TEETETO
di Platone
Traduzione di Gino Giardini

VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine del dialogo)
EUCLIDE: Sei tornato da poco o da tanto, Terpsione,(1) dalla campagna?
TERPSIONE:  gi un pezzetto e ti cercavo in piazza, anzi mi meravigliavo
che non ero capace di trovarti.
EUCLIDE: Non mi trovavo in citt.
TERPSIONE: E dov'eri?
TERPSIONE: Scendendo al porto mi sono imbattuto per caso in Teeteto che
veniva trasportato da Corinto, dall'accampamento, ad Atene.
TERPSIONE: Era vivo o morto? (2)
EUCLIDE: Vivo a malapena. Sta male per alcune ferite, ma ancor pi perch
l'ha colpito la malattia che si  diffusa nell'esercito.
TERPSIONE: Forse la dissenteria?
EUCLIDE: S.
TERPSIONE: O qual uomo si trova in pericolo, come tu dici!
EUCLIDE: Valoroso e virtuoso, o Terpsione. E proprio adesso udivo alcuni
che lo lodavano molto riguardo alla battaglia.
TERPSIONE: Non c' nulla di strano, ma ci sarebbe da meravigliarsi molto
di pi se non fosse tale. Ma perch non si  ricoverato qui a Megara?
EUCLIDE: Aveva fretta di tornarsene a casa. Per quanto io lo pregassi e mi
raccomandassi egli non volle. Poi, dopo averlo accompagnato un po',
tornandomene indietro, mi ricordai e mi meravigliai come Socrate avesse
parlato da vero indovino e su di lui e su vari altri casi. Mi sembra infatti
che egli, poco prima di morire, si incontrasse con Teeteto che era ancora
un ragazzo e, trattenendosi e dialogando con lui, fu del tutto ammirato per
la sua natura. E quando mi recai ad Atene mi raccont i discorsi che aveva
tenuto con lui, ben degni di essere uditi, e aggiunse anche che, quando si
fosse fatto avanti d'et, era cosa assolutamente certa, sarebbe divenuto un
personaggio di altissimo valore.
TERPSIONE: E, a quanto pare, disse il vero. Ma quali furono i discorsi?
Avresti modo di raccontarmeli?
EUCLIDE: No, per Zeus: non certo almeno, cos, a parole. Ma allora subito,
non appena tornavo a casa, buttavo gi delle note, e in seguito, a mio agio,
ripercorrendo i ricordi, li trascrivevo, e tutte le volte che mi recavo ad
Atene, interrogavo Socrate su quanto non ricordavo e, di nuovo tornato qui,
mi davo a riordinarli al punto che, ormai, da me  stato composto tutto il
dialogo.
TERPSIONE: Vero: anche tempo addietro ti ho sentito dire questo, e talvolta
sono stato sul punto di invitarti a mostrarmelo, ma mi sono trattenuto fino
a questo momento. Ma cosa ci impedisce ora di prenderlo in esame? Tanto pi
che ora io devo riposarmi perch vengo dalla campagna.
EUCLIDE: Ma io pure, giacch ho accompagnato Teeteto fino a Erino, (3) tanto
che non controvoglia mi riposerei. Ma andiamo: e mentre noi ci prendiamo un
po' di sosta, il ragazzo legger.
TERPSIONE: Dici bene.(4)
EUCLiDE: Ecco qui il libro, Terpsione. Ma il dialogo lo trascrissi in
questa foggia, non come se Socrate me lo esponesse, come in realt me lo
espose, ma come se dialogasse realmente con coloro con i quali disse di
avere discusso. E disse anche di aver conversato con Teodoro il geometra (5)
e con Teeteto. Dunque, perch nello scritto non recassero ingombro quelle
specificazioni tra un intercalare e l'altro, quando Socrate, ad esempio,
diceva di s: e io ribattei, oppure io dissi, oppure, di colui che
rispondeva, era d'accordo, oppure non consentiva, per questo motivo
appunto io composi il dialogo come se egli parlasse direttamente con i
suoi interlocutori, eliminando tutto questo.
TERPSIONE: Non v' proprio nulla fuor di modo, Euclide.
EUCLIDE: Bene, ragazzo, prendi il libro e comincia a leggere.
SOCRATE, TEODORO, TEETETO (6)
SOCRATE: Se io mi occupassi pi degli avvenimenti in Cirene, ti
interrogherei, Teodoro, sui fatti e su quelli di l, se vi sono giovani che
si applichino con passione alla geometria o a qualche altra disciplina. Ma
siccome prediligo di meno quelli l rispetto a quelli di qui, desidero
piuttosto sapere se da noi vi sono giovani che lascino intravvedere di
divenire molto valorosi. Ricerca che io conduco direttamente, per quanto
mi  possibile, ma interrogo anche gli altri presso i quali (7) vedo che i
giovani si incontrano volentieri. Non sono affatto pochi i giovani che stanno
vicino a te, ed  giusto. Tu ne sei degno per tante altre ragioni e per
la tua competenza in geometria. Dunque se ne hai incontrato qualcuno degno
di considerazione, me ne informerei volentieri.
TEODORO: Ma certo, Socrate, mi pare cosa molto degna che tu parli e tu
ascolti quale ragazzetto io ho incontrato fra i vostri concittadini. Se
fosse bello, proverei alquanto scrupolo a parlarne, per non dare da vedere
a qualcuno che io mi trovo in desiderio di lui. Ora, non prendertela con
me, non  bello, ma rassomiglia piuttosto a te per il suo naso schiacciato
e per i suoi occhi in fuori. Ma li ha meno di te. Quindi parlo senza timore.
Sappi bene che di tutti quelli che io ho incontrato - e certamente ne ho
avuto vicini parecchi - non ne ho mai conosciuto uno cos sorprendentemente
ben formato per natura. Infatti un giovane che sia cos ben disposto ad
apprendere, quanto  difficile in un altro, e che sia cos segnatamente
mite di carattere, e, oltre a ci, coraggioso contro qualunque avversit,
io non pensavo che esistesse, n vedo che ne esistano. Ma quelli come lui,
acuti d'ingegno, perspicaci, di buona memoria, sono anche molto spesso
pronti alla collera e si lasciano trasportare a sbalzi come imbarcazioni
senza zavorra e sono per natura pi esaltati che coraggiosi; e quelli invece
che sono alquanto pesanti si fanno incontro con lentezza agli apprendimenti
e sono pieni di amnesia. Costui invece si fa avanti negli studi e nelle
ricerche con snellezza e rapidit e con grande tranquillit, come un
rivoletto di olio che fluisce in silenzio, tanto che c' da stupirsi che
uno, di tale et, riesca a compiere in tal modo queste cose.
SOCRATE: Rechi buone notizie. E di quale cittadino  figlio costui?
TEODORO: Ne ho udito il nome, ma non lo ricordo. Ma  tra quelli che si
fanno avanti, quello che si trova nel mezzo. Poco fa, nella pista fuori
mura, si ungevano alcuni suoi compagni e lui stesso. E ora, cos unti,
pare vengano qua. Guarda se lo conosci.
SOCRATE: S, lo conosco.  figlio di Eufronio, di Sunio, e fu certamente
uomo tal quale tu mi tratteggi il figlio, pieno, tra l'altro, di molta
considerazione e lasci anche un patrimonio molto considerevole. Ma io non
conosco il nome del ragazzo.
TEODORO: Il nome, Socrate,  Teeteto. Il patrimonio pare che glielo abbiano
mandato in malora alcuni suoi amministratori. Ma anche quanto a liberalit
nel denaro,  sorprendente, Socrate.
SOCRATE: Tu parli di un uomo nobile. Invitalo dunque a venire qua a sedersi
con noi.
TEODORO: Far cos. Teeteto, qua, da Socrate!
SOCRATE: Bene, Teeteto, che io possa vedere da me stesso che faccia ho!
Teodoro dice infatti che io ce l'ho simile a te. Ma se dicesse che avendo
ciascuno di noi una lira esse sono armonizzate alla stessa maniera, forse
che lo prenderemmo subito sul serio o ci metteremmo a indagare se  musico
colui che dice cos?
TEETETO: Ci metteremmo a indagare.
SOCRATE: E dunque scoprendo che  musico non gli daremmo ragione, mentre,
se ne  digiuno, non gli daremmo credito?
TEETETO: Vero.
SOCRATE: Ora, io penso, se ci sta a cuore questa somiglianza dei nostri
volti, dobbiamo esaminare se chi dice cos  pittore, oppure no.
TEETETO: Pare anche a me.
SOCRATE:  dunque pittore Teodoro?
TEETETO: No, per quanto ne so io.
SOCRATE: Non  nemmeno geometra?
TEETETO: Certamente s, o Socrate.
SOCRATE: Ed  anche versato in astronomia, nell'arte del computare, in
musica e in tutte le branche che attengono l'educazione?
TEETETO: A mio parere, si.
SOCRATE: Se dunque egli dice che in qualcosa noi rassomigliamo nel fisico, o
per lode o per burla, non val proprio la pena che gli diamo ascolto.(8)
TEETETO: Pu darsi di no.
SOCRATE: E se invece dell'uno dei due lodasse l'anima per virt e saggezza?
Non sarebbe cosa degna, per chi ascolta, desiderare di scoprire subito chi
viene lodato, e a costui di mostrarsi di buon animo?
TEETETO: Ma certo, Socrate.
SOCRATE: Ora dunque, caro Teeteto, spetta a te mostrarti e a me scoprirti.
Perch sappi bene che Teodoro, pur avendo lodato con me molti forestieri
e concittadini, di nessuno ha mai fatto tanti elogi, come di te, poco fa.
TEETETO: Sarebbe bene, Socrate. Ma bada che non parlasse per ischerzo.
SOCRATE: Non  l'abitudine di Teodoro, questa. Ma non ritrarre ora quello
che si  convenuto, mettendo innanzi che costui parla scherzando, perch non
lo si costringa a darne una prova - nessuno infatti potrebbe accusarlo di
falsa testimonianza - ma coraggio, resta saldo su quanto convenuto.
TEETETO: Occorre fare cos, se ti  gradito.
SOCRATE: Dimmi: impari da Teodoro elementi di geometria?
TEETETO: S.
SOCRATE: E anche quelli relativi all'astronomia, all'armonia e i calcoli?
TEETETO: Almeno lo desidero.
SOCRATE: Anch'io, caro ragazzo, e da parte di Teodoro e di altri che, penso,
se ne intendono un po' di questi problemi. Tuttavia, sulle altre questioni
me la sbroglio a sufficienza: ma c' un piccolo punto su cui ho dei dubbi
e vorrei considerarlo con te e con questi altri. Dimmi dunque: l'imparare
non  diventare pi sapienti in quello che uno impara?
TEETETO: Come no?
SOCRATE: I saggi, a mio parere, sono sapienti per la loro sapienza.
TEETETO: S
SOCRATE: E codesto differisce in qualcosa dalla conoscenza?
TEETETO: E che  questo codesto?
SOCRATE: La sapienza. Di quelle cose nelle quali gli uomini sono esperti,
non sono anche sapienti?
TEETETO: Perch no?
SOCRATE: Sono dunque la stessa cosa conoscenza e sapienza?
TEETETO: S.
SOCRATE: E proprio questo il punto sul quale nutro dei dubbi e che non posso
capire sufficientemente per conto mio: cosa mai  conoscenza. Abbiamo forse
la possibilit di dirlo? Che ne dite voi? E chi di voi parler per primo?
E chi sbaglia, e quello che sbaglier sempre, si metter a sedere, asino,
come dicono i ragazzi che giocano a palla. Chi invece riuscir a non
commettere errori, sar nostro re e potr imporre tutto quello che vuole che
gli si risponda. Perch ve ne state in silenzio? O forse io, Teodoro, per
amore di discussione mi comporto rusticamente desiderando che si facciano
discussioni tra noi stessi e diventiamo amici ed entriamo in rapporto gli
uni con gli altri?
TEODORO: No, assolutamente, Socrate, non ci sarebbe nulla di grossolano in
questo: ma invita pure questi giovanetti a risponderti: io infatti non sono
abituato a tale sistema di discussione e, d'altra parte, ho una et da non
potermici abituare. Ad essi invece  utile e molto di pi ne trarranno
profitto. La giovent, in realt, trae profitto in ogni cosa. Ma, come avevi
cominciato, non desistere e interroga pure Teeteto.
SOCRATE: Tu odi, Teeteto, quel che dice Teodoro, al quale, io penso, non
vorrai disubbidire, e non sarebbe bello che, su tali questioni, un giovane
disobbedisca a quello che chiede un uomo Saggio. Dunque rispondimi bene e
con garbo. Cosa ti pare essere conoscenza?
TEETETO: Occorre pur farlo, Socrate, siccome voi lo desiderate: ad ogni modo,
se in qualcosa sbaglio, correggetemi.
SOCRATE: Ben d'accordo: purch ne siamo in grado.(9)
TEETETO: A mio parere tutti gli insegnamenti che uno pu imparare da
Teodoro, come la geometria e le materie che tu elencavi proprio ora, sono
conoscenze, e, a sua volta, l'arte del calzolaio e anche quelle degli altri
artigiani, tutte insieme e a una a una, sono conoscenze.
SOCRATE: Sei ben nobilmente e generosamente disposto a dare tu, che
richiesto di una sola e semplice questione, rispondi con molte e varie
risposte.
TEETETO: Che intendi dire con questo, o Socrate?
SOCRATE: Forse nulla: ma quello che penso te lo dir. Quando tu parli
dell'attivit del calzolaio niente altro intendi dire se non conoscenza
della lavorazione della suola?
TEETETO: Niente altro.
SOCRATE: E cosa quando parli dell'arte del falegname? Niente altro forse se
non conoscenza della fabbricazione degli attrezzi di legno?
TEETETO: No, proprio questo.
SOCRATE: E dunque, in tutte e due le ipotesi, tu definisci ci di cui
ciascuna arte  conoscenza.
TEETETO: S.
SOCRATE: Ma non era questo ci che era stato chiesto, Teeteto, di che cosa
c' conoscenza, n quante sono esse; io facevo la domanda non con
l'intenzione di enumerarle, ma di conoscere la conoscenza in s, cos' mai.
Dico, forse, una cosa da nulla?
TEETETO: No, certamente una cosa che regge.
SOCRATE: Considera anche questo: se qualcuno ci facesse domanda su qualcosa
da poco e alla portata di mano, quale ad esempio sull'argilla che cosa  mai,
e noi gli rispondessimo che argilla  quella dei fabbricanti di vasi, e
argilla quella dei lavoranti in terracotta, e argilla quella dei fabbricanti
di mattoni, non saremmo ridicoli?
TEETETO: Probabilmente s.
SOCRATE: Indubbiamente, anzitutto perch pensiamo che chi fa la domanda,
dalla nostra risposta, possa comprendere perch, dicendo argilla, vi
aggiungiamo poi il nome di un fabbricante di bambole o di qualunque altro
artigiano. Pensi che uno possa comprendere il nome di una certa cosa se non
sa qual ?
TEETETO: No, assolutamente.
SOCRATE: E non capisce nemmeno conoscenza dei calzari, chi non sa cos'
conoscenza.
TEETETO: No, certo.
SOCRATE: E non comprende nemmeno arte di calzolaio, n alcuna altra chi
ignora cosa  conoscenza.
TEETETO:  cos?
SOCRATE:  ridicola dunque la risposta a uno che chiede che cos' conoscenza,
quando si risponda il nome di una qualche arte. Risponde infatti conoscenza
di una certa cosa, mentre non era stato interrogato in questo.
TEETETO: Pare proprio cos.
SOCRATE: Poi, perch, pur essendo possibile rispondere in maniera facile e
breve, si percorre una strada che non ha termine. Allo stesso modo nella
domanda dell'argilla era facile e semplice rispondere che l'argilla  terra
mescolata con acqua, e lasciare perdere di quale artigiano.
TEETETO: Appare facile, Socrate, la questione, ora, in questo modo. Perch
la tua maniera di interrogare  proprio molto vicina a quella che, poco fa,
occorse anche a noi mentre discutevamo, dico a me e al tuo omonimo Socrate
qui presente.
SOCRATE: E quale questa maniera, Teeteto?
TEETETO: Teodoro disegnava un qualcosa per noi intorno alle potenze, per
esempio su quella di tre piedi e su quella di cinque, mostrando che per
lunghezza queste potenze non si possono misurare con la lunghezza di un
piede.(10) E cos scegliendo una per ciascuna le potenze giunse fino
alla diciassettesima e in questa si trattenne. A noi dunque occorse un
qualcosa di simile, poich le potenze ci apparivano senza limite circa il
numero, cercare di raccoglierle in una sola unit, per denominarle poi
tutte quante e con questa sola definizione: le potenze.
SOCRATE: E avete poi trovato un qualcosa di simile?
TEETETO: A me pare di s: ma esamina la cosa anche tu.
SOCRATE: Parla.
TEETETO: Abbiamo separato in due parti tutta la numerazione: ogni numero
che pu essere moltiplicato per se stesso altrettante volte, assomigliandolo
quanto a figura a un quadrato, noi lo chiamammo quadrato ed equilatero.(11)
SOCRATE: Ma bene.
TEETETO: E quello che sta in mezzo a questi, tra i quali anche il tre
e il cinque e ogni numero che non pu essere derivato di due fattori eguali
moltiplicati tra di loro, ma consistono il pi grande da una moltiplicazione
con un fattore minore e il pi piccolo dalla moltiplicazione con un fattore
maggiore e quindi sempre li circoscrive da una parte un lato che  pi
grande, dall'altra un lato che  pi piccolo, assomigliandoli a uno schema
oblungo lo chiamammo numero oblungo.
SOCRATE: Benissimo: e dopo questo?
TEETETO: Quante linee rendono quadrato il numero equilatero e piano, noi la
chiamammo lunghezza, quante invece lo rendono pi lungo per un verso che per
l'altro, potenze, poich in lunghezza non sono commensurabili con quelle, ma
alle superfici piane che esse valorizzano. E qualcos'altro di analogo si
disse anche dei corpi solidi.
SOCRATE: O meraviglie degli uomini, ragazzi miei, tanto che Teodoro, a mio
parere, non si trover certo colpevole di falsa testimonianza per quanto vi
riguarda.
TEETETO: Tuttavia, Socrate, non potrei rispondere a quanto chiedi sulla
conoscenza come a proposito della lunghezza e della potenza. Eppure mi
sembra che tu, su per gi, ricerchi la stessa cosa, s che ancora una
volta Teodoro pu apparire testimone falso.
SOCRATE: Cosa? Se lodandoti per la corsa avesse detto di non avere mai
incontrato tra i giovani uno agile nel correre come te, poi, correndo,
tu fossi stato vinto da uno fortissimo e velocissimo, credi tu che costui
ti avrebbe lodato con minore verit?
TEETETO: Io no.
SOCRATE: Ma, scoprire la conoscenza, come io dicevo poco fa, pensi che sia
cosa da poco, oppure di quelli che sono assolutamente acuti?
TEETETO: Per Zeus, s: ma molto, molto acuti.
SOCRATE: Confida dunque in te stesso, e non pensare che Teodoro dica
qualcosa cos per dire, e datti da fare in ogni modo per capire la ragione
e delle altre questioni ed anche della conoscenza, quale mai essa si trova
ad essere.
TEETETO: Quanto a buona disposizione, Socrate, essa si far vedere.
SOCRATE: Suvvia, dunque, poco fa ti orientavi molto bene: tenta di far
l'equivalente della risposta circa le potenze, e come le raccogliesti - e
sono molte - sotto un unico aspetto, cos cerca di definire le conoscenze,
sono molte anche esse, in un solo enunciato.
TEETETO: Sappi bene comunque, Socrate, che spesso io ho provato di far luce
su tale questione, sentendo parlare delle domande poste da parte tua.
Purtroppo non sono in grado di convincermi di poter dire qualcosa a
sufficienza, n di poter udire qualcun altro a rispondere cos come tu
pretendi e neppure di staccarmi dal desiderarlo.
SOCRATE: Tu hai le doglie del parto, caro Teeteto, perch tu non sei vuoto,
ma pregno.
TEETETO: Non so, Socrate: ti dico solo quello che sento.
SOCRATE: Oh, mio simpaticone! E non hai sentito dire che io sono figlio di
una levatrice molto in gamba e forte, di Fenarete?
TEETETO: S, questo l'ho gi sentito.
SOCRATE: E hai sentito dire che io professo la stessa arte?
TEETETO: No, proprio no!
SOCRATE: Sappi bene che  cos. Tu per non raccontarlo agli altri. Io tengo
nascosto agli altri, amico, di possedere quest'arte: ed essi, sapendolo,
non dicono questo sul conto mio, ma che sono molto originale e che mi do da
fare a mettere in imbarazzo gli uomini. E questo l'avrai pure sentito dire?
TEETETO: Io s.
SOCRATE: Te ne dico dunque il motivo?
TEETETO: Ma certo.
SOCRATE: Cerca di capire tutto ci che riguarda le levatrici e comprenderai
pi facilmente quello che voglio dire. Tu sai che nessuna donna, quando 
in stato di gravidanza e deve partorire, fa da levatrice alle altre, ma
soltanto quelle che ormai non sono pi in grado di creare una prole.
TEETETO: Certamente.
SOCRATE: Dicono che ne  causa Artemide, che, pure essendo vergine, ebbe
in sorte la protezione del parto. Essa, dunque, non consent alle sterili
di assistere ai parti, perch la natura umana  troppo debole da consentire
di assumere un'arte nella quale non si  esperti. Ma affid quest'arte a
quelle che, per ragione d'et, non hanno figli, rendendo omaggio alla loro
somiglianza con se stessa.
TEETETO:  naturale.
SOCRATE: E non  naturale, anzi necessario, che le donne gravide siano
conosciute meglio dalle levatrici che non dalle altre donne?
TEETETO: Certo.
SOCRATE: E sono le levatrici a dare i farmaci e, accompagnandosi col canto,
a risvegliare le doglie e a renderle pi blande se vogliono, e a fare
partorire quelle che partoriscono con difficolt, e a far abortire, quando
sembra opportuno l'aborto, se l'embrione  prematuro?
TEETETO:  cos.
SOCRATE: E, su di loro, non conosci anche questo, che sono abilissime
pronube, essendo cos pratiche a sapere quale donna occorra che si
congiunga a quale uomo per generare la prole migliore?
TEETETO: Questo non lo conoscevo bene.
SOCRATE: Sappi allora che si vantano pi per questo che per il taglio
dell'ombelico. Rifletti dunque: Pensi tu che sia proprio di questa oppure
di un'altra arte la cura e la raccolta dei frutti della terra e conoscere
in quale terra quale germoglio vada coltivato e quale seme vada seminato?
TEETETO: No, di questa.
SOCRATE: E per la donna, caro, pensi tu che altra sia l'arte della
semina e altra quella della raccolta?
TEETETO: Non  verisimile.
SOCRATE: Non lo  infatti. Ma per questa attitudine a congiungere, ingiusta
e inetta, un uomo con una donna, che ha nome di lenocinio, le levatrici,
che sono considerate, si trattengono dal conciliare nozze giuste, temendo,
per questo di cadere in quell'accusa. Mentre soltanto alle vere levatrici
spetterebbe combinare le nozze correttamente.
TEETETO: Mi pare cos.
SOCRATE: Questo dunque il compito delle levatrici: ma  minore rispetto
alla mia attivit: infatti non avviene alle donne di partorire ora immagini,
ora esseri veri, e che questo non sia facile da capire. Se questo avvenisse,
sarebbe opera grandissima e bellissima per le levatrici distinguere il vero
da quello che non lo . Non la pensi cos?
TEETETO: Io, s.
SOCRATE: La mia arte di levatrice poi, in tutto il resto  uguale a
quella delle ostetriche, ma se ne differenzia in questo, che agisce
sugli uomini e non sulle donne, e assiste le loro anime, quando
partoriscono, e non i corpi. E il pregio pi grande in questa nostra
arte, mettere alla prova, per quanto  possibile in ogni
modo, se il pensiero del giovane partorisce immagini o menzogne
o invece un qualcosa di fertile e di vero. Poich anche questo mi
appartiene, come alle levatrici: io sono sterile di sapienza, e quello
che gi molti mi rimproverano  il fatto che interrogo gli altri
ma io non rispondo su alcuna questione, per il fatto di non avere
alcuna sapienza: e mi rimproverano con verit. La causa di tutto
ci  la seguente, che il dio (12) mi costringe a esercitare la maieutica,
ma di partorire me lo imped. Io dunque, di per me stesso,
non sono un sapiente; e nessuna scoperta, che sia tale, 
parto del mio animo. Quelli invece che sono abituati a frequentarmi,
anche se alcuni di essi sembrano in un primo tempo incolti, tutti,
con il protrarsi della frequenza con me, quando il dio lo
concede loro, ne traggono un giovamento sorprendente, come
sembra a loro stessi e anche agli altri. Ed  manifesto che da me
non hanno imparato nulla, ma essi di per se stessi, hanno fatto e
creato molte e belle scoperte. Ma, di questa loro possibilit di
generare, promotore  il dio e io stesso. Ed  chiaro nel
modo seguente: molti che non erano a conoscenza di questo e
che si ritenevano promotori essi stessi, tenendo in nessun conto
la mia persona, o di loro iniziativa o convinti da altri, si
allontanavano da me molto prima del necessario, e come si furono
staccati, per il tempo restante abortirono per la malvagia compagnia,
ma nutrendo male tutto ci che da me era stato assistito nella
creazione, lo mandarono in malora facendo maggior conto delle
menzogne e degli spettri pi che della verit, finirono con il
sembrare ignoranti a se stessi e agli altri. Uno di questi fu Aristide,
figlio di Lisimaco, e anche molti altri. A quelli che tornano
di nuovo, supplicando di riottenere la mia compagnia e compiendo
stranezze, ad alcuni il demone che sembra mi assista impedisce
di frequentarmi, ad alcuni altri invece lo concede e cos essi
ne traggono giovamento di nuovo. Quelli poi che si trovano
insieme a me provano la stessa condizione delle donne che devono
partorire; hanno le doglie, sono sommersi da disagio molto
pi di quelle. Questa mia arte  in grado di risvegliare ma anche
di placare questo dolore. Questi dunque si trovano in questa condizione.
Ad alcuni poi, che a me non sembrano affatto pregni, o Teeteto,
comprendendo che non hanno alcun bisogno di me, molto volentieri
vedo di sistemarli altrove e, per dirla, con l'aiuto di dio,
trovo facilmente con chi possono stare e averne giovamento.
E di essi molti li diedi a Prodico (13) e molti ad altri
uomini sapienti e divini. Per questo, mio ottimo amico, io ti ho
tirato in lungo tutte queste storie, perch ho il sospetto, e ne sei
convinto anche tu, che abbia le doglie e sia pregno dentro. E
dunque concediti a me, figlio di una levatrice, e ostetrico
io stesso, e alle cose che io ti domando cerca di rispondere volentieri,
cos, come ne sei capace. E se poi esaminando le cose che tu
dici, giudicher che qualcuna  fantasia e non verit, io te la
strappo e la butto via; ma tu non adirarti come fanno le donne
che partoriscono per la prima volta per i loro neonati. Sono gi
molti, o mio caro, a essere cos disposti nei miei confronti, tanto
che sono pronti fino anche a mordermi, se mi metto a strappare
via da loro qualche sciocchezza e non pensano che io faccia
questo per benevolenza, perch sono molto lontani dal sapere che
nessun dio  malevolo con gli uomini, e neppure io faccio
nulla di questo per malanimo, ma perch non mi pare affatto giusto
ammettere il falso e adombrare la verit. Di nuovo dunque, o
Teeteto, come da principio, tenta di dire che cosa mai  la conoscenza.
E non dirmi pi che non ne sei capace: infatti, se un dio
vuole e tu agisci da uomo, ne sarai in grado.
TEETETO: Dunque, Socrate, poich tu lo raccomandi in questo modo,
sarebbe disdicevole non adoperarsi in ogni modo a dire
quello che uno ha da dire. Pare dunque a me che chi ha conoscenza
di una cosa, ha la sensazione proprio della cosa che egli conosce,
e come almeno ora a me pare, conoscenza niente altro  se non sensazione.
SOCRATE: Molto bene e splendidamente, ragazzo mio! Si deve infatti
parlare in questo modo, mettendosi in chiaro direttamente.
Ma, consideriamolo insieme questo modo, se realmente  fertile
o vano. Sensazione, tu dici,  la conoscenza?
TEETETO: S.
SOCRATE: Mostri proprio di aver detto un discorso non da poco sulla
conoscenza:  ci che disse anche Protagora. (14) Ma egli
disse le stesse cose in altro modo. Disse infatti che l'uomo  misura
di tutte le cose, di quelle che sono, in quanto sono, di quelle
che non sono in quanto non sono. Le hai lette queste cose?
TEETETO: Le ho lette, anche spesso.
SOCRATE: Egli dunque un presso a poco dice cos: quale sembra ciascuna
cosa a me, tale codesta  per me; e quale sembra a te, tale 
per te. E tu, come me, sei un uomo.
TEETETO: Dice proprio cos.
SOCRATE: Pu darsi che un uomo tanto saggio non dica sciocchezze: forse
che talvolta quando soffia lo stesso vento l'uno di noi ha freddo
e l'altro no? E l'uno poco e l'altro molto?
TEETETO: Ma certo.
SOCRATE: Allora diremo dunque che questo vento, di per se stesso,
 freddo o non freddo? O daremo ascolto a Protagora, per cui,
per chi ha freddo  freddo, e per chi non ha freddo, non lo ?
TEETETO: Parrebbe cos.
SOCRATE: E non appare dunque cos, all'uno e all'altro di noi?
TEETETO: S.
SOCRATE: Ma l'apparire  anche averne la sensazione.
TEETETO:  cos.
SOCRATE: Dunque fantasia e sensazione rispetto al caldo e
ad altri casi di questo genere sono la stessa cosa. Quale ognuno prova per
sensazione una cosa, tale mostra di essere per ciascuno la stessa cosa.
TEETETO: Pare.
SOCRATE: Sensazione poi di ci che  realmente,  sempre anche indenne da
errore in quanto  conoscenza.
TEETETO:  evidente.
SOCRATE: Per le Cariti! Dunque fu proprio un sapientone Protagora
che a noi, feccia grossolana, disse queste cose per enigmi, ma
ai suoi scolari invece, in segreto, disse la verit!
TEETETO: In che senso, Socrate, dici questo?
SOCRATE: Te lo dir: ed  una sapienza non da poco questa: nessuna
cosa di per se stessa  una sola, n correttamente si potrebbe
chiamare alcuna cosa n quale che sia, ma, se tu vai proclamando
che  grande, appare anche piccola, e se tu dici che  pesante, pu
sembrare anche leggera, e cos per tutte le altre, perch niente 
uno, n come, n quale. Dall'essere portate, al muoversi, al congiungersi
delle cose fra di loro, derivano tutte quelle che noi diciamo esistere,
esprimendoci in maniera non corretta. Infatti nulla  mai, ma sempre
diviene. Su questo problema tutti i filosofi, di seguito, tranne
Parmenide,  da ammettere che concordino, Protagora, Eraclito,
Empedocle, (15) e i poeti pi grandi, dell'uno e dell'altro genere di
poesia, Epicarmo (l6) della commedia, Omero della tragedia, (17) il quale
dicendo:
generatore degli di fu Oceano e madre Teti
afferm che tutte le cose discesero dal flusso e dal moto. O non ti
pare che dica cos.
TEETETO: S, penso io.
SOCRATE: E chi potrebbe opporsi ancora a un tale esercito e a uno
stratega come Omero, senza diventare ridicolo?
TEETETO: Non  facile, Socrate.
SOCRATE: No certamente, Teeteto. Poich anche questi sono segni
sufficienti con il ragionamento e il sembrar essere e il divenire li
determina il movimento, mentre la stasi genera il non essere e l'andare
in rovina. Infatti il calore e il fuoco che generano e reggono tutte le
altre cose, sono a loro volta generati dal movimento e dallo sfregamento.
Non sono forse queste le origini del fuoco?
TEETETO: Sono queste.
SOCRATE: E anche la schiatta degli esseri viventi vien generata da
questi stessi elementi.
TEETETO: Come no?
SOCRATE: Ebbene la condizione del nostro corpo non si rovina con l'ozio
e la pigrizia, mentre si mantiene molto a lungo con l'esercizio fisico
e il movimento?
TEETETO: S.
SOCRATE: E la buona condizione nell'anima non si acquista con
l'apprendimento e con la cura, che sono movimenti, e si mantiene
e diventa migliore, mentre con la placidit che  assenza di apprendimento
e di cura, non impara nulla e dimentica anche quello che impara?
TEETETO: Ma certo.
SOCRATE: L'una cosa dunque, il movimento,  un bene per l'anima e per il
corpo, mentre l'altra invece  il contrario?
TEETETO: Pare cos.
SOCRATE: E devo ancora intrattenerti sull'assenza dei venti e sulla
tranquillit del mare e altre cose simili, per dirti che la calma
corrompe e rovina e il contrario invece mantiene? E oltre ci devo
aggiungere come termine la catena d'oro che niente altro  se
non il sole come dice Omero, e rende chiaro che, finch esiste
l'orbita dell'universo che si muove e anche il sole, tutte le
cose esistono e si mantengono tra gli di e per gli uomini, ma se
tutto questo si arresta, come avvinto nei ceppi, ogni cosa andrebbe
in rovina e tutto, come si suol dire, finirebbe sottosopra?
TEETETO: Mi pare proprio, Socrate, che Omero abbia inteso dimostrare
quello che tu dici.
SOCRATE: Prendi dunque a esaminare, carissimo amico, la questione
nel modo seguente. In primo luogo, secondo lo sguardo, quello
che tu chiami colore bianco non esiste in s, come un qualcosa
d'altro e fuori dai tuoi occhi e neppure dentro gli occhi e non
puoi neppure assegnargli un luogo. Perch, se si trovasse
in qualche luogo, in posizione, per cos dire, e l stesse, non
potrebbe generarsi proprio nella sua genesi.
TEETETO: Come dici?
SOCRATE: Facciamo seguito al discorso di poco fa quando abbiamo
posto che niente esiste di per se stesso che costituisca una unit.
E cos il nero e il bianco e qualunque altro colore ci appariranno
derivati dal contatto degli occhi con il movimento che vien loro
incontro e, quello che noi chiamiamo come singolo colore, non sar
la cosa che si accosta allo sguardo, n lo sguardo che
viene accostato, ma un qualcosa che ha tratto origine dal mezzo e
che  proprio a ciascuno. O tu ti ostineresti a dire che, quale
appare a te ciascun colore, tale anche si mostri a un cane e a un
qualunque altro animale?
TEETETO: No, di certo, per Zeus.
SOCRATE: Ebbene? Una qualunque cosa pu apparire identica a te
e a un altro uomo? Tu tieni queSto per fermo, o meglio ancora,
neppure a te la cosa appare la stessa per la ragione che anche tu
non sei mai eguale a te stesso?
TEETETO: Questo a me pare pi giusto di quello.
SOCRATE: Dunque, se la cosa con la quale ci misuriamo o
che tocchiamo fosse grande o bianca, o calda, non potrebbe mai
divenire diversa, venendo a contatto con un'altra, senza che essa
stessa in nulla cambiasse. Se poi ci che viene misurato o toccato
fosse ciascuna di queste cose, non potrebbe mai divenire diverso
quando un altro oggetto gli si avvicinasse o avesse a subire qualche
mutamento, dal momento che esso stesso nulla pu subire.
E cos, caro mio, noi saremmo costretti a dire, cos alla buona, cose
strane e ridicole, come potrebbe dirci Protagora (18) e chi prende a
dimostrare le stesse concezioni di lui.
TEETETO: Come e cosa dici?
SOCRATE: Considera un piccolo esempio e saprai ci che
voglio dire: se tu, a sei dadi, ne metti vicino quattro, diciamo che
sono pi dei quattro, una volta e mezzo tanto, se poi metti vicino
dodici, che sono di meno e esattamente la met. E non sarebbe
ammissibile dire diversamente. E tu lo ammetteresti?
TEETETO: Io no.
SOCRATE: Ebbene? Se Protagora o qualcun altro ti chiedesse:  possibile
che un qualcosa diventi pi grande o pi numeroso in
modo diverso se non viene aumentato?, cosa risponderesti?
TEETETO: Dunque, Socrate, se devo rispondere, secondo il mio
punto di vista, alla domanda di adesso, direi che non 
possibile. Se poi dovessi rispondere a quella di prima, badando di
non dire cose contraddittorie, direi che lo .(19)
SOCRATE: Molto bene, per Era, caro mio, divinamente. Ma se tu
rispondi che  possibile ti accadr un qualcosa come il detto di
Euripide: Sar la nostra lingua a non essere incensurabile, ma
non la mente.(20)
TEETETO:  vero.
SOCRATE: Dunque se io e tu fossimo abili e sapienti dialettici e
avessimo esaminato tutti i problemi sulla mente, saggiandoci l'un
l'altro a profusione per il restante tempo, potremmo venire a
contesa alla stregua dei sofisti e ribatteremmo vicendevolmente
ragionamento a ragionamento. Ora invece, poich siamo molto
alla buona, vogliamo anzitutto vedere, gli uni davanti
agli altri cosa sono i convincimenti che noi abbiamo in mente se
si trovano in armonia tra di loro oppure  il contrario.
TEETETO:  proprio questo che io vorrei sapere.
SOCRATE: E io pure. Ma poich la questione sta cos, cos'altro possiamo
fare se non ricominciare da capo l'esame tranquillamente,
siccome abbiamo molto tempo, senza lasciarci prendere
dall'inquietudine, ma vagliando in realt con molta attenzione in
noi stessi, cosa sono mai queste visioni che sono dentro di noi?
E considerando la prima di esse diremo, come io penso, che nessuna
cosa mai diventa pi grande n pi piccola, n per volume n per numero,
finch resta eguale a se stessa. Non  cos?
TEETETO: S.
SOCRATE: Il secondo punto poi  il seguente, cio che una cosa, a
cui nulla viene aggiunto o tolto, non cresce mai e nemmeno
decresce, ma resta sempre uguale.
TEETETO:  esattamente cos.
SOCRATE: E il terzo punto  questo, che quel che non era
prima  impossibile che sia poi senza il divenire.
TEETETO: Pare cos.
SOCRATE: Questi tre punti, dunque, che ci trovano consenzienti
sono in lotta con se stessi, credo, nella nostra anima, quando
diciamo le ragioni dette a proposito dei dadi, e quando affermiamo
che io, che sono di tale et senza essere cresciuto n avere
provato qualcosa in senso contrario, nel giro di un anno vengo a
essere ora pi grande di te che sei giovane, poi, pi piccolo, non
perch nulla sia stato sottratto alla mia mole, ma perch tu
invece sei cresciuto. Sono dunque dopo, quel che prima non ero,
pur non divenendo tale. Infatti non  possibile che si divenga
senza il divenire, n mai sarei potuto diventare pi piccolo, non
perdendo nulla del mio volume. E molte altre questioni, a
migliaia per migliaia, stanno in questi termini, se noi accettiamo
questi. Tu, certo, mi tieni dietro, Teeteto. Non mi sembra infatti
che tu sia inesperto di tali problemi.
TEETETO: Per gli di, veramente, Socrate, io mi meraviglio enormemente
per cosa possano essere mai queste visioni e talvolta,
guardandole intensamente, soffro le vertigini.
SOCRATE: Non mi pare, caro amico, che Teodoro abbia opinato
male sulla tua natura. Si addice particolarmente al filosofo
questa tua sensazione: il meravigliarti. Non vi  altro inizio della
filosofia, se non questo, e chi afferm che Iride era figlia di
Taumante come sembra, non fece male la genealogia.(21) Allora
comprendi tu ormai il perch queste cose sono tali da quel che noi
diciamo sosteneva Protagora, o no?
TEETETO: Ancora no, credo.
SOCRATE: E dunque mi riconoscerai gratitudine se di quest'uomo, o
meglio di questi uomini famosi, io con te cercher di trarre in
luce la verit del pensiero, ancora in gran parte nascosta?
TEETETO: E come potr non riconoscertela, e anche molto?
SOCRATE: Sta bene attento e guarda in giro che non abbia a sentirci
uno dei non iniziati. Questi sono coloro che credono che non ci
sia niente altro se non quello che possono saldamente afferrare
con le mani: ma azioni, generazioni, e tutto quel che  invisibile,
non lo accettano come parte dell'essere.
TEETETO: Veramente, Socrate, tu parli di uomini duri e testardi.(22)
SOCRATE: Sono cos, ragazzo, molto rozzi. Altri, invece, sono molto
pi accorti e, di essi, io vado a esporti i misteri; il principio, al
quale sono connesse anche tutte le considerazioni che svolgevamo
poco fa,  questo che tutto  movimento e niente altro esiste
oltre questo; del movimento poi due sono gli aspetti, senza limiti
l'uno e l'altro per quantit, e l'uno ha l'attitudine a fare, l'altro a
sentire. Dall'unione e dallo sfregamento di questi due viene
generata la prole, senza limite per moltitudine, ma pure
duplice, l'una il sensibile, l'altra la sensazione, che viene sempre a
incontrarsi e a generarsi con il sensibile. Dunque le sensazioni
assumono da noi questi nomi, vista, udito, olfatto, raffreddore,
caldo, piacere, dolore, desiderio, paura e ve ne sono anche altre
infinite e senza nome, ma moltissime lo hanno. Il genere dei sensibili
poi sorge contemporaneamente a ciascuna di esse:
colori svariati in rapporto a svariate sensazioni della vista, allo
stesso modo i suoni con le sensazioni dell'udito e cos le altre
sensazioni derivano assieme a tutti gli altri sensibili. Capisci
dunque, Teeteto, questo mito, cosa vuoi dire per noi, rispetto alle
cose di prima?
TEETETO: Non del tutto, Socrate.
SOCRATE: Stai attento se in qualche modo si viene alla conclusione.
Vuoi dire che tutte queste cose, come dicevamo, si muovono, e
nel loro movimento sono insite velocit e lentezza. Tutto quel
che  lento contiene il movimento in questa stessa cosa
relativamente a quello che gli  posto vicino, e cos genera pure,
ma, quanto nasce in tal maniera,  pi veloce. Di fatto si muove e
in questo spostarsi sta per natura il suo movimento. Quando lo
sguardo e un altro qualunque oggetto tra quelli che con lo
sguardo sono commensurabili, producono la bianchezza, coll'avvicinarsi,
e la sensazione che le  connaturata, cosa che non potrebbe
avvenire se l'uno e l'altro di questi due andassero chi in un verso
e chi in un altro, allora, muovendosi nella parte di mezzo della
vista, gli occhi e insieme anche la cosa che genera il colore
della bianchezza, allora appunto l'occhio si fa pieno di vita e
vede e non pi  divenuto vista, ma occhio che vede, e ci che
genera il colore vien riempito di bianchezza e diventa non bianchezza
ma bianco, sia esso legno, o pietra o un'altra cosa qualunque,
cui  accaduto di essere tinto di tale colore bianco. E cos
anche delle altre cose, del duro, del caldo e di tutte quante si
deve intendere in questo modo, che nessuna di per se stessa 
nulla, cosa che dicevamo anche allora, ma che, nell'unione
delle une con le altre, tutte generano in conseguenza del movimento,
poich il fattore che agisce e quello che subisce, come essi
dicono, non  possibile pensarli, in maniera salda, esistere sopra
una cosa sola. Infatti non esiste fattore che agisce prima che non
si sia unito a quello che subisce, n vi  fattore che subisce prima
di essere unito a quello che agisce. Quello che poi  fattore agente,
unendosi con qualche cosa, poi cadendo su un'altra, subito
diventa fattore che subisce. Tanto che da tutte queste cose, come
dicevamo all'inizio, nessuna cosa  in s e per s, ma sempre
diviene in rapporto a un'altra, e dunque l'essere va tolto
in ogni modo, anche spesso e anche poco fa siamo stati costretti a
fare uso un po' per consuetudine, un po' per inesperienza. Quello
che non bisogna, secondo il ragionamento dei sapienti,  di non
accontentarsi parlando di me n di questa o quella parola o di
alcun altro nome che significhi qualcosa che sta immobile, ma
usarne secondo la natura delle cose e dire che esse si generano, si
compiono, vanno in rovina, subiscono alterazioni. Perch se
qualcuno rende fermo qualcosa col suo argomentare, facendo questo,
pu essere agevolmente contestato. Occorre dunque dire in questo
modo sia delle cose singole, sia anche di molte messe insieme,
a quell'insieme cui pongono il nome di uomo, di pietra, di ogni
animale e aspetto. Queste considerazioni dunque, Teeteto, ti
sembrano ghiotte e le gusti qualora ti piacciano?
TEETETO: Io non lo so proprio, Socrate, e non sono neppure in
grado di capacitarmi sul conto tuo, se dici cose di cui sei convinto
o per mettermi alla prova.
SOCRATE: Tu non ricordi, caro, che io nulla so e che non faccio mai
alcuna di queste cose, perch rispetto a esse sono infecondo e
invece assisto te a creare e, proprio per questo faccio l'incantesimo
e ti pongo innanzi a uno a uno i concetti dei sapienti
per farteli gustare, finch io tragga alla luce il tuo pensiero. E
quando sar venuto fuori allora lo esaminer se apparir vano o
in grado di creare. Ma facendoti forza e coraggio, rispondi bene e
da uomo quello che  il tuo avviso sulle domande che io ti porr.
TEETETO: Chiedi dunque.
SOCRATE: Dimmi dunque di nuovo se ti convince questo, che nulla
 ma diviene, il bello, il buono e tutto quello di cui abbiamo
parlato poco fa.
TEETETO: S, a me da quando ti sento argomentare in questo modo
pare che il tuo discorso stia cos a meraviglia e penso che vada
inteso cos nel modo in cui lo hai spiegato.
SOCRATE: Allora non lasciamo perdere quel che resta da dire
su di esso. Resta da dire dei sogni, delle malattie, e, fra queste,
della pazzia, del fraintendere, veder di traverso, percepire male o
qualunque altra cosa si dice a proposito di questa malattia. Tu sai
certamente che il discorso che facevamo poco fa sembra possa
essere respinto in tutte queste cose concordemente, poich
soprattutto in questi casi a noi possono derivare sensazioni
ingannevoli e molto manca che quanto sembra a ciascuno, sia
questo anche realt, ma, tutto al contrario, sembra che nulla sia
realt di quel che appare.
TEETETO: Dici cose perfettamente vere, Socrate.
SOCRATE: Quale spunto resta allora, ragazzo mio, per chi pone la
sensazione come conoscenza e che quanto a ciascuno appare
questo  per colui cui appare?
TEETETO: Io mi vergogno, Socrate, di dirti che non so cosa dirti, poich
proprio ora mi hai rimproverato a dirti questo. Ma in verit
io non potrei sostenere che i pazzi o quelli che sognano
non hanno opinioni false, quando, tra di essi, alcuni credono di
essere degli di, altri di essere alati e cos volano nel sonno.
SOCRATE: E non ti viene in mente, a loro riguardo, neppure quella
questione, soprattutto quella intorno al sonno e alla realt?
TEETETO: Quale?
SOCRATE: Questa. Io penso che spesso tu abbia sentito dei tali chiedere
quale prova si pu avere per dimostrare, se uno chiedesse
ora, cos, nel momento presente, se stiamo dormendo o se sognamo
tutto quello che pensiamo, o siamo invece svegli e proprio nella
realt parliamo tra di noi.
TEETETO: Certo, Socrate,  difficile dimostrarlo con una qualche
prova perch tutte le cose si tengon dietro di per se stesse come
se fossero il controcanto l'una dell'altra. Ad esempio i discorsi di
poco fa, nulla impedisce di credere che li abbiamo fatti tra di noi
anche nel sonno. E quando durante il sogno crediamo di raccontare
sogni,  ben strana la somiglianza di questi con quelli.
SOCRATE: Vedi dunque che non  difficile seminare dubbi su questo,
quando si  in dubbio addirittura sulla realt e sul sogno; e siccome
 uguale il tempo che dedichiamo al riposo a quello in cui siamo svegli,
nell'uno e nell'altro di questi spazi la nostra mente si dibatte
se sono pi veri quei pensieri che essa ha di continuo presenti,
tanto che per un tempo uguale noi diciamo che sono
veri questi, della realt, e per altrettanto tempo quelli,
del sogno, e allo stesso modo insistiamo sugli uni e sugli altri.
TEETETO:  assolutamente cos.
SOCRATE: Dunque per le malattie e la pazzia non  lo stesso il
discorso eccetto il fattore tempo che non  lo stesso?
TEETETO: Non mi pare.
SOCRATE: Ebbene? Il vero sar determinato dalla quantit o dalla
scarsezza del tempo?
TEETETO: Sarebbe cosa ridicola in ogni caso.
SOCRATE: Ma cos'altro hai tu di chiaro per dimostrare quali di questi
pensieri sono veri?
TEETETO: Non saprei.
SOCRATE: Ascolta dunque da me quali cose potrebbero dire su tali
questioni coloro che dichiarano vere le cose che di continuo appaiono
a colui al quale appaiono. Dicono, a mio parere, cos,
interrogando: O Teeteto, una cosa che sia completamente diversa
da un'altra avr mai un suo valore identico a quell'altra? E
non dobbiamo supporre che la cosa che domandiamo in parte sia
la stessa, in parte sia diversa, ma altra completamente?.
TEETETO: Ma  impossibile che abbia qualcosa di identico,
n in valore, n in qualunque altro modo, qualora sia perfettamente altra.
SOCRATE: E non  necessario dunque ammettere che questa cosa 
anche dissimile?
TEETETO: A me pare di s.
SOCRATE: Se dunque avviene che qualcosa diventa simile o dissimile
a un'altra cosa, sia pure se stessa o un'altra, sosterremo noi che
con l'assomigliarsi  la stessa, col non assomigliarsi un'altra?
TEETETO:  necessario.
SOCRATE: E non dicevamo prima che molti sono i fattori che agiscono,
anzi senza numero, e altrettanto i fattori che subiscono?
TEETETO: S.
SOCRATE: E poi mescolandosi insieme l'uno con l'altro, e poi con
un altro ancora, non genereranno le stesse cose, ma diverse?
TEETETO: Certamente s.
SOCRATE: Parliamo ora analogamente di me e di te e di tutte le
altre cose: di Socrate che  sano, e di Socrate poi che  malato:
diremo dunque che questo  simile a quello o che  dissimile?
TEETETO: Quando dici Socrate malato lo dici tutto intero questo,
se  simile o dissimile a quell'altro tutto intero il Socrate sano?
SOCRATE: Hai capito benissimo. Io dico proprio questo.
TEETETO:  certamente dissimile.
SOCRATE: Un altro dunque, cos come tu lo dici dissimile?
TEETETO:  necessario.
SOCRATE: E anche quando dorme e in tutte quelle cose di cui
abbiamo parlato poco fa, dirai altrettanto?
TEETETO: Io s.
SOCRATE: Ora ciascuno di quei fattori che per natura sono in grado
di agire, quando incontrino Socrate sano, si comporteranno con
me come con uno diverso dal Socrate malato e quando lo incontrino
malato si comporteranno come con una persona diversa dal Socrate sano?
TEETETO: Perch non dovrebbero?
SOCRATE: E certo genereremo cose diverse dall'uno e dall'altro di
noi, io come fattore che subisce e quello come fattore che agisce.
TEETETO: E con ci?
SOCRATE: Quando io bevo il vino da sano, mi pare buono e dolce.
TEETETO: S.
SOCRATE: Infatti come dalle considerazioni svolte prima di comune
accordo il fattore che agisce e quello che subisce generano
dolcezza e sensazione di dolcezza, che si muovono ambedue a un
tempo; la sensazione che  da parte del fattore che subisce ha
reso la lingua in grado di sentire, la dolcezza invece che proviene
dal vino e si muove intorno a lui fa in modo che il vino, per una
lingua sana, sia e appaia dolce.
TEETETO: Esattamente: cos  stato ammesso da noi anche prima.
SOCRATE: Ma quando il fattore che agisce trova Socrate malato,
non  vero in primo luogo che non incontra la stessa persona? Si
 imbattuto infatti in uno dissimile.
TEETETO: S.
SOCRATE: Un tale Socrate allora e il bere vino devono generare
altre cose: sensazione di amarezza intorno alla lingua, amarezza
che deriva e si muove intorno al vino, e il vino non  amarezza,
ma amaro, e io non sar sensazione, ma quello che sente?
TEETETO: Perfettamente cos.
SOCRATE: Dunque io per nessun altra cosa potr diventare soggetto
che sente in questo modo: perch altra  la sensazione dell'altro,
e rende differente e altro il soggetto che sente; e non 
neppure dato che quel fattore che agisce su di me, incontrando
un altro mai diventi tale quale (23) generando lo stesso, perch, da
altro generando altro, diventa differente.
TEETETO:  cos.
SOCRATE: N io divento tale per me stesso, n quella tale cosa per
se stessa.
TEETETO: Certamente no.
SOCRATE:  necessario per che divenendo io soggetto che sente, lo
diventi di un qualcosa. Infatti  possibile diventare soggetto che
sente, ma impossibile divenire soggetto che sente di nessuna
cosa.  necessario ancora che quella cosa, quando diventa dolce,
amara o qualcosa di analogo, lo diventi per qualcuno; divenire
dolce infatti  possibile, ma dolce per nessuno  impossibile.
TEETETO:  assolutamente cos.
SOCRATE: Rimane dunque, o se siamo o se diventiamo, che noi
siamo e diventiamo l'uno nei confronti dell'altro, poich la necessit
lega la nostra essenza,(24) ma non la lega a nessuno degli altri
e nemmeno a noi stessi.(25) Resta dunque che si sia legati insieme
l'uno all'altro. Tanto che se uno dice che una cosa  o diviene
deve anche dire che essa  o diviene rispetto a qualche cosa o per
qualche altra cosa. Ma che una cosa sia o diventi solo per
s medesima, questo non lo deve dire, n accettarlo se lo dice un
altro, come significa tutto il ragionamento che abbiamo svolto.
TEETETO:  assolutamente cos, Socrate.
SOCRATE: Dunque il fattore che agisce su di me  mio e non di un
altro, e quello che io sento di lui, un altro non potr sentirlo.
TEETETO: Come no?
SOCRATE: E la mia sensazione  vera per me. Infatti  parte della
mia essenza. E io sono giudice, secondo il concetto di Protagora,
delle cose che sono per me, come sono, e di quelle che non sono
come non sono.
TEETETO: Pare cos.
SOCRATE: Come dunque, dal momento che non mi inganno e
non inciampo nella meditazione delle cose che sono o divengono,
come potrei non essere consapevole delle cose delle quali io
sono il soggetto che sente?
TEETETO:  impossibile che tu non lo sia.
SOCRATE: Dunque  stato detto molto bene da te che conoscenza
niente altro  che sensazione, e tutto ci si trova in armonia allo
stesso concetto che, secondo Omero e Eraclito e tutta una simile
schiera, tutto si muove come un flusso senza sosta, e se secondo il
sapientissimo Protagora, per il quale l'uomo  misura di tutte le
cose, e anche secondo Teeteto, se le cose stanno cos, che
conoscenza  sensazione. Dunque, Teeteto, lo diciamo che questo
concetto  come una sorta di neonato tuo, mentre mia  l'assistenza
al parto?
TEETETO:  necessario dire cos, o Socrate.
SOCRATE: Questo bambino dunque, come pare, una buona volta
l'abbiamo pure messo al mondo, anche se a fatica, quale mai esso
si trova a essere. Ma dopo il parto dobbiamo fargli di corsa le
anfidromie (26) tutto attorno con il ragionamento, per renderci conto
se il nato merita di ottenere l'allevamento, o se invece, a nostra
insaputa,  vano e ingannevole. O pensi che questo tuo
nato occorra comunque tirarlo su e non esporlo, e sopporterai di
vederlo sottoposto ad accuse, e non te la prenderai con ogni
impeto se qualcuno lo sottrarr a te che l'hai appena partorito.
TEODORO: Teeteto lo sopporter. Non  affatto fastidioso. Ma, per
gli di, la questione pu ancora non essere cos?
SOCRATE: Tu sei senza dubbio amante della logica, Teodoro, e un
uomo eccellente, se pensi che io sia un otre di argomentazioni e
sia facile per me, tirandone fuori qualcuna, dire che la
questione di nuovo non sta cos. E non ti rendi conto di quel che
avviene, cio che da parte mia non salta fuori nessun ragionamento,
ma sempre da parte di chi discute con me, e non so altra
cosa di pi se non questa, in breve, di recepire da un altro che sia
sapiente tutti i ragionamenti che ha e di accettarli come si deve.
Anche ora prover a farlo, Teeteto, senza dire nulla io stesso.
TEODORO: Tu parli anche troppo bene, Socrate: fa dunque cos.
SOCRATE: Sai dunque, Teodoro, quel che mi sorprende del tuo amico Protagora?
TEODORO: Cosa?
SOCRATE: Tutte le altre cose che ha detto prima, possono andare,
che quel che a ciascuno pare, questo  anche. Ma io guardo stupefatto
l'inizio del suo discorso, perch non ha sostenuto dando
inizio al suo lavoro sulla Verit,(27) che di tutte le cose misura  il
maiale o il cinocefalo, o qualche essere ancora pi strano tra
quelli capaci di sensazione, per parlare, fin da quando cominciava,
con noi in maniera magniloquente e anche con molto disprezzo,
dimostrando che mentre noi lo ammiravamo come un dio per
la sua sapienza, egli in realt per acume non si trovava a
essere migliore non solo di qualche altro uomo, ma nemmeno di
un girino, di una rana. Oppure come dovremmo dire, Teodoro?
Se per ciascuno sar vera l'impressione che gli viene dalla sensazione,
n questa esperienza altrui un altro potr giudicarla in
maniera migliore, n alcuno sar pi padrone di vagliare
l'impressione di un altro, se vera o falsa, ma, cosa che  stata detta
pi volte, ciascuno potr avere un modo di pensare soltanto su
quelle impressioni che lo riguardano di persona, come mai, o
amico, Protagora doveva apparire sapiente al punto di essere
considerato giustamente maestro di altri e anche con
grandi compensi (28) e noi tanto ignoranti da dover frequentare la
sua scuola, siccome ognuno  misura della propria sapienza?
Perch non diciamo che Protagora, facendo demagogia, diceva
queste cose? Su di me e sulla mia arte di ostetrico taccio quante
ridicolaggini possiamo tirarci addosso. E cos la penso anche su
tutta la mia attivit del discutere. Questo sottoporre a esame e
cercare di mettere alla prova reciprocamente impressioni e pareri,
che sono veri per ciascuno non  la pi grossa e formidabile sciocchezza,
se  vera la Verit di Protagora, ed essa non 
risuonata, cos per ischerzo, dal sacro tempio del suo libro?
TEODORO: Socrate, come tu hai detto or ora, Protagora  stato
amico mio: non potrei quindi accettare di vedere contestato
Protagora con la mia approvazione e neppure continuare con te
contro il mio parere. Riprendi pure il dialogo con Teeteto. Anche or
ora pareva che ti ascoltasse con molto piacere.
SOCRATE: Bada, Teodoro, se tu andassi a Sparta, nelle palestre, di
non pretendere di vedere nudi gli altri, alcuni anche brutti,
senza mostrare tu stesso il tuo fisico, dopo esserti spogliato.(29)
TEODORO: Perch ti pare che non potrei farlo, se essi volessero
concedermelo e ne fossero convinti? Come ora io penso che voi
sarete convinti a lasciarmi qui a fare da spettatore e a non tirarmi
per forza nel ginnasio, sclerotico come sono, e tu, invece, a
misurarti con questo qui, che  pi giovane e pi svelto.
SOCRATE: Ma se cos  caro a te, Teodoro, non  odioso neppure a
me, come dicono quelli che fanno proverbi. Quindi occorre tornare
ancora al saggio Teeteto. Rispondimi, Teeteto, anzitutto su
quanto dicevamo or ora: non saresti stupefatto anzitutto se
cos, all'improvviso, venissi a scoprire che in sapienza non sei
inferiore a qualunque uomo e perfino agli di? O ritieni che la
misura di Protagora si convenga meno agli di che agli uomini?
TEETETO: Per Zeus, io non lo penso. Anzi mi meraviglio molto di
ci che mi chiedi. Infatti quando prima discutevamo in che modo
essi sostenevano che quel che pare a ciascuno, questo 
anche per colui al quale sembra, mi appariva del tutto che fosse
detto bene. Ora invece la questione mi  piombata addosso in
maniera del tutto opposta.
SOCRATE: Perche tu sei giovane, caro ragazzo mio. E ascolti attento
le concioni e ti fai convincere. Ma a queste considerazioni Protagora,
o un altro in vece sua, risponderebbe cos: o giovani e vecchi molto
bravi, voi, stando seduti, fate discorsi altisonanti, portando
in mezzo anche di, che io invece tiro via, sia dal
parlare che dallo scrivere su di loro, come sono o come non sono,
e le cose che la moltitudine accetterebbe volentieri, ascoltandole,
voi le dite, come quando affermate che non ci sarebbe nulla di
sorprendente se non ci fosse affatto differenza, in sapienza fra
ciascuno degli uomini e una qualunque bestia. Ma una dimostrazione,
un argomento cogente voi non lo dite, e vi avvalete di quel
che  verisimile, del quale se si volessero servire Teodoro e
qualcun altro dei geometri per fare geometria, non avrebbero
nemmeno il peso di una sola unit. Badate bene dunque, tu e Teodoro,
se accettate ragionamenti parlando di tali questioni,
basandovi solo su credibilit e verosimiglianza.
TEETETO: Ma non  giusto, Socrate, n tu, n noi lo diremmo.
SOCRATE: Allora bisogna considerare, a quel che pare, come  il
ragionainento tuo e di Teodoro.
TEETETO:  del tutto in altro modo.
SOCRATE: E allora esaminiamolo in questo, se mai conoscenza e
sensazione sono la stessa cosa o qualcosa d'altro. Perch questo
era l'obiettivo di tutto il nostro ragionamento e proprio in virt
di esso, abbiamo mosso tutti questi strani problemi. Non  cos?
TEETETO:  certamente cos.
SOCRATE: Ammetteremo dunque, che delle cose di cui
abbiamo sensazione vedendole e udendole, di tutte queste, a un
tempo, noi veniamo anche a conoscenza? Ad esempio, prima di
conoscere la lingua dei barbari, diremo forse che non ascoltiamo
quando parlano, oppure che ascoltiamo e a un tempo comprendiamo
anche quello che dicono? E ancora non conoscendo le loro lettere,
guardando a esse ci ostineremo a dire che non le vediamo,
oppure, che se le vediamo, le conosciamo?
TEETETO: Diremo di conoscere di esse, o Socrate, solo quello che
vediamo e ascoltiamo; delle lettere diremo infatti di vedere e
conoscere la forma e il colore, delle voci invece di ascoltare e
dunque di sapere l'acutezza e la gravit. Quanto a quello
poi che sulla loro lingua possono ammaestrarci uomini di lettere
e interpreti, diremo che senza vederle o udire non possiamo
averne sensazione e venirne a conoscenza.
SOCRATE: Eccellentemente, Teeteto; e per te non torna conto discuterne,
anche solo per tirarti su d'animo. Ma bada ora anche a
questo altro problema che ci piomba addosso e vedi come potremo
fargli fronte.
TEETETO: E quale?
SOCRATE: Il seguente: Pu darsi che uno che una volta sia divenuto
conoscitore di qualcosa, e abbia e mantenga il ricordo di questa
cosa,  possibile che allora quando se ne ricorda non
conosca proprio quello di cui si ricorda.. Io la tiro per le lunghe,
a quanto pare, mentre voglio domandare soltanto se uno, imparando
una cosa, non la conosca mentre se ne ricorda?
TEETETO: E come, Socrate?  una insensatezza quella che dici.
SOCRATE: Forse che io do i numeri? Bada bene: non dici che vedere
 provare sensazione e che la vista  sensazione?
TEETETO: Io s.
SOCRATE: Dunque chi ha visto una cosa non  divenuto conoscitore
della cosa che ha visto, secondo il discorso di poco fa?
TEETETO: S.
SOCRATE: Ebbene? Non la chiami qualcosa la memoria?
TEETETO: S.
SOCRATE: Di qualcosa o di nulla?
TEETETO: Di qualcosa, certamente.
SOCRATE: Dunque di ci che qualcuno impar e di cui ebbe sensazione,
non  propria di queste cose la memoria?
TEETETO: E dunque?
SOCRATE: E ricorda talvolta uno quello che ha visto?
TEETETO: Se ne ricorda.
SOCRATE: Se ne ricorda anche a occhi chiusi, oppure nel fare questo
se ne dimentica?
TEETETO: Ma  assurdo, Socrate, sostenere questo.
SOCRATE: Ma occorre sostenerlo, se vogliamo salvare il ragionamento di
prima, se no si squaglia.
TEETETO: Anch'io lo sospetto, Socrate, ma non comprendo del tutto.
Dimmi tu il come.
SOCRATE: In questo modo; noi diciamo: colui che vede diventa
conoscitore di ci che vede; si  concordato infatti che vista,
sensazione e conoscenza sono la stessa cosa.
TEETETO: Certamente.
SOCRATE: Colui che vede ed  diventato conoscitore non vede, a occhi
chiusi, ricorda s, ma non vede la stessa cosa. Non  cos?
TEETETO: S.
SOCRATE: Ma questo non vede equivale a non sa se e vero anche
che vede equivale a conosce.
TEETETO:  vero.
SOCRATE: Accade dunque che chi  divenuto conoscitore di una cosa,
anche se la ricorda ancora, non la conosce, dal momento che
non la vede. Cosa che dicevamo essere assurda se mai avvenisse.
TEETETO:  molto vero quel che tu dici.
SOCRATE: Pare dunque che combini un qualcosa di impossibile, se
uno sostiene che conoscenza e sensazione sono la stessa cosa.
TEETETO: Pare di s.
SOCRATE: Occorre dunque ammettere che l'una e l'altra cosa sono diverse.
TEETETO:  probabile.
SOCRATE: E allora cosa sarebbe conoscenza? Come pare occorre ridirlo da capo.
Pure, cosa mai, Teeteto, andiamo a fare?
TEETETO: A che riguardo?
SOCRATE: Sembra che noi, alla stregua di un gallo vile, cantiamo
vittoria prima di avere vinto, balzando gi dal ragionamento.
TEETETO: E come?
SOCRATE: Sembra che noi, alla stregua degli illogici, abbiamo concordato
sulle omologie dei nomi, e riuscendo superiori con un
tale mezzo nel ragionamento, ce ne contentiamo e, pur continuando
a dire di non essere polemisti, ma filosofi, senza accorgercene,
andiamo compiendo proprio quello che fanno questi sagacissimi uomini. (30)
TEETETO: Non comprendo ancora bene come parli.
SOCRATE: Tenter allora di dirtelo chiaramente, intorno a ci che
penso. Ci chiedevamo se uno, imparando e ricordando una data cosa,
non la conosce, e dimostrando che chi vede e chiude gli
occhi, ricorda s, ma non vede, ne abbiamo arguito che non sa e al
tempo stesso non ricorda. E dicemmo che questo  impossibile. E
cos  andato in malora il mito di Protagora e anche il tuo, quello
della conoscenza e della sensazione che sono la stessa cosa.
TEETETO: Pare di s.
SOCRATE: Tuttavia io penso, o caro, se vivesse anche il padre (31) del
primo di questi due miti, molte altre considerazioni tirerebbe in
ballo a difesa. Ora invece, orfano qual , noi lo copriamo di
fango. E neppure i tutori che Protagora ha lasciato vogliono
recargli aiuto, uno dei quali  qui presente: Teodoro. E sar
probabile che proprio noi, a causa del giusto, gli porteremo aiuto.
TEODORO: Non io, Socrate, ma piuttosto, Callia (32) figlio di Ipponico,
 tutore delle cose di Protagora. Io, ben presto, dai ragionamenti
sottili (33) mi sono rivolto alla geometria. Ti sar comunque grato,
se gli recherai aiuto.
SOCRATE: Tu dici bene, Teodoro; considera dunque quello che  il
mio aiuto. Ma se qualcuno dovr pure ammettere concetti anche
pi paradossali di questi, se non presta attenzione alle parole, al
modo con cui siamo abituati per lo pi a dire e poi a negare.
Devo dunque parlare a te, o a Teeteto?
TEODORO: A tutti e due, in comune; ma a rispondere sia il pi giovane,
perch sbagliando, sfigurer di meno.
SOCRATE: E ti faccio una domanda assai strana: ed , come penso, la
seguente: pu darsi dunque che uno stesso individuo che sa una
cosa ben determinata, non sappia proprio quella cosa che sa?
TEODORO: Cosa risponderemo dunque, Teeteto?
TEETETO: Ma  impossibile. Io la penso cos.
SOCRATE: No, se tu presupponi che vedere  conoscere. Cosa risponderai,
infatti, a una di quelle domande senza scampo, rinchiuso,
come si suol dire in un pozzo, quando un contendente
inflessibile, tenendo chiuso con la mano uno dei tuoi occhi,
ti chieder se tu vedi il suo mantello con l'occhio chiuso?
TEETETO: Gli risponder, penso, che non vedo con quello, ma con quell'altro.
SOCRATE: E dunque tu vedi e non vedi a un tempo la stessa cosa?
TEETETO: Un presso a poco.
SOCRATE: Io, ti risponder, non ti impongo di dire questo n chiedevo
come, ma semplicemente se quel che conosci anche non lo conosci.
Mostri ora di vedere quello che non vedi. E ti trovi
ad avere ammesso che vedere  sapere e non vedere non sapere.
Da queste cose dunque trai il calcolo tu su quel che ti avviene.
TEETETO: Traggo dunque la conclusione che se ne ricava il
contrario di quello che avevo presupposto io.
SOCRATE: E io penso, mio caro, che avrai a subirne parecchie di
queste prove se vi  un conoscere acuto e uno senza vigore, se si
pu conoscere profondamente la stessa cosa o in maniera blanda
e altre svariate questioni, che uno di questi uomini, armato alla
leggera, ma capace di lauti compensi nel gioco delle parole, abile
nel combinare tranelli, potrebbe chiederti dal momento che ha
presupposto che conoscenza e sensazione siano la stessa cosa, e
lanciandosi contro l'udito e l'odorato e altre consimili sensazioni,
avrebbe il sopravvento su di te e ti terrebbe senza lasciarti andare,
prima che tu, pieno di ammirazione per la sua desiderata sapienza,
fossi messo in ceppi da lui, fino a quando, dopo
avere messo le mani su di te e averti incatenato ormai, allora
soltanto ti saresti riscattato al suono di tanto denaro, quanto fosse
sembrato giusto a te e a lui. Probabilmente tu mi chiederai: Protagora
quale ragionamento esporr a sostegno della sua tesi?.
Tentiamo di dirne qualche altra cosa?
TEETETO: Certamente.
SOCRATE: Dir, penso, tutto quello che dicevamo noi quando provavamo
di dargli una mano e insieme ci stringer pi da vicino
pieno di disprezzo dicendo: Questo bel campione di Socrate,
interrogato un ragazzino se poteva essere che la stessa persona
ricordasse ed anche non sapesse una data cosa, siccome si spavent
e nello spavento neg perch non si poteva prevedere, mi mostr
ridicolo nei suoi discorsi. La questione, o bel pappacotta di un Socrate,
sta cos. Quando tu sottoponi al vaglio con domande qualcuna
delle mie tesi, se chi  interrogato commette errori,
rispondendo come risponderei io, sono io a essere contestato: se risponde
in altro modo, allora  chi viene interrogato. Subito dunque: pensi che
si possa ammettere che in un tale persista un qualche ricordo di cose che
ha gi provato, che sia tale esso quale in certo modo quando lo prov,
anche quando non lo prova pi? Ci corre molto. E ancora, ritieni
che esiter a consentire che una stessa persona conosce e non conosce la
stessa cosa? Ma se hai dei dubbi ad ammettere questo, si dar mai
che la stessa persona, diventata diversa, sia ancora la stessa che
era prima di divenire diversa? E pi ancora che quello sia uno,
ma non alcuni, che questi diventino poi un numero sterminato, se
avviene la diversit; occorrer l'un l'altro ben guardarci
quanto alle trappole delle parole. Dunque, o beato, dir ancora,
vieni contro a quel che dico in modo generoso, se puoi, e prova
che le sensazioni non divengono peculiari in ciascuno di noi, che
se anche non divengono peculiari, per nulla di pi ci che appare
avviene solo per ciascuno o , se si deve fare uso della parola
essere, per quello cui appare. E quando parli da porco e da cinocefalo
non solo fai il porco tu, ma convinci a farlo anche gli ascoltatori
contro i miei scritti, e fai male. (34) Io sostengo che la
verit  proprio come io ho scritto: ciascuno di noi infatti  misura
delle cose che sono e di quelle che non sono. Ma esiste una
differenza senza limiti fra l'uno e l'altro proprio su questo stesso
punto, perch le cose appaiono in un modo diverso all'uno e in
modo diverso ancora all'altro. E tanto ci corre che io sostenga
che non esiste sapienza e uomo sapiente, che anzi dico uomo
sapiente quello che a uno di noi al quale le cose appaiono e sono
cattive, facendolo cambiare, far in modo che le cose gli appaiano
e siano buone. (35) E tu non perseguire il mio ragionamento con
le parole, ma cos, in maniera ancora pi chiara, cerca di
capire quello che dico. Cerca di ricordare quanto era stato detto
nelle argomentazioni di prima: per uno debole il cibo che
inghiotte appare ed  amaro, mentre per uno sano appare ed  il
contrario; n si deve ritenere dunque che l'uno di questi due 
pi sapiente dell'altro - infatti non  possibile e nemmeno si
deve asserire che chi  malato  ignorante perch la pensa
in questo modo, mentre il sano  sapiente perch la pensa in
modo contrario. Ma bisogna fare cambiamenti rispetto alle due
condizioni. Infatti la seconda condizione, la salute,  migliore.
Cos anche nell'educazione, da una condizione bisogna cambiare
a quella migliore. Ma il medico opera i cambiamenti mediante le
medicine, il sofista, invece, mediante i ragionamenti. Ma mai
nessuno fece in modo che chi aveva un modo falso di opinare poi
venisse a concepire opinioni vere. Non  possibile infatti che si
pensino opinioni che non esistono, n altre cose oltre a quelle
che uno prova: soltanto queste sono sempre vere. Cos, chi
per una condizione infelice dell'anima pensa cose congeniali a
questa sua anima, pu fare in modo, penso, a concepire altrettante
opinioni migliori che alcuni, per ignoranza, chiamano fantasie
vere, e io invece migliori, le une delle altre, ma niente affatto pi
vere. E i sapienti, caro Socrate, sono ben lontano dal gratificarli
con ranocchi, ma rispetto ai corpi li chiamo medici, rispetto alle
piante agricoltori. E dico che questi agricoltori sanno immettere
nelle piante, se qualcuna si ammala, invece di quelle cattive,
delle sensazioni buone e sane e non solo vere. E i sapienti e
buoni retori fanno in modo che nelle citt sembrino essere giuste
le cose vere anzich quelle malvagie. Giacch quelle cose che per
ciascuna citt sembrano belle e buone, queste lo sono anche per
essa, fino a che essa tali le consideri. Ma il sapiente invece di ogni
cosa che  malvagia, a questa ne determina altre che sono e
appaiono buone. Per lo stesso motivo, anche il sofista, che in questa
maniera  in grado di educare i suoi alunni,  un uomo
sapiente e degno di essere compensato da essi con molto
denaro. E cos alcuni sono pi sapienti di altri e nessuno pu
nutrire opinioni menzognere e tu devi pure ammettere di buona
voglia o contro, di esserne la misura. Su queste fondamenta si
regge questo ragionamento: e se tu hai in mente di contraddirlo
da capo, contraddicilo pure esponendo il contrario mediante un
ragionamento. Ma se vuoi farlo attraverso domande, fallo pure
con delle domande: neppure questo infatti  da rifuggire, anzi, 
particolarmente da perseguire, fra tutti, da uno che abbia senno.
Fa dunque cos: ma non fare ingiustizie nel porre domande.
E infatti sarebbe grande la contraddizione se uno che va
predicando di avere in gran conto la virt, null'altro facesse, nelle
discussioni, se non commettere ingiustizie. Compiere ingiustizia
avviene in questo modo, quando uno fa le discussioni se non
scevera nettamente, se ha in animo di combattere o di discutere,
perch nella prima ipotesi scherza e tenta, per quanto pu, di
incastrare l'avversario, nella seconda, invece, si impegna a dialogare
e raddrizza chi dialoga con lui e gli mostra quegli errori soltanto
nei quali si  lasciato invischiare, o per colpa sua, o
di quelli con i quali si confrontava in precedenza. Se agirai in
questo modo, quelli che discutono con te chiameranno in causa
se stessi per i loro turbamenti e i loro dubbi, e ti verranno dietro
e ti vorranno bene e avranno in odio proprio se stessi, e non te e
da se stessi rifuggiranno verso la filosofia, per allontanarsi, una
volta divenuti altri, da quello che erano in precedenza. Ma se
farai il contrario di ci, come fanno i pi, ti accadr il contrario e,
quelli che sono con te a dialogare, anzich filosofi, li farai diventare
spregiatori della filosofia, non appena saranno diventati
piuttosto anziani. Se dunque mi presti ascolto, come si diceva
anche prima, non con spirito avverso e polemico, ma disponendoti
con serena condizione d'animo, sinceramente considera cosa
mai diciamo, mostrando che tutto si muove e che quel che sembra
a ciascuno, questo  anche per ciascuno, sia privato, sia l'intera
citt. E in conseguenza di ci potrai osservare se sono la stessa
cosa o altro conoscenza e sensazione: non come poco fa dell'uso
abituale di parole e nomi che i pi trascinano da una parte
e dall'altra come capita, provocandosi, gli uni con gli altri, ogni
sorta di dubbi. Questi concetti, secondo le mie possibilit, tentai
di dire a sostegno dell'amico tuo, piccolo contributo, da parte di
piccole possibilit. Se fosse stato vivo lui, certamente avrebbe
recato lui difesa in modo pi efficace ai suoi punti di vista.
TEODORO: Tu scherzi, Socrate: hai preso le difese dell'uomo in
maniera del tutto giovanile.
SOCRATE: Dici bene, amico, ma rispondimi: hai osservato, come
diceva Protagora poco fa, e ci biasimava di fare discorsi
con un ragazzetto e, sul senso di paura di questo ragazzo, ci
eravamo dati a contendere con le sue teorie, e chiamando in causa
questo come uno scherzo e, magnificando quella misura di tutte
le cose, ci invitava con forza a prendere in esame con seriet i
propri ragionamenti?
TEODORO: Come avrei potuto non avvertirlo, o Socrate.
SOCRATE: Ebbene? Ci spingi a dargli ascolto?
TEODORO: Con forza.
SOCRATE: Tu vedi dunque che tutti i presenti, eccettuato te, sono
ragazzi. Perci, se vorremo prestare ascolto a Protagora, occorre
che io e tu ci impegnamo a discutere sulla sua teoria ponendoci
delle domande tra di noi e dandoci delle risposte, perch
poi non abbia da rimproverarci ancora che, per ischerzo, abbiamo
preso in esame la sua dottrina con dei ragazzi.
TEODORO: Ebbene? Non potrebbe dunque Teeteto, meglio di molti
che hanno lunghe barbe, tenere dietro a un ragionamento che
viene sottoposto al vaglio?
SOCRATE: Certo, ma non meglio di te, o Teodoro, e non pensare
neppure che io debba prendere in ogni modo la difesa del tuo
amico che  morto, mentre tu non lo fai affatto. Ors dunque,
o eccellent'uomo, vienimi dietro un po', fino a questo almeno,
fino a che possiamo vedere se occorre che delle figure in geometria
la misura sei tu, oppure tutti, come te, bastano a se stessi
nell'astronomia e nelle altre discipline nelle quali tu godi della
fama di distinguerti.
TEODORO: Non  facile, Socrate, stando seduto qui vicino a te non
concedersi alla discussione; e poco fa ho detto un'assurdit dicendo
che mi avresti concesso di svestirmi e mi avresti forzato
come fanno gli Spartani. Mi pare piuttosto che tu tiri come Scirone.(36)
Gli Spartani infatti comandano o di andarsene o di spogliarsi,
tu invece mi sembri piuttosto fare dei fatti alla maniera di
Anteo:(37) non lasci andare chi ti si avvicina prima di averlo
costretto a spogliarsi e a fare la lotta con te nei ragionamenti.
SOCRATE: Hai tratteggiato molto bene, Teodoro, la mia malattia; ma
io sono un lottatore molto pi tenace di questi. Me ne sono gi
venuti incontro parecchi degli Eracli e dei Tesei, assai abili a
condurre le dispute e che mi hanno ben percosso, ma io, con tutto
ci, non mi tiro indietro: un amore cos potente mi ha
afferrato per questa sorta di ginnastica del discutere.(38)
Tu, dunque, non sottrarti alla disputa: ne trarremo giovamento io e te.
TEODORO: Non mi tiro pi indietro; vada come tu vuoi: occorre
sopportare fino in fondo la sorte che tu intrecci riguardo questi
problemi ed essere anche sottoposti a confutazione. Io, per, non
sar in grado di esporre me stesso oltre alle questioni che tu hai
posto innanzi.
SOCRATE: Basta anche fino a queste; ma sta' in guardia a quel che
segue, che facendo discorsi non ci riescano, senza avvedercene,
sotto forma puerile, e qualcuno di nuovo non ce lo abbia a rimproverare.
TEODORO: Star attento per quanto  nelle mie possibilit.
SOCRATE: Per prima cosa, dunque, riesaminiamo il problema allo
stesso punto di prima e consideriamo se eravamo malcontenti, a
ragione o a torto, biasimando il ragionamento che presupponeva
che ciascuno  autosufficiente a se stesso rispetto alla conoscenza.
Ma Protagora non convenne con noi che quanto alla conoscenza
del meglio e del peggio alcuni si distinguono di gran lunga
e questi proprio sono i sapienti. Non  cos?
TEODORO: S.
SOCRATE: Se dunque egli, essendo presente, ce lo avesse concesso, e
non avessimo invece dovuto ammetterlo noi, prendendo la sua
difesa, non ci sarebbe affatto bisogno di riprendere la questione
per renderla consolidata. Ora, forse, qualcuno potrebbe
giudicarci senza diritto di fare questa ammissione in vece sua.
Per questo motivo  cosa migliore concordare in maniera pi
chiara su questo stesso problema. Infatti non  che cambi poco se
la cosa sta cos o in maniera diversa.
TEODORO:  vero.
SOCRATE: Dunque non con il concorso di altri, ma del suo ragionamento,
nel modo pi breve, cerchiamo di comprendere quello che  il suo assenso.
TEODORO: Come?
SOCRATE: Cos: dice egli che quel che pare a ciascuno questo anche
 per colui al quale pare?
TEODORO: Lo dice, s.
SOCRATE: E dunque, Protagora, anche noi manifestiamo il pensiero
di un uomo, o meglio di tutti gli uomini, quando affermiamo che
per certe questioni non c' nessuno che non consideri se stesso
pi sapiente degli altri, per altre questioni invece non stimi gli
altri migliori di s, e che in mezzo a grandissimi pericoli, come
quando sono esposti a guerre e malattie, ai marosi delle tempeste,
come a degli di si tengono vicini a quelli che in ciascuna di
queste circostanze hanno il potere, perch sembrano loro dei
salvatori, mentre non sono diversi in altro da loro, se non per
il sapere. E ogni condizione umana  piena di persone alla ricerca
dei maestri e comandanti o per s o per altri esseri viventi, o
per iniziative che intendono compiere, ma lo  di individui che
ritengono di essere capaci di insegnare e di esserlo altrettanto a
comandare. E in questi atteggiamenti cosa diremo, se non che gli
stessi uomini pensano che esista, in loro, sapienza e ignoranza?
TEODORO: Niente altro.
SOCRATE: Gli uomini dunque non considerano la sapienza vero
pensiero e l'ignoranza opinione falsa?
TEODORO: Ebbene?
SOCRATE: Dunque, Protagora, che ne faremo del tuo ragionamento? Diciamo
dunque che gli uomini nutrono talvolta opinioni
vere e talvolta opinioni false? Da ambedue le ipotesi ne viene
che non sempre gli uomini nutrono opinioni vere, ma vere e false.
Considera infatti tu stesso, Teodoro, se qualcuno dei seguaci
di Protagora, o tu stesso, volessi affermare con forza che nessuno
considera un altro ignorante e nutre pure false opinioni?
TEODORO: Ma  incredibile, Socrate.
SOCRATE: Ma giunge a tal punto di necessit chi sostiene che l'uomo
 misura di tutte le cose.
TEODORO: E come?
SOCRATE: Ma quando tu dai un giudizio di per te stesso su una
cosa, e poi manifesti a me su quella stessa cosa il tuo parere,
questo per te, secondo il ragionamento di Protagora, sar vero, ma
per noi e tutti gli altri non  forse possibile divenire giudici, o
dobbiamo sempre giudicare che tu hai opinioni vere? Oppure
sono una infinit gli uomini che ogni volta si contrastano
pensandola all'opposto, ritenendo che tu giudichi e pensi il falso
TEODORO: Ma, per Zeus, Socrate, sono migliaia di migliaia gli uomini,
come dice Omero,(39) che mi cagionano ogni sorta di difficolt.
SOCRATE: E dunque, vuoi che diciamo che allora tu per te stesso,
hai opinioni vere, ma false per tutte queste migliaia di uomini?
TEODORO: Pare sia necessario a seguito di questo ragionamento.
SOCRATE: E cosa ne  per Protagora in persona? Se neppure Protagora
avesse mai creduto che l'uomo  misura di tutte le cose, n
la maggioranza degli uomini, come del resto non la pensano neppure,
non sarebbe forse necessario che quella verit che egli deline
non esistesse per nessuno? Se invece egli la credette
realmente, ma la maggioranza degli uomini non la crede, sai bene
che quanto pi numerosi sono quelli a cui pare rispetto a quelli
cui non pare, tanto pi che essa non  rispetto a quela che .
TEODORO:  giocoforza se essa sar a seconda di ciascuna opinione o non sar.
SOCRATE: C' poi questo secondo punto che  ancor pi simpatico:
egli, Protagora, rispetto alla sua opinione siccome ammette come
vere anche tutte quelle che pensano gli uomini, riconosce che sia
vera l'opinione di quelli che la pensano in modo opposto al suo e
per il quale pensano che egli abbia affermato il falso.
TEODORO: Proprio cos.
SOCRATE: E non conceder dunque che sia falsa la propria
opinione, dal momento che riconosce come vera quella di coloro
che pensano che egli abbia sostenuto il falso?
TEODORO: Necessariamente.
SOCRATE: Ma questi altri non ammettono certo con se stessi di
nutrire false opinioni.
TEODORO: Certamente no.
SOCRATE: Egli invece Protagora dal canto suo riconosce che sia
vera anche questa opinione in conseguenza di ci che ha scritto.
TEODORO: Pare.
SOCRATE: Cominciando da tutti questi, dunque, fin dallo stesso
Protagora, ci sar un dilemma: ancora pi quando egli ammette,
che chi va predicando il contrario di lui, questo pu nutrire una
opinione vera, allora lo stesso Protagora dovr concedere
che n un cane, n il primo uomo che capita, sia misura neppure
di una sola cosa che non abbia imparato. Non  cos?
TEODORO:  cos.
SOCRATE: Dunque, siccome ci si trova a dubitare da parte di tutti,
per nessuno la verit di Protagora pu essere vera, n per alcun
altro, n per lui stesso.
TEODORO: Socrate, noi incalziamo anche troppo l'amico mio.
SOCRATE: Forse, mio caro, ma non  chiaro se lo incalziamo correttamente.
 probabile per, che lui, dato che  pi vecchio, sia
anche pi saggio di noi. E se di qui, all'improvviso, balzasse
fuori fino al collo,  molto probabile che molte cose avrebbe
da dire contro di me che vado disseminando frottole e contro di
te che le accetti, poi, calandosi gi di nuovo, (40) se ne andrebbe via
a gambe levate. Ma per noi,  necessario, io penso, servirci di noi
stessi, cos come siamo e ribattere il nostro modo di pensare,
sempre alla stessa maniera. E, anche ora, cos'altro possiamo dire
che chiunque riconosce questo, cio che uno  pi sapiente di un
altro, e un altro pi ignorante?
TEODORO: A me pare cos.
SOCRATE: E possiamo affermare anche che il ragionamento poggia
soprattutto su questo punto che noi abbozzammo, correndo in
aiuto a Protagora, che la maggior parte delle cose, le calde,
le aride, le dolci e tutte le altre di questa sorta, quali sembrano,
tali sono anche per ciascuno. Ma se poi si conviene che in certe
cose vi  una certa qual differenza tra l'una e l'altra, come quello
che  salutare e nocivo al nostro corpo, Protagora dovr pur
concedere che non ogni donnetta, o ragazzotto, o animale sono in
grado di curare se stessi, conoscendo bene ci che  giovevole
alla loro salute, ma proprio in queste faccende, se pure in altre
mai, c' differenza tra l'uno e l'altro.
TEODORO: A me pare cos.
SOCRATE: Parimenti nella sfera politica il bello e il brutto, il
giusto e l'ingiusto, il santo e il non santo, sono quali ogni citt,
pensando che siano, pone nelle proprie leggi a suo beneficio; ed
in queste nessuno  pi sapiente di un altro, n privato cittadino
di cittadino, n citt di citt. Ma nel porre una citt provvedimenti
di legge utili o non utili, in questo caso Protagora, se in altri
mai, conceder ancora una volta che esiste diversit tra consigliere
e consigliere, tra una citt e l'altra nella loro valutazione del
vero e non avr certo il coraggio di sostenere che quei provvedimenti
che una citt vara, ritenendoli utili a s, questi lo
dovranno essere a tutti i costi. Ma a proposito di quello di cui
parlavo, del giusto e dell'ingiusto, del santo e del non santo, chi
segue Protagora si ostina ad affermare che non c' in natura nessuna
di queste cose che abbia una sua essenza, ma che la valutazione
che si d in comune diventa essa appunto vera, proprio
allora mentre pare valida e per tutto il tempo in cui lo pare.
E quanti non abbiano in maniera assoluta il ragionamento di
Protagora, orientano la propria sapienza un presso a poco cos.
Ma da un ragionamento, Teodoro, ci sopravviene un altro ragionamento e,
da uno pi piccolo, un altro pi grande.
TEODORO: Non abbiamo forse tempo libero, o Socrate?
SOCRATE: Pare di s. E spesso in verit, amico mio, anche in altre
occasioni, ma ora in special modo, ho avuto modo di osservare
che quanti dedicano molto tempo all'indagine filosofica, quando
entrano nei tribunali, fanno la figura di oratori ridicoli.
TEODORO: Coma mai dici questo?
SOCRATE: Quelli che si aggirano nei tribunali e in luoghi simili fino
da giovani a confronto di coloro che sono stati nutriti nello
studio della filosofia e in tali attivit, danno l'impressione di essere
stati tirati su con un trattamento da schiavi nel confronto
di uomini liberi.
TEODORO: Per quale ragione?
SOCRATE: Per questa: in quanto quelli che tu dicevi poco fa, trovano
sempre tempo libero a disposizione, e con molto agio si fanno
i loro discorsi in pace: come noi, ora, cambiamo discorso da
discorso per la terza volta, cos anche per quelli, quando di punto
in bianco sopraggiunge loro chi li attrae di pi, come noi ora, di
quello che si sono proposti? E nulla importa loro di indugiare e
discutere per le lunghe e per le brevi, alla sola condizione che
riescano a toccare il vero. Gli altri invece parlano con
preoccupazione  - li incalza l'acqua che scorre gi dalla
clessidra (4l) - e non possono neppure fare i discorsi nel modo
desiderato, perch su loro incombe il contendente che arreca necessit
e l'accusa letta a voce alta, al di fuori dei quali non si deve
argomentare: ed  quello che chiamano giuramento reciproco.
E i loro discorsi riguardano sempre un compagno di schiavit contro
un padrone che se ne sta l, seduto, e ha una causa in mano, e sono come gare
di corsa che non si svolgono mai da una parte e dall'altra, ma
sempre per quella di uno stesso fine: e spesso la corsa riguarda
anche la stessa vita. Tanto che, per tutte queste ragioni,
sono sempre sotto pressione e diventano scaltri, sapendo lusingare
il padrone con le parole e ingraziarselo con i fatti, meschini e
non retti nell'anima. La capacit a progredire, la rettitudine, il
sentimento della libert, lo porta via loro la condizione di servit
fin dalla prima giovinezza, costringendoli ad azioni tortuose,
scaraventandoli in grandi pericoli e paure con le anime ancora
delicate, che essi non possono sopportare con giustizia e verit,
volgendosi subito alla menzogna e a farsi ingiustizia gli uni con gli
altri, molte volte si piegano e si spezzano, tanto che, non
avendo nulla di sano nel pensiero, finiscono per diventare uomini
da ragazzetti, abili e sapienti come essi si ritengono. E questi
sono tali, Teodoro. Vuoi che passiamo in rassegna quelli del nostro
coro o che lasciamo andare volgendoci di nuovo al nostro ragionamento,
per non avvalerci troppo, come dicemmo anche poco
fa, di quella libert e di quella possibilit di cambiare i discorsi?
TEODORO: Per nulla, Socrate. Passiamo in rassegna anche questi. Tu
hai detto molto bene, che noi, in questo coro, (42) non siamo
schiavi dei discorsi, ma sono i discorsi a essere come servi nostri
e ciascuno di essi attende di essere concluso quando paia a noi.
Del resto non c' giudice o spettatore a sovrintendere presso di
noi, come presso i poeti, a muovere critiche e a darci ordini.
SOCRATE: Parliamo dunque, come  naturale, poich a te cos piace,
dei corifei: per qual motivo infatti uno dovrebbe parlare di quelli
che con ogni leggerezza si occupano della filosofia. Quelli invece
che sono veramente filosofi anzitutto fino da giovani non
conoscono la strada per la piazza, n dove si trova il tribunale, la
sede del consiglio, n di alcun altro consesso della citt. Non
studiano n ascoltano leggi o provvedimenti divulgati oralmente o
scritti. Intrallazzi di associazioni per le cariche pubbliche, riunioni,
pranzi e feste con le auletridi non avviene loro di fare neppure
in sogno. Se uno in citt ha origini nobili o meno, se uno ha
qualche ombra come nascita da parte dei progenitori, sia del
padre come della madre, sono cose che a lui, filosofo, sfuggono di
pi di quelli che siano i bicchieri d'acqua che, si dice, si trovano
nel mare. E non sa nemmeno di non saperle tutte queste
cose. E non si tiene neppure lontano da esse per ottenere buona
fama: soltanto il suo corpo abita nella citt e qui ha la sua residenza,
ma la sua anima, considerando tutte queste cose meschine
e da nulla e considerandole con disprezzo, si lascia portare,
secondo il detto di Pindaro,(43) ovunque, fino nelle profondit
della terra e ne misura le superfici: ora invece in alto nel cielo,
a scoprire le leggi del firmamento, e indaga per
intero tutta la natura degli esseri, ciascuno nella sua interezza,
senza mai ripiegare se stessa su alcuna delle cose vicine.
TEODORO: Come mai dici questo, Socrate?
SOCRATE: Come anche di Talete si racconta, o Teodoro, che mentre
mirava gli astri e guardava in su, cadde nel pozzo: e una servetta
di Tracia, piuttosto in gamba e carina, prendendolo in giro gli
disse che lui desiderava conoscere i fenomeni celesti, ma si
lasciava sfuggire quelli che aveva davanti a s e sotto ai suoi piedi.
Questo motteggio  ben appropriato a tutti coloro che si occupano
di filosofia. In realt a chi  tale non solo sfugge chi 
presso di lui, e cosa fa il vicino, ma quasi  incerto se  un uomo o
qualche altra creatura. Ma cosa mai  l'uomo e cosa a una tal
natura conviene fare o subire, a differenza degli altri esseri, egli
ricerca e di tale attivit si occupa. Mi segui, ora, Teodoro, o no?
TEODORO: Io s e tu dici bene.
SOCRATE: Dunque, amico mio, quando un simile individuo, in privato
o in pubblico, come dicevamo all'inizio, si imbatte in
qualcuno, e quando in tribunale o altrove  costretto a parlare di
quello che ha tra i piedi o sotto gli occhi, offre materia di riso
non solo alle donne di Tracia e a tutta la restante moltitudine, ma
cade nel pozzo e in ogni sorta di difficolt per inesperienza,
perch la sua balordaggine  inusitata e offre l'immagine di ogni
inettitudine. Infatti nelle ingiurie, poich non conosce nessuna
macchia di nessuno, per il fatto che non se n' mai occupato, non
ha alcuna capacit di ingiuriare direttamente nessuno, e trovandosi
cos incerto, diviene ridicolo.  Ma durante le lodi ed esaltazioni
attribuite ad altri, non per simulazione, ma facendosi vedere
ridere schiettamente, sembra essere un motteggiatore. E quando
viene elogiato un tiranno o un re come un pastore, egli ritiene
di udire che costui venga lodato perch come allevatore
di porci, o di pecore o di mucche, munge molto latte: egli pensa
per che essi mungano e pascolino un animale pi difficile a
trattarsi e pi pericoloso di quelli e che  necessario che questo tale
diventi rozzo e incolto per tutti i suoi traffici non meno
dei pastori, proteggendosi tutto intorno da un muro, come da un
recinto i pastori in montagna. E quando sente dire che uno 
proprietario di una quantit immensa di terra, perch ne possiede
diecimila peltri (44) e anche di pi, crede di sentir parlare di una
inezia, abituato com' a considerare tutta la terra. E quando
compongono inni sulle stirpi sostenendo che uno  nobile perch
pu mostrare sette antenati ricchi, egli ritiene che questo elogio 
proprio di coloro che vedono poco e ottusamente, e che per la
loro ignoranza non sono in grado di abbracciare con lo
sguardo il tutto, n di considerare che ciascuno di avi e di progenitori
ne ha un numero sterminato, nel quale si trovano i ricchi e
i poveri, i re e gli schiavi, i Greci e i barbari, e ciascuno pu
averne ripetutamente un infinit. Ma per quelli che si esaltano per un
catalogo di venticinque antenati e che riportano la loro ascendenza
a Eracle figlio di Anfitrione (45) tutto questo a lui appare
alquanto strano e di grande piccineria, e se la ride di costoro che
non riescono a comprendere che il venticinquesimo rampollo
da Anfitrione in su e quello dei cinquanta di quelli venuti
da lui furono tali e quali la sorte li combin, e cos non sono
neanche in grado di allontanare la vuota alterigia della loro
anima dissennata. In tutte queste situazioni dunque un uomo
come questo viene deriso dai pi, sia perch, come sembra, ha un
atteggiamento insolente, sia perch ignora quel che ha tra i piedi
e perde la bussola in ogni circostanza.
TEODORO: Tu dici proprio quel che avviene, o Socrate.
SOCRATE: Ma quando lo stesso ha la capacit di elevare in alto
qualcuno, e questo qualcuno vuole, per tenergli dietro,
portarsi lontano da problemi come in che cosa io ho fatto ingiustizia
a te e tu a me?, per volgersi invece alla considerazione
della giustizia in s e dell'ingiustizia, che cosa  peculiare
dell'una e dell'altra, e in che cosa differiscono da tutte le cose e fra di
loro, o si tiene lontano da problemi quale se il re  felice e se lo
 chi ha accumulato molto oro, per volgersi a considerare la
condizione regale e pi in generale la felicit e l'infelicit umana,
quali mai sono l'una e l'altra, e in che modo giova alla natura
dell'uomo avere parte dell'una e tenersi lontano dall'altra, quando
su tutte queste questioni debba a sua volta dar conto
quello che abbiamo definito piccolo d'animo, scaltro e cavilloso,
a sua volta rende al filosofo il controcanto. Perch, appeso
dall'alto e in preda alle vertigini, e guardando cos sospeso dall'alto
in gi, per mancanza di abitudine  spaventato e si trova in difficolt
e incespica nel parlare e offre materia di riso non alle Tracie,
n a un altro qualunque ignorante, che non si rendon neppure conto,
ma a tutti coloro che sono cresciuti in condizione diversa da
quella degli schiavi. Questo, Teodoro,  il tenore di vita dell'uno
e dell'altro, l'uno, quello che chiami filosofo, per essere in
realt stato tirato su nella libert e nell'ozio pu dare
l'apparenza di essere senza vergogna, un po' sciocco e da nulla
quando cada in mansioni da servi e non sappia prepararsi un
sacco da viaggio, n condire il cibo, n combinare carezzevoli
discorsi. L'altro invece  capace di effettuare tutte queste
mansioni con speditezza e puntualit, ma non sa avvolgersi
all'indietro il mantello sulla destra, n riuscendo a comprendere
l'armonia delle parole, cantare degnamente con inni la vita degli
di e degli uomini felici.
TEODORO: Se tu riuscissi a convincere tutti gli altri come me con le
cose che dici, tra gli uomini vi sarebbe una pace pi sicura e mali
molto minori.
SOCRATE: Ma non  possibile che il male sparisca definitivamente, o
Teodoro.  inevitabile che vi sia sempre un qualcosa di contrario
al bene. N questo pu dimorare tra gli di, ma di necessit va
errando per questi luoghi e intorno la natura umana. Per questo
occorre anche procurare di fuggire al pi presto di qui per
giungere l. E questa fuga  una sorta di somiglianza alla divinit
per quanto  possibile. E questa somiglianza  un divenire giustizia
e santit insieme ad assennatezza.(46) Ma non  certo facile,
amico mio, convincere gli altri che non  per i motivi che sostengono
i pi che occorre fuggire la malvagit e cercare di raggiungere
la virt, e in virt di questi attendere a una data attivit e a
un'altra no, per avere il credito di essere persone dabbene e non
malvage. Queste sono, a mio parere, quelle che si dicono storielle
da vecchie: diciamo invece la verit in questo modo: la divinit in
nessun modo assolutamente pu essere ingiusta, ma 
sempre giustissima fino al limite pi alto, e non v' cosa alcuna
che a lei sia pi simile di colui che, tra di noi, sia diventato
giustissimo, fin dove  possibile.  insita in questo l'autentica
capacit dell'uomo, oppure la sua nullit e disumanit. La conoscenza
di tutto questo  sapienza e vera virt, la non conoscenza, invece,
 ignoranza e malvagit palesi. E quelle altre che passano per
capacit e doti di sapienza negli affari della politica divengono
volgari, e quelle nelle arti banali. A chi fa ingiustizia e dice
e compie empiet, la cosa migliore di gran lunga  di non attribuire
il nome di capace per la sua malvagit. Si rallegrano infatti
essi di questo insulto e pensano di avere il nome di non essere
persone da nulla, inutile peso della terra,(47) ma uomini quali
devono essere quelli che intendono vivere sereni nella citt.
Occorre invece dire la verit, che tanto pi essi son quali non
pensano di essere e di quanto non lo credano. Non conoscono
infatti la pena dell'ingiustizia, cosa che, meno di ogni altra, si
dovrebbe ignorare. Non  quella che essi pensano, percosse e
morte, di cui talvolta nulla hanno a soffrire, pur compiendo ingiustizia:
 invece una pena a cui non  possibile sfuggire.
TEODORO: Quale dici?
SOCRATE: Nell'essere si trovano due modelli, l'uno divino, felicissimo,
l'altro senza dio, infelicissimo; ma essi non si accorgono che
la cosa sta cos e, per la loro estrema stoltezza e dissennatezza,
non si avvedono che per le loro azioni ingiuste si rendono
simili al secondo modello e dissimili dal primo: cosa della quale
scontano la pena vivendo una vita somigliante a quel modello cui
si rendono simili: e se noi diciamo loro che se non si staccano da
quelle loro capacit, anche da morti quel luogo che  puro dei
mali non li accoglier, ma avranno per sempre qui sulla terra un
regime di vita a loro somiglianza, stando insieme malvagi con
malvagi, e ascolteranno queste parole, capaci e in gamba come si
ritengonQ come da parte di alcuni dissennati.
TEODORO:  proprio cos, Socrate.
SOCRATE: Lo so, amico mio. Eppure una cosa capita anche a
loro: quando in privato debbono dare conto delle cose che biasimano
e accettare il punto di vista degli altri e vogliono persistere
con coraggio e non ritirarsi dalla discussione con vilt, allora
stranamente, caro mio, finiscono per non compiacersi pi
nemmeno essi stessi per quello che dicono, e quella loro retorica, in
un modo o in un altro, si stempera, tanto che in nulla sembrano
differire dai fanciulli. Ma stacchiamoci pure da queste considerazioni,
anche perch quanto  stato detto si trova a essere accessorio - se no,
parecchi argomenti, scorrendo continuamente gli uni sugli altri, si
rovesceranno sopra al ragionamento che abbiamo fatto fin dall'inizio -;
passiamo ancora dunque alle questioni di prima, se sei d'accordo anche tu.
TEODORO: Per me, Socrate, anche queste ultime considerazioni non
sono sgradevoli da udirsi: e sono anche pi facili da seguirsi, per
uno della mia et. Ma, se a te piace, torniamo pure alle questioni di prima.
SOCRATE: Dunque, noi eravamo, mi pare, a questo passaggio della
nostra discussione, nel quale dicevamo che coloro che sostengono
che l'essere  sempre in movimento, e che quello che sempre
pare a ciascuno, questo appunto anche  per colui a cui pare; e
dicevamo che anche per altri casi essi vogliono affermare con
forza questa posizione non meno anche riguardo al giusto,
poich i provvedimenti che una citt pone a se stessa, in quanto a
lei sembrano giusti, questi lo sono anche, giusti, per la citt che se
li  dati, fino a che restano validi. Ma rispetto al bene, invece non
v' nessuno cos coraggioso che osi sostenere che quei provvedimenti
che una citt si d ritenendoli utili, siano effettivamente
utili per tutto il tempo che restano in vigore, a meno che uno non
voglia dire solo il nome e non l'oggetto: e questo sarebbe certamente
una beffa rispetto a quello che noi diciamo. Non  cos?
TEODORO: Certamente.
SOCRATE: Si lasci come non detto il nome; ma si prenda in esame
l'oggetto che  richiamato nel nome.
TEODORO: D'accordo.
SOCRATE: Ora quale che sia l'oggetto che la citt denomina, a questo
obiettivo certamente essa mira quando stabilisce le leggi: l'utilit.
E tutte le leggi per quanto essa  in grado di pensare e di
potere, se le d utili al massimo delle possibilit. O forse mira a
qualche altro obiettivo quando stabilisce le leggi?
TEODORO: No, assolutamente.
SOCRATE: E dunque, ogni citt si trova sempre a raggiungerlo questo
obiettivo, o lo sbaglia anche molte volte?
TEODORO: Io penso che lo sbagli anche.
SOCRATE: Ognuno dunque potrebbe ammettere queste stesse cose
da un'altra direzione, se qualcuno ponesse la domanda su ogni
aspetto nel quale si trova a essere anche l'utile. Esso, in qualche
modo, si connette anche con il tempo futuro, perch quando stabiliamo
le leggi, le componiamo perch siano utili per il tempo
che segue: e questo correttamente lo chiamiamo il futuro.
TEODORO: Certo.
SOCRATE: Suvvia dunque: interroghiamo in questo modo Protagora
o qualcun altro di quelli che seguono la sua teoria: Di tutte le
cose misura  l'uomo, come dite voi, o Protagora, delle bianche,
delle pesanti, delle leggere, di tutte quante le cose di questo
genere, nessuna esclusa. Infatti avendo in se stesso l'uomo il criterio
di giudizio su di esse, pensando che siano quali egli le prova,
ritiene che per s siano anche vere ed esistenti. Non  cos?
TEODORO: S, cos.
SOCRATE: Ma diremo anche delle cose future, o Protagora, che
l'uomo ha in s il criterio di giudizio e quali egli pensa che
saranno, tali saranno anche per chi le ha pensate? Ad esempio il
caldo: quando uno, senza qualifica, ritiene che lo coglier la febbre
e chi si trover in questo calore, e un altro, che  medico,
pensi all'opposto, come potremo dire che volger la cosa, o
secondo il parere di uno, o secondo quello di ambedue, e per il
medico questo tale non avr n caldo n febbre, ma secondo lui
stesso li avr ambedue?
TEODORO: Sarebbe proprio ridicolo.
SOCRATE: Ma, credo io, circa il sapore che il vino dovr assumere,
se dolce o secco, prevalente sar il parere del coltivatore e
non del suonatore di cetra.
TEODORO: Come no?
SOCRATE: N, d'altra parte su un componimento, se dovr risultare
intonato o stonato il maestro di ginnastica potr giudicare meglio
di quello di musica, cosa che poi anche al maestro di ginnastica
potr sembrare intonato o meno.
TEODORO: Senza meno.
SOCRATE: E dunque anche di chi sta per essere invitato a pranzo e
non  abile nell'arte di cucinare, mentre le pietanze vengono
preparate, il giudizio sul gusto che ne potr venire conter di meno
di quello del cuoco. Giacch con il nostro ragionamento noi non
dobbiamo pi discutere del gusto che  in atto, o lo 
stato, ma di quello che lo sar per ciascuno o lo attender per
sapere se ciascuno  di per se stesso il migliore giudice, che dite,
o Protagora, cos anche per quel che riguarda i discorsi da
pronunciare in tribunale quale potr riuscire persuasivo a ciascuno
di noi, certamente potresti valutarlo molto meglio che uno
qualunque di coloro che non hanno esperienza.
TEODORO: Ma certamente, Socrate, giacch proprio in questo egli
assicurava di distinguersi assolutamente da tutti gli altri.
SOCRATE: E s, per Zeus, amico mio. Diversamente nessuno avrebbe
disputato con lui dandogli tanto denaro, se non avesse convinto
quelli del suo gruppo, che non esisteva indovino n nessun
altro che sapesse giudicare meglio di lui quel che poteva
essere o sembrare il futuro.
TEODORO: Verissimo.
SOCRATE: Ebbene anche il dare leggi,  anche ci che risulta utile
per il futuro, e chiunque riconoscerebbe che una citt mentre
stabilisce le proprie leggi spesso, ineluttabilmente, non riesce a
raggiungere quello che potrebbe esserle molto utile.
TEODORO: Certamente.
SOCRATE: Con ogni opportunit dunque si potr dire da parte
nostra al tuo maestro, che  necessario che egli ammetta
che uno  pi sapiente di un altro, e questo tale  misura, mentre
per me, che sono ignorante, non esiste necessit alcuna che io sia
misura, come poco fa mi costringeva a riconoscere, lo volessi o
no, il discorso in suo favore.
TEODORO: In questo modo particolarmente, o Socrate, mi pare che
sia stato colto il ragionamento di Protagora, ragionamento che
veniva colto anche in quest'altro modo, quando egli considerava
capitali anche le massime altrui, mentre esse mostravano palesemente
di non ritenere affatto veritieri i suoi ragionamenti.
SOCRATE: E in parecchie altre maniere, Teodoro, tale sistema
speculativo pu essere costretto a consentire che non ogni opinione
di ognuno  vera. Riguardo la presente impressione che
ciascuno ha, da cui derivano le sensazioni e le opinioni relative a
queste,  assai pi difficile convincere che non sono vere. Ma
forse io non dico nulla. Pu anche darsi che siano incontrovertibili,
e quanti vanno affermando che esse sono ben chiare e che
sono conoscenze, probabilmente dicono ci che : e il nostro
Teeteto non parlava fuori segno ponendo che sensazione e conoscenza
sono la stessa cosa. Bisogna farsi ancora pi vicino, come
imponeva il discorso in difesa di Protagora e che esaminiamo
questa essenza che si lascia muovere, battendola, come si percuote
un vaso, se risuona sano o fallace. Intorno a essa ci fu contesa
non lieve e non fra pochi.
TEODORO: Tutt'altro che di poco conto: al contrario ora si espande
ovunque per la Ionia. Infatti i seguaci di Eraclito sono tra i primi
a sostenere questa dottrina con grandissimo impegno.(48)
SOCRATE: Ancor pi dunque, caro Teodoro, ci conviene esaminarla,
e dall'inizio, come essi stessi tendono a fare.
TEODORO: Nella maniera pi assoluta. Infatti, Socrate, discutere di
queste teorie eraclitee, oppure, come tu dici, omeriche e ancora
pi antiche, oppure con gli stessi pensatori della scuola di Efeso,
con quanti vanno professando di esserne esperti, non  meno
duro che sostenere una discussione con quelli che sono punti
dall'assillo. Essi, veramente, in conformit dei loro scritti (49)
si trovano sempre in movimento, e trattenersi su un ragionamento e una
domanda, e rispondere con tranquillit e fare domanda a
loro volta, per loro non  possibile men che meno. E ancor pi il
men che meno eccede la misura rispetto al fatto che in questi
uomini non si trova insita neppure una piccola infinitesimale
parte di quiete. Ma se tu domandi un qualcosa a qualcuno di
loro, estraendo come da una faretra dei piccoli detti, infarciti di
enigmi, te li scaglia contro e se tu cerchi di afferrare cosa ha
voluto dire il suo discorso, ti colpisce con un secondo rivolgimento
di termini, e tu non verrai a capo di nulla mai con nessuno di
costoro. E neppure essi stessi fra di loro, ma si guardano bene di
non lasciare che nei loro ragionamenti e nelle loro anime
ci sia un qualcosa di saldo, ritenendo, a mio parere, che quella
stessa cosa che  sicura sia anche stabile. Contro questa stabilit
essi conducono una lotta senza quartiere e la scacciano da ogni
dove per quanto ad essi  possibile.
SOCRATE: Probabilmente, Teodoro, tu hai visto questi uomini mentre
erano in polemica, mentre non ti sei mai trovato con loro
quando erano in pace: infatti non sono compagni del tuo credo.
Ma io penso che tali cose essi dicono a quegli scolari che vogliono
rendere simili a loro stessi.
TEODORO: Quali scolari, benedett'uomo? Non ve n' tra di loro:
uno scolaro dell'altro, ma si generano di loro spontanea
volont, dove capita ciascuno di essi come preso dal proprio
entusiasmo, e l'uno pensa che l'altro non sappia nulla. Da questi
dunque, come andavo dicendoti, non potrai ottenere ragione di
nulla, n di loro volont, n contro il loro volere. Occorre dunque
che noi stessi cerchiamo di comprendere il loro modo di pensare
e di esaminarlo come un problema.
SOCRATE: Tu parli proprio a proposito. Ma il problema cos'altro 
rispetto a quello che abbiamo appreso dagli antichi che si nascondevano,
almeno i pi, sotto il velo della poesia, che la genesi di
tutte le altre cose, Oceano e Teti appunto che sono due
corsi d'acqua perpetui e nulla sta fermo? Mentre dai pi recenti,
che sono anche pi sapienti, che rivelarono manifestamente lo
stesso pensiero, perch lo udissero anche i ciabattini, e la
smettessero di pensare da insensati che, delle cose che esistono,
alcune stanno ferme, mentre altre si muovono, ma imparando che
tutto si muove, riservassero ogni considerazione a quei pensatori?
Ma per poco non dimenticavo, Teodoro, che altri diedero
dimostrazioni contrarie a quelli di costoro, secondo cui:
immobile  divenuto quello, che nome ha di tutto (50)
e quante altre cose i Melissi e i Parmenidi (51) affermarono in
modo contrastante con questo che una sola cosa  il tutto e sta
immobile non avendo in se stesso uno spazio nel quale muoversi.
Di tutti questi filosofi in che modo possiamo avvalerci, o amico?
A poco a poco, andando avanti, non ci siamo accorti di essere
caduti in mezzo agli uni e agli altri e se non sgattaioliamo da qualche
parte, a titolo di difesa, ne sconteremo la pena, come
quelli che giocando nelle palestre attraverso la linea, quando
vengono presi sono trascinati a forza dagli uni e dagli altri in
senso contrario.(52) A mio parere, dunque, dobbiamo esaminare
prima tra questi e quelli, quelli che abbiamo gi preso di mira,
quelli che sempre scorrono.(53) E se risulteranno dire qualcosa,
passeremo dalla loro parte, tentando di sfuggire agli altri. Se ci
sembrer che esprimano posizioni pi veritiere i sostenitori della
stabilit dell'universo, allora ci rifugeremo presso di essi, da coloro
che fanno muovere quello che  del tutto immobile. Se
invece apparir evidente che non parlano a proposito n gli uni
n gli altri, saremo ben ridicoli noi, ritenendo di poter dire qualcosa,
pur essendo gente da poco, dopo avere respinto, come inattendibili,
uomini tanto antichi e tanto sapienti. Considera dunque,
Teodoro, se torni utile muovere a un tanto grande pericolo.
TEODORO: Ma non possiamo soprassedere, o Socrate, dal non
esaminare quel che sostengono gli uni e gli altri di questi uomini.
SOCRATE: Facciamo dunque l'indagine, dal momento che anche tu
sei ben disposto. A me pare dunque che il vero inizio di
questa ricerca sul movimento consista nel comprendere cosa mai
vogliano dire quando sostengono che il tutto si muove. Intendo
dire quel che segue: vogliono essi dire che c' un solo genere di
movimento, o, come a me pare, due? E perch non sembri soltanto
a me, prendivi parte anche tu, perch se si deve affrontare
qualche imprevisto, l'abbiamo a subire insieme.(54) Dimmi dunque:
dici che una cosa si muove quando si sposta da luogo a
luogo, o quando va intorno nello stesso luogo?
TEODORO: S.
SOCRATE: E questo dunque  un primo genere di movimento. Ma se
poi una cosa sta ferma nello stesso luogo, invecchia, o da
bianca diventa nera, o dura, da molle che era, o si trasforma in
qualche altro cambiamento, non  forse un altro motivo per dire
che questo  un secondo genere di movimento?
TEODORO: A me pare di s.
SOCRATE:  necessario invece.(55) Io affermo dunque che ci sono due
generi di movimento, il trasformarsi, il lasciarsi portare.
TEODORO: Tu dici giusto.
SOCRATE: Fatta questa distinzione, mettiamoci a ragionare, ormai,
con quanti affermano che il tutto si muove e domandiamo:
Sostenete dunque che tutto si muove in un senso o in un altro,
cio lasciandosi portare o trasformandosi, oppure dite che una
cosa si muove nell'uno e nell'altro di questi due modi, un'altra
invece in un modo solo?.
TEODORO: Ma, per Zeus, o Socrate, io non so che dire: ma penso
che essi dicano che si muovono in ambedue i modi.
SOCRATE: Bene, amico mio. Se dicessero il contrario, sarebbe evidente
che per essi le cose si muovono e stanno anche ferme nello
stesso tempo: e non sarebbe per nulla pi giusto affermare che
il tutto si muove o che sta fermo.
TEODORO:  del tutto vero.
SOCRATE: Dunque siccome  necessario che esse si muovano e non
 possibile per nessuna non muoversi, tutte dunque si muovono
in ogni movimento gi indicato.
TEODORO:  necessario.
SOCRATE: Fa attenzione ora a questo punto del loro pensiero: del
calore, della bianchezza o di qualunque altra cosa noi dicevamo
che essi sostenevano che l'origine avviene un presso a poco cos:
ciascuna di queste cose si muove a un tempo con la sensazione,
tra il fattore che agisce e quello che subisce, e con il fatto che
subisce si fa sensibile, ma non diventa sensazione e quello che
agisce si fa quale, ma non qualit. Probabilmente il termine
qualit ti appare fuori dell'ordinario e non lo afferri se viene detto
cos tra le altre parole. Ascoltalo dunque a parte a parte.
Il fattore agente dunque non diviene n calore, n bianchezza, ma
caldo e bianco e cos fa anche tutto il resto. Tu ricordi senza
dubbio che anche nei ragionamenti di prima dicevamo cos, che non
esiste nessuna cosa in s e per s e neppure il fattore che agisce
n quello che subisce, ma dall'uno e all'altro di questi che si
mescolano insieme, producendo le sensazioni e le cose sensibili,
ne derivano da una parte certe qualit, dall'altra invece le cose in
grado di sentire.
TEODORO: Me ne ricordo: come no?
SOCRATE: Lasciamo perdere gli altri aspetti del loro pensiero, tanto
se li dicono in un modo quanto in un altro. Teniamo
bene di mira solo questo problema per il quale stiamo parlando e
domandiamo: Il tutto, come voi dite, si muove o scorre, o no?.
TEODORO: S.
SOCRATE: Si muove secondo i due movimenti che abbiamo distinto,
cio muovendosi e trasformandosi?
TEODORO: Come no, se ha pur da muoversi in modo completo?
SOCRATE: E dunque se si muovesse soltanto ma senza trasformarsi potremmo
dire in qualche modo quali sono queste cose che scorrono e
insieme si muovono? O come possiamo dire?
TEODORO: Cos.
SOCRATE: Ma poich nemmeno questo sta fermo, cio che
quel che scorre scorra bianco, ma si trasforma, tanto che anche di
questo stesso c' uno scorrere, proprio della bianchezza, e un
cambiamento in un altro colore, per non essere colta mentre 
ferma in questo colore: dunque quale mai altro vocabolo potremmo
assegnare al calore e parlare poi in modo appropriato?
TEODORO: E quale strumento, Socrate,  dato per stabilire la
definizione di colore o di qualche altra simile qualit, se sfugge
continuamente mentre ne parli, poich essa scorre in continuit?
SOCRATE: E cosa diremo di una qualunque sensazione, quale quella
dell'ascoltare e dell'udire. Si fermer mai nello stesso attimo,
insieme all'ascoltare e all'udire?
TEODORO: Non deve neppure, se tutto si muove.
SOCRATE: Non si deve dire dunque di vedere un qualcosa o di non
vederlo, n di averne alcuna altra sensazione o di non averla, dal
momento che tutte le cose si muovono in tutti i modi.(56)
TEODORO: Certamente no.
SOCRATE: Tuttavia sensazione  conoscenza, come dicevamo io e Teeteto.
TEODORO: Era cos.
SOCRATE: Se ci chiedono dunque che cos' conoscenza, abbiamo risposto
che conoscenza non  nulla di pi che non conoscenza.
TEODORO: Sembra pure.
SOCRATE: Davvero una bella correzione  venuta alla nostra risposta,
mentre cos volentieri ci siamo dati da fare a dimostrare che
tutto si muove, perch quella nostra risposta apparisse giusta!
Questo invece, come sembra, risulta chiaro, se tutto si muove,
ogni risposta, quale che sia la cosa cui uno risponde,  ugualmente
giusta, o se si afferma che la cosa sta cos o che non sta cos; e
se non vuoi sta, diventa, se con questa parola non faremo
stare fermi proprio quelli del movimento.
TEODORO: Dici bene.
SOCRATE: Eccetto il fatto, o Teodoro, che dissi cos e non cos.
Invece non bisogna dire neppure questo cos; e neppure
non cos: neppure questo  movimento. Ma devono pure
porre un altro mezzo espressivo coloro che sostengono questo
ragionamento, perch ora non hanno parole che possano corrispondere
al loro assunto, a meno che non dicano: neppure cos. E per loro
si armonizzerebbe bene soprattutto cos, detto nella sua approssimazione.
TEODORO: Questa per essi sarebbe la maniera pi naturale di esprimersi.
SOCRATE: Ci siamo dunque allontanati, Teodoro, dal tuo amico e
non siamo d'accordo neppure con lui che l'uomo  misura di tutte le cose,
se non  uno dotato di senno. E non consentiremo
nemmeno che sensazione  conoscenza, secondo il metodo che tutto si muove,
a meno che il nostro Teeteto non voglia dire qualcosa di diverso.
TEODORO: Hai detto bene, Socrate, giacch, portati a termine questi
discorsi, anch'io devo esser sollevato, secondo i fatti, dal rispondere,
dato che ha avuto fine la disputa sul pensiero di Protagora.
TEETETO: Certo: ma non prima, o Teodoro, che tu e Socrate
abbiate esposto il pensiero anche di quelli che sostengono che il
tutto  immobile come avete proposto poco fa.
TEODORO: Giovane come sei, Teeteto, intendi insegnare ai pi vecchi
a compiere ingiustizia andando oltre agli accordi. Tu, piuttosto,
cerca di essere pronto a rendere ragione a Socrate di quel
che resta da dire.
TEETETO: Se anche lui lo desidera: ma avrei udito molto volentieri
gli argomenti di cui parlo io.
TEODORO: Tu sproni cavalieri al piano esortando Socrate a discutere:
chiedi dunque e udrai.
SOCRATE: Ma io penso, Teodoro, su quello che mi chiede Teeteto, di non
dargli ascolto.
TEODORO: E perch non gli darai ascolto?
SOCRATE: Rispetto a Melisso (57) e agli altri, i quali sostengono che il
tutto  uno e immobile, pure avendo scrupolo di condurre l'esame in
maniera sbrigativa, ne ho sempre di meno rispetto a Parmenide che 
uno solo. Parmenide mi sembra, secondo il detto di Omero, degno
di venerazione e terribile a un tempo. (58) Mi incontrai infatti
con lui che era piuttosto avanti negli anni e io ero
molto giovane. E mi diede l'impressione di possedere una
profondit speculativa assolutamente nobile. Ho timore perci
che non riusciamo a penetrare i suoi detti, e ancor pi che lasciamo
perdere cosa effettivamente disse nelle sue speculazioni, e,
cosa che conta pi di tutte le altre, il motivo per cui ha preso
l'avvio la nostra discussione, intorno alla conoscenza, che cosa mai
essa , non divenga materia non esaminata, per colpa dei discorsi
che si introducono con petulanza intorno a noi, se qualcuno d
loro ascolto. D'altra parte anche il problema che ora noi andiamo
sollevando  immenso quanto a grandezza, e se qualcuno lo
considera alla leggera, subisce un'indegnit, se invece lo si
affronta a sufficienza, andando per le lunghe farebbe sparire la
questione della conoscenza. Occorre dunque non fare n l'una
n l'altra cosa, ma bisogna che io con la mia arte di ostetrico
tenti di sgravare Teeteto dalle questioni per le quali  ancora
pregno intorno al problema della conoscenza.(59)
TEODORO: Bisogna dunque fare cos, se tu lo credi.
SOCRATE: Su quel che si  detto, Teeteto, prendi ancora in esame
questo punto: tu dicesti che sensazione  conoscenza, vero?
TEETETO: S.
SOCRATE: Bene. Se uno ora ti chiedesse: Con quale organo l'uomo
vede il bianco e il nero e con quale ascolta i suoni acuti e quelli
gravi?, risponderesti, penso,  Con gli occhi e con gli orecchi.
TEETETO: Io s.
SOCRATE: L'agevolezza dell'uso dei nomi e dei detti, il non
investigarvi con sofisticazione per lo pi non  cosa ignobile, anzi
il contrario di questo  indice di grettezza, ma quando  necessario,
come anche ora, occorre riesaminare la risposta che tu hai
dato, nella misura in cui non  corretta. Rifletti: quale delle due
risposte  pi corretta, dire che la cosa con cui vediamo sono
gli occhi, o mediante cui vediamo, e cos la cosa con la quale
udiamo sono gli orecchi, o attraverso la quale noi udiamo?
TEETETO: Mi pare, Socrate, sia meglio mediante quale proviamo
ciascuna di queste sensazioni, piuttosto che con la quale.
SOCRATE: Difatti sarebbe cosa straordinaria, ragazzo mio, se
alquante determinate sensazioni si trovassero dentro di noi,
come dentro a cavalli di legno, e tutte quante non tendessero poi
insieme a una unica idea, sia l'anima o quale la si debba chiamare,
con la quale mediante questi sensi, quali organi, noi proviamo
la sensazione di quanto  sensibile.
TEODORO: Mi pare meglio cos piuttosto che in quell'altro modo.
SOCRATE:  proprio per questo che io faccio ora queste sofisticazioni,
per capire se per un qualcosa di noi stessi, sempre identica
a se stessa, mediante gli occhi noi raggiungiamo il bianco e il
nero, e mediante gli altri organi, certe altre cose: e tu, se
fossi interrogato, tutte queste impressioni potresti riferirle al
corpo? Ma, senza dubbio,  cosa migliore che tu dica queste cose,
rispondendo alle domande, piuttosto che mi affanni io a rispondere
per te. Dimmi dunque: gli organi attraverso i quali tu hai la
sensazione del caldo, del duro, del leggero, del dolce, non le poni
ciascuno come organi del corpo (60) o di qualcosa d'altro?
TEETETO: Di nessun'altra cosa.
SOCRATE: Naturalmente vorrai anche ammettere che, le cose che tu
senti mediante una potenzialit,  impossibile che le senta
mediante un'altra potenzialit: ad esempio quel che senti
attraverso l'udito non puoi sentirlo attraverso la vista, e quel che senti
attraverso la vista, non puoi sentirlo attraverso l'udito.
TEETETO: E come potrei non volerlo?
SOCRATE: Se dunque tu hai in mente qualcosa di due oggetti, non
potrai quest'idea pensarla attraverso l'uno e l'altro dei due organi
e neppure attraverso l'uno e l'altro dei due organi potresti
avere una sensazione intorno ai due oggetti stessi.(61)
TEETETO: Certamente no.
SOCRATE: Riguardo alla voce e al colore, considerati l'uno e l'altro
a un tempo, senza dubbio, per prima cosa tu pensi che l'uno e l'altro sono.
TEETETO: Io s.
SOCRATE: Naturalmente tu pensi anche che ognuno dei due  altro
rispetto all'altro, mentre  identico a se stesso.
TEETETO: Certamente.
SOCRATE: E consideri anche che l'uno e l'altro fanno due, mentre
ciascuno, seppure fra due,  sempre uno.
TEETETO: Anche questo, s.
SOCRATE: E dunque tu sei in grado di sottoporli al vaglio, tanto se
sono dissimili quanto se sono simili tra loro.
TEETETO: Forse s.
SOCRATE: Tutte queste cose comunque, riguardo questi due oggetti,
attraverso quale organo le pensi? Giacch n attraverso l'udito,
n attraverso la vista  possibile ottenere il possesso di quello
che  comune tra essi. E c' anche questo argomento a conferma
di quel che andiamo dicendo: se fosse possibile esaminare insieme
questi due oggetti, se sono salati o meno, tu sai che
avresti modo di ben rispondermi con quale potenzialit sottoporresti
a esame la cosa: e questa non pare proprio che sia la vista,
n l'udito, ma qualche altra facolt.
TEETETO: E cos'altro potrebbe essere se non quella potenzialit
che agisce attraverso la lingua?
SOCRATE: Dici bene. Ma attraverso che cosa agisce la potenzialit
che ti rende chiaro quel che  in comune a tutte le cose e quel
che  comune a queste in special modo, quella attraverso cui
affermi questo  e questo non  e tutte le cose che su di esse
ora chiediamo? Quali organi attribuirai a tutte queste condizioni
attraverso cui la parte sensitiva di noi le avverta a una a una?
TEETETO: Tu dici dunque l'essere e il non essere, la somiglianza e la
dissimiglianza, ci che  identico a se stesso e ci che  altro, e
ancora l'unit e l'altra numerazione su di esse.  evidente
che tu domandi anche l'eguale e il dispari e tutte le altre particolarit
che fanno seguito a queste, e attraverso quale organo del
corpo noi riusciamo a percepirle, con l'anima.
SOCRATE: Tu mi segui egregiamente, Teeteto. Ed  proprio questo che ti
domandavo.
TEETETO: Ma, per Zeus, Socrate, non avrei nulla da dire se non che
a me non sembra affatto che esista nessun organo tale per queste
cose, come per quelle, ma mi pare che l'anima stessa di per
se stessa riesca a osservare quello che  in comune a tutte le cose.
SOCRATE: Sei Droprio bello, Teeteto, e non, come diceva Teodoro,
brutto, perch chi parla bene  anche bello e buono. E oltre a
essere bello, mi hai fatto anche del bene, facendomi distaccare da
un ragionamento molto lungo, se per te  chiaro che l'anima stessa
esamina di per s alcune cose e altre invece attraverso le
potenzialit del corpo. Era questo che a me sembrava vero e
volevo che lo sembrasse anche a te.
TEETETO: Certo, pare cos anche a me.
SOCRATE: E l'essere, ove lo poni, fra queste due classi? Perch
questa  la cosa che, in particolar modo, fa seguito a tutte le altre.
TEETETO: Io la pongo nella classe di quelle cose verso la quali l'anima
stessa aspira da s.(62)
SOCRATE: E anche il simile e il dissimile, e ci che  identico a s e
ci che  altro?
TEETETO: S.
SOCRATE: Ebbene? E il bello e il brutto e il buono e il cattivo?
TEETETO: Anche di queste a me pare che l'anima cerchi l'essere in
particolar modo nei rapporti delle une con le altre, paragonando
in se stessa quel che  stato, il presente e quel che sar.
SOCRATE: Rifletti un po': in cos'altro avvertir l'anima la durezza di
ci che  duro se non attraverso il tatto e parimenti la mollezza
di ci che  molle?
TEETETO: S.
SOCRATE: Ma l'essere e che cosa sono esse due (63) e la contrariet
dell'una rispetto all'altra, e l'assenza di questa contrariet,
l'anima stessa tornando sopra di esse e paragonandole fra di loro,
tenta di giudicarlo per noi.
TEETETO: Certamente.
SOCRATE: Dunque  possibile che uomini e bestie appena nati
per natura provino alcune sensazioni, quante sono le impressioni che
attraverso il corpo tendono fino all'anima. Ma le comparazioni
intorno a esse, circa la loro essenza e la loro utilit,
 cosa che avviene a stento, col tempo e attraverso molte prove e
continua applicazione e accade soltanto a quelli cui accade.
TEETETO:  assolutamente cos.
SOCRATE: E sar dato cogliere verit, in chi non ha conoscenza? (64)
TEETETO:  impossibile.
SOCRATE: E potr mai uno essere Sapiente di ci di cui non riesce a
raggiungere il vero?
TEETETO: E come, Socrate?
SOCRATE: Dunque in queste impressioni non c' conoscenza, ma
nei ragionamenti su di esse: da questa parte  possibile, come
pare, toccare l'essenza e la verit, da quell'altra  impossibile.
TEETETO: Pare cos.
SOCRATE: E dunque chiami tu allo stesso modo questo e quello che
pure hanno tali differenze?
TEETETO: Non  giusto.
SOCRATE: E a quello che nome darai dunque, al vedere, all'udire,
all'odorare, al provare freddo, al provare caldo?
TEETETO: Provare sensazione. E quale altro?
SOCRATE: Tutto questo, dunque, tu lo chiami sensazione.
TEETETO: Necessariamente.
SOCRATE: Dicemmo che questo  il metodo cui non spetta toccare la verit
e nemmeno l'essenza.(65)
TEETETO: No assolutamente.
SOCRATE: E neppure conoscenza.
TEETETO: No, certo.
SOCRATE: Mai dunque, Teeteto, sensazione e conoscenza potrebbero essere la
stessa cosa.
TEETETO: Non pare, Socrate. E soprattutto ora  apparso assai chiaro
che conoscenza  cosa ben altra rispetto a sensazione.
SOCRATE: Ma non abbiamo cominciato a discutere per sapere cosa mai non
 conoscenza, ma che cosa . Tuttavia fino a tal punto ci siamo fatti
avanti, tanto da non cercarla assolutamente nella sensazione,
ma in quell'altra fase nominale, quale mai sia, che l'anima
possiede, quando si d da fare di per se stessa intorno a ci che .
TEETETO: Ma questo, o Socrate, si chiama, come io penso, opinare.
SOCRATE: E la pensi bene, caro. E ora osserva di nuovo dal principio,
cancellando tutte le proposizioni di prima, dal momento che
ti sei fatto molto avanti, se sei in grado di vedere qualcosa
di pi. E dimmi ancora cosa mai  conoscenza.
TEETETO: Rispondere qualunque opinione, o Socrate,  impossibile,
perch ci sono anche opinioni false:  pi che probabile che sia
opinione vera: e questa  la risposta che io ti do. Se poi, mentre
andiamo avanti nel ragionamento, non ci parr adeguata, come
lo  ora, tenteremo di dire qualche altra cosa.
SOCRATE: Bene, Teeteto, occorre parlare cos piuttosto prontamente,
che non come prima quando eri incerto a rispondere. Infatti
se facciamo in questo modo, delle due l'una: o scopriremo
quello per cui ci siamo messi in cammino, o non riterremo pi di
sapere quel che non sappiamo affatto. E questo non pu essere
un compenso da sottovalutare. Ora poi, che cosa dici? Poich esistono
due opinioni, l'una vera e l'altra falsa, fissi come conoscenza
l'opinione vera?
TEETETO: Io s. Infatti questo ora mi appare tale.
SOCRATE: E non varrebbe la pena di ricominciare il ragionamento
su l'opinione su una questione?
TEETETO: Quale dici?
SOCRATE: Mi preoccupa anche ora e altre volte e Spesso,
tanto che sono stato in grave dubbio e con me e con altri, non
avendo modo di dire che cosa  mai questa nostra impressione e
in che modo deriva.
TEETETO: Ma quale?
SOCRATE: Che uno nutra false opinioni. Ci rifletto anche ora pur
essendo incerto se lasciare andare la cosa oppure riconsiderarla
in un modo diverso rispetto a quello di poco fa.
TEETETO: Perch no, Socrate, se ad ogni modo ti sembra che si
debba fare? Non la pensare male: poco fa tu e Teodoro a proposito
del tempo libero, sostenendo che nulla spinge ad avere fretta
in dispute di tale fatta.
SOCRATE: Me l'hai ricordato a proposito. E pure non  fuori
luogo ricalcare ancora le nostre orme.  meglio tirare le somme
su poca materia, ma bene, che su molta, ma male.
TEETETO: Ebbene?
SOCRATE: Dunque, di cosa stiamo parlando? Sosteniamo che spesso
ci sono opinioni false e che uno di noi esprime opinioni false,
come se le cose stessero cos per natura.
TEETETO: Lo diciamo infatti.
SOCRATE: Questo, dunque, non avviene a noi per tutte le
cose in genere e per ciascuna in particolare che noi conosciamo o
non conosciamo? Infatti l'apprendere e il dimenticare che si trovano
in mezzo a questi, per ora, io dico di lasciarli da parte. Non
vi  alcun nesso con la disputa che noi sosteniamo ora.
TEETETO: Certamente, Socrate, null'altro resta su ciascun oggetto
che conoscerlo o non conoscerlo.
SOCRATE: Ed  pure impossibile che chi conosce una data cosa, poi
la stessa cosa non abbia a conoscerla, e chi non la conosce
abbia poi a conoscerla.
TEETETO: Come no?
SOCRATE Forse, dunque, chi opina il falso, le cose che conosce, pu
essere che egli ritenga che non siano queste, ma altre cose, quali
che siano, fra quelle che conosce e siccome conosce l'una e l'altra
viene a ignorarle ambedue?
TEETETO: Ma  impossibile, Socrate.
SOCRATE: Dunque, ma le cose che conosce, egli pu stimare che
siano altre, quali che siano, fra quelle che non sa; e questo avviene
a chi non conosce n Teeteto, n Socrate, di farsi venire in
mente che Socrate  Teeteto e Teeteto Socrate.
TEETETO: E come pu essere?
SOCRATE: E neppure le cose che non sa, pu pensare che siano proprio
quelle che non sa; e, al contrario, ci che non sa, sia proprio
quello che sa.
TEETETO: Sarebbe una cosa mostruosa.
SOCRATE: E come dunque si potrebbe ancora opinare il falso? Al di
fuori di questi casi infatti  impossibile opinare, perch tutte le
cose o le conosciamo o non le conosciamo: entro esse dunque,
non appare possibile opinare il falso. (66)
TEETETO: Considerazioni verissime.
SOCRATE: Quel che cerchiamo, dunque, bisogna indagarlo, non
procedendo in questo modo, cio secondo il conoscere e il
non conoscere, ma secondo l'essere e il non essere.
TEETETO: Come dici?
SOCRATE: Bada che non sia pi semplice dire che chi opina su una
cosa qualunque ci che non , non  possibile che egli non opini
il falso,(67) anche se la condizione della sua intelligenza sta ben in
diversa maniera.
TEETETO: Pu darsi, o Socrate.
SOCRATE: E come dunque? Cosa risponderemo, Teeteto, se qualcuno
ci domandasse: possibile a chiunque, quello che si dice ora,
che un uomo opini quel che non  sia riguardo a qualcuna delle
cose che sono, sia riguardo a una cosa di per se stessa?. E noi,
probabilmente, risponderemo: quando colui che pensa non pensa
al vero. O come potremo rispondere?
TEETETO: Cos.
SOCRATE: Forse in altre circostanze la risposta pu essere questa?
TEETETO: Ma quale?
SOCRATE: Se uno vede un qualcosa, ma non vede nulla.
TEETETO: E come?
SOCRATE: Ma se uno vede anche una sola cosa, vede un qualcosa di
quelle che sono. O pensi tu che questa sola cosa possa mai essere
tra quelle che non sono?
TEETETO: Io no.
SOCRATE: Dunque chi vede una sola cosa, vede un qualcosa che .
TEETETO:  evidente.
SOCRATE: E anche chi ascolta un qualcosa, ascolta una cosa sola e una cosa
che .
TEETETO: S.
SOCRATE: E anche chi tocca un qualcosa, tocca una cosa che  una ed ,
se pure  una.
TEETETO: Anche questo.
SOCRATE: E chi opina una cosa non opina una cosa che ?
TEETETO: Lo ammetto.
SOCRATE: E chi opina una cosa che non , non opina nulla.
TEETETO: No, non pare.
SOCRATE: Ma veramente chi nulla opina, non opina affatto.
TEETETO:  chiaro, come pare.
SOCRATE: Non  dunque possibile opinare su ci che non , n su cose che
sono, n la stessa cosa di per se stessa.
TEETETO: No pare proprio.
SOCRATE: Opinare il falso  qualcosa d'altro, rispetto a opinare ci
che non ?
TEETETO: Qualcosa d'altro, pare.
SOCRATE: Dunque, n in questo modo, n come conducevamo l'indagine poco
fa,  in noi falsa opinione.
TEETETO: No, non c' proprio.
SOCRATE: Ma sorge dunque, in questo, quel che denominiamo falsa opinione?
TEETETO: E come?
SOCRATE: Diciamo che  falsa opinione una sorta di parere su un'altra cosa,
come quando uno sostiene che una cosa di quelle che sono  un'altra cosa
ancora tra quelle che sono, scambiandole nel pensiero. Infatti, in tal
maniera, opina sempre una cosa che , una al posto di un'altra, e
sbagliando l'oggetto di quel che ricercava, si potrebbe dire giustamente
che opina il falso.
TEETETO: Mi pare che ora tu parli nella maniera pi esatta possibile:
quando uno infatti opina il brutto invece del bello, e il bello
invece del brutto, allora si pu dire veramente che opina il falso.
SOCRATE:  chiaro, Teeteto, che mi tieni in un conto relativo, e non
hai paura. (68)
TEETETO: Per qual ragione in particolare?
SOCRATE: Io non ti sembro, credo, uno da attaccarmi a questo veramente
falso chiedendoti se  possibile che una cosa veloce abbia origine
lentamente, o una leggera pesantemente, o qualunque altro contrario non
secondo la sua natura, ma secondo quella del suo contrario,
contrariamente a se stessa.(69) Ma lascio perdere questo perch tu non
abbia a scoraggiarti invano. Ti appaga, come dici, che opinare il falso 
come opinare altra cosa?
TEETETO: S.
SOCRATE: Dunque secondo la tua opinione  possibile porsi in
mente una cosa come un'altra e non come quella che .
TEETETO:  possibile certo.
SOCRATE: E dunque quando il pensiero compie questa operazione, non 
necessario anche che pensi ad ambedue le cose o a una delle due?
TEETETO:  necessario, s; o insieme o in parte.
SOCRATE: Molto bene. Ma chiami tu pensare quello che dico io?
TEETETO: Cosa dici tu?
SOCRATE:  un ragionamento che l'anima compie con se stessa
intorno a ci che prende in esame. Io cerco di renderti chiara la
cosa come uno che non sa. Infatti questo a me appare l'anima
quando pensa e nessun'altra cosa se non dialogare con se stessa,
interrogandosi e rispondendosi, facendo affermazioni e
anche il loro contrario. E quando essa fissa un concetto sia
alquanto lentamente, sia alquanto velocemente, come facendo un
salto e ormai afferma una cosa e non  pi in dubbio, noi stabiliamo
che questa  la sua opinione. Tanto che io dico che l'opinare 
un discutere e l'opinione  un ragionamento, non verso un altro e
con la voce, ma in silenzio a se stesso. E tu che ne pensi?
TEETETO: Anch'io in questo modo.
SOCRATE: Dunque quando uno opina una cosa invece di un'altra,
come pare, afferma a se stesso che una cosa  invece di un'altra.
TEETETO: Ebbene?
SOCRATE: Cerca di ricordare se mai hai detto a te stesso che pi di
ogni altra cosa il bello  brutto o l'ingiusto  giusto, o anche, la
cosa pi importante di tutte, considera se hai tentato mai di
convincere te stesso che pi di ogni altra cosa la tal cosa  un'altra, o,
tutto al contrario, neppure durante un sogno hai osato mai affermare con
te stesso che assolutamente il dispari  pari o qualche altra cosa simile.
TEETETO: Tu dici il vero: mai.
SOCRATE: E pensi tu che qualcun altro, sano o pazzo che sia, osi dire
seriamente a se stesso, per poi convincersene, che necessariamente il
bene  un cavallo, o il due uno?
TEETETO: Per Zeus! Io certamente no.
SOCRATE: Dunque se il parlare con se stessi  opinare, nessuno che
parli e opini di due cose, abbracciandole con anima tutte e due,
potrebbe dire e opinare che l'una cosa  l'altra. E occorre da
parte tua lasciare andare questo detto circa l'altro. Infatti io
sostengo la cosa in questo modo: nessuno opina che il brutto  bello,
n alcuna altra di simili cose.
TEETETO: S, Socrate; lo lascio andare e pare anche a me come dici.
SOCRATE: Dunque chi opina due cose a un tempo non  possibile
che opini che l'una cosa sia l'altra.
TEETETO: Pare cos.
SOCRATE: Certamente chi opina una sola cosa tra due, e l'altra
assolutamente no, mai opiner che l'una cosa sia l'altra.
TEETETO: Dici il vero: infatti sarebbe costretto a comprendere con
la mente anche l'altra cosa che non opina.
SOCRATE: Dunque n a chi opina due cose a un tempo, n a chi
opina una sola di esse,  dato opinare altra cosa. Sicch se
uno stabilisce che falsa opinione  opinare una cosa al posto di
un'altra, non dice proprio nulla. Dunque n per questa via, n per
le precedenti, pu apparire che in noi c' falsa opinione.
TEETETO: Non pare proprio.
SOCRATE: Ma certamente, Teeteto, se non apparir chiaro che questo ,
saremo costretti ad ammettere molte cose e anche strane.
TEETETO: E quali?
SOCRATE: Non te lo dir prima di aver provato in ogni modo a fare
indagine in ogni senso. Mi vergognerei infatti per noi due, se fossimo
costretti, nel momento in cui ci troviamo in difficolt, ad ammettere
le cose che dico. Ma se troviamo la soluzione e saremo liberi,
potremo parlare degli altri che provano la stessa condizione,
essendo noi fuori dal ridicolo. Se poi ci troveremo del
tutto in difficolt, allora, umiliati, ci affideremo a questo
ragionamento, perch, come marinai in preda al mal di mare, ci calpesti e
faccia di noi l'uso che vuole. Tu, dunque, ascolta, in che modo io
possa trovare una strada per venire fuori da tale questione.
TEETETO: Parla dunque.
SOCRATE: Dir che non abbiamo ammesso con correttezza, quando
riconoscemmo che era impossibile che uno che opini che sia la
cosa che sa proprio quella che non sa e opini in modo falso:
ma in qualche modo  possibile.
TEETETO: Dici forse ci che allora anch'io sospettai, quando sostenevamo
che questo tanto  possibile, cio che talvolta, dato che
conosco Socrate, e scorgendo da lontano un altro che non conosco,
io pensi che questo sia Socrate che pure conosco? In una tale
situazione infatti avviene quello che tu dici.
SOCRATE: Ma non ci siamo allontanati da questo concetto perch
faceva in modo che noi, pur conoscendolo, non conoscessimo
quel che conosciamo?
TEETETO: Certamente.
SOCRATE: Infatti vediamo di non porre il problema in questo modo,
ma in quest'altro: pu essere che converga con noi in qualche
modo, ma probabilmente far resistenza. Ma noi ci troviamo in
una tale situazione che occorre metterlo alla prova, rivoltando
il ragionamento da ogni parte. Osserva dunque se dico qualcosa:
 possibile che uno che in un primo tempo non conosce
una cosa, in seguito venga a impararla?
TEETETO:  possibile; certamente.
SOCRATE: E poi che ne impari un'altra e quindi un'altra ancora?
TEETETO: E perch no?
SOCRATE: Immagina dunque, a titolo di conversazione, che nelle
nostre anime ci sia materiale di cera da imprimere in una forma
pi grande e in una pi piccola, e la prima di cera pi pura, la
seconda pi lurida, e pi dura, e alcune di cera pi morbida
e altre invece di impasto mediano.
TEETETO: Lo immagino.
SOCRATE: Diciamo ora che questo, la cera,  un dono di Mnemosine,(70)
madre delle Muse. E su questa cera tutto ci che vogliamo
ricordare delle cose che abbiamo visto, udito, o direttamente
pensato, sottoponendola alle nostre sensazioni e ai nostri pensieri,
noi imprimiamo dei modelli, come vengono impressi i segni
dei sigilli. E quello che viene stampato noi lo ricordiamo e
conosciamo finch resta la sua immagine. Quello invece che viene
cancellato, oppure non  adatto a essere impressionato, lo
dimentichiamo e non lo conosciamo.(71)
TEETETO: Sia pure in questo modo.
SOCRATE: Dunque colui che conosce queste cose, e poi riflette su
una cosa tra quelle che vede o ascolta, rifletti tu se pu mai opinare
il falso in questo modo.
TEETETO: E in quale?
SOCRATE: Perch  convinto che quello che sa sia quello che talora sa,
talora no.  proprio questo il problema sul quale nei discorsi
precedenti non ci siamo messi d'accordo bene, ammettendo che  impossibile.
TEETETO: E ora come la pensi?
SOCRATE: Facendo distinzione fin dall'inizio, si deve dire cos
intorno a questi argomenti: che quello che uno conosce perch
ne conserva il ricordo nell'anima, ma tuttavia non prova, credo
che questa sia un'altra delle cose che sa e della quale ha ancora il
suggello, che tuttavia non sente,  impossibile. E che una cosa che
uno sa e pensi che sia cosa che non sa e non ne ha il suggello, 
impossibile che creda sia un'altra cosa che non conosce. E quello
che uno sa  impossibile che creda sia quello che non sa. E ancora
ci che uno prova  impossibile che creda sia quello che non
prova. E quello che uno non prova  impossibile che creda
sia quello che non prova. E ancora quello che uno sa e prova e
del quale ha ancora il segno secondo la sensazione avuta,
creda sia un'altra delle cose che sa e prova e della quale ha ancora
il suggello secondo la sensazione avuta,  cosa ancora pi impossibile
di quelle precedenti, se pure  dato esprimerci cos. E
ci che uno sa e prova e di cui non ha direttamente il ricordo,
pensi che sia un'altra cosa che sa,  impossibile. E quel che uno
prova, creda sia un'altra cosa che sa e prova e ne ha il
ricordo allo stesso modo: e quello che uno non sa e non prova,
sia quello che non sa, e d'altra parte quello che non sa e non
prova sia quello che non prova. Tutti questi casi (72) stanno al di
sopra di tutti gli altri per la impossibilit di opinare il falso su di
essi. In casi di questo tipo poi, se mai  possibile altrove, resta che
possa accadere quel che segue.
TEETETO: E in quali? Se pure riuscir ad afferrare da essi qualcosa
in pi: ora infatti non riesco a seguirti.
SOCRATE: Quando nelle cose che uno sa, egli crede che siano altre
che egli sa e prova; oppure in quelle che non sa ma prova, pensi
che siano altre cose che sa; oppure ancora in quelle che sa
e prova pensa che siano altre cose fra quelle che sa e prova.
TEETETO: Ma ora io ci sono molto pi lontano di prima.
SOCRATE: Ascolta dunque di nuovo, cos. Io conosco Teodoro e in
me stesso ricordo bene chi ; e conosco anche Teeteto allo stesso
modo. Talvolta li vedo, tal'altra no, talvolta io li tocco, tal'altra
no; e ascolto e provo qualche altra sensazione di voi, talvolta
invece non ne ho nessuna, ma non di meno mi ricordo bene di
voi, e ho in me stesso buona conoscenza. Vero?
TEETETO: Certamente.
SOCRATE: Come prima cosa tra quelle che voglio renderti chiare
afferra questa:  possibile talora non sentire quello che si sa e
talora sentirlo.
TEETETO:  vero.
SOCRATE: E anche ci che non si sa, spesso  possibile non sentirlo,
ma spesso anche sentirlo soltanto.
TEETETO: Si d anche questo.
SOCRATE: Rifletti ora se gliela fai a seguirmi un po' di pi. Socrate,
se conosce Teodoro e Teeteto, ma non vede n l'uno, n l'altro, n
ha di essi sensazione alcuna, mai potrebbe opinare
entro se stesso che Teeteto  Teodoro. Dico qualcosa o no?
TEETETO: S, la verit.
SOCRATE: Questo  il primo punto di quelli che dicevo prima.
TEETETO: Lo , infatti.
SOCRATE: Il secondo dunque  questo che conoscendo uno di voi,
ma non conoscendo l'altro, n avendo sensazione n dell'uno, n dell'altro,
giammai potrei pensare che quello che io conosco sia quello che non conosco.
TEETETO:  giusto.
SOCRATE: Il terzo punto  questo: non conoscendo io n l'uno, n l'altro
dei due, n provandone sensazione, non potrei
certamente credere che quello che non conosco sia un altro tra
quelli che non conosco. E gli altri punti di prima (73) pensa pure di
averli uditi ancora tutti quanti in fila, nei quali mai intorno a te e
a Teodoro io potr opinare il falso, tanto conoscendovi quanto
non conoscendovi ambedue, n conoscendo uno di voi, ma non
conoscendo l'altro. E anche intorno alle sensazioni avviene lo
stesso, (74) se mai mi segui.
TEETETO: Ti seguo.
SOCRATE: Non resta dunque che l'opinare falso consista in questo
dal momento che io conosco te e Teodoro e ne conservo i segni
in quella materia cerosa come di due sigilli, vi scorgo e
non bene da lontano, desidero attribuire il segno congeniale di
ciascuno, mettendomi ad armonizzarle ciascuna nella propria
orma perch avvenga il riconoscimento ma mancando in questi
obiettivi, e come quelli che sbagliano il piede nel calzarsi,
facendo uno scambio, metto indosso all'immagine di uno dei due il
segno dell'altro, o anche quello che avviene della immagine negli
specchi, che quello che si trova a destra fluisce sempre verso la
sinistra, mi accade di compiere lo stesso errore. Si verifica
qui la cosiddetta opinione di altra cosa e l'opinare falso. (75)
TEETETO: La cosa sta in questi termini: tu tratteggi in modo stupendo
questa evenienza dell'opinione.
SOCRATE: E ancora quando io conosca l'uno e l'altro, e dell'uno,
oltre al conoscerlo, abbia sensazione, dell'altro no, ma la conoscenza
del primo non l'ho secondo la sensazione,  quello che enunciavo
nei ragionamenti di prima e tu allora non mi intendevi.
TEETETO: No, davvero.
SOCRATE: Questo dicevo che non conoscendo un altro e avendone
sensazione e avendo di lui conoscenza secondo sensazione, non potr
credere mai che questo sia un altro che conosce e del quale ha
sensazione ed ha anche conoscenza di lui secondo sensazione.
Non era questo, infatti?
TEETETO: S.
SOCRATE: Restava il problema ora enunciato, in cui sosteniamo che
c' falsa opinione, quando uno conoscendo due soggetti e
vedendoli ambedue, e avendone qualche altra sensazione, non ha
i segni di ambedue ciascuno secondo la propria sensazione, e
come un arciere di poco conto scaglia il dardo, scambiando il
bersaglio e fallisce, cosa che pu essere denominata anche falsit.
TEETETO: E a buon diritto.
SOCRATE: E ancora, quando all'un segno  presente la sensazione
ma all'altro no, se a quella presente si armonizza quella assente,
in questo caso il pensiero fallisce del tutto. In una sola parola,
intorno a ci che uno non sa e di cui non ha mai avuto sensazione,
non  possibile, come fare, n ingannarsi, n avere falsa
opinione, se ora noi diciamo qualcosa di sano. Intorno a ci che
sappiamo e di cui abbiamo sensazione, in questo appunto si
volge e rotea all'intorno l'opinione che si fa ora falsa ora vera,
vera se a fronte e direttamente conduce i segni originali e le
immagini, falsa, se di traverso e in via tortuosa.
TEETETO: Dunque, non si dice bene, Socrate?
SOCRATE: Sentite anche queste cose, potrai dirlo di pi: opinare il
vero, infatti,  bello, opinare il falso  ignobile.
TEETETO: E come no?
SOCRATE: Dicono che di qui si originano queste cose: quando la
cera che si trova nell'anima  profonda e molta e levigata e ben
impastata, le impressioni che si fanno avanti entro di noi, tramite
le sensazioni, imprimendosi entro questo cuore dell'anima, come
ebbe a chiamarlo Omero, facendo allusione a questa somiglianza
della cera con il cuore (76) e allora i segni che ne derivano
puri e avendo una sufficiente profondit, sono anche duraturi
per parecchio tempo, e cos tali uomini sono anzitutto facili
all'apprendimento e quindi a ricordare, e perci non scambiano i
segni delle sensazioni e opinano il vero, e siccome i segni sono
chiari e si trovano in un'ampia distesa, li attribuiscono alla svelta
ciascuno ai loro modelli impressi sulla cera, e questi uomini sono
chiamati sapienti. Non pare anche a te?
TEETETO: Certo, in modo straordinario.
SOCRATE: Quando poi il cuore  peloso, come lo esalt il
poeta in Ogni aspetto sapiente, o  sporco e di cera non pura, o
troppo molle o troppo duro, quelli che lo hanno molle sono
molto facili a imparare, ma lo sono anche a dimenticare, quelli
che lo hanno duro, il contrario. Quelli dunque che lo hanno peloso
e ruvido, un qualcosa di pietra o colmo di terra o sudiciume
mescolato, questi hanno impressioni non chiare, e non chiare
anche quelli che hanno il cuore duro: infatti non vi  profondit.
E non chiare le hanno anche quelli dal cuore molle, perch,
rimescolandosi insieme, presto divengono difficili da riconoscersi.
Se poi, oltre a tutte queste cose, le impressioni vengono
a cadere le une sulle altre, se uno ha piccola la propria animuccia,
per la strettezza del luogo diventano ancora meno chiare di
quelle. E sono tutti costoro a diventare quelli che opinano falso.
Infatti quando vedono, ascoltano, pensano qualcosa, sono lenti,
non essendo in grado alla svelta di attribuire ogni cosa al proprio
segno, e mettendo fuori posto cosa con cosa, travisano per lo pi
quel che vedono, ascoltano e pensano e vengono cos chiamati
coloro che hanno idee fallaci sulla realt e pertanto ignoranti.
TEETETO: Sei l'uomo dal parlare pi corretto, Socrate.
SOCRATE: Possiamo dire dunque che in noi ci sono opinioni false?
TEETETO: Ma certamente.
SOCRATE: E anche vere?
TEETETO: E anche vere.
SOCRATE: Riteniamo dunque che si sia sufficientemente concordato pi di
ogni cosa che tutti e due abbiamo la stessa opinione?
TEETETO: In maniera straordinaria.
SOCRATE: Oh, che cosa orribile e proprio spiacevole rischia di essere
un uomo troppo ciarliero!
TEETETO: Cosa? A che scopo dici questo?
SOCRATE: Non potendo soffrire la mia ottusit e la mia vera propensione
a fare delle chiacchiere. Quale altro nome infatti si potrebbe affibbiare
a uno che trascina i discorsi in alto e in basso non potendo mai essere
persuaso per la sua tardezza e quando non riesce a liberarsi da ogni
ragionamento?
TEETETO: Ma insomma, cos' che tu non puoi soffrire?
SOCRATE: Non solo non posso soffrire, ma temo anche di non aver
che rispondere, se qualcuno mi chiede: O Socrate, hai dunque
trovato che opinione falsa non , n nelle sensazioni fra loro, n nei
pensieri, ma nel congiungimento di sensazione con il pensiero?.
E penso che risponder di s, e che me ne far anche
bello, come se avessimo trovato un qualcosa di bello.
TEETETO: A me, Socrate, pare che non sia disdicevole quello che
ora  stato dimostrato.
SOCRATE: Dunque, chieder, affermi che l'uomo, che noi pensiamo
soltanto ma non vediamo, non possiamo mai ritenere che sia
cavallo, che noi non vediamo, non tocchiamo, ma pensiamo soltanto
e nessuna sensazione proviamo di lui?. E penso che risponder che
tutto questo io l'affermo.
TEETETO: E giustamente.
SOCRATE: E dunque, risponder, l'undici che uno non pu fare altro che
pensare, da questo tuo ragionamento, potrebbe mai pensare che sia dodici,
essendo anche questo una cosa che solo si pensa?. Ors dunque, rispondi tu.
TEETETO: E io risponder che uno, vedendo e toccando, potrebbe
credere che sia dodici; ma, siccome lo ha solo nel pensiero, non
potrebbe mai, su questo, opinare cos.
SOCRATE: E che? Ritieni tu che uno mai, il quale abbia stabilito di
esaminare da se stesso e per se stesso il cinque e il sette, non dico
sette e cinque uomini, n altra cosa simile, ma il cinque
e il sette per se stessi, quelle cose che noi diciamo essere impressionate
l, in quel materiale ceroso, e nelle quali opinare il falso
non  possibile; dunque proprio questi se qualche uomo mai li ha
presi in considerazione in se stessi, discutendo fra s e s,
chiedendosi quanto fanno e che l'uno abbia risposto ritenendo che
facciano undici, e un altro dodici, oppure tutti rispondono e stimano
che facciano dodici?
TEETETO: No, per Zeus: molti avranno risposto undici, perch se uno
svolge il calcolo in un numero pi grande, sbaglia di pi. Io penso
infatti che tu parli di ogni numero in generale.
SOCRATE: E tu la pensi in modo giusto: considera un po': cos'altro
accade se non credere che il dodici in s, impressionato nel materiale
ceroso, sia undici?
TEETETO: Mi pare cos.
SOCRATE: Dunque non si fa ritorno ancora alle dispute di prima?
infatti colui che prova questo ritiene che una cosa che egli sa, sia
un'altra cosa che egli egualmente sa. E noi sostenevamo che 
impossibile e, proprio per questo, eravamo costretti ad ammettere
che non c'era falsa (77) opinione; in caso contrario lo stesso
individuo sarebbe stato costretto a sapere e a non sapere a un
tempo le stesse cose.
TEETETO:  verissimo.
SOCRATE: Bisogna dunque rendere chiaro che l'opinione falsa 
tutt'altra cosa che scambio di pensiero rispetto alla sensazione.
Perch, se la cosa stesse in questi termini, mai potremmo sbagliare
nei processi del puro pensiero. Mentre ora dobbiamo concludere o
che non c' falsa opinione, o che  possibile che uno non
sappia quello che sa. Di queste due posizioni quale preferisci tu?
TEETETO: Mi metti innanzi una scelta ben difficile, o Socrate.
SOCRATE: E tuttavia il ragionamento non pu lasciarle sussistere
ambedue; ma siccome si deve osare in ogni maniera, che te
ne pare se tentiamo di passar sopra a ogni senso di vergogna?
TEETETO: Come?
SOCRATE: Decidendoci a dire cosa  mai il conoscere.
TEETETO: E cos'ha a che fare questo con la vergogna?
SOCRATE: Pare che tu non avverta che tutto il nostro ragionamento
fin dal principio  stato una ricerca di conoscenza, proprio per
come chi non sa che cosa  conoscenza.
TEETETO: No, lo avverto invece.
SOCRATE: E non ti pare vergognoso che chi non sa cosa  conoscenza
si metta a dimostrare che cosa  il conoscere. Per, Teeteto,
 un bel po' che siamo infetti di questo parlare non puro.
E sono parecchie le migliaia di volte che noi abbiamo detto
conosciamo, non conosciamo, sappiamo, non sappiamo,
come fossimo in grado di comprendere qualcosa gli uni dagli
altri, proprio nel momento in cui ignoriamo ancora cos' la conoscenza.
Se vuoi ammetterlo, anche ora, nel momento presente, ci
siamo avvalsi di nuovo di locuzioni quali ignorare e comprendere,
come concesso a noi di servircene dal momento che di
conoscenza siamo del tutto carenti.
TEETETO: Ma come potrai discutere, o Socrate, se ti tieni lontano da
queste espressioni?
5OCRATE: In nessun modo, dato che io sono quello che sono:
ma se fossi un abile parlatore, un tal uomo se fosse presente,
direbbe che occorre tenersi lontano da questi vocaboli e ci
biasimerebbe con forza per le locuzioni che vado dicendo. Ma poich
siamo proprio da poco, vuoi che io mi arrischi a dire cos' il
conoscere? Mi pare che potrebbe venirne un qualche beneficio.
TEETETO: Arrischiati dunque, per Zeus! E molta sar la comprensione
anche se tu non ti astieni da queste parole.
SOCRATE: Hai sentito tu quello che ora chiamano il conoscere?
TEETETO: Forse: per al presente io non me ne ricordo.
SOCRATE: Dicono che esso  il possesso della conoscenza.
TEETETO:  vero.
SOCRATE: Noi per, facendo un piccolo cambiamento, diciamo che
esso  acquisto della conoscenza.
TEETETO: E in cosa dirai che questa definizione diverge da quella?
SOCRATE: Forse in nulla: ma ascolta e considera assieme a me quella
differenza che sembra esserci.
TEETETO: Se pur ne sar in grado.
SOCRATE: A me non pare che avere sia la stessa cosa che il possedere;
ad esempio, se uno comprandosi un mantello, ne  anche padrone
ma non lo porta indosso, potremmo dire non gi che l'ha,
ma che lo possiede.
TEETETO:  giusto.
SOCRATE: Rifletti ora se ci si pu esprimere cos anche sulla
conoscenza, cio che uno la possegga ma non l'abbia; come uno
che allevi in casa propria degli uccelli selvaggi, colombi o altro,
dopo aver preparato una gabbia. In un certo modo potremmo
dire che questi uccelli li ha sempre, dato che li possiede, vero?
TEETETO: S.
SOCRATE: Ma in un altro modo, non ne ha nessuno, ma siccome se li
rese sottoposti, in un recinto entro la propria casa, ha su di essi la
possibilit di prenderli e di tenerli quando vuole, dando la
caccia a quello che ogni volta desidera, e di rimetterlo di nuovo
in libert. E ha la possibilit di farlo ogni volta che gli va a genio.
TEETETO:  cos.
SOCRATE: Ora, come nei ragionamenti di prima abbiamo preparato
non so quale forma di cera, ora invece in ciascuna anima raffiguriamoci
una sorta di gabbia piena di uccelli svariati, alcuni che
volano a frotte, separatamente da altri, alcuni in gruppetti poco
numerosi, e alcuni, da soli, in mezzo a tutti questi ove capita.
TEETETO: Raffiguriamoci pure questa cosa: e poi?
SOCRATE: Mentre si  ancora fanciulli, occorre dire che questo
recipiente  vuoto, e intendere conoscenza al posto degli uccelli; e la
conoscenza che uno si procaccia la chiude entro questo recinto, e
allora occorre dire che costui ha imparato o scoperto la cosa
della quale questa era la conoscenza: e questo  il conoscere.
TEETETO: D'accordo.
SOCRATE: Ebbene andare a caccia di nuovo della conoscenza
che uno vuole, tra le altre, e prenderla e trattenerla e poi lasciarla
andare di nuovo, pensa tu di quali nomi debba avvalersi, se gli
stessi di prima, quando egli si procacci la conoscenza o se di
altri. Da questo potrai comprendere pi chiaramente che cosa io
dico. Infatti, un'arte, la chiami tu aritmetica?
TEETETO: S.
SOCRATE: Immagina che questa sia una specie di caccia di conoscenze
di ogni numero pari e dispari.
TEETETO: Comprendo.
SOCRATE: Con quest'arte, io penso, egli si rende soggette le conoscenze
dei numeri e pu darle anche agli altri, chi lo vuole.
TEETETO: S.
SOCRATE: E diciamo pure che insegna chi le d, che impara chi le
raccoglie, ma chi le ha in quanto le possiede entro quella gabbia
diciamo che conosce.
TEETETO: Certamente.
SOCRATE: Presta attenzione ora a quel che deriva di qui: un compito
aritmetico conosce tra l'altro tutti i numeri. Nella sua anima
infatti si trovano le conoscenze di tutti i numeri.
TEETETO: Ebbene?
SOCRATE: Un tale soggetto potr mai calcolare tra s e s
quello che ha in se stesso, O qualcos'altro di quelle di fuori,
quante abbiano la numerazione?
TEETETO: Come no?
SOCRATE: Noi porremo che computare niente altro sia dal considerare
quanto un numero viene a essere.
TEETETO: Cos.
SOCRATE: Chi riflette su questi calcoli dunque pare che non conosca
quello che in realt conosce: ed  quello che noi avevamo
convenuto che conoscesse tutta la numerazione. Tu riesci a capire
certamente tutti questi problemi.
TEETETO: Io s.
SOCRATE: Noi dunque raffigurandocelo dal possesso e dalla caccia delle
colombe, diremo che questa caccia  duplice, l'una di possedere per
possedere, l'altra per chi ha gi il possesso per
prendere e avere nelle mani quello che possedeva da un pezzo. E
cos, anche di quelle nozioni di cui uno aveva le conoscenze per
averle imparate e dunque le conosceva,  possibile che queste
nozioni egli le impari di nuovo nprendendo e tenendola ferma la
conoscenza di ciascuna cosa che gi da un pezzo possedeva, ma
non aveva alla portata nel proprio pensiero.
TEETETO: Vero.
SOCRATE: Proprio questo io chiedevo poco fa, come occorre
che si avvalga delle parole per parlare su questi argomenti, quando
l'aritmetico si appresta a fare calcoli o il grammatico a leggere
qualche passo, se come sapendo si muove nuovamente in tale
campo per apprendere per conto proprio quello che gi sapeva?
TEETETO: Ma  ben strano, o Socrate.
SOCRATE: Diremo dunque che lui legger e conter cosa che non
conosce, pur avendogli riconosciuto che conosce tutte le
lettere e tutti i numeri?
TEETETO: Ma anche questo  molto irragionevole.
SOCRATE: Vuoi dunque che diciamo che a noi nulla importa delle
parole, e che uno trascini a piacimento il conoscere e l'imparare,
ma poich abbiamo stabilito che una cosa  possedere la conoscenza,
un'altra averla, diciamo invece che  impossibile che uno non
possegga quel che possiede, e altrettanto che mai possa
accadere che uno non sappia quello che sa, e d'altra parte pu
darsi che uno prenda opinione falsa proprio su questo?  possibile
invece che uno non abbia conoscenza proprio di questo
che sa, ma di un'altra cosa invece di questa, quando, andando a
caccia di una qualche conoscenza e volando esse qua e l ne
afferri, sbagliando una al posto dell'altra, e allora si diede a
pensare che l'undici fosse dodici e prese la conoscenza dell'undici
invece di quella del dodici, la colombella che volava entro lui
stesso invece della colomba.
TEETETO: Questo ha una sua ragione.
SOCRATE: Quando invece uno riesce a prendere la conoscenza che
vuole prendere, diremo dunque che non si inganna e che opina
allora la realt, e di quelle questioni per le quali ci eravamo
angustiati prima non ne abbiamo pi nessuna a provocarci impaccio?
Forse mi darai ragione: oppure, come farai?
TEETETO: Cos.
SOCRATE: E in tal modo ci siamo liberati dall'ipotesi che gli uomini
non conoscano quel che conoscono; e in nessun modo ancora
pu accadere che noi non possediamo quel che possediamo, n
che di una certa cosa si opini il falso, sia no. Ma mi pare che un
altro scoglio, pi duro di questo, si intravveda con chiarezza.
TEETETO: E quale?
SOCRATE: Se lo scambio delle conoscenze potr mai divenire falsa opinione.
TEETETO: E come?
SOCRATE: In primo luogo questo: cio uno che ha conoscenza di una certa
cosa, proprio questa ignori e non per non conoscerla, ma proprio per la
sua stessa conoscenza; poi che costui opini che questa  un'altra cosa
e l'altra  questa? E come potrebbe non essere un gran non senso che
l'anima, proprio quando la conoscenza  presente, non conoscesse nulla,
ma ignorasse tutto? Secondo questo ragionamento infatti, non c' niente a
impedire che anche l'ignoranza, quando  presente, faccia conoscere
qualcosa e la cecit vedere, se anche la conoscenza talvolta ci porta a
ignorare.
TEETETO: Forse, Socrate, non abbiamo immaginato bene a supporre che
quegli uccelli fossero per noi soltanto conoscenza; occorreva che
immaginassimo che nella nostra anima volassero insieme anche le non
conoscenze, e che colui che va a caccia prendesse della stessa cosa
talvolta una conoscenza, tal'altra una non conoscenza e, relativamente
a questa, opinasse falso, e quell'altra invece, opinasse il vero.
SOCRATE: Non  facile, Teeteto, non lodarti. Ma rifletti di nuovo su
quel che hai detto. Sia pure come tu dici. Dunque colui che prende la
non conoscenza opina il falso, tu dici. Vero?
TEETETO: S.
SOCRATE: Eppure egli non penser di opinare falso.
TEETETO: Come no.
SOCRATE: Ma il vero. E si trover nella posizione di uno che sa
bene quello su cui si  ingannato.
TEETETO: Ebbene?
SOCRATE: Penser dunque di avere una conoscenza per esserne
andato a caccia, e non una non conoscenza.
TEETETO:  chiaro.
SOCRATE: E dunque, dopo aver percorso un lungo tratto, ci troviamo di
fronte allo stesso dilemma. E quello che sempre ci contesta, ridendo
dir: Come, carissimi, uno che conosce ambedue queste cose, conoscenza
e non conoscenza, crede che una delle due che conosce sia un'altra fra
quelle che pur conosce? Oppure non conosce n l'una n l'altra di esse
e opina che quello che non conosce sia l'altra che pure non conosce? Oppure
ne conosce una s e l'altra no, e quella che non conosce crede sia
quella che conosce (78) o quella che conosce sia quell'altra che non
conosce? Oppure mi direte ancora che di queste conoscenze e non conoscenze
ci sono anche altre conoscenze, che chi le possiede, tenendole chiuse in
certe vostre risibili gabbiette o impresse in materiale ceroso, fino a che
le possiede le sa anche, pur non avendole alla portata entro la propria
anima? E sarete cos costretti a correre intorno allo stesso punto
parecchie migliaia di volte non combinando nulla di pi. Cosa potremo
rispondere a queste cose, Teeteto?
TEETETO: Per Zeus, o Socrate, non so che cosa occorre rispondere.
SOCRATE: E dunque ci biasima giustamente il ragionamento e dimostra
che non correttamente andiamo alla ricerca prima della
falsa opinione che della conoscenza, anzi, lasciandola perdere.
D'altronde  impossibile conoscere questo, la falsa opinione,
prima che uno abbia ben compreso cosa mai  conoscenza.
TEETETO: In questo momento, o Socrate,  necessario pensare come tu dici.
SOCRATE: Dunque, da capo ancora: che cosa dir uno che  conoscenza?
Perch certamente noi non veniamo meno alla ricerca.
TEETETO: No, assolutamente; a meno che anche tu non voglia tirarti indietro.
SOCRATE: Rispondi, su: che dire in particolare della cosa per contraddirci
il meno possibile con noi stessi?
TEETETO: Quello cui abbiamo gi prima posto mano, Socrate. Del resto
non ho niente altro da proporre.
SOCRATE: E cosa?
TEETETO: Che la vera opinione  conoscenza; l'opinare vero, infatti,
non pu commettere errori, e le cose che da esso derivano sono
tutte belle e buone.
SOCRATE: Colui che guidava il guado del fiume, o Teeteto, disse che
la cosa stessa avr a dimostrarlo;(79) allo stesso modo noi
procedendo, forse pu venirci a portata proprio quello di cui
andiamo alla caccia; ma stando fermi nulla ci sar chiaro.
TEETETO: Dici bene: andiamo avanti e continuiamo a riflettere.
SOCRATE: Dunque di una breve riflessione questo ha bisogno. Sar
un'arte tutta intesa a dimostrarti che questo non  conoscenza.
TEETETO: Come? E quale?
SOCRATE:  quella d coloro che sono i pi grandi in fatto di saggezza:
quelli che chiamano retori e giureconsulti. Essi con la loro
arte convincono, ma non insegnando, ma facendo in modo che
altri pensino quello che essi vogliono. O pensi tu che ci siano
alcuni maestri cos capaci che, mentre non erano presenti i
giudici quando alcuni erano derubati delle loro ricchezze o
pativano qualche angheria, a essi possono insegnare in proporzione a
una piccola quantit d'acqua che scorre nella clessidra la verit
degli avvenimenti?
TEETETO: No, non lo penso assolutamente: ma che siano in grado di convincere.
SOCRATE: Ma non sostieni che persuadere  fare in modo che si
abbia un'altra opinione?
TEETETO: Ebbene?
SOCRATE: Dunque, qualora dei giudici siano giustamente convinti
che intorno a certe cose sapere  soltanto quello di chi le ha
viste, se no, no; allora giudicando essi di queste cose per sentito
dire, pure avendone acquisito un'opinione vera, giudicano
senza conoscenza, per quanto se ne siano fatti una retta idea,
anche se giudicano bene.
TEETETO:  assolutamente cos.
SOCRATE: Dunque, amico mio, se opinione vera e conoscenza fossero
la stessa cosa anche nei tribunali neppure un giudice molto
acuto potrebbe ben opinare senza conoscenza.  evidente dunque
che l'una e l'altra cosa sono un qualcosa di diverso.
TEETETO: O Socrate, quello che io avevo sentito da un tale che parlava,
l'avevo dimenticato: ma ora mi sta tornando in mente.
Egli (80)  sosteneva che conoscenza  opinione vera sostenuta
da ragione e che quella senza ragione  al di fuori e a conoscenza.
E quelle di cui non v' ragione, non erano conoscibili,
le chiamava proprio cos, quelle che invece l'hanno, conoscibili.
SOCRATE: Parli proprio a proposito. Ma dimmi anche come distingueva
queste cose conoscibili da quelle che non lo sono, per capire
se caso mai io e tu abbiamo sentito alla stessa maniera.
TEETETO: Dubito di potere trovarla; ma se un altro me la suggerisce,
potrei tenergli dietro.
SOCRATE: Preparati a udire un sogno al posto di un altro sogno. (81)
Mi sembrava di udire alcuni che sostenevano che i primi
princpi dei quali siamo formati noi e le altre cose non hanno
ragione; ciascun principio, in se stesso,  possibile solo nominarlo,
ma dire di esso alcun'altra cosa non  possibile, n che , e
neppure che non : gi questo sarebbe un porgli innanzi essenza
o non essenza, mentre nulla occorre aggiungergli se si parla di questo
principio solo in s. Infatti non gli si deve aggiungere
neppure questo in s, n quello, n ciascuno, n solo,
n questo e neppure molte altre simili locuzioni. Queste, infatti,
correndo attorno da ogni dove possono applicarsi a tutto, poich
sono diverse da tutto ci cui si aggiungono; bisogna dunque, se
parlare di questo principio fosse possibile e questo avesse una
sua propria ragione, parlare senza tutte quelle altre locuzioni.
Ora invece non  possibile dire con un ragionamento su
uno qualunque dei primi princpi, perch esso nulla altro ha se
non la sola possibilit di essere nominato, perch ha soltanto il
nome; le altre cose invece che sono formate da questi principi,
allo stesso modo come esse sono intrecciate, cos anche i loro
nomi, essendo intrecciati, diventano ragione; dunque intreccio di
nomi  la sostanza del discorso. E cos i princpi al di fuori della
ragione e inconoscibili sono tuttavia soggetti a sensazione; le
relazioni invece sono conoscibili, atte a essere espresse e, con
vera opinione, opinabili. Dunque quando uno raggiunge opinione
vera di qualche cosa, ma senza ragione, la sua anima
esprime il vero relativamente a questa cosa, ma non la conosce
perch chi non pu dare n ricevere ragione di una cosa (82) vuol
dire che non ha conoscenza di essa. Chi invece ne comprende la
ragione e pu includervi tutte queste cose si trova anche nella
condizione perfetta per la conoscenza. E tu il sogno l'hai sentito
cos o in altra maniera?
TEETETO: Esattamente cos.
SOCRATE: Ti piace dunque stabilire in questo modo che conoscenza
 vera opinione sostenuta da ragione?
TEETETO: Certamente.
SOCRATE: Forse, Teeteto, ora, in tal maniera, quello che da tempo molti
tra i sapienti sono invecchiati nella ricerca prima di trovarlo?
TEETETO: Per me almeno, Socrate, pare che sia detto bene quello
che si  detto.
SOCRATE: Ed  probabile che il concetto in se stesso stia cos.
Infatti quale conoscenza potrebbe esserci ancora fuori da ragione
e da giusta opinione? Una sola cosa, tra quel che  stato detto,
non mi piace.
TEETETO: E quale?
SOCRATE: Quello che sembra essere detto nel modo pi fine, cio
che i princpi sono irriconoscibili, mentre il genere delle relazioni
 conoscibile.
TEETETO: E dunque non  giusto?
SOCRATE: Occorre esaminarlo: noi teniamo come pegni gli esempi
del ragionamento di chi, avvalendosi di essi, disse tutte queste cose.
TEETETO: E quali?
SOCRATE: Le lettere dell'alfabeto come princpi e le sillabe come
relazioni. O pensi tu che guardando altrove dicesse queste teorie,
delle quali ora noi discutiamo?
TEETETO: No, a queste.
SOCRATE: Prendiamole in mano dunque e mettiamole alla prova:
o meglio mettiamo alla prova noi stessi, se cos o non cos
abbiamo imparato le lettere. Anzitutto rispondi: Dunque le sillabe
hanno una ragione, mentre le lettere ne sono prive?
TEETETO: Forse.
SOCRATE: D'accordo dunque: pare cos anche a me. Se uno dunque
ti chiedesse la prima sillaba di Socrate in questo modo: Di' pure,
Teeteto: che cosa  Sigma Omega?. Cosa risponderesti?
TEETETO: Che  un sigma e un omega.
SOCRATE: Dunque consideri questa la ragione della sillaba?
TEETETO: Io s
SOCRATE: Ors dunque: dimmi anche la ragione del Sigma.
TEETETO: E come potr uno enunciare i princpi del principio? Infatti,
Socrate, il sigma  una lettera afona, soltanto un suono, come se
la lingua fischiasse; il beta  non  n voce n suono, come la
maggior parte delle lettere. Sicch  giusto dire che questi princpi
sono irrazionali, e fra essi, quelli che sono pi chiari, gli stessi
sette principi (83) hanno soltanto la voce, senza ragione alcuna.
SOCRATE: Su questo aspetto, dunque, della conoscenza, amico mio,
abbiamo imbroccato nel segno.
TEETETO: Pare
SOCRATE: Ebbene? Abbiamo dimostrato dunque correttamente che il principio
non  conoscibile, ma la sillaba s.
TEETETO: Pare.
SOCRATE: Ors, della sillaba come possiamo dire: le due lettere o,
se sono pi di due, tutte, o una sorta di idea unica che si  determinata
dal disporsi di esse fra loro?
TEETETO: A me sembrerebbe che fossero tutte le lettere.
SOCRATE: Esamina ora le due lettere: il sigma e l'omega. Messe insieme
costituiscono la prima sillaba del mio nome: chi conosce quella
non conosce anche tutte e due le lettere?
TEETETO: Ebbene?
SOCRATE: Conosce il sigma e anche l'omega.
TEETETO: S.
SOCRATE: Cosa? Non conosce ognuna di esse, e pur non conoscendo n l'una
n l'altra, le conosce ambedue?
TEETETO: Ma  fuorviante e assurdo, o Socrate.
SOCRATE: Eppure se  necessario che conosca ognuna delle due, se uno
dovr conoscerle tutte e due,  necessario conoscere prima le lettere
per chi dovr poi conoscere la sillaba, e cos il nostro bel ragionamento,
fuggendo, si dilegua.
TEETETO: E molto all'improvviso.
SOCRATE: Infatti non l'abbiamo bene sorvegliato. Occorreva forse
stabilire che la sillaba non  le lettere, ma una sorta di idea unica
che scaturisce da esse (84) che ha un suo solo aspetto per se stesso, e
che  altra dalle lettere.
TEETETO: Ma certamente: e forse la questione sta pi in questo
modo che in quello.
SOCRATE: Occorre esaminare e non lasciare andare cos con poco coraggio
un ragionamento grande e degno di considerazione.
TEETETO: No, certamente.
SOCRATE: Sia dunque la cosa, cos come noi diciamo: la sillaba  una sola
idea, costituita da ciascuno dei principi che si armonizzano insieme,
similmente nel caso delle lettere e in tutti gli altri casi.
TEETETO: D'accordo.
SOCRATE: Della relazione dunque, non ci debbono essere parti.
TEETETO: Perch?
SOCRATE: Perch laddove esistono delle parti,  necessario che
tutte le parti costituiscano l'intero. O forse tu intendi sostenere
che l'intero  derivato dalle parti, anche se  un'idea sola, diversa
da tutte le parti?
TEETETO: Io s.
SOCRATE: Ma il tutto e l'intero tu li chiami la stessa cosa o
l'una e l'altra son cosa diversa?
TEETETO: Non ho alcuna sicurezza a risponderti, ma siccome mi
inviti a ribattere prontamente, oso dirti che sono cosa diversa.
SOCRATE: La tua prontezza, Teeteto, sta bene. Ma se sia lo stesso
per la tua risposta, resta da considerare.
TEETETO: E dunque bisogna.
SOCRATE: Dunque, l'intero sarebbe differente dal tutto, secondo il
tuo discorso di adesso.
TEETETO: S.
SOCRATE: Ebbene? Ma quale differenza c' tra tutte le parti e il
tutto? Ma quando, ad esempio, noi diciamo uno, due, tre, quattro,
cinque, sei, o se diciamo tre per due, o due per tre, oppure
quattro pi due, oppure ancora tre pi due pi uno, in tutti questi
calcoli noi diciamo sempre il medesimo numero oppure ne diciamo uno
diverso?
TEETETO: Il medesimo.
SOCRATE: Forse qualcos'altro rispetto a sei?
TEETETO: No.
SOCRATE: Dunque con ciascuna di queste locuzioni non abbiamo
detto tutte le sei unit?
TEETETO: S.
SOCRATE: E d'altra parte non diciamo una unit sola, dicendole
tutte quante?
TEETETO: Necessariamente.
SOCRATE: E che cos'altro  se non le sei unit?
TEETETO: Nulla.
SOCRATE: Quanto dunque si trova nelle cose che derivano dai numeri, se
diciamo tutto oppure tutte le unit, vogliamo sempre dire la stessa cosa?
TEETETO: Pare di s.
SOCRATE: Diciamo di queste cose nel modo seguente: Il numero del
pletro (85) e il pietro sono la stessa cosa?
TEETETO: S.
SOCRATE: E il numero dello stadio e lo stadio allo stesso modo?
TEETETO: S.
SOCRATE: E allora anche quello dell'esercito e l'esercito e allo stesso
modo avviene per tutte le altre cose di questo genere. Ogni
numero infatti rispetto a ciascuna di esse  tutto l'essere.
TEETETO: S.
SOCRATE: Ma il numero di ciascuna cosa  forse qualcosa di diverso
rispetto alle parti?
TEETETO: No.
SOCRATE: Tutte le cose, dunque, che hanno parti, consisterebbero di parti?
TEETETO: Appare chiaro.
SOCRATE: Ma si  gi riconosciuto che tutte le parti di una cosa sono il
tutto, se anche tutto il numero  tutta la cosa.
TEETETO:  cos.
SOCRATE: Ma allora l'intero non consiste di parti: sarebbe un tutto
infatti, se fosse tutte le parti.
TEETETO: Non sembra.
SOCRATE: Ma parte pu essere di qualunque altra cosa rispetto a quella
che , cio dell'intero?
TEETETO: Del tutto.
SOCRATE: Tu lotti con coraggio, Teeteto. Ma il tutto, quando nulla manca,
non  per questo stesso tutto?
TEETETO: Necessariamente.
SOCRATE: E l'intero anche non sar questo stesso, cui nulla sia venuto meno
sotto nessun aspetto? Quello invece cui  venuto qualcosa, non pu
essere n intero n tutto, dal momento che per la stessa causa (86) sono la
stessa cosa.
TEETETO: A mio parere ora non c' alcuna differenza fra il tutto e
l'intero. (87)
SOCRATE: Dunque non dicevamo che quando le parti facciano consistere un
qualcosa, proprio tutte le parti sono il tutto e l'intero?
TEETETO: Certamente.
SOCRATE: Di nuovo, dunque, il problema che avevo tra le mani poco fa: se
la sillaba non  le lettere, e necessariamente essa non ha le lettere come
sue parti, oppure essendo la stessa cosa rispetto a questa, non deve essere
riconoscibile allo stesso modo di quelle?
TEETETO:  cos.
SOCRATE: Ma proprio perch questo non avvenisse, non avevamo fissato che
essa era diversa da loro?
TEETETO: S.
SOCRATE: E dunque? Se le lettere non sono parti della sillaba, hai tu
altre cose da dire che siano parti della sillaba, pur non essendo
le lettere di essa?
TEETETO: No, assolutamente, Socrate; perch se io fossi d'accordo
che ci sono alcune parti di essa, sarebbe proprio comico che, buttando
via le sillabe, mi volgessi poi ad altre cose.
SOCRATE: Senza dubbio, allora, Teeteto, secondo il tuo attuale ragionamento
la sillaba sarebbe un'idea (88) unica indivisibile.
TEETETO: Pare.
SOCRATE: Ti ricordi, o caro, che nel ragionamento di poco fa noi
fummo d'accordo, giudicando che fosse detto bene che dei primi
elementi - quelli da cui sono formate le altre cose -, non si pu
rendere conto perch ciascuno di essi considerato in s e per s 
semplice, n sta bene a proposito di esso, aggiungendo, dire:
essere, questo, come altri simili e diversi modi di dire e che 
proprio questa la causa che rende l'elemento stesso irrazionale e
irriconoscibile?
TEETETO: Me ne ricordo.
SOCRATE: O c' anche qualche altra causa, se non questa, del
loro essere semplice e indivisibile? Io, infatti, non ne vedo altra.
TEETETO: Infatti non pare possa esserci.
SOCRATE: E dunque anche la sillaba non  caduta in quello stesso
aspetto rispetto a ciascuno dei princpi, se pure  vero che non ha
parti ed  idea unica?
TEETETO:  proprio cos.
SOCRATE: Se dunque una sillaba  pi lettere ed  un intero, e queste,
sono parti di essa, allo stesso modo le lettere come le sillabe
sono conoscibili, determinabili; se  vero che tutte le parti, si 
dimostrato, sono la stessa cosa rispetto all'intero.
TEETETO: Ma certo.
SOCRATE: Se poi  un qualcosa di unico e senza parti, la sillaba, allo
stesso modo della lettera, sar irrazionale e non conoscibile: infatti
la stessa causa render identiche e l'una e l'altra.
TEETETO: Non saprei dire in altra maniera.
SOCRATE: Questo dunque non possiamo accettare, cio che uno
dica che la sillaba  conoscibile e determinabile, la lettera, invece,
tutto il contrario.
TEETETO: Certamente no, se seguiamo il nostro ragionamento.
SOCRATE: Ebbene? Non potresti accettare piuttosto quello che dice il
contrario da quello che tu stesso hai conosciuto in te, nell'apprendere le
lettere?
TEETETO: E cosa?
SOCRATE: Che, nell'imparare le lettere, niente altro hai fatto che tentare
di distinguerle, una per una, con la vista e con l'udito perch la loro
posizione e quando venivano pronunciate e quando venivano scritte non
avesse a disorientarti.
TEETETO: Dici cosa verissima.
SOCRATE: E nell'aver appreso alla perfezione l'arte del citarista forse
c' stata qualche altra cosa se non il poter tenere dietro a ciascun suono
e sapere di che corda ?
TEETETO: Niente altro.
SOCRATE: Se dunque da questi princpi (lettere) e relazioni (sillabe),
delle quali noi siamo esperti, da queste dobbiamo dare testimonianza
anche sugli altri, diremo che il genere dei princpi ha una conoscenza
pi chiara e pi sicura di quella della relazione per afferrare
compiutamente ogni apprendimento, e se uno dir che la relazione 
conoscibile, mentre la relazione  irriconoscibile per natura riterremo che
di proposito o, suo malgrado, stia scherzando.
TEETETO:  indubbiamente cos.
SOCRATE: Ma intorno a questo argomento, secondo il mio parere, si
potrebbero portare ancora altre prove; ma, per esaminare queste, non
lasciamoci sfuggire il problema proposto, cio cosa mai si deve intendere
che la ragione, congiunta con opinione vera, diventa la conoscenza pi
perfetta.
TEETETO: E dunque occorre considerare questo.
SOCRATE: Ors dunque: cosa si vuole che significhi per noi ragione? A me,
infatti, pare una di queste tre cose.
TEETETO: Quali?
SOCRATE: La prima potrebbe essere questa: rendere chiaro il proprio
pensiero mediante la voce con locuzioni e nomi, rappresentando la propria
opinione, come in uno specchio o nell'acqua, mediante il flusso verbale che
proviene dalla bocca. E a te non pare che ragione sia un presso a poco cos?
TEETETO: A me s. Diciamo che ragiona uno che fa questo.
SOCRATE: Per, mostrare che cosa uno pensi su una certa cosa,  capace di
farlo ognuno, in modo pi rapido o pi lento, a meno che non sia sordo e
muto fin dalla nascita. E cos quanti Opinano rettamente su un punto,
appare chiaro che con ragione hanno questo e dunque non potr pi esserci
retta opinione senza conoscenza.
TEETETO:  vero.
SOCRATE: Ma non muoviamo critiche cos facilmente di non avere
detto nulla a colui che ha determinato conoscenza come noi ora
stiamo considerando. Probabilmente infatti chi parlava non
sosteneva questo, ma che uno interrogato intorno a una determinata
cosa  capace di dare la risposta all'interrogante attraverso i princpi
della cosa stessa.
TEETETO: E quale esempio vuoi portare, Socrate?
SOCRATE: Uno come questo. Esiodo dice del carro: I cento legni del carro
che io non saprei elencare e, penso, neppure tu. Ma potremmo rallegrarci
se a chi ci chiede che cosa  un carro, avessimo modo di rispondere: ruote,
asse, tettoia, parapetto e giogo.
TEETETO: Esattamente.
SOCRATE: Ma probabilmente costui riterrebbe che noi siamo ridicoli se,
interrogati sul tuo nome, rispondessimo sillaba per sillaba, opinando bene
e dicendo quel che diciamo e pensando di essere grammatici e di avere e
di esprimere secondo grammatica la ragione del nome di Teeteto, mentre
invece non  dato che esprima nulla secondo conoscenza chi non abbia
compiuto alla perfezione l'esame di ciascuna cosa attraverso i suoi princpi,
come anche  stato detto nei discorsi precedenti.
TEETETO:  stato detto infatti.
SOCRATE: E cos anche del carro noi possiamo avere giusta opinione,
soprattutto chi, delle sue cento parti possa percorrerne l'essenza,
e aggiungendo questo, egli ha raggiunto la ragione della vera opinione,
e anzich opinatore egli sar tecnico e conoscitore della essenza del
carro avendo compiuto un esame approfondito al tutto mediante i princpi.
TEETETO: E non ti pare che vada bene, o Socrate?
SOCRATE: E a te pare bene, o amico? Sei d'accordo tu che la descrizione
di ogni cosa mediante i suoi princpi sia ragione, mentre quella secondo
le relazioni o qualcosa di ancora pi grande sia illogica? Rispondimi
questo perch possiamo esaminarlo.
TEETETO: Ma io sono d'accordo completamente.
SOCRATE: Ritenendo forse che sia capace di conoscenza di qualcosa
uno che pensi che lo stesso principio ora riguardi la stessa cosa,
ora un'altra, o anche quando ritenga che alla stessa cosa ora
competa un principio, ora invece un altro?
TEETETO: Per Zeus, io no!
SOCRATE: Hai dimenticato dunque che, all'inizio, nell'imparare le
lettere, tu e gli altri facevate questo?
TEETETO: Intendi forse che, della stessa sillaba, ora pensavamo che
la lettera fosse questa, ora un'altra, o anche che univamo la stessa
lettera ora alla sillaba giusta, ora invece a un'altra?
SOCRATE: Dico questo.
TEETETO: Non l'ho dimenticato, no: per Zeus! E non ritengo affatto
che abbia conoscenza chi la pensi cos.
SOCRATE: Ebbene? Quando in qualche occasione mentre uno scrive Theeteto,
pensa che si debba scrivere e cos scrive: Th e e; e mettendosi poi a
scrivere Teodoro pensa che si debba scrivere e scrive: T e e, diremo che
costui ha conoscenza della prima sillaba dei vostri nomi?
TEETETO: Ma poco fa avevamo convenuto che chi si comporta in questo modo
non ha conoscenza.
SOCRATE: E c' un qualcosa dunque a impedire che anche riguardo la seconda,
la terza e la quarta sillaba egli si trovi nella stessa situazione?
TEETETO: Nulla.
SOCRATE: E allora dunque, avendone la descrizione mediante i
princpi, scriver Teeteto con giusta opinione, quando ne scriva i
principi in fila a uno a uno?
TEETETO:  chiaro.
SOCRATE: E non ne  ancora buon conoscitore, pur opinando rettamente, come
andiamo dicendo?
TEETETO: S.
SOCRATE: Avendone ragione con retta opinione; infatti scrisse tenendo il
percorso attraverso i princpi, cosa che convenimmo essere ragione.
TEETETO:  vero.
SOCRATE: Vi  dunque, amico, una retta opinione con ragione che non si deve
ancora chiamare conoscenza. (89)
TEETETO: C' questa probabilit.
SOCRATE: Un sogno fu dunque, sembra, quando ci sentivamo ricchi
pensando di possedere la pi veritiera ragione di conoscenza. O non
dobbiamo ancora sottoporla a critica? Probabilmente infatti non in tal
modo ha determinato il concetto di ragione quel tale, ma sotto il
restante aspetto dei tre, in uno dei quali sostenevamo che avrebbe posto
il valore di ragione, colui che spieg che conoscenza  retta opinione
sostenuta con ragione.
TEETETO: Me l'hai ricordato a proposito. Uno solo infatti ne resta
ancora. L'uno infatti era una sorta di immagine del pensiero
nella voce, quello detto poco fa era il percorso fino all'intero
mediante i princpi. E del terzo poi che cosa dici?
SOCRATE: Ci che potrebbero dire i pi: l'avere un qualche segno da dire
per cui ci che viene chiesto differisce da tutto il resto.(90)
TEETETO: Quale ragione dunque  di che cosa hai modo di dirmi?
SOCRATE: Ad esempio, se vuoi, quello del sole che credo sia sufficiente a
farti accettare che il sole  il pi rilucente degli astri nel cielo
che ruotano (91) attorno alla terra.
TEETETO: D'accordo.
SOCRATE: Cerca di afferrare ora in grazia di che  stato detto: se tu
comprendi la differenza di ciascuna cosa nel punto in cui  differente
dalle altre, tu capirai, come affermano alcuni, la ragione di questa cosa,
invece se tu ne tocchi soltanto una qualit comune, tu avrai la ragione
di quelle cose delle quali fa parte questa sorta di comunanza.
TEETETO: Comprendo: e mi pare stia bene chiamare ragione secondo questa
maniera.
SOCRATE: E dunque colui con giusta opinione di una qualsiasi cosa esistente,
riesce ad afferrarne la differenza con le altre, diverr buon conoscitore
di quella cosa della quale in precedenza era soltanto opinatore.
TEETETO: Diciamo giusto cos.
SOCRATE: Ora per Teeteto, dacch mi son fatto vicino a quel che si
dice tra noi come a una pittura in prospettiva, non riesco assolutamente
a comprendere neanche un po': mentre, quando ne ero lontano, mi sembrava
di dire qualcosa.
TEETETO: E perch mai questo?
SOCRATE: Te lo dir se ne sono capace: io avendo retta opinione di te,
se riesco a comprendere anche la ragione, allora ti conosco, se no, opino
soltanto.
TEETETO: S.
SOCRATE: E ragione voleva appunto dire interpretazione della tua differenza.
TEETETO: Cos.
SOCRATE: Quando dunque opinavo solamente, col pensiero riuscivo forse a
raggiungere qualcuno di quegli aspetti per cui tu differisci dagli altri?
TEETETO: Non pare.
SOCRATE: Dimmi dunque, per Zeus! Come potevo io in quel tempo, opinare su
te pi che su chiunque altro? Immagina che io pensi come  questo Teeteto:
che  un uomo, che ha naso, occhi, bocca, e cos a una a una le altre
membra. Dunque, pu darsi mai che questo pensiero faccia in modo che io
pensi a Teeteto pi che a Teodoro, o come suoi dirsi, all'ultimo dei
Misi? (92)
TEETETO: Ebbene?
SOCRATE: Ma io penso a uno che non solo abbia, come hai tu, naso
e occhi, ma anche il naso schiacciato e gli occhi in fuori, per questo dovr
io opinare pi di te che di me o di quanti han somiglianza con noi? (93)
TEETETO: No.
SOCRATE: Ma io penso anche che di Teeteto non mi sar fatto un'opinione
prima che questo tuo naso schiacciato, lasciandomi un'impronta, non abbia
posto in me un ricordo che indica una differenza dagli altri nasi
schiacciati che ho visto; e cos anche delle altre caratteristiche delle
quali consisti tu; cosa che, se ti incontro domani, mi far ricordare di te
e far anche in modo che io ne abbia giusta opinione.
TEETETO:  verissimo.
SOCRATE: Retta opinione dunque su ciascuna cosa riguarderebbe anche la
differenza.
TEETETO: Pare di s.
SOCRATE: Cosa potrebbe essere ancora aggiungere ragione alla retta
opinione? Perch se vuol dire opinare per quale aspetto una cosa
differisce dalle altre, la proposizione si fa davvero ridicola.
TEETETO: Come?
SOCRATE: Alla retta opinione che abbiamo di quelle cose quanto alla
causa per cui si differenziano dalle altre, ci impone di aggiungere retta
opinione per la quale esse si distinguono dalle altre. E cos il fare
girare una bacchetta o un pestello o una qualunque cosa non vorrebbe
dire nulla di fronte a una proposizione come questa, e si potrebbe
chiamarla pi giustamente l'imposizione di un cieco. Infatti venire a
imporci di aggiungere queste cose a quelle che abbiamo, per imparare le
cose su cui opiniamo, pare cosa che si addica in pieno a uno tenuto nelle
tenebre.
TEETETO: Dimmi ora, cosa ti premeva sapere quando domandavi?
SOCRATE: Se comprendere la ragione di una cosa vuol significare conoscere
e non solo opinare la differenza sarebbe un avvenimento graditissimo circa
la pi bella ragione tra quelle che riguardano la conoscenza.
Conoscere infatti  afferrare conoscenza. O no?
TEETETO: S.
SOCRATE: Allora, ovviamente, uno interrogato su che cosa  conoscenza
risponder che  retta opinione con conoscenza di differenza. Aggiunta
di ragione infatti sarebbe proprio questo, secondo lui.
TEETETO: Pare.
SOCRATE: E sarebbe risposta alquanto sempliciotta, perch, mentre
stiamo esaminando che cosa  conoscenza, dovremmo dire che  retta
opinione con conoscenza di differenza che di qualunque altra cosa.
Dunque non sensazione o Teeteto, n vera opinione, n ragione che si
congiunge con vera opinione potrebbe essere conoscenza.
TEETETO: Non pare.
SOCRATE: Dunque, amico, sul problema della conoscenza siamo ancora pregni
sotto qualche aspetto, o abbiamo partorito tutto?
TEETETO: Per Zeus, io ho detto, tramite tuo, molte pi cose rispetto
a quelle che avevo in me stesso.
SOCRATE: Ma tutte queste cose la mia arte di ostetrico non dice che
sono vane e non degne di essere coltivate?
TEETETO: Proprio cos.
SOCRATE: Se dunque dopo queste, o Teeteto, tu vorrai diventare
pregno di altre riflessioni, se lo diventerai, sarai pieno per
la presente ricerca, di riflessioni migliori, se invece ti manterrai
vuoto sarai meno pesante per quelli che stanno con te e pi affabile,
perch, da buon saggio, non penserai di sapere quello che non sai.
Soltanto questo infatti pu la mia arte, nulla di pi, e io non so
nulla di quello che sanno gli altri, quanti uomini grandi e
ammirevoli ci sono e ci sono stati. Questa arte maieutica io e mia
madre l'abbiamo avuta per volere di un dio, lei a sostegno delle
donne, io per quello dei giovani e nobili e quanti sono belli come te.
E ora devo andare al portico del Re (94) per ribattere all'accusa
che contro me ha scritto Meleto. Incontriamoci di nuovo qui, o Teodoro,
domani mattina.
NOTE:
1) Terpsione, come Euclide che apre il dialogo,  megarese. E a Megara
appunto  ambientato, idealmente, il dialogo stesso. Questo primo capitolo
tuttavia costituisce una sorta di introduzione. Col capitolo secondo comincia
invece il dialogo vero e proprio che viene narrato, o meglio, effettuato
direttamente da Socrate, Teodoro, Teeteto, come se parlassero direttamente
nel tempo in cui si svolge la conversazione appena iniziata. Si tratta
invece della ripresa, sia pure ideale, di conversazioni e incontri reali,
avvenuti nel tempo. Si tenga presente tuttavia che Socrate fu messo a morte
nel 399 a.C. Qui siamo almeno 30 anni dopo, come si vedr tra breve.
Terpsione e Euclide megaresi, sono ricordati nel Fedone, in quanto presenti
ambedue alla morte di Socrate.
2) Si allude qui a un fatto d'armi tra Ateniesi e Tebani avvenuto sull'Istmo
di Corinto nel 369 a.C. Teeteto fu matematico ateniese, del quale si ignora
l'anno della nascita: la sua morte invece vien fatta risalire a poco dopo
questi eventi. Quel che si sa di lui vien tratto essenzialmente da questo
dialogo: pare si occupasse di ricerche sui poliedri regolari, anzi a lui
viene attribuita la scoperta dell'ottaedro e dell'icosaedro. Si interess
anche di numeri irrazionali, come si desume dal prosieguo del dialogo,
presso la scuola di Teodoro.
3) Localit sul Cefiso, vicino a Eleusi.
4) Ancora poche battute e inizia il dialogo vero e proprio con la lettura
da parte del ragazzo. I due, intanto, entrano in casa.
5) Teodoro (Quinto-quarto secolo a.C.) era nato a Cirene, ove, pare, fu
conosciuto direttamente da Platone in uno dei suoi viaggi. Ma tenne scuola
di matematica e geometria per alquanto tempo in Atene ove, come appare
anche dal presente dialogo, frequent Socrate e ne divenne buon amico.
6) Con la lettura diretta del dialogo l'azione si sposta idealmente in Atene
nell'anno 399 a.C., l'anno stesso della morte di Socrate, quando Teeteto non
aveva ancora raggiunto i 18 anni.
7)  evidente che si riferisce ai sofisti.
8) Osserva finemente Valgimigli: E cos Socrate, brutto o no che fosse o
consentisse di essere, una stoccatina di risposta a Teodoro gliela d.
E questo  perfettamente socratico... (Platone, Teeteto a cura di
M. Valgimigli, Bari 1939).
9) Qui un po' tutta la critica ha sottolineato l'ironia di Socrate.
10) Sono pertanto incommensurabili: infatti le radici quadrate dei
numeri 3 e 5 danno come risultato dei numeri irrazionali.
11) Per es. 9=3 x 3, 16=4 x 4 ecc., numeri quadrati perch la loro figura
corrisponde esattamente a un quadrato (Platone, Teeteto, a cura di
M. Valgimigli, citato).
12) Il dio cui Socrate riservava la sua devozione e a cui ispirava la
condotta della sua vita e delle sue ricerche  Apollo. Si veda sotto questo
aspetto in particolare l'Apologia di Socrate.
13) Prodico di Ceo (quinto-quarto secolo a.C.) fu contemporaneo di Socrate.
Pi volte in Atene appartenne al primo gruppo della sofistica. Si occup di
etimologia e dell'uso corretto de le parole. Si interess anche della natura
dell'uomo, tenendo le proprie lezioni a un pubblico numeroso di giovani
mentre se ne stava avvolto nelle coperte perch malaticcio e afono. 
evidente in questo passo l'ironia di Socrate nei suoi riguardi e in quelli
degli altri sofisti.
14) Protagora di Abdera (quinto-quarto secolo a.C.) fu uno tra i pi illustri
sofisti della prima generazione, il primo a volersi chiamare con questo nome.
Impartiva lezioni a pagamento sulla virt lasciando che il compenso (molto
lauto) lo stabilissero i suoi auditori. La sua dottrina  improntata a
un radicale relativismo scettico, che emerge in tutta evidenza dalla
celebre sintesi della sua dottrina qui riportata da Platone. Nell'omonimo
dialogo platonico Protagora e Socrate discutono sul problema se la virt
sia insegnabile. (Nota 6 del Cratilo)
15) Parmenide di Elea (sesto-quinto secolo a.C.). Fu anche in Atene ove
pare che conoscesse Socrate molto giovane: il suo pensiero  esattamente
l'opposto di quello di Eraclito. Da un frammento del suo Sulla natura in
esametri, leggiamo: L'essere , il non essere non . L'essere dunque 
uno e immobile, perch con mutazioni diverrebbe non essere:  compatto e
viene rappresentato dalla forma della sfera che non si interrompe
mai, in nessun punto, dal non essere. Parmenide  pure il titolo di un
dialogo platonico, quando il filosofo, gi avanti negli anni, rivede
criticamente la sua dottrina. (Su Eraclito, anche note 73 e 76 al Cratilo.)
Empedocle di Agrigento (quinto secolo a.C.) si ispir al pensiero di
Eraclito, Parmenide, Pitagora. Per lui sono i quattro elementi fondamentali
della filosofia presocratica a dare costituzione al tutto. Egli li chiam
le radici  che non hanno nascita, ma dalla loro aggregazione e
dissolvimento avviene il processo inarrestabile del divenire. L'influsso di
Parmenide su di lui  dato dal fatto che, nel suo pensiero, i quattro
elementi non subiscono cambiamenti di sorta; quello di Eraclito invece sta
nel fatto che la nostra esperienza  soggetta a continui mutamenti.
Dei suoi poemi Sulla natura e Purificazioni ci restano complessivamente
circa 500 versi.
16) Epicarmo di Cos (sesto-quinto secolo a.C.) godette fama di filosofo oltre
che di valente poeta comico. Anche il poeta latino Ennio gli dedic un'opera
dal titolo omonimo.
17) Anche altrove, specialmente nella Repubblica Platone parla di Omero
come poeta tragico: questo soprattutto per la grande importanza che
ebbe Omero stesso nei confronti dei poeti tragici che, essenzialmente da
lui, trassero miti e argomenti per le loro tragedie. Anche Aristotele, nella
Poetica, considera Omero ome autore di imitazioni drammatiche. Il verso
qui citato si trova in Iliade libro 14,201.
18) vedi la nota 14.
19) Se si tengono ben presenti le due domande fatte da Socrate a
Teeteto, si pu capire, dal loro enunciato, come il giovane potrebbe cadere
in contraddizione.
20) Qui Platone riprende adattandolo un verso dell'Ippolito di Euripide e
precisamente il 612: Fu la lingua a giurare, non la mente.
21) Evidente il nesso tra "mi meraviglio" e "Taumante"; ma  connessione
impossibile a rendersi in italiano. In ogni caso se filosofia prende inizio
da meraviglia, Iris, come figlia di Taumante ("che si meraviglia"),
ambasciatrice anche fra di e uomini, qui viene identificata con la
filosofia.
22)  difficile comprendere contro chi siano rivolti questi strali:
indubbiamente contro i materialisti. C' chi pensa che Antistene, dapprima
seguace dei sofisti (col tempo si avvicin anche a Socrate e ne assistette
alla morte) che una volta disse a Platone: Io vedo s il cavallo, ma non
la cavallinit. C' invece chi pensa al popolino incolto in generale.
23) Il tale (...) quale  riferito all'attributo (amaro dolce) e dipende
da ci che esso genera (dolcezza amarezza), non alla sostanza in s
(almeno nella raffigurazione verbale qui usata): dunque non speciale
amarezza di uno speciale vino ecc. ma speciale amarezza del vino a meno
che speciale vino non indichi amaro in modo speciale. Pi in generale
qui si dice che col variare dell'oggetto consegue una variazione anche
nella sensazione che influisce anche sul soggetto: quando io sento questa
cosa definita, se sento altro, non sono pi io, ma un altro io.
24)  adombrato qui il principio di totalit: relazioni diverse cambiano
il contenuto della relazione.
25) Io, soggetto che sento, presuppongo l'oggetto sentito: perch non
potrei essere il soggetto che sente senza l'oggetto che  sentito, n
d'altra parte l'oggetto sentito non potrebbe essere sentito e
conseguentemente essere oggetto se non presuppone il soggetto che sente,
cio che lo sente.
26) Le anfidromie (letteralmente 'corse attorno') erano feste in uso ad Atene
pochi giorni dopo la nascita di un bambino. Nella casa parata a festa, tra i
doni degli ospiti due donne portavano di corsa il neonato attorno al
focolare, introducendolo nel culto domestico.
27) Cos probabilmente si intitolava l'opera di Protagora che cominciava
con il famoso detto: L'uomo  misura di tutte le cose.
28) Protagora esigeva un prezzo elevato per le sue lezioni.
29) Fuor di metafora Socrate intende che Teodoro non pu arrogarsi il
privilegio di far da spettatore, specie quando c' da dialogare con
quelli che ne sanno meno (i pi brutti: ironica autoallusione).
30) Sono illogicamente polemici quelli che vanno alla ricerca delle
contraddizioni insite nel linguaggio: evidente l'allusione ai sofisti.
31) Protagora era gi scomparso da circa dieci anni quando fu messo a
morte Socrate, nel 399 a.C., anno in cui vien posto idealmente questo dialogo.
32) Callia, uomo di grandissime ricchezze, che accolse Protagora in casa
propria durante il suo soggiorno ateniese.  ovvio che la tutela di cui
qui si parla si riferisce alla dottrina e non agli averi di Protagora.
33) Cio dalla sofistica.
34) Pare che non ci sia da stupirsi di questo linguaggio inurbano messo
da Platone in bocca a Protagora e cos inusuale per Socrate, se si pensa
che anche in certi passi della Repubblica, specie nel 1 libro, Trasimaco
rappresenta Protagora che parla pi o meno in questi termini.
35) La filosofia dunque per Protagora (come per tutti i sofisti ovviamente
 l'arte di convincere
36) Era, secondo una delle tante versioni della saga, un brigante, appostato
su una strada a lui omonima, tra Cronnione e Megara, che costringeva i
passanti a lavargli i piedi e in questo frattempo li gettava in mare, ove
venivano fatti a pezzi da una gigantesca tartaruga che si trovava nei pressi.
37) Gigante, figlio di Poseidone e di Gaia viveva in Libia (o in Mauritania),
e obbligava tutti i viaggiatori di passaggio a lottare con lui, vincendoli
e uccidendoli costantemente: ma quando pass Eracle lo sconfisse e lo mise
a morte.
38) Questa passione in lui non si spegner mai. Siamo ormai in prossimit
del processo che segner la morte di Socrate (399 a.C.). Tutto questo si
intona bene con i dialoghi della prima tetralogia, specie con l'Apologia,
il Critone, il Fedone.
39) Il riferimento  all'Odissea, dove pi volte ricorre l'espressione
migliaia di migliaia.
40)  un richiamo preciso alla tecnica teatrale, ai "gradini", "scala di
Caronte" che servivano per introdurre sulla scena le ombre dei morti e per
farle successivamente sparire.
41)  noto che la clessidra, ripiena di acqua, e talvolta anche di sabbia,
delimitava categoricamente il tempo in cui ogni oratore doveva contenere
il proprio intervento.
42) La condizione del filosofo viene qui paragonata a quella del poeta tragico
con tutti gli annessi e connessi dei concorsi (agoni) tragici.
43) Pindaro. fr. 292 Machler
44) Misura di lunghezza equivalente a 100 piedi.
45) Mitico figlio di Pelope e sposo di Alcmena da cui ebbe Eracle  qui
ricordato come personaggio tra i pi antichi.
46) Che il distacco dalla vita non sia un male  concetto che si impone
decisamente nella parte finale dell'Apologia e prende il suo pi ampio
e alto sviluppo nel Fedone. Il sapiente nulla ha compiuto in questa
esistenza per ottenere buona fama e gloria, ma ha praticato la virt per
se stessa: nel distacco suo quindi dalle cose del mondo c' una sorta
di liberazione dai ceppi che possono incatenare l'uomo alle passioni di
qui e distoglierlo dalla tensione che l'anima deve sempre provare: cio
quella di purificarsi e di elevarsi.
47) Citazione da Omero. Iliade, libro 18, 104.
48) Si era dunque diffusa tra i seguaci di Eraclito in Ionia a quei tempi
(albori del quarto secolo a.C.) la convinzione che teoria e sensazione
fossero la stessa cosa.
49) Richiamo al celebre detto "panta rei". Nello stesso periodo il cenno
alle teorie filosofiche pi antiche riprende l'allusione a Orfeo contenuta
nel Cratilo. Con la scuola di Efeso si intende ovviamente quella di Eraclito
che a Efeso nacque e oper: anzi egli elabor una dottrina cosmologica che
aveva affinit con la scuola milesia di Talete, Anassimandro e Anassimene.
Si tratta pur sempre di pensatori che ebbero la loro sede nella Ionia:
Mileto, Efeso ecc. Per tornare a Eraclito occorrer sottolineare che egli,
nel determinare il principio dell'universo invece dell'acqua di Talete,
dell'aria di Anassimene, indic il fuoco: un fuoco sempre vivente.
50)  un frammento dal poema Sulla natura di Parmenide.
51) Per Parmenide cfr. la nota 15.
52) Due squadre si affrontavano in palestra separate da una linea: se
qualcuno indugiava su questa veniva tirato da una squadra e dall'altra
verso la propria parte.
53)  detto in senso ironico rispetto alle loro concezioni.
549 Socrate riprende la sua battuta precedente, nella quale aveva parlato
scherzosamente di un grande pericolo da affrontare.
55) Abbiamo spostato qui, dalla battuta precedente, questo inizio di frase
che viene a confermare l'assenso dato da Teodoro al discorso di Socrate.
56) Sono questi, concetti espressi da Platone anche altrove: cfr. Cratilo.
57) Nativo di Samo, visse nel quinto secolo a.C. Oltre che filosofo fu
anche uomo politico di prestigio. Nel 441-440 a.C. ottenne il comando della
flotta che si batt vittoriosamente contro Atene, con la quale era stata
interrotta l'alleanza. Scrisse un trattato Sulla natura o sull'essere del
quale restano scarsissimi frammenti. Ma il suo pensiero, nel complesso.
 riportato da Simplicio (sesto secolo d.C.). Fu dapprima seguace di
Parmenide e della scuola di Elea sulla unit dell'essere, che
successivamente modific in infinit dell'essere stesso.
58) Cfr. Iliade libro 3,172.
59) In questa ultima battuta di Socrate, Platone accenna, quasi con le stesse
parole, al prologo del Parmenide che era stato gi composto, e preconizza la
composizione del Sofista che, come la critica ammette, avvenne subito dopo
al Teeteto.
60) Prima il con  riferito all'anima, ma il mediante agli organi corporali.
Poi sembra dire che, almeno in alcuni casi, anche il mediante va riferito
all'anima.
61) Non si pu avere una sensazione unica, mettendo in moto solo uno dei
due sensi relativamente a due cose: una vista e l'altra udita. N si pu
avere un pensiero unico se sono in movimento ambedue i sensi, perch in
questo caso si ha una sensazione. Il pensiero si ha invece quando la
percezione intellettiva  avulsa da ogni senso.
62) L'intenzionalit pura appartiene all'anima: tuttavia anche le sensazioni
possono essere intenziollalit.
63) La natura o essenza del duro e del molle.
64) Essere, verit, conoscenza essere  l'obiettivo essere; verit 
l'essere inteso dalla mente; conoscenza e possedere questa verit
(Platone, Teeteto, a cura di M. Valgimigli, citato).
65) Questo avviene per l'ontologismo di Platone, per cui il sensibile non ;
ma per l'empanlogismo e quindi l'empanontismo di Aristotele e San Tommaso,
anche il sensibile comprende l'essere, e quindi anche la sensazione  una
forma, sia pur inferiore di conoscenza.
66) Opinare  essere incerti fra due cose, poterle scambiare tra loro.
A Socrate si potrebbe obiettare: due cose, non conosciute bene, si possono
scambiare; cio le parti non conosciute permettono di scambiarle; le parti
conosciute, invece, di affermarle.
67) Pensare A di B, senza conoscere A,  impossibile per Socrate: egli non
pensa alla conoscenza parziale di A, cio di una parte di A, ma come parte
di A, poich, per lui, chi pensa conosce. Immagina allora che la cosa B sia
un non essere. Parrebbe dunque che si potesse pensare un non essere senza
conoscerlo, dato che conoscerlo  impossibile.
68) Si ricordino a questo punto l'impacciO e le esitazioni di Teeteto
all'inizio del dialogo.
69) Discorso arzigogolato per indicare chi vuol tendere insidie al suo
interlocutore, proprio, ovviamente, dei sofisti.
70) Come dice il nome stesso, Mnemosine,  il vero simbolo della "memoria".
Secondo la Teogonia esiodea, Mnemosine, figlia di Urano e Gaia, appartenente
quindi alla prima schiatta degli di, congiungendosi con Zeus in nove notti,
diede alla luce poi le nove Muse.
71) Questa immagine della cera come tramite della memoria nella conservazione
di idee e impressioni gi provate  divenuta celebre con questo passo di
Platone. Essa comunque era apparsa anche prima (in Democrito). In Aristotele
poi l'anima  come una tavoletta di cera che non contiene in s iscrizione
alcuna: esse vi saranno via via impressionate dalle nostre riflessioni e
sensazioni. Qui del resto la conoscenza viene implicitamente definita come
avere il suggello.
72) Sono quattordici i casi qui elencati, quando nel rapporto tra due oggetti
uno solo  conosciuto e pu avvenire l'errore:
1) fra due conoscenze  impossibile lo scambio;
2) cos fra non conoscenza e conoscenza;
3) fra due non conoscenze;
4) fra conoscenza e non conoscenza;
5) fra sensazione e sensazione;
6) fra sensazione e non sensazione;
7) fra non sensazione e non sensazione;
8) fra non sensazione e sensazione;
9) fra conoscenza e sensazione (omologhe) e conoscenza e sensazione omologhe;
10) fra conoscenza e conoscenza e conoscenza = sensazione omologa;
11) fra sensazione e conoscenza sensazione omologa;
12) fra non conoscenza e non sensazione e non conoscenza n sensazione;
13) fra non conoscenza e non conoscenza e non sensazione;
14) fra non sensazione e non conoscenza non sensazione.
73) Nella nota precedente abbiamo elencato quattordici punti desunti
dall'argomentazione di Socrate: gli esempi forniti in questa ultima battuta
riguardano i primi tre: il quarto  contenuto nel generico gli altri.
74) Sono stati qui esemplificati i quattro casi successivi che riguardano
soltanto la sensazione.
75) In quest'ultima battuta Socrate ha esemplificato gli ultimi sei punti
di cui si diceva sopra.
76) Ovviamente la somiglianza  nella lingua greca fra i due vocaboli:
"chr", contratto da "char" "cuore", "chers" "cera".
77) Questo nuovo punto del ragionamento non  pi contro l'esistenza di
opinioni false, ma contro l'esistenza di opinioni false nel puro pensiero.
Ma siccome occorre una definizione di opinione falsa che sia semplice
(e non dicotomica) ci fa lo stesso.
78) Questo penultimo caso si verificherebbe nell'ipotesi che Teeteto ha
avanzato poco sopra: sarebbe impossibile credere che la non conoscenza in
generale - che noi non possiamo avere dinanzi che in qualcosa conosciuta,
fosse in qualcosa non conosciuta, perch in qualcosa non conosciuta non ci
pu essere in noi; ma  possibilissimo che una non conoscenza singola (per
esempio una sensazione o un'immaginazione) sia scambiata per una
conoscenza (in senso concreto, ma anche in senso astratto).
79) Frase proverbiale attribuita, come risposta, a chi viene richiesto se
 alta l'acqua del fiume che si deve attraversare: intende sottolineare,
ovviamente, il valore dell'esperienza diretta.
80) Non  possibile sapere se Platone intenda riferirsi direttamente a
qualcuno, o abbia usato il pronome generico proprio per confutare o esporre
in astratto una tesi.
81) Teeteto dice di non ricordare bene e Socrate crede o vuol fare credere
di avere avuto a questo proposito un sogno.
82) Cio di ben distinguerla, direi di scinderla nei suoi pnncpi.
83) Si tratta delle sette vocali greche (alfa, psilon, eta, iota, omicron,
omega, ipsilon).
84) Da un punto di vista formale il ragionamento sembrerebbe non filare,
perch si pu avere come oggetto di un'azione un tutto e non le parti: per
esempio ammirare un quadro, non questa o quella pennellata. Similmente dal
fatto che gli Apostoli sono dodici (gli Apostoli ovviamente pensati dal
punto di vista kantiano, nella categoria dell'unit e non in quella della
totalit) non posso inferire che S. Pietro sia dodici.
85) Il pletro  una misura di lunghezza di 100 piedi, equivalente a m. 29,6;
dire dunque 100 piedi, oppure pletro, afferma Socrate,  la stessa cosa e
cos sar dopo per stadio che  una misura di lunghezza di 600 piedi.
86) Cio a nessuno dei due, il tutto e l'intero, proprio per essere tali,
pu mancare qualcosa.
87) Data la premessa della nota precedente Teeteto afferma l'identit di
"tutto" e di "intero".
88) "Ida" qui  presa nel senso di "oggetto pensabile".
89) Qui pare che la conoscenza sia tale solo quando scaturisce da opinione
vera che non sia per casuale.
90) Si potrebbe vedere in questo concetto quasi una anticipazione di
conoscenza chiara e distinta secondo Cartesio; mentre la prima
interpretazione di "lgos" come "analisi", per analogia richiama la
conoscenza chiara e distinta di Leibniz.
91) Da non dimenticare che ai tempi di Socrate e Platone siamo, e ancora
per parecchi secoli, in piena concezione geocentrica.
92) I Misi, abitualmente, erano considerati con disprezzo: ma qui il tono
proverbiale vuole indicare uno qualunque.
93) Si ricordi che fin dalle prime battute del dialogo Teeteto e Socrate
sono presentati con tali caratteristiche del volto.
94)  la sede dell'arconte re ove si dirimevano le accuse di empiet:  lo
stesso luogo ove Socrate incontra Eutifrone, nell'omonimo dialogo.

