
    Luigi Pirandello.
    IL BERRETTO A SONAGLI - LA GIARA - LA SIGNORA MORLI,  UNA E  DUE  -  I
    GIGANTI DELLA MONTAGNA.


    Copyright Arnoldo Mondadori Editore 1958.
    Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.















    INDICE.

    Il berretto a sonagli: pagina 3.
    La giara: pagina 79.
    La signora Morli uno e due: pagina 120.
    I giganti della montagna: pagina 257.
















    IL BERRETTO A SONAGLI.

    Personaggi.
    CIAMPA, scrivano - LA SIGNORA BEATRICE FIORICA - LA SIGNORA ASSUNTA LA
    BELLA, sua madre - FIFI' LA BELLA, suo fratello - IL DELEGATO SPANO' -
    LA SARACENA, rigattiera - FANA, vecchia serva della signora Beatrice -
    NINA CIAMPA, giovane moglie del Ciampa.

    Vicini e vicine di casa Fiorca.

    In una cittadina dell'interno della Sicilia.
    Oggi.


    ATTO PRIMO.

    Salotto  in  casa  Fiorca  riccamente  addobbato all'uso provinciale.
    Uscio comune in fondo; usci laterali a destra e a sinistra, con tende.
    La scena  uguale per tutti e due gli atti:


    SCENA PRIMA.

    La SIGNORA BEATRICE, LA SARACENA e FANA.
    A1 levarsi della tela, la signora Beatrice, seduta sul divano, piange.
    La Saracena, seduta di fronte, la guarda contrariata.

    FANA (indicando la signora che piange).  Siete contenta ora?  Come non
    vi  fate  coscienza  di  attizzar  questo fuoco?  di rovinare cos una
    famiglia?
    LA  SARACENA  (donnone  atticciato,   terribile,   sui   quarant'anni;
    sgargiante,  con ampio fazzoletto di seta, giallo, al petto, e scialle
    anche  di  seta,  celeste,  con  lunga  frangia,  stretto  alla  vita.
    Alzandosi).  O oh,  che diavolo dite?  Coscienza, foco... Mi faccia il
    piacere, signora!
    BEATRICE  (sui  trent'anni,   pallida,   isterica,   tutta   furie   e
    abbattimenti subitanei;  seguitando a piangere).  Non le date retta...
    lasciatela perdere...
    LA SARACENA.  No,  mi scusi: le dica che io non  ho  fatto  altro  che
    obbedire a un ordine preciso di Vossignoria.
    BEATRICE. Ma volete dar conto a lei?
    FANA.  A me?  no,  signora mia!  Io sono la sua serva.  Ma a Dio,  s,
    perch a Dio dobbiamo dar conto tutti!
    BEATRICE (scattando). Fuori! In cucina! E fatevi gli affari vostri!
    LA SARACENA (acchiappando per un braccio Fana e trattenendola). Ah, no
    no. Aspetti, signora. E anche voi, qua. L'anima l'abbiamo tutti, servi
    e padroni, davanti a Dio; e non voglio chiacchiere, io, sul mio conto.
    Qual  la coscienza,  la vostra,  che vedete  codesta  povera  signora
    pianger  lagrime  di sangue,  patir le pene dell'inferno,  e: - Non 
    niente: Pazienza! L'offra a Dio! - Questa  la coscienza?
    FANA. Questa! questa! Per chi ha timore di Dio!
    BEATRICE. Ah, e allora un uomo vi tartassa, vi pesta... cos...  sotto
    i piedi;  Dio,  vero?
    FANA.  No. Io dico che dobbiamo offrirlo a Dio, signora mia! Ma quando
    mai gli uomini, mi scusi, si sono presi cos di fronte, a petto?  Usar
    la  forza  con  chi    pi  forte di noi?  Piano piano,  signora mia,
    d'accanto e non di fronte,  col garbo e la buona maniera si  riportano
    gli uomini a casa.
    LA SARACENA.  E gi!  Mi piace!  E per esser cos, qua tutte le donne,
    gli uomini, oh! toppe da scarpe ne fanno di noi!
    FANA.  Questo,  in coscienza,  la mia signora non  pu  dirlo,  ch  
    trattata  in  casa  come  una  regina.  Il  cavaliere   prudente e la
    rispetta, e non le ha fatto mancare mai nulla.
    BEATRICE. Vi volete star zitta? Prudenza, gi!  rispetto,  abbondanza,
    la casa piena.  E fuori lui,  che fa?  E la mia pace?  e il mio cuore?
    Guardate dentro voi, e quello di fuori lo nascondete?
    LA SARACENA. La chiama coscienza, oh! Questo, al mio paese,  si chiama
    nascondere il sole con la rete! - Oh, alle corte. Siete venuta voi, s
    o no, a chiamarmi fino a casa?
    FANA. Comandata; non ho potuto farne a meno.
    LA  SARACENA.  Oh bella!  E non sono stata forse comandata anch'io?  -
    Saracena, - parole della signora - ajutatemi! Mio marito,  con la tal
    dei  tali,  cos e cos.  Sappiatemi dire se  vero.  La mia casa  un
    inferno; voglio uscirmene a ogni costo! - M'ha detto cos?
    BEATRICE. S, s, e voglio uscirmene! subito! una volta per sempre!
    FANA. Oh Madre di Dio!
    LA SARACENA.  Ma che Madre di Dio!  Una casa dov' entrata la gelosia?
    Ma distrutta ! finita! Terremoto perpetuo, ve lo dice la Saracena! Ci
    fossero figli di mezzo...
    FANA. Questo  il vero guajo qua: che non ce ne sono!
    LA SARACENA. E dunque? Perch dovrebbe crepare in corpo, questa povera
    signora? Se dice che vuole uscirne!
    FANA. Dice cos, ma piange intanto!
    BEATRICE.  Di rabbia, piango! Se lo avessi qua, lo squarterei! - Dite,
    dite, Saracena: posso sorprenderli insieme davvero, domani stesso?
    LA SARACENA. Come due uccellini dentro il nido.  A che ora arriver il
    padrone domani?
    BEATRICE. Alle dieci!
    LA  SARACENA.  Faccia  conto  che  alle  dieci  e mezzo Vossignoria li
    prender tutti e due, a occhi chiusi, belli,  vivi vivi.  Una denunzia
    al Delegato.  A tutto il resto penser io.  - Mi dica una cosa:  vero
    che il padrone prima che da Catania doveva passare da Palermo?
    BEATRICE. S,  vero. Perch?
    LA SARACENA. Ma... perch... perch so... - no, niente...
    BEATRICE. Dite, dite... che sapete?
    LA SARACENA.  Ma!  D'un certo regalo che le ha promesso di portarle da
    Palermo.
    BEATRICE. A lei? un regalo?
    LA SARACENA. Una bella collana, sissignora, a pendagli.
    FANA. Non siete donna, voi: diavolo siete!
    LA SARACENA. Scriva, scriva la denunzia, signora.
    BEATRICE (friggendo).  No...  no...  meglio... - oh Dio, scoppio... -
    meglio che faccia venire qua il Delegato Span,  persona nostra  (deve
    tutto  a mio padre,  sant'anima).  Me lo dir lui come devo regolarmi.
    Anzi, andate voi, Saracena, andate a chiamarmelo.
    FANA. Signora mia, per carit; signora mia, pensi allo scandalo!
    BEATRICE. Non me n'importa niente!
    FANA. Badi che Vossignoria si rovina!
    BEATRICE. Mi libero!  mi libero!  mi libero!  - Andate,  Saracena: non
    perdiamo pi tempo!
    FANA (trattenendo la Saracena).  Un momento...  un momento...  Signora
    mia,  ma a lui,  mi perdoni,  al marito di questa buona  donna  (se  e
    vero!), a lui, a Ciampa, Vossignoria ci ha pensato?
    BEATRICE. A tutto, a tutto ho pensato, anche a lui, non v'immischiate!
    So dove debbo mandarlo.
    LA SARACENA. E che ce n' bisogno? Dove vuol mandarlo? Ci pensano loro
    a  mandarlo via!  Ma gi,  stia certa che,  appena il padrone arriva e
    sale al banco, lui volta le spalle e se ne va da s.
    FANA. Chi? Ciampa?  Voi siete pazza!  Che volete dare a intendere alla
    signora, che Ciampa sa tutto e si sta zitto?
    LA SARACENA. Ma zitta voi, che non sapete nulla!
    FANA. Badate che voi sbagliate, sbagliate di grosso!
    LA SARACENA.  Gi, perch, se mai, finisce come ai fuochi: "pim! pam!"
    - Levtevi.  - Ma come?  Vede la moglie con le bccole da signora agli
    orecchi;  quattro anelli alle dita; domani le vede in petto la collana
    a pendagli, e crede,  vero? che se li sia comperati lei,  da s,  coi
    suoi risparmii? - Levtevi! Quando il padrone  al banco, lui  sempre
    in  mezzo alla strada,  col naso all'aria,  che va girando di qua e di
    l.
    FANA. Comandato, comandato, il galantuomo! mandato in servizio!  Se lo
    tengono per questo...  Ma lo sanno tutti che, ogni qual volta esce dal
    banco,  tira s la spranga e la mette  alla  porta  della  sua  stanza
    accanto!
    LA SARACENA. Gi! e il padrone la leva.
    FANA. Ma se ci mette anche il catenaccio!
    LA SARACENA. Gi! e il padrone ha la chiave.
    BEATRICE.  O oh,  insomma la finite? V'ho detto d'uscir fuori e di non
    immischiarvi!

    Alla Saracena:

    Ciampa ce lo leviamo dai piedi: lo far partire questa sera stessa.  -
    Anzi...  voi Fana,  venite qua... Oh, ma... non v'arrischiate a fargli
    capire... Posso fidarmi di voi?
    FANA.  Signora mia,  mi passa il cuore!  Io l'ho tenuta in braccio  da
    bambina! Non vuole fidarsi di me?

    Piange.

    BEATRICE. Via, via, non piangete adesso!
    FANA.  Vossignoria  ha  un  fratello;  ha  la  mamma,  Vossignoria: si
    consigli con loro, che sono sangue suo e non possono tradirla!
    BEATRICE. Basta, v'ho detto!  Non voglio pi sentir nessuno!  Andate a
    chiamarmi  Ciampa,   subito!  E  voi,  Saracena,  il  Delegato  Span:
    pregatelo a nome mio di venire qua, subito subito.
    LA SARACENA. Al contrario, signora.
    BEATRICE. Come sarebbe, al contrario?
    LA SARACENA. Ci mandi lei

    indica Fana, ammiccando

    dal Delegato; che a Ciampa ci penso io.

    BEATRICE (a Fana). E sapete andarci voi, dal Delegato?
    FANA. Se Vossignoria me lo comanda...
    LA SARACENA.  Oh,  signora,  ma non si ponga in mente - e neanche voi,
    oh! - che qua debba nascere per forza una tragedia. Neanche per sogno!
    Vossignoria una lezioncina deve dare, e baster. - Mio marito, guardi,
    sono  quattr'anni,  lo cacciai a pedate fuori della porta.  - Mi viene
    ancor dietro come un cagnolino,  e non s'allontana che quando mi volto
    a fulminarlo con gli occhi: - cos!  - Trema tutto.  - Una lezioncina,
    dunque... Si riducono con la coda tra le gambe,  che  un piacere.  Me
    ne  vado.  Siamo  intese,   vero?  Vossignoria  ferma?  Non facciamo
    che...
    BEATRICE. Ferma, ferma: fermissima.
    LA SARACENA. Per domani?
    BEATRICE. Per domani.
    LA SARACENA. Bacio le mani a Vossignoria e vado a chiamarle Ciampa.

    S'avvia  per  l'uscio  in  fondo.   Prima   d'arrivarci,   una   forte
    scampanellata alla porta.

    Oh, suonano!
    BEATRICE  (a  Fana,  che s'avvia per aprire).  Aspettate.  Forse  mio
    fratello. Oh, se  lui: mi raccomando!

    Le fa cenno di tacere.

    FANA. Se Vossignoria vuole che non parli...

    Via per l'uscio in fondo.


    SCENA SECONDA.

    DETTE, meno FANA, poi FIFI' LA BELLA.

    BEATRICE.  L'ho fatto venire apposta,  per concertare la  partenza  di
    Ciampa.
    LA  SARACENA (fortemente contrariata).  Non ce n'era bisogno!  Meglio,
    meglio essere in pochi,  signora mia,  in queste cose!  Gi  c'era  di
    troppo Fana qua...
    BEATRICE. Fana  fidata, non temete. Per mio fratello, lasciate fare a
    me. E' una mia pensata.

    Entra dall'uscio in fondo Fif La Bella,  bel giovanotto, elegante, di
    ventiquattro anni.

    LA SARACENA (inchinandosi). Serva di Vossignoria.
    FIFI' (squadrandola con disprezzo). Ah, voi qua?
    LA SARACENA. Stavo per andarmene...
    BEATRICE. S, andate, andate. Siamo intese. Aspetto subito Ciampa.
    LA SARACENA. Faccia conto che  qua. Bacio le mani a tutti e due.

    Via per l'uscio in fondo.


    SCENA TERZA.

    BEATRICE e FIFI' LA BELLA.

    FIFI'. Che hai da spartire tu con codesta megera?
    BEATRICE. Io? Niente. E' venuta per un servizio.
    FIFI'.  E non sai che una signora per bene  non  pu  riceverla  senza
    pericolo di compromettersi?
    BEATRICE.  Gi!  Perch  sa  tutte  le  vergogne  e  le infamie di voi
    maschiacci,  e  avete  paura  che  le  mogli  o  le  mamme  vengano  a
    conoscerle!
    FIFI'.  Brava,  s.  Coltvati sempre codeste belle idee, tu, e poi mi
    saprai dire dove andrai a finire!
    BEATRICE.  Ah lo so bene dove andr a finire.  Non te ne  curare!  Per
    vojaltri  tutto  lo  studio  di tenermi qua zitta e all'oscuro d'ogni
    cosa!
    FIFI'. Sei piena di veleno per tutti!
    BEATRICE. M hai riportato il danaro?
    FIFI'. Te l'ho riportato.
    BEATRICE.  Ecco perch parli cos.  Ricordo quando ti  bisogn  questo
    danaro:

    imitando la voce umile e dolce del fratello:

    -  Sorellina  mia,  per  carit,  ajutami!  tu  che  sei tanto buona,
    salvami: ho giocato,  perduto: sarebbe il disonore! - E sai bene  che
    fui  costretta  a  ricorrere a questa megera che una signora non pu
    ricevere  senza  pericolo  di  compromettersi,  proprio  per  te,  per
    mandarla  a Palermo a mettere in pegno,  di nascosto a mio marito,  un
    pajo d'orecchini e un braccialetto.
    FIFI'. Ah, l'hai fatta venire per quel pegno?
    BEATRICE. Da, da'. E' tutto?
    FIFI' (cavando il portafogli). Ci manca qualcosina.
    BEATRICE. Lo sapevo. Quanto?
    FIFI'. Se tu avessi potuto aspettarmi, non dico molto,  altri quindici
    giorni... Non capisco perch tutta codesta furia.
    BEATRICE. Voglio che domani sera gli orecchini e il braccialetto siano
    di  nuovo  a casa.  Ho mandato a chiamar Ciampa proprio per questo: lo
    faccio partire ora stesso.
    FIFI'. Forse tuo marito ha sospettato? Non deve arrivar domani?
    BEATRICE. Appunto perch deve arrivar domani.
    FIFI'.  Uhm,  chi ti capisce?  Hai da pararti con tutti i tuoi ori per
    ricevere domani tuo marito?
    BEATRICE.  E  come!  Devo  fargli un'accoglienza!  Vedrai,  vedrai che
    festino!

    Si sente sonare alla porta.

    Ecco Ciampa. Dammi, dammi il danaro. Ne manca molto?
    FIFI' (traendo il danaro dal portafogli). Tieni,  conta tu,  non so...
    Mi pare che siano tre carte da cento -
    BEATRICE  (contando).  -  e  una da cinquanta.  Mancano centocinquanta
    lire!
    FIFI'. Te l'ho detto: se avessi potuto aspettare...
    BEATRICE. Basta, basta. Ce le rimetter io. Puoi andartene.


    SCENA QUARTA.

    FANA e DETTI, poi CIAMPA.

    FANA (dall'uscio in fondo). C' Ciampa. Vuole che passi?
    BEATRICE. Fatelo entrare. Ma, aspettate; venite qua.

    Se la trae in disparte e le dice piano:

    Voi andate, intanto, dove v'ho detto.
    FANA (pianissimo). Dal Delegato?
    BEATRICE.  Gli direte che lo prego di  venire  qua  da  me.  Se  viene
    subito,  fatelo entrare di l,  nello studio. Portatevi il chiavino, e
    fate presto.
    FANA. Sissignora. Prendo lo scialle e vado.

    Via.

    FIFI'.  Ma si pu sapere che diavolo stai  concertando?  Che    tutto
    questo mistero?
    BEATRICE. Ecco Ciampa. Zitto.

    Entra  dall'uscio  in  fondo Ciampa: sui quarantacinque anni;  capelli
    folti, lunghi, volti all'indietro,  scompostamente;  senza baffi;  due
    larghe  basette tagliate a spatola gl'invadono le guance fin sotto gli
    occhi pazzeschi, che gli lampeggiano duri, acuti, mobilissimi dietro i
    grossi occhiali a staffa.  Porta all'orecchio destro una penna.  Veste
    una vecchia finanziera.

    CIAMPA.  Bacio  le mani alla mia signora.  Oh,  caro signor Fif...  -
    Esposto ai comandi della signora.
    FIFI'. Sempre esposto voi, caro Ciampa.
    CIAMPA.  Sissignore.  Tante volte,  come Cristo alla  colonna.  -  Ma,
    termine d'educazione,  se non m'inganno,  esposto ai comandi - oltre
    che dovere mio, qua, da umile servitore.
    BEATRICE.  Eh,  via!  Servitore,  voi?  Padroni tutti siamo qua,  caro
    Ciampa, senza distinzione: voi, Fif, mio marito, io... vostra moglie,
    che so!  mia madre,  Fana: tutti uguali! E non so se io, anzi, non sia
    sott'a tutti!
    CIAMPA. Per carit! Eresie, signora! Che dice mai!
    FIFI'.  Lasciatela dire!  Dice cos,  perch tutte le  donne,  secondo
    lei...
    BEATRICE.  Ah,  non tutte,  no: certe donne!  Perch cert'altre poi ce
    n',  che sanno prendervi con le buone e farsi  manse  manse,  che  vi
    sanno lisciare... cos

    gli passa una mano sulla guancia

    e  queste,  eh!  queste  stanno sopra a tutte,  anche se vengono dalla
    strada.
    CIAMPA. Permettete, signora? Lei ha nominato anche mia moglie?
    BEATRICE.  No: dicevo in  generale:  Fana,  mia  madre,  io...  vostra
    moglie...
    FIFI'. Tutte donne, e tutte uguali!
    CIAMPA.  Mi  perdoni.  Domando scusa anche a lei,  signor Fif.  Ma mi
    sembra che mia moglie, anche in un discorso cos... generale,  c'entri
    come  Pilato  nel "Credo".  - Io sono a servizio,  e sta bene;  ma mia
    moglie  ben conservata, dico per casa sua; ed  mia cura che non vada
    per le bocche della gente, n per bene, n per male.
    BEATRICE.  Uh,  ne siete veramente cos geloso,  che adombrate solo  a
    sentirla nominare? Cspita!
    CIAMPA.  Nossignora.  Marcio  con  un  principio:  Moglie,  sardine ed
    acciughe: queste, sott'olio e sotto salamoja; la moglie, sotto chiave.
    Eccola qua!

    Cava dalla tasca una chiave e la mostra.

    FIFI'. Bel principio, per mia sorella!
    CIAMPA (ponendogli le mani sul petto).  Ognuno  il  suo,  caro  signor
    Fif.
    BEATRICE (a Fif).  Quasi che,  chiudendo la porta,  devi dirgli,  non
    restasse poi aperta la finestra!
    CIAMPA. Va bene, signora. Ma obbligo del marito  chiudere la porta.
    BEATRICE. Ah, davvero non avrei mai supposto che foste cos terribile,
    voi!
    CIAMPA. Terribile?  io?  Ma no!  Perch?  Quando si sono messi i patti
    belli chiari avanti...  - Questa  la finestra.  (La porta la chiudo.)
    Affcciati.  Ma bada che nessuno deve venire  a  dirmi:  Ciampa,  tua
    moglie  sta  per  rompersi  il collo dalla finestra! - Mi pare che in
    questo non ci sia niente di terribile.  L'uomo considera la donna  che
    ha  bisogno  di prender aria alla finestra;  la donna considera l'uomo
    che ha l'obbligo di chiudere la porta.  E basta.  Che  comandi  ha  da
    darmi la signora?
    BEATRICE. Oh, Fif... insomma, io ho da parlare con Ciampa.
    FIFI'. E perch vuoi che me ne vada, se devi dirgli soltanto...?
    BEATRICE. Debbo dirglielo davanti a te?
    FIFI'.  E perch no?  Oh bella...  Parla, parla liberamente. T'ho dato
    ci che ti dovevo...
    BEATRICE. Gi, infatti... Basta.  Sentite,  Ciampa: ho bisogno di voi,
    persona fidata, pi che di famiglia...
    CIAMPA. Sissignora, per la devozione -
    BEATRICE. - per la devozione, e per tutto.
    CIAMPA. Signora, badi che, di comprendonio, io sono fino, sa?
    BEATRICE. Che intendete dire?
    CIAMPA.  Niente.  Mi pare che lei abbia la bocca...  non so... come se
    avesse mangiato sorbe, ecco, stamattina.
    BEATRICE. Sorbe? Miele! Ho mangiato miele,  io,  stamattina.  Scusate,
    non vi sto dicendo anzi...?
    CIAMPA.  Oh Dio mio, non sono le parole, signora! Non siamo ragazzini!
    Lei vuol farmi intendere sotto le parole qualche cosa  che  la  parola
    non dice.
    BEATRICE. Ma dove? ma quando? Se voi avete la coda di paglia...
    CIAMPA. Me n'appello a lei, signor Fif. Che significa che io sono pi
    che di famiglia?  Le rispondo: - Sissignora,  per la devozione...  - E
    lei rincalza: - Per la devozione e per tutto! - Che significa questo
    per  tutto?  Che  significa  che  qua  siamo  tutti  padroni,  senza
    distinzione,  mia  moglie compresa?  Sono io con la coda di paglia o 
    lei piuttosto che la vuol pigliare,  non so perch,  proprio coi denti
    contro di me?
    FIFI'. Contro di voi? Contro di tutti! E' un affar serio!
    BEATRICE.  Ma  insomma  si  pu sapere che ho detto?  O che non so pi
    parlare adesso?
    CIAMPA. Non  questo, signora mia. Vuol che gliela spieghi io, la cosa
    com'? Lo strumento  scordato.
    BEATRICE. Lo strumento? Che strumento?
    CIAMPA. La corda civile,  signora.  Deve sapere che abbiamo tutti come
    tre corde d'orologio in testa.

    Con  la  mano  destra chiusa come se tenesse tra l'indice e il pollice
    una chiavetta,  fa l'atto di  dare  una  mandata  prima  sulla  tempia
    destra, poi in mezzo alla fronte, poi sulla tempia sinistra.

    La seria, la civile, la pazza. Sopra tutto, dovendo vivere in societ,
    ci  serve  la  civile;  per  cui sta qua,  in mezzo alla fronte.  - Ci
    mangeremmo  tutti,   signora  mia,   l'un  l'altro  come  tanti   cani
    arrabbiati.  - Non si pu.  - Io mi mangerei - per modo d'esempio - il
    signor Fif. - Non si pu.  E che faccio allora?  Do una giratina cos
    alla  corda  civile  e  gli vado innanzi con cera sorridente,  la mano
    protesa: - Oh quanto m' grato vedervi,  caro il mio signor Fif!  -
    Capisce, signora? Ma pu venire il momento che le acque s'intorbidano.
    E allora...  allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria, per
    chiarire, rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, dire quattro
    e quattr'otto, senza tante storie, quello che devo.  Che se poi non mi
    riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista
    degli occhi e non so pi quello che faccio!
    FIFI'. Benissimo! benissimo! Bravo, Ciampa!
    CIAMPA.  Lei, signora, in questo momento, mi perdoni, deve aver girato
    ben bene in s - per gli affari suoi - (non  voglio  sapere)  -  o  la
    corda  seria  o  la  corda pazza,  che le fanno dentro un brontolo di
    cento calabroni! Intanto, vorrebbe parlare con me con la corda civile.
    Che ne segue?  Ne segue che le parole che le escono di bocca  sono  s
    della corda civile, ma vengono fuori stonate. Mi spiego? - Dia ascolto
    a me; la chiuda. Mandi via subito il signor Fif...

    Gli s'appressa.

    La prego anch'io, signor Fif: se ne vada.
    BEATRICE. Ma no, perch? Lasciatelo stare.
    FIFI'. Volete levarmi il piacere di starvi a sentire?
    CIAMPA (con intenzione).  Perch lei, signora, qua - permette? - su la
    tempia destra, dovrebbe dare una giratina alla corda seria per parlare
    con me a quattr'occhi, seriamente: per il suo bene e per il mio!
    BEATRICE.  Non sto mica parlando per ischerzo,  io.  Vi voglio appunto
    parlare seriamente.
    CIAMPA.  Ah,  e sta bene, allora. Eccomi qua. Badi per, signora, - mi
    lasci dire questo soltanto - badi che,  chi non giri a tempo la  corda
    seria, pu avvenire che gli tocchi poi di girare, o di far girare agli
    altri la pazza: gliel'avverto.
    FIFI'.  Mi  pare  che  cominciate voi adesso,  caro Ciampa,  a parlare
    stonato.
    BEATRICE. Gi, pare da un pezzo anche a me... Non capisco...
    CIAMPA. Chiedo perdono.

    Con scatto improvviso:

    Signor Fif, mio padre aveva tutta la fronte spaccata.
    FIFI'. Come c'entra adesso vostro padre?
    CIAMPA.  Da ragazzino - sciocco - mio padre,  invece di  ripararsi  la
    fronte,  sa  che faceva?  si riparava le mani.  Inciampando,  cadendo,
    tirava subito le mani indietro,  e tnfete,  si spaccava la fronte.  -
    Io, caro signor Fif, metto le mani avanti. Le metto avanti, perch la
    fronte io me la voglio portare sana, libera - sgombra.
    FIFI'. Ma scusate, se non sapete ancora la ragione per cui mia sorella
    vi ha fatto chiamare, che mettete le mani avanti?
    CIAMPA. Chiudo la corda seria, e riapro la civile.

    S'inchina.

    Ai comandi della mia signora.
    BEATRICE. Dovreste partire questa sera stessa per Palermo.
    CIAMPA  (con  un balzo di sorpresa).  Per Palermo?  E come?  Se domani
    arriva il padrone...
    BEATRICE. Ha forse tanto bisogno di voi domani al banco il padrone?
    CIAMPA. Come no, scusi? Che starei a farci io allora al banco?  Perch
    mi terrebbe?
    BEATRICE.  So che vi tiene a guardia della cassaforte e vi d alloggio
    perci nella stanza accanto.
    CIAMPA. Solo per questo? Lei mi vuole avvilire. Io scrivo, signora.
    FIFI'. Non vedi che ha infatti la penna all'orecchio?
    CIAMPA. All'orecchio,  sissignore.  Insegna.  Scusi,  il tavernajo non
    tiene  forse  la  frasca  e  la  bottiglia di saggio appesa davanti la
    porta? E io, scrivano, la penna.
    FIFI'. Scrivano e giornalista!
    CIAMPA. Lasci stare il giornalista!  Attivit superflua,  che sfogo di
    notte.  Scrivo per conto del padrone;  tengo registri, signora, sbrigo
    affari.  O s'immagina forse che noi scherziamo al banco?  o che io  ci
    stia per comparsa? Ha forse inteso suo marito lagnarsi di me?
    BEATRICE. Che? mio marito? di voi? ma figuratevi! Guaj a chi vi tocca!
    CIAMPA. E lei vorrebbe mandarmi questa sera stessa a Palermo?
    FIFI'. Perch no? Non vedo che male ci sarebbe.
    BEATRICE.  Se  dico  a  mio  marito che vi ho mandato io!  Non mi sar
    permesso di darvi un incarico?
    CIAMPA.  Incarico?  Ma lei pu sempre comandarmi,  signora!  E' la mia
    padrona!  E  per me,  caro signor Fif,  andare a prendere una boccata
    d'aria in una grande citt come Palermo,  ma si  figuri,    la  vita!
    Soffoco qua,  signora mia! Qua non c' aria per me. Appena cammino per
    le strade di una grande citt,  gi non mi pare pi di camminare sulla
    terra:  m'imparadiso!  mi s'aprono le idee!  il sangue mi frigge nelle
    vene! Ah, fossi nato l o in qualche citt del Continente,  chi sa che
    sarei a quest'ora...
    FIFI'. Professore... deputato... anche ministro...
    CIAMPA. E re! Non esageriamo. Pupi siamo, caro signor Fif! Lo spirito
    divino  entra  in  noi e si fa pupo.  Pupo io,  pupo lei,  pupi tutti.
    Dovrebbe bastare, santo Dio,  esser nati pupi cos per volont divina.
    Nossignori!  Ognuno  poi  si  fa pupo per conto suo: quel pupo che pu
    essere o che si crede d'essere.  E allora cominciano le  liti!  Perch
    ogni pupo,  signora mia,  vuole portato il suo rispetto, non tanto per
    quello che dentro di s  si  crede,  quanto  per  la  parte  che  deve
    rappresentar fuori.  A quattr'occhi,  non  contento nessuno della sua
    parte: ognuno, ponendosi davanti il proprio pupo, gli tirerebbe magari
    uno sputo in  faccia.  Ma  dagli  altri,  no;  dagli  altri  lo  vuole
    rispettato. Esempio: lei qua, signora,  moglie,  vero?
    BEATRICE. Moglie, gi! almeno...
    CIAMPA.  Si vede dal modo come lo dice, che non ne  contenta. Pur non
    di meno, come moglie, lei vuole portato il suo rispetto, non  vero?
    BEATRICE. Lo voglio?  Altro che!  Lo pretendo.  E guaj a chi non me lo
    porta!
    CIAMPA.  Ecco,  vede?  Caso in fonte.  E cos,  ognuno!  Lei forse col
    cavalier Fiorca,  mio riverito principale,  se lo conoscesse soltanto
    come un buon amico, potrebbe stare insieme nella pace degli angeli. La
    guerra    dei due pupi: il pupo-marito e la pupa-moglie.  Dentro,  si
    strappano i capelli,  si vanno con le dita negli occhi;  appena  fuori
    per,  si  mettono  a  braccetto: corda civile lei,  corda civile lui,
    corda civile tutto il pubblico che,  come  vi  vede  passare,  chi  si
    scosta di qua,  chi si scosta di l, sorrisi, scappellate, riverenze -
    e i due pupi godono, tronfii d'orgoglio e di soddisfazione!
    FIFI' (ridendo). Ma sapete che siete davvero spassoso, caro Ciampa!
    CIAMPA.  Ma se questa  la vita,  signor Fif!  Conservare il rispetto
    della gente, signora! Tenere alto il proprio pupo - quale si sia - per
    modo  che tutti gli facciano sempre tanto di cappello!  - Non so se mi
    sono spiegato.  - Veniamo a noi,  signora.  Che devo andare a  fare  a
    Palermo?
    BEATRICE  (impressionata  e  rimasta  astratta,   sopra  pensiero).  A
    Palermo?
    FIFI' (richiamandola a s). Oh, Beatrice!
    BEATRICE. Ah, gi... ecco...  M era parso di sentire rientrare Fana di
    l...
    CIAMPA. La signora ha forse cambiato idea?
    BEATRICE. Non ho cambiato niente!

    A Fif:

    Dove ho messo il danaro?
    FIFI'. L, mi sembra, su quel tavolinetto.
    BEATRICE. Ah, eccolo qua. Queste, Ciampa, sono trecentocinquanta lire.

    Gliele d.

    CIAMPA. E che vuole che ne faccia?
    BEATRICE.  Aspettate.  Vado a prenderne altre centocinquanta di l - e
    due polizze.
    CIAMPA (guardando Fif con severit). Del monte?
    FIFI'. Precisamente. Perch mi guardate?
    CIAMPA. Io? No. Ai comandi!
    BEATRICE.  Si tratta del  resto  di  ritirare  gli  oggetti.  Un  pajo
    d'orecchini  e  un braccialetto,  in due astucci.  Vado a prendervi le
    polizze.

    Via per l'uscio a destra.

    FIFI'.  Siccome mia sorella li ha messi in pegno per fare un favore  a
    me, di nascosto a suo marito...
    CIAMPA. Ma per carit, signor Fif, io sono un suo servitore...
    FIFI'.  No,  non  ho  nessuna difficolt a dirlo.  Ho restituito a mia
    sorella il danaro.  E mia sorella  desidera  che  gli  oggetti  domani
    ritornino a casa.
    CIAMPA.  Domani? proprio domani? E che scusa trover per il principale
    d'avermi mandato a Palermo giusto alla vigilia del suo arrivo?
    FIFI'. Uh, per questo, mancher a una donna di trovare scuse!
    CIAMPA. Ma con tanti giorni, mi perdoni,  che il principale  assente,
    non avrebbe potuto mandarmi prima, senza che lui ne sapesse nulla?
    FIFI'. Veramente il danaro io gliel'ho portato ora.
    CIAMPA.  Signor Fif, qua sotto gatta ci cova! Badi che sua sorella ha
    qualche grillo per la testa.
    FIFI'. S, per dire la verit,  sembrata anche a me un po'...  Ma che
    volete che abbia? La solita storia! La gelosia
    CIAMPA. E manda me a Palermo?

    Sopravviene  Beatrice  tutta  alterata  in viso,  come se di l avesse
    sostenuto una violenta discussione.

    BEATRICE. Ah, eccomi qua... eccomi qua...
    FIFI'. Oh... e che t' accaduto?
    BEATRICE (dominandosi). Che m' accaduto?
    FIFI'. Non so... ti vedo tutta... cos...
    BEATRICE (come sopra). Non  niente. Non potevo ritrovare le polizze e
    mi sono turbata.

    Porgendole a Ciampa:

    Eccole qua. E queste sono le altre centocinquanta lire.
    CIAMPA.  Sta bene.  Ma a ci che lei dir domani al principale che non
    mi trover al mio posto, ci ha pensato, signora?
    BEATRICE. A tutto ho pensato!

    Gli mostra nell'altra mano un altro rotoletto di danari.

    Vedete?   Questo     il  danaro  per  il  vostro  viaggio,   e  altre
    centocinquanta lire...
    FIFI'. Tutte codeste carte da cento, tu...
    CIAMPA.  Ma questo  tutto,  caro signor Fif.  Quando ci sono appunto
    tutte codeste carte da cento...
    BEATRICE. Ebbene? Che volete dire? Avreste da fare osservazioni?

    Al fratello:

    Son danari miei, messi da parte.

    A Ciampa:

    Quando ci sono tutte queste carte da cento... avanti, seguitate...
    CIAMPA.  Niente,  signora  mia.  Volevo  dire che lei pu prendersi il
    gusto di muover le fila di  un  pupo  e  di  farlo  camminare  fino  a
    Palermo.
    BEATRICE.  Non  vi  mando  "per mio piacere": lo sapete bene perch vi
    mando! - Ora poi, con queste altre centocinquanta lire,  voi a Palermo
    (questo  s sar per mio piacere) voglio che mi compriate una collana,
    Ciampa, una bella collana, sapete come? a pendagli.
    CIAMPA (stordito). Io? una collana?
    BEATRICE. A pendagli! Dir a mio marito che l'ho veduta al collo d'una
    certa amica mia e che m' tanto piaciuta! - Capricci! Mio marito me li
    sa!
    CIAMPA. Ma io, signora, mi perdoni, che so comperare...?
    BEATRICE.  Non importa.  Nel caso,  al ritorno verrete a dirmi che non
    avete potuto trovarla.
    CIAMPA. E allora tenga qua, perch mi d questo danaro?
    BEATRICE.  Ma perch mi fareste proprio piacere,  se me la comperaste!
    La vorrei uguale e comperata da voi, caro Ciampa!
    CIAMPA. Perch da me? Che vuole da me, lei, oggi, signora mia? Uguale?
    Come uguale? Se non so com'?
    BEATRICE.  Ve lo  dico  io.  Andate  da  Mercurio,  che    il  nostro
    giojelliere.  So  che la collana di quest'amica mia fu certo comperata
    da lui. Andateci e la troverete. - Partite subito eh?
    CIAMPA. Signora, io sono mezzo stordito. Mezzo? Che mezzo! tutto!
    FIFI'. Mi sembra che la scusa per sia trovata bene!
    BEATRICE.  Meglio  di  questa?  Meglio  di  questa  non  avrei  potuto
    preparargliela  una sorpresa a mio marito!  Quando mi vedr domani con
    questa collana al petto...  - Badate che c' un treno  che  parte  ora
    alle sei.
    FIFI' (guardando l'orologio). C' ancora un'ora di tempo.
    CIAMPA.  Per me,  bastano due minuti. Vado a chiudere il banco; chiudo
    prima con la spranga e col catenaccio  l'uscio  della  mia  stanza,  e
    parto. Vorrei che quest'ora di tempo fosse piuttosto per la signora.
    BEATRICE. Per me?
    CIAMPA. Se Vossignoria volesse ancora pensare, riflettere...
    BEATRICE. No, niente; a che volete che pensi?
    FIFI'. Andiamo, Ciampa. Vengo con voi. Addio, Beatrice.
    BEATRICE. Addio, addio.
    CIAMPA.  Signora, le rammento il caso di mio padre che tirava indietro
    le mani...
    BEATRICE. Ancora?
    CIAMPA. Me ne vado. Le bacio le mani.

    Arrivato all'uscio, ritorna indietro.

    Signora, vuole che le porti qua mia moglie?
    BEATRICE. Vostra moglie? Qua?

    Sghignazzando:

    Non ci mancherebbe altro! Sarebbe proprio da ridere!
    CIAMPA (serio). Per mia quiete, signora.
    BEATRICE. Ma via! Andate!  Siete pazzo?  Che volete che ne faccia qua,
    di vostra moglie?
    CIAMPA.  Niente, certo: una signora come lei... Ma io le dico: per mia
    quiete.
    BEATRICE. Ma se la chiudete sotto chiave, secondo il vostro principio!
    Non ci mettete anche la spranga?
    CIAMPA.  E il catenaccio,  signora.  E verr a portare le chiavi qua a
    lei!
    BEATRICE.  Ma  no!  non  ce n' bisogno.  Potete portarle con voi,  le
    chiavi!
    CIAMPA.  Ah,  no!  Se Vossignoria non vuole qua mia moglie,  almeno le
    chiavi bisogna che se le prenda! Non transigo!
    BEATRICE. E va bene, portatele, purch non perdiate altro tempo.
    CIAMPA. Andiamo, signor Fif.

    S'avvia. Davanti all'uscio torna a voltarsi.

    Mi ha detto, a pendagli?
    BEATRICE. Auff! S, a pendagli.
    CIAMPA. Bacio le mani a Vossignoria.

    Via con Fif La Bella.


    SCENA QUINTA.

    BEATRICE e il DELEGATO SPANO'.

    BEATRICE(facendosi  con  ansia  all'uscio a destra).  Signor Delegato,
    venga, entri qua... ah, finalmente!
    SPANO' (sui quarant'anni,  tipo buffo di Delegato  paesano,  con  arie
    eroiche,  barbuto,  capelluto;  di tanto in tanto,  parlando, s'imbeve
    tutto). Fulminato, signora. Proprio.  Come se un fulmine ma di quelli,
    sa?  fracassosi,  mi fosse caduto qua, proprio davanti ai piedi: privo
    di Dio!
    BEATRICE. Va bene, va bene, ma non  pi tempo di far parole,  adesso,
    signor Delegato.  Bisogna concertare subito quel che s'ha da fare.  Si
    figuri, si figuri che voleva portarmi qua la moglie!
    SPANO'. Qua? Lui? La moglie?
    BEATRICE. Miglior prova di questa? Non c' pi dove arrivare!
    SPANO'. Ma lei si calmi, signora, si calmi, per carit!
    BEATRICE. Come vuole che mi calmi? Gli voglio dare una lezione davanti
    a tutto il paese,  una di quelle lezioni  che  non  se  la  dovr  pi
    dimenticare!
    SPANO'.  S,  ma... e... e le conseguenze, signora? le conseguenze, le
    ha misurate tutte?
    BEATRICE. Che dovr separarmi, lei dice? Prontissima.  Ma non cos con
    le buone,  ah no! Prima lo svergogno e poi ci separiamo! Perch non si
    dica che il torto  mio! Voglio lo scandalo, e grosso!  L'ha da vedere
    il  paese chi  questo cavalier Fiorca che tutti rispettano!  - Io le
    faccio la denunzia.  Lei  un pubblico ufficiale,  e non  pu  tirarsi
    indietro.
    SPANO'. Va bene... signora, certo... se lei mi fa la denunzia...
    BEATRICE. Subito gliela faccio: mi dica come si fa e gliela faccio.
    SPANO'.  Ahahh,  no!  scusi:  questo poi no: vuole che glielo dica io
    come si fa?
    BEATRICE (un po' civettando, per rabbia).  Non vuole ajutarmi?  Signor
    Delegato... non vuole ajutarmi?
    SPANO'.  Ma come no, signora? Voglio ajutarla... ma consideri per che
    io sono un amico di famiglia...
    BEATRICE. Lei dev'essere per la giustizia!
    SPANO'.  Sissignora,  e sono obbligato a  non  guardare  in  faccia  a
    nessuno - e vado cos, signora, a testa alta, sempre, anche davanti al
    Padreterno!  Ma per la venerazione che porto alla santa memoria di suo
    padre, che fu padre anche per me, signora... privo di Dio, quanto bene
    mi voleva, signora! e quante cose m'insegn...  Vede,  signora?  anche
    questa, guardi; che certi piccoli... piccoli peccati veniali...
    BEATRICE. Veniali? ah lei li chiama...
    SPANO'. Possiamo anche chiamarli diversivi, se vuole. Da amico!
    BEATRICE. Da amico di lui?
    SPANO'. No, suo, signora: anche suo!
    BEATRICE.  E dice diversivi?  Ma belli,  belli,  codesti diversivi!  E
    questa  la sua giustizia? E cos lei sostiene una povera donna debole
    che non pu difendersi da s?  Io voglio fare  la  denunzia,  capisce?
    Subito! subito! Come si fa?
    SPANO'.  Oh  Dio,  ma  per  la denunzia,  non ci vuol niente...  E' il
    servizio,  signora!  Si figura  che  sia  una  cosa  facile?  Servizio
    delicatissimo,  difficile...  Bisogner  prima di tutto accedere,  non
    visti, alla faccia dei luoghi... studiare la topografia... - Oh che le
    pare? - indizii... prove...
    BEATRICE.  Tutto provato,  tutto studiato: non c' bisogno di  niente,
    signor Delegato! Lei conosce la Saracena?
    SPANO'. Persona nostra, signora.
    BEATRICE. Meglio! Se la mandi a chiamare! Le sapr dire ogni cosa, per
    filo e per segno!
    SPANO'.  Signora,  ma  se le ho gi parlato!  Siamo a giorno di tutto,
    noi.  Due porte abbiamo,  signora.  Una,  dalla parte  del  banco  del
    cavaliere;  l'altra,  dalla parte opposta, delle due stanze annesse al
    banco, abitazione del Ciampa. Or dunque! C' poi un uscio di mezzo, s
    o no? tra il banco e queste due stanze del Ciampa? C',   vero?  E il
    Ciampa lo suol chiudere di qua,  dalla parte del banco,  con spranga e
    catenaccio.  Or dunque!  Lei ci va con le guardie,  contemporaneamente
    dalle due parti.  Che ne viene? Ne viene che quelli non aprono neanche
    se viene Dio,  se prima  non  hanno  richiuso  quest'uscio  di  mezzo,
    facendosi trovare uno di qua, l'altra di l!
    BEATRICE. E allora... allora non c' rimedio?
    SPANO'.  Non  c'  rimedio?  Ma  appunto  in  questo  consiste  l'uomo
    dell'arte; nel trovare il rimedio, signora mia!  Se lei,  per esempio,
    avesse la chiave del banco...
    BEATRICE. L'ho! l'ho! Me la deve portar lui, Ciampa, ora stesso, prima
    di partire! Lo aspetto.
    SPANO' (stordito). Ciampa? Come! Ciampa le porta la chiave?
    BEATRICE.  S; senza ch'io gliel'abbia domandata! Vuol portarmela lui,
    per forza, a ogni costo! Io anzi non la volevo!
    SPANO'. Non capisco! Non... non capisco... E allora...  Allora lei pu
    esser  pi  che  sicura che Ciampa non ha il bench minimo sospetto...
    Positivo, sa!
    BEATRICE. Ma che dice? E perch voleva portarmi qua la moglie, allora?
    SPANO'. Perch... perch... santo Dio, perch in paese, signora mia, 
    notorio a tutti -
    BEATRICE. - che io sono gelosa,  vero?  E con questa scusa,  infatti,
    che  io  sono  gelosa,  lui  ha fatto sempre il comodo suo.  Ma glielo
    dimostro io, ora, alla gente,  se son gelosa a torto o a ragione!  Lei
    dice  che non c' pi difficolt,  avendo la chiave,   vero?  Apre il
    banco, prima che egli abbia tempo di richiudere l'uscio di mezzo, e...
    SPANO' (con un sorriso di compatimento). Apro? Che apro? Gi: apro!...
    Le pare che sia cos stupido il cavaliere da entrare dalla  donna  con
    l'unica  precauzione  d'aver  chiuso  a chiave la porta del banco?  Ci
    metter anche il paletto! E che apro io allora? come apro?  Debbo fare
    le  intimazioni;  atterrare la porta;  e in questo mentre il cavaliere
    avr tutto il tempo di richiudere l'uscio di  mezzo  e  di  rimetterci
    spranga e catenaccio.  - Non si fa cos, signora mia! - Sarebbe facile
    allora fare il Delegato!
    BEATRICE. Oh Dio mio! E come si fa, dunque?
    SPANO'. Come si fa... come si fa... - Arriva alle dieci, il cavaliere?
    Ebbene: uno dovr esser gi l dentro nascosto,  in quel bugigattolino
    dove  il  cavaliere tiene la pressa del copialettere,  mezz'ora prima:
    alle nove e mezzo! - Tutto fatto. Si piglia nell'ala!
    BEATRICE (esultante).  Ah!  bravo!  bravo!  Mi detti...  mi  detti  la
    denunzia, allora, subito!

    Si sente sonare il campanello.

    SPANO'. Mi pare che suonino.
    BEATRICE.  S:  sar il Ciampa che mi porta la chiave!  Si ritiri,  si
    ritiri qua un momento...

    Indica l'uscio a destra.

    SPANO'. Nell'ala - ha capito?

    Via in fretta per l'uscio a destra.


    SCENA SESTA.

    CIAMPA, sua moglie NINA e DETTA.

    CIAMPA (dietro la tenda dell'uscio  in  fondo  con  una  valigetta  in
    mano). Permesso?
    BEATRICE. Avanti, avanti, Ciampa.

    Con  un  gesto  di maraviglia e d'indignazione vedendo entrare insieme
    col Ciampa la moglie:

    Che vedo?
    CIAMPA. Signora, le ho portato mia moglie.
    BEATRICE (sulle furie). Voi ve la riportate ora stesso,  senza perdere
    un minuto di tempo!
    CIAMPA. Mi lasci dire, signora.
    BEATRICE. Non voglio sentir nulla! Via! subito via! Non voglio nemmeno
    guardarla!
    CIAMPA. Signora, mia moglie  pulita, modesta...
    BEATRICE.  Sar pulitissima, me l'immagino! modestissima! Ma io non so
    che farmene!

    Rivolgendosi a lei direttamente:

    Mi faccio meraviglia di voi che sapendo che qua - voi - non  ci  avete
    nulla da fare, siate venuta dietro a vostro marito!
    NINA  (sui  trent'anni,  pi  schifiltosa che modesta,  veste da mezza
    signora, con molta ricercatezza e lindura, scarpette fine,  scialle di
    seta,  orecchini,  anelli;  risponde con gli occhi bassi,  ma con voce
    chiara): Signora, se mio marito mi ha comandato cos...
    CIAMPA (esultante). Benissimo!
    BEATRICE.  Potevate risparmiarvi tanta  obbedienza,  poich  a  vostro
    marito io avevo assolutamente proibito di portarvi qua!
    NINA (risponde con gli occhi bassi, ma con voce chiara): Ma questo io,
    signora, non potevo saperlo.
    CIAMPA. Benissimo!
    BEATRICE. Gliel'avete imbeccata bene la parte, eh?
    CIAMPA.  Nossignora: dice la verit - placida,  modestamente - come si
    deve. Io ho fatto l'obbligo mio a portargliela. Lei non vuole?
    BEATRICE. V'ho detto che non so che farmene!
    CIAMPA.  Pu tenerla anche in cucina,  anche nella  carboniera,  anche
    farla dormire sotto i fornelli insieme con la gatta.
    BEATRICE.  Volete farmi perdere la pazienza voi,  oggi? Farmi dire ci
    che non voglio e non debbo?
    CIAMPA. Ma dica, s, dica, dica, dica, signora! Magari dicesse!
    BEATRICE. Vi dico d'andar via, e basta cos!
    CIAMPA. Dunque, non la vuole.  - Stabilito.  - Io gliel'ho portata,  e
    lei non la vuole. - Stabilito. E allora, ecco qua le chiavi. Io parto.
    Pensi, signora, che son adesso nelle sue mani.

    Le consegna le chiavi; poi si fa innanzi alla moglie, e finge di darle
    corda come a un fantoccio.

    Nina,  aspetta: - Corda civile.  - Riverenza,  occhi bassi e diritta a
    casa!
    NINA (inchinandosi). Serva sua.
    CIAMPA. Benissimo!

    S'avvia dietro la moglie;  arrivato  all'uscio,  si  volta  e  dice  a
    Beatrice,  facendo  il  segno  di  girar  la  corda seria su la tempia
    destra:

    Se la signora volesse aprire...
    BEATRICE. Non apro niente!
    CIAMPA. Tenga tutto chiuso ermeticamente!

    TELA.

    ATTO SECONDO.


    SCENA PRIMA.

    BEATRICE e FANA.

    BEATRICE  (scarmigliata,  sulle  furie,  presso  l'uscio  a  sinistra,
    gridando  verso  l'interno a Fana).  Non importa!  Subito,  prendete e
    portate qua! Come vien viene! Voglio esser fuori prima di sera! Via da
    questa casa maledetta!

    Si ode una scampanellata alla porta.

    FANA  (venendo  fuori   dall'uscio   a   sinistra,   sovraccarica   di
    biancheria). Oh Madre di Dio, e chi sar?
    BEATRICE. Andate ad aprire. Se  il Delegato, fatelo entrare e ditegli
    ch'abbia pazienza un momento. Non posso presentarmi cos!

    Via  per  l'uscio a destra.  Fana,  con quel monte di biancheria sulle
    braccia, va ad aprire per la comune,  sbuffando.  Poco dopo si sentono
    grida  dall'interno.  Entrano  in  iscena la signora Assunta La Bella,
    seguita da Fif La Bella, che tiene afferrata per le braccia Fana e la
    scrolla furiosamente. Madre e figlio sono ansanti, sconvolti.


    SCENA SECONDA.

    La SIGNORA ASSUNTA, FIFI' LA BELLA, FANA, poi BEATRICE.

    ASSUNTA (accorrendo in gran subbuglio prima verso  l'uscio  a  destra,
    poi verso l'uscio a sinistra,  e gridando). Beatrice! Beatrice! Dov'?
    Dov'? Beatrice!

    Entra per l'uscio a sinistra, seguitando a chiamare.

    FANA (difendendosi da Fif che la investe). Ma perch se la prende con
    me, signorino?
    FIFI' (che tiene per le  braccia  Fana  e  la  scrolla  furiosamente).
    Perch obbligo vostro era di venire da me, ad avvertirmi!
    ASSUNTA  (rientrando  dall'uscio  a  sinistra).  Ma  dov' mia figlia?
    Ditemi dov'! Beatrice! Beatrice!
    BEATRICE (accorrendo alle grida dall'uscio a destra e  buttandosi  tra
    le braccia della madre.) Mamma! mamma!

    Scoppia in singhiozzi.

    ASSUNTA. Figlia mia, figlia mia, che hai fatto? Ti sei rovinata!
    FANA  (difendendosi da Fif che la investe).  Ma se volle far tutto da
    s, senza dare ascolto a nessuno! Glielo dissi tante volte, povera me!
    - Parli lei,  signora,  per carit!  - Le dissi:  Si  rivolga  a  suo
    fratello, che  uomo! Ne chieda consiglio, prima, alla sua mamma!.
    ASSUNTA.  Non dirne niente neanche a me! Buttarsi cos allo sbaraglio,
    senza dirne niente a nessuno!
    FIFI' (afferrando per un  braccio  la  sorella  e  strappandola  dalla
    madre). Vorrei sapere perch piangi ora! Lo sai che hai messo tutto il
    paese sossopra?
    ASSUNTA. Lo hanno arrestato, figlia mia! lo hanno arrestato!
    FANA. Il padrone? Madre di Dio!
    ASSUNTA. E anche lei!
    FANA. Anche la moglie di Ciampa?
    BEATRICE.  Tutt'e due?  Ci ho gusto! Ah, sono contenta! Proprio quello
    che volevo!
    ASSUNTA. Ma che dici, figlia!
    FIFI'. La vergogna? Lo scandalo?
    BEATRICE. S, s, lo scandalo! la vergogna addosso a lui!
    FIFI'.  E addosso a te,  pazza!  Che ti figuri d'aver  guadagnato  con
    codesta folla che hai commessa?
    BEATRICE. Che? Ma questo! Ecco!

    Tira un gran respiro di sollievo.

    Ah!  - che posso rifiatare... - cos! E che gli ho dato la lezione che
    si meritava! - Sono libera! sono libera!
    FIFI'. Libera? - Pazza! - Che libera?  Libera di venirtene a casa mia,
    ora, senza poter pi cacciare il naso fuori della porta! Libera, dice!
    Senza pi stato...
    BEATRICE.  Non me n'importa nulla!  Purch non me lo veda pi davanti!
    Stavo a prepararmi per andar via! Mi preparo da jersera.
    FIFI'. E jeri io ero qua!  Dimmi un po': fu quella megera,  con cui ti
    trovai qua a confabulare?
    FANA. S, s, appunto! quella, quella, signorino!
    ASSUNTA. Quella, chi?
    FANA. La Saracena, signora mia!
    ASSUNTA.  Oh Dio! - E come, figlia? con una donnaccia di quella specie
    ti sei messa? E tu Fif, tu non hai sospettato nulla?
    FIFI'. Potevo immaginarmi questo?
    FANA. Mi mandarono a chiamare il Delegato Span...
    FIFI'. Span?
    ASSUNTA. Span? Ma come!
    FIFI'. Il Delegato Span avete detto?
    ASSUNTA (a Beatrice).  Span,  creatura di tuo padre,  ha  potuto  far
    questo? senza sconsigliartelo?
    FIFI'. Quant' buona, Lei, mamm! Non gli sar parso vero di metter le
    mani  addosso  a  uno,  quando gli tocca far tanto di cappello a tutti
    quei...

    s'interrompe, turandosi la bocca e mugolando:

    uhm,  lo stavo per dire!  - che lo ajutano a vivere in  pace  con  sua
    moglie! Ha capito?
    ASSUNTA. Ah, quando mai, simili vergogne, le donne di casa nostra!
    FANA.  Nominata per davvero,  Vossignoria, tant'anni! La sua prudenza!
    Sempre con le labbra cucite!
    ASSUNTA. Eppure ne ho viste, Fana, voi lo sapete!
    FANA. Altri tempi, signora mia, altri tempi!
    ASSUNTA. Come non hai pensato a me, figliuola mia? Sono vecchia io! Ti
    pare che possa reggere a colpi cos forti? Io domani ne morr... - gi
    mi sento, che Dio solo sa come...
    FIFI'. Lei si stia tranquilla, mamm, e non se ne prenda; o io non so,
    per Cristo,  che cosa faccio!  Ha voluto cacciarsi in questi guaj,  la
    pazza? E ora ci resti!
    ASSUNTA.  Gi!  Come  se  non fosse pi mia figlia e tua sorella!  Che
    dici!
    FIFI'.  Ci pensa ora,  che  mia sorella?  Aveva me,  qua,  jeri!  Che
    possiamo  farci  pi noi,  adesso?  Solo ricondurcela a casa possiamo,
    perch certo qua, ora, con suo marito non potr pi rimanere!
    BEATRICE. E chi vuole rimanerci?

    Si sente il campanello alla porta. Tutti restano sospesi.

    ASSUNTA (sbigottita). Chi sar?
    BEATRICE. Non ho paura di nessuno, io!
    FIFI' (a Fana). Andate ad aprire. Ci sono qua io.
    FANA. Venga con me, per favore, signorino: tremo tutta...
    FIFI' (alla madre e alla sorella). Andate di l, vojaltre.

    A Fana:

    E voi s, ad aprire! senza smorfie!
    ASSUNTA. Vieni, vieni, figlia mia, vieni con me...

    Via per la destra con Beatrice.


    SCENA TERZA.

    FIFI', FANA, il DELEGATO SPANO', poi ASSUNTA e BEATRICE.

    FIFI' (rimasto solo davanti la  comune,  mentre  Fana  apre  la  porta
    d'ingresso). Ah,  lei, signor Delegato?
    SPANO' (entrando). Sempre a servirla, signor Fif!
    FIFI'.  Ah,  s, un bel servizio davvero ha reso lei alla famiglia, se
    ne pu vantare!  E veramente  abbiamo  motivo  di  ringraziarla  e  di
    restargliene grati!
    SPANO'. Lei mi ferisce, signor Fif!
    FIFI'.  Ma come, scusi,  questo il modo di procedere d'un amico verso
    una famiglia, da cui lei, santo Dio, ha ricevuto tanti favori?
    SPANO'.  Perci le dico che lei mi ferisce!  Nel  mio  sentimento  pi
    sacro mi ferisce! Io un pubblico funzionario sono, signor Fif!
    FIFI'.  Grazie tante!  Lo so bene.  Sto dicendo all'amico!  Come?  Lei
    viene qua -
    SPANO'. - chiamato dalla signora!
    FIFI'. - va bene; e si riceve una denunzia?
    SPANO'.  Mi ricevo?  Che dice?  Aspetti...  Mi  ferisce,  caro  signor
    Fif...  Io prima feci di tutto... - e la signora... - dov'? dov'? -
    lo pu dire...  - feci  di  tutto,  signor  Fif,  per  persuadere  la
    signora...
    FIFI'. Poteva sentir l'obbligo di venire prima da me!
    SPANO'. Con la denunzia gi sporta?
    FIFI'. Ma appunto per fargliela ritirare!
    SPANO'.  E  allora  le dico che lei non conosce sua sorella!  Privo di
    Dio!  Mi minacci che l'avrebbe portata  lei  direttamente  al  signor
    Commissario,  la denunzia,  dichiarandogli che io... - ah. eccola qua,
    eccola qua...

    Rientrano Assunta e Beatrice dall'uscio  a  destra.  Span  accorre  a
    baciar la mano alla signora Assurta, che se ne schermisce.

    Signora mia riveritissima,  no... lasci, lasci che gliela baci codesta
    mano santa...  E lei,  signora Beatrice,  dica qua,  la prego,  a  suo
    fratello...
    ASSUNTA  (interrompendolo).   Mi  sembra  inutile,   signor  Delegato,
    inutile, caro Fif, fare ancora codeste rimostranze.
    BEATRICE. Del resto, il signor Delegato ha ragione.
    SPANO' (a Fif). Ecco! La sente?
    BEATRICE. Fui io, fui io, sissignori.
    SPANO' (a Fif). La sente?  Benedetta bocca di verit!  Ma se torto ho
    io,  caro signor Fif,  signora Assunta mia... che io venero, privo di
    Dio,  come una madre.  Vede?  lei ora mi fa piangere,  signor  Fif...
    Piangere, sissignore, perch se torti ho io, ...  per eccesso... per
    eccesso d'amicizia!  Perch la condizione nostra, qua, a tenere questo
    porco ufficio qua (mi scusi il termine,  signora  Assunta!),  qua  nel
    nostro  stesso  paese  nativo,    la  cosa  pi  infame  che si possa
    immaginare!  - Ma scusi,  scusi,  potevo  trovarmi  faccia  a  faccia,
    mettere io le mani addosso,  io, al cavalier Fiorca, io? E allora che
    ho fatto?  Per eccesso d'amicizia,  la pi  grossa  delle  bestialit!
    Ecco, di questo lei, signor Fif, di questo dovrebbe rimproverarmi!
    FIFI'.  Ma se non so ancora che diavolo ha fatto lei! Che ha fatto? Me
    lo dica! Com' stato? Si pu sapere?
    SPANO'.  E' stato che...  non potendo...  non volendo  farlo  io..  un
    simile  servizio...  ho...  incaricato  un  altro...  il  mio  collega
    Logatto,  forestiere,  calabrese...  E ha visto?  ha visto che cosa ha
    fatto? - Ignorante! Testa di mulo!
    FIFI'. Arrest tutt'e due, mio cognato e la donna?
    BEATRICE.  Ma  fece  il suo dovere,  mi pare!  Fece proprio quello che
    doveva fare!
    ASSUNTA. Zitta, figlia! Non sai quello che ti dici!
    FIFI'. Li trov dunque insieme? Insomma, mi dica!
    SPANO'. Ecco... i-i-insieme e non insieme... Flagranza vera non c'. -
    Non si pu dire che ci sia.  - E questa intanto  una gran cosa!  Anzi
    io  credo  che,  allo stato degli atti,  si pu dimostrare che non c'
    niente di niente. Niente, assoluto!
    FIFI'. E allora? Perch li arrestarono?
    SPANO'. Perch? Ma perch non c'ero io!  Perch c'era quella testa-di-
    mulo  di  calabrese!  Ecco  il  mio  rimorso!  Ma  il  cavaliere  sar
    rilasciato,  signor Fif,  sar  rilasciato  questa  sera  stessa!  Lo
    prometto e lo giuro! Se no, non mi chiamer pi Alfio Span!
    FIFI'. Sta bene, ma mi dica intanto, in nome di Dio, come fu!
    SPANO'.  Ah,  ecco.  Fu cos.  Logatto,  mediante la chiave data dalla
    signora Beatrice, entr nella sede del banco del cavalier Fiorca, oh,
    e si nascose nel bugigattolo attiguo alla sala. Oh.  Quando le guardie
    bussarono  alla  porta  di l,  dell'annesso quartierino di Ciampa,  e
    intimarono d'aprire in nome della legge,  oh,  il cavaliere (appena la
    donna scese ad aprire) naturalmente,  che fece? fece per entrare nella
    sala del banco...
    BEATRICE (con un grido di trionfo).  Ah ecco!  Vedete?  Dunque era  l
    nelle stanze del Ciampa! Aveva aperto l'uscio di mezzo.
    SPANO' (sconcertato). Sissignora...
    BEATRICE. E come lo aveva aperto, se Ciampa lo aveva chiuso e mi aveva
    portato qua la chiave? Ecco la prova! La prova che  vero!
    SPANO' (ripigliandosi). Nossignora, non  prova, aspetti...
    BEATRICE. Come non  prova?
    SPANO'.  Mi lasci dire. Catenaccetti inglesi, signora: hanno tutti due
    chiavi.
    BEATRICE. Due chiavi, benissimo! Una in tasca al Ciampa,  e l'altra in
    tasca di mio marito!
    SPANO'.  Nossignora.  Mi lasci dire.  Risulta dal verbale. Il cavalier
    Fiorca  ha  dichiarato  che:  -  arrivato  da  Catania,  non  potendo
    figurarsi  di  non  trovare  al  suo posto il Ciampa;  vedendosi tutto
    impolverato dal viaggio - povero galantuomo!  -  e  avendo  fretta  di
    prender visione della corrispondenza arrivata durante la sua assenza -
    (sono parole del verbale) - buss, dice, all'uscio, per domandare alla
    moglie del Ciampa, dice, il mezzo di lavarsi almeno le mani.

    BEATRICE  (con  stridula  risata).  Le mani...  uh,  gi!...  le mani!
    Figuriamoci!
    SPANO'.    Le   mani,    povero   galantuomo!    dovendo   aprire   la
    corrispondenza...
    FIFI'. Non le dia retta! Sguiti.
    SPANO'.  E allora lei,  la moglie del Ciampa,  dice, gli fece passare,
    dice, l'altra chiave di sotto l'uscio!
    BEATRICE. Uh, ma guarda, di sotto l'uscio! che bella combinazione!
    SPANO'  (seguitando).  Come  difatti  s'  constatato,  signora,   che
    veramente  di  sotto  l'uscio  la chiave passa.  E il cavaliere era in
    maniche di camicia - decentissimo!
    BEATRICE. S? E lei? com'era lei? com'era?
    SPANO'. Era... ecco... era...
    BEATRICE. Lo dica! Tanto, risulta dal verbale!
    SPANO'. E allora le so dire che neanche era in camicia.
    BEATRICE. Nuda? era nuda?
    SPANO'. No! Che pensa, signora? - Pi che in camicia, intendo dire! In
    sottana e camicia - come vanno le donne per casa - le donne  di  basso
    ceto, s'intende - in questa stagione, con questo caldo, che io - privo
    di  Dio  -  sono tutto in un bagno di sudore...  - Pi che in camicia,
    stia tranquilla,  signora!  Un  po'  scollata  camicia...  braccia  di
    fuori... camicia da donna, si sa...
    BEATRICE. Eh gi! basta che non li abbiano trovati nudi tutt'e due!
    ASSUNTA.  Ma Beatrice, ma come puoi parlar cos? Non ti riconosco pi,
    figlia mia!
    FIFI'. Vergogna! Davanti a un uomo!

    Indica il Delegato.

    BEATRICE. Ma che uomo!
    ASSUNTA. Sono cose da dire, codeste?
    BEATRICE. Nascondiamo, nascondiamo! Gi, ripariamo!  vestiamole queste
    vergogne! Vergogna  dirle, certe cose. Farle, non  niente!
    FIFI'.  Non  capisco,  signor  Delegato!  Ma perch li hanno arrestati
    tutti e due allora? Se il verbale  negativo!
    SPANO'.  Ecco...  ecco...  Quanto alla donna,  la  arrestarono  per...
    per...  "decolt" eccessivo,  lei mi intende!  Il cavaliere, perch...
    S'immagini  un  po'...  come  si  vide  metter  le  mani  addosso,  il
    galantuomo divent una furia,  una furia d'inferno! Ci fossi stato io,
    avrei compatito;  anche se  mi  schiaffeggiava,  mi  sarei  presi  gli
    schiaffi, per amicizia. Quella testa-di-mulo di calabrese, invece, s'
    incornato  a  volerlo  responsabile  d'ingiurie  e vie di fatto e l'ha
    tratto in arresto. Ma sar rilasciato, signor Fif - prometto e giuro.
    Questa sera stessa. E se Logatto non si sta quieto, lo accomodo io!
    FIFI'. Ma gi... dico, se non risulta niente...
    SPANO'. Niente! Perquisito tutto,  anche la borsa di viaggio...  anche
    la giacca che il cavaliere s'era levata...
    BEATRICE. Ah, anche la giacca? anche la borsa di viaggio? E mi dica un
    po': non vi hanno trovato per caso una certa collana,  a pendagli, che
    egli le aveva promesso in dono da Palermo?
    FIFI'. Ah,  questa la collana che hai incaricato Ciampa di comperarti
    uguale?
    BEATRICE. Questa, precisamente!

    A Span:

    Mi risponda: l'hanno trovata?
    SPANO'.  Scusi,  signora.  Chi parl a  lei  di  codesta  collana?  La
    Saracena?
    FANA. Sissignore, lei, appunto!
    SPANO'.  Ma  se lo so!  Ne parl anche a me!  E' una vera sciocchezza,
    signora mia!  una pura e semplice sciocchezza nata da questo:  che  la
    moglie del Ciampa,  leticando come fa sempre con le donne del vicinato
    che le dnno la baja per tutti gli anelli  che  tiene  alle  dita,  si
    vant,  dice,  che  uno di questi giorni,  per farle crepar d'invidia,
    sarebbe loro apparsa, dice, parata come una Madonna,  al balcone,  con
    una gran collana,  di queste a pendagli,  al petto.  Quest' tutto! Sa
    invece, signora, sa che cosa s' trovato invece nella borsa di viaggio
    del signor cavaliere?  Un libriccino da messa,  s'  trovato,  piccolo
    piccolo...  cos,  un  amore le dico!  con la rilegatura d'avorio e le
    pagine dorate.
    ASSUNTA. Vedi, figlia? Per te!
    SPANO'. Aspetti, e anche una scatola di mandorle candite.
    ASSUNTA. Quelle che piacciono a te!
    FANA. Me se l'ho sempre detto io, che la tratta come una regina!
    FIFI'. Bestiaccia ingrata!

    Beatrice s'abbatte piangendo,  pentita  e  commossa,  sul  seno  della
    madre.

    SPANO'   (soddisfatto   dell'effetto   ottenuto,   approva  col  capo,
    ammiccando a Fif;  poi gli dice): Ma sarebbe prudente,  signor Fif -
    se,  come  spero,  riesco  a  far  rilasciare il cavaliere questa sera
    stessa - sarebbe prudente che la signora non gli si facesse trovare in
    casa.
    ASSUNTA. Ah, certo! certo!
    FIFI'. Ce la porteremo a casa con noi!
    SPANO'. Almeno per qualche giorno. Bisogner compatirlo! Ha un diavolo
    per capello,  povero galantuomo,  e minaccia di  far  cose  dell'altro
    mondo.
    FIFI'.  Ha ragione!  ha ragione!  Io non so che farei, se fossi al suo
    posto!
    SPANO'.  Ma gli passer!  Stia sicuro,  che gli passer!  Dopo qualche
    giorno,  le  furie svaporano e tutto ritorna tranquillo come prima.  -
    Ah,  privo di  Dio,  che  bella  cosa,  signore  mie,  la  santa  pace
    domestica!

    Lunga  pausa,  come  se  tutto  fosse  finito,  e  non  ci  fosse  pi
    nient'altro da dire o da fare.  Tutt'a  un  tratto,  viene  a  rompere
    questo silenzio conclusivo una violenta scampanellata alla porta.

    FANA  (balzando  con  spavento).  Ah  Signore,  ajutaci!  Quest' lui!
    Ciampa!
    FIFI'. Uh, gi! E chi ci pensava pi, a Ciampa?
    SPANO'. Per Dio santo, gi! c' anche lui! Con la moglie arrestata...
    ASSUNTA. E come si fa ora? come si rimedia per questo poverino?
    SPANO'. Forse sar meglio non riceverlo!
    FIFI'. No,  meglio riceverlo,  anzi!  E cercare di fargli intendere la
    ragione, qua, tra me e lei!
    SPANO'. Gi... ma badi... badi che far cose da pazzi!
    FIFI'. Faccia quello che vuole! Purch poi, alla fine...
    FANA. Ah, che tremore per tutte le vene!
    BEATRICE (mansueta). Sar bene che mi ritiri, con la mamma,  vero?
    FIFI' (gridando e facendole gli occhiacci). Mi pare!
    ASSUNTA.  Andiamo,  andiamo,  figliuola mia.  Lasciamoli soli tra loro
    uomini.

    Via con Beatrice per l'uscio a destra.

    FIFI' (a Fana che s'avvia tutta tremante con  le  altre  donne).  Dove
    andate voi? Andate ad aprire!
    SPANO'. Non abbiate paura, ci sono qua io!

    Fana esce per l'uscio in fondo.


    SCENA QUARTA.

    CIAMPA e DETTI.

    FANA (rientra subito rinculando). Madre di Dio! Un morto ! E' entrato
    ed  caduto a sedere!
    FIFI' e SPANO'. Come! Che  stato?

    Fanno  per  accorrere.  Ciampa  entra per la comune,  cadaverico,  con
    l'abito e la faccia imbrattati di terra; la fronte ferita; il colletto
    sbottonato; la cravatta sciolta, e gli occhiali in mano. Subito Fif e
    Span gli si fanno attorno premurosi e costernati,  e gli scuotono con
    le mani la polvere dal vestito.

    FIFI'. Ma come! Che  stato, caro Ciampa?
    SPANO'. Siete forse caduto?
    CIAMPA (piano,  cupo).  Niente.  Sturbo. Un piccolo sturbo. Mi si sono
    rotti gli occhiali.
    FIFI' (correndo  per  una  seggiola,  mentre  il  Delegato  ne  prende
    un'altra e un'altra Fana). Ecco, sedete... sedete qua...
    SPANO'. Qua c' la seggiola...
    CIAMPA. Grazie. Non seggo.
    FIFI'. Come! Perch no?
    CIAMPA. Perch no.
    SPANO'. Ma se non vi reggete in piedi!
    CIAMPA.  Non dubiti.  Sette spiriti ho, come i gatti. Ora li ripiglio.
    Ma, tanto... Me ne vado subito. - La signora?
    SPANO'. La signora, Ciampa,  di l che...
    FIFI'. Capirete che in questo momento non pu parlare con voi.
    CIAMPA. Parlare? E che bisogno ha pi di parlare? Dopo il fatto!
    FIFI'. Ma il fatto, caro Ciampa, non  come voi forse v'immaginate!
    SPANO'. Negativo! negativo! verbale assolutamente negativo!
    FIFI'. Ecco,  sentite?  ve lo dice il signor Delegato.  V'assicuro che
    non avete proprio ragione di star cos!
    CIAMPA. Me l'assicura lei?
    SPANO'.  Ma no!  gli atti, gli atti - il verbale, capite, caro Ciampa?
    Lo dice il verbale!
    CIAMPA. E quando lo dice il verbale!
    FIFI'. Ma certo! Se un fatto risulta assolutamente infondato...
    SPANO'. Per con-sta-ta-zi-o-ne-l-g-l!
    FIFI'. Dovete per forza ammetterlo!
    CIAMPA.  Non ho difficolt.  - Dovrei consegnare  certi  oggetti  alla
    signora.
    FIFI'.  Quelli che avete ritirati da Palermo? Potete consegnarli a me,
    se volete.
    CIAMPA. Non ho difficolt.  - Mi parrebbe pi giusto per,  poich c'
    qua il signor Delegato, che li consegnassi a lui.
    FIFI'. Ma s, a lui o a me...

    A Span:

    Son certi oggetti che Ciampa ha ritirati dal monte...
    SPANO'. Sta bene, sta bene...
    FIFI' (a Ciampa). Ma potete anche lasciarli l...

    Indica con sprezzatura signorile il tavolino accanto al divano.

    CIAMPA. E lei d poi tanto peso alle formalit d'un verbale?
    FIFI'.  Ma  no...  Che  c'entra?  Nel  verbale  la constatazione d'un
    fatto, come v'ha spiegato il Delegato.
    SPANO'. Precisamente! Legale!
    CIAMPA. E sta bene! Voglio che sia, anche questa, constatazione legale
    di un altro fatto: che io  consegno  qua  al  signor  Delegato  questi
    oggetti, perch fui mandato dalla signora...
    SPANO'. Ma s, lo so, caro Ciampa!
    CIAMPA. Lo sa? - Allontanato con quest'incarico. E lei deve constatare
    il  fatto  che io,  da umile servitore,  sono andato e sono ritornato,
    disimpegnando l'incarico e  consegnando  qua,  come  consegno  a  lei,
    questi due oggetti.

    Trae di tasca i due astucci.

    Uno, e due. - Non voglio altro.

    Fa per andarsene.

    FIFI'. E che fate, ora?
    CIAMPA. Niente. Me ne vado.
    FIFI'. Cos ve n'andate?
    CIAMPA. E che vuole che faccia pi qua? Volevo parlare con la signora.
    Non si pu. Me ne vado.
    FIFI'. Ma che vorreste dire, scusate, alla signora?

    Fana,  di dietro, fa pi volte segno di no, di no a Fif, con una mano
    sotto il mento.

    CIAMPA (voltandosi all'improvviso,  sorprendendola  in  quel  gesto  e
    rifacendoglielo). Che avete, per caso, mal di gola, voi? Difficolt di
    respiro?  Per  vostra  regola,  io  guardo in terra e conto le stelle,
    anche senz'occhiali!

    Appressandosi a Fif:

    Lei forse ha paura ch'io, parlando con sua sorella...?
    FIFI' (interrompendolo).  Ma no,  che paura!  E' che  mia  sorella  in
    questo momento, vi ho detto, non pu, perch tanto io quanto il signor
    Delegato,  quanto mia madre che  di l con lei, le abbiamo dimostrato
    e fatto toccar con mano la folla che ha  commesso;  e  credete,  caro
    Ciampa, che n' pentita, pentitissima! E' vero?
    SPANO'. Diavolo! Piange.
    CIAMPA. Ah, piange...
    FIFI'. Piange, piange, anche perch - ve lo pu dire qua il Delegato -
    glien'ho dette di tutti i colori.
    SPANO'. Verissimo! Terribile!
    FIFI'.  V'assicuro,  Ciampa, che voi non le potreste dir pi di quanto
    le ho detto io!
    CIAMPA.  E che si figura lei,  che vorrei dire io a una  signora?  Sua
    sorella non ha fatto altro che prendere il mio nome - il mio pupo... -
    si  ricorda che jeri io qua parlai di pupi?  - il mio pupo: buttarlo a
    terra, e, sopra - una calcagnata - cos!

    Butta il cappello in terra e lo pesta col piede.

    Perch la signora - povera pupa - s' creduta anche lei  calpestata...
    La posizione nostra - la mia e la sua - in fondo, sono uguali: io qua,
    lei di l.  Che vuole che le dica? Una sola domanda volevo rivolgerle;
    e non alla signora propriamente, ma alla sua coscienza.
    FIFI'. Che domanda?
    CIAMPA. Scusi, se dico alla sua coscienza...

    Con  scatto  improvviso  aprendo  la  finanziera  e  presentandosi  al
    Delegato Span:

    Signor Delegato, mi cerchi!
    FIFI' (tirandolo indietro). Ma no, che dite!
    SPANO'. Sappiamo bene che siete un galantuomo, Ciampa!
    CIAMPA.  Del resto,  c' qua lei. E mi piace, mi piace che ci sia lei,
    signor Delegato,  perch cos vede il cuore...  Il cuore d'un uomo che
    piange  e  che  fa  sangue...   sangue  davvero,   perch  sono  stato
    assassinato...

    Scoppia in improvvisi e irrefrenabili singhiozzi.

    FIFI' e SPANO'.  Ma no...  ma no...  che dite!...  Ma se  non  ce  n'
    ragione! State tranquillo, Ciampa!
    CIAMPA. Tranquillo, gi... Questa sola domanda, insomma, alla signora,
    in presenza vostra, volete lasciarmela fare?
    FIFI'. Ma s, ma s! Ecco, ve la chiamo.

    Chiamando dall'uscio di destra:

    Beatrice! Mamm! Vieni, Beatrice!



    SCENA QUINTA.

    BEATRICE, ASSUNTA e DETTI, infine VICINI e VICINE.

    FIFI' (a Beatrice che entra con la madre).  Senti qua Ciampa, che vuol
    rivolgerti non so che domanda.
    ASSUNTA (pietosamente). Oh, poverino! Siete ferito?
    CIAMPA. Non  niente, signora. Il guajo  per gli occhiali,  che mi si
    sono rotti. Ci vedo e non ci vedo. Ma, tanto, ormai, non ho pi niente
    da vedere.

    A Beatrice:

    Questa  sola domanda,  a lei,  signora: - Crede lei...  - (lasciamo il
    fatto, ci che  accaduto questa mattina, lasciamo star tutto) - crede
    lei, in coscienza, d'aver avuto ragione di far questo, non ostante che
    io jeri - presente suo fratello...
    ASSUNTA (cercando d'interromperlo). Ma s, sappiamo tutto, Ciampa!
    FIFI'. Che finanche le portaste qua vostra moglie!
    CIAMPA. Permettano... permettano...  - lascino dire a lei!  Perch pu
    darsi  che la signora,  non ostante tutto,  abbia voluto colpire anche
    me, credendo d'aver tutta la ragione di farlo.  E' cos,  signora?  Mi
    risponda - in coscienza!
    BEATRICE (esitante). No... io... io, a voi...
    SPANO'. La signora non voleva colpir voi, caro Ciampa! Tant' vero che
    vi volle allontanare, mandandovi a Palermo!
    BEATRICE. Ecco... gi... io... come dice il Delegato...
    CIAMPA.  Ah,  no,  signora!  Che  lei  non  abbia pensato a me,  non 
    possibile!  Perch per ben due ore io qua,  jeri,  non feci altro  che
    mettere le mani avanti!
    BEATRICE.  S,  s. E appunto per questo volli mandarvi a Palermo! Per
    aver mano libera, qua, su vostra moglie e su mio marito!
    CIAMPA. Senza pensare a me?
    BEATRICE. Senza pensare a voi.
    CIAMPA.  E che cos'ero io?  Niente?  Pietra d'affilare?  Mi gettava  a
    terra;   mi  prendeva  cos,  con  due  dita,  come  uno  strofinaccio
    qualunque;  mi buttava in un canto,  proprio come se non ci  fosse  da
    fare  nessun  conto  di  me...  - Ma voglio ammettere tutto,  signora!
    voglio entrare nella sua coscienza, fino in fondo, e ammetter pure che
    lei non si sia fatto scrupolo di colpire anche me, perch io - secondo
    lei - sapevo tutto e mi stavo zitto. E' cos? Mi risponda. E' cos?
    BEATRICE. Eh... poich lo dite voi stesso... s,  proprio cos.
    CIAMPA. Ah! E allora,  a uno che poniamo -  guercio,  lei gli appende
    un cartellino alle spalle: - Popolo! E' guercio! -?
    BEATRICE. Ma no... che c'entra!
    CIAMPA.  Lasciamo  il  guercio di cui tutti si possono accorgere senza
    bisogno di cartellino. Lei deve provarmi che uno,  uno solo,  signora,
    in  tutto il paese potesse sospettare di me quello che lei ha creduto!
    che uno, uno solo potesse venire a dirmi in faccia: - Ciampa,  tu sei
    becco, e lo sai!.
    FIFI' (subito). Ma no! Ma chi? Ma nessuno!
    SPANO' (contemporaneamente). Ma a chi poteva venire in mente!
    ASSUNTA (contemporaneamente). Ma che dite, Ciampa!
    FANA  (contemporaneamente).  Veramente  a nessuno,  Signore Iddio,  in
    coscienza!
    CIAMPA (dominando le esclamazioni simultanee).  Ma la signora potrebbe
    dire: - Se non lo sapevano gli altri,  era noto a voi e tanto basta! -
    E' vero?   vero?  Non lo neghi!  Io ho bisogno della  sua  coscienza,
    signora: non del verbale! Dica:  vero?
    BEATRICE. E' vero, s.

    Movimento  di sorpresa dolorosa e d'intensa costernazione negli altri.
    Silenzio.

    CIAMPA (ferito, tentennando il capo). Ah,  signora.  - Io ora parlo...
    non  per me...  parlo in generale...  - E che pu saper lei,  signora,
    perch uno,  tante volte,  ruba;  perch uno,  tante  volte,  ammazza;
    perch  uno,  tante  volte - poniamo,  brutto,  vecchio,  povero - per
    l'amore d'una donna che gli tiene il cuore stretto come in una  morsa,
    ma  che intanto non gli fa dire: - ahi!  - che subito glielo spegne in
    bocca con un bacio,  per  cui  questo  povero  vecchio  si  strugge  e
    s'ubriaca - che pu saper lei,  signora, con qual doglia in corpo, con
    quale supplizio questo vecchio pu  sottomettersi  fino  al  punto  di
    spartirsi l'amore di quella donna con un altro uomo - ricco,  giovane,
    bello - specialmente se poi questa donna gli d la  soddisfazione  che
    il  padrone    lui  e che le cose son fatte in modo che nessuno se ne
    potr accorgere? - Parlo in generale, badiamo! Non parlo per me!  - E'
    come una piaga, questa, signora: una piaga vergognosa, nascosta. E lei
    che fa?  stende la mano e la scopre cos...  pubblicamente? - Lasciamo
    questo discorso, e veniamo a noi! - Io, signora,  sapevo che lei aveva
    sospetti  su mia moglie e su suo marito.  - Gelosia!  - Chi non ne ha,
    quando si vuol bene? - Compatisco anche i delitti, signora;  si figuri
    se  non  avrei  compatito  lei per la gelosia!  Ero venuto qua,  jeri,
    apposta per farla parlare, per farla sfogare.  - Aveva un sospetto?  -
    Non  glielo  volevo  levare!  Perch  so che codesti sospetti,  pi si
    vogliono levare,  e  pi  si  raffermano!  -  Se  lei  avesse  parlato
    seriamente  con me,  io me ne sarei tornato a casa e avrei detto a mia
    moglie: - Pst! Fagotto, e via!. - Oggi mi sarei presentato al signor
    cavaliere: - Signor cavaliere,  bacio le mani: non posso star pi con
    lei!.  - Perch, caro Ciampa? - Perch non posso star pi con lei:
    ho altri affari. - Cos si fa,  signora mia!  - E perch crede che io
    le portai qua,  jeri,  mia moglie? Ma per farla scattare, signora, per
    farle scatenare dalla bocca tutta la tempesta che lei  covava  dentro!
    Glielo  gridai  finanche:  -  Parli!  parli!  -  E lei non volle dir
    niente! Volle gettarmi cos a terra,  assassinarmi...  E che vuole che
    faccia  io  ora?  Mi  dica  lei  che  cosa debbo fare!  Tenermi questo
    sfregio? comperarmi una testiera con due bei pennacchi, per far la mia
    comparsa in  paese?  e  tutti  i  ragazzini  dietro,  in  baldoria,  a
    gridarmi:  -  "B...  B..."  -  e  io,  pacifico e sorridente,  a
    ringraziare a destra e a sinistra?
    FIFI'. Ma perch? dove? che sfregio! che testiera!  che ragazzini!  Se
    non c' stato niente!
    SPANO'. Niente di niente! Niente assoluto!
    CIAMPA.  Perch lo dice il verbale,   vero?  Ma chi vuole che creda a
    codesto suo verbale dopo tanto scandalo? Guardie,  Delegato,  sorpresa
    in casa, arresto...
    SPANO'. Sta bene! Ma con risultato negativo! Dunque...
    CIAMPA.  Signor Delegato,  son macchie d'olio, che non levano, queste!
    Diranno: Si tratta d'un cavaliere!  Hanno accomodato la  cosa!  -  E
    come resto io?  - Lei,  signora,  poteva prendersi questo piacere,  se
    credeva che suo marito si fosse messo con qualche ragazza,  senza per
    - badiamo - n padre, n fratelli. Dava una lezione a suo marito - non
    c'erano  altri  uomini  di  mezzo - e tutto si sarebbe accomodato alla
    meglio. Ma qua c'era un uomo di mezzo,  signora!  Come non pens a me,
    lei?  O  che ero niente,  io?  - Lei ha scherzato;  s' passato questo
    piacere;  ha fatto ridere tutto un paese;  domani rifar pace con  suo
    marito...  -  e  io?  per  lei  sar  finito tutto - ma io?  resto col
    verbale,  che non c' stato  nulla?  E  debbo  sopportarmi  che  tutti
    domani,  vengano a dirmi in faccia,  con occhi dolenti: - Non  stato
    nulla, Ciampa; la signora ha scherzato!.

    Con scatto improvviso:

    Signor Delegato, qua, mi tasti il polso!

    Gli porge il polso.

    SPANO' (stordito). Come? perch?
    CIAMPA.  Mi tasti il polso.  Dica se ci avverte un battito di pi.  Io
    dico qua,  con la massima calma, testimonio lei, testimonii tutti, che
    questa sera stessa, o domani, appena mia moglie ritorna a casa, io con
    l'accetta le spacco la testa!

    Subito:

    E non ammazzo soltanto lei, perch forse farei un piacere, cos,  alla
    signora!  Ammazzo anche lui,  il signor cavaliere - per forza, signori
    miei! per forza!
    FIFI' e SPANO' (afferrandolo, mentre le tre donne gridano e piangono).
    Che ? che avete detto? Voi siete pazzo! Chi ammazzate?
    CIAMPA (pallido, stravolto, quasi sorridente). Tutti e due! Per forza!
    Non posso farne a meno! Non l'ho voluto io!
    FIFI'.  Voi non ammazzate nessuno,  perch non ne avete n diritto  n
    ragione! Ma se pure l'aveste, ci saremo qua noi a impedirvelo!
    SPANO'. Ci sono io!
    CIAMPA. Signor Delegato, me l'impedisce oggi. -
    SPANO'. - anche domani! -
    CIAMPA.  -  ma doman l'altro l'ammazzo!  Lei sa come si dice da noi: -
    Guaj a chi  morto nel cuore d'un altro!.  - Io sono  calmo,  signor
    Delegato.  Lei  m'  testimonio che io non volevo questo.  Mi ci hanno
    buttato in questo fosso!  Con questo sfregio  in  faccia,  davanti  al
    paese - se lo scrivano bene in mente - io non resto!
    BEATRICE;  (insorgendo).  Ma  se ve lo dico io ora,  se ve lo dico io,
    Ciampa, che non ne avete nessuna ragione?
    CIAMPA. Me lo dice o r a, lei,  signora?  Lo riconosce o r a,  che non
    doveva mettere a questo cimento un uomo? Troppo tardi, signora mia!
    FIFI'.  Ma,  scusate,  se  lo riconosce lei stessa,  che non c' stato
    niente...
    CIAMPA. Codesto niente, signor Fif, lei, a me, non me lo deve dire!
    FIFI'. Ma se lo scandalo  stato per una pazzia!
    ASSUNTA (incalzando). Per una pazzia, per una pazzia, Ciampa!
    SPANO' (incalzando). Per una pazzia, ve lo confessa la stessa signora!
    FIFI' (incalzando).  Se ve lo dice lei!  Ve lo confermiamo tutti!  Una
    pazzia!
    TUTTI. Una pazzia! s, una pazzia!
    CIAMPA  (in  mezzo  a  tutti  che gridano: una pazzia!  una pazzia!,
    all'improvviso,  assorto in  una  idea  che  gli  balena  l  per  l,
    raggiante).  Oh  Dio!  Oh  che  bellezza!  Oh  che  bellezza!  Signori
    pacificamente!  Oh che bellezza!  Sissignori...  sissignori...  Si pu
    aggiustar tutto...  pacificamente...  Ah,  che respiro!  Mi metterei a
    ballare... a saltare...  per il gran peso che mi son levato dal petto!
    Le mie mani...  le mie mani possono restar pulite...  pulite,  e me le
    bacio!  me le bacio!  - Lei,  signora  vada  a  prepararsi...  Subito,
    subito!
    BEATRICE (trasecolata, come tutti gli altri). Io? Perch?
    CIAMPA. Dia ascolto a me, vada a prepararsi! Non perdiamo tempo!

    Guarda l'orologio.

    Ci arriva! ci arriva!
    BEATRICE. Ma perch? a che cosa arrivo?
    FIFI'. Che dice?
    SPANO'. Dove volete che arrivi la signora?
    CIAMPA.  Ma s!  ma s!  Voi,  Fana,  e lei,  signora Assunta, vadano,
    vadano ad ajutarla  a  mettere  un  po'  di  biancheria  abiti,  nella
    valigia! Facciamo presto, per carit! Non c' tempo da perdere!
    BEATRICE.  Ma insomma, perch? Debbo partire? Dove debbo andare? Vi ha
    dato di volta il cervello?
    CIAMPA. A me? Nossignora! Ha dato di volta a lei il cervello,  signora
    mia!  Scusi,  l'ha  riconosciuto  suo  fratello  Fif: lo riconosce il
    Delegato;  la sua mamma;  lo riconosciamo tutti: e dunque lei  pazza!
    Pazza, e se ne va al manicomio! E' semplicissimo!
    FIFI'. Come? Chi?
    ASSUNTA. Mia figlia? Che dite?
    BEATRICE. Al manicomio? io? io, al manicomio?
    CIAMPA.  Lasciamo il manicomio!  In una casa di salute,  signora!  Tre
    mesi. Villeggiatura.

    BEATRICE (indignata).  Ma ci andrete voi,  al manicomio!  voi!  Uscite
    fuori! fuori di casa mia! subito fuori!
    CIAMPA. Signora, dove mi manda? Badi che nel suo interesse io parlo!
    SPANO'. Ma vi sembra che siano proposte da fare, codeste?
    FIFI'. Dove siamo?
    CIAMPA.  Anche  lei,  signor Fif?  Non comprende che questo  l'unico
    rimedio?  Per lei stessa!  Per il signor  cavaliere!  Per  tutti!  Non
    capisce  che  sua sorella ha svergognato anche il signor cavaliere,  e
    che deve dare anche a lui una riparazione di fronte al paese? Si dice:
    - E' pazza! - e non se ne parla pi! - Si spiega tutto! - P a z z a, p
    a z z a d a c h i u d e r e e da legare!  - E solo cos io non ho  pi
    niente da vendicare!  Mi disarma. Dico: - E' pazza! Posso pi farmene
    d'una  pazza?.   E  basta  cos!   Il  cavaliere  non  avr  pi   da
    mortificarsi,  domani,  comparendo tra i suoi amici; e la signora va a
    farsi tre mesi di villeggiatura! - Via, via, sbrighiamoci,  che meglio
    di  cos  non  si potrebbe fare!  Ma deve partire assolutamente questa
    sera stessa!
    FIFI'. S, s,  giusto!  giusto!

    A Beatrice:

    Capisci? E' per finta!
    BEATRICE. Ma chi? io? Tu sei pazzo! Io, al manicomio? Ma lo sente lei,
    mamm? al manicomio!
    ASSUNTA. Figlia mia,  per rimedio, non senti?
    SPANO'.  Per rimedio,  signora!  Sembra  anche  a  me  la  risoluzione
    migliore! Pensi anche al signor cavaliere, signora...
    BEATRICE.  Ma  che dite?  Volete davvero che passi per pazza davanti a
    tutto il paese?
    CIAMPA. Ma davanti a tutto il paese, lei, signora,  non ha bollato con
    un  marchio  d'infamia tre persone?  Uno,  d'adulterio;  un'altra,  di
    sgualdrina;  e me,  di becco?  Ah,  lei vorrebbe dirlo soltanto d'aver
    commesso una pazzia? Non basta, signora! Deve dimostrare d'esser pazza
    - pazza davvero - da chiudere!
    BEATRICE. Pazzo da chiudere sarete voi!
    CIAMPA. Nossignora. Lei. Per il suo bene! E lo sappiamo tutti qua, che
    lei    pazza.  E ora deve saperlo anche tutto il paese.  Non ci vuole
    niente,  sa,  signora mia,  non s'allarmi!  Niente ci vuole a  far  la
    pazza, creda a me! Gliel'insegno io come si fa. Basta che lei si metta
    a  gridare in faccia a tutti la verit.  Nessuno ci crede,  e tutti la
    prendono per pazza!
    BEATRICE (furente,  convulsa).  Ah,  dunque voi lo sapete  che  io  ho
    ragione, e che avevo ragione di far questo?
    CIAMPA.  No. Ah, no! Volti la pagina, signora! Se lei volta la pagina,
    vi legge che non c' pi pazzo al mondo di chi crede d'aver ragione! -
    Via,  vada!  vada!  si prenda questo piacere,  di fare per tre mesi la
    pazza per davvero!  Le par cosa da nulla? Fare il pazzo! Potessi farlo
    io, come piacerebbe a me! Sferrare, signora, qua

    indica la tempia sinistra col solito gesto

    per davvero tutta la corda  pazza,  cacciarmi  fino  agli  orecchi  il
    berretto  a  sonagli  della  pazzia  e scendere in piazza a sputare in
    faccia  alla  gente  la   verit.   La   cassa   dell'uomo,   signora,
    comporterebbe di vivere,  non cento,  ma duecent'anni!  Sono i bocconi
    amari,  le ingiustizie,  le  infamie,  le  prepotenze,  che  ci  tocca
    d'ingozzare,  che  c'infrcidano  lo  stomaco!  il  non poter sfogare,
    signora!  il non potere aprire  la  valvola  della  pazzia!  Lei,  pu
    aprirla:  ringrazii  Dio,  signora!  Sar  la  sua  salute,  per altri
    cent'anni! - Cominci, cominci a gridare!
    BEATRICE. Comincio a gridare?
    CIAMPA. S, ecco! Qua! in faccia a suo fratello!

    Glielo spinge davanti.

    Forza! in faccia al Delegato!

    Glielo spinge davanti.

    Forza! In faccia a me! E si persuada, signora,  che solamente da pazza
    lei poteva pigliarsi il piacere di gridarmi in faccia: B!.
    BEATRICE.  E allora,  s: "B!"... ve lo grido in faccia, s: "b!
    b!"
    FIFI' (cercando di trattenerla). Beatrice!
    SPANO' (cercando di trattenerla). Signora!
    ASSUNTA (cercando di trattenerla). Figlia mia!
    BEATRICE (con grida furibonde). No! Sono pazza?  E debbo gridarglielo:
    "B! b! be!"
    CIAMPA  (mentre  tutti  fanno per portare via Beatrice,  che sguita a
    gridare come se fosse impazzita davvero). E' pazza! - Ecco la prova: 
    pazza! Oh che bellezza! - Bisogna chiuderla! bisogna chiuderla!

    Balla dalla contentezza, battendo le mani. Momento di gran confusione,
    anche perch alle grida sopravvengono i vicini e  le  vicine  di  casa
    Fiorca,  con facce sbalordite,  e chiedono a coro,  pi coi gesti che
    con le parole, che cosa sia accaduto.  Ciampa,  seguitando a batter le
    mani,  festante,  al colmo della gioja, e rispondendo ora all'una, ora
    all'altro:

    E' pazza! E' pazza!... Se la portano al manicomio! E' pazza!

    E mentre tutti quei curiosi,  spinti dolcemente ora dal Delegato,  ora
    dal  fratello,  si  ritirano commentando sotto sotto la disgrazia,  si
    butta a sedere su una seggiola in  mezzo  alla  scena,  scoppiando  in
    un'orribile risata,  di rabbia, di selvaggio piacere e di disperazione
    a un tempo.

    TELA












    LA GIARA.

    Personaggi.
    DON LOLO' ZIRAFA - Z DIMA LICASI, conciabrocche - L'avvocato SCIME' -
    'Mpari PE', garzone - TARARA', FILLICO',  contadini abbacchiatori - La
    gn TANA,  TRISUZZA,  CARMINELLA, contadine raccoglitrici d'olive - Un
    MULATTIERE - NOCIARELLO, ragazzo di undici anni, contadino.

    Campagna siciliana. Oggi.

    ATTO UNICO.

    Spiazzo erboso davanti alla cascina di don Lol Zirafa in vetta  a  un
    poggio.  A  sinistra   la facciata della cascina,  rustica,  a un sol
    piano. La porta, rossa, un po' stinta,  nel mezzo; sopra la porta, un
    balconcino.  Finestre sopra e sotto: quelle di  sotto,  con  grate.  A
    destra,  un  secolare  olivo saraceno;  e,  attorno al tronco scabro e
    stravolto, un sedile di pietra, murato tutt'in giro.  Di l dall'olivo
    lo  spiazzo  scoscende  con un viottolo.  In fondo,  degradanti per il
    pendio del poggio, altri olivi. E' ottobre.

    Al levarsi della tela,  'Mpari P,  sentendo un canto campestre  delle
    donne, che vengono su per il viottolo a destra con ceste colme d'olive
    sul  capo  o  tra  le  braccia,  montato  sul sedile attorno all'olivo
    saraceno, grida:

    'MPARI PE'. O oh!  Toppe senza chiave!  E tu cost,  moccioso!  Piano,
    corpo di... badate al carico!

    Le  donne  e Nociarello vengono su dal viottolo a destra,  cessando il
    canto.

    TRISUZZA. O che vi piglia, 'Mpari P?
    LA 'GNA' TANA. Alla grazia! Avete imparato anche voi a sacramentare?
    CARMINELLA. Anche gli alberi di qui a poco si metteranno a bestemmiare
    in questa campagna.
    'MPARI PE'. Ah, vorreste che vi lasciassi seminare per terra le olive?
    TRISUZZA. Seminare? Io per me non ne ho lasciata cadere nemmeno una.
    'MPARI PE'. Se don Lol, Dio liberi, s'affaccia l al suo balcone!
    LA 'GNA' TANA.  Eh,  pu anche starci affacciato  dalla  mattina  alla
    sera! Chi attende al suo dovere, non ha nulla da temere.
    'MPARI PE'. Gi, cantando col naso in aria.
    CARMINELLA. O che non si pu pi nemmeno cantare?
    LA  'GNA'  TANA.  Che!  Solo  bestemmiare  si  pu.  Pare  che abbiano
    scommesso, padrone e servitore, a chi le spara pi grosse.
    TRISUZZA. Non so come Dio non gliela fulmini codesta cascina con tutti
    gli alberi attorno!
    'MPARI PE'. Eh via! finitela!  Linguacce!  Andate a scaricare e non la
    fate pi lunga!
    CARMINELLA. Si sguita a raccogliere?
    'MPARI  PE'.  O  che   mezza festa che volete levar mano?  C' ancora
    tempo per due viaggi. S, leste, andate, andate.

    Spinge verso l'angolo della cascina a sinistra le danne e  Nociarello.
    Qualcuna,  andando,  riprende  a  cantare,  per  dispetto.  'Mpari P,
    rivolto verso il balcone, chiama:

    Don Lol!
    DON LOLO' (dall'interno a terreno). Chi mi vuole?
    'MPARI PE'. L'avverto che sono arrivate le mule col concime.
    DON LOLO'  (venendo  fuori,  sulle  furie.  E'  un  pezzo  d'uomo  sui
    quaranta,  dagli occhi di lupo, sospettosi; iracondo. Porta in capo un
    vecchio  cappellaccio  bianco  a  larghe  tese  e  agli  orecchi   due
    cerchietti d'oro.  Senza giacca, con una camicia di ruvida flanella, a
    quadri, violacea, aperta sul petto irsuto; le maniche rimboccate).  Le
    mule, a quest'ora? Dove sono? Dove l'hai avviate?
    'MPARI  PE'.  Sono di l,  stia tranquillo.  Il mulattiere vuol sapere
    dove deve scaricare.
    DON LOLO'.  Ah s?  Scaricare: senza ch'io abbia veduto che cosa  m'ha
    portato? E in questo momento non posso: sto parlando con l'avvocato.
    'MPARI PE'. Ah, della giara?
    DON LOLO' (squadrandolo). Ohi, dico, chi t'ha promosso caporale?
    MPARI PE'. No, dicevo...
    DON LOLO'. Tu non devi dir nulla; obbedire, e mosca! Vorrei sapere per
    qual  ragione  t'  potuto  venire  in mente ch'io stia parlando della
    giara con l'avvocato.
    'MPARI PE'.  Perch lei non sa in  che  apprensione  -  ma  che  dico,
    apprensione?  - in che terrore vivo per questa giara nuova,  a vederla
    esposta l nel palmento.

    Indica a sinistra, verso la cascina.

    La levi, la levi, in nome di Dio!
    DON LOLO' (urlando). No!  T'ho detto no cento volte!  Deve star l,  e
    nessuno deve toccarla!
    'MPARI PE'.  Con questo va e vieni di donne e di ragazzi,  messa com'
    accanto alla porta!
    DON LOLO'. Sangue di... hai giurato di farmi andar via col cervello?
    'MPARI PE'. Purch poi non abbia a prendersi un dispiacere.
    DON LOLO'.  Non voglio che mi si esca in altri discorsi,  mentre  n'ho
    cominciato  uno  di l con l'avvocato.  Dove vuoi che la metta codesta
    giara?  Nella dispensa non c' posto,  se prima non si leva  la  botte
    vecchia; e per ora non ho tempo.

    Sopravviene da destra il mulattiere.

    IL MULATTIERE.  Oh,  insomma,  dove debbo scaricare questo concime?  A
    momenti  bujo.
    DON LOLO'. Eccone qua un altro! Sant'Aloe t'ajuti a romperti il collo,
    tu e tutte le tue bestie! Te ne vieni a quest'ora?
    IL MULATTIERE. Prima non ho potuto.
    DON LOLO'. E io gatte nel sacco non ne ho mai comperate.  E voglio che
    tu  i  mucchi  sul  maggese  me li faccia dove e come ti dico io;  e a
    quest'ora  troppo tardi.
    IL MULATTIERE.  Oh,  sa la nuova,  don Lol.  Io scarico le mule  dove
    vienviene, dietro il muro di cinta, e me ne vado.
    DON LOLO'. Prvati! Voglio vederti!
    IL MULATTIERE. Ecco che glielo faccio vedere!

    S'avvia infuriato.

    'MPARI PE' (trattenendolo). Eh via, che furie!
    DON LOLO'. Lascialo, lascialo andare!
    IL  MULATTIERE.  Se egli ha la testa calda,  io l'ho pi calda di lui!
    Non ci si pu aver da fare! Ogni volta, una lite!
    DON LOLO'. Eh, caro mio, con me, chi vuol aver da fare - guarda -

    cava di tasca un libro di piccolo formato, legato in tela rossa

    c' questo.  Lo sai che ?  Ti sembra un libriccino da  messa?  E'  il
    Codice  Civile!  Me  l'ha regalato il mio avvocato,  che ora  qua,  a
    villeggiatura da  me.  E  ho  imparato  a  leggerci,  sai,  in  questo
    libriccino,  e  a me non me la fa pi nessuno,  neppure il Padreterno!
    Contemplato tutto,  qua: caso per caso.  E me lo  pago  ad  anno,  io,
    l'avvocato!
    MPARI PE'. Eccolo qua!

    Esce  dalla  porta  della  cascina  l'avvocato  Scim  con una vecchia
    paglietta in capo e un giornale in mano, aperto.

    SCIME'. Che cos', don Lol?
    DON LOLO'. Signor avvocato, quest'ignorante se ne viene al bujo con le
    mule a portarmi un carico di concime  per  il  maggese,  e  invece  di
    chiedermi scusa -
    IL MULATTIERE (cercando d'interrompere,  rivolto all'avvocato).  - gli
    ho detto che prima non ho potuto -
    DON LOLO' (seguitando). - mi ha minacciato -
    IL MULATTIERE. - io? non  vero! -
    DON LOLO'. - tu, s, di buttarmelo dietro il muro -
    IL MULATTIERE. - ma perch lei... -
    DON LOLO'.  - io,  che cosa?  Lo voglio scaricato sul posto,  come  si
    deve, a mucchi, tutti d'una misura.
    IL  MULATTIERE.  E  andiamo!  Perch non viene?  C' ancora due ore di
    sole, signor avvocato.  E' che lui vorrebbe soppesarselo in mano,  con
    rispetto parlando, pallottola per pallottola. L'avessi a conoscere!
    DON LOLO'.  Oh,  lascia star l'avvocato, ch' qua per me e non per te!
    Non gli dia retta, signor avvocato: se ne vada gi per il viottolo l,
    al suo solito; si metta a sedere sotto il gelso, e si legga in pace il
    suo giornale.  Verr pi tardi a seguitar con lei  il  discorso  della
    giara.

    Al mulattiere:

    S, s, andiamo. Quante mule sono?

    S'avvia col mulattiere verso destra.

    IL  MULATTIERE  (seguendolo).  Non  s'era convenuto per dodici?  E son
    dodici.

    Scompare con don Lol dietro la cascina.

    SCIME' (alzando le mani e scotendole in  aria).  Ah,  via,  via,  via!
    Domattina all'alba, via a casa mia! Mi sta facendo girar la testa come
    un arcolajo!
    'MPARI PE'.  Non d requie a nessuno.  E le assicuro che un bel regalo
    gli ha fatto vossignoria con quel libretto rosso!  Prima,  alla minima
    contrariet, gridava: Sellatemi la mula!.
    SCIME'.  Gi,  per correre in citt, al mio studio, e farmi ogni volta
    la testa come un cestone.  Caro mio,  gliel'ho  proprio  regalato  per
    questo,  il Codice. Se lo cava di tasca, ci si scapa a cercare da s e
    lascia me in pace.  M'ha ispirato il diavolo,  piuttosto,  a venire  a
    passare  qua  una  settimana!  Ma  appena  seppe  dell'ordinazione del
    medico, che stessi in riposo per un po' di giorni in campagna, mi mise
    in croce, mi mise,  perch accettassi la sua ospitalit.  Gli posi per
    patto  che  non  dovesse parlarmi di nulla.  Da cinque giorni mi rompe
    l'anima parlandomi d'una giara... di non so che giara...
    'MPARI PE'. Sissignore, della giara grande, per l'olio,  arrivata ch'
    poco  da  Santo Stefano di Camastra,  dove si fabbricano.  Uh,  bella:
    grossa cos,  alta a petto d'uomo: pare una badessa.  O  che  vorrebbe
    attaccarla  anche  col  fornaciajo di l?  SCIME'.  E come no?  Perch
    gliel'ha fatta pagar  quattr'onze,  e  dice  che  se  l'aspettava  pi
    grande.
    'MPARI PE' (con stupore). Pi grande?
    SCIME'. Non mi parla d'altro da cinque giorni che son qui.

    S'avvia per il sentieruolo a destra:

    Ah, ma domani, via, via, via.

    Scompare per il sentieruolo.

    Dall'interno, lontano, per le campagne si ode il bercio cantilenato di
    Z Dima Licasi: Conche, scodelle da accomodare!

    Dal  sentieruolo  a  destra  sopravvengono  con scala e canne in collo
    Tarar e Fillic.

    'MPARI PE' (vedendoli). Oh, e come mai? Avete smesso d'abbacchiare?
    FILLICO'. Ce l'ha ordinato il padrone, passando con le mule.
    'MPARI PE'. E vi disse anche d'andar via?
    TARARA'. No,  che!  Ci disse di trattenerci per fare non so che lavoro
    nella dispensa.
    'MPARI PE'. Di levarne la botte vecchia?
    FILLICO'. Gi. Per dar posto alla giara nuova.
    'MPARI PE'. Ah, bene! Son contento che m'abbia dato ascolto almeno una
    volta! Venite, venite con me.

    S'avvia coi due verso sinistra;  ma sopravvengono da dietro la cascina
    Trisuzza, la 'gn Tana e Carminella con le ceste vuote.

    LA 'GNA' TANA (vedendo  i  due  abbacchiatori).  E  come?  S'  finito
    d'abbacchiare?
    MPARI PE'. Finito, finito, per oggi.
    TRISUZZA. E nojaltre, che si fa?
    'MPARI PE'. Aspettate che il padrone torni e ve lo dica.
    CARMINELLA. Cos con le mani in mano?
    'MPARI PE'. Che volete ch'io vi dica? Andate a scartare nel magazzino.
    LA 'GNA' TANA. Ah, senza un ordine suo non m'arrischio.
    'MPARI PE'. Mandate allora qualcuno a prender l'ordine.

    Via da sinistra con Tarar e Fillic.

    CARMINELLA. Vai, vai tu, Nociarello.
    LA 'GNA' TANA.  Gli dirai cos: gli uomini hanno smesso d'abbacchiare;
    le donne vogliono sapere che cosa han da fare.
    TRISUZZA. Se vuole che si mettano a scartare. Digli cos.
    NOCIARELLO. Cos. Va bene.
    CARMINELLA. Corri!

    Nociarello,  via di corsa per il sentieruolo a  destra.  Ritornano  in
    scena da sinistra, prima uno, poi l'altro, sbalorditi, spaventati, con
    le mani per aria, Fillic, Tarar e 'Mpari P.

    FILLICO'. Vergine Santa, ajutateci voi!
    TARARA'. Io non ho pi sangue nelle vene!
    'MPARI PE'. Castigo di Dio! Castigo di Dio!
    LE DONNE (a una voce,  facendosi attorno). - Che  stato? - Che avete?
    - Che  accaduto?
    'MPARI PE'. La giara! la giara nuova!
    TARARA'. Spaccata!
    LE DONNE (a una voce). - La giara? - Davvero? - Oh Madre santa!
    FILLICO'.  Spaccata a met!  Come se le avessero dato con la  mannaja:
    za!
    LA 'GNA' TANA. E com' possibile I
    TRISUZZA. Non l'ha toccata nessuno!
    CARMINELLA. Nessuno! Ma chi lo sentir adesso don Lol?
    TRISUZZA. Far cose da pazzi!
    FILLICO'. Io per me lascio tutto e me ne scappo.
    TARARA'.  Che?  ve  ne  scappate?  Sciocco!  E chi gli lever dal capo
    allora che non siamo stati noi? Qua fermi tutti! E voi

    a 'Mpari P:

    lo andrete a chiamare.  No,  no: lo chiamerete di qua;  gli darete una
    voce.
    'MPARI PE' (montando sul sedile attorno all'olivo). Ecco, s, di qua.

    Gridando, con una mano presso la bocca, a pi riprese:

    Don Lol!  Ah, don Loloo! Non sente: va gridando come un pazzo dietro
    le mule. Don Loloo! E' inutile! Meglio farci una corsa!
    TARARA'. Ma in nome di Dio, non gli fate nascere il sospetto...
    'MPARI PE'. State tranquilli! Come potrei in coscienza incolpar voi?

    Via di corsa per il sentieruolo.

    TARARA'. Oh, tutti d'accordo, noi: una parola sola: fermi,  a tenergli
    testa: la giara s' rotta da s.
    LA 'GNA' TANA. S' dato pi d'una volta -
    TRISUZZA. - sicuro! che le giare nuove si rompano da s!
    FILLICO'.  Perch  tante  volte  -  sapete  com'?  -  nel cuocerle in
    fornace,  qualche favilla vi rimane presa dentro,  che poi  tutt'a  un
    tratto "pam!" scoppia.
    CARMINELLA. Proprio cos! Come se le tirassero una schioppettata,

    accenna un segno di croce:

    Dio ne liberi e scampi.

    Si odono dall'interno, a destra, le voci di don Lol e di 'Mpari P.

    VOCE DI DON LOLO'. Voglio sapere chi  stato, per la Madonna!
    VOCE DI MPARI PE'. Nessuno, glielo posso giurare!
    TRISUZZA. Eccolo qua!
    LA 'GNA' TANA. Signore, ajutateci!

    Appare  dal  sentieruolo,  pallido,  infuriato,  don Lol,  seguito da
    'Mpari P e Nociarello.

    DON LOLO' (avventandosi  prima  contro  Tarar,  poi  contro  Fillic,
    agguantandoli  per  il petto della camicia e scrollandoli).  Sei stato
    tu? Chi  stato? O tu o tu, uno dei due dev'essere stato, perdio, e me
    la pagherete!
    TARARA' e FILLICO' (contemporaneamente, divincolandosi).  - Io?  Lei 
    pazzo!  Mi  lasci!  -  Si  stia quieto con le mani,  o per come  vero
    Dio...

    E contemporaneamente, attorno, le donne e 'Mpari P, tutti in coro:

    LE DONNE e MPARI PE'. - S' rotta da s! - Non ci ha colpa nessuno!  -
    S' trovata rotta! - Gliel'ho detto e ripetuto!
    DON LOLO' (ribattendo, ora all'uno ora all'altro). Ah sono pazzo? - Eh
    gi,  tutti  innocenti!  -  S' rotta da s!  - La far pagare a tutti
    quanti! - Andatela a prendere intanto e portatela qua!

    'Mpari P, Tarar e Fillic corrono a prendere la giara.

    Alla luce,  se c' segno d'urto o di botta,  si vedr.  E se  c',  vi
    salto  alla gola e vi mangio la faccia!  Me la pagherete tutti quanti,
    uomini e donne!
    LE DONNE (a una voce).  - Che?  Noi?  Lei farnetica!  -  Vuol  che  ne
    rispondiamo anche noi? - Noi non l'abbiamo nemmeno guardata!
    DON LOLO'. Siete entrate e uscite dal palmento anche voi!
    TRISUZZA.  Eh,  gi, le abbiamo rotto la giara, strusciandola cos con
    la sottana!

    Si prende con una mano  la  sottana  e  smorfiosamente  fa  l'atto  di
    sbattergliela su una gamba.

    Intanto  'Mpari  P,  Tarar e Fillic rientrano in iscena da sinistra
    recando la giara spaccata.

    LA 'GNA' TANA. Oh peccato! Guardatela!
    DON LOLO' (levando le disperazioni a modo di quelli  che  piangono  un
    parente morto).  La giara nuova!  quattr'onze di giara! E dove metter
    l'olio dell'annata?  Oh bella mia giara!  E' stata invidia o infamit!
    Quattr'onze buttate via!  E questa ch'era annata d'olive!  Ah Dio, che
    cosa! E come far?
    TARARA'. Ma no, no: guardi -
    FILLICO'. - si pu sanare -
    'MPARI PE'. - se n' staccato un pezzo -
    TARARA'. - un pezzo solo -
    FILLICO'. - spacco netto -
    TARARA'. - forse era incrinata.
    DON LOLO'. Ma che incrinata! Sonava come una campana!
    'MPARI PE'. E' vero. Ne ho fatto io la prova.
    FILLICO'. Le ritorna come nuova,  dia ascolto a me,  se chiama un buon
    conciabrocche; non si vedr pi neanche il segno della saldatura.
    TARARA'.  Chiami z Dima,  z Dima Licasi! Dev'essere qua presso; l'ho
    sentito gridare.
    LA 'GNA' TANA. Bravo mastro, fino: ha un mastice miracoloso che non ci
    pu neanche il martello, quando ha fatto presa.  Corri,  Nociarello: 
    qua accanto, alla chiusa di Mosca; va' a chiamarlo!

    Nociarello, via di corsa, per la sinistra.

    DON  LOLO' (gridando).  Statevi zitti!  M'avete stordito!  Non credo a
    codesti miracoli! Per me la giara  persa.
    'MPARI PE'. Eh, glielo dicevo io!
    DON LOLO' (su tutte le furie).  Che mi dicevi  tu,  mnchero,  che  mi
    dicevi,  se    vero  che la giara s' rotta da s,  senza che nessuno
    l'abbia toccata?  Anche se custodita in  un  tabernacolo,  si  sarebbe
    rotta lo stesso, se s' rotta da s!
    TARARA'. E' giusto! Non dite parole inutili!
    DON LOLO'. Mi fa dannare, quest'imbecille!
    FILLICO'.  Vedr  che tutto s'accomoda,  con poche lire!  E lei sa che
    dura pi una brocca rotta che una sana.
    DON LOLO'.  Per l'anima di tutti i diavoli: ho le mule a  mezza  costa
    col concime!

    A 'Mpari P:

    Che  stai a fare tu qua,  a guardarmi in bocca?  Corri,  va' a dare un
    occhio, almeno!

    'Mpari P, via per il sentieruolo.

    Ah,  mi fuma la testa,  mi fuma la testa!  Che z Dima e z Dima!  Con
    l'avvocato,  piuttosto,  devo intendermela! Che se si  rotta da s, 
    segno che doveva aver qualche guasto. Sonava,  per,  sonava,  quand'
    arrivata!  E  me  la  son  tenuta per sana.  C' la mia dichiarazione.
    Quattr'onze perdute. Ci posso far la croce.

    Si presenta a sinistra z Dima Licasi seguito da Nociarello.

    FILLICO'. Ah, ecco qua z Dima!
    TARARA' (piano a don Lol). Badi che non parla.
    LA 'GNA' TANA (come sopra, quasi misteriosamente). E' di poche parole.
    DON LOLO'. Ah s?

    A z Dima:

    E non usate neanche salutare, quando vi presentate davanti a qualcuno?
    ZI' DIMA.  Ha bisogno della mia opera o  del  mio  saluto?  Della  mia
    opera, credo. Mi dica che ho da fare e lo far.
    DON LOLO.  O se le parole vi costano tanto,  perch non le risparmiate
    anche agli altri? Non lo vedete qua che cosa avete da fare?

    Gl'indica la giara.

    FILLICO'. Sanare questa bella giara, z Dima, col vostro mastice!
    DON LOLO', Dicono che fa miracoli. L'avete fabbricato voi?

    Z Dima lo guarda scontroso e non risponde.

    Oh, rispondete e fatemelo vedere!
    TARARA' (di nuovo piano a don Lol).  Se lei lo piglia  cos,  non  ne
    otterr nulla.
    LA 'GNA' TANA (come sopra). Non lo fa vedere a nessuno. Ne  geloso.
    DON LOLO'. E che ? Ostia consacrata?

    A Z Dima:

    Ditemi almeno se credete che la giara, accomodata, verr bene.
    ZI'  DIMA  (che  ha  posato  a terra la cesta e n'ha cavato un vecchio
    fazzoletto di cotone turchino  tutto  avvoltolato).  Cos  subito?  Io
    credo quando vedo. Mi dia tempo

    Si  mette  a  sedere  per terra e comincia a svolgere pian piano,  con
    molta cautela, il fazzoletto. Tutti lo guardano, attenti e curiosi.

    LA 'GNA' TANA (piano a don Lol). Sar il mastice!
    DON LOLO'. Io mi sento salire una cosa da qua.

    Indica la bocca dello stomaco.

    TUTTI (appena dal fazzoletto vien fuori un pajo d'occhiali col sellino
    e le stanghette rotti  e  legati  con  lo  spago,  scoppiando  in  una
    risata).  -  Uh,  gli  occhiali!  - Chi sa che credevamo che fosse!  -
    Credevamo il mastice! - Pare una capezza!
    ZI' DIMA (pulendo gli  occhiali  con  una  cocca  del  fazzoletto,  li
    guarda;  poi, inforcando gli occhiali, esamina la giara e dice): Verr
    bene.
    DON LOLO'. Bum! Il tribunale ha emesso la sentenza.  Ma vi avverto che
    di  codesto  vostro mastice,  per quanto miracoloso,  non mi fido.  Ci
    voglio anche i punti.

    Z Dima torna a guardarlo, poi, senza dir nulla, prende il fazzoletto,
    gli occhiali e li butta nella cesta rabbiosamente;  afferra la  cesta,
    se la rimette in ispalla e s'avvia.

    Ohi, dico, che fate?
    ZI' DIMA. Me ne vado.
    DON LOLO'. Messere e porco, cos trattate?
    FILLICO' (trattenendolo). Eh via! z Dima, pazienza!
    TARARA' (come sopra). Fate come vi comanda il padrone.
    DON LOLO'. Guardate un po' che arie da Carlomagno! Scannato miserabile
    e pezzo d'asino, che non siete altro! Ci ho a metter l'olio l dentro,
    che  trasuda.  Un  miglio di spaccatura,  col mastice solo?  Ci voglio
    anche i punti. Mastice e punti. Comando io.
    ZI' DIMA. Tutti cos! Tutti cos! Ignoranti! Sia pure una brocca o sia
    una conchetta,  una ciotola o una tazzina:  i  punti!  I  denti  della
    vecchia  che  digrignano e par che dicano: Sono rotta e accomodata!.
    Offro il bene e nessuno ne vuole approfittare.  E mi dev'esser  negato
    di fare un lavoro pulito e a regola d'arte!

    S'appressa a don Lol:

    Dia ascolto a me. Se questa giara non suona di nuovo come una campana,
    col solo mastice...
    DON LOLO'. V'ho detto di no! Io con costui non ci posso combattere!

    A Tarar:

    Alla grazia! M'hai detto che parlava poco!

    A z Dima:

    E' inutile che facciate la predica!  Se tutti vi comandano i punti,  
    segno che a giudizio di tutti i punti ci vogliono.
    ZI' DIMA. Che giudizio! E' ignoranza!
    LA 'GNA' TANA.  Anche a me - sar ignoranza -  ma  mi  sembra  che  ci
    vogliano, z Dima.
    TRISUZZA. Certo, tengono meglio.
    ZI' DIMA.  Ma bucano!  Ci vuol tanto a capirlo? Ogni punto, due buchi;
    venti punti, quaranta buchi. Dove col mastice solo...
    DON LOLO'. Czzica, che testa! Neanche un mulo!  Bucheranno,  ma ce li
    voglio! Sono io il padrone!

    Rivolgendosi alle donne:

    S, s, andiamo: vojaltre, a scaricare nel magazzino;

    agli uomini:

    e vojaltri, nella dispensa, a levar la botte vecchia; andiamo!

    Li spinge verso la cascina.

    ZI' DIMA. Oh, e aspetti!
    DON LOLO'.  C'intenderemo a lavoro finito. Non ho tempo da perdere con
    voi.
    ZI' DIMA. Vuol lasciarmi qua solo?  Ho bisogno di qualcuno che m'ajuti
    a reggere il lembo spaccato. La giara  grossa.
    DON LOLO'. Ah, e allora -

    a Tarar:

    - rimani qua tu.

    A Fillic:

    E tu vieni con me.

    Via con Fillic. Le donne e Nociarello sono gi andati via. Z Dima si
    mette  subito  all'opera,  con  dispetto.  Cava dal cesto il trapano e
    comincia a fare i buchi alla giara e al lembo spaccato.
    Nel mentre Tarar gli parler:

    TARARA'. Manco male che l'ha presa cos! Non ci so credere.  Ho temuto
    che  dovesse avvenire il finimondo stasera!  Non s'amareggi il sangue,
    z Dima. Ci vuole i punti? Lei ce li metta. Venti, trenta,

    Z Dima lo guarda:

    anche pi? trentacinque?

    Z Dima torna a guardarlo:

    E quanti, allora?

    ZI' DIMA. La vedi questa saettella di trapano? Come la muovo - "fru" e
    "fru", "fru" e "fru" - me ne sento sfruconare il cuore.
    TARARA'.  Mi dica,   vero che l'ebbe in  sogno  la  ricetta  del  suo
    mastice?
    ZI' DIMA (seguitando a lavorare). In sogno, s.
    TARARA'. E chi le apparve in sogno?
    ZI' DIMA. Mio padre.
    TARARA'.  Ah,  suo  padre!  Le apparve in sogno e le disse come doveva
    fabbricarlo?
    ZI' DIMA. Mammalucco!
    TARARA'. Io? Perch?
    ZI' DIMA. Sai chi  mio padre?
    TARARA'. Chi ?
    ZI' DIMA. Il diavolo che ti mangia.
    TARARA'. Ah, lei dunque  figlio del diavolo?
    ZI' DIMA. E questa che ho nella cesta  la pece che v'attaccher tutti
    quanti.
    TARARA'. Ah,  nera?
    ZI' DIMA.  E' bianca.  E  me  l'insegn  mio  padre  a  farla  bianca.
    Riconoscerete la sua potenza quando ci starete a bollire in mezzo.  Ma
    laggi  nera. Se accosti due dita, non le stacchi pi; e se t'attacco
    il labbro col naso, resti abissino per tutta la vita.
    TARARA'. E com' che lei la tocca e non le fa niente?
    ZI' DIMA. Sciocco, quando mai il cane ha morso il suo padrone?

    Butta via il trapano e sorge in piedi:

    Vieni qua, adesso.

    Gli fa reggere il lembo gi forato:

    Reggi qua.

    Cava dalla cesta una scatola di latta, la apre,  ne trae una ditata di
    mastice e lo mostra:

    Guarda. Ti pare un mastice come un altro? Sta' a vedere.

    Spalma  il  mastice prima sull'orlo della spaccatura della giara,  poi
    lungo tutto il lembo.

    Con tre o quattro ditate, cos... appena appena...  Reggi bene.  Io mi
    caccio adesso qua dentro.

    TARARA'. Ah, da dentro?
    ZI'  DIMA.  Per forza,  asino;  se ho a fermare i punti bisogna che li
    fermi da dentro. Aspetta.

    Cerca nella cesta:

    Fil di ferro e tanaglie.

    Prende quello e queste e va a cacciarsi dentro la giara.

    Oh,  tu adesso...  - aspetta che mi metta bene - alza codesto lembo  e
    applicalo, a combaciare... piano... bravo...

    Tarar eseguisce e lo chiude dentro la giara.  Poco dopo, sporgendo il
    capo dalla bocca della giara:

    Ora tira,  tira!  E' ancora senza punti.  Tira con tutta la tua forza.
    Vedi? vedi se si stacca pi? Neanche dieci paja di buoi potrebbero pi
    staccarla! Va', va' a dirlo al tuo padrone!
    TARARA'. Ma scusi, z Dima,  sicuro che potr uscirne, ora?
    ZI' DIMA. Come no? Ne son sempre uscito, da tutte le giare.
    TARARA'. Ma questa - non so - mi pare un po' stretta di bocca per lei.
    Si provi.

    Ritorna dal viottolo a destra 'Mpari P.

    'MPARI PE'. O che non pu pi uscirne?
    TARARA' (a Z Dima, dentro la giara). Piano. Aspetti. Di lato.
    'MPARI PE'. Il braccio, fuori prima un braccio.
    TARARA'. No, il braccio, che dite?
    ZI' DIMA. Ma insomma, santo diavolo, com'? Non posso pi uscirne?
    'MPARI PE'. Tanto grossa di pancia e tanto stretta di bocca!
    TARARA'.  Sarebbe da ridere, dopo averla sanata, se non ne potesse pi
    uscire davvero!

    Ride.

    ZI' DIMA. Ah tu ridi? Corpo di Dio, datemi ajuto!

    E fa leva infuriato.

    'MPARI PE'. Aspettate, non fate cos! Vediamo se, piegandola...
    ZI' DIMA. No, peggio Lasciate! L'intoppo  nelle spalle.
    TARARA'. Gi, lei che n'abbonda un pochino da una parte!
    ZI' DIMA. Io? Se hai detto tu stesso che difetta di bocca la giara!
    MPARI PE'. E ora come si fa?
    TARARA'. Ah, questa  da contare! da contare!

    Ride e corre verso la cascina, chiamando:

    Fillic! 'gn Tana! Trisuzza! Carminella!  Venite venite qua!  Z Dima
    non pu pi uscire dalla giara!

    Arrivano  da  destra  Fillic,  la  'gn Tana,  Trisuzza,  Carminella,
    Nociarello.

    LE DONNE e NOCIARELLO (tutti a coro,  ridendo,  saltando,  battendo le
    mani).  Dentro la giara?  - Oh bella!  - E com' stato?  - Non pu pi
    uscirne?
    Z DIMA (nello stesso tempo, come un gatto inferocito). Fatemi uscire!
    Prendete il martello da quella cesta!
    'MPARI PE'. Che martello! Voi siete pazzo! Deve dirlo il padrone.
    FILLICO'. Eccolo qua! Eccolo qua!

    Sopravviene di corsa dalla destra don Lol.

    LE DONNE (andandogli incontro). S' murato dentro la giara! - Da s! -
    Non pu pi uscirne!
    DON LOLO'. Dentro la giara?
    ZI' DIMA (nello stesso tempo). Ajuto! ajuto!
    DON LOLO'. E che ajuto posso darvi io, vecchio imbecille, se non avete
    preso la misura della vostra gobba

    tutti ridono

    prima di cacciarvi dentro?
    LA 'GNA' TANA. Ma guardate che gli cpita, povero z Dima!
    FILLICO'. E' da cavarne i numeri, per com' vero Dio!
    DON LOLO'. Aspettate. Piano. Cercate di trar fuori un braccio.
    MPARI PE'. E' inutile! S' provato in tutti i modi.
    ZI' DIMA (che ha cavato fuori a stento un  braccio).  Ahi!  Piano,  mi
    sloga il braccio!
    DON LOLO'. Pazienza! Provate a...
    ZI' DIMA. No! Mi lasci!
    DON LOLO'. Che volete che vi faccia allora?
    ZI' DIMA. Prenda il martello e rompa la giara!
    DON LOLO'. Che? Ora che  sanata?
    ZI' DIMA. O che vorrebbe tenermi qua dentro?
    DON LOLO'. Bisogna prima vedere come s'ha da fare.
    ZI' DIMA. Che vuol vedere? Io voglio uscire! voglio uscire, perdio!
    LE DONNE (a coro).  - Ha ragione!  - Non pu mica tenerlo l! - Se non
    c' altro rimedio!
    DON LOLO'. Mi fuma la testa! Mi fuma la testa! Calma, calma!  Questo 
    un caso nuovo! Non capitato mai a nessuno!

    A Nociarello:

    Vieni qua, ragazzo... No, meglio tu, Fillic: corri l

    gl'indica il sentieruolo a destra:

    sotto il gelso, c' l'avvocato; fallo venir subito qua...

    E  come  Fillic  va via,  rivolgendosi a Z Dima che si dibatte nella
    giara:

    Fermo, voi!

    Agli altri:

    Tenetelo fermo! Non  giara, questa!  il diavolo!

    Di nuovo a Z Dima che scrolla la giara e ci si dimena dentro:

    Fermo, vi dico!
    ZI' DIMA. O la rompe lei, o a costo di rompermi io la testa, la faccio
    rotolare e spaccare contro un albero! Voglio uscirne! voglio uscirne!
    DON LOLO'.  Aspettate che venga s l'avvocato:  risolver  lui  questo
    caso nuovo!  Io intanto mi guardo il mio diritto alla giara e comincio
    col fare il mio dovere.

    Cava di tasca un grosso vecchio portafoglio di  cuojo  legato  con  Io
    spago e ne trae una carta di dieci lire:

    Testimoni  tutti,  vojaltri:  qua  dieci  lire  in compenso del vostro
    lavoro!
    ZI' DIMA. Non voglio niente! Voglio uscire!
    DON LOLO'. Uscirete quando lo dir l'avvocato: io intanto vi pago.

    Alza la mano col biglietto di dieci lire e lo cala dentro la giara.

    Dal sentieruolo a destra viene l'avvocato Scim,  ridendo,  seguito da
    Fillic.

    DON  LOLO'  (vedendolo).  Ma  che c' da ridere,  mi scusi!  A lei non
    brucia, lo so! La giara  mia.
    SCIME' (non potendo trattenersi, tra le risate anche degli altri).  Ma
    che pre...  ma che pretendete di tene...  di tenerlo l dentro?  Ah ah
    ah, ohi ohi ohi... Tenerlo l dentro per non perderci la giara?
    DON LOLO'. Ah, secondo lei,  dovrei patire io,  allora,  il danno e lo
    scorno?
    SCIME'. Ma sapete come si chiama codesto? Sequestro di persona.
    DON  LOLO'.  E  chi l'ha sequestrato?  S' sequestrato lui da s!  Che
    colpa n'ho io?

    A Z Dima:

    Chi vi tiene l dentro? Uscitene!
    ZI' DIMA. Si provi lei a farmi uscire, se n' capace!
    DON LOLO'. Ma non vi ci ho ficcato io cost, da aver quest'obbligo! Vi
    ci siete ficcato voi: uscitene!
    SCIME'. Signori miei, permettete che parli io?
    TARARA'. Parla l'avvocato! Parla l'avvocato!
    SCIME'.  Son  due  i  casi,  statemi  a  sentire,  e  dovete  mettervi
    d'accordo.

    Rivolgendosi prima a don Lol:

    Da una parte, voi don Lol, dovete subito liberare z Dima.
    DON LOLO' (subito). E come? rompendo la giara?
    SCIME'.  Aspettate.  C' poi la parte dell'altro. Lasciatemi dire. Non
    potete farne a meno. Per non rispondere di sequestro di persona.

    Rivolgendosi ora a Z Dima:

    Dall'altra parte,  anche voi z Dima dovete rispondere del  danno  che
    avete  cagionato  cacciandovi  dentro  la  giara  senza badare che non
    potevate pi uscirne.
    ZI' DIMA. Ma signor avvocato, io non ci ho badato perch, da tant'anni
    che faccio questo mestiere,  di giare ne ho  accomodate  centinaja,  e
    tutte sempre da dentro,  per fermare i punti come l'arte comanda.  Non
    m'era mai avvenuto il caso di non poterne  pi  uscire.  Tocca  a  lui
    dunque  di prendersela col fornaciajo che gliela fabbric cos stretta
    di bocca. Io non ci ho colpa.
    DON LOLO'.  Ma codesta gobba che avete,  ve l'ha forse  fabbricata  il
    fornaciajo per impedirvi d'uscire dalla mia giara? Se attacchiamo lite
    per  la bocca stretta,  signor avvocato,  appena si presenter lui con
    quella gobba,  il meno che potr fare  il  pretore    di  mettersi  a
    ridere; mi condanner alle spese e buona notte!
    ZI'  DIMA.  Non   vero!  no!  Perch con questa stessa gobba,  io per
    vostra regola,  dalla bocca di tutte le altre giare son sempre entrato
    e uscito come dalla porta di casa mia!
    SCIME'.  Questa non  ragione,  abbiate pazienza,  z Dima.  L'obbligo
    vostro era di prender la misura prima d'entrare, se ne potevate uscire
    oppur no.
    DON LOLO'. E deve dunque ripagarmi la giara?
    ZI' DIMA. Che?
    SCIME'. Piano, piano. Ripagarvela come nuova?
    DON LOLO'. Certo. Perch no?
    SCIME'. Ma perch era gi rotta, oh bella!
    ZI' DIMA. Gliel'ho accomodata io!
    DON LOLO'. L'avete accomodata? E dunque ora  sana! Non pi rotta.  Se
    io ora la rompo per farne uscir voi, non potr pi farla riaccomodare,
    e ci avr perduto la giara per sempre, signor avvocato.
    SCIME'. Ma ho detto perci che z Dima dovr pur rispondere per la sua
    parte! Lasciate parlare a me!
    DON LOLO'. Parli, parli.
    SCIME'.  Caro  z  Dima,  una  delle  due: o il vostro mastice serve a
    qualche cosa, o non serve a nulla.
    DON  LOLO'  (contentissimo,  a  quanti  stanno  a  sentire).  Sentite,
    sentite, come lo piglia in trappola adesso. Quando comincia cos...
    SCIME'.  Se  il  vostro  mastice  non  serve  a  nulla,  voi  siete un
    imbroglione qualunque.  Se serve a qualche cosa,  e allora  la  giara,
    anche  cos  com',  deve avere il suo valore.  Che valore?  Dite voi.
    Stimatela.
    ZI' DIMA. Con me qua dentro?

    Tutti ridono.

    SCIME'. Senza scherzare! Cos com'.
    ZI' DIMA.  Rispondo.  Se don Lol me l'avesse lasciata accomodare  col
    solo mastice com'io volevo, prima di tutto non mi troverei qua dentro,
    perch  avrei  potuto  accomodarla da fuori: e allora la giara sarebbe
    rimasta come nuova, e avrebbe avuto lo stesso valore di prima,  n pi
    n meno.  Cos rabberciata come  adesso,  e forata come un colabrodo,
    che vuole che valga? S e no un terzo di quanto fu pagata.
    DON LOLO'. Un terzo?
    SCIME' (subito, a don Lol, facendo atto di parare). Un terzo!  Zitto,
    voi! Un terzo... vuol dire?
    DON LOLO'. Fu pagata quattr'onze: un'onza e trentatr.
    ZI' DIMA. Meno s, pi no.
    SCIME'.  Valga la vostra parola. Prendete un'onza e trentatr e datela
    a don Lol.
    ZI' DIMA. Chi? Io? Un'onza e trentatr a lui?
    SCIME'.  Perch rompa la giara e vi faccia  uscire.  Gliela  pagherete
    quanto voi stesso l'avete stimata.
    DON LOLO'. Liscio come l'olio.
    ZI' DIMA.  Pagare,  io? Pazzia, signor avvocato! Io ci faccio i vermi,
    qua dentro. Oh, tu, Tarar, pigliami la pipa, dalla cesta cost.
    TARARA' (eseguendo). Questa?
    ZI' DIMA. Grazie. Dammi un po' di fuoco.

    Tarar accende un fiammifero e gliel'accosta alla pipa.

    Grazie. E bacio le mani a tutti quanti.

    Con la pipa che fuma si cala dentro la giara tra le risate generali.

    DON LOLO' (restando come  un  allocco).  E  ora  come  si  fa,  signor
    avvocato, se non ne vuole pi uscire?
    SCIME' (grattandosi la testa e sorridendo). Eh, gi, veramente, finch
    voleva uscirne, il rimedio c'era; ma se ora non ne vuole pi uscire...
    DON  LOLO'  (andando  a  parlare a Z Dima dentro la giara).  Oh,  che
    intenzione avete? di domiciliarvi cost?
    ZI' DIMA (sporgendo il capo).  Ci sto meglio che a casa  mia.  Fresco,
    come in paradiso.

    Si ricala dentro e ripiglia a fumare a gran boccate.

    DON LOLO' (tra le risate di tutti,  infuriatissimo). Finite di ridere,
    per la Madonna!  E siatemi tutti testimoni che   lui,  adesso  a  non
    volere  pi  uscire,  per  non  pagare  quel che mi deve mentre io son
    pronto a rompere la giara.

    All'avvocato:

    Non potrei citarlo per alloggio abusivo, signor avvocato?
    SCIME' (ridendo). E come no? Mandategli l'usciere per lo sfratto.
    DON LOLO'. Ma scusi, se m'impedisce l'uso della giara?
    ZI' DIMA (sporgendo di nuovo il capo).  Lei sbaglia.  Non sto mica qua
    per mio piacere.  Mi faccia uscire e me n'andr ballando.  Ma quanto a
    farmi pagare, se lo scordi. Non mi muovo pi di qua dentro.
    DON LOLO' (abbrancando la giara e scotendola furiosamente).  Ah non ti
    muovi pi? non ti muovi pi?
    ZI' DIMA. Vede che mastice? Non ci sono mica i punti, sa?
    DON LOLO'.  Pezzo di ladro, laccio di forca, manigoldo, chi l'ha fatto
    il male, tu o io? E vuoi che lo paghi io?
    SCIME' (tirandoselo via per un braccio).  Non fate cos,  ch' peggio!
    Lasciatelo  star  l  tutta  la  notte,  e vedrete che domattina ve lo
    chieder lui stesso d'uscire.  Allora,  voi,  un'onza e  trentatr,  o
    niente. Andiamocene s. Lasciatelo perdere.

    S'avvia con don Lol verso la cascina.

    ZI' DIMA (sporgendo ancora una volta il capo). Ohi, don Lol!
    SCIME' (a don Lol seguitando ad andare). Non vi voltate. Via, via.
    ZI' DIMA (prima che i due entrino nella cascina).  Buona notte, signor
    avvocato! Ho qua dieci lire!

    E appena i due sono entrati, rivolgendosi agli altri:

    Faremo allegria tra noi,  qua tutti quanti!  Voglio incignar  la  casa
    nuova!  Tu,  Tarar,  corri  qua da Mosca e compra vino,  pane,  pesce
    fritto e peperoni salati: faremo un gran festino!
    TUTTI (battendo le mani,  mentre Tarar corre per le compere) Viva  z
    Dima! Viva l'allegria!
    FILLICO'. Con questa bella luna! Guardate! E' spuntata di l.

    Indica a sinistra:

    Pare giorno!

    ZI' DIMA.  La voglio vedere!  la voglio vedere anch'io! Trasportate la
    giara pi l, pian piano.

    Tutti ajutano,  circondando la giara  e  spingendola  a  girar  su  se
    stessa, verso il sentieruolo a destra:

    Cos, piano, ecco... cos... Ah com' bella! la vedo, la vedo! Pare un
    sole! Chi fa una cantatina?
    LA 'GNA' TANA. Tu, Trisuzza!
    TRISUZZA. Io, no! Carminella!
    ZI' DIMA. Cantiamo tutti a coro! Tu Fillic, suona lo scacciapensieri,
    e voi tutti, una bella cantata, ballando attorno alla giara!

    Fillic  cava  di  tasca lo scacciapensieri e si mette a sonarlo;  gli
    altri,   cantando  e  gridando,   si  prendono  per  mano  e   danzano
    scompostamente attorno alla giara,  incitati da Z Dima. Ma poco dopo,
    la porta della cascina  si  spalanca  di  furia  e  irrompe  don  Lol
    gridando:

    DON LOLO'.  Corpo di Dio,  dove vi par d'essere, alla taverna? Tenete,
    vecchio del diavolo: andate a rompervi il collo!

    Allunga un formidabile calcio  alla  giara,  che  rotola  gi  per  il
    sentieruolo  tra  le  grida  di tutti.  Poi si sente il fracasso della
    giara che si spacca urtando contro un albero.

    LA 'GNA' TANA (seguitando il grido). Ah, l'ha ucciso!
    FILLICO' (guardando con gli altri). No! Eccolo l!  Ne esce!  Si alza!
    Non s' fatto nulla!

    Le donne battono le mani allegramente.

    TUTTI. Viva z Dima! Viva z Dima!

    Lo prendono sulle spalle e lo portano via in trionfo verso sinistra.

    ZI' DIMA (agitando le braccia). L'ho vinta io! L'ho vinta io!

    TELA.















    LA SIGNORA MORLI, UNA E DUE.


    Personaggi.

    EVELINA MORLI - FERRANTE MORLI, suo marito - LELLO CARPANI, avvocato -
    ALDO MORLI, figlio di Evelina e di Ferrante - TITTI CARPANI, figlia di
    Evelina  e  di  Lello  -  DECIO,  amico  di  Aldo - L'AVVOCATO GIORGIO
    ARMELLI,  socio di Carpani - LUCIA ARMELLI,  sua moglie -  LA  SIGNORA
    TUZZI,  amica  di  Evelina  -  LISA,  vecchia  cameriera - FERDINANDO,
    cameriere - TOTO - Una giovane, la signora vedova, una vecchia zia, la
    nipote, Miss Write.

    Il primo e il terzo atto si svolgono a Firenze,  il secondo a Roma.  -
    Oggi.


    ATTO PRIMO.

    Ricco salotto in casa dell'avvocato Carpani.  La comune  nella parete
    di fondo, verso sinistra. Due usci laterali.  Quello a destra d nello
    studio del Carpani.
    Al  levarsi  della  tela la scena  vuota.  Entrano dalla comune Lisa,
    vecchia domestica con la cuffia e gli occhiali,  stupida e pedante,  e
    Ferrante Morli,  bell'uomo,  forte, sui quarantacinque anni, sbarbato,
    con folti e ricci capelli gi tutti grigi, vestito con eleganza un po'
    abbondante,  all'americana.  E' in preda a una  viva  ansiet,  ma  si
    sforza di dominarla.  Questo sforzo lo fa apparire pi d'un po' strano
    e distratto.


    LISA (dando passo sulla soglia a Ferrante). Ecco, entri qua. Chi debbo
    annunziare?
    FERRANTE. Ah, s... Pedretti, l'ingegner Pedretti. Sono tutti in casa?
    LISA. Dice anche la signora?
    FERRANTE (con foga). La signora, gi!

    Contenendosi:

    Anche... anche la signora.
    LISA. Sissignore. Credo che sia in casa. Ma lei,  scusi,  con chi vuol
    parlare propriamente?
    FERRANTE (in fretta). Con l'avvocato, con l'avvocato.
    LISA. Va bene. S'accomodi. Vado ad annunziarla. - Ha detto, mi pare...
    FERRANTE. Che cosa? - Niente.
    LISA. No. Il nome, scusi. L'ingegnere, come ha detto?
    FERRANTE (senz'imbarazzo,  cercando di ricordare).  Ah, Pe... Pedretti
    mi pare d'aver detto.
    LISA (lo guarda stupita  come  se  domandasse:  Ma  come!  Non  ne  
    sicuro?).
    FERRANTE (notando lo stupore con stizza). Non si confonda, per carit!
    Sono un po' distratto.
    LISA. Ingegnere?
    FERRANTE (sbuffando). Dio mio, l'avvocato non mi conosce!

    Poi, di scatto, come per darle una lezione:

    Lei, scusi, come si chiama.
    LISA. Io? Lisa.
    FERRANTE.  E  che vuole che importi a me che non la conosco che lei si
    chiami Lisa,  o che si chiami,  poniamo,  Beatrice.  - Dica che c' un
    signore che vuol parlargli, e basta cos!
    LISA.  Eh, lo so; ma  che il signor avvocato mi rimprovera quando non
    so  ripetergli  con  precisione  i  nomi  dei   signori   clienti.   -
    Pedretti.... l'ingegner Pedretti...

    Cos  dicendo  quasi  tra  s  s'avvia verso l'uscio a destra;  fa per
    picchiare  con  le  nocche  delle  dita  ma  se  ne  trattiene  perch
    dall'uscio  a  sinistra  irrompono  gridando  e  ridendo Aldo e Decio,
    entrambi sui diciott'anni elegantissimi; in maniche di camicia, con le
    racchette in mano.

    ALDO (tenendo in una mano dietro la schiena una palla  di  tennis  che
    Decio vorrebbe strappargli). No, no! Non te la do! non te la do!
    DECIO. Ma tocca a me ora, scusa!
    ALDO. No! Tu non l'hai ripresa! Non te la do!
    DECIO. Sfido, me l'hai buttata male! Dammela! dammela!
    LISA  (che  s'  turata  le  orecchie allo schiamazzo,  alzando ora le
    braccia e facendosi avanti).  Per favore,  non mi fanno sentire se  il
    signor avvocato risponde!
    FERRANTE  (non  riuscendo  pi  a dominarsi fin dall'irruzione dei due
    giovanotti,  facendosi avanti anche lui e dicendo quasi a  se  stesso,
    sospeso e sorridente, con gli occhi ora all'uno ora all'altro): Vorrei
    indovinare... vorrei indovinare...
    DECIO   (con   sorpresa,   scorgendo   ora   soltanto  il  visitatore,
    rivolgendosi ad Aldo). Oh! E chi  il signore?
    FERRANTE (come sopra). Vorrei indovinare...
    ALDO (stordito). Che cosa?

    Lisa approfitta di questa pausa per picchiare all'uscio a destra.
    Poco dopo lo aprir e andr via, richiudendolo.

    FERRANTE (ponendosi davanti l'uno e l'altro giovanotto e seguitando  a
    guardarli  con  ansiet  sempre  pi  viva  e  commossa).  Ecco...  mi
    permettano... cos accanto...

    Poi,  dopo aver guardato ancora,  bene,  l'uno e l'altro negli  occhi,
    posando una mano sulla spalla di Decio, gli domanda:

    Aldo? sei tu?
    ALDO. No, scusi: Aldo sono io.
    FERRANTE  (deluso,  che  la  cos  detta  voce  del  sangue lo abbia
    tradito). Ah - lei?
    ALDO (ridendo). Oh, bella! E perch, se Aldo era lui

    indica Decio

    gli dava del tu e, sapendo che sono io, mi d del lei?

    Ma Decio all'improvviso, approfittando della distrazione di Aldo,  gli
    strappa la palla di mano.  Tutt'e due,  allora,  gridando,  prendono a
    inseguirsi, girando attorno a Ferrante.

    DECIO. Ah! Eccola, me la riprendo!
    ALDO. No! Questo  un tradimento!
    DECIO. Te l'ho fatta! Te l'ho fatta!
    ALDO. No! Ridammela! Ridammela!
    FERRANTE (sorridendo tra i due, sballottato). Signori miei...  signori
    miei...

    A  questo  punto,  l'uscio  a  destra  si  spalanca  e  ne  vien fuori
    l'avvocato  Lello   Carpani,   irritatissimo.   E'   anche   lui   sui
    quarant'anni,  molto  posato,  avvocato di grido,  che sa come bisogna
    comportarsi per farsi valere. Sarebbe, o vorrebbe essere ben altro, se
    non stimasse pericoloso abbandonarsi alle  velleit  letterarie  della
    sua prima giovinezza piuttosto romantica.  La quale s'intravede ancora
    da certi mesti sorrisi,  e da come  si  passa  la  mano  sui  capelli,
    ch'eran  tanti  e  che sono pochini ormai,  ma ben rassettati,  con la
    scriminatura da un lato e un ciuffetto  sulla  fronte.  La  posizione.
    Tutte  le  apparenze da sostenere e da rispettare.  E come si fa,  Dio
    mio!  E' pur necessaria questa  grande  seriet,  che  contiene  tanta
    segreta malinconia.

    LELLO. Ma Aldo, vergogna! A un signore in visita...
    ALDO  (a Ferrante).  Oh,  gi!  Scusi.  - M'ha strappato la palla,  ha
    visto?
    FERRANTE. Ma io godo moltissimo...
    LELLO. No, la prego: non dica cos, perch  una vera indecenza...
    ALDO. Hai ragione, pap. Torno a chiedere scusa al signore.
    LELLO.  Ti prego di tacere.  Basta a denunziare la tua sconvenienza il
    fatto che mi giuochi a tennis in camera!
    ALDO. No, permetti?
    LELLO. Basta cos!
    ALDO. M'accusi di sconvenienza... Ti prego di guardare!

    S'accosta  d'un  balzo  a Decio e gli strappa di mano la racchetta per
    mostrarla a Lello insieme con la sua.

    Di chi sono queste racchette?
    LELLO. Che vuoi che sappia di chi sono!
    ALDO. Questa, della mamma; e questa di Muci.
    LELLO (scattando). Ma che Muci! Si chiama Titti!
    ALDO.  Titti,  s: "muci-muci" - Me le ha lasciate in camera;  con  la
    palla.  Non  c'  caso  che  a me sarebbe venuto in mente di giocarci,
    senza questo disordine. E di' tu, Decio, dov'erano posate?
    DECIO (ipocrita). Ma... non so se debba dirlo...
    ALDO. No, dillo! dillo!
    DECIO. Eh... veramente... sul letto...
    ALDO.  Hai capito?  Con la  palla!  Cose  che  non  dovrebbero  essere
    ammissibili  in  una  ragazza  governata  da Miss Write.  Signore,  la
    ossequio. Vieni, Decio!

    Via tutti e due dall'uscio a sinistra. Lello resta male.

    FERRANTE. Eh, la giovent!
    LELLO (pigiando sulla parola). D'oggi! Che vale quanto dire arroganza,
    impudenza, petulanza!
    FERRANTE. Anche quella di jeri, l!
    LELLO. No, prego!  Sono stato anch'io giovane,  e mi sentirei,  creda,
    d'esser tuttora giovanissimo;  ma gli eccessi, proprii della giovent,
    erano, almeno per me, di ben altro genere.
    FERRANTE. Secondo nature.  Mi sa che quel giovanotto debba tener molto
    da suo padre.
    LELLO (impuntandosi). Ah, lei  a conoscenza che non  mio figlio?
    FERRANTE. S. So che...
    LELLO. Ha conosciuto forse il padre?
    FERRANTE. Sissignore. E vengo anzi, se permette, a nome di lui...
    LELLO  (tirandosi  indietro  e  quasi  parando  con la mano la notizia
    inattesa). Di lui? Che dice? Di Ferrante Morli?
    FERRANTE. Non s'allarmi, prego!
    LELLO. E' ritornato?
    FERRANTE. Sissignore.
    LELLO. Ferrante Morli  ritornato? Ma come? dove? quando  ritornato?
    FERRANTE. Da sei giorni.
    LELLO. Da sei giorni? E dove? Qua?

    FERRANTE. Non qua. Ha mandato me. Si calmi, per carit; mi lasci dire.
    LELLO (senza dargli ascolto,  indietreggiando e  squadrandolo).  Manda
    lei? E che vuole? Che cosa pu pretendere dopo quattordici anni?
    FERRANTE. Ecco: niente! Vorrei che mi lasciasse dire...
    LELLO.  Ma che mi vuol dire!  che mi vuol dire! E' uno scompiglio! Uno
    sconquasso, ora...

    casca a sedere.

    Uno ch'era sparito, lei lo capisce? cancellato dalla memoria,  come se
    fosse morto...
    FERRANTE (con strana espressione). Ecco, precisamente.
    LELLO (stordito, voltandosi a guardarlo). Che, precisamente?
    FERRANTE.  Quand'uno parte (come part lui) e ritorna dopo quattordici
    anni...
    LELLO (balzando di  nuovo  in  piedi).  Si  ha  tutto  il  diritto  di
    considerarlo come morto!
    FERRANTE (con l'espressione di prima). Ecco, precisamente.
    LELLO.  Lei  sa come se ne part?  Sapr anche,  allora,  che fui io a
    cavarlo dal carcere!
    FERRANTE. Ah no, questo, scusi...
    LELLO. Sissignore! Minacciato d'arresto...
    FERRANTE. Se ne part...
    LELLO (con forza). Se ne fugg!  E allora lo cavai io,  qua,  da tutto
    quel  groviglio  d'imprese  spallate,  per  cui non aveva veduto altro
    scampo che nella fuga.
    FERRANTE  (turbato,   ritenuto,   come  sospeso  in   una   costernata
    meraviglia). Ah, lei... lei riusc a chiarire la situazione del Morli?
    LELLO. Io! sissignore!
    FERRANTE.  Ma...  so  che  c'era  anche un forte ammanco - distorsione
    d'altri, lei lo sapr - ma di cui purtroppo il responsabile era lui.
    LELLO (mostrando di non volersi indugiare nella discussione  risponde,
    seccato,   come  se  per  lui  la  cosa  non  abbia  importanza):  Per
    quell'ammanco intervenne la moglie.
    FERRANTE (facendo un violentissimo sforzo su se stesso per dominare lo
    stupore e la commozione). La moglie? Come?
    LELLO (come sopra). Con la dote.  Contro il mio parere,  badiamo.  Non
    avrei voluto a nessun costo.
    FERRANTE (non riuscendo a nascondere il dolore e la commozione) Ma s!
    Fu male! Non doveva mai!

    Con ansia:

    E allora... allora la signora perdette la dote?
    LELLO  (dopo  averlo  osservato  un po';  con freddezza).  No,  non la
    perdette...  Ma lei forse ha da  comunicarmi  qualche  cosa,  per  cui
    questa notizia la turba tanto?
    FERRANTE (cercando di riprendersi per rimediare). No... ...  che lui
    ignora  affatto  che  la  moglie...  Mi  disse  anzi,  ch'era  sicuro,
    allontanandosi forse per sempre,  ch'ella  -  almeno  materialmente  -
    merc la dote che le restava intatta e cospicua, non avrebbe patito di
    quella sua rovina.

    Di nuovo con ansia:

    Ma lei mi dice che non la perdette?
    LELLO. Grazie a me, non la perdette, caro signore. Se si fosse rivolta
    a un avvocato meno scrupoloso...
    FERRANTE  (con  fervore  di  gratitudine).  Ne sono convinto!  ne sono
    convinto!
    LELLO (interpretando male quel fervore). Oh,  sa?  tanto per prevenire
    qualche sottintesa ironia...
    FERRANTE (subito). Ma no! Per carit!
    LELLO.   No,   dico,   se  mai!   posso  dichiararle  senz'ambagi  che
    m'interessai tanto alla sorte della signora,  abbandonata  a  ventitr
    anni, con un bambino di quattro, sola, bella, inesperta...
    FERRANTE (con uno scatto inconsulto). Inesperta, no!

    Poi subito, per rimediare:

    Per quanto io ne sappia!
    LELLO.  Basta  a  dimostrarlo  il  fatto  che  voleva  dar  via,  cos
    senz'altro, la sua dote...
    FERRANTE. Ma pot anche essere per amore del marito...
    LELLO. Ah, s... questo s... difatti...
    FERRANTE. Mi duole - badi! - doverlo riconoscere, perch il Morli... -
    eh, lo conosco bene! La vita, a chi resta; la morte, a chi tocca!  -
    era  questo  il  suo  motto;  per  significare  che  non  dobbiamo pi
    impacciarci di chi se ne va.

    LELLO. Precisamente! Ma non fu cos per lui!  E so io quel che dovetti
    penare per far valere - prima su quell'intenzione di sacrifizio;  poi,
    a poco a poco,  sui sentimenti della signora  -  quell'interesse  che,
    come le dicevo, presi subito alla sua sorte

    reciso con forza:

    per amore, s - non esito affatto, ripeto, a dichiararlo - per l'amore
    che mi nacque improvviso allora per lei - giovane anch'io...

    Subito:

    Badi, per; poteva essermi di vantaggio ch'ella sacrificasse al marito
    scomparso la sua dote, e si riducesse povera e bisognosa di ajuto e di
    sostegno. - Non volli! La difesi contro me stesso!
    FERRANTE. Ah, bello!
    LELLO.  Le feci costituire la dote a garanzia dei creditori;  domandai
    una dilazione per dipanare tutta quella  matassa  arruffata  d'affari;
    mettere  in  chiaro  le  spese,  coprir  quell'ammanco...  -  Un  anno
    d'inferno! Non certo - lei capir - per salvare il signor Morli!
    FERRANTE. Ma giustissimo! Per salvare la dote!
    LELLO.  La dote,  s,  ma perch lei potesse disporre di s,  non solo
    liberata  da  ogni  difficolt  materiale,  ma  anche  secondo  la sua
    elezione, senza pi nessun ostacolo a ricongiungersi,  se voleva,  col
    marito,  richiamandolo a s,  in patria,  senza pi pericolo che fosse
    arrestato.
    FERRANTE. Bello! Ah bello! Bello!
    LELLO. No - ecco... onesto; e - creda - non facile!
    FERRANTE. Se permette, io dico bello. - Onesto,  mi scusi,  se lei non
    avesse amato la signora.
    LELLO. Anzi perch l'amavo!
    FERRANTE.  Lei,  s;  ma la signora?  la signora,   chiaro che doveva
    ancora amar molto, molto suo marito!
    LELLO (con stima, subito). Gliel'ho gi detto io stesso, mi pare!
    FERRANTE. Appunto. E perci bello!  Lei,  mi perdoni,  forse non sent
    tanto  il  bisogno  dell'onest,  quanto  di farsene bello di fronte a
    quell'amore di lei,  quasi per sfidarlo col paragone tra la vilt  del
    marito  che  se  n'era  scappato  e codesta sua abnegazione che glielo
    ridava libero di ritornare a un suo richiamo.
    LELLO. Ebbene? Quand'anche fosse cos?
    FERRANTE. Ah no, niente! Per chiarire la mia idea...
    LELLO. Ma nient'affatto! Perch non m'arrestai qua, io,  caro signore!
    Dopo  averlo  cavato dagli imbrogli,  fui ancora io ad avviar tutte le
    ricerche possibili  e  immaginabili  presso  i  nostri  consolati  per
    rintracciarlo   all'estero   e  fargli  sapere  che  poteva  ritornare
    tranquillo a casa sua! Le ho detto perci che io, io pi di tutti,  ho
    il diritto di considerarlo come morto!
    FERRANTE.  Gi!  Ma veda, non era possibile, ch'egli avesse notizia di
    codeste ricerche...
    LELLO.  Voglio essere franco in tutto.  Contai su questa...  non  dir
    impossibilit...
    FERRANTE.  Ma  s,  impossibile!  E  del  resto,  quand'anche  codeste
    ricerche lo avessero raggiunto,  lui non sarebbe ritornato lo  stesso.
    Perduto ogni credito,  rovinato per colpa d'altri pi che sua,  non si
    sarebbe mai acconciato a vivere qua sulla dote della moglie.
    LELLO.  Ma se ora  ritornato,  scusi,  prima  della  prescrizione  di
    quella condanna che s'aspettava e per cui era fuggito?
    FERRANTE.  E'  segno,  lei  dice,  che  deve  aver  saputo che nessuna
    condanna pi pendeva su lui?
    LELLO. Mi pare!
    FERRANTE.  Lo seppe,  difatti,  pochi mesi or  sono;  e  s'affrett  a
    liquidare i suoi affari per il ritorno.
    LELLO. Ma sperando che cosa? Dopo...
    FERRANTE  (interrompendolo  subito).   Ecco...  mi  lasci  dire!  Dopo
    quattordici anni, vuol farmi osservare; spezzato ogni vincolo...
    LELLO (con impeto).  Non si sar mica aspettato che la  moglie  stesse
    ancora in attesa di lui!  Da pazzo - una simile speranza! Perch morta
    tutt'al pi ecco, morta - avrebbe potuto trovarla,  se contava ch'ella
    fosse  innamorata  di  lui  fino  al  punto  di  poterlo aspettare per
    quattordici anni, cos, senza saperne pi nulla!
    FERRANTE (dopo aver tentato parecchie volte d'interromperlo,  invano).
    Quel che dico io! Quel che dico io!
    LELLO (come sopra). Ma no, caro signore! Bisogna non aver niente qua

    si picchia sul petto

    per  non immaginare che il cuore d'una donna innamorata,  d'una moglie
    giovane,  che si vede abbandonata da un  momento  all'altro,  col  suo
    bambino,  avrebbe  potuto  schiantarsi,  schiantarsi  -  come  difatti
    rischi di schiantarsi! Questo lei non lo sa,  caro signore,  e che io
    mi dibattei nella disperazione per pi di tre anni, a vedermela morire
    per un altro,  che - spassi, estri, follie; uh! cinque anni di vita in
    comune,  tutt'un giuoco d'artifizio: pim!  pam!  - Si fa presto cos a
    prendersi  tutta l'anima d'una donna!  E ora lei viene a dirmi,  calmo
    calmo, che quest'uomo non vuol niente!
    FERRANTE. Ha ragione! ha ragione, avvocato! Ma scusi,  quando uno dice
    niente! Meno di cos?
    LELLO.  No,  io rispondo a ci che m'ha detto lei: che il signor Morli
    s' affrettato a ritornare. - Ricco di nuovo, eh?
    FERRANTE. S, ricco...
    LELLO.  E pronto,   vero,  a riprendersi,  come se non fosse avvenuto
    nulla, la moglie, il figliuolo...
    FERRANTE. Ma no, santo Dio! Pronto ad accettare, ritornando, tutto ci
    che la sorte, i casi della vita gli avrebbero fatto trovare.
    LELLO. Glielo dico io che cosa gli hanno fatto trovare!
    FERRANTE. Ne  gi informato...

    Si presenta a questo punto sulla soglia della comune Lisa.

    LISA. Permesso, signor avvocato?
    LELLO (voltandosi di scatto). Che cos'?
    LISA. C' un signore...
    LELLO.  Non posso, non posso dare ascolto a nessuno in questo momento.
    Chi ?
    LISA (smarrita). Il signor Filo... Filoni...
    LELLO. Finali! Finali! Ditegli che torni pi tardi. Via!

    Lisa si ritira. - A Ferrante, con forza, riattaccando:

    Da undici anni la signora convive con me!
    FERRANTE. S s, va bene.
    LELLO. No, aspetti!  Trattata,  considerata,  rispettata da tutti come
    una legittima moglie!
    FERRANTE. E madre anche...
    LELLO. Sissignore, d'una ragazza che ha ora sette anni: mia figlia!
    FERRANTE. Va benissimo. Dunque...
    LELLO.  No.  Aspetti.  Ho  fatto da padre in tutto questo tempo al suo
    figliolo - quel giovinotto che lei ha veduto e  riconosciuto  anche...
    eccessivamente vivace come il padre - s, purtroppo!
    FERRANTE. Tutte queste cose, le dico...
    LELLO.  Aggiungo, no, aggiungo che profittando delle ricerche riuscite
    vane,  trascorso il tempo che la legge prescrive per la ricomparsa del
    coniuge,  avrei  potuto  anche  regolare  legalmente col matrimonio la
    situazione mia e della signora...
    FERRANTE. Ecco, gi. E sarebbe stato bene, io credo, che lei lo avesse
    fatto.
    LELLO.  Perch?  Per dare al signor Morli adesso la  soddisfazione  di
    farlo annullare?
    FERRANTE.  Ma no, scusi, avvocato. Se sono qua per farle sapere che il
    signor Morli,  informato di tutto al suo arrivo,  vuole che tanto  lei
    quanto  la  signora  stiano  tranquilli  e  sicuri ch'egli non dar la
    minima ombra  e  non  far  nulla,  da  parte  sua,  per  alterare  le
    condizioni di vita che si sono stabilite durante la sua assenza...
    LELLO.  Ah, per questo vorrebbe che io avessi anche legalizzato la mia
    unione?  Le dico che,  per il solo  fatto  del  suo  ritorno,  il  mio
    matrimonio, adesso, sarebbe annullato.
    FERRANTE.  Gi,  ma io dico, veda, per la sua figliuola, avvocato. Non
    m'intendo di legge;  ma ritengo che,  annullato il secondo matrimonio,
    contratto  in  buona fede per la scomparsa,  come lei dice,  del primo
    coniuge, i figli di questo secondo matrimonio,  non perdono,   vero?,
    il diritto della loro legittimit.
    LELLO. No, no!
    FERRANTE.  Sarebbe  iniquo!  Ora,  non  avendolo  lei  fatto,  la  sua
    figliuola...
    LELLO  (prevenendo,  dopo  avere  stentato  a  comprendere).  Gi!  E'
    naturale...  Ora  non potrei pi farlo...  Ma questo importa fino a un
    certo punto. La mia figliuola  riconosciuta, e basta cos.  E' donna;
    trover marito... Se fosse stato un maschio, forse, non mi sarei fatto
    scrupolo  di richiamar la madre a considerare una condizione di fatto,
    su  cui,  capir,  per  mia  delicatezza,   ho  rifuggito  sempre  dal
    richiamarla... - Non perch non fossi sicuro di lei! Ma perch... fare
    il nome di quell'uomo...  venire a un atto che importava,  da parte di
    lei, cos nell'incertezza, doversi considerare come vedova di colui...
    - m'era odioso.
    FERRANTE. Ah, ecco...
    LELLO.  Tanto pi che non ne abbiamo sentito proprio  bisogno  per  la
    stima ch'ella, grazie a Dio, gode intera, accanto a me, presso tutti.

    Riscaldandosi:

    E'  questo,    questo ora lo scompiglio vero,  che mi porta il signor
    Morli col suo ritorno!  Mi manda a dire che non vuol niente;  che  non
    dar  la  minima  ombra!  Ma  come vuole che non dia ombra?  - Col suo
    ritorno cangia tutto.
    FERRANTE. No, perch? Non cangia nulla.
    LELLO. Cangia tutto!  Per forza!  Finch lui non c'era - passati ormai
    tanti  anni  - sparito - forse morto - la situazione della signora qua
    con me era divenuta agli occhi di tutti quasi normale.
    FERRANTE. Gi! Ma non vedo...
    LELLO. Come non vede? Ora diventa falsa, col marito di nuovo qua!
    FERRANTE. No,  dico,  scusi,  non vedo che cosa possa farci lui...  il
    Morli...
    LELLO. E non la mette lui, adesso, in questa falsa situazione?
    FERRANTE. Non lui, scusi...
    LELLO.  Lui,  lui!  Perch  avrebbe  potuto  ritornar  subito!  Questa
    situazione  stata determinata, provocata dal suo abbandono!
    FERRANTE.  Gi...  ma per impedirlo non credo che lei possa pretendere
    ch'egli arrivi fino al punto di sopprimersi!
    LELLO. Non pretendo questo! Penso alla reputazione della signora.
    FERRANTE. Capisco! capisco!
    LELLO.  Non  negher  che  ora ella si trover a convivere,  davanti a
    tutti, con un uomo che, legalmente, non  suo marito.
    FERRANTE. Ma questo  di fatto, scusi!
    LELLO.  Nossignore!  Di fatto,  finora,  questo marito  non  esisteva;
    nessuno ci pensava pi!  Ero io per tutti,  di fatto,  il marito!  Ora
    invece, con lui di nuovo qua...
    FERRANTE (stringendosi nelle spalle).  Che  vuole  che  le  dica..  Mi
    dispiace...
    LELLO (non riuscendo a darsi pace).  E' stata da anni, da anni, la mia
    cura pi assidua... Tutta la mia passione per questa donna...

    Andando innanzi a Ferrante quasi aggredendolo:

    Sa! avrei saputo farle anch'io,  le follie,  quelle che forse a lei un
    tempo piacevano,  nel marito! - Nossignori: frenarla, comporla, questa
    passione,  per guadagnarle con la correttezza di tutte  le  forme,  il
    rispetto  della  societ.  -  Ora  viene  lui,  e addio!  - Io divento
    l'amante. - Questa donna, ha il marito, e convive con l'amante!
    FERRANTE. Lei se n'ha per male, scusi, come se l'amante, intanto,  non
    fosse lei!
    LELLO. Nossignori! Perch per me, ormai  come una moglie!
    FERRANTE.  Appunto...  Ma mi pare che tra lei e il marito questo fatto
    dovrebbe dispiacere pi al marito, che a lei.
    LELLO. Ma che vuole che dispiaccia a lui,  se mi manda qua uno a dirmi
    che non glien'importa nulla!
    FERRANTE.  Ah no!  no!  che non glien'importi nulla,  signore,  io non
    gliel'ho detto! Il Morli  disposto...
    LELLO. A ripartirsene?
    FERRANTE. No! Ah, no!  Basta!  Quanto a ripartirsene,  stia sicuro che
    non se ne riparte pi!
    LELLO.  E allora?  - Disposto a che cosa? - Ma dunque vede che  vero,
    lei che mi diceva di no?
    FERRANTE. Io? Che cosa?
    LELLO.  E'  pazzo!  E'  pazzo!  Ah,    venuto  anche  sul  serio  con
    l'intenzione di riprendersi la moglie?
    FERRANTE. Ma no!
    LELLO  (senza  dargli  tempo).  Aspetti!  aspetti!  Abbia  pazienza un
    momento, caro signore!

    Esce concitatamente per  l'uscio  a  sinistra.  Ferrante  Morli  resta
    interdetto  e  sospeso su quello che ora avverr.  - Poco dopo,  dalla
    comune,  si precipita la Titti - bella  ragazzetta  di  sette  anni  -
    vestita  di  bianco  come  una farfalla - seguita dalla sua governante
    inglese Miss Write,  giovane e bella,  ma assiderata  in  una  dolente
    rigidezza.

    TITTI (accorrendo e abbracciando per di dietro Ferrante). Buon giorno,
    pap, buon giorno!

    Poi,  tirandosi  indietro,  e  irrigidendosi  anche  lei,  come la sua
    governante, appena Ferrante le si mostra:

    Oh, prego, scusi!
    MISS WRITE. Ma Titti!
    FERRANTE. Niente - bella bambina!

    Ammirandola:

    Ah, deliziosa... Ma guarda! Sai che somigli molto - molto

    volgendosi a Miss Write:

     curioso!

    riguardando la ragazza:

    ma s, a quel birbante che ti chiama "muci-muci"?
    TITTI (alzando una mano come una bambola inorridita). Ah!
    MISS WRITE. Schocking. Non retto dire cos, signore.

    Rivolgendosi alla Titti:

    Make your compliments and let us retire.
    FERRANTE (comprendendo molte  cose  sulle  condizioni  del  figlio  in
    quella casa, dice con ironia): Ah, bene... Non credevo, scusi...

    Rientra  dall'uscio  a  destra Lello,  seguito da Evelina.  La signora
    Morli ha circa trentasette anni.  E' quale i  casi  della  vita  e  la
    compagnia  d'un  uomo  malinconico,  posato  e  scrupoloso  come Lello
    Carpani l'hanno ridotta: vale a dire seria,  contegnosa,  compresa del
    rispetto  che una donna e una madre cosciente dei suoi doveri verso la
    societ e la famiglia, deve ispirare con la sua dignit inappuntabile,
    temperata per da un misurato languore nello sguardo, nella voce,  nei
    sorrisi,  di  nobile  compatimento,  ispirato da non si sa quale soave
    rimpianto lontano.  Tutto questo,  si badi,  senza la minima ombra  di
    affettazione,  come  una  necessit  naturale della sua convivenza col
    Carpani,  la quale,  senza concorso di  volont  o  di  studio,  abbia
    determinato istintivamente in lei questo suo modo d'essere, quasi che,
    volendo  piacere all'uomo con cui convive,  ella non abbia mai pensato
    di poter essere altrimenti. Pener molto, per,  in questo momento,  a
    serbare questo suo naturale contegno,  agitata com' dalla notizia del
    ritorno del marito,  ch'ella del resto riconosce subito nella  persona
    di quel sedicente amico.

    TITTI (accorrendo per abbracciare Lello). Oh, eccoti finalmente!
    LELLO (arrestandola). No, Titti; vai, vai...

    Poi, mostrando la ragazza a Ferrante, con intenzione:

    Ecco la mia

    indica Evelina

    la nostra figliuola.
    FERRANTE (turbatissimo,  guardando invece Evelina).  Ho avuto ho avuto
    il piacere d'ammirarla.
    TITTI (accorrendo terso la madre).  Mamma,  sai?  ho visto la  signora
    Armelli. Ha detto che verr con l'avvocato. Senti mamma?
    LELLO (a Titti). Vai, vai, cara!

    Ma vedendo che Titti,  andata verso la madre, resta smarrita di fronte
    al turbamento di lei, esclama sorpreso, guardando Evelina: Che cos'?
    EVELINA (quasi per  venir  meno;  tra  s,  guardando  e  non  volendo
    guardare Ferrante, dice, convulsa): Ma... la voce... gli occhi...

    Poi, risolutamente, arrossendo, impallidendo, quasi con un grido:

    Ferrante?

    FERRANTE (in un sussulto). Eva!
    EVELINA (con la smania di chi non vorrebbe smarrirsi,  e si smarrisce;
    portandosi le mani alla faccia). Oh Dio... Dio mio...

    casca a sedere.

    LELLO (a Ferrante). Ah, come! E' lei? Ferrante Morli?
    FERRANTE. Chiedo scusa...

    accostandosi a Evelina:

    no, Eva... S! s!  Me ne vado subito...  Non ho saputo resistere alla
    tentazione di venire a vedere...
    EVELINA (levandosi con franca fierezza). Venire a vedere che cosa?
    FERRANTE (quasi sorridendo, nel vederla cos). Ma no! Niente, Eva...
    LELLO. Qua bisogna venir subito, Lina, a una spiegazione!
    EVELINA (combattuta,  fremente,  vedendo il marito cos pallido).  No!
    Basta! Che spiegazione? Non... non c' bisogno di nessuna spiegazione!

    Accorgendosi che Titti  ancora l, stupita, smarrita:

    Ma vai, vai, figliuola mia...

    Volgendosi a Miss Write:

    Mi pare che lei, signorina, avrebbe potuto portarsela anche di l!

    Titti e Miss Write si ritirano per la comune.

    EVELINA (a Lello). Nessuno ha diritto di chiedere a me spiegazioni.
    FERRANTE. Ma io non ne ho chieste. E' stato lui, Eva...
    EVELINA.  Non so con quale ardire tu abbia potuto cos all'improvviso,
    dopo tanti anni, presentarti qua...
    LELLO. Sotto veste d'un amico, sai!
    FERRANTE (ancor sorridente,  ma gi cominciando a seccarsi sul serio).
    Ma per non fare scene,  Dio mio,  come questa a cui tutt'a un  tratto,
    senza  ch'io potessi impedirglielo,  ha voluto trarre qua te,  Eva,  e
    me... - Ho rifuggito sempre dal farne! Tu lo sai!
    EVELINA. E perch allora... perch allora sei venuto?
    FERRANTE. Ma l'ho detto a lui... gliel'avevo gi detto...
    LELLO. No, no, scusi, lei ha manifestato anche l'intenzione...
    FERRANTE. Nessuna intenzione, no!

    Con scatto d'impazienza:

    Maledetto il momento che a uno viene l'ispirazione di fare un  piacere
    agli altri!
    LELLO. Ah per lei  un piacere questo?
    FERRANTE.  Ma  s,  perch  mi  sono  preoccupato  che  v'arrivasse di
    sorpresa la notizia del mio ritorno, senza sapere con quali intenzioni
    fossi ritornato!
    EVELINA. Ma io ancora non le so, le tue intenzioni!
    FERRANTE. Nessuna, Eva! Nessuna, ti dico!
    EVELINA. Sarebbe inconcepibile, difatti,  che tu potessi averne ancora
    qualcuna!
    FERRANTE.  Avrei  voluto,  veramente,  o scriverti o mandare qualcuno.
    Decisi all'ultimo di venire io stesso,  fidandomi che tu - anche se mi
    avessi  visto  -  ormai,  dopo tant'anni cos...  tutto grigio,  senza
    barba... Mi hai invece riconosciuto subito!
    LELLO (seccato di questo tentativo  d'approccio  familiare).  Aspetti,
    aspetti,  scusi!  Non   possibile!  Se  venuto in persona..  qualche
    speranza, per lo meno...
    FERRANTE. Ma no, le dico!  Nessuna speranza!  Un desiderio al massimo,
    di vedere... Oh, perdio! mi sembra naturale infine...
    EVELINA  (subito,  intuendo,  con uno scatto quasi ferino).  Aldo,  tu
    dici?
    FERRANTE. Mio figlio!
    EVELINA (come sopra,  tutta vibrante d'ira e di sdegno).  Ma  che  tuo
    figlio!  Tuo  figlio?  Tu  lo abbandonasti,  lo lasciasti a me bambino
    senza pi curarti di lui...
    FERRANTE (gridando pi di lei,  per interrompere la scena che lo secca
    enormemente).  Ma s!  ma s!  Va bene!  Basta! Ora l'ho visto e me ne
    vado!
    EVELINA (restando). L'hai visto? Dove? Qua?
    FERRANTE. Poco fa; ma non temere! Non sa d'aver parlato con suo padre!
    LELLO.  Ma lo sapr;  verr a saperlo!  Non sar possibile tenerglielo
    nascosto! - Ah, eccolo qua...

    Entrano  dall'uscio  a  sinistra Aldo e Decio.  Aldo ha il cappello in
    capo,  per uscire;  Decio lo tiene in mano.  Subito Evelina si  lancia
    incontro al figlio, come per ripararlo.

    EVELINA (frenetica). No, no, Aldo! no! mio! mio soltanto!

    Volgendosi come una belva a Ferrante:

    Se  sei ritornato per questo,  puoi andartene,  perch non hai non hai
    pi nessun diritto su lui!
    ALDO (sbalordito). Mamma, ma che cos'? che dici?
    EVELINA (seguitando, con foga crescente). No! Nessuno! nessuno! perch
    tu sei rimasto a me; t'ho cresciuto io, Aldo;  io soltanto ho sofferto
    per te, e soltanto la tua mamma tu ti sei trovata accanto!
    ALDO  (comprendendo  e guardando l'estraneo).  Ma che...  che forse...
    lui?
    EVELINA  (abbracciandolo,  riparandolo).  No!   Tu  non  devi  neanche
    guardarlo!
    FERRANTE (ad Aldo;  impaziente e imperioso, vedendo ch'egli accenna di
    sciogliersi dal cieco abbraccio della madre). Stai, stai l!
    EVELINA (voltandosi di nuovo contro di lui, senza lasciare il figlio).
    Non c' bisogno che glielo dica tu di stare qui!
    ALDO. Ma no, mamma, aspetta! Non sono un bambino!
    EVELINA (atterrita). Come!... Che dici, Aldo?
    ALDO.  Dico che...  preso cos,  scusami...  - Ho diritto  anch'io  di
    sapere...
    EVELINA (subito).  No,  niente,  Aldo! niente! Perch lo riconosce lui
    stesso di non avere nessun diritto su  te!  Ha  detto  che  non  vuole
    niente, e che se ne va! E' vero?
    FERRANTE  (ridendo  dell'agitazione  di lei e della fretta di mandarlo
    via). Ma s! Clmati! Clmati! Non voglio niente!
    EVELINA (subito). Te ne puoi dunque andare!
    FERRANTE. Ecco, me ne vado...
    ALDO (risolutamente,  staccandosi).  Aspetta,  mamma!  Ti dico che  io
    voglio sapere!
    LELLO (a Ferrante). Ecco, vede? vede? lei che non vuol niente!
    FERRANTE (a Lello). Io? Ma no! E' lui!

    Indica Aldo.

    EVELINA (al figlio). Che vuoi sapere? Non ti basta quello che sai?
    ALDO.  S:  quello che m'hai detto tu.  Ma forse egli avr ora esposto
    qua le ragioni per cui, per tanti anni, non s' fatto vivo!
    FERRANTE. Ah no, caro, nessuna ragione! nessuna!
    ALDO. Ne avrai avute!
    FERRANTE. Nessuna, davanti a tua madre che grida, giustamente,  perch
    l'abbandonai con te, bambino.
    EVELINA (interrompendolo). E non  forse vero?
    FERRANTE. S, e dico infatti giustamente!
    ALDO. Ma davanti a me?
    EVELINA. Ah no, nient'affatto! Ci devo esser io!
    FERRANTE  (ridendo).   Temi  che  inventi?   Ma  no!  Perch  tu  stia
    tranquilla,  eccole qua a mio figlio,  spicce spicce,  le mie ragioni.
    Volli abbandonarvi tutt'e due.  Te e lei!  Per andare a divertirmi! Va
    bene cos?
    EVELINA. Ah no! Perch cos tu vuoi fargli supporre...
    FERRANTE (con scatto d'impazienza).  Ma se non voglio averne per  lui!
    non lo capisci? Prima di tutto perch credo con te che per lui debbano
    valere soltanto le tue;  e poi perch non ammetto che debba giudicarmi
    mio figlio!
    LELLO. Ma egli ha pure tutto il diritto di sapere...
    FERRANTE  (subito,   interrompendo).   Nossignore!   Perch   io   non
    gl'impongo, n gli chiedo di venirsene con me! - Potrei dirle a lei

    indica Evelina

    se mai,  le mie ragioni;  ma me ne guardo bene! - Io posso riconoscere
    le sue e accettarle in pace, - lei, le mie, no - per forza!

    Volgendosi subito a Evelina:

    Perch tu, Eva, hai ora - qua, lui

    indica Lello

    - e di l,  tua figlia!  - Due fatti,  contro cui non  potrebbero  mai
    valere  le  mie ragioni,  fossero pure le pi giuste e le pi vere!  -
    Dunque, basta! - Me ne vado.
    ALDO. E non pensi che queste che sono ragioni per lei...
    EVELINA (cercando d'interromperlo). Ma che dici?
    ALDO (forte, reciso). Lasciami dire, ti prego, mamma! Tra te e lui, ci
    sono pure io! - Dovete pure tener conto di me!

    A Ferrante:

    Tu non dovevi pi ritornare,  se  volevi  riconoscere  e  tener  ferme
    soltanto queste ragioni di lei, nelle quali io non entro affatto!
    EVELINA (con un grido). Come non entri? Che dici!
    ALDO (pronto, con forza). Ma s, mamma, scusa! Se son lui

    indica Lello

    e la Titti le tue ragioni,  quelle ch'egli accetta,  - io non c'entro,
    io ne son fuori!

    EVELINA (subito,  con forza).  E che  forse  la  Titti  m'ha  impedito
    d'esser mamma anche per te?
    ALDO (tentando d'arginare quella foga, dolcemente). No no, mamma!
    EVELINA  (come sopra).  Quando?  quando mai?  Sono stata tutta per te;
    tutte per te le mie cure!
    ALDO (come sopra). S, s...
    LELLO. Questa  ingratitudine!
    EVELINA. E anche lui

    indica Lello

     stato per te un padre affettuoso!
    ALDO. Ma s! va benissimo! E gliene sono grato!  - Ma considera la mia
    situazione, ora, con lui qua!

    Indica Ferrante.

    LELLO. Ah, questo s,  giusto. Gliel'ho detto anch'io! Giustissimo!
    EVELINA  (stordita,  non  aspettandosi  quest'approvazione da parte di
    Lello). Come? Che dici, giustissimo?
    ALDO. Ma s,  mamma: se mio padre  tornato,  ti par giusto ch'io stia
    qua ancora con lui?

    Indica Lello, poi, scorgendo per caso Decio di cui s'era scordato:

    E' vero,  Decio?  Non ti pare?  S, s, di'! tu puoi giudicarne meglio
    d'ogni altro, da estraneo...
    DECIO. Ma no... io... chiedo scusa...
    ALDO. No, no. - Di', di' francamente.
    DECIO. Ma io non so...
    LELLO. E' inutile!  inutile! Perch  proprio cos, Lina,  tuo figlio
    ha ragione!
    ALDO. Finch mio padre non c'era...
    LELLO. Anche la nostra situazione, adesso, gliel'ho fatto notare

    indica Ferrante

    diventa  falsa,  con  lui  qua,  agli  occhi di tutti.  - E tuo figlio
    naturalmente...
    EVELINA. Ma se finora c' stato, qua con noi!
    LELLO.  S;  finch non si sapeva nulla di lui,  neppure se  fosse  in
    vita!
    EVELINA  (ad  Aldo).  Ma se lui,  Dio mio,  lui stesso te lo dice,  di
    rimanere con me!
    FERRANTE. O se no, me ne riparto...
    LELLO (con uno scatto di sincerit). Ecco! Bene!  Dovrebbe far questo,
    lei!
    ALDO (subito). Sarebbe inutile!

    Voltandosi a Ferrante:

    Te ne riparti? Vengo con te; e sar peggio per lei!
    EVELINA. Ma allora sei tu, Aldo?
    ALDO.  No, mamma! Dio mio, non so come tu non te ne persuada! Tu te ne
    stai con lui

    indica Lello

    e con la Titti - com' giusto.  Ma  giusto allora che anch'io  me  ne
    vada con mio padre...
    FERRANTE. Volete lasciarmi dire due parole?
    EVELINA. Ecco che parla lui, adesso!
    FERRANTE. No, Eva, - con calma! con calma!
    EVELINA.  Lo  so  che  cosa  vuoi dire!  Che non essendomi bastato lui
    bambino,  vero?, e avendo io ora un'altra figlia e lui...

    indica Lello.

    FERRANTE. Ma non te ne f una rimprovero!
    EVELINA.  E intanto mi porti via il figlio,  senz'aver mai fatto nulla
    per lui!

    Voltandosi  verso  Aldo e abbracciandolo e stringendolo a s con furia
    di disperazione:

    Non  possibile! Non  possibile, Aldo! Io non ti lascio andar via! Io
    non potrei pi vivere; non potrei pi vivere senza di te,  figlio mio!
    Come puoi pensare d'abbandonarmi, d'abbandonar la tua mamma?
    ALDO. Ma no... vedi...
    EVELINA. Che vedo? Non capisci che viene a essere una condanna per me,
    se tu te ne vai con lui,  se mi lasci qua senza di te? E ti pare ch'io
    me la meriti, se lui stesso ti dice di no?
    ALDO. Ma perch condanna, mamma?
    EVELINA. Condanna! condanna!
    ALDO. Ma nient'affatto! T'ho detto che  giusto!  E se tu non pensassi
    soltanto alla tua situazione...
    LELLO. E' certo che tu la renderai pi falsa, andandotene.
    EVELINA (con subitaneo contrasto,  rivolgendosi contro Lello). No, no!
    - Ha ragione! - Dice che io non penso alla sua! Che penso alla mia,  e
    non penso alla sua! - Ha ragione!

    Ad Aldo:

    No, non me n'importa, della mia -  che io non voglio, perderti, Aldo!
    ALDO. Ma perch perdermi? Chi ti dice che mi perderai?
    EVELINA. Non starai pi con me!
    ALDO. Ma ci vedremo sempre...
    EVELINA.  Come?  dove?  sei stato con me sempre,  da piccino; e non lo
    sai, non lo sai tutto quello che ho sofferto; tutto quello che io feci
    anche per lui...

    Indica Ferrante.

    LELLO (con fermezza, turbandosi). Gliel'ho gi detto, Lina!
    EVELINA (subito). Io non lo dico per lui; lo dico per mio figlio!
    FERRANTE. Ma Eva, scusa...
    EVELINA (di scatto, dura, aggrottata). Che vuoi tu?
    FERRANTE. Non per mio figlio; ma per te...
    EVELINA. Non voglio saper pi nulla, io!
    FERRANTE. Ma non intendo parlare di te, come sei ora!
    EVELINA. Di quella che fui, in me, non c' pi traccia!
    FERRANTE. Non  vero!  Ah!  non  vero!  Lo so per prova!  Lo credetti
    anch'io, quando volli troncar tutto, di netto, fuggendo come un pazzo,
    senza lasciare pi,  apposta,  nessuna traccia di me!  - Scusa, tant'
    vero,  che t' bastato risentir la  mia  voce,  e  sei  cascata  l  a
    sedere...
    EVELINA. Ma sfido!
    LELLO. Mi sembra perfettamente inutile...
    FERRANTE. Inutilissimo! inutilissimo! Ma per mandare cos una voce - a
    quattordici anni di distanza a una certa piccola Eva folle...
    EVELINA. Folle, s! folle! folle!
    FERRANTE. Non rimpiangere, saresti ingrata!
    EVELINA. Ma lo scontai!
    FERRANTE.  Questo s! Ma anch'io! E peggio di te! Non rimpiangere! Per
    questo,  capisci?,  volli sparire.  Quando una vita,  come quella  che
    vivemmo  tu  e io,  per cinque anni,  crolla -  tale il crollo,  che:
    basta! serrare i denti! sparire!  - So quello che volesti fare per me!
    Una  pazzia...  Se  il  mio unico pensiero era stato quello di salvare
    almeno te e lui

    indica Aldo

    - cos,  proprio come ho fatto - sparendo!  - Vedi  che,  s  -  avrai
    sofferto  -  ma  non  t' finita male...  Con me,  se fossi ritornato,
    sapendo a tempo dell'opera sua

    indica Lello

    - immagina che vita sarebbe stata... Diversi, non si pu essere se non
    con gli altri. - Tu, con lui...

    indica di nuovo Lello

    - ma diversi noi due,  Eva - dopo essere stati com'eravamo -  no,  ah!
    sarebbe stato per me una cosa impossibile! meglio niente!
    ALDO. Avresti potuto pensare che c'ero io, anche.
    FERRANTE.  No!  Anche  per  te,  anche per te - - meglio!  Dopo quanto
    avvenne,  per colpa d'altri,  ma certo anche per il  disordine  mio  -
    t'avrei fatto male e non bene, restando!

    Subito cangiando tono,  calmo,  arguto,  sorridente, per richiamare ai
    fatti:

    - Signori miei, insomma, io v'ho trovati qua in perfettissima pace. Mi
    pare che voi adesso rimpiangiate, non la mia fuga di tanti anni fa, ma
    ch'io sia ritornato!
    LELLO. Appunto! appunto! - guastando tutto, con questo ritorno!
    FERRANTE. Vediamo di guastare il meno possibile! Sono qua per questo.
    EVELINA (ad Aldo). Dunque,  tu vuoi andartene con tuo padre?  Bada che
    io non so... non so come far... quello che far, se tu te ne vai...
    ALDO. Ma se ti dico che ci vedremo sempre...
    EVELINA. Voglio sapere dove!
    LELLO. Gi, perch...

    rivolgendosi a Ferrante:

    spero che lei non penser di domiciliarsi qua, nella stessa citt...
    FERRANTE. Ah, no... certo...
    LELLO. Sarebbe una condizione per me, per lei

    indica Evelina

    intollerabile!
    FERRANTE. Stia tranquillo. Non mi domicilier qua certamente.
    EVELINA. E dunque, come sar questo sempre?
    ALDO. Ma si vedr, mamma... Combineremo...
    EVELINA.  No, no! - Ora! Lo voglio sapere ora! lo voglio sapere prima!
    - Non verr fuori che tu non potrai pi venire qua perch io  sto  con
    lui!

    Indica Lello, guardando come a sfida Ferrante.

    FERRANTE (sorridendo).  Ma non ti rivolgere a me.  Io non dico niente!
    Fate voi! Fate voi!
    LELLO (schizzando stizza; irritato, non si sa se dalla gelosia,  o dal
    dispetto  di vedersi tutto scombinato).  Comoda,  ah,  comoda,  la sua
    parte!
    FERRANTE. E dlli! Ma non me lo dica lei, almeno, scusi!
    LELLO. Glielo dico io, sissignore, glielo dico io!
    FERRANTE. Oh bella! Ma abbia pazienza, si rende un po' conto perch la
    cosa le sembra cos?
    LELLO.  Ma perch  cos!  Non crede che sia comodo lasciar fare  agli
    altri dopo aver messo tutto sossopra?
    FERRANTE. Nient'affatto. Guardi. Le sembra cos, perch io proprio non
    voglio nulla,  neanche mio figlio; di fronte a lei che invece vorrebbe
    tutto.
    LELLO. Io?
    FERRANTE. Sissignore. Tutto. Come se io non solo non ci fossi,  ma non
    fossi  mai  stato nessuno n per questa donna,  n per questo ragazzo.
    Bene. Io faccio come vuol lei,  cio appunto come se non ci fossi;  ed
    ecco  che  lei  se  n'irrita e se la piglia con me.  - Se la pigliasse
    almeno con lui!

    indica Aldo.

    - Quantunque,  per esser logico,  lei  dovrebbe  riconoscere  che  mio
    figlio, qua, non dovrebbe metter pi piede.
    LELLO (stordito). Come per esser logico?
    FERRANTE.  Ma  sissignore!  Perch  lei  si  d  pensiero  delle false
    situazioni e della buona reputazione,  solo quando fanno comodo a lei.
    Bene.  Voglio darmene pensiero anch'io. E posso pretendere - poich il
    marito sono io,  infine,  io e non lei  -  posso  pretendere  che  mio
    figlio, qua, non metta pi piede!
    EVELINA (subito, costernatissima). Ah, vedi? vedi?
    FERRANTE (scoppiando a ridere).  Ma no!  ma no!  Stai tranquilla cara!
    Non pretendo nulla, io! - Non posso soffrire la pedanteria, lo sai!  -
    Povera  piccola  Eva,  sei  diventata  accanto  a lui una brava saggia
    mammina feroce. Ti ricordi?

    Far questo grido,  che evidentemente era il modo con cui un tempo  la
    chiamava,  con  una  strana  luce negli occhi e alzando tutte e due le
    braccia.

    E tu mi saltavi al collo.

    Evelina, che durante tutta la scena ha cercato di nascondere il vivo e
    profondo turbamento richiamandosi di continuo alla sua  malinconica  e
    austera dignit, tanto pi soffusa d'una cert'aria di comicit, quanto
    pi in lei vuol essere sincera, e che nella difesa del figlio ha messo
    tanta aggressivit contro la sorridente remissione del marito,  perch
    in questa aggressivit trovava anche una difesa contro il suo  proprio
    turbamento,  ora a quel grido di lui,  per nascondere ancora una volta
    questo turbamento, ricorre a un vero atto di sdegno.

    FERRANTE (subito, notando quest'atto). No! Basta... Scusami... Mi pare
    impossibile che,  pur essendo all'aspetto  quasi  la  stessa,  tu  sia
    divenuta un'altra, cos...
    EVELINA (non potendone pi). Ma insomma!
    FERRANTE.  Basta, basta, s. Me ne vado. Non c' da far tragedie, come
    vedete, disposto come sono alla massima condiscendenza.  Tuo figlio se
    ne star con te, con me, come vorr. E standosene con me non soffrir,
    perch  ho  pensato per lui,  credi,  pi che non paja.  Da questo bel
    giovanotto

    posa una mano sulla spalla di Decio

    mi farete sapere quello che stabilirete fra  voi  due:  dove,  come  e
    quando vi volete vedere; e non ne parliamo pi...

    Fa per avviarsi, con Decio, quando sulla comune si presenta la Signora
    Armelli, sui trent'anni, molto ritinta e riccamente abbigliata.

    SIGNORA ARMELLI. Permesso?
    EVELINA. Oh, Lucia. Vieni, vieni.
    FERRANTE (piano a Decio). S, s, andiamo, andiamocene, noi due!

    Saluta  con  la  mano Aldo,  e inosservato dagli altri esce con Decio,
    approfittando della visita sopravvenuta.

    SIGNORA ARMELLI (a Lello). C' mio marito in automobile che la aspetta
    gi, avvocato, per andare... non so, al convegno per la causa...
    LELLO (imbarazzatissimo). Gi! Ma non  possibile, vede?

    Voltandosi a cercar nella stanza Ferrante:

    Dov'? Se n' andato?
    SIGNORA ARMELLI (stordita). Chi?
    LELLO.  Niente niente.  Scender io stesso gi a portare a Giorgio  le
    carte  e  a dirgli che faccia lui perch per oggi io non posso...  non
    posso...

    Esce di fretta per l'uscio a destra.

    SIGNORA ARMELLI. Oh Dio, ma che cos' accaduto?
    EVELINA. Ah Lucia, che cosa! che cosa! Vedi questo ingrato?

    indica Aldo. - Poi volgendosi a lui:

    Perch non te ne sei andato via subito con lui?
    ALDO. Ma per carit, mamma.
    EVELINA (alla signora Armelli). Lo abbiamo cresciuto insieme,   vero,
    Lucia? E ora...
    SIGNORA ARMELLI. E ora?
    EVELINA.  Hai  veduto quel signore che si disponeva a uscire quando tu
    sei entrata?
    SIGNORA ARMELLI. S, col signor Decio...
    EVELINA. E' mio marito!
    SIGNORA ARMELLI (sbalordita). Tuo marito? tuo marito?
    EVELINA. S, che si porter via con s Aldo!
    SIGNORA ARMELLI (con un grido represso). Ah!
    EVELINA. E lui  felicissimo d'andarsene!
    SIGNORA ARMELLI (sentendosi vacillare e accennando di portarsi le mani
    al volto, esclama quasi sotto voce): Oh Dio... Oh Dio...

    E mentre Evelina e Aldo accorrono a sorreggerla,  casca su una  sedia,
    svenuta.

    EVELINA (guardando quasi impaurita il figlio). Che cos'?
    ALDO   (confuso,   premuroso,   chinandosi  sulla  svenuta).   Signora
    Armelli... Dio mio... signora Lucia...

    Poi, alla madre con un gesto espressivo delle mani:

    Mamma... mamma... va', corri pei sali...
    EVELINA (trasecolata). Ma come, tu... con lei?

    E si porta le mani alle tempie, come a reggersi la testa che le va via
    davanti alla rivelazione d'una cosa cos enorme e incredibile.

    ALDO (piano, con una certa stizza).  Anche per questo,  vedi?,   bene
    che io me ne vada... - S, corri, corri...

    Evelina, con la bocca aperta, le mani per aria, fa per avvicinarsi, ma
    come  se  non  sapesse pi dove andare;  poi si volge ancora una volta
    verso il figlio come impaurita,  ma Aldo con le mani  le  fa  un  atto
    iroso d'andare.

    TELA.
    ATTO SECONDO.

    Giardino della villa di Ferrante Morli a Roma.  La villa  a sinistra;
    se ne scorge tra gli alberi la facciata, col portone aperto,  a cui si
    sale per alcuni scalini d'invito,  non pi di cinque,  che man mano si
    restringono fino alla soglia del portone. A destra  prima il cancello
    con un magnifico eucaliptus presso uno  dei  pilastri,  poi,  fino  in
    fondo,  la ringhiera che s'intravede di tra gli alberi,  tutta coperta
    d'edera e di roselline rampicanti.  Alberato  anche  il  fondo  della
    scena,  in parte sul davanti praticabile. Tra due alberi, un'altalena.
    In mezzo qualche tavolino e sedie e sedili da giardino.
    Sono  passati  circa  due  mesi  dal  primo  atto.  E'  un  dolcissimo
    pomeriggio d'aprile.
    Sono  in  iscena  il  cameriere  Ferdinando,  sui  cinquanta anni,  in
    marsina,  Toto,  giovinastro equivoco,  che accompagna una Giovane non
    meno  equivoca,  in  cappellino,  la  quale  viene  a  profferirsi per
    governante.

    FERDINANDO. Per me, se volete, entrate pure.

    Indica il portone della villa.

    Ce n' di l altre due che aspettano.

    Osserva la Giovane.

    Ma per dir la verit, non mi pare il genere...
    TOTO (aggressivo e provocante, facendosi avanti). Come sarebbe a dire,
    che non ti pare il genere?
    LA GIOVANE (tirandolo indietro, non tanto per metter pace,  quanto per
    far vedere che basta lei sola).  Lascia,  Toto;  andiamocene. L'avviso
    del giornale diceva: Donna eccepibile.
    FERDINANDO (correggendo). Ineccepibile! ineccepibile!
    LA GIOVANE. E va bene! Governo casa signore solo.
    FERDINANDO. Gi,  ma vedete,  qua,  propriamente,  questa donna non la
    vorrebbero n il signore n il signorino...
    LA GIOVANE (interrompendo). Ah, come? c' pure il signorino?
    FERDINANDO.  S;  ma  questo per voi non vorrebbe dire,  perch solo
    anche lui. Meglio anzi!
    TOTO (come sopra). Oh! Che discorsi fai? Bada come parli!
    FERDINANDO. No; faccio per dire adesso!
    TOTO (interrompendo,  agitando un giornale che tiene in mano  aperto).
    Ma  allora  perch mettono l'avviso sul giornale e fanno incomodare le
    persone a venire fin qua?
    FERDINANDO.  Abbiate pazienza.  Lasciatemi finire.  La  governante  la
    vorrebbe la signora.
    TOTO (subito scattando). Che? La signora?
    LA GIOVANE (come sopra,  quasi contemporaneamente).  Senti senti,  che
    scappa fuori adesso anche la signora!

    Si sente sonare il campanello del cancello.

    TOTO (alla donna, tirandola via con s). Vieni via! vieni via!
    FERDINANDO (accorrendo verso il cancello). Un momento...  aspettate un
    momento...

    Ferdinando  apre  il  cancello.   Entrano  la  Vecchia  zia,   grassa,
    ciabattona,  e la Nipote,  sui  trent'anni,  molto  formosa  ma  finta
    modesta.

    LA VECCHIA ZIA. E' qua che cercano la donna per un signore solo?
    FERDINANDO. Qua, entrate.
    TOTO (subito alle due nuove arrivate). Ma non date retta!
    LA  GIOVANE  (sulle  mosse  d'andar  via  con Toto).  Questo si chiama
    ingannare la gente.  Dicono signore solo,  e poi viene fuori che c'
    pure la signora!
    FERDINANDO. Ma no!
    LA VECCHIA ZIA. Come? La signora?
    LA GIOVANE (rispondendo a Ferdinando). L'avete detto voi!
    FERDINANDO. Se non mi lasciate spiegare! - La signora c' e non c'.
    TOTO. E che solo e solo allora, me lo dici? se ci ha l'amante che va e
    viene?
    FERDINANDO. Ma non  l'amante,  la moglie!
    LA GIOVANE. La moglie che va e viene?
    FERDINANDO. E' venuta per qualche giorno, e ora se ne riparte.
    LA VECCHIA ZIA. Perch non sta con lui?
    FERDINANDO. Sta fuori.
    LA  GIOVANE (con un riso sguajato).  Ho capito!  Ce l'avr lei allora,
    l'amante.
    LA VECCHIA ZIA. E come? e lui, il marito?
    FERDINANDO.  Io non so niente.  So che la signora,  prima di  partire,
    vorrebbe lasciar qua per il governo della casa una donna... ma...
    LA GIOVANE (subito, facendogli il verso). Ineccepibile!

    E scoppia di nuovo a ridere, come sopra.

    FERDINANDO. Posata... anziana...
    TOTO  (afferrando  con una mano e tirando a Ferdinando il bavero dalla
    marsina).  Per tua regola,  quando sull'avviso si mette  come  ci  sta
    scritto qua...

    S'interrompe e lo guarda negli occhi.

    Ci siamo intesi!

    Poi, subito, rivolgendosi alla Giovane e tirandosela via con s:

    Andiamo via!

    Escono tutt'e due per il cancello.

    LA VECCHIA ZIA. Eh gi. Se prima mettono una cosa, e poi ne vien fuori
    un'altra...
    FERDINANDO. Ma no!

    Piano, con uno sguardo d'intelligenza.

    Si capisce che cosa cercavano quei due l,  lei per un verso e lui per
    l'altro.  Ma voi entrate.  La signora star  poco  a  venire.  Voi  mi
    sembrate adatta.
    LA VECCHIA ZIA. Io? Ma che! Non mi metto mica a servizio io...
    FERDINANDO (squadrando la nipote). Ah,  allora per...
    LA VECCHIA ZIA. Per questa mia nipote qua, buona come il pane.
    LA NIPOTE (con gli occhi bassi). Gi... ma se c' la signora...
    FERDINANDO (spazientito).  Oh,  insomma,  entrate,  se volete,  e come
    verr la signora, ve l'intenderete con lei.

    Suona di nuovo il campanello del cancello.

    FERDINANDO (accorrendo ad aprire e  indicando  l'entrata  della  villa
    alle due donne). Di l, di l...
    LA VECCHIA ZIA (alla Nipote). Vediamo prima che signora ...

    Si  dirigono  verso  il  portone  aperto della villa,  a sinistra,  ed
    escono.

    Ferdinando intanto apre  il  cancello,  ed  entra  l'avvocato  Giorgio
    Armelli,   media  statura,  piuttosto  grasso;  sessant'anni,  capelli
    bianchi,  corti,  tagliati  rigorosamente  a  spazzola;  viso  acceso,
    occhietti  scuri,  baffi  neri,  insegati e ritinti,  ritinte anche le
    sopracciglia;  tiene sempre rigida la nuca,  come  per  un  torcicollo
    fisso;   compitissimo, elegantissimo, parla piano, spiccando tutte le
    sillabe e porgendo quasi a una a una le parole  con  l'accompagnamento
    d'un gesto delle dita a chiocciolino.

    FERDINANDO. Scusi, il signore?
    ARMELLI.  Sono  l'avvocato Giorgio Armelli.  Vengo da Firenze.  Vorrei
    parlare con la signora Lina.
    FERDINANDO. La signora Lina? Non sta mica qui.
    ARMELLI. Come non sta qui?
    FERDINANDO. Qui non ci sta nessuna signora Lina.
    ARMELLI. Ma come? Non  la casa del signor Morli, questa?

    FERDINANDO. Sissignore.
    ARMELLI. E dunque! La signora si chiama Lina.
    FERDINANDO. No, sa. La signora qua si chiama Eva.
    ARMELLI. Lina! Lina! Volete insegnarlo a me?
    FERDINANDO. Potrei giurare, signore,  d'averla sentita chiamare sempre
    Eva dal marito.
    ARMELLI. Ah! Ho capito. Perch veramente... s s... Evelina, ecco, si
    chiama Evelina...  Si vede che il marito ne avr presa la prima parte,
    e la chiama Eva. Noi a Firenze la chiamiamo signora Lina.
    FERDINANDO. Scusi; io non sapevo...
    ARMELLI. Chiarito l'equivoco - basta! - E cos, dunque?
    FERDINANDO. Per il momento la signora non  in casa.
    ARMELLI (meravigliato). Ah no? E come? Col figlio...

    Rimane in sospeso e costernato.

    FERDINANDO (interpretando a suo modo la sospensione). Sissignore,  col
    figlio e il marito; sono usciti per una passeggiata a cavallo.
    ARMELLI (strabiliando, a due riprese). Una passeggiata? - A cavallo?
    FERDINANDO. Sissignore.
    ARMELLI (come sopra, a tre riprese). La signora Lina? - A cavallo? - E
    col figlio?
    FERDINANDO  (col  viso  di  chi non capisce il perch di tanto stupore
    risponde naturalmente): E il marito, sissignore.
    ARMELLI. Ma dunque, perfettamente guarito?
    FERDINANDO. Scusi, chi, guarito?
    ARMELLI. Come, chi? Il figlio!
    FERDINANDO. Ma non  stato mai malato, ch'io sappia.
    ARMELLI (cascando dalle nuvole). Come come? Non  stato mai malato, il
    figlio? anzi, gravissimo? quasi per morire?
    FERDINANDO. Da che ci sto io, no, signore;  e sono a momenti due mesi.
    Vispo come un grillo.
    ARMELLI.  Ah,  ma dunque?  Dio mio...  Arriv,  otto giorni or sono, a
    Firenze un telegramma che dava il  figlio  quasi  per  ispacciato  dai
    medici;  per  cui  la madre  accorsa qua...  - E noi che s' stati in
    tanta costernazione, senza nessuna risposta ai nostri telegrammi...
    FERDINANDO. Ah, ecco, per questo!  Sissignore: ne sono arrivati tanti,
    di questi giorni! Un diluvio!
    ARMELLI. Ma s, Dio mio, costernatissimi! Vi dico che voleva venir con
    me perfino mia moglie!  - Ma allora... allora hanno fatto finta... per
    attirare qua la madre?  Non so...  non capisco per,  come la  signora
    Lina...
    FERDINANDO. Eh, caro signore...
    ARMELLI.  Indignatissima,  mi figuro! Sfido! Se sono scherzi da fare a
    una madre!

    Voltandosi di scatto, come se Ferdinando avesse parlato:

    Che?
    FERDINANDO. Mah! Ne combinano! Ne combinano!
    ARMELLI. Padre e figlio?
    FERDINANDO. Mai fermi un momento!
    ARMELLI. E la signora?
    FERDINANDO. Eh... sa, direi che... anche lei...
    ARMELLI. Ah s? Sbalordisco... Perch...

    E resta tutt'a un tratto in tronco.

    FERDINANDO (per rimediare). Ma fa piacere,  sa,  vederli cos,  sempre
    allegri...
    ARMELLI. Ah; lo credo, lo credo. - E allora... allora non dite niente,
    mi raccomando, di questa mia visita: per non guastar la loro allegria.
    Corro  io,  adesso,  a spedire un telegramma d'urgenza per tranquillar
    tutti a Firenze; e ritorner pi tardi per parlare con la signora.
    FERDINANDO (esitante). Non debbo avvertire...?
    ARMELLI. No, no.  Anche nel vostro interesse,  perch forse la signora
    non voleva si sapesse che il figlio non  stato mai malato,  essendosi
    trattenuta qua una settimana...
    FERDINANDO. Gi; ma io non sapevo...
    ARMELLI (per troncare, accomodante). Lasciamo le cose come sono;  come
    se io non fossi venuto. Ritorner pi tardi, nuovo di tutto. Fidatevi.

    Entra  a  questo  punto dal cancello rimasto aperto la Signora vedova,
    sui trentacinque anni, in gramaglie.

    SIGNORA VEDOVA. Permesso?
    ARMELLI (avviandosi, a Ferdinando). Siamo intesi, eh? Addio.

    Salutando Ferdinando con la mano, esce dal cancello.

    FERDINANDO (seccatissimo,  quasi sgarbato).  Viene  per  l'avviso  del
    giornale, signora?
    SIGNORA VEDOVA. Sono una povera vedova...
    FERDINANDO. Va bene, scusi. Favorisca dentro.

    Indica il portone della villa.

    Ce n' altre quattro che aspettano. Creda che io non ne posso pi!
    SIGNORA VEDOVA. Ma  solo, veda, per la mia sventura che io...
    FERDINANDO (sbrigativo).  Lo credo,  lo credo. Parler con la signora.
    S'accomodi di l.
    SIGNORA VEDOVA (si porta invece il fazzoletto  listato  di  nero  agli
    occhi e si mette a piangere con impeto, ma silenziosamente; poi dice):
    Da appena un mese...
    FERDINANDO (un po' pentito per lo sgarbo usatole). Il marito?
    SIGNORA VEDOVA. Che mi voleva tanto bene '
    FERDINANDO.  Eh,  disgrazie... - Sa per, se lei piange cos, signora,
    non credo che questa sia una casa per lei. Gliel'avverto.
    SIGNORA VEDOVA.  Ecco,  volevo appunto qualche notizia.  Il signore  
    forse vedovo anche lui?
    FERDINANDO.  Che! Ha moglie. Moglie e un figliuolo. Ma la moglie sta a
    Firenze.

    Piano in confidenza:

    Sa... pasticci!
    SIGNORA VEDOVA. E che et ha?
    FERDINANDO. La signora?
    SIGNORA VEDOVA. No, lui.
    FERDINANDO. Mah... tra i quaranta e i cinquanta...
    SIGNORA VEDOVA. Ah, dunque... ancora...
    FERDINANDO. Che cosa?
    SIGNORA VEDOVA. Non tanto vecchio...
    FERDINANDO (che ha capito l'antifona). Signora, io debbo apparecchiare
    qua per il t.

    Vengono dal fondo a sinistra le voci e le risate  di  Ferrante  Morli,
    d'Evelina  e  di Aldo che ritornano dalla passeggiata a cavallo e sono
    entrati nel giardino dalla parte della rimessa.

    Vada, vada. Ecco che giungono. -

    Indicando la villa:

    Di l, dove aspettano le altre...

    Ferrante Morli e Aldo,  che hanno intrecciato le mani a seggiolino per
    sorreggervi  su  Evelina,  entrano rumorosamente dal fondo a sinistra,
    tutti e tre in costume da cavalcare. A Evelina,  da tanti anni non pi
    abituata a montare a cavallo,  s' intorpidita una gamba.  Ella ha una
    amazzone nuova,  con "redingote" di panno marrone molto sciallata a un
    sol  bottone,  alta  fin  sopra  il ginocchio,  calzoncini aderenti di
    stoffa scozzese,  abbottonati da un lato e gambali.  Durante la  scena
    seguente Ferdinando uscir parecchie volte dalla scena e vi rientrer,
    sempre attraverso il portone della villa,  intento ad apparecchiare in
    giardino il tavolino per il t.

    EVELINA (sorretta a sedere sulle mani di Ferrante e di Aldo, tenendosi
    con le braccia appoggiata a entrambi). Ma no! Gi! Che fate! Gi! gi
    ALDO. No! cos, cos!
    FERRANTE. In trionfo! in trionfo!
    EVELINA. Qua! qua! basta! gi! Fatemi scendere!

    Scende e si prova a poggiare a terra il piede.

    FERRANTE. E' passato?
    EVELINA (subito). Ah!

    E solleva il piede.

    No... Dio! mi formicola... mi formicola...
    ALDO. Siedi; siedi...
    FERRANTE. No, meglio in piedi... Cos, guarda: lzati,  lzati e premi
    sulla punta dei piedi
    EVELINA. Ma no, non posso! non me lo sento pi, il piede!
    FERRANTE. Da ascolto a me! Ti reggo io...

    La regge. Evelina prova a rizzarsi sulla punta dei piedi.

    Cos... cos...
    ALDO. Ti passa? - ti passa?
    EVELINA (ridendo nervosamente). S... s...
    FERRANTE. Vedi? - Ah, il mio "cau-bi"! A che siamo ridotti!
    EVELINA. Sfido! dopo tant'anni che non monto pi a cavallo!
    FERRANTE  (ad  Aldo).  L'avessi  vista  sul  suo jumper (pronunziare
    gimpeur). Tutt'una con esso! Che salti!
    EVELINA.  Basta,  basta!  Per  carit,  basta,  Dio  mio!   Sono  come
    ubriaca... Basta, di pazzie, ora!
    ALDO. Ma che basta!
    EVELINA. No, no, basta! basta!
    FERRANTE.  Lasciamola dire! Diceva cos anche prima! E sai in che modo
    buffo,  venendomi avanti con  certi  occhi  da  bambina  spaventata  e
    scotendo il dito... Come dicevi?
    EVELINA   (ripetendo   con  grazia  fuggevole  l'antico  modo,   quasi
    bambinesco,  ma con aria di volerne subito profittare richiamandosi  a
    un  proposito  serio).  Non ci faccio pi! - Ah ma davvero sai!  Ora
    basta, ora basta: non ci faccio pi davvero - E prima di tutto,  via
    quest'abito!

    Accenna d'avviarsi.

    ALDO (subito, trattenendola). No, no! Resta cos, mammina!
    EVELINA (cercando di svincolarsi). Ma no - via - lasciami!
    ALDO (come sopra). No, cos... come un maschietto in mezzo a noi...
    EVELINA (impostandosi severamente). Aldo! Impertinente!

    Ma come Ferrante scoppia a ridere forte, vedendole assumere quell'aria
    di severit, subito smettendola e fingendo d'esser seccata:

    S, bravo, ridi...
    FERRANTE (seguitando a ridere). Ma s, abbi pazienza, Ivi! T'ho visto
    far con la testa...

    Le  rif  il  gesto  con cui ha accompagnato il rimprovero del figlio,
    come se  questo  gesto  gli  ricordasse  le  mossette  di  lei  per  i
    rimproveri che un tempo soleva rivolgere a lui, ed esclama:

    Tu non sai come sei tutta, sempre, la stessa!
    EVELINA. Sfido!
    FERRANTE  (subito,   rifacendole  anche  il  modo  con  cui  ha  detto
    Sfido!). Ecco: Sfido! - E l'ha ripetuto gi due volte!

    Ad Aldo:

    - Non sapeva far altro che dirmi Sfido!.
    EVELINA (involontariamente, tirata dal discorso, ripete): Sfido!

    Ma subito l'avverte e s'arresta:  basta  questo,  per  far  prorompere
    naturalmente  quei due in una gran risata;  e allora subito ella,  per
    ripigliarsi:

    S, s, perch prima era lui a farmi commettere tutte le pazzie, e poi
    aveva il coraggio di farmele notare, sissignori: che erano pazzie!  Io
    allora,  mortificata, gli dicevo: - Non lo faremo pi! - E lui: - Che?
    Queste sono niente! Vedrai quelle che faremo domani! -

    Abbassa gli occhi e aggiunge:

    E le facevamo davvero.
    ALDO (dopo averla contemplata un pezzo, beato).  Ma sai che per me sei
    tutta, tutta nuova, mammina? Io ti sto conoscendo adesso! Non t'ho mai
    veduta cos!
    EVELINA  (con comico dispetto,  facendo gli occhiacci).  Me l'immagino
    bene,  conciata poi in questo modo...  No,  via,  lasciate che vada  a
    levarmi  di  cos...  Peccato!  Per  una  volta  sola,  una spesa cos
    forte...

    Sale i cinque gradini d'invito davanti al portone della villa.

    ALDO (con un sobbalzo). Che!
    FERRANTE (come sopra). Per una volta sola?
    EVELINA. Ah s! Se aspettate di riprendermici un'altra volta!
    FERRANTE. E il bajo che resta di l?
    EVELINA. Potete cominciare a rivenderlo...

    Poi con tono d'ammonimento a  Ferrante,  per  richiamarlo  alle  spese
    pazze d'una volta, che determinarono la sua rovina:

    E ti prego... e ti prego...

    Fa per ritirarsi.

    FERDINANDO  (dal giardino).  Ci sono di l,  signora,  parecchie donne
    venute a profferirsi per governanti...
    ALDO  (a  precipizio,  protestando).  Nonononono!   Niente,   mammina,
    governanti!
    FERRANTE. Abbasso le governanti!
    ALDO. Non vogliamo saperne!
    FERRANTE. Muffa! Muffa da signora Lina!
    ALDO. Pensieri da mamma Lina! Via! via! via!
    EVELINA.  Oh, ragazzo! Ma sai che tu m'hai conosciuta sempre da mamma
    Lina?
    ALDO. Eh, scusa,  l'ho detto io stesso,  or ora...  Ma a Firenze,  non
    qua,  mammina! Qua non ci sta mica, di casa, mamma Lina, n presumerai
    d'esser quella, ora - vestita cos...
    EVELINA.  E perci vado subito a spogliarmi,  e me ne riparto stasera,
    cari miei!

    Scappa via per il portone della villa.

    FERRANTE (a Ferdinando,  seccato e risoluto).  Vai,  vai a cacciar via
    tutte quelle donne,  e senza farle uscire di qua: non  voglio  neanche
    vederle!
    FERDINANDO. Sapesse che roba!

    Fa per avviarsi a eseguire l'ordine.

    FERRANTE. Via! via!

    E come Ferdinando esce:

    Senti, Aldo. Seriamente. Bisogna ch'ella rimanga qua, con noi!
    ALDO  (angustiato  di quell'aria risoluta del padre,  con un sospiro).
    Eh...
    FERRANTE (con forza). No, Bisogna! bisogna!
    ALDO. Figrati se lo vorrei anch'io! Ma capirai...
    FERRANTE (subito, fosco e duro). Capisco solo una cosa io, adesso: che
    non posso pi tollerare,  assolutamente,  ch'ella ritorni l.  Bisogna
    impedirglielo a ogni costo!
    ALDO. Ammalandomi di colpo per davvero?
    FERRANTE (con pronta e aspra severit). Aldo, t'ho detto seriamente!
    ALDO. Ma, pap, se dici seriamente...
    FERRANTE. Seriissimamente!
    ALDO. E allora temo, purtroppo, che non verrai a capo di nulla.
    FERRANTE. Perch ti sembro fatto soltanto per scherzare, io?
    ALDO. No, pap! - Perch vedo che ti rivolgi a me.
    FERRANTE. Come a dire, a uno che sa soltanto scherzare?
    ALDO. Ma no, Dio mio! Ti parlo anch'io adesso seriamente. Vedo... vedo
    con tanta pena, che tu...
    FERRANTE (interrompendolo,  smaniando).  Non dovevo,  non dovevo farla
    venire!  - Ma sei stato anche tu!  Per  farle  prendere  una  boccata
    d'aria!.
    ALDO. Eh gi... Per questo soltanto! Credendo che tu ormai...
    FERRANTE.  Ma  non  vedi,  con l'aria che ha preso,  con l'aria che ha
    respirato subito, di nuovo accanto a me...
    ALDO. Gi, s,  un'altra!
    FERRANTE. Ma che un'altra!  L'ho ritrovata,  s' ritrovata lei stessa,
    subito,  tutta,  qua  -  lei,  lei  - quella che era prima!  Pare a te
    un'altra! Come era parsa a me l,  quando la rividi come una mummia...
    Fosse  venuta quella,  mi sarei anch'io divertito a farle prendere un
    po' d'aria! Ma che!  S' avuta per male,  l per l,  di trovarti qua
    sano;  ha  fatto un po' l'indignata per la crudelt dello scherzo;  se
    n' voluta andare prima all'albergo,  ma poi,  nel vederci  andar  via
    mogi mogi, s' messa a ridere...
    ALDO. E io, quando ha riso...
    FERRANTE. Tu, s; ma io mi son sentito lacerare tutto, subito, dentro,
    a quel riso! - Tu non lo sai, come ha riso!
    ALDO. Ha riso... e poi... ce la siamo portata via.
    FERRANTE.  Ah,  caro mio...  Ho riso anch'io,  guardandoti, come ti ha
    guardato lei. Ma poi i nostri occhi si sono incontrati; ed  stato uno
    sgomento (un attimo!) - Sono sicuro,  guarda,  che tu  come  sei  ora,
    cresciuto,  un giovanotto,  non sei stato pi niente per lei; come per
    me - niente; perch, per noi, piccolo, cos soltanto, potevi essere in
    quell'attimo, e non questo che sei. Ho visto nel suo sorriso, dopo che
    mi  guard,   quella  stessa  momentanea  freddezza  ch'era  nel  mio,
    impacciata,  come se tu,  cos grande,  non fossi...  non fossi nostro
    (oh, per un momento,  bada!) e noi due,  io e lei...  non so dirtelo -
    divisi - presenti e divisi - come divisi,  s,  in due vite distanti e
    contemporanee, vere tutt'e due e vane tutt'e due nello stesso tempo! -
    Ora,  in questi otto giorni,  tu l'hai vista: quella che   stata  per
    tant'anni  la tua mamma l,   sparita.  Qua  vera quella che conosco
    io. E questa  mia,  mia; dev'esser mia; non pu pi ritornare l!
    ALDO (quasi sgomento). Ma pap, tu cos...
    FERRANTE (forte, non ammettendo repliche). Non posso pi tollerarlo!
    ALDO. Gi; ma vuoi...
    FERRANTE  (pronto,   interrompendo  come  sopra).   Che  rimanga   qua
    assolutamente!
    ALDO. E l'altra?
    FERRANTE  (stordito dalla subita e placida domanda del figlio,  che lo
    arresta). Che altra?
    ALDO. Quella di l! Come la conoscevo io;  come la conoscono tutti gli
    altri, l, a Firenze. E' vera anche quella, sai, pap!
    FERRANTE (come sopra). Come, vera? No! Ormai no! Non pu, non deve pi
    esser quella!
    ALDO.  E come,  pap,  se ha pure quell'altra sua vita, l, che tu non
    puoi cancellare?
    FERRANTE (scrollando furiosamente le spalle). Ma che vita! che vita!
    ALDO. Bene o male. Quella che . Come ha potuto fargliela quel...
    FERRANTE  (subito,  voltandosi  di  scatto,  furibondo).   Non  me  lo
    nominare!
    ALDO.  Oh, pap: un uomo che s' fumato tutto da s, piano piano, come
    un sigaro dolce.  E' rimasto intero,  ma di cenere;  che  guaj  se  lo
    scrolli un po' o se ci soffii sopra, appena appena!
    FERRANTE.  Ah,  se lo scrollo! Lo scrollo! lo scrollo! - Ci soffio! ci
    soffio!

    E si mette a passeggiare sulle furie.

    ALDO (quasi tra se). Sar un bel guajo...
    FERRANTE  (vedendolo,   si  ferma  un  po',   per  poi  riprendere   a
    passeggiare). S; contntati di dire cos, tu, e basta...
    ALDO. Ma che vuoi che ci faccia io? Non ci ho mica colpa io, pap...
    FERRANTE.  Lo so!  Ma  tempo,  sai,  che lei s, la signora, cominci,
    cominci a riconoscere che la colpa fu anche sua, sua allora!
    ALDO.  Ma no,  pap,  io dico colpa,  se lei se ne vuol ripartire.  Ti
    rivolgi a me.  Io ho potuto farla venire,  e avr fatto male; ho fatto
    male certamente. Non posso mica trattenerla...

    Si ode a questo punto dall'interno del portone la voce di Evelina.

    VOCE DI EVELINA. Ferdinando, il t.
    FERRANTE. Eccola! Non posso farmi vedere da lei cos agitato.

    S'avvia concitatamente verso il fondo e scompare tra gli alberi.

    Rientra in iscena poco dopo Evelina, in abito grigio, da viaggio.

    EVELINA (vedendo Aldo ancora in abito da cavaliere). Come, e tu ancora
    cos? ALDO (confuso, guardandosi l'abito addosso). Ah,  s...  Mi sono
    trattenuto a parlare con pap.
    EVELINA. E dove... dov' andato?
    ALDO. Mah... non so, di l...
    EVELINA. E non viene a prendere il t?
    ALDO. Credo che... che ne abbia poca voglia, oggi, pap.

    Pausa.  Evelina lascia cadere,  apposta, il discorso. Entra Ferdinando
    con la teiera e con le paste.

    EVELINA. Oh, bravo Ferdinando. Posa qua, posa qua.

    Indica il tavolino apparecchiato.

    FERDINANDO. Comanda altro?
    EVELINA. Nient'altro, grazie.

    E come Ferdinando va via,  si mette a versare il t e il latte,  prima
    per Aldo,  poi per s.  Dura ancora un po' la pausa. Poi, rivolgendosi
    ad Aldo, domanda:

    Non sar cambiato,  vero, l'orario delle ferrovie?
    ALDO. Te ne vuoi dunque, proprio, ripartire stasera? No, mammina!
    EVELINA. S, s, s!
    ALDO. No; almeno stasera, no!
    EVELINA. Stasera, stasera...
    ALDO. Domani, senti...
    EVELINA. Stasera. Basta!
    ALDO. Tutto domani, qui; e poi, doman l'altro mattina...
    EVELINA. Basta, basta ti dico!  E' ormai deciso...  Ma come sono buone
    queste paste! Prendine una.
    ALDO (rifiutando, ingrugnato). Grazie.

    Poi:

    Qua, per tua regola,  tutto buono.
    EVELINA. S. Tranne te.
    ALDO. No. Tranne te. Sono appena otto giorni, e...
    EVELINA.  Avrei  dovuto  ripartirmene  il  giorno  stesso dell'arrivo,
    appena scoperta la vostra bella birbonata!
    ALDO (con le mani congiunte e aria e voce di  preghiera  bambinesca  e
    birichina). Mammina!
    EVELINA. Smettila, Aldo!
    ALDO. Mi sono tanto strapazzato, oggi, a cavallo.
    EVELINA. Peggio per te!
    ALDO. Mi fa tanto male il capo!
    EVELINA. Smettila, ti dico!
    ALDO.  E va bene, vattene! Se poi, appena montata in treno io mi metto
    a letto per davvero con la febbre...
    EVELINA. Oh sai, impostore,  ricordati la favola di quello che gridava
    al lupo!  Io non vengo pi,  bada, neanche se sei davvero ammalato. Ci
    hai fatto questo bel guadagno!
    ALDO (con la pi tranquilla impudenza). Eh s... Tu scherzi.
    EVELINA (voltandosi sbalordita). Io scherzo? Io dico sul serio!
    ALDO. E intanto questo accadr sicuramente prestissimo con la vitaccia
    americana che facciamo qua,  io e pap.  Io non  ci  sono  abituato...
    Senza le cure di nessuno...
    EVELINA.  Ma va' l,  impostore,  che non sei stato mai cos bene come
    adesso!
    ALDO. S; ma anche tu, sai, mammina! Vedessi come stai bene, tu!
    EVELINA. Via, basta ti dico, Aldo.
    ALDO.  No,  via,  confessa,  confessa,  mammina,  che tu ti sentiresti
    maledettamente pi felice, qua, con pap!
    EVELINA (balzando in piedi). Insomma, vuoi che me ne risalga s?
    ALDO.  Ma non devi neanche credere, sai, come quando sei arrivata, che
    io abbia ancora quattro anni, oh!
    EVELINA (lo guarda come se cascasse dalle nuvole). Ma che dici? io? io
    ho creduto che...?

    Siede di nuovo e si mette a ridere.

    ALDO. Tu, tu, s, me l'ha detto pap! - Lo sgomento! Un attimo!
    EVELINA. Io? Ma che dici? Sei impazzito?
    ALDO (caricando burlescamente l'espressione).  Vi siete guardati  e  -
    niente!  come se io,  cos cresciuto, un bel giovanotto, non fossi pi
    vostro. Pi niente per te; come per lui - pi niente!
    EVELINA (un po' smorendo,  stupita ma pur sorridente,  riconoscendo la
    verit  di  quel  che realmente,  al suo arrivo,  guardando il marito,
    aveva  anche  lei  avvertito  in  confuso,  nel  turbamento).  Ma  che
    pazzie...
    ALDO  (subito,  intuendo).  Mammina,  come lo dici!  Deve essere stato
    vero!
    EVELINA (reagendo al suo sentimento). Follie,  follie di tuo padre!  -
    Non  stato vero nient'affatto!
    ALDO  (sognante,  dopo una breve pausa).  Potessi andare a nascondermi
    l, dietro quell'albero, e ricomparirvi davanti un cosino... cos, col
    cerchio e la bacchetta...
    EVELINA (profondamente turbata, sconvolta;  non potendone pi).  Aldo,
    Aldo, per carit, basta! basta! Non posso pi sentirti parlare!

    E si mette a piangere, nascondendosi il volto.

    Pausa.  Rientra  dal  fondo Ferrante.  Fa segno ad Aldo d'andar via in
    silenzio: Aldo va via. E allora egli,  piano,  s'accosta a Evelina.  A
    poco  a  poco,  lentissimamente,  a  cominciar da questa scena la luce
    andr scemando per modo che, alla fine dell'atto,  resti soltanto come
    un ultimo barlume di crepuscolo.

    EVELINA (rialzando il capo,  e credendo di parlare ancora a Aldo).  Tu
    dovresti piuttosto...

    vedendo Ferrante, e arrestandosi:

    - Ah - dov' andato?
    FERRANTE (in apparenza calmo, sorridente).  T'ha visto piangere,  e se
    n' andato.
    EVELINA  (confusa,  imbarazzata dalla presenza di lui,  perch non pi
    sicura di s). E tu... di dove sei venuto?
    FERRANTE. Se volevi darmi un po' di t...
    EVELINA. Ah... il t... ma sar freddo...

    E si volta a chiamar verso il portone della villa:

    Aldo!
    FERRANTE. Lo prendo anche freddo... - lascia!
    EVELINA (nell'imbarazzo,  volendo dare a intendere che ha chiamato  il
    figlio  per  un'altra  ragione).  No...  E',  perch...  Sono  un  po'
    nervosa... Diceva tante sciocchezze... Ma tu dov'eri?
    FERRANTE (freddo, senza dar la minima importanza alla cosa). Di l. Ho
    sentito...
    EVELINA  (che  ha  versato  il  t  nella  teiera,   porgendolo  senza
    guardarlo). E' proprio freddo, sai...
    FERRANTE. Non importa...

    All'atto di Evelina di prendere il bricco del latte:

    No, senza, senza latte...

    E dal taschino in alto del panciotto trae una fialetta oblunga e versa
    alcune  gocce  del  liquido che vi  contenuto premendo col pollice la
    piccola leva del turacciolo d'argento automatico.

    EVELINA (che  stata a guardare). E che ?
    FERRANTE. Gin.
    EVELINA. Lo porti con te?
    FERRANTE. L'America!

    E accompagna l'esclamazione con un gesto vago della mano.

    EVELINA. No... Non sta bene... - ti... ti...

    Vorrebbe esprimere il suo dispiacere, ma si trattiene.

    FERRANTE. Non mi fa niente... Un sorso ogni tanto...
    EVELINA. Ma... Dio mio,  ad Aldo...  ad Aldo no,  non lasciar prendere
    codesto vizio!
    FERRANTE.  Stai  tranquilla.  Del  resto,  non  vizio neanche per me,
    perch, se voglio...
    EVELINA (con impeto di premura,  subito  di  nuovo  trattenuto).  Ecco
    s... non... non lo fare...
    FERRANTE. Davanti ad Aldo?
    EVELINA. No, per te stesso.
    FERRANTE.  E allora,  non perch non voglia pi io, ma perch non vuoi
    tu?
    EVELINA (sempre pi imbarazzata). Dico per te...  E' proprio un brutto
    vizio... E ad Aldo, anzi, volevo raccomandare appunto...
    FERRANTE.  Che invece di dir quelle sciocchezze, pensasse a farmi un
    po' da pap?
    EVELINA.   Ma  s,   perch  tu   spendi,   tu   spendi   enormemente,
    all'impazzata, di nuovo!
    FERRANTE (sorridendo). No, no.
    EVELINA.  Come no!  T'ho visto buttar via il danaro... come prima, Dio
    mio!
    FERRANTE.  No.  Un po' in questi giorni,  perch ci sei  tu.  -  Come
    prima, dici? - Ma tu, prima, non te ne accorgevi!
    EVELINA. E' vero, s! cieca! cieca! - Ma pensa che tu hai ora Aldo con
    te!
    FERRANTE.  Oh,  se fosse per questo,  no! Non pensai che avevo accanto
    te, allora!  Figrati,  se potrebbe trattenermi Aldo adesso!  - Ma non
    dubitare che ora ci penso...
    EVELINA. Sul serio?
    FERRANTE.  S, ci penso... - ci penser, via, se non oggi, domani - ma
    sai perch? Perch sono di nuovo qua; e mi ci sento, qua,  di nuovo...
    non so,  come... - come dovresti sentire anche tu! - come se non fossi
    mai partito, ecco e lo avessi,  ah perdio,  ancora e senza fine,  quel
    danaro - non questo d'ora!  - quello,  quello!  - quello che,  per non
    averlo allora calcolato, mi distrusse, spezz la nostra vita...  - Ah,
    ma ora l'ho di nuovo e lo tengo, lo terr perch mi par di riaverla in
    pugno con esso, la mia vita - quella, quella di prima! L'ho sentito in
    questi  otto giorni,  con te qua...  Stai sicura che non me lo lascer
    pi sfuggire.
    EVELINA (timida, dolente). Gi; ma io...
    FERRANTE (scartando, fosco, estroso). Te ne vai? E allora che vuoi che
    me ne importi pi?
    EVELINA. No! Come? E Aldo?
    FERRANTE (con un riso cattivo,  e finto sdegno e finta  indifferenza).
    Aldo?... Aldo, se mai... - In America!
    EVELINA. Ah, no! Mai! Mai! Questo non devi neanche pensarlo!
    FERRANTE. Ma no, via, non temere!
    EVELINA. Me lo dici per spaventarmi?
    FERRANTE. No, cara. Sarebbe un ricatto. Io non ne faccio. Sai bene che
    volevo  lasciartelo  l...  Ha  voluto  venir via lui.  - Ripigliarti,
    trattenerti qua per mezzo del figlio, non lo far mai. - Sei stata qua
    otto giorni. Sei venuta per lui. Hai visto come

    a bassa voce per la delicatezza del sottinteso:

    come ho mantenuto la promessa
    EVELINA  (piano  anche  lei,   senz'ombra  di  ribellione,   come  per
    obbedienza a una necessit). Me ne sarei ripartita subito!
    FERRANTE.  S,  e  per farti rimanere,  dopo questa minaccia,  mi sono
    trattenuto con tutte le  forze  dell'anima  e  del  corpo.  Ma  non  
    possibile, non  possibile, Eva, che tu...
    EVELINA (interrompe, di nuovo timida, su le spine). No, no... basta...
    Che dici, ora?... basta...
    FERRANTE.  Dico che, dopo questi otto giorni di festa, di... di quella
    nostra antica festa,  non  possibile che tu,  chiudendoti  la  notte,
    nella tua stanza, sola -

    Pigia su la parola sola e le battute seguenti saranno intercalate da
    tutti e due nel discorso, rapidamente; come per non toccarsi.

    EVELINA (subito a occhi bassi). - ma certo! -
    FERRANTE (pigiando). - e a chiave! -
    EVELINA (come sopra). - a chiave, s -
    FERRANTE. - non abbia pensato, che ti era accanto -
    EVELINA. - no, no -
    FERRANTE.  - eh via, sii sincera! - Fui tuo marito! - E tu tremi tutta
    -
    EVELINA (subito). No!
    FERRANTE. Come no?
    EVELINA. No... scstati... smetti, Dio mio! non mi tormentare!
    FERRANTE. Ma dunque vedi che  vero?
    EVELINA. E che pretendi,  se  vero?  Ragione di pi per ripartirmene,
    se mai - per me e per te!
    FERRANTE. Per me? No! Come?
    EVELINA. Ma s! Anche per te... Perch io...

    e non sa pi come proseguire.

    FERRANTE (incalzandola). Perch tu? Che vuoi dire?
    EVELINA (con grazia da innamorata, ma un po' ambigua, da potersi anche
    interpretare  come  un  espediente  di  estrema difesa).  Vorrei poter
    venire ancora qua...
    FERRANTE. E come? Cos?
    EVELINA (subito). Ah, per Aldo!
    FERRANTE. Per Aldo! - Grazie! - Non per me!
    EVELINA (con la grazia di prima). Anche per te; ma... cos...
    FERRANTE.  Grazie tante!  Ah,  grazie tante,  cos!  Che vuoi  che  mi
    importi di mio figlio,  se vieni per lui?  Verr lui da te! - Cos non
    voglio pi io allora!
    EVELINA (sempre con quel suo giuoco di grazia).  Dovresti capire,  che
    non sarebbe possibile altrimenti.
    FERRANTE. Ma perch? Se  vero che tu mi vuoi ancora bene?
    EVELINA (pronta, interrompendo). Appunto perch  vero!
    FERRANTE. E vuoi che ti lasci ripartire, che ti lasci ritornare l, se
    mi dici che  vero? No! no!

    fa per abbracciarla.

    EVELINA.  No, lasciami... lasciami... Qua con te potrei esser di nuovo
    soltanto una folle!
    FERRANTE.  Ma s!  ma s!  Com'io ti  voglio!  La  mia  piccola  folle
    d'allora!
    EVELINA. E ti par possibile?
    FERRANTE. Perch no?
    EVELINA. Perch non sono pi quella, da tanti anni...
    FERRANTE. E in questi otto giorni qua, come sei stata?
    EVELINA. Ah cos... per otto giorni... Pu sempre, in qualche momento,
    a una donna non brutta capitare...

    e lascia il discorso in sospeso.

    FERRANTE (spingendola a dire). Capitare, che cosa?
    EVELINA.  Che  so!  Di  vedersi  guardata  da  qualcuno con una strana
    insistenza... e, colta all'improvviso,  turbarsene;  sentendosi ancora
    bella,  compiacersene...  Si  pu,  senza  che  paja di commettere una
    colpa,  in quell'istante di turbamento o di compiacenza,  carezzar col
    pensiero  dentro di s quel desiderio suscitato;  immaginare...  cos,
    come in sogno, un'altra vita, un altro amore...  Ma poi...  basta!  La
    vista delle cose attorno, un minimo richiamo della realt...
    FERRANTE. Ma non  anche questa, non  anche questa una realt per te?
    EVELINA. No... sono come... non so...
    FERRANTE.  Perch non vuoi toccarlo qua,  in me,  in te stessa, il tuo
    sentimento...
    EVELINA. Sono come lontana... lontana...
    FERRANTE. No! Tu devi essere qua!
    EVELINA. Non posso... non posso...
    FERRANTE. Mia! Mia! Mia!
    EVELINA. No, Ferrante - via! Basta... Ajutami, Dio mio! Intendendo che
    io debbo pure - debbo - poter tornare l!
    FERRANTE. E perch, l,  s?  - Tu hai pure qua tuo figlio!  E io sono
    tuo marito!
    EVELINA. Ah, ma non  la stessa cosa...
    FERRANTE. Come non ?
    EVELINA.  Non ! Prima di tutto perch... guarda! - se io restassi qua
    con te - (e dovrei per forza restare  perch  certo  non  potrei  pi,
    allora,  ritornare l - tu lo intendi!) - ebbene,  perderei per sempre
    ogni diritto di rivedere mia figlia.  E sarebbe per me impossibile!  -
    Poi, per me stessa...
    FERRANTE. Per lui, vuoi dire!
    EVELINA (subito, con forza). Ma non per lui! - Per te, anzi!
    FERRANTE (scrollando le spalle). Ma via... ma via...
    EVELINA (come sopra).  S,  s,  per te!  per te e per me!  Perch non
    potrei pi dire - lo capisci - che vengo qua per Aldo,  perch verrei,
    invece,  realmente,  per  te!  Mentre tu puoi esser sicuro che l vado
    solo perch c' mia figlia...
    FERRANTE. Bello! Ah,  un bellissimo ragionamento codesto!  Grazie!  L
    dove andresti soltanto per poter rivedere tua figlia,  l,  s! E qua,
    invece, dove verresti...
    EVELINA (subito, ostinata). Per te..
    FERRANTE (compiendo la frase). No!
    EVELINA (come sopra). No!  - precisamente: - no!  E non deve sembrarti
    soltanto un ragionamento,  perch credi che  anche il mio sentimento,
    ed  sincero! Pensa che c' pure mia figlia l!
    FERRANTE. Va bene; e Aldo, qua.
    EVELINA. Aldo... - Tu non puoi intenderlo, non puoi intenderlo, perch
    soltanto una donna - questo - lo pu intendere.  - Io sento che ci sei
    tu,  in Aldo,  nel mio amore per Aldo; mentre mia figlia, l, la sento
    sola! Ecco.
    FERRANTE. E perch  cos, vuoi ora ritornare da quell'altro?
    EVELINA.  Ma non che voglia!  debbo!  - E' una necessit,  che  non  
    dipesa  solo  da  me.   L'hai  riconosciuta  tu  stesso,   santo  Dio,
    ritornando; e anche accettata.
    FERRANTE. Finch non sapevo...
    EVELINA (subito troncando).  Che cosa?  Non mi forzerai a dire...  Non
    posso  mica  dirti  che cosa io sento l...  Io debbo pi,  pi che la
    gratitudine a chi m'ha difesa, protetta, salvata dalla disperazione in
    cui ero caduta per te,  senza mai approfittare del mio stato,  con una
    devozione...
    FERRANTE. Basta! basta! basta!
    EVELINA. No! E' bene che tu lo sappia!
    FERRANTE.  Ma  me  le  ha  decantate lui,  non dubitare,  tutte le sue
    benemerenze!  - Non capisco per,  come avendo  tanta...  tanta  vita,
    quanta  in  questi  giorni hai saputo ritrovarne in te - ti sia potuta
    acconciare a vivere l... con quello...
    EVELINA. Ma no, che c'entra! Qua,  con te...  con questa vita senza n
    capo n coda...  sfido! - L, una vita tranquilla... Non ho mai neppur
    pensato di poterne avere un'altra. Ho tanto da fare, da badare...  Qua
    di  tu,  tutto.  L  do io,  e ho la soddisfazione di farla io,  agli
    altri, la vita...
    FERRANTE. Negandola a me! Perch a chi la dar pi, io, la vita, se tu
    te ne vai?
    EVELINA. (con slancio,  posandogli le mani sulle spalle).  Ma a me,  a
    me,  come l'hai data sempre anche quando non c'eri!  - S...  Tutta la
    vita - tutta la vita,  che mi veniva da Aldo,  perch era tuo - la tua
    vita!  - Sguita a darla a lui,  qua,  e sar come se la dessi anche a
    me!

    Troncando, perch vede Aldo sulla soglia del portone della villa.

    Dalla soglia della villa Aldo, sporgendo il capo, domanda:

    ALDO. Pace?
    EVELINA. Pace, pace... s.
    ALDO (balzando sulla scena e correndo a Evelina).  Ah!  Dunque  resti?
    Viva la mammina!
    EVELINA. No... Parto...
    ALDO.  Ma che partire pi!  Come parti, se hai fatto pace? EVELINA. Ma
    parto anzi per questo; perch ci siamo intesi!
    ALDO. No, no, senti, almeno fino a domani!
    EVELINA. Ma se ho tutto pronto s per la partenza!
    ALDO. E tu lascialo pronto! - Via, s - concesso! concesso!
    FERRANTE. Niente affatto. Non ci siamo intesi. Non  vero! Parte. E se
    vuoi partire anche tu con lei...  Sono stato  un  pazzo,  un  pazzo  a
    ritornare.  Ero riuscito cos bene a strapparmelo dal petto il cuore e
    a calpestarlo, cos, sotto il piede. Nossignorl! Sono ritornato...

    Con esasperazione, quasi gridando:

    Non posso vedervi insieme! Ecco - eravate voi due..  C'ero anch'io con
    voi,  quando tu eri, cos, piccino... Ora voi potete stare insieme - e
    io no,  ne sono fuori!  Perch lei deve poter  ritornare  l!  Ebbene,
    ritorni l! ritorni l!

    Silenzio  -  lunga pausa.  - Ma a questo scatto di disperata passione,
    Evelina,  sentendosi tutta sconvolgere,  reclina il capo e si mette  a
    piangere.  -  Aldo  le si accosta,  le pone una mano sulla spalla,  si
    china verso lei e non osa dir nulla. Ferrante - che s' allontanato un
    po' in fondo al  giardino  passeggiando  -  riesce  a  riprendersi,  a
    dominarsi, s'accosta anche lui ad Evelina e le dice:

    No,  Eva...  s, non voglio che tu pianga qua... Basta... Io, capisco,
    capisco...  Ma alla vita che puoi avere qua che hai ancora in te  -  e
    l'hai dimostrato, l'hai dimostrato in questi giorni, - bada che io non
    voglio rinunziare.
    EVELINA. Ah no! Non pi! non pi, adesso!
    FERRANTE. Come non pi? io voglio!
    EVELINA. Ma io lo dico per te.
    FERRANTE. Non pensare a me. Ci stordiremo!
    EVELINA. No... no.
    FERRANTE.  Sono  gli  unici  istanti di vita che posso ancora darti...
    Figrati se ci rinunzio! S via, s Aldo, a noi!

    Prendono l'uno e l'altro Evelina per le braccia.

    EVELINA. No, lasciatemi...
    FERRANTE.  Qua,  Eva non deve pensare.  E quando tu sarai  stanca  l,
    d'essere mamma Lina: voglio,  voglio,  intendi,  che ritorni ad essere
    qua la mia piccola,  la mia piccola Eva folle.  - Non per me,  per  te
    sola... - Basta... s... s...
    EVELINA. Ma no... dove?
    FERRANTE. Ma al solito...
    ALDO. Gi! La volata, mammina!

    Indica l'altalena:

    Non abbiamo fatto oggi la volata. Ma resta inteso che tu non parti pi
    per stasera - almeno questo s!  concesso... concesso!... Tutto domani
    e poi basta!
    EVELINA. E poi basta! Badate!
    ALDO. S, s grazie,  grazie,  mammina: tutto domani,  e poi basta!  -
    Concertiamo subito subito una bella pazzia per stasera? - S, mammina,
    vieni, vieni!

    La tira col padre per la mano verso l'altalena in fondo.

    EVELINA. Ma no! ma no...
    ALDO. Qua, sull'altalena...
    EVELINA. Ma no...
    ALDO. S, s...

    La fa montare.

    Perch ti venga una bella idea volante, mammina!

    La spinge.

    Su... opla... l...

    Suona il campanello al cancello.  Ferrante,  rimasto fosco e taciturno
    sul davanti della scena,  si volta al suono,  e poich  l presso,  e
    vede davanti al cancello un signore,  si reca ad aprire.  Si fa avanti
    l'avvocato Giorgio Armelli.

    FERRANTE. Desidera?
    ARMELLI. Sono l'avvocato Giorgio Armelli... Vengo da Firenze.
    EVELINA (voltandosi dall'altalena e scorgendolo).  Ah,  Dio...  Ferma,
    ferma, Aldo... C' l'avvocato!
    ARMELLI  (vedendola andare sull'altalena).  Uh...  Dio mio...  Signora
    Lina!
    ALDO. Oh guarda, l'avvocato!
    EVELINA. Ma, Aldo, ti dico ferma!
    ALDO. Ecco, mamma... Tieni conto che m'alzo adesso dal letto...

    Fingendosi convalescente, debolissimo, riesce a fermar l'altalena.

    Ecco, scendi...

    EVELINA (riassumendo,  come  pu,  tutta  la  sua  aria  di  dignitosa
    signora). Mi scusi tanto, avvocato!
    ARMELLI. Ma no... di che?
    EVELINA  (indicando  Aldo).  Lei  sa  com'  matto...  Ha voluto farmi
    provare...

    indica l'altalena.

    ALDO.  E metta che sono ancora debolissimo!  Posso ben  dire  d'averla
    scampata bella, caro avvocato!
    ARMELLI. Mi... mi congratulo...
    EVELINA. Segga, segga, avvocato.
    ARMELLI. No, grazie. Ho di l la carrozza...

    indica fuori del cancello.

    Me ne riparto tra un'ora per Firenze.

    Poi imbarazzato, perch non  stato ancora presentato a Ferrante:

    Ma io... veramente...

    EVELINA. Ah, gi, scusi...

    Presentando:

    L'avvocato Giorgio Armelli - mio... mio marito, Ferrante Morli.
    FERRANTE (con un riso poco invitante). Il socio?
    ARMELLI.  Sissignore...  Da  tanti  anni,  socio  dell'avvocato  Lello
    Carpani. - Fortunatissimo, signor Morli.
    EVELINA.   E  sar  venuto  per  affari   professionali,   m'immagino,
    avvocato...
    ARMELLI.  No,  ecco...  No, e s - veramente... Avevo un affaruccio da
    sbrigare e l'ho sbrigato.  Venivo per prendere  notizie  e  anche  per
    darne,  perch - lei pu immaginarsi - siamo stati tutti,  l, in gran
    pensiero.
    FERRANTE. E si figuri noi qua, caro signore!
    ARMELLI. Ah, lo credo, lo credo...  Ma vedo che,  grazie a Dio Aldino,
    adesso...
    ALDO. Ah no, sa! Non sto mica ancora bene, io...
    ARMELLI.   Eh,  ma,  via  -  puoi  contentarti...  Mentre...  ecco,  a
    Firenze... a Firenze, corrono anche l per i ragazzi certe malattie...

    ALDO (scoppia in una gran risata).
    EVELINA (in tono di rimprovero). Ma, Aldo!
    ALDO (ridendo sempre). E non capisci,  mamma,  che cosa viene a dirti?
    Che s' ammalata la Titti, adesso, a Firenze!

    E  sguita  a ridere,  a ridere,  comunicando il riso a Ferrante e poi
    anche ad Evelina, per quanto lei forse non voglia.

    EVELINA (mentre la risata involontaria le muore sulle  labbra).  Anche
    la Titti l adesso?
    ARMELLI  (rimasto imbarazzato,  mortificato,  tentando di sostenersi).
    No, ecco... veramente...
    EVELINA (per scusare il figlio). Lei vede bene,  avvocato,  che questo
    briccone qua...

    indica Aldo, sottintendendo Non e stato mai malato.

    ARMELLI. Gi, ma io, ecco... posso assicurare...
    ALDO  (subito  sopraffacendolo  con voce goffa).  Ma s!  Malattiacce,
    malattiacce,  caro avvocato,  che sogliono venire ai figli,  quando la
    mamma  lontana.
    ARMELLI. Gi, s...
    ALDO. E sa come si chiamano? Mammancone.
    EVELINA. Vede che bel tipo, avvocato?
    ALDO.  No,  scusa!  Un bel tipo anche lui,  allora,  se si serve dello
    stesso mezzo!
    FERRANTE. Eh, mi pare!
    ARMELLI. Ma no, scusi... E' che propriamente...
    EVELINA (subito). Dio mio, avvocato, lei non mi vuol dire che la Titti
     ammalata davvero?
    ARMELLI. No, no... E' che chiede, chiede molto di lei, ecco! Si sa, la
    mamma...
    ALDO. Ecco, dunque, vede? Mammancona. Dica cos.
    EVELINA.  S,  Aldo,  ma per concludere  allora,  ch'io  me  ne  debbo
    ripartire subito - ora stesso!
    ALDO. No!
    EVELINA. S!
    ALDO. Se la Titti non ha niente...
    EVELINA (rivolgendosi recisamente all'Armelli).  Ha detto che ha fuori
    la vettura, avvocato?
    ALDO. Avevi promesso...
    EVELINA. Basta, Aldo.

    Ad Armelli:

    Vengo subito con lei.  Avevo gi deciso di  partire  questa  sera.  Ho
    tutto pronto s. M'aspetti un momento.

    Via di fretta per il portone della villa.

    ARMELLI. Ecco... veramente la ragazza...
    ALDO. Ammalata?
    ARMELLI. Ha avuto una febbretta due giorni fa.
    ALDO. Ma passata adesso?
    ARMELLI.   S,   passata...  Ma  mia  moglie  la  tiene  a  letto  per
    precauzione.
    FERRANTE.  Per carit,  non la turbino senza ragione...  Non  le  dica
    nulla durante il viaggio, la prego, di questa febbretta gi passata...
    ARMELLI. No, no, stia sicuro... nulla!
    ALDO.  Scommetto,  avvocato,  che  non   neanche vero che la Titti la
    chiede cos molto, come ha detto lei.
    ARMELLI. Ah, no! per questo ti posso assicurare...
    ALDO. Ma non fino al punto che la mamma non possa star qui neanche per
    un altro giorno...  Guardi,  avvocato,  andremo tutti e quattro a cena
    questa sera. Venga, venga con noi!
    ARMELLI. Ma che! No, non  possibile!

    Sopravviene  Evelina  pronta  per  partire,  seguita da Ferdinando che
    attraversando la scena recher la borsa da viaggio alla  carrozza  che
    si suppone fuori del cancello.

    EVELINA. Che cos'?
    ALDO. Senti, mamma, l'avvocato dice che non c' da avere tanta fretta,
    e che vorrebbe venire, dice, a cena con noi fuori, questa sera...
    ARMELLI. Ma no! io?
    ALDO. Come no! Lei...
    ARMELLI.  Ma se ho preso finanche il biglietto per partire,  figliuolo
    mio! Impossibile!
    EVELINA.  Non gli dia retta.  Non dia retta a questo matto,  avvocato.
    Andiamo, andiamo...

    A un pensiero che le sovviene improvviso:

    Ah senti, Aldo... Un momento, scusi, avvocato.

    E tirandosi Aldo in disparte:

    Ho visto nella valigia una gran confusione...  certe...  s, pazzie...
    che tuo padre ha voluto comperare per forza...  Non  posso  portarmele
    l...  A levarle non facevo a tempo. Lascio tutto. Le leverai tu, e mi
    spedirai la valigia domani. Mi porto solo la borsa da viaggio.
    ALDO. S, s. Brava! Cos resta qua la roba ad aspettarti, mammina!
    EVELINA. Ah, no, caro! Adesso t'aspetto io a Firenze.
    ALDO. Che! Non finisce il mese che sono di nuovo ammalato.
    EVELINA. Eh, no - basta... Con questo gancio non mi tiri pi, sai!
    ALDO. Eh, ma ne abbiamo tanti altri! Guarda!

    rivolgendosi a Ferrante:

    Pap, tu quando hai detto che partirai?
    FERRANTE. Io?
    ALDO.  Ma s,  per quel viaggio che mi hai  detto  che  devi  fare  in
    Spagna... per le piriti... non so...
    FERRANTE. Ah s! Ai primi del mese venturo forse...
    ALDO.  Capisci,  mamma?  Rester solo per una ventina di giorni.  E tu
    verrai a tenermi compagnia almeno per una settimana! Ecco fatto!
    EVELINA. S, s... va bene, va bene. Dammi un bacio per ora e lasciami
    andare, ch l'avvocato ha fretta.

    Lo abbraccia e lo bacia.

    ALDO. L'avrei fatto divertire tanto io stasera, avvocato!
    ARMELLI. Eh, caro... Tu sei giovane. Addio, addio.
    EVELINA (accostandosi a Ferrante). Addio, anche a te...
    FERRANTE (piano). No, a rivederci!
    EVELINA. Andiamo, avvocato! Addio, Aldo.
    ALDO. T'accompagno fino alla carrozza.
    ARMELLI (saluta Ferrante che inclina appena il capo). Tanti ossequii.

    Via con Aldo ed Evelina.

    Ferrante resta solo nel giardino.  Si ode fuori del cancello una  cara
    allegra  risata  di Evelina,  certo per qualche cosa che le avr detto
    Aldo.  Nel giardino  gi  quasi  sera.  Rientra  dal  cancello  prima
    Ferdinando,  che  attraversa  la  scena per riuscire dal portone della
    villa, poi Aldo.

    ALDO. Partita...

    I due uomini, soli, non sanno pi n che cosa dirsi, n che cosa fare.
    Nella tristezza del barlume crepuscolare,  come una bolla che  assommi
    silenziosamente,  s'accende  il  globo  di  luce  elettrica in cima al
    portone.

    TELA.



    ATTO TERZO.

    Stanza di passaggio in casa dell'avvocato Carpani. La comune in fondo.
    L'uscio laterale a destra  d  nella  camera  del  Carpani;  quello  a
    sinistra,  nella camera di Titti. Quanto all'arredamento,  necessario
    soltanto  un  ampio  letto  a  sedere.  Gli  altri  mobili,   armadio,
    cassettone,  eccetera,  diano  l'impressione  di  un  interno  intimo,
    agiato.  Prime ore del mattino.  (Dal  secondo  al  terzo  atto  passa
    soltanto una notte.)


    Al  levarsi  della tela sono in iscena Lello,  la Signora Armelli e la
    Signora Tuzzi. Lello passeggia fosco per la stanza. La signora Armelli
    sulla soglia dell'uscio a sinistra parla,  rivolta verso l'interno,  a
    Titti  ancora a letto.  La signora Tuzzi seduta,  quasi sdrajata,  sul
    letto a sedere tiene la testa reclinata sulla spalliera, come una che,
    avendo vegliato tutta la notte,  abbia ora inavvertitamente ceduto  al
    sonno.

    SIGNORA ARMELLI ( parlando verso l'interno).  Ma no,  ma no, figliuola
    mia! se mai, pi tardi.
    LELLO. Ps! Piano, piano, signora Lucia...
    SIGNORA ARMELLI (voltandosi). Perch?

    E come Lello le accenna che la signora Tuzzi s' addormentata:

    Ah, poverina, dorme?

    Ma poi,  come a una minaccia  di  Titti  d'alzarsi  dal  letto,  grida
    facendo qualche passo verso l'interno:

    Insomma, no, Titti! Io non te lo permetto!

    E rientra in iscena, richiudendo l'uscio.

    LELLO. Ma che cosa vuole, si pu sapere?
    SIGNORA  TUZZI  (svegliandosi al rumore,  infastidita).  Dio mio,  che
    cos'?
    SIGNORA  ARMELLI  (rispondendo  a  Lello).  Che?  Vorrebbe  alzarsi  a
    quest'ora!
    LELLO. Ma non c' Miss Write di l?
    SIGNORA ARMELLI. Ma s! Dice che s' sognata che arrivava

    sta per dire la mamma; si trattiene, dice:

    lei; e vorrebbe alzarsi...

    Alla signora Tuzzi

    Mi dispiace, cara, d'averti svegliata...
    SIGNORA  TUZZI.  Ma  no...  non dormivo...  M'ero un po' appoggiata...
    cos...

    Si stropiccia con le mani le braccia, come per freddo.

    LELLO. Povera signora, si sar infreddolita...
    SIGNORA TUZZI. S... un po'. Fa ancora freddo di notte.
    LELLO. Passare una nottata cos!
    SIGNORA TUZZI.  Ma non lo  dica  nemmeno,  caro  avvocato!  Ho  tenuto
    compagnia a lei, a Lucia...
    LELLO. E io le sono proprio grato. Ma ora, guardi, mando gi la Lisa a
    prendere una vettura, e lei se n'andr a riposare.
    SIGNORA TUZZI. NO, no, no...
    LELLO. Ma s - comodamente a casa!
    SIGNORA TUZZI.  No,  guardi: prender un caff, e sar perfettamente a
    posto. - Lei piuttosto, avvocato...
    SIGNORA ARMELLI. Ma gliel'ho gi detto tre volte!
    SIGNORA TUZZI. Vada, vada a riposarsi un momento!
    LELLO. Ma che! Non posso... non posso...
    SIGNORA ARMELLI.  Come non pu!  - Col da fare che ha avuto jeri,  per
    giunta: - solo - capisci?  nell'assenza di mio marito. - Tutto il peso
    dello studio addosso...
    SIGNORA TUZZI (scotendo amaramente il  capo).  E  un  simile  colpo  a
    tradimento! - Via, via, faccia questo piacere a noi, avvocato!
    LELLO. Vi assicuro, signore mie, che non potrei.
    SIGNORA ARMELLI. Si stenda almeno sul letto, per un pajo d'ore!
    SIGNORA TUZZI. Ecco, anche senza dormire...
    LELLO.  Sarebbe peggio,  credano!  Non posso neanche star seduto. - Ho
    bisogno di muovermi... Una smania!
    SIGNORA TUZZI. Eh, ha ragione!
    LELLO. Vadano, vadano loro, piuttosto.
    SIGNORA ARMELLI (alla signora Tuzzi). Tu; se vuoi...
    SIGNORA TUZZI. Ma no; quando andrai via tu...
    SIGNORA ARMELLI.  Io ho lasciato detto a casa jersera di mandar questa
    mattina  il  cameriere  alla  stazione  per avvertire Giorgio,  appena
    arriva, che venga a prendermi qua...
    SIGNORA TUZZI.  Ecco,  brava!  Cos  sapremo.  Porter  certo  qualche
    notizia... se l'ha veduta...
    SIGNORA ARMELLI (sospirando). Speriamo!
    SIGNORA TUZZI (a Lello).  E forse - chi sa!  - le dar,  avvocato, una
    spiegazione plausibile.
    LELLO (fosco, agitato). Oh, una spiegazione ci sar... ci sar...

    E all'improvviso,  colto da un capogiro,  si porta  una  mano  su  gli
    occhi:

    Dio mio...
    SIGNORA ARMELLI (subito, premurosa). Che cos ?
    SIGNORA TUZZI (come sopra). Si sente male?
    LELLO. Niente... niente... un piccolo capogiro...
    SIGNORA ARMELLI.  Ma vede?  ma vede?  - S! s! s! Non le permettiamo
    pi di stare in piedi...
    SIGNORA TUZZI. Sia buono, via!
    SIGNORA ARMELLI. Obbedisca, obbedisca - a letto!
    LELLO (lasciandosi portare dalle signore fino all'uscio a destra). S,
    grazie... s; un po' di stanchezza... La notte perduta...

    Via.

    SIGNORA ARMELLI. Mi fa una pena! mi fa una pena!
    SIGNORA TUZZI (scotendo il capo con sdegno,  con aria  di  dire:  Che
    cosa  il mondo!). Mah! dopo essere stato cos esemplare...
    SIGNORA ARMELLI. Esemplare? Eroico!
    SIGNORA TUZZI.  Col suo valore,  con la sua posizione,  avrebbe potuto
    costituirsi attorno...
    SIGNORA ARMELLI.  Ma s,  una famiglia,  tersa come  uno  specchio!  -
    Invece,   andato a confondersi con una donna compromessa in... in chi
    sa che pasticci!
    SIGNORA TUZZI. Gi. Dicono tra l'altro, che il marito...
    SIGNORA ARMELLI. S, se ne dovette scappare! E l'abbandon col figlio.
    Capit qua,  in cerca d'un avvocato;  scelse lui;  lui la vide;  se ne
    innamor...  - Lottare, come ha lottato, pover'uomo, per farla entrare
    in relazione con la gente per bene - ed essere  alla  fine  compensato
    cos!
    SIGNORA  TUZZI.  Io  non  so!  C'era  parsa  a  tutte  cos...  seria,
    tranquilla...
    SIGNORA ARMELLI.  Oh,  senti: lei sostiene che il figlio se n' voluto
    andar  lui  col  padre,  con  la  scusa  che  qua ormai non poteva pi
    stare... - Figrati che scusa! Noi tutte, amiche, la migliore societ,
    avevamo reso  normalissima  la  situazione  e  nessuno  pi,  nessuno,
    trattando  con  Aldo,  stava  a  pensare che la madre e l'avvocato non
    fossero marito e moglie;  Aldo lo chiamava pap...  - Per me  non  c'
    dubbio: dev'essere stata lei!  stata lei!
    SIGNORA TUZZI. A indurre il figlio ad andarsene col padre?
    SIGNORA ARMELLI. Nessuno me lo leva dalla testa!
    SIGNORA TUZZI. Per avere il pretesto di... di fare la spola tra Roma e
    Firenze?
    SIGNORA ARMELLI. Precisamente! - Io non credo, non credo che Aldo...

    si corregge:

    il figlio, altrimenti, se ne sarebbe andato
    SIGNORA TUZZI. Ma allora pu darsi che anche...
    SIGNORA ARMELLI. La malattia del figlio, dici?
    SIGNORA TUZZI. Sia una commedia concertata.
    SIGNORA  ARMELLI.  Ma s!  Tutti d'accordo,  l!  - E' chiaro,  ormai!
    Scusa, pi chiaro di cos?
    SIGNORA TUZZI  (nauseata).  Ah!  mettere  avanti  il  figlio...  -  la
    malattia del figlio, per... - ah! E' ributtante
    SIGNORA ARMELLI. Ributtante! ributtante!

    Poi, risoluta:

    Io non so che decisione prender qua lui.

    Allude a Lello.

    SIGNORA TUZZI. Oh, ma credo che, se  cos...
    SIGNORA  ARMELLI.  No,  sai  -    tanto...  troppo  debole...  troppo
    debole... - per bont...
    SIGNORA TUZZI. Supponi che...
    SIGNORA ARMELLI. Ah, ma io, no! - io, basta! - Io, per me, qua, se lui
    se la tiene, non rimetter pi piede!
    SIGNORA TUZZI. Ma figrati - neanch'io!
    SIGNORA ARMELLI. Ma tutte, credo!
    SIGNORA TUZZI.  Che sciocca,  infine!  Aver fatto accettare una simile
    situazione, e perderla, rovinarsi, cos, in un momento!
    SIGNORA ARMELLI. Mi dispiace sinceramente per questo poverino

    allude a Lello

    che poi,  capisci?   anche socio di mio marito. Ma non transigo! Avr
    un bel persuadermi Giorgio: - non transigo, non transigo!

    Si schiude cautamente l'uscio a sinistra,  ed entra Miss Write col suo
    cappello a cuffia annodato sotto il mento, pronta per andar via.

    SIGNORA ARMELLI (alludendo a Titti). S' addormentata?
    MISS WRITE. S, signora.
    SIGNORA Tuzzi. Ah, finalmente!
    MISS WRITE.  Io,  signora,  adesso - ho pensato, ho pensato - desidero
    andar via.
    SIGNORA ARMELLI. Ma no, per carit; adesso, no...
    SIGNORA TUZZI. Aspetti almeno, prima, che ritorni lei... la signora!
    MISS WRITE. Ah no, ah no - desidero andare via prima, prima. Adesso.
    SIGNORA ARMELLI.  Dio mio,  ma parli almeno con l'avvocato!  Adesso  
    impossibile...  E'  andato a riposare un po'...  Abbia pazienza ancora
    per qualche ora.
    MISS WRITE. Per qualche ora, s - bene.
    SIGNORA TUZZI. E intanto, se non le dispiace, ci faccia portare...
    SIGNORA ARMELLI. Ah gi... s, da Lisa, la prego... un po' di caff...
    MISS WRITE. Caff. Bene. Far portare.

    Miss Write, via per la comune.

    SIGNORA ARMELLI (subito,  in tono di grazioso rimprovero).  Hai  avuto
    troppa fretta, troppa fretta!
    SIGNORA  TUZZI.  Io?  Ma  no...  E' stata lei!  M'assicur che qua non
    sarebbe pi rimasta, assolutamente!
    SIGNORA  ARMELLI  (con  ammirazione,  alludendo  alla  moralit  della
    governante inglese). Ma come sono!
    SIGNORA TUZZI.  Proprio assolutamente, ti dico! E allora, vista questa
    risoluzione irremovibile di licenziarsi,  sapendo che la Nori  cercava
    una governante...

    Entra dalla comune Lisa con un vassojo e l'occorrente per il caff.

    SIGNORA ARMELLI. Oh, ecco - brava, Lisa!
    LISA. Aspettavo che venissero a prenderlo di l... Avevo apparecchiato
    anzi per la colazione...
    SIGNORA ARMELLI. No no, basta una tazza di caff... Grazie.

    Si sente sonare il campanello, lontano.

    SIGNORA TUZZI. Suonano, mi pare...
    SIGNORA ARMELLI (guardando l'orologio da polso). Ah, ma forse... - son
    gi le sette e mezzo - pu darsi che sia lui, Giorgio...

    La Lisa va ad aprire.  La signora Armelli verser intanto il caff per
    la signora Tuzzi e per s.

    SIGNORA TUZZI. Sentiremo, sentiremo...

    Si ode dall'interno la voce di Evelina, ansiosa.

    VOCE DI EVELINA. Titti! Titti mia! Dov' la Titti?

    Subito la signora Armelli e la signora Tuzzi  si  turbano,  posano  le
    tazze e si irrigidiscono.

    SIGNORA TUZZI. Ah, eccola!
    SIGNORA  ARMELLI.  E'  arrivata con mio marito!  Io allora vado subito
    via!

    Entra Evelina, seguita dall'avvocato Giorgio Armelli.

    EVELINA. Ah, tu qua, Lucia? Anche lei, signora?

    Si spaventa:

    Ma dunque? Dio mio!

    E si precipita verso la camera di Titti.

    SIGNORA ARMELLI  (cercando  d'impedirle  l'entrata).  No  -  guarda  
    tranquillissima.
    EVELINA. Lasciami, voglio vederla!
    SIGNORA ARMELLI. Gi, ma dorme...
    EVELINA. Far piano... Non la sveglier...

    Evelina  entra nella camera di Titti.  Subito le due signore corrono a
    prendere sul cassettone i loro cappelli  e  se  li  calcano  in  capo,
    chinandosi  per  guardarsi  allo  specchio dell'alzata,  con movimenti
    sincroni e uguali.

    SIGNORA ARMELLI. Andiamo via!
    SIGNORA TUZZI. Andiamo via!
    GIORGIO. Non cos subito per carit!
    SIGNORA ARMELLI. Subito!
    SIGNORA TUZZI. Subito!
    SIGNORA ARMELLI. Ci dirai, via facendo...
    SIGNORA TUZZI. Ci dir... ci dir...
    GIORGIO. Uh... cose! cose!
    SIGNORA ARMELLI. Ah s?
    SIGNORA TUZZI. Ah s?
    SIGNORA ARMELLI. E hai il coraggio di dire non cos subito?
    SIGNORA TUZZI. Cose indecenti?
    GIORGIO. Follie... Cavalli... altalena...
    SIGNORA ARMELLI. Circo equestre! - Andiamo via!
    SIGNORA TUZZI. Andiamo via!

    Le due signore stanno per andar via con Giorgio, quando s'apre l'uscio
    di destra ed entra Lello  Carpani,  il  quale,  vedendoli  andar  via,
    chiama, meravigliato, dolente:

    LELLO. Giorgio!
    GIORGIO (voltandosi). Oh, Lello... Buon giorno, caro...
    LELLO. Ma come! Ve ne andate?
    SIGNORA ARMELLI. S, s, avvocato!
    SIGNORA TUZZI. E' arrivata!
    LELLO. Arrivata?
    GIORGIO. S, con me... E' corsa di l!
    LELLO (alle signore). E loro... se ne vanno?
    SIGNORA ARMELLI. Ah s, mi dispiace, avvocato... ma...
    SIGNORA TUZZI. Ormai...
    LELLO (a Giorgio). E anche tu?
    GIORGIO.  Ma  io ritorno subito!  E'...  per...  s,  per lasciarti in
    libert adesso...
    SIGNORA ARMELLI. Ma certamente! certamente!

    Rientra dall'uscio a sinistra Evelina. Si sar liberata del cappello e
    del velo da viaggio. Lieta di aver trovato la figlia gi guarita,  non
    s'accorge in prima del contegno freddo,  ostile, impacciato di tutti e
    quattro.

    EVELINA. Ah, niente! M'ero spaventata, vedendovi qua...

    Guarda le amiche; le vede col cappello in capo:

    Ma come... State per andar via?
    SIGNORA ARMELLI. S. E tengo a dichiarare,  che siamo state qua questa
    notte,  non  per la bambina gi guarita,  che non aveva pi bisogno di
    noi - ma per lui!

    Indica Lello.

    EVELINA (stordita, volgendosi a Lello). Per te?

    Non capisce e balbetta:

    Come... perch?
    LELLO (indispettito nel vederla cos,  come ignara di tutto).  Ma dopo
    il telegramma, Lina!

    Indica Giorgio.

    EVELINA (pi che mai stordita,  volgendosi a Giorgio). Telegramma? Che
    telegramma?
    LELLO (come sopra). Che m'annunciava che Aldo non  stato mai malato!
    EVELINA (che non sa di questo  telegramma,  rivolgendosi  di  nuovo  a
    Giorgio). Ah, come! Lei?

    Sottintende: Ha spedito a tradimento questo telegramma?.

    GIORGIO   (subito   imbarazzato).   Per  tranquillare,   veda...   per
    tranquillare...
    EVELINA. Ma io le ho pur spiegato in viaggio...

    Dir questo,  sospettando ch'egli abbia perpetrato  il  tradimento  di
    quel telegramma durante il viaggio.

    GIORGIO (intuendo). Ma  stato prima!  stato prima!
    EVELINA. E quando, prima? -
    GIORGIO.  S...  perch, veda... ero venuto jeri alla villa, prima che
    lei ritornasse dalla sua passeggiata a cavallo

    movimento di sorpresa delle due signore e di Lello

    e, saputo dal cameriere che Aldo, grazie a Dio...
    EVELINA. Ah, ecco... - per tranquillare...
    LELLO (con forza,  insorgendo a difesa di Giorgio).  Per tranquillare,
    s! Perch noi tutti qua, per otto giorni...
    EVELINA  (subito,  dolente,  affettuosa).  Ma  l'ho gi detto a lui in
    treno, Lello! Ti giuro che io non ho visto nessuno,  nessuno dei tanti
    telegrammi  spediti  da  voi,  di  cui  lui  mi  ha parlato!  Vi avrei
    tranquillato subito io stessa!
    LELLO. Te li hanno dunque nascosti?
    EVELINA.  Certo per trattenermi l con loro,  temendo che,  se  avessi
    saputo della vostra inquietudine, mi sarei affrettata a ripartire! Ah,
    ma  son  sicura  che  in nessuno di quei telegrammi tu avrai accennato
    alla disperazione di Titti,  perch non  posso  credere  che  Aldo  mi
    avrebbe tenuto nascosto anche questo! Ti prego di dirmelo! E vero?
    LELLO.  E' vero,  s! Ma perch abbiamo creduto che lui, l, stesse, a
    dir poco,  per morire!  Darti l'annunzio che qua la Titti piangeva per
    te - metterti come tra due fuochi - c' parso troppo...  Tanto pi che
    qua, per lei

    allude alla Titti:

    c'erano queste buone amiche, che non si son mica divertite, sai?
    SIGNORA ARMELLI. Basta, la prego, avvocato...
    SIGNORA TUZZI. Queste son cose...
    SIGNORA ARMELLI. S,  ecco - che vi direte tra voi.  Noi non dobbiamo,
    n vogliamo pi entrarci.

    Ostentatamente, rivolgendosi soltanto a Lello:

    A rivederla, avvocato!
    EVELINA. Ma io sono stata, infine, in compagnia di mio figlio, che non
    vedevo pi da circa due mesi!
    SIGNORA ARMELLI (con uno scatto d'indignazione). Ah, via...

    Rivolgendosi alla signora Tuzzi:

    Andiamocene, andiamocene!
    SIGNORA TUZZI. S, ecco,  troppo...
    EVELINA. Ve ne indignate? Anche tu, Lucia?
    SIGNORA ARMELLI (fremente,  contenendosi a stento).  Ma s,  cara!  Il
    figlio...

    atto di nausea:

    - ah! Avrei almeno il pudore di non nominarlo, ecco!
    EVELINA (con scatto spontaneo, sbalordita). Tu? Mio figlio?  E dici il
    pudore? Ma Lucia!
    SIGNORA ARMELLI (facendosi torbida). Che?
    EVELINA (subito,  sorridente,  calma,  arguta). No, niente, cara! - Ti
    faccio soltanto osservare che,  anche per tutto il peggio che tu possa
    sospettare, io - dopo tutto - sto tornando, mi pare, dalla casa di mio
    marito.
    SIGNORA ARMELLI.  Ah,  basta,  basta, via! andiamo! Via, via, Giorgio!
    Andiamo!

    La signora Armelli, via, con la signora Tuzzi e con Giorgio.

    EVELINA (piano,  quasi pi stupita  che  sdegnata).  Oh  guarda.  Sono
    proprio indignate.
    LELLO (macerato dalla bile). E te ne meravigli? Ma ti pare davvero una
    scusa che ritorni dalla casa di tuo marito?
    EVELINA  (di scatto).  Ah s!  Per loro,  s!  Perch la signora Lucia
    Armelli (l'altra,  non lo so),  ma la signora  Lucia  Armelli,  quando
    ritorna  in  casa,  non lo pu mica dire,  sai?  a suo marito,  dove 
    stata.
    LELLO.  Ma lascia star quella!  Voglio sapere che cosa puoi  dire  tu,
    ora, a me!
    EVELINA (offesa, ma fors'anche pi addolorata che offesa, lo guarda un
    po';  poi  si  passa  una mano sulla fronte e dice,  stanca): No,  per
    carit. Cos, no, Lello.
    LELLO (investendola). No? Come no? - Chiaro!  chiaro!  - Voglio che tu
    mi risponda! - E chiaro!
    EVELINA (come sopra ma con pi recisione).  Oh Dio,  ti prego!  Lello,
    per te stesso!
    LELLO (come sopra pi violento).  Ma io voglio sapere!  Ho diritto  di
    sapere! Lo sai quello che hai fatto?
    EVELINA. Lo so. Mi sono trattenuta l otto giorni.
    LELLO  (la guarda e vedendola cos placida e semplice,  quasi si sente
    mancare il fiato per  proseguire).  E...  e  ti  par  poco?  Lasciando
    credere a tutti, qua...
    EVELINA.  Io?  Che ho lasciato credere? Senza codesta tua aggressione,
    t'avrei detto tutto io stessa, ritornando; perch non ho proprio nulla
    da nascondere, io.
    LELLO. Nulla, eh? nulla! - Otto giorni l con lui, e...
    EVELINA (profondamente avvilita per lui,  pi che per s,  troncando).
    Ma no, caro!
    LELLO. Come no?
    EVELINA. Non con lui - in casa di lui, se mai.
    LELLO.  Ah,  brava! In casa - cos, innocentemente? E non con lui;
    con tuo figlio soltanto, eh?
    EVELINA (come sopra). Ma s, anche con lui.
    LELLO. Ah, ecco! Ammetti. Ma come con un fratello,  vero? Un fratello
    che ti chiama Eva, no? che ti chiama...  come ti chiama?...  non so...
    J!, come una cavalla!
    EVELINA  (turbata  da  questo richiamo a quell'altra sua vita l,  col
    marito; offesa per la crudelt del richiamo e, nello stesso tempo, pi
    che mai addolorata,  si nasconde il volto con le mani mormorando):  Oh
    Dio mio... oh Dio mio...

    Pausa. Lello passeggia concitato. Si ferma. La guarda.

    LELLO. Ma non la trovi intanto una scusa, d'esserti trattenuta l otto
    giorni, senza che tuo figlio fosse malato; non la trovi! non la trovi!
    Stai con la faccia nascosta... Parla! Di' almeno qualche cosa...

    Stupito,  come  davanti  a un vuoto che gli s'apra sempre pi davanti,
    per quel silenzio nascosto che sempre  pi  gli  s'appalesa  come  una
    confessione tacita della colpa:

    Non hai nulla da dire? E allora? Ah, dunque, allora...
    EVELINA (levandosi,  piano,  con tristezza grave e quasi sorda, avendo
    intuito il sospetto di lui,  ma  sentendo  altres  che,  pur  potendo
    subito  distruggerlo,  le  rester  sempre da dire una cosa di maggior
    peso per lei). Ma no, caro, non  questo.
    LELLO. Non... non  questo? E che cos'? che cos'?  che intendi dire?
    Parla, perdio!
    EVELINA.  Parla...  s,  parla... Che vuoi che ti dica, cos? Dico che
    m'hai fatto sentire,  con la crudezza  delle  tue  parole...  non  so,
    vedere che l...

    Resta  sospesa:  vorrebbe aggiungere: che l ho pure una mia vita,  a
    cui tu hai il torto di richiamarmi cos crudelmente,  mentre gi a  me
    par quasi un sogno, trovandomi adesso qua, in quest'altra vita, da cui
    mi frastorni e m'allontani, con questa scena che m'offende.

    LELLO (rimasto in attesa angosciosa,  premendola a dire,  con sgarbo).
    Che l? Che cosa?
    EVELINA. No... niente...  niente di male...  Sono stata con Aldo e con
    lui,  ma sempre,  ogni giorno, col pensiero di dovere ritornare a casa
    mia.
    LELLO. Vivendo, intanto, e sollazzandoti l?
    EVELINA (non sopportando pi la naturale, scusabilissima volgarit dei
    sospetti di lui). Per carit, taci!  Non finire di rompere ora,  cos,
    il sogno che mi tenne l,  di questa casa, di te, di mia figlia, e che
    sentii subito - subito,  appena vi ho rimesso il piede - come  la  mia
    vera vita!  - S,  qua...  te...  tutto...  - E un sogno adesso, l...
    quella che fui l, quello che feci...
    LELLO (dapprima quasi sbalordito di sentirle dire cos;  poi,  subito,
    accendendosi di nuovo).  Ma io...  io ancora non lo so,  non lo so che
    cosa fosti l, che facesti! Sei rimasta otto giorni - questo solo so -
    quando l'obbligo tuo, trovando che l ti avevano

    con un violento scatto di nausea

    oh,  vigliaccamente,  vigliaccamente,  sai?  brutalmente  ingannata  -
    l'obbligo tuo era di ritornartene subito qua!
    EVELINA. S, s.  vero,  vero! - Ma Aldo...
    LELLO.  Che Aldo!  Dici Aldo?  Senti: ci vuole una bella sfrontatezza!
    Come se non sapessi che fu lui,  lui! E il figlio,  d'accordo!  Un
    inganno  da  mascalzone,   s,   s,   una  trappola  per  riprenderti
    americanamente,  servendosi  del  figlio!   E  tu  ti  sei  lasciata
    riprendere!
    EVELINA (con forza). Ma no!
    LELLO. Come no? Non sei rimasta, invece di ripartirtene subito?
    EVELINA. Ti giuro che volevo ripartirmene subito, appena alla stazione
    mi vidi davanti Aldo,  sano, che rideva... E glielo dissi, sai? glielo
    dissi.

    Con l'aria grave della signora Lina, ma sinceramente:

    Manifestai tutto lo sdegno. - Ma sai Aldo com'... quello che cominci
    a dire, a fare...
    LELLO (sempre convinto che non sia stato Aldo soltanto). Aldo, eh?
    EVELINA (non comprendendo l'ironia della domanda). S,  al suo solito,
    tante pazzie...
    LELLO (come sopra). Aldo! - Non mi dici quello che cominci a far lui!
    EVELINA (ingenuamente). Eh, lui no, non venne alla stazione.
    LELLO.  Ah,  non  venne?  Consentisti per ad andare con tuo figlio in
    casa di lui...
    EVELINA (come sopra). No, prima no; prima andai all'albergo.  E non mi
    sarei mai arresa ad andare in casa di lui, se...
    LELLO (troncando con sdegno).  Ma via!  Poi ci andasti! E allora sotto
    lo stesso tetto, con tuo marito... tutti i ricordi antichi eh?

    Sghignazzando:

    Ma niente di male, niente di male, si sa! Era, dopo tutto, tuo marito!
    EVELINA (irrigidendosi,  con alterezza dolente).  Ti prego di  credere
    che,  se  sono  ritornata,  vuol  dire  che puoi essere sicuro che ho
    sentito di poter ritornare.
    LELLO. Grazie, grazie di codesto sentimento! Ah, mi piace tanto!  Hai
    sentito di poter ritornare?
    EVELINA. S. E ti dico che non merito affatto codesto tuo dileggio.

    Cangiando aria e tono:

    Sbagli,  sbagli,  Lello,  a  mostrarti,  a parlare ancora cos con me.
    Perch mi costringi allora  a  una  sincerit  di  cui  nessuna  donna
    avrebbe l'obbligo - guarda!  - neppure con se stessa; figrati poi col
    proprio marito! E tu non sei neanche mio marito.
    LELLO (subito,  quasi trionfante  nell'ira).  Ah,  eccola,  eccola  la
    confessione che ti sfugge senza volerlo!
    EVELINA (stordita, quasi tra s). La confessione?
    LELLO. Ma s, ecco, lo dici tu stessa che  quello adesso tuo marito!
    EVELINA (di nuovo, altera, recisa, contenendosi). Non  quello! - Io
    dicevo  a  te.  - Ma dunque davvero puoi credere che sia quello come
    intendi tu, e farmi poi capace di ritornare a te, a mia figlia?

    Pausa.  Lello resta come interdetto.  E allora con sdegnoso rammarico,
    come  per  un'imposizione  della  coscienza a cui non pu pi opporsi,
    aggiunge:

    Ah,  ma vedi?  vedi?  io mi sento costretta ora a dirti una cosa,  che
    avrei potuto risparmiare a te e a me;  che avevo sentito,  venendo, di
    non doverti pi dire. Ma ora debbo dirtela! debbo dirtela!
    LELLO. Che cosa?
    EVELINA.  Questa.  Che se sono ritornata,  non devi credere che non mi
    sia costato nulla il ritorno.
    LELLO. Ah, confessi... confessi anche che t' costato molto?
    EVELINA.  S. L, s. Ma appena mi sono staccata di l, no. Ho sentito
    soltanto il desiderio di ritornare al pi presto.
    LELLO. E vuoi, di', vuoi che ti ringrazii anche di codesta sincerit?
    EVELINA.  L'hai voluta tu,  mostrandoti cos diverso,  nemico a me che
    ritornavo alla mia casa perfettamente rimessa nel sentimento che ho di
    tutta  questa  mia  vita  qua e con l'unico pensiero della mia bambina
    malata...
    LELLO. Ah, ecco - per lei! Sei dunque ritornata unicamente per lei?
    EVELINA. Ma no - anche per te.
    LELLO. Grazie di nuovo, cara! Ma come vuoi che ci creda pi,  se m'hai
    detto  che  t'  costato molto staccarti di l?  E segno che tu l con
    lui...
    EVELINA (subito arrestandolo).  No!  Ah,  no!  Tu mi costringi prima a
    ferirti  con  la  mia  sincerit,  strappata cos,  per forza,  e vuoi
    fartene poi un'arma contro di me?  - No!  Perch,  se pure  essa  m'ha
    costretto a dirti che m' costato molto, questo - se mai - farebbe pi
    grave il sacrifizio con cui avrei pagato il diritto di poter ritornare
    a te e a mia figlia!
    LELLO.  Ah,  di bene in meglio! Il sacrifizio! Altro che molto dunque,
    t' costato! Dici sacrifizio, ora!
    EVELINA (pigiando sulle parole).  Ho detto se  pure;  ho  detto  se
    mai.  Non l'ho pi sentito,  venendo.  La mia vita  qua - questa.  -
    Sono stordita ancora...

    Con la meravigliosa ingenuit di una che non pu fare a meno di  dire,
    quasi senza pensare che cosa dice e a chi la dice:

    E'  cos  strano,   cos strano quello che sento,  che...  - tu forse
    avrai ragione - ma sono ora qua cos tranquilla, che non capisco pi -
    ti giuro - di che cosa ti lamenti ancora...
    LELLO. Sei diventata incosciente? Come, di che mi lamento? Ti par poco
    adesso lo scandalo? Ne hai pure avuto una prova tu stessa, or ora!
    EVELINA. Dici di quelle due pettegole?
    LELLO. Ma puoi esser certa che tutti, adesso... E' la rovina la rovina
    della tua reputazione, lo vuoi capire? E' finita!
    EVELINA (come se parlasse d'un'altra). Finita... la signora Lina?

    E aggiunge sotto voce, come se lo dicesse Aldo:

    Muffa della signora Lina!

    E ride.

    LELLO  (pi  che  mai  trasecolato,  mirandola).  Ma  che  dici?   sei
    impazzita?
    EVELINA (riprendendosi, ma sempre un po' stordita). No... E' che...

    E si butta a ragionare con ambigua seriet:

    - dico che,  se quelle due pettegole non fossero accecate dall'invidia
    o dal dispetto...
    LELLO.  E dlli!  Lasciale stare,  quelle due!  Non saranno quelle due
    sole, ti dico! Ma tutti! tutti!
    EVELINA (seguitando come sopra: Eva e Lina;  la voce di Eva, l'aria di
    Lina). Aspetta, scusa. Tutti sanno, mi pare, perch sono andata da mio
    figlio.
    LELLO.  Gi!  Ma sanno anche,  ora,  che non era vero niente,  che tuo
    figlio fosse malato, e che, non ostante questo...
    EVELINA  (subito  dice  per  lui): Sono rimasta l otto giorni con mio
    marito.

    E non potendone pi, sbuffa:

    Auff!

    LELLO. Sotto lo stesso tetto!
    EVELINA. Questo lo dicono loro.
    LELLO. No, questa  la verit!
    EVELINA. S, ma per quello che ne pensano loro, intendo.

    Si ferma un po' a guardarlo, come per confermare un patto:

    Oh, non pi per te, ora! Almeno spero.
    LELLO (approvando ironicamente,  con un inchino rabbioso).  Benissimo!
    Ma  bisognerebbe che lo credessero anche gli altri!  Non basta,  cara,
    che lo creda io! E vai, vai tu adesso a farlo credere agli altri!
    EVELINA. Scusa, se sono ritornata a te...
    LELLO (con un grido). Peggio! Dopo essere stata l!
    EVELINA (stanca).  Oh,  insomma,  senti,  Lello,  a me  basta  la  mia
    coscienza,  e  che  mi  creda tu.  Non m'importa degli altri.  Pensino
    quello che vogliono... come vogliono...
    LELLO.  Ma importa a  me,  se  permetti!  A  me!  a  me!  Per  la  tua
    reputazione! E anche per me stesso!
    EVELINA.  Per te stesso,  no,  scusa;  perch tu, comunque pensino gli
    altri, non ti dovresti lamentare.
    LELLO. Ah, nemmeno?
    EVELINA. Nemmeno. Perch, se  peggio per me,   meglio per te: che io
    sia ritornata, dopo essere stata l - l'hai detto tu stesso. Suppongo,
    perch  la  gente,  mio  marito  adesso - almeno legalmente - sa che 
    quello l...
    LELLO (gridando).  Ma no!  Nient'affatto!  Perch io non mi  sono  mai
    considerato come il tuo amante! Il mio studio  stato sempre questo!
    EVELINA.  Lo so. E infatti non mi viene di dirlo, credi, neanche a me,
    che tu sei il mio amante. Io forse non capisco ancora bene: scusa,  ti
    lamenti per gli altri o per te?
    LELLO. Per me e per gli altri mi lamento!
    EVELINA. E allora hai torto doppiamente.

    Pigiando sulle parole:

    Ho  lasciato  l mio marito,  per ritornare a te.  Per la gente,  come
    amante, puoi esserne contento, mi pare.  Ma siccome poi non hai voluto
    mai considerarti, mai essere il mio amante, ma mio marito,  vero?
    LELLO. Mi pare!
    EVELINA. Ecco, dunque: marito, con tutto il diritto di pretendere alla
    fedelt della propria moglie,  vero?
    LELLO. Mi pare!
    EVELINA.  Oh,  e  allora  come  marito  puoi  anche  essere contento e
    soddisfatto,  perch t'assicuro che ho osservato per te tutto  il  mio
    dovere di moglie, ed eccomi qua! - Che vuoi di pi?
    LELLO (scattando).  Ah,  bello! Ah, grazie, cos! L l'amore, e qua il
    dovere? Grazie, cara, no! Io preferisco allora il contrario!
    EVELINA. Ah, ora, il contrario?
    LELLO. Il contrario! il contrario,  sicuro!  Che fosse stato lui,  l,
    tuo marito, un sacrifizio per te, e non il tuo ritorno qua - cos!
    EVELINA. Ma se non  stato...
    LELLO. L'hai detto tu stessa! tu! E viene a essere per me un insulto -
    guarda! - cos, la tua fedelt!
    EVELINA. Anche un insulto?
    LELLO. S, cara, un insulto! un insulto! E non so che farmene!
    EVELINA.  Ma  sai?  credetti  che  bisognasse a me - se tu non sai che
    fartene - per potermi riaccostare,  senza arrossire a tua figlia.  -
    Se mi dici che non sai che fartene...
    LELLO (accecato dall'ira).  Ma che vuoi che m'importi, in questo caso,
    di mia figlia!
    EVELINA (ironica e con forza). Ah,  ecco!  Benissimo!  Anche lui l mi
    disse:  -  Che  vuoi  che  m'importi di mio figlio,  se vieni qua per
    lui?.
    LELLO (impressionato). Ti disse cos?
    EVELINA (con foga appassionata). Cos! cos! Ed  tempo che la finiate
    tutti e due! Perch importa a me, se non importa a voi! - Oh, insomma!
    Tu hai qua la Titti; lui s' preso Aldo l.  Ciascuno di voi pu stare
    per s,  con tutta la sua vita.  Ma io no, perch Aldo l  mio e suo;
    la Titti qua  mia e tua. Lui mi vuole per s; tu mi vuoi per te!  Non
    posso mica dividermi,  io,  met l e met qua.  Sono l e qua!  Una e
    una!
    LELLO. L e qua? Ah no!  L e qua,  no!  L e qua,  no!  - O qua o l,
    cara! o qua o l!
    EVELINA. E non capisci che non toccherebbe di dirlo a te, questo?
    LELLO. No no: te lo dico io! te lo dico io! Qua e l, no!
    EVELINA (sdegnata,  fiera).  Ma come intendi ch'io dica qua e l? Dico
    per i miei figli;  non per  te  e  per  lui!  E  perci  potevo  farti
    osservare  che non conveniva a te di ribellarti e di fare lo sdegnoso!
    - Se con qualcuno io avrei l'obbligo di stare, non l'avrei con te!
    LELLO. Come?
    EVELINA.  No!  Perch se sono qua con te,  nessuno pu credere che sia
    per obbligo,  n per convenienza;  tanto pi ora,  se  vero che per
    questa  mia  andata  l  la  mia   reputazione      irrimediabilmente
    compromessa!  Starei  con  te perch voglio starci,  ad onta della mia
    reputazione.
    LELLO. Ma se ora so che non vorresti...
    EVELINA. Come non vorrei, se sono ritornata,  se ho difeso l,  contro
    me stessa, il mio diritto di ritornare!

    Minacciosa, recisa:

    Vuoi  che  vada  l?  Mi respingi tu,  allora!  E allora il diritto di
    rivedere qua mia figlia io non lo perdo,  bada!  Me  ne  star  l,  e
    faremo, come tu preferisci, al contrario!
    LELLO (stretto dall'argomentazione,  con un viso molto inebetito).  Io
    preferisco? io, preferisco?
    EVELINA. Eh, mi pare...
    LELLO  (irritato  di  non  potersi  in  alcun  modo  riprendere,   con
    violenza). Io non preferisco niente! non preferisco niente!
    EVELINA (prima placida,  sicura;  poi,  man mano, con foga crescente).
    Oh,  e neanche io,  vedi?  Niente.  M'impongo di non preferire niente,
    perch  non  voglio  perderlo il diritto di rivedere i miei figli.  Se
    pretendi che non veda pi Aldo,  rompo  con  te.  S,  s,  caro  mio!
    Proprio  come  l  ho  respinto  lui,  per  ritornare a vedere qua mia
    figlia.  Siete uomini,  voi - e basta!  Io sono madre!  Messa  in  una
    situazione impossibile! Una l con quello che mi fa essere... come qua
    con  te,  Dio mio,  non mi passa,  non mi passa neppure per il capo di
    poter essere! Un'altra - un'altra. - Ma non rimpiango, oh, non credere
    che rimpianga nulla per questo!  Perch  io...  non  so...  sono  pure
    questa,  qua. Non soffro, non soffro, ti giuro, Lello, d'essere qua,
    questa,  come per tanti anni sono stata!  Non mi costa  nulla  volermi
    anche per me,  come tu mi vuoi,  placida,  sennata,  ordinata; tutt'al
    contrario  di  come...   io  non  so  perch...   divento  subito  per
    quell'altro, appena... appena mi guarda dentro gli occhi.
    LELLO. E ti grida: Ivi!.
    EVELINA.  Gi,  cos...  Vedi,  m' corso come un brivido per tutte le
    carni.
    LELLO (furioso, sprezzante).  E vai dunque l,  vai dunque l dove c'
    chi ti fa correre di codesti brividi per le carni!...
    EVELINA  (forte,  gridando,  quasi piangendo dalla rabbia di non esser
    compresa). Ma no!  Sei sciocco!  Non farmi impazzire,  ora!  Sento che
    impazzisco, io, cos! E non voglio impazzire! Non sono mica impazzita,
    io,  l,  ti prego di credere!  Ho tenuto a posto me e lui! Mi  parso
    piuttosto d'impazzire durante il viaggio, pensando... pensando...

    Parandoglisi davanti improvvisamente:

    Tu non sei mica lo stesso, scusa, con me e con un'altra donna!
    LELLO (stordito). Come? io? che c'entro io ora? Quale donna?
    EVELINA. Dico una qualunque;  una donna che per caso...  (non dico che
    sia  vero),  una donna che ti facesse essere diverso da quello che sei
    per me...

    LELLO (scrollandosi, non comprendendo). Come, diverso? Ma che dici?
    EVELINA. No, senti, senti quante cose ho pensato; - Tu, per me, lo sai
    perch sei cos?  Pare  facile!  una  sciocchezza.  Sei  cos,  perch
    naturalmente  il sentimento che io t'ispiro,  il sentimento che tu hai
    per me ti fa essere cos.
    LELLO. Naturalmente.
    EVELINA.  Ma se t'ispirassi domani un  altro  sentimento?  Se  tu  non
    sentissi per me quello che ora senti? Tu diventeresti un altro.
    LELLO.  Perch non t'amerei pi,  sfido!  Un altro,  per te.  Ma sarei
    sempre io.
    EVELINA. No! no! Ecco,  questo! Non  vero! Perch tu,  anche adesso,
    anche adesso, potresti avere un diverso sentimento per un'altra donna;
    e  basterebbe  questo  perch  tu  fossi  uno con quella e uno con me:
    diverso! Vedi?  questo! L'ho provato io, con tutto l'orrore di vedere
    in me un'altra - quell'altra oltre questa che sono qua per te e per me
    stessa: - due in una persona sola!  In un solo corpo,  ma che potrebbe
    essere  di  questa e di quella,  se non dovesse parere mostruoso e
    assurdo che allora,  per se stesso,  questo  corpo,  non  sarebbe  pi
    nulla, fuori di quel sentimento che lo fa essere ora di questa e ora
    di  quella;  e  con la memoria intanto dell'una e dell'altra - vedi?
    questo  il terribile!  - terribile perch rompe  quell'illusione  che
    ciascuno si fa,  ricordando,  di essere uno, sempre lo stesso. Non 
    vero!  L'ho veduto,  l'ho provato io!  Se  tu  m'avessi  vista  l,  a
    cavallo...
    LELLO. Sei andata a cavallo?
    EVELINA.  S;  come  prima!  una cavallerizza!  e Giorgio Armelli m'ha
    sorpreso sull'altalena... Se mi avesse visto la Titti! Dio, Dio... Non
    m'avrebbe pi riconosciuta;  avrebbe esclamato: Ma come!  Quella,  la
    mia mamma?. Eppure per me, l, allora, era naturale, naturalissimo...
    E io stessa,  ora, guardandomi di qua... mi pare un sogno... vedendomi
    poi anche questa, qua... un'altra; irriconoscibile...  Una qua,  una
    l...  E  l'una che non ha nulla da vedere con l'altra,  se non questo
    tormento di scoprirsi, di sentirsi due veramente,  fino a respingere
    l - com'ho fatto - mio marito, non gi perch non mi sentissi viva di
    tutta  quell'altra mia vita l;  ma perch qua c'era quest'altra,  che
    sentii,  sentii ugualmente viva di tutt'intera quest'altra mia vita  -
    cos diversa - capisci? - diversa - diversa!

    Casca a sedere, come schiantata, con le mani sulla faccia.

    LELLO  (dopo  una  breve pausa).  E vorresti,  dopo questo,  ritornare
    ancora l, a quell'altra tua vita?
    EVELINA(precipitosamente). No! Basta!  basta!  Impazzirei!  Verr lui,
    Aldo,  qua, d'ora in poi! Per me, basta; puoi esserne sicuro! Mai pi!
    - Vedersi un'altra?  E' la pazzia.  Sono anche  quell'altra,  sai?  E'
    certo!  Ma  non debbo pi vedermi,  cos,  qua e l,  questa e quella.
    Basta! basta!

    Si schiude  l'uscio  a  sinistra  e  compare  la  Titti,  palliduccia,
    spettinata, non ben sicura sulle lunghe gambette. Da questo punto, con
    stacco  netto,  dia la scena la sensazione della vita che si riassetta
    tranquilla su le sue basi naturali.

    TITTI. Mamma!
    EVELINA   (subito   voltandosi   e   accorrendo   a   sorreggerla    e
    abbracciandola). Titti! Titti mia! Come? Oh Dio! Ti sei levata da te?
    TITTI (fremente). S, s...
    EVELINA.  Hai ragione, la mia Titti! Tanti discorsi inutili, sciocchi,
    inconcludenti qua, e ho lasciato sola di l la mia Titti!

    Se la guarda; se la carezza; le ravvia i capellucci.

    Come sei pallidina! come sei magrolina!

    Mostrandola a Lello:

    Ma guarda: pi alta...  s,  guarda!  non ti pare che si sia fatta pi
    alta?
    LELLO  (tranquillissimo  ora  anche  lui,  chinandosi  a  guardare  la
    figlia). Eh s, eh s... oh guarda: t'arriva quasi alla spalla...
    EVELINA (serrandosi di nuovo al seno la figlia).  Quasi alla spalla...
    quasi alla spalla, la mia piccina bella! la mia piccina!

    E prende a dondolarla,  a dondolarla piano, cos dicendo, mentre Lello
    le guarda tutt'e due, rasserenato e sorridente.

    Ma non voglio, non voglio, sai?, che tu mi diventi presto una donnina,
    piccolina mia, piccolina mia, non voglio, non voglio...

    TELA.


    I GIGANTI DELLA MONTAGNA.
    MITO.

    Personaggi.

    La compagnia della Contessa:
    ILSE, detta ancora LA CONTESSA - IL CONTE,  suo marito - DIAMANTE,  la
    seconda  Donna  - CROMO,  il Caratterista - SPIZZI,  l'Attor Giovine -
    BATTAGLIA, generico-donna - SACERDOTE - LUMACHI, col carretto.

    COTRONE, detto IL MAGO.

    Gli scalognati:
    IL NANO QUAQUEO - DUCCIO DOCCIA - LA SGRICIA - MILORDINO  -  MARA-MARA
    con l'ombrellino, detta anche LA SCOZZESE - MADDALENA.

    FANTOCCI - APPARIZIONI - L'ANGELO CENTUNO e la sua centuria.


    Tempo e luogo, indeterminati: al limite, fra la favola e la realt.


    1.

    Villa, detta La Scalogna, dove abita Cotrone coi suoi Scalognati.
    Alto,  quasi  nel  mezzo  della scena in quel punto soprelevata,   un
    cipresso ridotto per la vecchiaja, nel fusto,  come una pertica e,  s
    in cima, come una spazzola da lumi.
    La  villa  ha  un  intonaco  rossastro scolorito.  Se ne vede a destra
    soltanto l'entrata con quattro  scalini  d'invito  incassati  tra  due
    loggette  rotonde aggettate,  con balaustrate a pilastrini e colonne a
    sostegno delle cupole.  La porta   vecchia  e  serba  ancora  qualche
    traccia  dell'antica  verniciatura  verde.   A  destra  e  a  sinistra
    s'aprono, alla stessa altezza della porta,  due finestre a usciale che
    dnno nelle loggette.
    Questa villa, un tempo signorile,  ora decaduta e in abbandono. Sorge
    solitaria  nella  vallata e ha davanti un breve spiazzo erboso con una
    panchina a sinistra. Ci si viene per una viottola che scende in ripido
    pendio fino al cipresso e,  di l,  prosegue a sinistra passando sopra
    un ponticello che accavalca un torrente invisibile.
    Questo ponticello,  nel lato sinistro della scena,  dev'essere bene in
    vista e praticabile, coi due parapetti.
    Di l da esso si scorgono le falde boscose della montagna.

    Al levarsi della tela  quasi sera.  Dall'interno della villa si  ode,
    accompagnato da strani strumenti,  un canto balzante,  che ora scoppia
    in strilli imprevisti e or s'abbandona in  scivoli  rischiosi,  finch
    non si lascia attrarre quasi in un vortice, da cui tutt'a un tratto si
    strappa mettendosi a fuggire come un cavallo ombrato.
    Questo canto deve dar l'impressione che si stia superando un pericolo,
    che non ci par l'ora che finisca, perch tutto ritorni tranquillo e al
    suo  posto,  come  dopo  certi  momentacci di follia che alle volte ci
    prendono, non si sa perch.
    Dalla  trasparenza  delle  due  finestre  a  usciale  delle   loggette
    s'intravede  che  l'interno  della  villa   illuminato da strani lumi
    colorati che dn parvenze di misteriose apparizioni alla  Sgricia  che
    siede  pacifica  e immobile nella loggetta a destra del portone,  e al
    Doccia e a Quaquo che seggono in quella  a  sinistra,  il  primo  coi
    gomiti  sulla  ringhierina  e  la  testa  tra  le mani,  l'altro sulla
    ringhierina,  con le spalle a  ridosso  al  muro.  La  Sgricia    una
    vecchietta  con  un  cappellino a cuffia in capo,  annodato goffamente
    sotto il mento, e una pellegrinetta color viola sulle spalle. La veste
    a quadretti bianchi e neri  tutta pieghettata.  Porta i mezzi  guanti
    di filo. Quando parla  sempre un po' irritata e sbatte di continuo le
    palpebre  sugli  occhietti  furbi  irrequieti.  Di tratto in tratto si
    passa rapidamente un dito sotto il naso arricciato.
    Duccio Doccia, piccolo e d'et incerta, calvissimo, ha due gravi occhi
    ovati e il labbro che gli pende grosso,  nel volto  lungo,  pallido  e
    inteschiato;  lunghe mani molli e le gambe piegate, come se camminasse
    cercando sempre da sedere.
    Quaquo  un nano grasso,  vestito da bambino,  di pelo rosso e con un
    faccione di terracotta che ride largo,  d'un riso scemo nella bocca ma
    negli occhi malizioso.
    Appena finito il canto nell'interno della villa,  Milordino,  che  un
    giovane patito sulla trentina,  con una barbetta da malato sulle gote,
    un tubino in capo e un farsetto inverdito a cui  non  vuol  rinunciare
    per  non  perdere  la  sua  aria  civilina,  s'affaccia  da  dietro il
    cipresso, tutto spaventato, annunziando:

    MILORDINO. O oh! Gente a noi! Gente a noi! Subito, lampi, scrosci e la
    lingua verde, la lingua verde sul tetto!
    LA SGRICIA (levandosi,  aprendo la finestra e annunziando nell'interno
    della villa). Ajuto! Ajuto! Gente a noi!

    Poi, sporgendosi dalla loggetta:

    Che gente, Milordino, che gente?
    QUAQUEO. Di sera? Fosse giorno, crederei: qualche sperduto. Vedrai che
    ora torna indietro.
    MILORDINO.  No!  No!  Vengono proprio avanti! Son qua sotto! In tanti,
    pi di dieci!
    QUAQUEO. Eh, in tanti, saranno coraggiosi.

    Salta dalla ringhiera della loggetta sugli scalini davanti alla  porta
    e di l va al cipresso a guardare con Milordino.

    LA SGRICIA (strillando nell'interno). I lampi! I lampi!
    DOCCIA. Oh, i lampi costano, vacci piano.
    MILORDINO.  Hanno  anche  un  carretto;  lo tirano a mano,  uno tra le
    stanghe e due dietro!
    DOCCIA. Sar gente che va alla montagna.
    QUAQUEO. Eh, no,  han proprio l'aria di farsi a noi!  O oh,  hanno una
    donna sul carretto! Guarda, guarda! Il carretto  pieno di fieno, e la
    donna vi giace sopra!
    MILORDINO. Chiamate almeno la Mara, sul ponticello, con l'ombrellino!

    Dalla porta della villa accorre Mara-Mara, gridando:

    MARA-MARA. Eccomi qua! eccomi qua! Della Scozzese avranno paura!

    Mara-Mara    una donnetta,  che si pu figurare come gonfiata,  tutta
    imbottita come una balla,  con una sottanina  corta  corta  di  stoffa
    scozzese a quadrigli su tutto il rigonfio dell'imbottitura,  le gambe
    nude, con le calze di lana ripiegate sui polpacci, un verde cappellino
    in capo di tela cerata,  a falde dritte,  e una penna di gallo  da  un
    lato,  un  piccolo  ombrellino a parasole in mano,  un tascapane e una
    fiasca a tracolla.

    Oh, ma fatemi lume dal tetto! Non voglio mica rompermi il collo!

    Corre al ponticello, monta sul parapetto e, illuminata dall'alto della
    villa da un riflettore verde che le d un'aria spettrale,  si mette  a
    passeggiare su esso,  avanti e indietro,  simulando un'apparizione.  A
    tratti,  da dietro la villa s'aprono anche larghi fiati di luce,  come
    lampi d'estate, accompagnati da scrosci di catene.

    LA SGRICIA (ai due che guardano). Si fermano? Tornano indietro?
    QUAQUEO. Chiamate Cotrone!
    DOCCIA. Cotrone! Cotrone!
    LA SGRICIA. Ha la gotta!

    Tanto  la  Sgricia  quanto  Duccio sono scesi dalle loggette e ora son
    davanti la villa, sullo spiazzo erboso, costernati. Dalla porta appare
    Cotrone,  ch' un  omone  barbuto,  dalla  bella  faccia  aperta,  con
    occhioni  ridenti  splendenti  sereni,  la  bocca  fresca,  splendente
    anch'essa di denti sani tra il biondo caldo dei baffi  e  della  barba
    non  curati.  Ha  i  piedi  un  po'  molli  e veste sbracato,  un nero
    giacchettone a larghe falde e larghi calzoni chiari;  in  capo  ha  un
    vecchio fez da turco, e un po' aperta sul petto una camicia azzurrina.

    COTRONE.  Che  cos'?  O  non vi vergognate?  Avete paura,  e vorreste
    farne?
    MILORDINO. Salgono in frotta! Son pi di dieci!
    QUAQUEO. No, sono otto, sono otto: li ho contati! Con la donna!
    COTRONE. E allegri!  C' anche una donna?  Sar una regina spodestata.
    E' nuda?
    QUAQUEO (sbalordito). Nuda? No, nuda non mi  parsa.
    COTRONE.  Nuda,  sciocco! Su un carretto di fieno, una donna nuda, coi
    seni all'aria e i capelli rossi sparsi come un sangue di  tragedia!  I
    suoi  ministri  in  bando  la  tirano,  per sudar meno,  in maniche di
    camicia.  S,  svegli,  immaginazione!  Non mi vorrete  mica  diventar
    ragionevoli!  Pensate  che  per noi non c' pericoli,  e vigliacco chi
    ragiona! Perbacco, ora che vien la sera, il regno nostro!
    MILORDINO. Gi, ma se non credono a nulla...
    COTRONE. E tu hai bisogno che ti credano gli altri, per credere a te?
    LA SGRICIA. Sguitano a salire?
    MILORDINO. Non li arrestano i lampi! Non li arresta la Mara!
    DOCCIA. Oh, se non giova,  uno spreco; spegnete!
    COTRONE.  Ma s,  spegnete lass!  E basta con questi lampi!  Tu Mara,
    vien qua!  Se non si spaventano,  vuol dire che sono dei nostri e sar
    facile intenderci. La villa  grande.

    Colpito da un'idea

    Oh, ma aspettate!

    A Quaquo:

    Hai detto che son otto?
    QUAQUEO. Otto, s, m' parso...
    DOCCIA. Se li hai contati! Che storie!
    QUAQUEO. Otto, otto.
    COTRONE. E allora son pochi.
    QUAQUEO. Otto e un carretto; ti pajono pochi?
    COTRONE. Tranne che gli altri si siano sbandati.
    LA SGRICIA. Briganti?
    COTRONE. Ma no, che briganti!  Sta' zitta.  Quando s' pazzi,  tutto 
    possibile. Forse son loro.
    DOCCIA. Chi, loro?
    QUAQUEO. Eccoli!

    Spenti  i lampi e il riflettore che illuminava Mara-Mara sul parapetto
    del ponticello la scena  rimasta in un tenue chiaror crepuscolare che
    diventa a poco a poco alba lunare.
    Appajono dalla via dietro al cipresso il Conte,  Diamante,  Cromo e il
    Battaglia generico-donna, della Compagnia della Contessa.
    Il  Conte    un  giovane  pallido biondo,  dall'aria smarrita e molto
    stanca.  Bench ormai poverissimo,  come lo dimostra l'abito a tait di
    color  cece  assai  logoro  e  anche qua e l strappato,  il panciotto
    bianco e il vecchio cappello di paglia, conserva nei tratti e nei modi
    il deluso squallore d'una grande nobilt.
    Diamante tocca  la  quarantina,  e  su  un  busto  formoso,  piuttosto
    esuberante,  tiene ben piantata,  con una certa spavalderia, una testa
    dura,  dipinta con violenza,  armata di tragiche sopracciglia  su  due
    occhi  densi  e gravi,  divisi da un naso perentorio e sdegnoso.  Agli
    angoli della bocca ha due virgolette di peli nerissimi e qualche altro
    peluzzo metallico le s'arriccia sul mento.  Par sempre in procinto  di
    scoppiare   di  carit  protettrice  per  quel  povero  giovane  Conte
    sventurato e d'indignazione per Ilse,  sua moglie,  di  cui  lo  crede
    vittima.
    Cromo  ha una strana calvizie frontale e occipitale,  poich i capelli
    di un color di carota gli  son  rimasti  come  due  triangoli  che  si
    tocchino  per le punte a sommo del capo;  pallido,  lentigginoso e con
    gli occhi verdi chiari, parla con voce cavernosa, col tono e coi gesti
    di chi  solito di pigliar bile da ogni minimo incidente.
    Il Battaglia,  bench uomo,  ha  la  faccia  cavallina  d'una  vecchia
    zitella viziosa,  tutta lezii da scimmia patita. Fa parti da uomo e da
    donna,  in parrucca s'intende,  e anche da suggeritore.  Ma pur tra  i
    segni del vizio, ha due occhi supplichevoli e miti.

    CROMO. Ah, grazie, amici! Bravi veramente! Non se ne poteva pi!
    DOCCIA (stonato). Grazie? di che?
    CROMO.  Come  di  che?  Dei  segni  che  ci  avete fatti per indicarci
    ch'eravamo giunti finalmente alla mta.
    COTRONE. Ah, ecco, dunque! son proprio loro!
    BATTAGLIA (indicando Mara). Che coraggio, beata lei, la signora!
    CROMO.   Gi,   su  quel  parapetto  di   ponte!   Meravigliosa!   Con
    l'ombrellino!
    DIAMANTE. E bellissimi i lampi! Quella fiamma verde sul tetto!
    QUAQUEO.  Toh,  guarda!  L'hanno  preso  per  teatro!  Noi  facciamo i
    fantasmi...
    MILORDINO. Ci si son divertiti!
    DIAMANTE. I fantasmi? Che fantasmi?
    QUAQUEO.  Ma s,  le apparizioni,  per spaventare la gente  e  tenerla
    lontana!
    COTRONE. Zitti l!

    A Cromo:

    La Compagnia della Contessa? Lo stavo dicendo...
    CROMO. Eccoci qua!
    DOCCIA. La Compagnia?
    BATTAGLIA. ...gli ultimi resti...
    DIAMANTE.  Nient'affatto! I capisaldi! Dici, per fortuna, i capisaldi.
    E prima di tutti, qua, il signor Conte.

    Gli prende una mano, e con l'altra dietro la spalla,  come se fosse un
    ragazzino.

    Fatti avanti, prego!
    COTRONE (porgendogli la mano). Ben arrivato, signor Conte!
    CROMO (declamando). Ma senza pi contea n pi contanti!
    DIAMANTE  (indignata).  Quando  la  finirete,  insomma,  di mancare di
    rispetto a voi stessi, umiliando...
    IL CONTE (seccato). Ma no, cara, non m'umiliano...
    CROMO. Diciamo pur Conte, ma credi che, al punto in cui siamo,   bene
    subito attenuare.
    BATTAGLIA. ...e ultimi resti io lo dicevo per me...
    CROMO (per metterlo a posto). Tu sei modesto, lo sappiamo.
    BATTAGLIA. No, direi svagato piuttosto, per la stanchezza e la fame.
    COTRONE.  Ma  troverete  qua  da  riposarvi  e...  s,  credo anche da
    rifocillarvi un po'...
    LA SGRICIA (pronta, fredda, recisa). Tutto spento in cucina.
    MARA-MARA. Si potr per questo riaccendere; ma facci almeno sapere...
    DOCCIA. ...gi, chi sono questi signori...
    COTRONE. S, subito.

    Al Conte:

    Ma la signora Contessa?
    IL CONTE. E' qua, ma anche lei cos stanca...
    BATTAGLIA. Non si regge pi in piedi.
    QUAQUEO. Quella sul carretto? Contessa?

    Facendo piattini delle mani e andando un piede:

    Abbiamo capito! Tu ci hai combinato di sorpresa una rappresentazione!
    COTRONE. Ma no, amici miei; ora vi spiego...
    QUAQUEO.  Ma s;  tant' vero che anche a loro,  la  nostra,    parsa
    rappresentazione!
    COTRONE.  Perch  anche  loro  son  press'a  poco  della nostra stessa
    famiglia. Ora sentirai!

    Al Conte:

    C' da dare ajuto alla Contessa?
    DIAMANTE. Potrebbe fare lo sforzo di salire a piedi da s!
    IL CONTE (adirato, reciso, le grida subito in faccia): Ma no,  che non
    pu!
    CROMO. Il Lumachi sta raccogliendo le forze...
    BATTAGLIA. ...le ultime forze...
    CROMO. ...per quest'ultima pettata.
    COTRONE (premuroso). Ma posso dare anch'io una mano...
    IL CONTE. No, ci sono altri due, gi col Lumachi. Piuttosto vorrei che
    lei ci dicesse. Qua

    si guarda in giro, smarrito

    siamo, vedo, in una vallata, alle falde d'una montagna...
    CROMO. E dove saranno gli alberghi?
    BATTAGLIA. ...e le trattorie?...
    DIAMANTE. Il teatro dove dobbiamo recitare?
    COTRONE.  Ecco,  se mi lasciate dire,  spiego tanto ai miei,  quanto a
    voi.  Siamo  tutti  in  errore,  signori  miei;  ma  non  ci  dobbiamo
    confondere per cos poco.

    Si  odono  a questo punto dall'interno le voci dell'Attor Giovane,  di
    Sacerdote e di Lumachi che spingono il carretto di fieno su cui  giace
    la Contessa.

    - S, forza, forza!
    - Siamo arrivati!
    - Piano, oh, piano! Non spingete troppo!

    Si voltano tutti a guardare. Il carretto appare.

    CROMO. Ecco la Contessa!
    IL CONTE. Attenti al cipresso! Attenti al cipresso!

    Accorre ad ajutare insieme con Cotrone.
    Lumachi, portato il carretto sullo spiazzo, abbassa i due puntelli che
    stanno  lungo  le  stanghe,  per modo che il carretto rimanga ritto su
    essi e sulle ruote senza  bisogno  d'altro  sostegno,  ed  esce  dalle
    stanghe  per  levarsi  davanti.  Tutti  gli  altri  restano  a guardar
    costernati la Contessa che giace sul verde di quel fieno  coi  capelli
    sparsi,  color  di  rame  caldo,  l'abito dimesso e doloroso,  di velo
    violaceo, scollato, un po' logoro,  dalle maniche ampie e lunghe,  che
    facilmente ritraendosi le lasciano scoperte le braccia.

    MILORDINO. Oh Dio, com' pallida...
    MARA-MARA. Pare morta...
    SPIZZI. Silenzio!

    ILSE  (dopo  un  momento,  levandosi  a sedere sul carretto,  dice con
    profonda commozione):
    Se volete ascoltare
    questa favola nuova,
    credete a questa mia veste
    di povera donna;
    ma credete di pi
    a questo mio pianto di madre
    per una sciagura,
    per una sciagura...

    A questo punto, come a un segnale convenuto, il Conte, Cromo e insomma
    tutti i componenti la Compagnia della Contessa  scoppiano  a  coro  in
    risate diverse,  ma tutte d'incredulit;  cessano insieme di colpo,  e
    Ilse riprende:

    Ne ridono tutti cos,
    la gente istruita
    che pure lo vede
    che piango,
    e non se ne commuove...

    COTRONE (riscuotendosi dallo stupore). Ah, ma voi state recitando!
    MILORDINO. Oh bella!
    MARA-MARA. Rcitano!
    SACERDOTE. Zitti! Ha attaccato, bisogna secondarla!
    ILSE (seguitando).
    ...ne prova anzi fastidio, e:
    Stupida! Stupida!
    mi grida in faccia, perch
    non crede che possa esser vero
    che il figlio mio
    la creatura mia...
    Ma voi dovete credere a me;
    vi porto le testimonianze;
    son tutte povere donne,
    povere madri come me,
    del mio vicinato,
    che ci conosciamo tutte e sappiamo,
    ch' vero -

    Agita una mano come per chiamare.

    IL CONTE (chinandosi su lei, con dolcezza). No, smetti, cara...
    ILSE (con impazienza, agitando le mani). Le donne... le donne...
    IL CONTE. Ma le donne, vedi? per ora non ci sono...
    ILSE (come svegliandosi). Non ci sono? Perch? Dove m'avete portata?
    IL CONTE. Siamo arrivati... Ora c'informeremo...
    MILORDINO. Come recitava bene!
    LA SGRICIA. Peccato, mi piaceva tanto...
    DOCCIA. A sentirli ridere cos tutti insieme..
    QUAQUEO (a Cotrone). Lo vedi se  vero? lo vedi se  vero?
    COTRONE.  Sicuro ch' vero!  Rcitano.  Che volete che  facciano?  Son
    teatranti!
    IL CONTE. Per carit, non dica cos davanti a mia moglie!
    ILSE  (scendendo  dal  carretto,  con  qualche  filo  di  fieno  tra i
    capelli). Perch non dovrebbe dirlo? Lo dica anzi! Mi fa piacere!
    COTRONE. Mi scusi, signora, io non ho inteso offendere...
    ILSE (parlando come in delirio). Teatrante, s, teatrante! Lui no,

    indica il marito

    ma io s, nel sangue, di nascita! - E gi con me, ora, lui -
    IL CONTE (cercando d'interromperla). Ma no, Dio, che dici?
    ILSE.  S,  gi con me,  dai suoi palazzi di marmo,  nelle baracche di
    legno!  ma anche in piazza,  anche in piazza! Dove siamo qua? Lumachi,
    dove sei? Lumachi?  prvati a sonar la tromba!  Vediamo di fare un po'
    di gente!

    Guardandosi attorno, smarrita nel delirio e piena d'orrore.

    Oh Dio, ma dove siamo qua? dove siamo?

    si ripara sul petto di Spizzi che le si  accostato.

    COTRONE. Non temete, Contessa, tra amici!
    CROMO. Ha la febbre: delira.
    QUAQUEO. Ma  una contessa davvero?
    IL CONTE. Contessa:  mia moglie!
    COTRONE. Sta zitto, Quaquo!
    MARA-MARA. Ma se non ci fai sapere...
    DOCCIA. A noi pajono pazzi!
    IL CONTE (a Cotrone). Siamo stati indirizzati a voi...
    COTRONE.  S,  signor Conte, la prego di scusarli: mi sono dimenticato
    di prevenirli;  e quella parola l'ho usata per loro;  ma  io  so  bene
    che...

    SPIZZI (appena ventenne,  pallido, con occhi spiranti, capelli biondi,
    forse un tempo ossigenati, ora scoloriti, bocca a bocciuolo di rosa ma
    un po' offesa dal  naso  alquanto  ingombrante  che  le  pende  sopra;
    compassionevolmente   elegante  nel  suo  sbiadito  costume  sportivo;
    calzoni a mezza gamba e calzettoni di lana). interrompendo:

    Lei non sa nulla,  non pu saper nulla dell'eroico martirio di  questa
    donna!
    ILSE (risentita e irruenta, staccandoglisi dal petto). Ti proibisco di
    parlarne, Spizzi!

    poi tutta vibrante di sdegno, investendo Cromo

    Se  non  fossi  nata  attrice,  capisci?  Il mio schifo  questo,  che
    dobbiate esser voi,  proprio voi i primi a crederlo e a farlo  credere
    agli altri... Vuoi una buona scrittura? - Vnditi!, Abiti, gioje? -
    Vnditi! Anche per una sudicia lode in un giornale!
    CROMO (stordito). Ma che dici? Perch ti rivolgi a me?
    ILSE. Perch tu l'hai detto!
    CROMO. Io, l'ho detto? quando? Che ho detto?
    IL CONTE (supplichevole alla moglie). Non avvilirti a parlar di queste
    cose - tu! -  orribile!
    ILSE.  No, caro;  bene anzi parlarne, ora che siamo alla fine! Quando
    ci si riduce cos, larve di quello che fummo...

    A Cotrone, un momento, poi anche a tutti gli altri:

    Sa, si dorme tutti insieme... nelle stalle...
    IL CONTE. Non  vero...
    ILSE. Come non  vero? jeri...
    IL CONTE.  Ma non era una stalla,  cara,  hai dormito su una panca  di
    stazione ferroviaria.
    CROMO. Sala d'aspetto di terza classe.
    ILSE  (a  Cotrone,  seguitando).  Stirandosi,  nel voltarsi sull'altro
    fianco, parole scappano... si sparla...

    A Cromo:

    Forse perch al bujo non si vede,  credi  che  non  si  debba  nemmeno
    sentire? Io t'ho sentito!
    CROMO. Che hai sentito?
    ILSE.  Una  cosa  che,  l  immersa  tra  quelle...  non  so  se erano
    ragnatele...
    IL CONTE. Ma no, Ilse, dove mai?
    ILSE.  ...e allora lembi di tenebra che,  nella febbre,  mi sbattevano
    fredde in faccia... s, s... col respiro...

    A Cromo:

    Appena t'udii...  - "ihihh, ihihh", - ne risi cos, ma n'ebbi subito
    un brivido e serrai i denti; mi strinsi tutta in me per non mettermi a
    guaire come una cagna bastonata...

    Di scatto, a Cromo di nuovo:

    Non sentisti nemmeno questo riso?
    CROMO. Io no...
    ILSE. S, che lo sentisti; ti parve d'un altro, al bujo;  non credesti
    che potessi essere io; d'un altro che consentisse...
    CROMO. Io non ricordo nulla!
    ILSE. Io ricordo tutto!
    SPIZZI. Ma che disse infine?
    ILSE.  Che per non patire quest'eroico martirio,  come tu dici,  e non
    farlo patire anche a voi tutti - oh  quanto  sarebbe  stato  meglio  -
    disse...
    CROMO (comprendendo alla fine e insorgendo).  Ah!  gi!  Ho capito! ma
    questo l'abbiamo detto tutti, non io solo; e chi non l'ha detto,  l'ha
    pensato; scommetto, lui stesso!

    IL CONTE. Io? Che cosa?
    ILSE. ...che io, caro

    indica il Conte.

    gli prende il capo tra le mani

    - qua, su questa nobile fronte -

    alla spiccia, eh? dicesti proprio cos.
    CROMO. ...alla spiccia, alla spiccia, s, e non saremmo ora cos tutti
    alla fame!
    ILSE. ...avrei dovuto piantarti due magnifiche corna...

    sta  per allungare su la sua fronte il gesto di due corna,  ma  presa
    da un impeto incontenibile di sdegno e di schifo.

    Ah!

    E subito,  interrompendo il  laido  gesto,  lo  cangia  in  un  sonoro
    manrovescio  sulla  guancia  di  Cromo;  vacilla,  cade a terra in una
    violenta convulsione di  riso  e  pianto  insieme.  Cromo  si  ripara,
    stordito, la guancia offesa. Tutti, sorpresi da quell'atto improvviso,
    si  dnno  a parlare simultaneamente,  gli uni commentando,  gli altri
    accorrendo a soccorrere. Quattro gruppi: nel primo,  in soccorso della
    Contessa,  il Conte, Diamante e Cotrone; nel secondo, Quaquo, Doccia,
    Mara-Mara e Milordino; nel terzo, Sacerdote,  Lumachi,  il Battaglia e
    la Sgricia;  nel quarto,  Spizzi e Cromo. Contemporaneamente i quattro
    gruppi consumeranno le quattro battute assegnate a ciascuno.

    IL CONTE. Oh Dio, impazzisce! Ilse, Ilse, per carit!  Non  possibile
    seguitare cos!
    DIAMANTE.  Clmati,  clmati,  Ilse!  Fallo  almeno  per  piet di tuo
    marito!
    COTRONE. Contessa... Contessa... S, portiamola di l, sar meglio...
    ILSE. No, lasciatemi! lasciatemi! Voglio che intendano tutti!

    QUAQUEO. Che straccio di spettacolo! E poi dice di no!
    DOCCIA. E' brava, oh! va per le spicce!
    MARA-MARA. Gliel'ha appioppato a quel Dio!
    MILORDINO. Ma di dove sono scappati?

    BATTAGLIA. Scava e scava, ci facciamo la fossa...
    LUMACHI. Pare impossibile che si debba cos smaniare per nulla!
    SACERDOTE. E' pur vero che l'abbiamo detto tutti!
    LA SGRICIA (segnandosi). Mi par d'essere in mezzo ai turchi!

    SPIZZI (a Cromo venendogli a petto). Vigliacco! Hai potuto osare...
    CROMO (spingendolo indietro). Lvati tu! E' tempo di finirla!
    SPIZZI.  Alla spiccia! per salvar la baracca...  Tu avresti  venduto
    tua moglie!
    CROMO. Che baracca, imbecille! lo dicevo per quello che s'uccise...

    LA  CONTESSA  (sciogliendosi  da  coloro  che vorrebbero trattenerla e
    venendo avanti). L'avete detto tutti?
    SPIZZI. Ma no! Non  vero!
    DIAMANTE. Io non ho detto nulla.
    BATTAGLIA. E io nemmeno.
    ILSE (al marito). E' vero che l'hai pensato anche tu?
    IL CONTE.  Ma no,  Ilse!  Tu farnetichi!  Davanti a gente che  non  ci
    conosce...
    COTRONE. Ah, se  per questo, signor Conte...
    ILSE. Appunto, appunto per questo! Arrivati cos...
    COTRONE.  Non si dia pensiero di noi,  siamo gente in vacanza noi, e a
    cuore aperto, signora Contessa.
    ILSE. Contessa? Sono attrice - e ho dovuto ricordarlo a lui

    indica Cromo

    come un titolo d'onore - a lui ch' attore, come gli altri.
    CROMO.  E non me ne vanto,  no!  e non hai da vantartene  neanche  tu,
    davanti  a  me,  sai?  perch  l'attore,  io,  l'ho  fatto  sempre,  e
    onoratamente, e t'ho seguita fin qua; mentre tu ricrdati che attrice,
    a un certo punto, non volesti pi essere!
    IL CONTE. Non  vero! Fui io a forzarla a ritirarsi dalle scene.
    CROMO.  E facesti benone,  caro!  Cos avessi durato - tu Conte,  e io
    miserabile - non ti darei ora del tu!

    alla Contessa

    Avevi sposato un conte -

    agli altri come tra parentesi

    era ricco! -

    di nuovo alla Contessa

    non eri pi un'attrice, da serbarti onesta, come orgogliosamente avevi
    saputo serbarti (lo so, l'ho inteso che hai voluto dir questo).
    ILSE. Questo, s, questo!
    CROMO.  Ma hai voluto troppo vantartene,  cara,  della tua onest! Eri
    ormai contessa,  santo Dio!  E da contessa,  le corna,  avresti potuto
    fargliele!  Le contesse sono pi generose: le fanno.  Quel disgraziato
    non si sarebbe ucciso,  e tu stessa,  e lui  poveretto,  e  noi  tutti
    quanti non ci troveremmo ora cos!
    ILSE (che si tien ritta, rigida, quasi indurita, in un convulso che le
    parte dalle viscere,  sussultando,  si rimette a ridere,  com'ha detto
    d'averne gi riso). Ihihh, ihihh, ihihihh...

    Leva le mani  e  coi  due  indici  tesi  allungati  sulla  fronte  due
    sperticate corna, dicendo convulsa, con voce cruda:

    Quelle delle farfalle si chiamano antenne...
    IL CONTE (con contenuto sdegno,  facendosi incontro a Cromo). Vattene!
    vattene! Tu non puoi pi rimanere con noi!
    CROMO. Vado? e dove vuoi che vada ora? Con che mi paghi?
    ILSE (subito al marito). Gi, con che lo paghi? Lo senti?

    Poi, rivolgendosi a Cotrone.

    E' tutto qui, signore: che non si riesce a far pi la paga.
    SPIZZI. Ah, no! Ilse! Tu non puoi dire questo di noi!
    ILSE. Io lo dico per lui! Che c'entri tu?
    CROMO. Non  vero! Non puoi dirlo nemmeno per me! La paga? Me ne sarei
    gi andato da un pezzo,  come  gli  altri.  Sono  ancora  qua,  perch
    t'apprezzo. Parlo per la rabbia che mi fai, cos ancora...
    ILSE (con un grido disperato). Ma che vuoi che faccia pi?
    CROMO.  Ah,  ora lo so!  Io dico prima! Prima che quello s'uccidesse e
    diventasse per te e per tutti noi il cancro che ci  ha  mangiati  fino
    all'osso.  Guardateci: cani spelati,  affamati,  randagi,  cacciati da
    tutti a pedate...  e lei l,  con quella testa levata e le ali cadute,
    come un uccellino appeso, di quelli che si vendono a mazzo, legati per
    i fori del becco...
    QUAQUEO. Ma chi s'uccise?

    La  domanda  cade  nella  commozione  che  le  parole  di  Cromo hanno
    suscitato nei suoi compagni. Nessuno risponde.

    LA SGRICIA. Uno di loro?
    ILSE (scorgendola,  con un  subitaneo  moto  di  simpatia).  No,  cara
    nonnina! Nessuno di loro. Uno ch'era di pi, tra la gente. Un poeta.
    COTRONE. Ah no, signora: un poeta no, mi perdoni!
    SPIZZI.  La  Contessa  parla  di  chi  scrisse  La  favola del figlio
    cambiato che noi andiamo recitando da due anni.
    COTRONE. Appunto, ho indovinato...
    SPIZZI. E osa dire che non era un poeta?
    COTRONE. Se era; non si sar ucciso per questo!
    CROMO. S' ucciso perch amava lei!

    Indica la Contessa.

    COTRONE. Ah, ecco - e perch la signora - suppongo - fedele al marito,
    non volle rispondere all'amore di lui.  La poesia non c'entra!  Chi  
    poeta fa poesie: non s'uccide.
    ILSE (accennando a Cromo).  Dice che avrei dovuto rispondere all'amore
    di lui, non ha inteso? Ormai contessa!  Quasi che l'abilit mi dovesse
    venir dal titolo...
    IL CONTE. ... e non dal cuore!
    CROMO. Ma sta' zitto tu! Se l'amava anche lei!
    ILSE. Io?
    CROMO.  S,  s,  tu!  anche  tu!  e  questo agli occhi miei ti fa pi
    merito! Altrimenti, non mi spiegherei pi nulla. E lui

    indica il Conte

    ora sconta il tuo sacrificio di non esserti arresa!  Tant'  vero  che
    non si deve andar mai contro a ci che il cuore comanda!
    IL CONTE. La vuoi insomma finire di mettere in piazza?
    CROMO. Giacch se ne parla... Non ho cominciato io.
    IL CONTE. Hai cominciato tu!
    QUAQUEO. Tant' vero, scusa, che ti sei preso uno schiaffo!

    Quest'ultima uscita di Quaquo fa ridere.

    ILSE. Bravo, caro, uno schiaffo...

    s'accosta a Cromo e gli carezza la guancia

    che ora si cancella cos... Il nemico non sei tu, anche se mi metti in
    piazza.
    CROMO. Ma io no!
    ILSE. S, e m'accoltelli, davanti alla gente che sta a guardarci.
    CROMO. T'accoltello? Io?
    ILSE. Eh, mi pare...

    Volgendosi a Cotrone:

    Ma  naturale... quando ci si scende in piazza...

    Al Conte.

    Tu,   poverino,   vorresti  serbare  ancora  la  tua  dignit...  Stai
    tranquillo, che finir, sento che siamo alla fine...
    IL CONTE. Ma no, Ilse! Basterebbe che ora tu ti riposassi un poco...
    ILSE. Che vuoi pi nascondere? E dove? L'anima, se non hai peccato, la
    puoi mostrare,  come una bambina nuda o  tutta  stracciata.  Anche  il
    sonno dagli occhi mi sento stracciato...

    Si guarda attorno, guarda in fondo.

    Qua    la campagna,  Dio mio...  e la sera...  E questi che ci stanno
    davanti...

    al marito

    L'amavo, hai inteso? e l'ho fatto morire. Questo,  ormai,  caro,  d'un
    morto che non ha avuto nulla da me, si pu dire.

    si fa avanti a Cotrone

    Signore,  mi  par  quasi un sogno,  o un'altra vita,  dopo la morte...
    Questo  mare  che  abbiamo  traversato...   Mi  chiamavo  allora  Ilse
    Paulsen...
    COTRONE. Lo so, Contessa...
    ILSE. Avevo lasciato un buon ricordo di me sulle scene...
    IL CONTE (guardando Male Cromo). Puro!
    CROMO (scattando).  Ma chi ha mai detto di no!  Fu sempre un'esaltata!
    Prima che lui la sposasse, si voleva far monaca, si figuri!
    SPIZZI. Ah, lo sai dire? E pretendi che, diventata contessa...
    CROMO. Ma ho spiegato bene perch l'ho detto!
    ILSE. Era per me un debito sacro!

    Di nuovo a Cotrone:

    Un giovane, suo amico,

    indica il marito

    poeta,  venne a leggermi un giorno un'opera che stava scrivendo -  per
    me,  -  disse  -  ma  senza pi speranza,  perch io non ero ormai pi
    attrice. L'opera mi parve cos bella che

    Si volge verso Cromo

    s, me n'esaltai subito.

    Di nuovo a Cotrone:

    Ma compresi bene (una donna fa presto ad accorgersi  di  queste  cose;
    voglio  dire  quando s' fatto un pensiero su lei): voleva col fascino
    dell'opera riattrarmi alla mia vita di prima; ma non per l'opera;  per
    s,  per  avermi sua...  Sentii che se l'avessi disilluso subito,  non
    avrebbe pi portato il suo  lavoro  a  fine.  E  per  la  bellezza  di
    quell'opera,  non solo non lo disillusi,  ma alimentai fino all'ultimo
    la sua illusione.  Quando l'opera fu compiuta,  mi ritrassi -  ma  gi
    tutta in fiamme - da quel fuoco.  Se mi son ridotta cos,  come fate a
    non comprenderlo? Ha ragione lui:

    indica Cromo

    non dovevo pi liberarmene. La vita negata a lui, ho dovuto darla alla
    sua opera. E lui stesso lo comprese

    indica il marito

    e consenti che ritornassi a recitare per  adempiere  a  questo  debito
    sacro. Per quest'opera sola!
    CROMO. Consacrazione e martirio! Perch lui

    indica il Conte

    non n' stato mai geloso, neanche dopo.
    IL CONTE. Non ne avevo motivo!
    CROMO.  Ma non senti che per lei non  morto?  Vuole che viva!  E' l,
    lacera come una mendica,  ne sta morendo lei,  sta facendo morire  noi
    tutti, perch lui - eh, lui - viva ancora!
    DIAMANTE. N' geloso lui, invece!
    CROMO. Brava, s, l'hai indovinato!
    DIAMANTE. Ma se ne siete tutti innamorati!
    CROMO. No,  dispetto e compassione!
    ILSE (contemporaneamente a Spizzi).  Vorrebbe avvilirmi e mi esalta di
    pi!
    SPIZZI. E' il gusto di fare il cattivo, senza nemmeno esserlo!
    BATTAGLIA (contemporaneamente anche lui).  Terremoto dell'anima...  Mi
    sento tutto dislogato...
    LUMACHI  (come  sopra,  mettendosi a braccia conserte).  Io domando se
    questa  una situazione possibile!
    ILSE (a Cromo).  Certo  che  ne  sto  morendo!  L'ho  accettato,  come
    un'eredit!  Bench  debba  dire  che  non  mi  parve in principio che
    dovesse darmi a soffrire con la sua opera  tutto  questo  dolore,  che
    aveva in s, e che v'ho trovato...
    CROTONE.  E  quest'opera - in mezzo alla gente - perch d'un poeta - 
    stata la vostra rovina?  Ah come lo comprendo bene!  come lo comprendo
    bene!
    BATTAGLIA. Fin dalla prima rappresentazione...
    COTRONE. Nessuno volle saperne?
    SACERDOTE. Tutti contrarii!
    CROMO. Fischi che ne tremarono i muri!
    COTRONE. S, eh? S, eh?
    ILSE. Lei ne gode?
    COTRONE.  No,  Contessa,    perch  lo  comprendo bene!  L'opera d'un
    poeta...
    DIAMANTE.  Non valse nulla!  Nemmeno lo stupore di scenarii mai visti!
    Cani!
    BATTAGLIA (con la sua solita aria sospirosa). E le luci! Che luci!
    CROMO.   Tutti  i  prodigi  d'una  messinscena  spettacolosa!  Eravamo
    quarantadue, tra attori e comparse...
    COTRONE. E vi siete ridotti in cos pochi?
    CROMO (mostrando l'abito). ...e cos...! L'opera d'un poeta..
    IL CONTE (con amaro sdegno). Anche tu!
    CROMO (mostrando il Conte). E tutto un patrimonio consumato!
    IL CONTE. Non me ne pento! L'ho voluto!
    ILSE. Quest' bello! Degno di te!
    IL CONTE.  Ma no,  io non sono un esaltato;  io ho  creduto  veramente
    nell'opera...
    COTRONE. Ah ma sa, io ho detto l'opera d'un poeta non per sdegnarla,
    signora;  al  contrario!  per  sdegnare  la  gente  che le s' voltata
    contro!
    IL CONTE. Avvilire l'opera  per me avvilire lei

    indica la moglie

    avvilire il prezzo che ha per me quanto lei ha fatto!  L'ho pagato con
    tutto il mio patrimonio,  e non me n'importa,  non me ne pento! Purch
    lei stia in alto per,  e questa condizione in cui mi sono ridotto sia
    nobilitata  almeno  dalla  bellezza  e dalla grandezza dell'opera;  se
    no... se no, tutto il disprezzo della gente... lei lo capisce...  e le
    risa...

    resta come affogato dalla commozione.

    COTRONE.  Ma io l'ho in odio, questa gente, signor Conte! Vivo qua per
    questo. E in prova, vedono?

    mostra il fez che dall'arrivo degli ospiti  tiene  in  mano  e  se  lo
    caccia in testa

    ero cristiano, mi son fatto turco!
    LA SGRICIA. Non tocchiamo, o oh! non tocchiamo la religione!
    COTRONE.  Ma no,  cara,  niente da veder con Maometto!  Turco,  per il
    fallimento della poesia della cristianit.  Ma  stata  dunque  tanta,
    Dio mio, l'inimicizia?
    IL CONTE. No, non  vero, abbiamo anche trovato amici qua e l...
    SPIZZI. ...pieni di fervore...
    DIAMANTE (cupa). ...ma pochi!
    CROMO.  ...e  le imprese ci han disdetto i contratti e negato i teatri
    nelle grandi citt con la scusa della compagnia  cos  ridotta,  senza
    pi attrezzi n costumi.
    IL CONTE.  Non  vero!  Abbiamo ancora con noi tutto quant'occorre per
    la rappresentazione!
    BATTAGLIA. I costumi sono l nei sacchi.
    LUMACHI. ...sotto il fieno...
    SPIZZI. ...e del resto, non sono necessarii!
    CROMO. E le scene?
    IL CONTE. S' sempre rimediato finora!
    BATTAGLIA. Le parti si ripiegano; io faccio da uomo e da donna...
    CROMO. Questo anche fuori della parte!
    BATTAGLIA (con un gesto donnesco della mano). Maligno!
    SACERDOTE. Insomma, facciamo di tutto!
    DIAMANTE.  E non se ne lascia fuori nulla!  Quello che non si pu  pi
    rappresentare, lo si legge.
    SPIZZI. E la bellezza del lavoro  tanta, che nessuno bada agli attori
    e agli accessorii che mancano!
    IL  CONTE  (a Cotrone).  Ma non manca nulla,  non stia a credere,  non
    manca nulla!  E' sempre il gusto maledetto di buttarci a terra da  noi
    stessi!
    COTRONE. Io ammiro il suo animo, signor Conte; ma creda che con me non
    ha  bisogno  di  far  valere  la  bellezza dell'opera e la bont dello
    spettacolo.  Loro sono stati indirizzati a me da un mio lontano amico,
    che probabilmente non ha fatto a tempo,  o non ha trovato il modo,  di
    comunicare  a  loro  il  consiglio  ch'io  gli  davo  d'impedire   che
    s'avventurassero fin qua.
    IL CONTE. Ah s? Perch?
    SPIZZI. Nulla da fare qua?
    CROMO. Ve lo dicevo io?
    LUMACHI. Eh, mi pareva assai! Sulle montagne!
    COTRONE.   Abbiano  pazienza;  non  si  perdano  d'animo;  combineremo
    qualcosa!
    DIAMANTE. Ma dove, scusi? Se qua non c' niente!
    COTRONE. In paese, no, di certo; e se vi avete lasciato la roba,  sar
    meglio ritirarla.
    IL CONTE. Ma non c' un teatro nel paese?
    COTRONE.  C', s, ma per i topi, signor Conte,  sempre chiuso. Anche
    se fosse aperto non ci andrebbe nessuno.
    QUAQUEO. ...pensano d'abbatterlo...
    COTRONE. ...S, per farci un piccolo stadio...
    QUAQUEO. ...Per le corse e le lotte...
    MARA-MARA. No, no, ho sentito che ci vogliono fare il cinematografo!
    COTRONE. Non ci pensi neppure!
    IL CONTE. E allora dove? Qua non c' abitato...
    DIAMANTE. Dove siamo venuti a sbattere?
    SPIZZI. Ci hanno raccomandato a lei...
    COTRONE. ...e io sono qua, tutto per loro, con questi miei amici.  Non
    si confondano: vedremo,  studieremo;  troveremo.  Intanto, se vogliono
    entrare nella villa...  Saranno stanchi.  Provvederemo ad  alloggiarli
    alla meglio per questa sera. La villa  capace.
    BATTAGLIA. ...e per un boccone di cena...
    COTRONE. Ma sar bene che prendano un po' regola da noi.
    BATTAGLIA. Sarebbe a dire?
    DOCCIA. Fare a meno di tutto e non aver bisogno di nulla.
    QUAQUEO. Ma non li spaventare!
    BATTAGLIA. E quando si ha bisogno di tutto?
    COTRONE. Entrino! Entrino!
    BATTAGLIA. ...come si fa senza nulla?
    COTRONE. Signora Contessa...

    Ilse, abbandonata sulla panchina, fa cenno di no col capo

    ... lei no?
    QUAQUEO (a Doccia). Hai visto? Non vuole pi entrare.
    IL CONTE. S, pi tardi.

    A Cotrone:

    Ora attenda agli altri, se crede.
    DIAMANTE. Ma sei di parere che si debba accettare?
    CROMO.  Eh,  almeno riparati! Che vorresti restare qua all'umido della
    notte?
    BATTAGLIA. E bisogner pur mangiare qualche cosa!
    COTRONE. Ma s, ma s! Si trover. Pensaci tu, Mara-Mara.
    MARA-MARA. S, s, venite, venite!
    LUMACHI.  Certo rifare tutta la strada per ritornare al paese  non  si
    potr. Ho il carretto, ma grazie, lo tiro!
    SACERDOTE (a Battaglia,  avviandosi per entrare nella villa). Se mangi
    poco, dormi meglio.
    BATTAGLIA. In principio, s! ma poi ti comincia lo struggimento,  caro
    mio, che ti rompe il sonno e lo stomaco!
    COTRONE (a Lumachi). Il carretto pu restare qua fuori.

    A Doccia.

    Tu Duccio, pensa ad assegnare i posti.
    SPIZZI. Per la Contessa!
    CROMO. Ma ce ne sar per tutti, si spera!
    MILORDINO. Per tutti, per tutti! Camere ce n' d'avanzo.
    LA SGRICIA (a Cotrone).  Oh, ma la mia no, la mia, bada, non la cedo a
    nessuno!
    COTRONE. Ma s,  la tua,  si sa,  sta' tranquilla!  C' l'organo:  la
    chiesa.
    QUAQUEO   (spingendoli,   divertito).   Andiamo,   s!   Andiamo!   Ci
    divertiremo!  Io faccio  il  ragazzino!  Ballo  come  un  gatto  sulla
    tastiera dell'organo!

    Entrano tutti nella villa, tranne Ilse, il Conte e Cotrone.

    PAUSA MOMENTANEA.



    2.

    Gli  ultimi  barlumi  del  crepuscolo  si spengono e la luce s'attenua
    sulla scena. Ora comincia gradatamente l'alba lunare.  Cotrone aspetta
    che  tutti  gli  altri  siano entrati nella villa: poi,  dopo un breve
    silenzio, riattaccando con un tono pi pacato:

    COTRONE.  Per la Contessa c' ancora intatta la camera  degli  antichi
    signori della villa: l'unica che abbia ancora la chiave, e l'ho io.

    ILSE (ancora seduta,  resta in silenzio,  assorta; poi, con voce quasi
    lontana).

    Cinque gatti per una gatta:
    cinque, pronti, tutti attorno,
    che si struggono agguattati
    di vederla cos spasimare;
    ma appena uno si muove,
    tutti gli altri gli saltano addosso,
    s'azzuffano, si graffiano, si mordono,
    scappano, si rincorrono...

    COTRONE (piano al Conte). Si ripassa la parte?

    IL CONTE (piano a Cotrone). No, non  la sua.

    Poi, attaccando, con altra voce, dispettosa:

    Gi... gi... gi...

    ILSE.
    E sono allora le gatte
    che fanno sul capo ai bambini
    di questi scherzi? Guardate!
    Guardate!

    IL CONTE. Che debbo guardare?

    ILSE. Qua, questo codino di capelli accatricchiati.

    E subito, con altra voce,  quella d'una madre che ripari la testa d'un
    bambino, prendendosela sul seno:

    No, figlio mio d'oro!

    E quindi, ripigliando con la voce di prima:

    lo vedete?
    guaj se il pettine
    lo tocca,
    o la forbice
    lo taglia;
    il bambino
    ne morrebbe...

    COTRONE.  La  Contessa  ha  una voce che incanta...  Io credo che,  se
    volesse entrare un po' nella villa, si sentirebbe subito riconfortata.
    IL CONTE. S, Ilse, s, cara, ti riposerai almeno un poco.
    COTRONE.  Manca forse il necessario,  ma di tutto il superfluo abbiamo
    una  tale abbondanza...  Stiano a vedere.  Anche di fuori.  Il muro di
    questa facciata. Basta ch'io dia un grido...

    Si pone le mani attorno alla bocca e grida

    Ol!

    Subito al grido la facciata della villa  s'illumina  d'una  fantastica
    luce d'aurora.

    E i muri mandano luce!

    ILSE (incantata, come una bambina). Oh bello!
    IL CONTE. Come ha fatto?
    COTRONE.  Mi  chiamano  il  mago Cotrone.  Vivo modestamente di questi
    incantesimi. Li creo. E ora, stiano a vedere.

    Si rimette le mani attorno alla bocca e grida:

    Nero!

    Si rif il tenue  barlume  lunare  di  prima,  spenta  la  luce  della
    facciata.

    Questo nero la notte pare lo faccia per le lucciole, che volando - non
    s'indovina  dove  -  ora  qua  ora  l  vi aprono un momento quel loro
    languido sprazzo verde. Ebbene, guardino: ...l ...l ...l...

    Appena dice e indica col dito  in  tre  punti  diversi,  dove  indica,
    s'aprono  per  un  momento,  fin  laggi  in  fondo  alle  falde della
    montagna, tre apparizioni verdi, come di larve evanescenti.

    ILSE. Oh, Dio, com'?
    IL CONTE. Che sono?
    COTRONE.  Lucciole!  Le mie.  Di mago.  Siamo qua come agli orli della
    vita,   Contessa.  Gli  orli,  a  un  comando,  si  distaccano;  entra
    l'invisibile: vaporano i fantasmi. E' cosa naturale. Avviene,  ci che
    di  solito nel sogno.  Io lo faccio avvenire anche nella veglia.  Ecco
    tutto. I sogni, la musica, la preghiera,  l'amore...  tutto l'infinito
    ch' negli uomini, lei lo trover dentro e intorno a questa villa.

    La Sgricia, a questo punto, si ripresenta irritata sulla soglia.

    LA SGRICIA.  Cotrone, vedrai che l'Angelo Centuno non vorr pi venire
    a visitarci, te ne avverto!
    COTRONE. Ma s, che verr, Sgricia, non temere! Avvicnati...
    LA SGRICIA (avvicinandosi). Coi discorsi che sento fare di l da tutti
    quei diavoli!
    COTRONE. E tu non sai che non bisogna aver paura delle parole?

    Presentandola:

    Ecco quella che prega per tutti noi.  La Sgricia dell'Angelo  Centuno.
    E'  venuta a vivere qua con noi,  dacch la Chiesa non volle ammettere
    il miracolo che le fece l'Angelo che si chiama Centuno.
    ILSE. Centuno?
    COTRONE. S, perch ha in custodia cento anime del Purgatorio e lui le
    guida ogni notte a sante imprese.
    ILSE. Ah s? E che miracolo?
    COTRONE (alla Sgricia).  S,  Sgricia,  narralo,  narralo alla signora
    Contessa!
    LA SGRICIA (accigliata). Tu non vorrai crederlo.
    ILSE. S, s, che lo creder.
    COTRONE.  Nessuna pu esser pi disposta a crederlo della Contessa. Fu
    in una gita che le tocc fare a un paese vicino,  dove abitava una sua
    sorella...

    A questo punto come se si formasse in alto nell'aria una Voce
    - insulsa, d'eco, ma chiara - dir:

    VOCE.  Paese di mala fama, come ce n' ancora purtroppo in quest'isola
    selvaggia.

    La Contessa e il Conte, stupiti, non sanno dove guardare.

    COTRONE  (subito,  per  tranquillarli).  Niente,  sono  voci.  Non  si
    spaventino! Ora spiegher...
    VOCE (dal cipresso). S'ammazza un uomo come una mosca.
    LA CONTESSA (atterrita). Oh Dio! Chi parla?
    IL CONTE. Da dove vengono queste voci?
    COTRONE.  Non si turbi!  Non si turbi, Contessa! Si formano nell'aria.
    Spiegher.
    LA SGRICIA. Sono gli assassinati! Udite? Udite?

    Cotrone,  di nascosto,  sorridendo,  fa cenno di no con la  mano  alla
    Contessa,  come per dire alle spalle della Sgricia: Non ci creda,  si
    fa per lei!. Ma la Sgricia se n'accorge, e s'adira:

    Come no? S. Il bambino!
    COTRONE (premuroso, facendo la parte). Il bambino, gi, il bambino...

    E subito a Ilse:

    Si racconta d'un carrettiere, Contessa,  che,  dopo aver fatto montare
    sul  carretto  un  ragazzino  incontrato di notte per lo stradone,  da
    queste parti, sentendogli sonare in tasca due o tre soldini, lo uccise
    nel sonno, per comprarsi il tabacco appena arrivato al paese; butt il
    cadaverino dietro la siepe,  e arr,  a passo,  cantando,  seguit  ad
    andare sotto le stelle del cielo -
    LA SGRICIA (terribile).  - sotto gli occhi di Dio che lo guardavano! E
    tanto  lo  guardarono,  che  sapete  che  fece  l'assassino?  arrivato
    all'alba, invece di recarsi dal padrone, si ferm al posto di guardia,
    e  con  quei  soldi del bambino nella mano insanguinata si denunzi da
    s, come se un altro parlasse per bocca sua. Vedete che pu Dio?
    COTRONE. Con questa fede, lei non ebbe paura d'avviarsi di notte...
    LA SGRICIA. Ma che di notte! Non mi dovevo avviar di notte,  mi dovevo
    avviare  all'alba.  Fu il mio vicino,  a cui avevo chiesto in prestito
    l'asinella.
    COTRONE. L'aveva chiesta in moglie, quel contadino.
    LA SGRICIA. Questo non c'entra!  Col pensiero d'approntarmi l'asinella
    per l'alba,  a mezzo della notte si svegli: c'era chiaro di luna; gli
    parve l'alba. M'accorsi subito, guardando il cielo, che quella non era
    luce di giorno,  ma la luna.  Vecchia,  mi feci il segno della  croce;
    montai,  e  via.  Ma quando fui sullo stradone...  di notte...  tra le
    campagne...  le ombre paurose...  in quel silenzio che spegneva  nella
    polvere  perfino  il  rumore  degli zoccoli dell'asinella...  e quella
    luna... e la via lunga e bianca... mi tirai sugli occhi la mantellina,
    e cos riparata, fosse la debolezza o la lentezza del cammino, o che o
    come,  fatto si  che mi trovai a un certo punto;  come  svegliandomi,
    tra due lunghe file di soldati...
    COTRONE  (come  a  conciliar l'attenzione,  ora che viene il punto del
    miracolo). Ecco, ecco...
    LA SGRICIA (seguitando).  Andavano ai due fianchi dello stradone  quei
    soldati,  e in testa,  davanti a me,  nel mezzo,  su un cavallo bianco
    maestoso,  il Capitano.  Mi sentii tutta riconfortare a quella vista e
    ringraziai  Dio  che  proprio  in  quella notte del mio viaggio avesse
    disposto che quei soldati dovessero recarsi anche loro alla Favara. Ma
    perch cos in silenzio?  Giovanotti di vent'anni...  una  vecchia  in
    mezzo  a loro su quell'asinella...  non ne ridevano;  non si sentivano
    nemmeno camminare;  non  sollevavano  neppure  un  po'  di  polvere...
    Perch?  Com'era?  Lo seppi,  quando fu l'alba, in vista del paese. Il
    Capitano mi ferm sul gran cavallo bianco;  aspett ch'io con  la  mia
    asinella lo raggiungessi. Sgricia, sono l'Angelo Centuno mi disse e
    queste  che  t'hanno  scortata  fin  qua sono le anime del Purgatorio.
    Appena arrivata,  mettiti in regola con Dio,  ch prima di mezzogiorno
    tu morrai. E scomparve con la santa scorta.
    COTRONE  (subito).  Ma ora viene il meglio!  Quando la sorella la vide
    arrivare, bianca, stralunata...
    LA SGRICIA.  Che hai? mi grid.  E io: Chiamami un confessore. Ti
    senti male? Prima di mezzogiorno, morir.

    Apre le braccia

    ...E difatti...

    Si china a guardar negli occhi la Contessa e le domanda

    Tu forse ti credi ancora viva?

    Le fa con l'indice un segno di no davanti alla faccia.

    VOCE (da dietro al cipresso). Non stare a crederlo!

    La  vecchietta con un sorriso d'approvazione fa un segno alla Contessa
    che  significa:  Senti  che  te  lo  dice?;   e  cos  sorridente  e
    soddisfatta rientra nella villa.

    ILSE. (si volge prima verso il cipresso, poi guarda Cotrone). Si crede
    morta?
    COTRONE. In un altro mondo, Contessa, con tutti noi...
    ILSE (turbatissima). Che mondo? E queste voci?
    COTRONE. Le accolga! Non cerchi di spiegarsele! Potrei...
    IL CONTE. Ma sono combinate?
    COTRONE  (al  Conte).  Se  la  ajutano  a  entrare in un'altra verit,
    lontana dalla sua, pur cos labile e mutevole...

    alla Contessa

    rimanga, rimanga cos lontana e si provi un po' a guardare come questa
    vecchietta che ha veduto l'Angelo.  Non bisogna pi ragionare.  Qua si
    vive  di  questo.  Privi  di  tutto,  ma  con  tutto il tempo per noi:
    ricchezza indecifrabile, ebollizione di chimere. Le cose che ci stanno
    attorno parlano e hanno senso  soltanto  nell'arbitrario  in  cui  per
    disperazione  ci  viene  di  cangiarle.  Disperazione  a  modo nostro,
    badiamo! Siamo piuttosto placidi e pigri; seduti, concepiamo enormit,
    come potrei dire?  mitologiche;  naturalissime,  dato il genere  della
    nostra  esistenza.  Non  si  pu  campare  di  niente;  e allora  una
    continua sborniatura celeste.  Respiriamo aria  favolosa.  Gli  angeli
    possono  come  niente  calare  in mezzo a noi;  e tutte le cose che ci
    nascono dentro sono per noi stessi uno  stupore.  Udiamo  voci,  risa;
    vediamo  sorgere  incanti figurati da ogni gomito d'ombra,  creati dai
    colori che ci restano scomposti negli occhi abbacinati dal troppo sole
    della nostra isola. Sordit d'ombra non possiamo soffrirne.  Le figure
    non sono inventate da noi; sono un desiderio dei nostri stessi occhi.

    Sta in ascolto.

    Ecco. La sento venire.

    Grida

    Maddalena!

    Poi, indicando

    L sul ponte.

    Appare sul ponte Maria Maddalena, illuminata di rosso da una lampadina
    che  tiene  in mano.  E' giovine,  fulva di capelli,  di carne dorata.
    Veste di rosso, alla paesana: e appare come una fiamma.

    ILSE. Oh Dio, chi ?
    COTRONE.  La Dama rossa.  Non tema!  Di carne  e  d'ossa,  Contessa.
    Vieni, vieni, Maddalena.

    E mentre Maria Maddalena s'appressa, aggiunge:

    Una povera scema, che sente ma non parla;  sola, senza pi nessuno, e
    vaga  per  le  campagne;  gli  uomini  se  la prendono,  e ignora fino
    all'ultimo ci che pur tante volte le  avvenuto;  lascia sull'erba le
    sue creature.  Eccola qua.  Ha sempre cos, sulle labbra e negli occhi
    il sorriso del piacere che si prende e che d.  Viene quasi ogni notte
    a trovare rifugio da noi, nella villa. Va', va', Maddalena.

    Maria Maddalena,  sempre col suo sorriso,  dolce sulle labbra ma quasi
    velato di pena negli occhi,  china pi volte il capo,  ed entra  nella
    villa.

    ILSE. E questa villa di chi ?
    COTRONE. Nostra e di nessuno. Degli Spiriti.
    IL CONTE. Come, degli Spiriti?
    COTRONE.  S.  La  villa ha fama d'essere abitata dagli Spiriti.  E fu
    perci abbandonata dagli antichi padroni,  che per terrore  scapparono
    anche dall'isola, ora  gran tempo.
    ILSE. Voi non credete agli Spiriti...
    COTRONE, Come no? Li creiamo!
    ILSE. Ah, li create...
    COTRONE. Perdoni, Contessa, non m'aspettavo da lei che mi dovesse dire
    cos. Non  possibile che non ci creda anche lei, come noi. Voi attori
    date  corpo  ai  fantasmi  perch  vivano - e vivono!  Noi facciamo al
    contrario: dei  nostri  corpi,  fantasmi:  e  li  facciamo  ugualmente
    vivere.  I  fantasmi...  non  c'  mica  bisogno  d'andarli  a cercare
    lontano: basta farli uscire da noi  stessi.  Lei  si  disse  larva  di
    quella che fu?
    ILSE. Eh, pi di cos..
    COTRONE.  Ecco.  Quella che fu. Basta farla uscir fuori. Crede che non
    le viva ancora dentro?  Non vive forse il  fantasma  del  giovine  che
    s'uccise per lei? Lei lo ha in s.
    ILSE. In me...
    COTRONE. E io potrei farglielo apparire. Guardi,  l dentro.

    Indica la villa.

    ILSE (alzandosi, con raccapriccio). No!
    COTRONE. Eccolo!

    Appare  sulla  soglia  della villa Spizzi che s' camuffato da giovane
    poeta,   a  somiglianza  di  quello  che  s'uccise  per  la  Contessa,
    servendosi  del vestiario trovato nello strambo guardaroba della villa
    per le apparizioni,  sulle spalle un mantello nero,  di quelli che  un
    tempo si portavano sul frak;  attorno al collo una sciarpa bianca,  di
    seta;  in capo,  il gibus.  Tiene nascosta nelle mani che  reggono  da
    dentro  con  elegante rigonfio i due lembi del mantello,  una lanterna
    elettrica che gl'illumina il volto da sotto in s,  spettralmente.  La
    Contessa,  appena  lo  vede,  d  un  grido e si rovescia sulla panca,
    nascondendo la faccia.

    SPIZZI (accorrendo a lei). Ma no,  Ilse...  Dio mio...  Ho voluto fare
    uno scherzo...
    IL CONTE, Ah, tu! Spizzi! E' Spizzi, Ilse...
    COTRONE. Uscito da s, per farsi vedere come un fantasma!
    IL CONTE (adirato). Ma che dice lei ancora?
    COTRONE. La verit!
    SPIZZI. Io ho scherzato!
    COTRONE.  E  io  ho sempre inventate le verit,  caro signore!  e alla
    gente  parso sempre che dicessi bugie.  Non si  d  mai  il  caso  di
    dirla, la verit, come quando la s'inventa. Ecco la prova!

    Indica Spizzi

    Scherzato?  Lei  ha obbedito!  Le maschere non si scelgono a caso.  Ed
    ecco altre prove... altre prove...

    Rientrano in iscena dalla  porta  della  villa  camuffati  e  ciascuno
    variamente  illuminato  dalla  propria  lanterna  colorata nascosta in
    mano,  Diamante,  il  Battaglia,  il  Lumachi  e  Cromo,   secondo  la
    presentazione che ne far Cotrone. Tutti gli altri li seguiranno.

    Lei

    prendendo per mano Diamante

    si intende, parata da Contessa...

    al Conte

    Copriva lei forse, signor Conte, qualche carica a corte?
    IL CONTE (stonato). Io no, perch?
    COTRONE  (indicando  l'abito  di  Diamante).  Perch  propriamente un
    abito di Dama di Corte...

    volgendosi a Battaglia

    E lei,  come una tartaruga  nella  scaglia,  s'  trovato  a  casa  in
    quest'abito di vecchia bacchettona.

    Indicando ora il Lumachi,  che s' messa addosso una pelle d'asino con
    la testa di cartone

    E lei ha pensato all'asino che le manca..

    Poi, andando a stringere la mano a Cromo

    E lei s' camuffato da Pasci,  mi congratulo: si  vede  che  ha  buon
    cuore...
    IL CONTE. Ma ch' questa carnevalata?
    CROMO. C' l dentro

    indica la villa

    tutto un arsenale per le apparizioni!
    LUMACHI. Bisogna vedere che costumi! Non ne ha di pi un vestiarista!
    COTRONE.  E  ciascuno    andato  a  prendersi la maschera che pi gli
    s'addiceva!
    SPIZZI. Ma no, io l'ho fatto...
    IL CONTE (irritato). Per uno scherzo?

    Indicando l'abito che ha indossato

    Ti pare il modo di scherzare travestito cos?
    ILSE. Ha obbedito...
    IL CONTE. A chi?
    ILSE (indicando Cotrone). A lui che fa il mago, non hai inteso?
    COTRONE. No, Contessa...
    ILSE. Stia zitto, lo so! - Lei, inventa la verit?
    COTRONE. Non ho mai fatto altro in vita mia! Senza volerlo,  Contessa.
    Tutte  quelle  verit che la coscienza rifiuta.  Le faccio venir fuori
    dal segreto dei sensi, o a seconda,  le pi spaventose,  dalle caverne
    dell'istinto.  Ne inventai tante al paese, che me ne dovetti scappare,
    perseguitato dagli  scandali.  Mi  provo  ora  qua  a  dissolverle  in
    fantasmi,  in  evanescenze.  Ombre che passano.  Con questi miei amici
    m'ingegno di sfumare sotto diffusi chiarori anche la realt di  fuori,
    versando,  come  in fiocchi di nubi colorate l'anima,  dentro la notte
    che sogna.
    CROMO. Come un fuoco d'artifizio?
    COTRONE.  Ma senza spari.  Incanti silenziosi.  La gente sciocca  n'ha
    paura e si tiene lontana;  e cos noi restiamo qua padroni. Padroni di
    niente e di tutto.
    CROMO. E di che vivete?
    COTRONE. Cos. Di niente e di tutto.
    DOCCIA. Non si pu aver tutto, se non quando non si ha pi niente.
    CROMO (al Conte). Ah,  senti?  Quest' proprio il caso nostro!  Dunque
    noi abbiamo tutto?
    COTRONE.  Eh,  no,  perch vorreste avere ancora qualche cosa.  Quando
    davvero non vorrete avere pi niente, allora s.
    MARA-MARA. Senza letto si pu dormire...
    CROMO. ...male...
    MARA-MARA. ...ma si dorme!
    DOCCIA.  Chi ti pu impedire il sonno,  quando Dio che ti vuol sano te
    lo  manda,  come una grazia,  con la stanchezza?  Allora dormi,  anche
    senza letto!
    COTRONE. E ci vuol la fame, eh Quaquo? perch un tozzo di pane ti dia
    la gioja del mangiare,  come non te la  potranno  mai  dare,  sazio  o
    disappetente, tutti i cibi pi prelibati.

    Quaquo sorridendo e assentendo col capo,  fa con la mano sul petto il
    gesto dei bambini quando vogliono mostrare che gustano qualcosa.

    DOCCIA.  E solo quando non hai pi casa,  tutto il mondo diventa  tuo.
    Vai  e  vai,  poi t'abbandoni tra l'erba al silenzio dei cieli;  e sei
    tutto e sei niente..: e sei niente e sei tutto.
    COTRONE. Ecco come parlano i mendicanti, gente sopraffina, Contessa, e
    di gusti rari,  che han potuto ridursi  alla  condizione  di  squisito
    privilegio che  la mendicit. Non c' mendicanti mediocri. I mediocri
    son  tutti  sennati  e  risparmiatori.  Doccia   il nostro banchiere.
    Accumul  per  trent'anni  quel  soldo  di  pi  con  cui  gli  uomini
    importunati  si  pagano  il  lusso  della  carit,  ed  venuto qua ad
    offrirlo alla libert dei sogni. Paga tutto lui.
    DOCCIA. Eh, ma se non ci andate piano...
    COTRONE. Fa l'avaro, perch duri di pi.
    GLI ALTRI SCALOGNATI (ridendo). E' vero! E' vero!
    COTRONE. Potevo essere anch'io,  forse,  un grand'uomo,  Contessa.  Mi
    sono dimesso.  Dimesso da tutto: decoro,  onore dignit,  virt,  cose
    tutte che le bestie,  per grazia di Dio,  ignorano  nella  loro  beata
    innocenza. Liberata da tutti questi impacci, ecco che l'anima ci resta
    grande come l'aria, piena di sole o di nuvole, aperta a tutti i lampi,
    abbandonata a tutti i venti, superflua e misteriosa materia di prodigi
    che  ci  solleva  e  disperde  in favolose lontananze.  Guardiamo alla
    terra,  che tristezza!  C' forse qualcuno laggi che s'illude di star
    vivendo la nostra vita;  ma non  vero. Nessuno di noi  nel corpo che
    l'altro ci vede;  ma nell'anima che parla chi sa da dove;  nessuno pu
    saperlo: apparenza tra apparenza,  con questo buffo nome di Cotrone...
    e lui, di Doccia... e lui, di Quaquo...  Un corpo  la morte: tenebra
    e pietra.  Guaj a chi si vede nel suo corpo e nel suo nome. Facciamo i
    fantasmi.  Tutti quelli che ci  passano  per  la  mente.  Alcuni  sono
    obbligati. Ecco, per esempio quello della Scozzese con l'ombrellino

    indica Mara-Mara

    O quello del Nano con la cappa turchina

    Quaquo fa cenno che  suo attributo particolare.

    Specialit della villa. Gli altri son tutti di nostra fantasia. Con la
    divina  prerogativa  dei  fanciulli  che  prendono  sul  serio  i loro
    giuochi,  la maraviglia ch' in noi la rovesciamo sulle cose  con  cui
    giochiamo,  e  ce  ne lasciamo incantare.  Non  pi un gioco,  ma una
    realt maravigliosa in cui  viviamo,  alienati  da  tutto,  fino  agli
    eccessi  della  demenza.  Ebbene,  signori,  vi dico come si diceva un
    tempo ai pellegrini: sciogliete i calzari e deponete il bordone. Siete
    arrivati alla vostra mta.  Da anni aspettavo qua gente come  voi  per
    far vivere altri fantasmi che ho in mente. Ma rappresenteremo anche la
    vostra Favola del figlio cambiato, come un prodigio che s'appaghi di
    s, senza pi chiedere niente a nessuno.
    ILSE. Qua?
    COTRONE. Solo per noi.
    CROMO. C'invita a restare qua per sempre, non senti?
    COTRONE.  Ma  s!  Che  andate pi cercando in mezzo agli uomini?  Non
    vedete che n'avete avuto?
    QUAQUEO e MILORDINO. Restate, s! Qua con noi! Qua con noi!
    DOCCIA. Oh! Son otto!
    LUMACHI. Io per me ci sto!
    BATTAGLIA. Il posto  bello...
    ILSE.  Vuol  dire  che  andr  io  sola,  a  leggere,  se  non  pi  a
    rappresentare la Favola.
    SPIZZI. Ma no, Ilse - resti chi vuole - io ti seguir sempre!
    DIAMANTE. Anch'io!

    al Conte

    Puoi sempre contare su me!
    COTRONE.  Comprendo  che  la  Contessa  non  pu  rinunziare  alla sua
    missione.
    ILSE. Fino all'ultimo.
    COTRONE.  Non vuole neanche lei che l'opera viva per se stessa -  come
    potrebbe soltanto qua.
    ILSE. Vive in me; ma non basta! Deve vivere in mezzo agli uomini!
    COTRONE.  Povera  opera!  Come il poeta non ebbe da lei l'amore,  cos
    l'opera non avr dagli uomini la gloria. Ma basta.  Ora  tardi e sar
    bene andare a riposare.  Poich la Contessa rifiuta, ho un'idea; ve la
    proporr domani all'alba.
    IL CONTE. Che idea?
    COTRONE.  Domani all'alba,  signor Conte.  Il giorno  abbagliato;  la
    notte    dei  sogni  e  solo i crepuscoli sono chiaroveggenti per gli
    uomini. L'alba, per l'avvenire; il tramonto, per il passato.

    Alza un braccio per indicare l'entrata della villa.

    A domani!

    TELA.



    3.

    L'arsenale delle apparizioni: vasto stanzone nel mezzo della villa con
    quattro usci,  due di qua e due di l,  come se vi s'accedesse da  due
    corridoj paralleli.  La parte di fondo, liscia e sgombra, diventer ai
    momenti indicati trasparente, e si vedr allora di l,  come in sogno,
    prima un cielo d'aurora,  corso da nuvole bianche;  poi la falda della
    montagna in dolce pendio, d'un tenerissimo verde, con alberi attorno a
    una vasca ovale;  infine (ma questo di poi,  durante la seguente prova
    generale  della  Favola  del  figlio  cambiato) una bella marina col
    porto e la torre del faro.  L'interno dello  stanzone    occupato  in
    apparenza dalle pi strambe masserizie,  mobili che non sono mobili ma
    grossi giocattoli sciupati  e  impolverati;  tutto  per  sar  invece
    preparato  e  predisposto  per  comporre  a  un  comando  in un batter
    d'occhio le scene della Favola  del  figlio  cambiato.  Si  vedranno
    inoltre strumenti musicali,  un pianoforte,  un trombone, un tamburo e
    cinque colossali birilli con facce  umane  per  capocchie.  E,  posati
    goffamente   sulle   sedie,   molti   fantocci:   tre   marinai,   due
    sgualdrinelle,  un vecchietto in finanziera  e  capelluto,  un'arcigna
    vivandiera.


    Al levarsi della tela la scena apparir rischiarata, non si sa come n
    donde,  da  una  luce  innaturale.  I  fantocci,  posati  sulle sedie,
    assumeranno in questa luce  parvenze  umane  che  faranno  senso,  pur
    scoprendosi  fantocci per l'immobilit delle loro maschere.  Dal primo
    uscio a sinistra entrer in atto di fuggire Ilse,  seguita  dal  Conte
    che cercher di trattenerla.

    ILSE. No, voglio andar fuori, ti dico.

    Fermandosi d'un tratto sorpresa e quasi spaventata.

    Dove siamo qua?
    IL  CONTE  (restando anche lui).  Uhm!  Sar forse quello che dicevano
    l'arsenale delle apparizioni.
    ILSE. E questa luce? Di dove viene?
    IL CONTE (indicando i fantocci). Ma guarda quei l. Sono fantocci?
    ILSE. Pajono veri -
    IL CONTE. - gi, e che facciano finta di non vederci.  Ma oh,  guarda,
    si  direbbero  fatti  apposta  per  noi,  per  coprire  i  voti  della
    Compagnia: il vecchio del pianofortino, guarda, e quella La Padrona
    del Caff, e i tre Marinaretti che non riusciamo mai a trovare.
    ILSE. Li avr preparati lui.
    IL CONTE. Lui? E che ne sa lui?
    ILSE. Gli ho dato da leggere la Favola.
    IL CONTE. Ah. Allora si spiega. Ma, fantocci, che ce ne facciamo?  Non
    parlano.  Io  non  riesco  ancora  a capire dove siamo capitati.  E in
    quest'incertezza vorrei almeno sentire che tu -

    le s'appressa e fa per toccarla, timido e tenero.

    ILSE (scattando e sbuffando). Oh Dio, di dove s'uscir?
    IL CONTE. Ma vorresti davvero andar fuori?
    ILSE. S; s, via! via!
    IL CONTE. Via dove?
    ILSE. Non lo so, fuori, all'aperto.
    IL CONTE.  Di notte?  E' notte alta;  dormono tutti;  vuoi  esporti  a
    quest'ora?
    ILSE. Ho orrore s di quel letto.
    IL CONTE. S,  orribile, capisco, cos alto.
    ILSE. - con quell'imbottita viola, mangiata dalle tarme.
    IL CONTE. - ma, dopo tutto,  un letto.
    ILSE. Vacci a dormir tu: io non posso.
    IL CONTE. E tu?
    ILSE. C' fuori quella panchina davanti all'entrata.
    IL CONTE. Ma avrai pi paura, sola, fuori: su almeno sarai con me.
    ILSE. Ho paura proprio di te, caro, solo di te, lo vuoi capire?
    IL CONTE (restando). Di me? Perch?
    ILSE. Perch ti conosco. E ti vedo. Mi segui come un mendicante.
    IL CONTE. Non dovrei starti vicino?
    ILSE.  Ma non cos!  guardandomi cos!  Mi sento tutta,  non so,  come
    appiccicata; si, s, da questa tua mollezza di timidit supplichevole.
    L'hai negli occhi, nelle mani.
    IL CONTE (mortificato). Perch ti amo...
    ILSE. Grazie caro! Tu hai la specialit di pensarci, sempre nei luoghi
    dove non dovresti, o quando pi mi sento morta. Il meno che posso fare
     scapparmene.  Mi metterei a gridare come una pazza.  Oh!  bada che 
    un'orribile usura la tua.
    IL CONTE. Usura?
    ILSE.  Usura.  Usura.  Ti  vuoi  riprendere in me tutto quello che hai
    perduto?
    IL CONTE. Ilse! Come puoi pensare una cosa simile?
    ILSE. Ah! s! Ora obbligami anche a chiedertene scusa.
    IL CONTE. Io? Ma che dici?  Non ho perduto nulla io,  non penso d'aver
    perduto nulla, se ho ancora te. La chiami usura, questa?
    ILSE.  Orribile.  Insopportabile.  Mi  cerchi sempre negli occhi.  Non
    posso soffrirlo!
    IL CONTE. Ti sento lontana: ti vorrei richiamare -
    ILSE. - sempre a una cosa -
    IL CONTE (offeso). - no! a quella che fosti un giorno per me -
    ILSE. - ah,  un giorno!  quando?  mi sai dire in quale altra vita?  Ma
    davvero puoi vederla ancora in me quella che fui?
    IL CONTE. E non sei ancora, sempre, la mia Ilse?
    ILSE. Non riconosco pi nemmeno la mia voce. Parlo, e la mia voce, non
    so,  quella degli altri,  tutti i rumori,  li sento come se nell'aria,
    non so, non so, si fosse fatta una sordit, per cui tutte le parole mi
    diventano crudeli. Risprmiamele, per carit!
    IL CONTE (dopo una pausa). Dunque  vero.
    ILSE. Che  vero?
    IL CONTE. Che sono solo. Non mi ami pi.
    ILSE.  Ma come non ti amo pi,  sciocco,  che dici?  se non mi so  pi
    vedere senza di te?  Io ti dico,  caro,  di non pretenderlo: perch lo
    sai,  Dio mio,  lo sai come m' solo possibile: quando  non  ci  pensi
    nemmeno.  Bisogna  sentirlo,  caro,  senza  pensarci.  Via,  via,  sii
    ragionevole.
    IL CONTE. Eh lo so che non dovrei mai pensare a me.
    ILSE. Dici che vuoi il bene degli altri!
    IL  CONTE.  Ma  il  mio  anche,   qualche  volta!   Se  avessi  potuto
    immaginare...
    ILSE. Io non so pi nemmeno rimpiangere nulla.
    IL CONTE. No, dico che il tuo sentimento...
    ILSE. Ma  lo stesso, sempre lo stesso!
    IL CONTE. No, non  vero. Prima...
    ILSE.  Sei  proprio  sicuro  di  prima?  che il mio sentimento sarebbe
    durato in quelle altre condizioni? Cos almeno dura, come pu.  Ma non
    vedi  dove  siamo?  E'  un  miracolo se,  a toccarci,  non ci sentiamo
    mancare sotto le mani perfino la certezza del nostro stesso corpo.
    IL CONTE. E' ben per questo.
    ILSE. Che, per questo?
    IL CONTE. Che vorrei almeno sentirti vicina.
    ILSE. E non sono qua con te?
    IL CONTE.  Sar il momento.  Mi sento veramente smarrito.  Non so  pi
    dove siamo n dove si va.
    ILSE. Non si pu pi tornare indietro
    IL CONTE. E non vedo pi avanti una via.
    ILSE. Quest'uomo qua dice che inventa la verit...
    IL CONTE. Eh s, facile, la inventa, lui...
    ILSE. La verit dei sogni, dice, pi vera di noi stessi.
    IL CONTE. Altro che sogni!
    ILSE.  E davvero non c' sogno,  guarda, pi assurdo di questa verit:
    che noi siamo qua stanotte, e che questo sia vero. Se ci pensi,  se ci
    lasciamo prendere,  la pazzia.
    IL CONTE. Ho paura che ci siamo lasciati prendere gi da un pezzo noi.
    Cammina  cammina,  ci  siamo  arrivati.  Penso  quando  scendemmo  per
    l'ultima volta la  scala  del  nostro  palazzo  ossequiati.  Avevo  in
    braccio la Riri,  poverina.  Tu non ci pensi mai, io sempre. Con tutto
    quel pelo bianco di seta!
    ILSE. Se dovessimo pensare a tutto quello che s' perduto!
    IL CONTE.  Quanti lumi e doppieri in quella scala di  marmo!  Eravamo,
    scendendo,  cos  lieti  e fidenti,  che a trovar fuori il freddo,  la
    pioggia e tutta quella bruma nera...
    ILSE (dopo una pausa). Eppure,  credi che in fondo noi abbiamo perduto
    ben  poco,  anche  se  materialmente  era  tanto.  Se la ricchezza c'
    servita per comperarci questa povert, non ci dobbiamo avvilire.
    IL CONTE.  E lo dici a me,  Ilse?  Io te l'ho sempre detto: tu non  ti
    devi avvilire!
    ILSE. S s; ora andiamo; tu sei buono; ritorniamo s. Forse ora potr
    un po' riposare.

    Escono  per  lo  stesso  uscio da cui sono entrati.  Appena usciti,  i
    fantocci si chinano,  appoggiano le mani sui ginocchi e rompono in una
    sghignazzata.

    I  FANTOCCI.  -  Come  se le complicano,  Dio come se le complicano le
    cose!
    - E poi finiscono per fare -
    - quello che avrebbero fatto naturalmente -
    - senza tante complicazioni!

    Il trombone fa da s con tre brevi borbottii un commento  ironico;  il
    tamburo,  da s, senza bacchette, agitandosi come uno staccio crpita,
    in segno d'approvazione e, durante il crepito, balzano ritti coi loro
    testoncini sguajati i cinque birilli.  Allora i fantocci si  ributtano
    indietro  con  un'altra  sghignazzata  sull'e,  se  la prima  stata
    sull'o.  Cessano d'un tratto,  ricomponendosi negli atteggiamenti di
    prima,  appena  l'uscio in fondo a destra s'apre ed entra esultante la
    Sgricia, annunziando:

    LA SGRICIA. L'Angelo Centuno! L'Angelo Centuno!  Viene a prendermi con
    tutta la sua scorta! Eccolo! Eccolo! In ginocchio tutti! In ginocchio!

    Al comando,  i fantocci s'inginocchiano da s, mentre la grande parete
    di fondo s'illumina e diventa trasparente. Si vedranno sfilare, alate,
    in due file,  le anime del Purgatorio in forma d'angeli e  avranno  in
    mezzo su un cavallo bianco maestoso l'angelo Centuno. Un coro sommesso
    di voci bianche accompagner la sfilata:

    Con l'armi della pace,
    quando tutto tace,
    fede e carit,
     Dio che porta ajuto
    a chi sia combattuto,
    a chi ramingo va.

    Quando la sfilata sta per terminare,  la Sgricia si alza per seguirla,
    uscendo dal secondo uscio a sinistra che rimane  aperto  dopo  la  sua
    uscita.  Dietro l'ultima coppia delle anime,  man mano che procede, la
    parete di fondo si va facendo opaca.  Dura ancora un poco,  sempre pi
    affievolendosi,  la  musica: e i fantocci a uno a uno si rialzano e si
    ributtano inerti sulle sedie.  Poco  dopo  dall'uscio  rimasto  aperto
    entra  di spalle Cromo con aspetti cangianti,  come avviene nei sogni:
    in principio,  la sua faccia: poi la maschera  dell'Avventore  e  il
    naso del Primo Ministro nella Favola del figlio cambiato. Pare che
    cerchi, pur cos indietreggiando per spavento, un filo di suono di cui
    non riesca pi a trovare la provenienza: l'ha udito, ne  certo; gli 
    parso che provenisse dal pozzo l in fondo al corridojo. Entra intanto
    dal  primo  uscio  a destra Diamante sotto le vesti della fattucchiera
    Vanna Scoma,  con la maschera sollevata sul capo;  scorge Cromo e lo
    chiama:

    DIAMANTE. Cromo!

    E, appena Cromo si volta:

    Oh, e che faccia fai?
    CROMO.  Io? Che faccia fo? Tu, piuttosto: sei vestita da Vanna Scoma e
    hai dimenticato d'abbassarti la maschera sul volto.
    DIAMANTE. Non mi far ridere: io, da Vanna Scoma? Sei tu invece vestito
    da Avventore e porti intanto il naso del Primo Ministro.  Io  sono
    ancora  parata  da Dama di Corte e mi sto spogliando;  ma sai che temo
    d'avere inghiottito uno spillo?
    CROMO. Inghiottito? E' grave!
    DIAMANTE (indicando la gola). Me lo sento qua!
    CROMO. Ma scusa, ti credi davvero vestita ancora da Dama di Corte?
    DIAMANTE. Mi Sto spogliando, ti dico; e appunto, spogliandomi...
    CROMO. Ma che spogliandoti, gurdati addosso, tu sei vestita da Vanna
    Scoma!

    E come quella china il capo per  guardarsi  l'abito,  subito  con  una
    ditata abbassandole sul volto anche la maschera:

    E questa  la maschera!
    DIAMANTE  (portandosi  una  mano  alla  gola).  Oh Dio,  non posso pi
    parlare!
    CROMO. Per lo spillo? Ma sei proprio sicura d'averlo inghiottito?
    DIAMANTE. L'ho qua! qua!
    CROMO. Lo tenevi tra i denti nello spogliarti?
    DIAMANTE.  Ma no!  Mi pare che l'abbia inghiottito proprio ora.  E  ho
    anzi il dubbio che fossero due.
    CROMO. Spilli?
    DIAMANTE.  Spilli!  Spilli!  Sebbene l'altro,  io non so... l'ho forse
    sognato!  O che sia stato prima del sogno?  Il fatto  che me lo sento
    qua.
    CROMO. Ci sono: tu l'avrai sognato per questo: che ti senti pungere la
    gola.  Scommetto  che hai le tonsille infiammate,  con qualche puntina
    bianca.
    DIAMANTE. Pu darsi. L'umido, lo strapazzo.
    CROMO. Avrai anche la febbre.
    DIAMANTE. Forse.
    CROMO (con lo stesso tono, breve, pietoso). Crepa.
    DIAMANTE (rivoltandosi). Crepa tu!
    CROMO. L'unica  di crepare, cara mia, con la vita che stiamo facendo!
    DIAMANTE. Spilli nella veste, s, ce n'era uno, tutto arrugginito,  ma
    ricordo  d'averlo  strappato e buttato via;  non me lo son messo tra i
    denti. E poi, se non son pi vestita da Dama di Corte...

    Sopraggiunge a precipizio  dal  primo  uscio  a  sinistra,  spiritato,
    Battaglia.

    BATTAGLIA. Oh Dio, ho visto! ho visto, ho visto!
    DIAMANTE. Che hai visto?
    BATTAGLIA. Nel muro di l; uno spavento!
    CROMO. Ah se tu dici che hai visto, allora  vero: anch'io; anch'io:
    ho udito!
    DIAMANTE. Che cosa? Non mi fate spaventare! Ho la febbre!
    CROMO.  L in fondo al corridojo: dove c' il collo del pozzo, l: una
    musica! una musica!
    DIAMANTE. Musica?
    CROMO (prendendoli, uno per mano). Ecco, venite.
    DIAMANTE e BATTAGLIA (a un tempo,  tirandosi indietro).  - Ma no,  sei
    matto! - Che musica?
    CROMO. Bellissima! Venite con me! Musica... che paura avete?

    Vanno verso il fondo in punta di piedi.

    Ma bisogna trovare il punto giusto.  Dev'essere qua. L'ho sentita, c'
    poco da dire.  Come dall'altro mondo.  Viene di fondo a quel pozzo l,
    vedete?

    Indica di l dal secondo uscio a sinistra.

    DIAMANTE. Ma che musica?
    CROMO.  Un  concerto  di paradiso.  Ecco,  aspettate.  Prima era cos:
    m'allontanavo e non lo sentivo pi;  mi  accostavo  troppo  e  non  lo
    sentivo  pi;  poi,  tutt'a un tratto,  infilando giusto...  Ecco qua,
    fermi! Sentite? Sentite?

    Si ode difatti, ma come in sordina,  un blando soavissimo concerto.  I
    tre, in fila, protesi, stanno ad ascoltare in estasi e sgomenti.

    DIAMANTE. Oh Dio,  vero!
    BATTAGLIA. Non sar la Sgricia che suona l'organo?
    CROMO.  Ma che!  No. Non  cosa terrena. E se ci scostiamo d'un passo,
    ecco, non si sente pi.

    Difatti, appena si scostano, la musica cessa.

    DIAMANTE. No, ancora! ancora! sentiamo ancora!

    Si rimettono al posto di prima e riodono la musica.

    CROMO. Ecco: di nuovo.

    Stanno un po' a sentire: poi viene avanti  con  gli  altri  due  e  la
    musica cessa.

    BATTAGLIA. Mi sento tutto spalancare dallo spavento.
    CROMO. In questa villa davvero ci si vede e ci si sente.
    BATTAGLIA. Vi dico che io ho visto! Il muro di l! S'apriva!
    DIAMANTE. S'apriva?
    BATTAGLIA. S, e spuntava il cielo!
    DIAMANTE. Non era la finestra?
    BATTAGLIA.  No:  la  finestra era di qua: chiusa.  Dirimpetto a me non
    c'era finestra.  E s' aperto: oh!  un chiaro di luna come nessuno  ha
    mai  visto  l'uguale,  dietro un sedile di pietra,  lungo,  con ciuffi
    d'erba che si stagliavano fino a poter contare le foglie a una a  una.
    Veniva  quella scema vestita di rosso,  che sorride e non parla,  e si
    sedeva su quel sedile, e poi veniva tutto smorfioso un nanetto.
    CROMO. - Quaquo?
    BATTAGLIA. - No, Quaquo;  uno davvero,  con la cappa color di tortora
    fino ai piedi e dondolante come una campana: e s, il testoncino, e la
    faccia  come  dipinta  col  mosto: porgeva alla donna un cofanetto che
    luccicava tutto;  poi scavalcava il sedile come per andarsene,  ma  si
    nascondeva l dietro e ogni tanto alzava la testa a spiare, malizioso,
    se quella cedeva alla tentazione; ma quella - immobile - a capo chino,
    gli occhi intenti e la bocca sorridente,  col cofanetto l sulle mani.
    Ma sai che le vedevo perfino i denti, appena,  tra le labbra,  schiuse
    al sorriso?
    CROMO. Non l'hai sognata?
    BATTAGLIA. Ma che! Visto, visto come ora sto vedendo voi due!
    DIAMANTE.  Oh  Dio,  Cromo,  e  allora  lo spillo,  io,  temo d'averlo
    inghiottito davvero.
    CROMO (colto da un'idea  improvvisa).  Aspettate,  aspettate  qua:  ho
    un'idea: vado nella mia camera e torno!

    Esce dall'uscio da cui  entrato.

    DIAMANTE (stordita, a Battaglia). Perch va nella sua camera?
    BATTAGLIA.  Non so... Tremo tutto... non ti scostare... Oh non ti pare
    che si siano mossi quei fantocci l?
    DIAMANTE. L'hai visti muovere?
    BATTAGLIA. Uno - m' parso che si sia mosso...
    DIAMANTE. Ma no, stan l posati!

    Rientra Cromo, esultante, come un ragazzo in vacanza.

    CROMO.  Ecco!  Mi pareva assai!  Ne avevo il sospetto!  Non siamo noi,
    qua, veramente, non siamo noi!
    BATTAGLIA. Come non siamo noi?
    CROMO. Allegri! allegri! Non  niente! Fate silenzio. Andate, andate a
    vedere anche voi nelle vostre camere e vi convincerete!
    DIAMANTE. Di che? Che non siamo noi?
    BATTAGLIA. Che hai visto tu nella tua camera?
    DIAMANTE. E chi siamo allora?
    CROMO. Andate e vedrete! E' da ridere! andate!

    Appena i due escono dagli usci per cui sono prima entrati,  i fantocci
    si rizzano stirandosi ed esclamano:

    I FANTOCCI. - Uh, finalmente!
    - Manco male che alla fine l'avete capita!
    - Ce n' voluto!
    - Non se ne poteva pi!
    CROMO (stupito dapprima nel vederli rizzare,  ma poi  ammettendone  la
    ragione). Oh, voi? Ma gi, sicuro;  giusto, anche voi, perch no?
    UNO DEI FANTOCCI. Sgranchiamoci un po' le gambe, vuoi?

    Due  lo  pigliano per mano e si mettono in circolo con gli altri.  Gli
    strumenti  musicali  si  rimettono  a  suonare  da  s,  uno  scordato
    accompagnamento al girotondo dei fantocci con Cromo: intanto rientrano
    stralunati  il Battaglia e Diamante.  Il Battaglia,  con l'aria di non
    saperlo,   vestito da Sgualdrinella anche  lui  con  un  cencio  di
    cappellino in capo.

    DIAMANTE. Impazzisco! Ma allora questo

    si tocca il corpo

    - non  il mio corpo? Eppure me lo tocco!
    BATTAGLIA. Ti sei vista di l anche tu?
    DIAMANTE (indicando i fantocci).  E tutti questi,  levati in piedi, oh
    Dio, dove siamo, io gri...
    CROMO (mettendole subito una mano sulla bocca). Sta' zitta! Che gridi?
    Ho  trovato  anch'io  il  mio  corpo   di   l,   che   sta   dormendo
    magnificamente. Noi ci siamo svegliati fuori, capite?
    DIAMANTE. Come fuori? di che?
    CROMO.  Fuori di noi! Stiamo sognando! Avete capito? Siamo noi stessi,
    ma in sogno, fuori del nostro corpo che dorme di l!
    DIAMANTE. E sei sicuro che i nostri corpi di l respirano ancora e non
    sono morti?
    CROMO.  Che morti!  Il mio  ronfa!  Beato  come  un  porco!  A  pancia
    all'aria! E il petto, s e gi, come un mntice!
    BATTAGLIA (afflitto, dolendosi). A bocca aperta, il mio che ha dormito
    sempre come un angiolino!
    UNO DEI FANTOCCI (sghignazzando). Come un angiolino, bello!
    UN ALTRO. Con la bava che gli fila da un lato!
    BATTAGLIA (indicando, spaurito, i fantocci). Ma questo?
    CROMO.  E' nel sogno,  anche loro,  non capite? E tu sei diventato una
    sgualdrinella, non ti vedi? Eccoti un marinaretto, toh, abbraccialo!

    Lo butta tra le braccia d'uno dei fantocci vestito da marinajo.

    Balliamo! balliamo! Nel sogno, allegramente!

    Nuova musica degli strumenti. Ballano, ma con mosse strane,  angolose,
    quali   possono  esser  concesse  a  fantocci  che  si  piegano  male.
    Sopravviene dal primo uscio a sinistra Spizzi,  che si fa largo tra le
    coppie danzanti per passare. Ha in mano una corda.

    SPIZZI. Largo! Largo! Lasciatemi passare!
    CROMO. Oh, Spizzi! Anche tu! Che hai in mano? Dove vai?
    SPIZZI. Lasciami! Non resisto pi! La faccio finita!
    CROMO. Come finita? Con questa corda?

    E  gli  solleva  il braccio che regge la corda.  Tutti,  alla vista di
    quella corda, scoppiano a ridere. E allora Cromo gli grida:

    Sciocco, te lo stai sognando, che ti impicchi! T'impicchi in sogno!
    SPIZZI (svincolandosi e correndo verso il secondo uscio a  destra,  da
    cui scomparir). S, s, ora vedrete, se m'impicco in sogno!
    CROMO. Poveretto! L'amore della Contessa!

    Sopravvengono  in grande ansia e sgomenti,  dai primi usci di destra e
    di sinistra, Lumachi e Sacerdote:

    LUMACHI. Oh Dio, Spizzi s'impicca!
    SACERDOTE. Spizzi s'impicca! s'impicca!
    CROMO. Ma no! Ma no! Ve lo state sognando anche voi!
    BATTAGLIA. Spizzi dorme nel suo letto.
    DIAMANTE. E anche voi, se andate a vedervi!
    LUMACHI.  Ma che dormire!  Eccolo!  E' l,  che s' impiccato davvero!
    Guardate!

    La  parete di fondo si rif trasparente e si vedr Spizzi che pende da
    un albero,  impiccato.  Tutti levano un  urlo  di  raccapriccio  e  si
    precipitano verso il fondo.  La scena s'oscura d'un tratto e nel bujo,
    mentre  gli  attori  come  immagini  di  sogno  scompajono,  s'ode  la
    sghignazzata dei fantocci che tornano alle loro seggiole, immobili. Si
    rif  la  luce  e,  tranne quei fantocci negli atteggiamenti di prima,
    sulla scena non ci sar nessuno.  Poco dopo dal primo uscio a sinistra
    entreranno la Contessa, Cotrone e il Conte.

    ILSE.  L'ho visto: l'ho visto,  le dico, appeso a un albero qua dietro
    la villa!
    COTRONE. Ma se non ci son alberi dietro la villa!
    ILSE. Come non ci sono? Attorno a una vasca!
    COTRONE. Nessuna vasca, Contessa; pu andare a vedere.
    ILSE (al marito). Possibile? L'hai visto anche tu!
    IL CONTE. Anch'io, s.
    COTRONE. Stia tranquilla, Contessa.  E' la villa.  Si mette tutta cos
    ogni notte da s in musica e in sogno.  E i sogni,  a nostra insaputa,
    vivono fuori di noi,  per come ci  riesce  di  farli,  incoerenti.  Ci
    vogliono i poeti per dar coerenza ai sogni.  Ecco il signor Spizzi, lo
    vede? in carne e ossa,  che certo  stato il primo a sognare d'essersi
    impiccato.

    E'   entrato   infatti   dal  primo  uscio  a  sinistra  Spizzi  tutto
    rannuvolato. Alle parole di Cotrone si scuote, stupito e offeso:

    SPIZZI. Come lo sa?
    COTRONE. Ma lo sappiamo tutti, caro.
    SPIZZI (alla Contessa). Anche tu?
    ILSE. S, l'ho sognato anch'io.
    IL CONTE. E anch'io.
    SPIZZI. Tutti? Com' possibile?
    COTRONE.  E' chiaro che lei non pu aver segreti per nessuno,  nemmeno
    quando  sogna.  E  poi,  spiegavo alla Contessa che questa  anche una
    prerogativa della nostra villa. Sempre, con la luna,  tutto comincia a
    farsi  di  sogno  sulla  terra,  come  se  la  vita  se n'andasse e ne
    rimanesse una larva malinconica nel ricordo. Escono allora i sogni,  e
    quelli  appassionati pigliano qualche volta la risoluzione di passarsi
    una corda attorno al collo e appendersi a un albero immaginario.  Caro
    giovanotto,  ognuno  di noi parla,  e dopo aver parlato,  riconosciamo
    quasi sempre che  stato invano,  e ci riconduciamo disillusi  in  noi
    stessi,  come  un cane di notte alla sua cuccia,  dopo aver abbajato a
    un'ombra.
    SPIZZI.  No,   la dannazione delle parole che vado ripetendo  da  due
    anni, col sentimento che ci mise dentro chi le scrisse!
    ILSE. Ma sono rivolte a una madre quelle parole!
    SPIZZI.  Grazie, lo so! Ma chi le scrisse, le scrisse per te, e non ti
    considerava certo una madre!
    COTRONE.  Signori miei,  a proposito della colpa che lui ora  d  alle
    parole della sua parte, ecco: l'alba  vicina, e io vi promisi jersera
    che  vi  avrei comunicato l'idea che m' venuta per voi: dove potreste
    andare a rappresentar la  vostra  Favola  del  figlio  cambiato;  se
    proprio  non  volete  rimanere  qua  con  noi.  Dunque sappiate che si
    celebra oggi,  con una festa di nozze colossale,  l'unione  delle  due
    famiglie dette dei giganti della montagna.
    IL CONTE (piccolino e perci smarrito, alzando un braccio). Giganti?
    COTRONE.  Non  propriamente  giganti,  signor Conte,  sono detti cos,
    perch gente d'alta e potente corporatura,  che stanno sulla  montagna
    che   c'  vicina.   Io  vi  propongo  di  presentarvi  a  loro.   Noi
    v'accompagneremo.  Bisogner saperli prendere.  L'opera a cui si  sono
    messi  lass,  l'esercizio  continuo della forza,  il coraggio che han
    dovuto farsi contro tutti i rischi e pericoli  d'una  immane  impresa,
    scavi e fondazioni,  deduzioni d'acque per bacini montani,  fabbriche,
    strade,  colture agricole,  non han soltanto sviluppato enormemente  i
    loro muscoli,  li hanno resi naturalmente anche duri di mente e un po'
    bestiali.  Gonfiati dalla vittoria offrono per facilmente  il  manico
    per cui prenderli: l'orgoglio: lisciato a dovere, fa presto a diventar
    tenero  e  malleabile.  Lasciate  fare a me per questo;  e voi pensate
    intanto ai casi vostri. Per me,  portarvi sulla montagna alle nozze di
    Uma  di Drnio e Lopardo d'Arcifa,  non  nulla;  chiederemo anche una
    grossa somma,  perch  pi  grossa  la  chiederemo  e  pi  importanza
    acquister  ai  loro  occhi  la nostra offerta;  ma ora il problema da
    risolvere  un altro. Come farete voi a rappresentare la Favola?
    SPIZZI. Non hanno un teatro lass i giganti?
    COTRONE.  Non  per il teatro.  Un teatro si fa presto a  metterlo  s
    dovunque.  Io penso al lavoro che volete rappresentare. Ho letto tutta
    questa notte,  fino a poco fa coi miei amici,  la vostra  Favola  del
    figlio cambiato.  Ohi dico, ci vuole un bel coraggio, signor Conte, a
    sostenere che avete tutto quanto v'occorre e che non ne lasciate fuori
    nulla:  siete  appena  otto,   e  ci  vuol   tutto   un   popolo   per
    rappresentarla.
    IL CONTE. S, ci manca il comparsame.
    COTRONE. Ma che comparsame, ci vuol altro! Parlano tutti!
    IL CONTE. I personaggi principali ci siamo.
    COTRONE.  La  difficolt  non    dei  personaggi principali.  Ci che
    importa sopra tutto  la  magia;  creare,  voglio  dire,  l'attrazione
    della favola.
    ILSE. Questo s.
    COTRONE.  E come fate a crearla? Vi manca tutto! Un'opera corale... Mi
    spiego bene adesso,  signor Conte,  come lei ci abbia rimesso tutto il
    suo patrimonio.  Leggendola,  mi son sentito rapire.  E' fatta proprio
    per vivere qua, Contessa,  in mezzo a noi che crediamo alla realt dei
    fantasmi pi che a quella dei corpi.
    IL  CONTE  (accennando ai fantocci sulle seggiole).  Abbiamo gi visto
    quei fantocci l preparati...
    COTRONE. Ah s, di gi? Hanno fatto presto. Non sapevo.
    IL CONTE (stordito). Come non lo sapeva? Non li ha preparati lei?
    COTRONE.  Io no.  Ma  semplice.  Man mano che io s leggevo,  essi si
    preparavano qua, da s.
    ILSE. Da s? E come?
    COTRONE. Vi ho pur detto che la villa  abitata dagli spiriti, signori
    miei. Non ve l'ho mica detto per ischerzo. Noi qua non ci stupiamo pi
    di nulla.  L'orgoglio umano  veramente imbecille,  scusate. Vivono di
    vita naturale sulla terra signor Conte,  altri  esseri  di  cui  nello
    stato  normale  noi  uomini non possiamo aver percezione,  ma solo per
    difetto nostro,  dei cinque nostri limitatissimi sensi.  Ecco  che,  a
    volte,  in  condizioni  anormali,  questi  esseri  ci si rivelano e ci
    riempiono di spavento.  Sfido: non ne  avevamo  supposto  l'esistenza!
    Abitanti della terra non umani, signori miei, spiriti della natura, di
    tutti i generi,  che vivono in mezzo a noi,  invisibili,  nelle rocce,
    nei boschi,  nell'aria,  nell'acqua,  nel fuoco: lo sapevano bene  gli
    antichi: e il popolo l'ha sempre saputo; lo sappiamo bene noi qua, che
    siamo in gara con loro e spesso li vinciamo, assoggettandoli a dare ai
    nostri prodigi, col loro concorso, un senso che essi ignorano o di cui
    non si curano.  Se lei,  Contessa, vede ancora la vita dentro i limiti
    del naturale e del possibile,  l'avverto che lei qua  non  comprender
    mai nulla.  Noi siamo fuori di questi limiti, per grazia di Dio. A noi
    basta immaginare, e subito le immagini si fanno vive da s.  Basta che
    una  cosa  sia  in  noi  ben viva,  e si rappresenta da s,  per virt
    spontanea della sua stessa vita.  E il libero avvento  d'ogni  nascita
    necessaria.  Al  pi  al  pi,  noi  agevoliamo  con  qualche mezzo la
    nascita. Quei fantocci l,  per esempio.  Se lo spirito dei personaggi
    ch'essi  rappresentano  s'incorpora  in loro,  lei vedr quei fantocci
    muoversi  e  parlare.   E  il  miracolo   vero   non   sar   mai   la
    rappresentazione, creda, sar sempre la fantasia del poeta in cui quei
    personaggi son nati,  vivi,  cos vivi che lei pu vederli anche senza
    che ci siano corporalmente.  Tradurli in realt fittizia sulla scena 
    ci che si fa comunemente nei teatri. Il vostro ufficio.
    SPIZZI. Ah, lei ci mette allora a paro di quei suoi fantocci l?
    COTRONE. Non a paro no, mi perdoni; un po' pi sotto, amico mio.
    SPIZZI. Anche pi sotto?
    COTRONE.  Se  nei  fantocci  s'incorpora  lo  spirito del personaggio,
    scusi, tanto da farli muovere e parlare...
    SPIZZI. Sarei curioso di veder questo miracolo!
    COTRONE.  Ah,  lei  sarebbe  curioso?  Ma  sa,  non  si  vedono  per
    curiosit  questi  miracoli.  Bisogna crederci,  amico mio,  come ci
    credono i bambini.  Il vostro poeta ha immaginato una Madre che  crede
    le  sia  stato  cambiato  in  fasce  il figlio da quelle streghe della
    notte,  streghe del vento,  che il popolo chiama Le Donne.  La gente
    istruita ne ride, si sa; e forse anche voi; e invece io vi dico che ci
    sono davvero: sissignori,  Le Donne!  Le notti d'inverno tempestose,
    tante volte noi qua le abbiamo sentite gridare,  con voci  squarciate,
    fuggendo col vento,  da queste parti.  Ecco, volendo le possiamo anche
    evocare.

    Entrano di notte nelle case
    per la gola dei camini
    come
    un fumo
    nero.
    Una povera madre, che sa?
    dorme stanca della giornata;
    e quelle, chinate nel bujo,
    allungano le dita sottili...

    ILSE (meravigliata). Ah, lei sa gi perfino i versi a memoria?
    COTRONE. Perfino?  Ma noi possiamo rappresentarle ora stesso la favola
    da cima a fondo, Contessa, per fare una prova di tutti quegli elementi
    di cui avete bisogno voi,  non noi.  Si provi,  Contessa,  si provi un
    momento a vivere la sua parte di Madre,  e glielo faccio  vedere,  per
    darle un saggio. Quando le fu cambiato il figlio?
    ILSE. Quando, dice, nella favola?
    COTRONE. Eh, gi, dove altrimenti?
    ILSE.
    Una notte, mentre dormivo,
    sento un vagito, mi sveglio,
    tasto nel bujo, sul letto, al mio fianco:
    non c';
    di dove m'arriva quel pianto?
    da s,
    in fasce, non poteva
    muoversi il mio bambino -

    COTRONE.  E perch si ferma?  Vada oltre,  domandi, domandi, com' nel
    testo: Non  vero? non  vero?.

    Non ha finito di proferir la domanda,  che la scena,  abbuiata per  un
    attimo,  s'illumina  come  per  un  tocco  magico,  d'una  nuova  luce
    d'apparizione, e la Contessa si trova ai due lati, vive, le Due Vicine
    popolane, come nel primo quadro della Favola del figlio cambiato, le
    quali subito rispondono:

    L'UNA.
    Vero! Vero!
    L'ALTRA.
    Bambino di sei mesi, come poteva?

    ILSE (le guarda,  le ascolta,  e si spaventa con Spizzi e il Conte che
    indietreggiano). Oh Dio, queste?
    SPIZZI. Da dove sono apparse?
    IL CONTE. Com' possibile?
    COTRONE  (gridando  alla  Contessa).  Prosegua!  Prosegua!  Di  che si
    stupisce?  Le ha attratte  lei!  Non  rompa  l'incanto  e  non  chieda
    spiegazioni! Dica: - Quando lo presi...
    ILSE (obbedendo, stordita).

    Quando lo presi
    buttato - l - sotto il letto -

    dall'alto, non si sa donde, una voce derisoria, potente, grida:

    - Caduto! Caduto! -.

    La Contessa atterrita con gli altri guarda in alto.

    COTRONE (subito). Non si smarrisca! E' nel testo! Prosegua!
    ILSE (lasciandosi prendere dal prodigio).
    Eh, lo so!
    Cos dicono: caduto.

    L'UNA.
    Ma come caduto? Pu dirlo
    chi non lo vide
    l sotto il letto,
    come fu trovato.

    ILSE.
    Ecco, ecco: ditelo voi
    come fu trovato,
    voi che accorreste
    le prime alle mie grida:
    come fu trovato?

    L'UNA.
    Voltato.

    L'ALTRA.
    Coi piedini
    verso la testata.

    L'UNA.
    Le fasce intatte,
    avvolte strette
    attorno alle gambette.

    L'ALTRA.
    Ed annodate con la cordellina...

    L'UNA.
    Perfette.

    L'ALTRA.
    Dunque preso,
    preso con le mani,
    d'accanto alla madre,
    e messo per dispetto
    l sotto il letto.

    L'UNA.
    Ma fosse stato dispetto soltanto!

    ILSE.
    Quando lo presi...

    L'UNA.
    Che pianto!

    Scoppiano dall'interno, tutt'intorno, grandi risa d'incredulit.
    Le Due Vicine si voltano e gridano, come a pararle:

    Era un altro!
    Non era pi quello!
    Lo possiamo giurare

    Si  rif  un  attimo  di  bujo,  riempito ancora dalle risate che d'un
    subito cessano al ritorno della luce di prima. Si presentano dai varii
    usci Cromo, Diamante, Battaglia, Lumachi, Sacerdote.
    Entrando, parlano un po' tutti insieme.

    CROMO. Come? Come? Si recita? Si prova?
    DIAMANTE. Io non posso! Mi fa male la gola!
    LUMACHI. Ah. Spizzi, caro! Dio sia lodato!
    BATTAGLIA E SACERDOTE. Cos'? Cos'?
    COTRONE.  Lei ha recitato,  Contessa,  con due immagini  uscite  vive,
    direttamente, dalla fantasia del suo poeta!
    ILSE. Dove sono andate?
    COTRONE. Sparite!
    CROMO. Di chi parlate?
    BATTAGLIA. Cos' successo?
    IL CONTE. Ci sono apparse le Due Vicine del primo quadro della Favola!
    DIAMANTE. Apparse? Come apparse!
    IL CONTE. Qua, qua, d'improvviso, e si son messe a recitare con lei

    indica la Contessa.

    CROMO. Noi abbiamo sentito le risate!
    SPIZZI.  Son  tutti trucchi e combinazioni,  signori!  Non ci lasciamo
    abbagliare come allocchi noi stessi che siamo del mestiere!
    COTRONE. Ah no,  caro,  se dice cos,  lei non  del mestiere!  Lei d
    importanza a un'altra cosa che le preme di pi! Se fosse del mestiere,
    si  lascerebbe  abbagliare,  lei  stesso per il primo,  perch appunto
    questo  il vero segno che si  del mestiere!  Impari dai bambini,  le
    ho detto, che fanno il gioco e poi ci credono e lo vivono come vero!
    SPIZZI. Ma noi non siamo bambini!
    COTRONE.  Se siamo stati una volta, bambini possiamo esserlo sempre! E
    difatti  rimasto anche lei sbalordito,  appena  quelle  due  immagini
    sono apparse qua!
    CROMO. Ma come sono apparse? come sono apparse?
    COTRONE.  A tempo! E hanno detto a tempo ci che dovevano dire; non vi
    basta? Tutto il resto, come siano apparse e se siano vere o no, non ha
    nessuna importanza! Io le ho voluto dare un saggio,  Contessa,  che la
    sua  Favola pu vivere soltanto qua;  ma lei vuol seguitare a portarla
    in mezzo agli uomini, e sia! Fuori di qua io per non ho pi potere di
    valermi in suo servizio altro che dei miei compagni, e li metto con me
    stesso a sua disposizione.

    Si ode,  a questo punto,  potentissimo da fuori,  il  frastuono  della
    cavalcata  dei  Giganti  della  Montagna  che scendono al paese per la
    celebrazione delle nozze di Uma di  Drnio  e  Lopardo  d'Arcifa,  con
    musiche  e  grida  quasi  selvagge.  Ne  tremano  i  muri della villa.
    Irrompono sulla scena eccitatissimi  Quaquo,  Doccia,  Mara-Mara,  La
    Sgricia, Milordino, Maddalena.

    QUAQUEO. Ecco i giganti! Ecco i giganti!
    MILORDINO. Scendono dalla montagna!
    MARA-MARA. Tutti a cavallo! Parati a festa!
    QUAQUEO. Sentite? Sentite? Pajono i re del mondo!
    MILORDINO. Vanno alla chiesa per la consacrazione delle nozze!
    DIAMANTE. Andiamo, andiamo a vedere!
    COTRONE  (arrestando con voce imperiosa e potente tutti gli accorrenti
    dietro l'invito di Diamante). No! Nessuno si muova!  Nessuno si faccia
    vedere,  se dobbiamo andar s a proporre la recita! Restiamo qua tutti
    a concertare la prova!
    IL CONTE (tirandosi a parte la Contessa).  Ma tu non hai paura,  Ilse?
    Li senti?
    SPIZZI (atterrito accostandosi). Tremano i muri!
    CROMO  (accostandosi anche lui atterrito).  Pareva cavalcata d'un'orda
    di selvaggi!
    DIAMANTE. Io ho paura! ho paura!

    Tutti restano ad ascoltare con l'animo sospeso dallo sgomento,  mentre
    le musiche e il frastuono si stanno allontanando.

    TELA.



    4.

    Ecco  l'azione  del  terzo  atto (Quarto momento) dei "Giganti della
    montagna", come io posso ricostruirla da quanto me ne disse mio Padre,
    e col senso che avrebbe dovuto avere. Questo  quanto io ne so, e l'ho
    esposto,  purtroppo,  senza la necessaria efficacia;  spero per senza
    arbitrii.  Ma non posso sapere se,  all'ultimo,  nella fantasia di mio
    Padre,  che fu occupata da questi fantasmi durante tutta la  penultima
    nottata  della  Sua  vita,  tanto  che alla mattina mi disse che aveva
    dovuto sostenere la terribile fatica di comporre  in  mente  tutto  il
    terzo  atto e che ora,  avendo risolto ogni intoppo,  sperava di poter
    riposare un poco,  lieto d'altronde che appena guarito  in  pochissimi
    giorni  avrebbe  potuto  trascrivere  tutto ci che aveva concepito in
    quelle ore; non posso sapere, dico,  n nessuno potr mai sapere se in
    quell'ultimo  concepimento  la  materia  non  gli  si fosse atteggiata
    altrimenti,  n  se  Egli  non  avesse  gi  trovato  altri  movimenti
    all'azione, o sensi pi alti al Mito. Io seppi da Lui, quella mattina,
    soltanto  questo: che aveva trovato un olivo saraceno.  C' mi disse
    sorridendo un olivo saraceno, grande, in mezzo alla scena: con cui ho
    risolto tutto. E poich io  non  comprendevo  bene,  soggiunse:  Per
    tirarvi  il  tendone...  Cos  capii  che egli si occupava,  forse da
    qualche giorno,  a risolvere questo particolare di  fatto.  Era  molto
    contento d'averlo trovato.
    STEFANO PIRANDELLO.

    Il  terzo atto doveva accadere sulla montagna,  in uno spiazzo davanti
    una delle abitazioni dei Giganti.
    S'apriva con l'arrivo degli attori, stanchi del cammino,  col carretto
    e in compagnia di alcuni degli Scalognati, guidati tutti da Cotrone.
    L'arrivo  di  questi  strani  e  inaspettati  visitatori  suscitava la
    curiosit degli abitanti (non  i  Giganti,  che  non  sarebbero  mai
    apparsi  sulla scena,  ma i loro servi e le maestranze degli operaj da
    essi occupate nei loro grandiosi lavori),  ora tutti seduti a un  gran
    banchetto  in  fondo alla scena,  le cui tavolate dovevano immaginarsi
    come sistemate di l dalla vista degli spettatori su un enorme spazio.
    Alcuni dei banchettanti,  i pi prossimi,  si sarebbero levati e fatti
    incontro  a  domandare,  stupiti  e  attratti,  come  davanti a esseri
    piovuti da un altro  pianeta;  e  Cotrone  avrebbe  manifestato  a  un
    autorevole  maggiordomo  il  desiderio  dei  suoi  compagni:  che sono
    attori,  e hanno tutto pronto per offrire uno spettacolo artistico  di
    prim'ordine  ai  signori,  in  occasione  delle nozze e per accrescere
    lustro ai festeggiamenti che si stanno svolgendo.
    Sarebbe venuto fuori in questa prima scena,  fra le grida  e  i  canti
    d'orgia  del  pantagruelico  banchetto  e  poi  i balli e il clamoroso
    avviamento delle fontane di vino che  l'avrebbero  allietato,  di  che
    specie  siano  i  divertimenti  largiti  al  popolo dai Giganti e da
    questo  popolo  gustati.   Sicch  gli  attori   si   sentono   morire
    accorgendosi  che costoro non hanno nozione alcuna di rappresentazioni
    teatrali,  e peggio ancora quando si fa  avanti  qualcuno  che  ne  ha
    sentito   parlare   e  invoglia  tutti  gli  altri,   che    un  gran
    divertimento, il teatro;  se non che si capisce che alludono al teatro
    dei burattini, con le legnate in testa e sui groppone, alle buffonerie
    dei  pagliacci,  o  alle esibizioni di ballerine e sciantose da caff-
    concerto.   Ma  si  confortano,   mentre   Cotrone,   introdotto   dal
    Maggiordomo,  va  a proporre la recita ai Giganti,  con la speranza,
    che tentano,  ragionandoci,  di far diventare certezza,  che i signori
    davanti a cui dovranno recitare,  non saranno, non possono essere cos
    terra terra come i loro servi e  operaj;  e  anche  se    dubbio  che
    riescano  a  intendere  tutta  la  bellezza  della  Favola del figlio
    cambiato,  ascolteranno garbatamente.  Intanto stentano  a  ripararsi
    dalla  curiosit pettegola e franca di cerimonie di tutta la plebaglia
    che li ha attorniati,  e non vedono l'ora che  Cotrone  torni  con  la
    risposta.
    Ma Cotrone torna a riferire che purtroppo i Giganti, se accettano la
    proposta di questa rappresentazione disposti a pagarla profumatamente,
    tuttavia  non han tempo da dare a simili cose,  tali e tante le cure a
    cui,  pur in quel momento di festa,  debbono attendere: la  recita  si
    faccia per il popolo al quale  bene offrire di tanto in tanto qualche
    mezzo di spirituale elevazione. E il popolo acclama freneticamente per
    il nuovo divertimento che gli viene largito.
    L'animo  degli  attori si divide: alcuni,  con Cromo alla testa dicono
    che si sentono dati in pasto alle belve,  nulla c' da fare davanti  a
    un tale abisso d'ignoranza,  meglio rinunziare all'impresa; altri, con
    la Contessa,  prendendo ardire proprio dallo spettacolo di  bestialit
    che  avvilisce  e sgomenta i primi,  riaffermano che proprio dinanzi a
    questi ignari conviene sperimentare il potere dell'Arte,  e si sentono
    certissimi  che  la  bellezza  della  Favola  ne  soggiogher le anime
    vergini;  e  v'  Spizzi,  esaltato,  che  gi  si  prepara  a  questa
    straordinaria  rappresentazione  come  a  un'impresa degna d'un antico
    cavaliere,  trascinando con  la  vergogna  dell'esempio  i  titubanti;
    mentre il Conte,  disgustato e amareggiato da tanta volgarit attorno,
    vorrebbe almeno ripararne la Contessa.
    Cotrone vede e cerca di far notare quale incolmabile  distanza  separi
    quei  due  mondi  venuti  cos bizzarramente a contatto;  quello degli
    attori da una parte,  pei quali la  voce  del  poeta    non  soltanto
    l'espressione pi alta della vita, ma addirittura la sola realt certa
    in  cui  e di cui sia possibile vivere,  e dall'altra parte quello del
    popolo, tutto inteso, sotto la guida dei Giganti,  a opere grandiose
    per  il  possesso delle forze e delle ricchezze della Terra,  e che in
    questa incessante e vasta fatica corale trova  la  norma,  e  in  ogni
    conquista sulla materia raggiunge uno scopo della sua stessa vita,  di
    cui ciascun individuo, insieme con tutti gli altri, ma anche dentro di
    s,  si gloria.  Ma Ilse  talmente felice e pronta  alla  prova,  che
    Cotrone  ammette che tutto  possibile,  perfino che ella vinca,  cos
    tutta fremente com'.
    Presto,  presto,  ella dice.  Dove si terr la  rappresentazione?  Qua
    stesso,  davanti  al  popolo  gi  raccolto per il banchetto.  Baster
    tendere un telone,  che ripari gli attori mentre si truccano e vestono
    per la scena.
    C'  in  mezzo  la  scena  un  vecchio  olivo saraceno;  tra esso e la
    facciata viene tesa una corda, che regge il telone.
    Mentre gli attori si approntano ansiosamente,  disturbati di  continuo
    da  quelli  che  s'affacciano a spiare e ne chiamano altri,  beffardi;
    Cotrone pensa che sar bene dare a  questo  pubblico  impreparato  una
    certa informazione dello spettacolo,  e va egli stesso a parlare di l
    dal telone. Ma subito scoppiano di l lazzi e sberleffi, urla,  risate
    sguajate;  e  il  Mago  rientra  deluso:  non gli hanno lasciato aprir
    bocca.
    Non s'affligga per cos poco,  noi ci siamo  abituati,  lo  conforta
    agramente il caratterista Cromo. Sentir fra poco!
    E  spiegano  a Cotrone che s' fatto beccare perch non ha pratica del
    pubblico: ma ora andr uno dei loro, Cromo che gi  vestito, col naso
    da Primo Ministro,  per improvvisare questo chiarimento  preparatorio:
    Cromo   sapr   accaparrarsi  l'attenzione,   attaccando  con  qualche
    barzelletta.  S'odono infatti subito clamorose risate  di  consenso  e
    applausi e incitamenti del pubblico.
    L'accoglienza  fatta  a  Cromo  rinfranca un po' gli spiriti abbattuti
    degli attori, per modo che Ilse, con Spizzi e Diamante, i pi accesi e
    infervorati,  possono ribattere i timori  di  Cotrone,  il  quale  ora
    capisce  che  finir  male e per l'ultima volta vorrebbe persuaderli a
    desistere,  e accoratamente richiama loro la felicit a cui voltano le
    spalle:  il  ricordo della notte degli incanti trascorsa da essi nella
    villa,  dove tutti i fantasmi della poesia hanno vissuto in loro  cos
    agevolmente,  e potrebbero seguitare a vivere, solo che essi volessero
    tornarvi e restarvi per sempre.
    Intanto  l'allegria  suscitata  da  Cromo    tale  e  tanta  da   non
    permettere,  nemmeno a lui,  di raggiungere lo scopo, cio di preparar
    l'animo del pubblico allo spettacolo di poesia che debbono  offrirgli.
    Cromo rientra tutto fradicio e ruscellante d'acqua perch, per maggior
    divertimento,  gli  spettatori  aizzati  lo  hanno  annaffiato con una
    pompa.  E di l si sta scatenando un pandemonio:  chiamano  fuori  gli
    attori,  perch  si  cominci.  Che  fare?  Ilse,  che   sola di scena
    all'inizio della Favola,  si stacca dal marito e da Cotrone e  s'avvia
    fuori  del  tendone,  pronta  come  a un supremo sacrifizio e decisa a
    lottare con tutta la sua energia per imporre la parola del poeta.
    A questo punto  gi  impostato  il  contrasto,  ormai  sul  punto  di
    scoppiare  drammaticamente.  Fatalmente  i fanatici dell'Arte,  che si
    reputano   gli   unici   depositarii   dello   spirito,    di   fronte
    all'incomprensione  e  all'irrisione  di  quei servi saranno indotti a
    disprezzarli, come gente sfornita d'ogni spiritualit, e a offenderli;
    mentre gli altri,  ugualmente fanatici,  ma d'un ben diverso ideale di
    vita,  non possono credere alle parole di quei fantocci, come sembrano
    loro gli attori: non perch camuffati,  ma  perch  sentono  bene  che
    questi  poveri  tipi,  cos  fermi  in  una seriet d'atti e d'accenti
    assurdi, si sono posti ormai,  chi sa perch,  addirittura fuori della
    vita.   Fantocci:  ma  fantocci  che  perci  dovrebbero  prestarsi  a
    divertirli.  E pretendono,  dopo il primo  sbalordimento  sommerso  da
    vasti muggiti di noja e di sguajate interrogazioni - ma chi ?  ma che
    vuole?  - pretendono che la Contessa smetta di declamare cos ispirata
    quelle parole incomprensibili, e faccia loro qualche bella cantatina e
    un  balletto.   Contrariati  dalla  tenacia  di  Ilse,   cominciano  a
    infuriarsi. Dietro il telone si riflette,  nell'agitazione degli altri
    attori e nella costernazione di Cotrone e del Conte,  il dramma in cui
    Ilse si dibatte davanti al pubblico. La tempesta che gonfia sempre pi
    minacciosa s'abbatte a un tratto sulla scena  improvvisata  quando  la
    Contessa  si  scaglia a offendere come bruti gli spettatori.  Spizzi e
    Diamante volano al suo soccorso;  il Conte vien meno;  Cromo grida che
    ci  si  metta  pure  tutti quanti a ballare e va a esporsi per tentare
    cos  di  stornare  da  Ilse  l'ira  scatenata  del  pubblico:  e  del
    pandemonio di l si scorge qualche immagine riverberata sul telone, di
    giganteschi  gesti,  enormi corpi in lotta,  braccia e pugni ciclopici
    levati a colpire.  Ma ormai   tardi.  Un  gran  silenzio,  di  colpo.
    Rientrano  gli attori portando il corpo di Ilse,  spezzato come quello
    d'un fantoccio rotto.  Ilse  agonizza  e  muore.  Spizzi  e  Diamante,
    entrati  nella mischia per difenderla,  sono stati sbranati: nulla pi
    s' trovato dei loro corpi.
    Il Conte, rinvenuto, grida sul corpo della moglie che gli uomini hanno
    distrutto la poesia nel mondo. Ma Cotrone comprende che non c' da far
    colpa a nessuno di quel che  accaduto. Non , non  che la Poesia sia
    stata rifiutata;  ma solo questo: che i poveri  servi  fanatici  della
    vita, in cui oggi lo spirito non parla, ma potr pur sempre parlare un
    giorno,  hanno  innocentemente rotto,  come fantocci ribelli,  i servi
    fanatici dell'Arte,  che non sanno parlare agli uomini perch si  sono
    esclusi dalla vita, ma non tanto poi da appagarsi soltanto dei proprii
    sogni, anzi pretendendo di imporli a chi ha altro da fare, che credere
    in essi.
    E quando si presenta,  mortificatissimo,  il Maggiordomo a offrire con
    le  scuse  dei  Giganti  un  congruo  indennizzo,  induce  il  Conte
    piangente  ad  accettarlo.  Il Conte,  quasi con furore,  dice che s,
    accetter: e impiegher il prezzo di quel  sangue  per  edificare  una
    tomba  illustre  e imperitura alla sua sposa.  Ma si sentir che egli,
    pur piangendo e protestando i suoi nobili sensi di fedelt alla  morta
    Poesia,  s' a un tratto come alleggerito, come liberato da un incubo;
    e cos  Cromo, con gli altri attori.
    E se ne vanno,  portandosi il corpo di Ilse  sul  carretto  col  quale
    erano venuti.
