






                         traduzioni telematiche a cura di

        Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo

                          (casa di reclusione - Opera).





                                     Platone.

                        APOLOGIA DI SOCRATE - IL SIMPOSIO.
















                                     INDICE.


                          Apologia di Socrate: pagina 3.

                        Simposio (Sull'amore): pagina 58.











                               APOLOGIA DI SOCRATE.


      1.

      Io non so quale sia,  o cittadini ateniesi,  l'impressione  che  avete

      provato nel sentire i miei accusatori.  Infatti,  per poco anch'io non

      mi dimenticavo di me stesso,  cos convincente  era  il  modo  in  cui

      parlavano.

      Eppure di vero, per dirla in breve, non hanno detto proprio nulla.

      Soprattutto   una   delle   molte  menzogne  che  hanno  detto  mi  ha

      meravigliato,  ossia quando hanno affermato che  voi  dovevate  essere

      circospetti  in modo da non lasciarvi ingannare da me,  in quanto sono

      straordinario nel parlare.  E che non provassero vergogna dal  momento

      che  io  li  avrei  subito  confutati  nei fatti,  non appena vi sarei

      apparso essere tutt'altro che straordinario nel parlare,  questa mi  

      sembrata la cosa pi vergognosa da parte loro. A meno che non chiamino

      straordinario  nel  parlare  colui che dice la verit.  Infatti,  se 

      questo che intendono,  allora potrei ammettere io pure  di  essere  un

      oratore, ma non come intendono loro.

      Costoro,  dunque,  come vi ripeto,  hanno detto di vero poco o niente.

      Invece da me voi udrete tutta quanta la verit.

      Per,  per Zeus,  o cittadini ateniesi,  voi  non  ascolterete  da  me

      discorsi  ornati  con  belle frasi e con belle parole,  come quelli di

      costoro e neanche ben ordinati.  Udrete,  invece,  cose dette un po' a

      caso  con  le parole che mi capitano.  Infatti,  sono convinto che sia

      giusto quanto affermo.

      E nessuno di voi si attenda altro da me.

      D'altra parte,  o cittadini,  non sarebbe davvero conveniente  che,  a

      questa  et,  io mi presentassi davanti a voi a foggiare discorsi come

      un giovinetto.  E anzi,  o cittadini ateniesi,  io vi prego  molto  di

      questo  e  vi  chiedo  di esser scusato: se mi ascolterete fare la mia

      difesa con quegli stessi discorsi che sono  solito  pronunciare  anche

      sulle piazze davanti ai banchi dei cambiavalute,  dove molti di voi mi

      hanno ascoltato,  e in altri luoghi,  non dovete meravigliarvi  e  non

      dovete far chiasso per questo.

      La  cosa  sta  in  questi  termini.  E'  la  prima  volta che vengo in

      tribunale e  ho  l'et  di  settant'anni.  Perci  io  sono  veramente

      straniero al linguaggio che si usa in questo luogo.  Come,  dunque, se

      fossi veramente uno straniero,  voi avreste certamente  indulgenza  se

      parlassi  in  quella lingua e in quelle maniere secondo le quali sarei

      stato educato,  cos anche ora vi chiedo questo,  che a mio giudizio 

      giusto,  ossia  che  siate  tolleranti  del  linguaggio  che  user  -

      linguaggio che potrebbe essere forse peggiore,  ma che potrebbe essere

      forse migliore di quello che usano loro -, e che questo consideriate e

      a  questo  facciate  attenzione,  ossia  se  io dico cose giuste o no.

      Infatti, il buon servizio di chi giudica sta proprio in ci, mentre il

      buon servizio di chi parla  dire la verit.

      Prima di tutto,  dunque,   giusto che  io  mi  difenda,  o  cittadini

      ateniesi dalle prime false accuse e dai primi falsi accusatori,  e poi

      dalle accuse successive e dagli accusatori successivi.

      Infatti, ci sono stati molti che mi hanno accusato davanti a voi,  gi

      da  tempo e per parecchi anni e senza che dicessero niente di vero.  E

      io temo questi accusatori molto pi di Anito e dei suoi  amici,  anche

      se  pure  questi  sono  terribili.  Per quelli sono pi terribili,  o

      cittadini, ossia quei primi i quali, prendendo la maggior parte di voi

      fin da fanciulli,  vi hanno persuaso e  hanno  rivolto  contro  di  me

      accuse per niente vere: che c' un certo Socrate uomo sapiente, che fa

      indagini  sulle cose celesti e fa ricerche su tutte le cose che stanno

      sotto terra, e che rende pi forte il ragionamento pi debole.

      Questi che hanno diffuso tali voci,  o cittadini  ateniesi,  sono  gli

      accusatori   terribili.   Infatti,   chi  li  ascolta  ritiene  che  i

      ricercatori di tali cose non credano all'esistenza degli di. Inoltre,

      questi accusatori sono numerosi e mi hanno rivolto accuse gi da molto

      tempo.  E,  per giunta,  parlavano a voi in  quella  et  nella  quale

      eravate particolarmente disposti a credere,  vale a dire quando alcuni

      di voi erano fanciulli e giovinetti, accusandomi in contumacia,  senza

      che nessuno mi difendesse.

      E  la  cosa pi strana di tutte  che di costoro non si possono sapere

      n dire nomi, fatta eccezione di un commediografo.

      Ma quanti,  mossi da invidia e servendosi di calunnie vi persuasero  -

      persone  che si sentivano esse stesse persuase,  persuadendo gli altri

      -, ebbene, tutti costoro sono assolutamente irraggiungibili.  Infatti,

      non      possibile  portare  qui  sulla  tribuna  alcuno  di  loro  a

      testimoniare,  n confutarli;  ma mi trovo davvero nella necessit  di

      difendermi come combattendo con delle ombre, e di confutarli senza che

      ci sia nessuno che mi risponda.

      Dunque dovete credere anche voi come vi dico, che sono sorti contro di

      me  accusatori  di due tipi: alcuni che mi hanno messo sotto accusa da

      poco;  altri,  invece,  che mi hanno messo sotto accusa da tempo e dei

      quali vi sto parlando. E dovete credere che bisogna che io mi difenda,

      in primo luogo, proprio nei confronti di questi. E, infatti, voi avete

      ascoltato le accuse di questi accusatori,  prima e molto pi di quelle

      degli altri che sono venuti dopo.

      Bene!  Allora devo difendermi,  cittadini ateniesi,  e devo cercare di

      rimuovere  da voi,  in cos poco tempo,  quella calunnia che vi tenete

      dentro  da  molto  tempo.   E  desidererei  proprio  che   questo   si

      verificasse,  se  cos    il  meglio  per  me  e  per voi,  e che col

      difendermi  traessi  qualche  vantaggio.  Per  ritengo  che  ci  sia

      difficile, e non mi sfugge affatto quale sia tale difficolt.

      In ogni caso,  vada come  caro al dio;  bisogna ubbidire alla legge e

      difendersi!

      Riprendiamo,  dunque,  da principio qual  l'accusa  da  cui    sorta

      contro  di  me  la  calunnia,  basandosi  sulla  quale anche Meleto ha

      intentato questo processo contro di me. Ebbene, che cosa affermavano i

      miei calunniatori nel calunniarmi?

      Dobbiamo leggere il loro atto di accusa,  come se  fossero  accusatori

      veri  e  propri:  "Socrate commette ingiustizia e si d molto da fare,

      indagando le cose che stanno sotto terra  e  quelle  celesti,  facendo

      risultare  pi  forte  il  ragionamento pi debole e insegnando queste

      medesime cose anche agli altri".

      Di questo tipo  l'accusa che mi fanno.  E queste cose le avete  viste

      pure  nella  commedia  di Aristofane,  un Socrate che l viene portato

      attorno,   dicendo  di  camminare  nell'aria  e  dicendo  molte  altre

      sciocchezze:  tutte  cose  queste di cui io non mi intendo n molto n

      poco.

      E dico ci in quanto ho disprezzo per una scienza come  questa,  posto

      che ci sia qualche sapiente di tali cose. Che io non debba ricevere da

      Meleto  anche  un'accusa di tal genere!  Dico,  invece,  che di queste

      cose, o cittadini ateniesi, io non faccio assolutamente ricerca.

      Presento come testimoni, di nuovo, la maggior parte di voi.  E ritengo

      opportuno  che  vi  informiate  a  vicenda  e  che riferiate le vostre

      opinioni, quanti mi avete sentito discutere. - E siete in molti che mi

      avete sentito!  - Riferitevi dunque a vicenda,  se c' qualcuno di voi

      che  mi  abbia mai udito discutere di cose di questo genere,  o poco o

      molto.  E di qui vi renderete conto del fatto che anche le altre  cose

      che i pi dicono su di me sono come queste.

      In realt, di tutto questo non  vero niente.

      E se anche avete udito dire da qualcuno che io cerco di educare uomini

      e che esigo denaro, neanche questo  vero.

      In  realt  mi sembra che anche ci sia bello,  se uno sia in grado di

      educare uomini,  come sono in  grado  di  farlo  Gorgia  di  Leontini,

      Prodico  di  Ceo  e Ippia di Elide.  Infatti,  ciascuno di costoro,  o

      cittadini,  in grado, andando in ciascuna delle citt,  di persuadere

      i  giovani  - ai quali sarebbe pur possibile frequentare gratuitamente

      chi vogliono dei concittadini -, ad abbandonare la compagnia di quelli

      e a stare invece con loro,  dando loro denari,  e per giunta ad  avere

      gratitudine nei loro confronti.

      Anzi,  c'  un  altro sapiente di Paro di cui ho saputo che  venuto a

      abitare qui. Infatti,  mi  capitato di incontrarmi con un uomo che ha

      profuso denaro ai sofisti pi di tutti gli altri messi insieme, Callia

      figlio  di  Ipponico.  E  a  quest'uomo  che  padre di due figli,  ho

      domandato: "O Callia,  se questi tuoi figli fossero due puledri o  due

      vitelli,  dovremmo  prendere e pagare uno che si curasse di loro e che

      si impegnasse  a  farli  diventare  belli  e  buoni  in  quella  virt

      specifica  che conviene loro e costui sarebbe un competente di cavalli

      o un agricoltore. Ora,  dal momento che i tuoi figli sono uomini,  chi

      hai  in  mente  di  prendere  che  si  curi di loro due?  Chi  che ha

      conoscenza della virt di questo tipo,  ossia della virt dell'uomo  e

      del cittadino?  Io ritengo che tu abbia ben riflettuto su questo,  per

      il motivo  che  hai  figli.  C'  qualcuno  -  dissi  -  che  ha  tale

      conoscenza, oppure non c'?".

      "Certamente", mi rispose.

      "E chi  - gli chiesi io - e di dov' e a che prezzo insegna?".

      "E' Eveno - mi rispose -, o Socrate,  di Paro e vuole cinque mine".

      Ed io considerai come fortunato Eveno, se possiede veramente tale arte

      e se la insegna ad un prezzo cos modico. Anch'io, ad ogni modo, me ne

      farei vanto e ne sarei orgoglioso se avessi conoscenza di queste cose.

      Ma io di tali cose non ho proprio conoscenza, o cittadini di Atene!

      Ora,  qualcuno di voi potrebbe fare questa considerazione: "Ma allora,

      o Socrate,  qual  la tua occupazione?  Da che cosa ti  sono  derivate

      queste calunnie? Certamente non perch non ti occupavi di nulla di pi

      straordinario  degli  altri,  sono  sorte  queste voci e una fama cos

      grande.  Non sarebbero sorte,  se tu non avessi fatto nulla di diverso

      rispetto  agli  altri.  Dicci,  dunque,  che cos',  perch noi non ti

      giudichiamo in modo sconsiderato".

      Chi sostiene questo,  mi sembra che dica il giusto.  Ed io cercher di

      farvi  vedere  che cos' che ha dato origine a questa cattiva fama e a

      questa calunnia contro di me.

      Dunque ascoltatemi!  Forse a qualcuno di  voi  sembrer  che  io  stia

      scherzando. Ma sappiatelo bene: io vi dir tutta la verit.

      Io,  o cittadini ateniesi, mi sono procurato questa rinomanza, non per

      altro se non per una certa sapienza.

      Qual  questa sapienza?

      Quella che, forse,  una sapienza umana. Infatti,  di questa pu darsi

      veramente che io sia sapiente.

      Invece,  quei  tali di cui poco fa parlavo,  o saranno sapienti di una

      sapienza superiore rispetto a quella umana, o io non so che cosa dire.

      Certamente, io non conosco questa sapienza. E chi dice, invece, che io

      la conosco, mente; e lo dice per calunniarmi.

      Ora non fate chiasso,  o  cittadini  ateniesi,  neppure  se  vi  potr

      sembrare che io dica cose grandi.  Infatti, quello che vi riferir non

       un discorso mio ma lo attribuir a colui che lo ha detto,  ben degno

      di fiducia da parte vostra.

      Della mia sapienza, se pure  sapienza e quale sia, io vi porter come

      testimone il dio di Delfi.

      Certamente  voi  conoscete  Cherefonte.  Costui  fu  mio  amico  dalla

      giovinezza e fu amico del vostro partito popolare  e  in  quest'ultimo

      esilio  venne in esilio con voi e con voi ritorn.  E sapete anche che

      tipo  era  Cherefonte  e  come  era  risoluto   in   ogni   cosa   che

      intraprendeva.

      Ebbene,  un  giorno,  recatosi  a  Delfi  ebbe l'ardire di interrogare

      l'oracolo su questo.

      Come ho detto, o cittadini ateniesi, non fate chiasso.

      Cherefonte domand, infatti, se c'era qualcuno pi sapiente di me.

      La Pizia rispose che pi sapiente di me non c'era nessuno.

      Di queste cose vi far da  testimone  suo  fratello  che    qui,  dal

      momento che Cherefonte  morto.

      Fate ora attenzione al motivo per cui io vi dico queste cose. Infatti,

      io mi accingo a spiegare da dove  sorta la calunnia.

      Dopo che ebbi udito il vaticinio feci le seguenti considerazioni: "Che

      cosa dice il dio e a che cosa allude per enigma? Infatti, io ho chiara

      coscienza, per quanto mi riguarda, di non essere sapiente, n molto n

      poco.  Allora  che  cosa  intende  dire  il dio affermando che io sono

      sapientissimo? Certamente non dice menzogna,  perch questo,  per lui,

      non  lecito".

      E  per molto tempo rimasi in imbarazzo su quello che il dio intendesse

      dire.  In seguito,  con fatica intrapresi a fare una ricerca di questo

      nel modo seguente.

      Andai  da uno di coloro che sono ritenuti sapienti,  nella convinzione

      che solamente in questa  cerchia,  se  mai  da  qualche  parte,  avrei

      confutato  il  vaticinio  e  avrei  mostrato all'oracolo quanto segue:

      "Questo qui  pi sapiente di me; e tu, invece, hai affermato che sono

      io".

      Ora,  mentre io sottoponevo ad esame quest'uomo - non c' bisogno  che

      io vi dica il suo nome;  era uno degli uomini politici,  nei confronti

      del quale,  svolgendo il mio esame e discutendo insieme  con  lui,  ho

      tratto  le  seguenti  impressioni  -,  mi  sembr  che godesse fama di

      sapiente presso molti altri uomini e soprattutto che  egli  stesso  si

      considerasse tale,  anche se,  in realt, non lo era affatto. E quindi

      cercai di dimostrargli che credeva di essere sapiente,  ma che  invece

      non lo era. Di conseguenza, mi feci nemici sia lui sia molti di coloro

      che  erano  presenti.   E  mentre  me  ne  andavo,  trassi  allora  le

      conclusioni che, rispetto a quest'uomo,  io ero pi sapiente.  Si dava

      il caso, infatti, che n l'uno n l'altro di noi due sapesse niente di

      buono n di bello; ma costui era convinto di sapere mentre non sapeva,

      e invece io, come non sapevo, cos neppure credevo di sapere.

      In ogni modo, mi parve di essere pi sapiente di quest'uomo, almeno in

      questa piccola cosa, ossia per il fatto che ci che io non so, neppure

      ritengo di saperlo.

      Subito dopo, andai da un altro di coloro che erano ritenuti essere pi

      sapienti di quello, e ne ricavai queste stesse impressioni.

      E anche in questo caso mi inimicai sia lui sia molti altri.

      Dopo di questo, proseguii con ordine le mie indagini, rendendomi conto

      per,  addolorato e intimorito, che diventavo odioso. Eppure mi pareva

      che fosse necessario tenere in  grandissima  considerazione  l'oracolo

      del  dio.  Per  cercare  di capire che cosa dicesse l'oracolo,  dovevo

      andare da tutti coloro che pensano di sapere qualcosa.

      Ebbene, corpo di un cane - o cittadini ateniesi bisogna che vi dica la

      verit -,  quello che mi  capitato  stato quanto segue.  Quelli  che

      avevano  la  maggior  fama,   proseguendo  la  mia  indagine  in  base

      all'oracolo del dio,  mi sono sembrati essere  quasi  tutti  privi  di

      sapienza  in grado supremo;  e,  invece,  altri che erano giudicati di

      minor valore, erano uomini che si trovavano pi vicini alla saggezza.

      Ma devo mostrarvi il mio vagabondaggio e quali fatiche ho  sopportato,

      perch il detto dell'oracolo diventasse inconfutabile.

      Dopo aver esaminato gli uomini politici io andai dai poeti,  da quelli

      che compongono tragedie e da quelli che  scrivono  ditirambi  e  anche

      dagli  altri,  nella  convinzione  che  in questa cerchia avrei potuto

      verificare al di l di ogni dubbio il fatto che io sono pi  ignorante

      di loro.  Prendevo i loro poemi, quelli che mi sembravano composti nel

      modo migliore e domandavo ad essi che cosa intendessero dire,  ai fine

      di potere anch'io imparare da loro qualcosa.

      Io mi vergogno a dirvi,  o cittadini la verit.  Eppure bisogna che ve

      la dica!

      Tutti gli altri che erano presenti,  per cos  dire,  parlavano  quasi

      meglio di loro intorno a quelle cose sulle quali essi avevano composto

      poesie.

      Dunque,  anche  dei  poeti venni in breve tempo a conoscere questo,  e

      cio che essi non per sapienza componevano le cose che componevano, ma

      per una certa dote di natura e perch erano ispirati da un dio, come i

      vati e gli indovini.  Anche costoro,  infatti,  dicono molte  e  belle

      cose,  per  non sanno nulla di ci che dicono.  Un fenomeno di questo

      tipo mi  risultato essere anche quello che riguarda i poeti. E, ad un

      tempo, mi accorsi che i poeti,  a causa della loro poesia,  ritenevano

      di  essere  i  pi sapienti degli uomini anche in quelle altre cose in

      cui non lo erano.

      Pertanto,  mi sono allontanato anche da questi,  con la persuasione di

      valer  di  pi  per  lo  stesso motivo per cui valevo pi degli uomini

      politici.

      A  conclusione  andai  presso   gli   artigiani.   Infatti,   io   ero

      perfettamente consapevole di non sapere nulla di questo,  per dirla in

      breve, mentre ero convinto che avrei trovato costoro con conoscenze di

      molte e belle cose.

      E di ci non mi ingannai. Infatti, avevano conoscenze che non avevo e,

      rispetto a me, in questo essi erano pi sapienti.

      Tuttavia,  o cittadini ateniesi,  mi sembr  che  i  poeti  e  i  vari

      artefici  avessero  il  medesimo difetto.  Infatti,  per il motivo che

      sapevano esercitare bene la loro arte,  ciascuno di essi era  convinto

      di  essere  sapientissimo  anche in altre cose grandissime,  e proprio

      questo difetto metteva  in  secondo  piano  quella  sapienza  che  pur

      avevano.

      Perci,  stando al responso dell'oracolo,  posi a me stesso la domanda

      se avrei accettato di rimanere in quello  stato  in  cui  mi  trovavo,

      ossia  di  essere n sapiente nella loro sapienza,  n ignorante nella

      loro ignoranza,  oppure di avere  tutt'e  due  quelle  cose  che  essi

      avevano.

      La risposta che io diedi a me e all'oracolo fu che, per me, era meglio

      rimanere in quello stato in cui mi trovavo.

      Da un tale accurato esame,  o cittadini ateniesi,  mi derivarono molte

      inimicizie, pericolosissime e gravissime, al punto che da esse sorsero

      molte calunnie e mi deriv anche tale  reputazione,  ossia  di  essere

      sapiente.  Infatti,  ogni  volta,  tutti  quelli  che  erano  presenti

      pensavano che io fossi sapiente in quelle cose sulle  quali  confutavo

      l'altro.

      Invece, o cittadini, si d il caso che, in realt, sapiente sia il dio

      e che il suo oracolo voglia dire appunto questo, ossia che la sapienza

      umana ha poco o nessun valore.

      E  il dio sembra che parli proprio di me Socrate,  e invece fa uso del

      mio nome, servendosi di me come di esempio, come se dicesse questo: "O

      uomini, fra di voi  sapientissimo chi, come Socrate,  si  reso conto

      che, per quanto riguarda la sua sapienza, non vale nulla".

      Appunto per questo anche ora, andando attorno, io ricerco e indago, in

      base  a  ci  che  ha  detto  il  dio,  se io possa giudicare sapiente

      qualcuno dei cittadini e degli stranieri.  E,  dal momento che non  mi

      sembra  che  sia  tale,  venendo in soccorso al dio,  dimostro che non

      esiste un sapiente.

      E,  proprio a causa  di  questo  mio  impegno,  non  ho  avuto  a  mia

      disposizione il tempo libero di fare alcuna delle cose della Citt che

      fosse degna di considerazione e neppure delle mie private.  E mi trovo

      in grandissima povert, a causa di questo servizio che ho reso al dio.

      Per giunta,  i giovani che mi seguono di loro spontanea volont,  quei

      giovani  che  pi di tutti hanno tempo libero e che sono figli dei pi

      ricchi,  gioiscono nell'ascoltare come questi  uomini  vengano  da  me

      sottoposti  ad  esame,  e  pi volte essi stessi mi imitano,  e quindi

      cercano di sottoporre ad esame anche altri. E allora - credo - trovano

      una grande abbondanza di uomini che sono convinti  di  sapere  qualche

      cosa e che, invece, sanno poco o niente.

      Di  conseguenza,  quelli  che vengono sottoposti ad esame da loro,  si

      adirano contro di me e non  gi  con  se  medesimi,  e  affermano  che

      Socrate    in  sommo  grado  abominevole e che corrompe i giovani.  E

      allorch uno domanda a loro che cosa fa e che  cosa  insegna  Socrate,

      non hanno nulla da dire e non lo sanno. E per non far la figura di non

      saperlo,  dicono le solite cose che si dicono contro tutti i filosofi,

      e cio che "fa ricerche sulle cose che stanno sotto terra",  che  "non

      crede nell'esistenza degli di" e che "rende pi forte il ragionamento

      pi debole".

      La  verit  -  mi  pare  -  essi  non la vorrebbero dire,  ossia che 

      risultato evidente che essi hanno la presunzione di  sapere  tutto  e,

      invece, non sanno nulla.

      E  dal  momento  che  -  penso  - sono ambiziosi,  violenti e molti di

      numero, e parlano di me in maniera ferma e convincente, hanno riempito

      completamente le  vostre  orecchie  gi  da  un  pezzo,  calunniandomi

      pesantemente.

      In base a questo,  Meleto e Anito e Licone si sono scagliati contro di

      me: Meleto sdegnato in nome dei poeti,  Anito in nome degli artisti  e

      dei politici, Licone in nome degli oratori.

      Pertanto,  come  da  principio  vi  dicevo,  mi meraviglierei se fossi

      capace di strappare via da voi questa calunnia in  cos  breve  tempo,

      dato che  cresciuta cos tanto.

      La verit,  o cittadini ateniesi,   questa! E io la dico a voi, senza

      nascondervi proprio nulla,  n molto n  poco,  e  senza  simulazione.

      Eppure, io so pressoch per certo che per tali motivi io vengo odiato.

      Qui  sta  un'altra prova del fatto che io dico la verit e che proprio

      questa  la calunnia ai miei danni e che tali sono le cause.  E se  ne

      farete indagine adesso o pi avanti, costaterete che  proprio cos.

      Per  quanto  riguarda  quelle cose di cui mi hanno accusato quei primi

      accusatori,  sia sufficiente questa difesa che  ho  fatto  nei  vostri

      confronti.

      Ora cercher,  invece,  di difendermi nei confronti di Meleto, buono e

      amante della sua  Citt  come  lui  afferma,  e  nei  confronti  degli

      accusatori che sono venuti dopo.

      Ancora una volta,  dunque, come se fossero degli accusatori differenti

      dai precedenti,  prendiamo in considerazione altres l'atto di  accusa

      di  questi.  Dice  all'incirca  cos: "Socrate  colpevole,  in quanto

      corrompe i giovani, e non crede negli di in cui crede la Citt, ma in

      divinit diverse e nuove".

      Questa ,  dunque,  l'imputazione.  Esaminiamo,  dunque,  ciascuno dei

      punti di tale imputazione.

      Meleto  afferma  che  io sono colpevole di corrompere i giovani,  e io

      invece,  o cittadini ateniesi,  affermo che il colpevole  Meleto,  in

      quanto scherza su cose serie,  porta alla leggera uomini in tribunale,

      facendo credere di occuparsi seriamente e di prendersi cura di ci  di

      cui egli non si  mai occupato.

      E  che  la  situazione  stia  proprio  in  questi termini,  tenter di

      dimostrarlo anche a voi.

      Vieni qui, o Meleto e rispondimi.

      "Non tieni in grandissimo  conto  che  i  giovani  crescano  nel  modo

      migliore possibile?".

      "S".

      "Ors,  di'  a  costoro: chi li rende migliori?  E' evidente che tu lo

      sai,  dato che te ne prendi cura.  Infatti,  avendo scoperto che io li

      corrompo,  mi trascini qui in tribunale e mi accusi . Perci, di', chi

      li rende migliori e mostra a loro chi ".

      "Vedi, o Meleto, che te ne stai in silenzio e non sai che cosa dire? E

      non credi, allora, che non sia una brutta cosa e una prova adeguata di

      quello che dico io,  ossia che tu di questo non ti sei mai preso cura?

      Ma dimmi, brav'uomo, chi li rende migliori?".

      "Le leggi".

      "Per  io  non  ti domando questo,  o carissimo;  ma ti domando qual 

      l'uomo,  il quale,  prima di tutto deve conoscere appunto anche quello

      che dici, ossia le leggi".

      "Sono costoro, o Socrate, i giudici!"

      "Come  dici,  Meleto?  Questi  sono in grado di educare i giovani e li

      rendono migliori?".

      "Certamente".

      "Tutti quanti, oppure alcuni di loro s ed altri, invece, no?".

      "Tutti quanti".

      "Dici bene,  per Era!  C' una gran quantit di uomini che giovano!  E

      poi?  Questi che sono qui presenti al processo li rendono migliori,  o

      no?".

      "Anche questi!".

      "E i consiglieri?".

      "Anche i consiglieri!".

      "E allora sono forse coloro che fanno parte dell'assemblea,  ossia gli

      ecclesiasti,  coloro  che  corrompono  i  giovani?  Oppure anche tutti

      costoro li rendono migliori?".

      "Anche costoro!".

      "Dunque,  tutti quanti gli Ateniesi,  come sembra,  rendono i  giovani

      buoni e virtuosi, tranne me. Io solo li corrompo! Dici cos?".

      "Dico proprio questo, con fermezza".

      "Tu hai riconosciuto in me una grande disgrazia! Ma rispondimi ancora:

      credi che sia cos anche per i cavalli? Coloro che li rendono migliori

      sono  tutti quanti gli uomini,  mentre uno solo  colui che li guasta?

      O,  proprio al contrario di questo,  uno solo    capace  di  renderli

      migliori,  o  comunque  sono  molto  pochi,  ossia  gli intenditori di

      cavalli, e invece i pi, se trattano con i cavalli e ne fanno uso,  li

      guastano?  Non  forse cos, Meleto, e per quanto riguarda i cavalli e

      per tutti gli altri animali?".

      "E' sicuramente cos,  sia che tu e Anito lo diciate sia  che  non  lo

      diciate.  E  sarebbe una ben grossa fortuna per i giovani se fosse uno

      solo colui che li corrompe,  mentre tutti gli altri  fossero  di  loro

      giovamento!  Ma di fatto o Meleto, hai dimostrato a sufficienza che tu

      non ti sei mai dato pensiero dei giovani,  e mostri chiaramente la tua

      incompetenza,  in  quanto  non ti sei mai preso cura di ci per cui mi

      porti qui in tribunale. Ma, dimmi ancora, o Meleto, in nome di Zeus, 

      meglio vivere fra cittadini buoni oppure fra quelli cattivi?".

      "Amico caro,  rispondi!  Non ti sto domandando niente di difficile.  I

      cattivi non fanno del male a quelli che stanno sempre vicini a loro, e

      i buoni non fanno invece del bene?".

      "Certamente".

      "E c' qualcuno che voglia ricevere danno,  invece che giovamento,  da

      coloro con i quali sta insieme?".

      "Rispondi,  o caro.  Infatti,  anche la legge comanda che si risponda.

      C' forse qualcuno che voglia ricevere danno?".

      "Proprio no".

      "Su,  avanti! Tu mi porti qui, in quanto corrompo i giovani e li rendo

      cattivi deliberatamente, oppure contro volont?".

      "Volontariamente, dico".

      "E come,  o Meleto?  Tu che sei cos giovane,  sei  a  tal  punto  pi

      sapiente di me che sono cos vecchio, da essere a conoscenza del fatto

      che  i  cattivi  fanno  sempre del male a quelli che sono pi vicini a

      loro,  mentre i buoni fanno del bene,  e io sono invece giunto  a  tal

      punto  da  ignorare anche questo,  che se render malvagio qualcuno di

      coloro con i quali sto in compagnia,  correr anch'io  il  rischio  di

      ricevere del male da lui, e per giunta io faccio deliberatamente tutto

      questo male come affermi tu?

      Questo,  o  Meleto,  non  me  lo  fai credere,  e penso che non lo fai

      credere neppure a nessun altro.  Ma,  allora,  o io non  li  corrompo,

      oppure,  se li corrompo,  non faccio questo deliberatamente. Sicch tu

      menti in tutti e due i casi! E se non li corrompo deliberatamente, per

      una colpa di questo tipo,  la legge non impone che si conduca  qui  in

      tribunale colui che sbaglia,  ma, piuttosto, che, presolo da parte, lo

      si istruisca e gli si diano consigli.  Infatti,    evidente  che  nel

      momento   in   cui   avr   imparato,   cesser   di   fare   ci  che

      involontariamente faccio. Invece, tu mi hai evitato,  e non hai voluto

      avere rapporti con me e istruirmi.  E ora mi conduci qui in tribunale,

      dove la legge impone che si conducano quelli che devono essere puniti,

      ma non coloro che devono essere istruiti".

      Ma allora, o cittadini ateniesi, quello che io vi dicevo risulta ormai

      evidente, ossia che Meleto non si  mai occupato, n molto n poco, di

      queste cose.

      Comunque, rispondi,  o Meleto alle seguenti domande: "In che modo dici

      corrompo i giovani? O  gi chiaro, in base all'atto di accusa che hai

      presentato,  che  io  faccio  questo  insegnando loro a non credere in

      quegli di in cui crede la Citt e a credere invece in nuove divinit?

      Non sostieni che li corrompo insegnando loro appunto questo?".

      "S, io dico proprio questo!".

      "Allora,  o  Meleto,   in  nome  di  questi  di  di  cui  stiamo  ora

      discorrendo,  parla  in  maniera  ancor  pi  chiara e a me e a questi

      uomini qui presenti. Io,  infatti,  non riesco a capire se tu sostieni

      che  io  insegno a credere che esistano di - e pertanto credo io pure

      che esistano di e non sono per nulla ateo e  non  sono  colpevole  di

      questo -,  per non quelli in cui crede la Citt,  ma differenti, e se

      quindi    questa  l'accusa  che  mi  fai,  ossia  che  sono  divinit

      differenti;  oppure se sostieni in senso assoluto che io non credo che

      ci siano di e che insegno queste cose agli altri".

      "Dico questo: che tu assolutamente non credi negli di".

      "O meraviglioso Meleto,  a quale scopo tu dici questo?  Io non  credo,

      dunque,  che il Sole e la Luna siano di,  come credono,  invece,  gli

      altri?".

      "Per Zeus, o giudici,  non crede perch afferma che il Sole  pietra e

      che la Luna  terra".

      "Ritieni,  caro Meleto,  di accusare Anassagora? E hai tanto disprezzo

      di costoro, e li ritieni cos privi di istruzione, da non sapere che i

      libri di Anassagora di Clazomene sono pieni di tali affermazioni?  E i

      giovani  apprendono  proprio  da  me queste cose,  mentre possono,  al

      prezzo di una dracma a dir tanto,  comprarsele talvolta dall'orchestra

      e ridersi di Socrate,  che fa credere sue siffatte dottrine, per altro

      cos stravaganti? Ma, per Zeus, hai proprio questa opinione di me? Non

      credo che esista alcun dio?".

      "No, per Zeus, proprio nessuno!".

      "Non sei attendibile, o Meleto. E, almeno in questo, io penso, neanche

      a te stesso".

      In verit costui,  o cittadini  ateniesi,  mi  sembra  che  sia  assai

      tracotante e intemperante e che abbia presentato questa accusa appunto

      per tracotanza,  intemperanza e avventatezza.  Sembra uno che escogita

      un enigma per sottoporre me alla prova:

      "Riconoscer Socrate,  il sapiente,  che io sto facendo un gioco e che

      mi contraddico? O trarr in inganno e lui e tutti gli altri che stanno

      ascoltando?".  Infatti,  mi pare proprio che nell'accusa egli si metta

      in contraddizione con se medesimo,  come se dicesse:  "Socrate  ha  la

      colpa  di  non  credere negli di,  ma anche di credere negli di".  E

      questo vuol proprio dire scherzare!

      Ora esaminate insieme a me,  o cittadini,  in che maniera mi sembra di

      poter dire queste cose.  Tu,  o Meleto rispondici.  E voi,  come vi ho

      pregato all'inizio,  ricordatevi di non far chiasso,  se io condurr i

      miei ragionamenti al solito modo.

      "Ci  pu  essere qualche uomo,  o Meleto,  il quale creda che esistano

      cose umane e non creda, invece, che esistano degli uomini?".

      "Bisogna  che  risponda,   o  cittadini,   e  che  non  faccia  sempre

      confusione.  Ci pu essere qualcuno che non crede che esistano cavalli

      e che, invece sia convinto che esistano cose che riguardano i cavalli?

      O qualcuno che non pensi che  esistano  suonatori  di  flauto,  e  che

      pensi,  al  contrario,  che esistano cose che riguardano il suonare il

      flauto?".

      "Non c', o carissimo; e se tu non vuoi dirlo, lo dico io, a te e agli

      altri che sono qui presenti!  Ma tu rispondi almeno a ci che segue  a

      questo. Ci pu essere qualcuno che creda esistano forze demoniache, ma

      che non creda esistano dmoni?".

      "Non c'".

      "Mi hai fatto cosa gradita nel darmi risposta,  anche se a mala pena e

      per costrizione di quelli che sono qui presenti.  Dunque,  tu sostieni

      che io credo e che insegno che esistano cose demoniache;  orbene,  che

      tali cose siano nuove o che non lo siano,  stando al tuo discorso,  in

      ogni  caso,  io crederei che esistano realt demoniache e ne hai fatto

      anche giuramento nel tuo atto di accusa. Ma se io credo nell'esistenza

      di cose demoniache,  allora  veramente necessario che  io  creda  che

      esistano anche dmoni. Non  cos?".

      "E'  proprio cos.  Suppongo che tu sia consenziente,  dal momento che

      non fornisci una risposta.  E i dmoni non diciamo  che  siano  di  o

      figli di dei? Dici s, o no?".

      "Certamente".

      "Dunque,  se io credo,  come tu sostieni,  che esistano dmoni, e se i

      demoni sono certi di,  proprio questo risulta essere  quello  che  io

      dico  che tu presenti come enigma e che fai per gioco;  intendo il tuo

      affermare che io non credendo che esistano gli di  credo  all'opposto

      che ci siano di perch credo che esistano dmoni.  Se,  poi, i dmoni

      sono certi figli spuri di dei, che sono nati da ninfe o da altre madri

      di cui si racconta,  allora quale uomo  potr  ritenere  che  esistano

      figli  di  di,  ma  che  non esistano di?  Sarebbe una cosa assurda,

      proprio come se uno credesse che esistano figli di cavalle e di asini,

      ossia i muli, ma non credesse che esistano cavalle e asini.

      "Ma  impossibile,  Meleto,  che tu abbia presentato  questo  atto  di

      accusa,  se  non  al  fine di sottopormi alla prova,  oppure perch ti

      trovavi in imbarazzo nell'imputarmi una vera colpa.  Ma per riuscire a

      convincere qualcuno,  anche se abbia poca intelligenza,  che la stessa

      persona non possa credere che esistano cose demoniache e cose  divine,

      e  che  d'altra  parte  quella  medesima persona possa non credere che

      esistano n dmoni n di n eroi, non c' mezzo possibile".

      Dunque,  cittadini ateniesi,  mi pare che non ci sia  bisogno  di  una

      lunga  difesa  per  convincere  che  io  non  ho la colpa che mi viene

      imputata nell'atto di accusa di Meleto.  Sono sufficienti queste  cose

      che ho detto.  Ma quello che vi dicevo all'inizio, ossia che contro di

      me  sorto in molti un grave odio, sappiate bene che  vero.

      E quello che mi infligge condanna, se pure ci sar condanna,  non sono

      n  Meleto n Anito,  bens la calunnia e l'invidia dei pi.  E queste

      cose hanno inflitto condanna a molti altri uomini valenti e credo  che

      ne infliggeranno anche in futuro. E non c' da temere che si fermino a

      me.

      Qualcuno potrebbe forse dirmi: "Allora,  o Socrate, non ti vergogni di

      esserti dedicato a questa attivit,  per la quale sei in  pericolo  di

      morire?".

      A  questi  io  potrei rispondere con un giusto ragionamento: "Non dici

      bene,  o amico,  se tu ritieni che un uomo che possa essere di qualche

      giovamento anche piccolo, debba tener conto altres anche del pericolo

      della  vita o del morire e non debba invece,  quando agisce,  guardare

      solo a questo, ossia se possa fare cose giuste o ingiuste, e se le sue

      azioni sono azioni di un uomo buono, oppure di un uomo cattivo.  Se si

      sta al tuo ragionamento,  sarebbero state persone di poco valore tutti

      quei semidei che sono morti a Troia.  E come gli altri anche il figlio

      di  Tetide,  il  quale,  invece di sopportare l'infamia,  disprezz il

      pericolo a tal punto che allorch la madre,  che era dea,  disse a lui

      che desiderava ardentemente di uccidere Ettore,  all'incirca cos: ' O

      figlio,  se tu vendicherai la morte del tuo amico Patroclo e ucciderai

      Ettore,  morirai anche tu,  perch a quello di Ettore subito segue gi

      pronto i1 tuo destino ',  nell'ascoltare queste parole  non  si  diede

      pensiero del pericolo e della morte. E invece, temendo molto di pi il

      vivere  da  codardo e il non vendicare l'amico,  disse: ' Che io muoia

      subito,  non appena abbia punito chi ha commesso la colpa,  e che  non

      rimanga qui deriso presso le curve navi, e inutile peso della terra '.

      E  allora,  o amico,  pensi che egli si sia preoccupato per la morte e

      per il pericolo?".

      Cos stanno le cose, o cittadini ateniesi, secondo la verit: al posto

      in cui uno collochi se medesimo, considerandolo il migliore,  o in cui

      sia  stato collocato da chi ha il comando,  proprio qui io penso debba

      restare e affrontare i pericoli,  e non tener conto della morte n  di

      nessun'altra cosa piuttosto che del disonore.

      Io, dunque, o cittadini ateniesi, avrei fatto una terribile azione, se

      mentre,  da  una  parte,  quando  i  capi  che  voi  avete  eletto per

      comandarmi, mi assegnarono un posto a Potidea,  ad Anfipoli e a Delio,

      rimasi  in  quei  posto che mi assegnarono e corsi pericolo di morire,

      dall'altra parte,  invece,  quando il dio mi ha  assegnato  il  posto,

      almeno   come   ho  ritenuto  e  creduto,   di  vivere  filosofando  e

      sottoponendo ad esame me stesso e gli altri,  per paura della morte  o

      di qualcos'altro, avessi abbandonato questo posto.

      Sarebbe cosa davvero terribile! E allora veramente a giusta ragione mi

      si  porterebbe in tribunale,  per il motivo che non credo che esistano

      gli di, in quanto io disubbidisco all'oracolo, ho paura della morte e

      sono convinto di essere sapiente, mentre non lo sono.

      Infatti, avere paura della morte, o cittadini, non significa altro che

      credere di essere un sapiente,  mentre in realt non lo si : infatti,

       un credere di sapere cose che non si sanno.  In effetti,  nessuno sa

      che cosa sia la morte e se essa non si trovi ad essere per  l'uomo  il

      maggiore di tutti i beni;  e invece gli uomini ne hanno paura, come se

      sapessero bene che essa  il pi grande dei mali. E questa non  forse

      ignoranza,  e anzi la pi riprovevole,  l'essere convinti di sapere le

      cose che invece non si sanno?

      Io,  o cittadini, appunto per questo e in questo sono forse diverso da

      molti degli uomini.  E se potessi  dire  di  essere  pi  sapiente  di

      qualcuno in qualche cosa,  sarebbe proprio in questo,  ossia che,  non

      sapendo a sufficienza per quanto concerne le cose dell'Ade, sono anche

      convinto di non saperle. Invece, il fare ingiustizia e il non ubbidire

      a chi  migliore,  a dio o ad un uomo,  so che  una  cosa  cattiva  e

      turpe.

      Dunque, a confronto con i mali che so essere davvero mali, non si dar

      mai  il  caso  che  io  tema  e  fugga quelle cose che non so se siano

      altres beni.

      Pertanto,  anche se voi ora mi faceste uscire dal  carcere  non  dando

      retta  ad  Anito - il quale per altro riteneva che o non bisognava fin

      dall'inizio farmi venire qui,  o,  dal momento che fossi  venuto,  non

      sarebbe  stato possibile non condannarmi a morte,  sostenendo che,  se

      fossi riuscito ad evitare la condanna,  immediatamente i vostri figli,

      mettendo  in  pratica  le  cose  che Socrate insegna,  sarebbero stati

      corrotti in tutto e per tutto - e,  contrariamente a  quello  che  lui

      afferma,  voi mi diceste: "O Socrate,  noi non daremo retta ad Anito e

      ti permetteremo di uscire dal carcere, per a questa condizione, ossia

      che tu non dedichi pi il tuo tempo a un tal tipo di  indagini  e  non

      faccia  pi  filosofia;  ma  se  sarai preso a fare ancora queste cose

      morirai";  e con ci,  come dicevo,  mi lasciaste uscire dal carcere a

      patto  che  rispettassi  queste condizioni,  allora io vi darei questa

      risposta: "O cittadini ateniesi, vi sono grato e vi voglio bene;  per

      ubbidir pi al dio che non a voi; e finch abbia fiato e sia in grado

      di  farlo,  io  non  smetter  di filosofare,  di esortarvi e di farvi

      capire, sempre, chiunque di voi incontri, dicendogli quel tipo di cose

      che sono solito dire, ossia questo: ' Ottimo uomo, dal momento che sei

      ateniese, cittadino della Citt pi grande e pi famosa per sapienza e

      potenza,  non ti vergogni di occuparti delle ricchezze per guadagnarne

      il  pi possibile e della fama e dell'onore,  e invece non ti occupi e

      non ti dai pensiero della saggezza, della verit e della tua anima, in

      modo che diventi il pi possibile buona? '".

      E se qualcuno di voi dissentir su questo e  sosterr  di  prendersene

      cura,  io non lo lascer andare immediatamente,  n me ne andr io, ma

      lo interrogher,  lo sottoporr ad esame  e  lo  confuter.  E  se  mi

      risulter  che  egli  non  possegga  virt,  se  non  a parole,  io lo

      biasimer,  in quanto tiene in pochissimo conto le cose che  hanno  il

      maggior valore, e in maggior conto le cose che ne hanno molto poco.

      E far queste cose con chiunque incontrer, sia con chi  pi giovane,

      sia  con  chi    pi  vecchio,  sia  con  uno  straniero,  sia con un

      cittadino,  ma specialmente con voi cittadini,  in quanto mi siete pi

      vicini  per  stirpe.  Infatti  queste  cose,  come sapete bene,  me le

      comanda il dio. E io non ritengo che ci sia per voi,  nella Citt,  un

      bene maggiore di questo mio servizio al dio.

      Infatti,  io  vado  intorno  facendo  nient'altro  se  non  cercare di

      persuadere voi,  e pi giovani e pi vecchi,  che non dei corpi dovete

      prendervi cura,  n delle ricchezze n di alcun'altra cosa prima e con

      maggiore impegno che dell'anima in  modo  che  diventi  buona  il  pi

      possibile,  sostenendo che la virt non nasce dalle ricchezze,  ma che

      dalla virt stessa nascono le ricchezze e tutti gli altri beni per gli

      uomini, e in privato e in pubblico.

      Se, dunque, con l'affermare questo,  io corrompessi i giovani,  allora

      ci sarebbe dannoso. Ma se qualcuno sostiene che io dico cose diverse,

      e non queste, costui non dice nulla di vero.

      Pertanto,  o cittadini ateniesi, sia che diate retta ad Anito, sia che

      no, sia che mi lasciate uscire dal carcere,  sia che no,  ebbene io vi

      devo dire che non far mai altre cose, neppure se dovessi morire molte

      volte.

      Non fate chiasso,  o cittadini ateniesi, ma continuate a rispettare la

      preghiera che vi ho rivolto di non far chiasso per le cose  che  dico,

      ma  di  prestarmi  attenzione,   perch  credo  che,  nell'ascoltarmi,

      trarrete  vantaggio.   Infatti,   io  sto   per   dirvi   altre   cose

      nell'ascoltare  le  quali,  forse,  farete strepito.  Ma non fatelo in

      alcun modo!

      Sappiate, infatti, che, se voi condannerete a morte me,  che sono cos

      come  vi dico,  non danneggerete me pi di voi stessi.  Infatti,  a me

      Anito e Meleto non farebbero alcun danno,  e  nemmeno  lo  potrebbero,

      perch  io  non  credo  che  sia possibile che un uomo migliore riceva

      danno da uno peggiore.  Anito potrebbe condannarmi a morte,  cacciarmi

      in esilio e spogliarmi dei diritti civili.  Ma,  queste cose, costui e

      forse altri con lui crederanno che siano grandi mali,  mentre  io  non

      penso che lo siano.

      Io  credo,  invece,  che sia un male molto pi grande fare quelle cose

      che ora fa Anito,  ossia cercare di mandare a  morte  un  uomo  contro

      giustizia.  E dunque ora,  cittadini ateniesi, io sono ben lontano dal

      pronunciare  una  difesa  a  mio  vantaggio,  come  qualcuno  potrebbe

      pensare,  bens  a  vostro  vantaggio,  perch,  col condannarmi,  non

      cadiate in una colpa nei confronti del dono che il dio vi ha dato.

      Infatti, se mi condannerete a morte, non potrete trovare facilmente un

      altro,  quale sono io,  che sia stato posto dal  dio  a  fianco  della

      Citt,  come - anche se possa sembrare piuttosto ridicolo a dirsi - al

      fianco di un grande cavallo di razza,  ma proprio per la grandezza  un

      po'  pigro  e che ha bisogno di venir pungolato da un tafano.  In modo

      simile mi sembra che il dio mi abbia  messo  al  fianco  della  Citt,

      ossia come uno che,  pungolandovi,  perseguendovi e rimproverandovi ad

      uno ad uno,  non smetta mai di starvi addosso durante tutto il giorno,

      dappertutto.

      Un altro simile a me non sar facile che nasca,  o cittadini.  Perci,

      se mi date retta dovete assolvermi.

      Ma voi,  forse,  incolleriti con me come quelli che vengono  svegliati

      mentre stanno dormendo,  datomi un grosso colpo,  ascoltando Anito, mi

      condannerete facilmente a morte e poi continuerete a dormire per tutto

      il resto della vita, se il dio,  in pensiero per voi,  non vi mandasse

      qualcun altro.

      E  che si dia il caso che un tale uomo dato dal dio in dono alla Citt

      sia proprio io,  potrete capirlo anche da questo:  infatti,  non  pare

      cosa  umana  che io abbia trascurato tutti i miei affari,  sopportando

      ormai da tanti anni che vengano lasciati da parte  i  miei  interessi,

      per  occuparmi,  invece,  sempre  dei vostri,  frequentando in privato

      ciascuno di voi come un padre o  un  fratello  maggiore,  al  fine  di

      convincervi a prendervi cura della virt.

      E  se  da  queste cose traessi qualche giovamento e dessi consigli per

      ricevere qualche  compenso  in  denaro,  una  qualche  motivazione  ci

      sarebbe.  Ma  ora  lo vedete pure voi stessi che i miei accusatori,  i

      quali mi hanno accusato delle altre cose in modo cos  spudorato,  per

      questo  non  sono  stati  a  tal  punto  spudorati  da portare un solo

      testimone per provare che io anche una sola volta mi sia fatto  pagare

      o che abbia preteso un qualche compenso".

      Il  testimone  atto a provare che io dico il vero,  ve lo porto invece

      io: la mia povert!

      Forse potrebbe sembrare che sia assurdo il fatto che io,  in  privato,

      consigli queste cose, andandomene attorno, e che mi dia tanto da fare,

      e che,  invece, in pubblico non osi, salendo sulla tribuna per parlare

      alla folla,  dare consigli alla Citt  per  quello  che    il  vostro

      interesse.

      La  causa  di  questo  fatto   quello che mi avete sentito dire molte

      volte e in vario modo, ossia che in me si manifesta qualcosa di divino

      e di demoniaco,  quello che anche Meleto,  facendo beffe,  ha  scritto

      nell'atto di accusa.  Questo che si manifesta in me fin da fanciullo 

      come una voce che, allorch si manifesta,  mi dissuade sempre dal fare

      quello  che sono sul punto di fare,  e invece non mi incita mai a fare

      qualcosa.

      E' appunto questo che mi distoglie dall'occuparmi di affari  politici.

      E  mi pare che faccia molto bene a distogliermi.  Infatti,  voi sapete

      bene,  o cittadini ateniesi,  che se io da tempo avessi intrapreso  la

      carriera  politica,  da  tempo  sarei  morto,  e  non  sarei  stato di

      giovamento a voi e neppure a me.

      E voi non arrabbiatevi con me,  perch dico la verit.  Non c' nessun

      uomo  che riesca a salvarsi,  nel caso che si opponga in modo schietto

      sia a voi sia ad altra moltitudine, e cerchi di impedire che avvengano

      nella Citt molte cose ingiuste e illegali. Anzi,  necessario che chi

      combatte veramente a favore di ci che  giusto, se intende salvare la

      vita anche per breve tempo,  conduca una vita privata e non  una  vita

      pubblica.

      E di questo vi fornir grandi prove e non solo in base a parole, ma in

      base a quello che voi stimate di pi, ossia in base a fatti.

      State dunque a sentire le cose che mi sono capitate, affinch possiate

      rendervi  conto  che  io  non  sono  disposto  a  piegarmi  ad alcuno,

      mettendomi contro la giustizia per timore  della  morte,  e  come  sia

      anche  disposto a morire per non arrendermi.  E vi dir cose volgari e

      tediose, ma vere.

      Io,  o cittadini ateniesi,  non  ho  esercitato  alcun  altro  ufficio

      pubblico  tranne quando feci parte dei Consiglio.  E alla nostra trib

      antiochide tocc il pubblico ufficio di tenere la  presidenza  proprio

      nel  momento  in  cui  voi  volevate  giudicare  in  massa  quei dieci

      strateghi che non avevano raccolto quelli che erano  rimasti  dopo  la

      battaglia navale, mettendovi contro la legge, come pi tardi tutti voi

      avete ammesso.  Allora,  io solo dei pritani mi opposi a voi, cercando

      che non faceste nulla contro la  legge,  e  votai  contro.  E  proprio

      quando  gli oratori si mostravano pronti a denunciarmi e ad arrestarmi

      e voi li esortavate e  gridavate,  io  ritenni  di  dover  mettere  in

      pericolo la mia vita, pur di restar fedele alla legge della giustizia,

      invece  che rimanere con voi che volevate cose ingiuste,  perch preso

      dalla paura del carcere o della morte.

      E  queste  cose  successero  mentre  la  Citt  era  ancora  governata

      democraticamente. Dopo che sopravvenne l'oligarchia, invece, i trenta,

      fattomi  chiamare  con  altri  come  quinto,  nella sala dei Tolo,  ci

      diedero l'ordine di condurre  da  Salamina  Leonte  di  Salamina,  per

      poterlo  uccidere.  Ordini  di  questo  tipo  essi ne davano molti e a

      molti,   con  l'intenzione  di  riversare  colpe  sul  maggior  numero

      possibile di persone. E anche in quella occasione diedi prova non solo

      con le parole,  ma con i fatti, che della morte non mi importa, se non

       troppo eccessivo dirlo,  proprio per niente.  Invece,  quello che mi

      importa pi di tutto,  di non commettere ingiustizia o empiet.

      E quell'autorit,  che pure era cos potente,  non mi impaur tanto da

      farmi commettere qualcosa di ingiusto,  ma dopo che siamo usciti dalla

      sede dei pritani, gli altri quattro si recarono a Salamina e portarono

      via Leonte mentre io me ne andai per conto mio e ritornai a casa.

      Forse a causa di queste cose io sarei morto, se quel governo non fosse

      caduto in un breve giro di tempo.

      E di queste cose potrete avere molti testimoni.

      Allora,  credete  che  io  avrei  potuto continuare a vivere per tanti

      anni, se mi fossi impegnato nelle cose dello Stato e,  impegnandomi in

      un  modo  degno  di  un uomo buono,  avessi portato soccorso alle cose

      giuste, e,  come bisogna fare,  mi fossi preoccupato di questo pi che

      di ogni altra cosa?

      Ci  vuol altro,  o cittadini di Atene!  E nessun altro uomo lo avrebbe

      potuto.

      Io, in tutta la mia vita a servizio dello Stato,  per quel poco che ho

      fatto, e in privato, vi apparir sempre un uomo di questo tipo, vale a

      dire  uno che non  mai venuto a nessun compromesso con nessuno contro

      la giustizia,  n con altri e neppure con nessuno di quelli che i miei

      calunniatori affermano essere miei discepoli.

      Io  non  sono  stato  mai maestro di nessuno.  Ma se qualcuno desidera

      ascoltarmi mentre parlo e mentre svolgo la  mia  attivit,  giovane  o

      vecchio che sia, questo non l'ho mai rifiutato a nessuno.

      E  neppure  discuto solo nel caso che riceva denari,  mentre se non ne

      ricevo non discuto,  ma concedo allo stesso modo sia al ricco  che  al

      povero di interrogarmi e,  se qualcuno lo voglia,  di starmi a sentire

      mentre rispondo.

      Se poi succede che,  di questi,  uno diventi onesto e uno  no,  non  

      giusto che io ne riceva la causa, dal momento che non ho mai fornito a

      nessuno  di  essi  alcuna  dottrina,  n  ho insegnato.  E se qualcuno

      afferma di aver ascoltato o  di  aver  imparato  da  me,  in  privato,

      qualcosa  che  non abbiano imparato e ascoltato anche tutti gli altri,

      sappiate bene che non dice la verit.

      Ma per quale motivo, allora, alcuni hanno piacere di trascorrere tanto

      tempo insieme con me?

      L'avete gi udito,  o cittadini ateniesi;  a voi ho detto tutta quanta

      la  verit.  Hanno  il  piacere  di  ascoltarmi,  quando da me vengono

      sottoposti ad esame coloro che ritengono di  essere  sapienti,  mentre

      non lo sono.

      Infatti, questa non  una cosa sgradevole.

      E  a me questo,  come ancora vi dico,   stato comandato dal dio,  con

      oracoli e con sogni e in tutti quei modi con  cui,  talora,  anche  in

      altri  casi,  il destino divino comanda all'uomo di compiere una certa

      cosa.

      E questo  che  affermo,  o  cittadini  ateniesi,    vero,  e  si  pu

      controllare  facilmente.  Infatti,  se io corrompo alcuni giovani e in

      passato ne ho corrotto altri,  si sarebbe pur dovuto  verificare  che,

      alcuni  di questi,  divenuti ormai vecchi e resisi conto del fatto che

      io ho dato loro cattivi consigli quando erano giovani,  ora  salissero

      qui  sulla  tribuna per accusarmi e per vendicarsi.  E se non avessero

      intenzione di fare questo loro  stessi,  alcuni  dei  loro  congiunti,

      padri fratelli e altri parenti, nel caso che i loro congiunti avessero

      subto  male  da  me,  ora  se  ne  potrebbero  ricordare e potrebbero

      vendicarsi.

      In ogni modo,  molti di loro sono qui presenti.  In  primo  luogo  c'

      Critone, qui davanti, che  della stessa mia et e del mio demo, padre

      di Critobulo.  E poi c' Lisania di Sfetto, padre di questo Eschine. E

      ancora,  c' qui Antifonte di Cefisia col figlio Epigene.  E poi  sono

      qui presenti anche altri,  i cui fratelli hanno avuto rapporti con me:

      Nicostrato figlio di Teozotide fratello di Teodoto,  il quale  per  

      morto  e  non  potr pregare il fratello di intercedere in mio favore;

      c' anche Paralo, figlio di Demodoco, di cui era fratello Teagete; c'

      Adimanto figlio di Aristone,  di cui  qui presente anche il  fratello

      Platone,  e  Aiantodoro,  di  cui    qui  presente  anche il fratello

      Apollodoro.

      E potrei richiamare anche molti  altri,  e  Meleto  nel  suo  discorso

      avrebbe  dovuto citare proprio qualcuno di questi come testimone.  Nel

      caso che, allora, se ne sia dimenticato,  lo faccia comparire ora come

      testimone.  Io gli ceder il posto.  E dica, se ha da dire qualcosa di

      questo genere.

      Invece, costaterete tutto il contrario di questo,  o cittadini,  ossia

      li troverete tutti quanti pronti a soccorrere me,  il corruttore, vale

      a dire quello che fa del male ai loro parenti,  come sostengono Meleto

      e Anito.

      Coloro  che  sono corrotti,  potrebbero forse avere qualche motivo per

      venirmi in soccorso. Invece,  coloro che non sono stati corrotti e che

      sono  piuttosto  avanti  negli  anni e sono parenti di costoro,  quale

      altra ragione potrebbero mai avere per venirmi in soccorso,  se non la

      ragione  vera  e  giusta,  ossia  perch sanno bene che Meleto dice il

      falso, e che io invece dico il vero?

      E sia,  o cittadini!  Le cose che io potevo dire in mia  difesa,  sono

      all'incirca queste o forse altre di questo genere.

      Probabilmente   qualcuno   di   voi   potrebbe   essere   contrariato,

      ricordandosi,  nel caso che si sia trovato a lottare  in  un  processo

      anche  meno  grave  di questo,  di avere fatto ricorso a preghiere e a

      suppliche ai giudici insieme a molte lacrime,  e di aver fatto  venire

      in tribunale i suoi figli per suscitare compassione il pi possibile e

      anche  molti dei suoi parenti e dei suoi amici,  mentre io,  dal canto

      mio, non far nessuna di queste cose,  anche se,  come potr sembrare,

      vado incontro all'estremo pericolo.

      E' possibile,  dunque, che qualcuno, facendo queste considerazioni, si

      senta infuriato contro di me, e, irritato per queste ragioni,  deponga

      il suo voto con rabbia.

      Se  c'  qualcuno  di  voi  che  si trova in questa posizione - io non

      ritengo che senz'altro ci sia,  ma nel caso che ci  sia  -,  credo  di

      potergli fare un discorso ragionevole,  dicendogli questo: "Carissimo,

      ho anch'io dei parenti,  e vale anche per me il detto di Omero che  io

      non  sono  nato  n da quercia n da pietra,  ma da uomini.  Perci ho

      anch'io parenti e figli, o cittadini ateniesi: ho tre figli di cui uno

      giovinetto e due bambini.  Tuttavia,  io non  ne  ho  portato  qui  in

      tribunale nessuno, per scongiurarvi di assolvermi".

      E  perch,  dunque,  non  faccio  nessuna  di  queste  cose?  Non  per

      presunzione, o cittadini  ateniesi, n perch ho disistima di voi.  Se

      poi  io  sia coraggioso nei confronti della morte o no,   un discorso

      diverso.  Invece per la buona reputazione mia  e  vostra  e  di  tutta

      quanta  la  Citt,  mi  pare  che non sia bello fare nessuna di queste

      cose, e per l'et e per il nome che ho;  sia esso vero sia esso falso,

      si  ritiene  comunque che Socrate sia diverso in qualche cosa da molti

      degli uomini.

      Se, dunque, quelli tra voi che sono ritenuti diversi dagli altri,  sia

      per  sapienza,   sia  per  fortezza,  sia  per  qualche  altra  virt,

      assumeranno questo  atteggiamento,  sar  vergognoso.  Mi    capitato

      spesso di vedere alcuni uomini di questo genere,  i quali, pur essendo

      considerati di un certo valore,  quando sono sotto processo,  compiono

      azioni  fuori dall'ordinario,  nella convinzione di subire qualcosa di

      tremendo se devono morire,  e come se dovessero essere immortali,  nel

      caso che voi non li condannaste a morte. Mi sembra che essi coprano la

      Citt  di  disonore,  al  punto  che qualcuno degli stranieri potrebbe

      farsi l'opinione che quelli degli Ateniesi che eccellono nella  virt,

      ossia  quelli  che  gli Ateniesi medesimi mettono al primo posto nelle

      magistrature e negli altri onori,  in realt non sono diversi in nulla

      dalle femmine.

      Pertanto,  o cittadini ateniesi, bisogna che non facciate queste cose,

      voi che avete una certa considerazione, e che non siate indulgenti con

      noi, se siamo noi a farle.  Invece,  dovreste mostrare a tutti questo,

      ossia  che  condannerete chi porta in scena questi drammi miserevoli e

      mette in ridicolo la Citt molto pi di chi si mantiene tranquillo  di

      fronte alla morte.

      Ma,  o  cittadini,  anche  prescindendo  dalla  questione  della buona

      opinione,  non credo che sia neppure giusto supplicare  il  giudice  e

      schivare  la  condanna  con  suppliche,  ma mi sembra giusto fornirgli

      spiegazioni e persuaderlo. Infatti,  il giudice ha la funzione non gi

      di fare regalo del giusto,  ma di giudicare il giusto.  Ha giurato non

      gi di fare grazia a chi sembri a lui opportuno,  ma di fare giustizia

      secondo le leggi.

      Perci  non  bisogna  che noi vi avvezziamo a violare il giuramento n

      che voi stessi vi avvezziate a questo perch, in questo caso,  nessuno

      di noi farebbe cosa pia.

      Allora,  cittadini ateniesi,  non dovete pretendere che io debba fare,

      di fronte a voi tutti, certe cose che non considero essere n belle n

      giuste n sante; tanto pi,  per Zeus,  per il fatto che sono accusato

      di empiet da questo nostro Meleto.  Infatti,  evidente che, se io vi

      convincessi con il supplicarvi e  costringessi  voi  che  avete  fatto

      giuramento,  insegnerei  a  voi a non credere che esistano gli di.  E

      appunto mentre mi difendo,  muoverei accuse contro me  stesso  di  non

      credere agli di.

      E invece la cosa non sta affatto cos.

      Io,  o  cittadini  di  Atene,  credo  agli  di  come nessuno dei miei

      accusatori.  E affido a voi e al dio il compito di giudicare di me  in

      quel modo che sar il migliore per voi.



      2.

      Che  io  non  sia  indignato,  o cittadini ateniesi,  per quello che 

      accaduto, ossia che abbiate votato per la mia condanna,  dovuto,  tra

      l'altro  al  fatto  che  questo  che  mi   accaduto non mi  accaduto

      inaspettato.  Anzi mi meraviglio molto di pi del numero di voti delle

      due  parti  che    emerso.  Infatti,  io  non  credevo che si sarebbe

      verificata una differenza cos piccola, bens una molto pi grande.

      Ora,  invece,  come risulta,  se  solo  trenta  dei  voti  si  fossero

      trasferiti dall'altra parte, io sarei stato assolto dall'accusa.

      Dunque,  per  quanto  si riferisce a Meleto,  come mi sembra,  io sono

      stato assolto anche ora.  E,  anzi,  non solamente assolto;  ma almeno

      questo    chiaro  a  tutti  che,  se  Anito  e  Licone non si fossero

      presentati qui ad accusarmi,  Meleto avrebbe dovuto pagare  anche  una

      multa  di  mille  dracme per non aver ottenuto in suo favore la quinta

      parte dei voti.

      Quest'uomo, dunque, chiede per me la condanna a morte.

      E sia pure!

      E quale pena alternativa io vi chieder per me, o cittadini ateniesi?

      Chiaramente, quale pena se non quella che merito?

      E quale allora?

      Quale pena io merito di subire,  o quale multa merito di  pagare,  dal

      momento  che  io  ho imparato nella vita a non avere mai tranquillit,

      ma,  non prendendomi cura di quelle cose delle quali si curano i pi -

      ossia  della  casa  e  dell'amministrazione dei guadagni,  dei comandi

      militari e dei discorsi  per  accattivarmi  il  popolo,  n  di  altri

      poteri,  o di coalizioni e di fazioni che hanno luogo nella Citt,  in

      quanto ritenevo me stesso veramente troppo giusto per potermi salvare,

      se mi fossi lasciato coinvolgere in queste faccende  -,  non  mi  sono

      intromesso in quelle cose in cui non avrei potuto essere di giovamento

      n a me n a voi,  e, invece, mi sono impegnato in privato a procurare

      il pi grande beneficio a ciascuno - come vi ho detto -,  cercando  di

      persuadere  ognuno  di voi,  che non deve prendersi cura delle proprie

      cose prima di se medesimo,  per diventare il pi buono e il pi saggio

      possibile,  e  nemmeno  degli affari della Citt prima che della Citt

      medesima, e cos delle altre cose nella stessa maniera?

      Allora,  che cosa merito di ricevere,  dal momento che sono un uomo di

      questo genere?

      Un  bene,  o  cittadini  ateniesi,  se si deve giudicare quello che io

      veramente merito. E deve anche essere un bene che convenga a me.

      Che  cosa  conviene  ad  un  uomo  che    povero,  che    un  vostro

      benefattore,  e  che  chiede  solo  di  avere tempo libero per potervi

      esortare?

      Non c' nulla che si addica di pi,  o cittadini ateniesi,  se non che

      un  uomo  come  questo  venga  nutrito a pubbliche spese nel Pritaneo,

      assai pi che non si addica ad uno di voi che  con  un  cavallo  o  un

      cocchio o una quadriga abbia vinto nei giochi delle Olimpiadi.

      Infatti,  costui  vi  fa credere felici,  e io invece vi faccio essere

      felici.  E mentre lui non ha bisogno di ricevere alimenti,  io  ne  ho

      bisogno.

      Pertanto,  se  devo chiedere secondo il giusto ci che merito,  quello

      che chiedo  questo: di essere  mantenuto  nel  Pritaneo  a  pubbliche

      spese.

      Ma,  forse,  dicendo  questo,  vi  sembro all'incirca,  come quando ho

      parlato della supplica e dell'implorazione,  che mi comporti  in  modo

      orgoglioso. Invece, o cittadini ateniesi, non  cos.

      E' piuttosto quest'altra cosa.

      Io  sono persuaso di non aver mai commesso deliberatamente ingiustizia

      contro nessun uomo ma non  riesco  a  persuadere  voi  di  questo.  In

      effetti,  abbiamo  discusso  insieme per poco.  Sono convinto che,  se

      fosse legge presso di voi come  presso altri popoli, che non si possa

      pronunciare un giudizio di morte in un giorno solo,  ma in pi giorni,

      ve ne sareste persuasi.  Invece, ora non  facile, in cos poco tempo,

      dissipare grandi calunnie.

      Ora,  poich io sono persuaso di non avere  mai  commesso  ingiustizia

      contro alcuno,  sono ben lungi dal voler commettere ingiustizia contro

      me stesso e affermando a mio danno che  sono  meritevole  di  pena,  e

      quindi stabilendo per me una tale pena.

      E per paura di che cosa?

      Per  paura di dover subire quella che Meleto chiede di infliggermi,  e

      che io affermo di non sapere n se sia un bene n se sia un  male?  E,

      in luogo di questo,  io dovrei scegliere e proporre qualcuna di quelle

      cose, che so bene che sono mali?

      Dovrei forse chiedere il carcere?  E perch dovrei vivere in  carcere,

      sottomesso al continuo potere degli Undici?

      Una  pena  in  denaro,  e  quindi  rimanere recluso fino a che non sia

      riuscito a pagarla?  Ma in questo vale per me il discorso che ho fatto

      prima, in quanto io non ho soldi per poter pagare.

      E, allora, io chieder che mi venga inflitto l'esilio? Forse  appunto

      questa  la  pena  che  voi  vorreste infliggermi.  Ma io,  o cittadini

      ateniesi,  dovrei avere un amore  veramente  grande  della  vita,  per

      essere a tal punto in sommo grado irragionevole,  da non essere capace

      di fare questo ragionamento,  ossia che mentre  voi,  che  siete  miei

      concittadini,   non   siete   stati   capaci   di  sopportare  le  mie

      conversazioni e i miei  discorsi,  e  anzi  vi  sono  diventati  tanto

      insopportabili  e  odiosi,  al  punto  che ora cercate di liberarvene,

      altri lo sopporteranno invece con facilit?

      Ci vuol altro, o cittadini ateniesi!

      Bella davvero sarebbe per me la vita; andarmene da Atene a questa et,

      trasferirmi da una citt all'altra e vivere sempre scacciato!

      Infatti, io so bene che da qualunque parte io vada, i giovani verranno

      a udire i miei discorsi come fanno  qui.  E  se  io  li  allontanassi,

      sarebbero  proprio loro che mi vorrebbero cacciare,  convincendo i pi

      anziani.

      E se io non li allontanassi,  sarebbero i  loro  genitori  e  parenti,

      proprio per causa loro, a farmi cacciare.

      Forse  qualcuno  potrebbe  dirmi:  "Ma  standotene  in  silenzio  e in

      tranquillit, o Socrate, non saresti capace di vivere,  dopo che te ne

      sia andato via di qui?".

      La  cosa  pi difficile di tutte  persuadere alcuni di voi proprio su

      questo.

      Se io vi dicessi che questo significherebbe disubbidire al dio  e  che

      per   questa   ragione   non  sarebbe  possibile  che  io  vivessi  in

      tranquillit,  voi non mi  credereste,  come  se  io  facessi  la  mia

      "ironia".

      Se,  poi,  vi  dicessi  che  il bene pi grande per l'uomo  fare ogni

      giorno ragionamenti sulla virt e sugli  altri  argomenti  intorno  ai

      quali  mi  avete ascoltato discutere e sottoporre ad esame me stesso e

      gli altri,  e che una vita senza ricerche non  degna  per  l'uomo  di

      essere vissuta;  ebbene, se vi dicessi questo, mi credereste ancora di

      meno.

      Invece,  le cose stanno proprio cos come vi dico,  o  uomini.  Ma  il

      persuadervi non  cosa facile.

      Nello stesso tempo,  io non mi abituo a giudicare me stesso meritevole

      di qualche pena.

      Se avessi avuto ricchezze,  avrei potuto proporre di pagare una  multa

      che  fossi  in  grado  di  pagare,  in quanto non ne avrei avuto alcun

      danno.

      Ma io non ho ricchezze.  A meno che non mi diate una multa che io  sia

      in grado di pagare. Sarei forse in grado di pagare una mina d'argento.

      E dunque mi multo di una mina d'argento.

      Ma  ci sono qui Platone,  o cittadini ateniesi,  Critone,  Critobulo e

      Apollodoro,  i quali mi esortano a multarmi di trenta mine e sono loro

      stessi  che ne danno garanzia.  Propongo,  dunque,  la multa di trenta

      mine. E di questa multa vi saranno garanti costoro in piena fiducia.

      Per non voler attendere non molto tempo,  o  cittadini  ateniesi,  voi

      avrete  la  cattiva  fama  e  la colpa da parte di coloro che vogliono

      rimproverare la  Citt  di  aver  condannato  a  morte  Socrate,  uomo

      sapiente.  Infatti, diranno che io sono sapiente anche se non lo sono,

      coloro che vi vogliono biasimare.

      Se aveste aspettato poco tempo,  la cosa  si  sarebbe  verificata  per

      conto suo.  Vedete,  infatti,  che la mia et  gi molto avanti nella

      vita, ed  vicina alla morte.

      E questo non lo dico a tutti voi ma a quelli che hanno votato  la  mia

      morte.

      E  proprio  a  costoro  dico  anche  un'altra cosa.  Forse pensate,  o

      cittadini ateniesi,  che io sia  stato  colto  sprovveduto  di  quegli

      argomenti con cui vi avrei persuasi, se avessi ritenuto che bisognasse

      fare e dire ogni cosa, pur di scampare alla condanna a morte.

      Ma non  proprio cos.

      Sono stato colto sprovveduto,  non per di argomenti, bens di audacia

      e di impudenza,  e per non voler dirvi cose che vi  sarebbe  stato  di

      gradimento ascoltare, mentre piangevo e mi lamentavo e facevo e dicevo

      molte  altre  cose indegne di me,  come vi ho detto,  ma che voi siete

      soliti ascoltare da altri.

      Ma n allora io ho creduto di dover  fare  alcunch  di  meschino  per

      difendermi  dal pericolo,  n ora mi pento di essermi difeso in questo

      modo;  ma preferisco molto pi morire per  essermi  difeso  in  questo

      modo, che non vivere per essermi difeso in quello.

      N in tribunale n in guerra,  n io n nessun altro deve avvalersi di

      questi stratagemmi, per sottrarsi alla morte in tutti i modi. Infatti,

      anche nelle battaglie spesso risulta evidente che  uno  si  salverebbe

      dal morire,  se gettasse le armi e si volgesse a supplicare quelli che

      lo inseguono. E ci sono anche molti altri stratagemmi, in ciascuno dei

      vari pericoli,  che rendono possibile sfuggire alla morte,  se uno osa

      fare o dire qualsiasi cosa.

      Ma badate bene, o cittadini, che non sia questa la cosa pi difficile,

      ossia  sfuggire  alla  morte,  ma che molto pi difficile sia sfuggire

      alla malvagit.  Infatti,  la malvagit corre molto pi  veloce  della

      morte.

      E ora io, che sono lento e vecchio, sono stato raggiunto da quella che

       pi lenta,  mentre i miei accusatori,  che sono abili e pronti, sono

      stati raggiunti da quella che  pi veloce, dalla malvagit.

      E ora io me ne vado,  condannato da voi alla  pena  di  morte;  mentre

      questi se ne vanno condannati dalla verit per iniquit e ingiustizia.

      Io sto alla mia punizione e questi alla loro.

      E  forse  le  cose dovevano verificarsi proprio in questo modo.  Credo

      anzi che si siano verificate nella giusta misura.

      Ma a voi che mi avete condannato io voglio fare questa  predizione  su

      quello che accadr dopo ci.

      Io  mi trovo ormai in quel momento in cui gli uomini hanno soprattutto

      la capacit di fare predizioni, ossia quando sono sul punto di morire.

      Io vi dico,  o cittadini che mi avete condannato a morte,  che  subito

      dopo la mia morte cadr su di voi una vendetta,  molto pi grave,  per

      Zeus,  di quella che avete  inflitto  a  me,  condannandomi  a  morte.

      Infatti, voi ora avete fatto questo, convinti di liberarvi dal rendere

      conto della vostra vita.  E, invece, vi dico che vi accadr proprio il

      contrario. Molti saranno quelli che vi metteranno a prova, ossia tutti

      quelli che io trattenevo;  e voi ve ne rendevate ben conto.  E saranno

      tanto pi aspri, quanto pi sono giovani; e voi vi arrabbierete ancora

      di pi!

      Infatti,  se  credete,  col  condannare a morte uomini,  di impedire a

      qualcuno che vi faccia rimproveri perch non vivete in modo retto, voi

      non pensate bene.  Questo modo di liberarsi non  certo possibile,  n

      bello.  Invece,   bellissimo e facilissimo non quello di stroncare la

      parola degli altri,  ma quello di cercare di diventare  buoni  il  pi

      possibile.

      Questa  la profezia che io faccio a voi che mi avete condannato.

      E con voi ho chiuso.

      Invece,  con  quelli  che  hanno  dato il voto per la mia assoluzione,

      discorrerei volentieri intorno a questo fatto che ora mi    capitato,

      mentre  i  magistrati sono ancora impegnati,  e non  giunto ancora il

      momento che io vada l dove, una volta che sar giunto,  dovr morire.

      Rimanete con me, o cittadini, per questo tempo. Nulla ci impedisce che

      discorriamo ancora fra di noi, finch  possibile.

      A  voi,  in  quanto mi siete amici,  voglio far notare quello che vuol

      dire ci che mi  capitato oggi.

      Infatti, o giudici, e chiamando voi giudici io vi chiamo con il giusto

      nome, mi  accaduto un fatto meraviglioso.  La voce profetica che mi 

      abituale,  quella del demone, per tutto il tempo precedente era sempre

      assai frequente, e si opponeva molto anche in cose piccole,  quando mi

      accingevo  a fare cose in modo non giusto.  Ora mi sono accadute cose,

      come vedete  anche  voi,  che  si  possono  ritenere,  e  che  vengono

      considerate, mali supremi. Invece, il segno del dio non si  opposto a

      me,  n  mentre  uscivo  di casa n mentre salivo qui in tribunale,  e

      neppure durante  il  discorso,  in  nessuna  occasione  mentre  io  mi

      accingevo a dire qualcosa.  Eppure,  in altri discorsi mi ha fermato a

      met, mentre parlavo. Ora, invece, in nessun punto, nel corso di tutto

      questo processo,  si  opposto a me in nulla,  n in alcun atto n  in

      alcuna parola.

      E, allora, quale devo pensare che ne sia la causa?

      Ve  la  dir.  Forse  questo  che  mi    capitato  un bene.  E non 

      possibile che pensino in modo giusto quanti di noi  ritengono  che  il

      morire sia un male.

      Per  me c' stata una grande riprova di questo: non  possibile che il

      segno consueto non si sia opposto a me,  se non fossi stato sul  punto

      di fare qualcosa che  un bene.

      Consideriamo  anche da questo lato il fatto che c' molta speranza che

      il morire sia un bene. In effetti, una di queste due cose  il morire:

      o  come un non  essere  nulla  e  chi    morto  non  ha  pi  alcuna

      sensazione di nulla;  oppure, stando ad alcune cose che si tramandano,

       un mutamento e una migrazione  dell'anima  da  questo  luogo  che  

      quaggi ad un altro luogo.

      Ora,  se  la  morte  il non aver pi alcuna sensazione,  ma  come un

      sonno che si ha quando nel dormire non si vede pi  nulla  neppure  in

      sogno,  allora la morte sarebbe un guadagno meraviglioso.  Infatti, io

      ritengo che se uno,  dopo aver  scelto  questa  notte  in  cui  avesse

      dormito cos bene da non vedere nemmeno un sogno, e, dopo aver messo a

      confronto con questa le altre notti e gli altri giorni della sua vita,

      dovesse  fare  un  esame  e  dirci  quanti giorni e quante notti abbia

      vissuto in modo pi felice e pi piacevole  di  quella  notte  durante

      tutta la sua vita, ebbene, io credo che costui, anche se non fosse non

      solo un qualche privato cittadino,  ma il Gran Re, troverebbe lui pure

      che questi giorni e queste notti sono pochi da contare  rispetto  agli

      altri giorni e alle altre notti. Se, dunque la morte  qualcosa di tal

      genere,  io  dico  che  un guadagno.  Infatti,  tutto quanto il tempo

      della morte non sembra essere altro che un'unica notte. Invece,  se la

      morte    come un partire di qui per andare in un altro luogo,  e sono

      vere le cose che si raccontano,  ossia che in quel luogo ci sono tutti

      i  morti,  quale  bene,  o  giudici,  ci potrebbe essere pi grande di

      questo?.

      Infatti, se uno,  giunto all'Ade,  liberatosi di quelli che qui da noi

      si  dicono  giudici,  ne  trover  di veri,  quelli che si dice che l

      pronunciano sentenza: Minosse,  Radamante,  Eaco,  Trittolemo e quanti

      altri  dei semidei sono stati giusti nella loro vita;  ebbene,  in tal

      caso, questo passare nell'aldil sarebbe forse una cosa da poco?

      E poi, quanto non sarebbe disposto a pagare ciascuno di voi, per stare

      insieme con Orfeo e con Museo, con Omero e con Esiodo?  Per quello che

      mi  riguarda,  sono  disposto a morire molte volte,  se questo  vero.

      Infatti,  per me,  sarebbe straordinario  trascorrere  il  mio  tempo,

      allorch mi incontrassi con Palamede,  con Aiace figlio di Telamonio e

      con qualche altro degli antichi che sono morti a causa di un  ingiusto

      giudizio, mettendo a confronto i miei casi con i loro!

      E io credo che questo non sarebbe davvero spiacevole.

      Ma  la  cosa  per  me pi bella sarebbe sottoporre ad esame quelli che

      stanno di l,  interrogandoli come facevo con questi che  stanno  qui,

      per vedere chi  sapiente e chi ritiene di essere tale, ma non lo .

      Quanto sarebbe disposto a pagare uno di voi,  o giudici, per esaminare

      chi ha portato a Troia il grande esercito,  oppure Odisseo o Sisifo  e

      altre  innumerevoli persone che si possono menzionare,  sia uomini che

      donne?

      E il discutere e lo stare l insieme  con  loro  e  interrogarli,  non

      sarebbe davvero il colmo della felicit?

      E certamente, per questo, quelli di l non condannano nessuno a morte.

      Infatti,  quelli  di l,  oltre ad essere pi felici di quelli di qua,

      sono altres per tutto il tempo immortali, se sono vere le cose che si

      dicono.

      Ebbene,  anche voi,  o giudici,  bisogna che  abbiate  buone  speranze

      davanti  alla  morte,  e  dovete  pensare  che una cosa  vera in modo

      particolare: che ad un uomo buono non pu capitare nessun male,  n in

      vita  n  in  morte.  Le cose che lo riguardano non vengono trascurate

      dagli di.

      E anche le cose che ora mi riguardano non sono successe per  caso;  ma

      per  me  evidente questo,  che ormai morire e liberarmi degli affanni

      era meglio per me.

      Per questo motivo il segno divino non mi  ha  mai  deviato  dalla  via

      seguita.

      Perci  io non ho un grande rancore contro coloro che hanno votato per

      la mia condanna,  n contro i  miei  accusatori,  anche  se  mi  hanno

      condannato  e  mi  hanno  accusato  non certo con tale proposito bens

      nella convinzione di farmi del male. E in ci meritano biasimo.

      Per io vi prego proprio  di  questo.  Quando  i  miei  figli  saranno

      diventati  adulti,  puniteli,  o  cittadini,  procurando a loro quegli

      stessi dolori che io ho procurato a voi,  se vi sembreranno  prendersi

      cura delle ricchezze o di qualche altra cosa prima che della virt.

      E se si daranno arie di valere qualche cosa, mentre non valgono nulla,

      rimproverateli  cos come io ho rimproverato voi,  perch non si danno

      cura di ci di cui dovrebbero darsi cura,  e perch credono di  valere

      qualche cosa, mentre in realt non valgono niente.

      Se  farete  questo,  avr  ricevuto da voi quello che  giusto: io e i

      miei figli.

      Ma  ormai venuta l'ora di andare: io  a  morire,  e  voi,  invece,  a

      vivere.

      Ma  chi di noi vada verso ci che  meglio,   oscuro a tutti,  tranne

      che al dio.















                                  SIMPOSIO.

                                (Sull'amore).



      PROLOGO DRAMMATURGICO.


      APOLLODORO - Credo di non essere impreparato  a  rispondere  sulle

      cose che volete sapere.  Infatti proprio l'altro ieri mi capit di

      salire in citt da casa mia, dal Falero, quando un amico, vedutomi

      da dietro,  da lontano mi chiam,  e in modo scherzoso  mi  disse:

      "Ehi, cittadino del Falero, tu Apollodoro, non mi aspetti?".

      E io mi fermai e lo aspettai.

      Ed  egli soggiunse: "Apollodoro,   un po' che ti cercavo,  perch

      desideravo informarmi di quella riunione di Agatone,  di  Socrate,

      di  Alcibiade  e  degli  altri che quella volta furono presenti al

      simposio,  e sapere  quali  furono  i  loro  discorsi  sull'amore.

      Infatti,  me  ne  aveva  parlato  un  tale che li aveva sentiti da

      Fenice,  il figlio  di  Filippo,  e  mi  disse  che  anche  tu  li

      conoscevi.  Per,  egli  non seppe dirmi nulla di chiaro.  Dunque,

      raccontameli tu.  Infatti sei tu che hai pi diritto  di  tutti  a

      riferire i discorsi del tuo amico.

      Ma  prima  di  tutto  - prosegu - dimmi: eri presente tu stesso a

      quella riunione, oppure no?".

      E io risposi: "Si vede proprio che il tuo informatore  non  ti  ha

      riferito  nulla  di  chiaro,  se ritieni che la riunione di cui mi

      domandi sia avvenuta in un tempo cos recente che anch'io vi abbia

      potuto partecipare".

      "Proprio cos", rispose.

      E io replicai: "E come,  o Glaucone?  Non sai che  da  molti  anni

      Agatone non abita pi qui, e che, da quando frequento Socrate e mi

      do  cura  ogni  giorno di sapere ci che egli dice e fa,  non sono

      passati ancora tre anni?  Prima di allora io mi aggiravo  dove  mi

      capitava,  e  mentre  credevo di fare qualcosa,  in realt ero pi

      disgraziato di  chiunque  altro,  non  meno  di  te  ora,  con  la

      convinzione   che  hai  che  si  debba  fare  tutto,   tranne  che

      filosofare!".

      Ed egli disse: "Non scherzare,  ma  dimmi  quando  avvenne  questa

      riunione!".

      E io gli risposi: "Quando noi eravamo ancora ragazzi,  al tempo in

      cui Agatone vinse con la sua prima tragedia,  il giorno seguente a

      quello  in cui egli celebr i sacrifici per la vittoria insieme ai

      coreuti".

      "Allora - disse - davvero molto tempo fa,  come sembra.  Ma chi te

      lo ha raccontato? Forse lo stesso Socrate?".

      "No, per Zeus, quello stesso - risposi io - che lo ha raccontato a

      Fenice.  E' stato un certo Aristodemo, del demo Cidateneo, piccolo

      e sempre scalzo.  Egli fu presente alla riunione,  essendo uno dei

      pi  innamorati  di  Socrate  di allora,  mi sembra.  Per,  io ho

      interrogato anche Socrate su alcune delle cose che avevo udito  da

      quello.  E  Socrate  me le ha confermate proprio come quello me le

      aveva raccontate".

      Ed egli disse: "E perch, allora,  non me lo racconti?  Proprio la

      strada  che conduce in citt sembra fatta allo scopo di permettere

      a quelli che la percorrono di parlare e di ascoltare".

      Cos,  camminando,  parlammo di quelle cose,  sicch,  come dicevo

      all'inizio,  ora non mi trovo impreparato. Dunque, se devo fare il

      racconto anche a voi,  ebbene sia  fatto!  Del  resto,  quando  io

      faccio  o sento fare discorsi di filosofia,  oltre all'utilit che

      mi pare di trarne, provo la pi grande gioia. Invece, quando sento

      fare certi altri discorsi,  e in particolare quando sento  fare  i

      vostri,  ossia i discorsi dei ricchi e degli uomini di affari,  mi

      adiro e compiango voi che siete  amici,  perch  credete  di  fare

      grandi cose, mentre non fate nulla. E forse voi, dal canto vostro,

      giudicate me uno sventurato; e penso che voi crediate il vero; ma,

      quanto a voi, io non credo ci che ho detto, ma lo so di certo.

      COMPAGNO - Sei sempre uguale,  o Apollodoro! Infatti, parli sempre

      male di te stesso e degli altri;  e  mi  sembra  proprio  che  tu,

      eccetto Socrate, giudichi tutti quanti miserabili, a cominciare da

      te.  E  da  dove  ti  sia  venuto il soprannome che hai,  ossia di

      "tenero",  non lo so proprio,  perch nei  discorsi  che  fai  sei

      sempre un tipo cos: ti arrabbi con te e con gli altri, tranne che

      con Socrate.

      APOLLODORO - Carissimo,   allora evidente che, dal momento che la

      pensi cos, di me e di voi, io sono pazzo e senza senno?

      COMPAGNO - O Apollodoro, non mette conto di litigare ora su queste

      cose!  Piuttosto,  come ti abbiamo pregato,  non  fare  altro,  ma

      raccontaci quali furono quei discorsi.

      APOLLODORO - Ebbene,  quei discorsi furono all'incirca questi... O

      meglio,  cercher anch'io di raccontarli a voi da principio,  come

      lui me li ha raccontati.



      INTRODUZIONE.


      Socrate si reca al simposio di Agatone.


      Aristodemo  mi  diceva,  dunque,  di aver incontrato Socrate tutto

      pulito e addirittura con i sandali ai piedi,  cosa che egli faceva

      raramente,  e di avergli domandato dove fosse diretto dopo essersi

      fatto cos bello.

      E Socrate rispose: "A cena da Agatone!  Ieri evitai di  andare  al

      banchetto per la vittoria,  perch ero spaventato dalla folla,  ma

      gli promisi che sarei stato presente oggi.  E mi sono  fatto  cos

      bello,  per  andare  bello  da  chi    bello.  Ma tu Aristodemo -

      soggiunse - te la sentiresti di venire a cena senza  essere  stato

      invitato?".

      "E io - narrava - risposi: Come tu decidi".

      E   Socrate  soggiunse:  "Allora  seguimi.   Cos  rovesceremo  il

      proverbio e lo modificheremo in questo modo:  'i  buoni  vanno  al

      banchetto dei buoni per loro spontanea volont'.  Del resto, Omero

      non solo ha rovesciato questo proverbio,  ma lo ha anche  trattato

      con  insolenza:  dopo  aver  rappresentato Agamennone come uomo di

      notevole valore  nelle  cose  di  guerra  e  Menelao  come  fiacco

      guerriero,  proprio quando Agamennone sta facendo un sacrificio ed

      offre un banchetto,  rappresenta Menelao che  va  a  pranzo  senza

      invito; lui che  inferiore va dall'altro che era superiore!".

      Al  sentire  queste  parole di Socrate,  Aristodemo raccontava che

      rispose cos: "Ma forse si dar il caso,  non secondo  quello  che

      dici  tu,  o  Socrate,  ma  in  base a quello che dice Omero,  che

      anch'io,  uomo di poco conto,  vada al convito di un uomo sapiente

      senza essere invitato.  Vedi, dunque, dal momento che mi porti tu,

      che cosa potrai dire a giustificazione, perch io non ammetter di

      essere venuto senza essere  stato  invitato;  ma  dir  di  essere

      venuto invitato da te".

      "Strada  facendo insieme noi due - disse Socrate decideremo quello

      che diremo. Adesso andiamo!".



      Socrate si ferma fuori, concentrandosi in meditazione.


      Dopo  aver  detto   queste   cose   -   prosegu   Aristodemo   si

      incamminarono.  Ma Socrate,  tutto immerso in meditazione fra s e

      s,  procedeva lungo la strada  restando  indietro.  E  poich  si

      fermava  anche  lui,   gli  ordin  di  andare  avanti  e  di  non

      aspettarlo.

      Una volta giunto alla casa di Agatone,  trov la porta aperta e l

      -  disse - gli accadde un fatto curioso: gli venne subito incontro

      uno schiavo e lo condusse dove gli altri erano sdraiati  ed  erano

      proprio sul punto di mettersi a cenare.

      Non  appena  Agatone  lo  vide,  gli disse: "O Aristodemo,  arrivi

      proprio al momento giusto,  se  per cenare con noi.  Se,  invece,

      sei  venuto a fare qualche altra cosa,  rimandala ad altro giorno,

      perch ieri ti ho  cercato  per  invitarti,  ma  non  mi    stato

      possibile vederti. Ma come mai non ci conduci Socrate?".

      Io allora - raccontava Aristodemo - mi voltai e non vidi dietro di

      me  Socrate da nessuna parte.  Spiegai,  pertanto,  che ero venuto

      proprio insieme a Socrate e che da lui ero stato invitato a cena.

      "Hai fatto bene, rispose Agatone; ma Socrate dov'?".

      "Poco fa veniva dietro di me, e anch'io stupisco e mi domando dove

      possa essere".

      "Ragazzo,  disse allora Agatone - proseguiva  Aristodemo  nel  suo

      racconto  -,  perch non vai a vedere e non ci conduci Socrate?  E

      tu, Aristodemo soggiunse, sdraiati l presso Erissimaco".

      Aristodemo narrava che a quel punto un  servo  gli  lav  i  piedi

      perch   si   potesse  sdraiare,   mentre  un  altro  servo  entr

      annunciando: "Il nostro Socrate si   appartato  ed    fermo  nel

      vestibolo della casa dei vicini;  malgrado l'abbia chiamato, non 

      voluto entrare".

      "Dici una cosa proprio strana - rispose  Agatone  -;  chiamalo  di

      nuovo e non lasciarlo".

      E  Aristodemo  raccontava  di  aver detto: "Non fate assolutamente

      niente, ma lasciatelo stare. Infatti,  questa  una sua abitudine:

      talvolta si tira da parte,  dove capita,  e sta fermo l. Ma verr

      presto, io penso. Perci non disturbatelo e lasciatelo stare".

      Aristodemo raccontava che Agatone rispondesse: "Se cos ti  sembra

      opportuno,  cos  si  faccia.  Ma  voi  ragazzi  servite  a noi da

      mangiare! Serviteci pure quello che volete,  quando nessuno vi sta

      sorvegliando; cosa che io non ho mai fatto. Dunque, ora fate conto

      che io sia stato invitato da voi al pranzo e cos questi altri,  e

      serviteci in modo da meritare i nostri elogi".



      Socrate giunge da Agatone a met del pranzo e prende posto accanto

      a lui.


      Dopo di ci Aristodemo raccontava che essi incominciarono a cenare

      ma Socrate non giungeva.  E Agatone pi  volte  insisteva  che  si

      andasse a chiamarlo.  Ma lui non lo permise. E Socrate giunse dopo

      non molto, come era solito fare,  quando per essi erano gi verso

      la met della cena.

      Allora  Agatone,  che  stava  sdraiato  nell'ultimo posto da solo,

      disse: "Vieni qua, Socrate!  Distenditi vicino a me,  in modo che,

      stando a contatto con te,  possa godere anch'io di quella sapienza

      che si  presentata a te mentre stavi nel  vestibolo.  E'  chiaro,

      infatti,  che tu l'hai trovata e che la possiedi. Altrimenti prima

      non ti saresti mosso!".

      E Socrate si sedette e rispose: "Sarebbe davvero  bello,  Agatone,

      se  la  sapienza  fosse  in grado di scorrere dal pi pieno al pi

      vuoto di noi,  quando ci accostiamo l'uno all'altro,  come l'acqua

      che  scorre  nelle  coppe attraverso un filo di lana da quella pi

      piena a quella pi vuota.  E se anche per la sapienza fosse  cos,

      io  apprezzerei molto lo stare sdraiato accanto a te,  perch sono

      convinto che sarei riempito da te di copiosa e bella sapienza.  La

      mia, infatti, sarebbe di poco conto, o anche discutibile, simile a

      sogno;   invece  la  tua  sapienza    splendente  e  in  notevole

      accrescimento:  quella  sapienza  che   ieri   l'altro   vivamente

      risplendeva  e  che  si    resa  manifesta  di  fronte  a  pi di

      trentamila Elleni come testimoni".

      E Agatone disse: "Tu ti fai  beffe  di  me,  Socrate.  Del  resto,

      discuteremo fra me e te questa questione della sapienza un po' pi

      avanti,  prendendo Dioniso come giudice.  E,  ora,  pensa prima di

      tutto alla cena!".

      E poi - riferiva Aristodemo -, dopo che Socrate si fu sdraiato, ed

      egli e gli altri ebbero cenato,  fecero le libagioni,  e dopo aver

      cantato  gli  inni in onore del dio e dopo aver compiuto gli altri

      riti consueti, si accinsero a bere.



      Pausania propone  ai  convitati  di  bere  moderatamente  e  senza

      ubriacarsi.


      A  tal punto Pausania - proseguiva Aristodemo incominci a parlare

      all'incirca cos: "Suvvia,  amici,  in che modo possiamo bere  con

      molta  calma?  Per  la  verit,  vi  confesso che non mi sento per

      niente bene a causa del vino di ieri,  e ho bisogno di  riprendere

      fiato:  e  credo sia cos anche per la maggior parte di voi,  dato

      che ieri eravate presenti anche voi. Dunque,  vedete come possiamo

      bere con la maggior calma possibile!".

      Rispose allora Aristofane: "Dici bene,  Pausania! Dovremmo proprio

      cercare di avere una certa calma nel bere, perch sono anch'io uno

      di quelli che ieri hanno bevuto abbondantemente!".

      Udite queste parole - continuava Aristodemo intervenne Erissimaco,

      figlio di Acumeno: "Dite bene!  Ma ho bisogno  di  sapere  da  voi

      ancora una cosa: quale  la resistenza al bere che ha Agatone?".

      "Non ne ho affatto - rispose Agatone -, neanch'io sono in forze!".

      "Viene  ad essere un bel vantaggio per noi - rispose Erissimaco -,

      come sembra, per me, per Aristodemo, per Fedro e per questi altri,

      se vi tirate indietro voi che siete i pi forti nel  bere,  perch

      noi siamo sempre deboli!  Faccio eccezione per Socrate: infatti sa

      fare tutt'e due le cose,  e perci per lui  andr  bene,  sia  che

      facciamo  una  cosa,  sia  che ne facciamo un'altra.  Allora,  dal

      momento che nessuno dei presenti ha una gran voglia di bere  molto

      vino,   forse   riuscir   meno   spiacevole  se  dico  la  verit

      sull'ubriachezza.  Mi pare che dalla medicina sia risultato chiaro

      questo,  e cio che l'ubriachezza  pericolosa per gli uomini.  E,

      per  quanto  mi  riguarda,  io  non  vorrei  bere  troppo,  n  lo

      consiglierei  ad  un  altro,  specialmente  se ha ancora il mal di

      testa per effetto dell'ubriachezza del giorno prima".

      Aristodemo  raccontava  che,   intervenendo,   rispose  Fedro   di

      Mirrinunte: "Certo,  da parte mia, sono solito darti retta, specie

      se parli di medicina.  Ma ora,  se hanno buon  senso,  ti  daranno

      retta anche gli altri".

      Udite  queste cose,  tutti furono d'accordo di stare insieme senza

      ubriacarsi, ciascuno bevendo a proprio piacimento.



      Erissimaco propone che tutti facciano a turno un elogio di Eros.


      "Poich,  dunque - prosegu Erissimaco - si  tutti  d'accordo  in

      questo,  che ciascuno beva quanto voglia,  senza che ci sia alcuna

      costrizione, io proporrei, allora, di mandare via la suonatrice di

      flauto che  da poco entrata - che vada a suonare  il  flauto  per

      conto suo, o per le donne di casa, se vuole -, e noi oggi passiamo

      assieme  il  nostro  tempo  discorrendo.  E  se lo desiderate,  vi

      proporr anche su che genere di discorsi dovremo intrattenerci".

      Tutti risposero che lo desideravano e  lo  incitavano  a  fare  la

      proposta.

      Disse  allora  Erissimaco:  "Il mio discorso prende le mosse dalla

      'Melanippide' di Euripide,  perch non sono mie le parole che  sto

      per  dire  ma  sono  di  Fedro.  Infatti  Fedro  ogni  volta,  con

      indignazione, mi dice: "non trovi indegno,  o Erissimaco,  che per

      gli  altri  di  ci  siano inni e peana composti dai poeti,  e che

      invece per Eros, che  un dio cos grande e cos potente,  nemmeno

      uno fra tanti poeti che ci sono stati abbia composto un encomio? E

      se,  poi,  vuoi  prendere  in  considerazione i buoni sofisti,  ti

      accorgi che essi scrivono in prosa encomi di  Eracle  e  di  altri

      eroi,  come ad esempio il bravissimo Prodico. E questo non  molto

      stupefacente;  ma io mi sono imbattuto in un libro di un  sapiente

      in  cui  addirittura il sale era oggetto di un mirabile elogio per

      la sua utilit.  E potreste vedere altre  cose  di  questo  genere

      fatte oggetto di encomio. Dunque, si  messo tanto ingegno in cose

      come  queste,  e  nessuno  ha avuto l'ardire di celebrare con inni

      degnamente Eros! Ma,  in questo modo,   rimasto trascurato un dio

      che  cos grande!". E mi sembra proprio che in questo Fedro abbia

      ragione.  Allora, io desidero non solo offrire il mio contributo e

      accontentare Fedro,  ma mi sembra anche conveniente che in  questa

      circostanza  noi  qui  presenti  rendiamo onore a questo dio.  Se,

      dunque,  anche voi siete del mio parere,  allora passeremo in modo

      opportuno  il  nostro tempo nei discorsi.  Mi pare che ciascuno di

      noi a turno procedendo verso destra debba pronunciare un discorso,

      il pi bello che sia possibile, e che debba incominciare Fedro per

      primo, dal momento che  disteso al primo posto e, ad un tempo,  

      padre di questo discorso".

      Socrate  allora disse: "Nessuno,  o Erissimaco,  respinger la tua

      proposta.  Non certo io che dico di non conoscere nient'altro  che

      le  cose  d'amore;  non  Agatone  e  Pausania;  non Aristofane che

      trascorre tutto il suo tempo fra Dioniso  e  Afrodite,  e  neppure

      nessun altro di quelli che vedo qui.  Per,  noi che siamo distesi

      agli ultimi posti non ci  troviamo  nella  stessa  condizione  dei

      primi;  tuttavia,  se  i  primi  parleranno  bene e diranno quanto

      basta,  saremo soddisfatti.  Dunque,  incominci  Fedro  con  buona

      fortuna, e presenti il suo elogio di Eros".

      Tutti approvarono e si associarono all'invito di Socrate.

      Ora,   di  tutto  quello  che  disse  ciascuno  dei  presenti,  n

      Aristodemo si ricorda,  n io,  a mia volta,  mi ricordo di  tutto

      quello  che  egli mi disse.  Perci quelle cose che mi parvero pi

      importanti e pi meritevoli di essere ricordate nei discorsi degli

      oratori, io ve le riferir nella forma del discorso di ciascuno.



      Discorso di Fedro. Eros  un dio antichissimo.

      Perch Eros va considerato come un dio fra i pi antichi.


      Aristodemo mi narrava,  come dicevo,che  per  primo  incominci  a

      parlare Fedro, all'incirca cos.

      "Eros   un dio grande e meraviglioso,  e fra gli uomini e fra gli

      di, per molte e differenti ragioni,  e,  non come ultima,  per la

      sua nascita.

      Infatti,  egli  ha  il merito - disse - di essere antichissimo fra

      gli di.  Ed eccone la prova: genitori di Eros non ci sono  e  non

      vengono menzionati da nessuno, n pensatore n poeta.

      Anzi, Esiodo dice che

      PER PRIMO SI GENERO' CAOS E POI

      GAIA DALL'AMPIO SENO, DI TUTTE LE COSE SEDE SICURA SEMPRE ED EROS.

      E nell'affermare che, dopo Caos si generano anche questi due: Gaia

      ed Eros,  d'accordo con Esiodo anche Acusilao.

      Parmenide,  poi,  ne  indica  la  generazione cos: PRIMO ASSOLUTO

      DEGLI DEI TUTTI <LA DEA> PENSO' EROS.

      Cos, da molte parti viene concordemente ammesso che Eros  il pi

      antico".



      Eros  causa dei beni pi grandi.


      "E in quanto  antichissimo,   per noi causa di beni grandissimi.

      Infatti,  io non so dire se, per uno che  giovane, ci sia un bene

      maggiore di un amante mcritcvole,  e per l'amante ci sia  un  bene

      maggiore del suo ragazzo amato.

      Infatti,  ci  che  deve  guidare per tutta la vita gli uomini che

      vogliono vivere in maniera  bella,  n  parentela,  n  onori,  n

      ricchezze,  n alcun'altra cosa sono in grado di infondere in modo

      cos bello come l'amore.

      Ma che cosa intendo con questo?  Intendo la vergogna per  le  cose

      brutte  e  il desiderio per le cose belle.  Infatti,  senza queste

      cose non  possibile n che una Citt, n che un privato cittadino

      facciano cose grandi e belle.

      Dico,  dunque,  che un uomo che ama,  se dovesse essere sorpreso a

      fare  qualcosa  di  brutto  o a subirlo ad opera di qualcuno senza

      difendersi per vilt,  non proverebbe tanto dolore se fosse veduto

      dal  padre,  n  dagli  amici,  n da nessun altro,  quanto invece

      proverebbe se fosse visto  dal  suo  amato.  E  allo  stesso  modo

      vediamo  che  anche  l'amato  si  vergogna in modo particolare nei

      confronti dei suoi amanti,  quando sia visto a commettere qualcosa

      di brutto".



      Rilevanza politica e sociale di Eros.


      "Perci  se  si trovasse un qualche modo di formare una Citt o un

      esercito di amanti e di amati,  non sarebbe possibile che  costoro

      governassero  meglio la loro Citt,  tenendosi lontano da tutte le

      cose brutte e gareggiando fra loro in onore; e, messi a combattere

      gli uni accanto agli altri,  questi uomini,  pur essendo in pochi,

      vincerebbero tutti gli uomini,  si pu dire!  Infatti, un uomo che

      ama tollererebbe di essere visto abbandonare le schiere o  gettare

      le armi da tutti gli altri ben pi che dal suo amato, e all'essere

      visto da lui nel far questo preferirebbe molte volte la morte.

      E  quanto,  poi,  all'abbandonare  l'amato e a non aiutarlo quando

      fosse in pericolo, ebbene, non c' nessuno che sia cos vile,  che

      Eros stesso non lo renda divinamente ispirato alla virt, al punto

      da  farlo  diventare  simile  a chi per natura  valoroso in sommo

      grado.  E veramente  quello  che  Omero  disse,  ossia  L'ISPIRARE

      ARDIMENTO  in  alcuni  degli  eroi,   negli  amanti  lo  fa  Eros,

      potentemente da lui stesso".



      Solo chi ama accetta di morire pergli altri, ispirato da Eros.


      "Ancora: solo gli amanti accettano di morire per  gli  altri;  non

      solo gli uomini,  ma anche le donne.  E di questa mia affermazione

      offre agli Elleni una bella  testimonianza  la  figlia  di  Pelia,

      Alcesti, che volle, ella sola, morire per il suo sposo, pur avendo

      egli  padre  e  madre.  E quella tanto li super nell'affetto,  in

      virt dell'amore,  da farli risultare estranei al loro  figlio,  e

      parenti  solo  di nome.  E questo gesto da lei compiuto parve cos

      bello non solo agli uomini,  ma  anche  agli  di,  al  punto  che

      questi,  pur  avendo  concesso solamente a pochissimi uomini fra i

      molti che compirono molte buone azioni il dono di lasciar  tornare

      l'anima  dall'Ade,  tuttavia  lasciarono  tornare  la  sua  anima,

      meravigliati dalla sua  azione.  In  questo  modo  anche  gli  di

      onorarono l'impegno e la virt a servizio dell'amore.

      Invece Orfeo,  figlio di Eagro,  gli di lo mandarono via dall'Ade

      senza alcun risultato,  dopo avergli mostrato  un  fantasma  della

      donna  per  cui  egli  era venuto,  ma non gli dettero la donna in

      persona,  perch sembr loro essere un  debole,  da  suonatore  di

      cetra  qual era,  e non avere il coraggio di morire per amore come

      ebbe Alcesti e invece  capace  di  ingegnarsi  di  penetrare  vivo

      nell'Ade.  Per  questo  motivo  gli diedero un castigo e lo fecero

      morire per mano di donne.

      E non lo trattarono certo come Achille,  figlio  di  Teti,  a  cui

      attribuirono  onori  e lo mandarono alle Isole dei Beati.  Infatti

      Achille,  pur avendo saputo dalla  madre  che,  se  avesse  ucciso

      Ettore,  sarebbe morto e che,  se non avesse fatto questo, sarebbe

      tornato a casa  e  sarebbe  morto  vecchio  ebbe  il  coraggio  di

      scegliere,   porgendo   soccorso   al   suo   amante   Patroclo  e

      vendicandolo, non solo di morire per lui, ma di morire per lui gi

      morto.  Per questo gli di,  molto ammirati,  lo onorarono in modo

      notevole, perch egli aveva tenuto cos in conto il suo amante.

      Ed  Eschilo  vaneggia,  quando  dice  che  Achille era l'amante di

      Patroclo, egli che era pi bello non solo di Patroclo, ma anche di

      tutti gli altri eroi,  e inoltre ancora senza barba  e  molto  pi

      giovane, come dice Omero. Vero  che gli di onorano, s, in sommo

      grado,   questa  virt  d'amore,   ma  provano  pi  meraviglia  e

      ammirazione e danno maggiori ricompense  quando  l'amato  dimostra

      affetto  per l'amante,  che non quando l'amante lo dimostra per il

      suo amato. Infatti l'amante  cosa pi divina dell'amato, perch 

      ispirato da un dio. Per questo motivo essi onorarono Achille anche

      pi di Alcesti, mandandolo nelle Isole dei Beati.

      Cos io dico che Eros  tra  gli  di    antichissimo,  degno  del

      massimo  onore  e autorevolissimo al fine dell'acquisto per l'uomo

      della virt e della felicit, sia vivi che da morti".



      Discorso di Pausania. Eros volgare ed Eros celeste.

      Ci sono due Eros come due Afrodite.


      Aristodemo  narrava  che  Fedro   pronunci   all'incirca   questo

      discorso, e che dopo quello di Fedro ce ne furono alcuni altri che

      egli  non ricordava bene e,lasciandoli da parte,  pass ad esporre

      il discorso di Pausania.

      Pausania fece il seguente discorso

      "Non mi sembra,  o Fedro,  che l'argomento dei nostri discorsi sia

      stato posto bene, proponendoci cos semplicemente di fare elogi di

      Eros.  Infatti, se Eros fosse davvero uno solo, allora la proposta

      andrebbe bene. Invece, Eros non  uno solo.

      E dal momento che non  uno solo,   pi  giusto  stabilire  prima

      quale sia quello che si deve lodare.

      Tenter  io,  allora,  di  risistemare  le  cose,  e di stabilire,

      innanzi tutto quale sia l'Eros che va elogiato e, poi di elogiarlo

      in modo degno del dio.

      Tutti sappiamo che non c' Afrodite senza Eros.  Ora,  se Afrodite

      fosse una sola,  uno sarebbe anche Eros.  Ma poich esse sono due,

      bisogna che ci siano anche due Eros.  E come non potrebbero essere

      due  le  dee?  Una    pi antica e senza madre e figlia di Urano,

      ossia  del  cielo,  che  viene  chiamata  Afrodite  Urania,  ossia

      celeste,  l'altra   pi giovane ed  figlia di Zeus e Dione,  che

      chiamiamo Afrodite Pandemia,  ossia volgare.  Ne segue che bisogna

      dare anche all'Eros che si accompagna a quest'ultima l'appellativo

      Pandemio,  ossia volgare,  e all'altro,  invece,  l'appellativo di

      Uranio, ossia celeste".



      Bisogna elogiare in modo particolare solo Eros celeste.


      "Bisogna certo lodare tutti quanti gli di,  per bisogna  cercare

      di  dire quello che  toccato in sorte a ciascuno dei due.  E,  in

      effetti, anche ogni azione  cos: in quanto azione in s e per s

      considerata,  non  n bella n brutta.  Prendiamo,  per  esempio,

      quello  che  noi ora stiamo facendo,  bere,  cantare,  conversare.

      Nessuna di queste azioni di per se stessa  bella, ma tale risulta

      nel suo compiersi,  secondo il modo  in  cui  viene  compiuta.  Se

      l'azione  compiuta in modo bello e retto  bella, se, invece, non

      viene  compiuta  in modo retto  brutta.  Lo stesso vale anche per

      l'amore: non ogni Eros  bello n degno  di  essere  elogiato,  ma

      solo quello che ci spinge ad amare in modo bello.

      Dunque,  Eros  che  si  accompagna ad Afrodite volgare  veramente

      volgare e agisce come capita.  E questo    l'Eros  proprio  degli

      uomini che valgono poco.

      Innanzi  tutto  questi amano donne non meno che giovanetti.  E poi

      amano i corpi pi che le loro anime. E per giunta amano le persone

      che sono prive il pi possibile di intelligenza, mirando solamente

      a fare ci di cui hanno voglia,  e non preoccupandosi  affatto  se

      agiscono in modo bello o no. Perci avviene che essi fanno ci che

      loro capita, senza discriminare il bene dal male. Infatti, il loro

      amore  proviene  dalla  dea che  molto pi giovane dell'altra,  e

      nella sua generazione partecipa della natura del maschio  e  della

      femmina".



      Nell'amore per i ragazzi prevale l'Eros celeste.


      "Invece, l'altro Eros si accompagna ad Afrodite celeste, la quale,

      in  primo  luogo,  non  partecipa  della natura della femmina,  ma

      solamente di quella del maschio - e questo  l'amore per i ragazzi

      -,  e poi  pi antica e del tutto priva di sfrenatezza.  Per tale

      motivo,  coloro  che  sono ispirati da questo Eros si rivolgono al

      maschio, amando ci che per natura  pi forte e pi intelligente.

      Ed in questo stesso amore per i  ragazzi  si  possono  riconoscere

      coloro che sono sicuramente mossi da questo Eros.  Infatti, non si

      innamorano dei ragazzi se non quando costoro incominciano ad avere

      intelligenza,  e questo si accompagna al momento in cui mettono la

      barba.  E  sono  convinto  che  quelli che incominciano ad amare i

      giovani a questa et sono pronti  a  passare  tutta  la  vita  con

      l'amato  e  a  viverla  insieme  con  lui,  invece  di  ingannare,

      cogliendo il giovane  quando    ancora  privo  di  senno,  e  poi

      beffandosi  di  lui,  volgergli  le spalle,  passando all'amore di

      altri.  E bisognerebbe che ci fosse una  legge  che  impedisse  di

      amare i giovani fanciulli, affinch non si spendesse molto impegno

      per una cosa incerta. Infatti, incerta  la meta cui perverranno i

      fanciulli nei vizio e nella virt sia dell'anima che del corpo.

      I  buoni  pongono  di  loro  spontanea  volont  questa legge a se

      medesimi.  Ma bisognerebbe costringere anche gli amanti volgari  a

      fare  questo,   cos  come  li  costringiamo,   nella  misura  del

      possibile, a non amare le donne libere. Infatti,  sono costoro che

      hanno  fatto  diventare  la cosa oggetto di rimprovero,  tanto che

      alcuni osano affermare che  turpe concedere i propri favori  agli

      amanti.  E affermano questo riferendosi appunto a costoro, vedendo

      la  loro  inopportunit  e  ingiustizia,   perch  nessuna  azione

      compiuta in modo regolato e secondo la legge, potrebbe giustamente

      recare biasimo".



      Le norme che riguardano l'amore per i ragazzi in vari paesi.


      "Inoltre,  la legge che riguarda l'amore vigente nelle altre citt

       facile da comprendere. Infatti, essa risulta determinata in modo

      semplice, mentre quella che vige qui e a Sparta  molto complessa.

      Nell'Elide e nella Beozia, infatti, dove gli uomini non sono abili

      a parlare,   stabilito come legge semplicemente che  concedere  i

      propri  favori  agli amanti  cosa bella;  e nessuno direbbe,  sia

      vecchio sia giovane, che questa  cosa brutta, al fine,  io credo,

      di  non  far fatica,  quando cercano di persuadere i giovani con i

      loro discorsi, dato che non sono capaci di parlare.

      Invece,  nella Ionia e in  altre  parti  dove  si  vive  sotto  la

      dominazione  dei  barbari,  si  stabilito come legge che questa 

      una cosa brutta.  Infatti,  ai barbari,  a causa dei  loro  regimi

      tirannici,  l'amore  dei giovanetti  considerato una cosa brutta,

      cos come l'amore della sapienza e della ginnastica. Infatti,  non

       di giovamento di quelli che comandano, io credo, che nei sudditi

      sorgano grandi pensieri,  n forti amicizie e vite in comune, cose

      che, pi di ogni altra, soprattutto l'amore produce.

      E questo lo impararono in base ai fatti anche i  tiranni  di  qui.

      Infatti l'amore di Aristogitone e l'amicizia di Armodio,  divenuti

      saldi, distrussero il loro dominio. Cos,  dove fu stabilito che 

      cosa brutta compiacere agli amanti,  ci fu a causa della bassezza

      di quelli che lo stabilirono e a causa della prepotenza di  quelli

      che avevano il dominio e della vilt dei sudditi;  invece, dove fu

      stabilito semplicemente che  bello compiacere agli amanti, fu per

      l'ignavia di coloro che lo stabilirono".



      La complessit delle norme che riguardano Eros in Atene e Sparta.


      "Qui da noi,  invece,  si stabil una legge  molto  pi  bella  di

      queste e, come dicevo non facile da capire.

      Si consideri,  infatti, che da noi si afferma che  cosa pi bella

      amare in modo manifesto che non amare di nascosto,  e  soprattutto

      amare  i pi nobili e i migliori,  anche se siano pi brutti degli

      altri.  E si consideri che l'incoraggiamento che tutti danno a chi

      ama  straordinario, e non certo nella convinzione che egli compia

      qualcosa di brutto, e inoltre che viene considerata cosa bella per

      chi riesce a conquistare l'amato, brutta per chi non riesce. E nei

      tentativi  di conquistare l'amato,  la legge concede all'amante la

      libert di fare le cose pi strane e di essere lodato;  cose  che,

      se qualcuno osasse fare,  perseguendo altro scopo o per soddisfare

      altri intenti diversi da questi,  si  procurerebbe  i  pi  grandi

      biasimi.  Se  uno  infatti,  volendo  ottenere  danaro da qualcuno

      oppure procurarsi  qualche  pubblico  ufficio  o  qualsiasi  altro

      potere,  fosse  disposto  a  compiere quelle cose che compiono gli

      amanti per il loro amato,  ossia far suppliche e invocazioni nelle

      preghiere,   prestare  giuramenti,  dormire  davanti  alle  porte,

      prestare atti servili quali nessuno schiavo  presterebbe;  ebbene,

      costui  sarebbe  impedito  di compiere siffatte azioni tanto dagli

      amici quanto dai nemici,  gli uni biasimando le sue adulazioni e i

      suoi atti di servilismo, gli altri ammonendolo e provando vergogna

      per  lui.  Invece,  per  l'amante  che  fa  tutte  queste cose c'

      simpatia e dalla legge gli  permesso  di  farlo  senza  riceverne

      biasimo,  come se compisse un qualcosa di molto bello.  Ma la cosa

      pi straordinaria,  almeno come dicono i pi,   il fatto che solo

      all'amante  gli  di  perdonano  di giurare e poi di trasgredire i

      giuramenti.  Essi  dicono,  infatti,  che  non  esiste  giuramento

      d'amore.

      Cos  e  gli  di  e  gli  uomini hanno concesso ogni libert agli

      amanti, come dice la legge che qui  vigente. Per questo motivo si

      potrebbe pensare che,  in questa Citt,  si considera  cosa  assai

      bella l'amore e il concedere la propria amicizia a chi ama.

      Invece,  dal  momento che i padri mettendo dei pedagoghi al fianco

      dei giovanetti amati, per non permettere a loro di parlare con gli

      amanti,  danno al pedagogo appunto questi precisi comandi,  e  dal

      momento  che i coetanei e i compagni li scherniscono se constatano

      che succede qualcosa del genere,  e i pi anziani non si oppongono

      a quelli che biasimano,  n li rimproverano perch parlano in modo

      non giusto;  ebbene,  considerando tutto ci,  si potrebbe pensare

      che, in questa citt, una tale cosa sia considerata bruttissima.

      Questo,  a  mio  parere,  si  spiega  cos.  Non si tratta di cosa

      semplice e,  come si  gi detto all'inizio,  in s e per s non 

      n  bella  n  brutta,  ma    bella se  fatta in maniera bella e

      brutta se  fatta in maniera brutta. Ed  fatta in maniera brutta,

      se si concedono i propri favori ad un  uomo  malvagio  e  in  modo

      malvagio,  invece    fatta  in  maniera bella,  se si concedono i

      propri favori ad un uomo nobile e in  modo  bello.  E  malvagio  

      quell'amante che  volgare e che ama il corpo pi dell'anima. E in

      effetti  non  neppure costante,  dal momento che  amante di cosa

      che non  costante.  Infatti,  con lo sfiorire della bellezza  del

      corpo di cui  innamorato,  se ne va e vola via,  violando tutti i

      suoi discorsi e le sue  promesse.  Invece,  chi    amante  di  un

      carattere che sia buono, resta innamorato per tutta la vita perch

      si  unito ad una cosa che rimane costante.

      Ora, proprio costoro la nostra legge vuole mettere a prova in modo

      buono  e  bello,  e  vuole  che  si concedano i propri favori agli

      amanti del carattere,  e che invece si  sfuggano  gli  amanti  del

      corpo.  Per questo, dunque, esorta gli uni a inseguire e gli altri

      a fuggire,  e,  presiedendo alle gare,  accertano a  quale  genere

      appartenga l'amante e a quale genere l'amato.

      Cos, dunque, per questa ragione, in primo luogo si ritiene brutto

      il  lasciarsi  conquistare velocemente,  affinch passi del tempo,

      che sembra mettere bene a prova molte cose.  Inoltre,  si  ritiene

      brutto  lasciarsi  conquistare  dalle  ricchezze  e  dalla potenza

      politica,  sia nel caso che uno,  subendo un torto,  si pieghi per

      paura  e  non opponga resistenza,  sia che,  ricevendo benefici in

      danaro o in successi politici, non li disdegni.  Infatti,  nessuna

      di   queste   cose   sembra  essere  durevole  e  stabile,   senza

      considerare,  poi,  il fatto che da esse non pu derivare  nessuna

      nobile amicizia".



      L'amore fra uomini  bello solo se porta alla virt.


      "Dunque,  per  la nostra legge non c' che una sola via per cui il

      giovane amato possa concedere i propri favori all'amante  in  modo

      bello.  Ed ecco la nostra legge: come per chi ama l'assoggettarsi,

      accettando volontariamente qualsiasi servit per  i  loro  amanti,

      non    da  considerarsi n adulazione n qualcosa di ignominioso,

      cos  resta  un'altra  sola  servit  volontaria  che   non   reca

      ignominia,  ed    quella  che concerne la virt.  Da noi infatti,

      questa  la norma: se uno vuol servire l'altro,  convinto  che  ad

      opera  di  quello  diventer  migliore  o  per  una sapienza o per

      qualche altra parte della virt,  questa servit volontaria non  

      da considerarsi brutta e nemmeno un atto di adulazione.

      Occorre,  dunque,  che queste due leggi,  quella sull' amore per i

      ragazzi e quella che riguarda l'amore per la sapienza e ogni altra

      virt,  convergano al medesimo scopo,  se si vuole che risulti una

      cosa  bella  che  l'amato  conceda  i  propri  favori  all'amante.

      Infatti,  quando l'amante e il ragazzo amato  mirano  al  medesimo

      scopo  l'uno e l'altro con la propria norma,  il primo col servire

      al giovane che gli ha corrisposto l'amore in  qualsiasi  cosa  sia

      giusto  servire,  il  secondo invece prestando assistenza a chi lo

      rende sapiente e buono in qualsiasi  cosa  sia  giusto  prestargli

      assistenza,  e  l'uno  essendo  veramente  capace  di  condurre il

      giovane alla saggezza e ad ogni  altra  virt  e  l'altro  essendo

      bisognoso  di  lui  per  essere  educato per acquistare ogni altra

      forma di sapienza: ebbene, allora, in quanto queste norme giungono

      ad un medesimo scopo,  in questo caso  soltanto    bello  che  il

      giovane amato conceda i propri favori all'amante,  mentre in tutti

      gli altri casi non  affatto bello.

      E in questo caso soltanto l'essere ingannati non    cosa  brutta,

      mentre  in  tutti  gli  altri ne deriva vergogna,  sia a chi viene

      ingannato sia a chi no.

      Infatti, se uno che ha concesso i suoi favori all'amante, convinto

      che fosse ricco e per amore della ricchezza,  restasse ingannato e

      non  ricevesse  danari,  perch risulta che l'amante  povero,  la

      cosa non sarebbe per questo meno brutta.  Un uomo di questo  tipo,

      infatti,  sembra aver rivelato,  per quanto lo riguarda, di essere

      capace di prestare servizio  a  chiunque  in  qualsiasi  cosa  per

      danaro. E questo non  proprio bello.

      In base allo stesso discorso, poi, se qualcuno, dopo aver concesso

      i propri favori all'amante nella convinzione che fosse buono e con

      l'intenzione    di    diventare   migliore   mediante   l'amicizia

      dell'amante,  restasse ingannato,  in quanto quello si   rivelato

      essere   un   malvagio  e  non  in  possesso  di  virt,   ebbene,

      ciononostante l'inganno sarebbe  bello.  E'  chiaro  infatti,  che

      costui ha dimostrato che,  per quanto lo riguarda,  in vista della

      virt e per diventare migliore, era disposto a tutto per chiunque.

      E questa  la cosa pi bella di tutte.  Insomma  cosa  bella,  in

      tutto  e  per  tutto concedere i propri favori all'amante in vista

      della virt.

      E questo  l'amore della dea celeste ed  anch'esso celeste  e  di

      grande  valore  sia  per  la Citt sia per i cittadini,  in quanto

      costringe sia l'amato sia l'amante a prendersi cura  della  virt.

      Invece,  tutti  gli  altri amori dipendono dall'altra dea,  quella

      volgare.

      Eccoti, o Fedro, il contributo sull'amore che io porto,  preso sul

      momento".



      Interludio. Il singhiozzo di Aristofane.


      Dopo  che Pausania ebbe fatto pausa - in questo modo i sapienti mi

      insegnano a cercare assonanze nel parlare -, diceva Aristodemo che

      avrebbe dovuto parlare Aristofane ma che era  capitato  che  fosse

      colto da singhiozzo,  o perch aveva mangiato troppo o per qualche

      altro motivo,  e che perci non era in grado di parlare.  Ma,  dal

      momento  che  il  medico  Erissimaco  gli  stava sdraiato accanto,

      Aristofane disse: "O Erissimaco,  giusto che tu mi faccia passare

      il singhiozzo oppure che parli tu al mio posto,  fino a che mi sia

      passato".

      Ed Erissimaco disse: "Far l'una e l'altra cosa. Io parler al tuo

      posto e,  quando ti sar passato il singhiozzo, parlerai tu al mio

      posto. Intanto, mentre io parlo,  vedi se,  trattenendo il respiro

      per  molto tempo,  il singhiozzo voglia passarti.  Se no,  fa' dei

      gargarismi con l'acqua.  Se poi  molto forte,  prendi qualcosa di

      adatto a solleticarti il naso e starnutisci. Se farai questo una o

      due volte, anche se  molto forte, il singhiozzo ti passer".

      Rispose Aristofane: "Allora parla senz'altro tu! Io, intanto, far

      quello che tu dici".



      Discorso di Erissimaco. Dimensione cosmica dell'Eros.

      I due amori sono presenti per natura in tutte le cose.


      Parl allora Erissimaco.

      "In verit mi sembra che sia necessario,  dal momento che Pausania

      ha incominciato bene il suo discorso,  ma poi non lo ha  terminato

      in modo adeguato, che debba tentare io di portarlo a compimento.

      La  distinzione di un duplice Eros mi pare che sia esatta,  ma che

      esso non sussista soltanto nelle anime degli uomini per  i  belli,

      ma  che  sussista  altres  in  altre cose e per molte altre cose,

      ossia nei corpi di tutti  gli  altri  animali,  nei  vegetali  che

      crescono  sulla terra e,  in una parola in tutte le cose che sono,

      credo di averlo capito attraverso la medicina,  che    la  nostra

      arte, ossia che veramente Eros  un dio grande e meraviglioso e si

      estende sia sulle cose umane sia sulle divine".



      Eros e la medicina.


      "Io  inizier,  dunque,  il  mio discorso partendo dalla medicina,

      anche per fare onore a quest'arte.  La natura dei corpi ha  questo

      duplice  amore:  infatti,  la parte sana del corpo e quella malata

      sono, come tutti ammettono, diverse e dissimili fra di loro. Ma il

      dissimile desidera e ama cose dissimili. Altro, dunque,   l'amore

      in ci che  sano e altro  l'amore in ci che  ammalato. Ora, se

        bello,  come  Pausania diceva poco fa,  concedere i favori alle

      persone buone ed  brutto concederli  alle  persone  intemperanti,

      cos,  anche per i corpi  bello e bisogna concedere i favori alle

      parti buone e sane di ciascuno  di  essi  (e  in  questo  consiste

      appunto la medicina) mentre  brutto concedere i favori alle parti

      cattive  e  malate,  e  ad esse bisogna non compiacere se si vuole

      essere veramente medico.

      Infatti,  la medicina,  per dirla in breve,    la  scienza  degli

      impulsi amorosi dei corpi a riempirsi e svuotarsi,  e colui che sa

      distinguere in queste cose l'amore bello da quello  brutto,    il

      medico  per  eccellenza.  E  colui  che li sa far mutare e sa fare

      acquistare ai corpi un amore in luogo dell'altro, ed  in grado di

      produrre l'amore in quelle parti in cui non c' e dovrebbe  invece

      essera,  o  toglierlo  in  quelle  parti in cui c' e non dovrebbe

      esserci; ebbene, costui  un buon artefice.

      Infatti,  bisogna saper rendere amiche le parti che nel corpo sono

      pi  nemiche,  far  s che si amino reciprocamente fra di loro.  E

      inimicissime sono le cose fra di loro contrarie: freddo  e  caldo,

      amaro  e  dolce,  secco  e umido,  e tutte le altre cose di questo

      genere. E proprio per aver saputo infondere in queste cose l'amore

      e la concordia, il nostro progenitore Asclepio, come dicono questi

      poeti e anch'io credo, fond l'arte della medicina".



      Eros e la musica.


      "Dunque,  l'arte della medicina,  come  ho  detto,    interamente

      governata   da   questo   dio,   e  cos  anche  la  ginnastica  e

      l'agricoltura. La musica, poi,  chiaro a chiunque presti anche un

      minimo di attenzione,  si  trova  nelle  identiche  condizioni  di

      quelle arti, come anche Eraclito forse vuol dire, anche se, almeno

      nelle parole non dice bene. Egli afferma infatti, CHE L'UNO IN SE'

      DISCORDE,  CON SE' MEDESIMO S'ACCORDA,  COME L'ARMONIA DELL'ARCO E

      DELLA LIRA.  Ed  molto strana l'affermazione  che  l'armonia  sia

      discorde,  o che sorga da cose discordi. Ma forse egli voleva dire

      questo, e cio che l'armonia nasce da cose prima discordi, l'acuto

      e il grave, e poi rese concordi dall'arte della musica.

      Infatti.  non sarebbe certamente possibile che nascesse armonia da

      cose  che  rimangono  tuttavia  discordi,  ossia  dall'acuto e dal

      grave,  giacch l'armonia   consonanza,  e  la  consonanza    un

      consenso.  Il consenso, per, non pu nascere da cose discordanti,

      fino a che rimangono discordanti.  E ci che  discordante e non 

      accordato  impossibile ridurlo ad armonia.  Cos appunto anche il

      ritmo nasce dal  veloce  e  dal  lento  prima  discordanti  e  poi

      accordatisi.

      E l'accordo fra tutte queste cose, come sopra lo poneva la mediana

      cos  qui lo pone la musica,  infondendovi amore e concordia delle

      une rispetto alle altre.  Dunque,  la musica  scienza degli amori

      di  armonia  e  di ritmo.  E nella costituzione dell'armonia e del

      ritmo non   difficile  riconoscere  questi  amori:  n  qui  sono

      presenti  le  due  specie di amore.  Ma quando nei confronti degli

      uomini si debba fare uso di armonia e di ritmo,  o componendo -  e

      questa  si  chiama  arte della composizione musicale -,  o facendo

      giusto uso delle melodie e dei ritmi composti - e questo si chiama

      educazione -,  qui  sorge  una  difficolt  e  occorre  allora  un

      artefice valente.

      E  qui torna il discorso di prima,  e cio che bisogna concedere i

      propri favori a quelli che sono temperanti  e  affinch  diventino

      pi  temperanti,  a  quelli che non lo sono ancora e bisogna anche

      conservare il loro amore: questo  l'amore bello, l'amore celeste,

      l'amore della Musa Urania". Invece,  l'amore di Polimnia  l'amore

      volgare,  che  bisogna  offrire  con  cautela a coloro ai quali si

      offre,  affinch se ne goda il piacere senza che si generi  alcuna

      intemperanza.  Cos anche nella nostra arte  assai difficile fare

      uso  retto  dei  desideri  che  vengono  soddisfatti  dall   'arte

      culinaria,  in  modo  che  se  ne  goda il piacere senza cadere in

      qualche malattia.

      Dunque, e nella musica e nella medicina,  e in tutte le altre cose

      umane e divine, per quanto  possibile bisogna cercare di cogliere

      l'una  e  l'altra  forma di Eros,  perch sono presenti ambedue in

      tutte le cose".



      Eros e l'astronomia.


      "E anche la costituzione  delle  stagioni  dell'anno    piena  di

      questi due amori, e quando i contrari di cui prima dicevo, caldo e

      freddo,  secco e umido, si trovino reciprocamente uniti dall'amore

      ordinato, e accolgano in s armonia e sapiente mescolanza,  allora

      portano  prosperit  e  salute  agli  uomini,  agli animali e alle

      piante e non comportano alcun danno.

      Quando,  invece,  diventa predominante l'amore che si accompagna a

      violenza  per  quanto concerne le stagioni dell'anno,  allora esso

      distrugge e danneggia molte cose.

      Infatti,  le pestilenze di solito si producono da  tali  cause,  e

      cos  anche  molte  altre  e  diverse  malattie che colpiscono gli

      animali e le piante.

      E anche le brine,  le grandini,  le ruggini del  grano  provengono

      dalla  sopraffazione e dal disordine reciproco di questi amori,  e

      la scienza di esse che riguarda i moti degli astri e  le  stagioni

      dell'anno, si chiama astronomia".



      Eros e la divinazione.


      "Inoltre,  tutti  i  sacrifici  e  tutti  i riti ai quali presiede

      l'arte della divinazione,  cio quelle cose  che  garantiscono  la

      comunione reciproca fra gli di e gli uomini,  non mirano ad altro

      che a custodire e a curare l'amore.

      Infatti, ogni empiet suole nascere quando non si concedono favori

      all'amore ordinato,  non lo si onora e non lo si  venera  in  ogni

      azione, ma si onora, invece, l'altro, e nei rapporti coi genitori,

      sia vivi che morti, e nei confronti degli di.

      E  in  queste  cose  appunto  l'arte della divinazione ha avuto il

      compito di osservare gli amanti e  di  curarli.  Ed  essa  intesse

      amicizia  fra  gli  di e gli uomini,  in quanto conosce gli amori

      degli uomini che tendono alla giustizia e alla santit".



      La potenza universale e grandissima di Eros.


      "Dunque,  Eros ha una potenza cos vasta e  grande,  e  anzi,  una

      potenza  universale.  Ma  l'amore  che  tende alle cose buone e si

      accompagna a temperanza e a  giustizia,  sia  presso  di  noi  sia

      presso  gli  di,  ha  la  potenza  pi  grande  e ci procura ogni

      felicit,  rendendoci capaci di stare  insieme  gli  uni  con  gli

      altri,  e  facendoci  essere  amici  con gli esseri che sono al di

      sopra di noi, cio con gli di.

      E forse io pure,  tessendo gli  elogi  dell'Eros,  ho  tralasciato

      molte cose,  per senza volerlo. E se ho lasciato qualcosa, spetta

      ora a te,  Aristofane,  colmare il vuoto.  Ma se hai in  mente  di

      lodare  amore  in  qualche  altro  modo,  fallo pure,  dato che il

      singhiozzo t' passato".



      Interludio: lo starnuto di Aristofane.


      "E Aristodemo raccontava che Aristofane rispose dicendo: "S, mi 

      passato, ma non prima di aver applicato lo starnuto;  sicch mi fa

      meraviglia  che  il  giusto  ordinamento del corpo desideri questo

      tipo di rumori e solleticamenti quale  appunto lo starnuto,  dato

      che,  non  appena  ho  applicato  lo starnuto,  il singhiozzo mi 

      passato immediatamente".

      Ed Erissimaco rispose: "O caro Aristofane,  bada a quello che fai!

      Tu fai ridere su di me,  proprio mentre ti accingi a parlare, e mi

      costringi a fare da sentinella al tuo discorso per vedere  se  mai

      tu dica qualcosa di burlesco,  mentre ti sarebbe possibile parlare

      in pace!".

      E Aristofane, ridendo,  rispose: "Dici bene,  o Erissimaco,  siano

      come  non  dette  le  cose  da  me  dette.  Tu per,  non farmi da

      sentinella,  perch io ho paura di dire,  in ci che sto per dire,

      non  gi  cose  burlesche,  perch  questo  sarebbe un vantaggio e

      sarebbe nello spirito della nostra Musa, ma cose assurde!".

      Ed Erissimaco rispose: "Prima tiri il colpo,  o Aristofane,  e poi

      credi di svignartela. Ma sta' bene attento, e parla come se poi me

      ne dovessi rendere conto.  Per,  forse te la far passare liscia,

      se cos mi parr".



      Discorso di Aristofane: Eros come aspirazione all'Uno.

      Eros  il pi grande amico dell'uomo.


      E Aristofane disse quanto segue.

      "Certo o Erissimaco,  io ho in mente di parlare in maniera diversa

      da quella in cui avete parlato tu e Pausania.

      A me pare che gli uomini non capiscano affatto la potenza di Eros,

      perch,  se  veramente  la  capissero,  gli edificherebbero templi

      grandissimi e altari, e gli offrirebbero sacrifici grandissimi.  E

      non succederebbe come ora,  che non si fa nulla di questo per lui,

      mentre si dovrebbe fare pi di tutto.

      Infatti Eros , fra gli di,  il pi amico degli uomini,  perch 

      soccorritore  degli  uomini e medico di quei mali che,  se fossero

      risanati, ne verrebbe alla stirpe umana la pi grande felicit.

      Io cercher,  dunque,  di spiegarvi la sua potenza,  e voi dovrete

      essere maestri agli altri.

      Bisogna,  in primo luogo,  che voi apprendiate quale sia la natura

      umana e le trasformazioni che essa ha subito. Infatti, anticamente

      la nostra natura non era quale  ora, ma era diversa".



      L'originaria natura degli uomini.


      "Innanzi tutto,  i generi degli uomini erano tre,  e non due  come

      ora,  ossia  maschio  e  femmina,  ma  c'era  anche  un  terzo che

      accomunava i due precedenti, di cui ora  rimasto il nome,  mentre

      esso  scomparso.  L'androgino era, allora, una unit per figura e

      per nome,  costituito dalla natura maschile e da quella fernminile

      accomunate  insieme,  e nella forma e nel nome,  mentre ora non ne

      resta che il nome, usato in senso spregiativo.

      Inoltre, la figura di ciascun uomo era tutt'intera rotonda, con il

      dorso e i fianchi a forma di cerchio,  aveva quattro mani e  tante

      gambe  quante mani,  e due volti su un collo arrotondato del tutto

      uguali. E aveva un'unica testa per ambedue i visi rivolti in senso

      opposto, e quattro orecchi e due organi genitali. E tutte le altre

      parti ciascuno se le pu immaginare da queste cose che ho detto.

      Camminava  anche  diritto,  come  ora,  in  quella  direzione  che

      volesse.  E  quando  si  metteva  a  correre  velocemente,  come i

      saltimbanchi  che  volteggiano  in   cerchio   a   gambe   levate,

      appoggiandosi  sulle  membra  che  allora erano otto,  si spostava

      rapidamente ruotando in cerchio.

      Perci i generi erano tre e di queste nature, in quanto il maschio

      aveva tratto la sua origine dal sole,  la femmina dalla terra e il

      terzo  sesso  che  partecipa  della  natura  maschile  e di quella

      femminile, dalla luna,  la quale partecipa della natura del sole e

      della terra. E le loro figure erano rotonde e cos il loro modo di

      procedere, perch assomigliavano ai loro genitori".



      Per  la  superbia gli uomini furono divisi ciascuno in due met da

      Zeus.


      "Erano terribili per forza e per vigore e avevano grande superbia,

      tanto che cercarono di attaccare gli di. E quello che Omero narra

      di Efialte e di Oto, si dice anche di loro, ossia che tentarono di

      scalare il cielo per assalire gli di.

      Zeus e gli altri di,  allora,  tennero consiglio per decidere sul

      da fare e rimasero nel dubbio: infatti, non potevano ucciderli, e,

      fulminandoli  come  fecero  con  i Giganti,  annientarne la razza,

      perch sarebbero scomparsi anche  gli  onori  e  i  sacrifici  che

      provenivano  loro  dagli  uomini;  e  d'altra  parte  non potevano

      permettere quelle insolenze.  Dopo aver  a  lungo  meditato,  Zeus

      disse:  'Mi pare di aver a disposizione un mezzo che permetterebbe

      che gli uomini possano continuare ad  esistere,  e,  divenuti  pi

      deboli,  cessino di essere cos sfrenati. Infatti ora - continu -

      io li taglier ciascuno in due, cosicch da un canto, essi saranno

      pi deboli,  e,  d'altro canto,  saranno pi utili a  noi,  perch

      diventeranno  maggiori  di  numero.  E cammineranno diritti su due

      gambe.  Ma se riterranno ancora di comportarsi in modo insolente e

      non vorranno starsene tranquilli, ancora una volta - disse - io li

      taglier  in  due,  in  modo  che  saranno  costretti  a camminare

      saltando su una gamba sola'.

      Dopo aver detto questo, tagli gli uomini in due,  come quelli che

      tagliano le sorbe per farle essiccare,  o come quelli che tagliano

      le uova con un crine. E per ciascuno di quelli che tagliava,  dava

      incarico  ad  Apollo  di  rivoltare  la faccia e la met del collo

      verso la parte del taglio, in modo che l'uomo,  vedendo questo suo

      taglio,  diventasse  pi  mansueto,  e  gli  dava  anche ordine di

      risanare tutte le altre parti.

      E Apollo rivoltava la faccia, e, tirando da ogni parte la pelle su

      quello che oggi vien chiamato ventre,  come si fa con le borse che

      si contraggono, la legava nel mezzo del ventre, facendo una specie

      di bocca, il che ora si chiama ombelico. E spianava le molte altre

      pieghe  e  modellava  i  petti,  servendosi  di uno strumento come

      quello che i calzolai usano per spianare sulle forme delle  scarpe

      le  pieghe  del  cuoio.  Ma  ne  lasci qualcuna intorno al ventre

      medesimo e intorno all'ombelico,  in modo che restasse un  ricordo

      dell'antico castigo.

      Allora,  dopo  che  l'originaria  natura  umana  fu divisa in due,

      ciascuna met,  desiderando fortemente l'altra met che  era  sua,

      tendeva  a  raggiungerla.   E  gettandosi  attorno  le  braccia  e

      stringendosi forte  l'una  all'altra,  desiderando  fortemente  di

      fondersi  insieme,  morivano  di  fame  e  di  inattivit,  perch

      ciascuna delle parti non voleva fare nulla separata dall'altra.  E

      quando una met moriva e l'altra rimaneva in vita,  quella rimasta

      cercava un'altra met e si intrecciava  con  questa,  sia  che  si

      imbattesse  nella  met  di  una donna per intero,  quella che ora

      chiamiamo senz'altro donna, sia che si imbattesse nella met di un

      uomo. E in questo modo morivano.

      Allora Zeus, preso da compassione, ricorse ad un altro espediente.

      Trasport gli organi del sesso sul davanti,  perch fino ad allora

      gli  uomini avevano anche questi nella parte esterna e concepivano

      e generavano non gi fra di  loro,  ma  in  terra  come  fanno  le

      cicale. Dunque, trasport in tale modo questi organi sul davanti e

      fece  s  che la generazione avesse luogo mediante l'uso reciproco

      di questi organi, pcr opera del maschio e della femmina. E lo fece

      per questo scopo,  ossia affinch,  se nell'amplesso si trovassero

      insieme  un  uomo  e  una donna,  procreassero e riproducessero la

      stirpe.  Se invece si incontrassero maschio  con  maschio  venisse

      loro saziet di quell'unione,  e cos cessassero e si rivolgessero

      al loro lavoro e si occupassero delle altre faccende della vita".



      Eros tende a fare di due uno solo,  riportando  l'uomo  all'antica

      natura.


      "Dunque,  da  cos  tanto  tempo    connaturato  negli  uomini il

      reciproco amore degli uni per gli altri che ci riporta  all'antica

      natura e cerca di fare di due uno e di risanare l'umana natura.

      Ciascuno di noi,  pertanto,  come una contromarca di uomo, diviso

      com' da uno in due, come le sogliole.

      E cos  ciascuno  cerca  sempre  l'altra  contromarca  che  gli  

      propria.

      E  tutti quegli uomini che sono nati dalla divisione di quel sesso

      comune,  che allora si chiamava appunto androgino,  sono amanti di

      donne,  e  da questo sesso deriva la maggior parte degli adulteri.

      E, cos,  da questo genere di sesso derivano anche le donne amanti

      degli uomini e le adultere.

      Invece  le  donne  che  sono nate dalla divisione di una donna non

      badano troppo agli uomini,  ma hanno propensione per le donne ed 

      da questo sesso che derivano le amiche delle cortigiane.

      Quelli  che  sono  nati  dalla  divisione del maschio rincorrono i

      maschi e finch sono fanciulli,  appunto  perch  sono  parti  del

      maschio, amano gli uomini, e godono di giacere e stare abbracciati

      con  gli uomini.  E sono proprio questi i fanciulli e i giovanetti

      migliori, perch per natura sono pi virili.

      In verit, alcuni sostengono che sono degli impudenti.  Ma mentono

      perch essi non fanno questo per impudenza,  ma per arditezza, per

      fortezza e per virilit,  in quanto hanno inclinazione  verso  ci

      che    simile  a  loro.  E  una bella prova  questa: solo questi

      uomini,  quando  siano  giunti  a  maturit,  entrano  nella  vita

      politica.  E  quando  siano  diventati  uomini  si  innamorano dei

      ragazzi e non si preoccupano delle nozze e della procreazionc  dei

      figli per loro natura, ma sono costretti a far questo dalla legge.

      Ad  essi  basterebbe  invece vivere insieme gli uni con gli altri,

      senza contrarre nozze.

      In breve,  dunque,  un uomo di questo tipo   quello  che  diventa

      amante dei ragazzi e amico degli innamorati, attaccandosi sempre a

      ci che gli  congenere.

      E  quando  l'amante di ragazzi o chiunque altro si incontri con la

      met che  sua, allora in modo mirabile sono presi da amicizia, da

      familiarit e da amore; e non vogliono,  per cos dire,  separarsi

      l'uno dall'altro, neppure per brevissimo tempo.

      E  quelli  che  trascorrono  insieme  tutta  la  vita sono appunto

      costoro,  i quali non saprebbero neppure  dire  ci  che  vogliono

      ottenere  l'uno  dall'altro.  Infatti,  non  sembrerebbe essere il

      piacere d'amore la causa che fa stare insieme gli amanti l'uno con

      l'altro con cos grande attaccamento. Ma  evidente che l'anima di

      ciascuno di essi desidera qualche altra  cosa  che  non  sa  dire,

      eppure presagisce ci che vuole e lo dice in forma di enigmi.

      E se ad essi,  mentre giacciono insieme, si avvicinasse Efesto con

      i suoi attrezzi e domandasse  loro:  'Che  cos',  o  uomini,  che

      volete  ottener  l'uno  dall'altro?'.  E  se  essi  non  sapessero

      rispondere,  e quegli  domandasse  ancora:  'Forse    questo  che

      volete: diventare la medesima cosa l'uno con l'altro,  in modo che

      non vi dobbiate lasciare n giorno  n  notte?  Se    questo  che

      desiderate,  io  voglio  fondervi  e unirvi insieme nella medesima

      cosa,  in modo che diventiate da due che siete uno solo,  e finch

      vivrete,  in  quanto  venite  ad  essere  in questo modo uno solo,

      viviate insieme la vita, e quando morirete, anche laggi nell'Ade,

      invece di due siate ancora uno,  uniti insieme anche nella  morte.

      Guardate  se    questo  che  desiderate,  e  se vi basta ottenere

      questo'".



      Eros  aspirazione a ritornare all'Intero e all'Uno.


      "Sappiamo bene che,  sentendo queste cose,  neppure uno direbbe di

      no.  N  direbbe  di  desiderare altro,  ma direbbe di avere udito

      proprio quello che desiderava da tempo,  ossia,  congiungendosi  e

      fondendosi insieme con l'amato, da due diventare uno.

      E  la ragione di ci sta nel fatto che questa era la nostra antica

      natura,  e che noi eravamo tutti interi.  Perci  al  desiderio  e

      all'aspirazione  dell'intero si riferisce il nome di Eros.  Prima,

      come dicevo, eravamo uno;  ora,  invece,  per nostra colpa,  siamo

      stati separati di dimora dal dio, come gli Arcadi dagli Spartani.

      E  c'  pericolo  che,  se  non  saremo  rispettosi verso gli di,

      veniamo nuovamente divisi a met,  e che dobbiamo andare  in  giro

      come  le figure in bassorilievo scolpite sui cippi,  segati in due

      lungo il naso, come dadi tagliati in due.

      Per tali ragioni ognuno deve  esortare  ciascun  altro  ad  essere

      devoto  agli  di,  affinch  possiamo  scampare  da questo male e

      ottenere quei beni di cui Eros  signore e guida".



      Riportando l'uomo all'originaria natura, Eros rende felici.


      "E ad Eros nessuno si opponga,  perch chi si oppone  ad  Eros  si

      oppone  agli  di.  Infatti,  una  volta diventati amici di Eros e

      riconciliatici con lui, incontreremo e ritroveremo i nostri amati,

      cosa che solo pochi oggi riescono a fare.

      Ed Erissimaco non mi venga  a  dire,  mettendo  in  burla  il  mio

      discorso,  che  io mi riferisco a Pausania e ad Agatone,  anche se

      forse essi pure sono  di  questi,  e  posseggono  entrambi  quella

      natura maschile.  Infatti,  io mi riferisco a tutti gli uomini e a

      tutte le donne e dico  che  la  nostra  razza  sarebbe  felice  se

      ciascuno di noi conducesse l'amore al suo fine e ritrovasse il suo

      amato, ritornando, cos, all'antica natura.

      E  se  questo    il  bene  pi grande,   necessario che dei beni

      presenti il pi grande sia il bene che a quello pi si avvicina. E

      tale bene consiste nell'incontrare un amato che abbia un animo che

      corrisponda al nostro.

      E se vogliamo inneggiare al dio che  causa di  questo,  a  giusta

      ragione dobbiamo inneggiare a Eros il quale nella vita presente in

      sommo grado ci giova,  conducendoci verso ci che ci  proprio,  e

      per la vita futura ci offre le speranze grandissime che, se saremo

      riverenti nei confronti degli  di,  ristabilendoci  nella  nostra

      antica natura e risanandoci, ci render felici e beati.

      Questo,  o Erissimaco,   il mio discorso sull'Eros, tutto diverso

      dal tuo. Ora, come ti ho pregato, non metterlo in burla,  affinch

      possiamo  ascoltare  che  cosa  dir  ciascuno  dei rimanenti,  o,

      meglio,  che cosa dir ciascuno  di  questi  due,  perch  restano

      solamente Agatone e Socrate".



      Interludio.  Giudizio sul discorso di Aristofane e passaggio ad un

      nuovo discorso.


      Aristodemo raccontava che Erissimaco rispose: "Ti ubbidir  perch

      il tuo discorso mi  piaciuto. E se non sapessi bene che Agatone e

      Socrate sono assai esperti nelle cose d'amore avrei timore che non

      sapessero pi che cosa dire,  dopo le molte e svariate cose che si

      sono dette. Ma ora, malgrado ci, sono fiducioso".

      E Socrate rispose: "Per quanto ti riguarda tu  hai  gi  sostenuto

      bene  la  gara,  o Erissimaco.  Ma se ti trovassi al mio posto,  o

      meglio al posto in cui io mi trover dopo che anche  Agatone  avr

      parlato,  anche  tu  avresti  molta  paura  e  ti sentiresti molto

      imbarazzato, come mi sento io ora!".

      "Mi vuoi fare l'incantesimo, o Socrate - disse Agatone -, affinch

      io sia colto da turbamento nel credere  che  il  pubblico  sia  in

      grande attesa nella convinzione che io far un bel discorso".

      "Sarei veramente uno smemorato,  o Agatone - disse Socrate -,  se,

      dopo aver veduto il tuo coraggio e la  tua  forza  d'animo  quando

      salisti  con gli attori sul palcoscenico e fissasti il tuo sguardo

      su  un  pubblico  cos  numeroso,   mentre  eri  in  procinto   di

      rappresentare   la   tua   composizione  senza  essere  per  nulla

      impaurito,  ora io credessi che tu ti sentiresti turbato per  noi,

      che siamo cos pochi!".

      E  Agatone rispose: "Ma che cosa dici,  Socrate?  Credi che io sia

      cos infatuato di teatro da non capire che per chi ha senno, pochi

      intelligenti fanno pi paura di molti stolti?".

      "Non farei certo bene, o Agatone - disse Socrate -, se pensassi di

      te qualcosa di rozzo.  So bene che,  se tu incontrassi persone che

      ritenessi sapienti, ti preoccuperesti pi di loro che della folla.

      Ma noi non siamo di quelle persone.  Infatti, anche noi eravamo in

      teatro ed eravamo fra la folla.  Ma se tu ti imbattessi in persone

      veramente sapienti,  ti vergogneresti senz'altro di fronte a loro,

      qualora tu credessi di fare qualche brutta cosa! Non dici cos?".

      "E' vero", rispose.

      "E non ti vergogneresti anche di fronte alla folla, se credessi di

      fare qualche brutta cosa?".

      E Fedro - proseguiva il racconto di  Aristodemo  -,  intervenendo,

      disse:  "Caro Agatone,  se tu cominci a rispondere a Socrate,  non

      gli importer pi nulla di come qui andranno le cose, se solo avr

      qualcuno con cui  discutere,  specialmente  se    bello.  Io  con

      piacere  ascolto  Socrate  discutere,  ma  ora  devo  preoccuparmi

      dell'elogio di Eros e riscuotere da ciascuno di voi il tributo del

      discorso.  Pagate prima il vostro tributo al dio,  e poi discutete

      pure!".

      E Agatone disse: "Giusto,  o Fedro, non c' nulla che mi impedisca

      di parlare. Con Socrate, infatti, anche in seguito avr modo molte

      volte di discutere".



      Discorso di Agatone. Qualit e benefici di Eros.

      Qual  il metodo corretto per fare un elogio.


      "Ora,  in primo luogo,  voglio dire  come  debbo  parlare,  e  poi

      parlare.

      Quelli  che  hanno parlato prima di me,  infatti,  non mi pare che

      abbiano encomiato il dio,  bens la felicit degli  uomini  per  i

      beni che il dio procura a loro.  Ma come sia quel dio  che procura

      questi doni, non lo ha detto nessuno.

      Ma una sola  la maniera retta di fare ogni elogio intorno a  ogni

      cosa:  esporre  in  modo  preciso col discorso quale sia colui del

      quale si parla,  e poi di quali effetti egli sia causa.  E cos  

      giusto che anche noi elogiamo Eros, prima dicendo quale  lui, poi

      quali sono i suoi doni".



      Eros  il dio pi felice,  pi bello,  pi buono, pi giovane, pi

      delicato e pi leggiadro.


      "Ebbene,  io dico che fra tutti gli di  che  sono  felici,  se  

      lecito dirlo e non esporsi all'ira divina, Eros  il pi felice di

      tutti, perch  il pi bello e il pi buono.

      Ed  il pi bello, perch ha i seguenti caratteri. In primo luogo,

      o Fedro,   il pi giovane degli di. E una grande prova di questo

      che dico ce la porta egli  stesso,  fuggendo  in  veloce  fuga  la

      vecchiaia,   la  quale,  come    noto,    molto  veloce,  perch

      s'avvicina a noi pi presto di quanto dovrebbe.

      Eros,  per sua natura,  la odia e a lei non si accosta neppure  da

      lontano.  Egli sta sempre con i giovani, ed  giovane. E dice bene

      il vecchio proverbio che il simile si avvicina sempre al simile.

      Ed io,  pur essendo d'accordo con Fedro su molte altre  cose,  non

      sono d'accordo su questo, ossia che Eros sia pi antico di Crono e

      di Giapeto. Invece, io dico che Eros  il pi giovane degli di, e

      che  sempre giovane. E quelle antiche vicende riguardanti gli di

      che  Esiodo  e  Parmenide  narrarono,  avvennero  per  opera della

      Necessit e non di Eros,  se mai essi narrano  il  vero.  Se  Eros

      fosse  stato  fra  loro,  non ci sarebbero stati n mutilazioni n

      incantesimi degli uni e degli altri,  n molte altre violenze,  ma

      amicizia  e  pace,  come c' invece ora da quando Eros regna sugli

      di.

      Dunque,  Eros  giovane  e,  oltre  ad  essere  giovane,    anche

      delicato.  Ma  ci  sarebbe  bisogno di un poeta della grandezza di

      Omero, per mostrare la delicatezza di questo dio. Parlando di Ate,

      Omero dice infatti che  dea ed  delicata,  o,  almeno,  che sono

      delicati i suoi piedi, cos esprimendosi:

      SONO DELICATI I SUOI PIEDI: INFATTI NON TOCCA LA TERRA

      MA CAMMINA AVANZANDO SULLE TESTE DEGLI UOMINI".

      E mi pare che egli dimostri la delicatezza della dea con una bella

      prova, e cio che cammina non sul duro, ma sul molle.

      E  della  medesima  prova  ci avvarremo anche noi,  applicandola a

      Eros,  per dimostrare che  egli    delicato.  Infatti,  egli  non

      cammina  sulla terra e neppure sulle teste degli uomini,  le quali

      non sono troppo morbide; cammina e dimora, invece, fra le cose pi

      morbide che ci sono.

      Egli pone infatti la sua dimora nei cuori e nelle anime degli  di

      e degli uomini: e neppure in tutte le anime senza distinzione.  Ma

      se si imbatte in un'anima che ha un carattere duro,  se ne va via,

      e  se  in una che ha un carattere dolce,  vi prende invece dimora.

      Allora,  poich con i piedi e con tutte le altre membra  tocca  le

      cose che sono,  fra le cose pi morbide,  quelle che sono in sommo

      grado morbide, Eros deve essere delicatissimo.

      Dunque, Eros  giovanissimo e delicatissimo, e inoltre  nella sua

      forma  flessuoso.   Infatti  non  potrebbe  essere  in  grado   di

      insinuarsi   in  ogni  parte,   n  passare  inosservato,   quando

      attraverso ogni anima prima entra e poi esce,  se fosse rigido.  E

      una  grande  prova  della sua forma proporzionata e flessuosa  la

      leggiadria che Eros possiede pi di tutti,  per  comune  consenso.

      Infatti, fra bruttezza e amore c' sempre guerra reciproca.

      Il  suo  posarsi  fra  i  fiori indica la bellezza del suo colore.

      Infatti,  Eros non si posa su ci che non ha fiore  o  che    gi

      sfiorito,  sia anima,  sia corpo,  sia qualsivoglia altra cosa.  E

      invece, dove ci sia un luogo fiorito e odoroso, qui egli si posa e

      rimane.

      Della bellezza di Eros bastino le cose che ho detto,  anche se  ne

      rimarrebbero ancora molte".



      Eros ha tutte le virt.


      "Resta da dire,  dopo le cose dette,  della virt di Eros. La cosa

      pi grande  che Eros non fa ingiustizia n a di n a  uomini,  e

      nemmeno la riceve n da di n da uomini. Infatti, n egli patisce

      per  violenza,  se  mai  qualcosa patisce,  perch la violenza non

      tocca Eros,  n agisce con violenza quando  agisce,  perch  tutti

      servono  ad  Eros  volontariamente  in  ogni cosa.  E ci che uno,

      consenziente,  concorda con un altro pure consenziente,  le  leggi

      regine della Citt stabiliscono essere giusto.

      E  oltre  che  della  giustizia,  Eros  partecipa della pi grande

      temperanza.  Sono tutti d'accordo nel sostenere che la  temperanza

      sia  il dominare i piaceri e i desideri e che nessun piacere  pi

      forte di Eros.  Se dunque,  gli altri  piaceri  sono  pi  deboli,

      possono essere dominati da Eros,  ed Eros li domina;  e, in quanto

      domina i piaceri e i desideri,  Eros risulta essere in sommo grado

      temperante.

      E per coraggio, poi, neppure Ares gli si pu opporre. Infatti, non

        Ares  che  possiede  Eros,  ma  Eros che possiede Ares,  ossia

      l'amore di Afrodite,  come si dice.  E chi possiede  pi forte di

      chi    posseduto;  e  chi domina colui che ha il maggior coraggio

      rispetto agli altri, risulta essere il pi coraggioso di tutti.

      Si  detto,  dunque,  della  giustizia,  della  temperanza  e  del

      coraggio  del  dio.  Mi  resta  ancora da dire della sua sapienza.

      Infatti, per quanto  possibile, non bisogna tralasciare nulla.

      E in primo luogo,  per onorare anch'io,  dal canto mio,  la nostra

      arte  come Erissimaco ha onorato la sua,  dir che questo dio  un

      poeta cos sapiente da rendere poeti  anche  gli  altri.  Infatti,

      ognuno  diventa poeta,  non appena Eros lo tocchi,  anche se prima

      era estraneo alle Muse.

      E di questa prova ci conviene fare uso per dimostrare che  Eros  

      un buon artista,  per dirla in breve,  di tutte le arti sacre alle

      Muse.  Infatti,  le cose che non si hanno e che non si  conoscono,

      non  si  possono  n  dire  n  insegnare  agli altri.  E infatti,

      considerando la produzione degli animali, chi potr negare che sia

      appunto per la sapienza di Eros che tutti gli animali si  generano

      e crescono?

      E  non  sappiamo  anche  che  chi  ha  avuto  maestro  questo  dio

      nell'esercizio delle arti,  diventa famoso e illustre,  mentre chi

      non    stato  toccato da Eros rimane oscuro?  Infatti,  lo stesso

      Apollo  scopr  l'arte  sagittaria,   l'arte   medica   e   l'arte

      divinatoria, essendo guidato da desiderio e da Eros, cosicch egli

      pure  un discepolo di Eros.

      E cos anche le Muse nelle loro arti,  Efesto nell'arte di fabbro,

      Atena nell'arte del tessere e Zeus nel governare  gli  di  e  gli

      uomini.

      Di conseguenza,  anche le discordie degli di si composero, quando

      sopraggiunse Eros,  che  era  evidenternente  amore  di  bellezza,

      perch amore di bruttezza non esiste. Prima, invece, come ho detto

      all'inizio, fra gli di avvenivano molte e terribili cose, come si

      narra,  perch dominava la Necessit.  Invece,  dal momento in cui

      nacque questo dio,  a causa dell'amore delle cose belle venne agli

      di e agli uomini ogni bene".



      Eros per natura dona agli uomini le cose pi belle e pi buone.


      "Cos mi sembra,  o Fedro, che Eros essendo egli per primo bello e

      buono in sommo grado,  sia causa anche per gli altri di altre cose

      che hanno tali caratteristiche. E mi viene di dirlo in versi che 

      Eros che produce

      FRA GLI UOMINI PACE, SUL MARE QUIETE

      CESSARE DEL VENTO RIPOSO E SONNO QUANDO SI E' NELL'ANGOSCIA.

      Eros  ci  spoglia  dell'alterit  e  ci riempie di affinit,   il

      fondatore  di  tutti  i  convegni  come  questo  nostro,   che  ci

      riuniscono insieme gli uni con gli altri, fa da guida nelle feste,

      nelle  danze  e  nei  sacrifici;   produce  dolcezza  e  allontana

      rozzezza;  fa dono di benevolenza ed  incapace di malevolenza;  

      benigno  e buono;   contemplabile dai sapienti,  mirabile per gli

      di,  invidiabile per quelli che non hanno fortuna,  acquistato da

      chi  felice,  padre di delicatezza,  di mollezza di tenerezza, di

      grazie, di desiderio e di bramosia. E' pieno di cura per i buoni e

      trascura i malvagi.  Nella fatica,  nella paura,  nella passione e

      nella parola  guida,  aiuto,  sostenitore,  salvatore eccelso. E'

      ornamento di tutti gli  di  e  di  tutti  gli  uomini.  E'  guida

      bellissima  e  bravissima,  che  tutti  gli uomini devono seguire,

      cantandolo in maniera bella,  partecipando all'ode che egli canta,

      incantando il pensiero di tutti gli di e di tutti gli uomini.

      Questo   il mio discorso,  o Fedro,  che si deve offrire al dio -

      raccontava Aristodemo -,  fatto di cose un po' dette per  scherzo,

      un  po'  dette  sul  serio  in  giusta misura,  per quanto ne sono

      capace".



      Intervento di Socrate e prologo al suo grande discorso.

      Si deve parlare di Eros dicendo la verit,  ossia precisando quale

      sia la sua natura e che cosa ne consegue.


      Aristodemo raccontava che non appena Agatone ebbe terminato il suo

      discorso,  tutti  i  presenti applaudirono molto,  convinti che il

      giovane avesse parlato in maniera degna di lui stesso e del dio.

      E Socrate, allora,  volgendo lo sguardo ad Erissimaco,  disse: "Ti

      pare, forse, o figlio di Acumeno, che il mio timore di prima fosse

      inconsistente? O non ti pare, invece, che io parlassi da indovino,

      quando  dicevo  che  Agatone  avrebbe  fatto  un  discorso in modo

      mirabile, e che io sarei venuto a trovarmi privo di risorse?".

      Ed Erissimaco rispose: "In una cosa mi sembra che tu abbia parlato

      da indovino,  ossia che Agatone avrebbe  fatto  un  bel  discorso;

      invece nell'altra, ossia che tu saresti venuto a trovarti privo di

      risorse, non credo proprio".

      "E  come,  benedett'uomo  -  riprese Socrate - non potrei trovarmi

      privo di risorse,  e non solo io,  ma anche chiunque altro dovesse

      parlare,  dopo  che    stato  fatto un discorso cos bello e cos

      vario? E se pure,  nel resto,  non  stato meraviglioso tutto alla

      stessa  maniera,  verso  la  fine  chi non sarebbe rimasto colpito

      nell'udire la bellezza delle parole e  delle  espressioni?  E  io,

      riflettendo  sul  fatto  che non sarei stato in grado di dir nulla

      che fosse vicino a queste cose cos belle,  sarei scappato via per

      vergogna, se in qualche maniera mi fosse stato possibile.

      Infatti,  il discorso di Agatone mi ha ricordato Gorgia, tanto che

      mi pareva che mi potesse capitare proprio quello che narra  Omero:

      mi prese la paura che Agatone,  alla fine del discorso,  lanciasse

      la testa di quel terribile oratore  Gorgia  contro  di  me,  e  mi

      trasformasse in pietra, togliendomi la voce. E mi sono reso conto,

      allora,  di  essere  stato uno sciocco,  quando ho acconsentito di

      fare anch'io insieme a voi l'elogio di Eros, a mio turno,  dicendo

      d'essere  esperto nelle cose d'amore,  mentre,  invero,  non ero a

      conoscenza del modo in cui si deve elogiare una qualsiasi cosa.

      Io credevo,  per la mia  ingenuit,  che  sulla  cosa  che  veniva

      elogiata  si  dovesse  dire  la  verit,   e  che  questo  dovesse

      costituire il fondamento e che,  scegliendo le pi  belle  fra  le

      cose   vere,   si  dovessero  presentare  disposte  nel  modo  pi

      conveniente.  E gi pensavo con orgoglio che io avrei fatto un bel

      discorso,  nella  convinzione  di  conoscere  la verit per quanto

      concerne il fare l'elogio di qualsiasi cosa.  E  invece,  come  mi

      sembra,  non  consisteva  in  questo  il  fare  un  bell'elogio di

      qualsiasi cosa,  ma consisteva,  piuttosto,  nell'attribuire  alla

      cosa  i  pregi  pi grandi e pi belli,  sia che essa abbia questi

      pregi,  sia che non li abbia.  E se  poi  questo  era  falso,  non

      importava nulla.

      Sembra,  infatti,  che  si  sia  preso accordo che ciascuno di noi

      fingesse di elogiare Eros, e non gi che lo elogiasse veramente. E

      proprio  per  questo  motivo  io  credo  che  voi,  muovendo  ogni

      argomento,  lo  riferite  ad Eros,  e affermate che egli  appunto

      tale e che  causa di beni tantograndi,  in modo da  farlo  parere

      bellissimo  e  buonissimo,  evidentemente  a  quelli  che  non  lo

      conoscono,  non certo a quelli che lo conoscono.  E in questo modo

      l'elogio risulta bello e grandioso.

      Ma  io non ero a conoscenza di questa maniera di fare l'elogio,  e

      proprio perch non  la  conoscevo,  ho  dato  il  mio  assenso  di

      elogiarlo io pure, quando sarebbe venuto il mio turno. Ma, promise

      la lingua, e non il cuore. Dunque, diamo l'addio alla cosa!

      Infatti, in questo modo io non faccio l'elogio, perch non ne sono

      capace.  Non  ne  sarei proprio capace.  Ma se lo volete,  io sono

      disposto a dirvi le cose vere secondo la mia maniera, e non gi in

      relazione  ai  vostri  discorsi,   per  non  attirarmi  la  vostra

      derisione.  Vedi tu, o Fedro, se hai ancora bisogno di un discorso

      di questo genere, ossia che faccia udire la verit su Eros,  detta

      per con quelle parole e con quelle costruzioni di frasi quali via

      via mi verranno in mente".

      Aristodemo  raccontava  che Fedro e gli altri incitarono Socrate a

      parlare senz'altro in quella maniera secondo cui riteneva  che  si

      dovesse parlare.

      "E allora,  Fedro - soggiunse Socrate -,  permettimi di fare prima

      alcune piccole domande ad Agatone, in modo che, dopo aver avuto il

      suo consenso, io possa senz'altro parlare".

      E Fedro rispose: "Te lo permetto; interroga pure".

      Aristodemo  raccontava  che,  una  volta  detto  questo,   Socrate

      incominci a parlare nella maniera che segue.



      Eros  sempre amore di qualcosa.


      "Caro  Agatone,  mi  pare  che  tu  abbia incominciato bene il tuo

      discorso,  dicendo per prima cosa che bisogna mostrare quello  che

      sia Eros e poi le sue opere.

      Questo inizio mi piace.

      Su,  dunque,  dal momento che per quanto concerne Eros e anche per

      il resto hai fatto  un'esposizione  in  modo  bello  e  grandioso,

      spiegando quale egli sia, dimmi anche questo: Eros  forse tale da

      essere amore di qualche cosa,  oppure di nulla?  Non ti domando se

      sia amore di una madre o di un padre, perch tale domanda, se Eros

      sia amore di una madre o di un  padre,  risulta  ridicola.  Te  lo

      domando,  invece,  come  se  del padre io ti domandassi questo: il

      padre  padre di qualcuno, oppure no?  E certamente tu mi diresti,

      se intendessi rispondere bene, che il padre  padre di un figlio o

      di una figlia; o no?".

      "Sicuramente", rispose Agatone.

      "E, allora, non vale la stessa cosa anche per la madre?".

      Fu d'accordo anche su questo.

      "Allora  - riprese Socrate -,  rispondimi ancora un poco,  in modo

      che tu possa  capire  meglio  quello  che  io  voglio.  Se  io  ti

      domandassi questo: un fratello, appunto in quanto tale,  fratello

      di qualcuno, oppure no?".

      Disse che lo .

      "E non  forse fratello di un fratello o di una sorella?".

      Lo ammise.

      "Cerca  quindi  di  dirlo  -  prosegu  Socrate - anche per quanto

      riguarda l'amore: Eros  amore di nulla, oppure di qualcosa?"

      "Certamente di qualcosa".



      L'amore di qualcosa  sempre desiderio di  ci  di  cui  si  sente

      mancanza.


      "Questa  cosa  allora - soggiunse Socrate - tienila per te e cerca

      di ricordarti che cosa sia.  Dimmi invece questo: Eros desidera  o

      no la cosa di cui egli  amore?".

      "Certamente", rispose.

      "E forse proprio possedendo ci che desidera e ama, di conseguenza

      lo desidera e ama, o invece non possedendolo?".

      "Non possedendolo, come  verosimile", rispose.

      "Considera allora - prosegu Socrate -, se anzich verosimile, non

      sia proprio necessario che ci che ha desiderio abbia desiderio di

      ci di cui  mancante,  e invece non abbia desiderio se non ne sia

      mancante.  Io,  o  Agatone,   ho  la  piena  convinzione  che  sia

      necessario. E a te come pare?".

      "Pare anche a me", rispose.

      "Dici bene!  Uno che sia grande desidera forse di essere grande, o

      uno che sia forte desidera forse di essere forte?".

      "E' impossibile, dopo quello che si  convenuto".

      "Infatti, se uno  gi tale, non  certo mancante di queste cose".

      "Dici il vero".

      "Mettiamo il caso che, pur essendo gi forte riprese Socrate -,  e

      pur  essendo  gi veloce e,  pur essendo gi sano,  desiderasse di

      essere sano.  Qualcuno potrebbe infatti  credere  che,  per  tutte

      queste cose e per le altre di questo genere,  coloro che sono cos

      dotati e posseggono tali cose,  desiderino anche proprio  ci  che

      gi  posseggono.  Dico  questo,  perch non ci lasciamo ingannare.

      Ebbene,  Agatone,  se tu rifletti,   necessario che costoro,  nel

      momento presente,  posseggano,  ognuno, ciascuna delle qualit che

      hanno,  lo vogliano o no.  Ma proprio questo chi lo  potrebbe  mai

      desiderare?  E se qualcuno, poi, mi dicesse: 'Io, pur essendo sano

      voglio anche essere sano;  io,  pur essendo  ricco,  voglio  anche

      essere  ricco,  e  quindi  desidero  queste cose che ho',  noi gli

      risponderemmo questo: 'Tu,  o caro,  che hai ricchezza,  salute  e

      forza,  in effetti vuoi avere queste cose anche in futuro,  perch

      nel momento presente, sia che tu voglia, sia che tu non voglia, le

      possiedi gi.  Bada,  dunque,  se quando tu affermi: 'Desidero  le

      cose  che  ora  ho',  tu,  in verit non dica altro se non questo:

      'Voglio che le cose che al presente io ho,  mi rimangano anche  in

      futuro'. Non lo ammetter?".

      Agatone disse di s.

      E Socrate continu: "Allora,  questo non significa forse amare ci

      che non  ancora a  propria  disposizione  e  che  ancora  non  si

      possiede,  ossia  desiderare che queste cose ci siano conservate e

      siano presenti anche in futuro?".

      "Certamente", rispose.

      "E,  dunque,  costui,  ed ogni altra persona che abbia  desiderio,

      desidera  ci  che non ha a sua disposizione e che non  presente,

      ci che non possiede,  cio che egli non ,  ci di cui ha bisogno.

      Sono queste le cose di cui sente desiderio e amore?".

      "Certo", rispose.

      "Suvvia  -  disse  Socrate  -,  ricapitoliamo  le cose che abbiamo

      detto.  Eros non  forse,  innanzi tutto,  amore di alcune cose e,

      inoltre, di quelle cose di cui sente mancanza?".

      "S", rispose.



      Ci  di  cui  Eros sente mancanza e desiderio sono le cose belle e

      buone.


      "E,  dopo questo ricorda a quali cose nel tuo discorso  hai  detto

      che  Eros si rivolge.  Se vuoi,  te lo ricorder io.  Credo che in

      qualche modo tu abbia detto questo, ossia che le vicende degli di

      hanno ricevuto ordine grazie all'amore delle cose belle.  Infatti,

      non  c'  amore  delle  cose  brutte.  Non  hai  detto all'incirca

      questo?".

      "S, l'ho detto", rispose Agatone.

      "E lo hai detto in maniera conveniente, o amico disse Socrate -. E

      se  veramente cos, che altro  Eros se non amore di bellezza,  e

      non gi di bruttezza?".

      Lo ammise.

      "E  non si  ammesso che si ama ci di cui si  mancanti e che non

      possiede?"

      "S", disse.

      "Eros, dunque,  mancante di bellezza e non la possiede".

      "Per forza", disse.

      "Ma come?  Ci che  mancante di bellezza e che non la possiede in

      nessun modo dici allora che  bello?".

      "Proprio no".

      "E se  cos, ammetti ancora che Eros  bello?".

      E  Agatone  disse:  "C'  pericolo,  o Socrate,  che io non avessi

      alcuna conoscenza di quello che dicevo".

      "Eppure - disse Socrate -, hai parlato bene, o Agatone. Ma mi devi

      dire ancora una piccola cosa: le cose buone non ti pare che  siano

      anche cose belle?".

      "A me s".

      "Se,  allora, Eros  mancante delle cose belle, e se le cose belle

      sono buone, egli  mancate anche delle cose buone".

      "Io, o Socrate, non ti posso contraddire - rispose Agatone -.  Sia

      pure come tu dici!".

      "E'  la  verit  -  disse  Socrate -,  caro Agatone,  che non puoi

      contraddire,  perch  contraddire  a  Socrate  non    per  niente

      difficile".



      Grande discorso di Socrate. Dialogo con la sacerdotessa Diotima di

      Mantinea.

      Eros  un intermedio fra bello e buono, brutto e cattivo.


      "Ma,  finalmente, ti lascer stare. Cercher, invece, di esporre a

      voi il discorso su Eros,  che un  giorno  udii  da  una  donna  di

      Mantinea,  Diotima,  che  in  queste  cose era sapiente e in molte

      altre,  e che una volta per gli Ateniesi,  con sacrifici che  fece

      loro  offrire  per  difendersi dalla peste,  ottenne il rinvio per

      dieci anni dell'epidemia.  Fu lei che istru anche me  nelle  cose

      d'amore.

      Cercher  di  esporvi un suo discorso,  partendo dalle cose che si

      sono convenute fra me e Agatone,  pronunciandolo io da  solo,  per

      quanto  mi  sia  possibile.  E  bisogna proprio,  o Agatone,  come

      prescrivi tu,  spiegare in primo luogo,  chi   Eros  e  di  quale

      natura sia, e, poi, le sue opere.

      Ebbene,  mi pare che la cosa pi facile sia quella di spiegare nel

      modo in cui la straniera  spiegava,  facendomi  domande.  Infatti,

      anch'io  dissi a lei all'incirca quelle stesse cose che Agatone ha

      detto a me, ossia che Eros  un gran dio, e che  amore delle cose

      belle.  E lei mi confut con quegli stessi argomenti con cui io ho

      confutato lui,  ossia dicendo che, in base al suo stesso discorso,

      Eros non risulta essere n bello n buono.

      Ed io allora risposi: 'Che cosa dici,  o Diotima?  Allora  Eros  

      brutto e cattivo?'.

      E  lei:  'Sta'  zitto!  Credi forse che ci che non sia bello,  di

      necessit debba essere brutto?'.

      'Sicuramente!'.

      'E che ci che non sia sapiente debba essere ignorante?  O non  ti

      accorgi che c' un intermedio fra sapienza ed ignoranza?'.

      'Qual  questo?'.

      'L'opinare  rettamente,  per  senza  essere  in  grado di fornire

      spiegazioni - precis Diotima -,  non sai che  non    un  sapere?

      Infatti,  come potrebbe essere scienza una cosa senza spiegazioni?

      E  non    neppure  ignoranza.   Infatti,   come  potrebbe  essere

      ignoranza,  se  coglie  l'essere?  Pertanto,  l'opinione  retta  

      indubbiamente  di  questo  tipo:  un  intermedio  fra  saggezza  e

      ignoranza'.

      'Dici il vero', risposi.

      'Allora, non forzare ci che non  bello a essere brutto e ci che

      non  buono ad essere cattivo!  E cos anche Eros, dal momento che

      anche tu sei d'accordo che non  n buono n  bello,  non  credere

      che  debba  essere  brutto e cattivo:  qualcosa di intermedio fra

      questi due', disse".



      Eros non  un dio, ma un demone.


      'Per - risposi io -, tutti ammettono che  un grande dio!'.

      'Parli di tutti,  intendendo tutti quelli che non sanno - disse  -

      oppure anche di quelli che sanno?'.

      'Proprio di tutti'.

      E  lei,  ridendo,  disse:  'E  come  pu  essere,  o Socrate,  che

      ammettano che egli sia un gran dio,  quelli che dicono che  non  

      nemmeno un dio?'

      'E chi sono costoro?', chiesi.

      'Uno sei tu - rispose - e uno io'.

      Ed io ribattei: 'In che modo puoi dire questo?'.

      E lei rispose: 'E' facile! Dimmi: non affermi tu che tutti gli di

      sono  beati  e belli?  O avresti forse la sfrontatezza di dire che

      qualcuno degli di non sia n bello n beato?'.

      'Per Zeus, io no', dissi.

      'E non dici felici coloro che sono in possesso  di  cose  buone  e

      belle?'.

      'Sicuramente'.

      'Ma  tu  hai  ammesso  che  Eros,  per mancanza delle cose buone e

      belle, ha desiderio di queste cose di cui  mancante' .

      'L'ho ammesso, infatti'.

      'E allora, come potrebbe essere dio chi non  partecipe delle cose

      belle e delle cose buone?'

      'In nessun modo, a quanto pare'.

      'Dunque,  vedi - disse - che anche tu non credi che  Eros  sia  un

      dio?'.

      'Allora - dissi -, che cos' Eros? E' un mortale?'.

      'No certo'.

      'Ma, allora, che cos'?'.

      'Come  si   detto prima - disse -.  E' qualcosa di intermedio fra

      mortale e immortale'.

      'Allora che cos', o Diotima?'.

      'Un gran demone,  o Socrate: infatti,  tutto ci che  demonico  

      intermedio fra dio e mortale'

      'E quale potere ha?', domandai.

      'Ha  il  potere  di interpretare e di portare agli di le cose che

      vengono dagli uomini e agli uomini le cose che vengono dagli  di:

      degli  uomini  le preghiere e i sacrifici,  degli dei,  invece,  i

      comandi e le ricompense dei sacrifici. E,  stando in mezzo fra gli

      uni e gli altri,  opera un completamento, in modo che il tutto sia

      ben collegato con se medesimo.  Per opera sua ha  luogo  tutta  la

      mantica e altres l'arte sacerdotale che riguarda i sacrifici e le

      iniziazioni  e  gli incantesimi e tutta quanta la divinazione e la

      magia.  Un dio non si mescola all'uomo,  ma per  opera  di  questo

      demone  gli  di  hanno  ogni  relazione ed ogni colloquio con gli

      uomini, sia quando vegliano, sia quando dormono.  E chi  sapiente

      in  queste  cose  un uomo demonico;  chi,  invece,   sapiente in

      altre cose,  in arti o in mestieri,   uomo volgare.  Tali  demoni

      sono molti e svariati; e uno di essi  Eros'".



      La madre e il padre di Eros: Penia e Poros.


      E io domandai: 'E chi  suo padre? E chi  sua madre?'.

      'E' cosa un po' lunga da spiegare, pure te la dir.

      'Quando  nacque  Afrodite,  gli  di tennero banchetto,  e fra gli

      altri  c'era   Poros   (l'Espediente),   figlio   di   Metis   (la

      Perspicacia). Dopo che ebbero tenuto il banchetto, venne Penia (la

      Povert) a mendicare, poich c'era stata una grande festa, e se ne

      stava vicino alla porta.  Successe che Poros,  ubriaco di nettare,

      dato che il vino non c'era ancora,  entrato nel giardino di  Zeus,

      appesantito com'era,  fu colto dal sonno.  Penia,  allora,  per la

      mancanza in cui si trovava di tutto ci che ha Poros,  escogitando

      di avere un figlio da Poros,  giacque con lui e concep Eros.  Per

      questo,  Eros divenne seguace e ministro di  Afrodite,  perch  fu

      generato  durante  le  feste  natalizie di lei,  ad un tempo  per

      natura amante di bellezza, perch anche Afrodite  bella.

      'Dunque,  in quanto Eros  figlio di  Penia  e  di  Poros,  gli  

      toccato un destino di questo tipo. Prima di tutto  povero sempre,

      ed    tutt'altro  che  bello  e  delicato,  come ritengono i pi.

      Invece,  duro e ispido, scalzo e senza casa, si sdraia sempre per

      terra senza coperte,  e dorme all'aperto davanti alle porte  o  in

      mezzo  alla  strada,  e,  perch ha la natura della madre,  sempre

      accompagnato con povert.  Per ci che riceve dal  padre,  invece,

      egli   insidiatore dei belli e dei buoni,   coraggioso,  audace,

      impetuoso,  straordinario cacciatore,  intento  sempre  a  tramare

      intrighi,  appassionato di saggezza, pieno di risorse, ricercatore

      di  sapienza  per  tutta  la  vita,   straordinario   incantatore,

      preparatore di filtri,  sofista. E per sua natura non  n mortale

      n immortale,  ma,  in uno stesso giorno,  talora fiorisce e vive,

      quando riesce nei suoi espedienti,  talora,  invece muore,  ma poi

      torna in vita,  a causa della natura  del  padre.  E  ci  che  si

      procura gli sfugge sempre di mano, sicch Eros non  mai n povero

      di risorse, n ricco'".



      Eros  filo-sofo.


      'Inoltre,  sta  in  mezzo  fra sapienza e ignoranza.  Ed ecco come

      avviene questo.  Nessuno  degli  di  fa  filosofia,  n  desidera

      diventare sapiente, dal momento che lo  gi. E chiunque altro sia

      sapiente,  non filosofa. Ma neppure gli ignoranti fanno filosofia,

      n desiderano diventare sapienti. Infatti,  l'ignoranza ha proprio

      questo  di penoso: chi non  n bello n buono n saggio,  ritiene

      invece di esserlo in modo conveniente.  E,  in effetti,  colui che

      non  ritiene  di  essere  bisognoso,  non  desidera ci di cui non

      ritiene di aver bisogno'.

      'Chi sono, allora, o Diotima - io dissi -,  coloro che filosofano,

      se non lo sono i sapienti e neppure gli ignoranti?'.

      'E'  ormai  chiaro - rispose - anche ad un bambino che sono quelli

      che stanno a mezzo fra gli uni e gli altri,  e  uno  di  questi  

      appunto  anche  Eros.  Infatti,  la  sapienza  una delle cose pi

      belle, ed Eros  amore per il bello.  Perci  necessario che Eros

      sia filosofo,  e,  in quanto  filosofo, che sia intermedio fra il

      sapiente e l'ignorante.  E causa  di  questo    la  sua  nascita:

      infatti,  ha  il  padre sapiente pieno di risorse,  e la madre non

      sapiente priva di risorse. La natura del demone,  caro Socrate,  

      dunque  questa.  Per quello che tu credevi che fosse Eros,  non ti

      devi stupire.  Infatti credevi,  come mi sembra dalle cose che  tu

      dici,  che  Eros  fosse  l'amato  e non l'amante.  Ed  per questo

      credo, che Eros ti pareva tutto bello. Infatti,  ci che  amato 

      ci  che  nel suo essere  bello delicato,  perfetto e beatissimo.

      Invece l'amante ha tutt'altra forma,  quella appunto che io ti  ho

      spiegato'".



      Il servizio reso da Eros agli uomini.


      "E,  allora, io dissi: 'E sia, o straniera! Infatti, tu dici bene.

      Ma se Eros  di questo tipo, che vantaggio porta agli uomini?'.

      'Questo punto,  o Socrate,  cercher di spiegartelo - disse - dopo

      queste altre cose. Dunque, Eros  di questo tipo,  nato in questo

      modo, ed  amore delle cose belle, come tu affermi. Ma se qualcuno

      ci  domandasse:  perch,  o Socrate e Diotima,  Eros  amore delle

      cose belle? O, per dirla in modo ancor pi chiaro: chi ama le cose

      belle, ama; ma che cosa ama?'.

      Ed io risposi: 'Che le cose belle diventino sue'.

      'Ma la tua  risposta  -  disse  -  comporta  questa  domanda:  che

      vantaggio avr colui che venga in possesso delle cose belle?'.

      E  io  risposi di non avere ancora a mia disposizione una risposta

      per tale domanda.

      'Ma - disse -,   come se qualcuno usando il termine bene in luogo

      di quello di bello,  ti domandasse: Socrate chi ama le cose buone,

      ama, ma che cosa ama?'.

      'Che diventino sue', risposi io.

      "'E che vantaggio avr dal venire in possesso delle cose buone?'.

      'A questo - dissi io - mi  pi facile fornirti una risposta: sar

      felice'.

      'Infatti - disse -,  appunto per il possesso delle cose buone che

      sono felici quelli che sono felici,  e non c' pi bisogno di fare

      questa  ulteriore  domanda:  Chi vuole essere felice,  a che scopo

      vuole essere felice?  Perch la risposta ha ormai raggiunto il suo

      fine'.

      'Dici il vero', risposi.

      'Questa  volont  e questo amore credi che siano una cosa comune a

      tutti gii uomini, e che tutti vogliano possedere? O come dici?'.

      'Proprio cos - dissi -, che sia una cosa comune a tutti'".



      Eros  ogni desiderio di cose buone,  anche se questo nome  si  d

      solo ad una sua forma specifica.


      "'E perch,  Socrate - continu -, non diciamo che tutti amano, se

       vero che tutti amano le medesime cose e  sempre,  ma  di  alcuni

      diciamo che amano e di altri no?'.

      'Anch'io mi stupisco', risposi.

      'Ma non c' da stupirsi - soggiunse -,  perch noi,  separando una

      particolare forma di amore,  le attribuiamo il nome dell'intero  e

      la  chiamiamo  appunto  amore,  mentre per le altre forme di amore

      usiamo altri nomi'.

      'Come, ad esempio, che cosa?', chiesi io.

      'Come ad esempio questo.  Tu sai che la creazione    qualcosa  di

      molteplice.  Infatti,  ogni  causa per cui ogni cosa passa dal non

      essere all'essere  sempre una creazione;  cosicch le  produzioni

      che dipendono da tutte quante le arti sono creazioni,  e tutti gli

      artefici di queste cose sono creatori'.

      'Dici il vero'.

      'Per - continu - sai che non sono chiamati  tutti  creatori,  ma

      hanno  altri  nomi  e  che  una  parte distinta da tutta intera la

      creazione,  ossia quella che riguarda la musica e i  versi,  viene

      designata  con  il nome dell'intero.  Solamente questa viene detta

      creazione,  e coloro che posseggono questa  arte  della  creazione

      sono detti creatori'.

      'E' vero',dissi.

      'E cos  anche per Eros.  In generale, ogni desiderio per le cose

      buone e dell'essere felice per ciascuno  il grandissimo e  astuto

      Eros!  Ma  di  coloro  che  in  molti  altri modi mirano a lui,  o

      mediante il guadagno, o mediante la pratica deila ginnastica, o la

      filosofia,  non si dice che amano,  n si dice  che  sono  amanti,

      mentre coloro che mirano a quel fine impegnandosi secondo un'unica

      forma di amore, prendono il nome dell'intero con i termini: AMORE,

      AMARE, AMANTI'.

      'Forse hai ragione', dissi io".



      Eros  tendenza a possedere il Bene per sempre.


      "'Per  si  sente  fare un certo discorso,  secondo cui quelli che

      amano sono coloro che cercano la loro met.  Il mio discorso dice,

      invece,  che  l'amore non  amore n della met n dell'intero,  a

      meno che, caro amico, essi non siano il Bene. Infatti,  gli uomini

      sono disposti a farsi tagliare piedi e mani, se queste parti di se

      medesimi  a  loro risultano essere in cattivo stato.  Infatti,  io

      penso,  ciascuno non  attaccato a ci che gli  proprio,  a  meno

      che non si chiami Bene ci che gli  proprio, e non si chiami Male

      ci  che  estraneo,  dal momento che non c' altro che gli uomini

      amano se non il Bene. O tu non sei di questo parere?'.

      'Per Zeus, no certo', risposi.

      "'Dunque - disse -,  si pu affermare senz'altro  che  gli  uomini

      amano il bene'.

      'S', risposi.

      'E  allora  - prosegu - non bisogna aggiungere che amano anche di

      essere in possesso del bene?'.

      'Bisogna aggiungerlo', risposi.

      'E non solo di esserne in  possesso  -  disse  -,  ma  altres  di

      esserne in possesso per sempre'.

      'Bisogna aggiungere anche questo'.

      'In  breve  -  disse - l'amore  tendenza a essere in possesso del

      bene per sempre'.

      'Quello che dici  verissimo', risposi".



      Eros  tendenza a procreare nel bello.


      "'Dal momento che l'amore    sempre  questo  prosegu,  in  quale

      maniera  e  in  quale  azione  l'impegno e lo sforzo di coloro che

      mirano ad esso possono chiamarsi amore?  Che cosa sar mai  questo

      atto? Sei capace di dirlo?'.

      'Se  fossi  capace  di  dirlo,  o  Diotima,  io non ti ammirerei -

      risposi - per la tua  sapienza,  n  verrei  da  te  per  imparare

      appunto queste cose!'.

      'Allora  te lo dir io:  un parto nella bellezza,  sia secondo il

      corpo sia secondo l'anima'.

      'Ci vuole un indovino - dissi - per intendere quello che dici!  Io

      non capisco'.

      'Ma  io  te  lo  dir in maniera pi chiara.  Tutti gli uomini,  o

      Socrate - prosegu - sono  gravidi  secondo  il  corpo  e  secondo

      l'anima,  e quindi in un certo periodo della vita la nostra natura

      brama partorire. Ma partorire nel brutto non  possibile, mentre 

      possibile nel bello.  L'unione dell'uomo e della donna comporta un

      parto.  E  questa cosa  divina.  Nell'essere vivente mortale vi 

      questo di immortale: la gravidanza e la generazione. Ma queste non

      si possono produrre in ci che sia disarmonico.  E disarmonico con

      tutto  ci che  divino  il brutto;  il bello  invece in armonia

      con esso. Dunque, Callon, ossia la Bellezza, nella generazione ha

      la funzione di Moira e di Ilitia. Per questo il gravido, quando si

      avvicina  al  bello  si  allieta,  e,   rallegrato,   si  effonde,

      partorisce  e  genera,  invece  quando  si avvicina al brutto,  si

      rattrista, e, addolorato, si contrae e si rinchiude in s, si tira

      indietro e non genera,  e,  tenendo dentro di  s  ci  di  cui  

      gravido, ne soffre molto. Di qui in chi  gravido e turgido, nasce

      una  forte emozione per il bello,  per il motivo che esso solo pu

      liberare dalle doglie chi lo possiede. Infatti,  o Socrate - disse

      -, l'amore non  desiderio del bello, come ritieni tu'.

      'Ma di che cosa, allora,  amore?'.

      'Di generare e partorire nel bello'.

      'E sia!', dissi.

      E  lei rispose: 'E' proprio cos!  E perch,  allora,  amore della

      generazione?  Perch la generazione  ci che  ci  pu  essere  di

      sempre nascente e di immortale in un mortale.  Ed  necessario, in

      base alle cose che ci sono ammesse,  che l'immortalit si desideri

      insieme con il bene, se  vero che l'amore  amore di possedere il

      bene sempre.  Da tale ragionamento consegue,  necessariamente, che

      l'amore  anche amore di immortalit'".



      Eros  aspirazione all'immortalit.


      "Queste cose,  dunque,  Diotima mi  insegnava,  quando  mi  faceva

      discorsi sulle cose d'amore.

      E una volta mi domand: 'O Socrate, quale ritieni che sia la causa

      di  tale  amore  e  di  tale desiderio?  O non ti accorgi in quale

      tremenda situazione si trovino tutti gli animali,  sia i terrestri

      sia i volatili, non appena sorga in loro il desiderio di generare,

      essendo  tutti colti da malattia e disponendosi in maniera amorosa

      prima di tutto per quanto riguarda l'accoppiarsi fra di loro e poi

      per quanto concerne l'allevare i loro  nati;  e  poi,  come  siano

      pronti,  in loro difesa, addirittura i pi deboli a combattere con

      i pi forti e a morire, e come siano pronti,  per poterli nutrire,

      anche  a  soffrire  la  fame e a fare ogni altra cosa.  Per quanto

      riguarda gli uomini - prosegu  -  si  pu  credere  che  facciano

      queste cose per ragionamento;  ma per quanto riguarda gli animali,

      quale pu essere la causa di questo atto d'amore?  Sei in grado di

      dirlo?'.

      E io, di nuovo, le risposi che non lo sapevo.

      E lei: 'E tu allora credi di poter diventare un esperto nelle cose

      d'amore, se non capisci queste cose?'.

      'Ma  per questo,  o Diotima,  che io vengo da te, come poco fa ti

      dicevo, ben sapendo che io ho bisogno di maestri.  Dimmi,  dunque,

      quale  sia  la  causa  di queste e delle altre cose che riguardano

      l'amore'.

      'Se,  dunque,  tu credi - disse - che amore sia per natura  quello

      che  pi  di una volta abbiamo ammesso,  non ti devi meravigliare.

      Infatti, lo stesso discorso di prima vale anche ora,  ossia che la

      natura mortale cerca, nella misura del possibile, di essere sempre

      e  di  essere immortale.  E le  possibile solo in questa maniera,

      ossia con la generazione,  in quanto essa lascia dopo di s sempre

      un altro essere giovane in luogo del vecchio.  Infatti,  anche nel

      tempo in cui ciascuno degli esseri viventi si dice che vive e  che

      egli   il medesimo,  come per esempio di un uomo si dice che  il

      medesimo da quando  fanciullo fino a quando diventa vecchio, e si

      dice che  il medesimo anche se, in realt, non mantiene mai in s

      le medesime cose, ma si rinnova continuamente, mentre perde alcune

      cose,  e nei capelli e nella carne e nelle ossa e nel sangue e  in

      tutto quanto il suo corpo.

      E questo avviene non solo nel corpo,  ma anche nell'anima: modi di

      fare, abitudini, opinioni, desideri, piaceri, dolori, paure,  sono

      cose che non rimangono mai le medesime in ciascun uomo,  ma alcune

      nascono e alcune periscono.  E ancora pi strano di questo    ci

      che  riguarda  le  conoscenze:  non  solo  alcune nascono e alcune

      periscono e  noi  non  siamo  i  medesimi  neppure  rispetto  alle

      conoscenze,  ma anche ciascuna delle conoscenze considerata di per

      s subisce la medesima cosa. Infatti, quell'attivit che chiamiamo

      studiare,  ha luogo perch la scienza se ne va  via;  infatti,  la

      dimenticanza    l'uscita  della  conoscenza,  mentre  lo  studio,

      producendo in noi un ricordo in luogo di quello che se n'  andato

      via,  salva  la conoscenza,  in modo che essa paia la medesima.  E

      appunto in questa maniera ogni cosa mortale  si  mette  in  salvo,

      ossia  non gi con l'essere sempre in tutto il medesimo,  come ci

      che  divino, ma con il lasciare in luogo di quello che se ne va o

      che invecchia, qualcos'altro che  giovane e simile a lui.

      'Con questo sistema,  o Socrate - soggiunse -,  ci che   mortale

      partecipa dell'immortalit, sia il corpo, sia ogni altra cosa; ci

      che    immortale,  invece,  vi  partecipa  in altro modo.  Non ti

      stupire,  dunque,  se  ogni  essere  tenga  in  onore  il  proprio

      rampollo,  perch    in funzione di immortalit che questa cura e

      l'amore s'accompagnano ad ognuno'".



      Eros porta a partorire nel bello  non  solo  il  corpo,  ma  anche

      l'anima.


      "E  io  udito  questo discorso,  mi meravigliai e dissi: 'Bene,  o

      sapientissima Diotima! Ma queste cose stanno davvero cos?'.

      E lei,  come i perfetti  sapienti,  rispose:  'Sii  pur  certo,  o

      Socrate.  Infatti,  se tu prendessi in considerazione il desiderio

      di  distinguersi  degli  uomini,  ti  meraviglieresti  della  loro

      condotta   irragionevole,   a   meno   che  tu  non  prendessi  in

      considerazione le cose che ti ho detto,  osservando come  essi  si

      trovino  in  una  condizione  straordinaria  d'amore  di diventare

      famosi e di acquistare gloria immortale che  duri  per  sempre,  e

      come  proprio  per  questo  siano  pronti  ad  affrontare  tutti i

      pericoli,  pi ancora che non per i figli,  e a consumare le  loro

      ricchezze e sostenere ogni sorta di fatiche e perfino a morire per

      questo.  O tu credi, invece, che Alcesti sarebbe morta per Admeto,

      e Achille avrebbe seguito Patroclo nella morte,  e il vostro Codro

      sarebbe  andato  a  morire prima del tempo per salvare il regno ai

      figli,  se essi non fossero stati convinti che  della  loro  virt

      sarebbe  rimasta  immortale  la  memoria,   che  ancora  oggi  noi

      conserviamo? Ci vuol altro!  Credo proprio - soggiunse - che tutti

      facciano quello che fanno per la virt immortale e per questa fama

      gloriosa,  tanto  pi,  quanto  pi  valgono: infatti,  essi amano

      l'immortalit.  Ebbene - continu -,  quelli che sono fecondi  nel

      corpo si rivolgono di pi verso le donne,  e attuano il loro amore

      in questa maniera, credendo, mediante la generazione dei figli, di

      procurarsi immortalit,  ricordo e felicit per tutto il tempo che

      deve venire.

      E veniamo a quelli che sono fecondi  nell'anima. Ci sono infatti -

      disse  - quelli che sono gravidi nell'anima pi che nei corpi,  di

      quelle cose che appunto all'anima conviene concepire e  partorire.

      E  che cosa,  precisamente,  conviene all'anima?  La saggezza e le

      altre virt,  delle quali sono genitori tutti i poeti e quelli fra

      gli  artefici che vengono chiamati inventori.  Ma saggezza di gran

      lunga pi grande e bellissima  quella che riguarda  l'ordinamento

      delle  Citt e delle case,  e si chiama temperanza e giustizia.  E

      quando qualcuno fin da giovane abbia  l'anima  gravida  di  queste

      virt ed, essendo celibe, giunta l'et, desideri ormai partorire e

      generare,  egli pure,  credo,  andando attorno, cerca il bello nel

      quale possa generare,  perch nel brutto non potr  mai  generare.

      Allora,  in quanto  gravido, si attacca ai corpi belli pi che ai

      brutti.  E se mai incontri  un'anima  bella,  nobile  e  di  buona

      natura,  allora  si  attacca  a  questa  bellezza,  e  di fronte a

      quest'uomo gli vengono spontanei discorsi intorno alla virt e sul

      come debba essere l'uomo buono e di  quali  cose  debba  prendersi

      cura,  e incomincia a educarlo.  Infatti,  accostandosi al bello,

      credo,  e con lui conversando che partorisce e genera quelle  cose

      di cui era gravido da tanto tempo, tenendolo sempre presente nella

      sua  mente,  sia da vicino sia da lontano,  e insieme a lui alleva

      ci che    nato.  Cosicch  questi  uomini  hanno  fra  loro  una

      comunanza molto maggiore di quella che hanno con i figli e una pi

      solida amicizia, in quanto hanno in comune dei figli pi immortali

      e  pi  belli.  E  ognuno accetterebbe che gli nascessero figli di

      questo genere piuttosto che quelli umani,  sia guardando a  Omero,

      sia ammirando Esiodo e gli altri validi poeti e le parole che essi

      hanno  lasciato,  le  quali  procurano  loro  gloria  immortale  e

      ricordo; o se vuoi soggiunse, ammirando i figli che Licurgo lasci

      a Sparta,  che furono  salvatori  di  Sparta  e,  per  cos  dire,

      dell'Ellade.  E' da voi tenuto in onore, poi, anche Solone, per la

      generazione delle leggi.  E ci sono poi anche altri in molti altri

      luoghi, e fra gli Elleni e fra i barbari, che hanno dato alla luce

      molte e belle opere,  generando virt di vario genere.  E per tali

      figli furono loro innalzati gi molti templi,  mentre per i  figli

      umani non ne  stato ancora innalzato a nessuno'".



      Ascesa verso il punto culminante dei misteri d'amore.


      "'Fino  a  queste cose d'amore forse,  o Socrate,  anche tu potrai

      essere iniziato,  ma a quelle perfette e alla pi alta iniziazione

      cui tendono anche queste,  se si procede in modo giusto, non so se

      tu saresti capace di essere iniziato.  Parler allora io - disse -

      e metter tutto il mio impegno,  e tu cerca di seguirmi, se ne sei

      capace'".



      Il primo grado della scala dell'Eros  l'amore della bellezza  dei

      corpi.


      "'In verit - disse -,  chi procede per la giusta via verso questo

      termine,  bisogna che incominci fin da giovane ad  avvicinarsi  ai

      corpi  belli  e,  in primo luogo,  se chi gli fa da guida lo guida

      bene,  bisogna che ami un corpo solo e in quello  generi  discorsi

      belli;  poi  bisogna  che  capisca  che la bellezza presente in un

      corpo qualsiasi  sorella della bellezza che  in un altro corpo e

      che,  se si deve tener dietro a ci che    bello  per  la  forma,

      sarebbe una grande insensatezza credere che non sia una e identica

      la  bellezza  che  traluce in tutti i corpi.  E dopo che ha capito

      questo,  deve farsi amatore di tutti  i  corpi  belli  e  moderare

      l'eccessivo  ardore  per  un  solo  corpo,  facendone poco conto e

      giudicandolo una piccola cosa'".



      Il secondo e il terzo grado della  scala  dell'Eros  sono  l'amore

      della bellezza delle anime, delle attivit umane e delle leggi.


      "'Dopo di questo dovr ritenere la bellezza che  nelle anime come

      di maggior valore rispetto a quella che  nei corpi;  e perci, se

      uno ha un'anima buona,  ma ha un piccolo fiore di bellezza fisica,

      dovr essere pago di amarlo,  prendersi cura di lui, e partorire e

      ricercare discorsi che siano capaci di rendere i giovani migliori.

      E in questo modo egli sar poi spinto a considerare il bello che 

      nelle varie attivit umane e nelle leggi e a  vedere  che  esso  

      sempre  tutto  quanto  congenere a se stesso,  in modo da rendersi

      conto che il bello che concerne il corpo  una piccola cosa'".



      Il quarto grado della scala dell'Eros    l'amore  della  bellezza

      delle conoscenze.


      "'Dopo le attivit umane, bisogna che venga condotto alle scienze,

      affinch  possa  vedere  anche  la  bellezza  delle  conoscenze e,

      guardando alla bellezza ormai a grande raggio, non pi amando come

      uno schiavo la bellezza che  in una sola cosa,  ossia la bellezza

      di  un  giovanetto o di un uomo o di un'unica attivit umana,  non

      sia pi, servendo a quella, un uomo da poco e di animo meschino, e

      rivolto  invece  lo  sguardo   al   vasto   mare   del   bello   e

      contemplandolo,  partorisca molti discorsi,  belli e splendidi,  e

      pensieri in un amore della sapienza e senza limite,  fino  a  che,

      essendosi  in  questo modo rafforzato ed essendo cresciuto,  sapr

      vedere una conoscenza unica come questa che riguarda il  bello  di

      cui ora ti dir'".



      Il vertice della scala dell'Eros  la visione del Bello-in-s.


      "'Ora  -  disse  -,  cerca  di  fare  attenzione  quanto  pi ti 

      possibile.Chi sia stato educato fino a questo punto rispetto  alle

      cose  d'amore,  contemplando una dopo l'altra e nel modo giusto le

      cose  belle,  costui,  pervenendo  ormai  al  termine  delle  cose

      d'amore, scorger immediatamente qualcosa di bello, per sua natura

      meraviglioso,  proprio quello,  o Socrate, a motivo del quale sono

      state sostenute  tutte  le  fatiche  di  prima:  in  primo  luogo,

      qualcosa che sempre ,  e che non nasce n perisce,  non cresce n

      diminuisce,  e inoltre non  da un lato bello e dall'altro brutto,

      n  talora bello e talora no,  n bello in relazione ad una cosa e

      brutto in relazione ad un'altra, n bello in una parte e brutto in

      altra parte,  n in quanto bello per alcuni e brutto per altri.  E

      neppure  il  bello  si mostrer a lui come un volto,  o come delle

      mani, n come alcun'altra delle cose di cui il corpo partecipa; n

      si mostrer come un discorso e come una scienza,  n come qualcosa

      che  in qualcos'altro, ad esempio in un essere vivcnte, oppure in

      terra  o  in  cielo,  o in qualcos'altro,  ma si manifester in se

      stesso, per se stesso, con se stesso,  come forma unica che sempre

      .  Invece,  tutte le altre cose belle partecipano di quello in un

      modo tale che, anche se esse nascono e periscono,  quello in nulla

      diventa maggiore o minore, n patisce nulla'".



      Sguardo sinottico sulla scala d'amore.


      "'E quando uno,  partendo dalle cose di quaggi,  mediante l'amore

      dei giovanetti in modo retto,  sollevandosi  in  alto  comincia  a

      vedere quel bello, egli viene a raggiungere, in un certo senso, il

      termine. Infatti, la giusta maniera di procedere da s o di essere

      condotto  da  un  altro  nelle cose d'amore  questa: prendendo le

      mosse dalle cose belle di quaggi,  al fine  di  raggiungere  quel

      Bello,  salire sempre di pi,  come procedendo per gradini,  da un

      solo corpo bello a due, e da due a tutti i corpi belli, e da tutti

      i corpi belli alle belle attivit umane,  e da queste  alle  belle

      conoscenze,  e  dalle  conoscenze  procedere  fino  a  che  non si

      pervenga a quella conoscenza che  conoscenza di null'altro se non

      del Bello stesso, e cos, giungendo al termine,  conoscere ci che

       il bello in s'".



      Il raggiungimento del vertice della scala d'amore  il momento pi

      alto della vita dell'uomo.


      "'E'  questo  il  momento  nella  vita,  o  caro  Socrate disse la

      straniera di Mantinea -,  che pi di ogni altro  degno di  essere

      vissuto  da un uomo,  ossia il momento in cui un uomo contempla il

      Bello in s.  E se mai ti sar possibile vederlo,  ti sembrer ben

      superiore  all'oro,  alle  vesti,  e anche ai bei ragazzi e ai bei

      fanciulli,  vedendo i quali,  ora,  tu ne rimani  turbato,  e  sei

      disposto  e  tu e molti altri,  pur di poter solo vedere l'amato e

      stare sempre insieme a lui,  se fosse possibile,  a non mangiare e

      bere.

      Che  cosa,  dunque,  noi  dovremmo  pensare  - disse -,  se ad uno

      capitasse di vedere il Bello in s assoluto, puro,  non mescolato,

      non  affatto  contaminato  da  carni  umane e da colori e da altre

      piccolezze mortali,  ma potesse contemplare come  forma  unica  lo

      stesso Bello divino?

      O  forse  tu  ritieni - disse - che sarebbe una vita che vale poco

      quella di un uomo che guardasse l e che contemplasse  quel  Bello

      con ci con cui si deve contemplare, e rimanesse unito ad esso?

      Non pensi piuttosto - soggiunse - che,  qui, guardando la bellezza

      solamente con ci con cui  visibile,  costui  partorir  non  gi

      pure immagini di virt, dal momento che non si accosta ad una pura

      immagine  di  bello,  ma partorir virt vere,  dal momento che si

      accosta al Bello vero?  E non credi che,  generando  e  coltivando

      virt  vera,  sar  caro agli di,  e sar,  se mai lo fu un altro

      uomo, egli pure immortale?'".



      Conclusione del discorso di Socrate.


      "Queste cose,  o Fedro e voi altri,  mi disse  Diotima,  e  io  ne

      rimasi persuaso.  E, cos persuaso, cercai di persuadere anche gli

      altri che,  per  raggiungere  questo  possesso,  non  si  potrebbe

      facilmente  trovare  per la natura umana un collaboratore migliore

      di Eros.

      E perci dico che ogni uomo deve onorare Eros,  e io stesso  onoro

      le cose d'amore,  e in esse mi esercito in modo notevole ed esorto

      anche gli altri a fare lo stesso, e ora e sempre lodo la potenza e

      la fortezza di Eros.

      Questo mio discorso,  o Fedro considera,  se vuoi,  che sia  stato

      pronunciato come elogio di Eros, se no chiamalo pure come desideri

      chiamarlo".



      Intermezzo drammaturgico. L'arrivo di Alcibiade ubriaco e l'invito

      rivoltogli a fare un discorso.


      Appena  Socrate  ebbe detto queste cose,  i convitati lo lodarono,

      mentre Aristofane cercava  di  dire  qualcosa,  perch,  parlando,

      Socrate aveva fatto richiamo al suo discorso.  Ma, alI'improvviso,

      si picchi alla porta del vestibolo e ci fu un gran  chiasso  come

      di festaioli, e si ud la voce di una suonatrice di flauto.

      Agatone  disse:  "Ragazzi,  perch  non  andate  a vedere?  Se c'

      qualcuno degli amici,  fateli entrare;  se no,  dite che  noi  non

      beviamo pi, e che ormai riposiamo".

      Poco  dopo  si  sent  nel  vestibolo la voce di Alcibiade,  molto

      ubriaco,  che gridava  forte,  domandando  dove  fosse  Agatone  e

      comandando che lo portassero da Agatone.

      Lo portarono,  pertanto,  dai commensali,  mentre la suonatrice di

      flauto lo sorreggeva con alcuni altri di quelli che lo  seguivano.

      Si ferm sulla soglia della porta, con in capo una corona di fitta

      edera  e  di  viole e con una grande quantit di nastri,  e disse:

      "Salve, o amici. Volete accettare come compagno del bere uno che 

      gi completamente ubriaco,  oppure  dovremo  andarcene  dopo  aver

      incoronato solo Agatone,  che  lo scopo per cui siamo venuti? Non

      son potuto venire ieri e son venuto oggi portando nastri sul capo,

      per toglierli dal mio capo e incoronare,  se posso cos  dire,  il

      capo  del  pi sapiente e del pi bello.  Ridete di me perch sono

      ubriaco?  Ma io,  se anche ridete,  so bene di dire  il  vero.  Ma

      ditemi subito: alle condizioni che ho posto, posso entrare, oppure

      no? Volete bere con me, oppure no?".

      Tutti  fecero un gran clamore e lo invitarono ad entrare,  e anche

      Agatone lo chiam.

      E Alcibiade entr,  sostenuto da quei suoi compagni.  E poich  si

      toglieva  intanto  i  nastri  per  incoronare  il capo di Agatone,

      avendoli davanti agli occhi non vide Socrate, e si sedette accanto

      ad Agatone,  in mezzo fra Socrate e lui.  Infatti,  come lo  vide,

      Socrate  si  era  un po' spostato.  Sedutosi,  Alcibiade abbracci

      Agatone e lo incoron.

      Agatone, allora, disse: "Ragazzi slacciate i sandali ad Alcibiade,

      in modo che si sdrai fra noi come terzo".

      "Bene - disse Alcibiade - ma chi sar il terzo a bere con noi?".

      E, in quel momento, voltatosi,  vide Socrate e,  vedendolo,  balz

      all'indietro  e  disse:  "Per  Eracle  che cos' questo?  Questo 

      Socrate?  Ti sei sdraiato qui per insidiarmi ancora  una  volta  e

      apparire all'improvviso,  come sei solito fare, dove meno penserei

      che tu fossi?  E ora,  perch sei venuto qui?  E perch non ti sei

      sdraiato qui? Infatti non ti sei sdraiato vicino ad Aristofane, n

      a  qualcun  altro  che  sia  o  voglia  fare  il faceto,  e ti sei

      ingegnato a sdraiarti accanto al pi bello di quelli che sono  qui

      dentro!".

      E  Socrate  rispose:  "O  Agatone,  vedi se puoi aiutarmi,  perch

      l'amore di questo  per me una faccenda non da poco. Infatti,  fin

      dal  primo momento in cui mi sono innamorato di lui,  non mi  pi

      permesso di guardare o di discorrere con un bello, neppure con uno

      solo,  se no,  costui,  preso dalla gelosia e dall'invidia fa cose

      strabilianti,  mi  lancia insulti e a mala pena trattiene le mani.

      Bada,  dunque,  che anche ora non ne  faccia  una  delle  sue,  ma

      riconciliaci  l'uno  con  l'altro  e  se  cerca di farmi violenza,

      vienimi in soccorso,  perch del suo furore e della sua maniera di

      amare il suo amante io ho una grande paura".

      "No,  non  ci  sar  pace fra te e me - grid Alcibiade.  Ma,  per

      queste cose,  te la far pagare un'altra volta.  Ora invece,  caro

      Agatone  -  prosegu  -,  dammi  un  po'  di nastri,  perch possa

      incoronare anche  il  mirabile  capo  di  costui,  perch  non  mi

      rimproveri  poi  di  aver  incoronato  te,  e  di  non aver invece

      incoronato lui, che nei discorsi vince tutti,  non solo una volta,

      come tu hai detto l'altro ieri, ma sempre".

      E  ad  un  tempo,  prendendo  alcuni  nastri incoron Socrate e si

      distese.

      Dopo che si fu disteso, disse: "E allora,  o amici,  mi sembra che

      vogliate fare gli astemi.  Non voglio permettervelo! Bisogna bere!

      Questi sono gli accordi fra noi.  E come arbitro del bere,  fino a

      che voi non abbiate bevuto a sufficienza, io eleggo me stesso. Su,

      Agatone,  se c',  fa' portare una coppa grande.  Anzi, non ce n'

      bisogno!  Ragazzo,  porta qui quel vaso per tenere  in  fresco  il

      vino!".

      Ne  aveva visto uno che conteneva pi di otto cotile.  Lo riemp e

      lo bevve per primo tutto quanto.  Poi comand che si versasse  per

      Socrate,  e  insieme  disse:  "Nei confronti di Socrate,  o amici,

      questa astuzia non mi giova, perch egli beve tanto quanto uno gli

      chiede di bere e non c' modo che si ubriachi".

      Come il ragazzo ebbe riempito il vaso, Socrate bevve.

      Ed Erissimaco disse: "Allora,  Alcibiade,  come dobbiamo fare?  In

      questo modo?  Non diciamo qualcosa davanti alla coppa n cantiamo?

      Beviamo semplicemente come degli assetati?".

      E Alcibiade disse:  "O  Erissimaco,  figlio  eccellente  di  padre

      eccellente e temperantissimo, salve!".

      Erissimaco rispose: "Anch'io a te. Ma che cosa dobbiamo fare?".

      "Facciamo quello che comandi.  A te bisogna dare retta,  perch un

      uomo che  medico vale pi di molti.  Stabilisci,  dunque,  quello

      che vuoi".

      Disse  Erissimaco:  "Prima  che  tu entrassi abbiamo stabilito che

      ciascuno,  a suo turno procedendo verso destra,  dovesse  fare  un

      discorso su Eros, il pi bello che potesse, e ne facesse l'elogio.

      Noi tutti abbiamo gi parlato. Dal momento che tu non hai parlato,

      e  hai  bevuto,    giusto che parli.  Dopo che avrai fatto il tuo

      discorso, ordina a Socrate ci che vuoi,  ed egli passer l'ordine

      all'altro che sta a destra, e cos faranno anche gli altri".

      "Parli bene,  Erissimaco - riprese Alcibiade -, ma un uomo ubriaco

      a confronto con i discorsi di uomini sobri non  alla pari. E poi,

      o carissimo,  c' qualcuna delle cose che Socrate ha detto poco fa

      che ti persuada? O non sai che  vero tutto il contrario di quanto

      ha detto?  Infatti  proprio lui che, se io lodassi qualcun altro,

      o dio o uomo, che non sia lui, non si tratterrebbe dal mettermi le

      mani addosso!".

      "Sta' zitto!", disse Socrate.

      "Per Posidone, non negare questo - rispose Alcibiade -, perch io,

      te presente, non potr elogiare nessun altro".

      "E allora fa' cos - disse Erissimaco -, se vuoi: elogia Socrate!"

      "Che dici?  Pensi forse - rispose Alcibiade - che lo debba proprio

      fare,  o  Erissimaco?  Vuoi  che  io  affronti quest'uomo e che mi

      vendichi di lui davanti a voi?".

      "Ehi tu - disse Socrate -,  che cosa hai  in  mente?  Lodarmi  per

      mettermi ancor pi in ridicolo? O che cosa farai?".

      "Dir il vero. Vedi per se me lo permetti".

      "Ma  certo  -  disse  -,  il vero ti permetto,  anzi ti comando di

      dirlo".

      E Alcibiade rispose: "Lo far subito! Tu, per,  fa' cos: se dico

      qualcosa  di non vero,  interrompimi,  se vuoi;  e di' pure in che

      cosa mento, perch a ragion veduta,  io non mentir in nulla.  Se,

      poi, nel richiamare le cose alla memoria, proceder saltando qua e

      l, non ti meravigliare perch non  cosa facile, per chi si trova

      nel  mio stato,  enumerare le tue stranezze in modo adeguato e con

      ordine".



      Discorso di Alcibiade. Elogio di Socrate, anzich di Eros.

      Socrate assomiglia a un Sileno e al satiro Marsia.


      "Signori miei,  io incomincer a  lodare  Socrate  cos,  mediante

      immagini.  Forse egli creder che io voglia rappresentarlo in modo

      ridicolo.  Ma l'immagine mira allo scopo del vero e non  a  quello

      del  riso.  Dico,  dunque,  che  egli assomiglia moltissimo a quei

      Sileni,  messi in mostra nelle botteghe degli  scultori,  che  gli

      artigiani  costruiscono  con  zampogne  e  flauti in mano,  e che,

      quando  vengono  aperti  in  due,  rivelano  di  contenere  dentro

      immagini  di  di.  E  inoltre  dico che egli assomiglia al satiro

      Marsia.  In effetti,  o Socrate,  neppure tu potresti  mettere  in

      dubbio  che  nella tua figura sei simile a questi.  Che,  poi,  tu

      assomigli ad essi anche in altre cose, ora sta' a sentirlo.

      Sei  arrogante,  no?  Se  non  lo  ammetti,  io  porter  qui  dei

      testimoni. E non sei forse un suonatore di flauto? Anzi, sei molto

      pi  mirabile  di  quello.  Marsia  incantava  gli uomini mediante

      strumenti,  con la potenza che gli veniva dalla bocca,  e cos  fa

      ancora  oggi chi suona le sue melodie con il flauto.  Infatti,  io

      dico che quelle melodie che suonava Olimpo  sono  di  Marsia,  che

      gliele aveva insegnate.  Dunque,  le sue musiche, sia che le suoni

      un bravo flautista sia un flautista  di  scarso  valore,  da  sole

      comunicano  ispirazione  e  manifestano  coloro  che hanno bisogno

      degli di e dell'iniziazione ai misteri, perch sono divine.  E tu

      sei  diverso  da lui solamente in questo,  ossia che,  senza usare

      strumenti, produci questo stesso effetto con le nude parole.  Noi,

      in  ogni  caso,   quando  ascoltiamo  qualche  altro  oratore  far

      discorsi, anche se molto bravo, non ce ne importa,  per cos dire,

      un bel niente;  invece,  quando uno ascolta te, o sente i discorsi

      che tu fai riferiti da qualcun altro,  anche se l'oratore  che  li

      riferisce  di scarso valore,  sia che li ascolti una donna,  o un

      uomo,  o  un  giovanetto,  ne  restiamo  tutti  quanti  colpiti  e

      posseduti".



      Gli effetti prodotti dai discorsi di Socrate.


      "Cari amici,  se non rischiassi di sembrare completamente ubriaco,

      vi riferirei,  con giuramento,  che  cosa  ho  provato  io  stesso

      nell'ascoltare  i  discorsi di quest'uomo,  e anche ora continuo a

      provare. Infatti, quando io lo ascolto, nel sentire le sue parole,

      mi batte il cuore e mi  vengono  le  lacrime,  molto  pi  che  ai

      coribanti;  e  vedo  che  moltissimi altri provano le stesse cose.

      Invece,  quando ascoltavo Pericle e altri bravi  oratori,  pensavo

      che parlassero bene,  ma non sentivo qualcosa di simile, n la mia

      anima veniva messa in tumulto n si  arrabbiava,  come  se  io  mi

      trovassi nelle condizioni di schiavo. Ma nel sentire questo Marsia

      qui, pi volte mi sono trovato in una situazione di questo genere,

      tanto  da  sembrarmi  che  non  valesse  pi  la  pena  di vivere,

      comportandosi come mi comporto io.

      E queste cose,  o Socrate,  non dirai che non siano vere.  E anche

      ora  so  bene  che,  se  volessi  prestargli orecchio,  non saprei

      opporgli resistenza, ma proverei le medesime cose.  Infatti,  egli

      mi costringe ad ammettere che,  pur avendo molte mancanze,  io non

      mi prendo ancora cura di me stesso e invece,  mi occupo delle cose

      degli Ateniesi.

      A  viva  forza,  quindi,  come  dalle Sirene,  io me ne allontano,

      turandomi le orecchie e dandomi alla fuga.  Io non voglio  proprio

      invecchiare stando seduto qui, vicino a lui.

      E  solamente  nei confronti di quest'uomo io ho provato quello che

      nessuno penserebbe esserci dentro di me,  ossia il vergognarsi  di

      fronte  a  qualcuno.  Solo  di  fronte  a  lui,  in verit,  io mi

      vergogno. Infatti,  io sono ben consapevole dl non essere in grado

      dl contraddirlo mostrandogli che non bisogna fare le cose che egli

      mi esorta a fare.  Ma poi,  non appena io mi allontano da lui,  mi

      lascio avvincere dagli onori che la moltitudine tributa. Perci mi

      sottraggo a lui e lo rifuggo. E quando lo rivedo,  mi vergogno per

      quelle  cose  che  mi aveva fatto ammettere.  E pi volte mi viene

      voglia di non vederlo pi fra  i  vivi.  Ma  se  questo,  poi,  si

      verificasse,  so  bene  che  proverei un dolore molto maggiore: e,

      allora, io non so proprio come regolarmi con quest'uomo".



      Socrate racchiude dentro s cose meravigliose come le  statue  dei

      Sileni.


      "Dunque,  a sentire le musiche del flauto di questo Satiro, e io e

      molti altri abbiamo provato impressioni di questo tipo. Ma sentite

      come egli sia simile a quelli cui l'ho paragonato anche per  altri

      aspetti, e come sia meravigliosa la potenza che ha.

      Sappiate bene,  infatti, che nessuno di voi conosce quest'uomo; ma

      io ora ve lo far vedere,  dal momento che  ho  gi  incominciato.

      Vedete  che  Socrate    sempre  innamorato dei belli,  sta sempre

      intorno a loro e si strugge d'amore. Per, poi, ignora tutto e non

      sa niente.  Questo suo atteggiamento non  forse da Sileno?  Altro

      che,  se  lo !  Ma questo  proprio un suo rivestimento esteriore

      come nel Sileno scolpito; ma dentro se lo si apre, immaginate, voi

      che con me bevete, di quanta temperanza sia ripieno?

      Sappiate che, se uno  bello, a lui non importa proprio niente,  e

      anzi lo disprezza,  al punto che nessuno ci crederebbe; e cos non

      gli importa nulla neppure se uno  ricco,  o se  in  possesso  di

      alcuni  di quegli onori che secondo la gente rendono felici.  Egli

      pensa, invece, che tutti questi beni non abbiano nessun valore,  e

      che noi non siamo nulla,  ve lo dico io!  E trascorre tutta la sua

      vita fra la gente con la sua ironia e facendosene gioco.

      "Quando, invece, fa sul serio e si apre,  non so se qualcuno abbia

      visto le immagini che ha dentro. Ma io una volta le ho viste, e mi

      sono  sembrate  essere  divine  e  d'oro e tutte belle e mirabili,

      tanto che bisognava far subito ci che ordinava".



      I tentativi fatti da Alcibiade per conquistare Socrate.


      "Allora,  credendo che prendesse sul  serio  il  fiore  della  mia

      giovinezza,  pensai  che  questo  fosse  un  tesoro  e una fortuna

      straordinari, se con il concedere a Socrate i miei favori,  potevo

      in  cambio ascoltare tutto ci che costui sapeva: infatti io avevo

      una considerazione veramente straordinaria  del  fiore  della  mia

      giovinezza.

      Pensando dunque questo, mentre prima di allora non ero solito star

      da  solo  con  lui  senza un accompagnatore,  allora incominciai a

      mandare via il mio accompagnatore e a rimanere con  lui  da  solo.

      Infatti, a voi, devo dire tutta la verit. Ma state attenti, e tu,

      o Socrate, se io dico bugie, confutami.

      Dunque,  o amici,  rimanevo con lui da solo a solo,  e pensavo che

      avrebbe subito iniziato a fare con me quei discorsi che un  amante

      fa  al  suo  amato,  quando  se ne stanno appartati,  e ne godevo.

      Invece, non capitava proprio niente di questo, ma come era solito,

      dopo aver discorso e passato la giornata con me,  mi lasciava e se

      ne andava a casa.

      Dopo questo, io lo invitai allora a fare ginnastica insieme, nella

      convinzione  di  poter concludere qualcosa,  trovandoci insieme in

      questa situazione.  E lui,  allora,  faceva ginnastica  con  me  e

      spesso  anche  la lotta,  senza che nessuno fosse presente.  E che

      cosa vi devo dire? Non ne ricavavo nulla.

      E poich in questa maniera non ottenevo alcun risultato, mi sembr

      che a quest'uomo mi  dovessi  imporre  con  la  forza  e  che  non

      bisognava  che  lasciassi  andare la cosa,  dal momento che mi ero

      impegnato, ma che bisognava venire in chiaro della faccenda.

      Lo invitai,  allora,  a cenare con me,  proprio come un amante che

      tende  il  laccio  all'amato.  Ma neppure in questo mi diede retta

      subito;  dopo un po' di tempo si lasci convincere.  Per la prima

      volta che venne,  non appena finito di cenare volle andare via.  E

      io in quel momento, avendo ancora vergogna, lo lasciai andare.  Ma

      la  seconda  volta,  teso  il  mio laccio,  dopo aver cenato tirai

      avanti la conversazione fino a tarda notte e,  al momento  in  cui

      voleva andarsene,  lo costrinsi a rimanere,  adducendo il pretesto

      che era tardi.  Riposava,  dunque,  sul letto vicino al  mio,  sul

      quale aveva cenato,  e in quella stanza non dormiva nessuno tranne

      noi.

      Fino a questo punto del discorso,  la  cosa  si  potrebbe  narrare

      davanti  a  chiunque.  Invece,  di qui in avanti non mi sentireste

      parlare, se anzitutto,  come dice il proverbio,  il vino non fosse

      veritiero, con i fanciulli o senza i fanciulli. E poi, dal momento

      che mi sono messo a fare l'elogio di Socrate, non mi sembra giusto

      tenere nascosta una splendida azione fatta da Socrate.  Inoltre mi

      sento come l'effetto di uno che sia stato morsicato da una vipera.

      Dicono,  infatti,  che chi ha subto questo,  non vuole parlare di

      ci  che  ha  provato  se  non  con  quelli  che  sono  stati pure

      morsicati, come se fossero i soli capaci di capire e di perdonare,

      se, sotto il dolore, ha osato fare e dire di tutto.  Ora,  anch'io

      sono  stato  morsicato,  e  nel punto pi doloroso in cui si possa

      essere morsi.  Infatti,   nel cuore e nell'anima,  o comunque  si

      debba  chiamare  questo  in  cui io sono stato colpito e morso dai

      suoi discorsi di filosofia,  i quali  si  attaccano  in  modo  pi

      brutale della vipera, quando prendono un'anima giovane e non priva

      di doti, e le fanno fare e dire qualsiasi cosa.

      E vedo qui un Fedro,  un Agatone,  un Erissimaco,  un Pausania, un

      Aristodemo  e  un  Aristofane.   E  Socrate  che  bisogno  c'  di

      nominarlo?  E quanti altri? Tutti siete, infatti, accomunati dalla

      follia e dal furore del filosofo.  Perci tutti ascoltate,  perch

      potete  perdonarmi  quelle  cose  che ho fatto allora e che ora vi

      vengono dette.  Voi servi,  invece,  e  chiunque  atroci  sia  qui

      profano e rozzo, ponetevi sulle orecchie porte molto grandi!

      Dunque,  o  cari,  dopo  che la lampada fu spenta e i servi furono

      usciti,  mi  sembrato di non dover tergiversare,  ma di  dovergli

      dire liberamente le cose che pensavo.

      Allora lo scossi e dissi: 'Socrate, dormi?'.

      'No, no', rispose.

      'Sai che cosa ho pensato?'.

      'Che cosa?', disse.

      'Ho  pensato - dissi io - che tu sia l'unico degno di diventare il

      mio amante,  e mi pare che tu esiti a farmene parola.  Ma  il  mio

      sentimento    questo:  mi  pare  sia del tutto privo di senno non

      concederti i miei favori anche in questo,  cos come in altro  che

      ti  facesse  aver  bisogno o della mia ricchezza o dei miei amici.

      Per me,  infatti,  nulla  pi importante di  diventare  quanto  

      possibile  migliore,  e  per  questo  penso che non potrei trovare

      nessuno che mi possa dare un aiuto che sia pi valido di te. E per

      tale motivo io troverei molta pi vergogna di fronte a quelli  che

      capiscono,  se non concedessi i miei favori ad un uomo come te, di

      quella che proverei invece di fronte ai pi e agli insensati se ti

      concedessi i miei favori'.

      E costui, dopo che mi ebbe ascoltato, con molta della sua ironia e

      come  solito, rispose: 'Caro Alcibiade,  si d il caso che tu sia

      veramente  un  uomo  non da poco,  se ci che dici di me  proprio

      vero,  e se in me c' una forza per la  quale  potresti  diventare

      migliore.  Tu  vedresti  in  me una bellezza straordinaria,  molto

      diversa dalla tua avvenenza fisica. E se,  contemplandola,  cerchi

      di  averne  parte  con  me,  e di scambiare bellezza con bellezza,

      pensi di trarre non  poco  vantaggio  ai  miei  danni:  in  cambio

      dell'apparenza  del bello,  tu cerchi di guadagnarti la verit del

      bello,  e veramente pensi di scambiare  armi  d'oro  con  armi  di

      bronzo.  Ma,  carissimo,  guarda  meglio  che non ti sfugga che io

      valgo nulla.  Veramente,  la vista della mente impara a vedere  in

      modo acuto,  quando quella degli occhi incomincia a perdere la sua

      acutezza, e tu da questo sei ancora lontano'.

      E, udito questo, dissi: 'Per conto mio le cose stanno cos, io non

      ti ho detto nulla di diverso  da  quello  che  penso.  Decidi  tu,

      dunque, quello che ritieni sia meglio per me e per te'.

      'Ma  di  questo  dici bene',  rispose.  'Decideremo nei giorni che

      verranno,  e faremo ci che sembrer il meglio  per  noi  due,  in

      queste cose cos come in altre'.

      Io,  dopo le cose che avevo sentito e quelle che avevo detto, dopo

      aver scagliato, per cos dire, i miei dardi,  ero convinto che lui

      fosse rimasto ferito.  Allora mi alzai,  e,  senza lasciargli dire

      pi nulla, gli posi il mio mantello addosso,  perch era d'inverno

      e, sdraiatomi sotto questo logoro suo mantello, gettate le braccia

      attorno a quest'uomo veramente demoniaco e meraviglioso, rimasi l

      tutta la notte.

      Neppure in questo,  o Socrate potrai dire che io mento! Ma sebbene

      io avessi fatto queste cose,  costui fu di gran  lunga  superiore.

      Disprezz e derise il fiore della mia giovinezza,  e la oltraggi.

      Eppure era proprio in questo che io credevo  di  valere  qualcosa,

      cari giudici, perch voi siete giudici della superbia di Socrate.

      Ebbene,  sappiate, lo giuro per gli di e per le dee, che io, dopo

      aver dormito con Socrate,  mi alzai senza aver fatto nulla di  pi

      che se avessi dormito con mio padre o con mio fratello maggiore".



      Forze fisiche e spirituali di Socrate.


      "Dopo  questo,  quale  credete  che  fosse  il mio proposito,  dal

      momento che,  da un lato,  mi pareva d'essere stato disprezzato e,

      dall'altro,  ammiravo  la  sua natura,  la sua temperanza e la sua

      fortezza,  e mi ero imbattuto in  un  uomo  quale  non  avrei  mai

      creduto di trovare, per saggezza e forza d'animo?

      Pertanto,  io  non  ero  in condizione n di adirarmi con lui e di

      privarmi della  sua  compagnia,  n  trovavo  espedienti  con  cui

      attirarlo  a  me.  Sapevo  bene,  infatti,  che  era da ogni parte

      invulnerabile dalle ricchezze pi di quanto non lo fosse Aiace dal

      ferro,  mi era sfuggito proprio in quella cosa  con  cui  soltanto

      credevo  che  potesse  essere  preso.  Perci  mi trovavo privo di

      espedienti e,  fatto schiavo da quest'uomo come nessuno da  nessun

      altro, gli giravo intorno.

      Tutte  queste cose erano gi accadute,  quando ci trovammo insieme

      nella campagna militare di  Potidea,  e  l  eravamo  compagni  di

      mensa.

      Prima  di  tutto,  nelle  fatiche era superiore non solo a me,  ma

      anche a tutti gli  altri.  Quando,  restando  isolati  da  qualche

      parte,  come avviene in guerra, eravamo costretti a rimanere senza

      cibo, gli altri,  nel resistere alla fame,  non valevano nulla nei

      suoi confronti. Ma quando c'erano molte provviste, era il solo che

      sapesse godersele,  e,  fra le altre cose,  anche nel bere, quando

      era costretto a farlo  anche  se  non  lo  voleva  spontaneamente,

      batteva  tutti.  E la cosa pi straordinaria di tutte  che nessun

      uomo ha mai visto Socrate ubriaco.

      "Nella sua resistenza,  poi,  ai freddi dell'inverno che  l  sono

      terribili,  fece cose mirabili .  Fra l'altro una volta, essendoci

      una gelata veramente terribile,  mentre noi tutti ce ne stavamo al

      coperto  senza  uscire,  o,  se  uscivamo,  ci  avvolgevamo in una

      incredibile quantit di indumenti,  e si calzavano e avvolgevano i

      piedi con panni di feltro e pelli di agnello, costui, invece, usc

      fuori  con  addosso  quello stesso mantello che anche prima soleva

      portare, e si muoveva scalzo sul ghiaccio,  meglio degli altri che

      avevano  ai  piedi i calzari,  e i soldati lo guardavano irritati,

      come se li mortificasse".



      Momenti di concentrazione e rapimenti estatici di Socrate.


      "Su questo basti quanto ho detto.  Ma quel che fece e sopport  il

      forte  eroe,  l  una  volta  in quella campagna,  vale la pena di

      ascoltarlo.

      Preso da qualche pensiero,  era rimasto in piedi fermo al medesimo

      posto a meditare fino all'alba;  e poich non riusciva a venirne a

      capo,  non desisteva e rimaneva l fermo,  continuando a  cercare.

      Era ormai mezzogiorno e gli uomini se ne erano accorti e, stupiti,

      dicevano  l'uno all'altro che Socrate se ne stava l fin dall'alba

      in piedi a pensare qualcosa.  Alla fine,  alcuni  soldati  ionici,

      quando  era  venuta la sera,  dopo che avevano cenato,  poich era

      estate,  portarono  fuori  il  loro  letto  da  campo,  e,  mentre

      riposavano al fresco,  lo sorvegliavano, per vedere se restasse l

      in piedi tutta la notte.  E lui rimase veramente in  piedi  finch

      venne  l'alba e si lev il sole.  E poi,  rivolta una preghiera al

      sole, si mosse e se ne and".



      Il coraggio di Socrate in guerra.


      "E se volete, parliamo di lui nelle battaglie. E' giusto, infatti,

      rendergliene merito.

      Quando ci fu la battaglia in cui gli strateghi  diedero  a  me  il

      premio  di  valore,  nessun  altro  uomo  mi  salv la vita se non

      costui,  che non volle abbandonarmi ferito,  e riusc a trarre  in

      salvo  me  stesso  e le armi insieme.  E io,  Socrate,  gi allora

      esortai gli strateghi a dare a te il premio al valore;  e quanto a

      questo  non potrai farmi rimproveri,  n potrai dire che io mento.

      Ma  gli  strateghi,  per  riguardo  alla  mia  posizione  sociale,

      volevano  dare  a  me  il  premio al valore,  e tu ti sei dato pi

      premura degli strateghi perch il premio lo ricevessi io e non tu.

      E poi ancora, o amici,  valeva davvero la pena contemplare Socrate

      quando  da  Delio  l'esercito  si  ritirava in fuga.  Mi capit di

      trovarmi accanto a cavallo,  mentre  lui  era  a  piedi  con  armi

      pesanti.  Mentre  gli  altri  si  erano  gi  dispersi,  costui si

      ritirava insieme con Lachete. Io, capitando l e vedendoli, subito

      li esortai a farsi coraggio e dissi che non li avrei  abbandonati.

      E qui io potei contemplare Socrate meglio che a Potidea,  dato che

      avevo meno paura, perch ero a cavallo,  e vedere anzitutto quanto

      fosse  superiore  a  Lachete  per  presenza  di spirito.  E poi mi

      pareva,  o Aristofane,  per dirla con le tue parole,  che anche l

      camminasse  come qui a testa alta e gettando occhiate di traverso,

      cio guardando di sbieco amici e  nemici,  per  fare  intendere  a

      tutti,  anche da lontano, che, se qualcuno lo avesse attaccato, si

      sarebbe  difeso  con  molto  vigore.  E  perci  si  ritirava  con

      sicurezza,  e con lui il suo compagno. Infatti, chi si comporta in

      questa maniera i nemici non lo toccano neppure e inseguono invece,

      chi fugge in disordine".



      Socrate non    simile  a  nessun  uomo  soprattutto  per  i  suoi

      discorsi.


      "Di  molte  e di altre straordinarie cose si potrebbe continuare a

      lodare Socrate.  Ma per queste altre qualit si potrebbero dire le

      stesse  cose  anche di altri.  Invece,  del fatto che egli non sia

      simile  a  nessuno  degli  uomini,   n  degli  antichi   n   dei

      contemporanei questa  la cosa degna di ogni meraviglia.

      Infatti,  Achille  per  le qualit che ebbe si potrebbe paragonare

      anche a Brasida o ad altri,  e le qualit di Pericle si potrebbero

      paragonare  anche a quelle di Nestore e Antenore;  e ci sono anche

      altri esempi.  E allo stesso modo si  potrebbe  fare  il  paragone

      anche per altri.

      Ma non si troverebbe, cercandolo, un uomo fuori del normale simile

      a  costui,  sia per quello che lui stesso  sia per i discorsi che

      fa, neppure uno che gli si avvicini, n fra i contemporanei n fra

      gli antichi.  A meno che non lo si paragoni a quello che io  dico,

      ossia  non  a  uomini,  ma  ai Sileni e ai Satiri,  e lui e i suoi

      discorsi.

      Anche questo in principio non vi ho detto:  che  i  suoi  discorsi

      assomigliano moltissimo ai Sileni che si aprono.

      Infatti,  se  uno intendesse ascoltare i discorsi di Socrate,  gli

      potrebbero sembrare del tutto ridicoli: tali sono i termini  e  le

      espressioni  con  cui  sono avvolti dal di fuori,  appunto come la

      pelle di un arrogante Satiro. Infatti, parla di asini da soma e di

      fabbri e di calzolai e conciapelli e sembra  che  dica  sempre  le

      medesime  cose con le medesime parole,  al punto che ogni uomo che

      non lo abbia praticato e non capisca riderebbe dei suoi discorsi.

      Ma se uno li vede aperti ed  entra  in  essi,  trover,  in  primo

      luogo,  che sono i soli discorsi che hanno dentro un pensiero,  e,

      poi,  che sono divinissimi e hanno in s  moltissime  immagini  di

      virt,  e che mirano alla maggior parte delle cose, e anzi, meglio

      ancora,  a tutte quelle cose sulle quali deve riflettere colui che

      vuole diventare un uomo buono".



      Conclusione del discorso di Alcibiade.


      "Queste,  o  amici,  sono  le  cose  per  cui  elogio  Socrate.  E

      mescolando anche con esse le  cose  per  cui  lo  biasimo,  io  ho

      riferito le cose per cui mi ha offeso.

      Del  resto,  non  ha  fatto  questo solo a me,  ma anche a Carmide

      figlio di Glaucone,  a Eutidemo figlio di Diocle  e  a  moltissimi

      altri, che costui ha ingannato presentandosi loro come amante, per

      mettersi  nelle  condizioni di diventare lui stesso l'amato invece

      che l'amante.

      Queste cose le dico anche a te o Agatone,  perch tu non ti  debba

      lasciar ingannare da quest'uomo, ma venuto a conoscenza delle cose

      che ci sono capitate,  te ne stia in guardia perch non ti accada,

      come dice il proverbio,  di imparare come l'improvvido,  dopo aver

      sofferto".



      Epilogo.


      Dopo che Alcibiade ebbe detto queste cose, scoppi un boato per la

      sua  franchezza,  in  quanto pareva che fosse ancora innamorato di

      Socrate.

      E Socrate,  allora,  disse: "Non mi sembri ubriaco,  o  Alcibiade,

      altrimenti non avresti mai cercato di nascondere il motivo per cui

      hai  parlato,  girandogli  sempre  intorno  con  tanta abilit,  e

      mettendolo  alla  fine  del  discorso,  come  se  fosse  una  cosa

      secondaria:  come  se  tu  non  avessi detto tutto,  allo scopo di

      portare discordia fra me e Agatone,  ritenendo che io debba  amare

      solo  te  e nessun altro,  e che invece Agatone debba essere amato

      solo da te e da nessun altro.  Ma non sei riuscito a  nasconderti!

      Anzi, questo tuo dramma satiresco e silenico si  dimostrato molto

      chiaro.  Per, caro Agatone, Alcibiade non deve averla vinta: stai

      attento che nessuno metta discordia fra te e me!".

      Agatone allora disse: "S, forse hai ragione, o Socrate. Ne traggo

      la prova dal fatto che si  sdraiato fra te e  me,  per  separarci

      l'uno  dall'altro.  Per  non l'avr vinta,  perch ora io vengo a

      sdraiarmi presso di te".

      "Benissimo", rispose Socrate. "Sdraiati qui alla mia destra".

      "Oh Zeus!  - esclam Alcibiade -.  Che cosa debbo ancora subire da

      quest'uomo!  Ritiene di dovermi sopraffare in tutto. Se non altro,

      o uomo meraviglioso,  lascia che Agatone si stenda in mezzo fra me

      e te!".

      "Ma  questo   impossibile - rispose Socrate -,  perch tu hai gi

      fatto l'elogio di me,  e ora tocca a me fare l'elogio di  chi  sta

      alla mia destra.  Se, dunque, Agatone si sdraiasse alla tua destra

      fra me e te, non dovrebbe di conseguenza lodare di nuovo me, prima

      di essere lodato da te?  Lascia  stare,  o  amico  divino,  e  non

      invidiare a questo giovane il fatto che venga lodato da me, perch

      io ho gran desiderio di fargli l'elogio".

      "Bene,  bene,  o  Alcibiade  - disse Agatone -,  non posso proprio

      rimanere qui,  ma devo ad ogni costo  cambiare  posto,  per  poter

      ricevere l'elogio da Socrate".

      "Eccoci  alle  solite  -  rispose  Alcibiade  -.  Quando Socrate 

      presente,   impossibile che  qualche  altro  tocchi  i  belli.  E

      guardate  come  anche  ora  ha  trovato  con destrezza un discorso

      convincente, in modo che questo qui si sdrai accanto a lui!".

      Agatone, allora, si alz per andarsi a sdraiare accanto a Socrate.

      Ma all'improvviso arriv alle porte un gran numero di festaioli in

      baldoria e,  trovatele  aperte,  perch  qualcuno  stava  uscendo,

      vennero tutti avanti direttamente verso di noi e si sdraiarono.

      Ne  venne  un  gran  baccano e tutti furono costretti a bere molto

      vino, senza pi seguire un ordine.

      Allora Erissimaco e Fedro e alcuni altri,  stando al  racconto  di

      Aristodemo, se ne andarono via.

      Aristodemo,  invece, fu preso dal sonno e dorm a lungo, perch le

      notti erano molto lunghe.  Si svegli sul fare del giorno,  quando

      gi  cantavano  i  galli.  Sveglio  che  fu,  vide  che  gli altri

      dormivano, oppure se ne erano andati via. Solo Agatone, Aristofane

      e Socrate erano ancora svegli, e continuavano a bere da una grande

      coppa che si passavano a destra.

      Socrate discuteva con loro.  Per il resto Aristodemo diceva di non

      ricordarsi  pi  dei  discorsi  che facevano,  perch non li aveva

      seguiti dal principio e sonnecchiava.  Ma l'essenziale diceva  che

      era  questo:  Socrate  li  costringeva  ad ammettere che  proprio

      dello stesso uomo il saper comporre commedie e tragedie, e che chi

       poeta tragico per arte  anche poeta comico.  Quelli,  costretti

      ad  ammettere  queste  cose senza seguirlo molto,  ciondolavano la

      testa dal sonno,  e Aristofane si addorment  per  primo,  e  poi,

      quando  era  giorno,  anche Agatone.  Allora Socrate,  dopo averli

      fatti addormentare, si alz e se ne and.  E Aristodemo,  come era

      solito,  gli  and dietro.  E,  recatosi al Liceo,  Socrate,  dopo

      essersi lavato,  vi trascorse tutta  la  giornata  come  le  altre

      volte.  E dopo aver trascorso cos la giornata,  verso sera and a

      casa per riposare.
