Eutifrone
PREMESSA di Gino Giardini
L'Eutifrone non viene comunemente considerato il primo dialogo
della produzione letteraria filosofica di Platone, ma  pur sempre
la prima opera della prima tetralogia del filosofo ateniese. Questa
sua collocazione risponde a una scelta degli editori antichi, che
annoverarono il dialogo tra quelli cosiddetti socratici (nei quali
appunto campeggia la figura di Socrate, protagonista e in certo
modo "eroe" di ogni singolo testo). All'interno di questa partizione
i dialoghi venivano disposti secondo le articolazioni fondamentali
della biografia socratica, ovvero l'accusa, il processo, il carcere, la
morte, ed evidentemente parve naturale collocare l'Eutifrone insieme
con l'Apologia, il Critone e il Fedone. Ma basta uno sguardo al
contenuto concettuale del dialogo per comprendere come questa
collocazione sia poco soddisfacente: a favore di una datazione pi
matura, che collochi l'Eutifrone dopo i dialoghi propriamente
socratici e poco prima di quelli in cui la dottrina delle idee  oggetto
di estesa trattazione, sta per l'appunto il legame con quella dottrina,
che emerge palese la dove la discussione verte sull'"idea" del
santo "in s e per s".
Ci considerato,  probabile che l'Eutifrone sia stato scritto dopo
il Protagora e il Gorgia, nei quali santit e giustizia appaiono concetti
definitivamente elaborati e autonomi.
Quanto alla struttura e alla fisionomia del dialogo, l'Eutifrone
rappresenta in modo caratteristico il tipo del dialogo, per cos dire,
"in presa diretta"; ovvero dell'esposizione in cui i personaggi - qui
Eutifrone e Socrate - sono introdotti direttamente a esprimere le
loro posizioni: il dibattito  offerto senza mediazioni o cornici, nel
suo progressivo svolgersi ( stato qualche volta suggerito l'accostamento,
non arbitrario, a una vera e propria "scena" teatrale).
In altri casi, invece - valga in primo luogo l'esempio del Fedone,
pu avvenire che il dialogo sia riferito da qualcuno (un testimone
narratore che ne rievoca lo svolgimento, talvolta intervenendo a
sottolineare discretamente il proprio ruolo di "voce fuori campo"
con brevi incisi e puntualizzazioni), all'interno di un racconto che
funge da cornice.
Veniamo, appunto, allo sviluppo del dibattito, che reca, dall'inizio
alla fine, un'impronta di spontanea freschezza.
Eutifrone torna dal tribunale ove si  recato per accusare di
empiet il padre, colpevole di aver lasciato morire di fame e di stenti
un proprio servo, incatenato in un fosso. Socrate invece sta per
entrare in tribunale per respingere un'accusa di empiet, mossa
contro di lui da Anito e Meleto. Siccome Eutifrone, fin dalle prime
battute, pretende di avere le idee ben chiare su cosa sia empiet (e
sulla santit, che ne  il contrario), Socrate si dice disposto, facendosi
suo discepolo, ad ascoltarne gli insegnamenti. Cos potr ben
difendersi dall'accusa di Meleto e, forse, ritorcerla contro di lui.
Sicuro di s, Eutifrone esordisce dichiarando che santo  ci che
lui sta compiendo, nell'accusare d'omicidio il proprio padre, come
non santo, cio empio, sarebbe l'omissione della denuncia, dato il
vincolo di parentela che lega accusato e accusatore. Socrate ribatte
che dal caso particolare vorrebbe risalire a un concetto pi sicuro,
alla vera essenza della santit in universale, in virt
della quale tutti gli atti santi sono santi.
Eutifrone passa allora a sostenere che santo  ci che  caro agli
di, e non santo il contrario. Socrate ne conviene, perch, a differenza
dell'interlocutore, non crede che gli di talvolta possano dissentire
e opporsi gli uni agli altri; e tuttavia non gli sfugge che una
tale definizione ridurrebbe la santit stessa a una sorta di approvazione
formale ed esterna da parte degli di sugli atti umani, sottraendo
loro ogni qualit intrinseca in quanto frutto di una scelta.
Del resto, caro agli di  ci che  amato dagli di, fatta sempre
salva la concordia tra essi.
Ne consegue, allora, che il santo non sarebbe amato dagli di in
quanto santo, ma in quanto caro, cosa che ripugna alla coscienza di
Socrate e via via anche a quella di Eutifrone, che ammette che gli
di non amano una cosa senza un motivo, ma l'amano proprio per
il motivo che essa  santa. E Socrate incalza affermando che la
santit  riconoscibile anche dalla ragione di chi  veramente
intenzionato a ricercare e indagare per evitare un viluppo di contraddizioni
e la falsa credenza che la santit sia un qualcosa che arbitrariamente
viene posto e imposto dagli di.
Qui, evidentemente,  uno snodo essenziale dell'intero dibattito.
La santit viene ora esaminata come parte della giustizia che 
insita nella cosa, e che riguarda la cura degli di, da intendersi
non come fattore astratto ed estraneo al mondo umano, ma come
qualcosa che purifica e spiritualizza il comune sentire, che si
trasforma e si eleva nei singoli atti compiuti, secondo una scelta che 
logica e morale a un tempo.
Ma in che consiste, propriamente, la "cura degli di"? Cura degli
di non pu essere quell'operare che si propone di migliorare gli
di, perch essi sono gi perfetti di per se stessi. E non avendo gli
di bisogno alcuno degli uomini, non si pu pretendere di fare
"benefici" agli di, perch gli uomini ricevono tutto da essi e non
viceversa: gli uomini perci possono aspirare soltanto a rendere
"onore" agli di. Quando per ci si chiede quali siano i detti e i fatti
che rendono "onore" agli di, si risponde che sono quelli a loro
graditi, cadendo cos in una sorta di circolo vizioso.
Di qui la necessit di ulteriori indagini, di ricominciare tutto da
capo: al che Eutifrone si sottrae, con una scusa, quasi fuggendo.
Questo abbandono del campo non toglie, per, che alcuni risultati
siano sicuri: al contrario, ne ribadisce in qualche modo
l'incontrovertibilit. Resta assodato che gli di non sono despoti
esterni di ci che  santo e di ci che non lo , e che gli uomini, per
incontrare l'idea del santo, devono in ogni modo evitare azioni ingiuste,
prive di razionalit e umanit.
Socrate ha smontato via via il castello delle certezze di Eutifrone
con l'incalzare delle sue domande e qualche tratto di benevola ironia: anche
Eutifrone  ben disposto nei confronti di Socrate, e i due
svolgono il dialogo in piena naturalezza e "drammaticit". Non
per nulla Platone conosceva e ammirava il mimo del poeta siculo Sofrone.

