TRASCRIZIONE ELETTRONICA, PER I NON VEDENTI, A CURA DI EZIO GALIANO. 

LUIGI PIRANDELLO.
DA NOVELLE PER UN ANNO: 
Resti mortali.

  Disperazione dei nipoti, che pur gli dovevano volere un gran
bene se, dopo che s'era spogliato per loro di tutto il suo, ancora
avevano tanta sopportazione di lui, il signor Federico Biobin
(zio Fifo, come lo chiamavano) si alzava col lume, e subito, zit-
to zitto, piccolino com'era di statura, col testoncino a pera che
gli lustrava, calvo fino alla nuca, una ventina di duri peluzzi ri-
tinti, dieci per parte drizzati sul musetto da topo, si metteva a
frugolare per casa, sorsando, soffiando, dando smusatine, co-
me per tenere in continuo esercizio d'esplorazione il naso pun-
tuto, le labbra armate di quei venti spunzoncini; finch all'im-
provviso tutta la casa non sobbalzava dal sonno o per un rovi-
nio di scodelle dalla piattaia in cucina o di casse che crollavano
a catafascio nel ripostiglio. Accorrevano tutti, chi in camicia,
chi in pigiama, chi in sottana.
  --Zio, che hai fatto? che  stato?
  Dava le risposte pi inaspettate:
  --Niente: sento puzza di mobili vecchi.
  Ma come se tutto quel fracasso non l'avesse fatto lui e non
l'avesse nemmeno sentito, e placido e un p seccato parlasse
ancora dal silenzio che c'era prima nella casa.
  Non lasciava giorno, senza che ne facesse una. E il bello si era
che i fastidi che dava, i dispetti che faceva, per cui le budella ai
nipoti, alle serve, si ritorcevano dentro come una fune, lui li
chiamava servizi. Capace di stare giornate sane in cucina a rita-
gliare e tentar d'incollare striscioline di carta per medicare un
vetro rotto della finestra a usciale che dava su una specie di bal-
latoio, dov'era puzzolentissimo il casottino del cesso. La cuoca
si dannava.
  --Ma lei che sente la puzza dei mobili vecchi, o non la sente
codesta del cesso?
  Non la sentiva, quella; e seguitava, sorsando, soffiando,
smusando, a tentare d'incollare quelle striscioline di carta.
  E ora eccolo gi in giardino, infuriato contro un'ala del can-
cello che, interrata, non voleva pi andare n avanti n indietro.
Illividito dalla congestione e con le vene del cranio che gli scop-
piavano, dava certe scrollate che le braccia, appena i ferri del
cancello brandivano in contrasto, pareva gli si dovessero staccar
nette dal busto. I nipoti gli gridavano dalle finestre:
--Smettila, zio! Non vedi che non s'apre?
--La smetto? O io l'apro, o ci crepo!
  Non l'apriva e non ci crepava: veniva su, tutto slogato, in un
bagno di sudore, presentando le manine ridotte una piet, per-
ch gli fossero unte d'olio e fasciate.
  Quando poi era stanco di farne ai suoi di casa, usciva e si
metteva a far dispetti alla gente per via: per esempio, certe gior-
nate che pioveva a dirotto, andando a pigliarsi apposta sull'om-
brello lo sgrondo di tutte le case, con un'aria cos parlante di
farlo per dispetto, che veniva la tentazione  chi gli passava ac-
canto di strapparlo per un braccio accosto al muro. Il piacere
maligno, che sotto sotto ne provava, gli faceva arricciare agli
angoli il labbro con tutti quei suoi venti peluzzi irti, quasi in un
digrignamento appena percettibile, di cagnolino bizzoso.
  L'ultimo fu quello della spolverina grigia d'alpag, compera-
ta per veste da camera, quando i nipoti, ridendo della compera,
gli fecero notare ch'era una spolverina da viaggio, quella.
  --Da viaggio? E allora parto!
  --Parti? Dove vai?
  --A Bergamo, da Ernesto, a salutarlo prima che vada a Ge-
nova a imbarcarsi per l'America.
  Non ci fu verso di rimuoverlo pi da quel ticchio di partire l
per l. Anzi, che la sua visita per quel povero Ernesto dovesse
essere un gravissimo imbarazzo piuttosto che un piacere nel
trambusto in cui doveva trovarsi alla vigilia di salpar per l'Ame-
rica: ragione di pi. E che il medico gli avesse ordinato di star
tranquillo e non strapazzarsi per la sclerosi cardiaca di cui era
affetto: ragione di pi, anche questa. Voleva morire! Ma come,
a Bergamo? morire a Bergamo, mentre Ernesto vi spiantava la
casa? Sissignori, morire a Bergamo, nella casa spiantata.
  Part con quella spolverina grigia; e purtroppo la minaccia di
quel pericolo che i nipoti di Roma, senza punto crederci, gli
avevano fatto balenare per trattenerlo, s'avver. La notizia ful-
minea della morte di zio Fifo lo stesso giorno che arriv a Ber-
gamo, lasci quasi basiti i nipoti di Roma per il fatto che, pur
senza crederci, l'avevano preveduta; e che, pur avendola preve-
duta, per quel non crederci, avessero lasciato partire lo zio.
  Di quest'ultimo dispetto ai nipoti lontani e dell'altro ancor
pi acerbo al nipote vicino, l a Bergamo, zio Fifo, in mezzo al-
la confusione della casa tutta sossopra per lo sgombero, stecchi-
to sul lettino di ferro, con la sua brava spolverina grigia da cui
spuntavano i due piedini giunti, pi che soddisfatto, pareva ora
felicissimo.
  Tra gli altri mobili della camera scostati dalle pareti e fuori di
posto, comodissimo comodissimo ci stava lui, su quel lettino di
ferro che nessuno, finch ci stava lui, avrebbe potuto toccare,
coi quattro ceri accesi, due da capo, due da piedi; le manine in-
trecciate sul ventre che gli s'era un p gonfiato.
  Pareva proprio che sorridesse, sornione, con gli occhi chiusi e
quei venti spunzoncini ancora drizzati sul musetto da topo.
  Difatti, il compito di venire a morire a Bergamo per maggior
ristoro del nipote Ernesto in partenza per l'America, lui lo ave-
va assolto; ora toccava agli altri quello di rimuoverlo di l, o per
seppellirlo nel cimitero di Bergamo o per rispedirlo a Roma se
lo volevano l nella tomba di famiglia.
  Stim pi sbrigativo il nipote Ernesto rispedirlo a Roma e la-
sciare ai cugini la cura e il resto delle spese per i funerali all'arri-
vo: aveva i minuti contati; sarebbe arrivato a Genova appena in
tempo per imbarcarsi. Malauguratamente per, nel fare la spe-
dizione, credette che l'uso della frase resti mortali invece del-
la cruda parola cadavere fosse lecito, com'era certo pi genti-
le e pietoso; e se ne volle servire, forse a compensare il povero
zio di tutte le imprecazioni che gli aveva scagliate per esser ve-
nuto a buttarglisi morto tra i piedi in un frangente come quello.
  Ora ai nipoti di Roma venuti alla stazione a ricevere il feretro
con molte corone di fiori e un magnifico carro funebre di prima
classe a quattro cavalli e pi d'un centinaio d'amici e conoscenti
e rappresentanze di sodalizi con labari e bandiere e il parroco
per la benedizione alla salma e due belle file di monache e chie-
rici con le candele in mano; appunto per l'uso gentile e pietoso
di quella frase, l'ufficiale di dogana present una bolletta gra-
vata da una multa di parecchie migliaia di lire.--Multa? E per-
ch?
  --Falso in denunzia.
  --Falso? Che falso?
  --Ma credono lor signori, che si possa impunemente denun-
ziare un feretro come resti mortali? I resti mortali sono un con-
to: un mucchietto d'ossa e di cenere in una cassettina di latta; e
pagano per tali, secondo una loro tariffa. Un feretro  un altro
conto. Per quanto piccolo, bisogna che paghi come feretro. Al-
tra tariffa.
  Protestarono i nipoti che intenzione di frode nel cugino Erne-
sto non poteva esserci stata; ma, anche ammesso e non concesso
che ci fosse stata, la multa, se mai, doveva pagarla chi aveva
spedito e non chi riceveva. Erano pronti a pagare il di pi della
spesa, secondo la tariffa, trattandosi realmente di un feretro e
non di resti mortali (bench la distinzione potesse parere a pri-
ma giunta sofistica); ma, a ogni modo, la multa no, no e no.
Non avevano nessuna colpa, loro. Il cugino Ernesto era partito
per l'America, e responsabile dello sbaglio (non diciamo frode,
per carit!) restava allora l'ufficio di spedizione alla dogana di
Bergamo che s'era ricevuto a occhi chiusi e aveva inoltrato
come resti mortali un feretro intero. Per placare il capo-stazione
chiamato a dare man forte all'ufficiale di dogana, i nipoti si
mostrarono disposti a scusare, del resto, anche l'ufficio di spe-
dizione della dogana di Bergamo, informando che il cugino Er-
nesto doveva aver spedito in quei giorni chi sa quanti colli, per
cui sapendosi in citt ch'egli era sul punto di lasciare l'Italia per
sempre, quell'ufficiale di dogana, addetto alla spedizione, facil-
mente aveva potuto supporre che spedisse anche i resti mortali
di qualche parente sepolto da tempo nel cimitero di Bergamo,
per non lasciarli col. La colpa, in questo caso, si riduceva sol-
tanto a una mancata verifica. Gli volevano far pagare la multa
per questo? Ecco, ma a lui sempre, la multa, se mai; mica a loro
che non c'entravano n punto n poco.

  Mentre cos si discuteva nell'ufficio di dogana, fuori nello
spiazzale quelli ch'eran venuti per l'accompagnamento funebre
vestiti di nero e in tubino, s'erano ritratti e impalati in fila, go-
mito a gomito, a ridosso al muro, per ripararsi da un terribile
sole d'agosto, prossimo al meriggio. C'era a mala pena, lungo
quel muro, un filo d'ombra che non arrivava a riparare fino alla
punta neanche i piedi; e davanti, tutte le cose, a quella vampa di
sole, abbarbagliavano. Cos tutti impalati, con gli occhi fuori
del capo, guardavano l'enorme carro funebre, rimasto in mezzo
allo spiazzale, l, ferocemente nero e dorato, e pareva ne aves-
sero un formidabile incubo, come di quelle monache che se ne
stavano impassibili, a occhi bassi, cos infagottate in quelle loro
tonache di pesantissimo panno marrone, con quel cappuccetto
nero a capanna in capo, tutte bene appettate sotto il modestino
bianco insaldato, e le candele accese in mano. Dio, quelle can-
dele, la cui fiamma nel sole non si vedeva, e se ne vedeva invece
il fumighio tremolante! Ma che avveniva? Perch non portava-
no il feretro? Che s'aspettava? Alcuni, pi impazienti, andaro-
no a sentire; poi a poco a poco, tutti, tranne il cocchiere sul car-
ro funebre, le monache, i chierici e i portatori dei labari e delle
bandiere, entrarono nel fresco delizioso dell'ufficio della doga-
na, ch'era un alto e vasto magazzino ingombro tutt'intorno alle
pareti di casse rammontate e di balle e di colli.
  Vi rintronavano i gridi della contesa tra i nipoti del morto da
una parte, e il capo-stazione e gli ufficiali di dogana dall'altra.
Gli animi s'erano accesi. Il capo-stazione era irremovibile: o pa-
gare la multa, o niente feretro! Il maggiore dei nipoti, furibon-
do, minacciava che glielo avrebbero lasciato l. Non era mica
merce, un morto, che si potesse rivendere all'asta! Volevano ve-
dere che cosa il capo-stazione se ne farebbe! E il capo-stazione
sghignazzava e rispondeva che, chiestane licenza a chi di dove-
re, lo avrebbe mandato a seppellire con due facchini; e che poi a
far pagare le spese e la tariffa e la multa ci avrebbero pensato
con comodo gli uscieri. Un fremito d'indignazione accolse que-
sta risposta e allora l'altro nipote, confortato dal consenso di
tutti, lo diffid dal farlo: avrebbe chiamato responsabile l'am-
ministrazione dei danni morali e materiali, perch non era mica
un cane il loro zio da esser mandato a seppellire in quel modo;
c'erano l centinaia di persone venute a rendergli i meritati ono-
ri funebri, labari e bandiere di sodalizi, un carro di prima clas-
se, un santo sacerdote, monache e chierici con pi di quaranta
candele !
  E i due nipoti, rossi come gamberi, con le camce bianche
che, nello scompiglio dell'esagitazione, strabuzzavano loro dal-
le maniche nere e perfino di sotto il panciotto, tutti tremanti per
lo sfogo violento e piangenti dalla rabbia, furono condotti via.
  Ora quell'incubo di carro funebre che se n'andava vuoto e
traballante, diretto alla rimessa, e quelle monache e quei chierici
che capovolgevano le candele per smorzarle in terra, diedero a
tutti, anche ai nipoti, in quell'animazione insolita, un senso di
leggerezza, come se zio Fifo, mandato a monte il funerale, non
fosse pi morto.
  Ma si poteva veramente dir morto zio Fifo, se seguitava a fa-
re con tanta pervicacia ci che aveva sempre fatto in vita: di-
spetti a tutti?
  So bene che non s' mai dato il caso che un morto si sia stac-
cate le mani dal petto per cacciarsi una mosca dal naso; ma per
zio Fifo riparato dalla doppia cassa di zinco e di noce, l sotto
gli occhi del capo-stazione rimasto solo nel magazzino della do-
gana a grattarsi la testa, mi par proprio lecito immaginare che
se le sia staccate davvero, quelle sue gracili manine dal petto,
per darsi contentone una bella stropicciatina.
