Fedone
PREMESSA
di Gino Giardini



Ultimo dialogo della prima tetralogia, il Fedone si con giunge
strettamente agli altri tre per l'argomento, la morte di Socrate, ma se
ne distacca e quanto alla maniera compositiva e, ancor pi, per il
progressivo affermarsi del pensiero di Platone su quello di Socrate.
Il dialogo dunque, cronologicamente, va assegnato ad una fase pi
avanzata e matura della produzione platonica.
Interlocutori del dialogo sono Echecrate di Fliunte, nell'Argolide,
presso il quale si ferma Fedone nel viaggio di ritorno in Elide, sua
terra natale, da Atene, subito dopo la morte di Socrate. A Echecrate
(e ad altri) Fedone espone la narrazione delle ultime ore di Socrate
nel carcere ateniese. Siamo di fronte, dunque, a un dialogo narrato
quasi per intero, sebbene in realt sia pi corretto parlare di due
livelli dialogici, uno interno all'altro, dato che anche il dialogo
riportato in via indiretta mantiene intatta la sua carica di viva
drammaticit. La cornice diegetica, tuttavia, stempera le punte pi
acerbe del pathos, riconducendole all'accorato registro del ricordo.
E intanto, pur sempre incombente l'ombra della morte di Socrate,
essa, via via, quasi si stempera, nella speranza, che si fa sempre pi
certa, della immortalit dell'anima.
 l'alba del giorno destinato alla morte di Socrate: gli amici si
sono raccolti per tempo perch il giorno precedente hanno appreso
la notizia del ritorno della nave sacra da Delo. Socrate, appena sle-
gato dai cepp4 si intrattiene col figlioletto pi piccolo e con San-
tippe, che, all'entrare degli amici, prorompe in grida strazianti. Per
volere di Socrate essa viene allontanata. Il maestro, stropicciandosi
le gambe ancora indolenzite, ricorda Esopo: al che Cebete gli chie-
de perch si sia dato a musicarne le favole: ne  stato richiesto
anche da Eveno. Socrate, in sogno, aveva avuto vari ammonimenti
di comporre musica e credeva di averne composto per tutta la vita
facendo filosofia: ma il sogno intendeva chiedere musica in senso
comune ed egli si  adeguato. Questo va risposto ad Eveno con la
raccomandazione che segua ben presto Socrate nel suo cammino.
Ma Simmia interrompe dicendo che Eveno non nutre tal desiderio
e rileva in Socrate una contraddizione: perch chi  filosofo deve
desiderare la morte pur senza fare violenza a se stesso? E se gli
uomini sono possesso degli d4 rinchiusi come sono in una specie
di carcere, saranno gli di a liberarli.
Socrate allora comincia ad esporre la sua sicura speranza che
dopo la morte si trover presso padroni assolutamente buoni: la
vita del filosofo  continua pratica di morte, perch non si cura dei
piaceri del corpo ed anzi pone ogni sua cura per distaccare quanto
pi pu l'anima dai nessi del proprio corpo. Perci non dovr
138                                   FEDONE

dolersi quando questa separazione avverr in modo naturale e
definitivo. Il corpo ci  di impedimento per raggiungere la vera
sapienza. Solo il pensiero, non turbato dalle frenesie o dai malanni
del corpo ci d questa possibilit; e soltanto con esso noi possiamo
raggiungere l'idea del giusto in s, del buono in s, come quella
della grandezza, della forza, della sanit: cose che non si possono
raggiungere con i sensi corporali, ma con l'attivit del pensiero
libero da ogni impurit. E la morte con il distacco dell'anima dal
corpo ci libera appunto dalle impurit. Ma tale condotta, tale atteg-
giamento dello spirito appartiene al solo filosofo: il volgo esercita
in tutt 'altro senso la propria virt.
A Cebete le argomentazioni di Socrate sembrano accettabili se si
avesse la sicurezza che l'anima non muore proprio nel momento
del suo distacco dal corpo. Secondo un 'antica credenza, riprende
Socrate, le anime dei morti dall 'Ade fanno ritorno in terra e si
incarnano in nuovi esseri.  la teoria dei contrari per cui dalla vita
si passa alla morte, dalla morte alla vita come dalla veglia si passa
al sonno e viceversa. Fra i contrari non pu esservi un solo proces-
so generativo perch tutto finirebbe allo stesso livello e alla stessa
condizione: se i vivi dunque si generano dai morti  evidente che le
loro anime devono pur esistere in qualche luogo dal quale partono

per la rigenerazione.
Cebete aggiunge che a questa consapevolezza si pu giungere
anche per la dottrina dell'apprendimento che coincide con la remi-
niscenza. Le risposte che si danno a vari quesiti non sarebbero pos-
sibili se delle cose richieste non si fosse avuta conoscenza in un
tempo precedente: chi  innamorato, vedendo la lira della persona
che ama, pensa e rivede istintivamente quella persona: e gli esempi
sono svariati. Ma prima dei particolari, che sono soggetti alle
impressioni dei nostri sensi, noi possediamo le idee del bello in s,
del buono in s e cos via. Tutte idee di cui ci  stata data conoscen-
za prima di nascere e che o noi conserviamo per tutta la vita, o
recuperiamo di volta in volta dopo essere nati, mediante la perce-
zione dei sensi e i conseguenti atti di reminiscenza. Ma se noi
acquistammo queste conoscenze prima della nascita, evidentemente
prima di questa doveva pur esistere anche la nostra anima, come, a
questo punto, sembrano ammettere anche Simmia e Cebete.
A Simmia per sorge il dubbio che l'anima con la morte dell'uo-
mo possa disperdersi. E Cebete incalza sostenendo che, se  prova-
to che essa esisteva prima della nascita dell'uomo, non lo  altret-
tanto dopo la morte. Dimostrazione a met dunque. Ma Socrate
ribatte che per la teoria dei contrari congiunta con quella della
reminiscenza t'anima, entrando nella vita in quanto generata dalla
morte, deve esistere necessariamente anche dopo la morte per rige-
nerarsi ancora. Ma la paura non si cancella, afferma Cebete, ed 
come un fanciullino, insito in noi, che trema al pensiero che l'anima
possa essere dissolta da un soffio di vento dopo la nostra scompar-
sa. A questo fanciullino, sostiene Socrate, occorre trovare un incan-
tatore: ce ne saranno molti per tutta la Grecia, dopo la sua morte:
per il partito migliore  che ognuno ricerchi entro se stesso questo
PREMESSA                                139

incantatore. Ma il vero problema consiste nell'individuare quali
cose siano soggette a decomposizione: l'anima essendo una, sem-
plice e pura, non pu decomporsi come il corpo che  un agglome-
rato di parti. Come le idee del buono in s, bello in s, sono costanti
e immutabili, cos  l'anima che appartiene come esse al mondo
dell'invisibile, mentre il corpo a quello visibile, soggetto a muta-
Imenti. Anche l'anima, quando  insieme al corpo, pu essere per-
turbata a contatto con le varie mutevoli sensazion4 ma quando 
sola, a contatto con il puro e con ci che non muta, essa stessa 
pura e non muta.
Assieme al corpo l'anima esercita un dominio e il corpo serve:
sono le funzioni che spettano relativamente a ci che  divino e a
ci che  mortale. L'uno dunque dovr sciogliersi, l'altra rester
indissolubile: e quando uscir pura dal corpo si unir al divino,
all 'invisibile, all'immortale per vivere lieta in mezzo alla schiera
degli di. L'anima impura torner a reincarnarsi assumendo forme
con grue alle consuetudini praticate nella vita precedente: diventer
un asino chi si compiaceva di banchetti e dei piaceri anche violenti
della carne. L'anima pura, invece, si asterr da queste e da altre pas-
sioni non per il volgare calcolo di evitare guai peggiori, ma perch,
curando di spezzare le catene che la avvincono al corpo con tutte le
sue passioni, potr finalmente liberarsi da ogni male. In tal senso
anche il fanciullino di Cebete potr disperdere le proprie paure.
A conclusione di queste parole Socrate avverte un fitto scambio di
parole fra Simmia e Cebete che, interpellati, temono di recargli
molestia in un tale momento. Egli allora lamenta che i suoi amici
non lo reputino nemmeno al livello dei cigni in fatto di divinazio-
ne: essi cantano, non per il dolore della imminenza della morte,
come credono i pi, ma per la gioia di ricongiungersi al dio Apollo
di cui sono servi: anche Socrate  lieto perch egli pure  servo
dello stesso dio. Dei due amici cos rincuorati, per primo parla
Simmia. L'anima e il corpo, nel loro raccordo, richiamano quello
dell'accordo e dell'armonia rispetto alla lira: scomparsa la lira
scompare anche l'accordo, anzi questo scompare prima. Invitato da
Socrate, anche Cebete espone il suo dubbio ricorrendo all'esempio
del tessitore che consuma vari mantelli da lui intessuti, ma non l'ul-
timo che gli sopravvive. Cos l'anima pu reincarnarsi in vari
corpi, ma non  detto che quello che essa riveste di volta in volta
non sia l'ultimo e provochi cos la sua fine e dispersione. A queste

obiezioni che investono di tristezza e perplessit i compagni,
Socrate risponde con affabilit e dolcezza, accarezzando i bei
capelli di Fedone, posti quasi in gioco, assieme ai suoi, di essere sot-
toposti al taglio nella stessa giornata, se egli non riuscir a vincere i
dubbi di Simmia e Cebete. Non  l'orgoglio a parlare in lui, ma l'i-
nesausto spirito di ricerca. Dopo aver parlato contro i rischi della
misologia, proprio avvalendosi dell'esempio che identifica l'anima
con l'accordo, Socrate dimostra che l'obiezione di Simmia non pu
reggere. Per rispondere a Cebete Socrate ricorda la sua prima attra-
zione agli studi sulla natura e alle teorie di Anassagora. Ma a consi-
derare ogni cosa e a condurre le ricerche con gli occhi e con gli altri
140                                   FEDONE

sensi si rischia la cecit, come chi, durante una eclissi di sole, vuole
osservare l'astro direttamente e non vederne l'immagine riflessa in
un liquido o qualcosa di simile. Occorre considerare le cose nei
loro concetti basilari, cio nelle idee.
Attraverso la teoria delle idee si potr scoprire che l'anima 
immortale: anche la teoria dei contrari giover a questa dimostra-
zione: come vita  il contrario di morte, cos l'anima, che pur di per
se stessa non  contraria alla morte, non pu essere soggetta alla
morte che  il contrario del principio, cio la vita, che l'anima con-
tiene in s. Felice la sorte delle anime che giungeranno pure a ricon-
giungersi al puro mondo delle idee, da cui sono partite. Varia e agi-
tata invece quella delle anime che in questa vita si sono macchiate
di poche e parecchie colpe. Ma, per avere un 'immagine del loro iti-
nerario dopo la morte, occorre avere una idea della terra, una sfera
molto grande, in mezzo all'universo, con le sue cavit e prominen-
ze, i fiumi sotterranei quali l'Oceano, l'A cheronte, il Pirifiegetonte,
il Cocito. Questi fiumi sono percorsi un po' tutti dalle anime che si
sono macchiate in modo vario, per purgarsi delle loro colpe e rice-
vere poi i premi per le azioni bene compiute. Ma l'anima macchiata
di cose inespiabili  precipitata nel Tartaro da cui non uscira' pi.
Le anime vissute santamente invece, specie quelle di coloro che si
diedero alla filosofia, raggiungeranno al culmine della terra l'eter-
na beatitudine.
Non ci si pu ostinare, soggiunge Socrate, a credere che tutto
avvenga secondo questa immaginazione. Ma bisogna pur credere
in qualcosa di simile, data l'immortalit dell'anima.
A questo punto Socrate vuole lavarsi per non creare fastidi alle
donne che dovrebbero provvedere a quest'operazione.
Alla domanda su come vuole essere sepolto Socrate riesce anche a
scherzare: Come volete, rispose, sempre che riusciate a prender-
mi...  (L'anima sua potrebbe sfuggire loro e salire in alto). Critone
poi dovr con vincersi che non sar Socrate a essere cremato e
sepolto, ma solo il suo corpo.
Socrate  gi tornato dal bagno ove ha indugiato con le donne di
casa e i figlioletti quando giunge il messo degli Undici, incaricati
dell'esecuzione della sentenza, ad annunziare che  ora di assumere
il veleno. Il messo si commuove e Socrate ne loda le doti di bont e
umanit. Giunge, impassibile, l'uomo che reca il veleno: Socrate ha
affrettato questo momento contro il parere di Critone: per lui,
ormai, non si pu pi lesinare sulla vita che non  pi nulla. E
versa d'un fiato la tazza. Scoppia il pianto di tutti, troppo a lungo
represso. Apollodoro singhiozza come un fanciullo, Critone fa per
allontanarsi: si infrange il cuore di tutti. Socrate interviene ancora:
che gli giova aver fatto allontanare le donne per evitare tali scene?
Gli amici si ricompongono a stento, provando vergogna. Socrate si
conca sul letto e si copre con il lenzuolo: l'uomo che ha recato il
veleno comincia a toccargli incessantemente i piedi e le gambe.
Ormai il suo corpo  gelido, almeno fino al ventre. Socrate allora si
scopre il volto: O Critone, disse, siamo ancora in debito di un
gallo ad Asclepio. Dateglielo e non dimenticatevene.
PREMESSA                                141

Si ricopre di nuovo e non aggiunge altro. Dopo un ultimo movi-
mento, l'uomo lo scopre; gli occhi di Socrate sono ancora aperti in
uno sguardo fisso. Critone glieli chiude insieme alla bocca.
Con questi tocchi rapidi e sobri Platone immagina e descrive la
morte di Socrate alla quale non fu presente perch malato.

E questa, conclude Fedone il racconto del dialogo all'ospite
Echecrate, fu la fine del nostro amico, uomo, possiamo ben dirlo,
fra tutti quelli che abbiamo conosciuto il pi saggio e il pi giusto.

                                          GINO GIARDINI
