TRASCRIZIONE ELETTRONICA, PER I NON VEDENTI, A CURA DI EZIO GALIANO. 

LUIGI PIRANDELLO.
DA NOVELLE PER UN ANNO: 
La vendetta del cane.

  Senza sapere n come n perch, Iaco Naca s'era trovato un
bel giorno padrone di tutta la poggiata a solatio sotto la citt,
da cui si godeva la veduta magnifica dell'aperta campagna sva-
riata di poggi e di valli e di piani, col mare in fondo, lontano,
dopo tanto verde, azzurro nella linea dell'orizzonte.
  Un signore forestiere, con una gamba di legno che gli cigola-
va a ogni passo, gli s'era presentato, tre anni addietro, tutto in
sudore, in un podere nella vallatella di Sant'Anna infetta dalla
malaria, ov'egli stava in qualit di garzone, ingiallito dalle feb-
bri, coi brividi per le ossa e le orecchie ronzanti dal chinino; e
gli aveva annunziato che da minuziose ricerche negli archivi era
venuto a sapere che quella poggiata l, creduta finora senza pa-
drone, apparteneva a lui: se gliene voleva vendere una parte,
per certi suoi disegni ancora in aria, gliel'avrebbe pagata secon-
do la stima d'un perito.
  Rocce erano, nient'altro; con, qua e l, qualche ciuffo d'er-
ba, ma a cui neppure le pecore, passando, avrebbero dato una
strappata.
  Intristito dal veleno lento del male che gli aveva disfatto il fe-
gato e consunto le carni, Iaco Naca quasi non aveva provato n
meraviglia n piacere per quella sua ventura, e aveva ceduto a
quello zoppo forestiere gran parte di quelle rocce per una man-
ciata di soldi. Ma quando poi, in meno d'un anno, aveva vedu-
to levarsi lass due villini, uno pi grazioso dell'altro, con ter-
razze di marmo e verande coperte di vetri colorati, come non
s'erano mai viste da quelle parti: una vera galanteria! e ciascuno
con un bel giardinetto fiorito e adorno di chioschi e di vasche
dalla parte che guardava la citt, e con orto e pergolato dalla
parte che guardava la campagna e il mare; sentendo vantar da
tutti, con ammirazione e con invidia, l'accorgimento di quel se-
gnato l, venuto chi sa da dove, che certo in pochi anni col fitto
dei dodici quartierini ammobigliati in un luogo cos ameno si
sarebbe rifatto della spesa e costituito una bella rendita; s'era
sentito gabbato e frodato: l'accidia cupa, di bestia malata, con
cui per tanto tempo aveva sopportato miseria e malanni, gli s'e-
ra cangiata d'improvviso in un'acredine rabbiosa, per cui tra
smanie violente e lagrime d'esasperazione, pestando i piedi
mordendosi le mani, strappandosi i capelli, s'era messo a gridar
giustizia e vendetta contro quel ladro gabbamondo.
  Purtroppo  vero che, a voler scansare un male, tante volte, si
rischia d'intoppare in un male peggiore. Quello zoppo forestie-
re, per non aver pi la molestia di quelle scomposte recrimina
zioni, sconsigliatamente s'era indotto a porger sottomano a Ia-
co Naca qualche giunta al prezzo della vendita: poco; ma Iaco
Naca, naturalmente, aveva sospettato che quella giunta gli fosse
porta cos sottomano perch colui non si riteneva ben sicuro del
suo diritto e volesse placarlo; gli avvocati non ci sono per nulla;
era ricorso ai tribunali. E intanto che quei pochi quattrinucci
della vendita se n'andavano in carta bollata tra rinvii e appelli,
s'era dato con rabbioso accanimento a coltivare il residuo della
sua propriet, il fondo del valloncello sotto quelle rocce, ove le
piogge, scorrendo in grossi rigagnoli su lo scabro e ripido decli-
vio della poggiata, avevano depositato un p di terra
  Lo avevano allora paragonato a un cane balordo che, dopo
essersi lasciato strappar di bocca un bel cosciotto di montone
ora rabbiosamente si rompesse i denti su l'osso abbandonato da
chi s'era goduta la polpa.
  Un p d'ortaglia stenta, una ventina di non meno stenti fru-
tici di mandorlo che parevano ancora sterpi tra i sassi, erano
sorti laggi nel valloncello angusto come una fossa, in quei due
anni d'accanito lavoro; mentre lass, aerei davanti allo spetta-
colo di tutta la campagna e del mare, i due leggiadri villini
splendevano al sole, abitati da gente ricca, che Iaco Naca natu-
ralmente s'immaginava anche felice. Felice, non foss'altro, del
suo danno e della sua miseria.
  E per far dispetto a questa gente e vendicarsi almeno cos del
forestiere, quando non aveva potuto pi altro, aveva trascinato
laggi nella fossa un grosso cane da guardia; lo aveva legato a
una corta catena confitta per terra, lasciato l, giorno e notte,
morto di fame, di sete e di freddo.
  --Grida per me!

  Di giorno, quand'egli stava attorno all'orto a zappettare, di-
vorato dal rancore, con gli occhi truci nel terreo giallore della
faccia, il cane per paura stava zitto. Steso per terra, col muso al-
lungato su le due zampe davanti, al pi, sollevava gli occhi e
traeva qualche sospiro o un lungo sbadiglio mugolante, fino a
slogarsi le mascelle, in attesa di qualche tozzo di pane ch'egli
ogni tanto gli tirava come un sasso, divertendosi anche talvolta
a vederlo smaniare, se il tozzo ruzzolava pi l di quanto teneva
la catena. Ma la sera, appena rimasta sola laggi, e poi per tutta
la nottata, la povera bestia si dava a guaire, a uggiolare, a sgua-
gnolare, cos forte e con tanta intensit di doglia e tali implora-
zioni d'aiuto e di piet, che tutti gl'inquilini delle due ville si
svegliavano e non potevano pi riprender sonno.
  Da un piano all'altro, dall'uno all'altro quartierino, nel silen-
zio della notte, si sentivano i borbottii, gli sbuffi, le imprecazio-
ni, le smanie di tutta quella gente svegliata nel meglio del sonno;
i richiami e i pianti dei bimbi impauriti, il tonfo dei passi a piedi
scalzi olo strisciar delle ciabatte delle mamme accorrenti.
  Era mai possibile seguitare cos? E da ogni parte eran piovuti
reclami al proprietario, il quale, dopo aver tentato pi volte e
sempre invano, con le buone e con le cattive, d'ottenere da quel
tristo che finisse d'infliggere il martirio alla povera bestia, aveva
dato il consiglio di rivolgere al municipio un'istanza firmata da
tutti gl'inquilini.
  Ma anche quell'istanza non aveva approdato a nulla. Corre-
va, dai villini al posto ove il cane stava incatenato, la distanza
voluta dai regolamenti: se poi, per la bassura di quel valloncello
e per l'altezza dei due villini, i guaiti pareva giungessero da sot-
to le finestre, Iaco Naca non ci aveva colpa: egli non poteva in-
segnare al cane ad abbaiare in un modo pi grazioso per gli
orecchi di quei signori; se il cane abbaiava, faceva il suo mestie-
re; non era vero ch'egli non gli desse da mangiare; gliene dava
quanto poteva; di levarlo di catena non era neanche da parlar-
ne, perch, sciolto, il cane se ne sarebbe tornato a casa, e lui l
aveva da guardarsi quei suoi beneficii che gli costavano sudori
di sangue. Quattro sterpi? Eh, non a tutti toccava la ventura
d'arricchirsi in un batter d'occhio alle spalle d'un povero igno-
rante!
  --Niente, dunque? Non c'era da far niente?
  E una notte di quelle, che il cane s'era dato a mugolare alla
gelida luna di gennaio pi angosciosamente che mai, all'im-
provviso, una finestra s'era aperta con fracasso nel primo dei
due villini, e due fucilate n'eran partite, con tremendo rimbom-
bo, a breve intervallo. Tutto il silenzio della notte era come sob-
balzato due volte con la campagna e il mare, sconvolgendo ogni
cosa; e in quel generale sconvolgimento, urla, gridi disperati!
Era il cane che aveva subito cangiato il mugolo in un latrato fu-
ribondo, e tant'altri cani delle campagne vicine e lontane s'era-
no dati anch'essi a latrare a lungo, a lungo. Tra il frastuono,
un'altra finestra s'era schiusa nel secondo villino, e una voce
irata di donna e una vocetta squillante di bimba non meno ira-
ta, avevano gridato verso quell'altra finestra da cui erano parti-
te le fucilate:
--Bella prodezza! Contro la povera bestia incatenata!
--Brutto cattivo!
--Se ha coraggio, contro il padrone dovrebbe tirare!
--Brutto cattivo!
  --Non le basta che stia l quella povera bestia a soffrire il
freddo, la fame, la sete? Anche ammazzata? Che prodezza! Che
cuore!
  --Brutto cattivo!
  E la finestra s'era richiusa con impeto d'indignazione.
  Aperta era rimasta quell'altra, ove l'inquilino, che forse s'a-
spettava l'approvazione di tutti i vicini, ecco che, ancor vibrante
della violenza commessa, si aveva in cambio la sferzata di quel
l'irosa e mordace protesta femminile. Ah s? ah s e per pi di
mezz'ora, l seminudo, al gelo della notte, come un pazzo, co-
stui aveva imprecato non tanto alla maledettissima bestia che da
un mese non lo lasciava dormire, quanto alla facile piet di cer-
te signore che, potendo a piacer loro dormire di giorno, posso-
no perdere senza danno il sonno della notte, con la soddisfazio-
ne per giunta... eh gi, con la soddisfazione di sperimentar la te-
nerezza del proprio cuore, compatendo le bestie che tolgono il
riposo a chi si rompe l'anima a lavorare dalla mattina alla sera.
E l'anima diceva, per non dire altra cosa.
  I commenti, nei due villini, durarono a lungo quella notte;
s'accesero in tutte le famiglie vivacissime discussioni tra chi da-
va ragione all'inquilino che aveva sparato, e chi alla signora che
aveva preso le difese del cane.
  Tutti erano d'accordo che quel cane era insopportabile; ma
anche d'accordo ch'esso meritava compassione per il modo cru-
dele con cui era trattato dal padrone. Se non che, la crudelt di
costui non era soltanto contro la bestia, era anche contro tutti
coloro a cui, per via di essa, toglieva il riposo della notte. Cru-
delt voluta; vendetta meditata e dichiarata. Ora, la compassio-
ne per la povera bestia faceva indubbiamente il giuoco di quel
manigoldo; il quale, tenendola cos a catena e morta di fame e
di sete e di freddo, pareva sfidasse tutti, dicendo-
  --Se avete coraggio, per giunta, ammazzatela.
  Ebbene, bisognava ammazzarla, bisognava vincere la com-
passione e ammazzarla, per non darla vinta a quel manigoldo!
  Ammazzarla? E non si sarebbe fatta allora scontare iniqua-
mente alla povera bestia la colpa del padrone? Bella giustizia!
Una crudelt sopra la crudelt, e doppiamente ingiusta, perch
si riconosceva che la bestia non solo non aveva colpa ma anzi
aveva ragione di lagnarsi cos! La doppia crudelt di quel tri-
staccio si sarebbe rivolta tutta contro la bestia, se anche quelli
che non potevano dormire si mettevano contro di essa e la ucci-
devano! D'altra parte, per, se non c'era altro mezzo d'impedi-
re che colui martoriasse tutti?
  --Piano, piano, signori,--era soprawenuto ad ammonire il
proprietario dei due villini, la mattina dopo, con la sua gamba
di legno cigolante.--Per amor di Dio, piano, signori!
  Ammazzare il cane a un contadino siciliano? Ma si guardas-
sero bene dal rifar la prova! Ammazzare il cane a un contadino
siciliano voleva dire farsi ammazzare senza remissione. Che
aveva da perdere colui? Bastava guardarlo in faccia per capire
che, con la rabbia che aveva in corpo, non avrebbe esitato a
commettere un delitto.
  Poco dopo, infatti, Iaco Naca, con la faccia pi gialla del so-
lito e col fucile appeso alla spalla, s'era presentato davanti ai
due villini e, rivolgendosi a tutte le finestre dell'uno e dell'altro,
poich non gli avevano saputo indicare da quale propriamente
fossero partite le fucilate, aveva masticato la sua minaccia, sfi-
dando che si facesse avanti chi aveva osato attentare al suo ca-
ne.
  Tutte le finestre eran rimaste chiuse; soltanto quella dell'in-
quilina che aveva preso le difese del cane e ch'era la giovine ve-
dova dell'intendente delle finanze, signora Crinelli, s'era aper-
ta, e la bambina dalla voce squillante, la piccola Ror, unica fi-
glia della signora, s'era lanciata alla ringhiera col visino in fiam-
me e gli occhioni sfavillanti per gridare a colui il fatto suo, sco-
tendo i folti ricci neri della tonda testolina ardita.
  Iaco Naca, in prima, sentendo schiudere quella finestra, s'era
tratto di furia il fucile dalla spalla; ma poi, vedendo comparire
una bambina, era rimasto con un laido ghigno sulle labbra ad
ascoltarne la fiera invettiva, e alla fine con acre mutria le aveva
domandato:
  --Chi ti manda, pap? Digli che venga fuori lui: tu sei picci-
na!

  Da quel giorno, la violenza dei sentimenti in contrasto nell'a-
nimo di quella gente, da un canto arrabbiata per il sonno perdu-
to, dall'altro indotta per la misera condizione di quel povero ca-
ne a una piet subito respinta dall'irritazione fierissima verso
quel villanzone che se ne faceva un'arma contro di loro, non so-
lo turb la delizia di abitare in quei due villini tanto ammirati,
ma inaspr talmente le relazioni degli inquilini tra loro che, di
dispetto in dispetto, presto si venne a una guerra dichiarata,
specialmente tra quei due che per i primi avevano manifestato
gli opposti sentimenti: la vedova Crinelli e l'ispettore scolastico
cavalier Barsi, che aveva sparato.
  Si malignava sotto sotto, che la nimicizia tra i due non era
soltanto a causa del cane, e che il cavalier Barsi ispettore scola.
stico sarebbe stato felicissimo di perdere il sonno della notte, se
la giovane vedova dell'intendente delle finanze avesse avuto per
lui un pochino pochino della compassione che aveva per il cane,
Si ricordava che il cavalier Barsi, nonostante la ripugnanza che
la giovane vedova aveva sempre dimostrato per quella sua figu-
ra tozza e sguaiata, per quei suoi modi appiccicaticci come l'un-
to delle sue pomate, s'era ostinato a corteggiarla, pur senza spe-
ranza, quasi per farle dispetto, quasi per il gusto di farsi morti-
ficare e punzecchiare a sangue non solo dalla giovane vedova;
ma anche dalla figlietta di lei, da quella piccola Ror che gar-
dava tutti con gli occhioni scontrosi, come se credesse di trovar-
si in un mondo ordinato apposta per l'infelicit della sua bella
mammina, la quale soffriva sempre di tutto e piangeva spesso,
pareva di nulla, silenziosamente. Quanta invidia, quanta gelosia
e quanto dispetto entravano nell'odio del cavalier Barsi ispetto-
re scolastico per quel cane?
  Ora, ogni notte, sentendo i mugolii della povera bestia, mam-
ma e figliuola, abbracciate strette strette nel letto come a resiste-
re insieme allo strazio di quei lunghi lagni, stavano nell'aspetta-
tiva piena di terrore, che la finestra del villino accanto si schiu,
desse e che, con la complicit delle tenebre, altre fucilate ne par-
tissero.
  --Mamma, oh mamma,--gemeva la bimba tutta tremante
--ora gli spara! Senti come grida? Ora lo ammazza!
  --Ma no, st tranquilla,--cercava di confortarla la mam-
mina,--st tranquilla, cara, che non lo ammazzer! Ha tanta
paura del villano! Non hai visto che non ha osato d'affacciarsi
alla finestra? Se egli ammazza il cane, il villano mmazzer lui.
St tranquilla!
  Ma Ror non riusciva a tranquillarsi. Gi da un pezzo, della
sofferenza di quella bestia pareva si fosse fatta una fissazione.
Stava tutto il giorno a guardarla dalla finestra gi nel valloncel-
lo, e si struggeva di piet per essa. Avrebbe voluto scendere lag-
gi a confortarla, a carezzarla, a recarle da mangiare e da bere,
e pi volte, nei giorni che il villano non c'era, lo aveva chiesto in
grazia alla mamma. Ma questa, per paura che quel tristo so-
pravvenisse, o per timore che la piccina scivolasse gi per il de-
clivio roccioso, non gliel'aveva mai concesso.
  Glielo concesse alla fine, per far dispetto al Barsi, dopo l'at-
tentato di quella notte. Sul tramonto, quando vide andar via
con la zappa in collo Iaco Naca, pose in mano a Ror per le
quattro cocche un tovagliolo pieno di tozzi di pane e con gli
avanzi del desinare, e le raccomand di star bene attenta a non
mettere in fallo i piedini, scendendo per la poggiata. Ella si sa-
rebbe affacciata alla finestra a sorvegliarla.
  S'affacciarono con lei tanti e tant'altri inquilini ad ammirare
la coraggiosa Ror che scendeva in quel triste fossato a soccor-
rere la bestia. S'affacci anche il Barsi alla sua, e segu con gli
occhi la bimba, crollando il capo e stropicciandosi le gote ra-
schiose con una mano sulla bocca. Non era un'aperta sfida a lui
tutta quella carit ostentata? Ebbene: egli la avrebbe raccolta,
quella sfida. Aveva comperato la mattina una certa pasta avve-
lenata da buttare al cane, una di quelle notti, per liberarsene zit-
to zitto. Gliel'avrebbe buttata quella notte stessa. Intanto rima-
se l a godersi fino all'ultimo lo spettacolo di quella carit e tutte
le amorose esortazioni di quella mammina che gridava dalla fi-
nestra alla sua piccola di non accostarsi troppo alla bestia, che
poteva morderla, non conoscendola.
  Il cane abbaiava, difatti, vedendo appressarsi la bimba e,
trattenuto dalla catena, balzava in qua e in l, minacciosamen-
te. Ma Ror, col tovagliolo stretto per le quattro cocche nel pu-
gno, andava innanzi sicura e fiduciosa che quello, or ora, certa-
mente, avrebbe compreso la sua carit. Ecco, gi al primo ri-
chiamo scodinzolava, pur seguitando ad abbaiare; e ora, al pri-
mo tozzo di pane, non abbaiava pi. Oh poverino, poverino,
con che voracit ingoiava i tozzi uno dopo l'altro! Ma ora, ora
veniva il meglio... E Ror, senza la minima apprensione, stese
con le due manine la carta coi resti del desinare sotto il muso del
cane che, dopo aver mangiato e leccato a lungo la carta, guard
la bimba, dapprima quasi meravigliato, poi con affettuosa rico-
noscenza. Quante carezze non gli fece allora Ror, a mano a
mano sempre pi rinfrancata e felice della sua confidenza corri-
sposta: quante parole di piet non gli disse; arriv finanche a
baciarlo sul capo, provandosi ad abbracciarlo mentre di lass la
mamma, sorridendo e con le lagrime agli occhi, le gridava che
tornasse su. Ma il cane ora avrebbe voluto ruzzare con la bim-
ba: s'acquattava, poi springava smorfiosamente, senza badare
agli strattoni della catena, e si storcignava tutto, guaendo, ma
di gioia.
  Non doveva pensare Ror, quella notte, che il cane se ne stes-
se tranquillo perch lei gli aveva recato da mangiare e lo aveva
confortato con le sue carezze? Una sola volta, per poco, a una
cert'ora, s'intesero i suoi latrati; poi, pi nulla. Certo il cane,
sazio e contento, dormiva. Dormiva, e lasciava dormire.
  --Mamma,--disse Ror, felice del rimedio finalmente tro-
vato.--Domattina, di nuovo, mamma,  vero?
  --S, s,--le rispose la mamma, non comprendendo bene,
nel sonno.
  E la mattina dopo, il primo pensiero di Ror fu d'affacciarsi
a vedere il cane che non s'era inteso tutta la notte.
  Eccolo l: steso di fianco per terra, con le quattro zampe di-
ritte, stirate, come dormiva bene! E nel valloncello non c'era
nessuno: pareva ci fosse soltanto il gran silenzio che, per la pri-
ma volta, quella notte, non era stato turbato.
  Insieme con Ror e con la mammina, gli altri inquilini guar-
davano anch'essi stupiti quel silenzio di laggi e quel cane che
dormiva ancora, l disteso, a quel modo. Era dunque vero che il
pane, le carezze della bimba avevano fatto il miracolo di lasciar
dormire tutti e anche la povera bestia?
  Solo la finestra del Barsi restava chiusa.
  E poich il villano ancora non si vedeva laggi, e forse per
quel giorno, come spesso avveniva, non si sarebbe veduto, pa-
recchi degli inquilini persuasero la signora Crinelli ad arrendersi
al desiderio di Ror di recare al cane--com'ella diceva--la
colazione.
  --Ma bada, piano,--la ammoni la mamma.--E poi su,
senza indugiarti, eh?
  Seguit a dirglielo dalla finestra, mentre la bimba scendeva
con passetti lesti, ma cauti, tenendo la testina bassa e sorriden-
do tra s per la festa che s'aspettava dal suo grosso amico che
dormiva ancora.
  Gi, sotto la roccia, tutto raggruppato come una belva in ag-
guato, era intanto Iaco Naca, col fucile. La bimba, svoltando,
se lo trov di faccia, all'improvviso, vicinissimo; ebbe appena il
tempo di guardarlo con gli occhi spaventati: rintron la fucila-
ta, e la bimba cadde riversa, tra gli urli della madre e degli altri
inquilini, che videro con raccapriccio rotolare il corpicciuols
gi per il pendio, fin presso al cane rimasto l, inerte, con le
quattro zampe stirate.
