LUIGI PIRANDELLO.
Capannetta
Bozzetto siciliano





Un'alba come mai fu vista.
  Una bimba venne fuori della nera capannetta, coi capelli ar-
ruffati sulla fronte e con un fazzoletto rosso-sbiadito in testa
  Mentre andava bottonando la dimessa vesticciola, sbadigl a-
va, ancora abbindolata dal sonno, e guardava: guardava lonta-
no, con gli occhi sbarrati come se nulla vedesse
  In fondo, in fondo, una lunga striscia di rosso infuocato s'in-
trecciava in modo bizzarro col verde-smeraldo degli alberi, che
a lunga distesa lontanamente si perdevano.
  Tutto il cielo era seminato di nuvolette d'un giallo croceo, ac-
ceso.
  La bimba andava sbadatamente, ed ecco... diradandosi a po-
co a poco una piccola collina che a destra s'innalzava le si scio-
rina davanti allo sguardo l'immensit delle acque del mare
  La bimba parve colpita, commossa dinanzi a quella scena, e
stette a guardar le barchette che volavano su l'onde, tinte d'un
giallo pallido-
  Era tutto silenzio.--- Aliava ancorla dolce brezzolina della
notte, che faceva rabbrividire il mare, e s'innalzava lento, lento
un blando profumQ di terra.
  Poco dopo la bimba si volse--vag per quell'incerto chiaro-
re, e giunta sull'alto del greppo, si sedette.
  Guard distratta la valle verdeggianLe, che le .ideva di 50tto,
ed aveva cominciato a cantilenare una delicata canzonetta.
  Ma, ad un tratto, come colpita da uea, smise di cantare, e
con quanta voce aveva in gola, grid:
  --Zi' Jeli! Oh zi' Jee...
  E una voce grossolana rispose da laralle:
  --Ehh...
  --Salite su... ch il padrone vi vuolef...


  Frattanto la bimba ritornava verso la capannetta, a capo bas-
so.--Jeli era salito ancora sonnacchioso con la giacca sulPo-
rnero sinistrO e la pipa in bocca--pipa, che sempre lasciAva
dormire tra i denti.

  Appena entrato salut pap Camillo, mentre Mlia, la figlia
maggiore del castaldo, gli piant in faccia due occhi come saet-
te, da bucare un macigno.
  Jeli rispose allo sguardo.
  Era pap Camillo un mozzicone di uomo, grosso come una
botte.
  Mlia all'incontro aveva il volto d'una dama di Paolo Vero-
nese, e negli occhi ci si leggeva chiaramente la beata semplicit
del suo cuore.
  --Senti, Jeli,--disse Pap Camillo,--prepara delle frutta,
ch domani verranno i signori di citt.--Buoni, sai!... se no..
Come  vero Dio!...
  --Oh! sempre la stessa storia,--rispose Jeli,--e sapete voi
che queste le son cose da dire... e poi... a me!...
  --Intanto,--riprese pap Camillo--e prendendolo pel
braccio lo port fuori della capanna--intanto..., se un'altra
volta ti viene il ticchio di... Basta. Tu mi capisci...
  Jeli rimase come interdetto.
  Pap Camillo scese per la valle.
  Non si potea dar di meglio e il giovane salt alla capannetta.
  --Siamo perduti!--fece Mlia.
  --Sciocca!--disse Jeli,--se non ci riesco con le buone...
  --Oh! Jeli, Jeli che vuoi tu dire?
  --Come, non mi comprendi? Fuggiremo.
  --Fuggiremo?--disse la fanciulla, sorpresa.
   --O...,--soggiunse Jeli--e si mise la falce lucente attorno
al collo...
   --Mio Dio !--esclam Mlia, come se un brivido le corresse
per tutto il corpo.
   --A questa sera, bada, a sette ore!--disse Jeli e spar
   La fanciulla mand un grido.


   Abbuiava.
  L'ora stabilita si avvicinava, e Mlia pallida, pallida, con le
labbra come due foglioline di rosa secca, stava seduta dinanzi
alla porta.
  Guardava il piano verdeggiante che si inondava di buio--e
quando lontanamente la squilla del villaggio suon l'Ave, preg
anche lei.
  E quel silenzio solenne, parve divina preghiera di Natura!
  Dopo lungo aspettare Jeli venne. Questa volta avea lasciato la
pipa, ed era un poco acceso e molto risoluto.
  --Cos presto?--disse Mlia tremante.
  --Un quarto prima, un quarto dopo,  sempre tempo guada-
gnato--rispose Jeli.
  --Ma...
  --Santo diavolo! mi pare tempo di finirla con questi ma...
Non sai tu, cuor mio, di che si tratta?...
  --Lo so bene! lo so tanto bene...--s'affrett a rispondere
Mlia, che non poteva adattarsi a quella sconsigliata risoluzio-
ne.
  Frattanto un fischio lontano avvert Jeli che la vettura era
pronta.
  --Su via!--disse;--Maliella mia, coraggio! 1la gioja che
Cl chiama...
  Mlia mand un grido--Jeli la prese per il braccioe di cor-
sa...
  Come pose il piede nella carretta--A tutta furia!--grid.
  I due giovani si strinsero e si baciarono con libert per la pri-
ma volta.

*

  A nove ore pap Camillo ritorn dalla valle e fischi potente-
mente.
  Venne la bimba in fretta e prima che fosse giunta:
  --Dove  Jeli?--le domand;--hai tu vedutO Jeli?
  --Padrone!... padrone!...--rispose quella con voce ansan-
te, soffocata.
  --Che cosa vuoi tu dirmi? Mummietta!--rugg pap Camil-
lo.
  --Jeli...  fuggito... con Maliella...

   . . .
  E un suono rauco... selvaggio fugg dalla strozza di pap Ca-
millo.
  Corse... vol alla capanna: prese lo schioppo e fece fuoco in
aria. La fanciulla guardava tramortita.
  Era uno spettacolo strano la collera pazza di qnelluomo. Un
riso frenetico scatt dalle sue labbra e si perd in un rantolo
strozzato.--Non sapea pi quel che si faceva... E fuori di s
appicc il fuoco alla capannetta come per distruggere ogni cosa
che gli parlava di sua figlia.--Poi di corsa f~lriosa, con lo
schioppo in mano, via per il viale, dove forse sperava trovare gli
amanti.


  Per la lugubre sera sali~ano al cielo sanguigne qllelle lingue di
fuoco. . .
  Fumava la nera capannetta, fumava crepitando, come se col
lento scoppiettio volesse salutare la bimba, che pallida, inorridi-
ta, con gli occhi fissi la guardava.
  Pareva che tutti i suoi pensieri seguissero la colonna di fumo,
che s'innalzava dalla sua modesta dimora...
  Fumava la nera capannetta, fumava crepitando, e la bimba
stette muta a riposar gli sguardi sulla cenere cupa.

Palermo '83
La ricca





  Solevan le tre sorelle di Giulia Montana maritate cos senza
aspettar tempo e amore, secondo la lor condizione sociale e i be-
ni di fortuna, sparlare a preferenza della sorella rimasta nubile
ostinatamente, e sfoggiando sotto voce massime prudenziali co-
mentavan con amarezza le pi serie proposte di matrimonio da
lei respinte; e da buone figliuole, commiseravano il vecchio pa-
dre inasprito sempre e rigido, come di marmo, verso quell'ulti-
ma figlia, e anche lei, la povera Giulia, per quella sua disgrazia,
come esse dicevano.
  La disgrazia della povera Giulia era un amore indirizzato ma-
le, senza prudenza; un amore insomma che guardava in gi,
dalla ricca vettura padronale, tra le persone che vanno a piedi a
passeggio.
  Maria, la pi piccola delle tre, sospirava:
  --Rifiutar Nicola Pncamo! Peccato!
  Era Nicola Pncamo cognato della seconda sorella, della pla-
cida Anna; alto appena cinque palmi, gi quasi calvo a trent'an-
ni, e con certe gambette piccole come due dita, sempre aperte
per regger meglio il peso della pancetta precoce--tal quale, del
resto, il fratello Giorgio, il marito di Anna.
  --Follie! Dio voglia, non se ne debba mai pentire!--aggiun-
geva Elena, la maggiore.--Non  pi una ragazza, ormai: ven-
tisei anni e ancora cos! Sarebbe stata una fortuna per lei e pel
babbo.
  Anna era sempre per pigliar parte alla conversazione; ma i
suoi occhi azzurri ombreggiati da lunghe ciglia bionde si volge-
vano involontariamente a quella delle due sorelle, che aveva ta-
ciuto, e pareva con quel placido sguardo le permettesse di dir
ci che doveva dir lei, assentendo col capo e con un sorrisetto
costante a ogni frase, come se fosse sua, e ripetendone di tratto
in tratto, quasi macchinalmente, le ultime parole: Ventisei an-
ni... Una fortuna per lei e pel babbo.
  --Per chi, poi? Per Enrico Santagnese!--inveiva Maria, la
pi accanita, aprendo il fuoco contro quel povero Enrico amato
dalla sorella. Ma, alla fin fine, come se tutte e tre avessero piet
della magrissima persona del giovine, non lo mordevano a san-
gue abbastanza! Ahim, di sangue, ne mostrava tanto poco quel
poveretto, sempre pallido, sempre malaticcio. Poi, con lui, con
le sorelle di lui, prima che il padre, Carlo Santagnese, uno dei
pi ricchi armatori siciliani, perdesse tutta la fortuna, erano sta-
te tanto tempo vicine di casa, amiche d'infanzia, compagne di
cari giuochi.
--S' ridotto a far l'agente di navigazione, ora!
  --L'agente di navigazione...--ripeteva Anna, rigirandosi
continuamente gli anelli intorno alle dita.
  --Vive alla giornata, poveretto, e gli tocca per giunta mante-
ner la madre e le sorelle, si sa!
  Non s'affacciavano per all'idea che Enrico Santagnese si fa-
cesse amar da Giulia per la dote: no! dicevano solamente, che
per quanto egli non ci pensasse, pure quella piccola appendice
all'amore, via, non gli avrebbe mica fatto dispiacere. Naturale!
Ma anche con la dote, come avrebbero potuto vivere in citt,
frequentar la societ? Senza dubbio, coi gusti di Giulia, si sa-
rebbero creati presto degl'imbarazzi. Era dunque ammissibile?
--Non era ammissibile.
  --Alla fin fine, poi--ripigliava Elena--sarei curiosa di sa-
pere, che trova Giulia di straordinario in Enrico. Brutto non ,
 vero; ma Dio mio! pare un cristo spirante...
  --Antipatico--si contentava di aggiungere Anna.
  E Maria:
  --Un cuoricino cos! Senza spirito, senza fiato... Buono, po-
veretto; ma un fil di paglia--insipido. Datemi pure addosso,
io, sentite, per me quei capelli d'oro matto non li ho potuti mai
soffrire... Ma gi, ha pure gli occhi neri, dunque: tipo di bellez-
za!
  Dal canto suo Felice Montana, il padre, duro e inflessibile,
rompeva il cupo silenzio abituale per dire:--Finch io vivo,
non lo sposer!
  E pareva che queste parole gli restassero incise tra le ciglia
sempre aggrottate.


  Della velata commiserazione delle sorelle, dell'assoluta oppo-
sizione del padre si nutriva, per dir cos, l'amore di Giulia Mon-
tana per Enrico Santagnese: era forza di quell'amore l'irritazio-
ne prodotta dall'invincibile ostacolo.
  Alla rigida e chiusa inflessibilit del padre, Giulia opponeva
la sua non men rigida e chiusa.
  Tra loro due rimasti soli in casa da sei anni, non si scambiava
mai una parola pi del necessario. Egli attendeva come sempre
alla direzione degli affari di banca e dei negozi di zolfo; ella a le
abituali occupazioni: la pittura, la musica, la lettura, il ricamo.
  Dopo il rifiuto opposto alla domanda del Pncamo, il padre
non le aveva pi comunicato nessun'altra domanda. Eran venu-
ti allora a un'aperta spiegazione.
  --E inutile parlarne. N il Pncamo, n altri! Non voglio
sposare, non sposer mai nessuno--aveva dichiarato Giulia.
  --O Enrico Santagnese...
  --O Enrico Santagnese, o nessuno.
  Liberissima di farlo, le aveva risposto il padre; la legge ormai
le permetteva di ribellarsi all'autorit paterna: liberissima! egli
per non le avrebbe dato un soldo di dote: la legittima, alla sua
morte; il consenso, mai!
  Da quel giorno Giulia s'era chiusa tutta in se stessa, in uno
stato d'animo sempre uguale, inalterabile, senz'aspettativa per
nessuna evenienza.
  Non vedeva che rare volte Enrico Santagnese, o a passeggio,
dall'alto della sua carrozza, lungo il viale del Giardino Inglese;
d'onde Enrico, tra gli alberi, salutava costantemente il vecchio
banchiere, senza aver mai risposta al saluto, o in certi pomerig-
gi, lungo il Corso Scin, mentr'ella stava alla fnestra.
  Erano incontri, sguardi fuggevoli, miti come una domanda
ansiosa e sommessa da parte d'Enrico; fermi, quasi solenni, da
parte di Giulia.
  Ancora?, chiedevan gli occhi d'Enrico.
  Ancora!, rispondevan quelli di Giulia, pieni di cuore e
d'impero.
  Ella amava cos, da undici anni, il suo mite adoratore. Era un
amor misto d'orgoglio e di piet, quasi: orgoglio di s, piet di
lui. Certarnente, neppur l'ombra della sentimentalit, in lei, del-
le solite scipite storie d'amore. Giulia Montana amava il lusso e
la ricchezza, compresa della signoria che l'uno e l'altra danno
usati con arte e con gusto; amava la societ delle persone del
suo ceto, pur giudicandole, la maggior parte, sciocche e banali,
e subendo come una legge le affabilit affettate, i vani orgogli
mondani. Era, per esempio, un conforto per lei il pensare che
Enrico Santagnese tornando ad esser ricco come una volta,
avrebbe saputo vivere e spendere da gran signore. Molti, e fra
questi i suoi parenti, avevan di lei il concetto che fosse una crea-
tura fredda, impassibile; ma a torto. Certe volte, pareva vera-
mente ch'ella si fosse imposta unaparte, e che la rappresentasse
sempre, in casa e fuori; finanche a se stessa; pareva che mai nes-
suna meraviglia esistesse per lei, n per gli occhi, n per l'anima.
Signora sempre di s e dotata d'una percezione straordinaria,
penetrava tutto, tutti eran come fanciulli in faccia a lei. Impos-
sibile dire una cosa ch'ella quasi non prevedesse. Entrando in
una sala, sapeva e mostrava di sapere che molti pensavano a lei,
che tutti l'aspettavano, che procacciava a tutti un piacere con la
sua presenza; quantunque nessuno forse trovasse amabile il suo
contegno pi tosto serio, non sciolto certo, n leggiadro. Ma il
fascino traspirava dalla sua anima chiusa, come un liquido odo-
re dai pori d'un'ampolla suggellata.
  Quel profumo d'eleganza ch'ella spargeva nelle sale della so-
ciet per riceverne in ricambio un trionfo mondano, i suoi
trionfi la rallegravano per soltanto pel fermo pensiero, ch'ella
aveva di lui, d'Enrico Santagnese, e perch anche di ci poteva
fargli sacrifizio.


  Or da qualche tempo Felice Montana si mostrava molto pi
cupo del solito, e pi profonda era divenuta l'impronta, cui
l'indole taciturna e meditativa gli aveva inciso tra le ciglia. Se ne
stava spesso seduto con gli occhi chiusi a escogitare evidente-
mente qualche nascosto rimedio; e pareva in quei momenti che
le lunghe ciocche lievi dei bianchi capelli gli si sollevassero sul
capo per la tensione della fronte fieramente contratta. Non era
certo il pensiero della figlia, n l'ostinazione di lei, che lo tene-
vano cos preoccupato.
  E la figlia se n'era accorta, e lo spiava con gli occhi penetran-
ti, in preda a una vaga inquietudine.
  Di casa ormai non si usciva pi come prima, quasi tutti i gior-
ni. Giulia aspettava fino a tarda notte, leggendo nella sua stan-
za, di cui lasciava aperto l'uscio a bella posta, con le tendine ti-
rate sui bracciuoli, che il padre uscisse dal suo studio. Lo vede-
va passar curvo, nella ricca veste da camera, con le mani dietro
la schiena, e la testa china sul petto; ma non osava andargli in-
contro e parlargli. Udiva richiuder l'uscio della stanza di faccia,
e sospirava e stava incerta a pensare, dimenticando il libro e l'o-
ra tarda.
  Una notte Felice Montana, invece di recarsi nella sua stanza
entr in quella della figlia. Giulia si alz stupita. Il padre si arre-
st in mezzo alla stanza, lev la testa e le disse:--Siedi--come
se quel movimento l'avesse disturbato. Un farfallone vellutato,
nero, destato dall'improwiso alzarsi di Giulia, si mise a svolar
pazzamente urtando contro il globo opaco della lampa sul tavo-
lo. Anche di ci s'infastid evidentemente il vecchio; aspett che
il farfallone si quietasse di nuovo, poi parl:
  --Andiamo male--disse, scuotendo il capo.--Possibile? A
conti fatti, l'esportazione dello zolfo  stata molto meno di tutti
gli altri anni. Ho verificato sui libri di cassa. Appena la terza
parte. Lo zolfo ormai si d come pietra vile; non ha pi prezzo.
Nell'interno, c' della gente che muore di fame. Colpa un po' di
tutti, nostra specialmente; l'ho predicato sempre. Nella zolfara
grande di San Cataldo ho dovuto far sospendere i lavori d'e-
strazione. Che ce ne facciamo di tutto questo materiale inutile,
che ci pesa sullo stomaco? Non si ricavan pi neppure le spese!
Ma questo  ancor nulla; non  di ci che mi preoccupo. C' di
peggio.
  Parlava come a se stesso, come continuando un pensiero nato
nel suo studio, e l'esponeva cos senza schiarimenti, per nulla
dubitando che la figlia non l'intendesse.
  --Circolano gravi notizie intorno alla compagnia di naviga-
zione La Trinacria. Le credo ancora infondate. Mene, io dico,
della nuova compagnia che vorrebbe impiantarsi. Per comin-
ciano a inquietarmi, lo confesso.
  Tacque, pensando; si pass forte una mano sulla fronte, poi
scrollo le spalle e disse piano, andandosene:--Sarebbe la mia
rovina.
  Giulia rest perplessa, in piedi, presso il tavolo, guardando.
Soprappresa cos, non aveva capito nulla, aveva colto soltanto
le ultime parole mormorate dal padre nell'andarsene: la mia ro-
vina. Quando si riebbe da quell'insolito stordimento, and fino
all'uscio, guard fuori nell'andito: buio e silenzio; l'uscio della
stanza del padre, chiuso. Un'apparizione? pens. La mia rovi-
na! aveva detto cos. Com'era venuto da lei, perch? che aveva
voluto significarle, con quelle parole?
  --Soffre molto!--esclam forte, e subito si stup della sua
voce, come fosse uscita d'un'altra persona nella stanza.--Deve
soffrir molto--ripet piano, con gli occhi fermi in un punto.
Quelle ultime parole le tornavano insistenti dalla memoria alle
labbra, come per esser riflesse col suono sulla coscienza ancora
ottusa: la mia rovina!... Ia mia rovina!...
  Sedette, appoggiando i gomiti sul tavolo e la testa tra le mani;
lesse cos, macchinalmente, alquanti righi sul libro che le stava
aperto sotto gli occhi, quasi costretta e legata dal candor della
pagina rischiarata dal lume; poi si scosse e con una mano scost
stizzita il libro. Quell'atto la distrasse mornentaneamente, ed el-
la vago col pensiero, come in sogno.
  Era un giorno grigio, autunnale. Anda-~a con la vecchia go-
vernante per via del Borgo Nuovo. Presso Santa Lucia, la chie-
setta sul mare, si sent chiamare dall'alto, da una finestra. Una
voce esile nel vento. Si volse. Non avrebbe voluto salire, a nes-
sun patto; ma come dir di no? Avrebbero potuto credere che lei,
ricca, disprezzasse ora l'amicizia e la casa dei poveri. Del resto,
a quell'ora lui non era in casa certamente.

  Ah, se il babbo venisse a saperlo!, si diceva turbata salen-
do la scala dei Santagnese.
  E sentiva ancora, nella visione, il turbamento e il disagio nel
salir quegli scalini dal bigio intonaco, dall'alzata troppo alta,
polverosi. E le ritornava anche in mente, come una puntura, il
rimprovero, che allora faceva a se stessa: Se il babbo venisse a
saperlo! .
  Rivedeva oppressa lo squallore di quelle pareti nude, la pove-
ra suppellettile smarrita quasi sul pavimento rifatto di fresco
con mattoni di terracotta ancora imbrattati di calce qua e l; la
malinconia delle pretenziose tendine di juta agli usci e a quei
balconi, pei quali pareva entrasse nella stanza tutto il mare di-
nanzi, e tutto il cielo grigio e palpitante; e l'imbarazzo, l'imba-
razzo di quelle povere fanciulle, le sorelle d'Enrico, e della vec-
chia madre, che sbucavano ad una ad una, sorridenti e impac-
ciate, da una stanza contigua, dove certamente eran corse a
mettersi in fretta chi un grembiale pulito, chi uno scialletto di
lana trapunto, chi un fazzoletto a fiorami, per accogliere decen-
temente l'ospite ricca, l'antica compagna.
  Poi, tutt'a un tratto, sopraggiungeva Enrico. Ed ella rivedeva
lo stupore in quel volto pallido, in quegli occhi dolenti, e il sor-
riso timoroso, impercettibile, quasi una contrazione di meravi-
glia. Adesso, adesso capiva le parole ch'egli le aveva dette allo-
ra, e ch'ella nel turbamento, nell'ansia d'andar via, di scappar
da quella casa, aveva appena udite. Si, Enrico le parl della
compagnia di navigazione La Trinacria; ella rammentava bene.
Capiva adesso anche il turbamento del padre, l'apparizione di
lui nella sua stanza, tutto, tutto.
  Per quella notte non pot chiuder occhio.
  Dopo qualche settimana Felice Montana ricevette una lettera
di Enrico Santagnese, in cui questi, chiedendo ripetutamente ve-
nia dell'ardire che si prendeva ecc. ecc., lo scongiurava di di-
sfarsi al pi presto possibile, anche con perdita del settanta per
cento, di tutte le azioni sulla Compagnia La Trinacria. Ma lo
stesso giorno in cui gli pervenne questa lettera, il Montana fer-
mo nel convincimento, che una Compagnia di quell'importanza
non potesse rovinar cos, da un giorno all'altro, senza gravi
cause apparenti; incoraggiato e tradito da persone di sua fiducia
addette alla Compagnia, aveva dato all'amministrazione quat-
trocento rnila lire, sperando di rialzarne il prestigio.
  Dopo tre giorni la Compagnia dichiarava il fallimento, e il
Montana rovinava con essa. Al povero vecchio restava appena
da viver ritirato con la famiglia. Fu quasi per ammattirne; si
volle sbarazzar di tutto al pi presto, della casa sontuosa, della
rimessa: licenzi servi, come se in preda a una febbre smaniosa
vedesse negl'improwisi risparmi la sua salvezza.
  --Sai? disse alla figlia. Il tuo Santagnese mi aveva messo in
guardia con una lettera. Ora puoi sposarlo, se vuoi. Cos lo rin-
grazieremo.. .
  E rise orribilmente.


  Le carrozze se l'eran porta~e via, una dietro l'altra, chiuse e
coperte come carri funebri, sOttO il piovoso mattino invernale.
Oh quell'ultimo romor cupo di ruote sul lastrico, nel trarle dalle
rimesse nel cortile!
  Giulia assisteva a tutto, guardando dietro i vetri della fine-
stra.
  Anche gli otto cavalli i pi belli della citts'eran portati
via, mossi per due, lungo il viale ancor bagnato dalla notte. I
superbi animali se n'erano andati battendo la coda, quasi bal-
lando sulle lucide anche, erte le orecchie e impettiti nella coper-
ta di biondo albagio. Carrozze e cavalli passavan coi cocchieri e
coi mozzi nelle stalle e nelle rilllesse di altri signori.
  Quanti viandanti si ferma~lan ad ammirar quei cavalli, a
guardar poi la casa dei Montana! Alcuni scuotevan la testa; al-
tri poi passavan dritti, per gliffari loro, ignari o non curanti.
  E Giulia vi si guardava intorn con occhi, che parevan gonfii
ancora d'un sogno lacrimoso.
  --Piano! Piano!--udiva dalla stanza vicina.--Bada allo
specchio! Cos... Scosta quellpoltrona! Orai... Piano! Ah,
come si sta comodi qui!
- Qualcuno si sedeva sulla poltrona, sbuffando, ed esercitan-
done le molle, villanamente.
Smantellavan di l la gran s~Iaportavano via tutto!
  Giulia vi si recava ogni tanto, come in sogno, per salvar qual-
che oggetto caro dalla rovina; ma ogni volta rientrava nella sua
camera pi smarrita, senza l'oggett- Si affacciava all'uscio del-
la sala, e s'arrestava. Tutta 1mobilia smossa, in mezzo alla
stanza; gli usci, le finestre, senza tende; le seggiole appajate,
una sull'altra, e della paglia stesa sul tappeto, e trucioli di paglia
dappertutto, sulle poltrone, s-li sof--- Le sue carte da musica?
Ah quelle no! quelle no! Il pianoforte non c'era pi. E i grandi
piatti dipinti da lei? e i due tar~lburelli? Anche quelli?--Le ve-
nivan le vampe al viso; chiama~'a la vecchia governante: era an-
data via anche lei?
  Si chiudev a chiave in camera sua- Ma neanche qui si sentiva
pipadrona. Andava in su e in gi, con la testa bassa; s'arresta-
va a un tratto colpita dalla supersona, dalla sua veste bianca
riflessa crudamente da uno specchio in ombra, che scendeva gi
fino a terra; si guardava attorno, e altri due lunghi specchi la ri-
flettevano nello stesso atteggiamento smarrito. Allora andava a
sedere sulla poltrona accanto al letto dal gran parato a padiglio-
ne; chiudeva gli occhi ed aveva la sensazione del vuoto, come se
la casa le crollasse sotto i piedi. S'afferrava ai bracciuoli della
poltrona, restringendosi indietro, contro la spalliera, e guarda-
va innanzi a s, con gli occhi ingranditi, stranamente appuntati.
  --Nulla! pi nulla!--mormor, e due lacrime calde le sgor-
garono dagli occhi sempre fissi in un punto, e le scesero lenta-
mente, lentamente per le guance. Il suono della sua voce l'aveva
intenerita.
  Non la casa soltanto crollava, crollava anche il suo sogno,
l'amore. Ella aveva sognato di dare, di regalare il suo corpo ma-
gnifico e la sua ricchezza al mite adoratore. Or rovinavano tutti
i progetti, cui la sua ricchezza aveva generosamente fabbricati,
cui gli ostacoli avevano afforzati. Con la dote andava via anche
l'amore. Rivide per un istante la povera casa dei Santagnese, al
Borgo Nuovo, come in quel giorno grigio, autunnale.
  --Entrare in quella casa? No, no, giammai. Entrarvi cos,
senza portarvi nulla, grata al marito della fede mantenuta, della
costanza provata, e viver l, come le sorelle Santagnese, tra
quelle pareti nude, col mare grigio in casa e la polvere della stra-
da--ah, impossibile! impossibile!
  Avrebbero avuto gli occhi d'Enrico Santagnese come nei
giorni contrastati, lungo il viale del Giardino Inglese, mentr'ella
passava superba nella ricca vettura, accanto al padre, la doman-
da ansiosa e sommessa:Ancora?.
  Oh, s! certo! ma a che scopo, ormai? Giovine, no, ricca,
neppure; e allora perch?


  Due mesi dopo la completa liquidazione della casa Montana,
Enrico Santagnese domand formalmerlte la mano di Giulia. Il
vecchio s'affrett a comunicare alla figlia la domanda, che cre-
deva attesa con impazienza.
  Giulia Montana rispose:--no.
L'onda





  Era Giulio Accurzi, come si suol dire in societ, un bel giovi-
ne: trentatr anni, facoltoso, elegante, non privo di spirito. Go-
deva poi, nel concetto degli amici, d~una specialit: s'innamora-
va costantemente delle sue inquiline.
  Possedeva una casa a due piani: affittava il primo, a cui era
annesso un terrazzo, che dava su un grazioso giardinetto riser-
bato per un'angusta scala interna al secondo piano; abitava in
questo con la madre paralitica, relegata da parecchi anni in pol-
trona.
  Di quando in quando gli amici lo perdevan di vista, e allora si
poteva ritenere con certezza, che l'ingegnere Giulio Accurzi s'e-
ra gi messo a far l'aggraziato con la filia hospitalis del piano
inferiore.
  Eran per lui questi amoreggiamenti come uno dei comodi del
suo bene stabile. L'inquilino padre notava, con compiacenza, la
squisita educazione e le premure del padron di casa; la figlia
non sapeva mai bene, se quelle premure fossero veramente ef-
fetto della squisita educazione, come argomentava il padre, o
dell'amore, come a lei era parso qualche volta di dover capire.
  In ci l'ingegnere Accurzi dimostrava davvero del talento.
  Nei primi mesi della locazione egli civettava dal balcone sul
terrazzo; ed era il primo stadio, detto: dell'amore in gi. Poi
passava al secondo stadio: deU'amore in su, cio dal giardino al
terrazzo; e questo soleva accadere sull'entrare della primavera.
Allora egli mandava in regalo col vecchio giardiniere dei fre-
quenti mazzi di fiori al primo piano:iole, geranii, lill... Tal-
volta si spingeva fino a lanciar lui stessO dal giardino, con molto
garbo, qualche magnifica alba plena alle due rosee mani tese in
alto e aspettanti. E la luna soleva assistere dall'alto a queste sce-
ne, e Giulio Accurzi si chinava per chiasso a carezzar l'ombra
della fanciulla projettata dal terrazzo sull'arena dorata del giar-
dino. La fanciulla, dalla balaustrata di marmo, rideva sommes-
samente e dimenava la testa, o si tirava indietro d'un colpo per
sfuggire con l'ombra all'innocua carezza- Ma tutto doveva finir

           L'ONDA                                   21 1

l, o altrimenti la scappatoja era pronta. Egli, dispiacente, an-
nunziava al padre, che col nuovo anno era costretto a rincarar
la pigione. I suoi contratti con gli inquilini avevan tutti la du-
rata d'un anno.
  Prima che sua madre s'ammalasse cos gravemente, Giulio
Accurzi non aveva mai pensato sul serio a prender moglie.
  --Eppure tu saresti l'ideale dei mariti!--gli dicevano gli
amici.--Tu cerchi la comodit nell'amore. Riduci i due piani a
un piano solo.




  Quando la signora Sarni con la figlia venne ad abitare nel pri-
mo piano, Agata era da tre anni promessa sposa a Mario Cor-
vaja, il quale allora si trovava in Germania a perfezionare i suoi
studii di filologia. Quel fidanzamento aveva avuto tristi vicen-
de, e pareva che il giorno delle nozze si perdesse ancora tra le
nebbie dell'incertezza. Mario Corvaja,  vero, sarebbe ritornato
tra breve dalla Germania; ma chi sa quanto tempo ancora
avrebbe dovuto aspettare un concorso per qualche cattedra di
filologia all'Universit.
  Giulio Accurzi ignorava tutto ci, per non sapeva rendersi
ragione dell'aria dolente della signorina Sarni. La vedeva di ra-
ro sul terrazzo, al vespero, pallida, con sulle spalle uno sciallet-
to di color roseo mitissimo, e la veste nera.
  Dal balcone studiava ogni menomo atto di lei. Ella si fermava
di preferenza a guardar due canerini in una gabbia sospesa a un
palo del terrazzo; quelle due bestioline cantavano allegramente
tutto il giorno; o si fermava ad osservare i vasi di fiori allineati
sulla balaustrata di marmo, dei quali la madre, donn'Amalia
Sarni, aveva straordinaria cura. La fanciulla raccoglieva due
tre violette, poi si ritirava, come tenuta da altri pensieri, senza
gittar mai uno sguardo al giardino sottostante, n levar gli oc-
chi, sia pur di sfuggita, al balcone, dove l'ingegnere Accurzi,
tosserellando di tanto in tanto, o smovendo a posta la seggiola,
si s~ruggeva di smania e di stizza per la noncuranza di lei.
  Quelle violette chiuse in una lettera, schiacciate da tanti bolli
postali, dovevan correre molta terra, andar lontano, lontano,
fino ad Heidelberg sul Reno, lass... Che ne sapeva Giulio Ac-
curzi?
  Egli era incantato della pace soavissima che regnava in quella
casa, al primo piano, piena di fiori freschi e di luce, una pace e
un silenzio quasi conventuali. Donn'Amalia, alta e magnifica
dalla faccia placida e ancor bella, non ostante i sessant'anni, at-
tendeva con passo pesante, senza mai scomporsi, alle faccende
di casa; poi, sul vespro, ai fiori, come la mattina alle pratiche
religiose, perch ella era molto divota.
  La figlia conduceva altra vita. Si levava tardi da letto, sonava
un pG' il pianoforte, pi per distrazione che per diletto; poi, do-
po colazione, leggeva o ricamava; la sera, o usciva un po' colla
madre, o rimaneva in casa a leggere o a sonare: non chiesa, n
faccende domestiche, mai. Tuttavia, tra madre e figlia, un per-
fetto accordo, una tacita intesa, sempre.
  Ogni tanto, il silenzio della casa era turbato dalla venuta del-
l'altra figlia della signora Amalia, maritata con Cesare Corvaja,
fratello di Mario. La sposa portava sempre con s i suoi due
bimbi, a cui la zietta faceva un mondo di feste.
  Allora soltanto, senza saper perch, l'ingegner Accurzi, tappato
tutto il giorno in casa, sentiva aprirsi il cuore alla gioia: vedeva dal
balcone i bambini e la signorina Sarni irrompere sul terrazzo,
sentiva i sorrisi, il suono carezzevole della voce di lei; la vedeva
chinarsi innanzi ai nipotini, che le saltavano al collo pieni di de-
sideri e di moine; e sorrideva, guardando, lietissimo, beato.
  --Il babbo dov', Ror?
  --Lontano... lontano...--rispondeva Ror, stringendo gli
occhi e strascinando le due parole col musino in fuori.
  Cesare Corvaja era primo macchinista sui vapori della Com-
pagnia di Navigazione Generale Italiana, e faceva i viaggi d'A-
merica.
  --Che ti porta il babbo, Mim, quando ritorna?
  --Tante cose...--rispondeva placidamente Mim.
  Nel frattempo, dentro, la madre e la figlia maggiore parlava-
no di Agata, della mutata indole di lei dopo la promessa di ma-
trimonio, e specialmente dopo la mortale malattia superata a
stento, merc le cure dei parenti di Mario Corvaja.
  --Ostinata!--sospirava la madre.--Non vuol sentir ragio-
ne; non vuol capire... Eppure s' accorta, ch'egli non l'arna
pi! Certe notti la sento piangere sommessamente... Mi si rom-
pe il cuore, credimi; ma non so dirle nulla. Ho sempre paura,
non le ritorni quel brutto male...
  --Che pazzia! Che disgrazia!--esclamava dal canto suo la
sorella, contraria fin dal principio a quel progetto di nozze.
  Che sapeva di tutto ci Giulio Accurzi intento allora a com-
piacersi dal balcone delle carezze di Agata ai bimbi, e delle moi-
ne di questi alla zietta?


III.
Sul finir dell'estate Agata s'ammal gravemente. Gi ella
s'anneghittiva di far qualunque cosa. La pena chiusa, la chiusa
malinconia a poco a poco s'eran disciolte nel tedio. Rimaneva
pi del solito a letto, sveglia, con la mente vuota; aveva perduto
affatto l'appetito, e non ascoltava pi n gli incitamenti, n i
conforti, n le lagnanze della madre o della sorella.
  Giulio Accurzi, allarmato dalle gravi notizie recategli un gior-
no dal suo vecchio giardiniere, si spinse fino a interrogar per le
scale il medico. La risposta di questo lo turb doppiamente: egli
apprese soltanto allora che la signorina Sarni era promessa spo-
sa, e che s'attendeva fra giorni il fidanzato, vista la cattiva piega
che pigliava la malattia.
  --Ah,  fidanzata!
  Da quel giorno egli non ebbe pi pace; voleva a ogni costo
convincersi ch'era sciocco addirittura interessarsi tanto della
salute d'una sua inquilina. Costringeva se stesso a uscir di ca-
sa; ma metteva due ore a vestirsi, dovendo ogni tanto affacciar-
si al balcone a spiare, se qualcuno si facesse al terrazzo sottopo-
sto. Perch? Non lo sapeva lui stesso! Certo, non per domandar
notizie di lei: non gli sarebbe parso ben fatto. Forse per scoprire
dall'atteggiamento di qualche volto lo stato della malattia. E
ogni volta, per imporre un termine a quell'aspettativa, ch'egli
pur riconosceva puerile, ricorreva a un'altra puerilit: si mette-
va a contar fino a cento.
  --Se nel frattempo nessuno s'affaccia, me ne vo...
  E cominciava lentamente:
  --Uno... due... tre...
  Poi, nel contare, s'astraeva, e soltanto le labbra continuava-
no a mormorare i numeri. Talvolta, col cappello in capo, gi
pronto per uscire, giungeva a contare fino a trecento; alla fine si
stancava, e infilava la porta. Doveva far violenza a se stesso per
non fermarsi a origliare sul pianerottolo del primo piano. Per
via, schivava gli amici,non riusciva a distrarsi. Gironzava un
po' senza direzione, annoiatissimo; e alla fine, come spinto da
un subitaneo pensiero, ritornava frettolosamente sui proprii
passi.
  Forse a quest'ora sar arrivato!
  Egli aspettava con ansia il fidanzato di Agata. Si struggeva
dalla smania di vederlo, di conoscerlo, senza saper chiaramente
il perch di quella sua curiosit.
  La madre, per quanto ormai non s'interessasse pi di nulla,
gi stanca di tutto, finanche d'aspettare e di chiamar la morte,
s'era accorta del cambiamento del figlio; e un giorno gli disse:
  --Giulio, non far pazzie!
  --Che pazzie, mamma!--rispose l'ingegnere Accurzi, a cui
ormai recava pi irritazione che piet il modo di parlare della
madre, il tono della voce e il movimento della testa.
  E pure, una pazzia forse l'aveva commessa. S: lo riconosceva
egli stesso, e n'era turbato. Aveva fermato per la scala anche la
sorella d'Agata, Erminia, e dal modo come le aveva parlato, te-
meva non avesse ella potuto sospettare ch'egli fosse cos insen-
sato da accarezzar delle idee sulla sorella promessa a un altro.
  Chi sa che avr pensato di me! Sciocco...
  Egli, in fondo, non voleva convenir con se stesso d'essere in-
namorato della signorina Sarni.
  Tra me e lei non c' stato mai nulla...
  E allora si sforzava di pensare ad Agata, come a una persona
qualsiasi, per la quale si sentisse soltanto piet sapendola in
condizioni gravi di salute.
  Povera signorina! si diceva Cos buona!... E quell'imbe-
cille che non torna! Se tarda ancora, non la rivedr...




  Il viavai per la scala divenne vieppi frequente. Giulio dal
pianerottolo superiore, curvo sulla ringhiera, spiava chi saliva e
chi scendeva. Altri medici erano accorsi al letto della malata,
due suore di carit, poi un vecchio alto dalla lunga barba bian-
ca, don Giacomo Corvaja, venuto espressamente dalla campa-
gna. Giulio apprese che l'acuto della malattia era superato, ma
che tuttavia la malata, vinta dall'estrema debolezza, era in pre-
da a furori isterici che la rendevan quasi pazza...
  --S' tagliati, tartassati i capelli!... Non si riconosce pi...
--gli aveva detto la serva.--Chiama sempre il fidanzato... Pa-
re che egli non voglia pi tornare... Se vedesse, che spettacolo
gi...
  Non vuol pi tornare? Come! La lascer morire cos?, pen-
sava Giulio, struggendosi dentro.
  La porta del primo piano s'apriva di tanto in tanto rumorosa-
mente, e qualcuno ne usciva lanciandosi a precipizio per la sca-
la; Giulio si destava di balzo dalle sue fantasticaggini, impallidi-
va...
  Che sar awenuto?... Muore?...
  Ecco altra gente sul pianerottolo, gi; donn'Amalia, Erminia
dai volti disfatti... Chi s'attende? S' fermata una vettura di-
nanzi al portone. Ecco,  lui, Mario Corvaja, il fidanzato! Gli 
accanto quel vecchio alto, dalla lunga barba bianca, il padre.
Finalmente  tornato!
  --Ebbene, come sta?--chiede Mario con ansia alla madre
di lei, pallido, con le ciglia aggrottate. Poi tutti rientrano, e la
porta si richiude.
  Dove mai Giulio aveva udito quella voce? S, egli conosceva
di vista Mario Corvaja. Era dunque colui il fidanzato di Agata?
E che avveniva laggi, in quel momentb, nella camera della ma-
lata? Giulio si sforz a imaginare quella scena d'arrivo. Dopo
un'ora all'incirca egli vide uscir Mario Corvaja col padre. Lo
segu con gli occhi, dal balcone, lungo la via piena di sole. Dove
si recava? Perch gestiva cos vivacemente parlando col padre?
E aveva lasciata cos presto la malata? In che condizioni era el-
la?
  Sul far della sera Giulio vide don Giacomo Corvaja ritornare
in casa Sarni senza il figlio. Seppe dopo, che Mario era ripartito
per Roma lo stesso giorno dell'arrivo. Il suo ritorno dunque era
stato come un'apparizione. Il domani Agata con la madre e con
don Giacomo Corvaja part per la campagna.
  Giulio Accurzi indovin che il progetto di matrimonio tra
Mario Corvaja e Agata Sarni era andato a monte. Che era avve-
nuto? Ella s'era ammalata per lui, ed egli l'aveva abbandonata!
Perch dunque? Che pretendeva di pi quello sciocco? Come
non amare una creatura, che a lui, Giulio Accurzi, pareva cos
degna d'amore? Ed ella forse lo rimpiangeva...
  Prov, cos pensando, un'indefinibile gelosia, un sordo ram-
marico, quasi rancore... Non vi poteva far nulla, lui? Quasi
quasi avrebbe voluto intromettercisi, tanta era la stizza che pro-
vava per l'agire di quello sciocco l... Intromettersi! E in qual
modo?
  Se la son portata via nella campagna di lui! Sciocchi! E per-
ch? Come si potr distrarre lass? pensava intanto, tra le
smanie. Sarebbe molto meglio che vi morisse...




  Aveva per avuto la fortuna, dopo circa un mese, di trovarsi
a scendere per la scala quando la vettura di ritorno dalla campa-
gna dei Corvaja, si ferm dinanzi al portone della sua casa.
Giulio Accurzi non pot trattenere un moto e un'esclamazione
di sorpresa alla vista di Agata, che gi scendeva dalla vettura
sorretta dalla madre. Turbato, con le mani tremanti, accorse a
prestare ajuto alle due donne; offr il braccio alla convalescente,
e la sorresse lungo la penosa salita, ripetendo a ogni scalino:--
Piano... cos... S'appoggi, signorina! piano!...
  Dinanzi alla porta ella lo ringrazi timidamente, con gli occhi
bassi, inchinando la testa. Egli arross, si confuse, e appena la
porta fu richiusa, mormor:
--Come s' ridotta!
E subito dopo:
--Quanto lo amava!
  Non pens pi che stava per uscire, e continu a salir lenta-
mente la scala, a capo chino, percotendosi le gambe coi guanti
che teneva in mano.
  --Come s' ridotta!--ripet a fior di labbra fermandosi in-
deciso innanzi alla porta di casa. Trasse macchinalmente di ta-
sca la chiave, ed entr.
  Allora sent chiamarsi dalla madre, e accorse subito, molto
sorpreso di ritrovarsi in casa sua.
  --Che ti sei scordato?--gli domand la madre con voce na-
sale, stanca, piegando da un lato la testa avvolta sempre in un
fazzoletto nero di lana.
  --No... nulla... mi son seccato... Sai? Son ritornate le nostre
inquiline del primo piano...
  --Ho capito!--sospir stanca la madre, ripiegando la testa
dall'altro lato, e chiuse gli occhi.
  Quell'esclamazione e quel movimento irritarono Giulio.
  --La signorina  stata molto male,  ancora ammalata--
s'affrett egli a dire con tono risentito.
  --E giovine, non temere, guarir!--rispose con la stessa vo-
ce l'inferma senza aprir gli occhi.
  Giulio rientr nella sua camera, e sed su una poltrona, senza
pensar di togliersi il cappello e di posar guanti e bastone.
  Quanto lo amava! mormor di nuovo a se stesso, scotendo
a lungo, lentamente, la testa, con gli occhi appuntati. E quel-
l'imbecille. . .
  Si lev da sedere, and in su e in gi per la stanza, a capo chi-
no...
  L'aveva riveduta; le aveva offerto il braccio, aveva sentito il
dolce peso di quel corpo affranto dalla passione, e avrebbe vo-
luto portarla su in braccio per risparmiarle la pena di quella sa-
lita... Cos pallida e stanca gli era sembrata pi bella!
  Ed ella gli aveva detto grazie...




  Passarono per Giulio Accurzi due mesi di continue smanie.
Agata non si lasciava pi vedere al terrazzo, non usciva pi di
casa. Alle sue costanti domande alle persone di servizio----Co-
me sta la signorina?--otteneva un--Meglio--per tutta rispo-
sta, e poi in seguito un--Adesso sta bene--e null'altro. Non
voleva parere indiscreto. Intanto, non lavorava pi. Veramente,
aveva sempre lavorato poco; ma prima, almeno, gli piaceva di
studiare o di leggere; s'era fatta cos una varia e larga coltura;
adesso, non gli riusciva pi d'arrivare in fondo a una pagina,
fosse pur di romanzo. Invece si prendeva molta pi cura della
persona: s'affliggeva dinanzi allo specchio dei suoi capelli bion-
di che si diradavano man mano specialmente sul lato sinistro,
slargandogli un po' troppo la fronte; diventava minuzioso per
tutto ci che si riferiva all'acconciatura: voleva essere inappun-
tabile. Ma poi, dopo tanto studio e tanta cura, non usciva di ca-
sa, sedeva o s'appoggiava sulla ringhiera di ferro del balcone, e
aspettava... Vedeva sul vespro donn'Amalia Sarni uscir sul ter-
razzo ad annacquare i fiori, e allora egli seguiva attentamente la
mela dell'annaffiatoio che spandeva acqua in minuta pioggia
sur ogni vaso, e sur ogni vaso egli s'indugiava quanto l'annaf-
fiatoio. Cos faceva il giro della balaustrata. Certi giorni poi
s'avviliva di produrre inutilmente quel genere di vita. Avrebbe
volentieri intrapreso un viaggio. Ma s! A chi affidar la madre?
  Un giorno, all'improvviso, vide irromper nel terrazzo rumo-
rosamente le due bambine di Erminia Corvaja, come un tempo,
inseguite dalla zietta. Al rumore, prima ch'ella comparisse sul
terrazzo, il cuore dell'ingegnere Accurzi si mise a battere violen-
temente. Finalmente la vide! Gli parve un'altra... Ella rideva!
  E lei...  lei...  lei..., ripet egli a se stesso, fremebondo,
ritraendosi dal balcone. Vi ritorn subito; ma ella era gi anda-
ta via dal terrazzo con le bambine.
  Non pot rimaner pi solo in camera: sentiva il bisogno di co-
municare a qualcuno la sua gioia. Si rec dalla madre, senza sa-
per precisamente ci che le avrebbe detto. La trov nella solita
positura: con la testa piegata da un lato e gli occhi chiusi; pare-
va morta! Gli scuri delle due finestre erano un po' accostati, e la
camera rimaneva in una triste penombra.
  --Mamma, dormi?--domand egli piano, chinandosi sulla
poltrona e prendendo da un bracciuolo la mano cerea, gelida
della madre.
  --No, figlio--sospir la giacente, senza aprir gli occhi.
  Al suono di quella voce Giulio cangi tosto d'umore. Gli par-
ve di non aver mai compreso come in quell'istante la sciagura
toccata alla madre. La rivide, in un baleno, ancor vispa, in pie-
di, sempre vestita di nero dopo la morte del marito, attendere
alle faccende di casa; gli pass come uno sprazzo dinanzi agli
occhi, la visione confusa di sua madre, tanto diversa che in tutti
gli altri ricordi, vestita di gala, innanzi a un grande specchio a
muro... una remota sera. Un uomo le chiudeva alla nuca il fer-
maglio d'una ricca collana: era il padre di Giulio Accurzi allora
bambino di pochi anni; e questa era l'unica, indecisa memoria
che egli serbava del padre. Rivide, immediatamente dopo, la
madre nell'atto di piegarsi sulla tavola, mentre tutti e due man-
giavano, colpita improvvisamente dalla paralisi. La guard in-
tenerito: erano ormai sei anni che ella se ne stava cos, dimenti-
cata dalla morte, abbandonata dalla vita.
  --Povera mamma!--sospir, recandosi alle labbra la mano
di lei fredda, insensibile; e il suono della sua voce gli chiam la-
crime agli occhi.
  --Che hai da dirmi?--domand la malata, senza muovere il
capo, come se s'aspettasse dal figlio qualche confessione.
  --Mamma...
  --Zitto, zitto, lo so... Sposala, figliuolo mio, se  una buona
ragazza. Sposala, mi farai piacere...
  E volse la testa dall'altra parte, sospirando.
  --Che dici, mamma?
  --Sposala, ti dico! E tempo che tu lo faccia... Mi farai piace-
re.
  --Ma sai tu chi , mamma?
  --S, so tutto.
  --Io l'amo...--fece Giulio, e si stup immediatamente d'a-
ver profferito quella parola innanzi a se stesso.
  --Siate felici!--concluse la madre.
  Egli rimase perplesso. Sua madre dunque supponeva che an-
che Agata lo amasse? E invece... Si sent nuovamente pungere
da quel sentimento d'indeciso rancore.
  L'inferma aggiunse:
  --Me la farai conoscere?...
  --Certamente...--rispose Giulio impacciato; salut la ma-
dre e usc dalla camera, sospirando amaramente.
  D'onde gli era soprawenuta adesso tutta quella tristezza?
Non era stata sempre cos sua madre, dacch era inferma? S,
Sl... ma adesso...
  Egli non sapeva definirsi bene la causa di quella tristezza; ma
nessuna cosa al mondo avrebbe potuto consolarlo, se egli final-
mente non usciva da quello stato d'indecisione.




  Posto appena il piede nella propria casa, Agata sent come
inutile e grave sarebbe stata da l innanzi la sua vita. La madre
s'era data subito a badare alla casa lasciata per tanti giorni in
abbandono.
  Agata fe' il giro delle stanze, e pareva che in nessuna trovasse
posto da sedere per il momento, e da occupare in appresso, nel-
le lunghe e tediose giornate che l'avvenire le preparava. Cav,
in piedi, una nota dal pianoforte, come per riudir la voce dello
strumento, e se ne allontan subito, quasi offesa. Oh se avesse
invece potuto seguir per le stanze la madre tutta intenta a rasset-
tare, a spolverar la mobilia!
  Ella avrebbe voluto dare a intendere, che non pensava pi a
Mario Corvaja, e sopra tutto, che non era per nulla afflitta del-
lo scioglimento del suo matrimonio. Ma come darsi, nel tedio
che la schiacciava, la pena e la fatica di quella simulazione?
  Il ricordo, per altro, era troppo vivo e insistente, ed ella non
solo aveva molto da ricordare, ma anche molto da pentirsi di
quei quattro anni d'inutile attesa. E ancor non sapeva bene, co-
m'egli le fosse sfuggito durante la malattia! Conservava ancora
in un cofanetto tutte le lettere di lui, e ora, chiusa nella sua ca-
meretta, le rileggeva ad una ad una. S'era seduta per terra con
una candela accesaq alla cui fiamma consegnava man mano le
lettere dopo averle rilette.
  Eran disposte tutte per ordine di data, e annodate per anno,
in quattro fasci: pi voluminoso il primo, esiguo l'ultimo. Ella
rimaneva, dopo la lettura, con gli occhi appuntati sulla fiamma
tremolante e ingranditi: l'anima rifaceva il giorno della data,
mentre la mano tremante appressava il foglio alla candela; poi
sospirava, e attendeva che la carta si riducesse per intero in ce-
nere.
  Giulio Accurzi intanto, dopo una notte di riflessione, agitato
da dubbi e da sconforti, aveva presa la risoluzione di recarsi
dalla sorella di lei, con la quale gi una volta aveva parlato, e
forse s'era tradito.
  Nessun dubbio, pensava andando, che i parenti accette-
ranno con riconoscenza la mia domanda. Ma lei, Agata? Non si
 mai curata di me; non pensa neppure che io sia al mondo...
Ella in questo momento pensa aa tutt'altro".
  Egli sentiva bene, che avrebbe dovuto ragionevolmente la-
sciar passare ancora qualche tempo per far la sua domanda; ma
la gelosia e l'amor proprio non glielo concedevano. Non avreb-
be avuto pi pace, finch il ricordo dell'altro rimaneva nel cuo-
re di Agata, e da un altro canto voleva fingere d'ignorare affat-
to ch'ella era stata promessa sposa a Mario Corvaja. Se ella lo
rifiutava, Giulio Accurzi sentiva, che si sarebbe messo subito a
odiarla, in tutte le maniere in cui l'odio pu esplicarsi. Un pen-
siero poi l'avviliva pi d'ogni altro: Forse un giorno egli mi ve-
dr con lei, innamorato di lei, e mi guarder con occhio di com-
miserazione. "S, quella donna mi amava, e io non l'ho volu-
ta.. . l'ho piantata. Ora ella ha trovato il gonzo, che se l' presa.
Eccolo l...".
  Erminia Corvaja fu molto sorpresa della visita dell'ingegnere
Accurzi. Egli, pallido e nervoso, si perdette sul principio in co-
muni superficialit, poi tutto ad un tratto, impulsivamente, usc
a dire:
  --Senta, signora, lo scopo della mia visita...--Ma s'arrest
all'improwiso.--Io desidererei che ella mi desse...
  Stava per dire: Delle spiegazioni. Arross, si confuse; e poi
rimettendosi:--Ecco, ella sa che la Sua signora madre abita gi
in casa mia... Io ho avuto la fortuna d'apprezzare le doti vera-
mente elettissime tanto della signora quanto della signorina Sua
sorella. Adesso star bene mi auguro... L'ho veduta jeri, mi
sembra, quand' venuta lei, con le bambine... S... giusto jeri...
M' parso che...
  --Oh, s adesso... in salute, almeno, sta bene...--concluse
imbarazzata Erminia Corvaja, tentando un sorriso, e abbass
gli occhi.
  Giulio Accurzi not quell'almeno e si agit suUa poltrona,
non trovando adesso come riattaccare il discorso.
  --S... ho saputo... che  stata male... Anzi, gi! ho chiesto a
lei una volta notizie... si ricorda? S... Ma ora, per fortuna 
passato... Io mi trovavo presente quando  ritornata daUa cam-
pagna di... Suo suocero,  vero? S... Povera signorina!... Era
cos sofferente...
  --Infatti, ha molto sofferto...--afferm, tentennando il ca-
po, Erminia Corvaja.
  Giulio Accurzi s'agit un'altra volta sulla poltrona.
  --Ora  passato per...--ripet.--E quando una malattia
si pu raccontare... C' dispiaciuto di non esser potuti scendere
gi, in questa occasione... ma mia madre, poverina... Ella sapr
che...
  --Oh, s, pur troppo... so, povera signora!...--fece Ermi-
nia, con aria di profonda commiserazione.
  --Da sei anni!...--esclam Giulio. E preso quel discorso, la
conversazione and per un tratto pi spedita. Egli non s'accorse
che, parlando deUa madre, dello squaUore e deUa malinconia
che regnavano neUa sua casa, dacch eUa s'era ammalata, e del-
la solitudine senza cure in cui si sciupava la sua giovinezza, si
preparava man mano quasi inconsciamente il terreno per venire
allo scopo deUa sua vis a, e a un tratto la spiegazione gli riusc
spontanea, molto pi facile che non se l'aspettasse.
  Erminia Corvaja rest un momento imbarazzata, pur sorri-
dendo di compiacenza all'annunzio; si strinse le mani, e si rac-
colse, schivando di guardarlo, come per ponderare una risposta
giudiziosa. QueU'istante di silenzio fu penosissimo per Giulio
Accurzi: gi si aspettava ch'eUa, per convenienza, gli avrebbe
parlato di Mario Corvaja e deUo stato d'animo della sorella; ma
quasi quasi, adesso, avrebbe voluto farne parola lui per primo,

pur d'uscire al pi presto di queUa pena. Tanto, che avrebbe po-
tuto dirgli? Gi s'era accorto, ch'eUa era contenta della sua do-
manda. Il passo pi difficile era pel momento superato. Egli, 
vero, avrebbe voluto simular sorpresa neU'apprendere che Aga-
ta era stata, fino a pochi mesi a dietro, promessa sposa a un al-
tro; ma simul invece indifferenza, e rispose alla soreUa:
--S... difatti, ho saputo...
  --Fanciullaggini, sa--si affrett ad aggiungere Erminia.--
Era gi finito da un pezzo... Tuttavia, capir, lasciano sempre
un certo... come dire?... turbamento nel cuore d'una ragazza..
Poi, col tempo... oh ma gi, a quest'ora, ne son sicurissima;
Agata si sar convinta, che  una sciocchezza, a cui non val pro-
prio la pena di pensare... Io, per me, glielo predicavo sempre...
Era poi, pi che altro, non si figuri, una corrispondenza da lon-
tano: mio cognato  stato sempre fuori... prima a Roma, poi al-
l'estero.
  Giulio Accurzi ascoltava pallidissimo, con un sorriso gelato
sulle labbra, le parole d'Errninia.
  --Non sar... vorrei sperare... un impedimento... questa
sconclusione--balbett aUa fine--almeno per parte mia.
  Erminia si tolse felicissima l'incarico d'annunziare alla madre
la domanda di matrimonio.
  La madre poi ne avrebbe parlato ad Agata. Fra giorni, la ri-
sposta. Un po' di pazienza...
  Cos convennero. Ma uscito suUa via, Giulio Accurzi era ina-
sprito da una sorda stizza e awilito da un profondo disdegno di
se stesso.
  Perch?




  Agata, ancora a letto, notava la bianchezza delle sue braccia,
magre tuttora daUa recente malattia, e osservava attentamente
le venicciuole azzurre, trasparenti sotto la peUe levigata.
  La luce del giorno penetrava neUa camera attraverso le per-
siane verdi, e su una mensoletta in un angolo moriva gi il lam-
padino da notte, dietro una ventola litofana.
  Era uscita test daUa camera la signora Amalia, e neUa fronte
- di Agata si spianava man mano la ruga lasciatale dal dialogo
  breve, inatteso, avuto con la madre. Agata non aveva mai bada-
  to veramente a quel Giulio Accurzi, di cui la madre le aveva
  parlato con tanta esitanza prima, con tanto interesse poi. Costui
  dunque chiedeva la sua mano, sapendo tutto? E sua madre ed
L Erminia sarebbero state felici, se eUa avesse accondisceso a




.


i

quelle nozze. Non sapevano dunque che per lei ormai un altro
amore non era pi possibile? Tutto per lei era finito!
  --Fagli dir di no!--aveva risposto a prima giunta. Ma poi
s'era ripresa, temendo non sospettasse la madre, ch'ella pensa-
va ancora a qllell'altro. E gliel'aveva detto:
  --Nemmen per sogno, sai! Anzi, guarda! per me... fa' quel
che vuoi... Se ti piace fagli pure rispondere che accetto.
  E s'era voltata dall'altra parte del letto, tirandosi sulle spalle
le coperte.
  La madre per l'aveva severamente rimproverata:--Cos
no! Non  giusto, n onesto. Dio non vuole! Un impegno per la
vita. . . Pensaci ! E quando ci avrai ben pensato, noi daremo la ri-
sposta. Quanto all'amore, non dubitare, verr...
  Non verr, non pu venire! pensava Agata, e nell'istesso
tempo bilanciava col suo sconforto i savi ammonimenti della
madre e le considerazioni sul suo stato. Giulio Accurzi era gio-
van~, buono, ricco. Ella aveva gi varcato da pi anni il limitare
della prima giovinezza... E aveva inoltre da vendicare un af-
fronto alla sua femminilit, l'abbandono che le costava ancora
tanto dolore.
  --Ebbene domand Agata, sulla sera, alla madre.--Che
avete concluso?
  --Nulla, te l'ho detto... Ci hai pensato?
  --S... Io accetto--rispose Agata.
  Donn'Amalia baci commossa la figlia. E il domani sera sce-
se per la prima volta in casa Sarni Giulio Accurzi.
  Assistevano alla presentazione Erminia Corvaja con le bam-
bine, una vecchia zia~d'Agata, curva, corpacciuta, gialla di car-
nagione e rugosa, con gli occhi smorti, pieni s~mpre di lacrime,
e la figlia Antonia, zitellona, che parea fatta di legno, e che non
schiudeva mai le labbra se non per terminare le frasi lasciate in
sospeso dalla madre nello stento di trovar parole. Madre e figlia
eran vestite goffamente per l'avvenimento e, bench impacciate
dalle loro vesti, non staccavan gli occhi da Agata.
  Il salotto era riccamente illuminato, e cosparso di fiori fre-
schi. Agata, pallidissima, guardava or la madre, or la sorella,
come trasognata. Queste due ascoltavano attentamente le paro-
le di Giulio Accurzi, che si rivolgeva a loro di preferenza; assen-
tivano frequentemente col capo, e sorridevano, forse senza in-
tender nulla di ci che egli diceva. La vecchia zia e la figliuola
esaminavano minutamente gli altri quattro e, di tanto in tanto,
si scambiavano, sospirando, uno sguardo d'intelligenza.
  Giulio Accurzi si sforzava evidentemente di non sembrare im-
pacciato, e donn'Amalia e la figlia maggiore gli venivano, come
per intesa, in aiuto. Egli parl in principio di cose aliene, con
sovrabbondanza di parole, intercalando qua e l massime di lar-
go criterio, ma senza presunzione, con l'aria un po' stanca di
chi si sia data qualche volta la pena di pensare ai casi della vita.
Quindi si mise a parlar della madre, e si compiacque, sotto gli
occhi di Agata, nel mostrar tutto il suo affetto filiale, e il dolore
per la sciagura toccata alla sua vecchina.
--Poi la vedr...--concluse, rivolgendosi ad Agata.
  Agata abbass gli occhi sotto lo sguardo di lui, e trattenne un
istante il respiro.
  La conversazione langu. Giulio Accurzi gir gli occhi pel sa-
lotto, e li arrest sul pianoforte aperto.
  --Ella suona spesso,  vero?--domand ad Agata.
  --Qualche volta...--rispose questa esitante, con un fil di
voce.
  --Via, suona un po' qualche cosa...--s~affrett ad aggiun-
gere Erminia, a cui tosto fecero eco la vecchia zia e la figliuola.
Donn'Amalia guard la figlia, che si rifiutava un po' duramen-
te, accesa alquanto dalla vergogna.
  --Mi faccia sentire... se non le dispiace troppo--insist dol-
cemente Giulio.
  --Non so proprio sonare... Sentir...--fece ella alzandosi e
guardandolo freddamente.
  Egli non smise un istante di studiarla, mentr'ella sonava; e
ammir i capelli castanei finissimi, pettinati con tanta grazia, la
nuca, le spalle, la sottilissima vita... Ecco, e lei cos bella, cos
adorabile, era stata rifiutata da quell'altro! Perch dunque?...
Not ch'ella sonava un vecchio pezzo di musica. Anche Mario
Corvaja forse lo aveva udito da quelle mani... Chi sa! poteva
anche essere un suo regalo. Che vibrava in quel momento nel
cuore di lei?
  Quando Agata fin di sonare, Giulio Accurzi era ancora tur-
bato dai suoi pensieri; pure, fece dei complimenti alla sonatrice,
e parl di musica...
  --Se io avessi saputo sonare, non avrei forse cercato pi nul-
la nella vita... Nella musica si pu tutto dimenticare...
  Arross a quest'ultime parole. Gli sowenne improwisamente
che Agata in quegli ultimi giorni pas~ava gran parte della gior-
nata sonando.
  La conversazione langu di nuovo, e poco dopo egli tolse ri-
spettosamente comiato.




  M'amer!... m'amer!..., si ripeteva ora Giulio Accurzi,
uscendo dalla casa della sua promessa,Josa.
  Egli l'avrebbe vinta a poco a poco, cingendole l'anima di dol-
ce e silenzioso assedio, spiandole negli occhi e sulle labbra ogni
desiderio, ogni accenno di desiderio. L'avrebbe vinta colla sua
sommissione, senza mai urtare i sentimenti di lei, n tentar mai
apertamente di penetrarle nel cuore; cos, con l'alito soltanto
della sua passione, il cui ardore man mano avrebbe ridato, ne
aveva fiducia, il roseo colorito e la prima gajezza a quel freddo
e pallido volto. L'avrebbe vinta...
  Bisognava, innanzi tutto, aver pazienza. Il tempo ajutato,
nudrito dalle sue cure amorose, doveva un po' per volta cancel-
lar da quel cuore l'imagine d'un altr'uomo.
  Pensava cos, ormai, tenendo sempre presente a s l'imagine
di Agata dal contegno gelido, quasi per soffocare ogni impulso
violento della gelosia. Per quanto internamente ne soffrisse, pu-
re amava meglio ch'ella fosse cos, rigida e chiusa con lui.
  Fin dalla prima sera, al cospetto di lei, s'era sentito cader dal-
l'animo l'avvilimento provato nel far la domanda alla sorella.
Indovin all'accoglienza di Agata, com'ella si fosse indotta ad
accettare, e la via che conveniva a lui di seguire per vincerla al
pi presto. Ma quanto pi i pensieri, guidati dal compito ch'egli
s'era imposto, abbondavano in amorevolezza, tanto pi il suo
cuore si struggeva dentro, quasi stretto in una morsa di ferro
dall'odio impotente per Mario Corvaja. Costui non era pi,
forse, il signore della rigida fortezza, cui egli ora cingeva d'asse-
dio amoroso; ma l'aveva lasciata pur lui cos chiusa e impene-
trabile! Giulio Ascurzi inviava ad Agata fiori ogni mattina, pri-
ma ch'ella si levasse di letto: ora un grand'involto di rose sciol-
te, in un fazzoletto bianco, di seta; ora un canestro di gardenie;
ora un gran cappello di paglia da contadini con fiori di cam-
po... E cominci a presentarle i primi regali: anelli, bracciali,
spille... Ella li accettava confusa, senza espressioni sincere n di
gradimento, n d'ammirazione; li toglieva con mano tremante
dalle ricche scatole, e lasciava che la madre si profondesse in
meraviglie. Agata gli dava ancora del lei.
  --Cos no... non voglio esser pi ringraziato...--si spinse
egli a dirle finalmente. ,`
  --Ebbene, ti ringrazio--fece ella, chinando leggermente la
testa e sorridendo appena.
  --Cos va bene...--concluse freddamente Giulio. Quella
concessione forzata non gli era riuscita per nulla gradevole.
  Intanto egli attendeva alacremente all'arredo della casa, su,
al secondo piano. Agata e donn~Amalia uscivano qualche volta
con lui a far compere, ed egli scegiieva tutto ci, su cui gli occhi
di lei si fermavano un po' ad ammirare.
  Agata si rec con la madre a visitar l'inferma, e la casa che
tra breve l'avrebbe accolta sposa. Vi era gran trambusto; operai
vi lavoravano; solo nella stanza della malata regnava il solito si-
lenzio. Giulio assisteva alla visita, e non staccava gli occhi dalla
madre, quasi temendo non accogliesse ella freddamente la futu-
ra nuora.
  In quegli ultimi giorni egli aveva notato nella madre un serio
cambiamento. Ella, per solito cos rassegnata al suo male, ora si
lamentava a lungo, si lagnava del rumore che facevan gli ope-
raj, era impaziente, curiosa di sapere quel che aweniva nelle al-
tre stanze.--Giulio! Giulio!...--chiamava con insistenza; e se
per caso egli tardava un po', o mostrava lontanamente dispetto
per l'oziosit delle sue domande, si metteva a piangere, a invo-
car la morte per non esser pi di peso a nessuno. Egli si chi-
nava su lei, la carezzava, si mostrava afflitto fino alla dispera-
zione. . .
  --Dimmi un po'... dimmi un po'...--usciva ella a dire con
voce irritata.--Bada, gi me ne sono accorta... Lo vedo... Ella
ti rende triste,  vero? S... s... Tu sei sempre triste per cau~a
sua... Non mi sfugge nulla!
  --No, mamma... che pensi!
  --E allora,  per causa mia! Morte maledetta, perch non
vieni? Che sto a far qui?
  Accolse per Agata con straordinaria tenerezza; volle ch'ella
sedesse accanto a lei, e la guard a lungo, approvando col capo.
Poi si rivolse al figlio.
  --Giulio... Giulio, dagliela tu... io non posso...
  Giulio tolse dall'astuccio una splendida collana di perle, quel-
la stessa che gli richiamava alla memoria la figura indecisa del
padre, e la porse ad Agata.
  --Annodagliela al collo--aggiunse l'inferma, e torn a
guardarla, approvando col capo.
  Poi, quando Agata e la madre furono andate via, e Giulio ri-
torn da lei:
   - Vedi?... Ho fatto bene?--gli domand come una bambi-

   - S, mamma, certo...
  --Oh, cos! Purch tu sia sempre contento di me...--con-
cluse, facendo il greppo, e si mise a piangere silenziosamente.




     La vigilia delle nozze Giulio Accurzi non pot chiuder occhio
 durante la notte. Occupato dai preparativi della cerimonia, dal-
l~allestimento della casa, degli abiti, delle carte necessarie; in
quegli ultimi giorni aveva vissuto molto frettolosamente, sordo
affatto alle contrarie voci della sua passione. Aveva voluto af-
frettar quel giorno contro l'angustia del tempo, con l'ostinatez-
za d'un ubbriaco. Ecco, e gi vi era riuscito: tutto era pronto...
--Domani la catena!--gli avevan detto, scherzando, gli amici.
  Tra lui e Agata s'era stabilita come un'intesa di compatimen-
to. Questa almeno era l'illusione ch'egli s'era fatta durante i tre
mesi del suo fidanzamento. Certo Agata non gli dimostrava
amore, n egli quasi ne pretendeva. Pareva pago della stima af-
fettuosa e della gratitudine, che ella in cuor suo doveva profes-
sargli pel silenzio da lui mantenuto sul passato di lei. In quelle
sere la madre, pacifica e serena, per lasciar loro libert di par-
larsi, leggeva presso il lume un grosso e vecchio libro sacro, La
v;a del cielo; e loro due, seduti un po' in ombra, lontani dal lu-
me, s'ingegnavano prudentemente a schivare ogni confidenza,
ogni familiarit. Una sera soltanto, nel penoso imbarazzo d'un
prolungato silenzio, egli s'era lasciato indurre a domandarle
perch fosse sempre cos triste...
  --No, perch triste?--aveva risposto Agata con un fil di vo-
ce, tormentando una trina dell'abito.
  Egli l'amava cos; avrebbe voluto sempre amarla cos
  Cominci intanto ad albeggiare. La cerimonia religiosa dove-
va aver luogo alle otto della mattina; la civile, alle nove; poi gli
sposi e i parenti si sarebbero recati nella campagna, dove Giulio
era nato, a pochi chilometri dalla citt; quivi era apparecchiato
il pranzo delle nozze, dopo il quale i parenti se ne sarebbero tor-
nati in citt, lasciando soli nella ricca cascina i due sposi. Po-
chissimi invitati: i parenti e i pi intimi amici soltanto. Cos
Agata aveva voluto.
  Giulio fin d'abbigliarsi, e si rec a baciare la madre ancora a
letto.
  --Come sei bello! Lasciati vedere... Gi vuoi andar via? S,
s... va' pure. Ti benedico, e sii felice, figliuolo mio!
  E lo accompagn con gli occhi pieni di lacrime fino all'uscio
della camera.
  --Mandami su i confetti... non ti scordare!...
  Gi, fu ricevuto da Cesare Corvaja, il marito d'Erminia, un
colosso bruno, barbuto, dai grandi occhi neri, un po' goffo nel-
l'abito nuovo, insolito, da cerimonia.
  --Qua la mano, cognato! Noi non ci conosciamo... Io son
Cesare Corvaja.
  Giulio lo guard stordito, stendendogli macchinalmente la
mano. Il fratello di Mario... stava per aggiungere, e sorrise
freddamente.
  --Una sorpresa,  vero? La combinazione! Gi vi credevo
sposati. Eh s! Mia moglie mi scrisse: Sposeranno prestissi-
mo!. Bravi, dico, che fretta! Invece... Arrivo iersera. Sai?
mi dice Erminia. Domani Agata sposa! Ed eccomi qua...
Agata, oh! non sa ancor nulla, ch'io sia venuto... Erminia  di
l, che l'aiuta a vestirsi; io me ne sono entrato mogio mogio
qui... Vedrete, che sorpresa! Oh! le mie congratulazioni, intan-
to. . .
Giulio si fece di bragia.
  --Grazie--rispose, tendendo di nuovo la mano alla stretta
del colosso, e consult l'orologio, simulando gran fretta.
  --Ma bisogna che si spiccino! Gi le otto...
  --Eh s, le donne! Zitto! Vengono--rispose Cesare Corva-
ja, nascondendosi dietro l'uscio che s'apriva.
  Entr, con Erminia, Agata, pallidissima, gi acconciata per
la cerimonia. Anch'ella forse non aveva chiuso occhio durante
la notte.
  --Buon d, sposa!--la salut Giulio, con fare allegro, come
per rawivarla.
  Ella gli sorrise mestamente.
  --Siamo in ritardo... Gi la mamma si veste...
  Una risata sonora scoppi dietro l'uscio. Agata trasal e si vi-
de innanzi Cesare Corvaja.
  --~u... tu qui? Come mai? Che paura! Oh guarda! E si na-
scondeva! Come mai?
  Gli aveva tese tutte e due le mani, accesa in volto dalla sorpre-
sa, e lo squadrava ridendo:
  --Dio, come sei brutto, conciato cos!...
  --Scusa... ti prego, Agata...  gi tardi--osserv Giulio con
un sorriso forzato.
  --Mio marito!--esclam Agata, con una smorfietta, come
se tenesse a mostrarsi allegra davanti a Cesare Corvaja.
  Giulio non l'aveva mai veduta cos
  --Giulio, ti prego, abbottonami questo guanto.
  Giunti gl'invitati, si recaron tutti a piedi, ordinatamente, alla
prossima chiesa. Giulio s'inginocchi accanto ad Agata sur un
cuscino a pi dell'altare, e all'ingiunzione del prete, prese la ma-
no gelata, tremante di Agata. La guard. Gli parve ch'ella trat-
tenesse a stento le lacrime, e le strinse forte la mano. Il prete in-
tanto leggeva di fretta con voce nasale in un libricciuolo, e face-
va dei gesti con la mano sul loro capo; poi pronunzi la formula
di rito:
  --S--disse Giulio con voce ferma, e attese con ansia che
Agata rispondesse. Not in lei un sussulto subito frenato, quan-
d'egli le mise al dito l'anello di fede. Si alzarono. La cerimonia
religiosa era finita.
  --Adesso all'altra!--diss'egli piano alla sposa.
  In villa, durante il pranzo, regn cotal brio pi voluto che
spontaneo. N Agata, n Giulio, per quanto si forzassero, riu-
scirono a prender cibo. Si fecero molti brindisi e molti auguri.
Giulio si sentiva sfinito, disfatto dall'emozione della giornata;
avrebbe voluto da un canto che tutte quelle chiacchiere incon-
cludenti e quel rumore non si protraessero pi a lungo; e dall'al-
tro, nello spossamento dei nervi, rifuggiva dal pensare, che tra
breve egli ed Agata, sarebbero rimasti soli...
  Intanto il tempo, fino allora bellissimo, cominci a poco a
poco ad annuvolarsi; cosicch gl'invitati temendo qualche im-
provviso rovescio d'acqua, si decisero a mettersi presto in via
per la citt. Fra il trambusto del comiato, Giulio s'aggirava di-
spensando ringraziamenti e strette di mano. Scorse Agata con le
braccia al collo della madre e la faccia nascosta: ella piangeva.
  --Coraggio... coraggio...--le diceva piano Erminia dietro
Ia madre.
  Giulio si volse a guardare altrove.
  --Vedrete!... vedrete...  molto pi facile che non si creda...
--gli diceva intanto qualcuno, scotendogli la mano a ogni pa-
rola. Egli, n ascoltava quelle parole, n vedeva che la sua mano
era in quella di Cesare Corvaja. Infastidito dalle scosse, lo guar-
d, e ritrasse istintivamente la mano. Cesare Corvaja continu
a parlare col primo vicino:
  --Poi, dopo tant'anni, ci si ricorda! Adesso pare chi sa che
cosa. ..a  cos! la vita  cos...


XI.

  --Giulio!... Giulio!...--chiam Agata vivacemente, schiu-
dendo l'uscio, e introducendo il capo dai capelli disciolti. Era in
accappatoio bianco e teneva in mano il pettine.--Vieni a vede-
re che bella capretta!...
  Dopo la prima notte d'acqua e di vento, il tempo s'era fatto
limpidissimo, quasi primaverile, e durava cos da otto giorni.
  Giulio abbandonato sulla ringhiera del balcone guardava con
le ciglia aggrottate la campagna silenziosa sotto il tiepido sole.
Alla voce di Agata si volse e, come se s'aspettasse ormai da lei
quella vivacit, si mosse con indolenza dal balcone, e segu Aga-
ta in un'altra stanza.
  --Guarda... Guarda... la vedi?--disse questa dalla finestra,
additando sul viale una leggiadra capretta che stuzzicava allo
scherzo un vecchio e paziente cane di guardia sdraiato beata-
mente al sole. --La vedi?... Ma guarda!... guarda!... --E
Agata rideva a ogni mossa stramba di quella bestiuola lasciata
alla libert dei campi.

   L'ONDA                                   229

  --Povero Turco!--diss'egli invece in un sorriso malinconi-
co, compiangendo il vecchio cane disturbato.
  Quand'ella fin di pettinarsi e di vestirsi, uscirono a braccio
per la campagna.
  --Che hai?--domand Agata.--Non dici nulla?
  --Senti che pace?--rispose egli.
  Agata and in silenzio, contemplando intensamente la cam-
pagna. Il suo volto, alla fresca carezza dell'aria aperta, s'era vi-
vamente colorito, e le due labbra accese, parevano in quel volto
rifiorite. Ella, andando, si stringeva sempre pi al suo compa-
gno, fin quasi ad appoggiar la testa al braccio che la reggeva. Di
tanto in tanto costringeva Giulio a fermarsi: pareva presa in
quel giorno d'ammirazione e di meraviglia per ogni cosa della
terra e della vita.
- --Guarda!... guarda questi fiorellini di febbraio... come son
    timidi...
Egli allora si chinava per raccoglierli.
  --No, che fai? Poverini! non nascono per noi... son per s
un giorno cos felici...
  Giunsero al limite della campagna, segnato da un muricciuo-
lo coronato e difeso dal rovo.
  --Guarda! Di l si pu saltare... Saltiamo!--fece Agata.
  --No, Agata, tu non puoi... Con la veste, non puoi... Tor-
niamo indietro, piuttosto...
  --Non posso? Ti fo vedere...--E in cos dire Agata, libe-
randosi dalle mani di Giulio che tentava di trattenerla, s'inerpi-
c sul muricciuolo. Le sue vesti l sopra, nel volgersi, s'impiglia-
rono nel rovo, e fu per cadere. Giulio accorse e con le braccia
levate la sostenne. Ella rideva di gran cuore della pessima riusci-
ta, e con le braccia puntellate sulle spalle di Giulio, chinandosi
di pi, cercava di stropicciar la fronte sul capo di lui...
  --Aspetta, Agata! Come scendi adesso?
  --Mi regger io... tu liberami dal rovo... Poi salto... Che
pazzia! ...
  --Te l'avevo detto...
  Ella si rimise a ridere pi forte. Giulio non trovava modo di
districar la veste. Alla fine, indispettito, di un leggiero strappo.
  --Oh brutto!--fece Agata, saltando, e si guard la veste per
trovar lo strappo.
  --Scusami... Che ho fatto?... Non avrei potuto altrimenti...
--disse Giulio arrossendo.--Vogliamo tornare?
  Agata non rise pi. Andarono in silenzio, e ritornarono cos
` alla cascina.
Alla sera, Giulio propose di ritornare in citt il domani.
   --Come! vogliamo andar via cos presto? E cos bella la
campagna... la libert... Ti sei gi annoiato?
   --No! Con te... annoiato?... Ma... capirai... la mamma, po-
verina. . .
   --Ah, gi!--sospir Agata.--Hai ragione... Domani par-
tiremo.
   E il domani si lev all'alba, sgusciando pian piano dal letto,
mentr'egli dormiva ancora, pallido e stanco. Si vest alla me-
glio, senza far rumore, e lasci la camera tiepida in cui ardeva
ancora la lampada, ed esili fili d'umido albore penetravano at-
traverso le fessure delle imposte. Gli uccelletti cantavano di gi
per la campagna; ed ella, come rispondendo a un loro invito,
usc avvolta in uno scialletto, rabbrividendo alla pura brezza
dell'aurora.
   Err per la campagna bagnata di rugiada, assist alla Ievata
del sole e, sacrificando a un pensiero amoroso la carit pei fiori,
ne raccolse quanti pi pot; rientr nella cascina e, spalancando
l'uscio della tiepida camera, v'irruppe fragrante, carica di fiori.
Giulio si dest di soprassalto, ed ella gli gett in faccia, tra le
mani, sul petto tutti i fiori raccolti.
   --No... no... che fai?... Son tutti bagnati!...
  --E la rugiada! Ti porto la primavera a letto! Destati, pove-
ro mortale!
  Egli l'attir a s, in un impeto di tenerezza, e se la strinse for-
te, a lungo, respirando sul collo e sulle vesti di lei l'aura matti-
nale della campagna.
  --Perch non m'hai svegliato prima? Saremmo usciti insie-
me per tempo... Ci porteremo questi fiori in citt per memo-
ria. . .
  --S! fra mezz'ora saran morti!--esclam lei raccogliendo-
li. E tacquero entrambi, egli quasi afflitto della prossima morte
di quei fiori; ella, della prossima partenza per la citt.




  --Vieni qui... Siedi. Cos! Ora dammi le mani. De-vi dirmi
che hai.
  --Nulla, Agata... Che vuoi che abbia?
  --Non  vero! Me n'accorgo: tu non sei contento...
  --Contentissimo! Se io ho cominciato ad amarti quando tu
ancora non mi amavi...
  --Ma io allora non ti conoscevo!
  --S... s...  vero. Ma, di' la verit, non t'eri mai accorta...
  --Mai, te lo giuro.
  --Capisco, tu allora...

  --Ti prego, Giulio, non parlarmi di quel tempo...
  --Perch? Oh bella! Credi forse ch'io sia geloso... Nemmen
per sogno! Se tu ora sei mia, interamente mia...
  --E perch dunque...
  Uno scoppio di lagrime interruppe la domanda di Agata.
Giulio s'affrett a rispondere:
  --E la tua fantasia! Ti ostini a credere che io non sia conten-
to, mentre... Non si pu mica ridere tutti i momenti! E tu, nel
tuo stato...
  Agata si spiegava l'improvvisa malinconia, in cui Giulio pare-
va caduto, come effetto della gelosia pel suo passato amore. Io
mi sono mostrata a lui cos fredda dapprincipio!, pensava.
Forse egli crede, ch'io senta per lui soltanto della stima affet-
tuosa o della gratitudine pel suo silenzio, come prima. Ma
ora... E si sforzava di marlifestargli in tutti i modi il suo amo-
re, specialmente con l'allegria, per cancellare la prima impres-
sione di freddezza che egli aveva dovuto ricevere dal suo conte-
gno d'una volta. Malediceva intanto in cuor suo la memoria di
quell'altro, che veniva anche ora, secondo lei, a turbarle la pa-
ce. Ma che Giulio non credesse a quelle manifestazioni d'amo-
re? Talvolta le era parso finanche ch'egli s'indispettisse interna-
mente di quella sua allegria, come se non avesse voluto vederla
cos affettuosa eaga. Con qu~nta freddezza aveva egli pro-
nunciato le parole:--Se tu ora s~i -mia, illt n~lDnt~;ia...--.
Ma che ha dunquglai?, si domandava smaniando la sera,
    tl'egii era fuori di casa, ed ella nella camera dell'inferma,
abbandonata sempre con gli occhi chiusi sulla poltrona, atten-
deva sola e triste a preparare il corredino pel nascituro. Eran gi
corsi cinque mesi dal matrimonio, ed ella era incinta da due.
Giulio in verit non faceva ancor nulla che meritasse rimprove-
ro: ma pure Agata trovava bene in cuor suo da rimproverarlo
per tutto ci che non faceva. Sentiva bene, ch'egli non voleva
venir meno a nessuna promessa d'amore; ma era freddo adem-
pimento, e nient'altro. S... si... Come se egli fosse stato de-
fraudato nell'attesa! Chi sa...
  Di tanto in tanto l'inferma mandava un sospiro come un la-
mento, abbandonando il capo sull'altra spalla. Agata, accanto
al lume, sospendendo l'ago, la spiava un po' nella penombra.
  --Mamma, vuol nulla?
  --Nulla.
  Altre volte, levando gli occhi, incontrava lo sguardo freddo
della suocera fermo su lei.
  --Cuci ancora?
  --S, mamma.
  --Dev'esser tardi... Giulio non torna...
--Lo lasci star fuori. Che farebbe qui con noi?
--E che io vorrei esser messa a letto...
--Chiamo la serva?
  --No... no... Nessuno sa prendermi come lui... Siete sempre
in guerra voi due? Adesso egli mi fa aspettar tanto, ogni sera...
Prima era cos puntuale...
  --Io l'aspetto come lei, mamma... Noi non siamo in colle-
ra.. .
  Cominciavano gi i primi lievi disappunti di Giulio; seguiron
le scuse e le dispute per provare a lei di non aver mancato. E
non mancava difatti apertamente, come Agata avrebbe preferi-
to. Cos alla fine egli uccise per sempre sulle labbra di lei gli ulti-
mi rari sorrisi e la tenera allegria.


XIII.

  Quasi attirato per un momento dalla mestizia sopravvenuta
ad Agata, Giulio Sl richiuse come un tempo in casa, e si rimise a
prodigare le antiche affettuose premure.
  --Tu gi rimpiangi d'esser mia?
  --No, Giulio... Io soffro per te!
  E a poco a poco ella, diffidente daporlmariscaldata dalle ca-
1~770 li lui. ridivennPllegr~r Ma non dur molto. Giulio ricad-
de nelle smanie, poi nel tedio.
  Il giardinetto gi, a pi della casa, lasciato 1ll a~n-dono~
non aveva pi fiori. Anche il padrone adesso non era pi quello
d'una volta.
  Agata, per non affligger sua madre, si recava in vettura dalla
sorella, per consiglio o per bis~ogno di conforto.
  --Tutti gli uomini son cos--le diceva Erminia.--Fuoco,
prima delle nozze; cenere, dopo.
  Ma Agata r~on se ne persuadeva.
  --No... no... Ci dev'esser sotto qualche cosa! Sar il mio de-
stino... Amata quando non amo; disamata, amando. E gi la
seconda prova...
  --Ti disajuti troppo! Passer... Vedi me? Gi mi sono abi-
tuata...
  --Tu sei felice!--sospirava Agata.
  --Io, felice? Non ho mai con me mio marito!
  --Giusto per questo! Ah! s, ti par dunque bello vederselo
sempre in casa, triste ed annoiato, senza saper perch? Tu non
puoi capire quel che si soffra! Tu ti sei adattata a vivere in pace
aspettando il tuo per mesi interi; badi alle tue piccine; non ti cu-
ri d'altro... Quand'egli ritorna,  una settimana di gioia... Il vo-
stro amore non ha mai tempo di stancarsi...

--Ma tu credi che Giulio non ti ami?
--Io non so... non so... Intanto, mi vedi...
E Agata accennava con desolazione il suo stato alla sorella.
  In uno di quei giorni, a fin di tavola, Giulio mentre leggeva il
solito giornale, usc improvvisamente in una strana, fragorosa
risata.
  --Che t'avviene?--fece Agata.
  --Guarda... guarda qui...--esclam egli continuando a ri-
dere e mettendo sotto gli occhi di lei il giornale aperto.
  --Che cosa?
  --Qui... leggi... Guarda la firma!
  Agata guard, e divenne pallidissima. Giulio non smetteva di
ridere. Era una poesia di Mario Corvaja intitolata: L'abbando-
no.
  --Leggi! Non vedi? L'ha fatta stampare proprio qui, in que-
sto giornale, perch tu la leggessi... Il biricchino! cos afflitto,
poveretto! Leggi! L'arte l'ha frustrato... l'ideale se n' anda-
to... e tu sei tornata al suo cuore... Egli ti riama! Senti come di-
ce?
Se tu potessi intendere com'ardo!

Ebbene, e tu che fai, l'intendi tu, povera Agata?
  Agata s'era lasciato cader di mano il giornale, e guardava
Giulio stupita. Egli allora si chin su lei; l'abbracci, le strinse
forte il capo contro il suo petto, baciandola pi e pi volte sui
capelli.
  --Giulio, per carit!...
  --Ah scusa... Non pensavo pi... T'ho fatto male?
  Le s'inginocchi davanti, le prese le mani, e continu a par-
larle carezzevolmente, guardandola negli occhi:
  --Ci ho gusto, sai, per quello sciocco... Ora se ne p~te, hai
visto? Aver lasciata te cos bella... co ona...

  I~;av    tqm.Pn,tP~In no confusa.
  --Bella? Anche adesso?...
  Giulio si alz, dispiaciuto di quell'interruzione.
  --Non ti ho fatto male,  vero?


XIV.

  L'ombra si stendeva improvvisamente sulla citt, e la pioggia
pareirnminente con la sera. Gi la presentiva, nitrendo sotto i
grandi alberi rmenti, il cavallo della vettura che conduceva
Agata, lungo il viale, aibborgo marino, ove abitava Erminia.
Agata era l l per dire al coccnleldi tornare in~ietro. Ma ar-
rivava quella sera dall'America Cesare Corvaja, e lei e Giulio
s'erano dati appuntamento in casa d'Erminia.
  Dopo la scena del giornale, un altro cambiamento era avve-
nuto in Giulio. Ora egli non troncava pi con un'esclarnazione
di noia i rimproveri affettuosi di lei; pareva anzi che li gradisse,
e sorrideva loro in risposta, con aria di superiorit e di compati-
mento.
  --Sta bene, sta bene... sarai contentata... Stasera sar in ca-
sa dieci minuti prima del solito... Va bene cos?...
  Si compiaceva nel sentirsi amato da lei e nel sapere ch'ella
soffriva per lui. Vuol pigliarsi una rivincita? pensava Agata.
Come se io allora avessi voluto farlo soffrire! Se non lo cono-
scevo!... Teneva Giulio inoltre a dimostrarsi paziente nel subi-
re, nel prestare orecchio ai rimproveri; come se egli avesse pro-
prio diritto d'agire, come agiva; ed ella dovesse per giunta rin-
graziarlo di quella sua tolleranza ostentatamente benevola. Esi-
geva poi da lei pi cura nell'abbigliamento. Non voleva vederla
per casa cos trasandata...
  --Tutte ad un modo, le nostre donne! Appena pigliano mari-
to, non si dan pi cura della loro persona. Come se non ne va-
lesse pi la pena!... Il povero marito non deve aver pi occhi,
deve sottostare alla catena, bella o brutta che sia...
  Ed Agata s'era messa penosamente ad abbigliarsi con pi cu-
ra, per contentarlo, avvilita dinanzi allo specchio del suo volto
languido e del corpo sformato.
  La vettura si ferm innanzi alla casa d'Erminia, e Agata ne
discese piano, pesantemente.
  Quando pervenne in cima alla scala, non si reggeva quasi pi
in piedi, ansava con gli occhi socchiusi.
Tirb il laccio del campanello, e attese a lungo con la mano ce-
   lla porta e la fronte appoggiata sulla mano.
Non veniva dunquc nl~C~uno ad aprire?
Finalmente la porta s'apr.

--Chi ~--.,omand una voce, che fece trasalire Agata.
Mario Corvaja sporse un po' il capo a guardare:
--Agata!--esclam ritraendosi, come impaurito.
  Ella rimase sulla soglia, con le mani sulla porta. La saletta era
al buio. Egli qui? Come mai qui? Dopo un momento d'inde-
cisione Agata entr. Nessun 'umecceso nelle stanze; in fondo,
nell'ultima, i vetri del balcone ritraevan dal mare unr:or~'~
barlume.
  Mario la segu fino a quella stanza.
  --Erminia?--domand ella ansiosamente. t endosi alla
tavola in mezzo apparecchiata.
  --Non c' rispose M~v, e subito, a un movimento di
Agata, aggiunse:--No, no! Tu rimani; vado io... Siedi... Er-
minia  allo scalo, con le bambine... Il vapore  gi in porto...
  Agata si lasci cadere su una seggiola della mensa. E dun-
que non va via? pensava respirando affannosamente il silenzio
sopravvenuto; e sentiva nel bujo lo sguardo di lui avvilito e sor-
preso d'averla ritrovata in quello stato.
  Egli non sapeva decidersi n ad andare, n a parlare. S'era
nascosta la faccia con le mani. A entrambi forse si ridestava tu-
multuante, nella commozione del momento, il ricordo d'altri
tempi.
  S'udiva il crosciar del mare vicino, e l'ombra si faceva nella
stanza man mano plU densa.
  Agata a un tratto s'alz, risolutamente.
  --Vado--ripet Mario, togliendosi le mani dal volto.
  E dopo una breve pausa, aggiunse, quasi balbettando:
  --Perdonami, Agata... del male... che t'ho fatto...
  --Nessun male...--diss'ella sordamente.
  Mario si ritrov fuori della casa, senza saper come ne fosse
uscito, e si diresse macchinalmente verso lo scalo. A mezza via
incontr il fratello con le due bambine in braccio, Erminia da
un lato e la serva dall'altro.
  --Eccolo qui!--esclam Cesare, vedendolo.--Dammi un
bacio! Non posso abbracciarti... come va? Sei dimagrato, sai?
  --Vado in campagna, dal babbo, per rifarmi un po'... Parto
domattina--rispose come stordito Mario. E poi, rivolgendosi
ad Erminia, aggiunse:--Agata  da te...  venuta a trovarti...
  --Agata?--domand ansiosamente Erminia.--L'hai ve-
duta?...
  --S... T'aspetta!
  --Povera Agata!--fece Cesare.
  --Irriconoscibile!--sillab Mario, quasi tra s.
  --Eh sfido! Porta due con s...--riprese Cesare, e aggiunse,
ridendo e scotendo le bambine:--Io invece porto tre!
  Arrivati in casa, vi trovarono Giulio Accurzi, venuto allora
allora, e Agata nella stessa positura in cui Mario l'aveva lascia-
ta.
  La stanza era ancora al buio.
  --Evviva!--grid Giulio con un fare insolito, rivolgendosi
a Erminia e accendendo un fiammifero.--Si accoglie cos un
marito che arriva dall'America? Accendi tutti i lumi! Vogliamo
vederci in faccia!
  Cesare lo baci, e gli present il fratello.
  --Tanto piacere!...--esclam Giulio con grande effusione,
stringendo la mano di Mario.--Gi lo conoscevo... cos, di vi-
sta... Oh s. Viene da Roma,  vero? Beato lei, che pu starsene
lass, liberamente... L'alma Roma! e le belle donnine, no?--
aggiunse piano, strizzando un occhio.
Mario lo squadr, pallidissimo, e scotendo il capo, rispose:
--S! L'alma Roma... un gran deserto...
--Come mai! Che dice? Un gran deserto!
--Per me. . .
  --Ah! per lei, forse -- Vorrei trovarmi io al suo posto... Sen-
za moglie, s~intende! La moglie  un affar serio, quando si 
giovani, come noi,  vero, Cesare?
  Gli brillavano gli occhi, e la sua voce aveva delle vibrazioni,
come di chi parla nell'acuto della febbre.
  Agata lo guardava, come se temesse di momento in momento
qualche brutta escandescenza.
  --Tu mi guardi..---si rivolse a lei Giulio improvvisamente,
ridendo.--Ma  la verit, cara!  la verit...
  E nel guardar la moglie un pensiero soltanto, quasi inverosi-
mile, gli turb a un tratto la trista gioia d'essere odiato da Ma-
rio Corvaja, quantO lui lo aveva odiato una volta: che lo stato
di lei non gli lasciava aver vittoria completa; giacch Agata or-
mai non poteva forse ispirar pi a colui alcun tormento d'invi-
diato amore.

La signorina





  Oh, infine, sar quel che sar!, fece tra s Lucio Mabelli,
scrollando le spalle.
  Si lev da sedere, raccolse dal tavolino ingombro di carte
sparse alla rinfusa e di libri ammonticchiati una dozzina di car-
telle, su cui aveva buttato in fretta e in furia la solita cronachet-
ta d'arte o di vita mondana per un giornale quotidiano, e inco-
minci a vestirsi per uscire.
  Sar quel che sar! Piano... E quell'imbecille del Marzani?
  Imbecille, s, quanto voleva; ma come dimenticare, cos a un
tratto, tanti e non lievi favori ricevuti dal Marzani in parecchie
difficili occasioni?
  Oh, s.. . sta bene! sta bene!
  Scaravent su una seggiola l'asciugamani, e sbuff dal di-
spetto.
  Ecco a che s'era ridotto! E sempre umiliazioni! Per chi e per-
ch aveva egli lavorato tant'anni? Com'era stato ricompensato
il suo lavoro7 N nome, n quattrini--a trentaquattro anni!
Chi era stato giusto con lui? Nessuno... E doveva ora esser giu-
sto lui con gli altri? Ah, tanto sciocco poi no! Un po' di pazien-
za, tanto sciocco poi no...
  Marzani non ha saputo parlare? Peggio per lui! Che colpa
ne ho io?>)
  Ma per quanto si forzasse a trovar scuse e finanche a voler es-
sere ingiusto, una lieve punta di rimorso non gli lasciava vincere
quella smania interna, quel fastidio della mente. Non sapeva
egli forse che il suo amico Tullo Marzani era innamorato della
signorina Giulia Antelmi? Lo sapeva dalla bocca del Marzani
stesso.
  S,  vero! Ma chi avrebbe potuto supporre...
  Uh, piano, supporre! Non doveva egli forse aspettarsi quel-
I'uscita della signorina? Via, via, ad esser sinceri, non le aveva
fatto anche lui un po' di corte?... Oh, cos, senza intenzione,
s'intende! Aveva scherzato, come si suol fare con una signorina
di spirito, ecco tutto! In coscienza, per, non s'era accorto che
Giulia Antelmi cominciava gi a pigliar gusto a quello scherzo?
Era pur da immaginarsi! Oggid in tanta penuria di mariti... E
allora, sentiamo, che avrebbe dovuto fare?... Allontanarsi subi-
to da quella casa...
Oh s! e perch non farsi monaco addirittura?
  Del resto, neanch'egli, adesso, sapeva rendersi esatto conto di
quanto era avvenuto tra lui e la signorina Antelmi.
  Sbuff intanto un'altra volta, e rimase un tratto con le brac-
cia puntellate sul letto dinanzi alla camicia, che doveva indossa-
re quella sera. La scena del giorno precedente gli si rappresenta-
va alla mente con crudele precisione. Maledetta gita a S. Paolo!
Bestia d'un Marzani! Era stato proprio lui a proporla...
  Curioso, che parlavano proprio di lui, del Marzani, egli e la
signorina Giulia, a braccio, tornando dalle Tre Fontane a S.
Paolo, mentre il giorno moriva in un pallore ardente. Che gior-
no! Egli non aveva pi pensato n all'ingiustizia del mondo, n
alla misera esistenza fatta di dispetto e di rinunzie, n ai manca-
ti sogni... S'era sentita libera e leggiera l'anima, e lieto e pago il
cuore, al saldo rigor dell'aria invernale, in quel d splendido,
senza una nuvola pel chiaro azzurro palpitante di luce. S'erano
entrambi involontariamente allontanati dagli altri, dai genitori
di lei e dal Marzani, che spiegava a tutti, per solito, le cose pi
ovvie del mondo e per se stesse chiarissime.
  Lucio presumeva di conoscere il segreto della signorina; ella
invece sosteneva che no, che non era possibile.
  --E se, per esempio, le dicessi che me l'ha detto... Iui?
  --Chi, lui?
  --Un uomo, probabilmente! Se dico lui! Il fortunato morta-
le...
  Ed ella s'era messa a ridere, senza neppure accorgersi ch'egli
con la mano libera le stringeva la piccola mano, che pendeva in-
guantata dal suo braccio destro.
  C'era veramente un equivoco. Egli riteneva sul serio, che il
segreto della signorina Giulia consistesse nell'amoretto del Mar-
zani.
  --Non  Tullo Marzani?
  --Marzani? Oh no, mio Dio! Dice sul serio? Lo lasci in pace,
povero Marzani!
  --In pace, se  cos, non lo lascer lei, invece! M'ha raccon-
tato una certa storiella, io non so...
  --Marzani?
  --Proprio lui, mesi addietro...
  --Figurazione! Che vuole che le dica?
  --Ah, non  possibile, via! E lui... Ora ella vorrebbe pren-

dersi giuoco di me. Via, abbiamo capito... Se Tullo m'ha parla-
to di lei in tal modo, che...
--Bene? Lo ringrazi tanto da parte mia.
--E innamorato, sa. Cotto!
--Di me? Oh guarda!
--Non lo sapeva dawero?
--Uh, da tanto tempo...
E s'era messa a rider di nuovo, come una biricchina.
Ma adesso lui voleva conoscere il segreto.
--Mi dica chi  il vero, se non  Marzani...
--Debbo dirglielo io? Pretende troppo, mi pare...
--Badi, lo sapr!
--Non lo sa davvero?
  E in cos dire, divenendo a un tratto seria, lo aveva colpito
due volte in faccia, leggermente, col lungo guanto nero, profu-
mato, che teneva nella mano destra.
  A quell'atto egli aveva trasalito, s'era reso conto finalmente
della falsa posizione, in cui, dimentico per un momento di s e
degli altri, s'era lasciato spingere dall'insolito umor gajo, dalla
vanit solleticata.
  Il silenzio succeduto a quei due colpi di guanto, ora, nel ricor-
do, pesavagli sul cuore enormemente. Ah, quel silenzio lo aveva
compromesso pi di qualunque frase imponderata sfuggitagli in
quel giorno, pi dell'atto awentato della signorina, pi della
sua mano, che stringeva, quasi senza saperlo, la mano di lei.
  Dio, che grullo! che grullo!
  Quel che poi ella aveva soggiunto, rompendo quasi a stento il
silenzio, aveva finito per confonderlo completamente.
  --Vuol forse sapere... il mio vecchio segreto? Glielo dir!
Non val la pena che si stanchi a cercare. Tanto  svanito...
  E dal tono della voce e dagli occhi traspariva chiaramente
l'intento con cui ella si faceva a svelargli il suo vecchio segre-
to. Senza dubbio la signorina aveva supposto ch'egli volesse
saperlo perch era geloso del passato di lei, come suole awenire
a certi innamorati incontentabili. E aveva voluto rassicurarlo.
  --Posso dirle anche il nome. Tanto, egli non  pi qui,  an-
dato via da Roma. Le dir anche dove: a Milano. M'ha scritto
due volte; non gli ho mai risposto. Non indovina ancora?
  E dopo una breve pausa:
  --Si chiamava Antonio... brutto nome, eh?
  E a lui era venuta alle labbra una frase sciocca, banale, assi-
derata dal pi scemo sorriso:--Debbo crederci?
  --Come no? Certo! Antonio Arnoldi.
  Antonio Arnoldi? Lui? Possibile? Sorpresa pi sgradevole
non avrebbe potuto aspettarsi! E gliela dava proprio lei?--
L'aveva guardata stupito, quasi offeso da quella rivelazione.
L'Arnoldi? Possibile? Quell'antipatico?
  Lucio s'era visto saltare innanzi alla mente la figura dell'Ar-
noldi, alto, bruno, ricciuto di barba e di capelli, con gli occhi
neri, sfavillanti, le labbra accese, vigoroso e sprezzante.
  --Che le avviene adesso?--gli aveva domandato Giulia An-
telmi nel vederlo cos turbato dalla sorpresa.
  --Ah, signorina!... Mi meraviglio...
  --Di che?
  --Di lei, scusi...
  --Ora le spiego... Aspetti! Io ho conosciuto l'Arnoldi...
  Oh, no, lui invece amava meglio credere che ella non cono-
scesse affatto, o almeno non sapesse precisamente, chi era que-
sto signore, perch altrimenti... S, via! intendeva bene: possia-
mo tutti invaghirci d'una persona, poniamo, brutta, ma intelli-
gente; d'un cattivo soggetto, ma di belle forme... Ora, quell'Ar-
noldi, un Adone, via, non era certo; non era certo un Aristote-
le.. .
  --Come c'entra Aristotele?--aveva interrotto ella ridendo.
--Mi lasci dire...
  La signorina Giulia non sapeva affatto chi fosse quell'Arnol-
di. Strano,  vero? Eppure era cos! Lo aveva conosciuto tanto
tempo addietro. Ragazza lei, ragazzo lui! F,lla andava a scuola,
con l'aia--una vecchia del vicinato--e l'Arnoldi, anch'esso
coi libri e i quaderni sotto il braccio, la seguiva da lontano.
Quella scorta dur un anno: ella ne aveva tredici, allora. Un
giorno la vecchia tarua a ripigliarla dalla scuola. Ella se ne stava
presso il portone ad aspettare, allungando il collo per vedere se
venisse, e nulla! Invece, le viene innanzi lui, il signorino, con
una velleit di baffettini, ormai sul labbro. Le d del lei; dice:
--Signorina...--. Figurarsi! ella portava ancora la veste corta,
cos a mezza gamba... E quegli trova il coraggio di dirle che l'a-
mava, l per l, con delle frasi... delle frasi... Ella scapp via,
senza rispondergli, in fondo all'atrio della scuola. Il domani ri-
cominci la scorta da lontano. E allora lei, ragazzaccia, chi sa!
forse gli avr fatto capire, s... che aveva capito, insomma...
Non c'era altro. Finito il bel tempo della scuola, divenuta dav-
vero signorina, lo aveva riveduto quattro o cinque volte (non lo
sapeva precisamente) a lunghissimi intervalli, in casa di comuni
conoscenti. Una sola volta per, in una di queste occasioni (non
cercate!) I'Arnoldi, approfittando d'un momento di storditaggi-
neinnocente, badiamo!) supponendo ch'ella fosse rimasta un
po' in disparte per 1 i e si era avvicinato con molto garbo, e le
aveva detto, che egli non s'era mai scordato della sua scolaretta
d'un tempo, e dice... ora avrebbe pensato seriamente alla signo-
rina. Ella divenne rossa come un papavero, e s'allontan senza
trovar la forza di rispondergli come doveva... Ora, che fosse
egli divenuto, cresciuto negli anni, la signorina Giulia non lo sa-
peva davvero. Non gli era andata mica dappresso. Nell'Arnoldi
aveva sempre veduto quel ragazzetto ardito che l'accompagna-
va ogni mattina fino alla porta di scuola. Aveva pensato, cos, a
lui, perch lui forse pensava a lei... Ecco tutto.
  Il racconto aveva bene l'aria della sincerit. Non era anzi ca-
rina quella piccola avventura? Giulia Antelmi glielo aveva do-
mandato. Ma lui, si sa, lui per riparare in certo qual modo ai
mali passi, aveva ostentato allora una cotale indifferenza vestita
di buone parole e di savi consigli... In cuor suo intanto avrebbe
mille volte preferito, che la signorina Giulia gli avesse detto:
~Amavo il vostro amico, Tullo Marzani e non quell'Arnoldi,
quell'Arnoldi, per cui egli sentiva un'istintiva, inesplicabile an-
tipatia! Certamente, se non avesse temuto di compromettersi
maggiormente, le avrebbe espresso con calor di gesti e di voci il
suo gran disgusto, e svelato tutto quel male che sapeva intorno
all'Arnoldi. Tuttavia, le aveva confessato francamente che
quel signore non meritava, non gi l'amore di lei (sarebbe stata
un'enormit!), neppure il pi lontano interessamento.
  --E che ha mai fatto?
  --Mah!... Come facesse a vivere, io non lo so. C' chi lo sa,
e lo va anche ridicendo apertamente. Io per mi guarderei bene
dal ripeterlo a lei.
  --Brutte azioni?
  --Mah! .. .
  Del resto a Giulia Antelmi adesso non importava proprio nul-
la di saperlo. Peggio per lui, per l'Arnoldi!
 Peggio per me!, pensava invece Lucio Mabelli, che gi si
trovava in istrada, diretto alla stamperia del giornale.




  --Uno... due... tre... quattro... cinque... sei... sette...
  Il signor Carlo Antelmi, su una seggiola presso l'uscio del sa-
lotto arredato con certa pretensione d'eleganza, che tradiva
peggio l'angustia dei mezzi, faceva girar con un dito le aste d'un
grande e vecchio orologio a pendolo appeso alla parete su uno
stipetto a muro. Dopo il primo giro sul quadrante aspett che la
soneria sbagliata ricontasse le ore. Sette un'altra volta, maledet-
to!
  --Chi ?
  Entrava qualcuno; e il signor Carlo, lungo e secco nella veste
da camera un po' gualcita, con un berrettino da viaggio in capo
e un grosso fazzoletto di lana al collo, dalla seggiola si volse,
chinandosi verso l'uscio per veder chi fosse.
  --Sono io, signor Carlo... Disturbo?--fece Tullo Marzani,
entrando impacciatissimo.
  Il signor Carlo s'affrett a scendere dalla seggiola.
  --L'avvocato! Ma che! Avanti, signor avvocato! S'immagi-
ni... Come va? Scusi lei piuttosto, che mi trova cos...
  --Veramente  un po' troppo presto per una visita; ma, ecco,
io avevo questa carta di musica, che la signorina Giulia vuol ve-
dere; e cos, passando, son salito. Non per altro, ecco! So che la
signorina suona di mattina, e cos...
  --Troppo buono... troppo buono... --ripeteva il signor
Carlo, inchinandosi e sorridendo per compiacenza all'awocato.
  Ma questi sentiva il bisogno di dar maggiori spiegazioni. La
serva aveva voluto farlo entrare per forza; lui invece avrebbe
voluto lasciar la musica e andar via subito, senza disturbar nes-
suno. ..
  Tullo Marzani faceva spesso, or con una scusa or con un'al-
tra, di quelle comparse improvvise in casa Antelmi, frutto senza
dubbio delle meditazioni e dei consigli di qualche notte agitata,
durante la quale egli, stanco finalmente d'un lungo periodo di
continue indecisioni, sentiva il bisogno di risolversi a far qual-
che cosa. Doveva o no prender moglie? Chi gli consigliava di s,
e chi di no. Gli conveniva o no la signorina Antelmi? Quanto al-
I'aspetto, s, certamente: la stimavan tutti una bella ragazza; ma
un po' bizzarra, un po' troppo sciolta; taluni... Non era mas-
saia; amava piuttosto la lettura dei romanzi... Male... ma-
le..., gli diceva una voce interna; ma subito un'altra, di riman-
do: Non vorrai gi relegar tua moglie in cucina!.--Oib!--
La signorina Antelmi non aveva dote--Tanto meglio! ti sar
pi obbligata..., gli suggeriva qualcuno nella coscienza. Eh
no!, l'ammoniva un altro, tu, col tuo censo, puoi aspirare a
qualche altra, pi in alto...
  Ma ecco, al povero Marzani, destituito a tal segno di criterio
e d'estimativa, in fondo la signorina Giulia piaceva moltissimo.
E cos, tutt'a un tratto, pigliava finalmente la decisione di chie-
derla in isposa:
  Me la piglio, e non se ne parli pi!.
  Si levava di letto, divenuto per lui arnese di tortura, e con gli
occhi ammaccati dall'insonnia, senza il suo bel color rubicon-
do, concertava un progetto, cercava una scusa verisimile, e s'av-
viava verso casa Antelmi.
  Qui pareva che tutti l'aspettassero sempre a braccia aperte, il
signor Carlo, la signora Erminia, finanche la serva; se bene

         I A S!ONOR!NA                                '~

adesso un po' stanchi, a dir vero, della lunghissima attesa, spe-
cialmente la signora Erminia, la quale tuttavia si guardava bene
dal mostrargli impazienza.
  Il peggio era, ch'egli, senza accorgersene, s'era lasciato sfug-
gire il momento, in cui la signorina Giulia, delusa dalla parten-
za dell'Arnoldi per Milano, stretta dal disagio in casa sua, con-
siderandosi non compresa dai suoi, avrebbe forse accolto la do-
manda d matrimonio.
  Ora ella, per stare in pace con la madre, doveva forzarsi a na-
sconder l'antipatia che il Marzani le ispirava; e intanto s'era ri-
volta e appigliata al Mabelli, come a uno scoglio cui pur sentiva
non ben sicuro, nel naufragio delle sue speranze. Sapeva che il
Mabelli non era in condizioni da prender moglie; ma fidava sul-
l'ingegno di lui e sulla sua civetteria.
  Lucio, dal giorno in cui s'era lasciato prendere quasi in ag-
guato dal proprio cuore, contro le dolorose imposizioni della
ragione e della necessit, non aveva pi saputo opporsi con
franchezza alle supposizioni di Giulia, divenute man mano per
lei certezza, a cagione del suo silenzio e della sua remissione.
Egli pensava: Posso io forse dirle: Sa, signorina? quel giorno
io scherzavo; non creda che io sia sul serio innamorato di lei...
Certamente non posso dirle cos. Lo capir da se stessa, dal mio
contegno. . ..
  Questi, intanto, rimanevan proponimenti. In realt, poi, Giu-
lia Antelmi lo aggirava tra le spire della sua arguta malizia, lo
awolgeva alla sprowista nel momentaneo turbamento d'una
furtiva espansione d'affetto; e cos egli, ogni volta, usciva dalla
casa di lei interdetto, scontento di s, con un senso smanioso di
disagio e la coscienza sempre pi precisa della falsa posizione,
in cui s'era messo.
  Perch non parlava? Non sentiva forse in cuor suo, che la
lealt, l'onest, il dovere verso l'amico di cui possedeva il segre-
to, e ch'egli tradiva, gl'imponevano di parlare? Era leale, era
onesto lusingar cos col suo silenzio una signorina, a cui gi l'e-
t non consentiva altri indugi in leggieri amoreggiamenti senza
scopo? Ella aveva gi venticinque anni. Lucio lo sapeva. Ne
mostrava,  vero, venti o ventuno appena; s, ed erpur bella, e
cos ricca di spirito! Che disgrazia non aver dote! Lucio avrebbe
fatto la sciocchezza di venir meno a tutti i suoi proponimenti
contro alle tentazioni del matrimonio. Lo confessava a se stes-
so, forse per acchetar la coscienza rivoltata dal suo modo d'agi-
re. Non s'era forse spinto fino a ricever da lei dei baci? E non
aveva udito pi volte Giulia mettergli in berlina il Marzani? Ed
egli aveva anche sorriso della dicacit di lei, un po' impacciato,
 vero, ma pur senza saper dire una parola in difesa dell'amico,
ch'egli tradiva, cos, senza quasi volerlo...
  Egli non parlava, egli che doveva, e intanto se la prendeva,
per giunta, col Marzani, che non sapeva decidersi una buona
volta a domandar la mano di Giulia, e a trarre cos lui d'impic-
cio. Se avesse potuto indurre il Marzani a far ci, egli, nel frat-
tempo, si prometteva di spiegarsi francamente con la signorina
Giulia. Sarebbe stato difficile e penoso, non s'illudeva; ma era
pur necessario...
  Cos, una mattina, si rec a trovare il Marzani.
  --O Lucio! Come va?--disse questi, ricevendolo nel suo
studio sempre in ordine, e levandosi dallo scrittoio.
  --Hai da fare?
  --Un mondo!... Un mondo!... Non ne posso pi, lo dichiaro
francamente.
  - Va bene, usciamo. Fa bel tempo, e non si lavora. Uscia-

  --Hai da parlarmi?
  --No. Ci faremo una passeggiata. Discorreremo...
  --S, ma... queste carte?
  --Le lasci stare. Le vedrai pi tardi. Su, lesto, ora andiamo!
  Tullo Marzani aveva sempre un mondo da fare, o almeno egli
amava credere cos, e lo diceva a tutti. Veramente, di tanto in
tanto, qualche amico gli rovesciava addosso delle seccature giu-
diziarie, ch'egli soleva sbrigare con la massima diligenza, rimet-
tendovi per spesso le spese. Non c'era altro!
  --Di' un po', ti sei sognato?--comincib Lucio Mabelli, ap-
pena in istrada.--Che diamine m'hai raccontato della signori-
na Antelmi... di te?...
  --Ah, le hai parlato?--esclam il Marzani sgranando gli
occhi, quasi smarrito.
  --No, no, che! Ma bada, sai; c' un equivoco...
  --Tu hai parlato di me alla signorina Giulia! Di' la verit...
  --Ti dico di no. Sei curioso!... Fu lei, invece, che mi parl...
  --Di me?
  --Nient'affatto.
  --E allora?
  Tullo guard Lucio, impallidendo. Quell'aria d'indifferenza
con cui il Mabelli era venuto a invitarlo a uscire, la leggerezza
affettata con cui gli parlava d'una cosa tanto grave per lui, gli
fecero a un tratto supporre, che l'amico volesse prima nascon-
dergli e poi man mano prepararlo a una spiacevole notizia.
  --Non capisco...--aggiunse.--Di chi t'ha parlato la signo-
rina?
  Lucio cominci a sentirsi a disagio sotto lo sguardo smarrito

del Marzani; ma rivolse subito contro l'amico l'acredine del ri-
morso, che ora lo pungeva pi che mai. Cos aweniva sempre in
lui: il suo rimorso si cangiava in stizza, e allora egli incolpava
della sua colpa chi o per un verso o per l'altro lo aveva spinto a
commetterla.
  --Non cominciare adesso...--rispose.--Non  awenuto
nulla! Sta' tranquillo. La colpa del resto  tua, mio caro...
  --Come? Ma io...
  --Lasciami dire! Tu... tu non hai diritto di lagnarti di nessu-
no. S, perch sei l'indecisione in persona, capisci? Ti proponi
questo, ti proponi quest'altro, parli, fai veder tutto bell'e fatto,
e, sissignore! poi non fai nulla. Confessa che sei cos.
  --Scusa, ma io...
  --Tu, che cosa? Hai parlato a me,  vero, di Giulia Antelmi?
M'hai detto,  vero, che ti piaceva; che intendevi sposarla; che
anche lei, ti pareva, pensasse a te in segreto? Oh! E da che
m'hai confidato tutto ci, saran passati, per dir poco, cinque
mesi. Eh, lo so! Non interrompermi... Cinque mesi! Parevi al-
lora deciso a far questo passo. Che hai fatto finora? Che hai
concluso? Nulla! Poi ti lamenti...
  --Ma che importa a te? Che  awenuto? Insomma, si pu
sapere?...
  --Che? Nulla, finora; ma se indugi ancora... Che importa a
me? Io, guarda, non ti capisco! Se fossi al tuo posto... Solo, ric-
co, senza grattacapi, tranne quelli che vai procurandoti col lan-
ternino; mi vuoi dire che vorresti di pi? Ah, l'amore? E lo vor-
resti cos, senza scomodarti, senza dir nulla? Che aspetti anco-
ra? Aspetti che le donne ti saltino al collo al primo vederti?
  --Questo non l'ho mai preteso...--disse Tullo mortificato.
--Ma ancora non capisco perch sei venuto a farmi questo di-
scorso, oggi... Guarda, io un sospetto ce l'ho... Non vorrei dir-
telo; ma...
  Lucio si volse un po' sconcertato a guardar l'amico.
  --Vuoi che lo dica francamente?--aggiunse il Marzani im-
pacciato, e volle prima sorridere, come per attenuar le parole.
--E chiaro, che non te ne faccio una colpa... Senti, io... s, io
metterei le mani sul fuoco, che la signorina Giulia crede... o al-
meno m' parso, bada! s, crede... che tu insomma le faccia la
corte... un po' ecco...
  --Sei matto?--esclam Lucio.--Io? la corte?
  --Tu no, tu non c'entri, lo so! Dico, che lei forse lo crede...
  --Oh, ma lei... pu credere... ci che vuole... Io...--rispose
Lucio, a cui gi le parole tiravano il fiato; e nascose l'agitazione
in una risata.--Io far la corte! Non ci mancherebbe altro. E
poi, s, t'assicuro, che ho tutto con me per essere il beniamino
delle donne... Va' l, va' l, non dir sciocchezze, e non farmene
dire!... Quando penso, in certi momenti, che ho gli anni che ho,
e che mi tocca vivere come vivo, dopo tanti... Basta! meglio
non parlarne. Ti lagni tu, tu hai il coraggio di lagnarti!... Basta;
senti... Volevo dirti dell'equivoco, mi pare... Ebbene, dimmi un
po': conosci l'Arnoldi? Antonio Arnoldi...
  --S, perch? Lo conosco di vista... Aspetta. L'ho veduto
giusto jersera.
  --Qui? In Roma? Ah, non  possibile!--fece Lucio, can-
giandosi improvvisamente dalla sorpresa.
  --M' parso d'averlo visto...
  --Va' l, ti sarai ingannato... Non  possibile!
  --E io ti dico che era proprio lui. Anzi, sai, acconciato come
uno zerbino... e poi, rifatto... s, con quella solita aria...
  --E tornato da Milano?
  --Pare...
  --E per far che?
  --Uhm!--fece Tullo.--Chi lo sa? Probabilmente per ri-
mettersi a fare quello che faceva...
  Lucio non ud le parole del Marzani. Per far che?, ripet a
se stesso, come se a ogni costo volesse trovare un nesso tra quel
ritorno inatteso e ci che lui stava per dire al Marzani.
  S'immerse, sconvolto, in un mare di supposizioni.
  Tullo, intanto, continuava con disinvoltura a sparlar dell'Ar-
noldi.
  --Forse--diceva--non avr potuto pi vivere neppure a
Milano; cos,  tornato agli antichi amori...
  Lucio se ne infastid.
  --T'inganni--disse, per farlo tacere.--L'Arnoldi, mio ca-
ro, ha trovato a Milano un ottimo collocamento, nella Banca
Ritter. Ha molto ingegno, tu non lo sai, e volont di ferro... E
un po' traviato, era almeno.
  --Se lo era!--esclam il Marzani ridendo.
  --Ebbene, tu ridi, e io ti dico... Guarda, combinazione! Sei
innamorato della signorina Giulia,  vero? Or bene, sappi,
ch'ella fece parecchio tempo all'amore con Antonio Arnoldi...
  --Con lui?--grid Tullo, restando.
  --Nulla di male, oh sai!--s'affrett a soggiunger Lucio per
correggere la cattiva impressione che le suei~parole buttate gi
nella stizza avevano prodotto nell'amico.--Nulla di male... Un
amoretto sciocco da ragazza, proprio da ragazza... Andavano a
scuola insieme, figurati! E gi tutto finito da un pezzo. . .
  --Era questo l'equivoco?--domand Tullo ancora stordito.
  --(uesto; non c' da impensierirsene, ti ripeto...
  E gli narr in succinto tutto ci che di questa awentura fan-
ciullesca gli aveva detto la signorina Giulia, e ci che lui le aveva
risposto e detto dell'Arnoldi. Poi, quando gli parve di veder l'a-
mico completamente rassicurato, s'accomiat al suo solito in
fretta in furia.
  --Va', va'; ne riparleremo un'altra volta. Ora lasciami scap-
pare...
  --T'accompagno.
  --No; debbo andar dal conte Rivoli pel signor Carlo Antel-
mi. Pover'uomo! Vediamo se sar possibile ottenergli questo
posto di segretario presso il Conte. Ho buone speranze...
  --Bene eveniat!--fece Tullo, alzando le spalle, con la mente
ancor piena dell'Arnoldi.--Io torno allora alle mie carte...
  --E alle tue indecisioni!--aggiunse Lucio, allontanandosi.
  E pens tra s: Ora pi che mai! Ho fatto male ad annun-
ziargli, cos d'un colpo, il vecchio segreto. Avevo cominciato a
prepararlo tanto bene. Ma quella notizia... Che sar venuto a
far l'Arnoldi in Roma?.




  Il signor Carlo Antelmi attendeva impaziente la risposta del
conte Rivoli, e aggirandosi per la casa; lodava tra se il Mabelli,
che pareva si fosse messo proprio d'impegno a ottenergli quel
posto di segretario.
  Tanto lui, quanto la signora Erminia avevano cieca fiducia in
Lucio: non sospettavan neppur lontanarnente, che questi potes-
se per secondo fine prestarsi cos in ogni occasione a giovar loro
del suo meglio. Lucio dal canto suo sapeva rendere i suoi favori
con tale superiorit, e dietro il cangiante spolvero del suo far vi-
vace sapeva cos ben nascondersi, che dawero non dava ap,,=
glio ad alcun sospetto.
  In quanto alla signorina Giulia, ella era stata sempre pei suoi
genitori comP l!n. !ihr chiu~, hPn !~qtv, '`vn sul dr~v~lm tito-
lo indecifrabile. Stavasene quasi semprP ,"-,partata a leggere o a
ricamare. Sentiva, e spesso no~l riusciva a nascondere un disgu-
sto opprimente pei.l~vai un po' volgari e sciatti della madre e
per la grett~7Ga del padre, specialmente ogni qual volta tutti e
dllP venivano a lite, e come spesso accadeva, per un nonnulla.
  Il signor Carlo di ordine alla serva di far subito passare in
camera sua il Mabelli, e vi si ritir per non assistere al trambu-
sto (alla rivoluzione, diceva lui) che facevan le due donne ogni
mattina per rassettar la casa, uscendo dalle loro camere.
  Per quel giorno la signora Erminia ne usc col cappellino in
capo e un ventaglio in mano. Il Marzani aveva regalato per la
sera un palco all'Argentina, ed ella si recava a far delle compere
necessarie per s e per la figlia. La serva venne per parte di que-
sta a rammentarle un ventaglio e non so che nastro grigioperla.
  --Sta bene, sta bene... E che fa lei, la signorina? Ancora a
letto?
  --S' gi levata, si pettina.
  --Alle undici!
  La signora Erminia sospir, e usc.
  --E andata via la mamma?--domand Giulia sporgendo il
capo dall'uscio della sua cameretta.
  --Or ora, signorina. Ma non dubiti, gliel'ho detto: il venta-
glio e il nastro.
  --Se si rammenter!--sospir Giulia, entrando nel salotto.
--Vorrei sapere perch  voluta uscire cos per tempo...
  --Son gi le undici, signorina!
  --Grazie, lo so. Poteva bene uscire con me oggi dopopranzo.
L'ha detto lei,  vero, che sono le undici?
  Si stese su una seggiola a dondolo, e cominci a spingersi in-
nanzi e indietro, colle mani sui bracciuoli, il capo chino e gli an-
goli della bocca in gi, in una contrazione di sdegno.
  --Eh gi!--riprese poco dopo.--Infatti abbiamo tanto da
fare, in questa casa! Auff! Per piacere, Olga: va' a prendermi il
libro che sta sul comodino a canto al letto.
  Ristette dal dondolarsi; reclin indietro la testa, tese in avanti
il busto e alzando le braccia e incrociando le dita si pos le mani
sulla fronte, per stirarsi. Poi si lev, apr il pianoforte, ma non
seppe decidersi a sonare.
  La serva rientr col libro.
  --Posalo sul tavolino, l... Non ho pi voglia di leggere.
  Rimasta sola, appoggi un gomito sul pianoforte, facendone
stridere alcuni tasti, e si nascose gli occhi con la mano.
  Sotto la pressione del gomito i tasti tennero lungamente il

  Da pareccorniJiuliaP     ,IlAc~nto dello sta-
to d'animo di Lucio MaDc"' rispetto a lei. Quei ritegni, quegli
sguardi schivi, certe parole fredde, qccanti dalle labbra, quelle
mani che temevan sempre d'incontrare le sll" le dimostravano
chiararnente com'egli cercasse gi d'allontanarsi da iiOCo a
poco, pur rimanendole vicino, da buon amico, dopo averle fa~-
to intender la ragione, senza prediche e senza scene.
  Questo modo d'agire intanto la stizziva. Gi uno strano pun-
tiglio cominciava a inasprire il suo amore. Ella provava dispetto
dell'impotenza sua di vincere quell'uomo: avrebbe voluto co-
stringerlo a non pensar tanto, a non dar tanta retta alle dure ne-
cessit della sua condizione. E intanto si turbava a ogni accenno

di ricordo subito cancellato dal sangue che le affluiva al cervel-
lo, vergognosa della sua ostinazione, che forse l'aveva spinta a
concedere a lui, per legarselo maggiormente e rendergli pi dif-
ficile l'uscita, qualche carezza non del tutto inappuntabile. Lu-
cio non sapeva resisterle, come avrebbe dovuto, dato il suo in-
tendimento; e questa era in gran parte la cagione del rossore di
lei; giacch ella concedeva pi per puntiglio di vincere che per
amore, e quegli trascendeva pi impacciato che accecato, quasi
rimettendosi a lei, per non offenderla con un savio richiamo.
  Lucio Mabelli, entrando nel salotto, la sorprese ancora in-
nanzi al pianoforte, col gomito sui tasti e la mano sugli occhi.
  --Oh, Lucio!
  --Il signor Carlo?--domand Lucio esitante, evidentemen-
te contrariato.
  --Di l... Aspetta! Vai subito?
  --Devo annunziargli con premura...
  --Con tanta premura?
  --Ha ottenuto quello che desiderava--rispose egli, mo-
strando tutto il suo zelo, come per iscusarsi.--Son sicuro che
m'aspetta, l'ha lasciato detto alla serva... Se ora mi si vedesse
qui. . .
  --Prima di tutto, nulla di male! Poi, Olga non entra se non 
chiamata. La mamma non  in casa.
  --Pu uscir tuo padre da un momento all'altro...
  --E allora gli dirai quello che devi dirgli...
--Farei questa bella figura!--concluse Lucio.
 11a,li volse le spalle.
  --Sta bene... e ' allora . .  con un sospiro, che
parve uno sbadiglio, sulla seggiola a l~ndolo.
  Lucio non ebbe la forza d'andarsene cos. i;i avvicin,
combattuto.
  --Sei ingiusta...
  --Ingiusta?--domand ella, sorridendo. E prese il libro dal
tavolino come per mettersi a leggere.
B--Ingiusta, ingiusta... Non te n'accorgi...
  --Pu darsi!--sospir lei.
  Lucio si chin sulla seggiola, a guardarla.
F_ Ti lascio col broncio?
  Giulia lev gli occhi da leggere, e sotto lo sguardo di lui le
nacque un sorriso quasi involontario.
  --No,  vero? Allora vado!--s'affrett a dir Lucio.
  Ma ella lo trattenne per un braccio.
  --No. Perch fuggi tutte le occasioni in cui si pu restar soli
un tantino a parlare?
  --Io?
  --Tu, tu; questa, per esempio...
--Ma cos... Se ci vedessero!
  --Non mi vuoi bene?--fece Giulia, abbassando gli occhi sul
libro.
  Lucio sent che quello era proprio il mc,mento di spiegarsi con
lei. Ma come incominciare?
  Ella esit un poco, quindi si volse a guardarlo.
  --Che potrei dirti?--fece lui, impacciato, evadendo alla do-
manda.
  --Nulla?
  --Una sola cosa. T'affliggerebbe troppo, per. Come afflig-
ge me...
  --Mi vuoi bene?--ridomand lei, e questa volta senza esita-
re, guardandolo negli occhi.
  --S, Giulia...
  --Me lo dici cos...?
  Allora Lucio, incalzato dallo stupore di lei, dall'interno disa-
gio, riavendosi man mano nella crescente agitazione, prese a
dirle con foga, con calore, or dando alla voce inflessioni di tri-
stezza appassionata, ora esagerando con arte, in quel momento
involontaria e incosciente, tutto ci che da parecchio tempo ri-
muginava. Si rivolgeva ora al cuore di lei, ora alla ragione, non
accusando che la durezza della sorte, la tristezza del caso... Le
faceva notare la falsa posizione in cui egli si trovava in quella
casa, e quanto soffriva nel vedersi circondato dalla cieca fiducia
dei genitori di lei.
  --E io li inganno, li inganno...
  --Perch mi ami" iCse Giulia, tentan.lv cii resistere a
quell'onda di parole con l'rre di tanto in tanto, in fretta,
come a riparo '~ll'alcne osservazione o qualche domanda.

  --D-erch ti amo? No!--ripigli Lucio col viso in fiamme.
--Sii ragionevole! Perch non posso confessare a chi dovrei, e
in ci sta il male, questo nostro amore. Tu devi pensare a te...
  --Non lo puoi? Perch?--oppose un'altra volta Giulia.
  --Oh, ma tu lo sai perch! Sai qual' la mia posizione... Io
non posso, e mi pare onesto dirtelo, da parte mia...
  --Me lo dici ora...--osserv Giulia, e in quell'ora era tutto
il suo dispetto.
  --Ora...--balbett Lucio.--Ma sii giusta! Tu lo sapevi...
  --M'hai detto d'amarmi--ella riprese, e la sua voce s'era
fatta dura, quasi astiosa.--Ti sei preso il mio amore... e quan-
to! M'hai detto d'amarmi!
  Allora Lucio, quasi piangente per l'accusa, le ricord quel
giorno della gita a S. Paolo, e come s'eran trovati ad amarsi
l'un !'altra, senza neppure sospettarlo, parlando d'un altro

amore di lei. Si ricordava? E le rappresent il suo stato d'animo
in quel giorno. Chi pensava pi? Lui, almeno! Certo egli non le
avrebbe detto mai nulla. Lo aveva vinto la debolezza di lei. S,
s. Egli non sapeva pi ci che le aveva detto in quel giorno.
  L'amava, e s'era lasciato trascinare dal suo amore, spinto da
lei... Era giovane anche lui! Non aveva anche lui diritto ad ama-
re, a goder della vita? Ma no, no, che! La giovinezza reclama i
suoi diritti? La sorte glieli nega. Si lamenta? Ride. Amare? La-
vora! E il suo lavoro restava senza compenso. E la sorte, per
maggior crudelt, ogni tanto gli si mostrava men severa, e lo co-
glieva a un nuovo laccio! Ah, era un bel giuoco, un bel giuo-
co! . ..
  E le parl, seguitando, di tutti i suoi sogni andati a vuoto, dei
disinganni, della lotta assidua contro tanti bisogni, che l'avvili-
vano, lo strappavano ai suoi ideali; e degli stenti e delle fatiche
durate per mantenersi fedele a quell'ombra di sogno, ch'era pur
l'unica realt della sua vita, lo scopo e la ragione--l'Arte!
  Nello sforzo di parlar sommessamente per non farsi udire
dalle altre stanze, la sua vocerdivenuta aspra, quasi raschio-
sa, intanto le parole gli abondavano, ed egli vi esalava tutta la
sua vera, intensa ambascia, quasi piangendo...
  Giulia s'era intenerita: l'astio era man mano divenuto in lei
angoscia. Gli prese una mano e l'interruppe:
  --Non parlarmi cos!
- --E vero!--disse Lucio sordamente, rimettendosi.--Non
    ne ho mai parlato ad alcuno. Mi vi hai costretto tu.
Ella si era alzata.
--Ed ora?--disse.
  --Tu devi pensare a te--riprese Lucio.--Dammi ascolto.
Di me non t'importi nulla. Te ne prego: dimentica. E necessario
che tu dimentichi.
  Ella rimase un tratto con la testa bassa e gli occhi appuntati, e
si lasci cader dalle labbra queste parole, scuotendo lievemente
il capo, senza muover gli occhi.
  --No... no...  troppo tardi, ormai.
  --Prova...
  --Inutile!
  Si scosse, ebbe come un brivido, si strinse nelle spalle e si co-
pr il volto con le mani.
  --Che hai?--le chiese Lucio dolcemente.
  --Non so... non so...
  Lucio le si awicin, le prese le mani (ella gliele abbandon
senza esitazione) e se le pose sul petto, guardandola.
  Giulia si mise a piangere in silenzio.
  --Son disgraziata...
  Si port agli occhi il fazzoletto, e appoggi la testa sul petto
di lui, che cominci a carezzarle i capelli leggermente con la ma-
no.
  --Amami cos...--disse lei con voce interrotta da singulti
brevi.--Non ti chiedo nulla...
  E levando la testa, con gli occhi ancor gonfi di pianto, e ab-
bozzando un sorriso malinconico, su cui scendevan le lacrime,
gli domand con insistenza da bambina:
  --S?... S?...




  --Dobbiamo parlar di lei...--disse piano a Lucio il signor
Carlo, accennando all'uscio per cui era uscita test sua figlia.
  --Della... signorina?
  --Vorrei da lei un consiglio, se  in grado di darmelo.
  --Un consiglio?
  --E una faccenda un po'...--continu il signor Carlo, par-
lando a bassa voce, senza trovar l'aggettivo.--Ma con lei, io
almeno, non posso aver segreti... Ecco, le spiegher. Conosce
un tale... Arnoldi?
  --Antonio Arnoldi?--disse subito Lucio, pallido, rizzando-
si sul busto, come colto da un brivido alla schiena.
  --Precisamente. Lo conosce?
  --Perch... me lo domanda?
  --Per aver da lei un consiglio...
  --Lo conosco... cos... di nome soltanto... Scusi, perch
vuol saperlo?
  --Le dir...--fece il signor Carlo.--Ho ricevuto ieri una
lettera.
  --Da Milano?
  --No, da Roma.
  --Ah,  a Roma?--dorpand Lucio.
  Perch mentiva cos? Egli stesso non sapeva rendersene con-
to. Quelle parole gli erano venute alle labbra spontaneamente,
non cercate, non volute.
  --Venuto, pare, espressamente--disse il signor Carlo con
un sorrisetto espressivO-
  --Ah, eh gi! s'intende...--fece Lucio; e subito si stup di
quest'altre parole involontarie e del suo sorriso in contrasto
aperto, stridente con l'aria ingenua assunta sul principio.
  Ma il signor Carlo non notava nulla di tutto ci; sorrise per
compiacenza al sorriso di Lucio, e prosegu:

  --Nella lettera mi si d abilit di domandare a Milano tutte
quelle informazioni, che possono farmi all'uopo.
  --Una domanda di matrimonio, allora...--disse Lucio con
l'aria ingenua di prima.
  --Mi pareva che l'avesse compreso.
  --E s, difatti...
  Si smarriva; sent lui stesso, che si smarriva. Volle corregger-
si; fu peggio.
  --E lui... che domanda?... Lui! strano... cio!... dico, man-
ca da Roma... da parecchio tempo, mi pare! E poi, con qual ti-
tolo? Che fa a Milano?
  Questa volta il signor Carlo not l'imbarazzo del suo giovane
amico, ma cred che gliel'avesse cagionato lui, con l'interessar-
lo in una faccenda tanto delicata. Cav di tasca la lettera e gliela
porse.
  --Ecco la lettera... Legga.
  Si misero allora a parlare della Banca Ritter di Milano, banca
tedesca, solidissima. Il signor Carlo ne aveva gi domandato
notizie a un suo amico milanese. Anche Lucio sapeva da un
amico impiegato in quella banca, ch'essa era solidissima. Non
sapeva per spiegarsi come l'Arnoldi avesse potuto trovarvi cos
buon collocamento--non per altro; ma perch i tedeschi, si
sa, son cos dif~lcili... Segretario, accidenti! un buon posto!
  --Che ne dice?--domand il signor Carlo, che gi rideva
dalla gioia.
  Lucio si mostr nuovamente impacciato a rispondere. Gli pa-
reva mill'anni d'andar via.
  --Ma... io non so... veda... Non potrei dirle...
  --Per--insist il signor Carlo--non credo,  vero, che sia
un partito da rifiutare cos, a occhi chiusi...
  Lucio apr le braccia in risposta. Poi disse:
  --Se ella lo desidera, posso anche domandar per conto suo
informazioni al mio amico.
  Il signor Carlo accett, profondendosi al suo solito in ringra-
ziamenti.
  Lucio usc da casa Antelmi in preda a una straordinaria ecci-
tazione, brancicando in tasca una lettera, la lettera dell'Arnoldi
al signor Carlo. Era rimasta a lui, per dimenticanza! Egli se
n'accorse per via, e quasi se ne sent scottar le mani...
  Era gi quasi sera, e il Corso coi lampioni non per anche ac-
cesi, tutto in ombra, era affollato pel ritorno dal passeggio po-

L meridiano a Villa Borghese.
  Tutta quella folla agitata nell'ombra, pigiata nell'angustia dei
marciapiedisempre in guardia dalle vetture susseguentisi con
frastuonO, diede a Lucio il capogiro. Gli pareva di veder l'Ar-
noldi in ogni persona; sentiva che l'avrebbe senza dubbio vedu-
to, l a un tratto, senza dubbio.
  E infatti lo vide. Era con alcuni amici sulla soglia del caff
Anglo-Americano di fronte alla piazzetta Sciarra, e s'era tirato
indietro sgarbatamente, alzando le braccia, per rider forte, mo-
strando i denti bianchissimi sotto i baffi ricciuti, neri come l'e-
bano--un riso che pareva nitrito: chi sa perch! forse per qual-
che piacevolezza detta da uno de' suoi amici. Gli era quasi ca-
scata dal naso la lente legata in oro. Lucio sent strapparsi i ner-
vi da quel riso fragoroso.--Non aveva riso per lui, quell'imbe-
cille? Si ferm d'un colpo. Si volt, e stette tra la folla a guar-
dare un tratto in direzione del caff. Avrebbe voluto tornare in-
dietro, e schiaffeggiare quella faccia bruna, insolente... Si rimi-
se ad andare in gi. Verso casa sua, in via Laurina? No, che!
Dal Marzani, allora, in via dei Pontefici? E per far che dal Mar-
zani? Oh, egli sentiva bisogno di parlar con qualcuno, di sfo-
garsi corl qualcuno; e sentiva che andava l, proprio dal Marza-
ni, bench non ne vedesse chiaramente la ragione. Egli doveva
pur fare qualche cosa! Ma che cosa, e perch? Di che si lagna-
va? Che pretendeva? Che diritto aveva egli d'impedire quel ma-
trimonio? Impedirlo? Non doveva anzi considerarlo come una
fortuna, come una liberazione? Non aveva egli forse provato
stizza, dispetto, rabbia dopo la scena fattagli dalla signorina
Giulia piangente sul suo petto? Non s'era detto mille volte
sciocco, e non aveva accusato anche lei, Giulia, bassamente, so-
stenendo ch'ella voleva usargli violenza, non gi per amore, ma
per puntiglio o per brama di marito? Dunque? Eccolo l, il ma-
rito, l'Arnoldi! Di che si lagnava oltre? Ah no! l'Arnoldi no
pensava andando. Caschi il mondo, no!
  Si trov in via dei Pontefici, presso la porta del Marzani. Il
dubbio di non trovarlo in casa lo arrest innanzi allo scalino
d'invito; ma pur non rendendosene conto, l'arrestarono anche
l'indecisione ond'era agitato e il bisogno di precisar qualcosa
prima di salire. Non gli fu possibile precisar nulla; si prem for-
te gli occhi con una mano, e poi, facendo un gesto vago, come
per scacciar tutte le cure, si mise a salire la lunga scala. Sent
scuotersi, sollevare, salendo, da un impeto folle di riso, e spie-
gazz in tasca la lettera dell'Arnoldi.
  Ah era ben comica, ben comica la sua posizione! Eccomi
qui! Devo dar marito alla fanciulla del mio cuore, e voglio darle
un buon giovane. Favoriscano di dirmi com' codesto loro si-
gnor Arnoldi!--Il Marzani?--Poveretto... io non dico... po-
trebbe anche essere un ottimo marito... Queste ultime eran pa-
role di Giulia Antelmi. Lucio se le ripeteva mentalmente, salen-
do la scala, ancora invaso da quell'onda amara di riso.

Tir il laccio del campanello, e attese. Il Marzani era in casa.
--Ringraziami! lodami, mio caro!--grid Lucio, ridendo
come un pazzo al cospetto dell'amico, pigliandolo per le braccia
e scuotendolo, spingendolo in dietro.--Lodami, ringraziami
anche tu, come il signor Carlo! Lodatemi tutti! Io son l'uomo
pi lodevole del mondo!
  --Che hai? Lasciami... Sei matto? Che t' awenuto?...--
fece Tullo, guardando stupito Lucio, e cercando di svincolarsi
dalla stretta.
  --Nulla! Che ho? Son contento di me, non vedi? Non debbo
viver soltanto di lodi, io? facendo una buona azione al giorno?
Poca fatica, non  vero? Oggi poi, ne ho fatte due, s, e una mi-
gliore dell'altra! Cos, doppia razione di lodi. Oh, se la passa
bene il mio amor proprio! Metter pancia, vedrai!
  --Che hai fatto?--domand il Marzani intontito.
  --Che ho fatto? Sentirai, mio caro! Cose che non facevan
neppure i santi padri tentati nel deserto dalle demonia! Prima di
tutto, ho tolto dei grilli dal capo d'una fanciulla di mia cono-
scenza. La poverina s'era fatte delle illusioni su me, figurati!...
Per non m'ha ringraziato: aspetto d'esser ringraziato in ap-
presso! Credeva la poverina, ch'io mi fossi un uomo come tutti
gli altri, un uomo che si possa permettere il lusso di far delle
sciocchezze... Basta! L'altra buona azione, la sai. Ho fatto otte-
nere il posto a quel caro signor Antelmi. L'ho reso felice, tanto
felice, che m'ha commissionato subito un'altra buona azione.
Ma io prima, guarda, ne voglio rendere una a te...
  --A me? Grazie!--fece Tullo, il quale non sapeva pi se ri-
dere o affliggersi dell'amico.
  --No, mi ringrazierai poi--seguito Lucio, divenendo a un
tratto serio.--Senti, non dico per ischerzo... Vieni qui... sie-
di... Leggi questa lettera...
  E porse al Marzani la lettera dell'Arnoldi.
  Se ne pent subito. A un tratto, come se tutte quelle parole
dette con straordinaria vivacit, nella crescente eccitazione, si
fossero insieme riflesse sulla sua coscienza improwisamente ri-
destaj sent invadersi da profondo disprezzo di se stesso. Sent
che il suo modo d'agire era indegno; ma non ne vedeva ancora
chiaramente lo scopo, quasi che in lui fosse un'altra persona, la
quale agisse senza palesarsi, per fini ancora a lui nascosti. Gli
pareva, ora, ch'egli fosse venuto dal Marzani quasi trascinato
-da quest'altra persona, e non sapeva perch. Non era anche inu-
tile, oltre che indegno? La signorina Giulia non avrebbe mai ac-
cettatO la mano del Marzani, egli lo sapeva. E pure, chi sa? Tul-
lo era ricco, non era brutto, non aveva mai commesso brutte
zioni come quell'Arnoldi. In un mo~n~nto Lucio stabil un

I
          256                                 AE'Nl)l~E

confront~ sPaSSionato tra l'uno e l'altro, li bilancib fisicamente
e moralr~ente Avrebbe intanto voluto strappar di mano a
Tullo laettera; ma si sent trattenuto, come se qualcuno inter-
namente gli avesse detto: E aspetta! Tanto, ormai, ci sei...
Proviam~!.
  Tullo leSSe la lettera, prima arrossendo, poi man mano impal-
lidendo, impallidendo, finch guardb Lucio, smarrito, e gli ca-
scaron le braccia.
  --DuI14ue  finita?
  --NiePte finita!--disse forte Lucio, alzandosi.--La signo-
rina Antelmi non sa ancora nulla di questa lettera.
  --S;na tu m'hai detto...--balbett Tullo.
  --T'h detto, se ti ricordi, che dell'Arnoldi nel suo cuore
non c' pi traccia. Amoretto da ragazza, t'ho detto! Santo
Dio, conle ti perdi in un bicchier d'acqua!... Ora ella sa bene
che pers~na  l'Arnoldi, e ci che ha fatto... Non  possibile che
lo accetti--- Poi, del resto, ti ripeto ch'ella non sa ancor nulla
della do~anda di matrimonio. Capisci, che il signor Carlo ha
dato a mea me-.. l'incarico di domandar notizie dell'Arnoldi a
Milano? Proprio cos! Ebbene, che vuoi farci, pover'uomo! Fi-
ducia!--Ora passeranno cinque, sei giorni prima che venga la
risposta. Dunque, tu hai tutto il tempo di far la tua domanda al
signor c~rlo.
  --E cOme posso, ora...--osservb imbarazzato il Marzani.
  --Co~e? Oh Dio! Fingi d'ignorar tutto! Perch, spero, non
andrai mca a dire al signor Carlo, che io son venuto a comuni-
carti la g~an novit! Del resto, non ci sarebbe nulla di male... Sa
che tu anli sua figlia... dunque... Ma non c' bisogno di dirglie-
lo... Tulada lui... deciditi una volta! e fa' la tua domanda in
tutte le fOrme. Senti, tra te e quel signore la scelta non pu ca-
der dubbia- Figurati! T'accoglieranno a braccia aperte!...
  Il Mar~ani sorrise, ancora smarrito. Egli godeva di vedere at-
raverso le parole di Lucio, facilissimo il suo compito.




  Comeucio aveva preveduto, il signor Carlo accolse il Mar-
zani a br~Ccia aperte. Dawero, il pover'uomo, non s'aspettava
pi tanta fortuna. S'era gi adattato alla necessit di dar la fi-
glia a un intruso, che gliel'avrebbe portata anche lontano, fuori
di Roma. N di ci, buono com'era, sapeva dar torto al Marza-
ni.
  E tropP ricco per noi, pensava. E mia figlia non ha do-
te.

  La signora Erminia per non la pensava allo stesso modo.
Per lei, il Marzani era or mai non solo uno sciocco, ma anche
un mancator di parola Ella sentiva stizza delle illusioni, delle
speranze concepite su lui e andate a vuoto, e naturalmente ne
dava a questo la colpa, anzi che al suo troppo imaginare.
  --Sarebbe stato tanto onore per lui sposar nostra figlia!--
diceva al marito.
  E il signor Carlo, per non aizzar la moglie ad altre invettive,
apriva le braccia e si rimetteva alla volont del Signore.
  Tanto luihe la moglie adesso, a veder realizzato, quando
men se l'aspettavano, un desiderio gi svanito come speranza;
s'eran talmente rallegrati, che per un momento non pensaron
pi n alla precedente domanda, n all'esistenza dell'Arnoldi...
Oh, ma del resto, per costui, una scappatoia si sarebbe presto
trovata Frattanto era certo, che la figliuola, sposa del Marzani,
sarebbe rimasta a Roma, sotto gli occhi loro. Di fronte al Mar-
zani, l~Arnoldi era completamente scomparso dalla loro mente.
Gi non lo conoscevan neppure di vista, non sapevan chi fos-
se... Cos, nemmeno era passato loro per la mente, chs per giu-
stizia, di fronte a due richieste di matrimonio, non avrebbero
potuto non tener conto del diritto di scelta della figliuola. Il si-
gnor Carlo, nella gioia inattesa, aveva dato al Marzani quasi
per fatto il matrimonio; e il domani la signora Erminia ne parl
alla figliuola.
  Da un bel mazzo di fiori inviato dal Marzani la sera preceden-
te, cos, senza ragione, in dono misterioso, e dal sorriso con cui
il padre e la madre glielo avevano presentato, Giulia aveva so-
spettato l'intesa, e per la mattina accolse freddamente la ma-
dre. Alle prime parole della figlia, la signora Erminia sent ca-
dersi dalle labbra tutte le espressioni di giubilo che le eran salta-
te dal cuore.
  Giulia fu irremovibile dal rifiuto. Sdraiata sulla seggiola a
dondolo con un libro in mano, fingeva di leggere, spingendosi
indolentemente innanzi e indietro.
  --Almeno una ragione! Di' almeno una ragione!
  --T'ho detto: non-mi-va.
  La signora Erminia fin per uscir dai gangheri:
  --Che intenzione hai? Che ti sei fitto in mente?
   --Nulla, proprio nulla. Lasciami stare, ti prego. Ci penser
i0. ..
   --Ci penserai, s, quando? Quando ti capiter una nuova oc-
casione,  vero?
   --Non ne aspetto pi...
  S, e allora bell'avvenire senza dubbio quello che le si appa-
Pecchiava!... Sarebbe andata a finire suora di carit,  vero? O
monaca in qualche ritiro! Solita storia... Pensava cos perch
aveva ancora il padre e la madre, e una casa... Ma non li avreb-
be avuti sempre per, e allora?... oh allora!...
  --E inutile, mamma!--disse Giulia per tagliar corto a quel-
le riprensioni.--Or mai, l'ho fisso qui: non mi mariter! E sai,
che quando ho detto una cosa...
  La signora Erminia ebbe un bel metterle innanzi agli occhi
tutti i mali a cui vanno incontro le ragazze che restan senza ma-
rito: la schiavit delle malignit altrui, la solitudine, i disagi, le
noie... E a che pro tutto questo? Gi sola, appartata, non sareb-
be potuta rimanere: gliene mancavano i mezzi. Ma, quand'an-
che? Una donna, sola, non  mai libera.
  Ella a questo quadro s'era rivoltata subito, con tal vivacit e
tanta efficacia, che, per un momento, alla signora Erminia par-
ve di soggiacere al fascino della parola di Lucio Mabelli, pro-
prio come se questi parlasse per bocca della figlia.
  Giulia, infatti, ripeteva ogni tanto inconsciamente qualche
frase di I,ucio, e s'era quasi assimilata quella speciale attitudine
del parlare di lui.
  --Allora,  vero? dovrei sposare il primo che mi capita, per
non andare incontro a tutto ci che m'hai detto? Se poi non
amo costui, se mi ripugna, non importa,  vero? L'amore? Ma
che! C'entra forse l'amore? E il cuore? Una molestia! Ecco il
vostro ragionamento! Ecco le vostre massime! Brava gente sen-
nata! E quando io, inesperta, vi avr dato ascolto? Ah, tu devi
mettermi innanzi anche quest'altro quadro! Allora, che sar di
me? Rispondi! Che sar di me? Come potr vivere insieme a
una persona che non ha saputo ispirarmi n amore, n simpatia,
che a me, moglie, non ha potuto realizzare il mio sogno di ra-
gazza?... Perch,  cos, non  colpa mia: da ragazze sogniamo
tutte! La mia casa mi parr una prigione, il mio sposo un nemi-
co; cadr nella noia o cercher di svagarmi. Oh, e allora tutte le
persone sennate, tutte quelle che dettan massime di prudenza
come te, mi salteranno addosso, mi accuseranno Dio sa di che
cosa, e via fino in fondo! Ma che moglie v'aspettate da una ra-
gazza che avete costretto a sposar cos, senz'amore? Che volete
ch'ella vi dia? Che pretendete da lei? Ah, vedi, vedi che ne so
forse pi di te. I miei libri,  vero? Ma sono i fatti! Cos a quat-
tr'occhi posso parlarne; vale per tutte le volte che debbo far le
viste di non capir nulla... Va', va'... E ora lasciami leggere in
pace, se  possib1le...
  Accesa in volto, ancor vibrante, si ravvi i capelli dalla fron-
te, e si rimise a leggere, questa volta per non rispondere vera-
mente pi nulla alla madre, che la guardava ancora stupita.
  Quando Lucio Mabelli torn in casa Antelmi con la risposta

da Milano, vi trov quasi il lutto, e una guerra aperta. Il signor
Carlo, per non veder la figlia, tornando dal conte Rivoli, si tap-
pava nella sua camera, e non voleva uscirne neppur per desinare
in compagnia. Avrebbe voluto scomparire dalla faccia del mon-
do per non incontrarsi pi col Marzani. Anche Giulia s'era riti-
rata nella sua cameretta per non veder la faccia arcigna e non
sentire i rimbrotti della madre, la quale cos era rimasta sola pa-
drona della casa. Chi ne aveva la peggio era Olga, la serva, su
cui la signora Erminia sfogava l'ire e il mal'umore.
  La risposta da Milano era pervenuta a Lucio a rigor di posta,
un giorno dopo il rifiuto opposto da Giulia alla domanda del
Marzani. In quella risposta si davan sull'Arnoldi le pi ampie
assicurazioni.
  --E per chearne, ormai?--disse a Lucio la signora Ermi-
nia.--Vuol farsi monaca mia figlia, non lo sa? M'ha dichiara-
to, non intende maritarsi n ora, n mai...
  --Le ha parlato anche... dell'Arnoldi?--domand Lucio
esitante.
  --No, del Marzani, lo sapr! Ma crede ella, che se le avessi
parlato dell'Arnoldi...
  Lucio alz le spalle senza profferir sillaba, temendo che la vo-
ce tradisse l'interna agitazione. Ogni parola della signora Ermi-
nia gli pareva uno schiaffo. Il tono irritante, sguaiato, volgaris-
simo di quella voce gli strappava con violenza i nervi. Sentiva ri-
badirsi una catena trascinata gi parecchi mesi con tanta tristez-
za e tanti affanni; e pur non sapeva ancora decidersi a parlare, a
respingerla. Temeva da un canto di tradirsi, e dall'altro non
avrebbe voluto piegarsi, darla vinta a quell'Arnoldi.
  --Crede che mia figlia lo conosca?--insist la signora Ermi-
nia.
  --Ma... io veramente... non so, se debba intromettermi...--
balbett Lucio.
  --Parli, prego... Noi la consideriamo come un parente, pro-
prio come un parente.
  --Troppo buoni... Ma ecco, a me pare... che cos... senza
una ragione determinante, l'Arnoldi... s... non avrebbe mai
fatto...
  --Ma gi! --grid la signora Erminia, interrompendolo,
granando gli occhi e battendosi forte una mano sulla gamba.
  --Per lo meno--continu Lucio pi spedito--lui, l'Arnol~
di, deve aver conosciuto bene la signorina, io credo, altrimen-
ti... Loro non sanno nulla?
---Nulla, proprio nulla...
  --Provino, allora...
  E appena profferite queste parole, come una concessione do-
lorosa e forzata, Lucio si sent alleggerito da un gran peso.
  --Provare?--fece la signora Erminia.--Oggi dopo la sce-
na di ieri? Oh no dawero! Sarebbe capace di dirmi un'altra vol-
ta di no. Lei non conosce mia figlia...
  --Ma una risposta all'Arnoldi bisogna pur darla...
  --Quel povero signor Marzani!--sospir la signora Erminia.
  Entr in quella Giulia, che dalla sua cameretta aveva udito la
voce di Lucio.
  --Mi permetta un momento!--fece subito la signora Ermi-
nia, vedendo la figlia, e soggiunse piano nell'orecchio di Lucio:
--Vado ad awertirne mio marito...
  Giulia sorrise mestamente, seguendo con gli occhi la madre.
Lucio si lev anche lui da sedere, impacciatissimo da quello
sgarbo in sua presenza. Avrebbe voluto andarsene per non ri-
metter piede mai pi in quella casa. Aveva fatto uno sforzo
enorme a venirci, dopo la scena di quella sera col Marzani; e nel
salir le scale aveva sentito che gli sarebbe riuscito intollerabile
un dialogo con Giulia.
  Accenn d'andar via. Ella non lo trattenne; sed sul canap
al posto della madre, e lo guard fiso, con occhi dolenti, senza
dir nulla.
  --Vado...--fece Lucio, indeciso.
  --Rimani, I'ha voluto!--disse ella, invitandolo con la mano
a sedere un po' discosto da lei, e distolse lo sguardo.
  Lucio sed al posto indicatogli, e stettero entrambi un pezzo,
senza guardarsi, in penoso silenzio. Nessuno dei due sapeva de-
cidersi ad aprir bocca. Egli si stizziva internamente del mesto at-
teggiamento e del silenzio di lei: ella s'aspettava da lui lamenti e
rimproveri dopo le tristi dichiarazioni fattele una volta; e s'era
disposta ad accoglierli senza opporre scuse, rimettendosi a lui,
inerte e rassegnata, pur di non cedere.
  --Lo vedi?--diss'egli finalmente.
  Ella finse di non capire.
  --Che cosa?
  Tacquero di nuovo, un buon tratto. Giulia lo guardava con la
coda dell'occhio, e vedeva che egli tentennava leggermente la te-
sta, con gli occhi appuntati, come se volesse dire: Non ha volu-
to darmi ascolto, ed ecco che  awenuto.... Allora disse:
  --Perch non voglio la mia infelicit,  vero?
  Lucio si volse a lei con prontezza quasi irosa:
  --Ma chi vorrebbe dartela, l'infelicit?
  --Mi lascino in pace dunque--rispose ella sordamente, can-
giandosi in volto, e corrugando le ciglia.--Sto bene, come sto!

vi disturbate tutti per me... E una scena! Mentre io vorrei che
non si pensasse neppure alla mia esistenza in questa casa...
  Dopo un breve silenzio Lucio, freddamente, le fece osservare,
ch'ella non poteva pretendere che i suoi parenti non pensassero
a lei.
  --Son di peso?--fece Giulia, e subito si pent di aver cos
trasceso.
  --Non  pel presente,  del tuo awenire che si preoccupano
--aggiunse freddamente Lucio.
  Ella s'indispett di questa freddezza un po' ironica e dell'aria
d'indifferenza con cui egli adesso le parlava. S'anim a un trat-
to, divenne anche lei pungente, superficiale.
  Oh, va bene, il suo awenire! E c'era tempo! E poi, via, le pa-
reva, che questo suo awenire non doveva contentare soltanto
gli altri; ma un tantino anche lei, no? un tantino... Le sue idee?
Ah, gi! Bravissimo! Anche la madre, le aveva detto cos... Cu-
rioso! Bisognava proprio convenire, ch'ella era fatta, adunque,
diversamente da tutti gli altri... Le sembravan cos naturali, a
lei, le sue idee, com'egli diceva, facendo la copia a sua ma-
dre... E s'era messa a ridere.
  Lucio rest goffo.
  --Vuoi saperne qualcuna delle mie idee?--continu Giu-
lia.--Senti freddo d'inverno?
  --A seconda...--rispose egli indifferente, quasi prestandosi
a un capriccio da bambina.
  --Quando ne senti, pensi d'aggravarti un po'?
  --Certo...
   --Oh, vedi? E questo lo penso anch'io! D'estate, t'alleggeri-
sci?
   --Se la pigli cos in ischerzo...
  --Parliamo seriamente!--riprese Giulia, gonfiando la voce.
--Sposerebbe ella, signor Mabelli, per considerazioni che non
han nulla che vedere con l'amore, una persona, per cui tutt'al
pi, tutt'al pi, non sentisse che della buona amicizia?
  --Anche volendo, sai bene che non lo potrei...
  Di fronte a quella gajezza, che anche nei frizzi vivaci tradiva
l'affetto, Lucio aveva completamente perduto lo spirito.
  --Questo non c'entra! Oh Dio! Parlavo accademicamente...
--fece la signorina Giulia, come nauseata.--Veniamo al caso
concreto, giacch lo vuoi. Sai la gran novit? Marzani te l'avr
detta.
  --Me l'ha detta tua madre...
  --Che ho rifiutato?
  Lucio accenn di s col capo. Le fece quindi notare il dispia-
cere ch~ella aveva cagionato al padre. Poi si mise a parlare an-
che del Marzani, e a fargliene le lodi. Evidentemente diventava
sciocco: lo sent egli stesso, e ne arross; ma messosi per quella
china non seppe trattenersi pi. Il Marzani frequentava da un
pezzo la casa; era un buon giovane; aveva una posizione indi-
pendente; non meritava dunque quel rifiuto...
La signorina Giulia lo guardava con tanto d'occhi, stupita.
--Perch mi dici queste cose, ora?
--Perch non dovrei dirtele?
--Tu? E buffo!
  Oh s, era buffo, buffo veramente, doveva convenirne, che lui,
proprio lui venisse a parlarle in favore del Marzani, in un'occa-
sione come quella!... La signorina Giulia non sapeva capacitar- 3
sene. Gliene avevano forse dato incarico i suoi parenti?
  Lucio sent colpirsi con violenza da quell'atroce derisione, e
sorrise amaramente.
  --O potrebbe...--disse--non ! ma potrebbe anche dar-

Sl. . .
  --Povero Lucio!--esclam ella, commiserandolo con leg-
giera ironia.
  Egli soffriva orribilmente. Si sentiva, come se l'avessero fru-
stato in faccia, e gli pareva che, per quanto dicesse e facesse,
non sarebbe pi uscito da quell'imbroglio.
  --Che meraviglia, per altro, se ti consiglio di pensare a te?
  --Tirandoti indietro,  vero?
  --Ma per forza!
  --Mettendomi tu stesso innanzi un altro, al tuo posto: l'ami-
co del cuore...
  E Giulia s'era messa a rider forte. Ah dawero la storia non
registrava una prova pi stupefacente d'amicizia! Oreste e Pila-
de! Era proprio buffo...
  Lucio si lev da sedere, risoluto; le si awicin, e chinandosi
su lei, le disse piano, ma con voce vibrata:
  --Io non voglio, capisci, io non voglio, che per causa mia...
  Ella non lo lasci finire:
  --Ma tu non c'entri, mio caro; levatelo dal capo! O ti fareb-
be forse piacere crederti pi prezioso, che non sii veramente?
Tu non c'entri per nulla! Sono io, capisci? io, che voglio cos.
Ti basta?... Non ti basta? Aspetta un po'...
  Si alz sorridendo della bizzarria che le era saltata in mente;
si rec innanzi allo scrittoio e, tratta dal cassetto della carta da
lettere, si mise a scrivere per chiasso una dichiarazione in tutte
le forme: Io qui sottoscritto dichiaro...
  --Ragazza!--fece Lucio, guardandola mentre scriveva.
  --Imprudente, non  vero?--rispose ella, seguitando a scri-
vere con certe mossettine del capo.

  Pieg la carta, e stava per affidargliela, quando le salt in
mente un'altra idea. Riapr il cassetto, ne cav un paio di forbi-
ci, e recandosi innanzi a uno specchio, si prese da un lato un
ciuffetto di capelli.
  --Che fai?--le grid Lucio.
  --Fatto!--diss'ella, tagliando. Tolse da un cofanetto un na-
strino rosso, ne fe' un nodo ai capelli, che chiuse nella dichiara-
zione, e ficcando tutto nella tasca interna della giacca di Lucio:
  --Tieni!--gli disse.--Cos ammanserai gli scrupoli della
tua coscienza...
  E aggiunse, con una smorfietta:
  --Marzani non mi va, ecco tutto!
  --E l'Arnoldi nemmeno?--scapp detto a Lucio impensa-
tamente, senza volerlo, nella confusione. E sorrise smarrito, ag-
ghiacciando.
  --Come c'entra l'Arnoldi adesso?--fece Giulia sorpresa
dall'aria assunta improwisamente da Lucio.--Saresti per caso
geloso?
  --Non te ne hanno parlato, ma c'entra anche lui--rispose
egli con lo stesso sorriso nervoso sulle labbra, ma con voce can-
giata, come se non parlasse pi lui. E la guardava fissamente.
  --Il mio scolaretto?--interrog nuovamente Giulia stupita
pi del modo com'egli le parlava, che di quello che le diceva.--
Come c'entra? Se era andato via da Roma?
  --T'interessa? Ti rid la dichiarazione...
  --NoiosoDimmi come c'entra l'Arnoldi!
  Lucio alz le spalle; come se avesse voluto farla stizzire, stuz-
zicandone la curiosit.
  --Non so, se debba dirtelo io... Ha scritto da Milano a tuo
padre. Anzi no da Milano, da Roma. Perch egli  qui, a Roma,
venuto espressamente per te... Ho scritto io a Milano... per do-
t mandare informazioni sul suo conto...
  --Tu?--fece Giulia sbalordita, quasi non prestando fede ai
suoi orecchi.--Tu?
  --Io, io...--rispose Lucio, accompagnando le parole con
un gesto del capo.--Per incarico di tuo padre...
  --E perch non me n'ha detto nulla mio padre?
   Lucio si smarr.
~- --Quasi contemporaneamente Marzani ha chiesto la tua mano.
~; --Prima o dopo?--fece Giulia, colta improvvisamente da
rm sospetto, che le alter e quasi le scompose la fisonomia. Non
~diede campo a Lucio, che la guardava confuso, di risponderle.
Dopo, certamente... S! Marzani ha dovuto sapere, senza
pubbio, della richiesta dell'Arnoldi... Oh s! non si sarebbe de-
I so altrimentipovero imbecille! ... Gliel'hai detto tu? Di' la ve-
rit? Gliel'hai detto tu? Tanto,  inutile nascondermi ancora...
Tu? Oh...
  Si copr la faccia con le mani, indignata, vibrante di vergo-
gna.
  --Hai fatto questo? Hai fatto questo?
  Lucio tent un istante di scusarsi, awilito:
  --Tu lo sai... I'Arnoldi... m' antipatico all'estremo... Per,
bada, a tuo padre ho detto che non lo conoscevo!
  --Avanti... avanti... ti ringrazio...
  --Il Marzani m'ha sempre afflitto parlandomi di te... E allo-
ra, s, preso l, fra due pretendenti, uno in iscritto l'altro in per-
sona, mi  parsa tanto comica la mia posizione, che non ho sa-
puto resistere alla voglia matta di dirgli tutto... dovendoti per-
dere, meglio...
  --Basta! Basta! --grid Giulia, interrompendolo, quasi
quelle parole l'avessero soffocata, e si copr nuovamente la fac-
cia con le mani.--Vile! Vile!--esclam.
  Lucio non trov pi una parola da dire. Gli parve in un bale-
no, che i pensieri odiosi, trasparenti attraverso alle parole di lei,
fossero stati veramente suoi pensieri, pensieri per, cui egli non
aveva mai confessato a se stesso, e che sentiva ora per la prima
volta nell'imbarazzo della coscienza. Non seppe ribellarsi, gli
parve giusto avvilirsi, rassegnarsi ad ogni ingiuria. Purch fini-
sca! Purch finisca! si diceva internamente.
  Giulia si lev le mani dal volto in fiamme, e senza guardarlo:
  --La mia carta! i miei capelli!--gli disse.
  --Che vuoi farne?...
  Ella gli lanci uno sguardo pieno d'odio e di sprezzo; lacerb
la carta in mille pezzetti, disfece il nodicino dei capelli e butt
tutto nel camino, accompagnando l'atto con un'esclamazione
di sdegno
  LUCIO Sl mosse per uscire.
Aspetti--disse Giulia.--Chiamo la mamma.
E fattasi all'uscio, invit il padre e la madre a entrare in salotto.
  --E vero, che il signor Arnoldi ha chiesto la mia mano?--
domand loro, appena entrati.
  E senza attender risposta:--Potete rispondergli che accetto
--aggiunse.
  Il signor Carlo e la signora Erminia guardarono sorpresi la fi-
glia, poi ilIabelli.
  --Grazie, signor Lucio!--esclam la signora Erminia, sten-
dendogli raggiante la mano.
  Giulia ruppe in uno scoppio di risa, e corse verso la sua came-
retta.

  L'amica delle mogli





  Pareva ad alcuni amici, e tra questi a Paolo Balda, che la si-
gnorina Pia Tolosani fosse un po' affetta di quella vaga malin-
conia che suol derivare dalla troppa lettura, quando si sia preso
l'abito d'adattar le pagine spesso bianche della propria vita sul-
la falsariga di quelle stampate in qualche romanzo; ma ci sen-
za molto scapito della propria spontaneit, stimava Giorgio
Dula, altro amico. Del resto, quella malinconia era compatibi-
lissima, e poteva anche parere pi che sincera in una signorina
previdente, gi sui ventisei anni, la quale sappia di non aver do-
te, e veda i propri genitori ormai avanzati in et. Cos finalmen-
te la scusava Filippo Venzi, avvocato.
  Nessuno dei giovanotti che frequentavano il salotto dei Tolo-
sani s'era mai spinto a fare un po' di corte alla Pia, ritenuto dal-
la confidente amicizia del padre e dalla bont taciturna della
madre, o dal soverchio rispetto ch'ella imponeva, chiusa nel
compito che pareva si fosse prefisso, di tagliar corto in lei a
qualunque atto o frase, che avesse lontanamente aria di civette-
ria. Eppure questo ritegno s'adornava della pi leggiadra disin-
voltura, della pi squisita cortesia sposata a una cert'aria di
confidenza benevola, che toglieva subito d'impaccio ogni nuo-
vo venuto; eppure vedevan tutti in lei la mogliettina saggia e in-
telligente, ed ella stessa pareva mettesse soltanto tutto il suo stu-
dio, anzi tutta se stessa, nel dimostrare che la sarebbe stata ve-
ramente, ove qualcuno alla fine si fosse deciso, per senza pre-
tender da lei alcuna spinta, non uno sguardo, non un sorriso,
non una parola in anticipazione.
  Ammiravan tutti la lindura di quella casa curata in ogni mi-
nuzia dalle mani candide di lei; notavan tutti la semplicit e il
buon gusto che vi regnavano; ma nessuno sapeva decidersi,
quasi sentendo che l dentro si stava gi abbastanza bene cos,
ammirando e conversando amichevolmente, senz'altro deside-
rare.
      Pia Tolosani, per altro, non mostrava preferenze per nessu-
t no. Ella forse sposerebbe me, come chiunque altro dei fre-
                                            -
quentatori, pensava ognuno. E bastava anzi, ehe qualeuno
tentasse di farsi un po' avanti nelle sue grazie, pereh ella se ne
allontanasse con misurata freddezza, come se non avesse voluto
dar campo alla pi innocua diceria.
  Era cos sfuggito al sospirato giogo di lei Filippo Venzi, ades-
so ammogliato, e prima del Venzi altri due aspiranti in segreto.
Era poi venuta la volta di Paolo Balda.
  --E innamorati! Sei sciocco davvero!--aveva detto a que-
st'ultimo Giorgio Dula, suo intimo amico e amico di vecchia
.lata dei Tolosani.
  --Caro, mi secca!--gli aveva risposto il Balda, sempre an-
noiato.--Ho fatto due volte pessima prova.
  --Tenta una terza, che diamine!
  --Di chi vuoi che m'innamori?
  --Oh bella! Di Pia Tolosani.
  Cos, per condiscendenza, il Balda ci s'era quasi messo. Se
n'era accorta Pia Tolosani? Giorgio Dula sosteneva di s, so-
steneva anzi, che per nessun altro, nemmeno pel Venzi, ella s'e-
ra tradita tanto, quanto adesso per lui.
  --Ma Ghe tradirsi! E impassibile!--esclamava il Balda.
  --Baje! Vedrai. Per altro, questa impassibilit  per te affi-
damento, se devi sposarla.
  --Scusa, perch non la sposi tu?
  --Perch io non posso, lo sai! Cos lo potessi come lo puoi





  Tutt'a un tratto il Balda era partito da Roma pel suo paese
natale. Quella sparizione era stata commentata in tutti i modi in
casa Tolosani. Dopo circa un mese ritorn.
  --Ebbene?--gli domand il Dula incontrandolo, per caso,
in gran faccende.
  --Ho seguito la tua prescrizione. Sposo!
  --Dici sul serio? Pia Tolosani?
  --Ma che Pia Tolosani! Una di laggi, del mio paese...
  --Ah, birbone! La tenevi in pectore?
  --No, no--rispose ridendo il Balda.--Una storia molto
semplice. Mio padre mi fa una proposta: Hai il cuore a spas-
so?>~. Rispondo: <~L'ho a spasso!. Veramente l'avevo cos e co-
s... Basta. Non accetto e non rifiuto; dico: Lasciatemela vede-
re; bisogna prima di tutto che non mi faccia antipatia. Non me
n'ha fatta. Buona ragazza, buona dote... insomma ho accetta-
to, ed eccomi qua! Oh di', debbo andare stasera dai Tolosani?
Oggi  gioved, se nori mi sbaglio.
  --Certamente...--rispose il Dula.--Anzi, per convenien-
za, dovresti annunziare...
  --Si, si... ma io... Non so, mi trovo in una posizione... Non
ho mai detto nulla alla signorina Pia, capisco; tra me e lei non 
avvenuto mai nulla, e tuttavia... Tu intendi,  una mia impres-
sione...
  --Bisogna vincerla! Faresti peggio non andando...
  --Avrei una scusa: ho tanto da fare! Edifico il nido...
  --Sposi presto?
  --Eh si! Le cose lunghe diventano serpi... Presto, fra tre me-
si! Ho gi la casa in via Venti Settembre. La vedrai! Oh, ma sto
per perderci la testa... Figurati! metterla su di tutto punto...
  --Vieni stasera?
  --Verr, non dubitare.
  E la sera difatti and in casa Tolosani.
  Il salotto era pi del solito affollato. Parve al Balda che tutta
quella gente fosse venuta a posta per impacciarlo maggiormen-
te. Come si fa, si diceva, ad annunziare un matrimonio?
Avrebbe gi potuto farlo due volte, rispondendo alle domande
che gli erano state rivolte intorno al suo viaggio e alla sua assen-
za; invece aveva dato delle risposte vaghe, arrossendo. Sul tardi
alla fine si decise, cogliendo l'occasione delle gran faccende, che
uno degli intervenuti protestava d'avere in quei giorni.
  --Ne ho di pi io, mio caro!--fece il Baldia.
  --Lei?--disse ridendo la signora Venzi.--Ma se lei non fa
mai nulla!
  --Come, nulla! Metto su casa, signora Venzi.
  --Prende moglie?
  --Prendo moglie... pur troppo!
  Fu una sorpresa generale. Le domande fioccarono, e Giorgio
Dula aiut un poco il Balda a rispondere a tutti.
  --Ce la far conoscere, non  vero?--gli domand a un cer-
to punto la signorina Pia.
  --Senza dubbio!--s'affrett Paolo a rispondere.--Sar
per me una fortuna!
  --E bionda?
  --Bruna.
  --Ha qualche ritratto di lei?
  --Non ancora, signorina... Mi dispiace.
  Si parl della casa prescelta, delle compere fatte e da fare, e il
Baldia si mostr avvilito, nell'imbarazzo, per l'angustia del
tempo e le difficolt dell'arredo. Allora, la signorina Pia, da se
stessasi offri di venirgli in ajuto con la madre, specialmente
per la scelta delle stoffe da tappezzeria.
  --Non son cose per lei. Lasci fare a noi. Lo faremo con pia-
cere.
  l~d egli accett, ringraziando.
 ppena usciti dalla casa, il Dula gli disse:
  --Ora ti sei messo in buone mani. Vedrai come ti torrai subi-
to d~imbarazzo. Compra pure tutto ci che sceglie la signorina
Pia: farai sempre buona compera! Ha fatto cos anche Filippo
Venzie se ne loda ancora. Ella ha il gusto e il tatto che ci vuole,
e anche l'esperienza, poverina! Questa  gi la terza volta che si
Presta... Pensa per gli altri, poich nessuno vuol pensare a lei!
Chc bel nido saprebbe ella edificarsi! Gli uomini sono ingiusti,
mio caro. Se io fossi in condizione da prender moglie, non an-
drei mica a scegliermela tanto lontano..-
  Il Baldia non rispose. Accompagn a casa il Dula, poi pas-
seggi fino a tarda notte per le vie deserte di Roma, fantastican-
do.
  Giusto lei, giusto lei doveva aiutarlo a metter la casa, che sa-
rebbe servita per un~altra! E s'era offerta lei, cos, con l'aria pi
Semplice e naturale del mondo... Dunque, non le era importato
Prprio nulla, che lui... E lui che aveva creduto... che aveva ar-
rnsito...




  Spicciati, suwia, mamma! Son gi le deci--disse Pia, che
gi dava l'ultimo colpo di pettine ai capelli, esaminando l'ac-
cnciatura nella specchiera a tre lastre sul cassettone.
  --Piano piano, figlia--rispose placidamente la signora Gio-
vanna. _ Le botteghe non scappano mica dal Corso! A che ora
verr a prenderci il Balda?
  --Tra breve. Ha detto circa alle dieci. Cio, gliel'abbiamo
detto noi.
  --Eh, ma se tu soffri tanto...
  Nn fn~cc~t hi Diuttosto:uarda: son moltoros-

  --Un po' rossi. Son anche gonfi.
  --Mi riduce ogni volta cos, questo mal di capo! Ecco, suo-
nano alla porta. Sar lui!
  Era invece la signora Anna Venzi con gl'immancabili due
baInbini e la serva. Quelle due creaturine pallide e trascurate
eran cagione a Pia di costante afflizione. Ella non aveva ancora
Ptllto indurre la madre ad acconciar quei bimbi con maggior

         L'AMICA DELLE MOGLI                           269

gaiezza e disinvoltura, e n'era quasi disperata. Quelle brachette
lunghe, quei capelli lisciati, stirati, quelle gambette troppo cal-
zate la facevan dawero soffrire. Anna, che pur seguiva servilis-
simamente ogni consiglio di Pia, era rimasta nell'esercizio della
maternit zotica e ostinata. Invano Pia s'era rivolta al marito di
lei: Filippo chiudeva gli occhi o scrollava malinconicamente le
spalle:
  --S, lo vedo; ma se sua madre... Io ho da pensare ad altro,
signorina!
  Anna veniva per assistere alle compere del Balda, spinta da
curiosit non scevra forse d'invidia. Alla curiosit e all'invidia
s'univa fors'anche una punta di gelosia non ancor ben defini-
ta, presentendo ella quasi, che Pia avrebbe avuto in awenire
pi comunione d'intendimenti con la nuova sposa, anzich con
lei.
  Da tant'anni a Roma, ella non aveva saputo contrarre alcuna
amicizia, eccetto questa coi Tolosani, ai quali era stata presen-
tata dal marito pochi giorni dopo il suo arrivo alla Capitale.
Anna era allora molto sciocca, senza veruna pratica della vita,
n modi, ne garbo. Incomprensibile veramente come Filippo
Venzi, giovine colto e intelligente, awocato dei pi cospicui del
foro romano, avesse potuto sceglierla e torla in moglie. Non era
neppur bella, santo Dio! Gli amici s'eran confidata la loro delu-
sione; ma nessuno mai intu, tranne forse Filippo stesso, quel
che aveva provato in vederla Pia Tolosani. Come! Per quella
l? Le aveva fatto tuttavia la pi festosa accoglienza, e con
l'andar del tempo aveva assunto quasi un'aria di protezione per
lei di fronte al marito. Perch il Venzi, poco dopo il matrimo-
nio, s'era profondamente immalinconito, e in verit, nessuno
degli amici stimava gliene mancasse il di che. Pia Tolosani co-
minci anche a far da maestra ad Anna, e in breve la sua com-
pagnia divenne per questa addirittura indispensabile. Ella le sce-
glieva la stoffa degli abiti, ella le indicava la sarta e la modista,
ella le aveva insegnato a pettinarsi in men goffa maniera, ella a
curar la casa e ad arricchirla man mano di tutte quelle minuterie
leggiadre che sanno trovar le donne per comporsi il nido. Mette-
va in tutto ci il pi vivo impegno. Ed era andata anche pi in
l.
  Anna scioccamente le narrava, volta per volta, tutto ci che
le avveniva col marito, i pi lievi dissapori, i malintesi. E allora
Pia s'era anche prestata a comporre con molto tatto le prime li-
ti, cos, senza mai comparire, spuntando a parte la stizza d'en-
trambidando ad Anna savi consigli e ammonimenti di pruden-
za, di pazienza...
  --Tu non sai prendere pel suo verso tuo marito! Dovresti far
cos e cos...--le diceva.--Non lo conosci ancora a bastanza.
Eh s, mia cara! Vedi? Egli, a mio awiso, avrebbe bisogno di
questo e di quest'altro...
  A lui poi faceva scherzosamente la voce grossa, impediva
ch'egli si lamentasse o si scusasse:
  --Zitto l! Venzi, ha torto, confessi che ha torto! Povera An-
na! tanto buona... Si sa, un po' inesperta ancora... E lei, bel
tomo, se n'approfitta! S, s; ma gi, tutti cos voi brutti uomi-
ni!
  Adesso Anna, dopo tant'anni di quella scuola e di residenza a
Roma, era, anche per confessione dei disillusi amici, molto mi-
gliorata,  vero; ma lasciava tuttavia non poco a desiderare,
specialmente al marito.
  --Non ancora vestita?--diss'ella entrando a Pia.
  --Ah, sei tu? Brava! Siedi. Hai con te i piccini? Dio mio! E
come faremo a condurli con noi?
  --No, rimarranno qui--rispose Anna.--La Titt strillava;
ho dovuto portarmela per forza. Non sei ancora vestita?
  --Vedi che la mamma non si decide? Oggi la mamma fa i ca-
pricci. Io ho poi un mal di capo...
  --Rimandiamo l'uscita a domani...--propose la signora
Giovanna.
  --Oh Dio, Anna!--riprese Pia per cangiar subito discorso.
--Tirati un po' su quei capelli! Su, su! Come ti sei pettinata og-
gi?
  --La Titt strillava...--ripet Anna.--Aggiustameli tu, ti
prego. Quando la Titt fa cos, io non la posso soffrire, io.
  La signora Giovanna usc dalla camera, e Anna e Pia rimase-
ro a conversar tra loro.
  --Dunque il Balda s'ammoglia, cos, all'improwiso...--
cominci Anna, seguendo con gli occhi Pia che si vestiva.
  --Gi! E curioso: di tratto in tratto, qualcuno sparisce, e poi
torna con la moglie.
  --Debbo dirtelo?--riprese Anna.--Io quasi avrei giurato
che Balda pensava a te; s, cos almeno mi era parso...
  --Ma nemmen per idea!--esclam forte Pia, arrossendo fin
nel bianco degli occhi.
  --Te lo giuro--continu Anna con lo stesso tono di voce.
--Io cos credevo. E anzi dicevo tra me: Quando si decide? A te
non importa nulla, lo so... Ma io...
  Entr la serva ad annunziare che il signor Balda attendeva
nel salotto.
  --Va' tu--disse Pia ad Anna.--Noi siamo gi quasi pron-

  Paolo Balda attendeva nel salotto, con viva ansia, Pia. Gi si
rimproverava d'esser venuto forse un po' troppo presto. Egli
voleva spiare pi attentamente nelle parole, nell'atteggiamento
di lei, se era arte oppur no l'indifferenza ostentata la sera prece-
dente. Ma forse tra breve, alla vista di Pia, gli sarebbe mancata
la lucidezza di spirito necessaria a quell'esame.
  Provava fra quelle pareti, ov'egli, fino a poco tempo addie-
tro, aveva per un momento custodito un proposito di innamora-
mento, ov'egli s'era forse lasciata sfuggire qualche parola lonta-
namente allusiva, qualche sguardo un po' espressivo; un senso
smanioso di disagio. Frattanto in piedi guardava dawicino i
ben noti oggetti appesi e disposti con bell'arte qua e l. L'imagi-
ne della promessa sposa, tanto dissimile in tutto da Pia, era in
quel momento lontanissima dalla sua mente. Nondimeno egli
s'era fermamente proposto d'amarla con sincerit, d'aver per
lei le premure pi esperte, d'esserle a un tempo maestro e mari-
to: ella, insomma, sarebbe stata, nel gran vuoto fino allora sen-
tito, lo scopo, I'occupazione unica della sua vita. Ma, pel mo-
mento, era molto lontana.
  Lo richiam a lei Anna Venzi, entrando.
  --Verr anch'io, Balda. Anch'io voglio fare qualche cosa
per la sua... guarda! non ci ha detto ancora come si chiama...
  --Si chiama Elena--rispose il Balda.
  --Sar carina... certo...
  --Cos...--fece Paolo, alzando le spalle.
  --Anche a me la far conoscere, non  vero?
  --Certo, signora; con piacere...
  Comparve finalmente Pia, acconciata (parve a Paolo) con
maggior cura del solito.
  --Scusi, Balda! L'abbiamo fatto aspettare un po'... Possia-
mo andare! La marnma  pronta... Cio, no; aspetti! ha con lei
la nota?
  --Eccola qui, signorina.
  --Benissimo! Possiamo andare. Non ha comprato ancora
nulla,  vero?
  --Nulla, proprio nulla.
  --E allora non sar possibile comprar tutto in un sol giorno.
Basta, vedremo. Non abbia fretta, e lasci fare a noi.
  Per via cominci l'interrogatorio sulla sposina. Paolo, per
darsi un contegno, rispondeva superficialmente, affettando in-
differenza per l'atto che stava per compiere.
  --Ma sa che lei  un bel tipo!--esclam a un certo punto
Pia, come indispettita.
  --Perch, signorina?--rispose Paolo, sorridendo.--E la
pura verit: io ancora non-la-co-no-sco. Ride? L'avr veduta
laggi, s e no, dodici volte. Ma via! avremo tempo per cono-
scerci... So che  una buona ragazza: mi basta, per ora. Lei vuol
saperne i gusti; io non li so...
  --E se poi non rimane contenta di noi?
Non dubiti! Faccia lei; rimarr contenta.
  --Di' la verit--riprese Pia, rivolgendosi ad Anna.--Tu
sei rimasta contenta?
  --Io, lo sai, contentissima, io--rispose Anna.
  --Ma tuo marito, almeno, non era cos antipatico come il
Balda; scusi, sa! Che vuol dir quest'aria di noncuranza? Si ver-
gogni! Sa che tra breve sar marito?
  --Non son funebre a bastanza?--fece comicamente Paolo.
  --Avesse visto Venzi al suo posto! Poveretto, faceva piet!
Sempre sotto l'incubo d'essersi dimenticato di qualche cosa... E
poi, corri di qua, scappa di l; e noi, io e la mamma, dietro: dal-
la casa, a questo, a quel negozio... Ah, v'assicuro, non se ne po-
teva pi! Ma si rideva... Abbiamo lavorato.
  Entrarono in un gran magazzino di stoffe sul Corso Vittorio
Emanuele. Due addetti alla vendita si misero subito garbatissi-
mamente a loro disposizione. Anna Venzi guardava con grande
stupore delle brutte imitazioni d'arazzi antichi pendenti dalla
ringhiera del palco che correva in giro, in alto, I'ampia sala ri-
piena di stoffe. La signora Giovanna osservava dawicino e ta-
stava delle mostre disposte qua e l sapientemente. Ella non vo-
leva affatto immischiarsi nelle compere del Balda.
  --Che qualit? Bisogna che me lo dica...--fece a questo
Pia.
  --Ma io non so... che vuole che ne sappia?--rispose Paolo,
stringendosi nelle spalle.
  --Mi dica almeno, su per gi, quanto vorrebbe spendere...
  --Quanto vuol lei... Mi rimetto a lei completamente. Faccia
come...--Si trattenne a tempo; stava per aggiungere: Come
se fosse cosa sua.
  --Mamma, Anna!--chiam Pia per non tradirsi, avendo
compreso l'interruzione.--Col Balda  inutile parlare. Venite.
Per la camera da letto un bizantino,  vero? stoffa alta... quali-
t fina... Forse un po' troppo cara, no?
  --Non badi al prezzo!--disse Paolo.
  --Risparmierebbe sulla quantit: il bizantino  molto alto.
  Il negozio dur a lungo: si disput sul colore (--Io adoro il
giallo!--protestava Anna Venzi), sulla qualit, sulla quantit,
sul prezzo... Il giovine di negozio, perspicacissimo, aveva gi
capito! eh s! si rivolgeva a Pia solamente:
--No, guardi, signorina; scusi! Faccia vedere al signore...
  Paolo, tolto da pi d'un mese ai suoi libri, costretto a dare
importanza a tante cose, alle quali gli pareva non avrebbe potu-
to mai darne; s'era gi stancato, e guardava sulla via, pensan-
do.--A un certo punto, nel volgersi, vide nella sala le tre don-
ne rider tra loro nascostamente alle spalle del giovine di nego-
zio, che s'era allontanato per riporre nello scaffale una stoffa.
Anna specialmente aveva gli occhi pieni di lacrime, e a un tratto
la risata le esplose sotto il fazzoletto. Paolo s'appress, e Anna
stava per dirgli la cagione del loro riso, quando Pia la trattenne
per un braccio.
  --No, Anna! te lo proibisco!
  --Ebbene, che male c'?--fece Anna.
  --Nulla, lo so!--rispose Pia; e rivolgendosi a Paolo:--
Vuol ridere? Stia qui. Quello sciocco m'ha preso per la sposa!




  Paolo Balda si riposava un po' nella sua nuova casa, ormai
in relativo assetto, sdrajato sul seggiolone a divano nel suo stu-
dio, ov'egli si prometteva d'iniziar tra breve una nuova vita di
pensiero e di studi. Attendeva i Tolosani, Filippo Venzi e la mo-
glie, che sarebbero venuti tra poco a visitar la casa. Pens a un
tratto di riesaminarla attentamente, una stanza dopo l'altra, per
indovinar l'effetto che avrebbe fatto ai visitatori. Ancora otto o
dieci giorni, e il nido sarebbe stato pronto ad accoglierlo con la
sposa.
  Guardando le tende, i tappeti, la mobilia, godeva nel sentir
destarsi in lui il premuroso senso della propriet. Ma pure, du-
rante quell'esame per la casa, una figura si sovrapponeva co-
stantemente a quella della promessa sposa: Pia Tolosani. Egli
vedeva quasi in ogni oggetto il consiglio, il gusto, la previdenza
di lei. Ella aveva consigliato quella disposizione alla mobilia del
salotto; ella aveva suggerito la compera di questo e di quell'og-
getto, utilissimi ed eleganti. S'era messa al posto della sposa
lontana e aveva reclamato per lei tutti quei comodi, a cui un uo-
mo, per quanto innamorato, non avrebbe potuto pensare. Se
non avessi avuto lei!..., si diceva Paolo. Ed egli stesso aveva
comperato degli oggetti per avere la lode di Pia, prima che quel-
la della sposa; sapendo anzi, in precedenza, che tanti e tanti di
quegli oggetti non sarebbero stati compresi e forse mai usati da
Elena, ignara e abituata a vivere molto semplicemente. Li aveva
dunque comprati per Pia, come se per lei avesse messo casa...
  I visitatori finalmente arrivarono. Filippo Venzi non aveva
ancora veduto nulla, n della casa n delle compere; Pia e la
moglie se lo tolsero subito in mezzo per fargli le opportune spie-
gazioni. Paolo condusse la signora Giovanna un po' stanca nel
salotto, la fece sedere e spalanc le imposte del largo balcone
con la ringhiera di marmo prospiciente sulla via Venti Settem-
bre.
  --Ah,  delizioso!--esclam la Tolosani.--Ella vada pure,
Balda. Io mi riposo un po', e poi girer col mio comodo.
  --Grandi progressi!--fece Pia, vedendolo.--Gi quasi tut-
to in ordine! Guardi, Venzi, guardi quelle due mensolette, l,
come sono carine! Ci vogliono due bei vasi d'erba spiovente!
Ama i fiori, Balda, la sua sposa?
  --Credo di s...
  --E allora, subito due vasi da fiori!
  --Li comprer, non dubiti. Ebbene, Venzi che te ne pare del-
la casa?
  --Mi piace moltissimo!--rispose Filippo.--Moltissimo!--
ripet volgendosi a Pia.
  Anna guard il marito, poi il Balda, e si dispens dal ripetere
le stesse parole.
  Dalla stanza da pranzo passarono alla camera da letto.
  --Lo volevo dire io!--esclam Pia.--Se li  dimenticati!
Dov' la piletta per l'acqua santa, I'inginocchiatoio?
  --Anche l'inginocchiatoio?--osserv il Venzi sorridendo.
  --Certo! La sposa del Balda  molto divota,  vero, Balda?
Credete che sieno tutti scomunicati come voi?
  --Ed ella prega la sera prima d'andare a letto?--le doman-
d il Venzi argutamente.
  --Se avessi l'inginocchiatoio, pregherei.
  Paolo e il Venzi si misero a ridere. Paolo non aveva mai vedu-
to Pia Tolosani cos vivace, civettuola quasi.
  Decisamente, o ella non s'era affatto accorta di quel primo,
tenuissimo tentativo d'innamoramento, o non le era importato
proprio nulla ch'egli ne avesse smesso il pensiero. Nell'un caso
o nell'altro, quella gaiezza quasi scoppiettante lo stizziva sorda-
mente e quasi lo tentava. E mentre al cospetto di lei il ricordo
della promessa sposa impallidiva, svaniva, ella, invece, pareva
non si curasse che di questa, non parlava che di questa, come se
avesse voluto proteggerla e difendere dall'oblio; e attribuiva a
lei lontana i suoi pensieri pi squisiti, i suoi pi delicati senti-
menti; cosicch la sua superiorit di fronte all'altra saltava con-
tinuamente agli occhi di Paolo.

         L'AMICA DELLE MOGLI                           275

  In aperto contrasto con la gaiezza di Pia era l'umor cupo di
Filippo, al quale ella senza tregua lanciava frizzi e rimproveri
scherzevoli. La sua vocetta pareva armata di spilli, pareva desse
tra i risolini pinzi sottili. Il Venzi sorrideva amaramente o ri-
spondeva con brevi frasi pungenti.
  Gi da un pezzo Paolo s'era abituato a non veder pi in Filip-
po lo spensierato amico d'una volta; tuttavia quel giorno, nella
nuova casa, contento del lavoro finito, la cupezza dell'amico
l'oppresse maggiormente.
  --Che hai?--gli domand.
  --Nulla, pensieri!--rispose Filippo, al solito.
  --Venzi vuol rifabbricare il mondo!--esclam Pia canzo-
nandolo.
  --S, rifabbricarlo senza donne.
  --Non ci riesce! Diglielo, Anna! Che fareste voi uomini sen-
za noi donne? Lo dica lei, Balda!
  --Nulla! Verissimo, per me. Ne sia prova questa casa.
  Filippo scosse il capo, e s'allontan per riesaminare la casa da
solo. Ecco, ecco, come Pia Tolosani gli avrebbe messo la sua,
s'egli tant'anni addietro avesse potuto aprire ai gusti di lei una
borsa come quella del Balda! Com'ella doveva esser contenta
d'aver potuto dare quel saggio del suo buon gusto, della sua sa-
viezza, della sua previdenza!...
  Nella sala da pranzo s'incontr con la signora Giovanna, che
osservava pian piano, minutamente, ogni cosa.
  --Ben messa... non c' che dire... Tutto di gusto!--E inter-
namente, pensando alla figlia, si diceva con rammarico: Come
sa far tutto!....
  Fra lei, il Venzi e il Balda, in quella casa, Anna pareva che
stesse come un piedistallo, su cui Pia Tolosani sorgeva elettissi-
ma.
  --Qui, ormai, non ci manca che la sposa!--disse Pia.--Se-
dete! Proviamo il pianoforte.
  E son con molto sentimento una squisita composizione del
Grieg.




  Circa tre mesi dopo le nozze, Paolo Balda torn da un lungo
viaggio, a Roma, con la novella sposa.urante il viaggio Elena
s'era un po' ammalata e, appena giunta a Roma, dov per pa-
recchi giorni guardare il letto.
  Pia Tolosani si moriva dalla curiosit di conoscerla, e, sot-
t'altro punto di vista, anche Anna Venzi, la quale gi pregusta-
LiAMlCA DELLE M~LI

va l'intimo piacere di mostrare alla novellina la sua grande espe-
rienza e le maniere cittadine (apprese da Pia). Nessuno degli
amici aveva ancora veduto Elena; soltanto Filippo Venzi s'era
incontrato di sfuggita col Balda.
  --Ah, I'ha veduto?--gli domand Pia con ansia mal repres-
sa.--Ebbene, ebbene, ci dica...
  Il Venzi la guard a lungo, fissamente, senza rispondere; poi
sentenzi:
  --Eh, la curiosit va punita...
  --Noioso!--esclam Pia, voltandogli le spalle.
  --Come dicevo, I'ho veduto--riprese il Venzi.--Signorina
Pia, stava bene, stava benone!
  --Me ne congratulo!--fece Pia stizzita.
  --Era un po' afflitto, veramente.
  --S'intende, poveretto!--esclam Pia, rivolgendosi al Du-
la.--E dica, Venzi,  ancora a letto la moglie?
  --No, s' levata.
  --Ah, la vedremo presto, allora!
  L'attesa per fu lunga. Il Balda avrebbe voluto presentar la
moglie ben preparata ad affrontare e ad appagare la curiosit
degli amici, specialmente di Pia Tolosani. Ma Elena, d'indole
chiusa e un po' caparbia, asciutta nelle risposte, non si lasci
smuovere affatto dal suo modo di vedere e di pensare, n volle
conceder nulla ai desideri del marito, quantunque espressi col
massimo garbo e col massimo tatto. Non pot neanche ottenere
ch'ella indossasse la veste da lui preferita, e che si levasse dal
collo un certo nastro che, a suo giudizio, non le stava bene.
  --Altrimenti, non vado--aveva tagliato corto Elena.
  Paolo chiuse gli occhi e sospir per le nari. Pazienza! S'era
imbattuto purtroppo in un caratterino difficile, che voleva esser
preso pel suo verso, con fermezza e delicatamente nello stesso
tempo; se no, guerra intestina! Ma Paolo si teneva savio abba-
stanza. La sposina gli dava da fare? Tanto meglio! Ecco final-
mente una buona occupazione! E a poco a poco, ne aveva fidu-
cia, le avrebbe dato quella forma, ch'egli vagheggiava. Per
adesso, pazienza!
  Animato da questo sentimento, egli present Elena a Pia To-
losani, quasi domandandole velatamente, scherzosamente, sen-
z'offendere per nulla la suscettibilit della moglie, cooperazione
di senno e di tatto.
  Pia intu subito, vedendo Elena, con chi aveva da fare. Este-
riormente, in verit non le piacque gran fatto; non cos per il
contegno rigido e chiuso, la subitanea accensione del volto
quando Elena si faceva a esprimere qualche pensiero contrad-
dittorio, le negazioni recise date al marito che la guardava timo-
rosamente.
  --No, no! impossibile, impossibile! Lui faccia quello che
vuole.--Cos negava Elena. Lui era il marito, qualcosa, per
Elena, di molto diverso da lei.
  Pia guardava il Balda e sorrideva benignamente. Paolo guar-
dava la moglie, e sorrideva un po' imbarazzato.
  --Mi piace; quel tipino, mi piace!--dichiar il gioved sera
agli amici Pia Tolosani.
  Anna Venzi guardava Pia con occhi sbalestrati, e s'agitava
sulla seggiola smaniosamente.
  --Ah,  venuta finalmente! E di', com'? com'? Ti piace,
hai detto? Ti piace?
  A quattr'occhi Pia confid ad Anna che in quanto alla figu-
ra, no; Elena non le era piaciuta...
  --Veste maluccio... Non sa pettinarsi... Sgarbatuccia, poi!
specialmente col marito... Ma quasi quasi, guarda! ci ho gusto,
che sia cos! E un po' presuntuoso il Balda, non ti pare?
  --Presuntuoso, io l'ho sempre detto!--dichiarb Anna.
   In quel convegno Filippo Venzi si mostr molto pi cupo del
solito.




   La simpatia di Pia Tolosani per Elena Balda crebbe in poco
tempo, con dispetto e dolore d'Anna Venzi. Elena invece, chiu-
sa sempre in se stessa, non si curava molto di Pia; accettava da
lei qualche consiglio, le faceva di tanto in tanto qualche lieve sa-
crifizio della sua ostinata volont, ma solo quando il consiglio
di Pia le pareva non s'accordasse apertamente con qualche desi-
derio manifestatole prima dal marito. Che se poi questi si mo-
strava troppo soddisfatto della concessione ottenuta, la ritirava
subito, e Pia se ne dispiaceva vivamente.
   --Vede?--diceva ella al Balda.--Lei mi guasta tutto...
  --Pazienza!--esclamava ancora una volta Paolo chiudendo
gli occhi e sospirando per le nari. E usciva di casa per timore di
perderla, finalmente. Com'era buona frattanto quella Pia Tolo-
sani! Se Elena almeno avesse potuto sentir per lei amicizia! Ella
le avrebbe aperto il cuore e la mente! Tra loro donne si sarebbe-
ro certo intese molto meglio! E poi la signorina Pia era cos pru-
dente, cos giudiziosa! aveva cos belle maniere!... A poco a
poco, chi sa! si diceva Paolo.
  Dove si recava? Abituato a non uscir mai di casa in certe ore
del giorno, si sentiva quasi smarrito per le vie di Roma. Andava

un po' a zonzo; poi, per sottrarsi alla noia, finiva col recarsi al-
lo studio di Filippo Venzi. L, se non altro, trovava da leggere,
mentre Filippo lavorava.
  --Ah, sei tu? Bravo! Prenditi un libro e lasciami lavorare--
gli diceva questi. E Paolo obbediva. Di tratto in tratto levava gli
occhi dal libro e osservava a lungo l'amico intento a scrivere
con la fronte contratta e il capo chino. Come gli s'eran diradati
e brizzolati in poco tempo i capelli! Che aria di stanchezza in
quel faccione bronzeo e negli occhi profondamenti cerchiati! Fi-
lippo, scrivendn, piegava or da un lato or dall'altro la grossa te-
sta sulle spalle erculee. Irriconoscibile!, si diceva mentalmen-
te Paolo. In quegli ultimi giorni poi il Venzi era diventato mor-
dacissimo, aggressivo finanche, e in fondo ai suoi ghigni, alle
sue parole era un'inesplicabile amarezza, quasi biliosa. P~ssibi-
le, che l'awilimento per la scempiaggine e la volgarit della mo-
glie l'avesse ridotto in quello stato? No, no; ci doveva esser sot-
to qualche altra cagione! Quale? Certe volte a Paolo era parso
finanche, che Filippo l'avesse con lui... Perch con me? Che
gli ho fatto io? Eppure, eppure...
  Un giorno il Venzi si mise a parlargli dei Tolosani, del padre,
della madre e specialmente di Pia, dapprima con tal sottile iro-
nia, poi con aria cos apertamente e stranamente beffarda, che
Paolo rimase stordito a guardarlo. Come! Lui, il pi intimo
amico, ne parlava cos? Paolo si sent quasi in obbligo di ri-
spondere, di difendere la famiglia amica, ed encomi Pia, rivol-
tandosi alle beffe.
  --S, s... aspetta, caro! aspetta!--gli disse, infoscandosi e
pur seguitando a ridere, Filippo.--Aspetta, e te ne accorgerai!
  Balen a Paolo un sospetto; ma lo scacci subito, accusando-
si di permalosit. Tuttavia questo sospetto aveva gittato un'im-
prowisa luce sullo strano cambiamento di Filippo in quegli ulti-
mi tempi, e sotto questa luce odiosa, perdurante, il pensiero del
Balda frug e vide man mano il sospetto concretarsi in mo-
struosa realt. Filippo stesso, di giorno in giorno gliene dava
prove vieppi irrefragabili. L'ultima fu la pi dolorosa per Pao-
lo: il Venzi s'allontan da lui; giunse finanche a fingere di non
accorgersi di lui, per non salutarlo. Non mancava oramai a
Paolo che un'aperta confessione, e volle procacciarsela, volle a
ogni costo venir con lui a una franca spiegazione. Gliene nacque
l'idea vedendo in un pomeriggio, mentr'egli si ritirava a casa, il
Venzi passare in fretta per via Venti Settembre. Gli and incon-
tro risolutamente e lo scosse per le braccia:
  --Insomma, posso sapere che hai con me? che t'ho fatto?
  --Ti preme molto di saperlo?--gli rispose Filippo, impalli-
dendo.

  --Mi preme, si sa!--incalz Paolo--per ispiegarmi questo
tuo modo d'agire. Mi preme per la nostra antica amicizia!
  --Dolcissima parola!...--sghign Filippo.--Dunque non
te ne sei accorto? Vuol dire che il serpe non si  ancor bene scal-
dato. ..
  --Di che serpe parli?
  --Ma sai, di quel famoso della favola raccolto un giorno di
neve dal pietoso contadino...
  Paolo trascin a viva forza Filippo in casa sua. L, nello stu-
diolo chiuso a chiave, quasi al buio, s'ebbe la confessione. Dap-
prima il Venzi si rifiut, trincerandosi dietro la consueta dicaci-
t quasi brutale.
  --Son geloso di te!--scatt su finalmente a dirgli.--Vuoi
intenderla?
  --Di me?
  --S, s. Non ti sei ancora innamorato?
  --Di chi? Sei pazzo?
  --Di Pia Tolosani!
  --Sei pazzo?--ripet Paolo sbalordito.
  --Pazzo, s pazzo! Ma intendimi, compatiscimi, Paolo!--
riprese Filippo in un altro tono di voce, quasi piangente. E gli
parl a lungo del suo primo amore per Pia Tolosani, rimasto
ignorato, poi del suo matrimonio e delle delusioni s~guite, del
vuoto intorno a lui, della tremenda noia agitata da mille conti-
nue smanie, le quali man mano s'erano definite, concretate nel
nuovo disperato amore per Pia Tolosani.
  --Ogni giorno che passa, la moglie va gi, sempre pi gi...
Ed ella invece in alto, sempre pi in alto! Ella  l'intatta e l'in-
tangibile! Rimane, capisci, agli occhi nostri come l'ideale, che
tu, sciocco, ed io, ci siamo lasciato sfuggire! E ci appunto ella
vuol dimostrarci, prendendosi tanta cura delle nostre moglil E
questa  la sua vendetta! Liberati da lei, da' ascolto a me! Libe-
rati da lei! O da qui a un anno, anche tu te ne innamorerai, sen-
za fallo... gi lo vedo... come me, guarda! come me...
  Paolo compianse internamente l'amico, senza trovare una
parola da dirgli. S'udirono in quella pel corridoio le voci di Ele-
na e Pia Tolosani, che rientravano insieme da una passeggiata.
  Filippo scatt in piedi.
  --Lasciami andare! Che non la veda... che non la veda.
  Paolo l'accompagn fino alla porta, e quando si richiuse
molto turbato nel suo studiolo, ud nettamente attraverso la pa-
rete, la voce di Pia, che nella stanza attigua diceva alla moglie:
  --No, no, mia cara! Spesso il torto  tutto tuo, tu gi ne con-
vieni... Sei un po' troppo dura con lui! E non bisogna esser co-

Sl. . .
I galletti del bottajo





  Struggevasi la moglie del bottaio Mrchica dal desiderio di
desinare una volta sola almeno, nelle feste, in compagnia del
marito, il quale ogni anno, il primo d e a Carnevale, a Pasqua,
a Natale, era solito di raccogliere intorno alla sua tavola parenti
e amici con vivo rincrescimento della moglie, anzi a suo marcio
dispetto.
  Aveva la buona donna quest'anno, per Natale, allevati due
bei galletti; e mostrandoli al marito, la vigilia, disse:
  --Guarda che bei galletti! Se mi di parola, che dimani non
inviterai nessuno a desinar con noi, io stirer loro il collo, e ve-
drai come son brava in arte magirica! Avrai un manicaretto da
re.
  Il bottajo promise; e la moglie tutta contenta.
  Venne la dimane, e il bottaio, vestito da festa, salut la mo-
glie prima d'andare a messa.
  --No, marito mio; abbi pazienza; tu oggi non uscirai di casa.
Son sicura, che se affacci il naso alla porta, mi tiri in casa qual-
cuno. Di messa, te ne basta una, quella di questa notte.
  --Ma io ti prometto...
  --Non sento promesse! Qua, a me, il berretto; oggi star sot-
to chiave.
  Il bottaio sospir, e diede alla moglie il berretto. Seduto nella
cucinetta, e rimirando la moglie pi vispa del solito, accesa in
volto dal calore del fuoco sotto la pentola, stretta la vitina da
una veste nuova, a fiorami, protetta dal mantile, egli pensava:
Ha ben ragione, la poverina! E cos dolce star soli insieme,
nell'intimit, senza visi estranei a tavola, che ti tengan sospeso,
non abbia tu bene soddisfatti i loro gusti... E tanto carina mia
moglie! Par ch'io me n'accorga soltanto oggi per la prima vol-
ta! E in fin dei conti, che chiede ella? Ha piacere di restar sola
meco, di godersi la festa soltanto in mia compagnia... Oh, cara,
cara!.
  E internamente si riprometteva di mai pi per l'awenire fare
scontenta la moglie con l'invitar nelle feste parenti o amici.
  Ma il diavolo, anche quella volta, volle metterci la coda. La
donna, nel comprar tutto l'occorrente pel manicaretto, la vigi-

       I GALLEl-rl DEL BOl-rAJO                          281

lia, s'era dimenticato il prezzemolo: due centesimi di prezzemo-
lo.
--Ah, marito mio! e come si fa?
--Da' a me; vo a comprartelo io.
--No, tu no! Tu oggi non esci di casa, ti ripeto.
  --Eh via, sciocchina! Credi che... L'erbaiola  qui, a due
passi...
  --Inutile! Non sento ragioni...
  --E allora, vacci tu.
  --Io non posso, capisci? Come lasciare? Dio mio! Senti; io
sto qui sulla porta a guardarti; andrai senza berretto, l di fac-
cia: due centesimi di prezzemolo.
  --Un lampo, lascia fare! Vo e torno.
  --Bada!
  --Non dubitare...
  Ma appena a cinque passi dalla soglia, paffete! il vecchio cu-
rato del villaggio vicino, dove il bottajo Mrchica aveva dimo-
rato tre anni.
  --Oh, signor curato! Beati gli occhi che la vedono! E come
va? Da queste parti?
  --Affarucci, affarucci,--rispose il vecchio curato sorriden-
do, con gli occhi che gli scomparivano tra le rughe.
  --Ewiva veramente! Come va? Come va? Che si dice a
Montedoro?
  --Eh! Che s'ha da dire? Tanto bene, figlio mio. Il mondo 
vecchio.. .
  E il buon curato si fregava le mani secche, tremanti, fatte
dawero per regger l'Ostia soltanto.
  --Lei, lo vedo,--rispose il bottaio;--sempre in salute, Dio
la benedica! Oh, anch'io, s; ringraziamo Iddio! E lavoro, non
me ne manca... Sissignore... Vo a comprar due centesimi di
prezzemolo per mia moglie... Anche lei, benone! E si ricorda
sempre del suo vecchio curato, sa? Quel buon curato! mi dice
sempre. Mia moglie, chiesa e casa--gi lei lo sa. Oggi mi pre-
para un pranzettino proprio coi fiocchi e, a tavola, noi due soli
--io, qua, lei, l!... Ma... e dove desina lei oggi, signor curato?
Certo mia moglie avr tanto piacere di rivederla... Mi vuol fare
un favore? Non mi dica di no.
  --Pronto, figlio mio, se posso...
  --Deve desinar con noi oggi, pel Santo Natale...
  --Non posso, figlio mio...
  --Come, non pu? Sdegna la casa dei poveri! Lo so, cose da
poverelli... due galletti, e l...
  --Non  per questo, figlio mio; tu mi conosci. Devo ripartire
a momenti.
--Ripartir pi tardi!
--L'asinello m'aspetta al fondaco...
  --Lo lasci aspettare; si riposer meglio... Non lo lascio parti-
re, ecco! Mi deve fare questo favore. S?
  --Giacch lo vuoi per forza... Tante grazie, figlio mio...
  --Grazie a lei, signor curato, dell'onore... Entri, entri in ca-
sa... Guardi: quella porta l di faccia... C' mia moglie, guardi,
sulla soglia... Io vo e torno: due centesimi di prezzemolo...
  Il vecchio curato sorrise, guardando la moglie del bottaio, e
la salut con la mano, awicinandosi alla porta.
  Me l'ha fatta! Me l'ha fatta!, si diceva intanto la donna tra
i denti, stringendo i pugni e rodendosi dentro dalla rabbia.
Oh, ma l'hai da far con me, adesso! Vedrai.--Come sta, co-
me sta, signor curato? Quanto onore... quanto piacere...
  --Vostro marito ha voluto per forza cos... Non mi son po-
tuto rifiutare...
  --Ah, padre mio!--sospir la moglie del bottaio, atteggian-
do di grave mestizia il volto.
  --Che avete, figliuola mia?--domand il curato sorpreso.
  --Le dir, le dir? signor curato... Aspetti un momento.
  Entr il bottaio, sorridente, col prezzemolo.
  --Ecco il prezzemolo! Vedi, moglie mia? Il tuo buon curato!
Chi poteva aspettarselo? Ed ha avuto tanta degnazione d'accet-
tare il nostro umile invito... Gi gliel'ho detto: cose da poverel-
li... Ma che fa,  vero? supplisce il buon cuore...
  --Certo, certo...
  --Sa, signor curato? Mia moglie mi aveva detto: Oggi, nes-
sun invitato... E io, difatti... Ma poi ho visto lei, e per lei son si-
curo che... E vero, moglie mia?
  --Senza dubbio, senza dubbio,--rispose la moglie con le
labbra strette.--Piuttosto, ora che ci penso... e il vino? Mi son
dimenticata anche del vino... Guarda, che testa. Farai un'altra
corsa tu,  vero, marito mio? Abbi pazienza...
  --Ma certo, subito! Dammi il berretto, dammi.
  --Ecco il berretto. Una corsa, mi raccomando!
  --Non dubitare.
  Appena uscito il marito, disse la donna al curato:
  --Ah, padre mio! Fortuna che s' lasciato indurre ad andar
pel vino!
  --Perch, perch, figliuola mia?
  --Ah, se sapesse, signor curato! Vino in casa ce n'avevo d'a-
vanzo; ho detto di non averne per carit cristiana...
  --Come!
  --Per salvar lei, padre mio!
  --Me?

  --Sissignore! Non sa dunque nulla? Non sa che mio mari-
to. . .
  E fece un gesto espressivo con la mano.
  Il povero curato fece, alla sua volta, una faccia lunga due pal-
mi:
  --Matto, dite? Matto? Come mai! Povero ragazzo!--e bat-
t una mano con l'altra.--E come mai!
  --Sissignore! Sissignore!--incalz la donna.--lo non ho
pi lacrime da piangere in segreto, padre mio! (e intanto pian-
geva). Quante lacrime, quest'occhi! E se sapesse che sorta di
pazzia gli  venuta! Non pu veder gli occhi della gente, che su-
bito gli vien voglia di strapparli... sissignore!
  --Ges, che guaio! Ges, che guaio!--nicchiava con la lin-
gua inaridita il povero curato.
  --Ah, padre mio! Io parlo per suo bene... S'immagini che
onore per me, che piacere averla a tavola, oggi... Guardi: pren-
da i due galletti, uno almeno, non me lo rifiuti! Glieli awolgo in
un giornale, va bene? E se li porter con s. Ma non rimanga,
per carit, se ha cara la vista, a desinar con noi! Sa, il povero
pazzo? Invita la gente in casa, poi mette le spranghe alla porta
e, a fin di tavola, vuole strappar gli occhi agl'invitati... Se ve-
desse, ogni volta, che lotta disperata! Adesso in paese si sa di
questa pazzia e nessuno pi accetta inviti da lui.
  Il buon curato non pigliava quasi pilato dalla paura e bal-
bettava:
  --E... e non m'era parso! Non m'era parso!
  Quando la donna termin di parlare, egli, non ostante la gra-
ve et, balz da sedere e, rawoltosi nel tabarro, calcatosi sulla
fronte il cappello:
  --Grazie, figliuola mia, grazie!--disse.--Lasciatemene an-
dar via subito... Grazie, veramente... Vi devo la vita...
  --Prenda i galletti, mi faccia il favore!
  --No, niente! Che galletti, cara figliuola! Oh, povero ragaz-
zo! Il Signore v'assista, povera figliuola! Addio, addio... e gra-
zie di nuovo...
  La donna lo lasci partire.
  --Oh, e questo  fatto!--esclamb.
  Si rec in cucina, trasse dalla pentola i due galletti, e li nasco-
se.
  --Adesso a noi, signor marito!
  Il bottaio rincas con un buon fiasco di vino, tutto ansante,
trafelato.
  Trovb la moglie, in cucina, in pianto dirotto, coi capelli di-
sfatti.
  --Che t' avvenuto?
--Ah se sapessi! Ah prete cane!--piangeva la moglie.
--Il curato? Dov'? Che t' awenuto?
  --Metterai senno, ora? Mi porterai ancora gente in casa? Ve-
di che m'ha fatto il tuo signor curato? Vedi che m'ha fatto?
  --Che t'ha fatto?
  --Ah mamma mia! Madruccia mia, tu non hai certo sospet-
tato che l'uomo al quale m'affidavi m'avrebbe un giorno lascia-
ta cos esposta alla discrezione della mala gente!--continuava
a piangere inconsolabilmente la donna.
  --Insomma, posso sapere che t' awenuto?
  --Che?
  La moglie, calcolando che il buon curato a quell'ora, spinto
dalla paura, su l'asinello, doveva esser gi a bastanza lontano
dal paese, si lev da sedere in gran furore:
  --Che m' awenuto? il tuo buon curato, capisci? Il tuo
buon curato mi s' cacciato in cucina e... guarda, guarda l, la
pentola! Vedi? Non c' pi nulla...
  --Rubato?--fece con tanto d'occhi il bottaio.
  --Tutti e due i galletti!
  --Ah birbante! Dici davvero? Possibile? Ah birbante! E do-
v'? Dov'? Per dove  andato via?
  --Io non lo so! Non l'ho veduto...
  --Ah, prete ladro! Ah, vecchia volpe! Lasciami! Vo' correr-
gli dietro! E se lo raggiungo... se lo raggiungo... Lasciami!
  --S, brutto smargiasso! Mettiti con un vecchio, adesso...
  --M'ha rubato!
  --Per colpa tua! Pigliatela con te stesso invece! E ti serva per
esempio, ti serva!
  --No, cos non m'accontento... Lasciami, lasciami... ti dico,
lasciami...
  E scioltosi a forza dalle braccia della moglie, si mise a correre
furiosamente per lo stradone che conduce a Montedoro.
  Tutto impolverato, stanco da non poterne pi, dopo aver per-
corso buon tratto dello stradone fuori del paese, vide in fondo,
lontano lontano, il vecchio curato che trotterellava su l'asinello,
tra un nuvolo di polvere. Raccolse allora tutte le forze che gli re-
stavano, e si mise a gridare:
  --Signor curato! O signor curato!
  Il vecchio curato si volt dal fondo dello stradone a guardare
di su l'asinello che trottava, trottava...
  E il bottaio dal fondo dello stradone, a gran voce:
  --Almeno uno, signor curato! Me ne dia almeno uno!
  --Caro, to'! Almeno un occhio, dice! Addio, caro! Addio,
caro !
  E botte da orbo all'asinello.

        I GALLE~I DEL 801'rAJ0                         285

  --Almeno uno! Almeno uno!--continuava a gridare il po-
vero bottaio rifinito dalla corsa.
  Nel frattempo la moglie, in cucina, si spolpava comodamente
i due saporitissimi galletti.
Il no di Anna





  Trillavano i grilli nella placida sera di settembre sulla spiaggia
lunga e stretta, tutta ingombra di alte cataste di zolfo. La spiag-
gia, fino a mezzo secolo addietro era seno di mare, il quale allo-
ra veniva a battere alle mura del borgo nascente. Inarenato il se-
no, subito il commercio aveva invaso quel breve lembo sabbio-
so, per comodo del carico dello zolfo.
  Chi sa da qui a cento, a duecent'anni che diverr Vignetta!
  Intanto,  quasi citt, affermano gli abitanti. E possiede un
porto, che  forse il pi commerciale dell'isola, sebbene ancora
senza banchina: due lunghe braccia petrose, curve sul mare, ac-
coglienti in mezzo un breve ponitoio da legni sottili, detto il
Molo vecchio, al quale  stato riserbato l'onore di tener la sorte
della capitaneria del porto e la bianca torre del faro principale.
  Di giorno Vignetta  in continuo fermento. Ogni mattina, al-
I'alba, i tre appelli d'un banditore la destano:
  --Uomini di mare, alla fatica!
  E gi comincia lo strider dei carri carichi di zolfo, carri senza
molla, ferrati, rotolanti nel brecciale fradicio dello stradone
polveroso, popolato di magri asinelli a frotte, bardati, che arri-
vano anch'essi con due pani di zolfo a contrappeso, uno per cia-
scun lato.
  Le spigonare, con la gran vela triangolare ripiegata a met
sull'albero, assiepano la riva; mentre gi a pi delle cataste s'im-
piantan le stadere, sulle quali lo zolfo  pesato, e quindi caricato
sulle spalle degli uomini di mare protette da un sacco commesso
alla fronte. Gli uomini di mare scalzi, in calzoni di tela, recano
il carico alle spigonar~, immergendosi nell'acqua fino all'anca;
poi le spigonare ripiene, sciolta la vela, recano alla lor volta il
carico ai vapori mercantili ancorati nel porto, o fuori.
  Questo, sulla spiaggia.
  Entro il paese, sulla larga strada principale, altri carri giungo-
no carichi di sacchi d'orzo, di frumento, di fave.
  --O misuratori!--chiamano i facchini.
  I sacchi di sul carro son votati su un largo tappeto di juta

         IL NO Dl ANNA                              287

grezza steso sulla via, e l'orzo e il frumento, misurati a tomoli e
insaccati di nuovo, son portati a spalla entro i depositi ben
guardati dall'umido. Ogni cinque tomoli, un sacco; ogni venti
tomoli, una salma.
--E conta una! E conta due!
  Grida, a ogni ventina, con voce lunga e lamentosa il misura-
tore.
  Cos fino al tramonto, con una breve tregua sul mezzogiorno.
  La sera, dopo tanto frastuono, il senso della quiete pervade
pi profondamente e domina il paese. E i grilli strillano sulla
spiaggia, tra le cataste di zolfo, e qualche cane di guardia ab-
baia di quando in quando; mentre il mare, dentro il porto, dor-
me tranquillo come un lago, con la selva oscura delle navi quasi
protette dal faro, di cui le acque nere riflettono il verde lume.
  Oltre il porto, il mare si stende vastissimo, rischiarato dalla
luna, fino all'orizzonte chiuso a sinistra da Punta Bianca, a de-
stra da Monte Rossello, in ampio semicerchio.
  Allo spettacolo di questa solenne calma del mare, sul terrazzo
di casa Prinzi, la signorina Rita ascoltava una sera le confidenze
dell'amica Anna Cesar, e la guardava freddamente negli occhi,
e le guardava le labbra appassite e i denti malpari, sicch Anna,
parlando, si sentiva spesso costretta ad abbassar gli occhi: allo-
ra la voce le usciva pi che mai velata e tremula dalla gola trop-
po larga, quantunque il collo fosse lungo e magro. Talvolta gli
occhi di Rita si stringevano un po' in uno sguardo di commise-
razione, che turbava peggio Anna, le cui dita tremanti tormen-
tavano allora le trine della manica. Peggio ancora poi, quando
Ritaraeva qllalche lieve sospiro, guardando in alto.
  --Stamane finalmente mi son vendicata!--disse Anna con
quella certa baldanza di chi sappia di dir cosa che faccia piace-
re.
  --S? Che gli hai ftto?--domand Rita senza ombra di cu-
riosit.
  Anna rispose con gli occhi bassi:
  --Gli ho chiusa in faccia la finestra...
  Rita sospir. Ella compiangeva in cuor suo, veramente, la po-
vera amica innamorata alla perdizione del giovane medico di
Vignetta, il dottor Mondino Morgani, lungo, Dio mio, tre can-
ne, senza esagerazione, e magro: un palo insomma; pi biondo
della paglia, con due puntini cilestri per occhi e un naso gracile,
cos enorme, che gli diventava pallidissimo, ogni qualvolta ride-
va, a cagione dello stiramento della pelle l l per scoppiargli sul
dorso.
  Il dottor Morgani, poveretto, non che corrispondere alla pas-
sione d~Anna, non sospettava nemmeno dell'amor di lei; cos
almeno credeva Rita, la quale perci soffriva alle timide confi-
denze dell'amica tanto illusa da non accorgersi quanto fossero
ridicoli quei dispettucci che ella intendeva fare al preteso inna-
morato. (Chiudergli in faccia la finestra, poveretto, e perch?)
  Quella relegazione nella cittaduzza marittima di Vignetta, a
causa del commercio dello zolfo a cui il padre s'era dato, aveva
alterato l'indole, prima gaia e aperta, di Rita. Era troppo forte
veramente il contrasto tra l'immensit della natura, del cielo, e
del mare, e la grettezza opprimente degli abitanti di Vignetta. Il
padre dedito tutto il giorno agli affari, la madre alle faccende di
casa lasciavano Rita nella pi completa solitudine, cos che ella
aveva preso l'abitudine del fantasticare, chiusa sempre in se
stessa, da mane a sera. Non aveva amiche a Vignetta, tranne la
Cesar (grettuccia anche lei, la poverina), n cosa alcuna o per-
sona che l'interessasse in quel paese. Cos, senza scopo, quasi
senza vita, vedeva andar via ad uno ad uno i suoi giorni miglio-
ri.
  Anna era adesso di paraggio inferiore alla Prinzi. Rosario Ce-
sar, suo padre, tipo strano d'uomo, morto quattr'anni addie-
tro, aveva buttato a piene mani tutto l'aver suo nelle buche dclle
solfare, preso dalla mania di trovar filoni di zolfo in ogni mon-
tagna del circondario. E aveva sventrato montagne, fatto scavar
buche fino a duecento metri di profondit, senza trovar mai
nulla: acqua soltanto: e allora, impianti di macchine a vapore
per votar le buche, o costruzioni sotterranee per deviar l'acqua.
Cos migliaia e migliaia di lire aveva lasciato ingoiare alle buche
voraci senza alcun frutto.
  Appunto nell'infausta occasione della malattia del padre An-
na aveva conosciuto il dottor Morgani.
  N la madre, n la sorella maritata, n il cognato, ancora in
pianto per la recente morte, avevan pensato alla povera Anna,
allora sui diciotto anni, di cagionevole salute fin da bambina,
consumata da una febbre 1 nta, continua.
  Mondino Morgani s'era nesso ad esercitar la professione del
medico da tre mesi soltanto, e il Cesar era il suo primo mor-
to. La malattia del quale era stata irrimediabile,  vero; ma
tuttavia della morte Mondino aveva quasi avuto rimorso.
  Durante i tre mesi angosciosi della malattia del padre, Anna
erasi talmente consumata, che il nasino, la bocca, il mento pic-
colo un po' sfuggente, parevan presi di paura dagli occhi verdo-
gnoli straordinariamente ingranditi sotto la fiamma dei folti ca-
pelli rossi, arruffati.
  Era alta anche lei, non quanto il dottore, ma quasi, per via
del collo; e tossiva.

  Mondino le guardava il seno schiacciato, stretto e le spalle os-
sut~.
  Dio mio, costei mi d in tisico!, pensava.
  E non sapeva tollerare che nessuno in casa si prendesse cura
di lei. ordinava lui in cucina del brodo per la signorina.
  --Dottore, impossibile! impossibile! Non posso prenderne...
  --Mi faccia questo favore. Guardi, una tazzina piccola co-
s... Un atto di volont, e si manda gi...
  --Non posso, glielo giuro...
  -- Deve farlo per me... Guardi, proviamo a cucchiaini.
Uno.. .
  --Oh Dio!
  --Un altro, avanti! Cos, coraggio...
  --Basta! non posso pi... non posso pi...
  --Senta, non me ne vado di qui, se non prende questa tazza
di brodo.
  Anna allora lo guardava un tratto coi suoi grand'occhi verdo-
gnoliS come per dirgli: Fo il sacrifizio per lei!. Li chiudeva e
ingollava.
  --Brava! Cos va bene. Vo via pi contento, adesso. A que-
sta sera, signorina.
  E Anna, dal suo lettuccio, lo seguiva con gli occhi fino all'u-
scio; poi si nascondeva tutta sotto le coperte, e sospirava felice,
struggendosi, e baciava il guanciale con le labbra avide.
  E non era Mondino finanche arrivato ad assaggiar prima lui i
medicamenti pi amari per incoraggiar l'inferma a prenderli?
Qual medico suole arrivare fino a tal punto? E quel che le dice-
va! E come la forzava!
  Rita aveva lasciato trapelare all'amica i suoi dubbi sull'inna-
moramento del dottore; e Anna, poverina, rinvangava nei ricor-
di... No, no! Non era inganno il suo! Ma che! E la grasta dei
garofani? S, una bella pianta di garofani screziati, ch'ella tene-
va sul davanzale della finestra di camera sua... Il dottor Morga-
ni, amantissimo dei fiori, quando veniva da lei a visita, non sa-
peva staccar gli occhi da quella pianta.
  --Che bei garofani! Permette, signorina?
  --Tutti, dottore...
  Ne staccava uno, con le lunghe e secche dita, e se lo metteva
all'occhiello.
  Anna, ristabilita, aveva voluto per conto suo regalare al dot-
tore quella bella grasta di garofani. E Mondino non portava
mai altri fiori all'occhiello, se non quei garofani, quando sboc-
ciavano.
  Non era un segno anche questo?
  Rita pensava tra s: Certo quell'imbecille ha preso a goder-
sela!. E, in fondo, non si sbagliava.
  Solamente, in Mondino--bisogna dirlo--non era intenzio-
ne di far del male ad Anna. Egli si stimava sinceramente, il gio-
vinotto pi irresistibile di Vignetta; le sue maniere erano per na-
tura cortesi e garbate, non ci metteva nulla di suo, era cos, che
poteva farci? E le ragazze s'invaghivano di lui, credendosi lusin-
gate... Ma nemmeno per ombra, parola d'onore! Se ne invaghi-
vano? Padronissime! anzi, tanto piacere, ma lui... Per altro, la
signorina Cesar (un'ottima creatura, come negarlo?) dvveva
pensare che egli aveva per le mani una professione nobilissima e
lucrosa, che i suoi parenti erano molto ricchi, e che lei, poveri-
na, non aveva un soldo di dote. Quando s'ama,  vero, non si
pensa a queste cose; ci pensano i parenti per... Non parlava
della figura. Per la figura, passi! Mondino aveva in proposito
un'idea sua: La moglie non dev'essere bellissima. Che sia sag-
gia e buona, deve bastare. Ma inutile parlarne! Lui, per ades-
so, non aveva intenzione di sposare, ecco! E dunque...
  E ogni qual volta era invitato in casa Cesar, sbuffava come
un cavallo stracco.
  Auf! Costei s'ammala certo per vedermi da vicino!
  E innanzi al lettuccio di Anna, all'incentivo tocco di quel pol-
so esile che tremava tra le sue dita, avviluppato dal fervido
sguardo di quei grand'occhi verdognoli, chiedenti quasi piet,
Mondino Morgani si turbava anche lui, si sentiva impacciato,
non sapeva metter pi insieme due parole, due grecismi dell'o-
scura terminologia medica, che pure era il suo forte.
  --Ha febbre?--gli domandava la madre.
  Eh sfido, se non ne ha, le viene... avrebbe voluto rispon-
derle Mondino, esasperato.




  --Guarda, guarda... si volta! si volta!
  E Anna spingeva col gomito, sulla ringhiera del terrazzo, il
gomito di Rita.
  --Sta' seria, Anna!--ammon questa, fingendo di non ve-
dere.
  Mondino Morgani passava lungo lungo, secco secco, per la
spiaggia, guardando il terrazzo di casa Prinzi, ove le due amiche
erano affacciate.
  Passava quasi ogni giorno, alla stessa ora; e guardava ogni
volta il terrazzo, a lungo, anche quando Anna non v'era.

  Questa intanto era felice di quel lungo sguardo diretto a lei, a
suo credere.
  --Vedi? Vedi? ci credi ora?
  --Io, no--rispose asciutta Rita, guardando il mare.
  --Come no? Perch? Te l'assicuro io...--incalzb timida-
mente Anna.
  --Son diffidente... A cosa fatta, creder. Se fossi in te, diffi-
derei.
  --Sai qualche cosa? Sai forse qualche cosa?
  --No, nulla. Parlo per esperienza.
  --Eppure...--sospir Anna, l l quasi per piangere.
  Rita la guard, ed ebbe piet di quelle labbra pallide, treman-
ti, di quei grand'occhi smarriti, e rimorso d'aver cos recisamen-
te esternato quel che pensava.
  --Non ci badare!--soggiunse.--Sono di pessimo umore
quest'oggi. E nessuno pu saperlo meglio di te... E se tu dici...
  S'interruppe, e propose:
  --Andiamo a suonare un po'? Via, via! Andiamo gi.
  Mondino Morgani ripassava sotto il terrazzo.
  Anna lo scorse, mentre gi stava per seguir la Rita, e si trat-
tenne con una mano alla ringhiera a guardare, facendosi violen-
za.
  Mondino pass diritto come un palo, senza voltarsi.
  M'ha veduta? Non m'ha veduta?, si chiese Anna trepidan-
do. O c' qualcuno affacciato in qualche finestra vicina?
  Guard: nessuno! E quelle parole di Rita...
  Discese, angosciata, la scala del terrazzo.
  Rita sonava con molto slancio la Smania del Coop. Appena
Anna entr nel salotto, ella volse il capo verso l'amica, senza
smettere di suonare.
  --E ripassato,  vero?
  --S... non m'ha veduta...
  --Ah! non s' voltato!--osserv Rita con uno strano sorri-
so a fior di labbra. Lev le mani dalla tastiera e prese quelle di
Anna, guardandola negli occhi.
  --Se intende scherzare, I'avr da far con me...--disse Anna
con gli occhi bassi, interpretando lo sguardo dell'amica, e si
morse il labbro inferiore.
  --E che puoi fargli tu?--domand Rita, alzando le spalle,
ancora con lo strano sorriso sulle labbra.
  --Oh, se crede che io sia come la figlia del capitano del por-
to, quella civettona continentale tutta lezi da scimmia, o come
quel pesce infarinato di Sarina Scoma che fa all'amore in pub-
blica piazza con gli ufficiali, o come...
  --Cara mia--l'interruppe Rita--a immischiarsi con gli uo-
mini, han sempre ragione loro! Tu l'ami,  vero?
  Anna continu a mordersi il labbro inferiore.
  --Bene, egli si mette a civettar con un'altra, poi, poniamo, la
sposa, e ti pianta. Che gli fai tu?
  --Non siamo ancora a questo punto...--obbiett Anna.--
Tuttavia, io voglio uscire da questa incertezza...
  Rita sospir. Dall'incertezza, purtroppo, ella era uscita.
  Mondino Morgani si teneva sicurissimo, che tutte le ragazze
di Vignetta, a un cenno solo, si sarebbero buttate dalle finestre
a terra per lui: Prendimi! Prendimi!. Una sola gli avrebbe re-
sistito: Rita Prinzi! Ed era senza dubbio (pareva almeno al dot-
tor Mondino) la pi bella, la pi intelligente fra tutte: Educa-
zione da gran signora, suona, ricama, parla il francese, famiglia
rispettabilissima, dote discreta....
  E passava e ripassava sotto il terrazzo.
  Rita se n'era accorta.
  Mi fa il ragno sotto gli occhi, pensava, vedendolo. Non
son mosca per te, caro mio.
  E si ritirava, perch l'imbecille non si credesse lusingato. Oh,
quella povera Anna!
  Mondino, persuaso alla fine, che col passare e ripassare, sciu-
po di scarpe e nessun pro', si decise al gran passo. Colgo la pi
bella rosa di Vignetta! Addio vita da scapolo! Addio sospiri!
Addio temporanee awenture!
  Un no, tanto cos!
  No! Come no? Perch?, si domandava Mondino. Perch
no? E non se ne poteva dar pace. Come no? E passeggiava
inconsolabile, per lungo e per largo, con le mani dietro la schie-
na, la camera da letto, in pantofole e in maniche di camicia,
senza sentir freddo. Non se l'aspettava quel no. Come c'en-
trava? In fin dei conti, rispetto all'et, una giusta proporzione:
vediamo; trent'anni, lui; ventidue, lei: otto anni di differenza.
Deforme non era, neanche tanto brutto, poi! per uomo, via cos
cos. . . bella statura. . . una professione per le mani nobilissima e
lucrosa... famiglia accontata sotto ogni rispetto... Io non capi-
sco! E si grattava con le dita assiderate, nervose, il petto bian-
chissimo, senza un pelo, sotto la camicia.
  --Io non ca... Eh... ecc! ecc!
  --Felicit, Mondino!--gli augur la vecchia zia, dalla stan-
za attigua.
  --Grazie, zia.
  Si raffreddava. Indoss la giacca, e si rimise a passeggiare.
  Aspirava forse a qualche principe, la signorina Rita? "Mia
figlia per adesso non ha intenzione di sposare." Bella intenzio-
ne. A ventidue anni... E quando si sarebbe decisa? Ma gi, scu-
se! .. .
E si soffiava il naso strepitosamente.
Per tre giorni non volle uscir di casa.
--Mondino, un cliente.
--Dite che son raffreddato, a letto.
--Mondino, ti desiderano in casa Cesar.
--La signorina Anna? Crepi !
E via, dall'altra parte del letto, tirandosi sulle spalle le coper-

--Il dottofe  raffreddato.




,    Per la povera Anna fu un colpo mortale. Apprese dalle lab-
   bra stesse dell'amica la domanda di matrimonio del Morgani,
                                                con un espediente di cui nessuna l'avrebbe creduta capace.
  Gi ella aveva notato nelle parole, nell'espressione del volto
di Rita, ogni qual volta si parlava del dottore, dello sdegno mal
frenato, e dell'acredine, in luogo del compatimento di prima.
f Perch?
  --Il dottor Morgani t'ha chiesta in isposa, lo so,--disse a
Rita, come in risposta alle frasi di lei, contro il Morgani.
  --Chi te l'ha detto?--domand Rita, accigliandosi.
  --Ah, dunque  vero?--esclam Anna col volto in fiamme.
  --Come l'hai saputo? Chi te l'ha detto?--domand un'al-
tra volta Rita, nell'imbarazzo.
  --Nessuno: l'ho sospettato dalle tue parole.
  --Che ho rifiutato?
  --S. Perch? Per me?--domand a sua volta Anna cos ec-
citata e accesa, che pareva dovesse da un momento all'altro ca-
t- der per terra svenuta.--Oh, ma se l'hai fatto per me...
  --No--I'interruppe Rita, alteramente.--Prima, perch, lo
sai, non l'ho potuto mai soffrire, quel palo, ma, quand'anche,
l'avrei sempre rifiutato per te...
  Lottava nel cuore di Anna l'onta, l'amore, la gelosia, l'avvili-
mento di fronte all'amica. Da un canto avrebbe voluto dilaniare
con ogni sorta di ingiurie il dottore, dall'altro soffriva a sentir-
ne dir male da Rita: avrebbe voluto impedire che l'amica avvi-
lisse colui ch'ella aveva stimato tanti anni degno del suo amore;
ma l'amor proprio offeso non glielo consentiva.
  ' --Sono senza dote, ecco perch!
  Rita cerc di confortarla, alla meglio, distraendola con le
buone maniere da ogni ridicolo proposito di vendetta manife-
stato nel primo impeto del dolore.
  --A immischiarsi con gli uomini, te l'ho gi detto, han sem-
pre ragione loro! Meglio non amare...
  --S, s... meglio...--assentiva Anna, singhiozzando.
  Finalmente, rassettatasi alquanto, volle ritornare a casa sua.
  Tutto il giorno s'aggir per le stanze come una stordita, come
se il bujo sopravvenuto anzi tempo, a causa di certi nuvoloni
minacciosi, la avesse resa incapace d'aiutar la madre nelle con-
suete faccende domestiche.
  La notte precipit su Vignetta con un rovescio strepitoso di
pioggia. Lampi spaventevoli squarciavano il cielo, seguiti quasi
immediatamente da formidabili tuoni.
  Come legata dalla tremenda commozione della natura, Anna
stavasi alla finestra, sferzata in faccia dalla pioggia, con le vesti
inzuppate, sussultando a ogni palpito della sinistra luce tra le te-
nebre sul mare in tempesta. Bruciava dalla febbre e piangeva,
stimando in quel momento la propria infelicit superiore a quel-
la d'ogni altra creatura vivente. Un grande intenerimento per se
stessa la vinceva, e a ogni pensiero che le ribadiva sulla coscien-
za il concetto della propria infelicit, le reni quasi le si aprivano
e tremava convulsa, strozzata dall'angoscia. Oh in mezzo al ma-
re, in mezzo alla tempesta, felici, felici i marinai sotto l'immi-
nenza della morte! Oh morire, morire... mille volte meglio mo-
rire! . . .
  Il domani, la madre, entrando nella cameretta della figlia,
trov Anna a letto, la finestra ancora aperta, il pavimento alla-
gato dalla pioggia.
  --Hai dormito cos? Ma sei pazza? Anna! Anna! Ti senti
male? Dio, scotta! Anna, che ti senti? Hai la febbre?
  --No... no...--si lamentava Anna col capo affondato nel
guanciale, accesa in volto.--Lasciami...
  La povera madre, spaventata, mand pel medico.
  --Il dottore  raffreddato, a letto e non pu venire--le an-
nunzi la serva di ritorno.
  Venne per il giorno appresso.
  Anna accolse il dottor Morgani come se non l'avesse mai co-
nosciuto. Non rispose (forse perch la voce non tradisse l'inter-
no turbamento) a nessuna domanda di lui. Mondino allora si ri-
volse alla madre.
  --Come? come? Sotto la pioggia? Una notte con la finestra
aperta? Quale sproposito!
  Anna strinse i denti, e trasse con gli occhi chiusi un lungo so-
spiro per le nari. Poi toss.

  --Un tempaccio maledetto! Se io, senza fare spropositi!...
vede, signora mia?
  E a provare il suo raffreddore, Mondino si soffi il gran na-
so. Poi scrisse una ricetta, e via.
  --Ripasser stasera.
  (Visita secca, breve.)




  Segu al rifiuto della Prinzi una serie impreveduta di fiaschi
per Mondino Morgani.
  A breve distanza di tempo lo rifiutarono:
  1. La figlia del capitano del porto: Nannina Vttoli, rivale a
Vignetta, della Prinzi. Ventiquattro anni (ventuno, diceva lei),
bruna, non bella, ma simpatica; dodici mila lire di dote, orfana
di madre, parlava sempre in lingua, e il francese cos cos. Suo-
nava il pianoforte.
  2. Carmela Ninfa, diciotto anni, bruttina anzi che no, un po'
scema, venticinque mila lire di dote. Zero francese, zero italia-
no, zero pianoforte.
  3. Sarina Scoma (anche lei!), ventisette anni, di carnagione
incerta sotto lo strato di glicerina impastata con la polvere di ri-
so; quindici mila lire di dote. Completamente incolta, parlava
l'italiano a orecchio. Diceva, per esempio, cos:--Se suprei so-
nare, sonerei--. Ma sapeva sonare. Diceva anche: la battaglia
di Gaspare Monte per Aspromonte, e altro.
  4. La nipote dell'avvocato Merca, Giovanna Merca (suo pa-
dre era veramente negoziante di cuoio, ma lei si presentava cos:
--Sono la nipote dell'avvocato Merca--). Niente dote, il solo
corredo da sposa: ricamava a perfezione, sonava il pianoforte,
leggeva giorno e notte romanzi truci. Parlava come un uomo,
ed era brutta, ma nipote dell'awocato Merca.
  Nannina Vttoli, s'intende, rifiut Mondino perch la Prinzi
lo aveva rifiutato; Carmela Ninfa, perch le parve troppo alto
di statura in confronto a lei cortissima; Sarina Scoma, perch
faceva (giusto allora), all'amore con l'ufficiale di distaccamento
a Vignetta; Giovanna Merca, perch in fiera corrispondenza an-
cora con un ufficiale di porto traslocato un mese addietro a Li-
vorno.
  Mondino fu quasi per impazzirne.
  Adesso, a parte la persona, a parte la famiglia, era medico, s
o no? un dottore in medicina, per se stesso,  o non  personag-
gio ragguardevole in un piccolo paese come Vignetta? Ah, evi-
dentementele ragazze s'erano montate la testa; s, perch, via!
a ragionarla, a parte la persona, a parte la famiglia, qual partito
pi conveniente di lui? E lo argomentava dal dispiacere vivissi-
mo con cui i padri e lo zio avvocato avevano risposto negativa-
mente alle sue domande. Era proprio scritto, dunque, ch'egli
dovesse rimaner celibe!
  Tanto meglio!, avrebbe forse esclamato Mondino in altre
condizioni, se non avesse dovuto cio esercitare la professione
di medico, e non fosse stato perci costretto a recarsi tante volte
ora in casa Scoma, ora dai Merca, ora dai Vttoli, ora dai Nin-
fa. Cos frattanto, per rimedio, aveva pensato di farsi di queste
sue disgrazie amorose come una specie di fatalit che gli pesasse
addosso, incomprensibile. Con ci avrebbe potuto anche mo-
strare di non covar rancore contro nessuno, gi rassegnato a
questa sua fatalit.
  E s'era immalinconito.
  Anna intanto peggiorava di giorno in giorno. I timori di
Mondino fondati sulla misera complessione di lei, s'avveravano
purtroppo! Ed egli, accanto a quel lettuccio, senza saper per-
ch, diveniva pi malinconico.
  Anna, durante la malattia, s'era alquanto rasserenata, come
se il torbido dei sentimenti le si fosse man mano posato in fondo
al cuore; di tanto in tanto tuttavia un pensiero tornava ad agi-
tarla.
  Ella adesso rispondeva brevemente a qualche domanda di
Mondino.
  --Come si sente oggi, signorina?
  --Meglio, dottore...
  Diceva meglio! E intanto...
  Con l'andar dei giorni, le visite di Mondino divenivano pi
lunghe e meno secche. Egli conversava un po' con la madre, e
spesso induceva Anna a dire anche lei qualche parola.
  Dopo una mesta riflessione sulla vita o sull'erroneo concetto
che spesso ci facciamo degli uomini e della societ, sorrideva
amaramente e sospirava. Anna pareva non udisse; l'ascoltava
invece attentissimamente.
  Ingiustizie della natura umana!, pensava tra s Mondino.
Costei muore per me. E muore sul serio! Ormai, pi nessuna
speranza di salvarla! E io non seppi amarla, l'unica che non me
lo avrebbe lasciato dir due volte!
  Concep a un tratto, per la disposizione di spirito in cui allora
si trovava, I'idea di farla, se non altro, morir contenta.
  Sar un'opera di carit!
  Gliela doveva, per altro: egli s'era mostrato un giorno troppo
affabile con la povera ragazza.
  Rita Prinzi assisteva Anna da una settimana, come una sorel-
la. Non sapeva scostarsi dal lettuccio dell'inferma, a cui faceva
delle piane letture, che non la stancassero, e parlava di cose lie-
te.
  Soltanto, ogni qual volta veniva il dottore, ella fuggiva per
non farsi vedere.
  Una mattina per non fece in tempo a scappare: Mondino,
entrando, ud il rumore d'una seggiola che Rita, scappando,
aveva rovesciato per terra. Anna era rimasta sola, a letto.
  --Disturbo, signorina?--domand dalla soglia Mondino,
piegando il busto in avanti, sulle lunghissime gambe dritte.
  --No--rispose Anna, seccamente.
  --Mi pareva che qualcuno fosse scappato.
  --Si, Rita--rispose allo stesso modo Anna.
  --Oh!--fece Mondino, sorridendo.--E perch scappa?
Faccio anche paura?
  Sed accanto al letto, e prese tra le dita l'esile polso di Anna.
  --Io ho avuto il torto, signorina--riprese senza lasciare il
polso--di bussare a certe porte, a cui non dovevo, e ne sono
pentito. Oh se sapesse quanto! Molto... molto... mi creda! Mi
sono smarrito come un cieco, signorina! Apro gli occhi adesso;
ma spero, non troppo tardi--se lei vorr credere al mio penti-
mento,  perdonarmi...
  Anna non traeva pi respiro, a queste parole, e ritrasse pian
piano il polso di tra le dita del dottore.
  --Queste cose non deve dirle a me...--gli rispose senza
guardarlo, con voce che voleva parer ferma.
  Entr in quella la madre, chiamata da Rita.
  --Alla mamma, allora?--fece Mondino sorridendo alla si-
gnora Cesar.
  --Come dice?--domand questa, sedendo a pi del letto
della figlia.
  --Dicevamo... o meglio, io dicevo alla signorina, che  ne-
cessario star presto bene, perch abbiamo bisogno di lei... io
specialmente... io pi di lei, signora. M'ero smarrito come un
cieco, le dicevo; s... e mi ritrovo adesso qui, accanto a questo
lettuccio... capisce, signora mia? qui... accanto alla signorina
Anna... Che ne dice?
  La madre non aveva compreso le parole del dottore, n il to-
no insolito della voce dolce e malinconico, e lo guardava, stor-
dita; comprese alla fine a uno sguardo che egli rivolse alla figlia
appena ebbe finito di parlare, e dall'atteggiamento del volto di
Anna.
  Allora si fece rossa, e rispose confusa, quasi balbettando:
  --Come? ma s'immagini... io, io felicissima! s'immagini!...
Per, deve dirlo lei, con le sue labbra... E vero, Anna?
  Anna, col volto che pareva una maschera di cera, teneva gli
occhi semichiusi.
  --A lei, dunque, signorina...--disse sorridendo Mondino,
chinandosi un po' verso il letto, e attendendo.
  --Ebbene, no!--rispose Anna, aprendo gli occhi e aggrot-
tando un poco le ciglia.
  Al no, Mondino si ritrasse istintivamente dal letto, e impal-
lid, col sorriso rassegato su le labbra.
  --No? Come!--esclam--no, anche lei? Ah! Mi ricom-
pensa male, signorina... Io non credevo...
  S'interruppe. Si pass forte una mano sulla fronte e sugli oc-
chi; poi riprese, con un lungo sospiro:
  --Pazienza! Oh, non tema, signora Cesar: il mio zelo non
verr certo meno per questo! Procurer anzi di guadagnarmi
cos, se non un po' d'affetto, un po' di stima, almeno, della si-
gnorina. Far il mio dovere, per quanto mi sar possibile.
  E cangi tosto discorso, con molto spirito, in quel momento.
(Cos almeno stim Rita, che origliava all'uscio della cameret-
ta.)




Ges--vero ritratto preso dallo smeraldo inciso per ordine di
Tiberio Imperatore di Roma, nel trentesimo anno dell'ra cri-
stiana. Questa gemma, di cui l'inestimabile valore non supera il
merito artistico, dopo varie vicende, fu posseduta dal tesoro
turco, e da quell 'Imperatore donata al Pontefice Innocenzo vmJ
per la redenzione d 'un fratello dell'Imperatore fatto schiavo dai
cristiani.

  Rita, assorta in pensieri a pi del letto di Anna, rileggeva
meccanicamente, per la trecentesima volta almeno, questa iscri-
zione sotto una immagine di Ges appesa al capezzale.
  Dopo il suo no)>, Anna era molto peggiorata. Il male preci-
pitava.
  --Non stare pi con me, Rita--diceva ella.--Se io fossi in
te, avrei paura a star qui.
  --Ma no, Anna! Scherzi? Tu stai meglio...
  --S... meglio...
  Non aveva pi forza di sollevare un braccio dal letto, e lo mo-
strava sorridendo amaramente all'amica.
  I genitori avevano gi consigliato a Rita, veramente, di non
andar pi da Anna.
  --Sciocchezze!--rispondeva Rita.--Quando il medico mi
dir che non sar pi prudente andare, non andr pi. Per ora,
non siamo a questo punto.
  Anna, a cui la malattia aveva straordinariamente acuiti i sensi
e l'indole un po' sospettosa, spiava dal letto l'amica con diffi-
denza, ritenendo per fermo in cuor suo ch'ella avesse disappro-
vato il suo rifiuto aspro al dottore, il quale ora, quasi in ricam-
bio, si mostrava per lei (anche agli occhi di Rita) pi premuroso
d'un fratello. Perch Rita ormai non scappava pi dalla stanza
all'arrivo del Morgani? Ella anzi, adesso, rivolgeva delle do-
mande o chiedeva a lui dei consigli circa l'assistenza da presta-
re, e Mondino allora rispondeva a lungo, con evidente soddisfa-
zione, e col suo garbo abituale. E Anna, dal volto di Rita, argo-
mentava com'egli non le dovesse parer pi, come prima, antipa-
tico e sciocco.
  Ah, egli  buono,  buono!, pensava Anna in cuor suo. E
come parla bene!
  Nello stesso tenipo Rita si confessava internamente:
  Non  poi tanto sciocco quanto credevo! E non dev'esser
cattivo di cuore.
  Mondino, dal canto suo, comprendeva e assecondava guar-
dingo la corrente sentimentale favorevole, in cui s'era messo.
Seguitando cos, l'approdo era sicuro.
  Anche Anna lo prevedeva, e, se da un canto provava un senti-
mento duro, indefinibile di gelosia contro Rita, dall'altro non
solamente scusava Mondino, ma godeva a sentirlo parlare cos
bene all'amica, e a veder com'egli l'avesse gi vinta e piegata a
lui. E avrebbe voluto quasi dire a Rita: Vedi, vedi com'egli 
degno d'essere amato! Ah, lo stimi tu adesso, com'io prima lo
stimavo? Sta bene; e ora vattene di qui! Tu non stai accanto al
mio letto per me, ma per veder lui e parlargli due volte al gior-
no... L'intendo, l'intendo forse pi che voi stessi ancora non lo
intendiate! Mostrate d'aver tanta piet di me, perch in questa
piet  l'intesa del vostro amore... Vattene, Rita! Per me e per
te, vattene!.
  Ma Rita non se n'andava; si mostrava impaziente se il dottore
tardava cinque minuti a venire, e si recava a guardar dietro i ve-
tri della stessa finestra, a cui Anna s'affacciava un tempo per
veder passare Mondino. E sinceramente ella stessa, nel suo in-
terno, credeva che questa impazienza derivasse soltanto da di-
sinteressata premura per l'amica infelice.
  Anna un giorno, per accertarsi fino a qual punto fosse arriva-
ta l'intesa tra i due, volle simular di dormire proprio nel mo-
mento in cui era solito di venire il dottore.
  Quel giorno la madre non avrebbe assistito alla visita: Anna
stessa l'aveva pregata di mettersi a letto per rifarsi un poco delle
veglie durate.
  Mondino finalmente giunse, e subito Rita gli fe' cenno d'a-
vanzarsi adagio, sulla punta dei piedi.
  --Dorme!--bisbigli, quand'egli si fu accostato al letto.
  Mondino contempl un tratto la giacente, poi si volse a Rita,
socchiuse gli occhi e dimen desolatamente la testa.
  --Pare gi morta!--sospir senza voce Rita.
  Mondino annu, poi a bassa voce, un po' impacciato, disse:
  --Intanto lei, signorina... senta, non  giusto che si trattenga
pi qui... Capisco,  l'amica del cuore... Intendo tutta la squisi-
tezza del suo sentire, ma creda che... io soffro, ecco, quando
son fuori, e penso che lei  qui esposta al pericolo. Mi intende?
Dunque mi faccia il favore di andarsene... di non venir pi...
Me lo promette? Non  prudente...
  --Gliel'ho gi detto!--grid Anna aprendo gli occhi im-
provvisamente e volgendosi ai due con le ciglia corrugate.
  Rita e Mondino trasalirono.
  --Dico che non  prudente--balbett Mondino imbarazza-
to--non per il suo stato, signorina Anna... ma perch... per-
ch la signorina Rita  sofferente... per le veglie... e perch sof-
fre vedendo lei cos...
  --Ah, per questo? Se  per questo, la lasci dottore, non sof-
fre!--l'interruppe Anna con amarissimo sorriso.--Soffro io!
io soffro, invece. Ah, per carit, lasciatemi morire in pace! Non
venite pi nessuno dei due. Che gusto provate ad amarvi qui,
accanto al letto d'una moribonda?
  Rita scoppi in lacrime, coprendosi il volto con le mani, e
Mondino confuso, agitato, non trov una parola da rispondere
ad Anna, e se n'and in fretta, senza neanche ardire di salutar
Rita piangente.

  Dopo circa due settimane Anna mor.
  Da sei anni ora giace nell'alto e solitario cimitero di Vignetta
ricco di fiori e di cipressi; e pi non pu sapere, per sua pace,
che da cinque anni Mondino Morgani e Rita Prinzi son marito e
moglie, e che gi hanno due figliuoli--Coc e Mim--biondi
come pap.

Il nido





  Attorno alla testina bionda della gracile e dolce bambina che
gli sedeva a fianco, intenta a guardar fuori, per il finestrino del-
la vettura chiusa, Ercole Orgera, assorto, awolgeva come un
ideal nimbo di pensieri e, carezzandole con mano lieve i capelli
aurei, morbidissimi, un po' ricciutelli su la nuca scoperta, consi-
derava la sua vita infelicissima e l'avvenire di lei, fiorellino in-
nocente, nascosto, che sbocciava or ora alla vita!
  Lietta, infastidita un po' da quel leggiero, continuo brancica-
mento su la nuca, si volse al padre, e gli disse in un sorrisetto:
  --Ttatti quieto!
  Ercole sorrise al sorriso della bambina, senz'intendere la mo-
lestia che le recava.
  --Dico, ttatti quieto...
  La vettura andava al passo per il largo serpeggiante viale che
conduce al Gianicolo. Erano i primi giorni d'aprile, e l'aria era
tepida, soavissima.
  La bambina pareva rassegnata a guardar fuori soltanto per il
finestrino della vettura, come se gi comprendesse che non po-
teva uscire in compagnia del babbo altrimenti che cos: in vettu-
ra chiusa. Questo pensava Ercole, e tal pensiero, come se fosse
nato entro la testina della figlioletta, lo intener quasi fino alle
lacrime. Ah s, soltanto cos, furtivamente, poteva egli andar
fuori con la bambina sua! E fosse ella rimasta piccina sempre
cosi !
  Se la tolse su le ginocchia, se la strinse forte al petto e la baci
pi e pi volte, dicendole:
  --Figlia mia bella! Tu starai sempre col babbo tuo,  vero?
sempre col babbo tuo?
  --Ci... ci...--rispose confusa tra i baci Lietta, pur awezza
a quelle improwise espansioni d'affetto del padre. --E la
mamma...--aggiunse subito dopo, buona buona.
  --E con la mamma, s!

  11 matrimonio di Ercole Orgera con la cugina Elena Ferlisi era
andato a monte, molti anni a dietro, per futilissimi motivi, per
uno sciocco puntiglio della promessa sposa, la quale, poco tem-
po dopo, come per improvvisa risoluzione della sua testa un po'
balzana, era andata a nozze con un tal Mari, fiorentino, gi
quasi vecchio, e, per giunta, di paraggio inferiore a lei.
  Ercole ne aveva immensamente sofferto; tanto, che non era
bastato a consolarlo il favore veramente straordinario con cui
era stato accolto in quei giorni il suo secondo romanzo L'incre-
dula.
  Logorato e ben diverso da quel che era prima, s'era tuttavia,
alla fine, riavuto dal grande dolore. Tre anni appresso, aveva
sposato Livia Arciani.
  Dopo la pubblicazione dell'Incredula non era pi apparso di
lui n anche un rigo. Con iscuse bizzarre e ingegnose egli aveva
cercato di coonestare innanzi agli occhi proprii e a gli altrui lo
sciopro e la neghittaggine in cui era caduto. A poco a poco, in
seguito, s'era anche allontanato dalla societ che prima era soli-
to di frequentare, rintanandosi quasi nell'oblio pi profondo di
se medesimo e degli altri.
  Gli amici avevano attribuito la cagione di questo mutamento
alla moglie, che fu per ci da loro soprannominata l'Orsa. Nes-
suno la aveva mai avvicinata, nessuno aveva mai parlato con
lei. Ma parlava ella forse? Pareva, a guardarle specialmente gli
occhi, che ella non dovesse aprir mai le labbra, se non per prof-
ferir qualche s o qualche no incerto e sospettoso. Pareva covas-
se sempre dei lugubri pensieri; ma quali e perch?
  Livia aveva accolto senz'ombra d'entusiasmo la proposta fat-
tale dal padre di sposare Ercole Orgera, che ella non conosceva
n di nome n di figura. Il padre le aveva detto che egli era un
letterato, autore di romanzi, un uomo colto, insomma, e bene
in vista.
  E perch viene a sposar me?, s'era domandata Livia, che si
riconosceva non bella e quasi del tutto incolta. Per la dote? Non
certo per la ingenuit o pe'l naturale ingegno: egli forse non
gliene aveva punto sospettato... Ma tanto meglio! Voleva dire
che ella gliel'avrebbe dimostrato a tempo e a luogo. E aveva
detto di s.
  Gli sponsali erano stati celebrati senza veruna pompa, e, do-
po un breve viaggio di nozze, la nuova coppia aveva preso stan-
za in Roma.
  A poco a poco la confidenza reciproca s'era attizzata al fuoco
amoroso. Livia aveva dovuto convenir con se stessa, che il ma-
rito, s, a trattarlo intimamente, non era come ella lo aveva dap-
prima immaginato: non le incuteva punto soggezione, dei suoi
talenti non faceva mai sfoggio, e aveva innegabilmente dei modi
squisitissimi di pensare e di sentire, per forse pi riflessi che
spontanei. Di quel che pensasse e sentisse per lui, Livia, all'in-

contro, non gli aveva mai lasciato intraveder nulla. Era cos,
pi che chiusa, cupa di natura, ed avendo subito riconosciuto in
s una forza di volont di gran lunga superiore a quella del ma-
rito, l'aveva messa in atto fin da principio, specialmente nel
modo di comportarsi innanzi a lui. Osservava tutto, e taceva,
senza mostrarsi mai sospettosa o diffidente; non le sfuggiva una
sola parola di lui; lo cingeva insomma, senza tuttavia parere e
senza dargli il menomo disagio, di costante vigile e silenzioso
assedio.
  Fin dai primi mesi del matrimonio, Ercole s'era lasciato sfug-
gire la confidenza sul suo passato amore. Livia non aveva do-
mandato altre spiegazioni e notizie su quel fatto e intorno a
quella donna, che sapeva lontana, a Firenze. Il modo con cui
Ercole le aveva narrato quella storia non aveva fatto nascere in
lei alcuna curiosit; n ella, quand'anche, gliene avrebbe dimo-
strata. Nessun desiderio del pari aveva mai manifestato d'ap-
prendere e conoscer l'artista nel marito. Ercole non s'era pi ri-
messo all'arte. Perch dunque occuparsene? Ella, in fondo, non
arrivava a comprendere come si potesse pigliar sul serio la pro-
fessione di scrivere dei libri.
  Con l'andar del tempo, anche Ercole pareva si fosse messo a
pensarla cos. S'era stretto in familiarit col suocero campa-
gnuolo, e s'era dato alla caccia e a badare a la villa recata in do-
te dalla moglie, ai cavalli e finanche a l'allevamento del bestia-
me.
  --Attenderei tanto pi volentieri ad allevare un bambino!--
aveva egli detto pi volte alla moglie scherzosamente.--Ma tu
E non vuoi darmene.. .
  Anche Livia allora avrebbe desiderato tanto un figliuolo, che
fosse venuto a smuovere un po' l'acqueit stagnante della loro
vita, agitata solo di tanto in tanto, cos, fuor fuori, da qualche
tproposito eccentrico del marito; un lungo viaggio all'estero! an-
    dare a stabilirsi in altra citt!... Propositi vani, ranocchi che si
    tuffavano in uno stagno, riuscendo solo a promuover dei zeri
    placidamente perdentisi alle rive.
E Cos, in perfettissima calma e nell'attesa continua e vana,
    erano gi trascorsi otto anni dal loro matrimonio, quando era
    pervenuta a Ercole, da Firenze, una lettera lacrimevole della cu-
    gina Elena Mari. Ella scriveva che le era morto il marito e che
    era rimasta quasi in miseria: chiedeva aiuto per i suoi due fi-
CE gliuoli che avrebbe voluto collocare in un ospizio d'orfani, a
~- Roma, e in coda alla lunga lettera, piena di particolari su la sua
   vita coniugale infelice e sul marito defunto, esprimeva profon-
   Edo, amarissimo rammarico per la sua passata sventatezza e, in-
sieme, la fiducia d'aver gi ottenuto perdono da Ercole, sog-
giungendo infine: Il danno, come vedi,  stato tutto mio!.
  Ercole aveva letto insieme con Livia quella lettera inaspetta-
ta: per la moglie non aveva segreti. Nell'aprir quel misero fo-
glietto, neanche listato a nero, in testa al quale era scritto sem-
plicemente il suo nome seguito da un punto ammirativo, s'era
turbato, e aveva guardato la moglie che gli stava accanto, in
piedi.
  --Chi pu scrivermi cos?
  --E semplicissimo: guarda la firma!--gli aveva risposto,
con apparente calma, Livia, chinandosi per leggere insieme.
  --Elena...
  --Non ti ricordi pi chi sia? Tua cugina...
  --Possibile?...
  Il domani Ercole, per espressa volont della moglie, aveva
spedito quattrocento lire alla vedova Mari, senza un rigo d'ac-
compagnamento.
  Circa tre mesi dopo, s'era rimesso d'improwiso, febbrilmen-
te, a scrivere, a scrivere, a pensare all'arte, come se l'estro gli si
fosse a un tratto riacceso, dopo s lungo letargo. S'era impegna-
to con un'importante rivista di letteratura e di scienza per un
nuovo romanzo, che andava scrivendo affrettatamente, man
mano che si pubblicava: due o tre capitoli, un foglio di stampa
della grande rivista, ogni quindici giorni--enorme fatica, spe-
cie per lui che aveva perduto da tanto tempo l'abitudine dello
scrivere! E s'era impegnato nello stesso tempo per altri lavori
con altri giornali. Era awenuta, insomma, quasi un'esplosione
di tutte le sue energie, come per nuovo flusso vitale.
  La moglie dapprima n'era rimasta meravigliata, non sapendo
come spiegarsi questo repentino cambiamento. Lo vedeva fino
a tarda notte lavorare nello scrittoio; e poi, di giorno, imbrigato
sempre, assorto, finanche a tavola... Certe notti, venuto a letto
da un'ora appena, tornava ad alzarsi.
  --Che fai?--gli domandava ella.--Tu impazzisci.
  --Eh s, davvero--le rispondeva egli, tentando di sorridere.
--Ma se non riesco a pigliar sonno!...
  --Scriverai domani...
  --No,  inutile che me ne stia qui a menar smanie... Tu non
puoi capir che cosa sia... Sono stato tanto tempo senza conclu-
der nulla... Adesso l'estro m' tornato...
  L'arte! l'arte!... che ne intendeva Livia? Le cure, i pensieri
che essa dava eran cos forti, dunque, da vincere e far completa-
mente dimenticare ogni altra cura, ogni altro pensiero, ogni al-
tro affetto? Aveva essa dunque potere di trasformar cos, d'un
subito, radicalmente un uomo? Egli ormai non esisteva quasi
pi per lei! Ed ella era rimasta sola, esclusa, come abbandonata
dietro una porta misteriosa, della quale, profana e ignara come
si riconosceva, non avrebbe mai potuto varcar la soglia...
  <~Sar per poco! Si stancher presto!, pensava intanto per
confortarsi.
  Ma Ercole non si stancava, n accennava a stancarsi. Era, s,
divenuto molto pallido in volto e fosco; ma resisteva.
  Alla fine, il prolungato abbandono e l'aria sempre costernata
e pensierosa del marito cominciarono a pesare e ad inasprire Li-
via.
  --Di' un po', si guadagna forse qualche cosa ammazzandosi
a scrivere come tu fai?
  Ercole s'era turbato a questa domanda e aveva risposto quasi
balbettando. Livia ne fu colpita: s'aspettava invece una risposta
sdegnosa, poich sapeva d'aver detto una volgarit, anzi aveva
voluto dirla a posta per pungerlo.
  --Scrivo per scrivere, cara. Tu non puoi comprenderlo--
diss'egli.
  --No, davvero non lo comprendo!
  --E allora non parlarne!
  Ah, impossibile illudersi ancora! No: egli non aveva pi per
lei la menoma considerazione; quanto ad amarla non l'aveva
forse amata mai; ma anche quel po' d'affetto, che le aveva
qualche volta dimostrato, era adesso svanito!
  A poco a poco il sospetto cominci a farsi strada nel cuore e
nella mente di Livia; e infine ella intravide la cagione a cui dove-
va attribuire la rinata, quasi vertiginosa attivit del marito, le
preoccupazioni, le brighe, il pallore di lui, tutto il cangiamento
improvviso, insomma, della loro esistenza. Tradita!
  Troppo tardi: Lietta era gi nata.

  Al primo impeto di Livia egli aveva tenuto fronte negando.
Ma in tutta la sua persona era impressa evidentemente la men-
zogna: nelle spalle curve sotto l'accusa, negli occhi foschi, odio-
si, nel volto pallidissimo, fin nelle dita irrequiete e nelle labbra
convulse.
  Ella lo aveva sorpreso nello scrittojo, e aveva cominciato col
domandargli notizia dei due orfani ricoverati all'ospizio.
  --E che ne so io?... Ti prego, lasciami lavorare.
  --E... della madre, non ne sai neanche nulla?
  --Che vuoi che ne sappia?
  --Ah, no? Ne so io qualche cosa, invece... Non fingere, non
fingere di scrivere, adesso!
  --Debbo consegnare in giornata queste cartelle... Non ho
tempo da badare alle tue domande...
  --Eh gi! Se no, come le darai da mangiare, poverina...
--Livia! Che intendi dire?
--Ti meravigli? Ma di' che non  vero!
--Tu sei pazza! Non ti capisco!
  --Pazza? Ma nega, nega se puoi. E perch tremi? Ella  ve-
nuta qui apposta,  ritornata a te, ora che le ha fatto comodo...
Negalo !
  --Ti proibisco...
  --Che cosa? Non mi fai paura! Sono una sciocca? Oh, ma
tanto sciocca poi no! Di', era lei,  lei il grande estro che t' tor-
nato? E glie n'ho offerto io il mezzo! io! Non so per chi sia pi
vile di voi due!
  --Senti, ti compatisco come pazza; ma vattene! io ho da la-
vorare. . .
  --Ma che pudori ha la tua coscienza? Mi rubi il cuore, e poi
non osi portarmi via il danaro in casa di colei?
  --Ah perdio, Livia!
  --Oseresti anche mettermi le mani addosso?
  --Esci! esci! subito! via!
  E l'aveva spinta fuori della stanza, chiudendovisi a chiave
tutto tremante.
  Livia era partita lo stesso giorno per il suo paese, con l'inten-
zione di confessar tutto al padre, di finirla per sempre col mari-
to. Ma durante il breve viaggio era ritornata con la mente su la
inconsulta risoluzione; aveva riflettuto che cos ella avrebbe re-
so la libert assoluta al marito, senza vendicarsene; avrebbe for-
se compromesso il padre, senza scemare di nulla la propria infe-
licit. No, no! Bisognava agire altrimenti!
  La sera stessa era ritornata a Roma, senza farsi vedere dal pa-
dre.
  Aveva atteso invano, tutta la notte, il marito.
  Il domani, una nuova scena, pi violenta. Ercole aveva nega-
to un'altra volta. Poi pi nulla, fra loro due. S'eran separati di
letto.
  Da una vecchia zia di Ercole, sorda ed epilettica, la quale da
trent'anni, offrendo lo spettacolo della sua miseria limosinante,
andava sbandendo per le case dei conoscenti d'esser stata spo-
gliata dal fratello, nonostante i benefici che spesso riceveva dal
nipote (il letterato, com'ella lo chiamava, deridendolo con la
bocca sdentata), Livia aveva appreso che dalla relazione del ma-
rito con la Mari era nata una bambina.
  Ella pianse allora in segreto le sue lacrime pi amare, sent al-
lora pi atroce che mai lo strazio della gelosia.
  E difatti, l, adesso, in quelle tre stanzette modeste, in fondo
alla via Cola di Rienzo ai Prati, era per Ercole la vera casa; non
pi questa signorile di via Venti Settembre: qui Livia piangeva
di nascosto e si struggeva dentro; l sorrideva e scherzava Lietta;
l la colpa, irritando, rendeva pi appassionato l'antico amore;
l, infine, egli ritrovava l'imagine della sua vita, come sarebbe
stata onestamente, senza le due cagioni d'amarissimo rimpian-
to: il matrimonio d'Elena col Mari, il suo con Livia Arciani. E
oltre quest'imagine confortata e sorrisa dalla sua bambina, un
altro pensiero ammansava un po' gli scrupoli di Ercole: che
egli, cio, lavorava e si dava attorno faticosamente per recar
l'imbeccata al suo nido nascosto; che egli infine nudriva soltan-
to di s il nido suo, la sua bambina.
  E quante sere, nell'ora in cui era solito di rincasare, con la
mente assorta nei suoi lavori in corso, non si era egli avviato
istintivamente verso la solitaria via dei Prati! Poi, colpito a un
tratto dall'aspetto di quella via, e risowenendosi, era tornato
sui propri passi, e rientrato nell'altra casa, come entro a una
p,rigione.

  Elena Mari, bench ormai sui trentacinque anni, serbava an-
cora nel volto e nella persona l'altera bellezza, di cui in giovent
s'era tanto invaghito il cugino. Ma l'anima sua, in quattordici
anni di basse e tristi lotte contro se stessa, nella smaniosa, sof-
focante angustia dei mezzi, aveva perduto quella fiamma arden-
tissima, di cui sfolgoravano prima gli occhi suoi e vibravano le
sue risa. Per far tacere la voce che era un tempo come la balda
guida della sua giovinezza fiorente e capricciosa, e che adesso le
rinfacciava continuamente la vergognosa vilt della sua posizio-
ne, ella delle miserie durate si faceva come un'arma di difesa
contro la propria coscienza, e ne traeva, ne acquisiva quasi un
diritto a un po' di riposo, fosse pure a danno altrui. Tuttavia el-
la non poteva, come Ercole, vedere e assaporar quasi l'illusione
dell'onest in quella vita che menavano insieme di furto. Lietta,
che per Ercole era la figlia, il cui sorriso poteva sedare ogni tem-
pesta, era invece per lei un'esistenza di pi, fuori e oltre la fami-
glia, consistente, a gli occhi suoi, nei due orfani chiusi all'ospi-
zio. E sempre, fissando lo sguardo su la testina bionda di Liet-
ta, il pensiero di Elena volava a quegli altri due figli, bruni e
pallidi; e sempre la loro immagine richiamava alla mente quella
del padre, che ella aveva in vita molto amareggiato, e il cui ri-
cordo, trattenuto dai rimorsi, non riusciva forse ancora a sep-
pellire.
  Elena prov nell'angoscia uno strano sollievo, allor che ap-
prese dalle labbra tremanti di Ercole, che la moglie di lui aveva
scoperto la loro relazione. Le parve d'uscire da un nascondiglio.
Adesso l'aspet~o e l'umor dell'amante s'accordavano meglio
con i suoi sentimenti: Ercole non rideva pi come prima, di-
mentico d'ogni cosa, carezzando la sua bambina.
  Ogni domenica ella si recava, modestamente vestita, a visitare
i due orfani all'ospizio, e portava loro qualche regaluccio com-
prato, non con i denari dell~amantema con quelli dell'esigua
pensioncina lasciatale dal marito e messa da lei scrupolosamen-
te da parte.
  In casa faceva tutto da s: le sue belle mani s'eran pur troppo
abituate da un pezzo ai pi aspri e ruvidi servizi. Di quando in
quando veniva a visitarla, a scroccarle qualche soldo la vecchia
zia sorda ed epilettica: la spia veniva di nascosto da Ercole; in-
tendeva sbarcarsela un po' con la moglie, un po' con l'amante,
che era pur sua nipote. Da qui e da l portava via sempre qual-
cosa, e quando non poteva altro, alloccava qualche dolciume al-
la piccola Lietta, senza farsi scorgere dalla madre.
  --Vieni, siedi qui...--diceva a Elena.--Ti pettino. Dov' il
pettine:
  Andava, cacciava il naso in tutti i cassetti della stanza, fru-
gando con le mani secche tremanti dall'istinto predace, si dava
una guardatina allo specchio, e ritornava col pettine.
  --Siedi qui... Brava!... Oh capelli da regina!...
  --Senza smorfie, zia!
  --Come dici? Smorfie? Tu non te li vedi... Sono i capelli di
tua madre, buon'anima! Ah se non fossi rimasta cos presto so-
la, chi sa che matrimonio avresti fatto!... Guarda che fiume
d'oro... guarda!... Quella l, tre peli in testa, uno, due e tre...
  --Zitta, zitta, zia!
  --Una zoticona, lasciami dire! Ha danari... dicono! dev'es-
ser vero, altrimenti, s! perch se l' presa Ercole? Ma che se ne
fa di quei danari? Veste come una poveretta... Dio, Dio! Una
vesticciola... Io mi vergognerei, nella mia miseria, di portarla
addosso. ..
  Ercole veniva da Elena ogni giorno, su l'imbrunire; pi che
per lei, ormai, veniva per la bambina ella lo sentiva, lo vedeva,
e non ne provava alcun rammarico; comprendeva che lui era in
condizione Psggiore della sua: senza casa, non potendo convive-
re con la figlia e con lei.
  Parlavano qualche volta della moglie, velatamente. Ma il
contegno fermo e sprezzante di Livia non si prestava a lunghi
discorsi. Ercole non l'aveva veduta piangere, n anche una vol-
ta.
  --Che fa?--domandava Elena.
  --Nulla... io non so!...--riSpondeva egli, infoscandosi in
volto.
  Livia si recava di tanto in tanto, per qualche giorno, dal pa-
dre. La prima volta ch'egli la vide partire, circa sei mesi dopo la
violenta spiegazione, credette ch'ella fosse andata dal padre per
aiuto; e attese tre giorni in orribile sospensione d'animo qualche
disgustosa scena col suocero. La sera del terzo giorno ricevette
invece da questo un lieto, cordialissimo invito a raggiunger la
moglie, per stare insieme qualche settimana in campagna. A pi
della lettera del suocero grossolanamente vergata, Ercole trov
un rigo di sottilissima scrittura, senza firma: n babbo non so-
spetta di nulla. Rispondi che non puoi venire.
  Tanta alterezza, tanta prudenza, dopo l'aspettazione ango-
sciosa d'uno scandalo, turbarono, commossero profondamente
Ercole. E d'allora in poi, il rimorso cominci a tarmare pi assi-
duamente la sua passione per Elena, d'allora in poi non trov
pi quel calor di parole e di baci, con cui quasi voleva nell'a-
mante far rivivere l'imagine morta dell'antica fidanzata vivace e
capricciosa. Elena gli apparve allora quasi fuori dai veli del pas-
sato; quella che veramente s'era ridotta, e come ella stessa nean-
che pi si curava di non apparire. S, l'amore era gi spento;
I'illusione caduta; ma dal bruco morto era pur nata la farfalla:
Lietta. In quelle tre stanzette ormai, per Ercole, non crescevan
che spine; s, ma su queste spine aliava la farfalla, e solamente
per essa Ercole avrebbe ancora voluto che vi sorgesse pure, di
tanto in tanto, qualche fiore.
  --Che hai, figliuola mia? Chi t'ha fatto piangere?--doman-
d Ercole una domenica a Lietta, avendola trovata con le lacri-
me a gli occhi.
  --Mamma piange...--rispose Lietta singhiozzando e la-
sciandosi asciugar gli occhi dal padre, che se l'era tolta su le gi-
nocchia.
  --Piange? Perch?
  --Ho da parlarti--disse Elena, con gli occhi rossi.
  Ercole rimise a terra la bambina, e segu l'amante nell'attigua
stanza.
  --Ah quel che m' toccato di subire stamane!--cominci
Elena, passandosi una mano sugli occhi e su la fronte.--Al
Collegio s' scoperta senza dubbio la nostra relazione...
  --Come mai?
  --Stamane, nel corridoio ove ci ricevono, noi madri, nessuna
delle conoscenti volle rispondere al mio saluto, anzi... una anzi,
la Britti, col suo bambino, si scost da me e dai miei figliuoli,
appena noi sedemmo al nostro solito posto... Tu intendi?... I
miei ragazzi lo notarono... notarono il mio smarrimento... il
tremore di rabbia... Ma che sar accaduto? Poi, all'uscita, il
padre rettore ha fatto le viste di non accorgersi di me...
  --Non ti sei ingannata?--domand Ercole, tanto per con-
fortarla col dubbio.
  --No, no... anche i miei ragazzi l'hanno notato... Ora io tre-
mo per loro, capisci? Che m'importa di me? Soffro e dico: do-
veva esser cos!... Ma se quei due poveri innocenti ne dovessero
pianger loro le conseguenze? Dio, ne impazzirei! Tutt'oggi ho
pensato: Che avverr, quand'essi usciranno dal collegio? Biso-
gna pure che sappiano, che vedano un giorno o l'altro... E io
come far? Lietta sar cresciuta anche lei, allora... e penser...
Tu non ci hai riflettuto? No, e lo capisco: per te esiste Lietta
soltanto... Che t'importa di quei due? Ma il mio cuore  divi-
so... E quei due mi sembrano pi disgraziati di questa...
  Ancora entrambi ignoravano il peggio; ignoravano che la
mattina stessa di quel giorno un giornaletto ricattatore aveva
schizzato il suo veleno su l'Ospizio degli orfanelli, parlandone
come d'una comodit inestimabile per le giovani vedove in cer-
ca di consolazione, e ne aveva portato ad esempio una, i conno-
tati e i particolari della quale corrispondevano perfettamente al-
la figura e alla vita intima di Elena, aggiungendo che sarebbe
stato utilissimo costruire (sempre per la comodit delle suddette
madri vedove) un dipartimento annesso all'Ospizio, ove ricove-
rare i bastardelli.
  La domenica seguente, poi, Elena, terminata la visita, fu invi-
tata a salir nel gabinetto del vecchio padre rettore. Ne usc dopo
circa mezz'ora col volto in fiamme dalla vergogna e dall'ira,
esasperata, avvilita, vacillante.
  --Io sono un vecchio e un sacerdote,--le aveva detto il ret-
tore--mi consideri dunque come il suo confessore, e mi per-
metta di darle qualche consigliocome ad una penitente.
  Le aveva mostrato il giornaletto fangoso, le aveva detto dello
scandalo suscitato, le aveva infine parlato dei figli... Quant'era
durato quel supplizio? Ella non aveva saputo risponder sillaba,
un s soltanto alla domanda insistente del vecchio:--Me lo pro-
mette? me lo promette?--. S; ma che aveva promesso?
  La sera narr tutto ad Ercole.
  --Chi vuoi schiaffeggiare? Non capisci che mi compromette-
resti di pi? E ti sporcheresti le mani! No, no, bisogna finirla
piuttosto. . .
  --Finir che cosa? E mia figlia? Pretendi ch'io non la veda
pi? Cacciano i tuoi figli dal collegio? Ebbene, penser io a lo-
ro! Come? Si vedr! C' rimedio a tutto... So questo soltanto,
che la nostra bambina non deve soffrirne! Tu sei mia, ormai!
questa  la mia casa! qui c' mia figlia! Tutto il resto non m'im-
porta.. .

  --Importa a me: son figli miei anche quelli!--esclam Ele-
na.--Tu devi intendere anche questo...
  --Eh s! E infatti--rispose Ercole--t'ho detto: provveder
io, in caso, a loro! Ne accetto in tutto e per tutto la responsabi-
lit!

  Elena attese invano quattro, cinque giorni la consueta visita
serale dell'amante. Non viene pensava per prudenza: fa be-
ne!  Al sesto giorno per apprese dalla vecchia zia che egli era a
letto, ammalato.
  --Solo, se vedessi, come un cane; fa piet!
  Difatti, nei primi giorni, Livia, non credendo alla gravit del-
la malattia, non s'era voluta far vedere dal marito. Che piet
poteva egli ispirarle? Non s'era forse logorato per quell'altra?
  N s'ingannava su la causa del male: Ercole s'era davvero
ammalato per eccesso di lavoro, per quasi assoluta mancanza di
riposo e di giusta nutrizione; per la cupa, costante preoccupa-
zione in cui lo teneva la sua vita falsa e smembrata. La proposta
di Elena, l'ira contenuta contro l'autore dell'articoletto scanda-
loso, avevano determinata a un tratto la caduta.
  Al settimo giorno Livia, chiamata dalla cameriera sconvolta
da alcuni segni di delirio nell'infermo, era finalmente accorsa,
vincendo ogni ripugnanza dell'amor proprio. Appena entrata in
quella camera, ove non metteva piede da tanto tempo, s'arretr
quasi inorridita alla vista del marito. Dio, come s'era ridotto! Il
volto di Ercole pareva una maschera di cera: egli teneva gli oc-
chi semichiusi e apriva di tanto in tanto le labbra esangui, tra i
baffi e la barba scomposti, a un orribile sorriso, mostrando i
denti pari, serrati, un po' ingialliti: accompagnava il sorriso con
un gesto della mano scarna, quasi trasparente, le cui cinque dita
brancicavan nel vuoto.
  Al primo terrore segu nel cuore di Livia un impulso d'odio
per la donna che le aveva ridotto in tale stato il marito; e gi in
quell'odio penetrava la compassione per lui.
  Ercole schiuse gli occhi e fiss la moglie senza riconoscerla.
Ella trattenne il respiro, il moto delle palpebre, in penosissima
attesa. L'infermo poco dopo richiuse lentamente gli occhi,
emettendo un gemito pi di stanchezza che di dolore. S, in tutti
i lineamenti di quel volto disfatto, nelle braccia, nelle mani ab-
bandonate sul letto, pi che il dolore, infatti, era impressa la
stanchezza, un'estrema stanchezza! Ella sed in silenzio accanto
al letto, presso la testata, per non farsi scorger da lui, temendo
non lo avesse a turbare la sua vista. Vedeva la mano scarna le-
varsi di tratto in tratto con le cinque dita brancicanti; indovina-
va il sorriso delle labbra esangui, e sentiva un brivido di sgo-
mento alla schiena. Che significava quel gesto? Perch sorride-
va e levava la mano? Alfine Livia credette d'aver trovato la ca-
gione: il suo pensiero vol, senza designazione di luogo, a
un'altra casa non mai vista da lei, ma ben nota al marito: vi cer-
c una bambina; ma non pot figurarsela: un'ombra odiosa, in-
decisa di donna le si parava sempre dinanzi--quell'altra, la
madre della bambina! Ah s, senza dubbio, in quel muto delirio
egli credeva di carezzare la testa della sua figlioletta, e sorride-
va. Livia sent allora come uno struggimento non peranche pro-
vato, scevro d'odio per il marito, anzi pieno d'un sentimento
angoscioso di generosit. Ella era la tradita, la nemica per lui;
eppure, ecco, era l, in quella camera, accanto al letto ove egli
giaceva, pronta a prestargli le pi diligenti cure, pronta a rende-
re il bene per tutto il male ricevuto! Gli occhi le si riempirono di
lacrime.
  Da quel giorno non abbandon pi la camera dell'infermo.
Riempiva di pensieri, di riflessioni le lunghe veglie penose. In
certe ore della notte, vinta dalla stanchezza, appoggiava legger-
mente la guancia sugli stessi cuscini ove s'affondava la testa di
lui, e la freschezza del lino e la insolita vicinanza le cagionava-
no, nel silenzio, quasi nel mistero del sonno, un piacere e un
turbamento ineffabili.
  No, ella non poteva pi vivere senza di lui; non poteva pi
durarla in quello stato; non era ammissibile per lei che egli, ap-
pena guarito, ritornasse a quell'altra, ed ella a la stessa vita di
prima. No, no! E intanto, come impedirlo? Non aveva egli al-
trove la sua famiglia? Certe notti non aveva egli mormorato,
nell'incoscienza del sonno, il nome di Elena?--Ah, Elena!--
Tre volte lo aveva udito sospirar cos, piano, come nel passag-
gio da un sonno all'altro, con la solita espressione di stanchezza
infinita. Come strapparlo a colei? Ah, non era pi possibile!
Presso quella donna era la figlia! Come strappare al padre la
sua figliuola?
  Da un pezzo a Livia era balenata un'idea di vendetta, che poi
nell'abbattimento e nello sconforto aveva riconosciuta dispera-
ta, inattuabile. Convinta che il marito non sarebbe mai tornato
a lei, finch la figlia fosse rimasta presso l'amante, aveva imma-
ginato di costringerlo a portar via da colei la bambina, e con-
durla con s nella sua casa. Ecco, s, questo sarebbe stato l'uni-
co mezzo per riacquistarlo. Ma era possibile che la madre cedes-
se la figlia, rassegnata a non vederla mai pi? Non che sperarlo,
era follia soltanto immaginarlo. Nella sua casa,  vero, accanto
al padre, la bambina avrebbe avuto ben altro awenire: Ercole le
avrebbe potuto dare il suo nome; ella, Livia, le avrebbe dato la
sua dote; s, s, e le avrebbe anche voluto bene pi che se fosse

stata figlia sua; tanto bene da farle dimenticare la vera madre...
S, ma la madre poteva lasciarsi lusingare da quell'avvenire? ce-
dere a un'altra donna, alla moglie dell'amante, la figliuola?
  Queste amare riflessioni rivolgeva ella accanto al letto dell'in-
fermo, quando un giorno venne misteriosamente a visitarla la
vecchia zia di Ercole. La mandava Elena smaniosa di aver noti-
zie.
  --Come va, come va, povero Ercole?
  --Sempre a un modo... Un tantino meglio, forse.
  --Ah s? Bravo! Mi dai una grande consolazione... Malattia
lunga, per, m'immagino, eh? Ma niente pericolo, Dio ne
scampi,  vero?
  --No no; almeno i medici lo assicurano. Ha bisogno assolu-
to di riposo.
  La vecchia storse la bocca sdentata e dimen la testa.
  --Riposo... eh si! E una parola! I medici prescrivono sempre
giusto quel che non si pu avere: ai poverelli, brodi consumati;
a tuo marito riposo! E, dico, scommetto che non sai perch tuo
marito s' ammalato... Ha avuto una scena con quell'altra...
S! Lo scandalo... Non sai nulla?
  --Nulla--disse Livia.--Che scandalo?
  --Del giornale... Non sai? Hanno stampato un articolo sulle
magagne dell'Ospizio degli orfani, ti dico, coi fiocchi!, dove si
dicevano vituperii di tutte le madri, e di Elena poi...
  --Ed Ercole?--domand Livia tra sgomenta e ansiosa.
  --E che volevi che facesse? Quella l, inviperita, s' sfogata
con lui, naturalmente. Ho saputo tutto dalla serva... Gli ha fat-
to una scenata. Ercole ha dovuto inghiottire amaro, e zitto! Si
sa, c' di mezzo la piccina... Ma tu confortati intanto, e senti
quello che ti dice la tua vecchia zia: non  storia che dura! Gi
metti che lei pretendeva, per non dar luogo ad altre ciarle, che
egli non le andasse pi in casa, come dire, non vedesse pi la fi-
glia. Perch, lei, capisci? ha quegli altri due poveri innocenti al-
l'Ospizio... lo sai, e ha paura dopo questo fatto non glieli cacci-
no via, seguitando le chiacchiere. Ercole, dal dispiacere, dalla
bile, ci s' ammalato. Quella l adesso da un canto ha rimorso,
s~intende; dall'altro, poi, pensa che la sua condizione non  pi
sostenibileche insomma bisogna provvedere... chi sa!... finir-
t la, ecco, probabilmente. Lui per ora si oppone; ma quella l ha
  da pensare ai due orfanelli, intendi? E questi vedrai, ti salveran-
  no.
  La vecchia ciarliera seguit a lungo sullo stesso tono; ma Li-
via non la ascoltava pi. Ah dunque il suo progetto non era cos
fuor dal possibile com'ella s'era costretta a credere? E se quella
donna non voleva abbandonar la figlia, poteva pretendere che
invece la abbandonasse Ercole? Non avevano tutti e due gli stes-
si diritti su la bambina? Ah, chi sa! forse Ercole aspettava sol-
tanto un cenno da lei, e sarebbe subito corso a prender la bim-
ba, per cui tanto soffriva! Ed eccolo liberato per sempre da
quella donna!
   A poco a poco intanto, merc le rigorose cure e l'assoluto ri-
poso, Ercole cominciava a migliorare. La prima volta ch'egli
s'accorse della presenza di Livia nella camera, chiuse gli occhi
come per fuggire la realt. Durante la malattia s'era sentito cir-
condato di cure amorosissime: le doveva dunque a lei? Lo aveva
vegliato lei con tanta abnegazione, lei assistito con tanta tene-
rezza'~
   Un giorno finalmente, sull'alba, mentr'ella se ne stava seduta
al capezzale, sent inaspettatamente la mano del marito cercare
e stringer la sua. Lev stupita il capo che teneva appoggiato al
guanciale di lui, e lo guard; egli piangeva con gli occhi chiusi.
   --Ercole, che hai?...--balbett commossa, non riuscendo
neppur lei a frenar le lacrime.
   Egli le strinse pi forte la mano, senz'aprir gli occhi. Poi le
disse:
   --Grazie... Perdonami.
   --S... si... Non agitarti... Ho compreso tutto.
   --Perdonami--ripet Ercole.
  --S, s, t'ho gi perdonato... Ora sta' calmo... So quello che
desideri.
  Ercole apr gli occhi, come per accertarsi sul volto di Livia se
aveva inteso bene.
  --Tu vuoi vederla,  vero?--aggiunse ella con un fil di vo-
ce, chinandosi su lui.
  --Oh, Livia, tu...--sclam egli, fissandola quasi impaurito.
  --La vorresti qui,  vero? Ebbene, senti: io ci ho pensato...
Non darti pena... sono contenta; l'avrai qui, se vuoi, per sem-
pre! Intendi? Qui, qui, in casa nostra... S, lo comprendo: or-
mai non pu essere altrimenti. Ma io ne sono contenta. Tua fi-
glia sar anche mia figlia d'ora in poi; va bene cos?... Calmati,
calmati; ne riparleremo... Ci ho pensato a lungo, qui, accanto
al tuo letto. Poi ti dir... Adesso, zitto! riposa; io me ne vado...

  La prima volta ch'egli pot reggersi in piedi fu condotto da
Livia nella stanza attigua all'antica loro camera da letto.
  --Le collocheremo il lettuccio qui, ti piace? Cos star accan-
to a noi. Andr a comprarglielo io stessa; un bel lettuccio, ve-
drai!
  --Gi l'ha...--sfugg ad Ercole.
  --No, uno nuovo, uno nuovo!--disse Livia, fingendo di
non accorgersi del turbamento di lui. Poi soggiunse:--Ah,
dunque dorme sola?
--S, sola.
  --Desidero tanto di vederla... forse quanto te. Quando an-
drai a prenderla?
  --Appena potr. Bisogna che pensi, che veda... Non  facile.
Ma ci riuscir; dev'esser cos.
  Nel cuore di Ercole lottavano l'ansia di rivedere la figlia dopo
circa due mesi di lontananza, e lo sgomento della scena da so-
stenere con Elena.
  Era gi uscito due volte con Livia in vettura, ma non si senti-
va ancora la forza, il coraggio di affrontare l'amante.
  --Andrai oggi?--gli domandava Livia.
  --No, oggi no, andr dimani. Figurati quanto mi preme! Ma
mi sento debole...
  Livia non era meno in ansia di Ercole. Non trovava requie
sotto il pensiero che egli dovesse vedere ancora una volta quella
donna. Finalmente, dopo una settimana d'esitazione, l'Orgera
si decise.
  Salito in vettura, chiuse gli occhi e costrinse il cervello a non
pensare. Dir quel che mi verr alle labbra sul momento; inu-
tile preparar le parole!
  Pervenne in fondo alla via Cola di Rienzo in tale stato di pro-
strazione, che a stento pot smontare.
  --Aspettami--disse al vetturino.
  Sal penosamente la lunga scala, quasi al buio, sostando spes-
so per la incalzante agitazione.
  Su per gli ultimi gradini non aveva pi fiato.
  --Ercole!--grid Elena appena lo vide, posandogli le mani
su le spalle.--Dio! come sei pallido!--aggiunse sbigottita.
  --Aspetta, aspetta...--mormor egli ansimante, lasciando-
si cader di peso, quasi in deliquio, su una seggiola.
  --Ma come sei venuto? Mio Dio, che hai avuto? Ah, come
t'ho aspettato! Sei stato male assai?... Lo vedo, lo vedo... Il
cuore mi parlava. Ah, che giornate, se sapessi! Due mesi! Di',
nessuno ha avuto cura di te?
  --Lietta! Dov' Lietta? Chiamala.
  --S; ma ti senti meglio? Lietta! non vieni a vedere il babbo
tuo? Vieni. S,  qui,  tornato!
  Lietta accorse con le manine levate e si gett fra le braccia del
padre, che se la strinse al petto lungamente, baciandola senza fi-
ne.
  --T'ha aspettato, caro angelo mio, ogni giorno. Ogni giorno
a domandarmi: E babbo?. Domani, verr domani. <~Non
viene? Verr, s, non dubitare.
--Figlia mia cara, mi vedi? son qui, son venuto!
  Lietta guardava stupita il padre come se non lo riconoscesse
pi, cos cangiato, pallido, smunto.
  --Vedi che il babbo tuo  stato malato?--le disse Elena.--
Malato, povero babbo! Non sai dirgli nulla? Fagli su una carez-
za.
  Lietta alz una manina al collo del padre e lo baci su la
guancia. Ercole se la strinse di nuovo al petto
  --Vuoi venire col babbo tuo, adesso? Ti porter in vettura;
vuoi venire? Sempre con me, sempre!
  --parlami, raccontami--gli disse Elena.--Che hai avuto?
Non mi dici nulla?
  --Ora ti dir...--le rispose Ercole, ridiventando ad un trat-
to pallido come quand'era entrato, e pi fosco.
  --Che hai da dirmi?--domand ella, colpita dall'accento e
dall'aspetto di lui.--Conduco di l Lietta?
  --Si,  meglio.
  Uscita la bambina, Elena chiuse l'uscio e, rivolgendosi all'Or-
gera, con le ciglia aggrottate, gli disse:
  --Sai, ho capito! Ti sei rappacificato con tua moglie?
  --S,--rispose Ercole guardandola negli occhi.
  --Ah, e sei venuto a dirmelo? Bravo! Ti ha perdonato? Lo
sospettavo... Ma a che patto? E perch sei dunque venuto? Non
dovremo pi vederci? Rispondi.
  --No--disse Ercole cupo, e pur con un sorriso impercettibi-
le, nervoso:--Come vuoi che...
  --E sei venuto per dirmi questo? Dopo tanta attesa? Co-
me!... Ti sei imbecillito! Abbandonarmi cos? E Lietta? Che ne
farai di Lietta?
  --Lietta verr con me.
  --Che dici? Sei pazzo? Verr con te? dove?
  --Con me, in casa mia...
  --In quale casa? In casa di tua moglie! Ah vi siete accordati
a questo patto? su la figlia mia? E tu, tu hai potuto...? Hai avu-
to il coraggio di venir da me per strapparmi la figliuola? E hai
potuto credere un momento che io te la dessi? Vattene, vattene!
Non posso pi vederti qui; vattene, o ti scaccio!
  --Chi scacci?--grid rabbiosamente Ercole:--Come puoi
tu...? Ma gi,  inutile risponderti... Vuoi ragionare? Non vuoi.
M'insulti... Dammi Lietta e me ne vado.
  --Sei pazzo? Ah tu non me la strapperai; avr pi forza di
te! E figlia mia, com' figlia tua, capisci?
  --Non con la forza, con la ragione--incalz Ercole.--
Vuoi ragionare? Lasciami dire, ascoltami...
  --Non sento ragioni! Ragioni d'un pazzo! Vieni a dirmi: Ti
tolgo la figlia e vuoi che ragioni con te! Ma, Dio mio,  giusto,
 onesto?
  --No, senti... Va bene... Piano! Ti sembro pazzo... ma la-
sciami dire... rispondimi... Ti dir io quel che  giusto e quel
che  onesto. Lascia star Dio! Di Lietta tu che ne farai? Perch
parli? Pel suo bene? No! Tu parli per odio contro una donna
che noi abbiamo insieme ingannata, tradita... E ti par giusto, ti
pare onesto?
  --Ma che dici? Non vuoi intendermi! Io parlo per mia figlia
che mi vorreste portar via... E giusto,  onesto?
  --E che pretendi? Pretendi che non la veda pi io invece?
  --Ma no, ma chi te lo vieta? E qui; vieni e la vedrai. Te lo
vieta tua moglie, non io.
  --Tu, tu me lo vieti ora; perch non  pi possibile ch'io se-
guiti a venir qui.
  --Ed  colpa mia? Vuoi startene con tua moglie? Ebbene, io
non ti chiedo di meglio: tu con lei, io con mia figlia!
  --S! E che ne farai?
  --Quel che Dio vorr.
  --Lascia star Dio, ti dico!--grid Ercole.--Qui si tratta
dell'awenire di mia figlia! Non lasciarti vincere dall'egoismo,
dal tuo odio... Parliamo della bambina; di lei dobbiamo parla-
re.
  --Ma come puoi pensare che Lietta viva senza di me? Io l'ho
messa al mondo, le ho dato il mio latte, la mia vita, l'ho cresciu-
ta, l'ho tenuta sempre con me! Ah speri che mi dimentichi? Ma
 possibile? Deve dimenticar sua madre? Sperate questo tutti e
due? Quell'altra deve carezzare la mia bambina, insegnarle a
scordar sua madre?...
  Elena ruppe in singhiozzi strazianti, coprendosi il volto con le
mani.
  --No, non questo--disse Ercole cupamente.--Comprendo
il tuo dolore; il sacrifizio  enorme; ma se tu ami Lietta pi di te
stessa, devi compierlo. Non pensare a me, n all'altra; pensa a
Lietta soltanto, al suo awenire. Io son venuto qui per parlare al
tuo cuore.
  --Dici, per strapparmelo!--esclam Elena singhiozzando
disperatamente.
  --... al tuo cuore di madre senza egoismo... Non mi faccio
forte di nessuna ragione, di nessun diritto. Ti dico: pensa solo a
lei. Tu stessa, l'ultima volta, mi hai costretto a considerare la
nostra posizione... la tua per quei due orfani... Non  vero? Eb-
bene, rifletti, considera tu adesso: che vuoi fare?
  Elena rispose con lamenti rotti, con parole spezzate dai sin-
gulti. Ercole, in crescente commozione, si sforz d'intendere
quel che ella diceva piangendo; poi ripet:
  --Che vuoi fare? Per forza la soluzione doveva esser cos
crudele. Tu lo avevi preveduto prima di me. Per forza! E solo a
patto d'un sacrifizio, o mio, o tuo... Vuoi che mi sacrifichi io?
Oh con tutto il cuore ti risparmierei; ma che gioverebbe a Lietta
il mio sacrifizio? Nulla. Ragiona e vedi. Sarebbe anzi tutto a
suo danno; non puoi negarlo. Pensa che tua figlia avr un no-
me, uscir dall'ombra della nostra colpa, avr un avvenire che
tu non potresti mai darle. Tu devi pensare agli altri due. Fallo
per loro. Essi resteranno a te; io che farei senza Lietta?
  --E che far io?--domand Elena strozzata dall'angoscia,
mostrando il volto inondato di lacrime.--Che far ioNon ve-
derla pi! E possibile? Ora, dopo tre anni! Come potr pi vi-
vere senza di lei? Che crudelt inaudita, Dio mio! E uccidimi
piuttosto! Parlarmi del bene di mia figlia, a costo del sacrifizio
mio! Questa  la maggior crudelt! Cos scusi l'atto mostruoso
che sei venuto a compiere! Che pOS50 dirti? Prenditi la figlia,
strappamela dalle braccia per non farmela vedere mai pi? E
possibile?
  Ercole rimase a capo chino, in silenzio, scosso, quasi vinto, e
non per tanto in attesa, mentre Elena piangeva, piangeva. Alla
fine ella soggiunse:
  --Doveva finire, s, lo so; ma finire cos? Come avrei potuto
immaginarmelo?
  --E come, allora, Elena?--domand egli con accento som-
messo, dolce, pieno di compassione.
  Elena non rispose; si contorse le mani, scosse a lungo la testa,
quasi con rabbia di dolore, perdutamente, e scoppi in pianto
pi dirotto.
  Ercole si alz sconvolto, straziato: le si appress. Voleva dirle
qualcosa, ma non pot; si port una mano a gli occhi per tratte-
nere le lacrime irrompenti.
  Udirono in quella picchiare all'uscio, e la voce di Lietta-
  --Api, babbo! Non mi potti in vettura?
  Elena balz in piedi con un grido: apr l'uscio e si tolse la
bambina nelle braccia.
  --Figlia! Figlia mia!...
  Lietta si lasci stringere stupita, afflitta, guardando il padre
che le sorrideva piangendo anche lui.
  --Vuoi andare col babbo?--le domand Elena senza scio-
glierla dall'abbraccio.
  --C--fece Lietta.
  --Per sempre col babbo?

  --Elena!--chiam l'Orgera per impedire la risposta della
bambina.
  La madre sedette, guard Lietta su le sue ginocchia, poi si
volse a Ercole e irruppe.
  --Non te la do, non posso dartela!
  Ercole chiuse gli occhi, si strinse nella persona e contrasse il
volto dallo spasimo. Quel supplizio, ormai, con la bambina l
presente, era insopportabile.
  Elena vide l'atroce sofferenza su quel viso, e supplic:
  --Lasciamela almeno fino a domattina...
  Egli si premette la faccia con ambo le mani.
  --Fino a stasera--insist Elena.
  Lietta si rec una manina alla nuca, chinando la testina, se-
gno che stava per piangere.
  --No, no, Lietta--le disse la madre.--Adesso la mamma ti
veste... ti veste lei con le sue mani, e tu andrai via col babbo, in
carrozza... Lietta andr via col babbo. Sei contenta?... Oh
I)io!... No, no... Pigliamo la vestina nuova che ti ha cucito la
mamma, sai? e le scarpette nuove... Bisogna per che tu ti fac-
cia lavar bene bene... anche qui, vedi, ai ginocchietti che sono
sporchi... Poi metteremo le calzine belle...
  --Rosse--fece Lietta con una mossettina del capo e carez-
zando il collo della madre che piangeva.
  --S, quelle rosse. Alza un po' il mento, cos. Ecco fatto...
Oh! Bisogna anche cambiar la camicina; bisogna che ti cambi
tutto; devi farti vedere pulita pulita. Ora laviamoci, su, su.
  Ercole s'era messo dietro la cortina della finestra, con la
fronte appoggiata ai vetri, per non assistere a tanto strazio.
  Elena, lavando la bambina con la massima cura, tremava per
tutto il corpo, si mordeva le labbra per non prorompere in gri-
da, e piangeva, piangeva silenziosamente. Poi si mise a vestirla.
  --Il vetturino vuol sapere se deve aspettare ancora--disse la
serva dalla soglia.
  Ercole si volse, guard Elena un tratto, poi disse bruscamen-
te:
  --S, s.
  --Ti sei fatto aspettare--osserv Elena con un ginocchio
per terra, terminando di vestir la piccina.--Eri cos sicuro che
te l'avrei data?
  --Pensavo che...
  --S, s, tu hai pensato a tutto, a tutto, a Lietta, a te, a tua
moglie, finanche a' miei poveri ragazzi; a me soltanto non hai
pensato; a me che rester qui, sola, senza la figlia mia, qui...
  Lietta si mise a piangere.
  --Elena!--la interruppe Ercole appressandosi agitatissimo,
quasi fuori di s:--Alzati. E impossibile, hai ragione; no no,
vedi come piange la bambina? No, Elena, hai ragione...  mo-
struoso... noi non possiamo pi separarci. Sono stato un paz-
zo... Alzati... Senti: io lascio tutto, non penso pi a nulla. An-
diamocene insieme, dove che sia, lontano... tutti e tre... ora, su-
bito... Alzati.
  Investita da questo scoppio improvviso di disperazione, Ele-
na guard sgomentata l'Orgera, senza poter levarsi da terra.
  --E quegli altri due? Abbandonarli, partire! No, andate voi
piuttosto via da qui, da Roma, perch lei non mi veda pi. Se ri-
marrete, io devo vederla per forza, e allora lei come potr di-
menticarmi?... Oh Dio! Lietta... Lietta!...
  --E allora...--grid Ercole non resistendo pi. Si chin,
sciolse rapidamente la bimba dalle braccia della madre che la
baciava piangendo inginocchiata, la afferr, se la tolse in brac-
cio, e scapp via a precipizio con la figlia.
  Elena diede un urlo e rimase per terra con le braccia protese,
svenuta.

Dialoghi tra il Gran Me
e il piccolo me





I. Nostra moglie

  (Il Granfe e ilpiccolo me rincasano a sera da una scampagna-
ta, nella quale f urono tutto il giorno in compagnia di gentili fan-
ciulle, a cui l 'inebriante spettacolo de la novella stagione ridesta-
va certo, come gli occhi loro e i sorrisi e le parole palesavano, di
dolci, ineffabili vogliesegretamente il cuore. Il Gran Me  ancora
come preso da stupore e in visione dei fantasmi creatigli nello spi-
rito dal diffuso incantesimo della rinascente primavera. Il picco-
lo me  invece alquanto stanco, e vorrebbe lavarsi le mani e la
faccia e quindi andare a letto. La camera  al bujo. Il tessuto delle
leggiere cortine alle finestre si disegna nel vano sul bel chiaro di
luna. Viene dal basso il murmure sommesso delle acque del Teve-
re e, a quando a quando, il cupo rotolio di qualche vettura sul li-
gneo ponte di Ripetta.)

  --Accendiamo il lume?
  --No, aspetta... aspetta... Restiamo ancora un tratto cos, al
bujo. Lasciami goder con gli occhi chiusi ancora un po' il sole di
quest'oggi. La vista dei noti oggetti mi toglierebbe all'ebbrezza
soavissima, da cui sono ancora invaso. Sdrajamoci su questa pol-
trona.
  --Al bujo? Con gli occhi chiusi? Io m'addormento, bada!
Non ne posso pi...
  --Accendi pure il lume, ma sta' zitto, zitto per un momento,
seccatore! Sbadigli?...
  --Sbadiglio...

  (n piccolo me accende il lume sul tavolino, e subito dopo fa
un 'esclamazione di sorpresa.)

  --Oh, guarda! Una lettera... E di lei!
  --Da' a me... Non voglio sentir nulla, per ora!
  --Come! Una lettera di lei...
  --Da' a me, ti ripeto! la leggeremo pi tardi. Ora non voglio
essere seccato.
  --Ah s? E allora ti faccio notare che tutt'oggi con quelle ra-
            322                                 A~YENDICE

gazze ha; detto e fatto un mondo di sciocchezze, e che forse mi
hai compromesso!
--Io? Sei pazzo! Che ho fatlo?
  --Domandalo a gli occhi e alla mano. Io so che mi son sentito
tra le spine, durante tutto il giorno; e ancora una vo]ta ho fatto
esperienza che noi due non possiamo a un tempo esser contenti.
  --E di chi la colpa? Mia forse? Io ho cl-edllto di farti piacere
piegandorli jersera ad accettar lSinvito della scampagnata. Non
ti sei sempre lagnato ch'io non abbia veruna cura di te, deila tua
salute; che io ti costringa a star sempre chuso con me nello scrit-
tojo tra i liiQri e le carte, solo, senz'aria e;en~a moto? Non ti sei
sempre lagnato che io conturbi finanche l tUO desinart e le poche
ore concesse a te con i miei pensieri, le mie riflessioni e la mia no-
ja? E ora invece ti lagni che mi sia obliato un giorno nella compa-
gnia delle gentili fanciulle e nella letizia della stagione? Che pre-
tendi dunque da me, se non ti vuoi in alcun modo acconteI tai-e?
  Avvolgi, avvolgi, avvolgi, sfili la ferza e la trottola gira...
Quando parli, chi ti pu tener dietro: Sai far bianco il nero e nero
il bianco. L~esserti tutt'oggi obliato sarebbe stato un bene per
rne, ove non ti fossi troppo obliato... troppo, capisci? E questo 
i1 male, e deriva dal modo di vita che tieni e che mi fai tenere.
Troppo imbrigliata  la nostra giovent; e appena le allenti un
po' il freno, ecco, ti piglia su~ito la mano, e allora, o sono scioc-
chezze o son follie, che pi non si convengono a noi, che abbiatno
ormai un impegno sacrosanto da mantenere. Dammi la lettera, e
non sbuffare!
  --Quanto rni secchi, Geremia! Ti sei fitto in mente di prender
moglie, e da che m'hai con insoffribili lamentele persuaso ad ac-
consentire, non convinto, sei divenuto per me supplizio maggio-
re! Or che sar quando avremo in casa la moglie?
  --Sar la tua e la mia fortuna, mio caro!
  --lo per me l'ho detto e ti ripeto che non voglio saperne. Sia
pure la tua fortuna! non vGglio immischiarmici.
  --E farai bene, fino a un certo punto. Tu sei venuto sempre a
guastare ogni disegno mio. Facevo due anni addietro con tanto
dletto all'amore con nostra cuginetta Elisa... ricordi?... ricorre-
~o a te per qualche sonettino o rnadriga~e, e tu coi tuoi versi, in-
grato, me la facevi piangere... Io ti dicevo: Zitto, lasciamela sta-
re! Che vuoi che capisca dei tus)i fantasmi e delle tue sbalestrate
riflessionil? Come uoi che il suo piedino varchi la porta del tuo
sogno? Quanto sei stato crudele! L'hai confessato in versi tu stes-
so dappoi: ho sfogliato le t~e carte e ho trovato alcune poesie in
lode e in pianto della povera E~lisa... Or che intendi fare con que-
st'altra? Rispondi.
  --Nulla. Non le dir mai una parola; lascer sempre parlar te,

      DIALOGHI TRA IL CRAN ME E IL PICCOLO ME               323

sei contento? Purch tu mi prometti che ella non verr mai a
disturbarmi nel mio scrittojo e non mi costringer a dirle quel
che penso e quel che sento. Prendi moglie tu, insomma, e non

i0 . . .
  --Come ! E se tu intendi conservare integra la tua libert, co-
me potr io aver pace in casa con lei?
  --Io voglio la libert de' miei segreti pensieri. Sai che l'amore
non  mai stato, n sar mai un tiranno per me: ho sempre, infat-
ti, lasciato a te l'esercizio dell'amore. Fa' dunque, rispetto a ci,
quel che meglio ti pare e piace. Io ho da pensare ad altro. Tu
prendi moglie, se lo stimi proprio necessario.
  --Necessario, s, te l'ho detto! Perch, se rimango ancora un
po' soltanto in poter tuo, mi ridurrb senza dubbio la creatura pi
miserabile della terra. Ho assoluto bisogno d'amorosa compa-
gnia, d'una donna che mi faccia sentir la vita e camminare tra i
mei simili, or triste or lieto, per le comuni vie della terra. Ah, so-
no stanco, mio caro, d'attaccar da me i bottoni alla nostra cami-
cia e di pungermi con l'ago le dita, mentre tu navighi con la men-
te nel mare torbido delle tue chimere. A ogni brocco nel filo tu
gridi: Strappa! mentr'io, poveretto, con l'unghie m'industrio pa-
zientemente di scioglierlo. Ora basta! Di noi due io son quegli che
deve presto morire: tu hai dal tuo orgoglio la lusinga di vivere ol-
tre il secok; lasciami dunque godere in pace il poco mio tempo!
pensa: avremo una comoda casetta, e sentiremo risonar queste
mute stanze di tranquilla vita, cantar la nostra donna, cucendo, e
bollir la pentola a sera... Non son cose buone e belle anche que-
ste? Tu te ne starai solo, appartato, a lavorare. Nessuno ti distur-
ber. Purch poi, uscendo dallo scrittoio, sappi far buon viso al-
la compagna nostra. Vedi, noi non pretendiamo troppo da te; tu
dovresti aver con noi pazienza per qualche oretta al giorno, e poi
la notte... non andar tardi a letto...
  --E poi? . . . Diceva Carneade, il filosofo, entrando nella came-
ra della moglie: Buona fortuna! Facciamo figliuoli. Li mandere-
te a scuola da me?
  --No, questo no, senti! Lascia allevare a me i figliuoli che ver-
ranno: potresti farne degl'infelici come te. Ma su ci disputere-
mo a suo tempo. Ora dammi ascolto: addormentati! lasciami leg-
ger la lettera della sposa, e poi risponderle. Gi la stanchezza m'
passata.
  --Vuoi che ti detti io la risposta?
  --No, grazie! Addormentati... Basto io solo. Ho imparato,
praticandv con te, a non commettere errori. Per altro, l'amore
non ha bisogno della grammatica. E tu saresti capace d~arricciare
ii nasv notando clle la nostra sposa scrive collegio con due g.

Il. L'accordo

  (n Gran Me, sdrajato su la greppina, guarda assorto il soff tto
a tela, che ha uno strambello pendente, di cui l 'estate suolfare un
grappolo di mosche. Ilpiccolo me  comesu un arnese di tortura,
e mena smanie e sbuffa a quando a quando. Lo scrittojo  tenuto
in penombra, merc la stuoja alla f nestra. Ha per la stuoja due
o tre steli di biodo rotti, per cui un f l di sole penetra acuto nella
stanza e si spunta a pi della greppina, sul tappetino tessuto a
opera, del quale incendia in un punto la variopinta calugine. n
Gran Me si volge a osservare intentamente l 'aureo pulviscolo che
s 'aggira lento, senza posa, in questo f l di sole, e da cui di tanto in
tanto sparte come un atomo di luce, che subito s'esting~e
nell'ombra.)

  --Cosi ogni mio pensiero!
  --Bravo! E non stimi sciocco tu l'atomo che si stacca dal rag-
gio, in cui gli era dato di cullarsi beatamente per dare un tuffo e
naufragare nell'ombra?
  --No. Sciocco tu, invece. Che prezzo pu aver la luce per un
cieco?
  --Bravo! Ma questo, quante volte io non avessi l'illusione che
i nostri occhi mi servano benissimo, come gli altri sensi, del resto,
i quali rni servirebbero meglio senza dubbio, se m'accordassi
maggior libert d'usarne. Son io forse cagione, se tu non riesci a
veder nulla?
  --E tu che vedi?
  --Io? Quel che c' da vedere. E vero che, di questi tempi, si ve-
dono quasi solamente miserie e brutture; ma tu che potresti esser
mago e far l'incanto per te e per me (se non per gli altrisu queste
miserie e su queste brutture, perch invece, scusa, par che ti studii
di farmele vedere le une pi tristi, le altre pi basse, tanto che, pi
che noja, possiamo dire di provar schifo di vivere?
  --Ah, mi parli ora d'incanto, tu che di continuo mi richiami ai
comuni usi, tu schiavo dei comuni bisogni, tu che ti lasci portare
dalla corrente dei casi giornalieri, accettando, senza pensare, la
vita com'essa man mano ne' suoi effetti ti si rivela?
  --Come, come! Non t'intendo. Che accetto io? che rifiuto? Io
che vivo, o meglio, vorrei vivere come io e tu nelle condizioni no-
stre potremmo, se non ti volessi pigliar tanto fastidio di quel che
in fondo poco importa, almeno a giudizio mio.
  --Ma che giudizio vuoi aver tu?
  --Oh bella! Il giudizio di dormir la notte, per esempio, se tu
non m'inaridissi negli occhi il sonno, insinuandomi nel silenzio

       D~ALOGHI TRA IL GRAN ME E IL PICCOLO ME               325

col tuo fantasticare lo sgomento della morte infallibile e quasi
imminente; il giudizio di procurarmi un po' d'appetito, merc
qualche ameno e salutar diporto, a tempo debito; il giudizio di
non aver giudizio, qualche volta; e quello infine (perch no?) di
lavorare, ma con utilit nostra e altrui, in un modo qualsiasi.
--E poi?
--Poi nulla.
  --Poi te lo dico io: poi rassegnarti ad andare innanzi cos, un
giorno dopo l'altro, fino allavecchiezza, lasciando me sempre in-
terdetto, in esasperata infinita sospensione, owiando con futili
pretesti l'assidua costernazione miae non osando di spingere un
menomo atto, una parola oltre ai limiti del consueto, temendo il
pruno, che in difesa di questi limiti piantaron le leggi, non ti
strappi un po' I'abito tagliato rigorosamente alla moda o non ti
sgraffii le oneste mani. Cos, cos tu vorresti seguitare a trasci-
narmi teco ciecamente verso l'estrema rovina, gi, gi con gli al-
tri a branco, spinto, cacciato dal tempo, come tra un armento in
fuga pascolante la poca erba che gli awenga tra i piedi frettolosi,
sotto il bastone e i sassi dell'antico pastore. Ma io non son del-
I'armento, mio caro! Io non dico come te: Eccomi qua, tosatemi;
datemi quella forma che meglio vi aggrada!--Io voglio la signo-
ria di me medesimo, e la tua schiavit.
  --La mia schiavit? E come! Non mi tieni forse schiavo abba-
stanza? Oh di' che mi vuoi morto piuttosto! Io, poveretto... e che
altro mi permetto di fare, se non consigliarti timido e sommesso
di prender qualche cibo quando mi ti vedo languire, o un po' di
riposo in qualche distrazioncella o in un sonnellino? Ah, fo dun-
que male quando innanzi allo specchio ti faccio notare che la no-
stra fronte, per esempio, accenna a diventar troppo ampia; che
tra breve insomma la giovent nostra sar sfiorita? E pretendi
che non me ne lagni, caspita! che non mi disperi di non averne
potuto trar pro quanto avrei desiderato? Ma s! purtroppo nulla
nasce se la volont non si marita col desiderio. E per te il deside-
rio ha sempre avuto il torto d'esser mio, mentre poi ha dovuto
sempre esser tua la volont, infeconda per me d'ogni bene. Beati,
beati gli anni dell'infanzia. Perch voglio sperare che tu non fossi
grande anche allora, quando tutti e due eravamo piccoli. A pro-
posito, di': o come mai t' venuto in mente di diventar cos gran-
de? Che infelicit, mio caro! Se pur non  stata una pazzia...a-
sta. Perdona alla mia piccolezza, io dico: il senso, lo scopo della
vita, come potrai trovarlo, se non lo cerchi nella vita stessa?
  --Cercarlo... Bravo! E come? L'altra sera, in vettura, ricor-
di? mentre si andava al passo su per l'erta via che conduce alla
stazione: tu pensavi a colei che andavi ad accogliere e che non 
venuta; io guardavo le terga e i fianchi rilassati del vecchio vettu-
rino per tanti anni l su la cassetta cigolante. Nascer cavallo 
brutto, su per queste vie... E io, guidarlo?, si volt a dirmi il
vetturino. Buona Pasqua, signorino! Da' qualche cosa a una
povera vedova con quattro bambini... Fiammiferi in tasca ne
ho tu mi hai detto, e io non ho dato il soldo alla vedova Sul
marciapiedi a destra scendeva tossendo un vecchio poveramente
vestito col cappello a stajo spelato e stinto: L'ultima Pasqua,
vecchio! Bada dove metti i piedi: un altro passo, e la fossa...
L'hai tu trovato quel ch'io cerco?. L!, mi avrebbe forse ri-
sposto il vecchio, se mi avesse inteso, additandomi una coppia di
sposi che scendeva dietro a lui. L, ma per poco tempo, come in
tant'altre cose: ora provo a cercarlo in chiesa; ma non l'ho trova-
to. Seme di lino, caro, quand'hai la tosse: un buon cataplasma
sul petto, e un pizzico di senape: tira l'umidit. ..
  --Grazie! Ma il vecchio ha cercato, ha vissuto. Mentre tu
guardi vivere, e non vivi. E cos, si sa, io sar un asino, ma tu non
intenderai mai come gli altri possano relativamente trovare il sen-
so e lo scopo oggi in una cosa, domani in un'altra fra le tante e
tante che formano e compongono appunto la vita. Abbi compas-
sione di me: lo vedi, mi fai diventar pure filosofo, che sarebbe per
me la peggiore delle sciagure. E allora, mio caro, pigliamo per ri-
cetta di buttarci da una finestra o d'impiccarci a un albero, che
sar meglio. No no, via: mettiamoci piuttosto d'accordo una
buona volta, giacch per forza dobbiarno vivere insieme. Credi
pure che quanta brama hai tu d'uccider me, tanta n'avrei io d'uc-
cider te. .. T'odio, ti detesto, ti bastonerei ogni giorno, se poi non
dovessi gridar ahi insieme con te. Patti chiari, dunque, e dividia-
moci le ore.
  --Dividiamocele.
  --Ognuno di noi, delle proprie, assoluto padrone.
  --Assoluto padrone.
  --Cominciamo: quante ore di sonno credi che mi spettino? Io
ne reclamo sette.
  --Troppe!
  --Ti pajon troppe? Ma se io ho sempre sonno, praticando con
te! Tu non te ne accorgi, ma bada che sei molto nojoso, e che, se
me ne dai meno, finir certo con l'addormentarmi, non appena ti
metti ad almanaccare... Andiamo innanzi. Oh, ma... aspett2,
prima: sette ore, dico, di sonno--intendiamoci! Non vorrei, co-
me hai fatto fin qui, che appena a letto...--pensieri, fantasie,
elucubrazioni, smanie, libri, storie: tutto ha da rimanere nello
scrittojo. A pigliar subito sonno, pQi, Ci penso io. E non avvenga
pi del pari che tu debba avvelenarmi il pasto con le tue eterne ri-
flessioni. L'ora del pasto ha da esser mia. Convenuto?
  --Chi te l'ha mai negata?

      DIALOGHI TRA IL GRAN ME E IL PICCOLO ME               327

  --Non me la neghi, ma me la guasti. Non sei spesso venuto a ta-
vola con un libro aperto tra le mani? Un boccone per me, e un quar-
to d'ora di lettura per te. E io mangio freddo e digerisco male.
  --Basta, basta! M'affoghi in un pantano!
  --Basta... Articolo amore, che intendi fare?
  --Lo lascio a te; ma bada, non voglio mica perderci molto
tempo, io.
  --Ah, non intendi di pigliar sul serio n anche l'amore, tu? E
che resta dunque per te nella vita? che vorrai fartene allora del
tuo tempo?
  --Questo sar affar mio, e tu non devi entrarci.
  --E sta bene. . . cio, sta male. Ma levami un dubbio. Dici sem-
pre che ti senti tutto il mondo nel cervello. Dev'esser vero, perch
io ho sempre mal di capo. Ma se la terra ti sembra veramente, in
codesto tuo mondo, cos piccola e misera cosa, non stimi tu che
io abbia pi diritto di viverci che tu? Ah, in certi momenti, credi,
mio caro, la tua grandezza mi fa proprio piet; e, in certi altri, mi
domando se io, nel mio piccolo, non sia poi pi grande di te.


 Ill. La vigili~

  (ll piccolo me, cheorrebbe parer felicissimo, verso la mezza-
notte, si trascina a casa il Gran Me sbuffante dalla noja. Quegli 
stato, in quest'ultimo mese, tutto intento a metter su la casa ma-
ritale; questi come un cane bastonato ha dovuto seguirlo. E non
pochi diverbii si sono accesi tra i due, come agevolmente potr
immaginare chi voglia considerar di quanto impedimento e di
quante dimenticanze abbiano potuto esser cagione all 'ansia e alle
cure dell 'uno il contraggenio e l 'inettitudine dell 'altro. Ma ormai
la nuova casa  tutta in ordine: il piccolo me, lasciando la sposa
dopo gli accordi pe'l d di domani, si  voluto recare a passarla in
esame: e n' rimasto contento. Ora il Gran Me, mettendo piede
per l'ultima sera nel quartierino da scapolo, soff a per le nari un
lunghissimo sospiro ed esclama:)

  --Finalmente!
  --Eh no, caro. Pazienza ancora per un tantino... Poco poco.
Ora siamo soltanto alla vigilia...
  --S, datti una stropicciatina alle mani, cos, contentone!
mentre io... Ma, insomma, si pu sapere quando ha da finir co-
destopocopoco, che mi vai ripetendo da pi mesi?
, --Gi siamo alla vigilia, ti ho detto. Il nido, hai visto?  pron-
   to. Domani, le nozze... Domani, finalmente. Ah! ... Poi,  gi in-
   teso, in villa, e poi... poi basta.
  --Basta, s: eccetto se io non giudicher che mi sia pi espe-
diente crepare, che aver pazienza fino allora.
  --Ma che ti scappa... Ridi con me, via! sii felice con me! Scu-
sami, neanche il mese della cos detta luna di miele vorresti accor-
darmi? Ti sei mangiato l'asino, come suol dirsi, e ti confondi per
la coda?
  --L'asino non me lo sono mangiato: l'ho fatto, con te, tre mesi.
  --Quando sei buono meco, ti stimi sempre asino: segno che te
ne penti e perci non te ne resto grato.
  --Ma ti pare che mi sia divertito tre mesi a reggerti il moccolo,
ascoltando le vostre amorose scempiaggini, assistendo ai vostri
lezii e alle vostre sdolcinature da scimmiotti innamorati?
  --Come se tu non ci avessi anche intinto il tuo panino! E come
se le sciocchezze che si bisbigliano tra loro gl'innamorati non sia-
no le cose pi rispettabili di questo mondo! Va' l, va' l... Vuoi
farmi dispiacere proprio questa sera della vigilia? Pure una volta,
se non mi sbaglio, t'ho inteso dire che nulla ci  al mondo di mag-
gior soddisfazione, che fare gli altri contenti...
  --S, ma ho anche detto, se non m'inganno, che nulla ci fa gli
altri pi cari quanto l'esser questi o il mostrarsi contenti di noi. E
tu non ti contenti mai.
  --Non  vero. Forse non lo mostro, perch tu non pretenda
poi soverchio compenso. Ma ti ripeto, in questi tre mesi, pieni
per me di gioja, son rimasto proprio contento di te. E anche lei,
anche lei, contentissima, come certamente ti sarai accorto. Anzi,
sai? i parenti, nel vederti cos buono e ragionevole, quasi quasi
mi han lasciato intendere, che a mente loro il leggiero debba esser
io, perch opinano che, volendo, dice... potrei agevolmente per-
suaderti di pensare un po' pi al sodo, ora che si prende moglie,
lasciando, dice... per esempio, codest'arte, che non  da guada-
gnare... Si sbagliano, eh pur troppo, di grosso... tu lo sai; tutta-
via io, per non metterti in cattiva luce, zitto: non mi sono difeso.
Ho soltanto promesso... che mi sarei provato.
  --Non t'arrischierai, spero, di proferir mai sillaba su questo
proposito.
  --Lo so! sarebbe inutile. Fortuna intanto, dico, che non sia-
mo costretti a far pane del nostro tempo. Quantunque, d'altro
canto, chi sa che non saremmo stati meno infelici, se la sorte ti
avesse costretto a far del tuo tavolino da studio, piuttosto che un
bancone d'alchimista su cui giornalmente ti torturi a lambiccar
lagrime d'angosce misteriose, una madia per il pane quotidiano.
Lasciamo questo discorso. Hai visto che bella scrivania, a propo-
sito, e che bei scaffali abbiamo comperati per te? Ella, con genti-
lissimo pensiero, ha voluto metterti su uno scrittojo come quello
che hai descritto nel tuo ultimo libro. Io, per ingraziarmi i paren-

      DIALOGHI TRA IL GRAN ME E IL PICCOLO ME               329

ti, ho finto d'oppormi, facendole osservare che la bella mobilia,
chi la descrive, ci vuole un po' di gusto, di carta e d'inchiostro;
chi poi deve comperarla, ci vogliono i quattrini. Ma, infine, ho
lasciato fare per ingraziarti lei, invece. E di' la verit, non ne sei
anche tu contento, ora?
  --S, poverina,  buona o, almeno adesso, pare. Ma io penso
che domani noi due saremo tre, o meglio, tu sarai due, e vedi,
non so non affliggermene, sentendomi pi che mai nato e fatto
per la solitudine. Bench conosca che in gran parte sia cagione io
se tu spesso sembri a gli altri leggiero, pure questa volta peggio
che una leggerezza stai per commettere da te solo; e se tale gli altri
la stimeranno qual' per me, tu stesso voglio mi sii testimonio
ch'io non c'entro affatto. E per ci non voglio rimorsi n per te,
che, secondo la mia previsione, sarai d'ora in poi pi infelice che
fin qui, diviso tra i doveri imprescindibili che hai verso me e i
nuovi che domani ti assumerai verso la tua compagna; e neppur
ne voglio per questa, che forse tra breve non avr pi a lodarsi
della nostra compagnia.
  --Ho bell'e capito! Tu questa notte vuoi divertirti a stringermi
il cuore. Sar meglio andare a letto a dormire.
  --Questa vorrebbe essere tua antica abitudine: starti senz'al-
tro affare, che dormire e mangiare.
  --Meglio che ascoltar te, si capisce.
  --Ma a difesa degli ammonimenti che spiacciono e pungono,
caro mio, non giova farsi murar gli orecchi dal sonno; la voce
non vien di fuori: parla dentro di noi.
  --Io, tranne quella che mi parla dell'imminente gioja, e code-
sta tua che vorrebbe offuscarmela, non sento altre voci.
  --Se prestassi un po' pi d'ascolto alla tua coscienza, ne udre-
sti un'altra che ti dice: Hai pensato a qual catena stai per legar la
tua prole?.
  --Oh Dio mio, la prole, adesso! E lascia prima che venga; se
ne verr! Se tutti ci pensassero avanti...
  --E pur tanto facile ammettere che debba venirne.
  --Ebbene, e allora far come tutti gli altri.
  --Sta' a vedere. Che tu, da parte tua, ti proponga d'esser otti-
mo padre di famiglia, non dubito. Ma siamo alle solite: hai tenu-
to conto di me?
  --E che ti proponi tu di essere?
~L --Lasciami dire. Hai sognato e sogni una vita, che consista
    d'amore, di pace lieta e sincera.
--Sperabilmente.
  --Passi per l'amore, finch durer; ma la pace? In casa tua
dovr abitar pure io...
  --Eh, lo so!
  --Non potr mica relegarmi tutto il giorno nello scrittojo sol-
tanto...
  --Lo so!
  --Verr a tavola con te, verr a letto con te...
  --Lo so, purtroppo, lo so! E la mia condanna, e vuoi che non
lo sappia?
  --Bene, io dico, e la pace allora?
  --Scusa, non ti potresti acconciare a goder zitto zitto della no-
stra letizia raccolta? Sarebbe pure un dolce spettacolo...
  --Non dico di no. Ma potrai far tu che una grave ombra non
cada su la tucasa dalla naturale mia infelicit, a intristire i tuoi
bambini, a turbar tua moglie, ogni qualvolta una delle tante mie
sollecitudini mi disvier dagli altri, che n anche possono inten-
derle?
  --Stiamo per prendere, o se pi ti piace, sto per prendere mo-
glie appunto per questo, mi pare! Per usar cio rimedio, a mio
modo, a codesta che tu chiami tua naturale infelicit.
  --E proverai una gran delusione! Non  in tua mano il portar-
ci rimedio; e se tu invece avessi avuto maggior considerazione e
pi amore per me, avresti inteso che il men peggio per noi due sa-
rebbe stato il restar soli, e che era tuo dovere non attendere ad al-
tro, n ad altri pensare, fuor che a me.
  --Mio dovere, insomma, sacrificarmi?
  --Non ti sarebbe parso sacrifizio, se avessi avuto maggior fi-
ducia in me. Ma di questa mancanza non ti fo torto. Io mi sento,
mi sento veramente un estraneo su questa terra e cos solo, che in-
tendo come in te sia dovuto nascere, pi che il desiderio, il biso-
gnsdi un'amorosa compagnia.
  --Manco male!
  --Se non ti scuso, vedi bene che n anche ti accuso...
  --E allora perch?...
  --S, s, tu.ai ragione, infatti: questa terra  veramente per te,
per voi altri... Tu sai trarlle il sostentamento; tu vi edi~lchi le ca-
se, e v~i trovando di giorno in giorno, con diligenza, pi sicuro ri-
paro contro levversit della natura, e comodi maggiori. Io do-
vrei essere il raggio di sole, I'aria ristoratrice che entra per le fine-
stre aperte e reca il profumo dei fiori; ma spesso non so esserlo,
ho spesso la crudelt dei fanciullo, che con un sasso tappa la buca
del formicajo. Spesso la grandezza mia consiste nel sentirmi in~l-
nitarnente piccolo: ma piccola anche per me la terra, e oltre i
monti, oltre i mari cerco per me qualche cosa che per forza ha da
esserci, altrimenti non mi spiegherei quest'ansia arcana che mi
tiene, e che mi fa sospirar le stelle...

Alla mia solitudine di gelo,
al mio sgomento, al mio lento morire
parla ne le stellate notti il cielo
d 'altre arcane vicende da subire,
sempre dentro al mistero e in questo anelo.
Ef ino a quando? I 'anima sospira.
Infinito silenzio in alto accoglie
la sua dimonda. P7~r tremarne mira
le ste/le in ciel, quasi animatefoglie
d 'una selva, ove arcano alito spira.

  --Debbo mettere in carta codesti versi? Perdio, non direi che
siano sbocciati per la fausta occasione... Oh, discendi dal cielo,
te ne prego. .. To me ne sto qui allamestra, e abbrezzo. Non vor-
rei prendere un raffreddore giusto questa sera...
  --Risponderesti domani con uno sternuto invece del s sacra-
mentale.
     Senza scherzi, senza scherzi... Chiudiamo. E prima che il
fuoco si spenga nel caminetto, occupiamo, se non ti dispiace,
questo restante della notte a distruggere le carte e le reliquie com-
promettenti della prima nostra giovinezza che si chiude con que-
sta sera.


IV. In societ

  (Salotto in casa ,Y. Salotto intellettuale. La marchesa X 
scrittrice, con questo per di singolare: che  una bella donna.
  Quarantamila lire di rendita.
  Stampa novelle e variazioni sentimentali--le chiama cos, lei
--su le principali riviste. Non  raro, ogni sabato, trovare tra i
commensali della marchesa i direttori di queste riviste.
  Il marito, I'on. marcheseX, calvo, miope, barbuto, ha quattro
legislature, siede a Destra, ma --s'intende--liberale e demo-
cratico anche lui. Collezionista appassionato, possiede come
S.M. un prezioso medagliere. Non ne  per molto geloso. Prova
ne sia, che ha regalato pi d 'una bella medaglia a scrittori ben no-
ti, ammiratori della moglie.
  Frequentano il salotto molte donne dell'aristocrazia e signore
patronesse della Societ per la coltura della donna, senatori, de-
putati, letterati e giornalisti scelti.
  A onor del vero, il mio piccolo me non ha punto brigato per
entrare nel novero di questi eletti: ma sarebbe ipocrisia il negare
che l 'invito non gli abbia recato un vivo piacere e una grande sod-
disfazione, di cui il Gran Me s' stizzito.
  Ora la marchesa Xs bionda e carnuta, raggiante e palpitante
nella sua arditissima eppur non indecente scollatura, prende a
hraccio il piccolo me, lo conduce in giro per presentarlo alle da-
me, alle signore, facendo di volo qualche accenno al Gran Me,
che ne arrossisce, mentre ilpiccolo me--pronto sorriso e gesto
vivo--si inchina.
  Terminata la presentazione, il Gran Me domanda alpiccolo me:)
GRAN Ml~: Dove prenderai posto, adesso?

PICCOLO ME: Aspetta: lasciami guardare. Ma fatti animo! Mi
  sembri ancora sbigottito dalla gravit del cameriere che ci ha
  tolto in sala il soprabito. Bada che se vuoi darti un contegno,
  sar peggio.

CRAN ME: Ma io soffoco, mio caro, altro che contegno! Mi hai
  impiccato in un solino pi alto di te, mi hai parato come un
  fantoccio...

PICCOLO ME: Su, SU, pazien7~! Composto, su! Si accorgeranno,
  perdio, che non siamo soliti di portar la marsina...

GRAN !~IE: E che vuoi che me n'importi? Lo sapevi bene, imbecille,
  che sarei stato a disagio qua, fra questa gente, in questo abbi-
  gliamento ridicolo. Mi farai fare una pessima figura!

PICCOLO ME: Ma se sono venuto apposta per te, per farti conosce-
  re, vedere...

- GRAN ME: Come un orso alla fiera?

PICCOLO ME: Bisogna che tu impari, santo Dio! Senti, senti che si
  dice l in quel gruppo di deputati e giornalisti. Parlano della ri-
  voluzione russa, compiangono Witte... Peccato! L'uomo che
  in pochi giorni, a tavolino, era riuscito a render vane tante
  strepitose vittorie giapponesi, ora... Ma no, signori!, dice il
  brillante giornalista Kappa. Vi prego di credere che a Port-
  smouth non ha mica vinto il signor Witte! Oh oh! E chi ha
  vinto dunque? Ma la sua marsina, signori, la sua marsina!
  L'ometto giallo, in coda di rondine, voi lo sapete,  compas-
  sionevolmente ridicolo...

GRAN ME: (Kappa ha guardato noi...)

PICCOLOME: (Sta' zitto! Ascoltiamo.)--Signori miei, i Giappo-
  nesi, astuti come sono, avrebbero dovuto capirlo. Non si spo-
  glia impunemente l'abito consueto...

CRANME: (Senti? Senti?)

PICCOLO ME: (Sta' zitto!)--Non si spoglia impunemente il co-
  stume nazionale, signori, il vestito conforme alle fattezze na-
  turali, al color della pelle e che so io. Se il signor Witte e gli al-
  tri invitati russi si fossero trovati innanzi a una scelta di figuri-
  ne giapponesi, di quelle che siamo soliti di vedere nei ventagli,

DL~LOGHI TRA IL GR~N ME E IL PICCOLO ME               333

nei vasi e nei paraventi, pensando come da quelle figurine l,
che pajon fatte per ischerzo, fosse venuta alla santa Russia una
cos furiosa tempesta, vi assicuro io che sarebbero rimasti as-
sai sconcertati e non avrebbero vinto cos facilmente. Si sono
trovati invece davanti il signor Komura in marsina e lo hanno
trattato come i camerieri d'un gran signore trattano putacaso
un sindaco di villaggio invitato a un pranzo di gala nel palaz-
zo.

GRAN ME: Bravo! Ti servir, spero, questa bella lezione!

PICCOLO ME: Ma dovrebbe servire a te, mi pare! Ha trionfato la
  marsina, in fin dei conti. E credi pure che al giorno d'oggi...
  Zitto! Ci s'avvicina un signore...

GRANME: Scansalo! Guardaaltrove!

PICCOLO ME: Sta' fermo! Eccolo qua... Dice che ti conosce di no-
  me... che ha letto. Oh, troppo buono... troppo buono... Fam-
  mi sentire, perdio, quel che mi dice! Ah, ci domanda se stiamo
  a Roma da molto tempo. Che ce ne sembra? Su, presto: sugge-
  riscimi una bella frase su Roma...

CR~N ME: Digli che quasi quasi va diventando Parigi.

PICCOLO ME: Bravo! Senti'Il signore approva... Su, a modo!
  Non sorridere cos... Ecco: il signore mi domanda perch sor-
  ridiamo. Egli dice che Parigi per...

CRAN ME: Ma si sa, che diamine! consolalo: Parigi  un'altra co-
  sa! Parigi  Parigi: non ve ne ha che una--diglielo in francese!
  Mentre Roma... gi siamo alla terza, e prima che diventi Pari-
  gi...

PICCOLO ME: Adesso sorride il signore! L'hai fatto allontanare...
  Ed eccoti un nemico di pi! Auff! Sei incorreggibile dawero!
  Ma che gusto provi a farti il vuoto intorno? E poi ti lagni che
  nessuno badi a te! Se non parli, se non ti muovi, se non attiri in
  nessun modo l'attenzione della gente! Hai da seccar l'anima,
  dentro, soltanto a me? Parla! O come vuoi che la gente impari
  a conoscerti?

CRAIME: Venendo qua, portando a spasso i tuoi abiti e la tua
  sciocchezza, vuoi che impari a conoscermi la gente?

PlCCo~o ME Ma io vorrei che prima tu, invece, tu imparassi a co-
  noscere la gente, com'essa  in realta, non come tu te la fingi.
  Mentr'io parlo, e, per non seccare, dico magari sciocchezze,
  pigliati la pena di osservare, senza troppa insistenza, ci che ti
  sta intorno, e, credi a me, troverai da studiare qui con pi pro-
fitto, che non su i tanti tuoi libri... Senti come si sfrottola, co-
me si salta di palo in frasca, senza pedanterie, senza intolleran-
ze? Idee profonde, no, e nessuna passione,  vero! Ma che gu-
sti vivi, che tratto vivo, che correttezza squisita di modi e di pa-
role... Guarda quelle damine l: intellettuali, non si nega; ma
che spalle, intanto, che seni! Eppure, come guardano tranquil-
lamente, quasi non avessero il pi lontano sospetto d'esser nu-
de cos... E i poveri mariti! Chi sa quanti pensano in questo
momento: Si tornasse almeno alla foglia di fico! Perch--
quanto alla nudit Dio buono, dopo che abbiamo speso un
occhio del capo a vestir le nostre mogli, eccole qua: la mostra-
no lo stesso.... Su, su, non affondar troppo lo sguardo! Biso-
gna godere di questa vista fugacemente, come d'una illusione
che passa, d'una fantasmagoria splendida che svapora... Uh!
Guardati a quello specchio l... Sei rosso come un papave-
ro!... Questo profumo... Tu ti turbi troppo, eh?, grand'uo-
mo... Via! via! Un po' d'aria alla finestra..

GRAN ME: Non sarebbe meglio andar via?

PICCOLOE: No, vieni qua, vieni qua alla finestra!

GRAN ME: Si respira. . .

PICCOLO ME: Che contrasto, eh? Che oscurit! E come tutto ap-
  par lugubre... Guarda quei lampioncini la, e quegli alberetti
  nella piazza... il riverberoacillante del gas sul lastricato... e
  quei due lanternini di vettura che s'avanzano lentamente...
  Che funebre squallore!--Oh, su: ci chiamano... vieni... La
  marchesa ci domanda se ci annojamo.. .

GRAN ME: Ma se mi diverto un mondo!

PICCOLO ME: Oh, attento, qua! Stiamo fra le sigl~ore. Parlano del
  Duchino d'Orlans... Dicono che comincia a trovar la via per
  rientrare in Francia, re. Ha fatto un viaggio al Polo Nord. Ti
  domandano che ne pensi...

GRAN ME: Mah! Dev'essere una bella soddisfazione il poter dire:
  Eccomi qua: ho raggiunto il polol Nessuno lo sa; ma io mi
  rcggo adesso, con la punta d'un piede solo, nientemeno che su
  l'estremit dell'irnmaginario asse terrestre. Non c' scritto
  nulla; ma star qua non precisamente comstare un passetti-
  no pi in l. Qua  il punto vero. Gl~iaccio. s, qua e l; e un
  freddo indiavolato; e non ci si vede anima viva; ma io sto qui
  alto, in qu~sto momellto, pi di qualunque re sul trollo! . For-
  se il Duchino d'Orlans, raggiunto il polo, si sarebbe contenta-
  to di stare un talltino piu basso, sul [rono di Francia, stabil-
  mente. Ma noll ci hanno delto i giornali che, invece del polo,

DIALOGHI TRA IL GRAN ME E IL PICCOLO ME               335

egli scopr un'isola e che la battezz Terra di Francia?: Io non
capisco! Terra di Francia, e se ne torn indietro... Poteva, in-
tanto--per cominciare--proclamarsi re di quella Francia
l...

PICCOLO ME: Forse ci faceva troppo freddo. C' un altro impera-
  tore che non pu dimorare nel suo impero, perch ci fa troppo
  caldo, invece. L, i ghiacci del polo; qua le sabbie del deserto.

CRAN ME: Ma Lebaudy, lui, almeno, s' proclamato imperato-
  re...

PICCOLO ME: Bravo! Vedi? Hai fatto ridere queste belle signore...
  Se tu volessi... Piano! Che awiene: Si alzano...

GRAN ME: Si balla? Se si balla, andiamo subito via! Bada: non
  sento ragione... Andiamo via!

PICCOLO ME: Orso, non si balla! Non senti? La signorina B. sone-
  r: adesso si fa pregare. Ha le mani diacce, poverina, non pu!
  Guarda, guarda: un giovanotto le propone di riscaldargliele,
  battendogliele forte forte... Oh Dio, e lei ci crede: nasconde le
  mani, mostra i bei dentini, si storce tutta.. . Ah, ecco: le amiche
  la trascinano al pianoforte...

GRAN ME: Musica moderna?

PICCOLO ME: Nessuna musica! Volteggio di mani su la tastiera.
  Sta' a sentire. Poi applaudiremo.

GRAN ME: Imbuisci a vista d'occhio, caro mio: mi fai spavento!

PICCOLO ME: Coraggio, via! C' peggio di me. . . Guarda come so-
  no tutti intenti, ora, e assorti. .. Che silenzio! Ma guarda l, che
  ciglia aggrottate, quel deputato dalla faccia rossa come una
  palla meditabonda di formaggio d'Olanda... in pericolo la
  patria? No: contempla le spalle, la nuca della Marchesa, che 
  veramente splendida stasera, come una dea di Rubens... Ma
  di' un po', sul serio, non ti diverte questo spettacolo?

GRAN ME: Molto! Senti: mettimi una mano innanzi alla bocca.

PICCOLO ME: Perch? Che fai?

GRAN ME: Mettimi subito una mano innanzi alla bocca.. .

PICCOLOME: Sbadigli?

GRANME: Sbadiglio.
Chi fu?





  Ditelo voi chi fu, se quel che dico io vi deve soltanto far ride-
re. Ma liberate almeno Andrea Sanserra che  innocente. Al-
l'appuntamento egli  mancato; lo ripeto per la centesima volta.
E ora parliamo di me.
  Prova della mia reit sar forse l~essere io tornato a Roma in
ottobre,  vero? mentre negli altri anni io sono stato sempre so-
lito di venirci una volta sola, e per tutto il mese di giugno. Ma
non volete dunque tener conto che in quest'ultimo giugno and
a monte il mio fidanzamento? A Napoli, dal luglio all'ottobre,
fui come pazzo; tanto che i1 mio capo-ufficio volle darmi per
forza un altro mese di licenza, giusto in ottobre. Il sogno mio, il
sogno mio di tant'anni era crollato! E mente per la gola chi af-
ferma che a Napoli mi fossi dato al vino, per dimenticare Vino
non ne ho mai bevuto. Avevo qui un rnale, qui, alla testa, che
mi dava il farnetico, il capogiro e i conati della vomizione. Ub-
briaco, io? Ma gi, che meraviglia, se ora si tenta di far credere
che mi finga pazzo per iscusarmi? Invecem'ero dato alle... s,
alle facili avventure, scioccamente, per prendermi una rivincita,
anzi una vende~ta della costanza, della fedelt, dell'astinenza
mia di tant'anni. Questo s; e in questo, ne convengo, ho ecce-
duto.
  A Roma, in casa di mia madre, rivedodopo sett'anni, An-
drea Sanserra tornato da due mesi dall~America. La mamma
m'affida a lui. Eravamo cresciuti insierneda ragazzi, e ci cono-
scevamo meglio che non ci conoscesse la poveretta che nella
santit dei suoi pensieri faceva di noi miglior conto, che in real-
ta non meritassimo; Cl credeva due angeli, a ventisei anni! Ma in
questa buona opinione l'avevo indotta io per il modo di vita da
me tenuto nei cinque anni del mio fidanzamento. Basta. Con
Andrea seguitai per la trista via in cui da tre mesi m'ero messo a
Napoli. E ora vengo al fatto. Una sera egli mi propone... Pre-
metto che il Sanserra non conosceva la persona di cui ora debbo
dire; ne aveva soltanto inteso parlare da altri. Mi propone, dice-
vo, di far conoscenza con una--si espresse cos--specialit
del genere. Mi parl... non saprei ridirvelo; ho soltanto l'im-
pressione suscitatami dalle sue parole: una camera al buio, con

            CHI FU?                                   337

un gran letto, e a pi del letto un paravento; una fanciulla av-
volta in un lenzuolo, come una fantasima, dietro il paravento
una vecchia, zia della fanciulla, che faceva la calza, seduta ac-
canto a un tavolinetto tondo, con un lume che proiettava sul
muro, ingrandita, l'ombra della vecchia con le mani agili in mo-
to. La ragazza non parlava, e si lasciava appena vedere in volto;
parlava invece la zia, raccontando ai pochi fidati clienti un
mondo di miserie: la nipote fidanzata con un ottimo giovane,
che aveva un impiego lucroso, di fiducia, nell'alta Italia: il ma-
trimonio, andato a monte per la dote: dote che c'era, ma che
una sciagura di famiglia aveva ingoiata... Bisognava rifarla, e in
pochissimo tempo, prima che l'ottimo giovane venisse a sape-
re...--Su l'uscio di quella camera--conchiuse Andrea Sanser-
ra--si pu scrivere: Spasimo.
  Naturalmente, fui tentato. E con Andrea ci demmo appunta-
mento per la sera del domani, alle otto e mezzo, fuori porta del
Popolo. Egli abita in via Flaminia. La casa delle due donne  in
via Laurina; il numero non lo rammento pi.
  Fu una sera di sabato, e pioveva. La via Flaminia s'allungava
diritta, fangosa, rischiarata qua e l dai fanali, il cui lume a
tratti balzava e s'oscurava sotto i colpi del vento, che a le mie
spalle agitava gli alberi foschi di villa Borghese battuti dalla
pioggia. Erano circa le nove, e Andrea ancora non si vedeva.
Pensai che non sarebbe pi venuto, con quel tempaccio; pure
non sapevo decidermi ad andar via, e rimanevo perplesso a
guardare i fili d'acqua che cadevanmi intorno dall'ombrello.
Recarmi solo in via Laurina? No, no... Una nausea profonda
della vita che conducevo da tre mesi mi vinse, in quel punto.
Ebbi vergogna di me, abbandonato l, su la via del vizio, dal
compagno. Pensai che Andrea probabilmente era andato a pas-
sar la serata in un'onesta casa, non sospettando ch'io fossi cos
corrotto da tener l'appuntamento con quella sera da lupi. Eppu-
re, no,--pensai;--pi che corrotto, io son misero. Dove po-
trei andare io, adesso? E mi sovvennero le sere tranquille e bea-
te, con la mia gioja accanto, la precedente mia vita, la casetta di
lei. Ah, Tuda! Tuda!--A un tratto, dall'arco centrale della
porta, ecco un vecchietto sguisciar curvo, con un mantello che
gli scendeva fino alla noce del piede. Reggeva con ambedue le
mani un ombrellaccio sdrucito. Andava, quasi portato dal ven-
to, in gi, per via Flaminia. Aguzzo gli occhi... Un brivido mi
corre per tutta la persona. Il signor Jacopo, Jacopo Sturzi, il
padre di Tuda, della mia fidanzata!... Ma se io, io stesso, con
queste mani, un anno addietro, lo avevo composto nella bara e
accompagnato a Campo Verano? Pure, eccolo l: mi passa di-
nanzi, oh Dio ! . . . E si volta a guardarmi, e piega da un lato la te-
sta, come per farmi vedere un sorriso. E che sorriso! Resto in-
chiodato al suolo, in preda a un tremor convulso; cerco gridare,
ma la voce non m'esce dalla gola. Lo seguo un tratto con gli oc-
chi; alfine riesco a svincolarmi dalla paura e mi lancio dietro a
1Ui.
  Credetemi, vi prego. Io non sono capace d'inventare una cosa
simile. Non saprei riferirvi parola per parola quel che mi disse;
ma comprenderete agevolmente che certe idee non possono
uscire dal mio cervello, perch Jacopo Sturzi, quantunque uo-
mo intemperante assai, fu un vero filosofo, filosofo originalissi-
mo, e mi ha parlato col senno dei morti.
  Lo raggiunsi, mentre gi stava per posar la mano piccola e
tremula su la gruccia della porta a vetri d'una osteria. Si volse di
scatto, mi prese per un braccio e, trascinandomi in gi, nell'om-
bra, fece:
  --Luzzi, per carit, non dire che son vivo!
  --Ma come... lei?--balbettai.
  --S, son morto, Luzzi--soggiunse;--ma il vizio, capisci, 
pi forte! Mi spiego subito: C' chi muore maturo per un'altra
vita, e chi no. Quegli muore e non torna pi, perch ha saputo
trovar la sua via; questi invece torna, perch non ha saputo tro-
varla; e naturalmente la cerca giusto dove l'ha perduta. Io, per
esempio, qui, all'osteria. Ma che credi? E una condanna. Bevo,
ed  come se non bevessi, e pi bevo, e pi ho sete. Poi, capirai,
non posso concedermi troppe larghezze...
  E, strofinando insieme l'indice e il pollice della mano destra,
contrasse il volto in una smorfia, intendendo con quel gesto si-
gnificare: Quattrini non ne ho.
  Io lo guardavo stupito. Sognavo? E mi venne alle labbra que-
sta sciocca domanda:
  --Ah, giusto! E come fa?
  Egli allora sorrise, posandomi una mano su la spalla; poi ri-
spose:
  --Se sapessi!... Ho cominciato, fin dal domani del mio sep-
pellimento, col rivendermi la bella corona di porcellana che mia
moglie mi aveva fatto collocar su la tomba, col motto in mezzo:
Al mio adorato consorte. Certe bugie noi morti non possiamo
soffrirle. Me la son rivenduta per poche lire. Tirai avanti cos
una settimana. Non c' pericolo che mia moglie venga a farmi
qualche visita e s'accorga che la corona non c' pi. Ora gioco a
carte qui con gli awentori, vinco, e bevo a costo di chi perde.
Insomma... m'industrio. E tu che fai?
  Non seppi rispondergli. Lo guardai un istante, poi ebbi un
impeto di pazzia e lo afferrai per un braccio:
  --Dimmi la verit! Chi sei? Come sei qui?

Non si scompose; sorrise:
  --Ma se tu, da te stesso, m'hai riconosciuto!... Come son
qui? Te lo dir. Ma prima entriamo. Non vedi? Piove.
  E m'attir nell'osteria. L mi forz a bere, a ribere, certamen-
te con l'intenzione d'ubbriacarmi. Tanto era il mio stupore e
tanto lo sgomento, che non seppi ribellarmi. Non bevo vino; ep-
pure ne bewi non so pi quanto. Ricordo: una nube soffocante
di fumo; il tanfo acuto di vino; il sordo acciottolio di stoviglie;
l'odor caldo e grave di cucina; i sommessi borbottii di voci rau-
che. Curvi, quasi volessero rubarsi il fiato l'un l'altro, due vec-
chi giuocavano a carte l accanto, tra grugniti di rabbia o di con-
senso degli spettatori intenti e addossati alle loro spalle. Dal tet-
to basso, un lume a sospensione aduggiava la sua giallezza tra la
densa nube. Ma quel che maggiormente mi stupiva era il vedere
che, tra tanti, nessuno sospettava che l dentro c'era un estraneo
alla vita. E guardando or questa, or quella persona, mi veniva
la tentazione d'indicarle il mio compagno e di dirle: Costui 
un morto!. Ma allora, quasi mi leggesse su le labbra questa
tentazione, Jacopo Sturzi con le spalle appoggiate alla parete e
il mento sul petto, sorrideva senza levarmi gli occhi d'addosso,
occhi infiammati e pieni di lacrime! Anche bevendo, mi guarda-
va. A un tratto si riscosse e cominci a parlarmi a bassa voce.
Gi la testa mi girava pei vapori del vino; ma quelle parole stra-
ne sulle cose della vita e della morte, me la facevano girar peg-
gio. Se ne accorse e, ridendo, concluse:
  --Non son cose per te: Parliamo d'altro. Tuda?
  --Tuda?--io feci.--E non lo sa? Tutto  finito...
  Egli accenn di s pi volte col capo; poi, invece, disse:
  --Non lo sapevo. Ma hai fatto bene a romperla. Di', per
causa della madre,  vero? Amalia Noce, mia moglie, pessima
creatura! come tutti i Noce! Io, guarda...
  Si tolse il cappello, lo pos sul tavolino, e battendosi una ma-
no su la fronte calva, e strizzando un occhio:
  --Due volte:--esclam--la prima nel 1860; poi nel 75. E
metti che non era pi fresca, sebbene ancora bellissima. Ma di
questo non posso pi lagnarmi: la perdonai; e basta. Figlio mio
--permetti che ti chiami cos?--figlio mio, credimi: ho comin-
ciato a respirare soltanto appena morto. Infatti, mi occupo for-
se pi di loro? N della madre n della figlia. E neppur della fi-
glia, per causa della madre. Voglio dirti tutto: so come vivono.
Potrei, senti, non visto, come fanno molti altri nel mio stato,
recarmi in casa loro, di tanto in tanto, e provvedermi furtiva-
mente d'un po' di denaro. Ma no; di quel denaro io non ne ru-
bo! Lo sai, lo sai come vivono?
  --Come?--risposi.--Non ho pi chiesto notizie di loro.
--Va' l! lo sai--riprese egli.--Te l'hanno detto ieri sera.
Feci, esitando, un cenno interrogativo cogli occhi.
--S; dove volevi andare prima di vedermi!
  Balzai in piedi, ma non mi ressi e caddi sui gomiti sopra il ta-
volino, gridandogli:
  --Son loro? Tuda? Tuda e la madre?
  Mi afferr per un braccio, mettendosi l'indice a traverso le
labbra.
  --Zitto! Zitto! Paga, e vieni con me. Paga, paga.
  Uscimmo dall'osteria. Pioveva pi forte; il vento cresciuto,
saettandoci l'acqua in faccia, quasi c'impediva d'andare. Ma
quegli mi trascinava pel braccio via, via, contro il vento, contro
la pioggia. Cempennante, ebbro, con la testa in fiamme e pi
pesante del piombo, io gemevo:--Tuda? Tuda e la madre?--.
La figura di lui ammantellato mi si confondeva nell'ombra vio-
lenta con l'ombrello ch'egli sorreggeva alto contro la pioggia, e
diveniva enorme agli occhi miei, come un fantasma d'incubo,
che mi trascinasse verso un precipizio. E l, con uno spintone,
mi cacci dentro il portoncino buio, urlandomi all'orecchio:
  --Va', va', da mia figlia!...
  Ora io ho qui, qui nella testa, soltanto gli urli di Tuda avvitic-
chiata al mio collo, urli che mi spezzano il cervello... Oh! fu lui,
torno a giurarlo, fu lui, Jacopo Sturzi!... Lui, lui strangol
quella strega che si spacciava per zia... Se non l'avesse fatto lui,
per, l'avrei fatto io. Ma l'ha strozzata lui perch ne aveva pi
ragione di me.
  Questa  la verit. Io ho le mani nette.

   Natale sul Reno





                                  Roma, fine del 19-4

  --La mamma,--grid Jenny entrando esultante nella mia
camera e battendo le mani--la mamma acconsente per te!
  Mi voltai a guardarla con aria stupita dal canto del fuoco, in
cui stavo da circa un'ora tutto ristretto in me dal freddo, con le
mani e i piedi al caldo alito del camino, e l'anima... oh, I'ani-
ma, chi sa dir dove se ne vada in certi momenti, quasi alienata
dai sensi, inerti, mentre gli occhi par che guardino e pur non ve-
dono?
  --Uh!--riprese tosto Jenny, come assiderata dal mio fred-
do.--Mi sembri un vecchio! Figuriamoci, se la neve fosse dav-
vero caduta qui!
  E cos dicendo, mi scompigli su la testa i capelli.
   Io le presi ambo le mani bellissime, e le tenni a lungo tra le
mie:
   --Te le riscaldo, aspetta! A che acconsente la mamma?
  --A festeggiare il Santo Natale!--esclam Jenny, ripren-
dendo la vivacit, con cui era entrata in camera mia, e nascon-
dendo in quella la confusione che provava nel sentirsi stringere
le mani da me.--Compreremo un bell'abetino, alto... alto...
lasciami dir come...
  --Come?--le domandai io sorridendo, tenendole vieppi
strette le mani.
  Ma ella ne svincol una, e fece tosto:
  --Alto cos!
  --Oh brava! Sar bello...
  --Quanto tu sei brutto... Non si scherza, sai, su queste co-
se... Lasciami quest'altra mano... A che pensavi?
       Chiusi gli occhi e alzai le spalle, traendo un lungo sospiro per
Lle nari.
  Zufolava il vento attraverso la gola arsa del camino, o sentivo
io veramente, lontano lontano, il suono lento nasale cadenzato
rd'una zampogna? Veniva quel suono dalle parole di pianto che
   avevo dentro di me, e che certo, per il groppo che mi stringeva
   la gola, prima che la via delle labbra, avrebbero trovato quella
degli occhi? Era gonfia quella zampogna lontana dei profondi
sospiri della mia intensa malinconia? E quel fuoco innanzi a me
non era la gregal fiammata di fasci d'avena innanzi a un rustico
altarino in una piazza della mia lontanissima citt natale, nelle
rigide sere della pia novena? Tintinnava l'acciarino? Sonava
dawero, lontano lontano, la zampogna?
  Come talvolta, anzi spesso, in questa societ arriviam finan-
che a vergognarci della dignit dell'anima nostra, cos un certo
pudore, falso pudore, ci vieta di rivelare anche a una gentile
persona, intima nostra, certi sentimenti che, sembrandoci trop-
po squisiti e quasi puerili per la delicata loro innocenza, sospet-
tiamo potrebbero essere accolti con dileggio o, nella migliore
ipotesi, non apprezzati, essendo nati in noi da specialissime con-
dizioni di spirito. Per ci non dissi a Jenny quel che pensavo.
  --Questo vento mi opprime!--dissi invece.--Non posso
pi sentirlo... Tutto il giorno cos, a lamentarsi entro la mia
stanza per la gola del camino... Di sera poi, tu intendi, nel silen-
zio, nella solitudine, riesce proprio intollerabile...
  --Ho capito!--fece allora Jenny, prendendo una seggiola.
--Eccomi accanto a te, brontolone! Via, via, un altro tizzo per
me, nel camino! Aspetta!... lo piglio io: tu sei tutto imbacucca
to... Ecco fatto! Dunque la mamma acconsente, hai inteso! E
acconsente per te! Son due anni, te l'ho detto, che non si festeg-
gia pi il Natale in casa nostra. Quest'anno vogliamo comPen-
sarcene: figurati come saranno liete le bambine!...
  Le tre bambine, a cui Jenny alludeva, erano sue sorelle uteri-
ne. Il Natale non si festeggiava da due anni in casa L*** in se-
gno di lutto per la violenta morte del secondo marito della si-
gnora Alvina, madre di Jenny. Il signor Fritz L***, dopo una
vita disordinatissima, s'era ucciso con un colpo di rivoltella alla
tempia, in Neuwied su la riva destra del Reno. Jenny mi aveva
narrato pi volte i truci particolari di questo suicidio, seguito a
una serie di orribili scene in famiglia, e mi aveva rappresentato
con tanta evidenza la figura e i modi del patrigno, che a me
sembrava quasi di averlo conosciuto. Avevo letto la sua ultima
lettera alla moglie, da Neuwied, ove erasi recato per porre in ef-
fetto l'orrendo proposito; e non ricordavo d~aver letto mai pa-
role d'addio e di pentimento pi belle e pi sincere. E fama che
da Neuwied si goda, meglio che da ogni altro punto delle con-
trade del Reno, il levar del sole. Ho veduto tutto e tutto prova-
to, scriveva alla moglie il marito, tranne una cosa sola: in
quarant'anni di vita non ho mai veduto nascere il sole. Assiste-
r domani dalla riva a questo spettacolo, che la notte serenissi-
ma mi promette incantevole. Vedr nascere il sole, e sotto il ba-
cio del suo primo raggio chiuder la mia vita.

  --Domani compreremo l'albero...--continu Jenny.--Il
tino c',  su nell'abbaino, e debbono esserci dentro i lumicini
colorati, i festelli variopinti, come li ha lasciati lui l'ultima vol-
ta. Perch, sai, l'albero ogni vigilia, lo adornava lui, di nasco-
sto, nella sala gi, accanto a quella da pranzo; e come sapeva
adornarlo bene per le sue bambine! Diventava buono una volta
all'anno, di queste sere qui.
  Jenny, turbata dal ricordo, volle nascondere il volto appog-
giando la fronte sul bracciuolo della mia poltrona, e certo, in si-
lenzio, preg.
  --Cara Jenny!--feci io, intenerito, posando una mano sul
suo capo biondo.
  Quando ella si rialz dalla preghiera, aveva gli occhi pieni di
lacrime; e, sedendo novamente accanto a me, disse:
  --Diventiamo buoni tutti, quando  prossima la Santa Not-
te, e perdoniamo! Divento buona anch'io che pur dico sempre
di non sapergli perdonare lo stato in cui ci ha ridotte... Non ne
parliamo! Domani, dunque, senti; andr prima da Frau R***,
qui accanto, per una grembiata d'arena del suo giardino: ne
riempiremo il tino e v'infiggeremo l'abete, che ci porteranno
domattina per tempo, prima che le bambine si sian levate da let-
to. Non debbono accorgersi di nulla loro! Poi usciremo insieme
per comprare i dolci e i regalucci da appendere ai rami, e pomi e
noci: i fiori ce li dar Frau R*** dalla sua serra... Vedrai, ve-
drai, come sar bello il nostro albero... Sei contento?
  Io feci pi volte cenno di s col capo. E Jenny sorse in piedi.
  --Lasciami andar via, adesso... A domani! Altrimenti il tuo
vicino far cattivi pensieri sul conto mio. E l, sai, in camera
sua, e avr certo udito, che sono entrata da te...
  --Ci sar anche lui per la festa?--domandai io contrariato.
  --Oh no! Vedrai, egli se n'andr a far baldoria co' suoi de-
gni socii... Addio; a domani!
  Jenny scapp via in punta di piedi, richiudendo pian piano
l'uscio. E io ricaddi in preda ai miei tristi pensieri, finch il gri-
do lamentoso intollerabile del vento non mi cacci dal canto del
fuoco. Andai presso la finestra, e schiarendo con un dito il ve-
tro appannato, mi misi a guardar fuori: nevicava, nevicava an-
cora, turbinosamente.
  Quel guardar fuori attraverso il tratto lucido nell'appannatu-
ra mi ridest d'improwiso un ricordo degli anni miei primi,
quand'io, credulo fanciullo, la notte della vigilia, non pago del
grande presepe illuminato entro la stanza, spiavo cos, se in quel
cielo pieno di mistero apparisse veramente la nunzia cometa fa-
voleggiata...
                                  *

  Comprammo il domani l'albero sacro alla festa; poi salimmo
nell'abbajno per veder quanta parte degli ornamenti rimasti las-
s potesse ancora servirci, prima d'uscire a comprarne di nuovi.
  Era in un canto buio il vecchio abetino di tre anni addietro,
tutto stecchito, come uno scheletro.
  --Ecco,--disse Jenny--questo  l'ultimo albero, ch'egli
adorn. Lasciamolo l, dove lui l'ha lasciato; cos non avr in
tutto la sorte dell'abetino di Giovan Cristiano Andersen, che fi-
n tagliuzzato sotto una caldaia. Ecco qui il tino. Vedi:  pieno;
speriamo che l'umido non abbia tolto il lucido e il colore ai glo-
betti di vetro, ai lumicini.
  Era ogni cosa in buono stato.
  Pi tardi, io e Jenny uscimmo insieme a comprare i giocattoli
e i dolci.
  Chi sa quanto contribuiscano, pensavo andando, il freddo in-
tenso, la nebbia, la neve, il vento, lo squallore della natura a
render la festa del Natale in questi paesi pi raccolta e profon-
da, pi soavemente malinconica e poetica e religiosa, che da
noi!
  La sera appena le bambine furono a letto, sgombrata la stan-
za accanto alla sala da pranzo, io e Jenny facemmo portar gi
dalla serva il tino; lo collocammo presso un angolo e lo riem-
pimmo d'arena intorno al fusto dell'albero.
  Lavorammo fino a tarda notte a parar l'abetino, che pareva
contento di tutti quegli ornamenti, e che si prestasse riconoscen-
te alle nostre cure amorose, protendendo i rami per regger le
collane di carta dorata e argentata, i festelli, i globetti, i lumici-
ni, i panierini di dolci, i giocattoli, le noci.
  No, queste noci, no!, pensava forse l'abetino. Queste no-
ci non m'appartengono: sono frutti d'un altr'albero.
  Ingenuo abetino! Tu non sai ch' l'arte nostra pi comune,
questa di farci belli di quel che non ci appartiene, e che noi non
abbiamo scrupolo, troppo spesso, d'appropriarci il frutto dei
sudori altrui...
  --Aspetta: la cometa!--esclam Jenny, quando l'albero fu
tutto parato.--Dimenticavamo la cometa!
  E in cima all'albero io appiccicai, con l'ajuto della scaletta,
una stella di carta dorata.
  Ammirammo a lungo l'opera nostra; poi chiudemmo a chia-
ve l'uscio della stanza, perch nessun`o il domani vedesse prima
di sera l'albero adorno, e andammo a letto ripromettendoci pel
domani in compenso del freddo, della veglia e della fatica, le lo-
di della madre e la gioia delle bambine.

          NATALE SUL RENO                             345

  Invece... Oh no, no, per Jenny che aveva tanto lavorato, per
le sue povere bambine, non doveva la sera dopo mettersi a pian-
gere, come fece, quella buona signora Alvina alla vista dello
splendido albero illuminato su quel tappeto di fiori!
  Era andato cos bene, fino all'ultimo servito, il pranzetto del-
la vigilia con quella torta di prugne e l'oca infarcita di ballotte!
Poi le bambine s'eran rnesse dietro l'uscio della stanza, ove sor-
geva l'albero, e con le manine diacce congiunte in atto di pre-
ghiera avevano intonato il coro dolcissimo e malinconico:

         Stille Nacht, heilige Nacht...

  Non dimenticher mai pi quell'albero di Natale, ch'io ador-
nai per altri pi che per me, e quella festa terminata in pianto;
n mai, mai si canceller dagli occhi miei il gruppo di quelle tre
bambille orfane aggrappate alla veste della madre e imploranti
il babbo! il babbo! mentre l'albero sacro, carico di giocattoli, il-
i luminava di luce misteriosa quella stanza cosparsa di fiori.
SOGNO Dl NATALE

Sogno di Natale





  Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come
l'impressione d'una mano lieve, in atto tra di carezza e di prote-
zione. Ma l'anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin
dalla fanciuUezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimen-
to, non tanto per che bastasse al bisogno che provavo di rivive-
re, fors'anche per un minuto, la vita come immaginavo si do- 1~
vesse in quel punto svolgere in essi.      :3
  Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al
ceppo, lass; innanzi a un Presepe, laggi; noti volti tra ignoti
riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di
fanciulli esultanti, contese di giocatori... E le vie delle citt
grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran
deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per
quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta fe-
sta degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo:
--Buon Natale--e sparivo...
  Ero gi entrato cos, inawertitamente, nel sonno e sognavo.
E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d'incon-
trar Ges errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso
festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, palli-
do, raccolto in s, con una mano chiusa sul mento e gli occhi
profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d'un cordoglio
intenso, in preda a una tristezza infinita.
  Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l'imagine di lui
m'attrasse cos, da assorbirmi in s; e allora mi parve di far con
lui una persona sola. A un certo punto per ebbi sgomento della
leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e
istintivamente m'arrestai. Subito allora Ges si sdoppi da me,
e prosegu da solo anche pi leggero di prima, quasi una piuma
spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia
nera, divenni la sua ombra e lo seguii.
  Sparirono a un tratto le vie della citt: Ges, come un fanta-
sma bianco splendente d'una luce interiore, sorvolava su un'al-
ta siepe di rovi, che s'allungava dritta infinitamente, in mezzo a;
una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si porta-
va agevolmente me disteso per lungo quant'egli era alto, via via

tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno
strappo.
  Dall'irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia
d'una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque
palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a
un punto nell'immenso arco dell'orizzonte. Si mise Ges per
quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un
barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.
  A un tratto, la luce interiore di Ges si spense: traversavamo
di nuovo le vie deserte d'una grande citt. Egli adesso a quando
a quando sostava a origliare alle porte delle case pi umili, ove
il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari
non dava pretesto a gozzoviglie.
  --Non dormono...--mormorava Ges, e sorprendendo al-
cune rauche parole d'odio e d'invidia pronunziate nell'interno,
si stringeva in s come per acuto spasimo, e mentre l'impronta
delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, ge-
meva:--Anche per costoro io son morto...
t Andammo cos, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo
  tratto, finch Ges innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch'ero la
  sua ombra per terra, non mi disse:
  --Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e
vedere.
  Era una chiesa magnifica, un'immensa basilica a tre navate,
ricca di splendidi marmi e d'oro alla volta, piena d'una turba di
fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l'altar mag-
giore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola
t d'incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d'argento splende-
vano a ogni gesto le brusche d'oro delle pianete tra la spuma dei
preziosi merletti del mensale.
  --E per costoro--disse Ges entro di me--sarei contento,
se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.
  Uscimmo dalla chiesa, e Ges, ritornato innanzi a me come
prima posandomi una mano sul petto riprese:
  --Cerco un'anima, in cui rivivere. Tu vedi ch'io son morto
~per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora
 la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per
 me l'anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovre-
u buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, se-
endomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario
 E-te e ai tuoi: questa citt, i tuoi sogni, i comodi con cui invano
 Frchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo... Cerco un'a-
 e~la, in cui riv;vere: potrebbe esser la tua come quella d'o-
 f altro di buona volont.
  --La citt, Ges?--io risposi sgomento.--E la casa e i miei
cari e i miei sogni?
  --Otterresti da me cento volte quel cl~e perderai--ripet
Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fiso con
quegli occhi profondi c chiari.
  --Ah! io non posso, Ges...--~eci, dopo un mornento di
perplessit, vergognoso e avvilito, lasciandorrli cader le braccia
sulla persona.
  Come se la mano, di cui scntivo in principio del sogno l'im-
pressione sul mio capo inchinato, m'avesse dato una forte spin-
ta contro il dllro legno del tavolino, mi destai n quella di balzo,
stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui,  qui, Ges, il rnio
torrnento! Qui, senza requie e senza p~sa, debbo da mane a sera
rompermi la testa.

I~e dodici lettere





  Appena richiusa la porta, dopo un ultimo inchino e un sorri-
so affettato alla bionda e grassa e pur tanto afflitta signora Bal-
dinotti, Adele Montagnani trasse un sospiro di sollievo, e rien-
tro in salo~to a guardar l'orologio su la mensola. Lesta lesta, co-
me se clualcuno potesse spiarla, si rassett un po' i capelli, avan-
ti e dietro, e la fioritura dei bianchi merletti, di cui era guarnita
la veste intorno alla gola.
  Tra pochi minuti il Rossani sarebbe arrivato.
  In attesa di questa visita, Adele non aveva chiuso occhio la
scorsa notte, e tutta la mattina era stata in preda a vivissima agi-
tazione, cresciuta nell'ultima ora e divenuta angosciosa all'an-
nunzio dell'importuna visita della Baldinotti.
  Per fortuna costei era andata via in tempo. Fortuna dawero,
perch a povera signora (fra l'altro un po' sorda) era famosa
per la l-ln~hezza delle sue visite, e non era affatto capace d'in-
tendere se e quan~o, in certi momenti, riuscisse altrui d'impac-
ao.
  Ora Adele, liberata da questo pericolo, pot ridere al solito
delle dolorose e pur cos buffe confidenze della buona signora.
La quale, spinta da brevi acconce domande o da qualche escla-
mazione di compianto o di sorpresa, svelava segreti e particolari
cos intimi della vita coniugale, che era proprio uno spasso a
sentire. Adele ogni volta pigliava a godersela, quanto pi pote-
va e sapeva, per trarre poi dalle confidenze di questa infelice
piccante materia per la conversazione con le amiche.
  Dio me lo perdoni!, fece tra s, terminando di ridere; ma
subito un nuovo scoppio di risa le soprawenne.
  La signora Baldinotti si lusingava d'impedire i molteplici e
sfacciati tradimenti del marito (che aveva otto anni meno di lei),
arandO5; e acconciandosi con straordinario lusso non pi con-
  iente ne all~et n al suo corpo, e di gusto assai dubbio. E
  nfessa~ta --L e pare, signora mia, che vestirei cos e spende-
rel tarltO per me, se non avessi il marito giovine? E non per tan-
~, che crede? rimango vestita e pettinata cos ad aspettarlo, si-
pu)ra mia,mo a mezzanotte, alle due, alle tre, fino all'alba, fi-

~.

no all'alba tante volte!..--. E, cos dicendo, la povera signora       - --          -    - -   -   --
aveva le labbra e il mento convulsi e gli occhi pieni di lagrime.
L'orologio su la mensola son le quattro.
  Adele scacci dal pensiero la comica figura della Baldinotti, e
si preoccup di nuovo dell'imminente visita del Rossani.
  L'incarico che ella si era assunto cominciava a parerle diffici-
lissimo. Ma era il ricambio di un servigio resole da una amica,
che lo stesso incarico si era assunto per lei e felicemente l'aveva
disimpegnato.
  --Vedrai, il forte  mettercisi. Io ho usato la mia arte; tu non
mancherai di usar la tua che  molto pi fina della mia,--le
aveva detto il giorno avanti Giulia Garza, licenziandosi.
  L'ultima frase aveva molto solleticato l'amor proprio di Ade-
le, che tanto studio e tanto impegno aveva messo per procac-
ciarsi in societ la reputazione di signora di spirito.
  Si trattava di ottener dal Rossani la restituzione delle dodici
lettere che Giulia Garza gli aveva scritte nei due anni della loro
relazione cos detta amorosa, troncata da circa tre mesi, dopo
una lunga serie di scene disgustose per entrambi. Lo stesso ser-
vizio Giulia aveva reso a lei, ottenendo cio la restituzione delle
lettere molto pi numerose, che ella in un tempo molto pi bre-
ve aveva scritte a Tullio Vidoni, allontanatosi poco tempo ad-
dietro da lei con la perfida scusa che non gli reggeva pi il cuore
d'ingannare un intimo amico, quasi un fratello: Guido Monta-
gnani.
  Le due rotture erano avvenute quasi contemporaneamente, e
le due amiche si erano a vicenda confortate e a vicenda or s'aju-
tavano.
  Alle quattro e dieci minuti Tito Rossani entrava nel salotto di
Adele, rassegnato a subir le mille punzecchiature della presun-
tuosa arguzia di lei, proprio come se dovesse entrare in un al-
veare, e quel dar del voi alla francese, che la Montagnani usava
con tutti gli amici, indistintamente, giojellando anche di motti
francesi la sua ciancia, come se i motti italiani corrispettivi fos-
sero gemme false o volgari.
  --Oh, eccovi, finalmente!
   Il Rossani s'inchin e, porgendo la mano, rispose all'escla-
mazione:
   --Puntualissimol
  --Non in grado superlativo, per dir la verit. Ma basta... se-
dete... qua qua, accanto a me... Avete paura?
  --Un coraggio da San Sebastiano, sgnora. Eccomi accanto a
lei, pronto a ricevermi quante frecciate le piacer di regalarmi.
  E, sedendo, con un sorriso rassegato sotto i folti baffi tirati in

S'l, cerc di scorgere la propria immagine nello specchio della
mensola.
  --San Sebastiano, badate, era bellissimo, almeno secondo i
pittori.
  --Lo so. E lei mi consideri come San Sebastiano dal collo in
gi.
  --Eh no, via... anche la testa. Comincio bene? Sentite, Ros-
sani: vorrei farvi la corte. E permesso? Purche voi, per, non vi
accapigliate con mio marito...
  --Ah, gi... accapigliarmi... benissimo--not Tito, ridendo
e passandosi una mano sul capo precocemente calvo, come
quello di Guido Montagnani. E aggiunse:--Sar alquanto dif-
ficile. ..
  --No, no; sul serio: la corte, quantunque sappia che vi sono
estremamente antipatica. Badate, non me l'ha detto nessuno:
me ne sono accorta modestamente da me.
  --Poca perspicacia, signora mia. Fra tante belle doti, ecco
una facolt che le manca...
  --Come siete gentile... Sar! Ma, se mai, non ve ne farei un
torto: antipatie, simpatie... si sentono, non si discutono. Am-
mettiamo che non sia vero; dovete allora confessar che vi faccio
paura... Eh s, via! Se, per venire, avete bisogno d'un biglietto
d'invito... Ma non pregiudichiamo la questione. So, so perch
non siete pi venuto. Avete fatto malissimo, permettete che ve
lo dica. Non m'interrompete! La vostra assenza  stata molto
notata, e a scapito... Rossani, mi dispiace di annunziarvelo, a
scapito della vostra fama d'uomo di spirito.
  --Ah,--fece Tito.--Godo anch'io codesta fama? Non lo
sapevo. E usurpata, signora mia! Ne vuole una prova? Le do-
mando senz'altro, perch m'ha fatto l'onore di scrivermi il bi-
glietto che ho ricevuto stamani, e in che debbo servirla.
  Adele rimase un po' sconcertata dal tono serio della stringen-
te risposta. Si prov tuttavia a sfuggire ancora, per preparar
meglio l'assalto.
  --Non volete credere, dunque, che voglio farvi la corte?
  --S? Badi, signora Adele, la prendo in parola! E comincio
col chiederle...
  --Eterno amore?
  --No! Dio ne scarnpi! Sarebbe un'offesa alla natura...
  --E allora, scusate, perch... Entro in confidenza, vedete?
Tanto, siamo in.flirtation, n'est ce pas?... Ma non crediate che
sia gelosa anch'io. Dicevo, perch... Non so dirvelo... Ecco:
perch mostrate cos duro e ostinato risentimento, per non dir
peggio, contro una persona di nostra conoscenza, se considerate
dawero come offesa alla natura l'eternit di un amore?
  --Non capisco...
  --Eh via! Anche duro di mente? Non mi costringete a farne
il nome. Sapete bene che  la pi intima delle mie amiche, possc
dire una sorella per me...
  --Ah, s? Ancora?--fece il Rossani, affettando con eviden
te malizia ingenua sorpresa.
  --Come, ancora?--domand stizzita Adele.--Ah, noi
donne, fra noi, mio caro, non siamo poi mica incostanti, come
forse.. .
  --Non credo! Non credo!--insorse Tito, vivacissimamente.
--Non continui... non credo! Del resto, se  cos, me ne duole
per lei. Io, per me, non sono solito, le assicuro, di covar rancore
contro alcuno; tanto meno poi...
  --No, via, Rossani, siate sincero!--interruppe a sua volta la
Montagnani.--Vedete, io vi parlo col cuore in mano; voi inve-
ce, con in mano un'arma per difendervi da me. Siate sincero! E
perch dunque...
  --Che cosa? Mi permetto di farle notare, ch'io mi stimo for-
tunatissimo, cara amica, d'essermi sciolto d'una catena che da
parecchio tempo Dio sa quanto mi pesava. Rancore, dunque,
perch? Tutt'al pi, se mai, contro me stesso, se fosse possibi-
le... Sono stato inverosimilmente sciocco... Vuol ridere? Sa per-
ch ho trascinato cos a lungo la catena? Perch ho avuto paura
per la salute e anche... s, e anche per la vita della sua intima
amica! Pare impossibile,  vero? Ma sappia per mia scusa... gia
lo sa: quella signora mi affliggeva senza tregua con scene di ge-
losia addirittura feroci, inverosimili...
  --Ne aveva ragione, mi sembra!
  --Ah, non me ne pento davvero!
  --Ecco, ecco come siete voi uomini!--scatt su, vittoriosa,
Adele Montagnani.--Ah, mio divino Bourget! Aspettate, Ros-
sani, aspettate!
  Balz in piedi, si rec nell'attiguo studiolo, agitando i gomiti
come se volesse volare; tolse da un elegante scaffalino inglese la
Physiologie de l'Amour moderne, e rientr di corsa nel salotto,
sfogliando in fretta il libro.
  --Dov'? dov'? dov'? Ah, eccolo! E segnato. Par amour
propre simple. Ecco, leggete; basta il solo aforisma: questo in
corsivo.
  Tito Rossani s'era alzato per guardarsi e sorridersi allo spec-
chio tentatore su la mensola; tolse in mano il libro e lesse soltan-
to con gli occhi; poi scosse leggermente il capo, e disse adagio:
  --Non  il caso mio.
  --Come no? Ce que certains hommes pardonnent le moins ,?
unefemme, c'est qu'elle se console d'avoir te trahie par eux.

  --Non  il caso mio,--ripet, sedendo di nuovo, il Rossani.
--Se veramente c' qualcuno, a cui io non possa perdonare, ec-
colo: son io, signora Adele. E se la sua intima amica s' cos
presto consolata de' miei tradimenti, tanto meglio o tanto peg-
gio per lei. Ah, dunque sa anche lei che la sua amica s' conso-
lata? In tal caso pi che mai debbo ammirare il suo spirito vera-
mente raro.
  --Suo, di chi?
  --Dico il suo, signora Adele.
  --Grazie, ma non comprendo. Io dico, scusate, e perch non
volete allora restituire le lettere che ella vi ha scritte?
  --Ah!--esclam il Rossani.--Sa anche lei di queste lette-
re? Perbacco! bisogna proprio convenire che la sua intima ami-
ca  andata sbandendo da per tutto il regalo fattomi di questa
dozzina di profumati, elegantissimi cartoncini! Che voglia farne
un'edizioncina preziosa, fuori commercio, per il pubblico ga-
lante: Breve saggio di corrispondenza amorosa d'una signora
della buona societ? In questo caso me ne farei editore io, a co-
sto di defraudare la collezioncina privata dei manoscritti, che vo
raccogliendo per passatempo della mia vecchiaja.
  --Ah Rossani! siete un mostro! Parlar cos... Chi altri ha po-
tuto farvi cenno delle lettere di Giulia?
  --Lei non l'indovina certo, signora Adele--disse il Rossani
componendo il volto a seriet e impallidendo, ma pur con le
labbra tremanti d'un risolino nervoso.--Lei non pu sospet-
tarlo. Altrimenti, non mi avrebbe tenuto questo discorso. Ha
indovinato?
  Adele si cangi in volto e corrug le ciglia, come se la vista le
si fosse d'un tratto intorbidata. Bisbigli un nome:
  --Tullio Vidoni?
  Il Rossani chin il capo in risposta, mostrando negli occhi
quasi il sogghigno delle labbra non mosse.
  Egli solo, il Vidoni, infatti, poteva essere a conoscenza di
quelle lettere: il Vidoni, a cui Adele ne aveva parlato senza
neanche raccomandargliene il segreto, tanto in lui allora si affi-
dava e rimetteva tutta quanta... Ah, intendeva ora perch a
Giulia era riuscito cos facile ottener da colui la restituzione del-
le sue lettere! Egli dunque si era affrettato a rimettere alla nuo-
va amante le lettere dell'antica: e chi sa, chi sa quanto avevano
riso insieme di quelle sue espressioni d'amore e di dolore!
  Adele si torse in grembo le mani, fin quasi a spezzarsi le dita;
sorridendotuttavia, pallidissima, coi denti stretti, al Rossani.
  --Una scena comicissima,--riprese questi, un po' esitante.
--Se vuole, gliela racconto in due parole...
  --S, s, ditemi, ditemi,--s'affrett a istigarlo Adele dimo-
strando, con la voce e con l'ansia, l'interna agitazione e il fremi-
to d'odio e di sdegno.
  --Ieri, sul pomeriggio, ero per il Corso, col Vidoni... Non
sospettavo ch'egli fosse gi mio... diciamo cos, successore.
Tutti e due vediamo, ma facciamo le viste di non accorgerci del-
la signora in discorso, la quale passava in vettura, innanzi a noi.
Notai,  vero, un certo impaccio nel mio amico e come un im-
prowiso impallidire; ma non sospettavo, ripeto, di doverlo
compiangere, sapendo come egli fosse a cognizione non solo
della mia breve favola d'amore gi compita, ma di ben altre fa-
vole (chiamiamole cos) della signora, in Milano, prima che il
marito di lei venisse a Roma, senatore, poveretto... Basta. Ah,
 tornata! feci io, quasi tra me, sperando, dico la verit, che il
Vidoni me ne desse qualche notizia. Sapevo che tornava anche
lui da Milano, dove certamente aveva dovuto vederla.
  --Avanti, avanti... Dunque?--interruppe Adele, a cui la
manierata lungaggine del Rossani riusciva ormai insoffribile.
  --Ah, lei forse, scusi, aveva notato prima di me qualche ac-
cenno di passione in questo signore per la Garza?
  --Io? No... cio, voi conoscete quanto me Tullio Vidoni...
l'uomo pi ridicolo che passeggi su la faccia della terra... Sape-
te che  affetto di dongiovannite acuta, e che fa il galante con
tutte le signore... Chi pu prenderlo sul serio?
  --Nessuno, lo so! Ma lui s, eh perbacco! lui s l'ha presa sul
serio, la cotta... almeno a giudicare da quel che m'ha fatto.
  --Dite che v'ha parlato delle lettere?
  --Stia a sentire. Dopo le mie parole: Ah  tornata!, egli mi
dice che la Garza era in Roma da tre giorni, e che aveva fatto il
viaggio in compagnia di lui. Poi mi spinge a parlarne. Io, senza
sospetto per lui, ma con pi d'un sospetto per altri, confesso
d'aver avuto la debolezza di parlare, e non troppo benevolmen-
te, com'ella pu immaginare; ma non in virt di quell'aforisma
del suo divino Bourget. Parlando, comincio per a notare che il
volto dell'amico man mano s'infosca... Ma tu soffri, mio ca-
ro!, gli dico allora, per ischerzo. A questo punto egli scatta, e
in termini abbastanza vivaci, osa rimproverarmi di ci che ho
detto e del modo con cui ho parlato. Io resto goffo, a guardar-
lo: non credevo ancora ch'egli dicesse sul serio. Allora lui mi ri-
pete il rimprovero in termini pi vivaci; io, seccato, rispondo, e
trascendiamo cos a un diverbio violentissimo, quantunque a
bassa voce. Basta: gli ho detto sul muso il fatto mio e l'ho pian-
tato l, in mezzo alla strada...
  Adele, agitatissima, si nascose il volto tra le mani, gemendo:
--Dio! Dio!--. Poi guard il Rossani, stravolta e con gli occhi
lampeggianti d'odio; gli domand:

  --E ora? Ditemi la verit, Rossani: siete esposto a un perico-
lo? Sapete che Tullio Vidoni...
  --Nessun pericolo, signora Adele! Del resto, non ho mai fat-
to dipendere la convenienza d'accordare o no una riparazione
per le armi dal modo con cui il mio avversario tira in una sala o
in una accademia di scherma.
  --Oh Dio, no, Rossani! Egli tira benissimo, e vedete: il vi-
gliacco se ne approfitta!--grid Adele.--No, no! Sentite: se
voi... se voi poteste dargli una lezione, ebbene, con tutto il cuo-
re vi direi: dategliela, e sia buona!
  --Speriamo!--esclam il Rossani.
  --Ma no! vedete,--riprese Adele,--io temo per voi... E al-
lora figuratevi la sua boria, di ritorno, incolume e vincitore, alla
sua bella! No... no...
  --Ma ormai...--fece il Rossani, stringendosi ne le spalle.
  --Che dite? Dunque  stabilito? Vi batterete? Ah Rossani,
no! Per una indegna? S, s, lasciatemelo dire... E venuta qui,
da me, l'altro jeri... qui, e ha potuto baciarmi, capite? con quel
sorriso stereotipato su le labbra dipinte... Serpe! Oh Dio...
M'ha potuto chiedere, capite, che io m'intromettessi per ottener
da voi la restltuzione delle sue lettere, mentre lei... E mostruo-
so, Rossani, non vi sembra? Mostruoso! E voi dovreste pagarne
la pena? No, no, per carit! Sentite... sentite... fatelo per me...
  Adele circond quasi con un braccio il collo del Rossani e
quasi gli pieg sul petto la faccia, supplicando.
  Tito, non sapendo come schermirsi, cerc d'arrestare almeno
il flusso delle supplici parole:
  --Se mi batto, mi batto per me, esclusivamente per me, cre-
da, signora! E ne ho qui in tasca la prova pi lampante: nelle
lettere di lei!
  --Ah,--grid Adele.--I e avete ora voi? Datemele!
  E allung subito, con irrefrenabile impulso d'odiosa gioja,
una mano verso la tasca interna della giacca di lui.
  Tito Rossani sorse in piedi, severamente.
  --Ah no, signora Adele! Se non m'importa pi nulla di co-
lei,  sempre interesse mio, e ora pi che mai, d'agire da genti-
luomo. Non a lei, non a lei, scusi: restituir le lettere per altro
mezzo. .
  A queste parole Adele, tutta vibrante, scoppi in una frago-
rosa risata, che prolung con evidente sforzo, abbandonandosi
su la spalliera della poltrona.
- Tito stette a guardarla, sconcertato.
--Bravissimo! Bravissimo!--esclam ella ancor tra le risa; e
~; levandosi da sedere:--Qua la mano, qua la mano, Rossani!
   Non avete capito? Ma io volevo proprio questo! Adesso, bada-
356                                 AppENDlcE

te: ho la vostra parola d'onore: voi restituirete le lettere... Bra-
vo, Rossani: grazie. Siete un vero e compito gentiluomo.
  Tito Rossani and via goff, interdetto, quasi stordito da una
sorda stizza. Ah sciocco! sciocco! La Montagnani si era fatto
giuoco di lui, dunque? Lo aveva beffato, rappresentando la
commedia della gelosia?
  Che commediante!
  Ah, ma egli, allora, si sarebbe Vendicato! non avrebbe piu re-
stituito le lettere, a nessun patto!
  Ben povera soddisfaZionequesta, per Adele, che avrebbe vo-
luto aver tra le mani lei, quelle lettere, e poi...
  --Che imbecille! fece piano, con vivacissimo gesto di di-
spetto per il Rossani, che gi voltava le spalle al salotto.
  Pieg il volto su la poltrona e ruppe in singhiozzi, addentan
do il bracciuolo per non farsi sentire.

Creditor galante





  Appena uscita dal salotto la ragazza, Maurizio Gueli si lev
in piedi, guard l'orologio, poi si abbotton lentamente l'abito
e con la mano tesa si awicin a Fulvia Corsani, sdrajata su la
poltrona con un libro su le ginocchia, la testa appoggiata su la
spalliera e la bellissima gola provocante tutta in vista dalla fos-
setta all'attaccatura del collo su su fino all'ovale del mento.
  Senza moversi n levar gli occhi dal soffitto ella domand:
  --Le undici?
  --Quasi--rispose il Gueli turbato nel vedersi sotto gli occhi
il volto di lei cos giacente.--Non andate a letto anche voi?
  Fulvia scosse negativamente il capo senza levarlo da la spal-
iera.
  --Rimango?--domand il Gueli.
  --No no, andate pure...--fece ella quasi in uno sbuffo, sco-
tendosi.
  --Andrei a casa: non m'incomodereste affatto...--aggiunse
il Gueli guardandosi sott'occhi e stirandosi le punte dei baffetti
rimasti neri, mentre i capelli fittissimi su la fronte eran gi tutti
bianchi.
  --Grazie. Io aspetto ancora un po' ! . . .
  --Vostro marito? Sar al circolo...
  --No. Da un amico, non so...
  --Siamo tutti amici al circolo!
  Fulvia lo guard con indolenza quasi sprez7~nte, e portando
le braccia su la poltrona e reclinando la testa tra le spalle alzate:
  --Perch mi avrebbe mentito?--disse.
  --Per causa vostra: gli fate troppe domande--rispose pron-
to Maurizio.
  Si guardarono tutti e due ad un tratto. Il Gueli, aggrottando
le ciglia, rispose:
  --Sarebbe forse necessario che attendessimo insieme. Fulvia,
vostro marito giuoca da tre sere come un disperato e finisce di
rovinarsi e di rovinarvi...
  Ella chin gli occhi sul libro aperto in grembo, svoltando una
pagina delle gi lette come per riprendere il filo della narrazio-
ne.
  --Che libro leggete?--domand Maurizio cangiando tono
di voce ed espressione.
  --Non leggo--rispose Fulvia chiudendo il libro e levandosi
in piedi.
  --Basta--fece il Gueli--io passo dal circolo, e se trovo Al-
do, ve lo mando subito. Addio, eh!
  Dalla soglia si volse:
  --Non mi salutate neppure?
  --Addio. Grazie--sospir Fulvia.
  Egli le si riappress lentamente:
  --Proprio non potete pi soffrirmi?
  --Rimanete...
  --No vado Ma rispondetemi.
  --Che cosa?... Ve ne siete accorto?
  --Uh, da tanto tempo!
  --E allora... perch venite?
  --Seriamente?--domand il Gueli guardandola fiso negli
occhi.--Scusate; non avreste ragione, mi sembra, di dir cos...
  --Ah s?--esclam Fulvia battendosi leggermente la fronte
col segnalibro d'avorio.--Vantate per giunta diritti alla mia
gratitudine?
  --Nessun diritto!--s'affrett a rispondere il Gueli.--La
vostra gratitudine? E perch? Solo...
  Fulvia lo interruppe con uno sguardo altero e fermo.
  --Oh non temete, so fin dove debbo dire...--rispose egli.--
Storie vecchie, lo so! Ma, perch vengo, via! Lo sapete... Ab-
biate ancora un po' di pazienza, che diavolo! Tra due o tre an-
ni, sperabilmente, non verr pi a importunarvi con la mia pre-
senza... Adele ha gi quindici anni... Ma in fondo poi di che po-
tete lagnarvi? Dopo tant'anni: son quindici? quanti sono?--
anche il mio amor proprio, vedete, s' quietato... Eh s, eh s...
Ormai son vecchio, Fulvia! Tutta la mia mon-da-ni-t sapete a
che si riduce? Pago l'abbonamento al circolo...
  --Perch mentite adesso?--gli domand argutamente Ful-
via.--V'ho domandato forse quel che fate?
  Il Gueli s'inchin portandosi una mano sul petto:
  --Toccato! E in cambio, guardate, non vi far il torto di cre-
dervi gelosa.
  Fulvia scoppi a ridere:
  --Di voi?
  --Perch no?--fece Maurizio sorridendo anche lui.--Suol
per altro avvenire... Mi son consolato? Oh, e tanto meglio per
me! Mi fa molto piacere che lo crediate. La strana, mia cara,
siete voi, perch...
  --Io?--interruppe Fulvia.

  --Certo! Come no? Franco, eh? Tanto, ci siamo...
--Oh, dite pure!
  --No. Lo far dire a voi stessa. Cos anzi inganneremo l'at-
tesa.
  Fulvia torn a sdrajarsi su la poltrona e indic una seggiola al
Gueli.
  --No,--disse questi--resto in piedi. Un interrogatorio,
breve breve, mia cara. Permettete? E lo far dire a voi stessa.
Sposaste a vent'anni,  vero?, mio cugino Aldo.
  --Interrogatorio in tutte le forme!--fece ella.--Ma voi
non potete esser giudice!
  --Perch no? Nessuna passione mi fa pi velo...
  --E allora, a diciannove anni, se non vi dispiace--corresse
Fulvia.
  --Amavate allora Aldo?
  --No.
  --Naturalmente! N lui vi amava. Fin qui, nulla di strano.
  Fulvia rise di nuovo.
  --Come no? Se non mi amava, perch m'ha sposata?
  --Oh bella! e voi?
  --Io non sono andata a cercarlo.
  --Parliamo di voi--tronc Maurizio.
  Fulvia lo arrest con un gesto della mano, protestando:
  --Non ho voluto scusarmi.
  --Bene,--riprese il Gueli--a ogni modo, dopo circa due
anni... Se non fu un capriccio, lo pagaste troppo caro... Poco
dopo, il timore o il rimorso (diciamo il rimorso), uccise in voi...
quel che sentivate per me. Oh, vedete! da quel tempo-- un bel
pezzo ormai!--io ho chiuso veramente il mio conto con la vita:
pagai allora a lei, in una volta sola, quel tanto di dolori e di noje
che le dovevo in cambio delle scarse gioje che m'ha concesso,
cos, alla spicciolata, da quella trista usuraja ch'essa ; e son ri-
masto, mia cara, in credito: grosso credito, a cui non intendo
affatto rinunziare. Mi sentivo legato a voi da un nodo ormai in-
dissolubile... Ero pazzo, ne convengo. Non intendevo, per
esempio, che a voi...--uh, non intendevo tante cose, allora...
  --E ora?--domand Fulvia con fredda ironia.
  --Piano!--fece Maurizio.--Mi respingeste; io m'ammalai
sul serio; viaggiai per distrarmi (sciocca medicina!)... basta; do-
po un anno circa, tornai a voi. Come m'accoglieste! Vi ricorda-
te? Non temete, vi dissi, io son guarito. Concedetemi di ve-
nir di tanto in tanto... E voi lo concedeste... per vostra figlia...
  --Non l'avessi mai fatto!--esclam Fulvia.
  --Oh, non l'avreste fatto, lo so:--riprese calmo il Gueli--
ma proprio in quel tempo, vedete, Aldo ebbe, per mia fortuna
bisogno di me per la prima volta.
  Fulvia strinse i denti, contrasse il volto e scosse il capo rab-
biosamente.
  --Perch fate cos?--continu Maurizio.--V'ho io forse
pregata di qualche cosa, oltre la vostra concessione? Ho chiesto
forse la vostra amicizia? Eh, lo so: vi avrei insultata, chiedendo-
vela! E non l'ho fatto... Ho continuato a venir qui
  --E vi par poco?--gli domand Fulvia guardandolo acuta-
mente.
  --Ma non per voi... Via Fulvia, state pur contenta, che avete
fatto bene, ammesso anche che vi sia costato un sacrifizio, ben-
ch io non intenda perch poi vi debba pesar tanto qualche
mio... si qualche mio favoruccio, il pi disinteressato che si pos-
sa immaginare! State tranquilla: non  fatto a voi, n a vostro
marito, e forma l'unica mia felicit, perch posso dire d'aver
fatto anch'io qualcna per la vostra bambina... Guardate:--di-
sgraziatamente Aldo  ancora per una triste china... Il pericolo
dunque dura tuttavia: chi meglio di me, con meno disinteresse
di me potrebbe difendervi? A chi potreste rivolgervi~
  Fulvia scatt in piedi.
  --Io? Oh, io, se mai, a chiunque altro, ve l'assicuro, e a
qualsiasi patto, tranne che a voi, guardate!
  Maurizio Gueli la guard come compiacendosi dell'accensio-
ne del volto di lei per quello scatto d'ira; poi con calma osserv-
  --Ho torto io nel dirvi strana?
  --Ah, strana per questo?--incalz Fulvia.--Vi sembra
strano...
  --Che sentiate siffattamente per me?--termin Maurizio la
frase.--No dawero! Mi sembra anzi naturalissimo...
  --E dunque?
  --Sebbene ormai--- via! Ma agli occhi vostri, si sa, io sono il
solo qui, che non soffre nulla,  vero? Anzi, anzi di tanto in
tanto vengo a tormi come in premio i sorrisi d'una dolce creatu-
ra... Son la prova vivente d un vostro... delitto,  veroAdesso
lo chiamate forse cos--- Gi! prima per voi delitto era invece il
legame che vi accompagnava per forza a un uomo che non vi
amava e che non amavate. Ma anche questo  naturale... Stra-
no, mia cara,  queSt'a~trO fenomeno: che voi, ora, siate--la-
sciatemelo dire--cos perdutamente innamorata di vostro ma-
rito, anzi--per dir meglio--malata di lui... Com' avvenuto'~
Pi ci penso, meno riesco a spiegarmelo...
  --Come! Eppure--fece Fulvia con beffardo stupore--siete
cos gran conoscitore di donne voi!

  --Voi, invece, mi credete uno sciocco--rispose Maurizio.
--E sia! Opinioni... Io vi stimavo cos insuscettibile d'amore...
  --Ah s? E ora?
  --Ah, lo stesso! Ma...
  --C' un ma?
  --Vostro marito.
  --Non l'amo?--domand Fulvia, mostrando con dolcissi-
ma grazia quasi paura che il Gueli le rispondesse di no.
  --Come?--fece questi un po' imbarazzato.--No... ecco...
prima... bisogna distinguere. Io per dir la verit, mi ci perdo.
Perch, s, questo vostro amore--scusate veh!--mi fa pensare
a un pasticcio. Mi spiego: c'entra un po' di tutto... Ecco, vedia-
mo: Pentimento prima, va bene? Del resto,  naturale, per la
gravit del caso... Segreto bisogno di perdono, va da s. Poi,
anche bisogno d'un legame,  vero? la giovent! e allora: vanit
offesa, puntiglio, dispetto... un fermento insomma d'impressio-
ni e di sentimenti, ai quali sa esser campo soltanto il cuore d'u-
na donna...
  --L'amo o non l'amo?--domand Fulvia, passando sopra,
dispettosamente, allo sforzo d'analisi del Gueli.
  --L'amerete!--rispose Maurizio.--Ma io vorrei spiegarmi
il come e il perch...
  --A che pro e a che scopo?
  --Per amore dell'arte.
  --A mezzanotte?
  Maurizio torn a guardar l'orologio, poi con grande seriet
disse:
  --Non ancora. Mancano venti minuti. Volete sentire la veri-
t? Com'io la pensi? Vi siete trovata innanzi a un uomo...
  --A voi?--interruppe Fulvia.
  --No: a vostro marito, che non s' curato mai di voi... la-
sciatemi dire--n di voi, n della casa, n prima n poi--mai!
Accecato da un'altra passione che l'ha quasi tratto alla rovina;
fiero, per e sprezzante, ah! quasi orgoglioso del suo delitto--
questo si, delitto: chi spoglia s, la moglie, la... figlia, la casa,
come ha fatto lui, per me, scusate,  un delinquente!
  --Un pazzo!--sospir Fulvia.
  --Gi, gi, benissimo! Dimenticavo infatti che nel pasticcio
entra finanche un sentimento di piet incomprensibile. Sicuro!
Per voi  soltanto un pazzo, un povero pazzo... Cercaste di ri-
condurlo sulla via della ragione? Non v'intese neppure! Anda-
~- ste a lui, offrendovi, passione contro passione? Fu pi forte la
   sua: vi respinse! Lo minacciaste? Rest indifferente, quasi la-
LL sciandovi padrona di fare a piacer vostro, pur di non esser mo-
   lestato... Ah, c'era veramente, in questo modo d'agire, di che
tentare una donna come voi! Ecco alfine un uomo che non  di
pasta frolla! Un uomo che finalmente sa essere qualche cosa--
anche un pessimo arnese, se vogliamo! E frattanto, vi mettete a
odiar me, perch non riuscivate a farvi amare da lui! Graziosis-
simo!... Vi ha egli lasciata oltrepassar mai, in tanti anni che sta-
te insiemeil limitare della pi lieve confidenza? MaiV'ha te-
nuta sempre, diciamo cos, fuori la porta. Vi siete mess& a pic-
chiare; ma s! lui era occupato a buttar tutto giu dalle finestre
QuandO ha badato a voi? E finanche sfuggito al vostro assedioi
E ora, siete rimasti fuori tutti e due... Quasi quasi, qui, il pa-
drone di casa sono rimasto io... Ah, ne combina la sorte! Come
una mendicante dietro la porta chiusa, voi aspettate ch'egli ri-
torni. . .
  Maurizio Gueli cav dalla tasca posteriore un elegantissimo
portasigarettene trasse una, l'accese, poi tese di nuovo la ma-
no a Fulvia e salut:
  --Buona notte, Fulvia, e buona attesa. Sapete? Ci sarebbe
forse un solo mezzo per mettermi alla porta...
  _ Quale?--domand Fulvia con ansia affettata.
  Maurizio sorrise freddamente.
  --Dategli a intendere che vi faccio la corte.
  --Temete che lo faccia?--domand Fulvia e si morse il lab-
bro inferiore.
  Mauriziocontinuando a sorridere, agit pi volte una mano
con l'indice teso; poi disse inchinandosi:
  --Son quasi sicuro che non vi crederebbe. Basta Buona not-
te. Passo dal circolo, e ve lo mando subito... Buonanotte.

La paura





  Si ritrasse dalla finestra con un atto e un'esclamazione di sor-
presa; pos sul tavolinetto il lavoro a uncino che aveva in ma-
no, e and a chiudere, in fretta, ma cauta, l'uscio che metteva
quella camera in comunicazione con le altre; poi attese mezzo
nascosta dalla tenda dell'altro uscio su l'entrata.
  --Gi qui?--disse piano, contenta, levando le braccia al
petto erculeo di Antonio Serra, lei gracile, piccola, col volto
proteso per ricever subito il solito bacio furtivo.
  Ma l'uomo si scherm, turbato.
  --Non sei solo?--domand, ricomponendosi a un tratto,
Lillina Fabris.--Dov'hai lasciato Andrea?
  --Son tornato prima, stanotte...--rispose con tono ruvido
il Serra, e aggiunse, come per mitigar la prima espressione:--
Con una scusa... Era vero, per altro: dovevo trovarmi qui di
mattina, per affari...
  --Non m'hai detto nulla...--lo rimprover ella dolcemente.
--Potevi avvisarmene... Che hai?
  Il Serra la guard quasi odiosamente negli occhi; poi, a bassa
voce, ma vibrata, proruppe:
  --Che? Temo che tuo marito sospetti di noi...
  Ella rest, come se un fulmine le fosse caduto da presso; e,
con stupore pieno di spavento:
  --Andrea? Come lo sai? Ti sei tradito?
  --No, tutti e due, se mai!--s'affrett egli a rispondere.--
La sera della partenza...
  --Qui?
  --S; mentr'egli scendeva... Andrea scendeva innanzi a me,
te ne ricordi? con la valigia... Tu facevi lume dalla porta,  ve-
ro? e io nel passare...
  Lillina Fabris si port ambo le mani sul volto; poi le scosse in
aria:
  --Ci ha visti?
  --M' parso che si sia voltato, scendendo...--aggiunse egli
con voce arida e cupa.--Non ti sei accorta di nulla tu?
  --Io no, di nulla! Ma dov'? Andrea dov'?
  Il Serra, come se non avesse udito la domanda angosciosa
della piccola amante, di cui non aveva mai intuito la grandezza
dell'animo e dell'amore, riprese cupamente:
--Dimmi: m'ero messo a scendere, quand'egli ti chiam?
  --E mi salut!--esdam ella.--Anche con la mano... Fu
dunque nello svoltare dal pianerottolo gi?
  --No, prima... prima...
  --Ma se ci avesse visti...
  --Intravisti, se mai... Un attimo!
  --E t'ha lasciato venir prima?--rispose ella con crescente
angoscia...--Ma sei ben sicuro che non  partito?
  --Sicurissimo! Di questo, sicurissimo... E prima delle undici
non c' altra corsa dalla citt...
  Guard l'orologio, e si rabbui in volto.
  --Sta per venire... E intanto noi... in questa incertezza... so-
spesi cos in un abisso...
  --Taci, taci, per carit!--preg ella.--Calma... Dimrni
tutto... Che hai fatto? Voglio saper tutto.
  --Che vuoi che ti dica? In questo stato, le cose pi insignifi-
canti ti sembrano allusioni; ogni sguardo, un cenno...
  --Calma... calma...--ripet ella.
  --S, calma: trovala!
  E il Serra si mise a passeggiare per la stanza, storcendosi le
mani. Poco dopo riprese, fermandosi:
  --Qui, ti ricordi? prima di partire, discutevamo io e lui su la
maledetta faccenda da sbrigare in citt... Lui s'accalorava...
  --S, ebbene?
  --Appena in istrada, Andrea non parl pi: andava a capo
chino; lo guardai, era turbato, le ciglia aggrottate... S' accor-
to! pensai. E non parlavo: temevo che la voce mi tremasse; tre-
mavo tutto... Ma, a un tratto, con aria semplice, naturale, nella
fresca tranquillit della notte, per via: Triste,  vero., mi fa
viaggiar di sera, lasciar di sera la casa. . .>.
  --Cos?
  --S. Gli sembrava triste anche per chi resta... Poi, una fra-
se... (sudai freddo!): Licenziarsi a lume di candela su una sca-
la....
  --Ah questo... come lo disse?--esclam ella colpita.
  --Con la stessa voce...--rispose il Serra--naturalmente...
Io non so; lo faceva a posta! Mi parl dei bambini che aveva la-
sciati a letto, addormentati; ma non con quella amorevolezza
semplice che rassicura...--e di te.
  --Di me?
  --S, ma mi guardava.
  --Che disse?--domand ella tutta sospesa.
  --Che tu ami molto i suoi bambini...

--Nient'altro?
  --In treno, ripigli il discorso sulla lite da trattare... Mi do-
mand dell'awocato Gorri, se lo conoscevo.
  --Zitto!--lo interruppe ella, pronta.
  Entr la serva a domandar se era tempo d'andare pei bambini
mandati quella mattina dai nonni paterni. Non doveva ritornare
quel giorno il padrone? Le vetture erano gi partite per la sta-
zione.
  Lillina, indecisa, rispose alla serva che attendesse ancora un
poco, e che intanto finisse d'apparecchiare di l. Rimasti nova-
mente soli, si guardarono smarriti; e lui ripet:
  --Sar qui tra poco...
  Ella gli strinse forte il braccio, rabbiosamente:
  --Ma dimmi qualche cosa! Non hai saputo accertarti di nul-
la? E mai possibile che lui, cos violento, col sospetto nell'ani-
ma, abbia saputo fingere in tal modo con te?
  --Eppure...--fece egli battendo le mani.--Che la mia dif-
fidenza m'abbia reso insensato fino a tal segno? Pi volte, vedi,
attraverso le sue parole m' parso di legger qualcosa... Un mo-
mento dopo mi dicevo rinfrancandomi: No,  la paura!.
  --Paura, tu?
  --Io, s! Perch egli ha ragione. . .--dichiar, nella sua gros-
sezza, il Serra con la spontaneit del pi naturale convincimen-
to.--L'ho studiato, spiato tutti i momenti: come mi guardava,
come mi parlava... Sai ch'egli non  solito di parlar molto... ep-
pure, in questi tre giorni, avessi inteso! Spesso per si chiudeva
a lungo in un silenzio inquieto; ma ne usciva, ogni volta, ripi-
gliando il discorso sul suo affare. Era preoccupato di que-
sto?, allora mi domandavo, o di ben altro? Forse ora mi par-
la per dissimularmi il sospetto... Una volta mi parve finanche
che non avesse voluto stringermi la mano... Bada, s'accorse che
gliela porgevo: si finse distratto; era un po' strano veramente--
fu il domani della nostra parten7~. Fatti due passi, mi richiam.
S' pentitol notai subito. E infatti disse: Oh, scusa... di-
mcnticavo di salutarti! Fa lo stesso.... Mi parl altre volte di
te, della casa; ma senz'alcuna intenzione apparente... Mi pareva
tuttavia che evitasse di guardarmi in faccia... Spesso ripeteva
tre, quattro volte la stessa frase, senza senso comune... come se
pensasse ad altro... E mentre parlava di cose aliene, a un tratto,
trovava modo d'entrar bruscamente a riparlarmi di te o dei
bambini, figgendomi gli occhi negli occhi, e mi faceva qualche
interrogazione... Ad arte? chi sa! sperava di sorprendermi? Ri-
deva; ma con una gaiezza brutta nello sguardo...
  --E tu?--domand ella pendendo dalle labbra di lui.
  --Io? sempre suU'attenti...
Lillina Fabris scosse il capo con sdegno iroso:
--Si sar accorto della tua diffidenza...
--Se sospettava di gi!--fece egli, scrollando le grosse spal-

  --Si sar confermato nel sospetto!--rimbecc lei.--Poi,
null'altro?
  --S... la prima notte, all'albergo...--riprese avvilito il Ser-
ra.--Ha voluto prendere una stanza in comune, con due letti.
Eravamo coricati da un pezzo... s'accorse che non dormivo,
cio... s'accorse, no: eravamo al buio!--lo suppose. E bada...
figurati! io non mi movevo--l di notte... nella stessa camera
con lui, e col sospetto ch'egli sapesse...--figurati! tenevo gli
occhi sbarrati nel buio, in attesa... chi sa! per difendermi, se
mai... A un menomo atto, sarei balzato dal letto... E allora...
Ma, capisci? vita per vita, meglio la sua che la mia... A un trat-
to, nel silenzio, sento proferire queste precise parole: Tu non
dormi.
  --E tu?
  --Nulla. Non risposi. Finsi di dormire. Poco dopo egli ripe-
t:<Tu non dormi. Io allora lo chiamai. Hai parlato? gli
domandai. E lui: S, volevo sapere se dormissi. Ma non  ve-
ro, non interrogava sai, dicendo: Tu non dormi, proferiva la
frase con la certezza ch'io non dormivo, ch'io non potevo dor-
mire... capisci? O almeno, m' parso cos...
  --Null'altro?--ridomand ella.
  --Null'altro... Non ho chiuso occhio due notti.
  --Poi, con te, sempre lo stesso?
  --S, lo stesso...
  Ella stette un po' a pensare, con gli occhi appuntati nel vuo-
to; poi disse lentamente come a se stessa:
  --Tutte queste finzioni... lui!... Se ci avesse visti...
  --Eppure s' voltato, scendendo...--obbiett il Serra
  Ella lo guard negli occhi un tratto, come se non avesse inte-

- S, ma non si sar accorto di nulla! Possibile?
- Nel dubbio...--fece egli.
  --Anche nel dubbio! Non lo conosci... Dominarsi cos lui,
da non lasciare trapelar nulla... Che sai tu?--Nulla! Ammetti
pure, che ci abbia visti, mentre tu passavi e ti chinavi verso
me... Se fosse nato in lui il menomo sospetto... che mi avessi
baciata... ma sarebbe risalito... oh, s!, pensa, pensa come sa-
remmo rimasti!... No, senti, no: non  possibile! Hai avuto
paura, nient'altro! Paura, tu, Antonio!... No, no, egli non ha
potuto pensar male... Non ha ragione di sospettar di noi: mi hai
trattata sempre familiarmente innanzi a lui...

  Rallegrato internamente dall'improwisa fiducia concepita
dall'amante, il Serra volle tuttavia insistere nel dubbio ango-
scioso per il piacere d'essere maggiormente rassicurato da lei:
  --S; ma il sospetto pu nascere da un momento all'altro.
Allora, capisci?, mille altri fatti awertiti appena, tenuti in nes-
sun conto, si colorano improwisamente; ogni accenno indeter-
minato diventa una prova; poi il dubbio, certezza: ecco il mio
timore.. .
  --Bisogna esser cauti...--rispose ella.
  Deluso, il Serra prov un senso d'irritazione contro l'amante:
  --Ora? Te l'ho sempre detto!
  Ella lo guard sdegnosa:
  --Mi rinfacci adesso?
  --Non rinfaccio nulla!--rispose egli vieppi irritato.--Ma
puoi negare che tante volte t'ho detto: Bada! E tu...
  --S... S...--conferm ella, come nauseata.
  --Non so che gusto ci sia--continu egli--a lasciarsi sco-
prire cos... per nulla... per una imprudenza da nulla... come
tre sere fa... Sei stata tu...
  --Sempre io, s...
  --Se non era per te!
  --S,--fece ella alzandosi con un ghigno di scherno--la
paura!
  Sferzato, il Serra irruppe:
  --Ma ti pare che ci sia da stare allegri, tu e io? tu, special-
mente!
  Si rimise a passeggiar per la stanza, fermandosi di tratto in
tratto e parlando quasi tra s:
  --La paura... Credi che non pensi anche a te? La paura... Ci
fidavamo troppo, ecco! S, e adesso tutte le nostre imprudenze,
tutte le nostre pazzie mi saltano agli occhi, vedi, e mi domando,
com'ha fatto a non sospettar di nulla finora...
  Colpita dall'accusa dell'amante, ella si port le mani al volto
e conferm-
  --E vero...  vero... lo abbiamo troppo ingannato...
   Stettero-un lungo tratto in silenzio; poi riaprendo il volto, ella
riprese:
   --Mi rimproveri adesso? E naturale! S, ho ingannato un uo-
mo che si fidava di me, pi che di se stesso. S, e la colpa  mia,
infatti.
   --Non ho voluto dir questo--diss'egli sordamente, conti-
nuando a passeggiare.
   --Ma s, ma s...--riprese ella con febbre, andandogli in-
contro.--Lo so, e guarda, puoi anche aggiungere che con lui
ero fuggita da casa mia, s, e che lo spinsi io, quasi, a fuggire--
io, perch lo amavo, s--e poi l'ho tradito con te! E giusto che
ora tu mi condanni, giustissimo! Ma io, senti, io ero fuggita con
lui perch lo amavo, non per trovare qui tutta questa quiete,
tutta questa agiatezza in una nuova casa: avevo la mia; non sa-
rei andata via con lui... Ma egli si sa, doveva scusarsi innanzi
agli altri della leggerezza a cui s'era lasciato andare, egli uomo
serio, posato... Eh gi! la follia era commessa: rimediarvi, ades-
so! riparare, e subito! Come? Col darsi tutto al lavoro, col ri-
farmi una casa ricca, piena d'ozio... Cos, ha lavorato come un
facchino; non ha pensato che a lavorare, sempre; senza deside-
rare mai altro da me che la lode per la sua operosit, per la sua
onest... e la mia gratitudine, anche! Gi, perch sarei potuta
capitar peggio!... Era un uomo onesto, lui; mi avrebbe rifatta
ricca, lui, come prima, pi di prima... A me, questo, a me che
ogni sera lo aspettavo impaziente, felice del suo ritorno... Tor-
nava a casa stanco, affranto, contento della sua giornata di la-
voro, preoccupato gi delle fatiche del domani... Ebbene, alla
fine, mi sono stancata anch'io di dover quasi trascinar que-
st'uomo ad amarmi per forza, a rispondere per forza al mio
amore. La stima, la fiducia, l'amicizia del marito pajono insulti
alla natura in certi momenti... E tu te ne sei approfittato, tu che
ora mi rinfacci l'amore e il tradimento, ora che il pericolo  ve-
nuto, e hai paura, lo vedo: hai paura! Ma tu che perdi? Mentre

i0. . .
  --Consigli a me-la calma!--disse freddamente il Serra.--
Ma se ho paura...  pure per te... pe' tuoi figli...
  --I miei figli, tu, non nominarli!--gli grid ella ferita, con
gli occhi lampeggianti d'odio.--Innocenti!--soggiunse poi,
rompendo in lacrime.
  Il Serra la guard un pezzo, poi pi urtato che turbato, disse:
  --Adesso piangi... Me ne vado...
  --Ora? ora?--singhiozz ella.--Si sa, ora non hai pi nul-
la da far qui...
  --Sei ingiusta!--riprese egli pigiando su le parole.--T'ho
amata, come tu mi hai amato, lo sai! T'ho consigliato pruden-
za: ho fatto male? Pi per te, che per me: s, perch io, nel caso,
non perderei nulla--lo hai detto tu... Su, su, Lillina... rimetti-
ti... E inutile adesso ogni recriminazione... Egli non sapr nul-
la; tu lo credi, e sar cos... Anche a me ora par difficile ch'egli
si sia potuto dominare fino a tal segno... Non si sar accorto...
e cos... su, su... nulla  finito... Noi saremo...
  --Ah, no!--lo interruppe ella alteramente.--No! come
vuoi, ormai? No,  meglio finirla...
  --Come credi...--fece il Serra semplicemente.
  --Ecco il tuo amore!--esclam ella indignata.

Il Serra le venne incontro quasi minaccioso:
--Ma vuoi farmi impazzire?
  --No,  meglio veramente finirla...--riprese ella--e fin da
ora; qualunque cosa sia per accadere. Tra noi tutto  finito.
Senti, e sarebbe anche meglio, ch'egli sapesse ogni cosa... Me-
glio, meglio, s! Che vita  la mia? Te la immagini? Non ho pi
diritto d'amar nessuno io! Neanche i figli miei... Se mi chino
per dar loro un bacio, mi par che l'ombra della mia colpa si
projetti su le loro fronti immacolate! No... no... Mi torrebbe di
mezzo? Lo farei io, se non lo fa lui!
  --Adesso non ragioni pi...--disse egli placido e duro.
  --Dawero! --continu Lillina.--L'ho sempre detto! E
troppo...  troppo... Non mi resta pi nulla, ormai...
  Poi, facendo forza a se stessa per rimettersi, soggiunse:
  --Va', va' adesso... ch'egli non ti trovi qui...
  --Come... debbo andare?--fece il Serra perplesso.--La-
sciarti? Ero venuto a posta... Non  meglio che io...
  --No,--lo interruppe ella--qui non deve trovarti. Torna
per, quand'egli verr, da qui a poco. La maschera dobbiamo
portarla ancora insieme. Torna presto, e calmo, indifferente...
non cos! Parlami innanzi a lui, rivolgiti spesso a me... intendi?
Io ti seconder...
  --S... s...
  --presto. Ma... se mai...
  --Se mai?
  Ella stette soprappensiero un tratto; poi, scrollando le spalle:
  --Nulla, tanto...
  --Che cosa?--domand il Serra confuso.
  --Nulla... nulla... Ti dico: addio!
  --Ma dunque, dawero...--si prov egli a dire.
  --Va' via!--lo interruppe subito ella sprezzante.
  E il Serra and via promettendo:
  --A tra poco.
  Ella rest in mezzo alla stanza, con gli occhi appuntati bieca-
mente, come in un pensiero truce, che assumesse forma d'im-
magine reale innanzi a lei. Poi scosse il capo ed esal l'interna
ambascia in un sospiro di stanchezza desolata. Si stropicci for-
te la fronte, ma non riusc a scacciare il pensiero dominante.
And un po', inquieta, per la stanza; si ferm innanzi a uno
specchio a bilico in fondo, presso l'uscio; la propria immagine
riilessa dallo specchio la distrasse, e si allontan. And a sedere
innanzi al tavolinetto da lavoro, e vi si pieg sopra, col volto
nascosto tra le braccia; poco dopo rialz il capo mormorando:
  --Non avrebbe risalito la scala? con una scusa... Mi avrebbe
trovata l... dietro la finestra a guardare...
  Scosse di nuovo la testa, atteggiando il volto a sprezzo e nau-
sea, e aggiunse:
  --Se non fu la paura... Ha tanta paura! Ah, ma ora  fini-
ta... E finita... Dio, ti ringrazio! I miei bambini.. i miei bambi-
ni... Povero Andrea!

La scelta





  Tanto magro, quanto lungo; e pi lungo, Dio mio, sarebbe
stato, se il busto tutt'a un tratto, quasi stanco di tallir gracile in
su, non gli si fosse sotto la nuca curvato in una buona gobbetta,
da cui il collo pareva uscisse, penosamente inarcato, come quel
d'un pollo, ma con un grosso nottolino protuberante, che gli
andava su e gi ogni qual volta deglutiva.
  Me lo vedo ancora innanzi vestito squallidamente di grigio,
con un vecchio cappello stinto e tutto sbertucciato, in cui la te-
sta secchissima sarebbe sprofondata intera intera, se non fosse
stato per le orecchie che reggevano le tese: vi sprofondava tutta
la fronte per, con le sopracciglia; cos che la piccola faccia os-
suta, angolosa pareva cominciasse da quel nasetto a becco e
sfrogiato, da uccel ciuffagno, che rendeva cos caratteristica la
sua fisonomia. Si sforzava di tener continuamente tra i denti le
labbra, come per mordere, castigare e nascondere un risolino
tagliente, che gli era proprio; ma lo sforzo in parte era vano,
perch questo risolino non potendo per le labbra cos imprigio-
nate, gli scappava per gli occhi, pi arguto e beffardo che mai.
  Era il mio ajo e si chiamava Pinzone.

  Il d dei morti  di festa pei fanciulli di Sicilia. La Befana
(forse perch nelle case delle citt e dei borghi dell'isola non c'
camini, per la cui gola ella possa introdursi) non fa regali lag-
gi. Li fanno invece i morti alla vigilia della loro festa, su la
mezzanotte: i parenti o gli amici defunti recano in memoria di
loro qualche monetina e dolci e giocattoli, soltanto per ai bam-
bini savii. Pi-savie, a parer mio, dovrebbero esser le madri a
non accender cos, paurosamente, la fantasia dei figliuoli. Mia
madre mi mandava senz'altro con l'ajo Pinzone alla fiera dei
giocattoli.
  Ricordo che pena febbrile, vibrante di mille desiderii mi co-
stava la scelta in quella fiera.
  Stordito dai clamori confusi, sguajati dei tanti bercioni mi
voltavo di qua e di l perplesso e di ciascuno ascoltavo un tratto
l'elogio della propria merce, mentre altre mani m'invitavano
con vivacissimi gesti dalle baracche vicine e altre voci mi grida-
vano di non prestar fede a quel che l'uno mi decantava; cos che
avrei dovuto inferire che in nessuna parte avrei trovato il mio
bene, che viceversa poi si trovava in ciascuna baracca.
  Il vecchio Pinzone mi trascinava per un braccio, sottraendo-
mi a forza a gli allettamenti di questo o di quel venditore:
  --Non dargli retta, vieni via! Ti vuole imbrogliare... Fa' pri-
ma il giro della flera; quando avrai tutto veduto, sceglierai...
  Nell'accanimento della concorrenza i venditori, nel vedermi
allontanare cos tirato per un braccio, scagliavano ingiurie e im-
precazioni contro il povero Pinzone. Egli per sogghignava,
tentennando la testa sotto la furia delle male parole e risponde-
va soltanto a me, ripetendomi:
  --Non dar retta: ti vogliono imbrogliare...
  Alcuni erano pi aggressivi; saltavano dal banco con un gio-
cattolo in mano e ci attorniavano e c'impedivano il passo, l'uno
offrendomi una trombetta, per esempio, l'altro una vaporiera
di latta a cui s'agganciavano due o tre vagoncini; un terzo, un
tamburello; e tutti e tre strillavano a Pinzone:
  --Vecchiaccio imbecille, lasciate comprare al ragazzo quel
che desidera. Deve forse scegliere a vostro gusto: Non vedete
che vuole la trombetta:
  --Ma che trombetta! Vuol la ferrovia! Guarda: cammina so-
la...
  --Che trombetta e che ferrovia! Vuole il tamburo: brabr,
brabr... Le bacchette col fiocco... Tieni, prendi, bello mio!
Non dar retta a codesto vecchiaccio...
  Io guardavo negli occhi Pinzone.
  --Lo vuoi?--mi domandava questi allora.
  E io, senza staccar gli occhi, rispondevo il no ch'era negli oc-
chi suoi e nel tono della sua domanda.
  Cos facevamo il giro dellalera; poi, come quasi ogni anno,
finivo per ritornare innanzi alla baracca dove si vendevano le
marionette, ch'eran la mia passione. Ahim, ma anche l tra i
paladini di Francia e i cavalieri Mori, lucenti nelle loro armatu-
re di rame e d'ottone, esposti in lunghe file su cordini di ferro,
ero costretto a scegliere, mentre avrei voluto portarmeli via tut-
ti. Quale fra tanti?
  --Prenda Orlando, signorino!--mi consigliava il venditore.
--Il pi forte campione di Francia: glielo do per dieci lire e cin-
quanta...
  Subito Pinzone, messo in guardia dalla mamma, gli saltava
addosso, esplodeva:
  --Bum! Dieci lire e cinquanta? Ma se non vale tre bajocchi...
Figlio mio, guarda: ha gli occhi storti! E poi, s! Campione di
Francia... era un pazzo furioso...

--Prenda allora Rinaldo da Montalbano...
--Peggio... Ladro!--esclamava Pinzone.
  E Astolfo era millantatore, e Gano traditore... breve, su ogni
marionetta che quegli mi presentava Pinzone trovava da ridir
qualcosa, finch il venditore seccato non gli gridava:
  --Ma insomma, signor mio!  certo che ci vuole il tristo e il
buono, il paladino fedele e Gano il traditore, se no la rappresen-
tazione non si pu fare...

  Son passati tant'anni; Pinzone  morto. Io non ho ancora,
per dir vero, alcun pelo bianco, che mi dia cagione d'affligger-
mi di quel che prima cos ardentemente desideravo: un pajo di
baf~l e una bella barba; ma confesso che da un po' di tempo a
Equesta parte guardo con pi pungente invidia un quadretto, nel
quale sono effigiato coi calzoncini di velluto a mezza gamba e
una fida marionetta in mano,--tanto carino, lasciatemelo di-
re! E incolpo Pinzone di questo sentimento d'invidia che provo
E innanzi al mio ritratto da fanciullo.
  Perch dovete sapere ch'io vado ancora alla fiera. Non  pi
quella dei giocattoli (quantunque pur ve ne siano parecchi, n
manchino le marionette):  una fiera molto pi grande; e ci va-
do per scegliervi gli eroi e le eroine de' miei romanzi e delle mie
novelle. Ora l'invidia mia segue da questo: che mentre io, fan-
ciullo, finivo a un certo punto col non prestar pi ascolto alle
taglienti osservazioni del grigio mio ajo e col cedere tutto in-
fiammato alle lusinghe del venditore della baracca dei burattini;
oggi sento che Pinzone, non solo vive ancora dentro di me, ma
su me esercita un potere veramente tirannico, e mi guasta e mi
spenge ogni gioja. N, per quanto faccia, posso pi levarmelo
dattorno.
  Vedi,iglio mio, mi va ripetendo egli continuamente all'o-
recchio, vedi che malinconia di fiera? N credere a coloro che
te la dipingono tutta d'oro: d'oro il cielo, d'oro gli alberi, d'oro
il mare... Oro falso, figlio mio! Cartapesta indorata! E vedi che
razza di eroi t'offre oggi la vita? Trionfano solo i ladri, gl'ipo-
criti, i birbaccioni! Scegli un eroe onesto? Sceglierai per necessi-
t un impotente, un vinto, un meschino; e la tua rappresenta-
zione sar fastidiosa e affliggente. Praticando con te a tua insa-
puta, mi son venuto man mano istruendo un po'. Or io ti do-
mando: Credi tu che per i posteri possa valer la scusa che l'arte
tua ha rispecchiato la vita del tuo tempo? Siamo giusti: che va-
lore avrebbe innanzi alla nostra estimativa estetica questa mede-
sima scusa se, a mo' di esempio, ce la presentasse tutto gonfio e
borioso uno scrittor del Seicento? Noi gli risponderemmo:
Tanto peggio per te, caro mio!.
374

  In certi momenti, o figliuolo, la vita si fa cos perfida, che
gli scrittori non possono farci nulla; e quanto pi son fedeli nel
ritrarla, tanto pi l'opera loro  condannata a perire. Che virt
di resistenza vuoi che abbiano contro il tempo le creature del-
l'arte nate dai pensieri nostri dissociati, dalle azioni nostre im-
pulsive e quasi senza legge, dai sentimenti nostri disgregati e
nella discordia dei pi opposti consigli; questi miseri, inani, af-
fliggenti fantoeei ehe pu offrirti soltanto la fiera odierna?
  Queste e altre cose seonsolantissime mi va ripetendo di eonti-
nuo Pinzone. Io mi guardo intorno, e non so rispondergli nulla.
Ah, chi saprebbe, chi saprebbe crearmi, per tappargli la bocca,
un eroe, non qual', ma quale dovrebbe essere?

  Alberi cittadini





  Che noia dev'esser la vostra, poveri alberi appajati in fila lun-
go i viali della citt e anche talvolta lungo le vie lastricate, di
qua e di l su i marciapiedi, o sorgenti solitari fra piante nane
dentro qualche vasto atrio silenzioso d'antico palazzo o in qual-
che cortile!
  Ne conosco alcuni, in fondo a una delle vie pi larghe e pi
popolate di Roma, che fan veramente piet. Son venuti su mise-
ri e squallidi, ed han quasi un'aria smarrita, paurosa, come se
chiedessero che stieno a farci l, fra tanta gente affaccendata, in
mezzo al fragoroso tramestio della vita cittadina. Con che me-
sta meraviglia, i poveretti, si vedon rispecchiati nelle splendide
vetrine delle botteghe! E par che loro stessi si commiserino, sco-
tendo lentamente i rami a qualche soffio di vento.
  Ogni qual volta passo per quella via, guardando quegli albe-
retti, penso ai tanti e tanti infelici che, attratti dal miraggio della
citt, hanno abbandonato le loro campagne e son venuti qui a
intristirsi, a smarrirsi nel laberinto d'una vita che non  per lo-
ro. E immaginando il pentimento amaro e sconsolato di questi
infelici e il rimpianto della terra lontana, della vita semplice e
buona che vi traevano un giorno, prima che la maledetta tenta-
zione la recasse loro a dispetto accendendo le lusinghe d'altra
fortuna; immagino anche di qual viva e spontanea letizia di ger-
moglio si animerebbero all'aperto questi miseri alberetti; come
brillerebbero le loro foglie e come si stenderebbero ad abbrac-
ciar l'aria pura questi rami aggranchiti, attediati.
  Ecco: il breve cerchio che il lastrico della via lascia attorno al
tronco,  tutta la loro campagna; per esso la terra beve a stento
l'acqua del cielo e respira. Questo breve cerchio  pur talvolta
coperto da una grata di ferro, per una protezione che pu anche
sembrare maggior crudelt: i poveri alberi allora par che vengan
su da una carcere, condannati a star l; e dormono e sognano
tristi, scotendosi di tanto in tanto, quasi per brivido di commo-
. zione, alle notizie che il vento lieve reca loro da lontano, dai
   campi gi rinascenti al sorriso del nuovo aprile.
L Ah, lo sentono anch'essi, i poveri alberi della citt: sentono
   anch'essi un non so che nell'aria ilare e fresca. Sotto il duro la-
strico opprimente, alberi in esilio, la terra vi parla del rinnovato
amor del sole, e voi fremendo l'ascoltate, beati nel pensiero
ch'ella non si  dimenticata di voi lontani, di voi sperduti fra il
trambusto della citt. Sotto le case innumerevoli che la schiac-
ciano, sotto le selci calpestate di continuo dagli uomini irrequie-
ti, ella vive, vive, e voi sentite con le radici l'ardore di questa
sua novella vita che non sa tenersi nascosta e schiuma quasi di
tra le selci in tenui fili d'erba. Ah, voi forse, mirando quei verdi
ciuffi timidi, concepite la folle speranza che la terra voglia far le
vostre vendette, invader la citt per riscattarvi; e vedete in so-
gno quei ciuffi crescere, e la via diventare un prato e la citt
campagna!
  S, ma che fanno intanto quegli stradini accosciati, curvi sul
selciato? che raschiano?--Lo domandate a un passero che dai
tetti  venuto a posarsi su voi; e il passero garrulo e pettegolo vi
risponde sghignando:
  --E non vedete? Son barbieri: fan la barba alla via.

  Ma pi triste ancora  la sorte di altri alberi cittadini, che non
debbon soltanto scortare, in ordinata processione lungo i mar-
ciapiedi delle vie, le insulse e laide nostre vanit; ma che, in or-
dine pi serrato, fondendo le varie corone, son costretti a for-
mare quasi un portico vegetale.
  Le cesoje del giardiniere han pareggiato simmetricamente le
cime di questi alberi e internamente hanno imposto ai rami la
curva d'una galleria e, ai lati, gli archi d'un loggiato.
  Cos svisati, con sapiente barbarie mutilati, a chi posson pi
davvero parer belli e far piacere questi alberi? Confesso che a
me danno un senso di ribrezzo, come se mi offrissero uno spet-
tacolo di perpetua tortura. E mi vien voglia di gridare: Ma co-
struite di pietra i vostri portici! Questi son esseri vivi, che sof-
frono e fan soffrire:  crudele impedir loro cos la viva sponta-
neit del germoglio, l'espansione della vita!.
  E non sapete, o giardinieri d'Italia, che la pena di morte 
abolita fra noi? Per chi osi alzar la testa oltre le corde livellatrici
delle leggi, che stanno a un palmo dal fango, rete protettrice dei
nani, non c' pi il boja che gliela tagli. Or perch quella povera
fronda che voglia spingersi un po' oltre la linea imposta dalle
vostre forbici dev'essere decapitata?
  Per quegli alberi, o giardinieri, il vostro mestiere  ancor
quello del boja!

  E so d'un albero nato, non si sa come, in un angusto sudicio
cortile presso una brutta via affollata di vecchie case. Quel po-
vero albero s'era levato dritto dritto sul magro stelo cinereo,
con evidente sforzo, con evidente pena, quasi angosciato nel de-
siderio di vedere il sole e l'aria libera dalla paura di non avere in
s tanto rigoglio da arrivare oltre i tetti delle case che lo circon-
davano. E finalmente c'era arrivato!
  Come brillavan felici le frondi della cima, e quanta invidia
destavano in quelle che stavan gi senz'aria, senza sole! Anche
nella morte, nello staccarsi dai rami in autunno, le foglie di las-
s eran pi felici: volavan via col vento in alto, cadevan su i tet-
ti, vedevano il cielo ancora; mentre le povere foglie basse mori-
van nel fango della via, calpestate.
  In tutte le stagioni, all'ora del tramonto, quell'albero si popo-
lava d'una miriade di passeri, che pareva dessero convegno da
tutti i tetti della citt. Pi d'ali che di foglie palpitavano allora
quei rami; pareva che ogni foglia avesse voce, che tutto l'albero
cantasse fremebondo.
  Dalle finestre delle case i bambini assistevano, sorridendo
storditi, a quel passerajo fitto, continuo, assordante. Talvolta,
un vecchietto si affacciava a una finestra e batteva due volte le
mani: allora, d'un tratto, come per incanto, tutto l'albero tace-
va, esanime. Di l a poco per, lo sbaldore ricominciava: ogni
passero tornava a inebriarsi del proprio gridio e di quello degli
altri e il concento diveniva man mano pi fitto, pi assordante
di prima.
  Ora avvenne che il proprietario della casa, entro al cui cortile
l'albero era cresciuto, un bel giorno pens di alzar tutto in giro
le mura per fabbricare un altro piano. E allora l'albero che con
tanto stento s'era guadagnata la libert del sole, dell'aria aper-
ta, pieg avvilito la cima, si curv sul tronco.
  Su! su! pareva gli gridassero dalle grondaje i passeri che
abitavan su quel tetto, e spiccavano il volo per incitarlo pi dav-
vicino a rizzarsi: Su! su!. E forse anche loro ripetevano al
vecchio albero quelle solite frasi, quegli inutili consigli, quei va-
ni ammonimenti che soglion darsi ai caduti, a gli sconsolati:
Fatti coraggio! non bisogna avvilirsi! raccogli le forze! rialza-

  Ma il vecchio albero non aveva ormai pi forza di rigoglio:
aveva stentato tanto per arrivare fin lass, a quell'altezza: pi
su, ormai, non poteva pi andare. Meglio morire.
  Ancora sul tramonto si raccoglievan su lui a mille a mille i
passeri a far sbaldore. Ma non pi l'albero pareva cantasse tut-
~o. I passeri vivevano: l'albero era morto, piegato su se stesso.
E invanO quelli col loro gridio tentavano di richiamarlo in vita.
Prudenza





Data memorabile per me il 12 aprile del 1891.
  Avevo compito da circa un mese trentaquattro anni. Da u]
pezzo mi notavo nel volto, e precisamente alla coda degli occh
e su la fronte, certi lievi solchi che mi pareva non si potesser~
ancora chiamar propriamente rughe. Credevo almeno che il nu
mero degli anni miei potesse tuttavia permettermi di non chia
marli tali. Momentanei increspamenti de la pelle, che--sott~
l'azione del pensiero, del riso, dell'abituale atteggiarsi della fi
sonomia--erano divenuti stabili. Ma rughe, no.
  Scorgevo inoltre da un pezzo nella barba e per entro alla folt;
e fluente capigliatura poetica (povera poesia, perduta coi capel
li, come la forza di Sansone!) qualche... s, peli bianchi, insom
ma... pi d'uno. E m'assoggettavo ogni mattina, davanti allc
specchio dell'armadio, a un supplizio in uso non ricordo ben~
presso quali popoli civili dell'antichit o dell'evo medio: al sup
plizio della depilazione.
  Quante volte, ahim, insieme con qualche pelo bianco dell~
barba non mi strappai dagli occhi lagrime sincere di fitto acutis
simo dolore!
  Inferocivo contro me stesso.
  Il pelo, profondamente radicato, mi sfuggiva dalle dita cru-
deli, resisteva allo strappo due o tre volte. Mi asciugavo le lagri-
me sul volto contratto dallo spasimo, e l, daccapo, a tentare
con maggior violenza per la quarta volta.
  Ma pi ne strappavo, e pi me ne scoprivo di giorno in gior-
no.--Oh mia magnifica barba, un tempo orgoglio, ora tortura
per me!
  Ero ormai giunto al bivio. Quel supplizio giornaliero non era
pi a lungo sopportabile. Tra parer vecchio o parer brutto, a
una determinazione dovevo pur venire alla fine, non volendo
assolutamente ricorrere alla scappatoja, del resto inutile e sudi-
cia, della tintura.                              5
  Debbo aggiungere che alla vanit si un, in quei giorni, la prui
denza, cio la pi cordialmen~e antipatica, la pi tabaccosa, la
pi vigliacca tra le tante e tante virt che vessano il genere uma-
no. Gi, a sentir certi moralisti, altro che virt!  la moderatrice

:

          UDENZA                                 379

lle virt, ordinatrice degli spiriti, maestra dei costumi. E le
mno dato tre occhi in testa: figuratevi come dev'essere cari-

 Di che cuore, se avesse un corpo, oggi le darei un calcio a
ella virt! Ma allora, pur troppo, fui cos sciocco da darle
colto. Incontratala sul mio cammino, mi ammogliai con lei e
ventai subito il padre di me stesso: comminciai a darmi consi-
i e ammonimenti e a chiamarmi: Figlio mio.
 Vivevo da circa tre anni in compagnia, oltre che delle nove
use, d'una donna, la quale non si stancava di ripetermi che le
acevo tanto tanto con quei capelli lunghi e con quel barbone.
 sti!2 A me, lei, pernon piaceva pi da parecchio tempo, in
ssuna maniera. E non sapevo come liberarmene.
 Un benefattore mi aveva promesso un discreto collocamento,
patto per ch'io troncassi quella relazione, pretesto a tante
Irle, e mi tagliassi almeno i capelli, poich la zazzera non con-
niva punto--diceva--alla qualit dell'impiego procurato-

.
E allora io, reso gi padre da quella virt su lodata, e non so-
ttando neppur lontanamente che quel benefattore avesse
~meditato il disegno di darmi in isposa sua figlia, magnifico
stro in gonnella:
--Cosimo, figlio mio, che fai? I versi hai visto? non son arte
guadagnare. Hai gi trentaquattro anni. Quella donna ti sec-
mortalmente e ti danneggia. L'impiego  buono: dignitoso e
roso. Su, su, figlio mio! Via questi capellacci, e via anche il
bone, se proprio proprio non te la senti di portartelo a spas-
tutto bianco: precocemente, come tu credi.
?in dall'infanzia (potete bene immaginarlo) non ebbi mai
icizia coi barbieri. Credo anzi che questi mi dovessero tutti, e
ragione, odiare. Per la qual cosa, uscendo la mattina di
1 memorabile 12 aprile, gi deliberato al sacrifizio, mi parve
mdarmi a rendere a discrezione d'un nemico. Che ne avrebbe
i fatto di me? Non sapevo assolutamente concepirmi sbarba-
coi capelli corti. E, via facendo, mi lisciavo, mi carezzavo
l'ultima volta la mia bella barba moribonda.
~on so quanto gironzassi, sospeso nella scelta del boja. Non
 Barbieria in citt: tutti Saloni, tutti, anche il pi umile e an-
 to bugigattolo! e per ogni presuntuoso Parrucchiere, ana-


~er dirna una. Non vi par bello il bambino, quando il padre gli accende innanzi a gli
li un fiammifero? Come agita le manine! freme tutto; con gli occhi che gli fervono
derlo d'afferrarlo... Ma sopravviene cauta la Prudenza--pah! spegne il fiam-

~1a o bello davvero!
crOrlismo vestito e calzato, per lo meno cento Coiffeurs, cento

Hair Cutting s.
      becilli! Depauperatori della nostra lingua!
~i fermavo un tantino, s e no, innanzi a gli usci a vetri, a

spiar trepidante attraverso le tendine.
~o: troppo lusso! troppi specchi! Questo  un salone per da-

meriDi-   Altrove! altrove! 
 i sentivo io stesso awilito della suggezione che, non solo
quei cani, ma anche i loro clienti m~incutevano sentivo che,
con quella mia zazzera, io dovevo esser per loro oggetto di deri-
SiOne. Stanco morto, alla fine, e al colmo dell'esasperazione
Scoperta (miracolo!) una modesta insegna di Barbiere in una
piazzetta fuorimano, mi cacciai senz'altro, aggrondato, feroce,

entr la botteguccia.
  Ilecchio barbiere, il suo commesso e i due clienti allora sot-
to il ferrO si voltarono tutt'e quattro a un tempo a guardare, co-
me se fosse entrato un selvaggio. Dopo avermi ben bene osser-
"atO da capo a piedi, il vecchio mi disse:
  _ Abbia pazienza un momentino, signore. Ecco, s'accomo-
di. , . 1          .





  m mdlco un ogoro dlvanucclo sotto uno specchlo a muro
graziosamente dalle mosche punteggiato d'una miriade di nerel

lini- . . . ..
 Otal la slgnorlle dlsmvoltura, la familiaritcon cui quegli
Scorticatori trattano i loro clienti. Anch~io sar trattato cos,
tra breve, pensavo, commiserandomi amaramente. S, ma in-
tanto che dir? Se dicessi che torno da un lungo viaggio?
  Di tratto in tratto il giovine mi volgeva un'occhiata glaciale,
sf0rbiciando per aria, come per non far perdere l'appetito al -
suO strumento di tortura.
 enne finalmente la mia volta.
  _ Il signore vorrebbe accorciati un tantinO i capelli?
  Guardai fiso negli occhi quel giovine per fargli intender bene
che non ero uomo da farmi canzonare da lui, e risposi pigiando

su le parole:





  _ Li voglio tagliati, non accorciati. E voglio anche rasa la
barba
  quest'ordine perentorio, il giovine si turb alquanto e, co-
me per prender consiglio, rivolse uno sguardo al padrone il qua-
le aendo felicemente allestita la sua vittimasi disponeva ad
andar via fregandosi le mani. Certo a colui era passato per la
mente il sospetto ch'io fossi un uomo di mal'affare, e che voles-
si doP qualche marachella, alterare i miei connotati.    
  _ Interamente rasa?--mi domand perplesso.        n
 a si pu forse radere a met?--gli feci io stizzito.

  --Ubbidisci ai comandi del signore,--tagli cortil vecchio
barbiere, ma pi per ammansar me, che per redarguire il giovi-
ne. E se ne and via.
  Quegli allora, senza aggiungere altro, m'awolse con poco
garbo nell'accappatojo; vers dal bricco l'acqua tepida nel baci-
le; prese una forbice e... zc! mi port via mezza barba.
  --Che fate:--gli gridai.--V'ho detto rasa! rasa!
  --Sissignore,--mi rispose, guardandomi con una certa me-
raviglia mista di commiserazione.--Ma capir! se prima non si
taglia...
  E seguit a tagliare. Io non ebbi il coraggio di guardarmi nel-
lo specchio. Quegli prese a insaponarmi sbadatamente, stropic-
ciandomi insieme col pennello tutte le dita su la faccia. Questa
prima operazione, che mi parve troppo confidenziale, dur cir-
ca un quarto d'ora. Come se nel mentre il mal'animo gli fosse
sbollito, posando il pennello, il giovine mi domand:
  --Non se l'era rasa da parecchi anni,  vero?
~- --Mai!--gli risposi.--Questa  la prima volta.
~- --E si vede, sa! Eh, bisogner lasciarla rammorbidire un bel
   pezzo col sapone. Io intanto affilo il rasojo. Ne affilo anzi due.
  Quando vidi posarmi il barbino su l'omero, chiusi gli occhi e
sospirai. Ma poi fu pi forte la curiosit. Dovevo s o no far la
t nuova conoscenza di me stesso? E mi guardai nello specchio che
  mi stava davanti, con tutta l'anima sospesa.
  --Ah I~io,--gemetti, quando gi mezza faccia era rasa.--
Dio, come son brutto... No no... perbacco! Troppo brutto... E
come faccio?
  Il giovine cerc di confortarmi, che a poco a poco ci avrei fat-
to l'occhio.
  --Impossibile! No!
  Ma, poich non c'era pi rimedio, richiusi gli occhi e non vol-
li pi saperne di me; mi abbandonai al destino.
  --Ecco fatto!--annunzi quegli alla fine.
  Il primo sacrifizio era dunque compiuto. Provai a sbirciarmi
nello specchio: ci vidi un povero imbecille addogliato, che non
volli riconoscere.
      Veniamo ai capelli,--riprese il barbiere.--Come li vuo-
E le?
  --Finitemi come che sia,--risposi.--Non me n'importa
pi nulla.
  --Li facciamo alla Guglielmo, come usano adesso?
    --Fateli alla Guglielmo, ma presto.
L Quando la prima ciocca recisa mi cadde su l'accappatojo,
colli guardarla e dirle addio, senza levar gli occhi allo specchio.
~overi capelli miei! addio, giovent! addio, poesia!

l
  Quel boja intanto credeva che io dormissi. Pi d'una volta
sospese l'esercizio della sua funzione per guardarsi... non so, il
naso Q la punta della lingua nello specchio. Lo lasciavo fare. A
una pausa pi lunga per mi riscossi per domandargli:

  --Ecco,--mi rispose con aria confusa e un risolino nervoso
tremante su le labbra,--ho dato... s, ho dato... mi scusi, un..
come si chiama?... un colpetto di forbice un po' arrischiato... e
e m'accorgo che alla Guglielmo>non possono pi venire.
Vogliamo tagliarli a spazzola?
  --Come che sia, vi ho detto. Purch facciate presto!
  --Prestissimo, non dubiti. E una pettinatura pi spiccia. Pi
spiccia e pi seria.
  Dalli e dalli! Quella dannata forbice non si dava requie un
momento, e m'intronava gli orecchi. A compir l'opera, si rove-
sci come un'ira di Dio, su la piazzetta, una compagnia di sal-
timbanchi con una crudelissima tromba stonata e una grancassa
fragorosa. Il giovine non seppe contenersi pi. Allungava il col-
lo di qua e di l, si rizzava su la punta dei piedi. Indovinavo con
gli occhi chiusi quei movirnenti di curiosit~i; ma, nello stato
d abbattimento in cui erG caduto, non trovavo pi la forza di ri-
chiamarlo al dovere.
  A un certo pu~to sentii posar le forbici e, subito opo, mi
sentii rullar sul capo non so che cosa d'ispido, che mi fece saltar
su la seggiola. Era uno spazzolone nero, girante.
  --Finito?--domandai.
  --Eh, no, signore: vo~evo vede;e... Perch, sa? da questa
parte. . .
  Lo guardai in faccia:
  --Avete forse dato qualche altro colpetto di forbice arri-
schiato?
  --No, signore--s'affrett a rispondcrmi.--Conseguenza
del primo, sa? Credevo di pGter rimediare... Ma vedo... vedo
con dispiacere che non ce la facciampi neanche a spazzola,
sa!
  --E allora come~--feci io, frenando a stento la rabbia, per
paura che quegli non si mettesse a ridere vedendomi la faccia
che gi a quell'ora aveva dovuto combinarmi.
  --Possiamo provare... ecco, s5 a punta di forbice... Tanto
l'estate  ormai vicina... I e sar comodo, vedr... Vuole?
  --~oglia o non voglia~--gli risposi sbuffando,--non pote-
te mica riattaccarmi i capelli che mi avete gla portati via. Sbri-
gatevi piuttosto, senza stare a guardar fuori.
  --Ma che' Si figuri... Un momento, e avremo finito.
  Zac, zac, zazc. Questaolta mi addormentai davvero.

Quanto si protrasse ancora la mia tortura? Non saprei dirlo.
Forse ore e ore: un'eternit! So che a un certo punto mi destai
di soprassalto, al rumore d'un pajo di forbici scaraventate sul
pavimento, e vidi il barbiere che si buttava sul divanuccio con la
faccia tra le mani.
--Che  stato?--gli urlai.
Quegli scopr il volto lacrimoso:
  --Signore! Io non so... non mi  mai capitata una cosa simi-
le... Ho la jettatura addosso, oggi... Mi perdoni, mi compati-
sca... Non so dov'abbia il capo... cio, lo so benissimo: ho la
moglie malata a casa... soprapparto...
  Io mi portai istintivamente le mani alla testa... Nuda! Scorti-
cata!
  --E che m'avete fatto?--gridai, e mi guardai le mani.
  --Nulla! nulla!--gemette quello.--Non tema! Ma non ci
resta pi che da radere, signore... Mi perdoni!
  Scattai in piedi, furibondo; me gli awentai contro, sul diva-
nuccio, con un pugno levato:
  --Miserabile! Ti sei preso giuoco di me?
  Ma, in quella, mi scoprii nell'altro specchio punteggiato dalle
mosche, e restai pietrificato, col pugno sospeso e quell'accappa-
tojo bianco che mi rappresentava a me stesso come una fantasi-
ma d'assassinato.
  --Piet... piet...--gemeva quello dal divanuccio, tutto tre-
mante.
  Mi strappai d'addosso l'accappatojo; afferrai il cappello e
scappai via, imprecando. Il cappello mi sprofond su la nuca.
Mi parve un'offesa mortale. Fui per rientrare nella botteguccia,
feroce dalla rabbia. Ma mi cacciai in una vettura, per non com-
mettere un delitto, e via a casa.
  Manco a dirlo! La mia amante, guardando dalla spia, non mi
volle aprire.
  --Grazie, cara!--le gridai.--Hai ragione: non son pi io!
Ti saluto per sempre, cara!
  E ridiscesi a precipizio la scala, esplodendo non so pi quanti
sternuti di fila.
La signora Speranza





  La Pensione di famiglia della signora Carolina Pentoni (Pen-
tolona Carolini come tutti invece la chiamavano, o Carclinona
senz'altrO, in considerazione della melensa pinguedine che la
immelanconiva) era frequentata da alcuni capi scarichi, da certi
tipi buffi, che formavano la delizia degli altri awentori, brava
gente morigerata, la quale, forse pi che per la bont della cuci-
na, vi si recava per assistere al gajo spettacolo che quelli offriva-
no gratuitamente, durante i pasti.
  Uno fra questi bravi avventori morigerati, che non sospettava
neppur lontanamente di poter essere incluso tra i eos detti tipi
buffi della Pensione, fu per aleun tempo preso di mira dai ea-
pi scariehi Biagio Speranza e Dario Seossi, ehe gliene feeero e
gliene dissero d'ogni eolore: lui per, l, fermo al suo posto, eo-
s tranquillo e ostinato, ehe quelli, a la fine, dovettero smetter-
la
  --Il riso fa buon sangue. Lor signori mi fanno ridere. Io re-
sto.
  E rest, eordialmente antipatieo a tutti.
  Si chiamava Cedobonis, era dottore in medicina e professore
di filosofia in un lieeo e di pedagogia in una scuola normale
femminile: ealabrese, tozzo, nero, calvo, dal testone ovale, sen-
za collo, come un mulotto, e dalla faccia cuojacea, in cui spic-
cavanO le sopracciglia enormi e i baffi color d'ebano. Vittima
rassegnata della sua molta dottrina scientifica, filosofica, peda-
gogica, s'era ridotto a vivere automaticamente, col cervello co-
me un casellario, in cui i pensieri--precisi, aggiustati, pesati--
eran disposti secondo le varie eategorie, in perfettissimo ordine.
Forse il eorpo robusto e vigoroso si sarebbe prestato, spesso e
volentieriad esereizii violenti, a vivere senza tante regole e tanti
freni; ma Cedobonis vi ave~a allogato un archivio--diceva lo
Scossi--e non gli permetteva alcun movimento, alcuna espan-
sione, che non fossero secondo i dettami della scienza, della fi-
losofia, della pedagogia.
  _ Non importa vivere; ma, dovendo, procuriamo bene,--

soleva dire, placido, con la voce grossa, saponosa. E domanda-
va:--La ragione, signori miei, la ragione perch ci fu data?
  --Per esser peggio delle bestie!--gli rispondeva a schizzo il
maestro di musica Trunfo, che addirittura non lo poteva soffri-
re.
  Diviso scandalosamente dalla moglie, sempre ingrugnato, cu-
po, raffagottato e, di tratto in tratto, esplosivo, Trunfo passava
quasi tutto il giorno da Carolinona, l, nel salotto da pranzo, in-
tento, come un cane che si leeehi i ealei rieevuti, a correggere, a
rifare i pezzi pi fischiati d'una sua opera musieale, per eui si
era mezzo rovinato. Fumava eontinuamente; -- Vesuvio, lo
ehiamava Biagio Speranza.
  Qualehe volta Cedobonis, eheto eheto, gli s'aeeostava, gli se-
deva aceanto o dietro, per sentir l'odore del tabaeeo, ehe gli pia-
ceva moltissimo. Trunfo, aggrondato, gli laneiava due, tre oe-
chiataeee bieehe, poi sbuffava, si serollava tutto, dal fastidio e
dalla stizza, traeva dalla tasea un sigaro e gliel'offriva sgarbata-
mente:
  --Ma tenga! Ma fumi, perdio!
  --No, grazie,--gli rispondeva, senza seomporsi, Cedobo-
nis.--Lei dovrebbe sapere ehe la nieotina fa male. Mi piaee
soltanto di fiutare il fumo, d'aspirarne l'odore.
  --A spese mie?--seattava allora Trunfo, su le furie.--Col
danno della mia salute? Ma vada l, si seosti! si vergogni! Chi
vuole un piaeere, se lo paghi!
  --Cedobonis,--dieeva lo Seossi (il quale ogni volta, prima
di mettersi a parlare, eaeeiava fuori la punta di quella sua lingua
terribile, ehe pareva la saettella d'un trapano)--Cedobonis sa-
rebbe eapaee di presentarsi tranquillamente, eon quella faeeia di
monaeo beato, in easa del nostro earo Martinelli e, eon la seusa
che la donna fa male eome la nieotina, domandargli... s, di-
co... per un momentino in prestito...
  --La moglie?--domandava Biagio Speranza.
  --Ohib! Il suo piumino da cipria.
  --Ma come! S, dico... che e'entra mia moglie?--eselama-
va, tirato in ballo quando men se l'aspettava, il bravo, innoeuo
signor Martino Martinelli, battendo in un attimo almeno eento
volte le palpebre su gli oeehietti tondi, da barbagianni, vieinissi-
mi, quantunque divisi da un naso spertieato, graeile, per, eo-
me un'ostia, ehe si tirava su e laseiava sospeso per aria il labbro
superiore.
  --Si rassieuri; dieo cos,--rispondeva lo Seossi,--pereh
so che la sua ottima signora  in Sicilia, signor Martino.
  E il bravo Martinelli si quietava, sospirava, tentennava ama-
ramente il eapo. Ah, ei pensava sempre, lui, a quella sua povera
moglie balestrata in una scuola normale di Sicilia, e sempre ne
parlava in quella sua special maniera, quasi andando tentoni nel
discorso e quasi appoggiandosi, sorreggendosi a ogni impunta-
tura a un s, dico: intercalare, che tutti gli rifacevano, senza che
egli se ne accorgesse. Non si poteva dar pace, poveretto, della
crudelt burocratica che a sessantaquattr'anni lo aveva diviso,
cos di colpo, senza ragione, dalla moglie, distruggendogli casa,
famiglia, costringendolo a dormir solo, in una camera d'affitto,
e a mangiare a pensione l, da Carolinona, che egli solo chiama-
va signora Carolina.
  Alle pi grosse panzane, alle sballonate pi strepitose de' suoi
commensali scappavano al signor Martinelli certi oh! che pare-
va lo agganciassero in aria per quel gran naso, o restava intonti-
to l, come un ceppo d'incudine.
  Re degli sballoni era Momo Cariolin, nanerottolo e bottac-
ciolo, quasi fatto e messo in piedi per ischerzo. A guardarlo, pa-
reva impossibile che in un corpicciuolo cos minuscolo capissero
bugie cos colossali, che egli diceva imperterrito, con una cert'a-
ria diplomatica.
  --Ma di' un po',--gli domandava, serio, Biagio Speranza,
--ti sei mai guardato a uno specchio?
  Perch Momo Cariolin vantava con particolare impegno il fa-
vore ch'egli godeva delle donne. E fossero state almeno donne
del suo ceto o signore della nobilt: eran di sangue reale o impe-
riale (arciduchesse d'Austria, segnatamente) le vittime di Cario-
lin. E tali avventure gli eran capitate tutte durante i varii con-
gressi degli orientalisti nelle capitali d'Europa. Perch Cariolin
si diceva anche profondo conoscitore, sebbene dilettante, di lin-
gue orientali. Il segretario di tutti que' congressi era stato sem-
pre lui, tirato proprio pei capelli, sebbene quasi calvo. I con-
gressisti, naturalmente, erano stati ricevuti a Corte: a Berlino, a
Vienna, a Cristiania, a Bruxelles, a Copenaghen ecc., qualcuna
di queste Corti, naturalmente, aveva dato sontuose feste in loro
onore, donde--naturalmente--la cordialissima amicizia di
Cariolin coi sovrani d'Europa, l'amicizia quasi fraterna con
quel dotto e simpaticone re Oscar di Svezia e Norvegia, il quale,
un giorno...
  --Ma guardatemi, per carit, il naso di Martino!--esclama-
va a un tratto Biagio Speranza, interrompendo le meravigliose
narrazioni di Cariolin.
  E il buon Martinelli si scoteva di soprassalto dal suo sbalordi-
mento ammirativo, tra le risate di tutti, e si metteva a sorridere
anche lui.
  Degli scherzi di Biagio Speranza, delle punzecchiature di Da-
rio Scossi, degli scatti e degli schizzi di Trunfo, Martino Marti-
nelli non s'inquietava. D'un altro commensale, invece, egli ave-
va paura, cio del poeta Giannantonio Cocco Bertolli, il quale,
senza dubbio, era il tipo pi buffo della pensione.
  Costui per era assente da circa un mese, per una grave di-
sgrazia che gli era occorsa.
  Una sola? Ma tutte le disgrazie del mondo erano occorse al
povero poeta Cocco Bertolli, il quale a ragione, per ci, chia-
mava Domineddio quel Vecchio Ribaldo!.
  A furia di urlare contro le ingiustizie divine e umane, si era
sbonzolato. Quale sciagura poteva toccargli, peggiore di que-
sta? A difesa delle perfidie celesti e terrene egli non era armato
che della sua voce possente, della sua lingua di fuoco, e ora...
ora non poteva pi nemmeno fiatare! Il Ribaldo di lass, i ri-
baldi di quaggi lo sapevano; quelli stessi che gli si dichiaravano
amici glielo facevano apposta: lo stuzzicavano, lo punzecchia-
vano per rovinarlo del tutto, per farlo crepare addirittura; mug-
giva egli, muggiva per contenersi, e pareva che gli occhi enormi,
bovini, gli volessero schizzare dal faccione congestionato. Ac-
cumulava bile:
  --La mia musa  la bile! Anche Shakespeare con la bile cre
Otello, cre Re Lear!
  Ed egli preparava un poema, I'Erostrato: tremendo. Ah, il
magnifico tempio dell'Impostura, il tempio della cos detta Ci-
vilt, dove l'infame Ipocrisia troneggiava adorata, egli lo avreb-
be incendiato coi suoi versi. Ma, dacch la gente sapeva che egli
attendeva a questo suo poema:--Za! za! za!--pugnalate da
tutte le parti.
  Destituito da professore di ginnasio per queste sue tragiche
bestialit, buttato sul lastrico, Giannantonio Cocco Bertolli fi-
no a poco tempo fa non si era awilito. Dormire, dormiva per
due soldi in un ricovero di mendicit:
      tra i sublimi straccioni impidocchiati

mangiare... quella buona Carolinona gli faceva credito da pi
d'un anno.
  --E io, Carolina, la immortaler!--le ripeteva egli.--Lei
sola mi ama, lei che sotto spoglie grossolane alberga un cuor
d'oro, un'anima nobilissima, Carolina!
  --Sissignore, non s'inquieti,--s'affrettava a rispondergli
Carolinona, che aveva, come il buon Martinelli, paura di quegli
occhiacci che si spalancavano lucidissimi ogni qual volta egli si
metteva a parlare, atteggiando la bocca a un ghigno di compia-
cimento per la sua loquela, cosicch non si sapeva mai se, anche
quando faceva un complimento, sbottoneggiasse a suo modo.
  Temeva anche la Pentoni che gli altri awentori--quelli che
pagavano--non se lo recassero a dispetto, non avessero fasti-
dio o nausea della presenza di lui, l a tavola; e perci sia per
buon cuore, sia per paura, non sapendo metterlo alla porta, gli
consigliava amorevolmente calma, prudenza, cercava con tutto
il garbo d'ammansarlo, e si prendeva cura di lui, di quegli abiti
che gli cascavano addosso; e glieli rammendava, glieli spazzola-
va: era finanche arrivata a rimediargli qualche cravatta dai na-
stri di certi suoi cappelli smessi.
  Non intendendo perch tutte quelle cure gli fossero usate,
Giannantonio Cocco Bertolli, alla fine--(e come no?)--s'era
innamorato della Pentoni.

      Vedo la tua bell'anima
      Che di fattezze angeliche ti veste
      E osconde a me la ruvida
      Spoglia mortal, tue mansion modeste...

  S'era messo a comporre cos odi, sonetti, canzoncine ana-
creontiche, e a leggerglieli mentr'ella gli attaccava alla giacca o
al panciotto qualche bottone olo spazzolava.
  Non comprendeva Carolinona che fossero rivolti a lei que'
versi, e perch glieli leggesse; ma, poich lo teneva in conto di
pazzo, non gliene domandava neppur la ragione, e lo lasciava
leggere.
  Giannantonio Cocco Bertolli, violento e bestiale in tutto, era
timidissimo nell'amore. Non sapendo confessare direttamente
alla Pentoni l'affetto che gli era nato per lei, si sfogava in poe-
sia, sperando di arrivarci pe' viali mostruosamente fioriti delle
sue bolse metafore. Ma, vedendo poi Carolinona restare impas-
sibile, dava in ismanie, in escandescenze.
  --E che le avviene adesso?--gli domandava, stordita, la po-
vera donna.
  --Che?--fremeva il Cocco Bertolli, spiegazzando la carta
su cui aveva raspato la poesia, spalancando al solito gli occhiac-
ci, pestando i piedi.--Me lo domanda? Nulla! Ma se lo so!
Questa dev'essere la mia sorte! Cos ha statuito quel Vecchio
Ribaldo! Non debbo esser compreso da nessuno! Neppure da
lei!
  --Io? Perch?
  --Non mi dice nemmeno che gliene sembra.
  --Di che? della poesia? Ma, santo Dio!, se io non ci capisco
niente: lei lo sa. Sia buono, via! Perch fa cos?
  --Perch... perch...
  Inutile! La dichiarazione non gli poteva rompere dal cuore.
  Ci voleva la spinta d'un sospetto odioso, balenatogli a un
tratto, durante una di queste scene, mentre la Pentoni gli racco-

mandava di star zitto, o di parlar basso almeno, poich di l c'e-
ra il maestro che correggeva la sua musica.
  --Ah, dunque per lui?--aveva allora inveito il Cocco Ber-
tolli.--Tu l'ami? E il tuo amante? Confessalo! Vipera, vipera,
vipera... E perch mi hai dunque lusingato finora?
  --Io? Mi lasci!--gli aveva risposto la Pentoni tremante di
paura.--Lei  pazzo!
  Ma il Cocco Bertolli, senza lasciarla, schiumante d'odio e di
bile:
  --Grida, s, grida, perch'egli accorra! Voglio vederlo il tuo
paladino, viperello anche lui!
  --Ma si stia quieto! si stia zitto!--aveva scongiurato Caroli-
nona.--Dice sul serio, signor Bertolli? Che vuole da me? Mi
lasci stare.
  --Non posso! Io ti amo. Tu ami un altro? Ce la vedremo.
  --Ma io non amo nessuno. Vuol farmi ridere? All'et mia?
Non ci mancherebbe altro! Chi vuole che s'innamori di me, si-
gnor Bertolli?
  --Io! E gliel'ho detto!
  --Pazzia, scusi. Neanche per ridere! Mi lasci stare... Io sono
una povera donna.
  Conosceva purtroppo la Pentoni le vili calunnie che correva-
no sul suo conto, ma non s'era mai neppur curata di smasche-
rarle. Che gliene importava? Resa da un pezzo a discrezione
della sua trista sorte, aveva coscienza della sua onest, e le ba-
stava. In che potevano ormai danneggiarla quelle calunnie? Si
sapeva brutta: aveva gi trentacinque anni (e per lei, come se ne
avesse cinquanta), non si era mai lusingata che un uomo si po-
tesse innamorar di lei, non aveva avuto mai neanche il tempo di
pensare che la sorte avrebbe potuto forse concederle altra esi-
stenza, il compenso di un qualche affetto alla nera miseria, che
la aveva sempre schiacciata, oppressa, e da cui lei, con ogni
mezzo, coraggiosamente, aveva cercato di difendersi. Credeva-
no dawero che nella sua vita ci fosse qualche trascorso, anzi pi
d'uno? Ebbene, lo credessero! In fondo in fondo, questo, non
solo non la offendeva pi, ma quasi le solleticava l'amor pro-
prio, I'awizzito istinto feminile. Socchiudeva gli occhi. Non era
vero, purtroppo! Nessuno mai s'era curato di lei, tranne questo
pazzo del Cocco Bertolli, ora. Sarebbe stata da ridere, se non
avesse avuto l'umor tragico, quell'infelice.
  --Me ne debbo dunque andare?--le aveva egli domandato.
  --Ma no, stia!--s'era ella affrettata a rispondergli.--Pur-
ch non pensi pi a codesta pazzia!
  --Non posso! Quando un'idea mi s' confitta qui, neanche
se mi spaccano la testa col martello di Vulcano ne esce, lo sap-
pia! E sappia che i miei propositi erano onesti, e tali sono tutto-
ra! Carolinavuol diventare mia moglie?
  S~era messa a ridere, a siffatta proposta a bruciapelo, la Pen-
toni; ma il Cocco Bertolli, furibondo, le aveva troncato la risata
su le labbra:
  --Non ridere, non ridere, perdio! Credimi almeno, tu, che
sei una donna di cuore! Salvami! Io ho bisogno che qualcuno
mi ami e mi plachi. Riprenderb il mio posto nell'insegnamento
sarai la moglie di un grande poeta, che ora sciupa cos, misera-
mente, il suo ingegno! E se non comprendi il poeta, poco im-
porta sarai la moglie di un professore; ti basta?, e ti libererai di
tutti questi farabutti, che vengono a fare i buffoni alla tua men-
sa! Senti: io ti do la prova maggiore dell'amor mio, della seriet
dei miei propositi! Uscendo di qua, io vado all'ospedale, ad as-
SOggettarnu a una terribile operazione. I medici mi hanno detto
che possO restarci. E sia! Ma se mi salvo, sar tuo, Carolina
Lasciami questa speranza. Addio!
  E se n'era scappato a precipizio, senza dar tempo alla povera
donna di trattenerlo, di sconsigliarlo.
  All~ospedale, aveva costretto i medici ad arrischiare la tre-
menda Operazione, dichiarando
  --COs non posso n voglio pi vivere. Mi ucciderei. Dun-
que, senza paura, senza rimorso, operatemi! Alla peggio, mi
anticipereste di qualche giorno la morte.
  Il buon Martinelli, a cui la Pentoni aveva confidato, piangen-
do, quel nuovo scoppio di pazzia del Bertolli, fu spedito, due
giorni doP I'operazione, a domandar notizie all'ospedale Ne
ritorn il povero signor Martino col gracile nasone pallidissimo
dallo sgomentocoi tondi occhietti, invetrati.
  Il Cocc Bertolli era moribondo, e gli aveva chiesto in grazia
di persuadere la sua Carolina a recarsi a vederlo per l'ultima
volta. Il medico aveva assicurato al Martinelli che il moribondo
non avrebbe superato la notte.
  La Pentoniimpietosita, si era allora recata all'ospedale, e l
aveva dovutO promettere, giurare solennemente al moribondo
che, se egli fosse scampato dalla morte, sarebbe stata sua mo-
glie.
  --Ma non ci sar pericolo, vedr! non ci sar pericolo!--le
aveva dett. per rassicurarla, il buon Martinelli, tornando da
quella visita---Perch... s, dico...
  E aveva alzato una mano, come per benedire il moribondo.


II.

  Tutti i commensali erano a tavola, quando Biagio Speranza
entr nel salotto da pranzo, annunziando allegramente:

391

  --Salvo! Salvo! Vengo dall'ospedale. Fra una ventina di
giorni riavremo alla nostra tavola il grandissimo poeta. Signori,
vi invito a gridare: Viva Giannantonio Cocco Bertolli!
  Nessuno fece eco a quel grido. Il signor Martinelli chin ver-
so il piatto il naso sperticato. Trunfo lanci un'occhiataccia
obliqua, e si rimise a mangiare.
  La Pentoni piangeva.
  Solo Cedobonis si rallegr alla vista di Biagio Speranza, che
lo faceva ridere tanto, a tavola, come l'igiene voleva; ed escla-
m:
  --Oh bravo! adesso ci racconti!
  Ma Biagio Speranza non gli diede retta. Guard la padrona
di casa; poi domand:
  --E perch?
  --Ma!--sospir Dario Scossi.--Ingratitudine!
  --per carit!--preg la Pentoni.--Questa sera mi lascino
stare.. .
  Biagio Speranza guard in giro gli amici e con un gesto do-
mand che cosa fosse accaduto.
  --Martinelli,--spieg Cariolin,-- stato prima di te a
prender notizie all'ospedale, e Carolinona ha saputo...
  --E se ne duole?--esclam Biagio Speranza, fingendo stu-
pore.--Ah, scusami, Carolinona: ingratitudine! ha ragione lo
Scossi. Io ho veduto il tuo poeta, e per miracolo mi son tenuto
dal baciarlo in fronte. Che eroe dell'amore! Non mi ha parlato
che di te... Mi ha domandato...
  La Pentoni si lev in piedi, convulsa; si rec il fazzoletto a gli
occhi; si prov a dire:--Mi permettano...--ma uno scoppio
di singhiozzi le tronc la voce in gola, ed ella corse verso l'uscio
della sua camera.
  Cariolin, lo Scossi le si precipitarono dietro per trattenerla;
tutti, tranne Cedobonis e Trunfo, si levarono in piedi e attor-
niarono la Pentoni che piangeva.
  --Scemenze! Burattinate!--schizzava Trunfo, dalla tavola.
  Gli altri intanto, tutti insieme, esortavano Carolina a far
buon animo:--Temeva sul serio che il Cocco Bertolli la co-
stringesse a sposare? Ma via! se lei non voleva! Che storie! Pau-
ra? di quel matto? Fracassi? Ma c'era la questura per tenerlo a
posto! La promessa in punto di morte? Che promessa! Eh via!
L'avrebbe capito, con le buone o con le cattive, che ella gli ave-
va detto una pietosa bugia... No? Come no?
  --Ebbene,--tagli corto Biagio Speranza, infervorandosi,
--sta' zitta, Carolinona: ti sposo io!
  Tutti scoppiarono a ridere.
  --Che c' da ridere?--grid, serio, Speranza.--Io dico sul
serio! Siamo o non siamo cavalieri? Un orco, signori, insidia
questa colomba: io la difender! La sposo io, vi dico. Chi vuole
scommettere?
--Io: mille lire!--propose subito Cariolin.
E Biagio Speranza, pronto:
--Fuori le mille lire!
  Cedobonis allora si alz anche lui dalla tavola, dandosi una
fregatina alle mani, gongolante:
  --Benissimo! Benissimo! Mi volete per depositario, signori?
  --Fuori le mille lire!--ripet con pi forza Biagio Speranza.
  --Non le ho con me,--disse Cariolin, tastandosi in petto
--Ma, in parola! Qua, la mano. Mille lire, e il pranzo di nozze
  --Le perderai!--raffibbi Speranza, stringendo la mano di
Cariolin.--Voi tutti, Signori, siate testimoni della scommessa:
Io sposer Carolinona. Su, su, zitta, sposina! Rasciuga le lagri-
me, sorridi... guardami! Non mi vuoi?
  Le tolse con affettuosa violenza le mani tozze, paffute, dal
volto. La Pentoni sorrise tra le lagrime. Scoppiarono applausi,
evviva. Biagio Speranza, infervorandosi vie pi, abbracci la
sposa, che si schermiva, ripetendo:
  --Per carit, mi lasci stare... mi lasci stare...
  --A tavola! a tavola!--gridarono alcuni.
  --Gli SpOSl, accanto!--proposero altri.--Qua, qua! A ca-
po di tavola!
  E Biagio Speranza e Carolinona furon portati in trionfo e
messi a sedere a fianco.
  Il buon Martinelli era trasecolato. Pareva che il naso gli cre-
scesse a vista d'occhio.
  --Burattinate! Burattinate!--seguitava a schizzare Trunfo.
  --Saresti forse geloso?--gli grid Biagio Speranza, levan-
dosi in piedi e dando un pugno su la tavola.--Mi farai il santis-
simo piacere di smetterla! Se voi, Signori. credete che in questo
momento io stia scherzando, v'ingannate! Se credete ch'io com-
me~ta una pazzia, sposando Carolinona, ho l'onore di dirvi che
pazzi siete voi! Io, che conosco la mia vil creta, ho coscienza
d'esser tanto savio in questo momento, quanto non sono mai
stato in vita mia! Sono un pover'uomo, signori, che per castigo
di Dio s'innamora come un asino d'ogni bella donna che vede!
Innamorato, divento subito capace delle pi madornali scioc-
chezze. Altro che le bugie di Cariolin! Due volte, signori, due
volte sono stato (mi vengono i brividi) in procinto di prender
moglie sul serio! Bisogna che mi sottragga al pi presto, a ogni
costo, a questa tremenda minaccia che mi sovrasta. Mi appro-
fitto di questo momento, in cui per fortuna non sono innamora-

393

to, e sposo dawero Carolinona! Lampo di genio, signori! Vera
ispirazione del cielo!
  Questa dichiarazione di Biagio Speranza fu accolta da una
tempesta d'applausi.
  --Ma dunque.. ma dunque... proprio sul serio:--domanda-
va, beato fra le risa, Cedobonis.
  --Si permette di dubitarne, lei?--ribatt Biagio Speranza.
--Cariolin! Dove sei? Io ho la tua parola, bada! Mille lire, e il
pranzo di nozze. Signori, lasciatemi fare; ci divertiremo!
  --Bisogna vedere,--obbiett lo Scossi,--se Carolinona ac-
consente.
  Biagio Speranza si volt verso la sposa:
  --Mi faresti questo torto? a un bel giovane par mio? No, no:
vedete? ride la mia sposa, e ride il mondo!... E concluso, signo-

  A questo punto Trunfo scatt in piedi, tirandosi rabbiosa-
mente il tovagliolo dal collo:
  --Finiamola una buona volta! Mi d ai nervi codesto insul-
so, stupido scherzo su una cosa... su una cosa che voi non sape-
te ci che voglia dire, perdio!
  Segu un momento d'imbarazzo, al ricordo della disgrazia
conjugale di Trunfo. Tutti i volti restarono sospesi nell'atteg-
giamento di ridere, le risa cessarono d'un subito.
  --Scusami,--disse pacatamente Biagio Speranza.--Perch
ti ostini a credere che sia uno scherzo questo mio? So meglio di
te quale enorme bestialit sia prender moglie, e ripeto che ap-
punto per guardarmi dal commetterla, sposo Carolinona.
  --Il ragionamento non potrebbe essere pi filato!--osserv
Dario Scossi, promovendo di nuovo l'ilarit di tutti.--E me
n'appello a Cedobonis, professore di logica.
  --Logicissimo! logicissimo!--conferm questi,--il signor
Speranza, infatti, sposa per non prender moglie.
  --Proprio cos! --ribatt Biagio Speranza. --E non si
scherza. Perch Carolinona ha paura sul serio del poeta Cocco
Bertolli, e io di perder sul serio, un giorno o l'altro, la mia liber-
t. Sposando, noi ci salviamo a vicenda: lei da quella razza di
marito, io da una temuta futura moglie sul serio. Sposati, lei
qua per conto suo; io a casa mia, per conto mio: liberissimi en-
trambi di fare quel che ci parr e piacer. In comune, davanti
alla legge, solo il nome, che non  neanche un nome proprio, vi
faccio notare, signori:--Speranza, nome comune. Non so che
farmene, e te lo cedo volentieri. Che ne dici, Carolinona?
  --Per me!--fece la Pentoni, sorridendo e stringendosi ne le
spalle.--Se non se ne pente...
  Nuovi applausi, nuovi evviva, tra alte risa, a Carolinona.
mente di quel matrimonio per ridere; si deliber di celebrarlo
per soltanto al Municipio, perch Dio, in chiesa, no, non si do-
veva offenderlo; si scelsero i testimonii: Cariolin, Martinelli,
per la sposa; Cedobonis, Scossi, per lo sposo. Il buon Martino
non voleva saperne: gli pareva... s, dico... di commettere un'ir-
riverenza verso la... s, dico... santit dell'istituzione.
  Ma, alla fine, dovette per forza chinar la testa, o meglio il na-
so.
  Il giorno appresso, tutta la citt era piena della notizia strabi-
liante.
  Biagio Speranza, stirandosi con la mano bianca e grassoccia il
bel barbone biondo rossastro, rideva negli occhi ceruli limpidis-
simi e, di tratto in tratto, dalla barba si passava la mano, celer-
mente, sotto il naso ardito all'ins, con una mossa che gli era
abituale.
  Era contentone di quella grossa pazzia, ch'egli stava per com-
mettere.
  Pazzia, a giudizio delle oche--intendiamoci! Lui aveva co-
scienza di far bene. Ci aveva ripensato tutta la notte, e s'era cre-
pato dalle risa.
  --Carolinona, mia moglie!
  Ah, le oche del paese come le avrebbe intontite per bene, que-
sta volta! E se le voleva godere! Peccato, che sarebbe stato per
poco: fra un mese doveva ripartire per Barcellona, e poi da Bar-
cellona per Lione e da Lione per Colonia... Vitaccia! Sempre di
qua e di l. Meno male che, per distrarsi--quando gli affari
per (questo s, prima di tutto!) erano ben sistemati e contentati
i direttori delle fabbriche di seta che lo mandavano in giro cos,
come l'Ebreo errante--trovava sempre modo di combinarne
qualcuna.
  Amici, conoscenti lo fermavano, intanto, per via:
  --Di' un po',  vero?
  --Verissimo. Che cosa?
  --Che sposi?
  --Ah, s, Carolinona. Ma non mi pare una cosa seria.
  --Per scherzo, dunque?
  --No: sposare, sposo davvero. Ma per precauzione, capisci?
per guardarmi cio dal prender moglie, ecco.
  --Come! E se sposi intanto?
  --Ma si! Dormire per a casa mia; stare, me ne star per
conto mio. Ci andr soltanto come ci vado adesso, per desina-
re. N dovr darle nulla, tranne, al solito, le rate della pensione.
Dunque?
  --E il nome?

  --Ma, se lei lo vuole, perch no? Non mi pare una cosa se-
ria...
  E li piantava l, allocchiti, in mezzo alla strada.
  S'era dato convegno con Dario Scossi alla Pensione per sbri-
gare insieme le carte di Carolinona e recarsi quindi al Municipio
per la denunzia.
  Alla Pensione, oltre lo Scossi, trov il timorato Martinelli,
che era venuto apposta, prima di tutti, per sconsigliare alla Pen-
toni di prestarsi a quello scandalo enorme.
  --Ma lei ci crede:--gli aveva risposto la Pentoni, con un
mesto sorriso.--Son giovanotti allegri; li lasci fare! Hanno
scherzato; a quest'ora non ci pensano pi. Io, invece, non ho
potuto chiuder occhio tutta stanotte, pensando a quell'altro li,
all'ospedale... Ah, che m'ha fatto fare, signor Martino, che
m'ha fatto fare... Non me ne posso dar pace.
  Al sopraggiungere dello Scossi, era rimasta interdetta:
  --Ma come! dawero? ancora?
  Biagio Speranza la trov ostinata nel rifiuto.
  --Oh, non facciamo storie!--le disse egli.--Vuoi farmi
perdere le mille lire della scommessa?
  --Ma che mille lire, via! La smetta, signor Biagio.
  --Come!--riprese questi.--Non eravamo rimasti d'accor-
do jersera? Te ne sei pentita? Non hai pi paura, dunque, del
Cocco Bertolli? Bada che quello vorr sposarti sul serio, poi!
  --E lei per ischerzo, ora?--domand la Pentoni sorriden-
do.
  --No. Io te l'ho detto il perch...
  E prese di nuovo a porre i patti e a rilevare i vantaggi recipro-
ci di quel loro matrimonio, serio e burlesco al tempo stesso.
  --Tranne che tu,--concluse,--non abbia ancora qualche
velleit, Carolinona!
  --Io?--fece questa, mettendosi a ridere di nuovo.
  --E dunque?--incalz Biagio.--Perch t'opponi?
  --Via, via!--esclam la Pentoni.--Dice sul serio, signor
Speranza? Le pare che sieno cose, codeste, da fare per ischerzo?
  --Cose serie,--riprese con forza Biagio,--per me nella vita
non ce ne sono: tranne quelle sole (che possono essere anche ri-
dicolissime), alle quali per tu dia importanza. Il naso di Marti-
no, per esempio. Cosa ridicolissima, quant'altra mai! Eppure,
per lui, infelicit seria. Perch? Perch lui gli d importanza.
  --Io?--esclam il Martinelli, coprendoselo con una mano.
--Ma nient'affatto!
  --E allora, scusi,--rimbecc Biagio,--perch  venuto a
cacciarlo in un affare che non le riguarda? Si faccia gli affari
suoi! Noi, Carolinona, a questo matrimonio non dobbiamo da-
re importanza,  vero? E dunque per noi non  una cosa seria.
  --Ora, s!--osserv la Pentoni.--Ma se poi lei se ne pen-
te?
  --Ma senza dubbio me ne pentir!--concesse Biagio.--
Giusto per quando mi awerr di pentirmene, ne risentir il
vantaggio. Capisci? Se lo faccio per questo!
  --E io ci andr di mezzo?
  --Tu, no! Perch? Me la piglierei con me, se mai! Che c'en-
tri tu, se non vuoi?
  --Lo capisce anche lei, dunque?--disse, per concludere, la
Pentoni.--Se mi oppongo, non  certo per me. Che vuole che
ci perda io? Ho tutto da guadagnare e nulla da perdere. Mentre
lei...
  --A me, non ci pensare!--tronc Biagio Speranza.--So
quello che faccio. Su, andiamo, Scossi: s' fatto tardi. Ma gi,
prima, rispondi, Carolinona:--Nomeo so!)--paternit--
anni--luogo di nascita--stato: se sei nubile o vedova o nien-
te: non c' bisogno che mi dica la verit, su questo punto. Ma
gli anni, s, precisi: mi raccomando.
  --Trentacinque,--rispose Carolinona.
  --Va' l!--esclam Biagio, scrollando le spalle.--Non co-
minciare!
  --Trentacinque, gliel'assicuro: son nata nel 1865 a Caserta.
  --Perbacco! Sei dunque tenera ancora? Oh cara! Non si di-
rebbe per. E... dunque, diciamo nubile?
  --Nubilissima! Sissignore.
  --Ti credo. Scriveremo allora a Caserta per l'atto di nascita.
Via, Scossi! Di corsa al Municipio, per la denunzia.




  Due ragioni affrettarono principalmente quelle nozze memo-
rabili: la prima, che Giannantonio Cocco Bertolli uscisse, guari-
to, dall'ospedale; la seconda, che Biagio Speranza s'innamoras-
se nel frattempo, secondo il solito suo, di qualche provocante
donnina. In quei giorni egli, per sfuggire ogni tentazione, cam-
minava per la via con gli occhi verso terra o col naso per aria.
  Ma la Pentoni avrebbe voluto almeno aver tempo d'allestirsi
un abito nuovo, per la cerimonia. Bianco?--No, che bianco!
--Modesto, per l'et sua... ma nuovo. Poteva andar cos al
Municipio?
  --E che te ne importa?--le aveva domandato Biagio.

  --Nulla a me, capir. Ma per lei, signor Speranza. Che di-
ranno?
  --Lascia cantare! Che vuoi che me ne importi? Vestiti come
ti pare. Non vorrei che tu buttassi via quattrini inutilmente.
  No: Carolinona si volle far l'abito nuovo, massime quando
seppe che Cariolin, lo Scossi e Cedobonis avrebbero indossato
solennemente la marsina.
  Che pena, intanto, le cost la scelta di quell'abito! Quantun-
que, s, da tanto tempo rimessa e rassegnata alla sua sorte, si
sentiva quel giorno il cuore stretto da un'angoscia strana, che le
suscitava, alle labbra, quasi un prurito di riso e, agli occhi, un
prurito di pianto.
  Pur senza voler dar peso a quella buffonata, l'idea soltanto,
anzi la parola matrimonio le risvegliava istintivamente, nel
corpo rilassato, un certo sentimento della propria feminilit;
non per con tanto vigore che l'amor proprio si ribellasse a
quella parte che le si voleva far rappresentare: ma tanto tuttavia
da fargliene sentir l'amarezza, quasi di scherno. Cos, infatti,
cos per ridere, le toccava di sposare! E lei ne rideva con gli altri
e pi degli altri. Bah!
  Se avesse potuto indovinare il gusto di lui, per il colore della
stoffa! Voleva un colore modesto, che non dsse tanto all'oc-
chio:--Cenere? Avana?--. Alla fine, dopo lunga indecisione,
per non stancare troppo il mercante che gi le domandava per
che cosa quell'abito le dovesse servire, prese nell'imbarazzo una
stoffa color petto di tortora. Se ne pent, appena uscita dalla
bottega.
  --Mi star male! proprio male!
  Poco dopo, alz una spalla, chiudendo gli occhi amaramente:
--Non la avrebbe neanche guardata, lui!
  Venuto il giorno delle nozze, prima che il corteo si avviasse al
Municipio, Biagio Speranza dichiar che non voleva prendersi
le mille lire della scommessa: non voleva che si dicesse che da
quel matrimonio gli era venuto denaro in tasca. Cariolin, dun-
que, ne facesse un regalo di suo gusto alla sposa.
  La Pentoni si oppose. Non voleva nulla, neanco lei. Ma tutti
protestarono, e Cariolin, per cui le mille lire erano perdute e
che, trovandosi in ballo, voleva ballare, protest pi forte degli
altri:
  --No no! Ci penso io! Ho gi trovato; vedrai, signora Spe-
ranza: un regalo coi fiocchi, e utilissimo! Lasciatemi fare!
  Era, come aveva promesso, in marsina, il minuscolo Cario-
lin, e con un elegantissimo panciotto di velluto nero. In marsina
era anche lo Scossi. Cedobonis, all'ultima ora, si era per ricor-
dato d'esser professore di filosofia e di pedagogia, ed era venu-
to in abito lungo. Il pi misero di tutti era il buon Martinelli con
quel farsetto lustro, i calzoni chiari e la cravattina bianca ingial-
lita.. Il solo Trunfo mancava alla festa.
  Ma per quanto il salotto da pranzo fosse tutto parato dei fiori
mandati in dono dai commensali della Pensione, e la lunga ta-
vola, in mezzo, splendidamente apparecchiata da due camerieri
d'albergo, assoldati per l'awenimento da Cariolin, a cui spetta-
va anche di pagare il pranzo di nozze, l'allegria che ciascuno si
era ripromessa per quel gran giorno non riusciva ad awivarsi.
Le risa erano sforzate: si rideva perch ciascuno aveva pensato
di dover tallto ridere in quella giornata, ma non se ne vedeva
pi, veramente la ragione. Quella Carolinona--possibile?--
era andata a scegliersi una stoffa d'un colore inverosimile, per
l'abito di nozze! E perch poi Biagio Speranza non aveva indos-
sato anche lui la marsina? Perbacco! Le cose si fanno o non si
fanno.
  Biagio Speranza si sentiva come una vellicazione irritante al
ventre, udendo specialmente le scempiaggini di Cariolin che vo-
leva vendicarsi cos--pensava lui--di quei pochi quattrinucci
perduti, chiamando gi Signora Speranza Carolinona. Per non
dargliela vinta, si sforzava di mostrarsi allegro anche lui; ma
doveva internamente confessare a se stesso d'essersi divertito
molto di pi nei preparativi di quel matrimonio. Cercava ora di
uscirne al pi presto possibile, per non pensarci pi, per pensare
ad altro, oramai.
  --Su, su via! Sbrighiamoci!
  --Aspettino un momento!--disse Carolinona, gi col cap-
pellino in capo.--Vorrei prima dare un'occhiata in cucina...
  Si lev un urlo d'orrore, a questo pensiero da saggia massaja,
espresso ingenuamente, giusto in quel momento. Cariolin si
precipit innanzi a tutti e, con un grazioso inchino da conqui-
statore d'arciduchesse d'Austria, offri il braccio alla sposa.
  Gran folla di curiosi era al Municipio, per assistere a quel ma-
trimonio ormai famoso. Lo stesso ufficiale dello Stato Civile
frenava a stento le risa. Ma pi che lo sposo e la sposa, attirava
gli sguardi della gente uno dei testimonii, o meglio, il naso di
lui. Come cascato dalle nuvole, il buon Martinelli! E nessuno
riusciva ad intendere come, perch si trovasse l, fra tutti que'
matti, un pover'uomo di quella fatta, cos intontito, con gli oc-
chi lappoleggianti e la bocca aperta.
  Terminata la cerimonia, Cariolin scapp via per il dono, pre-
gando che lo si aspettasse un tantino prima di portare in tavola.
Volle assolutamente serbare il segreto.
  A tavola l'allegria si dest. Biagio Speranza, che vedeva or-
mai la fine di quel carnevale, si mostr galante con la sposa. Il
pranzo era prelibato, finissimo, abbondante. Allo sciampagna,
cominciarono i brindisi. Ce ne furono per tutti e d'ogni colore.
Uno fra gli altri, di Dario Scossi alla moglie lontana del Marti-
nelli, riusc proprio maluccio: fece piangerertino, che aveva
insolitamente cacciato un po' troppo il nasone entro il bicchie-
re. Ma subito Cariolin tolse a pretesto quelle onestissime lagri-
me per presentare come insigne esempio e specchio di fedelt
conjugale la coppia Martinelli ai nuovi sposi.
  Erano ancora a tavola, quando arriv il tanto atteso dono di
Cariolin.
  --Ci sono di l alcuni facchini,--venne ad annunziare uno
dei camerieri.
  Spiritarono tutti.
  --I facchini:--Dunque il regalo era venuto col carro?
  --E che regalo era dunque?
  Si levarono e accorsero a tempesta nella saletta d'ingresso.
  Un magnifico letto matrimoniale, di legno intarsiato, fornito
di tutto punto.
  Biagio Speranza rest male.
  --Peccato!--esclam Carolinona, battendo le mani, dolen-
te per quelle mille lire sprecate cos.
  Ma gli altri intanto applaudivano alla splendida idea di Ca-
riolin, il quale gridava raggiante in mezzo a tutti.
  --Perch, o signori, il matrimonio si deve consumare! si de-
ve consumare!
  --Oh basta cos!--esclam Biagio Speranza, seccato, facen-
dosi avanti.--Senza tanti scherzi! Ci siamo fin qui divertiti, e
io sono stato con voi. Non caschiamo nel tragico, adesso, amici
miei! Finiamola. Mi fate accapponar la pelle! Pensiamo ad al-
tro, e non se ne parli pi.
  --Ma niente affatto!--incalz Cariolin.--Il meglio viene
adesso, caro mio. Ah, tu credevi di cavartela cos? Signori, aju-
tatemi a mettere a posto questo letto!
  Carolinona s'interpose, dolente, mortificata:
  --Dove vuol metterlo, signor Cariolin?
  --Come! Nella tua camera da letto.
  --Ma non c'entra, scusi! E poi che vuole che me ne faccia?
  --Lo domandate a me:--grid Momo Cariolin, promoven-
do un nuovo scoppio di risa.
  --Ma si stia quieto!--rispose Carolinona.--Mi dispiace
dawero che lei abbia speso, senza ragione, tanto denaro. Provi,
tenti subito, se il negoziante se lo riprende. E un vero peccato!
O provi a rivenderlo.
  --Ma nient'affatto!--ripet con pi forza Cariolin, testar-
do, fanatico della sua trovata.--Vedrai, se ti servir! Perch,
tanto, egli  tuo marito, e c' poco da dire; tu sei sua moglie: co-
me vuoi che resista ai vezzi tuoi?
  Queste ultime parole suscitarono un'altra salva d'applausi,
tra grida scomposte. I pezzi del letto furon presi d'assalto e por-
tati nella camera di Carolinona. Fu d'un subito disfatto il letti-
no, dov'ella dormiva, e messo su a quel posto il nuovo letto: il
talamo.
  Rideva ella, poverina, nel vedere quegli uomini inesperti affa-
ticarsi in tanti a buttar prima le materasse sul saccone metallico
e poi a sprimacciarle, e a distendervi il primo lenzuolo e poi il
secondo ricamato, e poi a cacciare i guanciali entro le federette
e a coprire infine il letto con la splendida coltre di seta.
  --Ecco fatto! Ecco fatto!
  Tutti sudati.
  Ma dov'era Biagio Speranza? Ah, birbone! Se l'era svignata,
zitto zitto.
  --Vedono?--disse, afflitta, Carolinona.--Se seguitano a
far cos, non lo faranno pi venire.
  Quelli allora la confortarono, la consolarono a coro; e invano
ella protestava che le premeva soltanto di non perdere il cliente.
Ma che! il cliente soltanto?
  --Sta' pur sicura!--concluse Cariolin.--Aspettalo! Te lo
vedrai apparire pi tardi, a notte avanzata.
  --Buona notte, sposina! Buona notte!
  E, cos ossequiata e complimentata la sposa, andarono via ru-
morosamente.
  Era gi sera chiusa. Carolinona, per quanto stanca di quella
giornata tumultuosa, dovette tuttavia attendere parecchie ore a
rimettere in ordine la casa. Finalmente, licenziati i camerieri e il
cuoco, mandata a letto la serva, si ritir in camera.--E il letto?
--Oh guarda! Si era dimenticata di far rimettere su il suo letti-
no.
  --Che matti! che matti!
  L, certo, su quel letto matrimoniale, ella non si sarebbe mes-
sa a dormire. Si accost per contemplarlo da vicino, e pass pri-
ma, lievemente, una mano su la coperta rosea, di seta: ma su
quel rosa tenero, morbidissimo, not a un tratto il nero della
sua mano tozza, sconciata dai ruvidi lavori, con le unghie piat-
te, corte, e istintivamente la ritrasse, mormorando di nuovo:
  --Peccato!
  Si protese un po' a guardare il ricamo del lenzuolo, ma gi
non notava pi la bellezza del letto, pensava a s, pensava che,
se lei fosse stata bella, quel matrimonio cos per ridere non sa-
rebbe avvenuto. Anche perch, se bella, chi sa da quanto tempo
avrebbe avuto marito... Eppure, a volerla dire, quante sue ami-
che d'altri anni, certo non pi belle di lei, avevano sposato, ave-
vano una casa ora, uno stato; mentre lei... cos per ridere! spo-
sata, per non esser moglie...
--Sorte!
  E, per giunta, lo scherno di quel letto l, cos bello, che aveva
suscitato un cos vivo ribrezzo, anzi orrore, orrore in lui:--Mi
fate accapponar la pelle! -. Eh via... bella, no: lo capiva da s; e
poi, rifinita, debellata dalla vitaccia crudele; matrimonio fatto
per scherzo, d'accordo, s... ma era poi, veramente, tanto tanto
tanto brutta lei, da suscitare tutto quel ribrezzo, tutto quell'or-
rore? Eh via! non era neanche vecchia, in fin de' conti!--Non
per lusingarsi (non ci pensava nemmeno!); ma troppo, ecco,
troppo... E, alla fin fine, era una donna onesta, lei, illibata,
non ostante tutte le calunnie. Questo, intanto, sarebbe stato be-
ne metterlo in chiaro. Non per nulla, ma perch egli almeno non
credesse d'aver buttato il suo nome nel fango. Si regolasse poi
come credeva: a lei non importava affatto di tutto il resto: le
premeva soltanto che la sapesse pura, pura come quando era
uscita dal grembo di sua madre, ecco. E basta.
  Si scosse; si guard attorno: vide in un angolo, arrotolate, le
materasse del suo lettino; la lettiera di ferro, accostata al muro.
Rest un pezzo perplessa se chiamare o no la serva per farsi aju-
tare; ebbe compassione di quella poveretta che, a quell'ora, for-
se dormiva, stanca della fatica straordinaria della giornata. Che
fare? Si mosse verso l'angolo ove stavano le materasse; ma,
passando innanzi allo specchio dell'armadio, intravide la pro-
pria immagine, e si ferm. Dall'attento esame di se stessa nello
specchio (quantunque ella, mentendo di fronte alla propria co-
scienza, credesse di contemplar soltanto l'abito nuovo, che, al-
lestito in fretta, le stava tanto male), le nacque una vivissima
stizza per l'impiccio del lettino da rifare.--No, niente! Avreb-
be dormito l, su la poltrona. Tanto peggio per lei che, all'et
sua, per far divertire gli altri, s'era prestata a commettere una
tale pazzia, esponendosi cos al ridicolo, al dileggio.
  Subito dopo, per, il bisogno istintivo di scusarsi innanzi a se
stessa, le pose avanti la ragione per cui vi si era lasciata indurre:
la paura cio di quell'altro matto da catena, che voleva diventa-'
re per forza suo marito; la promessa pietosa ch'ella s'era lascia-
ta sfuggire l, all'ospedale, quel giorno, per aver dato ascolto a
quell'imbecille di Martinelli.
  Bah!, pens. Mi servir almeno per questo. E quando
quel matto furioso uscir dall'ospedale, egli (mio marito!) mi
difender, riconoscendo la ragione per cui mi son prestata a far
la buffona. Dovr pur venire e dovr pur dirglielo che io sono,
almeno per finta, la sua legittima moglie.
  Prese a sbottonarsi il busto. A un tratto s'arrest, dicendo a
se stessa che era inutile, se doveva dormir seduta sulla poltrona.
Altra bugia, questa, messa avanti per impedirsi di assumer co-
scienza di una speranza sciocca, cui sapeva di non potere nean-
che per sogno accogliere. E tuttavia, spento il lume, seduta or-
mai su la poltrona, ella intendeva l'orecchio--senza saperlo,
senza volerlo--nel silenzio della strada sottostante.
  Dov'era egli a quell'ora? Forse in qualche Caff, con gli ami-
ci. E immagin la sala d'un Caff, illuminata, e li vide tutti--
quelli della sua Pensione--l, intorno ai tavolini, e vide lui che
rideva, rideva e teneva testa ai motteggi. Certo il suo nome era
su la bocca di tutti, deriso... Che gliene importava? Ella aspet-
tava che quella riunione chiassosa finisse, per veder lui solo.
  Dove sarebbe andato? A casa? o forse... Forse sarebbe anda-
to a trovare qualche altra donna...
  Rest, a questa supposizione, come innanzi a un vuoto inatte-
so, imprevisto. Ma si! ma s! Non era egli libero del tutto?
  E lei qua, intanto, su la poltrona, con lo splendido letto ac-
canto--oh pazza! oh sciocca!--E non riusciva a prender son-





  No: Biagio Speranza non era andato al Caff, come Caroli-
nona aveva fantasticato.
  Indispettito dall'insulsaggine degli amici, egli si era ritirato a
casa, col fermo proponimento di partire il giorno appresso per
Barcellona, e farla finita.
  S'era messo a preparare l'occorrente per il viaggio, quando
pens che gli mancava il denaro per quella partenza anticipata.
E allora, di fronte a questa difficolt materiale, convenne che,
in fine, non era degna di lui la fuga. La aveva fatta proprio
grossa; s'era lasciato spingere un po' troppo oltre dal suo spiri-
taccio bislacco e, abbagliato da quel lampo di pazzia o di genio
(tutt'uno!), non aveva pensato alle conseguenze, cio alla soma-
raggine degli amici. Ora, a questa somaraggine egli doveva pur
concedere un po' di sfogo, che diamine! e sopportare in pace,
con pazienza, i ragli per alcuni giorni. Si sarebbero stancati alla
fine, e l'avrebbero smessa. S, si; aveva fatto proprio male a in-
dispettirsi, ad andarsene cos di nascosto. E non doveva poi ab-
bandonare alle ire del Cocco Bertolli quella povera donna che
non c'entrava n punto n poco, che sarebbe stata ai patti con-
venuti e non lo avrebbe mai molestato n infastidito; ne era si-
curo!

       Povera Carolinona!, pens, sorridendo. Con che faccia
t    pronunzi quel s..Pareva che con gli occhi volesse soggiunge-
    re all'ufficiale dello Stato Civile: "Veda un po' Lei che valore
    pu avere... A me, in verit, non pare che ci si possa scherzare;
    ma questi giovanotti han creduto che non ci fosse nulla di male,
    ed eccomi qua, per contentarli. Che altro debbo fare? Scrivere,
    anche? Firmare?". Povera Carolinona! Guard la penna, come
    per dire: "Ma proprio proprio firmare?". Poi guard me, inde-
Ecisa. M' venuto di ridere e le ho indicato il posto dove doveva
   apporre la firma. Che raspatura di gallina, poveretta! E quella
   predica, poi, dell'assessore! E tutti quegli articoli del contratto
   matrimoniale... "La moglie deve seguire il marito...".--S, a
   Barcellona! A cavallo d'una scopa! Ma il fatto , intanto, che
   mentre io andr in giro per mezza Europa, lei rester qua mia
   moglie, sempre, fin che campa. Passer un anno, ne passeranno
   due, tre, diventer vecchia: sempre mia moglie. Questo  l'in-
   conveniente dello scherzo. Mah! Non ci penser pi, poverina,
   di qui a poco. Bisogner fare in modo che non ci pensino pi
   neanche gli altri. Se mi seccano troppo mi risolver di cambi&
t residenza; tanto, sono uccello senza nido, e buona notte, sona-
  tori.
Si mise a letto e non tard ad addormentarsi. Non avendo pe-
1r ajutato con un po' di moto la digestione del lauto pranzo,
   dorm male.
  Brutti sogni! Carolinona non voleva pi sentir ragione: era
moglie, s o no? e dunque voleva far valere tutti i suoi diritti,
pronta, prontissima a sottostare a tutti i doveri. Lo prendeva
per un braccio, non intendeva di lasciarlo pi. Ma come! e i pat-
ti? se era uno scherzo!--Scherzo?--Ella aveva firmato dawe-
ro. E perci l! egli doveva star l, con lei!--Infamia! tradi-
mento!--Tutte le porte chiuse?--Calci, spintoni, pugni a tut-
I te le porte. Invano! Ah, che dolore, che rabbia, che angoscia...
  Dietro quelle porte chiuse, asserragliate, ridevano gli amici, a
  crepapelle: Cariolin, lo Scossi, Cedobonis e finanche il Marti-
  nelli. Trunfo sghignava. Congiura infame! Lo volevano dunque
  morto? No, no, anche a costo di morire, no: egli non si sarebbe
  arreso a dormire su quel letto. Ah, lo prendevano di forza? ve
  lo legavano? Vigliacchi! in tanti contro uno! Piano, piano... L,
  alla gola, no... Ah, lo soffocavano...
Balz a sedere sul letto, col cuore che gli batteva in tumulto.
--Maledetti!... Che sogno! Via, via...
    Trasse un sospiro di sollievo e si ricompose a dormire, dall'al-
L tra parte.
    Poco dopo era a Barcellona, in sogno. Ma l'amica ch'egli an-
4W

dava ogni volta a trovare--che , che non --gli si cangiava
tra le braccia in Carolinona.
  Si alz tardi e di pessimo umore. Lavandosi e poi guardando-
si allo specchio la brutta cera, si mise a riflettere sui casi suoi.
Comprendeva che le sue stesse condizioni d'esistenza erano co-
me tante vele spiegate che portavano di qua e di l la barca della
sua vitaccia spersasenza concederle mai riposo in un porto si-
curo: la barca era ancora ben solida: ma certo non sarebbe pi
cos tra breve; era dunque necessario che almeno il suo spirito
bislacco non rappresentasse pi oltre il vento furioso che inve-
stiva quelle vele gi vagabonde per necessit.
  Fuori di metafora:--giudizio, Biagio!
  Sarebbe andato quel giorno alla Pensione e, col suo conte-
gno, avrebbe fatto capire a gli amici che era tempo di finirla.
  Prima di lui arrivarn alla Pensione, quella sera, tutti gli al-
tri commensali, compreso Trunfo
  --Ebbene?--domand, per prima cosa, Cariolin.--E tor-
nato? E venuto?
  --Ah giusto!--aggiunse Cedobonis.--Ci ragguagli, ci rag-
guagli...
  --E non vedete?--esclam lo Scossi, additando Carolino-
na:

      E languida la rosa
      Che il zeff i~o nottUrnO accarezzO. .

  --Zitti, via, zitti!--disse la Pentoni, scrollando le spalle.--
Mi hanno disfatto il lettino, e ho dovuto passar la notte su una
poltrona.. .
  --E non c~era il letto?--fece Cariolin.--Va' l, va' l! tu
vuoi darcela a bere, sposina, d'accordo con lui...
  Sopravvenne Biagi Speranza, e fu assalito di domande an-
che lui.
  --Ma certo! ma sl sa! ma come no!--cominci egli a ri-
spondere, con faccia tosta.--Hai avuto il coraggio di negare,
tu, Carolina?on le date retta, amici. Sposina fresca, si vergo-
gna. Quando son venuto? A mezzanotte in punto. L'ora delle
fantasime. Il portone era chiuso e lei, proprio lei che nega, mi
ha buttato la chiave dalla finestra- perch negarlo, moglie mia!
Dobbiamo dare questa soddisfazione a gli amici che s'interessa-
no tanto della nostra felicit conjugale. E questa sera mi vedrete
anzi rimanere qua, al mio posto, da padrone di casa; e spero che
baster e d~ora in poi mi lascerete godere in pace le gioje del ta-
lamo. Va bene cos?
  Prese posto accant a Carolinona; ostent, durante il pasto,
tra le risa generalitutte quelle premure, que' lezii da scimmiot-

to innamorato che uno sposino novello suol fare alla sposina; a
chi gli domand che nome avrebbero messo al primo figliuolo,
rispose che lo avrebbero chiamato Speranzino o Speranzina se
femmina; e cos via. Carolinona lasciava dire, lasciava fare e ri-
deva anche lei.
A un certo punto Trunfo, truce, domand a Biagio Speranza:
--Mi permette Lei di seguitare a rivedere qua le mie carte?
--Senti, senti!--esclam Cariolin.--Gli d~ del lei, adesso!
  --Ma certo,--approv lo Scossi.--Tu non capisci nulla!
Biagio  marito, ormai. E il maestro rispetta in lui l'autorit
maritale.
  --Io posso anche andarmene altrove,--soggiunse Trunfo.
--Questa sera stessa, anzi, raccoglier le mie carte...
  --Ma no!--s'affrett a rassicurarlo Biagio Speranza.--
Lei, caro maestro (se non debbo pi darle del tu), lei  padrone
di fare il comodo suo di giorno e di notte. Che c'entra! Questo 
matrimonio allegro. Lei vuol farne per forza una tragedia; ma
sappia che io non sono affatto geloso. Libero, libero, caro mae-
stro, di fare quello che le parr e piacer. Dico bene, Carolino-
na?
  --Il signor maestro,--disse questa, un po' mortificata,--
non mi ha recato mai alcun fastidio.
  --E allora, va bene,--concluse Trunfo, scattando in piedi.
  Fece un breve, rapido inchino, con le mani appoggiate alla
spalliera della sedia, e and via, intozzato dalla bile.
  --Amici miei,--ammon, poco dopo, Biagio Speranza,--
nell'interesse di mia moglie, vi consiglio di smettere se non vole-
te farle perdere un cliente. Lo scherzo  bello, ma non deve poi
nuocere alla tasca...
  --Oh, intanto tu, senza scherzo,--rafferm Cariolin, levan-
dosi di tavola insieme con gli altri,--mantieni la tua promessa
e non prendere questa scusa. Noi ce n'andiamo e vi auguriamo
felicissima notte.
  --Io--aggiunse lo Scossi,--rimarr con Cedobonis davan-
ti il portone a far la guardia: e puoi star sicuro che non ti fare-
mo scappare per tutta la notte.
  --State pur sicuri vojaltri che non scapper!--rispose Bia-
gio Speranza, accompagnando i commensali fino alla porta.
  Carolinona cominci a sentirsi su le spine, non comprenden-
do che cosa veramente volesse fare quel matto.
  --Che scimuniti, eh?--le disse Biagio, rientrando nel salot-
to da pranzo.--E son capaci di aspettare dawero su la strada,

  Carolinona si prov a sorridere e a guardarlo, ma abbass su-
bito gli occhi.
  --Sai che  buffa dawero la nostra situazione?--riprese
Biagio scoppiando in una sonora risata.--Ma bisogna far cos,
per aver pace. O non la smetteranno pi... Aspetter una mez-
z'oretta, abbi pazienza.
  --Per me, si figuri...--disse la Pentoni, senza levar gli oc-
chi, piano.
  Biagio Speranza la guard. Era tranquillissimo, lui, e credeva
che dovesse anche lei esser cos. Notando per l'imbarazzo di
Carolinona, scoppi di nuovo a ridere.
  Ferita da quella risata, ella alz gli occhi e, cercando di na-
scondere alla meglio la stizza amara sotto un sorriso, disse:
  --E stata una pazzia imperdonabile, creda pure... Lei stesso
se ne accorge, ora? Non avrei dovuto lasciargliela fare.
  --Ma no!--esclam Speranza.--Sta' tranquilla! Passer...
  --Intanto, lei dovrebbe intenderlo;--riprese ella,--mi sec-
ca... s, ecco... che in questo momento la gente supponga...
  --E che male c'?--domand ridendo Biagio.--Non sei
mia moglie? Io non posso comprometterti, mi pare. Mi com-
prometto io, scusami, se mai.
  --Lei  uomo e sanno tutti che fa per ridere,--disse seria la
Pentoni.--Quantunque, se debbo dirle la verit, io non riesco
pi a vedere che scherzo sia, arrivato a questo punto... Ridono
tutti di lei e di me...
  --E ridiamo anche noi!--concluse Biagio.--Perch no?
  --Perch io non posso,--rispose pronta Carolinona.--Ca-
pir bene, scusi, che non pu farmi piacere, che lei, per troncare
uno scherzo che comincia a seccarle, sia costretto a farmi rap-
presentare una parte che non mi va...
  --Come!--esclam Biagio.--La parte di moglie? Dovresti
ringraziarmi, perbacco.
  Carolinona s'infiamm:
  --Ringraziarla, scusi, anche delle parole che lei ha detto al
maestro Trunfo sul conto mio? Moglie per ridere, capisco: ma
poich lei ha commesso la bestialit di dar~ni dawero il suo no-
me davanti alla legge, mi pare, non so, che lei dovrebbe, almeno
almeno, mostrare di non credere a certe calunnie e non scher-
zarci su... Perch sono calunnie, sa! vilissime calunnie... Io mi
son fatta sempre gli affari miei. Povera, si, ma onesta, onesta!
E bene che lei lo sappia. E pu star tranquillo, su questo pun-
to. .
  --Ma tranquillissimo, figurati!--la rassicurb Biagio, sen-
z'alcuna convinzione.
  --Dice proprio sul serio?--ribatt la Pentoni, guardandolo
fermamente.

  Biagio la guard a sua volta; poi si lasci cader le braccia ed
esclam:
  --Mi spavento, Carolinona! Non ti credevo capace di dir la
verit con tanta asseveranza e tanto calore. Ti credo, ti credo...
ma lasciami vedere dalla finestra se sono andati via quei secca-
tori, e finiamola subito.
  Si rec alla finestra, guard gi nella via.
  --Nessuno,--disse, ritirandosi.--Mi dispiace che lo scher-
zo sia finito proprio male. Le cose lunghe, si sa, diventano ser-
pi. Basta: la sciocchezza  fatta, e non ci si pensi pi. Addio,
eh?
  Le porse la mano. La Pentoni, esitante, gli porse la sua, tozza
e nera, mormorando:
  --A rivederla.
  Appena sola, tutta vibrante dalla commozione, corse a chiu-
dersi in camera e scoppi in un pianto dirotto.
  Biagio Speranza, fatti pochi passi, spiando nell'ombra dlla
piazzetta innanzi al portone, invece dello Scossi e del CedoblQ-
nis, intravide il signor Martinelli che si stropicciava le mani, dal
freddo. Rest senza fiato il buon uomo nel sentirsi chiamare e
poi batter forte una mano su la spalla.
  --Che fa qui lei, bel tomo? Dica un po', stava forse ad aspet-
tare che io me ne andassi, per...?
  --Dio me ne guardi! Che dice mai, signor Speranza?--bal-
bett cosi tremante il Martinelli, che Biagio non pot tenersi dal
ridere.--Stavo... stavo per andarmene...
  --E intanto era qua!--rispose Biagio ricomponendosi e si-
mulando severit. Gli pass una mano sotto il braccio, e ag-
giunse, awiandosi:--Su, andiamo, e mi spieghi...
  --Ma sissignore...--s'affrett a rispondergli, impacciatissi-
mo, il Martinelli.--Le confesso... giacch lei ha potuto... si,
dico... sospettare (Dio me ne guardi!), le confesso che m'ero
trattenuto, non tanto per curiosit, quanto per... si, dico... con-
gratularmi meco stesso che lei finalmente riconoscesse la... la...
la santit del vincolo, perch...
  --E debbo proprio crederci?--lo interruppe, fermandosi,
Biagio.--Non sono proprio un marito ingannato? Lei se ne
stava li, all'ombra, come un vil seduttore, non pu negarlo.
  --Ma non lo dica neanche per ischerzo!--esclam con gli
occhi al cielo e forzandosi a sorridere, il signor Martino.--Al-
l'et mia, scusi? E poi quella l... un'onestissima donnaglielo
giuro! Ma gi lei non ha bisogno che glielo dica io... E stata
sempre tanto... tanto buona con me, mi ha sempre confidato...
si, dico.. tante cose, poverina... Ed io perci stavo li, creda, a
felicitarmi... che...
  --Con permesso, scusi! A rivederla!--lo interruppe di nuo-
vo Biagio Speranza, ritraendo in fretta il braccio e accorrendo
verso una donnina capricciosamente abbigliata, che usciva in
quel momento da un Caff.
  Martino Martinelli rimase li piantato in mezzo alla strada; si
port istintivamente una mano al cappello, poi segui un tratto
con gli occhi quella coppia che s'allontanava ridendo sonora-
mente, forse di lui, forse della Pentoni, e tentenn il capo, ad-
dolorato, ferito...




  N la sera appresso, n le altre seguenti Biagio Speranza ven-
ne alla Pensione.
  Momo Cariolin e Dario Scossi smisero, fin dalla prima sera,
di tormentare Carolinona, che parl, alla fine, un po' fuor de'
denti. Trunfo volle prendersi la rivincita, ricordando com'egli li
avesse bene ammoniti di non scherzare stupidamente su una co-
sa che non comportava scherzi. Cedobonis non si dava pace
pensando che con quel matrimonio si era celebrato il funerale
dell'allegria, e per parecchie sere ripet questa frase che gli pa-
reva molto bella. Egli solo, con la sua ostinazione da calabrese,
seguitava, nonostante le preghiere di Carolinona, a soffiare, a
soffiare perch il fuoco si rawivasse e scoppiettassero ancora i
bei frizzi salaci d'una volta, e diceva per esempio che non solo
Carolinona ma anche la tavola era vedova, senza Biagio Spe-
ranza. Nessuno per gli badava, ed egli si consolava in qualche
modo pensando che quello scherzo madornale non poteva finir
li, che una ripresa sarebbe stata inevitabile, comunque fosse,
per la prossima uscita del Cocco Bertolli dall'ospedale.
  Trunfo, intanto, che aveva ripreso le sue abitudini, tra urla
nota e l'altra della sua opera fischiata, istigava nascostamente
Carolinona a vendicarsi:
  --Lo punisca esemplarmente, quel buffone. Lo prenda nella
sua stessa ragna! Lei ha commesso l'insigne bestialit di prestar-
si a una siffatta buffonata e, creda, non avr pi pace. Bene:
non ne abbia pi nemmeno lui!
  A queste maligne esortazioni, la Pentoni sentiva riaccendersi
in cuore il dispetto. Vampava in lei il desiderio della vendetta;
ma, poco dopo, come se quella vampata diventasse a un tratto
fumo, fumo denso e lento, ella, soffocata, si nascondeva la fac-
cia con le mani, poi scoteva amaramente il capo.
  --Vendicarmi? Come?

  --Lo domanda a me?--le rispondeva Trunfo.--Faccia va-
lere i suoi diritti. A una donna non mancano i mezzi.
  Ma ella non sapeva veramente riconoscersi alcun diritto, n
vedeva alcun mezzo, per quanto si sforzasse d'escogitarne; e, al-
la fine, domandava a se stessa:
  Ma poi, vendicarmi di che?.
  I patti, egli, li aveva posti chiari, avanti. Erano si ingiuriosi,
anzi schernevoli per lei; ma non li aveva ella accettati? Dunque,
zitta. E se non poteva, perch improvvisamente e senz'alcun so-
spetto le era nato in cuore un sentimento non mai finora prova-
to e che el!a stessa non riusciva ancora a spiegarsi, ma da cui
pur Sl sentlva rosa e torturata senza requie,--che colpa ci ave-
va lui? Una sola offesa le aveva fatto: quella di non voler crede-
re (come tutti gli altri, del resto) alla sua onest. Qual vendetta
per una tale offesa? Una sola, forse, se ella se ne fosse sentita
capace: tradirlo, ingannarlo davvero... Ma che! no! Pendeva
piuttosto verso il Martinelli che le consigliava di prenderlo con
le buone, d'intenerirlo.
  --Voglia incomodarsi fino alla casa di lui, procuri di vederlo
e... si, dico... Io persuada almeno a tornare a desinare da lei...
Poi, con la frequenza, a poco a poco, si, dico... chi sa!
  Carolinona lo lasciava dire, fingendo di non prestargli ascol-
to, poich provava un gran conforto alle buone parole di lui, e
non voleva mostrarlo. In fine, come scotendosi da un sogno, gli
rispondeva:
  --Ma no, signor Martino! Crede proprio che mi convenga?
Prima di tutto, chi sa come mi accoglierebbe: ha tanta paura del
ridicolo... E poi, del resto, sarebbe inutile. La mia insistenza
potrebbe fargli sospettare in me... non so, un pensiero che non
c e. . .
  --Ebbene, gli scriva allora!--le consigli infine il Martinel-
li.--Gli dica che venga come prima, per fare almeno... si, dico,
I'obbligo suo, ora che quel... si, dico... pezzo d'ira di Dio sta
per lasciare l'ospedale.
  --Ne ha notizie lei?--gli domand Carolinona.
  Ne aveva, si, il signor Martino e gliele diede, compunto, an-
gustiato. Sarebbe stato libero, per disgrazia, fra due o tre gior-
ni, quel bestione! Gliel'aveva detto un infermiere, il quale lo
aveva pure informato che, gi quasi convalescente, avendo sa-
puto del matrimonio, il Cocco Bertolli aveva avuto una ricadu-
ta, per la violenza che gli si era dovuta usare, volendo egli a
ogni costo scappare dall'ospedale.
  --Pericoloso, pericoloso...--termin il signor Martino.--
Tanto che io, quasi quasi, vorrei consigliarla di awisarne, sen-
  altro, la questura.
410

La Pentoni stette un pezzo a pensare, poi sorrise:


  --Ma sa che  davvero buffona la sorte mia? Uno mi sposa
per ridere, l'altro mi vuole per forza... Ebbene signor Martino,
sa la nuova? io non faccio pi nulla: non voglio pi muovere
neanche un dito. Venga il Bertolli, e mi bastoni. O vorr forse
uccidermi? Sarebbe proprio da ridere. Lasciamo fare a Dio!
  Dio, va bene; Dio  grande, onnipotente, veglia su tutti, pro-
tegge i buoni e gli oppressi; ma il Martinelli stim pur conve-
niente informar lo Scossi e il Cariolin dei propositi violenti con
cui il Cocco Bertolli sarebbe uscito dall'ospedale.
  --Considerino che  un pazzo, signori miei, e che non ha nul-
la da perdere.
  Fu allora deciso, dopo lungo confabulare, di mandar lo Scos-
si in casa di Biagio Speranza, cui nessuno, da quel giorno, aveva
pi riveduto: se non si trovava in casa, lasciargli un biglietto,
per avvertirlo del pericolo della Pentoni; se era partito, saper
l'indirizzo per telegrafargli.
  N in casa, n partito. Dario Scossi dovette prendere a nolo
una vettura per recarsi a un poderetto della vecchia padrona di
casa dello Speranza, a tre chilometri circa fuor di porta. Biagio
si trovava col da quattro giorni e vi si sarebbe trattenuto fino
alla partenza per Barcellona: aveva raccomandato alla padrona
di casa di non far sapere a nessuno il suo rifugio, e la padrona
di casa, come si vede, aveva mantenuto la promessa. Ma si trat-
tava,  vero? d'un caso molto grave.
  --Gravissimo! Gravissimo!--la rassicur lo Scossi.
  Avendo forzata cosi la consegna, questi, via facendo, comin-
ci a sentire il bisogno di credere sul serio al pericolo che minac-
ciava Carolinona, alla terribilit del Cocco Bertolli, per avere il
coraggio di presentarsi a Biagio Speranza. Come doveva esser
lieto, quel birbaccione, in mezzo alla campagna che gi si rive-
stiva di tenero verde. L'aria era ancora frizzante, ma di che lie-
ve freschezza ristorava lo spirito e come riposavano gli occhi su
quelle prime ridenti verzure!
  Quando la carrozza, finalmente, si fermb dinanzi a un rustico
cancello a una sola banda, sorretto da due pilastri non meno ru-
stici, dietro ai quali sorgevano due alti cipressi, Dario Scossi era
com'ebro di primavera.
  Un erto vialetto saliva dal cancello, tra la vigna, su al pog-
giuolo, in vetta al quale stava tra gli alberi la casina. Che poe-
sia! che sogno! che quiete! Il fresco d'ombra di quella poggiata
a bacio era saturo di fragranze selvatiche: amare di prugnole,
dense e acute di mentastri e di salvie. Prima di sonar la campa-
na, lo Scossi guard un pezzo lass; udi a un tratto acutissimi

strilli di papere, poi la voce di Biagio Speranza, che chiamava
allegramente:
--Nannetta! Nannetta!
  Ah marrano! ah rinnegato! In pieno idillio? Si penti d'esser
venuto.
  --Debbo aspettare?--gli domand il vetturino.
  --Si, aspetta. Suono.
  Ma, prima di tirare la catena, guard la campanella che pen-
deva immobile, arrugginita, dalla parte interna del pilastro, in
alto.
  Ecco, pens, fra un minuto essa romper l'incanto, so-
nando. Tiro o non tiro?
  Tir pian piano: il battaglio, ecco, si accostava all'orlo, lo
toccava appena, senza dare alcun tintinno... Lasci d'un tratto
la catena, e la campana squill furiosamente.
  --Fatto! Crepa! Corno d'Ernani!
  Su, in cima al vialetto, si present poco dopo un vecchio con-
tadino, il quale, vedendo la vettura innanzi al cancello, s'affret-
t a discendere.
  --Lei signore, chi cercate?
  --Speranza.
  --Che vuol dire? Ah, sissignore: sarebbe quel giovinotto...
Sta qui.
  Apri il cancello e Dario Scossi entr. Giunsero di nuovo, dal-
l'alto, gli strilli delle papere, e il vecchio contadino si mise a ri-
dere, scotendo la testa:
  --Che matto! che matto!
  --Biagio? che fa?--domand lo Scossi.
  --Mah, una ne fa e cento ne pensa!--rispose il contadino.
--Venga a vedere. Fa i berrettini da soldato a quelle povere be-
stiole e le avvia cosi, con quelle barchette in capo, alla signora
che sta laggi alla vasca del giardino.
  --Nannetta! Nannetta!--grid un'altra volta, di lass Bia-
gio.--Eccoti Carolinona, che viene di corsa! L'ho fatta capo-
ralessa.
  --Orrore!--url Dario Scossi, presentandosi su la spianata.
  --Dario!--esclam Biagio Speranza, di soprassalto.--Co-
me! Tu qua?
  E gli mosse incontro. Ma lo Scossi si tir un passo indietro e
lo guat severamente.
  --A un~oca il nome di tua moglie?
  --Oh, sta' quieto!--gli rispose Biagio scrollandosi tutto.--
Sei venuto a seccarmi fin qua? Com'hai saputo?
  Lo Scossi gli spieg allora la ragione della sua venuta, gli dis-
se che non era giusto n onesto lasciar cosi nell'imbarazzo quel-
la povera donna li, e che urgeva la presenza di lui alla Pensione,
almeno per tre o quattro giorni, assolutamente.
Biagio Speranza senti cascarsi le braccia.
  Soprawenne di corsa, tutta infocata in volto, con un cappel-
laccio di paglia su i capelli fulvi, scarmigliati, bellissimi, Nan-
netta; quella stessa che il signor Martinelli aveva veduto uscire
dal Caff, quella sera.
  --Ebbene, Biagione? Ah, scusi: buon giorno, signore...
  --Buon giorno, carina,--rispose lo Scossi, tendendole la
mano.
  Ma Nannetta alz le sue al cielo:
  --Non posso. Son bagnate. Se vuole, col permesso di lui, un
bacetto qua.
  E porse la guancia infocata.
  --Permetti?--domandb, compunto, lo Scossi.--Ha le ma-
ni bagnate...
  --Uno solo,--rispose Biagio, funebre.--Non c' che dire.
Bisogna andare.
  --Ti reclama tua moglie?--domand, dolente, Nannetta
con la guancia protesa, su cui lo Scossi deponeva intanto una
serie di lievi bacetti.--Oh, basta, signore: uno solo, prego!
Tua moglie, dunque?
  --Oh non mi seccare anche tu!--esclam Biagio, esaspera-
to.--Ringrazia il tuo Dio, Scossi, che non ho in mano un ba-
stone. Ma vattene subito! Ritorno in citt domani, perch stase-
ra io qua mi voglio vendicare: tiro il collo a quella papera che le
somiglia tanto e me la mangio tutta, a cena, con la voracit
d'un antropofago. Vattene!
  Ma Nannetta volle trattenere lo Scossi a desinare. A tavola,
Biagio gli spieg perch se ne fosse scappato.
  --Non direi ancora che ella proprio mi ami, ma ci pende,
sai? Chi se lo sarebbe aspettato? Capisco, si, sono un bellissimo
giovane, tanto simpatico...
  Nannetta protest, ridendo:
  --Bellissimo, poi! Va' l... Con quella pancia...
  --Pancia, io? Grassotto, o diciamo meglio: robusto. Ma poi
tu non conosci colei: divento uno stecchino a paragone, cara
mia. Si vede che ci ha ripensato. E vi assicuro che mi ha tenuto
un discorso da vera moglie.
  --Povera donna!--esclam Nannetta.--Se  vero quel che
dice lei, voi tutti e tu, Biagio, specialmente, siete stati d'una cru-
delt senza pari. Via, ricompensala adesso! Credi pure che  il
meglio che ti resti da fare.
  Biagio Speranza non apri bocca, ma sbarr gli occhi e guard
Nannetta con tale espressione, che questa sorrise e ripet:

--Povera donna!
  --Basta, basta, carina!--interloqui lo Scossi.--o non lo
farai pi tornare in citt.
  --No no,--disse Biagio, serio.--La promessa  debito, e
verr. Io voglio stare ai patti. Ma, appena avr finito di rappre-
sentare la mia parte di fronte al Cocco Bertolli, partir, cari
miei, e non mi rivedrete mai pi! Mi porter dietro, forse, la
mala ventura, perch ho fatto torto al destino, il quale, come
sapete,  di sua natura buffone. A pensarci, per spasso dell'af-
flitta umanit esso aveva combinato un matrimonio veramente
ideale: Cocco Bertolli e Carolinona. Io, sciocco, stupido, imbe-
cille, vado a mettergli il bastone tra le ruote. Bisogna scontare.
Quel grand'uomo l'amava, la sua colomba, e ora dovr metter-
lo alla porta. Ne ho rimorso, credetemi; ma, I'ho promesso, lo
far.
  La sera di quello stesso giorno, Dario Scossi riferi agli amici
della Pensione quel che aveva fatto, dove aveva trovato Speran-
za e in compagnia di chi.
  Cedobonis finse di scandalizzarsi per una cosi immediata in-
fedelt; ma lo Scossi che, senza volerlo, raccontando, s'era la-
sciato scappare quella notizia gli rispose che Carolinona non
doveva farsene, essendo che le mogli son fatte apposta per esser
ingannate dai mariti, e viceversa--eccezion fatta, s'intende,
della coppia Martinelli, unica sotto la cappa del cielo--e infine
annunzi che Biagio Speranza sarebbe venuto senza fallo la sera
del giorno seguente.
  --La pecorella ritorna all'ovile.




  Tutti d'accordo: nessuna allusione al matrimonio, come se
nulla fosse stato. Biagio Speranza venne con un po' di ritardo,
salut la Pentoni e gli amici e sedette al suo solito posto. Ci fu
dapprima un po' d'imbarazzo; poi, a poco a poco, si prese a
parlare del pi e del meno. Solo il Martinelli teneva fissi su lo
Speranza gli occhietti tondi da barbagianni, come se da un mo-
mento all'altro si aspettasse da lui una spiegazione di quell'inde-
gno modo d'agire, un segno di pentimento.
  Carolinona se ne stava con gli occhi bassi; di tanto in tanto
per volgeva uno sguardo in giro e, se vedeva che nessuno la
guardava, lanciava una rapida occhiata obliqua allo Speranza, e
si turbava profondamente. Soffriva; si sentiva soffocare; ma
~q~ur si dominava perch nessuno se n'accorgesse.
   Aveva dato ordine alla serva di non aprire la porta, senza

aver prirna guardato dalla spia. Se il Cocco Bertolli fosse venu-
to di giorno, ella doveva rispondere che la padrona non era in
casa; se di sera, mentre i commensali erano a tavola, prima di
aprire, doveva entrare nel salotto da pranzo ad avvisare.
  A ogni scampanellata alla porta, restavano perci tutti per un
istante in attesa, e la povera donna si sentiva scoppiare il cuore
dall'agitazione. Poi riprendevano a conversare.
  Dopo una scampanellata pi forte, Cedobonis osserv:
  --Vedranno che non sar lui. Egli, certamente, tenter prima
di entrar qui di giorno e, non riuscendogli, torner di sera.
  E cosi, senza dubbio, sarebbe stato logico; ma Cedobonis
non teneva conto d'una cosa: che il Cocco Bertolli era matto.
Tanto vero, che aveva sonato cosi forte proprio lui. La serva
entr di corsa ad annunziarlo, spaventata.
  Si alzarono tutti, costernati, tranne Biagio Speranza.
  --Prego,--diss'egli, calmo.--Mettetevi a sedere. Debbo
andare io solo. Voi continuate a chiacchierare tranquillamente
qua. Vedrete: due paroline pacate, e lo riduco a ragione.
  Si alz e si mosse; prima di uscire dal salotto da pranzo, si
volse e aggiunse, alzando una mano:
  --Mi raccomando, eh?
  Ma la Pentoni, che si era finora contenuta a stento, scoppi
in lagrime. Alcuni le si fecero attorno, per confortarla; altri si
recarono in punta di piedi dietro l'uscio del salotto a origliare.
  Biagio Speranza and ad aprire lui stesso la porta risoluta-
mente; ma subito rest di sasso alla vista del Cocco Bertol~.
Non aveva pi un'oncia di carne addosso quell'infelice e gli oc-
chi enormi da bue, in quel volto smunto, cadaverico, incuteva-
no terrore. Anch'egli rest, alla vista di Biagio Speranza e, at-
teggiando la bocca a un ghigno feroce:
  --Ah, lei!--mormor.
  --Scusi, desidera?--gli domand Biagio.
  Il Cocco Bertolli serr le pugna e lo fiss con gli occhi sbarr~
ti; poi riprese:
  --Desidererei di mangiarle il cuore. Ma pi tardi. Ora...
  Biagio Speranza lo interruppe con un cenno della mano e un~
smorfia di nausea:
  --Pessimo gusto, caro poeta! Me~lio una buona bistecca, dia
ascolto a me!
  --Ora,--riprese il Cocco Bertolli, con gli occhi che pareva
gli volessero schizzare,--voglio dire due sole paroline a quell~
signora, di l, e mozzarle le orecchie e il naso.           1
  --Per carit! Me la sciuperebbe!--esclam Biagio, ridenda
--Via via, caro poeta: sappia che qui il padrone di casa, son~
io, e che lei non entrer pi, n ora n mai.

 Il Cocco Bertolli, tutto fremente, si tir il panciotto troppo
giato, e disse:
 --Sta bene. Ci vedremo gi. Volevo soltanto ricordare a
uella brava signora un certo giuramento...
  --Ma non capisce, scusi,--volle fargli notare lo Speranza,
--che quella signora, come dice lei, sperava, anzi era certa che
~ei... s, abbia pazienza, dovesse morire?
  --Ma non son morto!--grid il Cocco Bertolli, con feroce
gioja.--E la morte, io, capisce? io l'ho sfidata per lei!
  --Malissimo!--esclam Biagio.--Malissimo! Via, se lo la-
sci dire: le pare che ne valesse proprio la pena?
  --Ah, lo sa anche lei, dunque,--sghign il Cocco Bertolli,
--che  una donnaccia sua moglie?
  Biagio Speranza protese le mani:
  --Donnone, scusi, diciamo donnone piuttosto; per non of-
fendere.
  --Ma offendere io voglio!--rispose il Cocco Bertolli, alzan-
do le braccia, terribile.--Offenderla di fronte a lei, che  suo
degno marito. Buffone!
  Biagio Speranza impallid, chiuse gli occhi, poi disse pacata-
mente:
  --Senti, Cocco. Vattene con le buone o ti piglio a calci.
  --A me?
  --A te. Anzi, guarda: ti chiudo la porta in faccia per impe-
dirmi d'alzare il piede su un povero pazzo, che non sei altro.
  E chiuse la porta.
  --Vile pagliaccio!--ruggi, dietro la porta, il Cocco Bertolli.
--Ma ti aspetto gi in istrada, sai! Te la far pagare.
  Biagio Speranza rientr in salotto, pallido ancora e vibrante
dello sforzo che aveva fatto per contenersi.
  --Ebbene?--gli domandarono tutti, ansiosamente.
     Niente,--rispose egli, con un sorriso nervoso.--L'ho
cacciato via.
  --E t'aspetta gi!--aggiunse Cariolin, che aveva udito dal-
l'uscio la minaccia del pazzo.
  --Per carit!--gemette Carolinona, col volto nascosto nel
fazzoletto.--Per causa mia!
   Biagio Speranza s'irrit di quel pianto, senti ribrezzo della
~`parte che stava a rappresentare e si scroll irosamente:
c ' --Lasciatelo aspettare. Non gliele ho date, per miracolo; an-
f dr a dargliele adesso!
ff:~'' E cerc il cappello e il bastone.
1La Pentoni allora, quasi spinta da una susta pi forte di lei,
~orse in piedi e gli s'appress, in lagrime, per trattenerlo:
  --La scongiuro! Per carit! Non si metta con quel pazzo. Ci
lasci andar prima gli altri. Mi dia ascolto!
  Tutti, tranne il Martinelli che tremava come una foglia e lo
sdegnoso Trunfo, fecero eco alle parole di Carolinona e si prof-
fersero d'andare avanti. Biagio Speranza si arrabbi, si fece lar-
go con violenza e grid:
  --Ma insomma, per chi mi prendete?
  E s'awi.
  Gli altri lo seguirono. Gi per la scala egli si volse e li preg di
nuovo, con le buone, di restare.
  --Voi cos,--disse loro,--mi fate perdere la pazienza. Cre-
dete sul serio che io alzi le mani su quel povero disgraziato che
esce adesso dall'ospedale, se egli proprio non mi metter con le
spalle al muro? Dunque statevene qua, vi prego! non vi fate ve-
dere, perch se egli vi vede, si metter a predicare. Non aggrava-
te il ridicolo della mia posizione.
  Dario Scossi allora fe' cenno a gli amici di fermarsi e di la-
sciare andar solo, avanti, Speranza. Poco dopo, ripresero a
scendere la scala e si fermarono nell'androne a spiare. Cariolin,
che si trovava innanzi a tutti, sporse un po' il capo dal portone:
Biagio e il Cocco Bertolli parlavano, poco discosti, animata-
mente; ma, a un tratto, Cariolin vide il Cocco Bertolli alzare
una mano e appioppare un solennissimo schiaffo allo Speranza.
Tutti allora si slanciarono a spartire i due furibondi che gi ave-
vano alzato i bastoni.
  Carolinonache se ne stava alla finestra, cacci uno strillo e
si rovesci indietro. svenuta, tra le braccia tremanti di Martinel-
li, mentre Trunfo, attirato dalle grida della strada, s'affrettava
ad uscire, ripetendo a schizzo:
  --Forte! Rotture! Pagliacci!
  Biagio Speranza, piangendo dalla rabbia e divincolandosi,
gridava a gli amici che lo trattenevano:
  --Lasciatemi! Lasciatemi!
  --Ai suoi ordini!--urlava, di l, pur trattenuto e trascinato
via, il Cocco Bertolli, tra la confusione de la folla accorsa da
ogni parte.--Ai suoi ordini! Al CafJ~e dello Svizzero! E intanto
si tenga quest per caparra! Ne vuole ancora? Ne vuole ancora?
  Dario Scossi, Cedobonis e Cariolin riuscirono finalmente a
condur via Biagio Speranza, che farneticava:
  --Bisogna che l'ammazzi! Bisogna che l'arnmazzi! Due d i
voi: tu, Scossie tu, Cariolin, subito andate a trovarlo. Bisogn
che l'ammazZi. Per quanto sia ridicolo, atrocemente ridicolo, -~
un duello con quel miserabile, a causa di quella donna l, biso-
gna che mi batta, perch se no, vedendolo, lo ammazzo come
un cane... Andate, andate. Io vi aspetto a casa.

  I tre amici cercarono di sconsigliarlo, di persuaderlo a non
dare importanza all'accaduto. Si trattava in fin de' conti, del-
I'aggressione d'un pazzo. Ma Biagio Speranza non volle sentir
ragloni:
  --M'ha dato uno schiaffo, volete capirlo? Volete che mi
sporchi le mani e vada a finire in galera?
  Montb in una vettura per rincasare, mentre lo Scossi e Cario-
lin, seguiti da Cedobonis--serio, placido e curioso--, si reca-
vano a trovare il Cocco Bertolli al Caff dello Svizzero.
  Lo trovarono l, tronfio nello squallore della sua orrenda mi-
seria, esultante, che narrava l'awentura, tra le risa de la folla
che lo aveva seguito. Lo Scossi si fece avanti e lo invit a venir
IUOri.
  --Subito! a gli ordini!--rispose egli, awiandosi.--Pistola,
spadaJ sciabola: quello che vogliono, a loro scelta! Ma anche
con le mani o coi piedi, subito!
  Lo Scossi gli fece capire che c'era bisogno di due altri con cui
intendersi per le modalit dello scontro.
  --Io non conosco nessuno!--protest il Cocco Bertolli.--
Vorrci poter mandare al signor Speranza due miei amici: Ero-
strato e Nerone, ma sono morti, purtroppo! Mi trovino adesso
loro stessi due mal vivi: non voglio impacciarmi di codeste mise-
rie.
  --Io potrei assistere, nella mia qualit di medico,--disse
Cedobonis.--Ma come si fa? Ho lezione al liceo...
  Dario Scossi allora e Cariolin, insieme col Cocco Bertolli, si
misero in cerca di due padrini, che non fossero propriamente
Erostrato e Nerone.
  Biagio Speranza aspettava, fremente, in casa, da circa un'o-
ra, quando--a una scampanellata--invece dello Scossi e del
Cariolin, si vide innanzi alla porta Nannetta che, avendo saputo
in un Caff della rissa, veniva a domandar notizie.
  --Ma s, schiaffeggiato!--le disse Biagio.--Vieni, entra,
Nannetta. Ce ne stavamo tanto bene, noi due, in campagna,
non  vero? L'ho fatta troppo grossa, che vuoi? Bisogna paga-
re, te l'ho detto...
    --Un duello?--gli domand, angustiata, Nannetta.
L --Per forza. Schiaffeggiato, ti dico.
    --Dove?
    --Qua.
    Nannetta gli pos un bacio su la guancia.
    --Caro, e se ti ammazzano? Non ci pensi?
  --No, davvero!--disse Biagio, alzando una spalla e recan-
dosi a guardare dalla finestra, impaziente.
  Nannetta lo segu, ma invece di guardar gi nella strada si mi-
se a guardare in alto le stelle che sfavillavano fitte nel cielo sen-
za luna. Sospir e disse:
  --Sai, Biagio, che non vorrei davvero che tu facessi questo
duello?
  Colpito dalla strana espressione della voce di lei, Biagio le do-
mand, con un sorriso sforzato:
  --Ti preme tanto di me?
  Nannetta si strinse ne le spalle, sorridendo, mesta; socchiuse
gli occhi e rispose:
  --Che so... Non vorrei...
  --Su!--esclam Biagio, riscotendosi.--Senza malinconie!
Ho un po' di Marsala: beviamo! Devo aver pure biscotti, aspet-
ta... Poi mi ajuterai a preparar le valige. Domani, dopo aver
dato una buona lezione a quel cane, partenza!
  --Per sempre?
  --Per sempre.
  Prese la bottiglia del Marsala, i biscotti, e invit Nannetta a
sedere, a bere.
  Una nuova scampanellata alla porta.
  --Ah, ecco,--disse Biagio.--Saranno loro!
  Era invece il signor Martino Martinelli, che pareva ridotto
l'ombra di se stesso, cui ciascuno con un soffio avrebbe potuto
far volare di qua e di l, come una piuma.
  --Venga, venga avanti, signor Martino carissimo!--gli dis-
se Biagio, battendogli una mano dietro le spalle.--Chi lo man-
da, eh? Scommette che l'indovino? Mia moglie!
  Nannetta scoppi a ridere nel vederlo restare con quel palmo
di naso, alla vista di lei.
  --Non ridere, Nannetta,--disse Biagio.--Ti presento il
prototipo dei mariti fedeli, il signor Martino Martinelli, primo
naso assoluto. Dica, signor Martinelli, alla mia signora moglie,
che mi ha trovato sano, innanzi a un buon bicchiere di vino e
accanto a una leggiadra donnetta. Non starnuti! Vuol bere?
  --Mi... mi scusi,--balbett indignatissimo, lappoleggian-
do, il signor Martino.--Permetta che io le... Ie dica che lei...
sissignore... di... disconosce, s, dico, indegnamente... sissigno-
re... un cuore... un cuor d'oro, che in questo momento pal... s,
dico... palpita per lei. Buona sera. E me ne vado.
  Le risa di Biagio e di Nannetta lo accompagnarono fino alla
porta; ma il signor Martino si sent sollevato, dopo quello sfo-
uo, in una sfera eroica, e se ne and col naso al vento, come una
tromba guerriera.

VII.

  Giannantonio Cocco Bertolli giunse primo al luogo designato
per lo scontro, in compagnia del medico e de' due ufficialetti
d'artiglieria, am;ci di Cariolin, che si erano prestati a far da pa-
drini.
  Era tranquillissimo. Lod, da buon poeta, il dolce mattino
d'aprile.
        Zeff ro torna e il bel tempo nmena...

  Lod i gorgheggi degli uccelli che salutavano il sole; aspir
con volutt l'odor di resina che esalavano i pini e i cipressi de la
villa signorile; rcit un'odicina d'Anacreonte da lui tradotta, e
infine narr ai due ufficialetti, che se lo godevano, I'apologo
delle oche e della gru migranti. Egli era una gru: cio un pazzo
per le oche.
  --Perch non ho ciotola, n becchime, intendono? Da jeri, o
miei signori, nel mio stomaco abbiosciato, non entra cibo. Ac-
qua: ho bevuto acqua nelle pubbliche fontanelle. Diogene, o
miei signori, aveva un ciotolino, ma quando vide un ragazzetto
far mano cupa e bere, ruppe il ciotolino e bewe anche lui nella
mano. Cos faccio anch'io. Non so se oggi mangerb, dove dor-
mir stasera. Forse mi presenter a qualche fattore di campa-
gna. Zapper. Manger. Ma cos, sciolto da ogni vincolo, in
questa piena, sublime libert che m'inebria e che naturalmente
deve parer follia a gli schiavi delle leggi, dei bisogni, delle con-
suetudini sociali. Spaccher tra poco il cranio a quell'imbecille
che ha tentato d'attraversarmi la via, e quindi metter mano al
mio gran poema: L 'Erostrato.
  Giunsero, poco dopo, Biagio Speranza, Dario Scossi e Momo
Cariolin, con un altro medico.
  Biagio Speranza era molto nervoso; il pensiero di battersi con
quel pazzo, da cui s'era preso uno schiaffo, lo awiliva. Ma vo-
Ieva tuttavia mostrarsi ilare, per non dare importanza a quel
duello: grottesco epilogo d'una buffonata. Aveva gi preparato
in casa le valige e tutto l'occorrente per la partenza. Ora avreb-
be dato o ricevuto uno sgraffio, e tutto sarebbe finito l. N'era
tempo, perbacco!
  La direzione dello scontro tocc in sorte all'ufficialetto che
fungeva da primo testimonio. Ma gi pareva che tutto si facesse
, all'amichevole. Scelto il terreno, misurato il campo, i due awer-
   sarii furono invitati a prender posto, I'uno di fronte all'altro.
i- --Prego,--disse l'ufficiale al Cocco Bertolli,--bisogna che
   si cavi la giacca.
  --Gliel'hO detto,--aggiunse, sorridendo, I'altro ufficiale.
--Ma non se la vuol cavare.
  --Per forza?--domand cupo il Cocco Bertolli.--Ebbene,
ecco qua: non me n~importa!
  Si cav di furia la giacca e la butt per terra, lontano.
  Nel vedergli la camicia sbrendolata e sudicia, sforacchiata ai
gomiti, provarono tutti una penosissima impressione: awili-
mento, ribrezzo e piet insieme; si guardarono negli occhi, co-
me per domandarsi l'un l'altro se non fosse proprio il caso di
mandar tutto a monte.
  Ma il CoccO Bertolli, che aveva gi la sciabola in pugno e fre-
meva, domand, fieramente accigliato:
  --Dunque?
  --In guardia!--disse allora l'ufficiale.
  Subito il Cocco Bertolli si slanci, come un tigre, con terribile
furia, mulinando la sciabola e vociando, addosso all'awersa-
rio.
  Biagio Speranza, cos investito, ancora sotto quella penosa
impressione, indietreggi, parando alla meglio la tempesta dei
colpi. Avrebbe potuto facilmente lasciarlo infilzare, tenendo
ferma e diritta la sciabola, in un subito arresto: ma scacci tosto
la tentazionee seguit a parare. A un tratto, nella furia, al
Cocco Bertolli cadde di mano la sciabola.
  --Basta!--grid l'ufficialetto che dirigeva lo scontro.
  --Basta!--ripeterono gli altri, fortemente costernati della
violenza del pazzo, oppressi dalla minaccia d'una imminente
sciagura.
  --Che basta!--disse, ansante, il Cocco Bertolli.--Voglio-
no approfittarsi di una disgrazia? Me ne appello al mio awersa-
rio, a cui non credo che possa bastare una cos magra sodisfa-
zione.
  Biagio Speranza si chin a raccogliere la sciabola caduta e la
porse cavallerescamente al Cocco Bertolli:
  --Ecco: a lei!
  Poi guard gli amici, come per dire: Vedete a che m'avete
condotto?. E l'irritazione nervosa gli crebbe. Se, la sera avan-
ti, dopo lo schiaffo a tradimento, glielo avessero lasciato basto-
nare ben bene, non si sarebbe trovato ora nella dura necessit di
uccidere quel povero pazzo, cos malandato e miserabile, o di
farsi uccidere da lui.
  Al comando del secondo assalto, egli volle risolutamente te-
ner fronte all'avversario. Il Cocco Bertolli per gli fu subito so-
pra con impeto raddoppiato.
  --Alt!--grid l'ufficialetto.
  Ma gi, nel fulmineo scontro, Biagio Speranza era stato col-

pito, e am tratto cadde per terra, con le mani avvinghiate al
petto e una sghignazzata che gli gorgogliava nella strozza.
Guard i quattro padrini e i medici accorsi, si prov a dire:
Nulla...  ma, invece della parola, ebbe uno sbocco di sangue,
e s'abbandon, atterrito.
  Riscossi dal primo orrore, quelli si chinarono su lui; pian pia-
no lo sollevarono, lo trasportarono, con la massima cautela,
nella casetta del guardiano de la villa, ove lo deposero su una
branda. I medici credettero dapprima che egli non avesse che
pochi minuti di vita; gli apprestarono non di meno le prime cu-
re, alla meglio, e attesero, angosciati, sgomenti. Pass un'ora,
ne passarono due, e poich la morte non sopraweniva, uno dei
medici propose di mandar qualcuno in citt per una barella: c'e-
ra s pericolo che il moribondo spirasse per via; ma, d'altra par-
te, l in quell'antro, non poteva rimanere.
  Cos Biagio Speranza, verso sera, fu trasportato a casa, tra la
vita e la morte. Lo attendevano in lagrime, insieme con la vec-
chia padrona di casa, la Pentoni e Nannetta. Ma questa, poco
dopo, passata la prima confusione, fu mandata via garbata-
mente dallo Scossi.
  --Non conviene, non conviene che tu sia qua, carina...
  Ella non replic; volle tuttavia, sotto gli occhi di Carolinona,
posare un bacio su la fronte del ferito, che giaceva privo di sen-
si, avvampato dalla febbre.
  --Ah se lei ci avesse lasciato l!--disse poi, piangendo, allo
Scossi, nell'andarsene:--Povero Biagio! Me lo diceva il cuore!
Ma gli levino pure quella mal'ombra d'accanto: vedova, prima
d'esser moglie.
  --Speriamo di no!--fece lo Scossi.
  --Speriamo!--ripet Nannetta.--Ma, se egli apre gli oc-
chi, muore disperato, nel vedersela accanto.
  Mentre Nannetta proferiva queste parole, la Pentoni nell'al-
tra stanza si toglieva dal capezzale del letto, intendendo da s
che la sua vista non sarebbe riuscita in quel primo momento ac-
cetta al ferito. Ella aveva s desiderato ardentemente che egli
fosse ritornato alla Pensione, ma non aveva detto neppure una
parola, n fatto un passo per spingerlo a ritornare; sarebbe sta-
ta perci una vera ingiustizia chiamar lei responsabile di quella
sciagura: egli per il primo avrebbe dovuto riconoscerlo, egli che
la aveva forzata, proprio forzata, a commettere quella pazzia.
Non avrebbe dunque dovuto provar nemmeno orrore alla vista
di lei, l al suo capezzale, n nutrir rancore. Ma Carolinona, col
t suo cuore, intendeva che  un bisogno quasi istintivo affibbiare
agli altri la colpa dei proprii danni, e si ritrasse nell'ombra a ve-
gliare, a prestar le cure pi appassionate, senza alcuna lusinga
di compenso. Voleva soltanto, desiderava e pregava, che egli
guarisse: e niente per s, neppur la gratitudine, neppure che egli
sapesse di avere avuto nascostamente le cure di lei.
  Dario Scossi, Cariolin, Cedobonis, dopo i primi giorni, ve-
dendo che il ferito accennava un po' a migliorare, cominciarono
a insistere perch ella si desse qualche ora di riposo. Ma insistet-
tero invano.
  --Non mi fa nulla: ci sono awezza--rispondeva loro Caro-
linona.
  Un giorno Dario Scossi la guard e non gli parve pi tanto
brutta. Il cordoglio e l'amore, disperati entrambi, pareva che
l'avessero trasfigurata. Quegli occhi, per esempio, cos intensi
di passione--ella non lo sapeva--ma eran proprio belli, in
quel momento.
  Nel vedersi guardata con simpatia, Carolinona gli sorrise ap-
pena, mentre gli occhi le si riempivano di lagrime. E quel sorri-
so a Dario Scossi parve sublime.
  Man mano, per le veglie eroicamente durate per circa un me-
se, l, intenta, come una madre e un'amante insieme, al capez-
zale dell'infermo, quand'egli riposava, pronta a ritirarsi nel-
lSombra, appena egli si destava, Carolinona perdette anche la
pinguedine; e, illuminata quasi, internamente, dalla gioja di sa-
perlo salvo alla fine--bella, proprio bella, no; ma--a giudizio
di tutti--era divenuta una moglie pihe possibile.
  --E poi,--soggiungevano--se l' guadagnato: c' poco da
dire. L'ha rimesso al mondo, e Biagio  cosa sua, ormai.
  Ma ella non volle credere alla propria felicit, fino a tanto
che lui, ancora a letto, ma gi entrato in convalescenza, non la
chiam a s e non le disse, con voce tremante di tenerezza, guar-
dandola negli occhi e stringendole la mano:
  --Mia buona Carolina...

La Messa di quest'anno





  Debbo compiangere veramente la mia povera vecchia zia Ve-
lia di Cargiore per un gran cordoglio che le  toccato quest'anno
e di cui si mostra inconsolabile, perch prevede che non le pas-
ser pi e le amaregger orribilmente il pensiero, prima cos
dolce, della prossima morte, se il vescovo... se Monsignore non
ci porta rimedio.
  Monsignore, s: perch il cordoglio di zia Velia, condiviso da
tutti i fedeli di Cargiore,  cagionato dal nuovo curato venuto
quest'anno .
  Un uomo d'altri tempi, per compiangere una sua vecchia zia
dall'anima candida, primitiva, afflitta da un dolore di questo
genere, avrebbe trovato certamente parole semplici, espressioni
tenere, qualche ragione alla buona, spontanea, a lei comprensi-
bile. Ma io, uomo di oggi, a lei come a lei non ho saputo dir
nulla, e ora per compiangerla m'immergo in certe riflessioni...
Auff! Che tempo! Che afa!
  Dicono che le grandi macchine moderne hanno nei loro luci-
di, possenti, complicatissimi congegni una loro particolare bel-
lezza. E sar cos. Dal canto mio, confesso che l'ammirazione
per questi bellissimi mostri usciti con s strane forme dal cervel-
lo dell'uomo  rattenuta in me da una specie d'angoscioso ri-
brezzo; e il rispetto che l'uomo m'ispira per queste sue solide
magnifiche invenzioni  commisto a una certa diffidenza, non
lieve, ed a profonda costernazione.
  L'anima dell'inventore  l, nella macchina. Altrimenti essa
non si moverebbe. Ci fu un momento, dunque, che l'inventore
si sent dentro, nel cervello, tutta questa deliziosa complicazione
di ruote dentate e di stantuffi e di leve e di corregge, questo bel
mostrO d'acciajo, sbuffante, dal complesso movimento salda-
mente imprigionato in s. Non c' da costernarsi? Da diffidare?
Avere, per esempio quella ruota l, nel cervello, che farebbe chi
sa quanti chilometri all'ora, a lasciarla andare, e non impazzire;
aver quello stantuffo l, che d senza posa quei cupi tonfi stra-
ui, e non sentirsi scoppiare il cuore... Si celia? La tortura a cui
  'uomo sottopose il cervello nell'inventare, nel concepire quella
~hacchinaora  l, visibile, perpetuata in essa. E non c' da sof-

I
frire, ammirandola? Forse i miei nervi son malati; ma io provo
angoscia e ribrezzo.
  Me ne incute per infinitamente di pi un'altra macchinetta
invisibile, che I uomo dsecoli e secoli porta in s, non inventa-
ta propriamente da lui, ma dalla natura che ci vuol tanto bene
~ssa comincia ad agire in noiS quando abbiamo raggiunto una
certa et. Avremmo tutti dovuto, per ia salute nostra, lasciarla
irruginire, non muoverla, non toccarla mai; ma si! certuni si
son mostrati cos orgogliosi, stimati CQS felici di possederla, che
si son mossi a perfezionarla con ogni cura, con zelo accanito,
sicch ora essa  divenuta il nostro supplizio maggiore. Ma se
~ristotile Cl scrisse sopra perfino un libro, un grazioso trattato
che si adotta ancora nelle scuole, perch i fanciulli imparino
presto e bene a baloccarcisi...
  E una specie di pompa a filtro, che mette in comunicazione il
cervello col cuore; e la chiamano Logica. Il cervello pompa con
essa i sentimenti del cuore, e ne cava idee. Attraverso il filtro, il
sentiment lasciauanto ha in s di caldo, di torbido; si refrige-
ra, si purificasi idealizza. Un povero sentimento, destato da un
caso particolareda una contingenza qualsiasi, spesso dolorosa,
pompato e filtrato dal cervello per mezzo di quella macchinetta,
diventa idea astratta, generale, e che ne segue? Ne segue che
~uomo non deve soltanto soffrire di quel caso particolare, di
quella contingenza passeggera; ma deve anche attossicarsi la vi-
ta con l~estratto concentrato, col sublimato corrosivo della de-
duzione logica.
  E molti disgraziati credono tuttavia di guarire cos di tutti i
malanni che ci procura la vita, e pompano e filtrano, pompano
e filtrano finch il loro cuore non resti arido come un pezzo di
sugheFo e il loro cervello non sia come uno stipetto pieno di quei
barattOIini che portano su l'etichetta nera un teschio e due stin-
chi in croce, con la leggenda: Veleno.


  Ho avuto la buona ventura d'imbattermi in uno di questi tali,
durante il viaggio da Roma a Cargiore.
  Era un uomo su i sessant'anni, smilzo, altissimo di statura,
ma tutto gambe. Sedeva su la schiena con quelle gambe sperti-
cate, magrea cavalcioni e attorcigliate l'una sull'altra, la testa
piccolissima affondata nel petto cavo. Gli spiccavano strana-
mente nel volto squallido, giallognolo, malaticciogli occhi ne-
ri, acuti, d'una vivacit straordinaria.
  Costui, non avendo pi nulla da pompare e da filtrare in s
pompava e filtrava dal cuore altrui, vorace come un vampiro,
con quella sua macchinetta micidiale. Mi vide afflitto durante il
viaggio e suppose ch'io fossi cos perch mi toccava a passare in
treno la notte di Natale. Schiuse le labbra a un dolcissimo sorri-
so e disse:
  --Domani, Natale, eh?... Sciocchezze! Gi  provato scienti-
ficamente che noi ci ostiniamo in un grossolano anacronismo.
Ho letto nei giornali i calcoli di quell'astronomo... come si chia-
ma? non ricordo pi il nome... s, i calcoli sul ritorno periodico
della cometa che videro i famosi Magi? Ges di Nazareth, in-
somma, non nacque certamente in questo giorno, n 1904 anni
fa. Questo  positivo. E poi, via! a questi lumi, dopo tanti seco-
li...
  E seguit per un pezzo, indugiandosi nella consolantissima
dimostrazione che il giorno di Natale  alla fin fine un giorno
come tutti gli altri, n pi n meno.
  Ebbi l'ingenuit di fargli osservare che la precisione della da-
ta importava poco veramente, non trattandosi di una disserta-
zione storica, ma di una festa, ormai pi familiare, in fondo,
che religiosa. Il venticinque di dicembre non era dunque un
giorno come tutti gli altri, se per tanta gente rappresentava il ca-
ro e mesto ricordo d'una gioia lontana o la promessa d'una
gioia ventura.
  --Che passer!--s'affrett a pompar colui, storcigliando le
gambe e attorcigliandosele di nuovo, inversamente.--Ricordi
di gioia? Promesse di gioia? Ah, signor mio! L'afflizione del ie-
ri e la delusione di domani! Ma perch? Ma meglio niente!
  Eh s, difatti era felice, lui, con quella faccia l, con quel
niente nel cuore e con tutti quei barattolini di veleno nella cas-
setta del cranio.
  Per fortuna, mi lasci presto in pace. Ma non mi aspettavo di
trovare il lutto a Cargiore, a causa del nuovo curato, che--a
quanto ho potuto arguire--dev'essere un messer tale da fare il
pajo con questo mio compagno di viaggio. Un uomo terribil-
mente logico.
  Per me, debbo dirlo,  una gran pena ritornare a Cargiore,
dove di tutta la mia famiglia non trovo ormai che la zia Velia.
Ci vado per lei, povera vecchina! Ma ella non basta, ahim, a
riempire il vuoto ch'io sento in quella mia casa antica. E lei lo
sa, poveretta, e ogni anno, per Natale, si fa in quattro per acco-
gliermi con la massima festa, mi prepara i cibi tradizionali della
nostra famiglia, mi vessa, quasi, di cure, nei tre giorni che passo
con lei.
  Quest'anno, trattenuto dagli affari, non son potuto partire
all'antivigilia per assistere colla mia cara vecchietta alla messa
di mezzanotte e far quindi il cenone con lei e la famiglia Prever,
da tanti anni amica di casa nostra.
  Sono arrivato la mattina del venticinque, e ho trovato la po-
v era zia Velia in lagrime e desolata.
  Credetti dapprima che fossi io la cagione di quelle lagrime e
volli scusarmi del ritardo con cui arrivavo; ma zia Velia m'inter-
ruppe subito, angosciata:
  --No, sai? No! Anzi hai fatto bene a non venire... E finita la
festa! Non se ne fa pi... E finito tutto! Come se Nostro Signo-
re non fosse nato tant'anni come oggi... Nessuno deve far fe-
sta... Di l, dice, di l! Niente capponi, niente pan giallo...
niente di niente... Non t'ho preparato nulla, sai? figliuolo mio~
Dopo, dice... alla nostra morte... di l!
  --Chi lo dice?--esclamai io, stordito e costernato, temendo
che la mia povera vecchina fosse gi andata un po' via col cer-
vello.
  --Lui, don Grotti..--mi rispose, tra due singulti.
  --Il nuovo curato?
  --S. Ah, Signore Iddio!
  E scoppi in un pi dirotto pianto, affondando il volto nel
fazzoletto.
  Quando si fu sfogata cos alquanto, prese a narrarmi le belle
prodezze di questo don Grotti, niente capponi, niente pan gial-
lo... niente di niente.
  Appena giunto a Cargiore, sei mesi or sono, don Venanzio
Grotti, savoiardo, cominci a spogliar la cura di tutte le deli-
catezze che le fedeli parrocchiane avevano offerto in dono al
vecchio curato defunto--sant'anima. Via tende, via cortine
trapunte, via dal letto parato a padiglione, via tappetini di lana,
via candelabri, via tutto!
  E rimasto, dice zia Velia, con un letticciuolo, un tavolino,
una cassapanca e tre seggiole impagliate. E fece seccare e poi
strappare tutte le piante del giardinetto della cura, allevate e cu-
stodite con tanto amore dal vecchio don Anselmo Lais. E quin-
di, non contento ancora, si mise a spogliar la chiesa.
   E il denaro?
  --In limosine...
  S, ma spogliar la Madonna degli ori antichi, preziosi, toglier
le candele a gli altari, le frange ai paramenti sacri, il merletto ai
mensali, le brusche d'oro alle pianete e ai manipoli... Una stal-
la, una stalla: ha ridotto la chiesa una stalla!
  --Perch in una stalla nacque nostro Signore Ges Cristo,
hai capito? E in una stalla davvero l'ha fatto nascere, iersera!
S' messa la pianeta pi brutta; pareva uno straccione innanzi a
quel povero altare senza luminaria, con quella tonaca inverdita
che gli lascia scoperti, con licenza parlando, i fusoli delle gambe
e con quelle scarpacce da contadini su la predella nuda, senza
uno straccio di tappeto... Oh santo nome di Dio! E non  una
profanazione codesta? Trattar cos il Bambino Ges? il nostro
Redentore? E se sentissi, che prediche! Dice che Lui, Ges vuo-
le cos; che volle nascere Lui, apposta, in una stalla... E magari
sar vero! Ma dobbiamo per questo farlo nascere anche noi in
una stalla? Ti par giusto, Martino mio, ti par giusto? E ci ha
proibito di fare il cenone, di far carnevale, come lui dice; ci
ha ingiunto di far penitenza anche oggi, perch siamo tutti ridi-
venuti pagani. Penitenza! penitenza! Questa, dice, sar la pi
bella festa per Ges Bambino!
--E tu hai obbedito?--le domandai, indignato.
  --Per forza!--esclam zia Velia, giungendo le mani.--Se 
il nostro pastore!
  Mi nacque una vivissima curiosit di conoscere questo terribi-
le prete, che cruciava cos crudelmente i suoi fedeli.
  Ma, per quanto, ivi a poco, girassi dall'uno all'altro ceppo di
case tra i prati e le acque scorrenti del mio villaggetto lass tra le
prealpi, non mi venne fatto d'incontrarlo. Mi parve per di ve-
der l'anima sua in tutto quello squallore, in tutta quella desola-
zione invernale. Tra i borri e per le zane mi parve che l'acqua si
lagnasse di lui. E non un suono di festa in tutte quelle misere ca-
se!
  La cupa logica del prete aveva fatto il silenzio, aveva asside-
rato il villaggio.
  Ah, chi sa quante povere vecchie, intanto, in quelle case,
piangevano come zia Velia e pensavano che la casa del Signore,
almeno quella, se la loro  cos squallida e nuda, la casa del Si-
gnore dev'essere bella e ricca e luminosa; che la Madonna, al-
meno lei, se gli abiti loro son cos logori e rozzi, la Madonna de-
ve avere un magnifico manto di seta sopraffina a stelle d'oro e
ai polsi e al collo e agli orecchi gemme preziose; che se di ferro
sono i loro dolori, di ferro gli attrezzi delle loro aspre fatiche,
d'argento schietto dev'essere almeno lo spadino che passa il
cuore dell'Addolorata, d'argento la corona di spine, d'argento i
chiodi del divino Crocifisso; pensavano che se anche la fede do-
veva cos cruciarle e opprimerle, se anche in essa non dovevano
pi trovar conforto, una parola di pace e d'amore, la loro esi-
stenza, gi per s cos triste e cos amara, sarebbe divenuta dav-
vero insopportabile.
  Ma io son sicuro che il vescovo ci porter rimedio e presto.
Coraggio, zia Velia! Coraggio, mio villaggetto natale! Questo
prete don Grotti  troppo logico e non pu aver fortuna, segue
troppo alla lettera l'insegnamento di Cristo. Pompa e filtra
troppo. Niente capponi, niente pan giallo... niente di niente.
Ma non intende che se Cristo fu logico, quando, per togliere a




111
~1

Dio la responsabilit del male, spost la finalit suprema dalla
terra al cielo, pi logico di Cristo fu poi il Cattolicesimo, il qua-
le Sl avvide bene che gli uomini non potevano per un premio
non ben sicuro di l, oltre la vita, durare a lungo nell'amara e
dura rassegnazione e nel disprezzo dei beni di quaggi e volle la
pompa, volle le feste... e tant'altre cose volle e permise.
 Via, non vorr essere Monsignore buon cattolico?

   Stefano Giogli, uno e due





  Stefano Giogli aveva sposato prestissimo, senza neanche dar-
si il tempo di conoscer bene colei che doveva diventare sua mo-
glie; non ne avrebbe avuto del resto la possibilit, preso com'e-
ra stato tutto da uno di quei folli desiderii, che certe donne su-
scitano a loro insaputa, a prima giunta; per cui si perde ogni di-
scernimento, ogni lume, e non si ha pi requie, finch non si ar-
rivi ad averle tra le braccia, perdutamente.
  L'aveva veduta una sera in casa d'una famiglia amica, di
buoni veneziani da molti anni stabiliti a Roma. Non era pi sta-
to in quella casa da parecchi mesi: vi si faceva troppa musica, e
con quell'aria insoffribile di celebrare un mistero sacro, in cui
soltanto gl'iniziati potevano penetrare: sonate e sinfonie tede-
sche e russe, notturni e fantasie polacche e ungheresi: ira di Dio,
per Stefano Giogli, ira di Dio e vero peccato, perch--vegnimo
a dir el merito--senza questa mania, quel caro sior Momo Li-
mi, quella cara siora Nicoleta, con la loro Marina e il loro Zor-
zeto sarebbero stati la pi brava e graziosa gente del mondo.
  Ve lo aveva trascinato quasi per forza quella sera un amico,
pittore veronese, arrivato a Roma quel giorno stesso col genero
del Limi, vedovo, il quale era venuto a lasciare in casa dei non-
ni per qualche mese la figliuola, veronesina, fior di putela, e co
pulita!
  S'era fatta musica, s, anche quella sera; ma non tanta. La ve-
ra musica, per tutti, era stata la voce di Lucietta Frenzi.
  I vecchi nonni la ascoltavano, beati; la siora Nicoleta, coi
mezzi guanti di lana e le punte delle dita intrecciate, piangeva fi-
nanche, da~a gioja, dietro gli occhiali d'oro a staffa, scotendo
tutti i riccioli argentei, che le scendevano angiolescamente su la
fronte; s, s, piangeva e pregava il marito che la lasciasse pian-
gere, perch le pareva proprio di sentir parlare la sua povera fi-
gliuola morta: ma la stessa voce, ma lo stesso fuoco, lo stesso
~` impero, ci! con quelle mossettine a scatti, con quelle risate che
   svanivan d'un tratto, e quelle scossette nervose del capo, che le
t facevan traballare ogni volta le ciocche d'oro ricciute e i fiocco-
   ni di seta nera. Oh bella! oh cara!
  Le erano tutti intorno, vecchi, giovanotti, signore e signorine,
a pungerla, ad aizzarla con le domande pi disparate; e lei, l,
imperterrita, teneva testa a tutti, parlando un po' in lingua un
po' in dialetto; e su qualunque argomento aveva da dir la sua,
con una padronanza che non ammetteva repliche; e bisognava
sentire, allorch certe risposte sferzanti sollevavano un coro di
proteste, con qual recisione affermava:      `
  --Ma s,  questo! E cos! E proprio cos. Questo, questo,
questo...
  Non poteva essere diversamente. Nessuno doveva attentarsi
di veder uomini e cose in altro modo. Eran cos, e basta. Lo di-
ceva lei. Per chi era fatto il mondo? Era fatto per lei. Perch era
fatto? Perch lei se lo foggiasse a piacer suo. E basta.
  Stefano Giogli aveva preso a dir s quella sera stessa, si per
ogni cosa, accettando ciecamente, senza il minimo contrasto,
quella padronanza assoluta.
  Eppure egli aveva le sue opinioni, che credeva ben ferme, e
che all'occorrenza sapeva sostenere e far valere; aveva i suoi gu-
sti; un suo particolar modo di vedere, di pensare, di sentire; n
per la sua condizione di giovanotto ricco, indipendente, liberis-
simo di s, e per la educazione che aveva saputo darsi, per la va-
ria e non comune coltura di cui s'era adornato lo spirito, poteva
dirsi di facile contentatura. Tutt'altro! Era passato sempre, an-
zi, per un incontentabile. Stanco di far bella figura nei salotti e
nei circoli, a un certo punto, forse a un richiamo degli occhi,
che in mezzo ai sollazzi pi graziosi della buona compagnia gli
erano rimasti sempre malinconici (anche il destro, quantunque
fieramente deformato da una grossa caramella cerchiata di tar-
taruga); o forse perch gli era arrivato a gli orecchi che qualche
maligno, a causa del suo pallore, della sua elegante esilit, de'
suoi capelli fitti, lucidi, d'un nero d'ebano, spartiti in mezzo al
capo e lisciati, e di quegli occhi malinconici, lo aveva definito
una ben curata personificazione del lutto; si era appartato per
un pezzo dal mondo; s'era messo a studiare sul serio, o pi to-
sto, aveva ripreso gli studii interrotti. Ma s! Perch era stato fi-
nanche, per due anni, studente di medicina. E anzi, poich le
prime nozioni della scienza psicofisiologica gli avevano destato
allora una certa curiosit, s'era addentrato bene nello studio di
questa scienza; e, con l'acquisto di un ordine di concetti ben
chiari intorno alle varie funzioni e attivit dello spirito, poteva
dire d'esser giunto allame a conciliarsi del tutto con se stesso,
vinta la mala contentezza, anzi l'uggia da cui prima era oppres-
so e ad acquistare anche una ben fondata e solida stima di s.
Stefano Giogli vedeva da un pezzo chiaramente tutti i giochetti
dello spirito che, non potendo uscire fuori di s, pone come
realt esteriori le sue interne illusioni; e ci si divertiva un mon-

do. Quante volte, guardando qualcuno o qualche cosa, non ave-
va esclamato:--Chi sa poi come  costui, o questa cosa, che
ora a me sembra cos!
  Ah, maledetta serata in casa del sior Momo Limi! In capo a
tre mesi Lucietta Frenzi era diventata sua moglie.
  Stefano Giogli sapeva bene d'aver smarrito del tutto la co-
scienza durante quei tre mesi del fidanzamento. Di ci che ave-
va detto, di ci che aveva fatto, non aveva la pi lontana memo-
ria. Cieco, abbagliato, come una farfalla attorno al lume, non
ricordava altro di quei tre mesi che gli spasimi della cocentissi-
ma attesa suscitati dalle rosse, umide labbra di lei, da quei den-
tini fulgidi, da quel vitino snello da cui si slanciava con irresisti-
bile fascino la voluttuosa procacit del seno e dei fianchi, da
quegli occhi che ora ridevano chiari, or s'illanguidivano cupi, or
quasi vaneggiavano, velati di lagrime di gioja, al fuoco che si
sprigionava dai suoi. Ah che fuoco! Tutto l'esser suo s'era co-
me fuso a quel fuoco; era diventato come un liquido vetro, a cui
il soffio capriccioso di lei poteva dare quell'atteggiamento,
quella piega, quella forma, che meglio le pareva e piaceva.
  E Lucietta Frenzi--padrona del mondo--ne aveva profitta-
to bene. Oh se ne aveva profittato!
  Quando, alla fine, Stefano Giogli pot riacquistare il lume
degli occhi, si ritrov in un villino che pareva una scatola di car-
tone messa su per ischerzo: dieci camerettucce arredate e dispo-
ste in modo, che soltanto un matto avrebbe potuto raccapezzar-
cisi. Tutti quelli che vennero a fargli visita, non poterono, per
quanto si sforzassero, nascondere una meraviglia che confinava
quasi quasi con lo sgomento. Ma Lucietta pi imperterrita che
mai:
  --Questo? L'ha voluto lui, Stefano. Quest'altro? Piace tanto
a Stefano! Qui? Qui lui, Stefano, ha disposto cos: suo gusto!
  E Stefano Giogli a guardare con tanto d'occhi!
  --Io?
  --Ma s, caro! Non ti ricordi? Hai voluto proprio cos! Io
anzi avrei preferito... Non dir di no, adesso! So che ti piace: ba-
sta! Dobbiamo starci noi, in fin dei conti!
  Eh s, doveva starci lui, infatti. Ma che proprio proprio, san-
to Dio, fossero quelli, i suoi gusti; che fosse quello, il suo piace-
re... Sopra tutto lo impressionava la fermezza con cui Lucietta
lo asseverava e lo sosteneva.
  Ma della casa, alla fin fine, pur cos stramba e sprovvista di
tutti i comodi, non gli sarebbe importato tanto, se una costerna-
zione ben pi grave non avesse cominciato a poco a poco a in-
quietarlo profondamente.
L Per tanti segni, man mano pi precisr, Stefano Giogli dovette
accorgersi che la sua Lucietta, nei tre mesi del fidanzamento,
durante il quale il fuoco, ond'egli era divorato, lo aveva ridotto
una pasta molle a disposizione di quelle manine irrequiete e in-
stancabili, di tutti gli elementi dello spirito di lui in fusione, di
tutti i frammenti della coscienza di lui disgregati nel tumulto
della frenetica passione, si era foggiato, impastato, composto
per suo uso, secondo il suo gusto e la sua volont, uno Stefano
Giogli tutto suo, assolutamente suo, che non era affatto lui,
non solo nell'anima, ma perdio neanche quasi nel corpo!
  Possibile che, nel disfacimento di quei tre mesi, egli si fosse
anche fisicamente trasformato?
  Gli occhi suoi dovevano aver preso un lume diverso da quello
che egli si conosceva; nuove inflessioni la sua voce, e finanche
un'altra tinta la sua pelle! E queste trasformazioni si erano cos
impresse nell'animo di lei, eran divenute tratti cos caratteristici
della fisionomia ch'ella gli aveva dato, che ora i suoi veri e pro-
prii non eran pi veduti da Lucietta, non avevan pi potere di
cancellare quelli d'allora.
  Stefano Giogli acquist in breve la certezza di non somigliare
affatto allo Stefano Giogli che sua moglie amava.
  Scemata alquanto, naturalmente, la violenza divoratrice della
prima fiamma, la fusione, in cui questa aveva messo e tenuto
per tre mesi lo spirito di lui, si era arrestata; egli era tornato a
poco a poco a rapprendersi, a ricomporsi nella sua forma con-
sueta. Doveva awenir per forza l'urto tra lui qual'era veramen-
te e quello che sua moglie s'era finto nel tempo, in cui senza pi
il dominio della sua volont, senza pi il lume e il richiarno della
sua coscienza, gli elementi del suo spirito erano stati in pieno
potere di lei.
  Ma lui stesso, Stefano Giogli, doveva riconoscere che quella
di Lucietta era in fondo la pi spontanea e naturale delle crea-
zioni. Lasciata nella pi ampia libert di disporre a suo capric-
cio di tutti questi elementi, ella ne aveva cavato fuori un marito
come le piaceva, si era creato quello Stefano Giogli che pi le
conveniva; gli aveva dato a suo talento gusti e pensieri e deside-
rii e abitudini. C'era poco da dire! Era quello il suo Stefano
Giogli. Se l'era fabbricato lei con le sue mani, e guai a toccar-
glielo!
  --Ma s,  questo! E cos! E proprio cos! Questo, questo,
questo.
  E non poteva essere diversamente. Non aveva mai ammesso
repliche, Lucietta. Tanto peggio per lui se non gli somigliava
  Cominci allora per Stefano Giogli la pi nuova e la pi stra-
na delle torture.
  Divent ferocemente geloso di se stesso.

  Di solito, la gelosia nasce dalla poca stima che uno fa di se
medesimo, non in s, ma nel cuore e nella mente di colei che
ama; dal timore di non bastare a riempir di s quel cuore e quel-
la mente, e che una parte di essi rimanga fuori del nostro domi-
nio amoroso e accolga il germe d'un pensiero estraneo, di un
estraneo affetto.
  Ora Stefano Giogli non poteva dire che il pensiero, I'affetto
che sua moglie aveva accolti fossero proprio estranei; ma non
poteva dire neppure ch'egli riempisse veramente di s il cuore e
la mente della sua Lucietta. L'uno e l'altra eran pieni d'uno Ste-
fano Giogli, che non era lui, ch'egli non aveva mai conosciuto e
che avrebbe preso a scapaccioni volentieri, uno Stefano Giogli,
insipido e strambo, antipatico e presuntuoso, con certi gusti,
con certi desiderii inverosimili, immaginati e supposti da sua
moglie che glieli attribuiva, chi sa perch; uno Stefano Giogli
foggiato sul modello di chi sa quale stupido veronesino, di chi
sa quale ideale d'amore che la sua Lucietta ignara, inesperta,
portava senza saperlo in fondo al cuore.
  E pensare che questo sciocco era amato da sua moglie, a que-
sto sciocco ella faceva tante carezze, a questo sciocco dava i
suoi baci--su le labbra di lui. Quando Lucietta lo guardava,
non vedeva lui, ma quell'altro; quando Lucietta gli parlava,
non parlava a lui, ma a quell'altro; quando Lucietta lo abbrac-
ciava, non abbracciava lui, ma quell'odiosa metafora di lui
ch'ella s'era creata.
  Era vera e propria gelosia, pi che rabbia o dispetto. S, per-
ch egli sentiva ch'era proprio un tradimento quello che sua
moglie commetteva, abbracciando un altro in lui. Sentiva man-
carsi a se stesso; sentiva che quello spettro di s, che sua moglie
amava, si prendeva il suo corpo per goder lui--lui solo--del-
I'amore di lei. Quello solo viveva per sua moglie; non lui qual'e-
ra veramente; quello sciocco antipatico che sua moglie gli prefe-
riva. Gli preferiva? No: neanche questo poteva dire; egli era del
tutto ignorato; egli non esisteva affatto per lei.
  E doveva vivere cos tutta la vita, senza esser conosciuto dalla
compagna che gli stava accanto! Ma perch non uccideva quel-
I'odiato rivale, che si era posto tra lui e la moglie? Poteva di-
sperdere con un soffio quello spettro, rivelandosi a lei, affer-
mandosi.
  Facile, s, quel rimedio. Ma non invano Stefano Giogli si era
addentrato nello studio della scienza psico-fisiologica! Egli sa-
peva bene che non era affatto uno spettro quello che sua moglie
amava, ma una persona di carne e d'ossa, una creatura in tutto
viva, viva e vera non soltanto per lei, ma anche per se stessa;
tanto vero che anche egli la conosceva e poteva odiarla cordial-
mente. Era una personalit nuova tratta da sua moglie dal di-
sgregamento del suo essere; un personaggio che viveva e opera-
va affatto indipendente da lui, con una sua propria intelligenza
e una coscienza sua propria. Non aveva egli esclamato tante
volte:
  --Chi sa poi com' costui, o questa cosa, che ora a rne sem-
bra cos?--Conosceva egli forse una realt fuori di s? Egli
stesso non esisteva per s, se non come e in quanto a volta a vol-
ta si rappresentava. Ebbene, sua moglie si era creata di lui una
realt che non corrispondeva per nulla, n interiormente n
esteriormente, a quella che si era creata lui di s: una realt vera
e propria; non un'ombra, uno spettro!
  E poi, avrebbe amato Lucietta il vero Stefano Giogli, uno
Stefano Giogli diverso dal suo? Se cos ella se lo era creato, non
era segno che questo soltanto corrispondeva a' suoi gusti, al suo
desiderio? Non si sarebbe ella messa a cercare in altri il suo
ideale, che ora credeva pienamente raggiunto in quello? Chi sa
che tradimento le sarebbe parso! Ma come? un altro? chi era?
No, no, no. Voleva il suo maritino, lei, quale se lo era foggiato!
Doveva esser quello! S, proprio, quello stupido l...
  Ma se si fosse provato a persuaderla a poco a poco? Se, ar-
mato della sua scienza, le avesse tenuto a un dipresso questo di-
scorsetto:
  Cara, non bisogna presumere che gli altri, fuori del nostro
io, non siano se non come noi li vediamo. Chi cos presume, Lu-
cietta mia, ha una coscienza unilaterale; non ha coscienza degli
altri; non effettua gli altri in s con una rappresentazione viven-
te e per gli altri e per s. Il mondo, cara, non  limitato all'idea
che possiamo farcene: fuori di noi il mondo esiste per s e con
noi; e nella nostra rappresentazione dunque dobbiamo proporci
di effettuarlo quanto pi ci sar possibile, facendocene una co-
scienza in cui esso viva in noi come in se stesso, vedendolo co-
m'esso si vede, sentendolo com'esso si sente.
  Chi sa con che occhi lo avrebbe guardato Lucietta! Tanto
pi, che non era mica vero che ella avesse una coscienza unilate-
rale! Tutt'altro! Ella aveva anzi una coscienza chiarissima del
suo Stefano. E trasecol il Giogli quando venne a sapere, che
per quello stupido l la sua Lucietta faceva non pochi sacrifizii,
e non lievi. Ma s! Tante cose ella faceva, che non le sarebbe an-
dato di fare; e le faceva per lui, unicamente per lui!
  --E... dimmi un po',--le chiese egli quel giorno, quasi sbi-
gottito dalla gioja che quella dichiarazione di lei gli cagionava,
ilarato d'un subito dalla speranza di togliere al rivale la sua Lu-
cietta.--Dimmi un po', cara: che cosa non ti andrebbe di fare?

  Ma Lucietta scosse il capo, ritir le mani ch'egli voleva pren-
derle amorosamente, e gli rispose ridendo:
  --Ah, non te lo dico, no! non te lo voglio dire! Son sicura
che ti torrei tutto il piacere...
  ---Dawero? A me? Ma dimmi,--insistette lui.--Te ne pre-
go, te ne scongiuro... Dimmi almeno una eosa, una piecola co-
sa, per esempio; quella che tu credi che mi farebbe meno dispia-
cere...
  Lucietta lo guard un pezzo, con quegli occhi acuti e furbi, in
cui tutti i desiderii pi birichini pareva brulicassero accesi, e gli
disse:
  --Per esempio?... Ecco, per esempio, questi miei capelli pet-
tinati cos...
  Un urlo, un vero urlo scoppi dalla gola di Stefano Giogli.
Da tanto tempo egli voleva che la sua Lucietta si pettinasse co-
me prima, con quei fiocconi di seta nera, che le aveva veduti in
eapo la prima volta, quella sera in easa dei Limi. Dal giorno
delle nozze aveva adottato quella nuova pettinatura, che le dava
un altro aspetto e ehe a lui non era mai piaeiuta.
  --Ma s! ma s! subito!--le grid.--Subito, Lueietta rnia,
pettinati come prima!
  Alz le mani per disfarle lui stesso quell'antipatica acconeia-
tura. Ma Lucietta gliele ghermi in aria; lo tenne lontano, scher-
mendosi e gridando a sua volta:
  --No, caro! no, caro! Troppo presto l'hai detto! No, no!
Per tua norma, pi che a me stessa, io voglio piacere al mio ma-
ritino!
  --Ma io ti giuro!...--proruppe Stefano.
  Subito ella gli tur la bocca con una mano.--Va' l--gli
disse.--Vuoi darti a conoscere a me? Io so i tuoi gusti, bello
mio, molto meglio dei miei! Lasciami star cos, cos, come piace
al mio Stefano caro, caro, caro...
  E gli carezz tre volte la guancia. La carezz a quell'altro, be-
ninteso, non a lui.
Maestro amore





  --Perch l'accento oratorio,--seguit il professor Vittorio
Della Torre, dopo cena, prendendo sotto braccio il Pannelli,
mentre il suo collega professor Tati richiudeva la porta a vetri
della trattoria,--I'accento oratorio, mio caro,  il respiro d'u-
na lingua! Parlando una lingua straniera, se non ne possiedi
l'accento oratorio tu non puoi quasi tirar fiato. Perch... mi
spiego: ogni parola, certo, grammaticalmente, ha il proprio ac-
cento (tranne, s'intende, le enclitiche e le proclitiche)...
  --Tranne... com'hai detto?--domand aggrondato il Pan-
nelli.
  --Le enclitiche e le proclitiche,--ripet il professor Della
Torre, e seguit, parendogli che la cosa, owia per se stessa, non
avesse bisogno di chiarimento.--Ma poi, parlando, accentui tu
forse ogni parola? Eh, staresti fresco! Su dieci parole, mio caro,
ne accentuerai quattro--abbondiamo--cinque, secondo il rit-
mo affettivo, che governa l'alzarsi e l'abbassarsi del movimento
vocale, capisci? E difatti, perch ogni straniero, che si esprima
anche senza stento in italiano, ti sembra che parli inciso? Ma
appunto perch gli manca, mio caro, I'accento oratorio, e a
ogni parola d il suo accento grammaticale, spesso anche stor-
piandone il tempo...
  --Tranne alle
  --No! E da ridere, anche alle enclitiche e alle proclitiche tal-
volta! E che ne viene? Ne viene un discorso, ripeto, inciso, mar-
tellato, senza respiro. Per forza! L'accento oratorio  il segno
del dominio su una lingua. Soltanto chi ha acquistato l'accento
oratorio, pu dire d'esser veramente padrone d'una lingua!
  Rifocillato di fresco, il professor Vittorio Della Torre parlava
forte, con felice fecondit verbale e s'abbagliava lui stesso ne'
suoi lumi, senza punto curarsi della fatica che doveva durare, a
seguirlo, il piccolo, adiposo e affannato Pannelli, il quale s'era
impigliato con disperata ambascia nel mistero di quelle encicli-
che. . . e di quelle pro. . . uhm, che non hanno accento grammati-
cale.
  Il pover'uomo non ci vedeva pi; gli pareva che tutta la gen-
te, sotto le lampade elettriche di via Nazionale, andasse in tu-

          MAESTRO AMORE                              437

multo, e che i campanelli dei tram e le trombe degli automobili
chiamassero ajuto, disperatamente.
  A un certo punto si volt verso l'altro professore, collega di
Della Torre, che gli stava all'altro lato, forse sperando soccorso
da lui, ch'era anch'esso piccolino di statura, e per giunta, pati-
tuccio abbastanza, da non dover sopportare dopo cena siffatti
discorsi; ma, dispettosamente rosso di pelo, costui, e lentiggino-
so, ecco qua, chinava il capo, approvando con profonda con-
vinzione.
  L'innocente Pannelli si vide perduto.
  Oh Dio!, pens. Non bastano le sciagure vere della vita?
Anche questa sciagura dell'accento oratorio! Se potessi andar-
mene al cinematografo...
  E si prov a ritirare pian pianino il braccio, che il Della Torre
teneva gagliardamente sotto il suo. Ma il Della Torre non glielo
lasci, e seguit a lungo a parlare, per un bisogno cocente e pre-
potente, che il Pannelli non poteva in quel momento supporre
in lui: il bisogno di dare uno sfogo, ora che il cibo senza gusto
ingollato e il poco vino bevuto gli davano una certa baldanza,
all'amarezza e all'avvilimento d'una crudelissima sconfitta, toc-
catagli di recente, tre mesi addietro, insieme col suo collega pro-
fessor Tati, ma dalla quale lui solo, purtroppo, non aveva alcu-
na speranza di rialzarsi.
  Fino a tre mesi addietro, I'uno e l'altro, avevano studiato in-
sieme, accanitamente, ogni sera, per prepararsi al concorso, in-
detto pe' primi dell'anno venturo, a due posti di straordinario
di lingua e letteratura tedesca nei due biennii dell'Istituto supe-
riore di commercio. Avevano entrambi buoni titoli: pregevoli
studii su la letteratura tedesca antica e moderna; numerose tra-
duzioni in italiano di opere filologiche e storiche, e conoscevano
benissimo, cos nel lessico come nella grammatica, la lingua.
Temevano soltanto per la lezione di prova, a cui--se ricono-
sciuti idonei per i titoli--sarebbero stati chiamati dalla Com-
missione esaminatrice, in gara con gli altri concorrenti, forse
meno dotti di loro, ma con pi pratica della lingua. Avrebbero
dovuto parLare per un'ora in tedesco, su un argomento estratto
a sorte ventiquattr'ore prima. Non li sgomentava affatto la dif-
ficolt dell'argomento, ma quella di parlare in tedesco. Non ne
avevano l'abitudine. E tre mesi addietro appunto, di sera, dopo
cena, in un caff, avevano potuto misurare, inorriditi, I'abisso
in cui irreparabilmente sarebbero precipitati, se la Commissione
esaminatrice, il giorno appresso, li avesse chiamati a quella le-
zione di prova.
  C'era in quel caff, seduto a un tavolino accanto al loro, un
Tedesco in viaggio, col solito Baedeker, il solito cappelluccio
verde con gli edelweiss di pezza e i soliti calzettoni di lana a
mezzagamba; e s'erano provati ad attaccar discorso con lui.
Dio, che risate s'era fatte quel tedescaccio, che gi doveva esser
mezzo ubriaco, nel sentirli parlare!--Bitte... bitte.. schweigen
Sie... bitte!--Ma che bitte! che schweigen! Per miracolo il be-
stione, frenetico dal troppo ridere, non aveva rovesciato addos-
so agli awentori del caff, seggiole, bottiglie, bicchieri e tavoli-
ni!
Tutto per causa di quel famoso accento oratorio.
  Awilitissimo, nella misera, rossigna e sudaticcia macilenza
lentigginosa, il professor Bindo Tti, dopo questa sconfitta,
aveva pensato di correr subito ai ripari.
  Quali ripari?
  Non ce ne potevano esser che due: o andare per alcuni mesi in
Germania, che sarebbe stato il meglio; o esercitarsi a parlare a
Roma con Tedeschi.
  Ma quando? dove? con chi? Non era mica padrone del suo
tempo, il professor Tati. Scuola, tutte le mattine e tutti i pome-
riggi; poi, le lezioni particolari; poi, la corre_ione di compiti...
E dov'erano i Tedeschi? Bisognava andarli a cercare di qua e di
l... fare amicizia con qualcuno d'essi... E poi? Discorsi va-
ghi... Oggi s e domani no... Che profitto? Ma che! Ma che! Ci
voleva un rimedio sicuro... Metodo e pazienza. Danari, danari,
ci volevano! Pagare le conversa_ioni di un maestro, se non tutti
i giorni, almeno tre volte la settimana.
  Ebbene: non si  pallidi e macilenti per nulla: il professor Bin-
do Tati aveva qualche migliajetto di lire in un libretto della
Cassa di Risparmio.
  --Te fortunato!--gli aveva detto il collega professor Della
Torre, il quale--bell'uomo--vestiva bene, fumava molto, si
svagava quanto pi poteva, e non aveva potuto mai, perci,
metter da parte neanche un soldo.--Te fortunato! Ma... un
maestro? Un maestro no, caro! Le dorme, caro, hanno pi pa-
zienza, non solo, ma anche pi grazia, pi affabilit. Le donne,
lo sai, s'immedesimano con amorosa diligenzin tutto quello
che fanno. In poco tempo, con una maestra, tu imparerai a par-
lare, sen_a neanche accorgertene. Da' ascolto a me!
  Il professor Bindo Taiti aveva dato ascolto al collega Della
Torre, e da tre mesi conversava tre volte la settimana: il lune-
d, il mercoled e il sabato, dalle ore 17 alle 18, con una certa
fraulein Wenzel, pescata negli awisi economici della sesta pagi-
na d'un giornale (tre lire a conversazione).
  Faceva progressi? Era contento del consiglio? scontento?
  Il professor Della Torre si struggeva di saperlo. Ma non riu-
sciva a cavar nulla da quel benedetto omino color di zafferano,
dall'aria sempre stanca, malaticcia, che pareva si nutrisse di li-
moni.
  Aveva in verit il professor Tti dipinta in volto la nausea e
l'oppressione di ci che si era condannato a fare per tutta la vi-
ta. Si provava ogni tanto a sollevare le sopracciglia sempre ag-
grottate, quasi per concedere agli occhi di volgere altrove uno
sguardo di sfuggita, sottraendoli per un istante alla covatura del
perpetuo incubo. Ma gli occhi stanchi, barlacchi, pareva non
avessero alcun piacere di quella concessione e volgessero appena
altrove, obliquamente, uno sguardo cattivo, denso di rancore e
di fastidio, quasi per forzata obbedienza, e subito ritornavano
sotto l'incubo delle sopracciglia aggrottate.
  --Conversiamo,--aveva miagolato in risposta, tempo ad-
dietro, a una prima domanda del collega.
  --Speditamente?
  --Cos...
  --Insomma... Ia cosa va?
  --Cos...
A un'altra domanda, intorno alla maestra, signorina Wenzel:
--Fraulein,--aveva risposto.misteriosamente.
  Il professore Della Torre, credendo che il Tati volesse correg-
gergli la pronunzia, aveva ripetuto:
  --Ebbene... fraulein, non ho detto bene?
  --Benissimo.
  --E allora? Ti domando com'!
  --E io ti rispondo: fraulein.
  --Non capisco.
  --Caro mio, fraulein, in tedesco, di che genere ?
  --Oh bella! Neutro!
  --E dunque!
  Da parecchi giorni in qua, si mostrava per pi stanco, pi
oppresso, pi inacidito del solito. Qualche contrariet doveva
averla di sicuro. Riconosceva di trar poco profitto da quelle
conversazioni? era sfiduciato? si sentiva male? che aveva?
  Tutto poteva immaginarsi il professor Della Torre, tranne
che il neutrofraulein per il suo collega Tati cominciasse a dive-
nire di genere femminile.
  Errore di grammatica, gravissimo errore di grammatica, nel
quale il professor Bindo Tti certamente si sarebbe guardato
bene dal cadere, se lei, fraulein Wenzel a tutti i costi non avesse
voluto dimostrargli che, in certi casi, o la natura  sgrammatica-
ta, o la grammatica non va d'accordo con la natura.
  Il professor Della Torre ne ebbe, quella sera stessa, la confes-
sione al languido lume tremolante d'un lampione nella solitaria
via Cernaja, allorch il povero Pannelli pot alla fine liberare il
braccio e scappare a un cinematografo sotto i portici dell'esedra
di Termini.
--Innamorata? innamorata di te? Ma ne sei proprio sicuro?
--Sicurissimo.
--E me lo dici cos?
--Penso di non tornarci pi, domani.
  Il Della Torre finse di trasecolare; stette a contemplarlo un
pezzo; poi disse:
  --Ah, dunque, proprio... proprio non vuoi approfittare del-
la fortuna, che t'ajuta in tutti i modi?
  --Fortuna?--sghign il Taiti.--Ma io me ne scappo, a
gambe levate, caro mio, da certe fortune!
  --Come:--riprese il Della Torre.--Ma dimmi... aspetta!
Questafraulein Wenzel com'? vecchia, brutta?
  --Non lo so.
  --Come non lo sai? Perdio, I'avrai guardata!
  --Io le guardo la bocca, quando parla--rispose il Tati.--
Ma tanto vecchia non . Cos... su la trentina.
  --Bionda?
  --S, mi pare...
  --Con gli occhiali?
  --Non mi pare... no, no, senza occhiali.
  --Grassa? Magra?
  --N grassa, n magra.
  --E sar bianca! con quell'incarnato di pesca che hanno tut-
te le tedesche, no? E avr gli occhi ceruli! Cerulea gens since-
ra. . .
  --Sincera, no: si mescola.
  Il professor Della Torre si volt a guardarlo, stordito.
  --Si mescola? Che vuoi dire?
  --Eh,--fece il Tati.--Tacito dice sincera, nel senso che
non si mescolavano. Ora, questa fraulein Wenzel pare che sia
dispostissima a mescolarsi.
  --Gi, gi,--riconobbe il Della Torre.--Ma anzi, meglio!
Caro mio, I'incrocio... Che vai cercando? Innamorata, bionda,
non brutta, trentadue... abbondiamo, trentatr anni... che vai
cercando? Ma non sai che non c' miglior maestro dell'amore~
Scherzi, avere una donna innamorata per maestra? Tu lo sai
meglio di me, caro: perch si abbia la conoscenza reale e non
astratta di una cosa, perch questa cosa divenga veramente no-
stra, bisogna che la conoscenza divenga sentimento. Finch co-
nosciamo soltanto con l'intelletto, avremo una conoscenza
astratta delle cose; chi si appropria delle cose  il sentimento! E
dunque? Se tu riesci a rispondere all'amore di questa donna, su-
bito tutta la tua conoscenza del tedesco si vivificher, diventer

sentimento, vita, che scherzi? Acquisterai subito con l'amore il
sentimento della lingua! Diventer tua, per la vita, quella lin-
gua: tu la vivrai, che scherzi? Non esiterei un momento, se fossi
ne' tuoi panni! Non esiterei un momento! Pensaci, Bindo!
  Ci pens tutta la notte, il professor Tati. Le ragioni del colle-
ga lo avevano scosso. Senza dubbio, I'amore avrebbe facilitato
l'insegnamento. Ma il difficile per il professor Tti era l'amo-
re! Quell'amore italiano, che perfraulein Wenzel doveva essere
cos dolce, so suss, so suss... Si sentiva invece cos agro lui, il
professor Tati, per tutti i limoni, che la sorte, dacch era nato,
gli aveva dato da mangiare...
  Tuttavia, se fosse riuscito a rispondere almeno un poco, spre-
mendosi, all'amore di fraulein Wenzel, chi sa che davvero non
avrebbe potuto cavarne qualche vantaggio.
  --Qualche vantaggio?--incalz la sera dopo, il professor
Della Torre, all'uscita dalla trattoria.--Ma tutti i vantaggi, ca-
ro mio, che scherzi? Di' un po': hai notizie particolari della vita
di lei?
  --Qualche notizia,--rispose il Tti.
  --Di che famiglia ?
  --Il padre  un cappellajo di Koblenz.
  --Cappellajo?
  --S, un buon cappellajo, dice lei.
  --Te ne puoi informare! E come, perch si trova in Italia?
  --Perch due anni fa, fu chiamata a Milano istitutrice in una
famiglia... non so... Bontini... Tombini, una cosa cos... Morta
la bambina per cui era stata chiamata, fu licenziata e se ne ven-
ne a Roma. Dice che ama l'Italia svisceratamente...
  --E te!
  Il professor Taiti raggrinz tutta la sua macilenza cartilagino-
sa per sorridere; alz le spalle; socchiuse gli occhi dolenti, e dis-
se:
  --Fa' il piacere...
  --Ti ama, I'hai detto tu stesso! Ebbene, che aspetti? Se  co-
me mi hai detto... se  di buona famiglia...
  --Fa' il piacere...--ripet il Taiti.
  Il professor Della Torre non si trattenne pi.
  --Ma sai che io la sposerei?
  --Ah, tu. . .
  --Se fossi ne' tuoi panni!
  --Lo credo. Son cose che si farebbero, ma sempre nei panni
d'un altro.
  --Oh bella! Ma scusa,--esclam il Della Torre--ama me,
forse, fraulein Wenzel? Lo farei, se amasse me, intendo dir que-
sto! Lo farei, se avessi gli anni tuoi! Io sono gi troppo vec-
chio. ..
  Il Tati volse, a questo punto, uno de' suoi sguardi obliqui,
pieni di rancore e di fastidio, al collega e disse:
  --Tu sei pi giovine di me. Io sono malato.
  --E perch sei malato?--rimbecc il Della Torre.--Per la
vita che fai! Mangi in trattoria, e ti rovini lo stomaco. Se avessi
una casa, le cure amorose d'una donna...
  --Questo  vero,--riconobbe il Taiti.
  --E poi, per noi, caro,--seguit con pi foga il Della Torre,
--per noi che vogliamo dedicarci all'insegnamento del tedesco
una moglie tedesca  l'ideale! Gi le donne tedesche sono le mi-
gliori del mondo,  notorio! Sane, solide e cordiali... E poi, che
scherzi? Tu paghi tre lire per un'ora di conversazione! Averla in
casa, dalla mattina alla sera... Ia scuola! Moglie e maestra...
Senza contare tutte le altre comodit! Gi, il concorso lo vince-
rai di sicuro... E dunque, tra poco, la tua condizione finanziaria
sar di molto migliorata. Ti metti a posto! Ma potrai anche far-
ti ajutare da lei, la sera a correggere i compiti, santo Dio! E
maestra... Bindo, tu sei... cos, dico, non molto adatto, per
niente proclive... un po' la salute che ti manca... un po' I'indole
troppo schiva... il tempo, tutto occupato nello studio... senza
voglia di distrarti... guarda che una simile fortuna forse non ti
capiter due volte! Assecondala, approfittane, ora che, senza
volerlo, ti trovi su la via... non t'avverr forse mai pi, pensa,
mai pi...
  Il professor Bindo Tati non pot chiudere occhio neanche
quella notte.
  L'idea... I'idea che avrebbe potuto anche dare a correggere
alla moglie i compiti di tedesco... Ia scuola in casa... moglie e
maestra... un piccione, cio, due fave... no, due piccioni a una
fava... Per Dio! quali e quante ragioni, una meglio dell'altra,
aveva saputo escogitare per lui il collega Della Torre... Pareva
che si struggesse dalla voglia di farlo felice, di fargli vincere il
concorso, di salvarlo a ogni costo.
  Questo, ecco, questo lo irritava, lo sconcertava, gli dava om-
bra... Che interesse poteva avere il collega Della Torre, spingen-
dolo cos, con tante ragioni una pi persuasiva dell'altra, a spo-
sarefraulein Wenzel?
  Ci si scap tutta la notte. Non riusc a capacitarsene. Ma i
vantaggi, s, i vantaggi erano sicuri. Il guajo era l'amore! Frau-
lein Wenzel voleva assaporare in lui la dolcezza dell'amore ita-
liano: e chi sa come lo avrebbe oppresso, per ispremere questa
dolcezza da lui, che si sentiva il cuore pi arido di una pietra po-
mice. Chi sa qual fastidio ne avrebbe avuto... Ma i vantaggi, i
vantaggi erano sicuri. Pareva veramente sana e solida e cordia-
le, fraulein Wenzel. Il fastidio dell'amore glielo avrebbe certa-
mente compensato con molte cure. Di tanto in tanto, pazienza!
avrebbe serrato i denti e, sudando molto, si sarebbe lasciato
amare.
  Ci pens ancora parecchi giorni e infine annunzi al collega il
prossimo matrimonio.
  Che abbracci, che baci, che festa, il professor Della Torre!
Come se avesse preso un terno al lotto. E insieme col Pannelli,
che sarebbe stato, senza dubbio, il secondo testimonio alle noz-
ze, volle pagare lo champagne quella sera stessa, per festeggiare
la felice risoluzione.
  Il Taiti se ne torn a casa stordito, intronato di tutta quella
festa del collega, di cui non riusciva a trovar la ragione; ma la
trov subito, la ragione, dopo il matrimonio, appena tornato
dal viaggio di nozze a Koblenz.
  Durante la luna di miele, aveva sofferto tutte le pene dell'in-
ferno. Dopo trentacinque anni di struggente attesa, quella don-
na, divenuta sua moglie, si era gittata con furibonda voracit su
le sue misere carni. Neanche un'ombra di compassione per lui,
che in fondo, sposandola, non aveva preteso nulla da lei, nulla
che dovesse costarle, non che un sacrifizio, ma neppure il mini-
mo sforzo: parlare, ecco, solamente parlare in tedesco, cio,
nella sua lingua, a lui, che l'aveva sposata soltanto per questo...
Ma che! In italiano, in italiano voleva essere amata; voleva
amare in italiano, lei, adesso! Voleva ch'egli le parlasse d'amore
in italiano e in italiano ella voleva rispondergli!
  Ebbene, appena installato nella nuova casetta modesta, coi
segni nello sparuto volto citrino del supplizio a cui s'era danna-
to, il professor Bindo Taiti, due giorni dopo il suo ritorno da
Koblenz, vide entrare nel salotto il collega professor Vittorio
Della Torre, il quale, fresco fresco e sorridente, con imperterri-
ta faccia tosta, attacc subito con sua moglie una graziosa, in-
terminabile conversazione in tedesco.
  Senti tutto il poco sangue che gli restava, fargli impeto nella
testa. Vide rosso. Ah, per questo? Tant'impegno prima, tanta
festa poi, per questo? per aver modo di esercitarsi a parlar tede-
sco con sua moglie, senza alcuna spesa, senza alcun fastidio,
senza alcun peso? per questo?
  Si tenne a stento quella prima sera, divorato dalla rabbia. Il
collega Della Torre lo guardava di tratto in tratto, e gli sorride-
va:
  --Non ti senti bene, caro?
  E si voltava subito a domandare in tedesco alla moglie, se per
caso il suo caro Bindo non stava male. E la moglie... ciaSf cioff,
ich, doch, nicht, ja, nein--quattr'ore, quattr'ore, quattr'ore di
conversazione in tedesco, gratis, a quel suo boja.
  Esplose la seconda sera, appena andato via il Della Torre. Al-
la moglie parve impazzito. Era tanto il suo furore, che non riu-
sciva a esprimersi; strozzato, congestionato, annaspava, con gli
occhi schizzanti dalle orbite.
  --Se un'altra volta... se un'altra volta... costui viene... e tu
t'arrischi... e tu t'arrischi di parlargli in tedesco...
  Ah, l'amore italiano... si so suss, so suss... ma anche terribi-
le! Eifersucht! Eifersucht! Gelosia... Gelosia...
  E la buona, sana, solida e cordiale moglie tedesca--sicurissi-
ma che il suo povero marito, quel caro tesoro, fosse terribil-
mente eifersuchtig del suo collega Della Torre, gli si precipit
addosso con la bocca assetata di baci, con le mani prodighe di
carezze, per rassicurarlo subito, per dargli subito la prova, la
prova pi convincente, che ella non amava altri che lui, non vo-
leva altri che lui:
  --Binto mio! Binto mio!
  Poteva mai immaginarsi la povera donna, che il marito, in
lei, non aveva sposato altro che la lingua tedesca, e che di lei
non gli importava nulla, e che soltanto della sua lingua tedesca
era egli geloso? Allibi, nel vedersi furiosamente respinta.
  Pallido come un morto, con le narici dilatate, tutto vibrante,
con un riso di scherno su le labbra divaricate, egli le fischi tra i
denti:
  --Ah, per giunta, ora mi abbracci? Ora debbo darti io i baci
e le carezze? Ora vuoi spremere a me le ultime gocce di sangue,
dopo aver conversato quattr'ore, quattro, quattro ore in tede-
sco con quella canaglia? E come gli hai corretto bene tutti gli
spropositi! Come gli hai insegnato bene come si dovesse dir
questo, e come si dovesse dir quest'altro.
  --Ma discorso... discorso onesto...--s'affannava a ripetere
tra le lagrime la moglie sbalordita.--Discorso onesto, Binto
mio, conversazione onesta...
  --Per giunta, gi! Sicuro,--incalz egli,--onestissima! Di-
scorsi di grammatica, discorsi di filologia, discorsi di letteratu-
ra... Onesto? Ti pare onesto da parte sua? E una canaglia, capi-
sci che cos'? Una canaglia! Ti proibisco... ti proibisco di par-
largli in tedesco! Se domani sera egli torna, e t'arrischi di par-
largli in tedesco, guai a te! guai a te! Non ti dico altro!
  La sera dopo, il professor Della Torre, puntuale, torn fresco
fresco, al solito, e sorridente. Ma trov il collega pi morto che
vivo, abbandonato con gli occhi chiusi su una poltrona. Eviden-
temente, la notte avanti, aveva fatto pace con la moglie! E que-
sta gli sedeva accanto, freddissima al suo ingresso nel salotto,

anzi rigida, interita. Appena si prov a domandare in tedesco,
se per caso il caro collega seguitasse a sentirsi male, ella, ponen-
do una mano sul braccio del marito in atto di protezione, con
uno scatto severo, gli rispose:
  --No, precho, sigh-nor! Io parlare con ello italiano. Tetesco
io parlare soltanto con mio marito. Con ello, precho, exerchi-
tarmi parlare italiano.
Colloquii coi personaggi





  Avevo affisso alla porta del mio studio un cartellino con questo


                               AVVISO

  Sospese da oggi le udienze a tutti i personaggi, uomini e don-
ne, d 'ogni ceto, d 'ogni et, d 'ogni professione, che hannoSatto
domanda e presentato titoli per essere ammessi in qualche ro-
manzo o novella.
  N.B. Domande e titoli sono a disposizione di quei signori per-
sonaggi che, non vergognandosi d'esporre in un momento come
questo la miseria dei loro casi particolari, vorran~o rivolgersi ad
altri scrittori, se pure ne troveranno.

  Mi tocc la mattina appresso di sostenere un'aspra discussio-
ne con uno dei pi petulanti, che da circa un anno mi s'era at-
taccato alle costole per persuadermi a trarre da lui e dalle sue
avventure argomento per un romanzo che sarebbe riuscito--a
suo credere--un capolavoro.
  Lo trovai, quella mattina, innanzi alla porta dello studio, che
s'aiutava con gli occhiali e in punta di piedi--piccolo e mezzo
cieco com'era--a decifrare l'awiso.
  In qualit di personaggio, cio di creatura chiusa nella sua
realt ideale, fuori delle transitorie contingenze del tempo, egli
non aveva 1 obbligo, lo so, di conoscere in quale orrendo e mi-
serando scompiglio si trovasse in quei giorni l'Europa. S'era
perci arrestato alle parole dell'awiso: in un momento come
questo, e pretendeva da me una spiegazione.
  Erano ancora i giorni di torbida agonia che precedettero la
dichiarazione della nostra guerra all'Austria, ed entravo di furia
nello studio con un fascio di giornali, ansioso di leggere le ulti-
me notizie. Mi si par davanti:
  --Scusi... permette?
  --Non permetto un corno!--gli gridai.--Mi si levi dai pie-
di! Ha letto l'awiso?

        COLLOQUII COI PERSONAGGI                        447

--Sissignore, appunto per questo... Se mi volesse spiegare...
--Non ho nulla da spiegarle! Non ho pi tempo da perdere
con lei! Via! Vuole le sue carte, i suoi documenti? Venga, entri,
prenda e se ne vada!
  --Sissignore... ecco, ma se volesse dirmi almeno che cosa 
accaduto?...
  Sperando di farlo schizzar per aria, polvere, come per una
cannonata a bruciapelo, gli urlai in faccia:
  --La guerra!
  Rimase l impassibile, come se non gli avessi detto nulla.
  --La guerra? Che guerra?
  Me lo tolsi davanti con uno strappo violento; entrai nello stu-
dio, sbattendogli la porta in faccia; e, buttandomi sul divano,
corsi con gli occhi alle ultime notizie dei giornali, se finalmente
la dichiarazione di guerra era awenuta, se gli ambasciatori
d'Austria e di Germania erano partiti da Roma, se c'erano gi i
primi fatti d'armi per mare o alla frontiera. Nulla! ancora nul-
la! E fremevo.
  Ma come? ma come?, dicevo. Che s'aspetta? E che aspet-
tano ancora questi signori ambasciatori, dopo le sedute solenni
della Camera e del Senato e il delirio di tutto un popolo che da
tanti giorni grida per le vie di Roma guerra, guerra! Son diven-
tati sordi? ciechi? L'albagia tedesca, la tracotanza austriaca do-
ve sono pi? Quattro, cinque volte, nei giornali del mattino, nei
giornali del pomeriggio, in quelli della sera s' loro annunziato
che i treni speciali sono pronti per essi. Niente. Sordi. Ciechi. E
intanto a Trieste, a Fiume, a Pola, in tutto il Trentino si fa
scempio e strazio dei nostri fratelli che ci aspettano; e noi li ab-
biamo lasciati partire protetti e tranquilli, i signori sudditi au-
striaci e tedeschi!>~
  Mentre cos pensavo, fremendo, m'awenne di levar gli occhi
dal giornale, e che vidi? lui, quel petulante, quell'insoffribile
personaggio, ch'era entrato non so come, non so donde, e se ne
stava pacificamente seduto su una poltroncina presso una delle
finestre che guardano sul mio giardinetto, tutto ridente e squil-
lante, in quei giorni di maggio, di rose gialle, di rose bianche, di
rose rosse e di garofani e di geranii.
  Guardava fuori, con faccia beata, i cipressi e i pini di Villa
Torlonia dirimpetto, dorati dal sole, abbagliati sotto l'intenso
azzurro del cielo e stava a udire con delizia evidente il fitto cin-
guettio degli uccellini felicemente nati con la stagione e il chioc-
colio della fontanella del mio giardinetto.
  La sua vista inopinata, quel suo atteggiamento di delizia mi
suscitarono una rabbia che non so dire: una rabbia che avrebbe
dovuto lanciarmi addosso a lui, e invece restava l come schiac-
ciata dal peso d'uno stupore, ch'era anche nausea e avvilimen-
to. Gli vidi, a un tratto, voltare verso me quella beata faccia.
Con l'orecchio intento e una mano appena levata:
  --Sente?--mi disse,--sente che bel trillo? E un merlo,
questo, sicuramente.
  Afferrai i giornali stesi su le ginocchia con l'impeto di piom-
bargli con essi sopra ad accopparlo, urlandogli nel furore tutte
le ingiurie, tutti i vituperii che mi venivano in bocca. E poi? Sa-
rebbe stato inutile. Scaraventai a terra i giornali, puntai i gomiti
su le ginocchia, mi presi la testa tra le mani.
  Poco dopo, con placida voce, quegli ricominci a dire:
  --E che c'entro io, scusi, se il merlo canta? se le rose ridono
nel suo giardinetto? Corra a mettere la museruola a quel merlo,
se le riesce, e a strappar queste rose! Non credo, sa, che se la la-
sceranno mettere la museruola gli uccellini; e tutte le rose di
questo maggio da tutti i giardini, non le sar mica facile strap-
parle... Mi vuol far saltare dalla finestra? Non mi far male; e
le rientrer nello studio dall'altra. Che vuole che importi a me,
agli uccellini, alle rose, alla fontanella della sua guerra? Cacci il
merlo da quell'acacia; se ne voler nel giardino accanto, su un
altro albero, e seguiter di l a cantare tranquillo e felice. Noi
non sappiamo di guerre, caro signore. Ese lei volesse darmi
ascolto e dare un calcio a tutti codesti giornali, creda che poi se
ne loderebbe. Perch son tutte cose che passano, e se pur lascia-
no traccia,  come se non la lasciassero, perch su le stesse trac-
ce, sempre, la primavera, guardi: tre rose pi, due rose meno, 
sempre la stessa; e gli uomini hanno bisogno di dormire e di
mangiare, di piangere e di ridere, d'uccidere e d'amare: piange-
re su le risa di jeri, amare sopra i morti d'oggi. Retorica,  vero?
Ma per forza, poich lei  cos, e crede per ora ingenuamente
che tutto, per il fatto della guerra, debba cambiare. Che vuole
che cambi? Che contano i fatti? Per enormi che siano, sempre
fatti sono. Passano. Passano, con gli individui che non sono
riusciti a superarli. La vita resta, con gli stessi bisogni, con le
stesse passioni, per gli stessi istinti, uguale sempre, come se non
fosse mai nulla: ostinazione bruta e quasi cieca, che fa pena. La
terra  dura, e la vita  di terra. Un cataclisma, una catastrofe,
guerre, terremoti la scacciano da un punto; vi ritorna poco do-
po, uguale, come se nulla fosse stato. Perch la vita, cos dura
com', cos di terra com', vuole se stessa l e non altrove, anco-
ra e sempre uguale. E vorr anche il cielo, per tante cose; ma,
sopra tutto, creda, per dare respiro a questa terra. Lei si agita,
in questo momento; freme; s'arrabbia contro chi non sente co-
me lei, contro chi non si muove; vorrebbe gridare, far capaci
tutti gli altri del suo stesso sentimento. Ma se gli altri non lo

        (`OLLOQUII COI PERSONAGGI                        449

hanno? Lei s'immaginer che tutto sia perduto; e sar magari
tutto perduto per lei... Fino a quando? Lei non vorr mica mo-
rire per questo. Guardi: l'aria lei la respira, e non glielo dice che
lei vive, quando la respira; questo cinguettio d'uccelli nati ora
col maggio in questi giardini fioriti, lei l'ode, e non glielo dico-
no questi uccelli e questi giardini che lei vive, quando li ode cin-
guettare e ne aspira i profumi. Una miseria di pensiero lo assor-
be. Di tanta vita ch'entra in lei per i sensi aperti, non fa conto.
E poi si lagna; di che? di quella miseria di pensiero, di quel desi-
derio insoddisfatto, d'un caso contrario gi passato. E intanto
tUttQ il bene della vita le sfugge! Ma non  vero. Sfugge alla sua
coscienza, non a quel profondo oscuro se stesso, dove--senza
saperlo--lei vive davvero e assapora il gusto della vita, ineffa-
bile, che  quello che la tiene e che le fa accettare tutte le contra-
rieta, tutte le condizioni che il pensiero stima pi misere e intol-
lerabili. Questo veramente  ci che conta. Immagini che tutto
questo scompiglio sia finito, compiuta la strage. Si far la sto-
ria, domani, dei guadagni e delle perdite, delle vittorie e delle
sconfitte. Speriamo che la giustizia trionfi... Ma se non dovesse
trionfare? Trionfer di qui a un altro secolo... La storia ha lar-
ghi polmoni, e un arresto di respiro  cosa momentanea. Pu
anche darsi, del resto, che sembri un'altra, di qui a un altro se-
colo, la giustizia. Non c' da fidarsi; e non  questo, creda, che
importa. Ci che realmente importa  qualche cosa d'infinita-
mente pi piccolo e d'infinitamente pi grande: un pianto, un
riso, a cui lei, o se non lei qualche altro, avr saputo dar vita
fuori del tempo, cio superando la realt transitoria di questa
sua passione d'oggi; un pianto, un riso, non importa se di que-
sta o d'altra guerra, poich tutte le guerre su per gi son le stes-
se; e quel pianto sar uno, quel riso sar uno.
  Cos io lo udii parlare a lungo, con una smania che mi si esa-
sperava di punin punto, quanto pi, parendomi in fondo che
dicesse giusto, mi sforzavo di frenarmi Non avrei voluto ascol-
tarlo, e lo ascoltai invece fino all'ultimo. Quando scattai in pie-
di, sdegnato, amareggiato, naturalmente non me lo vidi pi da-
vanti. Come una tenebra d'angoscia m'aveva rioccupato il cer-
vello: ero ricaduto in preda alla mia cocente passione.
  Mio figlio doveva partire in quei giorni per la frontiera. Della
sua partenza imminente volevo e non riuscivo a sentirmi orgo-
glioso. Egli avrebbe potuto, come tanti altri della sua et e della
sua condizione, sottrarsi almeno per il momento ai suoi obbli-
ghi: s'era invece presentato subito, volontario, all'appello. Lo
guardavo avvilito e quasi mortificato. Il ribrezzo pi che tren-
tenne di un'alleanza odiosafomentato ora dallo sdegno, dal-
l'orrore delle atrocit commesse dai nostri alleati di jeri, aveva
450 AP~!NOICE                                   COLLOOUII COI P~RSONAOGI               45 i    1--

per dieci mesi roso il freno d'una disumana pazienza. E ora che
questo freno finalmente accennava a rompersi, ora che il ribrez-
zo soffocato per trenta e pi anni stava per prorompere e awen-
tarsi, ecco, non io, non noi, quanti siamo di questa sciagurata
generazione a cui  toccata l'onta della pazienza, l'ignominia di
quell'alleanza col nemico irreconciliabile, non noi dovevamo
correre alla frontiera, ma i figli nostri, nei quali forse il ribrezzo
non fremeva e l'odio non ribolliva come in noi. Prima i nostri
padri, e non noi! ora, i nostri f1gli, e non noi! Dovevo restare a
casa, io, e veder partire mio figlio.
  Fuori di questa passione, fuori di quest'angoscia, non potevo
per il momento veder pi nulla. Dovevo consumare in me stesso
un travaglio violento: l'ira, lo sdegno acerbo per quanto aweni-
va, per chi non poteva, non sapeva o non voleva fare e si dava
grottesche arie di fare e avrebbe meritato in risposta un augurio
di sconfitta, se le sorti nostre non fossero state sciaguratamente
unite. Dovevo consumare dentro me l'ansia senza requie per il
mio figliuolo, che mentre io qua mi sarei straziato invano e sarei
stato costretto purtroppo ad attendere e a soddisfare a tutti i
piccoli materiali bisogni della vita, avrebbe esposta la sua lass;
e ogni momento, che per me sarebbe passato cos, poteva essere
per lui il supremo; e sarebbe toccato a me, allora, dopo, di se-
guitarla a vivere, questa atrocissima vita.
  Nell'ombra che veniva lenta e stanca dopo quei lunghissimi
afosi pomeriggi estivi e m'invadeva a poco a poco la stanza, re-
cando come una mestizia di frescura, un rammarico di lontane
dolcezze perdute, io per da alcuni giorni non mi sentivo pi so-
lo. Qualcosa brulicava in quell'ombra, in un angolo della mia
stanza. Ombre nell'ombra, che seguivano commiseranti la mia
ansia, le mie smanie, i miei abbattimenti, i miei scatti, tutta la
mia passione, da cui forse eran nate o cominciavano ora a na-
scere. Mi guardavano, mi spiavano. Mi avrebbero guardato
tanto, che alla fine, per forza, mi sarei voltato verso di loro.
  Con chi potevo io veramente comunicare, se non con loro, in
un momento come quello? E mi accostai a quell'angolo, e mi
forzai a discernerle a una a una, quelle ombre nate dalla mia
passione, per mettermi a parlare pian piano con esse.




  E m' avvenuto, accostandomi per la prima volta all'angolo
della stanza ove gi le ombre cominciano a vivere, di trovarvene
una che non m'aspettavo, ombra solo da jeri.
  --Ma come, Mamma? Tu qui?

  E seduta, piccola, sul seggiolone, non di qui, non di questa
mia stanza, ma ancora su quello della casa lontana, ove pure gli
altri ora non la vedono pi seduta e donde neppur lei ora, qui,
si vede attorno le cose che ha lasciato per sempre, la luce d'un
sole caldo, luce sonora e fragrante di mare, e di qua la vetrina
che luccica di ricca suppellettile da tavola, di l il balcone che d
su la via larga del grosso borgo marino, per dove passa monoto-
na tutti i giorni, stridente di carri, la solita vita, di traffico per
gli altri, di tedio per lei; n pi si vede davanti i cari nipotini dai
dolci occhi intenti ai suoi racconti, e quegli altri due che pi,
certo, le  doluto di lasciare: il vecchio compagno della sua vita,
la figliuola pi amata, quella che fino all'ultimo la circond di
vigile adorazione.
  Curva, tutta ripiegata su se stessa per schermire gli spasimi
interni, con le pugna sui ginocchi e su le pugna la fronte, sta
qua, su quel suo seggiolone che le ricorda tutte le cure della casa
e il tormento dei lunghi pensieri nell'ozio forzato, i viaggi del-
l'anima tra le memorie lontane e il lungo soffrire e anche, s, le
sue ultime gioje di nonna.
  Alla mia domanda:
  --Ma come, Mamma? Tu qui?
  alza la fronte dai ginocchi e mi guarda con quegli occhi che
hanno ancora la luce dei venti anni ma in un bianco volto molle
e smunto dal male e dall'et; mi guarda e m'accenna di si, che 
voluta venire per dirmi quello che non pot per la mia lontanan-
za, prima di staccarsi dalla vita.
  --D'esser forte, Mamma, mi dici, in qu~sto momento di pro-
va suprema per tutti? Forse s... ma tu, Mamma? Proprio in
questo momento lasciarmi, partirti da quel tuo cantuccio lag-
gi, ove io venivo col pensiero a trovarti ogni giorno, quando
pi cupa e fredda mi doleva la vita, per rischiararmi e riscaldar-
mi al lume e al calore dell'amor tuo, che mi rifaceva ogni volta
bambino.. .
  Solleva con pena le palpebre e atteggia il volto a un sorriso di
pena, tenendosi sul grembo le povere piccole mani che tanto
hanno lavorato; quasi per nascondere il male, ov'esso gliele ha
pi torturate e offese. E non quelle mani soltanto si tiene cos,
ma dentro cos anche l'anima, per nascondere dove pi le vicen-
de della vita gliel'hanno offesa, ove piiqualche parola degli al-
t tri gliela toccano al vivo, e per non dire, attraverso quel sorriso
  di pena, se non ci che conviene, non tanto per s quanto per g!i
  altri. E dice:
  --Non dovevo? Ma io non l'ho voluto, figlio, bench tanto
stanca, lo sai, e con tanto bisogno di riposare dal troppo male di
L questa mia v-ita troppo lunga, ah lunga oltre ogni previsione dei
miei tanti dolori... E venuta! Non la volevo. Per te non la vole-
vo e per tutti gli altri, ma pi per te che, lo so, giustamente do-
mandavi che il mio cuore t'accompagnasse in quest'ansia ango-
sciosa per il tuo figliuolo che combatte lass... E t'ha accompa-
gnato, figlio, il mio cuore; e forse per questo, anche... No no,
che c'entri tu? Non ha potuto Il~i, vecchio, correr troppo come
doveva dietro alla tua ansia, e s' fermato... Ma meglio per me
cos, meglio, credi. Per te lo dico, perch tu trovi in questo un
conforto al dolore per la mia morte. Non potevo riposare; vedi
il mio corpo com'era ridotto? L'anima, s... quella! ma anche il
cuore, sai: bench cos stanco di battere... anch'esso, dentro,
era quello di prima, con dentro ancora tutta, tutta la sua vita,
ma pure l'infanzia, sai? tutta la sua vita, anche coi giuochi che
facevo, piccola, coi miei piccoli fratelli, e tutti i visi e gli aspetti
delle cose d'allora, cos vivi, ma cosi vivi nel senso che aveva al-
lora la vita per me, che tante volte questa vita di poi m'e sem-
brata un sogno d'attorno e non quella gi lontana e pur cosi
presente qui, nel mio cuore. Eh! perch la vita, figlio, tu lo sai,
noi la diamo ai figli perch la vivano loro e ci contentiamo se
qualcosa ancora di riflesso ne venga a noi; ma non ci sembra
pi nostra; la nostraJ per noi, dentro, resta sempre quella che
non demmo ma che ci fu data, a nostra volta; quella che, per
quanto nel tempo s'allunghi, serba dentro pur sempre il primo
sapore d'infanzia e il volto e le cure della mamma nostra e di
nostro padre e la casa d'allora com'essi la avevano fatta per
noi... Tu puoi saperlo, quale fu questa mia vita, perch tante
volte io te ne parlai; ma altro  viverla, figlio, una vita...
  Tentenna il capo e gli occhi brillano vivi del fremito interno
dei ricordi.
  --E la mia!... Fu pur triste, dapprima... La tirannide... I
Borboni... A tredici anni, con mia madre, i miei fratelli, le mie
sorelle, una anche pi piccola di me ed anche due fratellini pi
piccoli, noi otto e pur cosi soli, per mare, in una grossa barca da
pesca, una tartana, verso l'ignoto. Malta... Mio padre, compro-
messo nelle congiure e per le sue poesie politiche escluso dal-
I'amnistia borbonica dopo la rivoluzione del 1848, era l, in esi-
lio. E forse allora io non potevo intenderlo, non l'intendevo tut-
to il dolore di mio padre. L'esilio--far piangere cos una mam-
ma, e lo sgomento, e togliere a tanti bambini la casa, i giuochi,
l'agiatezza--voleva dir questo; ma anche quel viaggio per ma-
re voleva dire, con quella gran vela bianca della tartana che
sbatteva aUegra nel vento, alta alta nel cielo, come a segnar con
la punta le stelle, e nient'altro che mare intorno, cos turchino
che quasi pareva nero; e lo sgomento ancora, a guardarlo; ma
anche quell'infantile orgoglio della sventura che fa dire a un

          COLLOOUII COI PERSONAGGI                        453

bimbo vestito di nero: lo sono a lutto, sai? come se fosse un
privilegio sopra gli altri bimbi non vestiti di nero; e anche l'an-
sia di tante cose nuove da vedere, che ci aspettavamo di vedere
con certi occhi fissi fissi che per ora non vedono nulla, fuorch
la mamma l che piange tra i due figli maggiori che sanno e ca-
piscono, loro s... e allora noi piccoli, le cose da vedere di l,
nell'ignoto, pensiamo che forse non saranno belle. Ma l'isola di
Gozzo, prima... poi Malta... belle! con quel golfo grande gran-
de, d'un azzurro aspro, luccicante d'aguzzi tremolii, e quel pae-
sello bianco di Brmula, piccolo in una di quelle azzurre insena-
ture... Belle da vedere le cose, se non ci fosse qua la mamma che
seguita a piangere... E poi presto dovemmo capire anche noi
piccoli, non pi piccoli presto. Venivano i grandi, nella nostra
casa, a trovare mio padre; e tutti erano tristi e cupi, come sordi;
e pareva che ciascuno parlasse per s a quello che vedeva: la pa-
tria lontana, ove il dispotismo restaurato rifaceva strazio di tut-
to; e ogni loro parola pareva scavasse nel silenzio una fossa. Lo-
ro erano qua, ora, impotenti. Nulla da farci! E chi appena pote-
va, per non struggersi l in quella rabbiosa disperazione, partiva
per il Piemonte, per l'Inghilterra... Ci lasciavano. Con sette fi-
gli e la moglie, mio padre che altro poteva, se non dire addio a
tutti quelli che se n'andavano, addio anche alla vita che se n'an-
dava? La rabbia e il peso di quell'impotenza, I'avvilimento di
vivere dell'elemosina d'un fratello che era stato costretto a can-
tare nella Cattedrale con gli altri del Capitolo il Te Deum per
Ferdinando lo stesso giorno della partenza di lui per l'esilio; un
cordoglio senza fine, la sfiducia che non avrebbe veduto il gior-
no della vendetta e della liberazione, ce lo consunsero a poco a
poco, a quarantasei anni. Ci chiam tutti attorno al letto il gior-
no della morte e si fece promettere e giurare dai figli che non
avrebbero avuto un pensiero che non fosse per la patria e che
senza requie avrebbero speso la vita per la liberazione di essa.
Ritorn la vedova, ritornammo noi sette orfani in patria, men-
dichi alla porta di quello zio che finora ci aveva mantenuti nel-
I'esilio: veramente santo, veramente santo, perch il bene che ci
fece e continu a farci, senza mai un lamento, era a costo per
lui di paure da vincere ogni giorno, d'offese da sopportare fin-
gendo di non notarle, offese alle sue abitudini, alle sue opinio-
ni, ai suoi sentimenti, e anche a costo di certe piccole grettezze
da superare, che ce lo rendevano tanto pi caro, quanto pi ve-
devamo ch'egli cercava di sottrarvisi con comici sotterfugi, con
ingenue arti che ci facevano sorridere pietosamente. Tante volte
tu sentisti dire da me: Lo zio canonico!. Ma che puoi sapere
di quella sua casa antica, com'era, che sapore di vita vi alitava,
com'era lui, piccolo (grande di busto) piccolo di gambe, cos
piccolo piccolo che in piedi era pi-`corto che seduto, ma bello di
volto, e poi con un certo suo curioso intercalare: Cttari! Ct-
tari! avrei potuto giurare, effettivamente. . .  mentre si guardava
le unghie, con gli occhi bassi. E la paura che aveva dei tuoni! e
certc prepotenti curiosit proibite che lo traevano a leggere di
nascosto nella Battaglia di Benevento la storia dei papi e di trat-
to in tratto lo sentivamo gridare, mentre richiudeva di furia il li-
bro e vi dava un pugno sopra: Ma q~esto  un pazzo~ e poco
dopo tornava a leggervi daccapo. Povero ziot Fummo pure in-
grati qualche volta... quella volta per esempio, che la sbirraglia
borbonica venne a fare una perquisizione anche nella casa di
lui, per i miei fratelli ch'erano gi~i cresciuti e congiuravano, e io
giovanetta, nel vederlo troppo irnpaurito e troppo ossequioso
tremare innanzi a quei musi, gli gridai:Ma non abbia paura
lei! Costoro lo sanno bene che lei and a cantare ile Deum al-
la Cattedrale quando un fratello fu mandato in esilio!. E lui,
poverino, mogio mogio, s'allontan esclamando e guardandosi
al solito le unghie: Cttari, che femmin~, cttari che femmi-
na>~. Eh s, troppo veramente mi doleva d'essere donna allora e
di non poter seguire i miei fratelli! Io la cucii quasi al bujo, in
un sottoscala, la bandiera tricolore con cui il mio pi piccolo
fratelio insieme con gli altri congillrati, il 4 aprile 1860, usc ar-
mato incontro al presidio borboniconella stess'ora che a Paler-
mo un altro dei miei frateli doveva irrompere dal convento del-
la Gancia; e qua da noi, ir, provincia5 di tanti che avevano giu-
rato di scendere in piazza armati si trovarono in cin~ue soltanto
contro duemila borbonicil Tu puoi intenderla ora la nostra an-
sia mortale, in (luel giorno per questi due fratelli, urlo qua, l'al-
tro l... S,  per il figlio ora la t~la ansia; ma c~era anche la
mamma con noi allora, e l'ansia era anche per noi. Quando, do-
po lo scampo miracoloso dei miei fratelli, i gendarmi ritornaro-
no a perquisire la casa, mia madre ci dispose, noi figliuole, cia-
scuna presso un balcone e ci ordin: Se vi mettono le mani ad-
dosso, buttatevi gi>~. Fiera donna di stampo antico, mia ma-
dre! Per mesi e mesi, figurati, per tutto il tempo che dur la pri-
gionia dei garibaldini dopo Aspromonte non volle che si desse
alcuna notizia della famiglia a quello piu piccolo dei miei fratel-
li che si trovava, ufficiale dei bersaglieri, nell'esercito, solo per
la supposizione che fosse stato anche lui tra i fucilatori di Gari-
baldi e contro all'altro fratello ch'ebbe la ventura di raccogliere
in quell'infausta giornata lo stivale Iorato e insanguinato del
Generale. Che giornata, quella';ppure la vitaostr~, di voi
miei figliuoli, dipende forse da essa' (uando c~uei mio fratello
ritorn dalla prigior,ia nel!caserma dian}eni~?t~o a C~enova,
tutto il popolola lo condllsse quasi in trionfola n~adre e a
noi che lo aspettavamo festanti; e fu allora ch'io conobbi per la
prima volta vostro padre, reduce anche lui d'Aspromonte, gari-
baldino anche lui del Sessanta, carabiniere genovese. Avevo gi
ventisette anni e non volevo pi sposare; mi tocc sposare per-
ch lui lo volle, lui che poteva imporsi al mio cuore con la bella
persona e pi, in quei fervidi anni, con l'animo che voi figliuoli
gli conoscete, per cui ancora, vecchio, esulta e si commuove co-
me un bambino per ogni atto che accresca onore alla patria.
Con quest'animo e col mio, la vita che vi abbiamo data, figliuo-
li miei, nei tempi inerti e sordi che sono seguiti, non poteva esser
lieta; lo so! E la so, ora, la tua pena, figlio, che forse  la stessa
che a me, donna, mi bruci tanto nell'anima: di non poter fare
e di veder fare agli altri quello che avremmo voluto far noi e che
per noi sarebbe stato niente, mentre ci par tanto e tanto ci fa
soffrire, che lo facciano gli altri... Ma ecco, per questo appunto
io sono venuta, figlio mio, per dirti questo, che tu l'hai voluta
questa guerra, contro tanti che non la volevano e lo sapevi che
se poco ti sarebbe costato sacrificare in essa la tua vita, tanto,
troppo invece ti sarebbe costato il solo rischio di quella del tuo
figliuolo. E l'hai voluta. Tu paghi, dunque, di sofferenze pi
che se fossi andato... Ti basti. E Dio risparmi il tuo figliuolo!
Avrei voluto, pur soffrendo, durare ancora fino alla vittoria.
Ma pazienza! Non ho rinunziato a un dolore; avr perduto una
gioja, poich la vittoria  certa. Mi basta che per me rimanga a
vederla tuo padre. Voi, del resto, tu che mi sei stato sempre lon-
tano, cos da lontano, pensatemi ancora viva! Non sono io for-
se viva sempre per te?
  --Oh, Mamma, s!--io le dico.--Viva, viva, s... ma non 
questo! Io potrei ancora, se per piet mi fosse stato nascosto,
potrei ancora ignorare il fatto della tua morte, e immaginarti,
come t'immagino, viva ancora laggi, seduta su codesto seggio-
lone nel tuo solito cantuccio, piccola, coi nipotini attorno, o in-
tenta ancora a qualche cura familiare. Potrei seguitare a imma-
ginarti cos, con una realt di vita che non potrebbe esser mag-
giore: quella stessa realt di vita che per tanti anni, cos da lon-
tano, t'ho data sapendoti realmente seduta l in quel tuo can-
tuccio. Ma io piango pe-r altro, Mamma! Io piango perch tu,
Mamma, tu non puoi pi dare a me una realt! E caduto a me,
alla mia realt, un sostegno, un conforto. Quando tu stavi sedu-
ta laggi in quel tuo cantuccio, io dicevo: Se Ella da lontano
mi pensa, io sono vivo per lei. E questo mi sosteneva, mi con-
fortava. Ora che tu sei morta, io non dico che non sei pi viva
per me; tu sei viva, viva com'eri, con la stessa realt che per tan-
ti anni t'ho data da lontano, pensandoti, senza vedere il tuo cor-
po, e viva sempre sarai finch io sar vivo; ma vedi?  questo, 
questo, che io, ora, non sono pi vivo, e non sar vivo per te
mai pi! Perch tu non puoi pi pensarmi com'io ti penso, tu
non puoi pi sentirmi com'io ti sento! E ben per questo, Mam-
ma, ben per questo quelli che si credono vivi credono anche di
piangere i loro morti e piangono invece una loro morte, una lo-
ro realt che non  pi nel sentimento di quelli che se ne sono
andati. Tu l'avrai sempre, sempre, nel sentimento mio: io,
Mamma, invece, non l'avr pi in te. Tu sei qui; tu m'hai parla-
to: sei proprio viva qui, ti vedo, vedo la tua fronte, i tuoi occhi,
la tua bocca, le tue mani; vedo il corrugarsi della tua fronte, il
battere dei tuoi occhi, il sorriso della tua bocca, il gesto delle tue
povere piccole mani offese; e ti sento parlare, parlare veramente
le parole tue: perch sei qui davanti a me una realt vera, viva e
spirante; ma che sono io, che sono pi io, ora, per te? Nulla. Tu
sei e sarai per sempre la Mamma mia; ma io? io, figlio, fui e
non sono pi, non sar pi...
  L'ombra s' fatta tenebra nella stanza. Non mi vedo e non mi
sento pi. Ma sento come da lontano lontano un fruscio lungo,
continuo, di fronde, che per poco m'illude e mi fa pensare al
sordo fragorio del mare, di quel mare presso al quale vedo an-
cora mia madre.
  Mi ako; m'accosto a una delle finestre. Gli alti giovani fusti
d'acacia del mio giardino, dalle dense chiome, indolenti s'ab-
bandonano al vento che li scapiglia e par debba spezzarli. Ma
essi godono femineamente di sentirsi cos aprire e scomporre le
chiome e seguono il vento con elastica flessibilit. E un moto
d'onda o di nuvola, e non li desta dal sogno che chiudono in s.
  Sento dentro, ma come da lontano, la sua voce che mi sospi-
ra:
  Guarda le cose anche con gli occhi di quelli che non le vedo-
no pi! Ne avrai un rammarico, figlio, che te le render pi sa-
cre e pi belle.

I due giganti





  Un antico muro scrostato--ma s, lo vedo bene. E forse fu
rosso cent'anni fa. Sferzato dalle pioggie alte invernali, argine
ai polveroni turbinosi di tramontana, s' fatto terroso, con ap-
pena una velatura sporca, tra le crepe, di quell'antica mano di
rosso. E dove le vestigia slavate e ingiallite dell'intonaco sussi-
stono, i luridi monelli del viale hanno schizzato a punta di sasso
o col carbone segnacci osceni, motti sconci, sgorbii di cani, di
serve e di carabinieri. Ma sorveglia pi gi il barbuto guardiano
gallonato, dalla mattina alla sera con le spalle appoggiate alla
cancellata, mangiandosi i sozzi mustacchi strinati al passaggio
d'ogni solitario signore ben vestito.
  E il muro di cinta dell'ultimo lembo superstite d'un magnifi-
co parco patrizio, ricco un tempo di pini e di cipressi. Seguiva
prima, ininterrotto, quasi tutto il lato destro del lungo e vasto
viale, dalla porta della citt fino in fondo, per circa un miglio.
Ora son case e vie ove il parco dominava selvaggio e maestoso:
dadi di casette bianche, quasi di giuoco infantile, vialetti rasset-
tati e piazzalini sterrati puliti, su cui incombe di tratto in tratto,
come a schiacciarli, qua il tronco poderoso d'un pino dall'im-
mensa cupola intramata di neri bronchi, di cielo chiaro e di fo-
sco verde; l, isolato, escluso nell'azzurro, un notturno cipresso
centenario, alla cui punta pare s'impiglino le nuvole. Rimasti
l'uno e l'altro staccati, come in esilio, guardano da lontano con
tristezza al folto dei compagni pi gi, nel lembo superstite, cin-
to da quest'antico muro.
  Ebbene, fu qua che i due giganti m'apparvero, una notte di
quest'inverno. Qua, nel punto del muro propriamente ove quel
pino sorge come un grande O accanto a quel cipresso dritto co-
me un grande I, che alti la notte nel cielo stellato possono, oh
beati!, scrivere un IO in due.


  Una notte di quest'inverno. Ma per parlare della maraviglio-
sa vita di questi due giganti bisogna rimontare a un'epoca favo-
losa, remotissima, quando l'ultima primavera brill con tutte le
sue foglie dagli alberi di questo viale.
Lo scorso maggio? Sette, otto mesi fa?
  S. A contare il temP ad anni, a mesi, a giorni, non pi di ot-
to mesi fa. Ma io pensaV--scusate--che quando una cosa 
accaduta, jeri, un minutO fa, non accadr mai pi; e che il mi-
nuto che segna una fine possiamo contarlo dauelli che seguo-
no; dire: cinque, dieci, venti minuti fa; poi, assommandosi e fa-
cendosi troppi, non li contiamo pi, e diciamo jeri, diciamo
l'altro jeri; poi, una settimana, un mese, due mesi fa; e poi, se
era la fine d'una piccola cosa, non ci pensiamo pi, ed eccola
svanita quella piccola cosa, una vita, un oggetto che c'era caro,
nel vuoto dell'eternit.
  Otto mesi, dal giorno che queste foglie ora sparse qua per ter-
ra lungo il muro, secche accartocciate sfrante, spuntarono verdi
e brillarono fresche dai rami alti degli alberi di questo viale, in
un azzurro che non  pi, che non sar mai pi; otto mesi, cre-
dete, son pure un'epoca favolosa, remotissima.
  E chi vi dice poi, che riavranno un'altra primavera tutti quan-
ti gli alberi di questo viale? Ci che loro sanno, ci che sa quel-
l'ultimo cimignolo l in vetta in vetta, del mistero della terra
profonda, ove s~aggrappano cieche le loro radici, n io n voi
sappiamo. Son note a loro, forse, quelle oscure necessit della
vita e della morte, che a noi il falso lume dell'intelligenza non fa
vedere. Forse il lume vero  dove  bujo per noi, in queste neces-
sit che ci restano Oscure, nelle quali le cose, la pianta e la pie-
tra, vivono assorte e immemori.
  Del resto, che sapete voi di ci che poteva essere accaduto nel
mio spirito in quella notte d'inverno, per cui l'ultima primavera
gli appariva come un'ePCa favolosa, remotissima? Che sapete
voi donde io tornassi quella notte, e quale combattimento avessi
sostenuto con me stesso per ricacciare indietro il tempo che mi
si voleva far presente e vivo con una sua tentatrice immagine di
primavera?


  A lungo, a lungo due giovanili occhi intenti da un viso chiaro,
di rosea freschezza, tra un vivido lampeggo festoso di specchi,
di lumi, di gemme, m'avevanO fissato con una pena che ardeva
di cangiarsi subito in gioja, se per poco i duri miei occhi che li
fuggivano si fossero arrestati a dir s.
  Volevano esser fascin, quegli occhi; furono stupore triste in
prima per me; poi cupo sdegno.
  Nel primo stupore i miei occhi avevano voluto allontanare di
almeno trent'anni, di almeno trent'anni da me quell'immagine
di giovinezza, per indurla pietosamente a riconoscersi cos da
lontano, come in uno specchio, con quei suoi occhi intenti, nel
mio vero aspetto--vecchia. Vecchia, s, come di qui a trent'an-
ni si sarebbe ella stessa veduta in un ritratto che l'avesse rappre-
sentata a s con l'immagine d'ora; vecchia come quando, nel
mirar questo ritratto, avrebbe potuto dire:
--Oh, guarda! Ero cos...
  --Vecchia cos tu sei ora per me, immagine di giovinezza,--
dicevano i miei occhi nel loro stupor triste a quegli occhi che
s'ostinavano a fissarmi intenti.
  E dicevano anche:
  --Ti vedo lontana lontana... S, con codesti occhi stessi E il
tuo piedino, ricordi? premeva sul mio piede. Non ti risuonano
fievoli con angosciosa dolcezza le note di quelle musiche lonta-
ne, nell'affollato passeggio delle balsamiche sere estive, al ma-
re, con tutte quelle lampade e i guizzi fuggevoli dei cocchi signo-
rili, l'odore delle alghe che viene dalle banchine, la fragranza
inebriante dei gelsomini e delle zagare che viene dai giardini? Se
tu ti alzi, io lo so, il tuo piedino zoppica un poco... Ma com',
dimmi, che sei ancora cos fresca? Ti dai certo il belletto su le
guance, cara, e ti ritingi i capelli... Non vedi che i miei su le tem-
pie sono gi bianchi?
  S'ostinavano a dir no, quegli occhi, che non era vero. M'invi-
tavano a respirare da presso la fragrante freschezza dei capelli e
delle carni, e dicevano ch'io farneticavo a immaginare che uno
dei piedini di lei zoppicasse. Dove? Quando? O che era forse il
diavolo? Perch non andavo a invitarla a danzare? Avrei subito
veduto che i suoi piedini, altro che zoppicare! volavano, reggen-
do su le elastiche punte tutta la leggiadra persona come una piu-
ma.
  --Trent'anni fa...
  --No, qua, ora,--dicevano quegli occhi; insistevano:--
Ora, ora!--con cupida intensit.
  --Ora? Ma che dici? Tu sei pazza; o tu vuoi riderti di me.
Via! via! Non di trent'anni solamente, ma d'un incommensura-
bile tempo, tu e queste luci di festa e quanti ti girano attorno mi
siete lontani.
  --Lontani? Ma io sono qua! Ora, s, ora... Non vedi? Per-
ch non vieni? Non ti son pi lontana d'otto o dieci passi...
  --No, cara, sempre, anche se venissi ad abbracciarti, reste-
rebbe in me quest'infinita lontananza da cui ora ti guardo! Pos-
so, come niente, spogliarti di codesta veste verde di seta che
t'inguaina, e vederti uscir nuda da una corteccia di querce, nin-
fa di bosco, alla luna che t'invoglia insieme con le tue ninfe
compagne a una danza coi satiri procaci. Questo rumor di festa,
che nei tuoi occhi s' incantato in un silenzio di sogno tentatore,
 per me il frusciare di quel bosco favoloso, dove tu sei ninfa
ignuda con prolissi capelli di viola. Anche tu, cos incantata nel
silenzio, non sei pi qua, ora. Che vedi? Me, giovine? In un
tempo immemorabile, cara. Giovine io fui in quell'epoca favo-
losa che tu eri ninfa di bosco; e fui allora gigante di tale prodi-
giosa statura, che mi bastava alzare appena una mano per pren-
dere in cielo la falce della luna a falciare le selve sempre rina-
scenti dei miei sogni misteriosi. Credi, credi pure che un tuo pie-
dino, cara, zoppica un poco, da quando quel rovo maligno te lo
punse nel bosco. Io lo so.


  Fuori, la tramontana, urlando come per spasimi ignoti e spa-
ventevoli dello spazio tenebroso, aveva spento tutti i fanali di
questo lungo e vasto viale, a cui io m'affacciai quasi impaurito,
varcata la scura porta solenne della citt ancora tutta illumina-
ta, sebbene deserta.
  Era adesso nella tenebra un silenzio e un gelo, un silenzio che
dopo il sogno mi parve la fine di tutte le cose, un gelo che dava
alle apparenze superstiti di esse, come s'intravedevano appena,
spettrali, a un vano raro barlume ch'era quasi un brulichio della
tenebra stessa, un disperato irremovibile avvilimento.
  Discernevo in quel barlume il nero groviglio dei rami e del
frondame secco di tutti questi alberi in lunghissima f~a, e orri-
bilmente in quel silenzio gelato sentivo scricchiolare sotto i piedi
le foglie accartocciate.
  Quand'ecco, in quella tenebra, in quel silenzio, in quel gelo,
rovente, squillante fiammeggi a incendiare tutta la notte, rosso
e nuovo, quest'antico muro di cinta, come del riverbero d'una
prodigiosa aurora, e su esso cos tutto fiammeggiante i due gi-
ganti maravigliosi apparvero e mossero tra lo stupore immoto
degli alberi e delle case i loro terribili gesti.
  Restai atterrito a mirarli da lontano, dalla profondit gelida
della mia notte.
  Neri, enormi, in quella fiamma prodigiosa, scrollavano a
ogni minimo gesto tutta la notte, come se dalla tenebra volesse-
ro ricreare il mondo, ridargli forze, abolendo il tempo, una
sempiterna giovinezza e dawero la falce della luna e le selve dei
misteriosi sogni da falciare. E via, via le citt dalla faccia della
terra, vile ingombro da mandar con un calcio per aria, rotolio
di minuscoli mondi grotteschi, con cieli di tegole e travi e lumini
da notte per stelle; e restituire gli uomini all'altezza dei cieli veri
e delle montagne e dei boschi; all'ampiezza dei mari senza pi
gusci di navi; restituirli alla loro statura di giganti, da prendere
in cielo, sollevando appena un braccio, la falce della luna; da
scavalcar con un passo le montagne; da traversare a piedi a li-
vello della cintola i mari; e tentare, tentar di nuovo la scalata dei
cieli; poggiare su un'altra pi degna stella e far con un calcio ro-
tolare negli abissi degli spazii infiniti questa vile pallottola della
terra.
  Ecco, alzava il piede possente uno dei giganti; I'altro levava
fino al cielo le braccia in attesa del crollo della terra, quando
tutt'a un tratto la fiamma prodigiosa manco.
  Ma s, lo so bene, due luridi straccioni del viale tendevano un
piede e le mani al focherello che si spegneva d'un mucchietto di
foglie secche raccolte presso quest'antico muro di cinta, il quale
--ma s!-- tutto crepe, lo vedo, e con appena una velatura
sporca della sua antica mano di rosso. Anche per il vostro vol-
to, s'io vedo bene,  tutto crepe e solchi di rughe, e anche i vo-
stri capelli hanno appena appena un vestigio del loro primo co-
lor biondo d'oro; e vorrei pregarvi di ricordare, se non sono im-
portuno, che cosa vi sembrava codesta miserabile vecchia mez-
zo gobba che ancora vi strascinate accanto e tutto il mondo e la
vostra stessa persona, quando vi ardevano dentro in belle fiam-
mate illusioni, speranze e desiderii.
Frammento di cronaca di Marco Leccio
e della sua guerra sulla carta nel tempo
della grande guerra europea





  Ogni anno il 21 luglio  stato giorno di festa in casa di Marco
Leccio. Anniversario della battaglia di Bezzecca, e onomastico
della figliuola maggiore, signora Bezzecca Truppel.
  Quest'anno, primo anno della nostra guerra, coi nostri solda-
tini gi quasi in vista di Trento, la festa avrebbe dovuto essere
pi che mai solenne; viceversa  andata a monte per due doloro-
sissime ragioni.
  Prima: il genero signor Truppel, oriundo svizzero tedesco.
Ma non propriamente per lui, Truppel, ottima pasta d'uomo,
alieno dalla politica, non pi svizzero, tanto meno tedesco, seb-
bene non ancora italiano. Per il suo cognome.
  Non se l' mica dato n scelto da s, il signor Truppel, quel
cognome; gli  venuto da suo padre, morto a Zurigo da tanti an-
ni; e non ci tiene.
  Forse l a Zurigo, chiamarsi Truppel voleva dire qualche co-
sa; ma fuori del paese natale, cio fuori delle relazioni, delle pa-
renlele, delle conoscenze, che cos' pi un cognome? Per uno
sconosciuto, tanto vale chiamarsi Truppel, quanto chiamarsi...
che so? in un altro modo qualsiasi. Se non fosse per aver le car-
te in regola...
  Il signor Truppel, per conto suo, dentro di s, si conosce
un'anima pacifica, senza cognome, senza stato civile, n nazio-
nalit; un'anima per due occhi aperta qua, come altrove, all'in-
ganno delle cose, che certamente non sono come appaiono, se
un po' si vedono in un modo e un po' in un altro, a seconda del-
l'animo e degli umori. Egli fa di tutto per non alterarselo mai, il
suo modo, e si contenta di poco, perch quel poco sa gustarselo
in pace e con saggezza, come gli innocenti piaceri della natura,
la quale, a dir vero,  una di tutti e non sa n di patrie n di con-
fini.
  Candido co;n~, e di tenero cuore, al signor Truppel piaccio-
ro specialmente le giornate di nuvole chiare, quelle dopo le
piogge, quando c' sapore di terra bagnata e nell'umida luce
l'illusione delle piante e degli insetti, che sia di nuovo primave-

       FRAMMENTO Dl CRONACA Dl MARCO LECCIO               463

ra. Di notte, guarda quelle nuvole che dilagano su le stelle e le
annegano per poi lasciarle riapparire su brevi profonde radure
d'azzurro. Guarda quelle stelle; sogna senza sogni, e sospira.
  Di giorno, il signor Truppel si considera un brav'uomo nella
vita. Un brav'uomo, cos, e basta. Non gi a Roma, cio in Ita-
lia, o altrove: no, nella vita. Cos, e basta. Anzi, propriamente,
un bravo orologiaio, nella vita.
  Tutto circoscritto nei limiti del suo banco ricoperto di candi-
da tela cerata dietro la vetrina della sua bottega in via Condotti,
s'incastra nell'occhio destro il monocolo a cannoncino e, curvo
su la pinzetta fissata al banco, prova e riprova con inesauribile
pazienza sul pezzo da accomodare i tanti piccoli attrezzi del suo
pazientissimo mestiere, lime, seghe e calibri, nel silenzio trapun-
to dall'assiduo acuto sottile pulsare dei cento orologi.
  Non gli passa minimamente per il capo, nell'adoperare con
infinita delicatezza quegli esili strumentini sul fragile congegno
complicato degli orologi, che in quello stesso momento, altrove,
per tanta parte d'Europa, uomini come lui a milioni ben altri
strumenti adoperano, fucili, cannoni, baionette, bombe a ma-
no, per un lavoro ben diverso di questo suo, d'accomodare oro-
logi; e che il silenzio vibrante qua attorno a lui dall'acuzie di
quel ticchettio continuo, appena percettibile,  straziato altrove
dall'orrendo rimbombo d'obici e di mortai.
  Il suo mondo, la sua vita son concentrati l, di giorno, in una
calotta d'orologio; come, di notte, sciolta ormai da quasi tutte
le passioni terrene, la vita del suo spirito  assorbita nella con-
templazione dell'armonia di ben altre sfere: quelle celesti.
  Bench il signor Truppel paja uno stupido, si pu giurare dal
modo come sorride voltandosi, a richiamarlo da quelle sue cele-
sti contemplazioni, ch'egli non considera il firmamento come
un sistema d'orologeria.
  Rimase perci propriamente come uno che caschi dalle nuvo-
le, allorch, nei giorni di torbida agonia che precedettero la di-
chiarazione della nostra guerra all'Austria, una grossa frotta di
dimostranti s'avvent, passando come un uragano, contro la
sua bottega d'orologiaio e gli fracass in un batter d'occhio in-
segna, sporti, vetrina, ogni cosa.




  Il signor Truppel, passato il primo sbalordimento per il fra-
casso dei vetri rotti, non temette tanto per s, quanto per il fra-
tello, suo socio nell'orologeria e di natura ben altra dalla sua:
ispido, cupo e bestiale.
  Tondo tondo, biondo biondo, il signor Truppel si butt avan-
ti, parando con le manine bianche grassocce, con gli occhi pieni
di lagrime, quegli occhi che di solito hanno la limpida chiarit
ridente dello zaffiro, a gridare a quei dimostranti ch'egli era
svizzero e non tedesco, svizzero e non tedesco, svizzero, svizze-
ro, svizzero; da pi che venticinque anni in Italia, e genero di un
veterano garibaldino, reduce di Bezzecca, e con la moglie che si
chiamava anch'essa Bezzecca, e con un figliuolo gi sotto le ar-
mi, allievo ufficiale, allievo ufficiale, allievo ufficiale nell'82
fanteria.
  Ma s, a chi lo grid? ai suoi vicini di bottega che lo conosco-
no bene e sanno tutti che perla di uomo sia. I dimostranti, fatto
il danno, s'erano gi allontanati da un pezzo, sicurissimi d'aver
compiuto un atto, se non proprio eroico, certo molto patriotti-
co. Ma il danno, anche quello, via, roba da poco. Il guaio, il ve-
ro guaio, fu per il fratello, che il signor Truppel credeva ancora
dentro la bottega, e invece no, non c'era pi. Terteuffel!, corso
dietro a quei dimostranti, imbestialito.
  Orbene, questo fatto, che per il pacifico signor Truppel ha
avuto l'importanza di un semplice malinteso tra lui e la popola-
zione romana, a causa del suo cognome tedesco (malinteso de-
plorevole, s, ma da non farne poi un gran caso), certamente
non sarebbe stato cagione di mandare a monte il 21 luglio la fe-
s~a in casa del suocero, se il fatto stesso, riferito a Marco Lec-
cio, non si fosse malamente complicato per la violenta intromis-
sione di questo.
  Marco Leccio, su le furie, non se la prese mica coi dimostran-
ti che avevano fracassato al genero i vetri della bottega, atto
vandalico ma scusabilissimo col furore popolare giustamente
divampato per le losche e vili manovre tedesche a danno degli
interessi e del decoro d'Italia. Se la prese col genero per quella
--come disse--sua porcheria di cognome tedesco.
  Perdio! dopo venticinque anni di dimora in Italia, perch suo
genero--svizzero--doveva ancora portare quel cognome che
diventava oggi come un marchio di infamia? Avrebbe dovuto
gi da un pezzo domandare la cittadinanza italiana e cambiarsi
quella porcheria di cognome. Si chiamava Livo o Godolivo,
Truppel? Ebbene, Livo Truppa! Ecco fatto: Truppa, Truppa~
Bellissimo cognome, d'occasione!
  Niente in contrario, quel buon signor Livo Truppel. Sorri-
dendo, si dichiar, da parte sua, prontissimo. Ma c'era il fratel-
lo, c'era, e la bottega in comune. E persuadere il fratello a que-
sto cambiamento non solo di cognome, ma anche di ditta, non
gli pareva facile impresa. Marco Leccio disse che se ne prendeva
lui pacificamente l'incarico; ma l'esito fu una querela per ingiu-

      FRAMMENTO Dl CRONACA Dl MARCO LECCIO               46~

rie e minacce del signor Guglielmo Truppel al veterano garibal-
dino Marco Leccio e la condanna condizionale di questo, in
pretura, a L. 43 di multa.
  Marco Leccio, quel giorno, fu cacciato a viva forza dalla pre-
tura perch, udita la condanna, si mise a gridare come un osses-
so che voleva pagare la multa, s, ma non voleva la condanna
condizionale. Ecco qua le 43 lire; ridiceva porco al signor Trup-
pel! La museruola per cinque anni a lui? La museruola in un
momento come quello?
  --Signor pretore, io debbo gridare contro i ricchi signori del-
l'aristocrazia romana, che non danno un soldo alla lista dei co-
mitati di organizzazione civile! Contro le istituzioni Gittadine
privilegiate che non danno un soldo neppur esse o sottoscrivono
per somme irrisorie! e ci sono gli incettatori delle derrate! e ci
sono i padroni di case! Verit sanguinose c' da gridare contro
quanti in quest'ora suprema non sentono il loro dovere di italia-
ni!
  Il pretore si tur le orecchie; ordin che l'aula fosse sgombra-
ta, e tutto fin l.
  Ma il povero signor Truppel si trov, dopo la condanna, in
una condizione che non avrebbe potuto esser peggiore, data la
sua pacifica natura. Tra il fratello, da una parte, si trov, suo
socio nell'orologeria e ospite finora in casa sua, e la moglie e il
suocero, dall'altra.
  Il fratello, bisogna dire la verit, non gl'impose d'abbando-
nare la moglie e il tetto coniugale per seguitare a convivere con
lui in una casa a parte. No, ma pretese e si fece promettere e
giurare che almeno non avrebbe rimesso piede mai pi nella ca-
sa del suocero e che se il suocero veniva qualche sera da lui a vi-
sitare la figliuola egli, ove non riuscisse l per l a trovare una
scusa per andarsene fuori di casa, oltre il saluto non gli avrebbe
rivolto la parola e, dopo il saluto, avrebbe sputato in terra.
  Sputato in terra?
  S, sputato in terra, cos.
  Il signor Truppel guard afflittissimo per terra lo sputo del
fratello, e quasi quasi fu per cavare di tasca un fazzoletto per
andare a pulire.
  --No! no! sputare in terra--gli grid il fratello,--sputare
in terra. Cos!
  E sput di nuovo.
  Ma santo nome di Dio benedetto! Se non sapeva sputare, lui,
se non sputava mai neppure nel fazzoletto, da quella brava per-
sona che era! S, s, va bene: il signor Truppel promise, giur
per placare il fratello; ma, passato il primo momento, si sa che
valore hanno certe promesse e certi giuramenti anche per coloro
a cui sono stati fatti.
  A ogni modo, partecipare alla festa del 21 luglio in casa del
suocero, il bravo signor Truppel non ha potuto.




  Anche se avesse potuto, per, la festa non avrebbe avuto luo-
go ugualmente per un'altra e pi grave e dolorosa ragione.
  Per intender bene quest'altra ragione bisogna sapere che cosa
realmente il 21 luglio rappresenta per la famiglia Leccio. Non
l'anniversario soltanto della gloriosa battaglia garibaldina; non
soltanto l'onomastico della figliuola maggiore; ma la stessa ra-
gion d'essere della famiglia, che appunto dalla battaglia di Bez-
zecca ha tratto l'origine.
  A diciott'anni Marco Leccio prese parte alla campagna del
Trentino con Defendente Leccio, suo padre, e con un certo Ca-
simiro Sturzi, suo amico da fratello, coetaneo, orfano di padre
e di madre. Perdette a Bezzecca, nella famosa carica alla baio-
netta, il padre e l'amico. Non ebbe neanche il tempo di pianger-
li. All'amico, mentre gli spirava tra le braccia raccomandando-
gli la sorella Marianna che restava sola al mondo, promise che,
se fosse scampato alla morte, il che non era sicuro, date le diffi-
colt di quella campagna; ma se fosse scampato, la sorella l'a-
vrebbe sposata lui.
  Certo, nel fare questa promessa, non s'aspettava che, appena
quattro giorni dopo, quando gi tutto il Trentino era occupato
e Trento stava per cadere, Garibaldi sarebbe stato costretto a ri-
spondere all'ordine del La Marmora il suo: Obbedisco.
  Non ne parliamo, per carit, perch anche oggi--coi nostri
soldati l, quasi in vista di Trento--a sentirne parlare, Marco
Leccio, pensando al padre morto, all'amico morto, alle terribili
fatiche durate invano, al suo fiero impeto repubblicano stronca-
to da quella parola, si amareggia il sangue, si guasta il fegato,
ruglia ancora come una belva a cui non  prudente accostarsi.
  Quattr'anni dopo, nel 1870, presa Roma, egli manteneva la
promessa fatta in punto di morte all'amico sul campo di batta-
glia, e sposava quasi per forza Marianna Sturzi.
  Quasi per forza, perch la povera Marianna, ospitata per ca-
rit in casa d'una certa Lanzetti in via del Governo Vecchio, sua
lontana parente, pareva se l'intendesse molto timidamente con
l'unico molto timido figliuolo di costei, diciannovenne, per no-
me Agostino.
  Il fatto  che ci furono pianti assai, e che se Marco Leccio

     FRAMMENTO Dl CRONACA Dl MARCO LECCIO               4t)7

non si ebbe un reciso rifiuto, lo dovette allo sbigottimento da
cui furono prese le due donne e il timido giovanotto davanti alla
prepotente e impetuosa sicurezza con cui egli venne a imporre il
suo diritto: il diritto che gli veniva dalla sacra promessa al fra-
tello morto eroicamente.
  --Amore? ma che amore! Sciocchezze! Dovere. Obbligo sa-
crosanto, a cui non si poteva mancare. Non aveva lui, repubbli-
cano, seguito Garibaldi che combatteva in nome del re d'Italia?
  Quando un dovere preciso s'impone, non c' amore che ten-
ga; bisogna sacrificargli tutto. Anch'egli sposava controvoglia,
perch non si sentiva adatto al matrimonio. Ma facile  fare ci
che piace; bisogna fare ci che  difficile; obbedire a un dovere
anche quando non piaccia.
  E non pens Marco Leccio che l'unico desiderio di Casimiro
Sturzi, nel raccomandargli, morendo, la sorella Marianna, era
che questa non restasse sola e trovasse un sostegno nella vita;
che avendo ella trovato questo sostegno in quel giovanotto col
quale forse sarebbe stata pi lieta, egli avrebbe potuto sottrarsi
alla promessa di sposarla. Non lo pens; non volle pensarlo. O
piu~osto, non volle accogliere questo pensiero perch gli parve
suggerito dal suo tornaconto, un vile accomodamento con la
sua coscienza.
  L, sposare!
  E spos. Se la sposa non era adatta a quel genere di matrimo-
nio, aveva egli tanto impeto in s e tanto fervore patriottico, da
bastare non solo per la moglie ma anche per tutti i figliuoli che
sarebbero venuti: dieci, quindici, venti; non li avrebbe contati.
  Ne sono venuti otto: cinque maschi, tre femmine, di cui ecco
qua l'elenco per ordine d'et:
  1 Giuseppe (Garibaldl~, che ha gi 44 anni; ma non bisogna
parlarne;
  2 Bezzecca, moglie del bravo signor Truppel, 41;
  3 Anita, 38;
  4 Defendente, 33;
  5 Nino (Bixio), 29;
  6 Teresita, 24;
  7 Canzio, 21;
  Giacomo (Medic~, 18.
  --Le donne,--dice Marco Leccio,--non bisogna mai la-
sciarle in ozio. Ho fatto fare figli a mia moglie fino a 47 anni.
  E soggiunge con orgoglio:
  --Giacomino, il mio ultimo, ha un anno meno del primo fi-
glio di mia f;glia Bezzecca. Ho voluto ancora, da nonno, esser
padre, e che mia moglie fosse ancora madre, da nonna.
  Non dice quante pene e quali stenti gli sia costato il mantener-
li, l'educarli, con quel suo animo pronto sempre a sottomettersi
al giogo delle pi aspre e dure necessit, s, ma d'altra parte ri-
belle sempre a tutte quelle piccole transazioni e mortificazioni, a
cui deve piegarsi chiunque alla fine si voglia procacciare un po-
sto sicuro e rispettato nella vita.
  Le lotte politiche, la sua aperta professione di fede repubbli-
cana, lo sdegno feroce per tutti gli atti della meschina vita na-
zionale italiana lungo tanti e tanti anni, gli hanno fatto perdere
tre volte il frutto delle fatiche;  stato due volte in prigione, una
volta al confine; e ogni volta ha dovuto ricominciare daccapo.
Vent'anni d'Agro romano, nell'appalto fortunato d'una bonifi-
ca, ma da cui alla fine, col corpo debellato dagli acciacchi,  sta-
to costretto a ritirarsi, gli hanno dato, non certo l'agiatezza, ma
tanto da vivere in riposo, adesso, modestamente, i suoi ultimi
anni, con la moglie e i tre figliuoli che gli sono rimasti in casa.
  Bisogna riconoscere che il matrimonio patriottico non ha im-
pedito alla signora Marianna d'esser ottima moglie e ottima ma-
dre, come non ha impedito ad Agostino Lanzetti, il quale poco
dopo quel matrimonio per dispiacere si fece prete e ora si chia-
ma don Agostino, di rimanere buon amico di casa Leccio, non
ostante il contrasto delle opinioni politiche e non ostante il pi
forte dolore che Marco Leccio abbia avuto nella sua vita e del
quale fu autore, per quanto incosciente, don Agostino appunto:
la degenerazione cio del suo primo figliuolo, ora cassiere in un
negozio d'arredi sacri in piazza della Minerva.
  Si pu argomentare da questa professione di cassiere in un
negozio d'arredi sacri in che senso Marco Leccio dica degenera-
to il suo pnmo figliuolo.
  Gli aveva imposto al fonte battesimale il nome Garibaldi:
ora, le rare volte che gli accade di nominarlo, lo chiama, col
volto atteggiato di sdegno e di derisione, San Ciuseppe.
  Don Agostino Lanzetti giur e spergiur in principio di non
averci messo mano affatto, di non sentirsi per nulla responsabi-
le dei sentimenti e delle opinioni per cui quel figliuolo s' da
tanti anni alienato dal padre. Ora per non giura e non spergiu-
ra plU. Non giura e non spergiura pi, da quando Marco Lec-
cio, per non offendere la moglie, se l' chiamato in disparte e gli
ha detto a quattr'occhi:
  --Don Agostino, sta' zitto! La colpa  tua. Tua, perch mia
moglie, quando concep quel disgraziato, che fu nel primo anno
del nostro matrimonio, piangeva sempre, e piangeva per te che
t'eri fatto prete. Perci quel figliuolo li m' nato con la chierica.
Hai capito? Sta' zitto.
  Fortuna che l'influsso ecclesiastico pot cos fortemente sol-
tanto su quel primo nato, e fortuna che vennero poi due femmi-

       FRAM~NTO Dl CRONACA Dl MARCO LECCIO               469

ne, Bezzecca e Anita, nelle quali a mano a mano s'attenu fin
quasi a sparire. Il quarto e il quinto figlio, Defendente e Bixio,
diedero anch'essi dolore al suo cuore repubblicano quando vol-
lero entrare nella regia milizia. Ma oggi Marco Leccio  lieto e
orgoglioso che tanto il primo, capitano d'artiglieria, quanto il
secondo, tenente di fanteria, siano gi al fronte insieme col set-
timo figliuolo Canzio, sottotenente di complemento nei grana-
tieri di Sardegna.
  Quanto a Giacomino... Ecco, il 21 luglio, anniversario della
battaglia di Bezzecca...




  Tutto pronto, tutto pronto... Camicia rossa e medaglie com-
memorative al petto; non per vana pompa, ma per vestire di
giusti panni la sua intenzione d'arruolarsi a sessantasette anni
volontario per una guerra che dev'esser prosecuzione e compi-
mento di quella del 1866.
  Il 21 luglio, anniversario della battaglia di Bezzecca, Marco
Leccio s'era chiuso nello studio, divenuto dai primi d'agosto
dell'anno scorso non un solo campo di battaglia ma parecchi
campi di battaglia; e insieme col vecchio reduce Tiralli, suo aiu-
tante di campo, o piuttosto, suo umilissimo attendente, aspetta-
va che Giacomino scendesse a noleggiare una vettura non volen-
do recarsi a piedi, cos parato, alla caserma dell'82 fanteria.
  Non mancava dunque che questo. L'animo c'era; la volont
c'era. Non  forse tutto la volont?
  Don Agostino Lanzetti, che con gli anni e i perseveranti studii
latini s' fatto; a simiglianza del corpo, sottilissimo lo spirito, e
aguzzo come il suo mento, e arguto come il suo naso, per tran-
quillare le donne nella saletta da pranzo, cio la signora Ma-
rianna e la figliuola Teresita, diceva di no: un no liscio come la
sua faccetta di carruba secca. No, che la volont non era tutto.
Quella di Dio, si; ma quella degli uomini...--cammina forse
da sola, la volont degli uomini? Ha bisogno di due buone gam-
be, per camrninare.         
  --E Marco,--diceva--state tranquille: cammina col basto-
ne.
  La sciatica. Se l' presa Marco Leccio, a poco pi di quaran-
t'anni, nella campagna romana. Una di quelle!... ma una di
quelle! ...
  Ha fatto di tutto per liberarsene. Cure eroiche. Anche la cau-
terizzazione. Niente ha valso. E per gli accessi frequenti, spesso
lunghi un mese e pi, la gamba destra gli s' un po' raccorciata.
Pi d'un po'. Egli per non vuole riconoscerlo e sostiene che
non  vero.
  Marco Leccio vuole avere il merito di camminare libero e spe-
dito, sigaro in bocca, occhio ilare e bastone levato, con quel tor-
mento che non lo lascia mai. Un dolore sordo, contundente. Un
dolore pazzo che ora gli d freddo ora caldo alla gamba. E certi
pruriti, e certi formicolii... Niente. Vuole esser pi forte del suo
dolore, a ogni costo.
  A nove anni, nel 1857, per imparare a soffrire per la patria,
obbligava i compagni di giuoco a strappargli i capelli dal capo a
uno a uno. Presentava la testa e, strizzando gli occhi e stringen-
dosi le braccia incrociate sul petto, ordinava:--Strappate!--.
Ora, vecchio, con quel malanno addosso, serra i denti, e l, si
costringe, le notti di tortura, anche al decubito su la coscia af-
fetta, quando per l'accesso non  di quelli famosi, perch allo-
ra i suoi spasimi sono cos atroci, che non tollera neppur la vista
d'una mano che accenni a sorvolargli su la gamba. Urla, come
se gliela toccassero. Talvolta, anche solo traendo il respiro, il
respiro gli si cangia in un grido:--ahi!--. E quando si riscalda
contro qualcuno o per qualche cosa (il che, per dire la verit, gli
avviene spesso), quantunque egli protesti sempre di voler ragio-
nare, in mezzo ai ragionamenti, ecco che scatta in un'improwi-
sa bestemmia o in una feroce imprecazione, che lascia tutti sba-
lorditi, a bocca aperta, perch pare che non c'entri, quell'impre-
cazione, e difatti non c'entra:  rivolta al nervo sciatico, che
non vuole di quei riscaldamenti.
  Non vuole niente, non vuole, quel maledettissimo nervo! Per-
ci Marco Leccio, quand' pi infuriato, si d sempre attorno
con le mani a metter ordine nella stanza, a rassettare i piccoli
oggetti su i mobili. Pare strano: una curiosa incongruenza: ma
non . lstintivamente, mentre il suo animo  acceso e in subbu-
glio, fa quei gesti per placare, per non smuovere la sua sciatica,
che vuol calma, ordine, riposo: procura di darglieli fuori, tut-
t'intorno, non potendo dentro di s. Ma  tignosa, quella por-
ca! D'improwiso, a tradimento, gli d una fitta, lo pizzica; e al-
lora, bum! Marco Leccio scaraventa a terra l'oggettino che sta-
va per rimettere a posto con tanto garbo in mezzo alle furie.
  --La volont--soggiungeva quella mattina del 21 luglio
don Agostino Lanzetti alle due donne nella quieta saletta da
pranzo--dico la loro volont, gli uomini la vogliono salvare a
ogni costo; e quand'essa non sappia stare nei limiti del possibi-
le, per salvarla, la chiamano velleit. Se una donna vuole esser
uomo, se un vecchio vuole esser giovane... velleit! Cose ridico-
le e pietosissime. Vedrete che Marco ha un bel volere: non po-

      FRAMMENTO Dl CRONACA Dl MARCO LECCIO               i7 i

tr; e se non lo vuole intender lui, gliene daranno intenzione gli
altri. State tranquille.
  C'era poi anche Giacomino, che non sapeva risolversi ad an-
dar per la vettura, non perch a lui come lui non paresse mil-
l'anni di presentarsi in caserma ad arruolarsi anche lui volonta-
rio; ma perch doveva presentarsi col padre.
  E spesso un gran dolore e una grande mortificazione per i fi-
gliuoli il notare che al proprio padre gli altri non danno e non
possono dare quella stessa realt ch'essi gli danno. Per essi il
padre  quale lo amano e lo rispettano, in casa, in famiglia, per
tutta quella parte della loro vita, che resta legata e sottomessa
all'affetto paterno, all'autorit paterna. Ma fuori, nelle relazio-
ni con gli altri,  ben triste l'impressione dei figli nel vedere il
padre staccarsi dalla loro realt per entrare in quella che gli altri
gli daranno. Awertono subito qual', quest'altra realt, e ne
soffrono. Il padre non se n'accorge e guarda gli occhi del figlio
e nota che questi l'ha come lasciato solo, abbandonato; che gli
sta accanto in atteggiamento penoso e sospeso. Perch? Che av-
viene? Non si sente pi sicuro di s, sente che gli manca un ap-
poggio, l'appoggio solito della propria realt nel suo figliuolo.
--Ma come? Che ?
  --Niente, pap...--sorride afflitto il figliuolo. E se lo vor-
rebbe portar via subito, per non tenerlo cos esposto alla ridico-
la realt, che ha assunto per gli altri, il suo pap che  vecchio e
non sa che oggi non si pensa pi cos, non si va pi a spasso ve-
stiti cos, con quel cappello di quella foggia, per esempio, e pi
cos non si parla e pi cos non si ride, e via di seguito. Ma come
si fa a dire al padre di queste cose?
  Giacomino fremeva, quella mattina, si sentiva torcer le visce-
re, solo pensando all'aria, all'impostatura con cui il padre si sa-
rebbe presentato in caserma alla commissione d'arruolamento,
parato a quel modo; alle parole che avrebbe rivolto alla com-
missione, senza intendere che oggi l'offerta di s doveva esser
fatta con modestia e seriet.
  Non che Giacomino, badiamo, credesse che nell'intenzione
del padre non fosse seria l'offerta della sua vita. Sapeva bene
chi era suo padre e in che conto la teneva, la vita e le cose sue
pi care, non gi di fronte a un debito d'onore, ma anche per
un puntiglio da nulla, come tante volte aveva dimostrato. Ma il
modo! la maniera! Tutto quello che il padre diceva, da undici
mesi, della guerra europea l nello studio col reduce Tiralli, cur-
vo ora su questa ora su quella carta geografica, irta di bandieri-
ne, dei varii fronti della guerra, stese su tante tavole sorrette dai
cavalletti, Dio liberi se si fosse messo a ripeterlo l davanti alla
commissione!
  Sudava freddo, Giacomino, solo a pensarci. Don Agostino
Lanzetti lo spinse ad andare per la vettura.
  --Va', va', figliuolo; non lo fare aspettar troppo. Sai bene
com'... Per ora, di l con Tiralli si distrae parlando della guer-
ra, ma se poi s'accorge che s' fatto tardi, son guai!
  Giacomino and e, purtroppo, di l a poco, tutto quello che
aveva immaginato di dover soffrire, lo soffr davvero nella ca-
serma dell'82 fanteria.




  La commissione era composta da un tenente colonnello, da
un maggiore relatore, da un capitano medico e da un capitano
contabile, nella sala della sanit.
  Marco Leccio si present fieramente accigliato, a denti stret-
ti, le mascelle convulse e le nari divaricate, da cui l'ansito cac-
ciava come due cannonate di fumo. Ma non per l'emozione pa-
triottica, n per darsi un'aria, come credette Giacomino. Per
ben altro! Smontando dalla vettura innanzi al portone della ca-
serma, Marco Leccio aveva avvertito la fitta ben nota alla pie-
gatura della natica, e ora faceva sforzi erculei perch non pares-
se nulla, andando innanzi alla Commissione.
  Furono tre i supplizii di Giacomino. Primo, quando il tenente
colonnello credette di porgere un bel saluto al veterano garibal-
dino che veniva a offrirsi volontario; e il padre, commosso, con
una mano sul petto, prese a dire:
  --Questa guerra, signor colonnello, avremmo dovuto com-
batterla soltanto noi! Noi. Perch  la guerra nostra. Quella che
ci costrinsero a troncare nel bel meglio, il 1866! L'onta, il ri-
brezzo di pi che trent'anni per un'alleanza odiosa col nemico
nostro, fomentati dallo sdegno, dall'orrore delle atrocit com-
messe dai nostri alleati di ieri, signor colonnello, hanno dovuto
rodere il freno d'una disumana pazienza. E ora che questo fre-
no finalmente s' rotto, ora che il ribrezzo, l'odio soffocati per
trenta e pi anni prorompono e s'awentano, ecco, ecco come ci
ritroviamo noi, signor colonnello: noi, quanti siamo di questa
sciagurata generazione nostra, a cui, dopo Bezzecca,  toccata
l'onta della pazienza e l'ignominia di una alleanza col nemico
irreconciliabile. Vecchi ci troviamo, quasi finiti, e dobbiamo
mandare avanti i nostri figli, nei quali forse il ribrezzo non fre-
me e l'odio non ribolle come in noi! Ma noi, no, signor colon-
nello! noi, cos vecchi come siamo, dobbiamo esser messi avanti
a tutti! come avanti a me, a Bezzecca, fu messo mio padre! I fi-
gli ci debbono veder cadere, noi vecchi, perch cos l'odio, il fu-

      FRAMMENTO DI CRONACA Dl MARCO LECCIO               473

rore della vendetta divampi in loro uguale al nostro e uguagli
quelle forze che a noi vecchi mancano! Ho gi tre figli al campo
e vengo a portare quest'ultimo. Vogliamo essere soldati sempli-
ci, signor colonnello, tanto io che mio figlio. Ho anche due ni-
poti lass alla frontiera: un sacerdote, caporale di sanit, figlio
del mio figliuolo maggiore; e il figlio di mia figlia, ufficiale di
complemento. Mi piacerebbe, signor colonnello, d'andare fan-
taccino sotto il comando di questo mio nipote!
  Fortuna che il tenente colonnello e gli altri della commissio-
ne, dapprima un po' storditi, accolsero approvando con un sor-
riso simpatico quella mezza concione.
  Il secondo supplizio di Giacomino fu all'esame delle carte,
quando il maggiore relatore nella fedina del padre trov segnate
le tre condanne politiche.
  --Cancellate! son gi cancellate, signor Maggiore!--escla-
m con fiera dignit Marco Leccio.--Le cancello io col solo
fatto che mi presento qui, ora, volontario. Mi furono inflitte,
perch non ho saputo mai acquietarmi a quell'onta di cui le ho
parlato poc'anzi, e tre volte mi sono ribellato coi miei compagni
di fede repubblicana. Ora che in Italia non c' pi partiti, ora
che l'Italia fa il suo dovere, queste condanne cadono da per s,
son cancellate. Ce ne sarebbe anzi una quarta, recente, signor
Maggiore, che l non  segnata, perch condizionale.
  --Ah s? Una quarta? Perch?--domand il maggiore.
  --Perch ho detto porco a Truppel, signor maggiore.
  --Truppel, l'ammiraglio tedesco?
  --Nossignore, Truppel fratello di mio genero. Un porco sviz-
zero tedesco. Mia figlia si chiama Bezzecca, signor maggiore, e
non ho saputo tollerare che a questo nome restasse attaccata
quella porcheria di cognome tedesco. Mio genero, che  un bra-
vo uomo, era pronto a cambiarselo. Il fratello non ha voluto sa-
perne, e allora... sciocchezze, una querela per ingiurie... 4 3 lire
di multa... condanna condizionale...
  L'ultimo supplizio pi grave di tutti, fu alla visita medica.
  Quanto a lui, Giacomino, bel figliolone roseo con tanto di
spalle, non c'era da discutere: subito accettato, bersagliere cicli-
sta volontario. Ma quando si venne alla visita del padre...
  Si vedevano, santo Dio, le vestigia della cauterizzazione l su
la coscia, i segni delle suppurazioni dei tanti vescicanti che vi
aveva applicati con la pomata epispastica, e i segni delle ventose
e delle mignatte. Nossignori! Assicurare e sostenere che non era
niente; che poteva marciare, anche a giornate; che soltanto
qualche volta, in principio, provava una tal quale difficolt a
muoversi, ma che poi, subito, i movimenti gli si scioglievano,
gli si facevano liberi, agili come se nulla fosse.--Che, la gam-
ba? raccorciata? ma che raccorciata! no! dove? normalissima~
  Se non che, a un certo punto, come il capitano medico accen-
n appena appena di toccargliela, istintivamente ebbe come un
imbevimento e fece per ritirarsi, sussultando. Soffriva da mez-
z'ora, l, in piedi, spasimi d'inferno!
  Il tenente colonnello, bravissimo uomo, ammirato, commos-
so e pur sorridente dell'ingenuit di quella generosa dissimula-
zione, non ostante che cos chiari l su la coscia apparissero i se-
gni del male, si prov a fargli intendere che la commissione era
dispostissima ad accoglierlo, perch in genere, senza stare a so-
fisticare, si largheggiava nell'accoglimento dei veterani per il
prestigio del loro aspetto e del loro passato. Gli avrebbe fatto
dunque indossare, senza dubbio, la divisa. Ma inviarlo al fron-
te, in coscienza, non poteva. Poteva renderlo utile, utilissimo,
facendogli prestar servizio nella maggiorit, ecc. Pi di questo
non poteva.
  Marco Leccio non ebbe scatti, non proruppe, propriamente;
anzi non s'offese neppure; non pot tuttavia nascondere un cer-
to sdegno alla proposta: non tanto per la proposta in s, quanto
in relazione a CIO che egli invece si proponeva di fare.
  --Vestire per comparsa, no, signor colonnello! Maggiorit
vuol dire... scrivano? star qui a scrivere su la carta? Carta per
carta, signor colonnello, ce le ho tutte a casa, le carte della guer-
ra. La far a casa la guerra su la carta.
  Cos, Giacomino rimase, e lui se ne torn solo in vettura, ag-
grondato, sconfitto, con tale cupezza di misantropia scolpita
nel volto, che non poteva dipendere dalla sola disperazione di
quel disinganno.
  Difatti, non dipendeva da questo soltanto. In fondo, egli non
si era ingannato; lo aveva previsto. Gli sarebbe certo piaciuto
andare a morir bene lass; ma non per questo soltanto aveva
fatto quel tentativo di arruolamento quasi disperato. La co-
scienza delle sue condizioni fisiche gliel'avrebbe forse sconsi-
gliato. Un'altra ragione lo aveva spinto, che non voleva dare a
vedere nemmeno a se stesso: Giacomino.
  Dirgli di no, opporsi al proposito che questo suo ultimo pre-
diletto figliuolo gli aveva manifestato, di andarsi ad arruolare
volontario per seguire i tre fratelli, non poteva, non doveva; per
tutto il suo passato, pcr l'educazione che gli aveva data, non po-
teva, non doveva. Ma staccarsi dal figlio, da questo suo ultimo
figlio che, solo, gli aveva fatto sentire quello che forse gli altri
tutti insieme non gli avevano fatto ancora sentire, la tenerezza
paterna, fino al punto di credersi capace di qualunque vilt solo

       FRAMMENTO Dl CRONACA Dl MARCO LECCIO               475

al pensiero di un rischio ch'egli potesse correre; staccarsi da
questo figlio non sapeva neppure. E perci solo aveva tentato.
  Ora, non soffriva per altro. A chi non lo sapeva (e non lo sa-
peva nessuno) poteva parer ridicola tutta quella disperazione
per non esser stato arruolato volontario a 67 anni.




  Solo un'anima grossolana non  capace d'awertire il disgusto
che deve provare un magnifico divano di panciuta gravit, una
soffice poltrona con la frangia lunga fino ai piedi, se sul tavoli-
netto l davanti un cameriere venga a posare sbadatamente o per
accorrer presto alla chiamata del padrone, una cuccuma affu-
micata di cucina, o se la cameriera si scordi su la testata di quel
divano o sul bracciuolo di quella poltrona lo spolveraccio spor-
co o il piumino spennacchiato.
  Hanno i mobili anch'essi una sensibilit che vuol essere ri-
spettata.
  Lo studio di Marco Leccio, per questo riguardo, non  stato
offeso affatto dalla sua trasformazione, fin dal principio della
grande guerra europea, in pi campi di battaglia. Vi era gi da
un pezzo predisposto e anzi per un buon tratto awiato.
  Di studio, propriamente, non aveva mai avuto che una mode-
sta scansia di libri, tutti per altro d'argomento storico e guerre-
sco, sul risorgimento italiano e su le congiure delle societ segre-
te. C'era poi una scrivania impiallicciata, all'antica, di quelle
col palchetto a casellario davanti, per la corrispondenza. Ac-
canto a questa scrivania, uno scaffaletto coi vecchi registri
d'amministrazione della tenuta dell'Agro romano, di cui, come
s' visto, il guadagno pi cospicuo per Marco Leccio  stata la
sciatica. Poi, le quattro pareti attorno erano coperte di stampe
anch'esse guerresche: la battaglia di Calatafimi, la spedizione di
Sapri, San Fermo, Aspromonte, la partenza da Quarto, la mor-
te d'Anita; e di ritratti: quello di Mazzini e di Garibaldi, non c'
bisogno di dirlo, di Nino Bixio e di Stefano Canzio e di Menot-
ti, di Felice Orsini e di Guglielmo Oberdan. Per giunta, nella
parete di fronte, a mo' di panoplia o di trofeo, ricordo della
campagna del Trentino, Marco Leccio aveva appeso il suo vec-
chio schioppettone d'ordinanza incrociato con lo sciabolone
d'ufficiale di Defendente Leccio suo padre. Sopra il motto di
Garibaldi in grosse lettere: Fate le aquile; in mezzo, il suo ber-
retto di garibaldino e una fascetta di velluto--rosso s'intende
--ov'erano affisse le medaglie. Pi sotto, in cornice, una lette-
ra scritta da lui il 19 luglio 1866 dal forte d'Ampola a un arnico
di Roma, con un ritaglio della bandiera austriaca presa in quel
forte.
  Non potevano dunque restare offesi tutti quei libri di storia
del risorgimento e quei ritratti e quelle stampe guerresche e
quelle sciabole e quello schioppettone da una prima grande car-
ta geografica, teatro della guerra sul fronte occidentale, fissata
su una tavola da ingegnere sorretta da cavalletti; poi da una se-
conda carta non meno grande, teatro della guerra sul fronte
orientale, su un'altra tavola sorretta anch'essa da cavalletti;
poi, da una terza, pi piccola, della Balcania fino all'Asia Mi-
nore; e ora infine dalle due ultime, della guerra nostra: la carta
del Trentino e l'altra della Venezia Giulia.
  Su ciascuna di queste carte pende dal soffitto, filo e padelli-
na, una lampada elettrica. Cinque lampade elettriche, di sera
tutte accese, che fanno un bel vedere.
  Marco Leccio, discutendo i varii disegni strategici dei Tede-
schi o degli Alleati, i progressi, le ritirate, gli assedii alle fortez-
ze, le resistenze dei campi trincerati, o col suo aiutante di campo
il reduce Tiralli o anche con don Agostino Lanzetti, passa ful-
mineamente da un teatro di guerra all'altro e vuole che le sue in-
dicazioni, le sue tracce, le sue mosse si vedano e seguano chiara-
mente.
  Di queste lampadine, quattro sono bianche, una azzurra.
L'azzurra pende sul teatro di guerra del Trentino, che non 
propriamente una carta delle solite, ma una plastica in rilievo di
cartapesta colorata, coi suoi laghi e i fiumi, i monti e le vallate, i
ghiacciai, le fortezze, i valichi, borghi, citt e insomma ogni co-
sa, che pare di poterci vivere in mezzo e andare e sentire il fred-
do di quei ghiacciai, l'ombra e la frescura di quelle vallate, uno
che gi ci sia stato e conosca i luoghi come Marco Leccio: Sal
sul Garda, i valichi della Val Sabbia, il lago d'Idro, Storo alle
Mudicarie, Val Trompia e Val Camonica, Rocca d'Anfo, le val-
li del Chiese e del Ledro con Ampola, e valle Conzei...
  Spegne Marco Leccio le altre quattro lampadine e lascia acce-
sa qua quest'ultima azzurra, che vi spanda dall'alto un lume di
sera, un blando lume di luna che conservi e accresca l'illusione
della realt a quel rilievo colorato. E non  gi che quel lago di
Garda e quelle valli e quei monti siano cos piccoli perch finti,
di cartapesta colorata: no; cos piccoli sono perch egli li guarda
da lontano lontano. Li ha l davanti, sotto gli occhi? S,  vero.
Ma lontano, nel ricordo,  il giorno da cui li guarda. E questa
lontananza, che  di tempo, ha pur l'effetto, ecco, di fargli ve-
der piccoli quei noti luoghi veri.
  Vi passa su nottate intere, con occhi sognanti, sapendo che li,
su le pi alte cime, nei passi pi difficili, in mezzo alla neve, sui

        F:RAMMENTO Dl CRONACA Dl MARCO LECCIO               477

ghiacciai, tra le rocce, si combatte anche di notte, a respingere
gli assalti insidiosi del nemico, a guadagnare altri passi, altre ci-
me; e che su una di queste cime pi contese c' suo figlio, capi-
tano d'artiglieria, quello che porta il nome di suo padre. Che fa-
r a quest'ora? Serbare in petto l'ardore della fede nel gelo delle
alte montagne, gelo che morde e awilisce, e in mezzo al nevi-
schio pungente, nella nebbia ch'esilia nell'angoscia di una te-
traggine attonita e spaventevole, in mezzo alle bufere di neve, in
quelle solitudini della natura cos enormi, che la compagnia di
pochi uomini non basta a confortare,  ben duro! Si vendicano i
monti dei piccoli uomini che osano violare lass la loro pace
eterna. E son essi, i monti, i pi formidabili nemici. Forse a
quest'ora suo figlio, dalla ridotta scavata dietro a una profonda
trincea,  impegnato in un duello notturno d'artiglierie. Da un
momento all'altro, chi sa! i suoi pezzi possono essere individua-
ti, e allora... una granata...
  Si tira indietro, Marco Leccio, e para le mani e contrae il vol-
to per lo spasimo, come se arrivasse a lui in quel punto la grana-
ta. Poi serra gli occhi e si sforza di distrarre l'animo dall'imma-
gine del suo figliuolo in pericolo, richiamando gli antichi ricordi
della campagna garibaldina lass. E tutti i ricordi a poco a poco
gli si rifanno vita, gli ridanno le ansie, i fremiti, gli affanni, le
gioie, i dolori, le rabbie d'allora. Ansa, sbuffa, sbarra gli occhi
o li aggrotta, arriccia il naso, s'ilara in volto tutt'a un tratto con
la bocca schiusa a un sorriso beato, e una lagrima gli sgocciola
lenta da un occhio. Perch? Ma per niente! E entrato, di sera, in
una casa di campagna in val di Ledro. Il focolare monumentale
 in mezzo alla stanza rustica, sotto la cappa, che  come una
tramoggia enorme capovolta, tutta affumicata dentro. Il vento
geme continuo dalla gola nera del camino, dalla quale pende
una catena, al cui gancio  sospeso un calderotto fumante. At-
torno, nelle nicchie sotto la cappa, stan seduti i contadini della
casa, che parlano gravi in quella voce continua del vento tene-
broso... Ebbene, piange per questo? No:  quell'angoscia di
rimpianto che, a chi passa precario per un luogo, d la stabile
vita degli altri in quel luogo, una vita intraveduta e assaporata
per un momento, cos intensamente, che tutta l'anima per sem-
pre se ne impregna e nel ricordo pu tornare a viverla, a riassa-
porarla, a chiudersi in essa, come se fuori pi non ci fossero le
tante vicende di prima e di poi, le incertez~e e le difficolt del
cammino, i desiderii, i pensieri che non hanno requie!
  Non capisce nulla di tutto questo il reduce Tiralli; e Marco
E Leccio se ne sdegna e lo bistratta spesso, perch da lui, almeno,
  vorrebbe essere compreso e ajutato nell'illusione che in un certo
          47 8                                 APP~NDICE~

modo, l nello studio, su tutte quelle carte, stiano combattendo
sul serio anche loro.


VII.

  Il povero Tiralli, per dire la verit,  troppo impensierito del-
la sua miseria. Miseria assoluta e tuttavia non semplice, perch
complicata dalla sua qualit di reduce delle patrie battaglie, la
quale gl'impone una certa dignit che, quanto pi la considera
tanto pi lo intontisce.
  Non mangia tutti i giorni il reduce Tiralli, ma tutti i giorni si
pettina bene i molti capelli lanosi, che per grazia di Dio gli sono
rimasti; tutti i giorni s'industria a lungo a far la barba con un
mozzicone di candela al suo colletto inamidato, ai suoi polsini
ingialliti e sfilacciati. Se porta sempre al petto le medaglie, non
 per vanagloria, ma per distrarre l'attenzione dei passanti dalle
sue scarpe e dal suo vestito, e poi perch non passa giorno che
non faccia servizio d'accompagnamento funebre.
  Li ha accompagnati tutti a uno a uno i suoi commilitoni pi
vecchi e anche pi giovani di lu. Si pu essere sicuri che in ogni
portone di casa ove un reduce  morto, accanto al tavolino su
cui si raccolgono le firme dei visitatori, c' lui, Tiralli, con le
medaglie al petto, che piange molto dignitosamente.
  Finito l'accompagnamento, resta con certi occhi, cammina
con certi passi, parla con certa voce, come se fosse sempre die-
tro a un carro mortuario.
  Marco Leccio lo soccorre come pu e spesso lo trattiene a ta-
vola con lui, e cerca in tutti i modi di scuoterlo da quel funebre
intontimento. Ma lo scuote troppo, e lo imbalordisce di pi.
Urli, strilli... E poi pretende da lui, l sui campi di battaglia del-
lo studio, certi servizii di spostamenti di bandierine, che al po-
vero reduce Tiralli riescono quasi sempre male, debole com' di
vista e con le mani troppo tremolanti.
  --Ma come? ma che hai fatto? Ma questa  La Haute Cher-
vauche! E che c'entra La Haute Chervauche? Mi ci pianti la
bandiera francese? Ma dove? ma quando? Non vuoi capirlo che
i francesi non si muovono? Presa? quando? che presa! ci avran-
no mandato s e no qualche cannonata!
  Ha sudato pi camicie, di questi giorni, con un gran tremore
in corpo per paura di sbagliare, il povero Tiralli, correndo con
le bandierine tedesche e austriache appresso alla ritirata russa,
prima dai Carpazi, poi dalla Galizia, ora dalla Polonia~
  Fosse una ritirata a precipizio, a rotta di collo, tale da non
dover tenere pi conto di nulla! Ma che! Una ritirata, che biso-

       FRAMMENTO Dl CRONACA Dl MARCO LECCIO               479

gna stare con tanto d'occhi aperti a seguirla; una ritirata di cui
Marco Leccio decanta la miracolosa sapienza cos fervorosa-
mente, che guai se tra le sue dita tremicchianti una bandierina
tedesca o austriaca corre troppo e s'appunta su un luogo difeso
ancora strenuamente dalle retroguardie russe. Due giorni prima
della caduta, ha appuntato per isbaglio su Kowno una bandieri-
na tedesca. Per miracolo Marco Leccio non se l' mangiato.
  --Ah mi prendi gi Kowno, pezzo d'animale? Togli via subi-
to codesta bandierina! Kowno resiste e resister ancora per un
pezzo, te lo dico io!
  Ora che Kowno  caduta, Tiralli potrebbe fargli osservare che
infine il suo sbaglio  stato di poco. Non ha detto nulla. Ha
riappuntato la bandierina. Marco Leccio, vedendola, ha muggi-
to:
  --Non ti pareva l'ora, di' la verit! Ma ce l'abbiamo ancora
da vedere, sai? con codesto tuo signor Hindenburg, grande stra-
tega delle tenaglie dei miei stivali!
  La strategia, non soltanto tedesca veramente, ma in genere
tutta quanta la strategia scientifica moderna ha provocato e se-
guita a provocare in Marco Leccio uno sdegno che non potreb-
be essere maggiore.
  E che qualcuno ha avuto la cattiva ispirazione di toccare un
tasto, che non avrebbe dovuto esser toccato, conversando con
lui. Gli hanno detto che a petto di questa guerra tutte le altre
combattute finora dall'umanit, non parliamo delle battaglie
garibaldine, ma anche le pi famose battaglie napoleoniche, di-
ventano cose da ridere. Ma s, via, solo a considerare, per esem-
pio, che tutti quanti i combattimenti degli eserciti regolari e dei
volontarii nel periodo del nostro risorgimento, sommati insie-
me, non diedero di morti e feriti quanto in questa guerra ne
danno certe scaramucce giornaliere, di cui i bollettini degli stati
maggiori neppure tengono conto.
  Questo hanno avuto il coraggio di dire a lui, Marco Leccio, in
principio della guerra. Non riesce ancora a calmarsi, a scordar-
selo, e se la piglia col povero Tiralli7 come se gliel'avesse detto
]ui, come se veramente il povero Tiralli fosse un accanito difen-
sore della strategia moderna.
  --Ah s? ah s?--sghigna di tratto in tratto.--Pochi morti,
eh? pochi feriti?
  Poi lo investe:
  --E i tanti morti d'oggi, i tanti feriti d'oggi, a milioni, chi li
ha fatti, donde provengono e che concludono? Bestie che non
riflettete nulla! Non vedi che sono l'effetto di questa macchina
stupida e mostruosa della tua strategia moderna, che mangia vi-
te, strazia carni, e non conclude nulla? Sai dirmi che conclude,
che ha concluso finora?
  Tiralli, muto, impalato, con un sopracciglio su, l'altro gi, lo
guarda nell'atteggiamento d'un cane fedele, rimproverato a tor-
to dal padrone.
  --Quello che conclude sempre,--seguita Marco Leccio,--
anche oggi, sempre, non vedi che  invece l'arma antica, I'arma
gloriosa, l'arma nostra garibaldina, la baionetta? Te ne danno
la prova, ogni giorno, su l'Isonzo, sul Carso, i bersaglieri no-
stri! E questi tuoi macchinosi tedeschi, carogne che si fanno
forti dei ripari preparati e costruiti dalla tua famosa scienza
strategica, appena la vedono, la baionetta, l'arma vera, che ha
bisogno di coraggio e non di scienza, tremano, perdio, alzano le
braccia e invocano piet!
  Cos dicendo, gli va incontro, proteso, con occhi feroci, le
braccia contratte, i pugni alzati, serrati, come armati di baionet-
ta, per farlo tremare davvero; ma poich Tiralli non trema e re-
sta muto e approva gravemente col capo, egli s'allontana escla-
mando con scherno:
  --La strategia, imbecilli! L'arte di far durare un secolo una
battaglia, che prima con l'impeto dei soldati e il genio dei capi-
tani si risolveva in quattro e quattr'otto, in una giornata al pi!
Gli studii tecnici, il materiale bellico, si dice cos? bel1ico git
obici, bi-bo, v'empite la bocca, mortaj da 305 e 420, fucili a
tiro rapido, mitragliatrici, dirigibili, aeroplani, granate a mano,
shrapnells, gas asfissianti, bombe incendiarie, trattori mecca-
nici, tanks, trincee scavate a macchina, blindate, mine terrestri,
fogate, reticolati, fili di ferro, cavalli di frisia, bocche di lupo,
proiettori, razzi e bombe illuminanti, bom-pimpam, pare la
girandola, e la guerra dov'e? nessuno la vede! Prima gli uomini
combattevano in piedi, come Dio li aveva messi! Nossignori,
adesso, non basta in ginocchio, pancia a terra, come le serpi e
rintanati, chi sappia resistervi; noi, no, i nostri no, per la Ma-
donna! balzano in piedi, irrompono, si awentano a petto, bajo-
netta in canna, Savoja!. Questo ci vuole! Altro che i tuoi
meccanici e i tuoi farmacisti! La strategia... la chimica... Vorrei
sapere in che consiste, se non in un mostruoso e vigliacco in-
gombro, per far perdere invano tempo e vite umane! Metter su
macchine, impedimenti, ripari per trovare poi il modo di buttar-
li gi; e non valeva tanto, allora, non metterli su, se alla fine
quello che veramente decide  il petto dell'uomo che balza su
dalle macerie di quegli ingombri vigliacchi e corre all'assalto?
Te lo dico io perch serve tutta questa scienza: serve per noIl
farla, la guerra! serve per minacciare in tempo di pace, per incu-

       FR~MMENTO Dl CRONACA Dl MARCO LECCIO               481

tere spavento a chi vuol farla; ma quando poi la guerra  dichia-
rata, ecco qua, a che serve, lo vedi? a non farla finir mai...
  Interviene a questo punto, zitto, zitto, come un'ombra, don
Agostino Lanzetti, dalla sala da pranzo. Sta ad ascoltare le ulti-
me parole e approva pi volte in silenzio col capo; poi dice:
  --S, caro, proprio a non farla finir mai. E sta' pur certo
Marco, che questa non  guerra che si risolve militarmente.
  --Ah no?--urla Marco Leccio.
  --No,--dice fermo don Agostino.--E soggiunge:--Sai
che si racconta degli antichi Goti?
  Marco Leccio lo guarda in cagnesco.
  --Potresti finirla con codeste tue eterne storielle... Non ho
tempo d'ascoltarle!
  --Sono i padri antichi dei tedeschi d'oggi,--risponde placi-
do e col suo solito risolino arguto il Lanzetti.--E una storiella
che ti pu giovare. Si dice, dunque, che gli antichi Goti avevano
il saggio costume di discutere due volte ogni impresa da tentare:
una prima volta, ubriachi, e la seconda volta a digiuno. Ubria-
chi, perch ai loro consigli non mancasse ardimento; a digiuno,
perch non mancasse prudenza. Ora  chiaro che i tedeschi mo-
derni hanno perduto questo saggio costume dei loro padri. Di-
scussero e deliberarono la loro impresa, soltanto da ubriachi.
Speriamo che possano presto, a digiuno, ritornare su la loro
prima deliberazione. Ma ci vorr ancora, purtroppo, assai tem-
po, non t'illudere! Assai tempo...
  --Gi!--rugge Marco Leccio--assai tempo! Ma sai per-
ch?
  S'interrompe; accenna di mordersi le mani; grida tra i denti,
storcendo innanzi al volto le dita:
  --Non posso parlare! non posso parlare! Ma altro che il di-
giuno dei tedeschi ci vorrebbe a finire questa guerra! Ci vorreb-
be, perdio, che tutti facessero come noi! Ecco che mi  scappa-
ta! Guarda che ci vorrebbe...
  Salta a quel trofeo della parete; cava dallo schioppettone
d'ordinanza la bajonetta lunga come uno spiedo di girarrosto e
fa l'atto di cacciarla nella pancia a Tiralli.
  --Va' a dirlo a Joffre, va' a dirlo a French, va' a dirlo a Ca-
dorna! questa ci vorrebbe!


VIII .

  Che la strategia moderna abbia ridotto l'ufficio del duce su-
premo d'una guerra non molto dissimile da quello a cui Marco
Leccio attende con tenace costanza da circa tredici mesi: studio
indefesso l sulle carte dei punti, delle linee, delle posizioni, 
per Marco Leccio in fondo una assai magra consolazione.
  Fa il duce supremo, lo stratega, l nello studio, davanti a Ti-
ralli che lo segue e l'aiuta con funebre obbedienza; ma grazie!
perch non pu far altro...
  Certo, se una mossa prevista da lui in questo o in quel teatro
della guerra, dati quei punti strategici e quelle linee e quelle po-
sizioni, s'effettua proprio come lui l'ha prevista, se ne compia-
ce; guarda con occhi lustri ridenti e tutto il volto abbagliato di
soddisfazione Tiralli, appena ne arriva la notizia nei bollettini
degli stati maggiori, non badando pi nemmeno se la mossa in-
dovinata sia in favore dei tedeschi e a danno degli alleati, poich
veramente l'arte, di qualunque genere sia,  il regno del senti-
mento disinteressato, ragion per cui spesso diventa la funzione
pi crudele che si possa immaginare, come pu darne esempio
un medico che si compiaccia della giustezza di una sua prognosi
letale anche se questa prognosi l'abbia fatta su se stesso e voglia
dire:
  Benone, caro: tu sei morto.
  Ma non  questo! non vorrebbe far questo Marco Leccio!
Gl'importa assai che i duci supremi oggi combattano le guerre,
come lui, su la carta! Che duce supremo del corno! Soldato,
soldato raso, come il suo Giacomino partito jeri per il fronte,
ecco quello che avrebbe voluto esser lui. E non ha potuto!
  Ieri, alla stazione, poco prima che il treno partisse, mentre il
suo figliuolo dal finestrino della vettura lo guardava, lo guarda-
va come se avesse voluto lasciargli impressi, confitti nell'anima
quegli occhi lucidi e intensi di commozione contenuta, ebbe la
tentazione di saltare su quel treno, confondersi, nascondersi tra
i soldati, e partire anche lui.
  Lo morse la vergogna d'esser poi sorpreso e tirato gi per un
orecchio dal treno, come un ragazzino.
  Pi forte, pi rabbiosamente lo morse poi il cordoglio, quan-
do allo sportello d'una vettura pi l vide un altro volontario in
divisa di fantaccino, vecchio, pi vecchio di lui, con la barba
bianca e le antiche medaglie sul petto, che agitava le braccia e ri-
spondeva esultante ai saluti, agli augurii, agli applausi.
  Non pot reggere a questo spettacolo; dovette andavia, via
prima che il treno partisse col suo Giacomino che lo salutava,
chi sa, forse per l'ultima volta!
  --Me lo sai dire--domanda ora, col volto atteggiato pi di
nausea che di sdegno, a Tiralli che gli sta davanti, nello studio,
quasi su l'attenti, come se stesse ad ascoltare uno dei tanti elogi
funebri, che sono per lui quel che la messa quotidiana  pei di-
voti,--me lo sai dire come pensi di morire tu?

FRAMMENTO Dl CRONACA Dl MARCO LECCIO

483

  Tiralli, con gli occhi bassi, un sopracciglio pi su, l'altro pi
gi, non risponde.
  --Rispondi~--gli grida Marco Leccio.
  E Tiralli si stringe nelle spalle, sporge un po' le labbra, fa un
gesto appena appena con la mano.
  --Morire? Mah... Come Dio vorr...
  Veramente lui, Tiralli, non ci ha ancora pensato.
  Marco Leccio riprende:
  --Quanti giorni ci restano ancora da vivere, a me e a te?
  Tiralli ripete quel vago gesto della mano; ma aggrotta pure
un po' le ciglia, come per il dubbio che il suo generale pretenda
da lui sul serio, su un argomento come questo, una risposta ca-
tegorica e precisa.
  --Altri quattro giorni!--gli grida sul naso Marco Lecci.
  E Tiralli allora s'affretta a dir di s, di s, pi volte, col capo.
  --Quattro giorni, gi...
  --Ma la chiami vita, questa?--incalza Marco Leccio.--
Non ti vergogni? Che stai a far l, ancora in piedi?
  Tiralli, stordito, si guarda attorno in cerca di una sedia per
mettersi a sedere.
  --No!--gli urla Marco Leccio.--Io dico, ancora in vita!
Da quant'anni te la vivi codesta tua agonia? Ti ci sei induritc,
incadaverito; e non ti vergogni leggendo ogni sera sui giornali
quanti giovani muojono a vent'anni, lass, e quanti vecchi a
sessanta, a settanta, fino a settantasei anni partono volontarii,
dalla Sicilia, dalle Calabrie, dagli Abruzzi, dalla Romagna, dal-
la Lombardia, e vanno a combattere al fronte, semplici soldati?
La faccia, qua, qua, non te la senti mangiare dalla vergogna?
Hai visto ieri quel vecchio sul treno? Doveva averne settanta,
per lo meno, e partiva! Pensa, pensa come va a morire quel vec-
chio, e pensa come morrai tu! Sporcheremo il letto, io e tu; e
quello invece morr in piedi! Io e tu, sul letto, tu col rantolo e io
con la tosse; e quello con un grido in gola: Viva l'Italia, fi-
gliuoli! Avanti sempre!. Capisci? Come Lavezzari! La morte
del leone! Sull'alba, l'assalto: tutta la linea, un balzo e s'avven-
ta alla baionetta: Savoja! Innanzi a tutti, lui, Lavezzari, che ha
giurato di morire lass! Corre, giunge fino all'ultima trincea ne-
mica! ritto in piedi lass, si sbottona la giubba e mostra la sua
camicia rossa per morire cos, da garibaldino! Tu capisci? A
settantasei anni, avr pensato, quest'assalto, questa carica al-
la baionetta ho potuto ancora farla; ma un'altra, domani? chi
sa se le forze m'assisteranno pi! E dunque, ora, qua, basta: ec-
co il petto, ecco la mia divisa vera, qua, tirate qua su la mia ca-
micia rossa: voglio morire cos! Ed  morto. Tu sporcherai il
letto, io sporcher il letto, e intanto stiamo qua a giocare come
due ragazzini scimuniti cone carte e le bandierinePuah!




  Non ha finito di commernorare CQS la morte del vecchio leo-
ne Lavezzari, che un grido, seguito dal pianto di tre donne, gli
giunge dall'attigua saletta da pranzo, e subito dopo l'uscio dello
studio  aperto e su ia soglia si mostrano pallidi e costernati don
Agostino Lanzetti e il bravo signor Truppel.
  --Defendente?--grida allora Marco Leccio, con gli occhi
sbarrati e levando le mani quasi a parare una sventura.--Ni-
no? Canzio?
  Dicono di no, tre volte, col capo e con le mani, subito, don
Agostino e il Truppel. Don Agostino poi soggiunge piano, soc-
chiudendo dolorosamente gli oschi:
  --Marchetto...
  --Marchetto? Come!--esclama Marco Leccio, aggrottando
~leramente le ciglia.--Mio nipote? Era della sanitl Ma come~
Hanno sparato sulla Croce rossa? Quando? Morto?
  --Mentre raccoglieva i feriti...--morms)ra don Agostino.
  --Morto?
  --Ha avuto appena il tempo di scrivere al padre e alla madre.
Come un santo,  morto...
  E dicendo cos, don Agostino piange e s'invetrano anche di
lagrime i ridenti occhi azzurri del bravo signor Truppel.
  --Canaglie! Assassini! Briganti!--rugge Marco Leccio, le-
vando le pugna serrate su la faccia di Tiralli rimasto impalato a
quell'annunzio di morte.--CapisciSparano sui feriti e su chi
li raccoglie! sparano sugli ospedalil si fanno riparo dei morti~
Assassini! briganti!
  Poi, rivolto al Lanzetti:
  --Quando  arrivata la notizia?
  --Oggi, questa mattina,--risponde don Agostino.--Ma ci
ha messo sei giorni la letterina ad arrivare, ed era unita alla co-
municazione del comando e a un'altra lettera di condoglianza
del capitano medico dell'ospedaletto da campo, in cui il povero
Marchetto prestava servizio. E bisogn2 sentire ch& ne dice que-
sto capitano! La dolcezza, una divina serenita nel coraggio,
I abnegazione; e com'ha parlato prir~la di rendere l'anima a
Dio! Anche di te ha parlato... ci sono nella letterina anche i suoi
ultimi saluti per te. Ditelo al nonno,>ha scritto, che sono
morto bene...>~

       FRAMMENrO Dl CRONACA Dl MARCO LECCIO               485

  Marco Leccio, per quanti sforzi faccia a trattenersi, rompe in
due singhiozzi quasi rabbiosi.
  --Aspetta,--soggiunge subito don Agostino.--Dice cos:
L'abito che indossavo, egli non volle credere che fosse an-
ch'esso milizia, ed ebbe a sdegno che con quest'abito io portassi
il suo nome. Sono sicuro che ora non lo creder pi....
  Sono entrate nello studio, piangenti, la madre con le due fi-
gliuole, la signora Bezzecca Truppel e Teresita, pronte tutte e
tre per recarsi alla casa di quel figlio, che Marco Leccio ha rin-
negato da tanti anni. Credono tutti che si debba penar molto e
molta arte di persuasione adoperare per indurre il padre alla ri-
conciliazione col figliuolo maggiore, in una congiuntura come
questa. Marco Leccio, con gli occhi chiusi per trattenere le la-
grime e la commozione, scosta tutti, invece, e dice senz'altro:
  --S, s... andiamo, andiamo... povero Marchetto, figliuolo
mio... Andiamo...
  Col cappello in capo, innanzi alla porta, appoggiato al brac-
cio di Tiralli, leva per il bastone e soggiunge con tono minac-

CIOSO:
  --Lo fece partire senza mandarlo qui a salutarmi! Quando lo
vest prete, s, me lo mand, per farmelo strapazzare, povero fi-
gliuolo mio! Vestito da soldato, prima di partire per il campo,
quando io lo avrei baciato e benedetto, no, non volle pi farme-
lo vedere! Ma non fa nulla, non fa nulla: vado lo stesso... An-
diamo.
  Ancora prima d'arrivare al portoncino della casa in via Ce-
stari, si sentono i pianti e gli strilli delle donne, cio della madre
e delle tre sorelle dell'ucciso. Parecchi curiosi sono raccolti in-
nanzi al portoncino e dicono che il padre  come impazzito, e
maledice tutti e grida contro il re, contro l'Italia, contro la guer-
ra vituperii.
  Don Agostino L~n7etti si fa avanti a tutti. Prima di comincia-
re a salire la scala, si volta a Marco Leccio e con gli occhi e con
le mani gli raccomanda di tenersi calmo e di compatire, per pie-
t; egli entrer per primo e cercher di placarlo. Con l'ajuto del-
le donne lo predisporr ad accogliere la visita del padre. Stieno
tutti indietro, ad aspettare un po', qua sul pianerottolo della
scala, sotto l'ultima rampa.
  --S, s...--gli dicono, e con la mano gli fanno cenno d'an-
dare.
  Don Agostino sale gli ultimi gradini; bussa; entra. Ma poco
dopo, i pianti, gli strilli, si fanno pi violenti, fra un gran tra-
mestio, come per una colluttazione. Improvvisamente, la porta
si spalanca, e, spettorato, strappato, trattenuto da tante brac-
cia, furibondo, fa per scagliarsi contro i parenti, lui, Giuseppe
Leccio, urlando:
  --Assassini! Assassini! Via! Via di qua o vi ammazzo! As-
sassini di mio figlio! Via di qua!
  La madre, le due sorelle, sbigottite, lo chiamano per nome,
con gesti supplicanti; si provano a salire qualche scalino, inco-
raggiate, spinte dal signor Truppel. Su, don Agostino riesce a
strappare indietro, a scostare dalla porta l'arrabbiato; lo fa se-
dere su la panca della saletta, gl'indica il grande crocefisso a
una parete, che d a quella saletta l'aria di una sagrestia; e, a
furia d'esortazioni e di buone parole, riesce alla fine ad amman-
sirlo, a farlo piangere.
  Le donne sono entrate col signor Truppel; Marco Leccio  ri-
masto con Tiralli sul pianerottolo. Poco dopo, la nuora si spor-
ge dalla porta e lo invita a salire; ma il figlio, appena lo vede,
balza in piedi, scontraffatto di nuovo dal furore; lo mira con gli
occhi sbarrati, atroci, e si mette ad arrangolare orribilmente, le-
vando le mani artigliate.
  Marco Leccio si ferma a guardarlo austeramente e gli dice:
  --pensa che sono padre anch'io. Quattro tuoi fratelli sono
lass. L'ultimo  partito ieri!
  --Al macello! Al macello!--grida il figlio, lasciandosi pie-
gare dalle braccia che lo trattengono, a sedere di nuovo, e si co-
pre il volto con le mani.
  Marco Leccio riprende:
  --Pu toccare a me, domani, di ricevere la stessa notizia che
oggi hai ricevuta tu; e poi un'altra! e poi un'altra! e poi un'al-
tra!
  Per tutta risposta, il figlio scopre la faccia e gli grida:
  --Io la maledico, la patria!
  Marco Leccio fa un violento sforzo su se stesso per contener-
si, poi dice:
  --Ero venuto qua per piangere con te; ma non cos come
piangi tu! Sono lagrime d'odio, di rabbia, le tue. Pensa che co-
deste lagrime neanche a tuo figlio possono essere accette! Tu lo
chiudi nel tuo dolore soltanto e in codesto tuo odio per la pa-
tria; ma pensa che per la patria  morto tuo figlio, e che tu lo
escludi, piangendolo cos, dal pianto degli altri, dal mio, che
egli stesso ha voluto. Se tu non vuoi, addio!
  Lascia l le tre donne col genero e col Lanzetti, e se ne torna a
casa, commosso, a braccio del fido Tiralli.
  Strascinando la gamba malata, che per l'improwiso riscalda-
mento s' rimessa a dolergli, pensa, per via, che questa  vera-
mente una santa guerra, se possono morirvi cos, benedicendo-

FRAMMENTO Dl CRONACA Dl MARCO LECCIO               487

la, un leone come il vecchio romagnolo Lavezzari e un povero |
agnellino come quel suo pi~colo nipote Marchetto.             I!




  Da una settimana, tra i parecchi campi di battaglia che in-
gombrano lo studio, Marco Leccio  solo.
  Il povero Tiralli s' ammalato, non propriamente perch
Marco Leccio gli ha gridato in faccia la vergogna di seguitare a
vivere la sua agonia mentre tanti dei loro vecchi commilitoni
vanno a trovar la morte su le stesse tracce per cui da giovani la
cercarono lass, contra lo stesso nemico e per lo stesso scopo
d'allora; ma perch--vecchi--un filo d'aria, un subitaneo ab-
bassarsi della temperatura, e ci s'ammala.
  E piovuto tanto in questo primo anno della grande guerra!
  I fisici han sentenziato che l'aria--non pare--ma  un cor-
po, un corpo sensibile anch'essa, e che i troppi spari, la furia
delle troppe cannonate han potuto commuoverla. Le donnette
del popolo, pi poetiche nella loro ignoranza, han creduto inve-
ce a un gran pianto del cielo per la sciagurata follia degli uomi-
ni.
  Il fatto  che. Per le troppe piogge, sbalzi di temperatura se





,

,

      FRAMMENTO Dl CRONACA Dl MARCO LECCIO               487

la, un leone come il vecchio romagnolo Lavezzari e un povero
agnellino come quel suo piccolo nipote Marchetto.




  Da una settimana, tra i parecchi campi di battaglia che in-
gombrano lo studio, Marco Leccio  solo.
  Il povero Tiralli s' ammalato, non propriamente perch
Marco Leccio gli ha gridato in faccia la vergogna di seguitare a
vivere la sua agonia mentre tanti dei loro vecchi commilitoni
vanno a trovar la morte su le stesse tracce per cui da giovani la
cercarono lass, contro lo stesso nemico e per lo stesso scopo
d'allora; ma perch--vecchi--un filo d'aria, un subitaneo ab-
bassarsi della temperatura, e ci s'ammala.
  E piovuto tanto in questo primo anno della grande guerra!
  I fisici han sentenziato che l'aria--non pare--ma  un cor-
po, un corpo sensibile anch'essa, e che i troppi spari, la furia
delle troppe cannonate han potuto commuoverla. Le donnette
del popolo, pi poetiche nella loro ignoranza, han creduto inve-
ce a un gran pianto del cielo per la sciagurata follia degli uomi-

  Il fatto  che, per le troppe piogge, sbalzi di temperatura se
n' avuti assai, e il povero Tiralli, non solo s' bagnato pi volte
da capo a piedi, ma non ha potuto dar la solita prowista di sole
alle sue ossa, impalandosi--cariatide del dignitoso monumen-
to della sua miseria--per ore e ore in qualche canto di via.
  Marco Leccio  molto seccato. Ce l'ha specialmente con una
mosca maledetta che viene ostinatamente a posarsi su la carta
plastica del Trentino, mentre lui, Dio sa con quanta pena, ri-
mandando l'anima indietro indietro nel tempo, si crea l'illusio-
ne della lontananza, di cui ha bisogno per veder innanzi a s
quella carta come una realt viva. Eccola l, maledetta! viene
all'improvviso a rompergli quella illusione, mettendosi come
niente a passeggiare su per le vette di quelle montagne, su per
quei laghi e per quelle vallate, qua e l lasciando certi puntini
neri, che possono scambiarsi per fortezze o borgate.
  Centomila volte l'ha cacciata, e centomila volte quella porca
mosca tignosa, tedesca, tirolese, eccola l daccapo!
  Ma non  la mosca soltanto. O meglio, s,  la mosca, ma non
quella soltanto che nei declinanti soli di settembre s'appiccica e
si diverte a non dar pi requie alle mani, alla fronte degli uomi-
ni, ma anche quell'altra, quell'eterna mosca che in ogni tempo
si diverte a rompere dentro l'anima degli uomini ogni illusione.
  Da mesi e mesi, ormai, ogni sera, leggendo i giornali, Marco
Leccio si fa l'illusione che finalmente, presto, gli alleati torne-
ranno con impeto alla riscossa. I Russi, che gi avevano sbara-
gliato gli Austriaci e occupato la Galizia fin quasi a Cracovia
(santo Dio, fin quasi a Cracovia!) e poi, superando i Carpazi,
gi scendevano sui campi ricchi di messi dell'Ungheria; i Russi,
che su avevano invaso anche la Prussia orientale, costretti ora a
ritirarsi da per tutto, a cedere Varsavia, tutta la Polonia con la
linea delle fortezze, la Curlandia fin quasi a Riga; i Russi arre-
steranno finalmente domani questa colossale invasione dei tre
gruppi d'eserciti austrotedeschi. E i Francesi, i Francesi che do-
po la levata leonina della battaglia della Marna, da undici mesi
se ne stanno fermi come a casa loro nelle trincee, quasi che ab-
biano giurato di volerci fare i vermi l, finalmente domani ripi-
glieranno l'offensiva, romperanno il fronte tedesco ad Arras
obbligheranno il Kaiser a richiamare in gran furia gli eserciti dei
fronte orientale. E gl'Inglesi, coi loro ottocentomila uomini am-
massati presso Calais, irromperanno finalmente domani nel
Belgio per cominciarne la liberazione; e intanto, laggi a Galli-
poli, coi nuovi sbarchi nella baja di Suvla, col concorso della
spedizione italiana, che a quest'ora sar senza dubbio salpata
da Taranto, forzeranno alla fine i Dardanelli e prenderanno Co-
stantinopoli.
  Ogni sera, tutte queste illusioni. La sera appresso, sissignori,
per ognuna, una mosca. In ogni bollettino degli stati maggiori,
per ogni illusione, una mosca. La ritirata russa continua, e
sci una prima volta; i Francesi non si muovono, e sci
una seconda volta; gl'Inglesi non si muovono, e sci una ter-
za; a Gallipoli il nuovo tentativo di aggiramento  ancora una
volta fallito, e sci, sci, sci.... Ma lo Zar ha assunto il co-
mando supremo de' suoi eserciti: eh, questo fatto qualche cosa
vorr dire! E il generale Joffre  venuto sul fronte italiano per
abboccarsi con Cadorna; anche quest'altro fatto vorr dire
qualche cosa. Ed  certo che i Turchi non hanno pi carbone e
sono a corto di munizioni...
  Cos le illusioni rinascono per le nuove mosche di domani se-
ra.
  Ma intanto Marco Leccio si ritrova solo ogni notte a far im-
peto per tutti gli Alleati, nei suoi sogni violenti. Sogna violenze
terribili e inaudite ogni notte: dei Russi che contrattaccano a
Grodno e spezzano gli eserciti di Hindenburg, ammazzando set-
tantamila uomini, facendone prigionieri altri settantamila con
lo stesso Hindenburg a cui un cosaccoigantesco d pi volte in
faccia il suo scudiscio dentato; o degli Inglesi che alla fine si av-
ventano sull' Yser e spazzano a raffica in un batter d'occhio tut-
ti i Tedeschi dal Belgio; mentre i Francesi sfondano anch'essi il

FRAMMENTO Dl CRONACA Dl MARCO LECCIO

fronte awersario, e, superato il Reno, via a Berlino! gl'Italia-
ni, per Malborghetto, via a Vienna! E le due capitali, rase al
suolo!
  Ansa, geme, ruglia, arrangola nel sogno, con un braccio pro-
teso a pugno chiuso su le terga della povera signora Marianna,
che a un tratto, sentendosi quasi respinta dal pacifico letto co-
niugale, si sveglia spaventata, e udendolo gemere e ansare a
quel modo, grida:
  --Marco! Marco! Dio, ti risenti male? La gamba?
  --Il corno!--borbotta Marco Leccio, nell'ansito che lo sof-
foca, balzando a sedere sul letto.--Stavo a finir la guerra cos
bene! ...
  E ora, a ripigliare il sonno ti voglio!
  Dacch Giacomino  partito, l'ansia per i figliuoli sparsi sui
tre fronti della guerra gli  cresciuta e non gli lascia pi un mo-
mento di requie.
  Accende la lampadina elettrica; trae dal cassetto del comodi-
no l'ultima lettera nella quale Giacomino, sette giorni fa, gli an-
nunziava che la mattina appresso sarebbe partito per la linea di
fuoco; si stropiccia gli occhi, poich gli occhi dei vecchi diventa
no acquosi la notte e allevano cispe, e si mette a rileggere, a ri-
leggere, aggrondato, quella lettera.
  Come scrive bene Giacomino! Quanta poesia in questa lettera
scritta dal campo alla vigilia della partenza per gli avamposti!

  Tutto l'accampamento tace. E notte alta Sto nella mia tenda
seduto sulla branda, il calamaio sulla coperta, e scrivo sulla
gamba sinistra. La fucileria crepita lontano tra le cannonate.
Ho acceso una sigaretta alla candela appoggiata all'alzo del mio
fucile. La candela  ancora abbastanza lunga e io la far consu-
mare scrivendoti. Tanto,  l'ultima notte che mi serve. Domatti-
na alle tre e mezzo noi nuovi arrivati andremo su un'altura che
domina tutte le posizioni; un capitano di stato maggiore ce le in-
dicher a una a una e ci spiegher le azioni che vi si sono svolte,
quelle che vi si svolgono, quelle che vi svolgeremo noi.
  Svolgere... un tema, una volta...
  Posata sulfucile vicino alla candela  un'elegantissima farfal-
la bianca, con le ali spiegate e le antenne ritte. E immobile da
tanto tempo.
  Sento il lamento dei grossi projettili che ci passano sulla testa
per portare la morte lontano. E uno strano angoscioso sibilo.
Chi sa voi che fate ora... Dev'essere da poco passata la mezza-
notte. L'orologetto da polso, che il buon Livo m'ha regalato,
non cammina pi da alcuni giorni. L'aria di questi luoghi gli
avr fatto male.
  La sigaretta  finita e ho cambiato posizione: scrivo sul ginoc-
chio destro e bevo un sorso di caff.
  La farfalletta bianca  sempre l ferma che si scalda le ali. O
forse  morta? Io non la tocco.
  Le posizioni che andremo a occupare sono diff cili. Andremo
dalla parte del piano, a far guerra di notte.
  Io sono puro e forte e vibro nel silenzio della notte col ritmo
calmo del mio cuore buono, ben provato. Non dormir, forse.
Vedo un mio compagno che nella tenda accanto si rilegge a una
a una tutte le lettere ricevute.
  Fra quattro ore sar chiuso un quadro di questa scena. Arri-
vederci, miei cari; dormite. Ho un 'altra sigaretta in bocca. Buo-
na notte, dormite. Nella vigilia di una marcia verso l'oscuro, io
mi sento tranquillo se porto il pensiero fra voi.
  La farfallina bianca si  destata; spengo la candela per la sua
vita, buona notte di nuovo, e tutti i miei baci.

  In sette giorni l'avr riletta settanta volte, questa lettera,
Marco Leccio. Ogni volta s' sentito stringere la gola da un'an-
goscia cupa e urgere le lagrime agli occhi, pensando all'anima di
questo suo adorato figliuolo, alta come la notte che gli stava sul
capo nello scrivere queste parole, e pura come quella farfallina
bianca posata sul suo fucile.
  Da sette giorni, pi nessuna nuova! Eppure  certo che in
questi sette giorni Giacomino avr scritto, perch prima di par-
tire glielo promise, che avrebbe mandato ogni giorno notizie di
se. Tranne... Ma no! Maledizione! gli torna sempre in mente,
sempre, questo tristo pensiero... Rivede Giacomino come dal
treno lo guardava, lo guardava quasi volesse lasciargli impressi
confitti nell'anima, quegli occhi lucidi e intensi di commozione
contenuta: e stringe le pugna e sbuffa e smania.
  --La colpa sar della Posta...--gli mormora accanto la mo-
glie, che indovina il perch di quegli sbuffi e di quelle smanie.
  Ella prega di nascosto, in silenzio. Non fa altro, da tre mesi
Tre rosarii al giorno, di quindici poste; e un quarto, ora, da che
Giacomino e partito. Pare sia sempre stordita e non capisca ci
che le Sl dice; ma non  vero:  che prega, prega, ed  tanto as-
sorta nella preghiera, che spesso non sente cio che le si dice. Per
Giacomino prega, ma pi forse per gli altri tre figliuoli che le
sembrano un po' trascurati dal padre.
  --Gia, s... forse...--borbotta Marco Leccio.--E il lamen-
to di tutti, questo maledetto disservizio postale! Lettere che non
arrivano o che mettono sei e sette giorni ad arrivare; e prima ne
arriva una scritta dopo, e il giorno appresso quella scritta avan-
ti... ed  inutile muovere lagnanze e rimproveri. Non c' bestia

      FRAMMENTO Dl CRONACA Dl MARCO LECCIO               491

pi dispettosa dell'impiegato postale. Pi lo rimproveri e peggio
fa. Lo sappiamo tutti per esperienza innanzi agli sportelli degli
uffici postali. Guai se mostri un po' di fretta: te lo fanno appo-
sta; cominciano a gingillarsi col bollo che non prende, con la
gomma che non scorre, col francobollo che non attacca... E bi-
sogna vedere come ti saltano su insolenti alla minima osserva-
zione.
  La mattina appresso se la prende col bravo signor Truppel
che viene, per conto della moglie, a dar notizie del figliuolo e a
chiederne dei cognati.
  --Bell'orologetto gli hai regalato a Giacomino! Ha scritto
che non gli cammina pi.
  Il bravo signor Truppel, con gli occhi ridenti di zaffiro, si
prova a dimostrargli che un orologio in guerra, attaccato al pol-
so di un soldato, deve per forza, indicibilmente soffrire; organi-
smo sensibilissimo e delicatissimo, un orologino...
  --Gi, gi...--mastica Marco Leccio.--E nel tuo paese,
adesso, non se ne fabbrica pi,  vero? Bel paese, va' l, il tuo!
Tutte le fabbriche di orologi mutate in fabbriche di proiettili...
Affarone, la guerra! Anche per gli Stati Uniti di America, s!
Affaroni, affaroni... Sfido io! con questa guerra che non si ve-
de! Diecimila colpi per cogliere un uomo... Ce n' stati, di mor-
ti, non si nega; ma se n' pure fatto, di fumo, va' l! E non si
parla dei cannoni! Migliaja di lire per ogni cannonata, che spes-
so fa ridere i soldati... Un bel congegno, per tutti i fornitori,
questa strategia moderna... L'hanno inventata i tedeschi, e tan-
to basta. E intanto la Svizzera sciala. Dovresti metterti anche
tu, con tuo fratello, a fabbricar proiettili. Ma tuo fratello, for-
se, li manderebbe di contrabbando all'Austria... Tu no, perch
sei un buon figliuolo...
  Il signor Truppel lo lascia dire. Legge la lettera di Giacomino,
che la signora Marianna  andata a prendergli dalla stanza da
letto:
  --Oh, la farfallina bianca...--sorride a un certo punto il si-
gnor Truppel.
  E quest'esclamazione, all'improvviso, su le labbra sorridenti
del buon Livo Truppel fa un tristo effetto a Marco Leccio, chi
sa perch! Pensa per la prima volta che poteva esser la morte,
quella farfallina bianca andata a posarsi di notte sul fucile del
suo Giacomino. Si rabbuia tutto a questo pensiero, e guata qua-
si con odio il genero, biondo biondo e tondo tondo, che seguita
a leggere sorridente. Che truppa e truppa! Anche a cambiargli
il nome, quello l resterebbe svizzero per tutta l'eternit! Si
commovesse un po' leggendo quella bella lettera! Niente: eccolo
l, sorride ancora per quella farfaUina bianca, che forse gli sem-
bra una bizzarria superflua nella lettera di Giacomino.
  Quasi quasi, Marco Leccio gliela strapperebbe di mano, tanto
quel sorriso lo irrita.
  E poich gli occhi gli cadono su la carta dei Balcani, per dar
comunque uno sfogo a quell'irritazione, si lancia, nel persisten-
te malumore, in una carica a fondo contro gli Alleati che s'osti-
nano a sollecitare l'accordo e l'ajuto di quegli Stati, che egli
chiama un pugno di briganti. L'accordo, l'ajuto, senza capire
che quanto pi si d loro importanza, quanto piu si d loro a in-
tendere che l'esito della guerra quasi quasi debba dipendere da
loro, tanto pi essi pigliano ansa e si tirano indietro.
  Sopravviene in questo momento come un'ombra, come una
larva, che un soffio d'aria potrebbe portar via, il povero Tiralli
ancor convalescente, con un sopracciglio in su e l'altro in gi.
  La signora Marianna, il signor Truppel e Teresita lo accolgo-
no con festa e, tanto per confortarlo, si congratulano con lui
della recuperata salute. Marco Leccio, interrotto nella sua sfu-
riata, non dice nulla, lo guarda anzi come un nemico. Poi bor-
botta:
  --Sei venuto? Resta. Ma potevi anche fare a meno di venire.
Non si muove nessuno, sai? Nessuno. Guarda... guarda qua!
  Lo piglia per un braccio e lo conduce davanti alla carta plasti-
ca del Trentino.
  Il povero Tiralli guarda. S'accostano a guardare anche gli al-
tri. Nessuno capisce che cosa ci sia di nuovo da vedere
  E allora Marco Leccio grida:
  --Ma non vedete che ci passeggia la mosca?




  L'estate  finita, quest'anno, a termine di calendario.
  Siamo ai primi d'ottobre, e fa freddo, la mattina per tempo e
la sera. Gli alberi dei giardini, gli alberi dei viali, al sole umido,
tendono con timore le foglie, che ormai sui rami ci stanno e non
ci stanno. E han finanche fastidio degli uccellini, e paura anche,
se--prendendo un po' di calore--s'illudano e, saltando vivaci
da un ramo all'altro, diano l'ultimo crollo a quelle povere foglie
secche, che tengono appena.
  --Quest'autunno le foglie non cadono per noi--dice con
aggrondata gravit Marco Leccio a Tiralli.
  Molto patito ma pettinatissimo, con la grossa fascia di lana
girata una volta sola per ora attorno al collo, Tiralli, per tutta
risposta, pompa col naso una sorsatina.

       E~RAMMENTO Dl CRONACA Dl MARCO LECCIO               493

  --Quest'autunno,--ripete Marco Leccio,--le foglie non
cadono per noi.
  Tiralli, un'altra sorsatina.
  --E soffiati il naso, perdio!--gli grida, seccato, Marco Lec-
cio.
  Quel rumor di naso raffreddato gli d il fastidio d'una realt
troppo vicina e affliggenteS l nel silenzio dello studio, tra le car-
te stese su le tavole, irte di bandierine. Un fastidio che impedi-
sce al pensiero d'astrarsi e concentrarsi.
  Tiralli sa che  inutile; ma subito, per ubbidire, si soffia il na-

so.
E per la terza volta Marco Leccio ripete:
--Quest'autunno le foglie non cadono per noi...
  Se non che, ora che Tiralli non sorsa pi, il seguito del discor-
so non viene. Marco Leccio, aggSrondato, resta a meditare. E
Tiralli, silenzio impalato, lo punta come un cane.
  C'? non c'? Marco Leccio ha l'impressione che ora non ci
sia pi. E a un certo punto scatta:
  --Ma di' ! ma smuoviti! Lo senti almeno quello che ti sto di-
cendo?
  --Eh,--fa Tiralli,--come no? le foglie... quest'autunno,
dicevi...
  --Non cadono per noi!--sbuffa Marco Leccio, balzando in
piedi; ma grida subito:--Ahi!
  E s'afferra una gamba a met levata, con tutto il volto con-
tratto dallo spasimo.
  --Maledetti loro! maledetti! maledetti!
  Tiralli, sentendolo imprecar cos, trae unSran sospiro di sol-
lievo. S'aspettava per lui l'imprecazione, a quella fitta improv-
visa della sciatica; ora comprende per chi cadranno le foglie
quest'autunno. E tutto contento gli domanda:
  --Dicevi per i Tedeschi, eh?
  --Mi pare!--sghigna Marco Leccio, risedendo con la gam-
ba ancora tra le mani.--Ci voleva tanto,  vero? Di farmi gri-
dar cos... Se lo Zar, caro mio, che ti dicevo?
  --Lo Zar...
  --S, va bene; ma che ha fatto lo Zar?
  Tiralli resta perplesso, domanda:
  --Quello delle Russie?
  --No, quello della Luna!--gli grida Marco Leccio.--Qual
altro Zar c'? Vuoi che parli di quel nasone austriaco della Bul-
garia? Che stiamo parlando, d'operette? Dico Nicola II, lo Zar,
che ha fatto?
  --Ha assunto il comando supremo dei suoi eserciti...
  --Benissimo! E perch?
  Tiralli, cos interpellato, comincia a entrar nel dubbio, che lo
Zar abbia assunto il comando supremo dei suoi eserciti per fare
avere una strapazzata a lui che, appena convalescente d'una
malattia per cui  stato a letto pi giorni, non crede in coscienza
di meritarsela. Risponde:
  --Mah... Forse perch non  stato pi contento delle mano-
vre del generalissimo Granduca...
  --Baje!--grida Marco Leccio.--Il Granduca ha manovra-
to come un dio! E io ti dico che se la manovra della ritirata do-
veva seguitare, il Granduca non sarebbe stato dispensato dal co-
mando supremo degli eserciti russi.
  --E allora?--domanda Tiralli.
  --Allora,--risponde Marco Leccio,--io sono una bestia.
  Tiralli lo guarda trasecolato. Tutte le illazioni poteva immagi-
nare dalla premessa delle foglie che quest'autunno non cadono
per noi, tranne questa.
  --S,--riprende Marco Leccio.--Una bestia. Sono stato
una bestia tutti i giorni che tu sei stato ammalato. Quante mo-
sche qua, caro mio! Qua, e dentro l'anima mia! Bestia, bestia
perch non ho capito subito che se lo Zar assumeva il comando
supremo de' suoi eserciti, questo era segno che--di ritirate--
basta, non se ne doveva pi parlare; e segno anche che tutti i
tradimenti erano stati scoperti e sventati; i tradimenti che sono
stati finora la...

  E qui improvvisamente f nisce la CRONACA di Marco Leccio e
insieme la sua guerra sulla carta. Su l'Europa la guerra seguit a
imperversare per circa altri tre anni; ma gli Alleati commisero
tali e tanti errori, uno dopo l'altro, che Marco Leccio alla f ne
sdegnato, diede un calcio a tutte quelle carte nel suo studio, e
non volle pi saperne.

Sgombero





  Squallida stanza a terreno. Un lettuccio su cui giace rigido,
ma non ancora composto nel consueto atteggiamento dei morti5
il cadavere d'un vecchio, con la barba messa da malato e i globi
degli occhi stravolti, quasi trasparenti sotto le palpebre esili co-
me veli di cipolla. Le braccia fuori delle coperte e le mani giunte
sul petto. Il letto ha la testata contro la parete, e un Crocefisso 
appeso al capezzale. Accanto al letto  un tavolinetto da notte
con qualche bicchiere di medicinale, una bottiglia e un candelie-
re di ferro. Nel mezzo, un usciolo semiaperto; e pi l, un anti-
co canterano con l'impiallacciatura crepacchiata, con su qual-
che rozza suppellettile. Inginocchiata alla sponda destra del let-
to e arrovesciata su esso con tutto il busto e la faccia e le braccia
lungo distese,  la vecchia moglie del morto, vestita di nero, con
un fazzoletto violaceo in testa. Non d segno di vita. Davanti
all'usciolo semiaperto  una ragazzina di otto o nove anni, del
vicinato, con gli occhi sbarrati e un dito alla bocca, in sgomenta
contemplazione del cadavere. Nell'ombra dell'andito, attraver-
so la semiapertura dell'usciolo, s'intravedono uomini e donne
del vicinato che spiano e non osano entrare. Nella parete destra
 una finestra che d sul cortile; e anche di qua s'intravedono,
attraverso i vetri, altri visi di curiosi che spiano. Nella parete si-
nistra  un decrepito armadio di legno tinto, a due sportelli. Se-
die impagliate; un tavolino.
  Si sente dall'andito la voce di Lora:
  --Fate largo! Lasciatemi passare!
  Entra.
  Ha poco pi di vent'anni. Aria equivoca. Modi bruschi.
  Porta awolto nella carta un cero, e in mano frutta di vivaci
colori: arance, mele.
  Appena entrata, dice alla ragazza:
  --Ah, brava, t'han lasciata entrare? Cos poi da grande ti
rammenti quando hai visto un morto la prima volta. Vuoi an-
che toccarlo col ditino? No? E allora vattene!
  La prende e la mette fuori dell'uscio, dicendo a quelli dell'an-
dito:
  --C' un funerale di prima classe in capo alla via: l'ho visto
io passando: tiro a quattro, cocchiere e famigli in parrucca
bianca, una sciccheria! correte, correte a vederli! Amate il sudi-
cio come le mosche?
E tira a s l'usciolo.
  --Ma gi, l'ippopotamo...--esclama in mezzo alla stanza,
scrollando le spalle.--Quando hai visto al Giardino Zoologico
che Dio ha creato anche l'ippopotamo, di che ti vuoi pi mara-
vigliare? C' l'ippopotamo, come c' chi si piglia le bambine e
poi le ammazza; e c' chi deve far la sgualdrina, e chi ti butta in
mezzo alla strada. E le mosche. Le mosche.
  Posa sul canterano il cero e la frutta. Gli occhi le vanno allora
a quegli altri che stanno a spiare dai vetri della finestra. Vi cor-
re, irritata:
  --Ma guarda, anche qua, appiccicate ai vetri!
  Appena apre la finestra, quelli scappano via. E allora lei si
sporge a gridar fuori:
  --Ma s, ma s, sono io! Che peste, eh, Bigi? Ma mi sai dire
perch sei da pi di me tu? perch vendi a casa all'ingrosso, a
pezze intere, e io faccio la mercantina di strada e vendo a me-
tro? Che vuoi! Tu l'assaggi ancora col pollice e l'indice la stof-
fa; io non l'assaggio pi, stoffetta di liquidazione. Va', va' su,
che la scala pu darsi che toccher di scenderla anche a te. Alle-
gra, comareSiamo entrati in due, a braccetto, stamattina, la
Morte e il Disonore, gi, il Disonre! Ma guarda che faccia!
Toh, cara, aspetta: ti butto una meluccia.
  Prende una mela rossa dal canterano e fa per gettarla alla ra-
gazzina messa fuori poc'anzi.
  --Scappi? Non la vuoi! Be', me la mangio io.
  L'addenta e richiude la finestra, facendo, subito dopo, I'atto
di turarsi il naso:
  --Fffff, questo puzzo ardente di lavatojo!
  Guarda sul letto il cadavere del padre:
  --Mangio, s, mangio, e mi possa far veleno! Digiuna da je-
ri. Le mani, eh, ora non le stacchi pi! Certi schiaffoni! E mi
sputavi anche in faccia, m'acciuffavi pei capelli, mi sbattevi di
qua e di l a furia di pedate! Ragazzina, che vuoi? ne sapevo gi
pi d'un'immagine sacra a capo del letto. Ora le tieni l'una sul-
I'altra, cos sul petto, le mani, fredde come la pietra.
  Va a scuotere per la spalla la madre.
  --Su, mamma: sei digiuna da jeri anche tu: bisogna che
prenda qualche cosa.
  D'improvviso ha il dubbio che non le abbiano reso giusto il
resto, e fa il conto:
  --Quattro e otto, dodici, e cinque, diciassette. Aspetta. Che
altro ho comprato? Ah, gi, da quell'imbecille, la frutta. Ven-
deva gli uccellini a mazzo, legati pei fori del becco, e me li ha
sbattuti in faccia, mascalzone, senza neppur vedere che portavo
un cero.
Sobbalza, sowenendosene:
--Ah gi, il cero.
Lo va a prendere dal canterano e lo scartoccia.
--Perch non si dica che non te l'abbiamo acceso.
Prende il candeliere di ferro dal tavolinetto da notte.
--Speriamo che lo regga.
Pianta il cero nel bocciolo del candeliere.
--Toh, guarda, come fatto su misura.
  C' sul tavolinetto una scatola di fiammiferi. Accende il cero
e lo posa l.
  --Ardere e sgocciolare: bella professione. Come le vergini.
  --Tu lo vedi? No. E neppure i santi di legno su l'altare. Ma
noi li vediamo illuminati i santi, e c'inginocchiamo. E tutta fe-
de, la fabbrica dei ceri. Ora crediamo che tu stia godendo di l.
Ma non lo dai a vedere, poveretto. Su, mamma, oh: bisogner
pur vestirlo prima che s'indurisca. Piangi, s, seguita a piangere.
Bella professione anche la tua, l buttata per morta anche tu. Bi-
sogna far presto. E grazia che abbiano aspettato che morisse.
Vogliono fuori tutto prima di sera. E alle quattro verranno
quelli della Misericordia. Non daranno neanche al cero il tempo
di consumarsi tutto.
  Guarda il cero acceso, poi alza gli occhi al Crocefisso appeso
al muro.
  --Ah, il Crocefisso tra le mani.
  Va all'altra sponda del letto; accosta una sedia e vi monta;
stacca il Crocefisso; lo tiene un po' tra le mani:
  --Ah Cristo! I poveri che ricorrono a Te... L'hai fatto appo-
sta! Chi pu avere pi il coraggio di lagnarsi della sua sorte con
Te, e di tutto il male che gli altri gli fanno, se Tu stesso senza
peccato Ti sei lasciato mettere in croce con le braccia aperte,
Cristo! La speranza che si godr di l, s. La fiamma di questo
cero da quattro soldi.
  Salta dalla sedia e mette il Crocefisso tra le mani del morto,
dicendo alla madre:
  --Oh, bada che gli si sono dawero indurite: tu non lo vesti
pi, o bisogner spaccar di dietro la giacca per infilargli le ma-
niche di qua e di l. Ah, non vuoi muoverti? Aspetti che ti pren-
dano per un braccio e ti buttino fuori della porta? Be', guarda!
  Prende la sedia e vi si siede.
  --Mi metto ad aspettare anch'io che venga uno spazzino con
la pala e la scopa a buttarmi sul carretto delle immondizie. Bea-
to chi s' levato il pensiero di muoversi; anche di qui l, anche
d'alzare una mano per portarsi un boccone alla bocca! Tanto
poi, alla fine, hai ragione, tutto si fa da s, quando non hai pi
voglia di nulla. Entrano, ti tirano per le braccia a rimetterti in
piedi; tu non ci stai; ma non ti confondere, se non ti ci voglio-
no, non ti danno neanche il tempo d'abbatterti, t'allungano una
pedata o ti tirano uno spintone alle spalle e ti mandano a ruzzo-
lare nella strada. Gli stracci, il letto col morto, il canterano, tut-
to in mezzo alla strada: se lo pigli chi vuole! E tu l per terra,
bocconi, come ora sul letto, tra la gente che si ferma a guardar-
ti. Viene una guardia: Proibito dormire sulla strada. E allora
dove? Sgombrate! Tu non sgombri. Niente paura. Qualcuno
se proprio non vuoi, ci penser a farti sgombrare. Avr pur di-
ritto, chi non ha pi casa, a un posto dove stare, sulla terra: su
un paracarro come un fantoccio posato; su un gradino di chie-
sa; su un sedile di giardino; accorrono i bambini- s, la nonnina
Che dici, bello mio? Cecce? Non ti capisco. Ah; ti vuoi mettere
a cecce qua con me? Babba non vuole. Va' a vedere i pesciolini
nella vasca. Rossi, s. Uh, Dio sia lodato! Poi ti metti con la
mano cos, e qualcuno passando ti butter un soldo o un tozzo
di pane. Ma io no, sai; guarda: puh, uno sputoLa mano, io
piuttosto che a chiedere, la stendo a graffiare, rubare, ammaz-
zare; e poi, s, la galera: da mangiare e dormire gratis.
Si alza, esasperata, e va a dire al padre:
  --M'approfitto che non puoi pi sentire e mi sfogo per tutti
gli schiaffi che mi desti. Non lo volesti mai capire come fu, che
ci si pu arrivare senza saperlo, quando meno ci pensi, che ti ci
trovi preso, mentre piangi e ti disperi, perch il tuo corpo, toc-
cato senza intenzione, ha sentito da s una dolcezza che ti si fa
viva in mezzo alla disperazione e te l'awampa, tutt'a un tratto
insieme con tutte le cose che non vedi pi, cieco, abbracciato e
disperato, in un piacere che non t'aspettavi. Fu cos. Fu cos.
Qua. Me lo lasciasti tu, qua, tuo nipote tradito dalla moglie.
Piangeva, seduto qua su questo stesso letto; gli presi cos la te-
sta per confortarlo; si mise a smaniare, a frugarmi con la faccia
sul petto: eh, donna, cos, che ci si debba sentir piacere, non mi
sono fatta da me! S'accese il sangue a tutt'e due; e anche lui
dopo, rimase l steso come morto, dallo spavento d'avermi avu-
ta. E poi se ne torn dalla moglie consolato, vigliacco! d'aver
conosciuto da me, disse, che tutte le donne, tanto, sono uguali,
e oneste non ce n'; uguali come gli uomini, la stessa carne; e
che dunque non c' perch--disse--se lo fa un uomo tante
volte, e non  nulla, se lo fa poi la donna, una volta, debba pa-
rer tanto da considerarla perduta per sempre. Infine, ti sei pre-
so un piacere anche tu! Vigliacco, e il figlio? Per te non fu nul-
la; ma per me... Ah, padre, sei morto e ti perdono, ma se mi so-
no dannata cos, lo debbo a te. Tutti uniti nel giudizio d'una
donna, voi uomini: tutti: non c' padre; non c' fratelli; anzi lo-
ro, i pi feroci. E il pi feroce di tutti fosti tu, che mi buttasti
come una cagna sulla strada. Ma io cos, guarda, mi levai lagri-
me e sputi dalla faccia, e la presentai al primo che pass. La
strada, la rabbia di gettarti in faccia la vergogna che non volesti
tenere nascosta. Ma poi il figlio, il figlio... Non  vero quello
che si dice; sar vero dopo, ma prima no; sentirselo, cosa spa-
ventosa! E poi quando nasce... E vero dopo; la creaturina che ti
cerca... Te lo venni a lasciare qua, d'otto mesi, una notte, die-
tro la porta, nella cesta del suo corredino. Dev'esserci ancora, il
corredino; o l'avete venduto? Dio, ti ringrazio d'essertelo preso
con Te cos bambino! Su su, vestiamo lui adesso!
  Va ad aprire l'armadio; ne cava un abito di panno marrone
appeso alla gruccia. Si volta alla madre:
  --E vero che l'addormentava lui, ogni sera, con quella can-
zone... com'era? che la cantavi anche tu, a me bambina. Me lo
vennero a dire, una notte che pioveva, uno che pass di qua e lo
sent dal cortile. E poi voleva da me... capisci? dopo avermi det-
to questo!
  Guarda l'abito del padre che ha ancora in mano; l'esamina:
  --Oh, ma quest'abito  ancora buono. Quasi quasi... Tanto,
se ha gi fatto la sua comparsa davanti a Dio, per quelli che tra
poco se lo verranno a prendere, che gli serve pi l'abito? E tu,
stretta come sei... qua c' dell'altra roba... potresti intenderti
con un rigattiere. Oh, mi senti? Bisogna far fagotto! Ci sar al-
tra roba nel canterano...
  Va al canterano; ne apre il primo cassetto; rovista dentro:
stracci. Apre il secondo; non c' nulla. Apre il terzo: c' il cor-
redino.
  --Ah,  qui.
  Lo guarda. S'accascia a terra. Ne tira fuori qualche capo:
una fascia arrotolata, una camicina, un bavaglino; poi alla fine,
una cuffietta: introduce una mano a pugno chiuso nel cavo di
essa, e come se cullasse un bimbo si mette a canticchiare con
una voce lontana la vecchia canzone della madre. E mentre can-
ta, tutto a mano a mano s'oscura, finch, spenta ogni luce, si
vede soltanto la fiamma del cero.
  Silenzio.FINE.
