
    Luigi Pirandello.
    I VECCHI E I GIOVANI.
    Il Bivacco, Melegnano 1999.


    Romanzo pubblicato a puntate su La rassegna contemporanea nel  1909,
    "I  vecchi  e  i  giovani" esce in due volumi nel 1913,  rimaneggiato,
    presso i Fratelli Treves (Milano).














    Ai miei figli
    giovani oggi vecchi domani


    PARTE PRIMA.


    1.

    La  pioggia,   caduta  a  diluvio  durante  la   notte,   aveva   reso
    impraticabile  quel  lungo  stradone  di  campagna,  tutto  a  volte e
    risvolte, quasi in cerca di men faticose erte e di pendi meno ripidi.
    Il guasto dell'intemperie appariva tanto pi triste, in quanto,  qua e
    l,  gi  era  evidente il disprezzo e quasi il dispetto della cura di
    chi aveva tracciato e costruito la via per facilitare il  cammino  tra
    le  asperit  di  quei  luoghi  con  gomiti  e giravolte e opere or di
    sostegno or di riparo: i sostegni eran crollati,  i ripari  abbattuti,
    per  dar  passo  a dirupate scorciatoje.  Piovigginava ancora a scosse
    nell'alba livida tra  il  vento  che  spirava  gelido  a  raffiche  da
    ponente;  e  a ogni raffica,  su quel lembo di paese emergente or ora,
    appena,  cruccioso,  dalle fosche ombre umide della notte  tempestosa,
    pareva  scorresse  un brivido,  dalla citt,  alta e velata sul colle,
    alle vallate, ai poggi, ai piani irti ancora di stoppie annerite, fino
    al mare  laggi,  torbido  e  rabbuffato.  Pioggia  e  vento  parevano
    un'ostinata  crudelt  del cielo sopra la desolazione di quelle piagge
    estreme della Sicilia,  su le quali  Girgenti,  nei  resti  miserevoli
    della  sua  antichissima  vita raccolti lass,  si levava silenziosa e
    attonita  superstite  nel   vuoto   di   un   tempo   senza   vicende,
    nell'abbandono  d'una  miseria  senza  riparo.  Le  alte  spalliere di
    fichidindia, ispide, carnute e stravolte,  o le siepi di rovi secchi e
    di  agavi,  le  muricce  qua e l screpolate erano di tratto in tratto
    interrotte  da  qualche  pilastro  cadente  che  reggeva  un  cancello
    scontorto e arrugginito,  o da rozzi e squallidi tabernacoli, i quali,
    nella solitudine immobile,  guardati  dagl'ispidi  rami  degli  alberi
    gocciolanti,  anzich  conforto  ispiravano  un certo sgomento,  posti
    com'eran l a ricordare la fede a  viandanti  (per  la  maggior  parte
    campagnuoli  e  carrettieri) che troppo spesso,  con aperta o nascosta
    ferocia,  dimostravano di non ricordarsene.  Qualche triste uccelletto
    sperduto  veniva,  col  timido volo delle penne bagnate,  a posarsi su
    essi; spiava, e non ardiva mettere neppure un lamento in mezzo a tanto
    squallore.  Vi strillava,  al contrario (almeno a  prima  vista),  una
    giumenta  bianca  montata  da un fantoccio in calzoni rossi e cappotto
    turchino.  Se non che,  a guardar  bene,  quella  giumenta  bianca  si
    scopriva  anch'essa compassionevole: vecchia e stanca,  sbruffava ogni
    tanto dimenando la testa bassa, come se non ne potesse pi di sfangare
    per quello stradone;  e il cavaliere,  che la esortava  amorevolmente,
    pur in quella vivace uniforme di soldato borbonico,  non appariva meno
    avvilito della sua bestia,  le mani paonazze,  gronchie dal freddo,  e
    tutto ristretto in s contro il vento e la pioggia.
    - Coraggio, Titina!
    E intanto il fiocco del berretto a barca, di bassa tenuta, pendulo sul
    davanti,  gli andava in qua e in l, quasi battendo la solfa al trotto
    stracco della povera giumenta.
    Dei rari passanti a piedi o su pigri asinelli  qualcuno  che  ignorava
    come qualmente il principe don Ippolito Laurentano tenesse una guardia
    di  venticinque  uomini  con  la  divisa  borbonica  nel  suo fudo di
    Colimbtra,  dove fin dal 1860 si era esiliato per  attestare  la  sua
    fiera fedelt al passato governo delle Due Sicilie, si voltava stupito
    e  si fermava un pezzo a mirare quel buffo fantasma emerso dai velarii
    strappati di quell'incerto crepuscolo, e non sapeva che pensarne.
    Passando innanzi allo stupore di questi ignoranti,  Placido Sciaralla,
    capitano di quella guardia, non ostante il freddo e la pioggia ond'era
    tutto  abbrezzato e inzuppato,  si drizzava sulla vita per assumere un
    contegno marziale; marzialmente,  se capitava,  porgeva con la mano il
    saluto  a  qualcuno di quei tabernacoli;  poi,  chinando gli occhi per
    guardarsi le punte tirate s a forza e insegate dei radi baffetti neri
    (indegni baffi!) sotto il robusto naso aquilino,  cangiava l'amorevole
    esortazione alla bestia in un: - S!  s!  - imperioso, seguito da una
    stratta alla briglia e da un colpetto di sproni giunti, a cui talvolta
    Titina - mannaggia!  - sforzata cos nella  lenta  vecchiezza,  soleva
    rispondere dalla parte di dietro con poco decoro.
    Ma  questi  incontri,  tanto graditi al capitano,  avvenivano molto di
    rado. Tutti ormai sapevano di quel corpo di guardia a Colimbtra, e ne
    ridevano o se n'indignavano.
    - Il Papa in Vaticano con gli Svizzeri;  don Ippolito Laurentano,  nel
    suo fudo con Sciaralla e compagnia!
    E  Sciaralla,  che  dentro  la cinta di Colimbtra si sentiva a posto,
    capitano sul serio,  fuori non sapeva  pi  qual  contegno  darsi  per
    sfuggire alle beffe e alle ingiurie.
    Gi  cominciamo  che  tutti  lo  degradavano,   chiamandolo  caporale.
    Stupidaggine!  indegnit!  Perch lui comandava ben venticinque uomini
    (oh,  venticinque!)  e bisognava vedere come li istruiva in tutti gli
    esercizii militari e come  li  faceva  trottare.  E  poi,  del  resto,
    scusate,  tutti  i  signoroni  non  tengono forse nelle loro terre una
    scorta di campieri in divisa?
    Veramente,  dichiararsi campiere soltanto,  scottava un po' al  povero
    Sciaralla, che nasceva bene e aveva la patente di maestro elementare
    e  di  ginnastica.  Tuttavia,  a  colorar  cos  la cosa s'era piegato
    talvolta a malincuore,  per non essere qualificato  peggio.  Campiere,
    s. Campiere capo.
    - Caporale?
    - Capo! capo! Che c'entra caporale? Ammettete allora che sia milizia?
    Di  chi?  come?  e perch vestita a quel modo?  Sciaralla si stringeva
    nelle spalle, socchiudeva gli occhi:
    - Un'uniforme come un'altra.  Capriccio di Sua Eccellenza,  che volete
    farci?
    Con  alcuni  pi crduli,  tal'altra,  si lasciava andare a confidenze
    misteriose: che il principe cio,  mal  visto  per  le  sue  idee  dal
    governo italiano,  il quale - figurarsi!  - avrebbe alzato il fianco a
    saperlo morto assassinato  o  derubato  senza  piet,  avesse  davvero
    bisogno nella solitudine della campagna di quella scorta, di cui egli,
    Sciaralla,  indegnamente  era  capo.  Restava  per sempre da spiegare
    perch quella scorta dovesse andar vestita di quell'uniforme odiosa.
    - Boja,  piuttosto!  - s'era sentito pi volte  rispondere  il  povero
    Sciaralla,  il  quale  allora pensava con un po' di fiele quanto fosse
    facile al principe il serbare con tanta dignit e tanta costanza  quel
    fiero  atteggiamento  di  protesta,  rimanendo  sempre  chiuso entro i
    confini di Colimbtra,  mentre a lui  e  ai  suoi  subalterni  toccava
    d'arrischiarsi fuori a risponderne.
    Invano,  a quattr'occhi,  giurava e spergiurava, che mai e poi mai, al
    tempo  dei  Borboni,  avrebbe  indossato  quell'uniforme,  simbolo  di
    tirannide allora, simbolo dell'oppressione della patria; e soggiungeva
    scotendo le mani:
    - Ma ora, signori miei, via! Ora che siete voi i padroni... Lasciatemi
    stare! E' pane. Dite sul serio?
    Gli  volevano  amareggiare  il  sangue  a ogni costo,  fingendo di non
    comprendere che egli poi non era tutto nell'abito che  indossava;  che
    sotto  quell'abito  c'era  un  uomo  come  tutti gli altri costretto a
    guadagnarsi da vivere in qualche porca maniera.  Con gli sguardi,  coi
    sorrisi,  componendo il volto a un'aria di vivo interessamento ai casi
    altrui,   cercava  in  tutti  i  modi  di  stornar   l'attenzione   da
    quell'abito;  poi,  di  tutte  quelle arti che usava,  di tutte quelle
    smorfie che faceva,  si stizziva fieramente con se stesso,  perch,  a
    guardar quell'abito senza alcuna idea,  gli pareva bello, santo Dio! e
    che gli stsse proprio bene;  e quasi quasi gli cagionava  rimorso  il
    dover  fingersi  afflitto  di  portarlo.  Aveva  sentito dire che s a
    Girgenti un certo funzionario continentale, barbuto e bilioso, aveva
    pubblicamente dichiarato con furiosi gesti,  che una  tale  sconcezza,
    una  siffatta tracotanza,  un cos patente oltraggio alla gloria della
    rivoluzione,  al governo,  alla patria,  alla civilt,  non  sarebbero
    stati tollerati in alcun'altra parte d'Italia, n forse in alcun'altra
    provincia  della  stessa  Sicilia,  che  non fosse questa di Girgenti,
    cos... cos... - e non aveva voluto dir come,  a parole;  con le mani
    aveva fatto un certo atto.
    Oh  Dio,   ma  proprio  per  lui,  per  quell'uniforme  borbonica  dei
    venticinque uomini di guardia,  tanto sdegno,  tanto schifo?  O perch
    non badavan piuttosto codesti indignati al signor sindaco,  ai signori
    assessori e consiglieri comunali  e  provinciali  e  ai  pi  cospicui
    cittadini,  che  venivano  a  gara,  tutti parati e impettiti,  a fare
    ossequio a S.  E.  il principe di Laurentano,  che li accoglieva nella
    villa come un re nella reggia?  E Sciaralla non diceva dell'alto clero
    con monsignor vescovo alla testa, il quale, si sa, per un legittimista
    come Sua Eccellenza, poteva considerarsi naturale alleato.
    Sciaralla gongolava e gonfiava per tutte queste visite;  e  nulla  gli
    era  pi gradito che impostarsi ogni volta su l'attenti e presentar le
    armi.  Se veniva monsignore,  se  veniva  il  sindaco,  la  sentinella
    chiamava  dal cancello il drappelletto dal posto di guardia vicino,  e
    un primo saluto,  l,  in piena regola,  con un bel  fracasso  d'armi,
    levate  e appiedate di scatto;  un altro saluto poi,  sotto le colonne
    del vestibolo esterno della villa,  al richiamo dell'altra  sentinella
    del portone.  Rispetto al salario, era cos poco il da fare, che tanto
    lui quanto i suoi uomini se ne davano apposta,  cercandone qua e l il
    pretesto;  e  una delle faccende pi serie erano appunto questi saluti
    "alla militare",  i  quali  servivano  a  meraviglia  a  toglier  loro
    l'avvilenza di vedersi, cos ben vestiti com'erano, inutili affatto.
    In  fondo,  con  tali  e  tanti  protettori,  Sciaralla avrebbe potuto
    ridersi della baja che gli dava la gente  minuta,  se,  come  tutti  i
    vani,  non  fosse  stato desideroso d'esser veduto e accolto da ognuno
    con grazia e favore.  Non sapeva ridersene poi,  e anzi da un pezzo in
    qua ne era anche pi d'un po' costernato, per un'altra ragione.
    C'era una chiacchiera in paese, la quale di giorno in giorno si veniva
    sempre  pi  raffermando,  che  tutti  gli operai delle citt maggiori
    dell'isola,  e le contadinanze e,  pi da presso,  nei  grossi  borghi
    dell'interno,  i  lavoratori delle zolfare si volessero raccogliere in
    corporazioni o,  come li chiamavano,  in "fasci",  per ribellarsi  non
    pure ai signori, ma a ogni legge, dicevano, e far man bassa di tutto.
    Pi  volte,  essendo  di  servizio  nell'anticamera,  ne aveva sentito
    discutere nel salone. Il principe ne dava colpa, s'intende, al governo
    usurpatore che prima  aveva  gabbato  le  popolazioni  dell'isola  col
    lustro   della   libert  e  poi  la  aveva  affamata  con  imposte  e
    manomissioni inique; gli altri gli facevano coro; ma monsignor vescovo
    pareva a Sciaralla che meglio di tutti sapesse scoprir la piaga.
    Il vero male,  il pi gran male fatto dal nuovo governo non consisteva
    tanto  nell'usurpazione  che faceva ancora e giustamente sanguinare il
    cuore di S.  E.  il principe  di  Laurentano.  Monarchie,  istituzioni
    civili e sociali: cose temporanee;  passano;  si far male a cambiarle
    agli uomini o a toglierle di mezzo,  se giuste e sante;  sar un  male
    per possibilmente rimediabile. Ma se togliete od oscurate agli uomini
    ci  che  dovrebbe  splendere  eterno  nel  loro spirito: la fede,  la
    religione? Orbene, questo aveva fatto il nuovo governo!  E come poteva
    pi  il popolo starsi quieto tra le tante tribolazioni della vita,  se
    pi la fede non gliele faceva accettare con rassegnazione e  anzi  con
    giubilo,  come prova e promessa di premio in un'altra vita?  La vita 
    una sola?  questa?  le tribolazioni non avranno un compenso di l,  se
    con rassegnazione sopportate? E allora per qual ragione pi accettarle
    e  sopportarle?  Prorompa  allora  l'istinto  bestiale  di  soddisfare
    quaggi tutti i bassi appetiti del corpo!
    Parlava proprio bene,  Monsignore.  La vera vera ragione di  tutto  il
    male  era  questa.  Insieme  per con Monsignore che veramente,  ricco
    com'era,  sentiva poco le tribolazioni della vita,  Sciaralla  avrebbe
    voluto  che tutti i poveri la riconoscessero,  questa ragione.  Ma non
    riusciva a levarsi dal capo un vecchierello mendico,  presentatosi  un
    giorno al cancello della villa col rosario in mano,  il quale,  stando
    ad aspettar l'elemosina e sentendo un lungo brontolio nel suo stomaco,
    gli aveva fatto notare con un mesto sorriso:
    - Senti? Non te lo dico io; te lo dice lui che ha fame...
    La costernazione di Sciaralla,  per quel grave pericolo che sovrastava
    a tutti i signori,  proveniva pi che altro dalla sicurezza con cui il
    principe, l nel salone,  pareva lo sfidasse.  Riposava certo su lui e
    sul  valore  e  la  devozione  dei  suoi  uomini  quella sicurezza del
    principe,  al quale poteva bastare che  dicesse  di  non  aver  paura,
    lasciando poi agli altri il pensiero del rimanente.
    Fortuna  che  finora l a Girgenti nessuno si moveva,  n accennava di
    volersi muovere! Paese morto. Tanto vero - dicevano i maligni - che vi
    regnavano i corvi, cio i preti.  L'accidia,  tanto di far bene quanto
    di far male,  era radicata nella pi profonda sconfidenza della sorte,
    nel concetto che nulla potesse avvenire,  che vano sarebbe stato  ogni
    sforzo  per  scuotere  l'abbandono  desolato,  in  cui  giacevano  non
    soltanto gli animi,  ma anche tutte le cose.  E a Sciaralla  parve  di
    averne la prova nel triste spettacolo che gli offriva, quella mattina,
    la campagna intorno e quello stradone.

    Aveva  gi  attraversato il tratto incassato nel taglio perpendicolare
    del lungo ciglione su cui sorgono aerei e maestosi  gli  avanzi  degli
    antichi  Tempii akragantini.  Si apriva l,  un tempo,  la Porta Aurea
    dell'antichissima citt scomparsa.  Ora egli ranchettava  gi  per  il
    pendo  che  conduce  alla vallata di Sant'Anna,  per la quale scorre,
    intoppando qua e l, un fiumicello di povere acque: "l'Hypsas" antico,
    ora "Drago",  secco d'estate e cagione di malaria in  tutte  le  terre
    prossime,  per  le  trosce  stagnanti  tra gl'ispidi ciuffi del greto.
    Impetuoso  e  torbido  per  la  grande  acquata  della  notte  scorsa,
    investiva laggi,  quella mattina,  il basso ponticello uso, d'estate,
    ad accavalciare i ciottoli e la rena.
    Veramente da quella triste contrada maledetta dai contadini, costretti
    a dimorarvi dalla  necessit,  macilenti,  ingialliti,  febbricitanti,
    pareva spirasse nello squallore dell'alba un'angosciosa oppressione di
    cui anche i rari alberi che vi sorgevano fossero compenetrati: qualche
    centenario  olivo  saraceno  dal  tronco  stravolto,  qualche mandorlo
    ischeletrito dalle prime ventate d'autunno.
    - Che acqua, eh? - s'affrettava a dire capitan Sciaralla, imbattendosi
    lungo quel tratto nella gente di campagna o  nei  carrettieri  che  lo
    conoscevano,  per  prevenire  beffe e ingiurie,  e dava di sprone alla
    povera Titina.
    Non a caso per,  quel giorno,  metteva avanti la pioggia della  notte
    scorsa. Trottando e guardando nel cielo la nera nuvolaglia sbrendolata
    e  raminga,  pensava  proprio  a  essa  per trovarvi una scusa che gli
    quietasse la  coscienza,  avendo  trasgredito  a  un  ordine  positivo
    ricevuto  la  sera  avanti  dal  segretario  del principe: l'ordine di
    recare sul tamburo una lettera a don Cosmo Laurentano, fratello di don
    Ippolito, che viveva segregato anche lui nell'altro fudo di Valsana,
    a circa quattro miglia da Colimbtra.  Sciaralla non se l'era  sentita
    d'avventurarsi a quell'ora,  con quel tempo da lupi, fin laggi; aveva
    pensato che Lisi Prola,  il vecchio segretario,  avendo una forca  di
    figliuolo che aspirava a diventar capitano della guardia,  non cercava
    di meglio che mandar lui Sciaralla all'altro  mondo;  che  per  forse
    quella  lettera  non  richiedeva  tale  urgenza  ch'egli rischiasse di
    rompersi il collo per una via scellerata,  al bujo,  sotto la  pioggia
    furiosa,  tra  lampi  e  tuoni;  e  che infine avrebbe potuto aspettar
    l'alba e partir di nascosto,  senza rinunziare per  quella  sera  alla
    briscola nella casermuccia sul greppo dello Sperone,  dove si riduceva
    coi tre compagni graduati a passar la notte,  dandosi il  cambio  ogni
    tre ore nella guardia.
    L'uscir di Colimbtra era sempre penoso per capitan Sciaralla,  ma una
    vera spedizione allorch doveva recarsi a Valsana,  dove  ogni  volta
    gli  toccava  d'affrontar  paziente  l'odio  d'un  vecchio energumeno,
    terrore di tutte le contrade circonvicine, chiamato Mauro Mortara,  il
    quale,  approfittando  della dabbenaggine di don Cosmo,  a cui certo i
    libracci di filosofia avevano sconcertato il  cervello,  vi  stava  da
    padrone, n sopra di lui riconosceva altra signoria.
    - Coraggio,  coraggio,  Titina!  - sospirava pertanto Sciaralla,  ogni
    qual volta gli si presentava alla mente la  figura  di  quel  vecchio:
    basso di statura,  un po' curvo,  senza giacca, con una ruvida camicia
    d'albagio di color violaceo a quadri rossi aperta sul petto irsuto, un
    enorme berretto villoso in capo,  ch'egli da se stesso s'era fatto dal
    cuojo d'un agnello, la cui concia col sudore gli aveva tinti di giallo
    i  lunghi  cernecchi  e,  ai  lati,  l'incolta  barba bianca: comico e
    feroce,  con due grosse pistole sempre alla cintola,  anche di  notte,
    poich  si  buttava  a  dormir  vestito su uno strapunto di paglia per
    poche ore soltanto: a settantasette anni sveglio ancora e robusto, pi
    che un giovanotto di venti.
    - E non morr mai! - sbuffava Sciaralla. - Sfido! che gli manca?  Dopo
    tant'anni    considerato  come  parte  della  famiglia  anche  da don
    Ippolito,  che  tutto dire.  Con don Cosmo per poco non si dnno  del
    tu.
    E  ripensava,  proseguendo  la  via,  alle  straordinarie avventure di
    quell'uomo che,  al Quarantotto,  aveva seguito nell'esilio a Malta il
    principe   padre,   don  Gerlando  Laurentano,   il  quale  gli  s'era
    affezionato fin da quando,  privato del grado di gentiluomo di camera,
    "chiave d 'oro",  per uno scandalo di corte a Napoli, s'era ritirato a
    Valsana,  dove il Mortara  era  nato,  figlio  di  poveri  contadini,
    contadinotto anche lui, anzi guardiano di pecore, allora.
    A un'avventura segnatamente,  tra le tante,  si fermava il pensiero di
    Placido  Sciaralla:  a  quella  che  aveva  procurato  al  Mortara  il
    nomignolo   di  "Monaco";   avventura  dei  primi  tempi,   avanti  al
    Quarantotto,  quando  a  Valsana,  attorno  al  vecchio  principe  di
    Laurentano, acceso di vendetta dopo quello scandalo di corte a Napoli,
    si  radunavano  di  nascosto,  venendo  da  Girgenti,  i caporioni del
    comitato rivoluzionario. Mauro Mortara faceva la guardia ai congiurati
    a pi della villa.  Ora una volta un frate francescano ebbe la cattiva
    ispirazione di avventurarsi fin l per la questua.  Il Mortara, chi sa
    perch, lo prese per una spia; e senza tante cerimonie lo afferr,  lo
    leg,  lo tenne appeso a un albero per tutto un giorno;  alla notte lo
    sciolse e lo mand via; ma tanta era stata la paura,  che il frate non
    pot pi riaversene e ne mor poco dopo.
    Quest'avventura  era  pi viva delle altre nella memoria di Sciaralla,
    non solo perch in essa Mauro Mortara si mostrava,  come a lui piaceva
    crederlo,  feroce,  ma anche perch l'albero, a cui il francescano era
    stato appeso,  era ancora in  piedi  presso  la  villa,  e  Mauro  non
    tralasciava  mai  d'indicarglielo,  accompagnando il cenno con un muto
    ghigno e un lieve tentennar del capo,  atteggiato il volto  di  schifo
    nel vedergli addosso quell'uniforme borbonica.
    - Coraggio, coraggio, Titina!
    Conveniva soffrirseli in pace gli sgarbi e i raffacci di quel vecchio.
    Il quale, s, guaj e rischi d'ogni sorta ne aveva toccati e affrontati
    in vita sua,  senza fine;  ma che fortuna,  adesso,  servire sotto don
    Cosmo che non si curava mai di nulla,  fuori di quei suoi libracci che
    lo  tenevano  tutto  il giorno vagante come in un sogno per i viali di
    Valsana!
    Che differenza tra il principe suo padrone e  questo  don  Cosmo!  che
    differenza  poi  tra  entrambi  questi  fratelli  e  la  sorella donna
    Caterina Auriti, che viveva - vedova e povera - a Girgenti!
    Da anni e anni tutti e tre erano in rotta tra loro.
    Donna Caterina Laurentano aveva seguito lei sola  le  nuove  idee  del
    padre;  e  poi  si diceva che,  da giovinetta,  aveva recato onta alla
    famiglia, fuggendo di casa con Stefano Auriti, morto poi nel Sessanta,
    garibaldino, nella battaglia di Milazzo,  mentre combatteva accanto al
    Mortara  e  al figlio don Roberto,  che ora viveva a Roma e che allora
    era  ragazzo  di  appena  dodici  anni,  il  pi  piccolo  dei  Mille.
    Figurarsi,  dunque,  se  il principe poteva andar d'accordo con quella
    sorella!   Ma  con  Cosmo,   intanto,   perch  no?   Questi,   almeno
    apparentemente,  non  aveva  mai parteggiato per alcuno.  Ma forse non
    approvava la protesta del fratello maggiore contro il  nuovo  Governo.
    Chi aveva per ragione di loro due?  Il padre, prima che liberale, era
    stato borbonico, gentiluomo di camera e "chiave d'oro": che meraviglia
    dunque,  se il figlio,  stimando fedifrago  il  padre,  s'era  serbato
    fedele al passato Governo?  Meritava anzi rispetto per tanta costanza:
    rispetto e venerazione;  e non c'era nulla da ridire,  se  voleva  che
    tutti sapessero com'egli la pensava,  anche dal modo con cui vestiva i
    suoi dipendenti. Sissignori, sono borbonico!  ho il coraggio delle mie
    opinioni!
    Un  toffo  di  terra  arriv  a  questo  punto  alle spalle di capitan
    Sciaralla, seguto da una sghignazzata.
    Il capitano di un balzo sulla sella e si  volt,  furente.  Non  vide
    nessuno.  Da  una  siepe  sopra  l'arginello  venne  fuori per questa
    strofetta, declamata con tono derisorio, lento lento:

    "Sciarallino, Sciarallino,
    dove vai con tanta boria
    sul ventoso tuo ronzino?
    Sei scappato dalla storia,
    Sciarallino, Sciarallino?"

    Capitan  Sciaralla  riconobbe  alla  voce  Marco  Prola,   il  figlio
    scapestrato del segretario del principe, e sent rimescolarsi tutto il
    sangue.  Ma,  subito dopo, il Prola gli apparve in tale stato, che le
    ciglia aggrottate gli balzarono fino al berretto e  la  bocca  serrata
    dall'ira gli s'apr dallo stupore.
    Non  pareva  pi  un uomo,  colui: salvo il Santo battesimo,  un porco
    pareva, fuori del brago, ritto in piedi, cretaceo e arruffato.  Con le
    gambe  aperte,  buttato indietro sulle reni a modo degli ubriachi,  il
    Prola seguit da lass a declamare con ampii e stracchi gesti:

    "Oppur vai, don Chisciottino,
    all'assalto d'un molino?
    od a caccia di lumache
    t'avventuri col mattino,
    cos rosso nelle brache,
    nel giubbon cos turchino,
    Sciarallino, Sciarallino?"

    - Quanto sei caro! - sbuff Sciaralla, allungando una mano alle terga,
    ove la mota gli s'era appiastrata.
    Marco Prola si cal gi, sul sedere, dall'arginello lubrico di fango,
    e gli s'accost.
    - Caro? No,  - disse,  - mi vendo a buon mercato!  Ti piace la poesia?
    Bella! E sguita, sai? La stamper su "L'Empedocle" domenica ventura.
    Capitan  Sciaralla  stette  ancora  un  pezzo  a guardarlo,  col volto
    contratto, ora, in una smorfia tra di schifo e di compassione.  Sapeva
    che  colui andava soggetto ad attacchi d'epilessia;  che spesso vagava
    di notte come un cane randagio e spariva per due o tre  giorni  finch
    non  lo ritrovavano come una bestia morta,  con la faccia a terra e la
    bava alla bocca, o s al Culmo delle Forche o su la Serra Ferlucchia o
    per le campagne.  Gli vide la faccia gonfia,  deturpata da una  livida
    cicatrice  su la gota destra,  dall'occhio alla bocca,  con pochi peli
    ispidi biondicci sul  labbro  e  sul  mento;  gli  guard  il  vecchio
    cappelluccio  stinto  e  roccioso,  che non arrivava a nascondergli la
    laida calvizie precoce;  not che calvo era anche di  ciglia;  ma  non
    pot   sostenere  lo  sguardo  di  quegli  occhi  chiari,   verdastri,
    impudenti,  in cui tutti i vizii pareva vermicassero.  Cacciato  dalla
    scuola  militare  di Modena,  il Prola era stato a Roma circa un anno
    nella  redazione  d'un  giornalucolo  di  ricattatori;   scontata  una
    condanna  di  otto  mesi  di  carcere,   aveva  tentato  di  uccidersi
    buttandosi gi da un ponte nel Tevere; salvato per miracolo, era stato
    rimpatriato dalla questura,  e ora viveva alle  spalle  del  padre,  a
    Girgenti.
    - Che hai fatto? - gli domand Sciaralla.
    Il  Prola si guard l'abito cretoso addosso,  e con un ghigno frigido
    rispose:
    - Niente. Un insultino...
    Con le mani aggiunse un gesto per significare che s'era voltolato  per
    terra.  Poi,  all'improvviso,  cangiando  aria  e tono,  gli gherm un
    braccio e gli grid:
    - Qua la lettera! So che l'hai!
    - Sei  matto?  -  esclam  Sciaralla  con  un  soprassalto,  tirandosi
    indietro.
    Il Prola scoppi a ridere sguajatamente.
    - Mi serve soltanto per annusarla.  Cvala fuori. Voglio sentire se sa
    odor di confetti. Animale, non sai che il tuo padrone sposa?
    Sciaralla lo guard, stordito.
    - Il principe?
    - Sua Eccellenza,  gi!  Non credi?  Scommetto che la lettera parla di
    questo.  Il  principe annunzia le prossime nozze al fratello.  Non hai
    visto monsignor Montoro? E' lui il paraninfo!
    Veramente monsignor Montoro in quegli ultimi giorni s'era fatto vedere
    molto pi di frequente a Colimbtra.  Che  fosse  vero?  Sciaralla  si
    sforz  d'impedire  che quella notizia incredibile,  di un avvenimento
    cos inopinato,  gli accendesse in un lampo la  visione  di  splendide
    feste,  di  una  gaja  animazione  nuova  in quel silenzioso,  austero
    ritiro;  la speranza di regali per la bella comparsa che avrebbe fatto
    coi   suoi   uomini   e   il   servizio   inappuntabile   che  avrebbe
    disimpegnato... Ma il principe, possibile? cos serio... alla sua et?
    E poi, come prestar fede al Prola?
    Cercando di nascondere la meraviglia e la curiosit con un sorriso  di
    diffidenza, gli domand:
    - E chi sposa?
    - Se mi di la lettera, te lo dico, - rispose quello.
    - Domani! Va' l! Ho capito.
    E Sciaralla si spinse col busto per cacciar la giumenta.
    -  Aspetta!  -  sclam  il Prola,  trattenendo Titina per la coda.  -
    M'importa assai delle nozze,  e che tu non ci  creda!  Forse...  vedi?
    questo  mi  premerebbe  pi  di  sapere...  forse il principe parla al
    fratello delle elezioni, della candidatura del nipote. Non sai neanche
    questo? Non sai che Roberto Auriti,  il dodicenne eroe,  si presenta
    deputato?
    - So un corno io;  chi se n'impiccia?  - fece Sciaralla. - Non abbiamo
    l'on. Fazello per deputato?
    - Non lo dico io che siete fuori della storia, vojaltri, a Colimbtra!
    - ghign il Prola.  - Abbiamo le elezioni generali,  e Fazello non si
    ripresenta, somaro, per la morte del figliuolo!
    - Del figliuolo? Se  scapolo!
    Il Prola torn a ridere sguajatamente.
    -  E  che  uno  scapolo,  uomo  di  chiesa  per  giunta,  non pu aver
    figliuoli? Bestione!  Avremo l'Auriti,  sostenuto dal governo,  contro
    l'avvocato  Capolino.   Fiera  lotta,  singolar  tenzone...  Dammi  la
    lettera!
    Sciaralla diede una spronata a Titina e con uno sfaglio si liber  del
    Prola.  Questi  allora  gli tir dietro una e due sassate;  stava per
    tirargli la terza, quando dalla svoltata si lev una voce rabbiosa:
    - Oh, corpo di... Chi tira?
    E un'altra voce, rivolta evidentemente a Sciaralla che fuggiva:
    - Verggnati! Fantoccio! Ignorante! Buffone!
    E dalla svoltata apparvero sotto un ombrellaccio  verde  sforacchiato,
    stanchi  e inzaccherati,  i due inseparabili Luca Lizio e Nocio Pigna,
    o,  come tutti da un pezzo li chiamavano,  "Propaganda  e  Compagnia":
    quegli,  uno spilungone ispido e scialbo, con un pajo di lenti che gli
    scivolavano di traverso sul naso, stretto nelle spalle per il freddo e
    col bavero della  giacchettina  d'estate  tirato  s;  questi,  tozzo,
    deforme, dal groppone sbilenco, con un braccio penzolante quasi fino a
    terra  e  l'altro  pontato  a  leva  sul ginocchio,  per reggersi alla
    meglio.
    Erano i due rivoluzionarii del paese.
    Capitan Sciaralla credeva a torto che nessuno si movesse a Girgenti.
    Si movevano loro, Lizio e Pigna.
    E'  vero  che,  l'uno  e  l'altro,  quella  mattina,  cos  bagnati  e
    intirizziti,  sotto  quell'ombrello sforacchiato,  non davano a vedere
    che potessero esser molto temibili le loro imprese rivoluzionarie.
    Nessuno poteva vederlo meglio di Marco Prola, il quale, avendo gi da
    un pezzo abbandonato al caso la propria vita, tenuta per niente da lui
    stesso pi che dagli altri e senza pi n affetti n  fede  in  nulla,
    sciolta non pur d'ogni regola,  ma anche d'ogni abitudine e gettata in
    preda a ogni capriccio improvviso e violento,  tutto  vedeva  buffo  e
    vano  e  tutto  e  tutti  derideva,  sfogando  in  questa derisione le
    scomposte energie non comuni dell'animo esacerbato.
    Sapeva che, tre giorni addietro,  quei due si erano recati alla marina
    di Porto Empedocle a catechizzare i facchini addetti all'imbarco dello
    zolfo,  gli scaricatori,  gli stivatori,  i marinaj delle spigonare, i
    carrettieri,  i pesatori,  per raccoglierli in  fascio.  Vedendoli  di
    ritorno a quell'ora,  in quello stato,  arricci il naso,  si ferm in
    mezzo allo stradone ad aspettarli per accompagnarsi con  loro  fino  a
    Girgenti;  quando gli furon vicini, apr le braccia, quasi per reggere
    un fiasco, di que' grossi, e disse loro:
    - Andiamo; niente: lo porto io.
    Il Pigna si ferm e,  sforzandosi di dirizzarsi  meglio  sul  braccio,
    squadr con disprezzo il Prola. Il corpo, tutto groppi e nodi; ma una
    faccia  da  bambolone aveva,  senza un pelo,  arrossata sulle gote dal
    salso che gli aveva dato fuori alla pelle,  e un  pajo  d'occhi  neri,
    smaltati   e  mobilissimi  da  matto,   sotto  un  cappellaccio  tutto
    sbertucciato,  che lo faceva somigliare a uno  di  quei  fantocci  che
    schizzan s dalle sctole a scatto.
    Marco Prola lo chiam con un vezzeggiativo dispettosamente bonario, e
    gli disse ammiccando:
    -  "Nociar",  non  te  n'avere  a  male!  Mondaccio  laido   questo,
    d'ingrati. Marinaj, piedi piatti. Oh, e chiudi il paracqua, Luca!  Dio
    ci  manda l'acqua,  e non te ne vuoi profittare?  Laviamoci il visino,
    cos...
    E lev la faccia fangosa verso  il  cielo.  Spruzzolava  ancora  dalle
    nuvole che s'imporporavano negli orli frastagliati,  correndo incontro
    al sole che stava per levarsi, un'acquerugiola gelida e pungente.
    - Che son aghi?  - grid,  sbruffando come un cavallo,  squassando  la
    testa e buttandosi apposta addosso al Pigna.
    Sozzo  com'era  gi  da  capo a piedi e tutto fradicio di pioggia,  si
    sentiva ormai libero da ogni angustia di guardarsi dall'acqua e  dalla
    zcchera,  e  provava  la  volutt,  sguazzando  nel  fango  senza pi
    impaccio n ritegno, di potere insozzarne gli altri impunemente.
    - Scnsati! - gli grid il Pigna. - Chi ti cerca? chi ti vuole? chi ti
    ha dato mai confidenza?
    Il Prola, senza scomporsi, gli rispose:
    - Quanto mi piaci arrabbiato!  Creta madre,  caro mio.  Te  ne  volevo
    attaccare  un  po'...  Mi scansi?  Poi ti lagni degli altri,  che sono
    ingrati.
    - Ci vuole una faccia... - brontol il Pigna, rivolto al Lizio.
    Ma questi andava chiuso in s,  non curante e  accigliato.  Diede  una
    spallata,  come  per  dire  che  non voleva esser frastornato dai suoi
    pensieri, e avanti.
    Il Prola li segu un pezzo in silenzio,  un po'  discosto,  guardando
    ora  l'uno ora l'altro.  Aveva nelle viscere la smania di fare qualche
    cosa, quella mattina; non sapeva quale. Si sarebbe messo a urlare come
    un lupo.  Per non urlare,  apriva la bocca,  si cacciava una mano  sui
    denti  e  tirava fin quasi a slogarsi la mascella;  poi sospirava o si
    scrollava tutto in un fremito animalesco.  Poteva  solo  sfogarsi  con
    quei due;  ma, a stuzzicare il Lizio, che gusto c'era? Disperatonaccio
    come lui e, per giunta, con la testa piena di fumo. Due disgrazie, una
    sopra l'altra,  il suicidio del padre,  bravo avvocato ma di  cervello
    balzano,  poi quello del fratello,  gli avevano cattivato in paese una
    certa simpatia,  mista di costernazione,  e anche un  certo  rispetto.
    Studiava molto e parlava poco,  anzi non parlava quasi mai. La ragione
    c'era,  veramente: gli mancava quasi mezzo alfabeto.  Di lui si poteva
    ridere  soltanto  per  questo:  che  aveva  trovato  nel  Pigna il suo
    organetto; e organetto e sonatore, ogni volta, ai comizii, comparivano
    insieme. Se il Pigna stonava, egli lo rimetteva in tono,  serio serio,
    tirandolo  per  la  manica.  Rivoluzione  sociale...  fratellanza  dei
    popoli... rivendicazione dei diritti degli oppressi...  parole grandi,
    insomma! E forse perci, distratto, s'era attaccato intanto a un tozzo
    di pane faticato da altri per lui.  Faceva benone,  oh!  Solo che, con
    questo po' po' di freddo...
    - Una caffettierina, volesse Iddio!  - invoc con improvviso scatto il
    Prola,  levando le braccia. - Tre pezzetti di zucchero, un vasetto di
    panna,  quattro fettine di pane  abbruscato.  Oh  animucce  sante  del
    Purgatorio!
    Luca  Lizio  si volt,  brusco,  a guatarlo.  Proprio a una tazzina di
    caff pensava in quel momento, cos accigliato;  e la vedeva,  e se ne
    inebriava quasi in sogno, aspirandone il fumante aroma; e stringeva in
    tasca, nel desiderio che lo struggeva, il pugno intirizzito. Partito a
    bujo,  e sconfitto,  da Porto Empedocle,  sentiva un freddo da morire;
    non gli pareva l'ora d'arrivare. Avvilito da quel bisogno meschino, si
    vedeva misero,  degno di conforto,  d'un conforto che  sapeva  di  non
    poter trovare in nessuno.
    Poc'anzi,  tra quel fantoccio fuggito di l su la giumenta bianca e il
    Prola fermo pi s ad aspettare con un ghigno rassegato sulle labbra,
    aveva avuto lui stesso un'improvvisa strana impressione di s, che gli
    era penetrata fino a toccare e sommuovere dal fondo del suo essere  un
    sentimento  finora  sconosciuto,  quasi  di  stupore  per tutti i suoi
    sdegni,  per tutte le sue furie ardenti,  le quali  a  un  tratto  gli
    s'erano scoperte,  come da lontano, folli e vane, l in mezzo a quella
    scena di desolato squallore.  Nella magrezza miserabile del suo  corpo
    tremante di freddo e pur madido di un sudorino vischioso, s'era veduto
    simile  a quegli alberi che s'affacciavano dalle muricce,  stecchiti e
    gocciolanti.  Gocciolavano anche a lui per il freddo la punta del naso
    e  gli occhi miopi dietro le lenti.  S'era ristretto in s;  e,  quasi
    quell'impressione,  toccato il fondo del suo essere e vanita in quello
    stupore, gli si fosse ora serrata attorno come un'irta angustia, s'era
    sentito tutto dolere: doler le tempie schiacciate, le aguzze sporgenze
    delle  scapole,  su  cui  la  stoffa della giacchettina d'estate aveva
    preso il lustro,  e i polsi scoperti dalle maniche troppo  corte  e  i
    piedi bagnati entro le scarpe rotte. E tutto ora gli pareva un di pi,
    una  soperchieria  crudele:  ogni  nuova  pettata  di  quello stradone
    divenuto una fiumara di  creta;  la  cruda  luce  dell'alba  che,  non
    ostante  la cupezza di quelle nuvole,  si rifletteva su la motriglia e
    lo abbagliava,  ma sopra tutto la compagnia di quel tristo,  da capo a
    piedi imbrattato di fango,  fango fuori,  fango dentro, che stuzzicava
    il Pigna a parlare.  Avvezzo ormai da anni a star zitto,  provava  uno
    stordimento  a  mano  a  mano  pi  confuso per quel suo silenzio che,
    all'insaputa di tutti,  si nutriva e s'accresceva  dentro  di  lui  di
    certe  stravaganti  impressioni,  come  quella  di  poc'anzi,  che non
    avrebbe potuto esprimere neppure a  se  stesso,  se  non  a  costo  di
    togliere ogni credito e ogni fiducia all'opera sua.
    Marco Prola, intanto, seguitava a dire, quasi tra s:
    - Io, va bene; che sono io? un vagabondo; mi merito questo e altro. Ma
    vedete Domineddio che tempo pensa di fare,  quando sono in cammino per
    una santa missione due poveri umanitarii che una turba irriverente  ha
    cacciato via, di notte, a nerbate!
    Il Pigna accenn di fermarsi,  fremente; ma Luca Lizio lo tir via con
    uno strappo alla manica e un grugnito rabbioso.
    - Nerbate...  ma bada,  sai!  - mastic quello tra i denti.  -  Gliele
    darei io, le nerbate...
    - E da te me le piglierei,  "Nociar", - s'affrett a dirgli il Prola
    con un inchino,  - perch tu,  non sembri,  ma  sei  un  eroe.  Puzzi,
    mannaggia,  ma sei un eroe; e quando te lo dico io ci puoi credere. Il
    popolo non ti pu capire.  Non pu capire  la  tua  idea,  perch  per
    disgrazia l'idea non ha occhi,  non ha gambe, non ha bocca. Parla e si
    muove per bocca e  con  le  gambe  degli  uomini.  Se  dici,  poniamo:
    Popolo,  l'umanit cammina! T'insegner io a camminare! - son capaci
    di guardarti le cianche,  come le butti: Ma guarda un po',  chi vuole
    insegnarci a camminare!.
    - Pezzo d'asino! - sbott Propaganda, non potendo pi tenersi. - E non
    si chiama ragionare coi piedi, codesto?
    - Io? Il popolo! - rimbecc il Prola.
    - Il Popolo,  per tua norma, - ribatt il Pigna, roteando gli occhi da
    matto; ma subito si trattenne. - Non lo nominare,  il Popolo;  non sei
    degno neanche di nominarlo,  tu,  il Popolo!  Troppe cose ha capito il
    Popolo, caro mio,  per tua norma;  e prima di tutte questa: che i tuoi
    "patrioti" lo ingannarono...
    - I miei? - fece il Prola, ridendo.
    -  I tuoi,  quelli che lo spinsero a fare la rivoluzione del Sessanta,
    promettendo l'et dell'oro! I patrioti e i preti. Noi,  caro mio,  per
    tua norma,  gli dimostriamo,  quattr'e quattr'otto e con le prove alla
    mano, che... capisci? per virt della sua stessa forza,  capisci?  per
    virt, dico bene, della sua stessa forza, non per concessione d'altri,
    esso pu, se vuole, migliorare le sue condizioni.
    -  Meglio sarebbe per forza della sua virt,  - osserv,  placido,  il
    Prola.
    Il  Pigna  lo  guard,   stordito.   Ma  subito  quello  s'affrett  a
    tranquillarlo:
    - Niente, non ci badare. Giuoco di parole!
    -  Per  virt...  per virt della sua stessa forza,  - ribatt a bassa
    voce,  non  pi  ben  sicuro  il  Pigna,  rivolgendosi  al  Lizio  per
    consigliarsi con gli occhi di lui se aveva detto bene;  e seguit,  un
    po' sconcertato: - Migliorare,  sissignore,  questo iniquo ordinamento
    economico,  dove uomini vivono...  cio,  no...  oppure,  s... uomini
    vivono senza lavorare, e uomini, pur lavorando,  non vivono!  Capisci?
    Noi diciamo al Popolo: Tu sei tutto!  Tu puoi tutto! Unsciti e detta
    la tua legge e il tuo diritto!.
    - Bravissimo! - esclam il Prola. - Permetti che parli io, adesso?
    - La tua legge e il tuo diritto!  - ripet ancora una volta il  Pigna,
    furioso. - Parla, parla.
    - E non t'offendi?
    - Non m'offendo: parla.
    - Fosti, s o no, sagrestano fino a poco tempo fa?
    Propaganda si volt di nuovo a guardarlo, stordito.
    - Che c'entra questo?
    E il Prola, placido:
    - Hai promesso di non offenderti! Rispondi.
    - Sagrestano,  sissignore,  - riconobbe il Pigna,  coraggiosamente.  -
    Ebbene? Che vuoi dire con ci? Che ho cambiato colore?
    - No, che colore! Lascia stare. Al massimo, casacca.
    - Ho imparato a conoscere i preti, ecco tutto!
    - E a far figliuoli,  - raffibbi il Prola: - sette  figlie  femmine,
    tutte di fila; lo puoi negare?
    Nocio Pigna si ferm per la terza volta a guatarlo.  Aveva promesso di
    non   offendersi.    Ma   dove   voleva   andare    a    parare    con
    quell'interrogatorio?  Aveva perduto il posto alla chiesa,  perch una
    delle figliuole, la maggiore, e un certo canonico Landolina...
    -  Col  patto,  oh,  di  non  toccare  certi  tasti,  -  lo  prevenne,
    scombujandosi e abbassando gli occhi.
    - No no no, - disse precipitosamente il Prola, con una mano al petto.
    - Senti, Nocio, io sono, "a giudizio de' savi universale", quel che si
    dice un farabutto. Va bene? Sono stato otto mesi "dentro"... figrati!
    E vedi qua?  - soggiunse,  indicando la cicatrice sulla gota. - Quando
    mi buttai "a fiume", come dicono a Roma... Gi!...  Figrati dunque se
    certe  cose  mi  possono  fare  impressione!  Sai,  anzi,  che  mi  fa
    impressione? Che tu, a quella disgraziata...
    - Non tocchiamo, t'ho detto, certi tasti.
    - Caro mio! - sospir il Prola,  socchiudendo gli occhi.  - Ti faccio
    una  confidenza.  Quelli  che  combatto  sono i soli per cui abbia una
    certa stima.  Ma questi tali,  per le mie...  diciamo  disgrazie,  non
    vogliono  averne  di  me,  e  non  mi  vorrebbero lasciar vivere.  Qui
    sbagliano. Vivere debbo! E per vivere,  sto coi preti.  Gli uomini non
    perdonano;  Dio invece, a detta dei preti, m'ha da un pezzo perdonato;
    e con questa scusa si servono di me. Guarda, oh, che piazza, Nocio!  -
    aggiunse,  buttandosi indietro il cappelluccio per mostrare la fronte.
    - E ce n'ho,  dentro,  sai!  Se le cose mi fossero andate per il  loro
    verso...  Basta,  lasciamo stare.  Io,  voi...  tutto...  ma guardate!
    Fango. Ci stiamo tutti e tre, coi piedi affondati; ebbene,  parliamoci
    chiaro, in nome di Dio, diciamoci le cose come sono, senza vestirle di
    frasi,  nude;  pigliamoci questo piacere!  Io sono un porco, s, ma tu
    che sei, "Nociar"? che lavoro  il tuo, me lo dici?  Pssati una mano
    su la coscienza: tu non lavori!
    -  Io?  -  esclam il Pigna,  stupito pi che offeso dell'ingiustizia,
    allungando il braccio e ripiegandolo sul petto con l'indice teso.
    - Lavori per la causa?  Frase!  - ribatt il Prola,  pronto.  -  T'ho
    pregato:  la  verit  nuda!  Poi  te  la  vesti a casa come vuoi,  per
    quietarti la coscienza.  Lavoravi...  ti cacciarono via dalla  chiesa;
    poi,  da un banco di lotto...  Calunnia, lo so! Ma pure, se davvero ti
    fossi messo in tasca i bajocchi dei gonzi che venivano  a  giocare  al
    botteghino, credi che per me avresti fatto male? Benone avresti fatto!
    Ma ora che fai?  Lavorano le tue figliuole,  e tu mangi e predichi.  E
    qua,  quest'altro San Luca  evangelista...  Come  lo  chiamate?  Amore
    libero.  Va  bene: frase!  Il fatto  che s' messo con un'altra delle
    tue figliuole, e...
    Luca Lizio, a questo punto, livido e scontraffatto,  si avvent con le
    braccia  protese  alla gola del Prola.  Ma questi si trasse indietro,
    ridendo, finch pot ghermirgli i polsi e respingerlo senza furia.
    - Ma va'!  - gli grid,  con un lustro di gioja maligna negli occhi  e
    nei denti. - Io sto dicendo la verit.
    - Lascialo perdere!  - s'interpose il Pigna,  a sua volta, trattenendo
    Luca Lizio e riavviandosi.  - Non vedi che  fa  professione  di  mosca
    canina?
    - Canina, gi: gli ho punzecchiato la nudit, - sghign il Prola. - E
    con  questo  freddo...  S  s,  meglio nasconderla!  Volevo spiegarti
    soltanto, caro Nocio, senza offenderti, perch non puoi fare effetto.
    - Perch questo  un paese di carogne! - grid il Pigna,  voltandosi a
    fulminarlo con tanto d'occhi.
    - D'accordo! - approv subito il Prola. - E io, pi carogna di tutti.
    D'accordo!  Ma tu non lavori: le tue figliuole lavorano, e Luca mangia
    e studia,  e tu mangi e  predichi.  Studiare,  predicare:  parole.  La
    sostanza    il  boccone  che  si  mangia.  Vorrei  sapere come non vi
    strozza, pensando che le tue figliuole sgobbano a cucire e non dormono
    la notte per procurarvelo.
    Il Pigna finse di non udire;  scroll pi volte il capo e brontol tra
    s, di nuovo:
    -  Paese di carogne!  Va' ad Aragona,  a due passi da Girgenti;  va' a
    Favara, a Grotte, a Casteltermini, a Campobello...  Paesi di contadini
    e solfaraj,  poveri analfabeti. Quattromila, soltanto a Casteltermini!
    Ci sono stato la settimana scorsa;  ho assistito all'inaugurazione del
    "Fascio".
    - Col lumino acceso davanti alla Madonna? - domand il Prola.
    -  Altro  Dio,  altro il prete,  imbecille!  - rispose alteramente il
    Pigna.
    - E le trombe che suonano la fanfara reale?
    - Disciplina! Disciplina! - esclam il Pigna. - Fanno bene!  Bisognava
    vederli... Tutti pronti e serii... quattromila... compatti... parevano
    la  terra  stessa,  la  terra viva,  capisci?  che si muove e pensa...
    ottomila occhi che sanno e che ti guardano... ottomila braccia... E il
    cuore mi si voltava in petto pensando  che  soltanto  da  noi,  qua  a
    Girgenti,  capoluogo,  a  Porto  Empedocle,  paese di mare,  aperto al
    commercio,  niente!  niente!  non si pu far  niente!  Come  i  bruti!
    Peggio!  Ma  sai come vivono gi a Porto Empedocle?  Come si fa ancora
    l'imbarco dello zolfo? Lo sai?
    Marco Prola era stanco: croll il capo, mormor:
    - Porto Empedocle...
    E a tutti e tre si rappresent l'immagine di quella  borgata  di  mare
    cresciuta  in poco tempo a spese della vecchia Girgenti e divenuta ora
    comune autonomo.  Una ventina di casupole prima,  l  sulla  spiaggia,
    battute  dal  vento  tra la spuma e la rena,  con un breve ponitojo da
    legni sottili, detto ora Molo Vecchio, e un castello a mare,  quadrato
    e  fosco,  dove  si tenevano ai lavori forzati i galeotti,  quelli che
    poi,  cresciuto il traffico dello zolfo,  avevano gettato le due ampie
    scogliere  del nuovo porto,  lasciando in mezzo quel piccolo Molo,  al
    quale in grazia della banchina  stato serbato  l'onore  di  tener  la
    sede   della  capitaneria  del  porto  e  la  bianca  torre  del  faro
    principale.  Non potendo allargarsi  per  l'imminenza  d'un  altipiano
    marnoso  alle  sue  spalle,  il  paese  s'  allungato  sulla  stretta
    spiaggia,   e  fino  all'orlo  di  quell'altipiano  le  case  si  sono
    addossate,  fitte,  oppresse,  quasi  l'una sull'altra.  I depositi di
    zolfo s'accatastano lungo la spiaggia;  e da mane a sera  uno stridor
    continuo  di  carri  che  vengono  carichi  di  zolfo  dalla  stazione
    ferroviaria  o  anche,  direttamente,  dalle  zolfare  vicine;   e  un
    rimescolio  senza  fine d'uomini scalzi e di bestie,  ciatto di piedi
    nudi sul bagnato, sbaccaneggiar di liti, bestemmie e richiami,  tra lo
    strepito e i fischi d'un treno che attraversa la spiaggia, diretto ora
    all'una ora all'altra delle due scogliere sempre in riparazione. Oltre
    il  braccio  di  levante fanno siepe alla spiaggia le spigonare con la
    vela ammainata a met su l'albero; a pi delle cataste s'impiantano le
    stadere su le quali lo zolfo  pesato e quindi caricato su  le  spalle
    dei facchini,  detti uomini di mare,  i quali,  scalzi,  in calzoni di
    tela,  con un sacco su le spalle rimboccato su  la  fronte  e  attorto
    dietro  la  nuca,  immergendosi  nell'acqua  fino all'anca,  recano il
    carico alle spigonare, che poi,  sciolta la vela,  vanno a scaricar lo
    zolfo nei vapori mercantili ancorati nel porto, o fuori.
    - Lavoro da schiavi,  - disse il Pigna,  - che stringe il cuore, certi
    giorni d'inverno.  Schiacciati sotto il carico,  con l'acqua fino alle
    reni.  Uomini?  Bestie! E se dici loro che potrebbero diventar uomini,
    aprono la bocca a un riso scemo o  t'ingiuriano.  Sai  perch  non  si
    costruiscono  le  banchine  sulle  scogliere  del nuovo porto,  da cui
    l'imbarco si potrebbe far pi presto  e  comodamente  coi  carri  o  i
    vagoncini?  Perch  i pezzi grossi del paese sono i proprietarii delle
    spigonare!  E intanto,  con tutti i tesori che  si  ricavano  da  quel
    commercio,  le  fogne  sono  ancora scoperte sulla spiaggia e la gente
    muore appestata;  con tanto mare l davanti,  manca l'acqua potabile e
    la gente muore assetata! Nessuno ci pensa; nessuno se ne lagna. Pajono
    tutti pazzi, l, imbestiati nella guerra del guadagno, bassa e feroce!
    - Ma sai che parli bene davvero?  - concluse il Prola,  approvando. -
    Ma sai che  ti  giovarono  sul  serio  le  prediche  che  sentisti  da
    sagrestano?
    - "Baibai, baibai", dice l'Inglese! - soggiunse Nocio Pigna, stendendo
    minacciosamente  il  lunghissimo braccio.  - Trecentomila siamo,  caro
    mio, oggi come oggi. E presto ci sentirete.

    Superata l'erta dello stradone,  appoggiato di l  all'altro  versante
    della vallata,  Placido Sciaralla seguitava intanto a trotterellare su
    Titina per Valsana, immerso in nuove e pi complicate considerazioni,
    dopo quelle notizie del Prola. A un certo punto se ne stanc, scroll
    le spalle e si mise a guardare intorno.
    Gli si svolgeva ora, a sinistra, la campagna lieta della vicinanza del
    mare,  tutta a mandorli,  a olivi e a vigneti.  Era gi in vista della
    Seta,  casale  d'una  cinquantina  d'abituri allineati sullo stradone,
    fondachi e taverne per i carrettieri, la maggior parte, da cui esalava
    un tanfo acuto e acre di mosto, un tepor grasso di letame,  e botteghe
    di maniscalchi, di magnani, di carraj, con una stamberguccia in mezzo,
    ridotta a chiesuola per le funzioni sacre della domenica. Per schivare
    la  vista  di  quei  borghigiani  zotici  che  lo  conoscevano  tutti,
    Sciaralla imbocc un sentieruolo tra i  campi  e  in  breve  s'intern
    nelle terre di Valsana.
    Tranne  il vigneto,  cura appassionata e orgoglio di Mauro Mortara,  e
    l'antico oliveto saraceno,  il mandorleto e  alcuni  ettari  di  campo
    sativo  e,  gi  nell'ampio burrone,  l'agrumeto,  che costituivano la
    parte di mezzo riservata a don Cosmo,  tutto il resto  era  ceduto  in
    piccoli  lotti  a  mezzadria a poveri contadini,  non dal principe don
    Ippolito direttamente,  a cui anche  quel  fudo  apparteneva,  ma  da
    fittavoli  di fittavoli,  i quali,  non contenti di vivere in citt da
    signori sulla fatica di quei  poveri  disgraziati,  li  vessavano  con
    l'usura  pi  spietata  e  con  un  raggiro  intricato di patti esosi.
    L'usura si esercitava sulla semente e su i soccorsi anticipati durante
    l'annata;  l'angheria  pi  iniqua,  nei  prelevamenti  al  tempo  del
    raccolto. Dopo aver faticato un anno, il cos detto mezzadro si vedeva
    portar  via  dall'aja  a  tumulo  a  tumulo quasi tutto il raccolto: i
    tumuli per la semente,  i tumuli per  la  pastura,  e  questo  per  la
    "lampada"  e  quello  per  il  campiere  e  quest'altro per la Madonna
    Addolorata,  e poi per San Francesco di Paola,  e per San Calgero,  e
    insomma  per quasi tutti i santi del calendario ecclesiastico;  sicch
    talvolta,  s e no,  gli restava il "solame",  cio quel po' di  grano
    misto  alla  paglia  e  alla  polvere,  che nella trebbiatura rimaneva
    sull'aje.
    Il sole s'era gi levato,  e capitan Sciaralla vedeva qua e l,  nella
    distesa delle terre,  sprazzar di luce qualche pozza d'acqua piovana o
    forse qualche piccolo rottame smaltato.  Tutta la  campagna  vaporava,
    quasi  un  velo di brina vi tremolasse.  Di tratto in tratto,  qualche
    tugurio screpolato e affumicato,  che i contadini  chiamavano  "roba",
    stalla e casa insieme; e usciva da questo la moglie d'uno dei mezzadri
    per  legare  all'aperto  il  porchetto  grufolante,   e  tre,  quattro
    gallinelle la seguivano;  innanzi alla porta rossigna e  imporrita  di
    quello,  un'altra  donna  pettinava  una  ragazzetta che piagnucolava;
    mentre gli uomini,  con vecchi aratri primitivi,  tirati da  una  mula
    stecchita  e  da  un  lento  asinello  che  si sfiancava nello sforzo,
    grattavano a mala pena la terra, dopo quella prim'acquata della notte.
    Tutta questa povera gente,  vedendo passare Sciaralla su  la  giumenta
    bianca,  sospendeva  il  lavoro  per salutarlo con riverenza,  come se
    passasse il principe in persona. Capitan Sciaralla rispondeva pieno di
    dignit,  alzando la mano  al  berretto,  militarmente,  e  accoglieva
    quelle   dimostrazioni   di   rispetto  come  un  anticipato  compenso
    all'umiliazione che andava a patire da quella  vecchia  bestia  feroce
    del  Mortara.  Una  costernazione  tuttavia gli guastava il piacere di
    quei saluti: tra breve,  entrando nei dominii di colui,  sarebbe stato
    assaltato  dai  cani,  da quei tre mastini pi feroci del padrone,  il
    quale   certo   aveva   loro   insegnato   a   fargli    ogni    volta
    quell'accoglienza. E aveva un bel gridare Sciaralla, mentre quelli gli
    saltavano  addosso,  di  qua e di l,  fino all'altezza di Titina,  la
    quale a sua volta traeva salti da  montone,  spaventata:  Mauro  o  il
    "curtolo"   Vanni   di  Ninfa  si  presentavano  col  loro  comodo  a
    richiamarli, quando il malcapitato aveva gi veduto pi volte la morte
    con gli occhi.
    Con quei tre mastini Mauro Mortara conversava proprio come se  fossero
    creature ragionevoli.  Diceva che gli uomini non san capire i cani; ma
    questi s, gli uomini. Il male  - diceva - che, poveretti,  non ce lo
    sanno  esprimere,  e  noi crediamo che non ci capiscano e non sentano.
    Sciaralla per se lo  spiegava  altrimenti,  il  fenomeno.  Quei  cani
    intendevano cos bene il padrone,  perch questo era pi cane di loro.
    E gli parve d'averne una riprova quella mattina stessa.
    Mauro stava innanzi alla villa; e i tre amiconi,  vigili attorno,  col
    muso all'aria.  Ebbene,  all'arrivo di lui,  questa volta,  essi se ne
    stettero l (uno,  anzi,  sbadigli),  quasi avessero compreso che  il
    padrone avrebbe fatto ottimamente le loro veci.
    - Che vuoi tu qua,  a quest'ora, mal'ombra? - gli disse infatti Mauro,
    tirandosi gi dal capo il cappuccio del ruvido cappotto,  in  cui  era
    avvolto, e scoprendo la testa oppressa dall'enorme berretto villoso.
    Quand'era  prossima  la vendemmia,  Mauro Mortara non dormiva pi,  le
    notti: stava a guardia della vigna,  passeggiando per i lunghi filari,
    insieme  coi  tre  mastini.  Forse se n'era stato all'aperto anche con
    quella notte da lupi: n'era ben capace!
    Sciaralla lo salut umilmente, poi, indicando i cani, domand:
    - Posso scavalcare?
    - Scavalca, - borbott Mauro. - Che porti?
    - Una lettera per don Cosmo,  -  rispose  Sciaralla,  smontando  dalla
    giumenta.
    E  mentre  si  cercava  nella  tasca interna del cappotto,  si sentiva
    addosso gli occhi di Mauro pieni d'ira e di scherno.
    - Eccola. La manda Sua Eccellenza di gran fretta.
    - Sta' qui, - gl'intim Mauro,  prendendo la lettera.  - E bada di non
    lasciare la giumenta.
    Sciaralla  sapeva che gli era proibito di salire alla villa,  come se,
    con la sua uniforme, potesse sconsacrare quel vecchiume,  quella rozza
    cascinaccia  d'un  sol  piano:  lui  che  veniva  dagli  splendori  di
    Colimbtra,  dove  uno  si  poteva  specchiare  anche  nei  muri!   La
    proibizione non partiva certo da don Cosmo,  ma dal Mortara stesso, il
    quale gli vietava perfino di legare la giumenta agli  anelli  confitti
    nell'aggetto  della rustica scala a collo.  Doveva tener le briglie in
    mano e star l in piedi, all'aperto, ad aspettare,  quasi fosse venuto
    per l'elemosina.
    Appena  Mauro si mosse,  i tre cani s'accostarono pian piano a capitan
    Sciaralla e cominciarono a fiutarlo. Il poveretto, fermo e con l'anima
    sospesa, alz gli occhi al Mortara che saliva la scala.
    - Non vi sporcate il muso con codesti calzoni!  -  disse  Mauro,  dopo
    aver chiamato a s i cani;  e soggiunse, rivolto a Sciaralla: - Adesso
    ti mando un sorso di caff, per farti rimettere dalla paura.
    Pervenuto  al  pianerottolo,  fece  per  bussare  al  modo  convenuto,
    battendo  cio  tre volte il saliscendi sul dente del nasello interno;
    ma,  appena alzato il saliscendi,  la porta si  apr,  e  Mauro  entr
    esclamando:
    - Aperta?  Di nuovo aperta? L'avete aperta voi? - soggiunse poi dietro
    l'uscio della cucina,  da cui per un istante s'era mostrata  la  testa
    incuffiata  di  donna  Sara  Alimo,  la  casiera (cameriera,  no!) di
    Valsana.
    - Io? - grid dall'interno donna Sara. - Mi alzo adesso, io!
    E, sentendo che Mauro si allontanava,  fece le corna con una mano e le
    scosse pi volte in un gesto di dispetto.
    Cameriera, no - lei: eh perbacco! n di lui, n di nessuno, l dentro.
    Aveva  la  ventola  in  mano,   vero;  stava ad accendere il fuoco in
    cucina, ma era vera signora, di nascita e d'educazione,  lei;  lontana
    parente di Stefano Auriti,  cognato dei Laurentano,  e perci, via, se
    vogliamo, parte della famiglia anche lei.
    Stava a Valsana da molti anni a badare a don  Cosmo,  che  forse  non
    avrebbe  mai sentito alcun bisogno di lei se la sorella donna Caterina
    non gliel'avesse mandata da Girgenti,  dove da  vera  signora  non  le
    restava  altra  consolazione  che  quella  di morire dignitosamente di
    fame.  A Valsana le giornate le passavano a strisciar la groppa a due
    gatti,  debitamente  castrati,  che  le  andavano sempre dietro a coda
    ritta; a dir corone di quindici poste,  a labbreggiar senza fine altre
    preghiere;  ma,  a  starla a sentire,  tutto andava bene,  solo perch
    c'era lei; senza lei,  addio ogni cosa.  Se le messi imbiondivano,  se
    gli alberi fruttificavano,  se veniva a tempo la pioggia... Insomma si
    dava l'aria di governare il mondo.  Mauro non la  poteva  soffrire.  E
    donna  Sara  in questo lo contraccambiava cordialmente;  anzi nulla le
    riusciva pi penoso che il dovere apparecchiar  la  tavola  anche  per
    lui,  poich don Cosmo pur troppo s'era ridotto fino a tal punto, fino
    a  dar  quest'onore  a  un  figlio  di  contadini  e  quasi  contadino
    zappaterra  anche  lui;  sissignori...  mentre lei,  donna Sara,  vera
    signora di nascita e d'educazione,  l,  in cucina lei,  e obbligata a
    servirlo!
    S'affacci  alla finestra e,  vedendo gi capitan Sciaralla,  emise un
    profondo sospiro con un breve lamento nella gola:
    - Ah,  Placidino,  Placidino!  Offriamolo al Signore in penitenza  dei
    nostri peccati...
    Intanto Mauro era entrato nello stanzino da bagno di don Cosmo.
    Tutto  era vecchio e rustico in quell'antica villa abbandonata: rosi i
    mattoni dei pavimenti avvallati; le pareti e i soffitti, anneriti;  le
    imposte e i mobili, stinti e corrosi; e tutto era impregnato come d'un
    tanfo  di  granaglie  secche,  di  paglia  bruciata,  d'erbe appassite
    nell'afa delle terre assolate.
    Nello stanzino da bagno, don Cosmo, in mutande a maglia, nudo il torso
    peloso,  nudi i  piedi  nelle  vecchie  ciabatte,  si  preparava  alla
    consueta  abluzione  con  una  dozzina  di  spugne,  grandi e piccole,
    disposte sul lavabo. Si lavava tutto,  ogni mattina,  anche d'inverno,
    con  l'acqua  diaccia;  e  questa  era l'unica delizia della sua vita:
    solennissima pazzia, invece, per Mauro che,  s e no,  ogni mattina si
    lavava  la  semplice maschera,  com'egli diceva,  per significare la
    sola faccia.
    - Avete dormito di nuovo con la porta aperta?
    - S? Oh guarda! - fece don Cosmo, come ne fosse stupito;  e si gratt
    sul mento la corta barba grigia, ricciuta.
    - Mai,  eh?  gli occhi non li aprirete mai?  - incalz Mauro. - Non lo
    dico io?  Il  bamboccetto!  l'ajo,  la  blia,  gli  dobbiamo  dare...
    Santissimo Dio, che cristiano siete? Non lo avete letto il giornale di
    jeri?  Di quei lacci di forca che,  con la scusa della fame,  vogliono
    mandare a gambe all'aria tutto quello che abbiamo fatto noi,  a  costo
    del sangue nostro?
    Don  Cosmo,  tra i gesticolamenti furiosi di Mauro,  non s'era accorto
    della  lettera  che  questi  teneva  in  mano,   e  quietamente  aveva
    cominciato  a  insaponarsi  il  capo calvo.  Stizzito da quella calma,
    Mauro seguit:
    - E se tutti fossero come voi... Ma ci sono anch'io,  qua,  per grazia
    di Dio! Vecchio come sono, avrebbero ancora da vedersela con me!
    Don  Cosmo  volt  il  capo  tutto  luccicante di bolle di sapone e lo
    guard:
    - Vedi che posso dunque seguitare a dormire anche con la porta aperta?
    Ci sei tu!
    I giornali, a Valsana, capitavano di tanto in tanto, gi destinati al
    loro pi umile e forse pi utile uso d'involti.  Mauro se li rimetteva
    in  sesto  amorosamente,  ci  passava  sopra  le  mani  pi  volte per
    appianarne le brancicature e  gli  strambelli;  e,  vincendo  con  una
    pazienza  da  certosino  l'enorme  stento della lettura (giacch da s
    assai tardi aveva imparato a compitare appena),  se ne  pascolava  per
    intere  settimane,  cacciandoseli a memoria dal primo all'ultimo rigo.
    Eran tutte notizie nuove per lui,  echi sperduti col della  vita  del
    mondo.
    Nell'ultimo giornale,  venutogli cos per caso tra mano,  aveva letto,
    il giorno avanti,  di uno sciopero  di  solfaraj  in  un  paese  della
    provincia e della costituzione di essi in Fascio di lavoratori.
    - "Rivendicazione del proletariato!"
    Uhm!  Si  era  fatte  spiegare  da don Cosmo queste due parole per lui
    sibilline, e tutta la notte, chiuso nel boricco sotto l'acqua furiosa,
    aveva ruminato e ruminato,  sbuffante  di  sacro  sdegno  contro  quei
    nemici della patria.
    Non  degn  di risposta le ultime parole di don Cosmo,  il quale anche
    per lui non doveva avere la testa a segno,  e gli porse la lettera  di
    don Ippolito.
    - L'ha portata uno dei suoi pagliacci: Sciarallino il capitano.
    - Per me? - domand don Cosmo meravigliato, tenendo l'acqua nelle mani
    giunte.  - Mi scrive Ippolito?  Oh che miracolo...  Apri, leggi: ho le
    mani bagnate...
    - Asciugatevele! - gli disse Mauro,  brusco.  - Negli affari di vostro
    fratello  sapete  bene  che  non  voglio entrarci.  Ma non pare la sua
    scrittura.
    - Ah, Prola, - osserv don Cosmo, guardando la busta.
    La lettera era scritta dal segretario sotto dettatura e firmata da don
    Ippolito.  Leggendola,  don Cosmo alle prime righe aggrott le ciglia,
    poi  sciolse  man  mano  la tensione della fronte e degli occhi in uno
    stupore doloroso; abbass le plpebre; abbass la mano con la lettera.
    - Ah, dunque  vero...
    - Vero che cosa? - brontol Mauro, stizzito della sua curiosit.
    Don Cosmo sporse il labbro contraendo in gi gli angoli della bocca in
    un gesto d'amara e sdegnosa commiserazione,  tentennando il capo,  poi
    disse:
    - Se d questo passo, non c' pi rimedio... si rovina...
    - Ditemi che cos', santo diavolo! - ripet Mauro, vieppi stizzito.
    Ma don Cosmo stette a guardarlo un pezzo prima di rispondergli.
    -  Mi domanda la villa,  - poi disse lasciandosi cadere a una a una le
    parole dalle labbra, - la villa, per Flaminio Salvo.
    - Qua? - domand Mauro con un soprassalto,  quasi don Cosmo gli avesse
    dato  un pugno in faccia.  - Qua?  - ripet,  tirandosi indietro.  - A
    Flaminio Salvo, la villa del generale Laurentano?
    Ma don Cosmo non s'infuriava come Mauro per l'immaginaria profanazione
    della  villa:  era  s  oppresso  di  doloroso  stupore  per  ci  che
    significava  quell'ospitalit  offerta  al  Salvo dal fratello.  Pochi
    giorni addietro, un amico, Leonardo Costa,  che veniva qualche volta a
    trovarlo  dal  vicino  borgo  di mare,  gli aveva riferito la voce che
    correva a Girgenti d'un prossimo matrimonio di  don  Ippolito  con  la
    sorella  nubile,  zitellona,  del  Salvo.  Don  Cosmo non aveva voluto
    crederci:  suo  fratello  Ippolito  aveva  due  anni   pi   di   lui,
    sessantacinque;   da   dieci   era  vedovo  e  s'era  mostrato  sempre
    inconsolabile,  pur nella sua compostezza,  della morte della  moglie,
    santa donna... Impossibile! - Eppure...
    -  Gli risponderete di no?  - disse Mauro minaccioso dopo avere atteso
    un momento.
    Don Cosmo apr le braccia e sospir, con gli occhi chiusi:
    - Sarebbe inutile! E poi, del resto...
    - Come!  - lo interruppe Mauro.  - Il Salvo,  quell'usurajo baciapile,
    qua?  Ma me ne vado io,  allora!  E non vi ricordate,  perdio, che suo
    padre and ad assistere al "Te Deum" quando vostro padre fu mandato in
    esilio?  E lui,  lui stesso giovanotto  non  insegn  alla  sbirraglia
    borbonica  la  casa  dove s'era nascosto don Stefano Auriti con vostra
    sorella,   quando  i  nobili  di  Palermo  portarono  a  Satriano   in
    Caltanissetta le chiavi della citt? Ve le siete scordate, voi, queste
    cose?  Io le ho tutte qua in mente,  come in un libro stampato! Fatelo
    venire a Valsana,  ora,  se n'avete il coraggio!  Ma  la  stanza  del
    Generale, no! quella, no! La chiave del "camerone" la tengo io! L non
    metter piede, o l'ammazzo, parola di Mauro Mortara!
    Don  Cosmo non si scompose affatto dal suo penoso attonimento a quella
    lunga sfuriata. Parecchie volte era stato sul punto di far intendere a
    Mauro che a Gerlando Laurentano suo padre non era mai passata  per  il
    capo  l'idea  dell'unit  italiana,  e che il Parlamento siciliano del
    1848,  nel quale suo padre era stato per alcuni  mesi  ministro  della
    guerra,   non   aveva  mai  proposto  n  confederazione  italiana  n
    annessione all'Italia,  ma un chiuso regno di Sicilia,  con un  re  di
    Sicilia  e  basta.  Questa  l'aspirazione  di  tutti  i  buoni  vecchi
    Siciliani d'allora; la quale, se di qualche punto,  all'ultimo,  s'era
    spinta  pi in l,  non era stato mai oltre una specie di federazione,
    in cui ciascuno stato dovesse conservare  la  propria  autonomia.  Non
    glien'aveva  detto mai nulla;  n pens di dirglielo adesso;  e lasci
    che Mauro,  sbuffando di sdegno,  gli voltasse le spalle e  andasse  a
    rinchiudersi in quella stanza del principe padre, sacra per lui quanto
    la patria stessa, primo covo della libert e ora quasi tempio di essa.
    Gi,  intanto,  innanzi  alla  villa,  il  povero  Sciaralla  stava ad
    aspettare ancora il caff promesso:  magari  un  sorso,  e  una  bella
    fiammata per stirizzirsi... Aspetta, aspetta: se ne scord anche lui e
    cominci  a  sentirsi  tra  le  spine  per  il ritardo della risposta.
    Avrebbe dovuto averla con s dalla sera avanti,  se avesse obbedito al
    Prola.  Pensava  che a quell'ora il principe a Colimbtra s'era forse
    levato e domandava al segretario quella risposta.  E  lui,  ecco,  era
    ancora l,  ad aspettarla!  Ma ci voleva tanto a legger la lettera e a
    buttar gi due righi di risposta? O che il Mortara, a bella posta, non
    l'avesse ancora data a don Cosmo? E capitan Sciaralla sbuffava;  se la
    prendeva  ora  con  Titina che non stava ferma un momento,  tormentata
    dalle mosche.
    - Quieta! Quieta! Quieta!
    Tre strattoni di briglia.  Titina chiuse gli occhi lagrimosi con tanta
    pena rassegnata, che Sciaralla subito si pent dello sgarbo.
    -  Hai  ragione anche tu,  poveretta!  Non hanno dato neanche a te una
    manata di paglia...
    E lasci andare un sospirone.
    Finalmente don Cosmo s'affacci a una finestra della villa.  Al rumore
    delle  imposte,  Sciaralla si volt di scatto.  Ma don Cosmo si mostr
    meravigliato di vederlo ancora l.
    - Oh, Placido! E che fai?
    - Ma come, eccellenza! la risposta!  - gemette il Capitano,  giungendo
    le mani.
    Don Cosmo aggrott le ciglia.
    - C' bisogno della risposta?
    -  Come!  -  ripet Sciaralla,  esasperato.  - Se sto qui da un'ora ad
    aspettarla!
    Ecco, ecco appunto! Quel vecchio boja non glien'aveva detto nulla!
    - Hai  ragione,  s,  aspetta,  figliuolo,  -  gli  disse  don  Cosmo,
    ritirandosi dalla finestra.
    Pens  che  il  fratello  stava  attento  anche  alle minime formalit
    (minchionerie,  le chiamava lui),  e che avrebbe considerato  come  un
    affronto,  o  un  grave sgarbo per lo meno,  non aver risposta;  prese
    dunque un umile foglietto di carta ingiallito;  intinse la penna tutta
    aggrumata in una bottiglina d'inchiostro rugginoso e, in piedi, l sul
    piano  di marmo del cassettone,  si mise a ponzar la risposta,  che in
    fine, dopo molto stento, gli usc in questi termini:

    "Da Valsana li 22 di settembre del 1892
    Caro mio Ippolito,
    Tu forse non sai in quali miserevoli  condizioni  sia  ridotta  questa
    decrepita stamberga, dove io solamente posso abitare, che mi considero
    gi  fuori  del  mondo,  e non me ne lagno!  Se tu stimi,  ci non per
    tanto,  che non si possa fare di meno,  che ci vengano a rusticare  li
    Salvo;  abbi,  ti prego, l'avvertenza di prevenirli che qua difettiamo
    di tutto,  e che per seco loro si portino tutte quelle masserizie  di
    casa et ogni altra suppellettile, di cui reputino aver bisogno.
    Altro  vorrei  dirti e direi,  se vano non mi paresse lo sperare,  che
    potesse tornare al pro la mia ragione. Onde, senz'altro,  caramente ti
    abbraccio.
              Cosmo"

    Chiuse  la  lettera,  sbuffando,  e  si  rec  di nuovo alla finestra.
    Capitan Sciaralla accorse,  si  lev  il  berretto  e  vi  accolse  la
    lettera.
    - Bacio le mani a Vostra Eccellenza!
    Un salto, e in sella.
    - Di volo, Titina!
    "Bau!  bau!  bau!"  -  i  tre mastini,  svegliati di soprassalto,  gli
    corsero dietro un lungo tratto, per dargli a modo loro l'addio.
    Don Cosmo rimase alla finestra: segu con  gli  occhi  il  galoppo  di
    capitan  Sciaralla  fino  alla  voltata  del  viale;  poi  il  ritorno
    ringhioso e sbuffante dei tre mastini,  dopo la vana corsa e  il  vano
    abbajare.  Quando  le  tre  bestie  alla fine si sdrajarono di nuovo a
    terra presso la scala e  allungando  il  muso  sulle  zampe  anteriori
    chiusero gli occhi per rimettersi a dormire,  egli, mirandole, scroll
    lievemente il capo e sorrise.  Davanti a quel loro ricomporsi al sonno
    non  gli  sembrarono  pi  vani n l'abbajare n la corsa di poc'anzi.
    Ecco: le tre bestie avevano protestato contro la venuta di quell'uomo,
    il quale aveva loro interrotto il sonno;  ora che credevano di  averlo
    cacciato via, tornavano saggiamente a dormire.
    Perch    saggezza  del  cane,   pens,  sospirando  profondamente,
    quand'abbia mangiato e atteso agli altri bisogni del corpo,  lasciare
    che il tempo passi dormendo.
    Guard  gli alberi,  davanti alla villa: gli parvero assorti anch'essi
    in un sogno senza fine,  da cui invano  la  luce  del  giorno,  invano
    l'aria  smovendo  loro le frondi tentassero di scuoterli.  Da un pezzo
    ormai,  nel frusco lungo e lieve di quelle fronde egli sentiva,  come
    da  un'infinita  lontananza,  la vanit di tutto e il tedio angoscioso
    della vita.


    2.

    Pregati da Flaminio Salvo, che dagli affari di banco e dai tanti altri
    negozii a cui attendeva non  aveva  mai  un  momento  libero,  Ignazio
    Capolino, gi suo cognato, e Nin De Vincentis, giovane amico di casa,
    scendevano  il giorno dopo in carrozza da Girgenti a Valsana per dare
    le opportune disposizioni per la villeggiatura: incarico  graditissimo
    all'uno e all'altro, per due diverse, anzi opposte ragioni.
    I carri,  sovraccarichi di suppellettile, erano partiti da un pezzo da
    Girgenti,  e a quell'ora dovevano essere gi arrivati a  Valsana.  Il
    discorso, tra i due in quella carrozza padronale del Salvo, era caduto
    su le proposte nozze di donna Adelaide,  sorella di don Flaminio,  col
    principe di Laurentano.
    - No no:  troppo!  troppo! - diceva sogghignando Capolino.  - Povera
    Adelaide,  troppo, dopo cinquant'anni d'attesa! Diciamo la verit!
    Nin De Vincentis batteva di continuo le plpebre,  come per contenere
    nei begli occhi neri a mandorla il dispiacere  per  quella  derisione.
    Nello  stesso  tempo,  con  l'atteggiamento del volto pallido affilato
    avrebbe voluto mostrare l'intenzione almeno d'un sorriso,  per  regger
    la  clia e rispondere in qualche maniera all'ilarit pur cos smodata
    e sconveniente di Capolino.
    - Gi, nozze per modo di dire! - seguit questi,  implacabile,  l che
    nessuno lo sentiva (Nin,  il buon Nin,  pasta d'angelo,  era men che
    nessuno). - Per modo di dire...  perch,  lasciamo andare!  sar bene,
    sar  male:  la  legge   legge,  caro mio,  e le opinioni politiche e
    religiose, se cntano, cntano poco di fronte a lei.  Ora il principe,
    lo sai,  "conditio sine qua non", vuole che il matrimonio sia soltanto
    religioso,  non ammette l'altro per le sue  idee.  Dunque,  matrimonio
    senza effetti legali,  mi spiego?  Sar una cosa bella, oh! gustosa...
    anche coraggiosa, non dico di no: ma quella povera Adelaide, via!
    E Capolino si mise a ghignar  di  nuovo,  come  se  nel  suo  concetto
    Adelaide  Salvo non fosse la donna pi adatta a quell'eroismo di nuovo
    genere che si richiedeva  da  lei,  a  quella  sfida  coraggiosa  alla
    societ civilmente costituita.
    Nin De Vincentis taceva e continuava a sbattere gli occhi, ancora con
    quel  sorriso  afflitto,  rassegato sulle labbra,  sperando che il suo
    silenzio impacciasse la foga derisoria del compagno.
    Ma che! Ci sguazzava, Capolino.
    - Perch lo fa? - riprese, ponendosi davanti la sposa zitellona. - Per
    entrare nel mondo con tutti i diritti di signora?  Ma io direi che  ne
    esce,  piuttosto. Va a rinchiudersi a Colimbtra! E, monacazione sotto
    tutti  i  rispetti,  mi  spiego?  Il  principe,   a  buon  conto,   ha
    sessantacinque anni sonati.
    S'interruppe a un atto del De Vincentis.
    - Eh,  caro mio!  Lo so, tu fai professione d'angelo; ma qua si tratta
    di matrimonio; e ci si deve pur pensare all'et. "Vis,  vis,  vis": lo
    dicono anche i sacerdoti!  Dunque, mondo, niente. Diventa principessa,
    principessa di Laurentano: dir, regina di Colimbtra! S: per me, per
    te,  per tutti noi che riteniamo  il  matrimonio  religioso,  non  pur
    superiore  al  civile,  ma  il  solo,  il vero che valga;  quello che,
    bastando davanti a Dio, dovrebbe strabastare per gli uomini. Tutti gli
    altri per,  oh,  non hanno  mica  l'obbligo  di  riconoscerlo  e  di
    rispettare lei,  fuori di Colimbtra, quale principessa di Laurentano;
    e Lando, per esempio, il figlio del primo letto,  di rispettarla quale
    seconda madre.  E che le resta allora?  La ricchezza...  Non lo fa per
    questo certamente, ricca com' di casa sua.  Se lo facesse per questo,
    oh! povera Adelaide, ho una gran paura che le andrebbe a finire come a
    me...
    E qui rise di nuovo Capolino, ma come una lumaca nel fuoco.
    Dopo  una  lunghissima  lotta,  era  riuscito a ottenere in moglie una
    sorella di Flaminio Salvo,  mezza gobba,  minore di due anni di  donna
    Adelaide,  e  formarsi  con  la  dote  di  lei  uno stato invidiabile.
    Allegrezza in sogno, ahim! Povero mondo, e chi ci crede!  Cinque anni
    dopo,  morta  la moglie,  sterile per colmo di sventura,  aveva dovuto
    restituire al Salvo la dote,  ed era ripiombato nello stato di  prima,
    con  tante  e  tante  idee,  una pi bella e pi ardita dell'altra nel
    fecondo cervello, alle quali purtroppo,  cos d'un tratto,  era venuta
    meno la benedetta leva del denaro. S'era concesso sei mesi di profondo
    scoramento  e  poi  altri  sei d'invincibile malinconia,  sperando con
    quello e con questa  d'intenerire  il  cuore  dell'altra  sorella  del
    Salvo,  di  donna Adelaide appunto.  Ma il cuore di donna Adelaide non
    s'era per nulla intenerito: ben guardato nell'ampia e solida  fortezza
    del busto, aveva per due anni resistito all'assedio di lui, assedio di
    gentilezze,  di  cortesie,  di  devozione;  aveva infine respinto d'un
    colpo un assalto supremo e decisivo,  e Capolino s'era dovuto ritirare
    in buon ordine.  Altri sei mesi di profondo scoramento,  d'invincibile
    malinconia; e, finalmente, munito d'una seconda moglie, giovane, bella
    e vivacissima, era ritornato con pi fortuna all'assalto della casa di
    Flaminio Salvo.
    Le male lingue dicevano che in grazia di Nicoletta Spoto,  cio  della
    moglie  giovane,  bella  e vivacissima,  la quale era diventata subito
    quasi la dama di compagnia di donna Adelaide e dell'unica figliuola di
    don Flaminio,  Dianella,  Capolino era bucato nel banco in qualit  di
    segretario  e d'avvocato consulente.  Ma se vogliamo pigliare tutte le
    mosche  che  volano...   Da  un  anno  egli   viveva   nel   lusso   e
    nell'abbondanza;  tanto  lui  quanto la moglie si servivano da padroni
    dei land pomposi e dei superbi  cavalli  della  scuderia  del  Salvo;
    elegantissimo  cavaliere,  ogni domenica,  s e gi per il viale della
    Passeggiata, pareva che egli ne facesse la mostra; e infine col favore
    incondizionato di Flaminio Salvo  era  riuscito  a  imporsi,  a  farsi
    riconoscere  capo del partito clericale militante,  il quale,  dopo il
    ritiro dell'onorevole Fazello, gli avrebbe offerta fra pochi giorni la
    candidatura alle imminenti elezioni politiche generali.
    All'anima candida di Nin De Vincentis non balenava neppur da  lontano
    il  sospetto  che  tutta quell'acredine di Capolino per donna Adelaide
    potesse avere una ragione recondita e inconfessabile. Come non credeva
    che qualcuno mai si fosse potuto accorgere  del  suo  timido,  puro  e
    ardentissimo  amore  per Dianella Salvo,  la figlia ora inferma di don
    Flaminio, cos non s'era mai accorto, prima, del vano ostinato assedio
    di  Capolino  a  donna  Adelaide,  n  credeva  ora  minimamente  alle
    chiacchiere  maligne  sul  conto  di  quella  cara  signora Nicoletta,
    seconda moglie  di  Capolino.  Non  sapeva  scoprir  secondi  fini  in
    nessuno;  meno  che mai poi quello del denaro.  Era,  su questo punto,
    come un cieco.  Da parecchi anni,  dopo  la  morte  dei  genitori,  si
    lasciava  spogliare,  insieme  col  fratello maggiore Vincente,  da un
    amministratore ladro,  chiamato Jaco  Pacia,  il  quale  aveva  saputo
    arruffar  cos  bene  la  matassa  degli  affari,  che il povero Nin,
    avendogliene tempo addietro domandato conto,  per poco  non  ne  aveva
    avuto il capogiro.  E s'era dovuto recare una prima volta al banco del
    Salvo per un prestito di denaro su cambiali. Parecchie altre volte era
    poi dovuto ritornare allo stesso banco;  e,  alla fine,  per consiglio
    dell'amministratore,  aveva  fatto  al Salvo la proposta di saldare il
    debito con la cessione della magnifica tenuta di "Primosole", proposta
    che il Salvo aveva subito accettata,  acquistandosi per giunta la  pi
    fervida  gratitudine  di  Nin,  a  cui  naturalmente  non era passato
    neppure per il capo il sospetto d'un accordo segreto tra il Pacia, suo
    amministratore, e il banchiere. Amava Dianella Salvo e in don Flaminio
    non sapeva veder altro che il padre di lei.
    Ora avrebbe tanto desiderato che la fanciulla, scampata per miracolo a
    un'infezione  tifoidea,   fosse  andata  a  recuperar  la   salute   a
    "Primosole",  nell'antica  villa  di sua madre,  dove tutto le avrebbe
    parlato di lui, con la mesta, amorosa dolcezza dei ricordi materni. Ma
    i medici avevano consigliato al Salvo per la figliuola aria di mare. E
    Nin pensava, dolente, che a Valsana sul mare egli non avrebbe potuto
    recarsi a vederla se non di rado.  Si confortava per  il  momento  col
    pensiero  che  avrebbe sorvegliato lui alla preparazione della camera,
    del nido che l'avrebbe accolta per qualche mese.
    Come se Capolino avesse letto il pensiero del suo  giovane  amico,  di
    cui  facilmente  e da un pezzo aveva indovinato l'ingenua aspirazione,
    suggell,  dopo la risata,  con  un  "basta!"  il  primo  discorso,  e
    riprese, fregandosi le mani:
    -  Tra  poco  saremo arrivati.  Tu attenderai alla camera di Dianella;
    sar meglio. Io penser per donna Vittoriona.
    Nin,   soprappreso  cos,   mostr   una   viva   costernazione   per
    quest'ultima, ch'era la moglie del Salvo, pazza da molti anni.
    - S s, - disse, - bisogna star bene attenti, che questo cambiamento,
    Dio liberi, non la turbi troppo.
    - Non c' pericolo!  - lo interruppe Capolino. - Vedrai che neppure se
    n'accorger. Seguiter tranquillamente la sua interminabile calza.  Fa
    le calze al Padreterno,  lo sai.  Notte e giorno; e vuole che lavorino
    con lei anche le due suore di San Vincenzo che l'assistono.  Pare  che
    questa calza sia gi grande come un tartanone.
    Nin croll il capo mestamente.
    La vettura,  poco oltre la Seta,  entr nel fudo,  dallo stradone. Il
    cancello era rovinato: una  sola  banda,  tutta  arrugginita,  era  in
    piedi,  fissa  a  un  pilastro;  l'altro  pilastro  era  da gran tempo
    diroccato. La strada carrozzabile,  che attraversava quest'altra parte
    del  fudo,  ceduta anch'essa a mezzadria,  era come tutto il resto in
    abbandono, irta di cespugli, tra i quali si vedevano i solchi lasciati
    di recente dai carri con la suppellettile.
    Nin De Vincentis guard tutt'intorno quella  desolazione,  senza  dir
    nulla, ma seguit a parlar per s e per lui Capolino.
    -  La  malatuccia - disse,  facendo una smusata,  - avr poco da stare
    allegra, qua, non ti pare?
    - E' molto triste, - sospir Nin.
    - Non dico soltanto per il luogo - soggiunse  Capolino.  -  Anche  per
    quelli che vi stanno. Due tomi, caro mio. Adesso vedrai. Mah... Questa
    villeggiatura si far pi per donna Adelaide che non ci viene, che per
    Dianella.  E Dianella,  che forse lo sospetta, la soffrir in pace, al
    solito, per amore della zia... Eh!  Flaminio  un grand'uomo,  non c'
    che dire!
    - L'aria per  buona,  - osserv il giovanotto per attenuare,  almeno
    un po', l'aspro giudizio del compagno sul Salvo.
    - Ottima! ottima!  - sbuff Capolino,  il quale,  da questo punto,  si
    chiuse in un silenzio accigliato, fino all'arrivo alla villa.
    I  carri  erano  giunti da poco,  insieme con la giardiniera che aveva
    portato  due  servi  del  Salvo,   il  cuoco,   una  cameriera  e  due
    tappezzieri.  Donna Sara Alimo,  sul pianerottolo in cima alla scala,
    batteva le mani, festante,  a quelle quattro montagne di bella roba su
    i carri.
    -  Presto,  scaricate!  -  ordin  ai servi e ai carrettieri Capolino,
    smontando dalla vettura e  agitando  la  mazzettina:  Poi,  salita  in
    fretta la scala, domand a donna Sara: - Don Cosmo?
    Ed entr,  senza aspettar risposta,  nel vecchio cascinone con Nin De
    Vincentis, che gli andava dietro come un cagnolino sperduto.
    - Scaricate!  - ripet uno dei servi,  rifacendo  tra  le  risate  dei
    compagni  il  tono  di  voce  e  il  gesto  imperioso  di quel padrone
    improvvisato.
    Don Cosmo s'aggirava come una mosca senza capo per le stanze lavate di
    fresco da donna Sara, la quale fin dal giorno avanti, appena saputo la
    notizia della prossima venuta del Salvo, s'era sentita tutta allargare
    dalla contentezza e,  subito  messa  in  gran  da  fare,  aveva  anche
    persuaso  a don Cosmo che sarebbe stato bene sgombrare questa e quella
    stanza  della  decrepita  mobilia,   perch  gli  ospiti  ricconi  non
    vedessero  tutta quella miseria in una casa di principi.  - Ma no!  ma
    no!  ma no!  - aveva cominciato subito a strillare don Cosmo dalla sua
    stanza,  udendo  il  fracasso di quei poveri vecchi mobili strappati a
    forza dai loro posti e trascinati; e donna Sara,  stupefatta da quella
    protesta:  - No?  Come no,  se me l'ha detto lei?  -.  Perch avveniva
    sempre cos: donna Sara parlava, parlava, e don Cosmo,  dal canto suo,
    pensava, pensava, facendo finta di tanto in tanto d'udire, con qualche
    rapido cenno del capo,  quando pi lo pungeva il fastidio del suono di
    quelle  interminabili  parole.   Questi   cenni   erano   interpretati
    naturalmente da donna Sara come segni d'assentimento; la sopportazione
    con  cui  don  Cosmo simulava d'ascoltarla,  come riconoscimento della
    saggezza con cui lei governava la casa e il mondo; e tanto lontana era
    arrivata  nell'interpretare  a  suo   modo   quei   segni   e   quella
    sopportazione  del  suo padrone,  che forse qualche sera se lo sarebbe
    preso per mano e condotto a letto,  se tutt'a  un  tratto  don  Cosmo,
    sbarrando  tanto  d'occhi  e prorompendo in un'esclamazione inopinata,
    non le avesse fatto crollare tutto il castello delle sue supposizioni.
    - Don Cosmo onorandissimo! - esclam Capolino,  scoprendolo alla fine,
    dopo  aver  girato  anche  lui di qua e di l per trovarlo.  - In gran
    confusione, eh? Perbacco!
    - No,  no,  - s'affrett a rispondere don Cosmo per troncar subito  le
    cerimonie,  con  le  nari  arricciate  per  il lezzo acre di muffa che
    ammorbava il  cascinone,  umido  ancora  per  l'insolita  lavatura.  -
    Cercavo una stanza appartata, dove starmene senza recare incomodo.
    Capolino fece per protestare; ma don Cosmo lo ferm a tempo:
    - Lasciatemi dire!  Ecco...  comodo io,  comodi loro: va bene cos? In
    capo, in capo, tenete in capo!
    Alz una mano, cos dicendo, a carezzare l'elegantissima barbetta nera
    di Nin De Vincentis.
    - Ti sei fatto un bel ragazzo, figliuolo mio, e cos cresciuto, mi fai
    accorgere di  quanto  sono  vecchio!  Tuo  fratello  Vincente?  sempre
    arabista?
    - Sempre! - rispose Nin, sorridendo.
    -  Ah!  Quei  quattordici volumi d'arabo manoscritti dovrebbero pesare
    come tanti macigni,  nel mondo di l,  sull'anima del conte  Lucchesi-
    Palli che volle farne dono morendo alla nostra Biblioteca per rovinare
    codesto povero figliuolo!
    - Ne ha gi interpretati dieci,  - disse Nin. - Gliene restano ancora
    quattro, ma grossi cos!
    - Faccia presto! faccia presto! - concluse don Cosmo paternamente. - E
    anche tu, figliuolo mio, bada... badate alle cose vostre: so che vanno
    male! Giudizio!
    Capolino intanto, presso la finestra,  s'industriava di farsi specchio
    della vetrata aperta,  e si lisciava sulle gote le fedine,  gi un po'
    brizzolate. Bello non era davvero, ma aveva occhi fervidi e penetranti
    che gli accendevano simpaticamente tutto il volto bruno e magro.
    Sentendo cadere il discorso tra il Laurentano e Nin, finse di star l
    a determinare i punti cardinali della villa.
    - Esposizione a mezzogiorno,   vero?  Ma se  l'era  scelta  per  lei,
    questa camera, don Cosmo?
    -  Questa  o  un'altra,  -  rispose  il Laurentano.  - Camere,  ce n'
    d'avanzo, vedrete; ma tutte cos, vecchie e in pessimo stato.  Uscendo
    di qua...  (no, senza cerimonie: scusate, che gusto c' a dire che non
     vecchio quello che  vecchio? Si vede!)...  dicevo,  uscendo di qua,
    abbiamo questo lungo corridoio,  che divide in due parti il casermone:
    le camere da  questa  parte  sono  a  mezzogiorno;  quelle  di  l,  a
    tramontana. La sala d'ingresso interrompe di qua e di l il corridojo,
    e divide la villa in due quartieri uguali, salvo che di qua, in fondo,
    abbiamo un camerone,  il cui uscio  alle mie spalle;  di l,  invece,
    abbiamo una terrazza. E' semplicissimo.
    - Ah bene bene bene,  - approv Capolino.  - E dunque abbiamo anche un
    camerone?
    Don  Cosmo  sorrise,  negando  col  capo;  poi  spieg che cosa era il
    camerone, e come ridotto e da chi custodito.
    - Per amor di Dio! - esclam Capolino.
    - Sarebbe meglio perci,  -  concluse  don  Cosmo,  -  che  disponeste
    l'abitazione  nel quartiere di l,  libero del tutto.  Io m'ero scelta
    apposta questa camera.
    Capolino approv di nuovo;  e poich i servi eran gi  venuti  s  col
    primo carico, s'avvi con Nin per l'altro quartiere. Don Cosmo rimase
    in  quella  camera,  dove  con l'ajuto di donna Sara trasport tutti i
    suoi libracci. La povera casiera,  sentendo quanto pesava tutta quella
    erudizione, non riusciva a capacitarsi come mai don Cosmo che se l'era
    messa  in  corpo,  potesse  vivere  poi cos sulle nuvole.  Don Cosmo,
    ancora con le nari arricciate,  non riusciva  a  capacitarsi,  invece,
    perch quella mattina ci fosse tutto quel puzzo d'umido.  Ma forse non
    distingueva bene tra il puzzo e il fastidio che gli veniva dal pensare
    che or ora, per l'arrivo degli ospiti,  tutte le sue antiche abitudini
    sarebbero frastornate, e chi sa per quanto tempo.
    Di l a poco,  Capolino ritorn, lasciando solo di l il De Vincentis,
    che s'era dimostrato molto pi adatto di lui alla bisogna: cos almeno
    dichiar. In verit,  veniva per porre a effetto una delle ragioni per
    cui  s'era  volentieri  accollato l'incarico del Salvo: quella cio di
    scoprir l'umore di don Cosmo circa il matrimonio del  fratello,  o  di
    tastargli il polso su quell'argomento, com'egli diceva tra s.
    Non  gi che sperasse che ormai quelle nozze potessero andare a monte;
    ma,  conoscendo la diversit,  anzi l'opposizione inconciliabile tra i
    due modi di pensare e di sentire del Salvo e di don Cosmo, gli piaceva
    supporre  che  qualche  attrito,  qualche  urto  potesse  nascere  dal
    soggiorno di quello a Valsana.  Era cos astratta e solitaria l'anima
    di  don  Cosmo,  che  la  vita comune non riusciva a penetrargli nella
    coscienza con  tutti  quegli  infingimenti  e  quelle  arti  e  quelle
    persuasioni  che spontaneamente la trasfigurano agli altri,  e spesso,
    perci,  dalla gelida  vetta  della  sua  stoica  noncuranza  lasciava
    precipitar come valanghe le verit pi crude.
    -  Uh  quanti  libri!  -  esclam Capolino entrando.  - Gi lei studia
    sempre... Romagnosi, Rosmini, Hegel, Kant...
    A ogni nome letto sul dorso di quei libri sgranava gli occhi,  come se
    vi ponesse punti esclamativi sempre pi sperticati.
    -  Poesie!  -  sospir  don  Cosmo,  con  un  gesto  vago  della mano,
    socchiudendo gli occhi.
    - Come come? Don Cosmo, non capisco. Filosofia, vorr dire.
    - Chiamatela come volete,  -  rispose  il  Laurentano,  con  un  nuovo
    sospiro.  -  Da  studiare,  poco  o niente: c' da godere,  s,  della
    grandezza dell'ingegnaccio umano,  che  su  un'ipotesi,  cio  su  una
    nuvola,  fabbrica  castelli:  tutti questi varii sistemi di filosofia,
    caro  avvocato,  che  mi  pajono...  sapete  che  mi  pajono?  chiese,
    chiesine, chiesacce, di vario stile, campate in aria.
    - Ah gi,  ah gi...  - cerc d'interrompere Capolino, grattandosi con
    un dito la nuca.
    Ma don Cosmo, che non parlava mai, toccato giusto su quell'unico tasto
    sensibile, non seppe trattenersi:
    - Soffiate,  rzzola tutto;  perch dentro non c' niente:  il  vuoto,
    tanto pi opprimente, quanto pi alto e solenne l'edifizio.
    Capolino s'era tutto raccolto in s, per raccapezzarsi, incitato dalla
    passione  con  cui don Cosmo parlava,  a rispondere,  a rintuzzare;  e
    aspettava, sospeso, una pausa; avvenuta, proruppe:
    - Per...
    - No, niente!  Lasciamo stare!  - tronc subito don Cosmo,  posandogli
    una mano su la spalla. - Minchionerie, caro avvocato!
    Per  fortuna,  in quella,  Mauro Mortara,  sulla spianata innanzi alla
    villa dalla parte che guardava la vigna e il mare,  si mise a chiamare
    col suo solito verso - po,  po, po - gl'innumerevoli colombi, a cui
    soleva dare il pasto due volte al giorno.
    Don Cosmo e Capolino s'affacciarono al balcone. Anche Nin si sporse a
    guardare dalla ringhiera dell'ultimo  balcone  in  fondo,  e  poi  dal
    terrazzo s'affacciarono i servi e le cameriere e i tappezzieri.
    Era ogni volta,  tra quel candido fermento d'ali, una zuffa terribile,
    giacch la razione delle cicerchie era rimasta  da  tempo  la  stessa,
    mentre i colombi s'erano moltiplicati all'infinito e vivevano,  ormai,
    quasi in istato selvaggio per il fudo e per tutte le contrade vicine.
    Sapevano l'ora  dei  pasti  e  accorrevano  puntuali  a  fitti  nugoli
    fruscianti,  da ogni parte: invadevano,  tubando d'impazienza, in gran
    subbuglio, i tetti della villa, della casa rustica, del pagliajo,  del
    colombajo,  del  granajo,  del  palmento  e della cantina;  e se Mauro
    tardava un po',  dimentico o assorto nelle sue memorie,  una  numerosa
    comitiva si spiccava dai tetti e andava a sollecitarlo dietro la porta
    della  nota  camera a pianterreno: la comitiva a poco a poco diventava
    folla e in breve tutta la spianata ferveva d'ali e grugava, mentre per
    aria tant'altri si tenevan su le ali sospesi  a  stento,  non  sapendo
    dove posarsi.
    Don  Cosmo  pens con dispiacere che quel giorno,  intanto,  Mauro non
    sarebbe salito a desinare; gliel'aveva detto la sera avanti:
    - Questa  l'ultima volta che mangio con  voi.  Perch  mi  farete  la
    grazia di credere che non verr a sedermi a tavola con Flaminio Salvo.
    Ora  se  ne  stava  gi tra i suoi colombi a testa bassa,  aggrondato.
    Capolino l'osservava dal balcone,  come se avesse sotto gli occhi  una
    bestia rara.
    - Lo saluto? - domand piano a don Cosmo.
    Questi con la mano gli fe' cenno di no.
    - Orso, eh? - soggiunse Capolino. - Ma un gran bel tipo!
    - Orso, - ripet don Cosmo, ritirandosi dal balcone.
    Andati  nella  sala  da  pranzo  dell'altro quartiere,  gi riccamente
    addobbata dai tappezzieri,  Capolino tent di  nuovo  di  tastare  il
    polso a don Cosmo sul noto argomento. Non sarebbe pi certo ricascato
    a muovergliene il discorso dai libri di filosofia.
    Don  Cosmo  era  distratto nell'ammirazione di quella sala,  resa cos
    d'improvviso irriconoscibile.
    - Prodigio d'Atlante!  - esclamava,  battendo una mano su la spalla di
    Nin De Vincentis. - Mi par d'essere a Colimbtra!
    Subito Capolino colse la palla al balzo:
    - Lei non ci va pi da anni, a Colimbtra, eh?
    Don Cosmo stette un po' a pensare.
    - Da circa dieci.
    E  rest  sospeso,  senza  aggiunger altro.  Ma Capolino,  fissando il
    gancio per tirarlo a parlare:
    - Da quando vi mor sua cognata,  vero?
    - Gi, - rispose, asciutto, il Laurentano.
    E Capolino sospir:
    - Donna Teresa Montalto... che dama!  che lutto!  Vera donna di stampo
    antico!
    E,  dopo  una  pausa,  grave di simulato rimpianto,  un nuovo sospiro,
    d'altro genere:
    - Mah! "Cosa bella mortal passa e non dura!"
    Donna Sara Alimo, la casiera,  che si trovava in quel punto a servire
    in  tavola,  per  rialzarsi  agli occhi degli ospiti della sua indegna
    condizione di serva,  fu tentata d'interloquire e sospir  timidamente
    con un languido risolino:
    - Metastasio!
    Nin  si volt a guardarla,  stupito;  don Cosmo accomod la bocca per
    emettere un suo riso speciale, fatto di tre "oh! oh! oh!" pieni,  cupi
    e  profondi.  Ma  Capolino,  nel vedersi minacciato d'aver guastate le
    uova nel paniere sul pi bello, rimbecc, stizzito:
    - Leopardi, Leopardi...
    - Petrarca, Petrarca,  scusate,  caro avvocato!  - protest don Cosmo,
    aprendo le mani. - Me n'appello a Nin!
    - Ah,  gi,  Petrarca,  che bestia! "Muor giovine colui che al cielo 
    caro"... - si riprese subito Capolino. - Confondevo... E lei dunque...
    dunque lei non rivede il fratello da allora?
    Don Cosmo riprese a  un  tratto  l'aria  addormentata;  socchiuse  gli
    occhi; conferm col capo.
    - Sempre sepolto qui!  - spieg allora Capolino al De Vincentis,  come
    se  questi  non  lo  sapesse.   -   Altri   gusti,   capisco...   anzi
    diametralmente  opposti,  perch don Ippolito ama la...  la compagnia,
    non sa farne a meno...  E forse,  io dico,  dopo la sciagura,  avrebbe
    molto desiderato di non restar solo,  senza parenti attorno... Ma, lei
    qui; il figlio sempre a Roma... e...
    Don Cosmo,  che aveva gi compreso,  ma a suo  modo,  l'intenzione  di
    Capolino, per tagliar corto usc a dire:
    - E dunque fa bene a riammogliarsi,  volete dir questo?  D'accordo! Tu
    intanto, - soggiunse, rivolgendosi a Nin, - bello mio, non ti risolvi
    ancora?
    Nin,  nel vedersi cos d'improvviso tirato  in  ballo,  s'invermigli
    tutto:
    - Io?
    -  Guarda  come  s'  fatto  rosso!  - esclam Capolino,  scoppiando a
    ridere, dalla rabbia.
    - Dunque c',  dunque c'?  - domand don Cosmo,  picchiandosi con  un
    dito il petto, dalla parte del cuore.
    - Altro se c'! - esclam Capolino, ridendo pi forte.
    Nin, tra le spine, mortificato, urtato da quella risata sconveniente,
    protest con qualche energia:
    - Ma non c' nientissim'affatto! Per carit, non dicano codeste cose!
    -  Gi!  San  Luigi  Gonzaga!  - riprese allora Capolino,  prolungando
    sforzatamente la risata. - O piuttosto...  s,  dov' donna Sara?  lui
    s, davvero, Metastasio... un eroe di Metastasio, don Cosmo! o diciamo
    meglio,  un angelo...  ma un angelo,  non come ad Alcamo, badiamo! Sa,
    don Cosmo, che ad Alcamo chiamano angelo il porchetto?
    Nin s'inquiet sul serio; impallid; disse con voce ferma:
    - Lei mi secca, avvocato!
    - Non parlo pi! - fece allora Capolino, ricomponendosi.
    Don Cosmo rimase afflitto,  senza comprendere in prima:  poi  apr  la
    bocca  a  un  "ah!"  che  gli rimase in gola.  Si trattava forse della
    figlia del Salvo?  Ah,  ecco,  ecco...  Non ci aveva pensato.  Non  la
    conosceva  ancora.  Ma  sicuro!  benissimo!  Una fortuna per quel caro
    Nin! E glielo volle dire:
    - Non ti turbare, figliuolo mio. E' una cosa molto seria. Non dovresti
    perder tempo, nella tua condizione.
    Nin si torse sulla seggiola quasi per resistere, senza gridare,  alla
    puntura di cento spilli su tutto il corpo.  Capolino rattenne il fiato
    e aspett che la valanga precipitasse.  Don Cosmo non  seppe  rendersi
    ragione  dell'effetto  di  quelle sue parole e guard stordito,  prima
    l'uno, poi l'altro.
    - M' scappata qualche altra minchioneria? - domand.  - Scusate.  Non
    parlo pi neanche io.
    Nin viveva veramente in cielo,  in un cielo illuminato da un suo sole
    particolare,  l l per sorgere,  non sorto ancora,  e che  forse  non
    sarebbe  sorto  mai.  Lo  lasciava  l,  dietro le montagne dure della
    realt,  e preferiva rimanere nel lume roseo  e  vano  d'una  perpetua
    aurora, perch il sole, sorgendo, non dovesse poi tramontare, e perch
    le  ombre,  inevitabili,  rimanessero  tenui e quasi diafane.  Gi gli
    s'era affacciato il dubbio che il Salvo ormai non avrebbe accolto bene
    la sua richiesta di nozze,  dato  che  egli  si  fosse  mai  spinto  a
    fargliela.  Ma  aveva  sempre  rifuggito  dall'accogliere  e ponderare
    questo dubbio per non turbare il purissimo sogno di tutta la sua vita.
    E non perch quel dubbio gliel'avesse impedito,  ma  perch  veramente
    gli  mancava  il coraggio di tradurre in atto un ideale cos altamente
    vagheggiato che quasi temeva si potesse guastare al minimo urto  della
    realt,  non  s'era  mai  risoluto,  non  che a fare la richiesta,  ma
    nemmeno a dichiararsi apertamente con Dianella Salvo. Ora, il sospetto
    che egli potesse farlo per la dote della ragazza che  avrebbe  rimesso
    in  sesto  le  sue finanze,  gli cagion un acutissimo cordoglio,  gli
    avvelen la gioja di quel servigio reso per amore, e che invece poteva
    parere interessato;  e,  come se tutt'a un tratto il suo  sole  avesse
    dato  un  tracollo,  tutto  improvvisamente gli s'oscur,  e quando le
    stanze furon messe in ordine,  ed egli con la gola stretta  d'angoscia
    fece  un  ultimo  giro  d'ispezione,  non  seppe  posare,  come  s'era
    proposto,  sul guanciale del letto di Dianella il  bacio  dell'arrivo,
    perch ella, senza saperlo, ve lo trovasse la sera, andando a dormire.

    Don  Cosmo  e  Capolino,  piccoli,  neri,  sotto  un  cielo altissimo,
    cupamente infocato dal tramonto,  s'erano messi intanto a  passeggiare
    innanzi alla vecchia villa,  per il lungo, diritto viale, che fa quasi
    orlo, a manca,  al ciglio,  d'onde sprofonda ripido un burrone ampio e
    profondo, detto il "vallone".
    Pareva  che  l  l'altipiano  per  una  convulsione tellurica si fosse
    spaccato innanzi al mare.
    La tenuta di Valsana restava di qua, scendeva con gli ultimi olivi in
    quel burrone,  gola d'ombra cinerulea,  nel  cui  fondo  sornuotano  i
    gelsi,  i carubi,  gli aranci, i limoni lieti d'un rivo d'acqua che vi
    scorre da una vena aperta laggi in fondo nella grotta  misteriosa  di
    San Calgero.
    Dall'altra  parte  del  burrone,  alla  stessa altezza,  eran le terre
    alberate di Platana che a mezzogiorno scendono minacciose sulla linea
    ferroviaria,  la quale,  sbucando dal traforo  sotto  Valsana,  corre
    quasi in riva al mare fino a Porto Empedocle.
    La  zona  di  fiamma  e d'oro del tramonto traspariva in un fantastico
    frastaglio di tra il verde intenso degli alberi  lontani,  di  l  dal
    burrone.  Qua,  su i mandorli e gli olivi di Valsana,  alitava gi la
    prima frescura d'ombra, dolce, lieve e malinconica, della sera.
    Quest'ora crepuscolare, in cui le cose, nell'ombra calante,  ritenendo
    pi  intensamente  le  ultime  luci,  quasi si smaltano nei lor chiusi
    colori, era alla solitudine di don Cosmo pi d'ogn'altra gradita. Egli
    aveva costante nell'animo  il  sentimento  della  sua  precariet  nei
    luoghi dove abitava,  e non se n'affliggeva. Per questo sentimento che
    si trasfondeva lieve e vago nel  mistero  impenetrabile  di  tutte  le
    cose,  ogni  cura,  ogni  pensiero gli erano insopportabilmente gravi.
    Figurarsi,  ora,  come schiacciante dovesse riuscirgli il discorso  di
    Capolino,  che s'aggirava fervoroso intorno alle imprese fortunate del
    Salvo,  a un gran disegno che costui meditava,  insieme col  direttore
    delle  sue zolfare,  l'ingegnere Aurelio Costa,  per sollevar le sorti
    dell'industria zolfifera, miserrime da parecchi anni.
    - Coscienza nuova,  la sua,  - diceva Capolino.  - Lucida,  precisa  e
    complicata,  don  Cosmo,  come un macchinario moderno,  d'acciajo.  Sa
    sempre quel che fa. E non sbaglia mai!
    - Beato lui! - ripeteva don Cosmo con gli occhi socchiusi,  in atto di
    rassegnata sopportazione.
    - E credentissimo, sa! - seguitava Capolino. - Veramente divoto!
    - Beato lui!
    -  E' una meraviglia come,  tra tante brighe,  riesca a trovar tempo e
    modo di badare anche al nostro  partito.  E  con  che  impegno  ne  ha
    sposato la causa!
    Ma,  poco dopo,  Capolino cambi discorso,  accorgendosi che don Cosmo
    non gli prestava ascolto.  Gli si  fece  pi  accosto,  gli  tocc  il
    braccio e aggiunse piano, con aria mesta:
    - Quel povero Nin! Son sicuro che ci piange, sa? per quel po' di baja
    che gli abbiamo dato a tavola.  Innamoratissimo,  povero figliuolo! Ma
    la ragazza, eh! purtroppo, non  per lui.
    - Fidanzata ad altri? - domand don Cosmo, fermandosi.
    - No no: ufficialmente,  no!  - neg subito Capolino.  -  Ma...  zitto
    per,  mi raccomando: non deve saperlo neanche l'aria!  Io credo, caro
    don Cosmo,  che la ragazza sia in fondo  pi  malata  d'anima  che  di
    corpo.
    - Toccata, eh?
    -  Toccata.  Questa  forse  l'unica cosa mal fatta di suo padre.  Qua
    Flaminio ha sbagliato... eh, non c' che dire, ha sbagliato!
    Don Cosmo si riferm, croll pi volte il capo e disse, serio serio:
    - Vedete dunque che sbaglia anche lui, caro avvocato?
    - Ma se il diavolo,  creda,  ci volle proprio cacciar la coda,  quella
    volta!  -  riprese  Capolino.  - Lei sapr che Flaminio...  sar dieci
    anni, altro che dieci!  saranno quindici di sicuro!  Insomma l,  poco
    pi poco meno,  fu a un pelo di morire affogato...  Non lo sa? E come!
    Ai bagni di mare, a Porto Empedocle.  Una cosa buffa,  creda,  buffa e
    atroce al tempo stesso! Per un pajo di zucche...
    -  Di  zucche?  Sentiamo,  -  disse  don Cosmo,  contro il suo solito,
    incuriosito.
    - Ma s, - seguit Capolino. - Prendeva un bagno, ai "Casotti". Non sa
    nuotare e,  per prudenza,  si teneva tra  i  pali  del  recinto,  dove
    l'acqua,  s  e no,  gli arrivava al petto.  Ora (il diavolo!) vide un
    pajo di zucche galleggiare accanto a lui,  lasciate in mare  forse  da
    qualche  ragazzo.  Le  prese.  Stando  accoccolato,  perch l'acqua lo
    coprisse fino al collo - (com' brutto l'uomo  nell'acqua,  don  Cosmo
    mio,  l'uomo  che  non sa nuotare!) - gli venne la cattiva ispirazione
    d'allungar la mano a quel pajo di zucche e cacciarsele  sotto  con  la
    cordicella che le teneva unite;  ci si mise a seder sopra,  e, siccome
    le zucche, naturalmente, spingevano,  e lui aveva lasciato il sostegno
    del  palo  per  veder  se quelle avessero tanta forza da sollevargli i
    piedi dal fondo,  a un tratto,  patapmfete!  perdette l'equilibrio  e
    tracoll a testa gi, sott'acqua!
    - Oh, guarda! - esclam don Cosmo, costernato.
    - Si figuri,  - riprese Capolino, - come cominci a fare coi piedi per
    tornare a galla!  Ma,  per disgrazia,  i piedi gli s'erano  impigliati
    nella   cordicella   e,   naturalmente,   per  quanti  sforzi  facesse
    sott'acqua, non li poteva pi tirare al fondo.
    - Zitto! zitto! ohi ohi ohi... - fece don Cosmo,  contraendo le dita e
    tutto il volto.
    Ma Capolino seguit:
    - Badi che  buffo davvero rischiar d'affogare in un recinto di bagni,
    in  mezzo  a tanta gente che non se ne accorgeva e non gli dava ajuto,
    non sospettando minimamente ch'egli fosse l con la morte in bocca!  E
    sarebbe affogato, affogato com' vero Dio, se un ragazzotto di tredici
    anni  -  questo  Aurelio Costa,  che ora  ingegnere e direttore delle
    zolfare del Salvo ad Aragona e a Comitini - non si  fosse  accorto  di
    quei  due piedi che si azzuffavano disperatamente a fior d'acqua e non
    fosse accorso, ridendo, a liberarlo...
    - Ah, capisco... - fece don Cosmo. - E la figliuola, adesso...
    - La figliuola...  la figliuola...  - mastic  Capolino.  -  Flaminio,
    capir,  dovette  disobbligarsi con quel ragazzo e si disobblig nella
    misura del pericolo che aveva corso e del terrore che s'era preso. Gli
    dissero che  era  figlio  d'un  povero  staderante  all'imbarco  dello
    zolfo...
    - Il Costa,  gi, Leonardo Costa, - interruppe don Cosmo. - Amico mio.
    Viene a trovarmi qua, qualche domenica, da Porto Empedocle.
    - Sapr dunque che sta con Flaminio, adesso?  - soggiunse Capolino.  -
    Flaminio  lo  lev  dalle  stadere  e  gli diede un posto nel suo gran
    deposito di zolfi su la spiaggia di levante.  Al figlio Aurelio,  poi,
    volle dar lui la riuscita,  senza badare a spese;  non solo,  ma se lo
    tolse con s,  lo fece  crescere  in  casa  sua,  coi  figliuoli,  con
    Dianella e con quell'altro bimbo che gli mor.  Anche questa disgrazia
    contribu certo a  fargli  crescere  l'affetto  per  il  giovine.  Ma,
    affetto,  dico,  fino a un certo punto.  Per la stessa ragione per cui
    ora non darebbe la figlia a Nin De Vincentis,  non  la  darebbe  mai,
    m'immagino, neanche ad Aurelio Costa, suo dipendente, si figuri!
    - Ma!  - esclam don Cosmo, scrollando le spalle. - Ricco com'... con
    una figlia sola...
    - Eh no... eh no..., - rispose Capolino. - Capisco,  a un caso di lui,
    tutte  le  ricchezze  cascheranno  per forza in mano a qualcuno,  a un
    genero, a quello che sar. Ma vorr ben pesarlo, prima, Flaminio!  Non
       uomo   da  rosee  romanticherie.   Pu  averne  la  figlia...   E,
    romanticherie nel vero senso della parola, badi! Perch, di questa sua
    vera e segreta malattia sono a conoscenza io,  per certe  mie  ragioni
    particolari;  ne  a conoscenza, credo, anche Flaminio, o almeno ne ha
    il sospetto;  ma lui,  l'ingegnere  Costa  (ottimo  giovine,  badiamo!
    giovine  solido,  cosciente  del  suo  stato  e  di quanto deve al suo
    benefattore) non ne sa  nulla  di  nulla,  non  se  l'immagina  neppur
    lontanamente;  glielo  posso  assicurare,  perch  ne  ho una prova di
    fatto, intima. L'ingegnere...
    A questo punto Capolino s'interruppe,  scorgendo in fondo al viale  un
    uomo, che veniva loro incontro di corsa, gesticolando.
    - Chi  l? - domand, fermandosi, accigliato.
    Era Marco Prola,  tutto impolverato,  arrangolato,  in sudore, con le
    calze ricadute su le scarpacce rotte. Stanco morto.
    - Ci siamo!  ci siamo!  - si  mise  a  gridare,  appressandosi.  -  E'
    arrivato!
    - L'Auriti? - domand Capolino.
    -  Sissignore!  -  riprese  il Prola.  - Per le elezioni: non c' pi
    dubbio! Vengo di corsa apposta da Girgenti.
    Si tolse  il  cappelluccio  roccioso,  e  con  un  fazzoletto  sudicio
    s'asciug il sudore che gli grondava dal capo tignoso.
    - Mio nipote? - domand, frastornato e stupito, don Cosmo.
    Subito  Capolino,  con  aria  rammaricata,  prese a informarlo e delle
    dimissioni del Fazello,  e delle premure che si facevano su lui perch
    accettasse  la  candidatura,  e delle voci che correvano a Girgenti su
    questa venuta inattesa di Roberto Auriti.  Voci...  voci a  cui  egli,
    Capolino,  non  voleva  prestar  fede  per due ragioni: prima,  per il
    rispetto che aveva per l'Auriti,  rispetto che non gli  consentiva  di
    supporre  che,  non  chiamato,  venisse  a  contendere un posto che il
    Fazello  lasciava  volontariamente.   La  compagine  del  partito  che
    rappresentava   la  maggioranza  del  paese,   come  per  tante  prove
    indiscutibili s'era veduto,  rimaneva salda,  anche dopo il ritiro  di
    Giacinto Fazello.  L'altra ragione era pi intima,  ed era questa: che
    gli sarebbe doluto, troppo doluto, d'aver per avversario non temibile,
    in una lotta impari, uno che,  non ostanti le divergenze d'opinioni in
    famiglia,  era  parente  pur  sempre dei Laurentano ch'egli venerava e
    della cui amicizia si onorava. No, no: preferiva credere piuttosto che
    l'Auriti fosse venuto a Girgenti  solo  per  riveder  la  madre  e  la
    sorella.
    - Ma che dice,  avvocato?  - proruppe Marco Prola, scrollandosi dalle
    spalle quel  lungo,  faticoso  discorso,  col  quale  Capolino,  senza
    parere,  aveva voluto dare un saggio delle sue attitudini politiche. -
    Se  sono  andati  a  prenderlo  alla  stazione   quattro   mascalzoni,
    studentelli dell'Istituto Tecnico?  se sono arrivate in paese la mafia
    e la massoneria,  capitanate  da  Guido  Vernica  e  da  Giambattista
    Mattina? Non c' pi dubbio, le dico! E' venuto per le elezioni.
    Mentre Capolino e il Prola discutevano tra loro,  gli occhi, il naso,
    la  bocca  di  don  Cosmo  facevano  una  mimica   speciosissima:   si
    strizzavano, s'arricciavano, si storcevano... Vivendo in quell'esilio,
    assorto sempre in pensieri eterni,  con gli occhi alle stelle, al mare
    l sotto,  o alla campagna solitaria intorno,  ora,  cos investito da
    tutte  quelle  notizie  piccine,  si  sentiva  come  pinzato  da tanti
    insettucci fastidiosi.
    - Ges! Ges! Pare impossibile... Quante minchionerie...
    - E allora, un bicchiere di vino, si-don Co', - esclam, per concluder
    bene,  Marco Prola.  -  Vossignoria  mi  deve  fare  la  grazia  d'un
    bicchiere  di  vino.  Non  ne posso pi!  Ho girato tutta Girgenti per
    trovare il nostro carissimo avvocato; m'hanno detto che si trovava qua
    a Valsana,  e subito mi sono precipitato a piedi per la Spina  Santa.
    Mi guardino! Ho la gola, propriamente, arsa.
    - Andate, andate a bere alla villa, - gli rispose don Cosmo.
    - E non c' il Mortara?  - domand il Prola. - Ho paura... - aggiunse
    ridendo.  - Mi spar,  or  l'anno...  Dice che venivo qua nel fudo a
    caccia dei suoi colombi. Parola d'onore, si-don Cosmo, non  vero! Per
    le tortore venivo.  Forse,  qualche volta,  non dico,  avr sbagliato.
    Tiro e, botta e risposta,  mi sento arrivare...  Fortuna che mi voltai
    subito.  Pum! Nelle natiche, una grandinata... Privo di Dio, le giuro,
    si-don Co', che se non era per il rispetto alla famiglia Laurentano...
    La doppietta ce l'avevo anch'io e, parola d'onore...
    Dal fondo del viale giunse in quella un rumore di sonaglioli.  I  tre,
    che s'erano accostati alla villa conversando, si voltarono a guardare.
    Capolino chiam:
    - Nin! Nin! Ecco le vetture! Arrivano!
    Nin  s'affrett  a  scendere  dalla villa;  ne scesero anche i servi,
    donna Sara Alimo e la cameriera, gi amiche tra loro.
    Erano due "vittorie". Nella prima stava don Flaminio con la figliuola;
    nella seconda, la demente con due infermiere. Don Cosmo s'aspettava di
    vedere smontare da una delle vetture anche donna Adelaide,  la  sposa:
    rest  disilluso.  Nin  De  Vincentis  non  ebbe il coraggio di farsi
    avanti a offrire il braccio a Dianella.  Col cuore tremante e la vista
    annebbiata   dalla   commozione,   le  intravide  il  volto  affilato,
    pallidissimo sotto la spessa veletta da viaggio,  e la  segu  con  lo
    sguardo,  mentre,  appoggiata al braccio di Capolino, tutta avvolta in
    una pesante mantiglia, saliva pian piano la scala,  come una vecchina,
    tra gli augurii ossequiosi di donna Sara Alimo.
    Donna  Vittoria,  smontata  dalla  vettura  faticosamente per l'enorme
    pinguedine,  rest tra le due infermiere con gli occhi immobili,  vani
    nell'ampio  volto pallido,  incorniciato dall'umile scialle nero,  che
    teneva in capo;  guard cos un pezzo don Cosmo;  poi apr  le  labbra
    carnose e quasi bianche a un sorriso squallido e disse in un inchino:
    - Signor Priore!
    Una delle infermiere la prese per mano,  mentre don Cosmo,  accanto al
    Salvo, socchiudeva gli occhi, afflitto. Nin and dietro alla demente.
    - Grazie,  - disse Flaminio Salvo,  stringendo forte  la  mano  a  don
    Cosmo. - E non dico altro a lei.
    -  No,  no...  -  s'affrett  a  rispondere  il Laurentano,  turbato e
    commosso  ancora  dal  triste  spettacolo,   sentendo   un'improvvisa,
    profonda  piet per quell'uomo che,  nella sua invidiata potenza,  con
    quella stretta di mano gli confidava in quel punto il sentimento della
    propria miseria.


    3.

    - Di qua, di qua,  mi segua,  - disse al signore che gli veniva dietro
    il  vecchio  cameriere  dalle piote sbieche in fuori,  che lo facevano
    andare in qua e in l con le gambe piegate.
    Attraversarono su i soffici tappeti  polverosi  tre  stanze  morte  in
    fila,  in ognuna delle quali il cameriere,  passando, apriva gli scuri
    dei vecchi finestroni tinti di verde. Le stanze tuttavia rimanevano in
    un'angustiosa penombra,  sia per la pesantezza dei drappi,  sia per la
    bassezza  della casa sovrastata dagli edifizii di contro che paravano.
    Aperti gli scuri,  il cameriere guardava la stanza e  sospirava,  come
    per dire: Vede com' arredata bene? E intanto non figura!.
    Pervennero  cos  al  salone  in fondo,  lugubre e solenne,  dal palco
    scompartito, in rilievo, ornato di dorature.
    Il signore trasse da un elegante portafogli  un  biglietto  da  visita
    stemmato,  ne  pieg  un  lembo  e  lo  porse al cameriere,  il quale,
    indicando un uscio nel salone, disse:
    - Un momentino. C' di l il cavalier Prola.
    - Prola padre?
    - Figlio.
    - E cavaliere per giunta?
    - Per me, - protest il vecchio inchinandosi profondamente con la mano
    al petto, - tutti i padroni miei, cavalieri!
    E, andandosene su i piedi sbiechi,  lesse sottecchi,  sul biglietto da
    visita: "Cav. Gian Battista Mattina".
    - (Costui, - dunque, - cavaliere autentico, pare.)
    Il  Mattina  rimase  in  piedi,  cogitabondo  in mezzo al salone;  poi
    scroll le spalle, seccato; volse uno sguardo distratto in giro;  vide
    uno  specchio  alla  parete  di fronte e vi s'appress.  In quel vasto
    specchio,  dalla luce tetra,  la propria immagine gli apparve come uno
    spettro; e ne prov un momentaneo turbamento indefinito.
    Spirava  da  tutti  i  mobili,  dal tappeto,  dalle tende,  quel tanfo
    speciale delle case  antiche,  d'una  vita  appassita  nell'abbandono.
    Quasi  il  respiro  d'un  altro  tempo.  Il Mattina si guard di nuovo
    attorno con una strana costernazione per la immobilit  silenziosa  di
    quei vecchi oggetti,  chi sa da quanti anni l senz'uso,  e si accost
    di pi allo specchio per scrutarsi davvicino,  movendo pian  piano  la
    testa, stirandosi fin sotto gli occhi stanchi le punte dei folti baffi
    conservati neri da una mistura,  in contrasto coi capelli precocemente
    grigi che conferivano cotal seriet al suo volto bruno.  A un  tratto,
    un  lunghissimo  sbadiglio gli fece spalancare e storcere la bocca,  e
    all'emissione del fiato fradicio contrasse il volto in  un'espressione
    di nausea e di tedio. Stava per scostarsi dallo specchio, allorch sul
    piano  della  mensola,  chinando gli occhi,  scorse qua e l tanti bei
    mucchietti di tarlatura disposti quasi con arte,  e si chin a mirarli
    con curiosit.  Avevano lavorato bene quelle tarme,  e nessuno intanto
    pareva tenesse in debito conto la lor  fatica...  Eppure,  il  frutto,
    eccolo l,  bene in vista, che diceva: Questo  fatto. Portate via!.
    Stese una mano a uno  di  quei  mucchietti,  ne  prese  un  pizzico  e
    strofin  le  dita.   Niente!  Neanche  polvere...  E,  guardandosi  i
    polpastrelli dell'indice e del pollice,  and a sedere su  una  comoda
    poltrona  accanto  al  canap.  Seduto,  la  scosse  un po',  come per
    accertarsi della solidit.
    Neanche polvere... Niente!
    Con una smorfia,  trasse dal tavolinetto tondo innanzi  al  canap  un
    album,  in  capo  al  quale  era  il ritratto del padrone di casa,  il
    canonico Agr.
    Era sempre parso al Mattina che il canonico  Pompeo  Agr  avesse  una
    strana somiglianza con un uccellaccio,  di cui non rammentava il nome.
    Certo il naso,  largo alla base,  acuminato in punta,  s'allungava  in
    quel volto come un becco.  Era per negli occhietti grigi, vivi, sotto
    la fronte alta e angusta,  tutta la malizia astuta,  sottile e tenace,
    di cui l'Agr godeva fama.
    Il  Mattina  esamin  quel  viso,  come  se nei tratti di esso volesse
    scorgere la ragione dell'invito ricevuto la sera avanti.  Che  diamine
    poteva  voler  da  lui  l'Agr?  Il  dissidio  di questo canonico gran
    signore col partito clericale,  dissidio che suscitava tanto  scandalo
    in paese,  era proprio proprio vero,  o non piuttosto un atteggiamento
    concertato, insidioso, per tradir la buona fede dell'Auriti,  penetrar
    nel  campo  avversario  e sorprenderne le mosse?  Eh,  a fidarsi d'una
    volpe... Quel colloquio segreto col Prola... Fosse tutto un tranello?
    Alz gli  occhi,  volse  di  nuovo  lo  sguardo  attorno  e  di  nuovo
    dall'immobilit  silenziosa  di  quei  vecchi oggetti senz'uso e senza
    vita si sent turbato,  quasi che essi,  per averne egli  scoperto  le
    magagne, lo spiassero ora pi ostili.
    Ud  per  le  tre  stanze  in fila la voce del vecchio cameriere,  che
    ripeteva:
    - Di qua, di qua, mi segua.
    Pos l'album e guard in direzione dell'uscio.
    - Oh! Vernica...
    - Caro Titta, - rispose Guido Vernica, fermandosi in mezzo al salone.
    Si tolse le lenti per pulirle col fazzoletto pronto  nell'altra  mano;
    strizz gli occhi fortemente miopi,  e con l'indice e il pollice della
    mano tozza si stropicci il naso maltrattato dal continuo pinzar delle
    lenti; poi si appress per sedere su la poltrona di fronte al Mattina;
    ma questi, alzandosi, lo prese sotto il braccio e gli disse piano:
    - Aspetta, ti voglio far vedere...
    E  lo  condusse  innanzi  alla  mensola  per  mostrargli  tutti   quei
    mucchietti di polviglio.
    Il  Vernica,  non  comprendendo  che  cosa  dovesse  guardare,  miope
    com'era, si chin fin quasi a toccar col naso il piano della mensola.
    - Tarli? - disse poi, ma senza farci caso,  anzi guardando freddamente
    il Mattina, come per domandargli perch glieli avesse mostrati: e and
    a sedere su la poltrona.
    -  "Tu  quoque?"  - domand allora il Mattina,  rimasto male e volendo
    dissimular la stizza.
    - Non so di che si tratti, - gli rispose il Vernica con l'aria di chi
    voglia nascondere un segreto.
    - Neanch'io, - s'affrett a soggiungere il Mattina con indifferenza. -
    Ho ricevuto un invito...
    E pos gli occhi senza sguardo su la fronte del Vernica sconciata  da
    tre lunghi raffrigni in vario senso: ferite riportate in duello.
    - Torni da Roma?
    - No. Da Palermo.
    - E ti trattieni molto?
    - Non so.
    Dimostrava  chiaramente  il  Vernica  con  quelle secche risposte che
    voleva restar chiuso in s,  per non darsi importanza con  ci  che  -
    volendo  - avrebbe potuto dire.  Difatti il suo cmpito,  adesso,  era
    questo:  mostrarsi  seccato,   anzi  stanco  e  sfiduciato.   Per  sua
    disgrazia,  egli  -  e tutti lo sapevano - aveva un ideale: la Patria,
    rappresentata, anzi incarnata tutta quanta nella persona di un vecchio
    glorioso statista,  il Crispi,  battuto alcuni anni  addietro  in  una
    tumultuosa seduta parlamentare,  dopo una lotta piccina e sleale.  Per
    questo vecchio glorioso s'era  cimentato  in  tanti  e  tanti  duelli,
    riportandone quasi sempre la peggio;  aveva respinto su i giornali con
    inaudita violenza di  linguaggio  le  ingiurie  degli  oppositori.  Ma
    ormai,  caduto  quel  Vecchio,  anche  la  patria  per lui era caduta:
    trionfava la marmaglia; non era noja, la sua;  era propriamente schifo
    di  vivere.  Non  credeva  affatto che Roberto Auriti potesse vincere,
    quantunque sostenuto dal Governo;  ma quel suo Vecchio venerato -  che
    ancora  intorno all'avvenire della patria s'illudeva come un fanciullo
    - gli aveva imposto di recarsi a Girgenti a combattere  per  l'Auriti;
    sapeva che questi,  pi che per le premure del Governo,  s'era piegato
    ad accettare la lotta per la spinta del vecchio statista;  ed eccolo a
    Girgenti.   Tanto  per  non  venir  meno  al  dovere,  rispondeva  ora
    all'invito dell'Agr,  d'un canonico,  lui che amava i preti quanto il
    fumo negli occhi.  C'era;  bisognava che s'adattasse. Non ostante per
    la sfiducia con cui s'era lasciato andare a quella impresa elettorale,
    si sentiva alquanto stizzito,  nel vedersi messo ora alla pari con  un
    Mattina  qualunque,  appajato con costui nella piccola congiura che il
    canonico Agr pareva volesse ordire.
    Il Mattina si mosse su la poltrona,  sbuffando  e  prendendo  un'altra
    positura.
    - Si fa aspettare...
    - Chi c' di l? - domand Guido Vernica, senz'ombra d'impazienza. Il
    Mattina si protese e disse sottovoce:
    -  Prola figlio,  la lancia spezzata d'Ignazio Capolino.  L'ho saputo
    dal cameriere.  Che te ne pare?  Domando e dico,  che cosa ci stiamo a
    fare qua noi due?
    - Sentiremo... - sospir il Vernica.
    - Non vorrei che...
    Il  Mattina  s'interruppe,  vedendo aprir l'uscio ed entrare,  lungo e
    curvo su la sua magrezza, il canonico Pompeo Agr.
    Facendo cenno con ambo le mani ai due ospiti di rimaner seduti,  disse
    con vocetta stridente:
    -  Chiedo  vnia...  Stieno,  stieno  seduti,  prego.  Caro  Vernica;
    cavaliere esimio.  Qua,  cavaliere,  segga qua,  accanto a me;  non ho
    paura de' suoi peccatacci di giovent.
    - S, giovent! - sorrise il Mattina, mostrando il capo grigio.
    Il Canonico trasse dal petto un vecchio orologino d'argento.
    - Il pelo,  eh, lei m'insegna, e non il vizio. Gi le dieci, perbacco!
    Ho perduto molto tempo... Mah!
    S'alter in volto;  rest un momento perplesso,  se dire o  non  dire;
    poi, come attaccando una coda al sospiro rimasto in tronco:
    - La gratitudine, un mito!
    Tentenn il capo, e riprese:
    - Sarebbero disposti lor signori a venire un momentino con me?
    - Dove? - domand il Mattina.
    -  In  casa  di  Roberto  Auriti...  tanto  amico  mio,  tanto...  fin
    dall'infanzia, lo sanno.  I nostri padri,  pi che fratelli,  compagni
    d'arme;  quello  di  Roberto  a  Milazzo,  e il mio cadde al Volturno.
    Storia, questa. Se ne dovrebbe tener conto in paese,  invece di menare
    tanto  scalpore  per  la mia...  come la chiamano?  diserzione...  eh?
    diserzione, gi. La veste!  Sissignori.  Ma sotto la veste c' pure un
    cuore; e ce l'ho anch'io per la santa amicizia, e anche... e anche...
    Il  Canonico  forse  voleva  aggiungere  per  la  patria;  lo lasci
    intendere col gesto e pose un freno alla foga del sentimento generoso.
    Si sforzava di parlar dipinto,  con un risolino arguto su  le  labbra,
    strofinandosi  di  continuo sotto il mento le mani ossute,  come se le
    lavasse alla fontanella delle sue frasi polite, s, non per fluenti e
    limpide e continue, ma quasi a sbruffi,  esitanti spesso e con curiosi
    ingorghi  esclamativi.  Di tratto in tratto,  nel sollevar le plpebre
    stanche, lasciava intravedere qualche obliquo sguardo fuggevole,  cos
    diverso  dall'ordinario,  che  subito  ciascuno  immaginava quell'uomo
    dovesse,  nell'intimit,  non esser quale  appariva,  aver  pi  d'una
    afflizione  profondamente  segreta che lo rendeva astuto e cattivo,  e
    travagli d'animo oscuri.
    - Prima d'andare,  -  riprese  cangiando  tono,  -  due  paroline  per
    intenderci.  Avrei meditato... messo s, o mi sembra, un piccolo piano
    di  battaglia.   Non  la  pretendo  a  generale,   veh!   Lor  signori
    combatteranno;  io porter il gamellino. Ecco. Ben ponderato tutto, il
    nostro pi temibile avversario chi ? Il Capolino?  No;  ma chi gli fa
    spalla: il Salvo, gi suo cognato, potentissimo. Ora io da buona fonte
    so  che il Salvo fino a pochi giorni fa non voleva permettere in verun
    modo questa... questa comparsa del Capolino.
    - S,  s,  - conferm il Mattina.  -  A  causa  delle  trattative  di
    matrimonio tra la sorella e il principe di Laurentano.
    -  Oh!  Benissimo,  -  approv il Canonico.  - Ma il Salvo concesse la
    grazia di fargli spalla appena seppe che  il  principe  non  intendeva
    d'aver  riguardo  alla  parentela dell'Auriti e ordinava non ne avesse
    parimenti il partito. Stando cos le cose, le sorti del nostro Roberto
    sono quasi disperate. Non c'illudiamo.
    - Eh, lo so! - sbuff il Vernica.
    Subito il Canonico lo ferm con un gesto della mano, seguitando:
    - Ma se noi,  ecco,  pognamo che noi,  signori miei,  a dispetto della
    libert  concessa  dal  principe,  riuscissimo a legar mani e piedi al
    colosso, al Salvo... eh? Come? Ecco: sarebbe questo il mio piano.
    Pompeo Agr,  data cos l'esca alla curiosit,  stette un pezzo con le
    mani spalmate, sospese sotto il mento; poi le ritrasse, richiudendole;
    chiuse anche gli occhi per raccogliersi meglio;  lasci andar fuori un
    altro: - Ecco!  -,  come un gancio per sostener l'attenzione  dei  due
    ascoltatori, e rimase ancora un po' in silenzio.
    -  Lor signori sanno le condizioni con cui si effettuer il matrimonio
    per espressa volont del Laurentano.  Ora queste  condizioni,  secondo
    che  io  ho  divisato,  dovrebbero diventare il punto...  come diremo?
    vulnerabile del Salvo.
    - Il tallone d'Achille, - sugger il Mattina, scotendosi, per dire una
    cosa nuova.
    - Benissimo!  d'Achille!  - approv l'Agr.  - E mi spiego.  Preme  al
    Salvo  certamente,  avendole  accettate,  che  il figlio del principe,
    residente a Roma (mi par che si chiami Gerlando,  eh?  come il  nonno:
    Gerlandino,  Landino)  non  sia,  o almeno,  non si mostri apertamente
    contrario a questo matrimonio del padre. Anzi so che il Salvo ha posto
    come patto la presenza del giovine  alla  cerimonia  nuziale,  per  il
    riconoscimento  del  vincolo da parte sua e come impegno da gentiluomo
    per l'avvenire.  Io non conosco codesto Gerlandino,  ma so  che    di
    pelo... cio, diciamo, di stampa ben altra dal padre.
    - Opposta! - esclam il Vernica. - Io lo conosco bene.
    - Oh bravo! - soggiunse l'Agr. - Ammesso dunque che non abbia neppure
    le  idee  di  Roberto Auriti,  tra i due,  voglio dire tra questo e un
    Capolino, dovrebbe aver pi cara, m'immagino, la vittoria del parente.
    Guido Vernica, a questo punto, si scosse e sospir a lungo,  come per
    votarsi dell'illusione accolta per un momento, e disse:
    - Ah,  no,  non credo,  sa!  non credo proprio che Lando si impicci di
    codeste cose...
    - Mi lasci dire, - riprese il Canonico,  con voce agretta.  - A me non
    cale  che  se  ne  impicci:  vorrei saper solamente da lei che  stato
    tanto tempo a Roma e conosce il  giovine,  se  l'antagonismo,  diciamo
    cos,  tra  don  Ippolito  Laurentano e donna Caterina Auriti sussista
    anche tra i loro figliuoli.
    - No,  questo no!  - rispose subito il Vernica.  - Sono anzi in  buon
    accordo, amici.
    - Mi basta!  - esclam allora il Canonico picchiandosi col dorso d'una
    mano la palma dell'altra.  - Mi  strabasta!  Se  della  parentela  con
    l'Auriti non vuole tener conto il padre, pu invece, o potrebbe, tener
    conto il figlio. Ed ecco legato il Salvo, il colosso!
    Pompeo  Agr  volle  godere  un  momento  di  quella  prima  vittoria,
    guardando acutamente, con un sorrisino un po' smorfioso,  il Vernica,
    poi il Mattina,  gi accampati entrambi nel suo piano,  stimato almeno
    meditabile. Quindi,  come un generale non contento di vincere soltanto
    a  tavolino,  con  le  leggi  della  tattica,  scese  a  osservare  le
    difficolt materiali dell'impresa.
    - Il punto,  - disse,  - sar persuadere a quel benedetto  Roberto  di
    servirsi di questo spediente. Giacch, per lo meno, abbiamo bisogno di
    una  lettera  privata  di  Gerlandino,  da  far  vedere o conoscere in
    qualche modo al Salvo,  ecco!  o diretta al  Salvo  stesso,  che  sar
    difficile,  o a Roberto,  o a qualche amico: a lei,  per esempio, caro
    Vernica: insomma, una prova, un documento...
    Guido Vernica non volle dichiarare ch'egli non poteva attendersi  una
    lettera  da  Lando,  col quale non aveva alcuna intimit;  stim,  s,
    ingegnoso il piano dell'Agr,  ma  forse  inattuabile  per  la  troppa
    schifilt  di  Roberto,   il  quale...  il  quale...  s,  benemerenze
    patriottiche...
    - Onest immacolata! - soggiunse l'Agr.
    - S, - concesse il Vernica,  - e anche ingegno,  se vogliamo;  ma...
    ma...  ma...  al d d'oggi...  e gli secca il Prefetto,  e par che gli
    secchino anche gli amici... basta! Sar un affar serio! Io, per me, mi
    metterei anche la pelle alla rovescia per ajutarlo; per...
    S'interruppe; si batt la fronte con una mano; esclam:
    - Ho trovato! Giulio... c' Giulio...  il fratello di Roberto,  giusto
    in  questo momento nella segreteria particolare di S.  E.  il ministro
    D'Atri: eh,  perbacco!  a lui s posso scrivere...    intimissimo  di
    Lando.  Da  Giulio  si  otterr facilmente quello che vogliamo,  senza
    farne saper nulla a Roberto che opporrebbe  chi  sa  quanti  ostacoli.
    Ecco fatto!
    - Bravissimo!  bravissimo! - non rifiniva pi d'esclamare il Canonico,
    gongolante.
    Solo il Mattina era rimasto come una barca,  la cui vela non riuscisse
    a pigliar vento. Vedendo quell'altre due barche filar cos leste senza
    pi curarsi di lui rimasto floscio indietro,  si sent umiliato; volle
    dir la sua e,  non potendo altro,  si prov a soffiare un po' di vento
    contrario e a parar qualche secca o qualche scoglio.
    - Gi, - disse, - ma non sar troppo tardi, signori miei? Riflettiamo!
    Prima   che   la   lettera  arrivi,   anche  facendo  con  la  massima
    sollecitudine,  di qui  a  Roma,  chiama  e  rispondi!  Ci  vorr  una
    settimana; dico poco. Il Salvo avr tutto il tempo di compromettersi e
    non si potr pi tirare indietro.
    - Eh,  lo vorr vedere!  - esclam il Canonico con un sogghignetto,  e
    alzando una mano, come per salutarlo da lontano. - No, sa! no, sa! Mai
    pi,  mai pi,  mai pi...  Vuole che gli stia poi tanto a cuore il
    Capolino?
    -  Ma la propria dignit,  scusi!  - si risenti il cavaliere,  come se
    fosse in ballo la sua.  - Bella figura ci  farebbe!  Ma  sa  che  oggi
    stesso   nella   sala  di  redazione  dell'"Empedocle"  si  proclamer
    ufficialmente la candidatura di Capolino con l'intervento del Salvo  e
    di tutti i maggiorenti del partito? Non scherziamo!
    - In questo caso, - salt a dire il Vernica, - per far pi presto, si
    spedir  a  Giulio  ora  stesso,  d'urgenza,  un  telegramma in cifre.
    Roberto ha un cifrario particolare  col  fratello.  Non  perdiamo  pi
    tempo...  Piuttosto...  aspetti!...  ora  che ci penso...  il Selmi...
    perdio!
    - Selmi?  - domand il Canonico,  stordito da  quel  nome  che  cadeva
    all'improvviso  come  un  ostacolo  insormontabile su la via cos bene
    spianata. - Il deputato Selmi?
    - Corrado Selmi, s, - rispose il Vernica.  - L'ho visto a Palermo...
    Ha  promesso  a  Roberto  di venire qua,  per lui,  e che anzi avrebbe
    tenuto un discorso...
    - Ebbene? - fece l'Agr. - Anzi,  un parlamentare di tanta autorit...
    vero patriota...
    -   Lasci  andare!   lasci  andare!   -  lo  interruppe  il  Vernica,
    socchiudendo gli occhi,  scotendo una mano.  -  Patriota...  va  bene!
    Bacato,  bacato,  bacato, caro Canonico... Debiti... compromissioni...
    storie...  e Dio non voglia che il povero Roberto per causa di  lui...
    Basta. Non  per questo, adesso... Ma per Lando Laurentano...
    E  Guido  Vernica  fece  pi  volte  schioccar  le  dita,   come  per
    strigarsele dell'impiccio che gli dava il pensiero del Selmi.
    - Non capisco... - osserv il Canonico. - Forse tra il Laurentano e il
    Selmi?...
    - Eh, altro! - esclam il Vernica. - Nimicizia mortale!
    - Affar di donne,  - aggiunse  il  Mattina,  serio,  socchiudendo  gli
    occhi, soddisfattissimo di quella contrariet.
    E il Canonico, incuriosito:
    - Ah s? Di donne?
    - Storia vecchia,  - rispose il Vernica. - Finita, a quanto pare; ma,
    fino a un anno fa,  Corrado Selmi - lo dico perch tutta Roma lo sa  -
    fu l'amante di donna Giannetta D'Atri, moglie del Ministro d'oggi.
    Il Canonico lev una mano:
    - Uh, che cose! E questa... e questa donna Giannetta chi sarebbe?
    - Ma una Montalto!  - disse il Vernica.  - Cugina di Lando...  Lei sa
    che la prima moglie del principe fu una Montalto.
    - Ah, ecco! E forse il giovine...?
    - Da ragazzo,  tra cugini...  Questo non lo so bene.  Il fatto    che
    Lando Laurentano provoc due volte il Selmi...  Ora, capir, se questi
    viene qua a sostenere la candidatura di Roberto...
    - Gi, gi, gi... ora comprendo! - esclam il Canonico. - Si dovrebbe
    impedire! Ah, si dovrebbe impedire!
    - Forse non sar difficile,  - concluse il Vernica.  - Perch Corrado
    Selmi  avr  da  combattere per s nel suo collegio.  Basta,  vedremo.
    Adesso andiamo subito da Roberto.
    Il Canonico si alz.
    - Pronti,  - disse.  - La  vettura    gi.  Un  momentino,  col  loro
    permesso. Prendo il cappello e il tabarro.
    Poco dopo,  il Vernica e il Mattina rividero il vecchio cameriere dai
    piedi sbiechi,  parato da  automedonte,  e  salirono  in  vettura  con
    l'Agr.
    Venendo  su  dal  Rbato,  per  piazza San Domenico notarono subito un
    movimento insolito lungo la via maestra.  Quattro,  cinque monellacci,
    correndo  e fermandosi qua e l,  strillavano il giornaletto clericale
    "Empedocle", che pareva andasse a ruba.
    - "L'Impducli! L'Impducli!"
    E per tutto si formavano capannelli,  qua a leggere,  l  a  commentar
    vivamente qualche articolo, certo violento, stampato in quel foglio.
    Il  Vernica,   vedendo  passare  presso  la  vettura  uno  di  quegli
    strilloni, non seppe resistere alla tentazione, e mentre il Canonico -
    che per le vie della citt,  in quei giorni,  si sentiva in mezzo a un
    campo nemico - consigliava: - Meglio a casa!  meglio a casa! - si fece
    buttare nella vettura una copia del giornale. La prese il Mattina.
    - Leggo io?
    E cominci a  leggere  sottovoce  l'articolo  di  fondo,  quello  che,
    indubbiamente, suscitava tanto fermento nel pubblico.
    Era  intitolato  "Patrioti  per bisogni di famiglia",  e si riferiva -
    senza far nomi,  ma con turpe  evidenza  -  alla  memoria  di  Stefano
    Auriti,  padre di Roberto,  alterando con vilissima calunnia la storia
    romanzesca del suo amore per Caterina  Laurentano;  la  fuga  dei  due
    giovani  poco  prima  della  rivoluzione  del 1848;  la parte presa da
    Stefano Auriti a questa rivoluzione non gi per amor  di  patria,  ma
    appunto  per  bisogni  di  famiglia,  cio per la conquista d'una dote
    insieme con le grazie del suocero per forza, ricco, liberale, s,  ma,
    ahim, d'una inflessibilit superiore a ogni previsione.
    Man  mano,  leggendo,  la  voce  del Mattina si alterava dallo sdegno,
    acceso maggiormente dall'indignazione  dell'Agr,  che  prorompeva  di
    tratto  in  tratto,  accennando  di  turarsi  le orecchie e buttandosi
    indietro:
    - Oh vigliacchi! oh vigliacchi!
    A un certo punto il Mattina si vide  strappar  di  mano  il  giornale.
    Guido Vernica,  pallidissimo,  col volto scontraffatto dall'ira, apr
    lo sportello della vettura, ne balz fuori e, senza sentire i richiami
    del Canonico, tanto per cominciare, si lanci di furia tra un crocchio
    di gente,  in mezzo al quale stava il  Capolino,  a  cui  schiaff  in
    faccia  il  giornale,  stropicciandoglielo sul muso.  L'aggressione fu
    cos fulminea, che tutti restarono per un momento storditi e sgomenti,
    poi s'avventarono addosso all'aggressore: accorse gente, vociando,  da
    tutte  le parti: nel mezzo era la mischia,  fitta: volavano bastonate,
    tra urli e  imprecazioni.  Il  Mattina  non  ebbe  tempo  n  modo  di
    cacciarsi in difesa del Vernica;  ma, poco dopo, l'abbaruffo, l nel
    forte,  si allarg: la rissa era  partita.  Il  Canonico  chiamava  il
    Mattina, smaniando, dalla vettura. Questi ud alla fine e si volse; ma
    vide in quella il Vernica,  senza cappello,  senza lenti,  strappato,
    ansimante tra una frotta di giovani che evidentemente lo  difendevano,
    e accorse. Ritorn, poco dopo, alla vettura del Canonico:
    - Niente - dice;  - stia tranquillo; andiamo pure;  tra amici; se l'
    cavata bene.
    Il Canonico tremava tutto.
    - Signore  Iddio,  Signore  Iddio...  che  scandalo...  Ma  perch?...
    Schifosi... Non conveniva sporcarsi le mani... E ora che avverr?
    -  Oh,  -  fece con una certa sprezzatura il Mattina.  - Un duello;  
    semplicissimo... o una querela, se la santa religione non consentir a
    quel farabutto di dar conto delle turpitudini che pure gli ha permesso
    di sfognare.
    - La religione,  scusi,  lasciamola stare,  cavaliere,  - disse Pompeo
    Agr  pacatamente.  -  Non  c'entra  e...  mi lasci dire!  non c'entra
    neppure il Capolino.
    - Come no?
    - Mi lasci dire. Io so chi ha scritto l'articolo,  quella sozzura.  Il
    Prola,  il  Prola  venuto  stamani  da me,  non so da chi spedito...
    Brutto ingrato! feccia d'uomo!
    - Ma il Capolino, - obbiett il Mattina,  -  direttore del giornale e
    ha lasciato passar l'articolo.
    - Giurerei,  metterei le mani sul fuoco,  - rispose il Canonico, - che
    non lo lesse prima.  E' mio  avversario,  veda,  eppure  lo  riconosco
    incapace  d'una siffatta bassezza...  E ora,  che troveremo in casa di
    Roberto?

    Donna Caterina Auriti-Laurentano abitava con la  figlia  Anna,  vedova
    anch'essa,  e  col  nipote,  una  vecchia e triste casa sotto la Bada
    Grande.
    La casa era  appartenuta  a  Michele  Del  Re,  marito  di  Anna,  che
    null'altro  aveva potuto lasciare in eredit alla vedova giovanissima,
    all'unico figliuolo, Antonio, che ora aveva circa diciott'anni.
    Vi si saliva per  angusti  vicoli  sdruccioli,  a  scalini,  malamente
    acciottolati,   sudici  spesso,  intanfati  dai  cattivi  odori  misti
    esalanti dalle botteghe buje  come  antri,  botteghe  per  lo  pi  di
    fabbricatori  di  pasta  al tornio,  stesa l su canne e cavalletti ad
    asciugare,  e dalle catapecchie delle povere donne,  che passavano  le
    giornate  a  seder  su l'uscio,  le giornate eguali tutte,  vedendo la
    stessa gente alla stess'ora,  udendo le solite liti che  s'accendevano
    da  un  uscio  all'altro  tra due o pi comari linguacciute per i loro
    monelli che,  giocando,  s'erano strappati i capelli o rotta la testa.
    Unica  novit,  di  tanto  in  tanto,  il  Viatico;  il prete sotto il
    baldacchino, il campanello, il coro delle divote:

    "Oggi e sempre sia lodato
    Nostro Dio Sacramentato..."

    Morto il marito,  dopo appena tre anni di matrimonio,  Anna Auriti era
    quasi morta anch'essa per il mondo.  Fin dal giorno della sciagura non
    era uscita mai pi di casa,  neanche per andare a messa le  domeniche;
    n  s'era mai pi mostrata,  nemmeno attraverso i vetri delle finestre
    sempre  socchiuse.   Soltanto   le   monache   della   Bada   Grande,
    affacciandosi  alle grate a gabbia,  avevano potuto vederla dall'alto,
    quand'ella veniva a prendere,  sul vespro,  un po' d'aria nell'angusto
    giardinetto pensile della casa, ch'era addossata alla tetra, altissima
    fabbrica   di   quella   bada,   gi  antico  castello  baronale  dei
    Chiaramonte.  N certo quelle monache avevano  potuto  sentire  alcuna
    invidia   di  lei,   reclusa  come  loro.   Come  loro,   se  non  pi
    semplicemente, vestiva di nero, sempre; come loro nascondeva, sotto un
    fazzoletto nero di seta annodato al mento,  i capelli,  se non recisi,
    non  pi  curati affatto,  appena ravviati in due bande e attorti alla
    lesta dietro la nuca; que' bei capelli castani, voluminosi,  che tanta
    grazia  un giorno,  acconciati con arte,  avevano dato al suo pallido,
    mite, soavissimo volto.
    Donna Caterina aveva  condiviso  strettamente  questa  clausura  della
    figlia,  vestita  anch'essa  di nero,  fin dal 1860,  data della morte
    eroica del marito, a Milazzo. Rigida, magra, non aveva l'aria di mesta
    rassegnazione della figlia.  La  macerazione  cupa  dell'orgoglio,  la
    fierezza  del  carattere  che,  a costo d'incredibili sacrifizii,  non
    s'era mai smentita di fronte alle pi crudeli avversit  della  sorte,
    le  avevano alterato cos i lineamenti del volto,  che nessuna traccia
    esso ormai serbava  pi  dell'antica  bellezza.  Il  naso  le  si  era
    allungato,  affilato e teso sulla bocca vizza, qua e l rientrante per
    la perdita di alcuni denti; le gote le si erano affossate; aguzzato il
    mento.  Ma soprattutto gli occhi,  sotto le folte  sopracciglia  nere,
    mostravano la rovina di quel volto: le plpebre s'eran rilassate,  una
    pi,  l'altra meno,  e quell'occhio pi  dell'altro  socchiuso,  dallo
    sguardo  lento,  velato d'intensa angoscia,  conferiva a quella faccia
    spenta l'aspetto d'una maschera  di  cera,  orribilmente  dolorosa.  I
    capelli,  intanto,  le  erano  rimasti  nerissimi e lucidi,  quasi per
    dileggio,  per far risaltare meglio lo scempio di  quelle  fattezze  e
    smentir  la credenza che i dolori facciano incanutire.  Aveva sofferto
    tutto donna Caterina Laurentano,  anche la fame,  lei nata nel  fasto,
    allevata  e  cresciuta  fra  gli  splendori d'una casa principesca: la
    fame,  quando,  domata la rivoluzione del 1848,  a diciotto anni,  col
    primo figliuolo neonato, Roberto, aveva dovuto seguire nell'esilio, in
    Piemonte,  il marito,  escluso con altri quarantatr dall'amnistia,  e
    condannato alla confisca  dei  pochi  beni.  Il  padre,  don  Gerlando
    Laurentano,  anch'egli  tra quei quarantatr esclusi,  la aveva allora
    invitata ad andare con lui a Malta,  suo luogo d'esilio,  a patto per
    che avesse abbandonato per sempre Stefano Auriti. Lei? Aveva rifiutato
    sdegnosamente;  e  con  pi sdegno aveva poi rifiutato l'elemosina del
    fratello Ippolito,  il quale con altri  pochi  indegni  della  nobilt
    siciliana  era  andato  a  ossequiar  Satriano  a Palermo,  e ne aveva
    ottenuto la restituzione dei beni confiscati al padre. Ed era andata a
    Torino col marito, tutti e due sperduti e come ciechi, a mendicare per
    quel  figlioletto  la  vita.  Nessuno  degli  esuli,   dei  fuorusciti
    siciliani  col,  aveva  voluto  credere  dapprima  che ella,  di cos
    cospicui natali,  unica figliuola femmina del principe di  Laurentano,
    non avesse portato nulla con s, n ricevesse soccorsi dalla famiglia;
    e  Stefano  Auriti  era  stato perci in tutti i modi ostacolato dagli
    stessi compagni di sventura nella ricerca affannosa d'un posticino che
    gli avesse dato pane, solo pane per la moglie e per s.  E allora ella
    s'era  gravemente ammalata e per cinque mesi era stata in un ospedale,
    ricoverata per carit dopo infiniti stenti,  e per carit  il  piccolo
    Roberto  era  stato  allevato  in un altro ospizio.  S'erano ravveduti
    finalmente e commossi i compagni d'esilio e  avevano  ajutato  a  gara
    Stefano Auriti.  Uscita dall'ospedale,  ella aveva ricevuto la notizia
    che il padre,  don Gerlando Laurentano,  era morto  volontariamente  a
    Brmula,  di veleno.  Dei dodici anni passati a Torino,  fino al 1860,
    donna Caterina serbava ormai una memoria vaga,  confusa,  come di  una
    vita  non  vissuta propriamente da lei,  ma piuttosto immaginata in un
    sogno strano e violento,  in cui tuttavia sprazzavano  visioni  liete,
    qualche   momento   felice   e   ardente,   d'entusiasmo  patriottico.
    Incancellabilmente impressa nel cuore aveva invece l'ora del risveglio
    da questo sogno: allorch le era  pervenuta  la  notizia  che  Stefano
    Auriti, partito col figliuolo appena dodicenne da Quarto con Garibaldi
    per  la liberazione della Sicilia,  era caduto nella battaglia campale
    di  Milazzo.  Neanche  la  grazia  di  farla  impazzire  aveva  voluto
    concederle  Iddio  in  quel  momento!  E aveva dovuto sentire,  vedere
    quasi,  il suo cuore di moglie  straziato,  colpito  a  morte,  l  in
    Sicilia,  trascinarsi  sanguinando  dietro  al  figliuolo  giovinetto,
    rimasto ora senza il presidio del padre  a  seguitare  la  guerra.  Le
    avevano  fatto  a Torino una colletta,  e coi due orfanelli,  Giulio e
    Anna, nati col, era ritornata in Sicilia,  nella patria gi liberata;
    ma da vedova,  in gramaglie,  e pi misera di come ne era partita: tra
    l'esultanza di tutti, lei, con quei due piccini,  vestiti anch'essi di
    nero. Roberto era gi entrato a Napoli con Garibaldi, e ora combatteva
    sotto  Caserta,  accanto  a  Mauro Mortara.  Era stata accolta in casa
    degli Alimo, parenti poveri di Stefano Auriti.  Novamente il fratello
    Ippolito,  ora  riparato  a  Colimbtra,  le aveva profferto ajuto;  e
    novamente, con pari sdegno,  ella lo aveva rifiutato,  meravigliando e
    gettando  nella  costernazione gli Alimo,  che la ospitavano.  Povera
    gente,  anche d'intelletto povera e di cuore,  quante amarezze non  le
    aveva  cagionate!  S'era  dovuta  guardare  da  loro,  come  da nemici
    acerrimi della  sua  dignit,  ch'essi  non  intendevano;  capacissimi
    com'erano  di  chiedere e d'accettare di nascosto quell'ajuto che ella
    aveva rifiutato,  non contenti del lavoro che faceva in casa e che  si
    procacciava  da fuori per cavarne un giusto compenso al poco dispendio
    che dava loro.  S'era rialzata per poco da quell'orribile  avvilimento
    al  ritorno  di  Roberto,  accolto da tutto il paese quasi in delirio.
    Ancora, ricordando quel giorno, quel momento, le sue misere carni eran
    corse da brividi. Ah con quale esultanza, con che spasimo d'amore e di
    dolore s'era serrato al seno il figliuolo,  che ritornava solo,  senza
    il  padre,  l'eroe  giovinetto  dalla camicia rossa,  che il popolo le
    aveva recato su le braccia in trionfo! Il Governo provvisorio le aveva
    accordato un sussidio mensile,  e a Roberto - non potendo  altro,  per
    l'et  -  aveva  accordato  una  borsa  di studio in Palermo.  L'aveva
    perduta pochi anni dopo, questa borsa,  Roberto,  per seguir Garibaldi
    alla  conquista  di  Roma.  Ma  al  torrente di sangue giovanile,  che
    avrebbe ristorato le vene esauste di Roma,  la ragion di  Stato  aveva
    opposto,  ad Aspromonte,  un argine di petti fraterni;  e Roberto, con
    gli altri, era stato preso e imprigionato,  prima alla Spezia,  poi al
    forte  Monteratti a Genova.  Liberato,  aveva ripreso gli studii,  per
    poco. Nel 1866,  dietro a Garibaldi,  di nuovo.  Solo nel 1871 gli era
    venuto  fatto  di  laurearsi in legge;  e subito era andato a Roma per
    provvedere, dopo tante vicende tumultuose,  alla propria esistenza e a
    quella  dei  suoi.  Qualche anno dopo,  lo aveva raggiunto il fratello
    Giulio. Anna, a Girgenti, aveva gi trovato marito, e donna Caterina -
    aspettando che Roberto a Roma si facesse  largo  e  si  preparasse  un
    avvenire  degno  del  suo passato,  e la consolasse infine di tutte le
    amarezze patite e dell'avvilimento per cui maggiormente aveva sofferto
    - era andata a vivere in casa del genero Michele Del Re.  La morte  di
    questo,   tre  anni  dopo,   la  sciagura  della  figlia,  la  miseria
    sopravvenuta di nuovo,  quasi non avevano avuto potere di scuoterla da
    un dolore pi cupo e profondo, in cui era caduta. Il figlio, il figlio
    da cui tanto si aspettava,  il suo Roberto,  fra il trambusto violento
    della nuova vita nella terza Capitale,  tra  la  baraonda  oscena  dei
    tanti  che  vi  s'abbaruffavano reclamando compensi,  carpendo onori e
    favori, il suo Roberto s'era perduto!  Stimando semplicemente come suo
    dovere  quanto  aveva fatto per la patria,  non aveva voluto n saputo
    accampare alcun diritto a compensi;  aveva forse sperato e atteso  che
    gli  amici,  i  compagni,  si  fossero  ricordati  di  lui dignitoso e
    modesto.  Poi forse lo schifo lo aveva vinto e tratto in  disparte.  E
    qual  rovino  era  sopravvenuto in Sicilia di tutte le illusioni,  di
    tutta la fervida fede,  con cui  s'era  accesa  alla  rivolta!  Povera
    isola, trattata come terra di conquista! Poveri isolani, trattati come
    barbari  che  bisognava incivilire!  Ed eran calati i "Continentali" a
    incivilirli:  calate  le  soldatesche  nuove,  quella  colonna  infame
    comandata  da un rinnegato,  l'ungherese colonnello Eberhardt,  venuto
    per la prima volta in Sicilia con Garibaldi e poi tra i fucilatori  di
    Lui   ad   Aspromonte,   e   quell'altro  tenentino  savojardo  Dupuy,
    l'incendiatore;  calati tutti gli scarti della burocrazia;  e  liti  e
    duelli  e  scene selvagge;  e la prefettura del Medici,  e i tribunali
    militari,  e i  furti,  gli  assassinii,  le  grassazioni,  orditi  ed
    eseguiti   dalla   nuova   polizia   in  nome  del  Real  Governo;   e
    falsificazioni  e  sottrazioni  di  documenti  e   processi   politici
    ignominiosi:  tutto il primo governo della Destra parlamentare!  E poi
    era venuta la Sinistra al potere,  e aveva  cominciato  anch'essa  con
    provvedimenti  eccezionali  per  la Sicilia;  e usurpazioni e truffe e
    concussioni e favori  scandalosi  e  scandaloso  sperpero  del  denaro
    pubblico; prefetti, delegati, magistrati messi a servizio dei deputati
    ministeriali,  e clientele spudorate e brogli elettorali; spese pazze,
    cortigianerie degradanti;  l'oppressione dei vinti e  dei  lavoratori,
    assistita  e  protetta  dalla  legge,  e  assicurata  l'impunit  agli
    oppressori...
    Da due giorni - dacch Roberto era arrivato a Girgenti - usciva  dalla
    bocca amara di donna Caterina Auriti questo fiotto veemente di crudeli
    ricordi,  d'acerbe rampogne,  di fiere accuse.  Guardando il figlio, a
    traverso le plpebre rilassate,  con  quell'occhio  quasi  spento,  si
    votava  il  cuore  di  tutte le amarezze accumulate in tanti anni,  di
    tutto il dolore, di cui l'anima sua s'era nutrita e attossicata.
    - Che speri? che vuoi? - gli domandava. - Che sei venuto a far qui?
    E  Roberto  Auriti,   investito  dalla  furia  della   madre,   taceva
    aggrondato, a capo chino, con gli occhi chiusi.
    Aveva  ormai  quarantatr  anni:  gi  calvo,  ma vigoroso,  col volto
    fortemente inquadrato dalle folte sopracciglia nere,  quasi giunte,  e
    dalla corta barba pur nera, se ne stava avvilito e addogliato, come un
    fanciullo  debole al cospetto di quella madre che,  pur cos debellata
    dai dolori e dagli anni,  serbava tanta energia e cos fieri  spiriti.
    Si  sentiva  veramente  sconfitto.  L'animo,  troppo teso negli sforzi
    della prima giovent,  gli era venuto meno a poco a  poco,  di  fronte
    alla  nuova,  laida guerra,  guerra di lucro,  guerra per la conquista
    indegna dei posti. E ne aveva chiesto uno anche lui,  non per s,  per
    il fratello Giulio,  e lo aveva ottenuto al Ministero del tesoro. Egli
    s'era  affidato  agli  scarsi,   incerti  proventi  della  professione
    d'avvocato:  proventi che tuttavia,  tal volta,  non gli lasciavano al
    tutto tranquilla la coscienza, non gi perch non li credesse meritato
    compenso al proprio lavoro,  allo zelo;  ma perch  la  maggior  parte
    delle  liti  gli  venivano  per il tramite dei deputati siciliani suoi
    amici, di Corrado Selmi specialmente,  e per parecchie aveva il dubbio
    che  le  avesse  vinte,  non  tanto  per  la  sua bravura,  quanto per
    l'indebita e non gratuita ingerenza di quelli.  Ma,  morto il  cognato
    Michele  Del  Re,  aveva  la  madre e la sorella vedova e il nipote da
    mantenere a Girgenti; oltre che a Roma, da parecchi anni,  non era pi
    solo.  Certo la madre non ignorava la convivenza di lui a Roma con una
    donna,  di cui per antichi pregiudizii e per la puritana rigidezza dei
    costumi  non  poteva  avere  alcuna  stima;  non glien'aveva mai fatto
    parola;  ma egli sentiva l'aspra condanna nel cuore materno,  un'altra
    amarezza  -  secondo  lui ingiusta - che la madre non gli mostrava per
    non avvilirlo,  per non ferirlo vieppi.  Ma forse donna Caterina,  in
    quei  momenti,  non ci pensava nemmeno,  tutt'intesa com'era a mettere
    innanzi al figlio,  con foga inesausta,  insieme coi ricordi  luttuosi
    della  famiglia,  le  condizioni  tristissime  del  paese.  E  durante
    quest'esposizione, la sorpresero il canonico Pompeo Agr e il Mattina.
    Dalla cordialit vivace,  con cui Roberto Auriti  lo  accolse,  l'Agr
    comprese subito ch'egli ignorava ancora la pubblicazione di quel turpe
    articolo. Present il Mattina, ossequi la signora.
    Donna Caterina aspett che i primi convenevoli fossero scambiati e che
    i  due  amici  esprimessero  la gioja di rivedersi dopo tanti anni;  e
    riprese, rivolta all'Agr:
    - Per carit,  Monsignore,  glielo faccia intendere anche lei,  che  
    amico  sincero.  Qua  siamo  tra  noi.  Anche questo signore,  se l'ha
    condotto lei,  sar un amico.  Io voglio persuadere mio figlio  a  non
    accettare questa lotta.
    - Mamma... - preg Roberto, con un sorriso afflitto.
    - S,  s, - incalz la madre. - Lo dicano loro. Che ha fatto Roberto,
    e perch,  in nome di che cosa viene oggi a chiedere il suffragio  del
    suo paese?  Forse in nome di tutto ci che fece da giovinetto, in nome
    del padre morto, dei sacrifizii e degli ideali per cui quei sacrifizii
    furono fatti e quello strazio sofferto? Far ridere!
    - Oh,  no,  perch,  donna Caterina?  - si  prov  a  interrompere  il
    canonico Agr,  portandosi una mano al petto, quasi ferito. - Non dica
    cos.
    - Ridere!  ridere!  - incalz quella con pi foga.  - Lo sa bene anche
    lei  come  quegli  ideali  si  sono  tradotti  in realt per il popolo
    siciliano! Che n'ha avuto?  com' stato trattato?  Oppresso,  vessato,
    abbandonato e vilipeso!  Gli ideali del Quarantotto e del Sessanta? Ma
    tutti i vecchi, qua, gridano: "Meglio prima! Meglio prima!" E lo grido
    anch'io, sa? io, Caterina Laurentano, vedova di Stefano Auriti!
    - Mamma! mamma! - supplic Roberto, con le mani agli orecchi.
    E subito la madre:
    - S, figlio: perch prima almeno avevamo una speranza,  quella che ci
    sostenne  in  mezzo  a  tutti  i triboli che tu sai e non sai,  l,  a
    Torino...  Nessuno vuol pi saperne,  ora,  credi.  Troppo cari si son
    pagati,  quegli ideali;  e ora basta!  Ritrnatene a Roma! Non voglio,
    non posso ammettere che tu sia venuto qua in nome del Governo  che  ci
    regge.  Tu non hai rubato,  figlio, non hai prestato man forte a tutte
    le ingiustizie e le turpitudini che qua  si  perpetrano  protette  dai
    prefetti  e  dai  deputati,  non  hai  favorito  la  prepotenza  delle
    consorterie locali che appestano l'aria delle  nostre  citt  come  la
    malaria le nostre campagne! E allora perch? che titoli hai per essere
    eletto? chi ti sostiene? chi ti vuole?
    Entr,  in questo punto,  Guido Vernica, rassettato e ricomposto. Era
    salito all'albergo dopo la rissa per cambiarsi  d'abito,  e  vi  aveva
    lasciato  detto  che  se  qualcuno fosse venuto a cercar di lui,  egli
    sarebbe ritornato alle ore tre del  pomeriggio.  Subito  l'Agr  e  il
    Mattina gli fecero cenno con gli occhi,  che Roberto non sapeva nulla.
    Donna Caterina Auriti s'era levata in piedi,  per incitare il figlio a
    rifiutare  l'ajuto del Governo,  che del resto non avrebbe avuto alcun
    valore nell'imminente lotta,  e ad accettar questa,  invece,  in  nome
    dell'isola oppressa.  Non avrebbe vinto,  certamente;  ma la sconfitta
    almeno non sarebbe stata disonorevole e sarebbe servita di  mnito  al
    Governo.
    - Perch voi lo vedrete, - concluse. - Faccio una facile profezia: non
    passer un anno, assisteremo a scene di sangue.
    Guido Vernica par le mani grassocce.
    - Per carit, signora mia, per carit, non dica codeste cose, che sono
    orribili  in  bocca  a  lei!  Le lasci dire ai sobillatori che,  senza
    volerlo, fanno il giuoco dei clericali! Scusi, Canonico;  ma  proprio
    cos!  Quattro  mascalzoni  ambiziosi  che  seminano  la discordia per
    assaltare i Consigli comunali e provinciali  e  anche  il  Parlamento;
    altri  quattro ignobili nemici della patria che sognano la separazione
    della Sicilia sotto il protettorato inglese,  uso Malta!  E c' poi la
    Francia,  la nostra cara sorella latina,  che soffia nel fuoco e manda
    denari per  trar  partito  domani  di  qualche  sommossa  brigantesca,
    ispirata dalla mafia!
    - Ah s?  - proruppe donna Caterina,  che s'era tenuta a stento. - Lei
    si conforta cos? Sono tutte calunnie, le solite,  quelle che ripetono
    i   ministri,   facendo   eco  ai  prefetti  e  ai  tirannelli  locali
    capielettori; per mascherare trenta e pi anni di malgoverno!  Qua c'
    la fame, caro signore, nelle campagne e nelle zolfare; i latifondi, la
    tirannia  feudale  dei  cosiddetti  "cappelli",  le tasse comunali che
    succhiano l'ultimo sangue a gente che non ha neanche da comperarsi  il
    pane! Si stia zitto! si stia zitto!
    Guido  Vernica  sorrise  nervosamente,  aprendo  le  braccia;  poi si
    rivolse a Roberto:
    - Oh senti...  (col suo permesso,  signora!): avrei  bisogno  del  tuo
    cifrario, per spedire un telegramma d'urgenza a Roma.
    - Ah gi,  bravo,  bravo! - esclam il canonico Agr, riscotendosi dal
    doloroso atteggiamento preso durante la violenta intemerata  di  donna
    Caterina.
    Roberto  si  rec di l per il cifrario.  La conversazione cadde fra i
    tre amici e la vecchia signora;  poi l'Agr per  rompere  il  silenzio
    penoso sopravvenuto, sospir:
    - Eh, certo sono tristi assai le condizioni del nostro povero paese!
    E  la  conversazione  fu  ripresa un po',  ma senza pi calore.  I tre
    avevano un'intesa segreta tra loro ed erano anche gonfii e  costernati
    dello    scandalo   di   quell'articolo:   si   scambiavano   occhiate
    d'intelligenza,   avrebbero  voluto  rimanere  soli  un  momento   per
    accordarsi  sul  miglior modo di preparare Roberto.  Ma donna Caterina
    non se n'andava.
    - Sa se Corrado Selmi,  - le domand Guido Vernica,  - ha  scritto  a
    Roberto che verr?
    - Verr, verr, - rispose ella, scrollando il capo con amaro sdegno.
    -  Ci ho pensato,  - disse piano il Vernica all'Agr e al Mattina.  -
    Tanto meglio,  se viene.  Anzi gli spedir  io  stesso  un  telegramma
    perch  venga subito,  "per me",  capite?  Cos Lando...  zitti,  ecco
    Roberto.
    Ma non era Roberto:  entr  invece  nella  sala  un  giovinotto  alto,
    smilzo,  a cui le lenti serrate in cima al naso, congiungendo le folte
    sopracciglia, davano un'aria di cupa e rigida tenacia. Era Antonio Del
    Re, il nipote. Pallidissimo di solito,  appariva in quel momento quasi
    creo.
    - Hanno letto nell'"Empedocle"?  - domand con un fremito nelle labbra
    e nel naso.
    Il canonico Agr e il Mattina alzarono subito le mani per impedire che
    seguitasse.
    - Contro Roberto? - domand donna Caterina.
    - Contro il nonno! - rispose, vibrante, il giovinotto. - Una manata di
    fango! E contro te!
    - Sozzure!  sozzure!  - esclam l'Agr.  - Per carit,  non ne  sappia
    nulla il povero Roberto!
    - Gi sta a leggerlo, - disse il nipote, sprezzante.
    -  No!  no!  - grid allora l'Agr,  levandosi in piedi.  - Oh Signore
    Iddio, bisogna prevenirlo! Gi questi farabutti hanno avuto la lezione
    che si meritavano dal nostro Vernica!  Per carit,  vada  lei,  donna
    Caterina... Imprudenza, imprudenza, ragazzo mio!
    Donna  Caterina accorse;  ma troppo tardi.  Roberto Auriti,  ignorando
    quel che poc'anzi aveva fatto il Vernica,  era corso -  pallido,  col
    volto  contratto  da  un  sorriso  spasmodico,  e come un cieco - alla
    redazione di quel giornalucolo, presso Porta Atena.  Vi aveva trovati
    gi raccolti i maggiorenti del partito, con Flaminio Salvo alla testa,
    per proclamare,  subito dopo l'aggressione,  la candidatura di Ignazio
    Capolino.  Al vecchio usciere,  che stava  di  guardia  nella  saletta
    d'ingresso  innanzi  all'uscio a vetri della sala di redazione,  aveva
    detto - ancor sorridendo a quel  modo  -  che  Roberto  Auriti  voleva
    parlare  col  direttore.  Nella  sala  di  redazione  s'era  fatto  un
    improvviso silenzio;  poi agli orecchi di Roberto eran  venute  queste
    parole concitate:
    - Nossignori! Vado io, tocca a me; l'articolo l'ho scritto io, e io ne
    rispondo!
    Non aveva neppur visto chi gli s'era fatto innanzi: gli s'era lanciato
    addosso  come una belva,  lo aveva levato di peso e scagliato con tale
    impeto contro l'uscio, che questo s'era sfondato, sfasciato,  con gran
    fracasso e rovinio di vetri infranti.
    Quando  il  Vernica,  il  Mattina e il nipote Del Re sopraggiunsero a
    precipizio,  tra la ressa della gente accorsa da ogni parte agli  urli
    che s'eran levati altissimi dalla sala di redazione,  Marco Prola col
    volto insanguinato e un coltello  in  mano  si  dibatteva  ferocemente
    sbraitando:
    - Lasciatemi,  maledetti, lasciatemi! Se lo liberate adesso, l'ammazzo
    pi tardi! Lasciatemi! Lasciatemi!


    4.

    In fondo al vestibolo, tra i lauri e le palme, su lo sfondo della gran
    porta a vetri colorati,  la preziosa statua acefala di Venere  Urania,
    scavata a Colimbtra nello stesso posto ove ora sorge la villa, pareva
    che  non  per  vergogna  della sua nudit tenesse sollevato un braccio
    davanti al volto  ideale  che  ciascuno,  ammirandola,  le  immaginava
    subito,  lievemente inclinato,  come se in realt vi fosse; ma per non
    vedere inginocchiati alla soglia della cappella che si apriva a destra
    tutti quegli uomini cos stranamente parati: la compagnia borbonica di
    capitan Sciaralla.
    La messa era per finire.  Dentro la cappella,  lucida di  marmi  e  di
    stucchi,  stavano  soltanto  il principe don Ippolito,  raccolto nella
    preghiera su l'inginocchiatojo dorato e damascato, innanzi all'altare;
    pi indietro,  Lisi Prola,  il segretario;  pi indietro  ancora,  le
    donne  di servizio: la governante e due giovani cameriere.  La servit
    mascolina doveva contentarsi d'assistere  alla  messa  dal  vestibolo;
    solo  a  Liborio,  cameriere favorito del principe,  in brache corte e
    calze di seta,  era concesso di star  su  l'entrata,  pi  dentro  che
    fuori;  e questa pareva a Sciaralla un'ingiustizia del Prola,  bell'e
    buona. In qualit di capitano, egli si riteneva degno di sedere per lo
    meno accanto al Prola stesso,  se non subito dopo il principe,  ecco.
    Apertamente, no, non se ne lagnava, per prudenza; ma ci pigliava certe
    bili! E come d'un peccato d'invidia se n'era confessato a don Lagipa,
    che ogni domenica veniva a Colimbtra a dir messa.
    - Almeno davanti a Dio dovremmo essere tutti eguali, ecco!
    Tutti, escluso il principe; non c'era bisogno di dirlo.
    Ma lui,  Sciaralla, non si lagnava perch voleva esser favorito, messo
    avanti agli altri, distinto dai suoi subalterni al cospetto di Dio? Le
    corna aveva dunque,  le corna  e  la  coda  del  demonio,  quella  sua
    riflessione, che pur sembrava giusta a prima giunta.
    Cos don Illuminato Lagipa aveva tappata la bocca a Sciaralla.
    E Sciaralla, un sospirone.
    Vera tentazione del demonio era intanto quella statua nuda, l davanti
    la  cappella,  per  tutti  quegli  uomini di guardia che dovevano star
    fuori. Mentre le labbra recitavano le preghiere,  gli occhi eran quasi
    costretti a peccare guardando senza volerlo quella nudit,  che S.  E.
    il principe, tanto divoto, non avrebbe dovuto tenere cos esposta!  Oh
    maledetta!  Sembrava  viva,  sembrava...  Le  povere donne di servizio
    abbassavano gli occhi, ogni volta, passando; e anche don Illuminato li
    abbassava, pezzo d'ipocrita!
    Ridevano intanto,  fiorenti,  le mirabili forme della dea  decapitata,
    emersa dal tempo remoto,  nata da uno scalpello greco,  da un artefice
    ignaro che la sua opera dovesse tanto sopravvivere e parlare a profana
    gente un linguaggio diabolico,  ornamento d'un vestibolo,  tra cassoni
    di lauri e di palme.
    Finita  la messa,  gli uomini della compagnia di guardia fecero ala su
    l'attenti, al passaggio del principe che si recava al "Museo".
    Cos  eran  chiamate  le  sale  a  pianterreno  dell'altro  lato   del
    vestibolo,  nelle  quali  tra  alte piante di serra erano raccolti gli
    oggetti antichi,  d'inestimabile  valore:  statue,  sarcofaghi,  vasi,
    iscrizioni,  scavati a Colimbtra, e che don Ippolito aveva illustrati
    molti  anni  addietro  nelle  sue  "Memorie  d'Akragas",  insieme  col
    prezioso medagliere esposto s, nel salone della villa.
    L'antica  famosa  Colimbtra  akragantina era veramente molto pi gi,
    nel punto pi basso del pianoro,  dove tre vallette si uniscono  e  le
    rocce  si  dividono  e la linea dell'aspro ciglione,  su cui sorgono i
    Tempii,  interrotta da una larga apertura.  In quel luogo,  ora detto
    dell'Abbadia  bassa,  gli  Akragantini,  cento anni dopo la fondazione
    della loro citt,  avevano formato la pescheria,  gran bacino  d'acqua
    che  si  estendeva  fino all'Hypsas e la cui diga concorreva col fiume
    alla fortificazione della citt.
    Colimbtra aveva chiamato don Ippolito la sua tenuta, perch anch'egli
    lass,  nella parte occidentale di  essa,  aveva  raccolto  un  bacino
    d'acqua,  alimentato  d'inverno  dal  torrentello  che  scorreva sotto
    Bonamorone e d'estate da una nria,  la cui ruota stridula era da mane
    a  sera  girata  da  una  giumenta  cieca.  Tutt'intorno a quel bacino
    sorgeva un boschetto delizioso d'aranci e melograni.
    Nel museo don Ippolito soleva passare tutta la mattinata, intento allo
    studio appassionato e non mai interrotto delle antichit  akragantine.
    Attendeva ora a tracciare,  in una nuova opera,  la topografia storica
    dell'antichissima  citt,   col  sussidio   delle   lunghe   minuziose
    investigazioni  sui  luoghi,  giacch  la  sua Colimbtra si estendeva
    appunto dov'era prima il cuore della greca Akragante.
    Presso una delle ampie finestre della seconda sala,  guarnite di lievi
    tende rosee,  era la scrivania massiccia,  intagliata; ma don Ippolito
    componeva  quasi  sempre  a  memoria,   passeggiando  per   le   sale;
    architettava  all'antica  due,  tre  periodoni  gravi di "laonde" e di
    "conciossiach",  e poi  andava  a  trascriverli  su  i  grandi  fogli
    preparati su la scrivania,  spesso senza neppur sedere.  Tenendosi con
    una mano sul mento la barba maestosa,  che serbava tuttavia un  ultimo
    vestigio,  quasi  un'aria  del primo color biondo d'oro,  egli,  alto,
    aitante,  bellissimo ancora,  non ostanti  l'et  e  la  calvizie,  si
    fermava  davanti  a  questo  o a quel monumento,  e pareva che con gli
    occhi ceruli,  limpidi sotto le  ciglia  contratte,  fosse  intento  a
    interpretare  una iscrizione o le figure simboliche d'un vaso arcaico.
    Talvolta anche gestiva o apriva a un lieve sorriso di soddisfazione le
    labbra perfette,  giovanilmente fresche,  se gli pareva d'aver trovato
    un argomento decisivo, vittorioso, contro i precedenti topografi.
    Su  la  scrivania  era  quel  giorno  aperto un volume delle storie di
    Polibio,  nel testo greco,  Lib.  IX,  Cap.  27,  alla pagina ov'  un
    accenno all'acropoli akragantina.
    Un gravissimo problema travagliava da parecchi mesi don Ippolito circa
    alla destinazione di questa acropoli.
    -  Disturbo?  -  domand,  inchinandosi su la soglia di quella seconda
    sala,  don Illuminato Lagipa,  che gi si era spogliato degli  arredi
    sacri e aveva fatto la solita colazione di cioccolato e biscottini.
    Era un prete di mezz'et, tondo di corpo, dal volto bruciato dal sole,
    nel  quale  gli  occhi cilestri,  troppo chiari,  pareva vaneggiassero
    smarriti. Buon uomo, in fondo, pacifico e noncurante; l,  in presenza
    del  principe,  che ogni domenica lo tratteneva a colazione,  si dava,
    per fargli piacere, arie di rigida e battagliera intransigenza, di cui
    rideva poi,  discorrendo filosoficamente con la sua vecchia  e  fedele
    Fifa,  l'asina  mansueta,  che  lo riconduceva al campicello presso il
    camposanto di Bonamorone, pochi ettari di terra,  che - se sapevano il
    rapido  passar  della  vita  -  pure,  sotto  questo  o  quel re,  gli
    producevano ogni anno quel tanto che modestamente gli bisognava.
    - Domenica,  oggi,  e non si lavora!  - soggiunse,  levando le mani  e
    sorridendo.
    - Non  lavoro,  il mio, propriamente, - gli disse con un sobrio gesto
    garbato don Ippolito.
    - Gi, gi! "otia, otia", secondo Cicerone! - si corresse don Lagipa.
    - Ha ragione. Venivo per dirle che jeri mattina,  prima che mi recassi
    al   mio   campicello,   Monsignore   mi  fece  l'onore  d'incaricarmi
    d'un'ambasciata per Vostra Eccellenza.
    - Monsignor Montoro?
    -  Gi.  Mi  disse  di  avvertir  Vostra  Eccellenza  che  oggi,   nel
    pomeriggio,  con  l'ajuto di Dio,  verr qua,  per parlare,  suppongo,
    delle prossime  elezioni.  Eh,  -  sospir,  intrecciando  le  dita  e
    scotendo  le mani cos giunte,  - pare che il diavolaccio maledetto si
    senta prudere le corna... Guerra, guerra...  tempesta!  Ho sentito che
    sono arrivate da Palermo, per richiamo, dicono, del canonico Agr, due
    certe  gallinelle  d'acqua...  gi!  due  famosi  galoppini al comando
    dell'alta mafia e della famigerata banda massonica...  un tal Mattina,
    un tal Vernica...
    - L'Agr?  - disse cupo don Ippolito Laurentano, che s'era impuntato a
    quel nome,  senza pi badare al resto.  - Dunque l'Agr vuole  proprio
    scendere in piazza, senza alcun ritegno, senza alcun riguardo, nemmeno
    per l'abito che indossa?
    - Eh! - torn a sospirare don Lagipa. - Superiore mio... superiore...
    ma dico ci che si dice...  "relata refero"...  non manda gi, dicono,
    che non l'abbiano fatto vescovo al posto  del  nostro  Eccellentissimo
    monsignor Montoro.  Crede di salvare le apparenze con...  con la scusa
    dell'antica amicizia che lo lega all'Auriti, ecco...
    - Bell'amicizia,  da gloriarsene!  - brontol il Laurentano.  - Per un
    sacerdote!
    - Ma l'Agr...  - osserv don Illuminato. E non aggiunse altro. Chiuse
    gli occhi,  tentenn il  capo,  emise  un  terzo  sospiro:  -  Eh,  si
    complica...  la  faccenda  si  complica...  s,  dico...  si  fa molto
    delicata...
    - Per me?  - salt s a dire don Ippolito  (e  il  lucido  cranio  gli
    s'infiamm).  -  Delicata  per  me?  Sappia  monsignor Montoro...  gi
    dovrebbe saperlo; io non riconosco, non ho mai riconosciuto per nipote
    codesto Roberto Auriti garibaldesco.  Non lo conosco neppur di  vista:
    qua  non  mai venuto,  n io del resto gli avrei fatto oltrepassar la
    soglia del mio cancello.  Per ordine del  suo  governo,  non  invitato
    dalla  cittadinanza,  viene con la folle speranza di prendere il posto
    di Giacinto Fazello?  Bene.  Avr ci  che  si  merita.  Senza  alcuna
    considerazione  per  la mia sciagurata parentela in-vo-lon-ta-ria,  si
    lotti e si vinca!
    -  Ah,  lottare,  lottare,  sicuro!  bisogna  lottare!   -  disse  don
    Illuminato,  aggrottando fieramente le ciglia su quegli occhi vani.  -
    Anche se non si dovesse vincere.
    - E perch no?  - domand severo don Ippolito.  - Che  probabilit  di
    vittoria pu aver l'Auriti? Che conta l'Agr?
    -  Ma...  dicono...  la prefettura...  - e don Illuminato si gratt la
    guancia raschiosa.
    - Non  base!  - ribatt subito il principe.  - L'abbiamo veduto nelle
    elezioni comunali.
    - Gi,  gi...  - si rimise don Lagipa.  - Per... la mafia in campo,
    adesso...   la  polizia  favoreggiatrice...   tutte  le  male  arti...
    dicono...   e  deve  arrivare...   non  so,   un  pezzo  grosso...  un
    deputato.... Selmi, mi par d'avere inteso...
    Don Ippolito rimase in silenzio per un pezzo,  col volto atteggiato di
    nausea; poi, scotendo un pugno, proruppe:
    - Filangieri! Filangieri!
    Il  Lagipa  scroll  il  capo,   sospirando  a  questa  esclamazione,
    frequente su le labbra del principe  e  accompagnata  sempre  da  quel
    gesto di rabbioso rammarico:
    - Filangieri!
    Sapeva quanta venerazione don Ippolito Laurentano serbasse ancora alla
    memoria del Satriano, repressore benedetto della rivoluzione siciliana
    del 1848,  provvido,  energico restauratore dell'ordine sociale dopo i
    sedici mesi "dell'oscena baldoria rivoluzionaria". Di quei sedici mesi
    era rimasto vivo di raccapriccio nel principe il ricordo,  sopra tutto
    per  la  minaccia  brutale  del  volgo  ai  privilegi nobiliari e alla
    credenza religiosa.  Satriano era stato per lui il sole trionfatore di
    quella bufera sovvertitrice; e come un sole, ritornata la calma, aveva
    brillato  s  nel  cielo  di Sicilia dalla reggia normanna di Palermo,
    riaperta alle splendide feste per circondare di prestigio  napoleonico
    il suo potere.  L,  nella reggia, don Ippolito aveva conosciuto donna
    Teresa Montalto, giovinetta, a cui poi il Satriano stesso aveva voluto
    far da padrino nelle nozze, ottenendo a lui,  sposo,  con sommo stento
    dal  Re l'ordine di cavaliere di San Gennaro,  di cui gi il padre era
    stato insignito.  La bufera s'era scatenata di  nuovo  nel  1860:  dal
    ritiro di Colimbtra egli ne udiva il rombo lontano: lottava di l con
    tutte  le  forze,  nel piccolo mbito della citt natale: la causa dei
    Borboni era per il momento perduta;  bisognava lottare per il  trionfo
    del  potere  ecclesiastico;  restituita  Roma  al  Pontefice,  chi sa!
    Intanto si doveva a ogni  costo  impedire  che  la  rappresentanza  di
    Giacinto Fazello fosse usurpata da Roberto Auriti.
    -  Del  resto,  -  riprese,  - l'Auriti non ha pi alcun prestigio nel
    paese. Ne manca da circa vent'anni...
    - Simpatie,  per...  - oppose reticente il  Lagipa,  -  ecco,  s...
    qualche simpatia forse la gode...
    -  Non  contano  nulla,  oggi,  le  simpatie,  -  rispose don Ippolito
    recisamente. - Di fronte agl'interessi, nulla!
    Prese dalla scrivania, cos dicendo, il volume delle storie di Polibio
    che vi stava aperto e istintivamente se l'appress agli occhi.  Subito
    questi gli andarono sul passo, tante volte riletto e tormentato, della
    controversia su quella benedetta acropoli.  Si distrasse dal discorso;
    rilesse ancora una volta il passo,  con la mente gi  piena  di  nuovo
    della   controversia   che  l'agitava;   sospir;   chiuse  il  libro,
    lasciandovi l'indice in mezzo e, ponendoselo dietro il dorso:
    - Insomma, - disse, - bisogna vincere, don Illuminato! Io, guardi,  in
    questo  momento  ho  contro  me  un  esercito di eruditi tedeschi;  di
    topografi; di storici antichi e nuovi,  d'ogni nazione;  la tradizione
    popolare; eppure non mi do per vinto. Il campo di battaglia  qua. Qua
    li aspetto!
    Gli mostr il libro, picchiando con le nocche delle dita su la pagina,
    e soggiunse:
    -  Come  tradurrebbe  lei  queste  parole:  "kat'  auts  ts  derins
    anatols"? [in lettere greche nell'ed. orig. N.d.C.]
    Investito da quei quattro "s, s, s,  s",  come da quattro schiaffi
    improvvisi,  il  povero  don  Illuminato  Lagipa  rest quasi basito.
    Credeva di non meritarsi un simile trattamento.
    Don Ippolito sorrise; poi, introducendo il braccio sotto il braccio di
    lui, soggiunse:
    - Venga con me. Le spiegher in due parole di che si tratta.
    Uscirono sul vasto spiazzo innanzi alla villa;  se  ne  scostarono  un
    tratto  a destra;  quindi,  voltando le spalle,  il principe mostr al
    prete l'ampia zona di terreno,  dietro la villa,  in scosceso  pendo,
    coronata  in  cima  da  un greppo isolato,  ferrigno,  da un cocuzzolo
    tutt'intorno tagliato a scarpa.
    - Questa,  vero? la collina akrea, - disse. - Quella lass, la nostra
    famosa Rupe Atena. Bene.  Polibio dice: "La parte alta" (l'arce,  la
    cos  detta acropoli,  insomma) "sovrasta la citt",  noti bene!,  "in
    corrispondenza a gli orienti estivi".  Ora,  dica un po'  lei:  donde
    sorge il sole,  d'estate? Forse dal colle dove sta Girgenti? No! Sorge
    di l, dalla Rupe. E dunque lass,  se mai,  era l'Acropoli,  e non su
    l'odierna Girgenti,  come vogliono questi dottoroni tedeschi. Il colle
    di  Girgenti  restava  oltre  il  perimetro  delle  antiche  mura.  Lo
    dimostrer...  Io  dimostrer!  Mettano  lass Camco...  la reggia di
    Ccale... Omfce... quello che vogliono... l'Acropoli, no.
    E scart con la mano Girgenti, che si vedeva per un tratto,  lass,  a
    sinistra della Rupe, pi bassa.
    - L,  - riprese,  additando di nuovo la Rupe Atena e ispirandosi,  -
    l,  sublime vedetta e sacrario soltanto,  non acropoli,  sacrario dei
    numi  protettori,  Gellia  ascese,  fremebondo  d'ira e di sdegno,  al
    tempio della diva Athena,  dedicato  anche  a  Giove  Atabirio,  e  vi
    appicc  il  fuoco  per  impedirne  la  profanazione.  Dopo  otto mesi
    d'assedio, stremati dalla fame, gli Akragantini,  cacciati dal terrore
    e  dalla  morte,  abbandonano  vecchi,  fanciulli e infermi e fuggono,
    protetti dal siracusano Dafno,  da porta Gela.  Gli ottocento Campani
    si sono ritirati dal colle;  il vile Desippo s' messo in salvo;  ogni
    resistenza  ormai inutile.  Solo  Gellia  non  fugge!  Spera  d'avere
    incolume  la  vita  merc la fede,  e si riduce al santuario d'Athena.
    Smantellate le mura, ruinati i meravigliosi edifizii, brucia qua sotto
    la citt intera;  e lui dall'alto,  mirando l'incendio spaventoso  che
    innalza  una funerea cortina di fiamme e di fumo su la vista del mare,
    vuol ardere nel fuoco della Dea.
    - Stupenda,  stupenda descrizione!  - esclam il Lagipa con gli occhi
    sbarrati.
    Gi,  nel  secondo  dei tre ampii ripiani fioriti,  degradanti innanzi
    alla villa,  come tre enormi gradini d'una scalea  colossale,  Placido
    Sciaralla e Lisi Prola, appoggiati alla balaustrata marmorea, avevano
    interrotto  la  conversazione  e  ora  tentennavano il capo,  ammirati
    anch'essi del calore con cui il principe aveva parlato, sebbene per la
    distanza non ne avessero colto una parola.
    Don Ippolito Laurentano rest acceso a mirare con gli occhi intensi il
    magnifico   panorama.    Dov'egli   aveva   rappresentato   l'incendio
    formidabile e la distruzione,  ora s'abbandonava la pace inconsapevole
    della campagna;  dov'era il cuore dell'antica  citt  sorgeva  ora  un
    bosco  di  mandorli  e  d'olivi,  il  bosco  detto perci ancora della
    "Cvita". Le chiome dei mandorli s'erano con l'autunno diradate e, tra
    quelle perenni degli olivi cinerulei, parevano aeree, assumevano sotto
    il sole una tinta roseo-dorata.
    Oltre  il  bosco,  sul  lungo  ciglione,  sorgevano  i  famosi  Tempii
    superstiti, che parevano collocati apposta, a distanza, per accrescere
    la meravigliosa vista della villa principesca.  Oltre il ciglione,  il
    pianoro,  ove stette splendida e potente l'antica citt,  strapiombava
    aspro e roccioso a precipizio sul piano dell'Akragas: tranquillo piano
    luminoso, che spaziava fino a terminare laggi laggi, nel mare.
    - Non posso soffrire questi Tutoni,  - disse il principe,  rientrando
    con don Illuminato Lagipa nel "Museo",  -  questi  Tutoni  che,  non
    potendo  pi  con  le  armi,  invadono  coi  libri  e  vengono  a dire
    spropositi in casa nostra, dove gi tanti se ne fanno e se ne dicono.
    S'intese in  quel  punto  il  rotolio  d'una  vettura  per  la  strada
    incassata,  dietro la villa, e don Ippolito contrasse le ciglia. Entr
    poco dopo, turbato, smarrito nella sorpresa, Liborio, il cameriere.
    - Pe...  perdoni,  eccellenza,  - balbett.  - E' arrivata da Girgenti
    la... la signora...
    - Che signora? - domand il principe.
    - Sua sorella... donna Caterina...
    Don  Ippolito rest dapprima come stordito da un improvviso colpo alla
    testa. Arricci il naso, impallid.  Poi,  d'un subito,  il sangue gli
    balz  al  capo.  Chiuse  gli occhi,  impallid di nuovo,  aggrott le
    ciglia,  serr le pugna e,  col cuore che  gli  martellava  in  petto,
    domand:
    - Qua? Dov'?
    -  S,  eccellenza...  nel salone,  - rispose Liborio;  e,  poco dopo,
    vedendo che il principe restava perplesso, chiese: - Ho fatto male?
    Don Ippolito si volt a guardarlo per un pezzo,  come  se  non  avesse
    inteso; poi disse:
    - No...
    E si mosse,  senza neppur volgere uno sguardo al Lagipa.  Con l'animo
    in tumulto,  cerc di fissare un pensiero che gli spiegasse il  perch
    di  quella  visita straordinaria,  non volendo,  non sapendo ammettere
    quel che gli era in prima balenato, che la sorella cio,  colei che in
    tante  e  tante sciagure aveva sempre rifiutato con ostinata fierezza,
    anzi con disprezzo,  ogni soccorso,  venisse ora a intercedere per  il
    figlio Roberto.  Ma che altro poteva voler da lui?  Sal la scala. Era
    tanto oppresso d'angoscia e in preda a un'agitazione cos  soffocante,
    che  dovette  fermarsi  per  un  momento  davanti la soglia.  Entrare?
    presentarsi a lei in quello stato? No.  Doveva prima ricomporsi.  E in
    punta di piedi si diresse alla camera da letto.  Qua,  istintivamente,
    s'appress allo scrigno dove erano conservati un medaglioncino di  lei
    in  miniatura,  di  quand'ella era giovinetta di sedici anni,  e i due
    biglietti che gli aveva scritti, senza intestazione e senza firma, uno
    da Torino, dopo la morte violenta del padre,  l'altro da Girgenti,  al
    ritorno dall'esilio dopo la morte del marito.
    Il primo, pi ingiallito, diceva:

    "I  beni,  confiscati  a  Gerlando  Laurentano  dal governo borbonico,
    furono restituiti al figlio Ippolito da Carlo Filangieri di  Satriano.
    Nulla dunque mi spetta dell'eredit paterna.  La moglie e il figlio di
    Stefano Auriti non mangeranno il pane d'un nemico della patria".

    L'altro, pi laconico, diceva:

    "Grazie.  Alla vedova,  agli orfani,  provvedono i parenti  poveri  di
    Stefano Auriti. Da te, nulla. Grazie".

    Scost  con  la  mano  quei  due  biglietti  e  fiss  gli  occhi  sul
    medaglioncino, che egli aveva tolto dal salone della casa paterna dopo
    la fuga della sorella con Stefano Auriti.
    Da allora - eran gi quarantacinque anni - non l'aveva pi riveduta!
    Come avrebbe riveduto,  ora,  dopo tanto  tempo,  dopo  tante  vicende
    funeste,  quella  giovinetta bellissima che gli stava davanti,  rosea,
    ampiamente  scollata,  nell'antica  acconciatura,   con  quegli  occhi
    ardenti e pensosi?
    Richiuse  lo  scrigno,  dopo  aver  gettato  un altro sguardo su i due
    biglietti sprezzanti; e, grave, accigliato, s'avvi al salone.
    Sollevata la tenda dell'uscio,  intravide con  gli  occhi  intorbidati
    dalla commozione la sorella in piedi,  alta, vestita di nero. Si ferm
    poco oltre la soglia, oppresso d'angoscioso stupore alla vista di quel
    volto disfatto, irriconoscibile.
    - Caterina, - mormor, sostando;  e le tese istintivamente le braccia,
    pur con l'impressione in contrasto,  che quella era ormai un'estranea,
    al tutto ignota.
    Ella non si mosse: rimase l,  in mezzo al salone,  cerea tra le fitte
    gramaglie,  col volto contratto e gli occhi chiusi,  altera,  indurita
    nello spasimo di quell'attesa. Aspett che egli le si accostasse e gli
    tocc appena la mano con la sua,  gelida,  guardandolo ora con  quegli
    occhi  stanchi,  velati  di  cordoglio?  quasi  a  met nascosti dalle
    palpebre, uno pi, l'altro meno.
    - Siedi, - disse, con gli occhi bassi, quasi intimidito,  il fratello,
    indicando il divano e le poltrone nella parete a sinistra.
    Seduti,  stettero  un lungo pezzo entrambi senza poter parlare,  in un
    silenzio che fremeva  d'intensa,  violenta  commozione.  Don  Ippolito
    chiuse gli occhi.  La sorella, dopo aver soffocato parecchie volte con
    sforzo un singhiozzo che le faceva impeto alla gola,  disse alla fine,
    con voce rauca:
    - Roberto  qui.
    Don Ippolito si scosse;  riapr gli occhi e, senza volere, li volse in
    giro  per  la  sala,   come  se  -  smarrito  tra  gl'interni  ricordi
    tumultuanti - avesse temuto un'imboscata.
    - Non qui,  - riprese donna Caterina, con un freddo, amaro, lievissimo
    sorriso, - nel tuo dominio straniero. A Girgenti, da due giorni.
    Don Ippolito,  aggrondato,  chin pi volte la testa per  significarle
    che sapeva.
    - E so perch  venuto,  - aggiunse con voce cupa;  poi lev il capo e
    guard la sorella con penosissimo sforzo. - Che potrei...
    - Nulla... oh!  nulla,  - s'affrett a rispondergli donna Caterina.  -
    Voglio  che tu lo combatta con tutte le tue forze.  Non ci mancherebbe
    altro,  che anche tu lo sostenessi e che egli  andasse  s  anche  coi
    vostri voti!
    - Sai bene... - si prov a dirle il fratello.
    - So, so, - tronc recisamente con un gesto della mano donna Caterina.
    - Ma combatterlo,  Ippolito, non col coltello alla mano, non andando a
    scavar le fosse,  come le jene,  a scoperchiare certe tombe sacre,  da
    cui i morti potrebbero levarsi e farvi morire di paura.
    -  Piano,  piano,  -  disse  don  Ippolito  tendendo  le  mani che gli
    tremavano,  non tanto per protestare,  quanto per placare  quell'ombra
    tragica della sorella cos agitata. - Io non t'intendo...
    -  Mi  brucia  le  mani,  - disse allora donna Caterina,  gettando sul
    tavolinetto  innanzi  al  divano  una  copia  dell'"Empedocle"   tutta
    brancicata.
    Don Ippolito prese quel foglio, lo spieg e cominci a leggerlo.
    -  Con  codeste  sozze  armi...  Contro  un  morto...  - mormor donna
    Caterina, accompagnando la lettura del fratello.
    Ansava,  seguendo  quella  lettura  e  osservando  sul  volto  di  lui
    l'impressione disgustosa ch'egli ne riceveva.
    -  Roberto  - riprese,  -  andato alla redazione di codesto giornale.
    Gli si  fatto innanzi l'autore dell'articolo,  che  figlio,  m'hanno
    detto,  d'un  tuo...  schiavo qui,  il Prola.  L'ha preso e scagliato
    contro una porta.  Glielo hanno strappato dalle  mani...  Ora  costui,
    armato  di  coltello  (e  l'ha  cavato fuori!) minaccia d'uccidere;  e
    questa mattina stessa  stato visto in agguato presso la mia casa.  Ma
    io non temo di lui; temo che Roberto si comprometta di nuovo e torni a
    insozzarsi le mani... Cos volete combatterlo?
    Don  Ippolito  che,  seguitando  a leggere,  aveva ascoltato con animo
    sospeso il racconto, a quest'ultima domanda si scosse, indignato, come
    se  la  sorella  lo  avesse  percosso  sul  viso,   accomunandolo  con
    quell'abietto che aveva scritto l'articolo.
    Si lev in piedi, alteramente; ma si fren subito, e and a premere un
    campanello. A Liborio, che subito si present su la soglia:
    - Il Prola! - ordin.
    Poco  dopo  il  vecchio  segretario  entr  curvo,   ossequioso,  anzi
    strisciante,  quasi cacciato l dentro a frustate.  Vestiva un'ampia e
    greve  napoleona.  Dal colletto basso,  troppo largo,  la grossa testa
    calva,  inteschiata,  sbarbata,  gli usciva come quella  d'un  vitello
    scorticato.
    - Eccellenza... eccellenza...
    -  Manda  subito  a  chiamare  tuo  figlio  a  Girgenti,  - comand il
    principe. - Che venga subito qua! Debbo parlargli.
    - Eccellenza, mi conceda, - s'arrischi a dire il Prola,  storcendosi
    e  curvandosi vie pi,  con una mano sul petto,  mentre la trama delle
    vene  gli  si  gonfiava  sul  cranio  paonazzo,   -  mi  conceda   che
    all'eccellentissima sua signora sorella io, umilmente...
    - Basta,  basta,  basta!  - grid seccamente il principe. - So io quel
    che debbo dire a tuo figlio. Anzi, ascolta! Mi fa troppo schifo, e non
    voglio n vederlo,  n parlargli.  Gli dirai tu che  se  si  arrischia
    ancora  a mostrare la sua laida grinta per le vie di Girgenti,  tu sei
    messo alla strada: ti caccio via su due piedi! Inteso?
    Il Prola cav un fazzoletto dalla tasca posteriore della napoleona  e
    approv,  approv pi volte,  asciugandosi il cranio;  poi si port il
    fazzoletto agli occhi e si scosse tutto per un impeto di singhiozzi: -
    Sforcato... sforcato...  - gemette.  - Mi disonora,  eccellenza...  Lo
    mander via,  a Tunisi... Ho gi fatto le pratiche... Intanto, subito,
    lo faccio venire qua. Mi perdoni, mi compatisca, eccellenza.
    E usc, rinculando, ossequiando, col fazzoletto su la bocca.
    Donna Caterina si alz.
    - Con questo,  - le disse don  Ippolito,  -  non  intendo  affatto  di
    derogare  a  me  stesso,  alla lotta per i miei principii,  contro tuo
    figlio.
    Donna Caterina alz gli occhi a un grande ritratto a olio di Francesco
    II,  a un altro del Re Bomba,  che troneggiavano nel magnifico salone,
    da una parete: chin il capo e disse:
    - Sta bene. Non desidero altro.
    E si mosse per uscire.
    - Caterina!  - chiam don Ippolito, quand'ella era gi presso l'uscio.
    - Te ne vai cos?  Forse non ci rivedremo mai  pi...  Tu  sei  venuta
    qua...
    - Come dall'altro mondo... - diss'ella, crollando il capo.
    -  E  non t'avrei riconosciuta,  - soggiunse il fratello.  - Perch...
    attendi un po' qua: ti far vedere come io ti ricordavo, Caterina.
    Corse a prendere dallo scrigno nella camera da letto il  medaglioncino
    in miniatura, e glielo mostr:
    - Guarda... Ti ricordi?
    Donna  Caterina  prov dapprima come un urto violento alla vista della
    sua immagine giovanile,  e ritrasse il capo;  poi prese dalle mani  di
    lui il medaglioncino, si appress al balcone e si mise a contemplarlo.
    Da  un  pezzo  quegli  occhi  quasi spenti non avevano pi lacrime,  e
    l'ebbero. Pianse silenziosamente anche lui, il fratello.
    - Lo vuoi? - le disse infine.
    Ella neg col capo,  asciugandosi gli occhi col fazzoletto listato  di
    nero, e gli porse in fretta il medaglioncino.
    - Morta, - disse. - Addio.
    Don  Ippolito  l'accompagn  a  pi della villa;  l'ajut a montare in
    vettura;  le baci lungamente la mano;  poi la segu  con  gli  occhi,
    finch  la  vettura  non svolt dal breve viale a manca per uscire dal
    cancello.  L uno della compagnia,  in divisa  borbonica,  pens  bene
    d'impostarsi  militarmente  per  presentar  le  armi.  Don Ippolito se
    n'accorse e si scroll rabbiosamente.
    - Codeste pagliacciate!  - mugg  fulminando  con  gli  occhi  capitan
    Sciaralla, che si trovava presso il vestibolo.
    Risal alla villa, si chiuse in camera, e di l mand a far le scuse a
    don  Illuminato,  se  per quel giorno non lo tratteneva a desinare con
    lui.

    Monsignor Montoro arriv  alle  quattro  del  pomeriggio  con  la  sua
    vettura silenziosa, tirata da un pajo di vispi muletti accappucciati.
    Lo accompagnava Vincente De Vincentis,  l'arabista, che aveva lasciato
    quel giorno la biblioteca di Itria per il vicino palazzo  vescovile  e
    s'era  sfogato  a parlare per tutti i giorni e i mesi,  in cui,  quasi
    avesse lasciato la lingua per segnalibro tra un foglio  e  l'altro  di
    quei benedetti codici arabi, restava muto come un pesce.
    Aveva parlato anche in vettura,  durante il tragitto, con certi scatti
    e schizzi e sbruffi che gli scotevano tutto  il  corpicciuolo  ossuto,
    sparuto,  convulso.  Gli  occhi  duri,  dietro  le lenti fortissime da
    miope, nel volto scavato, sanguigno, avevano la fissit della pazzia.
    Parecchie volte il vescovo con le mani molli feminee e la voce melata,
    dalle  inflessioni  misurate  e  quasi  soffuse   di   pura   autorit
    protettrice, gli aveva consigliato calma, calma; gli consigli adesso,
    piano,  prudenza,  prudenza, oltrepassando il cancello della villa tra
    il riverente ossequio degli uomini di guardia; e, di nuovo, col gesto,
    prudenza, prima di smontare dalla vettura.
    I due ospiti furono  subito  introdotti  da  Liborio  nel  salone;  ma
    confidenzialmente il vescovo si permise d'uscire sul terrazzo marmoreo
    aggettato  su  le  colonne  del  vestibolo  esterno,  per  godere  del
    grandioso spettacolo della campagna e del mare.
    Si delineava tutta di lass la lontana riviera su l'aspro azzurro  del
    mare  sconfinato,  da Punta Bianca,  a levante,  che pareva uno sprone
    d'argento,  via via,  con insenature e lunate pi o meno lievi fino  a
    Monte  Rossello  a  ponente,  di cui soltanto nella notte si vedeva il
    faro sanguigno.  Solo per breve tratto,  quasi nel mezzo  della  dolce
    amplissima curva, la riviera era interrotta dalla foce dell'Hypsas.
    Don Ippolito sopravvenne poco dopo,  premuroso,  non ancor ben rimesso
    dal grave turbamento che la visita della sorella gli aveva cagionato.
    - Ho condotto con me il nostro De Vincentis,  - disse subito monsignor
    Montoro,  - perch vorrebbe vedere non so che cosa nel vostro "Museo",
    caro principe. Lo farete accompagnare, e noi resteremo qua,  su questo
    pergamo  di delizia: non saprei staccarmene.  Ma prima il De Vincentis
    vorrebbe rivolgervi una preghiera.
    - S, - scatt questi, come se avesse ricevuto una scossa elettrica. -
    Volevo venire da solo, questa mattina stessa. Monsignore, invece,  no,
    dice, meglio che vieni con me. E' una cosa molto seria, molto seria...
    - Sentiamo,  - disse il principe, invitandolo col gesto a rimettersi a
    sedere sulla seggiola di giunco del terrazzo.
    Il De Vincentis si curv goffamente per vedere dove fosse la seggiola;
    poi,  sedendo e afferrando i bracciuoli con le piccole mani  secche  e
    adunche, proruppe:
    - Don Ippolito, rovinati! rovinati!
    - Ma no... ma no... - si prov a correggere Monsignore, protendendo la
    mano gravata dall'anello vescovile.
    - Rovinati, Monsignore, mi lasci dire! - ribatt il De Vincentis; e le
    cave  gote sanguigne gli diventarono livide.  - E causa della rovina 
    mio fratello Nin! E' andato lui dal... dal...
    Ancora una volta le mani del vescovo si protesero;  il De Vincentis le
    intravvide  a  tempo  e  si  pot  tenere.  Ma  gi  il principe aveva
    compreso.
    - Dal Salvo, - disse pacatamente. - So che gli avete ceduto...
    - Nin! Nin! - squitt il De Vincentis.  - "Primosole"...  Nin!  Lui
    gliel'ha ceduto...  Non so nulla io; nulla di nulla; al bujo, cieco...
    E lui pi cieco  di  me,  stupido,  pazzo,  innamorato...  Come  dice?
    "Transeat" per "Primosole"...  S!  Ci ho fatto la croce...  bench...
    bench il podere solo,  sa,   stato pagato,  e  in  un  modo  che  fa
    ridere...
    - Ma no, perch? - interruppe di nuovo, serio, Monsignore.
    - Piangere,  allora! - rimbecc il De Vincentis, che aveva gi perduto
    le staffe. - Va bene? Ottantacinquemila lire, e la villa in groppa! La
    villa di mia madre, l...
    E con la mano accenn verso levante, oltre il greppo dello Sperone, al
    colle pi alto,  detto di "Torre che parla",  dall'aspetto d'un  leone
    posato, a cui faceva da giubba un folto bosco di ulivi.
    - Quarantaduemila,  - riprese,  - erano di cambiali scadute: il resto,
    sfumato, volato via in meno di due anni? dove? Ora sento che si tratta
    di cedere al Salvo anche le terre di "Milione".  E  che  ci  resta?  I
    debiti  col  Salvo...  gli  altri debiti...  Lo so,  ho saputo...  Lei
    sposer, dice, la sorella... donna Adelaide...
    - E che c'entra? - domand, stordito, dolente, il principe,  guardando
    monsignor Montoro.
    -  Mi  congratulo,  badi,  mi  congratulo...  - soggiunse subito il De
    Vincentis, rosso come un gambero. - Noi per siamo rovinati!
    E si alz per non far vedere  le  lagrime  sotto  le  lenti  cerchiate
    d'oro.
    Don Ippolito guard di nuovo il vescovo, senza comprendere.
    -  Vi  dir,  -  disse  questi con tono grave,  di risentimento per la
    disubbidienza del  giovine  e  cal  su  gli  occhi  chiari,  pallidi,
    globulenti, le palpebre esilissime come veli di cipolla. - Vi dir. So
    che  Flaminio Salvo ha gi fatto donazione alla sorella delle terre di
    "Primosole" e che  disposto a farle donazione, quando sar,  anche di
    quelle del fudo di "Milione".  Ma sono addolorato del modo con cui il
    nostro Vincente si    espresso,  perch...  perch  non    il  modo,
    codesto,  di  parlare  di persone onorandissime,  da cui forse,  senza
    saperlo, abbiamo ricevuto qualche beneficio.
    Il De Vincentis,  che stava con le spalle voltate  ad  asciugarsi  gli
    occhi, si volt a queste ultime parole del vescovo.
    - Beneficio?
    - S,  figliuolo. Tu non puoi comprenderlo perch disgraziatamente non
    ti sei dato mai cura de' tuoi affari.  Vedi ora il dissesto e senti il
    bisogno  d'incolparne qualcuno,  a torto;  invece di portarvi rimedio.
    Non eri venuto qua per questo?
    Il De Vincentis, che non poteva ancora parlare dalla commozione, chin
    pi volte il capo.
    - E' meglio - riprese Monsignore,  -  che  tu  vada  gi;  col  vostro
    permesso, principe. Esporr io il tuo desiderio.
    Don Ippolito si alz e invit il De Vincentis a seguirlo;  poi,  su la
    scala, lo affid a Liborio, cui diede la chiave del "Museo", e ritorn
    dal  vescovo,  che  lo  accolse  con  un  sospiro,  scotendo  le  mani
    intrecciate.
    -  Due  sciagurati,  lui e il fratello!  Flaminio Salvo,  vi assicuro,
    principe,  ha usato loro un trattamento da vero amico.  Senz'alcuna...
    non  diciamo  usura  per carit,  non se ne parla nemmeno;  senz'alcun
    interesse ha prestato loro dapprima somme rilevantissime; ha avuto poi
    offerta da loro stessi una terra,  di cui egli,  banchiere,  dedito ai
    commercii,  capirete,  non  sa  che  farsi: un altro creditore avrebbe
    mandato al pubblico incanto la terra, per riavere il suo danaro.  Egli
    invece  ha  fatto  all'amichevole  e  ha continuato a tenere aperta la
    cassa ai due fratelli che spendono,  spendono...  non so come,  in che
    cosa...  senza vizii, poverini, bisogna dirlo, ottimi, ottimi giovani,
    ma di poco cervello. Il fatto  che navigano proprio in cattive acque.
    - Vorrebbero ajuto da me?  - domand don Ippolito,  con  un  tono  che
    lasciava intendere che sarebbe stato dispostissimo a darlo.
    - No,  no,  - rispose afflitto Monsignore. - Una preghiera che, stimo,
    non potr avere alcun effetto.  Il De Vincentis crede  che  Nin,  suo
    fratello minore, sia innamorato della figlia di Flaminio Salvo, e...
    - E...? - fece il principe.
    Ma  aveva  gi  compreso;  e  il dialogo termin sicilianamente in uno
    scambio di gesti espressivi.  Don Ippolito si pose le mani sul petto e
    domand  con  gli  occhi:  Dovrei  farne  io la richiesta al Salvo?.
    Monsignore assent malinconicamente col capo;  col capo dapprima  neg
    l'altro,  poi  alz  le  spalle  e  una  mano  a  un  gesto vago,  per
    significare:  Non  lo  faccio;   ma  quand'anche   lo   facessi?....
    Monsignore sospir, e basta.
    Stettero un pezzo in silenzio entrambi.
    Don  Ippolito,  gi da parecchi anni,  avvertiva confusamente che quel
    monsignor Montoro gli era non tanto davanti agli occhi,  quanto  nello
    spirito,  un  grave ingombro,  quasi che col peso inerte di quelle sue
    carni rosee troppo curate si  adagiasse  a  impedire  che  tante  cose
    attorno a lui e per mezzo di lui si movessero.  Quali,  in verit, non
    avrebbe saputo dire;  ma certo,  con  quella  figura  l,  con  quella
    mollezza  rosea  inerte  ingombrante,   molte  e  molte  colui  doveva
    trascurarne,  che forse un altro,  al posto  suo,  pi  lacre  e  men
    femineo, avrebbe mosse, anzi scosse e avviate.
    Dal canto suo,  Monsignore avvertiva,  che tra lui e il principe c'era
    un sentimento non ben definibile, che spesso da una parte e dall'altra
    s'arricciava, si ritraeva, lasciando tra loro un vuoto impiccioso, dal
    quale venisse dentro a ciascuno  de'  due  una  certa  lieve  acredine
    rodente.
    Forse questo vuoto era fatto da un argomento, che Monsignore sapeva di
    non poter toccare, e che pure era tanta parte della vita del principe:
    cio, i suoi studii archeologici, il suo culto per le antiche memorie.
    Non poteva toccarlo,  quest'argomento, per timore che fosse pretesto a
    don Ippolito di riparlargli d'una cosa,  di cui egli,  uomo di mondo e
    senza ubbe d'alcuna sorta,  non voleva sapere.  Pi volte il principe
    aveva cercato d'indurlo a consacrare almeno una  piccola  parte  della
    sua  cospicua  mensa vescovile al restauro dell'antico Duomo,  insigne
    monumento  d'arte  normanna,  deturpato  nel  Settecento  da  orribili
    sostruzioni  di stucco e volgarissime dorature.  Egli s'era rifiutato,
    dicendogli che,  se mai fosse  riuscito  a  metter  da  parte  qualche
    risparmio,  lo  avrebbe  piuttosto destinato a costituire una rendita,
    per  cui  al  convento  di  Sant'Alfonso,  l  presso  la  cattedrale,
    potessero ritornare i Padri Liguorini cacciati dopo il 1860.
    A don Ippolito non importava nulla dei miglioramenti arrecati alla sua
    citt natale dalle nuove amministrazioni succedute alle decurie e agli
    intendenti del suo tempo. Per quanto non si desse requie nella lotta e
    mostrasse  animo  risoluto  a  raggiungerne  il  fine,  non  aveva pi
    fiducia, in fondo, di potere un giorno rivedere la citt, da cui s'era
    esiliato. La vedeva col pensiero,  com'era prima di quell'anno fatale,
    ancora  coi  "burgi"  e gli "stazzoni",  cio coi pagliaj e le fornaci
    nella piazza paludosa fuori Porta di Ponte;  ancora coi  tre  crocioni
    del  Calvario  sul  declivio del colle,  da cui ogni anno,  il venerd
    santo, si faceva la predica a tutto il popolo l adunato, e ancora con
    l'antico giardinetto che un suo amico devoto,  il  colonnello  Flores,
    comandante  la  guarnigione  borbonica,  per ingraziarsi gli animi dei
    cittadini,   vi  aveva  fatto  costruire  dieci   anni   prima   della
    rivoluzione.  Sapeva  che  quel  giardinetto  era  stato abbattuto per
    ingrandire il piano dalla parte che guarda il mare; e sapeva che su la
    vasta piazza sorge adesso un  gran  palazzo,  destinato  agli  ufficii
    della  Provincia e sede della Prefettura.  Ma anche questa era per lui
    un'usurpazione indegna,  perch la prima pietra di  quel  palazzo  era
    stata  posta  nel  1858  da  un munifico vescovo,  che voleva farne un
    grande ospizio per i poveri,  onde ancora i vecchi  lo  chiamavano  il
    "Palazzo della Beneficenza".
    Gli  sarebbe  piaciuto  che  il  Duomo  fosse  restaurato da monsignor
    Montoro,  perch le chiese...  eh,  quelle non erano edifizii  che  la
    nuova gente potesse aver piacere d'abbellire; ed eran la sola cosa, di
    cui  egli sentisse profondo il rimpianto.  Gli arrivavano l,  nel suo
    esilio,  le voci delle  campane  delle  chiese  pi  vicine.  Egli  le
    riconosceva tutte,  e diceva: - Ecco, ora suona la Badia Grande... ora
    suona San Pietro... ora suona San Francesco...
    Arriv, anche quella sera, a rompere il lungo silenzio,  in cui egli e
    il  vescovo l sul terrazzo eran caduti,  il suono dell'avemaria dalla
    chiesetta di San Pietro.  Il cielo,  poc'anzi d'un  turchino  intenso,
    s'era  tutto  soffuso di viola;  e sotto,  nella campagna gi raccolta
    nella prima ombra,  spiccava tra i mandorli spogli una  fila  di  alti
    cipressi  notturni,  come  un  vigile  drappello  a guardia del vicino
    tempio della Concordia, maestoso,  sul ciglione.  Monsignor Montoro si
    tolse lo zucchetto, si curv un poco, chiudendo gli occhi; il principe
    si segn, e tutti e due recitarono mentalmente la preghiera.
    - Avete sentito di questi scandali, - disse poi il vescovo gravemente,
    - che turberanno certo la nostra tranquilla diocesi?
    Don Ippolito chin pi volte il capo, con gli occhi socchiusi.
    - E' stata qui mia sorella.
    - Qui?  - domand con vivo stupore il vescovo. Don Ippolito allora gli
    parl brevemente della visita e della violenta scossa ch'egli ne aveva
    avuto.
    - Oh comprendo! comprendo!  - esclam Monsignore,  scotendo le bianche
    mani intrecciate e socchiudendo gli occhi anche lui.
    - Come ridotta... - sospir don Ippolito profondamente.
    Per  cangiar  tono  al discorso,  monsignor Montoro,  dopo aver tirato
    dentro aria e aria, sbuff:
    - E intanto il nostro paladino vuol montare a ogni costo in arcione; e
    sar un nuovo scandalo, che avrei voluto almeno evitare...
    - Capolino? - domand, accigliandosi, don Ippolito. - Battersi?
    - Ma s! Aggredito...
    - Lui? Il Prola!
    - Lui,  anche lui!  Non sapete tutto,  dunque!  Il nostro Capolino  fu
    aggredito  la  mattina da un tal Vernica,  che si trovava insieme con
    l'Agr, che tanto m'addolora.
    - Non me lo disse, - mormor quasi tra s don Ippolito.
    - Perch pare,  - spieg Monsignore,  - almeno a quel che si  dice  in
    paese, pare che l'Auriti non sapesse della rissa della mattina. Basta.
    Bisogner  chiudere  un occhio,  perch lo sfregio,  eh,  lo sfregio 
    stato molto grave: gli hanno strappato il giornale in  faccia,  su  la
    pubblica  via...  Sapete  che  il nostro Capolino  focoso,  cavaliere
    compito... Non  stato possibile ridurlo a ragione, all'osservanza del
    precetto cristiano... Ha gi mandato il cartello di sfida...
    - So che tira bene di spada, - disse don Ippolito, cupo e fiero.  - In
    fin  dei  conti,  non  sar male dare una lezione a uno di costoro per
    abbassare a tutti la cresta. Per me, Monsignore,  l'ho dichiarato alla
    stessa mia sorella, lotta senza quartiere!
    - Ma s! la vittoria, la vittoria sar nostra senza dubbio, - concluse
    il vescovo.
    Segu un altro silenzio; poi Monsignore domand, riscotendosi:
    - Landino?  - come se per caso gli fosse venuto di far quella domanda,
    ch'era in fondo la vera ragione della sua visita.
    Aveva combinato lui quelle prossime nozze di Adelaide  Salvo  con  don
    Ippolito; aveva lasciato intendere a questo che solo per un riguardo a
    lui   Flaminio   Salvo  consentiva  che  la  sorella  contraesse  quel
    matrimonio illegittimo,  almeno a giudizio della  societ  civile;  ma
    voleva - ed era giusto - che il figlio del primo letto riconoscesse la
    seconda madre, e fosse presente alla celebrazione religiosa: trattando
    con  gentiluomini  di  quella sorte,  questo solo atto di presenza gli
    sarebbe bastato.
    Don Ippolito s'infosc.
    Dopo una lunga lotta con se stesso,  aveva scritto al figlio  che  gli
    era cresciuto sempre lontano, prima a Palermo nella casa dei Montalto,
    poi a Roma,  e col quale perci non aveva alcuna confidenza. Lo sapeva
    d'idee e di sentimenti al tutto opposti ai suoi,  quantunque non fosse
    mai  venuto  con lui ad alcuna discussione.  Era molto malcontento del
    modo con cui gli aveva comunicato la  decisione  di  contrarre  queste
    seconde  nozze  e  del modo con cui gli aveva espresso il desiderio di
    averlo a Colimbtra per l'avvenimento.  Troppe ragioni in  iscusa:  la
    solitudine,  l'et,  il  bisogno  di  cure  affettuose...  Gli  pareva
    d'essersi avvilito  a  gli  occhi  del  figlio.  Il  disgusto  per  e
    l'avvilimento  non  erano  soltanto  per  effetto  d'una  lettera  mal
    riuscita: provenivano da una causa pi intima e profonda, nel cuore di
    lui.
    Senza troppo volerlo da principio, s'era lasciato persuadere a ridurre
    a effetto  un  disegno  stimato  su  le  prime  inattuabile;  superato
    l'ostacolo  della  sua grave pretesa,  trovata la sposa,  stabilite le
    nozze,  d'un tratto  s'era  veduto  stretto  da  un  impegno  non  ben
    ponderato avanti,  e non aveva potuto pi tirarsi indietro per nessuna
    ragione.  La famiglia Salvo,  se non aveva titoli nobiliari,  era  pur
    d'antico  sangue;  conveniente  l'et  della sposa;  nulla in fondo da
    ridire su l'immagine che gli avevano mostrata di donna Adelaide in una
    fotografia;  e poi la soddisfazione per la deferenza ai suoi principii
    politici e religiosi... S, s; ma la memoria venerata di donna Teresa
    Montalto?  e  l'avvilimento  per la coscienza della propria debolezza?
    Non aveva saputo resistere allo sgomento che gl'incuteva segretamente,
    da qualche tempo in qua, la solitudine, la sera, quando si chiudeva in
    camera e, guardandosi le mani, si dava a pensare che... s, la morte 
    sempre accanto a tutti, bimbi, giovani, vecchi,  invisibile,  pronta a
    ghermire  da  un momento all'altro;  ma allorch man mano si fa sempre
    pi prossimo il limite segnato alla vita umana e gi per tanti anni  e
    tanto  cammino  si   sfuggiti comunque all'assalto di questa compagna
    invisibile, scema da un canto, grado grado, l'illusione d'un probabile
    scampo,  e cresce dall'altro e s'impone il sentimento gelido e  oscuro
    della tremenda necessit di incontrarla,  di trovarsi a un tratto a tu
    per tu con essa,  in quella strettura del tempo che avanza.  E sentiva
    mancarsi  il  respiro;  si  sentiva  stringer  la  gola da un'angoscia
    inesprimibile.  Le sue mani gli facevano orrore.  Soltanto le mani  in
    lui,  per  ora,  erano  da  vecchio:  ingrossate  le nocche,  la pelle
    aggrinzita.  S,  le  sue  mani  avevano  cominciato  a  morire.   Gli
    s'intorpidivano spesso.  E non poteva pi,  la notte,  stando a giacer
    supino sul letto,  vedersele congiunte sul ventre.  Ma quella era pure
    la  sua  positura  naturale: doveva distendersi cos per conciliare il
    sonno.  Ebbene,  no: si vedeva morto,  con quelle mani fredde come  di
    pietra sul ventre; e subito si scomponeva, prendeva un'altra positura,
    e smaniava a lungo.
    Per questo aveva manifestato il desiderio d'un'intima compagnia;  e il
    desiderio,  ecco,  si attuava;  ma egli ne provava in segreto stizza e
    avvilimento.  Gli pareva che questo suo desiderio avesse acquistato su
    lui una volont che non era pi la sua. Altri infatti lo aveva assunto
    e lo guidava e trascinava lui,  che non poteva pi  opporsi:  come  il
    cavallo,  che aveva dato la prima spinta a una vettura in discesa, ora
    dalla vettura stessa si sentiva premere e spingere suo malgrado.
    - Nessuna risposta?  - soggiunse Monsignore,  per  rompere  subito  il
    fosco silenzio in cui il principe s'era chiuso.  - Bene,  bene;  tanto
    per sapere. Risponder. intanto...  ecco: abbiamo parlato con Flaminio
    circa  alla  presentazione.  Si  pu  fare a Valsana,   vero?  Donna
    Adelaide scender a visitar la nipote e la povera cognata; voi, di qua
    stesso,  per lo stradone,  senza  toccar  la  citt,  vi  recherete  a
    visitare  il fratello e i vostri ospiti.  Va bene cos?  In settimana.
    Sceglierete voi il giorno.
    - Subito,  - disse il principe,  riavendosi con una mossa energica.  -
    Domani.
    -  Troppo  presto...  -  osserv  sorridendo  Monsignore.  - Bisogner
    avvertire... dar tempo... Doman l'altro poi, no:  marted.  Le donne,
    sapete bene, badano a codeste cose. Sar per mercoled.
    E si alz,  con stento e con riguardo per la sua molle rosea grassezza
    donnescamente curata, sospirando:
    - "Bene eveniat!" Quel povero figliuolo... - soggiunse poi,  alludendo
    al De Vincentis. - Si trovasse modo di tranquillarlo. Ne sarei proprio
    lieto... Mah!
    A pi della scala monsignor Montoro trattenne il principe e, indicando
    la porta del "Museo" ove era il De Vincentis, disse piano:
    - Non vi fate vedere. Lo saluterete dal terrazzo. Buona sera.
    Il  principe  gli  baci  la  mano  e  risal la scala.  Poco dopo dal
    terrazzo s'inchin al vescovo e salut con la mano il De Vincentis che
    si scappellava,  evidentemente  senza  scorgerlo.  Rimase  l,  seduto
    presso  la  balaustrata  a guardar nella campagna l'ombra che man mano
    s'incupiva, la striscia rossastra del crepuscolo che diveniva livida e
    quasi fumosa sul  cerulo  mare  lontano,  su  cui,  laggi  in  fondo,
    nereggiavano  gli  uliveti  di  Montelusa,  a destra della lucida foce
    dell'Hypsas. In mezzo al cielo cominciava ad accendersi la falce della
    luna.
    Don Ippolito guard i Tempii che si raccoglievano  austeri  e  solenni
    nell'ombra, e sent una pena indefinita per quei superstiti d'un altro
    mondo  e  d'un'altra  vita.  Tra  tanti  insigni monumenti della citt
    scomparsa solo ad essi era toccato  in  sorte  di  veder  quegli  anni
    lontani:  vivi essi soli gi,  tra la rovina spaventevole della citt;
    morti ora essi soli in mezzo a tanta  vita  d'alberi  palpitanti,  nel
    silenzio,  di foglie e d'ali. Dal prossimo poggio di Tamburello pareva
    che movesse  al  tempio  di  Hera  Lacinia,  sospeso  lass,  quasi  a
    precipizio  sul  burrone  dell'Akragas,   una  lunga  e  folta  teoria
    d'antichi chiomati olivi;  e uno era l,  innanzi a tutti,  curvo  sul
    tronco  ginocchiuto,  come  sopraffatto  dalla  maest imminente delle
    sacre colonne;  e forse pregava pace per quei clivi abbandonati,  pace
    da quei Tempii, spettri d'un altro mondo e di ben altra vita.
    Son  a  un  tratto,  nel  bujo sopravvenuto,  il chiurlo lontano d'un
    assiolo, come un singulto.
    Don Ippolito si sent stringere improvvisamente la gola da un nodo  di
    pianto.  Guard le stelle che gi sfavillavano nel cielo,  e gli parve
    che al loro lucido tremolio  rispondesse  dalle  campagne  deserte  il
    tremulo canto sonoro dei grilli. Poi vide, oltre il burrone del fiume,
    a levante, vacillare il lume di quattro lanterne cieche s per l'aspro
    greppo dello Sperone.
    Era Sciaralla,  che si arrampicava coi tre compagni per montar la vana
    guardia alla casermuccia lass.


    5.

    Appena il primo albore filtr lieve attraverso le foglie coriacee  del
    caprifico in fondo alla vigna,  Mauro Mortara, che vi stava sotto, con
    le spalle appoggiate al tronco, aggrott le ciglia,  ritir le braccia
    e  stir  la  schiena  rugliando;  poi  s'allarg  tutto  in  un lungo
    sbadiglio e si rilass richiudendo gli occhi come a cercar di nuovo il
    tepido bujo del sonno;  ma ud un gallo cantare da un'aja lontana,  un
    altro  da  pi  lontano rispondere;  ud un frullo d'ali vicino,  e si
    riscosse. I tre mastini,  accucciati sotto l'albero intorno a lui,  lo
    guardavano con occhi umidi,  intenti,  salutandolo amorosamente con la
    coda. Ma il padrone li guat,  seccato che lo avessero veduto dormire;
    poi  si  guat  le gambe distese aperte,  rigide,  su la terra cretosa
    della vigna;  si  scroll  dalle  spalle  il  cappotto  d'albagio;  si
    stropicci  gli occhi acquosi col dorso delle mani;  cav infine dalla
    sacca, pendula da un ramo,  tre tozzi di pan secco e li butt in bocca
    alle bestie;  si tir s s in piedi e, appeso il cappotto all'albero,
    lo schioppo alla spalla, si mosse ancor mezzo trasognato per la vigna.
    Non gli  riusciva  pi  vegliar  tutta  la  notte:  guardingo,  a  una
    cert'ora,   come  se  qualcuno  se  ne  potesse  accorgere,  andava  a
    rintanarsi sotto quel caprifico;  per poco,  diceva a  se  stesso;  ma
    stentava a destarsi di giorno in giorno vieppi. Le gambe non eran pi
    quelle d'una volta; anche la forza del polso non era pi quella.
    Ah,  la sua bella vigna! Forse il vino di quell'anno lo avrebbe ancora
    bevuto;  ma quello dell'anno venturo?  Diede una  spallata,  come  per
    dire:  Oh,  alla  fin fine...,  e torn a sbadigliare a quella prima
    luce del giorno che pareva provasse pena a  ridestare  la  terra  alle
    fatiche; guard la distesa vasta dei campi, da cui tardava a diradarsi
    l'ultimo  velo  d'ombra della notte;  poi si volt a guardare il mare,
    laggi,  d'un turchino fosco,  vaporoso,  di tra le agavi ispide  e  i
    pingui ceppi glauchi dei fichidindia, che sorgevano e si storcevano in
    quella scialba caligine. La luna calante, sorta tardi nella notte, era
    rimasta  a  mezzo  cielo,  sorpresa  dal  giorno,  e gi smoriva nella
    crudezza della prima luce.  Qua e l nella campagna  entro  quel  velo
    lieve di nebbiolina bianchiccia fumigavano i fornelli dove si bruciava
    il mallo delle mandorle,  e quel fumichio,  nell'immobilit dell'aria,
    saliva dritto al cielo.
    Tuttavia, da due giorni,  Mauro Mortara era meno aggrondato.  Guardava
    ancora in cagnesco la villa;  ma poi, pensando che Flaminio Salvo ogni
    mattina,  a quell'ora,  se ne partiva in carrozza o per Girgenti o per
    Porto Empedocle, e che non vi ritornava se non a tarda sera, tirava un
    respiro di sollievo, come se la vista del cascinone gli diventasse pi
    lieve,  sapendo che colui non c'era.  Vi rimanevano, s, coi servi, la
    moglie e la figliuola;  ma quella,  una  povera  pazza,  tranquilla  e
    innocua; e questa... - pareva impossibile! - questa, quantunque figlia
    di quel malo cristiano, non era cattiva, no, anzi...
    E Mauro,  senza volerlo, volse in giro uno sguardo per vedere se donna
    Dianella fosse gi per la vigna.
    In pochi giorni, da che era a Valsana, s'era rimessa quasi del tutto;
    si levava per tempo, ogni mattina; aspettava che il padre partisse con
    la carrozza,  e veniva a  raggiunger  lui  l  per  la  vigna,  e  gli
    domandava  tante cose della campagna: degli olivi,  come si governano;
    dei gelsi,  che a marzo colgono sangue di  nuovo  e,  quando  sono  in
    amore,  per  gettare,  son molli come una pasta;  poi si fermava sotto
    l'ombrellone del pino solitario laggi dove l'altipiano strapiomba sul
    mare, per assistere alla levata del sole dalle alture della Crocca, in
    fondo in fondo all'orizzonte,  livide prima,  poi  man  mano  cerulee,
    aeree e quasi fragili. Il primo a indorarsi al sole, ogni mattina, era
    quel pino l, che si stagliava maestoso su l'azzurro aspro e denso del
    mare, su l'azzurro tenue e vano del cielo.
    In  pochi  giorni Dianella aveva fatto il miracolo: l'orso era domato.
    L'aria del volto, la nobilt gentile e pure altera del portamento,  la
    dolcezza  mesta  dello  sguardo  e del sorriso,  la soavit della voce
    avevano fatto il miracolo, pianamente, naturalmente,  andando incontro
    e vincendo la ruvidezza ombrosa del vecchio selvaggio.
    Parlando,  a  volte,  ella  aveva  nella  voce  e  negli sguardi certe
    improvvise opacit,  come se,  di tratto  in  tratto,  l'anima  le  si
    partisse  dietro  qualche parola e le andasse lontano lontano,  chi sa
    dove; smarrita, se tardava a ritornarle, domandava: - Che dicevamo?  -
    e  sorrideva,  perch  lei  stessa non sapeva spiegarsi ci che le era
    avvenuto. Spesso anche, a ogni minimo tocco rude della realt, provava
    quasi un improvviso sgomento, o, piuttosto,  l'impressione di un'ombra
    fredda  che  le  si  serrasse attorno,  e aggrottava un po' le ciglia.
    Subito per cancellava con un altro dolce  sorriso  il  gesto  ombroso
    involontario, sgranando e ilarando gli occhi, rinfrancata.
    Perch  mi si dovrebbe far male?,  pareva dicesse a se stessa.  Non
    vado innanzi alla vita, fiduciosa e serena?
    La fiducia le raggiava da ogni atto,  da ogni  sguardo,  e  avvinceva.
    Anche  quei  tre mastini feroci del Mortara bisognava vedere che festa
    le facevano ogni volta! Si voltavano anch'essi, or l'uno or l'altro, a
    guardare verso la villa,  come se l'aspettassero.  E  Mauro,  per  non
    allontanarsi  troppo,  s'indugiava  a  esaminare  ora  questo ora quel
    tralcio,  i cui grappoli,  tesori  gelosamente  custoditi,  aveva  gi
    mostrati quasi a uno a uno a Dianella, gongolando accigliato alle lodi
    ch'ella gli profondeva tra vivaci esclamazioni di meraviglia:
    - Uh, quanti qua!
    - Carica, eh? E questo tralcio, guardate...
    - Un albero... pare un albero!
    - E qua, qua...
    - Oh, pi uva che pampini! E pu sostenerla tant'uva, questa vite?
    - Se non avr male dal tempo...
    -  Che peccato sarebbe!  E questa?  - domandava,  vedendo qualche vite
    atterrata. - E' stato il vento? Ah, dev'essere ancora legata...
    Oppure, pi l:
    - E questi?  Vitigni  selvaggi?  Innesti  nuovi,  ho  capito.  Evviva,
    evviva... Ah, c' pure compensi nella vita!
    E nella voce pareva avesse la gioja dell'aria pura e del sole,  quella
    stessa gioja che tremava nella gola delle allodole.
    Per quel giorno Mauro le aveva promesso una visita al  camerone  del
    Generale:  al  santuario  della  libert.  Ma  i cani,  a un tratto,
    drizzarono le orecchie;  poi l'uno dopo  l'altro  s'avventarono  senza
    abbajare verso il sentieruolo sotto la vigna, sul ciglio del burrone.
    - Don Ma'! Don Ma'! - chiam poco dopo, di l, una voce affannata.
    Mauro  la  riconobbe  per  quella di Leonardo Costa,  l'amico di Porto
    Empedocle; e chiam a s i cani.
    - Te', "Scampirro"! Te', "Nula"! Qua, "Turco"!
    Ma i cani avevano riconosciuto anch'essi il Costa e s'erano fermati al
    limite della vigna, scodinzolandogli dall'alto.
    Sopravvenne Mauro.
    - Il principale?  E' partito?  - gli domand  subito  Leonardo  Costa,
    trafelato, ansante.
    Era  un omaccione dalla barba e dai capelli rossi,  crespi,  la faccia
    cotta dal sole e gli occhi bruciati dalla polvere dello zolfo. Portava
    agli orecchi due cerchietti d'oro;  in capo,  un  cappellaccio  bianco
    tutto  impolverato  e  macchiato  di sudore.  Veniva di corsa da Porto
    Empedocle, per la spiaggia, lungo la linea ferroviaria.
    - Non so, - gli rispose Mauro, fosco.
    - Per favore, date una voce di cost, che aspetti;  debbo parlargli di
    cosa grave.
    Mauro scosse il capo.
    - Correte, farete a tempo... Che vi  avvenuto?
    Leonardo Costa, riprendendo la corsa, gli grid:
    - Guaj! guaj grossi alle zolfare!
    Maledetto lui e le zolfare!, brontol Mauro tra s.
    Flaminio  Salvo scendeva la scala della villa per montar su la vettura
    gi pronta, quando Leonardo Costa sbuc dal sentieruolo a ponente,  di
    tra gli olivi, gridando:
    - Ferma! Ferma!
    - Chi ? Cos'? - domand il Salvo, con un soprassalto.
    -  Bacio  le  mani  a  Vossignoria,  - disse il Costa,  togliendosi il
    cappellaccio e accostandosi senza  pi  fiato  e  tutto  grondante  di
    sudore. - Non ne posso pi... Volevo venire stanotte... ma poi...
    - Ma poi? Che cos'? che hai? - lo interruppe, brusco, il Salvo.
    - Ad Aragona,  a Comitini,  tutti i solfaraj,  sciopero! - annunzi il
    Costa.
    Flaminio Salvo lo guard con freddo cipiglio,  lisciandosi  le  lunghe
    basette  grige che,  insieme con le lenti d'oro,  gli davano una certa
    aria diplomatica, e disse, sprezzante:
    - Questo lo sapevo.
    - Sissignore. Ma jersera, sul tardi, - riprese il Costa,  -  arrivata
    a  Porto  Empedocle  gente  da  Aragona e ha raccontato che tutto jeri
    hanno fatto l'ira di Dio nel paese...
    - I solfaraj?
    - Sissignore: picconieri, carusi, calcheronaj, carrettieri,  pesatori:
    tutti!  Hanno  finanche  rotto  il  filo  telegrafico.  Dice che hanno
    assaltato la casa di mio figlio,  e che Aurelio ha tenuto testa,  come
    meglio ha potuto...
    Flaminio Salvo, a questo punto, si volt a spiare acutamente gli occhi
    di  Dianella che s'era accostata alla vettura.  Quello sguardo strano,
    rivolto alla figlia a mezzo del discorso, frastorn il Costa, il quale
    si volt anche lui a guardare la signorinella, com'egli la chiamava.
    Questa di pallida si fece vermiglia, poi subito pallida di nuovo.
    - Dunque? - grid Flaminio Salvo, con ira.
    - Dunque, sissignore, - riprese il Costa, sconcertato. - Guajo grosso,
    non c' soldati; il paese, nelle loro mani.  Due carabinieri soli,  il
    maresciallo e il delegato... Che possono fare?
    -  E  che  posso  fare io di qua,  me lo dici?  - grid il Salvo su le
    furie. - Tuo figlio Aurelio che cos'?  il signor ingegnere direttore,
    venuto  dall'"Ecole des Mines" di Parigi,  che cos'?  Marionetta?  Ha
    bisogno che gli tiri io il filo di qua, per farlo muovere?
    - Ma nossignore, - disse Leonardo Costa, ritraendosi d'un passo,  come
    se  il  Salvo  lo  avesse  sferzato  in  faccia.  -  Pu  star  sicuro
    Vossignoria che mio figlio Aurelio sa quello che deve  fare.  Testa  e
    coraggio...  non tocca a dirlo a me...  ma di fronte a duemila uomini,
    tra solfaraj e carrettieri, mi dica Vossignoria... Del resto, il guajo
     un altro,  fuori del paese.  Aurelio ha mandato ad  avvertirmi  jeri
    sera  che  quelli  hanno  catturato  per lo stradone gli otto carri di
    carbone che andavano alle zolfare di Monte Diesi.
    - Ah, s? - fece il Salvo, sghignando.
    - Vossignoria sa,  - seguit il Costa - che il carbone  lass  per  le
    pompe  dei  cantieri    come  il  pane  pei  poverelli,  e  anche pi
    necessario. Vossignoria va a Girgenti? Vada subito dal prefetto perch
    mandi soldati alla stazione d'Aragona, quanti pi pu, per fare scorta
    al carbone fino alle zolfare.  Ci son sette vagoni pieni per rinnovare
    il deposito;  i carrettieri sono in isciopero anch'essi; ma il carbone
    si potr caricare su i muli e su gli asini,  scortati dalla forza:  ci
    metteranno  pi tempo,  ma almeno si potr scongiurare il pericolo che
    la zolfara grande, la "Cace", Dio liberi, s'allaghi...
    - E s'allaghi!  s'allaghi!  s'allaghi!  -  scatt,  furente,  Flaminio
    Salvo, levando le braccia. - Vada tutto alla malora! Non m'importa pi
    di niente!  Io chiudo,  sai!  e mando tutti a spasso,  te, tuo figlio,
    tutti, dal primo all'ultimo, tutti! Caccia via!  Andiamo!  - ordin al
    cocchiere.
    La  carrozza si mosse,  e Flaminio Salvo part senza neppur voltarsi a
    salutare la figlia.
    Alla sfuriata insolita,  don Cosmo s'era  affacciato  a  una  finestra
    della  villa  e  donna  Sara Alimo s'era fatta sul pianerottolo della
    scala.  L'uno e l'altra,  e gi Dianella  e  il  Costa  rimasero  come
    intronati.  Il  Costa  alla  fine  si  scosse,  alz  il capo verso la
    finestra e salut amaramente:
    - Bacio le mani, si-don Cosmo! Ha ragione,  lui:  il padrone!  Ma per
    quel  Dio  messo  in  croce,  creda  pure,  si-don  Cosmo mio,  creda,
    Signorinella: non sono prepotenze! La fame  fame, e quando non si pu
    soddisfare...
    Donna Sara dal pianerottolo scroll il capo incuffiato,  con gli occhi
    al cielo.
    - Mangia il Governo, - seguit il Costa, - mangia la Provincia; mangia
    il  Comune  e il capo e il sottocapo e il direttore e l'ingegnere e il
    sorvegliante...  Che pu avanzare per chi sta sotto terra e  sotto  di
    tutti e deve portar tutti sulle spalle e resta schiacciato?... Ah Dio!
    Sono un miserabile,  un ignorante sono; e va bene: mi pesti pure sotto
    i piedi finch vuole.  Ma mio figlio,  no!  mio figlio non me lo  deve
    toccare!  Gli dobbiamo tutto,   vero;  ma anche lui,  se  ancora l,
    padrone mio riverito,  che mi pu anche schiaffeggiare,  ch da lui mi
    piglio tutto e gli bacio anzi le mani; se ancora  l che comanda e si
    gode le sue belle ricchezze,  lo deve pure a mio figlio,  lo deve: lei
    lo sa, Signorinella, e fors'anche lei, si-don Cosmo... siamo giusti!
    - Gi, gi,  - sospir il Laurentano dalla finestra,  - l'affare delle
    zucche...
    - Che zucche? - domand, incuriosita, donna Sara Alimo.
    - Ma!  - fece il Costa.  - Ve lo farete raccontare qualche volta dalla
    Signorinella qua,  che conosce bene mio figlio,  perch son  cresciuti
    insieme, anche con quell'altro ragazzo, suo fratellino, che il Signore
    volle per s e fu una rovina per tutti.  La povera signora, l, che me
    la ricordo io,  bella,  un occhio di sole!  ci perdette la ragione;  e
    lui, povero galantuomo... chi ha figli lo compatisce...
    Dianella,  col cuore gonfio per la durezza del padre, a questo ricordo
    non pot pi  reggere  e,  per  nascondere  il  turbamento,  prese  il
    sentieruolo per cui il Costa era venuto, e sparve tra gli olivi.
    Subito  donna  Sara,  poi anche don Cosmo invitarono il Costa ad andar
    s, per farlo rimettere un po' dalla corsa e non lasciarlo cos sudato
    alla brezza del  mattino.  Donna  Sara  avrebbe  voluto  far  di  pi:
    offrirgli  una  tazzina  di  caff;  ma per non perdere una parola del
    discorso fitto fitto che il Costa aveva attaccato subito con don Cosmo
    sul Salvo, ora che la figliuola non poteva pi sentirlo,  finse di non
    pensarci.
    - Ci conosciamo,  santo Dio,  ci conosciamo,  si-don Co'! Che era lui,
    alla fin fine? Io, s, coi piedi scalzi, ho portato in collo,  lo dico
    e  me  ne vanto;  in collo lo zolfo e il carbone,  dalla spiaggia alle
    spigonare.  Il  latino  come  dice?   "Necessitas  non  abita  legge".
    Sissignore;  e sono stato stivatore,  e me ne vanto, misero staderante
    agl'imbarchi per la dogana, e me ne vanto. Lui, per, che cos'era?  Di
    nobile  casato,  sissignore;  ma  un  sensaluccio  era,  che veniva da
    Girgenti a Porto Empedocle,  tutto impolverato per lo  stradone  della
    Spinasanta,  perch  non  aveva  neanche  da  pagarsi  la  carrozza  o
    d'affittarsi un asinello, allora che la ferrovia non c'era.  E i primi
    pccioli,  come li fece?  Lo sa Dio e tanti lo sanno,  tra i morti e i
    morti.  Poi prese l'appalto delle prime ferrovie,  insieme col cognato
    che ora sta a Roma,  signor ingegnere,  banchiere,  commendatore,  don
    Francesco Vella, che conosciamo anche lui...
    - Ah, - fece donna Sara, - ha un'altra sorella, lui?
    - Come no?  - rispose il Costa,  sospendendo gli inchini con cui aveva
    accompagnato ogni titolo del Vella,  - donna Rosa,  maggiore di tutti,
    moglie del - (e s'inchin ancora una volta) -  commendatore  Francesco
    Vella,  pezzo  grosso  dell'Amministrazione delle ferrovie adesso.  La
    linea qua,  da Girgenti a Porto Empedocle,  non  la  fece  lui?  Balla
    comare, che fortuna suona! Centinaja di migliaja di lire, sorella mia;
    denari  a cappellate,  come fossero stati rena...  Due ponti e quattro
    gallerie...  Allunga l un gomito;  taglia qua a scarpa...  Poi  altre
    imprese di linee...  Tutta la ricchezza gli  venuta di l, dico bene,
    si-don Co'? Ci conosciamo!
    - E le zucche? le zucche? - torn a domandare donna Sara.
    Bisogn che il Costa gliela narrasse per minuto,  quella famosa storia
    delle zucche;  e donna Sara lo compens con le pi vivaci esclamazioni
    di stupore,  di raccapriccio,  d'ammirazione del vocabolario  paesano,
    battendo  di  tratto  in  tratto le mani,  per scuotere don Cosmo,  il
    quale,  conoscendo la storia,  era ricaduto  nel  suo  solito  letargo
    filosofico.  Si scosse alla fine,  ma senza aprir gli occhi;  pose una
    mano avanti, disse:
    - Per...
    - Ah,  s!  - riattacc subito con enfasi il Costa,  battendosi le due
    manacce sul petto.  - In coscienza,  un'anima sola abbiamo,  davanti a
    Dio, e debbo dire la verit. Ma mio figlio,  oh,  si-don Cosmo - (e il
    Costa  lev  una  mano  con  l'indice e il pollice giunti,  in atto di
    pesare) - tutti i figli saranno figli, ma quello!  cima!  diritto come
    una bandiera! in tutte le scuole, il primo! Appena laureato, subito il
    concorso per la borsa di studio all'estero...  Erano, sorella mia, pi
    di quattrocento giovani ingegneri d'ogni parte d'Italia: tutti  sotto,
    tutti  sotto se li mise!  E mi stette fuori quattr'anni,  a Parigi,  a
    Londra, nel Belgio, in Austria.  Appena tornato a Roma,  senza neanche
    farlo fiatare, il Governo gli diede il posto nel Corpo degli ingegneri
    minerarii,  e lo mand in Sardegna, a Iglesias, dove ci fece un lavoro
    tutto colorato su una montagna... Sarrubbas... non so... ah, Sarrabus,
    gi, dico bene, Sarrabus (parlano turco,  in Sardegna),  un lavoro che
    fa restare,  sorella mia,  allocchiti.  Ci stette poco,  un anno, poco
    pi,  perch una Societ francese,  di quelle  che...  i  marenghi,  a
    sacchi...  vedendo  quella carta,  rimase a bocca aperta.  Non lo dico
    perch  figlio mio;  ma quanti ingegneri c',  qua e fuorivia?  se li
    mette in tasca tutti! Basta. Questa Societ francese, dice, qua c' la
    cassa,  figlio mio,  tutto quello che volete.  Aurelio, tra il s e il
    no,  d'accettare,  venne qua in permesso - saranno sei o sette mesi  -
    per  consigliarsi  con me e col principale,  suo benefattore,  ch'egli
    rispetta come suo secondo padre e fa bene!  Il principale  stesso  gli
    sconsigli  d'accettare,  perch lo volle per s,  capite?  per badare
    alle sue zolfare d'Aragona e Comitini.  Noi diciamo: il poco mi basta,
    l'assai mi soverchia...  Accett, ma ci scpita, parola d'onore! E con
    tutto questo,  ora...  ora   marionetta,  l'avete  inteso?...  Cristo
    sacrato!
    Leonardo  Costa  lev  un  braccio,  si  alz,  sbuff  per  il  naso,
    scrollando il capo, e prese dalla sedia il cappellaccio bianco. Doveva
    andar via subito;  ma ogni qual volta si metteva a parlare di quel suo
    figliuolo, lustro, colonna d'oro della sua casa, non la smetteva pi.
    - Bacio le mani,  si-don Cosmo,  mi lasci scappare.  Donna Sara, servo
    vostro umilissimo.
    - Oh, e aspettate! - esclam questa,  fingendo di ricordarsi,  ora che
    il discorso era finito. - Un sorsellino di caff..
    - No no, grazie - si scherm il Costa. - Ho tanta fretta!
    -  Cinque  minuti!  - fece donna Sara,  levando le mani a un gesto che
    voleva dire: Non casca il mondo!.
    E s'avvi.  Ma il Costa,  sedendo di nuovo,  sospir,  rivolto  a  don
    Cosmo:
    -  C' una mala femmina,  si-don Co',  una mala femmina che da qualche
    tempo a questa parte mette male tra mio figlio e don Flaminio;  io  lo
    so!
    E  donna  Sara  non pot pi varcare la soglia: si volt,  strizz gli
    occhi, arricci il naso e chiese con una mossettina del capo: - Chi ?
    - Non mi fate sparlare ancora, donna Sara mia! - sbuff il Costa. - Ho
    parlato gi troppo!
    Ma, tanto,  donna Sara Alimo aveva gi compreso di quale mala femmina
    egli intendesse parlare, e usc, esclamando con le mani per aria:
    - Che mondo! che mondo!

    Dianella non s'affrett quella mattina a raggiungere Mauro alla vigna.
    Quello  sguardo  duro del padre nell'ira,  mentre il Costa parlava del
    pericolo da cui il figlio era minacciato in Aragona,  le aveva  in  un
    baleno richiamato alla memoria un altro sguardo di lui,  di tanti anni
    addietro, quando il fratellino era morto e la madre impazzita.
    Aveva undici anni, lei, allora.
    E pi della morte del fratello, pi della sciagura orrenda della madre
    le era rimasta indelebile nell'anima l'impressione di  quello  sguardo
    d'odio  che a lei - ragazzetta ancor quasi ignara,  incerta e smarrita
    tra i giuochi e la pena -  aveva  lanciato  il  padre,  nel  cordoglio
    rabbioso:
    "Non  potevi  morir  tu invece?",  le aveva detto chiaramente quello
    sguardo.
    Cos. Proprio cos. E Dianella comprendeva bene adesso perch il padre
    non avrebbe esitato un momento a dar la  vita  di  lei  in  cambio  di
    quella del fratello.
    Tutte  le cure e l'affetto e le carezze e i doni,  di cui egli l'aveva
    poi colmata, non erano pi valsi a scioglierle dal fondo dell'anima il
    gelo, in cui quello sguardo s'era quasi rappreso e indurito. Spesso se
    n'adontava con se stessa,  sentendo che il calore dell'affetto paterno
    non riusciva pi a penetrare in lei,  quasi respinto istintivamente da
    quel gelo.
    Per  qual  ragione  seguitava  egli  ormai  a   lavorare   con   tanto
    accanimento?  ad accumulare tanta ricchezza?  Non per lei, certamente;
    s per un bisogno spontaneo, prepotente, della sua stessa natura;  per
    dominare  su  tutti;  per esser temuto e rispettato;  o fors'anche per
    stordirsi negli affari o per prendersi a suo modo una rivincita su  la
    sorte che lo aveva colpito. Ma in certi momenti d'ira (come dianzi), o
    di stanchezza o di sfiducia, lasciava pur vedere apertamente che tutte
    le  sue  imprese  e i suoi sforzi e la sua vita stessa non avevano pi
    scopo per lui,  perduto l'erede del nome,  colui che sarebbe stato  il
    continuatore della sua potenza e della sua fortuna.
    Da  un pezzo,  convinta di questo,  Dianella,  pur non sapendo neanche
    immaginare  la  propria  vita  priva  di  tutto  quel  fasto  che   la
    circondava,  aveva cominciato a sentire un segreto dispetto per quella
    ricchezza del padre, di cui un giorno (il pi lontano possibile!) ella
    sarebbe stata l'unica erede,  per forza e senza  alcuna  soddisfazione
    per lei.  Quante volte, nel vederlo stanco e irato, non avrebbe voluto
    gridargli: Basta! Lascia! Perch la accresci ancora, se dev'esser poi
    questa la fine?. E altro ancora,  ben altro avrebbe voluto gridargli,
    se  con l'anima avesse potuto arrivare all'anima del padre,  senza che
    le labbra si movessero e udissero gli orecchi.
    Da quanto aveva potuto intendere col finissimo intuito e penetrare con
    quegli occhi silenziosamente vigili e da certi discorsi colti  a  volo
    senza volerlo,  aveva gi coscienza che la ricchezza del padre, se non
    al tutto male acquistata,  aveva pur fatto  molte  vittime  in  paese.
    Crudele  con  lui  la  sorte,  crudele la rivincita che si prendeva su
    essa.  Voleva tutto per s,  tutto in suo pugno:  zolfare  e  terre  e
    opificii, il commercio e l'industria dell'intera provincia. Ora perch
    gravare  su  le  esili  spalle di lei - figlia...  s,  amata,  ma non
    prediletta,  quantunque rimasta sola - il  fardello  di  tutte  quelle
    ricchezze,  che molti forse maledicevano in segreto e che certo non le
    avrebbero portato fortuna? Eppure s'era illusa,  fino a poco tempo fa,
    che  il  padre  l'avrebbe lasciata libera nella scelta;  che anzi egli
    stesso la avesse ajutata  a  scegliere,  beneficiando  colui  che,  da
    ragazzo,  gli aveva salvato la vita.  Bruno, come fuso nel bronzo, coi
    capelli ricci, neri,  e gli occhi fermi e serii,  Aurelio Costa le era
    apparso la prima volta,  a tredici anni; era stato poi per tanto tempo
    suo compagno di giuoco, suo e del fratellino. Tutt'e tre, ragazzi, non
    capivano  allora  che  differenza  fosse  tra  loro.  Alla  morte  del
    fratellino  per,  Aurelio  era  man  mano divenuto con lei sempre pi
    timido e circospetto;  non aveva pi voluto giocare  come  prima;  era
    cresciuto tanto; gli s'era alterata la voce; s'era messo a studiare, a
    studiare;  e  lei,  che  allora  non  aveva pi di dodici anni,  s'era
    contentata d'assistere zitta zitta al suo studio, fingendo di studiare
    anche lei;  ogni tanto,  in punta  di  piedi,  andava  a  tirargli  un
    ricciolo  sulla  nuca.  A  diciott'anni  Aurelio  era  poi partito per
    iscriversi all'Universit di Palermo nella facolt d'ingegneria. Senza
    pi lui, la casa per tanti mesi era rimasta per lei come vuota;  aveva
    l'impressione  di quella sua prima solitudine,  come se avesse passato
    tutto un inverno interminabile con la fronte appoggiata ai vetri d'una
    finestra su cui le gocce della pioggia scorrevano come lagrime, su cui
    qualche mosca superstite,  morta di freddo,  rimaneva attaccata e  lei
    con un dito,  toccandola appena,  la faceva cadere. Forse da allora la
    sua fronte, per il contatto di quei vetri gelati,  le era rimasta cos
    come fasciata di gelo.  Ma che esultanza poi al ritorno di lui, finito
    l'anno scolastico!  Era stata cos vivace e piena  di  giubilo  quella
    festa,  che il padre,  appena andato via Aurelio, se l'era chiamata in
    disparte e pian piano,  con garbo,  carezzandole i capelli,  le  aveva
    lasciato  intendere che sarebbe stato bene frenarsi,  perch era ormai
    un giovanotto quel suo antico compagno di giuoco,  a cui non bisognava
    pi  dare del tu.  Senza saperne bene il perch s'era fatta di bragia:
    oh Dio, e come allora, del lei? non era pi lo stesso Aurelio? No, non
    era pi lo stesso Aurelio, neanche per lei;  e se n'era accorta sempre
    di pi di anno in anno ai ritorni di lui,  finch all'ultimo, presa la
    laurea,  egli aveva manifestato l'intenzione di concorrere a una borsa
    di studio all'estero.  Lui,  proprio lui non era pi lo stesso; perch
    lei, invece... s,  con la bocca,  "signor Aurelio",  ma con gli occhi
    seguitava a dargli del tu.  Prima di partire per Parigi,  era venuto a
    ringraziare il suo benefattore, a giurargli eterna gratitudine;  a lei
    non  aveva  saputo  quasi dir nulla,  quasi non aveva osato guardarla,
    fors'anche non s'era accorto n del pallore del volto n  del  tremito
    della  mano  di  lei.  E tuttavia non s'era perduta;  aveva fatto anzi
    tanto pi certo in s  il  suo  sentimento,  quanto  pi  incerta  era
    rimasta sul conto di lui.  Era sicura,  superstiziosamente, ch'egli le
    fosse destinato.  Dopo la partenza,  pi volte aveva sentito il  padre
    parlare  del  valore  eccezionale  di  quel  giovine e dello splendido
    avvenire che avrebbe avuto,  e lodarsi di quanto aveva fatto per  lui,
    di averlo trattato come un figliuolo.  Naturalmente questi discorsi le
    avevano ravvivato sempre pi nel cuore il fuoco segreto e  sempre  pi
    acceso la speranza che il padre,  avendo perduto l'unico figliuolo,  e
    avendo quasi creato lui quest'altro  al  quale  pur  doveva  la  vita,
    avrebbe  preferito  che  a  lui,  anzich  a  un  altro  pi estraneo,
    andassero un giorno le  ricchezze  e  la  figlia.  S'era  maggiormente
    raffermata in questa speranza pochi mesi fa, quando Aurelio, ritornato
    dalla  Sardegna,  era  stato  assunto  dal  padre alla direzione delle
    zolfare.  Non lo aveva pi riveduto  dal  giorno  della  partenza  per
    Parigi.  Oppressa, tra il vano fasto, dalla vita meschina di Girgenti,
    vecchia citt,  non zotica veramente,  ma attediata nel vuoto desolato
    dei  lunghi giorni tutti uguali,  sempre con quel giro di visite delle
    tre o quattro famiglie conoscenti  che  gareggiavano  d'affetto  e  di
    confidenza  verso di lei,  ch'era come la reginetta del paese,  fra le
    spiritosaggini solite dei soliti  giovanotti  eleganti,  anneghittiti,
    immelensiti nella povera e ristretta vita provinciale,  s'era riscossa
    alla vista di lui cos maschio e padrone di s.  La gioja di rivederlo
    le  s'era  per  d'un  subito  offuscata  al sopravvenire di Nicoletta
    Spoto, da un anno appena moglie del Capolino.  Aveva notato uno strano
    imbarazzo,  un  vivo  turbamento  tanto  in  costei quanto in Aurelio,
    allorch questi,  introdotto nel salone,  s'era inchinato a  salutare.
    Poi,  appena  il padre aveva condotto via con s nello studio Aurelio,
    la Capolino,  rifiatando,  aveva narrato con focosa vivacit a  lei  e
    alla  zia  Adelaide,  che quel poveretto l,  tutto impacciato,  aveva
    nientemeno osato  di  mandare  a  chiederla  in  isposa,  subito  dopo
    ottenuto  il  posto d'ingegnere governativo in Sardegna,  ricordandosi
    forse di qualche occhiatina scambiata tanti  e  tanti  anni  addietro,
    quand'egli  era ancora studentello all'Istituto.  Figurarsi che orrore
    aveva provato lei,  Lell Spoto,  a una tal richiesta,  e  come  s'era
    affrettata  a  rifiutare,  tanto  pi  che  gi erano avviate le prime
    pratiche per il matrimonio con Ignazio Capolino. S'era sentita voltare
    il cuore in petto a questa notizia  inattesa;  s'era  fatta  certo  di
    mille  colori  e  certo  s'era  tradita  con quella donna,  di cui gi
    conosceva la relazione segreta e illecita  col  padre.  Non  le  aveva
    detto nulla;  ma quando Aurelio,  dopo la lunga udienza, era ritornato
    in salone,  lei,  tutta accesa in volto lo aveva accolto  apposta  con
    premure esagerate,  ricordandogli i giorni passati insieme, i giuochi,
    le confidenze. E pi volte, con gioja,  aveva veduto colei mordersi il
    labbro  e  impallidire.  Dianella  sperava che Aurelio,  almeno quella
    volta,  avesse compreso.  Lo aveva subito  scusato  in  cuor  suo  del
    tradimento,  di  cui non poteva aver coscienza,  non credendo di poter
    ardire di alzar gli occhi fino a lei;  ma...  intanto,  ah!  proprio a
    quella  donna  l,  sotto  ogni riguardo indegna di lui,  era andato a
    pensare!  E il rifiuto di quella donna le era sembrato quasi un'offesa
    diretta anche a lei. Per, ecco, egli era stato a Parigi; la vivacit,
    la   capricciosa   disinvoltura   di  Nicoletta  Spoto  avevano  forse
    acquistato allora un gran pregio  agli  occhi  di  lui,  ricordandogli
    probabilmente  le  donne  conosciute  e  ammirate  col.  D'umilissimi
    natali,  aveva creduto forse di fare un gran salto imparentandosi  con
    una  famiglia  come  quella  della Spoto,  molto ricca un giorno,  ora
    decaduta,  ma tuttavia tra le pi  cospicue  del  paese.  Costei  ora,
    certo,  avvalendosi  del  potere  che  aveva  sul padre,  si vendicava
    dell'affronto patito quella volta. Anche lei,  Dianella,  aveva notato
    che da qualche tempo il padre non si mostrava pi contento di Aurelio;
    e  che  da  alcune  sere  l,  nella  villa,  parlando  con  don Cosmo
    Laurentano,  insisteva su certe domande  che  le  davano  da  pensare.
    Segretamente,  lei  disapprovava  quelle  nozze  strane  della zia col
    principe don Ippolito,  ne aveva quasi onta,  sospettando nel padre un
    pensiero  nascosto:  che  cio  si volesse servire di quelle nozze non
    certo onorevoli per introdursi nella casa dei Laurentano e attrarre  a
    s a poco a poco anche le sostanze di questa.  Da alcune sere, a cena,
    il discorso di don Cosmo cadeva, insistente,  sul figlio del principe,
    su Lando Laurentano, che viveva a Roma. Perch?
    Assorta  in questi pensieri,  Dianella s'era seduta sotto un olivo sul
    ciglio del profondo burrone e guardava la dirupata  costa  dirimpetto,
    dove  pascolava  una greggiola di capre scesa dalle terre di Platana.
    Il giorno dopo  l'arrivo  in  quella  campagna,  s'era  sentita  quasi
    rinascere. L'aria di selvatica rustichezza, che la vecchia villa aveva
    preso  nell'abbandono;  la  malinconia profonda che da quell'abbandono
    pareva  si  fosse  diffusa  tutt'intorno,  nei  viali,   nei  sentieri
    solinghi,  quasi  scomparsi  sotto  le borracine e le tignmiche,  ove
    l'aria - fresca dell'ombra degli olivi e dei  mandorli  o  delle  alte
    spalliere di fichidindia - era satura di fragranze, amare di prugnole,
    dense  e  acute  di  mentastri  e  di  salvie;  e  quell'ampio burrone
    precipite;  e la chiara e gaja vicinanza del  mare;  e  quegli  alberi
    antichi,  non curati,  irti di polloni selvaggi, sognanti nel silenzio
    della solitudine immensa, si accordavano soavemente con l'animo in cui
    ella si trovava. Ora, invece, quei discorsi del padre...  l'ira contro
    Aurelio... e quello sciopero di solfaraj ad Aragona... le minacce... E
    lei, l sola, senza nessuno veramente con cui votarsi il cuore... Aver
    la  madre e non potersi rivolgere a lei,  e vedersela davanti,  peggio
    che morta - viva e vana...  Lustreggiava per un tratto,  tra  i  culmi
    radi  delle  canne  in  fondo al burrone un ruscelletto che a un certo
    punto era stato tagliato dai lavori di presa per la linea ferroviaria.
    Vi fiss gli occhi e le sorse  allora  spontanea  l'immagine  che  lei
    fosse  rimasta  appunto  come  un  ruscello  a cui una mano ignota per
    malvagio capriccio avesse traviato la vena presso la fonte con irti  e
    gravi  sassi;  e l'acqua di l si fosse sparsa stagnante,  e di qua il
    ruscello si fosse raddensato in rena  e  in  ciottoli.  Ah,  che  sete
    inestinguibile le era rimasta dell'amore materno! Ma s'appressava alla
    madre,  e questa non la riconosceva per figlia.  Il dolore di lei cos
    vicino e urgente non si ripercoteva  per  nulla  in  quella  coscienza
    spenta.
    -  Vittoria Vivona d'Alessandria della Rocca,  - diceva la madre di se
    stessa,  con voce che pareva arrivasse di  lontano.  -  Bella  figlia!
    bella  figlia!  Aveva  una treccia di capelli che non finiva mai;  tre
    donne gliela pettinavano... Cantava e sonava. Sonava anche l'organo in
    chiesa,  a Santa  Maria  dell'Udienza,  e  gli  angioletti  stavano  a
    sentirla,  in  ginocchio  e a mani giunte,  cos...  Doveva sposare un
    riccone di Girgenti; le venne un mal di capo, e mor...
    Dianella non pot  pi  frenare  le  lagrime  e  si  mise  a  piangere
    silenziosamente,  con  amara  volutt  in  quella  solitudine.  Ma  il
    silenzio attorno era cos attonito,  e  cos  intenso  e  immemore  il
    trasognamento della terra e di tutte le cose,  che a poco a poco se ne
    sent attratta  e  affascinata.  Le  parvero  allora  gravati  da  una
    tristezza  infinita  e rassegnata quegli alberi assorti nel loro sogno
    perenne,  da cui invano il vento cercava  di  scuoterli.  Percep,  in
    quella  intimit misteriosa con la natura,  il brulicho delle foglie,
    il ronzo degli insetti;  e non sent pi di vivere per s;  visse per
    un  istante  quasi  incosciente,  con la terra,  come se l'anima le si
    fosse diffusa e confusa in tutte  le  cose  della  campagna.  Ah,  che
    freschezza  d'infanzia  nell'erbetta  che  le sorgeva accanto!  e come
    appariva rosea la sua mano sul tenero verde di quelle foglie! oh, ecco
    un maggiolino sperduto,  fuor di  stagione,  che  le  scorreva  su  la
    mano...  Com'era  bello!  piccolo  e lucido pi d'una gemma!  E poteva
    dunque la terra, tra tante cose brutte e tristi, produrne pure di cos
    gentili e graziose?
    Trascorse, quasi in risposta, su quelle foglie, su la sua mano come un
    lieve e fresco alito di gioja.  Dianella trasse un sospiro  e  aspett
    con  la  mano  su  l'erba  che  l'insetto ritrovasse la sua via tra le
    foglie, poi si scosse di soprassalto all'arrivo festoso improvviso dei
    tre  mastini  che  le  si  fecero  attorno,  anzi  sopra,  impazienti,
    scostandosi l'un l'altro, per aver sul capo la carezza delle sue mani.
    E non la lasciavano alzare. Alla fine sopraggiunse Mauro Mortara.
    - Vi siete sentita male? - le domand, cupo, senza guardarla.
    -  No...  niente...  - gli rispose,  schermendosi con le braccia dalle
    piote e dalle linguate dei cani,  e sorridendo mestamente.  -  Un  po'
    stanca...
    -  Qua!  - grid forte Mauro ai tre mastini,  perch la lasciassero in
    pace.
    E subito quelli restarono,  come impietriti dal grido.  Dianella sorse
    in piedi e si chin a carezzarli di nuovo, in compenso della sgridata.
    - Poverini... poverini...
    - Se volete venire... - propose Mauro.
    - Eccomi. A veder la stanza del Generale? Ho tanta curiosit...
    Era impacciata nel parlargli, non sapendo ancor bene se dargli del voi
    o del tu.
    - Vostro padre  partito?
    - S,  s, - s'affrett a rispondergli; e subito si pent della fretta
    che poteva dimostrare in lei quel sollievo stesso che provavano  tutti
    quando il padre era assente. - Ad Aragona, - disse - si sono ribellati
    i solfaraj. Bisogner mandarci soldati e carabinieri.
    - Piombo!  piombo!  - approv Mauro subito,  scotendo energicamente il
    capo. - Sbirro, vi giuro, andrei a farmi, vecchio come sono!
    - Forse... - si prov a dire Dianella.
    Ma il Mortara la interruppe con una sua abituale esclamazione:
    - Oh Marasantissima, lasciatevi servire!
    Non ammetteva repliche, Mauro Mortara.  Nelle sue perpetue ruminazioni
    vagabonde tra la solitudine della campagna, s'era a modo suo sistemato
    il mondo, e ci camminava dentro, sicuro, da padreterno, lisciandosi la
    lunga  barba  bianca  e  sorridendo  con  gli  occhi  alle spiegazioni
    soddisfacenti che aveva  saputo  darsi  d'ogni  cosa.  Tutto  ci  che
    accadeva,  doveva rientrar nelle regole di quel suo mondo.  Se qualche
    cosa non poteva  entrarci,  egli  la  tagliava  fuori,  senz'altro,  o
    fingeva di non accorgersene. Guaj a contraddirlo!
    - Oh Marasantissima, lasciatevi servire! Che pretendono? Voglio sapere
    che pretendono!  Dobbiamo tutti ubbidire, dal primo all'ultimo, tutti,
    e ognuno stare al suo posto,  e guardare alla comunit!  Perch questi
    pezzi di galera, figli di cane ingrati e sconoscenti, debbono guastare
    a  noi  vecchi  la soddisfazione di vedere questa comunit,  l'Italia,
    divenuta per opera nostra quella che ? Che ne sanno, di cos'era prima
    l'Italia? Hanno trovato la tavola apparecchiata,  la pappa scodellata,
    e ora ci sputano sopra, capite? Intanto, guardate: Tunisi  l!
    Si  volt  verso  il mare e col braccio teso indic,  fosco,  un punto
    nell'orizzonte  lontano.   Dianella  si  volse   a   guardare,   senza
    comprendere  come  c'entrasse  Tunisi.  Ella  lo  lasciava  dire e non
    l'interrompeva mai,  se non  per  approvare  tutti  quegli  sproloquii
    patriottici ch'egli le faceva.
    - E' l!  - ripet Mauro fieramente. - E ci sono i Francesi l, che ce
    l'hanno presa a tradimento!  E domani possiamo  averli  qua,  in  casa
    nostra,  capite? Vi giuro che non ci dormo, certe notti, e mi mordo le
    mani dalla rabbia! E invece d'impensierirsi di questo, quei mascalzoni
    l pensano a fare scioperi,  ad azzuffarsi tra loro!  Tutta opera  dei
    preti,  sapete?  Cima  di  birbanti!  schiuma d'ogni vizio!  abissi di
    malizia!  Soffiano nel fuoco,  sotto sotto,  per  smembrare  di  nuovo
    l'Italia...  I Sanfedisti!  i Sanfedisti! Io debbo guardarmi davanti e
    dietro,  perch me l'hanno giurata e mi contano i passi.  Ma con me le
    spese ci perdono... Guardate qua!
    E mostr a Dianella i due pistoloni napoletani che gli pendevano dalla
    cintola.
    Quella  visita alla famosa stanza del Generale,  detta per antonomasia
    il  "Camerone",  era  una  grazia  veramente  particolare  concessa  a
    Dianella.  Mauro  Mortara,  che  ne teneva la chiave,  non vi lasciava
    entrar mai nessuno.  E non l'uscio soltanto,  ma anche le persiane dei
    due  terrazzini  e  della  finestra  stavano sempre chiuse,  quasi che
    l'aria e la luce,  entrandovi apertamente,  potessero fugare i ricordi
    raccolti e custoditi con tanta gelosa venerazione.
    Certo,  dopo  la  partenza del vecchio principe per l'esilio,  uscio e
    finestre erano stati spalancati chi sa quante volte; ma il Mortara, da
    che era ritornato a Valsana,  aveva tenute almeno le persiane  sempre
    chiuse  cos,  e aveva l'illusione che cos appunto fossero rimaste da
    allora, sempre,  e che per quelle pareti serbassero ancora il respiro
    del Generale, l'aria di quel tempo.
    Questa illusione era sostenuta dalla vista della suppellettile rimasta
    intatta,  tranne la lettiera d'ottone a baldacchino, che non aveva pi
    n materasse, n tavole, n l'ampio parato a padiglione.
    Quella penombra  era  cos  propizia  alla  rievocazione  dei  lontani
    ricordi!
    Mauro,  ogni volta,  girava un po' per la stanza; si fermava innanzi a
    questo o a  quel  mobile  decrepito,  dall'impiallacciatura  gonfia  e
    crepacchiata qua e l;  poi andava a sedere sul divano imbottito d'una
    stoffa verde,  ora ingiallita,  con due rulli alla  base  di  ciascuna
    testata,  e  l,  con gli occhi socchiusi,  lisciandosi con la piccola
    mano tozza e vigorosa la lunga barba bianca,  pensava,  e  pi  spesso
    ricordava, assorto, come in chiesa un divoto nella preghiera.
    Non  lo disturbavano neppure i topi che facevano talvolta una gazzarra
    indiavolata sul terrazzo di sopra,  il cui piano,  per impedire che il
    soffitto del "camerone" rovinasse, s'era dovuto ricoprire di lastre di
    bandone.  Il  rimedio era giovato poco e per poco tempo;  le lastre di
    bandone  s'erano  staccate  e  accartocciate  al   sole,   con   molta
    soddisfazione  dei topi che,  rincorrendosi,  vi s'appiattavano;  e il
    soffitto gi  s'era  aggobbato,  gocciava  d'inverno  per  due  o  tre
    stillicidii,  e le pareti serbavano, anche d'estate, due larghe chiose
    d'umido,  grommose di muffa.  Don Cosmo non se ne dava  pensiero:  non
    entrava  quasi mai nel "camerone";  Mauro non voleva che si riattasse:
    poco pi gli restava  da  vivere  e  voleva  che  tutto  l  rimanesse
    com'era;  sapeva che,  morto lui, nessuno si sarebbe preso pi cura di
    custodire quel santuario della libert;  e il soffitto allora poteva
    anche crollare o essere riattato.  Intanto, ogni anno, al sopravvenire
    dell'autunno,  egli si recava sul terrazzo a rassettare  e  fissar  le
    lastre  di  bandone con grosse pietre,  e sul pavimento del "camerone"
    collocava concole e concoline  sotto  gli  stillicidii.  Le  gocce  vi
    piombavan sonore, ad una ad una; e quel "tin-tan" cadenzato pareva gli
    conciliasse il raccoglimento.
    Dianella,  entrando,  ebbe  subito  come  un urto dalla vista inattesa
    d'una belva imbalsamata che, nella penombra,  pareva viva,  l,  nella
    parete di fronte,  presso l'angolo, con la coda bassa e la testa volta
    da un lato, felinamente.
    - Che paura!  - esclam,  levando le mani verso il volto e  sorridendo
    d'un riso nervoso. - Non me l'aspettavo... Che ?
    - Leopardo.
    - Bello!
    E  Dianella  abbass  una  mano a carezzare quel pelame variegato;  ma
    subito la ritrasse tutta impolverata,  e not che alla  belva  mancava
    uno degli occhi di vetro, il sinistro.
    -  Un  altro,  compagno  a questo,  - riprese Mauro - l'ho regalato al
    Museo dell'Istituto,  a Girgenti.  Non l'avete  mai  veduto?  C'  una
    vetrina mia,  nel Museo.  Accanto al leopardo, una jena, bella grossa,
    e, sopra,  un'aquila imperiale.  Su la vetrina sta scritto: "Cacciati,
    imbalsamati e donati da Mauro Mortara".  Gnors. Ma venite qua, prima.
    Voglio farvi vedere un'altra cosa.
    La condusse davanti al vecchio divano sgangherato.
    Appese alla parete,  sopra  il  divano,  eran  quattro  medaglie,  due
    d'argento,  due  di  bronzo,  fisse  in una targhetta di velluto rosso
    ragnato e scolorito.  Sopra la targhetta era una  lettera,  chiusa  in
    cornice,  scritta di minutissimo carattere in un foglietto cilestrino,
    sbiadito.
    - Ah, le medaglie! - esclam Dianella.
    - No,  - disse Mauro,  turbato,  con gli occhi chiusi.  - La  lettera.
    Leggete la lettera.
    Dianella  s'accost  di pi al divano e lesse prima la firma: GERLANDO
    LAURENTANO.
    - Del Generale?
    Mauro,  ancora  con  gli  occhi  chiusi,   accenn  di  s  col  capo,
    gravemente.
    E Dianella lesse:

    "Amici,
    Le notizie di Francia, il colpo di Stato di Luigi Napoleone recheranno
    certamente  una  grave  e lunga sosta al movimento per la nostra santa
    causa e ritarderanno,  chi sa fino a  quando,  il  nostro  ritorno  in
    Sicilia.
    Vecchio  come  sono,  non so n posso pi sopportare il peso di questa
    vita d'esilio.
    Penso che non sar pi in  grado  di  prestare  il  mio  braccio  alla
    Patria,  quand'essa, meglio maturati li eventi, ne avr bisogno. Viene
    meno pertanto la ragione di trascinare cos un'esistenza incresciosa a
    me, dannosa a' miei figli.
    Voi, pi giovani, questa ragione avete ancora,  epper vivete per essa
    e ricordatevi qualche volta con affetto del vostro
            Gerlando Laurentano"

    Dianella  si  volse a guardare il Mortara che,  tutto ristretto in s,
    con gli occhi ora strizzati,  il volto contratto  e  una  mano  su  la
    bocca, si sforzava di soffocare nel barbone abbatuffolato i singhiozzi
    irrompenti.
    - Non la rileggevo pi da anni, - mormor quando pot parlare.
    Tentenn a lungo la testa, poi prese a dire:
    -  Mi  fece questo tradimento.  Scrisse la lettera e si vest di tutto
    punto,  come dovesse andare a una festa da ballo.  Ero in  cucina;  mi
    chiam. Questa lettera a Mariano Gioni, a La Valletta. C'erano a La
    Valletta  gli altri esiliati siciliani,  ch'erano stati tutti qua,  in
    questa camera, prima del Quarantotto, al tempo della cospirazione.  Mi
    pare  di  vederli ancora: don Giovanni Ricci-Gramitto,  il poeta;  don
    Mariano Gioni e suo fratello don Francesco;  don Francesco  De  Luca;
    don Gerlando Bianchini;  don Vincenzo Barresi: tutti qua; e io sotto a
    far  la  guardia.  Basta!  Portai  la  lettera...  Come  avrei  potuto
    supporre? Quando ritornai a Burmula, lo trovai morto.
    - S'era ucciso? - domand, intimidita, Dianella.
    -  Col veleno,  - rispose Mauro.  - Non aveva fatto neanche in tempo a
    tirare  sul  letto  l'altra  gamba.  Come  era  bello!  Conoscete  don
    Ippolito?  Pi bello. Diritto, con un pajo d'occhi che fulminavano: un
    San Giorgio! Anche da vecchio, innamorava le donne.
    Richiuse gli occhi e a bassa voce recit la chiusa della lettera,  che
    sapeva a memoria:
    - "Voi,  pi giovani,  questa ragione avete ancora,  epper vivete per
    essa e ricordatevi qualche  volta  con  affetto  del  vostro  Gerlando
    Laurentano".  Vedete?  E  vissi io,  come lui volle.  E qua,  sotto la
    lettera,  che mi feci restituire da  don  Mariano  Gioni,  ho  voluto
    appendere,   come   in  risposta,   le  mie  medaglie.   Ma  prima  di
    guadagnarmele! Sedete, qua; non vi stancate...
    Dianella sedette sul vecchio divano. In quel punto, donna Sara Alimo,
    sentendo  parlare  nel  "camerone"  e  vedendo  insolitamente  l'uscio
    socchiuso, sporse il capo incuffiato a guardare.
    - Che volete voi qua? - salt su Mauro Mortara, come avrebbe fatto, se
    vivo, quel leopardo. - Qua non c' nulla per voi!
    - Puh! - fece donna Sara, ritraendo subito il capo. - E chi vi tocca?
    Mauro corse a sprangar l'uscio.
    - La strozzerei!  Non la posso soffrire,  non la posso vedere,  questa
    spiaccia dei preti!  S'arrischia anche a ficcare il naso  qua  dentro,
    ora?   Non  l'aveva  mai  fatto!  La  tengono  qua  i  preti,  sapete?
    approfittandosi  di  quel  babbeo  di  don  Cosmo.  I  Sanfedisti,   i
    Sanfedisti...
    - Ma ci sono ancora davvero codesti Sanfedisti? - domand Dianella con
    un benevolo sorriso.
    -  Oh  Marasantissima,  lasciatevi  servire!  -  torn ad esclamare il
    Mortara. - Se ci sono! Forse ora si fanno chiamare d'un'altra maniera;
    ma sono sempre quelli.  Setta infernale,  sparsa per tutto  il  mondo!
    Spie  dappertutto:  ne trovai una finanche in Turchia,  figuratevi!  a
    Costantinopoli.
    - Siete stato fin l? - domand Dianella.
    - Fin l?  Ma pi lontano ancora!  - rispose Mauro con un  sorriso  di
    soddisfazione.  -  Dove  non  sono  stato  e che cosa non ho fatto io?
    Contiamo;  ma non bastano le dita  delle  mani;  pecorajo,  contadino,
    servitore,  mozzo di nave,  scaricatore di bordo, stivatore, fochista,
    cuoco,   bagnino,   cacciatore  di  bestie  feroci,   poi   volontario
    garibaldino,  attendente  di Bixio;  poi,  dopo la Rivoluzione,  capo-
    carcerario: trecento galeotti ho tenuto in un pugno a Santo Vito,  che
    volevano  scappare;  e alla fine,  qua,  campagnuolo di nuovo.  La mia
    vita? Non parrebbe vera, se qualcuno la volesse raccontare.
    Stette un pezzo a lisciarsi la barba,  mentre gli occhi verdastri  gli
    ridevano lucidi, al fremito interno dei ricordi.
    - Tagliate un tronco d'albero,  - disse, - e buttatelo a mare, lontano
    dalla spiaggia. Dove andr a finire? Ero come un tronco d'albero, nato
    e cresciuto qua,  a Valsana.  Venne la bufera e  mi  schiant.  Prima
    part il Generale coi compagni;  io partii due giorni dopo,  di notte,
    sopra un bastimento a vela,  com'usava a quei tempi: una barcaccia  di
    quelle  che  chiamano  tartane.  Ora rido.  Sapeste per che spavento,
    quella notte, sul mare!
    - La prima volta?
    - Chi c'era mai stato! Nero, tutto nero,  cielo e mare.  Solo la vela,
    stesa,  biancheggiava. Le stelle, fitte fitte, alte, parevano polvere.
    Il mare si rompeva urtando contro i fianchi della tartana,  e l'albero
    cigolava.  Poi spunt la luna, e il bestione si abbonacci. I marinai,
    a prua,  fumavano a pipa e chiacchieravano tra loro;  io,  buttato l,
    tra  le  balle  e  il cordame incatramato,  vedevo il fuoco delle loro
    pipe;  piangevo,  con  gli  occhi  spalancati,  senz'accorgermene.  Le
    lagrime mi cadevano su le mani.  Ero come una creatura di cinque anni;
    e ne avevo trentatr! Addio, Sicilia; addio, Valsana; Girgenti che si
    vede da lontano, lass, alta; addio,  campane di San Gerlando,  di cui
    nel  silenzio della campagna m'arrivava il ronzo;  addio,  alberi che
    conoscevo a uno a uno... Voi non vi potete immaginare, come da lontano
    vi s'avvistino le cose care che lasciate e vi afferrino e vi strappino
    l'anima! Io vedevo certi luoghi, qua, di Valsana,  proprio come se vi
    fossi;  meglio,  anzi;  notavo  certe  cose,  che  prima non avevo mai
    notato;  come tremavano i fili d'erba alla brezza grecalina,  un sasso
    caduto dal murello,  un albero un po' storto a pendo,  che si sarebbe
    potuto raddrizzare, e di cui potevo contare le foglie,  a una a una...
    Basta!  All'alba;  giunsi a Malta.  Prima si tocca l'isola di Gozzo...
    Malta, capite? tutta come un golfo, abbraccia il mare. Qua e l, tante
    insenature.  In una di queste  Burmula,  dove il Generale aveva preso
    stanza.  Grossi  porti,  selve di navi;  e gente d'ogni razza,  d'ogni
    nazione: Arabi, Turchi, Beduini, Marocchini; e poi Inglesi,  Francesi,
    Spagnuoli.  Cento lingue. Nel Cinquanta, ci scoppi il colera, portato
    dagli Ebrei di Susa,  che avevano con loro belle femmine,  belle!  ma,
    sapete? ragazzette fresche, di sedici e diciott'anni come voi...
    - Oh, ne ho di pi io! - sorrise Dianella.
    - Di pi?  Non pare. Si dipingevano. Senza bisogno, - seguit Mauro, -
    come se fossero state vecchie.  Peccato!  Belle femmine!  Portarono il
    colera,  vi  dicevo: un'epidemia terribile!  Figuratevi che a Burmula,
    paesettuccio, in una sola giornata, ottocento morti. Come le mosche si
    moriva. Ma la morte a un disgraziato che paura pu fare?  Io mangiavo,
    come niente, petronciani e pomodori: lo facevo apposta. Avevo imparato
    una canzonetta maltese e la cantavo giorno e notte, a cavalcioni d'una
    finestra. Perch ero innamorato...
    - Ah s? L? - domand Dianella, sorpresa.
    -  Non  l,  - rispose Mauro.  - Avevo lasciato qua,  a Valsana,  una
    villanella con cui facevo all'amore:  Serafina...  Si  marit  con  un
    altro,  dopo  un  anno  appena.  E  io  cantavo...  Volete  sentire la
    canzonetta? Me la ricordo ancora.
    Socchiuse gli occhi,  butt indietro il capo e si mise a  canticchiare
    in  falsetto,  pronunciando  a suo modo le parole di quella canzonetta
    popolare:

    "Ahi me kalbi, kentu giani..."

    Dianella lo guardava,  ammirata,  con un intenerimento e una  dolcezza
    accorata,  che  spirava  anche  dal  mesto ritmo di quell'arietta d'un
    tempo e d'un paese lontano,  la quale affiorava su le labbra  di  quel
    vecchio,   fievole  eco  della  remota,   avventurosa  giovent.   Non
    sospettava minimamente sotto la ruvida scorza del Mortara la tenerezza
    di tali ricordi.
    - Com' bella! - disse. - Ricantatela.
    Mauro, commosso, fe' cenno di no, con un dito.
    - Non posso; non ho voce...  Sapete che vogliono dire le prime parole?
    Ahim,  il cuore,  come mi duole.  Il senso delle altre non lo ricordo
    pi.  Piaceva tanto al  Generale,  questa  canzonetta.  Me  la  faceva
    cantare  sempre.  Eh,  avevo  buona  voce,  allora...  Voi guardate il
    leopardo? Ora vi racconto.
    E seguit a raccontarle come, dopo la morte del Generale, rimasto solo
    a  Burmula,   non  volendo  ritornare  in  Sicilia,   dove  s'era  gi
    compromesso,  si  fosse  recato  a  La  Valletta.  Qua,  gli  esiliati
    siciliani avrebbero voluto ajutarlo;  ma egli,  sapendo in che  misere
    condizioni si trovassero,  aveva rifiutato ogni soccorso e s'era messo
    a lavorare nel porto,  come mozzo,  come scaricatore,  come stivatore.
    Mancavano  le braccia,  decimata la popolazione dal colera.  Poi s'era
    imbarcato su un piroscafo inglese da fochista. Per pi di sei mesi era
    stato  sepolto  l,  nel  saldo  ventre  strepitoso  della  nave,   ad
    arrostirsi  al fuoco alimentato notte e giorno,  senza mai sapere dove
    s'andasse.  I macchinisti inglesi lo guardavano e ridevano  -  chi  sa
    perch  -  e un giorno,  per forza,  avevano voluto presentarlo,  cos
    tutto affumicato com'era,  al capitano - pezzo d'omone sanguigno,  con
    una  barbaccia  fulva  che  gli  arrivava fin quasi ai ginocchi - e il
    capitano gli aveva pi volte battuto la spalla, lodandolo forse per lo
    zelo. Egli, difatti, in tutti quei mesi,  non s'era dato un momento di
    requie,  neanche  per  prendere un boccone;  aveva perduto l'appetito:
    beveva soltanto,  per  temprar  l'arsura  del  corpo  che,  l  sotto,
    smaniava il respiro,  un po' d'aria!  Unico svago, quando si approdava
    in qualche porto, un vecchio libro di cucina, tutto squinternato,  sul
    quale  aveva  imparato  a  compitare  con  l'ajuto del cuoco di bordo,
    anch'esso italiano, da lungo tempo spatriato a Malta.
    Svago e tesoro,  per lui,  quel libro!  Perch,  un giorno,  il cuoco,
    ammalatosi  gravemente,  era  stato  sbarcato a Smirne e,  in mancanza
    d'altri,  alla prova di quest'altro fuoco era stato messo  lui,  erede
    del  libro e della dottrina culinaria di quello.  S'era dato con tutto
    l'impegno a questo nuovo ufficio e in  breve  aveva  saputo  contentar
    cos bene il capitano,  che questi poi,  vedendolo l l per ammalarsi
    come  quell'altro  cuoco,   spontaneamente  lo  aveva  allogato  quale
    sguattero  in  una  famiglia  inglese,   ricchissima,   domiciliata  a
    Costantinopoli. Ma la malattia contratta a bordo non lo aveva lasciato
    lungo tempo a quel posto,  per un tristo accidente capitatogli uno  di
    quei giorni.  Un droghieruccio d'Alcamo,  stabilito da molti anni l a
    Costantinopoli,  dal quale egli si recava  qualche  volta  per  sentir
    parlare il dialetto nativo, aveva voluto avvelenarlo. S! Invece d'una
    pozione  d'olio  di  mandorle  dolci,  gli  aveva  dato  forse olio di
    mandorle amare. Spia dei preti, dei Sanfedisti, anche quello!  Sbaglio
    involontario?  Ma che!  Ricordava bene che una volta colui aveva osato
    rimproverarlo acerbamente  per  l'avventura  del  francescano  appeso,
    ch'egli,  cos  per ridere,  gli aveva narrata.  Ah,  ma rimessosi per
    miracolo,  dopo circa tre mesi,  dall'avvelenamento,  gli aveva  fatto
    pagar  caro  il  delitto.  Con  un pugno (e Mauro mostr sorridendo il
    pugno) lo aveva steso l,  nella bottega.  Aveva  al  dito  un  grosso
    anello  di ferro,  come un chiodo ritorto,  comperato a Smirne,  e con
    esso -  senza  volerlo,  veh!  -  gli  aveva  sfracellato  la  tempia.
    Ripresosi dal pauroso sbalordimento nel vederselo cascare gi tutto in
    un fascio sotto gli occhi,  insanguinato, s'era dato alla fuga e poche
    ore dopo era partito con una nave che si recava  a  un  piccolo  porto
    dell'Asia  Minore.  Non  ricordava pi il nome del paesello di mare in
    cui era disceso: era d'estate e aveva trovato subito da allogarsi come
    bagnino.
    - Avete sentito nominare Orazio Antinori?  - domand a questo punto il
    Mortara.
    - L'esploratore? S, - disse Dianella.
    -  Venne  l,  ai bagni,  un giorno,  - seguit Mauro,  - con un altro
    italiano.  Li  sentii  parlare  e  m'accostai.   L'Antinori  assoldava
    cacciatori  per  la  caccia  delle  fiere,  nel deserto di Libia.  Gli
    piacqui, mi prese con s. Noi andavamo; gli mandavamo le fiere uccise;
    egli le imbalsamava e poi le spediva ai musei,  a Londra,  a Vienna...
    Quando  ritornavo  dalle  cacce,  siccome lui mi voleva bene sapendomi
    fidato, lo ajutavo a preparar le droghe, e intanto,  zitto zitto,  gli
    rubavo  l'arte.  Cos  imparai  a imbalsamare;  e quando lui and via,
    seguitai per conto mio la caccia e la spedizione. Vi voglio raccontare
    una certa avventura. Un giorno, eravamo sperduti,  io e lui,  morti di
    fame e di sete. A un certo punto avvistammo alcuni alberi di fico e li
    prendemmo d'assalto,  figuratevi!  Ma i fichi migliori erano in alto e
    non potevamo prenderli. Allora io, contadino, che feci? m'allontanai e
    ritornai poco dopo, munito d'una canna bella lunga;  la spaccai un po'
    in cima e con essa mi misi a cogliere i fichi alti pi maturi,  con la
    lagrima di latte: un miele,  vi dico!  L'Antinori  mi  guardava  e  si
    rodeva dentro. Alla fine non pot pi reggere e mi grid: Che fai? La
    smetti?  Vuoi farmi ammazzare dai Turchi?.  Capii l'antifona.  Zitto,
    stesi il braccio e gli porsi la canna.  Andai a prenderne un'altra,  e
    tutti   e   due   seguitammo   a  rubar  fichi  tranquillamente.   Ah,
    l'Antinori...  mi voleva bene,  e m'ajut  tanto,  anche  da  lontano.
    Stetti  l  pi  di sei anni.  Poi sentii che Garibaldi era sbarcato a
    Marsala;  volai subito in  Sicilia.  Sbarco  a  Messina;  raggiungo  i
    volontarii a Milazzo.  Don Stefano Auriti mi mor tra le braccia.  Non
    poteva pi parlare,  mi raccomandava con  gli  occhi  il  figlio,  don
    Roberto, il suo leonetto di dodici anni... Ci battemmo! A Reggio aprii
    il fuoco io,  sapete?  la prima fucilata fu la mia! Poi Bixio mi prese
    per attendente. Che giornata, quella del Volturno!  Ma ora,  dopo aver
    visto  tante cose,  dopo averne passate tante,  sono soddisfatto,  che
    volete! L'Italia  grande! L'Italia  alla testa delle nazioni!  Detta
    legge nel mondo!  E posso dire che anch'io, cos da povero ignorante e
    meschino come sono,  ho fatto qualche cosa,  senza tante  chiacchiere.
    Posso  andare dal re e dirgli: Maest,  alla sedia su cui voi sedete,
    se non una gamba o una traversa, un piccolo perno,  qualche cavicchio,
    l'ho messo anch'io.  La mia parte te l'ho fatta,  figlio mio!. E sono
    contento. Cammino qua per Valsana,  vedo i fili del telegrafo,  sento
    ronzare  il palo,  come se ci fosse dentro un nido di calabroni,  e il
    petto mi s'allarga;  dico: Frutto della Rivoluzione!.  Vado pi  l,
    vedo la ferrovia, il treno che si caccia sottoterra, nel traforo sotto
    Valsana,  che mi pare un sogno;  e dico: Frutto della Rivoluzione!.
    Vado sotto il pino,  guardo il  mare,  vedo  laggi  a  ponente  Porto
    Empedocle,  che  al tempo della mia partenza per Malta non aveva altro
    che la Torre, il Rastiglio, il Molo Vecchio e quattro casucce, e ora 
    diventato quasi una citt;  vedo le due  lunghe  scogliere  del  nuovo
    porto, che mi pajono due braccia tese a tutte le navi di tutti i paesi
    civili del mondo,  come per dire: Venite! venite! l'Italia  risorta,
    l'Italia abbraccia tutti,  d a tutti la ricchezza del suo  zolfo,  la
    ricchezza dei suoi giardini!. Frutto della Rivoluzione, anche questo,
    penso,  e  -  vedete?  -  mi  metto a piangere come un bambino,  dalla
    gioja...
    Cav,  cos dicendo,  dall'apertura della ruvida camicia d'albagio  un
    grosso fazzoletto di cotone turchino,  e si asciug gli occhi, che gli
    s'erano veramente riempiti di lagrime.
    Dianella sent anche  lei  inumidirsi  gli  occhi.  Quel  vecchio  che
    incuteva tanta paura,  che aveva ucciso un uomo come niente e ne aveva
    fatto morire un altro per l'ombra d'un sospetto  maniaco;  che  andava
    cos  armato,  in  procinto  sempre  di  versare altro sangue,  pronto
    com'era all'ira e irsuto e ombroso; quel vecchio, ecco,  piangeva come
    un  fanciullo  per  l'opera  compiuta,  ch'egli  vedeva  senza mende e
    gloriosa; piangeva esaltandosi nella sua gesta e nella grandezza della
    patria,  per cui aveva tanto sofferto e combattuto,  senza chieder mai
    nulla,  generoso  e  feroce,  fedele come un cane e coraggioso come un
    leone.  N i suoi colombi,  n la pace dei campi,  n il governo della
    vigna,  n  il  canto  delle  allodole,  riuscivano a rasserenargli lo
    spirito dopo tanto tempo: quel camerone era  come  la  sua  chiesa;  e
    usciva di l com'ebbro,  e s'aggirava per la campagna sotto i mandorli
    e gli olivi,  parlando tra s di battaglie e  di  congiure,  guardando
    biecamente  il  mare  dalla  parte  di  Tunisi,  donde  immaginava  un
    improvviso assalto dei Francesi...
    Un rumore di sonaglioli e il rotolo d'una vettura vennero a un tratto
    a scuotere Dianella da queste considerazioni e Mauro dal pianto.
    -  Vostro  padre?  -  domand  questi,   infoscandosi  d'un  subito  e
    ricacciandosi nell'apertura della camicia il fazzoletto.
    Dianella  si  lev,  costernata,  e  corse  alla  finestra  a guardare
    attraverso le stecche delle persiane. Rest. Dalla vettura,  che s'era
    fermata davanti alla villa, scendevano il padre, di ritorno, e Aurelio
    Costa - lui! - in tenuta da campagna.
    - Andate,  andate,  - le disse Mauro, quasi spingendola. - Chiudo e me
    ne scappo!
    Dianella usc sul corridojo e vide in fondo  a  esso  il  Costa  e  il
    padre,  diretti alla camera di questo, nella quale si chiusero. Allora
    Mauro Mortara, come una bestia sorpresa nel giaccio,  sgattajol ranco
    ranco, senza dirle nulla.
    Ella rimase perplessa,  profondamente turbata, non sapendo che pensare
    di quell'improvviso insolito ritorno del padre.  Evidentemente,  tanto
    questo ritorno quanto la venuta d'Aurelio Costa si connettevano con le
    notizie  dei tumulti d'Aragona.  Qualcosa di molto grave doveva essere
    accaduto.  Era  fuggito  Aurelio?   No:  Dianella  non  volle  nemmeno
    supporlo.  Forse il padre stesso aveva mandato a chiamarlo.  Con quale
    animo?
    Fu tentata di recarsi nella sua camera, attigua a quella del padre, se
    le riuscisse di cogliere  qualche  parola  attraverso  la  parete;  ma
    ricord lo sguardo del padre,  quella mattina,  e se n'astenne; rimase
    tuttavia come tenuta tra due, nella sala d'ingresso.
    - Suo pap,  - le  annunzi  donna  Sara  Alimo,  sporgendo  il  capo
    dall'uscio della cucina.
    Dianella le accenn di s col capo.
    - Con l'ingegnere, - aggiunse donna Sara, sottovoce.
    Dianella  le  accenn  di  nuovo  col  capo  che  sapeva,  e  usc sul
    pianerottolo della scala esterna. La vettura era l ancora, in attesa,
    a pi della scala. Dunque il padre doveva ripartire subito?  Forse era
    venuto per prendere qualche carta.
    - Andrete a Porto Empedocle adesso? - domand al cocchiere.
    - Eccellenza, s - rispose questi.
    Ed ecco il padre e il Costa frettolosi. Flaminio Salvo non s'aspettava
    di  trovar la figlia sul pianerottolo della scala,  e,  vedendola,  si
    tir un po' indietro,  senza fermarsi,  le fece un sorriso e la salut
    con la mano.  Aurelio Costa,  che gli veniva dietro, rimase un istante
    confuso, accenn di togliersi il berretto da viaggio;  ma il Salvo gli
    grid:
    - Andiamo, andiamo...
    Dianella, pallida, col fiato rattenuto, li vide montare su la vettura,
    partire  senza  volgere  il capo,  e li segu con gli occhi finch non
    scomparvero tra gli alberi del viale.
    Com'era cangiato Aurelio! Sconvolto... Pareva malato, invecchiato, con
    la barba non rifatta...  Dianella pens al giudizio che ne aveva  dato
    Nicoletta  Capolino.  Avrebbe  voluto  vederlo pi altero di fronte al
    padre;  avrebbe voluto che,  non  ostante  il  richiamo  imperioso  di
    questo,  egli  si  fosse  fermato  l  sul  pianerottolo,  almeno  per
    salutarla. Invece subito aveva obbedito... Forse il momento...  Chi sa
    che era accaduto alle zolfare!
    Flaminio  Salvo ritorn tardi,  la sera,  d'umor gajo,  come ogni qual
    volta prendeva una grave decisione.
    A cena, si scus con don Cosmo della sfuriata della mattina; disse che
    n'aveva fino alla gola,  delle innumerevoli seccature  che  gli  erano
    diluviate  da  quelle  zolfare  d'Aragona,   e  che  aveva  deciso  di
    chiuderle.
    - Cos sciopereranno un po' per piacer  mio,  i  signori  solfaraj,  e
    avranno  pi  tempo  d'assistere  alle  prediche  dei  loro  sacerdoti
    umanitarii. Mangino prediche! Bello, il vangelo umanitario, don Cosmo,
    letto su una pagina sola!  Se voltassero pagina...  Ma se ne  guardano
    bene! Hanno ragione; ma la loro ragione  qua!
    E si tocc il ventre.
    -  Andate  a  far  loro intendere che la politica doganale seguta dal
    governo  italiano    stata  tutta  una  cuccagna  per  l'industria  e
    gl'industriali  dell'alta  Italia  e  una  rovina  spaventosa  per  il
    Mezzogiorno e per la nostra povera isola; che da anni e anni l'aumento
    delle tasse e di tutti i pesi  continuo e  continuo  il  ribasso  dei
    prodotti;  che  col  prezzo  a  cui    disceso  lo  zolfo  non solo 
    assolutamente impossibile  trattarli  meglio,  ma    addirittura  una
    folla  seguitar  l'industria...  Io  non  avevo chiuso le zolfare per
    loro, per dar loro almeno un tozzo di pane. Scioperano?  Tante grazie!
    Vuol  dire  che  possono  fare  a  meno  di lavorare.  Tutti a spasso!
    Allegria!
    - La vita!  - sospir don Cosmo,  con gli angoli della bocca contratti
    in  gi.  -  A pensarci bene...  Lo zolfo,  sicuro...  le industrie...
    questa tovaglia qua, damascata,  questo bicchiere arrotato...  il lume
    di  bronzo...  tutte  queste  minchionerie  sulla  tavola...  e per la
    casa... e per le strade... piroscafi sul mare,  ferrovie,  palloni per
    aria...  Siamo  pazzi,  parola d'onore!...  S,  servono,  servono per
    riempire in qualche modo questa  minchioneria  massima  che  chiamiamo
    vita,  per darle una certa apparenza, una certa consistenza... Mah! Vi
    giuro che non so,  in certi momenti,  se sono pi pazzo io che non  ci
    capisco nulla o quelli che credono sul serio di capirci qualche cosa e
    parlano  e  si  muovono,  come  se avessero veramente un qualche scopo
    davanti a loro,  il quale poi,  raggiunto,  non dovesse a loro  stessi
    apparir vano. Io comincerei, signor mio, dal rompere questo bicchiere.
    Poi butterei gi la casa... Ricominciando daccapo, chi sa!... Voi dite
    che quei disgraziati la ragione l'hanno qua? Beati loro, signor mio! E
    guaj se si saziano...  Dove l'avete pi voi, la ragione? Dove l'ho pi
    io?
    Poco dopo,  Flaminio Salvo e Dianella erano affacciati alla  finestra.
    La  notte  era  scurissima.   Le  stelle  profonde,  che  pungevano  e
    allargavano il cielo,  non arrivavano a far lume in  terra.  I  grilli
    scampanellavano  lontano ininterrottamente e,  a quando a quando,  dal
    fondo del  vallone  saliva  il  verso  accorato  d'un  gufo,  come  un
    singulto.  Il  bujo,  il  silenzio  intorno  alla villa era qua e l a
    tratti punto e vibrante di rapidi stridi di nottole invisibili. Poi la
    luna emerse, paonazza,  s dall'ampia chiostra di Monserrato in fondo,
    e  s'avvert  un lievissimo brulicho di foglie per tutta la campagna.
    Un cane, lontano, abbaj.
    - Tu non hai niente, Dianella,  proprio niente da dire a tuo padre?  -
    domand il Salvo senza guardarla,  con tono mesto, come se con l'anima
    vagasse lontano assai da quella finestra.
    - Io?  - fece Dianella,  incerta e quasi sbigottita.  - Niente...  Che
    potrei dirti?
    -  Niente,  dunque,  -  riprese  il padre.  - Nessun piccolo,  piccolo
    segreto... niente, eh? Sono contento. Perch tu, povera figliuola mia,
    purtroppo hai soltanto me,  preso da tante  brighe...  E  oggi...  che
    giornataccia!... Sai che manca a molti? Il senso dell'opportunit. Non
    dico che avrei risposto di s, se la domanda mi fosse stata rivolta in
    altro giorno,  in altro modo;  ma avrei risposto di no, almeno con pi
    garbo, ecco, dopo aver parlato con te.
    Dianella temette,  ascoltando queste parole calme e lente  del  padre,
    che  questi  potesse  udire  il  violento martellare del cuore di lei,
    sospeso in un'aspettazione angosciosa, tra l'impetuoso ribollimento di
    tutto il sangue per le vene.
    - Mi hanno chiesto... tu m'intendi,  - seguit il Salvo,  voltandosi a
    spiarla negli occhi.  - E io,  certo che la mia buona figliuola,  cos
    savia,  non poteva aver fissato neanche  per  un  momento  la  propria
    attenzione su un giovane - oh,  buono, s; ma pure, per tante ragioni,
    non adatto n degno - preso in quel momento  proprio  inopportuno,  ho
    rifiutato, senz'altro. Vediamo un po', non indovini?
    - No... - rispose, pi col fiato che con la voce, Dianella.
    -  Non  indovini  proprio?  -  insistette il padre,  sorridendo,  come
    conscio della tortura che le infliggeva. - S, prvati...
    - Non... non saprei... - balbett lei.
    - E allora bisogner che te lo dica, - concluse il padre,  - perch tu
    sappia regolarti. Il De Vincentis...
    - Ah! - esclam Dianella, con uno scatto di riso irresistibile. - Quel
    povero Nin?
    - Quel povero Nin, - ripet il padre, scrollando il capo e sorridendo
    anche lui. - Dunque, te l'aspettavi?
    - No,  ti giuro, - s'affrett a rispondergli Dianella, con vivacit. -
    M'ero accorta, s...
    - Ma t'aspettavi qualche altro? - torn a domandare il padre,  pronto,
    guardandola pi acutamente.
    Dianella  allora  s'impunt e sostenne lo sguardo del padre con fredda
    fermezza.
    - Ti ho detto di no.
    Il sospetto che il padre con  quel  discorso  avesse  voluto  tenderle
    un'insidia era divenuto certezza.  Forse non era neanche vero che Nin
    De Vincentis gli avesse fatto quella richiesta.  E l'essersi il  padre
    servito di lui,  povero giovane troppo dabbene,  quasi per metterlo in
    dileggio,  le parve odioso,  sapendo il De Vincentis anche  per  altro
    vittima del padre.
    Questi  non disse pi nulla;  rimase ancora un pezzo alla finestra,  a
    guardar fuori,  poi se ne ritrasse con un sospiro e salut  la  figlia
    per andare a dormire.
    - Buona notte - gli rispose Dianella, freddamente.
    Appena sola, si nascose il volto tra le mani e pianse. Le parve che il
    padre  si  fosse  divertito  a straziarle il cuore,  come un gatto col
    topo. Oh Dio, perch, perch cos cattivo anche con la propria figlia,
    quando gli sarebbe  stato  cos  facile  esser  buono  con  tutti?  Se
    veramente voleva ch'ella gli dicesse il suo segreto,  ricordandole che
    non aveva pi da confidarsi con altri se non con  lui,  perch,  nello
    stesso  momento  che  le  poneva innanzi la sorte crudele che le aveva
    tolto il consiglio e  l'amore  della  madre,  le  tendeva  un'insidia?
    Dunque,  no;  era certo ormai: egli non voleva che lei amasse Aurelio.
    Aveva chiuso le zolfare; forse aveva posto a effetto la minaccia della
    mattina: Caccio via tutti!. Anche Aurelio? Oh, Aurelio non aveva pi
    bisogno di  lui,  adesso!  Perduto  quel  posto,  tanti  altri,  anche
    migliori, avrebbe potuto trovarne subito. E questo forse, ecco, faceva
    pi  dispetto al padre,  aver dato a quel giovane il mezzo di non aver
    pi bisogno di lui,  e averglielo dato per un  dovere  che  a  lui  lo
    legava.  Voleva  che tutti fossero docili strumenti nelle sue mani;  e
    Aurelio invece avrebbe potuto levarglisi contro,  dov'egli pi  temeva
    la ribellione: nel cuore di sua figlia. S, s, perch sapeva bene che
    ella lo amava.  Cos lo avesse saputo Aurelio!  Ma che sarebbe intanto
    avvenuto, se davvero il padre, chiuse le zolfare, lo aveva licenziato?
    Aurelio se ne sarebbe andato di nuovo lontano,  sarebbe  ritornato  in
    Sardegna, senz'alcun sospetto dell'amore di lei, e forse, l...
    Dianella  torn  a  nascondersi  il  volto  tra  le  mani.  Nel  vuoto
    angoscioso,  fissando  l'udito,  senza  volerlo,  nel  fitto  continuo
    scampanello  dei grilli,  le parve ch'esso nel silenzio diventasse di
    punto in punto pi intenso e pi sonoro;  pens ai tumulti d'Aragona e
    di  Comitini;  e  quel  fervido concento divenne allora per lei,  a un
    tratto, il clamore lontano, indefinito d'un popolo in rivolta,  di cui
    Aurelio, ribelle, andava a farsi duce e vendicatore. E lei? e lei?
    Scopr  il  volto:  come  un sogno le apparve allora la pace smemorata
    della campagna,  l presente,  all'umido e blando albore lunare.  E un
    fresco  rivo  inatteso  di  tenerezza  le  scatur dal cuore;  e altre
    lagrime le velarono gli occhi.
    Ah,  era pur bello lo spettacolo di quella profonda notte lunare su la
    campagna,  con  quegli alberi antichi,  immobili nel loro triste sogno
    perenne,  sorgente col fusto dal grembo della terra,  con  quei  monti
    laggi che chiudevano,  cupi contro il cielo, il mistero degli evi pi
    remoti, con quel tremulo limpido assiduo canto dei grilli che,  sparsi
    tra le erbe dei piani, pareva persuadessero all'oblio d'ogni cosa.
    Tra  quei  grilli  e  quegli alberi e quella luna e quei monti non era
    forse un concerto misterioso,  a cui gli  uomini  restavano  estranei?
    Tanta bellezza non era fatta per gli uomini, che chiudevano stanchi, a
    quell'ora,  gli  occhi  al  sonno;  sarebbe  durata tutta la notte non
    veduta pi da nessuno,  nella solitudine della campagna,  quando anche
    lei  avrebbe  chiuso  la  finestra.  Forse  voleva  questo  la nottola
    invisibile che strideva svolando l innanzi,  offesa  e  attratta  dal
    lume:  voleva  ch'ella  non disturbasse pi oltre con la sua veglia il
    notturno misterioso concerto della natura solitaria?
    E Dianella chiuse la finestra: lasci aperto appena appena  uno  scuro
    e,  attraverso  quello  spiraglio,  con le mani congiunte innanzi alla
    bocca,  preg silenziosamente per tutta quella bellezza rimasta fuori,
    animata  a  un  tratto  agli occhi di lei dallo spirito di Dio che gli
    uomini offendono con le loro torbide e tristi  passioni.  Volgendo  un
    ultimo  sguardo  al  viale innanzi alla villa,  scorse un'ombra che vi
    passeggiava, un cranio lucido sotto la luna. Don Cosmo? Lui.
    Ah, immerso l nello spirito di Dio, egli forse non lo sentiva! Andava
    a quell'ora s e gi per il viale,  con le  mani  dietro  la  schiena,
    assorto tuttavia, certo, nelle sue buje e vane meditazioni.


    6.

    N  inviti agli elettori stampati a caratteri cubitali su carta d'ogni
    colore,  n alcuna animazione  insolita  per  le  vie  tortuose  della
    vecchia citt.  Eppure il giorno fissato per le elezioni politiche era
    imminente.  Ma il tedio da gran tempo aveva  soffiato  in  bocca  alla
    ciarlataneria,  e  questa  aveva  perduto  la  voce.  La scala per dar
    l'assalto ai muri le si era  imporrita  e  rotto  il  pentolino  della
    colla.  S'era  camuffata  decorosamente  da  prete  la ciarlataneria a
    Girgenti,  e raccolta,  guardinga,  a collo  torto,  andava  per  via,
    nascondendo  tra  le  pieghe del tabarro il mazzocchio della grancassa
    cangiato in aspersorio.  I cittadini,  sotto a quel travestimento,  la
    riconoscevano  bene:  la  lasciavano  andare  e fare;  la rispettavano
    anche;  oh,  perch non seccava nemmeno con troppe prediche;  prestava
    denaro poi,  sottomano - a usura, ma ne prestava -; pubblicamente, con
    molti carati del Salvo e con altri di socii minori,  aveva aperto  una
    banca  popolare  cattolica  -  all'interesse consentito da santa madre
    Chiesa.  I pubblici ufficii,  prefettura,  intendenza  delle  finanze,
    scuole governative,  tribunali,  davano ancora un po' di movimento, ma
    quasi  meccanico,   alla  citt:  altrove  ormai   urgeva   la   vita.
    L'industria, il commercio, la vera attivit insomma, s'era da un pezzo
    trasferita  a  Porto  Empedocle  giallo  di  zolfo,  bianco  di marna,
    polverulento e romoroso,  in poco tempo divenuto uno de' pi affollati
    e  affaccendati  emporii  dell'isola.  Ma anche l,  la sovrabbondanza
    dello zolfo  per  le  condizioni  mal  proprie  con  cui  si  svolgeva
    l'industria, l'ignoranza degli usi a cui quel minerale era destinato e
    dei  profitti  che  se  ne  potevano  ricavare,  il  difetto di grossi
    capitali,  il bisogno o l'avidit di un pronto guadagno,  eran cagione
    che  quella  ricchezza  del suolo,  che avrebbe dovuto esser ricchezza
    degli abitanti,  se n'andasse giorno per giorno ingojata  dalle  stive
    dei  vapori  mercantili  inglesi,   americani,  tedeschi  e  francesi,
    lasciando tutti coloro che  vivevano  di  quell'industria  e  di  quel
    commercio  con le ossa rotte dalla fatica,  la tasca vuota e gli animi
    inveleniti dalla guerra insidiosa e feroce, con cui si eran conteso il
    misero prezzo o lo scotto  o  il  nolo  della  merce  da  loro  stessi
    rinvilita. A Girgenti, solo i tribunali e i circoli d'Assise davano da
    fare  veramente,  aperti  com'erano  tutto  l'anno.  S al Culmo delle
    Forche il carcere di San Vito  rigurgitava  sempre  di  detenuti,  che
    talvolta dovevano aspettare tre o quattro anni per essere giudicati. E
    meno  male  che  l'innocenza,  nel maggior numero dei casi,  di questo
    forzato indugio non aveva a patire. La citt era piuttosto tranquilla;
    ma nelle campagne e nei paesi  della  provincia  i  reati  di  sangue,
    aperti o per mandato,  per risse improvvise o per vendette meditate, e
    le grassazioni e l'abigeato e i sequestri di persona e i ricatti erano
    continui  e  innumerevoli,  frutto  della  miseria,   della  selvaggia
    ignoranza,  dell'asprezza  delle fatiche che abbrutivano,  delle vaste
    solitudini arse, brulle e mal guardate. In piazza Sant'Anna,  ov'erano
    i tribunali,  nel centro della citt, s'affollavano i clienti di tutta
    la provincia,  gente tozza e rude,  cotta dal  sole,  gesticolante  in
    mille  guise  vivacemente  espressive:  proprietarii  di campagne e di
    zolfare in lite con  gli  affittuarii  o  coi  magazzinieri  di  Porto
    Empedocle, e sensali e affaristi e avvocati e galoppini; s'affollavano
    storditi  i  paesani  zotici di Grotte o di Favara,  di Racalmuto o di
    Raffadali o di Montaperto,  solfaraj e contadini,  la  maggior  parte,
    dalle facce terrigne e arsicce, dagli occhi lupigni, vestiti dei grevi
    abiti  di  festa  di panno turchino,  con berrette di strana foggia: a
    cono, di velluto;  a calza,  di cotone;  o padovane;  con cerchietti o
    catenaccetti  d'oro  agli  orecchi;  venuti  per  testimoniare  o  per
    assistere  i  parenti  carcerati.   Parlavano  tutti  con  cupi  suoni
    gutturali  o  con  aperte protratte interjezioni.  Il lastricato della
    strada  schizzava  faville  al  cupo  fracasso   dei   loro   scarponi
    imbullettati,  di cuojo grezzo,  erti,  massicci e scivolosi. E avevan
    seco le loro donne,  madri e mogli e figlie  e  sorelle,  dagli  occhi
    spauriti  o  lampeggianti  d'un'ansiet  torbida e schiva,  vestite di
    baracane, avvolte nelle brevi mantelline di panno, bianche o nere, col
    fazzoletto dai vivaci colori in capo, annodato sotto il mento,  alcune
    coi lobi degli orecchi strappati dal peso degli orecchini a cerchio, a
    pendagli,  a  lagrimoni;  altre  vestite  di nero e con gli occhi e le
    guance bruciati  dal  pianto,  parenti  di  qualche  assassinato.  Fra
    queste, quand'eran sole, s'aggirava occhiuta e obliqua qualche vecchia
    mezzana  a  tentar  le  pi giovani e appariscenti che avvampavano per
    l'onta e che pur non di  meno  talvolta  cedevano  ed  eran  condotte,
    oppresse  di angoscia e tremanti,  a fare abbandono del proprio corpo,
    senz'alcun loro piacere, per non ritornare al paese a mani vuote,  per
    comperare  ai  figliuoli lontani,  orfani,  un pajo di scarpette,  una
    vesticciuola.   (-  Occasioni  !   Una  poverella  bisognava  che   ne
    profittasse.  Nessuno avrebbe saputo... Presto, presto... Peccato, s,
    ma Dio leggeva in cuore...).  I molti sfaccendati della citt andavano
    intanto  s  e  gi,   sempre  d'un  passo,   cascanti  di  noja,  con
    l'automatismo dei dementi,  s e gi per la  strada  maestra,  l'unica
    piana del paese,  dal bel nome greco,  Via Atenea,  ma angusta come le
    altre e tortuosa. Via Atenea, Rupe Atenea,  Empedocle...  - nomi: luce
    di nomi, che rendeva pi triste la miseria e la bruttezza delle cose e
    dei luoghi.  L'Akragas dei Greci, l'Agrigentum dei Romani, eran finiti
    nella Kerkent dei Musulmani,  e il marchio  degli  Arabi  era  rimasto
    indelebile  negli animi e nei costumi della gente.  Accidia taciturna,
    diffidenza ombrosa e gelosia.  Dal bosco  della  Civita,  cuore  della
    scomparsa citt vetusta, saliva un tempo al colle, su cui siede misera
    la  nuova,  una  lunga  fila di altissimi e austeri cipressi,  quasi a
    segnar la via della morte. Pochi ormai ne restavano; uno,  il pi alto
    e  il  pi  fosco,  si  levava ancora sotto l'unico viale della citt,
    detto della Passeggiata,  la sola cosa  bella  che  la  citt  avesse,
    aperto  com'era  alla  vista  magnifica  di  tutta la piaggia,  sotto,
    svariata di poggi,  di valli,  di piani,  e del mare in  fondo,  nella
    sterminata  curva dell'orizzonte.  Quel cipresso,  stagliandosi nero e
    maestoso dopo il fiammeggiare dei meravigliosi tramonti su la  piaggia
    che  s'ombrava tutta di notturno azzurro,  pareva riassumesse in s la
    tristezza infinita del silenzio che  spirava  dai  luoghi,  sonori  un
    tempo di tanta vita.  Era qua, ora, il regno della morte. Dominata, in
    vetta al  colle,  dall'antica  cattedrale  normanna,  dedicata  a  San
    Gerlando,  dal  Vescovado  e dal Seminario,  Girgenti era la citt dei
    preti e delle campane a morto.  Dalla mattina  alla  sera,  le  trenta
    chiese  si  rimandavano  con  lunghi  e  lenti  rintocchi  il pianto e
    l'invito  alla  preghiera,   diffondendo   per   tutto   un'angosciosa
    oppressione.  Non  passava  giorno  che  non  si  vedessero per via in
    processione funebre le  orfanelle  grige  del  "Boccone  del  povero":
    squallide,  curve, tutte occhi nei visini appassiti, col velo in capo,
    la medaglina sul petto,  e un cero in mano.  Tutti,  per poca  mancia,
    potevano averne l'accompagnamento; e nulla era pi triste che la vista
    di  quella  fanciullezza  oppressa dallo spettro della morte,  seguito
    cos ogni giorno, a passo a passo,  con un cero in mano,  dalla fiamma
    vana nella luce del sole.
    Chi poteva curarsi, in tale animo, delle elezioni politiche imminenti?
    E poi, perch? Nessuno aveva fiducia nelle istituzioni, n mai l'aveva
    avuta.   La   corruzione   era   sopportata   come  un  male  cronico,
    irrimediabile;  e considerato ingenuo o matto,  impostore o ambizioso,
    chiunque si levasse a gridarle contro.
    In  quei  giorni,  pi  che  delle  imminenti elezioni politiche,  gli
    sfaccendati parlavano del duello del candidato  Ignazio  Capolino  con
    Guido Vernica.
    Per   l'intromissione   violenta  di  Roberto  Auriti,   la  questione
    cavalleresca s'era complicata.  Guido Vernica aveva accettato  subito
    la sfida del Capolino;  aveva chiesto per qualche giorno di tempo per
    provvedersi di padrini. Ed era arrivato da Palermo il deputato Corrado
    Selmi, con un altro signore, che si diceva famoso spadaccino.  Roberto
    Auriti,  intanto,  non  potendo  battersi col Prola e non volendo che
    altri vendicasse della  turpe  offesa  la  memoria  del  padre,  aveva
    preteso  di battersi lui per primo col Capolino.  I padrini di questo,
    il Vernica stesso,  si erano opposti  a  tale  pretesa.  A  nome  del
    Capolino  quelli  avevano  lealmente dichiarato di deplorar l'articolo
    del Prola,  pubblicato di furto nel giornale.  Squalificato cos  dai
    suoi   stessi   partigiani   il  vero  autore  dell'offesa,   peraltro
    riconosciuto indegno di scendere sul terreno e ormai cacciato  via  da
    Girgenti,  l'Auriti non aveva pi da domandare altra soddisfazione;  e
    un solo duello  doveva  aver  luogo,  perch  l'affare  si  terminasse
    lodevolmente:  tra  il  Vernica  e il Capolino,  per l'aggressione da
    questo patita sulla pubblica via. Troppo giusto!
    La  vertenza  tanto  dibattuta   aveva   appassionato   vivamente   la
    cittadinanza,   tra  la  quale  d'improvviso  s'erano  scoperti  tanti
    calorosi dilettanti di cavalleria;  e la passione  sopra  tutto  s'era
    accesa  per  l'intervento  d'un  uomo cos noto come il Selmi e per le
    arie spagnolesche e provocanti  dell'altro  testimonio  del  Vernica,
    spadaccino.
    Ma,  dal  canto  suo,  il  campione paesano,  Ignazio Capolino,  s'era
    affidato anche lui in buone  mani:  a  un  certo  D'Ambrosio,  lontano
    parente della moglie, che sapeva tener bene la spada in pugno e non si
    sarebbe  lasciato  imporre  n dal prestigio di Corrado Selmi n dalla
    spocchia di quell'altro messere.  E  lui  solo,  oh!  perch  l'altro
    testimonio di Capolino faceva ridere: Nin De Vincentis, figurarsi!
    Povero Nin, vi era stato tirato proprio pei capelli! Sciabole, sangue
    - lui che era una damigella,  un San Luigi col giglio in mano. Sarebbe
    svenuto certamente, assistendo allo scontro! Che idea,  quel Capolino,
    andare  a  scegliere proprio Nin,  come se non ci fossero stati altri
    pi adatti in paese! Ma forse lo aveva scelto il D'Ambrosio,  apposta,
    per  una  bravata,  per  rispondere  ironicamente  alla chiamata dello
    spadaccino dalla parte avversaria.
    Nin ignorava ancora il rifiuto reciso opposto dal Salvo alla  domanda
    di  matrimonio che - costretto dal fratello Vincente - gli aveva fatto
    rivolgere da monsignor  Montoro.  Il  Capolino  lo  aveva  forzato  ad
    accettar  quell'ufficio  per  lui  terribile  di secondo testimonio al
    duello,  dandogli a intendere che il Salvo lo avrebbe  molto  gradito.
    Perbacco,  doveva s o no sfatare una buona volta la fama di verginale
    timidezza che s'era fatta in  paese?  Uomo!  uomo!  bisognava  che  si
    dimostrasse uomo! Del resto, pancia e presenza: non si voleva altro da
    lui.  Che  pancia?  Dove aveva la pancia Nin?  Fino e diritto come un
    bastoncino... Via, era un modo di dire,  pancia e presenza.  Composto,
    elegantissimo  come  un  vero zerbinotto di Parigi,  avrebbe fatto una
    splendida figura.
    Tutti e quattro i padrini s'erano recati nella  mattinata  alla  villa
    del principe di Laurentano, a Colimbtra, dove il duello avrebbe avuto
    luogo, per i concerti opportuni e la scelta del terreno. Nessuno l si
    sarebbe  attentato  a disturbare lo scontro.  Il principe,  la mattina
    seguente,  si sarebbe recato a Valsana per la  presentazione  con  la
    sposa, com'era gi convenuto; subito dopo la partenza del principe, si
    sarebbe fatto il duello.
    Gli  sfaccendati peripatetici assistettero dal viale della Passeggiata
    al ritorno in carrozza dei quattro padrini da Colimbtra.
    Ignazio  Capolino,  intanto,   aspettava  i  suoi,   passeggiando  coi
    maggiorenti  del  partito  su  l'ampia  terrazza marmorea,  davanti al
    Circolo che, come tant'altre cose, aveva anch'esso nome da Empedocle.
    Quel  duello,   proprio  alla  vigilia  delle  elezioni,   gli   aveva
    accresciuto importanza e simpatia.  Mostrava di non curarsene affatto,
    e  questa  noncuranza  per  nulla  ostentata  destava  ammirazione   e
    compiacimento  negli  amici  che gli passeggiavano accanto.  Aveva gi
    intrapreso il giro elettorale, e ora descriveva le festose accoglienze
    ricevute il giorno avanti nel vicino borgo di Favara.  Avrebbe  voluto
    recarsi  quel  giorno  stesso nell'altro borgo di Siculiana,  dove gli
    elettori lo attendevano impazienti; ma il D'Ambrosio, suo padrone, suo
    tiranno in quel momento, gliel'aveva assolutamente proibito, per paura
    che si strapazzasse troppo.
    Gli dispiaceva per gli amici di Siculiana, ecco. Gli avevano preparato
    anch'essi una gran festa.  La vittoria  era  sicura,  non  ostanti  le
    minacce  e  le  prepotenze  del Governo e gli ordini del Prefetto e le
    persecuzioni della polizia. Roberto Auriti avrebbe avuto, s e no, una
    maggioranza di pochi voti soltanto nel borgo di Comitini,  dove Pompeo
    Agr contava molti amici.
    Capolino  dava  queste  notizie  con  sincero  rammarico  per  il  suo
    avversario, e sinceramente questo rammarico era condiviso da quanti lo
    ascoltavano.  Perch si sapeva che l'Auriti non aveva mai cavato alcun
    profitto dai principii liberali,  per cui da giovine aveva combattuto,
    n dalla fedelt che sempre aveva serbato ad essi;  certamente non per
    cavarne  profitto  adesso  era venuto a chiedere il suffragio dei suoi
    concittadini,  bens quasi per  un  dovere  impostogli,  o  forse  per
    l'ingenua  illusione che potesse bastargli a chiederlo il rispetto che
    si doveva alla sua onest. Nessuno gli negava questo rispetto, e tutti
    si sentivano anche disposti a rendergli qualche onore  consentaneo  ai
    suoi meriti.  Quello della deputazione,  no,  via: non era,  n poteva
    essere per lui;  e la prova pi evidente era appunto nell'ingenuit di
    quella sua illusione.
    Venuti i padrini,  Capolino s'appart con essi in un angolo dell'ampio
    salone del Circolo.
    Nin De Vincentis pareva imbalordito, col viso chiazzato,  come se gli
    avessero dato qua e l tanti pizzichi,  e gli occhi lustri,  assenti e
    scontrosi.  Il D'Ambrosio,  alto e biondo,  miope,  irrequieto,  dalla
    faccia equina, le spalle in capo, il torace enorme e le gambe secche e
    lunghe,  parlava arruffato, ruzzolando le parole. Era sguajatissimo, e
    tutti tolleravano le sue sguajataggini,  non solo perch  lo  sapevano
    manesco,  ma  anche  perch  spesso faceva ridere.  Le sue ingiurie si
    spuntavano e perdevano il fiele nelle risate da cui erano  accolte,  e
    cos egli poteva ingiuriar tutti e scagliare in faccia le villanie pi
    crude senza che nessuno se ne sentisse offeso o ferito.
    -  Fammi  il  santissimo piacere,  - cominci,  - di dire a mia cugina
    Nicoletta che questa sera si stia quieta,  perch tu  devi  combattere
    per  i  santi  diavoli.  Voglio dire per i santi ideali.  Sei vecchio,
    Gnazio, lo vuoi capire? Stendi il braccio: fammi vedere se ti trema.
    Capolino, sorridendo, stese il braccio.
    - Va bene, - riprese il D'Ambrosio.  - Gli daremo le palle,  caro mio.
    Sul serio!  Prima,  alla pistola.  Scambio di tre palle, a venticinque
    passi. (Raccomandazione a Nin di non turarsi gli orecchi,  al botto.)
    Poi,  alla sciabola.  Quanto alla sciabola, siamo a cavallo; ma per la
    pistola. Gnazio mio, sei vecchio, e ho paura che...  Basta;  vieni con
    me, a casa mia. C' il cortile. Voglio vedere come tiri.
    Capolino tent d'opporsi;  ma non ci fu verso: dovette andare, e anche
    Nin, per esercitarsi gli orecchi al botto.
    Presero per l'erta via di Lena, dove pareva fosse un tumulto attorno a
    qualcuno che cantava.  Niente!  Erano i pescivendoli che,  arrivati or
    ora  dalla  marina,  scavalcati  dalle mule cariche,  gridavano tra la
    folla il pesce fresco, con lunga e gaja cantilena.  I tre proseguirono
    per  la salita sempre pi erta di Bac Bac,  finch non giunsero presso
    la porta pi alta della citt,  a settentrione,  il  cui  nome,  arabo
    anch'esso, "Bb-er-rijah" (Porta dei venti), era divenuto Bibera.
    Il  D'Ambrosio  stava lass,  in una casa antica,  col "baglio" (vasto
    cortile acciottolato) e un cisternone in mezzo,  insieme con la  madre
    vecchissima,  per cui aveva una devozione pi che religiosa. La povera
    vecchina era sorda,  e viveva in continua ansia,  in continui  palpiti
    per quel suo figliuolo impetuoso.  Sempre con la calza in collo, stava
    a guardare dai vetri d'una finestra.  Vedeva  il  colle,  su  cui  sta
    Girgenti,  scoscendere  in  ripido  pendo  su  la Val Sollano,  tutta
    intersecata  di  polverosi  stradoni.  Il  panorama,  di  fronte,  era
    profondo  e  montuoso.  A  destra,  si  levava fosco e imminente monte
    Caltafaraci; pi l, in fondo, il San Benedetto; quindi s'allargava il
    piano di Consolida, e a mano a mano, sempre pi verso ponente, il pian
    di Clerici, di l dalla montagna di Carapezza e di Montaperto pi qua.
    Gi,  dirimpetto,  la Serra Ferlucchia,  gessosa,  mostrava le  bocche
    cavernose delle zolfare e i lividi tufi arsicci dei calcheroni spenti.
    In  fondo  in  fondo,  dai  confini della provincia sorgeva maestoso e
    invaporato Monte Gemini,  tra i pi alti  della  Sicilia.  La  grigia,
    arida  asperit  ferrigna era solo interrotta qua e l da qualche cupo
    carubo.
    Il D'Ambrosio fece aspettare i  due  amici  nel  cortile;  and  s  e
    ridiscese  subito  con  una  grossa  rivoltella  da cavalleggere e una
    scatola di cartucce; tracci con un pezzo di carbone sul muro,  presso
    la stalla vuota,  quattro segnacci, un uomo, Guido Vernica; poi cont
    dal muro venticinque passi.
    - Qua, Gnazio! Batto tre volte le mani; alla terza, fuoco! In guardia.
    Capolino si prestava a quella prova come  a  uno  scherzo,  svogliato.
    Tuttavia,  quando si vide innanzi,  sul muro,  quella quintana l, che
    ora smorfiosamente inerte pareva aspettasse i suoi colpi ma che domani
    gli si sarebbe fatta incontro staccandosi da quel muro,  con  gambe  e
    braccia  vive,  presentandogli la bocca d'un'altra pistola,  Capolino,
    col sorriso rassegnato sulle labbra,  aggrott le ciglia  e  tir  con
    impegno.
    Il  D'Ambrosio  si  dichiar molto soddisfatto della prova;  poi,  per
    ridere,  volle forzare Nin a tirare  anche  lui  al  bersaglio.  Nin
    recalcitr come un mulo. Ma il D'Ambrosio tanto disse, tanto fece, che
    lo costrinse a sparare; poi, subito dopo, scoppi in una matta risata:
    - Parola mia d'onore,  ha chiuso gli occhi,  tutti e due!  Un bicchier
    d'acqua! un bicchier d'acqua!
    E corse a sostenerlo, come se davvero Nin stesse per svenire.  Ma non
    insistette molto su quello scherzo.  Prese a parlare con molto fervore
    di Corrado Selmi:
    - Simpaticone!  Pare un giovanotto,  sai?  ed  del  4  aprile,  della
    campana  della  Gancia...  Deve avere per lo meno cinquant'anni...  Ne
    dimostra trentacinque,  trentotto al  pi...  Geniale,  spregiudicato,
    alla mano.  Dicono che ha pi debiti che capelli.  Me l'immagino! E...
    gallo,  oh!  Matto per le pollastrelle.  Sua  Eccellenza  il  ministro
    D'Atri pare ne debba sapere qualche cosa...
    Presi gli accordi per la mattina seguente,  Capolino and via con Nin
    De Vincentis.
    - Mi raccomando per Nicoletta!  Prudenza alla  vigilia!  -  gli  grid
    dietro  il  D'Ambrosio  dall'usciolo del cortile,  facendosi portavoce
    delle mani; poi, come se avesse veduto un cane arrabbiato: - Scnsati,
    Gnazio! scnsati! Passa l! passa l!
    Capolino e Nin De Vincentis  si  voltarono  a  guardare,  ridendo,  e
    videro alle loro spalle Nocio Pigna, "Propaganda", che scendeva per la
    stessa  via  col  lungo braccio penzoloni e l'altro pontato a leva sul
    ginocchio.   "Propaganda"  si  volt  anche  lui,   iroso,   verso  il
    D'Ambrosio,  sbarr  gli occhi lustri da matto,  e levando il braccio,
    gli scagli la parola, ch'era per lui il pi grave marchio d'infamia:
    - Ignorante!

    E aveva pi che mai il diritto,  adesso,  di bollar con questo marchio
    tutti  i  suoi nemici,  borghesi e preti e titolati,  "Propaganda": il
    "Fascio", a dispetto della Prefettura e del Municipio, della Polizia e
    del Comando militare, era riuscito finalmente a metterlo s.
    Sissignori,  anche a Girgenti,  nel paese dei corvi e delle campane  a
    morto, un Fascio, con tutti i sagramenti.
    Guardava  lass,  gonfio  d'orgoglio e con aria di protezione,  quelle
    vecchie casupole del quartiere di San Michele, tane di miseria; quelle
    anguste viuzze storte,  sudice,  affossate,  piene tutte di quel tanfo
    che  suol lasciare la spazzatura marcita;  gli occhi gli sfavillavano.
    Pi che con gli uomini,  se la intendeva per ora con le pietre corrose
    e  annerite  di  quelle casupole,  coi ciottoli mal connessi di quelle
    viuzze fetide e dirupate;  parlava con esse in cuor suo;  diceva loro:
    "Bai  bai!".  Sopra  tutto  per  l'onore del paese,  infatti,  aveva
    lottato e lottava,  perch non si dicesse che  Girgenti  sola,  quando
    tutta  l'isola era in fermento,  restava muta e come morta.  Presto in
    quelle case, presto per quelle vie una nuova vita avrebbe tripudiato.
    Era un gran  dire  per,  che  gli  dovesse  costar  tanta  fatica  il
    persuadere  agli  altri  di  fare  il  proprio  bene;  e  che tutti lo
    dovessero costringere ad affannarsi,  a incalorirsi in quell'opera  di
    persuasione  cos  che  quasi  quasi  si  poteva  sospettare ci avesse
    qualche tornaconto!
    Chi glielo faceva fare?  Oh bella!  Era stato messo da parte,  espulso
    dalla  societ,  reso nella sua stessa casa superfluo.  Con le buone e
    con le cattive gli avevano detto e dimostrato che se  ne  poteva  pure
    andare;  che  non  si  aveva  pi  alcun  bisogno di lui.  Dopo averlo
    spremuto come un limone,  avergli disonorato una figlia,  o,  come lui
    diceva,  inzaccherata  di  fango  la  canizie,  averlo  calunniato e
    infamato, volevano buttarlo via? Ah,  no!  Queste cose al Pigna non si
    facevano.  Non  solo  non era superfluo,  ma anzi necessario,  perdio,
    voleva essere: necessario,  a  dispetto  di  tutti!  E  presto  se  ne
    sarebbero  accorti  gli  ignoranti  che non volevano riconoscerlo.  Se
    altri lavorava per il suo mantenimento, egli non ne profittava che per
    lavorare a sua volta per gli altri; con questo per giunta, che l'ajuto
    dato a lui era misero,  in fondo,  e per meschine,  infime  necessit,
    mentre l'ajuto ch'egli dava agli altri,  l'opera ch'egli metteva,  era
    grande e per necessit superiori. Facile, comoda, quest'opera? Ah, s,
    tutta rose, difatti! Ma scalmanarsi da mane a sera, correr di qua e di
    l con quelle belle cianche che Dio gli aveva date,  perderci la voce,
    sprecarci  il fiato,  ognuno poteva immaginare che bel piacere dovesse
    essere!
    Come una rocca assediata,  che di tutto ci che aveva dentro si  fosse
    fatto  arma  e puntello per resistere agli assalti di fuori,  e dentro
    fosse rimasta vuota,  Nocio Pigna  aveva  posto  davanti  e  dietro  e
    tutt'intorno  a  s  ragioni  e  sentimenti,  tutte  le sue disgrazie,
    com'armi di difesa contro a quelli che  lavoravano  accanitamente  per
    levargli  ogni  credito.  Pi  parlava  e  pi  le  sue  stesse parole
    accrescevano la sua persuasione e la  sua  passione.  Ma  a  furia  di
    ripetere sempre le medesime cose,  col medesimo giro, queste alla fine
    gli s'erano fissate in una forma che aveva perduto ogni efficacia; gli
    s'erano,  per dir cos,  impostate su le labbra,  come bocche di fuoco
    che non mandavano pi fuori se non botto,  fumo e stoppaccio.  Dentro,
    non aveva pi nulla. Era un uomo che parlava, e nient'altro.
    Il Fascio,  intanto,  lo aveva messo s.  Che fosse proprio  tutto  di
    lavoratori,  si  poteva  dubitare.  Neanch'egli,  "Propaganda",  forse
    avrebbe avuto il coraggio d'affermare che quegli stessi non lavoratori
    iscritti fossero molti per ora. Ma il forte era cominciare; e cos,  a
    poco  a  poco,  si  comincia.  Certo,  una bella retata,  un'entratura
    solenne con qualche migliajo  di  socii  raccolti  in  un  sol  giorno
    sarebbe stata possibile a Porto Empedocle soltanto, tra gli "uomini di
    mare", i carrettieri, i mozzi delle spigonare, i giovani di magazzino,
    i pesatori e gli scaricatori.  Ma a Porto Empedocle... Piano, per amor
    di Dio!  non poteva pi sentirlo nominare,  Nocio  Pigna:  la  memoria
    della  baja  che  gli  avevano  data  laggi era come una piaga sempre
    aperta nel cuore di lui e,  a toccargliela appena appena,  non avrebbe
    finito pi di strillare.  Figli di cane, ributto d'ogni civilt! avere
    il mare, signori miei,  l sempre davanti agli occhi;  che si scherza?
    il  mare,  l'immensit!  aver  posto le proprie case su la spiaggia in
    attesa delle navi di lontani paesi,  cio la propria vita  alla  merc
    delle genti;  e,  sissignori, nessuno spirito di fratellanza umana! di
    tutto quel mare non sapevano veder altro  che  la  spiaggia,  anzi  le
    immondizie  soltanto della spiaggia,  le loro fecce scorrenti lungo le
    fogne scoperte.  Quel mare,  ah quel  mare  avrebbe  dovuto  gonfiarsi
    d'ira,  di sdegno,  alzare un'ondata e sommergerlo,  ingojarselo, quel
    paese di carognoni!
    Qua, a Girgenti, bisognava lavorare come le formiche, pazienza!  Aveva
    cominciato  a trattare con qualche presidente delle maestranze locali:
    ma quelle due mani afferrate, simbolo delle societ di mutuo soccorso,
    mani tagliate,  senza sangue,  cio senza colore politico,  o mani col
    santo  rosario  e  la  rametta  d'olivo  di qualche circolo cattolico,
    stentavano  a  staccarsi,   stentavano  a  tendersi  fraternamente  ai
    lavoratori  d'altre  arti  e  d'altri  mestieri,  come avevano fatto a
    Catania,  a Palermo,  per comporre un pi ampio circolo,  l'unione  di
    tutte le forze proletarie,  il Fascio dei Fasci,  in somma. Luca Lizio
    aveva gi scritto a Roma a don  Lando  Laurentano  (ch'era  dei  loro,
    vivaddio,  principe e socialista!), perch dsse lui la spinta a tutti
    i perplessi e i titubanti: una sola parola di lui,  un  cenno  sarebbe
    bastato.  Si aspettava di giorno in giorno la risposta, la quale forse
    tardava per il dispiacere che quel buffo matrimonio del  padre  doveva
    cagionare al giovine principe.  Intanto lui,  Nocio Pigna, non perdeva
    tempo e non s'avviliva tra gli ostacoli. Comprendeva che sarebbe stata
    ingenuit far troppo assegnamento su quelle maestranze:  in  un  paese
    morto  come  Girgenti,  privo  d'ogni  industria,  ove  da anni non si
    fabbricavan pi case e tutto deperiva in lento e silenzioso abbandono;
    ove non solo non si cercavano  mai  svaghi  costosi,  ma  ciascuno  si
    sforzava  di  restringere  i  pi modesti bisogni;  muratori e fabbri-
    ferraj,  sarti e calzolaj dipendevano  troppo  dai  pochi  cos  detti
    signori; e il segreto malcontento non avrebbe trovato certo in loro il
    coraggio  d'affermarsi  apertamente,  all'occasione.  Domani avrebbero
    votato tutti per quel  farabutto  di  Capolino,  a  un  cenno  di  don
    Flaminio Salvo. Ma pure, entrando, iscrivendosi al Partito, gli operaj
    potevano servire d'esempio ai contadini;  tirarseli dietro, ecco. Come
    le pecore - questi - poveretti!  Pecore per,  che sapevan la crudelt
    delle  mani  rapaci  che  le tosavano e le mungevano;  pecore che,  se
    riuscivano ad acquistar coscienza dei loro  diritti,  a  compenetrarsi
    minimamente  di  quella  famosa  virt  della loro forza,  sarebbero
    diventate lupi in un punto.  Parte di essi,  intanto,  dimorava sparsa
    nelle  campagne  e  non saliva alla citt,  alta sul colle,  se non le
    domeniche e le feste.  Quelli tra loro che si chiamavano "garzoni",  i
    meno  imbecilliti  dalla  miseria,  perch riscotevano tutto l'anno un
    meschino  salario,  temevan  troppo  i  castaldi,   o  "curtoli",   o
    "soprastanti",  feroci  aguzzini  a servizio dei padroni.  Restavano i
    braccianti a giornata,  quelli che,  dopo sedici ore di fatica (quando
    avevan  la  fortuna di trovar lavoro),  si riducevano la sera in citt
    con la zappa in collo, la schiena rotta e quindici soldi in tasca,  s
    e  no.  A  questi mirava Nocio Pigna;  erano i pi;  ma creta,  creta,
    creta,  su cui Dio non aveva soffiato,  o la miseria  aveva  da  tempo
    spento  quel  soffio;  creta indurita,  che destava pena e stupore se,
    guardando, moveva gli occhi e, parlando, le labbra.
    Aveva preso in affitto il vasto magazzino d'un pastificio  abbandonato
    al Piano di Gamez,  accanto alla sua casa: capace di cinquecento e pi
    socii. Umido e bujo, di giorno, senza l'ajuto di due o tre candele non
    ci si vedeva;  ma con quelle candele accese e certi  vecchi  paramenti
    sacri di finto damasco appesi alle pareti, aveva l'aria d'un funerale.
    Quei paramenti avevano ornato un tempo, nelle feste solenni, la chiesa
    di San Pietro di cui Nocio Pigna era stato sagrestano;  li aveva avuti
    in dono dal padre beneficiale d'allora,  quando s'erano fatti i nuovi;
    e  li  aveva  conservati  con  la  canfora  e  col pepe in una vecchia
    cassapanca, tesoro ormai screditato. Ora,  con le dieci tabelle sopra,
    cinque di qua e cinque di l, coi motti sacramentali del Partito, Luca
    Lizio  poteva  pur  dire  di  no,  ma agli occhi di Pigna facevano una
    magnifica figura. Del resto, per attirare i contadini, non vedeva male
    che il Fascio avesse quell'aria  di  chiesa;  e  su  la  tavola  della
    presidenza   aveva  posto  anche  un  Crocefisso.   Dietro  la  tavola
    troneggiava lo  stendardo  rosso  ricamato  da  sua  figlia  Rita,  la
    "compagna"  di  Luca.  E  Luca  stava l,  dalla mattina alla sera,  a
    studiare Marx ("Marchis",  diceva il Pigna),  a  prendere  appunti,  a
    corrispondere  coi  presidenti degli altri Fasci della provincia e con
    quelli di tutta l'isola e con Milano e con  Roma.  Qualcuno,  passando
    davanti  al  portone  del  Fascio,  talvolta  lo poteva credere magari
    intento a cavarsi qualche caccoletta dal naso;  quand'uno  assorto  e
    perduto nei suoi pensieri, un dito nel naso  niente, le maleducazioni
    a  cui,  senza  saperlo,  pu  lasciarsi  andare,  sono  senza  fine e
    imprevedibili;   in  quei  momenti  Luca  non  avvertiva   neppur   le
    strombettate dei cinque "fratelli" addetti alla fanfara;  i quali, per
    dire la verit,  erano un'ira di Dio.  Ma  non  conveniva  raffreddare
    l'entusiasmo giovanile.  Cinque tra gli studenti dell'Istituto Tecnico
    accorsi tra i primi a iscriversi al Partito: Rocco Ventura,  che aveva
    preso quell'anno il diploma di ragioniere,  Mondino Miccich, Bernardo
    Raddusa,  Tot  Licasi  ed  Emanuele  Garofalo  ajutavano  Luca  nella
    corrispondenza.   Avevan   trovato  un  galoppino  che  s'era  assunto
    l'ufficio della polizia segreta, un certo Pspisa, che bazzicava tutto
    il giorno con quelli della questura.  I  quaranta  socii,  che  presto
    sarebbero  diventati quattrocento,  quattromila,  avevano gi eletto i
    loro decurioni, ciascuno con la sua brava fascia rossa a tracolla.  In
    previsione di qualche arresto del presidente,  cio di Luca Lizio, era
    stato eletto dal Consiglio presidente segreto  Rocco  Ventura.  Perch
    gi, tanto lui, Pigna, quanto il Lizio erano stati chiamati insieme ad
    "audiendum  verbum" dal cavalier Franco,  commissario di polizia.  Uh,
    garbatissimo, biondo e sorridente, strizzando i begli occhi languidi o
    carezzandosi con le bianche mani di dama l'aurea barbetta spartita sul
    mento,  il cavalier Franco aveva tenuto loro un discorsetto che  Pigna
    non  si stancava di ripetere a tutti,  imitando i gesti e la voce.  Il
    rosso,  il rosso del gonfalone e delle fasce aveva urtato  soprattutto
    il signor commissario.  Eh gi,  come i tori, la sbirraglia davanti al
    rosso perdeva il lume degli occhi.  Ma non  s'era  mica  infuriato  il
    cavalier Franco: tutt'altro;  aveva voluto sapere perch rosso,  ecco,
    quando c'erano tant'altri bei colori.  E un'altra  cosa  aveva  voluto
    sapere:  perch  proprio  loro  due,  Lizio  e Pigna,  s'erano messi a
    quell'impresa.  Che speravano?  che se  n'aspettavano?  Un  seggio  al
    Consiglio  comunale,  o anche pi s,  al Parlamento?  Niente di tutto
    questo?  E allora perch?  Per disinteressata carit di  prossimo?  Oh
    guarda!   Ma  erano  poi  certi  di  rendere  al  popolo  un  servizio
    rialzandolo dalle condizioni in cui si trovava?  Chi sta al  bujo  non
    spende per il lume;  e il lume costa,  e fa veder certe cose che prima
    non si vedevano; e pi se ne vedono e pi se ne vogliono. Ora,  in che
    consiste la vera ricchezza, la vera felicit? Nell'aver pochi bisogni.
    E dunque... e dunque... - In somma, uno squarcio di filosofia e questa
    conclusione:
    -  Cari signori,  io non vi faccio arrestare,  neanche se voi voleste.
    Voi dite che l'urto avverr per forza,  se non migliora la  sorte  dei
    vostri  protetti?  Bene.  Io  vi  prego di ricordarvi della brocca che
    tanto and al pozzo... E non aggiungo altro!
    Era rimasto un po' tra indispettito e sconcertato il  cavalier  Franco
    dal silenzio di Luca; parlando, s'era rivolto sempre a lui, e a stento
    aveva nascosto la stizza nel sentirsi invece rispondere dal Pigna.  Ma
    avrebbe potuto dirgli,  questi,  la ragione di quel  silenzio?  Povero
    Luca,  che  supplizio!  Sarebbe  stato meno da compiangere,  se cieco.
    Oratore  nato,  nato  per  arringar  le  folle,  vero  tipo  dell'uomo
    pubblico,  tutto  per gli altri,  niente per s - bollato nella lingua
    dal destino buffone!  Scriveva,  si sfogava a  scrivere,  e  schizzava
    fuoco dalla penna,  schegge d'inferno; poi s'arrabbiava, poveretto, si
    mangiava le mani,  mugolava,  quando sentiva leggere la roba sua senza
    il  giusto tono,  il giusto rilievo,  la fiamma che ci aveva messo lui
    dentro,  nello scriverla.  Nessuno  lo  contentava,  neanche  Celsina,
    quella  tra le figliuole del Pigna,  che sola s'era tutta accesa delle
    nuove idee.  Anche Rita,  s,  un  poco,  prima  che  le  nascesse  il
    bambino...  Ma  che cos'era Rita a confronto di Celsina?  Altra spina,
    questa,  che faceva sanguinare il cuore  di  Nocio  Pigna:  non  poter
    mandare  all'Universit  questa figliuola,  che aveva preso la licenza
    d'onore all'Istituto Tecnico, sbalordendo tutti, preside, professori e
    condiscepoli. A tanti scemi, figli di ricchi signori,  la via aperta e
    piana;  a Celsina, troncata ogni via; condannata Celsina a funghir l,
    in quel paese marcio, d'ignoranti. Ecco la giustizia sociale! Intanto,
    quella sera,  vigilia delle elezioni,  Celsina avrebbe  fatto  la  sua
    prima  comparsa  in pubblico: avrebbe tenuto una conferenza nella sede
    del Fascio. Era in giro dalla mattina, Nocio Pigna, per questo solenne
    avvenimento.
    Mancavano le seggiole.
    Se ogni socio si fosse portata la sua con s,  e l'avesse poi lasciata
    l... Per ora, egli non pretendeva neppure che pagassero con la dovuta
    puntualit  la  misera quota settimanale.  Ma avessero almeno regalato
    una seggiola; santo Dio, da servire per loro stessi! Niente.  S e no,
    aveva potuto metterne insieme una ventina. Pensava a tutte le seggiole
    delle chiese; a quelle ch'erano sotto la sua custodia, un tempo, a San
    Pietro;   pensava  alle  carrettate  che  ogni  domenica  sera  se  ne
    trasportavano all'emiciclo in fondo al viale  della  Passeggiata,  ove
    sonava la banda militare.  Seggiole d'avanzo,  l per le bigotte,  qua
    per le civette! e nel Fascio, niente! Colpa dei socii, per,  alla fin
    fine; e dunque, peggio per loro! Sarebbero rimasti in piedi.
    Stava per rincasare,  quando da un vicoletto che sboccava nella piazza
    sent chiamarsi  piano  da  qualcuno  in  agguato  l  ad  aspettarlo,
    incappucciato.
    - "Ps, ps..."
    Un  contadino!  Il  cuore  gli diede un balzo in petto.  Gli s'accost
    premuroso.
    - "Serv'a Voscenza". Posso dirle una parolina?
    - Come dici?  - gli domand  Nocio  Pigna,  facendoglisi  pi  presso,
    costernato  dall'aria  di sospetto e di mistero con cui quell'uomo gli
    stava davanti,  parlando dentro il cappuccio che gli lasciava scoperti
    appena gli occhi soltanto. - Vuoi parlare con me?
    - Sissignore, - rispose quegli pi col cenno che con la voce.
    -  Eccomi,  figlio  mio,  -  s'affrett  a  dir Pigna.  - Vieni qua...
    entriamo qua...
    E gl'indic il portone del "Fascio".
    Ma quegli neg col capo e subito si trasse pi indietro nel vicoletto.
    Pigna lo segu.
    - Non aver paura. Non c' nessuno. Che vuoi dirmi?
    L'uomo incappucciato esit ancora un po',  prima di rispondere;  volse
    intorno gli occhi sospettosi, poi mormor, sempre dentro il cappuccio:
    - M'hanno parlato a quattr'occhi... Persona fidata... Dice che...
    E s'interruppe di nuovo.
    - Parla,  parla, figlio mio, - lo esort il Pigna. - Siamo qua soli...
    Che t'hanno detto?
    Gli occhi sospettosi sotto il cappuccio espressero  lo  sforzo  penoso
    che colui faceva su se stesso per vincere il ritegno di parlare.  Alla
    fine,  stringendosi pi al muro e stendendo appena fuor  del  cappotto
    una mano sul braccio del Pigna, domand a bassissima voce:
    - E' qua che si spartiscono le terre?
    Nocio  Pigna,  mezzo  imbalordito  per  tutto  quel  mistero,  rest a
    guardarlo un pezzo di traverso, a bocca aperta.
    - Le terre? - disse. - Le terre, no, figlio mio.
    Quegli allora alz il mento e chiuse gli occhi, per un cenno d'intesa.
    Sospir:
    - Ho capito. Mi pareva assai! Mi hanno burlato.
    E si mosse per andar via. Nocio Pigna lo trattenne.
    - Perch burlato? No, figlio mio... Senti...
    - Mi scusi "Voscenza", - disse quegli, fermandosi per farsi dar passo.
    - E' inutile. Ho capito. Mi lasci andare...
    - E aspetta,  caro mio,  se non mi di  il  tempo  di  spiegarmi...  -
    s'affrett a soggiungere il Pigna.  - Le terre,  sissignore,  verranno
    anche quelle... Basta volere! Se noi vogliamo... Sta tutto qui!
    Quegli seguit a scuotere il capo con amara e  cupa  incredulit;  poi
    disse:
    - Ma che dobbiamo volere, noi poveretti? che possiamo volere?
    Pigna si scroll, urtato:
    -  E  allora,  scusa,  tie',  ti do le terre,   vero?  Prima di tutto
    dev'esserci la volont, in te e in tutti,  senza paura,  capisci?  Non
    c' bisogno di guerra, mettiti bene in mente questo! Noi vogliamo anzi
    cantare  inni di pace,  caro mio.  Il Fascio  come una chiesa!  E chi
    entra nel Fascio...
    - "Voscenza" mi lasci andare...
    - Aspetta, ti voglio dir questo soltanto: chi entra nel Fascio,  entra
    a  far  parte  d'una  corporazione  che abbraccia,  puoi calcolare,  i
    quattro quinti dell'umanit,  capisci?  i quattro quinti,  non ti dico
    altro.
    E  agit  innanzi  a  quegli  occhi  le  quattro  dita d'una mano: poi
    riprese:
    - Unione,  corpo di Dio,  e siamo tutto,  possiamo tutto!  La legge la
    detteremo  noi: debbono per forza venire a patti con noi.  Chi lavora?
    chi zappa? chi semina? chi miete: O date tanto,  o niente!  Questo per
    il momento. Il nostro programma... Vieni, ti spiego tutto...
    - "Voscenza" mi lasci andare... Non  per me...
    - Come non  per te,  pezzo d'asino? se si tratta proprio di te, della
    tua vita, del tuo diritto? Pensaci,  figlio!  Guarda: il Fascio  qua.
    Mi trovi sempre.
    -  Sissignore,  bacio  le mani....  Per carit,  come se non le avessi
    detto niente...
    E, voltate le spalle, se n'and randa randa, guardingo. Nocio Pigna lo
    segu per un pezzo con gli occhi, scrollando il capo.

    Trambusto,  a casa,  pi del solito.  Si progrediva  notevolmente,  di
    giorno  in  giorno,   verso  la  rivoluzione  sociale.   C'erano  -  e
    s'indovinava  subito  fin  dalla  strada  -  i  cinque  studenti,  gi
    condiscepoli di Celsina. C'era anche, ma ingrugnato e tutto aggruppato
    in un angolo, Antonio Del Re, il nipote di donna Caterina Laurentano e
    di  Roberto Auriti.  Parlavano tutti insieme a voce alta.  Il gigante,
    cio Emanuele Garofalo,  e quel piccolo Miccich che friggeva in  ogni
    membro  e scattava e schizzava come un saltamartino,  e il recalmutese
    atticciato e violento Bernardo Raddusa gridavano,  non si capiva  bene
    che cosa,  attorno a sua figlia Mita, la maggiore delle sei rimaste in
    casa,  quella che lavorava tutto il giorno e talvolta anche  la  notte
    insieme con Annicchia,  ch'era la terza.  Attorno a questa strillavano
    le sorelle Tina e Lilla con Tot Licasi e Rocco Ventura;  Rita cercava
    di  quietare  il bimbo che piangeva,  spaventato;  Celsina,  accesa di
    stizza,  litigava con Antonio Del Re;  e,  come se tutto quel  badanai
    fosse poco,  "'Nzulu",  il vecchio barbone nero baffuto e mezzo cieco,
    acculato su una seggiola,  levando alto  il  muso,  si  esercitava  in
    lunghi e modulati guaiti di protesta.
    Luca Lizio, appartato, si teneva il capo con tutt'e due le mani, quasi
    per paura che quegli strilli glielo portassero via.
    - Signori miei, che cos'? dove siamo? - grid Nocio Pigna, entrando.
    Tutti  si  voltarono,  gli corsero incontro e,  accalorati,  presero a
    rispondergli a coro. Nocio Pigna si tur gli orecchi.
    - Piano! Mi stordite! Parli uno!
    - Mita e Annicchia, al solito! - strill Tina.
    - Smorfie! - aggiunse Lilla.
    Ed Emanuele Garofalo, il gigante, scotendo le braccia levate, con voce
    da cannone:
    - Tutti gi! tutti gi!
    - S'imponga l'autorit paterna!  -  salt  a  dire  Mondino  Miccich,
    facendo il mulinello in aria col bastoncino.
    - Non capisco nulla! Zitti! - url Nocio Pigna.
    Tacquero  tutti;  ma  subito,  nel  silenzio sopravvenuto,  son un: -
    Mammalucco!   -  rivolto  da  Celsina  ad  Antonio  Del  Re  con  tale
    espressione di rabbia concentrata, che le risa si levarono fragorose.
    Celsina si fece avanti, snella su i fianchi procaci, col seno colmo in
    sussulto, il bruno volto in fiamme e gli occhi sfavillanti. In mezzo a
    tutte  quelle  risa,  l'espressione di fierissima stizza accenn in un
    baleno di scomporsi,  le labbra di fuoco le  si  atteggiarono  per  un
    momento  a  un  riso  involontario,  ma  subito  si  riprese  e  grid
    imperiosamente e con sprezzo:
    - Andiamo! andiamo!  andiamo!  Chi vuol sentire,  senta!  Chi non vuol
    sentire... me n'importa un corno!
    - Insomma,  - gemette Nocio Pigna, raggruppando le dita delle due mani
    e giungendole per le punte, - posso sapere che diavolo  avvenuto? - E
    subito aggiunse, sbarrando gli occhi: - Ma parli uno !
    Parl Rocco Ventura,  piccolo e tondo,  col naso a pallottola in s  e
    due  baffetti  spelati  che gli cominciavano agli angoli della bocca e
    subito finivano l, come due virgolette:
    - Niente, - disse,  - proponevamo semplicemente di scendere tutti gi,
    nella  stanza  a pianterreno,  per assistere alla prova generale della
    conferenza di Celsina, ecco.
    -  E  Mita  e  Annicchia,   al  solito...   -  aggiunse  Tina,   tutta
    scarmigliata.
    - Smorfie! - ripet Lilla.
    - Non vogliono scendere?  e lasciatele stare!  - disse Celsina,  dalla
    soglia. - Loro sono le formiche, si sa, io la cicala. Andiamo, andiamo
    gi, e basta!
    Pigna guard le due figlie Mita e Annicchia rimaste sedute, tutt'e due
    vestite di nero, pallide in volto e con gli occhi dolenti;  poi guard
    Antonio Del Re,  rimasto anch'egli seduto,  torbido in faccia,  con un
    gomito appoggiato sul ginocchio e le unghie tra i denti.
    - Andate,  andate,  - disse a quelli che gi si disponevano a scendere
    dietro  Celsina  nella stanza terrena.  - Ora vengo...  Debbo dire una
    parola a don Nino Del Re.
    - Nient'affatto! - grid Celsina, risalendo gli scalini della scaletta
    di legno e ripresentandosi tutta  vibrante  su  la  soglia.  -  Te  lo
    proibisco, pap! A Nino ho parlato io, e basta! Vieni gi!
    - Va bene,  va bene,  - disse il Pigna. - Che furia! Debbo tenergli un
    altro discorsetto io... Piano piano...
    Antonio  Del  Re  si  sgrupp,  scatt  in  piedi  per  un  improvviso
    ribollimento   di  sdegno;   ma,   subito  pentito  della  risoluzione
    d'andarsene, rest l, cercando soltanto con gli occhi, in giro per la
    stanza, il cappello.
    - Uh,  santo Dio,  come fate presto a pigliar ombra anche voi!  Non vi
    precipitate! - esclam Nocio Pigna.
    - Ma no!  ma lascialo andare,  se vuole andarsene! - soggiunse aizzosa
    Celsina. - Mi fa un gran piacere, se va via; gi gliel ho detto! Anzi,
    aspetta...
    Corse nel camerino accanto, in cui dormiva;  trasse da un cassetto del
    canterano una vecchia bambola,  la sua ultima bambola di tant'anni fa,
    ritrovata per caso alcuni giorni a dietro e a  cui  quel  bestione  di
    Emanuele  Garofalo,  senz'intendere  la pena che le avrebbe cagionato,
    aveva fatto di nascosto con la penna un pajo di baffoni da brigadiere;
    e venne a posarla sul petto d'Antonio Del Re;  gli tir s un braccio,
    perch se la tenesse l stretta, dicendo:
    - Tieni; questa  per te! questa tu puoi amare! - E di corsa scomparve
    per la scaletta.
    Antonio  Del  Re  butt la bambola nel grosso canestro da lavoro,  che
    stava tra Mita e Annicchia.  Nocio Pigna rimase un  po'  a  guardarla,
    accigliato; si curv a osservarla davvicino; domand:
    - Che sono, baffi?
    Per  tutta risposta,  Nino riprese la bambola e se la ficc in tasca a
    capo all'ingi.  Le due gambette,  una calzata e l'altra no,  rimasero
    fuori.
    - E cos il sangue le andr alla testa!  - disse allora Nocio Pigna. -
    Calma, calma, don Nin!  Ragioniamo.  Veramente sarebbe meglio che voi
    ve n'andaste.  La vostra condizione, in questo momento, con vostro zio
    a Girgenti, in ballo... Noi qua dobbiamo lavorare. Si comincia adesso;
    poco possiamo fare; ma una voce almeno dobbiamo levarla,  di protesta.
    Ora,  io entro nel vostro cuore di nipote,  e comprendo.  Siete ancora
    ragazzo,  figlio di famiglia: so come la pensate;  certe cose  non  vi
    possono  far piacere.  Dovreste per entrare anche voi un poco nel mio
    cuore di padre,  comprendere  la  mia  responsabilit,  mi  spiego?  e
    anche...  Don Nin, sono un uomo esposto, voi lo sapete; un pover'uomo
    lapidato di calunnie da tutte le parti: me ne rido;  ma quanto a voi e
    ai vostri parenti,  anche per riguardo a...  - come sarebbe di voi don
    Landino Laurentano? zio? cugino? zio,  vero? gi... cugino carnale di
    vostra madre - anche per un riguardo a lui, dicevo,  non vorrei che si
    sospettasse... Parlo bene, Mitina?
    Mita  alz  gli  occhi appena appena dal lavoro e li riabbass subito,
    seguitando a cucire.  Antonio Del Re era andato presso la vetrata  del
    balconcino e guardava fuori,  nel Piano di Gamez deserto, seguitando a
    rodersi le unghie.
    - Sentite, - riprese il Pigna. - E' la verit sacrosanta: non ha fatto
    tanto male a s, a tutta la sua famiglia e a voi, vostra nonna...
    A questo punto il Del Re si  volt  di  scatto,  gli  venne  incontro,
    scotendo le pugna, e grid:
    - Basta! basta! basta!
    Nocio Pigna lo guard un pezzo, sbalordito, poi disse:
    - Ma sapete che mi sembrate pazzi tutti quanti, oggi, qua? Sto dicendo
    che  il pi gran male lo fece al paese,  lasciando tutto il ben di Dio
    che le spettava nelle mani di quel fratello che...  Ma  poi,  oh  don
    Nin,  lasciamo svaporar le smanie e parliamoci chiaro!  Di che colore
    siete?  Cos non facciamo niente!  Io non vi sforzo.  Ma    tempo  di
    risolvervi,  caro  mio:  o  qua  con  noi,  dico  col Partito,  a viso
    scoperto;  o ve ne  state  coi  vostri.  Se  non  sapete  neanche  voi
    stesso...
    -  Ma  giusto  lei?  giusto  lei?  -  proruppe  Antonio Del Re,  quasi
    piangendo dalla rabbia,  facendoglisi di nuovo incontro,  con le  dita
    artigliate (alludeva a Celsina).  - Perch lei? Non c'eravate voi? non
    c'erano quegli stupidi l, Raddusa o Garofalo?
    - Che, lei? - fece il Pigna, stordito.
    - La conferenza, - spieg, a bassa voce, Annicchia.
    - Ah, la conferenza? E che fa?...  Ah,  gi...  Ma scusate tanto,  don
    Nino mio! A voi non brucia! Voi ora ve n'andate a Roma con vostro zio,
    a seguitare gli studii,  nella bella citt; andate a sedere a tavola a
    pappa scodellata; tasse, libri, tutto pagato.... Ma pensate, Cristo di
    Dio,  che anche  mia  figlia  qua...  Ve  l'immaginate  come  le  deve
    ribollire il sangue,  povera figlia mia,  pensando che ha fatto tanto,
    stentato tanto,  per niente?  che deve finire cos tutto il suo  amore
    per  lo studio,  tutta la sua smania di riuscire?  Lasciatela sfogare!
    Dovrebbe dar fuoco a tutto il paese!  Vorreste metterle la  museruola,
    per giunta?  E con quale diritto, scusate? Che potete far voi per lei?
    Se non me ne vado, schiatto...
    Scapp via, anche lui, infuriato, per la scaletta di legno.
    Antonio Del Re era ritornato presso la vetrata a guardar fuori. Mita e
    Annicchia seguitarono a lavorare in silenzio,  a testa bassa.  In quel
    silenzio  tutti  e tre avvertirono l'affanno del proprio respiro,  che
    palesava a loro stessi l'interno cordoglio, esasperato dal pensiero di
    non poter opporsi a quello stato di cose contrario alla  loro  natura,
    ai loro affetti, alle loro aspirazioni.
    Il  pi  combattuto  era Antonio Del Re.  Tutta la cupa amarezza della
    nonna gli s'era trasfusa,  sin dall'infanzia,  nel  sangue,  e  glielo
    aveva  avvelenato;  la tenerezza quasi morbosa,  piena di palpiti e di
    sgomento,  della madre gli dava pena e fastidio,  un'angustia  che  lo
    avviliva;  la remissione dello zio,  sopraffatto dalle tristi vicende,
    rimasto indietro,  pur avendo corso da giovinetto con tanta  fiamma  e
    tanto  ardire,  e  che tuttavia non voleva parer vinto e sorrideva per
    mostrar fiducia ancora in un ideale che  tanti  torti,  tanti  errori,
    avevano offeso e offuscato,  gli cagionava dispetto.  Sentiva,  sapeva
    che quel sorriso avrebbe voluto nascondere un marcio  insanabile,  per
    una  piet  mal  intesa.  Ma  perch,  invece  di nasconderlo,  non lo
    scopriva zio Roberto quel marcio, come la nonna,  come qua in casa del
    Pigna,  i suoi compagni,  tutti i giovani? In un modo, per, questi lo
    scoprivano,  che gli  faceva  nausea  e  stizza.  Quelli  che  avevano
    operato,  combattuto  e  sofferto,  quelli  s avrebbero dovuto gridar
    forte contro tante colpe  e  tante  miserie  e  domandar  giustizia  e
    vendetta  in  nome  dell'opera  loro  e  del  loro sangue e delle loro
    sofferenze; non questi che nulla avevano fatto, che nulla dimostravano
    di saper fare, altro che chiacchiere per passatempo, e metter tutti in
    un  fascio  gli  onesti  e  i  disonesti,  suo  zio  coi  mestatori  e
    gl'intriganti, coi tanti patrioti per burla o per tornaconto!
    Non questa ingiustizia soltanto,  per, rendeva avverso Antonio Del Re
    ai suoi compagni.  Educato alla scuola di un dolor  cupo  e  fero  che
    sdegnava  di  sfogarsi  a  parole,  d'una rinunzia ancor pi fiera che
    sdegnava ogni bassa invidia,  se egli si fosse  gettato  nella  lotta,
    spezzando  ogni  legame ideale coi suoi,  non avrebbe n proferito una
    parola n cercato compagni: a testa bassa, coi denti serrati e la mano
    armata,  subito all'atto si sarebbe avventato.  Quelli invece eran  l
    per ciarlare, l per spassarsi con le figlie del Pigna.
    Non  avrebbe voluto riconoscere Antonio Del Re che la sua avversione e
    il suo sdegno erano in gran parte gelosia feroce.
    Con lo stesso ardor chiuso con cui si  sarebbe  lanciato  a  un'azione
    violenta,  s'era  innamorato  perdutamente  di  Celsina  fin dal primo
    giorno che questa, ragazzetta allora con la vestina fino al ginocchio,
    s'era presentata  alle  scuole  tecniche  maschili.  E  Celsina,  pure
    corteggiata  da  tutti  i  compagni,  aveva risposto all'amore di lui,
    prima  in   segreto,   poi   lasciandolo   intravedere   agli   altri,
    dichiarandosi infine apertamente e sfidando la baja dei disillusi. Non
    s'era  chiusa per nel suo amore,  non s'era accostata e stretta a lui
    com'egli avrebbe voluto: era rimasta l,  in mezzo a tutti,  col cuore
    aperto, la mente qua e l, prodiga di parole, di sguardi e di sorrisi,
    inebriata  dei  suoi trionfi,  della sua gloriola di ribelle a tutti i
    pregiudizii,  conscia del suo  valore  e  smaniosa  di  farsi  notare,
    ammirare, applaudire.
    Pi ella gli appariva cos,  e pi Antonio riconosceva che non avrebbe
    dovuto amarla, non solo perch cos non era secondo il sentimento suo,
    ma anche perch,  pensando alla madre e alla  nonna,  comprendeva  che
    l'una  ne  avrebbe  avuto  orrore  e  l'altra  l'avrebbe  stimata  una
    fraschetta sciocca. Eppure, no: non era n cattiva n sciocca Celsina,
    egli lo sapeva bene: e anzi,  se avesse dovuto ascoltar  la  voce  pi
    intima  e  profonda della sua coscienza,  voce soffocata dal rispetto,
    dalla suggezione, dall'amore, anzich la ribellione aperta di Celsina,
    avrebbe  condannato  la  fierezza  troppo  chiusa  della   nonna,   la
    rassegnazione troppo ligia della madre.
    - Don Nin, - chiam con dolce voce Mita. - Volete venire un po' qua?
    Antonio si scosse,  le s'accost;  ma nel vederle sollevare il capo di
    biancheria ch'ella stava a cucire come per prendergli una  misura,  si
    trasse subito indietro, urtato, scrollandosi tutto.
    - No!... no, adesso...
    -  Caro  don Nin,  - sospir Mita.  - Pazienza ci vuole!  Bisogna far
    presto... Voi partite... Beato voi!
    Mita stava ad allestirgli,  insieme con la sorella,  la biancheria che
    doveva portarsi a Roma.
    Tutte  le  migliori famiglie della citt,  e anche la nonna e la madre
    d'Antonio,  davan lavoro a quelle due povere sorelle,  che si recavano
    spesso  anche  a  giornata  qua  e l.  La considerazione era per esse
    soltanto, anzi la piet; ed esse lo comprendevano bene, e di giorno in
    giorno si facevano pi umili per meritarsela meglio,  per dimostrar la
    loro gratitudine e non essere abbandonate.  Capivano che a troppe cose
    si doveva passare sopra per ajutarle,  a troppe cose che il padre e le
    sorelle,  anzich  attenuare,  facevan di tutto perch avventassero di
    pi,  come se apposta volessero concitarsi contro  tutto  il  paese  e
    stancare  la  pazienza  e la carit del prossimo.  Ma il danno poi non
    sarebbe stato anche loro?  Che doveva dir  la  gente?  Noi,  estranei,
    dobbiamo  aver  considerazione per voi,  dobbiamo ajutarvi,  mentre il
    vostro sangue stesso,  quelli che voi mantenete  con  l'ajuto  nostro,
    debbono farci la guerra? Disordini, scandali, inimicizie!
    Per scusare in certo qual modo il padre, Mita e Annicchia si forzavano
    a  credere  che veramente il cervello gli avesse dato di volta dopo la
    sciagura di Rosa, la sorella maggiore.  Certo,  da allora s'era aperto
    l'inferno  in  casa  loro.  Pi  che  del  padre,  Mita e Annicchia si
    lagnavano,  si crucciavano  in  cuore  delle  sorelle.  Come  mai  non
    comprendevano, queste, che solamente col silenzio, con la modestia pi
    umile e pi schiva si poteva, se non cancellare del tutto, render meno
    evidente  il  marchio d'infamia di cui la loro casa era ormai segnata?
    Rita,  quando il bambino le lasciava un po' le mani  libere,  e  anche
    Tina  e Lilla,  s,  le ajutavano a cucire,  a imbastire o a passare a
    macchina,  nei giorni  non  frequenti  che  il  lavoro  abbondava;  ma
    lavoravano senz'amore,  svogliate,  specialmente le due ultime, perch
    non rassegnate dopo quella sciagura alla rinunzia di ogni  speranza  e
    di ogni desiderio. Nel vederle acconciarsi e rabbellirsi ogni mattina,
    si  sentivano stringere il cuore,  intendendo che non si acconciavano,
    non si facevano belle per speranze e desiderii onesti: dovevano sapere
    anch'esse purtroppo che nessuno pi,  ormai,  avrebbe voluto  mettersi
    con loro. E da un giorno all'altro s'aspettavano che Tina e Lilla, con
    tutti  quei  giovanotti  l sempre tra i piedi,  avrebbero finito come
    Rita.  Ma avessero trovato almeno un buon giovine,  come Luca!  Poteva
    cader peggio Rita...  Perch,  in fondo,  s, s, dovevano riconoscere
    che Luca era buono.  Solo non potevano passargli l'ostinazione di  non
    regolare  davanti alla legge e all'altare la sua unione con Rita.  Era
    cos buono con tutti,  e amava tanto il bambino e non pesava nulla  in
    casa. Certo, se non si fosse fatti tanti nemici per quelle sue idee, e
    non  fosse  stato  cos disgraziato,  avrebbe potuto recar molto ajuto
    alla famiglia, ch, quanto a lavorare,  lavorava sempre e doveva esser
    dotto davvero, a giudicare dai tanti libri che aveva letti e leggeva!
    Un po' di questo rispetto imposto dall'ingegno e dall'istruzione, Mita
    e  Annicchia  lo estendevano anche a Celsina,  perch veramente pareva
    loro, per tante prove, fuori dell'ordinario, e riconoscevano col padre
    che, in altro luogo,  in altre condizioni,  ella avrebbe fatto davvero
    chi  sa  che  spicco!  La vedevano piena di sprezzo per gli uomini - e
    questo per un verso le rassicurava -. Ah, gli uomini ella era andata a
    sfidarli l,  nelle loro stesse scuole;  e tutti  li  aveva  superati!
    Veramente,  quella  sfida  non  avevano saputo approvarla: con maggior
    profitto, se pur con minore soddisfazione,  avrebbe potuto frequentare
    le  scuole  femminili e diventar maestra.  Cos,  invece,  era rimasta
    senza professione. Ma non temevano per l'avvenire: qualche via, certo,
    Celsina se la sarebbe aperta,  in paese o  altrove.  Quel  povero  don
    Nin,  intanto, che l'amava e ne era geloso... Tanto buono, poveretto!
    Ma non era per lui,  Celsina.  Guaj  se  lo  avessero  saputo  i  suoi
    parenti! Pareva loro mill'anni che partisse per Roma.
    Annicchia  tocc  pian  piano  un  braccio a Mita per mostrarle le due
    gambette della bambola,  che uscivano dalla tasca di  lui  ancora  l,
    dietro la vetrata del balconcino. Mita rispose con un mesto sorriso al
    sorriso  della  sorella;  poi  sovvenendosi di una preghiera che dalla
    notte aveva in animo di  rivolgere  al  giovine,  si  lev  in  piedi,
    posando il lavoro nel canestro, e gli si accost timidamente.
    - Don Nin,  - gli disse piano,  - prima di partire per Roma, dovreste
    farmi per l'ultima volta quella tal grazia, se...
    - No, per carit,  no,  Mita,  non me ne parlate!  - la interruppe con
    violenza Antonio Del Re,  premendosi le mani sulle tempie e strizzando
    gli occhi.
    - L'avete a disonore,  vero?  - disse afflitta,  con gli occhi bassi,
    Mita.
    -  No,  non  per  questo!  non per questo!  - s'affrett a soggiungere
    Antonio. - Ma ora, in questo momento... non posso...  non posso sentir
    parlare di nulla, Mita!
    Una cosa atroce voleva da lui quella poveretta,  un ricordo atroce gli
    ridestava proprio in quel momento. La guard, temendo che l'orrore che
    traspariva attraverso il  suo  rifiuto  avesse  potuto  farle  sorgere
    qualche  sospetto.  Ma  le  vide  pi  che mai dolenti e umili i begli
    occhi,  che tante lagrime versate avevano velati e  quasi  intorbidati
    per sempre. Quasi ogni notte, infatti, ella piangeva col cuore sfranto
    per Rosa,  la sorella sua disgraziata,  la sorella sua perduta, caduta
    nell'ultimo fondo dell'ignominia.  Pi volte,  non potendo  andarla  a
    trovare nel luogo infame, dove ora stava chiusa, aveva pregato Antonio
    di  andarci  per  lei.  E  Antonio,  l'ultima  volta che c'era andato,
    trovandola mezzo brilla, era stato attratto da lei e...
    Un fracasso di grida,  d'applausi,  misti agli strilli del  bambino  e
    agli  abbajamenti  del  cane,  giunse  in  quel  punto  dalla stanza a
    terreno;  e poco dopo "'Nzulu",  il vecchio barbone,  cacciato  via  a
    pedate da gi,  tutto tremante,  piegato sulle zampe di dietro come se
    volesse col fiocchetto della coda convulsa spazzare il suolo, venne ad
    allungare il naso baffuto su le ginocchia di Mita, che s'era rimessa a
    sedere. Le due sorelle,  nel veder la povera bestia implorante ajuto e
    riparo  da loro,  si misero a piangere.  E allora Antonio Del Re,  non
    sapendo pi tenersi,  si cacci in capo il cappello,  apr la  vetrata
    del  balconcino  e,  scavalcata  la ringhiera di ferro,  mentre Mita e
    Annicchia, spaventate, gridavano: - Oh, Dio, don Nin... che fate? che
    fate?  -,  si cal gi,  reggendosi prima con le mani a due  bacchette
    della ringhiera, poi si lasci cadere nella piazza sottostante.
    S'ud il tonfo e quindi il rumore di qualcosa andata in frantumi. Mita
    accorse  a  guardare  e  lo  vide,  curvo,  che cercava con le braccia
    protese, come un cieco, il cappello che gli era cascato l presso.
    - Don Nin, vi siete fatto male?
    - Nulla...  - rispose egli di sotto.  - Le lenti...  Mi son cascate le
    lenti.
    E, ghermito il cappello, scapp via.
    - Impazzisce! - disse Mita. - Ma possibile?
    E accenn con la mano la stanza gi, dove Celsina predicava.
    Precipitandosi  per la via di Gamez,  Antonio Del Re,  che senza lenti
    non vedeva di qui l,  inciamp in qualcuno all'imboccatura della  via
    Atenea.
    - Oh Nino!
    Riconobbe alla voce l'on. Corrado Selmi.
    - Mi lasci andare! - gli grid, scrollandosi rabbiosamente.

    Corrado  Selmi  aveva  lasciato  il  Vernica all'albergo in compagnia
    dell'altro testimonio,  e si recava ora in casa di Roberto Auriti  che
    l'ospitava.
    Da  quattro  giorni,  appena si mostrava per via,  si vedeva tutti gli
    occhi addosso;  parecchi curiosi si fermavano anche a mirarlo a  bocca
    aperta;  altri  sbucavano  dalle botteghe e si piantavan sulla soglia,
    addossati gli uni agli altri.  Tanta curiosit l'obbligava a darsi  un
    certo  contegno,  contro il suo solito.  Ma gli veniva da ridere.  Non
    sapeva pi dove guardare,  perch gli occhi naturalmente gaj e  l'aria
    aperta  e  fresca  del  volto  non dssero di lui un falso concetto di
    petulanza.  Era davvero e si sentiva giovanissimo ancora,  nel corpo e
    nell'anima,  non ostanti l'et,  le vicende fortunose e le tante lotte
    sostenute. Non un pelo bianco,  n per nulla ancora appassito il color
    biondo  dei  baffi  e  dei  capelli.  Vestiva  con naturale eleganza e
    spirava da tutta la persona,  da ogni  gesto,  da  ogni  sguardo,  una
    freschezza  e una grazia che incantavano.  Questa persistente giovent
    Corrado Selmi di Rosbia la doveva al vivace,  costante amore  per  la
    vita  e,  nello  stesso tempo,  al pochissimo peso che sempre le aveva
    dato.  N di troppi  ricordi,  n  di  troppi  studii,  n  di  troppi
    scrupoli,  ne  d'aspirazioni tenaci se l'era voluta mai gravare,  come
    fanno tanti a cui per forza poi,  sotto un tal  fardello,  debbono  le
    gambe  piegarsi  e  aggobbirsi le spalle.  Viaggiatore senza bagaglio,
    soleva definirsi.  E sempre s'era imbarcato cos,  spiccio e  leggero,
    per  viaggi  lunghi,  avventurosi  e difficili.  Niente da perdere,  e
    avanti! Fallita l'insurrezione del 4 aprile, scampato per miracolo dal
    convento della Gancia,  aveva dapprima  guerrigliato  con  le  squadre
    attorno a Palermo;  aveva poi fatto la campagna del 1860 con Garibaldi
    fino al Volturno; ma come? senza munizioni e con un fucilaccio che non
    tirava,  venuto da Malta  per  sei  ducati.  Alla  Camera,  tra  tanti
    colleghi  dalla  fronte gravida di pensieri e dalla cartella gonfia di
    note e d'appunti,  aveva fatto parte delle Commissioni pi  difficili,
    senza  n  un  lapis  n  un  taccuino.  E  sempre s'era dato da fare,
    comunque;  senza mai sforzarsi;  e tutto gli  era  riuscito  facile  e
    agevole,  non  schivando  mai,  anzi  sfidando  e bravando i pi gravi
    pericoli,  le pi difficili imprese,  le avventure pi intricate.  Non
    ammetteva che ci potessero essere difficolt per uno come lui,  sempre
    pronto a tutto.  Non andava incontro alla vita;  si faceva innanzi,  e
    passava. Passava, disarmando tutti con la sicurezza convinta e la gaja
    tranquillit:  d'ogni  retorica  ostentazione,  la  rigida  virt  dei
    Catoni; d'ogni scrupolo di pudore, l'onest delle donne.  N s'era mai
    fermato  un momento in questa corsa della vita per giudicare fra s se
    fosse bene o male ci che aveva fatto pur dianzi.  Non  bisognava  dar
    tempo al giudizio,  come n peso ai proprii atti.  Oggi,  male;  bene,
    domani.  Inutile richiamarlo indietro  a  considerare  il  mal  fatto;
    scrollava le spalle, sorrideva, e avanti; avanti a ogni modo, per ogni
    via,   senza  mai  indugiarsi,  lasciandosi  purificare  dall'attivit
    incessante e dall'amore per  la  vita  e  rimanendo  sempre  alacre  e
    schietto,  largo di favori a tutti,  con tutti alla mano.  La vita era
    per lui piena di ganci che lo tiravano  di  qua  e  di  l.  Fermarlo,
    sospenderlo  a  uno solo per giudicarlo,  sarebbe stata un'ingiustizia
    crudele.
    Ora Corrado Selmi temeva che la minaccia d'una  tale  ingiustizia  gli
    stesse  sopra:  che  lo  si volesse cio agganciare per i molti debiti
    ch'era stato costretto a contrarre, per le molte cambiali che aveva in
    sofferenza  presso  una  delle  primarie  banche,   di  cui   gi   si
    cominciavano  a denunziare le magagne.  Forse all'apertura della nuova
    Camera lo scandalo sarebbe  scoppiato.  Prevedeva  lo  spettacolo  che
    avrebbero  offerto tutti i gelosi irsuti guardiani dell'onest,  a cui
    il timore di commettere qualche atto men  che  corretto  aveva  sempre
    impedito di far qualche cosa oltre alle insulse chiacchiere retoriche;
    egoisti meschini e miopi, diligenti coltivatori dell'arido giardinetto
    del  loro  senso  morale,  cinto  tutt'intorno  da  un'irta  siepe  di
    scrupoli, la quale non aveva poi nulla da custodire, giacch quel loro
    giardinetto non aveva  mai  dato  altro  che  frutti  imbozzacchiti  o
    inutili  fiori  pomposi.  Debiti?  Cambiali?  Oh bella!  Aveva firmato
    sempre cambiali,  lui,  in vita sua.  A diciott'anni,  a Palermo,  nei
    primi mesi del 1860,  il Comitato rivoluzionario non sapeva come fare:
    si sperava in  Garibaldi,  si  sperava  in  Vittorio  Emanuele  e  nel
    Piemonte,  si sperava in Mazzini;  ma i mezzi mancavano e le armi e le
    munizioni.  Ebbene,  chi aveva proposto di  prendere  dalla  Cassa  di
    sconto  del  Banco  di Sicilia seimila ducati con le firme dei signori
    pi facoltosi?  Lui.  E aveva firmato  lui,  capolista,  per  duecento
    ducati,  lui  che  non  aveva neppure un carlino in tasca.  Il Governo
    provvisorio avrebbe poi pagato.  Come s'era fatta l'insurrezione del 4
    aprile?  S'era  fatta  cos!  E  come  aveva  compiuto,  lui solo,  il
    bonificamento dei terreni paludosi che ammorbavano gran parte del  suo
    collegio elettorale?  Ma anche a furia di cambiali!  Poi,  il collegio
    s'era liberato della malaria, e i debiti, si sa,  erano rimasti a lui,
    perch  l'impresa  della  coltivazione,  affidata a certi suoi parenti
    inesperti,  era fallita,  e i frutti dell'opera sua ora se li godevano
    per  la  maggior  parte tanti altri che gli davan solo le bucce come e
    quando volevano,  ma che per gli facevano  costantemente  l'onore  di
    eleggerlo deputato.  Era vero, s: oltre ai denari attinti alle banche
    per questa impresa e per altre ugualmente vantaggiose a molti  e  solo
    disgraziate  per  lui,  altri  e  non  pochi ne aveva presi per il suo
    mantenimento. Vivere doveva; e poveramente non sapeva,  n voleva.  Da
    giovane,   aveva   interrotto   gli  studii  per  prender  parte  alla
    rivoluzione.  Per undici anni,  finch Roma non era stata  presa,  non
    s'era  dato  un  momento  di  requie.  Posate  le armi,  rimasto senza
    professione e senza alcuno stato,  dopo avere speso per  gli  altri  i
    suoi anni migliori,  che doveva fare? Impiccarsi? La fortuna non aveva
    voluto favorirlo nei negozii; gli aveva accordato altri favori, ma che
    gli eran costati cari,  e qualcuno - il maggiore e il peggiore  -  non
    alla tasca soltanto.
    Corrado Selmi vietava a se stesso ogni rimpianto.  Pure,  di tratto in
    tratto,  quello dell'amore  di  donna  Giannetta  D'Atri-Montalto  gli
    assaltava  e  gli strizzava improvvisamente il cuore.  Ma pi che pena
    per l'amore perduto,  era rabbia per il cieco abbandono  di  s  nelle
    mani  di quella donna che per pi d'un anno lo aveva reso la favola di
    tutta Roma,  facendogli commettere vere e proprie pazzie.  Pareva  che
    colei avesse giurato a se stessa di compromettersi e di comprometterlo
    in tutti i modi,  presa da una furia di scandalo.  Pi per lei che per
    s,  aveva cercato prima di frenarla;  ma s'era poi sfrenato anche lui
    per timore che i suoi ritegni la offendessero o che la sua prudenza le
    paresse  dappocaggine.  I pi grossi debiti li aveva contratti allora,
    sebbene non figurassero sotto il suo nome per un riguardo  alla  donna
    che  glieli  faceva  contrarre.  Roberto  Auriti  s'era  prestato  con
    fraterna abnegazione a prender denari per lui  alla  banca,  dopo  una
    segreta  intesa  per col governatore di essa.  La minacciata denunzia
    dei disordini di questa banca costernava pertanto Corrado Selmi, forse
    pi che per s, per Roberto Auriti.  Ma la grave costernazione gli era
    in  parte  ovviata  dalla fiducia che il Governo aveva interesse,  per
    tante ragioni, a impedire che lo scandalo scoppiasse.  Sapeva bene che
    questo  scandalo  non  avrebbe  prodotto  soltanto il fallimento d'una
    banca,  ma anche il fallimento di tutto un ordine di cose.  L'appoggio
    del  Governo  alla  sua  rielezione,  non ostante che Francesco D'Atri
    fosse al potere,  e l'appoggio alla candidatura di Roberto  Auriti  lo
    raffermavano  in  questa  fiducia.  Prima  di  partire da Roma,  aveva
    promesso a Roberto di venire a  Girgenti  a  sostenerlo  nella  lotta;
    chiamato in fretta in furia dal telegramma del Vernica,  era accorso,
    e subito s'era reso  conto  delle  condizioni  difficilissime  in  cui
    Roberto  si  trovava  di fronte a gli avversarii,  aggravate ora,  per
    giunta,  da quel duello.  Avrebbe fatto di tutto per  liberar  Roberto
    dalle  tante  angustie  da  cui  lo vedeva oppresso,  per tirarlo s a
    respirare un'altr'aria,  per innalzarlo a quel posto di cui lo  sapeva
    meritevole  per  le  doti  della mente e del cuore,  per tutto ci che
    aveva fatto in giovent;  ma da che aveva posto il piede nella casa di
    lui  a  Girgenti  e  conosciuto  la madre e la sorella,  s'era sentito
    cascar le braccia;  d'un tratto gli era apparsa chiara la ragione  per
    cui  l'Auriti  era  nella  vita  uno sconfitto.  Un reclusorio gli era
    sembrata quella casa!  Ma possibile che due creature umane si  fossero
    adattate a trascinar l'esistenza in quella cupa ombra di tedio amaro e
    sdegnoso?  che si fossero fatto un cos tetro concetto della vita? Non
    aveva saputo resistere alla tentazione di muoverne  il  discorso  alla
    madre, con la speranza di scuoterla un po'.
    - Ma se la vita  una piuma,  donna Caterina!  Un soffio, e via... Lei
    vuol dar peso a una piuma?
    - Voglio, caro Selmi? - gli aveva risposto donna Caterina.  - Non l'ho
    voluto io...  Per voi la vita  una piuma;  un soffio e via; per me, 
    diventata di piombo, caro mio.
    - Appunto questo  il male!  - aveva subito rimbeccato  lui.  -  Farla
    diventar di piombo,  una piuma!  Dovendo vivere,  scusi, non le sembra
    che sia necessario mantenere l'anima nostra in uno stato... dir cos,
    di fusione continua?  Perch fermare questa fusione e far  rapprendere
    l'anima, fissarla, irrigidirla in codesta forma triste, di piombo?
    Donna  Caterina  aveva  tentennato  un  po'  il  capo,  con  le labbra
    atteggiate d'amaro sorriso.
    - La fusione...  gi!  Ma per mantener  l'anima,  come  voi  dite,  in
    codesto  stato di fusione,  ci vuole il fuoco,  caro amico!  E quando,
    dentro di voi, il fornellino  spento?
    - Non bisogna lasciarlo spegnere, perbacco!
    - Eh, caro: quando il vento  troppo forte; quando la morte viene e ci
    soffia s;  quando cercate attorno e non trovate pi un  fuscello  per
    alimentarlo...
    -  Ma  dove lo cerca lei?  qua?  chiusa sempre fra queste quattro mura
    come in un carcere? La signora Anna, scusi... possibile che la signora
    Anna... io non so...
    S'era interrotto per un subito imbarazzo,  notando che la  sorella  di
    Roberto,  nel vedersi tirata in ballo quando men se l'aspettava, s'era
    tutta invermigliata. Fin dal primo vederla,  Corrado Selmi era rimasto
    ammirato  della pura e delicata bellezza di lei e istintivamente aveva
    sofferto nel veder quella bellezza cos mortificata da quelle ostinate
    gramaglie e, pi che trascurata, sprezzata. A quel rossore improvviso,
    aveva temuto d'essersi spinto un po' troppo oltre; ma poi, vincendo il
    momentaneo imbarazzo, aveva soggiunto:
    - Non ha un figliuolo, lei? E l'obbligo, dunque, di vivere per lui, di
    amar la vita per lui... no? Che so io... forse manifesto un po' troppo
    vivacemente quel che penso,  vedendo qua tutta questa  tetraggine  che
    non mi par ragionevole, ecco! Che ne dice lei, signora Anna?
    Ella  s'era di nuovo invermigliata,  s'era penosamente costretta a non
    abbassar gli occhi,  e con la vista intorbidata e un  sorriso  nervoso
    sulle  labbra,  stringendosi  un  po'  nelle  spalle,  aveva risposto,
    alludendo al figlio:
    - E' giovane, lui... La vita, se la far da s...
    - Ma lei, dunque...  vecchia, lei?
    Con quest'ultima domanda,  quasi  involontaria,  s'era  chiusa  quella
    prima conversazione.
    Ora  Corrado  Selmi rientrava in casa di Roberto,  esilarato di quanto
    aveva veduto nella villa di Colimbtra.  Tutti quei fantocci l con la
    divisa borbonica,  che gli avevano presentato le armi!  Roba da matti!
    Ma che splendore,  quella villa!  Il principe - no - non  s'era  fatto
    vedere.  Che peccato!  Avrebbe tanto desiderato di conoscerlo. Ecco l
    uno che s'era fissato  anche  lui,  nei  suoi  affetti,  in  un  tempo
    oltrepassato...  -  ma  che  pur seguitava a vivere,  fuori del tempo,
    fuori della vita... in un modo curiosissimo, che bellezza! protendendo
    da quel suo tempo certe immagini di vita che per forza,  nella  realt
    dell'oggi,  dovevano  apparire  inconsistenti,  maschere,  giocattoli:
    tutti quei fantocci l... che bellezza!
    - Eppure quei fantocci l,  caro Selmi,  che vi hanno fatto ridere,  -
    gli disse donna Caterina,  - nelle elezioni di domani, qua, vinceranno
    voi, il vostro amico Roberto, il signor Prefetto,  il vostro Governo e
    tutti quanti...  Ridete ancora,  se vi riesce. Ombre? Ma siamo noi, le
    ombre!
    - Io  no,  la  prego,  donna  Caterina,  -  disse  allora,  ridendo  e
    toccandosi,  il Selmi.  - Mi lasci almeno questa illusione! Guardi, il
    principe,  innanzi a me,  s' dileguato  lui  come  un'ombra...  Avrei
    pagato  non  so  che  cosa  per  vedermelo venire incontro,  anche per
    rifarmi...  eh,  Roberto lo sa...  per rifarmi d'un certo incontro con
    suo  figlio  a  Roma,  in  cui  tocc  a me,  per forza,  far la parte
    dell'ombra... Beh! pazienza... Ma s,  lei dice bene,  donna Caterina;
    ci ostiniamo purtroppo a volere esser ombre noi,  qua,  in Sicilia.  O
    inetti o sfiduciati o servili. La colpa  un po' del sole.  Il sole ci
    addormenta  finanche le parole in bocca!  Guardi,  non fo per dire: ho
    studiato bene la questione,  io.  La Sicilia   entrata  nella  grande
    famiglia  italiana  con  un  debito  pubblico  di appena ottantacinque
    milioni di capitale e con un lieve bilancio di circa ventidue milioni.
    Vi rec  inoltre  tutto  il  tesoro  dei  suoi  beni  ecclesiastici  e
    demaniali,   accumulato  da  tanti  secoli.  Ma  poi,  povera  d'opere
    pubbliche, senza vie, senza porti, senza bonifiche,  di nessun genere.
    Sa  come  fu  fatta  la vendita dei beni demaniali e la censuazione di
    quelli ecclesiastici?  Doveva esser fatta a scopo sociale,  a sollievo
    delle classi agricole.  Ma s! Fu fatta a scopo di lucro e di finanza.
    E abbiamo dovuto ricomprare le nostre terre chiesiastiche e  demaniali
    e  allibertar le altre propriet immobiliari con la somma colossale di
    circa settecento milioni,  sottratta naturalmente alla bonifica  delle
    altre  terre  nostre.  E  il  famoso  quarto  dei  beni  ecclesiastici
    attribuitoci dalla legge del 7 luglio 1866? Che irrisione! Gi,  prima
    di  tutto,  il  valore di questi beni fu calcolato su le dichiarazioni
    vilissime del clero siciliano, per soddisfar la tassa di manomorta;  e
    da  questo  valore  nominale,   noti  bene,  furon  dedotte  tutte  le
    percentuali  attribuite  allo  Stato   e   le   tasse   e   le   spese
    d'amministrazione. Poi per tutte queste deduzioni furon ragionate sul
    valore  effettivo  e  furon  sottratte  inoltre  le pensioni dovute ai
    membri  degli  enti  soppressi.  Cosicch  nulla,  quasi  nulla,   han
    percepito fin oggi i nostri Comuni. Ora, dopo tanti sacrificii fatti e
    accettati  per  patriottismo,  non  avrebbe  il diritto l'isola nostra
    d'essere equiparata alle altre regioni d'Italia in tutti i  beneficii,
    nei miglioramenti d'ogni genere che queste hanno gi ottenuto? Non c'
    stato mai verso,  per quanti sforzi io abbia fatto,  di raccogliere in
    un fascio operoso tutta la deputazione siciliana.  Via,  via,  non  ne
    parliamo, donna Caterina! Dovrei guastarmi il sangue. Io faccio quanto
    posso.  Poi alzo le spalle e dico: Vuol dire che questo ci meritiamo,
    noi.
    Si volt verso Roberto, per cambiar discorso, e aggiunse:
    - Sai? Ho visto jeri, per via, la moglie del tuo avversario. Caro mio,
    tu devi perdere per forza.  Ah che bella donnina!  Scusatemi,  signore
    mie,  se  parlo cos;  ma io non avrei proprio il coraggio di vincere,
    neanche nel nome santo della Patria  e  della  Libert,  per  non  far
    piangere gli occhi di quella bella signora!


    7.

    Nicoletta  Capolino entr nello studio del marito gi abbigliata,  con
    uno strano cappellone  piumato  di  feltro  su  i  bellissimi  capelli
    corvini.  Florida,  snella e procacissima, ardente negli occhi e nelle
    labbra,  spirava dalle segrete sapienti cure della persona un  profumo
    voluttuoso, inebriante. Era quello un momento drammatico, d'intermezzo
    alla  commedia  che  marito  e moglie rappresentavano da due anni ogni
    giorno,  anche nell'intimit delle pareti domestiche,  l'una di fronte
    all'altro,  compiacendosi  reciprocamente  della  loro finezza e della
    loro bravura.  Sapevano bene l'uno e l'altra  che  non  sarebbero  mai
    riusciti  a  ingannarsi  e non tentavan nemmeno.  Che lo facessero per
    puro amore dell'arte,  non si poteva dire,  ch odiavano  entrambi  in
    segreto  la  necessit di quelle loro finzioni.  Ma se volevano vivere
    insieme,  senza scandalo per gli altri,  senza troppo disgusto per s,
    riconoscevano di non poterne far di meno. Ed eccoli dunque premurosi a
    vestire,  o  meglio,  a mascherare di garbata e graziosa menzogna quel
    loro odio;  a trattar la menzogna come un mesto e  caro  esercizio  di
    carit  reciproca,  che  si manifestava in un impegno,  in una gara di
    compitezze ammirevoli,  per cui alla  fine  marito  e  moglie  avevano
    acquistato non solo una stima affettuosa del loro merito, ma anche una
    sincera gratitudine l'uno per l'altra. E quasi si amavano davvero.
    -  Gnazio,  non  vado  via  tranquilla!  - diss'ella,  entrando,  come
    imbronciata d'un supposto inganno che la addolorava  e  costernava.  -
    Giurami che non vai a batterti questa mattina.
    -  Oh  Dio,  Lell,  ma se t'ho detto che vado a Siculiana!  - rispose
    Capolino, levando le mani per posargliele lievemente sulle braccia.  -
    Dovevo andarci jeri,  lo sai. Sta' tranquilla, cara. Il duello  stato
    rimandato alla fine delle elezioni.
    - Debbo crederci,  proprio?  -  insistette  lei,  mentre  stentava  ad
    abbottonarsi il guanto con l'altra mano gi inguantata.
    Capolino  volentieri  avrebbe  risposto  a  quell'insistenza  con  uno
    sbuffo; invece,  sorrise;  si accost premuroso;  le prese la mano per
    abbottonarle lui quel guanto, e vi s'indugi, come un innamorato.
    - Sapessi quanto mi secca d'andare a Valsana! - soggiunse lei allora,
    parlandogli quasi all'orecchio, con abbandono.
    -  Ma  va'!  - esclam egli,  guardandola negli occhi,  come per farle
    avvertire che quella nota tenera (molto cara e  graziosa,  del  resto)
    era per lo meno fuor di tempo e di luogo.
    - Ti giuro! - replic lei, ostinandosi, ma pur rispondendo al sorriso.
    Capolino scatt a ridere forte:
    - Ma va'!  ma va'!  che ti divertirai un mondo!  Vedere quella foca di
    Adelaide davanti allo sposo...  Sar uno spettacolo  impagabile!  Dici
    sul serio, Lell?
    -  Se avessi il cuore tranquillo...  - ripet Nicoletta.  - Jersera ti
    sei trattenuto qua,  chi  sa  quanto...  Non  t'ho  sentito  venire  a
    letto...
    -  Ma  tutta  questa corrispondenza elettorale,  non vedi?  - le disse
    egli,  indicando la scrivania.  - Zio Salesio,  santo Dio,  almeno  in
    questo, potrebbe ajutarmi...
    - Oh s, zio Salesio! Fossero pasticcini...
    - Basta. Non perder tempo, va' va'... O aspetti la carrozza?
    Nicoletta fece con gli occhi il gesto di chi si rassegna a credere non
    convinto, e sospir:
    - Se  vero che vai a Siculiana, al ritorno verso sera, passando dallo
    stradone, non potresti venire a Valsana?
    - Ah,  potendo,  figrati!  - rispose egli.  - Ma se gli amici...  Non
    ritorner solo... Se potr... dico, se potr lasciarli...
    Tese le labbra per baciarla.  Ella ritrasse il  capo,  istintivamente,
    temendo di guastarsi l'acconciatura.
    - Perch? - disse.
    - Perch mi piaci, cos... Non vuoi darmi un bacio?
    - Piano, per...
    Furono sorpresi dalla vecchia cameriera, la quale veniva ad annunziare
    che la carrozza del Salvo era arrivata. Nicoletta si stacc subito dal
    marito.
    - Ecco,  vengo, - disse alla serva; poi, tendendo la mano al marito: -
    E allora, a rivederci.
    - Divrtiti, - le augur Capolino.
    Quella vettura, per una cittaduzza come Girgenti,  era proprio di pi;
    goffa  ostentazione  di  lusso e di ricchezza che soltanto al Salvo si
    poteva passare.  Dal sobborgo Rbato,  ove Capolino abitava,  al viale
    della  Passeggiata,  ove il Salvo da alcuni anni s'era fatto costruire
    un'amenissima villa, si poteva andare a piedi in mezz'ora.
    Nicoletta non aveva alcun dubbio  che  il  marito  andava  a  battersi
    quella mattina.  Ma non doveva saperlo per potersi divertire. Quante e
    quant'altre cose non doveva allo stesso modo sapere,  per poter essere
    cos,  gaja  e  amante  della vita!  Ci riusciva,  spesso,  a forza di
    volont, non gi a non saperle, che non le sarebbe stato possibile, ma
    a fare, proprio, come se non le sapesse. Di nascosto,  quando ne aveva
    fino  alla gola,  uno sbuffo,  e l!  sollevava l'anima sopra tutte le
    miserie che la avevano oppressa sempre, fin dalla nascita.  Non doveva
    sapere, ad esempio, che la madre le aveva fatto morire, se non proprio
    di  veleno,  come  qualcuno  in  paese aveva malignato,  certo per di
    crepacuore il padre,  per unirsi in seconde nozze  con  colui  ch'ella
    chiamava zio Salesio, antico scritturale del banco Spoto. Aveva appena
    cinque anni,  quando il padre le era morto,  eppure lo ricordava bene;
    tanto che la madre non aveva potuto mai persuaderla  a  chiamar  babbo
    quel suo secondo marito molto pi giovine di lei. Non era cattivo, no,
    zio  Salesio;  ma fatuo,  e vano come la stessa vanit.  Appena marito
    della vedova di Baldassare Spoto,  aveva creduto sul serio che da quel
    matrimonio  gli  fosse  derivato  quasi un titolo di nobilt;  e i pi
    strani fumi gli erano saliti al cervello;  tutta l'anima anzi  gli  si
    era  convertita  in  fumo.  Presto  per  la brace per quei fumi aveva
    cominciato a languire.  Spese pazze...  E n'avesse almeno goduto!  Che
    supplizio cinese dovevano essere per lui,  tuttora, quelle scarpine di
    coppale,  che lo costringevano ad andare a passetti di pernice,  quasi
    in  punta  di  piedi!  Le  male lingue dicevano che sotto il panciotto
    teneva il busto,  come le donne.  Il busto,  no;  una fascia  di  lana
    teneva,  stretta  e  rigirata  pi  volte  attorno alla vita,  anche a
    salvaguardia delle reni che gli s'erano ingommate.  Non era poi  tanto
    vecchio:   aveva  appena  qualche  annetto  pi  di  Capolino:  ma  lo
    sfacimento,  ad onta di tutte le  diligenze  e  delle  pi  amorose  e
    disperate  cure,  era cominciato in lui prestissimo.  Pareva adesso un
    fantoccio automatico: tutto aggiustato, tutto congegnato, tutto finto:
    nei denti, nel roseo delle gote,  nel nero dei baffetti incerati e del
    piccolo  pappafico  e  delle esili sopracciglia e dei radi capelli;  e
    camminava e si moveva come per  virt  di  molle,  giovanilmente.  Gli
    occhi, per, tra tanta chimica, quasi smarriti entro le borse gonfie e
    acquose  delle plpebre,  esprimevano una pena infinita.  Perch erano
    venuti i guaj,  purtroppo,  dopo  la  morte  della  moglie.  Nicoletta
    avrebbe  potuto  sbarazzarsi  di lui,  ma ne aveva avuto piet;  s'era
    presa lei per l'amministrazione di quel  po'  ch'era  restato;  e  le
    apparenze,  s,  aveva  voluto  salvarle,  e  zio Salesio (ormai quasi
    mummificato) aveva seguitato a mostrarsi per via  come  un  milordino,
    prodigio d'eleganza, sempre in calze di seta e scarpine di coppale, in
    punta  di piedi;  ma,  in casa,  eh,  in casa la pi stretta economia.
    Tanto che un giorno Nicoletta se l'era visto arrivare con  un  involto
    di due polli arrosto finti,  di cartone, sotto il braccio. Sicuro: due
    polli arrosto di cartone da  figurare  su  la  magra  mensa  sotto  il
    paramosche  di  rete  metallica.  Ogni  giorno il povero vecchio se li
    metteva l davanti,  su la tavola,  per illudersi: non poteva farne  a
    meno!  E  quei due polli di cartone e un tozzo di pane (vero,  ma duro
    per i suoi denti non veri) erano adesso per intere settimane tutto  il
    suo pranzo giornaliero! Perch Capolino non aveva voluto prenderlo con
    s,  e  zio Salesio Marullo,  rimasto solo nella vecchia e triste casa
    che Nicoletta gli aveva ceduto con quel po' ch'era riuscita a  salvare
    dalla  rovina,   spesso,   non  sapendo  limitarsi  nelle  spese,  per
    comperarsi una bella cravatta o un bel bastoncino,  restava digiuno  -
    quando,  beninteso,  non  si  presentava  in  casa  di  Flaminio Salvo
    nell'ora del desinare, sapendo che la figliastra era l.  E Nicoletta,
    che per l'onta segreta gli avrebbe strappato il pappafico o gli occhi,
    doveva accoglierlo sorridente.
    Sentiva che avrebbe potuto esser buona, in fondo, e veramente buona le
    pareva  d'essersi  dimostrata in certi momenti della sua vita;  ma che
    intanto un perfido destino non aveva voluto permetterle d'esser  tale.
    Cattiva per forza doveva essere!  Tutto falso in lei, dentro e fuori e
    intorno. E una lotta segreta, continua, per vincer l'afa del disgusto,
    per non sentir l'impiccio della maschera,  quantunque gi sul volto le
    fosse  divenuta  fina  come la stessa pelle.  Ma aveva su la fronte un
    cerro di capelli svoltato,  ribelle,  Nicoletta Capolino,  e temeva in
    certe  ore  che  cos l'anima qualche giorno le si sarebbe svoltata in
    petto,  in un subito prorompimento contro la soffocazione di  tanti  e
    tanti anni.
    Per ora, il marito andava a battersi? E lei a festa!
    Per  non  vedere,  per  non  esser  veduta da troppa gente,  ordin al
    cocchiere di lasciar la via Atenea e di prendere per la strada esterna
    di Santa Lucia,  sotto la citt.  Non si curava pi da un pezzo di ci
    che  la gente pensava nel vederla nella carrozza del Salvo.  Era ormai
    cosa risaputa. Del resto,  anche qua,  le apparenze in certo qual modo
    erano  salvate  dalla  parentela  che Capolino aveva avuto col Salvo e
    dall'ufficio ch'ella rappresentava presso la figlia di  don  Flaminio.
    L'audacia  aveva  sfidato  la  malignit  e,  se  non vinta del tutto,
    l'aveva costretta a  tacere  e  a  far  di  cappello  in  pubblico;  a
    spettegolare  solo  in  privato,  ed  anche  con  una certa filosofica
    indulgenza.  Perch la filosofia ha questo di buono: che alla fine  d
    sempre ragione a chi, comunque, riesca a imporsi.

    Villa Salvo era situata in alto,  aerea,  e dominava il viale tagliato
    su la collina dal lato meridionale. Vi si saliva per ampie scalee, che
    superavano  l'altezza  con  agevoli  fughe.  A  ogni  ripiano,   su  i
    pilastrini,  eran  quattro  statue d'arcigna bruttezza,  che certo non
    facevano buona accoglienza ai visitatori,  n si congratulavano  molto
    con  essi  della  branca  superata.  Si  godeva per di lass la vista
    incantevole dell'intera campagna tutta a pianure e convalli e del mare
    lontano.
    Prima di salire  al  piano  superiore  della  villa,  Nicoletta  corse
    diviata allo studio del Salvo a pianterreno; ma si arrest d'un tratto
    su la soglia, vedendo ch'egli non era solo.
    - Avanti,  avanti, - disse, inchinandosi, Flaminio Salvo, che stava in
    piedi davanti alla scrivania,  a cui era seduto un giovine,  intento a
    scrivere: Aurelio Costa.
    - Domando scusa, se... - cominci a dire Nicoletta, guardando il Costa
    che si levava da sedere.
    -  Ma non lo dica!  - la interruppe il Salvo,  lisciandosi le basette,
    con un sorriso freddo,  a cui lo sguardo lento degli  occhi  sotto  le
    grosse palpebre dava un'espressione di lieve ironia. - Venga avanti...
    stavo qui a chiacchierare col mio ingegnere.
    Poi,  notando  l'impaccio  di  questo  per  la presenza della signora,
    aggiunse:
    - Non vi conoscete?
    - Veramente,  di  nome  s,  -  rispose  con  una  certa  disinvoltura
    Nicoletta. - Credo per non ci sia mai stata presentazione fra noi...
    - Oh!  e allora,  - riprese il Salvo,  - per la formalit: l'ingegnere
    Aurelio Costa, la signora Lell Capolino-Spoto.
    Aurelio Costa,  con gli occhi bassi,  senza scostarsi dalla scrivania,
    chin lievemente il capo.  Era ben messo,  senz'ombra di ricercatezza,
    composto  e  altero  nella  maschia  bellezza,  cui  l'insolito  abito
    cittadino, di fresca fattura, faceva forse apparire un po' rude.
    -  Sar  pronta  Adelaide?  -  domand  Nicoletta  al  Salvo dopo aver
    osservato il giovane e  risposto  con  un  lieve  sorriso  all'inchino
    sostenuto di lui.
    - Ecco,  un momento,  - rispose il Salvo. - Segga, segga, donna Lell.
    Io vado e torno. Credo che Adelaide sia pronta.
    E s'avvi per uscire.
    - Ma sar meglio che venga s anch'io! - gli grid dietro Nicoletta.
    - No, perch? - disse il Salvo,  voltandosi su la soglia.  - Viene gi
    subito Adelaide.
    E usc.
    Nicoletta non volle sedere;  gir un po', dimenandosi capricciosamente
    per l'ampia sala addobbata con sobria ricchezza.  Aurelio,  rimasto in
    piedi,  non sapeva se dovesse,  o no,  rimettersi a sedere;  temeva di
    commettere un atto indelicato;  ma,  d'altra  parte,  era  urtato  dal
    pensiero  che,  per  il  capriccio  di colei,  dovesse star l come un
    servitore in attesa.  E come una padrona veramente ella era l:  ma  a
    qual  prezzo?  E  dire  che  lui aveva sognato tant'anni di farla sua,
    quella donna! Era anche lui l al servizio del Salvo,  come lei,  come
    Capolino,  come tutti; ma se ella fosse stata sua moglie, il Salvo non
    avrebbe  certamente  osato  neppur  di  pensare  che  avrebbe   potuto
    servirsene  per  i  suoi  senili allettamenti.  L,  tra due vecchi si
    trovava ella ora, con la sua florida bellezza voluttuosa, contaminata.
    Ne godeva?  Ostentava di fronte a  lui  quella  sfacciata  padronanza?
    Godeva  di  quel  lusso?  degli  onori che le si rendevano per l'onore
    perduto? Ma s! Anche deputato sarebbe stato tra poco suo marito...  E
    lei,  moglie d'un deputato! Con lui, invece, che sarebbe stata, se pur
    fosse riuscita a vincere l'orrore - gi, l'orrore! - d'unirsi a uno di
    cos bassi natali?  L'onest,  la giovent,  l'amore puro e santo?  Ma
    valevan  di  pi  per  lei  le  piume ondeggianti e il velo dell'ampio
    cappello!
    Stanco e sdegnato, sedette.
    - Oh bravo, s, - esclam allora Nicoletta, voltandosi a guardarlo.  -
    Mi scusi tanto, se non gliel'ho detto... Distratta, pensavo...
    Si  appress;  venne a porsi innanzi alla scrivania,  di fronte a lui,
    con una mossa repentina, risoluta e provocante della persona.
    - Lei ora star qui, ingegnere?
    - Forse...  Non so...  - le rispose egli,  guardandola a sua volta con
    fermezza.  -  Attendiamo  per  ora  a  tracciare  un disegno...  Se si
    attua...
    - Rimarr qui?
    - Ci sar bisogno d'un direttore...
    Nicoletta rimase un po' a guardarlo, sopra pensiero; poi,  rialzandosi
    lievemente con una mano i capelli su la fronte:
    - Lei studi a Parigi,  vero?
    - S,  - rispose lui, reciso, sentendo il profumo inebbriante che ella
    esalava dalla procacissima persona.
    -  Parigi  !  -  esclam  Nicoletta  Capolino,   levando  il  mento  e
    socchiudendo gli occhi. - Ci sono stata, nel mio viaggio di nozze... e
    dica un po', volendo, adesso, lei non potrebbe pi ritornare ingegnere
    governativo?
    Aurelio la guard,  stordito da questa subitanea diversione.  Aggrott
    le ciglia; rispose:
    - Non so. Non credo. Ma non tenterei neppure. Ritornerei per mio conto
    in Sardegna.  Sono qua per  fare  un  piacere  al  signor  Salvo.  Non
    perderei nulla, andandomene.
    - Oh lo so! - disse subito lei. - Coi suoi meriti... Volevo dir questo
    appunto!  E il signor Salvo certamente non se lo lascer scappare,  se
    ha in mente, come lei dice, un disegno.
    Strizz un po' gli occhi,  e port un dito alle labbra,  stette un po'
    assorta e riprese con altro tono di voce:
    - Eppure io mi ricordo bene di lei,  sa? di quando lei era qua, ancora
    studente... giovanottino... s! me ne ricordo benissimo ora...
    Aurelio fece  un  violento  sforzo  su  se  stesso  per  resistere  al
    turbamento,  all'urto  che  le  parole  di  lei,  dette con cos calma
    improntitudine,  gli cagionavano.  Che voleva  da  lui  quella  donna?
    Perch gli parlava cos?
    Era   veramente   difficile  a  indovinare;   e  per  Aurelio,   anzi,
    impossibile. L'improvviso,  inopinato incontro con lui;  l'impressione
    che ne aveva ricevuta;  i pensieri che coi feminei sguardi furtivi gli
    aveva letti in fronte dopo il suo irrompere con  tanta  libert  nello
    studio  del Salvo,  e poi durante quell'attesa;  l'avvilimento segreto
    per la sua condizione,  che in fondo non poteva non sentire davanti  a
    quel giovine che un giorno l'aveva chiesta in moglie onestamente,  per
    amore;  il pensiero ch'egli ora sarebbe rimasto  l,  nella  casa  del
    Salvo,  e che Dianella lo amava in segreto,  e che presto egli, con la
    vicinanza,  avrebbe potuto accorgersene;  e  che  tra  poco  dunque  -
    ostinandosi  Dianella  fino  a  vincere  l'opposizione del padre - lei
    avrebbe potuto soffrir l'onta d'assistere al fidanzamento di colui con
    la figlia del suo padrone,  avevano  messo  in  subbuglio  l'anima  di
    Nicoletta Capolino.  Sarebbe toccato a lei, allora, di sorvegliare, di
    far la guardia ai fidanzati; e quel giovine l,  che si mostrava ancor
    tanto mortificato del rifiuto ch'ella sdegnosamente aveva opposto alla
    domanda di lui; quel giovine l si sarebbe presa una tale rivincita su
    lei: sarebbe diventato domani suo padrone anche lui,  marito di quella
    Diana, da cui ella si sentiva sprezzata e odiata. Ed era pur bello,  e
    forte,  e  fiero!  E ancora (se n'era accorta bene!),  ancora sotto il
    fascino di lei,  per quanto offeso e sdegnato...  Perch poi  Flaminio
    Salvo, che sapeva tutto, se n'era subito uscito e l'aveva lasciata l,
    sola con lui?
    Torn  a  strizzar  gli  occhi,  quasi  per  smorzare lo sfavillo dei
    segreti pensieri; e aggiunse con un tono strano:
    - Anche lei forse si ricorder...
    Aurelio,  sconvolto,  lev gli occhi a  guardarla  con  un'espressione
    fosca e dura.
    -  Non  me  ne  voglia male,  - disse allora ella con triste dolcezza,
    piegando da un lato la testa.  - Poich lei rimarr qui e  noi  avremo
    occasione di vederci spesso,  cogliamo questa,  intanto,  per togliere
    con franchezza un'ombra tra noi,  che ci  aduggerebbe.  Io  passo  per
    sventata;  sar tale,  non nego; ma non posso soffrire le simulazioni,
    le dissimulazioni  d'ogni  sorta,  per  nessuna  ragione,  i  pensieri
    coperti... Vogliamo essere buoni amici?
    Gli tese,  cos dicendo, la bella mano inanellata; e, dopo la stretta,
    gliela lasci ancora un poco per aggiungere:
    - Tanto,  creda,  non glielo dico per  civetteria,  n  per  avere  un
    complimento;  lei  ancora  ha la sua bella libert;  nessuna perdita e
    nessun rimpianto. Buoni amici?
    E,  sentendo l'nsito affannoso e il frusco della veste  di  seta  di
    donna Adelaide Salvo,  torn a stringergli la mano in fretta, apposta,
    come per dar senso e sapore d'un patto segreto a quella conversazione.
    - Alla fiera!  alla fiera!  - esclam donna Adelaide,  entrando con le
    mani  per  aria,   accaldata,  sbuffante.  -  Guarda,  Lell,  guarda,
    ingegnere, figlio mio, come mi hanno parata! Oh, Maria Santissima,  mi
    sembro  io stessa una bella puledra stagionata,  tutta infiocchettata,
    da condurre alla fiera...  Ma con  Flaminio  non  si  pu  combattere,
    "picciotti" miei;  bisogna fare: "S,  bubbolino, salutami il re"; dir
    sempre di s, dir sempre di s. Ridete? ridete pure...
    Ridevano,  infatti,  Nicoletta Capolino e Aurelio Costa,  mentre donna
    Adelaide  con  le  braccia aperte si girava intorno come una trottola;
    ridevano anche, irresistibilmente,  per il piacere di sentire espressa
    con  tanta  disinvoltura e tanta comicit la loro segreta impressione,
    che essi si sarebbero guardati bene, non che d'esprimere,  ma anche di
    riflettere,  con  quella  crudezza,  su la propria coscienza.  Appunto
    questo voleva donna Adelaide.  La quale sentiva il ridicolo di  quelle
    nozze strane e tardive,  e poneva le mani avanti per disarmar l'altrui
    malignit. Dotata di buon senso e d'un certo spirito, aveva stimato di
    poter senz'altro approfittare della sua privilegiata condizione  e  di
    quella dello sposo,  che mascheravano con pompa sdegnosa quanto vi era
    d illegale in quelle nozze. Ma vi si prestava senza entusiasmo,  quasi
    per  fare un piacere al fratello pi che a se stessa.  Sapeva per che
    il principe era un bellissimo e garbatissimo uomo. Ella,  gi anziana,
    dopo l'entrata di quella simpatica Nicoletta in casa,  che aveva preso
    tanto  impero  su  Flaminio  (e  giustamente,  veh!  bella  figliuola,
    sacrificata,  poverina,  da  quel cagliostro del marito!),  ella s'era
    stancata della sua terribile  signorinaggine  come  la  chiamava,  e
    aveva detto di s:
    - "S, bubbolino, salutami il re!"
    Senza municipio; con la chiesa soltanto. Che glien'importava? Vecchia,
    non  avrebbe fatto figli di certo.  L'assoluzione del prete,  per lei,
    bastava,  per i parenti e gli amici bastava,  e  dunque  avanti,  alla
    fiera!  allegramente!  La musoneria, la musoneria non poteva soffrire,
    donna Adelaide.  Era impensierita soltanto di questo: che  le  avevano
    detto che il principe aveva la barba lunga. Un uomo con la barba lunga
    doveva   essere   molto  serio  per  forza,   o  averne  per  lo  meno
    l'impostatura.   Sperava  di   fargliela   accorciare.   Bella   Madre
    Santissima,  non ci avrebbe avuto pazienza, lei, a lisciar peli lunghi
    come fiumi! Pi corta, la barba, pi corta... Chionza, popputa,  quasi
    senza collo, non era tuttavia brutta, donna Adelaide; aveva anzi bello
    il viso, ma gli occhi troppo lucenti, d'una lucentezza cruda, quasi di
    smalto, e lucentissimi i denti che le si scoprivano tutti nelle sonore
    risate  frequenti.  Smaniava  sempre,  oppressa com'era e soffocata da
    quelle enormi poppe sotto il mento, prepotenti escrescenze, com'ella
    le chiamava. E caldo, caldo, caldo; aveva sempre caldo, e voleva aria!
    aria! aria!

    Non se l'aspettava,  intanto,  il vecchio cascinone di  Valsana,  nel
    desolato abbandono in cui da tanti anni viveva,  tutti quei fronzoli e
    quei pennacchi,  tutti quei paramenti sfarzosi che i  tappezzieri  gli
    appendevano dalla mattina. Pareva se li guardasse addosso, triste e un
    po' stupito,  con gli occhi delle sue finestre.  Oh!  oh!  gli avevano
    appeso anche un lungo festone di lauro,  come  una  collana;  un'altra
    collana,  pi s,  di mortella,  sotto le gronde,  con certi rosoni di
    carta  che  avevano  spaventato  i  passeri  del  tetto.  Povere  care
    creaturine,  a cui esso,  buon vecchione ospitale,  voleva tanto bene!
    Eccoli l,  tutti scappati via,  nascosti tra le foglie  degli  alberi
    attorno.  E di l gli mandavano,  sgomenti,  certi acuti squitti, che
    volevano dire:
    Oh Dio, che ti fanno, vecchione, che ti fanno?.
    Mah!  S'era da gran tempo addormentato,  il vecchione,  nella pace dei
    campi.  Lontano  dalla  vita degli uomini e quasi abbandonato da essa,
    aveva da un pezzo cominciato a sentirsi, nel sogno, cosa della natura:
    le sue pietre, nel sogno,  a risentire la montagna nativa da cui erano
    state cavate e intagliate; e l'umidore della terra profonda era salito
    e s'era diffuso nei muri, come la linfa nei rami degli alberi; e qua e
    l  per  le crepe erano spuntati ciuffi d'erba,  e le tegole del tetto
    s'eran tutte vestite di musco. Il vecchio cascinone, dormendo,  godeva
    di  sentirsi  cos  riprendere  dalla terra,  di sentire in s la vita
    della montagna e delle piante,  per cui ora intendeva meglio  la  voce
    dei venti,  la voce del mare vicino, lo sfavillo delle stelle lontane
    e la blanda carezza lunare.  Che bel tappeto  nuovo  fiammante  su  la
    vecchia scala rustica,  che aveva due stanghe verdi per ringhiera! che
    scorta di lauri e di bamb s per i gradini e poi sul pianerottolo!  e
    che  drappi  damascati  ai  davanzali  delle finestre e al terrazzo di
    levante per nascondere la ringhiera arrugginita! che tappeto anche l,
    su quel terrazzo, e sedie di giunco e tavolini e vasi di fiori...  Ora
    vi rizzavano una tenda a padiglione. Il ricevimento e la presentazione
    degli  sposi  avrebbero  avuto  luogo  l,  poich  non  s'era  potuta
    strappare a Mauro Mortara la chiave del camerone.  Dall'alba egli  era
    andato  a  rintanarsi,  non si sapeva dove.  Don Cosmo,  in maniche di
    camicia, sbuffava e smaniava per la camera in disordine,  mentre donna
    Sara  Alimo,  ancora  spettinata,  cercava  dentro  un'arca antica di
    faggio,  stretta e lunga come una bara,  un abito decente,  per  farlo
    comparire nella solenne cerimonia. Spirava da quell'arca piena d'abiti
    vecchi un denso acutissimo odore di canfora.
    - Mi tenga il coperchio,  almeno,  santo Dio! - gemeva soffocata, come
    da sotterra,  la povera casiera.  Gi due volte il coperchio le  era
    caduto addosso, su le reni.
    E don Cosmo:
    - Gnorn! Siamo in campagna! Lasciatemi in pace!
    -  Ma  si  lasci  servire...  - seguitava a gemere dentro l'arca donna
    Sara. - Verr monsignor vescovo... verr la sposa... Vuol comparire in
    giacchetta? Mi lasci cercare... So che c'!
    - E io vi dico, invece, che non c' pi!
    - Ma se l'ho vista io! C'! C'!
    Cercava un'antica napoleona,  che don Cosmo al tempo dei  tempi  aveva
    indossata  una o due volte,  e rimasta perci nuova nuova,  l sepolta
    sotto la canfora, di foggia antica, s, ma abito di tono almeno...
    - Eccola qua! - grid alla fine, trionfante, donna Sara, rizzandosi su
    le reni indolenzite.
    E tira e tira e tira... oh, Dio, cos lunga?... e tira...
    Le si allentarono le braccia, a donna Sara. Era una tonaca, quella. La
    tonaca da seminarista di don Cosmo Laurentano.  Fin di tirarla  fuori
    tutta,  mogia mogia,  per ripiegarla a modo e riseppellirla coi debiti
    riguardi. Tentenn il capo; sospir:
    - Vero peccato! Chi sa che,  invece di monsignor Montoro,  non sarebbe
    lei a quest'ora vescovo di Girgenti...
    - Starebbe fresca la diocesi!  - borbott don Cosmo.  - Buttatela via,
    gi!
    S'era turbato alla vista inaspettata di quella tonaca,  spettro  della
    sua antica fede giovanile. Vuota e nera come quella tonaca era rimasta
    di poi l'anima sua!  Che angosce,  che torture gli resuscitava...  Con
    gli angoli della bocca in gi e gli occhi chiusi,  don Cosmo s'immerse
    nelle memorie lontane e tuttavia dolenti della sua giovent tormentata
    per anni dalla ragione in lotta con la fede.  E la ragione aveva vinto
    la fede,  ma per naufragare poi in  quella  nera,  fredda  e  profonda
    disperazione
    -  C'era o non c'era?  - gli disse donna Sara alla fine,  parandoglisi
    davanti con la napoleona su le braccia protese.
    Don Cosmo fece appena in tempo  a  indossarla.  Uno  degli  uomini  di
    guardia  (ne erano venuti otto,  alla spicciolata,  da Colimbtra,  in
    gran tenuta) entr di corsa ad annunziar l'arrivo di  Monsignore.  Don
    Cosmo  torn  a  sbuffare;  volle  alzar  le  braccia per esprimere il
    fastidio che gli recava quell'annunzio; ma non pot; la napoleona...
    - Giusta! attillata! dipinta! - lo prevenne donna Sara.
    - Dipinta un corno!  - grid don Cosmo.  -  Mi  sega  le  ascelle,  mi
    strozza!
    E scapp via.
    Sperava  che  arrivasse per ultimo il vescovo e che non toccasse a lui
    d'accoglierlo e di tenergli  compagnia  fino  all'arrivo  degli  altri
    ospiti.  Gli  seccavano  anche  questi,  gli seccava enormemente tutta
    quella pagliacciata pomposa;  ma pi di tutto e di tutti la  vista  di
    monsignor vescovo, di quell'alto rappresentante d'un mondo da cui egli
    s'era   allontanato   dopo   tanto   strazio,    urtato   specialmente
    dall'ipocrisia di tanti altri suoi compagni, i quali,  pur assaliti in
    segreto dai suoi stessi dubbii,  vi erano rimasti. E monsignor Montoro
    era appunto fra questi. Ora si faceva baciar la mano,  colui,  e aveva
    la  cura  suprema  delle  anime  di  un'intera  diocesi.  Le illusioni
    incoscienti, le finzioni spontanee e necessarie dell'anima, don Cosmo,
    s, le scusava e le commiserava e compativa; ma le finzioni coscienti,
    no,  segnatamente in quell'ufficio supremo,  in quel  ministero  della
    vita e della morte.
    -  Oh  bello!  oh  bene!  -  diceva  intanto Monsignore,  molle molle,
    smontato dalla vettura e guardando la campagna intorno,  tra  Dianella
    Salvo e il suo segretario, giovane prete, smilzo e pallidissimo, dagli
    occhi profondi e intelligenti.  - Col mare vicino...  oh bello!...  oh
    bene!... e la valle... e la valle... e che...
    S'interruppe,  vedendo don Cosmo scender la scala della vecchia  villa
    infronzolata.
    - Oh eccolo! Caro mio don Cosmo...
    - Monsignore riveritissimo, - disse questi, inchinandosi goffamente.
    -  Caro...   Caro...  -  ripet  Monsignore,  quasi  abbracciandolo  e
    battendogli una mano sulla spalla. - Da quanti mai anni non ci vediamo
    pi... Vecchi... eh! vecchi... Tu... (ci daremo del tu, spero, come un
    tempo, noi due) tu devi avere, se non sbaglio,  qualche annetto pi di
    me...
    - Forse...  s,  - sospir don Cosmo.  - Ma chi li conta pi,  Montoro
    mio? So che n'ho molti dietro; pochi, davanti;  e quelli mi pesano,  e
    questi mi pajono enormemente lunghi... Non so altro.
    Dianella    Salvo,    guardando    don    Cosmo,    aveva   atteggiato
    involontariamente il volto di riso nel vedergli  addosso  quell'antica
    napoleona  che gli serrava le spalle e le braccia.  Sorrideva sotto il
    naso anche il giovine e pallido prete;  e gli otto uomini di  guardia,
    postati  e  impalati  a  pi  della  scala,  miravano  il fratello del
    principe loro padrone,  a quel solenne  ricevimento,  tra  afflitti  e
    mortificati.  Donna  Sara Alimo s'era accomodati alla bell'e meglio i
    capelli sotto la cuffia ed era scesa a  baciar  la  mano  al  vescovo,
    piegando  un  ginocchio  fino  a  terra;  erano  scese  con lei le due
    cameriere insieme col cuoco e il servitore, e s'era accostata anche la
    moglie del "curtolo" Vanni di Ninfa coi tre marmocchi sbracati, dalle
    zampe a roncolo.  Monsignore tendeva la mano al bacio  e  sorrideva  a
    tutti,  chinando il capo.  Poi present il segretario a don Cosmo,  e,
    salendo la scala della villa,  parl  della  visita  che  aveva  fatto
    test,  di passata,  alla chiesuola della Seta,  e della festa che gli
    avevano fatta tutti gli abitanti di quel casale.
    - Che buona gente... che buona gente...
    E domand a Dianella e a donna Sara se la domenica  andavano  a  messa
    l, a quella chiesuola.
    - So che ci viene apposta un sacerdote da Porto Empedocle,  e che quei
    buoni borghigiani raccolgono l'obolo dai viandanti tutta la settimana,
    per lo stradone...
    Entrando nella villa si rivolse a Dianella e le domand:
    - La mamma?
    Dianella  gli  rispose  con  un  gesto   sconsolato   delle   braccia,
    impallidendo e guardandolo negli occhi amaramente.
    -  Che pena!  - sospir Monsignore,  andando a sedere nel terrazzo gi
    addobbato. - Ma calma, eh, almeno  calma?
    - Non si sente! - esclam donna Sara.
    - E seguita a pregare,  vero? - aggiunse il vescovo.
    - Sempre, - rispose Dianella.
    - Consolante per voi, - osserv Monsignore,  tentennando lievemente il
    capo,  con gli occhi globulenti socchiusi, - che nel bujo della mente,
    soltanto  il  lume  della  fede  le  sia  rimasto   acceso...   Divina
    misericordia...
    - Perdere la ragione! - mormor don Cosmo.
    Monsignore si volt a guardarlo,  piccato.  Ma don Cosmo, assorto, non
    lo vide: pensava per conto suo.
    - Dico serbar la  fede,  pur  avendo  perduto  la  ragione,  -  spieg
    Monsignore.
    -  S,  s!  -  sospir don Cosmo,  riscotendosi.  - Ma difficile  il
    contrario, Monsignore mio!
    - Credo che non sia prudente,  vero,  farmi vedere da lei?  - domand
    il  vescovo,  rivolgendosi  a  Dianella,  come se non avesse inteso le
    parole di don Cosmo. - Lasciamola, lasciamola tranquilla... Con te,  -
    soggiunse poi,  piano e con un benevolo sorriso a don Cosmo,  - vorrei
    pur riprendere le fervide discussioni nostre d'un tempo,  ma non ora e
    non qui... Se tu volessi venire a trovarmi...
    - Discutere?  Stolido perfetto!  - esclam don Cosmo. - Sono diventato
    stolido perfetto, caro Montoro mio... Non connetto pi! Se uno mi dice
    che due e due fanno sei e un altro mi dice che fanno tre...
    - Ecco il principe! - lo interruppe donna Sara,  che guardava verso il
    viale dalla ringhiera del terrazzo.
    Monsignore  si  alz  con  Dianella  e don Cosmo per vederlo arrivare.
    Questi  accorse,  per  abbracciarlo  appena  smontato  dalla  vettura.
    Cavalcavano  ai  due  lati  capitan  Sciaralla  e  un  altro graduato,
    anch'essi in  alta  tenuta.  Il  rosso  acceso  dei  calzoni  spiccava
    gajamente  tra  il verde degli alberi e sotto l'azzurro del cielo.  La
    vettura era chiusa.  Il segretario Lisi Prola  sedeva  dirimpetto  al
    principe.
    Donna Sara si ritrasse dal terrazzo, ove rimasero soltanto Monsignore,
    Dianella   Salvo   e   il  segretario  ad  assistere  dalla  ringhiera
    all'abbraccio che i due fratelli si sarebbero scambiato.

    Don Ippolito Laurentano smont dalla vettura  con  giovanile  agilit.
    Vestiva da mattina e aveva in capo un cappello avana dalle ampie tese.
    Baci il fratello e subito si trasse indietro a osservarlo.
    - Cosmo, e come ti sei conciato? - gli domand sorridendo. - Ma no! ma
    no! Vai subito a levarti codesto monumento dalle spalle...
    Don Cosmo si guard addosso la napoleona, di cui non si ricordava pi,
    quantunque se ne sentisse segar le ascelle.
    - S, difatti, - disse, - sento un certo odore...
    -  Odore?  Ma  tu appesti,  caro!  - esclam don Ippolito.  - Senti di
    canfora lontano un miglio!
    E sorrise a Monsignore e si lev il  cappello  per  salutare  Dianella
    Salvo nel terrazzo; poi s'avvi per la scala.
    -  Vi  do la consolante notizia che siete molto pi stolida di me!  ma
    molto!  molto!  - diceva poco dopo don Cosmo alla casiera avvilita e
    stizzita, punto persuasa che quell'abito di tono fosse fuor di luogo
    in un avvenimento come quello, con la presenza d'un monsignore. - E mi
    avete  fatto  girar  la  testa,  -  incalzava don Cosmo,  - e mi avete
    ubriacato con tutta la vostra canfora... Tirate, gi! tirate subito...
    Non mi posso scorticare da me! Datemi la mia solita giacca, adesso.
    Quando ricomparve sul terrazzo, don Ippolito lev le braccia.
    - Ah, sia lodato Dio! cos va bene!
    Monsignore e Dianella ridevano.
    - Pensate di donna Sara! che vuoi farci? - sospir don Cosmo,  alzando
    le spalle. - Vi assicuro che  molto pi stolida di me.
    -  Questo poi!  - disse il principe,  ridendo.  - E di' un po',  Mauro
    dov'? non si fa vedere?
    - Uhm!  - fece don Cosmo.  - Sparito!  Non ne ho pi  nuova  da  tanti
    giorni, da che abbiamo l'onore...
    - Io so dov',  - disse Dianella,  inchinando graziosamente il capo al
    complimento di don Cosmo,  che volle interrompere.  - Sotto un  carubo
    gi  nel  vallone...  Ma,  per carit,  non deve saperlo nessuno!  Noi
    abbiamo fatto amicizia...
    - Ah s?  - domand don  Ippolito,  ammirando  con  occhi  ridenti  la
    gentilezza e la grazia della fanciulla. - Con quell'orso?
    - E' un gran pazzo! - sentenzi gravemente don Cosmo.
    - No, perch? - fece Dianella.
    - E guardi poi chi lo dice,  Monsignore!  - esclam il principe. - Non
    so che pagherei per assistere,  non  visto,  alle  scene  che  debbono
    avvenire qua fra tutti e due, quando sono soli.
    Don Cosmo approv col capo ed emise il suo solito riso di tre "oh! oh!
    oh!"
    - Dev'essere uno spasso! - aggiunse don Ippolito.
    Dianella  guardava  con  piacere  e  indefinibile  soddisfazione  quel
    vecchio,  a cui la virile bellezza,  la composta  vigoria,  la  sicura
    padronanza  di  s  davano  una nobilt cos altera e cos serena a un
    tempo;  indovinava il tratto squisito che doveva avere senza il minimo
    studio e per senz'ombra d'affettazione, e soffriva nel porgli accanto
    col  pensiero  sua zia Adelaide di cos diversa,  anzi opposta natura:
    scoppiante e sempliciona.  Che impressione  ne  avrebbe  ricevuta  tra
    poco?
    Si  mossero  tutti  dal  terrazzo e tutti,  tranne Monsignore e il suo
    segretario che rimasero sul pianerottolo innanzi alla porta, scesero a
    pi della scala,  quando i sonaglioli d'argento  annunziarono  per  il
    viale  la  vettura di Flaminio Salvo.  Don Ippolito si fece avanti per
    ajutar le signore  a  smontare,  e  sorprese  la  sposa  nell'atto  di
    sbuffare  un "Eccoci qua!" con le braccia protese verso il cielo della
    carrozza,   come  per  spiccicarsele.   Finse  di  non  accorgersi  di
    quell'atto sguajato,  facendo pi profondo l'inchino,  poi le baci la
    mano;  la baci a donna Nicoletta Capolino,  e  strinse  vigorosamente
    quella  di  Flaminio  Salvo,   mentre  le  due  signore  abbracciavano
    festosamente Dianella, e don Cosmo restava impacciato,  non sapendo se
    e  come  farsi avanti.  Capitan Sciaralla su la giumenta bianca pareva
    una statua, a pi della scala, innanzi al plotone su l'attenti.
    - Ah,  i militari!  lasciatemi vedere  i  militari!  -  esclam  donna
    Adelaide,  accorrendo come una papera,  senza accorgersi che dall'alto
    della scala, tra i cassoni di lauro e di bamb,  monsignor Montoro col
    volto atteggiato di benevolo condiscendente sorriso per la terza volta
    si inchinava invano.
    Dianella,  scorgendo  alla  fine  l'imbarazzo  di  don Cosmo tronc le
    espansioni d'affetto di Nicoletta Capolino,  e trattenne  la  zia  per
    indicargli e presentargli il futuro cognato.
    -  Ah  gi,  -  fece donna Adelaide,  ridendo e stringendogli forte la
    mano. - Tanto piacere!  Il romito di Valsana,   vero?  Piacerone!  E
    come  l'hanno  parata bella la villa!  Uh,  guarda guarda!  ma c' gi
    Monsignore... E nessuno me lo diceva!
    S'avvi in fretta  per  la  scala;  subito  il  principe  accorse  per
    offrirle il braccio;  don Cosmo lo offr a donna Nicoletta, e Dianella
    segu col padre.
    - Vestiti proprio bene codesti militari!  - disse  donna  Adelaide  al
    principe,  tirandosi  s davanti con la mano libera la veste,  per non
    incespicar nella salita. - Graziosi davvero! pajono pupi di zucchero!
    Poi, prima d'arrivare al pianerottolo in cima alla scala:
    - Monsignore eccellentissimo!  Credevo che Vostra  Eccellenza  dovesse
    arrivare col comodo suo ed eccola qua invece... puntuale!
    Il  vescovo  sorrise,  tese  la  mano  perch  donna Adelaide baciasse
    l'anello, e le disse:
    - Per aver la gioja di vedervi cos,  a braccio del principe,  e darvi
    la benvenuta, donna Adelaide, nelle case dei Laurentano.
    -  Ma  che  degnazione,   grazie,   grazie,  proprio  gentile,  Vostra
    Eccellenza!  - rispose donna Adelaide entrando nella villa a un invito
    del principe.
    Entr  Monsignore e poi donna Nicoletta e poi Dianella e il Salvo e il
    segretario del vescovo e anche don Cosmo: il  principe  volle  entrare
    per  ultimo.  Quando  si fece nel terrazzo,  sorprese i dolci occhi di
    Dianella che lo  aspettavano,  indagatori.  Istintivamente  rispose  a
    quello sguardo con un lievissimo sorriso.
    - Bell'uomo, no? - disse piano a Dianella Nicoletta Capolino. - Non ci
    sar punto bisogno d'accorciargli la barba, come dice Adelaide.
    - Accorciargli la barba? - domand Dianella.
    - S,  - riprese l'altra.  - Ci ha fatto tanto ridere in carrozza, con
    la paura della barba lunga del principe!
    - Che avete da dire voi due l?  - salt a domandare  a  questo  punto
    donna Adelaide. - Ridete di noi? Ridono di me e di voi, caro principe.
    Ragazzacce!  Ma  non  c'  che  fare: siamo qua per questo;  oggi  la
    nostra giornata...  Come alla fiera!  Flaminio,  figlio  mio,  non  mi
    mangiare con gli occhi.  Fammi coraggio,  piuttosto! Io ti dico di s,
    sempre di s...  Ma lasciami stare allegra!  Dico sciocchezze,  perch
    sono commossa...  Andiamo,  Nicoletta!  Con licenza vostra,  principe,
    vado a salutare la mia povera cognata.
    E and, seguita dalla nipote e da Nicoletta.
    Subito il Salvo,  per rimediare all'impressione sgradevole  di  quella
    scappata  della  sorella  nell'animo  del  principe,  spieg  con aria
    misteriosa che la signora Capolino  ignorava  affatto  che  il  marito
    forse  in  quel  momento  stesso  si batteva e che lo credeva invece a
    Siculiana per il giro elettorale.
    -  Preghiamo  Iddio  che   avvenga   bene!   -   sospir   Monsignore,
    afflittissimo, levando gli occhi al cielo.
    -  Oh,  non  c'  da  dubitarne!  - sorrise il Salvo.  - Un avversario
    ridicolo, che le ha prese da tutti, sempre: corto,  grassoccio e miope
    forte. Il nostro Capolino, invece...
    - Ho visto da lontano,  per lo stradone,  appena uscito dalla villa, -
    disse don Ippolito, - le due carrozze che venivano a Colimbtra.
    - Eh gi, - soggiunse il Salvo, - a quest'ora, certamente...
    E s'interruppe.  Tacquero tutti  per  un  istante,  sopraffatti  senza
    volerlo  dalla  costernazione,  e  volarono  col  pensiero  alla villa
    lontana,  dove in quel momento avveniva lo scontro.  L  era  una  ben
    diversa  realt:  due  uomini a fronte,  due sciabole nude,  guizzanti
    nell'aria;  qua,  in mezzo al silenzio  della  campagna,  gli  addobbi
    sfarzosi, improvvisati per una festa, che ora, stranamente, appariva a
    tutti quasi fuor di luogo.  C'era veramente, fin dall'arrivo, in fondo
    a gli animi una certa freddezza  impicciosa,  che  tanto  il  principe
    quanto  il Salvo cercavano di dissimulare alla meglio.  Tale freddezza
    proveniva dalla risposta di Landino, finalmente arrivata, alla lettera
    del  padre:  solite  congratulazioni,   soliti  augurii,   espressioni
    ricercate  di compiacimento per la buona e affettuosa compagnia che il
    padre avrebbe avuto;  ma nessun accenno alla sua venuta per  assistere
    alle nozze.  Don Ippolito,  partendo da Colimbtra,  aveva divisato di
    mandare a Roma Mauro  Mortara,  perch  facesse  intendere  a  Landino
    quanto  dispiacere  gli  cagionasse la sua condotta,  e lo inducesse a
    ritornare con s in  Sicilia.  Sapeva  che  Landino  fin  dalla  prima
    infanzia  nutriva  un  affetto  tenerissimo  e profondo per il vecchio
    Mauro e una viva ammirazione per il carattere di lui,  per la  fedelt
    fanatica alla memoria e alle idee del nonno, per l'atteggiamento quasi
    sdegnoso  che  aveva  assunto  fin da principio e manteneva tuttora di
    fronte al padre,  cio di fronte a lui don Ippolito,  che pure era  il
    suo  padrone.  Nessun ambasciatore forse sarebbe stato pi efficace di
    lui.  Perch quel vecchio selvaggio era come radicato nel cuore  della
    famiglia.  Volle  approfittare  di  quel  momento  che  le due signore
    s'erano assentate,  per uscire sul pianerottolo della scala a ordinare
    a  Sciaralla  di  mandar  gi  nel  burrone Vanni di Ninfa in cerca di
    Mauro, a cui voleva parlare.  Quando ritorn sul terrazzo,  vi ritrov
    donna Adelaide, donna Nicoletta e Dianella. Le prime due s'erano tolti
    i cappelli.  Donna Adelaide aveva gli occhi rossi di pianto e Dianella
    era pi pallida e pi fosco il Salvo.
    - Io non v'ho chiesto, don Flaminio, - disse il principe, afflitto,  -
    d'essere presentato alla vostra signora, perch so purtroppo...
    - Oh,  grazie,  grazie, - lo interruppe il Salvo, stringendosi nel suo
    cordoglio e scrollando lievemente il capo,  con gli  occhi  socchiusi,
    come per dire: Tanto...  come se non ci fosse!.
    Donna  Adelaide s'era accostata alla ringhiera del terrazzo e,  con le
    spalle voltate,  s'asciugava gli occhi,  si soffiava  forte  il  naso,
    dicendo a Nicoletta Capolino che la esortava a calmarsi:
    - Sono un'asinaccia,  lo so!  Ma che ci posso fare? Quando la vedo....
    quando le vedo quegli occhi... mi fa una pena! una pena!
    A un tratto, facendo uno sforzo, alz le braccia, si prov a sollevare
    e a scuotere il capo, come soffocata, sbuff:
    - Uff, e basta ora! - e si volt sorridente.
    Vennero nel terrazzo due camerieri in livrea con vassoj pieni di tazze
    e di paste.  Dopo la colazione,  monsignor Montoro prese la parola per
    dichiarare  con  un  forbito  sermoncino  (che  pur voleva aver l'aria
    d'essere improvvisato l per l, alla buona) la promessa formale delle
    prossime nozze,  ed esalt naturalmente  i  bei  tempi,  in  cui  alla
    societ  degli  uomini  bastava  d'intendersi solamente con Dio per il
    vincolo matrimoniale,  che soltanto la religione pu  render  sacro  e
    nobile,  laddove  la  legge  umana  e cos detta civile lo avvilisce e
    quasi lo abietta...  Tutti ascoltavano a occhi bassi,  religiosamente,
    le  parole  dipinte  del  vescovo.  Solo  don  Cosmo  teneva le ciglia
    aggrottate e gli occhi serrati,  come se in qualcuna di quelle  parole
    volesse   trovar  l'appiglio  per  una  discussione  filosofica.   Don
    Ippolito,  nel vederlo in quell'atteggiamento,  se ne  impensier  sul
    serio.  Flaminio  Salvo,  dal  canto  suo,  con quella lettera da Roma
    attraverso all'anima,  pensava che eran  belle  e  buone,  s,  quelle
    considerazioni  del  vescovo,  ma  che  intanto  il  signor figlio del
    principe faceva orecchie da mercante,  e che non si stava ai patti,  e
    che  la sorella senz'alcuna garanzia si lasciava andare a quella prima
    compromissione.  Per donna Adelaide  quell'orazioncina  era  come  una
    funzione sacra, quasi come sentir messa: una formalit, insomma. Tutta
    una  commedia,  invece,  non  molto  divertente  in quel punto era per
    Nicoletta Capolino,  e nauseosa per Dianella  che  guardava  costei  e
    chiaramente le leggeva in fronte ci che pensava.
    S'era  levata  una  brezzolina  dal  mare,  e la tenda a padiglione si
    gonfiava a tratti come un pallone,  e un lembo  del  drappo  damascato
    sbatteva  insolentemente contro le bacchette della ringhiera nascosta.
    Questo batto distrasse alla fine l'attenzione non molto  intensa  che
    donna  Adelaide  prestava all'orazioncina oramai troppo lunga e,  come
    una nuvola portata dal vento offusc a un  tratto  il  sole,  ella  si
    chin  alquanto  a  sbirciare  il  cielo  di sotto la tenda e non pot
    tenersi dal mormorare:
    - Purch non piova...
    Queste tre parole,  appena mormorate,  ebbero un  effetto  disastroso,
    come   se  tutti  irresistibilmente  (tranne  Monsignore,   s'intende)
    scoprissero una relazione immediata tra la minaccia  della  pioggia  e
    quel  ponderoso  e interminabile sermone.  Don Cosmo sbarr gli occhi,
    stralunato;  donna Nicoletta non pot frenare uno scatto di riso;  don
    Flaminio si accigli; Monsignore s'interruppe, si smarr, disse:
    - Speriamo di no, - e subito soggiunse: - Conchiudo.
    Conchiuse,  naturalmente,  con  augurii  e  rallegramenti,  e tutti si
    levarono  con  molto  sollievo.  Donna  Adelaide,  sentendosi  proprio
    soffocare  sotto  quel  parato  a  padiglione,  propose  di scendere a
    passeggiare per il viale.  Il principe torn a  offrirle  il  braccio,
    Nicoletta scese con Dianella,  e Monsignore,  il Salvo, don Cosmo e il
    segretario tennero dietro.
    Don Ippolito Laurentano si sentiva la lingua inaridita e  legata,  per
    la  lotta  crudele dentro di lui tra il sentimento cavalleresco che lo
    spingeva a mostrarsi premuroso e galante con la dama,  e il disinganno
    e la repulsione invincibile che i modi di lei,  il tratto, i gesti, la
    voce,  il riso gli avevano subito ispirato;  tra il bisogno istintivo,
    prepotente,  irresistibile  di  liberarsene al pi presto,  mandando a
    monte senz'altro quel disegno che ora,  in  atto,  gli  appariva  cos
    intollerabilmente minore dell'idea che se n'era formata, e il pensiero
    della  difficolt  dopo  quella  prima compromissione,  e il puntiglio
    inoltre, segreto e acerbo, contro il figlio lontano,  a cui gli pareva
    di  darla  vinta,  dopo  che s'era abbassato fin quasi a chiedergli il
    permesso di quelle nozze.  Gli bolliva dentro,  infine,  acerrima,  la
    stizza contro Monsignore che cos ingannevolmente gli aveva dipinto la
    sposa:  -  briosetta,  gran  cuore,  indole aperta,  sincera,  vivace,
    remissiva...  - Che dirle intanto?  da che  rifarsi  a  parlarle?  Per
    fortuna  sopravvenne capitan Sciaralla ad annunziargli,  su l'attenti,
    che il Mortara era venuto s dal vallone.
    - E dov'? domand il principe aspramente. - Digli che venga qua.
    - Mauro? - domand don Cosmo.  - Eh no,  lascialo stare,  poveretto...
    Sai com'...
    -  Ah,  quello che chiamano "il monaco"?  - esclam donna Adelaide.  -
    Andiamo a vederlo, andiamo subito, principe, per favore!
    - No,  zia!  - preg Dianella,  che si  pentiva  d'avere  indicato  il
    nascondiglio... - Lo faremmo soffrire...
    - Ma  proprio cos orso? - disse, stupita, donna Adelaide.
    - Orsissimo! - conferm don Cosmo.
    - Figuratevi,  - soggiunse Flaminio Salvo,  - che,  dopo tanti giorni,
    non ho potuto ancora vederlo.
    E Nicoletta domand:
    - E' vero che ha una pelle di capro in  testa  e  va  armato  fino  ai
    denti?
    - Andiamo noi due soli, principe! - propose di nuovo donna Adelaide. -
    Vorrei proprio vederlo... non so resistere, andiamo!
    Mauro  se  ne  stava davanti alla porta della sua camera a terreno,  e
    guardava torvo la vigna  e  il  mare.  Vedendo  il  principe  con  una
    signora,   s'infosc  vieppi,   ma,   come  don  Ippolito  lo  chiam
    amorevolmente, s'accost e si curv a baciarlo sul petto.  Il bacio fu
    seguto da una specie di singulto.
    -  Vecchio  mio,  -  disse don Ippolito,  intenerito da quel bacio sul
    cuore, - sai chi  questa signora?
    - Me lo figuro; e Dio vi faccia contento!  - rispose Mauro,  guardando
    serio donna Adelaide che lo mirava con gli occhi lucenti,  sbarrati, e
    la bocca ridente.
    - Vorrei far contento anche te, - riprese il principe. - Vuoi andare a
    Roma?
    - A Roma? io? - esclam Mauro, stordito. - A Roma?  E me lo domandate?
    Chi  sa  quante volte ci sarei andato a piedi,  pellegrino,  se le mie
    gambe...
    - Bene,  - lo interruppe il principe,  - ci andrai col vapore e con la
    ferrovia.   Ho  da  darti  un  incarico  per  Lando.  Vieni  domani  a
    Colimbtra...  cio,  domani no...  lasciami  pensare!  Mander  io  a
    chiamarti in settimana. Devo parlarti a lungo.
    - E poi... presto a Roma? - domand, titubante, Mauro.
    - Prestissimo!
    - Perch sono vecchio, - soggiunse Mauro. - Su la forca dei due 7... e
    morire senza veder Roma  stata sempre la spina mia!
    - Ma ci andrete vestito cos, a Roma? - gli domand donna Adelaide.
    - Nossignora,  - le rispose Mauro.  - Ci ho l'abito buono, di panno, e
    un bel cappello nero, come codesto del vostro sposo.
    - E codesta berretta lanosa,  - torn a domandargli donna Adelaide,  -
    come potete sopportarla? Oh Dio, io soffro soltanto a vederla!
    - Questa berretta...  - cominci a dir Mauro;  ma un grido improvviso,
    dall'altra parte della cascina, lo interruppe.
    Sopraggiunse, sconvolto, con passo concitato, Flaminio Salvo.
    - Don Ippolito, venite! venite!... Il nostro Capolino...
    - Che  stato? - grid donna Adelaide.
    - Ferito? - domand il principe.
    - S, pare gravemente... - rispose il Salvo. - Venite!
    - Ma chi l'ha detto?
    - E' venuto di corsa uno dei vostri uomini  da  Colimbtra...  L'hanno
    portato s da voi ferito al petto... non so ancora se di sciabola o di
    pistola... E la povera signora Nicoletta che  qua con noi!
    Quando  salirono  alla villa,  Nicoletta si dibatteva tra Monsignore e
    Dianella, gemendo di continuo:
    - Il cuore me lo diceva!  il cuore mi parlava!  Il mio cappello...  il
    mio cappello...  Presto,  la vettura...  Infami, assassini... O Gnazio
    mio!
    - La vettura  pronta! - venne ad annunziare capitan Sciaralla.
    Nicoletta si lanci senza salutar nessuno.
    - Voi, principe? - disse il Salvo.
    - Debbo andare anch'io? - domand don Ippolito.
    E il Salvo:
    - Sarebbe meglio.  Tu,  Adelaide,  questa sera rimarrai qua.  Andiamo.
    Andiamo.
    La vettura con Nicoletta, il principe e il Salvo part di galoppo.
    - Oh bella Madre Santissima,  che jettatura!  - rimase a esclamare sul
    pianerottolo della scala donna Adelaide,  battendo le mani.  - Ma  che
    c'entrava  proprio  oggi  il duello,  che c'entrava?  Son cose giuste?
    Lasci star Dio, Monsignore! Mi faccia il piacere! Che ci prega?...  Mi
    scusi Vostra Eccellenza,  ma sono parti,  queste, da fare a una povera
    donna come me?


    8.

    Nella casa di  donna  Caterina  Auriti  Laurentano,  il  giorno  delle
    elezioni,  erano  raccolti  intorno  a  Roberto  i pochi amici rimasti
    fedeli,  riveduti in quei giorni,  mutati come lui dal tempo  e  dalle
    vicende  della  vita.   Per  un  momento,  negli  occhi  di  ciascuno,
    abbracciando l'amico, era guizzato lo sguardo della giovent,  di quei
    giorni lontani,  ignari di ci che la sorte riserbava; e, subito dopo,
    fra un lieve  tentenno  del  capo,  quegli  occhi  s'eran  velati  di
    commozione  mentre  le  labbra si schiudevano a uno squallido sorriso.
    Chi ci avrebbe detto,  esprimevano  quello  sguardo  velato  e  quel
    sorriso  chi  ci  avrebbe  detto  allora,  che  un  giorno ci saremmo
    ritrovati cos?  che tante cose avremmo perdute,  che erano  tutta  la
    nostra vita allora, e che ci sarebbe parso impossibile perdere? Eppure
    le  abbiamo perdute;  e la vita ci  rimasta cos: questa! Pi penosa
    ancora era la vista di qualcuno che non s'era accorto,  o  fingeva  di
    non  accorgersi  tuttavia delle sue perdite,  e lo mostrava nella cura
    della   propria   persona   rinvecchignita,    da    cui    spiravano,
    compassionevolmente affievolite,  le arie e le maniere d'un'altra et.
    Ciascuno s'era adattato alla meglio alla propria sorte, s'era fatto un
    covo,  uno stato.  Sebastiano  Cerulo,  avvocato  di  scarsi  studii,
    fervido   improvvisatore  di  poesie  patriottiche  negli  anni  della
    Rivoluzione,  giovine allora animoso,  impetuoso,  con  una  selva  di
    capelli  scarmigliati,  era  entrato  per favore come segretario negli
    ufficii della Provincia,  e si raffilava ora sul cranio con miserevole
    studio i quattro lunghi peli incerottati che gli erano rimasti;  s'era
    ingrassato enormemente;  aveva preso moglie;  ne  aveva  avuto  cinque
    figliole,  ora tutte smaniose di trovar marito.  Un altro, Marco Sala,
    condannato a morte dal governo borbonico,  e pur  non  di  meno  tante
    volte   dall'esilio   venuto   in  Sicilia  travestito  da  frate  per
    diffondervi segretamente i proclami del Mazzini,  s'era dato prima  al
    commercio  dello  zolfo;  aveva avuto fortuna per alcuni anni;  poi un
    tracollo;  e  per  parecchio  tempo  aveva  mantenuto  col  giuoco  la
    famiglia; alla fine aveva avuto il posto di magazziniere dei tabacchi.
    Rosario  Trigna,  che  nella  giornata  del  15  maggio  del 1860,  a
    Girgenti,  mentre Garibaldi combatteva a Calatafimi,  era uscito solo,
    pazzescamente,  con  altri quattro compagni,  la bandiera tricolore in
    una mano e uno sciabolone nell'altra,  incontro ai tre mila uomini del
    presidio  borbonico,  e che,  inseguito,  tempestato di fucilate,  era
    scampato per miracolo e aveva raggiunto a piedi Garibaldi  vittorioso,
    correndo  di  giorno  e  di  notte  e sfuggendo all'esercito regio che
    s'internava nella Sicilia in cerca  del  Filibustiere,  il  quale  era
    intanto a Gibilrossa sopra Palermo;  Rosario Trigna,  disfatto adesso
    dalla nefrite,  gonfio,  calvo,  sdentato e quasi cieco,  sovraccarico
    anch'esso di famiglia,  vivucchiava miseramente col magro stipendio di
    vice-segretario alla Camera di Commercio.  E Mattia Gangi,  che  aveva
    buttato  la  tonaca  alle  ortiche per prender parte alla Rivoluzione,
    ora,  asmatico,  rabbioso,  con la barba,  i capelli e  le  foltissime
    sopracciglia  ritinti  d'un  color  rosso  di  carota,  insegnava  nel
    ginnasio inferiore "alauda est laeta", e lieta un corno! soggiungeva
    ai ragazzi con tanto d'occhi sbarrati: ma che lieta!  non ci credete,
    canta  perch  ha  fame,   canta  per  chiamare!   lieta  un  corno!.
    Contrastava con questi Filippo Noto, alto, magro, appassito, ma ancora
    biondiccio e azzimato.  Prima del '60 s'era battuto in duello  con  un
    ufficialetto  borbonico per motivo di donne ed era stato perseguitato;
    quell'avventura  amorosa  era   divenuta   per   lui   un   precedente
    patriottico;  ma  s'impacciava poco di politica: studiando molto,  era
    riuscito a tenersi a galla,  a rinnovarsi  coi  tempi,  pur  rimanendo
    "malva",  conservatore;  passava  per uno degli avvocati pi dotti del
    foro siciliano,  ed era spesso chiamato a difendere le pi  importanti
    cause civili anche a Palermo, a Messina, a Catania.
    Questi cinque amici e il canonico Agr si sforzavano di tener desta la
    conversazione,  parlando  di  cose  aliene,  di  avvenimenti  lontani,
    ricordando aneddoti che promovevano qualche riso stentato;  tanto  per
    impedire  che  col  silenzio  il  peso  della  sconfitta,   quantunque
    prevista, gravasse maggiormente su gli animi oppressi. Ma veramente, a
    poco a poco,  dopo la prima scossa nel riveder l'amico e  ora  per  la
    commozione crescente nel rievocare gli antichi ricordi della giovent,
    cominciava a scomporsi in loro la coscienza presente, e con una specie
    di   turbamento  segreto  che  li  inteneriva  avvertivano  in  s  la
    sopravvivenza di loro stessi quali erano  stati  tanti  e  tanti  anni
    addietro,  con quegli stessi pensieri e sentimenti che gi da un lungo
    oblo credevano oscurati,  cancellati,  spenti.  Si dimostrava vivo in
    quel momento in ciascuno di loro un altro essere insospettato,  quello
    che ognun d'essi era stato trent'anni fa,  tal quale;  ma  cos  vivo,
    cos  presente che,  nel guardarsi,  provavano una strana impressione,
    triste e ridicola insieme, dei loro aspetti cangiati,  che quasi quasi
    a  loro  medesimi  non  sembravano  veri.  Di tratto in tratto,  per,
    entrava nel salotto Antonio Del Re, che li vedeva vecchi com'erano,  e
    che,  stando  un pezzo a udire i loro discorsi,  provava una tristezza
    indefinita, la tristezza che si prova nel veder nei vecchi, che per un
    tratto si dimenticano d'esser tali,  ancora verdi certe  passioni  che
    hanno radici in un terreno oltrepassato, che noi ignoriamo.
    - Ci eravamo trattenuti a San Gerlando,  - raccontava Marco Sala,  - a
    giocare fin quasi a mezzanotte in casa di Giacinto Luma, buon'anima.
    - Povero Giacinto! - sospir il Trigna, scrollando il capo.
    - C'era con noi Vincenzo Guarnotta di Siculiana, - seguit il Sala.
    - Ah, Vincenzo! - disse Roberto Auriti. - Che ne ?
    - Morto, - rispose il Sala.
    - Anche lui?
    - Eh, sar nove o dieci anni!
    Con quel suo sorriso perenne, pi degli occhi che della bocca... occhi
    chiari, di mare, col nudo faccione di terracotta...  "Ah!  sti cazzi!
    chi mi pigli pi fissa?" - scomparso anche lui.
    -  Era venuto a Girgenti per affari,  e alloggiava,  come usava allora
    che non c'erano alberghi, nel convento di Sant'Anna.  Adesso,  neanche
    il  convento c' pi!  Nottata da lupi: vento,  lampi,  tuoni e acqua,
    acqua che il tetto pareva ne dovesse  subissare.  Tanto  che  Giacinto
    Luma alla fine propose a tutti di rimanere a dormire in casa sua.  Ci
    saremmo accomodati alla meglio.  Gli altri,  scapoli,  e il Guarnotta,
    forestiere,   accettarono  l'invito;  io,  non  ostanti  le  preghiere
    insistenti,  volli andarmene per non tenere  in  pensiero  mia  madre,
    sant'anima, e mia moglie. Prima d'andarmene, il Guarnotta, sapendo che
    per  arrivare  a  casa dovevo passare per lo stretto di Sant'Anna,  mi
    preg di bussare alla  porta  del  convento  per  avvertire  il  frate
    portinajo ch'egli quella notte avrebbe dormito fuori. Glielo promisi e
    andai.  Vi  assicuro  che,  appena  su la via,  mi pentii di non avere
    accettato l'ospitalit del Luma. Che vento! portava via!  frustava la
    pioggia,  densa come piombo; e freddo e bujo, un bujo che s'affettava,
    dopo gli sprazzi paurosi dei lampi. Tuttavia,  passando per lo stretto
    di Sant'Anna,  mi ricordai di quel che m'aveva detto il Guarnotta e mi
    fermai a picchiare alla  porta  del  convento.  Picchia  e  ripicchia:
    niente!  non  mi  sentiva nessuno!  per miracolo non buttai la porta a
    terra. Stavo per andarmene,  su le furie,  quando sentii schiudere una
    finestra ferrata in alto;  e un vocione: "Chi  l?".  Sala, dico,
    Marco Sala! "Va bene!",  risponde allora il vocione  di  lass;  e
    subito  dopo  sento sbattere di nuovo e sprangare la finestra.  Restai
    come un allocco.  Non mi avevano dato il tempo di  parlare,  e  andava
    bene?  Mi  scrollai  dalla  rabbia,  pensando  che  per far piacere al
    Guarnotta che se ne stava al coperto,  io,  col rischio di prendere un
    malanno,  per  giunta  ero passato forse per matto o per ubriaco.  Chi
    poteva girare a quell'ora,  con quel tempo?  Fatti pochi passi,  sento
    per  lo Stretto un rintocco di campana,  - "don" - lento,  che mi fece
    sobbalzare;  e il vento propag il suono,  lugubremente,  nella notte;
    poi,  di nuovo,  "don,  don", altri rintocchi; saranno stati quindici;
    non ci badai pi.  Arrivato a casa,  mi strappai  gli  abiti,  che  mi
    s'erano incollati addosso; mi asciugai ben bene; mi cacciai a letto, e
    buona notte. La mattina dopo, m'alzo presto, com' mia abitudine, vado
    per aprire la porta,  e indovinate chi mi trovo davanti?  I portantini
    col cataletto.  Appena mi vedono,  levano le braccia,  dnno un  balzo
    indietro;  rimangono  basiti:  Don Marco!  Ma come?  "Voscenza" non 
    morto?. Figliacci di cane!, grido io levando il bastone.  E quelli:
    Sissignore...  A  Sant'Anna,  stanotte,  sono venuti ad avvertire che
    "Voscenza" era morto!. Quella campana,  capite?  aveva sonato a morto
    per me. Ed ero andato io stesso ad annunziare la mia morte.
    Bench  la  storiella  non  fosse  allegra,  le ultime parole del Sala
    furono accolte dalle risa degli amici.
    - Ridete? - diss'egli. - Eppure chi sa se non sono morto davvero,  io,
    allora,  cari miei!  Ma s!  Posso dire che quella fu l'ultima nottata
    allegra della mia giovent! Forse, ripensandoci, l'impressione di quei
    rintocchi mi s' fissata,  mal augurosa;  ma mi sembra che proprio  da
    allora  la vita mi si sia chiusa tra un diluvio di guaj,  sia divenuta
    per me come era lo stretto di Sant'Anna in quella notte da lupi, e che
    quei don don della campana a morto mi abbiano  seguito  per  tutto  il
    cammino...
    Rientr,  in  quel punto,  Antonio Del Re con un nuovo telegramma.  Ne
    erano  gi  arrivati  parecchi  dalle  varie  sezioni  elettorali  del
    collegio.  Il canonico Agr lo apr, lo lesse con gli occhi soltanto e
    lo butt in un canto, su la sedia presso al canap.  N Roberto n gli
    altri si curarono di sapere da che sezione venisse, che esito recasse.
    Il gesto e il silenzio dell'Agr avevano reso inutile ogni domanda. La
    sconfitta  del momento,  che toccava all'Auriti,  rendeva pi evidente
    quella, ben pi grave e irrimediabile,  che a ciascuno era toccata dal
    tempo  e  dalla  vita.  E  questa  sconfitta  pareva avesse la propria
    immagine scolpita in donna Caterina  Auriti  Laurentano,  taciturna  e
    scura.  Di  tratto  in  tratto  gli  amici  e Roberto le volgevano uno
    sguardo fuggevole,  come a uno spettro del tempo,  di cui essi erano i
    superstiti vani.  Altre voci erano nel nuovo tempo,  che non trovavano
    eco negli animi loro;  altri pensieri che  non  entravano  nelle  loro
    menti;  altre  energie,  altri  ideali,  innanzi a cui i loro animi si
    chiudevano ostili.  E la prova era patente e cruda in quel mucchio  di
    telegrammi  su  la  sedia.  Era  sorta  improvvisamente,  negli ultimi
    giorni,  ma certo preparata in segreto da lunga mano,  la  candidatura
    d'un   tale   Zappal   di   Grotte,   perito  minerario:  candidatura
    esplicitamente  dichiarata  come  di  protesta  e  d'affermazione  dei
    lavoratori  delle  zolfare  e  delle  campagne  della  provincia,  gi
    raccolti in fasci. Roberto Auriti era passato in terza linea. In quasi
    tutte le sezioni quello  Zappal  aveva  raccolto  pi  voti  di  lui,
    mettendolo  cos  fuori  di  combattimento,   d'un  tratto  spiccio  e
    sprezzante,  come si butterebbe da canto con  un  piede  uno  straccio
    inutile, ingombro pi che inciampo. A un certo punto, quando arriv il
    telegramma  da  Grotte  ch'era uno dei maggiori centri zolfiferi della
    provincia con l'esito della votazione quasi unanime  per  lo  Zappal,
    parve  che costui dovesse finanche contender seriamente la vittoria al
    Capolino  ed  entrare  in  ballottaggio,   non  ostante  il  suffragio
    entusiastico  che il campione clericale aveva raccolto a Girgenti,  in
    compenso della grave ferita riportata  nel  duello.  Il  Trigna,  per
    coprire   con   pietoso   inganno   la   verit,   voleva   attribuire
    principalmente la sconfitta all'esito di quel duello inconsulto,  alle
    maniere  troppo  violente  del  Vernica,  forestiere,  e  al contegno
    arrogante d'uno dei suoi padrini,  quel signor tale,  spadaccino,  che
    aveva  urtato  e  indignato veramente la cittadinanza girgentana,  non
    ostante che il Selmi, gi partito per il suo collegio, avesse fatto di
    tutto per attenuare l'indignazione. Il canonico Agr approv col capo,
    in silenzio.  Non sapeva perdonare al Vernica di  avergli  mandato  a
    monte,  con  quella  indegna piazzata,  il piano strategico meditato e
    disegnato da lui con astuzia cos  sottile.  E  quell'altro  cavaliere
    Giovan Battista Mattina!  Mandato a Grotte a sostenervi la candidatura
    dell'Auriti,  aveva fatto la  parte  di  Giuda,  mettendosi  d'accordo
    all'ultimo momento coi popolari.
    - Ma chi  costui?  - domand col solito piglio feroce Mattia Gangi. -
    Chi rappresenta? come vive? che fa? da qual chiavica  scappato fuori?
    Lindo, attillato, con quell'aria di principe regnante...
    Il canonico Agr scosse leggermente la testa con un sogghignetto su le
    labbra, poi disse:
    - Aquiloni, cari amici, aquiloni! Lui, il Vernica e quanti altri mai!
    Aquiloni... Li vedete in alto, ai sette cieli, rimanete a bocca aperta
    a mirarli;  e chi sa intanto qual  la mano che d loro il  filo!  Pu
    esser  quella  di  qualche  mala  femmina;  o il filo pu venire dalla
    Questura,  o  da  qualche  bisca  notturna...   Nessuno  pu  saperlo!
    L'aquilone  intanto    l,  piglia  il  vento,  lo segue e par che lo
    domini. Di tratto in tratto,  uno svarione,  una vertigine,  l'accenno
    d'un crollo a capofitto.  Ma la mano ignota,  sotto,  subito lo rialza
    con lievi scossettine sapienti o con larghe  stratte  energiche  e  lo
    rimette a vento e torna a dar filo e filo e filo.  Gli aquiloni,  cari
    miei... Quanti ce n'! E hanno tutti la coda, "et in cauda venenum"...
    Sei teste si scossero per approvare  silenziosamente  e  con  profonda
    amarezza  l'immaginoso paragone del canonico Agr,  che ne rimase egli
    stesso un pezzetto come abbagliato,  e trasse un respiro di  sollievo,
    quasi con esso si fosse scrollato dall'anima il peso della sconfitta.
    Roberto Auriti soffriva maggiormente per quell'ostinato, cupo silenzio
    della madre. Ella aveva parlato molto prima, contro il suo solito, per
    dissuaderlo  dall'impresa;  e  gravi erano state allora le sue parole;
    pi grave,  adesso,  era il suo silenzio.  Voleva che soltanto i fatti
    parlassero  ora,  crudamente,  a conferma di quanto aveva detto: Se ne
    irrit, e disse:
    - Del resto,  amici miei,  aquiloni o serpi...  lasciamoli  andare!  A
    parlarne,  parrebbe che io, venendo, mi fossi fatta qualche illusione.
    Nessuna, lo sapete. Mi ha mandato qua Uno, a cui non potevo dir di no:
    mi sarebbe parso di disertare.
    - Povero Cristo! - esclam Mattia Gangi.  - Per farti mettere in croce
    sei venuto!
    - In croce no,  veramente, - sorrise Roberto. - Perch la mia offerta,
    col valore che poteva avere nella presente lotta, venisse respinta dai
    miei concittadini;  e questa risposta,  data sul mio nome al  Governo,
    facesse pensare che ormai basta, qua si vuol altro!
    - Zappal,  Zappal si vuole!  - sghign allora Mattia Gangi. - Quanto
    mi piacerebbe che fosse eletto Zappal!
    - Mamma,  - soggiunse piano Roberto,  toccandole un  braccio,  con  un
    sorriso d'amara rassegnazione, - asini vecchi...
    La  madre  sporse  il  labbro  e  aggrott  le ciglia mentre gli altri
    gridavano,  approvando l'augurio di Mattia  Gangi,  che  fosse  eletto
    Zappal.  Un Zappal solo?  No!  Cinquecentootto Zappal, uno per ogni
    collegio della  penisola!  Che  sedute  allora  alla  Camera!  Subito,
    abolizione  di  tutte  le  scuole!   abolizione  di  tutte  le  tasse!
    abolizione dell'esercito  e  della  polizia!  della  polizia  e  della
    pulizia! spianare i confini, e tutti fratelli! gi, gi, decapitare le
    montagne,  ridurle  tutte a colline d'uguale altezza!  E Mattia Gangi,
    sorto in piedi, si mise a declamare:

    "Al ronzio di quella lira
         Ci uniremo, gira gira,
              Tutti in un gomitolo.
    Variet d'usi e di clima
         Le son fisime di prima;
              E' mutata l'aria.
    I deserti i monti, i mari,
         Son confini da lunari,
              Sogni di geografi...
    ... E tu pur chtati, o Musa,
         Che mi secchi con la scusa
              Dell'amor di patria.
    Son figliuol dell'universo,
         E mi sembra tempo perso
              Scriver per l'Italia".

    S'eran levati tutti in  piedi,  tranne  Pompeo  Agr,  e  applaudivano
    calorosamente.
    - Signori miei,  signori miei,  - disse allora Filippo Noto, tirandosi
    con le dita adunche i polsini di sotto le  maniche,  -  siamo  giusti,
    signori  miei;  non  pigliamocela  con  loro,  perch il torto  tutto
    nostro! di noi cristianelli!  Quando noi sentiamo dire: "Vogliamo che
    a  ciascuno  si dia secondo le sue opere!  Vogliamo che la personalit
    umana possa elevarsi sopra la vita materiale!  Vogliamo  che  ciascuno
    trovi  pane e lavoro!" - noi borghesucci ignoranti,  noi cristianelli
    pietosi, siamo i primi ad applaudire...
    - Sfido!  - grid il Cerulo.  - Nei voti per la felicit  universale,
    sfido! tutti gli animi onesti si trovano d'accordo.
    - E i socialisti,  ahm!  aprono la bocca,  e voi ci cascate dentro,  -
    rimbecc pronto Filippo Noto.  - Fanno intravedere un ideale d'umanit
    e  di giustizia che a nessuno pu dispiacere,  di cui tutti dovrebbero
    esser contenti;  e cos fanno proseliti alla loro causa tra quanti non
    sanno  distinguere  le  ragioni astratte da quelle pratiche della vita
    sociale, caro Cerulo! Ingenui che non si domandano neppure se i nuovi
    metodi non siano tali da render mille volte maggiori le ingiustizie  e
    la tristezza della nostra valle di lacrime; dico bene, Monsignore?
    Pompeo Agr chin pi volte il capo in segno di approvazione.
    - Il pericolo vero,  signori miei,   qua, - seguit con pi calore il
    Noto: - nella persuasione in cui siamo venuti noi cristianelli, che il
    movimento   del   cos   detto   quarto   stato    sia    inevitabile,
    irresistibile...
    - E', , , purtroppo! - lo interruppe di nuovo il Cerulo.
    - Ma nient'affatto!  nientissimo affatto!  Fandonie! Fandonie! - grid
    Filippo Noto.  - Alla teoria dei  socialisti  manca  l'appoggio  della
    scienza,  caro mio,  della scienza, della logica, della morale e anche
    della civilt,  e non pu reggersi,  e cadr per forza come  un  sogno
    pazzo,  come uno sproloquio da ubriachi!  Vorrei dimostrartelo, vorrei
    dimostrarlo a tutti,  e prima a gli uomini di  governo  che  ci  fanno
    assistere  allo  spettacolo miserando dello Stato che si piega,  dello
    Stato che si smarrisce e  s'impaccia  di  cose  di  cui  non  dovrebbe
    impacciarsi!
    Si calm alquanto, protese le mani e riprese con altro tono di voce:
    - Lasciatemi dire, in poche parole. Tutto il procedimento  sbagliato,
    dall'"a" alla "z".  Guardate!  Il provvedere ai vecchi, alle donne, ai
    fanciulli  abbandonati,  agli  infermi,  pu  esser  cosa,  realmente,
    d'interesse pubblico.
    - Interesse d'umanit, - disse il Trigna.
    -  Benissimo!  D'accordo!  -  approv il Noto.  - Ma dal soccorrere la
    miseria  presente  per  mezzo  d'asili,   di  dormitorii,   di  cucine
    economiche,    stato facile,  inavvertito il passo,  signori miei,  a
    salvaguardare il proletariato...
    - Il cos detto proletariato, - mastic tra i denti il Gangi.
    - ...dalla miseria anche possibile,  - seguit il  Noto,  -  merc  le
    assicurazioni obbligatorie contro gl'infortunii del lavoro e contro la
    futura  inabilit  dell'operajo  per  et  o per malattia.  Ora non vi
    sembra facile, cari miei, dati questi primi passi,  il darne altri che
    ci conducano sempre pi verso quello Stato-Provvidenza tanto biasimato
    dai pi illustri scrittori positivi?  Perch, quando sia entrato nella
    coscienza pubblica il concetto  che  la  comunit  deve  occuparsi  di
    coloro che per inabilit fisica non possono lavorare,  facile saltare
    il  fosso che ci separa dalla regione vera del socialismo,  estendendo
    il principio anche agli uomini validi e disoccupati.  E valga il vero!
    Se questi,  non ostante la buona volont,  non trovano lavoro, o se le
    loro fatiche non sono sufficientemente retribuite,  sono forse meno da
    compiangere  di  coloro  che,  per  un  difetto  fisico,  non  possono
    lavorare? L'effetto  il medesimo, signori miei: la fame non meritata!
    E con la proclamazione del diritto al lavoro,  si pu vedere da  tutti
    dove si andr a finire;  si  gi veduto,  del resto,  in Francia, nel
    1848...
    Un'improvvisa esclamazione di sdegno del canonico  Agr  interruppe  a
    questo  punto il discorso di Filippo Noto,  che cominciava ad assumere
    proporzioni e tono di vera concione.
    Era arrivata da Comitini,  paese nativo  dell'Agr,  una  lettera  che
    denunziava  un  altro  tradimento.  Il figlio di Rosario Trigna s'era
    venduto col al partito Capolino, spargendo la voce che Roberto Auriti
    si ritirava dalla lotta e pregava gli amici di votare per il candidato
    clericale contro il socialista Zappal.  L'Agr non si  pot  frenare:
    senz'alcuna  piet  per il povero padre mezzo cieco l presente,  ebbe
    parole di fuoco per quel tristo che gli faceva patire  un  cosi  grave
    smacco l, nella sua stessa cittadella. Roberto Auriti tent pi volte
    di  interromperlo,  s'affrett  poi  a  consolare  l'amico,  il  quale
    dapprima s'era levato in piedi inorridito,  l per l per lanciarsi su
    quella  lettera  e  su l'Agr,  poi s'era lasciato cader di peso su la
    seggiola, rompendo in singhiozzi, col volto tra le mani.
    - Ma sar una calunnia, Rosario...  una calunnia,  vedrai!  Tuo figlio
    avr agito in buona fede,  credendo di interpretare il mio pensiero...
    Difatti, tra i due, tra il Capolino e quello Zappal, via!  meglio che
    i  voti siano andati al Capolino...  Ha stimato insostenibile da parte
    mia la lotta... e...
    -  No...   no...   -  muggiva  tra  i  singhiozzi   Rosario   Trigna,
    inconsolabile. - Infame! Infame!
    Per fortuna, sopravvenne Mauro Mortara, che da Valsana s'era recato a
    Colimbtra  per  accordarsi col principe circa alla sua andata a Roma.
    Non sapeva nulla delle elezioni. Accolto con festa da Marco Sala,  dal
    Cerulo,  dal  Gangi,  i quali non lo vedevano da tanto tempo,  scost
    tutti con le braccia e quasi s'inginocchi ai piedi di donna Caterina,
    prendendole una mano e baciandogliela pi e pi volte;  abbracci  poi
    Roberto e si chin a baciarlo al suo solito in petto, sul cuore.
    - A Roma! - disse. - Sapete? Vengo a Roma!
    Ma  il  suo  giubilo  non  trov eco: tutti erano ancora sconcertati e
    commossi dal pianto del Trigna.
    - Oh, don Rosario! - esclam Mauro. - E che avete? Perch piangete?
    Guard tutti in giro  e  appunt  gli  occhi  sul  canonico  Agr  che
    appariva il pi scuro e il pi turbato.
    -  Niente,  -  disse  subito  Roberto.  -  Una notizia,  senza dubbio,
    infondata.  Signori miei,  per carit!  Soffro...  soffro della vostra
    pena...  molto pi che per me. Volete farmi contento? Non parliamo pi
    di nulla. Quel che  stato  stato. Basta!  Voi sapete quanto mi siete
    cari  e per qual ragione.  Io non vi ringrazio di quel che avete fatto
    per me in questa occasione,  perch so che,  se sono cangiati i tempi,
    non  cangiato il nostro cuore, e voi dunque non potevate non fare per
    me quel che avete fatto. Il torto  nostro, veramente, cari miei! E lo
    sappiamo  tutti,  da  un  pezzo,  chi per un verso,  chi per un altro.
    Dunque...  dunque basta: perch lagnarci  adesso?  E'  stata  un'altra
    prova, di cui io, per conto mio, non sentivo alcun bisogno... Basta!
    Non  ne poteva proprio pi Roberto Auriti.  La vista di quegli amici e
    il silenzio della madre,  il pianto  del  Trigna,  la  stizza  acerba
    dell'Agr,   la   frigida  saccenteria  del  Noto  gli  eran  divenuti
    insopportabili. Gli premeva di scrivere a Roma,  di dar subito notizia
    della  lotta  perduta  alla sua donna,  a colei che da tanto tempo gli
    aveva addormentato aspirazioni e sdegni, e nella quale, affogato ormai
    nell'incuria  di  tutto  ci  che  non  si  riferisse  direttamente  e
    minutamente alla sua persona, neghittoso e dimentico, saziava soltanto
    la  fame  bruta  del senso.  Di fronte alla nobilt della madre,  alla
    purezza della sorella,  si sentiva quasi  istintivamente  costretto  a
    nascondere  anche  a  se  stesso la sua schiavit d'affetto per quella
    donna che conosceva tutte le sue miserie;  e  le  scriveva  di  notte.
    Falsando  i  proprii  sentimenti,  per  stare in pace con lei e averla
    docile e pronta alle sue voglie,  non aveva osato confessarle prima di
    partire  la  vera  ragione per cui s'esponeva a quella lotta: le aveva
    dato a intendere ch'era per migliorare la sua condizione, ponendosi da
    deputato pi in vista. E nelle prime lettere le aveva lasciato sperare
    non improbabile la vittoria; poi man mano l'aveva messa in dubbio;  le
    aveva  scritto  in  fine  che  gli  premeva ormai soltanto di ritornar
    presto a lei. Andava lui stesso a impostare quelle lettere, mentre per
    tutte le altre si serviva del nipote.  Eppure sapeva  che  questi,  il
    giorno appresso,  sarebbe partito con lui per intraprendere a Roma gli
    studii universitarii e avrebbe abitato in casa sua e veduto, dunque, e
    saputo tutto.  Ma voleva,  finch era l,  serbare  il  segreto.  Quel
    giovanotto  ispido  e angoloso non era fatto certamente per attirar la
    confidenza d'alcuno.  E Roberto soffriva al pensiero di  condurlo  con
    s,  di  fargli  conoscere  e di far quindi conoscere per mezzo di lui
    alla madre e alla sorella la vita  ch'egli  viveva  a  Roma.  Ma  come
    esimersi?
    Donna Caterina, intanto, domandava a Mauro notizie del fratello Cosmo,
    di quel matto, e di donna Sara Alimo.
    - Non me ne parlate,  per carit!  - esclam Mauro.  - Vado a Roma, vi
    dico, e non so altro, non voglio saper altro in questo momento!
    - Caro Mauro mio,  - gli rispose  allora  donna  Caterina,  sorridendo
    amaramente,  - se  cos,  chiudi gli occhi, trati bene gli orecchi e
    ritrnatene subito in campagna: segui il consiglio mio!

    Quando dalla Badia Grande  gli  amici  scesero  alla  via  Atenea,  si
    trovarono  presi  in  mezzo  a  una  fiumana di popolo che esaltava la
    proclamazione d'Ignazio Capolino.
    La carrozza del canonico Agr si dovette fermare.  Il  vecchio  servo-
    cocchiere  dalle  zampe  sbieche  faceva  schioccar  la frusta - "Ohi,
    favor! Ohi, favor!" -. Poteva mai figurarsi che si dovesse mancar di
    rispetto al suo padrone,  o che questi dovesse aver paura: E,  tra  il
    clamore  e  la  confusione,  non  udiva  la  voce del Canonico che gli
    gridava: - Indietro, Cola! indietro! Per la via del Purgatorio! -.  Un
    fischio,  e  due,  e  tre...  Figli di cane!  Ma Capolino era ancora a
    letto,   convalescente  nella  villa  del  principe  di  Laurentano  a
    Colimbtra,  e  la  dimostrazione  di  giubilo,  per  darsi  uno sfogo
    diretto, fu proprio tentata di cangiarsi l per l in dimostrazione di
    protesta contro il canonico Agr. Per fortuna,  i caporioni riuscirono
    a  stornar  la  bufera  che  stava  per rovesciarsi sulla carrozza mal
    capitata, non per riguardo a Pompeo Agr,  che non ne meritava alcuno,
    ma all'abito che indossava indegnamente. Qualche fischio s, passando,
    non sarebbe stato sprecato;  poi via,  via, alla Passeggiata, sotto la
    villa di Flaminio Salvo.
    - Viva Ignazio Capolin!
    - Viv!
    - Viva il nostro deputat!
    - Viv!
    Nel bujo della sera, sotto il pallore dei lampioni,  per l'angusta via
    pass tumultuando quel torrente di popolo,  che si lasciava trascinare
    senza il minimo entusiasmo, come un armento belante,  dalla volont di
    due  o  tre  interessati.  La  villa  di Flaminio Salvo era illuminata
    tutta,  splendidamente,  perch si vedesse come segno di trionfo dalla
    lontana Colimbtra. Vi erano raccolti i maggiorenti del partito che si
    affacciarono tutti al gran balcone dalla balaustrata di marmo,  appena
    i clamori della dimostrazione si fecero sentire gi per il viale.
    - Viva Flaminio Salv!
    - Viv!
    - Viva Ignazio Capolin!
    - Viv!
    Sal alla villa una commissione di dimostranti,  che  fu  accolta  dal
    Salvo  con  quel  solito sorriso freddo,  a cui lo sguardo lento degli
    occhi sotto le grosse plpebre dava un'espressione di lieve ironia.  E
    veramente  quei  quindici o sedici cittadini accaldati,  usciti or ora
    dalla moltitudine anonima,  che gi nel bujo  del  viale  aveva  tanta
    imponenza,  assumendo l ciascuno il proprio nome, il proprio aspetto,
    timidi,  impacciati,  smarriti,  ossequiosi,  facevano una ben  misera
    figura,  tra  gli  splendori  del magnifico salone.  Flaminio Salvo si
    dichiar grato alla cittadinanza di quella spontanea affermazione  del
    sentimento popolare;  diede notizie della salute dell'on.  Capolino e,
    in presenza della commissione stessa,  preg l'ingegnere Aurelio Costa
    di  recarsi  sul  momento alla villa del principe,  a Colimbtra,  per
    darvi l'annunzio della proclamazione e  di  quella  manifestazione  di
    giubilo  di  tutto  il popolo di Girgenti.  Uno dei quindici,  allora,
    s'affacci al balcone e, tra i lumi sorretti da due camerieri, arring
    con impeto la folla.
    Nessuno bad allo  scompiglio  delle  povere  nottole  del  viale  che
    abbarbagliate   piombavan  dall'alto  a  strisciare  sulle  teste  dei
    dimostranti, quindi al clamore, al battio delle mani, si risollevavano
    disperatamente, lanciando acutissimi stridi, come per chiedere ajuto e
    vendetta alle  stelle  che  sfavillavano  ilari  in  cielo.  L'oratore
    improvvisato  diceva che l'elezione di Capolino era un avvenimento dei
    pi  memorabili  della  storia  italiana  contemporanea;   ma  nessuno
    certamente  avr  potuto  levar dal capo a quelle nottole,  che invece
    tutta la citt,  quella sera,  si fosse raccolta soltanto per  dare  a
    loro  una  immeritatissima  guerra.  Arringava  ancora  quell'oratore,
    quando Aurelio Costa su un sauro  del  Salvo,  sellato  in  fretta  in
    furia, part di galoppo per Colimbtra.
    Gi,  confuso  tra  la  folla,  era  il  Pigna,  arrivato in coda alla
    dimostrazione,  espurgato smaltito evacuato da essa con molta violenza
    di conati lungo tutto il percorso.  Prepotenza!  Sopraffazione! Andava
    per i fatti suoi, stava a traversar la via Atenea, quando la folla gli
    era venuta addosso;  non aveva fatto in tempo  a  ritrarsi,  e  allora
    quelli  che  stavano  alla  fronte  lo  avevano strappato indietro per
    passare,  e cos la fiumana se l'era ingojato: sguizzare,  con  quelle
    cianche  e  quel  groppone,  non  gli era stato possibile;  furibondo,
    urlando, s'era messo a tirare spinte da tutte le parti e pugni e calci
    e gomitate,  per farsi un po' di largo e uscirne;  ma  quelli  per  il
    gusto di portarselo via con s come in ostaggio gli s'eran pigiati con
    furia addosso,  gridando: - Ecco Pigna! c' Pigna! viva Pigna! abbasso
    "Propaganda"!  no,  viva!  gi,  gi con noi!  - e qualche  lattone  e
    qualche  scapaccione era pur volato;  pi che mai inferocito,  come un
    cinghiale in mezzo a una muta di cani,  aveva avventato anche morsi ai
    pi  vicini;  pi  d'una  volta,  puntando  i  piedi  e  le spalle per
    svincolare un braccio e  credendo  che  la  folla  dietro  lo  avrebbe
    parato,  trovando  invece un po' di largo fatto da qualcuno che voleva
    scansarlo,   era  stato  per  cadere;   ma  subito  altri  lo  avevano
    scaraventato  con un nuovo urtone alle spalle di chi stava davanti,  e
    l, rinserrato, compresso, boccheggiante come un pesce,  altri lattoni
    e scapaccioni e dileggi; e tira e spingi, se l'erano sballottato cos,
    malmenandolo in tutti i modi,  fino a che,  pesto, disfatto, non s'era
    lasciato andare alla corrente,  ma con le proprie gambe  no,  no:  l,
    cos,  trascinato...  - Selvaggi!  Mascalzoni!  Coscienze vendute! Che
    spettacolo!  Oh  Girgenti,  disonore  della  Sicilia  e  dell'umanit!
    ludibrio,  vituperio!  Tutti in sagrestia domani,  s, si, ad attaccar
    con le ostie della chiesa le mezze carte da cinque  lire...  S,  viva
    Capolino e viva Salvo! viva Bacco e viva Mammone! - Cos esclamando, e
    guardando  con aria di dispetto minaccioso la folla sotto la villa del
    Salvo,  ora s'accomodava una spalla,  ora soffiava  o  sbruffava,  ora
    sorsava col naso, e puh, feccia della umanit! puh, vili ignoranti!
    - Domani,  "Propaga'",  sta' zitto!  - gli gridavano alcuni.  - Domani
    c'inscriveremo tutti al Fascio!  Ora,  qua: "Viva Capolin!" (Non ci
    credere, sai?  per minchionare.) "Viva! Viv!"
    Questa  la conclusione d'una giornata campale,  questo il rinfranco di
    tutte le corse  che  s'era  fatte  fin  dalla  mattina  da  un  seggio
    elettorale  all'altro,  per  assegnar  le parti ai compagni,  per dare
    istruzioni, e qua regolare,  e l persuadere,  e incitare,  e pregare,
    secondo  i  casi,  che il suffragio di tutti i lavoratori fosse per un
    lavoratore,  loro compagno,  perdio!  Angelo Zappal,  che li  avrebbe
    difesi, che avrebbe perorato la loro causa in Parlamento!
    S,  dato  che quella candidatura popolare doveva valer soltanto quale
    protesta,   egli  in  fondo  avrebbe  potuto  dichiararsi  soddisfatto
    dell'esito: s,  ma della votazione dei paeselli vicini!  il cuore gli
    faceva sangue invece per la vergogna di Girgenti capoluogo,  della sua
    citt natale! Ludibrio, vituperio...
    Quando,  alla fine,  il Pigna,  senza pi voce, cascante a pezzi dalla
    stanchezza,  si ridusse a casa,  al Piano di Gamez,  per mandar gi un
    boccone  di cena avvelenato dalla bile,  salendo i primi gradini della
    scaletta di legno che dalla  stanza  terrena  conduceva  a  quella  di
    sopra, vi trov al bujo in fitto colloquio Celsina e Antonio Del Re.
    - Oh, voi qua?
    - Va' s;  passa,  pap!  - gli disse Celsina, come a un cane. - Sto a
    salutarlo. Parte domani.
    - Ah, buona sera, allora,  - disse il Pigna.  - Cio,  buon viaggio...
    Partite  subito,  dunque?  V'invidio,  caro mio.  Oh,  vedrete certo a
    Roma... come viene a essere di voi don Landino Laurentano?  gi,  zio,
    l'abbiamo  detto:  riveritelo  tanto  per me,  ditegli che Girgenti ha
    bisogno di lui; sta disonorando l'isola, Girgenti...
    - Abbiamo  inteso,  pap,  -  lo  interruppe  Celsina  infastidita.  -
    Lasciaci parlare adesso! Vattene!
    -  Paese  di  carogne!  -  brontol  il Pigna,  tirando s a stento le
    cianche per la scala. - Farabutti... ohi ohi... ignoranti...
    E svolt.  Subito i due giovani si  riabbracciarono.  Antonio  non  si
    reggeva pi;  ebro, perduto, non poteva pi staccarsi da lei; le cerc
    la bocca,  com'arso di sete,  per un altro bacio che le penetrasse nel
    fondo  pi  fondo  dell'anima;   un  altro  bacio  smanioso,  cocente,
    infinito,  col quale darle tutto se stesso e prendersela tutta,  nello
    spasimo del pi violento desiderio.
    - Basta, - gemette ella, esausta, abbandonandogli il capo sul petto.
    Ma egli la stringeva ancora,  pi ardente; pi tremante; voleva ancora
    la bocca.
    - No,  basta,  Nino,  - disse allora Celsina,  riavendosi.  - Basta...
    basta...
    Gli prese le mani,  gliele strinse; se le pos sul seno ansante, senza
    lasciargliele; riprese:
    - Cos! ... Dunque, senti... tu vedrai,  vero? cercherai...  Devi far
    di tutto...
    - S...
    - M'ascolti?
    - S...
    - Non m'ascolti! Basta, ora, Nino! T'ho detto, basta. Non m'ascolti...
    - S... cercher...
    - Che cercherai? Lasciami, per carit!
    - Non so... far di tutto... figrati! Dammi ancora un bacio...
    - No! Dove cercherai?
    - Ma per tutto, per tutto...
    -  S,  un  posticino  qualunque...  infimo  anche...  per cominciare,
    capisci? ... Tu sai che posso...  m'adatter a fare ogni cosa!  Debbo,
    debbo essere a Roma al pi presto, m'ascolti?
    - S,  amore... amore... amore mio! - alit egli; poi, stringendole le
    braccia e smaniando: - Come faccio? oh Celsina mia... come faccio?
    - Zitto! - gli intim Celsina. - Non voglio che ti sentano s.
    - Allora vado... non posso...
    - S, va' va'...  tardi! Mi chiamano. Scrivimi subito, sai?
    - S...
    - Addio, addio.
    Ma egli non sapeva lasciarle ancora la mano;  le accost il  volto  al
    volto, le domand:
    - Che mi di?
    - Che vuoi?
    - Te, tutta! Vieni con me, vieni con me!
    - Potessi! Subito!
    - Oh amore... Che mi di? Qualcosa tua...
    - Non ho nulla, Nino mio...
    - Eppure ho qualcosa di te, sai? che tu m'hai data.
    - Io?
    - Non m'hai dato niente tu? Neppure il cuore, un poco?
    - Ah, quello...
    - E un'altra cosa... Non ti ricordi?
    - No...
    - La bambola...
    Ah, - sorrise Celsina, - quella coi baffi?
    - Non ridere,  non ridere.  Glieli ho cancellati, sai? Me la porto con
    me.
    - Ragazzo...
    - Sai?  stanotte  stata con  me,  abbracciata  con  me,  a  letto.  E
    sempre...
    - Ma va'! Non sono io, quella, sai!
    - Lo so; ma  tua,  stata tua... Non l'hai baciata tu?
    - Tanto, da bambina... E dunque...
    - Va',  va',  Nino.  Mi richiamano.  Addio.  Ricrdati, sai? Scrivimi!
    Addio.
    Un altro lungo, lungo bacio sulla porta, e Antonio and via.  Si ferm
    nel Piano di Gamez deserto;  e si guard intorno,  smarrito; guard s
    nel vano immoto dell'aria ed  ebbe  un  senso  di  stupore,  come  se,
    sveglio, fosse entrato in un sogno. Come sfavillavano le stelle! Sent
    schiudere la vetrata del balconcino. Celsina s'affacci.
    - Addio. Ricrdati.
    - S. Addio!
    Era gi lontana; lontana la voce, lontana la figura; e quella casetta,
    sulla cui facciata chiara in mezzo al Piano umido e nero si rifletteva
    la luna, e quel Piano stesso, il chioccolio della fontanella, e quelle
    anguste  viuzze storte,  nere,  tutto il paese silenzioso nella notte,
    alto sul colle,  sotto le stelle,  ogni cosa gli  parve  come  lontana
    ormai;  gli parve come se egli da lontano, con tristezza infinita, con
    infinita angoscia  contemplasse  la  propria  vita  che  rimaneva  li,
    strappata da lui.

    Quando  Aurelio  Costa  arriv  a Colimbtra,  don Ippolito Laurentano
    sapeva gi della proclamazione di Capolino;  e ne parlava  nel  salone
    con  don  Salesio Marullo e con Nin De Vincentis.  Il primo,  accorso
    subito da Girgenti appena conosciuto l'esito del duello;  il  secondo,
    dopo  lo  scontro  a  cui  aveva  assistito  da testimonio,  rimasto a
    Colimbtra accanto al letto del ferito.
    Zio  Salesio  ascoltava  il  principe  con   un'aria   di   degnazione
    contegnosa,  come se Capolino lo avesse fatto elegger lui. Ma s, via!
    non gli aveva dato in  moglie  la  figliastra?  Da  cinque  giorni  si
    sentiva proprio rinato,  l tra gli splendori di Colimbtra, nei quali
    s'invaniva e si ricreava,  come se  fossero  suoi.  Camminava  su  gli
    spessi  tappeti  pi  che mai in punta di piedi;  faceva il bocchino a
    tutte le cose belle e preziose che  vedeva;  a  tavola  per  poco  non
    sveniva dal piacere davanti a quelle finissime stoviglie luccicanti, o
    quando  Liborio  in  marsina  e  guanti  bianchi gli presentava i cibi
    prelibati. E sul tramonto, non ostante che i piedi gli facessero male,
    scendeva su lo spiazzo e andava fino al cancello per il gusto di farsi
    salutare militarmente dall'uomo di guardia in calzoni rossi e cappotto
    turchino.  L'uomo di guardia prendeva lo stesso gusto  a  salutare;  e
    tutti e due, dopo il saluto, si guardavano e si sorridevano.
    Nin  De  Vincentis pareva non si fosse rimesso ancora del tutto dallo
    spavento che s'era preso nel  veder  Capolino  piegarsi  sulle  gambe,
    ferito  in  petto  dalla pistola del Vernica,  al secondo colpo.  Era
    stata, veramente, una terribile sorpresa per tutti, quella ferita.  Le
    pistole, per tacita intesa fra i padrini, erano state caricate in modo
    da non produrre alcun effetto,  volendosi che il vero duello avvenisse
    alla sciabola.  E meno  male  che  la  palla,  arrivata  senza  troppa
    violenza, aveva appena appena intaccato una costola ed era deviata dal
    cuore!  Ma non solo quello spavento teneva ancora il povero Nin tanto
    abbattuto  e  sbalordito;   Nicoletta  Capolino  gli  aveva   lasciato
    intendere  chiaramente che Dianella Salvo non era n sarebbe mai stata
    per lui,  quand'anche il padre  non  avesse  opposto  un  cos  reciso
    rifiuto  alla  domanda.  Dopo la prima notte vegliata accanto al letto
    del marito,  non ostante l'assicurazione dei medici che ogni  pericolo
    per  fortuna fosse scongiurato,  Nicoletta si era persuasa che non era
    pi il caso di rappresentar la  parte  della  moglie  disperata,  come
    aveva  fatto  a  Valsana  all'annunzio della ferita toccata a Gnazio
    suo.  E s'era messa ad alternar le cure amorose e  diligenti  al  suo
    povero  paladino  ferito  con  lo  studio  sapiente  di rimaner l a
    Colimbtra,   nella  memoria  di  don  Ippolito   Laurentano,   ospite
    graditissima.  Ah,  se al posto di quella foca di Adelaide Salvo fosse
    stata lei, l, tra poco,  regina di quel piccolo regno!  Era certa che
    tutte  le  parti  buone,  di  cui si sentiva pur dotata e che la sorte
    aveva voluto opprimere e soffocare  in  lei,  si  sarebbero  ridestate
    liberamente  e avrebbero preso alla fine in lei il sopravvento;  certo
    che avrebbe saputo render felici gli ultimi  anni  di  quell'altero  e
    bellissimo  vecchio,  ancora  cos vegeto e fresco!  Indovinava in lui
    l'amaro disinganno provato alla vista della futura sposa;  ma  intuiva
    che  nessun'arte  di  seduzione sarebbe valsa su quell'uomo,  il quale
    della fedelt alla parola data s'era fatta quasi una religione. Neppur
    l'ombra della civetteria, dunque, in lei, ma una gara di cortesie e di
    compitezze con lui,  in quei giorni,  senza la minima affettazione.  E
    che  prediche  a  quattro occhi allo zio Salesio,  il quale non voleva
    capire  che  non  c'era  pi  nessuna  ragione,  proprio,   perch  si
    trattenesse ancora a Colimbtra. Sapeva star bene a posto, s - troppo
    bene,  anzi  -  zio  Salesio;  ma...  ma...  ma...  E  del  suo  sogno
    inattuabile, della nostalgia della bont, dell'incubo che le cagionava
    la vista del patrigno cos compito e ridicolo,  della  nausea  che  in
    quel  momento  le dava la sua lunga odiosa finzione d'affetto per quel
    marito, per quel degno compagno della parte peggiore di s,  Nicoletta
    si vendicava tormentando Nin De Vincentis,  segnatamente la sera,  su
    quel terrazzo aggettato su  le  colonne  del  vestibolo  esterno.  Gli
    parlava di Dianella. Lo straziava quasi con volutt. Sapeva che nessun
    dolore,  nessuna ingiustizia,  non solo non avrebbero fatto commettere
    alcunch di male a quel giovine incorruttibile,  ma non gli  avrebbero
    neppure  strappato  una parola acerba dalle labbra,  tanto era schiavo
    della propria bont e rassegnato a essa!  Gli parlava misteriosamente,
    con  frasi  smozzicate,  quasi per non farlo saziare in una volta sola
    del proprio dolore.  Nin voleva sapere per qual  ragione  gli  avesse
    detto che Dianella Salvo non sarebbe stata mai per lui,  nemmeno se il
    padre avesse accondisceso.
    - Perch?  Eh,  caro Nin...  C' una ragione,  una ragione che non  
    cattiva soltanto per voi!
    - Che ragione?
    - Non ve la posso dire.
    - Cattiva anche per chi?
    - Anche per me, Nin!
    - Per lei? - domandava Nin, stupito.
    E lei, sorridendo:
    - Sicuro.  Voi non la vedete;  ma c'.  C' una relazione tra me,  voi
    e...  lei.  Che relazione?  Che ci pu esser di comune tra me  e  voi?
    Eppure  c',  Nin.  Io  e  voi  siamo  uniti  da  qualche cosa.  Pare
    impossibile, no? Eppure!
    Nin De Vincentis restava assorto ad  almanaccare  su  quella  ragione
    misteriosa e si struggeva dentro.
    Quando Aurelio Costa,  introdotto da Liborio,  si present nel salone,
    Nicoletta era presso il marito;  ma sopravvenne poco dopo e  prov  un
    gran  piacere  nel farsi veder da lui in quella casa principesca,  tra
    gli ossequii e  il  rispetto  di  tutti.  Don  Ippolito  s'affrett  a
    riferirle la notizia della dimostrazione popolare.
    - Ora riposa,  - diss'ella.  - Temo che si turberebbe troppo... Ma, se
    vogliono...
    -  No,  no,  -  soggiunse  subito  il  principe.  -  Si  trover  modo
    d'annunziarglielo domani.
    - Ma s,  credo che don Flaminio, - aggiunse Aurelio Costa, - mi abbia
    mandato cos di fretta a quest'ora,  per far sapere  l  per  l  agli
    elettori che l'onorevole Capolino e il principe sarebbero stati subito
    informati della dimostrazione.
    - Mi dispiace tanto per lei,  ingegnere,  - disse allora Nicoletta,  -
    che ha dovuto farsi codesta corsa...
    - Ma non lo dica!  - la interruppe subito il Costa.  - L'ho fatta anzi
    con piacere.
    - Anche perch, scommetto, - interloqu zio Salesio, - lei non era mai
    stato  a  Colimbtra,   eh?  Meravigliosa  dimora,  caro  ingegnere...
    meravigliosa! Vero paradiso in terra!
    Il principe sorrise,  chinando lievemente il capo,  e  invit  Aurelio
    Costa a rimanere a cena.
    Per  quella serata Nin De Vincentis fu lasciato in pace da Nicoletta;
    ma non gliene fu grato affatto.  Aveva preso gusto  alla  tortura.  Fu
    tutta  per  Aurelio  Costa  Nicoletta  quella  sera.  E  volle proprio
    inebriarlo;  volle ch'egli interpretasse segretamente tutte le premure
    e gli sguardi e i sorrisi di lei come un compenso all'incarico ingrato
    impostogli  da  Flaminio  Salvo,  di  venire  cio  l a Colimbtra ad
    annunziare il trionfo del marito; e volle che in quel compenso ch'ella
    gli dava,  egli sentisse un sapor di vendetta contro il Salvo  stesso,
    il quale, pur conoscendo i sentimenti di lui, lo aveva mandato l come
    un  servo.  Considerava  egli tutti come suoi schiavi venduti?  Poteva
    anche darsi  per  che  questi  schiavi  alla  fine,  cos  provocati,
    accettassero  la  sfida  e s'intendessero tra loro!  Non s'intendevano
    gi? Non c'era gi tra loro un accordo, un patto segreto?  E gli occhi
    di  Nicoletta Capolino fissi in quelli di lui ora sfolgoravano aizzosi
    e ardenti, ora s'illanguidivano velati e turbati, quasi nella promessa
    di  un'intensa  volutt.  Schiavo,  schiavo  con  lei!   si  sarebbero
    vendicati  di  tutti  quei vecchi che volevano tenere schiavi loro due
    giovani! Per lei, d'ora innanzi,  egli avrebbe amata la sua schiavit;
    e  non avrebbe pi pensato di diventar padrone anche se Dianella Salvo
    gli avesse fatto intendere apertamente il suo amore. Schiavo,  schiavo
    con lei!
    Era veramente com'ebro Aurelio Costa,  avvampato in volto da una gioja
    riconoscente  verso  quella  donna,  quando,  a  sera  tarda,   lasci
    Colimbtra.  Non  sapeva  che  pensare.  Il sangue gli frizzava per le
    vene, le orecchie quasi gli rombavano. Era ella cos,  per abito o per
    natura, lusinghiera con tutti, o per lui unicamente aveva formato quei
    sorrisi e trovato quegli sguardi e quelle premure?  Doveva dubitarne o
    esserne certo?  E se  certo,  per  qual  ragione  s'era  indotta  cos
    d'improvviso a tentarlo, a provocarlo, dopo avere opposto, anni fa, un
    cos  reciso  e  sdegnoso rifiuto all'onesta domanda di lui?  Se n'era
    pentita? Stanca, nauseata della parte infame che le aveva assegnato il
    marito, voleva ribellarsi e vendicarsi, scegliendo per la vendetta chi
    onestamente un giorno aveva voluto farla sua? Voleva ora dargli questa
    rivincita sopra colui per il quale lo aveva allora rifiutato? O voleva
    tendergli un'insidia? Questo sospetto,  per quanto gli paresse indegno
    in  quel  momento,  gli  s'era pure insinuato tra le varie ondeggianti
    supposizioni.  Non poteva aver molta stima di lei.  Ma quale  insidia?
    Innamorarlo,  fargli  perdere  la testa,  fino al punto di suscitar la
    gelosia di Flaminio Salvo,  e farlo cacciar via da questo?  Ma non  le
    aveva  egli  detto  che nessuna perdita sarebbe stata per lui,  ormai,
    lasciare  il  Salvo?   E  poi,   qual  interesse  avrebbe   avuto   ad
    allontanarlo? che ombra le dava? Le ricordava, nella miseria presente,
    il  passato?  Ma se lei stessa,  stringendogli forte,  segretamente la
    mano,  aveva voluto ricordare a lui invece quel passato,  per  toglier
    l'ombra di esso fra loro due?  E gli era parsa sincera!  S,  franca e
    sincera!  E com'era bella!  Qual fascino si sprigionava  da  tutta  la
    persona di lei! Oh, esserne amato...
    Giunto  alla villa di Flaminio Salvo,  ora silenziosa e buja,  Aurelio
    Costa lasci nella scuderia il cavallo e sal  nello  studio,  ove  il
    Salvo  lo  aspettava.  Questi not subito il turbamento,  l'animazione
    insolita nel volto e nelle parole  del  giovine  che  si  scusava  del
    ritardo per essere stato trattenuto a cena dal principe. Ascoltandolo,
    lo  fissava  con acuta investigazione;  e,  appena Aurelio chinava gli
    occhi,  accentuava un po' pi il solito sorriso,  effuso  in  tutti  i
    lineamenti del volto,  che un po' di stanchezza,  quella sera,  faceva
    apparir pi floscio.
    - Me l'aspettavo, - gli disse, carezzandosi le basette.
    - Credetti che... - si prov ad aggiungere Aurelio.
    - Ma s!  hai fatto bene,  - lo interruppe  subito  il  Salvo.  -  Che
    buon'aria  porti da fuori!  Deve far bene una cavalcata a quest'ora in
    campagna... Bella serata! Qua si soffoca... Quando sarai vecchio te ne
    ricorderai...
    - Io?  - domand Aurelio,  indotto a sorridere dal tono amorevole  con
    cui  il Salvo gli parlava,  quantunque le parole,  dopo le riflessioni
    fatte nel venire, lo ponessero in sospetto. - Perch?
    - Mah... dico, forse... - sospir il Salvo, accompagnando un'alzata di
    spalle con un gesto vago della mano. - Veramente, tu ci sei avvezzo...
    Di giorno, di notte, in giro...  Vita mossa,  la tua!  Ma forse questa
    gita  stata speciale.  Quando siamo vecchi,  ci si accendono, cos, a
    lampi,  ricordi,  visioni lontane di noi stessi quali fummo  in  certi
    momenti...  e  non sappiamo neppure perch quel momento e non un altro
    ci sia rimasto impresso e,  a  un  tratto,  ci  si  stacchi  e  guizzi
    sperduto  nella memoria.  Era forse un ricordo pi ampio,  di tutto un
    brano di vita.  S' spezzato.  Resta viva una sola scena,  vivo un sol
    momento,  un  attimo...  E ti rivedrai a cavallo,  in una notte serena
    sotto le stelle...  e forse invano ti sforzerai  di  ricordarti  quali
    pensieri avevi in quel punto in mente, quali sentimenti nel cuore...
    - Ma questo avviene anche senz'esser vecchi - osserv Aurelio.
    - Non  lo stesso, - rispose il Salvo. - Te n'accorgerai.
    E  rest  un  pezzo  con  gli occhi immobili e fissi senza attenzione.
    C'era veramente anche nel Salvo, quella sera, non so che di strano,  e
    anche Aurelio lo not,  come se,  durante la sua assenza,  quegli,  l
    nello studio austero,  se ne fosse stato immerso in pensieri  che  gli
    avessero  ingenerato una tristezza nuova.  Quali pensieri?  Certo,  se
    n'era stato coi gomiti su la scrivania e la testa tra le mani,  poich
    sul capo,  calvo su l'occipite,  erano scomposti i pochi capelli grigi
    attorno alla fronte.  Aurelio sapeva ch'era  profondamente  triste  il
    fondo di quell'anima torbida e imperiosa, e che il tratto duro, i modi
    risentiti   e  irruenti  eran  come  rigurgiti  istantanei  di  quella
    tristezza inveterata, nascosta, compressa, inconsolabile. Ma perch si
    era tanto abbandonato ad essa proprio in quella sera che doveva  esser
    lieto della vittoria?
    - Tutti bene laggi?  - domand il Salvo,  riscotendosi. - Lui, lo hai
    visto?
    - No,  - rispose Aurelio,  dissimulando l'impaccio e il turbamento che
    forse gli trasparivano sul viso,  col timore d'aver mancato a una cosa
    che doveva fare;  e per aggiunse in iscusa,  arrossendo: - Perch  la
    signora disse che riposava.
    - Su gli allori,  eh?  - aggiunse il Salvo; quindi, levando il mento e
    sorridendo apertamente, domand: - E...  dimmi,  contenta,  lei...  la
    signora?
    Aurelio apr le braccia, e con l'aria di chi si fa nuovo di una cosa:
    - Non mi parve, - rispose. - Perch?
    - Dev'esser contenta. Va a Roma...
    - Gi, col marito adesso...
    - Deputato,  deputato,  - concluse il Salvo,  dimenando il capo. - Era
    necessario! Deputato.
    E si alz.
    - Vedi,  caro mio,  quali sono le nostre colpe imperdonabili?  Poi  ci
    lamentiamo!  In un momento come questo, con un'impresa come quella che
    abbiamo in animo di tentare,  che ci costa gi tanti  studii,  che  mi
    espone  gi  a  tanti  rischi,  ho  fatto  eleggere deputato Capolino.
    Proprio l'uomo che mi ci voleva, non ti pare? per parlar forte a Roma,
    domani,  al  Ministero  dell'Industria  e  del  Commercio...   Ma  era
    necessario. Vedrai che Ignazio star benissimo a Roma:  il posto suo,
    quello.  Qua m'ingombrava... Piazza pulita, piazza pulita... Caso mai,
    andr io a parlare col signor Ministro, a Roma. Bisogna per che prima
    qua sottoscrivano tutti i produttori di zolfo,  grossi e  piccini;  li
    voglio tutti; e con questo, che limitino, occorrendo, l'estrazione del
    minerale e lo depositino tutto nei magazzini generali.  Se no, niente.
    Arrischio i miei capitali per la salvezza dell'industria siciliana. Ho
    diritto di pretendere l'unione e l'accordo di tutti  gl'interessati  e
    qualche lieve sacrifizio,  se occorre.  Intanto,  mentre qua si studia
    sul serio per portar rimedio a questa condizione di cose disperata per
    tutti, hai sentito a Grotte?  Vogliono imporsi col numero...  Stupidi!
    Imporsi a chi,  e perch?  la rovina,  oggi,  pi per chi ha, che per
    chi non ha!  Il numero...  Che forza pu avere il numero?  Ti pu  dar
    l'urto  bestiale;  ma  la  valanga che atterra,  si frantuma anch'essa
    nello stesso tempo.  Ah che nausea!  che nausea!  A uno a  uno,  hanno
    paura,  capisci?  e  si  raccolgono in mille per dare un passo che non
    saprebbero da soli; a uno a uno, non hanno un pensiero;  e mille teste
    vuote,  raccolte insieme, si figurano che l'avranno, e non s'accorgono
    che  quello del matto o dell'imbroglione che le guida. Questo, l.  E
    qua?  Qua  un  altro  spettacolo,  pi nauseante.  Io forse invecchio,
    Aurelio.
    - Lei?
    - Invecchio,  s;  perdo il gusto di comandare.  Me lo fa  perdere  la
    servilit che scopro in tutti.  Uomini, vorrei uomini! Mi vedo attorno
    automi,  fantocci che devo atteggiare cos o cos,  e che  mi  restano
    davanti,  quasi a farmi dispetto, nell'atteggiamento che ho dato loro,
    finch non lo cambio con una manata. Soltanto di fuori per,  capisci?
    si lasciano atteggiare!  Dentro...  eh, dentro, restano duri, coi loro
    pensieri coperti, nemici, vivi solamente per loro. Che puoi su questi?
    Docili di fuori, miti, malleabili,  visi ridenti,  schiene ossequiose,
    t'approvano,  t'approvano sempre. Ah, che sdegno! Vorrei sapere perch
    mi arrovello cos;  perch e per chi lo  faccio...  Domani  morr.  Ho
    comandato!  S,  ecco:  ho  assegnato la parte a questo e a quello,  a
    tanti che non hanno mai saputo veder altro in  me  che  la  parte  che
    rappresento per loro.  E di tant'altra vita,  vita d'affetti e di idee
    che mi s'agita dentro,  nessuno che abbia mai  avuto  il  pi  lontano
    sospetto...  Con  chi  vuoi parlarne?  Sono fuori della parte che devo
    rappresentare... Certe volte, a qualcuno che viene qua a visitarmi,  a
    incensarmi,  mi  diverto a rivolgere certi sguardi,  certi sguardi che
    sfondano la parete, e me lo vedo allora per un attimo,  restar davanti
    sospeso, impacciato, goffo; Dio sa che forza devo far su me stesso per
    non  scoppiargli a ridere in faccia.  Mi crederebbe ammattito,  per lo
    meno. E anche tu, caro mio, se vedessi con che occhi mi stai guardando
    in questo momento...
    - Io no! - disse subito Aurelio, riscotendosi.
    Flaminio Salvo rise, scotendo il capo:
    - Anche tu, anche tu... E' cos; per forza  cos...  Ti posso io dire
    quel  che  vorrei  veramente da te?  il piacere che mi faresti,  se tu
    agissi com'io forse al tuo posto agirei?
    - E perch no? - domand Aurelio, levandosi. - Mi dica...
    - Ma perch no, - neg subito il Salvo,  stringendosi nelle spalle,  -
    perch non posso...  Puoi dirmi tu quel che pensi,  quel che senti, la
    vita che hai dentro in questo momento?... Non puoi... Sei davanti a me
    nelle relazioni che possono correre  fra  me  e  te:  tu  sei  il  mio
    ingegnere, il mio buon figliuolo che amo, a cui questa sera, davanti a
    una ventina di marionette, ho dato l'incarico di recarsi a Colimbtra,
    messaggero  di  trionfo:  e  basta!  Che  altro  potrei dirti?  Questo
    soltanto, forse, per il tuo bene...
    E Flaminio Salvo pos una mano sulla spalla di Aurelio:
    - Non ti tracciar vie da seguire,  figliuolo  mio;  n  abitudini,  n
    doveri;  va',  va',  muoviti  sempre;  scrllati  di  tratto in tratto
    d'addosso ogni incrostatura di concetti;  cerca il tuo piacere  e  non
    temere  il  giudizio  degli  altri  e neanche il tuo,  che puoi stimar
    giusto oggi e falso domani.  Conosci don Cosmo Laurentano?  Se sapessi
    quanta ragione ha quel matto!  Va',  va',   tardi; andiamo a dormire.
    Addio.
    Sceso  nel  viale  della  Passeggiata,  sotto  gli  alberi  spioventi,
    nell'ampio  silenzio della notte,  Aurelio Costa ebbe l'impressione di
    non trovar pi se stesso in s,  e  si  ferm  come  per  cercarsi.  I
    pensieri  che  lo  avevano  agitato intorno al suo avvenire,  per quel
    vasto disegno del Salvo;  gli  sguardi  provocanti,  le  parole  e  le
    premure di Nicoletta Capolino,  poc'anzi, a Colimbtra; e qua, adesso,
    questo discorso triste,  sinuoso e inatteso  del  Salvo,  gli  avevano
    quasi  disperso,  sparpagliato lo spirito.  Una parte era rimasta l a
    Colimbtra; l'altra qua nella villa.  Frastornato,  messo in sospetto,
    ripensava  alle  parole  del  Salvo.  E  dunque  sarebbe andata a Roma
    Nicoletta?  E allora?  Ma come?  Il Salvo s'era voluto sbarazzare  del
    Capolino:  S,  lo  aveva  detto  chiaramente: "Piazza pulita".  Aveva
    alluso fors'anche a lei?  C'era una certa ironia nella domanda che gli
    aveva rivolta: "Contenta,  la signora?" Aveva voluto allontanare anche
    lei dalla sua casa?  O forse ella gli si era ribellata?  Era egli cos
    triste,  in un animo cos insolito,  per questo?  E che voleva da lui?
    Che senso cavare dalle strane cose che gli aveva dette?  "Ti posso  io
    dire il piacere che mi faresti, se tu agissi com'io forse al tuo posto
    agirei?"  Che  piacere?  che aveva inteso dire?  Un desiderio segreto,
    inconfessabile? O aveva detto cos, in genere?  S'era lamentato d'aver
    attorno automi,  fantocci...  E quei consigli,  in fine. Per quanto si
    sforzasse,  non riusc a  raccapezzarsi.  E  allora,  quasi  lasciando
    fuori,  a  vagar  dove  volevano,  pensieri  e  dubbii e sospetti,  si
    restrinse nel  guscio  sicuro  della  sua  coscienza,  nel  sentimento
    modesto, tranquillo e solido che aveva sempre avuto di s. Per il caso
    fortuito  d'aver cavato,  un giorno,  quasi senza volerlo,  dalle mani
    della  morte  il  Salvo,   era  stato  sollevato  a   una   condizione
    invidiabile,  di  cui  con  le  sue  stesse doti naturali,  e la buona
    volont,  aveva poi saputo rendersi  degno.  Il  favore  stesso  della
    fortuna,  che  tutti  riconoscevano  meritato,  l'eco ingrandita degli
    onori a cui era venuto negli studii, nei concorsi,  nella professione,
    gli  avevano  dato  di  poi  un'importanza che egli stesso riconosceva
    soverchia,  e che lo metteva qualche volta in imbarazzo.  Il modo  con
    cui  si  vedeva  accolto  e trattato,  quel che si diceva di lui,  gli
    dimostravano di continuo ch'egli era per gli altri qualcosa di pi che
    per se stesso; un altro Aurelio Costa, ch'egli non conosceva bene,  di
    cui non si rendeva ben conto; restava perci sempre innanzi agli altri
    in uno stato d'animo angustioso, in una strana apprensione confusa, di
    venir meno all'aspettativa altrui,  di decadere dalla sua reputazione.
    Sapeva star bene al suo posto,  ma  avrebbe  voluto  starci  quieto  e
    sicuro;  invece  gli pareva che gli altri,  avendo egli preso a salire
    fin da ragazzo,  gli indicassero ancora come a lui pertinente un posto
    pi alto,  e lo spingessero e non lo lasciassero star tranquillo.  Non
    era timidezza la  sua;  era  un  ritegno  impiccioso,  che  spesso  lo
    irritava  contro  gli  altri  o  contro  se stesso,  una costernazione
    assidua che si scoprisse  in  lui  qualche  manchevolezza,  se  appena
    appena  si  fosse  allontanato dal campo delle sue conoscenze,  ove si
    sentiva sicuro, dal posto, ove poteva stare, ov'era arrivato da s per
    suo merito effettivo.  La irritazione contro se stesso  nasceva  anche
    dal  veder  che  tanti,  da  lui  stesso  stimati  inferiori in tutto,
    sapevano farsi avanti con  disinvoltura  ed  erano  lasciati  passare;
    mentre  lui,  ritenuto  da  tutti  superiore anche al concetto ch'egli
    aveva di se medesimo, lui si tirava indietro e, se spinto,  si sentiva
    spesso  impacciato  nei movimenti,  nel parlare,  e arrossiva talvolta
    come una fanciulla.
    Quella  sera,  Aurelio  Costa  avvert  pi  che  mai  quel  senso  di
    inesplicabile  fastidio  che  gli  cagionava  sempre  la propria ombra
    nell'allungarsi sperticatamente,  assottigliandosi innanzi  a  lui,  a
    mano a mano che si allontanava dai lampioni accesi.  Dopo il frastuono
    della dimostrazione popolare,  il silenzio della  citt  addormentata,
    vegliata da quei lugubri lampioni, gl'incuteva ora una cupa ambascia.
    A met della via Atenea deserta, scorse Roberto Auriti, solo; si volt
    a  guardarlo  con profonda pena e lo segu con gli occhi finch non lo
    vide svoltare per una delle erte viuzze a manca che  conducevano  alla
    Badia Grande.

    Tutta  quella  notte  si  vegli in casa di donna Caterina Laurentano,
    dovendo Roberto e il nipote partire a bujo,  alle quattro del mattino.
    La vecchia casa era ancora illuminata a petrolio,  e s'andava col lume
    in mano da una stanza all'altra.
    Anna Del Re s'indugiava amorosamente negli ultimi preparativi  per  il
    figliuolo.  Che strazio, per lei, quella partenza! Tutto il suo mondo,
    tutta la sua vita,  da anni e anni,  erano raccolti nell'amore e nelle
    cure  per  quel suo unico bene.  Come avrebbe vissuto pi ora senza di
    lui? E piangeva silenziosamente.
    Se l'era allevato,  lo aveva custodito con l'anima e  col  fiato,  non
    badando ai rimproveri della madre che temeva lo avviziasse troppo.  Ma
    no, no! che avviziare! Era tanto impensierita e tormentata,  lei,  nel
    vederlo crescere cos freddo e arcigno, sempre e tutto chiuso in s, e
    procurava con le sue maniere, con le cure sempre vigili, d'addolcirlo,
    ecco,  di riscaldarlo con l'amore materno, di renderlo pi espansivo e
    confidente.
    Non sapeva che cosa egli covasse in fondo al cuore, che lo allontanava
    anche dalla compagnia dei giovani della sua  et.  Studiare,  studiava
    anche  troppo,  con  nocumento  finanche  della  salute;  e quando non
    studiava, stava acutamente assorto in certi pensieri che gli rendevano
    pi irsute le ciglia,  pi duro e scontroso lo sguardo dietro le lenti
    da miope.
    - Oh Dio, Ninuccio, se vedessi come ti fai brutto...
    Egli le rispondeva con una spallata.
    Forse  soffriva,  il  suo Ninuccio,  delle angustiose condizioni della
    famiglia, forse pensava che la nonna anche senza derogare affatto a se
    stessa,  ai suoi sentimenti,  avrebbe  potuto  essere  ricca.  Troppo,
    certo,  l'infanzia  di lui e la prima giovinezza erano state aduggiate
    dall'ombra cupa di tante sventure  in  quella  vecchia  e  vasta  casa
    sempre silenziosa,  nella quale il sole,  entrando, pareva non recasse
    mai n luce n calore. Che casa!  Lo notava quella notte,  presentendo
    lo  squallore  in  cui  domani le sarebbe apparsa!  Logorati i mobili,
    anneriti i soffitti,  consunto il pavimento,  inaridite  e  stinte  le
    cornici delle imposte, sbiadita in tutte le stanze la carta da parato.
    Pur curata e pulita e rassettata sempre, pareva che anch'essa sentisse
    oscuramente la doglia della vita.  Aveva ragione Corrado Selmi;  aveva
    interpretato bene  il  segreto  sentimento  di  lei...  Gi  da  tempo
    rassegnata,  avrebbe  desiderato,  se  non  per  s,  almeno  per quel
    figliuolo,  che alla fine qualche sorriso di pace  alleviasse  un  po'
    l'oppressione  delle  memorie  dolorose,  quel  cupo rancore contro la
    vita, la muta, disperata amaritudine della madre.
    Calma,  e non pace!  Non poteva aver pace l'anima  di  donna  Caterina
    Laurentano.  Forse  perch  non  credeva pi in nulla?  Lei s,  Anna,
    credeva;  credeva fervidamente in Dio,  pur senza seguire alcuna delle
    pratiche religiose. Le donne del vicinato non la vedevano mai andare a
    messa,  come  la madre;  e tuttavia distinguevano tra l'una e l'altra,
    indovinavano che la signora giovane era religiosa e, nell'intravederla
    qualche volta da lontano,  cos bella e mite,  sempre vestita di nero,
    se l'additavano come una santa.
    Anna  stava  soprattutto in pensiero per la nuova vita,  in mezzo alla
    quale si sarebbe trovato fra poco il figlio nella casa del fratello, a
    Roma. Non dubitava che Roberto avrebbe avuto le pi diligenti cure per
    il nipote;  ma la donna ch'egli aveva con s?  i parenti,  gli  amici?
    quel Corrado Selmi che,  col suo fascino strano, era finanche riuscito
    a turbar lei?  Chi sa quale impressione ne  avrebbe  ricevuto  il  suo
    Ninuccio,  vissuto  sempre  qua,  rinchioccito  presso lei e la nonna!
    L'una e l'altra avevano parlato spesso e a lungo, con amarezza,  della
    vita mancata del loro Roberto, della falsa famiglia che s'era formata,
    su le notizie che ne aveva dato loro Giulio, l'altro fratello; notizie
    piuttosto vaghe, perch Giulio, cresciuto sempre a Roma, aveva perduto
    del tutto l'aria, il sentimento della famiglia, non pareva pi affatto
    neanche  siciliano;  e  forse scusava il fratello maggiore;  certo non
    dava alcun peso,  alcuna importanza a tante cose che per poco a lei  e
    alla madre non facevano orrore.
    Era  una  maestra  di  canto,  moglie d'un tenore che aveva perduto la
    voce,  la compagna di Roberto.  E Giulio  aveva  detto,  ridendo,  che
    questo tenore,  buon uomo, sedeva ogni giorno alla tavola di Roberto e
    dormiva poi,  la sera,  presso un fratello della moglie che teneva una
    specie  di  collegio,  di conservatorio di musica privato,  dove colei
    insegnava canto e il marito fungeva nientemeno che da censore. Roberto
    era come in pensione in quella casa, dove qualche volta,  nelle annate
    di  maggiore  affluenza,  alloggiava  anche qualche convittore che non
    aveva trovato posto nel collegio del fratello. A contatto di tal gente
    si sarebbe trovato dunque,  tra poco,  il figliuolo.  Parecchie  volte
    Anna  aveva  cercato  di  persuadere la madre di proporre a Roberto il
    loro trasferimento a Roma.  Avrebbero venduto quella casa,  albergo di
    tante sventure, e si sarebbero accomodate a vivere alla meglio a Roma,
    magari sole dapprima, sole o con Giulio soltanto. Chi sa che, a poco a
    poco,  col tempo,  la madre non sarebbe poi riuscita a liberar Roberto
    da quella compagnia...  Non sarebbe stato anche un risparmio,  di  tre
    case farne una sola? E tutta la famiglia raccolta insieme...
    - Sogni! - le aveva detto la madre. E non aveva voluto neanche mettere
    in discussione la proposta.
    Sapeva  che  n  Giulio avrebbe voluto perdere la propria libert,  n
    Roberto avrebbe saputo sciogliersi dalla schiavit  di  quella  donna.
    Anche  lei,  poi,  all'et  sua,  non  avrebbe  potuto  resistere a un
    cambiamento cos radicale di vita e d'abitudini.
    - Sogni! Quand'io morr,  e Nino sar cresciuto,  tu andrai con lui...
    Ci penser lui a farti una nuova vita.
    -  Ma  intanto!...  - sospirava Anna,  e guardava nell'altra stanza il
    figlio, che ascoltava i discorsi della nonna e dello zio, con una mano
    tra i capelli,  un gomito su la tavola,  sotto la lampada che  pendeva
    dal soffitto. Eccolo: non dimostrava n pena d'allontanarsi da lei per
    circa un anno, n gioja di recarsi a Roma. Sempre cos! Una volta sola
    su  i  primi  dello scorso anno,  infatuato d'una scoperta che credeva
    d'aver fatto,  d'un suo  speciale  congegno  per  trarre  -  diceva  -
    l'energia  elettrica  dalle  onde  del  mare (era venuto,  quell'anno,
    all'Istituto Tecnico un bravo  professore  di  fisica,  il  quale  era
    riuscito  a infervorare per la sua scienza tutti gli scolari) le aveva
    parlato con vero calore, per indurla a spingere la nonna a chiedere in
    prestito qualche migliajo di lire, - non allo Zio Borbonico, no!  - ma
    allo zio Cosmo, magari: un migliajo di lire in prestito, per costruire
    alla  meglio  gli  attrezzi necessarii agli esperimenti che si sarebbe
    recato a fare a Valsana, su la piaggia.  Povero figliuolo!  Gli aveva
    fatto cascar le braccia,  subito. La nonna? chieder denaro in prestito
    ai fratelli? E non la conosceva? S'era subito rinchiuso nel suo ispido
    silenzio,  e non aveva voluto darle nemmeno una spiegazione su  quella
    sua famosa scoperta. Chi sa quanto c'era di vero... Forse un'illusione
    puerile!  Ma  pure,  tutto  quell'anno,  aveva  seguitato  a  studiare
    accanitamente quella scienza, e ora,  andando a Roma,  si proponeva di
    dedicarsi a essa interamente. Altri affetti - pur essendo cos giovane
    - altre cure, altre voglie pareva non avesse.
    - Ninuccio, - chiam.
    Aveva  finito  di preparare la valigia,  e voleva l'ajuto di lui,  per
    chiuderla. Egli accorse subito.
    - Troppo piena?  - gli domand.  -  Hai  voluto  metterci  tutti  quei
    libri...  Non  sarebbe  meglio  levarli di qua e porli insieme con gli
    altri nella cassetta? Tanto, te la spediremo subito.
    - Me la porto via con me, la cassetta, - diss'egli. - Non mi fido. Chi
    sa quando m'arriverebbe...
    - Ma ti peser  troppo,  figlio  mio,  che  dici?  Impossibile...  Non
    dubitare, l'avrai subito. Ci penser io...
    - E allora qua nella valigia, lasciali qua, questi libri. Chiudo?
    -  Non  ha  detto nulla la nonna di l,  a zio Roberto?  - domand lei
    allora, alludendo a quella sua proposta.
    - Nulla, - rispose il figlio.
    - Capisco anch'io,  - sospir  Anna,  -  che    quasi  impossibile...
    L'avrei  voluto per te...  Mah!  Ninuccio mio,  mi raccomando: mi devi
    scrivere tutto,  sempre...  se hai bisogno  di  qualche  cosa...  come
    stai... se ti trovi bene... Tutto! Mi contento anche di poche righe...
    Ma le prime lettere, no, sai? lunghe, le prime lettere... Voglio saper
    tutto!  E  bada,  Ninuccio...  un po' pi d'ordine!  Ti disporrai bene
    tutta la biancheria nei  cassetti...  Non  fare  al  solito  tuo!  Zio
    Roberto  molto ordinato,  lo sai...  Ordinato anche tu! E non ti dico
    altro...  So che farai il tuo dovere e che contenterai tua madre e  la
    nonna,  che  restiamo  qua...  sole...  Basta,  basta...  Presto  sar
    l'ora...
    Entrarono nella sala da pranzo,  dove  la  nonna  e  Roberto  sedevano
    accanto sul canap.
    - Vedrai, - diceva donna Caterina. - Io vorrei prima finir di chiudere
    questi occhi.  Ma toccher forse di vedere anche a me, per conchiudere
    bene,  questo spettacolo qua.  Ci  sar,  non  dico,  chi  mette  male
    apposta;  ma  alla  mala  semenza il terreno  preparato da anni.  Voi
    state a Roma, e non sentite e non vedete nulla. Vorrei ingannarmi!  Ma
    non m'inganno.
    Alz il capo a guardar la figlia e il nipote, vide negli occhi di Anna
    le lagrime, ed esclam, levando un braccio:
    - Lascialo partire,  lascialo andar via! Aria! Aria! Respirer... Buca
    l'uovo,  figliuolo mio;  e lascia star qua nojaltri,  ad aspettare  la
    manna del cielo!  Nel Sessanta, caro Roberto, sai che facemmo noi qua?
    sciogliemmo in tante tazzoline le animucce nostre,  come  pezzetti  di
    sapone;  il Governo ci mand in regalo un cannellino per uno; e allora
    noi qua,  poveri imbecilli,  ci mettemmo tutti a soffiare nella nostra
    acqua saponata, e che bolle! che bolle! una pi bella e pi variopinta
    dell'altra!  Ma  poi il popolo cominci a sbadigliare per fame,  e con
    gli  sbadigli,  addio!  fece  scoppiare  a  una  a  una  tutte  quelle
    magnifiche bolle che sono finite, figlio mio, con licenza parlando, in
    tanti sputi... Questa  la verit!
    La  serva  venne  ad  annunziare che la carrozza era arrivata e che il
    vetturino, un po' in ritardo,  faceva fretta.  C'era circa mezz'ora di
    vettura da Girgenti alla stazione ferroviaria in Val Sollano.
    Anna,  con  la  candela  in mano innanzi alla porta,  presso la madre,
    rimase come sopraffatta, insaziata dell'ultimo abbraccio frettoloso al
    figlio,  che correva accanto allo zio,  gi per  la  ripida  viuzza  a
    scalini, nel bujo ancor fitto.
    Figlio mio! figlio mio! gemeva tra s.
    -  Tu,  Ninuccio,  lo  rivedrai,  -  le  disse  piano la madre.  - Io,
    Roberto... chi sa!
    Udirono  nel  silenzio  profondo  il   rotolo   della   vettura   che
    s'allontanava.  E Anna lev gli occhi pieni di lagrime al cielo,  dove
    le stelle, per lei, vegliavano religiosamente.






    PARTE SECONDA.


    1.

    Seduto  innanzi  all'ampia  scrivania,   su  cui   stavano   schierati
    tutt'intorno  prospetti  e  relazioni  irti  di  cifre,  il segretario
    aspettava che S. E.  il Ministro si ricordasse che doveva riprendere a
    dettare. Gi era la terza notte che il cav. Cao... - oh, lavorare, va
    bene;  ma... ma... ma... - un'intera giornata a sgobbare al Ministero;
    poi la sera l,  al palazzo di Sua Eccellenza;  di questo  passo,  non
    sarebbe venuta pi a fine quella esposizione finanziaria.  Eppure, tra
    pochi giorni, avrebbe dovuto esser letta alla Camera dei deputati. Non
    ne poteva pi!  Ma veramente non era tanto la  stanchezza,  quanto  la
    sofferenza  che  da qualche tempo gli cagionava la vista di quell'uomo
    venerando,  per cui sentiva ancora profondo e sincero affetto,  se non
    pi l'ammirazione di prima.  Aveva gi veduto tante cose il cav.  Cao,
    prima da lontano,  cert'altre ne vedeva adesso da vicino!  Non si  pu
    vivere,    vero,  settanta  e  pi  anni,  commettendo sempre eroiche
    azioni. Per forza qualche sciocchezza, o piccola o grande, si deve pur
    commettere.  E una oggi,  una domani,  tirando infine le  somme...  Si
    tirava,  invece,  cos pensando, il cav. Cao un ispido pelo dei baffi,
    inverosimilmente lungo.  Perbacco!  Fin sul capo,  gli arrivava...  Un
    pelo  solo.  Nero.  Per  avvertir  meno  la  stanchezza  e  la noja di
    quell'attesa,   lavorava  di  fantasia.   Un  pajo  di  lenti  di  Sua
    Eccellenza,  l su la scrivania,  eran diventate due laghetti gemelli;
    uno spazzolino da penne,  un fitto boschetto di elci;  il piano  della
    scrivania,   dov'era  sgombro,   una  sterminata  pianura,  che  forse
    primitive trib migratrici attraversavano,  sperdute.  Sua  Eccellenza
    passeggiava per lo scrittojo,  aggrondato,  a capo chino,  con le mani
    dietro la schiena. E il cav. Cao,  alzando gli occhi a guardarlo,  con
    l'immagine  di quello spazzolino da penne nella retina,  pens che Sua
    Eccellenza aveva la schiena pelosa.  Pelosa la  schiena  e  peloso  il
    petto. Lo aveva veduto un giorno nel bagno. Pareva un orso, pareva. Ah
    quante  cose,  quante  particolarit ridicole non aveva scoperto nella
    persona di Sua Eccellenza,  da che non lo  ammirava  pi  come  prima!
    Quella nuca, per esempio, cos grossa e liscia e lucente, e tutti quei
    nerellini che gli pinticchiavano il naso,  e quelle sopracciglia... l
    "z!" e "z!" - come due virgolette. Finanche negli occhi, negli occhi
    che gli incutevano un tempo tanta  suggezione,  aveva  scoperto  certe
    macchioline  curiose,  che  pareva  gli forassero la cornea verdastra.
    Proprio vero: "minuit praesentia famam!" E si meravigliava il cav. Cao
    e si rattristava insieme di poter vedere ora cos  quell'uomo  che  in
    altri  tempi lo aveva addirittura abbagliato,  acceso d'entusiasmo per
    le gesta eroiche che si raccontavano di lui garibaldino e poi  per  le
    memorabili  lotte parlamentari strenuamente combattute.  Mah!  Ormai
    Francesco D'Atri non pensava che a sporcarsi timidamente,  d'una tinta
    gialligna,  canarina, i pochi capelli che gli erano rimasti attorno al
    capo e l'ampia barba che sarebbe stata cos bella,  se  bianca.  Anche
    lui,   vero,  il cav.  Cao,  da circa un anno,  poco poco...  i baffi
    soltanto. Ma per non averli, ecco,  un po' bianchi,  un po' neri.  Gli
    seccava. E poi del resto, per lui quella tintura non avrebbe mai avuto
    le   disastrose  conseguenze  che  aveva  avuto  per  Sua  Eccellenza.
    Quantunque  infine  non  avesse   ancora   quaran...   ah   gi,   s,
    quarant'anni,  da tre giorni: ebbene,  quaranta: non avrebbe mai preso
    moglie, lui. E Francesco D'Atri, invece, s l'aveva presa,  a ses-san-
    ta-set-te  anni  sonati;  e  giovane  per giunta l'aveva presa.  Segno
    evidentissimo di rammollimento cerebrale.  Bisognava metterlo da parte
    - (la vita ha le sue leggi!) - da parte,  senza considerazione e senza
    piet. Piet, tutt'al pi, poteva averne lui,  perch gli voleva bene,
    perch  lo  vedeva  soffrire  atrocemente,  in  silenzio,  dell'enorme
    sciocchezza commessa; ma provava anche sdegno, ecco, per la remissione
    di cui gli vedeva dar prova di  fronte  a  quella  moglie  che,  quasi
    subito  dopo  le  nozze,  s'era  messa  a  far  pubblicamente  strazio
    dell'onore di lui.  Tutti,  o quasi tutti,  ammogliati tardi  e  male,
    questi benedetti uomini della Rivoluzione.  Da giovani, si sa, avevano
    da pensare a ben altro! Amare, s...  "la bella Gigogin"...  un bacio,
    e:

    "Addio, mia bella, addio;
    l'armata se ne va..."

    In fondo,  a voler dir proprio, non avevano potuto far nulla a tempo e
    bene, n studii, n altro. Nelle congiure, nelle battaglie erano stati
    come nel loro elemento; in pace, erano ora come pesci fuor d'acqua. In
    vista,  e senza uno stato;  anziani,  e senza una famiglia  attorno...
    Dovevan purtroppo commettere tardi e male tutte quelle corbellerie che
    non avevano avuto tempo di commettere da giovani,  quando,  per l'et,
    sarebbero stati pi scusabili. E poi, anche... Il cav.  Cao,  a questo
    punto,  torn a scuotersi come per un brivido alla schiena.  Da alcuni
    giorni era veramente sbigottito della gravit e  della  tristezza  del
    momento.  Tutte le sere,  tutte le mattine,  i rivenditori di giornali
    vociavano per le vie di Roma il nome di questo o di quel  deputato  al
    Parlamento  nazionale,  accompagnandolo con lo squarciato bando ora di
    una truffa ora di uno scrocco a danno di questa o di quella banca.  In
    certi momenti climaterici,  ogni uomo cosciente che sdegni di mettersi
    con gli altri a branco, che fa? si raccoglie; pndera;  assume secondo
    i proprii convincimenti una parte,  e la sostiene. Cos aveva fatto il
    cav.  Cao.  Aveva assunto la parte dell'indignato e la sosteneva.  Non
    poteva tuttavia negare a se stesso, che godeva in fondo dello scandalo
    enorme.  Ne godeva sopra tutto perch, investito bene della sua parte,
    trovava in s in quei giorni una  facilit  di  parola  che  quasi  lo
    inebriava, certe frasi che gli parevano d'una efficacia meravigliosa e
    lo  riempivano  di  stupore e d'ammirazione.  Ma s,  ma s: dai cieli
    d'Italia, in quei giorni, pioveva fango,  ecco,  e a palle di fango si
    giocava;  e il fango s'appiastrava da per tutto, su le facce pallide e
    violente degli  assaliti  e  degli  assalitori,  su  le  medaglie  gi
    guadagnate  su  i  campi  di  battaglia  (che  avrebbero dovuto almeno
    queste,  perdio!  esser sacre) e su le croci e le  commende  e  su  le
    marsine  gallonate  e  su  le  insegne  dei  pubblici  uffici  e delle
    redazioni dei giornali.  Diluviava il fango;  e pareva  che  tutte  le
    cloache della citt si fossero scaricate e che la nuova vita nazionale
    della  terza  Roma dovesse affogare in quella torbida fetida alluvione
    di melma, su cui svolazzavano stridendo, neri uccellacci,  il sospetto
    e  la  calunnia.  Sotto il cielo cinereo,  nell'aria densa e fumicosa,
    mentre  come  scialbe  lune  all'umida  tetra  luce  crepuscolare   si
    accendevano  ronzando  le lampade elettriche,  e nell'agitazione degli
    ombrelli,  tra l'incessante spruzzolo di una acquerugiola  lenta,  la
    folla spiaccicava tutt'intorno, il cav. Cao vedeva in quei giorni ogni
    piazza diventare una gogna;  esecutore,  ogni giornalajo cretoso,  che
    brandiva come un'arma il sudicio foglio sfognato  dalle  officine  del
    ricatto, e vomitava oscenamente le pi laide accuse. E nessuna guardia
    s'attentava  a  turargli  la  bocca!  Ma gi,  pi oscenamente i fatti
    stessi urlavano da s.  Uomo d'ordine,  il  cav.  Cao  avrebbe  voluto
    difendere  a ogni costo il Governo contro la denunzia delle vergognose
    complicit tra i Ministeri e  le  Banche  e  la  Borsa  attraverso  le
    gazzette  e  il Parlamento.  Non voleva credere che le banche avessero
    largheggiato verso il Governo  per  fini  elettorali,  per  altri  pi
    loschi  fini  coperti;  e  che,  favore per favore,  il Governo avesse
    proposto  leggi  che  per  le  banche  erano  privilegi,  e  difeso  i
    prevaricatori, proponendoli agli onori della commenda e del Senato. Ma
    non  poteva  negare  che  fosse stato aperto il credito a certi uomini
    politici carezzati, che in Parlamento e per mezzo della stampa avevano
    combattuto a profitto delle banche falsarie,  tradendo la  buona  fede
    del paese;  e che questi gaudenti avessero voluto occultare ci che da
    tempo si  sapeva  o  si  poteva  sapere;  e  che,  ora  che  le  colpe
    avventavano, si volesse percuotere, ma con la speranza che la percossa
    ai  pi  deboli salvasse i pi forti.  Certo,  lo sdegno del paese nel
    veder cos bruttati di fango alcuni uomini pubblici che nei begli anni
    dell'eroico riscatto avevano  prestato  il  braccio  alla  patria,  si
    rivoltava acerrimo,  adesso, anche contro la gloria della Rivoluzione,
    scopriva  fango  pur  l;  e  il  cav.  Cao  si  sentiva  propriamente
    sanguinare  il cuore.  Era la bancarotta del patriottismo,  perdio!  E
    fremeva sotto certi nembi d'ingiurie che s'avventavano in quei  giorni
    da  tutta Italia contro Roma,  rappresentata come una putrida carogna.
    In un giornale di Napoli  aveva  letto  che  tutte  le  forze  s'erano
    infiacchite al contatto del Cadavere immane;  sbolliti gli entusiasmi;
    e  tutte  le  virt,  corrotte.   Meglio,   meglio  quand'essa  viveva
    d'indulgenze e di giubilei,  affittando camere ai pellegrini, vendendo
    corone e immagini benedette ai divoti! Ne fremeva il cav. Cao,  perch
    i clericali naturalmente,  ne tripudiavano. Accompagnando talvolta Sua
    Eccellenza a Montecitorio,  vedeva per i corridoi e le  sale  tutti  i
    deputati,  giovani e vecchi,  novellini e anziani,  amici o avversarii
    del Ministero, come avvolti in una nebbia di diffidenza e di sospetto.
    Gli pareva che  tutti  si  sentissero  spiati,  scrutati;  che  alcuni
    ridessero  per ostentazione,  e altri,  costernati del colore del loro
    volto,  fingessero di  sprofondarsi  con  tutto  il  capo  in  letture
    assorbenti.  Per  certuni,  non  ostante  il freddo della stagione,  i
    caloriferi erano mal regolati: troppo caldo!  troppo caldo!  Chi sa in
    quante  coscienze era il terrore che da un momento all'altro gli occhi
    d'un giudice istruttore penetrassero in esse a  indagare,  a  frugare,
    armati  di  crudelissime lenti.  Al cav.  Cao era sembrato,  il giorno
    avanti,  che alcuni deputati,  i quali discutevano accalorati  in  una
    sala, avessero troncato a un tratto la discussione vedendo passare Sua
    Eccellenza D'Atri.  S'era fermato un po' a guardare,  accigliato, e da
    uno di quei deputati,  che  aveva  subito  voltato  le  spalle,  aveva
    sentito  ripetere  chiaramente  pi  volte,  sottovoce  ma con accento
    vibrato e impeto di sdegno,  il nome di  Corrado  Selmi  che  in  quei
    giorni  correva  sulla  bocca  di tutti.  Il cav.  Cao sapeva bene che
    nessuno avrebbe osato mettere in  dubbio  l'illibatezza  di  Francesco
    D'Atri;  ma  poteva darsi che,  per via della moglie,  fosse coinvolto
    anche  lui  nella  rovina  del  Selmi  che  pareva   ormai   a   tutti
    irreparabile.
    Eppure,  eccolo  l:  passeggiando per lo scrittojo e non ricordandosi
    pi evidentemente n di chi stava ad  aspettarlo  n  dell'esposizione
    finanziaria,  Sua  Eccellenza pareva soltanto impensierito d'un pianto
    infantile angoscioso che, nel silenzio della casa, arrivava fin l, da
    una camera remota,  non ostanti gli usci chiusi.  Gi una volta si era
    recato  di l a vedere che cosa avesse la figliuola.  Il cav.  Cao non
    seppe frenar pi oltre la stizza -  (perch,  santo  Dio,  tutta  Roma
    sapeva  che  quella  bambina...  quella  bambina...)  -  si  alz come
    sospinto da una susta, soffiando per le nari uno sbuffo.
    Sua Eccellenza si ferm e si volse a guardarlo.  Subito  il  cav.  Cao
    contrasse  la faccia,  come per un fitto spasimo improvviso,  e disse,
    sorridendo e stropicciandosi con una mano la gamba:
    - Crampo, eccellenza...
    - Gi... lei aspettava... Scusi tanto,  cavaliere.  M'ero distratto...
    Basta per questa sera,  eh? Lei sar stanco; io non mi sento disposto.
    Saranno le undici,  vero?
    - Mezzanotte, eccellenza! Eco qua: le dodici e dieci...
    - Ah s? E... e questo teatro, dunque, quando finisce?
    - Che teatro, eccellenza?
    - Ma, non so; il "Costanzi", credo. Dico per...  per quella bambina...
    Sente  come  strilla?  Non  si  vuol quietare.  Forse,  se ci fosse la
    mamma...
    - Vuole che passi dal "Costanzi", ad avvertire?
    - No, no,  grazie...  Tanto,  adesso,  poco potr tardare.  Piuttosto,
    guardi: avrei bisogno urgente di parlare con l'Auriti.
    - Col cav. Giulio?
    -  S.  E' con mia moglie.  Pu darsi che non venga s,  alla fine del
    teatro. Mi farebbe un gran piacere, se lo avvertisse.
    - Di venir s? Vado subito, eccellenza.
    - Grazie. Buona notte, cavaliere. A domani.
    Il cav.  Cao s'inchin profondamente,  tirando per il naso  aria  aria
    aria;  appena  varcata  la soglia,  la butt fuori con un versaccio di
    rabbia,  che mut subito per in un sorriso grazioso  alla  vista  del
    cameriere in livrea che gli si faceva incontro.
    Rimasto  solo,  Francesco D'Atri si prem forte le mani sul volto.  Il
    lucido cranio gli  s'infiamm  sotto  le  lampadine  elettriche  della
    lumiera  che pendeva dal soffitto.  Si trattenne ancora un pezzo nello
    scrittojo a passeggiare col viso disfatto dalla stanchezza e  alterato
    dai foschi pensieri in cui era assorto. Con la piccola mano grinzosa e
    indurita  dagli  anni  si  lisciava  quella  lunga  barba  canarina in
    contrasto cos penoso e ridicolo con  tutta  l'aria  del  volto  e  la
    gravit  della  persona.  Come  mai  non s'accorgeva egli stesso,  che
    quella barba,  cos mal dipinta,  nelle circostanze presenti,  era una
    smorfia  orrenda?  Non  se  n'accorgeva,  perch  da  un  pezzo  ormai
    Francesco D'Atri non aveva pi la guida di s,  n  pi  lui  soltanto
    comandava  in  s a se stesso.  Non eran pi suoi gli occhi con cui si
    guardava;  eran d'un altro Francesco D'Atri che dallo specchio gli  si
    faceva  incontro  ogni  mattina  con  aria  rabbuffata  e  di sdegnoso
    avvilimento nel vedergli gonfie e ammaccate le borse delle plpebre, e
    tutte quelle rughe e quel bianco attorno alla faccia. N questo era il
    solo Francesco D'Atri che  si  rifacesse  vivo  in  lui  nella  senile
    disgregazione della coscienza,  e lo tirasse a pensare,  a sentire,  a
    muoversi,  com'egli adesso non poteva,  non  poteva  pi,  con  quelle
    membra  e  il  cervello e il cuore imbecilliti dall'et.  Era ormaj un
    povero vecchio che volentieri si sarebbe rannicchiato in un  cantuccio
    per  non  muoversene  pi;   ma  tanti  altri  lui  spietati  che  gli
    sopravvivevano dentro,  approfittando di  quel  suo  smarrimento,  non
    volevano lasciarlo in pace;  se lo disputavano,  se lo giocavano,  gli
    proibivano di lamentarsi e di dirsi stanco,  di dichiarare che non  si
    ricordava pi di nulla;  e lo costringevano a mentire senza bisogno, a
    sorridere quando non ne aveva voglia, a pararsi,  a far tante cose che
    gli parevano di pi. E uno, ecco, gli tingeva in quel modo ridicolo la
    barba; un altro gli aveva fatto prender moglie, quando sapeva bene che
    non  era  pi  tempo;  un  altro ancora gli faceva tener tuttavia quel
    posto supremo,  pur riconoscendolo di tanto superiore alle sue  forze;
    un  altro poi lo persuadeva ad amare con infinita pena quella bambina,
    che anch'egli  sapeva  non  sua,  adducendo  una  ragione  quanto  mai
    speciosa,  che cio,  avendo egli avuto da giovine una figliuola a cui
    altri aveva dato e nome e amore e cure e sostanze,  in compenso  e  in
    espiazione toccasse a lui ora di dare a questa il proprio nome e amore
    e  cure  e sostanze,  come se questa fosse veramente quella sua povera
    piccina d'allora.  Cedendo  per  a  questo  sentimento,  riconoscendo
    davanti  agli  altri  come sua la figliuola,  eh lo avvertiva quello
    della barba,  armato di pennello e di tintura bisogna  pure  che  tu,
    caro, per esser creduto padre, con codesta moglie giovine accanto, dia
    una mano di giallo a tutta la tua canutiglia!;  consiglio sciocco,  a
    cui avrebbe voluto opporsi, per non profanare,  non solo la sua figura
    veneranda,  ma  anche,  in fondo,  il suo vero sentimento verso quella
    bambina.  Non sapeva per opporsi pi,  se non timidamente.  E  questa
    timidit penosa e ridicola si rispecchiava appunto nella tintura della
    barba.  Preso  in mezzo,  tenuto l come fra tanti,  che ognuno pareva
    facesse per s e lui non ci fosse per nulla,  non sapeva dove voltarsi
    prima;  niente gli piaceva; ma, a muoversi per un verso o per l'altro,
    temeva di far dispiacere a questo o a quello dei suoi crudeli padroni;
    e ogni risoluzione,  anche lieve,  gli costava pena e  fatica.  Vedeva
    purtroppo in qual gineprajo si fosse cacciato, contro ogni sua voglia;
    e  non  trovava pi modo a uscirne.  Tutto a soqquadro,  tutto!  Qua a
    Roma,  l'abbaruffio osceno d'una enorme frode scellerata;  in Sicilia,
    un  fermento  di  rivolta.  Tra  gli  urli delle passioni pi abiette,
    scatenatesi nello sfacelo della coscienza nazionale,  non s'era  quasi
    avvertito un rombo di fucilate lontane,  prima scarica d'una terribile
    tempesta che s'addensava con spaventosa rapidit.  Una sola voce s'era
    levata  nel Parlamento a porre avanti al Governo lo spettro sanguinoso
    di alcuni contadini massacrati in Sicilia,  a Caltavutro;  ad agitare
    innanzi  a tutti con fiera minaccia il pericolo,  non si radicasse nel
    paese la credenza perniciosa che si potessero  impunemente  colpire  i
    miseri  e  salvare  i barattieri rifugiati a Montecitorio.  S,  aveva
    esposto la verit dei fatti quel deputato siciliano: quei contadini di
    Sicilia,  trovando nella rabbia per l'ingiustizia altrui  il  coraggio
    d'affermare con violenza un loro diritto,  s'erano recati a zappare le
    terre demaniali usurpate dai  maggiorenti  del  paese,  amministratori
    ladri dei beni patrimoniali del Comune: intimoriti dall'intervento dei
    soldati,  avevano  sospeso  il  lavoro ed erano accorsi a reclamare al
    Municipio la  divisione  di  quelle  terre;  assente  il  capo,  s'era
    affacciato  al balcone un subalterno che,  per allontanare il tumulto,
    li aveva consigliati di ritornar pure a zappare;  ma per via la  folla
    aveva  trovato il passo ingombro dalla milizia rinforzata;  accennando
    di voler resistere, s'era veduta prima assaltare alla bajonetta;  poi,
    a  fucilate,  per  avere  agitato  in  aria  le  zappe a intimorir gli
    assalitori. Dodici, i morti;  pi di cinquanta,  i feriti: tra questi,
    alcuni  bambini,  uno  dei  quali crivellato da ben sette bajonettate.
    Questo particolare orrendo s'era rappresentato agli occhi di Francesco
    D'Atri cos vivo, che da tre giorni pur tra tante cure e tanto tumulto
    di  pensieri,   di  tratto  in  tratto,   riaffacciandosi,   gli  dava
    raccapriccio.  Perch  la ferocia di quel soldato,  accanita sul corpo
    d'un bambino innocente,  gli  pareva  l'espressione  pi  precisa  del
    tempo: la vedeva in tutti,  quella stessa ferocia, e n'era sbalordito.
    Non pi rispetto,  n carit per le cose pi sacre;  una furia  cieca,
    una   rabbia   d'odio,   una  selvaggia  volutt  di  basse  vendette.
    S'aspettava d'esser preso per il petto da un forsennato qualunque, per
    dar conto di tutti i suoi errori, antichi e nuovi.  Errori?  E chi non
    ne aveva commessi?  Ma era un momento,  quello, che anche i pi lievi,
    quelli a cui in altro tempo s'era soliti di passar sopra,  saltavano a
    gli  occhi  di tutti,  pigliavan dalla sinistra luce di quei giorni un
    certo ispido rilievo, un certo color misterioso,  che subito aizzavano
    la  smania  di  frugar sotto,  per la soddisfazione atroce o la feroce
    consolazione di scoprire altre pi gravi magagne nascoste. Il coraggio
    pi difficile,  quello della pubblica accusa,  legato e  persuaso  con
    tanti argomenti a non rompere i freni della prudenza, ora che tutti si
    trovavan  d'accordo,  s'era svincolato,  sferrato da tutti i ritegni e
    riguardi  sociali;  era  diventato  tracotanza  inaudita;   e  nessuna
    coscienza  poteva  pi sentirsi tranquilla e sicura.  Quelle sue nozze
    tardive con una giovine;  l'illusione che il prestigio del suo passato
    e  degli  altissimi onori a cui era venuto sarebbe valso a compensare,
    nella stima e nel cuore di lei,  quanto di fervor giovanile doveva  di
    necessit mancare al suo affetto grato e profondo; il lusso avventato;
    la  relazione  scandalosa  della  moglie col Selmi,  quella bambina...
    potevano da un momento  all'altro  diventar  pretesto  d'accusa  e  di
    maligne  insinuazioni,  cagione  di chi sa quali sospetti oltraggiosi.
    Tra i fantasmi dell'incertezza, in quella vuota,  oscura realt in cui
    gli  pareva d'esser avviluppato,  Francesco D'Atri sentiva di punto in
    punto crescere in s la costernazione,  ora che le grida  rinfuriavano
    per  il  salvataggio  violento,   da  parte  del  Governo,  di  alcuni
    parlamentari pi in vista e pi compromessi.  Tra questi era il Selmi,
    che pure fino a quel giorno s'era lasciato esposto allo scandalo.  Non
    glien'avevano detto nulla i suoi  colleghi  del  Gabinetto;  ma  s'era
    accorto  dalle  loro  arie  che  gli si voleva dare a intendere che il
    Selmi si salvava per lui. Non era vero! Non per lui, se mai; ma perch
    egli era con loro;  e,  in quel momento,  la sua caduta avrebbe potuto
    determinare il crollo di tutti. Non era intanto peggiore del male quel
    rimedio?  Non  aveva  saputo opporsi.  Come proferir quel nome?  Mondo
    d'ogni colpa,  integro,  per una sola debolezza,  per quella illusione
    cos  presto perduta,  si vedeva trascinato dalla moglie gi nel fango
    della piazza,  ove una canea famelica di  scandalo  lo  aspettava  per
    farne strazio, accozzando in uno sconcio impasto il suo corpo e quello
    della  moglie  e  del  Selmi.  Ora,  con  una nuova violenza si vedeva
    strappato dalla piazza, ma insieme col Selmi,  aggrappato a lui e alla
    moglie,  insieme con tutta la canaglia aggrappata al Selmi. Gli pareva
    che glielo rimettessero in casa,  l,  con  tutta  la  folla  urlante,
    beffarda  e  ingiuriosa.  Tutti,  ora,  tutti avrebbero creduto che lo
    salvava lui il Selmi, non per generosit,  ma per paura.  E fors'anche
    il  Selmi  stesso...  Ma qual paura,  in fondo,  poteva aver lui?  Per
    generosit, se mai, avrebbe potuto farlo,  perch lo ricordava prode e
    nobile, un giorno, sprezzante della vita tra i pericoli e tutto acceso
    dell'ideale  santo  della  patria.  Ma  no,  no,  neanche  per  questa
    generosit lo avrebbe fatto: troppo,  oltre all'odio e allo sdegno per
    il  tradimento (quantunque ne facesse pi carico alla moglie),  troppo
    gli coceva il sospetto in lui  di  quella  paura.  Intanto,  sottratte
    tutte  le  carte  che  avrebbero potuto perdere il Selmi,  era rimasto
    esposto,  senza difesa,  e compromesso,  un innocente: Roberto Auriti.
    S'era trovato a carico di lui un debito di circa quarantamila lire; e,
    quel ch'era peggio,  pi d'un biglietto laconico e misterioso,  in cui
    si faceva allusione a un amico che  assicurava  il  governatore  della
    banca,  o  prometteva che avrebbe fatto o parlato o scritto secondo le
    istruzioni ricevute.  Questi biglietti erano gi in mano dell'autorit
    giudiziaria, e di questo egli doveva informare tra poco Giulio Auriti,
    fratello di Roberto.
    S'era gi abituato all'orrore della situazione; ne aveva acquistato il
    sentimento  quasi  d'una necessit fatale;  e il suo sbalordimento era
    pieno d'uggia,  di ribrezzo e greve d'una stanchezza dolorosa.  Nessun
    conforto dalle memorie del passato: a richiamarle per un momento,  non
    sarebbero valse ad altro che ad accrescere la vergogna  e  la  miseria
    del presente.  E in quell'uggia,  la vista di tutte le cose, anche dei
    ninnoli della stanza,  acquistava agli occhi suoi  una  insopportabile
    gravezza.  Ah,  il bujo,  il bujo,  un luogo di riposo: la morte,  s!
    Tutta quella guerra faceva vincere volentieri il ribrezzo della morte.
    Che crudelt!  Egli era uno  che  doveva  presto  morire...  Serbargli
    quella  feccia per gli ultimi giorni,  da ingojare nel bicchiere della
    staffa...
    Francesco D'Atri si ferm, con gli occhi immobili e vani.  Immagin il
    tempo  dopo  la  sua  fine: il tempo per gli altri...  Ecco tornata la
    calma... per gli altri! rabbonite quelle onde,  squarciato l'orrore di
    quella tempesta; e nessuna piet, nessun rimpianto, nessuna memoria di
    chi s'era trovato in quei frangenti e vi era perito.
    A  un  tratto,  su  la  mensola,  a  cui  teneva fissi gli occhi,  gli
    s'avvist una piccola bertuccia  di  porcellana,  che  gli  rideva  in
    faccia sguajatamente. Gli venne quasi la tentazione di romperla; volt
    le  spalle;  avvert  di  nuovo  il  pianto angoscioso della bambina e
    s'avvi a quella camera remota.

    Era la camera della blia. Un lumino da notte, riparato da una ventola
    litofana,  sul cassettone,  la rischiarava a  mala  pena.  La  vecchia
    governante,  magra  e linda,  passeggiava con la bimba in braccio che,
    convulsa  dagli  spasimi,   pareva  volesse  sguizzarle  dalle   mani;
    procurava di tenersela adagiata sul seno e:
    -  "Nooo...  nooo..."  -  le  ripeteva,  come  in  risposta  ai vagiti
    angosciosi,  dimenandosi in ritmo con tutta la persona e battendole di
    continuo, lievemente, una mano alle spalle.
    La  blia,  con  un'enorme  mammella tirata fuori del busto,  piangeva
    anche lei: piangeva in silenzio e giurava alla cameriera che le sedeva
    accanto di non aver mangiato nulla che avesse potuto cagionare  quella
    colica alla bambina.
    Francesco  D'Atri si ferm un pezzo a guardarla con occhi assenti: e i
    tratti del volto espressero lo sforzo  quasi  istintivo  ch'egli,  col
    cervello  altrove,  faceva per intendere ci che essa stava a dire tra
    le lagrime copiose.  Intanto guardava nauseato quella sconcia mammella
    dal  cui capezzolo paonazzo pendeva una goccia di latte.  La cameriera
    pens bene di tirar s il corpetto della blia per  nascondere  quella
    vista.  E  allora  Francesco  D'Atri si volse a guardar la governante.
    Stordito dai vagiti della bimba trangosciata,  strizz gli occhi;  poi
    si  rec  a  prendere  dal tavolino da notte un campanello e si mise a
    farlo tintinnire pian piano innanzi a gli  occhi  della  piccina,  per
    distrarla, andando dietro alla governante che seguitava a passeggiare,
    dondolandosi.
    Cos lo trov, poco dopo, donna Giannetta di ritorno dal teatro, tutta
    frusciante  di  seta.  Alz  le ciglia e schiuse appena le labbra a un
    impercettibile sorriso canzonatorio dinanzi a quel notturno commovente
    quadro familiare,  credendo che Sua Eccellenza si  compiacesse,  sotto
    gli  occhi delle serve,  di mostrare la sua ridicola tenerezza paterna
    dopo le gravi cure dello Stato. Ma la cameriera, accorsa a prendere il
    velo nero tutto luccicante di dischetti d'argento  ch'ella  si  levava
    dal capo e a slacciarle la mantiglia,  le spieg,  piano, che cosa era
    accaduto.
    - Ah s? Poverina... - disse, ostentando indifferenza, ma con una voce
    calda, melodiosa,  e si accost alla governante,  cos tutta fragrante
    di  profumo  e  di  cipria e ampiamente scollata.  Ma il D'Atri le fe'
    cenno  di  tacere.  La  bambina  si  era  finalmente  quietata.  Donna
    Giannetta  allora con un lieve sbuffo di stanchezza s'avvi per la sua
    camera. Su la soglia si volse e disse al marito, quasi cantando:
    - Oh, Giulio Auriti  di l.
    Francesco D'Atri chin il capo; le si avvicin e le disse a voce bassa
    e grave, senza guardarla:
    - Aspettami. Ho da parlarti.
    - Discorso lungo? - domand ella. - Non potresti domani?  Temo d'esser
    troppo stanca e d'aver sonno. Mi sono orribilmente annojata.
    - Mi farai il piacere d'aspettarmi, - insistette egli.
    E and allo scrittojo, ove lo attendeva l'Auriti.
    Ah,  come  volentieri,  adesso,  avrebbe  fatto  a  meno di veder quel
    giovine  a  cui  doveva  dare  una  tremenda  notizia!  Se  n'era  gi
    dimenticato...  Si moveva,  in quei giorni,  dava ordini,  istruzioni,
    imponeva a se stesso atti, parole, risoluzioni, di cui subito dopo non
    riusciva pi a veder bene la ragione, l'opportunit, lo scopo.  Chiuse
    gli   occhi  e  sospir  profondamente,   con  le  ciglia  gravate  da
    un'oppressione tenebrosa.  Aveva or  ora  detto  alla  moglie  che  lo
    aspettasse  perch  doveva  parlarle.  Ma di che?  a che scopo?  E lui
    stesso, poc'anzi, aveva pregato il suo segretario d'avvertir l'Auriti,
    all'uscita dal teatro,  che venisse s da lui,  perch  aveva  urgente
    bisogno di vederlo. Era necessario, s, che quel povero giovine avesse
    al  pi presto notizia dell'orrenda sciagura che gli stava sopra.  Non
    poteva comunicargliela altri che lui.  Sollevata la tenda dell'uscio e
    vedendolo, prov intanto un certo rancore per la piet e la commozione
    che colui gi gli suscitava.
    Giulio  Auriti  non  somigliava  punto  al  fratello:  alto,   smilzo,
    elegantissimo,  spirava dalla temprata agilit del corpo  una  energia
    vigorosa, che gli occhi, d'un bel grigio d'acciajo, attenuavano con un
    certo sguardo d'orgoglio svogliato. Si cangi tutto, d'un subito, alla
    vista  del vecchio Ministro che gli si faceva innanzi cos scombujato.
    Uno dei guanti, che teneva in mano, gli cadde sul tappeto.
    - Ebbene? - domand.
    Francesco  D'Atri  socchiuse  gli  occhi  per  sottrarsi   alla   pena
    dell'ansia  smaniosa che gli leggeva nel viso.  Apr le mani e mormor
    scotendo il capo:
    - Non s' trovata.
    - Ah, no! - scatt allora l'Auriti con una nuova subitanea alterazione
    del  viso,   che  esprimeva  sdegno,   rabbia  e  insieme  risoluzione
    fierissima  di ribellarsi a un'iniquit,  senza alcun riguardo pi per
    nessuno. - Ah, no,  mi perdoni,  eccellenza?  la carta c',  e si deve
    trovare! Lei sa che mio fratello Roberto...
    - So, so... - cerc d'interromperlo, con durezza, il D'Atri.
    -  Ma  dunque!  -  incalz  l'Auriti.  - Quella sola dichiarazione pu
    salvarlo,  e  non  deve  sparire!  O  via  anche  tutto  ci  che  pu
    compromettere Roberto!
    Il  D'Atri  sedette,  torn  a  premersi  forte le mani sul volto e si
    lasci cader dalle labbra:
    - Il guajo  questo: che l'autorit giudiziaria...
    - Ma no,  eccellenza!  -  insorse  di  nuovo  l'Auriti.  -  L'autorit
    giudiziaria  ha  in  potere  soltanto  ci che il Governo le ha voluto
    lasciare. Lo sanno tutti ormai!
    Il D'Atri lo guard come se egli, intanto, non lo sapesse: si rizz su
    la vita e,  facendo viso fermo,  parve lo  ammonisse  che  non  poteva
    permettere si desse corso,  in sua presenza,  a una voce cos piena di
    scandalo. Ma l'Auriti, smaniando, torcendosi le mani, aggiunse:
    - E io...  io che riposavo  tranquillo....  Ma  come,  eccellenza?  Io
    riposavo tranquillo perch c'era lei!
    Il D'Atri s'accasci;  ma subito,  come se qualcosa dentro gli facesse
    impeto nello spirito,  torn a rizzarsi e grid con rabbia,  guardando
    odiosamente il giovine:
    - Che c'entro io? che posso io?
    - Come! - esclam l'Auriti. - Il Selmi...
    -  Il Selmi...  - rugg Francesco D'Atri,  serrando le pugna,  come se
    avesse voluto averlo fra le unghie.
    - Ma s,  lo salvino pure!  - esclam Giulio Auriti.  -  Per  salvarlo
    per...
    -  Gi!  ti  figuri anche tu che lo salvi io...  - disse lentamente il
    D'Atri, scrollando il capo con amarissimo sdegno.
    - Ma il Selmi stesso,  eccellenza,  -  ripigli  subito,  con  diverso
    sdegno  l'Auriti,  -  vedr  che il Selmi stesso non tollerer d'esser
    salvato a  costo  dell'assassinio  morale  di  mio  fratello.  E  poi,
    eccellenza,  se non parla lui,  se tacer Roberto, grider io! C' mia
    madre di  mezzo,  eccellenza!  L'arresto  di  Roberto?  Mia  madre  ne
    morrebbe! E il nostro nome?
    A questo grido, il volto di Francesco D'Atri si scompose.
    - Tua madre...  s...  tua madre...  - mormor;  e, curvo, si port di
    nuovo le mani sul volto;  stette un pezzo cos,  finch non cominci a
    sussultare  violentemente  come per un impeto di singhiozzi soffocati.
    Aveva conosciuto  a  Torino,  giovane,  donna  Caterina  Laurentano  e
    Stefano  Auriti  che  quel  figliuolo gli ricordava in tutto;  pens a
    quegli anni lontani;  vide se  stesso  com'era  allora;  vide  Roberto
    ragazzo; pens a una notte sul mare, con quel ragazzo su le ginocchia,
    un'ora dopo la partenza da Quarto... ah, da quella notte a questa, che
    baratro!
    Giulio  Auriti,  vedendo  sussultare  le  spalle  poderose del vecchio
    Ministro, allib.
    Questi alla fine scopr il volto e,  rimanendo curvo,  guardando verso
    terra, scotendo le mani a ogni parola:
    - Che gridi?  che gridi?  - gli disse.  - La vergogna di tutti?  Tutti
    impeciati!  Vuoi dirmi che sai perch il Selmi prese quel denaro sotto
    il nome di tuo fratello? E griderai anche la mia vergogna!
    - No, eccellenza! - neg subito con sbalordimento d'orrore, l'Auriti.
    - Ma s!  - rispose Francesco D'Atri, levandosi. - Tutti impeciati, ti
    dico! Tutti... tutti... Muojo di schifo... Il fango, fino qua!
    E s'afferr con le mani la gola.
    - M'affoga! Questo... dovevo veder questo!  I pi bei nomi...  Tu vedi
    soltanto tuo fratello!  Niente, s, non glien' venuto niente in mano;
    ma ha tenuto di mano a quello l... E non  vergogna, questa?  come lo
    scusi?  che  gridi?  Tuo  fratello  promette,  il  tuo signor fratello
    assicura, in quei biglietti l, i laidi ufficii dell'amico...
    - E non lo nomina! - disse coi denti stretti,  ridendo d'ira,  d'onta,
    di dispetto, Giulio Auriti. - Ecco perch non sono stati sottratti!
    - Ma quando la paura ha preso possesso! - venne a gridargli in faccia,
    con voce soffocata,  Francesco D'Atri.  - Zuffa di ladri che rubano di
    notte con mani tremanti e come ciechi; rimestano,  arraffano,  ficcano
    dentro;  e intanto di qua,  di l,  dal sacco,  dalle tasche, il furto
    scappa via;  e nella ressa,  tra i piedi,  c' chi ruba ai ladri,  chi
    ghermisce  questa  o  quella  carta caduta e corre a far bottega su la
    vergogna: Ecco, signori, i pi bei nomi d'Italia! Ecco l'onore!  ecco
    le  glorie della patria!.  Non mi far parlare...  So a chi parlo!  Ma
    ormai... tanto, n'ho fino alla gola... Non  umano,  capisco che non 
    umano  pretendere da Roberto il silenzio: per s,  per sua madre,  per
    te, per il nome che portate...
    - Roberto?  - fece  l'Auriti.  -  Ma  Roberto,  Vostra  Eccellenza  lo
    conosce, sar anche capace di tacere. Il Selmi stesso...
    - Se Roberto tacer? - domand il D'Atri, come se ne dubitasse.
    -  Ma io no,  eccellenza!  - s'affrett allora a ripetere l'Auriti.  -
    Glielo dico avanti: io no, per mia madre!
    - Aspetta! - riprese il D'Atri, quasi imponendogli di tacere.  - Se ho
    voluto vederti,  segno che ho da dirti qualche cosa.
    Giulio  Auriti  lo  guard ansiosamente negli occhi.  Ma il D'Atri non
    sostenne quello sguardo;  n'ebbe fastidio,  anzi dispetto;  scorse per
    terra  il  guanto  caduto  fin  da  principio dalle mani del giovine e
    riebbe fortissima l'impressione di  gravezza  insopportabile,  che  in
    quei  giorni  gli  faceva la vista di tutto.  Ne distrasse gli occhi e
    disse, cupamente:
    - Tu intendi che in tutta questa faccenda...  io non posso cacciar  le
    mani...
    Si guard le mani e le ritir con atto di schifo.
    - Pure, - seguit, - per Roberto, ho parlato... questa sera stessa; ho
    detto...  ho...  ricordato...  ricordato le sue benemerenze... Forse -
    ascolta bene - quei biglietti compromettenti,  per cui  gi  spiccato
    il mandato di cattura... s! Ma - ascolta bene - quei biglietti...
    Non  volle  dire: signific con un rapido gesto espressivo della mano:
    via!
    - Per, - riprese subito, - tu sai che i giornali hanno gi pubblicato
    il nome di tuo fratello.  Bisogner,  per togliere  ogni  sospetto  di
    compromissione  losca  e  per  non  lasciare nessuna traccia,  nessuno
    strascico...
    - Pagare? - domand, smorendo, l'Auriti. - E dove... come?
    Il D'Atri si strinse rabbiosamente nelle spalle.
    - Sono quarantamila lire, eccellenza...
    - Io non posso dartele... Procura... E presto ! Tu intendi,   l'unico
    mezzo...
    - Un denaro preso da altri... - gemette l'Auriti.
    - Ma come preso? - domand con ira il D'Atri. - Questo devi vedere!
    - Per altri! - protest Giulio.
    - Sei un ragazzo?
    - No, eccellenza:  la difficolt... Dove lo trovo? come lo trovo?
    - Cerca... tu hai parenti ricchi... tuo cugino...
    - Lando?
    - O i tuoi zii...
    Giulio   Auriti  rimase  pensieroso,   a  considerare  quale,   quanta
    probabilit di riuscita gli  offrisse  quella  via  indicata  tra  gli
    ostacoli  che  gi gli si paravano davanti: per Lando,  l'ombra odiosa
    del Selmi; per gli zii, la fierezza incrollabile della madre.  Come si
    sarebbe piegata questa a chiedere ajuto di danaro, per quel debito non
    netto  del  figlio,  a  quel  fratello?  A piegarla,  si sarebbe certo
    spezzata!  Decise senz'altro di tentar lui presso Lando: lui,  a costo
    di tutto, per risparmiare quel sacrifizio estremo della madre.
    - Che tempo? - domand.
    - Presto... - ripet il D'Atri. - Vedi tu... cinque, sei giorni...
    Giulio  Auriti,  perduta  l per l la nozione dell'ora,  compreso gi
    della parte che doveva sostenere,  si licenzi e  s'avvi  in  fretta,
    accigliato, come se dovesse subito correre a casa del cugino.
    Francesco  D'Atri  lo segu con gli occhi fino alla soglia dell'uscio;
    poi rimase perplesso,  aggrondato,  a stropicciarsi con  una  mano  il
    dorso  dell'altra,  quasi  cercasse  nella  memoria ci che ancora gli
    restava da fare. A un tratto, scorse di nuovo per terra, sul rosso del
    tappeto,  il guanto bianco,  caduto di mano all'Auriti.  Quel  guanto,
    lasciato l,  gli parve il segno che egli ormai non avrebbe potuto pi
    allontanare del tutto da s le cose,  la gente,  i pensieri da cui  si
    sentiva soffocare; sempre una traccia, sempre un'orma, un vestigio, ne
    sarebbero rimasti,  risorgenti o incancellabili, come nell'incubo d'un
    sogno.  E  come  se  in  quel  guanto  si  potesse  scorgere  una  sua
    compromissione,  Francesco D'Atri si chin guardingo a raccattarlo con
    ribrezzo e se lo cacci in tasca, furtivamente.
    Donna Giannetta, in accappatojo, con una graziosa cuffia di trine e di
    nastri in capo, aspettava intanto nella sua camera su un'ampia e bassa
    poltrona  massiccia  di  cuojo   grigio;   una   gamba   su   l'altra,
    tormentandosi  il labbro inferiore con le dita irrequiete.  Teneva gli
    occhi fissi acutamente alla punta della babbuccia  di  velluto  rosso,
    che  compariva e spariva dall'orlo della veste al lieve dondolo della
    gamba accavalciata.
    Era la prima volta che  il  marito  con  quell'aria  e  quel  tono  le
    annunziava  di  voler  parlare con lei.  Non le aveva detto mai nulla,
    prima, quando avrebbe avuto ragione di parlare.  Che poteva pi dirle,
    ora?
    Aveva  notato  che,  da  alcuni mesi,  era pi cupo e pi oppresso del
    solito; ma, certo,  non per lei;  forse,  per difficolt parlamentari.
    Non  aveva  mai  voluto saper di politica,  lei: aveva sempre proibito
    assolutamente a gli amici che ne parlassero davanti a lei; non leggeva
    giornali e si gloriava della sua ignoranza, si compiaceva delle risate
    con cui erano accolte certe sue confessioni, come ad esempio quella di
    non sapere chi fossero i colleghi del marito.  Che  ora  egli  volesse
    annunziarle,  come  aveva  gi fatto una volta,  dopo il primo anno di
    matrimonio,  che aveva in animo di lasciare il potere?  Oh,  non  le
    avrebbe fatto pi n caldo n freddo, ormai.
    Ma eccolo...  Subito donna Giannetta si sgrupp,  si abbandon con gli
    occhi chiusi su  la  spalliera  della  poltrona,  volendo  fingere  di
    dormire;  come per il D'Atri apr l'uscio, riapr gli occhi con molle
    stanchezza, quasi veramente avesse dormito.
    - Domani,  no?  - gli domand di nuovo,  con  grazia  languida.  -  Ho
    proprio sonno, Francesco! Temo di perdere il filo del discorso.
    - Non lo perderai, - diss'egli aggrondato, lisciandosi la barba con la
    mano  tremolante.  - Del resto,  se vuoi,  il mio discorso potr anche
    essere breve.
    - Ti dimetti? - domand lei, placidamente.
    Francesco D'Atri la guard, stordito.
    - No.. - disse. - Perch?
    - Credevo...  - sbadigli donna Giannetta,  portandosi una  mano  alla
    bocca.
    - No,  qui,  qui, di cose nostre, della casa, devo parlarti, - riprese
    egli.  - Abbi un po' di pazienza.  Sono anch'io tanto stanco!  Se vuoi
    del resto che il mio discorso sia breve, non offenderti.
    Donna Giannetta sgran gli occhi:
    - Offendermi? perch?
    -  Ma  perch,  se  dev'esser breve,  sar pure per conseguenza un po'
    rude,  senza frasi,  - rispose egli.  - Mi lascerai dire;  poi  farai,
    spero, quel che ti dir io, e baster cos. Dunque, senti.
    - Sento, - sospir ella, richiudendo gli occhi. Francesco D'Atri agit
    pi volte con stento due dita:
    - Due sciagure ti sono capitate, - cominci.
    Donna Giannetta torn a scuotersi:
    - Due? a me?
    - Una,  l'hai proprio voluta, - seguit egli. - Vecchia sciagura. Sono
    io.
    - Oh, - sclam ella, abbandonandosi di nuovo su la poltrona.  - Mi hai
    spaventata!
    Sorridendo e intrecciando le mani sul capo, soggiunse:
    - Ma no.... perch?
    Le  larghe  maniche  dell'accappatojo  scivolarono  e le scoprirono le
    braccia bellissime.
    - Finora, no, - riprese egli. - Non te ne sei accorta bene,  perch al
    fastidio che ho potuto recarti di quando in quando...
    - Francesco, ho tanto sonno, - gemette lei.
    - Permetti... permetti... permetti... - diss'egli con stizza. - Voglio
    dirti,  che  al  fastidio  hai  trovato  un compenso assai largo nella
    mia... nella mia... dir, filosofia...
    - Dimmi subito l'altra sciagura,  ti prego!  - sospir quasi nel sonno
    donna Giannetta.
    Francesco  D'Atri  si  mise  a sedere.  Veniva adesso il difficile del
    discorso,  e  voleva  esprimersi  quanto  meno  crudamente  gli  fosse
    possibile.  Poggi  i  gomiti su i ginocchi,  si prese la testa tra le
    mani per concentrarsi meglio, e parl, guardando verso terra.
    - Eccomi. Aspetta. Io ho dovuto... ho dovuto scontare... Ma gi tu, in
    questo, non hai nessuna colpa.  Era naturale che,  tra i diritti della
    tua  giovent e i tuoi doveri di moglie,  tu seguissi piuttosto quelli
    che questi.  Avrei potuto farti osservare da un pezzo che  tu  stessa,
    accettando spontaneamente,  anzi con... con giubilo, un giorno, questi
    doveri verso  un  vecchio,  avevi  implicitamente  rinunciato  a  quei
    diritti;  ma neanche di ci ti fo colpa perch forse anche tu, allora,
    ti facesti l'illusione che...
    A questo punto Francesco D'Atri sollev il capo e s'interruppe.  Donna
    Giannetta  dormiva,  con  un braccio ancora sul capo e l'altro proteso
    verso di lui, come per implorar misericordia.
    - Gianna!  - chiam,  ma non tanto forte,  frenando  la  stizza  e  lo
    sdegno,  come  se  al suo amor proprio dolesse che ella,  destandosi a
    quel richiamo,  dovesse riconoscere d'aver ceduto cos presto al sonno
    mentr'egli le parlava di cosa tanto grave. Riabbass il capo e termin
    a voce alta il discorso rimasto sospeso:
    -  Ti  facesti  l'illusione che...  s,  che avresti potuto facilmente
    adempiere ai tuoi doveri.
    Donna Giannetta non si dest;  anzi,  pian piano  l'altro  braccio  le
    scivol  dal  capo,  le cadde in grembo con pesante abbandono.  Allora
    Francesco D'Atri sorse in piedi,  fremente;  fu l l  per  afferrarle
    quel  braccio  nudo  proteso  e  scoterglielo  con  estrema  violenza,
    gridandole in faccia le ingiurie pi crude.  Ma la  calma  incosciente
    del sonno di lei,  per quanto gli paresse spudorata e quasi una sfida,
    lo trattenne.  Sembrava che cos  giacente  nel  sonno,  gli  dicesse:
    Guardami come son giovane e come son bella! Che pretendi, tu vecchio,
    da me?.
    Ah,  che pretendeva!  Ma di quella sua bellezza che ne aveva fatto?  e
    che ne stava facendo  della  sua  giovent?  Scempio  vergognoso!  S,
    dandosi a lui,  a un vecchio, dapprima! Ma egli almeno, quei tesori li
    avrebbe adorati con animo tremante e traboccante di gratitudine,  come
    un  premio  divino!  Ella,  invece,  con  obbrobrioso  disprezzo,  con
    incosciente crudelt, li aveva violati! E nulla pi poteva ormai rifar
    sacre quella bellezza e quella giovent cos indegnamente profanate!
    Scosse il capo e usc pian piano dalla camera.
    Subito donna Giannetta balz in piedi, sbuffando.
    Auff!  sul serio,  a quell'ora,  una  spiegazione?  E  perch?  Quando
    avrebbe  dovuto  parlare,  zitto;  ora  che  lei  s'annojava soltanto,
    mortalmente, pretendeva una spiegazione? Eh via! Troppo tardi.  Se lui
    stesso,  del  resto,  col  suo contegno,  tra le inevitabili relazioni
    della nuova vita in cui l'aveva messa, di fronte alle tentazioni a cui
    questa vita la esponeva,  agli esempii che di continuo le poneva sotto
    gli  occhi,  l'aveva  indotta,  certo  senza volerlo,  a stimar troppo
    ingenuo,  puerile e tale da attirar l'altrui derisione il bel sogno da
    lei accarezzato, sposandolo?
    Con  la  massima  sincerit aveva sognato di rallegrare col riso della
    sua giovinezza gli ultimi anni della vita eroica di Francesco  D'Atri,
    vecchio amico e fratello d'armi del padre.
    Gli  era  forse sembrato che con troppa avventatezza ella avesse preso
    la risoluzione  di  sposarlo,  quella  sera  ormai  lontana,  in  cui,
    discorrendosi in casa del padre di donne,  di vecchi, di matrimonii, a
    una domanda di  lei  egli  aveva  risposto  per  ischerzo,  sorridendo
    malinconicamente: - Eh, bellina mia, se mi sposi tu... - ?
    Ma  fors'anche  aveva sospettato in lei l'ambizione di diventar moglie
    d'un ministro! Per il parentado,  per le condizioni della sua nascita,
    era quasi povera.
    Avrebbe  dovuto  saper  bene  per  che  in  casa di lei,  sempre,  le
    risoluzioni pi serie erano state prese cos;  e che la precipitazione
    nel  prenderle  non  era  stata  mai  a  scpito  della  fermezza  nel
    mantenerle.  Suo padre,  Emanuele Montalto,  giovine,  nella compagnia
    spensierata   e   gioconda  di  tant'altri  giovani  dell'aristocrazia
    palermitana,  quasi  per  una  picca  da  un  giorno  all'altro  s'era
    ribellato  alla  famiglia  devota  ai  Borboni;  e non solo per quella
    ribellione aveva sofferto persecuzioni, prigionia,  esilio dal governo
    oppressore,  ma  era  stato anche diseredato dal padre a beneficio del
    fratello maggiore e della  sorella  Teresa,  moglie  di  don  Ippolito
    Laurentano e madre di Lando.  E anche lei,  gi una volta, proprio per
    una picca, da un giorno all'altro s'era guastata col cugino Lando,  il
    quale,  vivendo  a  Palermo  in  casa  dello zio principe di Montalto,
    veniva di furto ad amoreggiar con lei, cuginetta eretica, figlia dello
    zio eretico,  a cui quello (il principe) come per  un'elemosina  della
    quale  si  dovesse  vergognare,  faceva  passar  sotto mano un assegno
    appena appena decente.  Da un  giorno  all'altro,  tutto  finito,  per
    sempre:  non  aveva  pi  voluto  sapere del cugino e aveva indotto il
    padre a lasciar Palermo per Roma, con la speranza che, allontanando il
    padre dall'isola,  in  una  pi  larga  cerchia  e  meno  oppressa  da
    pregiudizii,  egli avesse alla fine condisceso a lasciarle prendere la
    via per cui il  sangue  materno  la  chiamava.  Sua  madre  era  stata
    un'attrice  piemontese,  la  Berio,  conosciuta  dal  padre  a Torino,
    durante l'esilio, e sposata col.  Il sangue,  proprio il sangue,  non
    l'esempio  la  chiamava,  perch  la  mamma  lei  non  l'aveva nemmeno
    conosciuta: morta nel darla alla luce;  e tutti,  a Palermo,  e pi di
    tutti  il  padre,  s'erano sempre guardati dal farle sapere ci che la
    madre era stata.  Ma una Montalto sul palcoscenico?  Orrore!  E  anche
    lei,  s,  doveva  riconoscerlo,  provava tra s e s un certo segreto
    ribrezzo. Tuttavia,  per lanciare una sfida al cugino Lando e far onta
    a quello zio che si vergognava finanche di mantenerli di nascosto, oh,
    non  solo  questo  ribrezzo  avrebbe  saputo  vincere  facilmente,  ma
    qualunque altro! Lando, poco dopo, era venuto anche lui a stabilirsi a
    Roma, e insieme col padre aveva cercato di ammansarla,  di rabbonirla.
    No,  no  e  no.  Gi  s'era innamorata di quel suo sogno per Francesco
    D'Atri,  che,  fin dal primo vederla,  era rimasto come abbagliato  di
    lei.  Perch  poi  non  l'aveva  ritenuta  capace  Francesco D'Atri di
    serbarsi fedele a quel sogno?  come non  aveva  compreso  che  un  tal
    dubbio,  un  tal  timore,  manifestati con certi sguardi pietosi,  con
    certi mezzi sorrisi afflitti, l'avrebbero offesa acerbamente,  al pari
    della libert concessa,  anzi quasi imposta, non ostanti quel dubbio e
    quel timore?  Dunque per lui una sua caduta era inevitabile  e  ci  si
    rassegnava?  E  se lui non credeva,  qual merito,  qual premio,  a non
    cadere? Per se stessa? Ah s, per se stessa! Le era morto il padre, da
    poco.  Addolorata,  amareggiata profondamente,  eppur costretta a  far
    buon  viso  a  tutti,  s'era  veduta,  pure  in  quei giorni di lutto,
    vigilata da Lando  con  occhi  freddamente  sdegnosi.  In  un  momento
    d'angoscia,  di esasperazione, in un momento di vera pazzia, perch lo
    sdegno di quegli occhi si ritorcesse anche contro di  lui,  gli  s'era
    offerta.  Probo,  intemerato,  incorruttibile, Lando l'aveva respinta.
    Oh,  e allora,  pi per vendicarsi di lui  che  della  triste  e  muta
    sconfidenza  del  vecchio marito,  s'era buttata in braccio di Corrado
    Selmi, e gi, gi, gi... orribilmente,  s...  come un'ubriaca,  come
    una pazza aveva sguazzato un anno nello scandalo.
    Ma  via!  Non le aveva detto anche or ora il vecchio,  che non trovava
    nulla da ridire? Perch dunque avrebbe dovuto farsene un rimorso?  Oh,
    non  si  era  davvero  divertita in quell'anno della sua relazione col
    Selmi. Che voleva da lei, ora, il marito?
    Donna Giannetta scroll le spalle, e subito vide quel suo gesto,  come
    se  l'avesse  fatto  un'altra  davanti  a lei.  Aveva spiccatissima la
    facolt strana di osservarsi cos,  quasi da fuori,  anche nei momenti
    di  maggior  concitazione,  di vedersi muovere,  di sentirsi parlare o
    ridere; e ne aveva quasi sgomento, talvolta, e spesso fastidio; temeva
    che i suoi atteggiamenti, i suoi gesti,  il suono della sua voce,  gli
    scatti dei suoi sorrisi potessero apparire studiati;  soffriva di quel
    raggelarsi improvviso dei moti pi spontanei e  men  pensati  del  suo
    essere,  sorpresi  in  sul  nascere  da  lei  stessa  in s.  Si pass
    parecchie volte la mano su  la  fronte  e  cerc  d'affondarsi  in  un
    pensiero  che  le togliesse la visione di s,  cos costernata.  Ecco.
    L'altra sciagura...  Quale poteva essere l'altra sciagura  di  cui  il
    marito avrebbe voluto parlarle?  Il volto le si fece scuro.  Davanti a
    gli occhi le sorse l'immagine del Selmi, che, o sbigottito, per romper
    quella furia di scandalo, o per timore di perderla, cominciando ella a
    essere stufa, o con la speranza di legarla a s maggiormente,  o forse
    anche per vendetta, non aveva saputo impedire che divenisse madre. S,
    non c'era dubbio: l'altra sciagura,  a cui il vecchio alludeva, era la
    figlia, quella bambina...
    - "Due sciagure ti sono capitate... Una, l'hai proprio voluta".
    L'altra,  dunque,  no.  E aveva  ragione:  quest'altra  sciagura,  non
    l'aveva proprio voluta.
    Ma  se  egli  sapeva tutto,  e sapeva che lei non poteva sentire alcun
    affetto per quella creatura che le ricordava l'amante  odiato,  perch
    poc'anzi  s'era fatto trovare presso quella bambina piangente,  con un
    campanello in mano?  Perch tanta ostentazione di tenerezza per quella
    creatura?  Perch aveva voluto accomunarla a s, come per mettersi con
    essa di fronte a lei,  dicendo che entrambi  -  lui  e  la  bambina  -
    rappresentavano per lei due sciagure? Che voleva concludere?
    Donna  Giannetta  si  pent d'aver finto di dormire.  Rimase ancora un
    pezzo a riflettere;  poi usc dalla camera in punta  di  piedi  e,  al
    bujo,  trattenendo il respiro, si rec fino all'uscio della camera del
    marito.  Origli,  poi si chin a guardare attraverso  il  buco  della
    serratura.
    Francesco D'Atri, seduto l nella sua camera, come dianzi nella camera
    di lei, coi gomiti sui ginocchi e la testa tra le mani, piangeva.
    Donna  Giannetta  si  sent  fendere  la  schiena  da  un brivido e si
    ritrasse sconvolta, in preda a uno stupore che era anche sgomento.
    - Piange...
    Rest l,  tremante,  senza  riuscire  a  formare  un  pensiero.  Poi,
    improvvisamente,  temendo ch'egli aprisse l'uscio e la scoprisse l in
    agguato,  si mosse per rientrare nella sua camera.  Ma,  passando come
    una  ladra  davanti all'uscio della camera ove dormiva la bambina,  si
    ferm.
    Anche la bambina, qua, piangeva! Tutt'e due...
    Inconsciamente,  quasi per trovare un rifugio che la nascondesse a  se
    medesima in quel momento, schiuse quell'uscio, entr.
    La blia,  seduta in mezzo al letto,  smaniava, disperata. La bambina,
    dopo un breve sonno inquieto,  aveva  ripreso  a  contorcersi  per  le
    doglie e a vagire cos.
    Donna  Giannetta  non  intese  bene  dapprima ci che la blia diceva;
    allung una mano su la bambina  trangosciata  e  subito  la  ritrasse,
    quasi per ribrezzo.  Com'era fredda! Ma bisognava farla tacere... Quel
    pianto era insopportabile...  Non voleva  latte?  Era  fasciata  forse
    troppo stretta? Volle sfasciarla lei, con le sue mani. Oh che gambette
    misere,  paonazze...  e come tremavano,  contratte dallo spasimo... Si
    prov a tenergliele; ma erano gelate! Era tutta gelata,  quella povera
    piccina...  Fosse stato almeno un maschio; ma no, ecco, femminuccia...
    Con che ravvolgerla?  Ecco l,  la copertina della  culla...  S,  s.
    Donna Giannetta se la prese in braccio,  se la strinse contro il seno,
    forte e delicatamente, e si mise a passeggiare per la camera, cullando
    la figlioletta col dondolo della persona, come non aveva mai fatto. E
    stup di saperlo fare.  Sentiva sul seno le  contrazioni  del  piccolo
    ventre  addogliato  e  quasi  il  gorgoglio  del  pianto  dentro  quel
    corpicciolo tenero e freddo.  Quasi senza volerlo,  allora,  si mise a
    piangere anche lei,  non per piet della piccina,  no... o fors'anche,
    s,  perch la vedeva soffrire...  ma piangeva anche perch...  perch
    non lo sapeva neppur lei.
    A poco a poco la piccina, come se sentisse il calore dell'amor materno
    che  per  la  prima  volta  la confortava,  si quiet di nuovo.  Donna
    Giannetta era gi stanca,  tanto stanca,  e pur non  di  meno  seguit
    ancora un pezzo a passeggiare e a batter lievemente, a ogni passo, una
    mano  sulle  spallucce  della  piccina.  Poi si ferm;  con la massima
    cautela,  per non farla svegliare,  se la tolse dal seno;  si  mise  a
    sedere  e  se  la  adagi  su  le  ginocchia;  fe' cenno alla blia di
    rimanersene a letto e,  al lume del lampadino da  notte,  si  diede  a
    contemplare la figliuola.  Vide quella creaturina,  tranquilla ora per
    opera sua,  l in grembo a lei,  come non l'aveva  mai  veduta.  Forse
    perch  non aveva mai fatto nulla per lei,  povera piccina,  cresciuta
    finora senz'affetto, senza cure... E che colpa aveva lei?  Strizz gli
    occhi, come per ricacciare indietro un sentimento odioso... Ma no! Che
    colpa aveva la piccina d'esser nata?
    E a un tratto,  guardando cos la figlia,  comprese quel che il marito
    voleva dirle.  Egli era e si sentiva vecchio,  e sapeva di  non  poter
    riempire la vita di lei;  ma ella aveva una figlia,  ora; e una figlia
    pu e deve riempir la vita d'una madre. Egli poteva fare uno scandalo,
    e non l'aveva fatto;  non solo,  ma aveva dato anzi a quella  bambina,
    che  non era sua,  il prestigio del nome,  del grado,  e anche...  s,
    anche la sua tenerezza.  Orbene,  lei,  madre,  poteva dar  bene  alla
    propria figlia l'affetto, le cure, l'esempio d'una condotta illibata.
    Ecco,  s, questo, questo senza dubbio, egli voleva dirle. E lei aveva
    fatto finta di dormire...
    A lungo donna Giannetta rimase l  quella  notte  a  pensare,  con  la
    bambina  in  grembo.  Pens  con  amarissimo  rimpianto  al  suo sogno
    giovanile; e, con nausea,  a quel che gli uomini le avevano offerto in
    cambio di quel sogno... Stupide finzioni, volgarit schifose... Poi, a
    poco a poco, cedette al sonno.
    Prima  dell'alba,  Francesco  D'Atri,  attraversando  il corridojo per
    recarsi allo studio,  vide aperto l'uscio della camera della  blia  e
    sporse  il  capo  a guardare.  Rimase stupito nel trovare la moglie l
    addormentata su una poltrona, con la bambina in braccio.  Le s'accost
    pian  piano  per  contemplarla e sent lo stupore sciogliersi,  con un
    tremore per le vene,  in una tenerezza infinita.  Si chin e le sfior
    con un bacio la fronte.
    Donna  Giannetta  si  dest;  prov anche lei stupore,  dapprima,  nel
    ritrovarsi l, con la piccina su le ginocchia; poi sorrise - vide quel
    suo sorriso - e,  tendendo una mano al marito e  guardandolo  con  gli
    occhi pieni d'una gioja nuova, gli domand:
    - Va bene cos?


    2.

    Da  una  ventina di giorni,  tutti,  anche quelli che andavano per via
    frettolosi e sopra pensiero,  si voltavano,  si fermavano a mirare  un
    vecchiotto  nodoso  e  ferrigno,  con  un  piccolo  zino alle spalle,
    quattro medaglie al petto e un cappellaccio nero,  da cui scappava  un
    arruffio  di  peli,  i  gialli  cernecchi  confusi col barbone lanoso,
    abbatuffolato.  Camminava quel vecchiotto come  in  sogno,  gli  occhi
    lustri, ilari e lagrimosi, senz'alcun sospetto della sua straordinaria
    apparizione  per  le  vie  e  le  piazze  di  Roma,  in  quella comica
    acconciatura e con quella goffa  aria  di  selvaggio  intenerito.  Ma,
    lasciati  a Valsana il berretto villoso,  gli scarponi imbullettati e
    il fucile, indossato il vestito nuovo di panno turchino e,  sotto alla
    ruvida  camicia  d'albagio violacea,  un'altra camicia di tela che gli
    sovrabbondava bianca e floscia dal collo e  dalle  maniche;  con  quel
    cappellaccio  nero  e  le  scarpe  pulite,  Mauro  Mortara  era sicuro
    d'essersi acconciato da compto cittadino. La giacca,  s,  aveva su i
    fianchi certi rigonfii... ma le pistole, eh quelle aveva fatto voto di
    non  lasciarle  mai.  Le  quattro medaglie poi che gli s'intravedevano
    appese alla camicia d'albagio, sul petto, se le era portate (chiestane
    licenza al Generale) unicamente per dimostrare ch'era degno di passare
    per Roma,  che s'era  meritata  la  grazia  e  guadagnato  l'onore  di
    vederla. Tutti i documenti erano dentro lo zainetto.
    Come  avrebbe  potuto supporre che quelle medaglie,  a Roma,  attufata
    d'odio e tutta imbrattata di fango in quei  lividi  giorni,  dovessero
    chiamare  su  le  labbra un ghigno di scherno,  diventata quasi titolo
    d'infamia la qualifica di vecchio patriota?  Senza  il  pi  lontano
    sospetto che ridessero di lui, Mauro Mortara rideva a tutti coloro che
    gli ridevano in faccia,  credendo che partecipassero alla sua gioja, a
    quella sua gioja rigata di lagrime  che,  quasi  grillandogli  attorno
    come una luce, gli abbagliava ogni cosa. Non vedeva altro di Roma, che
    questa sua gioja di esserci;  e tutto in quella fiamma d'allucinazione
    gli si presentava magico e vaporoso;  e non sentiva la terra  sotto  i
    piedi.  Tre,  quattro volte,  nell'allungare il passo,  gli era venuto
    meno il marciapiedi,  e per poco non era ruzzolato.  Andava  com'ebro,
    senza  mta,  smarrito,  annegato nella sua beatitudine;  e appena gli
    fantasmeggiava davanti un aspetto grandioso,  gi altre lagrime  dagli
    occhi gonfii di commozione.
    Lando  Laurentano avrebbe voluto dargli una guida;  ma che guida!  non
    voleva saper nulla;  non voleva che gli si  precisasse  nulla;  temeva
    istintivamente  che  ogni  notizia,  ogn'indicazione,  ogni conoscenza
    anche sommaria gli rimpiccolisse quella smisurata, fluttuante immagine
    di grandezza,  che il sentimento gli creava.  Roma doveva rimanere per
    lui,  come  il mare,  sconfinata.  E ritornando la sera,  stanco e non
    sazio,  al villino di  via  Sommacampagna  dove  Lando  abitava,  alle
    domande se avesse veduto il Colosseo, il Foro, il Campidoglio:
    - Ho visto,  ho visto! - rispondeva in fretta. - Non mi dite niente...
    Ho visto!
    - Anche San Pietro?
    - Oh Marasantissima!  Vi dico che ho visto.  Non voglio saper  niente!
    Questo... quello... che me n'importa? E' tutto Roma!
    Che  gl'importava di sapere chi fosse quel cavaliere con le gambe nude
    e la corona in capo sul gran cavallo di bronzo  in  quell'alta  piazza
    vegliata  da  statue  in  capo  alla  salita,  dominata da una torre e
    porticata a destra e a sinistra?  Era a Roma?  E dunque era un grande,
    certo,  un eroe dell'antichit, un vittorioso, un padrone del mondo. E
    quella statua l,  rossa,  seduta sopra la fontana,  con una palla  in
    mano?  Roma:  quella  era Roma,  col mondo in pugno,  e basta.  Se per
    quella piazza non fosse passata di continuo tanta  gente,  si  sarebbe
    chinato  a  baciar  l'orlo  di quella fontana,  accostato a baciare il
    piedestallo  di  quel  cavaliere  con  le   gambe   nude.   E   perch
    s'affaccendava lass tutta quella gente?  Ma perch lavorava a far pi
    grande Roma: ecco perch! Si davano tutti da fare per questo.  E Roma,
    Roma... eccola l: di nuovo, tra poco, tutto il mondo in pugno avrebbe
    tenuto, cos!
    Era lui davvero,  Mauro Mortara,  a Roma?  respirava proprio lui lass
    quell'aria di Roma?  toccava proprio lui coi piedi il suolo  di  Roma?
    vedeva  lui  tutte  quelle  grandezze?  o era sogno?  Ah,  si potevano
    chiudere ora gli occhi suoi, dopo tanta grazia?  Veduta Roma,  avevano
    veduto tutto. Posta la sua firma nel registro del Pantheon, alla tomba
    del  Re,  poteva  morire:  aveva  dato  atto  di  presenza nella vita,
    risposto all'appello della storia.  Che stupore!  Se  le  era  trovate
    davanti  all'improvviso,  quelle colonne scure e maestose.  Nel dubbio
    che fosse una chiesa,  s'era tenuto in prima d'entrare per il cancello
    semichiuso della ringhiera,  come vedeva fare a tanti. Venendo a Roma,
    aveva stabilito che, dalle chiese, alla larga! Rispettare Dio, s,  ma
    in cielo...  E non era entrato difatti neanche in San Pietro.  In mano
    ai preti,  lui?  Maramo!  Con occhi torvi aveva guatato il  Vaticano,
    premendo  coi  gomiti  su  i fianchi il calcio delle due pistole.  Era
    dunque una chiesa anche quella? Stava per domandarlo, quando gli s'era
    accostato un venditore di vedute di Roma: - Il  Pantheon...  la  tomba
    del Re...
    - L dentro?
    E  subito allora era entrato.  Quell'occhio tondo aperto nella cupola,
    da cui si vedeva il cielo,  l'altare  di  fronte  lo  avevano  un  po'
    sconcertato. Dov'era la tomba del Re? Eccola l, a destra, in alto, di
    bronzo...  E s'era avvicinato, timoroso; aveva veduto sotto la tomba i
    due veterani di guardia, con le medaglie al petto,  il registro per le
    firme dei visitatori e,  con gli occhi ridenti e invetrati di lagrime,
    aveva sollevato un po' la giacca per far vedere a quelli che aveva  il
    diritto, lui, di firmare. Quei due veterani non avevano compreso bene,
    forse,  ci  che  avesse  voluto  dire e,  vedendolo ridere e piangere
    insieme, lo avevano preso fors'anche per matto. Uno dei due,  infatti,
    come  a  rassicurarsi,  gli  aveva  domandato con un gesto della mano:
    firmare?  S,  aveva risposto lui,  col capo: or ora,  dopo tutti  gli
    altri;  ch,  un po' per la mano poco avvezza,  un po' per gli occhi e
    soprattutto poi per la commozione,  chi sa  quanto  tempo  ci  avrebbe
    messo!  Alla fine, rimasto solo davanti ai veterani, dopo aver raspato
    alla meglio sul registro, a lettera a lettera,  nome,  cognome e luogo
    di nascita:
    - Ah,  da Girgenti...  siciliano?  - s'era sentito domandare da uno di
    quelli,  che con gli occhi aveva tenuto dietro  alla  penna.  -  Avete
    fatto la campagna del Sessanta?
    - Eccole qua! - gli aveva risposto, gongolante, mostrando le medaglie.
    - E questa, del Quarantotto!
    - Ah, reduce del Quarantotto... E siete "danneggiato"?
    - Come, danneggiato? Che vuol dire?
    - Se avete la pensione dei danneggiati politici...
    Ma che pensione!  Lui?  Perch la pensione? Non aveva niente, lui. Non
    sapeva neppure che ci fosse,  quella pensione;  e se l'avesse  saputo,
    non l'avrebbe mai chiesta. Prender danaro per quel che aveva fatto? Ma
    gli dovevano prima cascar le mani!
    Quelli,  ch'eran due piemontesi,  s'erano messi a ridere,  guardandosi
    negli occhi.  Lo avevano approvato - credeva lui  -  sicuramente.  S,
    come lo approvavano,  nel villino,  ogni sera, Raffaele il cameriere e
    Torello il servitorino,  dopo la severa riprensione del padrone che li
    aveva  sorpresi in un momento che se lo pigliavano a godere proprio di
    gusto. Alle esclamazioni di gioja,  di meraviglia,  di entusiasmo,  di
    soddisfazione,  alle  ingenue  considerazioni di Mauro sulla grandezza
    della patria, Lando Laurentano,  bench pieno in quei giorni di sdegno
    e  di  nausea,  non  aveva mai replicato;  aveva trattenuto il sorriso
    anche quando il suo caro vecchio,  una di quelle sere,  era entrato ad
    annunziargli ancor tutto esultante:
    - Ho visto il Re!  ho visto il Re!  Oh,  povero figlio mio, come avrei
    potuto mai crederlo? tutto bianco...  bianco come me...  Chi sa quanto
    gli costa sedere lass!  quanti pensieri!  Eh, il palo  lui! c' poco
    da dire: il palo che regge tutto...  E sapete?  M'ha salutato!  se  la
    carrozza andava pi piano, mi buttavo in ginocchio, com' vero Dio!
    Sentirsi  in  petto  per  un momento quel cuore!,  aveva pensato con
    tenerezza e con invidia Lando Laurentano.  Potere con  quella  stessa
    fede,  con quella stessa purezza d'intenti,  nutrire un sogno,  un pi
    vasto sogno; affrontare per esso pi aspre lotte e vincere,  per goder
    poi una gioja pi pura e pi grande di quella!
    Come  per  ritemprarsi  e  lavarsi  lo  spirito  di  tutte  le sozzure
    sbomicanti in quei giorni dalla  vita  nazionale,  s'era  immerso  nei
    discorsi di quel vecchio, strambi, s, ma vero lavacro di purezza e di
    fede.  La  sua  vista,  la  sua presenza a Roma,  in quei giorni,  gli
    facevano apparir pi sozzi,  pi turpi tutti coloro che della  fortuna
    insigne  d'esser  nati  in  un  momento  supremo  e  glorioso  s'erano
    avvantaggiati come  ingordi  mercanti  e  ladri  speculatori.  Che  ne
    sapeva,  che poteva saperne quel vecchio,  il quale, dopo aver dato il
    meglio della sua forte e ingenua natura alla patria, s'era ritratto in
    solitudine  a  fantasticare  sul  frutto  che  l'opera   sua   avrebbe
    certamente recato,  sicuro che tutti gli altri avevano fatto come lui?
    Egli non pensava: sentiva soltanto: fiamma accesa,  che si  beava  nel
    suo  lume  e  nel suo calore,  e tutto avvivava intorno a s di questo
    lume.  E,  certo,  come ora qua non avvertiva la tempesta di fango  in
    mezzo  alla  quale  passava  raggiante  di  gioja  e d'entusiasmo,  da
    trent'anni in Sicilia non aveva mai avvertito gli orrori  delle  tante
    ingiustizie, la desolazione dell'abbandono, il crollo delle illusioni,
    il  grido  e  le minacce della miseria.  Impensierito dalle notizie di
    giorno in giorno pi gravi che gli arrivavano di laggi, Lando avrebbe
    voluto qualche ragguaglio da lui,  almeno intorno  alla  provincia  di
    Girgenti;  ma  non  glien'aveva  neppur  fatto  cenno,  sicuro che gli
    avrebbe oscurato d'un tratto tutta la festa col fargli sapere ch'egli,
    il nipote del Generale,  era per quelli che egli in buona fede  doveva
    stimar nemici della patria, e dunque un nemico della patria anche lui.
    Gli aveva domandato invece notizie del padre.
    -  Gi,  dovete  venire  gi  con  me!  -  gli  aveva  risposto  Mauro
    recisamente. - Voi siete il ladro; io,  il carabiniere.  E ringraziate
    Dio  che  ha  mandato  me!  Poteva  mandarvi  un  plotone di quei suoi
    terribili pagliacci, con Sciaralla il capitano.
    Lando aveva schiuso le labbra a un sorriso afflitto.  E allora  Mauro,
    picchiandosi la fronte con una mano:
    - Testa! Che volete farci? Me li manda anche l, a Valsana, vestiti a
    quel  modo,  nella casa di suo Padre!  Il cuore mi si volta in petto e
    vedo rosso, vi giuro, certe volte! Basta,  che dicevamo?  Ah...  anche
    questa  vi  pare che sia da meno?  andare a sposar di nuovo,  alla sua
    et,  e una di quella razza!  Santo e santissimo non so chi e  non  so
    come,  il padre di quello,  vi dico, quando vostro nonno fu mandato in
    esilio, and in chiesa a cantare il "Te Deum". E lui, lui,  questo don
    Flaminio Salvo... Corpo di Dio, sapete che ho dovuto sopportarmelo per
    un  mese  a  Valsana?  Ah,  che  bracalone quel vostro zio don Cosmo!
    Come! doveva dire.  Flaminio Salvo a Valsana? E  invece,  niente!
    Padronissimo. E sapete come sono stato io per un mese? Come una bestia
    che  va  cercando tutti i buchi e i bucherelli per nascondersi.  Se lo
    vedevo... sangue di... per qua lo afferravo, vi dico,  per la gola,  e
    l,  suona che ti suono,  cazzotti dove coglievo coglievo!  Sapete che
    quando mi piglia quel  momentaccio,  bestiale  come  sono...  Lasciamo
    andare!  Questo don Flaminio Salvo,  al quarantotto,  che fece?  ve lo
    dico io che fece,  and dritto filato  a  denunziare  alla  sbirraglia
    borbonica  il  luogo dove s'era nascosto don Stefano Auriti con vostra
    zia donna Caterina. Storia! E ora, a Girgenti,  porta tutti i preti in
    pianta  di  mano!  Ma Dio,  ah Dio l'ha castigato!  La moglie,  pazza!
    Peccato che la  figlia...  quella,  no:  buona,  la  figlia;  buona  e
    bella...  Ma  non vi venisse in mente,  oh,  di pigliarvela in moglie!
    Voi, caro mio,  portate il nome di vostro nonno,  ricordatevelo!  E il
    nome di Gerlando Laurentano dev'essere per voi...  che dico?  no, caro
    mio, non ridete... di queste cose non dovete ridere davanti a me!
    - Rido,  - gli aveva risposto Lando,  -  perch  ha  mandato  un  buon
    ambasciatore mio padre per persuadermi ad assistere alle sue nozze!
    E Mauro, mettendo le mani avanti:
    -  Ah no,  che c'entra?  io le cose le dico papali in faccia,  anche a
    lui. E,  tanto,  se non le dico,  mi si leggono in fronte lo stesso...
    Ciascuno  col sentimento suo.  Ma voi dovete venire con me,  perch il
    padre  padrone, caro mio. Non andate di vostra volont.  Lui,  com'ha
    cominciato,  deve  finire.  Se  s'  messo per quella via,  che volete
    farci? Ve ne verrete per un po' di giorni a Valsana, a ristorarvi; vi
    arrabbierete un po' con quello stolido di vostro zio don Cosmo; ma poi
    ci sono io,  c' il  camerone  del  Generale,  intatto,  tal  quale...
    Entrando l, il petto... ah! vi s'allarga e il cuore vi si fa tanto...
    Voi, non so, mi parete... Con permesso, lasciatemi sentir l'orologio.
    Gli  s'era  accostato,  gli aveva posato un orecchio sul petto,  dalla
    parte del cuore e, ridendo furbescamente, aveva concluso:
    - Ho capito! L'ora delle femmine.

    Calmo e freddo in apparenza,  Lando Laurentano covava  in  segreto  un
    dispetto  amaro e cocente del tempo in cui gli era toccato in sorte di
    vivere;  dispetto che non si sfogava mai in invettive o  in  rampogne,
    conoscendo che,  quand'anche avessero trovato eco negli altri, come ne
    trovavano difatti quelle dei tanti malcontenti  in  buona  o  in  mala
    fede, non avrebbero approdato a nulla.
    Era,  quel suo dispetto, come il fermento d'un mosto inforzato, in una
    botte che gi sapeva di secco.
    La  vigna  era  stata  vendemmiata.   Tutti  i  pampini  ormai   erano
    ingialliti;  s'accartocciavano  aridi;  cadevano;  i  tralci  nudi  si
    storcevano nella nebbia autunnale,  come chi si stiri in  un  lungo  e
    sordo spasimo di noja; nella grigia distesa dei campi, tra la caligine
    umida,  non rimaneva pi altro che un accennar muto e lieve e lento di
    plmiti vagabondi.
    Aveva dato il suo frutto,  il tempo.  E lui era venuto a vendemmia gi
    fatta.  Il  mosto  generoso  e  grosso,  raccolto in Sicilia con gioja
    impetuosa,  mescolato con l'asciutto e brusco del  Piemonte,  poi  col
    frizzante  e aspretto di Toscana,  ora col passante,  raccolto tardi e
    quasi di furto nella vigna del Signore,  mal governato in tre  tini  e
    nelle  botti,  mal  conciato  ora  con  tiglio  or  con allume,  s'era
    irrimediabilmente inacidito.
    Et sterile, per forza,  la sua,  come tutte quelle che succedono a un
    tempo di straordinario rigoglio. Bisognava assistere, tristi e inerti,
    allo  spettacolo  di  tutti  coloro  che  avevan dato mano all'opera e
    volevano ora esser soli a darle assetto;  alcuni tuttavia sovreccitati
    e  quasi  farneticanti,  altri  gi  lassi  e crogiolantisi con senile
    sorriso di sufficienza nella soddisfazione d'un'ardua fatica  comunque
    terminata,  di  cui  non  volevano  vedere i difetti,  n che altri li
    vedesse.
    Ah,  in verit,  sorte miserabile  quella  dell'eroe  che  non  muore,
    dell'eroe  che sopravvive a se stesso!  Gi l'eroe,  veramente,  muore
    sempre,  col momento: sopravvive l'uomo e  resta  male.  Guaj  se  non
    scoppia  l'anima con veemenza,  investita da quel vento propulsore che
    la gonfia,  la sforza e le fa  assumere  a  un  tratto  una  terribile
    maschera di grandezza!  Dopo quello sforzo,  caduto il vento,  l'anima
    violentata  non  sa,   non  pu  pi  ricomporsi  nelle  sue  naturali
    proporzioni,  non  trova pi il suo equilibrio: qua ancora abbottata e
    intumidita, l floscia, ammaccata, casca da tutte le parti e,  come un
    pallone in cui si sia consumato lo stoppaccio, incespica e si straccia
    in tutti gli sterpi della via dianzi sorvolata.
    Lando  Laurentano non sfogava il dispetto,  perch,  non avendo potuto
    prima per l'et,  non potendo pi ora  per  l'inerzia  dei  tempi  far
    nulla,  sdegnava  come  troppo  facile dir che gli altri avevano fatto
    male. Fare... ecco, poter fare, senza punte parole!  Avevano fatto gli
    altri.  Ora  era  il  tempo delle parole.  Ne facevano tante gli altri
    inutilmente, ch'egli poteva bene risparmiar le sue. Vedeva che coloro,
    a cui era stato dato di  fare,  s'erano  dibattuti  a  lungo  tra  due
    concezioni,  una vacua e l'altra servile: quella di un'Italia classica
    e quella di un'Italia romantica: una fantasima in toga e un  manichino
    da  vestire con la livrea e il beneplacito altrui: un'Italia retorica,
    fatta di ricordi  di  scuola,  quella  stessa  forse  vagheggiata  dal
    Petrarca  e  suggerita  a  Cola di Rienzo,  repubblicana;  e un'Italia
    forestiera,   o  inforestierata  tutta  nell'anima  e  negli   ordini.
    Purtroppo,  le  necessit  storiche dovevano effettuar questa.  E,  in
    fondo,  non si era fatto altro che sostituire una retorica a un'altra:
    alla  scolastica imitazione degli antichi,  la spropositata imitazione
    degli stranieri. Imitare, sempre.  Oh Italiani,  aveva gridato dalle
    Murate di Firenze il Guerrazzi, scimmie e non uomini!
    Soffocati dalle cos dette ragioni di Stato gl'impeti pi generosi, la
    nazione  era  stata  messa s per accomodamenti e compromissioni,  per
    incidenze e coincidenze. Un solo fuoco, una sola fiamma avrebbe dovuto
    correre da un capo all'altro d'Italia per fondere e saldare  le  varie
    membra di essa in un sol corpo vivo.  La fusione era mancata per colpa
    di coloro che avevano stimato pericolosa la fiamma  e  pi  adatto  il
    freddo  lume  dei  loro  intelletti accorti e calcolatori.  Ma,  se la
    fiamma s'era lasciata soffocare, non era pur segno che non aveva in s
    quella forza e quel calore che avrebbe  dovuto  avere?  Che  nembo  di
    fuoco allegro e violento dalla Sicilia s s fino a Napoli!  Ancora da
    laggi,  pi tardi,  la fiamma s'era  spiccata  per  arrivare  fino  a
    Roma... Dovunque era stata costretta ad arrestarsi, ad Aspromonte o su
    le balze del Trentino, era rimasto un vuoto sordo, una smembratura.
    Non  poteva  l'Italia farsi in altro modo?  Segno che non erano ancora
    ben maturi gli eventi,  o che  eran  mancati  in  alcuni  l'energia  e
    l'ardire  per  secondarli.  Troppi  calcoli  e  riflessioni  ombrose e
    tentennamenti e scrupoli e ritegni e soggezioni avevano mortificato la
    creazione della patria.
    Che fare, adesso? Per chi vuole, s,  sempre tempo di far bene. Ma un
    bene modesto,  umile,  paziente,  Lando Laurentano sentiva che non era
    per  lui.  Gli  avevano  offerto,  nelle ultime elezioni generali,  la
    candidatura in uno dei collegi di Palermo: n preghiere, n pressioni,
    n richiami alla disciplina del partito erano valsi a  farlo  recedere
    dal rifiuto. Lui, a Montecitorio, in quel momento? Meglio affogarsi in
    una fogna!
    Fin  da  giovinetto s'era nutrito di forti e severi studii,  non tanto
    per bisogno di coltura o per passione,  quanto  per  poter  pensare  e
    giudicare  a  suo  modo,  e  serbare cos,  conversando con gli altri,
    l'indipendenza del proprio spirito.  Aveva qua,  nel villino solitario
    di  via  Sommacampagna,  una  ricca  biblioteca,  ove  soleva  passare
    parecchie ore del giorno. Ma, leggendo, era tratto irresistibilmente a
    tradurre in azione, in realt viva quanto leggeva; e,  se aveva per le
    mani  un  libro di storia,  provava un sentimento indefinibile di pena
    angustiosa nel veder ridotta l in parole quella  che  un  giorno  era
    stata  vita,  ridotto  in  dieci  o venti righe di stampa,  tutte allo
    stesso modo interlineate  con  ordine  preciso,  quello  ch'era  stato
    movimento scomposto,  rimescolo,  tumulto.  Buttava via il libro, con
    uno scatto di sdegno,  e si metteva a passeggiare  per  la  sala.  Che
    strana impressione gli facevano allora tutti quei libri nella prigione
    degli  alti  e  ampii  scaffali  che coprivano da un capo all'altro le
    quattro pareti!  Dalle due finestre basse,  che davano  sul  giardino,
    entrava  il  passerajo  fitto,  assiduo,  assordante degl'innumerevoli
    uccelletti che ogni giorno si davan convegno sul pino  l,  palpitante
    pi   d'ali   che   di  foglie.   Paragonava  quel  fremito  continuo,
    instancabile, quell'ebro tumulto di voci vive, con le parole racchiuse
    in  quei  libri  muti,  e  gliene  cresceva  lo  sdegno.  Composizioni
    artificiose,  vita fissata,  rappresa in forme immutabili, costruzioni
    logiche, architetture mentali, induzioni, deduzioni - via! via! via!
    Muoversi, vivere, non pensare!
    Che angoscia,  che smanie talvolta,  se s'affondava nel  pensiero  che
    anch'egli,  inevitabilmente, coi concetti e le opinioni che cercava di
    formarsi su uomini e cose,  con le finzioni che  si  creava,  con  gli
    affetti,  coi  desiderii che gli sorgevano,  fermava,  fissava in s e
    tutt'intorno a s in forme determinate il flusso continuo della  vita!
    Ma  se gi egli stesso con quel suo corpo,  era una forma determinata,
    una forma che si moveva,  che poteva seguire fino  a  un  certo  punto
    questo  flusso  della vita,  fino a tanto che,  man mano irrigidendosi
    sempre pi,  il movimento gi a poco a  poco  rallentato  non  sarebbe
    cessato del tutto! Ebbene, certi giorni, arrivava a sentire per il suo
    stesso  corpo,  cos  alto  e smilzo,  per il suo volto bruno pallido,
    dalla  fronte  troppo  ampia,  dalla  barba  nera,  quadra,  dal  naso
    imperioso in contrasto con gli occhi da arabo sonnolento e voluttuoso,
    una  strana  antipatia.  Se li guardava nello specchio come se fossero
    d'un estraneo. Dentro quel suo stesso corpo, intanto,  in ci che egli
    chiamava  anima,  il  flusso continuava indistinto,  sotto gli argini,
    oltre i limiti  ch'egli  imponeva  per  comporsi  una  coscienza,  per
    costruirsi  una  personalit.  Ma  potevano  anche  tutte quelle forme
    fittizie, investite dal flusso in un momento di tempesta, crollare,  e
    anche quella parte del flusso che non scorreva ignota sotto gli argini
    e oltre i limiti,  ma che si scopriva a lui distinta,  e ch'egli aveva
    con cura incanalato nei suoi affetti,  nei doveri che si era  imposti,
    nelle  abitudini  che si era tracciate,  poteva in un momento di piena
    straripare e sconvolger tutto.
    Ecco: a uno di questi momenti di piena egli  anelava!  Si  era  perci
    immerso  tutto  nello  studio  delle  nuove  questioni sociali,  nella
    critica di coloro che,  armati di  poderosi  argomenti,  tendevano  ad
    abbattere dalle fondamenta una costituzione di cose comoda per alcuni,
    iniqua per la maggioranza degli uomini, e a destare nello stesso tempo
    in questa maggioranza una volont e un sentimento che facessero impeto
    a scalzare,  a distruggere, a disperdere tutte quelle forme imposte da
    secoli,  in cui la vita  s'era  ponderosamente  irrigidita.  Sarebbero
    sorti nelle maggioranze quella volont e quel sentimento cos forti da
    promuover  subito  il  crollo?  Mancava  in esse ancora la coscienza e
    l'educazione necessarie.  Renderle  coscienti,  educarle,  prepararle:
    ecco  un  ideale!  Ma  a  quando  l'attuazione?  Opera lenta,  lunga e
    paziente anche questa, purtroppo.
    Nei suoi vasti possedimenti in Sicilia,  nella provincia  di  Palermo,
    ereditati  dalla  madre,  aveva gi accordato ai contadini la pi equa
    mezzadria,  proibendo assolutamente al suo amministratore  di  gravare
    anche  d'un  minimo interesse le anticipazioni concesse con liberalit
    per la semente e per tutte le altre spese necessarie alla coltura  dei
    campi;  vi  aveva  fondato  e  manteneva  a sue spese parecchie scuole
    rurali; pi volte,  a ogni richiesta,  aveva contribuito largamente ai
    fondi  di riserva per la resistenza dei contadini e dei solfaraj nelle
    lotte contro i proprietari di terre e i produttori di zolfo; pagava le
    spese di stampa d'un giornale del partito:  "La  Nuova  Et",  che  si
    pubblicava  ogni  domenica  a  Palermo.  L'amministratore Rosario Piro
    protestava da laggi, mese per mese,  con lunghissime lettere piene di
    buon  senso e di spropositi di lingua: protestava e si lavava le mani.
    Povero Piro!  Chi sa come se l'era ridotte,  quelle mani,  a furia  di
    lavarsele!   Lando,  forse  senza  neppure  accorgersene,  o  credendo
    fors'anche di viver sobriamente,  spendeva molto per s.  L'esperienza
    di  quanto  vacua  e  insulsa  fosse  la  vita di tutti coloro che per
    professione facevano bella  figura  nel  cos  detto  bel  mondo,  nei
    circoli,  nei saloni dei grandi alberghi,  nelle sale da giuoco, nelle
    piste delle corse,  nelle cacce a cavallo,  se l'era pagata,  non  per
    voglia  che n'avesse,  ma per non apparir singolare dagli altri in una
    cosa di cos poco valore per lui e che in fondo non gli costava  alcun
    sacrificio,  date  le  sue  abitudini  signorili  e  le  sue relazioni
    sociali; seguitava ancora a pagarsela di tratto in tratto, e pur cara,
    nei momenti in cui pi forte sentiva il bisogno d'afferrarsi al solido
    fondamento della bestialit umana per sottrarsi o  resistere  a  certi
    impulsi  strani,  a  certi capricci dell'immaginazione,  alle smaniose
    incertezze dell'intelletto. Si abbandonava allora a esercizii violenti
    con una freddezza che a lui stesso talvolta incuteva raccapriccio, o a
    piaceri sensuali,  la cui profumata e luccicante squisitezza esteriore
    non  riusciva  a nascondergli la trista volgarit.  Ma nell'inerzia si
    sentiva rodere; tra le smanie della forzata inazione, soffocare, tanto
    pi in quanto si costringeva a respingere quelle smanie per  non  dare
    alcuno  spettacolo  di  s,  mai.  E  mentre sorrideva,  ascoltando al
    circolo o in qualche altro ritrovo le baggianate dei suoi  conoscenti,
    dondolando  un  piede o carezzandosi la barba,  immaginava freddamente
    qualche scoppio improvviso che mettesse in iscompiglio ridicolo  a  un
    tempo e spaventoso tutto quel mondo fatuo, fittizio, di cui gli pareva
    incredibile che gli altri sul serio potessero vivere e appagarsi.  Gli
    altri? E lui? Di che viveva lui? Non se ne appagava,  vero; ma che ci
    guadagnava a non  appagarsene?  Ecco,  quelle  smanie.  Non  cupidigie
    effimere,  non  appetiti  da  soddisfare  vi  trovavano  i suoi sensi:
    ritrarsene,  non gli sarebbe costato alcuno sforzo  di  volont;  anzi
    doveva sforzarsi per rimanervi,  come se fosse per lui esercizio di un
    dovere increscioso, condanna.  D'altro canto,  non sarebbe impazzito a
    restar solo con se stesso? Tanta era la mala contentezza della propria
    esistenza  arida,  senza  germogli  di  desiderii  vivi.  Certe notti,
    rincasando  oppresso  dalla  pi   cupa   noja,   aveva   cos   forte
    l'impressione  d'andare a ritrovar nella solitudine del suo villino il
    proprio spirito che non se n'era mosso e che lo avrebbe accolto  dallo
    specchio con atteggiamento di scherno e gli avrebbe domandato se fuori
    faceva bel tempo,  se c'era la luna,  se qualche lampada elettrica non
    si fosse per caso stizzita lungo la via,  o se San  Paolo,  stanco  di
    stare  in  piedi,  non si fosse messo a sedere su la colonna Antonina;
    cos forte aveva questa impressione, che tornava indietro, per lasciar
    fuori la propria persona e non presentarla a quella derisione. Eccola,
    eccola l, la sua bella persona, ben curata, ben lisciata, azzimata...
    chi se la voleva prendere a quell'ora di notte?  Si fermava un po' per
    sentire  intorno  a  s  il  silenzio notturno;  gli pareva che questo
    silenzio si profondasse nel tempo,  nel passato di Roma,  e diventasse
    terribile. Un brivido lo scoteva. Gravava quella notte su una citt di
    mille e mille anni,  per cui egli passava,  ombra vana, minima, che un
    lieve soffio avrebbe spazzata via.
    Da questi momenti non rari lo richiamava in s ogni volta,  accorrendo
    da Palermo senza invito e sempre in punto un amico,  forse il solo che
    avesse sincero: Lino Apes,  direttore della  "Nuova  Et":  "Socrate",
    com'egli lo chiamava. E di Socrate veramente Lino Apes aveva l'umore e
    la  bruttezza:  alto,  tutto  collo  e  senza  spalle,  con le braccia
    scimmiesche che gli scivolavano  fin  quasi  ai  ginocchi,  la  fronte
    sfuggente,  il  naso  schiacciato,  e  certi occhi ilari e acuti,  che
    ridendo gli  lagrimavano,  quasi  nascosti  dalle  folte  sopracciglia
    spioventi.  Poverissimo, con incredibili stenti superati allegramente,
    s'era mantenuto da s agli studii,  fino  a  laurearsi  in  lettere  e
    filosofia; senza ambizioni di sorta, s'adattava a insegnare a suo modo
    in un ginnasio inferiore,  con molto godimento dei ragazzi,  con molto
    struggimento del direttore che non osava muovergli alcuna riprensione.
    Passava  il  resto  della  giornata  sperperando  nella  conversazione
    l'inesauribile  ricchezza  delle  idee  che,  dopo un lungo giro,  gli
    ritornavano appena appena riconoscibili,  ciascuna col  marchio  della
    sciocchezza  o  della  vanit di chi se l'era appropriata.  Era il suo
    discorso  una  fonte  perenne  di  speciosissimi  argomenti,   da  cui
    sprazzava  a un tratto una luce nuova e strana che,  inaspettatamente,
    rendeva tutto semplice e chiaro.  Lino Apes aveva pi volte dimostrato
    a  Lando  Laurentano  che,  dicendosi  socialista,  mentiva con la pi
    ingenua sincerit;  si vedeva non qual era,  ma quale  avrebbe  voluto
    essere. Il che, sosteneva lui, avviene a tutti, ed  la sorgente prima
    del ridicolo.  Socialista,  un indisciplinato?  socialista, un nemico,
    non di questo o quell'ordine,  ma dell'ordine in genere,  d'ogni forma
    determinata?  Socialista  era  per il momento: per quel tal momento di
    piena, a cui anelava.  Ma la maggior parte dei socialisti,  del resto,
    erano  come  lui  e  perci poteva consolarsi,  o piuttosto,  provarne
    dispetto.  A ogni modo,  una specialit l'avrebbe sempre avuta: quella
    di  esser  ricco tra tanti consimili poveri e di farsi cavar sangue da
    tutti e da lui,  Lino Apes,  direttore della  "Nuova  Et"  e  privato
    ispettore delle scuole rurali dipendenti da S.  E. il giovane principe
    di Laurentano.
    Lando lo ascoltava con piacere. Tutto quello che gli altri dicevano lo
    lasciava scontento e insoddisfatto,  come tutto quello che diceva  lui
    stesso,  pur  riconoscendo che,  s,  era spesso sensato.  Riconosceva
    anche che tanti e tanti parlavano meglio di lui;  ma che valevano  poi
    tutte  quelle  parole,  tutti  quei  ragionamenti,  tutte  quelle idee
    giuste, tutte quelle cose sensate? Dentro di lui scattava, esasperata,
    una protesta: No,  no,  non  questo!  senza  che  poi  egli  stesso
    sapesse dire che cosa dovesse essere in cambio.  Ma tutto il resto,  i
    guizzi,  i  lampi  che  gli  s'accendevano  nello  spirito  non  erano
    esprimibili:  sarebbe sembrato pazzo,  se li avesse espressi.  Ebbene,
    Lino Apes,  "Socrate",  aveva questo: che sapeva  esprimerli,  ed  era
    stimato saggio.
    Riceveva  da lui in quei giorni lettere su lettere,  e ognuna con agro
    stile lo pressava ad accorrere in Sicilia.  Tutti i  galli  nelle  aje
    bruciate  non  avevano avuto mai cos rossa e cos irta la cresta,  n
    mai pi spavaldo avevan lanciato nei campi il loro grido a salutare il
    nuovo sole  che,  per  la  prima  volta  dopo  una  notte  di  secoli,
    sbadigliava  nelle  coscienze dei lavoratori.  Coscienze?  Per modo di
    dire. Alla chiesa avevano sostituito il Fascio; e aspettavan da questo
    tutti i miracoli impetrati invano da quella.  Ma il fanatismo  era  al
    colmo:  e  dunque  possibili  i  miracoli  e  facile  il  cmpito  dei
    taumaturghi.  La piena stava per irrompere,  e in un  momento  avrebbe
    potuto  travolgere  le  impure  sedi  del dominio borghese ora senza
    presidio di soldatesche.  Bisognava accorrere e  agire  prima  che  la
    Sicilia fosse invasa militarmente e la reazione cominciasse.
    Lando  fremeva,  ma  non sapeva staccarsi da Roma in quel momento.  Lo
    scandalo bancario era come una voragine di  fuoco  aperta  davanti  al
    Parlamento nazionale: a una a una,  uscendo di l, le putride carcasse
    del "vecchio patriottismo" vi sarebbero  precipitate;  e  quel  fuoco,
    divorandole,  avrebbe purificato la patria.  Lo spettacolo era allegro
    nella sua oscena terribilit.  Ma forse non  sarebbe  stato  tale  per
    Lando,  se  in  quella  voragine non avesse aspettato con ansia feroce
    uno: Corrado Selmi.
    Ah  finalmente!   Gi  lo  vedeva  come  un  albero  mezzo   sfrondato
    all'appressarsi  della  lava:  fors'anche  prima  d'esser  toccato dal
    liquido fuoco vorace, sarebbe sparito in una stridula vampata. E Lando
    sperava che il suo spirito si sarebbe rischiarato  a  quella  vampata.
    Ah,  per un momento almeno! Il male che quell'uomo gli aveva fatto non
    era pi rimediabile: gli aveva per sempre ottenebrato la  vita,  tolto
    per sempre la speranza di volgersi,  di riaccostarsi a colei che nella
    prima giovinezza gli aveva fatto intendere l'eternit in un attimo  di
    luce: luce sfavillante da due occhi neri e da un vanente sorriso,  una
    sera di maggio,  lungo la marina di Palermo illuminata,  tra il fragor
    delle  vetture,  l'odore  delle alghe che veniva dal mare,  il profumo
    delle  zagare  che  veniva  dai  giardini.   Per  il  divino   ricordo
    incancellabile  di quest'attimo si sarebbe certamente riaccostato alla
    cugina, appena senza rimorso, senza profanazione almeno dal suo canto,
    morto il vecchio marito,  avrebbe potuto farla sua di nuovo.  Ben  per
    questo l'aveva respinta,  quand'ella,  in un momento di follia,  aveva
    voluto con rabbiosa  disperazione  aggrapparsi  a  lui.  E  quell'uomo
    vigliaccamente ne aveva profittato.
    No, non poteva allontanarsi da Roma in quel momento.
    Ora,  chiamato  con  tanta  premura  da  ben altre ragioni in Sicilia,
    quella per cui Mauro Mortara era venuto non poteva non sembrargli  una
    grottesca irrisione.  Pens che non certo per il piacere di vederlo lo
    si voleva presente a quel festino di nozze,  ma per una diffidenza del
    Salvo,  che l'offendeva.  E,  per sbarazzarsene,  decise di scrivere a
    costui una lettera che lo  rassicurasse  pienamente  e  per  cui  quel
    matrimonio  potesse  aver  luogo senza il suo intervento.  A Lino Apes
    rispose che,  prima di muoversi,  avrebbe voluto consultare tutti quei
    compagni  che  tra  pochi  giorni dovevano passare per Roma diretti al
    Congresso di Reggio Emilia. Si sarebbe tenuta un'adunanza in casa sua,
    alla quale anche lui, "Socrate", doveva prender parte. A suo carico le
    spese di viaggio,  tanto sue  quanto  quelle  dei  rappresentanti  dei
    maggiori  Fasci,  di cui voleva un preciso ragguaglio delle condizioni
    in cui si sarebbe impegnata la lotta;  e  se  queste  veramente  erano
    favorevoli, non avrebbe esitato un momento a cimentarsi, ad arrischiar
    tutto,  l  e addio!  Due giorni dopo la spedizione di questa lettera,
    gli arriv all'orecchio la  notizia  del  salvataggio  scandaloso  del
    Selmi  tentato  dal  Governo.  Sent  rompersene  lo stomaco,  e in un
    furioso ribollimento di sdegno decise di partir subito per  dar  fuoco
    alle polveri preparate in Sicilia. La mattina dopo, mentre parlava con
    Mauro  Mortara  della partenza imminente,  gli fu annunziata la visita
    del cugino Giulio Auriti.
    Mauro era andato due volte a casa di Roberto in via delle  Colonnette,
    e  non  l'aveva  trovato.  Prima  di  partire,  avrebbe  voluto almeno
    salutarlo.  Non conosceva Giulio,  avendolo veduto  due  o  tre  volte
    soltanto  da  ragazzo;  diede  un balzo,  appena lo vide entrare nella
    stanza:
    - Don Stefano! - esclam. - Oh figlio mio!  Don Stefano nelle forme...
    Tutto, tutto lui! La stessa faccia... lo stesso corpo...
    Ma,  notando che il giovine, nell'esagitazione a cui era in preda, gli
    restava dinanzi con fredda e accigliata perplessit:
    - Non sapete chi sono io? - aggiunse. - Sono Mauro Mortara.  Mor qua,
    tra queste braccia, vostro padre, con una palla in petto, qua sotto la
    gola.  Aveva al collo il fazzoletto, e una cocca gli era entrata nella
    ferita: non poteva parlare;  con codesti  vostri  occhi,  nell'agonia,
    mentre lo sorreggevo, mi raccomand il figliuolo, vostro fratello, che
    io  scostavo  col  gomito,  coprendo  con tutta la persona il corpo di
    vostro padre caduto, per non farglielo vedere...
    Giulio  Auriti  si  prem  forte  le  mani  sul  volto  e  scoppi  in
    singhiozzi.
    Lando,  conoscendo la rigida tempra del cugino,  il dominio freddo che
    aveva di se stesso,  si volt a guardarlo,  turbato e costernato.  Gli
    s'accost; gli pos una mano su la spalla:
    - Giulio!
    - Avreste fatto meglio a lasciarglielo vedere!  - disse allora questi,
    rivolto a Mauro,  riavendosi d'un tratto,  al richiamo.  - Gli sarebbe
    rimasto pi impresso. Era troppo piccolo! E piccolo  rimasto. Piccolo
    e cieco.  Ho da parlarti,  - aggiunse poi, rivolgendosi a Lando, e con
    la mano si strinse gli occhi,  quasi per portarne via ogni traccia  di
    pianto.
    Mauro  non  intese,  non  comprese  nulla:  con  gli occhi fissi nella
    lontana visione della battaglia, scosse il capo a lungo, sospir:
    - Bella morte! Bella morte! Pu piangerla un figlio; ma a pensarci,  
    una  festa.  Una  festa  era per noi morire!  Che morte faremo adesso?
    Vecchi,  sporcheremo il letto...  Basta;  me ne vado.  E' in casa  don
    Roberto? Voglio andare a salutarlo. Ho visto Roma, per, e anche in un
    canto, mangiato dalle mosche, posso morir contento...
    Fece con la mano un gesto di noncuranza e se ne and.

    Tutta la notte,  dopo il colloquio con Francesco D'Atri, Giulio Auriti
    invece di pensare a ci che avrebbe dovuto dire al cugino per  ottener
    l'ajuto  che doveva chiedergli,  prevedendolo nemico,  per farsi animo
    all'impresa aveva richiamato,  tra  un  continuo  incalzar  di  smanie
    rabbiose,  pensieri  e  ragioni  che non avrebbe potuto manifestargli;
    s'era compiaciuto nel dire a se stesso ci che non avrebbe potuto dire
    a lui;  aveva voluto vedere in s quasi un diritto  a  quell'ajuto.  E
    s'era  accorto  che soltanto in apparenza era stata finora cordiale la
    sua relazione con lui.  Quanta invidia ignorata e qual rancore non gli
    aveva  sommosso  dal  fondo  segreto dell'anima,  in quella notte,  il
    bisogno!  Finora aveva pensato che la meschinit della condizione  sua
    d'impiegato in un Ministero, nascosta con tanti sacrifizii sotto vesti
    signorili,  non poteva avvilirlo di fronte al cugino ricco e titolato,
    perch Lando doveva sapere che  essa  era  conseguenza  dell'altera  e
    sdegnosa rinunzia della madre;  e che, quanto alla nobilt, non era da
    meno la sua,  per ci che il padre  era  stato.  Ma  ora?  Compromesso
    indegnamente Roberto in quel turpe scandalo bancario,  e costretto lui
    a chieder  soccorso,  crollavano  miseramente  le  ragioni  della  sua
    alterezza,  e  con  esse,  a un tratto,  anche quelle della cordialit
    verso il cugino.  E s'era preparato a quel colloquio con lui come a un
    assalto contro un nemico.  Nemico, s, perch Lando certamente avrebbe
    negato l'ajuto,  sapendo che quel denaro era stato  preso  dal  Selmi.
    Avrebbe  dovuto  per  forza  confessarglielo.  Ma  Lando  doveva anche
    pensare,  perdo,  che n Roberto si sarebbe ridotto a prestar come un
    cieco  di quei favori al Selmi,  in ricambio d'altri favori;  n lui a
    chiedergli  ora  quell'ajuto,   se  la  madre  non  avesse  rinunziato
    all'eredit paterna!  Il danaro che gli avrebbe chiesto, rappresentava
    in fondo una minima parte di quello lasciato sdegnosamente dalla madre
    al fratello maggiore;  ed egli avrebbe potuto chiederlo  a  titolo  di
    restituzione,  data  quell'orribile  necessit.  Il sacrificio suo nel
    chiederlo non sarebbe stato minore di quello di Lando nel darlo.
    Ora,  uscito Mauro Mortara,  che gli aveva cagionato quella improvvisa
    commozione col ricordo della morte eroica del padre,  egli,  di fronte
    al cugino che lo guardava turbato, in attesa ansiosa e benigna,  rest
    per un pezzo come smarrito,  in preda a un orgasmo crudele.  Contrasse
    tutto il volto nella  rabbia  del  cordoglio,  e  stringendo  le  mani
    intrecciate fin quasi a spezzarsi le dita:
    - Ho bisogno di te,  Lando, - disse. - E' per me un momento terribile,
    da cui solamente tu puoi liberarmi,  ma...  te  ne  prevengo,  con  un
    grande sacrifizio anche da parte tua, morale e materiale.
    Lando,  confuso,  perplesso,  soffrendo  alla  vista  del  cugino cos
    agitato e presentendo anche dalle parole di lui la gravit di ci  che
    gli avrebbe chiesto, mormor, aprendo le braccia:
    - Parla... tutto quello che posso...
    -  Ah,  no!  - tronc subito Giulio,  urtato dalla frase comune.  - E'
    difficile,   difficile,  tanto per me,  quanto per te,  sai!  Ma devi
    pensare che la mia vita,  Lando, la vita di mia madre, l'onore nostro,
    sono... sono nelle tue mani, ecco!  Pensa a questo,  e allora forse...
    spero... troverai la forza di compiere il sacrifizio che ti domando.
    - Tu mi spaventi! - esclam Lando. - Parla; che ti  accaduto?
    Giulio  torn  a  stringersi le mani,  convulsamente;  se le batt pi
    volte, cos strette, su la bocca,  tenendo gli occhi serrati.  Le vene
    gonfie, nella fronte contratta, mostravano lo sforzo atroce che faceva
    su se stesso.
    - Se dico tutto, - scatt, smaniando, - mi darai ajuto?
    - Ma perch no? - domand Lando, con pena. - Che c'? Se non so di che
    si tratta!
    -  Di  me,  -  rispose  pronto  Giulio.  -  Pensa  che si tratta di me
    soltanto, o, piuttosto, di mia madre. Tieni presente mia madre e tutte
    tutte le sciagure della mia famiglia.  Tu hai rispetto e affezione per
    mia madre, non  vero?
    - Ma s, lo sai! - afferm Lando, con sincero interessamento. - Non mi
    tener cos sospeso, per carit!
    -  Aspetta...  aspetta...  -  scongiur l'Auriti;  come se non sapesse
    staccarsi da quel rivo di tenerezza, nell'amaritudine in cui affogava.
    - Per noi, per me  tutto;  l'orgoglio suo,  il suo sentimento...  per
    cui,  senza lagnarci mai,  ci siamo ridotti...  cos... Non so, non so
    proprio come debba dirti;  ma noi non abbiamo altro,  non abbiamo  mai
    avuto altro che questo orgoglio... e ora... ora...
    -  Clmati,   Giulio!  -  lo  esort  di  nuovo  Lando,  con  un  moto
    d'impazienza.   - Non comprendo...  Hai  bisogno  di  me.  Di'...  Tua
    madre...
    - Debbo impedire che ne muoja!  - grid Giulio. - A qualunque costo! E
    tu devi ajutarmi,  Lando;  e per ajutarmi devi fare il  sacrifizio  di
    vincere ogni risentimento,  ogni ragione d'odio verso un uomo che  la
    causa di tutta questa rovina e che io detesto e  maledico  come  te  e
    vorrei morto con la stessa tortura che infligge ora a noi!
    Lando s'irrigid a un tratto, aggrott le ciglia.
    - Il Selmi? - domand. - Roberto... col Selmi?
    Giulio croll pi volte il capo; poi, in breve, concitatamente, espose
    la  situazione  del  fratello  e quel che si doveva fare per salvarlo,
    tacendo del colloquio avuto la sera  avanti  con  S.  E.  il  ministro
    D'Atri.
    Ma  Lando,  gi prevenuto,  col pensiero fisso in un sol punto,  dalle
    parole affannose del cugino non comprese altro, in prima,  che salvare
    cos Roberto voleva dire salvare anche il Selmi,  e che la salvezza di
    questo poteva ancor dipendere da  quella  del  cugino.  Guard  Giulio
    negli occhi, quasi ora soltanto lo vedesse davanti a s:
    - E come?  - esclam,  stupito.  - Tu vieni da me, Giulio, per questo?
    proprio da me?
    Sopraffatto da questa  domanda  piena  di  tanto  stupore,  Giulio  si
    perdette per un momento e, come se l'orgasmo gli si sciogliesse dentro
    in un'agrezza velenosa:
    - A chi... a chi altro...? - balbett. - Tu sai che la mia famiglia...
    E poi... ricrdati, t'ho chiesto, entrando, un sacrifizio...
    - Ma che sacrifizio! No! - grid Lando. - Non  umano! Vieni da me per
    questo? Ma come! Non sai che cosa rappresenta per me quell'uomo?
    - T'ho detto perci... - si prov a soggiungere Giulio.
    - Che m'hai detto?  No!  - scatt di nuovo Lando.  - Tu vieni a dirmi,
    Giulio,  cos: Eccoti l'arma,  l'unica arma con cui puoi uccidere  il
    nemico che sta per sfuggire alla tua vendetta;  ma no!  quest'arma, tu
    non devi usarla;  tu devi anzi ajutarmi a nasconderla,  a  levarla  di
    mezzo, per salvarlo!. Questo vieni a dirmi!
    - Perch vedi il Selmi,  ecco,  vedi il Selmi e non sai veder altro! -
    smani, esasperato, l'Auriti.  - Lo sapevo!  Quando ti dir tutto,  mi
    darai pi ajuto?
    - Ma che ajuto?  - ribatt ancora una volta Lando.  - Lo chiami ajuto,
    codesto?  Questa ,  da parte mia,  complicit!  Mi vuoi complice  nel
    salvataggio del Selmi?
    - E dlli!  - grid Giulio.  - Roberto! Io voglio salvare Roberto! Mia
    madre! Che m'importa del Selmi? L'odio, ti ho detto, lo detesto pi di
    te! Ma devo salvar Roberto...
    Lando con un violento sforzo su se stesso si costrinse alla  calma  di
    fronte  a  quella  cieca,  disperata  ostinazione  del  cugino.  Volle
    provarsi a ragionare con lui.
    - Scusa,  - disse.  - Guarda...  guarda,  Giulio,  rispondi a  me.  E'
    colpevole Roberto? lo credi tu colpevole?
    - Colpevole o non colpevole,  - rispose Giulio, scrollandosi, - non si
    tratta di questo!  compromesso!
    - Ma pu difendersi, perdo! - ribatt subito Lando.
    - Grazie! Lo so. Ma io devo impedire che sia accusato,  che sia tratto
    in  arresto,  non  capisci?  -  spieg  l'Auriti.  -  Lo  so  che  pu
    difendersi! E se non vorr difendersi lui...
    - Ecco, ecco... benissimo! - approv Lando. - Anch'io con te...
    - Ma no! grazie!  - ricus di nuovo,  con sdegno,  Giulio.  - Ajuto di
    parole, grazie! Basto io solo. Non c'era bisogno che venissi da te.
    - Scusa, - disse Lando, risentito. - L'ajuto onesto... la difesa vera,
    onorevole,    soltanto  questa.  Pagare    complicit.  Roberto deve
    parlare; non rendersi complice del Selmi, tacendo e pagando per lui.
    - E tu vuoi dunque,  - domand Giulio,  - ch'egli subisca  l'ignominia
    dell'arresto e del carcere, quand'io posso ancora risparmiargliela?
    - Col denaro?
    - Col denaro,  col denaro, - ripet Giulio. - Onest, disonest... che
    vuoi  che  m'importi  adesso?  Basta  a  me  saperlo  onesto!  Chi  lo
    crederebbe pi tale,  domani,  se oggi fosse arrestato?  Chi crede pi
    alle difese di chi  stato  in  carcere?  Lando,  per  carit,  stiamo
    all'esperienza. Guarda soltanto a Roberto! Tu, bada bene, ora mi neghi
    l'ajuto, non per altro, ma perch vuoi far Roberto strumento della tua
    vendetta!
    - No, questo no! - neg energicamente Lando. - Ma non posso farmi, io,
    strumento  della  salvezza  del  Selmi,  lo capisci?  Tu m'infliggi un
    supplizio disumano!  Io non posso,  non  devo  subirlo!  Per  Roberto,
    tutto! Ma se Roberto  coinvolto col Selmi, e il mio ajuto pu giovare
    a costui, no, io non posso dartelo, n tu puoi chiedermelo!
    Giulio Auriti rimase un pezzo in silenzio, assorto cupamente.
    - Dunque,  no? - disse poi, levando il capo e guardando negli occhi il
    cugino.
    A questa domanda categorica,  Lando,  compreso di profonda piet,  non
    seppe  rispondere  con  un  nuovo  reciso  rifiuto.  Giunse  le  mani,
    s'accost all'Auriti, disse:
    - Ma, a parte ogni ragione mia propria,  Giulio,  pensa...  pensa alle
    relazioni mie,  al mio modo di sentire,  alle idee per cui combatto...
    Io non potrei pi domani trovarmi coi  miei  compagni  in  quest'opera
    d'epurazione che abbiamo intrapresa...
    S'accorse  subito  che  non  doveva  dire  cos,  e tuttavia non seppe
    frenarsi,  pur notando quasi con sgomento l'alterazione del volto  del
    cugino  a  ogni  parola  che proferiva.  Lo vide alla fine scattare in
    piedi, scontraffatto.
    - Voi epurate, gi! - esclam Giulio Auriti, con un ghigno orribile. -
    Tu puoi epurare! Siete i puri, vojaltri! Noi, io,  Roberto,  anche mio
    padre, se vivesse...
    - Giulio... Giulio! - cerc di richiamarlo Lando, addolorato.
    Ma l'Auriti, fuori di s, seguit:
    -  Tutti quanti sporcati,  nojaltri.  E conierei moneta falsa,  s,  e
    ruberei per aver queste quarantamila lire,  che tu hai e ch'io non ho.
    E perch non le ho, sono uno sporcato! Tu le hai, e sei puro! Ma pensa
    che mia madre, intanto, non volle averle, perch le parvero sporche!
    Lando si drizz su la persona,  e, fermo in mezzo alla stanza, squadr
    il cugino con fredda alterezza:
    - Il denaro mio, - disse, - tu lo sai,  quello soltanto di mia madre.
    Ma anche dopo aver proferite queste parole si pent subito, e atteggi
    il volto di schifo per la crudezza  triviale,  a  cui  la  discussione
    trascendeva. Pens in un attimo che, per un'iniqua disposizione, anche
    nella famiglia materna uno aveva scontato con la povert la ribellione
    generosa;  pens  che  tra  le  tante  ragioni,  per  cui  nel fervore
    giovanile aveva voluto far sua Giannetta Montalto,  egli  aveva  posto
    anche  questa,  di  ridarle  cio almeno una parte di quanto era stato
    tolto al padre di lei,  diseredato.  Previde  che  il  cugino  avrebbe
    risposto  a  quella sua altera e inconsulta affermazione,  trascinando
    ancor pi in basso la contesa vergognosa.  E  difatti  Giulio  Auriti,
    scontorcendo  il  torbido volto,  cozzando tra loro le pugna serrate e
    poi aprendole innanzi agli occhi sfavillanti di un lustro di  scherno,
    ghign:
    - Ma anche il denaro di tua madre, via!
    E  Lando,  di  fronte  alla  provocazione,  ancora una volta non seppe
    frenarsi.
    - Il denaro di mia madre? - domand, facendoglisi avanti a petto.
    Giulio Auriti si pass una mano su la fronte ghiaccia  di  sudore,  si
    nascose gli occhi, s'accasci dolorosamente.
    - Non mi far dire altro!
    Lando rimase a guardarlo,  o piuttosto, a guardargli dentro; poi disse
    con cruda freddezza, piano, tra i denti, quasi sillabando:
    - E anche ammesso ci che tu  pensi,  vuoi  che  paghi  io  un  debito
    contratto  dal  Selmi per lo spasso d'una donna,  che potrebbe aver da
    ridire sul denaro di  mia  madre?  Va',  va',  va',  ...  per  carit,
    vttene!  -  proruppe  poi,  nascondendosi anche lui gli occhi.  - Non
    posso pi guardarti in faccia!
    Ud andar via il cugino,  stette ancora a lungo con le mani sul volto,
    per  il  ribrezzo  che  sentiva  d'aver  toccato il fondo lurido d'una
    realt,  a cui non si sarebbe mai aspettato  di  poter  discendere,  e
    della  quale  sempre  gli  sarebbe  rimasta  nell'anima  l'impressione
    orrenda. Ora,  risorgendo da quel fondo,  nel quale per un momento era
    scivolato,  non  gli  sarebbe  sembrato  falso  e vacuo e lercio tutto
    intorno? In ogni suo sentimento, in ogni idea,  in ogni atto,  in ogni
    parola,  non  sarebbe  rimasto  un  segno,  l'impronta  di  quel fango
    toccato?
    Con gli occhi strizzati, i denti serrati e le labbra schiuse,  aride e
    amare,  si  stropicci  forte le mani.  Poi apr gli occhi,  guard la
    stanza;  si sent soffocare,  e and  a  una  finestra  che  dava  sul
    giardino.
    Ah,  tutto,  tutto cos!  ...  Tutto era vergogna in quel momento!  La
    peste era nell'aria. La carcassa sociale si sfaceva tutta,  e anche la
    sua  anima,  ogni  suo  pensiero,  ogni  suo  sentimento...  tutto era
    insozzato...

    Tre giorni dopo,  nella sala della biblioteca erano adunati i compagni
    che  dovevano  recarsi  al  Congresso  socialista di Reggio Emilia;  i
    rappresentanti dei "Fasci" pi numerosi dell'isola, invitati da Lando;
    alcuni deputati amici,  quattro milanesi  del  "Partito  italiano  dei
    lavoratori" e Lino Apes.
    Spiccava  tra  tanti  uomini  una  giovinetta  in giacchettino rosso e
    berretto nero a barca,  con una penna di gallo ritta spavaldamente  da
    un lato: Celsina Pigna, venuta invece di Luca Lizio a rappresentare il
    "Fascio" di Girgenti.  Nessuno voleva far le viste di meravigliarsene;
    ma ella s'accorgeva bene dei  rapidi  sguardi  furtivi  che  tutti  le
    lanciavano, in ispecie i meno giovani; e notava, ridendo dentro di s,
    che  quei  pochi,  i  quali  ostinatamente  si vietavano di guardarla,
    prendevano per lei arie languide  o  fiere  impostature  e,  per  lei,
    parlando, davan certe modulazioni alla voce, chi flebili e chi vivaci,
    le quali tradivano tutte quel tale orgasmo che la presenza d'una donna
    suscita  di  solito.  Notava anche in pi d'uno un'altra ostentazione:
    quella di una disinvoltura quasi sprezzante,  che tradiva  il  disagio
    segreto di trovarsi in una casa ricca e ben messa.
    Lando  Laurentano non c'era ancora.  Lino Apes,  a nome di lui,  aveva
    pregato gli amici d'avere un  po'  di  pazienza,  che  presto  sarebbe
    venuto.  Nell'attesa  s'erano  formati  alcuni  crocchi: due presso le
    finestre che davano sul giardino,  uno presso la tavola  preparata  in
    capo  alla  sala  per  chi  doveva  presiedere  all'adunanza.   Alcuni
    passeggiavano cogitabondi,  altri leggevano sul dorso delle rilegature
    i titoli dei libri negli scaffali, tendendo gli orecchi, senza parere,
    a  ci  che si diceva in questo e in quel crocchio.  Parecchi spiavano
    obliquamente uno dei deputati che,  passeggiando per la  sala  con  le
    dita inserte nei taschini del panciotto, alzava di tratto in tratto le
    spalle,   protendeva   il   collo  e  in  segno  di  meraviglia  e  di
    commiserazione stirava la bocca sotto i  ruvidi  baffi  rossastri  gi
    mezzo  scoloriti.  Era il deputato repubblicano Spiridione Covazza che
    in  quei  giorni  aveva  scritto  male,   su  una  rassegna  francese,
    dell'organamento delle forze proletarie in Sicilia. Vedendosi sfuggito
    da tutti, con quel gesto pareva dicesse: Incredibile!. Ma pur doveva
    sapere  che  il suo torto era quello di veder tante cose che gli altri
    non vedevano,  e di dare ad esse quel peso che gli  altri  ancora  non
    sentivano,  perch  nel  calore  della  passione  ogni cosa par che si
    sollevi con chi la porta  in  s.  Illusioni:  bolle  di  sapone,  che
    possono  a  un tratto diventar palle di piombo.  Lo sapevano bene quei
    poveri contadini massacrati a Caltavutro.  Aveva  scritto  su  quella
    rassegna  francese  ci che in coscienza credeva la verit;  al solito
    suo, rudemente e crudamente. Ma volevano dire ch'egli provasse un acre
    piacere nel mettere avanti cos,  fuor di tempo e di luogo,  le verit
    pi spiacevoli,  nello spegnere col gelo delle sue argomentazioni ogni
    entusiasmo,  ogni fiamma d'idealit,  a cui pur  tuttavia  era  tratto
    irresistibilmente  ad  accostarsi.  Scarafaggio con ali di falena - lo
    aveva definito su la "Nuova Et" Lino Apes: - accostatosi alla fiamma,
    spariva la falena,  restava lo scarafaggio.  Calunnia e ingratitudine!
    Egli stimava dover suo, invece, serbarsi cos frigido in mezzo a tante
    fiamme giovanili;  che se queste non eran fuochi di paglia,  alla fine
    si sarebbe scaldato anche lui;  e se erano,  faceva il bene di  tutti,
    spegnendoli.  Forse la sua stessa figura, grassa e pure ispida, quegli
    occhi vitrei,  aguzzi dietro gli  occhiali  a  staffa,  quel  naso  di
    civetta,  il  suono  della  voce,  suscitavano in tutti una repulsione
    tanto  pi  irritante,   in  quanto  ciascuno  poi  era  costretto   a
    riconoscere  che  quasi  sempre il tempo e gli avvenimenti gli avevano
    dato ragione,  a pregiarne la dottrina vasta e profonda,  la dirittura
    della  mente  e  della  coscienza,  la onest degli intenti e ad avere
    stima e anche ammirazione di quella sua franchezza rude e dispettosa e
    del coraggio con cui sfidava l'impopolarit. Quell'accoglienza ostile,
    intanto,  Spiridione Covazza  sapeva  di  doverla  soprattutto  a  tre
    giovani  siciliani,  che  erano  nella sala circondati in quel momento
    dalla fervida simpatia di  tutti:  Bixio  Bruno,  Cataldo  Sclfani  e
    Nicasio  Ingrao,  i  quali pi degli altri s'eran sentiti ferire dalla
    sua critica. Stava ciascun d'essi in mezzo ai tre crocchi che si erano
    formati nella sala. Bixio Bruno, svelto, dal volto olivastro animoso e
    i capelli crespi gremiti da negro,  spiegava  con  fluida  e  colorita
    loquela, storcendo in un mezzo sorriso di soddisfazione la bocca rossa
    e  carnuta,  come in poco tempo fosse riuscito a raccogliere a Palermo
    in un sol fascio i ventisei sodalizii operai,  le maestranze discordi,
    le  cui  bandiere  smesse  erano adesso conservate in una sala,  quali
    trofei di vittoria. Appariva pieno di fiducia e sicuro del trionfo. Si
    aspettava,  credeva anzi imminente la reazione da parte  del  Governo:
    scioglimento dei "Fasci", arresti, invasione militare. Ma il buon seme
    era  sparso!  Ogni  sopraffazione,  ogni persecuzione avrebbe reso pi
    grande la vittoria.  Potevano esser  tratti  in  arresto  trecentomila
    uomini?  No.  I capi soltanto,  qualche dozzina di soci, se mai. Bene,
    eran gi pronti i capi segreti,  ignorati ancora dalla polizia;  e  la
    propaganda  avrebbe seguitato pi efficace che mai.  Cataldo Sclfani,
    tarchiato,  con gli occhi un po' strabi e un  barbone  che  pareva  un
    fascio di pruni, parlava nell'altro crocchio, profeticamente ispirato;
    diceva con sorridente commozione che l dove prima era spuntata l'alba
    dell'unit  della patria,  era fatale spuntasse ora quella pi rossa e
    pi fulgida della rivendicazione degli oppressi. Sapeva,  s,  che gi
    prima nelle Romagne,  nel Modenese,  nelle province di Reggio Emilia e
    di Parma, nel Cremonese, nel Mantovano, nel Polesine,  era sorto a far
    le prime armi il socialismo italiano; ma tutt'altra cosa era adesso in
    Sicilia!  Rivelazione improvvisa, prodigiosa! Lino Apes, ascoltandolo,
    si tirava i baffi fino a strapparseli,  per tenere a freno il sorriso.
    Nelle  sue  lettere a Lando,  chiamava Cataldo Sclfani il "Messia dei
    Fasci". Nel terzo crocchio Nicasio Ingrao,  tozzo,  rude,  con un'atra
    voglia di sangue che gli prendeva mezza faccia,  parlava coi deputati,
    arrotondando alla meglio il dialetto nativo,  e  balzando  con  strana
    mimica  da  una sconcia bestemmia a una ingenua invocazione infantile;
    parlava della  crisi  dell'industria  zolfifera  in  Sicilia  e  della
    spaventevole  miseria  dei  solfaraj  gi  da alcuni mesi in isciopero
    forzato. Un compagno,  direttore del "Fascio" di Comitini,  si prov a
    far sapere a quei deputati quanto l'Ingrao, proprietario di terre e di
    case  in  Aragona,  avesse  fatto  e  facesse  per quei solfaraj,  per
    impedire che trascendessero a rapine,  incendii e tumulti  sanguinosi;
    ma  l'Ingrao  gli  salt  addosso e gli tur la bocca,  minacciando di
    attondarlo con un pugno, se seguitava. Celsina Pigna, dal posto in cui
    si teneva appartata, scoppi a ridere, a quel violento gesto burlesco,
    e l'Ingrao le domand, ridendo anche lui:
    - Lo attondo, signorina?
    Nei tre crocchi tutti gli  altri  isolani,  giovinotti  dai  venti  ai
    trent'anni,  sentendo  parlare quei tre capi pi in vista,  gonfiavano
    d'orgoglio, s'intenerivano fin quasi alle lagrime. Erano certi,  nella
    loro sincera fatuit giovanile, di rappresentare una parte nuova nella
    storia,  pur  l  a  Roma.  Avevano veduto davanti a quei tre duci del
    Comitato centrale migliaja di donne,  migliaja  di  contadini,  intere
    popolazioni dell'isola in delirio,  gettar fiori,  prosternarsi con la
    faccia a terra,  piangere e gridare,  come prima davanti alle immagini
    dei loro santi.
    Tutti  si  volsero a un tratto e si mossero verso Lando Laurentano che
    entrava di fretta.  Chiedendo scusa del ritardo,  strinse la  mano  ai
    primi  che  gli  si  fecero innanzi;  preg tutti di prender posto,  e
    appena fu fatto silenzio, disse:
    - Ho perduto tempo,  signori,  per una ragione forse non estranea agli
    interessi nostri, agli interessi specialmente di tanti nostri compagni
    che pi degli altri,  credo, hanno bisogno in questo momento di ajuto,
    gi in Sicilia.
    - I solfaraj!  - grid l'Ingrao,  balzando in piedi,  come se egli  ne
    fosse il pi legittimo difensore. - Ho capito! - aggiunse. - Vuoi dire
    che c' qua l'ingegnere Aurelio Costa? Ho capito. Eh, ha viaggiato con
    me questo signore! Abbiamo discorso a lungo e...
    Lando con un gesto lo preg di tacere:
    -  L'ingegnere Aurelio Costa,  appunto,  - riprese,  - direttore delle
    zolfare del Salvo,  che credo sia uno dei pi ricchi  proprietarii  di
    miniere  della provincia di Girgenti,   venuto a Roma per interessare
    la deputazione siciliana a un disegno...
    - Permesso?  - interruppe di nuovo l'Ingrao.  -  Non  perdiamo  tempo,
    signori  miei!  Vi  spiego io il fatto com'.  Il signor Salvo sta per
    imparentarsi, per via d'una sorella, col principe di Laurentano...
    Un mormorio di protesta si lev per il tratto ruvido dell'Ingrao verso
    Lando, a cui tutti gli occhi si volsero a chiedere scusa dello sgarbo.
    Ma Lando, sorridendo, s'affrett a dire:
    - Non con me, vi prego! non con me!
    E l'Ingrao allora, scrollandosi irosamente, grid:
    - Madonna santissima, per chi mi prendete? Se dico il principe!  Avrei
    chiamato  principe  il  nostro  amico  riverito,   ospite  e  compagno
    amatissimo? Non per cosa oh! ma egli sa di non salire, se lo chiamiamo
    principe,   e  sa  che  noi  non   vogliamo   abbassarlo   chiamandolo
    semplicemente  Laurentano.  Io  alludo al principe suo padre;  e Lando
    Laurentano non pu offendersi delle parole mie.  Se si offende,   uno
    sciocco!  Parlo  io invece di lui,  perch egli sta a Roma,  io sto in
    mezzo alle zolfare, e so che il progetto del signor Salvo non tende ad
    altro che ad ingraziarsi il figlio del principe, facendogli vedere che
    gli stanno a cuore le  sorti  degli  operaj  delle  zolfare.  Bubbole!
    Panzane!  Polvere negli occhi!  Sa meglio di me il signor Salvo che il
    suo progetto  una coglionatura! Sissignori, io parlo nudo,  cos.  Se
    veramente vuol fare qualche cosa,  tolga il signor Salvo dalle zolfare
    di sua propriet le  cos  dette  "botteghe",  dove  gli  operaj  sono
    costretti  a provvedersi con l'usura del cento per cento dei generi di
    prima necessit: vino, che  aceto; pane, che  pietra!
    Spiridione Covazza domand allora di parlare, e tutti si voltarono con
    viso ostile a guardarlo.
    - Volete adesso difendere le "botteghe"? - lo apostrof l'Ingrao.
    Il Covazza non si volt nemmeno.
    - Vorrei sapere - disse piano - le idee generali di questo disegno.
    - Vi dico che  una coglionatura! - torn a gridare l'Ingrao.
    Il Covazza tese una mano, senza scomporsi.
    - Prego, - disse,  - urlare non  ragionare.  Sono stato anch'io nelle
    zolfare:   ho   studiato  attentamente  le  condizioni  dell'industria
    zolfifera, le ragioni complesse della sua crisi; e vi so dire che,  se
    nelle  condizioni  presenti  quelli  che  hanno  da sperar meno sono i
    solfaraj, picconieri e carusi,  non meno tristi sono per le sorti dei
    coltivatori delle miniere e dei proprietarii; e se questo disegno...
    Non  pot seguitare.  Tutti i rappresentanti dei "Fasci" scattarono in
    piedi protestando. Lando s'interpose, cerc di calmarli, ammon che si
    avesse rispetto per le opinioni altrui, e propose che uno fosse subito
    chiamato a dirigere la discussione.
    - Bruno! Bruno! Bixio Bruno! - si grid da varie parti.
    E Bixio Bruno,  avvezzo ormai a vedersi designato a quell'ufficio,  in
    due salti fu alla tavola preparata in capo alla sala.
    - Signori,  - disse. - Di straforo, incidentalmente, siamo entrati nel
    pieno della discussione. L'on. Covazza, in un suo scritto recente...
    - Pubblicato all'estero! - interruppe uno in fondo alla sala.
    - All'estero,  o in Italia,  sciocchezze!  - ribatt il  Bruno.  -  Le
    nostre idee, il nostro partito non riconoscono confini di nazionalit.
    In  questo  scritto l'on.  Covazza ha criticato l'opera mia e dei miei
    compagni.
    Spiridione Covazza,  con le braccia incrociate  sul  petto,  neg  pi
    volte col capo.
    - No?  - domand il Bruno.  - Come no? Non ha ella detto che la nostra
    propaganda  fatta di miraggi?
    - Io ho detto,  - rispose il Covazza,  levandosi in piedi,  -  che  le
    vostre  dimostrazioni oneste d'una libert che dia intero realmente il
    diritto di soddisfare ai bisogni della vita,  le spiegazioni  che  voi
    date  della  lotta  di  classe,  sfruttati  contro sfruttatori,  e del
    programma della scuola marxista in genere e di quello  minimo  che  vi
    siete tracciato,  si traducono,  inevitabilmente e sciaguratamente, in
    miraggi,  per la ignoranza di coloro a cui  sono  rivolte.  Questo  ho
    detto! E ho soggiunto...
    Nuove proteste confuse si levarono nella sala. Il Bruno batt il pugno
    sulla tavola e impose silenzio.
    - Lasciatelo parlare!
    -  Ho  soggiunto,  - riprese il Covazza,  - che voi,  abbagliati,  nel
    fervore della vostra sincera fede giovanile,  credete  che  le  vostre
    dimostrazioni e spiegazioni siano veramente comprese.
    - Sono! sono! sono! - gridarono molti a coro.
    -  Non sono!  Non possono essere!  - neg energicamente il Covazza.  -
    Come volete che siano, se non le comprendete bene neanche voi stessi?
    Una tempesta di urli si scaten a questa affermazione. Il Bruno, Lando
    Laurentano,  Lino Apes,  i colleghi deputati  stentarono  un  pezzo  a
    domarla.  Spiridione  Covazza  aspett  a  capo  chino,  con gli occhi
    chiusi,  che fosse domata;  a  un  certo  punto,  giunse  le  mani  e,
    tenendole  alte,  pieg  di  pi  il  capo tra esse,  curv con fatica
    l'obesa persona;  poi,  aprendole in un ampio gesto e  risollevandosi,
    preg quasi piangente:
    - Non mi costringete,  signori, per falsi riguardi al vostro malinteso
    amor proprio,  non mi costringete ad attenuare d'un punto  la  verit,
    con  concessioni  che  farebbero  a me e a voi stessi vergogna,  e che
    potrebbero  essere  perniciose  in  questo  momento!  Quanti  tra  voi
    conoscono veramente Marx?  Quattro,  cinque,  non pi!  Siate franchi!
    Tutti gli altri non hanno coscienza vera di quel che si vuole: s, s,
    proprio cos!  n dei mezzi congrui per  conseguirlo,  infatuati  d'un
    socialismo  sentimentale,  che s'inghirlanda delle magiche promesse di
    giustizia  e  d'uguaglianza.   Ma  sapete  voi  che  cosa  vuol   dire
    "giustizia"  per  i  contadini  e  i  solfaraj  siciliani?  Vuol  dire
    violenza! sangue, vuol dire!  vuol dire strage!  Perch alla giustizia
    legale,  alla  giustizia  fondata sul diritto e sulla ragione essi non
    hanno mai creduto,  vedendola  sempre  a  loro  danno  conculcata!  Li
    conosco io, molto meglio di voi, i contadini e i solfaraj siciliani...
    s, s, purtroppo, molto meglio di voi! Voi vi illudete! Voi dite loro
    collettivismo?  ed  essi traducono: divisione delle terre,  tanto io e
    tanto tu! Dite loro abolizione del salario? ed essi traducono: padroni
    tutti, fuori le borse, contiamo il denaro, e tanto io tanto tu.
    - Non  vero! Non  vero! - gridarono alcuni.
    - Lasciatemi finire! - esclam stanco, anelante, il Covazza. - L'altra
    illusione,  che voi vi fate,   sul numero degli  iscritti  ai  vostri
    "Fasci": tremila qua,  quattromila l,  ottocento, mille, diecimila...
    Dove,  come li contate?  Son ombre vane,  signori,  filze  di  nomi  e
    nient'altro!  S,  lo so anch'io: appena si aprono le iscrizioni, come
    le pecore: una d l'esempio,  tutte le altre  dietro!  Ma  volete  sul
    serio  dar  peso,  fondarvi  su  questo,  ch' frutto d'un inevitabile
    contagio psichico?  Quanti,  sbollito  il  primo  entusiasmo,  restano
    effettivamente  nei  vostri  "Fasci"?  Basta ad allontanare il maggior
    numero la prima richiesta della misera  quota  settimanale!  E  quanti
    "Fasci", sorti oggi, non si sciolgono domani? Lasciatevelo dire da uno
    che non s'inganna e che non vi inganna,  signori!  So che voi oggi qua
    volete stabilire se si  debba,  o  no,  secondare  la  tendenza  delle
    moltitudini  a  un'azione  immediata.  So  che  parecchi  tra voi sono
    contrarii,  e io li stimo saggi e li approvo.  Un movimento serio come
    voi l'intendete, non  possibile ancora in Sicilia! Se credete che gi
    ci  sia per opera vostra,  v'ingannate!  Per me non  altro che febbre
    passeggera, delirio di incoscienti!
    Spiridione  Covazza  sedette,   asciugandosi  il  sudore   dal   volto
    congestionato,  mentre dieci,  quindici,  tutt'insieme,  si levavano a
    domandar la parola.
    Parl Cataldo Sclfani con voce tonante e col volto atteggiato pi  di
    dolore  che  di  sdegno,  giacch  non  l'accusa  per se stessa poteva
    offenderlo,  ma che uno potesse accusarlo e accusar  con  lui  i  suoi
    compagni.
    - Non mi difendo, - disse, - espongo!
    Quanti  erano  i "Fasci"?  Eran presenti i capi dei pi importanti,  e
    ciascuno poteva dire all'on.  Covazza come erano  contati  i  socii  e
    quanti  fossero.  I  "Fasci",  secondo  gli  ultimi  dati del Comitato
    centrale,  erano centosessantatr fermamente costituiti,  trentacinque
    in  via  di  formazione.  C'era  dunque  davvero un grande esercito di
    lavoratori in Sicilia,  nel quale non si  sapeva  se  ammirar  pi  il
    fervore, la coscienza, o la disciplina con cui obbediva a un cenno del
    Comitato centrale.  Il capo d'ogni "Fascio" passava la parola d'ordine
    ai singoli capi di sezione,  e questi a lor volta ai capi dei rioni  e
    delle  strade:  in  un batter d'occhio,  sia di giorno,  sia di notte,
    tutti i socii dei "Fasci" potevano ricevere un avviso.  E se domani  i
    lavoratori  si  fossero mossi,  tutta la gente siciliana sarebbe stata
    travolta come da una corrente di fuoco.  Perch  gi  da  lunghi  anni
    covava il fuoco in Sicilia,  da che essa cio, nel mare, si era veduta
    come una pietra a cui lo  stivale  d'Italia  allungava  un  calcio  in
    premio  di  quanto  aveva fatto per la cos detta unit e indipendenza
    della patria. Perch dire che solo da un anno si parlava di socialismo
    in Sicilia?  Non  vi  era  gi,  diciott'anni  addietro,  una  sezione
    dell'Internazionale?  E  da  allora  non  vi si eran sempre pubblicati
    giornali del partito; e circoli,  gruppi,  nuclei non si erano formati
    qua e l,  sicch appena sorta la prima idea dei "Fasci", era stato un
    subito accorrere e un subito riaggregarsi di antichi compagni di fede?
    Non era vero dunque che la  rapidissima  formazione  dei  "Fasci"  era
    dovuta  solo all'assidua e vigorosa propaganda dei giovani: il terreno
    era gi da lunga mano preparato; mancava l'unione, un indirizzo;  e ai
    giovani era bastato soltanto dare una voce e indicar la via, la stessa
    via che da anni batteva il proletariato di altri paesi.  I contadini e
    gli operaj di Sicilia erano accorsi ai giovani con  le  braccia  tese,
    gridando:  -  "Voi,  voi  siete  i  veri  amici!" - e si erano mossi a
    seguirli con la gioja nel cuore,  con la piena coscienza di ci che si
    disponevano  a fare.  E,  a provar questa coscienza,  Cataldo Sclfani
    parl, commosso,  dei discorsi tenuti nell'ultimo congresso di Palermo
    da  alcune  donne  di  Piana  dei  Greci  e di Corleone;  discorsi che
    dimostravano,  nel modo pi lampante,  come non  il  lume  artificiale
    d'una  coltura  accademica,  n  teorie di scuola bisognavano a destar
    quella  coscienza,   ma   la   pratica   quotidiana   del   dolore   e
    dell'ingiustizia,  e  l'indicazione  pi  semplice e pi spontanea del
    rimedio a tanti mali: l'unione!  Socialismo sentimentale?  Ma la forza
    che  crea   appunto il sentimento,  non la fredda ragione,  armata di
    dottrina! Che importava la nozione astratta d'un diritto, quando c'era
    il sentimento immediato e prepotente di un bisogno? Sentire il proprio
    diritto con la forza stessa con cui si  sente  la  fame  valeva  mille
    volte pi d'ogni precisa dimostrazione teorica di esso. Per altro, ora
    questo  sentimento  era  gi  divenuto coscienza lucida e ferma,  e si
    dimostrava in tutti i modi. Un vero spirito fraterno s'era diffuso tra
    i contadini e gli operaj,  per cui nei numerosi arresti recenti s'eran
    veduti  i  compagni  liberi  mantenere i carcerati e le loro famiglie;
    nella  disgrazia  di  qualcuno,   il  pronto  soccorso  di   tutti   e
    l'assistenza  e la sorveglianza amorosa.  Ecco la ronda dei decurioni,
    la sera,  per le strade e le osterie delle  citt  e  delle  campagne,
    perch  i  fratelli non trascendessero ad atti violenti,  eccitati dal
    vino.
    - Questi sono gli arruffapopoli,  on.  Covazza!  -  esclam  a  questo
    punto,  concludendo, Cataldo Sclfani con gli occhi lustri d'ebrezza e
    commozione.  - Vergognatevi delle vostre accuse!  Siamo  qua  oggi,  a
    Roma, di fronte, due generazioni. Guardate allo spettacolo che dnno i
    vecchi,  e  guardate  a  noi  giovani!  Domani da qui il Governo,  che
    protegge tutti coloro che dell'amor di patria affagottato e  tolto  in
    braccio  si  fecero  scudo per tanti anni ai sassi del popolo censore,
    mander in Sicilia l'esercito e l'armata per soffocare con la violenza
    questo gran palpito di vita nuova che noi giovani vi abbiamo  destato!
    Fin  oggi  la  maggioranza del Comitato centrale,  di cui fo parte,  
    contraria a  un'azione  immediata.  Ma  presto  verr  il  giorno,  lo
    prevedo,  che  le  smanie  dell'impazienza  da  tanto  tempo  represse
    scoppieranno,  e noi capi non potremo  pi  frenare  il  popolo  senza
    immolare noi stessi.
    Lando  Laurentano,  seduto  accanto  a  Lino  Apes,  ascolt  il lungo
    discorso dello Sclfani a capo chino,  stirandosi qua e l con le dita
    nervose  la  barba  e  lanciando  occhiate  a  destra  e  a  sinistra.
    Quell'adunanza in casa  sua  gli  pareva  la  prova  generale  di  una
    rappresentazione.  Tutti quei giovani si erano anche loro assegnate le
    parti, e gli pareva che, a furia di ripeterle,  se le fossero cacciate
    a  memoria  e  le recitassero con artificioso calore.  Mancava il coro
    innumerevole,  che era in Sicilia.  Oh s,  parlava  bene,  con  bella
    enfasi  apostolica,   Cataldo  Sclfani;  meritava  in  qualche  punto
    l'applauso caldo e scrosciante,  le lodi  del  coro,  se  fosse  stato
    presente.  Innamorato  della  sua  parte,  l'avrebbe rappresentata con
    perfetta coerenza anche davanti ai fucili dei soldati,  in piazza;  e,
    se tratto in arresto,  davanti ai giudici,  in una corte di giustizia.
    Perch lui solo non riusciva  ancora  a  comporsi  una  parte?  perch
    ancora, ancora dentro, esasperatamente, gli scattava la protesta: No,
    non    questo?  Che volevano in fatti tutti quei suoi compagni?  Ben
    poco,  per il momento,  in Sicilia.  Volevano che,  per l'unione e  la
    resistenza dei lavoratori,  venissero a patti pi umani i proprietarii
    di terre e di zolfare,  e cessasse il salario della  fame,  cessassero
    l'usura,  lo sfruttamento,  le vessazioni delle inique tasse comunali,
    per modo che a quelli fosse  assicurato,  non  gi  il  benessere,  ma
    almeno  tanto  da  provvedere  ai bisogni primi della vita.  Volevano,
    adattandosi  modestamente  alle  condizioni  locali,   l'impianto   di
    cooperative di consumo e di lavoro e la conquista dei pubblici poteri;
    fra  qualche  anno  trionfare  nelle  elezioni  comunali e provinciali
    dell'isola; riuscir vittoriosi in qualche collegio politico,  per aver
    controlli  e  banditori  delle  pi  urgenti  necessit dei miseri nei
    Consigli comunali e provinciali e nella Camera  dei  deputati.  Questo
    volevano. Ed era giusto. Degne d'ammirazione la fede e la costanza con
    cui  seguitavano  quest'opera  di protezione e di rivendicazione.  Che
    altro voleva lui? Non c'era altro da volere, altro da fare, per ora. E
    tanta esaltazione, dunque, e tanto fermento per ottenere ci che forse
    nessuno,  fuori dell'isola,  avrebbe mai creduto che gi non ci fosse:
    che  in  ogni  casolare sparso nella campagna la lucernetta a olio non
    mostrasse  pi  ai  padri  che  ritornavano  disfatti  dal  lavoro  lo
    squallido  sonno  dei  figliuoli  digiuni  e  il focolare spento;  che
    fossero posti in grado di divenire e di sentirsi uomini,  tanti cui la
    miseria rendeva peggio che bruti.  Una buona legge agraria,  una lieve
    riforma dei patti colonici,  un lieve miglioramento dei magri salarii,
    la  mezzadria  a oneste condizioni,  come quelle della Toscana e della
    Lombardia,  come  quelle  accordate  da  lui  nei  suoi  possedimenti,
    sarebbero  bastati a soddisfare e a quietare quei miseri,  senza tanto
    fragor di minacce, senza bisogno d'assumere quelle arie d'apostoli, di
    profeti,   di   paladini.   Oneste,    modeste   aspirazioni,    quasi
    evangelicamente disciplinate,  da raggiungere grado grado, col tempo e
    con la chiara coscienza del diritto negato!  Poteva egli  pascersi  di
    esse,  e non pensare ad altro?  No,  no: troppo poco per lui! Se fosse
    bastato,  magari avrebbe dato tutto il suo denaro,  e  chi  sa,  forse
    allora,  da  povero,  avrebbe trovato in quelle aspirazioni un pascolo
    per  l'anima  irrequieta.  Ma  cos,   no,   non  potevano  bastargli!
    All'improvviso, voltandosi a guardar Lino Apes, si sent sonar dentro,
    come  una  feroce  irrisione,  i  versi  del  Leopardi  nella  canzone
    all'Italia:

    "L'armi, qua l'armi: io solo
    Combatter, procomber sol io!"

    E scatt in piedi agli applausi che in quel punto  stesso  scoppiavano
    nella sala a coronar l'eloquente discorso di Cataldo Sclfani, e anche
    lui  con tutti gli altri,  senza volerlo,  si rec a stringere la mano
    all'oratore.
    Ma Lino Apes,  dal suo posto,  col socratico sorriso su  le  labbra  e
    negli occhi, domand allora a gran voce:
    - Signori miei, e che si conclude?
    Pareva  tutto finito;  assolto il cmpito;  e ciascuno si sentiva come
    sollevato e liberato da un gran peso.  Al richiamo dell'Apes tutti  si
    guardarono negli occhi, sorpresi, con pena, e ritornarono mogi mogi ai
    loro posti.
    - La natura, signori miei, - seguit Lino Apes, appena li vide seduti,
    -  la  natura,  nella sua eternit,  pu non concludere,  anzi non pu
    concludere,  perch  se  conclude,    finita.  Ma  l'uomo  no,   deve
    concludere;  ha  bisogno di concludere;  o almeno di credere che abbia
    concluso qualche cosa, l'uomo! Ebbene, signori miei,  che concluderemo
    noi?  Siamo uomini,  e venuti qua per questo. Ma vi leggo negli occhi.
    Voi non avete nessuna voglia di concludere,  pur non  essendo  eterni!
    Voi  avete  viaggiato.  Molti  tra  voi seguiteranno il viaggio fino a
    Reggio Emilia.  Qua a Roma,  chi ci viene per la prima  volta,  ha  da
    veder tante cose; e il tempo stringe. Scusatemi, se parlo cos: sapete
    che  io  vedo  per  minuto,  e parlo come vedo.  Ho poca fiducia nelle
    conclusioni degli uomini, i quali tutti, a un certo punto, guardandosi
    dietro, considerando le opere e i giorni loro,  scuotono amaramente il
    capo e riconoscono: S,  ci siamo arricchiti,  oppure: S,  abbiamo
    fatto questo o quest'altro,  - ma  che  abbiamo  in  fine  concluso?.
    Veramente,  a  dir  proprio,  non si conclude mai nulla,  perch siamo
    tutti nella natura eterna. Ma ci non toglie che noi oggi qua, dato il
    momento,  non dobbiamo  venire  a  una  qualsiasi,  magari  illusoria,
    conclusione.  Io  vi  dico  che questa s'impone,  perch altrimenti ci
    verranno da s, senza la vostra guida illuminata e il vostro consenso,
    gli operaj delle citt,  delle campagne,  delle zolfare.  E sar cieco
    scompiglio,   tumulto  feroce,   quello  che  potrebbe  essere  invece
    movimento ordinato, premeditato, sicuro. Le conseguenze? Signori,  usa
    prevederle  chi  non    nato  a fare.  Credete voi che ci sia ragione
    d'agire?  Avvisiamo ai modi e ai mezzi.  Tutta la Sicilia  ora  senza
    milizie.  Tre,  quattro compagnie di fantaccini vi fan la comparsa dei
    gendarmi offenbachiani,  oggi qua,  domani  l,  dove  il  bisogno  li
    chiama. E' contro ad essi, come voi dite, un intero, compatto esercito
    di  lavoratori.  Non  c' neanche bisogno d'armarlo;  baster disarmar
    quei pochi e si resta padroni del campo.  No?  Dite di no?  Aspettate!
    Lasciatemi dire... santo Dio, concludere!
    Ma  non  pot pi dire.  Come i ranocchi quatti a musare all'orlo d'un
    pantano, se uno se ne spicca e d un tonfo,  tutti gli altri a due,  a
    tre,  tuffandosi,  vi  fanno  un  crepito  via  via  pi  fitto;  gli
    ascoltatori,    incantati   dapprima   dall'arguto   dire   dell'Apes,
    cominciarono  alla fine dietro un primo interruttore a interromperlo a
    due,  a tre insieme,  e quasi d'un subito,  tra fautori e  avversarii,
    schizz da ogni parte violenta la contesa.
    Di qua Lando Laurentano quasi pregava:
    - S, ecco, se c' da fare qualche cosa, amici...
    Di l Bixio Bruno e Cataldo Sclfani gridavano:
    - No! no! Sarebbe una pazzia! Ma che! La rovina!
    E sfide, invettive, proposte, s'abbaruffarono per un pezzo nella sala.
    Alcuni, e tra questi il Covazza, scapparono via, indignati. A un certo
    punto, uno, tutto spaurito, si cacci zittendo e con le braccia levate
    nel crocchio dove pi ferveva la contesa e annunzi:
    - Signori miei, siamo spiati!
    Tutti gli occhi si volsero alle due finestre.
    Dietro la ringhiera del giardino due uomini stavano di fatti a spiare,
    cercando  di  farsi  riparo  delle  piante.  Celsina Pigna guard alla
    finestra anche lei e,  appena scorse quei due,  divent  in  volto  di
    bragia.
    -  Ma  no!  -  salt  a  dire  irresistibilmente.  -  Li conosco io...
    Aspettano me.
    Innanzi al vermiglio sorriso e  agli  occhi  sfavillanti  di  lei,  la
    contesa  cadde,  come  se  a nessuno paresse pi possibile seguitarla,
    quando quel fior di giovinetta,  a cui s'era fatto  le  viste  di  non
    badare,  si faceva avanti d'un tratto, quasi ad ammonire: Ci sono io,
    finitela: sono aspettata!.
    Poco dopo, come tutti, tranne Lino Apes, furono andati via, Celsina si
    accost a Lando Laurentano e gli domand,  alludendo a uno di quei due
    che stavano dietro la ringhiera ad aspettarla:
    - Non lo conosce? E suo nipote...
    -  Mio  nipote?  -  disse  con  meraviglia  Lando che ignorava affatto
    d'averne uno.
    - Ma s,  Antonio Del Re,  - afferm Celsina.  - Figlio di sua  cugina
    Anna, sorella del signor Roberto Auriti.
    - Ah! - sclam Lando. - E perch non  entrato?
    Celsina  not sul volto del Laurentano un improvviso turbamento subito
    dopo  la  domanda,  e  lo  interpret  a  suo  modo,  che  egli  cio,
    sospettando  qualche  intrigo  fra  lei e il nipote,  si fosse pentito
    della domanda inopportuna, e si affrett a rispondere:
    - Non  dei nostri,  sa!  Sta qui a Roma in casa del  signor  Roberto,
    all'Universit... Ma temo che...
    S'interruppe,  accorgendosi che il Laurentano,  astratto, assorto, non
    le badava; e subito riprese:
    - Le reco i saluti del Lizio, presidente del "Fascio" di Girgenti, e i
    saluti di mio padre. Anch'io credo,  se posso esprimere il mio parere,
    che  non  sia  tempo  d'agire.  Abbiamo nel "Fascio" di Girgenti circa
    ottocento iscritti...  Ma sono nomi  soltanto:  pochi  vengono,  pochi
    pagano...
    - Ma s,  ma s, ma s... - le disse allora, graziosamente ridendo con
    tutto il volto bruttissimo,  Lino Apes,  quasi per farle intendere che
    egli  aveva parlato a quel modo col solo intento di cacciar via tutti.
    - Agire? Ma sarebbe una pazzia! L'ho detto per celia, signorina!
    Gli occhi di Celsina schizzarono fiamme.  Lo  avrebbe  schiaffeggiato.
    Gli sorrise. Tese la mano a Lando Laurentano e:
    - Mi permettano - disse. - Li lascio in libert.

    Il "quondam" tenore Olindo Passalacqua,  marito onorario della maestra
    di canto signora Lalla Passalacqua-Bonom,  nonch  censore  effettivo
    del "Privato Conservatorio Bonom",  da circa due ore cercava in tutti
    i modi di tenere a freno la muta rabbiosa impazienza  di  Antonio  Del
    Re.  Parlava sottovoce,  e ogni tanto,  di nascosto, se Antonio Del Re
    sbuffando guardava altrove, cavava fuori lesto lesto l'orologino della
    moglie e Poveretto,  ha ragione! diceva prima con  la  mimica  degli
    occhi,  delle ciglia,  della bocca,  e subito dopo,  con altra mimica:
    Qua sono: avanti;  seguitiamo!.  E seguitava a  parlare,  a  parlare
    quasi  per  commissione;  ma  in  una particolar maniera comicissima e
    quasi  incomprensibile,  perch  a  voli  a  salti  a  precipizii  per
    sottintesi  che  si  riferivano a lontane e bizzarre vicende della sua
    scompigliata esistenza.  E a ogni salto,  a ogni volo,  eran subitanee
    alterazioni  di  viso  e  di voce,  esclamazioni e ghigni e gesti o di
    rabbia o di gioja o di minaccia o di commiserazione o di  sdegno,  che
    facevano  restare  intronato,  a  bocca  aperta chi,  ignorando quelle
    vicende,  riuscisse per un po',  senza ridere,  a prestargli  ascolto.
    Olindo   Passalacqua,   di  fronte  a  questo  intronamento,   restava
    soddisfatto; era per lui la misura dell'effetto;  e con le mani aperte
    a ventaglio si tirava s, s, s, da ogni parte i lunghi grigi capelli
    riccioluti  per modo che gli nascondessero la radura sul cocuzzolo,  e
    quindi coi due indici tesi si toccava gli aghi incerati  dei  baffetti
    ritinti,  quasi  per  mettere  il  punto  a  quel gesto abituale o per
    accertarsi che nella foga del parlare, non gli fossero cascati.
    - Una miseria, basterebbe una miseria!  - diceva.  - Guarda,  che sono
    due  lirette  al  giorno,  che  sono?  E  vorrei dire anche meno!  Una
    miseria...  Sciagurato!  Quanti ne butta via con quei farabutti l che
    gl'insudiciano il come si chiama...  sicuro... lo stemma avito! Porci!
    E  mio  suocero  per  l'Italia  rovina  l'impresa  del  "Carolino"   a
    Palermo...  Tesori! Bastava la semplice "Jone"... povero Petrella! ...
    mio cavallo di battaglia... L, tutto a catafascio... per questi porci
    qua! Senti come strillano? Ed  principe, sissignore...  Vergognosi...
    Dico  io,  due  lirette  al  giorno per un'opera meritoria...  Dio dei
    cieli, una fortuna come questa! Tutto gratis... E tu che ne sai? Certi
    patti infernali... schiavit per tutta la vita... Io,  io,  per pi di
    dieci anni, trionfatore e schiavo... Qua, invece, solo ch'egli dicesse
    di s...  M'impegnerei io,  Nino,  m'impegnerei io di portarla in meno
    d'un anno su i  primari  palcoscenici  d'Italia.  Tu  mi  conosci;  mi
    spezzo,  non mi... non mi... "frangar"... come si dice? Io sapevo pure
    in latino, mannaggia!  La parola...  se do la parola!  E che mi resta?
    Unico  patrimonio.  Bisogner  nutrirla  un  tantino  meglio nei primi
    tempi: questo s!  Ma se ne viene...  se  ne  viene...  oh  se  se  ne
    viene... E la bastarda musica moderna...
    Aveva  scoperto,  Olindo  Passalacqua,  una portentosa voce di soprano
    nella gola di Celsina Pigna, subito, appena l'aveva sentita parlare.
    - E con quella figurina l,  che scherzi?  Furore,  m'impegno io: far
    furore!  Basterebbe a mio cognato,  per rispetto a Roberto e a te,  un
    misero assegnino,  anche di una lira e cinquanta  al  giorno,  per  le
    spese del vitto...  Nutrirla bene...  e in meno di un anno...  dici di
    no?
    Antonio Del Re tornava a scrollarsi tutto,  rabbiosamente,  appena una
    parola  del  Passalacqua  riusciva  a  cacciarsi  tra  il  tumulto dei
    pensieri violenti a cui era in preda.  Il giorno avanti,  Celsina  gli
    s'era presentata all'improvviso in casa dello zio Roberto,  durante il
    desinare.  Frastornato,  stordito dalla  vita  rumorosa  della  grande
    citt,  dagli aspetti nuovi, dalle nuove e strane abitudini, non aveva
    potuto attendere in alcun modo alla promessa che le aveva fatto  prima
    di partire, di trovarle subito, cio, un collocamento a Roma. Le aveva
    scritto  tuttavia  che  presto,  appena un po' rassettato,  si sarebbe
    messo a cercare; con la certezza per, dentro di s,  che non solo non
    sarebbe  riuscito,  ma  che  non  avrebbe  avuto  n  animo n modo di
    provarcisi,  sospeso come si sentiva,  e come  per  un  pezzo  avrebbe
    seguitato  a  sentirsi,  in  uno smarrimento che quasi gli toglieva il
    respiro e gli faceva apparir tutto intorno vacillante e inconsistente.
    Questo smarrimento, difatti,  non solo gli era durato,  ma gli era via
    via  cresciuto,  in  mezzo a quella precariet d'esistenza eccentrica,
    scombussolata,  in casa  dello  zio.  Come  mai  aveva  potuto  questi
    adattarsi  a vivere cos,  comporsi in un certo suo ordine meticoloso,
    in mezzo a tanto disordine,  trovarvi un po' di terra da  gettarvi  le
    radici?  Capiva Olindo Passalacqua, la signora Lalla ("Nanna", come la
    chiamavano) e il fratello di lei,  Pilade Bonom: zingari;  il  primo,
    chi  sa donde venuto;  gli altri due,  figli d'un impresario teatrale,
    capitato prima del 1860 a Palermo e travolto nella  corrente  liberale
    dai  giovani  signori  dell'aristocrazia  palermitana,   frequentatori
    assidui del palcoscenico del teatro "Carolino".  Fallita  dopo  alcuni
    anni l'impresa,  poveri, vittime della rivoluzione, come diceva ancora
    Olindo Passalacqua,  il quale,  subito dopo avere  sposato  la  figlia
    dell'impresario, aveva perduto la voce; erano venuti a Roma, poco dopo
    il '70, e s'erano rovesciati addosso a zio Roberto, raccomandati da un
    amico di Palermo. Avventurarsi nel bujo della sorte, gettarsi alle pi
    stravaganti   imprese,   prendere  da  un  momento  all'altro  le  pi
    strampalate risoluzioni,  era per essi come bere un bicchier  d'acqua.
    Oggi qua,  domani l;  oggi abbondanza,  domani carestia; bastava loro
    ogni giorno arrivare alla  sera,  comunque,  senza  indietreggiare  di
    fronte a tutti i possibili ostacoli,  ai sacrifizii pi duri, buttando
    in mare le cose pi care e pi sacre pur di  salvar  la  barca,  barca
    senza  pi  n  bussola,  n ncora,  n timone,  assaltata dalle onde
    incessanti in quella perpetua bufera ch'era stata  la  loro  vita.  Ma
    tuttavia  questo  era  in  essi  meraviglioso  e pietoso e comico a un
    tempo,  che pur avendo fatto getto di tutto senza alcun ritegno,  eran
    rimasti  nell'anima schietti,  d'una ingenuit vivida e tutta alata di
    palpiti gentili,  eran rimasti affettuosi,  generosi,  pronti sempre a
    spendersi  per gli altri,  a confortare,  a soccorrere,  ad accendersi
    d'entusiasmo per ogni nobile azione.  Quel che di scorretto,  di male,
    di  vergognoso  era nella loro vita,  forse stimavano sinceramente non
    imputabile a essi. Necessit su cui bisognava chiudere un occhio, e se
    uno non bastava, tutt'e due. Con quanta dignit,  per esempio,  Olindo
    Passalacqua,  dopo  aver  mangiato  alla  tavola di zio Roberto e aver
    raccomandato a questo di non dimenticarsi di far prendere a "Nanna" le
    gocce per il mal di cuore o di far  toglier  subito  dalla  tavola  il
    trionfino  delle  frutta  per paura che,  toccando inavvertitamente la
    buccia di qualche pesca,  non le si avesse a rompere,  Dio liberi,  il
    sangue del naso come tante volte le soleva avvenire; lasciava a lui il
    letto  maritale e,  augurando alla moglie la buona notte,  felicissimi
    sogni a  tutti;  anche  ai  canarini  e  al  merlo  nelle  gabbie,  al
    pappagallo  "Coc" sul trspolo;  a "Tit",  la scimmietta tisica,  su
    l'anello;  a "Ragnetta",  la gattina in colletto e  cravatta;  ai  due
    vecchi  cani  "Bobbi"  e  "Piccin",  invalidi  entrambi in una cesta,
    quello cieco e questo con la groppa impeciata;  se  n'andava  coi  due
    indici  su  le punte dei baffi,  impalato gi nella rigida severit di
    censore  inflessibile,  a  dormire  nel  "Privato  Conservatorio"  del
    cognato  Bonom  in  via  dei  Pontefici!  E che barca di matti quella
    tavola,  a cui sedevano ogni sera quattro o cinque estranei,  invitati
    l  per  l,  o che venivano a invitarsi da s,  deputati amici di zio
    Roberto e di Corrado  Selmi,  maestri  di  musica  chiomati,  cantanti
    d'ambo i sessi! Che discorsi vi si tenevano, a quali scherzi spesso si
    trascendeva!  E  che pena vedere zio Roberto l in mezzo,  zio Roberto
    ch'egli da lontano s'era immaginato con le stesse idee  e  gli  stessi
    sentimenti  della nonna e della mamma (e non a torto,  ch ogni giorno
    poi glieli dimostrava  con  le  pi  squisite  attenzioni  e  le  cure
    paterne), che pena vederlo l in mezzo, partecipare a quei discorsi, a
    quegli  scherzi,  e  di  tratto  in tratto sorprendergli nel volto uno
    sguardo,  un sorriso afflitto,  di mortificazione,  se incontrava  gli
    occhi  suoi  che  lo osservavano stupiti e addolorati!  Qual guida pi
    poteva dargli quello zio? Avrebbe potuto permettersi tutto,  sicuro di
    non  potere  aver  da  lui  n  un richiamo,  n un rimprovero.  S'era
    iscritto alla facolt di scienze;  ma come studiare in quella casa che
    cinfolava,  gargarizzava, guagnolava dalla mattina alla sera di trilli
    e scivoli  e  solfeggi  e  vocalizzi?  Del  resto,  l'Universit  cos
    lontana,  i  numerosi studenti gaj e spensierati,  gli avevano destato
    fin dal primo giorno  un'avversione  invincibile,  uggia,  scoramento,
    sdegno, dispetto; e, pigliando scusa da ogni cosa, non era pi andato.
    S'era figurato,  e subito aveva ritenuto per certo,  che a qualcuno di
    quei ragazzacci potesse venire la cattiva ispirazione di  farsi  beffe
    di  lui  cos  serio e diverso: e che sarebbe allora accaduto?  Solo a
    pensarci, gli s'artigliavano le mani. Un incentivo qualunque,  in quel
    punto,  una favilla,  e il furore,  represso con tanto sforzo, sarebbe
    divampato terribile. Aveva l'impressione che la vita gli si fosse come
    ingorgata dentro e gli ribollisse, fomentata dal rimorso di quell'ozio
    e dal  bisogno  prepotente  di  darsi  comunque  uno  sfogo.  Ma  come
    sottrarsi  a quell'ozio,  se aveva ormai acquistato la certezza di non
    poter pi far nulla,  poich tutto  gli  si  era  come  intralciato  e
    confuso nel cervello?  e dove trovar lo sfogo?  Aveva corso Roma da un
    capo all'altro, come un matto, quasi senza veder nulla,  tutto assorto
    in  s,  in  quella  cupa  scontentezza  di tutto e di tutti,  in quel
    ribollimento continuo di pensieri impetuosi che,  prima di precisarsi,
    gli  svaporavano  dentro,  lasciandolo  vuoto  e  come  stordito,  coi
    lineamenti del volto alterati,  le pugna serrate,  le unghie affondate
    nel palmo della mano.
    Infine,  dalla  sorda  rabbia  che lo divorava,  da quell'agra inerzia
    fosca,  un'idea truce,  mostruosa,  aveva cominciato a germinargli nel
    cervello,  la quale subito aveva preso a nutrirsi voracemente di tutto
    il rancore contro la vita, fin dall'infanzia accolto e covato.  L'idea
    gli  era  balenata,  sentendo una sera a tavola discorrere del modello
    delle bombe recate da Francesco Crispi in Sicilia alla  vigilia  della
    Rivoluzione del 1860 e della preparazione di esse. Corrado Selmi aveva
    detto che ne aveva preparate alcune anche lui, di notte, nel magazzino
    preso  in  affitto  da Francesco Riso presso il convento della Gancia.
    Forte delle sue nozioni di chimica moderna,  s'era messo  a  ridere  e
    aveva  dimostrato  quanto  fosse  puerile quella preparazione,  e come
    adesso si sarebbero potuti ottenere effetti pi micidiali con  ordigni
    di molto pi piccolo volume.
    - Ecco!  - aveva esclamato allora Corrado Selmi.  - Per fare un po' di
    festa,  bisognerebbe buttare dalle tribune uno di questi  giocattolini
    nell'aula del Parlamento!
    D'improvviso  s'era sentito prendere e predominar tutto da quest'idea.
    Gli urli d'indignazione della  piazza  per  la  frode  scoperta  delle
    banche,  e  prima  il sospetto e poi la certezza che anche zio Roberto
    col Selmi era coinvolto nello scandalo di  quella  frode,  le  notizie
    sempre  pi  gravi  che arrivavano dalla Sicilia,  lo avevano deciso a
    cercare i mezzi e il modo d'attuare al pi presto  quell'idea.  Tanto,
    ormai,  era  finita per lui!  Se zio Giulio,  partito a precipizio per
    Girgenti,  non riusciva a ottenere dal fratello della nonna il denaro,
    zio Roberto sarebbe stato arrestato; e allora il crollo, il baratro...
    Ah,  ma prima!  S,  s,  questa sarebbe la giusta vendetta, questo lo
    sfogo di tutte le amarezze,  che avevano attossicato  la  sua  vita  e
    quella dei suoi;  e a quei suoi compagni l,  di Sicilia, cianciatori,
    avrebbe dimostrato che lui solo  sapeva  far  quello  che  loro  tutti
    insieme non avrebbero mai saputo.
    Ebbene,  proprio  in  quel momento,  era capitata Celsina a Roma.  Nel
    vedersela  comparir  dinanzi  tutta  accesa   in   volto   e   ridente
    nell'imbarazzo, aveva provato un fierissimo dispetto. Gli pareva ormai
    che  nulla  pi  potesse  accadere,  nulla  pi muoversi senza una sua
    spinta;  che tutti dovessero stare al  loro  posto,  immobili  e  come
    sospesi  nell'attesa  dell'atto  grandioso  e terribile ch'egli doveva
    compiere.  Donde,  come era venuta Celsina,  se egli non  aveva  fatto
    nulla per farla venire? I denari di Lando... gi! quei denari negati a
    zio Roberto...  Il "Fascio" di Girgenti... Buffonate! E che rabbia nel
    veder Celsina accolta con tanta festa da quei Passalacqua, per i quali
    era la cosa pi naturale del mondo che  una  ragazza  si  avventurasse
    sola  fino a Roma con un pretesto come quello,  e si presentasse l in
    cerca dell'innamorato,  ferma nel proposito di  non  ritornar  pi  in
    Sicilia.  S'era fatto di tutti i colori nel vedersi guardato da quelli
    con certi occhi ridenti di malizia e di indulgenza,  che gli  dicevano
    chiaramente:  Via,   che  c'  di  male?   abbiamo  capito!   Non  ti
    vergognare!.  E anche zio Roberto era  rimasto  l,  col  suo  solito
    sorriso afflitto, sotto al quale voleva nascondere il fastidio che gli
    recava ogni novit: soltanto il fastidio.  Anche per lui nulla di male
    che una ragazza fosse venuta a trovare il nipote in casa  sua,  in  un
    momento come quello, col baratro aperto in cui stavano per precipitare
    tutti.  Per  quei Passalacqua quel baratro era niente: una delle tante
    difficolt della vita da superare; e per superarla fidavano ciecamente
    in Corrado Selmi. Bastava poi a tranquillarli la calma che zio Roberto
    s'imponeva per non agitar la sua "Nanna" malata  di  cuore.  Via,  via
    quel  "signor  Antonio"  e  quel "lei",  con cui Celsina s'era messa a
    parlargli! a chi voleva darla a intendere?  ma si dessero pure del tu!
    Oh,  cara...  Ma  s,  brava,  ridere...  Se  non si rideva di cuore a
    quell'et, e con quegli occhi e con quel musino...  Uh,  che voce!  ma
    senti? ... un campanello! Non s'era mai provata la voce? Non aveva mai
    cantato,  neanche  cos per ischerzo?  mai mai?  Ma bisognava provare,
    subito subito...  Impossibile che non ci fosse  la  voce,  con  quelle
    inflessioni,   con  quelle  modulazioni...  Via,  s,  una  canzoncina
    qualunque, l, nel salottino,  subito subito...  Ecco il terno!  Nulla
    meglio  di questo espediente per non ritornar pi in Sicilia!  I mezzi
    per  studiare?  Ma  c'era  lei,  la  signora  Lalla,   e  il  "Privato
    Conservatorio  Bonom".  Lezioni  gratis,  carte  e pianoforte gratis:
    soltanto un piccolo assegno per il vitto. E Olindo Passalacqua, saputo
    che Celsina era compagna  di  fede  socialista  di  Lando  Laurentano,
    subito aveva suggerito di chiedere a lui quell'assegno. No? perch no?
    Opera   meritoria!   Maledetti   certi  scrupoli,   certi  pudori  che
    impediscono alla coscienza di fare il bene! Si sarebbe potuto proporre
    al Laurentano la  restituzione  di  quel  piccolo  assegno  coi  primi
    guadagni;  ma,  nossignori,  queste cose le fanno gli sfruttatori, gli
    strozzini,  ragion per cui un gentiluomo deve astenersi  dal  farle...
    Stupidaggini!  Miserie! S'era contorto su la seggiola, Antonio, udendo
    questi discorsi.  Avrebbe voluto strappare per un  braccio  Celsina  e
    gridarle  sul  volto:  Va',  trnatene donde sei venuta!  Costoro son
    pazzi che danzano su l'abisso. Va'!  va'!  L'abisso lo spalancher io!
    Non c' pi nulla;  io stesso non sono pi: tutto  finito!. Ma pure,
    eccolo l,  aveva col Passalacqua accompagnato Celsina fino al villino
    di  Lando,  e  ora stava ad aspettare che l'adunanza si sciogliesse ed
    ella ne uscisse.  Celsina gli aveva promesso  in  confidenza  che  non
    avrebbe  neppur  fatto cenno al Laurentano di quella ridicola proposta
    dell'assegno;  solo lo avrebbe pregato d'interessarsi in qualche  modo
    per  farle  trovare,  con le sue tante aderenze,  un posticino a Roma.
    L'assegno,  Celsina si era proposto di domandarlo invece per lui,  per
    Antonio.   Egli  le  aveva  confidato  la  sera  avanti  la  terribile
    condizione in cui si trovava lo zio.
    - E tu? - gli aveva domandato lei.
    Non aveva avuto altra risposta che un gesto furioso,  di disperazione.
    Le era balenato il sospetto ch'egli covasse un proposito violento,  ma
    contro s; e aveva cercato di scuoterlo, di rincorarlo. Era venuta con
    l'animo tutto acceso di sogni e di speranze, piena di fiducia in s, e
    pronta e preparata a vincere tutti  gli  ostacoli.  Ebbene,  sarebbero
    stati  in  due,  ora,  a  dividerli e ad affrontarli;  ella lo avrebbe
    trascinato nella sua  foga.  Possibile  ch'egli,  col  suo  parentado,
    perisse?  E  non  c'era  poi  l'altro  zio?  Via,  via!  Le difficolt
    sarebbero state per lei. Ma ecco, ne rideva!
    Usc dal villino, su le furie.
    - Niente!  Buffoni...  Andiamo!  andiamo!  - disse,  spingendo  i  due
    compagni.
    - Non ha parlato? - domand, sospeso e afflitto, il Passalacqua.
    -  Ma che parlare!  - si scroll Celsina.  - Sono tanti pazzi,  scemi,
    stupidi, imbecilli... Chiacchiere, chiacchiere,  declamazioni o ciance
    insipide che vorrebbero parere spiritose...  Via,  via,  via! Ma ci ho
    guadagnato questo almeno,  che sono qua,  a Roma!  Nino,  per  carit,
    Nino,  non mi far quella faccia!  Vattene... s, s...  meglio che te
    ne vada, se mi devi affliggere cos!
    Olindo Passalacqua corse dietro ad  Antonio  che,  gonfio  di  rabbia,
    tutto rabbuffato,  aveva allungato il passo;  lo trattenne, invit con
    la mano Celsina ad avvicinarsi subito, raccomandando con cenni calma e
    prudenza.  Ma Celsina,  sorridendo e  avvicinandosi  pian  piano,  gli
    accenn col capo che lo lasciasse pure andare.
    -  Ma  pazzie,  scusate...  calma,  ragazzi!  Cos v'accecate...  E il
    rimedio?  il rimedio cos,  accecandovi con le furie,  non lo  trovate
    pi.  Il rimedio c' sempre,  cari amici;  a tutto c' rimedio;  pi o
    meno duro, pi o meno radicale...  ma c'!  Non bisogna spaventarsi...
    In prima,  come!  dice,  questo?  Questo no! questo mai!... Poi... eh,
    cari miei, l'avrei a sapere! Questo e altro!...  Per,  per,  per...
    dico, intendiamoci, rispettando sempre le leggi del... del... della...
    Siamo gentiluomini! Nino, tu lo sai, mi spezzo, non mi... non mi...
    -  Che fai?  che vuoi?  che ti stilli cos?  - domand Celsina a Nino,
    rimasto ansante in atteggiamento  truce.  -  Finiscila!  Sono  proprio
    furie sprecate...  Io mi sento cos tranquilla e contenta! S, s, per
    dove si prende, signor Olindo? Tu... tu guardami... no,  no,  guardami
    bene  negli occhi...  qua,  dentro gli occhi...  Prima di partire,  ti
    ricordi?
    Nino contrasse tutto il volto,  nel tremendo orgasmo,  e singult  nel
    naso, premendosi forte un pugno su la bocca.
    - Via!  basta,  ora! Andiamo! - riprese Celsina. - Lei, signor Olindo,
    mi deve dir questo soltanto,  ma me lo deve dire proprio in coscienza:
    - Ho la voce?
    Olindo  Passalacqua  si  tir  un passo indietro,  con le due mani sul
    petto:
    - Ma io ho cantato con la Pasta, sa lei?  con la Lucca ho cantato;  io
    ho cantato con le due Brambilla...
    - Va bene,  va bene,  - lo interruppe Celsina.  - E lei  certo dunque
    che io abbia la voce?
    - Ma d'oro! - esclam il Passalacqua. - D'oro,  d'oro,  d'oro,  glielo
    dico io! E in meno d'un anno lei...
    -  Va bene,  - torn a interromperlo Celsina.  - E allora senta...  un
    altro favore!  A procurarmi l'assegnino,  come dice lei,  ci penso io.
    Son capace di presentarmi in tutte le botteghe che vedo,  in tutti gli
    alberghi,  ufficii,  banche,  caff,  se han bisogno d'una  contabile,
    giovane di negozio, interprete, quel che diavolo sia! Ho il diploma in
    ragioneria,   licenza   d'onore;   possiedo  due  lingue,   inglese  e
    francese... Ma anche per sarta mi metto, per modista...  Non so neppur
    tenere l'ago in mano; imparer!... Maestra, governante, istitutrice...
    Lasci  fare  a  me!  Lei ora se ne vada!  Mi lasci sola con questo bel
    tomo! A rivederla.
    E, preso Antonio sotto il braccio, scapp via.
    - Fammi veder Roma!
    Ma che vedere!  Non poteva veder nulla,  col  cervello  in  subbuglio.
    Parlava,  parlava,  e  gli  occhi le sfavillavano ardenti,  sotto quel
    cappellino dalla piuma spavalda;  le labbra  accese  le  fremevano,  e
    rideva  senz'ombra  di  malizia  a  tutti  quelli  che  si voltavano a
    mirarla.
    - Nino, senti, - gli disse a un certo punto, piano, in un orecchio.  -
    Portami  lontano...   in  un  punto  solitario...   lontano...  voglio
    cantare!... Ho bisogno di sentire come canto...  Se fosse vero!  Tu ci
    pensi? Ah, se fosse vero, Nino mio! Andiamo, andiamo...
    Seguit  a cinguettare per tutta la via.  Gli disse che per forza lei,
    prima di diventare un soprano, un contralto celebre,  per forza doveva
    trovar marito, dato quel brutto cognome che l'affliggeva.
    -  Celsa,  va  bene;  ma  Pigna!  ti  pare possibile?  Vediamo un po',
    mettiamo... Celsa... come? Celsa Del Re? Oh Dio,  no!  Le mie opinioni
    politiche...  Del  re?  Impossibile,  Nino!  non  posso  diventare tua
    moglie,  fatale! Ma tu del resto non mi vuoi... Ahi,  ahi no!  mi hai
    fatto un livido nel braccio... Mi vuoi? E allora Celsina Del Re, e non
    se ne parli pi!  Celsina di Sua Maest,   buffo,  sai? di Sua Maest
    Antonio I.
    Arrivarono,  ch'era gi il tramonto,  di l dal recinto  militare,  in
    prossimit del Poligono,  su la sponda destra del Tevere.  Monte Mario
    drizzava il suo cimiero di cipressi nel cielo purpureo e  vaporoso,  e
    la vasta pianura,  che serve da campo di esercitazione alle milizie, e
    le sponde erbose del fiume,  nell'ombra  soffusa  di  viola,  parevano
    smaltate.  Nel silenzio quasi attonito,  pi che la voce si sentiva il
    movimento delle acque dense,  d'un verde  morto,  tinte  dai  riflessi
    rosei del cielo e qua e l macchiate da qualche cuora nera.
    - Bello!  - sospir Celsina,  guardandosi intorno. E con l'impressione
    che la vita vera se ne fosse come andata via di l, e ne fosse rimasta
    quasi una larva,  nel  ricordo  o  nel  sogno,  dolce  e  malinconica,
    aggiunse piano:
    - Dove siamo qua?
    Poi,  volgendosi ad Antonio,  che si era seduto su un masso e guardava
    verso terra, curvo, con le mani strette tra le gambe:
    - Ma che fai? - gli domand. - Ma tu non vedi, tu non senti pi nulla?
    Alza il capo, guarda, senti... questo silenzio qua... il fiume... e l
    Roma... e io che sono qua con te!
    Gli s'accost, gli pos una mano sui capelli,  si chin a guardarlo in
    faccia, e:
    - Tu non hai ancora vent'anni! - gli disse. - E io ne ho diciotto...
    Antonio  si  scroll  rabbiosamente,  per respingerla,  e allora ella,
    sdegnata,  alz una spalla e si  allontan.  Poco  dopo,  da  lontano,
    giunse  ad  Antonio  il  suono della voce di lei che cantava,  in quel
    silenzio, limpida e fervida.
    Disperato, serrando le pugna nella furia della gelosia, la vide parata
    da attrice,  in un vasto teatro,  davanti ai lumi  della  ribalta.  Si
    alz, fremente; and a raggiungerla.
    - Andiamo! andiamo! andiamo!
    -  Che  te  ne  pare?  -  gli  domand  lei,  con un fresco sorriso di
    beatitudine.
    Antonio le strinse un braccio e, guardandola odiosamente negli occhi:
    - Tu ti perderai! le grid tra i denti.
    Celsina scoppi a ridere.
    - Io?  - disse.  - Ma se tu non mi vuoi,  si perderanno quelli che  mi
    verranno appresso, caro mio! Io ho le ali... le ali... Voler!


    3.

    L'on.  Ignazio  Capolino  non  capiva nei panni dalla gioja.  Migliaja
    d'operaj,  nel suo collegio,  inferociti dalla fame  per  la  chiusura
    delle  zolfare  del  Salvo,  minacciavano tumulti,  rapina,  incendii,
    strage; Aurelio Costa, esposto all'ira di quelli per le promesse fatte
    a nome del Salvo,  fremeva d'indignazione alle lepide ciance di S.  E.
    il  Sottosegretario  di  Stato  al  Ministero  d'agricoltura;   e  lui
    gongolava beato dell'insperata affabilit,  del tratto  confidenziale,
    da vecchio amico, con cui quella sottoeccellenza lo aveva accolto.
    Chiedendo  per  il  Costa quell'udienza,  aveva temuto che l'ostentato
    prestigio, la vantata amicizia personale coi membri del Governo, messi
    alla prova,  avrebbero sofferto la pi affliggente  mortificazione;  e
    invece... Ma s, ma s, matti da legare, benissimo! nemici dell'ordine
    sociale,  quei  solfaraj  l!  gente  facinorosa,  ma s!  esaltata da
    quattro impostori  degni  della  forca!  Misure  estreme?  di  estremo
    rigore?  ma s!  benissimo!  Non ci voleva altro...  Viso fermo,  gi!
    polso duro! Umanit... ah sicuro... fin dov'era possibile... Gi, gi,
    oh caro... ma come no? ma come no?
    E accennava,  con timidezza mal dissimulata,  d'allungare una mano per
    batterla  o  su  la  gamba  o  dietro le spalle del Sottosegretario di
    Stato,  come un cagnolino che,  dopo essersi storcignato  per  far  le
    feste al padrone che teme severo, s'arrischia a levare uno zampino per
    far la prova d'averlo placato.
    Quanto  a  quel  disegno  d'un  consorzio  obbligatorio  tra  tutti  i
    produttori di zolfo della Sicilia,  studiato dall'amico  ingegnere  l
    presente...  -  oh,  valorosissimo  e  tanto  modesto,  gi  del corpo
    minerario governativo, s, e uscito dall'"Ecole des Mines" di Parigi -
    quanto a quel disegno, ecco, se almeno S. E. il Ministro avesse voluto
    degnarlo d'uno sguardo... No, eh? impossibile,   vero?  il momento...
    gi!  gi!  non era il momento quello! nuova esca al fuoco, sicuro! ci
    voleva altro... ma s! bravissimo! oh caro... come no? come no?
    Usc dal palazzo  del  Ministero,  tronfio  e  congestionato  come  un
    tacchino,  mentre  Aurelio  Costa,  per  sottrarsi  alla tentazione di
    schiaffeggiarlo o sputargli in faccia,  pallido e  muto  allungava  il
    passo e lo lasciava indietro.
    - Ingegnere!
    Il  Costa,  senza  voltarsi,  gli  rispose con un gesto rabbioso della
    mano.
    -  Ingegnere!  -  lo  richiam  Capolino,  raggiungendolo,  fieramente
    accigliato. - Ma scusi,  pazzo lei? o che pretendeva di pi?
    - Mi lasci andare!  per carit, mi lasci andare, - gli rispose Aurelio
    Costa, convulso. - Corro al telegrafo. Venga qua lui, don Flaminio! Io
    me ne riparto domani.
    - Ma si calmi!  Dice sul serio?  - riprese,  con tono tra arrogante  e
    derisorio,  Capolino. - Che voleva lei da un Sottosegretario di Stato?
    che le buttasse le braccia al collo? Io non so... Meglio di cos?  Non
    m'aspettavo io stesso una simile accoglienza...
    - Eh, sfido! - ghign, fremente, il Costa. - Se lei...
    -  Io che cosa?  - rimbecc pronto Capolino.  - Voleva promesse vaghe?
    fumo? Mi ha trattato, mi ha parlato da amico,  da vero amico!  E metta
    ch'io  sono  deputato  d'opposizione;  che  sono  stato combattuto dal
    Governo, accanitamente, nelle elezioni. Lei lo sa bene!
    - Non so nulla io! - sbuff il Costa.  - So questo soltanto: che avevo
    l'ordine, ordine positivo, che il disegno almeno fosse preso subito in
    considerazione dal Governo.  E lei non ha speso una parola; lei non ha
    fatto che approvare...
    Capolino lo arrest, squadrandolo da capo a piedi.
    - Parlo con un uomo,  o parlo con un ragazzino?  Dove  vive  lei?  Pu
    credere  sul  serio  che in un momento come questo,  in mezzo a questo
    pandemonio,  si possa attendere all'esame del suo  disegno?  L'ordine!
    Abbia  pazienza!  Quando ricevette lei quest'ordine da Flaminio Salvo?
    Prima di partire,  vero? Ma scusi, ormai... ecco qua!
    E Capolino con furioso gesto di sdegno  trasse  fuori  dal  fascio  di
    carte  che  teneva  sotto  il braccio la partecipazione delle speciose
    nozze di S. E.  il principe don Ippolito Laurentano con donna Adelaide
    Salvo.
    - L'avr ricevuta anche lei! - disse. - Si stia zitto, e non pensi pi
    n a ordini n a progetti!
    - Ah, dunque, un giuoco? - esclam Aurelio Costa. - Con la pelle degli
    altri?
    - Ma che pelle! - fece Capolino, con una spallata.
    - Con la mia pelle!  con la mia pelle, sissignore! - rafferm il Costa
    infiammato d'ira. - Con la mia pelle, perch dovr tornarci io laggi,
    ad Aragona,  tra i solfaraj!  E sa lei come li ritrover,  dopo  sette
    mesi  di  sciopero forzato?  Tante jene!  Ma perch dunque mi ha fatto
    promettere a tutti... anche qua, anche qua adesso a Nicasio Ingrao, al
    figlio del principe? E tutti gli studii fatti?
    - Caro ingegnere, scusi,  - disse pacatamente Capolino,  con gli occhi
    socchiusi, trattenendo il sorriso, - lei pratica con Flaminio da tanti
    anni  e  ancora  non  s'  accorto  che  Flaminio  non  soltanto uomo
    d'affari, ma anche uomo politico. Ora la politica, sa? bisogna viverci
    un po' in mezzo;  la politica,  signor mio,  che cos' in gran  parte?
    giuoco di promesse, via! E lei, scusi, va a cacciarsi in mezzo proprio
    in questo momento...
    - Io?  - proruppe Aurelio Costa, portandosi le mani al petto. - Io, in
    mezzo?
    - Ma s, ma s, - afferm con forza Capolino. - Come un cieco,  scusi!
    E  non  dico soltanto per questa faccenda qua,  del progetto.  Lei non
    vede nulla, lei non capisce...  non capisce tante cose!  Dia ascolto a
    me, ingegnere: non s'impicci pi di nulla! se ne torni al suo posto...
    Mi duole,  creda, sinceramente, veder fare a un uomo come lei, per cui
    ho tanta stima, una figura... non bella, via! non bella...
    Aurelio Costa  rest  dapprima,  a  queste  parole,  a  bocca  aperta,
    trasecolato;  poi  si fece pallido e abbass gli occhi per un momento;
    in fine, non riuscendo a frenar l'impeto della stizza:
    - A me, - balbett,  - a me dice cos?  a me?...  Ma io...  Quando mai
    io...  a  quali cose io mi son cacciato in mezzo,  di mia volont?  Vi
    sono stato sempre trascinato, io, tirato per i capelli,  e sono stufo,
    sa?  stufo,  stufo di queste imprese,  di questi intrighi,  e bizze, e
    scandali...
    - Scandali, poi! - fece Capolino.
    - Sissignori, scandali! - seguit Aurelio, senza pi freno. - Scandali
    qua, laggi... e se non li vede lei, li vedo io! Basta! basta!  Io non
    ho voluto mai nulla! non ho aspirato mai a nulla, per sua norma, altro
    che di stare in pace con la mia coscienza,  e tranquillo,  facendo ci
    che so fare. E basta! Venga qua lui,  ora,  e pensi,  dopo le promesse
    fatte,  ad  aggiustar  bene  le  cose,  perch laggi,  ripeto,  debbo
    tornarci io, e la pelle non ce la voglio lasciare. La riverisco.
    Ignazio Capolino lo segu un tratto con gli occhi;  poi si scosse  con
    un altro ghigno muto, e tentenn a lungo il capo. Se avesse saputo che
    la  vera  ragione,  per  cui  Aurelio  Costa voleva che Flaminio Salvo
    venisse a Roma,  era quella stessa appunto per cui egli voleva che non
    venisse: sua moglie!
    Il calore con cui difendeva quel disegno, studiato veramente con tutto
    lo  zelo  scrupoloso  che  metteva in ogni sua opera,  e la stizza nel
    vederlo mandato a monte,  buttato  l,  senz'alcuna  considerazione  e
    quasi  deriso,  provenivano  in  fondo dal calore d'un'altra passione,
    dalla stizza per un altro smacco,  di cui egli,  per  non  mortificare
    innanzi  a  se  stesso  il suo amor proprio,  non si voleva accorgere.
    Allontanato da Flaminio  Salvo  da  Girgenti  con  la  scusa  di  quel
    disegno,  proprio  nel  momento  in cui la figlia sapeva che Nicoletta
    Capolino era a Roma col marito,  era accorso  come  un  assetato  alla
    fonte.  Aveva  creduto  di ritrovar qui Nicoletta come la aveva veduta
    l'ultima volta a Colimbtra,  piena di lusinghe  per  lui,  ardente  e
    aizzosa.  E  invece...  per  miracolo  non  s'era  messa  a ridere nel
    leggergli  nello  sguardo  profondo  il   ricordo   di   quella   sera
    indimenticabile!
    Capolino,  che  aveva  tanto  da ridire su la condotta della moglie in
    quei giorni, se ne sarebbe potuto accorgere; ma da che,  a Colimbtra,
    ancora col petto fasciato per la ferita, aveva sentito il bisogno d'un
    pajo  d'occhiali,   non  riusciva  a  veder  pi  nulla  con  l'antica
    chiarezza,  Capolino,  n in s n attorno a s.  Lo scherzo di quella
    palla,  scappata  fuori  con  inopinata  violenza  dalla  pistola  del
    Vernica,  gli aveva turbato profondamente la concezione  della  vita.
    Fino a quel punto,  aveva creduto di farlo lui agli altri, lo scherzo,
    uno scherzo che gli era riuscito sempre bene;  ora,  all'improvviso  e
    sul  pi  bello,  s'era  accorto che,  ad onta di tutte le diligenze e
    contro ogni previsione,  ridendosi d'ogni arte  e  d'ogni  riparo,  il
    caso,  nella  sua  cecit,  pu  e  sa scherzare anche lui,  facendone
    passare agli altri la voglia.  E Capolino  era  diventato  seriissimo.
    Gi,  subito,  o per la violenta emozione o per il sangue perduto, gli
    s'era indebolita la vista.  Il principe don  Ippolito,  graziosamente,
    aveva  voluto  regalargli  lui  gli  occhiali,  un bel pajo d'occhiali
    serii, con staffe, cerchietti e sellino di tartaruga. E la vita veduta
    con quegli occhiali,  e da deputato,  gli aveva fatto d'improvviso  un
    curioso effetto: le sue mani,  tutte le cose intorno,  sua moglie,  il
    suo passato, il suo avvenire, gli s'erano presentati con linee, luci e
    colori nuovi,  innanzi a cui egli si era  veduto  quasi  costretto  ad
    assumer  subito un certo cipiglio tra freddo e grave,  che aveva fatto
    rompere, la prima volta, in una risata sua moglie:
    - Oh povero Gnazio mio!
    Ed  ecco,  segnatamente  sua  moglie  non  aveva  pi  saputo  vedersi
    d'attorno,  Capolino: sua moglie che gli cercava gli occhi dietro quei
    nuovi occhiali, e non poteva in alcun modo prenderlo sul serio.
    Venuta a Roma con lui per quindici o venti giorni, per un mese al pi,
    Lell vi si tratteneva da pi di tre  mesi  e  non  accennava  ancora,
    neppur lontanamente, di volersene partire. O ch'era matta? Tripudiava,
    Lell. Aveva trovato finalmente il suo elemento. Dai Vella, parenti di
    Flaminio Salvo,  e un po' anche del marito per via della prima moglie,
    era diventata subito di casa.  A Francesco  Vella  piaceva  il  fasto,
    donna  Rosa  Vella  era  tal  quale  la sorella minore donna Adelaide,
    sbuffante e sempliciona,  e i loro due figli,  Ciccino e  Lillina,  se
    Nicoletta  fosse  andata  a  ordinarseli  apposta,  non avrebbe potuto
    trovarli pi di suo gusto.  Che amore quella Lillina!  Rimasta nubile,
    ormai  spighita nella simpatica bruttezza tutta pepe,  era la compagna
    inseparabile del fratello Ciccino: pi scaltra, pi ardita, pi vivace
    di lui, lo ajutava, lo difendeva, lo guidava,  a parte di tutti i suoi
    segreti  pi  intimi.  Fratello  e  sorella non avevano mai pensato ad
    altro che a darsi buon tempo; e Nicoletta,  con loro,  in pochi giorni
    era diventata una cavallerizza perfetta; era gi andata tre volte alla
    caccia  della  volpe;  e teatri e feste e gite: una cuccagna!  Lillina
    sapeva sempre con precisione quando doveva  farsi  venire  un  po'  di
    emicrania o qualche altro dolorino,  per lasciare in libert Ciccino e
    la nuova amica Lell.
    Ora Capolino,  per quanto Roma fosse grande,  da deputato  e  con  gli
    occhiali  serii,  non  vi  si  vedeva  minimo,  e  temeva  che  quello
    sbrigliamento della moglie potesse dare  all'occhio.  Del  resto,  non
    poteva soffrirlo, non tanto per quello che potevano pensarne gli altri
    quanto  per s.  Da deputato e con gli occhiali,  voleva che anche sua
    moglie, ormai, diventasse pi seria. A Roma e con quei Vella attorno e
    con la libert in cui  era  costretto  a  lasciarla,  non  gli  pareva
    possibile.  Flaminio Salvo, ora che donna Adelaide era andata a nozze,
    certamente avrebbe avuto bisogno di lei, a Girgenti. Per la figliuola,
    s'intende; per quella cara Dianella senza mamma. Se non oggi,  domani,
    avrebbe  scritto  per  pregarla  di  ritornare.  Non  gli pareva l'ora
    all'onorevole Ignazio Capolino! Ma ecco,  adesso,  quell'imbecille del
    Costa che veniva a guastargli le uova nel paniere!  La pelle... Temeva
    per la pelle... Pezzo d'asino! Ma gi, se non era stato buono in tanti
    anni neanche d'accorgersi che Dianella lo amava,  che aveva sotto mano
    la  fortuna,  una simile fortuna!  come avrebbe riconosciuto ora,  che
    meglio di cos un deputato d'opposizione non poteva essere accolto  da
    un   Sottosegretario  di  Stato?   E  aveva  osato  rimproverargli  le
    approvazioni...  Ma sicuro!  per far piacere a lui doveva difendere  i
    solfaraj, quasi che, nelle ultime elezioni, egli fosse andato s anche
    col  suffragio  di  quei  galantuomini!  Messo  tra  il  Governo  e  i
    socialisti,  poteva un deputato conservatore,  d'opposizione,  esitare
    nella scelta?  Ma andate a ragionare di queste cose con uno,  a cui la
    fortuna dava il pane perch lo sapeva senza  denti!  Intanto  Flaminio
    Salvo,  per  seguitare da un canto la commedia di quel progetto e aver
    modo dall'altro d'abboccarsi  con  Lando  Laurentano,  che  non  aveva
    voluto  assistere  alle nozze del padre,  senza dubbio sarebbe accorso
    alla chiamata;  e certo avrebbe condotto  con  s  Dianella,  che  non
    poteva  restar sola a Girgenti.  E sarebbe forse rimasta a Roma per un
    pezzo,  Dianella,  presso gli zii,  per divagarsi e...  chi sa!  - gli
    occhi  di Flaminio Salvo vedevano molto lontano - Lando andava qualche
    volta in casa Vella,  e...  chi sa!  Rimanendo Dianella a Roma,  addio
    ritorno di Lell a Girgenti.  Cos pensando,  Capolino sbuffava, e gli
    occhiali serii,  con staffe,  cerchietti e sellino di  tartaruga,  gli
    s'appannavano.

    Non pass neanche una settimana,  che Flaminio Salvo fu a Roma insieme
    con Dianella, come Capolino aveva preveduto.
    Dianella arriv come una morta; Flaminio Salvo,  al solito,  sicuro di
    s, con quel sorriso freddo su le labbra, a cui lo sguardo lento degli
    occhi  sotto  le  grosse plpebre dava un'espressione di lieve ironia.
    Furono ospitati dai Vella, che insieme coi coniugi Capolino e il Costa
    si recarono ad  accoglierli  alla  stazione.  Donna  Rosa,  Ciccino  e
    Lillina non conoscevano ancora Dianella.
    -  Figlia  mia,  o  che mangi lucertole?  - le domand in prima la zia
    Rosa,  nel vederle il volto come di cera e con  gli  occhi  dolenti  e
    smarriti.  -  Ma  capisco,  sai?  con  un uomo insulso come tuo padre,
    difficile passarsela bene. Ah, io gliele dico, sai?  Non sono come tua
    zia Adelaide che cala a tutto la testa.  Sono pi grande di lui,  e mi
    deve rispettare.
    - Io ti bacio sempre la mano, - disse don Flaminio, inchinandosi.
    - Sicuro! Ecco qua: bacia, bacia!  - riprese donna Rosa,  stendendo la
    mano tozza,  paffuta. - Sicuro che me la devi baciare! Sta' un po' con
    noi qua a Roma, figlia mia,  e vedrai che ti far ritornare in Sicilia
    bella grossa come una madre badessa.  Vedi questa signora? - aggiunse,
    indicando Nicoletta Capolino.  -  Come  ti  pare?  Brutta  ,  bisogna
    dirglielo;  ma  da che Ciccino e Lillina le hanno fatto far la cura di
    trotto a cavallo, vedi l'occhio? pi vivo! Lascia fare ai tuoi cugini,
    cara mia. Andiamo, andiamo! Ridere, ridere... Cosa da ridere, la vita,
    te lo dico io.
    A casa,  don Flaminio narr mirabilia alla  sorella,  al  cognato,  ai
    nipoti,  agli  amici,  degli sponsali del principe con donna Adelaide,
    celebrati da monsignor Montoro nella cappella di  Colimbtra,  tra  il
    fior fiore della cittadinanza girgentana. S. A. R. il Conte di Caserta
    aveva  avuto  la degnazione di mandare dalla Costa Azzurra una lettera
    autografa d'augurii e rallegramenti agli sposi.
    - E chi ?  - domand  donna  Rosa,  guardando  tutti  in  giro;  poi,
    picchiandosi  la  fronte:  - Ah gi,  ho capito,  il fratello di Cecco
    Bomba...  Ho un cognato borbonico,  coi militari...  Me  l'ha  scritto
    Adelaide!  Ora    mai  possibile  che  stia  allegra  codesta  povera
    figliuola con  tale  razza  di  Altezze  Reali  che  scrivono  lettere
    autografe per le nozze di sua zia?  Va' avanti, va' avanti... Ah se ci
    fossi stata io! Codesto tuo principe di Laurentano...
    Seguitando,  don Flaminio  si  dichiar  particolarmente  grato  della
    presenza di don Cosmo,  fratello dello sposo,  alla magnifica festa, e
    del dono prezioso mandato da Lando alla matrigna.
    - L'ho visto! - disse Ciccino.
    - L'ha comperato con noi! - aggiunse Lillina.
    - Ah, dunque lo conoscete bene? - domand, contento, don Flaminio.
    E volle sapere dai nipoti in che intrinsechezza fossero con lui, e che
    aspetto e che umore avesse, chiamando a parte la figliuola, con vivaci
    esclamazioni,  della sua meraviglia e del  suo  compiacimento  per  le
    risposte  che  quelli  gli  davano.  Ma Dianella si turb in viso cos
    manifestamente e mostr negli  occhi  un  cos  strano  sbigottimento,
    ch'egli  cangi  a  un  tratto aria e tono,  e finse di meravigliarsi,
    perch la gravit delle cose che avvenivano in quei giorni in Sicilia,
    e nelle quali il giovane principe,  a quanto si diceva,  doveva essere
    pi d'un po' immischiato, gli pareva non comportasse in lui quell'umor
    gajo,  che i nipoti dicevano.  E prese a raccontare, con atteggiamento
    di grave costernazione,  i fatti avvenuti di  recente  in  Sicilia,  a
    Serradifalco,  a  Catenanuova,  ad  Alcamo,  a Casale Floresta i quali
    provavano come in tutta l'isola covasse  un  gran  fuoco,  che  presto
    sarebbe divampato; e a rappresentar la Sicilia come una catasta immane
    di legna, d'alberi morti per siccit, e da anni e anni abbattuti senza
    misericordia  dall'accetta,  poich  la  pioggia  dei  benefizii s'era
    riversata tutta su l'Italia settentrionale,  e mai una goccia  ne  era
    caduta  su  le  arse  terre  dell'isola.  Ora  i  giovincelli  s'erano
    divertiti ad accendere sotto la catasta i fasci di paglia  delle  loro
    predicazioni socialistiche,  ed ecco che i vecchi ceppi cominciavano a
    prender fuoco. Erano per adesso piccoli scoppii striduli, crepiti qua
    e l; scappava fuori ora da una parte ora dall'altra qualche lingua di
    fiamma minacciosa;  ma gi s'addensava  nell'aria  come  una  fumicaja
    soffocante. E il peggio era questo: che il Governo, invece d'accorrere
    a  gettar  acqua,  mandava  soldati  a suscitare altro fuoco col fuoco
    delle armi. Ma avesse almeno avuto soldati abbastanza, da fronteggiare
    l'impeto delle popolazioni irritate! Gli scarsi presidii, bestialmente
    incitati a sparare su le folle inermi,  si vedevano costretti,  subito
    dopo,  a  rinserrarsi nelle caserme;  e allora la folla,  inselvaggita
    dagli eccidii,  restava padrona del  campo  e  assaltava  furibonda  i
    municipii  e  vi appiccava il fuoco.  Lo sgomento intanto si propagava
    per tutta  l'isola;  sindaci  e  prefetti  e  commissarii  di  polizia
    perdevano la testa; e dove si sarebbe andati a finire?
    Queste cose disse, rivolto specialmente al cognato Francesco Vella, al
    Capolino  e  ad Aurelio Costa: volle dedicare alle signore il racconto
    d'una recente prodezza compiuta da cinquecento donne in  un  villaggio
    dell'interno della Sicilia, chiamato Milocca. Per la speciosa denuncia
    di un mucchio di concime sparso non gi fuori, ma nelle terre medesime
    d'un  proprietario  che  non  aveva  voluto  arrendersi ai nuovi patti
    colonici dei contadini del Fascio,  la forza pubblica aveva tratto  in
    arresto  iniquamente  e  sottoposto  a  processo  per  associazione  a
    delinquere il presidente e i quattro consiglieri del "Fascio"  stesso.
    E allora le donne del villaggio,  in numero di cinquecento,  indignate
    dell'ingiustizia e della  prepotenza,  s'erano  scagliate  come  tante
    furie contro la caserma dei carabinieri,  ne avevano sfondato la porta
    e tratto fuori  i  cinque  arrestati;  poi,  ebbre  di  gioja  per  la
    liberazione  dei  prigionieri,   avevano  condotto  in  trionfo  sulle
    braccia, per le vie del paese, uno dei carabinieri e le armi strappate
    loro dalle mani.
    Donna Rosa,  Nicoletta Capolino e Lillina approvarono festosamente  la
    vittoria  di  quelle  donne  gagliarde;  ma  don Flaminio par le mani
    gridando:
    - Piano, piano! Aspettate! L'allegrezza  stata breve... I milocchesi,
    dico gli uomini, che non s'erano affatto immischiati in questa rivolta
    delle loro donne,  saputo che il prefetto della provincia  mandava  un
    rinforzo  di  soldati  e delegati e giudici a Milocca,  cavalcarono le
    mule e, armati di fucile, presero il largo.  Sono ancora sparsi per le
    campagne,  decisi a vender cara la loro libert. Ma i signori giudici,
    a Milocca,  hanno arrestato trentadue donne,  di cui alcune  gestanti,
    altre  coi bambini lattanti in collo,  e le hanno tradotte ammanettate
    nelle carceri di Mussomeli.
    - Valorosi! valorosi! - esclam allora donna Rosa.  - Ma come?  E voi,
    Gnazio,  deputato siciliano,  non levate la voce in Parlamento neanche
    contro l'arresto delle donne gravide e  delle  mamme  coi  bambini  in
    collo?
    Don Flaminio sorrise e, lisciandosi le basette:
    - Non gli conviene, - disse. - Sono gestanti e mamme socialiste. Lui 
    conservatore. Quantunque laggi, sai? don Ippolito Laurentano vorrebbe
    che  il  partito  clericale  secondasse  il  movimento proletario e se
    n'avvalesse,  stabilendo anche con esso qualche  accordo  segreto.  Ma
    monsignor Montoro,  confrtati,   contrario; forse perch il canonico
    Pompeo Agr  da un mese a Comitini a far propaganda,  non  so  quanto
    evangelica,  contro me, tra i solfaraj. Basta. Vedremo di stare tra il
    padre e il figlio. Domani mi recher dal giovane principe socialista a
    lasciargli un biglietto da visita.
    Capolino accompagn Flaminio Salvo in quella gita al  villino  di  via
    Sommacampagna,   tanto  nell'andata  quanto  nel  ritorno.  La  strana
    impressione,  quasi di sgomento,  che gli  aveva  fatta  la  vista  di
    Dianella,  all'arrivo,  si rafferm al discorso che gli tenne il Salvo
    lungo la via.
    Fu al solito un discorso sinuoso,  pieno di  sottintesi  e  di  velate
    allusioni,  da  cui  parve a Capolino di poter desumere questo: che il
    Salvo  era  davvero  fortemente  impensierito  non  dalle   condizioni
    politiche  della  Sicilia,   ma  dalle  condizioni  di  spirito  della
    figliuola,  le quali tanto pi dovevano dar d pensare,  in quanto che
    la madre era pazza;  ch'egli intendeva perci di contentarla,  se quel
    viaggio a Roma non riusciva  agli  effetti  che  se  ne  riprometteva;
    contentarla,  anche perch, uscita ormai di casa la sorella, egli, non
    avendo pi alcuno che stsse attorno alla figliuola bisognosa di cure,
    d'affettuosa compagnia,  di distrazioni,  avrebbe  dovuto  sacrificare
    troppo gli affari,  e non poteva (qui parve a Capolino di dover notare
    un grave rimprovero per sua moglie, che aveva osato lasciar sola anche
    donna Adelaide nell'avvenimento delle nozze);  contentarla,  in  fine,
    anche  per  dare  ad Aurelio Costa (che presto,  fra due o tre giorni,
    sarebbe tornato in Sicilia) un premio degno,  se riusciva a ridurre  a
    ragione gli operaj delle zolfare.
    Queste  deduzioni cos chiare del lungo discorso a mezz'aria del Salvo
    costarono a Capolino un cos intenso sforzo,  che  uno  dei  cristalli
    degli occhiali,  continuamente appannati dagli sbuffi,  gli s'infranse
    tra le dita nervose,  a furia di ripulirlo.  Fortuna che le scagliette
    del  cristallo s'infissero soltanto nel fazzoletto,  senza ferirgli le
    dita.  Ma la sera dovette parlare,  e seriamente,  alla moglie,  senza
    occhiali.
    Nicoletta  sapeva  che  l'improvviso  arrivo  di  Flaminio  Salvo e di
    Dianella a Roma era dovuto al Costa. Pi perspicace del marito,  aveva
    subito  preveduto  che questo arrivo avrebbe segnato la fine della sua
    cuccagna,  ed era perci cos  gonfia  d'odio  contro  quello  che  lo
    avrebbe  ucciso  senza esitare,  se le avessero assicurato l'impunit.
    Gi aveva veduto il primo effetto dell'arrivo: Ciccino e Lillina Vella
    se n'erano andati  in  giro  per  Roma  con  la  cuginetta  pallida  e
    smarrita,  mettendo  lei  da parte fin dal primo giorno.  Scelto male,
    dunque, il momento per un discorso serio!
    - Debbo partire?  - domand subito,  per tagliar corto.  - Parto anche
    domani. Senza chiacchiere. Ma sola, no!
    - E con chi? - fece Capolino. - Io...
    - Tu hai le sorti d'Italia su le braccia,  lo so! - esclam Nicoletta.
    - Come potrebbe sedere la Camera, domani, se tu mancassi?
    - Ti prego, - fece Capolino, con un gesto delle mani,  che significava
    freno,  prudenza,  da  un  canto,  e dall'altro,  sdegno di avviare il
    discorso,   senza  scopo,   per   una   china   facile,   per   quanto
    sdrucciolevole. - Io sono qui per fare il mio dovere.
    -  Anch'io!  - rimbecc,  pronta,  Nicoletta.  - Non ti pare?  Tu,  di
    deputato;  io,  di moglie.  Lo dice anche il sindaco: la  moglie  deve
    seguire  il  marito.  Caro  mio,  se la pigli cos!...  Lascia stare i
    doveri, non mi far ridere! Te l'ho detto: tu, caro mio, hai perduto da
    un pezzo in qua  la  bussola!  Parliamoci  come  prima,  o  piuttosto,
    intendiamoci  come prima,  senza parlare affatto,  per il tuo e per il
    mio meglio! Bada Gnazio, tu sei stufo, ma io pi che pi,  e capace...
    non  so,  capace in questo momento di commettere qualunque pazzia.  Te
    n'avverto!
    - Santo Dio, ma perch? - gemette Capolino con le mani giunte.
    - Ah, perch?  - grid Nicoletta, andandogli incontro,  vampante d'ira
    e di sprezzo. - Mi domandi perch? Mi dici di partire, di ritornarmene
    laggi, e mi domandi perch?
    - Prego, prego... - cerc d'interromperla Capolino, protendendo adesso
    le mani,  per arrestare anche col gesto quella furia.  - Nel nostro...
    nel tuo stesso interesse, scusa! Se non mi lasci parlare...
    - Ma che vuoi dire! Lascia stare! - esclam Nicoletta.
    - So come debbo dire,  non dubitare,  -  riprese  Capolino  con  molta
    gravit,  abbassando  gli  occhi.  -  Tu  ignori il discorso che mi ha
    tenuto Flaminio questa mattina.  T'ho detto  nulla,  finora,  del  tuo
    prolungato soggiorno a Roma?  Nulla... E tu stessa ti sei rimproverata
    di non esser partita per assistere Adelaide nel  giorno  delle  nozze.
    Ora  la tua assenza da Girgenti sai qual effetto ha prodotto?  Questo,
    semplicemente: che Flaminio Salvo,  lasciato solo e stanco,  ha deciso
    di contentar finalmente la figliuola.
    Nicoletta rest a questa notizia.
    - Ah s?  - disse; e si morse il labbro, fissando nel vuoto gli occhi,
    odiosamente.
    - Capisci? - seguit Capolino. - Teme che le dia di volta il cervello,
    come alla madre.  E mi pare che il timore  non  sia  infondato.  L'hai
    veduta? Fa piet...
    - Schifo! - scatt Nicoletta. - Se ne dovrebbe vergognare!
    - L'amore...  - sospir Capolino,  alzando le spalle, socchiudendo gli
    occhi.  - E Flaminio fors'anche pensa che,  con l'ombra  della  pazzia
    della  madre,  un  degno  partito  per  la  figlia  non sarebbe facile
    trovarlo. Ha messo poi in gravissimi imbarazzi il Costa laggi,  tra i
    solfaraj, e pensa di premiar la devozione, l'abnegazione...
    - Quanti pensieri!...  quante dolcezze!...  - disse Nicoletta.  - E io
    dovrei sguazzarci in mezzo,  vero? come un'ape nel miele...
    - Tu? perch? - domand Capolino.
    - Ma la custode della figlia non sono io?  - inve  Nicoletta.  -  Non
    toccher  a  me  allora  covar  con  gli  occhi  la coppia innamorata?
    assistere alle loro carezze, ai loro colloquii?  accogliere in seno le
    confidenze della timida colombella risanata?
    Capolino  si  strinse  nelle spalle,  come per dire: Dopo tutto,  che
    male?....
    - Ah,  no,  caro mio!  - riprese con impeto la moglie.  -  Non  me  ne
    importerebbe  nulla  se,  per il mio interesse,  come tu dici,  non mi
    vedessi costretta a far questa parte... E tu dimentichi un'altra cosa!
    Che codesto signor ingegnere chiese un giorno la mia mano, e che io la
    rifiutai, perch non mi parve degno di me! Bella vendetta, adesso, per
    lui,  diventare sotto gli occhi miei  il  fidanzato  della  figlia  di
    Flaminio Salvo!
    -  Ma questo,  se mai,  di fronte a te che l'hai rifiutato,  - le fece
    osservar Capolino,  - potr esser ragione d'avvilimento per la  figlia
    di Flaminio Salvo...
    -  Gi!  -  esclam Nicoletta,  levandosi.  - Perch io adesso sono la
    moglie dell'onorevole deputato Ignazio Capolino!
    - Che vale molto di pi, ti prego di credere! - grid questi, dando un
    pugno sulla tavola e levandosi in piedi anche lui, fiero.
    Nicoletta lo squadr, calma, di sotto in s; poi disse:
    - Uh, quanto a meriti, non oserei metterlo in dubbio! Per...  per io
    debbo partire,  ecco, sempre per il mio interesse, come tu dici... Che
    vuoi? i meriti, caro, non hanno spesso fortuna.
    - Fa rabbia anche a me, - disse allora Capolino, - che uno stupido, un
    imbecille di quella fatta debba salire  cos,  tirato  s  dal  favore
    della sorte,  cacciato a spintoni, come una bestia bendata e resta...
    Perch egli, sai?  l'ha detto a me: non vorrebbe nulla...  Questo  il
    bello.  Non  s'accorge  di nulla,  non capisce nulla,  e la fortuna lo
    ajuta! Domani, genero di Flaminio Salvo!
    - Ah no!  - scatt Nicoletta.  - Questo matrimonio  non  si  far!  Te
    l'assicuro io: non-si-fa-r!
    Capolino torn a stringersi nelle spalle e a socchiudere gli occhi:
    - Se Flaminio vuole... come potresti impedirlo?
    - Come?  - rispose Nicoletta. - Come... non so! Ma a ogni costo... ah,
    a ogni costo! puoi esserne certo!
    Capolino insistette:
    - Ma via,  tu credi che il Costa sia capace di sentir la vendetta  che
    tu dici,  per il tuo rifiuto? No, sai! Non  capace neanche di questo!
    Io l'ho studiato:   con  te  riguardoso,  ossequioso...  anzi,  tutto
    impacciato  in tua presenza...  non ci penser mai!  E se tu...  se tu
    saprai vincer lo  sdegno,  e  trattarlo...  dico,  trattarlo  con  una
    certa... disinvoltura cortese...
    Sotto  gli  occhi  di  Nicoletta,  che lo fissavano con freddo e calmo
    sprezzo,  smor,  si scompose il sorriso con cui aveva accompagnato le
    ultime parole.
    - Come, del resto, lo hai trattato finora, - soggiunse dignitosamente.
    Poi,  cangiando discorso: - Oh,  volevo proporti d'uscire...  Ceneremo
    fuori... Ti va?
    Di ritorno a casa a tarda notte,  Nicoletta,  nel  mettersi  a  letto,
    domand al marito:
    -  Non  deve  ripartire  fra due o tre giorni l'ingegnere Costa per la
    Sicilia?
    - S, - rispose Capolino. - Me l'ha detto Flaminio stamattina.
    - E tu a Flaminio potresti dire,  - seguit Nicoletta,  raccogliendosi
    sotto  le coperte,  - che sono pronta anch'io a partire;  ma non sola.
    Poich parte l'ingegnere...
    - Ah, gi! - esclam Capolino. - Benissimo! Potresti accompagnarti con
    lui.
    - Buona notte, caro!
    - Buona notte.

    Fermamente convinto d'aver sempre avuto contraria la sorte,  fin dalla
    nascita,  Flaminio  Salvo  credeva  che  soltanto con l'assidua difesa
    d'una volont sempre vigile e incrollabile, e opponendosi con atti che
    egli stesso stimava duri,  contro tutti coloro che s'eran fatti  e  si
    facevano strumenti ciechi di essa,  avesse potuto vincerla finora.  Ma
    l'avversione della sorte,  non  potendo  su  lui,  s'era  rivolta  con
    ferocia  su i suoi,  su la moglie,  sul figlio: ora anche,  con quella
    passione  invincibile,  su  la  figlia.  In  queste  sciagure  sentiva
    veramente  come  una vendetta vile e crudele;  e questo sentimento non
    solo gli toglieva il rimorso  di  tutto  il  male  che  sapeva  d'aver
    commesso,   ma   gl'ispirava   anzi   vergogna  di  qualche  debolezza
    passeggera,  e quasi lo abilitava a commettere  altro  male,  sia  per
    vendicarsi  a  sua  volta della sorte,  sia per non essere egli stesso
    sopraffatto.  Non si poneva neppur lontanamente il dubbio che  potesse
    in  fondo  non  essere  un  male  quella  passione della figliuola per
    Aurelio Costa.  Era per lui sicuramente un male;  e  non  gi  per  la
    disparit  della  nascita  o  della  condizione sociale (fisime!);  ma
    perch essa aveva origine da una sua debolezza,  dalla gratitudine per
    tanti anni dimostrata al suo piccolo salvatore.  Da un bene non poteva
    venirgli altro che un male. Domma, questo, per lui.  E nessun filosofo
    avrebbe potuto indurlo a riconoscere che il suo ragionamento,  fondato
    su  un  pregiudizio,  era  vizioso.  La  logica!   Che  logica  contro
    l'esperienza  di tutta una vita?  E poi,  se per un solo caso si fosse
    indotto a riconoscere il vizio del suo ragionamento,  addio  scusa  di
    tutto  il male in tanti altri casi coscientemente commesso!  Ogni qual
    volta un negozio, una faccenda qualsiasi accennava fin da principio di
    volgergli  a  seconda,  egli,   anzich  rallegrarsene,   s'adombrava,
    sospettava subito una insidia e si parava in difesa.
    Accolse  male  perci,  da  un  canto,  la  notizia  e  la proposta di
    Capolino, che cio Nicoletta era pronta a partire il giorno appresso e
    che avrebbe voluto accompagnarsi nel viaggio  col  Costa;  dall'altro,
    l'annunzio recato da Ciccino e Lillina, che Lando Laurentano, il quale
    tutta  quella  mattina  era  stato  in  giro  con essi e con Dianella,
    sarebbe venuto quella sera stessa a salutarlo.  Lo avevano  incontrato
    pa  caso,  e  quantunque avesse detto loro in prima d'esser fortemente
    irritato per una certa pubblicazione in un giornale del mattino, s'era
    poi dimostrato gajo in loro compagnia e gratissimo  della  distrazione
    procuratagli.  Flaminio  Salvo era nella stanza da studio di Francesco
    Vella e dava ad Aurelio Costa le ultime istruzioni circa il ritorno di
    questo in Sicilia,  fissato per la  mattina  seguente,  quando  i  due
    nipoti   gli  recarono  quest'annunzio,   irrompendo  rumorosamente  e
    tirandosi dietro Dianella.  Egli not subito  nel  viso  della  figlia
    un'alterazione  molto  diversa  dalle solite alla vista di Aurelio,  e
    rimase per un attimo quasi stordito,  allorch,  parlando i due cugini
    della graziosa affabilit del Laurentano verso di loro,  ella con voce
    vibrante, che non pareva pi la sua, e con un'aria di sfida, conferm:
    - Si, gentilissimo! proprio gentilissimo!
    - Piacere... - rispose freddamente, guardandola di su gli occhiali.  -
    Ma, vi prego, io ora qua...
    E  accenn il Costa con un gesto che significava: Ho da pensare a ben
    altro per il momento....
    Era vero, del resto.  Si trattava d'esporre a un rischio di morte quel
    giovane   dabbene,   ignaro   affatto   della   parte,   che  stava  a
    rappresentare;  si trattava di gettarlo  in  preda  alla  rabbia  d'un
    intero  paese  affamato  e  disilluso.  Nell'anima del Salvo si svolse
    allora  uno  strano  giuoco  di  finzioni  coscienti.  Il  piacere  di
    quell'annunzio  doveva  mutarsi  in lui in dispiacere,  la speranza in
    diffidenza; e per non solo non doveva tener conto di quella fortunata
    combinazione dell'incontro del Laurentano e  della  buona  impressione
    che  la  figlia pareva ne avesse avuto,  ma considerarla anzi come una
    vera e  propria  contrariet,  nel  momento  ch'egli,  per  contentare
    appunto  la  figliuola,  faceva  intravvedere  a quel buon giovane del
    Costa il premio della pericolosissima impresa  a  cui  lo  gettava.  E
    seguit  in  quella  finzione  cosciente,  acceso  di stizza contro la
    figliuola,  la quale,  dopo averlo costretto a piegarsi fino a  tanto,
    eccola  l,  veniva  ora  a fargli intendere,  con aria nuova,  che il
    giovane  principe  Laurentano  non  le  era  punto   dispiaciuto!   N
    s'arrestava qui il giuoco delle finzioni nell'anima del Salvo. Fingeva
    di  non  comprendere  ancora  quell'aria nuova della figlia,  che pure
    aveva gi compreso bene;  era sicuro  infatti  che  Dianella,  facendo
    quella  lode  del  Laurentano in presenza di Aurelio,  s'era intesa di
    vendicarsi di questo,  e ora di l certo piangeva e  si  straziava  in
    segreto.  La  stizza finta per quel premio ch'egli doveva far balenare
    al Costa,  era dunque  in  fondo  stizza  vera,  tanto  che,  per  non
    avvertire  il  rimorso  di  quello  strazio che cagionava alla figlia,
    seguit a fingere di credere sul serio, che veramente, s,  veramente,
    se  il  Costa  fosse  riuscito  a  ridurre  a ragione gli operaj delle
    zolfare in Sicilia, gli avrebbe dato in premio Dianella.  Intanto,  lo
    faceva partire il giorno appresso in compagnia di Nicoletta Capolino.
    La  sera,  fu  compito,  ma  con  una certa sostenutezza,  verso Lando
    Laurentano, accolto con molta festa dai Vella, specialmente da Ciccino
    e Lillina.  Dianella era pallidissima,  e si teneva  s  per  continui
    sforzi  a  scatti,  che  facevano  pena e paura.  I dolci occhi ora le
    s'accendevano come in un confuso spavento,  ora le smorivano quasi  in
    una  torba  opacit.  Nicoletta Capolino,  invitata a tavola dai Vella
    quell'ultimo giorno,  le aveva fatto sapere che  la  mattina  appresso
    sarebbe  partita  col Costa;  e adesso,  ecco,  era l e parlava senza
    vezzi affettati,  ma con la vivace disinvoltura  consueta  al  giovane
    principe  di Laurentano della cortesia squisita di don Ippolito,  l a
    Colimbtra, nella disgraziata congiuntura del duello del marito.
    Questi entr,  poco dopo,  nel ricco salone  insieme  con  l'ingegnere
    Aurelio Costa, che veniva a licenziarsi dai Vella.
    Fu  per  Dianella e per Nicoletta un momento d'angosciosa sospensione.
    Quanto composto e grave e costernato l'onorevole Ignazio Capolino  con
    quei funebri occhiali di tartaruga,  tanto appariva stordito,  acceso,
    abbagliato,  Aurelio  Costa.   Gli  si  leggeva  chiaramente  in  viso
    l'emozione  profonda,  che  la notizia della sua prossima partenza con
    Nicoletta gli aveva suscitato. Non sentiva pi la terra sotto i piedi;
    non riusciva ad articolar parola.  Nel vederlo entrare,  Nicoletta  ne
    ebbe quasi sgomento: sent,  senza guardarlo,  che egli la cercava con
    gli occhi, senza pi badare a nessuno.  Respir nel sentirlo poco dopo
    discutere  animatamente  col  Laurentano  su  i  moti  dei  "Fasci" in
    Sicilia.   Ogni  costernazione   gli   era   svanita,   svanita   ogni
    considerazione  per  quei  solfaraj  affamati  d'Aragona,  svanito  il
    dispetto per quel suo disegno d'un consorzio  obbligatorio  mandato  a
    monte:  avrebbe ora affrontato col frustino in mano tutti quei ribelli
    laggi.  Flaminio Salvo,  per prudenza di  fronte  al  Laurentano,  lo
    richiam sorridendo a pi miti propositi.
    - Perch le diano fuoco alle zolfare?  - gli domand tutto infervorato
    il Costa. - Li conosco io, quei bruti! Guaj a mostrare di temerli! Con
    la verga si riducono a ragione!  Lasci fare  a  me...  Abbandonato  da
    tutti,  senza  neanche la soddisfazione di veder degnato d'uno sguardo
    il mio progetto, andr solo, laggi... e ci guarderemo in faccia...
    Nell'esaltazione,  non avvertiva la stonatura di quella sua  apostrofe
    bellicosa;  n  si  mortific  affatto  nell'accorgersi  alla fine che
    nessuno gli badava pi;  si lasci  condurre  da  Capolino  nell'ampio
    balcone  della  sala,  mentre Flaminio Salvo,  Francesco Vella e Lando
    Laurentano seguitavano a conversare tra loro  pacatamente,  e  Ciccino
    prometteva  a  Nicoletta  che  presto  sarebbe  venuto  a  trovarla  a
    Girgenti,  e donna Rosa e Lillina davano consigli a  Dianella  che  si
    regolasse  cos  e  cos,  se  voleva presto recuperare la salute e la
    gajezza.  Chiamato dal Salvo,  Capolino rientr poco dopo,  e  Aurelio
    Costa rest solo nel balcone.
    Quanto  vi  rest?  Guardava  le stelle,  guardava come in un sogno il
    chiaror della luna che si rifletteva su i vetri  di  lontane  finestre
    dirimpetto,  nella piazza; stretto da un'ansia smaniosa e dolce; senza
    pi pensare al luogo ove si trovava;  con una  sola  immagine  davanti
    agli  occhi,  quella  di  lei  che ora tra poco,  senza dubbio sarebbe
    venuta a trovarlo l per dirgli: "A domani!  Per sempre!"  A  domani,
    per  sempre,  si ripeteva,  serrando le pugna con gli occhi socchiusi
    voluttuosamente.
    Aveva gi parlato con lei la mattina.  S'erano gi  accordati.  Tutto,
    tutto ella avrebbe lasciato,  per seguir lui!  S,  anche laggi,  nel
    pericolo, da cui egli non avrebbe potuto in quel momento ritrarsi. Del
    resto, per forza, doveva andar laggi;  l era la sua casa,  l il suo
    lavoro,  che  avrebbe ora messo a disposizione di altri,  lasciando il
    Salvo.  Che gl'importava?  Di qual premio gli aveva ella  parlato?  Un
    grosso  premio  ch'egli  avrebbe  perduto  lasciando  il Salvo...  Che
    gl'importava? Qual premio maggiore della felicit che ella gli avrebbe
    data,  amandolo?  Cos farneticava Aurelio  nel  balcone,  in  attesa,
    tornando a ripetere di tratto in tratto, smaniosamente: A domani! per
    sempre!.
    Nel  salone,  intanto,  Ignazio Capolino parlava con aria afflitta del
    subbuglio,  in cui la pubblicazione d'una denunzia in un giornale  del
    mattino  aveva  messo  tutto  quel giorno i corridoj della Camera.  Si
    trattava delle quarantamila lire,  di cui appariva debitore  verso  la
    Banca  Romana  Roberto  Auriti,  notoriamente  prestanome  diceva il
    giornale d'un deputato meridionale molto conosciuto e  nelle  grazie,
    fino  a poco tempo fa,  se non proprio del Governo,  di qualche membro
    ("hic et haec") di esso. E quel giornale,  seguitando,  parlava delle
    carte  sottratte  per  salvare  questo deputato meridionale.  Ma nella
    fretta,  all'ultimo momento,  qualche biglietto era  rimasto  fuori  e
    caduto  in  mano  all'autorit giudiziaria,  qualche biglietto appunto
    dell'Auriti, ora in ricerca affannosa di quelle quarantamila lire, per
    salvare s e l'amico.
    Capolino diceva che parecchi deputati dell'Estrema Sinistra  avrebbero
    portato  la  denunzia  alla  Camera,  e  prevedeva imminente l'arresto
    dell'Auriti.
    Lando Laurentano era su le spine.  Tutto il pomeriggio di quel  giorno
    aveva  cercato  d'appurare  donde  quella  notizia  fosse pervenuta al
    giornale del mattino: pareva riferita da qualcuno che  fosse  stato  a
    origliare all'uscio della stanza, in cui Giulio Auriti aveva implorato
    ajuto da lui; e temeva che questi potesse ora sospettarlo autore della
    denunzia.
    Il  Salvo,  il Vella e il Capolino,  notando il turbamento del giovane
    principe, si misero a compiangere Roberto Auriti, come una vittima,  e
    il  Salvo lasci intendere chiaramente che egli sarebbe stato disposto
    ad approntare quella somma per salvarlo;  ma  il  Capolino  disse  che
    ormai  era troppo tardi.  Non restava che di prendere una tazza di t,
    che Lillina aveva gi preparato.
    Le prime due tazze,  recate da Ciccino,  erano andate a donna Rosa e a
    Dianella. Nicoletta ne porgeva ora una tazza a Lando Laurentano.
    - Latte?
    - S, grazie. Poco.
    E  Dianella,  sorbendo  la sua,  aspettava che Nicoletta si recasse al
    balcone con  l'ultima  tazza  per  Aurelio.  Ma  Nicoletta,  vedendosi
    spiata, finse in prima di dimenticarsene, e tenne la tazza per s.
    -  Uh,  e  per  il  mio  cavaliere?  - esclam poi,  come sovvenendosi
    all'improvviso.
    E and al balcone.
    Appena  Aurelio  la  vide  comparire,   si   ritrasse   istintivamente
    nell'ombra  quanto  pi pot,  per attirarla.  Ma ella varc appena la
    soglia del balcone e, porgendogli la tazza, disse piano, rigida:
    - Rientri, per carit: lei si fa notare. Non faccia ragazzate!
    - Ma mi dica soltanto... - scongiur egli.
    - S, questo; e se lo imprima bene in mente, - soggiunse lei,  subito:
    -  che  ho  fatto di tutto per impedir la sua e la mia rovina.  Non mi
    accusi, domani: perch l'ha voluta anche lei. Basta!
    E rientr nel salone.


    4.

    Corrado Selmi usc dalla Camera dei deputati livido, stravolto, con un
    tremor convulso per tutto il corpo.  Appena su la  piazza,  nel  sole,
    fece  uno sforzo disperato su se stesso per riaversi,  per riafferrare
    in s e rimettere sotto il suo dominio la vita che gli sfuggiva in  un
    tremendo  scompiglio;  ma  rest,  avvertendo che non aveva neanche la
    forza  di  trarre  il  respiro,  quasi  avesse  il  petto,  il  ventre
    squarciati.
    Un  sentimento nuovo gli sorse allora improvviso: la paura.  Non degli
    altri; ma di s.
    Or  ora  gli  altri  li  aveva  sfidati  e  assaliti,   nell'aula  del
    Parlamento,  con estrema violenza.  Ancora ne tremava tutto.  Nessuno,
    l,  aveva osato fiatare.  Ma quel silenzio...  ah,  quel silenzio era
    stato per lui peggiore di ogni invettiva,  d'ogni tumultuoso insorgere
    di tutta l'assemblea.
    Quel silenzio lo aveva ucciso.
    Aveva ancora  negli  orecchi  il  suono  dei  suoi  passi  nell'uscire
    dall'aula.  Nel  silenzio formidabile,  quei passi avevano sonato come
    colpi di martello su una cassa da morto.
    Sentiva una grande arsione; e le gambe, come... come se gli si fossero
    stroncate sotto.
    Schiacciato dall'accusa,  aveva voluto rilevarsene con tutto  l'impeto
    delle energie vitali,  ancora possenti in lui;  ma appena aveva finito
    di parlare, quel silenzio. Nessun dubbio che l'assemblea,  subito dopo
    la  sua  uscita dall'aula,  avesse votato l'autorizzazione a procedere
    contro di lui.
    Eppure tutti lo sapevano povero;  sapevano che il  denaro  preso  alle
    banche non poteva essere rinfacciato a lui come a tanti altri.
    Dall'avere affrontato la morte, quando pi bella suol essere per tutti
    la   vita,   non  gli  veniva  il  diritto  di  vivere?   Nella  losca
    complicazione di tante oblique vicende la semplicit di questo diritto
    appariva  quasi  ingenua  e  tale,  che  tutti,   ridendo,   dovessero
    negarglielo.
    Morto;  non  solo,  ma  anche  svergognato lo volevano!  Doveva morire
    allora,  e sarebbe stato un eroe per tutti questi vivi d'oggi che  gli
    rinfacciavano come un delitto l'aver vissuto.
    Ma  non  tanto  l'accusa,  in  fondo,  gli  sembrava ingiusta,  quanto
    ingiusti gli accusatori;  e,  pi che ingiusti,  ingrati e vili:  vili
    perch,  dopo  aver per tanti anni compreso che egli aveva pure questo
    diritto di vivere,  si levavano ora  a  dimostrargliene  con  ischerno
    l'ingenuit;  dopo  avere  per tanti anni compreso il suo bisogno,  si
    levavano ora a rinfacciarglielo come un'onta.
    N si sarebbero arrestati qui!  Ora,  il  processo,  la  condanna,  il
    carcere.
    Corrado  Selmi  rise,  e  avvert  ancora lo sforzo che gli costava lo
    scomporre la truce espressione del volto in  quel  riso  orribile.  Il
    sorriso schietto e lieve, che aveva accompagnato sempre tutti gli atti
    della sua vita,  anche i pi gravi e i pi rischiosi,  s'era tramutato
    in quella triste smorfia dura e amara?  Ebbe di  nuovo  paura  di  s:
    paura  di  assumere coscienza precisa di un certo che oscuro e orrendo
    che gli s'era cacciato all'improvviso nel fondo dell'essere  e  glielo
    scompaginava,   dandogli  quell'impressione  d'esser  come  squarciato
    dentro, irrimediabilmente.  E per ricomporre comunque la compagine del
    suo  essere,  per vincere il ribrezzo e l'orrore di quell'impressione,
    si guard attorno, quasi chiedendo sostegno e conforto ai noti aspetti
    delle cose.  Gli parvero anche questi  cangiati  e  come  evanescenti.
    Sent  con  terrore  che  non  gli  era  pi possibile ristabilire una
    relazione qual si fosse tra s e tutto  ci  che  lo  circondava.  S,
    poteva guardare;  ma che vedeva?  poteva parlare;  ma che dire? poteva
    muoversi; ma dove andare?
    Parl, tanto per udire il suono della sua voce,  e gli parve anch'esso
    cangiato. Disse:
    - Che faccio?
    Sapeva  bene quel che gli restava da fare.  Ma nello schiacciar con la
    lingua contro il palato le due "c" di "faccio",  non avvert altro che
    l'annodatura della lingua e l'amarezza aspra della bocca; e rimase col
    viso disgustato e arcigno.
    - No, - soggiunse. - Prima... che altro?
    Qualunque altra cosa gli apparve inutile, vana. Poteva soltanto, ancor
    per  poco,  per  passarsi la voglia e darsi cos fuor fuori uno sfogo,
    dire e fare sciocchezze.  Pensare  seriamente,  agire  seriamente  non
    avrebbe potuto se non a costo di cedere al proposito oscuro e violento
    che  stava  a  distruggergli  dentro  tutti  gli  elementi della vita.
    Baloccarsi poteva  coi  frantumi  di  essa  che  dal  tumulto  interno
    balzavano  a  galla  della  sua  coscienza  squarciata:  baloccarsi un
    poco... S, in casa di Roberto Auriti! Doveva vederlo,  dirgli che per
    lui,  per  coprirlo,  si era messo da s sotto accusa.  Ecco che aveva
    ancora dove andare.
    Chiam una vettura,  per non avvertire il tremore e la debolezza delle
    gambe, e diede al vetturino l'indirizzo: via delle Colonnette.
    Appena montato,  se ne pent,  prevedendo, in compenso di quanto aveva
    fatto, una scenata. Ma no: a ogni costo avrebbe saputo impedirla.  Pi
    che doveroso,  il suo atto gli appariva generoso verso Roberto Auriti.
    E,  in quel momento,  non poteva sentir che disprezzo della sua stessa
    generosit.  S'era spogliato d'ogni prestigio, d'ogni prerogativa, per
    subir la stessa sorte d'uno sconfitto,  che delle sue doti,  dei  suoi
    meriti  non  aveva saputo avvalersi per farsi uno stato,  per imporsi,
    come  avrebbe  potuto,  alla  considerazione  altrui.  Non  piet,  ma
    dispetto poteva ispirare Roberto Auriti.  Che se pure egli,  navigando
    alla ventura, lo aveva gittato con s in quei frangenti,  non meritava
    certo  quel  naufrago  che  Corrado  Selmi,  gi  quasi  scampato,  si
    ributtasse in mare per perire con lui: non  lo  meritava,  perch  non
    aveva  saputo mai vivere,  quell'uomo,  mai disimpacciarsi da ostacoli
    anche lievi: era gi per se stesso un annegato,  a cui tante  e  tante
    volte  egli  aveva  gettato  una corda per ajutarlo a trarsi in salvo.
    L'unica volta che quest'uomo s'era messo a dar lui ajuto, ecco, con la
    stessa mano che gli aveva teso,  lo tirava con s  nel  baratro,  gi,
    gi,  costringendolo  a  rinunziare al salvataggio altrui.  E quel suo
    fratello corso in Sicilia per salvare entrambi: ma s!  tutti dovevano
    stare  ad  aspettare  che  andasse e ritornasse col denaro!  a comodo!
    senza  fretta!   e  dopo  avere  svelato  tutto  a  Lando  Laurentano!
    imbecille!  Ecco:  per  questo solo fatto,  egli avrebbe potuto fare a
    meno d'esporsi per coprire un inetto. Ma ormai...
    Arrivato in via delle Colonnette, salendo la scala semibuja,  incontr
    Olindo Passalacqua che scendeva gli scalini a quattro a quattro.
    - Ah! giusto lei, onorevole! Correvo in cerca di lei... Dica, che c'?
    che c'?
    - Vento, - rispose Corrado Selmi, placidamente.
    Olindo Passalacqua rest come un ceppo.
    - Vento?  Che dice? Quella denunzia infame? Ma come? chi  stato? roba
    da sputargli in faccia! Andate a far l'Italia per questa canaglia!
    Corrado Selmi gli prese il mento fra due dita:
    - Bravo, Olindo! "Nobili sensi, invero"... S, andiamo!
    - Aspetti,  onorevole,  - preg il Passalacqua,  trattenendolo.  -  La
    prevengo!  "Nanna" mia non sa ancora nulla. Non sapevamo nulla neanche
    noi.  Per combinazione a mio cognato Pilade  cpita  tra  le  mani  il
    giornale di due giorni fa... apre e vede... ce lo manda s, segnato...
    Roberto stava ad annaffiare i fiori in terrazzo...  legge, casca dalle
    nuvole...  Ma ci si crede?  un uomo,  un uomo come lui,  non leggere i
    giornali,  in un momento come questo?  Capisce?  come quell'uccello...
    qual ?  che caccia la testa nella rena...  E gliene compro  tre,  sa?
    ogni sera: tre giornali!  Ne leggesse uno!  Appena lo apre, si mette a
    pisolare; e poi dice che li ha letti tutti e tre e che dorme poco!
    - Lo struzzo, - disse Corrado Selmi. - Permetti?
    E alz le mani per aggiustare sotto la gola a  Olindo  Passalacqua  la
    cravatta rossa sgargiante, annodata a farfalla.
    - Lo struzzo, - ripet. - Quell'uccello che dicevi... Cos va bene!
    Olindo Passalacqua rest di nuovo a bocca aperta.
    - Grazie, - disse. - Ma dunque... dunque possiamo star tranquilli?
    Corrado  Selmi  lo guard negli occhi,  serio;  gli pos le mani sugli
    omeri, e:
    - Non sei censore tu? - gli domand.
    - Censore... gi, - rispose perplesso,  quasi non ne fosse ben sicuro,
    il Passalacqua.
    -  E dunque lascia crollare il mondo!  - esclam il Selmi con un gesto
    di noncuranza sdegnosa. - Censore, te ne impipi. S, s,  vieni s con
    me.
    Trovarono Roberto abbattuto su una poltrona,  con la faccia rivolta al
    soffitto, le braccia abbandonate, l'annaffiatojo accanto.  Appena vide
    il Selmi, fece per balzare in piedi, e, arrangolando in una irrompente
    convulsione, and a buttarglisi sul petto.
    - Per carit!  per carit!  - scongiur Olindo Passalacqua, correndo a
    chiudere l'uscio e accennando con le mani di far  piano,  che  "Nanna"
    non sentisse di l.
    Attraverso  l'uscio  chiuso,  all'arrangolio  di  Roberto sul petto di
    Corrado  Selmi  rispondeva  di  l  il  vocalizzo  miagolante  di  una
    studentessa  di  canto.  Corrado  Selmi,  gravato dal peso di Roberto,
    stette un po' a guardare i cenni  del  Passalacqua,  che  seguitava  a
    implorar  carit  per il cuore malato della sua povera moglie,  carit
    per Roberto cos perduto,  carit per la casa  che  sarebbe  andata  a
    soqquadro; e scatt alla fine, scrollandosi, in una risata pazzesca:
    - Ma da' qui!  - disse, ghermendo l'annaffiatojo e avviandosi di furia
    al terrazzo. - Ma che facciamo sul serio? Annaffiavi?  E seguitiamo ad
    annaffiare!  Qua...  qua...  cos!  cos!  Pioggia,  Olindo!  pioggia!
    pioggia!
    E una vera pioggia furiosa si rovesci  dalla  mela  dell'annaffiatojo
    addosso  a  Olindo  Passalacqua,  che prese a fuggire per il terrazzo,
    gridando e riparandosi con le mani la testa,  inseguito dal Selmi  che
    seguitava a ridere, dicendo:
    -  Io  passo  l'acqua,  tu  passi l'acqua,  egli passa l'acqua,  tutti
    passiamo l'acqua!
    - Oh Dio! per carit... no! caro... nooo... ma che fa?  basta...  per
    carit... non  scherzo! basta... uuuh... basta!...
    Alle grida,  sopravvennero "Nanna",  la studentessa di canto,  Antonio
    Del Re e Celsina. Subito Corrado Selmi, ansante,  corse a stringere la
    mano  alla  signora  Lalla  che  rideva,  guardando  il  marito che si
    scrollava come un pulcino bagnato. Ridevano anche le due giovinette.
    - La pianta,  "Nanna" mia,  - grid il Selmi,  - quale  la pianta pi
    utile? Il riso! Coltiviamo il riso e annacquiamo Olindo che fa ridere!
    - Ma io piango, invece... - gemette il Passalacqua.
    - E appunto perch piangi, fai ridere! - ribatt il Selmi.
    -  Chi  fa ridere,  invece...  - brontol Antonio Del Re,  serrando le
    pugna.
    - Fa piangere,  vero? - comp la frase il Selmi. - Bravo, giovanotto!
    Sempre serio!  Tu le  tue  sciocchezze  le  farai  sempre  sode,  bene
    azzampate e con tanto di grugno.  Noi,  le nostre...  qua,  censore...
    ballando, ballando... S, di l, "Nanna", di l... al pianoforte!  Lei
    suona,  e noi balliamo!  Roberto si metter i calzoncini con lo spacco
    di dietro e la falda della camicina fuori;  prender la sciaboletta  e
    il  cavalluccio  di  legno,  quelli  con  cui  gioc  alla guerra,  al
    Sessanta; gli faremo l'elmo di carta, e si metter a girare attorno...
    "arri!... arri!..." mentre io e Olindo balleremo al suono dell'inno di
    Garibaldi.. . "Va' fuori d'Italia...  va' fuori d'Italia...  va' fuori
    d'Italia... ,va' fuori, o stranier!"
    Non  aveva  finito l'ultima battuta,  che su la soglia del terrazzo si
    present,  con gli occhi ilari  e  lagrimosi,  raggiante  di  commossa
    beatitudine,  Mauro  Mortara,  con le medaglie sul petto e lo zainetto
    dietro le spalle. Appena lo vide, Corrado Selmi fece un gesto d'orrore
    e scapp via per l'altro finestrone che dava sul terrazzo, gridando:
    - Ah perdio, no! Questo poi  troppo!
    Roberto Auriti gli corse dietro per trattenerlo:
    - Corrado! Corrado!
    Mauro Mortara, a quella fuga, rest come smarrito davanti allo stupore
    della signora Lalla,  del Passalacqua e della  studentessa  di  canto,
    alla meraviglia sorridente di Celsina e a quella ingrugnita di Antonio
    Del Re.
    - Vengo,  se non c' offesa,  - disse, - a salutare don Roberto. Parto
    domani.
    - Ma chi siete? - gli domand la signora Lalla, come se avesse davanti
    un abitante della luna, piovuto dal cielo.
    -  Sono...  -  prese  a  rispondere  Mauro  Mortara;  ma  s'interruppe
    riconoscendo Antonio Del Re.  - Non siete il nipote di donna Caterina,
    voi?
    E, pronunziando questo nome, si lev il cappello.
    - Diteglielo voi,  - soggiunse,  - chi sono io.  Sono venuto due altre
    volte; non mi hanno fatto salire, perch don Roberto non era in casa.
    Il Passalacqua,  tutto bagnato, gli s'accost, gli sbirci le medaglie
    sul petto, e:
    - Patriota siciliano?  - domand.  - Ai  patrioti  siciliani,  perdio,
    statue d'oro! sta... statu... statue...
    Uno starnuto, tardo a scoppiare, lo tenne un tratto a bocca aperta, le
    nari frementi, le mani tese come a pararlo; finalmente scoppi e:
    - D'oro!  - ripet il Passalacqua. - Mannaggia il Selmi che m'ha fatto
    raffreddare! Ma perch  scappato? Che  pazzo?... Guardate come mi...
    mi ha... ma dove  andato?
    - Roberto!  - strill a questo punto la signora Lalla,  accorrendo dal
    terrazzo  nella  stanza,  attraverso  la  quale  il Selmi era poc'anzi
    fuggito.
    Rientrarono tutti, spaventati, dietro a lei.
    Un estraneo,  col cappello in mano e gli occhi bassi,  stava rigido su
    la soglia di quella camera, mentre Roberto, col viso terreo, chiazzato
    qua e l,  si guardava attorno,  convulso,  indeciso. Al grido di lei,
    protese le mani,  ma come per impedire il prorompere della sua pi che
    dell'altrui commozione.
    - Vi prego,  vi prego, - disse, - senza chiasso... Nulla... Una... una
    chiamata in questura...
    - Lo arrestano! - fischi allora tra i denti Antonio Del Re, col volto
    scontraffatto e tutto vibrante.
    "Nanna" cacci uno strillo e cadde in convulsione tra le  braccia  del
    marito.
    -  Lo arrestano?  - domand Mauro Mortara,  facendosi innanzi,  mentre
    Roberto Auriti cercava nella camera gli abiti da indossare  e  con  le
    mani accennava a tutti di non gridare, di non far confusione.
    - Come? - seguit Mauro, guardando Antonio Del Re.
    Non  ottenendo risposta da nessuno,  and incontro a quell'estraneo e,
    levando un braccio, lo apostrof:
    - Voi! voi siete venuto qua ad arrestare don Roberto Auriti?
    - Mauro! - lo interruppe questi. - Per carit, Mauro... lascia!
    - Ma come? - ripet Mauro Mortara, rivolgendosi a Roberto. - Arrestano
    voi? Perch?
    Roberto accorse a dare una mano al Passalacqua,  alla  studentessa  di
    canto, a Celsina, che non riuscivano a sorreggere la signora Lalla, la
    quale si dibatteva e si scontorceva,  tra urli,  singhiozzi,  gemiti e
    risa convulse.
    - Di l, per carit, di l, portatela di l! - scongiur.
    Ma non fu possibile. Il Passalacqua, invece di avvalersi dell'ajuto di
    Roberto,  pens bene di buttargli le braccia  al  collo,  rompendo  in
    singhiozzi ed esclamando:
    - Cireneo! Cireneo! Cireneo!
    Roberto si divincol,  quasi con schifo, e si tur gli orecchi, mentre
    il Passalacqua, rivolto a Mauro Mortara, seguitava:
    - Patriota, vedete? cos l'Italia compensa i suoi martiri! cos!
    - Il figlio di Stefano Auriti! - diceva tra s Mauro Mortara,  con gli
    occhi  sbarrati,  battendosi una mano sul petto.  - Il figlio di donna
    Caterina Laurentano!...  E dovevo veder questo a Roma?  Ma  che  avete
    fatto?  -  corse a domandare a Roberto,  afferrandolo per le braccia e
    scotendolo. - Ditemi che siete sempre lo stesso! S? E allora...
    Si afferr con una mano le medaglie  sul  petto;  se  le  strapp;  le
    scagli  a  terra;  vi  and  sopra  col  piede  e  le calpest;  poi,
    rivolgendosi al delegato:
    - Ditelo al  vostro  Governo!  -  grid.  -  Ditegli  che  un  vecchio
    campagnuolo,  venuto  a  veder  Roma  con le sue medaglie garibaldine,
    vedendo arrestare il figlio d'un eroe che  gli  mor  tra  le  braccia
    nella  battaglia  di  Milazzo,  si  strapp dal petto le medaglie e le
    calpest! cos!
    Torn a Roberto,  lo abbracci,  e sentendolo singhiozzare su  la  sua
    spalla:
    - Figlio mio!  figlio mio!  - si mise a dirgli, battendogli dietro una
    mano.
    A questo punto,  Antonio Del Re scapp via dalla camera,  mugolando  e
    rovesciando  nella  furia una seggiola.  Celsina,  che lo spiava,  gli
    corse dietro, sgomenta,  chiamandolo per nome.  Mauro Mortara si volt
    felinamente,  come se a quell'uscita precipitosa gli fosse balenato in
    mente che si volesse impedire comunque l'arresto; e si mostr pronto a
    qualunque violenza.  Sciolto dall'abbraccio di lui,  Roberto Auriti si
    fece innanzi al delegato:
    - Eccomi.
    -  No!  - grid Mauro,  riafferrandolo per un braccio.  - Don Roberto!
    Cos vi consegnate?
    - Ti prego,  lasciami...  - disse Roberto Auriti;  e,  rivolgendosi al
    delegato: - Lei scusi...
    Con la mano chiam "Nanna", che fiatava ora a stento, con ambo le mani
    sul cuore, e la baci in fronte, dicendole:
    - Coraggio...
    -  E che dir a vostra madre?  - esclam allora Mauro agitando le mani
    in aria.
    Roberto Auriti si gonfi,  si port le mani sul volto per  far  argine
    all'impeto della commozione e and via,  seguito dal delegato,  mentre
    la signora Lalla,  sostenuta dal marito e dalla studentessa di  canto,
    riprendeva pi a gemere che a gridare:
    - Roberto! Roberto! Roberto!
    Mauro Mortara rest a guatare, come annichilito. Quando il Passalacqua
    lo ragguagli di tutto,  e, fresco della recente lettura del giornale,
    gli espose tutta la miseria e la vergogna del momento:
    - Questa, - disse, - questa  l'Italia?
    E,  nel crollo del suo gran sogno,  non pens pi  a  Roberto  Auriti,
    all'arresto  di lui,  non sent,  non vide pi nulla.  Le sue medaglie
    rimasero l per terra, calpestate.
    Uscendo dalla casa di Roberto,  Corrado Selmi s'imbatt per  le  scale
    nel delegato e nelle guardie che salivano ad arrestar l'innocente.  Si
    ferm un istante, indeciso; ma subito si sent occupare il cervello da
    una densa oscurit,  e in quella tenebra d'ira e  d'angoscia  ud  una
    voce  che  dal fondo della coscienza lo ammoniva ch'egli non poteva in
    alcun modo sul momento impedire quell'atroce  ingiustizia.  Seguit  a
    scendere  la  scala;  rimont  in  vettura  e prov quasi stupore alla
    domanda del vetturino, ove dovesse condurlo. Ma a casa;  c'era bisogno
    di dirlo? dove poteva pi andare? che pi gli restava da fare?
    - Via San Niccol da Tolentino.
    E,  come  se gi vi fosse,  si vide per le scale della sua casa: ecco,
    entrava in camera;  si recava all'angolo,  ov'era uno stipetto a muro,
    di   lacca   verde;   lo   apriva;   ne  traeva  una  boccetta,   e...
    Istintivamente,  s'era cacciata una mano nel taschino  del  panciotto,
    ov'era  la  chiave  di quello stipetto.  Cosa strana: pensava ora allo
    specchio,  a un  piccolo  specchio  ovale,  appeso  accanto  a  quello
    stipetto,  al quale egli non avrebbe dovuto volger lo sguardo, per non
    vedersi.  Ma pure,  ecco,  si vedeva: s,  in quello specchio,  con la
    boccetta in mano: vedeva l'espressione dei suoi occhi,  ridente, quasi
    non credessero ch'egli avrebbe fatto quella  cosa.  No!  Prima  doveva
    scrivere  e  suggellare  una  dichiarazione per l'Auriti: poche righe,
    esplicite.  Non meritavano gli accusatori un  suo  ultimo  sfogo.  Due
    righe soltanto, per salvar l'amico, gi in carcere.
    I nemici...  - ma quali?  quanti erano?  Tutti!  Possibile?  Tutti gli
    amici di jeri.  Tutti e nessuno,  a prenderli a uno a uno.  Ch  nulla
    egli aveva fatto a nessuno di loro perch le liete accoglienze di jeri
    si  convertissero  cos  d'un tratto in tanta alienazione d'animi,  in
    tanta ostilit.  Ma era il momento,  la furia cieca del  momento,  che
    s'abbatteva  su  lui,  che  in lui trovava la preda,  e lo abbrancava,
    ecco, e lo sbranava in un attimo.
    Ah come andava lenta quella vettura! Parve a Corrado Selmi ch'essa gli
    prolungasse con feroce dispetto l'agona.
    - Non sono in casa per nessuno, - disse a Pietro, il vecchio servo che
    stava da tanti anni con lui.
    E il primo suo moto, entrando in camera, fu verso quello stipetto.  Si
    trattenne. Pens alla dichiarazione da scrivere. Ma pur volle prendere
    prima  la boccetta e,  senza guardarla,  la rec con s alla scrivania
    dello studio.  Rest un pezzo l in piedi,  come sospeso in  cerca  di
    qualche  cosa  che  s'era  proposto  di  fare e a cui non pensava pi.
    Istintivamente,  pian piano,  rientr  nella  camera;  gli  occhi  gli
    andarono  al  piccolo  specchio  ovale,  appeso  alla parete presso lo
    stipetto. Aveva dimenticato di guardarsi l. Scroll le spalle e torn
    indietro, alla scrivania;  sedette;  trasse dalla cartella un foglio e
    una busta; guard se su la scrivania ci fosse il cannello di ceralacca
    e il sigillo; si alz di nuovo e rientr nella camera per prendere dal
    tavolino da notte la bugia con la candela.
    La dichiarazione gli venne men breve di quanto aveva divisato,  poich
    a maggior salvaguardia dell'innocenza dell'Auriti pens di chiamare in
    testimonio lo stesso governatore della banca,  gi anche lui tratto in
    arresto, col quale, prima di contrarre sott'altro nome quel debito, si
    era segretamente accordato. Finito di scrivere, guard su la scrivania
    la  boccetta,  e  sent  mancarsi  a  un tratto la voglia di rileggere
    quanto aveva scritto. Gli parvero enormi tutte le piccole cose che gli
    restavano ancora da fare: piegare in quattro  quel  foglio;  chiuderlo
    nella busta; accendere la candela; bruciarvi il cannello di ceralacca:
    apporre i sigilli...  Si diede a far tutto con esasperazione.  Ansava;
    le dita, senza pi tatto, gli ballavano.  Stava per chiudere la busta,
    quando  gi  dalla  via  scatt  stridulo,  sguajato,  il  suono  d'un
    organetto. Parve al Selmi che quel suono, in quel punto, gli spaccasse
    il cranio: si tur gli orecchi,  balz in piedi,  contrasse  tutto  il
    volto  come  per  uno  strazio insopportabile,  fu per avventarsi alla
    finestra a scagliare  ingiurie  a  quel  sonatore  ambulante.  Ah  no,
    perdio! cos, no! al suono d'una canzonetta napoletana, no, no, no. Si
    sent  avvilito  da  tutta  quella furia.  O che era un ladro davvero?
    Piano,  piano,  senza tremor di mani,  senza quell'aridezza in  bocca;
    dopo aver sedato i nervi,  e sorridente, egli doveva uccidersi, come a
    lui si conveniva.  Prese la busta con la  dichiarazione  e  la  cacci
    dentro  la cartella;  si pose in tasca la boccetta del veleno.  Voleva
    uscir di nuovo, per un'ultima passeggiata, per salutar la vita, scevro
    ormai d'ogni cura,  esente d'ogni peso,  libero d'ogni  passione,  con
    occhi  limpidi e animo sereno;  salutar la vita,  col suo lieve antico
    sorriso; bearsi per l'ultima volta delle cose che restavano,  liete in
    quel  giorno  di  sole,  ignare in mezzo al torbido fluttuare di tante
    vicende che presto il tempo avrebbe  travolte  con  s.  Ridiscese  in
    istrada,  fe'  cenno a un vetturino d'accostarsi e si fece condurre al
    Gianicolo.  Dapprima,  come in preda  a  quello  stordimento  rombante
    cagionato   da  un  improvviso  otturarsi  degli  orecchi,   non  pot
    avvertire,  n vedere,  n pensar nulla;  solo  quando  pass  con  la
    vettura per la via della Lungara,  innanzi le carceri di Regina Coeli,
    pens che forse a quell'ora Roberto Auriti vi era  rinchiuso;  ma  non
    volle affliggersene pi.  Tra poco,  con quella sua dichiarazione,  ne
    sarebbe uscito,  per seguitare la sua incerta e penosa  esistenza  tra
    quella  sua  signora Lalla e il Passalacqua e il Bonom,  mentre egli,
    invece - ah! si sarebbe liberato!
    Giunto  in  cima  al  colle,   gli  parve  davvero   una   liberazione
    quell'altezza,  da cui pot contemplare Roma luminosa nel sole,  sotto
    l'azzurro intenso del cielo;  liberazione da tutte le piccole  miserie
    acerbe che laggi lo avevano offeso e soffocato, dall'urto di tutte le
    meschine  volgarit  quotidiane;  dalle  fastidiose  risse dei piccoli
    uomini che volevano contendergli il passo e il respiro. Si sent lass
    libero e solo, libero e sereno,  sopra tutti gli odii,  sopra tutte le
    passioni,  sopra e oltre il tempo,  inalzato, assunto a quella altezza
    dal suo grande amore per la vita ch'egli difendeva, uccidendosi.  E in
    esso e con esso si sent puro, in un attimo, per sempre. Nell'eternit
    di quell'attimo si cancellarono,  sparvero assolte le sue debolezze, i
    suoi trascorsi,  le sue colpe,  gi che egli era pure stato un uomo  e
    soggetto a contrarie necessit.  Ora,  con la morte,  le avrebbe vinte
    tutte. Restava solo,  in quel punto,  luminoso indefettibile immortale
    il suo amore per la vita, l'amore per la sua terra, per la sua patria,
    per cui aveva combattuto e vinto.  S,  come i tanti che avevano avuto
    lass,  in difesa di Roma,  una bella morte,  troncati  nel  frenetico
    ardore  della  giovent  e resi immuni di tutte le miserie,  liberi di
    tutti gli ostacoli che  forse  nel  tempo  li  avrebbero  deformati  e
    avviliti.  Ora  in  quel  momento anch'egli,  spogliandosi di tutte le
    miserie,  liberandosi  di  tutti  gli  ostacoli,   acceso  e  vibrante
    dell'ardore antico,  con negli occhi l'oro dell'ultimo sole su le case
    della grande citt quadrata, si foggiava com'essi una bella morte, una
    morte che lo inalzava a se stesso,  senza invidia per quelli effigiati
    e  composti lass per la gloria in un mezzo busto di marmo.  Pens che
    aveva con  s  la  boccetta  del  veleno;  ma  no!  a  casa!  a  casa!
    tranquillamente,  sul  suo  letto: senza dare spettacolo!  E ridiscese
    alla citt.
    Ridisceso,  gli parve di aver lasciato la  propria  anima  lass,  nel
    sole. Qua, nell'ombra, era il corpo ancor vivo, per poco. Si guard le
    mani,  le gambe,  e prov subito un brivido d'orrore.  Ma,  come se di
    lass una voce severamente lo richiamasse,  egli si riprese e a quella
    voce rispose che s,  quel suo corpo, egli lo avrebbe tra poco ucciso,
    senza esitare.
    Passato  il  ponte  di  ferro,   ud  strillare  da  alcuni  giornalaj
    un'edizione  straordinaria  del foglio pi diffuso di Roma.  Pens che
    fosse per lui, e fece fermar la vettura; compr quel foglio.  Difatti,
    in  prima  pagina era il resoconto della seduta parlamentare,  e nella
    sesta colonna spiccava in cima il suo nome

    CORRADO SELMI

    come titolo dell'articolo del giorno.  Prese  a  leggerlo;  ma  presto
    n'ebbe  un  fastidio  strano:  avvert  che  quello era gi per lui un
    linguaggio vuoto e vano,  che non aveva pi alcun potere di muovere in
    lui  alcun  sentimento,  quasi fatto di parole senza significato.  Gli
    parve che lo scrittore di quell'articolo non  avesse  altra  mira  che
    quella di dimostrare che egli era vivo,  ben vivo,  e che,  come tale,
    poteva e sapeva giocare con  le  parole,  perch  gli  altri  vivi,  i
    lettori,  potessero  dire:  Guarda  com'  bravo!  guarda come scrive
    bene!. Quel foglio, cos leggero, gli parve a un tratto, con quel suo
    nome stampato l in cima,  una lapide,  la sua lapide,  ch'egli stesso
    per  uno  strano  caso  si  portasse in carrozza,  diretto alla fossa;
    strana lapide,  in cui,  anzich le solite  lodi  menzognere,  fossero
    incise accuse e ingiurie. Ma che importavano pi a lui? Era morto.
    Volt  la  pagina  del  giornale.  Subito  gli  occhi  gli andarono su
    un'intestazione a grossi caratteri,  che prendeva  cinque  colonne  di
    quella seconda pagina:

    L'ECCIDIO D'ARAGONA IN SICILIA

    e sotto, a caratteri pi piccoli: "Gli operaj delle zolfare in rivolta
    -  L'assalto  alla  vettura  dell'ingegnere  minerario  Costa  - Scene
    selvagge - Lo uccidono con la moglie del deputato Capolino e  bruciano
    i cadaveri".
    Corrado  Selmi rest,  oppresso d'orrore e di ribrezzo,  con gli occhi
    fissi su quelle notizie.  Comprese che per esse  e  non  per  lui  era
    uscita  quell'edizione  straordinaria  del  giornale.  La  moglie  del
    deputato Capolino?  Egli l'aveva veduta a Girgenti,  quando vi si  era
    recato  per  sostenere la candidatura di Roberto Auriti e assistere il
    Vernica nel duello col marito di lei. Bellissima donna...  Uccisa?  E
    come  si  trovava  in vettura,  ad Aragona,  con quell'ingegnere?  Ah,
    partita da Roma con lui...  Una fuga?...  Era l'ingegnere del Salvo...
    Gli  operaj  delle  zolfare  si  recavano  in  colonna  dal paese alla
    stazione,  risoluti a non  farlo  entrare,  se  da  Roma  non  portava
    l'assicurazione  che  le  promesse  sarebbero  state mantenute...  Oh,
    guarda...  quel Prola...  Marco Prola,  quel miserabile che  Roberto
    Auriti  aveva  scaraventato contro l'uscio a vetri della redazione del
    giornalucolo  clericale...  capitanava  lui,   adesso,   quella  turba
    selvaggia di facinorosi...  li incitava all'assalto della vettura,  al
    macello.  Ah,  vili!  colpire  una  donna...  Il  Costa  sparava...  e
    allora...
    Il  Selmi  non pot leggere pi oltre;  rest,  nel raccapriccio,  col
    giornale aperto tra le mani,  come soffocato  da  quella  strage;  gli
    parve  di  sentirsi  investito  dal  feroce affanno di tutto un popolo
    inselvaggito. Appallott in un impeto di schifo il foglio e lo scagli
    dalla vettura. Domani, o la sera di quello stesso giorno, in una nuova
    edizione  straordinaria  esso  avrebbe  annunziato  con  quei   grossi
    caratteri il suicidio di lui.
    Rientrando  in  casa,  da Pietro,  il vecchio servo,  fu avvertito che
    c'era in salotto il nipote dell'Auriti, Antonio Del Re.
    - Sta bene, - disse. - Lo farai entrare nello studio, appena soner.
    Forse Pietro si aspettava una riprensione per aver fatto entrare  quel
    giovanotto,  e  aveva  pronta  la  risposta,  che  questi  cio  s'era
    introdotto di prepotenza in casa,  non ostante che lui gi  una  prima
    volta  gli avesse detto che il padrone non c'era e avesse fatto poi di
    tutto per impedirgli il passo.  Apr le braccia e s'inchin al  reciso
    ordine del Selmi;  ma,  come questi s'avvi per la sua camera,  rimase
    perplesso,  se non lo dovesse prevenire circa al contegno minaccioso e
    all'aspetto  stravolto  di  quel giovanotto.  Socchiuse gli occhi,  si
    strinse nelle spalle,  come per dire: L'ordine  questo! e  si  rec
    nel salotto per tener d'occhio quell'insolente visitatore.
    -  Ecco  -  gli  disse,  indicando  con una mossa del volto l'uscio di
    fronte. - Adesso, appena suona...
    Antonio Del Re non stava pi alle  mosse;  friggeva.  Il  viso,  nello
    spasimo  dell'attesa  terribile,  gli  si scomponeva.  Teneva una mano
    irrequieta in tasca.  E il vecchio servo gli guatava quella mano  che,
    dentro la giacca, pareva brancicasse un'arma. Il suono del campanello,
    intanto,  tardava;  e  pi  tardava,  pi  cresceva  l'ansito,  invano
    dissimulato, del giovine e l'irrequietezza di quella mano.  Il vecchio
    servo, ormai al colmo della costernazione, si accost all'uscio, vi si
    par davanti,  appena a tempo, ch allo squillo del campanello Antonio
    Del Re s'avvent all'uscio come una belva  con  un  pugnale  brandito,
    trascinandosi dietro nella furia il vecchio che lo teneva abbrancato.
    Corrado  Selmi,  pallidissimo,  seduto  innanzi  alla  scrivania,  col
    bicchiere ancora in mano,  da cui aveva bevuto or ora il veleno  della
    boccetta rovesciata presso la cartella, si volse e arrest d'un tratto
    con  uno  sguardo  gelido e un sorriso appena sdegnoso,  tremulo su le
    labbra, la violenza del giovine.
    - Non t'incomodare! - gli disse. - Vedi? Ho fatto da me... Lascialo! -
    ordin al servo. - E ti proibisco di gridare o di correre a soccorsi.
    Prese dalla scrivania la busta sigillata e la mostr  al  giovine  che
    ansimava e mirava, ora, allibito.
    - Tu butti male,  ragazzo,  - gli disse. - Hai una trista faccia... Ma
    sta' tranquillo: questa busta  per tuo zio.  Sar liberato.  Lasciala
    stare qua.
    Pos  di  nuovo la busta su la scrivania;  strizz gli occhi;  serr i
    denti;  s'inter,  mentre  nel  pallore  cadaverico  il  viso  gli  si
    chiazzava di lividi. Fece per alzarsi; il servo accorse a sostenerlo.
    - Accompagnami... al letto...
    Si volt al Del Re, con gli occhi gi un po' vagellanti. Quasi l'ombra
    d'un sorriso gli trem ancora nella faccia spenta.  E disse con strana
    voce:
    - Impara a ridere,  giovanotto...  Va' fuori: oggi    una  bellissima
    giornata.
    E scomparve dall'uscio, sostenuto dal servo.

    Come da via delle Colonnette,  all'arresto di Roberto Auriti,  Antonio
    Del Re era scappato alla casa del Selmi,  cos,  ma con  altro  animo,
    Mauro  Mortara  era corso in cerca di Lando Laurentano.  Al villino di
    via Sommacampagna,  Raffaele il  cameriere  gli  aveva  detto  che  il
    padrone,  letta  nel  giornale la notizia di quell'eccidio avvenuto in
    Sicilia, dalle parti di Girgenti, era saltato in vettura, diretto alla
    casa dei Vella.
    - E dov'? Come faccio a trovar la via?
    - Se volete, in vettura vi ci accompagno io.
    In vettura,  vedendolo affannato  e  smanioso  d'arrivare,  gli  aveva
    chiesto se conosceva quella signora e quell'ingegnere.
    - Che signora? che ingegnere?
    - Come?  Non avete inteso?  Non sapete nulla?  Li hanno assassinati ad
    Aragona...
    - Ad Aragona?
    - I solfaraj.
    - Ma dunque...
    E s'era interrotto,  con un balzo,  per guardar prima fiso in  faccia,
    con  occhi  stralunati,  il cameriere,  poi dalla vettura la gente che
    passava per via,  quasi tutt'a un tratto assaltato dal dubbio che  una
    gran catastrofe fosse accaduta, senza ch'egli ne sapesse nulla.
    -  Ma  dunque,  che  succede?  Tutto  sottosopra?  L  ammazzano!  Qua
    arrestano! Sapete che hanno arrestato don Roberto Auriti?
    - Il cugino del padrone?
    - Il cugino!  il cugino!  E lui se ne va dai Vella!  Gli arrestano  il
    cugino,  don  Roberto  Auriti,  uno  dei Mille,  che al Sessanta aveva
    dodici anni,  e combatteva!  E suo padre mi mor  fra  le  braccia,  a
    Milazzo...  Arrestato!  Sotto  gli occhi miei!  A questo,  a questo mi
    dovevo ritrovare!
    S'era messo a gridare in vettura e a gesticolare e a pianger forte;  e
    tutta la gente, a voltarsi, a fermarsi, a commentare, nel vederlo cos
    stranamente parato,  con quello zainetto dietro le spalle,  in fuga su
    quella vettura e vociferante.
    - Statevi zitto! statevi zitto!
    Ma  che  zitto!   Voleva  giustizia  e  vendetta  Mauro   Mortara   di
    quell'arresto;  e  come  Raffaele,  per farlo tacere,  gli parl della
    visita che,  alcuni giorni addietro,  forse per questo don Giulio,  il
    fratello di don Roberto, aveva fatto al padrone:
    - Ma sicuro! - grid, sovvenendosi. - C'ero io! c'ero io! E l'ho visto
    piangere.  Per questo,  dunque, piangeva quel povero figliuolo? Voleva
    ajuto... E dunque... e dunque don Landino gliel'ha negato? possibile?
    - Forse perch la somma era troppo forte...
    - Ma che troppo forte mi andate dicendo!  Quando si tratta  dell'onore
    d'un patriota!  E lui  ricco! E sua zia non ebbe nulla dei tesori del
    padre, ch si prese tutto il fratello maggiore... Oh Dio!  Dio!  Donna
    Caterina... l'unica degna figlia di suo padre... Ora donna Caterina ne
    morr di crepacuore... Ma se  vero questo, per la Madonna, che gli ha
    negato  ajuto,  non  lo guardo pi in faccia,  com' vero Dio!  Non ci
    credo! non ci voglio credere!
     Arrivato in casa Vella, per, vi trov tale scompiglio, che non pot
    pi pensare a domandar conto a Lando dell'arresto di  Roberto  Auriti.
    Dianella Salvo,  la sua amicuccia donna Dianella,  la sua colomba, che
    in quel mese passato a Valsana aveva saputo avvincerlo e  intenerirlo
    con  la  grazia soave degli sguardi e della voce,  nel vederlo entrare
    aggrondato e smarrito nel salone,  gli si  precipit  subito  incontro
    quasi con un nitrito di polledra spaurita,  e gli s'aggrapp al petto,
    tutta tremante,  affondandogli la testa scarmigliata entro la  camicia
    d'albagio,  quasi volesse nascondersi dentro di lui,  e gridando,  con
    una mano protesa indietro, verso il padre:
    - Il lupo!... Il lupo!
    Mauro Mortara, cos soprappreso, frugato nel petto da quella fanciulla
    in quello stato, lev il capo, sbalordito,  a cercar negli occhi degli
    astanti  una spiegazione: mir visi sbigottiti,  afflitti,  piangenti,
    mani alzate in gesti di timore,  di riparo,  di pena e di  maraviglia.
    Non comprese che la fanciulla fosse impazzita. Le prese il capo tra le
    mani e prov di scostarselo dal petto per guardarla negli occhi:
    -  Figlia  mia!  -  disse.  - Che vi hanno fatto?  che vi hanno fatto?
    Ditelo a me! Assassini... Il cuore...  hanno strappato il cuore...  il
    cuore anche a me!
    Ma,  come  pot  vederle  gli  occhi e la faccia disfatta,  stravolta,
    aperta ora a uno squallido riso,  con un filo di sangue tra  i  denti,
    inorrid:  guat  di  nuovo tutti in giro e,  riponendosi sul petto il
    capo di lei e lasciandovi sui capelli scarmigliati la mano in atto  di
    protezione e di piet:
    -  Come  la  madre?  -  disse  in un brivido,  e addietr spinto dalla
    fanciulla che, seguitando sul petto di lui quell'orribile riso come un
    nitrito, con ansia frenetica lo incitava:
    - Da Aurelio... da Aurelio...
    Accorse, col volto inondato di lagrime,  la cugina Lillina,  mentre in
    fondo  al  salone  Lando Laurentano e don Francesco Vella cercavano di
    far coraggio a Flaminio Salvo che,  a quella scena,  s'era nascosto il
    volto con le mani, imprecando.
    - S, Dianella, sii buona! sii buona! Ora lui ti porter... ti porter
    dove tu vuoi... sii buona, cara, sii buona! da Aurelio!
    Ma Dianella,  sentendo la voce del padre, invasa di nuovo dal terrore,
    aveva  ripreso  ad  affondar  la  testa  sul  petto  di  Mauro   e   a
    riaggrapparsi a lui pi freneticamente, urlando:
    - Il lupo!... il lupo!...
    - Ci sono qua io! Dov' il lupo? - le grid allora Mauro, ricingendola
    con le braccia. - Non abbiate paura! Ci sono io, qua!
    - Vedi?  c' lui, ora! c' lui! - le ripeteva Lillina. E anche Ciccino
    e la zia Rosa le si fecero attorno a ripetere:
    - C' lui! Vedi che  venuto per te? per difenderti, cara...
    Lev,  felice e tremante,  il volto,  appena appena,  la  poverina,  a
    mostrare  un sorriso di riconoscenza,  e seguit a spinger Mauro verso
    la porta:
    - S... s... da Aurelio... da Aurelio...
    Strozzato dalla commozione Mauro,  cos respinto indietro,  tra quella
    gente  che  non  conosceva  e  gli  si stringeva attorno,  domand con
    rabbia:
    - Ma insomma, che ? com' stato? che dice?  dice Aurelio?  Chi ?  Il
    figlio  di  don  Leonardo  Costa?   Ah,    lui...  quello  che  hanno
    assassinato?
    Con gli occhi,  con le mani,  tutti gli facevano cenno  di  tacere,  e
    qualcuno gli rispondeva chinando il capo.
    - Lo amava? Oh figlia...
    Lando Laurentano e don Francesco Vella si portarono via di l Flaminio
    Salvo.
    -  Ditemi,  ditemi  che  vi  hanno  fatto,  -  seguit Mauro rivolto a
    Dianella, con tenerezza quasi rabbiosa. - Ora andiamo da Aurelio... Ma
    ditemi che vi hanno fatto!  Chi  il lupo,  che lo ammazzo?  Chi   il
    lupo? - domand agli altri con viso fermo.
    Ma  nessuno  sapeva  con  certezza  che  cosa  fosse  accaduto,  a chi
    veramente alludesse Dianella con quel suo grido.  Pareva al padre,  ma
    poi, chi sa? Forse lo scambiava per un altro. Era stato l, durante la
    loro  assenza,  Ignazio  Capolino.  Dianella era rimasta in casa,  lei
    sola,  perch si sentiva poco bene;  e certo sopra  di  lei  Capolino,
    senza  misericordia,  forsennato per l'orrenda sciagura,  aveva dovuto
    rovesciar la furia della sua  disperazione.  Ciccino  e  Lillina,  che
    erano stati i primi a rincasare, gli avevano sentito gridare:
    - Tuo padre! tuo padre, capisci?
    Ma  al  loro entrare,  quegli era scappato via,  furibondo,  lasciando
    questa  poveretta  come  insensata,  come  intronata  da  tanti  colpi
    spietati alla testa,  e,  subito dopo,  dando segni di terrore,  s'era
    messa a urlare: - Il lupo!... il lupo!...
    Che le aveva detto Capolino?
    Uno solo poteva saperlo,  cos bene come se fosse stato presente  alla
    scena:  Flaminio Salvo,  che di l,  tra Lando Laurentano e il cognato
    Francesco Vella,  sentiva prepotente il bisogno di confessare  il  suo
    rimorso,  ma  che  tuttavia,  senza che potesse impedirlo,  si scusava
    accusandosi.
    Francesco Vella gli aveva domandato,  se si fosse mai accorto  che  la
    figliuola amava il Costa.
    - Se tu non lo sapevi!
    - Io lo sapevo.  Ma potevo io, io padre, profferire la mia figliuola a
    un mio dipendente?  Quel disgraziato,  lui,  non se n'era mai accorto,
    per la modestia della mia figliuola,  e perch a lui stesso non poteva
    passare per il capo una tal cosa;  tanto pi che,  da  un  pezzo,  era
    invescato nella passione per quell'altra disgraziata...  Ma il torto 
    mio, il torto  mio: io non ho scuse!  Nessuno meglio di me pu sapere
    che il torto  mio!  Avevo beneficato quel povero giovine,  come avevo
    beneficato tutti coloro che laggi lo hanno  assassinato!  Qual  altro
    frutto poteva recare il beneficio?  Il Costa era cresciuto a casa mia,
    come un figliuolo; e quella mia povera ragazza... Ma s, certo!  E io,
    io  vedevo  bene  la  necessit  che il male da me fatto in principio,
    beneficando, si dovesse compiere con un matrimonio; per, lo confesso,
    mi ripugnava,  e cercavo d'allontanarlo quanto pi mi fosse possibile.
    Ma, vedete: intanto, avevo richiamato quel figliuolo dalla Sardegna, e
    lo avevo assunto alla direzione delle zolfare d'Aragona;  e ora, qua a
    Roma, avevo detto al Capolino, che se il Costa fosse riuscito a domare
    quei bruti laggi,  io gli avrei dato  in  premio  la  mia  figliuola.
    Notate questo: che dunque Capolino sapeva e,  per conseguenza,  sapeva
    anche la moglie,  che questo era il mio disegno.  S,   vero,  sotto,
    avevo altre intenzioni,  o piuttosto, una speranza... Signori miei, io
    potevo bene per la mia figliuola aspirare  a  ben  altro...  (e,  cos
    dicendo,  fiss negli occhi Lando Laurentano). L'avevo perci condotta
    a Roma e mi proponevo di lasciarla qua in casa di mia sorella,  con la
    speranza che si distraesse da quella sua puerile ostinazione.  Ebbene,
    la signora Capolino volle profittare di questa mia speranza per render
    vano quel mio disegno: volle  partire  col  Costa  per  toglierlo  per
    sempre  alla  mia  figliuola.  E il signor Capolino forse sperava che,
    sposo Aurelio, domani, di mia figlia e gi amante di sua moglie,  egli
    potesse seguitare a tenere un posto in casa mia.  E ora, ora che tutto
    gli  crollato cos d'un tratto, ha gridato a mia figlia, come mie, le
    sue macchinazioni!  Ma io vi giuro,  signori,  che lo  schiaccer,  lo
    schiaccer... Seppure... ormai... ormai...
    Scroll le spalle, scart con le mani quella sua minaccia come se ogni
    proposito  gli  dsse ora un'invincibile nausea.  E and a buttarsi su
    una poltrona,  come atterrito a mano a mano dal vuoto  arido,  orrido,
    che dopo quel lungo sfogo gli s'era fatto dentro.
    Nulla:  non sentiva pi nulla: nessuna piet,  n affetto per nessuno.
    Un  fastidio  enorme,  anzi  afa,  afa  sentiva  ormai  di  tutto,   e
    specialmente   della   parte   che  doveva  rappresentare,   di  padre
    inconsolabile per quella sciagura della figliuola,  che invece non gli
    moveva altro che irritazione,  ecco, e dispetto, e quasi vergogna, s,
    vergogna.  Quella smania folle della  figliuola  per  l'innamorato  lo
    rivoltava  come  alcunch  di  vergognoso.  E si domandava,  con bieca
    crudezza,  se  avesse  mai  amato  veramente,  di  cuore,  quella  sua
    figliuola.  No. Come per dovere l'aveva amata. E ora che questo dovere
    gli si rendeva cos grave e penoso,  non  poteva  provarne  altro  che
    uggia e nausea.  Ma s,  perch era anche fatalmente condannata quella
    sua figliuola!  Non era pazza la madre?  E  ormai,  tutto  quello  che
    poteva  accadergli,  ecco,  gli era accaduto.  La misura era colma,  e
    basta ormai!  Lo  sterminio  della  sorte  su  la  sua  esistenza  era
    compiuto;  in  quel vuoto arido,  orrido,  restava padrone,  senza pi
    nulla da temere.  La morte non la temeva.  E guard il  brillo  della
    grossa  pietra  preziosa  dell'anello nel tozzo mignolo della sua mano
    pelosa, posata su la gamba. Quel brillo, chi sa perch,  gli richiam
    un  lembo  delle  carni  di  Nicoletta  Capolino che laggi quei bruti
    avevano arse.  Sollev il  capo,  con  le  nari  arricciate.  Ah  come
    volentieri  avrebbe fumato un sigaro!  Ma pens che non poteva fumare,
    perch  in  quel  momento  sarebbe  sembrato  scandaloso.   Sent  che
    Francesco Vella diceva a Lando Laurentano:
    - Ma s,  certo: erano fuggiti! Partiti da quattro giorni, arrivavano
    allora appena ad Aragona... Dove erano stati in questi quattro giorni?
    E interloqu, con altra voce, con altro aspetto, come se non fosse pi
    quello di prima:
    - Non c' luogo a dubbio,  - disse. - Gi l'altro jeri da Napoli m'era
    arrivata una lettera del Costa,  con la quale si licenziava da me.  E'
    andato  dunque  a  morire  per  conto  suo  laggi: e anche di questo,
    dunque, posso non aver rimorsi.
    Entr a questo punto Ciccino come  sospeso  e  smarrito  nell'ambascia
    della notizia che recava.
    - Lando - disse esitante, - bisogna che ti avverta... Quel vecchio...
    - Mauro?
    - Ecco,  s... era venuto qua col tuo domestico a cercarti per... dice
    che... dice che hanno arrestato Roberto Auriti.
    Lando impallid,  poi arross,  aggrottando  le  ciglia  come  per  un
    pensiero che,  contro la sua volont,  gli si fosse imposto; si mostr
    imbarazzato l tra gente che aveva per s una sciagura ben pi  grave.
    - Vada,  vada,  - s'affrett a dirgli Flaminio Salvo,  tendendogli una
    mano e posandogli l'altra su una spalla per accompagnarlo.
    - Le auguro,  - gli disse  allora  Lando,  -  che  sia  un  turbamento
    passeggero questo della sua figliuola.
    Flaminio Salvo socchiuse gli occhi e neg col capo:
    - Non mi faccio illusioni.
    E rientrarono nel salone, cos, con le mani afferrate.
    Mauro Mortara,  gi da un pezzo esasperato,  soffocato,  ancora con la
    povera fanciulla demente aggrappata al petto,  non seppe trattenersi a
    quello spettacolo: si scroll con un muggito nella gola,  e grid alle
    due donne che gli stavano attorno:
    - Tenetela... prendetevela...  Gli d la mano...  Non posso vederlo...
    Sapete come si chiama? Ha il nome di suo nonno: Gerlando Laurentano!
    E, strappandosi dalle braccia di Dianella, scapp via.
    Flaminio  Salvo  schiuse  le  labbra  a  un  sorriso  amaro,   pi  di
    commiserazione derisoria che di sdegno: e,  alle scuse che gli porgeva
    Lando Laurentano, rispose:
    - Contagio... Niente, principe... La pazzia purtroppo  contagiosa...


    5.

    A  Girgenti,  tutto il popolo si accalcava nel vasto piano fuori Porta
    di Ponte, all'entrata della citt,  in attesa che dalla stazione,  gi
    in  Val  Sollano,  arrivassero  con le vetture di quella corsa i resti
    (che si dicevano raccolti in una sola cassa) di Nicoletta  Capolino  e
    di Aurelio Costa.
    Sbalordimento,  angoscia,  ribrezzo erano dipinti su tutti i volti per
    quell'efferato delitto, che da due giorni teneva in subbuglio la citt
    e tutta la provincia intorno.  Era in tutti quegli occhi un'attenzione
    intensa  e dolorosa,  un'ansiet guardinga di raccoglier nuove notizie
    di pi precisi particolari e di non lasciarsi nulla  sfuggire;  perch
    nessuno  era  pago  di quanto sapeva,  e tutti volevano vedere e quasi
    toccare con gli occhi, in quella cassa che si aspettava,  la prova che
    ci  che  era  avvenuto  lontano,  e  che  pareva  per  la sua ferocia
    incredibile, era vero.  Non avendo potuto assistere allo spettacolo di
    quella  ferocia,  volevano  vedere  almeno,  per quanto or ora sarebbe
    possibile, i miserandi effetti di essa.
    Antiche ragioni, per una almeno delle vittime;  altre nuove che ora si
    divulgavano  e  accrescevano,  tra  lo stupore e la piet,  il tragico
    dell'avvenimento,  se trattenevano il rimpianto,  non potevano impedir
    la  commiserazione per l'atrocit di quella morte,  l'indignazione per
    l'infamia che si riversava per essa su l'intera provincia.
    Viva  ancora  davanti  agli  occhi  di  tutti  era  l'immagine   della
    bellissima donna,  quando,  altera,  squisitamente abbigliata, passava
    nella vettura del Salvo e chinava appena il  capo  per  rispondere  ai
    saluti con un sorriso quasi di mesta compiacenza. Tutti vedevano entro
    di s,  con una strana nitidezza di percezione,  qualche particolarit
    viva del corpo o dell'espressione di lei,  il bianco dei denti  appena
    trasparente  tra il roseo delle labbra,  in quel sorriso;  il brillare
    degli occhi tra le ciglia nere; e si domandavano, con una indefinibile
    inquietudine, chi avrebbe potuto immaginare, allora, che dovesse esser
    questa la sua fine.  Per lasciare,  cos d'un tratto,  gli agi  e  gli
    onori  a  cui,  col Salvo amico e col marito deputato,  era salita,  e
    prender la fuga con uno,  al quale prima aveva  ricusato  d'unirsi  in
    matrimonio,  via,  certo  il cervello doveva averle dato di volta.  Ma
    forse per astio,  ecco,  per astio contro  Dianella  Salvo  che  amava
    segretamente  il  Costa...  Forse?  E  non  si  sapeva  gi che quella
    poverina,  appena avuta la notizia della fuga e di quel  macello,  era
    impazzita  come  la  madre?   Dunque,  dal  tradimento  quei  due,  da
    un'avventura che forse per uno solo di essi era d'amore,  e che gi di
    per  s  avrebbe  suscitato  tanto scandalo in paese,  erano balzati a
    quella morte.  Ma come,  perch si erano diretti ad  Aragona  dov'egli
    doveva sapersi aspettato da quelle jene fameliche da tanti mesi per la
    chiusura  delle  zolfare del Salvo?  Ma perch alla volta di Girgenti,
    cos fuggiti insieme, non potevano avviarsi.  Quella fuga,  pi che in
    onta al marito, era in onta al Salvo, e perci l appunto s'era volta,
    dove tutti erano contro il Salvo.  Forse egli,  il Costa,  credeva,  o
    almeno sperava che, annunziando subito all'arrivo che anche lui si era
    ribellato al Salvo,  quelli dovessero accoglierlo come uno dei loro  e
    non  tenerlo pi responsabile delle mancate promesse.  E poi,  l,  ad
    Aragona, aveva la casa; forse vi andava soltanto per prendere la roba,
    gli strumenti del suo lavoro,  i libri,  col proposito di ripartirsene
    subito,  di ritornarsene in Sardegna al posto di prima.  S; ma con la
    donna?  doveva andar l,  tra nemici,  con  la  donna?  Poteva  almeno
    lasciar questa,  prima, in qualche posto! Eh, ma forse lei, lei stessa
    aveva voluto affrontare insieme il pericolo. Aveva animo fiero, quella
    donna,  e aveva saputo mostrarlo di fronte a quell'orda  di  selvaggi,
    levandosi  in  piedi  su  la  carrozza,  a fare scudo del suo corpo ad
    Aurelio Costa,  e gridando che questi per loro  s'era  licenziato  dal
    Salvo,  per le promesse non mantenute! Ma quel ribaldo di Marco Prola
    aveva levato la voce:
    - Morte alla sgualdrina!
    E l'orda dei selvaggi, rimasta dapprima come sbigottita dalla temerit
    superba di quella signora,  aveva avuto un  fremito.  Forse  Nicoletta
    Capolino  sarebbe  riuscita  a  dominarla,   a  farsi  ascoltare,   se
    inconsultamente a quel  grido  di  morte,  a  quell'ingiuria  volgare,
    Aurelio Costa non fosse balzato in difesa di lei, con l'arma in pugno.
    Allora  la  carrozza  era  stata  assaltata  da ogni parte,  e l'uno e
    l'altra,  tempestati  prima  di  coltellate,   di  martellate,   erano
    stramazzati,  poi sbranati addirittura,  come da una canea inferocita;
    anche la carrozza,  anche la carrozza era stata sconquassata,  ridotta
    in pezzi; e, quando su la catasta formata dai razzi delle ruote, dagli
    sportelli,   dai  sedili,   erano  stati  gettati  i  miserandi  resti
    irriconoscibili dei due corpi, s'era visto uno versare su di essi,  da
    un  grosso  lume  d'ottone  a  spera,  trafugato dalla vicina stazione
    ferroviaria,  il petrolio,  e tanti e tanti con cupida ansia affannosa
    appiccare  il  fuoco,  come  per  toglier  subito ai loro stessi occhi
    l'atroce vista di quello scempio.
    Cos,  i particolari della strage erano per minuto e quasi con volutt
    d'orrore  descritti  e  rappresentati,   come  se  tutti  vi  avessero
    assistito e la avessero ancora davanti agli occhi. Vedevano tutti quel
    bruto insanguinato,  che versava il petrolio da quella lampa  d'ottone
    su  le  membra  oscenamente squarciate e ammucchiate su la catasta,  e
    quegli altri chini e ansanti a suscitare il fuoco.
    Si sapeva che molti, pi di sessanta,  erano gli arrestati insieme con
    Marco Prola,  aborto di natura; prima, lancia spezzata dei clericali;
    poi,  presidente di quel "fascio" di solfaraj ad Aragona.  Tra  breve,
    dunque,  forse quel giorno stesso,  un nuovo avvenimento spettacoloso:
    il trasporto di tutti quei manigoldi,  in catena,  a due a due,  dalla
    stazione al carcere di San Vito, tra una scorta solenne di guardie, di
    carabinieri a cavallo e di soldati.
    - Ecco,  ecco intanto le carrozze! - L, eccola! - Dov'era la cassa? -
    Uh, come piccola! - Eccola l! - Su la terza carrozza,  l,  su quella
    che  aveva  in  serpe  un maresciallo!  - Uh,  capiva tutta sul sedile
    davanti! - Quella, quella cassetta l!  quella cassettina di latta!  -
    Quella?  che nell'altro sedile c'era il commissario di polizia?  - S,
    s! - E chi era quell'altro accanto? Ah, Leonardo Costa! il padre!  il
    padre! - Ah, povero padre, con quella cassetta l davanti!
    Un urlo di piet, di raccapriccio si lev da tutta la folla alla vista
    del padre che pareva impietrato in una espressione di rabbia,  ma come
    stupefatta nell'orrore; con gli occhi fissi su quella cassetta,  quasi
    chiedesse  come poteva esser l il suo figliuolo,  la sua colonna!  Ma
    che poteva dunque esser restato, del suo figliuolo, se due corpi, due,
    erano l, due? Le teste sole? Forse, spiccate,  s,  e qualche membro,
    arsicchiato. Oh Dio! oh Dio!
    E quasi tutti piangevano, e tanti singhiozzavano forte.
    Udendo quegli urli, quei singhiozzi, Leonardo Costa, passando, lev un
    urlo  anche  lui,  esal la ferocia del suo cordoglio in un ruglio che
    non aveva pi nulla di umano;  poi  s'abbatt,  si  contorse,  tra  le
    braccia del commissario di polizia.
    La carrozza si ferm alla voltata della piazza,  dove sorge il palazzo
    della Prefettura, sede anche del commissariato di polizia. Due guardie
    presero la  cassetta;  il  cavalier  Franco  ajut  Leonardo  Costa  a
    smontare.  Il povero vecchio, per quanto massiccio, non si reggeva pi
    su le gambe; un'orecchia gli sanguinava,  perch alla stazione,  in un
    impeto  di  rabbia,  s'era  strappato uno dei cerchietti d'oro.  Altre
    guardie si schierarono davanti al portone,  per  impedire  alla  folla
    d'invadere l'atrio del palazzo.
    E  la folla rest l davanti,  irritata,  delusa,  insoddisfatta.  Che
    sarebbe avvenuto adesso?  Era tutto finito cos?  Sarebbe rimasta  l,
    nel  commissariato,  quella  cassetta?  Non si farebbe il trasporto al
    camposanto di Bonamorone? C'era l la gentilizia della famiglia Spoto.
    Ormai pi nessuno restava di quella famiglia.  Per Aurelio Costa c'era
    il  padre;  per  Nicoletta  Capolino,  nessuno:  non poteva esserci il
    marito; avrebbe potuto esserci il patrigno, don Salesio Marullo; ma si
    sapeva che il poverino,  abbandonato da tutti,  era  andato  a  cercar
    rifugio  per  carit  a  Colimbtra,  e si trovava l da qualche mese,
    ammalato.  Forse Leonardo Costa reclamava  per  s  i  resti  del  suo
    figliuolo,  per  trasportarli  al  camposanto  di  Porto Empedocle;  e
    ragioni giudiziarie si opponevano a questo suo desiderio.
    La folla, a poco a poco, cominci a sbandarsi tra infiniti commenti.
    Leonardo Costa voleva proprio ci che la folla  aveva  immaginato.  Il
    commissario,  cav.  Franco,  cercava di persuaderlo ad avere un po' di
    pazienza,  che prima tutte le pratiche giudiziarie fossero,  come egli
    diceva,  esperite, l in ufficio... Ma s, in giornata; dopo la visita
    del giudice istruttore.  Il Costa,  come se  non  capisse,  insisteva,
    ripetendo ostinatamente, con le stesse parole, la richiesta pietosa. E
    il  cavalier  Franco,  quantunque  compreso  di  piet per quel povero
    padre, sbuffava, non ne poteva pi. Erano momenti terribili,  per lui,
    e non sapeva da qual parte voltarsi prima, giacch da ogni canto della
    provincia, da tutta la Sicilia, giungevano notizie di giorno in giorno
    pi  gravi;  pareva  che da un istante all'altro dovesse scoppiare una
    generale sommossa,  e il presidio delle  milizie  era  scarso,  e  pi
    scarso ancora quello di polizia.
    Ma che voleva,  che altro voleva adesso quel benedett'uomo?  Voleva...
    voleva che i resti di suo figlio - quali che fossero - non rimanessero
    mescolati l con quelli della donna, di quella donna esecrata! Perch,
    perch cos insieme li avevano raccolti?
    - Perch? - gli grid. - Ma che vi figurate che ci sia pi l dentro?
    E indic la cassetta, deposta su una tavola.
    - Oh figlio!
    - Tutto quello che si  potuto raccogliere,  tra  le  fiamme.  Niente!
    quasi niente!
    - Oh figlio!
    - Che volete pi scartare,  distinguere?  Si arriv troppo tardi. Alla
    stazione  non  c'erano  guardie.   Prima  che  arrivasse  il  delegato
    d'Aragona, il fuoco... Niente, vi dico... qualche residuo d'ossa...
    - Oh figlio!
    -  Non  si conosce pi nulla...  S,  s,  pover'uomo,  s,  piangete,
    piangete, che  meglio... Povero Costa, s... s... E' una cosa che...
    oh Dio,  oh Dio,  che cosa...  s,  fa  rinnegare  l'umanit!  Ma  voi
    pensate, per levarvi almeno questa spina dal cuore, pensate che l non
    c'... vostro figlio l non c': non c' pi niente l... E del resto,
    poverino,  pensate che quella donna,  se voi la odiate, egli la am; e
    forse non gli dispiace adesso,  che ci che di lui ci  pu  essere  l
    dentro, sia insieme, mescolato, coi resti di lei... Povera donna! Avr
    avuto i suoi torti, ma via, che sorte anche la sua!
    -  No...  no...  lei...  non posso...  non posso parlare...  lei...  a
    perdizione... mio figlio...  lei!  Ma non sapete,  signor commissario,
    che mio figlio era amato dalla figlia del principale?  Si sa sicuro...
    sicuro, questo...  impazzita quella povera figlia mia, come la mamma!
    E' stata...  stata tutta una macchina... Costei e quell'assassino del
    padre... che se la intendevano tra loro...  per rovinare questo figlio
    mio...  per toglierlo all'amore di quella santa creatura... Oh, signor
    commissario,  legatemi,  legatemi  le  braccia;   signor  commissario,
    chiudetemi,   chiudetemi   in   prigione,   perch   se  io  lo  vedo,
    quell'assassino che mi ha fatto morire il figlio cos,  io lo ammazzo,
    signor commissario, io non rispondo di me, lo ammazzo! lo ammazzo!
    Il cavalier Franco intrecci le mani,  le strinse, le scosse pi volte
    in aria:
    - Ma vi pare,  - gli grid poi,  con gli occhi  sbarrati  -  vi  pare,
    scusate,  che io debba sentire simili spropositi? Vi compatisco, siete
    arrabbiato dal dolore e non sapete pi quel che vi  dite.  Ma  perdio,
    vostro figlio,  vostro figlio...  in un momento come questo, che basta
    un niente... una favilla, a mandare in fiamme tutta la Sicilia...  non
    si  contenta  di  prender la fuga come un ragazzino con la moglie d'un
    deputato...  ma va a cacciarsi da s,  l,  come a dire: Eccoci  qua,
    fateci a pezzi!  Cercate l'esca? Eccola qua! Ci siamo noi!. - Perdio,
    bisogna esser pazzi, ciechi...  io non so!  Con chi ve la prendete?  E
    noi  siamo qua a dover rispondere di tutto...  anche d'una pazzia come
    questa!  E per giunta,  mi tocca  di  sentire  anche  voi:  "ammazzo!
    ammazzo!  ammazzo!".  Chi ammazzate?  Credete che il Salvo,  se pur 
    vero  tutto  quel  che  voi  farneticate,   ha  bisogno  della  vostra
    punizione? Gli basta la pazzia della figlia!
    Il Costa,  dopo questa sfuriata,  non ebbe pi ardire di parlar forte;
    lo guard con gli occhi invetrati di lagrime;  e  si  morse  un  dito;
    mormor:
    - Se fosse capace di rimorso, signor commissario! Ma non !
    Il cavalier Franco si scroll; usc dalla stanza.
    -  Andate,  andate...  -  gli  disse  dietro,  il  Costa;  poi  cauto,
    s'appress alla cassetta deposta su la tavola, e si prov ad alzarla.
    Un groppo di  singulti  muti,  fitti,  nella  gola  e  nel  naso,  gli
    scrollarono in convulsione la testa.
    Non pesava, non pesava niente, quella cassetta!
    S'inginocchi  davanti  alla  tavola,  appoggi la fronte al freddo di
    quella latta, e si mise a gemere:
    - Figlio!... figlio!... figlio!...

    Due giorni dopo, arriv a Girgenti, inatteso, funebre,  l'on.  Ignazio
    Capolino.
    La  condizione,  in  cui  lo  aveva  messo non tanto forse la sciagura
    improvvisa quanto lo scatto violento  per  cui  Dianella  Salvo  aveva
    perduto  la  ragione,  era  cos  difficile e incerta,  che egli aveva
    bisogno di raccogliere a consulto,  l sul posto,  tutte le sue  forze
    per  trovare  una  via da uscirne in qualche modo,  al pi presto.  Lo
    scandalo della fuga  della  moglie  era  soffocato  nell'orrore  della
    morte;  il tragico, che spirava da questa morte, lo rendeva immune dal
    ridicolo  che  poteva  venirgli  da  quella   fuga.   Bastava   dunque
    presentarsi  ai  suoi  concittadini  compunto  nell'aspetto,  ma nello
    stesso  tempo  austeramente  riservato,   per  trarre  profitto  della
    commozione generale, senza tuttavia parteciparvi, giacch dalla moglie
    era stato offeso.  La simpatia degli altri doveva venirgli come giusto
    e meritato compenso a questa offesa.  E dovevano tutti vedere che egli
    soffriva,  schiantato  dall'atrocissimo fatto,  e che lui pi di tutti
    meritava  compianto,   poich  finanche  dalle   due   vittime   tanto
    commiserate  era  stato  offeso,  cos da non poter piangere,  neanche
    piangere ora la sua sciagura!
    Eppure... come mai? Rientrando in casa, in quella casa che le squisite
    e sapienti cure della  moglie  avevano  reso  cos  bene  adatta  alla
    commedia  di  garbate  e  graziose  menzogne,  alla gara di compitezze
    ammirevoli,   nella  quale  entrambi  avevano  preso  tanto  gusto   a
    esercitarsi  perch  la  loro  vita  non fosse troppo di scandalo agli
    altri,  troppo disgustosa a loro stessi;  e sentendo nel silenzio cupo
    delle stanze,  rimaste con tutti i mobili come in attesa, il vuoto, il
    vuoto in cui dal primo momento della sciagura si vedeva  perduto...  -
    come   mai?   -  nell'aprir  la  camera  da  letto  e  nell'avvertirvi
    affievolito,  ma pur presente ancora,  il voluttuoso profumo  di  lei,
    ecco, per un irresistibile impeto che lo stord per la sua incoerenza,
    ma che pur gli piacque come un ristoro insperato di accorata tenerezza
    - pianse,  s, pianse per il ricordo di lei, pianse per la prima volta
    dopo l'annunzio di quella morte,  pianse come non aveva mai pianto  in
    vita  sua,  sentendo in quel pianto quasi un dolore non suo,  ma delle
    sue lagrime stesse che gli sgorgavano dagli  occhi  senza  ch'egli  le
    volesse, ma, appunto perch non le voleva, con tanto sapor di dolcezza
    e di refrigerio!
    Non doveva per, no, no, non doveva... perch... Si ferm un momento a
    considerare  perch non avrebbe dovuto piangerla.  Non era stata forse
    la compagna sua necessaria e insurrogabile?  la compagna preziosa  dei
    suoi sottili e complicati accorgimenti,  la quale,  correndo - pi per
    s,  forse,  quella volta,  che per lui - a un riparo a cui  anch'egli
    per  l'aveva  spinta  -  era caduta?  S,  e cos orribilmente,  cos
    orribilmente  caduta!  Eppure,  no;   apparentemente,   ecco,   almeno
    apparentemente  non  doveva  piangerla...  Cos  in segreto s,  anche
    perch quel pianto gli faceva bene,  ora.  Era restato solo;  e da  s
    solo,  ora,  doveva  ajutarsi,  difendersi;  e non sapeva ancora,  non
    vedeva come.
    Piangendo, no, intanto, di certo!
    E Capolino sorse in piedi;  si port via,  prima con le  mani,  poi  a
    lungo,  col fazzoletto,  accuratamente,  le lagrime dagli occhi, dalle
    guance;  si rimise le lenti cerchiate di  tartaruga,  e  si  present,
    fosco, severo, aggrondato, allo specchio dell'armadio.
    Dio, come il suo viso era sbattuto, invecchiato in pochi giorni!
    Il dolore? Che dolore? Non poteva riconoscere d'aver provato dolore...
    se non forse or ora,  un poco.  Ma no,  anche prima,  in fondo,  aveva
    certo dovuto provarne uno e ben grande, se a Roma,  all'annunzio della
    sciagura,  era  stato accecato da quella rabbia che lo aveva scagliato
    su Dianella Salvo.
    Doveva pentirsi di quello scatto?
    Si era con esso attirato per sempre l'odio,  la nimicizia mortale  del
    Salvo.  Ma se pur fosse riuscito a reprimersi in quel primo momento, a
    vietarsi la soddisfazione  feroce  di  quella  vendetta,  che  avrebbe
    ottenuto?  A  lui,  restato solo,  senza pi la moglie,  avrebbe forse
    Flaminio Salvo seguitato a dare ajuto e sostegno,  per il rimorso e la
    complicit  segreta  nel  sacrifizio di quella?  Forse la figlia,  gi
    inferma,  sarebbe impazzita anche  senza  quel  suo  scatto,  al  solo
    annunzio  della  morte  del  Costa.  E allora?  Flaminio Salvo avrebbe
    creduto di pagare gi abbastanza con la pazzia della figliuola;  e per
    lui  non  avrebbe  avuto  pi  alcuna considerazione;  anzi lo avrebbe
    respinto da s, come lo spettro del suo rimorso. Caso pensato.  Se poi
    Dianella  non  fosse impazzita e si fosse a poco a poco quietata,  era
    uomo Flaminio Salvo,  avendo raggiunto lo scopo,  da restar grato alla
    memoria  di  chi gliel'aveva fatto raggiungere,  a costo della propria
    vita; e, per essa, al marito, rimasto vedovo? Ma se gi,  subito,  per
    scrollarsi  d'addosso  ogni  responsabilit,  subito  aveva gridato ai
    quattro venti che Nicoletta Capolino e Aurelio Costa avevano preso  la
    fuga e che il Costa s'era licenziato ed era andato dunque a morire per
    conto suo,  ad Aragona,  insieme con l'amante!  S: fuggita col Costa,
    sua moglie;  ma chi l'aveva spinta a  commettere  questa  pazzia?  Chi
    aveva  spedito  a  Roma  il  Costa  con  la  scusa  di quel disegno da
    presentare al Ministero? Chi aveva aizzato la gelosia, o piuttosto, il
    puntiglio di lei,  facendole balenare  prossimo  il  matrimonio  della
    figlia col Costa?  Ed egli,  Capolino,  egli,  il marito, aveva dovuto
    prestarsi a tutte queste perfide manovre che dovevano condurre  a  una
    tale tragedia;  cos,   vero?  per restar poi abbandonato,  senza pi
    alcuna  ragione  d'ajuto,  raccolto  il  frutto  di  tante  scellerate
    perfidie!  Ah,  no, perdio! Di quel suo scatto non doveva pentirsi. Se
    egli aveva perduto la moglie, e lui la figlia! Pari, e di fronte l'uno
    all'altro. Ora il Salvo gli avrebbe soppresso ogni assegno.  Toccava a
    lui,  dunque,  di provvedere subito anche ai bisogni pi immediati.  E
    ogni credito presso gli altri,  con l'amicizia del Salvo,  gli  veniva
    meno. Che fare? Come fare?
    Cos   pensando,   Capolino  brancicava  con  le  dita  irrequiete  la
    medaglietta da deputato appesa alla catena  dell'orologio.  Aveva  per
    s,  ancora,  il  prestigio che gli veniva da quella medaglietta.  Per
    ora, il Salvo non poteva strappargliela dalla catena dell'orologio.  E
    con essa,  per uno che valeva, se non pi, certo non meno del Salvo in
    paese,  egli era ancora  il  deputato.  Don  Ippolito  Laurentano  non
    avrebbe permesso,  che colui che rappresentava alla Camera il paladino
    della sua fede, si dibattesse tra meschine difficolt materiali.
    Ecco: subito,  prima che Flaminio Salvo  arrivasse  a  Girgenti  e  si
    recasse a Colimbtra a preoccupare l'animo del principe contro di lui,
    egli  vi  correrebbe e parlerebbe aperto a don Ippolito della perfidia
    di colui. Dopo tanti mesi di convivenza con donna Adelaide, non doveva
    il principe essere in animo  da  tenere  pi  tanto  dalla  parte  del
    cognato;  oltrech,  in  favor  suo,  egli  avrebbe in quel momento la
    commiserazione per la sua sciagura. Poteva,  s,  contro a questa,  il
    Salvo porre in bilancia quella della propria figliuola;  ma appunto su
    ci egli andrebbe a prevenire il principe, dimostrandogli che non lui,
    con quel suo scatto naturale e legittimo,  nella rabbia del cordoglio,
    era stato cagione di quella pazzia;  ma il padre,  il padre stesso che
    con tanta violenza aveva voluto impedire che  la  figlia  sposasse  il
    Costa,  sacrificando  costui  e  distruggendolo insieme con la moglie.
    Ora, per sgabellarsi d'ogni rimorso,  voleva gettar la colpa addosso a
    lui, e anche di lui sbarazzarsi, come gi del Costa e della moglie.
    Ecco il piano! Ma n quel giorno, n il giorno appresso, Capolino ebbe
    tempo   di   recarsi   a  Colimbtra  ad  attuarlo.   Una  processione
    ininterrotta  di  visite  lo  trattenne  in  casa,   con   molta   sua
    soddisfazione,  quantunque  sapesse  e vedesse chiaramente che pi per
    curiosit che per piet di lui si fosse mossa tutta quella  gente,  la
    quale  certo,  domani,  a  un cenno del Salvo,  gli avrebbe voltato le
    spalle. A ogni modo,  andando dal principe,  avrebbe potuto parlare di
    questo  solenne  attestato  di  condoglianza e di simpatia dell'intera
    cittadinanza;  oltrech,  in tanti animi che,  per la  commozione  del
    tragico  avvenimento,  eran  come  un terreno ben rimosso e preparato,
    poteva intanto seminar odio per il Salvo, cos senza parere.
    - Non me ne parlate, per carit! - protestava,  alterandosi in viso al
    minimo accenno. - Dovrei dir cose, cose che... no, niente; per carit,
    non mi fate parlare...
    E se qualcuno, esitante, insisteva:
    - Quella povera figliuola...
    - La figliuola?  - scattava.  - Ah,  s,  povera, povera vittima anche
    lei! Non sopra tutte le altre, per, certo... Per carit,  non mi fate
    parlare...
    Il salotto era pieno zeppo di gente quando entr il D'Ambrosio, quello
    che  gli  aveva  fatto da testimonio nel duello col Vernica e che era
    lontano parente di Nicoletta Spoto.  Avvenne  allora  una  scena  che,
    neanche  se Capolino l'avesse preparata apposta,  gli sarebbe riuscita
    pi favorevole.
    Il D'Ambrosio entr tutto gonfio  di  commozione,  e  con  le  braccia
    protese.  In piedi, tutti e due si abbracciarono in mezzo alla stanza,
    si tennero stretti  un  pezzo  piangendo  forte.  Forte,  con  la  sua
    abituale irruenza, parl il D'Ambrosio, staccandosi dall'abbraccio:
    -  Dicono  tutti,  qua,  che  Nicoletta  mia  cugina  era  la ganza di
    quell'imbecille del Costa:  vero?  Tu puoi dirlo meglio di  tutti:  
    vero?
    Sbigottiti, gli astanti si volsero a guatare il Capolino.
    Questi cadde a sedere,  come trafitto,  su la poltrona, con le braccia
    abbandonate su le gambe, e scosse amaramente il capo. Poi,  facendo un
    atto appena appena con le mani, parl:
    - Troppe...  troppe cose dovrei dire, che non posso... Anche la piet,
    capirete... s, s... anche queste lacrime, amici, mi bruciano! Perch
    anche da quei due che le meritano per la loro sorte, ma da voi,  cari,
    da voi; non da me... anche da quei due io ebbi male; ma sopra tutto da
    chi li guid a quel passo; da chi li teneva in pugno, e...
    -  Il  Salvo!  - proruppe il D'Ambrosio.  - Hanno arrestato ad Aragona
    Marco Prola; ma lui, il Salvo, per la Madonna, debbono arrestare! lui
    affam l tutto il paese!  lui  il vero assassino!  E giustamente Dio
    l'ha punito,  con la pazzia della figlia!  Cos,  tra due pazze, se ne
    star ora con tutte le sue ricchezze!
    Capolino, allora, scatt in piedi, sublime.
    - Ma per carit! no! no!  Non posso permettere che si dicano di queste
    cose alla mia presenza! Vuoi difendere quegli assassini? Via! Sappiamo
    tutti  che  il  Salvo  era  nel suo diritto,  chiudendo l le zolfare!
    Ognuno provvede, come sa e crede, ai proprii interessi. E,  del resto,
    non  si    forse  adoperato  in  tanti  modi  qua,   al  risorgimento
    dell'industria? No, no! Signori miei, vedete? parlo io, io,  in questo
    momento,  e  arrivo fino a dirvi che egli,  dal suo canto,  anche come
    padre, ha creduto di agire per il bene della figliuola!  Voi tutti non
    avete   alcuna   ragione   per  non  riconoscer  questo;   potrei  non
    riconoscerlo io, io solo,  perch i mezzi di cui si  servito mi hanno
    distrutto la casa,  spezzato la vita!  Ma egli mirava,  l, al bene di
    tutti quei bruti; e qua, al bene della sua figliuola!
    Dieci, quindici, venti mani si tesero a Capolino,  in un prorompimento
    d'ammirazione  per  cos  magnanima  generosit;  e  Capolino si sent
    levato d'un cubito sopra se stesso.
    - Forse mi vedr costretto,  -  soggiunse  con  triste  gravit,  -  a
    restituirvi il mandato, di cui avete voluto onorarmi.
    - No! no! che c'entra questo? E perch? - protestarono alcuni.
    Capolino,   sorridendo   mestamente,   lev   le   mani  ad  arrestare
    quell'affettuosa protesta:
    - La condizione mia, - disse. - Considerate. Potrei pi aver rapporti,
    non dico di parentela o d'amicizia,  ma pur soltanto d'interessi,  con
    Flaminio  Salvo?  No,  certo.  E allora?  Devo provvedere a me stesso,
    signori miei,  mentre il mandato  che  ho  da  voi  esige  un'assoluta
    indipendenza,  quella  appunto  che avevo per i miei ufficii nel banco
    del Salvo. Ora... ora bisogner che mi raccolga a pensar seriamente ai
    miei casi.  Non son cose da decidere cos su due  piedi  e  in  questo
    momento.
    - Ma s! ma s! - ripresero quelli a confortarlo a coro. - Questi sono
    affari privati! La rappresentanza politica...
    - Eh eh...
    - Ma che! non c'entra...
    - Altra cosa...
    - E poi, per ora...
    -  Per  ora,  -  disse,  - mi basta,  miei cari,  di avervi dimostrato
    questo: che sono pronto a tutto,  e che guardo le cose e la mia stessa
    sciagura con animo equo e,  per quanto mi  possibile, sereno. Grazie,
    intanto, a tutti, amici miei.
    Pi tardi, recatosi al Vescovado a visitar Monsignore,  ebbe da questo
    tali notizie su don Ippolito Laurentano e donna Adelaide, che stim da
    abbandonare senz'altro il piano dapprima architettato,  e che anzi gli
    convenisse aspettare il ritorno di Flaminio Salvo da Roma, per recarsi
    a Colimbtra a tentarne un altro, che gi gli balenava, audacissimo.

    Flaminio Salvo non volle lasciare a Roma Dianella in qualche casa  di
    salute,  come  i  medici e la sorella e il cognato gli consigliavano;
    disse che, se mai, l'avrebbe lasciata in una di queste case a Palermo,
    per averla pi vicina e poterla pi spesso visitare;  ma la  sua  casa
    ormai  -  soggiunse - poteva pur trasformarsi in uno di questi privati
    ospizii della pazzia,  sotto il governo  d'uno  o  pi  medici  e  con
    l'assistenza d'altre infermiere adatte: vi restava egli solo provvisto
    di  ragione;  ma  sperava che presto,  con l'esempio e un po' di buona
    volont, la perderebbe anche lui.
    Quando fu sul punto di partire, per,  si vide costretto a ricorrere a
    Lando  Laurentano,  perch  gli  dsse  a  compagno  di  viaggio Mauro
    Mortara, da cui Dianella non avrebbe voluto pi staccarsi, e che forse
    era il solo che avrebbe potuto indurla a uscire da uno  stanzino  bujo
    ove s'era rintanata,  e a partire.  Lando Laurentano, che si preparava
    in gran fretta anche lui, chiamato a Palermo dai compagni del Comitato
    centrale del partito,  rispose al Salvo,  che  avrebbero  potuto  fare
    insieme il viaggio, e che la mattina seguente sarebbe venuto con Mauro
    a  prenderlo  in casa Vella.  Flaminio Salvo not nell'aspetto,  nella
    voce, nei gesti del giovane principe una strana agitazione febbrile, e
    fu pi volte sul punto di domandargliene premurosamente il motivo;  ma
    se n'astenne.  Lando Laurentano era in quell'animo per una ragione,  a
    cui il Salvo non avrebbe potuto neppur lontanamente  pensare  in  quel
    momento:  cio,  l'enorme  impressione  prodotta  in  tutta  Roma  dal
    suicidio di Corrado Selmi.  Se n'era  divulgata  la  notizia  la  sera
    stessa,  che  egli  usciva  con  Mauro  da  casa Vella.  Il grido d'un
    giornalajo glien'aveva dato l'annunzio.  Aveva fatto fermar la vettura
    per comperare il giornale.  Ma,  anzich dargli gioja,  quell'annunzio
    improvviso lo aveva in prima stordito.  Aveva  ordinato  al  vetturino
    d'accostarsi  a  un fanale,  per leggere,  non ostante l'impazienza di
    Mauro;  aveva saltato il  lungo  commento  necrologico  premesso  alle
    notizie  sul  suicidio,  ed  era  corso  con  gli occhi a queste.  Dal
    racconto del cameriere del Selmi aveva saputo, prima,  l'aggressione a
    mano  armata  del nipote di Roberto Auriti,  quando gi il Selmi aveva
    ingojato il veleno; poi... ah poi!...  una visita,  che il giornalista
    diceva drammaticissima,  al Selmi appena spirato,  d'una dama velata
    di cui,  per  degni  rispetti,  non  si  faceva  il  nome,  accorsa,
    seguitava  il cronista,  ignara del suicidio,  forse per dare ajuto e
    conforto all'amico,  dopo  la  sfida  da  lui  lanciata,  la  mattina,
    all'intera assemblea.
    Lando Laurentano non aveva avuto alcun dubbio,  che quella dama velata
    fosse donna  Giannetta  D'Atri,  sua  cugina;  e  aveva  strappato  il
    giornale,  con schifo e con rabbia, gridando al vetturino di correre a
    casa.  Qua aveva trovato in smaniosa ambascia Celsina Pigna  e  Olindo
    Passalacqua,  che  cercavano disperatamente Antonio Del Re,  scomparso
    dalla mattina.  Eran sembrate cos inopportune a Lando in quel momento
    la  vista buffa di quell'uomo,  le smaniette di quella ragazza,  tutta
    quell'ansia attorno a lui per la  ricerca  d'un  giovane  ch'egli  non
    conosceva  e  ch'era tanto lontano dai suoi pensieri,  che aveva avuto
    contro  il  suo  solito  un  violento  scatto  d'ira.  Aveva  chiamato
    Raffaele,  il cameriere,  per ordinargli di mettersi a disposizione di
    quei due, ed era rimasto solo con Mauro. Questi,  interpretando quello
    scatto  come  un  segno  di  sprezzante  noncuranza  per l'arresto del
    cugino,  non s'era potuto trattenere;  gli s'era fatto  innanzi  tutto
    acceso di sdegno, gridando:
    - Me ne voglio andare, subito! ora stesso! Non voglio pi guardarvi in
    faccia!
    - Mauro!  Mauro!  Mauro!  - aveva esclamato Lando, scotendo in aria le
    mani afferrate.
    Mauro allora s'era cacciato una mano in tasca,  per  trarne  fuori  le
    medaglie:
    - Guardate!  Dal petto me l'ero strappate, davanti al delegato, quando
    ho visto arrestare vostro  cugino!  Ora  quella  ragazza    venuta  a
    riportarmele... Che sangue avete voi nelle vene? E' questa la giovent
    d'oggi?  questa?
    -  La  giovent...  - s'era messo a rispondere con veemenza Lando;  ma
    s'era subito frenato,  premendosi forte le pugna serrate su la bocca e
    andando a sedere, coi gomiti su le ginocchia e la testa tra le mani.
    La  giovent?  Che  poteva la giovent,  se l'avara paurosa prepotente
    gelosia dei vecchi la  schiacciava  cos,  col  peso  della  pi  vile
    prudenza  e  di  tante  umiliazioni  e  vergogne?  Se  toccava  a  lei
    l'espiazione  rabbiosa,  nel  silenzio,  di  tutti  gli  errori  e  le
    transazioni indegne, la macerazione d'ogni orgoglio e lo spettacolo di
    tante brutture?  Ecco come l'opera dei vecchi qua,  ora, nel bel mezzo
    d'Italia,  a  Roma,  sprofondava  in  una  cloaca;   mentre  s,   nel
    settentrione,   s'irretiva  in  una  coalizione  spudorata  di  loschi
    interessi; e gi, nella bassa Italia, nelle isole,  vaneggiava apposta
    sospesa,  perch vi durassero l'inerzia, la miseria e l'ignoranza e ne
    venisse al Parlamento il branco dei deputati a formar  le  maggioranze
    anonime  e supine!  Soltanto,  in Sicilia forse,  or ora,  la giovent
    sacrificata potrebbe dare un crollo a questa oltracotante  oppressione
    dei vecchi, e prendersi finalmente uno sfogo, e affermarsi vittoriosa!
    Lando  era  balzato  in  piedi per gridare questa sua speranza a Mauro
    Mortara;  ma s'era trattenuto  per  carit,  alla  vista  di  lui  che
    piangeva, con quelle sue pietose medaglie in mano.
    Il  giorno  appresso  Antonio  Del  Re  era  stato  ritrovato.  Olindo
    Passalacqua era venuto a mostrare a Lando due telegrammi e  un  vaglia
    spediti  d'urgenza  da Girgenti per far subito partire il giovine;  ma
    aveva soggiunto che il Del Re si ricusava ostinatamente  di  ritornare
    in Sicilia.  Lando allora aveva pregato Mauro di recarsi a prendere il
    giovine per invitarlo a partire con loro il giorno appresso e Mauro  a
    questa preghiera si era arreso di buon grado. Ma come proporgli adesso
    di viaggiare insieme con Flaminio Salvo?
    La  mattina  per  tempo  venne al villino di via Sommacampagna Ciccino
    Vella per  concertare  il  modo  di  spinger  fuori  dal  nascondiglio
    Dianella e farla partire.  Guaj,  se vedeva il padre! Durante tutto il
    viaggio non doveva vederlo. Zio Flaminio e Lando dovevano viaggiare in
    un altro scompartimento della vettura, senza mai farsi scorgere. C'era
    anche quel giovanotto,  il Del  Re?  Bene:  tutti  e  tre,  appartati,
    nascosti.  Mauro e Dianella sarebbero stati soli, nello scompartimento
    attiguo: tutt'intera una vettura sarebbe stata a loro disposizione.
    Fu men difficile, a tali condizioni,  persuadere Mauro a render questo
    servizio  al  Salvo.  Quando seppe che n ora,  a casa Vella,  n poi,
    durante tutto il tragitto,  lo avrebbe veduto,  e che non si  trattava
    tanto  di rendere un servizio a lui quanto un'opera di carit a quella
    povera fanciulla demente,  si arrese aggrondato,  e  and  avanti  con
    Raffaele in casa Vella.
    Non  ci  fu bisogno n di preghiere n di esortazioni: appena Dianella
    rivide Mauro,  balz dal nascondiglio e torn a riaggrapparsi  a  lui,
    incitandolo  a  fuggire  insieme.  Si  dovette all'incontro stentare a
    trattenerla un po' per rassettarla alla meglio,  ravviarle  i  capelli
    scarmigliati,  metterle  un cappello in capo,  perch almeno non desse
    tanto spettacolo alla gente,  in compagnia di quel vecchio che gi per
    suo conto attirava la curiosit di tutti.
    Quando  l'uno  e  l'altra,  tenendosi per mano,  quello col viso tutto
    scombujato,  lo zainetto alle spalle,  questa con gli occhi e la bocca
    spalancati  a  un'ilarit  squallida  e  vana,   i  capelli  cascanti,
    scompigliati sotto il cappello assettato male sul capo, attraversarono
    il salone per andarsene,  chi  li  vide  non  se  ne  pot  pi  levar
    l'immagine dalla memoria.
    Che discorsi tennero tra loro, nel viaggio?
    Dietro l'usciolino dello scompartimento, il Salvo e il Laurentano, ora
    l'uno  ora  l'altro,  li  intesero  conversar  tra  loro,  a lungo,  e
    s'illusero  dapprima  che  tra  loro  il  vecchio   e   la   fanciulla
    s'intendessero.  Ma  s,  a  maraviglia s'intendevano,  perch l'uno e
    l'altra, ciascuno per s,  non parlavano se non con la propria follia.
    E le due follie sedevano accanto e si tenevano per mano.
    - Una donna...  vergogna!... Non si dice Aurelio... "Signor Aurelio...
    Signor Aurelio!"... Ma com' possibile che l'abbia dimenticato?... Una
    cos  grossa  ferita  al  dito...   Vieni,   vieni  qua,   al  bujo...
    nell'andito...  Te  lo  succhio io,  il sangue dal dito...  Una donna?
    Vergogna... "Signor Aurelio"...
    - Questi...  sono questi,  i figli!  La nuova  giovent...  Per  veder
    questo,  oh assassini,  abbiamo tanto combattuto,  sacrificato la vita
    nostra...  per veder questo,  donna Dianella!  E che ci  vado  pi  ad
    appendere,  adesso, sotto la lettera del Generale nel camerone? che ci
    vado pi ad appendere, dopo tutto quello che ho visto?
    - Eh, ma chi lo sa l'anno che viene? Il gelso, a marzo,  coglie sangue
    di nuovo...  E allora,  quand' in amore,  per gettare,  molle, molle
    come una pasta, e se ne fa quello che se ne vuole...  Chi lo sa l'anno
    che viene?
    - Incerto il bene,  ma certe le pene,  figlia mia! Incerto il bene, ma
    certe le pene!
    Cos conversavano di l, quei due.
    N Lando n Flaminio Salvo badavano intanto a un  altro,  di  qua  con
    loro,  che  non  diceva  nulla,  ma  che  pure  non  meno  di quei due
    vaneggiava col cervello.  Non vedeva,  non sentiva,  non  pensava  pi
    nulla, Antonio Del Re. La furia della disperazione, con la quale s'era
    avventato sopra il Selmi,  gli aveva come folgorato lo spirito. Uscito
    dalla casa del Selmi,  era rimasto vuoto,  sospeso in  una  tetraggine
    attonita,  spaventevole; e non ricordava pi nulla, dove fosse andato,
    che avesse fatto,  come e dove avesse passato la notte,  se proprio la
    notte,  una  notte  fosse  passata.  Non rispondeva a nessuna domanda;
    forse non udiva. Vedere, vedeva;  stava per lo meno a guardare;  ma la
    ragione  non  vedeva pi,  la ragione degli aspetti delle cose e degli
    atti degli uomini.  Non si era gi opposto al suo ritorno in  Sicilia;
    ma  a  muoversi  da  s dal luogo ove i piedi lo avevano condotto e la
    stanchezza accasciato. Si era mosso, allorch Mauro lo aveva strappato
    per il petto;  ma senza udir nulla di quanto quegli  gli  aveva  detto
    della  nonna  e  della  mamma.  Il  Passalacqua  e  Celsina lo avevano
    accompagnato, la mattina, al villino di Lando;  prima di partire aveva
    veduto  Celsina  sorridere  a  Ciccino  Vella,  accettarne il braccio,
    montare in carrozza con lui e  col  Passalacqua:  tutto  questo  aveva
    veduto,  e pi l,  col pensiero; e nulla, pi nulla gli s'era rimosso
    dentro.
    Quando,  passato lo stretto di Messina,  Lando  Laurentano  scese  dal
    treno per proseguire su un altro alla volta di Palermo, Flaminio Salvo
    prov una certa costernazione al pensiero di restar solo nella vettura
    per  un'intera giornata fino a Girgenti con quel giovane a lui ignoto,
    che due giorni avanti aveva levato il pugnale per uccidere il Selmi, e
    che ora gli teneva gli occhi addosso con tanta fissit di sguardo, tra
    il torvo e l'insensato.
    Ecco,  con tre pazzi egli viaggiava;  e forse non meno pazzo di questi
    tre  era  quello  or ora sceso dal treno con l'intenzione di mettere a
    soqquadro tutta l'isola!  Lui solo,  dunque,  per terribile  condanna,
    doveva  serbare  intatto il privilegio di non aver minimamente velata,
    offuscata, n per rimorso, n per piet,  n pi da alcun affetto,  n
    pi  da  alcuna  speranza,  n pi da alcun desiderio,  quella lucida,
    crudele limpidit di spirito? Lui solo.
    E,  come per assaporare lo scherno della sua sorte,  si accost ancora
    una  volta  all'usciolino  dello  scompartimento,  con l'orecchio allo
    spiraglio, ad ascoltare i discorsi vani del vecchio e della figliuola.

    Appena Mauro Mortara,  arrivato  a  Girgenti,  pot  strapparsi  dalle
    braccia di Dianella Salvo,  corse di furia alla casa di donna Caterina
    Laurentano.  Vi trov Antonio Del Re ancora tra le braccia della madre
    che invano, stringendolo, scotendolo, smaniando, cercava di spetrarlo.
    Come Anna vide entrar Mauro, gli corse incontro, lasciando il figlio:
    - Che ha? Che ha? Ditemi voi che ha! Che gli hanno fatto?
    Ma il Mortara le scost le braccia e grid pi forte di lei:
    - Vostra madre? Dov' vostra madre?
    Sopravvenne Giulio,  in pochi giorni invecchiato di dieci anni.  Negli
    occhi,  nelle braccia protese aveva  la  speranza  di  aver  da  Mauro
    qualche  notizia  precisa  sull'arresto  di Roberto,  sul suicidio del
    Selmi,  se questi veramente avesse lasciato qualche  dichiarazione  in
    favore  del fratello,  come dicevano i giornali.  Dal nipote non aveva
    potuto saper nulla, per quanto, tra le braccia della madre,  lo avesse
    furiosamente scrollato per farlo parlare.
    Ma il Mortara scost anche lui, ripetendo, testardo e violento:
    -  Vostra madre?  Non so nulla!  So che l'hanno arrestato sotto i miei
    occhi! Non voglio veder nessuno! Voglio vedere lei sola!
    Giulio rest perplesso,  se permettergli d'entrare nella camera  della
    madre, cos all'improvviso.
    Dal  giorno che egli,  sotto l'urgenza della necessit,  vincendo ogni
    riluttanza,  dapprima  con  circospezione,   poi  risolutamente,   con
    crudezza,  le  aveva  detto  che  bisognava  si  recasse  dal fratello
    Ippolito per salvare  il  figlio,  era  caduta,  di  schianto,  in  un
    attonimento quasi di apatia, come se la vista di tutte le cose intorno
    le  si fosse a un tratto vuotata d'ogni senso.  Non un gesto,  non una
    parola. Pi niente.  E quella immobilit e quel silenzio avevano avuto
    fin  da  principio  un  che di cos assoluto e invincibile,  che n un
    gesto, n una parola eran pi stati possibili agli altri per scuoterla
    o esortarla.  Giulio sapeva che avrebbe ucciso la madre,  parlando.  E
    difatti,  ecco,  subito,  parlando,  l'aveva  uccisa.  Ella non poteva
    andare dal fratello per salvare il figlio: sarebbe stata la sua morte.
    Ed ecco, era morta.
    Tanto egli quanto Anna avevano sperato,  dapprima,  che "non  volesse"
    pi muoversi n parlare;  non che,  veramente,  "non potesse".  Ma ben
    presto s'erano accorti che non poteva.  Pure,  una  lieve  contrazione
    rimasta  su  la fronte,  tra ciglio e ciglio,  diceva chiaramente che,
    anche potendo, non avrebbe voluto.  La avevano sollevata di peso dalla
    seggiola  e  adagiata  sul  letto.  Erano  di morte la immobilit e il
    silenzio; soltanto, ancora,  non era fredda.  E per impedire che anche
    quel freddo le sopravvenisse,  si erano affrettati a coprirla bene sul
    letto, con mani amorose, piangendo. L'ultima crudelt doveva compiersi
    cos sopra di lei,  e,  perch fosse pi iniqua,  per mano stessa  dei
    figli.  Ora,  vegliandola  e  piangendo,  i  figli le dimostravano,  o
    piuttosto dimostravano a  se  stessi,  che  non  erano  stati  loro  a
    compierla.  Se ella,  per tutto ci che aveva fatto, non poteva pagare
    per il figlio, bisognava che pagasse cos, ora.  Giulio lo sapeva;  e,
    pur sapendolo, non aveva potuto impedirlo. Doveva parlare, spingerla a
    quella morte,  darle il crollo.  L'aveva poi raccolta su le braccia, e
    ora le rincalzava le coperte e le stringeva attorno  alle  braccia  lo
    scialle  nero di lana,  per ripararla dall'ultimo freddo,  e andava in
    punta di piedi,  perch nessun rumore arrivasse pi a  quel  silenzio.
    Anche  il volo d'una mosca sarebbe stato di pi,  ora,  oltre a quello
    che egli aveva fatto, perch doveva.  Un pensiero,  se non fosse anche
    di pi la sua vita,  il suo respiro,  dopo quello che aveva fatto, gli
    era anche passato per la mente.  Fuori di quella  madre,  fuori  della
    Sicilia, egli, fin da giovinetto, aveva preso mondo. Era vissuto senza
    n  ricordi,  n  affetti,  n  aspirazioni,  quasi giorno per giorno:
    freddo,  svogliato,  ironico,  sdegnoso.  D'improvviso,  quando men se
    l'aspettava, il destino della sua famiglia aveva allungato una spira a
    involgerlo,  a invilupparlo, e lo aveva attratto a s e piombato l, a
    rinsertarsi,  a riaffiggersi alla radice,  da cui s'era  strappato;  a
    sentire  tutto  ci che non aveva voluto mai sentire,  a ricordarsi di
    tutto ci di cui non aveva voluto mai ricordarsi.  La fine  di  colei,
    che  aveva  sempre  e  tutto  sentito,  e  di  tutto  e  sempre si era
    ricordata,  schiantata ora  dall'urto  con  cui  egli  era  tornato  a
    inviscerarsi  in  lei,  non  doveva  essere  adesso anche la sua fine?
    Schiantato il tronco,  schiantati i rami.  Nel tetro  squallore  della
    casa,  era  rimasto  inorridito  del  suo  apparire  a  se  stesso coi
    sentimenti e i ricordi tutti di quella madre. Ma gli era apparsa anche
    Anna,  la sorella: il ramo che non s'era mai staccato da quel  tronco;
    che  miseramente una volta sola,  per poco,  era fiorito,  per dare il
    frutto ispido e attossicato di quel figlio,  in  cui  neanche  l'amore
    della  madre  riusciva  a  penetrare.  E  fratello  e sorella si erano
    stretti, allora, fusi in un abbraccio d'infinita tenerezza, d'infinita
    angoscia,  all'ombra della tetra casa,  assaporando  la  dolcezza  del
    pianto  che  li  univa  per  la  prima volta e che pur rompeva loro il
    cuore.  Egli doveva vivere per quella sorella e per quel  ragazzo.  La
    notizia  dell'arresto  di  Roberto,  ormai  inevitabile,  attesa da un
    momento all'altro,  era finalmente arrivata  insieme  con  quella  del
    suicidio  di  Corrado  Selmi,  ma  vaga,  ristretta in poche righe nei
    giornali siciliani,  come una notizia a cui i  lettori  non  avrebbero
    dato  importanza,   presi  com'erano  tutti,   allora,  dalla  morbosa
    curiosit di conoscere fin nei minimi particolari l'eccidio d'Aragona.
    La trepidazione di Anna  per  il  figlio  solo  a  Roma,  il  pensiero
    dell'ajuto  da  portare  a  Roberto  avevano  spinto dapprima Giulio a
    ritornar subito alla Capitale.  Ma come abbandonar la madre in  quello
    stato,  sola  l  con  Anna  che s'aggirava per le stanze chiamando il
    figlio,  quasi forsennata?  E  che  ajuto  avrebbe  potuto  portare  a
    Roberto?  L'unico ajuto possibile sarebbe stato il denaro, il rimborso
    alla banca di quelle  quarantamila  lire,  cos  che  tutti  potessero
    credere  che queste fossero state prese da lui,  per bisogni suoi.  Il
    suicidio del Selmi,  ora,  avrebbe forse aperta la porta del carcere a
    Roberto,  ma gli sarebbe rimasta,  incancellabile,  dopo la denunzia e
    l'arresto,  la  macchia  d'una  losca  complicit.   Quanti  avrebbero
    creduto,  domani,  che  disinteressatamente  egli  si fosse prestato a
    contrarre il debito,  sotto il suo nome,  per  conto  d'un  altro?  La
    dichiarazione   del  Selmi,   se  davvero  esisteva  come  i  giornali
    asserivano, non sarebbe valsa a cancellare del tutto quella macchia.
    Di l, nella camera della madre, c'era il canonico Pompeo Agr, che da
    tanti giorni, per ore e ore, non si staccava dalla poltrona a pie' del
    letto,  fissi gli occhi nella faccia spenta della giacente,  forse con
    la speranza di scoprirvi un indizio che ella - non avendo pi nulla da
    dire  agli uomini - desiderasse per suo mezzo comunicare con Dio.  Pi
    d'una volta con  profonda  voce  l'aveva  chiamata  per  nome,  a  pi
    riprese, senza ottener risposta.
    Giulio  disse  a  Mauro  di attendere un poco: voleva consigliarsi con
    l'Agr, se questi dsse pi peso alla sua speranza o al suo timore che
    la vista o la voce del Mortara,  scotendo la madre da quel torpore  di
    morte, potessero farle bene o male.
    - Credo,  - gli rispose l'Agr,  - che non ci sia pi n da sperare n
    da temere. Non avvertir nulla.  Provare.  Tanto,  se dura cos,   la
    morte lo stesso.
    Mauro entr come un cieco nella camera quasi al bujo, chiamando forte,
    con affanno di commozione:
    - Donna Caterina... donna Caterina...
    Rest,  davanti  al  letto,  alla  vista  di  quella  faccia  volta al
    soffitto,  sui guanciali ammontati,  cadaverica,  con  gli  occhi  che
    s'immaginavano torbidi e densi di disperata angoscia sotto la chiusura
    perpetua  delle  gravi plpebre annerite,  con una ostinata,  assoluta
    volont di morte negli zigomi  tesi,  nelle  tempie  affossate,  nelle
    pinne stirate del naso aguzzo,  nelle livide, sottili labbra, non solo
    serrate,  ma anche in qualche punto attaccate dall'essiccamento  degli
    umori.
    -  Oh figlia...  oh figlia...  - esclam.  - Donna Caterina sono io...
    Mauro... il cane guardiano di vostro padre... Guardatemi... aprite gli
    occhi...  da voi voglio essere guardato...  Aprite  gli  occhi,  donna
    Caterina;  guardando me,  guardate la vostra stessa pena... Sentitemi:
    debbo dirvi una cosa... torno da Roma...
    Urtando contro la  rigida  impassibilit  funerea  della  morente,  la
    commozione  di  Mauro  Mortara  si  spezz  a  un  tratto  in striduli
    singhiozzi,  molto simili a una risata.  L'Agr  e  Giulio,  anch'essi
    piangenti, se lo presero in mezzo, e, sorreggendolo per le braccia, lo
    trassero fuori della camera.
    La  morente,   rimasta  sola  nell'ombra,   immobile  su  i  guanciali
    ammontati,  ud tardi la voce,  come se questa avesse dovuto far molto
    cammino per raggiungerla nelle profonde lontananze misteriose, ove gi
    il suo spirito s'era inoltrato.  E da queste lontananze, in risposta a
    quella voce, tardi venne alle sue plpebre chiuse una lagrima, ultima,
    che nessuno vide.  Sgorg da un occhio;  scorse su la  gota;  cadde  e
    scomparve tra le rughe del collo.
    Quando Pompeo Agr torn a sedere su la poltrona a pie' del letto,  n
    pi nell'occhio, n pi su la gota ve n'era traccia.
    Donna Caterina era morta.


    6.

    Per donna Adelaide e don Ippolito Laurentano era cominciato, fin dalla
    prima sera che  eran  rimasti  soli  nella  villa  di  Colimbtra,  un
    supplizio  previsto  da  entrambi  difficilissimo  da sopportare,  per
    quanta buona volont l'uno e l'altra ci avrebbero messo.
    Appena andati via gl'invitati alla cerimonia  nuziale,  don  Ippolito,
    con  molto garbo prendendole una mano,  ma pur senza guardargliela per
    non avvertire quanto fosse diversa da quella tenuta un  tempo  tra  le
    sue (pallida e lunga mano, morbida, tenera e lieve!), aveva cercato di
    farle  intendere  il  bene  che  da  lei  si  riprometteva  in  quella
    solitudine d'esilio,  di cui supponeva  le  dovessero  esser  note  le
    ragioni,  se  non  tutte,  almeno  in  parte.  Il  discorso tenuto sul
    terrazzo, davanti alla campagna silenziosa,  gi invasa dal bujo della
    notte,  era stato,  in verit,  un po' troppo lungo e un tantino anche
    faticoso.  La povera donna Adelaide,  oppressa dalla violenza di tanti
    sentimenti nuovi durante quella giornata, e ora da tutta quell'ombra e
    da  quel  silenzio  che le vaneggiavano intorno e le rendevano pi che
    mai soffocante l'ambascia per ci che misteriosamente incombeva ancora
    su la sua terribile signorinaggine, a un certo punto,  per quanto si
    fosse  sforzata,  non  aveva  potuto  udir  pi  nulla  di quel pacato
    interminabile discorso.  Aveva avuto l'impressione che  esso,  proprio
    fuor di tempo,  la volesse trarre per forza quasi in una cima di monte
    altissima e nebbiosa,  dalla quale le sarebbe stato difficile,  se non
    addirittura impossibile,  ridiscendere ancora in grado di resistere ad
    altre sorprese,  ad altre emozioni  che  quella  notte  certamente  le
    apparecchiava.  Non  per  cattiva volont,  ma per l'aria,  ecco,  per
    l'aria che,  a un certo punto,  cominciava a sentirsi mancare,  non le
    era stato mai possibile prestare ascolto a lunghi discorsi.  Oh,  buon
    Dio,  e perch poi prendere di questi giri cos alla lontana,  se alla
    fine pur sempre bisognava ridursi a fare,  s per gi, le stesse cose,
    quelle che la natura comanda? Che brutto vizio, buon Dio! E senz'altro
    effetto che la stanchezza e la stizza. Anche la stizza, s.  Perch le
    cose da fare sono semplici, e da contarsi tutte su le dita d'una mano;
    cosicch,  alla fine,  ciascuno deve riconoscere che tutto quel girare
    attorno a esse,  non solo  inutile,  ma anche sciocco e  dannoso,  in
    quanto  che  poi,  per la stanchezza appunto e con la stizza di questo
    riconoscimento, si fanno tardi e si fanno male. Dapprima s'era messa a
    guardare,  con occhi tra  imploranti  e  spaventati,  il  principe,  o
    piuttosto,    quella    sua    lunga,    lunghissima    barba.    Poi,
    nell'intronamento,  aveva sentito un prepotente bisogno di ritirare la
    mano e di soffiare,  di soffiare un poco almeno, non potendo sbuffare,
    non potendo gridare per  dare  uno  sfogo  alla  soffocazione  e  alle
    smanie.  Alla fine, era riuscita a vincere l'intronamento: gli orecchi
    le si erano rifatti vivi un  istante,  ma  per  fuggire  lontano,  per
    afferrarsi a un qualche filo di suono,  nell'oscurit della notte, che
    le avesse dato sollievo,  distrazione.  Veniva dalla  riviera,  laggi
    laggi,  invisibile,  un sordo borboglo continuo. E tutt'a un tratto,
    proprio nel punto  che  il  discorso  del  principe  s'era  fatto  pi
    patetico, donna Adelaide era uscita a domandargli:
    - Ma che , il mare? Si sente cos forte, ogni notte?
    Don Ippolito,  dapprima stordito (- il mare?  che mare?  -) si era poi
    sentito cascar le braccia:
    - Ah s...  il mare,  il mare...
    E le aveva lasciato la mano e si era scostato.
    Donna Adelaide,  imbarazzata,  non sapendo come rimediare all'evidente
    mortificazione  del  principe  per  quella  domanda  inopportuna,  era
    rimasta come appesa balordamente alla sua domanda.
    La risposta s'era fatta aspettare un po';  alla fine era  arrivata  da
    lontano, grave:
    - Grida cos, quand' scirocco...
    Quella remota voce del mare era a lui cara e pur triste.  Tante volte,
    nella pace profonda delle notti,  gli aveva dato angoscia e compagnia.
    Abbandonato su la sedia a sdrajo,  s'era lasciato cullare da quel cupo
    fremito continuo delle acque che gli parlavano di terre lontane, d'una
    vita diversa e tumultuosa ch'egli non avrebbe  mai  conosciuta.  S'era
    sentito  ripiombare tutt'a un tratto da quel richiamo nella profondit
    della sua antica solitudine.
    Come pi riprendere  il  discorso,  adesso?  E,  d'altra  parte,  come
    rimaner  cos  in  silenzio,  lasciar  l discosta nel terrazzo quella
    donna che ora gli apparteneva per sempre e che s'era affidata alla sua
    cortesia,  in quella solitudine per lei nuova  e  certo  non  gradita?
    Bisognava farsi forza, vincere la ripugnanza e riaccostarsi. Ma certo,
    ormai,  di  non potere entrare con lei in altra intimit che di corpo,
    don Ippolito s'era domandato  amaramente  qual  altro  effetto  questa
    intimit  avrebbe  potuto avere,  se non lo scpito irreparabile della
    sua considerazione.
    E difatti, quella notte...
    Ah,  la povera donna Adelaide non avrebbe  potuto  mai  immaginare  un
    simile spettacolo,  di piet a un tempo e di paura! Le veniva di farsi
    ancora la croce con tutt'e due le mani. Ah, Bella Madre Santissima! Un
    uomo con tanto di barba... un uomo serio... Dio! Dio! Lo aveva veduto,
    a un certo punto,  scappar via,  avvilito e  inselvaggito.  Forse  era
    andato  a  rintanarsi  di  notte  tempo  nelle  sale  del  "Museo",  a
    pianterreno.  E lei era  rimasta  a  passare  il  resto  della  notte,
    semivestita,  dietro  una  finestra,  a sentire i singhiozzi d'un chi
    innamorato, forse nel bosco della Civita,  forse in quello pi l,  di
    Torre-che-parla.
    Meno  male  che,  la  mattina  dopo,  la  vista della campagna e dello
    squisito arredo della villa l'aveva  un  po'  racconsolata  e  rimessa
    anche  in  parte  nelle  consuete  disposizioni  di  spirito,  per cui
    volentieri,  ove non avesse temuto di far peggio,  si sarebbe lei  per
    prima riaccostata al principe a dirgli, cos alla buona, senza stare a
    pesar  le  parole,  che,  via,  non si dsse pensiero n afflizione di
    nulla, perch lei... lei era contenta, proprio contenta, cos...
    Le aveva fatto pena quel viso rabbujato! Pover'uomo,  non aveva saputo
    neanche alzar gli occhi a guardarla, quando a colazione si era rimesso
    a parlarle. Ma s, ma s, certo: era una condizione insolita, la loro:
    trovarsi  cos,  a essere marito e moglie,  quasi senza conoscersi.  A
    poco a poco, certo, sarebbe nata tra loro la confidenza,  e...  ma s!
    ma s! certo!
    S'era  accorta  per che,  dicendo cos,  le smanie del principe erano
    cresciute,  s'erano anzi pi che pi esacerbate;  e con  vero  terrore
    aveva  veduto  riapprossimarsi  la notte.  Per parecchie notti di fila
    s'era rinnovato questo terrore;  alla fine aveva  ottenuto  in  grazia
    d'esser lasciata in pace, a dormir sola, in una camera a parte. Se non
    che,  il giorno dopo, era sceso a Colimbtra monsignor Montoro a farle
    a quattr'occhi un certo sermoncino. E allora lei, di nuovo: - Oh Bella
    Madre Santissima! Ma che!... no... Ah, come?... che?... che doveva far
    lei?... Ges! Ges!... Alla sua et, smorfie, moine?  Ah!  questo mai!
    no no!  no no!  questo mai!  Non erano della sua natura,  ecco. E, del
    resto, perch? Non si poteva restar cos? Non chiedeva di meglio, lei.
    Che faccia aveva fatto Monsignore! E la povera donna Adelaide, da quel
    momento in poi, non aveva saputo pi in che mondo si fosse o, com'ella
    diceva,  aveva cominciato a sentirsi presa dai turchi.  Ma come?  il
    torto era suo?
    Il principe,  tutto il giorno tappato nel "Museo", non s'era pi fatto
    vedere, se non a pranzo e a cena,  rigido aggrondato taciturno.  Aria!
    aria!  aria! S, ce n'era tanta, l: ma per donna Adelaide non era pi
    respirabile. E il bello era questo: che della soffocazione,  avvertita
    da lei,  le era parso che dovessero soffrire tutte le cose, gli alberi
    segnatamente! Sul principio dei tre ripiani fioriti innanzi alla villa
    c'era da pi che cent'anni un olivo saraceno,  il cui tronco  robusto,
    pieno di groppi e di nodi,  per contrariet dei venti o del suolo, era
    cresciuto di traverso e pareva sopportasse con pena infinita  i  molti
    rami  sorti da una sola parte,  ritti,  per conto loro.  Nessuno aveva
    potuto levar dal capo a donna Adelaide che quell'albero, cos pendente
    e gravato da tutti quei rami, soffrisse.
    - Oh Dio, ma non vedete? soffre! ve lo dico io che soffre! poverino!
    E lo aveva fatto atterrare.  Atterrato,  guardando il posto dove prima
    sorgeva:
    - Ah! - aveva rifiatato. - Cos va bene! L'ho liberato.
    N  s'era fermata qui.  Altre prove di buon cuore aveva dato,  le sere
    senza luna, durante la cena, verso le bestioline alate che il lume del
    lampadario attirava nella  sala  da  pranzo.  Un  certo  "Pertichino",
    ragazzotto  di circa tredici anni,  figlio del sergente delle guardie,
    era incaricato di star dietro la sedia di  donna  Adelaide  e  di  dar
    subito  la caccia a quelle bestioline,  appena entravano.  Se non che,
    "Pertichino" spesso  si  distraeva  nella  contemplazione  dei  grossi
    guanti bianchi di filo,  in cui gli avevano insaccato le mani; e donna
    Adelaide,  ogni volta,  doveva strapparlo a quella contemplazione  con
    strilli e sobbalzi per lo springare di qualche grillo o per il ronzare
    di qualche parpaglione.
    - Niente! Farfalletta... Non si spaventi! Eccola qua, farfalletta...
    - Povera bestiola,  non farla patire: staccale subito la testa; se no,
    rientra... Fatto?
    - Fatto, eccellenza. Eccola qua.
    - No,  no,  che fai?  non me la mostrare,  poverina!  Farfalletta era?
    proprio  farfalletta?  Povera  bestiolina...  Ma chi gliel'aveva detto
    d'entrare?  Con tanta bella campagna fuori...  Ah,  avessi io le  ali,
    avessi io le ali!
    Come dire che, senza pensarci due volte, se ne sarebbe volata via.
    Don Ippolito, per quanto urtato e disgustato, la aveva lasciata fare e
    dire.  Ma  una sera,  finalmente,  non s'era pi potuto tenere.  Erano
    tutti e due seduti discosti sul terrazzo.  Egli aspettava che su dalle
    chiome dense degli olivi,  sorgenti sul pendo della collina dietro la
    ripa,  spuntasse la luna piena,  per rinnovare in s una cara,  antica
    impressione.  Gli pareva, ogni volta, che la luna piena, affacciandosi
    dalle chiome di quegli olivi  allo  spettacolo  della  vasta  campagna
    sottostante  e  del  mare  lontano,  ancora dopo tanti secoli restasse
    compresa di sgomento  e  di  stupore,  mirando  gi  piani  deserti  e
    silenziosi  dove prima sorgeva una delle pi splendide e fastose citt
    del mondo. Ora la luna stava per sorgere, s'intravvedeva gi di tra il
    brulicho dei cimoli argentei degli olivi, e don Ippolito disponeva la
    sua malinconia attonita e  ansiosa  a  ricevere  l'antica  impressione
    insieme  con  tutta  la  campagna,  ove  era  un sommesso e misterioso
    scampanello  di  grilli  e  gemeva  a  tratti  un  assiolo,   quando,
    all'improvviso,  dalla  casermuccia  sul  greppo  dello  Sperone,  era
    scoppiato a rompere,  a fracassare quell'incanto,  il suono stridulo e
    sguajato del fischietto di canna di capitan Sciaralla.  Donna Adelaide
    s'era messa a battere le mani, festante.
    - Oh bello! Oh bravo il capitano che ci fa la sonatina!
    Don Ippolito era balzato in piedi,  fremente d'ira e di sdegno,  s'era
    turati gli orecchi, gridando esasperato:
    - Maledetti! maledetti! maledetti!
    E,  afferrando per le spalle "Pertichino" e scrollandolo furiosamente,
    gli aveva ingiunto di correre a gridare a quella canaglia  dal  ciglio
    del burrone dirimpetto, che smettesse subito.
    - E poi, fuori di qua! fuori dai piedi! Non voglio pi vederti! Chi ha
    qua  fastidio  delle  mosche  se le cacci da s!  zitta,  da s!  Sono
    stanco,  sono stufo di  tutte  queste  volgarit  che  mi  tolgono  il
    respiro! Basta! basta! basta!
    Ed era scappato via dal terrazzo, con gli occhi strizzati e le mani su
    le tempie.
    Fortuna  che,  pochi  giorni  dopo,  s'era  presentato  alla villa don
    Salesio Marullo,  con un viso sparuto e quasi affumicato,  guardingo e
    sgomento,  a chiedere ajuto e ospitalit. Era diventato, fin dal primo
    giorno,  cavaliere di compagnia di donna Adelaide,  la quale  credette
    che gliel'avesse mandato Iddio.
    -  Don  Salesio,  per  carit,  mangiate!  Per  carit,  don  Salesio,
    rimettetevi subito!  Subito,  "Pertichino",  due altri  ovetti  a  don
    Salesio!
    S'era  messa  a  ingozzarlo come un pollo d'India prima di Natale.  Il
    povero gentiluomo, ridotto una larva,  non aveva saputo opporre alcuna
    resistenza;  aveva ingollato,  ingollato,  ingollato tutto ci che gli
    era stato messo davanti, e quasi in bocca, a manate;  poi...  eh,  poi
    l'aveva  scontato  con  tremende  coliche  e disturbi viscerali d'ogni
    genere,  per  cui,  nel  bel  mezzo  d'uno  svago  o  d'un  passatempo
    concertato  con  capitan  Sciaralla  per distrarre la principessa,  si
    faceva in volto di tanti colori e alla fine doveva scappare,  non   a
    dire  con  quanta  sofferenza  della  sua  dignit,  per  quanto ormai
    intisichita.
    Ma donna Adelaide ne gongolava.  Non potendo nulla contro  quella  del
    principe suo marito,  per vendetta s'era gettata a fare strazio d'ogni
    dignit mascolina che le  si  parasse  davanti:  anche  di  quella  di
    Sciaralla  il  capitano.  Aveva  trovato  per  caso tra le carte della
    scrivania, nella stanza del segretario Lisi Prola, una vecchia poesia
    manoscritta contro il capitano, dove tra l'altro era detto:

    "Oppur vai, don Chisciottino,
    all'assalto d'un molino?
    od a caccia di lumache
    t'avventuri col mattino,
    cos rosso nelle brache,
    nel giubbon cos turchino,
    Sciarallino, Sciarallino?"

    E un giorno, ch'era piovuto a dirotto, appena cessata la pioggia,  era
    scesa  nello  spiazzo  sotto  il  corpo  di  guardia dove i militari
    facevano le esercitazioni,  e chiamando  misteriosamente  in  disparte
    capitan Sciaralla, gli aveva ordinato di mandare i suoi uomini, con la
    zappetta  in  una  mano  e  un  corbellino  nell'altra,  in  cerca  di
    "babbaluceddi", ossia delle lumachelle che dopo quell'acquata dovevano
    essere schiumate dalla terra.
    Il povero capitano, a quell'ordine, era rimasto basito.
    Come dare militarmente un siffatto  comando  ai  suoi  uomini?  Perch
    donna  Adelaide,  per  metterlo  alla prova,  aveva preteso che quella
    cerca di lumache avesse tutta l'aria d'una spedizione militare.
    - Eccellenza, e come faccio?
    - Perch?
    - Se perdiamo il prestigio, eccellenza...
    - Che prestigio?
    - Ma... capir, io debbo comandare... e in momenti come questi...
    - Io voglio i "babbaluceddi".
    - S, eccellenza... pi tardi, quando rompo le file...
    - Quando rompete... che cosa?
    - Le file, eccellenza.
    - No no!  E  allora  finisce  il  bello,  che  c'entra!  Io  voglio  i
    "babbaluceddi" militari!
    E  non  c'era  stato  verso  di  farla  recedere  da  quella  tirannia
    capricciosa. Con quali effetti per la disciplina,  Sciaralla il giorno
    dopo  lo  aveva lasciato considerare amaramente a don Salesio Marullo,
    gi da un pezzo messo a parte della sua costernazione per  le  notizie
    che arrivavano da tutta la Sicilia,  del gran fermento dei "Fasci",  a
    cui pareva non potessero pi tener testa n la polizia, n la milizia,
    quella vera.
    - Capissero almeno che qua siamo anche noi contro il governo... Ma no,
    caro si-don Salesio:  perch  sono  una  lega,  non  tanto  contro  il
    governo, quanto contro la propriet, capisce?
    - Capisco, capisco...
    -  Vogliono  le terre!  E se,  cacciati dalle citt,  si buttano nelle
    campagne?  Quattro gatti  siamo...  E  pi  diamo  all'occhio,  perch
    figuriamo in assetto di guerra, capisce?
    - Capisco, capisco.
    -  Qua,  cos  armati,  diciamo  quasi  noi  stessi  che c' pericolo;
    sfidiamo l'assalto;  siamo come un piccolo stato,  a cui si  pu  fare
    benissimo  una  guerra  a  parte,  mi  spiego?  E  domani  il prefetto
    un'offesa a noi sa come la prenderebbe?  come una giusta retribuzione.
    Guarder  gli  altri,  e  per  noi  dir: Ah,  S.  E.  il principe di
    Laurentano,  vuol fare il re,  con la sua  milizia?  Bene,  e  ora  si
    difenda da s!.  Ma con che ci difendiamo noi?  Me lo dica lei... Che
    roba  questa?
    - Piano... eh, con le armi...
    - Armi? Non mi faccia ridere!  Armi,  queste?  Ma quando si vuol tener
    gente  cos...  e  vestita,  dico,  lei mi vede...  coraggio ci vuole,
    creda,  coraggio a indossare in tempi come questi un abito che strilla
    cos...  e io mi sento scolorir la faccia, quando mi guardo addosso il
    rosso di questi calzoni. Dico, si-don Salesio, che scherziamo? Quando,
    dico, si sta sul puntiglio di non volersi abbassare a nessuno...
    - Forse,  - suggeriva,  esitante,  don  Salesio,  -  sarebbe  prudente
    raccogliere...
    -  Altra  gente?  E  chi?  Sarebbe  questo  il  mio piano!  Ma chi?  I
    contadini? E se sono anch'essi della lega? I nemici in casa?
    - Gi... gi...
    - Ma che! L'unica, sa quale sarebbe?...
    A voce,  non lo disse: con due dita si  prese  sul  petto  la  giubba;
    guardingo,  la  scosse un poco;  poi,  quasi di furto,  fece altri due
    gesti che significavano: ripiegarla e riporla; e subito domand:
    - Che? No? Lei dice di no?
    Don Salesio si strinse nelle spalle:
    - Dico che il principe... forse...
    - Eh gi,  perch non deve portarla  lui!  Si-don  Salesio,  il  cielo
    s'incaverna,  s'incaverna sempre pi da ogni parte;  e i primi fulmini
    li attireremo noi qua, con questi ferracci in mano; vedr se sbaglio!
    Scoppi difatti il fulmine e terribile,  pochi giorni dopo,  e  fu  la
    notizia  dell'eccidio  d'Aragona.  Parve  che  scoppiasse  proprio  su
    Colimbtra,  poich l,  per combinazione,  sotto lo stesso  tetto  si
    trovarono  il  padre  dell'autore  principale  dell'eccidio,  cio  il
    segretario Lisi Prola e il patrigno  della  vittima,  il  povero  don
    Salesio. E lo sbigottimento e l'orrore crebbero ancor pi, allorch da
    Roma,  come il rimbombo di quel fulmine caduto cos da presso,  giunse
    l'altra notizia dell'impazzimento di Dianella.
    Donna  Adelaide,  colpita  ora  direttamente  dalla  sciagura,  lasci
    d'accoppare con la sua fragorosa e affannosa carit don Salesio,  e si
    mise a strillare per conto suo che,  con Dianella impazzita a causa di
    quell'eccidio,  non era pi possibile che rimanesse l a Colimbtra il
    padre dell'assassino!  E il principe,  per  farla  tacere,  quantunque
    stimasse  ingiusto  incrudelire  su  quel  vecchio gi atterrato dalla
    colpa nefanda del figlio,  si vide  costretto  a  mandarlo  via  dalla
    villa,  con un assegno.  Prima d'andare,  il Prola,  strascicandosi a
    stento, col grosso capo venoso e inteschiato ciondoloni,  volle baciar
    la  mano  anche  alla  signora  principessa  e le disse che volentieri
    offriva ai suoi padroni,  per il delitto del figlio,  la penitenza  di
    lasciare dopo trentatr anni il servizio in quella casa,  compiuto con
    tanto amore e tanta devozione.  Donna Adelaide,  commossa  e  pentita,
    cominci  a  dare  in  ismanie  e chiam innanzi a Dio responsabile il
    principe del suo rimorso  per  l'ingiusta  punizione  di  quel  povero
    vecchio; s, il principe, s, per l'orgasmo continuo in cui la teneva,
    cos  che ella non sapeva pi quel che si volesse e,  pur di darsi uno
    sfogo,  diceva e faceva cose contrarie alla sua natura.  Le sue smanie
    divennero  pi furiose che mai,  come seppe ch'erano ritornati da Roma
    suo fratello  Flaminio  e  Dianella.  A  monsignor  Montoro,  sceso  a
    Colimbtra  in  visita di condoglianza per la morte di donna Caterina,
    domand con gli occhi gonfi dal pianto,  se gli pareva umano che le si
    proibisse  d'andare a vedere e assistere la nipote,  a cui aveva fatto
    da madre!
    Don Ippolito,  in quel momento,  non era in  villa.  S'era  recato  al
    camposanto di Bonamorone, poco discosto da Colimbtra, a pregare su la
    fossa della sorella.  Quando entr,  scuro,  nel salone,  finse di non
    vedere il pianto della moglie,  e al vescovo che gli si  fece  innanzi
    compunto e con le mani tese, disse:
    -  E' morta disperata,  Monsignore.  Disperata.  Il figlio in carcere,
    compromesso con tanti altri di  questi  patrioti,  nella  frode  delle
    banche.  E quel Selmi,  venuto qua padrino avversario del Capolino, ha
    saputo?  s' ucciso.  Scontano tutti le  loro  belle  imprese!  E'  lo
    sfacelo,  Monsignore!  Dio abbia piet dei morti. Io mi sento il cuore
    cos arso di sdegno,  che non m' stato possibile pregare.  Un fremito
    ai ginocchi m'ha fatto levare dalla fossa della mia povera sorella,  e
    mi sono domandato se questo era il momento di pregare e di piangere, o
    non  piuttosto  d'agire,  Monsignore!  Ma  dobbiamo  proprio  rimanere
    inerti,  mentre  tutto  si  sfascia  e  le  popolazioni insorgono?  Ha
    sentito, ha letto nei giornali? Le folle hanno un bell'essere incitate
    da predicazioni anarchiche;  scendendo in piazza a gridare  contro  la
    gravezza delle tasse, recano ancora con s il Crocefisso e le immagini
    dei Santi!
    - Anche quelle,  per, del re e della regina, don Ippolito, - gli fece
    osservare amaramente Monsignore.
    - Per disarmare i soldati, queste! - rispose pronto don Ippolito. - Il
    segno che l'animo del popolo  ancora con noi  in quelle!  chiaro in
    quelle! Sa che mio figlio  in Sicilia?
    Monsignore chin il capo pi volte con mesta gravit,  credendo che il
    principe  gli  avesse  fatto quella domanda per chiamarlo a parte d'un
    dispiacere.
    - Ha viaggiato insieme con don Flaminio, - aggiunse con un sospiro,  -
    e con la povera figliuola.
    Donna  Adelaide  ruppe  in nuovi e pi forti singhiozzi.  Don Ippolito
    pest un piede rabbiosamente.
    - Bisogna vincere i proprii dolori,  - disse con fierezza - e  guardar
    oltre!  Saper  vivere  per  qualche  cosa  che  stia sopra alle nostre
    miserie quotidiane e a tutte le afflizioni che ci procaccia  la  vita!
    Io ho scritto a mio figlio,  Monsignore,  e ho fatto anche chiamare il
    Capolino per proporgli  d'andare  ad  abboccarsi  con  lui,  se  fosse
    possibile venire a qualche intesa...
    -  Ma  come,  don  Ippolito?  -  esclam,  con  stupore  e afflizione,
    Monsignore. - Con quelli che gli hanno or ora assassinato barbaramente
    la moglie?
    Don Ippolito torn a pestare un piede sul tappeto, strinse e scosse le
    pugna, e col volto levato e atteggiato di sdegno, fremette:
    - Schiavit! schiavit! schiavit! Ah se io non fossi inchiodato qui!
    - Ma che siamo sbanditi?  davvero sbanditi?  - domand allora,  tra le
    lagrime,  donna  Adelaide,  rivolta  al  vescovo.  -  Chi ci proibisce
    d'uscire di qui, d'andare dove ci pare, Monsignore?
    - Chi? - grid don Ippolito, volgendosi di scatto, col volto scolorito
    dall'ira.  - Non lo  sapete  ancora?  Monsignore,  non  ha  posto  lei
    chiaramente i patti di queste mie nuove nozze sciagurate?  Come non sa
    ancora costei chi ci proibisce d'uscire di qui?
    - Ma in un caso come questo! - gemette donna Adelaide. - Vado io sola!
    Egli pu restare! Santo Dio, ci vuole anche un po' di cuore, ci vuole!
    Monsignor Montoro la supplic con le mani di tacere,  d'usar prudenza.
    Don Ippolito si port e si premette forte le mani sul volto,  a lungo;
    poi mostrando un'aria al tutto  cangiata,  di  profonda  amarezza,  di
    profondo avvilimento, disse:
    - Monsignore, procuri d'indurre mio cognato a portar qui la figliuola,
    presso  la zia.  Forse la quiete,  la novit del luogo le potranno far
    bene.
    - Ah, qui? davvero qui? Ah se viene qui... - proruppe allora con furia
    di giubilo donna Adelaide, dimenandosi, quasi ballando sulla seggiola.
    - S, s, s,  Monsignore mio.  Sente?  lo dice lui!  La faccia venire
    qui, Monsignore, subito subito, qui, la mia povera figliuola!
    Lieto  della  concessione,  Monsignore par le candide mani paffute ad
    arrestare quella furia:
    - Aspettate... permettete? Ecco... vi devo dire... oh, una cosa che mi
    ha tanto, tanto intenerito... Qua, s... ma aspettate... vedrete che 
    meglio lasciare per  ora  a  Girgenti  la  povera  figliuola...  Forse
    abbiamo un mezzo per guarirla. S, ecco, l'altro jeri sera, sapete chi
     venuto a trovarmi al vescovado? Il De Vincentis, quel povero Nin De
    Vincentis,  innamorato da lungo tempo della ragazza,  lo sapete.  Caro
    giovine! Oh se l'aveste veduto! In uno stato, vi assicuro,  che faceva
    piet.  Si mise a piangere,  a piangere perdutamente,  e mi preg,  mi
    scongiur di dire a don Flaminio che si fidasse di lui e  lo  mettesse
    accanto alla ragazza,  ch egli col suo amore,  con la sua calda piet
    insistente sperava di scuoterla,  di richiamarla  alla  ragione,  alla
    vita. Ebbene, che ne dite?
    - Magari! - esclam donna Adelaide. - E Flaminio? Flaminio?
    - Ho fatto subito, jeri mattina, l'ambasciata, - rispose Monsignore. -
    E  don  Flaminio,  che  conosce  il  cuore,  la  gentilezza e l'onest
    illibata del giovine,  ha accettato la  proposta,  promettendo  al  De
    Vincentis  che  la figliuola sar sua se far il miracolo di guarirla.
    Ora il giovine  l,  presso la povera  figliuola.  Lasciamola  stare,
    donna Adelaide, e preghiamo Iddio insieme, che il miracolo si compia.
    Con questa esortazione, monsignor Montoro tolse commiato. Per le scale
    disse  a  don  Ippolito che aveva in animo di mandare una pastorale ai
    fedeli della diocesi,  e che  fra  qualche  giorno  sarebbe  venuto  a
    fargliela sentire,  prima di mandarla. Don Ippolito apr le braccia e,
    appena il vescovo part con la vettura, and a rinchiudersi nelle sale
    del "Museo".
    Donna Adelaide rimase a piangere,  prima di tenerezza  per  quell'atto
    del povero Nin,  poi per disperazione, poich sapeva purtroppo in che
    conto la nipote tenesse un tempo quel giovine.  Forse,  se  anche  lei
    avesse potuto esserle accanto,  a persuaderla...  chi sa! E cominci a
    fremere di nuovo e a struggersi tra le smanie e  a  sentirsi  divorata
    dalla  rabbia  per quella barbarie del principe,  che la costringeva a
    star l.  E perch poi?  che cosa rappresentava,  che cosa stava a far
    l,  lei?  No,  no, no; voleva andar via, scappare, fuggire, o sarebbe
    anch'essa impazzita! Decise di scrivere al fratello, scongiurandolo di
    venir subito a riprendersela,  a liberarla da quella galera,  o con le
    buone o con le cattive.

    Lieto  della chiamata del principe di Laurentano,  Ignazio Capolino si
    disponeva a scendere a Colimbtra, quando nella saletta d'ingresso ud
    la vecchia serva respingere sgarbatamente qualcuno,  che  chiedeva  di
    lui. Si fece avanti, sporse il capo a guardare, vide due donne vestite
    di  nero,  con  uno scialle pur nero in capo,  stretto attorno al viso
    pallido e smunto. Erano le due figliuole del Pigna, Mita e Annicchia.
    Capolino,  come intese il nome,  le fece entrare nel salotto  e,  dopo
    averle  costrette a sedere,  domand loro che cosa desiderassero.  Per
    pudore della loro miseria e per sostenere con  dignit  il  cordoglio,
    resistevano  entrambe  alla  commozione  irrompente.   Lo  sforzo  che
    facevano per non piangere,  intanto,  e la suggezione,  impedivano  la
    voce.  E tutte e due stropicciavano forte,  sotto lo scialle nero,  il
    pollice  della  mano  sinistra   sulla   costa   dell'ultima   falange
    dell'indice,  ottusa,  incallita,  annerita  e  bucherata dall'assiduo
    passaggio dell'ago e del filo,  quasi che soltanto  nella  sensibilit
    perduta  di  quel  dito  potessero  trovar  la  forza e il coraggio di
    parlare. Alla fine, Mita, levando appena gli occhi offuscati, riusc a
    dire:
    - Signor deputato, siamo venute a pregarla...
    E l'altra subito sugger, corresse:
    - Le diamo l'incomodo... col dolore che deve avere in s...
    - Dite, dite pure, - le esort Capolino. - Sono qua ad ascoltarvi.
    - Sissignore,  ecco...  Vossignoria sapr,  - riprese Mita,  facendosi
    improvvisamente rossa in viso, - che nostro padre e il Lizio, che ...
    - Marito d'una nostra sorella, - torn a suggerire Annicchia.
    Mita le rivolse con gli occhi un pietoso rimprovero.
    - Sono stati arrestati, signor deputato!
    - Innocenti, signor deputato, innocenti!
    -  Siamo  testimonie  noi,  che non sapevano nulla,  proprio nulla del
    fatto...
    Capolino,  confuso tra l'ansia affannosa e incalzante con cui  le  due
    sorelle ora parlavano, domand:
    - Di qual fatto?
    - Come! - fece Mita. - Del fatto, che vossignoria, purtroppo...
    - Oh Signore! - esclam Annicchia. - Ce ne trema ancora il cuore.
    E Mita riprese:
    -  Sono  stati  arrestati  anch'essi,  innocenti come Cristo...  Siamo
    testimonie noi,  che sono rimasti sbalorditi e senza fiato,  quando se
    ne sparse la notizia; non sapevano nulla di nulla...
    - E vossignoria pu credere,  - aggiunse Annicchia,  - che non avremmo
    avuto il coraggio di venire qua  a  parlarne  a  vossignoria,  se  non
    fossimo pi che sicure che sono innocenti...
    E Mita, con gli occhi bassi, tremante:
    -  La  sua  signora,  -  disse,  -  noi  l'abbiamo  servita e sappiamo
    quant'era buona... signora affabile... e bella,  oh quant'era bella...
    che pena!
    Capolino strizz gli occhi,  si torse un po' sulla seggiola, e domand
    con voce grossa:
    - Avete avuto una perquisizione in casa?
    - Sissignore,  - risposero a una voce le due sorelle.  Seguit Mita: -
    Guardie,  delegati, giudici... come tanti diavoli... hanno messo tutto
    sossopra...
    - E che hanno trovato?
    - Niente!
    - Oh Maria, proprio niente... Qualche lettera... giornali...  l'elenco
    dei socii.
    - Socii per modo di dire... non veniva nessuno...
    -  Libri...  carte...  Si  son  portato via tutto...  anche un capo di
    biancheria, signor deputato,  con una goccia di sangue che m'ero fatto
    io, qua al dito, cucendo...
    Capolino  si strinse la bocca con una mano sotto il naso,  e rimase un
    pezzo accigliato, a pensare; poi disse:
    - Se non verr fuori qualche compromissione...
    - Ah,  nossignore!  - esclam subito Mita.  - Col fatto per  cui  sono
    stati arrestati, nessuna; certo nessuna! Vossignoria pu crederlo...
    - Non saremmo venute da vossignoria... - ripet Annicchia.
    Capolino tese le mani per fermarle; si raccolse di nuovo a pensare.
    -  Sapete,  -  poi domand,  - che io non sono benvisto dall'autorit?
    Sapete che,  per scusare trenta e pi anni di malgoverno,  si vuol far
    credere  che  tutti  questi  torbidi  in Sicilia siano suscitati sotto
    sotto dal partito clericale, a cui io appartengo?
    - Vossignoria... ma come! - disse Annicchia, con le mani giunte.  - Se
    vossignoria ha avuto... se a vossignoria...
    - Tanto pi!  Tanto pi!  - tronc Capolino.  - Diranno: Ecco, vedete
    che c' l'accordo? Il cuore  una cosa; la politica,  un'altra!  Viene
    lui, lui stesso, a intercedere per gli arrestati. Cosi diranno!
    Le due sorelle restarono smarrite, oppresse.
    - E come si pu credere una tal cosa?... - domand Mita.
    -  Ma  non  la  credono  affatto!  -  rispose con un sorriso di sdegno
    Capolino. - Fingono di credere! E' la loro scusa. E io,  andando,  voi
    lo  capite,  farei  il  loro gioco,  senza ottenere nulla per voi.  E'
    proprio cos!  Anche nel 1866,  che voi altre non eravate neppur nate,
    la   sommossa   popolare   a   causa   delle   iniquit   politiche  e
    amministrative,  fu addebitata a questo capro espiatorio  del  partito
    clericale.  E'  la  scusa  pi comoda,  per i governanti,  e di sicuro
    effetto!
    Le due sorelle rimasero un pezzo in silenzio,  assorte,  quasi a veder
    la speranza che le aveva condotte l,  rintanarsi nella pena, cacciata
    da una ragione inattesa che non riuscivano a intendere chiaramente.
    - C'eravamo figurate,  - disse poi Mita,  - che se vossignoria  avesse
    detto una parola... non solo di fronte all'autorit... ma anche per il
    paese...  Viviamo  del  lavoro  che facciamo noi due,  io e questa mia
    sorella...  Nessuno ce ne vuol pi  dare  adesso,  perch  tutti,  per
    quest'arresto,  credono  che  nostro  padre  e  nostro  cognato  siano
    complici nel fatto che giustamente ha indignato tutto il paese... Ora,
    se vossignoria,  che  stato pi di tutti offeso,  dice una  parola...
    l'innocenza...
    -  E  c'  anche questo,  signor deputato!  - proruppe Annicchia,  non
    riuscendo pi a trattenere le lagrime,  - che nostra  sorella,  signor
    deputato,  quando  sono  venute  le  guardie  ad arrestare il marito e
    nostro padre,  aveva  il  bambinello  attaccato  al  petto.  Le  si  
    attossicato il latte, signor deputato; e ora il bambino sta morendo, e
    non  sappiamo  come  curarlo;  e  nostra sorella pare impazzita per il
    figlio che le muore,  col  padre  in  carcere!  Siamo  rimaste  cinque
    sorelle  in  casa;  ci  volgiamo  da tutte le parti e non sappiamo che
    ajuto darle...  Per questo siamo venute  qua,  a  supplicarla,  signor
    deputato!
    Capolino s'alz, come sospinto dalla commozione.
    - Vedr...  vedr di fare qualche cosa...  - disse. - Datemi un po' di
    tempo...  Bisogna  che  veda...  per  la  mia...  dico,   per  la  mia
    responsabilit politica...  Il cuore,  ve l'ho detto,   una cosa;  la
    politica,  un'altra...  Ma  vedr...   non  m'impegno...   Quietatevi,
    quietatevi...  e coraggio, figliuole mie... E' un momento orribile per
    tutti, credete... e nessuno riesce a vederci uno scampo...
    Le accompagn, cos dicendo,  fino alla saletta d'ingresso;  non volle
    scuse  n  ringraziamenti;  richiuse  pian  piano  la  porta alle loro
    spalle.
    Pur senz'alcuna fiducia  in  quella  vaga  promessa  d'ajuto,  le  due
    sorelle,  appena uscite su la via,  provarono un certo sollievo per il
    passo che avevano fatto, quasi un'ebbrezza d'aver saputo parlare,  per
    cui si sentirono alquanto riconfortate.  Ma presto,  pensando al luogo
    ove  erano  avviate,   ricaddero   nell'avvilimento   d'una   vergogna
    scottante.  Si  recavano  alla Posta a riscuotere un po' di denaro che
    Celsina aveva mandato da Roma, e di cui non sapevano che pensare...  E
    altro  danaro,  in  quei giorni,  poco,  oh poco,  e frutto d'un'altra
    vergogna ben nota,  veniva dalla sorella maggiore,  da Rosa,  a quelle
    loro povere mani logorate dal lavoro e ora forzate dall'ozio,  forzate
    ad accogliere il tristo peso di quei soccorsi non chiesti.

    Che agli occhi altrui figurasse  d'andare  a  Colimbtra  non  di  sua
    volont, ma chiamato, piaceva molto a Capolino. Era l, adesso, appesa
    al ramo una pera,  rimasta un tempo acerba alla sua brama; ma che ora,
    a quanto poteva congetturare da notizie recenti,  doveva esser pi che
    matura,  l l per cadere,  a una scrollatina cauta e ardita della sua
    mano. Sarebbe stato questo, il perfetto compimento della sua vendetta!
    E tutto pareva meravigliosamente preordinato perch si compisse presto
    e bene.  Adelaide Salvo figurava nubile  tuttora  davanti  allo  stato
    civile.  L'avrebbe spinta a fuggire con lui a Roma, a riparare in casa
    della sorella Rosa.  Prudentemente,  per raffermar bene il suo diritto
    di  salvatore,  si sarebbe prima trattenuto alcuni giorni a Napoli con
    lei che,  poverina,  doveva aver tanto bisogno di  quegli  svaghi  che
    solamente  una  citt come Napoli poteva offrirle.  A Roma,  si poteva
    senza chiasso contrar le nozze civili. Francesco Vella avrebbe trovato
    modo   di   farlo   entrare   in   qualit    d'avvocato    consulente
    nell'amministrazione  delle ferrovie;  e non era detto che non dovesse
    piacergli che egli, divenuto di nuovo suo cognato, restasse con quella
    medaglietta ciondolante sul panciotto. Col tempo anche Flaminio Salvo,
    per intercessione di don Francesco e di donna Rosa,  si sarebbe  forse
    placato e non gli avrebbe attraversato la via.  Il vero punto, adesso,
    era persuadere Adelaide d'affrontar lo scandalo della  fuga,  in  quel
    momento sciagurato della pazzia della nipote. Ma monsignor Montoro gli
    aveva  detto  che  il  principe  proibiva assolutamente alla moglie di
    recarsi a Girgenti anche per una visita in casa del fratello. Un'altra
    congiuntura maravigliosamente propizia era nell'opera pietosa  offerta
    da  quel  caro Nin De Vincentis alla povera ragazza.  Che se Dianella
    fosse stata portata a Colimbtra presso la zia come il principe  aveva
    proposto,  altro  che  pensare alla fuga,  egli non avrebbe potuto pi
    neanche mettervi il piede!  Ma poteva bastare ad Adelaide questa  vaga
    speranza,   questa   magra   consolazione   da   lontano,   di  sapere
    inginocchiato innanzi alla nipote demente quel povero  San  Luigi?  In
    fondo tutto quell'ardore,  per quanto sincero,  di visitare la nipote,
    doveva essere un pretesto per uscir da Colimbtra.  Le  ragioni  delle
    sue  smanie  perduravano  tutte,   esacerbate  per  giunta  da  quella
    proibizione.  N Flaminio Salvo si sarebbe mai indotto a persuadere il
    principe  di concedere alla sorella quell'uscita.  Bisognava insistere
    su questo punto,  dimostrare ad Adelaide che il fratello non era  uomo
    da   venir   meno   ai   patti  stabiliti  col  principe  per  nessuna
    considerazione;  cosicch ella,  perduta ogni speranza nell'ajuto  del
    fratello  e  vedendosi condannata a struggersi l nel dispetto e nella
    noja,  non vedesse pi altro scampo  che  in  lui,  e  trovasse  nella
    disperazione il coraggio della fuga.
    Questi  pensieri  e  ricordi  e  propositi  rivolgeva  in s Capolino,
    scendendo da Girgenti a Colimbtra in vettura.  Ma non gli suscitavano
    dentro  n  ansia,  n calore.  Avvertiva anzi una frigidit nauseosa,
    come se la vita  gli  si  fosse  rassegata;  sentiva  che  quella  sua
    vendetta era per cose che restavano indietro nel tempo,  irrevocabili,
    e gi morte nel cuore,  e che per non ne avrebbe avuto n  gioja,  n
    promessa  di bene per l'avvenire.  Vendicava uno che,  un giorno,  era
    stato respinto da Adelaide Salvo;  ma era pi ormai  quell'uno?  Tante
    cose non avrebbero dovuto accadere, che purtroppo erano accadute, e di
    cui sentiva in s, nel cuore, il peso morto, perch avesse ora qualche
    gioja  della  sua  vendetta.  E appunto tutte queste cose morte gliela
    rendevano cos facile.  Ecco perch sentiva quella frigidit nauseosa.
    In  Nicoletta  Spoto  aveva  potuto  trovare  un  certo  compenso,  un
    rinfranco alla nausea della sua abiezione;  per quella e  con  quella,
    valeva  quasi  la  pena  d'esser vile...  Ma suscitare adesso un nuovo
    scandalo, fare un affronto a un uomo come don Ippolito Laurentano, per
    Adelaide Salvo... Forse per, in fin dei conti, sarebbe stato anche un
    sollievo per don Ippolito portargli via quella  moglie!  Sul  momento,
    l'amor  proprio ne avrebbe un po' sofferto;  ma non era male che a lui
    cos favorito sempre dalla sorte,  bello,  nobile,  ricco,  che  aveva
    potuto  prendersi  il gusto e la soddisfazione di tener sempre alta la
    fronte, la sorte stessa, ora, all ultimo, con la mano di lui Capolino,
    allungasse uno scappellotto, cos di passata.
    Ancora un'altra agevolazione, e questa davvero inaspettata,  e tale da
    fargli quasi cader le braccia,  trov, appena arrivato alla villa. Don
    Ippolito, sdegnato da un canto dalla sfiducia del vescovo,  dall'altra
    al tutto disilluso dalla risposta di Lando, arrivatagli la sera avanti
    da Palermo,  circa alla possibilit di venire a un accordo col partito
    clericale, s'era rifugiato, come in tante altre occasioni bisognoso di
    conforto,  nel culto delle antiche memorie,  nell'opera da lungo tempo
    intrapresa sulla topografia akragantina.
    Come  per  l'acropoli,  cos  per  l'emporio d'Akragante,  s'era messo
    contro tutti i topografi vecchi e nuovi,  che lo designavano alla foce
    dell'Hypsas.  Quivi  egli  invece  sosteneva  che  fosse  soltanto  un
    approdo,  e che l'emporio,  il vero  emporio,  Akragante,  come  altre
    antiche  citt  greche  non  poste  propriamente  sul mare,  lo avesse
    lontano,  in qualche insenatura che potesse  offrire  sicuro  ricovero
    alle navi: Atene,  al Pireo;  Megara attica,  al Niseo; Megara sicula,
    allo Xiphonio. Ora, qual era l'insenatura pi vicina ad Akragante? Era
    la cos detta Cala della Junca,  tra Punta Bianca e Punta del Piliere.
    Ebbene  l,  dunque,  nella Cala della Junca,  doveva essere l'emporio
    akragantino.
    A  questa  conclusione  era  arrivato  con  la  scorta   d'un   antico
    leggendario  di  Santa  Agrippina.  Ed  era lieto e soddisfatto di una
    pagina  che  aveva  trovato  modo  d'inserire  nell'arida  discussione
    topografica,  per descrivere il viaggio delle tre vergini Bassa, Paola
    e Agatonica,  che avevano recato per mare da Roma il corpo della santa
    martire  dell'imperatore Valeriano.  Non era dubbio che le tre vergini
    fossero approdate col corpo della santa alla spiaggia agrigentina,  in
    un  luogo  detto "Lithos" in greco e "Petra" in latino,  quello stesso
    oggi chiamato Petra  Patella,  o  Punta  Bianca.  Orbene,  nell'antico
    agiografo  si leggeva che al momento dell'approdo delle tre vergini un
    monaco che usciva dal monastero di Santo Stefano nel villaggio di Tyro
    presso l'emporio,  avviato ad Agrigento,  s'era fermato,  attratto dal
    soave  odore che emanava dal corpo della santa,  ed era poi corso alla
    citt ad annunziare quel prodigio al vescovo San  Gregorio.  Se,  come
    volevano  i  vecchi  e  nuovi  topografi,   l'emporio  era  alla  foce
    dell'Hypsas,  e dunque pur l il "vicus" di Tyro  e  il  monastero  di
    Santo  Stefano,  come  mai  quel monaco,  avviato ad Agrigento,  s'era
    potuto imbattere a Punta Bianca nelle tre vergini che approdavano  col
    corpo della santa martire?  Era del tutto inammissibile.  Il monastero
    di Santo Stefano di Tyro doveva  esser  l,  presso  Punta  Bianca,  e
    dunque  pur  l l'emporio.  E la prova pi convincente era nel nome di
    quel villaggio,  uguale a quello della  grande  citt  fenicia:  Tyro.
    Questo  nome  probabilmente lo avevano dato i Cartaginesi al tempo del
    loro attivo commercio con gli Akragantini,  e tale per  qualche  monte
    che  doveva  sorgere presso il villaggio: "tur",  difatti,  in fenicio
    significa monte. Ne sorgeva forse qualcuno presso la foce dell'Hypsas?
    No;  il monte,  designato anzi come per antonomasia il  Monte  Grande,
    sorge l appunto, presso Punta Bianca, e domina la Cala della Junca.
    Don Ippolito,  quella mattina per tempissimo,  s'era recato a cavallo,
    con la scorta di Sciaralla e di altri quattro uomini,  a visitare  pi
    attentamente quei luoghi,  e in ispecie la costa di quel Monte Grande,
    nella contrada detta Litrasi,  ove sono certi loculi creduti da alcuni
    topografi  tombe  fenicie,  ma  che a lui parevano molto pi recenti e
    disposti e scavati in uno stile uso in  Sicilia  al  tempo  del  basso
    impero,  sicch  potevano  risalire  agli  anni  del  vescovado di San
    Gregorio,  cio al tempo che col erano sbarcate le tre fedeli vergini
    Bassa,  Paola  e  Agatonica  con  la salma odorosa della santa martire
    Agrippina.
    Di ritorno,  bench da ogni parte gli si stendessero  amenissimi  allo
    sguardo  nel  tepore  quasi  primaverile  immensi tappeti vellutati di
    verzura, qua dorati dal sole,  l vaporosi di violente ombre violacee,
    sotto il turchino intenso e ardente del cielo, don Ippolito, guardando
    le sue mani appoggiate su l'arcione della sella, non aveva pensato pi
    ad altro che alla morte,  alla sua scomparsa da quei luoghi, che ormai
    non doveva essere lontana.  Ma contemplata cos,  sotto quel sole,  in
    mezzo  a  tutto quel verde,  mentre il corpo si dondolava ai movimenti
    uguali della placida cavalcatura,  la morte  non  gli  aveva  ispirato
    orrore,  bens  un'alta  serenit  soffusa  di  rammarico e insieme di
    compiacenza, per la gentilezza e la nobilt dei pensieri e delle cure,
    di cui aveva sempre intessuto la sua vita in quei luoghi cari,  a  cui
    tra poco avrebbe dato l'ultimo addio.  E s'era immerso a lungo in quel
    sentimento nuovo di serenit, come per mondarsi del terrore angoscioso
    ch'essa, la morte,  gli aveva cagionato finora,  e a cui doveva quelle
    indegne  sue  seconde  nozze che avevano profanato il decoro della sua
    vecchiezza, l'austerit del suo esilio.
    Poco dopo mezzogiorno,  rientrando a Colimbtra,  stanco  della  lunga
    cavalcata,  sorprese  nel  salone  Capolino  e donna Adelaide in fitto
    colloquio: questa, accesa e in lacrime;  quello,  pallido e in fervida
    agitazione.  Si ferm su la soglia, con un piglio pi di nausea che di
    sdegno.
    -  Oh,  principe...  -  fece  subito  Capolino,  levandosi  in  piedi,
    smarrito.
    - State,  state... - disse don Ippolito, protendendo una mano, pi per
    impedirgli d'accostarsi, che per fargli cenno di restar seduto.  - Non
    vi  chiedo  scusa  del  ritardo,  perch la signora,  vedo...  mi avr
    dipinto anche a voi per un cos barbaro uomo, che non vi sarete doluto
    se vi  mancata finora la mia compagnia...
    - No... la... la principessa... veramente... - barbugli Capolino.
    Don Ippolito s'impost fieramente e disse con accigliata freddezza:
    - Pu andare,  se vuole.  Ma sappia che ci che oggi le  impedisce  di
    uscire dal cancello della mia villa, le impedir domani di rientrarvi.
    E ora seguitate pure la vostra conversazione.
    Si mosse per uscire dal salone.  Capolino tent di sostenere,  innanzi
    alla donna,  la sua dignit maschile,  e gli disse dietro,  quasi  con
    aria di sfida, ma che poteva anche parer di scusa:
    - Voi, principe, mi avete fatto chiamare...
    Don  Ippolito,  gi  arrivato  all'uscio,  si  volt  appena,  tenendo
    scostata con la mano la portiera:
    - Oh, per una cosa da nulla, - disse. - Ormai... ubbie! ubbie!
    E pass, lasciando ricadere la portiera.
    - La risposta...  la risposta...  - proruppe  subito  donna  Adelaide,
    alzandosi soffocata e con gli occhi tumidi e insanguati dal pianto,  -
    aspetto fino a domani la risposta,  o che venga lui  qua  a  dirmi  se
    debbo proprio crepare e farmi pestar la faccia cos...
    - Ma certo!  ma certo! ma certo! - ribatt Capolino, andandole dietro.
    - Come vuoi che Flaminio ti dica...
    - Me lo deve dire! - lo interruppe lei, frenetica, mostrando i denti e
    le pugna. - Questo mi deve dire, con la sua bocca; e allora s, allora
    s, subito! faccio lo sproposito! sono pronta! faccio lo sproposito!
    Entr in quel punto Liborio,  il cameriere favorito del  principe,  in
    preda  a un'ansia spaventata,  e rest un momento perplesso alla vista
    del pianto e dell'agitazione della signora.
    - Eccellenza... Eccellenza... - disse, - il signor don Salesio.. .
    - Che cos'? - domand con rabbia donna Adelaide. - Che vuole?
    - Niente, eccellenza... pare che...
    E Liborio alz una mano a un gesto vago, di benedizione.
    - Ah,  - fece allora donna Adelaide,  piantando duramente gli occhi in
    faccia  a  Capolino  e  restando  un tratto a guardarlo accigliata e a
    bocca aperta,  come per saper da lui se fosse bene o male,  che giusto
    in  quel  punto  quel poveretto morisse.  - Meglio...  meglio cos!  -
    esclam poi, - meglio cos, pover'uomo... Andiamo,  Gnazio,  andiamo a
    vederlo...
    E corse dietro a Liborio, seguita da Capolino, frastornato e turbato.
    - L'ho tenuto qua con me...  - gli diceva, andando, - l'ho trattato...
    l'ho curato...  Bella gente  siete  stati  vojaltri,  ad  abbandonarlo
    cos...  povero  vecchio...  Meglio,  meglio...  si  leva di patire...
    Anch'io l'ho trascurato in  questi  ultimi  giorni...  Assassini!  Gli
    hanno  dato  il colpo di grazia...  Ma anche lui per,  bisogna dirlo,
    mangiava troppo... troppi dolci...
    - Eh s,  eccellenza,  - sospir Liborio,  - glielo dicevo  anch'io...
    troppi...
    - Piglia,  piglia,  Gnazio... m' caduto il fazzoletto. Oh Bella Madre
    Santissima, che puzzo qui!
    E si tur il naso con una mano,  restando davanti  alla  soglia  della
    cameretta  in  cui  il povero vecchio moriva,  sostenuto sul letto dal
    cuoco,  accorso  alla  chiamata  di  Liborio.  Trattenuti  dall'orrore
    istintivo  della  morte,  ma  forse  pi  dal  ribrezzo  per l'estrema
    magrezza di quel volto cartilaginoso, dai peli stinti, dai globi degli
    occhi gi induriti sotto le  plpebre  semichiuse,  donna  Adelaide  e
    Capolino stavano a guardare,  ancora l su la soglia,  allorch videro
    la bocca  del  moribondo  aprirsi,  aprirsi  sempre  pi,  spalancarsi
    smisuratamente,  come  forzata  con  violenza  crudele  da  una  molla
    interna.
    - Oh Dio! - gemette donna Adelaide. - Perch fa cos?
    Non aveva finito di dirlo,  che da  quella  bocca  spring  fuori,  di
    scatto,  qualcosa,  orribilmente.  Donna  Adelaide  gett  un grido di
    raccapriccio e lev le mani quasi a riparo del volto.  Liborio and  a
    guardare sul letto e, scorgendovi una dentiera aperta:
    - Niente,  eccellenza!  - disse con un sorriso pietoso. - Ha finito di
    mangiare...
    Il cuoco intanto adagiava sul  cuscino  il  capo  esanime  del  povero
    vecchio.


    7.

    Nella vasta sala sonora dell'antica cancelleria nel palazzo vescovile,
    dal tetro soffitto affrescato e coperto di polvere,  dalle alte pareti
    dall'intonaco ingiallito,  ingombre di  vecchi  ritratti  di  prelati,
    coperti  anch'essi di polvere e di muffa,  appesi qua e l senz'ordine
    sopra  armadi  e  scanse  stinte  e  tarlate,   si  lev  un   bruso
    d'approvazioni  appena monsignor Montoro,  con la sua bella voce dalle
    inflessioni misurate quasi soffuse di pura autorit protettrice,  fin
    di  leggere  al  capitolo  della cattedrale e a molti altri canonici e
    beneficiali,  l apposta radunati,  la pastorale ai reverendi  parroci
    della  diocesi  su i luttuosi avvenimenti che funestavano la Sicilia e
    contristavano ogni cuor cristiano.  Da  un  versetto  di  San  Matteo,
    Monsignore  aveva  intitolato  quella  sua pastorale: "Semper pauperes
    habetis vobiscum..."
    Era una giornataccia rigida e ventosa di gennajo;  e pi volte durante
    la  lettura  il  vescovo  e  anche gli ascoltatori avevano rivolto gli
    occhi ai vetri dei finestroni che pareva volessero cedere  alla  furia
    urlante  della  libecciata.  Tutta la lettura calma di quella mansueta
    omela aveva  avuto  l'accompagnamento  sinistro  di  sibili  acuti  e
    veementi,  di  cupi,  lunghi  mugoli che spesso avevano distratto pi
    d'uno,  diffondendo nella vasta sala vegliata da quei ritratti antichi
    impolverati  e  ammuffiti  uno  sbigottito  rammarico  della vanit di
    quella interminabile esercitazione oratoria.
    Parecchi se n'erano stati a guardare attraverso uno di quei finestroni
    il terrazzino d'una vecchia casa dirimpetto, sul quale un povero matto
    pareva provasse chi sa che volutt, forse quella del volo,  esposto l
    al vento furioso che gli faceva svolazzare attorno al corpo la coperta
    del  letto,  di  lana gialla,  posta su le spalle: rideva con tutto il
    viso squallido, e aveva negli occhi acuti,  spiritati,  come un lustro
    di lagrime,  mentre gli scappavan via di qua e di l,  come fiamme, le
    lunghe ciocche dei capelli rossigni.  Quel  poverino  era  il  giovane
    fratello del canonico Bat,  il quale si trovava anche lui nella sala,
    attentissimo in vista alla  lettura  del  vescovo,  ma  dentro  di  s
    assorto  di  certo in pensieri estranei che pi volte lo avevano fatto
    gestire comicamente.
    Terminata la lettura, quelli tra i pi vecchi canonici che conoscevano
    meglio il debole del loro  eccellentissimo  vescovo  s'affrettarono  a
    circondar la tavola,  innanzi alla quale egli stava seduto,  per farsi
    ripetere chi una frase e chi un'altra fra le tante, di cui Monsignore,
    dal modo con cui le aveva proferite, era parso loro dovesse essere pi
    contento e soddisfatto.
    - Quella, quella dell'esercito di Satana, eccellenza, come dice?
    - Allude alla massoneria, non  vero, Vostra Eccellenza? come dice?
    E Monsignore,  dentro gongolante,  ma  fuori  con  un'aria  di  stanca
    condiscendenza, abbassando su i chiari occhi ovati quelle sue plpebre
    lievi  come  veli  di  cipolla,  e  crollando  il  capo  in  segno  di
    affermazione,  e facendo cenno con la mano  d'aspettare,  cercava  nel
    foglio e ripeteva:
    - Malvagia e ria setta...  malvagia e ria setta,  che a suo architetto
    ha scelto il demonio, a gerofante il giudeo...
    - Ah, ecco!  A gerofante il giudeo!  - esclamavano quelli.  - Stupenda
    espressione, eccellenza! stupenda...
    - Gagliarda... gagliarda...
    -  Ma che ventaccio,  buon Dio!  - riprendeva a lamentarsi il vescovo,
    afflitto, come d'un ingiusto compenso al merito di quella sua fatica.
    I pi giovani canonici,  intanto,  che pi di tutti  avevano  prestato
    ascolto alla lettura, si scambiavano tra loro occhiate di disgusto per
    quei  vecchi  e sciocchi piaggiatori,  o di dolorosa rassegnazione per
    l'accoglienza che il  popolo  avrebbe  fatto  a  quel  vaniloquio  che
    s'aggirava  tutto  quanto  attorno  a  una non pi ingenua che crudele
    domanda che i reverendi parroci avrebbero dovuto rivolgere  ai  poveri
    della  diocesi:  perch mai la miseria,  che sempre era stata e sempre
    sarebbe stata, solamente ora perturbasse cos gli animi e gli ordini e
    prorompesse in cos deplorabili eccessi.  Pareva  ad  alcuni  di  quei
    giovani prelati,  che Monsignore avrebbe potuto almeno parafrasare per
    gli avvenimenti dell'isola l'enciclica recente di S.  S.  Leone  XIII,
    "De conditione opificum", nella quale era pur detto che i proprietarii
    dovessero cessare dall'usura aperta o palliata, e dal tener gli operaj
    in conto di schiavi,  e dal trafficare sul bisogno dei miseri,  invece
    di mostrarsi cos avverso a coloro che osavano  attentare  all'antica
    rigidit del diritto quiritario. Tanto pi s'affliggevano del tono di
    quella  pastorale del loro vescovo,  in quanto che,  proprio il giorno
    avanti,  in difesa dei poveri Pompeo Agr aveva  pubblicato  un  fiero
    opuscolo,  nel quale, dopo aver paragonato le condizioni della Sicilia
    a  quelle  dell'Irlanda,   e  messo  in  rilievo   il   linguaggio   e
    l'atteggiamento  assunti  da  illustri  prelati  cattolici,  inglesi e
    americani,  nelle questioni economiche e sociali del momento,  aveva -
    quasi per sfida - citato l'insolente risposta del reverendo Mac Glynn,
    curato  cattolico di New York,  all'invito del suo vescovo di moderare
    la propaganda rivoluzionaria:  Ho  sempre  insegnato,  Monsignore,  e
    sempre insegner,  fino all'ultimo respiro,  che la terra  di diritto
    propriet comune del popolo, e che il diritto di propriet individuale
    sul suolo  opposto alla giustizia naturale,  quantunque sancito dalle
    leggi  civili  e  religiose!.   Era  quell'opuscolo  dell'Agr  tutto
    un'acerba  requisitoria  contro  l'ignoranza  e  l'accidia  del  clero
    siciliano.  Ed ecco che, a un giorno di distanza, quella pastorale del
    loro vescovo veniva a  darne  la  prova  pi  schiacciante.  Altri  in
    crocchio si consigliavano, se non fosse prudente mandare pi tardi, in
    segreto,  qualcuno  dei  vecchi  pi accetti a Monsignore,  per fargli
    notare a quattr'occhi anche l'inopportunit di quella  pastorale,  ora
    che  in  paese  correva la voce che,  per l'imperversare ovunque della
    bufera,  fosse imminente se non di gi avvenuta la proclamazione dello
    stato  d'assedio  in  tutta  la  Sicilia.  Si faceva anzi il nome d'un
    generale dell'esercito,  nominato commissario straordinario con  pieni
    poteri;  quello stesso che,  da alcuni giorni,  era sbarcato a Palermo
    con un intero corpo d'armata.  Si diceva che  per  prima  cosa  costui
    aveva  fatto  arrestare i membri del Comitato centrale dei "Fasci",  i
    quali la sera avanti avevano lanciato un  proclama  rivoluzionario  ai
    lavoratori dell'isola.
    - S,  s, eccolo... l'ho qua in tasca...  vero!  vero! - disse uno,
    misteriosamente. - Or ora, fuori, lo leggeremo...
    Ma a  frastornare  e  ad  accrescere  la  curiosit  ansiosa  di  quel
    crocchio,  sopraggiunse  in  quel  punto  nella sala,  pi pallido del
    solito e anelante,  il giovane  segretario  del  vescovo,  che  recava
    evidentemente la conferma di quelle gravissime notizie. Si affollarono
    tutti attorno alla tavola.
    - Proclamato?
    - S,  s, lo stato d'assedio, proclamato; e ordinato il disarmo della
    popolazione.
    - Anche il disarmo? Oh bene... bene...
    - E arrestati i membri del Comitato centrale dei "Fasci", in Palermo.
    - Tutti?
    - Non tutti;  alcuni sono riusciti a fuggire.  Tra  questi,  si  dice,
    anche il figlio del principe di Laurentano.
    -  Oh  Dio,  che  sento!  - gemette il vescovo.  - Gi...  c'era anche
    lui!... Fuggito? Fuggito?
    La notizia non era certa: molti asserivano che anche il Laurentano era
    stato arrestato. Subito, del resto,  tutta la Sicilia sarebbe occupata
    militarmente,  fin  nelle  pi  piccole  borgate,  cosicch anche quei
    fuggiaschi sarebbero presi e tratti in arresto.
    - Oh Dio,  che sento!  oh  Dio,  che  sento!  -  riprese  a  esclamare
    Monsignore. - Ma dunque... siamo davvero a questo?
    Di  nascosto,  dalla  tasca  di  quel  giovine  prelato venne fuori il
    proclama del Comitato,  diffuso in gran copia  su  fogli  volanti  per
    tutte  le  citt  dell'isola;  pass  dall'uno  all'altro attorno alla
    tavola;  ma molti non sapevano  che  fosse,  e  ognuno,  saputolo,  si
    ricusava d'aprirlo e ne faceva passaggio al pi presto, come se quella
    carta ripiegata e brancicata bruciasse o insudiciasse le mani,  finch
    arriv a quelle del giovine segretario che  la  spieg  e  cominci  a
    leggerla forte alla presenza del vescovo, tra lo stupore e lo sgomento
    d'alcuni  e  i  vivaci  commenti o di derisione o d'indignazione degli
    altri.
    Trattando come da potenza a potenza col Governo, il Comitato,  in tono
    solenne,  domandava a nome dei lavoratori della Sicilia: "l'abolizione
    del dazio delle farine" (-  Eh,  fin  qui!  -);  "un'inchiesta  su  le
    pubbliche  amministrazioni,  col concorso dei Fasci" (- Oh bravi!  Eh,
    scaltri... gi! -); "la sanzione legale dei patti colonici e minerarii
    deliberati  nei  congressi  del  partito  socialista"  (-  Come  come?
    Sanzione  legale?  Eh  gi,  legale!  Il  bollo governativo!  -);  "la
    costituzione di collettivit agricole e industriali,  mediante i  beni
    incolti  dei  privati  o  i  beni  comunali  dello  Stato  e dell'asse
    ecclesiastico non ancora venduti" (e  qui  si  scaten  una  furia  di
    proteste,  una  confusione  di  gridi,  tra  cui  predominavano:  - La
    spoliazione!...  Briganti!...  Roba di nessuno!  - mentre  il  giovane
    segretario  con la mano faceva cenno di tacere,  ch c'era dell'altro,
    di meglio,  di meglio,  e ripeteva,  leggendo nella carta: - Nonch...
    nonch...  - ); "nonch l'espropriazione forzata dei latifondi, con la
    concessione temporanea agli espropriati di una lieve rendita annua" (-
    Oh, troppo buoni! - Troppa grazia! - Che generosit! - Che degnazione!
    -);  "leggi sociali  per  il  miglioramento  economico  e  morale  dei
    proletarii", e infine la bomba: "stanziamento nel bilancio dello Stato
    della  somma  di  venti  milioni  di  lire  per  provvedere alle spese
    necessarie all'esecuzione di  queste  domande,  per  l'acquisto  degli
    strumenti  da  lavoro  tanto  per  le collettivit agricole quanto per
    quelle industriali,  e per anticipare alimenti ai  socii  e  porre  le
    collettivit in grado d'agire utilmente".
    - Ma sono pazzi!  ma sono pazzi!  - proruppe, tra il baccano generale,
    Monsignore, levandosi in piedi. - Oh Signore Iddio, che tracotanza! Ma
     certo, eh?  certo l'arrivo di questo corpo d'armata?   certo,  eh?
    Qua non si scherza! Oh Dio! oh Dio!
    Il  giovine  segretario  s'affrett  a  rassicurarlo,  poi  termin la
    lettura del proclama che, concludendo, raccomandava la calma,  "perch
    coi moti isolati e convulsionarii non si sarebbero raggiunti benefizii
    duraturi",  e  ammoniva  che  "dalle  decisioni del governo si sarebbe
    tratta la norma della condotta da tenere".
    Ma Monsignore,  scartando con  ambo  le  mani  come  superflue  quelle
    raccomandazioni  e quegli ammonimenti,  ordin al segretario subito di
    mandare a stampa la sua pastorale che certo sonerebbe gradita  a  quel
    Generale  comandante  il  corpo  d'armata;  e  sciolse la riunione per
    recarsi in fretta a Colimbtra a confortare il principe di Laurentano.
    Con lungo e strepitoso svolazzo di tonache e di tabarri quella frotta
    di canonici, investita dal vento, discese dalle alture di San Gerlando
    a mescolarsi al subbuglio  della  citt.  Il  matto,  sul  terrazzino,
    gridava,  felice, agitando la coperta gialla, come per rispondere allo
    svolazzare di tutti quei tabarri neri.

    Correndo a Colimbtra,  monsignor Montoro non supponeva di  certo  che
    sentimenti  molto  simili a quelli espressi da lui con tanta untuosit
    letteraria nella sua  pastorale  agitavano  l'animo  d'uno  di  coloro
    ch'egli  aveva poc'anzi chiamato pazzi.  Al primo contatto diretto con
    quei  cos  detti  compagni,  alle  ripercussioni  pi  vicine  e  pi
    frequenti  degli  episodii sanguinosi di quella sollevazione popolare,
    Lando Laurentano s'era  veduto  chiamato  dagli  amici  in  Sicilia  a
    rispondere,  se  non  d'un  vero delitto,  poich non poteva diffidare
    della loro buona fede,  certo d'una enorme pazzia.  Sempre per  quella
    infatuazione,  dovuta forse in gran parte,  quasi un abbagliamento, al
    calore stesso della terra che dava tanta teatralit di voce e di gesti
    alla vita dei suoi compaesani,  e di cui egli - volontariamente rigido
    -  aveva  avuto  sempre  un  cos aspro dispetto!  Come avevano potuto
    illudersi i suoi amici d'essere riusciti in pochi mesi,  con  le  loro
    prediche, a rompere quella dura scorza secolare di stupidit armata di
    diffidenza  e  d'astuzie  animalesche,  che  incrostava  la  mente dei
    contadini e dei solfaraj  di  Sicilia?  Come  avevano  potuto  credere
    possibile  una  lotta  di  classe,  dove  mancava  ogni  connessione e
    saldezza di principii, di sentimenti e di propositi,  non solo,  ma la
    pi rudimentale cultura,  ogni coscienza?  Tutta,  da cima a fondo, la
    tattica era sbagliata. Non una lotta di classe,  impossibile in quelle
    condizioni, ma una cooperazione delle classi era da tentare, poich in
    tutti gli ordini sociali in Sicilia era vivo e profondo il malcontento
    contro il governo italiano, per l'incuria sprezzante verso l'isola fin
    dal  1860.  Da  una  parte  il costume feudale,  l'uso di trattar come
    bestie  i  contadini,  e  l'avarizia  e  l'usura;   dall'altra  l'odio
    inveterato  e  feroce contro i signori e la sconfidenza assoluta nella
    giustizia,  si paravano come ostacoli insormontabili a ogni  tentativo
    per  quella  cooperazione.  Ma se disperata poteva apparire l'impresa,
    forse non meno disperata si scopriva adesso quella che  i  suoi  amici
    avevano  voluto  tentare,  agevolati  sul principio,  inconsciamente e
    sciaguratamente,  dall'inerzia del Governo che  incoraggiava  tutti  a
    osare?  Sprofondato  in quel momento a Roma fino alla gola nel pantano
    dello scandalo bancario e fiducioso qua in Sicilia nella sua polizia o
    inetta o arrogante e soverchiatrice, il Governo,  senza darsi cura dei
    mali che da tanti anni affliggevano l'isola,  senza rispetto n per la
    legge n per le pubbliche libert, con l'inerzia o con le provocazioni
    aveva favorito e stimolato il rapido formarsi di  quelle  associazioni
    proletarie  che,  se  avessero  subito  ottenuto qualche miglioramento
    anche lieve dei patti colonici e minerarii,  e se  non  fossero  state
    sanguinosamente  aizzate,  presto,  senz'alcun  dubbio,  si  sarebbero
    sciolte da s, prive com'erano d'ogni sentimento solidale e senz'alcun
    lievito di coscienza o  ombra  d'idealit.  Questo,  Lando  Laurentano
    aveva compreso ora,  troppo tardi, sul luogo; e l'animo esacerbato con
    cui era accorso all'invito gli era rimasto  oppresso  da  uno  stupore
    pieno  di tetra ambascia,  come se i suoi amici gli avessero empito di
    stoppa la bocca arsa di sete.
    Scosso dall'urgenza di correre a  qualche  riparo  sotto  la  minaccia
    incombente  d'una  violenta,  schiacciante  repressione  da  parte del
    Governo,  s'era opposto con indignazione ai consigli di  prudenza  dei
    suoi  amici,  smarriti e sbigottiti dalla gravit estrema del momento.
    Prudenza?  Ora che,  a distanza di pochi  giorni,  nei  piccoli  paesi
    dell'interno,  a Giardinello, di appena ottocento abitanti, a Lercara,
    a Pietraperza, a Gibellina, a Marino, uscivano e si raccoglievano in
    piazza mandre di gente senz'alcuna intesa,  senz'altra bandiera che  i
    ritratti  del  re  e  della  regina,  senz'altra  arma  che  una croce
    imbracciata  da  qualche  donna  lacera  e  infuriata  in  capo   alla
    processione,  e s'avviavano cieche incontro ai fucili d'una ventina di
    soldati,  a  cui  pi  che  altro  la  paura  di  vedersi  sopraffatti
    consigliava  all'improvviso di far fuoco,  senza neppure aspettarne il
    comando?  S,  nessuno aveva suggerito  loro  quelle  processioni  che
    finivano  in eccidii;  ma di esse e di tutti gli atti inconsulti e del
    sangue di quei macellati si  doveva  ora  rispondere,  appunto  perch
    quelle  mandre  cieche  s'eran  credute atte e mature ad accogliere la
    dimostrazione dei loro diritti.  Come tirarsi  pi  indietro,  ora,  e
    consigliar  prudenza?  No,  non  c'era  pi altro scampo,  ormai,  che
    nell'ultimo  prorompimento  di  quella  pazzia:  bisognava   immolarsi
    insieme  con  quelle  vittime.  E Lando Laurentano aveva sdegnosamente
    rifiutato di apporre la firma a quel manifesto del  Comitato  centrale
    ai lavoratori dell'isola,  che nella solennit del tono perentorio gli
    era sembrato anche ridicolo, non tanto per i patti e le condizioni che
    poneva al Governo,  ma in quanto mancava ogni realt di coscienza e di
    forza in coloro nel cui nome li poneva.  Di reale, non c'era altro che
    la disperazione di tanti infelici;  condannati  dall'ignoranza  a  una
    perpetua miseria; e il sangue, il sangue di quelle vittime.
    A  viva  forza,  appena  proclamato  lo  stato d'assedio,  s'era fatto
    trascinare da Lino Apes alla fuga. Era fuggito, non per le ragioni che
    l'Apes nella concitazione  del  momento  gli  aveva  gridate,  ma  per
    l'invincibile  repugnanza di far la figura dell'apostolo o dell'eroe o
    del  martire,  esposto  nella  gabbia  d'un  tribunale  militare  alla
    curiosit e all'ammirazione delle dame dell'aristocrazia palermitana a
    lui  ben  note.  A compagni nella fuga,  oltre l'Apes,  aveva avuto il
    Bruno, l'Ingrao e Cataldo Sclfani, tutti e tre travestiti.
    Che riso, misto di sdegno e di compassione,  che avvilimento insieme e
    che   ribrezzo,   gli   aveva  destato  la  vista  irriconoscibile  di
    quest'ultimo, senza pi quel fascio di pruni che gli copriva le guance
    e il mento! Pareva che gli occhi e la voce ancora non lo sapessero,  e
    producevano   un  ridicolissimo  effetto  di  smarrimento  nelle  loro
    espressioni,  di cui gi tanta  parte  era  quella  barba  che  adesso
    mancava. Ma quel travestimento non tradiva, in verit, alcuna paura in
    nessuno  dei tre;  era come imposto dalla parte che la necessit della
    fuga assegnava loro in quel momento;  ed entrava in esso anche,  e non
    per poco, il fatuo puntiglio della scaltrezza isolana, di fuggire alla
    sopraffazione della forza pubblica.
    S'erano  internati  nell'isola,  correndo  innanzi alle milizie che da
    Palermo si disponevano a  invadere  le  altre  provincie.  Se  fossero
    riusciti a traversarla tutta,  si sarebbero rifugiati a Valsana, e di
    l si sarebbero imbarcati per Malta o per Tunisi.  Sarebbe piaciuto  a
    Lando  di spatriare a Malta,  luogo d'esilio di suo nonno,  non perch
    ardisse di comparar la sua sorte a quella di  lui,  ma  perch  da  un
    pezzo  aveva  in  animo  di recarsi a Brmula a rintracciarne,  se gli
    fosse possibile, i resti mortali, con le indicazioni di Mauro Mortara,
    non ben sicure veramente,  poich il seppellimento era avvenuto  nella
    confusione  della  gran  mora  a  Malta  nel 1852.  Invano Lino Apes,
    pigliando  pretesto  dagli  incidenti  e   dai   disagi   della   fuga
    precipitosa,  ora  a  piedi,  ora  su  carretti  senza  molle,  ora su
    vetturette sgangherate,  s per monti,  gi per vallate,  in cerca  di
    cibo e di ricovero,  aveva tentato di dimostrare agli amici che,  dopo
    tutto, quello che facevano non era cosa tanto seria, di cui,  volendo,
    non si potesse anche ridere.  Era,  per esempio,  lo strappo alle loro
    illusioni  una  ragione  sufficiente  perch  non  si   dsse   alcuna
    importanza  a quello che egli s'era fatto ai calzoni,  scendendo da un
    carretto?  Pi vecchie di Tiberio Gracco,  quelle illusioni;  e i suoi
    calzoni  erano  nuovi!  Dove  aveva lasciato Cataldo Sclfani il pacco
    della sua magnifica barba? Niente meglio che un pelo di quella barba -
    pensando filosoficamente - avrebbe potuto rammendare i  suoi  calzoni!
    Lo  squallido  aspetto  dei  luoghi,  nella desolazione invernale,  la
    costernazione per il cammino incerto e faticoso, l'ansia di apprendere
    notizie qua e l di quanto era accaduto dal momento della  loro  fuga,
    avevano lasciato senz'eco di riso le arguzie di Lino Apes.
    Dalle impressioni a mano a mano raccolte,  internandosi sempre pi, su
    quelle misure eccezionali adottate  all'improvviso  dal  Governo,  era
    sorto  nell'animo  di  Lando  pi fermo il convincimento dello sbaglio
    commesso dai suoi amici. L'antico,  profondo malcontento dei Siciliani
    era  d'un tratto diventato ovunque fierissima indignazione: per quanto
    i  pi  alti  ordini  sociali  fossero  spaventati  dalle   agitazioni
    popolari, ora, di fronte a quella sopraffazione militare, a quell'aria
    di  nemico  invasore  della milizia che aboliva per tutti ogni legge e
    sopprimeva ogni garanzia costituzionale,  si sentivano  inclinati,  se
    non  ad  affratellarsi  con  gli infimi,  se non a scusarli,  almeno a
    riconoscere che in fine questi, finora,  nei conflitti,  avevano avuto
    sempre la peggio,  n mai s'erano sollevati a mano armata, e che, se a
    qualche  eccesso  erano  trascesi,   vi  erano  stati  crudelmente   e
    balordamente aizzati dagli eccidii. La nativa fierezza, comune a tutti
    gli isolani,  si ribellava a questa nuova onta che il governo italiano
    infliggeva alla Sicilia,  invece di un tardo riparo ai vecchi mali;  e
    per tutto era un fremito di odio alle notizie che giungevano, di paesi
    circondati da reggimenti di fanteria,  da squadroni di cavalleria, per
    trarre in arresto a centinaja,  senz'alcun discernimento e  con  furia
    selvaggia,  ricchi e poveri, studenti e operaj, e qua consiglieri e l
    maestri e segretarii comunali,  e donne e vecchi e finanche fanciulli:
    soppressa  la  stampa;  sottoposta  a  censura anche la corrispondenza
    privata;  tutta l'isola tagliata fuori dal  consorzio  civile  e  resa
    legata e disarmata all'arbitrio d'una dittatura militare.
    Come  un  cavallo  riottoso,  cacciato contro sua voglia lontano dagli
    ostacoli che avrebbe dovuto superare,  a un tratto,  investito da  una
    raffica turbinosa,  aombra e s'impenna e recalcitra, fremendo in tutti
    i   muscoli,   Lando   Laurentano,   investito   dalla   veemenza   di
    quell'indignazione  generale,   a  un  certo  punto  s'era  impuntato,
    sentendosi soffocare dall'avvilimento della sua fuga.  Era proprio  il
    momento di fuggire,  quello? di lasciare il campo? Il terreno scottava
    sotto i piedi; l'aria era tutta una fiamma. Possibile che l'isola,  da
    un  capo all'altro fremente,  si lasciasse schiacciare,  pestare cos,
    senza insorgere con l'esasperazione dell'odio s lungamente represso e
    ora s brutalmente provocato?  Forse bastava un grido!  Forse  bastava
    che  uno  si  facesse avanti!  Giunti a Imera,  alla notizia che in un
    paese l presso,  a Santa Caterina Villarmosa,  il popolo era insorto,
    Lando  non  pot  pi stare alle mosse;  e,  non ostante che gli amici
    facessero di tutto per trattenerlo,  gridandogli  che  non  c'era  pi
    nulla  da  tentare,  da  sperare  e  che  andrebbe  a  cacciarsi da s
    balordamente tra le grinfie della forza pubblica,  volle andare.  Solo
    Lino Apes lo segu,  ma con la speranza di raffreddarlo e d'arrestarlo
    a mezza via, assumendo per l'occasione, come meglio pot,  la parte di
    Sancio, perch l'amico, che sapeva sensibile al ridicolo, si scoprisse
    accanto a lui Don Chisciotte.  E difatti,  presto, i giganti che Lando
    nell'esaltazione s'era figurato di vedere in quei  popolani  di  Santa
    Caterina  Villarmosa,  insorgenti  a  sfida  della proclamazione dello
    stato d'assedio,  gli si scoprirono molini a  vento.  Nei  pressi  del
    paese,   seppero  che  col  non  si  sapeva  ancor  nulla  di  quella
    proclamazione: un  manifesto  era  stato  attaccato  ai  muri,  ma  il
    popolino lo ignorava;  e,  ignorandolo,  al solito,  come altrove, coi
    ritratti  del  re  e  della  regina,   un  crocefisso  in  capo   alla
    processione, gridando: - "Viva il re! abbasso le tasse!" - s'era messo
    a  percorrere  le  vie  del  paese,  finch,  uscendo  dalla  piazza e
    imboccando una strada angusta che la fronteggiava,  vi  aveva  trovato
    otto  soldati  e  quattro  carabinieri  appostati.  L'ufficiale che li
    comandava (non per niente si chiamava  Colleoni)  aveva  preso  questo
    partito con strategia sopraffina, perch la folla inerme, l calcata e
    pigiata,  alle intimazioni di sbandarsi non si potesse pi muovere;  e
    l non una,  ma pi volte,  aveva ordinato contro di  essa  il  fuoco.
    Undici morti,  innumerevoli feriti,  tra cui donne,  vecchi,  bambini.
    Ora, tutto era calmo, come in un cimitero.  Solo,  qua e l,  il grido
    dei parenti che piangevano gli uccisi, e i gemiti dei feriti.
    - Ti basta? - domand Lino Apes a Lando.
    Questi  si  volse al vecchio contadino che aveva dato quei ragguagli e
    che, paragonando il paese a un cimitero, aveva indicato una collina l
    presso su cui sorgevano alcuni cipressi, e gli domand:
    - Sono l?
    Il vecchio contadino,  con gli occhi aguzzi d'odio e intensi di piet,
    croll  pi  volte il capo;  poi tese le dita delle due mani deformi e
    terrose, per significare prima dieci e poi uno; e con lo sguardo e col
    silenzio, che segu a quel muto parlare,  espresse chiaramente ch'egli
    li aveva veduti. Lando si mosse verso la collina.
    -  Ho  capito!  - sospir Lino Apes.  - Ora divento Orazio...  Seconda
    rappresentazione: Amleto al cimitero.
    Nel piccolo,  squallido camposanto su la collina,  tranne  il  custode
    freddoloso,  con  un  leggero scialle di lana appeso alle spalle,  non
    c'era nessuno.  Seduto su uno sgabelletto,  a  sinistra  dell'entrata,
    quegli stava a guardare apaticamente,  nel silenzio desolato, le casse
    schierate per terra innanzi a s,  come  un  pastore  la  sua  mandra.
    Aspettava  la visita e le disposizioni dell'autorit giudiziaria,  per
    il seppellimento.  Vedendo entrare quei  due,  si  volt,  poi  subito
    s'alz  e  si tolse il berretto,  credendo che fossero il giudice e il
    commissario di polizia.  Lino  Apes  gli  si  diede  a  conoscere  per
    giornalista,  insieme col compagno,  e Lando lo preg di fargli vedere
    qualcuno di quei cadaveri.
    Il custode allora si chin su una delle casse, pi grande delle altre,
    tinta di grigio,  con due fasce nere in  croce,  e  tolse  una  grossa
    pietra che stava sul coperchio.
    Due cadaveri in quella cassa,  uno su l'altro: uno con la faccia sotto
    i piedi dell'altro.
    Quello di sopra era d'un ragazzo.  Divaricate,  le  gambe;  la  testa,
    affondata tra i piedi del compagno. A guardarlo cos capovolto, pareva
    dicesse,  in  quell'atteggiamento:  "No!  No!"  con  tutto il visino
    smunto,  dagli occhi appena socchiusi,  contratti ancora dall'angoscia
    dell'agonia.  No, quella morte; no, quell'orrore; no, quella cassa per
    due,  attufata da quel lezzo crudo  e  acre  di  carneficina.  Ma  pi
    raccapricciante  era la vista dell'altro,  di tra le scarpe logore del
    ragazzo, coi grandi occhi neri ancora sbarrati e un po' di barba fulva
    sotto il mento.  Era d'un contadino nel pieno vigore delle forze.  Con
    quei  terribili  occhi sbarrati al cielo,  dal corpo supino,  chiedeva
    vendetta di quell'ultima atrocit,  del peso  di  quell'altra  vittima
    sopra di s.
    Vedete, Signore, pareva dicesse, vedete che hanno fatto!
    Non  una  parola  pot uscire dalle labbra di Lando e dell'Apes;  e il
    custode richiuse il coperchio e di nuovo vi impose la grossa pietra.
    Dopo altre e altre casse di nudo abete, misere, una ve n'era, foderata
    di chiara stoffa celeste,  piccola,  cos piccola,  che a Lando sorse,
    nel  dubbio,  la  speranza  che  almeno quella non fosse della strage.
    Guard il custode che vi si era affisato, e dal modo con cui la mirava
    comprese che, s, anche quella... anche quella...  Glielo domand e il
    custode, dopo avere un po' tentennato il capo, rispose:
    - Una "'nnuccenti"... (Una fanciullina).
    - Si pu vederla?
    Lino Apes, rivoltato e su le spine, si ribell:
    - No, lascia, via, Lando! Non vedi? La cassa  inchiodata...
    - Oh, per questo... - fece il custode, togliendo di tasca un ferruzzo.
    - Devo schiodarla per il giudice istruttore. Ci vuol poco...
    E si chin a schiodare il lieve coperchio,  con cura per la gentilezza
    di quella stoffa celeste.  I chiodi si  staccavano  docili  dal  legno
    molle,  a ogni spinta. Scoperchiata la piccola bara, vi apparve dentro
    la fanciullina non ancora irrigidita  dalla  morte,  ancora  rosea  in
    viso,  con la testina ricciuta,  un po' volta da un lato, e le braccia
    distese lungo i fianchi.  Ma la boccuccia rosa era coperta di  bava  e
    dal  nasino  le colava una schiuma sanguigna,  gorgogliante ancora,  a
    intervalli che pareva avessero la regolarit del respiro.
    - Ma  viva! - esclam Lando, con raccapriccio.
    Il custode sorrise amaramente:
    - Viva? - e ripose il coperchio.
    La avrebbe fatta andar via ancora viva quella mamma che  cos  l'aveva
    pettinata  e acconciata,  che con tanto amore aveva adornato di quella
    chiara stoffa celeste la piccola bara?
    - Questo hanno fatto... - mormor Lando.
    E Lino Apes e il custode credettero ch'egli alludesse ai soldati,  che
    avevano ucciso quella povera bimba. Lando Laurentano, invece, alludeva
    ai  suoi  compagni,  e  aveva innanzi alla mente non pi l'immagine di
    quella piccina,  la quale almeno aveva avuto  le  cure  della  gentile
    piet materna, ma l'immagine atroce di quell'altra vittima grande, con
    su  la  faccia  le  scarpe dell'altro cadavere,  e gli occhi sbarrati,
    pieni di smisurata angoscia, rivolti al cielo.

    Nell'antico palazzo dei De Vincentis, fuori annerito dal tempo e tutto
    screpolato come  una  rovina,  dai  balconi  e  dalla  vasta  terrazza
    vellutati  di  muschio,  con  le  ringhiere  a gabbia arrugginite,  ma
    dentro, negli ampii cameroni, pieno di luce e di pace,  con quei santi
    e  fiori  di  cera nelle campane di cristallo che pareva diffondessero
    per tutto un odor di bada,  il  silenzio  stampato  sui  mattoni  coi
    rettangoli  di sole delle invetriate che s'allungavano lentissimamente
    sempre pi, seguiti dal fervor lento e lieve del pulviscolo, era rotto
    da un cupo romore cadenzato di passi.  Da una  settimana  Vincente  De
    Vincentis dimentico dei codici arabi della biblioteca di Itria,  se ne
    stava in una camera, avvolto in un vecchio pastrano stinto, col bavero
    alzato,  a passeggiare dalla mattina alla sera,  con le mani  adunche,
    afferrate dietro il dorso,  il capo ciondoloni e gli occhi tra i peli,
    quasi ciechi, poich in casa non portava mai gli occhiali.
    Nella stanza accanto,  presso la vetrata del balcone,  stava seduta  a
    far  la calza,  con uno scialle grigio di lana addosso e un fazzoletto
    nero in capo di lana,  anch'esso annodato sotto il  mento,  boffice  e
    placida  come  una  balla,  donna Fana,  la vecchia casiera.  Per met
    dentro al rettangolo di sole, quasi vaporava nella luce, e la calugine
    dello scialle di lana, accesa, brillava con gli atomi volteggianti del
    pulviscolo.
    Donna Fana aveva composto con le sue mani nelle bare prima il padrone,
    morto giovane,  poi la padrona,  di cui,  pi che la serva,  era stata
    l'amica e la consigliera, e aveva veduto nascere e crescere tra le sue
    braccia  i  due padroncini,  ora affidati del tutto alle sue cure.  Da
    giovane,  era stata conversa nel monastero di  San  Vincenzo,  ed  era
    rimasta senza mondo, com'ella diceva, cio vergine e quasi monaca di
    casa.  Traeva  a  quando a quando,  come nel monastero,  certi sospiri
    ardenti, seguiti dall'immancabile esclamazione:
    - Se fossi l!
    Ma non c'era pi nessuno che le domandasse, come usava tra le monache:
    - Dove,  sorella mia?  - perch ella potesse rispondere  in  un  altro
    sospiro:
    - Con gli angeletti!
    Ma  nella pace degli angeli,  veramente,  era stata sempre,  in quella
    casa.  La padrona: una vera santa,  ingenua fino  a  grande  come  una
    bambina,  incapace di pensare il male, e tutta dedita alla religione e
    alle opere di misericordia;  quei due  figliuoli:  anch'essi  uno  pi
    buono dell'altro, costumati e timorati di Dio.
    Ora,  poteva mai il Signore abbandonare quella casa e lasciarla andare
    in rovina?
    Donna Fana pareva fosse a parte di tutti i voleri di  Dio;  e  parlava
    del Paradiso, come se gi vi fosse e seguitasse a farvi la calza sotto
    gli  occhi  del  Padre  Eterno,  di  cui sapeva dire dove e come stava
    seduto,  insieme con Ges Nostro Salvatore e la Bella Madre.  Da tempo
    aveva preparato i capi di biancheria e la veste e le pianelle di panno
    e  il  fazzoletto  di  seta  per  comparire  al  Giudizio  Universale,
    sicurissima che il Giudice Supremo l'avrebbe chiamata tra gli  eletti,
    cos tutta bella pulita e rassettata;  e ogni sera faceva una speciale
    orazione a Santa Brigida, che doveva annunziarle in sogno,  tre giorni
    prima,  l'ora precisa della morte, perch fosse pronta e in regola coi
    sagramenti. Non si angustiava dunque di nulla;  e per lei tutta quella
    costernazione  di  Vincente  (ch'ella  chiamava  don  Tinuzzo) era una
    fanciullaggine. La raffermava in questa opinione,  non solo la fiducia
    in Dio,  ma anche la fede incrollabile che la ricchezza di quel casato
    non potesse aver mai  fine.  E  seguitava  a  governare  con  l'antica
    abbondanza,  per  modo che tutte le poverelle del vicinato venissero a
    fin di tavola a spartirsi il superfluo e i resti del desinare, come al
    solito per tanti anni;  e a tener provvista la dispensa d'ogni ben  di
    Dio,  e  a preparare con le sue mani ai padroncini i rosolii e i dolci
    tradizionali, imparati alla bada, il "cscusu" di riso e pistacchi, i
    pesci dolci di pasta di mandorla, le pignoccate, e tutte le conserve e
    le cotognate e i frutti in giulebbe.
    Forse,  s,  qualche  cosa  raspava,  sotto  sotto,  don  Jaco  Pcia,
    l'amministratore.
    -  Ma  che?  -  domandava  a Nin,  dopo qualche sfuriata del fratello
    maggiore. - Mollichelle, figlio mio, mollichelle!
    Uomo di chiesa anche lui,  don  Jaco  Pcia,  era  mai  possibile  che
    rubasse  come  e  quanto  diceva  don  Tinuzzo?  Ma  se a lei don Jaco
    seguitava a dare per l'andamento di casa quello stesso che aveva  dato
    sempre,  senza far mai la pi piccola osservazione?  Tutto il maneggio
    dei denari lo  aveva  lui;  via!  bisognava  chiudere  un  occhio,  se
    qualcosina  gli restava attaccata alle dita.  Donna Fana lo difendeva,
    in coscienza,  perch della onest dei pensieri  e  delle  azioni  del
    Pcia credeva d'avere una prova nel fatto che, l'anno che don Jaco era
    andato  a  Roma,  le  aveva  portato  di l una corona benedetta e una
    tabacchiera col ritratto del Santo Padre.  Se avesse saputo che,  quel
    giorno stesso, don Jaco, per far denari, oltre la cessione delle terre
    di  "Milione"  a  don  Flaminio  Salvo,   sarebbe  venuto  a  proporre
    un'ipoteca su quel palazzo,  ov'ella stava cos tranquillamente a  far
    la calza!  Quest'ultima bomba,  veramente,  non se l'aspettava neanche
    Vincente. Oltre quella delle terre da cedere egli aveva, s,  un'altra
    grave  preoccupazione,  che  non  gli  dava  requie da due giorni,  ma
    d'indole affatto diversa.  Aveva scoperto nell'angolo d'uno  stanzone,
    ov'era  affastellata  la  roba fuori d'uso,  un fucilaccio antico,  di
    quelli a pietra focaja,  tutto incrostato di  ruggine  e  di  polvere.
    Proclamato  lo  stato d'assedio e il disarmo in tutta la Sicilia,  non
    era egli in obbligo di consegnare quell'arnese l?  Nin e donna  Fana
    dicevano di no;  Nin anzi sosteneva che sarebbe sembrata, pi che una
    impertinenza,   uno  scherno  oltraggioso  all'autorit  la   consegna
    d'un'arma  come  quella.  Ma  che ne sapevano essi?  Come lo dicevano?
    Cos,  di testa loro!  L'ordine di consegnare tutte  quante  le  armi,
    senza eccezioni,  era positivo e perentorio. Era un'arma, quella, s o
    no? Poteva essere antica, anzi era antica e mangiata dalla ruggine, ma
    sempre arma era!  E fors'anche carica e pronta a sparare...  Si vedeva
    la  pietra  focaja;   e  l'acciarino,   eccolo  l,   pendeva  da  una
    catenella...
    - Ebbene,  prendila e va' a consegnarla!  - gli aveva  gridato,  Nin,
    scrollandosi,  il giorno avanti.  Aveva ben altro da pensare,  lui, in
    quei momenti, nelle rare comparse che faceva in casa,  tutto stravolto
    e impaziente di ritornare al suo supplizio, presso Dianella.
    Vincente  avrebbe preteso che Nin perdesse una mezza giornata,  nelle
    condizioni d'animo in cui si trovava,  per  chiedere  informazioni  su
    quell'arma.  Una parola,  prenderla! E se scoppiava? Consegnarla poi a
    chi, dove? Alla prefettura? al municipio? al commissariato di polizia?
    Egli non ne sapeva niente;  e ad andare a  domandarlo  cos,  fingendo
    d'averne curiosit,  dopo due giorni,  c'era il rischio di far nascere
    qualche sospetto e d'attirarsi una perquisizione in casa.
    Lo stato d'assedio aveva messo e teneva Vincente De Vincentis in  tale
    orgasmo,  da fargli vedere ovunque minacce e pericoli terribili. S'era
    proposto di non uscir pi di casa,  fintanto che fosse durato.  Ma se,
    per  il  maledetto  vizio  di  donna Fana di chiamare a parte tutto il
    vicinato d'ogni minimo incidente in famiglia,  la polizia fosse venuta
    a sapere di quell'arma?
    All'improvviso,  la vecchia casiera lo vide uscire,  frenetico,  dalla
    camera in cui stava chiuso, con le braccia in aria e gridando:
    - Scoppii! m'ammazzi! non me n'importa niente! Vado a prenderlo,  vado
    a prenderlo io!
    - Per carit,  lasci,  don Tinuzzo!  - esclam donna Fana, correndogli
    dietro. - Non sia mai, Dio,  con questa furia.  Vede come trema tutto?
    Lasci fare! Chiamer qualcuno dal balcone...
    - Chi chiamate?  Non v'arrischiate... - s'era messo a urlare, paonazzo
    in volto,  Vincente,  quando dalla porta,  sempre  aperta  di  giorno,
    comparve  don  Jaco Pcia con la sua solita aria di santo,  caduto dal
    cielo in un mondo di guaj e d'imbrogli.  Era lungo e  secco,  come  di
    legno,  con  la  faccia  squallida,  segnata  con trista durezza dalle
    sopracciglia nere ad accento  circonflesso,  in  contrasto  col  largo
    sorriso scemo,  beato, sotto gl'ispidi baffi bianchi. Gli occhi, dalle
    plpebre stirate come quelle dei giapponesi,  non scoprivano il bianco
    e  restavano  opachi  e  come  estranei alla durezza di quegli accenti
    circonflessi e alla scema  beatitudine  dell'eterno  sorriso.  Con  le
    braccia  raccolte  sempre  sul  petto  e  le  grosse  mani  slavate  e
    nocchierute prendeva atteggiamenti di umilt rassegnata.
    Udito di che si trattava, prese sopra di s l'affare di quel fucile, e
    disse che aveva, non una,  ma cento ragioni don Tinuzzo di costernarsi
    cos. Sicuro, era un'arma! E, Dio liberi, in un momento come quello...
    Momento terribile per tutta la Sicilia!  Ma c era lui,  c'era lui, l,
    per quei due bravi giovanotti e, con l'ajuto di Dio, niente paura,  da
    questa  parte!  I  guaj,  guaj  grossi,  erano  invece da un'altra.  E
    cominci  a  rappresentare  tutte  le  sue  fatiche  per  rintracciare
    gl'incartamenti delle terre di "Milione", prima all'archivio notarile,
    poi  nella  cancelleria  del  tribunale  e in quella del Vescovado per
    tutti i piccoli e grossi censi che  gravavano  su  quelle  terre.  Ora
    gl'incartamenti  erano pronti e in ordine dal notajo;  ma don Flaminio
    Salvo non voleva pagar le spese dell'atto di vendita,  e forse dal suo
    canto aveva ragione,  perch, dopo tutto, faceva un gran favore... lui
    banchiere...
    - Ah s, un gran favore? un gran favore?  - scatt furibondo Vincente,
    - come per "Primosole",  vero? un gran favore!
    Don  Jaco lo lasci sfogare,  in uno dei soliti atteggiamenti di santo
    martire; poi disse:
    - Ma abbiate pazienza,  don Tinuzzo mio!  Che forse  don  Flaminio  ha
    altri  figliuoli,  oltre  quella gi fidanzata a vostro fratello Nin?
    Non vedete che    tutta  una  finta,  santo  Dio?  Domani  si  fa  lo
    sposalizio e, gira e volta, alla fine tutto ritorner qui!
    - Tutto,  eh?  Bello... facile... liscio come l'olio... - prese a dire
    Vincente,  con furiosi inchini.  - Lo sposalizio dei matti!  Ma  se  
    cos, perch don Flaminio si ricusa di pagar le spese dell'atto? Segno
    che  non ci crede!  Chi vi dice che questo matrimonio si far?  chi vi
    dice che...
    - Don Tinuzzo!  - lo interruppe quello.  - Vostro fratello don Nin  
    entrato,  s o no, in casa del Salvo? o me l'invento io? Santo nome di
    Dio benedetto! Sono ormai parecchi giorni? Dunque, che vuol dire? Vuol
    dire che la ragazza ci sta!  Ora  volete  che  la  paglia  accanto  al
    fuoco... Del resto, oh! ecco qua don Nin in persona... Nessuno meglio
    di lui ve lo potr confermare.
    Vincente corse innanzi al fratello che entrava; gli s'accost a petto,
    fremente;  gli  afferr  con le mani adunche le braccia,  e alz da un
    lato la faccia congestionata per sbirciarlo bene in volto,  davvicino,
    con gli occhi miopi.
    -  S!  guardatelo!  -  poi sghign,  allontanandosi e mostrandolo.  -
    Vedete che faccia ha! Pare un morto, lo sposo!
    Nin,  cos soprappreso,  rest in mezzo alla  stanza  a  guardare  il
    fratello e don Jaco e donna Fana, come insensato.
    Aveva  veramente  dipinta una torbida angoscia nel volto che di solito
    esprimeva la bont mite e gentile dell'animo;  e i begli  occhi  neri,
    vellutati,  erano  intensi di tetro cordoglio,  eppur quasi smemorati.
    Come seppe che cosa si  voleva  da  lui  e  per  qual  fine,  s'adont
    fieramente,  agitando le braccia,  col volto atteggiato di schifo. Don
    Jaco da una parte,  donna  Fana  dall'altra,  cercarono  di  calmarlo,
    d'interrogarlo  con garbo;  ma invano: si storceva,  scotendo il capo,
    con un grido soffocato in gola.
    - Ma dite almeno se c'  qualche  speranza,  per  tranquillare  vostro
    fratello! - gli grid alla fine don Jaco a mani giunte.
    Nin lo guat con un lampo strano negli occhi.  Ma se non ci fosse pi
    alcuna speranza di richiamare Dianella alla ragione,  che sarebbe  pi
    importato a lui della rovina della casa,  della miseria, di tutto? Era
    mai possibile che qualcuno potesse  sperar  la  salvezza  di  Dianella
    soltanto per questo, per salvar dalla rovina la casa? che tutto il suo
    impegno,  il suo supplizio dovessero per quella gente servire a questo
    scopo?  Ecco,  lo costringevano a gettare la sua speranza come un'offa
    per placar la paura di quella miseria! Ebbene, s, c'era una speranza,
    c'era, c'era...
    E Nin, coprendosi il volto, ruppe in uno stridulo pianto convulso.

    Flaminio  Salvo  aveva  stentato  molto  a  decifrare la lettera della
    sorella Adelaide,  la cui scrittura,  non soltanto per gli  spropositi
    d'ortografia quasi sempre illeggibile, pareva quella volta pi che mai
    una  furiosa  raspatura  di  gallina.  Tutta  un  grido  d'ajuto  e di
    minaccia, quella lettera,  tra imprecazioni ed esclamazioni disperate.
    Le aveva risposto brevemente e pacatamente,  che presto sarebbe venuto
    a visitarla a Colimbtra e che  intanto  stsse  tranquilla,  come  si
    conveniva a una donna della sua et e della sua condizione. Un sorriso
    frigido gli era venuto alle labbra,  sogguardando dopo la lettura quel
    foglietto di carta che avrebbe voluto recargli ancora  un  dispiacere.
    Pian  piano  lo  aveva ripiegato e s'era messo a lacerarlo lentamente,
    per lungo e per largo,  in pezzetti  sempre  pi  piccoli,  senza  pi
    badare  a quello che faceva,  caduto in un attonimento grave,  d'uggia
    aggrondata;  alla fine,  aveva  guardato  sul  piano  della  scrivania
    l'opera  delle  sue dita: tutto quel mucchietto di minuzzoli di carta.
    Chi sa se non aveva fatto soffrire anche quel foglietto, a lacerarlo e
    ridurlo cos,  in tutti quei minuzzoli!  Gli era rimasto un bruciorino
    ai  polpastrelli  dell'indice  e del pollice,  che s'erano accaniti in
    quell'opera di distruzione,  senza ch'egli la volesse,  da s,  per il
    gusto  di  distruggere.  Ah,  poter  ridurre in minuzzoli cos,  senza
    pensarci, la vita, tutta quanta: ripiegarla in quattro, come un foglio
    sporco di spropositi,  e strapparla per  lungo  e  per  largo,  dieci,
    venti, trenta volte, pezzo per pezzo, lentamente!
    Con  uno  sbuffo  aveva sparpagliato su la scrivania e per terra tutti
    quei minuzzoli,  e s'era alzato.  Guardando dai vetri del  balcone  la
    distesa  ben  nota,  sempre uguale,  delle campagne;  le due scogliere
    lontane di Porto Empedocle, protese nel mare laggi a occidente,  come
    due braccia; le macchie scure dei piroscafi ancorati, e immaginando il
    traffico  di tanta gente l a' suoi servizii per l'imbarco dello zolfo
    delle sue miniere accatastato su la spiaggia,  s'era sentito soffocare
    da tutte le noje,  da tutti i pensieri che da anni e anni gli venivano
    da quel traffico per lui ormai superfluo,  necessario a tanti  che  ne
    traevano  i  mezzi  per  provvedere  ai  meschini bisogni quotidiani e
    affrontar le miserie,  i dolori,  di cui  intessuta la  loro  vita  e
    quella di tutti.  E s'era messo a pensare che, lui sazio e stanco, con
    la nausea della saziet e l'abbandono  della  stanchezza,  restava  l
    come  disteso a farsi mangiare da tanti irrequieti affamati di cui non
    gl'importava nulla. Ma avrebbe potuto forse impedirlo? L'opera sua, di
    tutta la sua vita, aveva preso corpo fuori di lui,  e stava l per gli
    altri.  Poteva  forse  quella  distesa  di campagne impedire che tanti
    uomini vi affondassero le zappe  e  gli  aratri,  vi  piantassero  gli
    alberi e ne raccogliessero i frutti? Cos era ormai di lui. E, come la
    terra, egli non sentiva alcuna gioja del lavoro che gli altri facevano
    sopra  di lui per raccogliere il frutto;  n questi altri,  quantunque
    gli camminassero sopra, potevano dargli compagnia, penetrare,  rompere
    la  sua  solitudine  che  aveva  ormai  l'insensibilit  della pietra.
    Sentiva solamente un enorme fastidio di tutto,  che gli schiacciava la
    volont  di  liberarsene,  e  solo gli moveva ancora inconsciamente le
    dita, come dianzi, a far del male a un foglietto di carta. Ma tutte le
    cose ormai per lui avevano il valore di quel  foglietto  di  carta;  e
    bisognava pur lasciare che le dita,  almeno le dita, facessero qualche
    cosa, da s,  poich il fastidio le moveva.  Se si fossero rivoltate e
    accanite  anche contro di lui,  le avrebbe lasciate fare,  allo stesso
    modo.
    Davvero?  O non fingeva l'incoscienza delle sue dita  nel  lacerar  la
    lettera  della  sorella,  per  poter dire a se stesso che,  anche allo
    stesso modo,  aveva lacerato,  dopo il suo ritorno a  Girgenti,  certe
    altre  lettere  appena  intraviste  nei cassetti della scrivania o nel
    palchetto a casellario che gli stava davanti?  Certe  lettere  con  la
    firma di Nicoletta Capolino?
    Veramente,  no:  le  immagini di Aurelio Costa e di Nicoletta Capolino
    non erano mai venute a piantarglisi di fronte,  cosicch egli  potesse
    respingerle con un logico sorriso, dando le sue ragioni e facendo loro
    notare  che  a  essi  mancavano  per  perseguitarlo  coi  rimorsi.  La
    persecuzione loro era pi d'ogni altra irritante, perch non appariva.
    Non appariva,  per questa ragione certissima e solida e  pesante  come
    una  pietra di sepoltura: che erano stati anch'essi,  l'uno per il suo
    proprio accecamento,  l'altra per un suo  motivo  particolarissimo,  a
    volere quella loro morte.
    Eppure...  Eppure,  sotto  questa  ragione  che li seppelliva e glieli
    rendeva invisibili,  essi,  in un  modo  ch'egli  non  avrebbe  saputo
    definire,  gli  erano...  non presenti,  no,  mai;  anzi costantemente
    assenti: ma con questa loro assenza intanto lo  perseguitavano.  Erano
    tutti e due di l,  con Dianella, nell'assenza della sua ragione. Egli
    non li vedeva,  ma pur li sentiva nelle parole vuote di  senso,  negli
    sguardi  e  nei  sorrisi vani della figliuola.  E allora,  anche a lui
    irresistibilmente,    come   dal   fondo   delle   viscere   contratte
    dall'esasperazione,  venivano  alle labbra parole vuote di senso,  del
    tutto impensate;  strane,  vaghe parole che gli atteggiavano il viso a
    seconda  delle  diverse  espressioni che contenevano in s,  per conto
    loro,  fuori assolutamente della sua coscienza e senz'alcuna relazione
    col  suo  stato presente.  Ed ecco che,  quel giorno,  per seguitar la
    finzione della sua incoscienza,  dopo aver lacerato la  lettera  della
    sorella,  si  era  anche  messo  a  dire,  "allo stesso modo",  parole
    impensate:
    - Quello che serve... quello che serve...
    Se non che,  alla fine,  aveva mutato  in  ragionamento  la  finzione,
    apparsa a lui stesso troppo evidente:
    Quello  che  serve...  s.  Devo  accendere  un  sigaro?  Mi serve un
    fiammifero. Ecco il sigaro... ecco il fiammifero: per s, due cose; ma
    fatte per il mio bisogno di  fumare.  Prima  l'uno,  poi  l'altro,  li
    accendo  e li distruggo...  Quanti fiammiferi ho accesi?  Troppi...  E
    tutta l'opera mia  andata in fumo!  Male,  perch non  sono  riuscito
    allo  scopo...  ma  io  volevo  maritar bene la mia figliuola,  perch
    avessero almeno una bella corona...  gi!  una  corona  principesca...
    tutte le mie fatiche e le mie lotte.  Una corona principesca!... Fumo?
    Vanit?  Eh,  ma almeno questo compenso alla morte  del  mio  bambino!
    Vanit,  per  forza,  se  la  sorte  volle  togliermi  ogni ragione di
    attendere a cose pi serie,  e mi  lasci  una  povera  figliuola  con
    l'ombra intorno della pazzia materna. E ormai... ormai... se servo io,
    per il bisogno che qualcuno abbia di fumare....
    Ma  s,  ecco:  non aveva lasciato entrare in casa quello stupido buon
    figliuolo del De Vincentis?  E gli aveva messo davanti  la  figliuola:
    l!  per  l'esperimento!  E  se l'avesse guarita,  con quei suoi begli
    occhi a mandorla vellutati,  con quelle sue dolci manierine  di  dama,
    ecco che don Jaco Pcia, seduto l davanti a quella scrivania, maestro
    e  donno,  in  pochi  anni  si sarebbe fumati a uno a uno tutti i suoi
    biglietti di banca e le sue cartelle di rendita  e  le  zolfare  e  le
    campagne e le case e gli opificii.
    Quello che serve... quello che serve...
    Questa seccatura della sorella Adelaide,  intanto,  no, era proprio di
    pi. Che voleva da lui? Non stava comoda al suo posto?  C'erano spine?
    Oh  cara!  E  voleva le rose da lui?  Con tutti quei militari che le
    facevano scorta; con quei ritratti dei Re Borboni che la proteggevano,
    via, poteva esser lieta e contenta... Fosse stato lui al posto di lei!
    Fallito ogni scopo,  il solo pensiero di rivedere don  Ippolito  e  di
    parlargli,   era  per  lui  ora  un'oppressione  intollerabile.   Come
    resistere,  con l'arida nudit del suo animo desolato,  senza pi  uno
    straccio d'illusione, alla vista di quell'uomo tutto quanto composto e
    addobbato  e  parato di nobile decoro?  Gli pareva ora incredibile che
    avesse potuto prendere sul  serio  quella  via  per  arrivare  al  suo
    scopo... Povera Adelaide! C'era andata di mezzo lei... Ma, dopo tutto,
    via!  la villa era sontuosa e il posto ameno; con un po' di pazienza e
    di buona volont,  poteva sopportar la noja di  quell'uomo  non  fatto
    propriamente per lei.
    In  tale disposizione d'animo,  scese due giorni dopo,  in vettura,  a
    Colimbtra. Il sorriso, venutogli alle labbra, su l'entrare, al saluto
    degli uomini di guardia parati, s, ancora militarmente,  ma senza pi
    armi,  non  gli  and  via  per  tutto  il  tempo  che dur la visita.
    Sorridendo ascolt sotto le colonne del vestibolo esterno la  risposta
    di capitan Sciaralla impostato su l'attenti,  che le armi, nossignore,
    non erano state consegnate all'autorit,  ma si tenevano  riposte  per
    prudenza;  sorridendo  accolse  l'invito  di Liborio d'accomodarsi nel
    salone,  e,  poco dopo,  l'irrompere come  una  bufera  della  sorella
    Adelaide  e  le  prime  domande  affannose,  tra il pianto,  intorno a
    Dianella.
    - Mah... fa cura d'amore, - le rispose.
    E sorrise allo sbalordimento quasi feroce della sorella,  per  la  sua
    placida risposta.
    - Ridi?... Dunque pu guarire?
    - Guarire... Speriamo! La cura  buona...
    Sorrise  di  pi  alle improperie che donna Adelaide gli scagli in un
    impeto aggressivo, e poi alla rappresentazione di tutte le ambasce, di
    tutte le sofferenze e dei maltrattamenti, ch'ella chiamava pestate di
    faccia, da parte del marito.
    - Bada,  Flaminio!  - proruppe a un certo punto la sorella,  vedendolo
    sorridere  a quel modo.  - Bada!  Finisce ch'io la faccio davvero,  la
    pazzia!
    Egli la guard un poco, e poi, aprendo le braccia:
    - Ma perch? Scusa, se hai una bellissima cera!
    A questa uscita,  la sorella scapp via  come  per  porre  a  effetto,
    subito subito, la minaccia.
    E  allora,  attendendo  che entrasse il principe per la seconda scena,
    sorrise ai ritratti dei due re di Napoli e Sicilia che  lo  guardavano
    con molta seriet dall'alto della parete.
    Don Ippolito,  scuro in viso e,  dentro, in gran pensiero per la sorte
    del figliuolo  di  cui  non  aveva  pi  notizie,  entr  nel  salone,
    maldisposto  anche  lui  a quell'incontro,  dal quale l'unico bene che
    potesse ripromettersi sarebbe stato certamente a costo d'uno scandalo,
    dopo la nauseante amarezza di volgari  spiegazioni.  Ma  si  rischiar
    alla vista di quel sorriso sulle labbra del cognato. Lo interpret nel
    senso  che due uomini,  com'essi erano,  non potessero e non dovessero
    dare  alcuna  importanza  alle  lagrimucce  facili,   alle   smaniette
    passeggere  d'una  donna,  che  la  loro  generosit maschile poteva e
    doveva senza stento compatire.
    Sorrise allora anche lui, ma con mestizia, don Ippolito, stringendo la
    mano al cognato; e, seguitando a sorridere, gli parl pacatamente e in
    quel tono di superiorit maschile del suo dispiacere per  i  dissapori
    sorti  tra  lui  e  la moglie,  perch tardava ancora...  eh,  tardava
    purtroppo a stabilirsi l'accordo  tra  i  loro  sentimenti  e  i  loro
    pensieri, non volendo ella intendere le ragioni per cui...
    - Ma via, principe! - cerc d'interromperlo il Salvo.
    -  No  no,  -  s'ostin  a  dire  don  Ippolito.  - Perch io apprezzo
    moltissimo il sentimento da cui ella  mossa a chiedermi quel che  non
    posso accordarle.  Io partecipo,  credetemi,  con tutto il cuore, alla
    vostra sciagura, e...
    - Ma se sarebbe, tra l'altro,  inutile la sua presenza!  - disse,  per
    troncare il discorso, il Salvo.
    E  con  gran  sollievo  d'entrambi presero a parlar d'altro,  cio dei
    gravi avvenimenti del giorno.  Se non che,  allora,  il principe rest
    sconcertato  nel notare la permanenza di quel sorriso su le labbra del
    cognato,  mentr'egli manifestava con tanto calore la sua indignazione,
    sia  per  le  misure  oltraggiose  del governo,  sia per la tracotanza
    popolare.  Quale sarebbe stato  il  suo  stupore  se,  interrompendosi
    all'improvviso  e  domandando  a  Flaminio  Salvo  perch seguitasse a
    sorridere a quel modo, questi gli avesse risposto:
    Perch?... Ah... Perch in questo momento sto pensando che Colimbtra
    ha,  tra l'altro,  la bella comodit d'esser molto vicina al cimitero,
    sicch  voi  tra  poco,  morendo,  avrete  l'insigne vantaggio d'esser
    seppellito a due passi da qui, senza attraversare la citt, neanche da
    morto.
    Ma gli sovvenne che il principe s'era  fatto  edificare  nella  stessa
    tenuta,  e  propriamente nel boschetto d'aranci e melograni attorno al
    bacino d'acqua che le dava il nome,  un  tumulo  uguale  a  quello  di
    Terone,  e  gli  sorse una viva curiosit di andarlo a vedere.  Appena
    pot, interruppe anche quel discorso e propose al cognato una giratina
    in quel boschetto.
    Donna Adelaide approfitt di quel momento per spedire "Pertichino"  di
    corsa  a  Girgenti  a  consegnare  un biglietto all'onorevole deputato
    Ignazio Capolino: "S.P.M." ("sue pregiatissime mani").
    Quando, sul far della sera, Flaminio Salvo rientr in casa, nell'aprir
    l'uscio della stanza ove di  solito  stava  Dianella,  guardata  dalla
    vecchia governante e da una infermiera,  ebbe la sorpresa di trovar la
    figliuola appesa al collo di Nin De Vincentis,  con gli occhi che  le
    si scoprivano appena di su la spalla del giovine,  ilari,  sfavillanti
    di felicit, sotto i capelli scarmigliati, e le due mani aggrovigliate
    nella stretta.
    - Dianella...  Dianella...  - la chiam,  con l'ansia nella  voce,  di
    saperla guarita.
    Ma  Nin De Vincentis,  piegando a stento il capo e mostrando il volto
    congestionato da un orgasmo atroce, gli rispose disperatamente:
    - Mi chiama Aurelio...


    8.

    Reduce da quel suo pellegrinaggio a Roma,  da cui tanta gioja e  tanta
    luce  di  sogni  gloriosi s'era promesso di riportare a Valsana per i
    suoi ultimi giorni,  Mauro Mortara,  dopo la visita a  donna  Caterina
    Laurentano   morente,   a   testa  bassa,   senza  arrischiar  neppure
    un'occhiata intorno,  quasi avesse temuto d'esser deriso dagli  alberi
    ai  quali  per  tanti  anni  aveva parlato delle sue avventure,  della
    grandezza e della potenza derivate alla patria dall'opera  dei  vecchi
    suoi  compagni  di  cospirazione,  d'esilio,  di guerra,  era andato a
    cacciarsi nella sua stanza a terreno,  come nel  suo  covo  una  fiera
    ferita  a  morte.  Invano  don Cosmo,  per circa una settimana,  aveva
    cercato di scuoterlo,  di farlo parlare,  compreso di quella sua piet
    sconsolata  per  tutti  coloro che giustamente rifuggivano dal rimedio
    ch'egli aveva trovato per guarire d'ogni male.  Alle  sue  insistenze,
    che  almeno salisse alla villa per il desinare e la cena,  Mauro aveva
    risposto, scrollandosi:
    - Corpo di Dio, lasciatemi stare!
    - E che mangi?
    - Le mani, mi mangio! Andtevene!
    In un modo pi spiccio e pi brusco,  il giorno dopo  il  suo  arrivo,
    aveva  risposto  ai  colombi,  che  durante la sua assenza erano stati
    governati due volte al giorno, all'ora solita, dal "curtolo" Vanni di
    Ninfa: bum!  bum!  due schioppettate in aria;  e li aveva dispersi con
    fragoroso  scompiglio.  N migliore accoglienza aveva fatto alla festa
    dei tre mastini, quasi impazziti dalla gioja di rivederlo.  La placida
    immobilit  dei  vecchi  oggetti della stanza,  impregnati tutti da un
    lezzo quasi ferino, i quali parevano in attesa ch'egli riprendesse tra
    loro la vita consueta, gli aveva suscitato una fierissima irritazione:
    avrebbe preso a due mani lo strapunto  di  paglia  abballinato  in  un
    angolo  e lo avrebbe scagliato fuori con le tavole e i trespoli che lo
    sorreggevano, e fuori quel torchio guasto delle ulive,  fuori seggiole
    e casse e capestri e bardelle e bisacce. Solo gli era piaciuto riveder
    nel  muro  l'impronta  degli  sputi  gialli  di tabacco masticato che,
    stando a giacer sul letto,  era solito scaraventare  alla  faccia  dei
    nemici della patria, sanfedisti e borbonici.
    Pi  volte,   la  lusinga  degli  antichi  ricordi  aveva  cercato  di
    riaffascinarlo; pi volte,  dalla porta aperta,  i lunghi filari della
    vigna,  con  gli alberetti gi verzicanti sparsi qua e l nel silenzio
    attonito di certe ore piene di smemorato abbandono, gli avevano per un
    momento ricomposto la visione quasi lontana di  quel  mondo,  per  cui
    fino a poco tempo addietro vagava nei d sereni, gonfio d'orgoglio, da
    padreterno,  lisciandosi la barba.  D'improvviso,  ogni volta, l'anima
    che gi  s'avviava  affascinata  da  quella  visione,  s'era  ritratta
    all'aspro  e  fosco  ronzare di qualche calabrone che,  entrando nella
    stanza,  lo richiamava con violenza al presente e rompeva il fascino e
    sconvolgeva la visione.
    Che fare?  che fare?  come vedersi pi in quei luoghi testimonii della
    sua passata esaltazione?  come pi attendere alle cure pacifiche della
    campagna, mentre sapeva che tutta la Sicilia era sossopra e tanti vili
    rinnegati  si levavano ad abbattere e scompigliare l'opera dei vecchi?
    Da anni e anni, tutti i suoi pensieri, tutti i suoi sentimenti,  tutti
    i  suoi  sogni  consistevano  dei  ricordi  e  della  soddisfazione di
    quest'opera compiuta.  Come aver pi requie al  pensiero  ch'essa  era
    minacciata  e stava per essere abbattuta?  Contro ogni seduzione delle
    antiche,  tranquille abitudini,  si vedeva costretto dalla sua  logica
    ingenua  a  riconoscere  ch'era  debito  d'onore,  per quanti come lui
    portavano al petto le medaglie in premio di quell'opera, accorrere ora
    in difesa di essa.
    La vecchia guardia nazionale! la vecchia guardia!  Tutti i veterani a
    raccolta!
    E alla fine,  in un momento di pi intensa esaltazione, era corso come
    un cieco, per rifugio e per consiglio, al "camerone" del Generale, ove
    finora non gli era bastato l'animo di rimetter piede.  Appena entrato,
    era scoppiato in singhiozzi,  e senza osare di riaprir gli scuri delle
    finestre e dei balconi, serrati con cura amorosa prima di partire, era
    rimasto al bujo,  a lungo,  con le  mani  sul  volto,  a  piangere  su
    l'antico divano sgangherato e polveroso.  A poco a poco, i fremiti, le
    ansie degli antichi leoni congiurati del Quarantotto che si  riunivano
    l in quel camerone attorno al vecchio Generale,  s'erano ridestati in
    lui a farlo vergognare  del  suo  pianto;  le  ombre  di  quei  leoni,
    terribilmente  sdegnate,  gli  eran sorte intorno e gli avevan gridato
    d'accorrere, s, s, d'accorrere, pur cos vecchio com'era, a impedire
    con gli altri vecchi superstiti la distruzione della patria. Nel bujo,
    da un canto di quel camerone,  il  malinconico  leopardo  imbalsamato,
    privo  d'un occhio,  non gli aveva potuto mostrare quanti ragnateli lo
    tenevano alla  parete,  quanta  polvere  fosse  caduta  sul  suo  pelo
    maculato  ormai  anche  qua  e  l  da molte gromme di muffa!  E Mauro
    Mortara era riuscito con occhi atroci,  gonfii e rossi dal  pianto,  e
    per poco non era saltato addosso a don Cosmo che,  passeggiando per il
    corridojo, s'era fermato stupito, dapprima, a mirarlo in quello stato,
    e aveva poi cercato di trattenerlo e di calmarlo.
    - Se non sapessi che vostra madre fu una santa,  direi  che  siete  un
    bastardo! - gli aveva gridato, quasi con le mani in faccia.
    Don  Cosmo  non  s'era  scomposto,  se  non  per sorridere mestamente,
    tentennando il capo, in segno di commiserazione; e gli aveva domandato
    dove volesse andare,  contro chi combattere alla  sua  et.  Mauro  se
    n'era scappato,  senza dargli risposta.  E veramente,  gi,  nella sua
    stanza a terreno,  aveva cominciato a darsi attorno per  la  partenza.
    Alla sua et?  Sangue della Madonna, che et? Si parlava d'et, a lui!
    Dove voleva andare? Non lo sapeva. Armato, pronto a qualunque cimento,
    sarebbe salito a Girgenti,  a consigliarsi e accordarsi con gli  altri
    veterani,  con Marco Sala,  col Cerulo, col Trigna, con Mattia Gangi
    che certo come lui,  se avevano ancora  sangue  nelle  vene,  dovevano
    sentire il bisogno d'armarsi e correre in difesa dell'opera comune. Se
    i nemici s'erano uniti, raccolti in fasci, perch non potevano unirsi,
    raccogliersi  in fascio anche loro,  della vecchia guardia?  I soldati
    non bastavano;  bisognava dar loro man forte;  sciogliere con la forza
    quei "fasci",  cacciarne via tutti quei cani a fucilate, se occorreva.
    Certo c'erano i preti,  sotto,  che fomentavano;  e anche la  Francia,
    anche la Francia dicevano che mandava denari, sottomano, per smembrare
    l'Italia  e  rimettere  in  trono,  a  Roma,  il  papa.  E chi sa che,
    scoppiata la rivoluzione,  non volesse sbarcar da Tunisi  in  Sicilia?
    Come rimaner l con le mani in mano, senza nemmeno tentare una difesa,
    senza  nemmeno  farsi  vedere  dagli antichi compagni e dir loro: Son
    qua?  Bisognava partire,  partir subito!  Se non che,  a poco a poco,
    quella  sua furia s'era trovata impigliata,  come in una ragna,  dalle
    tante reliquie della sua vita avventurosa,  esumate da vecchie casse e
    cassette  e  sacche logore e rattoppate e involti di carta ingiallita,
    strettamente legati con lo spago.  Avrebbe voluto farne uno  scarto  e
    portarsene  addosso  quante  pi  poteva  tra  le  pi care.  Confuso,
    stordito,  frastornato dai ricordi risorgenti da ognuna,  a  un  certo
    punto  s'era sentito fumar la testa e aveva dovuto smettere.  No,  non
    era possibile liberarsi con tanta precipitazione da tutti quei legami.
    E aveva rimandato la partenza al giorno dopo. Tutta la notte era stato
    fuori, per la campagna, farneticando.  La voce del mare era quella del
    Generale;  le ombre degli alberi erano quelle degli antichi congiurati
    di Valsana; e quella e queste seguitavano a incitarlo a partire.  S,
    domani,  domani:  sarebbe  andato  incontro  a  quegli  assassini;  lo
    avrebbero  sopraffatto  e  ucciso;  ma  s,   questo  voleva,   se  la
    distruzione   doveva  compiersi!   Che  valore  avrebbero  pi  avuto,
    altrimenti, le sue medaglie?  Bisognava morire per esse e con esse!  E
    se  le  sarebbe  appese al petto,  domani,  correndo incontro ai nuovi
    nemici della patria.  Perch la Sicilia non doveva essere  disonorata,
    no,  no,  non  doveva  essere  disonorata di fronte alle altre regioni
    d'Italia che si erano unite a farla grande e gloriosa! Il giorno dopo,
    con l'enorme berretto villoso in capo,  tutto affagottato e  imbottito
    di carte e di reliquie,  le quattro medaglie al petto, lo zino dietro
    le spalle e armato fino ai denti,  s'era presentato a  don  Cosmo  per
    licenziarsi.  E sarebbe partito senza dubbio, se insieme con don Cosmo
    non si fosse adoperato in tutti i modi a trattenerlo  Leonardo  Costa,
    sopravvenuto da Porto Empedocle. Licenziatosi dal Salvo, dopo la morte
    del   figlio,   e  ricaduto  nella  misera  e  incerta  condizione  di
    sorvegliante alle stadere, Leonardo Costa aveva accettato, pi per non
    vedersi solo che per altro, l'offerta pietosa di don Cosmo,  di venire
    ogni  sera  da  Porto  Empedocle  a cenare e a dormire a Valsana.  Il
    cammino non era breve n facile al  bujo,  le  sere  senza  luna,  per
    quella  stradella  ferroviaria  ingombra  e  irta  di brecce.  Dopo la
    sciagura,  una stanchezza mortale gli aveva reso le gambe gravi,  come
    di piombo. Pi volte s'era veduto venire incontro minaccioso il treno;
    pi  volte  aveva  avuto  la tentazione di buttarcisi sotto e finirla.
    Quando gi alla marina non trovava lavoro,  se ne risaliva presto alla
    campagna,  e per suo mezzo,  da un po' di tempo, le notizie a Valsana
    arrivavano senza ritardo.  Se,  quel giorno,  non avesse recato quella
    dello  sbarco  a  Palermo del corpo d'armata che in un batter d'occhio
    avrebbe certamente domato e spazzato la rivolta,  n lui n don  Cosmo
    sarebbero  riusciti a trattenere Mauro con la forza.  A calmarlo ancor
    pi,  era poi  venuta  la  notizia  della  proclamazione  dello  stato
    d'assedio  e del disarmo.  Nemmen per ombra gli era passato il dubbio,
    che l'ordine di consegnare le armi potesse riferirsi anche  a  lui,  o
    che  potesse  correre  il rischio d'esser tratto in arresto,  se fosse
    salito alla citt armato.  Le sue armi erano come quelle dei  soldati;
    il permesso di portarle gli veniva dalle sue medaglie.
    Le  notizie recate dopo dal Costa avevano fatto su l'anima di lui quel
    che su una macchia gi arruffata dalla tempesta suol fare  una  rapida
    vicenda  di sole e di nuvole.  S'era schiarito un poco,  sapendo che a
    Roma Roberto Auriti era stato scarcerato,  quantunque soltanto per  la
    concessione della libert provvisoria,  e che il fratello Giulio aveva
    condotto con s a Roma la sorella  e  il  nipote;  e  scombujato  alla
    rivelazione inattesa che Landino, il nipote del Generale, colui che ne
    portava il nome, era tra i caporioni della sommossa, e che era fuggito
    da Palermo, dopo la proclamazione dello stato d'assedio, per sottrarsi
    all'arresto.  Dopo  questa notizia s'era messo a guardare con cipiglio
    feroce Leonardo Costa, appena lo vedeva arrivare stanco e affannato da
    Porto Empedocle.  L'ansia di sapere era fieramente combattuta  in  lui
    dal timore rabbioso che, a cuor leggero, quell'uomo lo costringesse ad
    armarsi e a partire da Valsana.  Dacch era stato sul punto di farlo,
    conosceva per prova quel che gli sarebbe costato staccarsi  da  quella
    terra, strapparsi da tutti i ricordi che ve lo legavano, abbandonar la
    custodia del "camerone", la sua vigna, i suoi colombi, gli alberi, che
    per tanto tempo avevano ascoltato i suoi discorsi.
    Ma Leonardo Costa,  dopo le furie dell'altra volta, sapeva ormai quali
    notizie erano per lui, quali per don Cosmo e per donna Sara Alimo. Si
    era lasciata scappar quella intorno al  figlio  del  principe,  perch
    supponeva  che  Mauro gi lo sapesse socialista e dovesse aver piacere
    conoscendo ch'era riuscito a fuggire.
    L'ultima notizia che il Costa rec,  nuova nuova,  fu tra i lampi,  il
    vento e la pioggia d'una serataccia infernale.
    Mauro aveva apparecchiato da cena, in vece di donna Sara da due giorni
    a  letto  per una forte costipazione,  e ora stava con don Cosmo nella
    sala da pranzo in attesa dell'ospite che,  forse a causa  del  cattivo
    tempo,  tardava a venire.  Quell'attesa lo irritava,  non tanto perch
    avesse voglia di mangiare, quanto perch temeva andasse a male la cena
    apparecchiata. Aveva fatto sempre ogni cosa con impegno, e tra i tanti
    ricordi che gli davano soddisfazione c'era anche quello  d'aver  fatto
    leccar le dita agli Inglesi,  quand'era stato cuoco, prima a bordo e
    poi a Costantinopoli.  Una delle ragioni del suo odio per  donna  Sara
    era  appunto  la  gioja maligna manifestata pi volte da questa per la
    pessima riuscita di qualche lezione  di  culinaria  che  aveva  voluto
    impartirle.  Fuori  d'esercizio e con l'animo sconvolto e distratto da
    tanti pensieri,  si cimentava da due giorni con coraggio  imperterrito
    nella confezione dei pi complicati intingoli, e avvelenava l'ospite e
    il povero don Cosmo.
    - Come vi pare?
    - Ah,  un miele,  - rispondeva questi, invariabilmente. - Forse, per,
    ho poco appetito.
    - Al senso mio,  - arrischiava il Costa,  - mi pare che ci  manchi  un
    tantino di sale.
    - O Marasantissima, - prorompeva Mauro, - eccovi qua la saliera!
    Donna Sara era da due giorni digiuna.
    Tra gli urli del vento, i boati spaventosi del mare, lo scroscio della
    pioggia,  si  udivano  i suoi scoppii di tosse,  e lamenti e preghiere
    recitate ad alta voce. In preda, certo,  a un assalto furioso di mania
    religiosa,  s'era  asserragliata  nella sua cameretta e rifiutava ogni
    cibo e ogni cura. Di tanto in tanto don Cosmo,  sentendola tossire pi
    forte e pi a lungo,  si recava premuroso a chiamarla dietro l'uscio e
    a domandarle se volesse qualche cosa.  Per tutta risposta  donna  Sara
    gli gridava, appena poteva, con voce soffocata:
    - Penttevi, diavolacci!
    E riprendeva a gridare avemarie e paternostri.
    Finalmente  arriv  Leonardo  Costa,  in  uno  stato miserando,  tutto
    scompigliato dal vento,  con l'acqua che gli  colava  a  ruscelli  dal
    cappotto  e con tre dita di fango attaccato agli scarponi.  Non tirava
    pi fiato e non poteva pi tener ritta  la  testa,  dalla  stanchezza.
    Mauro,  per  ricetta,  gli  fece  subito trangugiare un bicchierone di
    vino, opponendo alla resistenza la solita esclamazione:
    - Oh Marasantissima, lasciatevi servire!
    Don Cosmo s'affrett a condurselo in camera e  lo  ajut  a  cangiarsi
    d'abito, facendogliene indossare uno suo che gli andava molto stretto,
    ma  almeno  non  era bagnato.  Intanto Mauro aveva portato in tavola e
    gridava dalla sala da pranzo:
    - Santo diavolone, venite o non venite?
    Quando vide comparire l'uno e l'altro con due visi stralunati, si mise
    in apprensione e domand aggrondato:
    - Che altro c'?
    Nessuno dei due gli rispose. Don Cosmo, invece, domand al Costa:
    - E Ippolito? Ippolito?
    - Dormiva,  - rispose quello.  - Alle tre di notte!  Dormiva.  Ma dice
    che,  quando l'uomo di guardia, costretto ad aprire il cancello, corse
    alla villa ad avvertire...
    - Parlate di don Landino?  -  lo  interruppe  a  questo  punto  Mauro,
    cacciandosi tra i due furiosamente. - Ditemi che cos'!
    - No, che don Landino! - gli rispose il Costa, mostrando sul volto una
    trista gajezza. - Gli hanno fatto l'ultima a quel degno galantuomo che
      stato qua un mese a pestarvi la faccia!  So che voi lo amate quanto
    me!
    - Il Salvo?
    - Gi!
    E il Costa alz un piede come per darlo sul collo del caduto. Seguit:
    - Sua sorella, la moglie del principe, ha preso la fuga, questa notte,
    col deputato Capolino...
    - La fuga? Come, la fuga?
    - Come,  eh?  Ci vuol poco...  Quello  venuto a  pigliarsela  con  la
    carrozza,  e  son partiti di nottetempo,  con la corsa delle tre,  per
    Palermo. Certo s'erano accordati avanti...
    Don Cosmo, ancora stralunato, mormorava tra s in disparte:
    - Povero Ippolito... povero Ippolito...
    - Gli sta bene! - corse a gridargli Mauro in faccia.
    - Mescolarsi con una tal razza di gente,  - aggiunse il Costa con  una
    smorfia  di  schifo.   -  Del  resto,  sa,  si-don  Cosmo?  una  certa
    mortificazione, forse, non dico di no...  Lo scandalo  grosso: non si
    parla d'altro a Girgenti e alla marina... Ma, dopo tutto... gi non la
    trattava  nemmeno  da moglie...  dice che dormivano divisi e che...  a
    sentir le male lingue... quel cagliostro,  dice,  se la piglia com'era
    prima  del matrimonio...  Quando l'uomo di guardia corse alla villa ad
    annunziare la fuga e il cameriere and a svegliare il  principe,  dice
    che egli non alz neanche la testa dal cuscino e rispose al cameriere:
    Ah s?  Buon viaggio!  Penser domani ad averne dispiacere, quando mi
    sar levato...
    Don Cosmo neg pi volte energicamente col capo e aggiunse:
    - Non sono parole d'Ippolito, codeste!
    - Per conto mio, - riprese il Costa,  sedendo con gli altri a tavola e
    cominciando  a  cenare,  -  che vuole che le dica?  Mi dispiace per il
    principe;  ma ci ho gusto,  un gran gusto per  l'onta  che  n'avr  il
    fratello...  Ah,  si-don  Cosmo,  non  so davvero perch vivo!  Vorrei
    salvarmi l'anima, glielo giuro; vorrei darle tempo di superar la pena,
    perch almeno in punto di morte potesse perdonare e salirsene a Dio...
    Ma no,  si-don Cosmo: la pena  pi forte e si mangia l'anima;  l'odio
    mi  cresce  e  si fa pi rabbioso di giorno in giorno;  e allora dico:
    perch?  non sarebbe meglio ammazzar prima  lui  e  poi  me,  e  farla
    finita?
    - Forse, - mormor don Cosmo, - gli fareste un regalo...
    -  Ecco  ci  che  mi tiene!  - esclam il Costa.  - Perch sarebbe un
    regalo anche per me!
    - Mangiate e non piangete! - gli grid Mauro.
    - Abbiate pazienza, don Mauro, - gli disse allora il Costa, forzandosi
    a sorridere. - Nei vostri piatti,  per il palato mio,  ci manca sempre
    un tantino di sale. Qualche lagrimuccia  condimento.
    Don Cosmo, intanto, assorto, mirando attentamente un pezzetto di carne
    infilzato nella forchetta sospesa, diceva tra s:
    Come due ragazzini....
    E tra i colpi di tosse donna Sara seguitava a gridar di l:
    - Penttevi, diavolacci! penttevi!

    All'improvviso,  mentre  i tre seduti a tavola finivano di cenare,  da
    fuori, ove il vento e la pioggia infuriavano, tra il fragoro continuo
    degli alberi e del mare,  s'intesero i furibondi latrati  dei  mastini
    che ogni sera,  su i gradini della scala, stavano ad aspettar l'uscita
    del padrone dopo la cena. Mauro, accigliato, si rizz sul busto e tese
    l'orecchio.  Quei latrati avvisavano che qualcuno era presso la villa.
    E  chi poteva essere a quell'ora,  con quel tempo da lupi?  Si udirono
    grida confuse.  Mauro balz in  piedi,  corse  a  prendere  il  fucile
    appoggiato  a  un  angolo  della  sala,  e  s'avvi alla porta.  Prima
    d'aprire, applic l'orecchio al battente e subito, intendendo che gi,
    innanzi a la villa,  i cani cercavano d'impedire il passo  a  parecchi
    che se ne difendevano gridando,  spense il lume,  spalanc la porta e,
    tra lo scroscio  violento  della  pioggia,  nella  tenebra  sconvolta,
    spianando il fucile, url dal pianerottolo:
    - Chi  l?
    Un  palpito  di  luce  sinistra mostr per un attimo,  in confuso,  la
    scena. Mauro credette d'intravedere quattro o cinque che,  minacciando
    disperatamente, indietreggiavano all'assalto dei mastini.
    - Mauro,  perdio!  Questi cani!  Ne ammazzo qualcuno! Ti chiamo da tre
    ore!
    - Don Landino?
    E Mauro, fremente,  si precipit dalla scala,  tra il vento,  sotto la
    pioggia furiosa.
    - Dove siete? dove siete?
    Alla voce del padrone i cani desistettero dall'assalto, pur seguitando
    ad abbaiare.
    - Mauro!
    - Voi qua?  - grid questi,  cercando,  invece dei cani, d'impedir lui
    ora il passo.  - Avete  il  coraggio  di  rifugiarvi  qua  coi  vostri
    compagni  d'infamia?  Non vi ricevo!  Andatevene!  Questa  la casa di
    vostro Nonno! Non vi ricevo!
    - Mauro, sei pazzo?
    - In nome di Gerlando Laurentano, via! Andatevene! L, da vostro padre
     il rifugio per voi e pei vostri compagni, non qua! Non vi ricevo!
    - Sei pazzo?  Lasciami!  - grid Lando,  strappandosi  dalla  mano  di
    Mauro, che lo teneva afferrato per un braccio.
    Sprazz  sul  pianerottolo  della  scala un lume,  che subito il vento
    spense. E don Cosmo, accorso col Costa, chiam di l:
    - Landino! Landino!
    Questi rispose:
    - Zio Cosmo! - e, rivolto ai compagni: - S, s, andiamo s!
    -  Don  Landino!   -  gl'intim  allora  Mauro  con  voce   squarciata
    dall'esasperazione.  -  Non salite alla villa di vostro Nonno!  Se voi
    salite,  io me ne vado per sempre!  Ringraziate Iddio che vi  chiamate
    Gerlando Laurentano!  Questo solo mi tiene dal farvi fare una vampa, a
    voi e a codeste carogne,  sacchi di merda,  che avete accanto!  Ah s?
    salite?  Un  fulmine  Dio  che la dirocchi e vi schiacci tutti quanti!
    Aspettate, ecco qua, tenete,  compite la vostra prodezza!  Vi consegno
    la chiave!
    E la grossa chiave del "camerone venne" a sbattere contro la porta che
    si richiudeva.
    - E' pazzo!   pazzo!  - ripetevano al bujo Lando, don Cosmo, il Costa
    cercando in tasca i fiammiferi  per  riaccendere  il  lume,  mentre  i
    compagni  di  Lando,  storditi da quell'accoglienza nel ricovero tanto
    sospirato  e  ora  finalmente  raggiunto,   domandavano  ansimanti   e
    perplessi:
    - Ma chi ?
    - Pazzo davvero?
    - O perch?
    Riacceso il lume,  i cinque fuggiaschi, Lando, Lino Apes, Bixio Bruno,
    Cataldo Sclfani e l'Ingrao,  apparvero come ripescati da una  fiumara
    di fango.  Cataldo Sclfani,  dalla faccia spiritata, gi ispida su le
    gote,  sul labbro e sul mento della barba che gli rispuntava,  era pi
    di tutti compassionevole: pareva un convalescente atterrito,  scappato
    di notte da un ospedale schiantato dalla tempesta.
    Fu per un momento uno scoppietto  di  brevi  domande  e  di  risposte
    affannose,  tra esclamazioni, sospiri e sbuffi di stanchezza; e chi si
    scrollava,  e chi pestava  i  piedi,  e  chi  cercava  una  sedia  per
    buttarcisi di peso.
    - Inseguiti?  - No, no... - Scoperti?... - Forse!... - Ma che! no... -
    S...  - Forse Lando...  - A piedi!  E come?...  - Da  tre  giorni!  -
    Diluvio!   diluvio!...   -   Ma   come,   dico   io,   senz'avvertire?
    senz'avvertire?
    Quest'ultima esclamazione era - s'intende -  di  don  Cosmo.  L'andava
    ripetendo all'uno e all'altro,  sforzandosi di concentrarsi nella gran
    confusione che gli faceva grattar la barba su  le  gote  con  ambo  le
    mani.
    - Dico... dico... Ma come?... senz'avvertire?...
    E chi sa fino a quando l'avrebbe ripetuto, se finalmente non gli fosse
    balenata  l'idea  che  bisognava  dare  ajuto  in  qualche modo a quei
    giovanotti. Che ajuto:
    - Ecco, venite, venite qua! - prese a dire,  afferrando per le braccia
    ora l'uno ora l'altro.  - Spogliatevi,  subito...  Ho roba... roba per
    tutti... qua, qua in camera mia... nella cassapanca, venite con me!
    Bixio Bruno e l'Ingrao,  meno storditi e  meno  stanchi  degli  altri,
    s'opposero energicamente a quella strana insistenza.
    - Ma no!  Ma lasci!  - grid il primo. - Non c' da perder tempo... E'
    distante molto Porto Empedocle da qua?
    - Ecco,  s,  - esclam Lando,  rivolto allo  zio.  -  Qualcuno...  un
    contadino fidato,  da spedire a Porto Empedocle subito, per noleggiare
    una barca... qualche grossa barca da pesca...
    - Prima che spunti il giorno,  per carit!  - raccomand lo  Sclfani,
    facendosi avanti con la sua aria spiritata.  - Dovremmo essere in mare
    prima che spunti il giorno! Forse siamo stati scoperti...
    - E dlli! Ti dico di no, - gli grid l'Ingrao.
    - E io ti dico invece di s - ribatt lo Sclfani.  - Alla stazione di
    Girgenti, Lando, potrei giurare,  stato riconosciuto...
    Leonardo  Costa  fece  osservare  che il noleggio di una barca,  in un
    frangente come quello, non era incarico da affidare a un contadino.
    - Posso andare io, se volete! Anzi, andr io, ora stesso!
    - Con questo tempo?  - domand angustiato don Cosmo.  - Signori  miei,
    non  precipitate  cos  le  cose...  Spogliatevi,  date  ascolto a me:
    prenderete un malanno...  Vedete...  ecco  qua...  quest'amico  mio...
    vedete...  l'ho  fatto  cambiare io,  or ora...  C' roba...  roba per
    tutti... nella cassapanca, venite a vedere!
    Il Costa con un gesto d'impazienza, domand ai giovani:
    - Vorreste che venisse qua sotto Valsana la barca?
    - S, s, qua! - rispose Lando. - No, zio, per carit, mi lasci stare!
    - Spgliati, ti dico...
    - Non  prudente, - seguit Lando, rivolto al Costa, mentre lo zio gli
    strappava per forza il soprabito,  - non  prudente mostrarci a  Porto
    Empedocle.  A  quest'ora  a tutti i porti di mare sar certo venuto da
    Palermo l'ordine della nostra cattura.
    - Ma sar difficile, - fece notare allora il Costa,  - che approdi qua
    sotto,  di notte, una tartana, con questo mare grosso... Basta; non mi
    tiro indietro... Si potr tentare...
    E corse a prendere in sala l'ampio mantello a cappuccio,  ancora zuppo
    di pioggia.
    -  Amici!  -  grid  l'Ingrao,  -  non  sarebbe  meglio seguire questo
    signore,  ora che  notte e nessuno ci vede?  Ci terremo  nascosti  in
    prossimit del paese, fintanto che egli non avr noleggiato la barca!
    Il  consiglio  non  fu  accettato per una savia considerazione di Lino
    Apes:
    - Ma che dite?  Credete che  una  tartana  si  noleggi  in  quattro  e
    quattr'otto,  di  nottetempo e con questo tempo?  Bisogner trovare il
    padrone...
    - Lo conosco! - interruppe il Costa.  - Ne conosco uno io,  mio amico,
    fidatissimo.
    - E i marinaj? - domand l'Apes. - Il padrone solo non basta.
    - Certo!  Bisogner trovare anche i marinaj, - riconobbe il Costa, - e
    allestir la barca... Prima di giorno non si far a tempo.
    - E allora,  no!  -  grid  subito  lo  Sclfani,  rifacendosi  avanti
    impetuosamente.   -  A  Porto  Empedocle,   no,  di  giorno!  Converr
    imbarcarci qua!
    -  Intanto,   io  vado!   -  disse  Leonardo  Costa,   che  s'era  gi
    incappucciato.
    - Povero amico! - gemette don Cosmo. - Ma proprio?...
    Il   Costa   non  volle  sentir  commiserazioni  n  ringraziamenti  e
    s'avventur nella tenebra tempestosa.
    Allorch Lando seppe  che  costui  era  il  padre  di  Aurelio  Costa,
    barbaramente  assassinato  insieme con la moglie del deputato Capolino
    dai solfaraj del "Fascio" d'Aragona,  guard cupamente l'Ingrao e  gli
    altri compagni. Interpretando male quello sguardo, il Bruno manifest,
    sebbene  esitante,  il  sospetto  non  si  fosse quegli recato a Porto
    Empedocle per vendicarsi, denunziandoli. Don Cosmo allora, accomodando
    la bocca, emise il suo solito riso di tre "oh! oh! oh!"
    - Quello?  - disse;  e spieg il sentimento e  la  devozione  del  suo
    povero  amico,  il  quale,  facendo  carico  della morte del figliuolo
    soltanto a Flaminio Salvo,  non pensava neppur lontanamente  ai  socii
    del "Fascio" d'Aragona.
    - Oh,  a proposito! - disse poi, colpito dal nome del Salvo, venutogli
    cos per  caso  alle  labbra.  E  si  chiam  Lando  in  disparte  per
    annunziargli la fuga di donna Adelaide.
    - Come una ragazzina, capisci? Alle tre di notte!
    Nel  trambusto,  era  rimasta finora inavvertita la voce di donna Sara
    Alimo che,  credendo forse a una vera invasione di demonii in  quella
    notte  di  tempesta,  ripeteva pi arrabbiata che mai dalla sua remota
    cameretta in fondo al corridojo:
    - Penttevi, diavolacci!
    Il grido strano giunse spiccatissimo in quel momento  di  silenzio,  e
    tutti,  tranne  don Cosmo,  ne rimasero sbalorditi;  anche Lando,  gi
    sbalordito per conto suo dalla notizia che gli aveva dato lo zio.
    - Chi ?
    - Ah, niente, donna Sara! - rispose quegli, come se Lando e i compagni
    conoscessero da un pezzo la vecchia casiera  di  Valsana.  -  Mi  sta
    facendo  impazzire,  parola  d'onore...  S'  chiusa  da due giorni in
    camera, e grida cos... E' malata, poverina. Anche di...
    E si picchi con un dito la fronte.
    I quattro compagni di Lando si guardarono l'un  l'altro  negli  occhi.
    Dov'erano venuti a cacciarsi dopo tre giorni di fuga disperata?  Pazzo
    era stato dichiarato il vecchio,  che aveva fatto  loro  in  principio
    quella  bella accoglienza;  pazza era dichiarata ora anche quest'altra
    vecchia;  e che fosse perfettamente in sensi chi dichiarava pazzi  con
    tanta sicurezza quegli altri due,  non appariva loro, in verit, molto
    evidente.  Finora quello zio di Lando,  tranne che per  i  loro  abiti
    bagnati e inzaccherati, non aveva mostrato altra costernazione.
    - State ancora cos? - esclam, difatti, meravigliato, don Cosmo, dopo
    aver dato quel ragguaglio sul grido di donna Sara; e corse ad aprir la
    cassapanca,  ov'eran  riposti  i  suoi  abiti  smessi.  - Qua,  qua...
    prendete... vi dico che c' roba per tutti!
    I quattro giovani non poterono pi tenersi dal ridere,  e  presero  ad
    ajutarsi  a  vicenda  per spiccicarsi d'addosso gli abiti inzuppati di
    pioggia.
    - L'importante,  v'assicuro  io,  -  diceva  don  Cosmo,  -    questo
    soltanto, per ora: di non prendere un raffreddore. Minchionatemi pure,
    ma cambiatevi.
    Che ci fosse roba per tutti,  intanto, era soverchia presunzione. Lino
    Apes,  non trovando pi nella cassapanca nessun capo di vestiario  per
    s,  gli  si  fece  innanzi con la tonaca da seminarista distesa su le
    braccia come una bambina da portare al battesimo:
    - Posso prender questa?
    - E perch no? Ah, che cos', la tonaca? Eh... se v'andr...
    E sorrise alle risa di quei quattro che si paravano  goffamente  degli
    altri  abiti,  esalanti tutti un acutissimo odore di canfora.  Cataldo
    Sclfani s'era acconciato con la napoleona e,  poich gli faceva  male
    il  capo,  s'era annodato alla carrettiera un bel fazzolettone giallo,
    di cotone, a quadri rossi.
    La giovent a poco a poco riprendeva il sopravvento. Nessuno pens pi
    alla disfatta,  all'incertezza dell'avvenire.  Tra gli spintoni  e  la
    baja  dei  compagni,  Lino  Apes,  stremenzito  in  quella  tonaca  di
    seminarista,  corse in cucina a riaccendere il  fuoco.  Avevano  fame!
    avevano  sete!  Ma qua don Cosmo sent cascarsi l'asino: sapeva appena
    dove fosse la dispensa; e la chiave forse l'aveva Mauro con s.
    - La chiave? - grid l'Ingrao. - L'ho trovata!
    E corse a raccattare dal pianerottolo della  scala  quella  che  Mauro
    aveva scagliata contro la porta, rimasta l fuori.
    - Eccola qua! eccola qua!
    Don Cosmo stette un pezzo a osservarla.
    -  Questa?  -  disse.  -  No...  Oh che cos'?  questa  la chiave del
    "camerone"! Dove l'avete presa?
    Nella confusione non aveva inteso l'ultimo grido di Mauro; e, come gli
    fu detto che quella chiave era stata scagliata  contro  Lando,  subito
    s'impensier e, volgendosi a questo:
    - Ma allora vedrai che... oh per Dio! - esclam, - se ti ha buttato la
    chiave, vedrai che se ne va davvero... Forse se n' gi andato!
    - Andato? dove? - domand Lando, costernato anche lui e addolorato.
    - E chi lo sa? - sospir don Cosmo. E narr in breve come gi a stento
    fosse riuscito una prima volta a trattenerlo;  poi,  siccome gli altri
    quattro giovani ridevano dei  pazzi  propositi  e  del  sentimento  di
    quello  strano  vecchio,  gli  bisogn dir loro chi fosse,  che avesse
    fatto, che cosa fosse per lui quel camerone e che contenesse.
    - Ah s? Anche un leopardo imbalsamato?
    E, incuriositi, Lino Apes, l'Ingrao, il Bruno, lo Sclfani, appena don
    Cosmo e Lando si recarono a cercar di Mauro,  ripresa  quella  chiave,
    entrarono nel "camerone".
    Sott'esso appunto era la stanza di Mauro Mortara.
    Don  Cosmo  e  Lando,  con  una candela in mano,  erano entrati in uno
    stanzino segreto, ov'era una botola che conduceva al pianterreno della
    villa;  senza far rumore avevano sollevato da  terra  la  caditoja  ed
    erano  scesi per la ripida scala di legno non ben sicura alla cantina;
    di qua eran passati nel palmento;  avevano poi attraversato due  ampii
    magazzini  vuoti,   uno  sgabuzzino  pieno  di  vecchi  arnesi  rurali
    affastellati,  ed erano arrivati a un uscio interno  della  stanza  di
    Mauro. Chinandosi a guardare, Lando s'accorse, dalla soglia, che c'era
    lume.
    - Mauro! - chiam allora don Cosmo. - Mauro!
    Nessuna risposta.
    Lando   torn  a  chinarsi  per  guardare  attraverso  il  buco  della
    serratura.
    Veniva, di s,  il frastuono di quei quattro,  che rincorrevano per il
    "camerone" Lino Apes vestito da seminarista, e gridavano, e ridevano.
    Mauro Mortara,  seduto davanti a una cassa,  tratta da sotto il letto,
    stava con le braccia appoggiate su l'orlo del coperchio  sollevato,  e
    il viso affondato tra le braccia.
    - C'? che fa? - domand don Cosmo.
    Lando  lev rabbiosamente un pugno verso il soffitto,  donde veniva il
    fracasso dei compagni. Sentiva, tra il dispetto acerbo contro questi e
    contro se stesso,  un  vivo  rimorso  della  fiera  offesa  recata  al
    sentimento di quel suo caro vecchio,  e un angoscioso cordoglio di non
    potere in quel momento unire il suo richiamo affettuoso a quello dello
    zio.
    - Che fa? - ridomand questi, pi piano.
    Che cosa facesse Mauro,  col viso cos nascosto  tra  le  braccia,  lo
    dicevano  chiaramente  le medaglie che,  appese al petto e ciondolanti
    per la positura in cui stava, traballavano a tratti. Piangeva... s...
    ecco...  piangeva...  e aveva alle spalle quel suo comico zainetto che
    gi gli aveva veduto a Roma.
    - Mauro! - chiam di nuovo don Cosmo.
    A  questo  nuovo  richiamo,  Lando,  ancora con l'occhio al buco della
    serratura, gli vide sollevar la faccia e tenerla un po' sospesa, senza
    tuttavia voltarla verso l'uscio;  lo vide poi alzarsi e accostarsi  di
    furia al tavolino.
    - Ha spento il lume, - disse allo zio, rizzandosi.
    Stettero  entrambi  un  pezzo  in  ascolto,  perplessi  nell'attesa di
    sentirgli aprir la porta. Si videro l, allora, come imprigionati; non
    avevan le chiavi n dei magazzini, n del palmento,  n della cantina,
    e  dovevano  dunque  ritornar  s,  se  volevano  impedirgli d'andare;
    bisognava far presto,  per non dargli tempo d'allontanarsi troppo.  Ma
    nessun rumore veniva pi dalla stanza.
    Don Cosmo fe' cenno al nipote di risalire,  in silenzio. Quando furono
    nel primo dei due magazzini, si ferm e disse sottovoce:
    - Tanto,  se vuole andare,  n tu n io potremmo  trattenerlo  con  la
    forza.  Forse ritorner, quando voi sarete partiti e gli sar sbollita
    la collera.
    Lando guard quel suo vecchio zio,  da lui appena conosciuto,  in quel
    vasto   magazzino,   in   cui   il   lume   della  candela  projettava
    mostruosamente  ingrandite  le  ombre  dei   loro   corpi,   ed   ebbe
    l'impressione  che  una  strana realt impensata gli s'avventasse agli
    occhi all'improvviso,  con la stramba inconseguenza d'un sogno.  Da un
    pezzo  non vedeva pi la ragione dei suoi atti che gli lasciavan tutti
    uno strascico di rincrescimento,  un amaro  sapore  d'avvilimento;  ma
    ora,  pi che mai,  di fronte alla realt cos stranamente spiccata di
    quel suo zio fuori della vita, in quell'antica solitaria campagna,  l
    davanti a lui, in quel magazzino vuoto, con quella candela in mano. Fu
    tentato di spegnerla, come dianzi Mauro aveva spento il lume nella sua
    stanza  di l.  Ud la voce del vento,  i boati del mare: fuori era il
    bujo tempestoso; anche quello della sorte che lo aspettava.  Bisognava
    che in quel bujo,  a ogni costo,  assolutamente,  trovasse una ragione
    d'agire,  in  cui  tutte  le  sue  smanie  si  quietassero,  tutte  le
    incertezze del suo intelletto cessassero dal tormentarlo. Ma quale? ma
    quando? ma dove?
    -  Passer,  - diceva poco dopo don Cosmo,  con gli angoli della bocca
    contratti in gi,  la fronte  increspata  come  da  onde  di  pensieri
    ricacciati indietro dal riflusso della sua sconsolata saggezza,  e con
    quegli occhi che pareva allontanassero e  disperdessero  nella  vanit
    del  tempo  tutte  le  contingenze  amare  e fastidiose della vita.  -
    Passer, cari miei... passer...
    I quattro giovani avevano trovato da s  la  dispensa  e,  poich  era
    aperta,  avevan  portato di l in tavola quanto poteva servire al loro
    bisogno;  ora,  dopo il pasto  e  saziata  la  sete,  facevano  sforzi
    disperati  per  resistere  alla  stanchezza  aggravatasi  su  le  loro
    plpebre all'improvviso.
    Quell'esclamazione di don Cosmo  era  in  risposta  alla  rievocazione
    ch'essi  avevano fatta,  alcuni con cupa amarezza,  altri con rabbioso
    rammarico e  Lino  Apes  con  la  sua  solita  arguzia,  degli  ultimi
    avvenimenti  tumultuosi.  Guardandoli come gi lontanissimi nel tempo,
    don Cosmo non riusciva a scorgerne pi il senso n lo scopo.  Dal  suo
    aspetto,  agli  occhi  di Lando,  spirava quello stesso sentimento che
    spira dalle cose che assistono impassibili alla fugacit delle vicende
    umane.
    - Avete visto il leopardo?
    -  S,  bello...  bello  -  brontol  l'Ingrao,  cacciando  il  volto,
    deturpato dall'atra voglia di sangue,  tra le braccia appoggiate su la
    tavola.
    - Quello era un leopardo vivo!
    Lino Apes spalanc gli occhi e domand, quasi con spavento:
    - Mangiava?
    - Lo dico, - riprese don Cosmo,  - perch ora,  cari miei,   pieno di
    stoppa e non mangia pi. E quella lettera di mio padre? L'avete letta?
    Un  foglietto  di carta sbiadito...  E la scrisse una mano viva,  come
    questa mia, guardate... Che cos' ora? Quel povero pazzo l'ha messa in
    cornice...  Luigi Napoleone...  il colpo di Stato...  gli  avvenimenti
    della Francia...
    Raccolse le dita delle mani a pigna e le scosse in aria,  come a dire:
    Che ce n' pi? che senso hanno?.
    - Realt d'un momento... minchionerie...
    Si alz;  s'appress ai vetri del balcone che da un pezzo non facevano
    pi rumore, e si volt al nipote:
    -  Senti che silenzio?  - disse.  - Ti do la consolante notizia che il
    vento  cessato...
    - Cessato?  -  domand  Cataldo  Sclfani,  levando  di  scatto  dalle
    braccia,  che  teneva  anche  lui  appoggiate  alla tavola,  la faccia
    spiritata,  da convalescente,  col fazzoletto giallo tirato fin su  le
    ciglia. - Bene bene... C'imbarcheremo qua... Buona notte!
    E si ricompose a dormire.
    - Cos tutte le cose...  - sospir don Cosmo, mettendosi a passeggiare
    per la sala;  e seguit,  fermandosi di tratto in tratto: -  Una  sola
    cosa    triste,  cari miei: aver capito il giuoco!  Dico il giuoco di
    questo demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha  dentro  e  che  si
    spassa a rappresentarci di fuori,  come realt, ci che poco dopo egli
    stesso ci scopre come una nostra illusione,  deridendoci degli affanni
    che  per essa ci siamo dati,  e deridendoci anche,  come avviene a me,
    del non averci saputo illudere,  poich fuori di queste illusioni  non
    c'  pi  altra  realt...  E  dunque,  non vi lagnate!  Affannatevi e
    tormentatevi,  senza pensare che tutto questo  non  conclude.  Se  non
    conclude,  segno che non deve concludere, e che  vano dunque cercare
    una conclusione.  Bisogna vivere,  cio illudersi;  lasciar giocare in
    noi il demoniaccio beffardo,  finch non si sar stancato;  e  pensare
    che tutto questo passer... passer...
    Guard  in  giro  alla  tavola  e  mostr  a Lando i suoi compagni gi
    addormentati.
    - Anzi, vedi?  gi passato...
    E lo lasci l solo, innanzi alla tavola.
    Lando mir i penosi atteggiamenti sguajati,  le comiche  acconciature,
    le  facce disfatte dalla stanchezza de' suoi amici,  e invidi il loro
    sonno e ne prov sdegno allo stesso tempo.  Avevano potuto  scherzare;
    ora  potevano  dormire,  dimentichi  che dei disordini provocati dalle
    loro predicazioni a una gente oppressa  da  tante  iniquit  ma  ancor
    sorda  e  cieca,  s'avvaleva  ora il Governo per calpestare ancora una
    volta quella terra, che sola,  senza patti,  con impeto generoso s'era
    data  all'Italia e in premio non ne aveva avuto altro che la miseria e
    l'abbandono. Potevano dormire, quei suoi amici,  dimentichi del sangue
    di  tante  vittime,  dimentichi  dei  compagni  caduti  in  mano della
    polizia,  i  quali  certo,  domani,  sarebbero  stati  condannati  dai
    tribunali militari...
    Si alz anche lui;  si rec alla sala d'ingresso,  desideroso d'uscire
    all'aperto,  a trarre una boccata d'aria,  per liberarsi dell'angoscia
    che  l'opprimeva,  ora  che  il  vento e la pioggia erano cessati.  Ma
    innanzi alla porta si ferm,  vinto  dall'odore  di  antica  vita  che
    covava  in  quella  villa  ove  suo  nonno  era vissuto,  ove con quel
    desolato sentimento di  precariet  lasciava  invano  passare  i  suoi
    tristi giorni quel suo zio,  ove Mauro Mortara...  Subito si scosse al
    ricordo del suo vecchio snidato da lui crudelmente negli ultimi giorni
    da quella dimora che il culto di tante memorie gli rendeva sacra;  pi
    che per tutto il resto sent dispetto e onta dell'opera sua e dei suoi
    compagni  per  quest'ultima  conseguenza ch'essa cagionava: di cacciar
    via da Valsana il suo vecchio custode,  colui che gli appariva da  un
    pezzo  come la pi schietta incarnazione dell'antica anima isolana;  e
    corse per tentar di  placarlo,  per  gridargli  il  suo  pentimento  e
    forzarlo  a  rimanere.  La porta della stanza di Mauro era aperta;  la
    stanza era al bujo e vuota.
    Su la soglia stavano incerti  e  come  smarriti  i  tre  mastini.  Non
    abbajarono.  Anzi,  gli si fecero attorno ansiosi, drizzando le aguzze
    orecchie, scotendo la breve coda, quasi gli chiedessero perch il loro
    padrone,  seguito da essi come ogni notte,  a un certo punto si  fosse
    voltato a cacciarli, a rimandarli indietro rudemente: perch?
    Da un balcone in fondo venne la voce di don Cosmo:
    - Se n' andato?
    - S, - rispose Lando.
    Don  Cosmo  non  disse  pi  nulla.  Nella tetraggine,  solenne e come
    sospesa,  della notte ancora inquieta,  rimase a udire il fragore  del
    mare  sotto  le  frane  di  Valsana e l'abbajare pi o men remoto dei
    cani;  poi,  con una mano sul capo calvo,  si affis ad alcune stelle,
    chiodi del mistero com'egli le chiamava, apparse in una cala di cielo,
    tra le nuvole squarciate.

    Senza  curarsi  del fango della strada,  dove i suoi stivaloni ferrati
    affondavano e spiaccicavano;  con gli occhi aggrottati sotto le ciglia
    e quasi chiusi; tutto il viso contratto dallo sdegno; un agro bruciore
    al petto e la mente occupata da una tenebra pi cupa di quella che gli
    era intorno,  Mauro Mortara era,  intanto,  pi d'un miglio lontano da
    Valsana. Andava nella notte ancora agitata dagli ultimi fremiti della
    tempesta,  investito di tratto in tratto da raffiche  gelate  che  gli
    spruzzavano  in faccia la pioggia stillante dagli alberi,  di qua e di
    l dalle muricce, lungo lo stradone. Andava curvo,  a testa bassa,  il
    fucile appeso a una spalla,  le due pistole ai fianchi, un pugnale col
    fodero di cuojo alla  cintola,  lo  zino  alle  spalle,  il  berretto
    villoso  in  capo  e le medaglie al petto.  Saliva verso Girgenti;  ma
    voleva andare pi lontano;  lasciare a un certo punto  lo  stradone  e
    mettersi  per  la linea ferroviaria;  attraversare una breve galleria,
    sboccare in Val Sollano, e di l, nei pressi della stazione,  avviarsi
    per un altro stradone al paese di Favara,  ove,  in un poderetto di l
    dall'abitato,  viveva un suo nipote contadino,  figlio  d'una  sorella
    morta da tanti anni, il quale pi volte gli aveva offerto tetto e cure
    nel caso che, infermo, avesse voluto ritirarsi da Valsana. Andava l,
    da quel suo nipote;  ma non ci voleva pensare.  La testa, il cuore gli
    erano rimasti come pestati,  schiacciati e macerati  dallo  stropicco
    dei  passi  di  quei  giovani,   che  per  supremo  oltraggio  s'erano
    introdotti a profanare il "camerone" del  Generale,  mentr'egli  nella
    sua stanza,  sotto,  s'apparecchiava a partire. Non voleva pi pensare
    n sentir nulla;  nulla  immaginare  dei  giorni  che  gli  restavano.
    Tuttavia,  il  cuore  calpestato,  a poco a poco,  sotto l'assillo del
    pensiero che,  forse,  quel suo nipote  contadino  gli  aveva  offerto
    ricetto  perch  s'aspettava  da  lui chi sa quali tesori,  cominci a
    rimuoverglisi dentro, a riallargarglisi in mpiti d'orgoglio. Soltanto
    da giovane e dalle mani del Generale,  fino alla partenza per l'esilio
    a Malta,  egli aveva avuto un salario.  Ritornato a Valsana,  dopo le
    vicende fortunose della sua vita  errabonda,  per  mare,  in  Turchia,
    nell'Asia Minore,  in Africa,  e dopo la campagna del Sessanta,  aveva
    prestato sempre la sua opera, col, disinteressatamente. E ora,  ecco,
    a  settantotto anni,  se ne partiva povero,  senza neppure un soldo in
    tasca,  con la sola ricchezza di quelle  sue  medaglie  al  petto.  Ma
    appunto  perch questa sola ricchezza aveva cavato dall'opera di tutta
    la sua vita, Sciocco, poteva dire a quel suo nipote, tu sei padrone
    di tre palmi di terra;  e se te ne scosti d'un passo,  non sei pi nel
    tuo;  io,  invece, sono qua, sempre nel mio ovunque posi il piede, per
    tutta la Sicilia!  Perch  io  la  corsi  da  un  capo  all'altro  per
    liberarla dal padrone che la teneva schiava!.
    Preso  cos  l'aire,  la  sua  esaltazione  crebbe  di punto in punto,
    fomentata per un verso dal cordoglio d'essersi strappato per sempre da
    Valsana, e per l'altro dal bisogno di riempire con la rievocazione di
    tutti i ricordi che potevano dargli conforto il vuoto  che  si  vedeva
    davanti.
    Rideva  e  parlava  forte e gestiva,  senza badare alla via: rideva al
    binario della linea ferroviaria,  ai pali del telegrafo,  frutti della
    Rivoluzione, e si picchiava forte il petto e diceva:
    - Che me n'importa?  Io... io... la Sicilia... oh Marasantissima... vi
    dico la Sicilia...  Se non era per la Sicilia...  Se  la  Sicilia  non
    voleva...  La Sicilia si mosse e disse all'Italia: eccomi qua! vengo a
    te! Muoviti tu dal Piemonte col tuo Re, io vengo di qua con Garibaldi,
    e tutti e due ci uniremo a Roma! Oh Marasantissima, lo so: Aspromonte,
    ragione di Stato,  lo so!  Ma la Sicilia voleva far prima,  di  qua...
    sempre   la   Sicilia...   E   ora   quattro   canaglie  hanno  voluto
    disonorarla... Ma la Sicilia  qua, qua, qua con me... la Sicilia, che
    non si lascia disonorare,  qua con me!
    Si trov tutt'a un tratto davanti alla breve galleria  che  sbocca  in
    Val Sollano,  e stup d'esservi giunto cos presto,  senza saper come;
    prima d'entrarvi,  guard in cielo per conoscere dalle stelle che  ora
    fosse. Potevano essere le tre del mattino. Forse all'alba sarebbe alla
    Favara. Attraversata la galleria e giunto nei pressi della stazione di
    Girgenti,  al  punto  in  cui s'imbocca lo stradone che conduce a quel
    grosso borgo tra  le  zolfare,  dovette  per  fermarsi  davanti  alla
    sfilata  di  due  compagnie  di soldati che,  muti,  ansanti,  a passo
    accelerato, si recavano di notte col.  Dal cantoniere di guardia ebbe
    notizia che,  nonostante la proclamazione dello stato d'assedio,  alla
    Favara tutti i socii del "Fascio" disciolto,  nelle  prime  ore  della
    sera,  s'erano  dati  convegno  nella  piazza  e  avevano  assaltato e
    incendiato il municipio, il casino dei nobili, i casotti del dazio,  e
    che  gl'incendii  e la sommossa duravano ancora e gi c'erano parecchi
    morti e molti feriti.
    - Ah s? Ah s? - fremette Mauro. - Ancora?
    E si svincol dalle braccia di quel cantoniere che voleva trattenerlo,
    vedendolo cos armato,  per salvarlo dal rischio  a  cui  si  esponeva
    d'esser catturato da quei soldati.
    - Io, dai soldati d'Italia?
    E corse per unirsi a loro.
    Una  gioja  impetuosa,   frenetica,  gli  ristor  le  forze  che  gi
    cominciavano a mancargli;  ridiede l'antico vigore  alle  sue  vecchie
    gambe garibaldine;  l'esaltazione divent delirio;  sent veramente in
    quel punto d'esser la Sicilia,  la  vecchia  Sicilia  che  s'univa  ai
    soldati d'Italia per la difesa comune, contro i nuovi nemici.
    Divor  la via,  tenendosi a pochi passi da quelle due compagnie che a
    un certo punto,  per l'avviso di  alcuni  messi  incontrati  lungo  lo
    stradone, s'eran lanciate di corsa.
    Quando, alla prima luce dell'alba, tutto inzaccherato da capo a piedi,
    trafelato, ebbro della corsa, stordito dalla stanchezza, si cacci coi
    soldati nel paese,  non ebbe tempo di veder nulla, di pensare a nulla:
    travolto, tra una fitta sassajola,  in uno scompiglio furibondo,  ebbe
    come  un  guazzabuglio  di  impressioni  cos rapide e violente da non
    poter nulla avvertire,  altro che lo  strappo  spaventoso  d'una  fuga
    compatta  che  si  precipitava  urlante;  un  rimbombo  tremendo;  uno
    stramazzo e...
    La piazza,  come schiantata e in fuga anch'essa dietro  gli  urli  del
    popolo  che  la  disertava,  appena  il  fumo dei fucili si dirad nel
    livido  smortume  dell'alba,   parve  agli  occhi  dei  soldati   come
    trattenuta dal peso di cinque corpi inerti, sparsi qua e l.
    Un bisogno strano,  invincibile,  obblig il capitano a dare subito ai
    suoi soldati un comando qualunque,  pur che fosse.  Quei cinque  corpi
    rimasti l,  traboccati sconciamente, in una orrenda immobilit, su la
    motriglia della piazza striata  dall'impeto  della  fuga,  erano  alla
    vista  d'una gravezza insopportabile.  E un furiere e un caporale,  al
    comando del capitano,  si  mossero  sbigottiti  per  la  piazza  e  si
    accostarono al primo di quei cinque cadaveri.
    Il furiere si chin e vide ch'esso,  caduto con la faccia a terra, era
    armato come un brigante.  Gli tolse il fucile dalla spalla e,  levando
    il braccio,  lo mostr al capitano; poi diede quel fucile al caporale,
    e si chin di nuovo sul cadavere per prendergli  dalla  cintola  prima
    una e poi l'altra pistola,  che mostr ugualmente al capitano.  Allora
    questi,  incuriosito,  sebbene avesse ancora un forte  tremito  a  una
    gamba  e temesse che i soldati se ne potessero accorgere,  si appress
    anche lui a quel cadavere,  e ordin che lo rimovessero  un  poco  per
    vederlo   in   faccia.   Rimosso,   quel  cadavere  mostr  sul  petto
    insanguinato quattro medaglie.
    I tre, allora, rimasero a guardarsi negli occhi, stupiti e sgomenti.
    Chi avevano ucciso?
