LUIGI PIRANDELLO.

Dal naso al cielo.

I pochi ospiti del vecchio albergo in vetta a Monte Gajo ave-
vano da una settimana il piacere di sentir parlare il senatore Ro-
mualdo Reda.
Da una ventina di giorni lass, l'illustre chimico, accademico
dei Lincei, non aveva ancora scambiato una parola con nessu-
no. Non si sentiva bene; era stanco; anzi si diceva che ultima-
mente a Roma era stato colto da un lieve deliquio nella Sala di
chimica, dove soleva trattenersi dalla mattina alla sera; e che i
medici lo avevano addirittura forzato a darsi un p di riposo, a
interrompere almeno per qualche mese gli studi ch'egli, da vec-
chio, seguitava con inflessibile tenacia e il solito ispido rigore.
Dalla stessa tenacia, dallo stesso rigore era regolata la sua
condotta nella vita. Pregato insistentemente due volte d'accet-
tar la carica di ministro della pubblica istruzione, tutt'e due le
volte aveva opposto un reciso rifiuto, non volendo distrarsi dai
suoi studi e dai suoi doveri d'insegnante.
Piccolissimo di statura, quasi senza collo, con quella faccia
piatta, coriacea, tutta rasa, e quelle palpebre gonfie come due
borse, che gli nascondevano le ciglia, e quei capelli lunghi, grigi,
lisci e umidicci, che gli nascondevano gli orecchi, aveva l'aspet-
to d'una vecchia serva pettegola.
Ogni giorno, sul pomeriggio, scendeva su lo spiazzo davanti
all'albergo seguito da un cameriere che gli recava un grosso fa-
scio di riviste e di giornali o qualche libro; e, su una sedia di
giunco a sdraio, S'immergeva per alcune ore nella lettura, al-
l'ombra del maestoso faggio secolare che dominava la vetta.
Maestoso, per modo di dire, quel faggio: doveva essere ormai
mortalmente seCcato di star lass, esposto a tutti i venti; e dava
a veder chiaramente che non appreZzava l'altissimo onore e la
fortuna che gli toCcavano in quei giorni di riparare con le fron-
de copiose un cos illustre personaggio. si sarebbe detto che non
se n'aCcorgeva nemmeno.
Anche l'albergo pareva non si sentisse per nulla onorato d'o-
spitarlo, e serbava tranquillamente l'aria umile e malinconica di
vecchio convento abbandonato. Ma l'albergatore. ah, biso-
gnava vederlo, L'albergatore: aveva subito assunto verso gli altri
avventori un sussiego da diplomatico; e i camerieri... anche i ca-
merieri, bisognava vederli, s'erano messi a prestare i loro servi-
zi con un'impagabile sprezzatura, per fare intender bene che
non avrebbero potuto pi che tanto occuparsi degli altri, intenti
com'erano tutti agli ordini di quell'uno.
Il giovane avvocato e dilettante giornalista Torello Scamozzi
n'era addirittura stomacato; non tanto per s, diceva, quanto
per le signore. E minacciava di far le sue vendette su i molti
giornali di cui si diceva collaboratore. Ma le signore generosa-
mente lo pregavano di non cimentarsi per loro.
Erano quattro, le signore: cio, le Gilli, mamma e figlia, Miss
Green, inglesina alquanto attempatella, bionda e cerulea, sem-
pre fornita di mal di capo e d'antipirina, e la moglie del dottor
Sandrocca, atassico e relegato perpetuamente su una sedia a
ruote.
Molto pi saggio, cio a dire pi pratico, un altro giovane
ospite, Leone Borisi, lasciava allo Scamozzi il gusto di far cos il
paladino delle signore e specialmente della cara e vivacissima si-
gnorina Nin Gilli, e per conto suo s'era messo a spingere la se-
dia del dottor Sandrocca gi per i viottoli del monte, sotto gl'ip-
pocastani: a spinger la sedia con una mano e a cinger con l'altra
la vita alla moglie del bravo dottore, ch'era una brunotta ricciu-
ta, dal nasino ritto e gli occhietti ardenti, simpaticissima. Oh,
cos, badiamo! innocentemente, quasi per distrazione, dietro le
spalle del marito che rideva, rideva e parlava e fumava la pipa,
senza mai smettere un momento.
Il miracolo di far parlare l'illustre senatore Romualdo Reda
lo aveva operato un nuovo ospite che, a prima giunta, aveva
fatto arricciare il nasino alle quattro signore e storcere il muso
all'albergatore.
Sciamannato, tutto gocciolante di sudore, col testone raso e
la cotenna ridondante su la nuca, le lenti che gli scivolavano
sempre di traverso sul naso a gnocco, e quei grossi occhi biavi
che pareva le andassero cercando per guardare, obbligando il
capo a certi buffi rigiramenti sul collo che facevano pensare a
un bue smanioso sotto il giogo, il professor Dionisio Vernoni
non era fatto in verit per attirar la confidenza. Ma poi, a sen-
tirlo parlare...
Forse, dentro di s, il professor Dionisio Vernoni soffriva dei
vulcanici rimescolamenti delle sue tante passioni dentro il capa-
ce petto; ma, per quel che poi se ne vedeva di fuori, faceva tan-
to ridere. Ridere soprattutto perch, con quella montagna di
carne sudata addosso, era un incorreggibile idealista, il profes-
sor Dionisio Vernoni: un idealista che, anche a costo d'essere
scannato, non s'acquietava, non sapeva, non voleva acquietarsi
all'irritante rinunzia della scienza di fronte ai formidabili pro-
blemi dell'esistenza, al comodo (egli diceva vigliacco) ripararsi
del cos detto pensiero filosofico entro i conffni del conoscibile.
E cacciava di qua e di l con le due manacce le ostinatissime
mosche che volevano attaccarglisi al faccione sudato.
Vedendo sotto il faggio il senatore, ch'era stato suo maestro,
tant'anni addietro, all'Universit (tutti i professori di parecchie
Universit erano stati suoi maestri, perch aveva preso tre o
quattro lauree, una dopo l'altra, Dionisio Vernoni), tra lo stu-
pore di tutti e l'indignazione dell'albergatore, gli era corso in-
nanzi, gli s'era anzi precipitato addosso, gridando con le brac-
cia levate:
Oh, lei qua, illustrissimo signor professore?
E quasi subito s'erano riaccese tra l'antico scolaro e il vecchio
maestro le fervide discussioni rimaste famose per molti anni al-
l'Universit romana.
Fervide, da una parte sola, s'intende: da parte del Vernoni;
perch il senatore rispondeva asciutto e mordace, con un frigido
sogghignetto su le labbra, il quale dava a vedere com'egli de-
gnasse di qualche risposta quel suo strambo discepolo, solamen-
te per pigliarselo a godere.
Lo avevano compreso bene tutti gli altri avventori, i quali a
poco a poco s'erano fatti intorno a sentire. Ora, ogni dopo
pranzo, si assisteva a quel duello intellettuale sotto il faggio, co-
me a un vero spasso.
Tutti scoppiavano a ridere, di tratto in tratto, a certe argute
risposte dell'illustre senatore, mentre il Vernoni ora balzava in
piedi con tanto d'occhi sbarrati, ora, tutto sospeso, spalmava
sul petto le due manaCce come a trattenere una valanga di preci-
pitose proteste.
La vecchia signora Gilli e Miss Green, per, trascinate spesso
dalla foga appaSsionata con Cui il professor Vernoni perorava in
favore delle Sue nobili e magnanime teorie, approvavano invo-
lontariamente col capo. Allora il senatore rispondeva con una
certa vocetta agra di stiZza. E il Vernoni, o s'insaccava nelle
spalle, o borbottava con amaro disdegno:
L'erba, dunque, eh? L'erba! Come se fossimo tante peco-
relle.. .
Nin Gilli, a queste parole, prorompeva in una irrefrenabile
risata, a cui tutti gli altri facevano eco, mentre il senatore guar-
dava in giro come se non aveSSe inteso bene, e domandava:
L'erba? Perch, l'erba? Non capisco
L'erba! L'erba!,raffermava, quasi piangendo dalla stiz-
za, il Vernoni. Qual  per le pecore la sola verit che esista?
L'erba. L'erba che cresce loro sotto il mento. Ma noi, vivaddio,
possiamo guardare anche in SU, illustrissimo signor senatore! In
su, in su, le stelle!
La vecchia signora Gilli e Miss Green tornavano ad approva-
re col capo, convintissime, questa volta.
E il senatore allora masticava:
Anche in su, gi, come dice Sallustio.
Come dice Sallustio, siSsignore, rimbeccava pronto il
Vernoni. Ma anche guardando in gi, scusi, la talpa, signor
senatore: guardiamo la talpa e seguiamo la logica della natura.
Ah no!
Il senatore Romualdo Reda, sentendo nominar la natura,
s'inquietava sul serio: SCattaVa battendo ambo le mani su i brac-
cioli:
Ma via! ma mi faccia il piacere! ma la sua logica, caro
Vernoni! Tanto per ridere... Lasciamo star la natura, per cari-
t!.
Scusi!, scusi!, scusi!, s'affrettava allora a spiegare il Ver-
noni, ponendo avanti le mani. Che la natura abbia una logi-
ca, si pu forse mettere in dubbio? Ma ne abbiamo una prova
lampantissima, scusi, nella sua economia! Mi lasci dire, illu-
strissimo signor professore! La talpa... Perch la talpa ha cos
debole l'organo visivo? Ma perch deve star sottoterra! Logica
della natura. E l'uomo? Scusi, perch deve poter vedere le stel-
le, L'uomo? Una ragione ci dev'essere, scusi!
Tutti restavano sospesi per un momento nell'attesa della ri-
sposta del signor senatore; ma questi socchiudeva gli occhi stan-
chi, enfiati, tentennava il capo, apriva le labbra a un sorrisetto
di sdegnosa commiserazione e lasciava tutti delusi recitando:
Gestit enim mens exilire ad magis generalia ut acquiescat:
et post parvam moram fastidit experientiam. Sed haec mala de-
mum aucta sunt a dialectica ob pompas disputationum.
Bacone?,domandava il professor Dionisio Vernoni,
asciugandosi il copioso sudore dalla fronte e dalla nuca;
E il senatore:
Bacone.
Se non che, una di quelle mattine, per tempissimo, tutti gli
ospiti dell'albergo in vetta al monte furono destati all'improvvi-
so dalle grida acutissime della signorina Nin Gilli e della ma-
dre. Che cosa era accaduto?
Dapprima si disse che la cara Nin, essendosi recata sola, al-
l'alba, gi nelle macchie del Conventino, aveva fatto un brutto
incontro.
Brutto? Come? Forse aggredita? Ma non s'era sentito mai
che nelle macchie del Conventino bazzicassero... ah, non si trat-
tava di malandrini? E che incontro, allora?
La cara Nin, o la Gillina come la chiamavano, era venuta su
dalle macchie di corsa, di corsa, scarmigliata, urlando, in preda
a un terror pazzo. Adesso si dibatteva, su in camera, in una ter-
ribile convulsione di nervi.
Ma che incontro era statoinsomma? Che le avevano fatto?
Le macchie del Conventino erano su la costa occidentale del
monte: fittissime e intricate. Macchie propriamente non erano,
perch tutti quegl'ippocastani l, sebbene rimasti sottili, erano
ormai divenuti d'altissimo fusto e dritti come aghi: un bosco. Si
chiamavano del Conventino perch, in una breve radura in mez-
zo, era un piccolo convento antico, in rovina e abbandonato,
con la chiesuola da una parte, il cui interno misterioso s'intrave-
deva appena appena attraverso le fessure del portone imporrito.
Lo Scamozzi, pallido, costernatissimo, incitava il Borisi, inci-
tava i camerieri a correr con lui, armati, gi nelle macchie, a ve-
dere. Ma a vedere che cosa? Se ancora non si sapeva nulla di
certo! Che diceva il senator Reda accorso in camera della signo-
rina? Era anche medico il Reda, bench non avesse mai esercita-
to la professione.
Soltanto il professor Dionisio Vernoni s dichiarava pronto a
seguire lo Scamozzi. Ma questi non se ne fidava, e fingeva di
non udirlo e di non vederlo.
Finalmente, eCCo il Reda! Uh, lodato Dio, sorrideva... Ebbe-
ne?
Nulla, signori miei. stiano tranquilli.
passeggera. Crisi isterica, ecco. Passer.
Ma il professor Dionisio Vernoni si fece avanti accigliato,
rabbuffato:
Psicosi?,disse. Gi nelle macchie del Conventino? Se
lei dice psicosi, io so di che si tratta! So tutto, so tutto! La si-
gnorina Gilli ha veduto! La signorina Gilli ha sentito anche lei!
Lo Scamozzi, il Borisi, il dottor Sandrocca, la moglie, Miss
Green si voltarono a guardarlo a bocca aperta:
Veduto... che cosa?
Ma non gli diano retta, per carit!, esclam il senatore.
Allucinazione,  vero?, grid allora il Vernoni, una lieve psicosi beffarda e di sfida.
Psicosi... crisi isterica...; E come spiega lei allora che anch'io, 
sissignore, anch'io, L'altro giorno, verso sera ho udito, siSsignori, 
ho udito mentr'ero l solo, nella macchia, presso il Conventino, 
una musica... una musica di paradiso che partiva dalla chiesetta;
organo e arpe... melodia divina! Non l'ho detto a nessuno; lo dico adesso, 
perch son certo che la signorina Gilli, anche lei, ha udito. Per vergogna
sono stato zitto, vi giuro! perch ho avuto paura, s! s!, paura, e
sono Scappato via a gambe levate!
Oh la finisca, per favore, signor mio!,lo interruppe a 
questo punto l'albergatore, notando l'effetto che quelle parole
producevanO Sugli altri avventori. Lei vuol rovinarmi! Ma
scusi, sono pazzie! Non S' mai detto nulla di simile; nessuno ha
mai udito nulla! Fortuna che C' qui S. E dico l'onorevole senato-
re, un luminare della scienza, e anche un altro egregio dotto-
re, che,manco male, ride, guardino! ride, e ha ragione... 
proprio da ridere, caro signor dottore!, Una semplicissima crisi
nervosa.
Isterica, correSse il senatore.
Ecco, isterica. E quando lo dice lui!, concluse l'alber-
gatore. Che musica! che organo! che arpe! Andiamo tutti in-
sieme alla macchia. Far servir loro laggi la colazione; Un
luogo delizioso, siCurissimo; Apriremo la chiesa vedranno...
Ma l'organo c' davvero?, domand la signora Sandroc-
ca.
Non c', cio, s, C' e non c', rispose, confuso,
l'albergatore. Si figuri dopo tanti secoli, come ridotto... For-
se qualche topo. Via,  da ridere...  da ridere, non  vero, si-
gnori?
E rise , rise, e seguit anche a ridere il dottor Sandrocca
che rideva sempre; ma non risero gli altri, n mostrarono di gra-
dir la proposta di fare colazione l nella macchia del Conventi-
no. Quanto al senatore, volt le spalle, sdegnato, e and a sdra-
iarsi su la sedia di giunco sotto il faggio.
In quella sopraVvenne frettolosa e con insolita energia,
quantunque una gamba, forse per la sovreccitazione, le si fosse
come indurita, la vecchia signora Gilli in cerca dell'albergatore.
Non le garbava per nientissimo affatto, a lei, per nientissimO
affatto le garbava quella dichiarazione dell'illustre signor sena-
tore, la quale aveva tutta l'aria d'esser fatta per non danneggia-
re l'albergatore. Ma che crisi isterica d'Egitto, se la SUa figliuola
non aveva mai e poi mai sofferto di mal di madre? Si fa presto a
dire! Poi la taccia rimane; e commenti e malignazioni. No, no. Le
cose a posto! Voleva le cose a posto, la signora Gilli; che tutti
cio sapeSsero quel che era accaduto; poi saldare il conto e an-
dar subito via; subito, perch la sua povera figliuola tremava
ancora come una foglia, dallo spavento, e diceva che sarebbe
morta a rimanere ancora l, anche per una notte sola.
E la signora Gilli prese quindi a raccontare che la povera Nin
aveva proprio sentito sonar l'organo nella chiesetta del Conven-
tino.
Udite?, udite?;esclam allora, trionfante, Dionisio Ver-
noni.
La vecchia signora s'arrest, come intronata, a guardarlo e
gli domand:
Ma come? lei; Come l'ha saputo lei?
E il Vernoni:
Non l'ho saputo; L'ho supposto, signora! N'ero certo; pi
che certo; perch ho sentito anch'io!
Sgomenta e pur lieta, la signora Gilli batt le mani, esclamando:
Vedono dunque? E mica il signore qua pu soffrire di mal di testa.
Dionisio Vernoni non diede tempo agli altri di sorridere di
questa considerazione; incalz:
Organo e arpe?;
Arpe? Arpe, non so, rispose quella, atterrita dal modo
con cui il Vernoni la guardava. Dice organo Nin, 
e rimase meravigliata dapprima meravigliata che qualcuno
si fosse recato a sonare cos per tempo l, in quella chiesetta ab-
andonata. Non sospett proprio nulla di straordinario; tanto 
che s'accost per vedere... e allora... io non so, non so pre-
cisamente che cosa abbia veduto... non lo lascia intender bene
dice frati... dice processione... candele accese...
La vecchia signora Gilli lasci in sospeso il discorso, chiama-
ta in fretta da una cameriera, per una nuova convulsione di Ni-
n. E allora venne il momento del professor Dionisio Vernoni, a
cui tutti istintivamente si rivolsero. E il professor Dionisio Ver-
noni attaCc subito col suo solito fervore; e cominci a parlare
di occultismo e di medianismo, di telepatia e di premonizioni, di
Ipporti e di materializzazioni: e a gli occhi d suoi ascoltatori
sbalorditi popol di meraviglie e di fantase la terra che l'or-
goglio umano imbecille ritiene abitata soltanto dagli uomini e
da quelle poche bestie che l'uomo conosce e di cui si serve. Ma-
dornale errore! vivono, vivono sulla terra di vita naturale, na-
turalissima al pari della nostra, altri esseri, di cui noi nello stato
normale non possiamo avere, per difetto nostro, percezione; ma
che si rivelano a volte, in certe condizioni anormali, e ci riem-
piono di sgomento; esseri sovrumani, nel senso che sono oltre la
nostra povera umanit, ma naturali anch'essi, naturalissimi,
soggetti ad altre leggi che noi ignoriamo, o meglio, che la nostra
coscienza ignora, ma a cui forse inconsciamente obbediamo an-
che noi: abitanti della terra non umani, essenze elementari, spi-
riti della natura di tutti i generi, che vivono in mezzo a noi, e
nelle rocce, e nei boschi, e nell'aria, e nell'acqua, e nel fuoco,
invisibili, ma che tuttavia riescono talvolta a materializzarsi
Stizzito che il senator Reda non entrasse a discutere con lui,
per provocarlo, s'abbandon apposta ai pi fantastici voli, alle
pi ardite supposizioni,alle pi seducenti spiegazioni e, alla fi-
ne, proruppe in una carica a fondo contro la scienza positiva
contro certi cosidetti scienziati che non vedono una spanna oltre
i loro nasi (ripet quattro o cinque volte questa frase): frigidi
miopi presuntuosi, che vogliono costringere la natura ad assog-
gettarsi alle esperienze, ai calcoli dei loro gabinetti, sotto il cili-
zio dei loro strumentUcci e dei loro congegnucci miserabili.
Il senatore Romualdo Reda, zitto. Lo Scamozzi, il Borisi
Miss Green, la signora Sandrocca, quasi sbigottiti dalla violenza
aggressiva del Vernoni, allungavano di tratto in tratto uno
sguardo a spiarlo. zitto, impassibile, il senatore Romualdo Re-
da se ne stava disteso su la sedia a sdraio, sotto il faggio, con gli
occhi chiusi, come se dormisse. A un certo punto, quando parve
a lui, si alz e, senza dir nulla, senza guardar nessuno, con due
dita inserite tra i bottoni del panciotto, s'avvi tranquillo e gra-
ve, quantunque cos piccolino, per il viottolo che conduceva alle
macchie del Conventino.
Benedetto!,esclam l'albergatore, mandandogli un ba-
cio su la punta delle dita.
Poi, rivolto al Vernoni:
Lei, signor mio, dica pure quel che vuole:  padrone! Ma
guardi: la migliore risposta  quella l!;
E indic con la mano il senatore che scompariva pian piano
piccolino, sotto gli altissimi ippocastani in discesa.
Quando, gi a tarda sera, il professor Dionisio Vernoni e To-
rello Scamozzi, i quali cavallerescamente avevano voluto ac-
compagnare fino alla stazione di Valdana le signore Gilli e a
Valdana s'eranO poi trattenuti tutta la giornata, si ricondussero
stanchi e affamati all'alberguccio, in vetta al monte, vi trovaro-
no tutti gli altri ospiti come smarriti in un silenzio d'infinita co-
sternazione.
Il senatore Romualdo Reda non era ancora ritornato dalle
macchie del Conventino.
Dopo la paurosa aVventura oCCorsa a Nin Gilli e tutti i di-
scorsi che s'erano fatti nella mattinata, come spiegare quel ritar-
do del senatore, cos prolungato?
Leone Borisi s'affrett a ragguagliare i due amici; disse che
gi due camerieri erano stati spediti in cerca dell'illustre uomo,
ma che eran ritornati su senza averlo trovato; che poi l'alberga-
tore stesso, non ben sicuro che quei camerieri fossero veramente
arrivati fino al Conventino, c'era voluto andar lui, accompa-
gnato da un altro cameriere; e neppur lui lo aveva trovato. S'era
fatta allora la supposizione che, sdegnato dalla violenza del
Vernoni, il senatore avesse attraversato tutta la macchia e si fos-
se ridotto a piedi fino al vicino paesello di Sopri. Ma lo sguatte-
ro dell'albergo, spedito a Sopri a far ricerche, era ritornato or
ora senza n traccia n notizie, dopo aver girato,diceva, di
casa in casa tutto il paese.
Per amor di Dio, concluse il Borisi, non vi fate vede-
re; lei specialmente, professor Vernoni! L'albergatore ha un
diavolo per capello. Capacissimo di saltarvi al collo.
Vorr vederlo!, disse, cupo, il professor Vernoni.
Senta, signor mio, mi dispiacerebbe se qualcosa di grave fosse
accaduto al senator Reda. E malato di cuore. Ma una lezionci-
na, qualche sonatina d'organo, a certi scienziati, sa che bene
farebbe!
Poco dopo, l'albergatore, ritornato su dalla cantina con alcu-
ne torce a vento per un'ultima spedizione alle macchie, finse di
non accorgersi del ritorno del Vernoni e dello Scamozzi.
signori,disse, quasi con le lagrime a gli occhi, se vo-
lessero avere la bont di prestarmi aiuto.Invito tutti! 
Comprenderanno il mio animo, sotto una simile responsabilit.
E quantunque stanchissimi, il Vernoni e lo Scamozzi non se lo
fecero dire due volte. I tre camerieri e lo sguattero accesero le
torce a vento; e via, in otto, alla ricerca del piccolo senatore per-
duto tra i fitti ippocastani della macchia scoscesa.
Per quanto oppreSSi dalla costernazione e animati da ansioso
zelo, cedettero tutti alla CUriosit inquieta di spiar l'effetto stra-
no, fantastico, della macchia notturna al rossastro lume fumo-
r lento di quelle torce disperate. Sussultavano a ogni passo ombre
colossali. TUtti quei fUsti agili, dritti, slanciati al cielo, si tinge-
vano di sangue; e ora, per un attimo, pareva si schierassero di
qua e di l, come in parata, nella profondit della macchia, ora
che turbinassero tutt'insieme. E lo scricchiolare delle foglie sec-
che e gli stridi lontani degli scojattoli in fuga e degli uccelli feri-
vano i sensi divenuti aCUtiSSimi di quegli improvvisati esplorato-
ri notturni.
Pi volte l'albergatore propose di sbandarsi, magari a due a
due, per la macchia, essendo inutile cercare il senatore l per il
viottolo fino al Conventino. Ma neSsuno riusciva a staccarsi
dall'altro, per istintivo orrore, per non provar da solo l'assalto
di quelle insolite, violente impressioni.
Quando si giunse al Conventino, tutti gli occhi si volsero al
portone imporrito della chiesuola. Un brivido corse a tutti per
la schiena, allorch l'albergatore vi si appress e con una mano
lo spinse pi volte.
Chiuso!
Lo Scamozzi e il Vernoni proposero di cercar tra le rovine del
convento; ma l'albergatore aSSiCUr che gi l'aveva fatto lui con
la massima diligenza. Per la macchia, per la macchia piuttosto
bisognava cercare perch forse il senatore si era internato tra gli
alberi e poi non aveva saputo trovar pi modo a uscirne. Erano
in otto e avevano quattro torce! dunque, a due a due, pazienza!
una coppia qu, una coppia l, pian piano, con attenzione.
Cos fecero; e l'esplorazione dur per circa un'ora; qualche
fiaccola Si Spense e si pen molto a riaccenderla; poi l'orrore,
stesso del luogo, la stanchezza cominciarono a suggerire da un
canto men fosche Supposizioni; a ingenerar dall'altro la sfiducia
su l'esito dell'impresa. Si diedero la voce; si raccolsero di nuovo
sul viottolo, da cui neSsuna delle coppie S'era discostata di mol-
to; e facilmente s'accordarono tutti su la proposta di rimandar
la ricerca a domattina con la luce.
Gli otto della sera, questa volta, si misero a cercare ciascuno
per conto suo, e la macchia fu investigata tutta quanta, da ogni
parte, senza alcun frutto.
Alla fine, un grido! Veniva dalla radura, ov'erano le rovine
del Conventino. Accorsero tutti, trafelati, ansanti.
L, proprio sotto ai primi ippocastani, a una cinquantina di
passi dal Conventino giaceva il cadavere del senatore Romual-
do Reda, piccolo piccolo, disteso Supino, senz'alcuna traccia di
violenza addosso, anzi come se qualcuno l'avesse composto nel
sonno eterno, coi piedi giunti, i braccini distesi lungo la minu-
scola persona.
Rimasero tutti basiti a mirarlo.
Dall'alto delle corone di quegli ippocastani pendeva un esilis-
simo filo di ragno, che s'era fissato SU la punta del naso del pic-
colo senatore.                               
Di quel filo non si vedeva la fine.
E dal naso del piccolo senatore un ragnetto quasi invisibile,
che sembrava uScito di tra i peluzzi delle narici, viaggiava 
ignaro, su SU, per quel filo che pareva si perdesse nel cielo. 


