CRATILO
premessa di Gino Giardini

Tra i vari dialoghi che possediamo di Platone, il Cratilo , forse,
uno dei pi complessi per l'ampia gamma di questioni e problemi
che suscita di ben ardua soluzione.  comunemente considerato
come l'opera di Platone che tratta essenzialmente di questioni etimologiche,
soprattutto per la estensione che la sezione, riservata allo studio
etimologico dei nomi e dei vocaboli in genere, occupa nell'economia del
lavoro, anche se poi di queste etimologie la critica moderna fa giustizia
sommaria, definendole in gran parte (...) assurdit grottesche.(A. Lesky,
Storia della Letteratura greca).  innegabile tuttavia che il fulcro
principale attorno al quale ruota l'opera intera  lo studio, condotto con una
analisi approfondita, sul rapporto fra le parole e le cose, delle quali
ultime, i nomi, dovrebbero rappresentare l'essenza. Il dialogo dunque,
come si suol dire, ha inizio in medias res, tra Cratilo (che d il
nome ai lavoro stesso e, pi che protagonista o anche deuteragonista,
appare quasi tritagonista) ed Ermogene, che, non convinto delle
posizioni di Cratilo sulla correttezza dei nomi, invita Socrate a
prendere parte alla discussione e a esprimere la sua. Personaggi
storici ambedue: il primo, Cratilo, di tendenze eraclitee, fu, per
consenso unanime degli studiosi, maestro di Platone in giovent, dal
quale tuttavia il discepolo dovette staccarsi con non poche riserve,
anche a giudicare dalla figura che Cratilo fa a conclusione del dialogo.
Il secondo, Ermogene, pi vicino alle posizioni parmenidee,
contraddirebbe, anche nei proprio nome, una evidente etimologia
in quanto egli, nominalmente, stirpe, progenie, discendenza di
Ermes, dio del guadagno,  povero in canna, a differenza dei fratello
Callia, presso il quale vivono, con ogni agio, i pi illustri sofisti e
svolgono la loro attivit. Egli tuttavia  un assiduo frequentatore di
Socrate, presente anche alla sua morte come sappiamo dal Fedone.
Per lui non esiste altra correttezza di nome se non quella che viene
dalla convenzione e dall'accordo comune, perch da natura non c'
cosa alcuna che abbia alcun nome. Il nome, perci, pu
essere cambiato a piacimento e in nulla muta, per questo, l'essenza
delle cose. Ma Socrate con un'argomentazione serrata, attuata
mediante l'incalzare continuo delle domande, conduce gradualmente
Ermogene su un'altra posizione, e gli fa rifiutare la posizione
protagorea, secondo la quale ognuno ha il proprio vero, e il vero
perci  relativo. In un secondo tempo quindi, Socrate ailontana
Ermogene dall'assunto di Eutidemo, secondo cui qualunque cosa
pensino tutti, pensano un identico vero, e lo conduce a considerare
l'attribuzione del nome come un processo che si svolge in maniera
analoga a quella che si osserva nel costruire uno strumento, secondo
l'idea che di quello strumento si ha. Si costruiranno ad esempio
la spola, il trapano, secondo l'idea che si ha di questi strumenti e, ad
apporre i nomi non saranno o il nostro estro o il capriccio, e nemmeno
uno qualunque, ma soltanto chi possiede l'arte del fabbricare
spole e trapani e cio il falegname e il fabbro. Sar proprio chi possiede
l'arte specifica delle singole cose e attivit ad attribuire i nomi
e, a buon diritto, sar chiamato il legislatore. La giustezza dei nomi
poi si potr cogliere con l'etimologia, proprio quando essa intende
penetrare l'essenza profonda della cosa nominata e non l'immagine,
come la figura esterna, quale deriva dalla pittura. Occorre riflettere
poi, incalza Socrate, che i nomi sono stati attribuiti alle cose
come se si muovessero, scorressero e divenissero tutte. E in quest'ottica
eraclitea, che in un primo tempo Socrate sembra condividere, la parola
"Frnesis" ('senno', 'pensiero', 'ragionevolezza'), poich, sempre a detta di
Socrate, deriva da "fors kai rou nesis" ('intendimento', 'cognizione di
movimento e di corrente'), e si inscrive degnamente in quella concezione del
reale che mette un moto instancabile ed eterno alla base di tutto. Cos
avviene anche per la parola "epistme" ('scienza', 'conoscenza') la quale
significa che l'anima, quella degna di considerazione, tiene dietro, alle
cose che sono in movimento e non le lascia indietro e nemmeno corre loro
innanzi. Noi perci, introducendo una e, bisogna che la chiamiamo
"epesteme". Esaminate cos varie famiglie di nomi, quali quelli regali,
messo a confronto il linguaggio di uomini e di, visti alcuni nomi degli
di, si passa all'esame dei nomi di cose e enti che si trovano sempre nella
stessa condizione e sono cos per natura. Sono esaminati cos i nomi dei pi
significativi fatti ed elementi della natura, quali i nomi del sole, della
luna, dei mesi, degli astri, del fuoco, dell'acqua, dell'etere, delle
stagioni, dell'anno, e si continua ad esaminare i bei nomi di cui
"frnesis" ed "epistme" fanno parte. Si continua cos in questa rassegna
di nomi, suddivisa in svariate categorie, fino a che si giunge a
prendere in esame la distinzione fra nomi e termini derivati e quelli
semplici e primitivi: si considerano in sostanza gli "stoicheia" e cio i
primi elementi; i principi di cui constano i nomi stessi e si viene
via via affermando che grande  la forza dell'imitazione nella creazione
del linguaggio. Essa si esplica addirittura anche mediante l'uso delle
lettere e delle sillabe che devono essere intenzionalmente usate nell'esigenza
di interpretare, proprio mediante l'imitazione stessa, l'essenza delle cose.
Ad esempio nella parola "rein" ('scorrere')  proprio la lettera "rho" che si
incarica di imitare lo "scorrere" stesso. Sollecitato da Ermogene a questo
punto interviene Cratilo: per lui i nomi (e le leggi) sono sempre giusti.
Non si pu nominare qualcosa senza effettivamente nominarla: cos se in un
paese straniero qualcuno si rivolge a lui come a Ermogene, costui non fa
altro che emettere dei suoni e niente altro. Socrate continua confutando
Cratilo e riesce a fargli ammettere che la giustezza dei nomi sta nel "vero"
dei nomi stessi, e che la verit dei "lgoi" ('discorsi', 'ragionamenti'),
sta nella combinazione della verit tra "rmata" ('verbi', 'azioni') e
onmata ('nomi'), che in una piena autonomia e nel loro senso pi intrinseco,
possono anche essere lontani da quel principio di razionalit che trae le
proprie fondamenta dalla natura. Ed  da questo punto che la posizione di
Cratilo comincia, e senza sosta, a essere aggredita e scossa dalle
argomentazioni di Socrate. Per fare un esempio solo, della parola
"epistme" ('scienza', 'conoscenza'), gi vista come facolt dell'anima
che tiene dietro alle cose che sono in movimento, per una sua asserita
ambiguit, si mette in rilievo una delle parti che la compongono, "stesi":
'tien ferma', 'arresta' sugli oggetti la nostra anima.  il capovolgimento
preciso della posizione eraclitea dai "movimento", che tutto investe,
alla "stasi", che su tutto presiede. Dietro alle cose dunque c' movimento o
stabilit? Quale  la interpretazione giusta? E in che modo pot agire
giustamente chi prima pose i nomi? Per Cratilo fu un dio. Ma comunque noi
dai nomi non possiamo arrivare alle cose. Occorre conoscerle direttamente.
Ma se sono scorrenti? Come si possono conoscere allora? Sono invece stabili?
Come possono rimanerlo se la conoscenza si avvicina ad esse? Anche
il conoscente, allora, dovrebbe essere stabile e coeterno alle cose.
In questa mutevolezza di posizioni, movimento, stasi, sta essenzialmente la
difficolt e la problematica stessa che emerge da questo dialogo. Di qui anche
la fragilit di posizioni interpretative che hanno abbracciato, con certa
facilit (faciloneria?) una tesi o l'altra. Non si andr tuttavia lontani dal
vero sostenendo che nel Cratilo, accanto a un continuo ed evidente
atteggiamento ironico verso la sofistica, la linea dominante  pur quella
intesa a respingere la teoria dello scorrere eterno e a postulare
l'immutabilit di alcune essenze che possono metterci in grado di raggiungere
la conoscenza. E questo ovviamente in ogni campo, ma anche in quello che
riguarda lo studio della parola e il problema delle denominazioni.

