LUIGI PIRANDELLO.
In silenzio.

INDICE.
In silenzio.
L'altro figlio.
La morte addosso.
Va bene.
Il giardinetto lass.
La maschera dimenticata.
La balia.
Il corvo di Mzzaro.
La veglia.
Lo spirito maligno.
Alla zappa!
Una voce.
Pena di vivere cos.




IN SILENZIO.

Waterloo! Waterloo, santo Dio! Si pronunzia Waterloo!
Sissignore, dopo Sant'Elena.
Dopo? Ma che dice? Come c'entra Sant'Elena adesso?
Ah, gi! L'isola d'Elba.
Ma no! Lasci l'isola d'Elba, caro Brei! Crede che un lezione di storia si
possa improvvisare? E dunque segga!
Cesarino Brei, pallido, timido, sedette; e il professore seguit a guardarlo
per un pezzo, contrarito, se non proprio stizzito.
Quel ragazzo, della cui diligenza e buona volont nello studio s'era tanto
lodato ne' due primi anni di liceo, ora cio da quando aveva indossato
l'uniforme di convittore del Collegio Nazionale, pure stando attento
attentissimo alle lezioni da quel bravo alunno che era, eccolo l: neanche le
vere ragioni per cui Napoleone Bonaparte era stato sconfitto a Waterloo sapeva
pi penetrare!
Che gli era accaduto?
Non se ne sapeva render conto nemmeno lo stesso Cesarino. Stava ore e ore a
studiare, o per dir meglio, coi libri aperti sotto le grosse lenti da miope;
ma non poteva pi fermare l'attenzione su di essi, sorpreso e frastornato da
pensieri nuovi e confusi. E questo, non soltanto dacch era entrato in
collegio, come i professori credevano, ma da qualche tempo prima. Anzi
Cesarino avrebbe potuto dire che a causa di questi pensieri appunto e di certe
strane impressioni s'era lasciato indurre dalla madre a entrare in collegio.
La madre (che lo chiamava Cesare e non Cesarino) senza guardarlo negli occhi
gli aveva detto:
Tu hai bisogno, Cesare, di cambiar vita; bisogno d'un po' di compagnia di
giovani della tua et, e d'un po' d'ordine e di regola, non solo nello studio,
ma anche nello svago. Ho pensato, se non ti dispiace, di farti passare
quest'ultimo anno di liceo in collegio. Vuoi?
S'era affrettato a rispondere di s, senza pensarci su due volte; tanto
turbamento la vista della madre gli cagionava da alcuni mesi.
Figlio unico, non aveva conosciuto il padre, il quale doveva esser morto
giovanissimo, se la madre si poteva ancora dir giovane: trentasette anni. Lui
gi ne aveva diciotto: cio proprio l'et che aveva la madre quando aveva
sposato.
I conti tornavano; ma, veramente, l'essere sua madre ancora giovane e l'aver
sposato a diciotto anni, non voleva poi dire che, per conseguenza, il padre
doveva esser morto giovanissimo, perch la madre poteva avere sposato uno
maggiore d'et di lei, e fors'anche un vecchio, eh? Ma Cesarino aveva poca
fantasia. Non s'immaginava n questa n tant'altre cose.
In casa, del resto, non c'era alcun ritratto del babbo, n alcuna traccia
ch'egli fosse mai esistito: la madre non gliene aveva mai parlato, n a lui
era mai venuta curiosit d'averne qualche notizia. Sapeva soltanto che si
chiamava Cesare come lui, e basta. Lo sapeva perch negli attestati di scuola
c'era scritto: Breri Cesarino del fu Cesare, nato a Milano, ecc. A Milano? S.
Ma non sapeva nulla neanche della sua citt natale, o, per dir meglio, sapeva
che a Milano c'era il Duomo, e basta: il Duomo, la Galleria Vittorio Emanuele,
il panettone, e basta. La madre, anch'essa milanese, era venuta a stabilirsi a
Roma subito dopo la morte del marito e la nascita di lui.
Quasi quasi, a pensarci, Cesarino poteva dire di non conoscer bene neppure la
madre. Non la vedeva quasi mai durante il giorno. Dalla mattina fino alle due
del pomeriggio, ella stava alla Scuola Professionale, dove insegnava disegno e
ricamo; andava poi in giro fino alle sei, fino alle sette, talvolta fino alle
otto di sera, per impartire lezioni particolari anche di lingua francese e di
pianoforte. Rincasava stanca, la sera; ma, pure in casa, in quel po' di tempo
prima di cena, altre fatiche, certe cure domestiche a cui la serva non avrebbe
potuto attendere; e, subito dopo cena, la correzione dei lavori delle
scolarette private.
Mobili pi che decenti, tutte le comodit, guardaroba ben fornito, dispensa
abbondantemente provvista, eh s, sfido! Con tutto questo gran lavoro della
mammina infaticabile; ma che tristezza anche, e che silenzio in quella casa!
Cesarino, ripensandoci dal collegio, se ne sentiva ancora stringere il cuore.
Quand'era l, appena ritornato dalla scuola, desinava solo, svogliato, nella
saletta da pranzo ricca ma quasi buja, con un libro aperto davanti appoggiato
alla bottiglia dell'acqua sul riquadro bianco del tovagliolo apparecchiato l
per l sulla tavola antica di noce; poi si chiudeva in camera a studiare; e,
infine, la sera quando lo chiamavano a cena, usciva tutto raffagottato
intorpidito, rannuvolato, con gli occhi strizzati dietro le lenti da miope.
Madre e figlio, cenando, scambiavano tra loro poche parole. Ella gli domandava
qualche notizia della scuola; come avesse passato la giornata; spesso lo
rimproverava del modo di vita che teneva, cos poco giovanile, e voleva che si
scotesse; lo incitava a muoversi un po', di giorno all'aperto; a esser pi
vivace, pi uomo, via! Lo studio s, ma anche qualche svago ci voleva.
Soffriva, ecco, a vederlo cos uggito, pallido, disappetente. Egli le dava
brevi risposte: s, no; prometteva con freddezza e aspettava con impazienza la
fine della cena per andarsene a letto, presto presto, poich era solito di
levarsi per tempo la mattina.
Cresciuto sempre solo, non aveva nessuna domestichezza con la madre. La
vedeva, la sentiva molto diversa da s, cos alacre, energica e disinvolta.
Forse egli somigliava al padre. E il vuoto lasciato dal padre da tanto tempo
stava tra lui e la madre, e s'era sempre pi ingrandito con gli anni. Sua
madre, anche l presente, gli appariva sempre come lontana.
Ora questa impressione era cresciuta fino a cagionargli uno stranissimo
imbarazzo, allorch (molto tardi, veramente; ma Cesarino si sa aveva poca
fantasia), per una conversazione tra due compagni di scuola, le prime
infantili finzioni dell'anima gli erano cadute, scoprendogli improvvisamente
certi vergognosi segreti della vita finora insospettati. Allora la madre gli
era come balzata ancor pi lontana. Negli ultimi giorni passati a casa, aveva
notato ch'ella, non ostante il gran lavoro a cui attendeva senza requie dalla
mattina alla sera, si conservava bella, molto bella e florida, e che di questa
bellezza aveva gran cura: si acconciava i capelli con lungo e amoroso studio
ogni mattina, vestiva con signorile semplicit, con non comune eleganza; e
s'era sentito quasi offeso finanche dal profumo ch'ella aveva addosso, non mai
prima avvertito cos, da lui.
Per togliersi appunto da questa curiosa disposizione d'animo verso la madre,
aveva subito accolto la proposta d'entrare in collegio. Ma se n'era ella
accorta? O da che era stata spinta a fargli quella proposta?
Cesarino, ora, ci ripensava. Era stato sempre buono e studioso, fin da
piccino; aveva fatto sempre il suo dovere senza la sorveglianza d'alcuno; era
un po' gracile, s, ma stava pur bene in salute. Le ragioni addotte dalla
madre non lo persuadevano punto. Lottava intanto contro se stesso per non
accogliere certi pensieri, di cui sentiva poi onta e rimorso; tanto pi che,
ora, sapeva ammalata la mamma. Da pi mesi ella non veniva a visitarlo, le
domeniche, al collegio. Le ultime volte ch'era venuta, s'era lamentata di non
star bene; e, difatti, a Cesarino non era sembrata florida come prima; aveva
anzi notato una trascuratezza insolita nell'acconciatura di lei, che gli aveva
fatto sentire pi acuto il rimorso dei pensieri cattivi suggeriti dalla
soverchia cura ch'ella prima vi poneva.
Dalle letterine, che di tanto in tanto la madre gli inviava per domandargli se
avesse bisogno di qualche cosa, Cesarino sapeva che il medico le aveva
ordinato di stare in riposo, perch si era troppo e per troppo tempo
affaticata, e proibito d'uscire, assicurando tuttavia che non c'era nulla di
grave e che, seguendo scrupolosamente le prescrizioni, sarebbe senza dubbio
guarita. Ma l'infermit si protraeva e Cesarino gi stava in pensiero e non
gli pareva l'ora che l'anno scolastico terminasse.
Naturalmente, in tali condizioni di spirito, le vere ragioni escogitate dal
professore di storia, per cui Napoleone Bonaparte era stato sconfitto a
Waterloo, per quanti sforzi facesse, non riusciva a penetrarle bene.
Quel giorno stesso, appena rientrato in collegio, Cesarino fu chiamato dal
Direttore. S'aspettava qualche grave riprensione per lo scarso profitto
ricavato da quell'anno di studio; ma trov invece il Direttore molto benigno e
amorevole e anche un po' turbato, all'aria.
Caro Brei, gli disse, posandogli insolitamente una mano su la spalla, lei sa
che la sua mamma...
Sta peggio? lo interruppe subito Cesarino, levando gli occhi a guardarlo,
quasi con terrore; e il berretto gli cadde di mano.
Pare, figliuolo mio, s. Bisogna che lei vada subito a casa.
Cesarino rimase a guardarlo, con una domanda negli occhi supplichevoli, che le
labbra non ardivano di proferire
Io non so bene, disse il Direttore, comprendendo quella domanda muta.  venuta
una donna, poco fa da casa, a chiamarla. Coraggio, figliuolo mio! Vada.
Lascer il custode a sua disposizione.
Cesarino usc dalla sala della direzione con la mente scombujata: non sapeva
pi quel che dovesse fare, di dove prendere per correre a casa. Dov'era il
custode? E il berretto? Dove aveva lasciato il berretto?
Il Direttore glielo porse e ingiunse al custode di rimanere a disposizione del
giovane anche per tutta la giornata, se occorreva.
Cesarino corse in via Finanze, ov'era la casa. Pochi passi prima di giungervi,
vide il portone socchiuso e sent mancarsi le gambe.
Coraggio! gli ripet il custode, che sapeva.

Tutta la casa era sossopra, come se la morte vi fosse entrata di violenza.
Precipitandosi dentro, Cesarino cacci subito lo sguardo nella camera della
madre, in fondo, e la intravide, l... sul letto... lunga fu questa, nello
stordimento, la prima impressione, strana, di meraviglia lunga, oh Dio, come
se la morte l'avesse stirata, a forza; rigida, pallida pi della cera, e gi
livida nelle occhiaje, ai lati del naso irriconoscibile!
Come?... come?... balbett, pi incuriosito quasi sulle prime, che atterrito
da quella vista, stringendosi nelle spalle e protendendo il collo a guardare
come fanno i miopi.
Quasi in risposta, venne dall'altra stanza, a infrangere orribilmente quel
silenzio di morte, uno strillo infantile, roco.
Cesarino si volt di scatto, quasi quello strillo gli fosse arrivato come una
rasojata alla schiena, e tremando in tutto il corpo guard la serva che
piangeva in silenzio inginocchiata presso il letto.
Un bimbo?
Di l... gli accenn quella.
Suo? domand, pi col fiato che con la voce, allibito.
La serva accenn di s, col capo.
Si volt di nuovo verso la madre, non pot sostenerne la vista. Sconvolto
dall'improvvisa, atroce rivelazione che lo istupidiva e gli strappava, ora, il
cordoglio violentemente, si nascose gli occhi con le mani, mentre su dalle
viscere sospese gli saliva come un urlo che la gola, strozzata dall'angoscia,
non lasciava passare.
Di parto, dunque? Morta di parto? Ma come? Dunque, per questo? E subito gli
balen il sospetto che di la, dond'era venuto quel pianto infantile, ci fosse
qualcuno; e si volt a guatare la serva odiosamente.
Chi... chi?
Non pot dir altro. Con la mano che gli ballava voleva reggersi le lenti che
gli scivolavano dal naso per le lagrime che intanto, inavvertitamente, gli
sgorgavano dagli occhi.
Venga... venga... gli disse la serva.
No... dimmi... insistette.
Ma finalmente s'accorse che nella camera, attorno al letto, c'era altra gente
ch'egli non conosceva e che lo guardava con pietoso stupore. Tacque e si
lasci condurre dalla serva nella stanzetta che aveva occupato prima d'entrare
in collegio.
C'era di l la levatrice soltanto, che aveva da poco tratto dal bagno il
neonato ancora gonfio e paonazzo.
Cesarino lo guard con ribrezzo, e si volse di nuovo alla serva.
Nessuno? disse, quasi tra s. Questo bambino?
Oh signorino mio! esclam la serva, giungendo le mani. Che posso dirle? Non so
nulla, io. Dicevo appunto questo alla levatrice qua... Non so proprio nulla!
Qua non  mai venuto nessuno: questo glielo posso giurare!
Non ti disse?
Mai, nulla! Non mi confid mai nulla, e io, certo, non potevo domandarle...
Piangeva, sa? Oh tanto, di nascosto... Non usc pi di casa, dacch cominci a
parere... lei m'intende...
Cesarino, raccapricciato, alz le mani per accennare alla serva di tacere. Per
quanto, nel vuoto orrendo in cui quella morte improvvisa lo gettava, sentisse
prepotente il bisogna di sapere, non volle. L'onta era troppa. E sua madre
n'era morta, ed era ancora di l.
Si premette le mani sul volto, accostandosi alla finestra per fare da solo,
nel bujo della mente, le sue supposizioni.
Non ricordava d'aver veduto neanche lui, finch era stato in casa, nessun
uomo, mai, che potesse dargli sospetto Ma, fuori? Sua madre era vissuta cos
poco in casa! E che sapeva lui della vita ch'ella aveva condotto fuori? Che
cosa fosse sua madre oltre il cerchio ristrettissimo delle relazioni che aveva
avuto prima con lui, l, le sere, a cena? Tutta una vita, a cui egli era
rimasto sempre estraneo. Si era messa con qualcuno, certo... Con chi?...
Piangeva. Dunque costui l'aveva abbandonata, non volendo o non potendo
sposarla. Ed ecco perch ella lo aveva chiuso in collegio: per sottrarsi e
sottrarlo a una vergogna inevitabile. Ma dopo? Egli sarebbe pure uscito dal
collegio, nel prossimo luglio. E allora? Intendeva ella forse di cancellare
ogni traccia della colpa?
Schiuse le mani per guardar di nuovo il bimbo. Ecco: la levatrice lo aveva
fasciato e messo a giacere sul lettino, in cui egli dormiva, quand'era in
casa. Quella cuffietta, quella camicina, quel bavaglino... Ma no, ecco: ella
intendeva tenerselo, il bimbo. Lo aveva preparato lei, certo, quel corredino.
E dunque, uscendo dal collegio, egli avrebbe trovato in casa quella nuova
creaturina. E che gli avrebbe detto allora la madre? Ecco, ecco perch era
morta! Chi sa quale tremenda tortura segreta, in quei mesi! Ah, vile, vile
quell'uomo che gliel'aveva inflitta, abbandonandola, dopo averla svergognata!
Ed ella s'era rintanata in casa, a celare il suo stato, e forse aveva perduto
il posto d'insegnante alla Scuola Professionale... Con quali mezzi aveva
vissuto in quei mesi? Certo, coi risparmii accumulati in tanti anni di lavoro.
Ma adesso?
Cesarino sent d'improvviso il vuoto spalancarglisi pi nero e pi vasto
d'attorno. Si vide solo, solo nella vita, senz'ajuto, senz'alcun parente, n
prossimo n lontano; solo, con quella creaturina l che aveva ucciso la mamma
venendo al mondo ed era rimasta anche lei, cos, nello stesso vuoto,
abbandonata alla stessa sorte, senza padre... Come lui.
Come lui? Eh s, fors'anche lui... come non ci aveva mai pensato prima?
fors'anche lui era nato cos! Che sapeva di suo padre? Chi era stato quel
Cesare Brei?... Brei? Ma non era questo il cognome della madre? S. Enrica
Brei. Cos ella si firmava, e tutti la conoscevano come la maestra Brei. Se
fosse stata vedova, venuta a Roma, entrata nell'insegnamento, non avrebbe
ripreso il suo cognome, magari facendolo seguire da quello del marito? Ma no:
Brei era il cognome della madre; ed egli dunque portava soltanto il cognome di
lei; e quel fu Cesare, di cui non sapeva nulla, di cui non era rimasta in casa
alcuna traccia, forse non era mai esistito: Cesare, forse, s, ma non Brei...
Chi sa qual era veramente il cognome di suo padre! Come non ci aveva mai
pensato, finora, a queste cose?
Senta, povero signorino! gli disse la serva. La levatrice qui vorrebbe
dirle... Questa creaturina...
Gi, interruppe la levatrice, ha bisogno del latte, ora, questa creatura. Chi
glielo dar?
Cesarino la guard smarrito.
Ecco, riprese la levatrice, io dicevo che... essendo nato cos... e perch la
mamma, poverina, non c' pi... e lei  un povero ragazzo che non potrebbe
badare a questo innocente... dicevo...
Portarlo via? domand Cesarino, accigliandosi.
Ma perch, guardi, seguit quella, io dovrei denunziarlo allo Stato Civile...
Bisogna che sappia quel che lei vuol fare.
S, disse Cesarino, smarrendosi di nuovo. S... Aspettate... Voglio, voglio
prima vedere...
E si guard attorno, come se cercasse qualcosa. La serva gli venne in ajuto.
Le chiavi? gli domand piano.
Che chiavi? fece egli, che non pensava a nulla.
Vuole il mazzetto di chiavi, per vedere... non so! Guardi, sono di l, su la
specchiera, in camera della mamma.
Cesarino si mosse per andare, ma s'arrest subito, al pensiero di rivedere la
madre, ora che sapeva. La serva, che s'era messa a seguirlo, aggiunse, pi
piano:
Bisognerebbe, signorino mio, provvedere a tante cose. Lo so, lei si trova
sperduto, cos solo, povera anima innocente...  venuto il medico; son corsa
in farmacia... ho preso tanta roba... Questo sarebbe nulla; ma c  da pensare,
ora, anche alla povera mamma, eh? Come si fa?.. Veda un po' lei...
Cesarino and per prender le chiavi. Rivide stesa, lunga e rigida sul letto,
la madre, e come attratto dalla vista le si appress. Ah, mute, mute ora, per
sempre, quelle labbra, da cui tante cose egli avrebbe voluto sapere! Se l'era
portato via con s, nel silenzio orribile della morte il mistero di quel bimbo
di l, e l'altro della nascita di lui... Ma, forse, cercando, frugando...
Dov'erano le chiavi?
Le prese dalla specchiera, e segu la serva nello studiolo della madre.
Ecco... veda l, in quello stipetto.
Vi trov poco pi di cento lire, ch'erano forse il residuo dei risparmii.
Nient'altro?
Niente, aspetta...
Aveva scorto in quello stipetto alcune lettere. Volle leggerle subito. Ma
erano (tre, in tutto) di una maestra della Scuola Professionale, dirette alla
madre a Rio Freddo, dove due anni avanti ella, insieme con lui, aveva passato
le vacanze estive. E l'anno dopo, quella maestra, collega della madre, era
morta. Dall'ultima di quelle lettere, a un tratto scivol a terra un
bigliettino, che la serva s'affrett a raccogliere.
Da' qua! Da' qua!
Era scritto a lapis, senza intestazione, senza data, e diceva cos:

Impossibile, oggi. Forse venerd.
ALBERTO

Alberto... ripet, guardando la serva.  lui! Alberto... Lo conosci? Non sai
nulla? Proprio nulla! Parla!
Nulla, signorino mio, gliel'ho detto!
Cerc di nuovo nello stipetto, poi nei cassetti degli armadii, dovunque,
scompigliando ogni cosa. Non trov nulla. Solo quel nome! Solo questa notizia:
che il padre di quel bimbo si chiamava Alberto. E suo padre, Cesare... Due
nomi: nient'altro. E lei, di l, morta. E tutti quei mobili della casa,
inconsapevoli, impassibili. E lui, ora, senza pi nessun sostegno, in quel
vuoto, con quel bimbo l, che, appena nato, non apparteneva pi a nessuno;
mentre lui almeno, finora, aveva avuto la madre. Buttarlo via? No, no, povero
piccino!
Commosso da una veemente piet, ch'era gi quasi tenerezza fraterna, sent
destarsi dentro una disperata energia. Trasse dallo stipetto alcune gioje
della madre e le diede alla serva, perch cercasse di cavarne denaro, per il
momento. Si rec nella saletta per pregare il custode, che l'aveva
accompagnato, di attender lui a quanto si doveva ancor fare per la mamma.
Ritorn dalla levatrice, per pregarla di cercare subito una balia. Corse a
prendere il suo berretto da collegiale, l, nella camera mortuaria; e dopo
avere in cuor suo promesso alla madre che quel suo piccino non sarebbe perito
e neanche lui, corse al collegio, a parlare col Direttore.
Era divenuto un altro, in pochi istanti. Espose al Direttore, senza un
lamento, il suo caso, il, suo proposito, chiedendogli ajuto, sicuramente, con
la ferma convinzione che nessuno avrebbe potuto negarglielo, perch ne aveva
il diritto sacrosanto, ormai, per tutto il male che, innocente, gli toccava
soffrire, dalla propria madre, da quell'ignoto che gli aveva dato la vita, da
quest'altro ignoto che gli aveva tolto la madre, lasciandogli in braccio un
bambino appena nato.
Il Direttore che, ascoltandolo, stava a mirarlo a bocca aperta e con gli occhi
pieni di lagrime, subito lo assicur che avrebbe fatto di tutto per ottenergli
al pi presto un soccorso, e che non lo avrebbe mai, mai abbandonato. Se lo
strinse al petto, pianse con lui, gli disse che quella sera stessa sarebbe
venuto a trovarlo a casa e, sperava, con una buona notizia.
Sta bene. Sissignore. L'aspetto.
E ritorn di furia a casa.

Il soccorso, tenue, giunse sollecito; e Cesarino quasi non se ne accorse,
perch serv subito per il trasporto della mamma, a cui pensarono gli altri.
Egli non pens pi che al bambino, come salvarlo insieme con s, fuori, fuori
di quella trista casa dove tanta agiatezza, chi sa come, chi sa donde era
entrata, per finir di confonderlo: mobili, tende, tappeti, stoviglie, tutto
quell'arredo, se non proprio di lusso, certo costoso. Lo guardava quasi con
rancore per il segreto ch'esso serbava della sua provenienza. Bisognava
disfarsene al pi presto, trattenendo soltanto le cose pi umili e necessarie
per arredarne le tre povere stanzette, prese a pigione fuori di porta con
l'ajuto del Direttore del collegio.
Coi negozianti di mobili usati e i rigattieri ai quali si rivolse per
consiglio degli altri casigliani, ne contratt la rivendita con accanimento;
perch cosa strana! gli parve che appartenessero sopratutto al bambino, quei
mobili, or che la mamma era morta per lui, rendendo nota a tutti cos la
vergogna di quell'agiatezza; e al bambino almeno, perdio, si poteva concedere
il diritto, piccino com'era e ignaro di tutto, di non sentirla quella
vergogna; se uno, invece di lui, ne difendeva gl'interessi.
Avrebbe rivenduto anche gli abiti e tante galanterie rimaste della mamma a una
malinconica rigattiera malaticcia, che gli si present tutta gale e cascante
di stanchezza e di vezzi, se costei, parlando molle molle tra dolci sorrisi
non gli avesse lasciato intendere a quale clientela destinava quegli abiti e
quelle gale. La cacci via. Ah quelle spoglie, quasi vive ancora, come
serbavano il profumo che tanto lo aveva turbato negli ultimi tempi! Gli parve
ora, nella bracciata che ne fece per andarle a riporre, di sentirci come
l'alito del bimbo, a riprova della strana impressione che tutto, tutto l
appartenesse a lui, lavato, incipriato, avvolto in quel corredino ricco
ch'ella gli aveva preparato prima di morire. Ecco, gli appariva ormai come una
cosa preziosa, preziosa e cara, quel bimbo, non pi soltanto da salvare, ma
anche da tener custodito con tutte quelle cure che certamente avrebbe avuto
per lui la mamma, di cui era felice di risentire in s, cos d'improvviso
ridestata, la bella alacrit coraggiosa.
Non s'accorgeva, come potevano accorgersi gli altri, che la vivace e ardente
prontezza disinvolta della mamma, nella sgraziata magrezza del suo
corpicciuolo, appariva come un disperato sforzo, che lo rendeva ispido,
sospettoso ed anche crudele. S, anche crudele, come si dimostr nel
licenziare la vecchia serva Rosa che pure era stata tanto buona per lui, in
quel trambusto. Ma non gli si poteva voler male di quello che faceva o che
diceva. Era giusto, in fondo, che licenziasse la serva, dovendo sostenere la
grossa spesa della balia per il bambino: avrebbe, s, potuto farlo con un
altra maniera; ma gli si perdonava anche questa, come del resto gliel'aveva
perdonato la stessa Rosa; perch forse, poverino, neanche il sospetto poteva
avere d'esser crudele verso gli altri, lui che sperimentava in quel momento e
in quella misura la crudelt feroce della sorte. Tutt'al pi, se la
compassione non l'avesse impedito, sorridere se ne poteva, nel vederlo cos
assaettato, con quelle spallucce strette e troppo in su, e la faccetta pallida
e dura protesa come a rintuzzare, con gli occhi aguzzi dietro quelle forti
lenti da miope. Affannato, angosciato dalla paura di non arrivare mai a tempo,
correva di qua, di l, per trar partito da tutto. Lo ajutavano e non
ringraziava nemmeno. Non ringrazi neanche il Direttore del collegio quando,
nella casetta nuova, dopo lo sgombero, venne ad annunziargli che gli aveva
trovato il posto di scrivanello al Ministero della Pubblica Istruzione.
 poco, s. Ma verrai la sera al collegio, all'uscita dal Ministero, per
qualche lezioncina privata ai convittori, scolaretti del ginnasio inferiore.
Vedrai che ti baster. Tu sei bravo.
Sissignore. Ma l'abito?
Che abito?
Non posso mica andare al Ministero vestito ancora da collegiale.
Indosserai uno degli abiti che avevi prima d'entrare in collegio.
Nossignore, non posso. Sono tutti come li voleva la mamma, coi calzoni corti.
E poi, neanche neri.
Ogni difficolt che gli si parava davanti (ed erano tante!), lo irritava, pi
che sbigottirlo. Voleva vincere; doveva vincere. Ma il dovere di farlo vincere
pareva che spettasse agli altri, quanto pi lui ne dimostrava la volont. E al
Ministero, se gli altri scrivani, tutti uomini maturi o vecchi, passavano il
tempo a far la burletta, nonostante la minaccia dei capi che quell'ufficio di
ricopiatura sarebbe stato soppresso per lo scarso rendimento che dava, egli
dapprima s'agitava sulla seggiola, sbuffando, o pestava un piede, poi si
voltava brusco a guardarli dal suo tavolino, battendo il pugno sulla spalliera
della seggiola; non perch gli paresse disonesta quella loro stupida
negligenza, ma perch, non sentendo l'obbligo di lavorare con lui e quasi per
lui, lo mettevano a rischio di perdere il posto. Nel vedersi cos richiamati
al dovere da un ragazzo, era naturale che quelli ridessero e se lo pigliassero
a godere. Balzava in piedi; minacciava d'andarli a denunziare; e faceva
peggio; perch quelli, ecco, lo sfidavano a farlo; allora lui doveva
riconoscere che, facendolo, avrebbe forse affrettato il danno di tutti.
Restava a guardarli come se con le loro risate gli avessero squarciato il
ventre; poi ricurvava le spallucce sul tavolino, e dalli a ricopiare, a
ricopiare quante pi carte poteva, a rivedere anche le poche ricopiate dagli
altri per levarne via gli errori; sordo ai motteggi con cui quelli ora si
spassavano a sbottoneggiarlo. Certe sere, perch il lavoro assegnato
all'ufficio fosse terminato, usciva dal Ministero un'ora dopo tutti gli altri.
Il Direttore se lo vedeva arrivare al collegio, trafelato ansante, con gli
occhi induriti dalla fissit spasimosa che dava loro il pensiero di non
bastare a difendersi dalle difficolt e le contrariet della sorte, a cui
purtroppo s'univa anche la malignit degli uomini, adesso.
Ma no, ma no, gli diceva il Direttore, per confortarlo; e qualche volta anche
lo rimproverava amorevolmente.
Non sentiva n i conforti n i rimproveri; come per via correndo, non vedeva
mai nulla; la mattina, per trovarsi puntuale all'ufficio, venendo dalla casa
lontana fuor di porta; a mezzogiorno, per ritornare fin l a desinare, e poi
per ritrovarsi a tempo all'ufficio alle tre, sempre a piedi sia per
risparmiare i soldi del tram, sia per la paura di mancare all'orario stando ad
aspettare che quello passasse. Non ne poteva pi, la sera. Si sentiva cos
stanco, che neanche la forza aveva di reggere in braccio Ninn, stando in
piedi. Doveva prima sedere.
Sul balconcino dalla ringhiera di ferro arrugginita, che gli era parso tanto
bello dapprima l alla vista degli orti suburbani, ora, tenendo sulle
ginocchia Ninn, avrebbe voluto compensarsi delle corse, delle fatiche, delle
amarezze di tutta la giornata. Ma il bimbo, che aveva gi circa tre mesi, non
voleva stare con lui, forse perch, non vedendolo quasi mai durante la
giornata, ancora non lo riconosceva; fors'anche perch egli non lo sapeva
tener bene in braccio; o perch aveva gi sonno, come diceva la balia per
scusarlo.
Su, me lo ridia, gli far far la nanna; e poi penser a lei, per la cena.
Aspettando la cena, l seduto sul balconcino, nell'ultima luce fredda del
crepuscolo, guardando (senza neppur forse vederla) la fetta di luna gi accesa
nel cielo scialbo e vano; poi abbassando gli occhi sulla sudicia stradicciuola
deserta costeggiata da una parte da una siepe secca e polverosa a riparo degli
orti, si sentiva invader l'anima, in quella stanchezza, da uno squallore
angoscioso; ma non appena il pianto accennava di pungergli gli occhi, serrava
i denti, stringeva nel pugno la bacchetta di ferro della ringhiera, appuntava
lo sguardo all'unico fanale della stradicciuola, a cui i monellacci avevano
fracassato a sassate due vetri, e si metteva a pensar cose cattive, apposta,
contro gli scolaretti del convitto, anche contro il Direttore, ora che non
sentiva pi di poter essere come prima fiducioso con lui, avendo capito che
gli faceva il bene, s, ma quasi pi per s, per il compiacimento di sentirsi,
lui, buono; il che gli dava adesso, nel riceverne quel bene, come un impiccio
d'umiliazione. E quei compagni d'ufficio, coi loro sudici discorsi e certe
sconce domande che avrebbero voluto avvilirlo di vergogna: se e come faceva;
se l'aveva mai fatto. Ed ecco, un improvviso convulso di lagrime lo assaliva
al ricordo d'una sera che, andando al solito di furia per via, come un cieco,
aveva inciampato in una donnaccia di strada la quale, subito, fingendo di
pararlo, se l'era premuto al seno con tutte e due le braccia, costringendolo
cos a cogliere con le nari sulla carne viva, oscenamente, il profumo, quel
profumo stesso della sua mamma; per cui s'era strappato da lei, mugolando, ed
era fuggito via. Gli pareva ora di sentirsi frustato dal dileggio di quelli:
Verginello! Verginello!, e tornava a stringere nel pugno la bacchetta della
ringhiera e a serrare i denti. No, non avrebbe potuto mai farlo, lui, perch
sempre, sempre avrebbe avuto nelle nari, a dargliene l'orrore, quel profumo
della madre.
Ora, nel silenzio, gli arrivavano i secchi tonfi sul mattonato dei piedi della
seggiola, prima i due davanti, poi i due di dietro, dondolata dalla balia che
addormentava i piccino; e di l dalla siepe il frusciare dell'acqua che usciva
a ventaglio dalla tromba lunga come un serpente con cui l'ortolano annaffiava
l'orto. Quel fruscio d'acqua gli piaceva, gli rinfrescava lo spirito; e non
voleva che, per distrazione dell'ortolano, in qualche punto ne cadesse troppa;
lo avvertiva subito dal rumore della terra che si faceva creta e n'era come
affogata. Perch gli veniva a mente adesso quella tovaglietta da t,
damascata, con l'orlo cilestrino e i peneri fitti fitti, che la mamma stendeva
su un tavolinetto per offrire il t a qualche amica, capitando insolitamente a
casa verso le cinque? Quella tovaglietta... il corredino di Ninn...
l'eleganza, il gusto, quello scrupolo di pulizia della mamma; e ora, ecco
stesa l sulla tavola una sudicia tovaglia; la cena non ancora preparata; il
suo letto, di l, non ancora rifatto dalla mattina, e fosse stato almeno ben
curato il bimbo; ma nossignori: sporca la vestina, sporco il bavaglino; e a
muoverne a quella balia il minimo rimprovero, gi la certezza d'indispettirla
e il pericolo ch'ella approfittasse dell'assenza di lui per sfogare il
dispetto contro la creaturina innocente; e poi subito pronta la doppia scusa
che, dovendo badare al bambino, non aveva tempo n di rassettare la casa n di
attendere alla cucina; e che, se mancava al bambino qualche cura, questo
dipendeva perch le toccava far anche da serva e da cuoca. Brutta zoticona,
venuta su dalla campagna che pareva un tronco d albero, e che ora credeva di
farsi bella, pettinandosi coi capelli alti e infronzolandosi. Ma pazienza! Il
latte, lo aveva buono; e il bimbo, quantunque trascurato, prosperava. Ah, come
somigliava alla mamma! Gli stessi occhi e quel nasino, quella boccuccia... La
balia gli voleva far credere che somigliasse a lui, invece. Ma che! Chi sa a
chi somigliava lui! Ma ormai, non gl'importava pi di saperlo. Gli bastava che
Ninn somigliasse alla mamma; n'era felice, anzi, perch, cos non avrebbe
baciato su quel visino alcun tratto che avrebbe potuto fargli nascere l'idea
di quell'ignoto, che ormai non si curava pi di scoprire.
Dopo cena, sulla stessa tavola appena sparecchiata, si metteva a studiare, con
l'intenzione di presentarsi l'anno appresso agli esami di licenza liceale, per
entrar poi con l'esenzione dalle tasse, se gli veniva fatto all'Universit. Si
sarebbe iscritto in legge, e se riusciva a ottener la laurea, questa gli
avrebbe servito per qualche concorso di segretario allo stesso Ministero della
Pubblica Istruzione. Voleva sollevarsi al pi presto da quella meschina e non
ben sicura condizione di scrivano. Ma studiando, certe sere, era a poco a poco
invaso e vinto da un cupo scoraggiamento. Gli parevan cos lontane dal suo
presente affanno quelle cose da studiare! E, distratto in quella lontananza,
sentiva come vano il suo stesso affanno; e che non dovesse n potesse aver mai
fine. Il silenzio di quelle tre stanzette quasi nude era tanto, che gli faceva
perfino avvertire il ronzio del lume a petrolio tolto dalla sospensione e
posato l sulla tavola per vederci meglio: si toglieva le lenti dal naso;
fissava con gli occhi socchiusi la fiamma e grosse lagrime allora gli
pollavano dalle palpebre e piombavano sul libro aperto sotto il mento.
Ma erano momenti. La mattina dopo tornava ad assaettarsi pi ostinato,
protendendo dalle spallucce ricurve, a modo dei miopi, quell'ossuto visetto di
cera, stirato e madido, con quei capelli lisci di malato, troppo cresciuti tra
gli orecchi e le gote, e quella violenza delle lenti che gli smaltavano gli
occhi rimpiccoliti lucenti e precisi, pinzandogli a sangue le gracili pareti
del naso.
Di tanto in tanto veniva a fargli qualche visitina Rosa, la vecchia serva.
Piano piano gli faceva notare anch'essa tutte le magagne di quella balia; e,
per metterlo in guardia, gli riferiva quanto le dicevano sul conto di lei le
donne del vicinato. Cesarino si stringeva nelle spalle. Sospettava che Rosa
parlasse per rancore, perch fin da principio, per non essere mandata via, gli
aveva proposto d'allevare il bimbo col latte sterilizzato, come aveva veduto
fare a tante mamme che se n'erano poi trovate contente. Ma le dovette render
giustizia alla fine, quando si vide costretto a cacciar via su due piedi
quella balia gi gravida da due mesi. Per fortuna il bambino non soffr del
cambiato allevamento, anche per le cure amorose della buona vecchia, la quale
si mostr lietissima di ritornare al servizio di quei due abbandonati.
E ora, finalmente, Cesarino pot assaporare davvero la dolcezza della pace
conquistata con tanta pena. Sapeva il suo Ninn affidato in buone mani, e
poteva lavorare studiar tranquillamente. La sera, rincasando, trovava tutto in
ordine; Ninn lindo come uno sposino, e gustosa la cena e soffice il letto.
Era la felicit. I primi gridolini, certe mossette piene di grazia di Ninn lo
facevano impazzire dalla gioja. Lo mandava a pesare ogni due giorni, per paura
che calasse di peso con quell'allattamento artificiale, non ostante che Rosa
lo rassicurasse:
Ma non sente che a momenti pesa pi di me? Sempre con la trombetta in bocca!
La trombetta era il biberon.
Su, Ninn, fatti una sonatina!
E Ninn, subito: non se lo faceva dire due volte, e non gli bastava che gliela
reggessero gli altri, la trombetta se la voleva reggere anche da s, l, da
bravo trombettiere e socchiudeva languidi i cari occhiuzzi dalla volutt. Lo
guardavano tutt'e due, in estasi; e, poich il bimbo, spesso prima che finisse
di succhiare, s'addormentava, zitti zitti si levavano e andavano in punta di
piedi e rattenendo il respiro a deporlo nella culla.
Riprendendo lo studio serale con raddoppiata lena, ormai sicuro dell'esito, le
vere ragioni per cui Napoleone Bonaparte era stato sconfitto a Waterloo,
Cesarino oramai le penetrava benissimo.

Se non che, una sera, rientrando in casa di furia, come soleva, quasi assetato
d'un bacio del suo Ninn fu arrestato su la soglia da Rosa, la quale, tutta
turbata, gli annunzi che c'era di l un signore che voleva parlargli e che lo
aspettava da una buona mezz'ora.
Cesarino si trov di fronte un uomo di circa cinquant'anni, alto di statura e
ben piantato, vestito tutto di nero per lutto recentissimo, grigio di capelli
e bruno in volto dall'aria cupa, grave. Si era alzato al suono del campanello
della porta, e lo attendeva nella saletta da pranzo.
Desidera parlarmi? gli domand Cesarino, osservandolo, sospeso e costernato.
S, da solo; se permette.
Venga, entri.
E Cesarino gl'indic l'uscio della sua cameretta e lo fece passare avanti;
poi, richiuso l'uscio, con le mani che gi gli ballavano, si volse, alterato
in viso, pallidissimo, con gli occhi strizzati dietro le lenti e le ciglia
corrugate, e avvent la domanda:
Alberto?
Rocchi, s. Sono venuto...
Cesarino gli s'appress, convulso, trasfigurato, come se volesse inveire:
A far che? In casa mia?
Quegli si trasse indietro, impallidendo e contenendosi:
Mi lasci dire. Vengo con buone intenzioni.
Che intenzioni? Mia madre  morta!
Lo so.
Ah, lo sa? E non le basta? Se ne vada via subito, o lo far pentire!
Ma scusi!
Pentire, pentire d'esser venuto qua a infliggermi l'onta...
Ma no... scusi...
L'onta della sua vista! Sissignore. Che vuole me?
Se non mi lascia dire, scusi... Si calmi! riprese egli, cos investito,
sconcertato. Io comprendo... Ma bisogna che le dica...
No! grid Cesarino, risoluto, fremente, levando le gracili pugna. Guardi, io
non voglio saper nulla! Non voglio spiegazioni! Le basti avere osato di
comparirmi davanti! E se ne vada!
Ma qua c' mio figlio... disse allora quegli, torbido e spazientito.
Vostro figlio? inve Cesarino. Ah, siete venuto per questo? Ve ne ricordate
adesso, che c  vostro figlio qua?
Prima non potevo... Se non mi lasciate dire...
Che volete dire? Andate via! Andate via! Avete fatto morire mia madre! Andate
via, o chiamo gente!
Il Rocchi socchiuse gli occhi; trasse, gonfiandosi, un profondo sospiro e
disse:
Va bene. Vuol dire che far valere altrove le mie ragioni.
E s'avvio.
Ragioni? Voi? gli grid dietro Cesarino, perdendo il lume degli occhi.
Miserabile! Dopo che m'hai ucciso la madre, vuoi aver ragioni da far valere?
Tu, contro di me? Ragioni?
Quegli si volt a guardarlo, fosco; ma apr poi la bocca a un sorriso tra di
sdegno e di compassione per la gracilit di quel ragazzo che lo insultava.
Vedremo, disse.
E se n and.
Cesarino rimase al bujo, nella saletta, dietro la porta tutto vibrante
dell'impeto violento che in lui, timido, debole, avevano fatto il rancore,
l'onta, la paura di perdere il suo piccino adorato. Rimessosi alla meglio,
and a bussare all'uscio di Rosa, che s'era chiusa a chiave, col bimbo stretto
tra le braccia.
Ho capito! Ho capito! gli disse Rosa.
Voleva Ninn.
Lui?
S. E le sue ragioni, capisci? Vuol far valere...
Lui? E chi pu dar ragione a lui?
 il padre. Ma mi pu togliere forse Ninn ora? L'ho cacciato via, come un
cane! Gli ho detto che... che m'ha ucciso la madre... e che l'ho raccolto io,
il bambino... e che ora  mio,  mio; e nessuno me lo pu strappare dalle
braccia! Mio! Mio!... Guarda un po'... Miserabile... assa... assassino...
Ma s! Ma certo! Si calmi, signorino! gli disse Rosa, pi afflitta e
costernata di lui. Mica con la forza potr venire a prenderglielo, il bambino.
Lei avr pure le sue ragioni da far valere. E vorrei veder questa, ora, che ci
levassero Ninn che abbiamo allevato noi. Ma stia tranquillo, che non si far
pi vedere, dopo la degna accoglienza che lei gli ha fatta.
N queste, per, n altre assicurazioni che la buona vecchia ripet durante
tutta la sera, valsero a tranquillare Cesarino. Il giorno dopo, l, al
Ministero, prov un vero, eterno supplizio. A mezzogiorno, scapp a casa,
trepidante, col cuore in gola. Non voleva pi ritornare all'ufficio per le tre
del pomeriggio; ma Rosa lo spinse ad andare, promettendogli che avrebbe tenuto
la porta sprangata e non avrebbe aperto a nessuno e che non avrebbe lasciato
Ninn neanche per un minuto. Cos egli and; ma rincas alle sei, senza
recarsi al collegio per la ripetizione a gli scolaretti.
Nel vederselo davanti come uno stordito, cos abbattuto e costernato, Rosa
cerc in tutti i modi di scuoterlo. Ma invano. Aveva un presentimento
Cesarino, che gli rodeva l'anima e non gli dava requie. Pass insonne tutta la
nottata.
Il giorno appresso, non ritorn a casa a mezzod per il desinare. La vecchia
Rosa non sapeva come spiegarsi quel ritardo. Verso le quattro, finalmente, lo
vide arrivare ansante, livido, con una fissit truce negli occhi.
Devo darglielo. M'hanno chiamato in questura. C'era anche lui. Ha mostrato le
lettere di mia madre.  suo.
Disse cos, a scatti, senza alzar gli occhi a guardare il bimbo, che Rosa
teneva in braccio.
Oh cuore mio! esclam questa, stringendosi al seno Ninn. Ma come? Che ha
detto? Come ha potuto la giustizia?...
E' il padre! E' il padre! rispose Cesarino. Dunque  suo!
E lei? domand Rosa. Come far lei?
Io? Io, con lui. Ce n'andremo insieme.
Con Ninn, da lui?
Da lui.
Ah, cos?... tutt'e due insieme, allora? Ah, cos va bene! Non lo lascer... E
io, signorino? Questa povera Rosa?
Cesarino, per non risponderle direttamente, si tolse in braccio il piccino, se
lo strinse al petto, e, piangendo, cominci a dirgli:
La povera Rosa, Ninn? Insieme con noi anche lei? Non  giusto! Non si pu! Le
lasceremo tutto, alla povera Rosa. Questa poca roba che  qua. Stavamo insieme
tanto bene, tutt'e tre,  vero, Ninn mio? Ma non hanno voluto... non hanno
voluto...
Ebbene, disse Rosa, inghiottendo le lagrime. Si vuole affliggere cos per me,
adesso, signorino? Io sono vecchia; non conto pi; Dio per me provveder.
Purch siano contenti loro... Del resto, dica: non potr forse venire a
trovarla, a vedere questo mio angioletto? Non mi cacceranno via, se verr.
Alla fin fine, perch non dev'essere cos? Passato il primo momento, sar
forse anche un bene per lei, signorino, che le pare!
Forse, disse Cesarino. Intanto, Rosa, bisogna che tu prepari tutto, presto...
tutto quello che abbiam fatto a Ninn, le mie robe e le tue anche. Si va via
stasera. Siamo aspettati a pranzo. Senti: io ti lascio tutto...
Che dice, signorino mio! esclam Rosa.
Tutto... tutto quel po' che ho con me... in denaro. Ben altro ti debbo, per
tutto l'affetto... Zitta, zitta! No ne parliamo. Tu lo sai, e io lo so. Basta.
Anche quei pochi mobili... Noi troveremo di l un'altra casa... Tu farai di
questa ci che vorrai. Non mi ringraziare. Prepara tutto e andiamo via. Tu,
prima. Non saprei andarmene, lasciandoti qua. Poi, domani, verrai a trovarmi,
e io ti lascer la chiave e tutto.
La vecchia Rosa obbed, senza rispondere. Aveva i cuore cos gonfio che, ad
aprir la bocca per parlare, singhiozzi, certo, e non parole le sarebbero
venuti fuori. Prepar tutto, anche il suo fagotto.
Lo lascio qua? domand. Tanto, se doman debbo ritornare...
S, certo, le rispose Cesarino. E ora, eccoti: bacia Ninn... Bacialo, e
addio.
Rosa si prese in braccio il piccino che guardava un po' sbigottito; ma non
pot in prima baciarlo: bisogn che si sfogasse un pezzo, pur dicendo:
 una sciocchezza piangere... perch domani... Ecco a lei, signorino... se lo
prenda. E coraggio, eh? Un bacio anche a lei... A domani!
Se ne and senza voltarsi indietro, soffocando i singhiozzi nel fazzoletto.
Subito Cesarino sprang la porta. Si pass una mano su i capelli, che gli si
drizzarono, irti. And a posare Ninn sul letto: gli mise in mano l'orologino
d'argento, perch stesse quieto. Scrisse in gran fretta poche righe su un
foglio di carta: la donazione a Rosa della povera suppellettile di casa. Poi
scapp in cucina; prepar lesto lesto un buon fuoco; lo port in camera;
chiuse gli scuri, l'uscio e al lume della lampadina che la vecchia Rosa teneva
sempre accesa davanti un immagine della Madonna, si stese sul letto accanto a
Ninn. Questo allora lasci cadere sul letto l'orologino, e al solito alz la
mano per strappare dal naso al fratello le lenti. Cesarino, questa volta, se
le lasci strappare; chiuse gli occhi e si strinse il bimbo al petto:
Quieto, ora, Ninn, quieto... Facciamo la nanna bellino, la nanna.



L'ALTRO FIGLIO

C' Ninfarosa?
C . Bussate.
La vecchia Maragrazia buss, e poi si cal a sedere pian piano sul logoro
scalino davanti la porta.
Era la sua sedia naturale; quello, come tant'altri davanti le porte delle
casupole di Farnia. L seduta, o dormiva o piangeva in silenzio. Qualcuno,
passando, le buttava in grembo un soldo o un tozzo di pane; ella si scoteva
appena dal sonno o dal pianto; baciava il soldo o il pane; si segnava, e
riprendeva a piangere o a dormire.
Pareva un mucchio di cenci. Cenci unti e grevi, sempre gli stessi, d'estate e
d'inverno, strappati, sbrindellati, senza pi colore e impregnati di sudor
puzzolente e di tutto il sudicio delle strade. La faccia giallastra era un
fitto reticcio di rughe, in cui le palpebre sanguinavano, rovesciate, bruciate
dal continuo lacrimare; ma, tra quelle rughe e quel sangue e quelle lagrime,
gli occhi chiari apparivano come lontani, quelli d'un infanzia senza memorie.
Ora, spesso, qualche mosca le si attaccava, vorace, a quegli occhi; ma ella
era cos sprofondata e assorta nella sua pena, che non l'avvertiva nemmeno;
non la cacciava. I pochi capelli, aridi, spartiti sul capo, le terminavano in
due nodicini pendenti su gli orecchi, i cui lobi erano strappati del peso
degli orecchini massicci a pendaglio portati in giovent. Dal mento, gi gi
fin sotto la gola, la floscia giogaja era divisa da un solco nero che le
sprofondava nel petto cavo.
Le vicine, messe a sedere su l'uscio, non le badavano pi. Stavano quasi tutto
il giorno l, e chi rattoppava panni, chi sceglieva legumi, chi faceva la
calza, e insomma, tutte occupate in qualche lavoro; conversavano davanti a
quelle loro casupole basse, che prendevano luce dall'uscio; case e stalle
insieme, dal pavimento acciottolato come la strada; e di qua la mangiatoja,
dove qualche asinello o qualche mula scalpitavano, tormentati dalle mosche; di
l, il letto alto, monumentale; e poi una lunga cassapanca nera, d'abete o di
faggio, che pareva una bara; e due o tre seggiole impagliate; la madia; e poi,
attrezzi rurali. Su le pareti grezze, fuligginose, per unico ornamento, certe
stampacce da un soldo, che volevano raffigurare i santi del paese. Per la
strada intanfata di fumo e di stalla ruzzavano ragazzi cotti dal sole, alcuni
ignudi nati, altri con la sola camicina, a brendoli, sudicia; e le galline
razzolovano, e grugnivano, soffiando col grifo tra la spazzatura, i
porcellini cretacei.
Quel giorno si parlava della nuova comitiva d'emigranti che la mattina dopo
doveva partire per l'America.
Parte Saro Scoma, diceva una. Lascia la moglie e tre figliuoli.
Vito Scorda, soggiungeva un'altra, ne lascia cinque e la moglie gravida.
 vero che Crmine Ronca, domandava una terza, se lo porta con s il figliuolo
di dodici anni, che gi andava alla zolfara? Oh Santa Maria, il ragazzo,
almeno, avrebbe potuto lasciarglielo alla moglie. Come far quella povera
cristiana, ora, a darsi ajuto?
Che pianto, che pianto, gridava lamentosamente una quarta pi l, tutta la
notte, in casa di Nunzia Ligreci! Il figlio Nico, tornato appena da soldato,
vuol partire anche lui!
Udendo queste notizie, la vecchia Maragrazia si turava la bocca con lo scialle
per non scoppiare in singhiozzi. La foga del dolore le rompeva per, dagli
occhi sanguigni, in lagrime senza fine.
Da quattordici anni erano partiti anche a lei per l'America due figliuoli; le
avevano promesso di ritornare dopo quattro o cinque anni; ma avevano fatto
fortuna laggi, specialmente uno, il maggiore, e si erano dimenticati della
vecchia mamma. Ogni qual volta una nuova comitiva di emigranti partiva da
Farnia, ella si recava da Ninfarosa, perch le scrivesse una lettera, che
qualcuno dei partenti doveva per carit consegnare nelle mani dell'uno o
dell'altro di quei figliuoli. Poi seguiva per un lungo tratto dello stradone
polveroso la comitiva, che si recava, sovraccarica di sacchi e di fagotti,
alla stazione ferroviaria della prossima citt, fra le madri, le spose e le
sorelle che piangevano, disperate; e, camminando, guardava affitto affitto gli
occhi di questo o di quel giovane emigrante che simulava una romorosa allegria
per soffocare la commozione e stordire i parenti che lo accompagnavano.
Vecchia matta, qualcuno le gridava. O perch mi guardate cos? Vorreste
cavarmi gli occhi?
No, bello, te li invidio! gli rispondeva la vecchia Perch tu li vedrai i miei
figliuoli. Di' loro come m'hai lasciata; che non mi ritroveranno pi, se
tardano ancora.
Intanto l le comari del vicinato seguitavano a fare il conto di quelli che
partivano il giorno appresso. A un tratto un vecchio dalla barba e dai capelli
lanosi, che se n'era stato finora zitto ad ascoltare, steso a pancia all'aria
e fumando la pipa in fondo alla straducola, rizz il capo che teneva
appoggiato a una bardella d'asino, e, posandosi le grosse mani rocciose sul
petto:
S'io fossi re, disse, e sput, s'io fossi re, nemmeno una lettera farei pi
arrivare a Farnia da laggi.
Evviva Jaco Spina! esclam allora una delle vicine. E come farebbero qua le
povere mamme, le spose, senza notizie e senz'ajuto?
S! Ne mandano assai! brontol il vecchio, e sput di nuovo. Le madri, a far
le serve; e le spose vanno a male. Ma perch i guaj che trovano laggi non li
dicono, nelle loro lettere? Solo il bene dicono, e ogni lettera  per questi
ragazzacci ignoranti come la chioccia: po po po se li chiama e porta via
tutti quanti! Dove son pi le braccia per lavorare le nostre terre? A Farnia,
ormai, siamo rimasti noi soli: vecchi, femmine e bambini. E ho la terra e me
la vedo patire. Con un solo pajo di braccia che posso fare? E ne partono
ancora, ne partono! Pioggia in faccia e vento alle spalle, dico io. Si rompano
il collo, maledetti!
A questo punto, Ninfarosa schiuse la porta, e parve spuntasse il sole in
quella stradetta.
Bruna e colorita, dagli occhi neri, sfavillanti, dalle labbra accese, da tutto
il corpo solido e svelto, spirava una allegra fierezza. Aveva sul petto colmo
un gran fazzoletto di cotone rosso, a lune gialle, e grossi cerchi d'oro agli
orecchi. I capelli corvini, lucidi, ondulati, volti indietro senza
scriminatura le si annodavano voluminosamente sulla nuca attorno a uno spadino
d'argento. Nel mento rotondo, una fossetta acuta nel mezzo le dava una grazia
maliziosa e provocante.
Vedova d'un primo marito, dopo appena due anni di matrimonio, era stata
abbandonata dal secondo, partito per l'America cinque anni addietro. Di notte
nessuno doveva saperlo dalla porticina posta sul dietro della casa dov'era
l'orto, qualcuno (un pezzo grosso del paese) veniva a visitarla. Perci le
vicine, oneste e timorate, la vedevano di mal'occhio, quantunque in segreto
poi la invidiassero. Gliene volevano anche, perch in paese si diceva che, per
vendicarsi dell'abbandono del secondo marito, aveva scritto parecchie lettere
anonime agli emigrati in America, calunniando e infamando alcune povere donne.
Chi predica cos? disse, scendendo su la via. Ah, Jaco Spina! Meglio, zio
Jaco, se restiamo a Farnia noi soli! Zapperemo noi donne la terra.
Voi donne, brontol di nuovo il vecchio con voce catarrosa, per una cosa sola
siete buone.
E sput.
Per che cosa, zio Jaco? Dite forte.
Piangere e un'altra cosa.
E dunque per due, allegramente! Io non piango per, vedete?
Eh, lo so, figlia. Non piangesti neppure quando ti mor il primo marito!
Ma se morivo prima io, zio Jaco, ribatt pronta Ninfarosa, non avrebbe forse
ripreso moglie, lui? Dunque! Vedete chi piange qua per tutti? Maragrazia.
Questo dipende, sentenzi Jaco Spina, sdrajandosi di nuovo a pancia all'aria,
perch la vecchia ha acqua da buttar via, e la butta anche dagli occhi.
Le vicine risero Maragrazia si scosse ed esclam:
Due figli ho perduto, belli come il sole, e volete che non pianga?
Belli davvero, oh! E da piangerli, disse Ninfarosa. Nuotano nell'abbondanza,
laggi, e vi lasciano morire qua, mendica.
Loro sono i figli e io sono la mamma, replic la vecchia. Come possono capirla
la mia pena?
Ih! Io non so perch tante lagrime e tanta pena, riprese Ninfarosa, quando voi
stessa, a quel che dicono, li faceste scappar via per disperati.
Io? esclam Maragrazia, dandosi un pugno sul petto e sorgendo in piedi,
trasecolata. Io? Chi l'ha detto?
Chi si sia, l'ha detto.
Infamit! Io? Ai figli miei? Io, che...
Lasciatela perdere! la interruppe una delle vicine. Non vedete che scherza?
Ninfarosa prolung la risata, ondeggiando dispettosamente su le anche; poi,
per rifar la vecchia della celia crudele, le domand con voce affettuosa:
Su, su, nonnetta mia, che volete?
Maragrazia si cacci in seno la mano tremolante e ne trasse fuori un foglietto
di carta tutto gualcito e una busta; mostr l'uno e l'altra, con aria
supplichevole, a Ninfarosa, e disse:
Se vuoi farmi la solita carit...
Ancora una lettera?
Se vuoi...
Ninfarosa sbuff; ma poi, sapendo che non se la sarebbe levata d'addosso, la
invit a entrare.
La sua casa non era come quelle del vicinato. La vasta camera, un po' buja,
quando la porta era chiusa, perch prendeva luce allora soltanto da una
finestra ferrata che s'apriva su la porta stessa, era imbiancata, ammattonata,
pulita e ben messa, con una lettiera di ferro, un armadio, un cassettone dal
piano di marmo, un tavolino impiallacciato di noce: mobilia modesta, ma di cui
tuttavia si capiva che Ninfarosa non avrebbe potuto da sola pagarsi il lusso,
coi suoi guadagni molto incerti di sarta rurale.
Prese la penna e il calamajo, pos il foglietto gualcito sul piano del
cassettone e si dispose a scrivere, l in piedi.
Dite su, sbrigatevi!
Cari figli cominci a dettare la vecchia.
Io non ho pi occhi per piangere... seguit Ninfarosa, con un sospiro di
stanchezza.
E la vecchia:
Perch gli occhi miei sono abbruciati di vedervi almeno per l'ultima volta...
Avanti, avanti! la incit Ninfarosa. Questo gliel'avete scritto, a dir poco,
una trentina di volte.
E tu scrivi.  la verit, cuore mio, non vedi? Dunque, scrivi: Cari figli...
Daccapo?
No. Adesso un'altra cosa. Ci ho pensato tutta stanotte. Senti: Cari figli, la
povera vecchia mamma vostra vi promette e giura... cos, vi promette e giura
davanti a Dio che, se voi ritornate a Farnia, vi ceder in vita il suo
casalino.
Ninfarosa scoppi a ridere:
Pure il casalino? Ma che volete che se ne facciano, se gi sono ricchi, di
quei quattro muri di creta e canne che crollano a soffiarci su?
E tu scrivi, ripet la vecchia, ostinata. Valgono pi quattro pietruzze in
patria, che tutto un regno fuorivia. Scrivi, scrivi.
Ho scritto. Che altro volete aggiungere?
Ecco, questo: che la vostra povera mamma, cari figli, ora che l'inverno  alle
porte, trema di freddo; vorrebbe farsi un vestitino e non pu; che vogliate
farle la carit di mandarle almeno una carta da cinque lire, per...
Basta basta basta! fece Ninfarosa, ripiegando il foglietto e cacciandolo entro
la busta. Ho bell'e scritto. Basta.
Anche per le cinque lire? domand, investita da quella furia inattesa, la
vecchia.
Tutto, anche per le cinque lire, gnors.
Scritto bene... tutto?
Auff! Vi dico di s!
Pazienza... abbi un po' di pazienza con questa povera vecchia, figlia mia,
disse Maragrazia. Che vuoi? Sono mezzo stolida, ora. Dio ti paghi la carit, e
la Bella Madre Santissima.
Prese la lettera e se la cacci in seno. Aveva pensato di affidarla al figlio
di Nunzia Ligreci, che si recava a Rosario di Santa F, dov'erano i suoi
figliuoli; e s'avvi per portargliela.
Gi le donne, sopravvenuta la sera, erano rientrate in casa e quasi tutte le
porte si chiudevano. Per le straducole anguste non passava pi un'anima. Il
lampionajo andava in giro, con la scala in collo, per accendere i rari
lampioncini a petrolio, che rendevano pi triste col loro scarso lume
piagnucoloso la vista malcerta e il silenzio di quelle viuzze abbandonate.
La vecchia Maragrazia andava curva, premendosi con una mano sul seno la
lettera da mandare ai figliuoli, come per comunicare a quel pezzo di carta il
suo calore materno. Con l'altra, o si grattava a una spalla, o si grattava in
testa. A ogni nuova lettera, le rinasceva prepotente la speranza, che con
quella sarebbe alla fine riuscita a commuovere e a richiamare a s i
figliuoli. Certo, leggendo quelle sue parole, pregne di tutte le lagrime
versate per loro in quattordici anni, i suoi figliuoli belli, i suoi dolci
figliuoli non avrebbero pi saputo resistere.
Ma questa volta, veramente, non era molto soddisfatta della lettera che recava
in seno. Le pareva che Ninfarosa l'avesse buttata gi troppo in fretta, e non
era neanche ben sicura che ci avesse proprio messo l'ultima parte, delle
cinque lire per il vestitino. Cinque lire! Che guasto avrebbero fatto ai suoi
figliuoli, gi ricchi, cinque lire, per vestire le carni della loro vecchia
mamma infreddolita?
Attraverso le porte chiuse delle casupole, le giungevano intanto le grida di
qualche madre che piangeva la prossima partenza del figliuolo.
Oh figli! Figli! gemeva allora tra s Maragrazia, premendosi pi forte la
lettera sul seno. Con che cuore potete partire? Promettete di ritornare; poi
non ritornate pi... Ah, povere vecchie, non credete alle loro promesse! I
vostri figliuoli, come i miei, non ritorneranno pi... non ritorneranno piu...
A un tratto, si ferm sotto un lampioncino, sentendo romor di passi per la
viuzza Chi era?
Ah, era il nuovo medico condotto, quel giovine venuto da poco, ma che presto a
quanto dicevano sarebbe andato via, non perch avesse fatto cattiva prova, ma
perch malvisto dai pochi signorotti del paese. Tutti i poveri, invece,
avevano preso subito a volergli bene. Sembrava un ragazzo, a vederlo; eppure
era proprio vecchio di senno, e dotto: faceva restar tutti a bocca aperta,
quando parlava. Dicevano che anche lui voleva partire per l'America Ma non
aveva pi la mamma, lui: era solo!
Signor dottore, preg Maragrazia vorrebbe farmi una carit?
Il giovane dottore si ferm sotto il lampioncino, frastornato. Pensava,
andando, e non s'era accorto della vecchia.
Chi siete? Ah, voi..
Si ricord d'aver veduto pi volte quel mucchio di cenci davanti alle porte
delle casupole.
Vorrebbe farmi la carit, ripet Maragrazia, di leggermi questa letterina che
debbo mandare ai miei figliuoli?
Se ci vedo... disse il dottore, ch'era miope, rassettandosi sul naso le lenti.
Maragrazia trasse dal seno la lettera; gliela porse e rest in attesa ch'egli
cominciasse a leggerle le parole dettate a Ninfarosa: Cari figli... Ma che! Il
medico, o non ci vedeva, o non riusciva a decifrare la scrittura: accostava
agli occhi il foglietto, lo allontanava per vederlo meglio al lume del
lampioncino, lo rovesciava di qua, di l... Alla fine, disse:
Ma che ?
Non si legge? domand timidamente Maragrazia.
Il dottore si mise a ridere.
Ma qua non c' scritto nulla, disse. Quattro sgorbii, tirati gi con la penna,
a zig-zag. Guardate.
Come! esclam la vecchia, restando.
Ma s, guardate. Nulla. Non c' scritto proprio nulla.
Possibile? fece la vecchia. Ma come? Se gliel'ho dettata io, a Ninfarosa,
parola per parola! E l'ho vista che scriveva...
Avr finto, disse il medico stringendosi nelle spalle.
Maragrazia rimase come un ceppo; poi si diede un gran pugno sul petto:
Ah, infamaccia! proruppe. E perch m'ha ingannata cos? Ah, per questo,
dunque, i miei figli non mi rispondono! Dunque, nulla! Mai nulla ha scritto
loro di tutto quello che io le ho dettato... Per questo! Dunque non ne sanno
niente i figli miei, del mio stato? Che io sto morendo per loro? E io li
incolpavo, signor dottore, mentr'era lei, quest'infamaccia qua, che si 
sempre burlata di me... Oh Dio! Oh Dio! E come si pu fare un simile
tradimento a una povera madre, a una povera vecchia come me? O oh, che cosa!
Oh...
Il giovane dottore, commosso e indignato, si prov dapprima a quietarla un
poco; si fece dire chi fosse quella Ninfarosa, dove stesse di casa, per farle
il giorno dopo una strapazzata, come si meritava. Ma la vecchia badava ancora
a scusare i figliuoli lontani del lungo silenzio, straziata dal rimorso
d'averli incolpati per tanti anni dell'abbandono, sicurissima ora ch'essi
sarebbero ritornati, volati a lei se una sola di quelle tante lettere, ch'ella
aveva creduto di mandar loro, fosse stata scritta veramente e fosse loro
pervenuta.
Per troncare quella scena, il dottore dovette prometterle che la mattina
seguente avrebbe scritto lui una lunga lettera per quei figliuoli:
Su, su, non vi disperate cos! Verrete domattina d Me. A dormire, adesso!
Andate a dormire.
Ma che dormire! Circa due ore dopo, il dottore, ripassando per quella
straducola, la ritrov ancora l, che piangeva, inconsolabile, accosciata
sotto il lampioncino. La rimprover, la fece levare, le ingiunse d'andar
subito a casa, subito, perch era notte.
Dove state?
Ah, signor dottore... Ho un casalino, qua sotto, all'uscita del paese. Avevo
detto a quell'infamaccia di scrivere ai figli miei che lo avrei loro ceduto in
vita, se volevano ritornare. S' messa a ridere, svergognata! Perch sono
quattro muretti di creta e canne. Ma io...
Va bene, va bene, tronc di nuovo il dottore . Andate a dormire! Domani
scriveremo anche del casalino. Su venite, v'accompagno.
Dio La benedica, signor dottore! Ma che dice? Accompagnarmi, vossignoria!
Vada, vada avanti; io sono vecchierella e vado piano.
Il dottore le diede la buona notte, e s'avvi. Maragrazia gli tenne dietro, a
distanza; poi, arrivata al portoncino in cui lo vide entrare, si ferm, si
tir sul capo lo scialle s'avvolse bene, e sedette su lo scalino l davanti la
porta per passarvi la notte, in attesa.
All'alba, dormiva, quando il dottore, ch'era mattiniero usc per le prime
visite. Essendo il portoncino a un solo battente, nell'aprirlo, si vide cadere
ai piedi la vecchia dormente, che vi stava appoggiata.
Oh! Voi! Vi siete fatta male?
Vo... vossignoria mi perdoni, balbett Maragrazia, ajutandosi, con ambo le
mani, avviluppate nello scialle, a rizzarsi.
Avete passato qua la notte?
Sissignore...  niente, ci sono avvezza, si scus la vecchia. Che vuole,
signorino mio? Non mi so dar pace... non mi so dar pace del tradimento di
quella scellerata! Mi verrebbe d'ammazzarla, signor dottore! Poteva dirmi che
le seccava scrivere, sarei andata da un altro; sarei venuta da vossignoria,
che  tanto buono...
S, aspettate un po' qua, disse il dottore. Ora passer io da questa buona
femmina. Poi scriveremo la lettera, aspettate.
E and di fretta dove la vecchia la sera avanti gli aveva indicato. Gli
avvenne per caso di domandare proprio a Ninfarosa, che si trovava gi in
istrada, l'indirizzo di colei a cui voleva parlare.
Eccomi qua, sono io, signor dottore, gli rispose, ridendo e arrossendo,
Ninfarosa; e lo invit a entrare.

Aveva veduto passare pi volte per la stradetta quel giovane medico
dall'aspetto quasi infantile, e com'era sempre sana, e non avrebbe saputo
finger di star male per chiamarlo, ora si mostr contenta, pur nella sorpresa,
che egli fosse venuto da s per parlare con lei. Appena seppe di che si
trattava, e lo vide turbato e severo, si pieg, procace, verso di lui, col
volto dolente, per il dispiacere ch'egli si prendeva senza ragione, via! E,
appena pot, senza commettere la sconvenienza d'interromperlo:
Ma scusi tanto, signor dottore, disse, socchiudendo i begli occhi neri, lei
s'affligge sul serio per quella vecchia matta? Qua in paese la conoscono
tutti, signor dottore, e non le bada pi nessuno. Lei domandi a chi vuole, e
tutti le diranno che  matta, da quattordici anni, sa? Da che le sono partiti
quei due figliuoli per l'America. Non vuole ammettere che essi si siano
scordati di lei, com' la verit, e s'ostina a scrivere, a scrivere... Ora,
tanto per contentarla, capisce? Io fingo... cos, di farle la lettera; quelli
che partono, poi, fingono di prendersela per recapitarla. E lei, poveraccia,
s'illude. Ma se tutti dovessimo far come lei, a quest'ora, signor dottore mio,
non ci sarebbe pi mondo. Guardi, anch'io che le parlo sono stata abbandonata
da mio marito... Sissignore! E sa che coraggio ha avuto questo bel galantuomo?
Di mandarmi un ritratto di lui e della sua bella di laggi! Glielo posso far
vedere. Stanno tutti e due con le teste, l'una appoggiata all'altra e le mani
afferrate cos, permette? Mi dia la mano... cos! E ridono, ridono in faccia a
chi li guarda: in faccia a me vuol dire. Ah, signor dottore, tutta la piet 
per chi parte e per chi resta niente! Ho pianto anch'io, si sa, nei primi
tempi; ma poi mi sono fatta una ragione, e ora... ora tiro a campare e a
spassarmela anche, se mi capita, visto che il mondo  fatto cos!
Turbato dall'affabilit provocante, dalla simpatia che quella bella donna gli
dimostrava, il giovane dottore abbasso gli occhi e disse:
Ma perch voi, forse, avrete da vivere. Quella poverina, invece...
Ma che! Quella? rispose vivacemente Ninfarosa Avrebbe da vivere anche lei, ih!
Bella seduta e servita in bocca. Se volesse. Non vuole.
Come? domand il dottore, alzando gli occhi, meravigliato.
Ninfarosa, nel vedergli quel bel faccino stupito, scoppi a ridere, scoprendo
i denti forti e bianchi, che davano a suo sorriso la bellezza splendida della
salute.
Ma s! disse. Non vuole, signor dottore! Ha un altro figlio qua, l'ultimo, che
la vorrebbe con s e non le farebbe mancare mai nulla.
Un altro figlio? Lei?
Sissignore. Si chiama Rocco Trupa. Non vuole saperne.
E perch?
Perch  proprio matta, non glielo dico? Piange giorno e notte per quei due
che l'hanno abbandonata, e non vuole accettare neanche un tozzo di pane da
quest'altro che la prega a mani giunte. Dagli estranei, s.
Non volendo un'altra volta mostrarsi stupito, per nascondere il turbamento
crescente il dottore s'accigli e disse:
Forse l'avr trattata male, codesto figlio.
Non credo, disse Ninfarosa. Brutto, s; sempre ingrugnato; ma non cattivo. E
lavoratore, poi! Lavoro, moglie e figliuoli: non conosce altro. Se vossignoria
si vuol levare questa curiosit, non ha da camminare molto. Guardi, seguitando
per questa via, appena a un quarto di miglio, uscito dal paese, trover a
destra quella che chiamano la Casa della Colonna. Sta l. Ha in affitto una
bella chiusa, che gli rende bene. Ci vada, e vedr che  come le dico io.
Il dottore si lev. Ben disposto da quella conversazione, allettato dalla
dolce mattinata di settembre, e pi che mai incuriosito sul caso di quella
vecchia, disse:
Ci vado davvero.
Ninfarosa si rec le mani dietro la nuca per rassettarsi i capelli attorno
allo spadino d'argento, e sogguardando il dottore con gli occhi che le
ridevano promettenti:
Buona passeggiata, allora, disse. E serva sua!

Superata l'erta, il dottore si ferm, per riprender fiato. Poche altre povere
casette di qua e di l e il paese finiva; la viuzza immetteva nello stradone
provinciale, che correva diritto e polveroso per pi d'un miglio sul vasto
altipiano, tra le campagne: terre di pane, per la maggior parte, gialle ora di
stoppie. Un magnifico pino marittimo sorgeva a sinistra, come un gigantesco
ombrello, meta ai signorotti di Farnia delle consuete loro passeggiate
vespertine. Una lunga giogaja di monti azzurrognoli limitava, in fondo in
fondo, l'altipiano; dense nubi candenti, bambagiose, stavano dietro ad essi
come in agguato: qualcuna se ne staccava, vagava lenta pel cielo, passava
sopra Monte Mirotta, che sorgeva dietro Farnia. A quel passaggio, il monte
s'invaporava d'un'ombra cupa, violacea, e subito si rischiarava. La quiete
silentissima della mattina era rotta di tratto in tratto dagli spari dei
cacciatori al passo delle tortore o alla prima entrata delle allodole; seguiva
a quegli spari un lungo, furibondo abbajare dei cani di guardia.
Il dottore andava di buon passo per lo stradone, guardando di qua e di l le
terre aride, che aspettavano le prime piogge per esser lavorate. Ma le braccia
mancavano, e spirava da tutte quelle campagne un senso profondo di tristezza e
d'abbandono.
Ecco laggi la Casa della Colonna, detta cos perch sostenuta a uno spigolo
da una colonna d'antico tempio greco, corrosa e smozzicata. Era una
catapecchia, veramente; una roba, come i contadini di Sicilia chiamano le loro
abitazioni rurali. Protetta, dietro, da una fitta siepe di fichidindia, aveva
davanti due grossi pagliai a cono.
Oh, della roba! chiam il dottore, che aveva paura dei cani, fermandosi
davanti a un cancelletto di ferro arrugginito e cadente.
Venne un ragazzotto di circa dieci anni, scalzo, con una selva di capelli
rossastri, scoloriti dal sole, e un pajo di occhi verdognoli, da bestiola
forastica.
C' il cane? gli domand il dottore.
C', ma non fa niente: conosce, rispose il ragazzo.
Sei figlio di Rocco Trupa, tu?
Sissignore.
Dov' tuo padre.
Scarica il concime, di l, con le mule.
Sul murello davanti la roba stava seduta la madre, che pettinava la figliuola
maggiore, la quale poteva aver presso a dodici anni, seduta su un secchio di
latta, con un bambinello di pochi mesi su le ginocchia. Un altro bambino
ruzzava per terra, tra le galline che non lo temevano, a dispetto d'un bel
gallo che, impettito, drizzava il collo e scoteva la cresta.
Vorrei parlare con Rocco Trupa, disse il giovane dottore alla donna. Sono il
nuovo medico del paese.
La donna rimase un tratto a guardarlo, turbata, non comprendendo che cosa
potesse volere quel medico da suo marito. Si cacci la camicia ruvida dentro
il busto, che le era rimasto aperto da che aveva finito d'allattare il
piccino, se lo abbotton e si lev in piedi per offrire una sedia. Il medico
non la volle, e si chin a carezzare il bamboccetto per terra, mentre l'altro
ragazzo scappava a chiamare il padre
Poco dopo s'intese lo scalpiccio di grossi scarponi imbullettati, e, di tra i
fichidindia, apparve Rocco Trupa, che camminava curvo, con le gambe larghe ad
arco, e una mano alla schiena, come la maggior parte dei contadini.
Il naso largo, schiacciato, e la troppa lunghezza del labbro superiore, raso,
rilevato, gli davano un aspetto scimmiesco; era rosso di pelo, e aveva la
pelle del viso pallida e sparsa di lentiggini; gli occhi verdastri, affossati,
gli guizzavano a tratti di torvi sguardi, sfuggenti.
Sollev una mano per spingere un po' indietro su la fronte la berretta nera, a
calza, in segno di saluto.
Bacio le mani a vossignoria. Che comandi ha da darmi?
Ecco, ero venuto cominci il medico, per parlarvi di vostra madre.
Rocco Trupa si turb:
Sta male?
No, s'affrett a soggiungere quello. Sta al solito; ma cos vecchia, capirete,
lacera, senza cure...
Man mano che il dottore parlava, il turbamento di Rocco Trupa cresceva. Alla
fine, non pot pi reggere, e disse:
Signor dottore, mi deve dare qualche altro comando? Sono pronto a servirla. Ma
se vossignoria  venuto qua per parlarmi di mia madre, Le chiedo licenza, me
ne torno al lavoro.
Aspettate... So che non manca per voi, disse il medico, per trattenerlo.
M'hanno detto che voi, anzi...
Venga qua, signor dottore, salt su a dire Rocco Trupa improvvisamente,
additando la porta della roba. Casa da poverelli, ma se vossignoria fa il
medico, chi sa quante altre ne avr vedute. Le voglio mostrare il letto pronto
sempre e apparecchiato per quella... buona vecchia:  mia madre, non posso
chiamarla altrimenti. Qua c' mia moglie, ci sono i miei figliuoli: possono
attestarle com'io abbia loro comandato di servire, di rispettare quella
vecchia come Maria Santissima. Perch la mamma  santa, signor dottore! Che ho
fatto io a questa madre? Perch deve svergognarmi cos davanti a tutto il
paese e lasciar credere di me chi sa che cosa? Io sono cresciuto, signor
dottore, coi parenti di mio padre,  vero, fin da bambino; non dovrei
rispettarla come madre, perch essa  sempre stata dura con me; eppure l'ho
rispettata e le ho voluto bene. Quando quei figliacci partirono per l'America,
subito corsi da lei per prendermela e portarmela qua, come la regina della mia
casa. Nossignore! Deve far la mendica, per il paese, deve dare questo
spettacolo alla gente e quest'onta a me! Signor dottore, Le giuro che se
qualcuno di quei suoi figliacci ritorna a Farnia, io lo ammazzo per quest'onta
e per tutte le amarezze che da quattordici anni soffro per loro: lo ammazzo,
com' vero che sto parlando con Lei, in presenza di mia moglie e di questi
quattro innocenti!
Fremente, pi che mai sbiancato in volto, Rocco Trupa si forb la bocca
schiumosa col braccio. Gli occhi gli s'erano iniettati di sangue.
Il giovane dottore rimase a guardarlo, sdegnato.
Ma ecco poi disse, perch vostra madre non vuole accettare l'ospitalit che le
offrite: per codesto odio che nutrite contro i vostri fratelli!  chiaro.
Odio? fece Rocco Trupa serrando le pugna indietro e protendendosi. Ora s,
odio, signor dottore, per quello che hanno fatto patire alla loro madre e a
me! Ma prima, quando erano qua, io li amavo e rispettavo come fratelli
maggiori. E loro, invece, due Caini per me! Ma senta: non lavoravano, e
lavoravo io per tutti; venivano qua a dirmi che non avevano da cucinare la
sera; che la mamma se ne sarebbe andata a letto digiuna, e io davo;
s'ubriacavano, scialacquavano con le donnacce, e io davo; quando partirono per
l'America, mi svenai per loro. Qua c' mia moglie che glielo pu dire.
E allora perch? disse di nuovo, quasi a s stesso il dottore.
Rocco Trupa ruppe in un ghigno
Perch? Perch mia madre dice che non sono suo figlio!
Come?
Signor dottore, se lo faccia spiegare da lei. Io non ho tempo da perdere: gli
uomini di l mi aspettano con le mule cariche di concime. Debbo lavorare e...
guardi, mi sono tutto rimescolato. Se lo faccia dire da lei. Bacio le mani.
E Rocco Trupa se n'and curvo, com'era venuto, con le gambe larghe, ad arco,
e la mano alla schiena. Il dottore lo segu con gli occhi per un tratto, poi
si volt a guardare i piccini, ch'eran rimasti come basiti, e la moglie.
Questa congiunse le mani e, agitandole un poco e socchiudendo amaramente gli
occhi, emise il sospiro delle rassegnate:
Lasciamo fare a Dio!

Ritornato in paese, il dottore volle venir subito in chiaro di quel caso cos
strano, da parer quasi inverosimile; e ritrovando la vecchia ancora seduta su
lo scalino davanti alla porta della sua casa, come l'aveva lasciata, la invit
a salire con una certa asprezza nella voce.
Sono stato a parlare con vostro figlio, alla Casa della Colonna, poi le disse.
Perch mi avete nascosto che avevate qua quest'altro figlio?
Maragrazia lo guard, dapprima smarrita, poi quasi atterrita; si pass le mani
tremanti su la fronte e sui capelli, e disse:
Ah, signorino: io sudo freddo, se vossignoria mi parla di quel figlio. Non me
ne parli, per carit!
Ma perch? le domand, adirato, il dottore. Che v'ha fatto? Dite su!
Nulla, m'ha fatto, s'affrett a rispondere la vecchia. Questo debbo
riconoscerlo, in coscienza! Anzi, m' sempre venuto appresso, rispettoso... Ma
io... vede come tremo, signorino mio, appena ne parlo? Non ne posso parlare!
Perch quello l, signor dottore, non  figlio mio!
Il giovane medico perdette la pazienza, proruppe:
Ma come non  figlio vostro? Che dite? Siete stolida o matta davvero? Non
l'avete fatto voi?
La vecchia chin il capo, a questa sfuriata, socchiuse gli occhi sanguigni,
rispose:
Sissignore. E sono stolida, forse. Matta, no. Dio volesse! Non penerei pi
tanto. Ma certe cose vossignoria non le pu sapere, perch  ancora ragazzo.
Io ho i capelli bianchi, sto a penare da tanto tempo io, e n'ho viste! N'ho
viste! Ho visto cose, signorino mio, che vossignoria non si pu nemmeno
immaginare.
Che avete visto, insomma? Parlate! la incit il dottore.
Cose nere! Cose nere! sospir la vecchia scotendo il capo. Vossignoria non era
allora neanche nella mente di Dio, e io le ho viste con questi occhi che hanno
pianto da allora lagrime di sangue. Ha sentito parlare vossignoria d'un certo
Canebardo?
Garibaldi? domand il medico, stordito.
Sissignore, che venne dalle nostre parti e fece ribellare a ogni legge degli
uomini e di Dio campagne e citt? N'ha sentito parlare?
S, s, dite! Ma come c'entra Garibaldi?
C'entra, perch vossignoria deve sapere che questo Canebardo diede ordine,
quando venne, che fossero aperte tutte le carceri di tutti i paesi. Ora, si
figuri vossignoria che ira di Dio si scaten allora per le nostre campagne! I
peggiori ladri, i peggiori assassini, bestie selvagge, sanguinarie, arrabbiate
da tanti anni di catena... Tra gli altri ce n'era uno, il pi feroce, un certo
Cola Camizzi, capobrigante, che ammazzava le povere creature di Dio, cos, per
piacere, come fossero mosche, per provare la polvere diceva, per vedere se la
carabina era parata bene. Costui si butt in campagna, dalle nostre parti.
Pass per Farnia, con una banda che s'era formata, di contadini; ma non era
contento, ne voleva altri, e uccideva tutti quelli che non volevano seguirlo.
Io ero maritata da pochi anni e avevo gi quei due figliucci, che ora sono
laggi, in America, sangue mio! Stavamo nelle terre del Pozzetto che mio
marito, sant'anima, teneva a mezzadria. Cola Camizzi pass di l e si trascin
via anche lui, mio marito a viva forza. Due giorni dopo, me lo vidi ritornare
come un morto; non pareva pi lui; non poteva parlare, con gli occhi pieni di
quello che aveva veduto, e si nascondeva le mani, poveretto, per il ribrezzo
di ci ch'era stato costretto a fare... Ah, signorino mio, mi si volt il
cuore in petto quando me lo vidi davanti cos: Nino mio! gli gridai
(sant'anima!) Nino mio, che hai fatto? Non poteva parlare. Te ne sei
scappato? E se ti riafferrano, ora? Ti ammazzeranno! Il cuore, il cuore mi
parlava. Ma egli, zitto, sedette vicino al fuoco, sempre con le mani nascoste
cos, sotto la giaccia, gli occhi da insensato, e stette un pezzo a guardare
verso terra; poi disse: Meglio morto!. Non disse altro. Stette tre giorni
nascosto; al quarto usc: eravamo poverelli, bisognava che lavorasse. Usc per
lavorare. Venne la sera; non torn... Aspettai, aspettai, ah Dio! Ma gi lo
sapevo me l'ero immaginato. Pure pensavo: Chi sa! Forse non l'hanno
ammazzato; forse se lo sono ripreso!. Venni a sapere, dopo sei giorni, che
Cola Camizzi si trovava con la sua banda nel feudo di Montelusa, che era dei
Padri Liguorini, scappati via. Ci andai, come una pazza. C'erano, dal
Pozzetto, pi di sei miglia di strada. Era una giornata di vento, signorino
mio, come non ne ho pi viste in vita mia. Si vede il vento? Eppure quel
giorno si vedeva! Pareva che tutte le anime degli assassinati gridassero
vendetta. Agli uomini e a Dio. Mi misi in quel vento, tutta strappata, ed esso
mi port: gridavo pi di lui. Volai: ci avr messo appena un'ora ad arrivare
al convento, che stava lass lass, tra tante pioppe nere. C'era un gran
cortile, murato. Vi s'entrava per una porticina piccola piccola, da una parte,
mezzo nascosta, ricordo ancora, da un gran cespo di capperi radicato su, nel
muro. Presi una pietra, per bussare pi forte; bussai, bussai; non mi volevano
aprire; ma tanto bussai, che finalmente m'aprirono. Ah, che vidi!
A questo punto, Maragrazia si lev in piedi, stravolta dall'orrore, con gli
occhi sanguigni sbarrati, e allung una mano con le dita artigliate dal
ribrezzo. Le manc la voce in prima, per proseguire.
In mano... poi disse, in mano... quegli assassini...
S'arrest di nuovo, come soffocata, e agit quella mano, quasi volesse
lanciare qualcosa.
Ebbene? domand il dottore, allibito.
Giocavano... l, in quel cortile... alle bocce... ma con teste d'uomini...
nere, piene di terra... le tenevano acciuffate pei capelli... e una, quella di
mio marito... la teneva lui, Cola Camizzi... e me la mostr. Gettai un grido
che mi stracci la gola e il petto, un grido cos forte, che quegli assassini
ne tremarono; ma, come Cola Camizzi mi mise le mani al collo per farmi tacere,
uno di loro gli salt addosso, furioso; e allora, quattro, cinque, dieci,
prendendo ardire da quello, gli s'avventarono contro, se lo presero in mezzo.
Erano sazii, rivoltati anche loro della tirannia feroce di quel mostro, signor
dottore, e io ebbi la soddisfazione di vederlo scannato l, sotto gli occhi
miei, dai suoi stessi compagni, cane assassino!
La vecchia s'abbandon su la seggiola, sfinita, ansimante, agitata tutta da un
tremito convulso.
Il giovane medico stette a guardarla, raccapricciato, col volto atteggiato di
piet, di ribrezzo e di orrore. Ma passato il primo stupore, come pot
ricomporre le idee, non seppe comprendere che nesso quella truce storia
potesse avere col caso di quell'altro figlio; e glielo domand.
Aspetti, rispose la vecchia, appena pot riprender fiato. Quello che prima si
ribell, quello che prese le mie difese, si chiamava Marco Trupa.
Ah! esclam il medico. Dunque, questo Rocco...
Suo figlio, rispose Maragrazia. Ma pensi, signor dottore, se io potevo esser
la moglie di quell'uomo dopo quanto avevo visto! Mi volle per forza; tre mesi
mi tenne con s, legata, imbavagliata, perch io gridavo, lo mordevo... Dopo
tre mesi, la giustizia venne a scovarlo l e lo richiuse in galera, dove mor
poco dopo. Ma rimasi incinta. Ah, signorino mio, Le giuro che mi sarei
strappate le viscere: mi pareva che stessi a covarci un mostro! Sentivo che
non me lo sarei potuto vedere tra le braccia. Al solo pensiero che avrei
dovuto attaccarmelo al petto, gridavo come una pazza. Fui per morire, quando
lo misi alla luce. Mi assisteva mia madre, sant'anima, che non me lo fece
neanche vedere: lo port subito dai parenti di lui, che lo allevarono... Ora
non Le pare, signor dottore ch'io possa dire davvero ch'egli non  figlio mio?
Il giovane dottore stette un pezzo senza rispondere, assorto a pensare; poi
disse:
Ma lui, in fondo, vostro figlio, che colpa ha?
Nessuna! rispose subito la vecchia. E quando mai, difatti, le mie labbra hanno
detto una parola sola contro di lui? Mai, signor dottore! Anzi... Ma che ci
posso fare, se non resisto a vederlo neanche da lontano!  tutto suo padre,
signorino mio; nelle fattezze, nella corporatura finanche nella voce... Mi
metto a tremare, appena lo vedo, e sudo freddo! Non sono io; si ribella il
sangue, ecco! Che ci posso fare?
Attese un po', asciugandosi gli occhi col dorso delle mani; poi, temendo che
la comitiva degli emigranti partisse da Farnia senza la lettera per i suoi
figliuoli veri, per i suoi figliuoli adorati, si fece coraggio e disse al
dottore ancora assorto:
Se vossignoria volesse farmi la carit che mi ha promesso...
E come il dottore, riscotendosi, le disse che era pronto si accost con la
seggiola alla scrivania e, ancora una volta, con la stessa voce di lagrime,
cominci a dettare:
Cari figli...



LA MORTE ADDOSSO

Ah, lo volevo dire! Lei dunque un uomo pacifico ... Ha perduto il treno?
Per un minuto, sa? Arrivo alla stazione, e me lo vedo scappare davanti.
Poteva corrergli dietro!
Gi.  da ridere, lo so. Bastava, santo Dio, che non avessi tutti
quegl'impicci di pacchi, pacchetti, pacchettini... Pi carico d'un somaro! Ma
le donne commissioni... commissioni... non la finiscono pi! Tre minuti,
creda, appena sceso dalla vettura, per dispormi i nodini di tutti quei
pacchetti alle dita: due pacchetti per ogni dito.
Doveva esser bello... Sa che avrei fatto io? Li avrei lasciati nella vettura.
E mia moglie? Ah s! E le mie figliuole? E tutte le loro amiche?
Strillare! Mi ci sarei spassato un mondo.
Perch lei forse non sa che cosa diventano le donne in villeggiatura!
Ma s che lo so! Appunto perch lo so. Dicono tutte che non avranno bisogno di
niente.
Questo soltanto? Capaci anche di sostenere che ci vanno per risparmiare! Poi,
appena arrivano in un paesello qua dei dintorni, pi brutto , pi misero e
lercio, e pi imbizzariscono a pararlo con tutte le loro galenterie pi
vistose! Eh, le donne, caro signore! Ma del resto,  la loro professione...
Se tu facessi una capatina in citt, caro! Avrei proprio bisogno di questo...
di quest'altro... e potresti anche, se non ti secca (caro, il se non ti
secca)... e poi, giacch ci sei, passando di l... Ma come vuoi, cara mia,
che in tre ore ti sbrighi tutte codeste faccende? Uh, ma che dici? Prendendo
una vettura... Il guajo , capisce?, che dovendo trattenermi tre ore sole,
sono venuto senza le chiavi di casa.
Oh bella! E perci...
Ho lasciato tutto quel monte di pacchi e pacchetti in deposito alla stazione;
me ne sono andato a cenare in una trattoria, poi, per farmi svaporar la
stizza, a teatro. Si crepava dal caldo. All'uscita, dico, che faccio?
Andarmene a dormire in un albergo? Sono gi le dodici; alle quattro prendo il
primo treno; per tre orette di sonno, non vale la spesa. E me ne sono venuto
qua. Questo caff non chiude,  vero?
Non chiude, nossignore. E cos, ha lasciato tutti quei pacchetti in deposito
alla stazione?
Perch? Non sono sicuri? Erano tutti ben legati...
No no, non dico! Eh, ben legati, me l'immagino, con quell'arte speciale che
mettono i giovani di negozio nell'involtare la roba venduta... Che mani! Un
bel foglio grande di carta doppia, rosea, levigata... ch' per s stessa un
piacere a vederla... cos liscia, che uno ci metterebbe la faccia per sentirne
la fresca carezza... La stendono sul banco e poi, con garbo disinvolto, vi
collocano su, in mezzo, la stoffa lieve, ben ripiegata. Levano prima da sotto,
col dorso della mano, un lembo; poi, da sopra, vi abbassano l'altro e ci fanno
anche, con svelta grazia, una rimboccaturina, come un di pi, per amore
dell'arte; poi ripiegano da un lato e dall'altro a triangolo e cacciano sotto
le due punte, allungano una mano alla scatola dello spago; tirano per farne
scorrere quanto basta a legar l'involto, e legano cos rapidamente, che lei
non ha neanche il tempo d'ammirar la loro bravura, che gi si vede presentare
il pacco col cappio pronto a introdurvi il dito.
Eh, si vede che lei ha prestato molta attenzione ai giovani di negozio...
Io? Caro signore, giornate intere ci passo. Sono capace di stare anche un'ora
fermo a guardare dentro una bottega, attraverso la vetrina. Mi ci dimentico.
Mi sembra d'essere, vorrei essere veramente quella stoffa l di seta... quel
bordatino... quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo
averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? Se lo raccolgono a numero otto
intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d'incartarlo...
Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l'involto o appeso
al dito o in mano o sotto il braccio... li seguo con gli occhi, finch non li
perdo di vista... immaginando... uh, quante cose immagino! Lei non pu farsene
un'idea. Ma mi serve. Mi serve questo.
Le serve? Scusi... che cosa?
Attaccarmi cos, dico con l'immaginazione... attaccarmi alla vita, come un
rampicante attorno alle sbarre d'una cancellata. Ah, non lasciarla mai posare
un momento l'immaginazione... aderire, aderire con essa, continuamente, alla
vita degli altri... ma non della gente che conosco. No no. A quella non
potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse... una nausea... Alla vita degli
estranei, intorno ai quali la mia immaginazione pu lavorare liberamente, ma
non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo
e in quello. E sapesse quanto e come lavora! Fino a quanto riesco ad
addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello, ci vivo, ci respiro, fino ad
avvertire.. sa quel particolare alito che cova in ogni casa? Nella sua nella
mia... Ma nella nostra, noi, non l'avvertiamo pi per ch  l'alito stesso
della nostra vita, mi spiego? Eh, vedo che lei dice di s...
S, perch... dico, dev'essere un bel piacere, questo che lei prova,
immaginando tante cose...
Piacere? Io?
Gi... mi figuro...
Ma che piacere! Mi dica un po'.  stato mai a consulto da qualche medico
bravo?
Io no, perch? Non sono mica malato!
No no! Glielo domando per sapere se ha mai veduto in casa di questi medici
bravi la sala dove i clienti stanno ad aspettare il loro turno per esser
visitati.
Ah, s... mi tocc una volta accompagnare una mia figliuola che soffriva di
nervi.
Bene. Non voglio sapere. Dico, quelle sale... Ci ha fatto attenzione? Quei
divani di stoffa scura, di foggia antica... quelle seggiole imbottite, spesso
scompagne... quelle poltroncine...  roba comprata di combinazione, roba di
rivendita, messa l per i clienti; non appartiene mica alla casa. Il signor
dottore ha per s, per le amiche della sua signora, un ben altro salotto,
ricco, splendido. Chi sa come striderebbe qualche seggiola, qualche
poltroncina di quel salotto portata qua nella sala dei clienti, a cui basta
quell'arredo cos, alla buona. Vorrei sapere se lei, quando and per la sua
figliuola, guard attentamente la poltrona o la seggiola su cui stette seduto,
aspettando.
Io no, veramente...
Eh gi, perch lei non era malato... Ma neanche i malati spesso ci badano,
compresi come sono del loro male. Eppure, quante volte certuni stan l intenti
a guardarsi il dito che fa segni vani sul bracciuolo lustro di quella poltrona
su cui stan seduti! Pensano e non vedono. Ma che effetto fa, quando poi si
esce dalla visita, riattraversando la sala, il riveder la seggiola su cui
poc'anzi, in attesa della sentenza sul nostro male ancora ignoto, stavamo
seduti! Ritrovarla occupata da un altro cliente, anch'esso col suo male
nascosto; o l, vuota, impassibile, in attesa che un altro qualsiasi venga a
occuparla... Ma che dicevamo? Ah, gi... il piacere dell'immaginazione... Chi
sa perch, ho pensato subito a una seggiola di queste sale di medici, dove i
clienti stanno in attesa del consulto...
Gi... veramente..
Non capisce? Neanche io. Ma  che certi richiami di immagini, tra loro
lontane, sono cos particolari a ciascuno di noi, e determinati da ragioni ed
esperienze cos singolari, che l'uno non intenderebbe pi l'altro se,
parlando, non ci vietassimo di farne uso. Niente di pi illogico, spesso, di
queste analogie. Ma la relazione, forse, pu esser questa, guardi: Avrebbero
piacere quelle seggiole d'immaginare chi sia il cliente che viene a seder su
loro in attesa del consulto? Che male covi dentro? Dove andr, che far dopo
la visita? Nessun piacere. E cos io: nessuno! Vengono tanti clienti, ed esse
sono l, povere seggiole, per essere occupate. Ebbene,  anche un'occupazione
simile la mia. Ora mi occupa questo, ora quello. In questo momento mi sta
occupando lei, e creda che non provo nessun piacere del treno che ha perduto,
della famiglia che l'aspetta in villeggiatura, di tutti i fastidii che posso
supporre in lei...
Uh, tanti, sa!
Ringrazii Dio, se sono fastidii soltanto. C' chi ha di peggio, caro signore.
Io le dico che ho bisogno d'attaccarmi con l'immaginazione alla vita altrui,
ma cos, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi... anzi... per
sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicch
veramente non debba importare a nessuno di finirla. E questo  da dimostrare
bene, sa? Con prove ed esempii continui a noi stessi, implacabilmente. Perch,
caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c', c', ce lo sentiamo
tutti qua, come un'angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si
soddisfa mai, che non si pu mai soddisfare, perch la vita, nell'atto stesso
che la viviamo,  cos sempre ingorda di s stessa, che non si lascia
assaporare. Il sapore  nel passato, che ci rimane vivo dentro. Il gusto della
vita ci viene di l, dai ricordi che ci tengono legati. Ma legati a che cosa?
A questa sciocchezza qua... a queste noje... a tante stupide illusioni...
insulse occupazioni... S s. Questa che ora qua  una sciocchezza... questa
che ora qua  una noja... e arrivo finanche a dire questa che ora  per noi
una sventura, una vera sventura... sissignori, a distanza di quattro, cinque,
dieci anni, chi sa che sapore acquister... che gusto, queste lagrime... E la
vita, perdio, al solo pensiero di perderla... specialmente quando si sa che 
questione di giorni... Ecco... vede l? Dico l, a quel cantone... vede
quell'ombra malinconica di donna? Ecco, s' nascosta!
Come? Chi... chi  che...?
Non l'ha vista? S' nascosta...
Una donna?
Mia moglie, gi...
Ah! La sua signora?
Mi sorveglia da lontano. E mi verrebbe, creda, d'andarla a prendere a calci.
Ma sarebbe inutile.  come una di quelle cagne sperdute, ostinate, che pi lei
le prende a calci, e pi le si attaccano alle calcagna. Ci che quella donna
sta soffrendo per me, lei non se lo pu immaginare. Non mangia, non dorme
pi... Mi viene appresso, giorno e notte, cos... a distanza... E si curasse
almeno di spolverarsi quella ciabatta che tiene in capo, gli abiti... Non pare
pi una donna, ma uno strofinaccio. Le si sono impolverati per sempre anche i
capelli, qua sulle tempie; ed ha appena trentaquattro anni. Mi fa una stizza,
che lei non pu credere. Le salto addosso, certe volte, le grido in faccia
Stupida! scrollandola. Si piglia tutto. Resta l a guardarmi con certi
occhi... con certi occhi che, le giuro, mi fa venire qua alle dita una
selvaggia voglia di strozzarla. Niente. Aspetta che mi allontani per
rimettersi a seguirmi Ecco, guardi... sporge di nuovo il capo dal cantone...
Povera signora...
Ma che povera signora! Vorrebbe, capisce? Ch'io me ne stessi a casa, mi
mettessi l fermo placido, come vuol lei, a prendermi tutte le sue pi amorose
e sviscerate cure... a goder dell'ordine perfetto di tutte le stanze, della
lindura di tutti i mobili, di quel silenzio di specchio che c'era prima in
casa mia, misurato dal tic-tac della pendola nel salotto da pranzo... Questo
vorrebbe! Io domando ora a lei, per farle intendere l'assurdit... ma no, che
dico l'assurdit! La macabra ferocia di questa pretesa, le domando se crede
possibile che le case d'Avezzano, le case di Messina, sapendo del terremoto
che di l a poco le avrebbe sconquassate, avrebbero potuto starsene l
tranquille, sotto la luna, ordinate in fila lungo le strade e le piazze,
obbedienti al piano regolatore della commissione edilizia municipale? Case,
perdio, di pietra e travi, se ne sarebbero scappate! Immagini i cittadini
d'Avezzano, i cittadini di Messina, spogliarsi tranquilli per mettersi a
letto, ripiegare gli abiti, metter le scarpe fuori dell'uscio, e cacciandosi
sotto le coperte godere del candor fresco delle lenzuola di bucato, con la
coscienza che fra poche ore sarebbero morti... Le sembra possibile?
Ma forse la sua signora...
Mi lasci dire! Se la morte, signor mio, fosse come uno di quegl'insetti
strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre addosso... Lei passa
per via; un altro passante, all'improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita
protese, le dice: Scusi, permette? Lei, egregio signore, ci ha la morte
addosso. E con quelle due dita protese, gliela piglia e gliela butta via...
Sarebbe magnifica! Ma la morte non  come uno di questi insetti schifosi.
Tanti che passeggiano disinvolti e alieni, forse ce l'hanno addosso; nessuno
la vede; ed essi pensano intanto tranquilli a ci che faranno domani o doman
l'altro. Ora io, caro signore, ecco... venga qua... qua, sotto questo
lampione... venga... le faccio vedere una cosa... Guardi qua, sotto questo
baffo... qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un
nome dolcissimo... pi dolce d'una caramella: Epitelioma, si chiama.
Pronunzii, pronunzii... sentir che dolcezza: epiteli oma... La morte,
capisce?  passata. M'ha ficcato questo fiore in bocca e m'ha detto:
Tientelo, caro: ripasser fra otto o dieci mesi!. Ora mi dica lei, se, con
questo fiore in bocca, io me ne posso stare a casa tranquillo e alieno, come
quella disgraziata vorrebbe. Le grido: Ah s, e vuoi che ti baci? S,
baciami! Ma sa che ha fatto? Con uno spillo, l'altra settimana s' fatto uno
sgraffio qua, sul labbro, e poi m'ha preso la testa: mi voleva baciare...
baciare in bocca... Perch dice che vuol morire con me.  pazza. A casa io non
ci sto. Ho bisogno di starmene dietro le vetrine delle botteghe, io ad
ammirare la bravura dei giovani di negozio. Perch lei lo capisce, se mi si fa
un momento di vuoto dentro... lei lo capisce, posso anche ammazzare come
niente tutta la vita in uno che non conosco... cavare la rivoltella e
ammazzare uno che, come lei, per disgrazia, abbia perduto i treno... No no,
non tema, caro signore: io scherzo! Me ne vado. Ammazzerei me, se mai... Ma ci
sono, di questi giorni, certe buone albicocche... Come le mangia lei? Con
tutta la buccia,  vero? Si spaccano a met: si premono con due dita, per
lungo, come due labbra succhiose... Ah che delizia! Mi ossequi la sua egregia
signora e anche le sue figliuole in villeggiatura. Me le immagino vestite di
bianco e celeste, in un bel prato verde in ombra... E mi faccia un piacere,
domattina, quando arriver. Mi figuro che il paesello dister un poco dalla
stazione... All'alba lei pu far la strada a piedi. Il primo cespuglietto
d'erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno tanti giorni
ancora io vivr. Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando. Buona notte, caro
signore.



VA BENE

1. Stato di servizio (fino add 5 marzo del 1904).
A Sorrento, da Corvara Francesco Aurelio e Florida Amidei, nella notte dal 12
al 13 febbrajo dell'anno 1861, nasce Cosmo Antonio Corvara Amidei, e subito 
accolto male: a sculacciate; preso per i piedi dalla levatrice e tenuto per
qualche momento a testa gi, perch, quasi strozzato a causa delle doglie
stanche della madre,  entrato nel mondo senza strillare.
Botte, finch non strilla.
Entrando, bisogna strillare.
Dal 13 di febbrajo del 1861 al 15 di marzo del 1862, cinque balie. La prima e
la seconda, cambiate perch scarse di latte; la terza, perch nel fargli il
bagno, una mattina, lo tuffa nell'acqua ancor quasi bollente, scordandosi di
temperarla. Scottatura di secondo grado.  per morirne; Dio misericordioso non
vuole; ma gli muore, invece, la madre. La quarta balia lo lascia cadere tre
volte dal letto, e non di pi; e gli fa poi ruzzolare la scala, insieme con
lei, una volta sola. Ferite di poco conto: la pi grave, rottura dell'osso del
naso.
A nove anni, dopo aver sofferto tutte le malattie, che sono come i gradini per
cui dalla tenera infanzia con l'ajuto del medico da un lato e del farmacista
dall'altro si sale alla vispa fanciullezza, Cosmo Antonio Corvara Amidei,
animato da fervido zelo religioso, entra in seminario.
Pochi giorni prima d'entrarvi, seguendo alla lettera una delle sette opere
corporali di misericordia, s'era spogliato d'un bell'abituccio nuovo che il
babbo gli aveva portato da Napoli; ne aveva vestito un povero ragazzetto che
se ne stava su la spiaggia ignudo nato, ed era ritornato a casa col solo
berrettino da marinajo in capo. In compenso, il babbo gli aveva detto tante
belle cose, imbecille, somaro, scimunito, e gli aveva carezzato con tanto
slancio gli orecchi, che per miracolo non glieli aveva strappati.
In seminario Cosmo Antonio Corvara Amidei studia e attende alle pratiche
religiose con grandissimo fervore; tanto che a sedici anni minaccia di dare in
tisico. Tutt'a un tratto, per, quando ha gi preso i primi ordini religiosi,
gli avviene d'impuntarsi in questo passo del trattato De Gratia:
Si quis dixerit gratiam perseverantiae non esse gratis datam, anathema sit.
Perch la perseveranza, per il caso che qualcuno volesse saperlo,  secondo la
teologia cattolica cristiana una grazia che Dio concede a chi vuol salvare,
senza attenzione ai meriti o ai demeriti del salvando.
Deus libere movet, dice San Tommaso.
Cosmo Antonio Corvara Amidei ci ragiona su ben bene parecchie settimane, e una
notte alla fine vien sorpreso in camicia, con una candela in mano, infocato in
volto, con gli occhi sbarrati, brillanti di febbre, che va cercando per il
dormitorio una chiave.
Che chiave?
La chiave della perseveranza.
 ammattito. Per fortuna, gli sopravviene la meningite. Esce dal seminario. Un
mese tra la vita e la morte.
Quando alla fine pu riaversi, ha perduto la fede; ma pare che abbia perduto
anche tant'altre cose: i capelli, intanto, la parola, un po' anche la vista;
non si ricorda pi di nulla e sta, circa un anno, intronato e come levato di
cervello. Si riscuote a furia di trombate d'acqua alla schiena; e, a ventidue
anni e qualche mese, pu presentarsi agli esami di licenza liceale e andare a
Napoli, all'Universit, per addottorarsi in lettere e filosofia, calvo, mezzo
cieco e col naso schiacciato dalla caduta infantile.
Nell'ottobre del 1887 ottiene, per concorso, il posto di reggente nel ginnasio
inferiore di Sassari. I ragazzi, si sa, sono vivaci; il professore  brutto e
non ci vede molto: dunque, baldoria; e, per conseguenza, continue riprensioni
del direttore del ginnasio al subalterno che non sa tenere la disciplina. Ma
anche per le vie di Sassari il professor Cosmo Antonio Corvara Amidei 
sbeffeggiato da tutti i monelli, finch non viene un collega, Dolfo Dolfi,
professore di scienze naturali, che prende a proteggerlo in iscuola e fuori;
anzi fa di pi: lo invita ad accasarsi con lui (novembre del 1888).
Dolfo Dolfi entra tardi nell'insegnamento, senza titoli, senza concorso, per
protezione d'un deputato autorevolissimo, dopo aver fatto l'esploratore in
Africa e per tant'anni a Genova il giornalista: s' battuto una diecina di
volte, e ne ha prese e ne ha date, pi date che prese;  libero pensatore, e
ha con s una figliuola naturale, a cui ha imposto questo magnifico nome:
Satanina.
Protetto da Dolfo Dolfi, Cosmo Antonio Corvara Amidei vorrebbe finalmente
rifiatare, ma non pu: il suo protettore non gliene lascia il tempo: gli parla
de' suoi viaggi, delle sue campagne giornalistiche, de' suoi duelli; gli narra
le sue innumerevoli, straordinarie avventure, e vuole anche discutere con lui
di filosofia, di religione, ecc. ecc. Bestialit, con tanto di petto in fuori.
(Nota bene: Dolfo Dolfi ha la faccia piena di ni e, parlando, se li arriccia
tutti; una gamba qua, una gamba l.) Cosmo Antonio Corvara Amidei si fa
piccino piccino, man mano che quegli le sballa pi grosse, e approva, approva
senza mai contraddire. Egli ormai  ben protetto, non si nega; gli alunni e i
monellacci di strada per paura del Dolfi lo lasciano in pace; ma  vero
altres ch'egli non  pi padrone di s, del suo tempo, del suo misero
stipendiuccio di professore di ginnasio inferiore. Se ha bisogno
imprescindibile di qualche soldino, deve domandarlo a Satanina, e la ragazza,
che ha gi quindici anni e fa da mammina, glielo d con gran mistero,
raccomandandogli di non farne sapere nulla, per carit, al babbino, ch
altrimenti vorrebbe anche lui la sua parte per i minuti piaceri, e dove
s'andrebbe a finire?
Buona ragazza, Satanina; tanto che Cosmo Antonio Corvara Amidei vorrebbe
chiamarla pi brevemente e graziosamente Nina, Ninetta; ma Dolfo Dolfi non
vuole.
Che Nina! Che Niinetta! Satana, si chiama Satana:

Salute, o Satana,
O ribellione,
O forza vindice
Della ragione

Si va avanti cos tre anni.
Tutti domandano al professor Corvara Amidei come faccia a andar d'accordo con
quella bufera d'uomo che  il professor Dolfo Dolfi; egli si stringe nelle
spalle; apre le mani e abbozza un sorriso squallido, socchiudendo gli occhi;
perch con quella domanda  facile intenderlo la gente vorrebbe farlo capace
della sua imbecillit.
Eh s; Cosmo Antonio Corvara Amidei, in fondo, sarebbe anche disposto a
ammettere la propria imbecillit; non ne  per al tutto convinto, giacch, a
pensarci bene, gli pare che sia forse alquanto pi imbecille di lui la vita in
genere, ecco; e che non valga perci la pena d'essere o d apparire accorti o
scaltri, massime quand'essa dimostri con tanta perseveranza l'impegno di
volerla proprio pigliare coi denti contro di uno. In questo caso, bisogna
lasciarla fare la vita, ch un fine forse nascosto lo ha; e, se non ha un
fine, avr pure una fine, questo  certo
L'ebbe, difatti, un bel giorno e d'improvviso, la fine. Ma non per lui, ahim!
Per il professor Dolfo Dolfi. Colpo apoplettico fulminante, mentre faceva
lezione (16 marzo 1891)
Cosmo Antonio Corvara Amidei ne rimane esterrefatto. Non se l'aspettava! Gli
pare che la casa sia diventata a un tratto vuota, misteriosamente vuota;
perch nessun oggetto in essa ha un barlume d'anima, un qualche ricordo intimo
per lui; e sembra invece che stia l, triste, a aspettar colui che non potr
pi ritornare
Satanina piange inconsolabile. Egli, dapprima, non si prova nemmeno a
consolarla, stimando che ogni sua parola sarebbe vana. Ma poi il direttore del
ginnasio, i colleghi gli domandano come intenda di regolarsi con quella povera
orfana rimasta cos, in mezzo a una strada, senza diritto a pensione, senza
alcun parente, n prossimo n lontano. Il professor Corvara Amidei risponde
subito che se la terr con s, c' bisogno di dirlo? Le far lui da padre, che
diamine! Tanto il direttore del ginnasio quanto i colleghi, a questa sua
risposta, alzano le spalle e socchiudono gli occhi, sospirando. Come! Non ne
sono contenti? Non pare loro ben fatto? Il professor Corvara Amidei
s'allontana sconcertato. Ne parla a Satanina, e con suo sommo stupore sente
rispondersi anche da lei che non  possibile; ch'ella non pu pi, ormai,
rimanere con lui; che le conviene andar via, al pi presto, anzi subito.
Dove?
Alla ventura!
E perch?
Il perch glielo spiegano poco dopo i colleghi. Ha poco pi di trent'anni il
professor Corvara Amidei; e Satanina, gi diciotto; dunque, non cos vecchio
ancora lui da farle da padre, n cos giovine lei da essere semplicemente sua
figlia. Chiaro, eh? Ma il professor Corvara Amidei si guarda prima la punta
delle scarpe, poi quella delle dita; si prova a inghiottire. Intendono forse i
suoi colleghi ch'egli dovrebbe... sposar Satanina? Appena quest'idea gli
balena, rimane come basito; poi sorride amaramente. Via, glielo dicono per
ischerzo. Si vede costretto a riparlare con Satanina, per convincerla che
commetterebbe una pazzia, una vera pazzia, a andarsene com'ella dice alla
ventura; e allora anche lei, Satanina, gli fa intendere che a un solo patto
potrebbe rimanere con lui: a patto, sissignore, di diventare sua moglie.
Cosmo Antonio Corvara Amidei teme d'impazzire, o che tutti si siano messi
d'accordo per fargli una beffa atroce. Non riesce in alcun modo a capacitarsi
come quella giovinetta possa sentire sul serio la necessit di diventare sua
moglie, quasi che davvero la convivenza con lui possa dar pretesto a ciarle in
paese. Ma possibile che tal necessit non le appaja quasi grottesca e, a ogni
modo, ripugnante? Va a guardarsi allo specchio; si vede anche pi brutto di
quel che non sia: ingiallito dai patimenti e dalla miseria, squallido, calvo,
quasi cieco. Pensa a lei, a Satanina, cos giovine, cos fresca, cos florida,
e ha come una vertigine. Sua moglie? Possibile? Si reca a ridomandarglielo,
balbettando. E Satanina sissignore gli risponde di s, senz'arrossire, e che
anzi, se egli vi fosse disposto, ella gliene serberebbe eterna gratitudine
Cosmo Antonio Corvara Amidei si mette allora a piangere come un bambino,
facendole con la mano cenno di tacere, per carit! Grata, lei? Ma che dice? E
allora lui? Una tal gioja, dunque, gli serbava la sorte? Come crederci? Per
pi giorni il professor Corvara Amidei non pu articolar parola.
Le nozze si debbono affrettare, sia per la considerazione che i due fidanzati
sono costretti a vivere insieme, sotto lo stesso tetto, sia per la speranza
del direttore del ginnasio, che esse valgano a scuotere il professore dal
beato istupidimento in cui  caduto. Ma questa speranza riesce vana. Dopo le
nozze celebrate solo civilmente (14 marzo 1892), non potendo il professor
Corvara Amidei sposare anche davanti a Dio, per i suoi precedenti impegni con
la Chiesa l'istupidimento cresce con la beatitudine.
Quel che tanti anni di sofferenze non han potuto, pu tutt'a un tratto la
gioja. Cosmo Antonio Corvara Amidei dimentica la grammatica latina, dimentica
tutto, diventa proprio inetto a ogni cosa. Non vede che Satanina; non pensa
che a Satanina, non sogna che Satanina; non attenderebbe pi neanche a
cibarsi, se Satanina stessa non ve lo costringesse; tanto gli basta la gioja
di vedersela davanti, ridente e vorace; le darebbe da mangiare anche le sue
misere carni, se le stimasse degne dei dentini di lei.
Intanto, Dolfo Dolfi non c' pi per tenere a freno gli scolaretti in iscuola
e i monellacci in istrada; e la gazzarra  scoppiata, in classe e fuori, pi
indiavolata che mai. Il direttore del ginnasio ne  furibondo; raffibbia al
subalterno le pi dure riprensioni; ma a che possono giovare? Il professor
Corvara Amidei lo guarda sorridente, come se non fossero rivolte a lui. Allora
Satanina si vede costretta a scrivere a quel deputato tanto amico e protettore
della buon'anima di suo padre, scongiurandolo di far valere la sua cresciuta
autorit perch il professor Corvara Amidei sia tolto subito dall'insegnamento
e chiamato invece a prestar servizio pi tranquillo o in qualche biblioteca o
al Ministero della Pubblica Istruzione.
Cos, due mesi dopo, Cosmo Antonio Corvara Amidei con molto dispiacere de'
suoi scolaretti che, in fin dei conti, gli vogliono un gran bene, ma con
piacere grandissimo del direttore del ginnasio e dei colleghi, parte per Roma,
comandato al Ministero. Satanina  incinta, e soffre molto durante il
viaggio di mare; ma non ci pensa pi appena sbarcata a Civitavecchia; tal
gioja le suscita il rimetter piede nel Continente, il pensiero di Roma,
vicina.
Ah, che bollore improvviso alza il sangue del padre avventuroso nelle vene di
lei!

Al Ministero, il professore Corvara Amidei  relegato nella stanza degli
scrivani, come correttore. Ma non corregge nulla. Quei miseri impiegatucci
alla giornata han fiutato subito con chi hanno da fare. Fosse, putacaso, un
vecchio ladro di bella reputazione, allora s; inchini e scappellate; ma un
povero galantuomo di quella fatta, perch rispettarlo? Del resto, non gli
fanno nulla. Qualche scherzetto innocente, per passare il tempo, quando
mancano le pratiche da ricopiare. Degli errori poi, che essi commettono
ricopiando, la colpa si sa  appioppata a lui, al professor Corvara Amidei.
Mi raccomando, signori miei; lasciatemi riveder le carte. Attenzione! Lei,
ragione, con una g sola la scriva, per piacere, mi raccomando!
Meglio abbondare, professore, meglio abbondare quando si tratta di ragione.
E va bene! sospira il professor Corvara Amidei, stringendosi nelle spalle,
allungando il collo e socchiudendo gli occhi dietro le lenti doppie, da miope,
che pajono due fondi di bottiglia.
Gli scrivani, ogni qual volta gli sentono emettere questo sospiro: E va bene!
Scoppiano a ridere a coro. Perch? Il professor Corvara Amidei non ci ha fatto
mai caso; ma ripete frequentissimamente (quando qualche cosa gli va proprio
male) quel suo: E va bene! E ormai tutti quegli scrivani, fra loro, non lo
chiamano altrimenti che Il professor Vabene.
Quand'egli viene a saperlo, si stringe nelle spalle, sorridente, allunga il
collo, socchiude gli occhi,  proprio l l per sospirar... Ah, ecco, dunque 
vero, s: ha preso questo vezzo, senz'accorgersene, per la lunga abitudine di
rassegnarsi ai colpi del destino avverso. Ma, ormai, un compenso a tutto ci
che ha sofferto, a tutto ci che gli toccher forse a soffrire ancora, lo ha,
e non gl'importa pi di nulla. Lo sbeffeggino pure tutti gli scrivani del
mondo, lo chiamino Va bene, Va male, Va zero, come che sia, egli ha ora
Satanina, e se n'infischia. A lei, dal Ministero, tien fisso di continuo il
pensiero e quasi la vede, l, nelle stanze dell'umile casetta presa a pigione
in Via San Niccol da Tolentino.
Il 15 di agosto del 1893, Satanina d felicemente alla luce un maschietto,
Dolfino. Fra l'esultanza quasi delirante, un solo piccolo guajo: Satanina non
si sente di allattare da s il figliuolo. E Dolfino  messo a balia, lontano
in un paesello della Sabina. Pazienza! Vuol dire che d'ora in poi il professor
Corvara Amidei far a meno del sigaro del caff e di qualche altra coserella,
per pagar le spese del baliatico.
Quando il saltimbanco, tra l'accorato stupore della folla raccolta intorno, fa
lavorare un suo pagliaccetto gracile, pallido, come grida? Ancora pi
difficile, signori! Stiano a vedere: si passa a un esercizio ancora pi
diffficile!
Quanti esercizi, dalla nascita in poi, il destino saltimbanco non aveva fatto
eseguire a Cosmo Antonio Corvara Amidei, suo pagliaccetto? Ma il pi
difficile, ancora non gliel'aveva fatto eseguire. Aspettava il giorno 20
maggio dell'anno 1894.
Con un cartoccio di schiumette sotto il braccio (quanto piacciono le
schiumette a Satanina!) il professor Corvara Amidei rincasa quel giorno, al
solito, alle ore diciotto e mezzo precise; sale la scala interminabile; trae
il chiavino; cerca e trova a tasto il buco della serratura, apre, entra.
Satanina non  in casa. E dov'? Ella non suole mai andar fuori a quell'ora.
Qualcosa, certamente, dev'esserle accaduta; perch, n la tavola nel salottino
da pranzo  apparecchiata, n in cucina c' alcunch preparato per il
desinare: i fornelli, spenti; e tutto in ordine, come a mezzogiorno ha dovuto
lasciarlo la servetta che tengono a mezzo servizio, per la spesa e la pulizia
di casa. Ma che mai pu essere accaduto a Satanina? Forse qualche improvvisa
chiamata dalla balia di Dolfino? E sarebbe partita cos, senza neppure
avvertirlo al Ministero? Ridiscende la scala quant' lunga, per domandare al
portinajo qualche notizia; ne domanda anche ai bottegaj l presso, alla
servetta del pigionale che gli sta accanto: nessuno sa nulla. Su, in casa, non
pu resistere a lungo al contrasto fra la confusione che ha nell'animo e
l'ordine e la quiete delle tre stanzette, le quali pare stieno a aspettare,
con tutti i mobili, che la placida vita consueta seguiti a svolgersi fra loro.
Esce, dapprima senza meta, in cerca; poi si reca al Telegrafo e spedisce alla
balia di Dolfino un telegramma d'urgenza, con risposta pagata; seguita a
gironzolare, di qua e di l, dove lo portano i piedi, con la testa che gli
gira come un molino; e non s'accorge neppure che s' fatto bujo. Quando gli
pare che il telegramma di risposta non possa ormai pi tardare di molto,
rincasa con la speranza di trovar su Satanina; ma il portinajo gliela leva
subito; e allora egli si sente cos stanco, cos stanco, da non saper come
fare a risalire ancora una volta tutta quella scala. Come Dio vuole, ci
riesce; entra al bujo, al bujo perviene nella camera da letto, al bujo rimane
a attendere, sprofondato in una poltrona.
Gli pare a un certo punto che un ronzo strano si sia messo a turbinargli
dentro, nel capo, nel ventre, fin nelle piante dei piedi e nei ginocchi,
sommovendo, sconvolgendo, attirando nella sua furia pensieri e sentimenti; ma
quando, di l a poco, intronato, si reca alla finestra per spiare se qualche
fattorino del Telegrafo si faccia alla porta di casa, s'accorge che quel
ronzo turbinoso proviene eh maledetta! da una lampada elettrica che s'
stizzita, gi, in mezzo alla via.
All'alba arriva finalmente la risposta della balia negativa. L'ultimo filo di
speranza, cos,  spezzato.
Poche ore dopo, viene la servetta per far la spesa giornaliera e rimettere in
ordine la casa.  una toscanin; tozza, ma svelta; muso duro e linguacciuta.
Ben alzato!
Non c'... le annunzia, con aria stralunata e con faccia cadaverica, il
padrone. Da jeri.
Via! O che mi dice?
Il professor Corvara Amidei apre le braccia; poi si cala pian piano a sedere
su una seggiola e rimane l, come inebetito. Aggiunge:
Tutta la notte.
O dove mai la pol'essere andata?
Il professor Corvara Amidei apre di nuovo le braccia.
Che provi un po', sor padrone, gli suggerisce allora quella, che provi un po'
a cercarla gi, dove stanno que' certi... 'un so... son forastieri, che fan le
pitture. So d'uno che le faceva... 'un so, il ritratto.
Il professor Corvara Amidei si scuote, la guarda un po':
A lei? Il ritratto a lei? E quando?
Credevo che lo sapesse. Ma s! La sora padrona ci andava 'gni mattina, ci
andava. E poi, il dopopranzo.
Egli rimane a bocca aperta, poi comincia a passarsi le mani nocchierute su le
gambe, pian piano, zitto.
Vole, sor padrone, che vada gi io a sentire? In due salti... 'onosco lui, il
pittore francese.
Egli par che non senta, e la servetta allora scappa via. In capo a pochi
minuti  su di nuovo, affocata, ansimante. Appena pu trar fiato:
Eh, mi pareva assai! esclama. Ito via, anche lui. Da jeri. Sicch, via...
'oincide.
Il professor Corvara Amidei sguita a star muto, col volto immobile, da ebete,
e a passarsi meccanicamente le mani sulle gambe. La servetta sta un pezzo a
mirarlo, impietosita, poi esclama tra s, alludendo alla padrona:
Imbecille, vah! Poteva starsene qua, col su' sposo che la trattava 'osi
perbenino, tranquillo l, poer'omo, come una tartaruga.Su via, sor padrone,
si faccia animo, su! 'un stia 'os, si dia uno sfogo. 'Gnorantaccia, sa!
L'amore... Sa com'? L' come il latte messo al foco, che prima si gonfia, poi
alza il bollo e scappa via... Su, su, coraggio. Si provi un po' a votarsi il
core, sor padrone... 'un stia 'os!
Ma il professor Corvara Amidei, a queste ingenue, amorevoli esortazioni,
tentenna appena il capo; non dice nulla. Non piange, perch non gl'importa di
far conoscere che soffre; non vuole intenerire, n chieder conforto o
commiserazione.  stupito, in fondo, di non provare tutto quel cordoglio che
forse qualche volta aveva pensato di dover provare se Satanina o l'amore di
lei, per un caso atroce imprevedibile, gli fossero venuti a mancare. Ed ecco:
nulla, invece, nulla. S'aspettava forse che il mondo dovesse crollare, o lui
per lo meno restarne fulminato. Ed ecco, invece, nulla, nulla. Egli, ora, pu
licenziare la serva, pagarle il resto della mesata rispondere anche alle altre
esortazioni ch'ella gli fa nell'andarsene, col suo solito:
E va bene... E va bene...
Rimasto solo, per, rimessosi a sedere, s'accorge tutt'a un tratto che non ha
pi voglia neppure d'alzare un dito, e che il mondo, dunque, davvero 
crollato per lui; ma, cos, quietamente, senza parere. Le sedie stanno l,
l'armadio sta l, il letto l... ma per che farne pi, ormai?
Egli ora si stropiccia un po' pi forte le gambe con ambo le mani,
istintivamente, perch si sente preso dal freddo, da un freddo curioso, alle
ossa, invadente. Ma non si muove. Ripete fra s quelle poche notizie che gli
ha dato la servetta: Il ritratto... Il pittore francese... Ci andava ogni
mattina.... E ora comincia a battere anche i denti, seguitando a
stropicciarsi pi forte, senza saperlo, le gambe che gli ballano. Quelle tre
idee: del ritratto, del pittore francese e di lei che ci andava ogni mattina,
gli si fissano nel cervello, come tre stellette di carta, di quelle che
piglian vento e girano. Gli s'annebbia la vista; trema tutto; perde i sensi;
casca dalla seggiola, e resta l.

Siamo nel marzo del 1904. Sono passati nove anni e dieci mesi. Il professor
Corvara Amidei non si ricorda pi, quasi, d'essere stato l l per morire
all'ospedale, allora, dopo quell'esercizio ancora pi difficile. Il pensiero
del figlioletto lontano, l, in un paesello della Sabina, lo ha salvato. Ora
egli lo ha con s, Dolfino. Ma il povero ragazzo, che ha gi dieci anni e par
che li abbia proprio per forza, tirati, tirati su dalle pi minuziose cure del
babbo, il povero ragazzo corre ahim il rischio d'aver la stessa fortuna del
padre: o forse no, si spera: perch, cos gracile, cos miserino com', sembra
accenni piuttosto di volersene andare dello stesso male, di cui il babbo fu
minacciato da ragazzo, quand'era al seminario.
Dolfino sapeva, fino all'et di otto anni, che la mamma sua era morta nel
darlo alla luce, ma, due anni fa, un bel giorno, mentre il padre si trovava
all'ufficio, aveva veduto entrare in casa una certa signora vestita alla
bizzarra, incipriata, imbellettata, la quale, fra molte lagrime, aveva avuto
il piacere di assicurargli che non era vero niente, perch la mamma sua,
invece, eccola qua, viveva ancora; era lei, proprio lei, che gli voleva bene,
oh tanto! E voleva star sempre con lui e curarlo e carezzarlo giorno e notte
cos, come faceva ora, cos, il figlietto suo bello, il figlietto suo caro.
Se non che, la balia che lo aveva allevato e che, rimasta vedova e sola, era
venuta a trovarlo per star con lui, da governante ora e da serva rientrando in
casa con la spesa giornaliera, s'era scagliata addosso a quella femmina, le
aveva strappato il ragazzo dalle braccia; e il povero Dolfino, atterrito,
aveva sentito ripetere dalla sua balia a colei che si diceva sua madre turpi
parole, per cui le due donne eran venute alle mani, e n'era seguita una scena
orribile, dopo la quale egli aveva dovuto mettersi a letto assalito da una
violentissima febbre.
Cosmo Antonio Corvara Amidei s'era recato in questura a denunziare quella
trista donna, che non contenta d tutto il male fatto a lui voleva farne
dell'altro al figliuol innocente.
Satanina, che fin dall'et di diciott'anni, alla morte de padre, voleva
andarsene come si sa alla ventura, fuggita col pittore francese che le faceva
il ritratto, era statr quattr'anni a Parigi, poi a Nizza, poi a Torino, poi a
Milano, cadendo man mano sempre pi nel fango. Pochi giorni dopo il suo arrivo
a Roma, era stata veduta dal marito il quale, nello scorgerla in quello stato,
quantunque gi se lo fosse immaginato, s'era sentito mancare in mezzo alla via
ed era stato condotto in una farmacia, sorretto per le ascelle.
Egli era gi caduto in mano d'un certo prete sardo, conosciuto a Sassari, per
nome don Melchiorre Spanu, il quale s era fisso il chiodo di ricondurre
all'ovile quella pecorella da tant'anni smarrita. Gli dava a leggere, nelle
interminabili ore d'ufficio, libri e libri e libri d'argomento religioso; gli
dimostrava con le pi lampanti prove che unica e sola causa di tutte le
sciagure sofferte era l'indegno modo con cui egli in giovent s'era regolato
con la Santa Madre Chiesa, e che non per nulla, certo, Dio pareva si volesse
raccogliere ora nella sede degli angeli e dei beati quel caro ragazzo, quel
buon Dolfino: insomma, era un sacro ammonimento, questo, perch il professor
Corvara Amidei, l'apostata, rimasto solo, si fosse indotto a entrare in
qualche convento: per esempio, in quello della Trappa, alle Tre Fontane. Santo
luogo, santo luogo; quello che proprio ci voleva per far penitenza.
Sentendo questi discorsi, il professor Corvara Amidei si stringeva nelle
spalle, protendeva il collo, socchiudeva gli occhi e ripeteva ancora una
volta:
E va bene!
Certi giorni, all'uscita dal Ministero, lo attendevano don Melchiorre Spanu di
qua, sui gradini di Santa Maria della Minerva, la moglie di l, appoggiata
maestosamente alla ringhiera del Pantheon. I due si lanciavano da lontano
occhiatacce fulminanti: il prete, stropicciandosi le dita sul mento e su le
guance, dove le ispide punte della barba pareva gli rinascessero ogni volta
sotto il raschiamento del rasojo; la donna, con un sogghignetto perfido su le
labbra dipinte.
Il professor Corvara Amidei, uscendo ogni sera su la piazza, volgeva uno
sguardo obliquo a quella ringhiera, dove di solito si appostava la moglie; ma
andava diviato al prete, pur sapendo che quella in Via Pi di Marmo lo avrebbe
senza dubbio raggiunto per chiedergli un po' di denaro, ch'egli non sapeva
negarle. Le aveva gi negato pi volte il perdono, sdegnosamente. A ogni nuovo
assalto, per prevenire le rampogne del prete, si accostava a lui, sospirando,
con la solita mossa, e stropicciandosi per di pi le mani:
E va bene! E va bene!
Intanto, era prossima la primavera: stagione pi delle altre nociva ai malati
di petto; e il medico aveva consigliato al professor Corvara Amidei di
condurre Dolfino al mare, almeno per il primo mese, durante il quale l'aria di
Roma sarebbe stata per lui troppo sottile.
Cos, Cosmo Antonio Corvara Amidei domand un mese di licenza, e il d 5 di
marzo del 1904 si rec a Nettuno per appigionarvi un quartierino alla vista
del mare.

2. La pigna.
La promessa di quel mese di sollievo e di riposo non poteva essere migliore.
Era piovuto fino al giorno avanti: ora, con la freschezza del primo limpido
sole di marzo, pareva che la Primavera volesse dire: Son qua.
E veramente, al professor Corvara Amidei, affacciato al finestrino d'una
vettura di terza classe, parve d'intravederla, la Primavera, appena uscito
dalla stazione: alle porte di Roma, la Primavera, in un non so che di roseo
fuggevole e palpitante tra il tenero verde dei prati. Che era? Forse un gruppo
di peschi fioriti. S s, eccone un altro, e un altro. La Primavera! Ah da
quanto tempo non l'aveva pi veduta nel suo primo nascere, con quel roseo riso
dei peschi!
Trasse un lungo sospiro, e si sent da quell'aria nuova inebriare, d'una
ebrezza cos limpida e pura, che lo intener fino alle lagrime. Gli parve una
grazia che la sorte nemica gli volesse concedere quella vista deliziosa, da
cui gli veniva una letizia cos arcana che ora, ecco, non sapeva perch, pur
l presente, gli pareva dei lievi anni lontani della sua fanciullezza, l
nell'incanto del suo paese nativo.
E dimentic allora, per un momento, tutte le sue sciagure, passate e presenti;
il figliuolo tanto malato, quella donnaccia che lo disonorava; quel prete che
l'opprimeva; la spesa superiore alle sue misere condizioni, alla quale
bisognava pur sottomettersi per la speranza, forse vana ahim, di recar bene a
Dolfino: la noja cupa, amara; il peso enorme di quella sua insopportabile
esistenza. Di contro a tutto il nero che aveva nell'anima, ecco il verde dei
prati, l'azzurro del cielo e quella soave freschezza dell'aria, alito vivo
della Primavera. E rimase, incantato, a mirare.
S, poteva, poteva esser bella la vita; ma l, in mezzo a quel verde,
all'aperto, dove la sorte crudele, certo, non poteva esercitare, come in
citt, la sua feroce persecuzione. Di questa persecuzione per le opprimenti
vie cittadine, egli aveva quasi un'immagine tangibile: se la sentiva realmente
dietro le spalle, come un'ombra orrenda, che lo faceva andar curvo, guardingo,
tutto ristretto in s: sua moglie.
Ne scacci subito l'immagine, che gli aveva tutt'a un tratto offuscato la
dolce visione, e si rimise a mirare. Ecco l i Monti Albani che pareva
respirassero nel cielo, lievi, come se non fossero di dura pietra. Monte Cavo,
con la vetta incoronata di aceri e di faggi, e il vecchio convento e il bosco
biancheggiante a mezza costa. Ecco, pi l, Frascati solata. Al fragore del
treno si lev uno stormo di passeri, e un'allodola, in alto, librata sulle ali
brillanti trill. Il professor Corvara Amidei si ricord allora della prima
proposizione della grammatica latina, che da tanti anni non insegnava pi:
alauda est laeta. E tentenn il capo. Ora, quasi quasi, gli parevano belli
anche i suoi primi anni d'insegnamento, quando per non s'era ancor messo a
far casa comune con quel...
E va bene! sospir, turbandosi di nuovo.
Ma fu per poco. Passata la stazione di Carroceto cominci a sentir prossimo il
mare, e tutta l'anima gli si allarg, ilare e trepidante, nella viva
aspettazione di quella tremula azzurra immensit, che da un momento all'altro
gli si sarebbe spalancata davanti a gli occhi. Ah, il suo mare! Da quanto
tempo pi non lo vedeva, e che desiderio acuto, intenso, ardente, di
rivederlo! Ma eccolo gi! Eccolo! Eccolo! E il professor Corvara Amidei sorse
in piedi, tutto tremante dall'emozione, si sporse dal finestrino, e bevve con
tanta ansia e tanta volont la brezza marina, che n'ebbe una vertigine, e
ricadde a sedere su la panca della vettura, con le mani sul volto.
Il treno si arrest ad Anzio, per pochi minuti, e il professor Corvara Amidei
stette con tanto d'occhi a mirare ci che dalla stazione si scorgeva della
bella cittadina, dove non era mai stato. Scese, di l a poco, alla stazione di
Nettuno, ancora stordito e inebriato da quel primo respiro che, rivedendo il
mare, aveva tratto proprio dal fondo dei polmoni, come non gli era pi
avvenuto da tanto tempo.
Gli scrivani del Ministero gli avevano dato qualche ragguaglio del paese. Si
rec nella piazza principale, e domand dove avrebbe potuto trovare un
quartierino modesto di poca spesa, alla vista del mare. Gli fu indicato un
villinetto l sotto la piazza, a destra, su la spiaggia. Era veramente un po'
troppo caro per lui quel quartierino; ma, pazienza! La finestra della
cameretta posta sul davanti, verso lo spiazzo, di fronte alla caserma dei
soldati d'artiglieria che venivano in distaccamento per le esercitazioni di
tiro, era appena all'altezza d'un mezzanino: quella della camera prospiciente
il mare, all'altezza d'un secondo piano. E il mare, di qua, pareva proprio che
volesse entrare in casa; non si vedeva altro che mare. Il professor Corvara
Amidei pag la caparra al proprietario, gli disse che sarebbe venuto a prender
alloggio la mattina dopo, e scese sulla spiaggia.
Dirimpetto al villino, dal lato di ponente, sorgeva e s'avanzava fin nel mare,
maestoso, l'antico castello sansovinesco, annerito dal tempo. Sal su la
scogliera sotto il castello, e l rimase per pi di un'ora stupefatto, a
contemplare. Vide in fondo al mare levarsi azzurrino, quasi fragile, Monte
Cicello come un'isola aerea, e pi qua, seguendo la riviera, i Castello di
Stura; vide prossimo, a destra, il porto d'Anzio popolato di navi, nereggiante
per il traffico del carbone, e poi la sterminata distesa delle acque,
riscintillante al sole cos placida, che sulla spiaggia s'arricciava appena,
silenziosamente. Quando alla fine pot scuotersi dal fascino di quello
spettacolo, si rec a prendere un boccone; poi, sapendo che prima delle cinque
non avrebbe trovato alcun treno per ritornare a Roma, pens d'occupare le tre
ore che aveva innanzi a s in una visita al magnifico parco dei Borghese, a
mezza via tra Anzio e Nettuno.
Non ricordava d'aver mai passato un giorno pi delizioso di quello in vita
sua; si sentiva beato entro quel precoce, voluttuoso tepor primaverile, col
mare di qua, sotto lo scoscendimento dell'altipiano, e il verde dei campi e
dei boschi dall'altra parte. Il cancello del parco era aperto e il professor
Corvara Amidei s'avviava, ammirato, per uno dei viali in pendo, quando si
sent chiamare da una nanerottola che gli correva dietro come una papera:
Ehi! Ehi! Si paga... si paga il biglietto!
Cinque soldi. Li pag, quantunque si fosse proposto di limitarsi nelle spese.
E riprese a vagare per quei viali profondi, deserti, ombrosi, come in un
sogno. In un sogno parevano veramente assorti quegli alberi maestosi, nel
silenzio che il canto degli uccelli non rompeva, ma rendeva anzi pi
misterioso. Gli avevano detto che in quel parco quasi abbandonato c'erano
molti usignoli. Gli parve, ascoltando, di sentirne cantare uno, in fondo, e
s'intern da quella parte Si trov, dopo un lungo tratto, in una meravigliosa
pineta. I fusti altissimi, diritti, davan l'immagine di colonne d'un tempio
gigantesco; le fitte corone, lass, eran confuse ed escludevano del tutto lo
sguardo dalla vista del cielo. Pareva che la pineta avesse una sua propria
aria, cuprea, insaporata di quella frescura d'ombra speciale delle chiese.
Il professor Corvara Amidei non seppe andar pi oltre. Si tolse, quasi
istintivamente, il cappello, e sedette per terra; poi si sdraj.
Da molti e molti anni, fra una grave sciagura e l'altra, i diuturni dolori gli
avevano quasi vestito la mente d'una scorza di stupidit; le cure affannose,
minute, gli avevano impedito di levar lo spirito a quelle considerazioni che
in giovent lo avevano travagliato fino a fargli perdere per un momento la
ragione e poi la fede. Ora, in quel giorno di tregua, essendo finalmente
riuscito a intravedere come si potesse davvero sentir la gioja di vivere, ebbe
la cattiva ispirazione di provarsi di nuovo a penetrare nel folto di quelle
antiche considerazioni. E si domand perch mai egli, che non aveva mai fatto
per volont male ad alcuno, doveva esser cos bersagliato dalla sorte, egli,
che anzi s'era inteso di far sempre il bene; bene lasciando l'abito
ecclesiastico, quando la sua logica non s'era pi accordata con quella dei
dottori della chiesa, la quale avrebbe dovuto esser legge per lui; bene,
sposando per dare il pane a un'orfana, la quale per forza aveva voluto
accettarlo a questo patto, mentr'egli onestamente e con tutto il cuore avrebbe
voluto offrirglielo altrimenti. E ora, dopo l'infame tradimento e la fuga di
quella donna indegna che gli aveva spezzata l'esistenza, ora quasi certamente
gli toccava a soffrire anche la pena di vedersi morire a poco a poco il
figliuolo, l'unico bene, per quanto amaro, che gli fosse rimasto. Ma perch?
Dio, no: Dio non poteva voler questo. Se Dio esisteva, doveva coi buoni esser
buono. Egli lo avrebbe offeso, credendo in lui. E chi dunque, chi dunque aveva
il governo del mondo, di questa sciaguratissima vita degli uomini?
Una pigna. Come? S: una grossa pigna, staccandosi in quel momento dai rami
lass, piomb, a guisa di fulminea risposta, sul capo del professor Corvara
Amidei.
Rimase il pover uomo a giacere, quietamente, privo di sensi, quasi fulminato.
Quando pot riaversi, si trov in una pozza di sangue. E ne perdeva ancora, da
una bella ferita, che dal sommo del capo gli andava gi gi dietro l'orecchio.
Ancor tutto intronato, riusc a levarsi in piedi e a grande stento si trascin
fino al cancello della villa. La nanerottola di guardia, nel rivederlo in
quello stato, col volto tutto imbrattato di sangue, strill, inorridita:
Ges! Che ha fatto?
Egli lev un braccio tremolante e contrasse il volto in una smorfia, tra di
spasimo e di riso:
La... la pigna, balbett, la pigna che governa il mondo... gi!
 matto!, pens quella e, spaventata, s'affrett a chiamare il boaro della
latteria annessa alla villa, perch con l'ajuto d'uno del ferrovieri che
stavano l presso al cancello a riattare la linea, quel disgraziato fosse
condotto al vicino Sanatorio Orsenigo dei Fate Bene Fratelli.
Qua il professor Corvara Amidei fu prima raso, poi medicato con sette bei
punti di cucitura, e infine fasciato. Aveva fretta; temeva di perdere il
treno. Il medico, sentendo ch'egli doveva mettersi in viaggio, volle abbondare
in cautela, e gli combin allora con le bende una specie di turbante, il quale
gl'imped d'assettarsi il cappello sul capo. Quando fu pronto, Cosmo Antonio
Corvara Amidei si strinse nelle spalle, si prov pian piano a protendere il
collo, e socchiudendo gli occhi, sospir ancora una volta:
E va bene!

3. Il vento.
Tu, cara Primavera, non vedo perch debba proprio quest'anno venire innanzi
al d che gli uomini ne' loro calendarii t'assegnano per il ritorno. L'inverno
 stato piuttosto mite, e vorrebbe, prima di spirare, fare almeno un po' di
guasto:  nel suo diritto; vorrebbe che tu, per esempio, gli lasciassi il
tempo di scaricarsi di qualche temporaletto che l'addoglia; ma se questo non
ti garba perch temi che ti sporcheresti i rosei piedini, trovando troppo
imbrattate le campagne e le vie della citt per il tuo ingresso trionfale;
egli ti fa sapere che  ancor tutto gonfio di vento, povero vecchio, e ti
prega che sii contenta di fargli, se non altro, buttar fuori questo, che ti
snebbierebbe anche l'aria ben bene e ti spazzerebbe le terre dalle sudicerie
che v'ha fatto. Renderesti un gran piacere a lui e uno grandissimo a me, che
proteggo tanto, se tu sapessi, un brav'uomo, fin da quand'egli  nato.
Figrati, per dirtene una, che jeri, mentre egli si beava di te, steso a
pancia all'aria nella pineta d'un bel parco, mi son divertita a fargli cadere
in testa una pigna bella grossa e dura, che avrebbe potuto anche accopparlo,
eh altro! Ma io non ho voluto. Sai bene che porto nello stemma un gatto che
scherza col topolino e non l'uccide.
Come letta in altro tempo in un libro antico, perch la crudelt ne apparisse
pi raffinata, se la ripeteva tra s e s, da quindici giorni, Cosmo Antonio
Corvara Amidei, questa bellissima preghiera che certamente la sua buona sorte
aveva dovuto rivolgere alla Primavera, e che questa manco a dirlo aveva subito
accolto. Era ancora col turbante in capo, e se ne stava alla sponda del
lettuccio di Dolfino, il quale, da che era sceso alla stazione di Nettuno, gli
si consumava nel lento cociore della febbre, anche di giorno. Prima, almeno, a
Roma l'aveva soltanto di notte, la febbre.
E vento, e vento, e vento! Da quindici giorni non cessav a un minuto, n d n
notte. Fischiava, mugolava, ruggiva in tutti i toni, ed era in certe scosse
lunghe e tremende di tanta veemenza, che pareva volesse schiantar le case e
portarsele via. Pareva; perch poi, in realt, si portava via soltanto qualche
tegola, abbatteva qualche albero o qualche palo telegrafico e infrangeva
qualche vetro. Si divertiva poi a rendere furioso il mare, perch si
ripigliasse la spiaggia, e venisse a rompersi fragoroso e spaventevole contro
le mura delle case.
Al professor Corvara Amidei sembrava di trovarsi su una nave assaltata e
sbattuta dalla tempesta. Il povero Dolfino n'era atterrito, e lui non trovava
pi modo a confortarlo con qualche parolina, perch quel mugolo del vento, pi
che il fragore del mare, gli toglieva, non che la voce, ma finanche il
respiro, gli torceva dentro le viscere, gli dava un'angoscia rabbiosa e muta,
che trovava solo, di tanto in tanto, un po' di sfogo involontario nella gola
della povera balia, la quale, per compir l'opera, s'era ammalata d'angina e
doveva starsene a letto, anche lei.
Piano, per carit, signorino mio! pregava quella, appena se lo vedeva davanti,
come una fantasima, con la boccetta dell'acido fenico in una mano e il
pennello nell'altra. Piano, per carit!
Si metteva a sedere sul letto e spalancava la bocca, che pareva un forno
arroventato.
Il professor Corvara Amidei non voleva far forte; ma, ogni volta, come se la
veemenza del vento che s'abbatteva ai vetri gli spingesse il braccio, lasciava
andare certe spennellature, che a quella poveretta per miracolo non schizzavan
gli occhi dal capo.
Sputate! Sputate!
E se ne tornava accanto a Dolfino, con una fissit truce negli occhi, mentre
la boccetta dell'acido fenico gli tremava in mano. Acido fenico... veleno...
ma troppo poco, troppo poco e diluito... non sarebbe certamente bastato... E
poi, del resto, come lasciar Dolfino in quelle condizioni! No, via! La
tentazione per era forte. Quel vento lo faceva impazzire.
Villeggiatura!... borbottava tra s.
Gi met del mese era passata. La spesa in pi del fitto, la mancanza dei
comodi di casa, l'aggravamento del mal di Dolfino, la malattia della serva: ci
aveva guadagnato questo. E poi, ancora un po' di pazienza: bisognava che si
facesse tutto da s: lui accendersi il fuoco, lui andar per la spesa, lui
apparecchiar da mangiare... E non poter condurre, neanche per un minuto, il
ragazzo sulla spiaggia; vedersi l, in quelle tre stanzette, imprigionato,
assediato dal mare e dal vento.
Troppo, eh?
Tin tin tin piano piano, alla porta.
Chi ?
Ma lei, Satanina, si sa! Venuta in groppa a quel vento Satanina, la buona
mammina, che vuole a tutti i costi rivedere il figliuolo malato.
Entra, si precipita, cade in ginocchio ai piedi del professore, il quale
indietreggia sbalordito; gli s'aggrappa all. giacca, gridando, scarmigliata:
Cosmo! Cosmo, per carit! Lasciami veder Dolfino mio! Perdonami! Salvami! Abbi
compassione di me!
E scoppia, cos gridando, in un pianto dirotto, in un pianto vero, di lagrime
vere, senza fine, e in singhiozzi anche, in singhiozzi non meno veri, che la
scuotono tutta e non si leva da terra, e si nasconde la faccia con le mani
seguitando a implorare:
Bacer, bacer la terra, dove tu metti i piedi, Cosmo se tu mi perdoni, se tu
mi salvi! Non ne posso pi! Voglio esser tutta del mio Dolfino, ora!
Lasciamelo assistere, curare, per carit!
Cosmo Antonio Corvara Amidei casca a sedere su una seggiola, si nasconde il
volto con le mani anche lui, bench in quella cameretta, veramente, per
l'ombra della sera sopravvenuta, non ci si veda quasi pi. Suona la campana
dell'Avemaria.
Ave Maria... dice forte, apposta, la balia dal letto, cominciando la
preghiera, per sottrarre il padrone alla tentazione.
E Dolfino chiama dall'altra camera in fondo, sbigottito:
Pap... pap...
Allora Satanina, come sospinta da una susta, scatta in piedi e corre dal
figliuolo.
Il professor Corvara Amidei rimane inchiodato sulla sedia. Gli giungono dalla
camera di Dolfino le tenere espressioni d'affetto che colei rivolge al
figliuolo, il suono dei baci che gli d. Gli sembra che d'improvviso un gran
silenzio si sia fatto intorno, un silenzio misterioso, di fuori, come di tutto
il mondo. Si toglie le mani dal volto e resta attonito ad ascoltare. Un vetro
si scuote, appena appena alla finestra. Ah, il vento ecco il vento  cessato.
E come mai? Si reca dietro la vetrata a guardare la via illuminata di l dal
prossimo giardino annesso alla casa degli ufficiali che escono allegri dalla
mensa. Ma Dolfino  ancora al buio, in camera, con colei; e il professore
Corvara va per accendere la candela.
Lascia, faccio io! gli dice subito Satanina. Il lume dov'? Di l?
E scappa a prenderlo, premurosa.
Pap, dice allora Dolfino, piano piano, pap, io non la voglio... Fa troppo
odore...
Zitto, figliuolo mio, zitto...
Pap, dove ti corichi tu? Per lei non c' letto... Tu devi coricarti qui,
pap, senti? Accanto a me...
S, bello mio, s... Sta' zitto, sta' zitto...
Silenzio. E perch non torna Satanina? Non trova forse il lume? Che fa? Il
professore Corvara Amidei tende l'orecchio; poi avverte un fresco insolito
alle gambe, come se colei di l avesse aperto la finestra. Possibile?
Si leva dalla sponda del letto e va, al bujo, in punta di piedi, a origliare,
fino all'uscio della camera che ha la finestra bassa sullo spiazzo, davanti la
caserma. Satanina sta affacciata a quella finestra e parla sottovoce con
qualcuno gi! Come! Con chi? Ah, spudorata! Ancora? Cosmo Antonio Corvara
Amidei si stringe in s, felinamente, le si accosta, senza fare il minimo
rumore, e quando le sente dire all'ufficiale che sta l sotto: No, Gigino,
stasera no: non  possibile. Domani... domani, immancabilmente... si china,
l'abbranca per i piedi, e gi! La rovescia dalla finestra, gridando:
Signor tenente, se la pigli!
Al doppio urlo che gli risponde di sotto, dell'ufficiale e della precipitata,
egli si ritrae, raccapricciato, in preda a un tremor convulso di tutto il
corpo: si prova a richiuder le imposte, ma non pu, poich dallo spiazzo nuove
grida si levano, di soldati, di ufficiali, d'altra gente accorsa. Traballando,
col passo legato, si trascina fino alla camera del figlio, ribellandosi
ferocemente alla balia, che saltata dal letto in camicia, a quegli urli,
vorrebbe trattenerlo per sapere che ha fatto, che  stato.
Nulla... nulla... risponde lui, fremebondo, abbracciando il figliuolo sul
letto. Nulla... non ti spaventare... Una tegola... una tegola sul capo a un
tenente.
Bussano furiosamente alla porta. La balia scappa a infilarsi una sottana,
corre ad aprire: un fiume di gente, soldati e ufficiali allagano vociando la
casa ancora al bujo, dietro a due carabinieri e al delegato.
Abbiano pazienza, accendo il lume... balbetta la balia, spaventata.
Cosmo Antonio Corvara Amidei si tiene stretto con tutte e due le braccia
Dolfino, che s' inginocchiato sul letto.
Via! Venite con me! gli grida il delegato.
Egli si volta a guardarlo. Sotto il turbante delle fasce, quella faccia da
morto con gli occhiali incute sgomento e orrore alla folla che ha invaso la
camera.
Dove? domanda.
Con me! Senza storie! gli risponde, brusco, il delegato, prendendolo per una
spalla.
Va bene. Ma questo figlio? domanda lui, di nuovo.  malato. A chi lo lascio?
Sappia, signor delegato...
Via! Via! Via! lo interrompe questi, con violenza. Vostro figlio sar condotto
al Sanatorio. Voi venite con me!
Il professor Corvara Amidei rimette a giacere Dolfino che trema tutto dallo
spavento; lo esorta pian piano a far buon animo: ch non  nulla, ch presto
ritorner a lui; e se lo bacia quasi a ogni parola rattenendo le lagrime. Uno
dei carabinieri, spazientito, lo agguanta per un braccio.
Anche le manette? domanda il professor Corvara Amidei.
Ammanettato, si china su Dolfino, di nuovo, e gli dice:
Figlio mio, questi occhiali...
Che vuoi? gli chiede il ragazzo, tremando, atterrito.
Strappameli dal naso, bello mio... Cos... Bravo! Ora non ti vedo pi...
Si volge verso la folla, ammiccando e scoprendo nella contrazione del volto, i
denti gialli; si stringe nelle spalle, protende il collo, ma l'angoscia gli
serra troppo la gola, e non pu ripetere anche questa volta:
E va bene!



IL GIARDINETTO LASS

I.

Che voleva dirmi?
L'affanno cresciuto non dava adito alle parole, che volevano certo esser
aspre, a giudicare dagli sguardi e dai gesti con cui, tossendo, cercava di
farmi comprendere.
Il servo? gli domandai, cercando, angustiato, un'interpretazione.
Accenn di s pi volte col capo, irosamente; poi con la mano tremolante mi
fece altri gesti.
Lo caccio via?
S, s, s, m'accenn col capo, di nuovo.
Per quanto l'indignazione, a cui pareva in preda il povero infermo, ora si
comunicasse anche a me, al pensiero che quel servo vigliacco si fosse
approfittato dei brevi momenti durante la giornata, nei quali ero costretto ad
allontanarmi; pure restai perplesso. Venivo proprio ad annunziargli che, d'ora
in poi, non avrei pi potuto trattenermi a vegliarlo, a curarlo, come nei
primi giorni della malattia. Cacciando ora il servo, poteva egli restar solo
l in casa?
Mi venne in mente l per l di persuaderlo a cercar ricovero o in un ospedale
o in qualche casa di salute, e gliene feci la proposta.
Nonno Bauer (lo chiamavo cos fin da quand'ero ragazzo) mi guard con occhi
smarriti, poi guard in giro lentamente la camera, la cui vecchia
suppellettile gli era tanto cara quanto la sua stessa persona, e dal
seggiolone di cuojo, entro al quale stava sprofondato, volse infine gli occhi
alla finestra, senza rispondermi.
C'era di l un giardinetto. Apparteneva a gl'inquilini del secondo piano; ma
chi veramente ne godeva era lui, Nonno Bauer, che da quella finestra bassa
poteva conversar comodamente col giardiniere e, allungando appena un braccio,
toccare i rami d'un mandorlo, che adesso pareva tutto fiorito di farfalle.
Mi accorsi che due lagrime erano sgorgate dai calvi occhi infossati del mio
caro vecchietto; due lagrimoni che ora gli scorrevano su le guance di cera.
Lei non vorrebbe,  vero? m'affrettai a dirgli, impietosito.
Neg col capo, senza guardarmi, quasi vergognoso, mentre la commozione gli
agitava le labbra.
No? Ebbene, vuol dire che si provveder in altro modo. Intanto Lei non si
affligga.
Il povero vecchio alz gli occhi lacrimosi a ringraziarmi, e un mezzo sorriso,
quasi puerile, gli affior alle labbra che, subito, si contrassero come per
fare il greppo. Tanto intenerimento aveva provato in quel punto per s.
Povero Nonno Bauer! Moriva, o meglio si spegneva a poco a poco, l solo; e
dopo una lunga vita, tutta stenti e fatiche, esser privato all'ultimo di
quegli oggetti familiari, testimoni della pace finalmente conquistata, gli era
parsa una vera crudelt.


II.

Era nato in Italia, da genitori alsaziani; e, fin da giovanetto, era stato col
nonno, e poi con mio padre, nell'umile ufficio di scritturale di banco. Dopo
il nostro rovescio finanziario e la conseguente morte di mio padre, se n'era
andato in Alsazia a trovare i parenti sconosciuti. Trascorsi circa sette anni,
eccolo di ritorno in Italia, vinto dalla nostalgia per il paese in cui era
nato e cresciuto.
Era ritornato con una modesta sostanza, ereditata da un cugino morto celibe.
In quei sette anni, io ero rimasto solo, senza pi la mamma, e quasi povero.
Nonno Bauer venne a trovarmi, appena ritornato, e mi profferse di abitare con
lui. Non accettai, perch, per le buone relazioni di cui godevo, avevo da poco
ottenuto un impiego di fiducia, che m'obbligava a viaggiare continuamente.
Tuttavia, non perdetti mai di vista il buon vecchietto; andavo a trovarlo ogni
qualvolta ritornavo a Roma; e lui m'accoglieva con tenerezza paterna.
Era per me una vera delizia la sua compagnia. Conversando con lui, mi pareva
di tuffar l'anima in un bagno di antica semplicit
Nonno Bauer era rimasto in uno stato di vergine ignoranza per quasi tutte le
cose della vita, e bisognava vedere con quale e quanta meraviglia la sua mente
si aprisse man mano alle cognizioni pi ovvie, ora che la vita per lui era
quasi finita. Passava ore e ore in biblioteca a leggere, a studiare, per
rendersi conto di tante e tante cose che, veramente, ormai non doveva pi
importargli di sapere. Restava stordito di ci che apprendeva cos tardi;
riportava l'ammaestramento al tempo in cui avrebbe potuto giovargli, e
s'immergeva allora in lunghe e profonde considerazioni, immaginando il diverso
cammino che avrebbe potuto prendere con esso la sua vita.
Ma la sua passione pi viva erano le piante. Una volta and via da una casa
per non veder morire un albero che era cresciuto, non si sa come, in mezzo al
cortile.
Quel povero albero io lo ricordo s'era levato sul magro stelo cinereo con
evidente sforzo e rizzando i rami come a supplicare, desideroso di vedere il
sole e l'aria libera, angosciato dalla paura di non avere in s tanto rigoglio
da arrivare oltre i tetti delle case che lo circondavano. Ma, finalmente,
c'era arrivato! E come brillavano felici le frondi della cima e quanta invidia
destavano in quelle che stavano gi senz'aria, senza sole! Anche nella morte,
nello staccarsi dai rami, in autunno, le foglie di lass avevano una lieta
sorte: volavano via col vento, in alto, cadevano su i tetti, vedevano il cielo
ancora; mentre le povere foglie basse morivano nel fango della via,
calpestate.
In tutte le stagioni, all'ora del tramonto, quell'albero si popolava d'una
miriade di passeri, che pareva vi si dessero convegno da tutti i tetti della
citt. Quei rami allora palpitavano pi d'ali che di foglie; pareva che ogni
foglia avesse voce; che tutto l'albero cantasse, fremebondo.
Dalle finestre delle case i bambini sorridevano storditi, a quel passerajo
fitto, continuo, assordante. Nonno Bauer si affacciava con me; sorrideva con
aria misteriosa di vecchio mago, mi diceva socchiudendo gli occhi:
Aspetta...
E batteva forte, due volte, le mani. Subito, come per incanto, tutto l'albero
taceva, esanime.
Che te ne pare?
Ma, di l a poco, lo sbaldore ricominciava: ogni passero tornava a inebriarsi
del proprio grido e di quello degli altri, e il concento diveniva man mano
pi fitto, pi assordante di prima.
Ora avvenne che il proprietario di quella casa, un bel giorno, pens di alzar
tutto in giro il muro per fabbricare un altro piano. E allora l'albero che con
tanto stento si era guadagnata la libert del sole, dell'aria aperta, pieg
avvilito la cima, si curv sul tronco.
Nonno Bauer, vedendolo cos, cominci a smaniare, a sentire una pena che gli
toglieva il respiro.
Guarda, guarda! mi diceva, mostrandomi i passerotti che dalle grondaje
spiccavano il volo e si tenevano sospesi su le ali gridando quasi per esortar
pi da vicino l'albero a rizzarsi.
E forse quei passerotti, anche loro, ripetevano al vecchio albero le solite
frasi, gli inutili consigli, i vani ammonimenti, che si sogliono dare ai
caduti, a gli sconsolati: Fatti coraggio! Non bisogna avvilirsi! Raccogli le
forze! Rialzati!
Ma il vecchio albero non aveva ormai pi forza di rialzarsi: aveva stentato
tanto per arrivare fin lass, a quell'altezza: pi su, ormai, non poteva
arrivare. Meglio morire.
Andato via da quella casa, Nonno Bauer se n'era venuto in questa col
giardinetto, che non apparteneva a lui. Non andava pi da un pezzo in
biblioteca; erano cominciati gli acciacchi della vecchiaja, dopo la
settantina; e Nonno Bauer, non potendo pi uscir di casa tutti i giorni, se ne
stava alla finestra a conversar col giardiniere e a fare all'amore com'egli
diceva con le rose del giardino.


III.

Di quelle rose e degli altri fiori s'innamor tanto, che cominci a struggersi
dal desiderio di avere anche lui un giardinetto. Gli venne allora un'idea che
non mi piacque affatto quando me la manifest, quantunque la fondasse in un
ragionamento pieno di buon senso.
Alla mia et, mi disse, bisogna pensare, figliuolo mio, anche alla morte. E
giacch non ho tanti quattrini da farmi due case con due giardinetti, me ne
far una sola, ma bella, e con un giardinetto che varr per due. Questo mi
servir per sfogare ora il desiderio che m' nato, quella che mi servir per
poi.. E quando questo poi sar arrivato, al giardinetto di Nonno Bauer verrai
a pensarci tu.
Cos acquist un buon pezzo di terra al camposanto.
La casa, sotto, invece che sopra; e senza nessuna pretesa. Una piccola
nicchietta, e l. Perch i morti hanno questo di buono: che possono anche fare
a meno di star comodi, e dell'aria e del sole e d'ogni altra cosa, visto e
considerato che si son tolto per sempre il fastidio di muoversi, di respirare,
e che, se son freddi, non sentono pi nessun bisogno di riscaldarsi.
Ma veramente Nonno Bauer, stando intere giornate lass, quando si sentiva
bene, intento a far nascere il giardino da quel suo pezzo di terra, pareva un
morto venuto su dalla sua nicchietta sotterranea per darsi ancora da fare, per
muoversi, per bearsi ancora dell'aria e del sole, zitto zitto e affaccendato,
senza pi nessun pensiero, nessuna curiosit della vita, senza neppure
accorgersi dello stupore di certi visitatori del camposanto che si fermavano
in distanza a mirarlo a bocca aperta, l chino su questa o quella pianta con
la forbice o con la zappetta o con l'annaffiatojo, o seduto su la sedia a
libricino che si portava ogni mattina appesa al braccio, il cappellaccio di
paglia in capo, l'ombrello aperto su la spalla, immobile, con gli occhi fissi
nel vuoto, assorti in qualche pensiero lontano, che gli atteggiava d'un lieve
sorriso le labbra tra la barbetta argentea.
Veniva a qualcuno, quasi quasi, la tentazione d'andarlo a scuotere e
d'ordinargli che se ne tornasse gi subito, a riporsi, perch a un morto non 
lecito, perdio, sconcertar cos la gente, farla impazzire con tutte quelle sue
faccende l attorno al giardinetto, o con quella immobilit sul sediolino e
quell'ombrello aperto sulla spalla.
La sera, Nonno Bauer, ritornando a casa, parlava col giardiniere dalla
finestra. Bisognava sentire che conversazioni! Aveva ottenuto da lui semi e
tralci da trapiantare lass; e i fiori sosteneva sbocciavano meglio, assai
meglio l che qua, perch infine, i morti a qualche cosa erano ancora buoni.
Ora, inchiodato da quindici giorni in quel seggiolone di cuojo, da cui non
doveva pi rialzarsi, egli non sentiva altra pena che quella di non poter
recarsi, neanche in vettura, a vedere il suo caro giardinetto lass. Ed era
per lui una consolazione veder quest'altro, invece, dalla finestra,
sollevandosi un poco su la vita, a stento, e allungando il collo quanto pi
poteva. Le rose che vi fiorivano non erano forse sorelle delle rose che
fiorivano lass? Meno belle, ma sorelle.
E sapete perch quel giorno io trovai Nonno Bauer cos arrabbiato contro il
suo servo? Perch non era vero che questi si fosse recato ogni mattina al
camposanto a curare il giardinetto, come Nonno Bauer gli aveva ordinato. Il
vicino giardiniere, venuto quella mattina a fargli visita, gliene aveva dato
la brutta notizia.
Non ci fu verso: dovetti cacciar via il servo: lo cacciai anche, in verit,
perch lo ritenevo infedele e sgarbato. Il vicino giardiniere promise che ci
sarebbe andato lui ogni giorno a curare le piante, sorelle pi belle, e cos
Nonno Bauer si tranquill.
Io pensai (conoscendo purtroppo che la morte non poteva esser lontana) di
domandare l'assistenza di due suore per quegli ultimi giorni, ed egli non si
oppose. Era cosciente del suo stato, e non se ne rammaricava punto; aveva
vissuto a lungo, aveva assaporato la pace; ora si sentiva stanco: era tempo di
chiudere gli occhi e dormire per sempre, l, nella nicchietta, sotto le rose
dell'altro giardino.


IV.

Ogni giorno, andando a visitarlo, mi sorgeva innanzi alla porta la speranza
che la mia assidua costernazione dovesse essere ovviata da un repentino
miglioramento; ma la men giovane delle suore che veniva ad aprirmi la porta,
rispondeva sempre con un gesto di triste rassegnazione alla mia prima, ansiosa
domanda.
Mi trattenevo da lui qualche ora; la conversazione per languiva, poich egli,
dopo avermi accolto con un sorriso mesto e muto di riconoscenza, spesso
richiudeva gli occhi; e allora io, per non disturbarlo, me ne stavo zitto,
come le due suore assistenti. Veramente, quegli occhi, non si sapeva pi come
guardarglieli, cos scavati dentro come erano nel male che lo consumava.
Nessun rumore, nessun segno di vita arrivava in quella linda casetta
appartata, in cui il vecchietto aspettava tranquillo la morte. Talvolta, nel
silenzio, attraverso le vetrate, giungeva il cinguetto di un passero: io e le
due suore alzavamo gli occhi alla finestra: il passero era l, su ramo fiorito
del mandorlo, e, scotendo or di qua or di l il capino, guardava curioso nella
camera, come se volesse domandare: Che fate?. Poi, a un tratto, un frullo, e
via! Quasi avesse compreso che cosa in quella camera si stesse ad aspettare.
Un giorno Nonno Bauer mi domand se ero stato a vedere il suo giardinetto.
C'ero stato, ma non avevo voluto dirglielo.
Perch non me l'hai detto? fece egli. Qua o l, ormai, non  lo stesso? Anzi,
meglio l... Hai visto come  bello? Vi tengo tutti impicciati, e io ho tanta
voglia di dormire...
Gli parlai allora delle sue piante tutte in fiore, esagerando, per fargli
piacere, la mia ammirazione. Gli occhi di Nonno Bauer si avvivarono di
contentezza.
Ci andr presto... Peccato, che non possa pi vederlo. . .
Lo spettacolo di quell'essere ancor del tutto cosciente che con tanta
tranquillit s'era conciliato col pensiero della morte, mi cagionava un
occulto, indefinibile sentimento. Ma, di l a pochi giorni, un'altra cosa
doveva stupirmi maggiormente.
S'era ammalato d'una malattia assai grave l'unico figlio di un mio intimo
amico, vispo e leggiadro fanciullo di circa sette anni, che gi s'accarezzava
sul labbro un pajo di baffetti immaginarii e, a cavallo d'una seggiola, con
una sciabola di legno in mano, un elmo di cartone in capo, marciava a
debellare in Africa i Beduini.
Ero andato a casa di quel mio amico per affari e lo avevo trovato con la
moglie in preda a un cordoglio angoscioso, attorno al lettuccio dell'infermo
adorato.
Tifo... tifo...
Non sapevano dir altro, padre e madre, e si nascondevano la faccia con le
mani, come per non vedere il fanciulletto avvampato dalla febbre.
Ancora turbato e commosso andai quel giorno con molto ritardo a visitare Nonno
Bauer. Egli prest ascolto alla triste notizia recata da me per scusare il
ritardo: volle anzi sapere quanti anni avesse il bambino e se i medici
avessero dichiarata la malattia.
Tifo?
Scosse il capo, con le ciglia corrugate, poi richiuse gli occhi, e nella
cameretta ritorn il silenzio consueto.
Quanti giorni sono? domand dopo un lungo tratto, senza aprire gli occhi.
Non potendo supporre che egli pensasse ancora a quel fanciullo infermo e non
intendendo perci la domanda, gli domandai a mia volta:
Quanti giorni di che?
Che il bambino  ammalato? spieg Nonno Bauer, come se parlasse in sogno.
Nove giorni, risposi. E la febbre sempre alta a un modo.
Bagni freddi, gliene fanno? Anche uno ogni due ore, senza paura... Diglielo al
tuo amico.
Dopo un altro lungo silenzio, volle sapere anche il nome del fanciullo.
Il giorno appresso mi recai con lo stesso ritardo a visitare Nonno Bauer, e
cos nei giorni successivi. Andavo prima a prender notizia del bambino, e non
gi perch questo mi interessasse pi del mio caro vecchietto, ma perch Nonno
Bauer se ne interessava lui pi di me, e per prima cosa, ogni giorno, nel
vedermi entrare, mi domandava:
Come sta? Come sta?
Era rimasto impressionato del caso di quel bambino che moriva
contemporaneamente a lui; e, mentre per s non si lagnava nemmeno, di quello
si affliggeva cos che pareva non se ne potesse dar pace.
Ma di', ma un consulto non l'hanno ancora tenuto?
E consigliava i medici da chiamare. Avrebbe voluto salvarlo a ogni costo.
Purtroppo per il fanciullo era spacciato. Il giorno in cui diedi a Nonno
Bauer la triste notizia, c'era da lui a visita il vicino giardiniere, il quale
era venuto a riferirgli che il rosajo tutto intorno aveva gettato tanto, che
la pietra sepolcrale ne era quasi nascosta.
Signor Bauer, le rose dicono: l dentro non ci si va
Ma Nonno Bauer stava peggio anche lui, quel giorno. Guardava con occhi spenti;
pareva non intendesse.
Andato via il giardiniere, cadde in letargo. Poi, si riscosse con un sospiro e
disse:
Se volessero portarlo l...
Credetti che vaneggiasse, e, per richiamarlo in sensi, gli domandai:
Dove, Nonno Bauer?
L...
E alz appena la mano.
Compresi, e provai una viva tenerezza. Egli intendeva nel suo giardinetto,
lass, al camposanto. Voleva con s il bambino, l, nella nicchietta, sotto le
rose.
Diglielo... diglielo... riprese con insistenza, rianimandosi un po' e
guardandomi negli occhi: Glielo dirai?



LA MASCHERA DIMENTICATA

Nella sala gi quasi piena per la riunione indetta dal Comitato elettorale in
casa del candidato Laleva, tutti, vedendolo entrare zitto zitto zoppicante e
con gli occhi fissi e cupi sotto la fronte grinzuta, s'erano voltati, stupiti,
a mirarlo.
Don Ciccino Cirinci? Possibile? E chi lo aveva invitato?
Si sapeva che da anni e anni non s'immischiava pi di nulla, tutto assorto
com'era nelle sue sciagure: la morte della moglie e di due figliuoli, la
perdita della zolfara dopo una sequela di liti giudiziarie, e la miseria:
sciagure che avrebbe fatto meglio a portare in pubblico con dignit meno
funebre, perch non spiccasse agli occhi di tutti i maldicenti del paese quel
sigillo particolare di scherno con cui la sorte buffona pareva si fosse
spassata a bollargliele, se era vero che la moglie gli fosse morta per aver
partorito su la cinquantina non si sapeva bene che cosa: chi diceva un
cagnolo, chi una marmotta; e che avesse perduto la zolfara per una virgola mal
posta nel contratto d'affitto; e che zoppicasse cos per una famosa avventura
di caccia, nella quale invece dell'uccello era volato in aria lui con tutti
gli stivaloni e lo schioppo e la carniera e il cane, investito dalle alacce
d'un mulino a vento abbandonato sul poggio di Montelusa, le quali tutt'a un
tratto s'erano messe a girare da s; per cui ormai era inteso da tutti come
don Ciccino Cirinci quello del mulino.
Cosa strana: se da qualche malcreato sentiva fare allusione a quel parto della
moglie o a quella virgola nel contratto d'affitto, sorrideva triste o
scrollava le spalle; ma nel sentirsi chiamare quello del mulino usciva dai
gangheri, minacciava col bastone e urlava che il suo era un paese di carognoni
imbecilli.

Ora questi carognoni imbecilli ecco che si maravigliavano del suo intervento
alla riunione elettorale. Ma ci voleva tanto i pensare ch'egli doveva prima di
tutto gratitudine eterna al vecchio avvocato don Francesco Laleva, padre del
candidato d'oggi, l'unico tra tutti gli avvocati del foro che lo avesse
ajutato e difeso nell'occasione delle liti per la zolfara? Queste liti, 
vero, le aveva perdute; l'ajuto, perci, se vogliamo, era stato vano; ma che
per questo? L'obbligo della gratitudine non restava forse per lui stesso,
sacrosanto? E poi a parte la gratitudine ci voleva tanto forse a crederlo
capace di un sentimento, che doveva in quell'ora esser comune a tutti i
galantuomini, disgraziati e non disgraziati? Perdio, il sentimento della
dignit del proprio paese! Era, s o no, un cittadino anche lui? Le disgrazie,
va bene; ma, come cittadino, non poteva essere forse indignato anche lui delle
spudorate vergogne che il vecchio deputato uscente commetteva da venti anni
impunemente? Non parlava; non aveva mai parlato, perch le parole vento! Ma
ora ch'era venuto il tempo d'agire, sissignori; eccolo qua; si presentava da
s, non invitato, per mettersi a disposizione del figlio del suo antico e
unico benefattore.
I radunati stettero un pezzo a mirarlo a bocca aperta; qualcuno si tocc con
un dito la fronte, come per dire: Eh, che volete? Gli s' voltato il
cervello, poveretto!. Perch sapevano tutti che non era vero che dovesse poi
tanta gratitudine al padre del Laleva, il quale non lo aveva n ajutato n
difeso; ma solo dissuaso dal mettersi in lite per quella zolfara maledetta. Se
non che, a forza di ragionare tra s e s le sue disgrazie, chi sa, povero
Cirinci, com'era arrivato adesso a rappresentarsi uomini e cose, tutti gli
avvenimenti della sua vita; e quali parti in questi lontani avvenimenti della
sua vita attribuiva a presunti amici, a presunti nemici! E chi sa da che
strambe ragioni era stato perci indotto a presentarsi ora l non invitato; e
che cosa, nei misteriosi arzigogoli, nelle segrete previsioni del suo spirito
conturbato, doveva rappresentare per lui questa sua partecipazione alla lotta
politica in favore del figlio di don Francesco Laleva; che beneficii
sbardellati se ne riprometteva, che tremendi pericoli e responsabilit si
immaginava di dovere affrontare... Ma s, quegli occhi che lampeggiavano sotto
la fronte aggrottata; quelle pugna serrate sui i ginocchi... Povero don
Ciccino!

Cirinci, invece, guardava cos, perch non riusciva a spiegarsi il perch di
tutta quella meraviglia per la sua venuta.
Vedendosi osservato, spiato da lontano con quell'aria di costernazione
perplessa e afflitta, cominci a entrare in sospetto, che non lo volessero l.
Aveva forse capito male l'invito del Comitato elettorale?
A un certo punto, non potendone pi, s'alz sdegnoso, e, zoppicando, s'accost
a domandarlo al Laleva: Scusate, debbo rimanere o me ne debbo andare? Ho forse
fatto male a venire?
Ma no! Perch, caro don Ciccino? s'affrett a rispondergli il Laleva. Siamo
tutti felicissimi, e io particolarmente, della sua venuta! Ma si figuri!
Segga, segga. L'ho per un onore; e ne ho tanto piacere!
E allora? domand a s stesso Cirinci, tornando a sedere. Perch tutti mi
guardano cos?
Che ci fosse in lui qualche cosa ch'egli non vedeva e che gli altri vedevano?
Perch in quel momento gli pareva proprio che potesse, come tutti gli altri,
occuparsi delle elezioni, e che non ci fosse, in questo, nulla di
straordinario.
Capiva bene, s o no? Ma s, perdio, che capiva benissimo tutte le discussioni
che ora si facevano attorno a lui su le probabilit pi o meno di vittoria,
sulla disposizione dei varii partiti locali in questo e in quel comune del
collegio, sul computo dei voti favorevoli e contrarii, non solo, ma gli pareva
anzi di veder pi chiaro di certuni nella tattica da seguire verso qualche
capoelettore ancora neutrale nella lotta. Tanto che a un certo punto,
dimenticandosi del dubbio che lo aveva finora tenuto ingrugnato e sospettoso,
non pot pi trattenersi; s'alz, prese la parola e in breve, con chiarezza e
semplicit, espresse il suo concetto, come a lui pareva che si dovesse fare.
Fu nella sala uno sbalordimento generale; perch proprio nessuno riusciva a
capacitarsi come mai don Ciccino Cirinci potesse vedere cos chiaro e giusto.
Eppure, s, era proprio quella la mossa da tentare; si doveva far proprio come
diceva lui.
Tre, quattro volte, durante la lunga discussione, si rinnov quello
sbalordimento per il retto giudizio e la giustezza dei consigli e la finezza
degli espedienti da lui suggeriti. Non pareva vero! Signori miei, don Ciccino
Cirinci... Ma parlava benissimo! Chi l'avrebbe creduto? Un oratore... Ma
bravo! Ma bene! Viva Cirinci!
Pi sbalordito di tutti, alla fine, perch da un canto non gli pareva proprio
d'aver detto cose cos straordinarie da suscitare tanto stupore, tanto fervore
d'ammirazione; ma, dall'altro canto, mezzo ubriacato dagli applausi, Cirinci
si trov designato da tutti a un posto di combatti mento difficilissimo, nel
comune di Borgetto, che si riteneva la cittadella inespugnabile del partito
avversario.
Cerc di tirarsi indietro, con la scusa che non conosceva nessuno l; che non
c'era mai stato; disse anche che non erano imprese per lui; che aveva esposto
cos, in astratto il suo modo di vedere, ma che nell'atto pratico si sarebbe
perduto. Non vollero neppur lasciarlo finire di parlare; lo costrinsero ad
accettare quel posto di combattimento: e cos, la mattina dopo, don Ciccino
Cirinci, provvisto d mezzi e di commendatizie, part per Borgetto.

Vi fece miracoli, a detta di tutti, nei quindici giorni che precedettero
l'elezione politica. Veri miracoli, se in due settimane riusc a cambiare la
posizione del Laleva in quel comune da cos a cos.
Fu per il bisogno di raggiungere e toccare una realt qualunque nel vuoto
strano, in cui quell'avventura impensata lo aveva cos d'improvviso gettato?
Vuoto arioso e lieve, nel quale tutti gli aspetti nuovi, d'uomini e di cose
gli apparivano come in una luce di sogno, nella freschezza di quell'azzurro di
marzo corso da allegre nuvole luminose? O fu per il prorompere di tante
energie ancor vive e ignorate, da anni e anni compresse in lui, soffocate
dall'incubo delle sciagure? Energie giovanili, intatte, che lo avrebbero
portato chi sa dove, chi sa a quali imprese, a quali vittorie, se la sua vita
non si fosse chiusa come s'era chiusa nel lutto di quelle sciagure?
Il fatto  che oper miracoli in quel paesello dove nessuno lo conosceva. E
certo perch nessuno lo conosceva.
Tutto fuori di s, l, in preda a quelle energie insospettate e scatenate d'un
subito in lui, affront imperterrito gli avversarii, li forz a discutere e a
riconoscere prima gli errori e l'insipienza, poi la vergogna del loro vecchio
deputato; e non si diede un momento di requie: ora qua a scrollare i
titubanti; ora l a sventare un'insidia, a presiedere un comizio, a sfidare al
contraddittorio anche lo stesso deputato uscente, o chi per lui: tutto quanto
il paese!
Cose che non avrebbe mai supposto non che di poter dire, ma neppure di pensare
lontanamente, gli venivano alle labbra, spontanee, con un'abbondanza e
facilit di parola, un'efficacia d'espressioni, che ne restava lui stesso come
abbagliato. Pareva che una vena nuova di vita gli fosse rampollata dentro, e
si fosse messa a scorrere in lui con urgenza impetuosa. Coglieva a volo tutto,
comprendeva tutto a un minimo cenno; e ogni cosa, dentro, pur restandogli
nuova e fresca, gli diventava subito nota e propria; se n'impadroniva con
quelle forze vergini, che non avevano potuto aver mai uno sfogo in lui, e che
ora lo rendevano alacre e sicuro della vittoria, come un giovane, tra la
frenesia che gi aveva preso a bollire in tutti coloro che gli si facevano
attorno sempre in maggior numero, e che a stento riuscivano a tenergli dietro
in quella tumultuosa agitazione.
Non pens pi neanche d'aver una gamba zoppicante. Non gli faceva pi male.
Gli anni? Sessantadue, s... Ma che voleva dire? Avanti! Era come se
cominciasse ora la vita. Avanti! Avanti! Qua, per il momento, c'era da correre
a minacciare a quel signor assessore la denunzia delle cento schede trattenute
ai soci del circolo operajo, poi a documentare il tentativo di corruzione del
signor sindaco: il pagamento di cinquanta voti a dieci lire l'uno. Come
documentarlo? Ma con le testimonianze, perdio! S'incaricava lui di far
confessare quei contadini alla presenza d'un notajo, lui, lui... Avanti!
Arriv cos al giorno della vittoria che pareva un altro, ricreato in
quell'aura di popolarit, tra gente nuova, in un paese nuovo, preso d'assalto,
messo sottosopra e conquistato in pochi giorni. E, la sera della proclamazione
del nuovo eletto, si present raggiante nella vasta sala del Circolo dei
civilidove era imbandita una splendida mensa in suo onore; per quanto gi
gli apparissero evidenti i segni della stanchezza nella vecchia maschera
dimenticata.

Circolava intanto in quella sala, nell'attesa che i posti fossero assegnati
nella mensa, un certo squallido ometto scontorto, dal cranio d'avorio,
luccicante sotto i lumi. Quasi a nascondersi, teneva il capo insaccato nelle
spallucce ossute, ma cacciava in tutti i crocchi la punta della barbetta
arguta, gialliccia, come scolorita, e figgeva in faccia a questo e a quello
gli occhietti lustri, acuti come due spilli, che gli spiccavano maligni nel
cereo pallore del viso. Si fermava un momento a ripetere una domanda
insistente alla quale era chiaro che non riceveva una risposta che lo
soddisfacesse; negava col dito, scrollava le spalle come se esclamasse: Ma
che! Ma che! Impossibile!, o stirava il volto sporgendo il labbro inferiore,
come uno che non riesca a capacitarsi, e s'allontanava rivoltandosi a guardare
di sfuggita e di sbieco, con quegli occhietti puntuti, Cirinci.

Cirinci se n'accorse subito.
Pur tra il fervore entusiastico dell'accoglienza, si sent ferire fin da
principio da quegli occhietti. Cerc di sfuggirli, rituffandosi in mezzo alla
confusione della festa. Ma di qua, di l, da vicino, da lontano, donde meno se
l'aspettava, si sentiva pungere dalla fissit quasi spasimosa di quegli
occhietti persecutori; e, appena punto, raggelare, sconcertare, rimescolar
tutto da un sentimento oscuro che, facendogli impeto rabbiosamente, gli
occupava come di una tenebra di vertigine il cervello. Si ripigliava; ma
avvertiva internamente che non gli era pi possibile ormai tenersi fermo, ch
tutto, dentro, gli vagellava, non tanto per la persecuzione di quegli
occhietti, di cui in fine non aveva nulla da temere, quanto perch... perch
non lo sapeva bene lui stesso.
Non era timore, non era vergogna; ma si sentiva come tratto di dentro a
nascondersi e a scomparire da quella festa.
Troppo chiasso, oh Dio... troppo chiasso.
E andando in giro per la sala, intronato, faceva atto con le mani di smorzare
i rumori.
Ma pi faceva cos, pi si acuiva proprio fino allo spasimo in quei tali
occhietti una curiosit pazzesca.
E allora Cirinci cadde in preda a una cos cupa esasperazione, che di fuori
ebbe lo strano effetto di farlo apparire quasi cangiato all'improvviso.
Si riebbe un momento allorch tutti lo presero e lo portarono in trionfo a
sedere a capo tavola; ma, cessata l'agitazione della cerca dei posti, appena
tutti si furono accomodati, Cirinci, volgendo lo sguardo in giro, ricadde pi
intronato che mai e nell'intronamento si fiss, come impietrato, vedendosi
vicinissimo, a quattro posti di distanza, quell'ometto che seguitava a
fissarlo, e ora ecco allungava il collo verso di lui, con l'indice teso come
un'arma presso uno di quegli occhietti diabolici, quasi a prender la mira, e
gli domandava:
Ma scusate, non siete don Ciccino Cirinci, voi?
Non era sul nome la domanda. Non potevano capirlo gli altri; ma lui, s,
Cirinci lo intese benissimo.
Che quegli fosse don Ciccino Cirinci, glielo dovevano aver detto e ripetuto
tutti cento volte, a quell'ometto. Ma appunto di questo non riusciva a
capacitarsi quell'ometto: che cio don Ciccino Cirinci ch'egli tempo addietro
aveva conosciuto, fosse questo che ora gli stava davanti... Questo? Possibile!
Quello del mulino?
S, s, quello del mulino... Aveva ragione! Non era credibile! Cirinci adesso
tutt'a un tratto lo riconosceva anche lui.
Non era credibile, non appariva pi credibile neanche a lui stesso, che quello
del mulino, lui, proprio lui, potesse trovarsi l, in mezzo a quella festa, e
che avesse potuto fare tutto quel che aveva fatto, senza saperne pi il
perch.
Che importava a lui, infatti, ora che con gli occhi di quell'ometto si vedeva
rientrare in s medesimo con tutte le sue sciagure e la sua miseria, che
importava pi a lui della vittoria del Laleva? Delle vergogne del deputato
sconfitto?
Tutti i convitati, nel vederlo cos d'un subito appassire, credettero in prima
che fosse effetto di momentanea stanchezza, e cercarono di ravvivarlo con
incitamenti e congratulazioni; ma si sentirono rispondere e agghiacciare con
certi scemi e strascicati: Gi... gi... che rivelarono assente, lontano
mille miglia dalla festa, lo spirito di lui.
E quando, il giorno appresso, Cirinci se ne part da Borgetto, ingrugnato,
funebre, rispondendo a mala pena ai saluti, tutti restarono a guardarsi tra
loro, non sapendo comprendere la ragione di un mutamento cos improvviso, e
parecchi avanzarono il sospetto che fosse un imbroglione, un miserabile
impostore venuto a mistificarli.



LA BALIA

I.

Finalmente! esclam la signora Manfroni, strappando di mano alla serva la
lettera da Roma tanto sospirata, nella quale il genero, Ennio Mori, doveva
darle tutti i minuti ragguagli promessi, intorno al parto recente della figlia
Ersilia.
Inforc subito gli occhiali e si mise a leggere.
Gi sapeva da telegrammi precedenti, che il parto era stato laborioso, ma che
tuttavia la figlia non correva alcun rischio. Ora per la lettera le dava a
sapere che qualche rischio Ersilia veramente lo aveva corso e che anzi c'era
stato bisogno d'un ostetrico. Questa notizia il Mori la dava non certo per
affliggere i parenti della moglie, ora che tutto, bene o male, era passato; ma
per lagnarsi della caparbiet di lei che, contro i suoi saggi consigli, s'era
ostinata a portare fino all'ultimo il busto troppo stretto, i tacchi delle
scarpe troppo alti.
Asino! i tacchi!
E parecchie volte la signora Manfroni, friggendo, ripet quell'asino! durante
la lettura. A un tratto s'impunt, pi che mai stizzita, e lev gli occhi
dalla lettera e guard in giro, quasi cercasse qualcuno con cui sfogarsi.
Come? come?
Ah, la balia non doveva essere romana? O perch no, signor avvocato Mori? Le
balie romane hanno troppe pretensioni? Oh guarda, l'economia adesso! Come se
la dote di Ersilia non potesse permettere un tal lusso al signor avvocato
socialista. Eh gi! e intanto che bella figura avrebbe fatto Ersilia per le
vie di Roma con a fianco una zotica contadinotta siciliana da lavare a sei o a
sette acque, parata da balia!
Asino! Asino! Asino!
Oh! Non si mangia oggi? Perch la tavola non  ancora apparecchiata?
Il signor Manfroni entr, vociando cos, al solito. Di l aveva gi sgridato
la serva e la cuoca.
Piano, Saverio, piano... disse la moglie. Sai bene che c' sempre un mondo da
fare in casa nostra.
Da fare? Voi? E io?
Leggiti, leggiti la bella lettera del tuo carissimo genero, piuttosto.
Ersilia?
Sentirai.
Il signor Manfroni si calm di botto; scorse la lettera poi, ripiegandola:
Benissimo! Ho la balia che ci vuole.
Aveva di questi lampi il signor Manfroni, nei quali egli per primo
s'abbagliava e a cui doveva a suo credere la sua ingente fortuna commerciale.
Con aria derisoria e di sfida la signora Manfroni domand:
Sarebbe?
La moglie di Titta Marullo.
La moglie di quell'avanzo di forca?
Taci!
La moglie di quel capopopolo?
Taci!
La moglie d'un coatto!
Lasciami dire! grid il Manfroni. Sei donna tu e, per tua norma, qua,
Domineddio, stoppa, stoppa, cara mia, ti ci ha messo! stoppa in luogo di
cervello. Con le belle condizioni sociali, nelle quali viviamo...
Come c'entrano le condizioni sociali? domand, stordita, la moglie.
C'entrano! C'entrano! ribatt furiosamente il signor Saverio. Perch, noi, noi
che siamo riusciti col lavoro assiduo e per... come si dice? perticace, cio,
no... s, giusto dico, perticace, a metter da banda una sostanza qualsiasi,
noi, oggi, per tua norma, di fronte all'avvenire che si fa man mano pi
torbido e minaccioso... hai capito?
No! Che vuoi che capisca?
E non te lo dico io? Stoppa!
Afferr una seggiola, l'accost a quella su cui stava la moglie e vi sedette
in gran furia, sbuffando.
Io, Titta Marullo, riprese, sforzandosi di parlar sotto voce, perch i servi
non udissero, io, Titta Marullo, per tua norma, lo scacciai dal panificio, per
le sue idee rivoluzionarie.
Come quelle del signor Mori, a cui hai dato tua figlia!
Lasciami dire! url il Manfroni. E perch gli ho dato mia figlia, io? Prima di
tutto perch Ennio  un ottimo giovine; poi, sissignora, perch socialista!
sissignora! E mi  convenuto! e mi ha fatto gioco! Sai dirmi perch sono tanto
rispettato, io, da tutta quella canaglia a cui do da mangiare? Stoppa! Ma qui
Ennio non c'entra... Parlavamo di Titta Marullo. Lo scacciai dal panificio.
Rimasto sul lastrico, il disgraziato, si regol in modo da farsi mandare
all'isola, a domicilio coatto. Ora io, ricco, ma con qui dentro qualcosa che
batte e che, per tua norma, si chiama cuore, prendo sua moglie, la ficco in un
vagone di terza classe e la spedisco a Roma, balia del mio nipotino!
Poteva avere centomila ragioni il signor Manfroni, ma aveva anche su uno
zigomo un ridicolissimo porro, sul quale la moglie appuntava gelidamente uno
sguardo quanto mai dispettoso, quando si vedeva costretta a sottomettersi a
quelle ragioni. E il signor Manfroni, nel vedersi ogni volta guardato il
porro, provava un tale urto di nervi che, per non fare uno sproposito,
troncava subito la discussione. Son il campanello e ordin alla serva:
Di' a Lisi che venga subito qua.
Lisi, che fungeva da cocchiere e da servotto, si present su la soglia senza
giacca, con le maniche della camicia rimboccate su le braccia e la bocca
aperta a un riso muto, come soleva ogni qual volta i padroni lo chiamavano al
loro cospetto.
Il signor Manfroni, fin dal primo vederlo, aveva scoperto uno straordinario
ingegno in questo ragazzo.
Sai dove sta la moglie di Titta Marullo?
Sissignore. Ho capito! rispose Lisi, e sollev una spalla e si contorse,
mentre un sorriso scemo gli alzava quasi il bollo in gola.
Che hai capito, animale? gli grid il Manfroni, che non era in vena
d'ammirarlo, in quel momento.
Lisi si storcign di nuovo, come se il padrone gli avesse fatto un bel
complimento, e rispose:
Vado a dirglielo, sissignore.
Dille che venga subito qua. Debbo parlarle.
E, di l a poco, il signor Manfroni ebbe una prova lampantissima del non
comune ingegno di Lisi. Figurarsi che, mentre era ancora a tavola con la
moglie, vide irrompere nella stanza Annicchia, la moglie di Titta, piangente
di gioja, con un bambinello in braccio di circa due mesi.
Ah, signorino! signorino mio! si lasci baciare la mano!
E, cos esclamando, gli s'inginocchi ai piedi. La serva, la cuoca s'erano
affacciate all'uscio per assistere alla scena, e Lisi innanzi a loro rideva,
trionfante, beato.
Tra gli occhi e le sopracciglia del signor Saverio s'impegn una viva lotta:
quelli volevano sbarrarsi per lo stordimento improvviso, e queste
contemporaneamente aggrottarsi dalla rabbia. Ritrasse subito la mano che la
giovine inginocchiata voleva baciargli: guard verso l'uscio e url:
Fuori! No, tu qua, Lisi! Che le hai detto?
Che Titta verr! esclam Annicchia senza levarsi. Che me l'ha liberato Lei,
signorino mio!
Il Manfroni balz in piedi e brand la seggiola:
Aspetta, canaglia!
Lisi scappo via come un daino.
Non  vero? fece Annicchia, appassendo, rivolta alla signora Manfroni.
E si rialz lentamente. Ci volle del bello e del buono per farle intendere che
la liberazione del marito non dipendeva, n poteva dipendere in alcun modo
dalla volont e dalle amicizie del signor Manfroni, il quale, se lo aveva
scacciato dal panificio, ella era testimonia di quanta longanimit avesse
prima dato prova, unicamente per lei che, da bambina, gli era cresciuta in
casa ed era stata compagna di giuoco d'Ersilia, tant'anni.
Mentre il marito dava queste spiegazioni, la signora Manfroni osservava la
giovine e, con l'immaginazione, la parava da balia e approvava col capo,
approvava come se gi la vedesse con un goffo zendado rosso in testa e uno
spillone dai tremuli fiori d'argento tra i biondi capelli.
Annicchia, allorch il Manfroni le espose la ragione per cui aveva mandato
Lisi a chiamarla, rest tra stordita e perplessa.
E questo mio bambinello? disse, mostrandolo. A chi lo lascio?
Se lo strinse al seno; si mise a piangere di nuovo.
Tata non torna, Luzz! non torna!
Infine, scoprendo la faccia lacrimosa, aggiunse, rivolta alla signora
Manfroni:
Non lo conosce; ancora non l'ha veduto, quest'angeletto che gli  nato.
Potresti darlo ad allevare, con un po' di quello che avrai da Ersilia.
Oh, per la signorina Ersilia, s'affrett a dire Annicchia, si figuri con che
cuore lo vorrei fare! Ma... troppo lontano! a Roma!
Il signor Saverio spieg l per l che: Partenza! Pronti! col treno e col
piroscafo, non c'erano pi distanze, ormai.
Sissignore, disse Annicchia, Vossignoria, dice bene; ma io sono una povera
ignorante; mi sperderei. Non ho mai dato un passo fuori del paese. E poi,
aggiunse, Vossignoria sa che ho con me la suocera: come potrei lasciarla,
povera vecchia? Siamo restate noi due sole. Titta me l'ha tanto raccomandata!
E se sapesse come viviamo! io, con le braccia legate da questa creaturina;
lei, vecchia di settant'anni! Volevo dare ad allevare il piccino e mettermi a
servizio. Gi, Titta non trover pi nulla della bella roba comperata quando
sposammo: roba da poverelli, si sa, ma pulita. Svenduta, a questo e a
quello... Ma la vecchia non vuole ch'io vada a servizio.  superba; non vuole.
Per, essendo per la signorina Ersilia, forse... Ecco, potrei tentare di
dirglielo.
S, ma la risposta, subito. Dovresti partire domattina, al pi tardi.
Annicchia rimase ancora perplessa.
Sentir, e Le sapr dire s o no, disse infine; e and via.
Abitava in una viucola l presso. Gi tutte le vicine, al tanto lieto quanto
falso annunzio di Lisi, s'erano affollate nella nuda casetta a pian terreno,
intorno alla vecchia madre del deportato che se ne stava seduta, tutta
inarcocchiata, con un fazzoletto nero in capo annodato sotto il mento e le
mani nodose su un rozzo scaldino di terracotta posato su le ginocchia.
Lodavano quelle il buon cuore e la generosit del Manfroni, e la vecchia, con
la testa bassa, emetteva di tratto in tratto come un grugnito, non si sapeva
se d'assenso o di dispetto, saettando con gli occhi certi sguardi che
esprimevano diffidenza e fastidio. Quando Annicchia si present su la soglia e
con l'aspetto e con le prime parole raggel su le labbra delle vicine le frasi
ammirative per il signor Manfroni, la vecchia suocera alz la testa e guard
in giro con sdegno le vicine; poi, all'annunzio della proposta del Manfroni,
si lev in piedi.
Che gli hai risposto?
Annicchia volse uno sguardo alle vicine, come per dire: Fatele intender voi,
che io debbo accettare.
Gli ho risposto che sarei venuta a dirvelo, mamma.
Non voglio! Non voglio! grid subito, irosa, la vecchia.
Non vorrei nemmeno io; ma...
E di nuovo Annicchia si rivolse per ajuto alle vicine. Queste allora, un po'
l'una e un po' l'altra, cercarono di persuadere alla vecchia le ragioni per
cui la nuora non avrebbe dovuto perder l'occasione che le si offriva di
provvedere onestamente a s, a lei, al bambino. Una, anzi, ch'era venuta col
suo figliuolo in braccio, attaccato a una enorme poppa:
Qua! qua! guardate, si mise a gridare, ho latte per due! Me lo piglio io, il
bambino... Qua, guardate!
E, cavando il capezzolo di bocca al poppante, sollevando con una mano la
mammella, fece sprizzare il latte in faccia alle comari del vicinato che,
ridendo e riparandosi con le braccia, si scostarono addossandosi l'una
all'altra.
Ma la vecchia non volle piegarsi; si ribell a tutte le insistenze, gridando
alla nuora:
Se vai,  contro la mia volont, e ti maledico! Ricordatene!


II.

L'avvocato Ennio Mori aspettava alla stazione l'arrivo del treno da Napoli.
Piccolo di statura, magrissimo, con le spalle in capo, sbuffava, impaziente, o
si grattava la faccetta ossuta, dalla tinta itterica, invasa e quasi oppressa
da una barba nera troppo cresciuta, o si aggiustava le lenti che non volevano
reggerglisi sul naso, o si tastava di tanto in tanto le tasche del pastrano e
della giacca piene di giornali.
Si accost a un ferroviere.
Scusi, il treno da Napoli?
 in ritardo di quaranta minuti.
Ferrovie italiane! Cose da pazzi!
E s'allontan, in cerca d'un posto qualunque per sedere; l in fondo, sotto
l'orologio, in qualche sporgenza del muro, poich tutti i sedili erano
ingombri.
Gli toccava fare anche da servitore alla balia che doveva arrivare:
Cose da pazzi!
Dopo due anni di matrimonio e di dimora in Roma, sua moglie era come uscita or
ora da quella trib di selvaggi dell'estremo lembo della Sicilia: non sapeva
n muoversi per casa, n uscir sola per provvedere ai bisogni minuti della
famiglia; non sapeva far altro che rimproverar lui dalla mattina alla sera,
sempre imbronciata, e punzecchiarlo dove pi si teneva: nella logica, nella
logica; e affliggerlo con la pi stupida e odiosa gelosia, non per amore, ma
per puntiglio. Non si sentiva amata! E sfido! Che aveva mai fatto, che faceva
per essere amata? Se pareva anzi che provasse gusto a farsi odiare! Mai una
parola gentile, mai una carezza, mai! e sempre armata di diffidenza, spinosa,
dura, arcigna, permalosa. Ah, parola d'onore, aveva fatto un bel guadagno a
sposarla!
Cose da pazzi!
Sbuff, torn ad aggiustarsi sul naso le lenti; trasse uno dei tanti giornali
e si mise a leggere.
Ma, pure in quella lettura, come in casa trattando con la moglie, non riusciva
a trovare un momento di requie; e, quasi a ogni notizia, tornava a ripetere
quella sua solita frase: Cose da pazzi! . Seguitava a leggere, tuttavia; e,
ogni giorno, non si dichiarava soddisfatto, se non aveva scorso da capo a
fondo tutti i fogli pi in vista di Roma e di Milano, di Napoli, di Torino, di
Firenze, di cui aveva sempre cos piene le tasche.
Medicina, soleva dire. Mi muovono la bile.
Troppo, per! Eh, glielo aveva detto anche il medico. Troppo, s, forse; ma
poi, non leggendo i giornali, lo spettacolo diretto dell'amenissima vita
italiana, la compagnia della moglie, non gli avrebbero guastato il fegato?
Meglio dunque i giornali.
E questo maledetto treno da Napoli, insomma, arriva o non arriva?
Guard l'orologio; scatt in piedi, smarrito. Era trascorsa pi di un'ora!
S'avvi di corsa verso l'uscita. Dove trovare adesso quella poveretta, che
doveva essere arrivata e non sapeva l'indirizzo di casa?
Ma la trov, per fortuna, nell'ufficio della dogana, dove si visitano i
bagagli, che piangeva seduta sul sacco. I doganieri cercavano di confortarla;
le consigliavano di andare in questura, non conoscendo essi quell'avvocato
moro di cui ella parlava.
Annicchia!
Signorino! grid la poveretta, levandosi d'un balzo, alla voce.
E per poco non l'abbracci, dalla gioja. Tremava tutta.
Perduta, signorino mio, perduta... E come avrei fatto io, se Vossignoria non
veniva?
Ma quel degnissimo galantuomo di mio suocero, le grid Mori, non poteva
scriverti l'indirizzo di casa mia su un pezzettino di carta?
Ma io non so leggere... gli fece osservare Annicchia, che si sforzava di
soffocare gli ultimi singhiozzi e si asciugava le lagrime.
Cose da pazzi. Avresti potuto dare l'indirizzo a un vetturino, senza che
m'incomodassi io a venire. Del resto son venuto. Ero dentro la stazione. Non
mi sono accorto dell'arrivo del treno. Basta.
Montando in vettura, le raccomand:
Non far parola a mia moglie di quest'incidente. Succederebbe un caso del
diavolo.
Trasse di tasca un altro giornale e si mise a leggere.
Annicchia si restrinse, per occupare nella vettura quanto meno posto le fosse
possibile. Provava una gran soggezione, seduta l, accanto al padrone, sola
con lui. Ma fu per poco. Era addirittura intronata dal lungo viaggio, dalle
tante e nuove impressioni che le avevano tumultuosamente investito la povera
anima, chiusa finora e ristretta l, nelle abituali occupazioni dell'angusta
sua vita. Non ricordava pi nulla; non pensava, non vedeva pi nulla; sentiva
soltanto il sollievo d'esser giunta, finalmente; d'aver superato il terrore
della traversata sul piroscafo da Palermo a Napoli, lo sgomento della furia
del treno. Ov'era giunta? Si provava a guardar fuori della vettura; ma gli
occhi le dolevano. Avrebbe avuto tanto tempo di veder Roma, la grande citt
dov'era il Papa! Intanto, gi si trovava accanto a uno ch'ella conosceva, e
tra poco avrebbe riveduto la signorina sua e si sarebbe di nuovo sentita
quasi nel suo paese. Sorrise. Le si affacci per un istante al pensiero il
figliuolo lontano, la vecchia suocera, ma ne scacci subito l'immagine per il
bisogno istintivo di non turbarsi quel momento di sollievo dopo le lunghe
sofferenze angosciose del viaggio.
A Napoli, le domand a un tratto il Mori,  venuto qualcuno a rilevarti sul
piroscafo?
Ah, sissignore! Un galantuomo! Tanto buono... s'affrett a rispondergli
Annicchia. Anzi mi ha comandato di salutarla.
Ti ha comandato?
Sissignore, di salutarla.
Ti avr pregato.
Sissignore; ma... un padrone mio...
Ennio Mori sbuff e si rimise a leggere il giornale.
Medicina, medicina!
Come dice? arrischi, timidamente, Annicchia.
Niente: parlo con me.
Annicchia rimase un po' perplessa, poi aggiunse:
Anche a Palermo  venuto alla stazione un altro galantuomo che mi ha poi
accompagnata fino al vapore: tanto buono anche lui.
E t'ha comandato anche lui di salutarmi?
Sissignore, anche lui.
Il Mori abbass su le gambe il giornale, si aggiust sul naso le lenti e le
domand, accigliato:
Tuo marito?
Sempre l! sospir Annicchia. All'isola! Ah, se Vossignoria che sta qui a
Roma, che c' il Re...
Sta' zitta! la interruppe, di scatto, il Mori, come se, nominando il re,
quella poveretta gli avesse pestato un piede.
Basterebbe una parolina... os d'aggiungere Annicchia, sommessamente.
Cose da pazzi! sbuff di nuovo il Mori, cos urtato, che spiegazz il giornale
che teneva su le gambe e lo butt fuori della vettura. Credi che ci abbiano
mandato soltanto tuo marito, a domicilio coatto? Ci mandano anche noi!
I signori? domand Annicchia, stupita e incredula. Come ce li mandano i
signori?
Sta' zitta! replic il Mori, a cui riusciva addirittura insopportabile quella
supina ignoranza.
E si mise, fosco, a riflettere su l'impresa disperata di dare una nuova
coscienza a quell'infima gente della sua Sicilia, in cui era cos
profondamente radicato il sentimento della servilit.
La carrozza, alla fine, giunse in Via Sistina, ove il Mori abitava.
Ersilia era ancora a letto. Sotto il roseo parato a padiglione dell'ampio
letto, tra il candore dei guanciali e de' merletti, appariva pi bruna di
carnagione, quasi nera, immagrita com'era dalle doglie del recente parto.
Annicchia corse ad abbracciarla festosamente.
Signorina! Signorina mia! Eccomi qua... Mi pare un sogno! Come sta? Ha
sofferto molto,  vero? Oh, figlia mia! Si vede... Non si riconosce pi...
Mah, cos vuole Dio: noi donne siamo fatte per patire.
Un corno! protest Ersilia. Che stupide, le donne... Tutte cos! Ci provate
gusto,  vero? a ripetere che noi donne siamo fatte per patire. E a furia di
ripeterlo, eccoli qua, i signori uomini, credono davvero, ades so, che
nojaltre dobbiamo stare al loro servizio, per il loro comodo e per il loro
piacere. Noi le schiave,  vero? e loro i padroni. Un corno!
Ennio Mori, a cui era diretta la botta, ripieg furiosa mente il terzo
giornale, sbuff e usc dalla camera.
Annicchia guard la padrona, un po' impacciata, e disse:
Anche loro, poveretti, hanno tanti guaj...
Dormire, mangiare e andare a spasso. Vorrei fare un po' il cambio, io. Ah,
uomo, uomo, e cieco d'un occhio!
Certo, quando abbiamo finito da poco di patire per loro...
No, sempre! Li odio tutti!
A questo punto, s'intese dall'altra parte un grido di Ennio Mori:
L'universo mondo!
A cui rispose un altro grido:
Eccomi, signorino! Mi comandi.
Ersilia scoppi a ridere e spieg ad Annicchia:
Ho la serva sorda. Appena si grida un po', si sente chiamata. Margherita!
Margherita!
Su la soglia si present la vecchia sorda, con un'aria tra di offesa e di
stralunata. Di l, il Mori, con gli occhi fuori del capo, le aveva fatto un
gesto... un certo gesto sguajato.
Senti, Margherita, riprese Ersilia. Questa  la balia, arrivata adesso...
adesso, s. Bene: ora tu insegnale la sua camera. Hai capito? Andrai a
lavarti, aggiunse, rivolgendosi ad Annicchia, sei tutta affumicata.
Annicchia sporse il capo per guardarsi nello specchio dell'armadio e subito
esclam, con le mani per aria:
Mamma mia!
Il fumo della ferrovia e le lagrime versate alla stazione le avevano
insudiciato il volto. Prima d'andare a lavarsi, volle per raccontare alla
signorina sua, con vivacissimi gesti e frequenti esclamazioni, che facevano
sbarrare tanto d'occhi alla serva sorda, le peripezie del viaggio di mare, poi
di quello in ferrovia, e come a un certo punto, sentendosi scoppiare il seno
per la furia del latte, si fosse messa a piangere come una bambina. I compagni
di viaggio le domandavano che avesse; ma ella si vergognava a dirlo; alla
fine, quelli capirono; e allora un giovinastro le propose di succhiarle lui il
latte malcreato! e gi le stendeva, ridendo, le mani al petto. Ella, gridando,
aveva minacciato di buttarsi dal finestrino del vagone. Ma poi, per fortuna,
alla prima fermata del treno, un vecchio ch'era l accanto a lei, l'aveva
condotta a un altro scompartimento, dove c'era una donna che aveva con s una
bambinuccia di tre mesi, misera misera, alla quale finalmente aveva potuto dar
latte, sentendosi man mano rinascere.
Ersilia credeva d'aver gi preso l'aria della continentale ed ebbe perci
fastidio di quelle vive, ingenue espressioni di pudor paesano.
Basta, a lavarti, ora! Poi mi dirai della mamma e del babbo. Va', va'.
E il bambinello? chiese Annicchia. Non me lo vuol far vedere? Lo vedo e me ne
vado.
L, disse Ersilia, indicando la culla. Ma tu no, non toccare il velo con le
mani sporche. Su, Margherita, faglielo vedere.
Tra tanta ricchezza di nastri, di veli, di merletti, Annicchia vide un
mostriciattolo dal volto paonazzo, pi misero di quella bimba a cui aveva dato
latte in treno. Pure esclam:
Bello! Bello! Coruccio mio, dorme come un angioletto... Vossignoria vedr
quanto glielo far diventare... Anche il mio Luzziddu era nato cos, piccolo
piccolo, e ora, se lo vedesse!
S'interruppe, commossa:
Vado e torno, poi disse; e segu la serva nell'altra camera.


III.

Avrebbe voluto attaccarsi subito al seno il piccino; il padrone era d'accordo
con lei; ma Ersilia, che doveva in tutto contrariare il marito, nossignore,
volle prima che un medico esaminasse il latte.
C' bisogno del medico? disse Annicchia, ridendo. Non vede come sto?
Era raggiante di salute, fresca e rosea.
Ersilia, dal letto, la guard odiosamente, come se ella, con quelle parole,
avesse voluto attirare l'attenzione del marito.
Il medico! Voglio subito il medico! insistette.
E il Mori, borbottando la sua solita frase, dovette andare per il medico.
Questi venne verso sera, quando gi Annicchia spasimava di nuovo per il seno
inturgidito, e il bambino, che non riusciva ad attaccarsi a quello, del resto,
arido della madre, trangosciava, affamato.
Ennio avrebbe voluto assistere alla visita; ma la moglie lo cacci via:
Che hai da vedere? Di' piuttosto a Margherita che porti un cucchiajo e un
bicchier d'acqua.
Bionda, eh?... bionda... bionda... diceva, in tanto, il medico che aveva in
vezzo ripetere tre e quattro volte di seguito la stessa parola, guardando con
aria astratta, come se stentasse ogni volta a fissare il pensiero.
Annicchia, nel vedersi osservata a quel modo, divent rossa come un papavero.
Bionda, eh? diciamo, gentilissima signora, seguitava intanto il medico,
bionda,  vero? gentilissima signora... Bella giovane... bella, e pare sana,
anche sana... Ma bruna, eh, bruna, bruna sarebbe stata meglio... Il latte
delle brune, sicuro, il latte delle brune... Basta, vediamo un po'.
Fece alzare il capo ad Annicchia e le esamin le glandule del collo; dopo
altre osservazioni, distratto, cominci a sbottonarle il corpetto. Annicchia,
tremante di vergogna, stupita e imbarazzata, cerc di impedirglielo,
riparandosi il seno con le mani.
Cava, eh? cava fuori, le disse il medico.
Ersilia scoppi a ridere.
Perch... perch ri... perch ride, gentilissima signora?
Ma non vede come si vergogna codesta sciocca? gli fece notare Ersilia.
Di me? Io sono il medico!
Non c' avvezza, riprese Ersilia. E poi le nostre donne, sa, noi siciliane non
siamo mica come le donne di qua.
Ah, fece subito il medico, capisco, capisco... so bene, so bene... pi
pudibonde, eh? pudibonde... Ma io sono il medico; un medico  come il
confessore. Vediamo un po': spremi tu stessa qualche goccia in questo
cucchiajo. Quanto tempo ha il tuo figliuolo?
L'ho comprato, rispose Annicchia, forzandosi a guardarlo in volto, che saranno
due mesi.
L'hai comprato? che dici?
Come debbo dire?
Ma fatto, figliuola mia, fatto... I figliuoli si fanno... si fanno... Che c'
di male?
Quando il medico finalmente, dopo l'esame del latte and via, Annicchia si
abbandon su una seggiola, sfinita come se avesse sostenuto una tremenda
fatica:
Ah, signorina mia, che vergogna! mi sentivo morire.
Poco dopo, udendo vagire il bambino, corse alla culla e subito gli porse il
petto.
Tie', sziati, figlio bello mio, animuccia mia!
Ersilia, dal letto, la guat di nuovo: le vide i biondi capelli dorati,
spartiti nel mezzo, in due bande che si ripiegavano sugli orecchi e le
incorniciavano il volto delicato; le intravide il seno meravigliosamente
bianco e formoso; e le disse, stizzita:
Sarebbe stato meglio custodirlo, prima; e poi dargli il latte per
addormentarlo.
Lo lasci succhiare, poverino! esclam Annicchia. Ha proprio fame! Se sentisse
come succhia, come succhia!
Poco dopo, nella camera accanto, destinata a lei e al piccino, non rifiniva
d'esclamare, ammirando la mobilia e i cortinaggi:
Ges! che cose, a Roma! che cose!
E si sent impacciata davanti a quel letto nuovo, cos bello, apparecchiato
per lei. Ricord allora l'impaccio pi vivo provato, due anni addietro, alla
vista di un altro letto, nel quale per la prima volta avrebbe dovuto coricarsi
non pi sola: rivide col pensiero la sua casetta lontana, com'era gi,
allorch Titta, senza quelle ideacce cattive che lo avevano rovinato, aveva
messa su, amorosamente, per le nozze; com'era adesso, squallida e nuda, con
due seggiole appena e un letto solo, per lei e per la suocera.
Ora la vecchia laggi lo aveva tutto per s, quel letto a due, poich forse il
bambino dormiva in casa della vicina. Povero Luzziddu, cos piccino, l, fuori
di casa, e con la mamma sua cos lontana! Certo quella donna non poteva aver
per lui le cure che aveva per il proprio figliuolo; e Luzziddu, messo da parte
doveva aspettar quieto quel po' che avanzava: lui, lui che finora aveva avuto
tutta per s la mamma sua!
Annicchia si mise a piangere; ma poi, temendo che qualcuno se n'avvedesse,
asciug le lagrime e, per confortarsi, pens che l presso, a guardia, c'era
la nonna, la quale, all'occorrenza, avrebbe saputo farsi valere con quel suo
fare cupo e imperioso. Degna madre di Titta! Ma buona in fondo, com'era buono
Titta; certo col tempo si sarebbe convinta che, se la nuora aveva osato
disobbedire, vi era stata costretta dalla necessit e per il bene di tutti.
Ora, per dimostrare quasi a s stessa ch'era stato un sacrifizio il suo e che,
nel compierlo, aveva pensato soltanto al bene degli altri e non al suo,
avrebbe voluto dormire magari per terra e non l, su quel letto signorile,
sotto quel cortinaggio: il piccino, l, poich tutta quella ricchezza era
profusa per lui; e lei per terra, come una cagna. Non le dava proprio l'animo
di entrare sotto quelle coperte, pensando allo strame su cui giaceva il suo
Luzziddu e a quello della suocera.
Ma, di l a pochi giorni, il goffo e pomposo abbigliamento recato dalla sarta
doveva maggiormente offenderla in quel suo segreto sentimento. Erano proprio
per lei tutte quelle galanterie, grembiuli ricamati, nastri di raso, spilloni
d'argento? E doveva uscire cos, come se dovesse andare a una mascherata?
Ersilia, che gi s'era levata di letto, si stizz acerbamente:
Uh, quante smorfie! Me l'aspettavo. Qua usa cos, e cos devi vestire, ti
piaccia o non ti piaccia.
Come comanda Vossignoria, s'affrett a risponderle Annicchia, per calmarla. Mi
perdoni. Vossignoria ha speso tanti bei denari per me che non merito nulla. E
poi, che c'entra? Vossignoria  la padrona... Dicevo, che mi sembra curioso...
perch nel nostro paese...
Qua siamo a Roma, tronc Ersilia. Del resto, stai benissimo.
Era vero. Il rosso acceso dello zendado dava un vivo risalto al biondo dei
capelli, all'azzurro degli occhi limpidi e gaj. Ersilia era certa che, uscendo
a passeggio con lei, avrebbe fatto una pessima figura; ma la vanit,
l'ambizione di aver la balia parata riccamente, erano pi forti in lei della
stessa gelosia.
La condusse con s, la prima volta, in carrozza.
Annicchia, infocata in volto dalla vergogna, teneva gli occhi bassi, sul
piccino che le giaceva in grembo. Ersilia intanto notava che tutti per via si
fermavano e si voltavano a mirarla.
Su, su, le disse, tieni alta la testa. Non diamo spettacolo! Pare che
t'abbiano schiaffeggiata!
Annicchia si prov ad alzare gli occhi e a tener alta la testa. A poco a poco,
la maraviglia dello spettacolo insolito e grandioso della citt le fece
scordar la vergogna, e si mise a guardare come allocchita, dove Ersilia le
indicava.
Ges, Ges, mormorava tra s Annicchia, che cose grandi! che cose...
Rientr in casa, da quella prima passeggiata, stordita, quasi vacillante, con
gli orecchi che le ronzavano, come se fosse stata in mezzo a un tumulto e
avesse faticato tanto a uscirne. E si sent di gran lunga, di gran lunga pi
lontana dal suo paese, come non si sarebbe mai immaginato e quasi sperduta in
un altro mondo, che non le pareva ancor vero.
Ges! Ges!
Intanto, di l, il Mori dava a leggere alla moglie una lettera arrivata dalla
Sicilia, durante l'assenza di lei.
La signora Manfroni scriveva alla figlia che la vecchia Marullo le aveva
rimandato il denaro che ella secondo l'accordo con Annicchia, le aveva
anticipato sulla prima mesata del baliatico: la vecchia non aveva voluto
neanche vederlo da lontano; piuttosto, diceva, sarebbe morta di fame o sarebbe
andata a mendicare di porta in porta un tozzo di pane. Intanto, era venuta la
vicina, a cui Annicchia aveva affidato il bambino, a protestare contro quella
vecchia strega, che non le voleva dar nulla, neanche per provvedere ai bisogni
della creaturina. La signora Manfroni aggiungeva che aveva dato a quella
vicina met della mesata, a patto per ch'ella desse ogni giorno alla vecchia,
come carit che partisse da lei, un piatto di minestra per non farla proprio
morir di fame. Consigliava alla figlia di non stare a mandar l'altra met che
la Marullo non avrebbe mai accettato, e concludeva dichiarandosi dolentissima
di essersi cacciata in questo impiccio per aver voluto seguire il consiglio
altrui.
Il tuo bel consiglio! scatt Ersilia, ripiegando la lettera. Non devi farne
mai una giusta!
Io? rimbecc Ennio. E che ho forse scritto alla tua degnissima signora madre
che mi scegliesse per balia la nuora d'una pazza furiosa?
No; ma di volere una balia siciliana! Se non avessi avuto questa splendida
idea, non ci troveremmo ora in questi impicci. Del resto, va' l, va' l che
ti piace, e molto, la balietta siciliana! Gi me ne sono accorta.
Il Mori sgran tanto d'occhi.
La balia di mio figlio?
Grida, grida: fa' sentire tutto di l...
Prima mi pungi, e poi vuoi che non gridi? Anche gelosa della balia di mio
figlio, adesso? Sei pazza?
Tu sei pazzo! Avessi tu tanto sale qui, quanto ne ho io! Intanto, che si fa?
che dobbiamo farne, di questo denaro?
Non vorrai mica, spero, spiattellarle che sua suocera lo rifiuta.
Ma figrati! Darle questo dispiacere? Me ne guarderei bene!
Il Mori perdette la pazienza e, scrollandosi rabbiosamente, and via.


IV.

Gli toccava, ora, anche questo: privarsi di fare una carezza, finanche di
volgere uno sguardo al suo piccino, perch la moglie sospettava gi che la
balia potesse interpretar quelle carezze, quegli sguardi come rivolti a lei.
E perch, gli domandava ella, infatti, perch non ti compiaci di tuo figlio
quando sta in braccio a me, e vai invece a fargli tante smorfie quando sta con
quella?
Sdegnato, avvilito di quell'ingiusto e odioso sospetto, Ennio le gridava:
Ma se con te non ci sta mai!
Il bambino, ogni qual volta ella se lo prendeva in braccio, si metteva a
piangere e tendeva le manine alla balia. Forse ella lo teneva male, non tanto
perch non ci fosse avvezza, quanto per timore che potesse averne sporcate le
ricche vesti da camera di cui faceva grande sfoggio.
Quantunque non ricevesse mai visite e di rado uscisse di casa, pure spendeva
enormemente per gli abiti, dei quali alla fine restava sempre scontenta, come
di tutto e di s stessa. Si sentiva, ed era forse davvero infelice; ma di
questa sua infelicit incolpava gli altri, anzich la propria indole
scontrosa, l'aspro carattere, la mancanza di ogni garbo. Era convinta che se
si fosse imbattuta in un altr'uomo che l'avesse amata e compresa, non avrebbe
sentito tutto quel vuoto che sentiva dentro e attorno a s. Ora le era venuto
in uggia finanche il bambino, perch questi dimostrava di voler pi bene alla
balia che a lei. E non passava giorno che, anneghittita in quell'ozio, non
piangesse di nascosto. Il marito le vedeva qualche volta gli occhi gonfi e
rossi, ma fingeva di non accorgersene; schivava quanto pi poteva di parlare
con lei, ormai certo che, per quanto dicesse o facesse, non sarebbe riuscito a
ispirarle, a comunicarle quell'affetto per la vita, di cui ella sentiva il
desiderio smanioso, ma del quale nello stesso tempo la riteneva incapace. Se
l'aspettava dagli altri, la vita, senza intendere che ciascuno deve farsela da
s. Del resto, se era infelice, non meno infelice era lui che doveva viverci
insieme. Bella esistenza, la sua! Tutto il giorno tappato l, nello studio.
Meno male che, di tanto in tanto, venivano a trovarlo gli amici del partito,
coi quali poteva almeno sfogarsi, discutere liberamente.
Durante quelle discussioni, il vecchio scrivano dello studio era mandato in
sala. S'inchinava, ogni volta, profondamente, il signor Felicissimo Ramicelli
a quei signori rivoluzionari e usciva con molta dignit. Appena varcata la
soglia per, e richiuso l'uscio, strizzava un occhio, sollevava un piede e si
stropicciava, contentone, le mani; poi rizzandosi le punte dei baffetti
ritinti, andava a seder su la panca della sala d'ingresso, con la speranza che
vi capitasse Annicchia, la bella balietta siciliana.
Gi aveva tentato d'attaccar discorso con lei:
Sai come mi chiamo? Felicissimo.
Ma Annicchia pareva non capisse; gli voltava le spalle; e il signor Ramicelli
diceva allora a s stesso:
Felicissimo, eh gi! Ma di che?
Gli avevano imposto, come un augurio, questo bel nome superlativo. Grazie! ma,
proprio, nella vita, non aveva trovato mai di che dichiararsi, non che felice,
ma neppure appena appena contento, il signor Ramicelli. Guadagnava otto
lirette al giorno, che gli sarebbero bastate forse, se non avesse avuto un
vizietto... un certo vizietto...
Eh, come si fa? Le belle donnine...
Quell'Annicchia, per esempio, che bocconcino! Ogni qualvolta la vedeva, si
sentiva toccar l'ugola. E gli pareva anche una buona ragazza: gli pareva,
intendiamoci! perch tutte le balie, si sa: ragazze andate a male, roba da...
da guerra, l!
Annicchia, notando le occhiate, i lezii da scimmia del signor Ramicelli, non
sapeva se dovesse riderne o aversene a male. Le sembrava tanto curioso quel
vecchietto ancora cos biondo! Certo, se non era gi andato via col cervello,
poco ci doveva mancare.
L, nella saletta d'ingresso, ella tentava di mettere a prova i piedini del
bimbo, reggendolo sotto le ascelle. Non era ancor riuscita, dopo sei mesi, a
pronunziare correttamente il nome che il Mori aveva imposto al bambino:
Leonida. Lo chiamava Nnida.
Ma che Nnida! le diceva il signor Ramicelli, per stuzzicarla. LE-O-nida.
Io non so dirlo.
E Felicissimo? Non sai dirlo neppure Felicissimo? Mi chiamo proprio cos, sai?
Annicchia si riprendeva in braccio il bambino e andava via dalla saletta,
dicendo:
Non ci credo.
E neppure io, concludeva, filosoficamente, il signor Ramicelli, che restava l
ad aspettare che la discussione nello studio terminasse.
Tattica... Farabutti... L'educazione del proletariato... Programma minimo...
Queste e simili espressioni giungevano, di tratto in tratto, a gli orecchi del
Ramicelli, il quale scoteva malinconicamente il capo e si volgeva piuttosto a
guardare verso l'uscio per cui era andata via la balia, e sospirava. Gli
giungeva di l, qualche volta, una certa ninna-nanna paesana, che Annicchia
cantava con voce dolce e malinconica, forse pensando al suo bambino, e
guardando intanto questo che gi, col suo latte, s'era fatto grosso e bello,
anche pi grosso di quanto aveva lasciato il suo, l! Ah, un gigante, certo,
si sarebbe fatto, povero Luzziddu, se ella avesse potuto allattarlo! E
invece... chi sa! Le passavano tante brutte ideacce per il capo! Spesso se lo
sognava infermo, magro magro, pelle e ossa, col colluccio vizzo e un testone
da rachitico che gli s'abbandonava ora su una spalluccia ora sull'altra e
gl'ingrossava di punto in punto, mentr'ella stava a contemplarlo,
raccapricciata, allibita: Questo, il mio Luzziddu? cos s' ridotto? E voleva,
nel sogno angoscioso, dargli il suo latte, subito subito; ma il bambino allora
la guardava con gli occhi cupi, truci della nonna, e voltava la faccia,
rifiutando il seno ch'ella gli porgeva. Che strazio! Si destava col cuore in
gola, e fino a giorno non riusciva a togliersi dagli occhi l'immagine del
figliuolo ridotto in quello stato.
Non ardiva pi, intanto, di parlarne alla padrona che gi pi volte le aveva
risposto male, forse perch urtata della sua soverchia insistenza, o forse
perch temeva che ella pensando troppo alla sua creaturina trascurasse il
bimbo. Ma questo no, in coscienza: non poteva, n doveva dirlo: eccolo qua
Nnida, florido e vispo!
Annicchia quasi quasi non sapeva pi riconoscere nella padrona d'oggi la
signorina Ersilia d'un tempo, cos malamente si vedeva trattata: peggio d'una
serva. Faceva di tutto per lasciarla contenta, si piegava a tanti servizii a
cui non era obbligata, ora che Margherita, la sorda, era andata via; e si
sforzava di parere allegra e di rincorare anche la padrona che dava in ismanie
e si disperava per ogni nonnulla.
Eccomi qua, ci sono io, faccio tutto io, signorina mia, non si confonda.
Avrebbe voluto, in compenso, un po' pi di considerazione. Per esempio, quando
arrivavano le lettere dalla Sicilia... Gliele recava lei, tutta contenta,
esultante:
Signorina! Signorina!
Che c'? Hai preso un terno al lotto?
La agghiacciava, ogni volta, con quelle parole. Stava ad aspettarla ch'ella
finisse di leggere la lettera, sperando che le desse subito notizia del suo
bambino, ma che! nulla; doveva domandargliene lei, quando le vedeva rimettere
il foglio nella busta.
E di Luzziddu, niente?
S; dice che sta bene.
E mia suocera, mia suocera?
Anche.
Doveva contentarsi di queste risposte. Ma possibile che di laggi non le
mandassero a dire altro? Ah come si pentiva adesso di non avere imparato a
scrivere! Aveva, s, supposto, partendo, che la lontananza le sarebbe riuscita
penosa; ma tanto poi no: era un vero supplizio, cos!
Il bambino, per, tra pochi giorni, avrebbe compiuto sette mesi: a nove, per
volont del padre, doveva essere svezzato: dunque, due mesi ancora di quelle
sofferenze. Pazienza!
Non s'aspettava, confortandosi e rassegnandosi cos alla mala sorte, quel che
doveva accaderle proprio nel giorno che il bambino compiva il settimo mese:
giorno di doppia festa, perch a Nnida era anche spuntato il primo dentuccio.
Sentendo sonare quel giorno il campanello alla porta, e parendole dalla
scampanellata che fosse il postino, s'era recata ad aprire tutta contenta, al
solito; ma a un tratto, senza aver avuto neanche il tempo d'accorgersi a chi
avesse aperto, s'era trovata per terra, intronata da un terribile schiaffo.
Titta Marullo, il marito, pallido, scontraffatto dall'ira, le era sopra, con
un piede alzato, per pestarle la faccia.
Brutta cagna! Dov' il tuo padrone?
Al grido, accorsero il Mori, la moglie, il signor Ramicelli. Titta Marullo,
pallido come un morto, si accost al Mori, gli prese il bavero della giacca e,
scrollandoglielo pian piano:
Mio figlio  morto, sai? Morto! aggiunse, voltandosi verso Annicchia che aveva
cacciato un urlo. E tu ora, che vuoi fare? Me lo paghi o vuoi darmi il tuo?
 pazzo! grid Ersilia, tremando, spaventata.
Il Mori respinse con un urtone il Marullo, inclicandogli la porta, furente nel
corpicciuolo nervoso:
Via! grid. Mascalzone! Esci di casa mia, subito!
Che fai? gli disse il Marullo, venendogli avanti, a petto. Io non ho pi nulla
da perdere, bada! Mia madre  all'ospedale: mio figlio e morto! Sono venuto a
sputarti in faccia e a prendermi questa cagna. Su, alzati! aggiunse,
rivolgendosi alla moglie che stava ancora buttata a terra.
Ma, a questo punto, il Ramicelli ch'era scappato via, non visto, ritorn
ansante e spaventato, insieme con due guardie di questura, alle quali subito
il Mori, che tremava tutto di rabbia, si rivolse, concitatissimo:
Via! conducetelo via!  venuto a insultarmi, a minacciarmi fino in casa,
codesto mascalzone!
Le due guardie afferrarono per le braccia il Marullo che cercava di
svincolarsi, gridando: Io voglio mia moglie! e lo trascinarono via, seguiti
dal Mori, che volle recarsi in questura a denunziare l'aggressione patita.


V.

Il giorno dopo, senza fretta, arriv la lettera della signora Manfroni, che
annunziava la morte del bambino e la malattia della vecchia Marullo. Di Titta,
nessun cenno.
Il Mori suppose dapprima ch'egli fosse evaso dal domicilio coatto; ma poi
venne a sapere che era stato graziato per intercessione del prefetto, a cui la
madre, ammalata, aveva rivolto una supplica dall'ospedale. La questura di
Roma, intanto, lo aveva rimandato in Sicilia, sotto la minaccia che sarebbe
tornato al suo luogo di pena, se laggi avesse minimamente tentato di
sottrarsi alla sorveglianza speciale, a cui era stato sottoposto per tre anni.
Ad Annicchia, per lo spavento del marito e lo strazio della morte del figlio,
era sopravvenuta una fierissima febbre. Parve per tre giorni che volesse
impazzire; poi il delirio, le allucinazioni cessarono; rimase come stordita,
in un istupidimento che costernava anche pi delle furie di prima. Guardava, e
pareva non vedesse; udiva ci che le si diceva, rispondeva di s col capo o
con la voce, ma poi dimostrava di non aver compreso.
Il latte le era venuto meno; e il bambino si era dovuta svezzare. Tutta la
casa era sossopra. Ersilia, inesperta, inetta a tutto, aveva dovuto vegliar
due notti il bambino che voleva la balia e non si quietava un momento; aveva
dovuto anche attendere alla casa, dar le prime istruzioni alla nuova serva;
badare anche un po' alla malata; ed era su le furie contro il marito, che si
guardava attorno, con un giornale in mano, senza saper che fare. Ma che
avrebbe potuto fare?
Che? gli gridava la moglie. Ma muoverti, darti attorno! Non vedi che io sono
qua sola, senza nessuno; col bambino in braccio; e non posso badare anche a
lei che mi ha cagionato tutto questo scompiglio? Va', esci, procura di
trovarle posto in qualche ospedale!
Ennio, a tale proposta, si fermava a guardarla trasecolato.
All'ospedale?
Piet, compassione? riprendeva Ersilia, inviperita. Per lei,  vero? non per
me, che non dormo pi da tante notti, che non trovo pi neanche il tempo da
pettinarmi. Devo fare la serva a tutti? Ma aspetta che si rimetta in piedi, e
ti far vedere! Neanche un giorno, neanche un minuto deve rimanere pi in casa
mia!
Non ebbe per il coraggio di porre a effetto questa minaccia, appena Annicchia
si fu un poco rimessa. Tent di muovergliene il discorso, dichiarandole che
teneva a disposizione di lei il danaro che la suocera aveva rifiutato; ma
Annicchia le rispose:
E che vuole che me ne faccia pi, oramai? Non ho pi che questo qua, ora!
E si strinse al seno Nnida, ch'era tornato a lei e le dimostrava lo stesso
amore, quantunque divezzato.
La prima volta che la serva glielo rec l a letto, ne prov una viva
repulsione; per lui il suo bambino era morto! Ma poi, commossa dall'amorosa
impazienza con cui il piccino ignaro le tendeva le manine, se lo abbracci
stretto stretto, come si sarebbe abbracciato il suo stesso figliuolo, e
sciolse il cordoglio che la soffocava in un pianto senza fine.
Il piccino le cercava ancora il seno.
Ah figlio, ah figlio! che vuoi pi da me? non ho pi nulla, io, non posso dar
pi nulla, io, n a te n a nessuno... Fin la mamma tua, amore mio, fin!
fin!...
Ah se almeno avesse potuto sapere con certezza come, perch fosse morto il suo
bambino, se per mancanza di nutrimento o per qualche male non curato. Doveva
rassegnarsi cos, senza saperne nulla, pi nulla? Possibile? Come fosse morto
un cagnolino! Oh povero innocente abbandonato, senza la mamma sua accanto,
senza il padre, senza nessuno, morto l, fra mani estranee, oh Dio! oh Dio!
Ma chi si curava, ora, della sua pena? La padrona, anzi, era in collera con
lei, per via del figlio, privato improvvisamente del latte, a soli sette mesi:
e aveva ragione, s perch anche lei era mamma e non poteva darsi pensiero che
del suo figliuolo. Che importava a lei che quell'altro fosse morto? Dispetto
poteva sentirne, non dolore. S, ma deve pur comprendere, pensava Annicchia,
che il suo figliuolo appartiene, ora, anche a me: che se ella ci ha messo la
pena di farlo, io ci ho rimesso il figlio per lui: e ora non mi resta pi
altro.
Per quanto a Ersilia non dispiacesse di sottrarsi al fastidio del bambino,
pure non voleva che questo s'affezionasse di pi a colei, che gi lo
considerava come suo. E si raffermava sempre pi nel proposito di mandarla
via. Del resto, che obbligo aveva di tenerla ancora? Non era adatta n a far
da serva n da bambinaja. Ella poi voleva che il suo piccino imparasse a
parlar bene l'italiano, e, con quella accanto, che parlava soltanto in
dialetto, non sarebbe stato possibile. Dunque, via! via! O doveva forse
tenerla perch desse spettacolo della sua bellezza al marito? Via! via! E il
marito stesso doveva licenziarla.
Io? Perch io? le disse il Mori.
Perch tu sei il capo di casa. E poi, perch non so che cosa ella si sia fitto
in mente, per la piet, per la commiserazione che tu hai voluto dimostrarle in
questa occasione.
Io? ripet Ennio. Non le ho dimostrato nulla, io.
L'avr forse creduto lei, allora. Per me fa lo stesso. Non vedi? Crede gi di
essere a casa sua. Le madri cos, qua, le padrone di casa, saremmo due. Ora,
se questo pu piacere a te, a me non piace!
Ennio, pur sapendo che faceva peggio, si prov ancora una volta a ragionare:
Ma scusa: perch vuoi ostinarti a vedere il male dove non , a crearti
fantasmi odiosi, quando io, con la mia vita di studio, di lavoro, non ti ho
mai dato cagione di dubitare di me? Hai visto che, per stare in pace, per
contentarti, mi sono finanche vietato di fare una carezza al mio bambino.
Diffidi ora di quella poveretta? Ma ti pare che possa sorriderle il pensiero
di tornare laggi, dove non trover pi il figlio, dove trover invece un
bruto, che la incolpa della morte del bambino e di cui lei ha paura? Avendo
perduto il proprio figliuolo, per esser venuta qua ad allattare il nostro,
crede d'aver acquistato il diritto di stare in casa nostra, presso a
quest'altro bambino, al quale ha sacrificato il suo. Non ti par giusto? non ti
par ragionevole?
Ripeteva, senza volerlo, quel che aveva scritto poco prima che la moglie
entrasse nello studio a parlargli. Riflettendo intorno al triste caso di quel
bambino morto laggi in Sicilia, aveva pensato a un passo dell'opera del Malon
Le socialisme intgral; e, invece di farsene un rimorso, s'era proposto di
farne argomento d'una conferenza che avrebbe tenuto al Circolo Socialista fra
qualche giorno.
Ersilia, com'era da aspettarsi, si ribell a quelle riflessioni umanitarie e
usc dallo studio deliberata a licenziare sul momento Annicchia. Il Mori,
esasperato, afferr le prime cartelle gi scritte della conferenza e le
scaravent a terra. Poco dopo, attraverso l'uscio chiuso, intese il pianto
disperato di quella disgraziata e le parole strazianti con cui pregava la
padrona di non mandarla via.
Mi tenga come serva, senza darmi niente! Mi dia solo un tozzo di pane! quel
che dovr buttar via! Dormir magari per terra... Ma non mi scacci, per
carit! Io laggi non posso, non posso pi ritornare... Abbia piet di me, lo
faccia per amore di questo innocente! Se lei mi scaccia, io mi perdo,
signorina; io mi perdo, ma laggi non torno...
Durarono a lungo quel pianto e quelle angosciose preghiere. Poi il Mori non
intese pi nulla: ritenne che Ersilia si fosse impietosita e avesse concesso a
quella poveretta di rimanere col bambino.
Di l a poco entr nello studio il signor Felicissimo Ramicelli, senza la
consueta dignit, infocato in volto e con gli occhietti lustri.
Che vittoria! che vittoria! Per poco non si fregava le mani, l, sotto gli
occhi dell'avvocato, il signor Ramicelli. La bella balietta siciliana,
scacciata or ora dalla padrona, quella sera stessa sarebbe venuta a dormire in
casa sua. Eh, ma gi, le balie lui lo sapeva bene tutte ragazze andate a male,
roba da... da guerra, l! Questa qui faceva ancora l'ingenua: mostrava di
credere d'aver compreso che lui la volesse soltanto per serva. Eh s, per
serva... perch no?
Signor Ramicelli!
Comandi, signor avvocato!
Attento, eh? Scrittura chiara e, mi raccomando, senza svolazzi n in su n in
gi.
E il Mori gli porse da ricopiare le cartelle gi scritte della conferenza.
Poi seguit:
L'eguaglianza tra gli uomini secondo il socialismo, come diceva il Malon, si
deve intendere quindi in un duplice senso relativo: 1 che tutti gli uomini,
perch tali, abbiano assicurate le condizioni dell'esistenza; 2 che quindi
gli uomini siano uguali nel punto di partenza alla lotta per la vita sicch
ognuno svolga liberamente la propria personalit a parit di condizioni
sociali; mentre ora il bambino che nasce sano e robusto, ma povero, deve
soccombere nella concorrenza con un bambino nato debole ma ricco...
Signor Ramicelli!
Avvocato!
Che ha?  impazzito? Perch ride cos?



IL CORVO DI MZZARO

Pastori sfaccendati, arrampicandosi un giorno su per le balze di Mzzaro,
sorpresero nel nido un grosso corvo, che se ne stava pacificamente a covar le
uova.
O babbaccio, e che fai? Ma guardate un po'! Le uova cova! Servizio di tua
moglie, babbaccio!
Non  da credere che il corvo non gridasse le sue ragioni: le grid, ma da
corvo; e naturalmente non fu inteso. Quei pastori si spassarono a tormentarlo
un'intera giornata; poi uno di loro se lo port con s al paese; ma il giorno
dopo, non sapendo che farsene, gli leg per ricordo una campanellina di bronzo
al collo e lo rimise in libert:
Godi!

Che impressione facesse al corvo quel ciondolo sonoro, lo avr saputo lui che
se lo portava al collo su per il cielo. A giudicare dalle ampie volate a cui
s'abbandonava, pareva se ne beasse, dimentico ormai del nido e della moglie.
Din dindin din dindin...
I contadini, che attendevano curvi a lavorare la terra, udendo quello
scampanello, si rizzavano sulla vita; guardavano di qua, di l, per i piani
sterminati sotto la gran vampa del sole:
Dove suonano?
Non spirava alito di vento; da qual mai chiesa lontana dunque poteva arrivar
loro quello scampano festivo?
Tutto potevano immaginarsi, tranne che un corvo sonasse cos, per aria.
Spiriti! pens Cich, che lavorava solo solo in un podere a scavar conche
attorno ad alcuni frutici di mandorlo per riempirle di concime. E si fece il
segno della croce. Perch ci credeva, lui, e come! agli Spiriti. Perfino
chiamare s'era sentito qualche sera, ritornando tardi dalla campagna, lungo lo
stradone, presso alle Fornaci spente, dove, a detta di tutti ci stavano di
casa. Chiamare? E come? Chiamare: Cich! Cich! cos. E i capelli gli
s'erano rizzati sotto la berretta.
Ora quello scampanello lo aveva udito prima da lontano, poi da vicino, poi da
lontano ancora; e tutt'intorno non c'era anima viva: campagna, alberi e
piante, che non parlavano e non sentivano, che con la loro impassibilit gli
avevano accresciuto lo sgomento. Poi, andato per la colazione che la mattina
s'era portata da casa, mezza pagnotta e un cipolla dentro al tascapane
lasciato insieme con la giacca un buon tratto pi l appeso a un ramo d'olivo,
sissignori, la cipolla s, dentro al tascapane, ma la mezza pagnotta non ce
l'aveva pi trovata. E in pochi giorni, tre volte, cos.
Non ne disse niente a nessuno, perch sapeva che quando gli Spiriti prendono a
bersagliare uno, guaj a lamentarsene: ti ripigliano a comodo e te ne fanno di
peggio.
Non mi sento bene, rispondeva Cich, la sera ritornando dal lavoro, alla
moglie che gli domandava perch avesse quell'aria da intronato.
Mangi per! gli faceva osservare, poco dopo, la moglie, vedendogli ingollare
due e tre scodelle di minestra una dopo l'altra.
Mangio, gi! masticava Cich, digiuno dalla mattina e con la rabbia di non
potersi confidare.
Finch per le campagne non si sparse la notizia di quel corvo ladro che andava
sonando la campanella per il cielo.
Cich ebbe il torto di non saperne ridere come tutti gli altri contadini, che
se n'erano messi in apprensione.
Prometto e giuro, disse, che gliela far pagare
E che fece? Si port nel tascapane, insieme con la mezza pagnotta e la
cipolla, quattro fave secche e quattro gugliate di spago. Appena arrivato al
podere, tolse all'asino la bardella e lo avvi alla costa a mangiar le stoppie
rimaste. Col suo asino Cich parlava, come sogliono i contadini; e l'asino
rizzando ora questa ora quell'orecchia, di tanto in tanto sbruffava, come per
rispondergli in qualche modo.
Va', Ciccio, va', gli disse, quel giorno, Cich. E sta' a vedere, ch ci
divertiremo!
For le fave; le leg alle quattro gugliate di spago attaccate alla bardella,
e le dispose sul tascapane per terra. Poi s'allontan per mettersi a zappare.
Pass un'ora; ne passarono due. Di tratto in tratto Cich interrompeva il
lavoro credendo sempre di udire il suono della campanella per aria; ritto
sulla vita, tendeva l'orecchio. Niente. E si rimetteva a zappare.
Si fece l'ora della colazione. Perplesso, se andare per il pane o attendere
ancora un po', Cich alla fine si mosse; ma poi, vedendo cos ben disposta
l'insidia sul tascapane, non volle guastarla: in quella, intese chiaramente un
tintinno lontano; lev il capo:
Eccolo!
E, cheto e chinato, col cuore in gola, lasci il posto e si nascose lontano.
Il corvo per, come se godesse del suono della sua campanella, s'aggirava in
alto, in alto, e non calava.
Forse mi vede, pens Cich; e si alz per nascondersi pi lontano.
Ma il corvo seguit a volare in alto, senza dar segno di voler calare. Cich
aveva fame; ma pur non voleva dargliela vinta. Si rimise a zappare. Aspetta,
aspetta; il corvo, sempre lass, come se glielo facesse apposta. Affamato, col
pane l a due passi, signori miei, senza poterlo toccare! Si rodeva dentro,
Cich, ma resisteva, stizzito, ostinato.
Calerai! calerai! Devi aver fame anche tu!
Il corvo, intanto, dal cielo, col suono della campanella, pareva gli
rispondesse, dispettoso:
N tu n io! N tu n io!
Pass cos la giornata. Cich, esasperato, si sfog con l'asino, rimettendogli
la bardella, da cui pendevano, come un festello di nuovo genere, le quattro
fave. E, strada facendo, morsi da arrabbiato a quel pane, ch'era stato per
tutto il giorno il suo supplizio. A ogni boccone, una mala parola
all'indirizzo del corvo: boja, ladro, traditore perch non s'era lasciato
prendere da lui.
Ma il giorno dopo, gli venne bene.
Preparata l'insidia delle fave, con la stessa cura, s'era messo da poco al
lavoro, allorch intese uno scampanello scomposto l presso e un gracchiar
disperato, tra un furioso sbattito d'ali. Accorse. Il corvo era l, tenuto per
lo spago che gli usciva dal becco e lo strozzava.
Ah, ci sei caduto? gli grid, afferrandolo per le alacce. Buona, la fava? Ora
a me, brutta bestiaccia! Sentirai .
Tagli lo spago; e, tanto per cominciare, assest al corvo due pugni in testa.
Questo per la paura, e questo per i digiuni!
L'asino che se ne stava poco discosto a strappar le stoppie dalla costa,
sentendo gracchiare il corvo, aveva preso intanto la fuga, spaventato. Cich
lo arrest con la voce poi da lontano gli mostr la bestiaccia nera:
Eccolo qua, Ciccio! Lo abbiamo! lo abbiamo!
Lo leg per i piedi; lo appese all'albero e torn al lavoro. Zappando, si mise
a pensare alla rivincita che doveva prendersi. Gli avrebbe spuntate le ali,
perch non potesse pi volare; poi lo avrebbe dato in mano ai figliuoli e agli
altri ragazzi del vicinato, perch ne facessero scempio. E tra s rideva.
Venuta la sera, aggiust la bardella sul dorso dell'asino tolse il corvo e lo
appese per i piedi al posolino della groppiera; cavalc, e via. La campanella,
legata al collo del corvo, si mise allora a tintinnire. L'asino drizz le
orecchie e s'impunt.
Arr! gli grid Cich, dando uno strattone alla cavezza.
E l'asino riprese ad andare, non ben persuaso per di quel suono insolito che
accompagnava il suo lento zoccolare sulla polvere dello stradone.
Cich, andando, pensava che da quel giorno per le campagne nessuno pi avrebbe
udito scampanellare in cielo il corvo di Mzzaro. Lo aveva l, e non dava pi
segno di vita, ora, la mala bestia.
Che fai? gli domand, voltandosi e dandogli in testa con la cavezza. Ti sei
addormentato?
Il corvo, alla botta:
Crh!
Di botto, a quella vociaccia inaspettata, l'asino si ferm, il collo ritto, le
orecchie tese. Cich scoppi in una risata.
Arr, Ciccio! Che ti spaventi?
E picchi con la corda l'asino sulle orecchie. Poco dopo, di nuovo, ripet al
corvo la domanda:
Ti sei addormentato?
E un'altra botta, pi forte. Pi forte, allora, il corvo:
Crh!
Ma questa volta, l'asino spicc un salto da montone e prese la fuga. Invano
Cich, con tutta la forza delle braccia e delle gambe, cerc di trattenerlo.
Il corvo, sbattuto in quella corsa furiosa, si diede a gracchiare per
disperato; ma pi gracchiava e pi correva l'asino spaventato.
Crh! Crh! Crh!
Cich urlava a sua volta, tirava, tirava la cavezza; ma ormai le due bestie
parevano impazzite dal terrore che si incutevano a vicenda, l'una berciando e
l'altra fuggendo. Son per un tratto nella notte la furia di quella corsa
disperata; poi s'intese un gran tonfo, e pi nulla.
Il giorno dopo, Cich fu trovato in fondo a un burrone, sfracellato, sotto
l'asino anch'esso sfracellato: un carnajo che fumava sotto il sole tra un
nugolo di mosche.
Il corvo di Mzzaro, nero nell'azzurro della bella mattinata, sonava di nuovo
pei cieli la sua campanella, libero e beato.



LA VEGLIA

I.

Marco Mauri, nel bujo della scala avvivato appena da l'incerto barlume che
s'insinuava dal corridojo dove aveva lasciato la candela accesa, domand a un
signore che s'affrettava a salire:
Il medico? Venga, muore!
Quegli si arrest un istante, come per discernere chi l'investiva con quella
domanda e con quell'annunzio:
Muore?
Il Mauri, singhiozzando e gestendo, senza poter rispordere, si mise a risalire
a balzi la scala, poi tolse da terra la candela, attravers il corridojo,
infil per primo l'uscio in fondo.
Qua, disse, in quest'altra camera!
Il nuovo arrivato lo segu ansioso, guardingo, come se dalle cose che balzavan
dall'ombra al lume fuggente della candela che quegli teneva in mano, volesse
prima indovinare dove fosse venuto a cacciarsi. Su la soglia della seconda
camera si arrest, ansante.
Era un uomo di circa cinquant'anni, alto di statura, dall'aria rabbuffata;
portava occhiali a staffa, cerchiati d'oro non aveva n barba n baffi; quasi
calva la sommit del capo ma ciocche di capelli biondi gli scendevano
scompostamente su la fronte e su le tempie. Se le rialz; e si tenne un tratto
le mani sul capo.
Giaceva sul letto disfatto, nella camera in disordine appena rischiarata, una
donna. Livida, col viso gi orribilmente stirato ai due lati del naso, teneva
gli occhi chiusi, i capelli, d'un bellissimo color rosso, sciolti e sparsi su
guanciale. Pareva gi come inabissata nella morte, ma frequenti, muti singulti
incoscienti le scotevano ancora il capo appena appena.
Un vecchio pretucolo senza sottana, bruno, coi calzoni a mezza gamba, le calze
lunghe e le fibbie di argento alle scarpine, interruppe la preghiera che
labbreggiava distratto accanto al letto e si lev da sedere in un'ansia
dubbiosa; mentre il Mauri diceva a bassa voce, smaniando, tra le lagrime:
Qua, qua, guardi: la ferita  qua! (e si premeva forte l'indice d'una mano sul
basso ventre). Qua. Il colpo, evidentemente,  deviato: la mano era inesperta.
Sente? Singhiozza cos, da questa mattina... Perch? Non l'hanno operata a
tempo, capisce? non hanno voluto operarla... Veda, veda Lei, le dia subito
ajuto.
Non s'aspettava che quell'uomo, da lui creduto il medico, rimasto l a pi del
letto, con gli occhi dilatati fissi sulla moribonda, si rivoltasse a un tratto
a guatarlo.
Non ode, sa! non ode pi! aggiunse, allora, con un gesto disperato.
Ma quegli si volt verso il prete che gi si era accostato timido, perplesso.
Don Camillo Righi? domand.
A servirla, proprio io, sissignore! E... Lei, di grazia! Il dottor Silvio
Gelli?
Ah, il marito? ghign il Mauri.
Zitto lei! salt a dirgli il vecchio pretucolo, stizzito. Fuori di qua! fuori
di questa camera!
E lo trasse per un braccio nella camera attigua.
No, scusate, spiegatemi, sopravvenne a dirgli l'altro, guardandolo
freddamente, con disprezzo; ma s'interruppe, vedendo all'improvviso venir
fuori da un angolo in ombra un mostriciattolo, una povera sbiobbina, alta
appena un metro, dal volto giallastro disfatto, in cui per spiccavano
vivacissimi gli occhi neri, pieni di spavento.
Di l, Margherita, di l, le disse il prete, indicando la camera della
moribonda. Mia sorella, aggiunse, rivolto al Gelli, con uno sguardo che
invocava compassione.
Ma il Gelli riprese a dire con durezza:
Mi avete scritto che moriva...
Pentita, s, creda, signor professore! s'affrett a rassicurarlo il Righi.
Proprio pentita, sa! Lei stessa, anzi, la poverina, ha voluto chiederle
perdono per mio mezzo.
Chi  dunque costui? domand, sprezzante, il Gelli.
Ecco, Le dir...  venuto, non so di dove...
Ma s, da Perugia, da Perugia, interloqu il Mauri, ponendosi a sedere su un
divanuccio presso al tavolino su cui ardeva la candela.
Il Righi riprese, impacciatissimo:
La sera dello stesso giorno che ci capit qua la signora. Io e le mie donne
credemmo anzi dapprima che fosse un parente. Eh, Margherita?
La sbiobbina, rimasta presso l'uscio, impaurita, chin pi volte il capo,
guardando il Gelli, con un sorriso incosciente su le labbra.
Poi, seguit il Righi, quando la signora... dopo, volle confessarsi con me,
seppi che... s, lui la... la perseguitava, ecco!
Il Mauri ruppe in un altro ghigno, scrollando il capo.
Vah, io non capisco! esclam il prete. Non c' stato possibile, creda,
mandarlo via.
E non me ne andr! raffibbi sordamente il Mauri, guardando verso terra.
Silvio Gelli lo fiss un tratto; poi domand al Righi:
Questa  casa vostra?
Albergo! rispose il Mauri, invece del prete, senza alzar gli occhi.
Nossignore! rimbecc pronto il Righi, su le furie Chi gliel'ha detto? dove sta
scritto? Questa , se mai, pensione, ma d'estate. Ora non  stagione, ed 
casa mia soltanto, e vi ricevo chi mi pare e piace, e le ripeto: Vada via!
Quante volte gliel'ho a dire? Come parere ch'io abbia tollerato la sua
sconvenienza, scusi! Lei non ha pi nulla da far qui, ora, che  venuto il
signor professore! Dunque, si levi su!
Non me ne vado! ripet il Mauri, rimanendo seduto e guardando fisso il prete,
con gli occhi da matto.
Neanche se vi scaccio io? gli grid allora il Gelli, appressandosi e
parandoglisi di fronte.
Nossignore! M'insulti, mi bastoni; ma mi lasci star qui! proruppe, con un
orribile schianto nella voce, il Mauri. Che le faccio io? che ombra posso pi
darle? Me ne star qua, in questa camera... per carit! Mi lasci piangere. Lei
non pu piangerla, signore. La lasci piangere a me: perch quella infelice non
ha bisogno, creda, d'essere perdonata; ma d'esser pianta! Lei, mi perdoni,
avrebbe dovuto ammazzare come un cane colui che prima gliela tolse e poi ebbe
cuore d'abbandonarla; non deve scacciar me che l'ho raccolta, che l'ho adorata
e che per lei ho spezzato anche la mia vita. Per lei, io, Marco Mauri, sappia
che ho abbandonato la mia famiglia, mia moglie, i miei figli!
Si lev in piedi, cos dicendo, con gli occhi sbarrati, le braccia alzate, e
soggiunse:
Veda un po' se  possibile che lei mi scacci!
Silvio Gelli, in preda a uno sbalordimento che non lasciava intendere se in
lui fosse pi sdegno o piet, ira o vergogna, rimase a guardare quell'uomo gi
maturo, cos alterato dalla furia del disperato cordoglio. Gli vide scorrere
grosse lagrime per la faccia contratta, che andavano a inzuppargli l'ispida
barba nera, qua e l brizzolata, spartita sul mento.
Un gemito angoscioso venne dalla camera da letto.
Il Mauri si mosse istintivamente per accorrere. Ma il Gelli lo arrest,
intimandogli:
Non entri!
S signore, si rimise egli, inghiottendo le lagrime. Vada Lei;  giusto. Veda,
veda se sia possibile far qualche cosa. Lei  un gran medico, lo so. Ma gi,
meglio che muoja! Dia retta, la lasci morire, perch... se lei  venuto a
perdonarla, io...
Si nascose il volto con le mani, rompendo un'altra volta in singhiozzi, e and
a buttarsi di nuovo sul divanuccio, tutto raggomitolato, nel rabbioso
cordoglio che lo divorava.
Don Camillo Righi tocc pian piano il braccio al Gelli e indic la camera
della moribonda, che forse si era scossa dal letargo.
Ma. no, scusate... gli disse il Gelli, con un sorriso sforzato, tremante su le
labbra. Intenderete bene che io non m'aspettavo...
Ha ragione, ha ragione; ma la prego di compatire: costui  pazzo... si lasci
scappare il Righi.
Pazzo... pazzo... nicchi allora il Mauri. S, per disperazione forse, s...
per rimorso! Ma perch non gli hai tu scritto, prete, che Flora s' uccisa per
me?
Flora? domand il Gelli, senza volerlo.
Fulvia, Fulvia, lo so! si corresse subito il Mauri.
Ma s' fatta chiamar Flora, dopo. Lei non lo sa, e io so tutto: la sua vita
d'ora e quella di prima: tutto; e so anche perch lei  venuto qua.
Ah, bene! esclam il Gelli. Io, invece, comincio a non saperlo pi.
Glielo dico io! ribatt il Mauri. Senta: sono su l'orlo d'un abisso, sia
ch'ella viva, sia che muoja; posso dunque parlare come voglio, senza pi
riguardo a nulla n a nessuno.
Signor professore, scusi... si prov a suggerire di nuovo il Righi, tra le
spine.
Ma no, ma no: lo lasci dire... gli rispose il Gelli.
Siamo davanti alla morte! esclam il Mauri. Non c' pi gelosia. N lei, del
resto, pu aver ragione di adontarsi di me. Flora, quand'io la conobbi, era
sulla strada. Dunque? Ha fatto male codesto prete a non scriverle che si 
uccisa per me.
Ma io, si scus il Righi, tirato di nuovo in ballo, io ho obbedito al mio
sacro ministero, e basta.
Buffonate! torn a sghignare il Mauri. Volete sul serio rappresentare la
commedia del perdono, adesso? Bene: vada l, dunque, lei; vada ad accordarle
il perdona e se ne torni dond' venuto, l, l, a Como, nell'amena sua villa
di Cavallasca, con l'amor proprio contento, con la bella soddisfazione della
propria generosit! Ma vi par questo i luogo e l'ora di rappresentar commedie?
Glielo dica lei francamente, a codesto prete, che cosa l'ha spinto a venir
qua. Il rimorso, prete, il rimorso! Perch lui, lui, ridusse quella
disgraziata alla disperazione, tant'anni fa!  vero? Lo dica. Finiamola. L
c' una donna che muore assassinata. Finiamola! Ora lei s' fatto un uomo
virtuoso, uno scienziato illustre... Sfido! S' tenuta con s la figliuola!
Vi proibisco... grid il Gelli, fremendo in tutto i corpo e contenendosi a
stento.
E che dico io? riprese umile il Mauri. Dico che quell'anima innocente ha avuto
il potere di farla rinsavire non  vero? Ma pensi intanto, che neppure quella
donna sarebbe l, se lei non si fosse tenuta la figliuola.
Voi avete abbandonato i vostri figli, e avete il coraggio di parlare cos, di
fronte a me?
Sissignore! E io m'accuso, io! Io sono qua con lo strazio d'un doppio delitto,
infatti. Perch l'ho ingannata io, questa donna. Sissignore: le ho detto
ch'ero scapolo, che non avevo nessuno. Le ho detto la verit a modo mio.
Quella che era verit per me. Mia moglie invece, capisce?  andata a
trovarla... l, a Perugia, e le ha detto... che le avr detto? Io non so! So
che lei, lusingandosi di ridar la pace a una famiglia, se n' venuta qua, per
torsi di mezzo... Ora come vuole ch'io me ne vada? Lei, la martire, m'ha
perdonato. Ma a me non pu bastare il suo perdono. Bisogna che io me ne stia a
piangere, qua, finch'ella  in vita, e poi... poi, non so! Senta: mi vuol dare
ascolto? Si levi la maschera, lei che  venuto a perdonare, e vada a buttarsi
in ginocchio davanti a quel letto, a farsi piuttosto perdonare lei, e dica a
quella povera donna che  una santa, le dica che  la vittima di tutti noi, le
dica che gli uomini sono vigliacchi: non si disonorano mai, gli uomini! Solo
se rubano un po' di danaro, perch, se poi rubano l'onore a una donna, 
niente! se ne vantano! Guardi, guardi come dovremmo fare, noi uomini...
D'improvviso s'inginocchi davanti alla sbiobbina atterrita; le prese le
braccia e le grid:
Sputami! Sputami! sputami in faccia!
Sopravvennero alle grida due donne, svegliate di soprassalto, mezzo discinte:
la signora Nccheri, cognata del Righi, vedova, e la figliuola Giuditta, con
un bambino in braccio.
Il Gelli e il prete erano rimasti l, sbalorditi dalla violenza di quel
forsennato.
La Nccheri accorse a liberare la povera sbiobbina, che tremava tutta, l l
per svenire.
Va', va', Margherita! Oh guardate, Signore Iddio, che s'ha a vedere! Ma si
vergogni, lei, e la faccia finita una buona volta! Siamo stufi, sa! siamo
stufi! Su, via, si levi, su!
Il Mauri, rimasto ginocchioni, con la faccia per terra, singhiozzava. A un
tratto, balz in piedi, e domand:

Non sono pi un uomo civile, io,  vero? Non c' pi neppure l'ombra della
civilt, in me? Che scompiglio, gran Dio, per questo illustre signore che 
venuto a perdonare! per questo signor Canonichetto affittacamere! E lei,
signora? Oh oh oh, guarda! E il parrucchino riccio, biondo? Se l' dimenticato
sul tavolino da notte? Buffoni, buffoni! M'inchino, mille ossequii, buffoni!
E, inchinandosi furiosamente e sghignazzando, scapp via.
Quell'uomo impazzisce... mormor il Gelli, stupefatto.
Ma mi pare che sia gi ito via col cervello, scusi! osserv la Nccheri.
Screanzato! aggiunse la figlia.
Don Camillo Righi, rimasto pi a lungo degli altri trasecolato (pensava forse
che il matto avrebbe potuto buttargli in faccia ben altre accuse), si scosse
per presentare alla cara cognata e alla nipote il signor professore, che aveva
avuto la santa ispirazione di accorrere all'invito, per accordare di presenza
il perdono:
Dio lo benedica! Tanto buono...
Le due donne cercavano di scusarsi con lui di quanto era accaduto e per i loro
indumenti notturni, quand'ecco di ritorno il Mauri, ilare, che si spingeva
innanzi un omacciotto calvo, barbuto, stizzito dalla furia sconveniente di
quel matto.
Ecco il dottor Balla!
Lei vada via! subito! via! inve allora il Gelli, afferrando per il bavero
della giacca il Mauri e scrollandolo e spingendolo verso l'uscio sul
corridojo.
Sissignore! sissignore! disse il Mauri, senza opporre nessuna resistenza,
rinculando. Mi lasci dire soltanto due parole al dottore! Ecco, dottore; la
salvi lei, per carit! Non la faccia salvare a lui, altrimenti per me 
perduta... Me ne vado, me ne vado da me... si calmi!.. Mi raccomando, dot...
Il Gelli gli diede un ultimo spintone e richiuse l'uscio.
Ha fatto bene, benone, benissimo esclam il Righi sollevato.
Ma la porta, gi, scusate, perch ha da rimanere aperta? domand la Nccheri,
stizzita, al cognato. Che modo  codesto? Va', Margherita, va': di' che
chiudano subito!
La sbiobbina and, e tutti, vedendola passare in mezzo a loro, osservarono il
modo con cui ella moveva le gambe sbieche; come se non avessero altro da fare
in quel momento.
Il dottor Balla sbuff; poi, guardando con dispetto tutti quei visi stravolti
intorno a s, annunzi:
Sono stato a Montepulciano.
Ah, bene! Dunque? domand il Righi.
Dunque... che dunque? Niente! Una scarrozzata inutile. Ho visto il collega
Cardelli... gli ho riferito... Ma egli stima... s, inutile ormai la sua
venuta.
Abbiamo qui con noi, disse il Righi, il marito della signora... il dottor
Gelli... un luminare.
Ah, esclam il Balla. Felicissimo!
Gli s'appress e, con la facondia collerica di un uomo esasperato della
propria sorte, il quale, convinto delle persecuzioni continue di essa, abbia
precisato nel suo cervello le ingiustizie patite e le ripeta sempre con le
stesse parole, con la stessa espressione, quasi compiacendosi di aver saputo
cos bene precisarle ed esprimerle, gli espose le sciagurate condizioni in cui
si trovava in quel piccolo paese di Toscana, a esercitare la professione di
medico. C'era,  vero, un ospedaletto fornito anche... s, discretamente; ma
erano due medici soli: l'uno, il Nardoni, dedicato pi specialmente alla
chirurgia; lui, alla fisica. Ora il collega Nardoni era infermo da parecchi
giorni.
Infermo, gi, infermo... ripet, come se il Nardoni glielo facesse apposta,
per creargli imbarazzi. Quindi concluse improvvisamente: Scusi, ha visitato la
signora?
Il Gelli neg col capo.
No? come no? Ah... gi!
E il Balla guard con stizza il Righi, compunto, e le due donne ancor pi
compunte.
Che dobbiamo fare, insomma? domand alla fine.  gi quasi il tocco, scusino.
Il Gelli entr per primo nella camera da letto; gli altri lo seguirono.


II.

La moribonda aveva aperto gli occhi, il cui colore azzurro smoriva con
infinita tristezza tra il livido delle occhiaje incavate. Alla vista del
marito, fece quasi per rannicchiarsi, sgomenta, nel fondo del letto. Dagli
occhi le sgorgarono due lagrime che, non potendo scorrerle per guance, le
invetrarono lo sguardo smarrito.
Con un sorriso nervoso, involontario, che esprimeva sforzo atroce che faceva
su s stesso per dominare il fermento degli opposti sentimenti: odio, nausea,
piet, i dispetto, Silvio Gelli si chin su lei:
Fulvia, eh... vedi? eccomi qua... Tu m'hai fatto chiamare,  vero? Son venuto.
Opera di vera misericordia! sospir di nuovo, da l'altra sponda del letto, don
Camillo Righi, per ajutarlo.
Ma il Gelli non gliene fu grato:
No! Nient'affatto! neg anzi, con ira. Sor venuto, debbo dirlo, per
riconoscere il danno... il danno degli antichi miei torti, debbo dirlo. Non mi
aspettavo, vero... di... di sentirmelo dire da altri, ecco!
E sorrise di nuovo, nervosamente, guardando in giro il dottor Balla, le due
donne, il prete, che annuirono, imb~arazzati.
Ma sono venuto proprio per questo, rafferm, chinandosi di nuovo sul letto.
S, Fulvia; e non mi pento d'esser venuto.
Si rialz soddisfatto, parendogli d'avere almeno rimediato in qualche modo al
ridicolo della sua posizione.
La moribonda aveva richiuso gli occhi, e le due lagrime ora, le scorrevano
lente. Agit le labbra.
Che dici? domand egli, tornando a chinarsi, pronto, su lei.
Tutti si protesero verso il letto.
Grazie, alit ella.
No, no, rispose egli. Ora, io... Che dici?
Le palpebre chiuse della moribonda si erano gonfiate e nuove lagrime e, quasi
punte da lievi tremiti, si agitavano insieme con le labbra. Egli comprese che
una parola, un nome, tremava in quelle lagrime nascoste e su quelle labbra,
senza trovar la voce, nell'angoscia; si rabbuj in volto profondamente
commosso:
Livia?... S... Basta, ora... Non agitarti cos... Parleremo poi.
La figlia, spieg piano il Righi al dottor Balla. Questi chin pi volte il
capo, seccato; poi, vedendosi guardato dal Gelli, domand perplesso:
Vogliamo?... Prego, signori, ci lascino soli.
Il Righi, la cognata e la nipote uscirono, trepidi, con gli occhi lagrimosi.
Il dottor Balla chiuse l'uscio della camera, poi s'accost al letto, per
scoprire la giacente. Ma questa, come impaurita, fissando il marito, trattenne
con una mano la coperta, e disse:
Tu?
Come? domand il Balla, sorpreso, e si volse a guardare il Gelli.
Gli vide il volto contratto, come per un fitto spasimo improvviso, o per vivo
ribrezzo.
Non vuoi? le domand il Gelli, chinandosi un'altra volta su lei. Non debbo? 
vero, s... io non sono venuto qua come medico... e forse...
Si alz, guard il medico e aggiunse:
Mi assumerei una tremenda responsabilit...
Sono gi tre giorni e una notte, disse il Balla, interpretando a suo modo la
perplessit del marito. Ed  evidente che il processo di infiammazione  molto
inoltrato... Tentare ora, dice lei? Eh gi, una tremenda responsabilit... Ma
d'altra parte...
S, d'altra parte, bisogner pure tentare, soggiunse il Gelli.
Dunque, pazienza, eh? signora... disse allora il Balla, tirando pian piano la
coperta.
Ella richiuse gli occhi e aggrott dolorosamente le ciglia.
Il Balla si mise a sfasciare la ferita.
Nel silenzio, gli oggetti della camera, le tende, la candela che ardeva sul
cassettone, riflessa nello specchio, parve al Gelli che assumessero, nella
immobilit loro, sentimento di vita e fossero come sospesi in una attesa
angosciosa. Impressionato dalla lucidezza di questa sua percezione, in quel
momento, si distrasse: guard in giro la camera, come per far la conoscenza di
quegli oggetti che cos, in un paese lontano, a lui ignoto, erano testimoni di
quel triste imprevedibile avvenimento della sua vita. Quando il Balla lo
richiam a s, dicendo: Ecco... egli chin subito gli occhi su la ferita
scoperta, calmo, e non vide altro, non pens pi ad altro, come se fosse
venuto l per un consulto. Esamin a lungo, attentamente, la ferita. Forse,
tentata a tempo la laparatomia, ci sarebbe stata qualche speranza di salvezza.
Ma ormai, dopo quattro giorni...
Silvio Gelli si sollev; guard il Balla acutamente. Questi si strinse nelle
spalle e, tanto per dire qualcosa, indicando certi segni esteriori attorno
alla ferita, diede alcune spiegazioni affatto inutili.
Il Gelli si chin di nuovo a osservare; poi guard la moglie, senza badare
all'altro che domandava:
Rifasciamo?
Rifasciata e ricoperta, Fulvia schiuse gli occhi, guard il marito e domand
con un filo di voce:
Muojo?
No, rispose egli, posandole una mano su la fronte. Sta' tranquilla, sta'
tranquilla. A domani, dottore. Far io. Prepari tutto.
Il Balla lo guard perplesso, se intendere come una pietosa bugia quel
proponimento e quell'ordinazione.
Gli strumenti dell'ospedale? domand.
S, rispose il Gelli. Tutto.
E... e far venire anche, aggiunse il Balla, cercando gli occhi di lui per
fargli un cenno d'intelligenza, anche la nostra infermiera, che  il braccio
destro del collega Nardoni, eh?
Nardoni? No, non c' bisogno di lui.
No, scusi... dico l'infermiera, Aurelia. Sta da circa tredici anni, l, nel
nostro ospedaletto.
Ah! bene! sospir il Gelli, astratto. Tredici anni? Proprio tredici anni... 
vero, Fulvia? Tredici anni...
Di che? fece il Balla.
Non capiva. Attese ancora un po', quindi, seccato, scroll le spalle e and
via.
Silvio Gelli sedette accanto al letto. La moribonda allora volse il capo verso
di lui; ma i capelli, nel volgersi, la impacciarono. Egli con una mano glieli
ravvi e, intenerendosi a quel suo atto, sospir:
Povera Fulvia!
S, i capelli erano ancora quelli d'un tempo, ma quanto, quanto pi misero e
sparuto le rendevano ora il volto cangiato, e che ruga, ora, su quella fronte
un giorno cos altera! Tredici anni! Che abisso!
Ella si prov a sporgere una mano dalle coperte, e ripet pi con gli occhi
che con le labbra:
Grazie.
Egli prese quella mano e la tenne stretta fra le sue.
Ma non il contatto delle mani l'uno e l'altra avvertirono in quel punto: gli
occhi dovevano prima intendersi tra loro e non potevano ancora, poich non
solo lo sguardo, ma tutta l'aria di lui aveva per Fulvia un'espressione nuova,
incomprensibile. Cerc egli con gli occhi di rassicurare, di sorreggere quasi,
lo sguardo di lei che gli sfuggiva, come in un dubbioso attonimento, e
aggiunse con la voce:
S, Fulvia... per tutto quello che tu soffristi con me... e che hai sofferto
dopo, per causa mia, fino a questo punto... Questo tuo atto disperato ne  una
prova... S, io...
S'interruppe; volse il capo verso l'uscio, che il Balla, andandosene, aveva
lasciato aperto. Di l, c'era forse qualcuno che poteva sentire; c'era stato
quel matto che, nel furore della passione, osava dire in faccia a tutti la
verit, e che aveva creduto di interpretare il sentimento, ond'egli era stato
spinto ad accorrere al letto della moglie moribonda. Ora egli ripeteva, quasi,
le parole di lui. Ma no, no, non era vero: non dal rimorso soltanto era stato
spinto a venire; ma da qualch'altra cosa insieme, anzi da qualche altra cosa
principalmente: da un bisogno strano. Doveva dirlo...
Aspetta.
Le lasci la mano e si rec a richiudere l'uscio.
Anch'io per, sai, Fulvia? ho sofferto tanto anch'io: non saprei pi dir
come... come non mi sarei mai aspettato. Subito, fin dal primo giorno.
Compresi tutto; e, nello stesso tempo, non compresi pi nulla... Proprio cos.
La bestialit mia, cinica, senza ragione e senza scopo, o meglio, con questo
solo scopo: di dimostrarti che io potevo tutto e tu niente... Facevo... Che
facevo? Non mi sono mai divertito! Ma era come una sfida... A urtoni, ma...
coi guanti,  vero? ti sospinsi fin quasi all'orlo del precipizio, e ti
lasciai l, esposta, senza riparo, senza difesa, aspettando che la vertigine
ti cogliesse. E tu, disperata, col tuo orgoglio, accettasti infine la sfida,
ti lasciasti cogliere dalla vertigine, e gi, nel precipizio! Che vuoto! Con
la piccina sola, abbandonata... io, inetto... io, indegno... Ho cercato di
colmarlo, comunque, da allora, questo vuoto dentro e intorno a me, con le cure
per la bambina... coi miei studii... invano! Dentro di me pi profondo...
intorno a me, pi vasto, e nero! Ho cercato finanche di soffrire, apposta, per
affermare in qualche modo me stesso in questo vuoto... Ma no; niente: non
soffro... non soffro per te, non soffro per me; soffro per la vita che  cos:
tu qua ti uccidi... un altro l impazzisce... chi crede di ragionare e non
conclude nulla... Vengo qua; dico: Muore; vuole andarsene in pace; va', va',
accorri... E il mio sentimento s'infrange contro una realt che non potevo
immaginare. S: io non debbo perdonare, debbo essere perdonato. Mi perdoni?
Si tolse le mani dalle tempie: aveva come parlato a stesso; si volse verso il
letto: ella si era di nuovo assopita con le ciglia un po' sollevate, come
inorridita di quel che aveva inteso, e pareva che ne singultasse ancora
dentro, cos muta, rigida, col capo volto verso di lui.
Stette a contemplarla un pezzo, quasi impaurito. Gli parve che lo stiramento
delle guance si fosse un po' allentato. E per un momento, rivide precisa in
quel volto l'immagine ch'egli per tanti anni aveva serbato di lei. Era bella,
era bella ancora! Chi sa fin dove era caduta?... Ma la nobilt dei lineamenti
era rimasta intatta; come se il fango non l'avesse toccata. O forse ora la
morte...
Si alz pian piano, per non destarla, e in punta di piedi si rec nella stanza
attigua, dove la sbiobbina era rimasta sola ad aspettare.
Dorme, le annunzi sottovoce, mirandola, costernato del mistero che pareva
racchiudesse in s, nel silenzio di quella notte orribile, quella creatura che
viveva quasi per una atroce beffa della natura.
Ella gli sorrise di nuovo, di quel suo sorriso incosciente e disse:
Vado io.


III.

Il Gelli si pose a sedere su la stessa sedia, donde quella s'era levata, l
presso al tavolino su cui ardeva la candela.
Poco dopo, sobbalz. L'uscio, che dava sul corridoio, si schiudeva come da s,
pian piano, nel silenzio.
Marco Mauri sporse il capo, con un dito su la bocca per far segno di tacere; e
si introdusse, dicendo sottovoce:
M'ero nascosto qua, al bujo, nel corridojo... Sss... Ora che siamo noi due
soli, zitto zitto, senza fiatare, me ne star qui. Lei me lo pu permettere:
nessuno ci vede. Qua noi due soli, zitti zitti, eh?
Il Gelli lo guard sorpreso, accigliato; poi, senza volerlo, sorrise
nervosamente a un gesto supplice che quegli con ambo le mani gli rivolgeva;
scroll le spalle e gl'indic il canap l presso. Il Mauri vi si pose a
sedere, tutto contento.
Stettero entrambi un lungo tratto in silenzio.
Poi il Mauri disse:
Se Lei volesse stendersi qua, a riposare un poco... No,  vero? E neanche io.
La bestia vorrebbe dormire: la coscienza non glielo permette. Molti anni fa,
quando mi mor un figliuolo, dopo nove notti di veglia assidua, non sentii
pena, sul momento: avevo troppo sonno, e dovetti prima dormire; poi, quando mi
destai, il dolore mi assal. Ma allora la coscienza non mi rimordeva. Ora,
quattro notti, sa, che non chiudo occhio; e non ho sonno!
Tacque un pezzo, assorto; poi domand, fissando la fiamma della candela:
Come lo chiamavano gli antichi quel fiume? Ah, s! Lete... il Lete... gi! Il
fiume dell'oblo... Scorre nelle taverne, ora, questo fiume. E io non bevo! Da
quattro giorni, sa? niente: neanche un boccone di pane. Acqua, l nella conca
della fontana, gi in piazza, come le bestie. Acquaccia amara, renosiccia!
puh! ma non mi va niente Un po' d'acido prussico m'andrebbe... Mi sento gli
occhi sa come? questi due archi qua delle ciglia, come i due archi di certi
ponticelli che accavalciano la rena e i ciottoli d'un greto asciutto, arido,
pieno di grilli... Ci ho due grilli maledetti, qua negli orecchi: stridono,
stridono, e mi fanno impazzire... Parlo bene, eh? Mi par d'essere in campagna,
quando m'esercitavo nell'oratoria, sperando d'esser promosso Pubblico
Ministero, e imbussolavo i temi e poi mi mettevo a improvvisare ad alta voce,
fra gli alberi: Signori della Corte, Signori Giurati... Parlo, parlo, mi scusi
perch non posso farne a meno... Ho una smania, qua, nello stomaco... Mi
metterei a gridare!
Si stese, cos dicendo, bocconi, sul canap, col mento sul bracciuolo e gli
occhi sbarrati.
Il Gelli lo guat e, preso da un senso di paura, si alz si diresse verso
l'uscio della camera da letto; guard dentro; poi si trattenne l, sulla
soglia.
Il Mauri si rimise a sedere e domand ansiosamente:
Riposa?
Il Gelli accenn di s col capo.
E... dica, non c' pi speranza proprio?... Nessuna?.. Se riposa!... Me la
vuol far vedere? da cost dov' lei... un momentino... S?
Balz in piedi: gli s'accost, rattenendo il fiato, si rizz su la punta dei
piedi e guard nella camera.
La sbiobbina, che sedeva accanto al letto, vide cos le teste di quei due
uomini, l'una presso l'altra, che guardavano la moribonda. Lo stupore di lei
si ripercosse sul Gelli che respinse allora indietro, con un braccio, il
Mauri.
A sedere... Andate a sedere.
Sissignore... Grazie... disse questi, obbedendo. Eh, muore... muore...
muore...
Gli occhi gli si arrossarono, e copiose lagrime ripresero a colargli per le
guance, mentre si sforzava di soffocare i singhiozzi che gli scotevano il
petto. Quand'ebbe pianto, cos, un pezzo, apr le braccia, si strinse nelle
spalle e fece per parlare; ma, sentendo che la voce gli usciva ancora grossa
di pianto, s'addent una mano; strizz gli occhi; ricacci indietro
violentemente le lagrime.
Ce ne staremo qua, poi disse, tutti e due insieme, buoni buoni, a vegliarla
fino all'ultimo... Come due coccodrilli... Poi la accompagneremo fino alla
fossa, e quindi ciascuno riprender la sua via... Lei, la riprender: lei ha
una casa, una gioja... Ia figliuola ignara. I-gna-ra beata lei! I miei figli,
invece, sanno tutto. Ha svelato loro tutto la madre, per istintiva crudelt.
Che bisogno ne aveva? non mi ama, non mi ha mai amato; non sa proprio che
farsi di me. Se li  cresciuti lei, l in campagna a modo suo; e non hanno mai
avuto per me n rispetto n considerazione. Mi chiamano Pretore; anzi Preto',
come la loro madre, si figuri!  in casa il Preto'? No,  alla Pretura il
Preto'... Ah, Lei non sa, signore, che cosa voglia dire capitare a
venticinque anni in un paesettaccio, e marcirvi per quattro, cinque, dieci
eterni anni... pretore! Se Le dicessi che io sposai per avere in casa un
pianoforte? Perch musica io ho studiato; non ho mai studiato legge... E ho
sposato una donna pi vecchia di me, che aveva case e campagne... e che... Ma
se si diventa bruti! Dopo quattro o cinque anni, assediati dalle miserie,
dalle bassezze umane, non ci resta pi addosso neppur una di quelle finzioni
con cui la societ ci mascherava e scopriamo allora che l'uomo  porco, per
diritto di natura. Scusi, sa! noi, questo diritto, ce lo siamo negato, perch
la societ ci ha mandato a scuola, da piccini, e ci ha insegnato l'educazione,
per farci soffrire e non farci ingrassare; ma che c'entra? L'uomo bisogna
vederlo l, nel suo ambiente naturale, come l'ho veduto io, tant'anni. Che
uomini siamo noi? Lei mi compatisce e io la rispetto... Che bella cosa!
Rise e si stir a lungo, prima da una parte, poi dall'altra, le due bande
della barba; ma infine se le strinse tutt'e due nel pugno e rimase a pensare,
con gli occhi vividi, ilari, parlanti.

Il Gelli stette un pezzo a osservarlo, poi gli domand con voce cupa:
Dove l'avete conosciuta?
Io? Flora? A Perugia, s'affrett a rispondergli il Mauri, scotendosi. Un mese
appena dopo il mio trasferimento col, nel gabinetto d'un mio collega, giudice
istruttore.
Era arrestata?
Nossignore. Era venuta per deporre. Stava anche lei a Perugia da poco pi d'un
mese.
Sola? Come?
Mal'accompagnata. Con uno che... aspetti!... un certo Gamba, sissignore, che
si spacciava per artista... per pittore: era invece un miserabile applicatore
mosaicista, della Fabbrica di... di Murano, credo: mandato per restaurare un
mosaico di non so pi qual chiesa di Perugia. Ci... ci... Ci... Un
mascalzone, che s'ubriacava tutti i santi giorni, e... e la picchiava. Fu
trovato morto, una notte, su la strada, con la testa spaccata.
Il Gelli si copr il volto con le mani.
Orrore, eh? scatt il Mauri, levandosi in piedi. Mi faccia il piacere: lasci
andare! Fin dove era caduta!,  vero? Che orrore! Buffonate, via. Lei
m'insegna che tutto sta nel togliersi d'addosso, una prima volta, sotto gli
occhi di tutti, l'abito che ci ha imposto la societ. Si provi Lei, una volta,
a rubare cinque lire, e faccia che venga scoperto nell'atto di rubare. Me ne
sapr dire qualche cosa! Ma Lei non ruba,  vero? Grazie! E quella disgraziata
avrebbe forse fatto quello che fece se Lei, suo marito... Lasci andare! lasci
andare! Eppure, sa? Flora, di Lei, non diceva male, come non diceva male
d'alcuno; neppure di quel vigliacco che l'abbandon, cos da un giorno
all'altro, senza ragione. Lo scusava, anzi; diceva d'averlo stancato, oppresso
coi suoi continui timori e la sua gelosia. E anche Lei scusava, incolpando
invece d'ogni suo torto le donne, le donne che ella odiava tutte profondamente
in s stessa... E quando, pochi giorni or sono, sono venuto a raggiungerla
qua, ha voluto scusare anche me, il mio tradimento, la mia menzogna,
incolpando s stessa, certi suoi vezzi involontarii, il malvagio istinto,
com'ella lo chiamava, il bisogno, cio, che sentono tutte le donne di piacere
finanche al marito della propria sorella...
Seguit cos un pezzo a sparlare, a sparlare. Il Gelli aveva appoggiato le
braccia al tavolino, e vi aveva affondato il volto. S'era addormentato? A un
tratto, Margherita, la sbiobbina, si present su la soglia, spaventata. Il
Mauri le fe' cenno di non parlare.
Morta? domand, senza voce.
Quella chin il capo pi volte, e allora il Mauri, in punta di piedi, corse
alla camera da letto; ma, alla vista della donna esanime, scoppi in violenti
singhiozzi e si butt su di lei disperatamente.
La sbiobbina s'accost al dormente, per scuoterlo; ma Silvio Gelli lev il
capo dalle braccia e le disse, aggrondato, con gli occhi chiusi:
Non dormo, sa. Lo lasci piangere, ormai... Io lasci..



LO SPIRITO MALIGNO

Carlo Noccia fu da giovane per circa sette anni in Africa, a Bona,
commerciante, vi soffr anche la fame nei primi tempi, e soltanto a furia di
stenti, di rischi e d'incredibili fatiche riusc a metter da parte un gruzzolo
modesto.
Ritornato in Sicilia, per non apparire ingenuo in mezzo ai commercianti suoi
compaesani, produttori e sensali d'agrumi e di zolfo, gente ladra, usa a
combattere tra le insidie e con ogni sorta d'inganni, prov il bisogno di
lasciar loro intendere che con quelle stesse arti egli aveva guadagnato col
il suo danaro. Dovette insomma confarsi al modo di pensare di quelli e
disonorar le sue fatiche e il frutto di esse per aver pregio e considerazione
agli occhi loro. E s'aggir, faccente, con l'aria d'un furbo matricolato, in
mezzo al traffico rumoroso del piccolo porto di mare, tra i grandi depositi di
zolfo accatastati su la spiaggia; a bordo dei piroscafi d'ogni nazione, tra
marinai e interpreti e scaricatori e stivatori, aspirando con volutt l'odor
del catrame e della pece, mentre gli occhi gli lacrimavano bruciati dalla
polvere dello zolfo diffusa nell'aria. Stordito dai gridi dei barcaioli e dei
facchini del porto, tra un continuo sbaccaneggiar di liti, e i fischi delle
sirene e il fumo delle macchine, credette sinceramente che la necessit
d'ingannare, i cattivi pensieri venissero dal fermento stesso di quella vita
esagitata, esalassero dalle bocche delle stive, dall'acqua stessa del mare
sporca di zolfo e di carbone, dal muffido pacciame delle alghe secche su la
spiaggia solcata, scavata dal transito incessante dei carri striduli, carichi
di minerale; credette sinceramente ch'egli, senza volere, vivendo l,
respirando in quell'aria, avrebbe appreso quell'arte in poco tempo; e fu
felicissimo quando pot aver la dimostrazione che gi gli altri credevano che
non avesse pi bisogno d'apprender altro. Si vide tutt'a un tratto posto a
capo d'uno dei pi grossi depositi di zolfo. Il proprietario, giovanotto
ambizioso, che aveva dovuto interrompere gli studi universitarii per la morte
improvvisa del padre, era affatto ignaro di commercio e attendeva piuttosto a
ingraziarsi con servigi e favori gli animi dei suoi compaesani per essere
eletto sindaco del Comune. Naturalmente, divent subito preda dei pi furbi
speculatori di piazza, e segnatamente di un certo Grao, il quale cominci a
irretirlo in una vasta impresa da tentare col nobilissimo scopo di allibertare
il commercio dello zolfo dallo sfruttamento delle case estere d'esportazione
che avevano sede nei maggiori centri dell'isola; impresa per cui egli, in poco
tempo, centuplicando le sue ricchezze (e diceva poco!) avrebbe avuto gloria di
salvatore dell'industria zolfifera siciliana, e sarebbe stato eletto sindaco
subito, senza alcun dubbio.
Il Noccia ammirava sopra tutti questo Grao; lo teneva in conto d'un oracolo.
Forse, a destare in lui tanta ammirazione e cos cieca fiducia aveva gran
parte una figliuola, che costui aveva, bellissima, e della quale egli si era
innamorato. Il fatto  che quando il Grao gett in quella vasta impresa il suo
principale, e questi domand a lui, suo magazziniere e amministratore,
consigli e schiarimenti sui giuochi ora al rialzo ora al ribasso a cui quegli
lo esponeva, egli, con la massima buona fede, gli dette sempre quei consigli e
quegli schiarimenti che il Grao di nascosto e senza parere gli aveva
suggeriti. Se non che, sempre, alla scadenza degli impegni, il suo principale,
se aveva giocato al ribasso, s'era trovato di fronte a uno spaventoso rialzo,
e viceversa; sicch in meno d'un anno era stato liquidato.
Nessuno volle credere alla buona fede del Noccia. Come mai non s'era accorto
che il Grao faceva volta per volta di soppiatto il giuoco inverso?
Non se n'era accorto, perch anche lui credeva a occhi chiusi che quella vasta
impresa commerciale, se non proprio centuplicato, avrebbe certo accresciuto di
molto le ricchezze del suo principale. Al primo, al secondo, al terzo colpo
fallito, credette sinceramente alla disperazione del Grao, e che nel nuovo
giuoco proposto fosse la salvezza e il rifacimento dei danni.
Del resto, ad attestar la sua buona fede stava il fatto che alla fine nella
rovina del suo principale egli vide anche la sua: perduto il posto e, quel che
pi gli dolse, anche la speranza di far sua la figlia del Grao; e che si sent
come cascar dalle nuvole allorch il Grao gli venne avanti con le braccia
aperte per ringraziarlo di quanto aveva fatto.
Protest allora, di fronte al Grao stesso, la sua innocenza e la sua buona
fede ma quegli, ammiccando furbescamente e battendogli una mano sulla spalla,
gli fece intendere che lo riteneva, anche per quella protesta, suo degno
compare, anzi suo degno genero; e un'altra cosa gli fece intendere: che
nessuno lo avrebbe lodato di non essersi approfittato del suo posto e di quel
giuoco per arricchire, e che anzi sarebbe stato stimato da tutti uno sciocco,
un buono a nulla, proprio come quel suo principale e degno come questo d'esser
giocato e poi buttato l in un canto con una pedata.

Avvenne intanto che per invidia dell'agiatezza che gli era venuta da quelle
nozze con la figlia del ricchissimo speculatore, si vide addosso
inaspettatamente l'odio feroce di tutti i suoi compaesani. Presero a chiamarlo
Giuda e a stimarlo capace d'ogni infamia, di ogni perfidia e ad avvelenargli
con questa stima anche l'amore per la sposa.
Volle dimostrare che non era, non era, perdio, quel che tutti lo stimavano; ma
ecco che in tre o quattro occasioni, senza che ne sapesse n il come n il
perch, dai suoi atti e dalle sue buone intenzioni era saltata fuori
all'improvviso la dimostrazione contraria, fino al punto che, un giorno, per
una inesplicabile intestatura su un conto sbagliato, s'era visto citare in
tribunale per poche centinaja di lire da un suo subalterno colmato di
beneficii.
Il Noccia cominci a credere allora all'esistenza d'un certo spirito maligno
nato e nutrito dall'odio, dall'invidia, dal rancore, dai cattivi pensieri e
insomma da tutto il male che ci vogliono i nostri nemici; uno spirito maligno
che ci sta sempre attorno agile vigile e pronto a nuocerci, approfittando dei
nostri dubbi e della nostra perplessit, con spinte e suggerimenti e consigli
e insinuazioni che hanno in prima tutta l'aria della pi onesta saggezza, del
pi sennato consiglio, e che poi tutt'a un tratto si scoprono falsi e
insidiosi, sicch tutta la nostra condotta appare all'improvviso agli occhi
altrui e anche ai nostri stessi sotto una luce sinistra, dalla quale non
sappiamo pi, cos soprappresi, come sottrarci.
Certo era stato questo spirito maligno a fargli sbagliare quel conto.
E intanto, ecco qua, anche capace d'approfittarsi di poche centinaja di lire a
danno d'un poveretto lo avevan creduto i suoi compaesani. E d'allora in poi
ciascuno s'era sentito in diritto di negargli quel che gli doveva, sicch per
riavere il suo si vedeva ogni volta costretto a intentare una lite.
Ora, per una di queste liti, che da un pezzo si trascinava nei tribunali e che
forse il Noccia, stanco e avvilito, avrebbe volentieri mandato a monte, se la
rabbia non lo avesse forzato a dimostrare ancora una volta che la giustizia
stava dalla sua, eccolo in viaggio per Roma a sollecitare di persona il
patrocinio del deputato del suo collegio.

Aveva gi quarantasette anni, e l'animo gli s'era profondamente incupito per
tutta quella guerra d'odio e di invidia.
Come una bestia, ferita in una caccia feroce, e ricoverata in una tana non
sua, egli si guardava ormai davanti e dietro, diffidente e ombroso.
I grandi occhi chiari, d'acciajo, negli sguardi obliqui, davano in quel suo
volto fosco, bruno, cotto dal sole nelle lontane arrabbiate spiagge di
Sicilia, l'impressione d'un vuoto strano. E in quel suo volto egli sentiva ora
quasi un disagio insolito per certe rughe che di tratto in tratto gli si
spianavano, ammirando lo splendore della citt.
Aveva in petto il portafogli gonfio di molte migliaja d lire. Forse, partendo
dalla Sicilia, s'era proposto di con cedersi, se non tutti, parecchi di quegli
svaghi per lui affatto nuovi, che una citt come Roma poteva offrirgli. Ma in
quattro giorni, per quel ritegno ombroso, divenuto in lui quasi istintivo, non
aveva ancora ceduto a nessuna tentazione, e si sentiva stanco, oppresso e
inquieto.
Aveva preso alloggio nell'albergo della Nuova Roma presso la stazione, e
faceva ogni volta chilometri e chilometri per andarvisi a rinchiudere per una
mezz'oretta; ne riusciva poco dopo pi smanioso di prima e senza mta.
Cos gli avvenne, la mattina del quinto giorno, di cacciarsi in un caffeuccio
l nei pressi della stazione, per passarvi un po' di tempo.
C'erano pochi avventori e molte mosche. Il Noccia ordin una tazza di birra e
stese la mano al tavolino accanto per prendere un giornale che vi stava
posato. Ma le mosche lo tormentavano. Per cacciarne una, sfond il giornale;
voleva ripagarlo, ma il padrone non permise; per cacciarne un'altra per poco
non rovesci la tazza di birra. Smise allora di leggere e, sbuffando, allung
le mani sulla panca imbottita di cuojo; ma subito ne ritrasse una, la destra,
che aveva toccato qualche cosa, e si volt a guardare.
Era una vecchia borsetta, evidentemente lasciata l da qualche avventore.
Forse era vuota. Se non vuota, che poteva mai contenere? pochi soldi, qualche
lira d'argento. E il Noccia rimase un pezzo perplesso, se prenderla o farla
prendere dal caffettiere, perch la restituisse al proprietario, se fosse
venuto a cercarla. Guard il caffettiere dietro il banco. Non gli parve che
avesse faccia da restituir la borsetta, se ci fosse dentro qualche cosa. Forse
sarebbe stato meglio accertarsene, prima. Allung cautamente la mano e la
prese. Pesava. L'apr un poco; vi intravide una piastra d'argento e due
monetine da due centesimi. Torn a guardare il caffettiere, e non ebbe alcun
dubbio che quella piastra e quelle due monetine sarebbero andate a finire
nella ciotola dentro il banco.
Che fare? Pens che il giorno avanti aveva letto nella cronaca d'un giornale
un nobile esempio da imitare: quello d'un fattorino di telegrafo che aveva
trovato per istrada un portafogli con pi di mille lire, ed era andato a
depositarlo in questura. Imitare quel nobile esempio? In questura avrebbero
voluto il suo nome e lo avrebbero stampato sui giornali nel dar l'annunzio
della borsetta trovata. Pens che nel circolo di compagnia gli sfaccendati del
suo paese leggevano i giornali di Roma dall'articolo di fondo all'ultimo
avviso di pubblicit in sesta pagina. Quantunque lo ritenessero capace di
approfittarsi anche di poche lire, avrebbero detto sghignazzando che la
borsetta, lui, l'aveva consegnata alla questura perch conteneva soltanto una
piastra e quattro centesimi. Veramente, darsi per cos poco tutta quell'aria
d'onest gli parve troppo. Che fare allora? Durando quell'esitazione, non
stim prudente tenere ancora la borsetta in mano, alla vista di tutti, e se la
ficc nel taschino del panciotto per riflettere con comodo se non gli sarebbe
meglio convenuto, per non aver tanti impicci, rimetterla al posto dove l'aveva
trovata. Ma forse allora qualche altro avventore senza scrupoli se la sarebbe
presa senza pensar due volte; e quel poveretto che l'aveva smarrita...
Oh via, fece tra s a questo punto il Noccia. In fin dei conti, son cinque
lire...
E stava per trarre dal taschino la borsa, quando entr di furia nel caffeuccio
e s'avvent verso il suo tavolino un sudicia vecchia dalla faccia aguzza, che
soffiava come un biacco, col naso da civetta e il muso irto di grigi peluzzi
tirandosi via dagli occhi i capelli lanosi, scarmigliati sotto il decrepito
cappellino annodato al mento.
C' l la borsetta! la mia borsetta! l'ho lasciata l.
Cos investito, il Noccia guard la grinta della vecchi, e subito concep il
sospetto che, essendosi egli messo in tasca la borsetta, quella dovesse
ritener per certo che avesse voluto appropriarsela, e allora le rivolse un
sorriso vano da scemo, e si finse ignaro: Una borsetta? dove? E prima si
scost e poi si alz per farla cercar bene; e quando la vecchia, dopo aver
cercato su la panca, sotto la panca tra i piedi dei tavolini con irosa smania
che lasciava intender chiaramente quel sospetto, lev l'arcigna faccia e gli
domand, squadrandolo biecamente: Lei non l'ha trovata? egli, che pur si
struggeva di non poter pi ormai cacciarsi due dita in tasca per
restituirgliela, ebbe naturalmente, per quello stesso struggimento, un fiero
scatto e, arrossendo fin nel bianco degli occhi, le rispose:
Siete matta?
Il caffettiere e i pochi avventori gli diedero ragione e, appena la vecchia
piangendo e brontolando se ne fu andata, gli dissero che era una poveraccia da
compatire, mezzo svanita di cervello e stordita sempre dal caff e dai liquori
che ingozzava, dacch le era morta all'ospedale l'unica figliuola.
Il Noccia ora si sentiva su le spine; voleva subito pagare e andar via.
Intanto, aveva messo la borsetta della vecchia nello stesso taschino ove
teneva la sua. Se nel cavar questa, fosse venuta fuori anche quell'altra? si
sentiva tutto il sangue alla testa, e gli occhi gli brillavano come per
febbre. Trasse dalla tasca in petto il portafogli gonfio di carte da cento.
Non avrebbe spicci? gli domand il caffettiere, meravigliato.
Ed egli non trov la voce per rispondergli; disse di no, col capo. Uno degli
avventori si profferse di cambiar lui il biglietto, e il Noccia, lasciando una
mancia di cinque lire, usc dal caffeuccio.
Appena fuori, il suo primo pensiero fu quello di buttar via la borsetta in
qualche angolo nascosto. Ma quell'ultima notizia che gli avevano dato della
vecchia nel caff, che ella cio era una poveretta mezzo impazzita per la
morte della figliuola, gli fece stimare pi che mai indegno quell'atto. Pur
ammesso che la vecchia avesse avuto il sospetto ch'egli volesse tenersi la
borsetta trovata, questo sospetto in fondo non era ingiusto, poich egli
veramente, contro la sua volont, ridendo prima come uno scemo, poi
scostandosi e alzandosi per farla cercar l nel posto, aveva agito come se in
realt avesse voluto appropriarsi quella borsetta. E buttandola via, ora, non
avrebbe avuto sempre la colpa della sottrazione? L'avrebbe trovata un altro,
che non avrebbe sentito l'obbligo di restituirla, l'obbligo che ne aveva lui,
lui che conosceva a chi essa apparteneva e gliel'aveva negata in faccia. No,
no: buttarla via sarebbe stato un atto anche pi vile di quel che aveva dianzi
commesso. Pens allora che quei pochi avventori del caffeuccio e il
caffettiere avevano dovuto accorgersi dal suo portafogli ben fornito ch'egli
era un signore, un signore il quale poteva permettersi il lusso d'offrire a
quella povera vecchia un compenso di dieci o venti lire per la borsetta
perduta. Ecco, s. Avrebbe lasciato al banco venti lire alla presenza di quei
testimoni, o avrebbe domandato al caffettiere l'indirizzo della vecchia per
recarsi lui stesso a dargliele.
E il Noccia ritornava con questo proposito sui proprii passi, quand'ecco, l
presso l'entrata del caffeuccio, di nuovo la vecchia che, tenendosi con ambo
le mani i cerfugli lanosi spioventi su gli occhi, andava curva e piangente,
guardando in terra, ancora in cerca della sua borsetta. Il Noccia la ferm,
toccandole lievemente una spalla, trasse dal portafogli due biglietti da dieci
lire e, tutto commosso per la buona azione che faceva, glieli porse,
balbettando che li accettasse per la perdita sofferta. Ma si vide tutt'a un
tratto acciuffato dalla vecchia, la quale, scrollandolo furiosamente, si mise
a strillare:
Venti lire? A chi le dai? Ah, ladro! E il resto? Venti lire sole mi dai? Al
ladro! al ladro!
Accorse gente da tutte le parti, accorsero anche due guardie di questura e al
Noccia che, dapprima stordito, poi abbrancato da cento braccia aveva preso a
divincolarsi inferocito, fu trovata addosso la borsetta, nella quale,
sissignori, c'era la piastra da cinque, ma c'erano anche due vecchi marenghi
da venti lire e non due monetine da due centesimi, come al Noccia era sembrato
a prima vista, l, nel caffeuccio. Perci la vecchia reclamava con tanta
rabbia il resto.
Ma anche cento lire, anche duecento, anche mille, gliene avrebbe date ora il
Noccia. E cavava dalla tasca il portafogli. Se non che, anche quel portafogli,
come la borsetta siamo giusti, poteva ormai credersi rubato. E il Noccia fu
trascinato in questura.
Ora,  certo che a un ladro non passa per il capo di restituire una parte del
suo furto. Ma anche generalmente si crede che neppure a un galantuomo possa
passare per il capo di mettersi in tasca una borsetta che non gli appartiene,
e di negarlo poi in faccia, cos come il Noccia aveva fatto. Bisognava dunque
trattenerlo in arresto e domandare ragguagli in Sicilia sul conto di lui. Non
sarebbe stato serio prestar fede alla persecuzione di un certo spirito
maligno, di cui quell'arrestato farneticava.



ALLA ZAPPA!

Il vecchio Sirli da pi di un mese sembrava inebetito dalla sciagura che gli
era toccata, e non riusciva pi a prender sonno. Quella notte, allo scroscio
violento della pioggia, s'era finalmente riscosso e aveva detto alla moglie,
insonne e oppressa come lui:
Domani, se Dio vuole, romperemo la terra.
Ora, dall'alba, i tre figliuoli del vecchio, consunti e ingialliti dalla
malaria, zappavano in fila con altri due contadini giornanti. A quando a
quando, ora l'uno ora l'altro si rizzava sulla vita, contraendo il volto per
lo spasimo delle reni, e s'asciugava gli occhi col grosso fazzoletto di
cotone.
Coraggio! gli dicevano i due giornanti. Non  caso di morte, alla fine.
Ma quello scoteva il capo; poi si sputava su le mani terrose e incallite e si
rimetteva a zappare.
Dal folto degli alberi sulla costa veniva a quando a quando come un lamento,
rabbioso. Il vecchio, ancora valido, attendeva di l alla rimonda e
accompagnava cos, con quel lamento, la sua dura fatica.
La campagna, infestata nei mesi estivi dalla malaria, pareva respirasse, ora,
per la pioggia abbondante della notte, che aveva fatto calar la piena el
burrone. Si sentiva infatti, dopo tanti mesi di siccit, scorrere il Drago con
allegro fragore.
Da circa quarant'anni Sirli teneva a mezzadria queste terre di Sant'Anna. Da
molte stagioni, ormai, lui e la moglie erano riusciti a vincere il male e a
rendersene immuni. Se Dio voleva, col volgere degli anni, i tre figliuoli che
adesso ne pativano avrebbero acquistato anch'essi la immunit. Tre altri
figliuoli per, due maschi e una femmina, ne erano morti e morta era anche la
moglie del primo figliuolo, di cui restava solamente una ragazzetta di cinque
anni, la quale forse non avrebbe resistito neppur lei agli assalti del male.
Dio  il padrone, soleva dire il vecchio, socchiudendo gli occhi. Se lui la
vuole, se la prenda. Ci ha messo qua; qua dobbiamo patire e faticare.
Cieco fino a tal punto nella sua fede, si rassegnava costantemente a ogni pi
dura avversit, accettandola come volere di Dio. Ci voleva soltanto una
sciagura come quella che gli era toccata, per accasciarlo e distruggerlo cos.
Pur avendo bisogno di tante braccia per la campagna, aveva voluto far dono a
Dio di un figliuolo. Era il sogno di tanti contadini avere un figlio
sacerdote; e lui era riuscito ad attuarlo, questo sogno, non per ambizione, ma
solo per averne merito davanti a Dio. A forza di risparmii, di privazioni
d'ogni sorta, aveva per tanti anni mantenuto il figlio al seminario della
vicina citt; poi aveva avuto la consolazione di vederlo ordinato prete e di
sentire la prima messa detta da lui.
Il ricordo di quella prima messa era rimasto incancellabile nell'anima del
vecchio, perch aveva proprio sentito la presenza di Dio quel giorno, nella
chiesa. E gli pareva di vedere ancora il figlio, parato per la solennit con
quella splendida pianeta tutta a brusche d'oro, pallido e tremante, muoversi
piano piano su la predella dell'altare, davanti al tabernacolo; genuflettersi;
congiungere le mani immacolate nel segno della preghiera; aprirle; poi
voltarsi, con gli occhi socchiusi verso i fedeli per bisbigliare le parole di
rito, e ritornare al messale sul leggio. Non gli era mai parso cos solenne il
mistero della messa. Con l'anima quasi alienata dai sensi, lo aveva seguto e
ne aveva tremato, con la gola stretta da un'angoscia dolcissima; aveva sentita
accanto a s piangere di tenerezza la moglie, la sua santa vecchia, e s'era
messo a piangere anche lui, senza volerlo, irrefrenabilmente, prosternandosi
fino a toccare la terra con la fronte, allo squillo della campanella,
nell'istante supremo dell'elevazione.
D'allora in poi, egli, di tanto pi vecchio, e provato e sperimentato nel
mondo, s'era sentito quasi bambino di fronte al figlio sacerdote Tutta la sua
vita, trascorsa tra tante miserie e tante fatiche senza una macchia, che
valore poteva avere davanti al candore di quel figlio cos vicino a Dio? E
s'era messo a parlare di lui come d'un santo, ad ascoltarlo a bocca aperta,
beato, quand'egli veniva a trovarlo in campagna dal Collegio degli Oblati,
dove per l'ingegno e per lo zelo era stato nominato precettore. Gli altri
figliuoli, destinati alle fatiche della campagna, esposti l alla morte, non
avevano invidiato per nulla la sorte di quel loro fratello, s'erano anzi
mostrati orgogliosi di lui, lustro della famiglia. Infermi, s'erano tante
volte confortati col pensiero che c'era Giovanni che pregava per loro.
La notizia che costui s'era macchiato d'un turpe delitto su i poveri piccini
affidati alle sue cure in quell'orfanotrofio, era pertanto piombata come un
fulmine su la casa campestre del vecchio Sirli. La madre, dapprima, nella sua
santit patriarcale, non aveva saputo neanche farsi un'idea del delitto
commesso dal figliuolo: il vecchio marito aveva dovuto spiegarglielo alla
meglio; e allora ella ne era rimasta sbalordita, inorridita e pur quasi
incredula:
Giovanni? Che mi dici?
Il Sirli s'era recato in citt per avere notizie pi precise e con la
speranza segreta che si trattasse d'una calunnia. S'era presentato a parecchi
suoi conoscenti, e tutti, alla sua vista, s'erano turbati, quasi per ribrezzo;
gli avevano risposto duramente, a monosillabi, schivando persino di guardarlo.
Aveva voluto andare anche dal Lobruno, ch'era il padrone della terra ch'egli
teneva a mezzadria. Il Lobruno, uomo intrigante, consigliere comunale, amico
di tutti, del vescovo e del prefetto, lo aveva accolto malamente, su le furie:
Ben vi sta! ben vi sta! Sacerdote, eh? Da zappaterra a sacerdote. Siete
contento, ora? Ecco i frutti della vostra smania di salire a ogni costo, senza
la preparazione, senza l'educazione necessaria!
Poi s'era calmato, e aveva promesso che avrebbe fatto di tutto perch lo
scandalo fosse soffocato.
Per il decoro dell'umanit, intendiamoci! per il rispetto che dobbiamo tutti
alla santa religione, intendiamoci! Non per quel pezzo di majale, n per voi!
E il povero vecchio se n'era ritornato in campagna come un cane bastonato;
certo ormai che il delitto del figliuolo era vero; che Giovanni, l'infame, era
fuggito, sparito dalla citt, per sottrarsi al furore popolare; e che lui
ormai, sotto il peso di tanta ignominia, non avrebbe avuto pi pace n il
coraggio di alzare gli occhi in faccia a nessuno.
Ora, inerpicato su gli alberi, attendeva alla rimonda. Nessuno l lo vedeva e,
lavorando, poteva piangere. Non aveva pi versato una lagrima, da quel giorno.
Considerava la propria vita intemerata, quella della sua vecchia compagna, e
non sapeva farsi capace come mai un tal mostro fosse potuto nascere da loro,
come mai si fosse potuto ingannare per tanti anni, fino a crederlo un santo. E
s'era inteso di farne un dono a Dio! e per lui, per lui aveva sacrificato gli
altri figliuoli, buoni, mansueti, divoti; gli altri figliuoli che ora
zappavano di l, poveri innocenti non ben rimessi ancora dalle ultime febbri.
Ah, Dio, cos laidamente offeso da colui, non avrebbe mai, mai perdonato. La
maledizione di Dio sarebbe stata sempre su la su casa. La giustizia degli
uomini si sarebbe impadronita di quel miserabile, scovandolo alla fine dal
nascondiglio ov'era andato a cacciare la sua vergogna; e lui e la moglie
sarebbero morti dall'onta di saperlo in galera.
A un tratto, al vecchio, assorto in queste amare riflessioni, giunse la voce
d'uno dei figliuoli: di Crmine, ch'era il maggiore.
O pa'! Venite!  arrivato!
Il Sirli ebbe un sussulto, s'aggrapp al ramo dell'albero su cui si teneva in
equilibrio e si mise a tremar tutto! Giovanni? Arrivato? E che voleva da lui?
E come aveva potuto rimetter piede nella casa di suo padre? alzar gli occhi in
faccia alla madre?
Va'! grid in risposta, furente, squassando il ramo dell'albero, corri a
dirgli che se ne vada, subito! Non lo voglio in casa, non lo voglio!
Carmine guard negli occhi gli altri fratelli per prender consiglio, poi si
mosse verso la casa campestre, facendo segno alla nipotina orfana, che aveva
recato tutta esultante la notizia dell'arrivo dello zio prete, di precederlo.
Nella corte, Crmine trov un campiere del Lobruno seduto sul muretto accanto
alla porta. Evidentemente il prete era arrivato con lui.
Tuo padre? domand il campiere a Crmine, sollevando il capo e un virgulto che
teneva in mano e col quale, aspettando, era stato a percuotere un piccolo
sterpo cresciuto l tra i ciottoli della corte.
Non vuol vederlo, rispose Crmine, n lo vuole in casa. Sono venuto a
dirglielo.
Aspetta, rispose il campiere. Torna prima da tuo padre e digli che ho da
parlargli a nome del padrone.
Crmine apr le braccia e torn indietro. Il campiere allora chiam a s la
piccina che guardava con tanto d'occhi, non sapendo che pensare di tutto quel
mistero, come mai non fosse festa per tutti l'arrivo dello zio prete, se la
prese tra le gambe e borbott con un tristo sorriso sotto i bafffi:
Tu sta' qua, carina, non entrare. Sei piccina anche tu, e... non si sa mai!
Poco dopo Crmine ritorn, seguito dai due fratelli.
Adesso viene, annunzi al campiere; ed entr coi fratelli nell'ampia stanza
terrena, umida e affumicata.
In un lato, era la mangiatoja per le bestie: un asino vi tritava pazientemente
la sua razione di paglia. Nel lato opposto, era un gran letto, dai trespoli di
ferro non bene in equilibrio su l'acciottolato della stanza in pendo: vi si
buttavano a dormire i tre fratelli, non mai tutti insieme, giacch ora l'uno
ora l'altro passava la notte all'aperto, di guardia. Il resto della stanza era
ingombro di attrezzi rurali. Una scaletta di legno conduceva alla camera a
solajo, dove dormivano i due vecchi e l'orfana.
Giovanni, seduto sulle tavole del letto, stava col busto ripiegato sulle
materasse abballinate e con la testa affondata tra le braccia. La vecchia
madre teneva gli occhi fissi su lui e piangeva, piangeva senza fine, in
silenzio, come se tutto il cuore, tutta la vita che le restava volesse
sciogliere e disfare in quelle lagrime.
Sentendo entrare gente, il prete alz il capo e lanci una occhiata bieca, poi
raffond la testa tra le braccia. I tre fratelli gl'intravidero cos il volto
cangiato, pallido tra la barba ispidamente cresciuta: lo mirarono un pezzo con
un senso di ribrezzo e di piet insieme, gli videro la tonaca qua e l
strappata; poi, abbassando gli occhi, notarono che gli mancava la fibbia
d'argento a una scarpa.
La vecchia madre, vedendo gli altri tre figliuoli, ruppe in singhiozzi e si
copr il volto con le mani.
Ma', zitta, ma'! le disse Crmine, con voce grossa; e sedette su la cassapanca
presso il letto, insieme con gli altri fratelli, in attesa del padre,
taciturni.
Avevano tutt'e tre la faccia gialla, tutt'e tre con le berrette a calza, nere,
ripiegate sul capo, e tutt'e tre, sedendo in fila, avevano preso lo stesso
atteggiamento.
Finalmente, il vecchio comparve nella corte, curvo, con le mani dietro le
reni, guardando a terra. Portava in capo anche lui una berretta simile a
quella dei figliuoli, ma inverdita e sforacchiata. Aveva i capelli cresciuti e
la barba non pi rifatta da un mese.
Sirli, allegro! esclam il campiere del Lobruno, scostando la bambina e
alzandosi per venire incontro al vecchio. Allegro, vi dico! Tutto accomodato.
Il vecchio Sirli fisse gli occhi, ancora vivi e come induriti nello spasimo,
negli occhi del campiere, senza dir nulla come se non avesse inteso o
compreso.
Quegli allora, ch'era un omaccione gagliardo, dal torace enorme, dal volto
sanguigno, gli pos una mano su la spalla con aria di protezione, spavalda e
un po' canzonatoria, e ripet:
Tutto accomodato: sanato, sanato, sarebbe meglio dire! E rise sguajatamente;
poi, riprendendosi: Quando si ha la fortuna d'aver padroni che ci vogliono
bene per la nostra devozione e per la nostra onest certe... sciocchezzole,
via, si riparano. Cose da piccini, in fin dei conti, mi spiego? Senza
conseguenze. Io per non ho voluto che questa innocente entrasse l: ho fatto
bene?
Il vecchio si contenne: fremeva.
Che avete da dirmi, insomma? gli domand.
Il campiere gli tolse la mano dalla spalla, se la rec insieme con l'altra
dietro la schiena, sporse il torace, alz il capo per guardare il vecchio
dall'alto e sbuff:
Eccomi qua. Il padrone, prima di tutto, per rispetto all'abito che indossa
indegnamente vostro figlio, poi anche per carit di voi, tanto ha fatto, tanto
ha detto, che  riuscito a indurre i parenti di quei poveri piccini, a
desistere dalla querela gi sporta. La perizia medica risulta... favorevole.
Ora vostro figlio partir per Acireale.
Il vecchio Sirli, che aveva ascoltato fin qui guardando in terra, lev il
capo:
Per Acireale?
Gnors. Il nostro vescovo s' messo d'accordo col vescovo di l.
D'accordo? domand nuovamente il vecchio. D'accordo, su che?
Su... su la frittata, perdio, non capite? esclam quegli spazientito. Chiudono
gli occhi, insomma, e non se ne parla pi.
Il vecchio strinse le pugna, impallid, mormor:
Questo fa il vescovo?
Questo e pi, rispose il campiere. Vostro figlio star un anno o due ad
Acireale, in espiazione, finch qua non si parler pi del fatto. Poi
ritorner e riavr la messa, non dubitate.
Lui! grid allora il Sirli, accennando con la mano verso casa. Lui, toccare
ancora con quelle mani sporcate l'ostia consacrata?
Il campiere scosse allegramente le spalle.
Se Monsignore perdona...
Monsignore; ma io no! rispose pronto il vecchio indignato, percotendosi il
petto cavo con la mano deforme, spalmata. Venite a vedere!
Entr nella stanza terrena, corse al letto su cui il prete stava buttato nella
stessa positura, lo afferr per un braccio e lo tir su con uno strappo
violento:
Va' su, porco! Spogliati!
Il prete, in mezzo alla stanza, con la tonaca tutta rabbuffata su le terga, i
fusoli delle gambe scoperti, si nascose il volto tra le braccia alzate. I tre
fratelli e la madre, rimasti seduti, guardavano costernati ora Giovanni, ora
il padre, che non avevano mai visto cos. Il campiere assisteva alla scena
dalla soglia.
Va' su e spogliati! ripet il vecchio.
E, cos dicendo, lo cacci a spintoni su per la scaletta di legno. Poi si
volt alla moglie che singhiozzava forte e le impose di star zitta. La
vecchia, d'un tratto, soffoc i singhiozzi, chinando pi volte il capo in
segno d'obbedienza. Era la prima volta, quella, che il marito le parlava cos,
a voce alta.
Il campiere, dalla soglia, urtato, scroll le spalle, e borbott:
Ma perch, vecchio stolido, se tutto  accomodato?
Voi silenzio! grid il vecchio, movendogli incontro. Andrete a riferire a
Monsignore.
Sal lentamente la scaletta di legno. Giovanni, lass, s'era tolta la tonaca
ed era rimasto in maniche di camicia col panciotto e i calzoni corti, seduto
presso il letto del padre. Subito si nascose il volto con le mani.
Il vecchio stette a guardarlo un tratto; poi gli ordin:
Strappati cotesta fibbia dalla scarpa!
Quello si chin per obbedire. Il padre allora gli s'appress, gli vide la
calotta ancora in capo, gliela strapp insieme con un ciuffetto di capelli.
Giovanni balz in piedi inferocito. Ma il vecchio, alzando terribilmente una
mano gli indic la scala:
Gi! Aspetta. L c' una zappa. E ti faccio grazia perch neanche di questo
saresti pi degno. Zappano i tuo fratelli e tu non puoi stare accanto a loro.
Anche la tua fatica sar maledetta da Dio!
Rimasto solo, prese la tonaca, la spazzol, la ripieg diligentemente, la
baci; raccatt da terra la fibbia d'argento e la baci; la calotta e la
baci; poi si rec ad aprire una vecchia e lunga cassapanca d'abete che pareva
una bara, dov'erano religiosamente conservati gli abiti dei tre figliuoli
morti, e, facendovi su con la mano il segno della croce, vi conserv anche
questi altri; del figlio sacerdote morto.
Richiuse la cassapanca, vi si pose a sedere, nascose il volto tra le mani, e
scoppi in un pianto dirotto.



UNA VOCE

Pochi giorni prima che morisse, la marchesa Borghi aveva voluto consultare,
pi per scrupolo di coscienza che per altro, anche il dottor Giunio Falci, per
il proprio figlio Silvio, cieco da circa un anno. Lo aveva fatto visitare dai
pi illustri oculisti d'Italia e dell'estero e tutti le avevano detto che era
afflitto d'un glaucoma, irrimediabile.
Il dottor Giunio Falci aveva vinto da poco, per concorso, il posto di
direttore della clinica oftalmica; ma sia per la sua aria stanca e sempre
astratta, sia per la figura sgraziata, per quel suo modo di camminare tutto
rilassato e dinoccolato, con la grossa testa precocemente calva, buttata
indietro, non riusciva a cattivarsi n la simpatia n la confidenza d'alcuno.
Egli lo sapeva e pareva ne godesse. Rivolgeva agli scolari, ai clienti domande
curiose, penetranti, che aggelavano e sconcertavano; e troppo chiaramente
lasciava intendere il concetto che s'era formato della vita, cos nudo di
tutte quelle intime e quasi necessarie ipocrisie, di quelle spontanee,
inevitabili illusioni che ciascuno, senza volerlo, si crea e si compone per un
bisogno istintivo, quasi di pudor sociale, che la sua compagnia diveniva a
lungo andare insopportabile.
Invitato dalla marchesa Borghi, aveva esaminato a lungo, attentamente, gli
occhi del giovine senza prestare ascolto, almeno in apparenza, a tutto ci che
la marchesa intanto gli diceva intorno alla malattia, ai giudizi degli altri
medici, alle varie cure tentate. Glaucoma? No. Non aveva creduto di
riscontrare in quegli occhi i segni caratteristici di questa malattia, il
colore azzurrognolo o verdiccio della opacit, ecc. ecc.; gli era parso
piuttosto che si trattasse dl una rara e strana manifestazione di quel male
che comunemente suol chiamarsi cateratta. Ma non aveva voluto manifestare cos
in prima alla madre il suo dubbio, per non farle nascere di improvviso
foss'anche una tenue speranza. Dissimulando il vivissimo interesse che quel
caso strano gli destava, le aveva invece manifestato il desiderio di tornare a
visitar l'infermo fra qualche mese.
Era infatti ritornato; ma, insolitamente, per quella via nuova, sempre
deserta, in fondo ai Prati di Castello dove sorgeva il villino della marchesa
Borghi, aveva trovato una frotta di curiosi davanti al cancello aperto. La
marchesa Borghi era morta d'improvviso, durante la notte.
Che fare? Tornarsene indietro? Aveva pensato che, se nella prima visita avesse
manifestato il dubbio che il male di quel giovane non fosse, a suo modo di
vedere, un vero e proprio glaucoma, forse quella povera madre non sarebbe
morta con la disperazione di lasciare il figlio irrimediabilmente cieco.
Ebbene, se non gli era pi dato di consolare con questa speranza la madre, non
avrebbe potuto almeno cercare con essa un gran conforto al povero superstite,
cos tremendamente colpito da quella nuova, improvvisa sciagura?
Ed era salito al villino.
Dopo una lunga attesa, fra il trambusto che vi regnava, gli si era presentata
una giovine vestita di nero, bionda, dall'aria rigida, anzi severa: la dama di
compagnia della defunta marchesa. Il dottor Falci le aveva esposto il perch
di quella visita, che sarebbe stata altrimenti importuna. A un certo punto,
con una lieve meraviglia che tradiva la diffidenza, quella gli aveva
domandato:
Ma vanno dunque soggetti anche i giovani alla cateratta?
Il Falci l'aveva guardata un tratto negli occhi, poi, con un sorriso ironico,
percettibile pi nello sguardo che sulle labbra, le aveva risposto:
E perch no? Moralmente, sempre, signorina: quando s'innamorano. Ma anche
fisicamente, pur troppo.
La signorina, irrigidendosi di pi, aveva allora troncato il discorso, dicendo
che, nelle condizioni in cui il marchese si trovava in quel momento, non era
proprio possibile parlargli di nulla; ma che, quando si fosse un po' quietato,
ella gli avrebbe detto di quella visita e certo egli lo avrebbe fatto
chiamare.
Erano trascorsi pi di tre mesi: il dottor Giunio Falci non era stato
richiamato.

Veramente, la prima visita aveva lasciato alla marchesa defunta una pessima
impressione del dottore. La signorina Lydia Venturi, rimasta come governante e
lettrice del giovane marchese, lo ricordava bene. Per istintivo malanimo
contro quell'antipaticissimo dottore non considerava, intanto, se per
avventura non sarebbe stata diversa quella impressione della marchesa, ove il
Falci fin da principio le avesse fatto sperare non improbabile la guarigione
del figlio. Per conto suo, stim da ciarlatano e peggio la seconda visita,
quel venire proprio nel giorno che la marchesa era morta a manifestare un
dubbio, ad accendere una speranza di quella sorta. Tanto pi che il giovane
marchese pareva ormai rassegnato alla sciagura. Mortagli cos d'un tratto la
madre, oltre al bujo della sua cecit, un altro bujo s'era sentito addensare
pi dentro che attorno, terribile, di fronte al quale,  vero, tutti gli
uomini sono ciechi. Ma da questo bujo, chi abbia gli occhi sani pu almeno
distrarsi con la vista delle cose intorno: egli no: cieco per la vita, cieco
ora anche per la morte. E in quest'altro bujo pi freddo e pi tenebroso, sua
madre era scomparsa, silenziosamente, lasciandolo solo, in un vuoto orrendo.
A un tratto non sapeva bene da chi una voce d'una dolcezza infinita era venuta
a lui, come una luce soavissima. E a questa voce tutta l'anima sua, sperduta
in quel vuoto orrendo, s'era aggrappata.
Non era altro che una voce per lui la signorina Lydia. Ma era pur colei che
pi di tutti, negli ultimi mesi, era stata vicina a sua madre. E sua madre
egli lo ricordava parlandogli di lei, gli aveva detto ch'era buona e attenta,
di squisite maniere, colta, intelligente; e tale egli ora la sperimentava
nelle cure che aveva per lui, nei conforti che gli dava.
Lydia, fin dai primi giorni, aveva sospettato che la marchesa Borghi,
prendendola al suo servizio, non avrebbe veduto male, nel suo egoismo materno,
che il figlio infelice si fosse in qualche modo consolato con lei: se n'era
acerbamente offesa e aveva costretto la sua naturale dolcezza a irrigidirsi in
un contegno addirittura severo. Ma dopo la sciagura, quand'egli, tra il pianto
disperato, le aveva preso una mano e vi aveva appoggiato il bel volto pallido,
gemendo: Non mi lasci!... non mi lasci!, s'era sentita vincere dalla
compassione, dalla tenerezza, e s'era dedicata a lui, senza pi sospetto.
Presto, con la timida ma ostinata e accorante curiosit dei ciechi, egli s'era
messo a torturarla. Voleva vederla nel suo bujo; voleva che la voce di lei
diventasse immagine dentro di s.
Furono dapprima domande vaghe, brevi. Egli volle dirle come se la immaginava,
sentendola leggere o parlare.
Bionda,  vero?
S.
Bionda era; ma i capelli, alquanto ruvidi e non molti contrastavano
stranamente col colore un po' torbido della pelle. Come dirglielo? E perch?
E gli occhi, ceruli?
S.
Ceruli; ma cupi, dolenti, troppo affossati sotto la fronte grave, triste,
prominente. Come dirglielo? E perch?
Bella non era, di volto; ma di corpo elegantissima. Belle veramente belle,
aveva le mani e la voce. La voce, segnatamente. D'una ineffabile soavit, in
contrasto con l'aria cupa altera e dolente del volto.
Ella sapeva com'egli, per la mala di questa voce e attraverso alle timide
risposte che riceveva alle sue domande insistenti, la vedeva; e si sforzava
davanti allo specchio di somigliare a quell'immagine fittizia di lei, si
sforzava di vedersi com'egli nel suo bujo la vedeva. E la sua voce, ormai, per
lei stessa non usciva pi dalle sue proprie labbra, ma da quelle ch'egli le
immaginava; e, se rideva, aveva subito l'impressione di non aver riso lei, ma
di aver piuttosto imitato un sorriso non suo, il sorriso di quell'altra s
stessa che viveva in lui.
Tutto ci le cagionava come un sordo tormento, la sconvolgeva: le pareva di
non esser pi lei, di mancare man mano a s medesima, per la piet che quel
giovane le ispirava. Piet soltanto? No: era anche amore, adesso. Non sapeva
pi ritrarre la mano dalla mano di lui, scostare il volto dal volto di lui, se
egli la attirava troppo a s.
No: cos, no... cos, no...
Si dov presto, ormai, venire a una deliberazione, che alla signorina Lydia
cost una lunga lotta con s stessa Il giovane marchese non aveva parenti, era
padrone di s e dunque di fare quel che gli pareva e piaceva. Ma non avrebbe
detto la gente che ella approfittava della sciagura di lui per farsi sposare,
per diventar marchesa e ricca? Oh s, certamente, questo e altro avrebbe
detto. Ma tuttavia, come rimanere pi oltre in quella casa, se non a questo
patto? E non sarebbe stata una crudelt abbandonare quel cieco, privarlo delle
sue cure amorose, per paura dell'altrui malignit? Era, senza dubbio, per lei
una gran fortuna; ma sentiva, in coscienza, di meritarsela perch ella lo
amava; anzi, per lei la maggior fortuna era questa, di poterlo amare
apertamente, di potersi dir sua, tutta e per sempre, di potersi consacrare a
lui unicamente, anima e corpo. Egli non si vedeva: non vedeva altro entro di
s che la propria infelicit; ma era pur bello, tanto! e delicato come una
fanciulla; e lei, guardandolo, beandosene, senza che egli se n'accorgesse,
poteva pensare: Ecco, sei tutto mio, perch non ti vedi e non ti sai; perch
l'anima tua  come prigioniera della tua sventura e ha bisogno di me per
vedere, per sentire. Ma non bisognava prima, condiscendendo alla voglia di
lui, confessargli ch'ella non era com'egli se la immaginava? Non sarebbe stato
il tacere un inganno da parte sua? S, un inganno. Ma egli era pur cieco, e
per lui, dunque poteva bastare un cuore, come quello di lei, devoto e ardente,
e l'illusione della bellezza. Brutta, del resto, non era. E poi una bella,
veramente bella forse, chi sa! avrebbe potuto ingannarlo ben altrimenti
approfittando della sciagura di lui, se veramente egli, pi che d'un bel volto
che non avrebbe mai potuto vedere aveva bisogno d'un cuore innamorato.

Dopo alcuni giorni di angosciosa perplessit, le nozze furono stabilite. Si
sarebbero fatte senz'alcuna pompa, presto, appena spirato il sesto mese di
lutto per la madre.
Ella aveva dunque davanti a s circa un mese e mezzo di tempo per preparar
l'occorrente alla meglio. Furono giorni d'intensa felicit: le ore volavano
fra le lietissime, affrettate cure del nido e le carezze, da cui ella si
scioglieva un po' ebbra, con dolce violenza, per salvare da quella libert che
la convivenza dava al loro amore, qualche gioia, la pi forte, per il giorno
delle nozze.
Ci mancava ormai poco pi d'una settimana, quando a Lydia fu annunziata
improvvisamente una visita del dottor Giunio Falci.
Di primo impeto, fu per rispondere:
Non sono in casa!
Ma il cieco, che aveva udito parlar sottovoce, domand:
Chi ?
Il dottor Falci, ripet il servo.
Sai? disse Lydia, quel medico che la tua povera mamma fece chiamare pochi
giorni prima della disgrazia.
Ah, s! esclam il Borghi, sovvenendosi. Mi osserv a lungo... a lungo,
ricordo bene, e disse che voleva ritornare per...
Aspetta, lo interruppe subito Lydia, agitatissima. Vado a sentire.
Il dottor Giunio Falci stava in piedi in mezzo al salotto, con la grossa testa
calva rovesciata indietro, gli occhi socchiusi, e si stirava distrattamente
con una mano la barbetta ispida sul mento.
S'accomodi, dottore, disse la signorina Lydia, entrata senza ch'egli se
n'accorgesse.
Il Falci si scosse, s'inchin e prese a dire:
Mi scuser, se...
Ma ella turbata, eccitata, volle premettere:
Lei finora veramente non era stato chiamato, perch...
Anche quest'altra mia visita  forse inopportuna, disse il Falci, col lieve
sorriso sarcastico su le labbra. Ma lei mi perdoner, signorina.
No... perch? anzi... fece Lydia arrossendo.
Lei non sa, rispose il Falci, l'interesse che a un pover'uomo che si occupa di
scienza possono destare certi casi di malattia... Ma io voglio dirle la
verit, signorina: mi ero dimenticato di questo caso, quantunque a parer mio
molto raro e strano. Ieri, per, chiacchierando del pi e del meno con alcuni
amici, ho saputo del prossimo matrimonio del marchese Borghi con lei,
signorina;  vero?
Lydia impallid e afferm, alteramente, col capo.
Permetta ch'io me ne congratuli, soggiunse il Falci. Ma guardi, allora, tutt'a
un tratto, mi sono ricordato. Mi sono ricordato della diagnosi di glaucoma
fatta da tanti illustri miei colleghi, se non m'inganno. Diagnosi
spiegabilissima, in principio, non creda. Io sono sicuro, in fatti, che se la
signora marchesa avesse fatto visitare il figliuolo da questi miei colleghi
nel tempo che lo visitai io, anch'essi avrebbero detto facilmente che di
glaucoma vero e proprio non era pi il caso di parlare. Basta. Mi sono
ricordato anche della mia seconda visita disgraziatissima e ho pensato che
lei, signorina, dapprima nello scompiglio cagionato dall'improvvisa morte
della marchesa, poi nella gioja di questo avvenimento, si era di certo
dimenticata,  vero? dimenticata...
No! neg con durezza Lydia a questo punto, ribellandosi alla tortura che il
lungo discorso avvelenato del dottore le infliggeva.
Ah, no? fece il Falci.
No, ripet ella con accigliata fermezza. Io ho ricordato piuttosto la poca,
per non dir nessuna fiducia, scusi, che ebbe la marchesa, anche dopo la sua
visita, su la guarigione del figlio.
Ma io non dissi alla marchesa, ribatt pronto il Falci, che la malattia del
figlio, a mio modo di vedere...
 vero, lei lo disse a me, tronc Lydia di nuovo. Ma anch'io, come la
marchesa...
Poca, anzi, nessuna fiducia,  vero? Non importa, interruppe a sua volta il
Falci. Ma lei non rifer intanto, al signor marchese la mia venuta e la
ragione...
Sul momento, no.
E poi?
Neppure. Perch...
Il dottor Falci alz una mano:
Comprendo. Nato l'amore... Ma lei, signorina, mi perdoni. Si dice,  vero, che
l'amore  cieco; lei per lo desidera cieco proprio fino a questo punto,
l'amore del signor marchese? Cieco anche materialmente?
Lydia sent che contro la sicura freddezza mordace di quell'uomo non bastava
il contegno altero, in cui man mano, per difendere la sua dignit da un
sospetto odioso, s'interiva vieppi. Tuttavia si sforz di contenersi ancora e
domand con apparente calma:
Lei insiste nel ritener che il marchese possa, con l'ajuto di lei,
riacquistare la vista?
Piano, signorina, rispose il Falci, alzando un'altra volta la mano. Non sono,
come il Signor Iddio, onnipossente. Ho esaminato una volta sola gli occhi del
signor marchese, e m' parso di dovere escludere assolutamente che si tratti
di glaucoma. Ecco: questo, che pu essere un dubbio, che pu essere una
speranza, mi pare che dovrebbe bastarle, se veramente, com'io credo, le sta a
cuore il bene del suo fidanzato.
E se il dubbio, s'affrett a replicare Lydia, con aria di sfida, dopo la sua
visita non potesse pi sussistere se la speranza restasse delusa? Non avr lei
inutilmente crudelmente, ora, turbata un'anima che si  gi rassegnata
No, signorina rispose con dura e seria calma i Falci. Tanto vero, ch'io ho
stimato mio dovere, di me dico, venire senza invito. Perch qua, lo sappia, io
credo di trovarmi non solo di fronte a un caso di malattia, ma anche di fronte
a un caso di coscienza, pi grave.
Lei sospetta... si prov a interromperlo Lydia; ma il Falci non le diede tempo
di proseguire.
Lei stessa, seguit ha detto or ora di aver taciuto al marchese la mia venuta,
con una scusa ch'io non posso accettare, non perch m'offenda, ma perch la
fiducia o la sfiducia verso me non doveva esser sua, se mai, ma del marchese.
Guardi, signorina: sar anche puntiglio da parte mia, non nego; le dico anzi
che io non prender nulla dal marchese, se egli verr nella mia clinica, dove
avr tutte le cure e l'ajuto che la scienza pu prestargli, di
dinteressatamente. Dopo questa dichiarazione, sar troppo chiederle che ella
annunzii al signor marchese la mia visita
Lydia si lev in piedi.
Aspetti, disse allora il Falci, levandosi anche lui e riprendendo la sua aria
consueta. La avverto ch'io non dir affatto al marchese d'essere venuto quella
volta. Dir anzi, se vuole, che lei, premurosamente, mi ha fatto chiamare,
prima delle nozze.
Lydia lo guard fieramente negli occhi.
Lei dir la verit. Anzi, la dir io.
Di non aver creduto in me?
Precisamente.
Il Falci si strinse nelle spalle, sorrise.
Potrebbe nuocerle. E io non vorrei. Se lei anzi volesse rimandar la visita a
dopo le nozze, guardi, io sarei anche disposto a ritornare.
No, fece, pi col gesto che con la voce, Lydia soffocata dall'orgasmo,
avvampata in volto dall'onta che quell'apparente generosit del medico le
cagionava; e con la mano gli fe' cenno di passare.
Silvio Borghi attendeva impaziente nella sua camera.
Ecco qua il dottor Falci, Silvio disse Lydia entrando convulsa. Abbiamo
chiarito di l un equivoco. Tu ricordi che il dottore, nella sua prima visita,
disse che voleva ritornare,  vero?
S, rispose il Borghi. Ricordo benissimo, dottore!
Non sai ancora, riprese Lydia, ch'egli difatti ritorn, la stessa mattina che
avvenne la disgrazia di tua madre. E parl con me e mi disse di ritenere che
il tuo male non fosse propriamente quello che tanti altri medici avevano
dichiarato; e non improbabile perci, secondo lui la tua guarigione. Io non te
ne dissi nulla.
Perch la signorina, badi, s'affrett a soggiungere il dottor Falci,
trattandosi d'un dubbio espresso da me in quel momento, in termini molto
vaghi, lo consider piuttosto come un conforto ch'io volessi apprestare, e non
vi diede molto peso.
Questo  ci che ho detto io, non quel che pensa lei, rispose Lydia, pronta e
fiera. Il dottor Falci, Silvio ha sospettato ci che, del resto,  vero, ch'io
cio non ti dissi nulla della sua seconda visita; ed  voluto venir lui
spontaneamente, prima delle nozze, per prestarti le sue cure, senz'alcun
compenso. Ora puoi credere con lui, Silvio, ch'io volessi lasciarti cieco, per
farmi sposare da te.
Che dici, Lydia? scatt il cieco.
Ma s, riprese ella subito, con uno strano riso. E pu esser vero anche
questo, perch, difatti, a questo solo patto io potrei diventare la tua...
Che dici? ripet il Borghi, interrompendola.
Te ne accorgerai, Silvio, se il dottor Falci riuscir a ridarti la vista. Io
vi lascio.
Lydia! Lydia! chiam il Borghi.
Ma ella era gi uscita, tirando l'uscio a s con violenza.
And a buttarsi sul letto, morse rabbiosamente il guanciale e ruppe dapprima
in singhiozzi irrefrenabili. Ceduta la prima furia del pianto, rimase attonita
e come raccapricciata di fronte alla propria coscienza. Le parve che tutto ci
che il medico le aveva detto, con quel suo fare freddo e mordace, da molto
tempo lei lo avesse detto a s stessa, o meglio, che qualcuno in lei lo avesse
detto; e lei aveva finto di non udire. S, sempre, sempre si era ricordata del
dottor Falci, e ogni qual volta l'immagine di lui le si era affacciata alla
mente, come il fantasma d'un rimorso, ella l'aveva respinta con una ingiuria:
Ciarlatano!. Perch come negarlo pi, ormai? ella voleva, voleva proprio che
il suo Silvio rimanesse cieco La cecit di lui era la condizione
imprescindibile del suo amore. Che se egli, domani, avesse riacquistato la
vista, bello com'era, giovane, ricco, signore, perch avrebbe sposato lei? Per
gratitudine? Per piet? Ah, non per altro! E dunque, no, no! Seppure egli
avesse voluto; lei, no; come avrebbe potuto accettare, lei che lo amava e non
lo voleva per altro? lei, che nella sventura di lui vedeva la ragione del suo
amore e quasi la scusa, di fronte alla malignit altrui? E si pu dunque
transigere cos, inavvertitamente, con la propria coscienza, fino a commettere
un delitto? fino a fondar la propria felicit su la sciagura di un altro?
Ella, s, veramente, non aveva allora creduto che colui, quel suo nemico,
potesse fare il miracolo di ridar la vista al suo Silvio; non lo credeva
neanche adesso; ma perch aveva taciuto? proprio perch non aveva creduto di
prestar fiducia a quel medico; o non piuttosto perch il dubbio che il medico
aveva espresso e che sarebbe stato per Silvio come una luce di speranza,
sarebbe stato invece per lei la morte, la morte del suo amore, se poi si fosse
affermato? Per ora ella poteva credere che il suo amore sarebbe bastato a
compensar quel cieco della vista perduta; credere che, se pure egli, per un
miracolo, avesse ora riacquistato la vista, n questo bene sommo, n tutti i
piaceri che avrebbe potuto pagarsi con la sua ricchezza, n l'amore
d'alcun'altra donna, avrebbero potuto compensarlo della perdita dell'amore di
lei. Ma queste erano ragioni per s, non per lui. Se ella fosse andata a
dirgli: Silvio, tu devi scegliere fra il bene della vista e il mio amore, E
perch tu vuoi lasciarmi cieco?, avrebbe egli certamente risposto. Ma perch
cos soltanto, cio a patto della sciagura di lui, era possibile la sua
felicit.
Si lev in piedi improvvisamente, come per un subita richiamo. Durava ancora
la visita, di l? Che diceva il medico? Che pensava egli? Ebbe la tentazione
di andare in punta di piedi a origliare dietro quell'uscio ch'ella stessa
aveva chiuso; ma si trattenne. Ecco: dietro l'uscio era rimasta. Lei stessa,
con le sue mani, se l'era chiuso, per sempre. Ma poteva forse accettare le
velenose profferte di colui? Era arrivato finanche a proporle di rimandare la
visita a dopo le nozze. Se ella avesse accettato... No! No! Si strinse tutta
in s, dal ribrezzo, dalla nausea. Che mercato infame sarebbe stato! il pi
laido degli inganni! E poi? Disprezzo, e non pi amore...
Sent schiudere l'uscio; ebbe un sussulto; corse istintivamente al corridojo
per cui il Falci doveva passare.
Ho rimediato, signorina, alla sua soverchia franchezza, diss'egli freddamente.
Io mi sono raffermato nella mia diagnosi. Il marchese verr domattina nella
mia clinica. Vada, vada intanto da lui che la aspetta. A rivederla.
Come annientata, vuota, lo segu con gli occhi fino all'uscio, in fondo al
corridojo; poi ud la voce di Silvio che la chiamava, di l: si sent tutta
rimescolare, ebbe come una vertigine; fu per cadere; si rec le mani al volto,
per frenar le lagrime; accorse.
Egli la attendeva, seduto, con le braccia aperte; la strinse, forte, forte a
s, gridando la sua felicit e che per lei soltanto voleva riacquistar la
vista, per vedere la sua cara, la sua bella, la sua dolce sposa.
Piangi? Perch? Ma piango anch'io, vedi? Ah che gioja! Ti vedr... ti vedr!
Io vedr!
Era ogni parola per lei una morte; tanto che egli, pur nella gioia, intese che
il pianto di lei non era come il suo e prese allora a dirle che certo, oh! ma
certo neanche lui in un giorno come quello, avrebbe creduto alle parole dei
medico, e dunque, via, basta ora! Che andava pi pensando? Era giorno di
festa, quello! Via tutte le afflizioni! via tutti i pensieri, tranne uno,
questo: che la sua felicit sarebbe stata intera, ormai, perch egli avrebbe
veduto la sua sposa. Ora ella avrebbe avuto pi agio, pi tempo di preparare
il nido; e doveva esser bello, come un sogno, questo nido, ch'egli avrebbe
veduto per prima cosa. S, prometteva che sarebbe uscito con gli occhi bendati
dalla clinica, e che li avrebbe aperti l, per la prima volta, l, nel suo
nido.
Parlami! Parlami! Non lasciar parlare me solo!
Ti stanchi?
No... Chiedimi di nuovo: Ti stanchi? con questa tua voce. Lasciamela
baciare, qui, su le tue labbra, questa tua voce...
S...
E parla, ora; dimmi come me lo prepari il nido.
Come?
S, io non t'ho domandato nulla, finora. Ma no, no voglio sapere nulla,
neanche adesso. Farai tu. Sar per me uno stupore, un incanto... Ma io non
vedr nulla, dapprima te sola!
Ella, risolutamente, soffoc il pianto disperato, s'ilar tutta in volto, e
l, inginocchiata innanzi a lui, con lui curvo su lei, abbracciato, cominci a
parlargli del suo amore quasi all'orecchio, con quella sua voce pi che mai
dolce e maliosa. Ma quand'egli, ebbro, la strinse e minacci di non lasciarla
pi, in quel momento, ella si sciolse, si rizz, fiera come d'una vittoria di
fronte a s stessa. Ecco: avrebbe potuto, anche ora, legarlo a s
indissolubilmente. Ma no. Perch ella lo amava.
Tutto quel giorno, fino a tarda notte, lo inebri della sua voce, sicura,
perch egli era ancora nel bujo, l, suo nel bujo, in cui gi fiammeggiava la
speranza, bella come l'immagine ch'egli s'era finto di lei.
La mattina seguente volle accompagnarlo in vettura fino alla clinica e, nel
lasciarlo, gli disse che si sarebbe messa subito subito all'opera, come una
rondine frettolosa.
Vedrai!
Attese due giorni, in un'ansia terribile, l'esito dell'operazione. Quando lo
seppe felice, attese ancora un po', nella casa vuota; gliela prepar
amorosamente, mandando a dire a lui che, esultante, la voleva l, anche per un
minuto che avesse pazienza ancora per qualche giorno; non accorreva per non
agitarlo; il medico non permetteva...
S? Ebbene, allora sarebbe venuta...
Raccolse le sue robe, e il giorno prima che egli lasciasse la casa di salute,
se ne part ignorata, per rimanere almeno nella memoria di lui una voce,
ch'egli forse, uscito ora da suo bujo, avrebbe cercata su molte labbra,
invano.



PENA DI VIVERE COS

I.

Silenzio di specchio, odore di cera ai pavimenti, fresca lindura di tendine di
mussola alle finestre: da undici anni cos, la casa della signora Luca. Ma
ora s' fatta nelle stanze come una strana sordit.
Possibile che la signora Luca abbia acconsentito che dopo undici anni di
separazione il marito torni a convivere con lei?
Fa dispetto che la pendola grande della sala da pranzo faccia udire in questa
sordit, cos distintamente in tutte le stanze, il suo tic e tac lento e
staccato, come se il tempo possa seguitare a scorrere ormai placido e uguale
come prima.
Nel salottino (che ha l'impiantito sensibilissimo) fu jeri un tintinnire
d'oggettini di vetro e d'argento, quasi che le gocciole dei candelabri dorati
sulla mensola e i bicchierini della rosoliera sul tavolino da t avessero
brividi di paura e fremiti d'indignazione alla fine della visita dell'avvocato
Aric che la signora Luca chiama con le amiche grillo vecchio; dopo aver
perorato e perorato quell'avvocato se n'era andato, badando a ripetere fino
all'ultimo:
Eh, la vita... la vita...
E si stringeva nelle spallucce, socchiudendo i grossi occhi ovati nel visetto
olivigno, e stirava penosamente il magro collo per spingere su e su,
dall'angustia delle spalle cos ristrette, la punta del piccolo mento aguzzo.
Credevano tutti quegli oggettini di vetro e d'argento che la signora Luca,
l, alta e dritta, e cos fresca, cos bianca e rosea, con le piccole lenti in
cima al naso affilato, di fronte a quel cosino verde e nero che si storceva
tutto per licenziarsi ancora una volta ripetendo sulla soglia dell'uscio: La
vita... la vita... dovesse almeno negar col capo o alzar la mano in segno di
protesta. La vita? Eh gi, proprio quella, la vita: una vergogna da non
potersi nemmeno confessare; una miseria da compatire cos, stringendo le
spalle e socchiudendo gli occhi, o spingendo su su il mento come fosse anche
un ben duro e amaro boccone da ingozzare. E che cos'era allora questa che da
undici anni lei, la signora Luca, viveva qua, in questa sua casa monda e
schiva, con le discrete visite di tanto in tanto delle sue buone amiche del
patronato di beneficenza e del dotto parroco di Sant'Agnese e di quel bravo
signor Ildebrando l'organista?
Non era vita questa che si godeva qua nella santa pace inalterabile, qua in
tanta lindura d'ordine, in questo silenzio, tra il tic e tac lento e staccato
della pendola grande che batte le ore e le mezz'ore con un suono languido e
blando entro la cassa di vetro?


II.

Alla parrocchia di Sant'Agnese  corsa a dar l'allarme come una colomba
spaventata la vecchia signorina Trecke del patronato di beneficenza.
La signora Luca, la signora Luca, col marito...
Lo spavento  divenuto stupore e lo stupore s' poi liquefatto in un sorriso
vano della bianca bocca sdentata davanti al placido assentimento del capo con
cui il parroco ha accolto la notizia gi nota.
Lunga di gambe, corta di vita e con la schiena ad arco, ancora biondissima a
sessantasei anni, la signorina Trecke, mezzo russa, mezzo tedesca, ma pi
russa forse che tedesca, convertita dalla buon'anima di suo cognato al
cattolicesimo e zelantissima, ha conservato nel viso pallido e flaccido gli
azzurrini occhi primaverili dei suoi diciott'anni, come due chiari laghi che
tra la desolazione s'ostinino a riflettere i cieli innocenti e ridenti della
sua giovinezza. Eppure molti nuvoloni tempestosi sono passati da allora a
offuscarli tante volte. Ma persiste a fingere di non averne mai saputo nulla
la signorina Trecke; e cos, la sua bont, che pure  vera, assume spesso
apparenze d'ipocrisia. Non vuole che l'amarezza delle tristi esperienze
insidii e corroda la saldezza della nuova fede, e preferisce manifestare la
sua bont come affatto ingenua e inesperta, vale a dire come proprio non . E
questo provoca tanta stizza in chi le vuol bene, perch non si capisce come
lei non riconosca quanto pi merito avrebbe della sua bont se la manifestasse
come superstite sperimentata e vittoriosa di tutte le tristezze della vita.
Liquefatta in quel sorriso vano, comincia a domandare con una compunta
maraviglia se il signor Marco Luca, marito della signora Luca,  dunque
veramente degno di perdono, cosa che lei non ha mai immaginato perch saranno
forse calunnie, dato che il signor parroco approva la riconciliazione ma non
ha tre figli, tre, tre femminucce, questo signor Luca, con una... come si
dice? s, con un'altra donna? E allora come... che far adesso? le abbandoner
per riconciliarsi con la moglie? Ah no? E che allora? Due case? Qua la moglie,
e l quell'altra con le tre, s, come si dice?, figliuole naturali?
Ma no, ma no, si prova a rassicurarla il parroco con la consueta placidit
soffusa di mite aria protettrice.
Ci sono le catacombe a Sant'Agnese e anche la chiesa sotterranea, cupa e
solenne; ma poi la casa parrocchiale  in mezzo a un verde cos dolce e chiaro
e con tanto aperto davanti e tanta aria e tanto sole; e si vede negli occhi
limpidi del parroco e si sente nella calda voce di lui il bene che fanno, non
pure al corpo, anche all'anima.
No, cara signorina Trecke. Niente due case, niente abbandono; e neppure una
vera e propria riconciliazione: avremo, se Dio vorr, un semplice amichevole
riavvicinamento, qualche visitina di tanto in tanto, e baster cos. Per un
po' di conforto.
A lui?
Ma s, a lui. Un po' di sollievo alla colpa che pesa; il balsamo d'una buona
parola al rimorso che punge. Non ha chiesto altro, e la nostra eccellente
signora Luca non avrebbe potuto del resto accordargli altro. Stia tranquilla.
Le posa come fossero cose, le parole, il signor parroco: cose pulite e
levigate l l l bei vasetti di porcellana sul tavolino che gli sta davanti,
ciascuno con un fiorellino di carta, di quelli con lo stelo di fil di ferro
ricoperto di carta velina verde, che fanno un cos grazioso effetto e costano
poco. Ma bisognerebbe consigliare a quel bravo signor Ildebrando, l'organista
che fa anche da segretario al signor parroco, di non approvarle tanto con quei
melliflui sorrisi e quelle mossettine del capo. Se ne sente finir lo stomaco
quella brava signorina Trecke.
Il signor Ildebrando non ha saputo mai perdonare ai suoi genitori, morti da
tanto tempo, d'avergli imposto un nome cos sonoro e compromettente, il pi
improprio di tutti i nomi che avrebbero potuto imporgli, non solo ai suo
corpicciuolo gracile, fievole, ma anche alla sua indole, al suo animo. Non ha
mai potuto soffrire il signor Ildebrando quegli omacci sanguigni e prepotenti
che han bisogno di far fracasso, gettar certe occhiatacce, prender certe pose
con le mani sul petto: ci sono io, ci sono io; non ha mai voluto esserci per
nulla, lui; ha cercato sempre di restare in ombra, tepido appena appena,
insipido e scolorito. Gli pare che la signorina Trecke, cos scolorita anche
lei, dovrebbe far come lui, e invece, ecco che vuol mettersi in mezzo,
immischiarsi in ci che non la riguarda; ecco che, a proposito di quel signor
Marco Luca, domanda al signor parroco:
E allora, potrei anche invitarlo a cena a casa mia?
Il parroco casca dalle nuvole:
Ma no! Che c'entra lei, signorina Trecke?
E questa stiracchiando il vano sorriso della bocca bianca:
Eh, se se ne deve aver piet... Mia nipote dice di conoscerlo.
Il parroco la guarda severamente:
Lei farebbe bene, cara signorina, a sorvegliare un po' la sua nipote.
Io? E come potrei, signor parroco? Non capisco proprio nulla io; e gliene sto
dando ora stesso la prova. Proprio nulla, proprio nulla...
E cos dicendo, apre le braccia e s'inchina per andar via, ancora con quel
sorriso sulle labbra e gli occhi infantili velati di pena per
quest'incorreggibile ignoranza che sempre, Dio mio, la affligger.


III.

Tre giorni dopo, il signor Marco Luca, accompagnato dall'avvocatino Aric,
fece la sua prima visita alla moglie.
Tutto arruffato, arrozzito, malandato, irto di commozione, fu, tra quella
specchiante lindura di casa, per quei mobiletti gracili, nitidi del salottino,
gelosi della loro castit, uno sbalordimento d'angosciosa trepidazione.
Cinque minuti senza poter parlare, ad arrangolare come una bestia ferita, con
un tremore spaventoso di tutto il corpo. E che terrore poi, che balzo, che
scompiglio, quando, non potendo parlare, quasi afferrato e costretto dalla
disperazione, si butt a terra sui ginocchi davanti alla moglie, su
quell'impiantito sensibilissimo. La signora Luca, che stentava ancora a
riconoscerlo, cos cangiato, cos arrozzito e invecchiato dopo undici anni,
avrebbe voluto accostarsi per sollevarlo da terra, ma non riusciva a vincere
il ribrezzo e lo spavento, e si tirava indietro, invece, per non vederselo
cos davanti in ginocchio, e gemeva:
Ma no... Dio, no!
Le tocc ripeterla pi volte quest'esclamazione e fu quasi tentata di
scapparsene di l a un certo punto, quando parve che lui e l'Aric si
volessero azzuffare. L'Aric l'aveva investito irritatissimo gridandogli di
non far scenate, d'alzarsi e star tranquillo e composto; e lui l'aveva
respinto con una furiosa bracciata per mostrarsi a lei in tutta la sua
disperazione e abiezione; voleva alzare la faccia disfatta da terra e
guardarla, e non poteva; e restava l, Dio, restava l, certo con la vergogna,
ora, del suo atto teatrale mancato, che pur avrebbe voluto sostenere fino
all'ultimo perch vi era stato trascinato dalla foga d'un sentimento sincero,
dalla speranza forse che lei se ne sarebbe lasciata commuovere, intenerire
fino a posargli la mano sui capelli in atto di perdono, non per carezza.
Dio mio, ma poteva far questo la signora Luca? Avrebbe dovuto capirlo, che
non poteva. Commiserazione, s, compatimento pu aver per lui, carit, come
per tutti quei disgraziati che al pari di lui sentono la vita come una fame
che insudicia e non si sazia mai.
La vita!
Cos, ecco, come lui l'ha scritta in faccia, con una violenza che comincia a
rilassarsi sguajatamente. Che brutto segno, quel labbro inferiore che gli
pende bestialmente e quelle borse nere intorno agli occhi torbidi e
addogliati. Ma verr qui ora, di tanto in tanto ecco, s. come dice l'avvocato
per respirare un po' di pace, per ristoro dello spirito, ora che i capelli si
son fatti grigi lei li ha gi tutti bianchi e risentire la dolcezza della
casa, bench...
Bench?
La dolcezza della casa, lei dice, avvocato?
La signora Luca sa bene che non ha pi nessuna dolcezza la sua casa; solo una
gran quiete. Ma quella quiete poi... No, non dice che le pesi; dice anzi che
n' contenta? la signora Luca: legge, lavora per s e per i poveri, va in
questua con le amiche del patronato di beneficenza, va in chiesa, esce anche
spesso per compere o per andare dalla sarta (ch ancora le piace vestir bene),
va quando deve dall'avvocato Aric che ha cura dei suoi affari, e insomma non
sta in ozio un momento.  contenta cos, certo, poich Dio non volle che fosse
contenta altrimenti, che la sua vita cio avesse altri pi intimi affetti. Ma
c' pur questo silenzio che a volte, tra un punto e l'altro della maglietta di
lana per una bimba povera del quartiere, o tra un rigo e l'altro del libro che
sta leggendo, pare sprofondi tutt'a un tratto nel tempo senza fine e vi renda
vani, o piuttosto, sconsolati ogni pensiero, ogni opera. Gli occhi si fissano
su un oggetto della stanza e, per quanto l da tanto tempo e familiare,
quell'oggetto  come se non l'abbiano mai veduto, o come se tutt'a un tratto
si sia votato d'ogni senso. E sorge un rimpianto: no, di nulla pi ormai, ma
di quello che non ha avuto, che non ha potuto avere; e una certa pena anche,
non pena pi veramente, un certo senso di disgusto che si fa quasi stizza
dentro, per l'inganno che il suo stesso cuore un tempo le fece, di potere
esser lieta, anzi felice, sposando un uomo che... un uomo, insomma. Non sa pi
nemmeno disprezzarlo, ormai, la signora Luca.
La vita...
Pare che debba esser cos. Questo, ecco, il disgusto. Non come il suo cuore,
da giovinetta, la sogn; ma questa miseria che (forse  peccato dirlo) ad
accostarcisi, pare debba proprio insudiciare; da compiangere fors'anche, certo
anzi da compiangere, perch ogni piacere  poi pagato a prezzo di lagrime e di
sangue. Ma non  facile.
Per rispondere al signor parroco che le ha domandato: Ma chi le ha detto, in
nome di Dio, che la carit debba esser facile? lei s' lasciata persuadere a
ricevere il marito di tanto in tanto, per una breve visita, ora che il
disprezzo di prima s' cangiato in questa commiserazione, che non 
propriamente per lui soltanto, ma per tutti quei disgraziati che sentono la
vita come lui.
Ha riconosciuto la signora Luca che molte delle opere di carit a cui attende
sono anche un modo per lei di passare il tempo; fa,  vero, pi di quanto
potrebbe; si stanca a salire e scendere tante scale e vince spesso con la
volont la stanchezza degli occhi e delle mani nel lavorare per i poveri fino
a tarda notte; d poi in beneficenza gran parte delle sue rendite, privandosi
di cose che per lei non sarebbero al tutto superflue; ma un vero e proprio
sacrifizio non pu dire che l'abbia mai fatto, come sarebbe vincere quel
disgusto, quel certo orrore che nasce dalla propria carne al pensiero d'un
contatto insoffribile, o rischiar di rompere quell'armonia di vita raccolta in
tanta lindura d'ordine. Ha paura che non potr mai farlo. Nascono pure in lei
gli stessi sentimenti che in tutti gli altri; ma mentre gli altri vi
s'abbandonano cecamente, lei, appena sorti, li avverte e, se buoni, li
accompagna come s'accompagna un bambino per mano. Ha troppo attento lo
spirito; ha troppo vissuto in silenzio. La vita le si  quasi diradata fino al
punto che le relazioni tra lei e le cose pi consuete non hanno pi talvolta
nessuna certezza, e te avviene allora di scoprire di quelle cose tutt'a un
tratto aspetti nuovi e strani che la turbano, come se d'improvviso e per un
attimo lei penetrasse in un'altra insospettata realt che le cose abbiano per
s, nascosta, oltre quella che comunemente si d loro. Teme d'impazzire, a
fissarcisi. Ma distrarsene  difficile, con quel sospetto che le persiste come
agguattato sotto il consueto aspetto delle cose. Che gli altri credano
placidissima la sua vita e abbiano di lei il concetto che sia la serenit in
persona, dovrebbe perci irritarla, almeno in segreto. Invece no. Se ne
compiace, perch anche lei vuol crederlo, sicura di non aver mai dato campo a
desiderii, di cui, appena balenati, non abbia respinto tante volte l'immagine.
Perch veramente lei ha il disgusto della vita che insudicia. Vi sta in mezzo,
la cerca per portarvi la sua opera di carit. Ma non potrebbe, se non sentisse
che il suo spirito ne resta immune. Il solo sacrificio che lei pu fare, 
questo: vincere quest'orrore.  poco. Perch anche in questo, ci che lei fa
per gli altri  assai meno di ci che ha fatto per s quando, tante volte, ha
dovuto vincere l'orrore del suo stesso corpo, della sua stessa carne, per
tutto ci che nell'intimit si passa, anche senza volerlo, e che nessuno vuol
confessare nemmeno a se stesso.


IV.

Con l'aria consueta di svagata innocenza, la signorina Trecke  venuta intanto
a prendere informazioni, portando con s la nipote. Ha trovato altre amiche in
visita: la signora Marzorati con la figliuola, la signora Mielli, alle quali
la signora Luca, spinta a parlare, cerca di dire il meno che pu su quella
prima visita del marito.
La signorina Trecke esclama:
Ah senti!  dunque venuto?
La nipote ha subito uno scatto di fastidio:
Perch fingi di non saperlo, se lo sai?
La signorina Trecke la guarda e si liquef nel suo sorriso vano:
Lo sapevo? Ah s, lo sapevo... Ma che doveva venire, non che fosse venuto.
La nipote si scrolla e le volta le spalle per mettersi a parlare con la
signorina Marzorati; il che cagiona subito una viva apprensione alla mamma,
signora Marzorati, che non ha affatto piacere che la nipote della signorina
Trecke parli con la sua figliuola.
 davvero uno scandalo quella nipote della signorina Trecke. Basta vedere come
va vestita. E si dicono di lei certe cose!
Solo la signora Luca, tra le tante amiche, comprende che se quella ragazza 
cos, la colpa non  tutta sua, ma dipende anche da ci che quotidianamente
avviene tra lei e la zia.
S' impegnata, tra loro due, come una gara molto pericolosa. La zia s'ostina a
mostrare di non comprendere il male che la nipote fa; e questa allora lo fa
per costringerla a comprenderlo e a smettere quella fintaggine insopportabile.
E chi sa dove arriver!
Ma Dio mio, come deve regolarsi la signorina Trecke, se si d sempre il caso
che, dove lei suppone che ci possa esser male, l nossignori male non c'; e
viceversa poi par che ci sia, e grave, dove lei proprio non riesce a capire
che ci possa essere?
Sar una sventura, ma  cos.
Ecco, per esempio: ha creduto che dovesse portare chi sa quale sconvolgimento
nell'animo della signora Luca quella terribile visita del marito, la vista
di lui dopo undici anni di separazione, e invece niente: placida e fresca, la
signora Luca ne discorre con le amiche, come se non fosse avvenuto nulla.
Ma se non  proprio avvenuto nulla, sorride la signora Luca. E stato qui un
quarto d'ora, con l'avvocato.
Ah, meno male, con l'avvocato! Ho avuto tanta, oh tanta paura io, che venisse
solo.
Ma no, perch?
Mia nipote m'ha detto che  tanto violento. Insegna appunto nella scuola,
Nella, dove lui porta ogni mattina la maggiore delle sue... Dio mio, s, non
saranno legittime, ma credo, non so, che si debbano chiamar figliuole, no?
bench non ne portino il nome. Eh, Nella, come hai detto che si chiamano?
La nipote, brusca:
Smacca.
Sar il cognome della madre, osserva la signora Mielli, che pare arrivi ogni
volta da molto lontano alle poche parole che le avviene di dire.
Gi, forse, riprende la signorina Trecke. Si figurino che una mattina a questa
figliuola, in presenza di mia nipote, diede un... come si dice? ceffone, gi,
ceffone... ma cos forte che la mand in terra, poverina, e dice che con
l'unghia, nel darglielo, la fer alla guancia; per quanto poi, vedendo che
s'era fatta male, dice che s' messo a piangere. Oh! avr, avr pianto anche
qua, suppongo.
La signora Luca, poich anche le due altre amiche si voltano a guardarla per
sapere se il marito abbia pianto davvero durante la visita,  costretta a dir
di s. E subito allora la nipote della signorina Trecke torna a voltarsi, come
se, pur discorrendo fervidamente con la signorina Marzorati, sia stata sempre
a orecchi tesi verso il crocchio delle signore, e di scatto, rivolgendosi alla
zia:
Niente di male, sai! niente di male, per la signora Luca, in questo pianto
del marito. Te n'avverto, perch tu non finga di commuovertene.
Detto questo, riprende il suo discorso con la signorina Marzorati.
La signora Luca non pu non notare che in quelle parole, nel tono con cui
sono state proferite,  contenuta una sprezzante provocazione a lei, per uno
scopo che non riesce a indovinare, se non  solo quello d'offendere con la
derisione il suo modo di comportarsi. Non dice nulla. Guarda le due amiche,
che si son guardate tra loro facendo un viso lungo lungo di gelata maraviglia,
e con pena sorride come per indurre a compatire, per riguardo a quella povera
signorina Trecke, la quale, al solito, non ha capito nulla ed  rimasta, allo
scatto della nipote, liquefatta in quel sorriso vano della sua bocca sdentata.
Ora non si vede tanto, confida in quel mentre Nella Trecke in un orecchio alla
signorina Marzorati, ma le assicuro che dev'essere stato al suo tempo un gran
tipo chic il marito della signora Luca.
La signora Marzorati d a vedere di sentirsi pi che mai sulle spine vedendo
la figliuola interessarsi tanto a ci che le dice quella diavola l. E la
signora Luca torna a sorridere con pena per quell'ambascia di madre.
 una ragazzona rubiconda con gli occhiali, la figlia della signora Marzorati,
soffocata da un gran seno, ma gonfio soltanto d'una certa allarmata ingenuit
infantile che, di tratto in tratto investita, a sbuffi, da strani pensieri
segreti o subitanee impressioni, le avvampa il viso, le riempie gli occhi di
lagrime improvvise, perch teme di non esser pi creduta quella fanciullona
che . Ma forse dubita anche lei stessa, dentro di s, d'esser qualche volta
cattiva, perch resta in forse lei stessa della sua sincerit, per via di quei
lampi pazzeschi che nella sua bambinaggine la fanno intravedere diversa da
quella che lei si crede e che tutti la credono.
Dio, come appar chiaro tutto questo alla signora Luca! Ed  una sofferenza,
non  mica una soddisfazione per lei, che i suoi occhi vedano cos chiaro,
cos a dentro, tutto, con la pi precisa coscienza di non ingannarsi. E l,
quella signora Mielli, con quell'aria di non saper mai quello che fa, come se
facesse o dicesse tutto lontano da s, senz'accorgersi di nulla, quasi per
poter dire a un bisogno, se colta in fallo: Ah s? Oh guarda! Io? ho fatto
questo? ho detto questo?.
Quando, alla fine, le cinque amiche se ne vanno, si sente cos stanca e
triste, la signora Luca. Guarda le sedie del salottino, smosse, dov'esse
poc'anzi stavano sedute. Quelle sedie vuote, fuori di posto, pare domandino
sperdute il perch di quel loro disordine; che cosa quelle signore siano
venute a fare; se avevan proprio bisogno di quella visita. Mah! Pare di s,
che ci sia questo bisogno di sapere che cosa d agli altri o come  per gli
altri la vita, e che se ne pensi e che se ne dica. Bisogno di viver fuori, in
questa curiosit della vita degli altri, o per riempire il vuoto della nostra,
distrarci dai fastidi, dagli affanni che ci d. E cos passare il tempo. 
accaduta una disgrazia? un caso strano? Com'? Come si spiega? Si corre a
vedere, a sentire. Ah,  cos? Ma no, che! Cos non pu essere. E allora come?
Quando poi non avviene nulla, la noja, il peso delle solite occupazioni. E
l'angoscia di vedere, come ora la signora Luca la vede, lentamente morire ai
vetri la luce del giorno.


V.

S'era stabilito col parroco e l'avvocato che il signor Marco Luca non sarebbe
venuto mai solo in casa della moglie, e che le visite brevi non dovessero
essere pi di due al mese. Invece, a pochi giorni di distanza dalla prima,
eccolo un'altra volta, e solo; con l'aria d'un cane che preveda d'esser male
accolto e, aspettandosi un calcio, sogguardi pietosamente.
La signora Luca riesce a dissimulare il turbamento per la contrariet che ne
prova, e lo fa entrare e sedere nella saletta da pranzo.
Appena seduto, lui si copre con le grosse mani la faccia e si mette a
piangere; ma senza nessuna teatralit, questa volta.
La signora Luca lo guarda e comprende che quel pianto, per finire, aspetta
che lei dica una parola di pietosa esortazione.
E poi?
No no. Che sia ritornato, cos presto e solo, e che lei non si sia rifiutata
di riceverlo,  gi troppo. Incoraggiarlo con qualche buona parola sarebbe
come accettar senz'altro che i patti possano d'ora in poi non esser pi
rispettati e abilitarlo a venire anche ogni giorno e a chiedere subito chi sa
che cos'altro.
No no. Bisogna che lo trovi lui da s, smettendo di piangere, il coraggio di
dire perch  ritornato. La ragione. Una ragione di fatto, se l'ha.
Dio mio! Dio mio! Dopo due ore di supplizio, la signora Luca resta come
intronata, convulsa in tutte le fibre del corpo.
Le ha detto d'esser venuto perch voleva confessarsi. E invano lei gli ha
ripetuto pi volte ch'era inutile, perch sapeva, sapeva tutto dall'avvocato
Aric. Ha voluto farle la confessione.
Turpitudini. Bagnate di certe lagrime, tanto pi schifose, quanto pi sincere.
E a ognuna, guardandola con occhi atroci, soggiungeva: Ma questo non lo sai!
E trovava il coraggio di mettergliele davanti, l, con la pi brutale
impudenza, convinto che lei, quasi riparata dall'orrore che ne provava, non
poteva esserne toccata; e perch, nel mettergliele cos davanti, godeva,
godeva di farsi sempre pi basso, per esser calpestato da lei; raggiunto, in
quel fango, dal piede di lei:
Come Maria... tu... il serpe...
 ancora sbalordita la signora Luca da certe oscene immagini di vizi
insospettati. Dalla stessa offesa che ne ricevevano, i suoi occhi sono stati
attratti a fissarle, precise, in tutto il loro schifo, quelle immagini. E ne
ha ancora sulle guance le vampe della vergogna. E un altro schifo, un altro
schifo nelle dita, ora che lo avverte: lo schifo d'un biglietto da cento lire
che, come ubriaca di tutta quella vergogna, gli ha dato all'ultimo, e che lui
s' preso, quasi di nascosto da se stesso, strappandoglielo presto presto
dalla mano che pur cos, quasi di nascosto, glielo porgeva.
Ora si domanda se non era questo il vero scopo della visita di lui.
Forse no.
 stata lei a darglielo, quel danaro, per farlo andar via e levarselo davanti.
Non se ne vorrebbe far coscienza, ma deve pur riconoscere che, almeno
esplicitamente, lui non gliel'ha chiesto. Ha detto, s, per commuoverla, che
tutto quel po' che gli  rimasto del suo patrimonio l'ha vincolato alle tre
figliuole e consegnato all'Aric, che ne rimette gl'interessi a quella donna
per i bisogni di casa; e che lui  lasciato senza un soldo in tasca,
dall'avarizia di colei, tanto che non ha da pagarsi nemmeno un sigaro, nemmeno
una tazza di caff, quando n'ha voglia, da prendere in piedi in un bar. E le
si  intenerito davanti fino alle lagrime, parlando di queste privazioni; ma
non le ha chiesto nulla; n avrebbe potuto, dopo quella confessione che voleva
parer fatta con l'intento di scusare, se non in tutto, almeno in parte, la sua
abiezione, rovesciandola addosso a quella donna e accusando s soltanto per la
debolezza della propria natura cos purtroppo inchinevole a cedere a tutte le
tentazioni dei sensi; non avrebbe potuto, dopo averla pregata a mani giunte,
supplicata di voler sorreggere, anche con la sua vista soltanto, quella sua
debolezza.
Ora, avergli dato cos, quasi di nascosto, quel danaro, e aver cos tentato
quella debolezza che aveva chiesto al contrario d'esser sorretta, per
levarsene davanti subito lo spettacolo nauseante,  stata veramente una
cattiva azione. La signora Luca lo sente. E l'avvilimento che ne prova
diventa pi forte, quanto pi considera che forse lui non ne ha provato
altrettanto nel prendersi quel danaro.
Nel voltarsi verso una delle finestre, vede il sole steso l sul verde vivo di
quei vasti terreni da vendere che si scorgono dalla saletta da pranzo, con
quella fila di cipressi in mezzo a qualche pino, superstiti di un'antica villa
patrizia scomparsa. E quest'azzurro di bella giornata che ride limpido e puro
e d tanta luce a tutta la casa silenziosa.
Dio mio! Dio mio! torna a gemere la signora Luca, coprendosi il volto con le
mani. Il male che si fa... il male che si riceve...
E cos con le mani sul volto, rivede a questa considerazione l'immagine d'un
vecchio candido pastore inglese incontrato ad Ari, in Abruzzo, quell'estate
che vi and a villeggiare, in quell'antica pensione inglese che pareva un
castello in cima al colle. Quanto verde! Quanto sole! E quella frotta di
ragazzette che le si faceva attorno, ogni qual volta dal fondo di quella
viuzza si fermava ad ammirare le ampie vallate.
Marzietta di Lama...
Ecco, s, Marzietta. Si chiamava Marzietta, una di queste ragazze. Che occhi!
Foravano. E che risatine sotto il braccio levato per farle vedere quello
sgraffietto sul naso.
Ah, potere esser madre! Neanche questo. Neanche? Ma sarebbe stato tutto per
lei, se avesse potuto esser madre.
Si guarda le mani; vi scorge l'anello nuziale: ha la tentazione di
strapparselo dal dito e buttarlo fuori dalla finestra.
L'ha tenuto l per segno del suo stato.
Ora vede in esso l'obbrobrio dell'uomo che gliel'ha dato; tutti gli obbrobrii
che or ora lui le ha confessati; e si torce in grembo le mani.
Eppure, forse, se la carne anche in lei fosse diventata padrona, attirata,
trascinata cecamente da una curiosit perversa e perfidamente istigata verso
certi abissi di perdizione ora intravisti, chi sa se non vi sarebbe
precipitata anche lei.
La signora Luca si guarda attorno. I mobili della saletta da pranzo, cos
tersa, si sono come allontanati nell'attesa che lei risenta in essi la vita
monda e schiva di prima; cos allontanati in quell'attesa, che lei quasi non
li vede pi, ora che la sua vita di prima  insidiata, sconvolta, offesa dalla
torbida violenza di quel corpo d'uomo entrato l a cimentar la consistenza di
quanto lei finora aveva creduto d'edificare con tanto ordine e tanta lindura
in s e attorno a s. La sua coscienza, la sua casa.
S' lasciata mettere a questo cimento. Ma chi l'ha consigliata e indotta, fin
dove vuole che arrivi la carit di lei, scendendo a contatto di tanta nascosta
vergogna? Vergogna di tutti, e pi forse di quanti mostrano d'esserne immuni
perch meglio degli altri riescono a tenerla nascosta anche a se stessi, che
d'un che se la porti scritta in faccia, come quel povero mostro l.
Dev'essere come un castigo per lei? Ma castigo di che? Credono che se lui
s'allontan da casa, undici anni addietro, fino a cadere in tanta abiezione,
sia stato per colpa di lei che non seppe trattenerlo a s?
Non  vero. Non gli neg mai quanto, come marito, poteva pretendere che non
gli mancasse da lei. E questo, non solo per dovere, non solo per non dargli un
facile pretesto d'allontanarsi. No. Anche a costo d'una pena che pi d'ogni
altra ha afflitto l'anima di lei, nell'obbligo crudele che si  sempre fatto
della sincerit pi difficile: quella che offende e ferisce l'amor proprio;
lei oggi ancora si confessa che no, no, il suo corpo non cedeva allora
soltanto per quel dovere, ma si concedeva anche per s, anche sapendo bene che
non poteva valer per esso la scusa di quel dovere di fronte alla sua coscienza
che, subito dopo, si risvegliava disgustata, perch gi da un pezzo, non pur
l'amore, ma ogni stima le era caduta per quell'uomo.
Non lo allontan lei; volle allontanarsi lui, quando ci che lei poteva
concedergli non gli bast pi.
Ora, a chi le ha consigliato quella carit per commiserazione della bestialit
sofferente e mortificata, per la bestialit che s' lasciata trascinare cieca
fino alle ultime abiezioni, non ha forse il diritto lei di domandare,
indignata, se non sia troppo facile codesta commiserazione che le han
presentato come una prova difficile per il suo spirito di carit; e se al
contrario un'altra commiserazione non sia assai pi difficile: quella per chi
riesca a liberarsi da ogni bestialit, nella vita che  pur questa, piena di
miserie e brutture che offendono, quando, come si fa, non ci si voglia dar
l'aria d'ignorarle, di non averle sperimentate in noi stessi.
La signora Luca, che ha saputo affermare e sostenere in s, nel suo corpo, e
contro il suo corpo stesso, questa liberazione, vuole allora, in nome della
vita e di tutte le miserie ch'essa comporta, aver l'orgoglio d'essere anche
lei, ma ben altrimenti, commiserata; s s, commiserata, commiserata; non
ammirata. Basta, alla fine, con questa insulsa ammirazione! Non  mica di
marmo lei, da non esserle costata nulla, la liberazione.
E per la prima volta le danno uggia, vera uggia, tedio, avversione, tutto
quell'ordine, tutta quella lindura della sua casa.
Scrolla il capo; balza in piedi:
Ipocrisie!


VI.

Se n' uscito stronfiando, ubriaco di soddisfazione, Marco Luca, da quella
visita alla moglie. E ora gli pare che, tra gli alberi e le case, l'aperto del
viale se lo faccia lui, se lo allarghi lui, gonfiando il petto per respirare.
Ah, vivaddio! S' liberato. E stringe, come ad averne la prova, tra le dita
della mano affondata nella tasca dei calzoni quel logoro biglietto da cento
lire ripiegato in quattro. S' liberato dalle angustie affliggenti in cui
l'avevano attuffato il parroco e l'avvocato, spingendolo su per la scala della
redenzione in casa della moglie.
Ecco che ora ne discende liberato. La moglie ha come tirato una barra, con
quelle cento lire: lei di qua, e lui di l. Restare di l, restare di l. Di
qua non si passa; non deve pi passare: che seguiti di l a insudiciarsi
quanto gli pare. Ah che rifiato! Che allegria! E che non s'arrischi a
presumere di non aver pi bisogno di carit, nobilitandosi.
Cento lire: va' a bere! ubriacati!
Guarda attorno con un lustro di pazzia negli occhi e ride impudente.
Com'ha rappresentato bene la sua parte! Cento lire, in compenso. Quasi una
lira per lagrima. E che gusto a vederla impallidire a certe descrizioni, con
gli occhi intorbidati, poverina, e pur fissi fino allo spasimo, dietro quelle
lenti in cima al naso. Eh perch, s, faranno schifo, ma quando certe cose che
nessuno vede, c' chi trova il modo di farle vedere,  inutile, attirano la
curiosit e, anche se non fanno gola, si vogliono sapere, e c' anche il caso
che il ribrezzo stesso, messo l al cimento, restringendosi, asciugandosi come
carne al fuoco, chieda che tu lo lardelli con certi allarmati perch che ti
domanda, per sapere pi precisamente, ma cos, da lontano, senza toccare. Mani
caste, poverine, che raggricciamenti! Ma no, via, toccate, toccate,
arrischiate una toccatina a sentire che non fa male; e poi ci starete, che vi
piacer.
Sghignazza, e c' pi d'uno che si volta a sbirciarlo. Quelle ragazzotte l,
alla fontana di Sant'Agnese. Carine. Fosse lecito tastarle, con la scusa d'un
sorso d'acqua. Ma no! Lui vuol bere vino, e come un signore, in una
bottiglieria di lusso. E poi con quelle non c' gusto. Il gusto  con le
altre, con quelle dalle groppe da cavalle e certi abissi dove il piacere
t'afferra tutto, da non potertene pi distaccare.
[...]
Dice che le bambine, piangano o non piangano, bisogna pettinarle cos. Se no,
con la polvere e la porcheria che s'attacca alla testa...
Che fanno?
Che fanno? Li fanno!
E allora sarebbero altri pianti, ogni mattina, per liberarle, a forza di
pettine. Se basta! Tante volte bisogna ricorrere al rasojo. E belline, allora,
tutt'e tre col testoncino raso.
L, l. Le trecce.
Ma almeno, santo Dio, non le facesse cos fitte, dure, tirate!
Da tanto che son tirate, s'attorcono dietro la nuca alle tre povere piccine
come due codini di majale, congiunti per le punte da una cordellina.
Cos unti d'olio poi, con quella scriminatura spaccata a filo fin sotto la
nuca, i capelli (la grande, Sandrina, n'ha tanti!) sissignori pajon pochini
pochini. Due codini di majale, addirittura.
Ora egli si volta a guardarglieli dietro le spalle, a Sandrina, quei poveri
capellucci cos strizzati, mentre se la porta per mano lungo i viali di Villa
Borghese, e ha la tentazione di fermarsi a disfarglieli.
Attraversa la villa per far pi presto. Non ha voluto prendere il tram per
aver tempo di prevenire la figliuola e di farle le raccomandazioni opportune
sulla visita che ora far. Il cammino per  lungo: da via Flaminia, dove egli
abita, fin presso a Sant'Agnese; e teme che, a farlo tutto a piedi, la piccina
non abbia a stancarsi troppo.
Ma non sono soltanto i capellucci, povera Sandrina! Quel vestitino, quel
cappello, le mutandine che le si scoprono dalla sottanella... E come se
sapesse di non aver nessuna grazia, conciata a quel modo, va come una
vecchina.
Ma da qualche tempo, se egli si ribella, perch vorrebbe veder messe con un
po' di garbo le figliuole, e per esempio accenna di voler disfare quelle
treccioline, la minaccia :
Bada che te le bacio!
Perch  venuto fuori a colei, da alcuni mesi, qua al labbro di sotto, come un
ovolino duro duro, un nodo che s' a poco a poco ingrossato e fatto livido,
quasi nero.
Non sar niente. Non pu essere niente, perch, a premerlo, neanche le fa
male. Le hanno consigliato di farselo vedere da un medico; ma lei dice che non
se ne vuol curare. Di ben altro, purtroppo, avrebbe da curarsi: d'una certa
stanchezza per tutta la persona, e di quel mal di capo che non la lascia mai,
e anche d'una febbretta che le viene la sera. Ma lo sa bene da che provengono
tutti questi malanni.  la vitaccia che  costretta a fare.
A ogni modo, per scrupolo, non bacia pi le bambine. Bacia lui, la notte,
apposta, ridendo di rabbia e tenendogli acciuffata la testa con tutt'e due le
mani perch non si muova e lei glieli possa mettere l su la bocca, quei baci,
tutti quelli che vuole, l, l; ch se  vero che il male  quello che le
vicine di casa le han lasciato intravedere, glielo vuole attaccare: l, allo
stesso posto. (Scherza. Da malvagia, s; ma scherza. Perch poi non ci crede.)
Non ci crede neanche lui, o, piuttosto, non vorrebbe crederci, perch non gli
pare possibile che la morte si presenti cos, in forma di quell'ovolino sui
labbro, che non prude n fa male, come se non ci fosse. Non ci vuol credere
anche, perch sarebbe una fortuna troppo grande. Ride anche lui perci, di
rabbia fredda, nel prendersi quei baci, che vorrebbero esser morsi velenosi.
Ma l'altro giorno s' fermato allo specchio d'uno sporto di bottega per
guardarsi a lungo le labbra, passandovi sopra un dito, lentamente, stirando,
per accertarsi che non vi avvertiva nessuna screpolatura. E non le bacia pi
da alcuni giorni neanche lui, le bambine. Al pi, sui capelli, qualche volta,
la pi piccola, che non si pu fare proprio a meno di baciarla, per certe
cosette carine che fa o che dice.
Le altre due, Sandrina qua, e la mezzana, Lauretta, sono sempre un po' come
intontite; come in attesa sempre d'un nuovo spavento. Se ne son presi tanti,
di spaventi, assistendo alle liti furibonde che avvengono in casa quasi ogni
giorno, sotto i loro occhi; e peggio anche, quando il padre e la madre si
chiudono in camera, e di l vengono urti, pianti, rumori di schiaffi, di
busse, di calci, d'inseguimenti, tonfi, fracasso d'oggetti lanciati e andati
in frantumi. Anche jeri sera, una lite.
E difatti egli tiene un fazzoletto avvolto attorno alla mano destra per
nascondere un lungo sgraffio; se pure non  stato un morso. E un altro
sgraffio pi lungo ha sul collo.
Sei stanca, Sandrina?
No, pap.
Non vorresti sedere l su quel sedile? Un tantino, per riposarti.
No, pap.
E allora, uscendo dalla villa escendendo per via Veneto, prenderemo il tram.
Intanto, senti. Ti porto in una bella casa. Vuoi?
Sandrina alza gli occhi a guardarlo di sotto il cappellino, con un sorriso
incerto. Ha gi notato che il padre le parla con una voce insolita: ne 
contenta, ma non sa che pensarne. Dice pi col capo che con la voce:
S.
Da una signora che... che io conosco, riprende lui. Ma tu...
E si ferma; non sa come proseguire. Sandrina, senza darlo a vedere, si fa
molto attenta, e aspetta ch'egli seguiti a parlare. Ma poich egli non dice
pi nulla, s'arrischia a domandare: E come si chiama?
...  una zia, le risponde lui. Ma tu a casa, bada, non devi dirne nulla, non
solo alla mamma, ma neanche a Laura, neanche a Rosina; a nessuno, a nessuno.
Hai capito?
Si ferma di nuovo a guardarla. Anche Sandrina lo guarda, ma abbassa subito gli
occhi.
Hai capito? le ripete lui, chino, con voce cattiva, seguitando a guardarla.
Sandrina allora s'affretta a dir di s, pi volte, col capo.
A nessuno.
A nessuno...
Sai perch non voglio che tu lo dica? soggiunge egli, riprendendo a camminare.
Perch la mamma, con questa... con questa zia,  in lite. Guaj se viene a
sapere che ti ho condotto da lei. Hai visto jeri? Farebbe peggio!
E dopo un'altra pausa: Hai capito?
S, pap.
Non dir niente a nessuno! O guaj!
Sandrina, dopo queste raccomandazioni e queste minacce, sogguardando la faccia
scura del padre, non prova pi nessun piacere ad andare nella casa bella di
quella zia. Comprende che il padre non ci va per fare un piacere a lei, ma
perch ci vuole andar lui, a rischio d'una lite con la mamma, se questa verr
a saperlo; non certamente da lei. Ma se la mamma, al ritorno, le domander
dove  stata?
Appena le sorge questo pensiero, suggerito dalla paura, Sandrina si volta di
nuovo verso il padre.
Pap...
Che vuoi?
E come dir allora alla mamma?
Il padre le scuote violentemente la mano per cui la conduce, e tutto il
braccino con essa.
Ma nulla! ma nulla, t'ho detto! Non devi dirle nulla!
No; se mi domanda dove sono stata, gli fa osservare, pi che mai sbigottita,
Sandrina.
Allora egli si pente della violenza e si china subito a carezzare, commosso,
la piccina.
Bella! bella mia! Non avevo capito... Ma s, te lo dir io poi, te lo dir io
come devi risponderle, se ti domanda dove sei stata... Su, su, adesso! Fai
vedere a pap il tuo bel sorrisino. Su! Un sorrisino bello, come quello del
Teatro dei piccoli quando ti ci portai...
La commozione  pi per se stesso, che per la bambina; perch in quel momento
si sente buono, lui. E il cuore gli si gonfia d'una tenerissima gioja nel
sorprendere un sorriso di compiacimento sulle labbra d'una signora che,
trovandosi a passargli accanto, lo vede cos curvo e premuroso intorno alla
figliuola. Un premio maggiore s'aspetta dalla boccuccia di Sandrina; ma
questa, s, gli sorride, o piuttosto si prova a sorridergli, solo per
ubbidire; e tutto il suo visino, freddo e dolente, dice al padre di
contentarsi cos di questo piccolo, pallido sorrisino che pu fargli. Per quel
che vuole da lei, non potrebbe di pi.
Non ha ancora dieci anni Sandrina; ma gi pensa che a difendersi deve
provvedere da s, cominciando dal padre, dalla madre e dalle sorelline.
Nel visino bianco, non bello anche perch patito, gli occhi non sono come
forse li vorrebbe il nasetto che si drizza in mezzo a loro un po' ardito: sono
serii e fermi. E non sempre  buono lo sguardo, quand'essi si fissano attenti,
o quando si volgono obliqui per un istante, quasi di nascosto.
Egli avverte questa segreta ostilit della figlia, e drizzandosi per
riprendere il cammino,  pieno d'astio al pensiero che non pu aspettarsi
nulla di meglio dalle figliuole d'una madre come quella.

Cos quel giorno la signora Luca si vede arrivare in casa il marito con
quella figliuola.
 ancora afflitto per la sua bont mal rimeritata, stizzito e turbato della
scarsa gioja che la figlia gli ha manifestato per quella visita furtiva; ma
dentro di s, tuttavia, non pentito.
Non pentito, perch ha pensato a lungo, lui, che sarebbe un gran bene per
quelle sue tre figliuole, se riuscisse a metterle sotto la protezione della
moglie. Se la loro mamma morisse (ma non ci crede); se anche, un giorno o
l'altro chi sa! anche lui dovesse venire a mancare; la moglie, ricca, potrebbe
ajutar quelle bambine, lei che ne ajuta tante con la sua beneficenza. Cos, se
ha fatto male a metterle al mondo e poi a rovinarle, almeno potr dire d'aver
fatto qualche cosa per il loro avvenire.
Teme intanto che questo fine interessato appaia chiaro alla moglie, che gi ha
dimostrato di sospettare che quelle visite di lui possano avere qualche altro
scopo, oltre il bisogno d'un conforto morale. E non  ben sicuro ch'ella non
abbia a giudicar soverchio l'ardire di portarle in casa la prova, l, delle
sue colpe vergognose di marito.
Si presenta perci un po' incerto e come sospeso. Vuol parere un mendico alla
porta della piet di lei, anche per quella sua figliuola, mendica. Si rianima
subito, notando negli occhi della moglie il gradimento inatteso, il piacere
ch'egli anzi sia venuto cos accompagnato; e allora apre le braccia e senza
darlo a vedere tira pian piano un gran sospiro con le labbra atteggiate d'un
tremulo sorriso.
La signora Luca, infatti, accoglie con molta tenerezza quella piccina, la
quale guarda con tanto d'occhi, smarrita. E quasi non bada a lui.
Oh, guarda! Vieni, vieni qua... Come ti chiami? Sandrina?... Brava! Sei la
maggiore,  vero? La maggiore, brava... E vai a scuola? Oh, gi alla
quarta!... E allora, quanti anni hai? Gi tanti! Nove e mezzo... Vuoi levarti
il cappellino? Ecco, posiamolo qua... Siedi, siedi qua, vicino a me...
Si volge a lui che, rimasto in piedi, guarda ancora in quell'atteggiamento, ma
gi di nuovo con le lacrime agli occhi, e gli dice:
Forse non sa chi sono...
Ma Sandrina, con gli occhi bassi, risponde:
La zia.
Ah cara, s, la zia, conferma subito la signora Luca, che non s'aspetta la
risposta da parte di lei, e si china a baciarle una manina.
Perch sa che  segno di simpatia, se i bambini parlano prima che abbiano
preso confidenza con qualcuno.
La zia! la zia!
 abituata a sentirsi chiamar cos, la zia, da parecchie bambine, per
suggerimento affettuoso delle mamme, che intendono dimostrarle in tal modo la
loro gratitudine. E prova un certo piacere, che egli abbia pensato di suggerir
per lei lo stesso appellativo alla figliuola, bench certo per un'altra
ragione.
E allora, poich  la zia, bisogna che la nipotina abbia subito subito la sua
merenduccia di cioccolatte e biscottini, e fettine di pane imburrato, e
spalmato di marmellata. Qua, qua, seduta a tavola, e col cuscino sotto, cos,
bella alta, come una grande. E ora, questa salviettina al collo qua:
Va bene cos?
E gliele imburra lei, le fettine, gliele spalma lei di marmellata.
E poi un cucchiaino cos, di questa marmellata, da mettere in bocca solo,
senza la fettina, non lo vogliamo? Eh, mi pare di s!
Sandrina la guarda e sorride, beata, ma come se ancora non credesse bene alla
realt di quanto le accade, di quel che si vede attorno, tanto le par bello e
nuovo.
Ora che la vede sorridere, per, la signora Luca soffre di pi a guardarle
quel vestitino addosso cos sgarbato, quei capellucci cos tirati... Le
debbono anche far male, povera piccina! E come Sandrina finisce di far
merenda, se la porta di l, in camera, per scioglierle quelle treccioline e
fargliene una sola, grossa e lenta, ma fino a met, e sfioccato il resto, con
un bel nodo di raso dove termina la treccia; e poi le aggiusta i capellucci
davanti, facendoglieli scendere un po' sulla fronte, perch diano pi grazia
al visino che s' tutto colorito per la gioia. E che lustro, che lustro le
hanno preso gli occhi!
Pare un'altra, ora, Sandrina. Lei stessa, guardandosi allo specchio, in mezzo
alle belle cose che la circondano in quella camera da letto, e che si
riflettono quiete e luminose nello stesso specchio, quasi non si riconosce
pi.
Non sa capire in prima la signora Luca perch il padre, quando ella gliela
ripresenta cos bene acconciata, ora, e cos tutta ravvivata, invece
d'ammirarla e di compiacersene, resti quasi dispiaciuto e turbato.
Possibile che nel cuore di lui, alla vista della nuova grazia che la figliuola
ha acquistato, si siano destati all'improvviso gli stessi sentimenti che han
turbato lei dianzi nell'acconciare amorosamente quella bambina non sua?
Non vorrebbe la signora Luca ch'egli credesse, che le cure che s' prese per
la piccina siano come un modo di significare a lui il rimpianto che quella
figlia non abbia potuto esser sua. Curandola, assaporando la gioia di quelle
cure, ella non ha voluto dir nulla a lui, proprio nulla; non ha neppur pensato
ch'egli stesse ad aspettare di l.
Ma poco dopo ch'egli se n' andato, la signora Luca, che s' recata alla
finestra, non per veder lui sulla strada insieme con la figliuola, ma per
veder questa col suo bel fiocco di capelli sulle spallucce; non vedendoli
uscire dal portone e, dopo aver aspettato un bel po', andando per curiosit a
spiare pian piano dalla porta che cosa sian rimasti a fare tutti e due per le
scale, si spiega il perch di quel turbamento di lui e, rinfrancandosi, non
pu fare a meno di sorridere.
Lo scorge, seduto a met della terza rampa, su uno scalino, intento a
rintrecciare fitti fitti sulla nuca della figliuola quei due codini di prima.
S' levato dalla mano il fazzoletto che vi teneva avvolto; e la signora Luca
dall'alto scorge allora su quella mano il rosso dello sgraffio; e l'altro pi
tremendo sgraffio gli scorge sulla nuca.
Capisce tutto. Si pente di quel che ha fatto senza pensare che avrebbe
cagionato a lui un cos grave impiccio. Si rammenta all'improvviso delle due
cordelline bisunte che tenevan legate le treccine della figliuola e che son
rimaste sulla specchiera. Come far egli adesso a legar quelle treccine, se
pure riuscir a portarle a fine con quelle grosse manone disadatte? E le due
cordelline dovranno pure esser quelle, se egli vuol riportare a casa la
figliuola tal quale ne  uscita, per non far sapere nulla della visita a lei,
a quella donnaccia che lo sgraffia cos.
La signora Luca vede necessario il suo intervento per rimediare al mal fatto.
Corre a prendere in camera le due cordelline, e scende in fretta,
risolutamente, le due rampe di scala, dicendo a lui dall'alto mentre scende:
Aspetta, aspetta... Lascia fare a me! Scusami, se non ho pensato... Hai
ragione... hai ragione...
E, com'egli si alza per cederle il posto, vergognoso d'essere stato sorpreso
da lei nella miseria di quell'imbarazzo, siede sullo scalino e, presto presto,
rif le treccine alla ragazza. Nel chinarsi a baciarla, si sente prendere
furtivamente una mano, e prima che abbia il tempo di ritirarla, avverte con
ribrezzo il contatto dei baffi e delle labbra di lui.
Per un lungo pezzo la signora Luca, risalita nella saletta da pranzo, si
stropiccia quella mano.

Passano venti giorni, passa un mese, la signora Luca non vede pi ritornare
il marito.
Ha aspettato ch'egli le portasse in casa, come aveva promesso, le altre due
figliuole pi piccole, per fargliele conoscere. Ma forse la madre avr saputo
di quelle visite a lei; gli avr fatto qualche scenata, e impedito di condurre
le altre due.
Suppone ch'egli si vergogni, forse, di venir solo, dopo quella promessa;
suppone che possa essersi ammalato, o che possa essersi ammalata qualcuna
delle figliuole, o anche quella donna; suppone che egli sia rimasto troppo
avvilito l'ultima volta, sorpreso l a sedere in mezzo alla scala con le
treccioline di quella povera piccina in mano. (Ne sorride ancora pietosamente,
la signora Luca.) 0 forse si sar accorto del ribrezzo, con cui ella ritir
violentemente la mano...
Tante supposizioni fa la signora Luca. Le amiche del patronato di
beneficenza, che vengono a trovarla in quei giorni, osservano, cos senza
parere, che forse ne fa troppe. Ma se, come ritengono,  una pena per lei
ricevere in casa il marito, anche cos per una breve visita di tanto in tanto,
dovrebbe esser contenta ch'egli da s abbia diradato queste visite, che per
dir la verit s'eran fatte un po' frequenti e, a quanto pare, non tanto brevi,
anche.
Alla fine se ne accorge anche lei, la signora Luca, che fa troppe
supposizioni; e deve riconoscere che ha una viva curiosit di sapere perch
egli non sia pi venuto; ma senza il minimo dubbio tuttavia sulla natura di
quel suo interessamento. Vorrebbe saperlo per lui, non per s; se cio qualche
cosa di male fosse accaduta a lui; non perch possa esser male per lei ch'egli
non venga pi.
N un male, n un bene. Tutto  per lei ormai come lontano. Anche le cose pi
vicine. Basta che per un istante le senta vive in s, e subito le diventano
come lontane. Questa curiosit d'ora... Come se un giorno, tanti anni fa, la
avesse provata... Pu accettare, accogliere qualunque sofferenza, torcersi
anche in uno spasimo, e non perdere mai questa facolt di non sentirsene
veramente toccare l dove il suo spirito  come immune di quanto pu dare la
vita di sofferenze e di spasimi.

Ed ecco che, invece del marito, uno di quei giorni, viene l'avvocatino Aric
insieme col vecchio parroco di Sant'Agnese.
Non c' pi dubbio che qualche cosa dev'essere accaduta.
Che cosa?
Mah! Non sanno dire, se una fortuna o una disgrazia.  morta la donna. Quella
donna.
Morta?
S. Improvvisamente, in tre giorni, d'una polmonite. Ma anche se questo male
non l'avesse colta all'improvviso, sarebbe morta lo stesso tra poco, perch il
medico accorso a curarla l'aveva trovata affetta da parecchi mesi d'un cancro
alla bocca.
La signora Luca, a questa notizia, s'aombra. Domanda al parroco e
all'avvocato, se quando le proposero d'accordare al marito il conforto di
quelle visite, erano a conoscenza di questo male che minacciava la donna.
I due protestano subito di no; il parroco, davanti a Dio; l'avvocatino Aric,
come se non bastasse, anche sulla sua parola d'onore.
E lui? domand allora la signora Luca.
Che cosa, lui?
Se lui lo sapeva!
Ah, ecco... s,  costretto a confessare l'avvocatino, torcendosi un po' sulla
seggiola. Dice che, s... ne... ne aveva il sospetto, lui... vago, ecco, dice.
Il vecchio parroco guarda la signora Luca accigliata, e poi domanda:
Suppone che sia stato in previsione di questa morte? Non credo!
Oh signor parroco, scatta la signora Luca, per carit, non mi dica cos.
Sapesse che avvilimento  per me! Non ho mica bisogno, creda, che a un bambino
sudicio sia prima lavato il viso, per fargli la carit. Mi perdoni! Lei ha
poca stima di me, signor parroco.
Ma no... ma no... si prova a protestare sorridente, ma pure un po' arrossendo,
il vecchio parroco.
Ma s, mi scusi! seguita la signora Luca. Poca stima.
Il vecchio parroco, vedendola cos insolitamente infiammata, si fa serio.
Vediamo di non peccar di superbia, mia cara signora.
Io?
Lei, S. Perch c' tanti modi, veda, di peccar di superbia. Se per esempio
lei con un sospetto di questo genere avvilisse troppo l'oggetto della sua
carit, credendo cos di render questa pi meritoria davanti a Dio, o
piuttosto davanti alla sua coscienza, che gi per questo fatto comincerebbe a
essere, creda, qualcosa di diverso.
La mia coscienza?
S, signora.
Di diverso da Dio?
S, signora. Gliel'avverto! Da un pezzo, da un pezzo lo noto in lei, con sommo
dispiacere. Dico, questo voler troppo vedere le ragioni... con troppa
inquietudine, ecco... Se ne guardi.
La signora Luca, pentita dello scatto, china il capo dolorosamente, e si reca
le mani al volto.
S,  vero, mormora. Sono cos... sono cos...
A questo punto l'avvocatino Aric, alla cui fretta ogni discussione che non
venga al fatto  una siepe di spine, visto che discuter troppo, secondo che ha
finito or ora di dire il signor parroco, equivale ad allontanarsi da Dio, si
prova a metter fuori un:
Sicch dunque, signora mia...
No, aspetti avvocato, si volge a dirgli subito la signora Luca, scoprendo il
volto turbato. Sar male,  certamente male, signor parroco, questo che lei mi
rimprovera; e io la ringrazio. Ma non  per superbia, creda! Tutt'altro,
anzi...
Avvilir l'oggetto della propria carit...
No, me, me, signor parroco! ho piuttosto piacere d'avvilir me, se ho fatto un
cattivo pensiero, veda! E credo meglio, a ogni modo, che l'ajuto gli venga da
una che, in questo caso, sarebbe stata pi cattiva di lui, se  vero che egli
quel pensiero non l'ha avuto. Forse non so esprimermi chiaramente. Volevo
dirle prima, che anche se egli si fosse riaccostato a me prevedendo prossima
la morte di quella donna, io, venendo a saperlo, non mi sarei ritratta dal
fare per le sue bambine e per lui tutto quello che mi sar possibile...
Aspetti, aspetti; mi lasci dire! Non creda, per render pi meritoria la mia
carit a costo di quest'avvilimento di lui! Tutt'altro! Anzi perch mi sarebbe
parso pi naturale, pi umano, e pi pietoso anche, cos. Senza nessuna
apparenza di... di sublimit, di false nobilt d'intenzioni... Ma cos,
ecco... perch... perch siamo cos... E se lui non  stato cos, tanto meglio
per lui! Volevo dirle questo.
Ecco, dunque, si lancia a dir di nuovo l'avvocatino Aric, vedendo che anche
il signor parroco, soddisfatto della spiegazione, ritornando a sorridere,
approva e approva.
Ma purtroppo non ha fortuna. Benedetta donna, questa signora Luca!
Nobilissima ma tormentosa, per uno che ha tanto da fare! Ecco che si volta a
dirgli di nuovo:
No, aspetti, la prego, avvocato!
Che altro ha da dire? Si vuol togliere del tutto, adesso, il merito della
carit. Ah, santo Dio! Quel signor parroco, che cattiva ispirazione, andarla
ad accusar di superbia... Sentiamo, sentiamo. Dice che non sarebbe carit, ma
un piacere per lei prendersi in casa e curare, educare quelle tre bambine, far
loro da mamma. Benissimo! E allora basta cos. Se sar anzi un piacere per
lei... Questo  pi di quanto s'aspettavano con la loro visita il signor
parroco e lui. Ringraziare e andarsene: gli pare che non resti altro da fare.
Nossignori. Eh, nossignori. Piano piano. Il tormento.
La signora Luca vuol sapere a qual prezzo intendono che lei paghi questo che
sar un piacere per lei, di far da mamma a quelle tre piccine.
L'avvocatino Aric sbarra tanto d'occhi in faccia al signor parroco, e si
stizzisce notando che questi mostra di comprendere il riposto senso della
domanda della signora Luca e di trovarsi di fronte a un caso di coscienza che
non gli s'era affacciato alla mente venendo a proporre alla signora
d'accogliere in casa quelle tre orfane come la pi grande delle concessioni
che potesse fare.
C' anche lui, il marito con le tre piccine. Vedendosi riaccolto in casa,
riprendendo a convivere accanto a lei, sotto lo stesso tetto...
Ah gi! ah gi! esclama l'Aric, grattandosi con un dito la nuca. Ma gli
parler io, signora, non dubiti! Gli parler anche il signor parroco! Non
potr mica pretendere da lei l'impossibile.
E allora? gli domanda, per fermarlo subito, la signora Luca.
Allora, che cosa?
Avvocato, lei potr parlargli quanto vuole, non riuscir mai a mutarlo.
Sappiamo com', Dio mio, e dobbiamo prenderlo com'! Lui prometter, giurer a
lei e al signor parroco. Poi... poi verr certo il momento che non terr pi
conto della promessa. Ebbene, io dico allora, data questa mia assoluta,
assoluta impossibilit... E dico per me, badi, non per lui!
Come, per lei?
Per la mia responsabilit, avvocato. Perch io debbo preveder fin d'ora quello
che certamente avverr, sapendo, come so, chi mi riprendo in casa. Vedr che
mi lascer qui le bambine, e se n'andr, dicendo che sar stato per causa mia,
perch gliel'avr aperta io stessa la porta, con le mie mani, per ributtarlo
alla sua vita di prima!
Ma nient'affatto, signora!
Non neghi cos precipitosamente. Vedr che avverr come le sto dicendo io.
Eh, ma allora, tanto peggio per lui, scusi! Lei fa gi troppo a prendersi in
casa quelle figliuole. Se egli vuol seguitare a fare il... (mi perdoni, stavo
per dirlo), il responsabile sar lui, non sar mica lei!
Ma la signora Luca, ora, non guarda pi l'avvocato Aric che parla cos;
guarda il vecchio parroco che tace.
E da quel silenzio la signora Luca ha la certezza che il vecchio parroco non
pensa pi, che con questo voler troppo veder le ragioni, e con troppa
inquietudine, la coscienza di lei s'allontani da Dio.
Vuol dire dunque che Dio la ispirer; e che per il momento questo momento, che
gi per lei  come lontano lontano la conclusione bisogner rimetterla alla
vita. Alla vita, com' stata sempre e come sempre sar.

Addio silenzio di specchio, ordine, quiete, lindura.
E tutta sossopra la casa della signora Luca, per accogliere pi ospiti che
non potrebbe; quattro ospiti nuovi, a cui bisogner trovar posto, guastando,
disponendo altrimenti le stanze, abolendo il salottino, la stanza dello
spogliatojo, ammassando e anche portando gi in cantina tanti mobili, che
forse saranno rivenduti, per collocare al loro posto i tre lettini e altri
mobili che saranno comperati per le stanze da letto, le quali, da due che
erano (compresa quella della serva), saranno adesso cinque.
La signora Luca ceder la sua, che  la pi grande, alle tre bambine, e lei
dormir nella stanzetta accanto, dov'era prima il salottino, rinunziando al
grosso armadio a tre specchi, che non vi troverebbe posto. Lui, il marito,
bisogner che s'adatti nello spogliatoio che, dopo quella delle bambine,  la
stanza pi larga, bench un po' buia.
Non ha nessun rammarico la signora Luca n per la rinunzia a tutte le sue
comodit, n per il sacrifizio di tanti oggetti cari. E anzi lieta in mezzo al
disordine delle stanze, le quali, da che davano, ordinate, l'impressione di
tanta solitudine, ora, cos disordinate, e solo perch ancora cos
disordinate, pajon gi piene di vita.
Il nuovo aspetto ch'esse a mano a mano cominciano ad assumere, sistemate alla
meglio, non le par certo bello. Le d tuttavia uno strano piacere, perch
nella sistemazione nuova, secondo il bisogno e le necessit dello spazio, sia
degli oggetti vecchi, sia dei nuovi che a poco a poco arrivano, vede attuarsi,
prendere consistenza l'immagine della nuova vita della casa. Quegli oggetti,
cos ora disposti, cominciano a rappresentargliela, quasi traendogliela a poco
a poco da quell'incertezza in cui le si agita ancora dentro, per fargliela
vedere, come sar questo qua, questo l anche se, stando cos come possono,
non stanno come lei forse vorrebbe.
Pazienza.
Ora, intanto, pu immaginarsi come far, come si mover per le stanze, che le
sembrano nuove, per le cure nuove che le nasceranno.
E nuovo, tutto quanto nuovo veramente ha voluto almeno l'arredo per la camera
delle bambine, scegliendo lei ogni cosa, in giro per mezze giornate da una
bottega all'altra: i tre lettucci bianchi, di ferro smaltato (di legno, li
avrebbe voluti; ma, fosse stato uno! tre, costavano troppo; e bisogner
pensare a far un po' d'economia su tutto, d'ora in poi!); bianchi per, li ha
voluti anche bianchi, laccati bianchi, i due cassettoni e l'armadietto a
specchio, le seggiole e i due tavolinetti da scrivere col palchettino da un
lato, per le due pi grandicelle che vanno a scuola (forse, non  stato
prudente, bianchi anche questi: ci sar il pericolo che presto li macchieranno
d'inchiostro; ma ella si propone d'insegnar loro a far tutto a modino e di
sorvegliarle sempre, tutt'e due, quando faranno i compiti di scuola, non
perch non macchino i tavolini, ma per i compiti, che li facciano bene); e poi
rosei, i tappetini a pi del letto; rosea anche la tenda alla finestra, e
rosee le sopracoperte dei lettucci. Cos, bianca e rosea, tutta la camera.
Quell'antipatico grillo vecchio dell'Aric, dice: troppe spese; e che si
sarebbero potute risparmiare, facendo trasportare dalla casa del marito almeno
quei mobili letti, sedie, tavolini che potevano servire ancora per il padre e
le figliuole. Ma niente affatto! Nulla, qua, nemmeno un chiodo, di quella
casa!
Eh, ma se questa fosse una ripugnanza che prova soltanto lei? Se invece lui e
le piccine avessero caro di vedersi attorno qualche oggetto della casa antica?
Non gliela suggerisce l'Aric, questa riflessione; la fa lei, che ne fa sempre
tante. E allora, senz'altro, si reca a visitar quella casa in principio di via
Flaminia, accompagnata dall'Aric.
Ma come? ora che le spese son fatte?
Se ci sar qualche cosa che vogliono conservare...
Le vicine di casa, conoscenti e amiche della morta, si fan tutte sull'uscio o
corrono ad affacciarsi alle finestre, quand'ella scende dalla carrozza davanti
al vecchio portone sgangherato, alta e dritta, elegantemente vestita, col velo
sulla faccia; e quali e quanti commenti, appena, entrando, in principio
dell'androne svolta per la scaletta a destra che conduce a un terrazzino, o
piuttosto, a una specie di ballatojo, dove sono le due finestre a usciale
delle camere poste sul davanti.
Oh, coi capelli bianchi, hai visto?
S, ma giovane! Che avr? Avr, s e no, quarant'anni!
Eh, signora fina...
Per quel bestione l!
Eppure vedete che se lo viene a riprendere!
Be', segno che gli serve ancora.
Per me, che t'ho da dire, una donna con gli occhiali...
Sar perch viene da fuori; sar perch la giornata  cupa, la signora Luca
non riesce a discerner nulla appena entrata da quel ballatojo nella prima
stanza. Si sente stringere il cuore, pensando ch'egli s' ridotto a vivere in
una casa come quella; e l'angoscia e insieme il ribrezzo le crescono, appena
gli occhi cominciano a distinguere la miseria, il disordine, la sporcizia...
Si avverte ancora che la morte  passata di l da poco tempo, in un certo
lezzo che  rimasto, di fiori vizzi e di medicinali.
Ma dov' lui?
Sandrina, che  venuta ad aprire in sottanina, con le magre braccine nude,
spettinata, risponde, ancora tutta abbagliata dalla vista inattesa della bella
zia della casa ricca e lucente, che il babbo  di l, buttato sul letto, e
che c' la sarta.
Ah, brava, fa la signora Luca, sollevando il velo sulla fronte e chinandosi
per baciar la piccina. La sarta, hai detto? Andiamo, andiamo, Sandrina. Sei
contenta, cara, che sia venuta la zia? S,  vero? Povera cara piccina mia!
S, s, c' qua la zia, ora... Sar meglio che ci parli io con questa sarta.
Vi prende le misure?
No, ha fatto tutto...
E la signora Luca con Sandrina per mano s'avvia verso l'altra stanza in
fondo; ma ecco lui, balzato dal letto, tutto rabbuffato, con la camicia aperta
sul petto irsuto e una vecchia giacca nera, certo infilata, or ora, in fretta
in furia.
Tu, qua? Anche lei, avvocato? S, c' la sarta. Per... per gli abitini da
lutto... Vieni, vieni...
Ha il cuore grosso; grossa la voce; e mostra una gran fretta, forse per
nascondere il turbamento e la commozione; forse per non dar tempo alla moglie
d'osservare intorno la miseria della casa, il disordine di quella sua
vergognosa intimit.
Ma prima di quei poveri abitini da lutto (che saranno certo uno scempio,
allestiti cos, tutt'e tre, in pochi giorni) ella vuol vedere, conoscere le
altre due bambine.
Oh, ma guarda, guarda quella piccola l, che amore! in camicina, con le
gambottole nude, che alza il braccino e s'afferra alla nuca tutte quelle belle
boccole nere nere, arruffate! Dio, che occhi!  scontrosa?
Rosetta? Si chiama Rosetta? Che amore!
Sandrina corregge: No, Rosina.
Rosina? Sarebbe meglio Rosetta, cos tombolina! Ma n Rosina, n Rosetta,
veramente, perch cos bruna bruna, e con quegli occhioni cupi e che pure, Dio
mio, pungono davvero quegli occhioni; e quella boccuccia l, un bottoncino di
fuoco; e quel nasino che non pare nemmeno...
Cinque anni? Ah, deve ancora compirli... E allora no, via, il vestitino nero
anche a lei... Bianco, con un bel fascione di seta nera in mezzo...
Ma ci penser lei, a casa.
E questa  Lauretta?
La domanda, per quanto vorrebbe essere affettuosa, le vien fuori fredda dalle
labbra; perch quella Lauretta  come se lei gi la avesse veduta in Sandrina;
non tale quale, certo; ma con quella stess'aria afflitta, gli stessi occhi
fermi e serii, il visino pallido piuttosto lungo, e i capelli lisci.
Non  possibile non notar subito che quelle due sorelline pi grandi non hanno
nulla, proprio nulla, di comune con la pi piccola, venuta parecchi anni dopo.
Perch Lauretta ha gi otto anni e tre mesi; vuol dire un anno e qualche mese
meno di Sandrina, la maggiore.
La signora Luca respinge un sospetto che le sorge spontaneo, sapendo
purtroppo che donna era la madre e che liti s'accendevano tra i due per la
gelosia. Lo respinge, sia perch quella donna ora  morta, sia perch sa che
lui predilige, sopra le altre due, quella piccola.
Anzi, per dissimular subito d'averlo avuto, si mette a discutere con la sarta
di quei vestitini cos mal tagliati e mal cuciti; poi col marito, dello scopo
della sua visita. Ma non c' da portar via nulla da quella casa: egli  subito
d'accordo con lei: tutta roba da svendere o da spartire, l, tra il vicinato.
Solo, i suoi abiti e la sua biancheria, e quella in migliore stato delle
bambine.
Nell'appressarsi a un canterano per accertarsi se non convenga lasciare anche
questa biancheria delle bambine, certamente non fine n graziosa com'ella
pensa che dev'essere d'ora in poi, la signora Luca sorprende nel marito un
atto subito represso, come se volesse trattenerla. Non tarda a comprenderne il
perch. Sul piano di quel canterano c' il ritratto della morta in una volgare
cornice di rame. Finge allora di non vederlo; e dice a lui che ci sar tempo
di far la scelta di qualche capo da conservare, e che per il resto, se mai,
penser lei a farne elemosina.
Domanda a Sandrina se, intanto, quella sera stessa non vuol venire a casa con
lei.
Sandrina risponde subito di s, battendo le mani. Ma anche Lauretta dice che
vuol venire. E perch non anche la piccina allora? Tutt'e tre con lei, fin da
questa sera: la camera, l,  pronta.
Eh, ma la piccina, no. La piccina non si stacca dal padre. Senza il padre, non
viene. E lui  meglio che rimanga qua, ancora per qualche giorno, per
liquidare quel suo triste passato.

Cos la signora Luca, quella sera, rientra in casa con le due ragazze vestite
di nero.
Ecco la vostra camera, vi piace?
Non riescono neppure a risponder di s, Sandrina e Lauretta, tanto ne restano
ammirate.
Qua dormirai tu, dice a Sandrina. E Lauretta l. E Rosina in mezzo, tra voi
due, in questo lettino pi piccolo.
 Poi mostra loro i tavolinetti, dove studieranno, e ne assegna uno a ciascuna.
Col cassetto, s. Ce l'ha anche l'altro: sono uguali. E c' anche un
cassettino qua, piccolo piccolo, nel palchetto.
E dice che d'ora in poi andranno a un'altra scuola l vicino, in via Novara; e
che le vorr sempre diligenti e giudiziose e pulite.
Quanto agli abitucci, bisogna che per ora tengano quelli; ne avranno poi di
nuovi e di pi belli, per uscire; altri, per casa, e i grembiulini: tutto in
ordine.
Intanto, le ripulisce ben bene, le ripettina; mostra loro tutta la casa; dove
dormir il babbo; dove dorme lei. E infine le fa sedere a tavola con s per la
cena.
A poco a poco bisogner insegnar tante cose, tante, a quelle due povere
piccine! Per quella prima sera, meglio lasciarle fare a modo loro. Sono come
incantate. Non sanno prendere il bicchiere, non san tenere in mano le posatine
comperate apposta per esse. Impareranno a poco a poco. E imparer anche lei a
far che l'indulgenza, suggerita dalla piet, non divenga troppa e nociva.
Finita la cena, le tiene ancora un po' con s. Vorrebbe saper tante cose; ma
non concede alla sua curiosit neppur di rivolgere una domanda. Cerca soltanto
di far parlare Lauretta, che sta a guardar sempre in bocca Sandrina, la quale,
per esser stata gi una volta con lei, vuol mostrare alla sorellina che ha gi
preso una certa confidenza. Ma Lauretta, a ogni incitamento, si volta a
Sandrina, come convinta che non tocchi a lei di rispondere per quella sera.
Sar per domani.
Quando le mette a letto, viene a sapere che non sono solite neanche di farsi
la croce prima d'addormentarsi. Dice loro, alla meglio, perch bisogna
farsela, la croce, e le persuade a ripetere con lei una breve preghiera. Cos
ottiene anche, ma dopo una lunga insistenza, di sentir la voce di Lauretta che
non ha voluto parlare.
Spegne la luce, e le lascia sole in camera. Poco dopo, per, origliando
all'uscio, per accertarsi se han preso sonno, le sente litigare a bassa voce,
ma violentemente, e capisce che Lauretta  discesa dal suo lettino ed  andata
a quello di Sandrina, che la respinge. Dio mio, s'azzuffano come due gattine!
 certo che si sono afferrate per i capelli e che si danno calci. Che fare?
Aprire? Sorprenderle? Forse  meglio no. Perch, se fanno cos piano per non
essere intese da lei, vuol dire che un certo ritegno lo sentono. Ma sarebbe
bene conoscere il perch di quella lite. Forse Lauretta ha paura di dormir
sola? o forse non  rimasta contenta di qualche risposta che Sandrina ha
dovuto dare per conto di lei?
Ecco, si sono quietate. Lauretta torna in punta di piedi al suo lettino. Ma
Sandrina ora piange sotto le coperte.
La signora Luca rimane a pensare a lungo quella sera, e si domanda che cosa
quelle bambine abbiano gi per lei pi delle altre che finora ha soccorso e
che non potr pi soccorrere d'ora in poi.
Quasi tutte le altre avevan certo assai pi di queste bisogno del suo
soccorso; e lei, non solo non avrebbe mai fatto tante spese, e con tanta
premura, per ospitarle; ma non s'era neppur mai sognata di poterne accogliere
in casa qualcuna, modestamente, anche per averne lei stessa il vantaggio di
qualche servizio.
Ha accolto queste, perch figlie di lui, del marito? (E chi sa! Una, forse,
neanche...) No... non per lui. Le ha accolte per s, per riempire la sua vita,
anche coi fastidii e i dispiaceri ch'esse le daranno. E non esse sole,
certamente...
Ecco a che l'ha condotta il consiglio della carit difficile! A farsela a s,
lei stessa, la carit, a danno di tante altre piccole derelitte, a cui ora non
potr pi pensare.
Ma no, questo no, non dev'essere!
Se non  pi possibile ormai considerar le altre bambine da lei finora
protette come le due che ora dormono di l, gi divenute sue, troppo rimorso
sarebbe per lei il non far pi nulla per quelle; almeno per qualcuna... Quella
malatuccia di via Reggio, Dio mio! E quell'orfanella, Elodina, di via
Alessandria, impossibile non soccorrerle pi, abbandonarle, l, alla loro
miseria, cos nera, mentre per queste qua tanto bianco e tanto roseo di
lettucci e di mobiletti laccati e di tappetini e sopracoperte, e il piacere
ch'ella gi prova a immaginare gli acquisti che far per loro, di biancheria
fina, di scarpette eleganti, e la cura che si dar perch siano vestite bene e
con grazia.
No no. Sarebbe troppo! sarebbe troppo! E perch poi? Chi son esse infine?
Si potr lei veramente compiacere che tutti vantino domani la sua generosit
per aver accolto in casa, vincendo ogni risentimento e il disgusto per la
laida offesa al suo amor proprio di moglie che non pot esser madre, quelle
tre figlie che il marito ebbe da un'altra donna? da una donna come quella? No.
Perch lei non l'ha fatto per questa generosit, e si sdegnerebbe, se se ne
sentisse lodare; anzi il solo pensiero che una tal lode le possa esser
rivolta, gi le accresce il rimorso per quello che ha fatto.
In tal caso, beneficiando di questa sua presunta generosit, le tre bambine
ospitate verrebbero a godersi sfacciatamente il premio della vergogna della
loro madre, della colpa del loro padre, generosamente da lei perdonate.
Mentre non ha perdonato niente, lei, la signora Luca, non avendo proprio
niente da perdonare, per il solo fatto che non ha sofferto della colpa del
marito pi di quanto non abbia sofferto per tant'altro male, anche non fatto a
lei direttamente: il male che tutti fanno, inevitabilmente, volendo vivere; il
male che lei stessa sta facendo ora a tante povere bambine per aver voluto
accogliere in s, pi viva della loro, la vita di queste tre a lei ugualmente
estranee e certo non pi disgraziate.
E bisogner scontarlo, ora, scontarlo questo male.
Nel silenzio, a un tratto (dev'esser molto tardi) le si fa vivo il tic e tac
lento e staccato della pendola. Il vuoto del suo silenzio di prima. E ancora,
e forse pi angosciosamente che mai, ella vede vaneggiarvi sconsolato ogni suo
pensiero, sconsolata ogni opera, sconsolata ogni immagine di vita.
Ecco, le s'inquadra lontano, nell'ombra, col luccicore della volgare cornice
di rame, il ritratto di quella morta, l, sul canterano... E tutte quelle
vicine accorse a vederla scendere dalla vettura...
Che far lui, solo, a quest'ora, in quell'orribile casa, con la piccolina?
Chi sa perch, se lo immagina fermo davanti a quel canterano, con la piccolina
in braccio, intento a guardare il ritratto di quella morta, ch'ella non ha
potuto vedere.
 d'aver salito, su, su, fino alla cima, una cos alta montagna, la colpa. E
non per orgoglio di salire... Che orgoglio? Pu anche essere stata una
condanna; o il destino.
E, si sa, questo gelo ora, e questo silenzio della cima. E veder tutto piccolo
e lontano; e cos, per forza, velato, soffuso di questa esiliante tristezza di
una nebbia, che da vicino, l in basso, forse non c' e che da lontano e
dall'alto si vede, perch la stessa altezza, la stessa lontananza la formano.
Tre giorni dopo, viene il marito con quella piccolina aggrappata al collo,
come una gattina selvaggia e impaurita, che non voglia farsi strappare.
Arrabbiato per questa selvatichezza della bimba, che gli ha impedito di portar
su, una per mano, le due vecchie pesanti valige, in cui ha raccolto tutto quel
po' che ha creduto potesse entrare senza troppa vergogna nella casa della
moglie da quella sua casa ora distrutta, accoglie senza nessuna festa le
espansioni d'affetto e di gioja di Sandrina e di Lauretta e non ha occhi per
vedere com'esse in tre giorni son quasi rinate.
Le due piccine, che s'aspettavano le meraviglie del padre per il loro contegno
e la loro lindura, cos ben pettinate, con quei grembiulini nuovi, neri, coi
risvolti di merletto bianco ai polsi e al collo e la cinturina in mezzo, e le
calzette fine e le scarpette nuove, restan deluse e come mortificate.
Per miracolo non bestemmia, il padre, soffocato dalle braccine di quella
brutta Rosina, che gli si stringono sempre pi al collo. Alla fine, visto che
non riesce, per quanto faccia o dica, a farle allentar la stretta, ecco che,
inferocito, con uno strappo violento se la stacca dal collo e (ben le sta!)
quasi la butta su una seggiola, gridandole:
Qua, e zitta, o te le do!
Ma la bimba, frenetica, si rovescia a terra, urlando, tempestando con le
gambette, nascondendosi la faccia con le braccine, le mani afferrate ai
capelli; mentr'egli va verso la finestra, esasperato, sulle furie:
Non ne posso pi! non ne posso pi!
Si volta verso la moglie, e aggiunge:
Da dieci giorni cos, aggrappata a me, fino a strozzarmi!
E vedendo la bimba correr verso di lui, carponi sul pavimento, come una
bestiolina urlante:
Ecco! la vedi? la vedi?
E alza la gamba, a cui la bimba  venuta ad avvinghiarsi.
Sandrina e Lauretta si mettono a ridere.
Ah, non si ride! le ammonisce subito, seria, la signora Luca. Vergogna;
mentre la sorellina piange... Andate, andate piuttosto a prendere i
giocattolini che le abbiamo comprato jeri...
Il padre intanto s' chinato a riprendersela in braccio:
Senti? senti? i giocattolini...
Ripresa in braccio, la bimba, ancor tutta convulsa, cessa di piangere; ma come
Sandrina e Lauretta ritornano dalla camera coi giocattoli, udendo il suono che
Lauretta cava dai due cembalini di latta d'un pagliaccetto rosso che apre e
chiude le braccia, riaffonda la faccina sotto il mento del padre, per non
vedere, per non udire, e riprende a smaniare, come per rimettersi a piangere.
La signora Luca ha allora l'impressione che quella bimba cos avvinghiata al
padre rappresenti come una condanna che gli abbia lasciato quella donna, di
non potersi pi staccare, di non poter pi levarsi a respirare fuori da tutto
ci che essa, in vita, a sua volta rappresent per lui: miseria, abbrutimento,
oppressione.
E prevede che non potr nulla lei, su quella creaturina, forse mai; perch
troppo neri e come unti ancora e impregnati ferinamente del vizio da cui 
nata, ha i capelli, tutti quei capellucci ricciuti; e troppo cupi e pungenti
gli occhi; e troppo selvaggio il sangue con cui  impastata.
Non si prova nemmeno ad accostarsi per cercar di staccarla dal padre e
persuaderla a mettersi a giocare con le sorelline, certa com' che, non solo
non riuscirebbe a nulla, ma anzi farebbe peggio.
Conduce il padre a veder la camera che gli ha assegnata, con l'aria di
scusarsi che, data la casa, meglio di cos non ha potuto alloggiarlo; ma
s'accorge subito che non  giusto che si dia quell'aria; e le fa uno strano
effetto ch'egli le risponda, infatti, accigliato:
Ma no, ma no, che dici?
Accigliato, quasi senza volerlo; perch ha veduto il letto, che  per uno;
mentre lui finora ha dormito in un letto a due. E aggiunge, indicando la
piccina che ha sempre al collo:
Per questa pttima qua.
Ma c' il lettuccio per lei di l, s'affretta a rispondergli la signora Luca.
In mezzo, tra i due delle sorelline. Vieni, ti far vedere.
Egli resta ammirato davanti alla bella camera bianca e rosea, con quei tre
lettini; ammirato e commosso; ma anche dolente; perch si vergogna a dirlo ma
da quand' morta quella, anche di notte la piccina se n' stata con lui, nel
letto grande al posto della madre; e forse non sar possibile indurla a dormir
sola, adesso, in quel lettino.
Ebbene, vedremo stasera, gli risponde la signora Luca. Se riusciamo a
metterla a letto qua, le starai tu accanto, finch non si sar addormentata.
Altrimenti, pazienza! trasporteremo di l il lettuccio, e dormir in camera
tua.
S'accorge, cos dicendo, che Sandrina e Lauretta ne sarebbero molto contente,
non tanto perch resterebbero loro due sole, allora, padrone della bella
camera, quanto perch da che stanno qui e han preso quell'aria di ragazzine
ben messe e ben educate, vorrebbero dimostrare che ormai capiscono come
bisogna stare in una casa signorile, cos diversa da quell'altra in cui sono
nate e cresciute, e temono che non sar loro possibile con quella sorellina,
la quale invece dimostra di voler con tanta tenacia rimanere attaccata alla
vita di prima. Quasi quasi non han piacere neanche di vedere il padre ora, l
nella bella casa, dov'esse per tre giorni sono state cos bene, sole, a
respirare nella nuova vita, in compagnia della zia.
Veramente si ha l'impressione che anche lui, il padre, con quell'aria
rabbuffata e cupa, non potr adattarsi a viver qua, e che rester sempre come
estraneo, trattenuto da quelle braccine che non vogliono staccarglisi dal
collo. Eccolo l, infatti; quasi non osa guardare; non sa che cosa dire;
confuso, imbarazzato, ripete con voce grossa:
Troppo... troppo...
Poi domanda licenza d'andare in camera sua a disfar le valige per mettere a
posto la roba, come se all'improvviso gli fosse sorto il timore che altri si
fosse messo a disfarle in vece sua.
Zia, domanda allora Lauretta, perch noi s, di nero, per la mamma, e pap no?
La signora Leuca, che non ha badato al colore dell'abito del marito, resta a
guardar la ragazza, e l per l non sa che cosa risponderle; non gi perch le
sia difficile trovare una ragione qualsiasi, ma perch pensa che egli forse
non s' vestito di nero per un riguardo a lei, per non portarle sotto gli
occhi il lutto di quell'altra donna.
Se n'addolora e se n'impensierisce. Egli la deve aver pianta, quella donna. Ha
bene impresse in mente la signora Luca le orribili cose che le confess quel
giorno, e comprende che se egli pot odiare colei mentr'era viva, per la
schiavit dei sensi in cui lo teneva, ora certo tra s si strugger
d'essersene liberato, e chi sa a qual prezzo vorrebbe riaverla e come e quanto
la avr dunque rimpianta finora e la rimpianger a lungo ancora.
Tranne che...
La signora Luca tronca la supposizione, che da tanti giorni ormai la turba e
la tiene agitata.
 sicura, sicurissima che avverr purtroppo quanto ha previsto, discorrendo
col vecchio parroco e con l'avvocato Aric e ponendo i patti per il ritorno
del marito in casa. Non avverr oggi, non avverr domani, ma appena egli avr
vinto quel primo imbarazzo e ripreso un po' di confidenza, avverr di certo.
Il turbamento e l'agitazione si fanno tanto pi vivi, quanto pi ella nota in
lui modi, atteggiamenti, espressioni, che dovrebbero anzi quietarla e
rassicurarla: quell'avvilimento, quella remissione, e la pazienza e l'affetto
per le figliuole, di cui, almeno fino a tal punto, non l'avrebbe mai creduto
capace; tante cose, insomma, che le consigliano un particolar riguardo per la
sua condizione d'ospite ricoverato, e che le destano una piet molto pi
intensa di quella a cui gi, quasi per dovere, si sentiva disposta.

A cena, che impressione! vedergli alzare a un certo punto, discorrendo
dell'avvocato, uno dei sopraccigli, ma contraendolo dalla parte del naso in
un'increspatura di volont intelligente, come soleva fare un tempo, discutendo
con lei, nei primi anni del matrimonio: riconoscere nel viso mutato, alterato
sguajatamente dai vizi, quell'antico segno d'intelligenza, che le piaceva.
E che impressione, anche, nell'osservare in lui ancora i tratti dell'antico
signore, a tavola!
Imbarazzo, soltanto se lei lo guardava. (Abbassava subito gli occhi, allora, o
li volgeva, torbidi, altrove.) Ma nessun imbarazzo nel modo di comportarsi, di
servirsi; bench per le due figliuole pi grandi dovesse esser nuovo, quel
modo, perch guardavano il padre come se non lo riconoscessero pi. Ma lo
riconosceva lei, quel modo ch'era, con sua meraviglia, quello d'un tempo, ma
ancora come nativo in lui e perfettamente spontaneo.
Il vino...
Dio mio, che pena! Vedersi costretta, ogni volta, a stornar subito gli occhi
che le si fissavano sulla bottiglia, senza che lei lo volesse. Eppure, restava
l quasi intatta quella bottiglia... Le rendevano vano, quegli occhi
maledetti, lo sforzo di dissimulargli che ella sapeva dall'avvocato Aric del
suo vizio d'ubriacarsi quasi ogni sera.
Certo, egli doveva soffrire a bere cos poco, a non ber quasi niente; ma non
lo dava affatto a vedere.
 vero che quella era la prima volta che sedeva a tavola con lei dopo tanti
anni. Chi sa, se in seguito domani a colazione; domani sera a cena sarebbe
riuscito a frenarsi ancora cos...
E poi, dopo cena, quella sua bocca divenuta brutta, quasi nera sotto i baffi
neri un po' brizzolati nel mezzo, che sorriso bello, di paterna tenerezza,
aveva saputo trovare nel mostrarle la bimba che gli s'era addormentata sulle
ginocchia! E le aveva domandato sottovoce se non sarebbe stato bene provarsi a
svestirla pian piano, per andarla a deporre sul suo lettino, l in camera,
dove gi erano andate a dormire le sorelline maggiori.
S, certo. Ed ecco che lei s'era curvata fin quasi a toccarlo con la spalla
sul petto, fin quasi a porgli il capo sotto la bocca, tanto che sui capelli ne
aveva avvertito il respiro; e poi, per forza, pi volte aveva dovuto toccarlo
davvero, dovendo svestirgliela sulle ginocchia, la bimba; ma l'atto le aveva
fatto meno impressione del pensiero di poterlo fare. E che stizza dentro di
s, intanto, per quelle sue mani che potevano dargli a vedere e a credere
ch'ella non si sentisse al tutto calma e sicura!
Infine, adagiata sul letto con tutte le precauzioni la bambina, e usciti tutti
e due in punta di piedi dalla camera, era venuto il momento pi pericoloso:
quello di vedersi loro due soli, di nuovo insieme, per un momento, prima di
recarsi a dormire, nel silenzio e nell'intimit della casa.
Ebbene, non era accaduto nulla.
Appena richiuso l'uscio della camera delle bambine, egli aveva tratto un
respiro di sollievo, e a bassa voce, sorridendo, le aveva detto che ormai
poteva esser sicuro di stare in pace fino a domattina, perch la bimba non si
svegliava mai durante la notte; poi, umile ma tranquillamente, le aveva
augurato la buona notte e s'era ritirato nella sua camera.
Da un'ora, a letto, ritorna con la mente a tutte queste sue impressioni, la
signora Luca; prova un acerbo dispetto contro se stessa, per quel turbamento
che ha avuto, e che le pare tanto pi indegno, quanto pi lo confronta con
l'umilt, con l'avvilimento e la mortificazione di lui; di lui che non ha
nemmeno osato guardarla, e che certamente, certamente non si sogna neppure,
per ora, di poter tentare di riaccostarsi a lei pi di quanto ella gli possa
permettere.
Che s' aspettato, Dio mio? E ha chiuso a chiave l'uscio, appena entrata!
Quasi quasi scenderebbe dal letto per andare a levar quella serratura, tanto
le fa stizza che abbia pensato di dover premunirsi cos fin dalla prima sera.

L'ha notato il signor parroco, dopo l'ultimo convegno delle dame del patronato
nella casa parrocchiale, parlandone col signor Cesarino, che dice di averlo
notato anche lui; l'hanno notato ugualmente le amiche, signora Mielli e
signora Marzorati e, pare quasi impossibile, anche la brava signorina Trecke.
Una cosa che... s, ecco, fa proprio dispiacere.
Lo zelo della signora Luca s' pi d'un po' raffreddato. Non viene, da circa
due mesi, alle riunioni del patronato; non solo, ma ha saltato anche la santa
messa qualche domenica; pi d'una! E un certo raffreddamento anche  evidente
verso le amiche, come se sospettasse anche in loro una certa responsabilit
per le non liete condizioni in cui s' lasciata mettere con quelle tre bambine
in casa, e quell'uomo l, il quale, per quanto dicano che sia molto rispettoso
verso di lei, pur tuttavia deve pesarle come un macigno sul petto.
Non c' dubbio che le daranno molto da fare quelle tre bambine; ma se  vero
(e dev'esser vero) ch'esse non sapevano neanche farsi la croce la prima sera
ch'ella le accolse in casa; tanto pi, adesso, non dovrebbe trascurare di
condurle a messa regolarmente tutte le domeniche, e ora anche alla novena in
preparazione della festa dell'Immacolata Concezione di Maria Santissima, che
cade il giorno otto.
La signora Mielli nota poi, che l'amica, prima cos curata sempre nelle vesti,
nell'acconciatura, ora  proprio trascurata, pettinata male, se non
addirittura spettinata, come se non avesse pi n tempo n voglia di guardarsi
allo specchio. Francamente, ella ha quattro bambini, non tre, e tutte le cure
e tutte le attenzioni per essi, per il marito, per la casa; ma il tempo di
pettinarsi a modo e di vestirsi bene e con comodo, lo vuole; e, volendo, si
trova, via, si trova!  chiaro che ancora la signora Luca deve farci
l'abitudine, a combattere coi figliuoli. Eh, vita beata, quella che viveva
prima! Ma il merito pu esser soltanto quando si vincono le difficolt; non
quando tutto  semplice e facile, non  vero?
Peccato, s, ha perduto la serva affezionata che stava con lei da tanti anni,
povera signora Luca. Ma naturale! Avrebbe dovuto prenderne un'altra per
ajuto, considerando in tempo che una sola non poteva pi bastare, con tre
bambine ora e con un uomo per casa.
Ma l'aveva presa! l'aveva presa! dice la signorina Trecke. Sembra per che
abbia dovuto licenziarla su due piedi, perch il marito... non so...
Come come? Il marito? domanda la signora Marzorati, facendo un viso lungo
lungo.
La signorina Trecke apre la bocca al suo solito sorriso. Non capisce bene di
che cosa si possa essere accorta, la signora Luca, ma il fatto  che sua
nipote si mise tanto a ridere, ma tanto, ma tanto, allorch lei and a dirle
di quel licenziamento.
Come una matta, rise, chi sa perch!
Ma gi! esclama con gli occhi lontani lontani la signora Mielli. E certo che
quell'uomo, adesso....
Ma Dio mio osserva indignata la signora Marzorati. Se la signora Luca (e ha
ragione, poverina: moglie io, al suo posto, ma piuttosto mi butterei da una
finestra!)... dico, lei m'intende, signora Mielli. Fuori di casa, per!
A questo punto, beata come se fosse stata in cielo con gli angioletti nel
tempo che le due signore si sono scambiate quelle poche parole tra molti
ammiccamenti, la signorina Trecke scappa a dir, sorridendo, che s va fuori di
casa infatti ogni sera il signor Luca.
Tant' vero, soggiunge che viene da me.
La signora Marzorati si volta a guardarla, sorpresa e accigliata:
Da lei? E come? a far che?
E la signorina Trecke risponde: A trovare mia nipote.
Non ci pu esser niente di male per lei in queste visite del signor Luca a
sua nipote, visto che il signor Luca s' riconciliato con la signora Luca e
che il signor parroco ha tanto favorito questa riconciliazione.
Ma che riconciliazione, che riconciliazione! le d sulla voce la signora
Marzorati. Dica un po', sa che discorsi fanno, almeno, tra loro?
La signorina Trecke abbassa con furbizia assassina le vecchie palpebre
cartilaginose da scimmia, sui chiari occhi innocenti, e rapidamente, sempre
sorridendo in quel suo modo, accenna pi volte di s col capo:
Parlano dell'Equatore, dice. Della Repubblica dell'Equatore.
Perfino la signora Mielli, cos sempre lontana da tutto, sgrana tant'occhi.
Della Repubblica dell'Equatore?
S, spiega la signorina Trecke. Perch  partita una spedizione di grossi
industriali per la Repubblica dell'Equatore. C' tutto da fare, nella
Repubblica dell'Equatore. Ponti, strade, ferrovie, illuminazione, scuole... E
mia nipote conosce uno che fa parte della spedizione. Dice che ce ne sar una
nuova, tra poco, pi numerosa, d'operai, di contadini, d'ingegneri, e anche
d'avvocati, di maestri. E dice che ci vuole andare anche lei mia nipote, nella
Repubblica dell'Equatore. Ecco, parlano di questo.
Ha una faccia cos stupida nel dar quella notizia, la signorina Trecke, che la
signora Marzorati e la signora Mielli, per non sgraffiargliela dalla stizza
che ne provano, preferiscono tenersi in corpo la curiosit e mettersi a parlar
d'altro tra loro.

Finito tutto.
Non si duole di quanto  avvenuto, la signora Luca; n di chi le ha procurato
e inflitto un tale supplizio. Di s si duole e di quanto  avvenuto in lei,
contro ogni sua aspettativa; quando invece s'attendeva che il male da un
momento all'altro le dovesse venir da fuori, da parte degli altri.
Appunto perch questo male, previsto, temuto e da un momento all'altro atteso,
le  mancato, ella ha patito il supplizio.
 sicura di potere ancora affermare a se stessa, non ostante lo sdegno di cui
 piena per la sua carne miserabile, che se una di quelle sere il marito, nel
silenzio della casa, la avesse ghermita, non avrebbe ceduto, lo avrebbe
respinto, opponendosi anche alla lusinga della sua coscienza, la quale tentava
d'indurla a considerare che, respingendolo, avrebbe dato lei a quell'uomo il
pretesto di ricadere nell'orribile vita di prima. Ancora, fermamente sostiene
che no, non si sarebbe lasciata vincere neppure dalla previsione certa di
questo rimorso.
S; ma  ugualmente sicura la signora Luca che, se questo fosse avvenuto, il
supplizio per lei sarebbe stato molto meno crudele di quello che ha sofferto,
non essendo avvenuto.
Perch a poco a poco l'orrore del corpo di lui, in tutte quelle immagini
indelebili che le si erano destate durante la confessione delle sue
turpitudini, era divenuto orrore del suo stesso corpo; il quale, ogni sera,
davanti allo specchio, appena ella si richiudeva in camera (e senza pi girar
la chiave nella serratura!) le domandava, se davvero esso fosse ormai cos
poco desiderabile, da non esser pi nemmeno guardato di sfuggita da un uomo
come quello, che s'era contentato fino a poco fa d'una donnaccia volgare.
Ella era ancor bella, e lo sapeva dagli occhi di tanti uomini, che spesso
tuttora per via la richiamavano a ricordarsene, quando meno ci pensava. Quei
capelli divenuti prestissimo di neve, ancor prima di compire i trent'anni,
davano maggior risalto alla freschezza della carne e una grazia ambigua, come
d'una menzogna innocua, al suo sorriso, quand'ella, additandoli, diceva:
Ormai son vecchia...
E il suo collo si spiccava ancora agile e senza una ruga dal busto formoso,
e... Dio, che miseria, quell'intimo esame di tutto il suo corpo per affermare
che s, s, era ancor bella, era ancor desiderabile; e che poteva perci
sicuramente prevedere, parlando col parroco e l'Aric, che il marito l'avrebbe
messa presto alle strette e si sarebbe fatto cacciar di casa.
E allora, per quest'orrore del proprio corpo, di giorno in giorno crescente,
quanto pi le cresceva la certezza della pi tranquilla noncuranza di esso da
parte del marito (sempre, per altro, umile e come mortificato davanti a lei),
via ogni tentazione di guardarsi allo specchio! Non s'era pi guardata neanche
di mattina, per pettinarsi; ma senza voler tuttavia riconoscere che lo faceva
per questo, rappresentando la commedia davanti a se stessa, dicendosi che
doveva rifarsi, cos, in fretta in furia, i capelli, perch non aveva pi
tempo, con quelle due pi grandicelle da badare ogni mattina, perch
arrivassero in orario alla scuola.
E quando poi aveva scoperto, nella stanza di lui, dentro il cassetto del
comodino, aperto per caso, il ritratto di quella donnaccia senza pi la
cornice di rame! Con che occhi da assetata s'era buttata a guardarlo! E che
disillusione! Procace, s ma brutta, con certi occhi da pazza, e volgarissima,
quella donna... E lei che se l'era immaginata bella! Ma era naturale, via, che
a lui ormai dovessero piacere le donne di quel genere.
Se non che, ecco qua tutta festosa la signorina Nella, la nipote della
signorina Trecke, che non si pu dir volgare, d'aspetto; eppure  chiaro che
piace al marito. Ella adesso insegna nella scuola elementare di via Novara,
dove vanno Sandrina e Lauretta. Sandrina  stata sua scolaretta, due anni fa,
nell'altra scuola fuori Porta del Popolo, a cui, di prima nomina, ella era
stata assegnata. Che combinazione! Ecco che ora ritrova qua la sua scolaretta
di laggi, il primo giorno di scuola, e vuol riportarla a casa, alla fine
delle lezioni, insieme col padre, tenendola per mano, il padre di qua e lei di
l.
La signora Luca ora che tutto  finito non vuole pi dolersi neanche di
questa perfida, che sempre, per istintiva avversione, le  stata nemica.
Il marito, per quello ch'era sempre stato e che si sapeva bene che fosse, non
aveva certo bisogno d'esser sedotto. Eppure, ecco che quella s'era fatto un
vero godimento di venirglielo a sedurre l, sotto gli occhi, in casa, quasi
ogni giorno, con la scusa di Sandrina, sua scolaretta antica, e di Lauretta,
sua scolaretta nuova. Veniva a sedurglielo sotto gli occhi, sicurissima che
una signora come lei non dovesse accorgersene e che se mai se ne fosse
accorta, via, un po' pi di sdegno, al massimo, per quel pover uomo l,
accolto con le figliuole per compassione.
E lei, dapprima, aveva quasi accettato la sfida, che era chiara negli sguardi
e nei sorrisi di colei; e aveva finto di non accorgersi di nulla, per non
dover riconoscere che fosse provocata dall'oscura, segreta, insorgente gelosia
l'indignazione, per tanta sfrontatezza; e quando finalmente non aveva pi
potuto contenere quest'indignazione e aveva lasciato intendere a quella
impudente, che non stesse pi a venirle per casa, s'era vietata d'assumer
coscienza del delitto che lasciava compiere non prevenendo quella stupida
signorina Trecke e anche il signor parroco; ancora per non dover riconoscere
che fosse spinta dalla gelosia.
Ed ecco adesso lo scandalo!
Il signor parroco, le dame del patronato se la prendono con la signorina
Trecke, con quella povera stupida signorina Trecke, che ha permesso ai due di
vedersi ogni sera in casa sua, dando loro agio cos di concertar la fuga per
la Repubblica dell'Equatore.
La signorina Trecke piange, piange inconsolabilmente, non tanto sulla
disgrazia che le  toccata, quanto sulla sua irrimediabile ignoranza del male,
che le fa avere da parte del signor parroco e delle amiche del patronato tanti
e tanti rimproveri, tutti meritatissimi, ma che purtroppo non varranno a
infondere un po' di salutare malizia in quei suoi poveri infantili occhi
innocenti, che saranno d'ora in poi (per l'abbandono di quell'ingrata nipote)
sempre cos rossi di pianto.
E infine, per giunta, si vede accusata anche lei, la signora Luca, d'aver
fatto le cose a mezzo, sempre s'intende per il suo difetto di non saper
vincere quella tale schifilt naturale, che tante volte le ha impedito
l'intero esercizio della carit, proprio di quella certa carit difficile, che
pure questa volta lei stessa era andata a cercare.
Santo Dio, visto che s'era piegata a riprendersi in casa il marito, poteva
bene forzarsi a vincerne il disgusto e acconciarsi a ridivenire in tutto e per
tutto sua moglie. Sono croci, si sa! E il merito consiste appunto nel
rassegnarsi a portarle.
Ma lascia dire, la signora Luca, e lascia pur credere che sia mancato per
lei. Non le importa delle parole, come non le importa dei fatti. E nell'animo
la piaga. Che siano su questa piaga come gocce di limone, quelle parole, non 
male, perch adesso, quanto pi le brucia, questa piaga, meglio .
Ed ha accolto con un sorriso di compiacenza le congratulazioni che a
quattr'occhi ha creduto di venirle a porgere l'avvocatino Aric; ma s!
d'essersi liberata, dopo tutto, checch ne dica il signor parroco, di
quell'animalone l, che le ingombrava la casa.
Non aveva detto lei, che il male sarebbe stato soltanto per il ritorno di lui,
perch per il resto, che fossero venute le bambine, tanto piacere?
Ebbene, ecco qua: lui se n'era andato (e per giunta, non cacciato da lei), e
le erano rimaste le bambine.
Meglio di cos!
Eh gi, meglio di cos...
Pu mai confidare la signora Luca a quell'avvocatino Aric, che tutt'a un
tratto, appena saputo della fuga di lui, sparito come per incanto il piacere,
ella si  sentito gravare enormemente sulle braccia il peso di quelle tre
bambine non sue, e diventate subito totalmente estranee a lei, alla casa?
Non lo vuol confidare neanche a se stessa, la signora Luca, e si mostra pi
premurosa e pi affettuosa che mai verso quelle tre orfane abbandonate, perch
non abbiano minimamente ad accorgersi del suo animo mutato, specie le due
maggiori. E non gi perch ella tema che Sandrina e Lauretta siano in grado
d'accorgersene pi della piccola; ma perch per la piccola no, per quel
batuffolino di carne selvaggia, la signora Luca sente, s, che  anche mutato
il suo animo, o piuttosto, che comincia a mutare, ma mutare all'opposto; e ne
vede la ragione, per quanto non vorrebbe farsene coscienza.
Mi vuoi bene?
C!
Le dice quel ci Rosina, l in ginocchio su le sue gambe, protendendo le
grinfiette artigliate verso il suo collo per afferrarglielo, e arricciando
quel suo puntino di naso e sporgendo anche tutto aggrinzito quel bottoncino di
bocca.
Ma no, Dio mio! Cosi sei brutta!
Brutta tu!
A prezzo di quanti sgraffi e di quanti calci, e anche di sputi in faccia, 
riuscita, non gi ad entrarle bene in grazia ancora, ma a ottenere almeno che
si lasci prendere in braccio e curare da lei!
Le altre due stanno a guardare, un po' invidiose. Credono di non meritarsi che
lei, davanti a loro, dia quello spettacolo di voler cos bene a quella Rosina,
che  proprio cattiva, mentre loro sono state sempre buone buone.
Solo Sandrina, ma evidentemente anche per conto della sorella minore, ha
domandato una volta:
E pap?
Devono aver compreso, cos a mezz'aria, qualche cosa, o dalle parole deL
parroco quand' venuto, tutto sossopra, ad annunziar la fuga, o dal gran
pianto che  venuta a fare il giorno dopo la signorina Trecke, protestando che
voleva esser perdonata per la colpa della nipote; o alla scuola. Ma si sono
acquietate alla risposta che lei ha dato:
Pap  partito. Ritorner...
Ritorner? E' sicura di no, la signora Luca. Ma del resto, anche se un giorno
o l'altro egli dovesse ritornare, che importerebbe pi a lei, ormai?
Finito tutto.
Resta con quel suo spirito, sempre cos dolorosamente attento a s e a tutto,
la signora Luca, sotto la candida maschera della sua serenit, lacerata
dentro da una prova che nessuno ha sospettato; con queste tre bambine non sue,
da curare, da crescere; e con questa pena, con questa pena che non passa, non
gi per lei soltanto, che forse soffre meno di tant'altri, ma per tutte le
cose e tutte le creature della terra, com'ella le vede nell'infinita angoscia
del suo sentimento che  d'amore e di piet; questa pena, questa pena che non
passa, anche se qualche gioja di tanto in tanto la consoli, anche se un po' di
pace dia qualche sollievo e qualche ristoro: pena di vivere cos...


FINE.
