LA CAMERA IN ATTESA
di LUIGI PIRANDELLO
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI AMEDEO MARCHINI
Nella ricca produzione letteraria di Pirandello, le
Novelle per un anno, da cui sono tratti i racconti pre-
sentati in questo volume, occupano un posto di rilievo.
In esse, infatti, si dipana con variet d'accenti, che van-
no dal patetico all'umoristico, tutta l'arte pirandellia-
na, attenta a cogliere le varie sfumature del dramma
umano, a denunciare l'ipocrisia esistente, a ricercare e
mettere sottilmente in evidenza i valori sicuri.
Nel cerchio breve e nitido di un racconto, Pirandel-
lo descrive con acutezza ambienti, sbozza con maestria
personaggi, scavando in profondit e portando alla luce 
quelle verit che si ce!ano dietro lo schermo ingannevole delle apparenze.
Mentre La camera in attesa  un esempio significa-
tivo dell'amara visione pirandelliana della vita, Il capretto nero 
illustra a quali gustose punte di arguto umorismo l'arte dello 
scrittore  arrivata.

LA CAMERA IN ATTESA
Si d pur luce ogni mattina a questa camera, quando una delle
tre sorelle a turno viene a ripulirla senza guardarsi attorno. L'ombra, 
tuttavia, appena le persiane e le vetrate della finestra sono ri-
chiuse e raccostati gli scuri, si fa subito cruda, come in un sotterra-
neo; e subito, come se quella finestra non sia stata aperta da anni,
il crudo di quest'ombra s'avverte, diventa quasi l'alito sensibile del
silenzio sospeso vano sui mobili e gli oggetti, i quali, a lor volta, par
che rimangano sgomenti, ogni giorno, della cura con cui sono stati
spolverati, ripuliti e rimessi in ordine.
Il calendario a muro presso la finestra  certo che rimane col sen-
so dello strappo d'un altro fogliolino, come se gli paia una inutile
crudelt che gli si faccia segnar la data in quell'ombra vana e in quel
silenzio. E il vecchio orologio di bronzo, in forma d'anfora, sul pia-
no di marmo del cassettone, pare che avverta la violenza che gli fan-
no costringendolo a staccare ancora l dentro il suo cupo tic-tac.
Sul tavolino da notte, per, la boccetta dell'acqua, di cristallo verde
dorato, panciuta, incappellata del suo lungo bicchiere capovolto,
pigliando di tra gli scuri accostati della finestra dirimpetto un filo
di luce, sembra ridere di tutto quello sgomento diffuso nella camera.
C', in realt, alcunch di vivo e d'arguto su quel tavolino da notte.
Il riso della boccetta dell'acqua viene s senza dubbio dal filo di
luce, ma forse perch con questo filo di luce quella boccetta pan-
ciuta pu scorgere su la lucida lastra di bardiglio le smorfie delle
due figurine d'una scatola di fiammiferi posata l da quattordici mesi
ormai, perch sia pronta a un bisogno ad accendere la candela, anch'essa 
da quattordici mesi confitta nella bugia di ferro smaltato, in
forma di trifoglio, col manichetto e il bocciuolo d'ottone.
Nell'attesa della fiamma che deve consumarla, s' ingiallita quella
candela sul trifoglio della bugia, come una vergine matura. E c' da
scommettere che le due figurine monellescamente smorfiose della sca-
tola di fiammiferi la paragonino alle tre sorelle stagionate che ven-
gono un giorno per una a ripulire e a rimettere in ordine la camera.
Via, bench intatta ancora, povera vergine candela, dovrebbero
cambiarla le tre sorelle, se non proprio ogni giorno come fanno per
l'acqua della boccetta (che anche perci  cos viva e pronta a ridere
a ogni filo di luce), almeno a ogni quindici giorni, a ogni mese, via!
per non vederla cos gialla, per non vedere in quel giallore i quat-
tordici mesi che sono passati senza che nessuno sia venuto ad accen-
derla, la sera, su quel tavolino da notte.
 veramente una dimenticanza deplorevole, perch non solo l'acqua 
della boccetta, ma cambiano tutto quelle tre sorelle: ogni quin-
dici giorni le lenzuola e le foderette del letto, rifatto con amorosa
diligenza ogni mattina come se davvero qualcuno vi abbia dormito;
due volte la settimana, la camicia da notte, che ogni sera, dopo rim-
boccate le coperte, vien tratta dal sacchetto di raso appeso col na-
strino azzurro alla testa della lettiera bianca, e distesa sul letto con
la falda di dietro debitamente rialzata. E han cambiato oh Dio, fi-
nanche le pantofole davanti la poltroncina a pi del letto. Sicuro:
le vecchie buttate via, dentro il comodino, e al loro posto, l su lo
scendiletto, un paio nuove, di velluto, ricamate dall'ultima delle tre.
E il calendario? Quello l, presso la finestra,  gi il secondo. L'altro,
dell'anno scorso, s' sentito strappare a uno a uno tutti i giorni dei
dodici mesi, uno ogni mattina, con inesorabile puntualit. E non c'
pericolo che la maggiore delle tre sorelle, ogni sabato alle quattro
del pomeriggio, si dimentichi d'entrare nella camera per ridar la cor-
da a quel vecchio orologio di bronzo sul cassettone, che con tanto
risentimento rompe il silenzio ticchettando e muove le due lancette
sul quadrante piano piano, che non si veda, come se voglia dire che
non lo fa apposta, lui, per suo piacere, ma perch forzato dalla cor-
da che gli danno.
Le due figurine smorfiose della scatola evidentemente non vedono,
come possono vederlo il vecchio orologio di bronzo col bianco occhio 
tondo del quadrante e il calendario dall'alto della parete col nu-
mero rosso che segna la data, il lugubre effetto di quella camicia da
notte stesa l sul letto e di quelle due pantofole nuove in attesa su
lo scendiletto davanti la poltroncina.
Quanto alla candela confitta l sul trifoglio della bugia, oh essa 
cos diritta e assorta nella sua gialla rigidit, che non si cura del di-
leggio di quelle due figurine smorfiose e del riso della panciuta boc-
cetta, sapendo bene che cosa sta ad attendere l, ancora intatta, cos
ingiallita.
Che cosa?
Il fatto  che da quattordici mesi quelle tre sorelle e la loro madre 
inferma credono di potere e di dovere aspettare cos il probabile
ritorno del fratello e figliuolo Cesarino, sottotenente di complemento
nel 25esimo fanteria, partito (ormai son pi di due anni) per la Tripo-
litania e col distaccato nel Fezzan.
Da quattordici mesi,  vero, non hanno pi notizia di lui. C' di
pi. Dopo tante ricerche angosciose, suppliche e istanze,  arrivata
alla fine dal Comando della Colonia la comunicazione ufficiale che
il sottotenente Mochi Cesare, dopo un combattimento coi ribelli, non
trovandosi n tra i morti n tra i feriti n tra i prigionieri, di cui si
 riuscito ad avere notizia certa, deve ritenersi disperso, anzi scom-
parso senz'alcuna traccia.
Il caso ha destato in principio molta piet in tutti i vicini e cono-
scenti di quella mamma e di quelle tre sorelle. A poco a poco per
la piet s' raffreddata ed  cominciata invece una certa irritazione,
in qualcuno anche una vera indignazione per questa che pare "una
commedia", della camera cio tenuta cos puntualmente in ordine,
finanche con la camicia da notte stesa sul letto rimboccato; quasi che
con questa "commedia" quelle quattro donne vogliano negare il tri-
buto di lacrime a quel povero giovine e risparmiare a s stesse il 
dolore di piangerlo morto.
Troppo presto han dimenticato i vicini e conoscenti che essi, pro-
prio essi, all'arrivo della comunicazione del Comando della Colonia,
quando quella madre e quelle tre sorelle s'eran pur messe a piangere
morto il loro caro levando grida strazianti, le han persuase a lungo
e con tanti argomenti uno pi efficace dell'altro a non disperarsi cos. 
Perch piangerlo morto - han detto - se chiaramente in quella
comunicazione s'annunziava che l'ufficiale Mochi tra i morti non s'era 
trovato? Era disperso; poteva ritornare da un momento all'altro:
ma anche dopo un anno, chi sa! Nell'Africa, ramingo, nascosto... E
sono stati pur essi a sconsigliare e quasi impedire che quella madre
e quelle tre sorelle si vestissero di nero, come volevano anche 
nell'incertezza. "No, di nero" hanno detto; perch quel malaugurio? E alla
prima speranza di quelle poverine che s'esprimeva ancora in forma
di dubbio: "Chi sa... s, forse  vivo" si sono affrettati a rispondere:
Ma sar vivo s! vivo certamente!
Ebbene, non  naturale adesso che, mancando davvero ogni fon-
damento di certezza alla supposizione che il loro caro sia morto, e
accolta invece, come tutti hanno voluto, l'illusione che sia vivo, quella
povera mamma inferma, quelle tre sorelle diano quanto pi pos-
sono consistenza di realt a questa illusione? Ma s, appunto, lascian-
do la camera in attesa, rifacendola con cura minuziosa, traendo ogni
sera dal sacchetto la camicia da notte e stendendola su le coperte
rimboccate. Perch, se si son lasciate persuadere a non piangerlo
morto, a non disperarsi della sua morte, devono per forza far vedere
a lui, vivo per loro, a lui che veramente pu sopravvenire da un
momento all'altro, che ecco, tanto esse ne sono state certe, che gli
hanno finanche preparato ogni sera la camicia da notte l sul letto,
sul suo lettino rifatto ogni mattina, come se egli davvero la notte vi
abbia dormito. Ed ecco l le nuove pantofole che Margheritina, 
aspettando, non si  contentata soltanto di ricamare, ma ha voluto
anche far mettere su da un calzolaio, perch egli appena tornato le
trovi pronte al posto delle vecchie.
Scusate tanto:
"O che non son forse morti il vostro figliuolo, la vostra figliuola,
quando sono partiti per gli studi nella grande citt lontana?"
Ah, voi fate gli scongiuri? mi date sulla voce, gridando che non
sono morti nient'affatto? che saran di ritorno a fin d'anno e che in-
tanto ricevete puntualmente loro notizie due volte la settimana?
Calmatevi, s, via, lo credo bene. Ma come va che, passato l'anno,
quando il vostro figliuolo o la vostra figliuola ritornano con un anno
di pi dalla grande citt, voi restate stupiti, storditi davanti a loro;
e voi, proprio voi, con le mani aperte come a parare un dubbio che
vi sgomenta, esclamate:
"Oh Dio, ma sei proprio tu? Oh, Dio, come s' fatta un'altra!"
Non solo nell'anima, un'altra, cio nel modo di pensare e di sen-
tire; ma anche nel suono della voce, anche nel corpo un'altra, nel mo-
do di gestire, di muoversi, di guardare, di sorridere...
E, con smarrimento, vi domandate:
"Ma come? erano proprio cos i suoi occhi? Avrei potuto giurare
che il suo nasino, quand' partita, era un pochino all'ins..."
La verit  che voi non riconoscete nel vostro figliuolo o nella
vostra figliuola, ritornati dopo un anno quella stessa realt che da-
vate loro prima che partissero. Non c' pi,  morta quella realt.
Eppure voi non vi vestite di nero per questa morte e non piangete...
ovvero s, ne piangete, se vi fa dolore quest'altro che vi  ritornato
invece del vostro figliuolo, quest'altro che voi non potete, non sapete
pi riconoscere.
Il vostro figliuolo quello che voi conoscevate prima che partisse,
 morto, credetelo,  morto. Solo l'esserci d'un corpo (e pur esso tanto
cambiato!) vi fa dire di no. Ma lo avvertite bene, voi, ch'era un
altro, quello partito un anno fa, che non  pi ritornato.
Ebbene, precisamente come non ritorna pi alla sua mamma e alle
sue tre sorelle questo Cesarino Mochi partito da due anni per la Tri-
politania e col distaccato nel Fezzan.
Voi lo sapete bene, ora, che la realt non dipende dall'esserci o
dal non esserci di un corpo. Pu esserci il corpo, ed esser morto
per la realt che voi gli davate. Quel che fa la vita, dunque,  la
realt che voi le date. E dunque realmente pu bastare alla mamma
e alle tre sorelle di Cesarino Mochi la vita ch'egli seguita ad avere
per esse, qua nella realt degli atti che compiono per lui, in questa
camera che lo attende in ordine, pronta ad accoglierlo tal quale egli
era prima che partisse.
Ah, non c' pericolo per quella mamma e per quelle tre sorelle
ch'egli ritorni un altro, com' avvenuto per il vostro figliuolo a fin
d'anno.
La realt di Cesarino  inalterabile qua nella sua camera e nel
cuore e nella mente di quella mamma e di quelle tre sorelle, che per
s, fuori di questa, non ne hanno altra.
 Titt, quanti ne abbiamo del mese?  domanda dal seggiolone la
mamma inferma all'ultima delle tre figliuole.
 Quindici risponde Margherita, alzando il capo dal libro; ma
non ne  ben certa e domanda a sua volta alle due sorelle:  Quin-
dici,  vero? 
 Quindici, s  conferma Nanda, la maggiore, dal telaio.
 Quindici ripete Flavia che cuce.
Su la fronte di tutte e tre s'incide, per quella domanda della madre
a cui hanno risposto, la stessa ruga.
Nella quiete della vasta sala da pranzo luminosa, velata da can-
dide tendine di mussola,  entrato un pensiero, che di solito, non per
istudio, ma istintivamente  tenuto lontano dalle quattro donne: il
pensiero del tempo che passa.
Le tre sorelle hanno indovinato il perch di questo pensiero pau-
roso nella mente della madre inferma, abbandonata sul seggiolone;
e perci han corrugato la fronte.
Non  gi per Cesarino.
C' un'altra, c' un'altra - non qua, nella casa, ma che della casa,
forse domani, chi sa! potrebbe essere la regina - Claretta, la fidan-
zata del fratello - c' lei, s, purtroppo, che fa pensare al tempo che
passa.
La mamma, domandando a quanti si  del mese, ha voluto contare 
i giorni che son passati dall'ultima visita di Claretta.
Veniva prima ogni giorno la cara bambina (bambina veramente,
Claretta, per quelle tre sorelle anziane) quasi ogni giorno, con la spe-
ranza che fosse arrivata la notizia; perch era certa, pi certa di tutte,
lei, che la notizia sarebbe presto arrivata. E allora entrava festosa nella
camera del fidanzato e vi lasciava sempre qualche fiore e una lettera.
S, perch seguitava a scrivere lei, come al solito, ogni sera, a Cesa-
rino. Le lettere, invece di spedirle, ecco, veniva a lasciarle qua perch 
le trovasse, Cesarino, subito appena arrivato.
Il fiore avvizziva, la lettera restava.
Pensava forse Claretta, nel trovare sotto il fiore vizzo la lettera
del giorno precedente, che anche il profumo di questa era svanito
senz'avere inebriato nessuno? La riponeva nel cassetto della piccola
scrivania presso la finestra, e al suo posto lasciava la nuova e sopra
vi posava un fiore nuovo.
Dur a lungo, per mesi e mesi, questa cura gentile. Ma un giorno
la piccina venne, con pi fiori, s, ma senza lettera. Disse che aveva
scritto la sera precedente, oh anche pi a lungo del solito, e che ogni
sera avrebbe seguitato a scrivere, ma in un taccuino, perch la mamma 
le aveva fatto notare ch'era un inutile sciupio di carta da lettere
- e di buste.
Veramente era cos: ci che importava era il pensiero di scrivere
ogni giorno; che poi scrivesse in carta da lettere o nel taccuino, era
lo stesso.
Se non che, con quella lettera cominci anche a mancare la visita
giornaliera di Claretta. Dapprima tre volte, poi due, poi prese a venire
una sola volta per settimana. Poi, con la scusa del lutto per la
morte della nonna materna, stette pi di quindici giorni senza venire.
E alla fine, quando - non spontaneamente, ma condotta dalle sorelle - 
rientr per la prima volta, vestita di nero, nella camera di
Cesarino, avvenne una scena inattesa, che per poco non fece scop-
piare d'angoscia il cuore di quelle tre poverine. Tutt'a un tratto, cos
vestita di nero, appena entrata, si rovesci sul lettino bianco di Ce-
sarino, rompendo in un pianto disperato.
Perch? che c'entrava? Rimase stordita, come smarrita, dopo, di
fronte allo stupore angoscioso, al tremore di quelle tre sorelle palli-
de, livide; disse che non sapeva lei stessa com'era stato, come le era
avvenuto... Si scus; ne incolp il suo abito nero, il dolore per la
morte della nonna... Riprese, a ogni modo, a venire una volta la settimana.
Ma le tre sorelle provavano ora un certo ritegno a condurla nel-
la camera in attesa; ed ella n c'entrava da s, n chiedeva alle tre
sorelle che ve la conducessero. E di Cesarino quasi non parlavano pi.
Tre mesi fa, venne di nuovo vestita di abiti gai, primaverili, ri-
sbocciata come un fiore, tutta accesa e vivace come da gran tempo
le tre sorelle e la loro povera mamma non l'avevano pi veduta.
Rec tanti, tanti fiori e volle lei stessa con le sue mani portarli nella
camera di Cesarino e distribuirli in vasetti su la piccola scrivania, 
sul tavolino da notte, sul cassettone. Disse che aveva fatto un bel sogno.
Rimasero con l'affanno, oppresse e quasi sgomente di quella vi-
vacit esuberante, di quella rinata gaiezza della bambina, le tre so-
relle sempre pi pallide e pi livide. Sentirono, appena cessato il pri-
mo stordimento, come l'urto d'una violenza crudele, l'urto della vita
che rifioriva prepotente in quella bambina e che non poteva pi esser 
contenuta nel silenzio di quell'attesa, a cui esse con le religiose
cure delle loro mani gracili e fredde davano ancora e tenacemente
volevano dar sempre una larva di vita, tanta che bastasse a loro. E
non fecero nessuna opposizione, quando Claretta facendosi rossa
rossa, disse che le era nata una grande curiosit di sapere che cosa
aveva scritto a Cesarino nelle sue prime lettere di pi d'un anno fa,
chiuse nel cassetto della scrivania.
Pi di cento dovevano essere quelle lettere, centoventidue o cento-
ventitr. Le voleva rileggere; le avrebbe poi conservate lei, per Ce-
sarino, insieme coi taccuini. E a dieci per volta se l'era tutte riportate 
a casa.
Da allora le visite si sono diradate. La vecchia mamma inferma,
guardando fisso il bracciolo del seggiolone, conta i giorni che son
passati dall'ultima visita; ed  curioso, che tanto per lei, quanto per
le tre figliuole con la fronte corrugata, questi giorni s'assommino e si
facciano troppi, mentre per Cesarino che non torna, il tempo non pas-
sa mai;  come se fosse partito ieri, Cesarino, anzi come se non fos-
se partito affatto, ma fosse solo uscito di casa e dovesse rientrare
da un momento all'altro, per sedersi a tavola con loro e poi andare
a dormire nel suo lettino l pronto.
Il crollo  dato alla povera mamma dalla notizia che Claretta s'
rifatta sposa.
Era da attendersela, questa notizia, poich gi da due mesi, Claretta
non si faceva pi vedere. Ma le tre sorelle, meno vecchie e
perci pi deboli della mamma, s'ostinavano a dire di no, che que-
sto tradimento non se l'aspettavano. Vogliono a ogni costo resistere
al crollo esse, e dicono che Claretta s' fatta sposa con un altro, non
perch Cesarino sia morto ed ella non abbia perci veramente nes-
suna ragione pi d'aspettarne ancora il ritorno, ma perch dopo se-
dici mesi s' stancata d'aspettarlo. Dicono che la loro mamma muore,
non perch il nuovo fidanzamento di Claretta le abbia fatto crol-
lare l'illusione sempre pi fievole del ritorno del suo figliuolo, ma
per la pena che il suo Cesarino sentir, al suo ritorno, di questo
crudele tradimento di Claretta.
E la mamma, dal letto, dice di s, che muore di questa pena; ma
negli occhi ha come un riso di luce.
Le tre figliuole glieli guardano, quegli occhi, con invidia acco-
rata. Ella, tra poco, andr a vedere di l se lui c'; si lever da 
quest'ansia della lunghissima attesa; avr la certezza lei; ma non potr
tornare per darne l'annunzio a loro.
Vorrebbe dire, la mamma, che non c' bisogno di quest'annunzio,
perch  gi certa che lei lo trover di l, il suo Cesarino; ma no,
non lo dice; sente una grande piet per le sue tre povere figliuole
che restano sole qua e hanno tanto bisogno di pensare e di credere
che Cesarino sia ancora vivo, per loro, e che un giorno o l'altro
debba ritornare; ed ecco, vela dolcemente la luce degli occhi e fino
all'ultimo, fino all'ultimo vuol rimanere attaccata all'illusione delle
tre figliuole, perch anche dal suo ultimo respiro quest'illusione tragga
alito e seguiti a vivere per loro. Con l'estremo filo di voce sospira:
 Glielo direte che l'ho tanto aspettato...
Nella notte i quattro ceri funebri ardono ai quattro angoli del letto, 
e di tratto in tratto hanno un lieve scoppiettio, che fa vacillare
appena la lunga fiamma gialla.
Tanto  il silenzio della casa, che gli scoppiettii di quei ceri, per
quanto lievi, arrivano di l alla camera in attesa, e quella candela in-
giallita, da sedici mesi confitta sul trifoglio della bugia, quella can-
dela derisa dalle due figurine smorfiose della scatola di fiammiferi,
ad ogni scoppiettio pare che abbia un sussulto da cui possa trar
fiamma anche lei per vegliare un altro morto qui sul letto intatto.
 per quella candela una rivincita. Difatti, quella sera, non  stata
cambiata l'acqua della boccetta, n tratta dal sacchetto e stesa sulle
coperte rimboccate la camicia da notte. E segna la data di ieri il
calendario a muro.
S' arrestata d'un giorno, e pare per sempre, nella camera, 
quell'illusione di vita.
Solo il vecchio orologio di bronzo sul cassettone seguita cupo e
pi sgomento che mai a parlare del tempo in quella buia attesa senza fine.
FINE.
