
    Luigi Pirandello.
    TUTTO PER BENE - IL DOVERE DEL MEDICO - IL TRENO HA FISCHIATO...  - LA
    CARRIOLA.
    (Novelle  tratte  da  "Opere  scelte"  di  Luigi  Pirandello,  Arnoldo
    Mondadori Editore, Milano 1956, 1957, 1958).

















    INDICE.


    "Luigi Pirandello" di Luigi Ferrante: pagina 3.

    Tutto per bene: pagina 36.
    Il dovere del medico: pagina 65.
    Il treno ha fischiato...: pagina 105.
    La carriola: pagina 116.













    LUIGI PIRANDELLO.


    La vita di Pirandello va dal 1867 al 1936,  dal tramonto degli  ideali
    risorgimentali al fascismo, e tutto il male di una Italia attraversata
    da grandi problemi sociali non risolti,  da moti rivoluzionari, attese
    e delusioni amare, investe quegli anni.
    Studente nel periodo positivista,  giovane poeta quando la poesia  era
    quella  del  Graf  e  del  Carducci,  adulto  nel periodo giolittiano,
    testimone degli scandali che travolsero una generazione di garibaldini
    e dei moti popolari in Sicilia,  scrittore celebre  dopo  l'esperienza
    della guerra e durante il fascismo,  Pirandello avvert,  nella storia
    in atto del suo paese,  non  una  esortazione  civile  per  scegliere,
    prendere posizione,  ma una ragione di pi per isolarsi.  E' stato uno
    scrittore,  un uomo che d tutto  all'arte  sua.  Ho  dimenticato  di
    vivere,  scrive a Benjamin Crmieux nel '33, l'ho dimenticato al punto
    da non saper dir niente della mia vita.  Potrei forse dirvi che non la
    vivo, ma la scrivo.
    Il  ritratto  di  un  Pirandello  solitario,  schivo,  pu  essere una
    immagine di comodo: lo scrittore aderisce al fascismo all'indomani del
    delitto Matteotti con  un  telegramma  a  Mussolini.  Viene  duramente
    attaccato  dal  "Mondo"  di  Amendola.  Smentir  questa  adesione col
    silenzio, il distacco, l'esilio volontario.
    Un  altro  lineamento  ricorre  nella  biografia   pirandelliana:   la
    consuetudine  con  la  pazzia.   Aveva  sposato  nel  1894  Antonietta
    Portulano e la sua vita familiare    stata,  lungamente,  rattristata
    dalla  malattia  mentale  della  moglie.  "Enrico Quarto"  il dramma,
    lucido,  della pazzia.  Anche questa  una immagine  di  comodo  nella
    misura  in  cui fornisce una chiave autobiografica a un sentimento pi
    profondo dell'arte e della vita,  a una cultura legata al decadentismo
    europeo, a una nuova tecnica drammatica.
    La  persona  umana  dello scrittore non  sempre uguale al personaggio
    che il successo mondiale ha contribuito a creare:  se  si  sfoglia  la
    stampa   internazionale   nei  giorni  che  seguono  la  scomparsa  di
    Pirandello, il 10 dicembre del 1936, ci si trova davanti a un uomo che
    ha scritto i suoi drammi al capezzale di una sposa  demente  secondo
    Maurizio  Muret,  membro  dell'Istituto  di  Francia,  o  a un grande
    innamorato della vita come diceva  Crmieux,  o  a  un  uomo  rimasto
    giovane perch mai il suo pensiero ha ucciso la sua giovent secondo
    Pitoeff.
    Pirandello  era  accademico d'Italia,  ma quando la Accademia di Mosca
    cur una edizione delle opere sue i commentatori del regime insorsero,
    ad essi pareva incredibile che un  membro  -  come  scriveva  Tommaso
    Napolitano  -  della  Accademia  fascista  fosse  onorato nella Russia
    Sovietica come il coraggioso assertore, in terra borghese,  dei valori
    morali d'una auspicata nuova societ.
    Pirandello  sfugge  agli schemi,  ai ritratti viziati dalla ideologia,
    dalla falsa coscienza:  un  uomo  ricco  di  contraddizioni,  segrete
    nella vita, esplosive nell'opera sua.
    Le  interpretazioni  in chiave cadono: anche quella diffusa da Adriano
    Tilgher e corretta dal D'Amico, derivata dal relativismo assoluto,  il
    profilo di un Pirandello nichilista, sofista come l'antico conterraneo
    suo, Gorgia di Lentini.
    Correnti  del pensiero europeo,  della poesia italiana,  sono presenti
    nelle novelle,  nei romanzi e soprattutto nel  teatro,  il  pessimismo
    leopardiano,  il  vitalismo  -  la  vita  non  si spiega,  si vive -
    ("Quaderni di Serafino Gubbio"),  il primo esistenzialismo - ciascuno
    di noi...  si crede "uno" ma non  vero,   "tanti",  secondo tutte le
    possibilit d'essere che sono in noi:  "uno"  con  questo,  "uno"  con
    quello  -  diversissimi! - ("Sei personaggi in cerca d'autore");  dal
    pragmatismo - essere  niente, essere  farsi - ("Come tu mi vuoi"),
    ma si tratta di forme del pensiero drammatiche,  conflittuali,  legate
    ai personaggi, a un loro concreto volto scenico.
    Diceva Pirandello.  Pensate ad Amleto,  essere o non essere. Togliete
    questo problema dalla bocca di Amleto,  svuotatelo della  passione  di
    Amleto,  concettualizzatelo  nei  suoi  termini filosofici e,  al lume
    della critica,  ci potete giocare  tutto  il  tempo  che  volete.  Il
    tramonto  del  pirandellismo,  delle letture in quel codice,  non ci
    restituisce soltanto uno scrittore dal volto  umano,  ci  permette  di
    vederne  la  vita  e  l'opera  in  una  dimensione storica europea che
    riflette la crisi della societ,  della cultura e i  fermenti  che  la
    sommuovono,  di  ridisegnare  i  lineamenti  di  una  riforma tecnica,
    stilistica che, col "Fu Mattia Pascal" e coi "Sei personaggi" crea due
    prototipi del nuovo romanzo e della nuova drammaturgia.
    Pirandello  nato presso Agrigento,  nella campagna  detta,  dal  nome
    greco,  "Caos", dove i suoi si erano rifugiati durante una epidemia di
    colera, il 28 giugno del 1867;  il secondogenito dopo la sorella Lina
    gi di due anni.  Il  padre,  Stefano,  e  la  madre,  Caterina  Ricci
    Gramitto,  appartenevano  a  famiglie  di  patrioti: il nonno paterno,
    ligure di nascita, si era trasferito a Palermo e il padre, garibaldino
    ad Aspromonte,  era divenuto industriale dello zolfo ad Agrigento e  a
    Porto  Empedocle;  il  nonno materno,  Giovanni,  aveva partecipato al
    governo provvisorio siciliano nel 1848.
    Compie gli studi  liceali  a  Palermo;  l'epistolario,  pubblicato  da
    Sandro  D'Amico,  comincia  con  una  lettera  del 10 gennaio 1886: in
    quell'anno  Luigi  consegue  la  maturit  classica   e   si   iscrive
    all'Universit di Palermo,  contemporaneamente alle facolt di lettere
    e di giurisprudenza.  L'anno  seguente  si  trasferisce  a  Roma  dove
    frequenta  i  corsi  di  lettere.  Nel  1889  Pirandello  parte per la
    Germania dove termina gli studi all'Universit  di  Bonn.  Le  lettere
    dalla  Germania  sono  tra le pi numerose,  spesso accompagnate dalle
    poesie giovanili: tra queste "Elegie boreali"  che  pubblicher,  dopo
    molte  stesure,  nel  1895  col  titolo  di  "Elegie  renane",  alcuni
    frammenti di "Pasqua di Gea" che dedicher a Jenny Schultz Lander,  la
    ragazza amata allora.
    Il  1891    l'anno della laurea ottenuta con una tesi in filologia su
    Suoni e sviluppi di suono della parlata di Girgenti e della fine del
    suo soggiorno tedesco;  in aprile Pirandello  di ritorno  a  Palermo,
    nell'estate  rompe  il  fidanzamento  con la cugina,  figlia dello zio
    Andrea. In una lunga lettera del 1891,  diretta al padre,  racconta la
    vicenda  sentimentale  che sembra avere una parte importante nella sua
    formazione umana. Deve scegliere tra la vocazione dello scrittore e le
    necessit della vita pratica. Far lo scrittore. Si stabilisce a Roma,
    aiutato da alcuni amici tra i quali il Capuana.  Del 1893  un  primo,
    ampio  elenco di novelle,  romanzi,  versi e commedie che egli scrive,
    tutti ancora inediti.
    Pirandello si  sposa  nel  1894,  nascono  tre  figli,  Stefano  -  lo
    scrittore  Stefano  Landi  -  Rosalia  -  detta  Lietta - e Fausto che
    diverr  pittore.   Difficolt  economiche  lo  costringono  a   darsi
    all'insegnamento: terr la cattedra di stilistica al Magistero di Roma
    dal 1897 al 1922.
    L'epistolario  documenta  un  interesse  per  il  teatro  che corregge
    l'opinione diffusa che,  a  questa  forma  d'espressione,  sia  giunto
    tardi: gi nel 1887 egli dice di aver composto una commedia dal titolo
    "Gli uccelli dall'alto", l'anno dopo "La gente allegra" in cinque atti
    e  "Le  popolane";  del  1893 ancora un titolo indicativo "Provando la
    commedia", infine "L'epilogo" (poi "La morsa") il primo testo teatrale
    che conosciamo,  del 1892.  Dagli studi e dall'insegnamento nascono  i
    saggi  "Arte  e  scienza"  e  "L'Umorismo"  (1908) che ha fondamentale
    interesse per la conoscenza della poetica pirandelliana.
    Nell'opera umoristica, dice Pirandello, la riflessione non si limita a
    dare forma al sentimento quasi uno specchio in cui il  sentimento  si
    rimira, lo giudica, lo analizza, provoca il sentimento del contrario,
    non  un antisentimento,  ma una adesione al profondo e contraddittorio
    divenire della vita umana.  In questo aderire alla varia  umanit  del
    mondo,  l'umorismo  si  distingue  dal  comico:  il  secondo si limita
    all'"avvertimento del contrario", cio a contrapporre esternamente due
    immagini; il primo ricerca l'origine a volte seria,  pietosa di quella
    contrapposizione  che  genera  il  riso.  Dice  Pirandello:  Vedo una
    vecchia signora,  coi capelli ritinti,  tutti unti non si sa di  quale
    orribile  manteca,  e  poi  goffamente  imbellettata  e parata d'abiti
    giovanili.  Mi metto a ridere.  "Avverto" che quella vecchia signora 
    il  "contrario" di ci che una vecchia e rispettabile signora dovrebbe
    essere.  Posso cos,  a prima vista e superficialmente,  arrestarmi  a
    questa  impressione  comica.  Il comico  appunto un "avvertimento del
    contrario".
    L'umorista ricerca, di l dalla prima impressione, l'origine seria,  a
    volte  dolorosa,  drammatica  delle  umane  contraddizioni: Ma se ora
    interviene in me la riflessione,  e mi suggerisce che  quella  vecchia
    signora  non  prova  forse  nessun  piacere  a  pararsi  cos  come un
    pappagallo,   ma  che  forse  ne  soffre  e  lo  fa  soltanto   perch
    pietosamente s'inganna che,  parata cos,  nascondendo cos le rughe e
    la canizie, riesca a trattenere a s l'amore del marito pi giovane di
    lei,  ecco che io non posso pi riderne come prima.  Figura esemplare
    della  critica  umoristica  ,  secondo  Pirandello,  il dostoevskiano
    Marmeladoff di "Delitto e Castigo":

    Signore, signore! Oh!  signore,  forse,  come gli altri,  voi stimate
    "ridicolo" tutto questo;  forse vi annoio raccontandovi questi stupidi
    e miserabili particolari della mia vita domestica: ma  per  me  non  
    "ridicolo" perch io "sento" tutto ci...
    E  questo  grido    appunto  la protesta dolorosa ed esasperata d'un
    personaggio umoristico contro chi,  di fronte a lui,  si  ferma  a  un
    primo avvertimento,  superficiale, e non riesce a vederne altro che la
    comicit.

    L'umorista interviene nel processo  della  creazione  artistica  senza
    limitarne  la  spontaneit  e,  col proprio atteggiamento di critico e
    poeta riesce a creare una proiezione dell'immagine  fantastica,  uno
    sdoppiamento  come  ombra  dal  corpo  sino  a scomporre il congegno
    dell'immagine per vedere come  fatto, lasciando trapelare,  accanto
    alla irrisione o al dispetto, la propria indulgente o aspra simpatia.
    Questo bisogno di analizzare,  di scomporre sorge, secondo Pirandello,
    dai rapporti della cosiddetta convenienza.. considerazioni di calcolo
    nelle quali la moralit  quasi sempre  sacrificata.  Molte  sono  le
    menzogne  che ci circondano,  l'umorista non si accontenta di scoprire
    quelle dettate dalla mala fede,  svela quanto,  nella ingenuit  della
    buona fede,  l'uomo pu credere giusto e morale mentre , soltanto, il
    frutto ipocrita della convenienza.  Quando la lotta per l'esistenza  
    difficile,  pi  grave  affiora,  in  taluni,  il  senso della propria
    debolezza e tanto maggiore il bisogno del reciproco inganno.  Simulare
    diventa  una forma di adattamento: l'umorista rivela come le apparenze
    siano profondamente diverse dall'essere  interiore  degli  uomini.  E
    mentire  a  noi stessi,  vivendo coscientemente solo la superficie del
    nostro essere psichico,   un effetto del mentire sociale. La  caduta
    nella simulazione, nelle forme cristallizzate, moralmente corrotte del
    vivere  sociale,   facile quando quelle forme sono divenute abituali.
    All'umorista il compito di smascherare le vanit,  di rappresentare la
    societ  con  tutte  le  sue  mistificazioni.  Una  guida  al giudizio
    umoristico  offerta dal rapporto tra la teoria e la prassi: la logica
    delle azioni  pu  smentire  la  logica  del  pensiero  rivelandone  i
    pretesti.  Nelle  azioni si profila il fondamento oggettivo dei nostri
    intimi propositi e ideali,  ma in modo non  necessariamente  evidente,
    perch  confuso tra impulsi ignoti,  eredit lontane,  tracce profonde
    del passato (il subconscio freudiano). L'umorista, nel creare i propri
    personaggi, ne scompone il carattere, ne coglie le contraddizioni,  li
    mostra  senza  travestimenti:  Pirandello  dice,   ironicamente,   in
    camicia. Nasce, con l'umorismo, la finzione consapevole che,  portata
    sulla scena, riformer il teatro.
    Pirandello  aveva  cominciato come poeta: il suo esordio avviene quasi
    parallelamente a quello di  D'Annunzio  ("Canto  novo",  1882)  e  del
    Pascoli ("Myricae",  1891),  con "Mal giocondo", apparso a Palermo nel
    1889.  L'avvio    carducciano.  Seguono  "Elegie  renane"  (1889-90),
    "Zampogna" (1901),  "Fuori di chiave" (1912). A Pascoli e a Pirandello
    ci conducono molti richiami vicini,  una condizione della letteratura,
    un  modo  di  avvertire  la  crisi dell'uomo contemporaneo e della sua
    sensibilit; i due scrittori avvertono,  pi degli altri,  il tramonto
    di un antico equilibrio,  la lacerante presenza d'una nuova realt. Il
    fanciullino  pascoliano   e   il   sentimento   d   el   contrario
    pirandelliano sono forme d'un disincanto e di un ricupero,  elegiaco e
    drammatico, della vita interiore. La polemica del fanciullino contro
    la civilt e del personaggio pirandelliano  contro  il  modo  d'essere
    della  societ  sottintendono il pericolo imminente del caos:  poesia
    di una realt atomizzata. La musica pascoliana - eco, passo, nebbia -,
    attraverso una serie di novit onomatopeiche, dissolve il tradizionale
    disegno  logico-retorico  delle  lettere   italiane;   il   linguaggio
    pirandelliano   assorbe   e  restituisce  mutamenti,   contraddizioni,
    lacerazioni che  nascono  dal  contrasto  tra  il  mondo  interiore  e
    l'essere  nel  mondo.  Sono  poeti  al  bivio  tra letteratura colta e
    popolare.
    Nel 1893 Pirandello scrive il primo romanzo  "L'Esclusa":  pensato  in
    modo  nuovo  conserva,  nel fondo,  i segni della narrativa veristica.
    Marta viene cacciata di casa, innocente,  per un sospetto,  dal marito
    Antonio: verr riaccolta,  alla fine,  ma quando ha ceduto a un altro,
    vinta dalla solitudine e dal bisogno.  Sente il peso di una espiazione
    ingiusta: Debbo morire - dice - S...  E morr.  Ma... Dio... Dio! Se
    non ho potuto difendermi... e la rabbia mi  rimasta nel cuore...  Che
    sono io ora?  Mi vedi?  Chi sono?...  Sono ci che la gente, per causa
    tua, mi ha creduto e mi crede ancora e sempre mi crederebbe,  anche se
    io accettassi ora il tuo pentimento. E' troppo tardi: lo intendi? Sono
    perduta!.
    Due  anni dopo scrive "Il Turno": Stellina,  amata da Pep,  sposa Don
    Diego,  vecchio,  ricco,  gi al suo quinto matrimonio,  e  Pep  deve
    aspettare  il  turno.  Ma  Stellina  va  sposa  a un avvocato che l'ha
    liberata dal vincolo precedente e Pep deve aspettare ancora,  sino  a
    quando il secondo marito muore, colpito da apoplessia.
    Le  apparenze  che  ingiustamente  feriscono,  le  attese ironicamente
    commentate creano il clima drammatico dei primi romanzi.
    Sono gli anni in cui, in Italia, si stampano "I Vicer" di De Roberto,
    "Piccolo mondo antico" di Fogazzaro, "Senilit" di Svevo, "Il marchese
    di  Roccaverdina"  di  Capuana.  Nello  stesso  anno  in  cui  compare
    "L'Esclusa" Thomas Mann pubblica "I Buddenbrook". Sulle scene italiane
    vengono  rappresentati "Come le foglie" di Giacosa,  "Romanticismo" di
    Rovetta,  Eleonora Duse  recita  i  drammi  di  D'Annunzio.  Il  clima
    politico,  nel tempo del noviziato letterario e della prima fortuna di
    Pirandello,   dominato dai governi Crispi e Giolitti,  dalla politica
    coloniale,  dalla  costituzione  delle  Camere  del Lavoro e dei Fasci
    siciliani,  dallo scandalo della  Banca  Romana,  da  grandi  tensioni
    sociali.
    Al  "Fu Mattia Pascal" (1904)  legata la fama di Pirandello: nasce la
    figura dell'estraneo,  dello straniero,  dell'escluso.  Mattia Pascal,
    bibliotecario,  viene  scambiato  per  un altro morto nella gora di un
    mulino, accetta le conseguenze dell'errore, cambia il proprio nome con
    quello di Adriano Meis,  si trasferisce a Roma,  si  innamora  di  una
    semplice ragazza,  finge il suicidio per rompere con la vita trascorsa
    in quella finzione,  torna al  paese  e  s'accorge  che  tutti,  nella
    certezza  della  sua  scomparsa,  hanno continuato a vivere: la moglie
    risposata ha una figliola dal secondo marito. Mattia  un escluso, non
    c' posto per lui.  Si reca in cimitero a far visita alla sua tomba:
    Intanto  questo  -  dice Mattia a se stesso - che fuori della legge e
    fuori di quelle particolarit,  liete o tristi che sieno,  per cui noi
    siamo  noi...  non    possibile  vivere....  Il motivo tematico  lo
    stesso usato da Tolstoj nel "Cadavere Vivente" e simile a  quello  del
    "Che Fare" di Cernicevski.
    "I vecchi e i giovani" (1909)  il romanzo di due generazioni,  quella
    garibaldina che ha impegnato la propria giovinezza nella  cospirazione
    e  nella  guerra  per l'indipendenza e l'unit d'Italia,  e quella dei
    giovani che vedono compromessi e avviliti gli ideali dai quali l'unit
      nata.  I  pi  vecchi,   come  il  principe  Ippolito  Laurenziano,
    appartengono  gi  a  un  mondo  passato  irrevocabile,  i pi giovani
    sentono il fallimento degli ideali  risorgimentali  come  un  male  da
    espiare.
    Per  Pirandello la storia  esperienza drammatica e il romanzo storico
    il racconto dei conflitti che essa determina nell'ambiente  familiare:
    la  generazione  pi  in  ombra  proprio quella degli ex garibaldini,
    cio di coloro che offrono,  allo scrittore,  la ragione  storica  del
    dramma. Il fallimento  chiaro nella coscienza di Caterina Laurentano;
    al figlio, tornato in paese per partecipare alla campagna elettorale e
    ai suoi amici,  dice: Che ha fatto Roberto,  e perch, in nome di che
    cosa viene oggi a chiedere il suffragio del suo paese?  Forse in  nome
    di  tutto  ci  che  fece  giovinetto,  in  nome del padre morto,  dei
    sacrifizii e degli ideali per  cui  quei  sacrifizii  furono  fatti  e
    quello  strazio  sofferto?  Far ridere...  Lo sa bene...  come quegli
    ideali si sono tradotti in realt per il popolo siciliano!  Che si  ha
    avuto?  Come    stato  trattato?  Oppresso,  vessato,  abbandonato  e
    vilipeso!  Gli ideali del Quarantotto  e  del  Sessanta?  Ma  tutti  i
    vecchi,  qua,  gridano: Meglio prima!...  E lo grido anch'io, sai, io,
    Caterina Laurentano, vedova di Stefano Auriti! S, figlio perch prima
    almeno avevamo la speranza, quella che ci sosteneva in mezzo a tutti i
    triboli....
    Se il momento epico si attua quando l'azione drammatica si congiunge a
    grandi temi ideali, religiosi, politici e li porta con s, li realizza
    umanamente,  in Pirandello questo  momento  epico  manca:  gli  ideali
    appaiono  gi  compromessi  e  travolti,  non  hanno  nemmeno una luce
    retrospettiva.   Il  vecchio  patriottismo    vivo  soltanto  nella
    ingenua, candida anima di un contadino, Mauro Mortara: e il romanzo si
    chiude con lui, con la sua morte.
    Due  anni dopo "I vecchi e i giovani",  Pirandello d alle stampe "Suo
    marito": ne riscrive pi tardi i primi quattro capitoli e l'inizio del
    quinto,  ne  muta  il  titolo  che  diventa  "Giustino  Roncella  nato
    Boggiolo":  Giustino    un  personaggio  umoristico.  Marito  di  una
    scrittrice,   Silvia   Roncella,    giunta   al   successo,    diventa
    l'amministratore,  l'impresario della moglie, vive, inconsapevole, una
    parte ridicola agli occhi degli altri. Viene, alla fine, abbandonato.
    "I Quaderni di Serafino Gubbio operatore" (col titolo "Si gira", 1915)
      un  romanzo  ideologico  che  sfrutta  la  materia   del   racconto
    d'appendice:  narra  il suicidio di un giovane,  Giorgio Minelli,  per
    amore di una attrice bella e dal volto  enigmatico,  Varia  Nistoroff,
    l'uccisione  di lei per mano dell'amante,  Aldo Nuti,  sullo sfondo di
    una scena filmata dal vero,  nella gabbia di una tigre che squarcia la
    gola all'assassino.
    Abbiamo  tutti,  scrive  Pirandello,  un  falso  concetto  dell'unit
    individuale. Ogni unit  nelle relazioni degli elementi tra loro;  il
    che significa che,  variando anche minimamente le relazioni, varia per
    forza, l'unit.
    I temi intellettuali si fanno sempre pi  frequenti  e  intensi:  "Uno
    nessuno  e  centomila"  (1926)  il romanzo esemplare di una scrittura
    critica, analitica.
    L'origine del male che doveva  ridurmi  in  breve  in  condizioni  di
    spirito  e  di  corpo cos misere e disperate,  dice il protagonista,
    Vitangelo Moscarda detto Geng,   un particolare da nulla: la  moglie
    gli aveva detto che il suo naso pendeva verso destra, che egli aveva
    altri piccoli difetti dei quali non s'era mai accorto. Mi si fiss...
    il pensiero ch'io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me,
    mi  ero figurato di essere. Il personaggio  costretto a sdoppiare la
    propria immagine e poi a  moltiplicarla  secondo  tutte  le  possibili
    ipotesi. Vitangelo Moscarda rinuncia a tutto, come Mattia Pascal: Non
    pi usuraio (basta con quella banca!) non pi Geng,  basta con quella
    marionetta!.  Davanti alle tante  possibilit  d'essere,  sceglie  la
    rinuncia: si spoglia di tutto e finisce in un ospizio.
    Alle novelle,  che vanno dal 1894 al 1936,  Pirandello dedica l'intera
    vita: la prima raccolta "Amori senza amore"   appunto  del  1894;  le
    ultime  appaiono  l'otto  dicembre  del  1936,  due giorni prima della
    morte,  "Effetti d'un sogno interrotto",  sul "Corriere della Sera" e,
    nel  febbraio  del  '37,   postuma,  "Il  buon  cuore",  sulla  "Nuova
    Antologia".
    La novella  la misura letteraria che  consente,  allo  scrittore,  di
    raggiungere  una  grande  concentrazione  drammatica:  i  critici,  in
    genere, distinguono due vene nella novellistica, il racconto paesano e
    quello ideologico,  da un lato "Ciaula scopre la  luna"  o  "Fuoco  di
    paglia", dall'altro "La carriola" o "Il guardaroba dell'eloquenza". Ma
    l'andamento   narrativo  segue,   sostanzialmente,   una  stessa  via,
    contrappone la vita che  fare,  sentire,  e la riflessione sulla vita
    che    distacco,  delusa presenza della fantasia,  amaro avvertimento
    delle contraddizioni umane.  L'immagine realistica  dei  fatti  viene,
    cos,   penetrata,   anatomizzata  dalla  diagnosi  intellettuale:  il
    personaggio vive e si vede  vivere.  Dalle  novelle  nasce  il  teatro
    stilisticamente  pi  ricco  di  invenzioni;  la  ricorrenza li temi 
    intensa: "Lume di Sicilia", "Tutto per bene", "Il dovere del medico",
    "La giara", "Pensaci Giacomino", "Non  una cosa seria", "La patente",
    "La signora Frola e il signor Ponza",  "La tragedia di un personaggio"
    sono novelle che ritroveremo nella drammaturgia.
    Due motivi premono sugli altri: il candore figlio del donchisciottismo
    e  il  disincanto  che  nasce  come  reazione al dostoevskiano bisogno
    dell'espiazione.
    Ciaula nasce dal candore,  ,  come il  verghiano  Rosso  Malpelo,  un
    ragazzo delle zolfare.  Una notte, al termine della sua fatica, scopre
    la luna:

    "Rest - appena sbucato all'aperto - sbalordito.  Il carico gli  cadde
    dalle spalle.  Sollev un poco le braccia; apr le mani nere in quella
    chiarit d'argento.  Grande,  placida,  come in  un  fresco,  luminoso
    oceano di silenzio, gli stava in faccia la Luna.
    S, egli sapeva che cos'era; ma come tante cose si sanno, a cui non si
     dato mai importanza.  E che poteva importare a Ciaula,  che in cielo
    ci fosse la Luna?
    Ora,  ora soltanto,  cos sbucato,  di notte,  dal ventre della terra,
    egli la scopriva.
    Estatico,  cadde a sedere sul suo carico,  davanti alla buca.  Eccola,
    eccola l, eccola l, la Luna...
    Ciaula si mise a piangere,  senza saperlo,  senza  volerlo,  dal  gran
    conforto,  dalla  grande  dolcezza che sentiva,  nell'averla scoperta,
    mentr'ella saliva pel cielo,  la Luna,  col suo ampio  velo  di  luce,
    ignara dei monti,  dei piani,  delle valli che rischiarava,  ignara di
    lui,  che pure per lei non aveva pi paura,  n si sentiva pi stanco,
    nella notte ora piena del suo stupore."

    La coscienza di s  drammatica,  secondo Pirandello, perch ci rivela
    una dimensione insospettata,  sconvolgente di noi stessi,  segreta nel
    subconscio   e   varia,    mutevole,   nel   pensiero   degli   altri,
    artificialmente  fissata  dalle  convenzioni:  il  protagonista  della
    "Carriola"  capisce  di  aver vissuto nella obbedienza inflessibile e
    inappuntabile a tutti...  gli obblighi,  uno pi serio dell'altro,  di
    marito,  di padre,  di cittadino,  di professore di diritto e rifiuta
    questa forma di cui  prigioniero.
    L'intervento  critico  demistifica  la  falsa  coscienza,   la  realt
    apparente,   la  reificazione:  l'uomo,   raramente,   finge  in  modo
    consapevole,   volontario,   con   determinazione;   pi   spesso   la
    mistificazione ha trame sottili,  coperte dalla ambiguit, dal dovere,
    dalle convenzioni sociali, dagli stessi affetti.
    L'andamento delle novelle  dialettico:  ragioni  e  pretesti,  verit
    morali  e  apparenze  mistificanti,  piccolo e grande mondo entrano in
    conflitto.  Un uomo,  in "Sole e ombra" decide di  uccidersi,  poi  si
    pente,  ma  deve  andare  sino  in  fondo  perch ha gi impostato una
    lettera nella quale confessa le malversazioni compiute e non uccidersi
    significherebbe  accettare  lo  scandalo,   la  prigione.   Una  morte
    improvvisa,  un  tristissimo funerale possono offrire,  alla ipocrisia
    umana,  il pretesto per impedire le nozze tra  un  uomo  ricco  e  una
    ragazza povera e sola: ma un vecchio professore - "La marsina stretta"
    -  riesce  a  imporre  le motivazioni dell'affetto,  della piet,  del
    dovere e il matrimonio si compie.  "Il treno ha  fischiato"  narra  la
    storia  di  un uomo mansueto che si ribella e viene ricoverato in un
    ospizio: il caso sollecita domande curiose, impietose ed , invece, un
    evento naturalissimo,  la scoperta di  una  vita,  di  una  dimensione
    dimenticata  del mondo entrato dentro nell'animo prima immerso in un
    microcosmo provinciale e quotidiano.
    Il risveglio,  la rivolta degli umili lievitano nelle  novelle,  fanno
    pensare  al  conflitto goethiano tra il piccolo mondo dell'esistenza
    individuale   e   il   grande   mondo:   una   dimensione    diversa
    dell'intelligenza, della socialit, della fantasia rompe lo schema dei
    rapporti umani viziati dalle convenzioni.
    Vittima  delle mistificazioni morali e sociali  Martino Lori - "Tutto
    per bene" - un impiegato  del  ministero  che  passa  vent'anni  della
    propria vita recitando,  inconsapevolmente,  la parte del marito,  del
    padre,  del funzionario modello e dell'amico: non sa che la moglie  lo
    ha tradito, che la figlia non  sua, che l'amico Verona gli ha portato
    via tutto.
    Scoprire  una  triste  verit,   seguendo  un  tessuto  narrativo  non
    psicologico,   vedere un'altra dimensione del mondo che  nega  quella
    individuale, piccola e illusoria.
    Quando Pirandello trasforma la novella in dramma teatrale, sviluppa la
    dialettica dell'irreparabile, non la tematica di costume.
    La natura dialettica dei racconti spiega il passaggio al teatro la cui
    forma , appunto, conflittuale, processuale.
    La  storia  della  drammaturgia  pirandelliana  pu  procedere secondo
    quattro linee: la riforma della commedia borghese avviata  intorno  al
    1910  e  portata  a  compimento verso gli anni Venti;  il rinnovamento
    della  tradizione  comico-realistica  italiana  legato  alle  commedie
    dialettali;  la  nuova  drammaturgia  nata  dopo  il  Venti  con  "Sei
    personaggi in cerca d'autore"; i Miti, l'ultima stagione sino al 1936.
    Lo scrittore debutta nel 1910 al Teatro Metastasio  di  Roma  con  "La
    morsa" e "Lume di Sicilia";  il primo testo esemplare della riforma 
    "Cos  (se vi pare)". Il dramma, messo in scena il 18 giugno del 1917
    dalla compagnia di Virgilio Talli,  al teatro  Olimpia  di  Milano,  
    stato   assunto  come  l'immagine  di  un  assoluto  relativismo:  per
    volgarizzarne il contenuto si  ricorsi al vecchio detto "la verit  
    una opinione", non esiste oggettivamente.
    Se  la  verit,  che  nel dramma si cerca,   l'identit della signora
    Ponza - che la signora Frola crede sia sua figlia,  moglie del  signor
    Ponza e questi,  invece, crede un'altra, sposata in seconde nozze dopo
    la morte della prima - questa verit rimane oscura: ci che si viene a
    sapere alla fine,   che una giovane  donna  ha  compiuto  una  scelta
    dettata dalla piet: ha rinunciato ad essere se stessa per darsi tutta
    a  due  persone che amano,  in lei,  l'immagine di una figlia e di una
    moglie.
    In una commedia psicologica il vero dramma avrebbe trovato il  proprio
    nucleo  nelle  due  immagini  di una stessa donna vive e diverse nella
    mente e nel cuore di una madre e di un  marito:  in  "Cos    (se  vi
    pare)"  il  dramma  nasce dal confronto tra un modo di identificare la
    persona umana burocratico, anagrafico, sollecitato dalla curiosit, da
    uno spirito formalistico e una  scelta  morale,  compiuta  per  piet,
    dedizione.   Svelare   la  identit  anagrafica  della  signora  Ponza
    significherebbe uccidere le ragioni della piet.
    Con "Liol" il teatro di Pirandello tocca il punto pi alto della fase
    detta siciliana:  la  commedia    stata  portata  sulla  scena,  come
    "Pensaci Giacomino", da Angelo Musco (4 novembre 1916).
    "Liol"  nasce  dal  "Fu  Mattia  Pascal",  dalle  battute d'avvio del
    romanzo;  un vecchio possidente,  zio Simone,  ha sposato una  giovane
    donna  per  averne  un  erede  a  cui lasciare la sua roba;  deluso,
    vorrebbe prendersi il figlio di un'altra, ma la moglie,  fattasi furba
    per   necessit,   segue   la   via  seguita  dalla  rivale,   ricorre
    all'inesauribile Liol, un uomo senza freni n ipocrisie, che vive coi
    tre figli,  sa fare di tutto e dice a zio Simone: Qua c' un pezzo di
    terra.  Se lei la sta a guardare senza farci nulla,  che le produce la
    terra?  Nulla.  Come la donna.  Non le fa figli.  Bene.  Vengo io,  in
    questo  pezzo di terra: la zappo,  la concimo,  ci faccio un buco,  vi
    butto il seme: spunta l'albero. La commedia  il frutto maturo di uno
    scrittore che ha saputo far rivivere lo splendore pagano  della  Magna
    Grecia: , come dice il Gobetti, una Mandragola agreste.
    La vittoria di un elemento vitale, spontaneo, naturale  una rivincita
    della  fantasia  che  scombina  le regole vecchie,  i codici sociali e
    linguistici  che  impediscono  all'uomo,   al  poeta   di   esprimersi
    pienamente:  la  poeticit  di  "Liol"  simile,  stilisticamente,  a
    quella di un vecchio sbilenco,  dalle giunture storpie e nodose,  il
    conciabrocche  Zi'  Dima,  nella  novella e nella commedia "La giara".
    Chiamato da un padrone litigioso,  Don Loll,  ad aggiustare una giara
    nuova   destinata   all'olio   dell'annata  e  costretto  a  ricucirla
    dall'interno perch Don Loll non si fida del mastice e vuole i punti,
    Zi' Dima, finito il lavoro, s'accorge che, gobbo com', non pu uscire
    dalla giara. Improvvisa una festa, Don Loll e,  con un calcio,  manda
    la  giara  a  fracassarsi  contro un albero: Zi' Dima  libero.  E' la
    vendetta allegra,  provocatoria di un umile: il comico traspare da  un
    antagonismo  meditato  e  da  risvolti  irrazionali,   fantastici.  Si
    potrebbe dire: la fantasia vitale contro  i  cavilli  formali,  ma  la
    dialettica, la contraddizione del negativo che trasforma la realt 
    pi profonda.
    I  "Sei  personaggi  in  cerca  d'autore"  sono  il dramma della nuova
    drammaturgia, segnano la fine della recitazione medium, della perfetta
    illusione scenica,  fissano i lineamenti della  finzione  consapevole,
    del confronto critico tra la vita e l'arte.
    Concepita su due piani - il racconto di una vicenda familiare e la sua
    drammatizzazione  scenica  -  l'opera  procede  secondo  una  serie di
    contrapposizioni dialettiche: il  teatro,  impegnato  a  riprodurre  i
    lineamenti  della  vita,  scopre  che  non sono pi riproducibili;  la
    memoria  psicologica  del  vissuto   entra   in   conflitto   con   la
    testimonianza  morale dell'esperienza;  il bisogno della comunicazione
    sperimenta, drammaticamente, l'inesistenza di termini oggettivi che ne
    assicurino il libero scambio;  il passato vissuto  si  distacca  dalla
    ricostruzione   del  passato;   la  disarmonia  rompe  ogni  possibile
    riflessione sincronica,  la personalit    sdoppiata,  l'unit  umana
    frantumata.
    "Sei personaggi", andata in scena al Teatro Valle di Roma il 10 maggio
    del 1921 con la compagnia Niccodemi , secondo l'autore, una commedia
    da fare, in divenire.
    Una famiglia s' smembrata,  poi il padre ha tentato di ricomporla. Il
    Padre  di condizione agiata  con  aspirazioni  a  una  certa  sanit
    morale:  la Madre  una povera e umile donna: sposati,  hanno avuto
    un figlio, subito messo a balia,  in campagna.  Nulla li avvicina,  li
    aiuta a superare la loro diversa origine: si separano. E il Padre che,
    credendo  in una simpatia della moglie per un segretario che lavora in
    casa,  induce i due  a  unirsi  e  andarsene.  Nasce  cosi  una  nuova
    famiglia,  con altri tre figlioli e, di questa, il Padre, pur restando
    lontano,  si  occupa  materialmente,  spinto  dalla  curiosit,  dalla
    solitudine in cui vive. Poi, per un lungo periodo, ne perde le tracce.
    Un giorno incontra la Figliastra nel retrobottega di Madama Pace,  una
    mezzana.   La  famiglia  si  ricompone  in  un  clima  di  rancore   e
    incomprensione,  ciascuno ha vissuto la propria esperienza personale e
    non sa farne partecipi gli altri senza provocare  urti  laceranti.  La
    conclusione  della  vicenda  viene  rievocata,  dai  personaggi che si
    presentano in teatro,  durante le prove del "Giuoco  delle  parti",  e
    offrono,  al  capocomico,  il  loro  dramma  affinch  egli  lo faccia
    rivivere, con gli attori, sulla scena.
    I personaggi riassumono,  davanti alla compagnia che dovr  vestire  i
    loro panni,  la vicenda di cui sono l'immagine reale,  viva: ma questa
    si rivela inimitabile. Essi provano a dare ordine alla loro esperienza
    onde farne comprendere le ragioni,  ma si trovano a riviverla  con  la
    medesima  passione  che  li ha gi una volta accecati,  non riescono a
    comporre una immagine oggettiva,  tale da poter essere ricomposta.  Il
    dramma  riguarda l'individuo prigioniero di un tessuto sociale che non
    alimenta un dialogo morale, che, anzi,  lo imprigiona nelle debolezze,
    nelle  miserie,  negli  errori,  senza  offrirgli  una  possibilit di
    riscatto;  e riguarda la impossibilit  di  imitare  scenicamente  una
    realt fissata in una dimensione privata, segna la fine della commedia
    borghese.  I  sei  personaggi  rappresentano  l'arte come verit della
    vita,  gli attori l'arte come finzione:  le  linee  del  contrasto  si
    intrecciano pur restando distinte, la verit e la finzione appaiono in
    modo consapevole.  Nella nuova drammaturgia pirandelliana la sincronia
    dell'immagine scenica risulta spezzata;  si  passa  da  una  interiore
    unit  a  una duplicit e pluralit: l'arte e la vita si pongono l'una
    di fronte all'altra, in modo antagonistico - l'arte  vera,  la vita 
    falsa,  l'arte  demistifica  la vita - la forma teatrale risulta da un
    processo dialettico,  il momento critico penetra nel momento creativo.
    I personaggi verificano la impossibilit di dare ordine e chiarezza al
    vissuto,  di  trasferire,  nella  finzione  scenica,  l'esistenza,  di
    figurarla,  mentre rispondono all'antico  bisogno  dell'uomo  di  dare
    testimonianza di s e degli altri.
    Il  dramma  dei  sei  personaggi  ha  avuto grande fortuna: tradotto e
    rappresentato in tutto il mondo  apparso a Parigi,  nella versione di
    Benjamin Crmieux, alla Comdie des Champs-Elyses nel 1923, a Vienna,
    al Raimund-Theater nel 1924, a Londra, a Nuova York.
    Il  secondo  dramma  della  riforma  teatrale  pirandelliana  "Enrico
    Quarto", interpretato da Ruggero Ruggeri, al Manzoni di Milano,  il 24
    febbraio  1922.  Enrico,  caduto  da  cavallo  durante  una  festa  di
    carnevale, impazzisce, si fissa nella tragica maschera dell'imperatore
    che egli aveva scelto per travestirsi. Risanato dopo dodici anni, egli
    preferisce prolungare, nella finzione, la propria solitudine rivestita
    di tutti i colori e gli splendori di quel lontano carnevale, per non
    arrivare  con  una  fame  da  lupo  a   un   banchetto   gi   bell'e
    sparecchiato.  La rivelazione di una tale simulazione,  tra gli amici
    di un tempo che gli sono ricomparsi davanti,  mette a nudo gli  animi,
    scopre i vecchi inganni, esaspera i contrasti sino al parossismo, alla
    vendetta:  Enrico  colpisce  con la spada il rivale Belcredi,  che gli
    aveva portato via la donna amata,  Matilde,  ed  costretto a  coprire
    con la maschera della pazzia il delitto,  e, questa volta, per sempre.
    Del  dramma  si    voluto,  in  genere,  mettere  in  luce  l'aspetto
    concettuale,  il  conflitto tra la vita e la storia: ma il suo fondo 
    passionale.
    "Enrico  Quarto"  sembra  stimolare  una  lettura   psicologica.   Dal
    comportamento  del  protagonista,  da ci che di lui dicono gli altri,
    dalla diagnosi del medico,  emergono  lineamenti  di  una  personalit
    complessa,  introversa  che  fugge  la  realt,  sentita  come nemica,
    minacciosa,  abolisce il tempo per ricuperare,  nella  finzione  della
    storia,  una  fissit  senza imprevisti,  uno stato infantile: i pazzi
    sono come i bambini, dice Enrico,  il delirio e il giuoco appartengono
    a  una  stessa  dimensione in cui lo spazio e il tempo sono inventati,
    alogici. Il passato ritorna, nell'animo di Enrico,  come disillusione,
    sconfitta:   il  tema  esistenziale  ha  premesse  psicologiche  nelle
    tendenze  fantastiche,  allucinatorie,  simboliche  manifestate  prima
    della pazzia.  Era un po' esaltato,  dice di lui Matilde,  in un modo
    curioso... e freddo, aggiunge Belcredi.  Aveva scatti di rabbia e una
    lucidit di rappresentazione che lo poneva fuori di s,  si lasciava
    stordire per non vedersi pi.  La diagnosi del  medico  conferma  lo
    stato di Enrico: Quella che era una ossessione momentanea - dice - si
    fiss,  con  la  caduta e la percossa alla nuca,  che determinarono il
    guasto cerebrale. Si fiss, perpetuandosi. La pazzia, nel momento del
    risveglio,  appare,  a Enrico,  quasi un'opera di  magia.  Il  senso
    fantastico  di  questo  rapporto con la propria finzione penetra anche
    nell'idea  della  storia  che  egli  svolge  fingendosi   re   Enrico:
    l'uccisione di Belcredi  il momento in cui la finzione diventa realt
    e il personaggio vive il proprio dramma.
    Tradotto e rappresentato in tutti i paesi, "Enrico Quarto" ha ottenuto
    un   successo   mondiale,   ne   sono   state   fatte   due   versioni
    cinematografiche nel 1926 e nel 1943.
    Il clima culturale italiano ed europeo,  nel tempo in  cui  matura  la
    nuova drammaturgia,   quello della "Ronda",  del saggio di Simmel "Il
    conflitto della civilt moderna",  dell'"Ulisse" di Joyce,  dei  primi
    drammi di Brecht, di Majakovski, delle opere di Freud e Jung.
    Con  un  motivo  ibseniano  -  "Diana e la Tuda" - nel 1927,  comincia
    l'ultimo decennio del lavoro  di  Pirandello.  Il  profilo  di  questo
    periodo    tracciato  dalle commedie che completano il discorso sulla
    crisi dell'esistenza individuale - "L'amica delle mogli",  "O di uno o
    di nessuno",  "Come tu mi vuoi", "Trovarsi", "Non si sa come" -, dalle
    opere della nuova drammaturgia del teatro nel teatro - "Questa  sera
    si recita a soggetto" -,  dai Miti: "Lazzaro",  "La nuova colonia", "I
    giganti della montagna".
    Nel 1928 Pirandello lascia  l'Italia:  sciolta  la  propria  compagnia
    teatrale,  vive lontano, a Berlino, dove scrive "Questa sera si recita
    a soggetto",  rappresentata a Koenigsberg  nel  gennaio  del  1930,  a
    Parigi,  dove lavora intorno a "Trovarsi",  mentre vanno in scena,  in
    Italia, "O di uno o di nessuno" interpretata dalla compagnia Almirante
    - Rissone - Tofano,  "Come tu mi vuoi" recitata  a  Milano,  da  Marta
    Abba.
    Nel  luglio  del  1931  scrive  alla  figlia Lietta: ...  La vita m'
    rimasta deserta.  Non ho pi quel che volevo,  e cos senza pi nulla,
    seguito a vivere per gli altri e non per me.
    S'  esiliato,  sente  che  non  c'  pi  posto  per lui in patria.
    Pirandello non ,  nemmeno nel momento  del  declino,  un  personaggio
    patetico:  sa  come  si  trasforma  un  dolore  personale in coscienza
    drammatica dell'esistenza,  come l'astrazione possa rendere lucido  il
    pensiero,  chiaro  anche  lo  smarrimento.  Solitudine  e  astrazione,
    passione e razionalit erano stati i riferimenti  costanti  della  sua
    ispirazione, della sua verifica di scrittore che aveva attraversato la
    crisi  dell'uomo  qual   nelle forme della convivenza sociale e quale
    egli si sente nell'intimo dell'animo suo,  unit spezzata,  creativit
    dispersa,  dignit umiliata,  che aveva sperimentato le misure logiche
    per individuare i nodi delle contraddizioni umane,  le mistificazioni,
    il  modo  d'essere  d'una  societ  cristallizzata nei patti di carta,
    nelle convenzioni che sostituiscono i vincoli della moralit,  che era
    stato capace di ritessere logicamente anche la pazzia.
    C'  una  dolorosa  coerenza  nell'ultimo Pirandello: la sua non  una
    stagione in declino,  noi la sentiamo attraversata ancora dalla  crisi
    vitale  che  aveva  fatto  nascere i capolavori: i Miti,  anzi,  fanno
    pensare a una stagione nuova,  quella  della  grande  utopia  sociale,
    religiosa, estetica.
    E' stato scritto che drammi come "Diana e la Tuda", o "Non si sa come"
    sono  opere stanche o sbagliate per una involuzione di tipo religioso,
    freudiano, per una puritana condanna dei mali della carne. Vi sono, in
    Pirandello,  scorie  vecchie,  reperibili  in  tutta  l'opera  sua  di
    scrittore-siciliano-europeo  -  una autonomia di natura e cultura - ma
    sono tracce labili in una operazione drammatica che  si  rivolge  alle
    radici  del vissuto,  alla memoria degli atti involontari,  ai vincoli
    taciuti,  ai sentimenti inespressi,  al mondo silenzioso che  portiamo
    dentro di noi e che, spesso, ci condiziona.
    I Miti aprono una pagina nuova: Lucio, protagonista di "Lazzaro",  un
    giovane  educato secondo una concezione religiosa autoritaria e nemica
    della vita; egli se ne allontana ma ritrova la fede quando il pensiero
    di Dio  gli  appare  nella  realt,  nella  volont  di  operare,  nel
    presente della vita, in una divina immanenza.
    "La nuova colonia" sembra trarre i propri motivi ideali dal "Contratto
    sociale"  del  Rousseau,  afferma  la  necessit  di  una legge tua e
    nostra fondata sull'autogoverno, sulla solidariet, dove ciascuno sia
    tutto per tutti e niente per s,  poich egli ha unito ogni bene suo
    al bene comune.
    "I  giganti  della  montagna"  sono  l'opera  incompiuta di una grande
    sintesi: nascono da tre condizioni dell'uomo,  la pietosa finzione dei
    sogni,  l'utopistica  volont  di  portare la poesia per il mondo,  il
    nascere di una civilt di orgogliosi tecnocrati che negano la poesia.
    Il primo atto dei "Giganti"   apparso  sulla  "Nuova  antologia"  del
    dicembre  del  1931  col  titolo  "I  Fantasmi";  il  secondo  atto su
    "Quadrante" nel novembre del '34;  il contenuto  del  terzo,    stato
    ricostruito  dal  figlio  di  Pirandello,  Stefano,  sulla traccia del
    racconto che  il  padre  gli  aveva  fatto.  Di  quest'opera    stata
    allestita  una  rappresentazione  postuma  il  5  giugno  del 1937 nel
    giardino dei Boboli in Firenze,  da Renato Simoni,  con Memo  Benassi,
    Andreina   Pagnani   e  Sandro  Ruffini;   quattro  edizioni  recenti,
    presentate a Milano, Zurigo e Dsseldorf sono state dirette da Giorgio
    Strehler.
    Nella villa della Scalogna,  abbandonata in  una  valle,  hanno  preso
    dimora Cotrone e i suoi scalognati, piccola gente che guarda la realt
    con occhi trasognati; sono venuti nella villa per vedersi vivere quali
    credono di essere.  Duccio Doccia,  un mendicante che, per trent'anni,
    ha messo da parte le elemosine,  paga le spese attento a far durare  a
    lungo il piccolo gruzzolo. Una sera vengono avvistate otto persone che
    arrancano  verso la Scalogna spingendo un carretto sul quale  distesa
    una donna esausta.  E' Ilse Paulsen,  una  attrice;  i  pochi  che  la
    seguono  sono  quanto  resta  di  una  splendida compagnia.  Figlia di
    comici, Ilse aveva lasciato il teatro per sposare un conte.  Un poeta,
    innamorato  di  lei,  le aveva letto l'opera che stava scrivendo: Ilse
    aveva capito che il giovane voleva attirarla verso la  vita  di  prima
    per  farla  sua,  non  aveva  osato  deluderlo  subito,  aveva,  anzi,
    alimentato le sue speranze. Compiuta la favola,  s'era ritirata,  e il
    giovane  poeta,  respinto,  s'era ucciso.  Ossessionata dalla bellezza
    della favola,  per la piet e il  rimorso,  Ilse  aveva  voluto  dare,
    all'opera,  la  vita,  che,  per  lei,  il poeta s'era tolta: il conte
    l'aveva assecondata mettendosi a capo di una compagnia di  attori.  Ma
    il pubblico aveva accolto male il capolavoro.  Ilse era andata avanti,
    contro tutti,  la grande  compagnia  era  diventata  un  gruppetto  di
    istrioni scacciati dalle citt.  Il mago Cotrone  lieto di ospitarli:
    qui, dice, dovete fermarvi perch il vostro sogno d'arte,  disprezzato
    dagli uomini,  si attui. Ma Ilse rifiuta di rimanere alla Scalogna. Il
    mago le propone di recitare davanti ai giganti della montagna,  uomini
    ricchi  e orgogliosi,  intenti a compiere opere grandiose,  che stanno
    per celebrare una festa di nozze. S'ode, di lontano,  il fragore della
    cavalcata  dei  giganti  che scendono in paese.  Qui il Mito  rimasto
    interrotto.  L'ipotesi del suo epilogo  questa:  Ilse  vuole  che  la
    rappresentazione  abbia  luogo  davanti ai giganti per sperimentare il
    potere della poesia.  Viene alzato un telone fra una casa e un vecchio
    ulivo saraceno.  Ma il pubblico vuole allegria,  lazzi e canzoni,  non
    sopporta l'oscuro linguaggio dell'arte.  L'urto   inevitabile:  Ilse,
    alle urla, risponde col disprezzo e quel pubblico gigantesco la spezza
    come  un  fantoccio.  Il conte grida che la poesia  stata calpestata.
    Cotrone  risponde   che   i   servi   fanatici   della   vita   hanno,
    innocentemente,   rotto,  come  fantocci  ribelli,  i  servi  fanatici
    dell'arte.
    "I giganti della montagna" pongono - con  l'ambiguit  inevitabile  di
    tutte le opere incompiute - una domanda: quale posto avr la poesia in
    un  mondo  dominato dalla tecnica e quale posto ha,  in realt,  nella
    nostra vita quotidiana, oggi, la poesia?
    Lucio nel dramma "Lazzaro",  La Spera nella "Nuova Colonia",  Ilse nei
    "Giganti",  esprimono  il  bisogno di una religione immanente,  di una
    societ comunitaria, di una poesia operante in mezzo agli uomini.
    E' un  approdo  umanissimo  che  cancella  la  falsa  immagine  di  un
    Pirandello nichilista,  figlio del relativismo e del pessimismo,  e ci
    invita a riconoscere,  in lui,  la presenza del pensiero degli altri
    che penetra a fondo nell'animo dei solitari.

    Luigi Ferrante



















    TUTTO PER BENE.
    Prima edizione: Milano 1911.


    1.
    La   signorina   Silvia  Ascensi,   venuta  a  Roma  per  ottenere  il
    trasferimento  dalla  Scuola  normale  di  Perugia  in  altra  sede  -
    qualunque e dovunque fosse, magari in Sicilia, magari in Sardegna - si
    rivolse  per  ajuto al giovane deputato del collegio,  onorevole Marco
    Verona,  che era stato discepolo devotissimo del suo povero babbo,  il
    professor Ascensi dell'Universit di Perugia,  illustre fisico,  morto
    da un anno appena, per uno sciagurato accidente di gabinetto.
    Era sicura che il Verona, conoscendo bene i motivi per cui ella voleva
    andar via dalla citt natale,  avrebbe fatto valere in suo  favore  la
    grande  autorit  che  in  poco  tempo  era riuscito ad acquistarsi in
    Parlamento.
    Il Verona,  difatti,  la accolse non solo cortesemente,  ma  con  vera
    benevolenza.  Ebbe finanche la degnazione di ricordarle le visite che,
    da studente,  egli aveva fatto  al  compianto  professore,  perch  ad
    alcune  di  queste  visite,  se  non  s'ingannava,  ella era presente,
    giovinetta allora,  ma non tanto piccolina,  se gi - ma sicuro!  - se
    gi faceva da segretaria al babbo...
    La signorina Ascensi,  a tal ricordo,  s'invermigli tutta. Piccolina?
    Altro che! Aveva nientemeno che quattordici anni lei, allora... E lui,
    l'onorevole Verona, quanti poteva averne? Venti,  ventuno al pi.  Oh,
    ella  avrebbe potuto ripetergli ancora,  parola per parola,  tutto ci
    ch'egli era venuto a chiedere al babbo in quelle visite.
    Il Verona si mostr dolentissimo di non aver seguitato gli studii, pei
    quali il professor Ascensi aveva saputo ispirargli in quel tempo tanto
    fervore;  poi esort la signorina  a  farsi  animo,  poich  ella,  al
    ricordo della sciagura recente, non aveva saputo trattener le lagrime.
    Infine,  per raccomandarla con maggiore efficacia, volle accompagnarla
    - (ma proprio scomodarsi fino a tal punto?) - s,  s,  lui in persona
    volle accompagnarla al Ministero della Pubblica Istruzione.
    D'estate,  per, erano tutti in vacanza, quell'anno, alla Minerva. Per
    il ministro e il  sotto-segretario  di  Stato  l'onorevole  Verona  lo
    sapeva;  ma  non  credeva  di  trovare  in  ufficio il capo-divisione,
    neppure il capo-sezione...  Dovette contentarsi di parlar col cavalier
    Martino Lori,  segretario di prima classe, che reggeva in quel momento
    lui solo l'intera divisione.
    Il Lori, scrupolosissimo impiegato,  era molto ben visto dai superiori
    e  dai  subalterni  per la squisita cordialit dei modi,  per l'indole
    mite, che gli traspariva dallo sguardo, dal sorriso, dai gesti,  e per
    la   correttezza  anche  esteriore  della  persona  linda  curata  con
    diligenza amorosa.
    Egli accolse l'onorevole Verona con molti ossequii e  rosso  in  volto
    per  la  gioja,  non solo perch prevedeva che questo deputato,  senza
    dubbio, un giorno o l'altro sarebbe stato suo capo supremo,  ma perch
    veramente  da  anni  era  ammiratore  fervido dei discorsi di lui alla
    Camera.  Volgendosi poi a guardare la  signorina  e  sapendo  che  era
    figlia  del  compianto e illustre professore dell'Ateneo perugino,  il
    cavalier Lori prov un'altra gioja, non meno viva.
    Egli aveva poco pi di trent'anni, e la signorina Silvia Ascensi aveva
    un curioso modo di parlare: pareva che con gli occhi  -  d'uno  strano
    color  verde,  quasi fosforescenti - spingesse le parole a entrar bene
    nell'anima  di  chi  l'ascoltava;   e  s'accendeva  tutta.   Rivelava,
    parlando,  un ingegno lucido e preciso,  un'anima imperiosa; ma quella
    lucidit man mano era turbata e quella imperiosit vinta e sopraffatta
    da una grazia irresistibile che le affiorava in volto, vampando.  Ella
    notava  con  dispetto  che,  a  poco  a  poco,  le sue parole,  il suo
    ragionamento,   non  avevano  pi  efficacia,   poich  chi  stava  ad
    ascoltarla  era  tratto  piuttosto  ad  ammirare  quella  grazia  e  a
    bearsene. Allora, nel volto infocato, un po' per la stizza, un po' per
    l'ebbrezza,  che istintivamente e suo malgrado le cagionava il trionfo
    della  sua  femminilit,  ella  si  confondeva;  il  sorriso di chi la
    ammirava,  si rifletteva,  senza che lei lo volesse,  anche su le  sue
    labbra; scoteva con una rabbietta il capo, si stringeva nelle spalle e
    troncava il discorso, dichiarando di non saper parlare, do non sapersi
    esprimere.
    - Ma no! Perch? Mi pare anzi che si esprima benissimo! - s'affrett a
    dirle il cavalier Martino Lori.
    E  promise  all'onorevole  Verona  che  avrebbe  fatto  di  tutto  per
    contentar la signorina e procurarsi il piacere di rendere un  servizio
    a lui.
    Due  giorni  dopo,  Silvia  Ascensi  ritorn sola al Ministero.  S'era
    accorta subito che per il cavalier Lori non aveva proprio  bisogno  di
    alcun'altra raccomandazione. E con la pi ingenua semplicit del mondo
    and  a  dirgli  che non poteva pi assolutamente lasciare Roma: aveva
    tanto girato in quei tre giorni, senza mai stancarsi, e tanto ammirato
    le ville solitarie vegliate dai cipressi,  la soavit silenziosa degli
    orti dell'Aventino e del Celio, la solennit tragica delle rovine e di
    certe vie antiche,  come l'Appia, e la chiara freschezza del Tevere...
    S'era innamorata  di  Roma,  insomma,  e  voleva  esservi  trasferita,
    senz'altro. Impossibile? Perch impossibile ? Sarebbe stato difficile,
    via!  Impossibile,  no.  Dif-fi-ci-lis-si-mo,  l!  Ma volendo, via...
    Anche "comandata" in qualche classe aggiunta... S,  s.  Doveva farle
    questo piacere!  Sarebbe venuta tante,  tante, tante volte a seccarlo,
    altrimenti.  Non lo avrebbe lasciato  pi  in  pace!  Un  comando  era
    facile, no? Dunque...
    Dunque la conclusione fu un'altra.
    Dopo sei o sette di quelle visite,  un dopopranzo, il cavalier Martino
    Lori si assent dall'ufficio,  s'abbigli come per le grandi occasioni
    e and a Montecitorio a domandare dell'onorevole Verona.
    Si  guardava  i  guanti,  si  guardava le scarpine,  si tirava fuori i
    polsini  con  le  punte  delle  dita,  molto  irrequieto,   aspettando
    l'usciere che doveva introdurlo.
    Appena   introdotto,   per   nascondere  l'imbarazzo,   prese  a  dire
    calorosamente  all'onorevole  Verona  che  la  sua  protetta  chiedeva
    proprio l'impossibile, ecco!
    -  La  mia  protetta?  -  lo  interruppe  l'onorevole Verona.  - Quale
    protetta?
    Il Lori,  riconoscendo addoloratissimo  d'aver  usato,  senz'ombra  di
    malizia per, una parola che poteva prestarsi veramente a una... s, a
    una malevola interpretazione,  s'affrett a dire che intendeva parlare
    della signorina Ascensi.
    - Ah,  la signorina Ascensi?  Ma allora s,  protetta!  - gli  rispose
    l'onorevole  Verona,  sorridendo  e accrescendo l'imbarazzo del povero
    cavalier Martino Lori. - Non ricordavo pi d'avergliela raccomandata e
    non ho indovinato in prima di chi intendesse parlarmi.  Io  venero  la
    memoria dell'illustre professore, padre della signorina e mio maestro,
    e  vorrei  che  anche  lei,  cavaliere,  ne proteggesse la figliuola -
    "proteggesse",  proprio - e me la contentasse a ogni modo,  perch  lo
    merita.
    Ma  se  era  venuto  appunto  per  questo,  il  cavalier Martino Lori!
    Trasferirla a Roma,  per,  non poteva in nessun modo.  Se era lecito,
    ecco,  desiderava  di conoscere la vera ragione per cui...  per cui la
    signorina voleva andar via da Perugia.
    Mah! Non bella, pur troppo,  questa ragione.  Il professor Ascensi era
    stato  tradito  e abbandonato dalla moglie,  tristissima donna,  molto
    danarosa,  la quale s'era messa a convivere con un altr'uomo degno  di
    lei,  da  cui aveva avuto due o tre figli.  L'Ascensi s'era tenuta con
    s, naturalmente, l'unica figliuola,  restituendo a colei tutto il suo
    avere.  Grand'uomo,  ma  sprovvisto  del  tutto  di senso pratico,  il
    professor  Ascensi  aveva  avuto  un'esistenza   tribolatissima,   tra
    angustie  e  amarezze d'ogni genere.  Comperava libri e libri e libri,
    strumenti per il suo gabinetto, e poi non sapeva spiegarsi come mai il
    suo stipendio non bastasse a sopperire ai bisogni d'una famiglia ormai
    cos ristretta.  Per  non  affliggere  il  babbo  con  privazioni,  la
    signorina   Ascensi   s'era   veduta   costretta  a  darsi  anche  lei
    all'insegnamento. Oh,  la vita di quella ragazza,  fino alla morte del
    padre, era stato un continuo esercizio di pazienza e di virt. Ma ella
    era orgogliosa, e giustamente, della fama del padre, che a fronte alta
    poteva   contrapporre   alla   vergogna  materna.   Ora  per,   morto
    sciaguratamente il padre e rimasta  senza  presidio,  quasi  povera  e
    sola, non sapeva pi adattarsi a vivere a Perugia, dove stava anche la
    madre ricca e svergognata. Ecco tutto.
    Martino  Lori,  commosso  a  questo racconto (commosso veramente anche
    prima d'ascoltarlo dalla bocca  autorevole  d'un  deputato  di  grande
    avvenire),  nel  licenziarsi  gli  lasci  intravedere il proposito di
    ricompensare del suo meglio quella fanciulla,  tanto del sacrifizio  e
    delle amarezze, quanto della meravigliosa devozione filiale.
    E  cos  la  signorina  Silvia Ascensi,  venuta a Roma per ottenere un
    trasferimento, vi trov - invece - marito.


    2.
    Il matrimonio, per,  almeno nei primi tre anni,  fu disgraziatissimo.
    Tempestoso.
    Nel fuoco dei primi giorni Martino Lori butt, per cos dire, tutto se
    stesso; la moglie vi lasci cadere, invece, pochino di s. Attutita la
    fiamma  che  fonde  anime  e corpi,  la donna ch'egli credeva divenuta
    ormai tutta sua,  come egli era  divenuto  tutto  di  lei,  gli  balz
    innanzi molto diversa da quella che s'era immaginata.
    S'accorse,  insomma, il Lori che ella non lo amava, che s'era lasciata
    sposare come in un sogno strano,  da cui ora si destava  aspra,  cupa,
    irrequieta.
    Che aveva sognato?
    Di ben altro il Lori s'accorse col tempo: che ella cio,  non solo non
    lo amava,  ma non poteva neanche amarlo,  perch le loro nature  erano
    proprio  opposte.  Non  era possibile tra loro nemmeno il compatimento
    reciproco.  Che se  egli,  amandola,  era  disposto  a  rispettare  il
    carattere vivacissimo, lo spirito indipendente di lei, ella che non lo
    amava, non sapeva aver neppure sofferenza dell'indole e delle opinioni
    di lui.
    - Che opinioni!  - gli gridava,  scrollandosi sdegnosamente.  - Tu non
    puoi avere opinioni, caro mio! Sei senza nervi...
    Che c'entravano i nervi con le opinioni?  Il  povero  Lori  restava  a
    bocca aperta.  Ella lo stimava duro e freddo perch taceva,  vero? Ma
    egli  taceva  per  cansar  liti!  taceva  perch  si  era  chiuso  nel
    cordoglio,  rassegnato  gi al crollo del suo bel sogno,  d'avere cio
    una compagna affettuosa e premurosa, una casetta linda,  sorrisa dalla
    pace e dall'amore.
    Rimaneva  stupito  Martino  Lori del concetto che sua moglie si andava
    man mano formando di lui,  delle interpretazioni  che  dava  dei  suoi
    atti,  delle  sue  parole.  Certi  giorni  quasi quasi dubitava fra s
    ch'egli non fosse quale si riteneva,  quale si era sempre ritenuto,  e
    che avesse,  senz'accorgersene,  tutti quei difetti,  tutti quei vizii
    che ella gli rinfacciava.
    Aveva avuto sempre vie piane innanzi a s;  non si era mai  addentrato
    negli oscuri e profondi meandri della vita,  e forse perci non sapeva
    diffidare n di se stesso n d'alcuno. La moglie, all'incontro,  aveva
    assistito  fin  dall'infanzia a scene orribili e imparato,  purtroppo,
    che tutto pu esser tristo,  che nulla vi   di  sacro  al  mondo,  se
    finanche  la  madre,  la madre,  Dio mio...  - Ah,  s: povera Silvia,
    meritava scusa,  compatimento,  anche se vedeva il male dove non era e
    si dimostrava perci ingiusta verso di lui.  Ma pi egli,  con la mite
    bont,  cercava d'accostarsi a lei,  per ispirarle una maggior fiducia
    nella  vita,  per  persuaderla  a  pi  equi  giudizii,  e pi ella si
    inaspriva e si rivoltava.
    Ma se non amore,  buon Dio,  almeno un po' di gratitudine per lui che,
    alla fin fine,  le aveva ridato una casa,  una famiglia, togliendola a
    una vita randagia e insidiosa! No;  neppure gratitudine.  Era superba,
    sicura  di  s,  di potere e di sapere bastare a se stessa col proprio
    lavoro.  E sei o sette volte,  in quei primi tre anni,  lo minacci di
    riprendere l'insegnamento e di separarsi da lui. Un giorno, alla fine,
    pose anche ad effetto la minaccia.
    Ritornando  quel  giorno  dall'ufficio,  il  Lori non trov in casa la
    moglie.  La mattina,  aveva avuto con lei un nuovo e pi aspro litigio
    per un lieve rimprovero che aveva osato di muoverle. Ma gi da un mese
    circa  si addensava la tempesta ch'era scoppiata quella mattina.  Ella
    era stata stranissima tutto quel mese;  di  fosche  maniere;  e  aveva
    finanche mostrato un'acerba ripugnanza per lui.
    Senza ragione, al solito!
    Ora,  nella lettera lasciata in casa, ella gli annunziava il proposito
    irremovibile di romperla per sempre e che avrebbe fatto di  tutto  per
    riottenere  il posto di maestra;  e in fine,  perch egli non dsse in
    vane smanie e non facesse chiassose  ricerche,  gl'indicava  l'albergo
    ove  provvisoriamente  aveva  preso  alloggio:  ma  che  non andasse a
    trovarla, perch sarebbe stato inutile.
    Il Lori rimase a lungo  a  riflettere  con  quella  lettera  in  mano,
    perplesso.
    Aveva  troppo sofferto,  e ingiustamente.  Il liberarsi per di quella
    donna sarebbe stato, s,  forse,  un sollievo;  ma anche un indicibile
    dolore.  Egli la amava.  E dunque,  un sollievo momentaneo,  e poi una
    gran pena e un gran vuoto per tutta la vita. Sapeva,  sentiva bene che
    non  avrebbe potuto pi amare alcun'altra donna,  mai.  E lo scandalo,
    inoltre, che non si meritava: egli,  cos corretto in tutto,  separato
    ora  dalla  moglie,  esposto  alla malignit della gente,  che avrebbe
    potuto sospettar chi sa quali torti in lui,  quando Dio era testimonio
    di  quanta longanimit,  di quanta condiscendenza avesse dato prova in
    quei tre anni.
    Che fare?
    Deliber di non muoversi per quella sera.  La notte avrebbe portato  a
    lui consiglio, a lei forse il pentimento.
    Il  giorno  dopo  non  and all'ufficio e attese tutta la mattinata in
    casa. Nel pomeriggio si disponeva ad uscire,  senza aver bene tuttavia
    fermato  l'animo  ad  alcuna deliberazione,  quando gli pervenne dalla
    Camera dei deputati un invito dell'on. Marco Verona.
    Si era in crisi ministeriale: e,  da alcuni giorni,  alla  Minerva  si
    faceva   con   insistenza   il   nome   del   Verona   come  probabile
    Sottosegretario di Stato: qualcuno lo preconizzava anche Ministro.
    Al Lori,  fra le tante idee,  era venuta anche quella di  recarsi  dal
    Verona  per consiglio.  Se n'era astenuto,  immaginando a quali brighe
    egli dovesse trovarsi in mezzo, di quei giorni. Silvia, evidentemente,
    non aveva avuto questo ritegno e, sapendo ch'egli sarebbe stato a capo
    della  Pubblica  Istruzione,   era  forse  andata  da  lui  per  farsi
    riammettere nell'insegnamento.
    Martino  Lori  si rabbuj,  pensando che forse il Verona,  avvalendosi
    adesso dell'autorit di suo prossimo superiore,  volesse ordinargli di
    non interporsi negli ufficii contro il desiderio della moglie.
    Ma invece Marco Verona lo accolse alla Camera con molta benignit.
    Si  mostr  seccatissimo  d'esserne stato preso,  come lui diceva,  al
    laccio. Ministro, no, no,  per fortuna!  Sottosegretario.  Non avrebbe
    voluto  assumersi  neanche  questa  minore  responsabilit,   date  le
    condizioni di quel momento politico.  La  disciplina  del  partito  lo
    aveva  forzato.  Orbene,  egli  avrebbe  voluto  almeno  nel gabinetto
    l'ausilio d'un uomo onesto a tutta  prova  ed  espertissimo,  e  aveva
    perci pensato subito a lui, al cavalier Lori. Accettava?
    Pallido  per l'emozione e con le orecchie infocate,  il Lori non seppe
    come ringraziarlo dell'onore che gli faceva,  della  fiducia  che  gli
    dimostrava;  ma  tuttavia,  profondendo  questi ringraziamenti,  aveva
    negli occhi una domanda ansiosa, lasciava intendere chiaramente con lo
    sguardo ch'egli, in verit, si aspettava un altro discorso. Non voleva
    proprio niente altro da lui l'on. Verona, anzi Sua Eccellenza ?
    Questi sorrise,  alzandosi,  e gli pos  lievemente  una  mano  su  la
    spalla.  Eh s,  qualcos'altro voleva; pazienza, voleva, e perdono per
    la signora Silvia. Via, ragazzate!
    - E' venuta a trovarmi e mi ha esposto i  suoi  fieri  propositi,  -
    disse,  sempre sorridendo.  - Le ho parlato a lungo e... ma s! ma s!
    non c' proprio bisogno che lei si discolpi, cavaliere. So bene che il
    torto  della signora, e gliel'ho detto,  sa?  francamente.  Anzi l'ho
    fatta  piangere...  S,  perch le ho parlato del padre,  di quanto il
    padre sofferse per il tristo disordine  della  famiglia...  e  d'altro
    ancora le ho parlato. Vada via tranquillo, cavaliere. Ritrover a casa
    la signora.
    -  Eccellenza,  io  non  so  come  ringraziarla...  - si prov a dire,
    commosso, il Lori inchinandosi.
    Ma il Verona lo interruppe subito:
    - Non mi ringrazii, e sopra tutto, non mi chiami Eccellenza.
    E,  licenziandolo,  lo  assicur  che  la  signora  Silvia,  donna  di
    carattere,  avrebbe  mantenuto  senza dubbio le promesse che gli aveva
    fatte;  e che,  non solo le scene  spiacevoli  non  si  sarebbero  pi
    rinnovate,  ma  che  ella  gli  avrebbe  dimostrato in tutti i modi il
    pentimento delle ingiuste amarezze che gli aveva finora cagionate.


    3.
    Fu veramente cos.
    La  sera  della  riconciliazione  segn  per  Martino  Lori  una  data
    indimenticabile; indimenticabile per tante ragioni ch'egli comprese, o
    meglio,  intu  subito,  dal  modo  com'ella fin dal primo vederlo gli
    s'abbandon tra le braccia.
    Quanto,  quanto pianse!  Ma quanta e quale gioja egli bevve in  quelle
    lagrime di pentimento e di amore!
    Le  vere sue nozze le celebr allora;  da quel giorno ebbe la compagna
    sognata;  e un altro suo segreto ardentissimo sogno si comp certo  in
    quel primo ricongiungimento.
    Quando  Martino Lori non pot pi avere alcun dubbio su lo stato della
    moglie e quand'ella poi gli mise al mondo una bambina,  nel vedere  di
    quale gratitudine, di qual devozione per lui e di quali sacrifizii per
    la figliuola la maternit avesse reso capace quella donna,  tant'altre
    cose comprese  e  si  spieg.  Ella  voleva  esser  madre.  Forse  non
    comprendeva  e  non  sapeva  spiegarselo  neppur  lei,  questo segreto
    bisogno della sua natura;  e perci era prima cos strana e la vita le
    sembrava cos insulsa e vuota. Voleva esser madre.
    La  felicit  del  sogno  finalmente  raggiunto,  fu  turbata soltanto
    dall'improvvisa caduta del Ministero di cui faceva  parte  l'onorevole
    Verona  e  un  po'  anche - nell'ombra - Martino Lori,  suo segretario
    particolare.
    Forse pi indignato dello stesso on.  Verona si  mostr  il  Lori  per
    l'aggressione  violenta  delle  opposizioni coalizzate per rovesciare,
    quasi senza ragione,  il  Ministero.  L'on.  Verona,  per  conto  suo,
    dichiar  d'averne  fino  alla gola della vita politica,  e che voleva
    ritirarsene per riprendere con miglior frutto e maggiore soddisfazione
    gli studii interrotti.
    Alle nuove elezioni, infatti, riusc a vincere le pressioni insistenti
    degli elettori,  e non si present.  S'era  infervorato  d'una  grande
    opera scientifica lasciata a mezzo dal professor Bernardo Ascensi.  Se
    la figliola, signora Lori, gli faceva l'onore d'affidargliela, egli si
    sarebbe provato a seguitare gli esperimenti del maestro e a portare  a
    compimento quell'opera.
    Silvia ne fu felicissima.
    In  quell'anno  di  devota  fervida  collaborazione,  s'erano  stretti
    fortemente i legami d'amicizia fra il marito e  il  Verona.  Il  Lori,
    per,  per  quanto  il  Verona non avesse mai fatto pesar su di lui il
    proprio grado e la propria dignit e lo trattasse ora con  la  massima
    confidenza,  con  la massima cordialit,  fino a dargli e a farsi dare
    del tu,  si  mostrava  timido  e  un  po'  impacciato,  vedeva  sempre
    nell'amico  il  superiore.  Il  Verona se n'aveva per male e spesso lo
    motteggiava. Rideva, s, di quei motteggi il Lori,  ma con una segreta
    afflizione, perch notava nell'animo dell'amico una certa amarezza che
    diveniva  di  giorno  in  giorno  pi acre.  Ne attribuiva la causa al
    ritiro sdegnoso dalla vita politica,  dalle lotte parlamentari;  e  ne
    parlava  alla moglie e le consigliava di avvalersi di quell'ascendente
    ch'ella pareva  avesse  su  di  lui,  per  indurlo,  per  spingerlo  a
    rituffarsi nella vita.
    - S!  vorr dare ascolto a me!  - gli rispondeva Silvia.  - Quando ha
    detto no,  no,  lo sai.  Del resto,  a me non pare.  Lavora con tanto
    impegno, con tanta passione...
    Martino Lori si stringeva nelle spalle.
    - Sar cos!
    Gli  pareva  per  che  il  Verona  ritrovasse  la  serenit  di prima
    solamente quando scherzava con la loro piccola Ginetta, che cresceva a
    vista d'occhio, florida e vispa.
    Marco Verona aveva veramente per quella  bimba  certe  tenerezze,  che
    commovevano  il  Lori  fino  alle lagrime.  Gli diceva che stesse bene
    attento perch qualche giorno gliel'avrebbe portata  via.  Sul  serio,
    veh!  non  scherzava.  E  Ginetta  non se lo sarebbe lasciato dire due
    volte: avrebbe abbandonato il babbo, la mamma,  vero? anche la mamma,
    per andar via con lui... Ginetta diceva di s: cattivona!  pei regali,
    eh?  pei  regali  ch'egli  le  faceva  a ogni minima occasione.  E che
    regali!  Ne soffrivano finanche,  ogni volta,  il Lori  e  la  moglie.
    Questa,  anzi,  non  sapeva tenersi dal dimostrare al Verona che se ne
    sentiva offesa. Avvilimento di superbia? No. Erano proprio troppi e di
    troppo costo, quei regali, e lei non voleva! Il Verona, per, beandosi
    della festa che Ginetta faceva a quei giocattoli, scrollava le spalle,
    urtato dal loro  rammarico  e  dalle  loro  proteste,  e  finanche  si
    rivoltava con poco garbo a imporre che si stessero zitti e lasciassero
    godere la bambina.
    Silvia cominci a poco a poco a dirsi stufa di questi modi del Verona,
    e  al  marito  che,  per  scusarlo,  tornava a battere su quel chiodo,
    ch'era stato cio un grave danno per  l'amico  il  ritiro  dalla  vita
    politica,  rispondeva che questa non era una buona ragione perch egli
    venisse a sfogare in casa loro il malumore.
    Il Lori avrebbe voluto far notare alla moglie che,  in fin dei  conti,
    quel malumore il Verona lo sfogava facendo felice la loro bambina;  ma
    si stava zitto per non turbar l'accordo  che,  fin  dal  primo  giorno
    della riconciliazione, s'era stabilito fra essi.
    Ci  che  egli,  nei  primi  anni,  aveva  trovato d'ostile in lei era
    divenuto pregio, ora,  e virt agli occhi suoi.  Dallo spirito,  dalla
    fermezza,  dall'energia  di  lei,  non pi vlti adesso contro di lui,
    egli si sentiva riempire tutto e sostenere.  E gli pareva cos  piena,
    ora,  la  vita  e cos solidamente fondata,  con quella donna accanto,
    sua, tutta sua, tutta per la casa e per la figliuola.
    Stimava,  s,  preziosa in cuor suo l'amicizia del  Verona  e  avrebbe
    voluto   perci   che  nell'animo  della  moglie  non  si  raffermasse
    l'impressione ch'egli fosse divenuto importuno e fastidioso per quella
    soverchia  affezione  per  Ginetta;  d'altra  parte  per,  se  questa
    affezione  troppo  invadente  doveva turbargli la pace della casa,  la
    buona armonia con la moglie... Ma come farlo intendere al Verona,  che
    non voleva accorgersi neppure della freddezza con cui Silvia,  ora, lo
    accoglieva?
    Col crescer degli anni,  Ginetta cominci a  dimostrare  una  passione
    vivissima  per  la  musica.  Ed  ecco  l  Verona,  due,  tre  volte la
    settimana,  pronto con la vettura per condurre la ragazza a questo e a
    quel  concerto;  e  spesso,  durante  la  stagione  lirica,  veniva  a
    congiurar con  lei,  a  metterla  s,  perch  inducesse  con  le  sue
    graziette la mamma e il babbo ad accompagnarla a teatro, nel palco gi
    fissato per lei.
    Il Lori, angustiato, imbarazzato, sorrideva; non sapeva dir di no, per
    non  scontentare  l'amico  e la figliuola;  ma,  santo Dio,  il Verona
    avrebbe dovuto comprendere ch'egli non poteva,  cos spesso: la  spesa
    non  era  soltanto  per  il palco e per la vettura: Silvia doveva pure
    vestirsi bene; non poteva far cattiva figura. S, egli era ormai capo-
    divisione, aveva gi un discreto stipendio;  ma non aveva certo denari
    da buttar via.
    Era tanta la passione per quella ragazza,  che il Verona non avverti a
    queste cose e non s'avvedeva neppure del  sacrifizio  che  doveva  far
    Silvia,  certe  sere,  rimanendo sola a casa,  con la scusa che non si
    sentiva bene.
    E cos fosse sempre rimasta a casa!  Una di quelle sere,  ella ritorn
    dal  teatro  in  preda  a continui brividi di freddo.  La mattina dopo
    tossiva, con una febbre violenta. E in capo a cinque giorni moriva.


    4.
    Per la violenza fulminea di quella morte,  Martino Lori rest dapprima
    quasi pi sbigottito che addolorato.
    Venuta   la  sera,   il  Verona,   come  urtato  da  quell'attonimento
    angoscioso,   da  quel  cordoglio  cupo,   che  minacciava  di   vanir
    nell'ebetismo,  lo  spinse  fuori della camera mortuaria,  lo sforz a
    recarsi dalla figlia,  assicurandolo che sarebbe rimasto  lui,  l,  a
    vegliare tutta la notte.
    Il Lori si lasci mandar via;  ma poi,  a notte alta,  silenzioso come
    un'ombra,  ricomparve nella camera mortuaria e vi trov il Verona  con
    la  faccia  affondata nella sponda del letto,  su cui giaceva rigido e
    allividito il cadavere.
    Dapprima gli parve che, vinto dal sonno, il Verona avesse reclinato l
    la testa, inavvertitamente; poi,  osservando meglio,  s'accorse che il
    corpo di lui era scosso a tratti, come da singhiozzi soffocati. Allora
    il pianto,  il pianto che finora non aveva potuto rompergli dal cuore,
    assal anche lui  furiosamente,  vedendo  piangere  cos  l'amico.  Ma
    questi, di scatto gli si lev contro, fremente, trasfigurato; e - come
    egli,  convulso,  gli  tendeva le mani per abbracciarlo - lo respinse,
    proprio lo respinse con fosca durezza, con rabbia.  Doveva sentirsi in
    gran parte responsabile di quella sciagura, perch proprio lui, cinque
    sere  prima,  aveva forzato Silvia ad andare a teatro,  ed ora non gli
    reggeva l'animo a veder soffrire in quel modo l'amico.  Cos pens  il
    Lori,   per  spiegarsi  quella  violenza;  pens  che  il  dolore  pu
    diversamente su gli animi: certi, li atterra; certi altri li arrabbia.
    E n le visite senza fine degli impiegati subalterni,  che lo  amavano
    come  un  padre,  n  le  esortazioni  del Verona,  che gl'indicava la
    figliuola  smarrita  nella  pena  e  costernata  per  lui,  valsero  a
    scuoterlo  da  quella specie d'annientamento in cui era caduto,  quasi
    che il mistero cupo e crudo  di  quella  morte  improvvisa  lo  avesse
    circondato, diradandogli tutt'intorno la vita.
    Gli  pareva,  ora,  di  veder  tutto diversamente,  e che i rumori gli
    arrivassero come di lontano, e le voci, le voci stesse a lui pi note,
    quella dell'amico,  quella della figliuola,  avessero un suono ch'egli
    non aveva mai prima avvertito.
    Cominci  cos man mano a sorgere in lui da quell'attonimento come una
    curiosit nuova, ma spassionata,  per il mondo che lo circondava,  che
    prima non gli era mai apparso n aveva conosciuto cos.
    Era  mai  possibile  che Marco Verona fosse stato sempre quale egli lo
    vedeva ora?  Finanche la persona,  l'aria  del  volto  gli  sembravano
    diverse. E la sua stessa figliuola? Ma come! Era davvero gi cresciuta
    di tanto?  o dalla sciagura, tutt'a un tratto, era balzata s un'altra
    Ginetta, cos alta, esile,  un po' fredda,  segnatamente con lui?  S,
    somigliava nelle fattezze alla madre,  ma non aveva quella grazia che,
    in giovent,  accendeva,  illuminava la bellezza della sua  Silvia;  e
    perci  tante volte Ginetta non pareva neanche bella.  Aveva la stessa
    imperiosit della madre, ma senza quegl'impeti franchi, senza scatti.
    Ora il Verona veniva con pi scioltezza,  quasi ogni giorno a casa del
    Lori: spesso rimaneva a desinare o a cenare. Aveva finalmente compiuto
    la  poderosa  opera  scientifica  concepita  e  iniziata  da  Bernardo
    Ascensi,  e gi  attendeva  a  mandarla  a  stampa  in  una  magnifica
    edizione. Molti giornali ne recavano le prime notizie, e di alcune fra
    le   pi  importanti  conclusioni  avevano  anche  preso  a  discutere
    animatamente le maggiori riviste non solo italiane ma anche straniere,
    lasciando  cos  prevedere  la  fama  altissima,   a  cui  tra   breve
    quell'opera sarebbe salita.
    Il  merito  del  Verona  per  il  proseguimento di essa e per le nuove
    ardite deduzioni tratte dalla prima idea fu,  dopo  la  pubblicazione,
    riconosciuto  universalmente  non  inferiore  a  quello  dello  stesso
    Ascensi. Ne ebbe gloria questi, ma assai pi il Verona.  Da ogni parte
    gli  fioccarono  plausi  e  onorificenze.  Tra  le altre,  la nomina a
    senatore.  Non aveva voluto averla subito dopo la sua uscita dal mondo
    parlamentare;  la accolse ora di buon grado, perch non gli veniva per
    il tramite della politica.
    Martino Lori in quei giorni,  pensando alla gioja,  all'esultanza  che
    avrebbe  provato  la sua Silvia nel veder cos glorificato il nome del
    padre,  s'indugi pi a lungo nelle visite che ogni sera,  uscendo dal
    Ministero,   soleva   fare  alla  tomba  della  moglie.   Aveva  preso
    quest'abitudine; e andava anche d'inverno, con le cattive giornate,  a
    curar  le  piante attorno alla gentilizia,  a rinnovare i lumini nella
    lampada;  e parlava pian piano con la morta.  La vista quotidiana  del
    camposanto  e  le  riflessioni ch'essa gli suggeriva,  gl'improntavano
    sempre pi di squallore il volto.
    Tanto la figlia quanto il Verona avevano cercato  di  distoglierlo  da
    questa abitudine;  egli dapprima aveva negato come un bambino colto in
    fallo; poi, costretto a confessare, aveva alzato le spalle, sorridendo
    pallidamente.
    - Non mi fa nulla...  Anzi  per me un  conforto,  -  aveva  detto.  -
    Lasciatemi andare.
    Tanto,  se  fosse  ritornato  a  casa subito,  dopo l'ufficio,  chi vi
    avrebbe trovato?  Giornalmente il Verona veniva a  prendersi  Ginetta.
    Non se ne lagnava lui,  no; anzi era gratissimo all'amico degli svaghi
    che  procurava  alla  figliuola.   Quella  certa  asprezza  che  aveva
    avvertito  in  talune  occasioni nei modi di lui e qualche altro lieve
    difetto di carattere non avevano potuto fargli scemare  l'ammirazione,
    n tanto meno ora la gratitudine, la devozione per quest'uomo a cui n
    l'altezza  dell'ingegno e della fama e degli ufficii a cui era salito,
    n la fortuna toglievano d'accordare una cos intima, pi che fraterna
    amicizia a un pover'uomo come lui, che,  tranne il buon cuore,  non si
    riconosceva altra virt, altro pregio per meritarsela.
    Egli  vedeva  adesso  con soddisfazione che non s'era ingannato quando
    diceva alla moglie che l'affetto del Verona sarebbe stato una  fortuna
    per  la  loro Ginetta.  N'ebbe la prova maggiore allorch questa comp
    diciott'anni.  Oh come avrebbe voluto che la sua  Silvia  fosse  stata
    presente quella sera, dopo la festa per il compleanno!
    Il  Verona,  venuto  apposta  senza  alcun regalo in mano per Ginetta,
    appena questa se ne and a dormire, se lo trasse in disparte e,  serio
    e commosso,  gli annunzi che un suo giovane amico, il marchese Flavio
    Gualdi, chiedeva a lui per suo mezzo la mano della figliuola.
    Martino Lori,  l per l,  rimase stupito.  Il marchese  Gualdi  ?  Un
    nobile...  ricchissimo...  la mano di Ginetta?  Andando col Verona nei
    concerti,  nelle conferenze,  a passeggio,  Ginetta,  s,  era  potuta
    entrare  in  un mondo,  a cui n per nascita n per condizione sociale
    avrebbe potuto accostarsi,  vi  aveva  destato  qualche  simpatia;  ma
    lui...
    - Tu lo sai, - disse all'amico, quasi smarrito e afflitto nella gioja,
    - sai qual  il mio stato... Non vorrei che il marchese Gualdi...
    Il Verona lo interruppe:
    - Gualdi sa... sa quel che deve sapere.
    - Capisco.  Ma, essendo tanta la disparit, non vorrei che egli... per
    quanto predisposto, non riuscisse neppure a figurarsi tante cose...
    Il Verona torn a interromperlo, stizzito:
    - Mi pareva ozioso dirtelo,  ma giacch tu,  scusa,  mi tieni  ora  un
    discorso cos sciocco,  per tranquillarti ti dir che, via, essendo io
    da tant'anni tuo amico..
    - Eh, lo so!
    - Ginetta  cresciuta pi con me che con te, si pu dire...
    - S... s...
    - O che mi piangi,  adesso?  Non vorr mica essere l'intermediario  di
    questo matrimonio per nulla.  S,  s,  finiscila!  Io me ne vado.  Ne
    parlerai  tu,  domattina,  a  Ginetta.  Vedrai  che  non  ti  riuscir
    difficile.
    - Se l'aspetta? - domand, sorridendo tra le lagrime, il Lori.
    -  E non hai visto che non s' punto meravigliata nel vedermi arrivare
    questa sera a mani vuote?
    Cos dicendo,  Marco Verona rise gajamente,  come da tant'anni il Lori
    non lo aveva pi sentito ridere.


    5.
    Un'impressione curiosa, di gelo, dapprincipio. Ma non ci avrebbe fatto
    caso  Martino  Lori,  perch,  come  tant'altre cose in vita sua s'era
    spiegate,  persuaso  dall'ingenua  bont,   anche  questa  si  sarebbe
    spiegata   qual   effetto   naturale   della  preveduta  disparit  di
    condizione,  e un po'  anche  del  carattere,  dell'educazione,  della
    figura stessa del genero.
    Non  era  pi giovanissimo il marchese Gualdi: era ancor biondo,  d'un
    biondo acceso,  ma gi calvo: lucido e  roseo  come  una  figurina  di
    finissima  porcellana  smaltata;  e  parlava  piano  con  accento  pi
    francese che piemontese, piano,  piano,  affettando nella voce una tal
    quale  benignit  condiscendente,  che contrastava per in modo strano
    con lo sguardo rigido degli occhi azzurri, vitrei.
    Da questi occhi il Lori s'era sentito se  non  propriamente  respinto,
    quasi  allontanato;  e  gli  era  parso finanche di scorgervi come una
    commiserazione lievemente derisoria per lui,  per i  suoi  modi  forse
    troppo semplici prima, ora troppo circospetti, forse.
    Ma  anche  il  tratto  del tutto diverso che il Gualdi usava tanto col
    Verona quanto con Ginetta, egli si sarebbe spiegato; quantunque,  via,
    paresse  che la moglie di colui fosse venuta da parte dell'amico e non
    da lui ch'era il padre... Veramente era stato cos, ma il Verona...
    Ecco: il Verona non sapeva spiegarsi pi, Martino Lori.
    Ora che egli era  rimasto  solo  in  casa  e  non  aveva  pi  neanche
    l'ufficio,  essendo  messo  a  riposo  per far piacere al genero,  non
    avrebbe  dovuto  Marco  Verona  prodigargli  con  maggior  premura  il
    conforto  dell'amicizia  fraterna  di  cui per tanti anni aveva voluto
    onorarlo?
    Egli,  il Verona,  andava ogni giorno a trovar Ginetta nel villino del
    Gualdi;  e da lui, dall'amico, dopo il giorno delle nozze, non era pi
    venuto,  neanche una volta  per  isbaglio.  S'era  forse  stancato  di
    vederlo  cos  chiuso  ancora  nel cordoglio antico,  ed essendo ormai
    vecchio anche lui, preferiva andare dove si godeva, dove Ginetta,  per
    opera di lui, pareva felice?
    S,  anche  questo  poteva darsi.  Ma perch poi,  quand'egli andava a
    veder la figlia, e lo trovava l a tavola con lei e il genero, come se
    fosse di casa,  era accolto da lui quasi  con  dispetto,  gelidamente?
    Poteva  darsi  che quest'impressione di gelo gli fosse data dal luogo,
    da quella vasta sala da  pranzo,  lucida  di  specchi,  splendidamente
    arredata?  Ma che!  no! no! Non si era soltanto allontanato il Verona;
    il tratto, il tratto di lui era proprio cangiato; gli stringeva appena
    la mano, appena lo guardava, e seguitava a conversar col Gualdi,  come
    se non fosse entrato nessuno.
    Per  poco  l  non lo lasciavano in piedi,  innanzi alla tavola.  Solo
    Ginetta gli rivolgeva qualche parola, di tanto in tanto, ma cos, fuor
    fuori,  perch non si potesse dire che proprio nessuno  si  curava  di
    lui.
    Col cuore strizzato da un'angoscia inesplicabile,  confuso e avvilito,
    Martino Lori se n'andava.
    Non doveva proprio avere alcun rispetto per lui,  alcun  riguardo,  il
    genero?  Tutte  le  feste  e  gl'inviti per il Verona,  perch ricco e
    illustre?  Ma se doveva esser cos,  se volevano tutti e tre seguitare
    ad  accoglierlo  ogni  sera  a quel modo,  come un importuno,  come un
    intruso,  egli non sarebbe andato pi;  no,  no,  perdio,  non sarebbe
    andato  pi!  Voleva  stare  a  vedere  che  cosa avrebbero fatto quei
    signori, tutt'e tre, allora.
    Ebbene,  passarono due giorni;  ne passarono quattro e  cinque;  pass
    un'intera settimana,  e n il Verona,  n il genero e neanche Ginetta,
    nessuno, neppure un servo,  venne a chieder di lui,  se per caso fosse
    malato...
    Con  gli  occhi  senza  sguardo,  vagando  per  la camera,  il Lori si
    grattava di continuo la fronte  con  le  dita  irrequiete,  quasi  per
    destar la mente dal torpore angoscioso in cui era caduta.  Non sapendo
    pi che pensare, riandava, riandava con l'anima smarrita il passato...
    Tutt'a un tratto, senza saper perch,  il pensiero gli s'appunt in un
    ricordo  lontano,  nel pi triste ricordo della sua vita.  Ardevano in
    quella notte funesta quattro ceri,  e  Marco  Verona,  con  la  faccia
    affondata  nella  sponda  del  letto,  su  cui  giaceva  Silvia morta,
    piangeva.
    Fu all'improvviso come se,  nella  sua  anima  scombujata,  quei  ceri
    funebri  guizzassero  e  accendessero  un lampo livido a rischiarargli
    orridamente tutta la vita,  fin dal primo giorno che  Silvia  gli  era
    venuta innanzi, accompagnata da Marco Verona.
    Sent  mancarsi le gambe,  e gli parve che tutta la camera gli girasse
    attorno. Si nascose il volto con le mani, tutto ristretto in s:
    - Possibile? Possibile?
    Alz gli occhi al ritratto della moglie,  dapprima quasi  sgomento  di
    ci che gli avveniva dentro; poi aggred quel ritratto con lo sguardo,
    serrando  le  pugna  e  contraendo  tutta la faccia in una espressione
    d'odio, di ribrezzo, d'orrore:
    - Tu? tu?
    Pi di tutti lei lo aveva ingannato.  Forse perch  il  pentimento  di
    lei, dopo, era stato sincero. Il Verona, no... il Verona, no... Costui
    gli veniva in casa,  l,  come un padrone e... ma s! forse sospettava
    ch'egli sapesse e  fingesse  di  non  accorgersi  di  nulla  per  vile
    tornaconto...
    Come questo pensiero odioso gli balen, Martino Lori sent artigliarsi
    le dita e le reni fnderglisi.  Balz in piedi; ma una nuova vertigine
    lo colse.  L'ira,  il dolore gli si sciolsero in un  pianto  convulso,
    impetuoso.
    Si riebbe, alla fine, stremato di forze e come tutto vuoto, dentro.
    Pi  di  vent'anni  c'eran  voluti perch comprendesse.  E non avrebbe
    compreso,  se quelli con la loro freddezza,  con  la  loro  noncuranza
    sdegnosa non gliel'avessero dimostrato e quasi detto chiaramente.
    Che fare pi,  dopo tant'anni? ora che tutto era finito... cos, da un
    pezzo, in silenzio...  pulitamente,  come usa fra gente per bene,  fra
    gente  che  sa  fare  a  modo  le  cose?  Non  glielo avevano lasciato
    intendere con garbo forse,  che oramai non aveva pi nessuna parte  da
    rappresentare? Aveva rappresentato la parte del marito, poi quella del
    padre...  e ora basta: ora non c'era pi bisogno di lui,  poich essi,
    tutti e tre, si erano cos bene intesi fra loro...
    La men trista fra tutti,  la meno perfida,  forse era stata colei  che
    s'era pentita subito dopo il fallo ed era morta...
    E  Martino Lori,  quella sera,  come tutte le sere,  seguendo l'antica
    abitudine,  si ritrov per la via che conduce al cimitero.  S'arrest,
    fosco  e  perplesso,  se andare avanti o tornare indietro.  Pens alle
    piante attorno alla gentilizia,  che da tant'anni,  ormai,  curava con
    amore. L, tra poco, anch'egli avrebbe riposato... L sotto, accanto a
    lei?  Ah,  no,  no: non pi ormai...  Eppure, come aveva pianto quella
    donna,  allora,  ritornando a  lui,  e  di  quanto  affetto  lo  aveva
    circondato, dopo... S, s: s'era pentita... A lei, s, a lei soltanto
    egli forse poteva perdonare.
    E  Martino Lori riprese la via per il cimitero.  Aveva qualche cosa di
    nuovo da dire alla morta, quella sera.

    IL DOVERE DEL MEDICO.
    Prima edizione: Milano 1911.


    1.
    - E sono miei, - pensava Adriana, udendo il cinguettio de' due bambini
    nell'altra stanza;  e sorrideva tra s,  pur seguitando a  intrecciare
    speditamente una maglietta di lana rossa. Sorrideva, non sapendo quasi
    credere  a  se  stessa,  che quei bambini fossero suoi,  che li avesse
    fatti lei,  e che fossero passati tanti anni,  gi  circa  dieci,  dal
    giorno  in  cui  era andata sposa.  Possibile!  Si sentiva ancor quasi
    fanciulla,  e il maggiore dei figli intanto aveva  otto  anni,  e  lei
    trenta,  fra poco: trenta!  possibile?  vecchia a momenti!  Ma che! ma
    che! - e sorrideva.
    - Il dottore? - domand a un tratto, quasi a se stessa, sembrandole di
    udir nella saletta d'ingresso la voce del medico di casa;  e si  alz,
    col dolce sorriso ancora su le labbra.
    Le mor subito dopo quel sorriso,  assiderato dall'aspetto sconvolto e
    imbarazzato del dottor Vocalpulo, che entrava ansante,  come se fosse
    venuto  di  corsa,  e batteva nervosamente le palpebre dietro le lenti
    molto forti da miope, che gli rimpicciolivano gli occhi.
    - Oh Dio, dottore?
    - Nulla... non si agiti...
    - La mamma?
    - No no! - neg subito, forte, il dottore. - La mamma, no!
    - Tommaso,  allora?  -  grid  Adriana.  E,  poich  il  dottore,  non
    rispondendo,  lasciava intendere che si trattava proprio del marito: -
    Che gli  accaduto? Mi dica la verit... Oh Dio, dov', dov'?
    Il dottor Vocalpulo tese le mani,  quasi per opporre un  argine  alle
    domande.
    - Nulla, vedr... Una feritina...
    - Ferito? E lei... Me l'hanno ucciso?
    E  Adriana  afferr un braccio al dottore,  sgranando gli occhi,  come
    impazzita.
    - Ma  no,  ma  no,  signora...  si  calmi...  una  ferita...  speriamo
    leggera...
    - Un duello?
    -  S,  -  lasci cadersi dalle labbra,  esitando,  il dottore vieppi
    turbato.
    - Oh, Dio,  Dio,  no...  mi dica la verit - insistette Adriana.  - Un
    duello? Con chi? Senza dirmi nulla?
    - Lo sapr. Intanto... intanto, calma: pensiamo a lui. Il letto?...
    - Di l...  - rispose ella,  stordita,  non comprendendo in prima. Poi
    riprese con  ansia  pi  smaniosa:  -  Dove  l'hanno  ferito?  Lei  mi
    spaventa...  Non era con lei,  Tommaso? Dov'? Perch s' battuto? Con
    chi? Quand' stato?... Mi dica...
    - Piano, piano..  - la interruppe il dottor Vocalpulo,  non potendone
    pi.  - Sapr tutto...  Adesso,   in casa la serva?  Per piacere,  la
    chiami. Un po' di calma, e ordine: dia ascolto a me.
    E mentre ella,  quasi istupidita,  si faceva a chiamare la  serva,  il
    dottore,  toltosi  il  cappello,  si  pass  una mano tremolante su la
    fronte come si sforzasse di rammentare qualcosa; poi, sovvenendosi, si
    sbotton  in  fretta  la  giacca,  trasse  dalla  tasca  in  petto  il
    portabiglietti e scosse pi volte la penna stilografica, pensando alle
    ordinazioni da scrivere.
    Adriana ritorn con la serva.
    - Ecco,  - disse il Vocalpulo,  seguitando a scrivere. E, appena ebbe
    finito: - Subito,  alla farmacia pi vicina...  Fiaschi...  no,  no...
    andate pure, ve li dar il farmacista stesso. Lesta, mi raccomando.
    - E' molto grave, dottore? - domand Adriana, con espressione timida e
    appassionata, come per farsi perdonare la insistenza.
    -  No,  le ripeto.  Speriamo bene,  - le rispose il Vocalpulo e,  per
    impedire altre domande, aggiunse: - Mi vuol far vedere la camera?
    - Si, ecco, venga...
    Ma, appena nella camera, ella domand ancora, tutta tremante:
    - Ma come, dottore; lei non era con Tommaso? Assistono pure due medici
    ai duelli...
    - Bisognerebbe trasportare il letto un po' pi  qua...  -  osserv  il
    dottore, come se non avesse inteso.
    Entr,  in  quel punto,  di corsa un bellissimo ragazzo,  dalla faccia
    ardita, coi capelli ricci e lunghi, svolazzanti.
    - Mamma, una barella! Quanta gen...
    Vide il medico e s'arrest di botto,  confuso,  mortificato,  in mezzo
    alla stanza.
    La  madre  die'  un  grido e scost il ragazzo per accorrere dietro al
    dottore. Su la soglia questi si volt e la trattenne:
    - Stia qua, signora: sia buona! Vado io, non dubiti...  Col suo pianto
    gli potr far male...
    Adriana  allora  si  chin per stringersi forte al seno il figlioletto
    che le si era aggrappato alla veste, e ruppe in singhiozzi.
    - Perch,  mamma,  perch?  - domandava  il  ragazzo  sbigottito,  non
    comprendendo e mettendosi a piangere anche lui.


    2.
    A  pi  della  scala il dottore accolse la barella condotta da quattro
    militi della carit,  mentre due questurini,  ajutati  dal  portinajo,
    impedivano a una folla di curiosi d'entrare.
    - Dottor Vocalpulo! - gridava un giovanotto tra la folla.
    Il dottore si volt e grid a sua volta alle guardie:
    - Lo lascino passare:  il mio assistente. Entri, dottor Si.
    I  quattro  militi  si  riposavano un po' preparando le cinghie per la
    salita.  Il portone fu chiuso.  La gente di fuori vi picchiava con  le
    mani e coi piedi, fischiando, vociando.
    -  Ebbene?  - domand il dottor Vocalpulo al Si che sbuffava ancora,
    tutto sudato. - La donna?
    - Che corsa,  caro professore!  - rispose il dottor Cosimo Si.  -  La
    donna?  All'ospedale...  Sono  tutto sudato!  Frattura alla gamba e al
    braccio...
    - Congestione?
    - Credo. Non so... Son venuto a tempesta. Che caldo,  per bacconaccio!
    Se potessi avere un bicchier d'acqua...
    Il dottor Vocalpulo scost un poco la tendina di cerata della barella
    per vedere il ferito; la riabbass subito e si volse ai militi:
    - Andiamo, s! Piano e attenzione, figliuoli, mi raccomando.
    Mentre  si  eseguiva  con  la  massima cautela la penosa salita,  allo
    scalpicco,  al rumor delle voci brevi affannose,  si schiudevano  sui
    pianerottoli le porte degli altri casigliani.
    -  Piano,  piano...  -  ammoniva,  quasi  a  ogni  scalino,  il dottor
    Vocalpulo.
    Il Si veniva dietro, asciugandosi ancora il sudore dalla nuca e dalla
    fronte, e rispondeva ai casigliani:
    - Il signor... come si chiama? Corsi... Quarto piano,  vero?
    Una signora e una signorina,  madre e figlia,  scapparono s di  corsa
    per la scala con un grido d'orrore,  e, poco dopo, s'intesero le grida
    disperate di Adriana.
    Il Vocalpulo scosse la testa, contrariato, e voltosi al Si:
    - Ci badi lei,  mi raccomando,  - disse,  e sal a balzi le altre  due
    branche di scala fino alla porta del Corsi.
    - Via,  si faccia forza,  signora: non gridi cos! Non capisce che gli
    far male? Prego, signore, la conducano di l!
    - Voglio vederlo! Mi lascino. Voglio vederlo!  - gridava,  piangendo e
    smaniando, Adriana.
    E il medico:
    - Lo vedr, non dubiti, non ora per... La conducano di l!
    La barella era gi arrivata.
    - La porta! - grid uno dei militi, ansimando.
    Il  dottor  Vocalpulo accorse ad aprire l'altro battente della porta,
    mentre  Adriana,  divincolandosi,   trascinava  seco  le  due  vicine,
    imbalordite, verso la barella.
    - In quale camera? Prego... Dov' il letto? - domand il dottor Si.
    - Di qua...  ecco!  - disse il Vocalpulo,  e grid alle due pigionali
    accorse: - Ma  la  trattengano,  perdio!  Non  son  buone  neanche  da
    trattenerla?
    -  Oh  Dio benedetto!  - esclam la signora del secondo piano,  tozza,
    popputa, parandosi davanti ad Adriana furibonda.
    Le due guardie erano dietro la barella e se ne  stavano  innanzi  alla
    porta d'ingresso.  A un tratto,  per la scala,  un vociare e un salire
    frettoloso di gente.  Certo il portinajo aveva riaperto il portone,  e
    la folla curiosa aveva invaso la scala.
    Le due guardie tennero testa all'irruzione.
    -  Lasciatemi  passare!  - gridava tra la ressa su gli ultimi scalini,
    facendosi largo con le braccia, una signora alta,  ossuta,  vestita di
    nero,  con la faccia pallida, disfatta, e i capelli aridi, ancor neri,
    non ostante l'et e le sofferenze evidenti.  Si voltava ora di qua ora
    di l,  come se non vedesse: aveva infatti quasi spento lo sguardo tra
    le plpebre gonfie semichiuse. Pervenuta alla fine innanzi alla porta,
    con l'ajuto di un giovinotto ben vestito, che le veniva dietro,  fu su
    la soglia fermata dalle guardie:
    Non si entra!
    Sono  la  madre!  -  rispose  imperiosamente  e,  con un gesto che non
    ammetteva replica, scost le guardie e s'introdusse in casa.
    Il giovinotto ben vestito sguisci dentro,  dietro a  lei,  dandosi  a
    vedere come uno della famiglia anche lui.
    La  nuova  arrivata  si  diresse  a una stanza quasi buja,  con un sol
    finestrino presso il tetto. Non discernendo nulla, chiam forte:
    - Adriana!
    Questa,   che  se  ne  stava  tra  le  due  pigionali  che   cercavano
    scioccamente di confortarla, balz in piedi, gridando:
    - Mamma!
    -  Vieni!  vieni con me,  figlia mia!  povera figlia mia!  Andiamocene
    subito! - disse in fretta, con voce vibrante di sdegno e di dolore, la
    vecchia signora. - Non m'abbracciare!  Tu non devi rimanere pi qua un
    solo minuto!
    - Oh!  mamma, mamma mia! - piangeva intanto Adriana, con le braccia al
    collo della madre.
    Questa si sciolse dall'abbraccio, gemendo:
    - Figlia disgraziata, pi di tua madre!
    Poi dominando la commozione, riprese con l'accento di prima:
    - Un cappello, subito! uno scialle!  Prendi questo mio...  Andiamocene
    subito,  coi  bambini...  Dove sono?  Gi mi scottano i piedi,  qua...
    Maledici questa casa, com'io la maledico!
    - Mamma... che dici,  mamma?  - domand Adriana,  smarrita nell'atroce
    cordoglio.
    - Ah,  non sai? Non sai nulla ancora! non t'hanno detto nulla? non hai
    nulla sospettato?  Tuo marito   un  assassino!  -  grid  la  vecchia
    signora.
    - Ma  ferito, mamma!
    - Da s s' ferito,  con le sue mani!  Ha ucciso il Nori,  capisci? Ti
    tradiva con la moglie del Nori... E lei s' buttata dalla finestra...
    Adriana cacci un urlo e s'abbandon su la madre,  priva di sensi.  Ma
    la  madre,  non  badandole,  sorreggendola,  seguitava  a  dirle tutta
    tremante:
    - Per quella l...  per quella  l...  te,  te,  figlia,  angelo  mio,
    ch'egli  non era degno di guardare...  Assassino!...  Per quella l...
    capisci? capisci?
    E con una mano le batteva dolcemente la  spalla,  carezzandola,  quasi
    ninnandola con quelle parole.
    - Che disgrazia!  che tragedia! Ma com' avvenuto? - domand sottovoce
    la signora tozza del secondo piano al giovinotto ben  vestito  che  si
    teneva in un angolo, con un taccuino in mano.
    - Quella  la moglie? - domand il giovinotto a sua volta, in luogo di
    rispondere. - Scusi, saprebbe dirmi il casato?
    - Di lei?... S, fa Montesani, lei.
    - E il nome, scusi?
    - Adriana. Lei  giornalista?
    - Zitta, per carit! A servirla. E mi dica, quella  la madre,  vero?
    - La madre di lei, la signora Amalia, sissignore.
    -  Amalia,  grazie,  grazie.  Una  tragedia,  s,  signora,  una  vera
    tragedia...
    - E' morta, lei, la Nori?
    - Ma che morta! La malerba, lei m'insegna... E' morto lui, invece,  il
    marito.
    - Il giudice?
    - Giudice? No, sostituto procuratore del re.
    - S,  quel giovane... brutto, insomma, mingherlino, calabrese, venuto
    da poco... Erano tanto amici col signor Tommaso!
    - Eh,  si sa!  - sghign il giovinotto.  - Avviene  sempre  cos,  lei
    m'insegna...  Ma,  scusi,  il  Corsi dov'?  Vorrei vederlo...  Se lei
    m'indicasse...
    - Ecco, vada di l... Dopo quella stanza, l'uscio a destra.
    - Grazie, signora. Scusi un'altra domanda: Quanti figliuoli?
    - Due.  Due angioletti!  Un maschietto di otto anni,  una  bambina  di
    cinque...
    - Grazie di nuovo; scusi...
    Il giovinotto s'avvi, seguendo l'indicazione, alla camera del ferito.
    Passando per la saletta d'ingresso,  sorprese il bel ragazzo del Corsi
    che,  con gli occhi sfavillanti,  un sorriso nervoso su le labbra e le
    mani dietro la schiena, domandava a una delle guardie:
    - E dimmi una cosa: come gli ha sparato, col fucile?


    3.
    Tommaso Corsi, col torso nudo, poderoso, sorretto da guanciali, teneva
    i  grandi  occhi neri e lucidissimi intenti sul dottor Vocalpulo,  il
    quale,  scamiciato,  con le maniche rimboccate  su  le  magre  braccia
    pelose,  premeva e studiava da presso la ferita. Di tanto in tanto gli
    occhi del  Corsi  si  levavano  anche  su  l'altro  medico,  come  se,
    nell'attesa che qualcosa a un tratto dovesse mancargli dentro, volesse
    coglierne il segno o il momento negli occhi altrui.  L'estremo pallore
    cresceva bellezza al suo maschio volto di solito acceso.
    Ora egli fiss sul giornalista,  che entrava  timido,  perplesso,  uno
    sguardo  fiero,  come  se  gli domandasse chi fosse e che volesse.  Il
    giovinotto impallid, appressandosi al letto,  pur senza poter chinare
    gli occhi quasi ammaliato da quello sguardo.
    - Oh, Vivoli! - disse il dottor Vocalpulo, voltandosi appena.
    Il Corsi chiuse gli occhi, traendo per le nari un lungo respiro.
    Lello  Vivoli  aspett  che  il  Vocalpulo  gli  volgesse di nuovo lo
    sguardo; ma poi, impaziente:
    - Ss,  - lo chiam piano  e,  accennando  al  giacente,  domand  come
    stesse, con un gesto della mano.
    Il dottore alz le spalle e chiuse gli occhi,  poi con un dito accenn
    la ferita alla mammella sinistra.
    - Allora... - disse il Vivoli, alzando una mano in atto di benedire.
    Una goccia di sangue si part dalla ferita e rig lungamente il petto.
    Il dottore la deterse con un bioccolo di bambagia,  dicendo quasi  tra
    s:
    - Dove diavolo si sar cacciata la palla?
    - Non si sa ? - domand timidamente il Vivoli, senza staccar gli occhi
    dalla ferita,  non ostante il ribrezzo che ne provava. - E di', sai di
    che calibro era?
    - Nove...  calibro nove,  - interloqu con evidente  soddisfazione  il
    giovine dottor Si. - Dalla ferita si pu arguire...
    - Suppongo,  - rispose il Vocalpulo accigliato, assorto, - che si sia
    cacciata qua sotto la scapola... Eh s, purtroppo... il polmone...
    E torse la bocca.
    Indovinare,  determinare il corso  capriccioso  della  palla:  per  il
    momento,  non  si  trattava  d'altro  per  lui.  Gli  stava davanti un
    paziente qualunque,  sul quale egli doveva esercitare la sua  bravura,
    valendosi  di  tutti  gli espedienti della sua scienza: oltre a questo
    suo cmpito materiale e limitato non vedeva nulla,  non pensava nulla.
    Solo,  la  presenza del Vivoli fece considerare che,  essendo il Corsi
    conosciutissimo nella citt e avendo quella tragedia  sconvolto  tutta
    la  cittadinanza,  poteva  giovargli  che  il  pubblico sapesse che il
    dottor Vocalpulo era il medico curante.
    - Oh, Vivoli, dirai che  affidato alle mie cure.
    Il dottor Cosimo Si dall'altra sponda del letto toss leggermente.
    - E puoi aggiungere,  - riprese il Vocalpulo,  che sono assistito dal
    dottor Cosimo Si: te lo presento.
    Il  Vivoli  chin appena il capo,  con un lieve sorriso.  Il Si,  che
    s'era precipitato con la mano tesa per  stringer  quella  del  Vivoli,
    all'inchino sostenuto di questi, rest goffo, arross, trinci in aria
    con la mano gi tesa un saluto,  come per dire:  - Ecco, fa lo stesso:
    saluto cos!
    Il moribondo schiuse gli occhi e aggrott le ciglia. I due medici e il
    Vivoli lo guardarono quasi con paura.
    - Adesso lo fasceremo, - disse con voce premurosa,  chinandosi su lui,
    il Vocalpulo.
    Tommaso Corsi scosse la testa sul guanciale,  poi riabbass lentamente
    le plpebre su gli occhi foschi,  come se non  avesse  compreso:  cos
    almeno parve al dottor Vocalpulo,  il quale, storcendo un'altra volta
    la bocca, mormor:
    - La febbre...
    - Io scappo,  - disse piano  il  Vivoli,  salutando  con  la  mano  il
    Vocalpulo  e di nuovo inchinando appena il capo al Si,  che rispose,
    questa volta, con un inchino frettoloso.
    - Si,  venga da questa parte.  Bisogna sollevarlo.  Ci vorrebbero due
    dei  nostri  infermieri...    -  esclam  ii Vocalpulo.  - Basta,  ci
    proveremo. Ma tengo a fare una sola fasciatura, ben solida, e l.
    - Lo laviamo, ora? - domand il Si.
    - S! L'alcool dov'? e il catino, prego.  Cos,  aspetti...  Intanto,
    lei prepari le fasce. Preparate? Poi la vescica di ghiaccio.
    Tommaso Corsi, allorch il dottor Vocalpulo si fece a fasciarlo, apr
    gli occhi, s'infosc il volto, tent con una mano di scostar dal petto
    quelle del dottore, dicendo con voce cavernosa:
    - No... no...
    - Come no? - domand, sorpreso, il dottor Vocalpulo.
    Ma un mpito di sangue imped al Corsi di rispondere,  e le parole gli
    gorgogliarono  nella  strozza  soffocate  dalla  tosse.  Poi  giacque,
    prostrato, privo di sensi.
    E allora fu ripulito e fasciato a dovere dai due medici curanti.


    4.
    - No, mamma, no... E come potrei? - rispose Adriana, appena rinvenuta,
    all'ingiunzione  della  madre  d'abbandonar la casa del marito insieme
    coi figliuoli.
    Si sentiva quasi inchiodata l,  su la seggiola,  stordita e tremante,
    come  se  un  fulmine le fosse caduto da presso.  E invano la madre le
    smaniava innanzi e la spingeva:
    - Via, via, Adriana! Non mi senti?
    Si era lasciata mettere  uno  scialletto  addosso  e  il  cappello,  e
    guardava  innanzi  a  s,  come una mendicante.  Non riusciva ancora a
    farsi un'idea dell'accaduto.  Che le  diceva  la  madre?  d'abbandonar
    quella casa? e come mai, in quel momento? O prima o poi avrebbe dovuto
    abbandonarla  per  sempre?  Perch?  Il marito non le apparteneva pi?
    S'era spenta in lei l'ansia di vederlo.  Che volevano  intanto  quelle
    due guardie che la madre le accennava li nella saletta d'ingresso?
    - Meglio che muoja! Se vive, in galera!
    - Mamma!   - supplic,  guardandola. Ma riabbasso subito gli occhi per
    trattenere le lagrime.  Sul volto della madre rilesse la condanna  del
    marito: - "Ha ucciso il Nori;  ti tradiva con la moglie del Nori". -
    Non sapeva per,  n poteva ancor quasi pensarlo,  n immaginarlo:  si
    vedeva ancora la barella sotto gli occhi e non poteva immaginare altri
    che lui - Tommaso - ferito,  forse moribondo,  l...  E Tommaso dunque
    aveva ucciso il Nori? aveva una tresca con Angelica Nori, e tutt'e due
    erano stati scoperti dal marito?  Pens che Tommaso portava sempre con
    s la rivoltella. Per il Nori? No: l'aveva sempre portata, e il Nori e
    la moglie erano in citt da un anno soltanto.
    Nello  scompiglio  della  coscienza,  una  moltitudine  d'immagini  si
    ridestavano in lei tumultuosamente: l'una chiamava l'altra  e  insieme
    si  raggruppavano  in balenanti scene precise e subito si disgregavano
    per ricomporsi in altre scene con vertiginosa rapidit.  Quei due eran
    venuti  da  un  paese  di  Calabria  accompagnati  da  una  lettera di
    presentazione a Tommaso,  il quale li aveva  accolti  con  la  festosa
    espansione  della sua indole sempre gioconda,  con aria confidenziale,
    col sorriso schietto di quel suo  maschio  volto,  in  cui  gli  occhi
    lampeggiavano,   esprimendo  la  vitalit  piena,  l'energia  operosa,
    costante, che lo rendevano caro a tutti.
    Da quell'indole vivacissima, da questa natura esuberante,  il continuo
    bisogno d'espandersi quasi con violenza,  ella era stata investita fin
    dai primi giorni del matrimonio: s'era sentita trascinare dalla fretta
    ch'egli aveva di vivere: anzi furia,  pi  che  fretta:  vivere  senza
    tregua, senza tanti scrupoli, senza tanto riflettere; vivere e lasciar
    vivere,  passando sopra a ogni impedimento, a ogni ostacolo. Pi volte
    ella si era arrestata un po' in questa corsa,  per  giudicare  fra  s
    qualche azione di lui non stimata perfettamente corretta.  Ma egli non
    dava tempo al giudizio,  come non dava peso  ai  suoi  atti.  Ed  ella
    sapeva ch'era inutile richiamarlo indietro a considerare il mal fatto:
    scrollava  le  spalle,  sorrideva,  e  avanti!  aveva bisogno d'andare
    avanti a ogni modo, per ogni via, senza indugiarsi a riflettere tra il
    bene e il male;  e  rimaneva  sempre  alacre  e  schietto,  purificato
    dall'attivit  incessante,  e  sempre lieto e largo di favori a tutti,
    con tutti alla mano: a trent'otto anni, un fanciullone, capacissimo di
    mettersi a giocar sul serio coi due figliuoli,  e ancora,  dopo  dieci
    anni  di  matrimonio,  cos  innamorato di lei,  che ella tante volte,
    anche di recente,  aveva dovuto arrossire per qualche atto  imprudente
    di lui innanzi ai bambini o alla serva.
    E ora,  cos d'un colpo,  quest'arresto fulmineo,  questo scoppio!  Ma
    come? come?  La cruda prova del fatto non riusciva ancora a dissociare
    in  lei  i sentimenti,  pi che di solida stima,  d'amore fortissimo e
    devoto per il marito, da cui si sentiva in cuor suo ricambiata.
    Forse qualche lieve inganno, s, sotto quella tumultuosa vitalit;  ma
    la  menzogna,  no,  la  menzogna non poteva annidarsi sotto l'allegria
    costante di lui.  Che egli avesse una tresca con  Angelica  Nori,  non
    significava,  no,  aver tradito lei,  la moglie; e questo la madre non
    poteva comprenderlo, perch non sapeva, non sapeva tante cose...  Egli
    non poteva aver mentito con quelle labbra,  con quegli occhi, con quel
    riso che allegrava tutti i giorni la casa.  - Angelica Nori?  Oh  ella
    sapeva  bene  che  cosa  fosse  costei anche per il marito: neppure un
    capriccio: nulla,  nulla!  la prova soltanto  d'una  debolezza,  nella
    quale  nessun uomo forse sa o pu guardarsi dal cadere...  Ma in quale
    abisso era egli adesso caduto?  e la sua casa e lei coi figliuoli gi,
    gi con lui?
    - Figli miei!  figli miei! - proruppe alla fine, singhiozzando, con le
    mani sul volto,  quasi per non veder l'abisso  che  le  si  spalancava
    orribile davanti.  - Prtali via con te, - aggiunse, rivolgendosi alla
    madre.  - Loro s,  prtali via,  ch non vedano...  Io no,  mamma: io
    resto. Te ne prego...
    Si alz e, cercando alla meglio di trattener le lagrime, and, seguita
    dalla  madre,  in  cerca  dei  bambini  che  giocavano  tra loro in un
    camerino, ove la serva li aveva chiusi. Si mise a vestirli, soffocando
    i singhiozzi che le irrompevano dal petto a ogni  loro  lieta  domanda
    infantile.
    - Con la nonna, s... a spasso con la nonna... E il cavalluccio, s...
    la sciabola pure... Te li compra la nonna...
    Questa contemplava,  straziata, la sua cara figliuola, la creatura sua
    adorata, tanto buona, tanto bella, per cui tutto ormai era finito;  e,
    nell'odio feroce contro colui che gliela faceva soffrir cos,  avrebbe
    voluto strapparle dalle mani quel  bambino  che  somigliava  tutto  al
    padre, fin nella voce e nei gesti.
    -  Non  vuoi proprio venire?  - domand alla figlia,  quando i bambini
    furono pronti. - Io, bada, qua non metto pi piede.  Resti sola...  La
    casa di tua madre  aperta.  Ci verrai,  se non oggi,  domani. Ma gi,
    anche se non morisse...
    - Mamma! - supplic Adriana, additandole i bambini.
    La vecchia signora tacque e and  via  coi  nipotini,  vedendo  uscire
    dalla camera del ferito il dottor Vocalpulo.
    Questi  si  appress  ad Adriana per raccomandarle di non farsi vedere
    per il momento dal marito.
    - Un'emozione improvvisa, anche lieve, potrebbe riuscirgli fatale. Non
    si faccia nulla,  per carit,  che possa contrariarlo o impressionarlo
    in qualche modo.  Questa notte rester a vegliarlo il mio collega.  Se
    ci fosse bisogno di me...
    Non termin il discorso,  notando che ella non gli dava ascolto n gli
    domandava  notizie  intorno alla gravit della ferita,  e che aveva in
    capo il cappellino, come se stesse per abbandonare la casa.  Socchiuse
    gli occhi, scosse un po' il capo, sospirando, e and via.


    5.
    Nella  notte,  Tommaso  Corsi  si  riscosse  incosciente  dal letargo.
    Stordito dalla febbre,  teneva gli occhi aperti nella  penombra  della
    camera. Un lampadino ardeva sul cassettone, riparato da uno specchio a
    tre luci: il lume si projettava su la parete vivamente,  precisando il
    disegno e i colori della carta da parato.
    Aveva solo la sensazione che il letto fosse pi alto,  e che  soltanto
    per  ci  notasse in quella camera qualcosa che prima non vi aveva mai
    notato.  Vedeva meglio l'insieme dell'arredo,  il quale,  nella quiete
    altissima,  gli pareva spirasse, dall'immobilit sua quasi rassegnata,
    un conforto familiare, a cui le ricche tende, che dall'alto scendevano
    fin sul tappeto, davano un'aria insolita di solennit. Noi siamo qui,
    come tu ci hai voluti, per i tuoi comodi pareva gli dicessero,  nella
    coscienza  che  man  mano si risentiva,  i varii oggetti della camera:
    siamo la tua casa; tutto  come prima.
    A un tratto richiuse gli occhi,  quasi  abbagliato  bruscamente  nella
    penombra  da  un  lampo  di  luce  cruda:  la  luce che s'era fatta in
    quell'altra camera, quando colei,  urlando,  aveva aperto la finestra,
    d'onde s'era buttata.
    Riebbe allora,  d'un subito, la memoria orrenda: rivide tutto, come se
    accadesse proprio allora.
    Egli,  trattenuto dall'istintivo pudore,  non riusciva  a  balzar  dal
    letto,  svestito  com'era,  e il Nori,  ecco,  gli esplodeva contro il
    primo colpo che infrangeva il vetro di un'immagine sacra al capezzale;
    egli tendeva la mano alla rivoltella sul comodino,  ed ecco il  sibilo
    della seconda palla innanzi al volto... Ma non ricordava d'aver tirato
    sul  Nori:  solo quando questi era caduto a sedere sul pavimento e poi
    s'era ripiegato bocconi, egli s'era accorto d'aver l'arma ancora calda
    e fumante in pugno.  Era allora saltato dal letto,  e,  in un  attimo,
    entro  di  s,  la  tremenda  lotta  di tutte le energie vitali contro
    l'idea della morte;  prima,  l'orrore di essa;  poi la necessit e  il
    sorgere  d'un sentimento atroce,  oscuro,  a vincere ogni ripugnanza e
    ogni altro sentimento.  Aveva guardato il cadavere,  la finestra donde
    quella  era  saltata;  aveva udito i clamori della via sottostante,  e
    s'era sentito  aprire  come  un  abisso  nella  coscienza:  allora  la
    determinazione violenta gli s'era imposta lucidamente,  come un atto a
    lungo meditato e discusso. S. Cos era stato.
    - No,  - diceva a se stesso,  un istante  dopo,  riaprendo  gli  occhi
    brillanti di febbre.  - No; se questa  la mia casa, se io sto qui sul
    mio letto...
    Gli pareva di udir voci liete e confuse di  l,  nelle  altre  stanze.
    Aveva fatto mettere quelle tende nuove e i tappeti nelle stanze per il
    battesimo  dell'ultimo  bambino,  morto  di  venti giorni.  Ecco,  gli
    invitati tornavano or ora dalla chiesa.  Angelica  Nori,  a  cui  egli
    offriva  il braccio,  glielo stringeva a un tratto furtivamente con la
    mano; egli si voltava a guardarla, stupito,  ed ella accoglieva quello
    sguardo con un sorriso impudente, da scema, e chiudeva voluttuosamente
    le palpebre su i grandi occhi neri, globulenti, in presenza di tutti.
    Quel  bambino    morto,  - pensava ora egli,  - perch l'ha tenuto a
    battesimo colui, ch'era fra l'altro un jettatore.
    Immagini imprevedute, visioni strane, confuse, sensazioni fantastiche,
    improvvise,  pensieri lucidi e precisi,  si avvicendavano in lui,  nel
    delirio intermittente.
    Si,  s, lo aveva ucciso. Ma due volte quel forsennato s'era messo per
    uccider lui, ed egli nel volgersi per prendere l'arma dal comodino gli
    aveva gridato sorridendo: Che fai? tanto gli pareva impossibile  che
    colui,  prima  ch'egli si vedesse costretto a minacciarlo e a reagire,
    non comprendesse ch'era un'infamia,  una pazzia ucciderlo a quel modo,
    in  quel  momento,  uccider lui che si trovava l per caso,  che aveva
    tant'altra vita fuori di l: i suoi affari,  gli affetti suoi  vivi  e
    veri, la sua famiglia, i figli da difendere. Eh via, disgraziato!
    Come mai tutt'a un tratto, quell'omiciattolo sbricio, brutto, scialbo,
    dall'anima  apatica,  attediata,  che  si  trascinava nella vita senza
    alcuna voglia,  senz'alcun affetto,  e  che  da  tant'anni  si  sapeva
    spudoratamente ingannato dalla moglie e non se ne curava, a cui pareva
    costasse  pena  e  fatica  guardare o trar fuori quella sua voce molle
    miagolante;  come mai,  tutt'a un tratto,  s'era  sentito  muovere  il
    sangue  e per lui soltanto?  Non sapeva che donna fosse sua moglie?  e
    non sentiva ch'era una cosa ridicola e pazza  e  infame  nello  stesso
    tempo difender a quel modo ancora l'onor suo affidato a colei,  che ne
    aveva fatto strazio tant'anni,  senza che  egli  avesse  mai  mostrato
    d'accorgersene?  Ma  aveva  pure  assistito  - s,  s - a tante scene
    familiari,  in cui ella,  proprio sotto gli occhi di  lui,  sotto  gli
    occhi  stessi d'Adriana,  aveva cercato di sedurlo con quei suoi lezii
    da scimmietta patita.  Adriana s se  n'era  accorta,  e  lui  no?  Ne
    avevano riso tanto insieme,  lui e Adriana.  Per una donna come quella
    l, dunque, sul serio, una tragedia? Lo scandalo, la morte di lui,  la
    sua  morte?  Oh,  per  quel disgraziato,  forse,  era stata un bene la
    morte: un regalo!  Ma egli...  doveva egli morire per cos  poco?  Sul
    momento, col cadavere sotto gli occhi, assalito dai clamori della via,
    aveva  creduto di non poter farne a meno.  Ebbene,  e intanto come mai
    non era tutto finito? Egli viveva ancora, l,  nella sua stessa camera
    tranquilla,  coricato sul suo letto, come se nulla fosse accaduto. Ah,
    se veramente fosse un sogno orribile!...  No: e quel dolore cocente al
    petto, che gli toglieva il respiro? E poi il letto...
    Stese  pian  piano  un  braccio  nel  posto  accanto,  vuoto...  ecco!
    Adriana... Sent di nuovo l'abisso aprirglisi dentro. Dov'era ella?  e
    i figliuoli?  Lo avevano abbandonato? Solo, dunque, nella casa? e come
    mai?
    Riapr gli occhi per accertarsi,  se quella  fosse  veramente  la  sua
    camera da letto.  S: tutto come prima.  Allora un dubbio crudele,  in
    quell'alternativa di delirio e di  lucidit  mentale,  lo  vinse:  non
    sapeva  pi  se,  aprendo gli occhi,  vedesse per allucinazione la sua
    camera che spirava la pace consueta, o se sognasse chiudendo gli occhi
    e  rivedendo,   con  lucidezza  di  percezione  ch'era  quasi  realt,
    l'orribile tragedia della mattina.  Emise un gemito,  e subito davanti
    agli occhi si vide un volto sconosciuto;  sent posarsi una mano su la
    fronte,   la  cui  pressione  lo  confortava,  e  richiuse  gli  occhi
    sospirando, sentendo di dover rassegnarsi a non comprendere pi nulla,
    a non saper che cosa fosse veramente accaduto.  Era  fors'anche  sogno
    quel volto or ora intraveduto,  la mano che gli premeva la fronte... E
    ricadde nel letargo.
    Il dottor Si si accost in punta di piedi a un  angolo  della  camera
    quasi al bujo, dove Adriana vegliava nascosta.
    - Forse  meglio,  - le disse sottovoce,  - che si mandi per il dottor
    Vocalpulo. La febbre cresce e l'aspetto non mi...
    S'interruppe; le domand:
    - Vuol vederlo?
    Adriana fece segno di no col capo,  angosciata.  Poi,  sentendo di non
    poter  trattenere  un  mpito  improvviso di pianto,  balz in piedi e
    scapp via dalla camera.
    Il dottor Si richiuse,  cauto,  l'uscio per  impedire  che  giungesse
    all'orecchio  del  morente il pianto convulso della moglie;  poi tolse
    dal petto di lui la vescica, ne vuot l'acqua e,  riempitala novamente
    di  pezzetti  di  ghiaccio,  la ripose su la fasciatura al posto della
    ferita.
    - Ecco fatto.
    Osserv quindi di nuovo, a lungo, il volto del giacente, ne ascolt la
    respirazione affannosa; poi,  non avendo altro da fare,  e come se per
    lui  bastasse  l'aver  provveduto  al  ghiaccio  e l'aver fatto quelle
    osservazioni,  ritorn al proprio  posto,  alla  poltrona,  dall'altra
    parte del letto.
    L,  con gli occhi chiusi,  godeva di lasciarsi prendere a mano a mano
    dal sonno, spegnendo gradatamente in s la volont di resistervi, fino
    al punto estremo in cui il capo gli dava un crollo:  schiudeva  allora
    gli occhi e tornava da capo ad abbandonarsi a quella volutt proibita,
    che quasi lo inebriava.


    6.
    Le  complicazioni  temute  dal  dottor  Vocalpulo si verificarono pur
    troppo: prima e pi grave fra tutte,  l'infiammazione  polmonare,  che
    cagionava quell'altissima febbre.
    Senza  alcuna  preoccupazione  estranea  alla  scienza,   di  cui  era
    fervidamente appassionato,  il dottor Vocalpulo  raddoppi  lo  zelo,
    come  se  si  fosse  fatta una fissazione di salvare a ogni costo quel
    moribondo.
    Negli infermi sotto la sua cura egli non  vedeva  uomini  ma  casi  da
    studiare:  un  bel  caso,  un caso strano,  un caso mediocre o comune;
    quasi che le infermit umane dovessero  servire  per  gli  esperimenti
    della  scienza,  e  non  la scienza per le infermit.  Un caso grave e
    complicato lo interessava sempre a  quel  modo;  ed  egli  allora  non
    sapeva  staccare pi il pensiero dal malato: metteva in pratica le pi
    recenti  esperienze  delle  primarie  cliniche  del  mondo,   di   cui
    consultava  scrupolosamente  i  bollettini,  le  rassegne  e le minute
    esposizioni dei tentativi,  degli espedienti dei pi  grandi  luminari
    della  scienza  medica,  e spesso adottava le cure pi arrischiate con
    fermo coraggio,  con fiducia incrollabile.  Si era costituita cos una
    grande reputazione. Ogni anno faceva un viaggio e ritornava entusiasta
    degli esperimenti a cui aveva assistito,  soddisfatto di qualche nuova
    cognizione appresa,  provvisto di nuovi e pi  perfezionati  strumenti
    chirurgici,  che  disponeva  -  dopo  averne  studiato  minutamente il
    congegno e averli ripuliti con la massima cura - entro  l'armamentario
    di cristallo,  che aveva la forma di un'urna, l, in mezzo al camerone
    da studio, e, chiusi,  li contemplava ancora,  stropicciandosi le mani
    solide,  sempre  fredde,  o  stirandosi con due dita il naso armato di
    quel pajo di lenti fortissime,  che accrescevano la rigidezza  austera
    del suo volto pallido, lungo, equino.
    Attorno al letto del Corsi condusse alcuni suoi colleghi,  a studiare,
    a discutere;  spieg tutti i suoi tentativi,  l'uno pi  nuovo  e  pi
    ingegnoso  dell'altro,  finora  per riusciti vani.  Il ferito,  sotto
    quell'altissima  febbre,   restava  in  uno  stato  quasi   letargico,
    interrotto  tuttavia da certe crisi di smania delirante,  nelle quali,
    pi d'una volta,  eludendo la vigilanza,  aveva  finanche  tentato  di
    disfare la fasciatura.
    Di  questo  fenomeno  il Vocalpulo non si era curato pi che tanto;
    gli era bastato di raccomandare al  dottor  Si  maggiore  attenzione.
    Aveva potuto,  per mezzo della radiografia,  estrarre il projettile di
    sotto l'ascella,  aveva rischiosamente applicato i lenzuoli freddi per
    abbassare la temperatura.  E finalmente c'era riuscito!  La febbre era
    abbassata,  l'infiammazione polmonare era  vinta,  il  pericolo  quasi
    superato.  Nessun  compenso  materiale  avrebbe  potuto  uguagliare la
    soddisfazione morale del dottor Vocalpulo. Era raggiante: e il dottor
    Si con lui, per riflesso.
    - Collega, collega, qua la mano! Questo si chiama vincere.
    Il Si gli rispondeva con una sola parola:
    - Miracoloso!
    Ora  la  primavera  imminente  avrebbe  senza  dubbio  affrettato   la
    convalescenza.
    Gi  l'infermo  cominciava  a  risentirsi un po',  a uscir dallo stato
    d'incoscienza in cui s'era mantenuto per tanti giorni.  Ma non  sapeva
    ancora, non sospettava neppure, come si fosse ridotto.
    Una mattina,  si prov a sollevare le mani dal letto,  per guardarsele
    e,  nel veder le dita esangui tremolare,  sorrise.  Si sentiva  ancora
    come nel vuoto,  in un vuoto per tranquillo,  soave,  di sogno.  Solo
    qualche minuzia,  l,  nella camera,  gli  s'avvistava  di  tratto  in
    tratto: un fregio dipinto nel soffitto, la peluria verde della coperta
    di lana sul letto,  che gli richiamava alla memoria i fili d'erba d'un
    prato o d'una ajuola; e vi concentrava tutta l'attenzione, beato; poi,
    prima  di  stancarsene,  richiudeva  gli  occhi  e  provava  un  dolce
    smarrimento d'ebbrezza, vaneggiava in una delizia ineffabile.
    Tutto,  tutto  era finito;  la vita ricominciava adesso...  Ma non era
    forse rimasta sospesa anche per gli altri?  No,  no: ecco: un rumor di
    vettura...  Fuori,  per  le  vie,  la  vita  in tutto quel tempo aveva
    seguito il suo corso...
    Prov come una vellicazione irritante al ventre, a questo pensiero che
    oscuramente lo contrariava;  e si rimise a guardar la  calugine  verde
    della coperta,  dove gli pareva di veder la campagna: qua la vita, s,
    ricominciava veramente, con tutti quei fili d'erba... E anche cos per
    lui ricominciava... Nuovo,  tutto nuovo,  egli si sarebbe riaffacciato
    alla  vita...  Un  po' d'aria fresca!  Ah,  se il medico avesse voluto
    aprirgli un tantino la finestra...
    - Dottore,  - chiam;  e la  sua  stessa  voce  gli  fece  una  strana
    impressione.
    Ma nessuno rispose.  Si prov a guardar nella camera.  Nessuno... Come
    mai? Dov'era?  - Adriana!  Adriana!  - Una angosciosa tenerezza per la
    moglie lo vinse;  e si mise a piangere come un bambino,  nel desiderio
    cocente di buttarle le braccia al collo e stringersela forte, forte al
    petto... Chiam di nuovo, nel dolce pianto:
    - Adriana! Adriana!... Dottore!
    Nessuno sentiva?  Sgomento,  allora,  soffocato,  stese un braccio  al
    campanello  sul  comodino;  ma  avvert  subito  una  acuta trafittura
    interna,  che lo tenne  un  tratto  quasi  senza  respiro,  col  volto
    pallido,   contratto  dallo  spasimo;  poi  son,  son  furiosamente.
    Accorse, con la sua aria spiritata, il dottor Si:
    - Eccomi! Che abbiamo, signor Tommaso? Solo!
    - Mi hanno lasciato solo...
    - Ebbene ? E perch codesta agitazione? Eccomi qua.
    - No. Adriana! Mi chiami Adriana... Dov'? voglio vederla.
    Comandava ora,  eh?  Il dottor Si fece un viso lungo lungo e pieg il
    capo da un lato:
    - Cos no! Se non si calma, no.
    - Voglio veder mia moglie!  - replic egli stizzito,  imperioso. - Pu
    proibirmelo lei?
    Il Si sorrise, perplesso:
    - Ecco... vorrei che... No no, si stia zitto: vado a chiamargliela.
    Non ce ne fu bisogno. Adriana era dietro l'uscio: si asciug in fretta
    le lagrime, accorse, si butt singhiozzando tra le braccia del marito,
    come in un abisso d'amore e di disperazione.  Egli non prov  dapprima
    che  la  gioja  di  tenersi  cos  stretta quella sua adorata,  il cui
    calore, l'odor dei capelli, lo inebriavano. Quanto, quanto,  quanto la
    amava... Ma, a un tratto, la sent singhiozzare. Si prov a sollevarle
    con tutt'e due le mani il capo che si affondava su lui; non ne ebbe la
    forza, e si volse, stordito, al dottor Si. Questi accorse e costrinse
    la  signora  a  strapparsi  dal letto;  la condusse,  sorreggendola in
    quella crisi violenta di  pianto,  fuori  della  camera;  poi  ritorn
    presso il convalescente.
    - Perch? - domand il Corsi, sconvolto.
    Un pensiero gli attravers la mente, in un baleno.
    Senza  badare  alla risposta del medico,  il Corsi richiuse gli occhi,
    trafitto. Non mi perdona pens.


    7.
    Alle notizie di miglioramento,  di prossima guarigione,  era cresciuta
    la  sorveglianza alla casa del ferito.  Il dottor Vocalpulo,  temendo
    che l'autorit giudiziaria dsse intempestivamente l'ordine che  fosse
    tradotto  in carcere,  pens di recarsi da un avvocato amico suo e del
    Corsi, e a cui il Corsi certamente avrebbe affidato la sua difesa, per
    pregarlo di andare insieme dal questore a impegnar la loro parola, che
    l'infermo  non  avrebbe  in  alcun  modo  tentato  di  sottrarsi  alla
    giustizia.
    L'avvocato   Camillo  Cimetta  accett  l'invito.   Era  un  uomo  sui
    sessant'anni,  smilzo,   altissimo  di  statura,   tutto  gambe.   Gli
    spiccavano stranamente nel volto squallido,  giallognolo,  malaticcio,
    gli occhietti neri, acuti, d'una vivacit straordinaria.  Dotto pi di
    filosofia  che  di  legge,  scettico,  oppresso dalla noja della vita,
    stanco delle amarezze che essa gli aveva procacciate,  non  aveva  mai
    posto  alcun impegno a guadagnarsi la grandissima fama di cui godeva e
    che gli aveva procurato una ricchezza di cui non sapeva pi che farsi.
    La moglie,  donna bellissima,  insensibile,  dispotica,  che lo  aveva
    torturato  per tanti anni,  gli s'era uccisa per neurastenia;  l'unica
    figliuola gli era fuggita di casa con un misero  scritturale  del  suo
    studio  ed  era  morta  soprapparto,  dopo  aver  sofferto  un anno di
    maltrattamenti dal marito indegno.  Era rimasto solo,  senza pi scopo
    nella vita,  e aveva rifiutato ogni carica onorifica, la soddisfazione
    di far valere le sue doti non comuni in una grande citt.  E mentre  i
    suoi  colleghi  si  presentavano  al  banco dell'accusa o della difesa
    armati di cavilli,  abbottati di procedura,  o si empivano la bocca di
    paroloni  altisonanti;  egli,  che  non  poteva  soffrire  la toga che
    l'usciere gli poneva su le spalle, si alzava con le mani in tasca e si
    metteva a parlare ai giurati, ai giudici,  con la massima naturalezza,
    alla buona,  cercando di presentare con la maggiore evidenza possibile
    qualche  pensiero  che  potesse  logicamente  far  loro   impressione;
    distruggeva  con  irresistibile  arguzia  le  magnifiche  architetture
    oratorie de' suoi avversarii,  e riusciva cos talvolta ad abbattere i
    confini  formalistici del tristo ambiente giudiziario,  perch un'aura
    di vita vi spirasse,  vi passasse un soffio doloroso  di  umanit,  di
    piet fraterna,  oltre e sopra la legge, per l'uomo nato a soffrire, a
    errare.
    Ottenuta dal questore la promessa che la  traduzione  in  carcere  non
    sarebbe avvenuta se non dopo il consenso del medico,  egli e il dottor
    Vocalpulo si recarono insieme alla casa del Corsi.
    In pochi giorni Adriana si era cangiata cos, che non pareva pi lei.
    - Eccole, signora, il nostro caro avvocato,  - le disse il Vocalpulo.
    -  Sar  meglio  preparare  a  poco  a poco il convalescente alla dura
    necessit...
    - E come,  dottore?  - esclam Adriana.  - Pare che egli non ne  abbia
    ancora  il pi lontano sospetto.  E' come un fanciullo...  si commuove
    per ogni nonnulla...  Giusto questa mattina mi diceva che,  appena  in
    grado di muoversi,  vuole andare in campagna,  in villeggiatura per un
    mese...
    Il Vocalpulo sospir,  stirandosi al solito il naso.  Stette un po' a
    pensare, poi disse:
    -   Aspettiamo  qualche  altro  giorno.   Intanto  facciamogli  vedere
    l'avvocato. Non  possibile che il pensiero della punizione non gli si
    affacci.
    - E lei crede, avvocato, - domand Adriana, - crede che sar grave?
    Il Cimetta chiuse gli occhi, apr le braccia.  Gli occhi di Adriana si
    riempirono di lagrime.
    Giunse,  in  quella,  dall'altra  stanza la voce dell'infermo.  Subito
    Adriana accorse.
    - Mi permettano!
    Tommaso le tendeva le braccia dal letto.  Ma appena le vide gli  occhi
    rossi  di pianto,  le prese un braccio e,  nascondendovi il volto,  le
    disse:
    - Ancora, dunque? non mi perdoni ancora?
    Adriana strinse le labbra tremanti, mentre nuove lagrime le sgorgavano
    dagli occhi; e non trov in prima la voce per rispondergli.
    - No? - insistette egli, senza scoprire il volto.
    - Io s, - gli rispose Adriana, angosciata, timidamente.
    - E allora? - ripigli il Corsi, guardandola negli occhi lagrimosi.
    Le prese il volto tra le mani, e aggiunse:
    - Lo comprendi, lo senti,  vero? che tu mai, mai, nel mio cuore,  nel
    mio  pensiero,  non sei venuta mai meno,  tu santa mia,  amore,  amore
    mio...
    Adriana gli carezz lievemente i capelli.
    - E' stata un'infamia! - riprese egli. - S,  bene,   bene che te lo
    dica,  per togliere ogni nube fra noi. Un'infamia sorprendermi in quel
    momento vergognoso,  di stupido ozio...  Tu lo comprendi,  se  mi  hai
    perdonato!  Stupido  fallo,  che  quel  disgraziato  ha voluto rendere
    enorme,  tentando  d'uccidermi,  capisci?  due  volte...  Uccider  me,
    proprio  me,  che  dovevo  per  forza  difendermi...  perch...  tu lo
    comprendi! non potevo lasciarmi uccidere per quella l,  vero?
    - Si, s, - diceva Adriana, piangendo, per calmarlo, pi col cenno che
    con la voce.
    - E' vero? - seguit egli con forza. - Non potevo...  per voi!  Glielo
    dissi,  ma  egli  era come impazzito,  tutt'a un tratto;  m'era venuto
    sopra, con l'arma in pugno... E allora io, per forza...
    - S, s, - ripet Adriana,  ringojando le lagrime.  - Clmati,  s...
    Queste cose...
    S'interruppe,  vedendo il marito abbandonarsi sfinito sui guanciali, e
    chiam forte:
    - Dottore!  Queste cose,  - seguit alzandosi e chinandosi sul  letto,
    premurosa, - tu le dirai... le dirai ai giudici, e vedrai che...
    Tommaso  Corsi si rizz improvvisamente su un gomito e guard fisso il
    dottore e il Cimetta che gli si facevano incontro.
    - Ma io, - disse, - eh gi... il processo...
    Allivid. Ricadde sul letto, annichilito.
    -  Formalit...  -  si  lasci  cadere  dalle  labbra  il  Vocalpulo,
    accostandosi di pi al letto.
    - E quale altra punizione, - fece il Corsi, quasi tra s, guardando il
    soffitto  con gli occhi sbarrati,  - quale altra punizione maggiore di
    quella che mi son data io, con le mie mani?
    Il Cimetta trasse una mano dalla  tasca  e  agit  l'indice  in  segno
    negativo.
    -  Non  conta?  -  domand  il  Corsi.  -  E  allora?...  - si prov a
    replicare; ma si riprese: - Eh gi! S, s... Ci credi?  Mi pareva che
    tutto  fosse  finito...  Adriana!  -  chiam,  e  le butt di nuovo le
    braccia al collo. - Adriana! Sono perduto!
    Il Cimetta, commosso, tentenn a lungo il capo, poi sbuff:
    -  E  perch?  per  una  minchioneria  di  passata.   Sar  difficile,
    difficilissimo,   caro  dottore,   farne  capace  quella  rispettabile
    istituzione che si chiama giuria. Non tanto,  vedete,  per il fatto in
    s,  quanto  perch  si  tratta d'un sostituto procuratore del re.  Se
    fosse almeno  possibile  dimostrare  che  delle  corna  precedenti  il
    poveretto s'era gi accorto!  Ma i mezzi? Un morto non si pu chiamare
    a giurare su la sua parola d'onore... L'onore dei morti se lo mangiano
    i vermi.  Che valore pu avere l'induzione contro la prova  di  fatto?
    Del  resto,  siamo  giusti:  su la propria testa ciascuno  padrone di
    accoglier quelle corna che  gli  garbano.  Le  tue,  caro  Tommaso,  
    chiaro,  non le volle. Tu dici: Ma potevo lasciarmi uccidere da lui?
    No.  Ma se volevi rispettato questo diritto di non aver tolta la vita,
    non  dovevi  andare a prendergli la moglie,  quella bertuccia vestita!
    Cos facendo,  - bada,  io vedo adesso le ragioni  dell'accusa,  -  tu
    stesso hai derogato al tuo diritto,  ti sei esposto al rischio,  e non
    dovevi perci reagire. Capisci? Due falli. Del primo,  dell'adulterio,
    dovevi lasciarti punire da lui,  dal marito offeso;  e tu invece l'hai
    ucciso...
    - Per  forza!  -  grid  il  Corsi,  levando  il  volto  rabbiosamente
    contratto. - Istintivamente! per non farmi uccidere!
    -  Ma  subito  dopo,  invece,  -  rimbecc Il Cimetta - hai tentato di
    ucciderti con le tue mani.
    - E non deve bastare?
    Cimetta sorrise.
    - Non pu bastare.  E' anzi a tuo danno,  caro mio!  Perch,  tentando
    d'ucciderti, hai implicitamente riconosciuto il tuo fallo.
    - S! E mi sono punito!
    -  No,  caro,  - disse con calma il Cimetta - hai tentato di sottrarti
    alla pena.
    - Ma togliendomi la vita!  - esclam,  infiammato,  il  Corsi.  -  Che
    potevo fare di pi?
    Il Cimetta si strinse nelle spalle, e disse:
    - Avresti dovuto morire. Non essendo morto...
    -  Ma  sarei  morto,  -  riprese  il  Corsi,  allontanando la moglie e
    additando fieramente il dottor Vocalpulo,  - sarei morto,  se lui non
    avesse fatto di tutto per salvarmi!
    - Come... io? - balbett il Vocalpulo, tirato in ballo quando meno se
    l'aspettava.
    - Voi!  S.  Per forza!  Io non volevo le vostre cure. Per forza avete
    voluto prodigarmele, ridarmi la vita. E perch, dunque, se ora...
    -  Con  calma,  con  calma...   -  disse  il  Vocalpulo,   sorridendo
    nervosamente a fior di labbra,  costernato. - Vi fate male, agitandovi
    cos...
    - Grazie,  dottore!  Quanta premura...  - sghign il Corsi.  - Vi  sta
    tanto a cuore l'avermi salvato?  Ma senti,  Cimetta,  senti! Io voglio
    ragionare. M'ero ucciso. Viene un dottore, codesto nostro dottore.  Mi
    salva.  Con  qual  diritto mi salva?  con qual diritto mi rid la vita
    ch'io m'ero tolta, se non poteva farmi rivivere per le mie creaturine,
    se sapeva ci che m'aspettava?
    Il Vocalpulo torn a sorridere nervosamente, intorbidandosi in volto.
    - Dopo tutto, - disse, -  un bel modo di ringraziarmi,  codesto.  Che
    dovevo fare?
    -  Ma  lasciarmi  morire!  -  proruppe  il Corsi,  - se non avevate il
    diritto di sottrarmi alla pena ch'io m'ero data,  molto  maggiore  del
    mio fallo!  Non c' pi pena di morte; e io sarei morto, senza di voi.
    Ora come faccio io? Di che debbo ringraziarvi?
    - Ma noi medici, scusate, - rispose,  smarrito,  il Vocalpulo,  - noi
    medici  non  abbiamo  di  questi diritti: noi medici abbiamo il dovere
    della nostra professione. E me n'appello all'avvocato qua presente.
    - E in che differisce, allora, - domand con amaro scherno il Corsi, -
    codesto vostro dovere da quello d'un aguzzino?
    - Oh insomma! - esclam, scrollandosi tutto, il Vocalpulo, - vorreste
    che un medico passasse sopra la legge?
    - Ah, bene!  - Voi dunque la legge avete servito,  - riprese il Corsi,
    con foga rabbiosa.  - La legge;  non me,  poveretto... Mi ero tolta la
    vita;  voi me l'avete ridata a forza.  Tre,  quattro volte  tentai  di
    strapparmi  le  fasce.  Voi  avete  fatto  di tutto per salvarmi,  per
    ridarmi la vita.  E perch?  Perch la legge,  ora,  di  nuovo  me  la
    ritolga,  e  in un modo pi crudele.  Ecco: a questo,  dottore,  vi ha
    condotto il dovere della vostra professione. E non  un'ingiustizia?
    - Ma, scusa, - si prov a interloquire il Cimetta,  - del male che hai
    fatto...
    -  Mi sono lavato,  col mio sangue!  - comp subito la frase il Corsi,
    tutto acceso e vibrante. - Io sono un altro, ora! Io sono rinato! Come
    posso restar sospeso a un solo momento di quell'altra mia vita che non
    esiste pi per me?  sospeso,  agganciato a quel momento,  come se esso
    rappresentasse  tutta  la  mia  esistenza,  come  se  io non fossi mai
    vissuto per altro? E la mia famiglia? mia moglie? i miei figli,  a cui
    devo dare il pane,  la riuscita? Ma come! come! Che volete di pi? Non
    avete voluto che morissi... E allora perch? Per vendetta?  Contro uno
    che s'era ucciso...
    - Ma che pure ha ucciso! - ribatt forte il Cimetta.
    - Trascinato!  - rispose,  il Corsi. - E il rimorso di quel momento io
    me lo son tolto;  in un'ora,  io scontai il mio fallo;  in un'ora  che
    poteva  esser  lunga  quanto  l'eternit.  Ora  non  ho  pi  nulla da
    scontare,  io!  Questa  un'altra vita per me,  che m' stata  ridata.
    Debbo  rimettermi  a  vivere  per la mia famiglia,  debbo rimettermi a
    lavorare per i miei figliuoli.  M'avete ridato la vita per mandarmi in
    galera?  E non  un atroce delitto,  questo? E che giustizia pu esser
    quella che punisce a freddo un uomo ormai privo di rimorsi? come star
    io in un reclusorio a scontare  un  delitto  che  non  ho  pensato  di
    commettere,  che  non  avrei  mai  commesso,  se  non  vi  fossi stato
    trascinato;  mentre,  meditatamente,   ora,   a  freddo,   coloro  che
    approfitteranno della vostra scienza,  dottore,  la quale mi ha tenuto
    per forza in vita solo per farmi condannare,  commetteranno il delitto
    pi  atroce,  quello  di farmi abbrutire in un ozio infame,  e di fare
    abbrutire nei vizii della miseria e dell'ignominia  i  miei  figliuoli
    innocenti? Con quale diritto?
    Si  rizz  sul  busto,  sospinto da una rabbia che il sentimento della
    propria impotenza rendeva feroce: cacci un urlo e  s'afferr  con  le
    dita artigliate la faccia e se la stracci; poi si rivers bocconi sul
    letto,  convulso; tent di scoppiare in singhiozzi, ma non pot. Nella
    vanit di quello sforzo tremendo,  rimase un tratto stordito,  come in
    un  vuoto strano,  in un attonimento spaventevole.  Divent cadaverico
    nel volto segnato dallo strappo recente delle dita.
    Adriana spaventata, accorse; gli sollev prima il capo,  poi,  ajutata
    dal Cimetta,  si prov a rialzarlo,  ma ritrasse subito le mani con un
    grido di ribrezzo e di terrore: la camicia,  sul petto,  era zuppa  di
    sangue.
    - Dottore! Dottore!
    - Gli s' riaperta la ferita! - esclam il Cimetta.
    Il dottor Vocalpulo sbarr gli occhi, impallid, allibito.
    - La ferita?
    E,  istintivamente,  s'appress al letto.  Ma il Corsi lo arrest d'un
    subito, con gli occhi invetrati.
    - Ha ragione, - disse allora il dottore, lasciandosi cader le braccia.
    - Hanno sentito? Io non posso, non debbo...


    IL TRENO HA FISCHIATO...
    Prima edizione: Milano 1915.


    Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici;  e
    lo  ripetevano  tutti i compagni d'ufficio,  che ritornavano a due,  a
    tre, dall'ospizio, ov'erano stati a visitarlo.
    Pareva provassero un gusto particolare a darne l'annunzio coi  termini
    scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario
    che incontravano per via:
    - Frenesia, frenesia.
    - Encefalite.
    - Infiammazione della membrana.
    - Febbre cerebrale.
    E  volevan sembrare afflitti;  ma erano in fondo cos contenti,  anche
    per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute,  usciti da quel
    triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale.
    - Morr? Impazzir?
    - Mah!
    - Morire, pare di no...
    - Ma che dice? che dice?
    - Sempre la stessa cosa. Farnetica...
    - Povero Belluca!
    E a nessuno passava per il capo che,  date le specialissime condizioni
    in cui quell'infelice viveva da tant'anni,  il suo caso  poteva  anche
    essere naturalissimo;  e che tutto ci che Belluca diceva e che pareva
    a tutti delirio,  sintomo  della  frenesia,  poteva  anche  essere  la
    spiegazione pi semplice di quel suo naturalissimo caso.

    Veramente,  il  fatto  che Belluca,  la sera avanti,  s'era fieramente
    ribellato al suo capo-ufficio,  e che poi,  all'aspra  riprensione  di
    questo,  per  poco  non  gli  s'era  scagliato addosso,  dava un serio
    argomento alla supposizione che si  trattasse  d'una  vera  e  propria
    alienazione mentale.
    Perch  uomo  pi  mansueto  e sottomesso,  pi metodico e paziente di
    Belluca non si sarebbe potuto immaginare.
    "Circoscritto"... s, chi l'aveva definito cos? Uno dei suoi compagni
    d'ufficio. Circoscritto,  povero Belluca,  entro i limiti angustissimi
    della  sua  arida  mansione di computista,  senz'altra memoria che non
    fosse di partite aperte,  di partite semplici o doppie o di storno,  e
    di  defalchi  e  prelevamenti  e  impostazioni;   note,   librimastri,
    partitarii,  stracciafogli e  via  dicendo.  Casellario  ambulante;  o
    piuttosto,  vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d'un passo,
    sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.
    Orbene,   cento  volte  questo  vecchio  somaro  era  stato  frustato,
    fustigato senza piet,  cos per ridere,  per il gusto di vedere se si
    riusciva a farlo imbizzire un po',  a fargli almeno drizzare un po' le
    orecchie abbattute,  se non a dar segno che volesse levar un piede per
    sparar qualche calcio.  Niente!  S'era prese le frustate ingiuste e le
    crudeli punture in santa pace,  sempre,  senza neppur fiatare, come se
    gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse pi, avvezzo com'era
    da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.
    Inconcepibile,  dunque,  veramente,  quella ribellione in lui,  se non
    come effetto d'una improvvisa alienazione mentale.
    Tanto  pi  che,  la sera avanti,  proprio gli toccava la riprensione;
    proprio aveva il diritto di  fargliela,  il  capo-ufficio.  Gi  s'era
    presentato,  la  mattina,  con  un'aria  insolita,  nuova;  e  -  cosa
    veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d'una montagna - era
    venuto con pi di mezz'ora di ritardo.
    Pareva che il viso, tutt'a un tratto,  gli si fosse allargato.  Pareva
    che  i  paraocchi gli fossero tutt'a un tratto caduti,  e gli si fosse
    scoperto,  spalancato d'improvviso  all'intorno  lo  spettacolo  della
    vita. Pareva che gli orecchi tutt'a un tratto gli si fossero sturati e
    percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.
    Cos  ilare,  di  una  ilarit  vaga  e  piena  di stordimento,  s'era
    presentato all'ufficio.  E,  tutto  il  giorno,  non  aveva  combinato
    niente.
    La sera,  il capo-ufficio,  entrando nella stanza di lui,  esaminati i
    registri, le carte:
    - E come mai? Che hai combinato tutt'oggi?
    Belluca lo aveva guardato sorridente,  quasi con un'aria  d'impudenza,
    aprendo le mani.
    -   Che   significa?   -   aveva  allora  esclamato  il  capo-ufficio,
    accostandoglisi,  e prendendolo per una spalla e scrollandolo.  - Oh,
    Belluca!
    -  Niente,  -  aveva  risposto  Belluca,  sempre  con quel sorriso tra
    d'impudenza  e  d'imbecillit  su  le  labbra.  -  Il  treno,   signor
    Cavaliere.
    - Il treno? Che treno?
    - Ha fischiato.
    - Ma che diavolo dici?
    - Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L'ho sentito fischiare...
    - Il treno?
    - Sissignore.  E se sapesse dove sono arrivato!  In Siberia...  oppure
    oppure...  nelle foreste del Congo...  Si  fa  in  un  attimo,  signor
    Cavaliere!
    Gli altri impiegati,  alle grida del capo-ufficio imbestialito,  erano
    entrati nella stanza e,  sentendo parlare cos Belluca,  gi risate da
    pazzi.
    Allora  il  capo-ufficio - che quella sera doveva essere di malumore -
    urtato da quelle risate,  era  montato  su  tutte  le  furie  e  aveva
    malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli.
    Se non che,  questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore
    di tutti,  s'era ribellata,  aveva  inveito,  gridando  sempre  quella
    stramberia del treno che aveva fischiato,  e che, perdio, ora non pi,
    ora ch'egli aveva sentito fischiare il  treno,  non  poteva  pi,  non
    voleva pi esser trattato a quel modo.
    Lo avevano a viva forza preso,  imbracato e trascinato all'ospizio dei
    matti.

    Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio.
    Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano,  nella notte;  accorato.
    E, subito dopo, soggiungeva:
    - Si parte, si parte... Signori, per dove? per dove?
    E guardava tutti con occhi che non erano pi i suoi.  Quegli occhi, di
    solito cupi, senza lustro,  aggrottati,  ora gli ridevano lucidissimi,
    come  quelli d'un bambino o d'un uomo felice;  e frasi senza costrutto
    gli  uscivano  dalle  labbra.  Cose  inaudite;  espressioni  poetiche,
    immaginose,  bislacche,  che  tanto  pi  stupivano,  in quanto non si
    poteva in alcun modo spiegare come,  per qual prodigio,  fiorissero in
    bocca a lui,  cio a uno che finora non s'era mai occupato d'altro che
    di cifre e registri e cataloghi,  rimanendo come cieco  e  sordo  alla
    vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di "azzurre fronti" di
    montagne  nevose,  levate  al  cielo;  parlava di viscidi cetacei che,
    voluminosi,  sul fondo dei mari,  con la coda  "facevan  la  virgola".
    Cose, ripeto, inaudite.
    Chi  venne  a  riferirmele  insieme  con  la  notizia  dell'improvvisa
    alienazione mentale rimase per sconcertato,  non notando in  me,  non
    che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa.
    Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
    E  il  mio  silenzio era pieno di dolore.  Tentennai il capo,  con gli
    angoli della bocca contratti in gi, amaramente, e dissi:
    - Belluca, signori, non  impazzito. State sicuri che non  impazzito.
    Qualche cosa dev'essergli accaduta;  ma naturalissima.  Nessuno se  la
    pu  spiegare,  perch  nessuno  sa  bene  come  quest'uomo ha vissuto
    finora.   Io  che  lo  so,   son  sicuro  che   mi   spiegher   tutto
    naturalissimamente, appena l'avr veduto e avr parlato con lui.

    Cammin  facendo  verso l'ospizio ove il poverino era stato ricoverato,
    seguitai a riflettere per conto mio:
    A un uomo che viva come Belluca finora  ha  vissuto,  cio  una  vita
    'impossibile', la cosa pi ovvia, l'incidente pi comune, un qualunque
    lievissimo  inciampo  impreveduto,  che so io,  d'un ciottolo per via,
    possono produrre effetti straordinarii,  di cui nessuno si pu dar  la
    spiegazione,  se  non  pensa  appunto  che  la  vita  di  quell'uomo 
    'impossibile'.  Bisogna condurre la spiegazione l,  riattaccandola  a
    quelle  condizioni  di  vita  impossibili,  ed  essa  apparir  allora
    semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda,  facendo astrazione dal
    mostro a cui essa appartiene,  potr stimarla per se stessa mostruosa.
    Bisogner riattaccarla al mostro;  e allora non sembrer pi tale;  ma
    quale dev'essere, appartenendo a quel mostro.
    Una coda naturalissima.

    Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.
    Ero  suo  vicino  di  casa,  e  non  io  soltanto,  ma tutti gli altri
    inquilini della casa si domandavano con me come mai quell'uomo potesse
    resistere in quelle condizioni di vita.
    Aveva con s tre cieche,  la moglie,  la suocera e  la  sorella  della
    suocera: queste due,  vecchissime,  per cataratta; l'altra, la moglie,
    senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate.
    Tutt'e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera
    perch nessuno le serviva.  Le due figliuole vedove,  raccolte in casa
    dopo  la  morte  dei  mariti,  l'una  con  quattro,  l'altra  con  tre
    figliuoli,  non avevano mai n tempo n voglia da badare ad  esse;  se
    mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto.
    Con  lo  scarso  provento  del  suo  impieguccio  di computista poteva
    Belluca dar da mangiar a  tutte  quelle  bocche?  Si  procurava  altro
    lavoro per la sera,  in casa: carte da ricopiare.  E ricopiava tra gli
    strilli indiavolati di quelle cinque donne e  di  quei  sette  ragazzi
    finch  essi,  tutt'e  dodici,  non  trovavan posto nei tre soli letti
    della casa.
    Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
    Zuffe furibonde,  inseguimenti,  mobili rovesciati,  stoviglie  rotte,
    pianti,  urli, tonfi, perch qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e
    andava a cacciarsi fra le tre vecchie  cieche,  che  dormivano  in  un
    letto a parte,  e che ogni sera litigavano anch'esse tra loro,  perch
    nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava  quando  veniva
    la sua volta.
    Alla fine,  si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a
    tarda notte,  finch la penna non gli cadeva di mano e gli  occhi  non
    gli si chiudevano da s.
    Andava   allora   a  buttarsi,   spesso  vestito,   su  un  divanaccio
    sgangherato,  e subito sprofondava in un sonno di piombo,  da cui ogni
    mattina si levava a stento, pi intontito che mai.

    Ebbene,  signori:  a  Belluca,  in queste condizioni,  era accaduto un
    fatto naturalissimo.
    Quando andai a trovarlo all'ospizio,  me lo raccont lui  stesso,  per
    filo   e   per   segno.   Era,   s,   ancora  esaltato  un  po',   ma
    "naturalissimamente", per ci che gli era accaduto.  Rideva dei medici
    e  degli  infermieri  e  di  tutti  i suoi colleghi,  che lo credevano
    impazzito.
    - Magari! - diceva. - Magari!
    Signori, Belluca, s'era dimenticato da tanti e tanti anni - ma proprio
    dimenticato - che il mondo esisteva.
    Assorto nel continuo tormento  di  quella  sua  sciagurata  esistenza,
    assorto  tutto  il  giorno  nei  conti  del suo ufficio,  senza mai un
    momento di respiro,  come una bestia,  bendata,  aggiogata alla stanga
    d'una  nria  o d'un molino,  sissignori,  s'era dimenticato da anni e
    anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva.
    Due sere avanti,  buttandosi a dormire stremato  su  quel  divanaccio,
    forse per l'eccessiva stanchezza,  insolitamente, non gli era riuscito
    d'addormentarsi subito. E,  d'improvviso,  nel silenzio profondo della
    notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
    Gli  era  parso  che  gli  orecchi,   dopo  tant'anni,  chi  sa  come,
    d'improvviso gli si fossero sturati.
    Il fischio di quel treno gli  aveva  squarciato  e  portato  via  d'un
    tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un
    sepolcro  scoperchiato  s'era  ritrovato a spaziare anelante nel vuoto
    arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt'intorno.
    S'era tenuto istintivamente alle coperte  che  ogni  sera  si  buttava
    addosso,   ed   era  corso  col  pensiero  dietro  a  quel  treno  che
    s'allontanava nella notte.
    C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda,  fuori di tutti i suoi
    tormenti, c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno
    s'avviava...  Firenze, Bologna, Torino, Venezia... tante citt, in cui
    egli da giovine era  stato  e  che  ancora,  certo,  in  quella  notte
    sfavillavano di luci sulla terra. S, sapeva la vita che vi si viveva!
    La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui!  E seguitava,  quella
    vita; aveva sempre seguitato, mentr'egli qua, come una bestia bendata,
    girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato pi!  Il mondo s'era
    chiuso  per  lui,  nel  tormento  della sua casa,  nell'arida,  ispida
    angustia della sua computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava,  come
    per travaso violento,  nello spirito.  L'attimo, che scoccava per lui,
    qua,  in questa sua prigione,  scorreva come un brivido elettrico  per
    tutto  il  mondo,  e  lui con l'immaginazione d'improvviso risvegliata
    poteva,  ecco,  poteva  seguirlo  per  citt  note  e  ignote,  lande,
    montagne,  foreste,  mari...  Questo  stesso  brivido,  questo  stesso
    palpito  del  tempo.  C'erano,   mentr'egli  qua  viveva  questa  vita
    impossibile,  tanti  e  tanti  milioni  d'uomini  sparsi su tutta la
    terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua
    soffriva,  c'erano le montagne solitarie nevose che levavano al  cielo
    notturno le azzurre fronti...  S,  s,  le vedeva,  le vedeva cos...
    c'erano gli oceani... le foreste...
    E dunque,  lui - ora che il mondo gli era rientrato  nello  spirito  -
    poteva  in qualche modo consolarsi!  S,  levandosi ogni tanto dal suo
    tormento,  per prendere con l'immaginazione  una  boccata  d'aria  nel
    mondo.
    Gli bastava!
    Naturalmente,  il primo giorno, aveva ecceduto. S'era ubriacato. Tutto
    il mondo, dentro d'un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe
    ricomposto. Era ancora ebro della troppa aria, lo sentiva.
    Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo-
    ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria.  Soltanto,
    il  capo-ufficio  ormai non doveva pretender troppo da lui come per il
    passato: doveva concedergli che di tanto in tanto,  tra una partita  e
    l'altra da registrare,  egli facesse una capatina,  s,  in Siberia...
    oppure oppure... nelle foreste del Congo:
    - Si fa in un attimo,  signor Cavaliere  mio.  Ora  che  il  treno  ha
    fischiato...


    LA CARRIOLA.
    Prima edizione: Milano 1917.


    Quand'ho qualcuno attorno,  non la guardo mai;  ma sento che mi guarda
    lei,  mi guarda,  mi guarda  senza  staccarmi  un  momento  gli  occhi
    d'addosso.
    Vorrei  farle  intendere,  a quattr'occhi,  che non  nulla;  che stia
    tranquilla;  che non potevo permettermi con altri questo  breve  atto,
    che per lei non ha alcuna importanza e per me  tutto.  Lo compio ogni
    giorno al momento  opportuno,  nel  massimo  segreto,  con  spaventosa
    gioja,   perch  vi  assaporo,  tremando,  la  volutt  d'una  divina,
    cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
    Dovevo essere sicuro  (e  la  sicurezza  mi  parve  di  poterla  avere
    solamente con lei) che questo mio atto non fosse scoperto. Giacch, se
    scoperto,  il  danno  che  ne verrebbe,  e non soltanto a me,  sarebbe
    incalcolabile.  Sarei un uomo  finito.  Forse  m'acchiapperebbero,  mi
    legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
    Il terrore da cui sarebbero presi,  se questo mio atto fosse scoperto,
    ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.
    Sono affidati a me la vita,  l'onore,  la libert,  gli averi di gente
    innumerevole  che  m'assedia  dalla mattina alla sera per avere la mia
    opera, il mio consiglio,  la mia assistenza;  d'altri doveri altissimi
    sono  gravato,  pubblici e privati: ho moglie e figli,  che spesso non
    sanno essere come dovrebbero,  e  che  perci  hanno  bisogno  d'esser
    tenuti  a  freno  di continuo dalla mia autorit severa,  dall'esempio
    costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a  tutti  i
    miei  obblighi,  uno  pi serio dell'altro,  di marito,  di padre,  di
    cittadino, di professore di diritto, d'avvocato. Guaj,  dunque,  se il
    mio segreto si scoprisse!
    La mia vittima non pu parlare,   vero.  Tuttavia, da qualche giorno,
    non mi sento pi sicuro. Sono costernato e inquieto. Perch, se  vero
    che non pu parlare,  mi guarda,  mi guarda con tali occhi e in questi
    occhi  cos chiaro il terrore,  che temo qualcuno possa da un momento
    all'altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
    Sarei,  ripeto,  un uomo finito.  Il valore dell'atto ch'io compio pu
    essere  stimato  e  apprezzato solamente da quei pochissimi,  a cui la
    vita si sia rivelata come d'un tratto s' rivelata a me.
    Dirlo e farlo intendere, non  facile. Mi prover.

    Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia,  ove mi ero recato per
    affari della mia professione.
    Uno  degli  obblighi  miei  pi  gravi    quello  di non avvertire la
    stanchezza che m'opprime, il peso enorme di tutti i doveri che mi sono
    e mi hanno imposto,  e di non indulgere minimamente al bisogno  di  un
    po'  di  distrazione,  che  la  mia mente affaticata di tanto in tanto
    reclama.  L'unica che mi possa concedere,  quando mi vince  troppo  la
    stanchezza per una briga a cui attendo da tempo,   quella di volgermi
    a un'altra nuova.
    M'ero perci portate in treno,  nella busta  di  cuojo,  alcune  carte
    nuove  da  studiare.  A una prima difficolt incontrata nella lettura,
    avevo alzato gli occhi e li avevo  volti  verso  il  finestrino  della
    vettura.  Guardavo  fuori,  ma  non  vedevo  nulla,  assorto in quella
    difficolt.
    Veramente non potrei dire che non vedessi nulla.  Gli occhi  vedevano;
    vedevano  e forse godevano per conto loro della grazia e della soavit
    della campagna umbra. Ma io, certo,  non prestavo attenzione a ci che
    gli occhi vedevano.
    Se  non  che,  a poco a poco,  cominci ad allentarsi in me quella che
    prestavo  alla  difficolt  che  m'occupava,  senza  che  per  questo,
    intanto,  mi s'avvistasse di pi lo spettacolo della campagna, che pur
    mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.
    Non pensavo a ci che vedevo e non pensai pi a nulla: restai,  per un
    tempo  incalcolabile,  come  in una sospensione vaga e strana,  ma pur
    chiara e placida.  Ariosa.  Lo spirito mi  s'era  quasi  alienato  dai
    sensi,  in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come,
    con una delizia che non  gli  pareva  sua,  il  brulicho  d'una  vita
    diversa,  non sua,  ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora,
    ma l, in quell'infinita lontananza; d'una vita remota,  che forse era
    stata  sua,  non sapeva come n quando;  di cui gli alitava il ricordo
    indistinto non d'atti,  non d'aspetti,  ma quasi  di  desiderii  prima
    svaniti che sorti;  con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur
    dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il
    brulicho, insomma, di una vita che era da vivere, l lontano lontano,
    donde accennava con palpiti e guizzi di luce;  e non era  nata;  nella
    quale esso, lo spirito, allora s, ah, tutto intero e pieno si sarebbe
    ritrovato;  anche  per  soffrire,  non  per  godere  soltanto,  ma  di
    sofferenze veramente sue.
    Gli occhi a poco a poco mi si chiusero,  senza che me n'accorgessi,  e
    forse  seguitai  nel  sonno  il sogno di quella vita che non era nata.
    Dico forse, perch, quando mi destai, tutto indolenzito e con la bocca
    amara, acre e arida, gi prossimo all'arrivo,  mi ritrovai d'un tratto
    in  tutt'altro  animo,  con  un  senso d'atroce afa della vita,  in un
    tetro,  plumbeo attonimento,  nel quale gli  aspetti  delle  cose  pi
    consuete  m'apparvero  come votati di ogni senso,  eppure,  per i miei
    occhi, d'una gravezza crudele, insopportabile.
    Con quest'animo scesi alla stazione,  montai sulla mia automobile  che
    m'attendeva all'uscita, e m'avviai per ritornare a casa.

    Ebbene,  fu  nella  scala della mia casa;  fu sul pianerottolo innanzi
    alla mia porta.
    Io vidi a un tratto,  innanzi a quella porta scura,  color di  bronzo,
    con la targa ovale,  d'ottone,  su cui  inciso il mio nome, preceduto
    dai  miei  titoli  e  seguito  da'  miei   attributi   scientifici   e
    professionali,  vidi  a un tratto,  come da fuori,  me stesso e la mia
    vita, ma per non riconoscermi e per non riconoscerla come mia.
    Spaventosamente d'un tratto mi s'impose la certezza,  che  l'uomo  che
    stava davanti a quella porta,  con la busta di cuojo sotto il braccio,
    l'uomo che abitava l in quella casa,  non ero io,  non ero stato  mai
    io.  Conobbi  d'un tratto d'essere stato sempre come assente da quella
    casa, dalla vita di quell'uomo, non solo,  ma veramente e propriamente
    da ogni vita.  Io non avevo mai vissuto; non ero mai stato nella vita;
    in una vita,  intendo,  che potessi riconoscer mia,  da  me  voluta  e
    sentita  come  mia.  Anche il mio stesso corpo,  la mia figura,  quale
    adesso improvvisamente m'appariva,  cos vestita,  cos messa  s,  mi
    parve  estranea  a me;  come se altri me l'avesse imposta e combinata,
    quella figura,  per farmi muovere in  una  vita  non  mia,  per  farmi
    compiere  in  quella  vita,  da cui ero stato sempre assente,  atti di
    presenza, nei quali ora,  improvvisamente,  il mio spirito s'accorgeva
    di  non  essersi  mai  trovato,  mai,  mai!  Chi  lo aveva fatto cos,
    quell'uomo che figurava me?  chi lo aveva voluto  cos?  chi  cos  lo
    vestiva  e lo calzava?  chi lo faceva muovere e parlare cos?  chi gli
    aveva imposto tutti quei doveri uno pi gravoso e  odioso  dell'altro?
    Commendatore,  professore,  avvocato,  quell'uomo che tutti cercavano,
    che tutti rispettavano e ammiravano, di cui tutti volevan l'opera,  il
    consiglio,  l'assistenza, che tutti si disputavano senza mai dargli un
    momento di requie, un momento di respiro - ero io?  io?  propriamente?
    ma quando mai?  E che m'importava di tutte le brighe in cui quell'uomo
    stava affogato dalla mattina alla sera; di tutto il rispetto, di tutta
    la considerazione di cui godeva, commendatore, professore, avvocato, e
    della ricchezza e  degli  onori  che  gli  erano  venuti  dall'assiduo
    scrupoloso adempimento di tutti quei doveri,  dell'esercizio della sua
    professione?
    Ed erano l, dietro quella porta che recava su la targa ovale d'ottone
    il mio nome, erano l una donna e quattro ragazzi,  che vedevano tutti
    i  giorni  con  un  fastidio ch'era il mio stesso,  ma che in loro non
    potevo tollerare,  quell'uomo insoffribile che dovevo esser io,  e nel
    quale io ora vedevo un estraneo a me,  un nemico.  Mia moglie?  i miei
    figli? Ma se non ero stato mai io, veramente,  se veramente non ero io
    (e  lo  sentivo  con  spaventosa certezza) quell'uomo insoffribile che
    stava davanti alla porta; di chi era moglie quella donna, di chi erano
    figli quei quattro ragazzi? Miei, no! Di quell'uomo, di quell'uomo che
    il mio spirito, in quel momento, se avesse avuto un corpo, il suo vero
    corpo,  la sua  vera  figura,  avrebbe  preso  a  calci  o  afferrato,
    dilacerato, distrutto, insieme con tutte quelle brighe, con tutti quei
    doveri  e  gli onori e il rispetto e la ricchezza,  e anche la moglie,
    s, fors'anche la moglie...
    Ma i ragazzi?
    Mi portai le mani alle tempie forte.
    No.  Non li sentii miei.  Ma attraverso un sentimento strano,  penoso,
    angoscioso,  di loro, quali essi erano fuori di me, quali me li vedevo
    ogni giorno davanti,  che avevano bisogno di me,  delle mie cure,  del
    mio  consiglio,  del  mio  lavoro;  attraverso questo sentimento e col
    senso d'atroce afa  col  quale  m'ero  destato  in  treno,  mi  sentii
    rientrare in quell'uomo insoffribile che stava davanti alla porta.
    Trassi  di  tasca il chiavino;  aprii quella porta e rientrai anche in
    quella casa e nella vita di prima.

    Ora la mia tragedia  questa. Dico mia, ma chi sa di quanti!
    Chi vive,  quando vive,  non si vede: vive...  Se uno  pu  vedere  la
    propria  vita,   segno che non la vive pi: la subisce,  la trascina.
    Come una cosa morta, la trascina. Perch ogni forma  una morte.
    Pochissimi lo sanno;  i pi,  quasi tutti,  lottano,  s'affannano  per
    farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala,
    credono d'aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire.
    Non  lo sanno,  perch non si vedono;  perch non riescono a staccarsi
    pi da quella forma moribonda che hanno raggiunta;  non  si  conoscono
    per  morti e credono d'esser vivi.  Solo si conosce chi riesca a veder
    la forma che si  data o che gli altri gli hanno data,  la fortuna,  i
    casi,  le  condizioni in cui ciascuno  nato.  Ma se possiamo vederla,
    questa forma,   segno che la nostra vita non  pi in essa: perch se
    fosse,  noi non la vedremmo: la vivremmo, questa forma, senza vederla,
    e morremmo ogni giorno di pi in essa,  che  gi per  s  una  morte,
    senza conoscerla.  Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ci che
    di noi  morto. Conoscersi  morire.
    Il mio caso  anche peggiore. Io vedo non ci che di me  morto;  vedo
    che non sono mai stato vivo,  vedo la forma che gli altri,  non io, mi
    hanno data,  e sento che in questa forma la mia  vita,  una  mia  vera
    vita,  non  c' stata mai.  Mi hanno preso come una materia qualunque,
    hanno preso un cervello, un'anima, muscoli, nervi,  carne,  e li hanno
    impastati  e  foggiati  a  piacer  loro,  perch compissero un lavoro,
    facessero atti,  obbedissero a obblighi,  in cui io mi cerco e non  mi
    trovo.  E  grido,  l'anima mia grida dentro questa forma morta che mai
    non  stata mia: - Ma come? io, questo? io, cos?  ma quando mai?  - E
    ho nausea,  orrore, odio di questo che non sono io, che non sono stato
    mai io; di questa forma morta,  in cui sono prigioniero,  e da cui non
    mi  posso  liberare.  Forma  gravata  di  doveri,  che non sento miei,
    oppressa da brighe di cui  non  m'importa  nulla,  fatta  segno  d'una
    considerazione  di  cui  non so che farmi;  forma che  questi doveri,
    queste brighe, questa considerazione, fuori di me,  sopra di me;  cose
    vuote,  cose morte che mi pesano addosso, mi soffocano, mi schiacciano
    e non mi fanno pi respirare.
    Liberarmi? Ma nessuno pu fare che il fatto sia come non fatto,  e che
    la morte non sia, quando ci ha preso e ci tiene.
    Ci sono i fatti.  Quando tu,  comunque,  hai agito, anche senza che ti
    sentissi e ti ritrovassi,  dopo,  negli atti compiuti;  quello che hai
    fatto  resta,  come  una  prigione  per  te.  E come spire e tentacoli
    t'avviluppano le conseguenze delle tue azioni. E ti grava attorno come
    un'aria densa, irrespirabile la responsabilit,  che per quelle azioni
    e le conseguenze di esse,  non volute o non prevedute, ti sei assunta.
    E come puoi pi liberarti?  Come potrei io nella  prigione  di  questa
    forma non mia, ma che rappresenta me quale sono per tutti, quale tutti
    mi  conoscono e mi vogliono e mi rispettano,  accogliere e muovere una
    vita diversa,  una mia vera vita?  una vita in  una  forma  che  sento
    morta,  ma  che  deve  sussistere per gli altri,  per tutti quelli che
    l'hanno messa s e la  vogliono  cos  e  non  altrimenti?  Dev'essere
    questa,  per  forza.  Serve cos,  a mia moglie,  ai miei figli,  alla
    societ,  cio ai signori  studenti  universitarii  della  facolt  di
    legge,  ai signori clienti che mi hanno affidato la vita,  l'onore, la
    libert,  gli averi.  Serve cos,  e  non  posso  mutarla,  non  posso
    prenderla a calci e levarmela dai piedi;  ribellarmi,  vendicarmi,  se
    non per un attimo solo, ogni giorno, con l'atto che compio nel massimo
    segreto,  cogliendo  con  trepidazione  e  circospezione  infinita  il
    momento opportuno, che nessuno mi veda.
    Ecco.  Ho una vecchia cagna lupetta, da undici anni per casa, bianca e
    nera,  grassa,  bassa e pelosa,  con gli  occhi  gi  appannati  dalla
    vecchiaja.
    Tra me e lei non c'erano mai stati buoni rapporti.  Forse, prima, essa
    non approvava la mia professione,  che  non  permetteva  si  facessero
    rumori per casa;  s'era messa per ad approvarla a poco a poco, con la
    vecchiaja;  tanto che,  per sfuggire  alla  tirannia  capricciosa  dei
    ragazzi,  che vorrebbero ancora ruzzare con lei gi in giardino, aveva
    preso da un pezzo il partito di rifugiarsi qua nel mio studio da  mane
    a  sera,  a  dormire sul tappeto col musetto aguzzo tra le zampe.  Tra
    tante carte e tanti libri,  qua,  si sentiva  protetta  e  sicura.  Di
    tratto in tratto schiudeva un occhio a guardarmi, come per dire:
    - Bravo,  s, caro: lavora; non ti muovere di l, perch  sicuro che,
    finch stai l a lavorare,  nessuno entrer qui a  disturbare  il  mio
    sonno.
    Cos pensava certamente la povera bestia. La tentazione di compiere su
    lei la mia vendetta mi sorse, quindici giorni or sono, all'improvviso,
    nel vedermi guardato cos.
    Non le faccio male;  non le faccio nulla. Appena posso, appena qualche
    cliente mi lascia libero un momento,  mi alzo cauto,  pian piano,  dal
    mio seggiolone,  perch nessuno s'accorga che la mia sapienza temuta e
    ambita,  la mia  sapienza  formidabile  di  professore  di  diritto  e
    d'avvocato,  la mia austera dignit di marito,  di padre, si siano per
    poco staccate dal trono di questo seggiolone;  e in punta di piedi  mi
    reco  all'uscio  a spiare nel corridojo,  se qualcuno non sopravvenga;
    chiudo  l'uscio  a  chiave,  per  un  momentino  solo;  gli  occhi  mi
    sfavillano  di  gioja,  le  mani  mi ballano dalla volutt che sto per
    concedermi, d'esser pazzo, d'esser pazzo per un attimo solo,  d'uscire
    per  un  attimo  solo  dalla  prigione  di  questa  forma  morta,   di
    distruggere,  d'annientare per un attimo solo,  beffardamente,  questa
    sapienza,  questa dignit che mi soffoca e mi schiaccia;  corro a lei,
    alla cagnetta che dorme sul tappeto;  piano,  con garbo,  le prendo le
    due  zampine  di  dietro  e  "le  faccio  fare la carriola": le faccio
    muovere cio otto o  dieci  passi,  non  pi,  con  le  sole  zampette
    davanti, reggendola per quelle di dietro.
    Questo    tutto.  Non  faccio altro.  Corro subito a riaprire l'uscio
    adagio adagio,  senza il minimo cricchio,  e mi rimetto in trono,  sul
    seggiolone,  pronto a ricevere un nuovo cliente, con l'austera dignit
    di prima, carico come un cannone di tutta la mia sapienza formidabile.
    Ma, ecco, la bestia, da quindici giorni, rimane come basita a mirarmi,
    con  quegli  occhi  appannati,  sbarrati  dal  terrore.  Vorrei  farle
    intendere - ripeto - che non  nulla;  che stia tranquilla, che non mi
    guardi cos.
    Comprende, la bestia, la terribilit dell'atto che compio.
    Non sarebbe nulla,  se  per  ischerzo  glielo  facesse  uno  dei  miei
    ragazzi. Ma sa ch'io non posso scherzare; non le  possibile ammettere
    che  io  scherzi,  per  un  momento  solo;  e sguita maledettamente a
    guardarmi, atterrita.
