, non hanno certo
bisogno di altri che li contraddicano, ma hanno in casa propria
avversario e il contestatore, che grida all'interno, e vanno in
giro portandolo sempre attorno come lo stravagante Euricle. (33)
TEETETO: Tu dici cosa autentica e vera.
OSPITE: Che sar se consentiremo che tutte le cose abbiano potere
di comunanza tra di loro?
TEETETO: Questo anch'io mi sento capace di scioglierlo.
OSPITE: E in che modo?
TEETETO: In questo: il movimento stesso si fermerebbe del tutto
e la stasi stessa si muoverebbe a sua volta se si congiungessero
tra di loro. (34)
OSPITE: Ma questo per le inderogabili necessit  impossibile, cio
che il moto stia fermo e la stasi si muova?
TEETETO: Come no?
OSPITE: Resta solo un terzo punto.
TEETETO: S.
OSPITE: Ma una almeno di queste possibilit  necessaria:
che tutte le cose o nessuna, oppure alcune s, altre no, vogliano
mescolarsi tra di loro.
TEETETO: Come no?
OSPITE: Ma si  trovato impossibile il verificarsi delle prime due.
TEETETO: S.
OSPITE: Allora se vorr rispondere correttamente porr il restante
delle tre possibilit. (35)
TEETETO: S ,certamente.
OSPITE: Siccome alcuni elementi sono pronti a fare questo, a congiungersi,
altri invece no, capiterebbe loro su per gi come alle
lettere: fra esse infatti alcune si armonizzano con le altre, alcune no.
ThETETO Come no?
OSPITE: Le vocali invece, a differenza delle altre lettere, sono come
un legame che si intromette tra tutte, tanto che senza una di esse
 impossibile alle altre armonizzarsi tra di loro l'una all'altra.
TEETETO: Certamente.
OSPITE: E dunque ognuno conosce quali lettere hanno la possibilit
di accomunarsi tra di loro; o c' bisogno di un'arte per chi intenda
fare questo con sicurezza?
TEETETO: C' bisogno di un'arte.
OSPITE: Quale?
TEETETO: Della grammatica.
OSPITE: Ebbene? A proposito di suoni acuti e gravi non  ancora cos.
Chi possiede l'arte di capire quali suoni si lascino unire e quali no,
 un musico, e chi non lo capisce  incompetente.
TEETETO:  cos.
OSPITE: E troveremo altrettante differenze tra le altre arti e le
attivit prive di arte?
TEETETO: Come no?
OSPITE: Ebbene? Siccome abbiamo concordato che anche i generi
hanno per gli stessi motivi la possibilit di mescolanza tra di loro,
non  forse necessario che si faccia avanti con una certa conoscenza,
mediante i ragionamenti, chi ha intenzione di dimostrare
quali generi con quali altri possano armonizzare e quali invece
non lo ammettano tra di loro? E soprattutto se fra tutti
quanti ve ne sono che si tengono insieme, tanto da avere in s la
possibilit di mescolarsi, e cos nelle distinzioni, se ce ne sono
altri, tra tutti quanti, che sono causa della distinzione stessa.
TEETETO: Come potrebbe non esservi bisogno di conoscenza, e
anzi, della pi grande!
OSPITE: E quale nome daremo ora, Teeteto, a questa conoscenza?
O  forse, per Zeus, senza accorgercene siamo caduti nella scienza
degli uomini liberi e rischiamo d'aver trovato prima il filosofo,
pure ricercando il sofista?
TEETETO: In che modo parli?
OSPITE: Dunque il distinguere secondo generi e non ritenere
come diverso un aspetto che sia lo stesso, n per lo stesso uno
che sia diverso, non diremo forse che questo  proprio della
disciplina dialettica? (36)
TEETETO: S, lo diremo.
OSPITE: Dunque colui che  capace di fare questo conosce perfettamente
anche un'idea sola fra molte, che se ne sta disposta per
ogni dove, mentre ciascun elemento se ne sta a parte, e molte
altre differenti tra di loro, che sono strette insieme dall'esterno
da una sola, e quest'una che si tiene congiunta in unit attraverso
una moltitudine di interi, e molte ancora che si tengono del tutto
distinte. E questo , il sapere dove i singoli possono avere
comunanza tra essi e dove no, distinguere per generi.
TEETETO:  assolutamente cos.
OSPITE: Ma l'attitudine alla dialettica, a mio parere, non la concederai
a nessun altro se non a chi fa filosofia in modo puro e giusto.
TEETETO: E come potrebbe uno concederla a qualcun altro?
OSPITE: In un luogo siffatto, e ora e in seguito, troveremo il filosofo,
se vorremo cercarlo; certo,  difficile vederlo chiaramente, ma la
difficolt  diversa da quella del vedere il sofista.
TEETETO: E come?
OSPITE: L'uno, il sofista, se ne rifugge nel buio del non essere, e vi si
immerge fino al logoramento, e per la tenebra del luogo  difficile
da vedersi. O no?
TEETETO: Pare.
OSPITE: Il filosofo invece, essendo sempre dedito all'idea dell'essere
con i suoi ragionamenti, per la lucentezza del luogo, a sua
volta non  assolutamente agevole a scorgersi. Infatti lo sguardo
dell'anima della moltitudine non ha la possibilit di star
saldo nel contemplare la divinit. (37)
TEETETO: E che queste cose stiano cos  non meno verisimile
rispetto a quelle dette prima.
OSPITE: Dunque sul filosofo tra breve faremo ricerca con maggior
chiarezza, se ancora vorremo; ma sul sofista  evidente che non si
deve lasciar perdere prima di averlo esaminato per bene.
TEETETO: Dici bene.
OSPITE: Che alcuni generi dunque tendono a congiungersi tra di loro
noi lo abbiamo ammesso, e altri no: alcuni in modo minore, altri
in modo maggiore: nulla impedisce poi che altri, potendo passare
attraverso tutti, con tutti possano congiungersi. Dopo
di ci seguitiamo nel ragionamento facendo la ricerca in questo
modo, non su tutti gli aspetti, per non confonderci tra molti, ma
scegliendone alcuni di quelli che vengono chiamati i pi grandi,
considerando per prima cosa quali essi sono uno per volta, poi,
come stanno quanto a forza di comunanza tra di loro, tanto che,
se non potremo afferrare l'essere e il non essere in tutta chiarezza,
almeno su di essi non ci troviamo a essere privi di argomentazione,
per quanto lo consente il criterio della nostra attuale ricerca,
per vedere se ci  dato di venircene fuori incolumi dicendo che
il non essere  realmente non essere.
TEETETO: Dunque occorre farlo.
OSPITE: I pi grandi fra tutti i generi che or ora noi passavamo in
rassegna sono l'essere stesso, la stasi, il moto.
TEETETO: I pi grandi di molto.
OSPITE: Ma abbiamo anche detto che due di essi, moto e stasi, non
possono mescolarsi tra di loro.
TEETETO: S, certamente.
OSPITE: L'essere invece si pu mescolare con gli altri due: infatti, in
certo qual modo l'uno e l'altro sono.
TEETETO: Come no?
OSPITE: Ma questi divengono tre?
TEETETO: Ebbene?
OSPITE: Ciascuno di essi perci  differente dagli altri due, ma 
identico a se stesso.
TEETETO:  cos.
OSPITE: Ora poi cosa abbiamo voluto significare circa identico e diverso?
Sono forse questi due generi, diversi dai tre, per quanto
sempre congiunti con quelli per necessit, e si deve fare la ricerca
su cinque e non su tre come essi sono e non ci siamo accorti
che con questo autentico e diverso abbiamo denominato qualcuno
d quei generi prima ricordati?
TEETETO: Forse.
OSPITE: Eppure n il moto n la stasi sono essi stessi n il diverso
n l'identico.
TEETETO: Come?
OSPITE: Perch quello che diciamo in comune del moto e della stasi,
 che non  possibile che questo sia n l'uno n l'altro dei due.
TEETETO: Ebbene?
OSPITE: Il moto allora starebbe fermo e la stasi si muoverebbe:
infatti congiungendosi all'uno e all'altro, l'identico e il diverso,
forzerebbe l'altro a cambiare in senso contrario la sua natura,
in quanto lo mette a parte del contrario.
TEETETO:  esatto.
OSPITE: L'uno e l'altro per hanno parte dell'identico e del diverso.
TEETETO: S.
OSPITE: Ma noi non diciamo che il moto  l'identico e il diverso, e
nemmeno della stasi.
TEETETO: No, certo.
OSPITE: Dobbiamo allora pensare l'essere e l'identico come una sola cosa?
TEETETO: Forse.
OSPITE: Ma se l'essere e l'identico non significano nulla di diverso,
quando ancora noi discorrendo di moto e stasi affermiamo che
ambedue sono, intenderemo cos di significare che l'uno e l'altro sono
l'identico poich sono?
TEETETO: Ma questo  impossibile.
OSPITE: Ebbene  impossibile che l'identico e l'essere siano una cosa sola.
TEETETO: Un presso a poco.
OSPITE: Poniamo dunque l'identico come quarto aspetto oltre gli altri tre?
TEETETO: Ma certo.
OSPITE: Ebbene? Il diverso lo dobbiamo chiamare come quinto?
O si deve invece pensare questo e l'essere come due nomi soltanto per
un genere solo?
TEETETO: Forse.
OSPITE: Ma, a mio parere, sarai d'accordo che fra gli esseri, alcuni
sono essi stessi in s altr invece si richiamano ad altri. (38)
TEETETO: Perch no?
OSPITE: Ma il diverso  sempre in relazione al diverso. O no?
TEETETO:  cos.
OSPITE: Questo non potrebbe darsi se l'essere e il diverso non fossero
differenti del tutto. Ma se il diverso avesse parte dei due aspetti, come
l'essere, potrebbe essere talvolta che uno fra i diversi fosse diverso
non rispetto a un diverso. Ora ci risulta che ci che  diverso,
non pu essere assolutamente altro da quello che , se non rispetto
a un altro diverso.
TEETETO: Tu dici come sta il problema.
OSPITE: Bisogna dire dunque che la natura del diverso  giusta fra
quegli aspetti nei quali abbiamo operato la scelta.
TEETETO: S.
OSPITE: E noi diremo che essa  passata attraverso tutti quanti gli
aspetti: ciascuno infatti  diverso dagli altri non per la sua natura
ma per avere parte dell'idea del diverso.
TEETETO:  esattamente cos.
OSPITE: Riprendiamo allora cos i cinque aspetti, uno per volta.
TEETETO: Come?
OSPITE: In primo luogo il moto che  del tutto diverso dalla stasi. O
come dobbiamo dire?
TEETETO: Cos.
OSPITE: Dunque non  la stasi.
TEETETO: No, assolutamente.
OSPITE: , dunque, per essere a parte dell'essere?
TEETETO: .
OSPITE: Ma a sua volta il moto  diverso dall'identico?
TEETETO: Certo.
OSPITE: Non  dunque l'identico.
TEETETO: Infatti non lo .
OSPITE: Eppure esso sembrava anche l'identico per il fatto che
tutto partecipava dell'identico.
TEETETO: S, certo.
OSPITE: Dunque bisogna ammettere che il moto  l'identico e il non
identico, e non c' da prendersela. Quando infatti chiamiamo il modo
identico e non identico, non lo intendiamo in eguale maniera, ma quando
lo chiamiamo identico, lo chiamiamo cos per la partecipazione di
esso identico rispetto al moto, e quando invece lo chiamiamo non identico
avviene per la sua comunanza al diverso, mediante la quale, separandosi
dall'identico,  divenuto non pi quello, ma diverso, tanto che si dice bene
di nuovo ora, quando si dice che non  identico.
TEETETO: Esattamente.
OSPITE: Ora, se anche lo stesso moto in qualche modo avesse parte
della stasi, non sarebbe affatto strano denominarlo statico.
TEETETO: Sarebbe correttissimo invece, se ammetteremo che dei
generi alcuni tendono a mescolarsi, altri no.
OSPITE: Ma a questa dimostrazione noi eravamo giunti prima
rispetto alle presenti deduzioni, essendoci convinti che queste
cose avvengono cos secondo natura.
TEETETO: Come no?
OSPITE: Diciamo dunque di nuovo: il moto dunque  diverso dal diverso,
come altro era anche rispetto all'identico e alla stasi?
TEETETO:  necessario.
OSPITE: In certo modo dunque non  diverso ma anche diverso,
secondo, il ragionamento attuale.
TEETETO:  vero.
OSPITE: Cosa viene dunque dopo questo? Diremo dunque che il
moto  diverso dagli altri tre, mentre non lo diciamo per il quarto,
pur avendo ammesso che sono cinque i generi intorno ai quali
e nei quali avevamo deciso di fare la ricerca?
TEETETO: E come?  impossibile accettare un numero minore
rispetto a quello che si evidenziava poco fa.
OSPITE: Senza remore dunque diremo e sosterremo con forza che il
moto  diverso dall'essere?
TEETETO: Senza remora alcuna, assolutamente.
OSPITE: E dunque inoppugnabilmente il moto  realmente non
essere e essere, poich ha parte anche dell'essere?
TEETETO: Nel modo pi evidente.
OSPITE: Esiste dunque di necessit l'essere del non essere rispetto
al moto ma anche per tutti i generi. Infatti per tutti la natura del
diverso rendendo ciascuno differente dall'essere lo fa non
essere, e cos per tutte queste cose insieme diremo correttamente
che non sono, e di nuovo, poich hanno parte dell'essere, che
sono e sono esseri.
TEETETO:  probabile che sia cos.
OSPITE: Riguardo ciascuno dei suoi aspetti dunque l'essere  molteplice,
e il non essere, per la sua quantit,  senza fine. (39)
TEETETO: Pare.
OSPITE: Si deve dire dunque che l'essere di per se stesso  differente
dagli altri generi.
TEETETO:  necessario.
OSPITE: Per noi, dunque, per quante volte gli altri sono, altrettante
l'essere non . Gli altri infatti non sono questo che  uno, ma
senza termine rispetto al numero, non sono, a loro volta, l'essere.
TEETETO: Su per gi  cos.
OSPITE: Ora anche a questo proposito non c' da prendersela, dato
che la natura dei generi ammette la comunanza degli uni con gli
altri. Se uno non ammette queste considerazioni, convinto dei
ragionamenti di prima, Si convinca ora di quelli che ne seguono.
TEETETO: Dici il giusto.
OSPITE: Vediamo ora questo problema.
TEETETO: Quale?
OSPITE: Quando parliamo del non essere, come pare, noi non diciamo
qualcosa di contrario, ma soltanto di diverso dall'essere.
TEETETO: Come?
OSPITE: Quando, ad esempio, parliamo di una cosa non grande, ti sembra forse
che con tale frase noi vogliamo significare il piccolo e non l'eguale?
TEETETO: Come?
OSPITE: Ma non saremo d'accordo quando negazione venga fatta significare
per contrariet, bens acconsentiremo soltanto a che il n e il no
significhino un qualcosa d'altro dai nomi che vengono dopo le parole poste
prima delle negazioni, o piuttosto da quegli oggetti presso i quali sono
posti i nomi pronunciati dopo la negazione.
TEETETO:  esattamente cos.
OSPITE: E ora pensiamo anche a questo, se anche tu sei d'accordo.
TEETETO: A cosa?
OSPITE: La natura del diverso a me pare smisurata in tante parti
allo stesso modo che la scienza.
TEETETO: E come?
OSPITE: In certo modo  una anche quella; ma ciascuna parte, separandosi da
essa con il congiungersi a un qualcosa, assume un proprio nome particolare.
Ed  per questo che  possibile parlare di molte arti e di molte scienze.
TEETETO: Certamente.
OSPITE: Dunque anche le parti della natura del diverso, pur essendo
essa solo una, possono subire lo stesso processo di divisione.
TEETETO: Pu darsi. Ma in che modo dobbiamo dire?
OSPITE: Vi  una parte del diverso che si oppone al bello?
TEETETO: S, c'.
OSPITE: Diremo che questa  anonima, oppure possiede un nome?
TEETETO: Lo possiede. Quello che noi sempre proclamiamo non bello, per
questo non  diverso rispetto a nessun'altra cosa se non alla natura
del bello. (40)
OSPITE: Ors, ora dimmi questo.
TEETETO: E cosa?
OSPITE: Un altro degli esseri, separato da un particolare unico genere,
e che poi a sua volta  in antitesi a un altro essere, non avviene cos
che questo sia il non bello?
TEETETO: Cos.
OSPITE: Avviene dunque che l'opposizione di un essere contro un altro
sia il non bello.
TEETETO:  giustissimo.
OSPITE: E dunque? Secondo questo ragionamento dunque il bello avr parte
maggiore dell'essere, minore il non bello?
TEETETO: Per nulla.
OSPITE: In modo analogo si deve dire che sono il non grande e il grande?
TEETETO: In modo analogo.
OSPITE: E dunque si deve porre anche il non giusto allo stesso
modo del giusto, per nulla di pi circa l'essere l'uno dell'altro?
TEETETO: Ebbene?
OSPITE: E diremo che in questa stessa maniera anche per le altre
cose, in quanto la natura del diverso ci si  manifestata tra gli
esseri, e, essendo essa pure  necessario porre le sue parti tra
gli esseri non meno di nessun'altra.
TEETETO: Come no?
OSPITE: Dunque, a quel che sembra, quando la natura di parte del
diverso contrasta con quella dell'essere, l'una contro l'altra,
l'opposizione non  minore rispetto alla sostanza dell'essere
stesso, in quanto non viene a significare cosa contraria all'essere,
ma questo soltanto, diversa da quello.
TEETETO:  molto chiaro.
OSPITE: E quale nome possiamo attribuirle?
TEETETO:  evidente che questo  proprio il non essere, quello di
andavamo alla ricerca a motivo del sofista.
OSPITE: Dunque, come dicevi, il non essere non resta indietro
sostanzialmente a nessun altro degli esseri: e bisogna con coraggio
sostenere che il non essere  sicuramente, ha una propria natura,
allo stesso modo che il grande era grande, il bello era bello,
e il non grande non grande, e il non bello non bello, e cos
anche il non essere allo stesso modo era ed  non essere, un aspetto
unico che conta tra i molteplici esseri. Oppure, a questo
proposito, quale incertezza abbiamo ancora, Teeteto?
TEETETO: Nessuna.
OSPITE: Ma lo sai dunque che non abbiamo prestato fede a Parmenide
molto oltre alla proibizione.
TEETETO: E in che cosa?
OSPITE: Molto oltre a quello che egli ci aveva negato di indagare,
noi protraendo ancora avanti la ricerca ci siamo distaccati da lui.
TEETETO: E in che modo?
OSPITE: Poich egli dice in un passo: non accettar violenza su questo mai,
che sia quel che non ; ma tu, pure cercando, da questa via allontana il
pensiero. (41)
TEETETO: Infatti, dice proprio cos.
OSPITE: Noi dunque non solo abbiamo accertato che il non essere  ma
abbiamo mostrato quale si trova a essere l'aspetto del non essere.
Infatti avendo dimostrato che la natura del diverso 
spartita in minuscole parti per tutti gli esseri tra di loro, abbiamo
avuto il coraggio di affermare che ciascuna piccola parte di
essa che si oppone all'essere, questa  veramente il non essere.
TEETETO: E nel modo pi assoluto, ospite, a me pare che abbiamo
detto cose verissime.
OSPITE: Ma qualcuno non venga a dire che noi siccome rendiamo
chiaro che il non essere  il contrario dell'essere, abbiamo il coraggio
di sostenere che . Noi, infatti, da tempo diciamo di un
contrario dell'essere di lasciarlo perdere, se c' o no, se  logico
o se  del tutto illogico. Quello che noi abbiamo detto ora,
cio che il non essere , o qualcuno ci convince che non  detto
bene, dandone la dimostrazione, o, finch non  possibile, deve
dire anche lui quel che diciamo noi, che i generi si mescolano gli
uni con gli altri e che l'essere e il diverso attraversando ogni cosa
e attraversandosi all'interno l'uno con l'altro, il diverso venendo
ad avere parte dell'essere  proprio a causa di questa partecipazione,
ma non  quello di cui partecipa, ma diverso, e poich  diverso
dall'essere  molto chiaro che necessariamente  il non essere.
L'essere poi in quanto a sua volta ha parte del diverso
sarebbe diverso dagli altri generi, ed essendo diverso da
tutti quelli non  nessuno di essi n di tutti gli altri eccetto se
stesso, tanto che a sua volta l'essere indiscutibilmente mille volte
su mille non , e cos anche gli altri, sia uno per uno che tutti
insieme, in molti modi sono, in molti altri no.
TEETETO:  vero.
OSPITE: E se qualcuno non crede a queste contraddizioni deve fare
la propna ricerca e dire qualcosa di meglio di quello che abbiamo
detto ora. Ma se poi si compiace come se avesse escogitato un qualcosa
di difficile, trascinando i discorsi ora da una parte, ora da
un'altra, non si  certo dedicato a cose degne di molta dedizione,
come attestano ora i nostri ragionamenti. Trovare questo infatti
non  cosa acuta n difficile, trovare quello invece  difficile
e insieme anche bello.
TEETETO: E cosa?
OSPITE: Quello che  stato detto anche prima: il lasciare perdere
queste cose che sono molto alla mano per chi le dice, ed essere in
grado di seguire questioni singolarmente dandone il contraddittorio,
quando uno viene a dire che il diverso  in qualche modo identico, e
che l'identico  diverso, tenergli dietro in quella peculiare maniera
e anche secondo quello che egli sostiene che l'uno e l'altro vengono
a essere. Ma il mostrare che l'identico sia diverso in una certa o
in un'altra maniera e che il diverso sia l'identico, e il grande
piccolo e il simile dissimile, e compiacersi cos di porre innanzi
sempre i contrari nei ragionamenti, non  questa una vera confutazione,
ma  chiaro che  una posizione sorta da poco propria di uno che
si  accostato da poco tempo all'essere.
TEETETO:  esattamente cos.
OSPITE: E difatti, o buon amico, mettere mano a separare
tutto da tutto non solo non  ben ordinato ma soprattutto  proprio
di uno culturalmente rozzo e lontano dalla filosofia.
TEETETO: E perch?
OSPITE: La soppressione pi completa di tutti i ragionamenti consiste
nello sciogliere ciascuna posizione dal tutto: infatti attraverso
l'intreccio delle forme tra di loro sorge in noi il ragionamento.
TEETETO:  vero.
OSPITE: Considera dunque ora se non  l'occasione appropriata
di condurre la polemica con costoro e di forzarli ad ammettere
che l'uno aspetto si mescola con l'altro.
TEETETO: Per quale scopo?
OSPITE: Perch il ragionamento per noi appartenga a uno solo dei
generi dell'essere. Privati di questo, infatti, che  quel che pi
conta, saremo privati della filosofia. E ancora, nel momento presente
occorre che noi stabiliamo che cosa  mai il ragionamento;
se ne fossimo privati nel senso che assolutamente non  nulla, in
qualche modo non saremmo pi in grado di dire pi nulla. E saremmo
privati, se lo ammettessimo della possibilit che esista una
qualche mescolanza di una qualunque cosa con un'altra.
TEETETO:  giusto, ma non riesco a comprendere perch dobbiamo
stabilire tra noi cos' il ragionamento.
OSPITE: Ma, forse, seguendomi da questa parte lo comprenderai molto
facilmente.
TEETETO: Da quale parte?
OSPITE: Si  gi reso manifesto a noi che il non essere  un genere
fra gli altri, sparso accanto a tutti gli esseri.
TEETETO:  cos.
OSPITE: Dunque, dopo ci, bisogna considerare se si mescola con
l'opinione e con il ragionamento.
TEETETO: E perch?
OSPITE: Se questo non si mescola a opinione e ragionamento  necessario
che tutto sia vero; se si mescola invece opinione e ragionamento
diventano falsi. Perch opinare e dire quel che non  fa nascere il falso
nel pensiero e nel ragionamento.
TEETETO:  cos.
OSPITE: E quando c' il falso c' anche l'inganno.
TEETETO: S.
OSPITE: E se c' l'inganno ne consegue che tutto sia pieno di parvenze,
di immagini, di apparenze.
TEETETO: Come no?
OSPITE: Ma noi dicevamo che il sofista si era rifugiato in questo
luogo, lui che pretendeva essere la negazione assoluta dell'esistenza
del falso, perch a suo parere, non si pu n pensare n dire il
non essere, in quanto il non essere non ha alcuna parte in nessun
modo della realt.
TEETETO: Era quel che diceva.
OSPITE: Ora invece  apparso chiaro che ha parte dell'essere, tanto
che su questo punto non vorr ancora fare polemiche. Potrebbe
forse sostenere che degli aspetti, alcuni parte del non essere, altri
no, e che il ragionamento e l'opinione sono di quelli che non ne
hanno parte, tanto che quanto all'arte che produce raffigurazioni
e immagini, nella quale sosteniamo che lui si trova, egli potrebbe
ancora polemizzare che assolutamente non , poich opinione e ragionamento
non hanno parte col non essere; non pu esistere dunque assolutamente
il falso, dal momento che non sussiste questa comunanza. Per questi
motivi dobbiamo considerare prima cosa sono ragionamenti, opinione,
immaginazione, perch una volta che ci siano manifeste, possiamo ancora
vedere la comunanza di esse con il non essere, e, dopo averlo constatato,
dimostrare che il falso esiste e, dimostrato questo, possiamo mettere
in lacci su questo punto il sofista, se  colpevole, oppure
lasciandolo andare, farne la ricerca in un altro genere.
TEETETO: Come pare, ospite, sembra perfettamente vero quanto 
stato detto fin dall'inizio riguardo il sofista, che  un genere difficile
da prendere a caccia. Pare infatti che si carichi di problemi,
dei quali quando ne getta innanzi uno  necessario contrastarlo
in ogni modo prima di potere raggiungere lui. Ora, a fatica,
siamo andati oltre a quello gettato innanzi nel senso che il non
essere non , e ne viene gettato innanzi un altro, e occorre
dimostrare che il falso  e secondo ragionamento e secondo opinione,
e dopo questo forse un altro ancora, e ancora un altro dopo quello.
E la fine, come pare, non si potr mai vedere.
OSPITE: Coraggio, Teeteto. Chi ha qualche possibilit, pur se modesta,
deve procedere sempre avanti. Se si scoraggia in questi frangenti,
che potrebbe fare in altri, in cui non riuscisse a portare a
compimento nulla, o anche di nuovo fosse respinto all'indietro?
Piuttosto tardi, dice il proverbio, uno di questi tali potrebbe
conquistare una citt. Ora, mio buon amico, siccome si  andati
oltre a quello che tu dici,  stata espugnata da noi la fortezza
pi grande, le altre questioni ormai sono facili e di minore conto.
TEETETO: Dici bene.
OSPITE: Consideriamo ora per prima cosa, come  stato detto poco
fa, ragionamento e opinione per renderci conto pi chiaramente
se il non essere si congiunge con essi, o se l'uno e l'altro sono veri
in modo assoluto, e nessuno dei due  falso.
TEETETO:  giusto.
OSPITE: Ors, secondo quanto si diceva sugli aspetti e sulle
lettere, facciamo di nuovo l'esame allo stesso modo sui nomi.
Apparir infatti in qualche maniera quanto ora viene ricercato.
TEETETO: E quale problema dobbiamo ascoltare sui nomi?
OSPITE: Se tutti sono in armonia tra di loro o nessuno; se alcuni tendono
ad armonizzarsi e altri no.
TEETETO: Questo almeno  chiaro che alcuni tendono ad armonizzarsi,
altri invece no.
OSPITE: Tu, forse, intendi dire questo: le parole pronunciate l'una
dopo l'altra e che hanno una qualche significazione, queste appunto
si armonizzano, quelle invece che pure in serie ininterrotta non
significano nulla, non si lasciano armonizzare.
TEETETO: E cosa intendi dire con questo?
OSPITE: Ci per cui credevo tu avessi pensato a dirti d'accordo. Noi
abbiamo, nel linguaggio, un doppio genere di indicazioni circa l'essenza.
TEETETO: Quali sono?
OSPITE: L'uno  chiamato nomi, l'altro espressioni.
TEETETO: Spiegami l'uno e l'altro.
OSPITE: L'indicazione che abitualmente designa le azioni noi la chiamiamo
verbo.
TEETETO: S.
OSPITE: E il segnale della voce che viene posto secondo quelli che
le compaiono viene chiamato nome.
TEETETO: Esattamente.
OSPITE: Ora, solo con i nomi, pur messi in fila, non  possibile mai
avere un discorso e neppure con verbi separati dai nomi.
TEETETO: A questo punto non ci sono arrivato.
OSPITE:  chiaro che tu ti fissavi su qualcos'altro, quando, poco fa,
ti dicevi d'accordo. Poich  proprio questo che io volevo dire, che
questi nomi, anche se vengono detti, cos, di seguito, non danno luogo
a un discorso.
TEETETO: Come?
OSPITE: Per esempio: marcia, corre, dorme e quanti altri verbi
designano azioni, anche se uno li pronuncia tutti in fila, per
nulla di pi costruisce un discorso.
TEETETO: E come potrebbe farlo?
OSPITE: E ancora quando si dice leone, cerbiatto, cavallo e
quanti altri nomi furono attribuiti a quelli che compiono le azioni,
neppure secondo questa serie mai si realizz un discorso. Perch n in
questa n in quella maniera le parole pronunziate non indicano n azione,
n inazione, n realt dell'essere, n del non essere prima che qualcuno
non abbia fuso i verbi con i nomi. Allora si armonizzano e il primo
intreccio diviene subito un discorso, quasi il pi semplice e il pi
piccolo dei discorsi.
TEETETO: E in quale senso dici questo?
OSPITE: Quancio qualcuno dice: L'uomo impara non ammetti
anche tu che questo  il pi corto e il pi semplice dei discorsi?
TEETETO: S.
OSPITE: Gi allora, infatti, in qualche modo esprime le cose che sono,
che divengono, che sono divenute, che diverranno e non nomina solo, ma
porta a compimento qualcosa intrecciando i verbi con i nomi. Perci
noi diciamo che parla e non fa soltanto dei nomi e appunto a questo
tessuto attribuiamo il nome di discorso.
TEETETO: Giusto.
OSPITE: E cos, come avveniva per le cose, che alcune stavano in
armonia con le altre, e alcune no, cos avviene anche per le significazioni
della voce: alcune non si armonizzano, altre invece armonizzandosi tra
di loro creano il discorso.
TEETETO:  certamente cos.
OSPITE: C' ancora questa piccola questione.
TEETETO: Quale?
OSPITE: Un discorso  necessario, quando vi sia, che sia un discorso
di qualcosa, mentre  impossibile che non lo sia di qualcosa.
TEETETO: Infatti.
OSPITE: E non dovr anche essere di una determinata natura?
TEETETO: Come no?
OSPITE: Volgiamo la mente a noi stessi.
TEETETO: Ce n' bisogno.
OSPITE: Ti dir un discorso ponendo insieme oggetto ad azione tramite il
nome e il verbo. Tu dovrai dirmi su cosa verta il discorso.
TEETETO: Sar cos secondo le mie possibilit.
OSPITE: Teeteto siede.  forse un discorso lungo?
TEETETO: No,  misurato.
OSPITE:  tuo compito dire intorno a cosa riguarda e a chi.
TEETETO:  chiaro intorno a me e su me.
OSPITE: E cosa dire su quest'altro?
TEETETO: Quale?
OSPITE: Teeteto, con il quale ora parlo, vola.
TEETETO: Anche su questo non si pu dire altro eccetto che riguarda me
ed  su me.
OSPITE: E possiamo dire che ciascun discorso, necessariamente, ha
una sua qualit?
TEETETO: S.
OSPITE: E di queste quale bisogna dire che ha ognuno di essi?
TEETETO: Che l'una in qualche modo  vera, l'altra invece falsa.
OSPITE: E quello fra essi che  vero dice a tuo proposito quello che
 come .
TEETETO: E che cosa se no?
OSPITE: E il falso dice cose diverse da quelle che sono?
TEETETO: S.
OSPITE: Dice dunque le cose che non sono come se fossero.
TEETETO: Un presso a poco.
OSPITE: Dice cose che sono diverse da quelle che sono a tuo riguardo.
Dicevamo infatti che su ciascun oggetto ci sono molte cose che sono
e molte che non sono.
TEETETO: Esattamente.
OSPITE: Ora, il discorso che ho detto su di te successivamente,
per prima cosa, da quando abbiamo fissato che  il discorso,  gioco-forza
che sia uno dei pi brevi.
TEETETO: Proprio ora lo abbiamo riconosciuto.
OSPITE: Poi che riguardi qualcuno.
TEETETO: Certamente.
OSPITE: Ora, se non  a tuo riguardo non lo  nemmeno di un altro.
TEETETO: E in che modo potrebbe esserlo?
OSPITE: Ma non essendo a riguardo di nessuno non potrebbe nemmeno,
nel modo pi assoluto, essere un discorso: abbiamo infatti
dimostrato che era tra le cose pi impossibili che, essendo un
discorso non fosse un discorso di nessuno.
TEETETO:  molto giusto.
OSPITE: Quanto  detto su di te, detto poi in un senso e in un
altro, come se fossero le cose che non sono, nel modo pi assoluto
una tale combinazione fatta di verbi e di nomi viene a essere
realmente e veramente un discorso falso.
TEETETO:  verissimo.
OSPITE: Ebbene? Pensiero, opinione, immaginazione, non  chiaro
ormai che tutti sorgono veri e falsi nella nostra anima?
TEETETO: Come?
OSPITE: Lo saprai pi facilmente se prima capirai cosa mai siano
e in che cosa differiscano per ciascuno gli uni dagli altri.
TEETETO: Basta che tu me lo conceda.
OSPITE: Pensiero e discorso dunque sono la stessa cosa: solo che
l'uno  il dialogo che avviene all'interno dell'anima con se stessa
senza parole, ed  proprio questo che viene chiamato pensiero. (42)
TEETETO: Certamente.
OSPITE: Ma il flusso dall'anima che vien fuori attraverso la bocca
insieme con la voce viene chiamato discorso.
TEETETO:  vero.
OSPITE: Ma nei discorsi noi sappiamo che c'...
TEETETO: Cosa?
OSPITE: L'affermazione e la negazione.
TEETETO: Lo sappiamo.
OSPITE: Ora quando avviene nell'anima secondo il pensiero,
ma in silenzio, avresti di che chiamarlo se non opinione?
TEETETO: E come?
OSPITE: Ma allorch si presenta a qualcuno, non di per se stesso, ma
attraverso una sensazione, una tale esperienza in quale altro modo si
potrebbe correttamente chiamare se non immaginazione?
TEETETO: In nessuno.
OSPITE: E poich si  dato un discorso vero a un discorso falso, e fra
questi poi si  manifestato il pensiero, come dialogo dell'anima
con se stessa, e l'opinione come risultato del pensiero, e
quello che denominiamo sembra  una mistione di sensazione
e di opinione, ne consegue che anche di queste condizioni che
sono congeneri al discorso alcune fra esse e talvolta siano false.
TEETETO: Come no?
OSPITE: E ti accorgi dunque che opinione e discorso falso sono stati
trovati prima di quanto non fosse l'aspettativa quando, poco fa,
avevamo timore di lanciarci in un'impresa del tutto interminabile,
compiendo questa ricerca?
TEETETO: Me ne accorgo.
OSPITE: Allora non scoraggiamoci nemmeno per il resto. Siccome
oramai queste cose ci si sono manifestate, ricordiamoci delle distinzioni
operate prima secondo gli aspetti.
TEETETO: E quali?
OSPITE: Distinguiamo due aspetti dell'arte figurativa, l'una che fa le
rappresentazioni, l'altra le apparenze.
TEETETO: S.
OSPITE: E dicemmo anche che eravamo nell'incertezza in quale delle due
fosse il sofista.
TEETETO: Era proprio cos.
OSPITE: E mentre ci dibattevamo in questa incertezza, fummo colti
da una vertigine ancora pi grande al manifestarsi del ragionamento
che mette in discussione tutto, secondo cui immagine, simulacro, apparenze
non sono assolutamente, dato che non esiste alcun falso n alcuna
circostanza, n in alcun luogo.
TEETETO: Dici il vero.
OSPITE: Ma ora, poich  apparso chiaro che c' discorso e opinione
falsa, ammetti pure che sono imitazioni degli esseri e che da
questa disposizione ne puo venire un'arte tesa all'inganno.
TEETETO: Si pu concedere.
OSPITE: E che il sofista apparteneva a uno di questi due aspetti era
stato riconosciuto da noi anche nelle considerazioni di prima.
TEETETO: S.
OSPITE: Dunque mettiamo mano ancora dividendo in due tronconi il genere
proposto, a farci avanti sempre verso la destra di ci che  stato
sceverato, tenendoci alla comunanza con il sofista,
finch, togliendo via tutto quello che  in comune con lui, e
lasciandogli la sua congenita natura, possiamo dimostrare,
soprattutto a noi stessi, quale , poi anche a quelli che, per natura,
sono molto vicini al genere di un tale metodo.
TEETETO: Giusto.
OSPITE: Dunque non abbiamo dato inizio facendo distinzione fra
l'arte del creare e quella di acquistare?
TEETETO: S.
OSPITE: E nell'arte d'acquistare non si mostrava a noi il tratto del
sofista nella caccia, nella competizione, nel commercio e in alcuni
altri aspetti simili?
TEETETO: Certamente.
OSPITE: Ora, poich l'arte della imitazione lo ha incluso in s, 
evidente che  l'arte del creare che per prima va divisa in due;
l'imitazione infatti  una sorte di creazione, noi diciamo di immagini,
ma non di cose autentiche. O no?
TEETETO: Certamente s.
OSPITE: Dell'arte della creazione, per prima cosa, due siano le parti.
TEETETO: Quali?
OSPITE: L'una divina e l'altra umana.
TEETETO: Non ho ancora capito.
OSPITE: Arte della creazione, se concordiamo le cose dette all'inizio,
affermavamo che  ogni potenza che divenga causa alle cose
che non erano prima di divenire dopo.
TEETETO: Me ne ricordo.
OSPITE: Ebbene tutti gli esseri mortali e quante piante sulla terra
germogliano da semi e da radici e quanto senza animazione
sta sulla terra, corpi atti a liquefarsi e a non liquefarsi, non diremo
che sorgono poi per opera di un altro artefice che non sia dio
dal momento che prima non erano? O dobbiamo avvalerci dell'opinione e
del detto dei molti?
TEETETO: E quale?
OSPITE: Quello secondo cui la natura li crea per una causa nativa e
senza un pensiero che li faccia nascere, o si deve ritenere che
siano nati secondo un criterio prestabilito e da una scienza divina
che proviene dal dio?
TEETETO: Io, probabilmente a causa della mia et, spesso cambio parere da
una tesi all'altra; ma ora guardando te e comprendendo che tu ritenga che
essi siano creati per intervento del dio, la penso anch'io a questa maniera.
OSPITE: Bene, Teeteto. E se anche pensassi che sei uno di quelli che
in seguito potranno pensarla altrimenti, ora con un ragionamento
sorretto da logica stringente, tenter di farti concordare. Dato per
che comprendo la tua natura, che, anche senza i nostri discorsi, si volge
da sola a ci da cui dici di essere attratto, lascer andare: sarebbe
tempo sprecato. Ma porr che le cose che si dicono create da natura
sono opera di un'arte divina, e quelle composte dagli uomini in derivazione
dalle prime, sono fatte da arte umanaa, e secondo questo ragionamento due
sono i generi dell'arte della creazione: l'uno divino, l'altro umano.
TEETETO: Giusto.
OSPITE: Dividi pure ora di nuovo, l'una e l'altra in due parti.
TEETETO: Come?
OSPITE: Come allora hai diviso tutta l'arte della creazione in estensione,
ora, invece, fallo di nuovo in lunghezza.
TEETETO: Si tagli pure!
OSPITEE: Cos quattro diventano le sue parti: due, in riferimento a
noi, sono umane, le altre due, in riferimento agli di, sono divine.
TEETETO: S.
OSPITE: Ma le parti poi divise di nuovo in senso opposto, tagliando
l'arte della creazione a una parte per volta da ciascuna parte, le
parti restanti possono essere chiamate, quasi con esattezza, arti
che creano le immagini. E secondo queste, l'arte della creazione
verr divisa di nuovo in due parti.(43)
TEETETO: Esponi pure come  di nuovo l'una e l'altra.
OSPITE: Noi, in qualche modo, e gli altri esseri viventi e gli elementi
primi da cui tutte le cose sono generate, il fuoco e l'acqua e quelli
congiunti a queste cose, sappiamo che sono tutte generate da dio
e create da lui a una a una. O no?
TEETETO: S.
OSPITE: Di ciascuna di queste seguono delle immagini, non reali,
ma create anch'esse da un'arte divina.
TEETETO: Quali?
OSPITE: Quelle che avvengono nel sonno e quante anche di giorno
vengono chiamate parvenze naturali, l'ombra quando nel fuoco sorge
improvvisa una tenebra, quando una doppia luce, una consueta e
l'altra estranea, si congiunge in una sola e su piani splendidi e
levigati determina un aspetto che provoca una sensazione contraria
a quella che abitualmente si aveva prima.
TEETETO: Due allora sono le opere della creazione divina, l'oggetto
reale e l'immagine che a ciascuno di essi tiene dietro.
OSPITE: E che dire dell'arte nostra, quella degli uomini? Non costruisce
forse le case con l'edilizia e un'altra sorta di abitazione con la
pittura, che  come un sogno umano fatto per chi  desto?
TEETETO: Ma certamente.
OSPITE: Cos dunque anche della nostra arte umana del creare si
pu avere la distinzione in due come due sono le specie di opere
che la riguardano: diciamo la cosa e avremo l'arte creatrice di
cose; e diremo immagine e avremo l'arte creatrice di immagine.
TEETETO: Ora ho compreso meglio e pongo due specie al doppio aspetto
dell'arte di creazione, secondo un taglio netto arte divina e arte umana,
secondo un altro possibilit creatrice delle cose stesse, e capacit
creatrice delle cose loro somigliantissime.
OSPITE: Ma dell'arte creatrice di immagini ricordiamo che ci doveva
essere come genere, l'uno che  arte di creare le raffigurazioni
e l'altro le apparenze, se il falso era realmente falso e che
fosse manifesto di essere per natura come uno degli esseri.
TEETETO: Era infatti cos che si diceva.
OSPITE: Si manifestavano dunque, e per queste ragioni ne faremo la conta,
senza discussione, due aspetti.
TEETETO: S.
OSPITE: L'aspetto dell'apparenza, dunque, lo dividiamo ancora una volta
in due.
TEETETO: E come?
OSPITE: Vi  un'apparenza che avviene per mezzo di strumenti, un'altra
invece ove lo stesso creatore dell'apparenza offre se stesso come strumento.
TEETETO: Come dici?
OSPITE: A mio parere quando qualcuno avvalendosi del proprio corpo
intende farne apparire le linee identiche alle tue o della propria voce
per renderla simile alla tua, questo processo dell'arte dell'apparenza
viene chiamato con esattezza mimica.
TEETETO: S.
OSPITE: Riserviamoci dunque questo aspetto dell'arte delle apparenze
chiamandolo mimetico. Tutto l'altro poi lasciamolo da parte, perch
stanchi, e lasciamo pure che un altro lo riconduca a unit e gli
attribuisca un nome a lui confacente.
TEETETO: Parte dunque venga riservata, l'altra venga accantonata.
OSPITE: Ma anche questo, Teeteto, vale la pena di considerarlo
ancora doppio. Cerca di capire per quali ragioni.
TEETETO: Di' pure.
OSPITE: Alcuni imitatori compiono questa operazione sapendo bene quello
che imitano, altri, invece, senza saperlo. E quale distinzione pi
seria porremo noi che misconosere e conoscere?
TEETETO: Nessuna.
OSPITE: L'imitazione dunque della quale si diceva poco fa era quella di
chi sa; qualcuno infatti, conoscendo te e i tuoi lineamenti, potrebbe
imitarli.
TEETETO: Come no?
OSPITE: Ma che dire della forma della giustizia e complessivamente di
tutta la virt? Non sono dunque molti che, pur non conoscendola, ma in
qualche modo raffigurandosela, compiono ogni sforzo per farla apparire
come cosa presente in essi, dandosi a imitarla in particolar modo con le
opere e con le parole?
TEETETO: Certamente ce ne sono molti.
OSPITE: E forse dunque tutti ottengono di sembrare giusti, pur non essendolo
affatto, o avviene tutto il contrario di questo?
TEETETO: Tutto il contrario.
OSPITE: Occorre dire dunque a mio parere che questo  un imitatore
differente da quello di prima, questo che non conosce, e quello invece che sa.
TEETETO: S.
OSPITE: E dove prendere poi un nome che si addica all'uno e all'altro
di essi?  evidente infatti che  difficile, poich, come pare, c'era
un'antica e stolta indolenza di dividere i generi secondo gli aspetti
in quelli che se ne sono occupati prima, tanto che nessuno ha posto mano
a effettuare la distinzione. Ed  per questo che vi
 necessit di fare provvigione di nomi. Tuttavia, anche se 
alquanto ardito dirlo in questo modo, per fare una distinzione,
chiameremo l'imitazione che avviene con l'opinione dossomimetica, e
quella che avviene con conoscenza una imitazione cognitiva.
TEETETO: Sia pure cos.
OSPITE: Dunque ci si deve avvalere della prima: il sofista infatti non
si trova tra chi sa, ma tra chi imita.
TEETETO: Certamente.
OSPITE: Ora esaminiamo il dossoimitatore come un ferro, per vedere se
 sano o se si trova con qualche piega in s.
TEETETO: Certamente. Esaminiamolo pure.
OSPITE: Ne ha dunque, e parecchie. Una fra queste  l'imitazione del
balordo, che crede di sapere quello di cui ha appena una opinione; quanto
ai lineamenti ostentati dall'altro, per l'incessante stravolgimento che
opera nei ragionamenti, ha sempre molto sospetto e timore di non conoscere
quelle cose per le quali di fronte agli altri si atteggia come uno che le
conosce bene.
TEETETO:  proprio cos il genere di ciascuno dei due di cui parli.
OSPITE: E dunque possiamo supporre l'uno come imitatore semplice,
l'altro come imitatore ironico?
TEETETO:  verisimile.
OSPITE: E del secondo, poi, dobbiamo dire che  un solo genere, oppure due?
TEETETO: Vedi tu.
OSPITE: Considerando la cosa, a me pare siano due. Vedo l'uno capace di fare
ironia in pubblico, con lunghi discorsi, di fronte alle moltitudini;
l'altro in privato, con brevi discorsi che costringono l'interlocutore a
venire in contraddizione con se stesso.
TEETETO:  molto vero quello che dici.
OSPITE: E quale mostreremo quale soggetto dei discorsi lunghi: il politico
o il demagogo?
TEETETO: Il demagogo.
OSPITE: E che dire dell'altro? Sapiente o sofista?
TEETETO:  impossibile chiamarlo sapiente, poich abbiamo posto che non sa.
Ma siccome  un imitatore del sapiente  chiaro che prender un nome in
qualche modo a lui corrispondente: e ho capito ormai che lui  proprio
quello che occorre chiamare realmente e veramente sofista.
OSPITE: E dunque lo incateneremo ancora, come prima, concatenando il
suo nome dalla fine al principio?
TEETETO: Esattamente.
OSPITE:  stata definita dunque la mimetica dell'arte di contraddizione
ironica, parte ancora dell'arte dell'opinione, quella del genere
dell'apparenza che deriva da quella di creare immagini, che  umana e
non divina e appartiene all'arte del creare, come parte che crea mirabilia
nei discorsi: di questa genia, di questo sangue chi dicesse che  il
sofista verace, a quel che sembra, direbbe il vero al massimo grado.
TEETETO:  assolutamente cos.
Note:
1) Il dialogo segue idealmente lo svolgimento del Teeteto a conclusione del
quale Socrate ha dato appuntamento ai suoi interlocutori per avere un nuovo
incontro all'indomani presso il portico del Re: cfr. la nota 97 al Teereto.
Con essi appare un nuovo personaggio: l'ospite di Elea che resta anonimo per
tutto il dialogo, e ha il compito di portavoce della dottrina eleatica,
cio di Parmenide e della sua scuola. Per Teeteto e Teodoro, gli altri
interlocutori di Socrate nel Sofista, cfr. le note 2 e 5 nel Teeteto.
2) Odissea, libro 17,486
3) Parmenide di Elea (sesto-quinto secolo a.C.). Fu anche in Atene ove
pare che conoscesse Socrate molto giovane: il suo pensiero  esattamente
l'opposto di quello di Eraclito. Da un frammento del suo Sulla natura in
esametri, leggiamo: L'essere , il non essere non . L'essere dunque 
uno e immobile, perch con mutazioni diverrebbe non essere:  compatto e
viene rappresentato dalla forma della sfera che non si interrompe
mai, in nessun punto, dal non essere. Parmenide  pure il titolo di un
dialogo platonico, quando il filosofo, gi avanti negli anni, rivede
criticamente la sua dottrina. (Su Eraclito, anche note 73 e 76 al Cratilo.)
Empedocle di Agrigento (quinto secolo a.C.) si ispir al pensiero di
Eraclito, Parmenide, Pitagora. Per lui sono i quattro elementi fondamentali
della filosofia presocratica a dare costituzione al tutto. Egli li chiam
le radici  che non hanno nascita, ma dalla loro aggregazione e
dissolvimento avviene il processo inarrestabile del divenire. L'influsso di
Parmenide su di lui  dato dal fatto che, nel suo pensiero, i quattro
elementi non subiscono cambiamenti di sorta; quello di Eraclito invece sta
nel fatto che la nostra esperienza  soggetta a continui mutamenti.
Dei suoi poemi Sulla natura e Purificazioni ci restano complessivamente
circa 500 versi.
4) Il "ti se" applicato alla realt, non alla pura parola. Ma soprattutto
quando la cosa non c' dinanzi, attraverso l'intenzionalit sensitiva,
separare il "ti se" al livello linguistico e il "ti se" al livello reale
 difficile, perch la realt ci  dinanzi.
5) Ovviamente non pu essere iscritta tra le inanimate l'arte di colui che
si immerge sotto l'acqua.
6) Tutto questo giro di parole, come anche di immagini che precedono, 
condotto con certa insistenza da Platone per introdurre gradualmente, con
ricchezza di esemplificazioni, il concetto e la figura di sofista.
7) In questa insistita (anche troppo) distinzione di generi, parti e specie,
qui Platone parla di commercio diretto e scambio.
8) Dallo scambio al minuto, che si compie in citt, quello appunto di
rivenduglioli al dettaglio, al commercio tra citt e citt.
9) In breve il testo accenna qui all'arte dei bagni, cio alla purificazione
corporea esterna.
10) Si coglie in questo arzigogolato ragionamento una sorta di positivismo
conguagliatorio: quasi un culto delle distinzioni pi ampie, quali che siano
e non di fatti.
11) Appare qui superato l'intelletto etico: malattia, bruttezza, discordia,
sproporzione, iniquit, ignoranza (sproporzione tra anima e mira dell'anima).
Come combatterli: ad esempio la ginnastica dell'anima  l'insegnare.
12) L'insegnare dunque, come si diceva,  visto come ginnastica dell'anima.
13) L'educazione dunque viene considerata come ginnastica mentale (dell'anima)
che riesce a togliere l'ignoranza dell'ignoranza.
14) La sofistica nobile, quella appunto che attraverso l'arte di educare
contesta la credenza di chi pensa di sapere senza sapere nulla, viene
distinta da tutte le altre forme di sofistica.
15) Tra gli argomenti che si dibattevano negli incontri con i sofisti
c'erano anche quelli della "polusopha" 'conoscenza di molte cose', e
"pansopha" 'conoscenza di tutto'.
16) L'arconte re istruiva i processi: il sofista, dunque, come incantatore,
mago, in fondo seduttore della giovent, doveva dare conto del suo operato.
Non si dimentichi che Socrate fu tratto in tribunale, giudicato e condannato
presso a poco con tali accuse.
17) FrammentO dal poema di Parmenide Sulla natura, del quale possediamo ampi
resti ad opera di Sesto Empirico, di Simplicio e dello stesso Aristotele,
che ne riport in alcuni suoi trattati. La tesi principale di Parmenide
: L'essere , il non essere non .
18) Davvero efficace questa presentazione di filosofo astratto.
19) In queste ultime battute si pu cogliere, almeno in forma implicita, gi
nella sofistica un metodo definitorio; e c' anche chi avanza il dubbio che
possa essere vera la tesi di chi vede nella sofistica a grandi linee la
tematica di Socrate.
20) Nel Teeteto l'errore era visto nello scambio di una idea con un'altra
o con un sensibile; e anche l apparivano difficolt. Qui l'errore 
nel pensiero del non essere.
21) Per la scuola di Elea e Parmenide si veda la nota 3. Senofane di Colofone
(sesto-quinto secolo a.C.) fu poeta e filosofo. Per vivere esercit il
mestiere di rapsodo, non sempre ricavandone gli annessi guadagni, perch,
secondo la tradizione, ai versi omerici che recitava, faceva seguire i suoi
commenti critici contro l'antropomorfismo della tradizione e il suo
politeismo, le pecche pi che umane di cui sarebbero continuamente
macchiati gli di. Tanto si ricava da un suo poema didascalico, intitolato
"Silloi", di cui restano scarsi frammenti. Afferm la superiorit della
poesia e soprattutto del pensiero sul valore che emergeva dalle gare di
Olimpia che altro non erano che una esaltazione della forza e della
destrezza fisica. C' chi lo considera come precursore del monismo cio
dell'Essere Uno della scuola di Elea e chi, spostando pi verso noi il ciclo
della sua esistenza ne fa un divulgatore. Oltre alla critica contro
l'antropomorfismo politeistico il suo pensiero si segnala per aver
tratteggiato un concetto di divinit secondo i canoni del posizioni
"lgos ('ragione') facendone un essere unico, non mai generato, sufficiente
per s e in grado di compiere qualunque cosa con la sola potenza del
pensiero.
22) Per Muse della Ionia e della Sicilia devono intendersi rispettivamente
Eraclito di Efeso e Empedocle di Agrigento.
23) Notevole in Platone questo atteggiamento nei confronti e contro certa
filosofia che non "dialoga".
24) Ancora una citazione dal Sulla natura di Parmenide.
25) Nelle ultime battute dell'ospite relative alla divisione in parti del
tutto o tutto-uno e all'indivisibilit dello stesso ente si assiste al
superamento rispettivamente e al non superamento della posizione parmenidea.
26) L'essere dunque qui viene considerato come "potenza" di agire e patire,
di influire a essere influenzato.
27) Dopo la distinzione fra essenza e divenire, il divenire viene visto anche
come oggetto di sensazione (altrove di opinione).
28) Le questioni qui si fanno sempre pi sottili e insidiose: l'essere
conosciuto  azione? Oppure l'essere conosciuto  passione? E se l'essenza
 mossa nell'essere conosciuto, allora non  pi immutabile.
29) Condizioni oggettive dell'intelletto dunque sono idee di relazione:
profondissime.
30) L'"essere" dunque  mobile e immobile a un tempo: e la definizione
dell'"essere" non pu che comprendere moto e stasi.
31) Si nota qui un parallelismo gnoseologico fra essere e non essere:
sciogliere le aporie dell'uno vuol dire sciogliere quelle dell'altro.
32)  l'obiezione pi radicale che si fa alla scuola di Megara e che la
riconduce all'eleatismo.
33) Personaggio di cui sappiamo ben poco: godeva fama di poter predire il
futuro per una voce che glielo suggeriva dall'interno.
34) In Eraclito questo verrebbe visto come partecipazione fra gli opposti.
35) Siccome le tre possibilit sono state vagliate  il caso di dire:
quartum non datur!
36) La scienza dialettica dunque, o filosofia,  vista qui come la musica
delle idee, che sa quali sono gli accordi fra esse idee o aspetti.
37) La differenza che intercorre fra filosofo e sofista  la stessa che
sussiste tra luce e tenebre. Che la mente dei pi non possa elevarsi alla
contemplazione divina  concetto svolto con ampiezza nella Repubblica.
38) Qui si tocca la questione dell'essere assoluto e relativo e cio
tra identit e diversit.
39) Dell'essere dunque qui viene vista la molteplicit, del non essere
l'infinit.
40) La relativit del diverso  concepita come divisione del
diverso (atomisticamente).
41) Vengono ripresi i versi parmenidei gi citati.
42) Il pensiero dunque  uguale al dialogo dell'anima con se stessa al
proprio interno senza parole.
43)  il solito e ormal abusato procedimento. A parte il rigore
dell'argomentazione, nel Sofista si avverte un senso di maggiore pesantezza
rispetto ai dialoghi precedenti. La stessa assenza di Socrate (presente
come maschera muta) toglie alla discussione l'abituale, fresca immediatezza.
Il personaggio di Teeteto, che nell'omonimo dialogo appariva come un
giovinetto desideroso di apprendere, qui ha un ruolo del tutto strumentale:
quando non formula qualche domanda per introdurre un nuovo argomento,
si limita a reiterate professioni d assenso alle posizioni dell'ospite.
Per certo siamo di fronte a un momento marcato del progressivo distacco di
Platone dal pensiero di Socrate. Resta, certo, la confutazione serrata delle
posizioni sofistiche, condotta, tuttavia, quasi utilizzando propriO le
peculiari inclinazioni analitiche dei sofisti, la loro attitudine a
introdurre una serie di sottili suddivisioni e distinguo. D'altro canto,
il giovane Platone aveva ben potuto conoscere e sperimentare da vicino
quella tecnica argomentativa, sia pure posto al riparo della solida
dialettica di Socrate.
