
    Luigi Pirandello.
    COSI E' (SE VI PARE).
    LIOLA'.
    ENRICO QUARTO.
    (Da "Opere scelte" di Luigi  Pirandello,  Arnoldo  Mondadori  Editore,
    Milano 1956, 1957, 1958).


    INDICE.

    "Luigi Pirandello" di Luigi Ferrante: pagina 2.

    Cos  (se vi pare): pagina 35.
    Liol: pagina 146.
    Enrico Quarto: pagina 237.







    LUIGI PIRANDELLO.


    La  vita di Pirandello va dal 1867 al 1936,  dal tramonto degli ideali
    risorgimentali al fascismo, e tutto il male di una Italia attraversata
    da grandi problemi sociali non risolti, da moti rivoluzionari,  attese
    e delusioni amare, investe quegli anni.
    Studente  nel periodo positivista,  giovane poeta quando la poesia era
    quella del Graf  e  del  Carducci,  adulto  nel  periodo  giolittiano,
    testimone degli scandali che travolsero una generazione di garibaldini
    e  dei  moti popolari in Sicilia,  scrittore celebre dopo l'esperienza
    della guerra e durante il fascismo,  Pirandello avvert,  nella storia
    in  atto  del  suo  paese,  non  una esortazione civile per scegliere,
    prendere posizione,  ma una ragione di pi per isolarsi.  E' stato uno
    scrittore,  un  uomo  che  d  tutto all'arte sua.  Ho dimenticato di
    vivere, scrive a Benjamin Crmieux nel '33,  l'ho dimenticato al punto
    da non saper dir niente della mia vita.  Potrei forse dirvi che non la
    vivo, ma la scrivo.
    Il ritratto  di  un  Pirandello  solitario,  schivo,  pu  essere  una
    immagine di comodo: lo scrittore aderisce al fascismo all'indomani del
    delitto  Matteotti  con  un  telegramma  a Mussolini.  Viene duramente
    attaccato dal  "Mondo"  di  Amendola.  Smentir  questa  adesione  col
    silenzio, il distacco, l'esilio volontario.
    Un   altro   lineamento  ricorre  nella  biografia  pirandelliana:  la
    consuetudine  con  la  pazzia.   Aveva  sposato  nel  1894  Antonietta
    Portulano  e  la sua vita familiare  stata,  lungamente,  rattristata
    dalla malattia mentale della moglie.  "Enrico  Quarto"    il  dramma,
    lucido,  della  pazzia.  Anche  questa   una immagine di comodo nella
    misura in cui fornisce una chiave autobiografica a un  sentimento  pi
    profondo dell'arte e della vita,  a una cultura legata al decadentismo
    europeo, a una nuova tecnica drammatica.
    La persona umana dello scrittore non  sempre  uguale  al  personaggio
    che  il  successo  mondiale  ha contribuito a creare: se si sfoglia la
    stampa  internazionale  nei  giorni  che  seguono  la   scomparsa   di
    Pirandello, il 10 dicembre del 1936, ci si trova davanti a un uomo che
    ha  scritto  i suoi drammi al capezzale di una sposa demente secondo
    Maurizio Muret,  membro dell'Istituto  di  Francia,  o  a  un  grande
    innamorato  della  vita  come  diceva  Crmieux,  o a un uomo rimasto
    giovane perch mai il suo pensiero ha ucciso la sua giovent secondo
    Pitoeff.
    Pirandello era accademico d'Italia,  ma quando la Accademia  di  Mosca
    cur una edizione delle opere sue i commentatori del regime insorsero,
    ad  essi  pareva  incredibile  che  un membro - come scriveva Tommaso
    Napolitano - della  Accademia  fascista  fosse  onorato  nella  Russia
    Sovietica come il coraggioso assertore,  in terra borghese, dei valori
    morali d'una auspicata nuova societ.
    Pirandello sfugge agli schemi,  ai ritratti viziati  dalla  ideologia,
    dalla  falsa  coscienza:    un uomo ricco di contraddizioni,  segrete
    nella vita, esplosive nell'opera sua.
    Le interpretazioni in chiave cadono: anche quella diffusa  da  Adriano
    Tilgher e corretta dal D'Amico,  derivata dal relativismo assoluto, il
    profilo di un Pirandello nichilista, sofista come l'antico conterraneo
    suo, Gorgia di Lentini.
    Correnti del pensiero europeo,  della poesia italiana,  sono  presenti
    nelle  novelle,  nei  romanzi e soprattutto nel teatro,  il pessimismo
    leopardiano,  il vitalismo - la  vita  non  si  spiega,  si  vive  -
    ("Quaderni di Serafino Gubbio"),  il primo esistenzialismo - ciascuno
    di noi...  si crede "uno" ma non  vero,   "tanti",  secondo tutte le
    possibilit  d'essere  che  sono  in noi: "uno" con questo,  "uno" con
    quello - diversissimi! - ("Sei personaggi in  cerca  d'autore");  dal
    pragmatismo - essere  niente, essere  farsi - ("Come tu mi vuoi"),
    ma si tratta di forme del pensiero drammatiche,  conflittuali,  legate
    ai personaggi, a un loro concreto volto scenico.
    Diceva Pirandello. Pensate ad Amleto,  essere o non essere.  Togliete
    questo  problema  dalla bocca di Amleto,  svuotatelo della passione di
    Amleto,  concettualizzatelo nei suoi termini  filosofici  e,  al  lume
    della  critica,  ci  potete  giocare  tutto  il tempo che volete.  Il
    tramonto del pirandellismo,  delle letture in quel  codice,  non  ci
    restituisce  soltanto  uno  scrittore dal volto umano,  ci permette di
    vederne la vita e  l'opera  in  una  dimensione  storica  europea  che
    riflette  la  crisi  della societ,  della cultura e i fermenti che la
    sommuovono,  di ridisegnare  i  lineamenti  di  una  riforma  tecnica,
    stilistica che, col "Fu Mattia Pascal" e coi "Sei personaggi" crea due
    prototipi del nuovo romanzo e della nuova drammaturgia.
    Pirandello    nato presso Agrigento,  nella campagna detta,  dal nome
    greco, "Caos",  dove i suoi si erano rifugiati durante una epidemia di
    colera, il 28 giugno del 1867;  il secondogenito dopo la sorella Lina
    gi  di  due  anni.  Il  padre,  Stefano,  e la madre,  Caterina Ricci
    Gramitto,  appartenevano a famiglie di  patrioti:  il  nonno  paterno,
    ligure di nascita, si era trasferito a Palermo e il padre, garibaldino
    ad  Aspromonte,  era divenuto industriale dello zolfo ad Agrigento e a
    Porto Empedocle;  il nonno materno,  Giovanni,  aveva  partecipato  al
    governo provvisorio siciliano nel 1848.
    Compie  gli  studi  liceali  a Palermo;  l'epistolario,  pubblicato da
    Sandro D'Amico,  comincia con una lettera  del  10  gennaio  1886:  in
    quell'anno   Luigi   consegue   la  maturit  classica  e  si  iscrive
    all'Universit di Palermo,  contemporaneamente alle facolt di lettere
    e  di  giurisprudenza.  L'anno  seguente  si  trasferisce  a Roma dove
    frequenta i corsi  di  lettere.  Nel  1889  Pirandello  parte  per  la
    Germania  dove  termina  gli studi all'Universit di Bonn.  Le lettere
    dalla Germania sono tra le pi  numerose,  spesso  accompagnate  dalle
    poesie  giovanili:  tra queste "Elegie boreali" che pubblicher,  dopo
    molte  stesure,  nel  1895  col  titolo  di  "Elegie  renane",  alcuni
    frammenti di "Pasqua di Gea" che dedicher a Jenny Schultz Lander,  la
    ragazza amata allora.
    Il 1891  l'anno della laurea ottenuta con una tesi  in  filologia  su
    Suoni e sviluppi di suono della parlata di Girgenti e della fine del
    suo  soggiorno  tedesco;  in aprile Pirandello  di ritorno a Palermo,
    nell'estate rompe il fidanzamento con  la  cugina,  figlia  dello  zio
    Andrea.  In una lunga lettera del 1891,  diretta al padre, racconta la
    vicenda sentimentale che sembra avere una parte importante  nella  sua
    formazione umana. Deve scegliere tra la vocazione dello scrittore e le
    necessit della vita pratica. Far lo scrittore. Si stabilisce a Roma,
    aiutato  da alcuni amici tra i quali il Capuana.  Del 1893  un primo,
    ampio elenco di novelle,  romanzi,  versi e commedie che egli  scrive,
    tutti ancora inediti.
    Pirandello  si  sposa  nel  1894,  nascono  tre  figli,  Stefano  - lo
    scrittore Stefano Landi - Rosalia  -  detta  Lietta  -  e  Fausto  che
    diverr   pittore.   Difficolt  economiche  lo  costringono  a  darsi
    all'insegnamento: terr la cattedra di stilistica al Magistero di Roma
    dal 1897 al 1922.
    L'epistolario documenta  un  interesse  per  il  teatro  che  corregge
    l'opinione  diffusa  che,  a  questa  forma d'espressione,  sia giunto
    tardi: gi nel 1887 egli dice di aver composto una commedia dal titolo
    "Gli uccelli dall'alto", l'anno dopo "La gente allegra" in cinque atti
    e "Le popolane";  del 1893 ancora un titolo  indicativo  "Provando  la
    commedia", infine "L'epilogo" (poi "La morsa") il primo testo teatrale
    che  conosciamo,  del 1892.  Dagli studi e dall'insegnamento nascono i
    saggi "Arte e scienza"  e  "L'Umorismo"  (1908)  che  ha  fondamentale
    interesse per la conoscenza della poetica pirandelliana.
    Nell'opera umoristica, dice Pirandello, la riflessione non si limita a
    dare  forma  al sentimento quasi uno specchio in cui il sentimento si
    rimira, lo giudica, lo analizza, provoca il sentimento del contrario,
    non un antisentimento,  ma una adesione al profondo e  contraddittorio
    divenire  della  vita umana.  In questo aderire alla varia umanit del
    mondo,  l'umorismo si distingue  dal  comico:  il  secondo  si  limita
    all'"avvertimento del contrario", cio a contrapporre esternamente due
    immagini;  il primo ricerca l'origine a volte seria, pietosa di quella
    contrapposizione che  genera  il  riso.  Dice  Pirandello:  Vedo  una
    vecchia  signora,  coi capelli ritinti,  tutti unti non si sa di quale
    orribile manteca,  e poi  goffamente  imbellettata  e  parata  d'abiti
    giovanili.  Mi metto a ridere.  "Avverto" che quella vecchia signora 
    il "contrario" di ci che una vecchia e rispettabile signora  dovrebbe
    essere.  Posso  cos,  a prima vista e superficialmente,  arrestarmi a
    questa impressione comica.  Il comico  appunto un  "avvertimento  del
    contrario".
    L'umorista ricerca,  di l dalla prima impressione, l'origine seria, a
    volte dolorosa,  drammatica delle umane  contraddizioni:  Ma  se  ora
    interviene  in  me la riflessione,  e mi suggerisce che quella vecchia
    signora non  prova  forse  nessun  piacere  a  pararsi  cos  come  un
    pappagallo,   ma   che  forse  ne  soffre  e  lo  fa  soltanto  perch
    pietosamente s'inganna che,  parata cos,  nascondendo cos le rughe e
    la canizie, riesca a trattenere a s l'amore del marito pi giovane di
    lei,  ecco che io non posso pi riderne come prima.  Figura esemplare
    della critica  umoristica  ,  secondo  Pirandello,  il  dostoevskiano
    Marmeladoff di "Delitto e Castigo":

    Signore,  signore!  Oh!  signore,  forse, come gli altri, voi stimate
    "ridicolo" tutto questo;  forse vi annoio raccontandovi questi stupidi
    e  miserabili  particolari  della  mia vita domestica: ma per me non 
    "ridicolo" perch io "sento" tutto ci...
    E questo grido  appunto la  protesta  dolorosa  ed  esasperata  d'un
    personaggio  umoristico  contro  chi,  di fronte a lui,  si ferma a un
    primo avvertimento, superficiale,  e non riesce a vederne altro che la
    comicit.

    L'umorista  interviene  nel  processo  della creazione artistica senza
    limitarne la spontaneit e,  col proprio atteggiamento  di  critico  e
    poeta  riesce a creare una proiezione dell'immagine fantastica,  uno
    sdoppiamento come ombra dal  corpo  sino  a  scomporre  il  congegno
    dell'immagine per vedere come  fatto,  lasciando trapelare, accanto
    alla irrisione o al dispetto, la propria indulgente o aspra simpatia.
    Questo bisogno di analizzare, di scomporre sorge,  secondo Pirandello,
    dai rapporti della cosiddetta convenienza.. considerazioni di calcolo
    nelle  quali  la  moralit  quasi sempre sacrificata.  Molte sono le
    menzogne che ci circondano,  l'umorista non si accontenta di  scoprire
    quelle  dettate dalla mala fede,  svela quanto,  nella ingenuit della
    buona fede, l'uomo pu credere giusto e morale mentre , soltanto,  il
    frutto  ipocrita della convenienza.  Quando la lotta per l'esistenza 
    difficile,  pi grave affiora,  in  taluni,  il  senso  della  propria
    debolezza e tanto maggiore il bisogno del reciproco inganno.  Simulare
    diventa una forma di adattamento: l'umorista rivela come le  apparenze
    siano  profondamente  diverse  dall'essere interiore degli uomini.  E
    mentire a noi stessi,  vivendo coscientemente solo la  superficie  del
    nostro  essere psichico,   un effetto del mentire sociale. La caduta
    nella simulazione, nelle forme cristallizzate, moralmente corrotte del
    vivere sociale,   facile quando quelle forme sono divenute  abituali.
    All'umorista il compito di smascherare le vanit,  di rappresentare la
    societ con  tutte  le  sue  mistificazioni.  Una  guida  al  giudizio
    umoristico  offerta dal rapporto tra la teoria e la prassi: la logica
    delle  azioni  pu  smentire  la  logica  del  pensiero  rivelandone i
    pretesti.  Nelle azioni si profila il fondamento oggettivo dei  nostri
    intimi  propositi  e ideali,  ma in modo non necessariamente evidente,
    perch confuso tra impulsi ignoti,  eredit lontane,  tracce  profonde
    del passato (il subconscio freudiano). L'umorista, nel creare i propri
    personaggi,  ne scompone il carattere, ne coglie le contraddizioni, li
    mostra  senza  travestimenti:  Pirandello  dice,   ironicamente,   in
    camicia.  Nasce, con l'umorismo, la finzione consapevole che, portata
    sulla scena, riformer il teatro.
    Pirandello aveva cominciato come poeta: il suo esordio  avviene  quasi
    parallelamente  a  quello  di  D'Annunzio  ("Canto novo",  1882) e del
    Pascoli ("Myricae", 1891),  con "Mal giocondo",  apparso a Palermo nel
    1889.  L'avvio    carducciano.  Seguono  "Elegie  renane"  (1889-90),
    "Zampogna" (1901), "Fuori di chiave" (1912).  A Pascoli e a Pirandello
    ci conducono molti richiami vicini,  una condizione della letteratura,
    un modo di avvertire la crisi  dell'uomo  contemporaneo  e  della  sua
    sensibilit;  i due scrittori avvertono,  pi degli altri, il tramonto
    di un antico equilibrio, la lacerante presenza d'una nuova realt.  Il
    fanciullino   pascoliano   e   il   sentimento   d   el  contrario
    pirandelliano sono forme d'un disincanto e di un ricupero,  elegiaco e
    drammatico, della vita interiore. La polemica del fanciullino contro
    la  civilt  e  del  personaggio pirandelliano contro il modo d'essere
    della societ sottintendono il pericolo imminente del caos:    poesia
    di una realt atomizzata. La musica pascoliana - eco, passo, nebbia -,
    attraverso una serie di novit onomatopeiche, dissolve il tradizionale
    disegno   logico-retorico   delle  lettere  italiane;   il  linguaggio
    pirandelliano  assorbe  e   restituisce   mutamenti,   contraddizioni,
    lacerazioni  che  nascono  dal  contrasto  tra  il  mondo  interiore e
    l'essere nel mondo.  Sono poeti  al  bivio  tra  letteratura  colta  e
    popolare.
    Nel  1893  Pirandello  scrive il primo romanzo "L'Esclusa": pensato in
    modo nuovo conserva,  nel fondo,  i segni della  narrativa  veristica.
    Marta viene cacciata di casa,  innocente,  per un sospetto, dal marito
    Antonio: verr riaccolta,  alla fine,  ma quando ha ceduto a un altro,
    vinta dalla solitudine e dal bisogno.  Sente il peso di una espiazione
    ingiusta: Debbo morire - dice - S... E morr. Ma... Dio...  Dio!  Se
    non ho potuto difendermi...  e la rabbia mi  rimasta nel cuore... Che
    sono io ora? Mi vedi?  Chi sono?...  Sono ci che la gente,  per causa
    tua,  mi ha creduto e mi crede ancora e sempre mi crederebbe, anche se
    io accettassi ora il tuo pentimento. E' troppo tardi: lo intendi? Sono
    perduta!.
    Due anni dopo scrive "Il Turno": Stellina,  amata da Pep,  sposa  Don
    Diego,  vecchio,  ricco,  gi  al  suo quinto matrimonio,  e Pep deve
    aspettare il turno.  Ma Stellina va  sposa  a  un  avvocato  che  l'ha
    liberata  dal vincolo precedente e Pep deve aspettare ancora,  sino a
    quando il secondo marito muore, colpito da apoplessia.
    Le apparenze  che  ingiustamente  feriscono,  le  attese  ironicamente
    commentate creano il clima drammatico dei primi romanzi.
    Sono gli anni in cui, in Italia, si stampano "I Vicer" di De Roberto,
    "Piccolo mondo antico" di Fogazzaro, "Senilit" di Svevo, "Il marchese
    di  Roccaverdina"  di  Capuana.  Nello  stesso  anno  in  cui  compare
    "L'Esclusa" Thomas Mann pubblica "I Buddenbrook". Sulle scene italiane
    vengono rappresentati "Come le foglie" di Giacosa,  "Romanticismo"  di
    Rovetta,  Eleonora  Duse  recita  i  drammi  di  D'Annunzio.  Il clima
    politico,  nel tempo del noviziato letterario e della prima fortuna di
    Pirandello,   dominato dai governi Crispi e Giolitti,  dalla politica
    coloniale,  dalla costituzione delle Camere del  Lavoro  e  dei  Fasci
    siciliani,  dallo  scandalo  della  Banca  Romana,  da grandi tensioni
    sociali.
    Al "Fu Mattia Pascal" (1904)  legata la fama di Pirandello: nasce  la
    figura dell'estraneo,  dello straniero,  dell'escluso.  Mattia Pascal,
    bibliotecario,  viene scambiato per un altro morto nella  gora  di  un
    mulino, accetta le conseguenze dell'errore, cambia il proprio nome con
    quello  di  Adriano  Meis,  si trasferisce a Roma,  si innamora di una
    semplice ragazza,  finge il suicidio per rompere con la vita trascorsa
    in  quella  finzione,  torna  al  paese  e s'accorge che tutti,  nella
    certezza della sua scomparsa,  hanno continuato a  vivere:  la  moglie
    risposata ha una figliola dal secondo marito. Mattia  un escluso, non
    c' posto per lui.  Si reca in cimitero a far visita alla sua tomba:
    Intanto questo - dice Mattia a se stesso - che fuori  della  legge  e
    fuori di quelle particolarit,  liete o tristi che sieno,  per cui noi
    siamo noi...  non  possibile vivere....  Il  motivo  tematico    lo
    stesso  usato  da Tolstoj nel "Cadavere Vivente" e simile a quello del
    "Che Fare" di Cernicevski.
    "I vecchi e i giovani" (1909)  il romanzo di due generazioni,  quella
    garibaldina  che ha impegnato la propria giovinezza nella cospirazione
    e nella guerra per l'indipendenza e l'unit  d'Italia,  e  quella  dei
    giovani che vedono compromessi e avviliti gli ideali dai quali l'unit
      nata.   I  pi  vecchi,  come  il  principe  Ippolito  Laurenziano,
    appartengono gi a  un  mondo  passato  irrevocabile,  i  pi  giovani
    sentono  il  fallimento  degli  ideali  risorgimentali come un male da
    espiare.
    Per Pirandello la storia  esperienza drammatica e il romanzo  storico
    il  racconto dei conflitti che essa determina nell'ambiente familiare:
    la generazione pi in ombra  proprio  quella  degli  ex  garibaldini,
    cio  di  coloro che offrono,  allo scrittore,  la ragione storica del
    dramma. Il fallimento  chiaro nella coscienza di Caterina Laurentano;
    al figlio, tornato in paese per partecipare alla campagna elettorale e
    ai suoi amici, dice: Che ha fatto Roberto,  e perch,  in nome di che
    cosa  viene oggi a chiedere il suffragio del suo paese?  Forse in nome
    di tutto ci che  fece  giovinetto,  in  nome  del  padre  morto,  dei
    sacrifizii  e  degli  ideali  per  cui  quei sacrifizii furono fatti e
    quello strazio sofferto?  Far ridere...  Lo sa  bene...  come  quegli
    ideali  si sono tradotti in realt per il popolo siciliano!  Che si ha
    avuto?  Come    stato  trattato?  Oppresso,  vessato,  abbandonato  e
    vilipeso!  Gli  ideali  del  Quarantotto  e  del Sessanta?  Ma tutti i
    vecchi, qua, gridano: Meglio prima!...  E lo grido anch'io,  sai,  io,
    Caterina Laurentano, vedova di Stefano Auriti! S, figlio perch prima
    almeno avevamo la speranza, quella che ci sosteneva in mezzo a tutti i
    triboli....
    Se il momento epico si attua quando l'azione drammatica si congiunge a
    grandi temi ideali, religiosi, politici e li porta con s, li realizza
    umanamente,  in  Pirandello  questo  momento  epico  manca: gli ideali
    appaiono gi compromessi  e  travolti,  non  hanno  nemmeno  una  luce
    retrospettiva.   Il  vecchio  patriottismo    vivo  soltanto  nella
    ingenua, candida anima di un contadino, Mauro Mortara: e il romanzo si
    chiude con lui, con la sua morte.
    Due anni dopo "I vecchi e i giovani",  Pirandello d alle stampe  "Suo
    marito": ne riscrive pi tardi i primi quattro capitoli e l'inizio del
    quinto,  ne  muta  il  titolo  che  diventa  "Giustino  Roncella  nato
    Boggiolo":  Giustino    un  personaggio  umoristico.  Marito  di  una
    scrittrice,    Silvia   Roncella,    giunta   al   successo,   diventa
    l'amministratore, l'impresario della moglie, vive, inconsapevole,  una
    parte ridicola agli occhi degli altri. Viene, alla fine, abbandonato.
    "I Quaderni di Serafino Gubbio operatore" (col titolo "Si gira", 1915)
       un   romanzo  ideologico  che  sfrutta  la  materia  del  racconto
    d'appendice: narra il suicidio di un  giovane,  Giorgio  Minelli,  per
    amore  di  una attrice bella e dal volto enigmatico,  Varia Nistoroff,
    l'uccisione di lei per mano dell'amante,  Aldo Nuti,  sullo sfondo  di
    una scena filmata dal vero,  nella gabbia di una tigre che squarcia la
    gola all'assassino.
    Abbiamo  tutti,  scrive  Pirandello,  un  falso  concetto  dell'unit
    individuale.  Ogni unit  nelle relazioni degli elementi tra loro; il
    che significa che, variando anche minimamente le relazioni,  varia per
    forza, l'unit.
    I  temi  intellettuali  si  fanno sempre pi frequenti e intensi: "Uno
    nessuno e centomila" (1926)  il romanzo esemplare  di  una  scrittura
    critica, analitica.
    L'origine  del  male  che  doveva  ridurmi  in breve in condizioni di
    spirito e di corpo cos misere e  disperate,  dice  il  protagonista,
    Vitangelo  Moscarda detto Geng,   un particolare da nulla: la moglie
    gli aveva detto che il suo naso pendeva verso destra, che egli aveva
    altri piccoli difetti dei quali non s'era mai accorto. Mi si fiss...
    il pensiero ch'io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me,
    mi ero figurato di essere. Il personaggio  costretto a sdoppiare  la
    propria  immagine  e  poi  a  moltiplicarla secondo tutte le possibili
    ipotesi. Vitangelo Moscarda rinuncia a tutto, come Mattia Pascal: Non
    pi usuraio (basta con quella banca!) non pi Geng,  basta con quella
    marionetta!.  Davanti  alle  tante  possibilit d'essere,  sceglie la
    rinuncia: si spoglia di tutto e finisce in un ospizio.
    Alle novelle,  che vanno dal 1894 al 1936,  Pirandello dedica l'intera
    vita:  la  prima  raccolta "Amori senza amore"  appunto del 1894;  le
    ultime appaiono l'otto dicembre  del  1936,  due  giorni  prima  della
    morte,  "Effetti d'un sogno interrotto",  sul "Corriere della Sera" e,
    nel  febbraio  del  '37,  postuma,  "Il  buon  cuore",   sulla  "Nuova
    Antologia".
    La  novella   la misura letteraria che consente,  allo scrittore,  di
    raggiungere  una  grande  concentrazione  drammatica:  i  critici,  in
    genere, distinguono due vene nella novellistica, il racconto paesano e
    quello  ideologico,  da  un  lato  "Ciaula scopre la luna" o "Fuoco di
    paglia", dall'altro "La carriola" o "Il guardaroba dell'eloquenza". Ma
    l'andamento  narrativo  segue,   sostanzialmente,   una  stessa   via,
    contrappone la vita che  fare,  sentire,  e la riflessione sulla vita
    che  distacco,  delusa presenza della  fantasia,  amaro  avvertimento
    delle  contraddizioni  umane.  L'immagine  realistica dei fatti viene,
    cos,   penetrata,   anatomizzata  dalla  diagnosi  intellettuale:  il
    personaggio  vive  e  si  vede  vivere.  Dalle novelle nasce il teatro
    stilisticamente pi ricco di  invenzioni;  la  ricorrenza  li  temi  
    intensa: "Lume di Sicilia", "Tutto per bene", "Il dovere del medico",
    "La giara", "Pensaci Giacomino", "Non  una cosa seria", "La patente",
    "La signora Frola e il signor Ponza",  "La tragedia di un personaggio"
    sono novelle che ritroveremo nella drammaturgia.
    Due motivi premono sugli altri: il candore figlio del donchisciottismo
    e il disincanto che  nasce  come  reazione  al  dostoevskiano  bisogno
    dell'espiazione.
    Ciaula  nasce  dal  candore,  ,  come il verghiano Rosso Malpelo,  un
    ragazzo delle zolfare. Una notte, al termine della sua fatica,  scopre
    la luna:

    "Rest  - appena sbucato all'aperto - sbalordito.  Il carico gli cadde
    dalle spalle. Sollev un poco le braccia;  apr le mani nere in quella
    chiarit  d'argento.  Grande,  placida,  come  in un fresco,  luminoso
    oceano di silenzio, gli stava in faccia la Luna.
    S, egli sapeva che cos'era; ma come tante cose si sanno, a cui non si
     dato mai importanza.  E che poteva importare a Ciaula,  che in cielo
    ci fosse la Luna?
    Ora,  ora soltanto,  cos sbucato,  di notte,  dal ventre della terra,
    egli la scopriva.
    Estatico,  cadde a sedere sul suo carico,  davanti alla buca.  Eccola,
    eccola l, eccola l, la Luna...
    Ciaula  si  mise a piangere,  senza saperlo,  senza volerlo,  dal gran
    conforto,  dalla grande dolcezza che  sentiva,  nell'averla  scoperta,
    mentr'ella  saliva  pel  cielo,  la Luna,  col suo ampio velo di luce,
    ignara dei monti,  dei piani,  delle valli che rischiarava,  ignara di
    lui,  che pure per lei non aveva pi paura,  n si sentiva pi stanco,
    nella notte ora piena del suo stupore."

    La coscienza di s  drammatica, secondo Pirandello,  perch ci rivela
    una dimensione insospettata,  sconvolgente di noi stessi,  segreta nel
    subconscio   e   varia,   mutevole,    nel   pensiero   degli   altri,
    artificialmente  fissata  dalle  convenzioni:  il  protagonista  della
    "Carriola" capisce di aver vissuto nella  obbedienza  inflessibile  e
    inappuntabile a tutti...  gli obblighi,  uno pi serio dell'altro,  di
    marito,  di padre,  di cittadino,  di professore di diritto e rifiuta
    questa forma di cui  prigioniero.
    L'intervento  critico  demistifica  la  falsa  coscienza,   la  realt
    apparente,   la  reificazione:  l'uomo,   raramente,   finge  in  modo
    consapevole,   volontario,   con   determinazione;   pi   spesso   la
    mistificazione ha trame sottili, coperte dalla ambiguit,  dal dovere,
    dalle convenzioni sociali, dagli stessi affetti.
    L'andamento  delle  novelle   dialettico: ragioni e pretesti,  verit
    morali e apparenze mistificanti,  piccolo e grande  mondo  entrano  in
    conflitto.  Un  uomo,  in  "Sole e ombra" decide di uccidersi,  poi si
    pente,  ma deve andare sino in  fondo  perch  ha  gi  impostato  una
    lettera nella quale confessa le malversazioni compiute e non uccidersi
    significherebbe  accettare  lo  scandalo,   la  prigione.   Una  morte
    improvvisa,  un tristissimo funerale possono offrire,  alla  ipocrisia
    umana,  il  pretesto  per  impedire  le  nozze tra un uomo ricco e una
    ragazza povera e sola: ma un vecchio professore - "La marsina stretta"
    - riesce a imporre  le  motivazioni  dell'affetto,  della  piet,  del
    dovere  e  il  matrimonio si compie.  "Il treno ha fischiato" narra la
    storia di un uomo mansueto che si ribella e viene ricoverato  in  un
    ospizio: il caso sollecita domande curiose, impietose ed , invece, un
    evento  naturalissimo,  la  scoperta  di  una vita,  di una dimensione
    dimenticata del mondo entrato dentro nell'animo prima immerso in  un
    microcosmo provinciale e quotidiano.
    Il  risveglio,  la rivolta degli umili lievitano nelle novelle,  fanno
    pensare al conflitto goethiano tra il piccolo  mondo  dell'esistenza
    individuale    e   il   grande   mondo:   una   dimensione   diversa
    dell'intelligenza, della socialit, della fantasia rompe lo schema dei
    rapporti umani viziati dalle convenzioni.
    Vittima delle mistificazioni morali e sociali  Martino Lori -  "Tutto
    per  bene"  -  un  impiegato  del  ministero che passa vent'anni della
    propria vita recitando,  inconsapevolmente,  la parte del marito,  del
    padre,  del  funzionario modello e dell'amico: non sa che la moglie lo
    ha tradito, che la figlia non  sua, che l'amico Verona gli ha portato
    via tutto.
    Scoprire  una  triste  verit,   seguendo  un  tessuto  narrativo  non
    psicologico,    vedere  un'altra dimensione del mondo che nega quella
    individuale, piccola e illusoria.
    Quando Pirandello trasforma la novella in dramma teatrale, sviluppa la
    dialettica dell'irreparabile, non la tematica di costume.
    La natura dialettica dei racconti spiega il passaggio al teatro la cui
    forma , appunto, conflittuale, processuale.
    La storia  della  drammaturgia  pirandelliana  pu  procedere  secondo
    quattro  linee:  la riforma della commedia borghese avviata intorno al
    1910 e portata a compimento verso  gli  anni  Venti;  il  rinnovamento
    della  tradizione  comico-realistica  italiana  legato  alle  commedie
    dialettali;  la  nuova  drammaturgia  nata  dopo  il  Venti  con  "Sei
    personaggi in cerca d'autore"; i Miti, l'ultima stagione sino al 1936.
    Lo  scrittore  debutta  nel  1910 al Teatro Metastasio di Roma con "La
    morsa" e "Lume di Sicilia";  il primo testo esemplare della riforma 
    "Cos  (se vi pare)". Il dramma, messo in scena il 18 giugno del 1917
    dalla  compagnia  di  Virgilio Talli,  al teatro Olimpia di Milano,  
    stato  assunto  come  l'immagine  di  un  assoluto  relativismo:   per
    volgarizzarne  il contenuto si  ricorsi al vecchio detto "la verit 
    una opinione", non esiste oggettivamente.
    Se la verit,  che nel dramma si cerca,    l'identit  della  signora
    Ponza  - che la signora Frola crede sia sua figlia,  moglie del signor
    Ponza e questi, invece, crede un'altra,  sposata in seconde nozze dopo
    la morte della prima - questa verit rimane oscura: ci che si viene a
    sapere  alla  fine,    che  una  giovane donna ha compiuto una scelta
    dettata dalla piet: ha rinunciato ad essere se stessa per darsi tutta
    a due persone che amano,  in lei,  l'immagine di una figlia e  di  una
    moglie.
    In  una commedia psicologica il vero dramma avrebbe trovato il proprio
    nucleo nelle due immagini di una stessa donna  vive  e  diverse  nella
    mente  e  nel  cuore  di  una  madre e di un marito: in "Cos  (se vi
    pare)" il dramma nasce dal confronto tra un modo  di  identificare  la
    persona umana burocratico, anagrafico, sollecitato dalla curiosit, da
    uno  spirito  formalistico  e  una scelta morale,  compiuta per piet,
    dedizione.   Svelare  la  identit  anagrafica  della  signora   Ponza
    significherebbe uccidere le ragioni della piet.
    Con "Liol" il teatro di Pirandello tocca il punto pi alto della fase
    detta  siciliana:  la  commedia    stata  portata  sulla scena,  come
    "Pensaci Giacomino", da Angelo Musco (4 novembre 1916).
    "Liol" nasce dal  "Fu  Mattia  Pascal",  dalle  battute  d'avvio  del
    romanzo;  un  vecchio possidente,  zio Simone,  ha sposato una giovane
    donna per averne un erede  a  cui  lasciare  la  sua  roba;  deluso,
    vorrebbe prendersi il figlio di un'altra,  ma la moglie, fattasi furba
    per  necessit,   segue  la  via   seguita   dalla   rivale,   ricorre
    all'inesauribile Liol, un uomo senza freni n ipocrisie, che vive coi
    tre figli,  sa fare di tutto e dice a zio Simone: Qua c' un pezzo di
    terra.  Se lei la sta a guardare senza farci nulla,  che le produce la
    terra?  Nulla.  Come la donna.  Non le fa figli.  Bene.  Vengo io,  in
    questo pezzo di terra: la zappo,  la concimo,  ci faccio un  buco,  vi
    butto il seme: spunta l'albero. La commedia  il frutto maturo di uno
    scrittore  che  ha saputo far rivivere lo splendore pagano della Magna
    Grecia: , come dice il Gobetti, una Mandragola agreste.
    La vittoria di un elemento vitale, spontaneo, naturale  una rivincita
    della fantasia che scombina le regole  vecchie,  i  codici  sociali  e
    linguistici   che   impediscono  all'uomo,   al  poeta  di  esprimersi
    pienamente: la poeticit  di  "Liol"    simile,  stilisticamente,  a
    quella di un vecchio sbilenco,  dalle giunture storpie e nodose,  il
    conciabrocche Zi' Dima,  nella novella e nella  commedia  "La  giara".
    Chiamato da un padrone litigioso,  Don Loll,  ad aggiustare una giara
    nuova  destinata  all'olio  dell'annata  e   costretto   a   ricucirla
    dall'interno perch Don Loll non si fida del mastice e vuole i punti,
    Zi' Dima, finito il lavoro, s'accorge che, gobbo com', non pu uscire
    dalla giara.  Improvvisa una festa,  Don Loll e, con un calcio, manda
    la giara a fracassarsi contro un albero: Zi'  Dima    libero.  E'  la
    vendetta  allegra,  provocatoria di un umile: il comico traspare da un
    antagonismo  meditato  e  da  risvolti  irrazionali,  fantastici.   Si
    potrebbe  dire:  la  fantasia  vitale contro i cavilli formali,  ma la
    dialettica, la contraddizione del negativo che trasforma la realt 
    pi profonda.
    I "Sei personaggi in  cerca  d'autore"  sono  il  dramma  della  nuova
    drammaturgia, segnano la fine della recitazione medium, della perfetta
    illusione  scenica,  fissano  i lineamenti della finzione consapevole,
    del confronto critico tra la vita e l'arte.
    Concepita su due piani - il racconto di una vicenda familiare e la sua
    drammatizzazione scenica  -  l'opera  procede  secondo  una  serie  di
    contrapposizioni  dialettiche:  il  teatro,  impegnato  a riprodurre i
    lineamenti della vita,  scopre che  non  sono  pi  riproducibili;  la
    memoria   psicologica   del   vissuto   entra   in  conflitto  con  la
    testimonianza morale dell'esperienza;  il bisogno della  comunicazione
    sperimenta, drammaticamente, l'inesistenza di termini oggettivi che ne
    assicurino  il  libero  scambio;  il passato vissuto si distacca dalla
    ricostruzione  del  passato;   la  disarmonia  rompe  ogni   possibile
    riflessione  sincronica,  la  personalit   sdoppiata,  l'unit umana
    frantumata.
    "Sei personaggi", andata in scena al Teatro Valle di Roma il 10 maggio
    del 1921 con la compagnia Niccodemi , secondo l'autore, una commedia
    da fare, in divenire.
    Una famiglia s' smembrata, poi il padre ha tentato di ricomporla.  Il
    Padre    di  condizione  agiata  con  aspirazioni a una certa sanit
    morale: la Madre  una povera e umile donna: sposati,  hanno  avuto
    un figlio,  subito messo a balia,  in campagna.  Nulla li avvicina, li
    aiuta a superare la loro diversa origine: si separano. E il Padre che,
    credendo in una simpatia della moglie per un segretario che lavora  in
    casa,  induce  i  due  a  unirsi  e  andarsene.  Nasce  cosi una nuova
    famiglia, con altri tre figlioli e, di questa, il Padre,  pur restando
    lontano,  si  occupa  materialmente,  spinto  dalla  curiosit,  dalla
    solitudine in cui vive. Poi, per un lungo periodo, ne perde le tracce.
    Un giorno incontra la Figliastra nel retrobottega di Madama Pace,  una
    mezzana.   La   famiglia  si  ricompone  in  un  clima  di  rancore  e
    incomprensione,  ciascuno ha vissuto la propria esperienza personale e
    non  sa  farne partecipi gli altri senza provocare urti laceranti.  La
    conclusione della vicenda  viene  rievocata,  dai  personaggi  che  si
    presentano  in  teatro,  durante le prove del "Giuoco delle parti",  e
    offrono,  al capocomico,  il  loro  dramma  affinch  egli  lo  faccia
    rivivere, con gli attori, sulla scena.
    I  personaggi  riassumono,  davanti alla compagnia che dovr vestire i
    loro panni,  la vicenda di cui sono l'immagine reale,  viva: ma questa
    si rivela inimitabile. Essi provano a dare ordine alla loro esperienza
    onde  farne  comprendere le ragioni,  ma si trovano a riviverla con la
    medesima passione che li ha gi una volta  accecati,  non  riescono  a
    comporre una immagine oggettiva,  tale da poter essere ricomposta.  Il
    dramma riguarda l'individuo prigioniero di un tessuto sociale che  non
    alimenta un dialogo morale,  che, anzi, lo imprigiona nelle debolezze,
    nelle miserie,  negli  errori,  senza  offrirgli  una  possibilit  di
    riscatto;  e  riguarda  la  impossibilit  di imitare scenicamente una
    realt fissata in una dimensione privata, segna la fine della commedia
    borghese.  I sei personaggi rappresentano  l'arte  come  verit  della
    vita,  gli  attori  l'arte  come  finzione:  le linee del contrasto si
    intrecciano pur restando distinte, la verit e la finzione appaiono in
    modo consapevole.  Nella nuova drammaturgia pirandelliana la sincronia
    dell'immagine  scenica  risulta  spezzata;  si  passa da una interiore
    unit a una duplicit e pluralit: l'arte e la vita si  pongono  l'una
    di fronte all'altra,  in modo antagonistico - l'arte  vera, la vita 
    falsa,  l'arte demistifica la vita - la forma teatrale risulta  da  un
    processo dialettico,  il momento critico penetra nel momento creativo.
    I personaggi verificano la impossibilit di dare ordine e chiarezza al
    vissuto,  di  trasferire,  nella  finzione  scenica,  l'esistenza,  di
    figurarla,  mentre  rispondono  all'antico  bisogno  dell'uomo di dare
    testimonianza di s e degli altri.
    Il dramma dei sei personaggi  ha  avuto  grande  fortuna:  tradotto  e
    rappresentato in tutto il mondo  apparso a Parigi,  nella versione di
    Benjamin Crmieux, alla Comdie des Champs-Elyses nel 1923, a Vienna,
    al Raimund-Theater nel 1924, a Londra, a Nuova York.
    Il secondo dramma  della  riforma  teatrale  pirandelliana    "Enrico
    Quarto",  interpretato da Ruggero Ruggeri, al Manzoni di Milano, il 24
    febbraio  1922.  Enrico,  caduto  da  cavallo  durante  una  festa  di
    carnevale, impazzisce, si fissa nella tragica maschera dell'imperatore
    che egli aveva scelto per travestirsi. Risanato dopo dodici anni, egli
    preferisce prolungare, nella finzione, la propria solitudine rivestita
    di tutti i colori e gli splendori di quel lontano carnevale, per non
    arrivare   con   una   fame   da  lupo  a  un  banchetto  gi  bell'e
    sparecchiato.  La rivelazione di una tale simulazione,  tra gli amici
    di  un tempo che gli sono ricomparsi davanti,  mette a nudo gli animi,
    scopre i vecchi inganni, esaspera i contrasti sino al parossismo, alla
    vendetta: Enrico colpisce con la spada il  rivale  Belcredi,  che  gli
    aveva  portato via la donna amata,  Matilde,  ed  costretto a coprire
    con la maschera della pazzia il delitto, e, questa volta,  per sempre.
    Del  dramma  si    voluto,  in  genere,  mettere  in  luce  l'aspetto
    concettuale,  il conflitto tra la vita e la storia: ma il suo fondo  
    passionale.
    "Enrico   Quarto"  sembra  stimolare  una  lettura  psicologica.   Dal
    comportamento del protagonista,  da ci che di lui dicono  gli  altri,
    dalla  diagnosi  del  medico,  emergono  lineamenti di una personalit
    complessa,  introversa che  fugge  la  realt,  sentita  come  nemica,
    minacciosa,  abolisce  il  tempo per ricuperare,  nella finzione della
    storia,  una fissit senza imprevisti,  uno stato infantile:  i  pazzi
    sono come i bambini,  dice Enrico, il delirio e il giuoco appartengono
    a una stessa dimensione in cui lo spazio e il  tempo  sono  inventati,
    alogici.  Il passato ritorna, nell'animo di Enrico, come disillusione,
    sconfitta:  il  tema  esistenziale  ha  premesse  psicologiche   nelle
    tendenze  fantastiche,  allucinatorie,  simboliche  manifestate  prima
    della pazzia.  Era un po' esaltato,  dice di lui Matilde,  in un modo
    curioso...  e freddo, aggiunge Belcredi. Aveva scatti di rabbia e una
    lucidit di rappresentazione che lo poneva fuori di s,  si lasciava
    stordire  per  non  vedersi pi.  La diagnosi del medico conferma lo
    stato di Enrico: Quella che era una ossessione momentanea - dice - si
    fiss,  con la caduta e la percossa alla nuca,  che  determinarono  il
    guasto cerebrale. Si fiss, perpetuandosi. La pazzia, nel momento del
    risveglio,  appare,  a  Enrico,  quasi  un'opera di magia.  Il senso
    fantastico di questo rapporto con la propria  finzione  penetra  anche
    nell'idea   della   storia  che  egli  svolge  fingendosi  re  Enrico:
    l'uccisione di Belcredi  il momento in cui la finzione diventa realt
    e il personaggio vive il proprio dramma.
    Tradotto e rappresentato in tutti i paesi, "Enrico Quarto" ha ottenuto
    un   successo   mondiale,   ne   sono   state   fatte   due   versioni
    cinematografiche nel 1926 e nel 1943.
    Il  clima  culturale  italiano ed europeo,  nel tempo in cui matura la
    nuova drammaturgia,   quello della "Ronda",  del saggio di Simmel "Il
    conflitto  della civilt moderna",  dell'"Ulisse" di Joyce,  dei primi
    drammi di Brecht, di Majakovski, delle opere di Freud e Jung.
    Con un motivo ibseniano - "Diana e  la  Tuda"  -  nel  1927,  comincia
    l'ultimo  decennio  del  lavoro  di  Pirandello.  Il profilo di questo
    periodo  tracciato dalle commedie che completano  il  discorso  sulla
    crisi dell'esistenza individuale - "L'amica delle mogli",  "O di uno o
    di nessuno", "Come tu mi vuoi", "Trovarsi", "Non si sa come" -,  dalle
    opere  della nuova drammaturgia del teatro nel teatro - "Questa sera
    si recita a soggetto" -, dai Miti: "Lazzaro",  "La nuova colonia",  "I
    giganti della montagna".
    Nel  1928  Pirandello  lascia  l'Italia:  sciolta la propria compagnia
    teatrale, vive lontano, a Berlino,  dove scrive "Questa sera si recita
    a  soggetto",  rappresentata  a  Koenigsberg  nel gennaio del 1930,  a
    Parigi,  dove lavora intorno a "Trovarsi",  mentre vanno in scena,  in
    Italia, "O di uno o di nessuno" interpretata dalla compagnia Almirante
    -  Rissone  -  Tofano,  "Come tu mi vuoi" recitata a Milano,  da Marta
    Abba.
    Nel luglio del 1931 scrive  alla  figlia  Lietta:  ...  La  vita  m'
    rimasta deserta.  Non ho pi quel che volevo,  e cos senza pi nulla,
    seguito a vivere per gli altri e non per me.
    S' esiliato,  sente che non  c'  pi  posto  per  lui  in  patria.
    Pirandello  non  ,  nemmeno  nel momento del declino,  un personaggio
    patetico: sa come  si  trasforma  un  dolore  personale  in  coscienza
    drammatica  dell'esistenza,  come l'astrazione possa rendere lucido il
    pensiero,  chiaro  anche  lo  smarrimento.  Solitudine  e  astrazione,
    passione  e  razionalit  erano stati i riferimenti costanti della sua
    ispirazione, della sua verifica di scrittore che aveva attraversato la
    crisi dell'uomo qual  nelle forme della convivenza  sociale  e  quale
    egli si sente nell'intimo dell'animo suo,  unit spezzata,  creativit
    dispersa,  dignit umiliata,  che aveva sperimentato le misure logiche
    per individuare i nodi delle contraddizioni umane,  le mistificazioni,
    il modo d'essere d'una societ  cristallizzata  nei  patti  di  carta,
    nelle convenzioni che sostituiscono i vincoli della moralit,  che era
    stato capace di ritessere logicamente anche la pazzia.
    C' una dolorosa coerenza nell'ultimo Pirandello: la  sua  non    una
    stagione  in declino,  noi la sentiamo attraversata ancora dalla crisi
    vitale che aveva fatto nascere  i  capolavori:  i  Miti,  anzi,  fanno
    pensare  a  una  stagione  nuova,  quella della grande utopia sociale,
    religiosa, estetica.
    E' stato scritto che drammi come "Diana e la Tuda", o "Non si sa come"
    sono opere stanche o sbagliate per una involuzione di tipo  religioso,
    freudiano, per una puritana condanna dei mali della carne. Vi sono, in
    Pirandello,  scorie  vecchie,  reperibili  in  tutta  l'opera  sua  di
    scrittore-siciliano-europeo - una autonomia di natura e cultura  -  ma
    sono  tracce  labili  in una operazione drammatica che si rivolge alle
    radici del vissuto,  alla memoria degli atti involontari,  ai  vincoli
    taciuti,  ai  sentimenti inespressi,  al mondo silenzioso che portiamo
    dentro di noi e che, spesso, ci condiziona.
    I Miti aprono una pagina nuova: Lucio, protagonista di "Lazzaro",  un
    giovane educato secondo una concezione religiosa autoritaria e  nemica
    della vita; egli se ne allontana ma ritrova la fede quando il pensiero
    di  Dio  gli  appare  nella  realt,  nella  volont  di operare,  nel
    presente della vita, in una divina immanenza.
    "La nuova colonia" sembra trarre i propri motivi ideali dal "Contratto
    sociale" del Rousseau,  afferma la  necessit  di  una  legge  tua  e
    nostra fondata sull'autogoverno, sulla solidariet, dove ciascuno sia
    tutto per tutti e niente per s,  poich egli ha unito ogni bene suo
    al bene comune.
    "I giganti della montagna"  sono  l'opera  incompiuta  di  una  grande
    sintesi: nascono da tre condizioni dell'uomo,  la pietosa finzione dei
    sogni,  l'utopistica volont di portare la poesia  per  il  mondo,  il
    nascere di una civilt di orgogliosi tecnocrati che negano la poesia.
    Il  primo  atto  dei  "Giganti"   apparso sulla "Nuova antologia" del
    dicembre del  1931  col  titolo  "I  Fantasmi";  il  secondo  atto  su
    "Quadrante"  nel  novembre  del '34;  il contenuto del terzo,   stato
    ricostruito dal figlio  di  Pirandello,  Stefano,  sulla  traccia  del
    racconto  che  il  padre  gli  aveva  fatto.  Di  quest'opera   stata
    allestita una rappresentazione  postuma  il  5  giugno  del  1937  nel
    giardino  dei Boboli in Firenze,  da Renato Simoni,  con Memo Benassi,
    Andreina  Pagnani  e  Sandro  Ruffini;   quattro   edizioni   recenti,
    presentate a Milano, Zurigo e Dsseldorf sono state dirette da Giorgio
    Strehler.
    Nella  villa  della  Scalogna,  abbandonata in una valle,  hanno preso
    dimora Cotrone e i suoi scalognati, piccola gente che guarda la realt
    con occhi trasognati; sono venuti nella villa per vedersi vivere quali
    credono di essere. Duccio Doccia,  un mendicante che,  per trent'anni,
    ha  messo da parte le elemosine,  paga le spese attento a far durare a
    lungo il piccolo gruzzolo. Una sera vengono avvistate otto persone che
    arrancano verso la Scalogna spingendo un carretto sul quale   distesa
    una  donna  esausta.  E'  Ilse  Paulsen,  una attrice;  i pochi che la
    seguono sono quanto  resta  di  una  splendida  compagnia.  Figlia  di
    comici,  Ilse aveva lasciato il teatro per sposare un conte. Un poeta,
    innamorato di lei,  le aveva letto l'opera che stava  scrivendo:  Ilse
    aveva  capito  che  il giovane voleva attirarla verso la vita di prima
    per  farla  sua,  non  aveva  osato  deluderlo  subito,  aveva,  anzi,
    alimentato le sue speranze.  Compiuta la favola,  s'era ritirata, e il
    giovane poeta,  respinto,  s'era ucciso.  Ossessionata dalla  bellezza
    della  favola,  per  la  piet  e il rimorso,  Ilse aveva voluto dare,
    all'opera,  la vita,  che,  per lei,  il poeta s'era tolta:  il  conte
    l'aveva  assecondata mettendosi a capo di una compagnia di attori.  Ma
    il pubblico aveva accolto male il capolavoro.  Ilse era andata avanti,
    contro  tutti,  la  grande  compagnia  era  diventata  un gruppetto di
    istrioni scacciati dalle citt.  Il mago Cotrone  lieto di ospitarli:
    qui,  dice, dovete fermarvi perch il vostro sogno d'arte, disprezzato
    dagli uomini, si attui. Ma Ilse rifiuta di rimanere alla Scalogna.  Il
    mago le propone di recitare davanti ai giganti della montagna,  uomini
    ricchi e orgogliosi,  intenti a compiere opere grandiose,  che  stanno
    per celebrare una festa di nozze.  S'ode, di lontano, il fragore della
    cavalcata dei giganti che scendono in paese.  Qui il  Mito    rimasto
    interrotto.  L'ipotesi  del  suo  epilogo   questa: Ilse vuole che la
    rappresentazione abbia luogo davanti ai giganti  per  sperimentare  il
    potere della poesia.  Viene alzato un telone fra una casa e un vecchio
    ulivo saraceno.  Ma il pubblico vuole allegria,  lazzi e canzoni,  non
    sopporta  l'oscuro  linguaggio dell'arte.  L'urto  inevitabile: Ilse,
    alle urla, risponde col disprezzo e quel pubblico gigantesco la spezza
    come un fantoccio.  Il conte grida che la poesia   stata  calpestata.
    Cotrone   risponde   che   i   servi   fanatici   della   vita  hanno,
    innocentemente,  rotto,  come  fantocci  ribelli,   i  servi  fanatici
    dell'arte.
    "I  giganti  della  montagna" pongono - con l'ambiguit inevitabile di
    tutte le opere incompiute - una domanda: quale posto avr la poesia in
    un mondo dominato dalla tecnica e quale posto  ha,  in  realt,  nella
    nostra vita quotidiana, oggi, la poesia?
    Lucio nel dramma "Lazzaro",  La Spera nella "Nuova Colonia",  Ilse nei
    "Giganti",  esprimono il bisogno di una religione  immanente,  di  una
    societ comunitaria, di una poesia operante in mezzo agli uomini.
    E'  un  approdo  umanissimo  che  cancella  la  falsa  immagine  di un
    Pirandello nichilista,  figlio del relativismo e del pessimismo,  e ci
    invita a riconoscere,  in lui,  la presenza del pensiero degli altri
    che penetra a fondo nell'animo dei solitari.

    Luigi Ferrante



















    COSI E' (SE VI PARE).

    Prima rappresentazione: Milano, 18 giugno 1917.
    Prima edizione: Roma 1918.


    Personaggi:

    LAMBERTO LAUDISI,
    LA SIGNORA FROLA,
    IL SIGNOR PONZA suo genero,
    LA SIGNORA PONZA
    IL CONSIGLIERE AGAZZI,
    LA SIGNORA AMALIA sua moglie e sorella di Lamberto Laudisi,
    DINA loro figlia,
    LA SIGNORA SIRELLI,
    IL SIGNOR SIRELLI,
    IL SIGNOR PREFETTO,
    IL COMMISSARIO CENTURI,
    LA SIGNORA CINI,
    LA SIGNORA NENNI.

    Un cameriere di casa Agazzi.
    Altri signori e signore.

    [In un capoluogo di provincia. Oggi]


    ATTO PRIMO.

    [Salotto in casa del Consigliere Agazzi.  Uscio comune in fondo;  usci
    laterali a destra e a sinistra.]


    Scena Prima.

    [La Signora Amalia, Dina, Laudisi.]

    [Al  levarsi  della  tela  Lamberto Laudisi passegger irritato per il
    salotto.  Sui  quarant'anni,  svelto,   elegante  senza  ricercatezza,
    indosser una giacca viola con risvolti e alamari neri.]

    LAUDISI Ah, dunque  andato a ricorrere al Prefetto?
    AMALIA  (sui  quarantacinque,  capelli  grigi;  contegno  d'importanza
    ostentata,  per il posto che il  marito  occupa  in  societ.  Lascer
    tuttavia intendere che,  se stesse in lei,  rappresenterebbe la stessa
    parte e si comporterebbe in tante occasioni ben  altrimenti)  Oh  Dio,
    Lamberto, per un suo subalterno!
    LAUDISI Subalterno, alla Prefettura; non a casa!
    DINA (diciannove anni; una cert'aria di capir tutto meglio della mamma
    e  anche del babbo;  ma attenuata,  questa aria,  da una vivace grazia
    giovanile) Ma  venuto a  allogarci  la  suocera  qua  accanto,  sullo
    stesso pianerottolo!
    LAUDISI  E  non  era  padrone?  C'era  un  quartierino sfitto,  e l'ha
    affittato per la suocera. O ha forse l'obbligo una suocera di venire a
    ossequiare in casa

    (caricato, facendola lunga, apposta:)

    la moglie e la figliuola d'un superiore di suo genero?
    AMALIA Chi dice obbligo? Siamo andate noi, mi pare, io e Dina,  per le
    prime da questa signora, e non siamo state ricevute.
    LAUDISI  E  che    andato  a  fare adesso tuo marito dal Prefetto?  A
    imporre d'autorit un atto di cortesia?
    AMALIA Un atto di giusta riparazione,  se mai!  Perch non si lasciano
    due signore, l come due pioli, davanti alla porta.
    LAUDISI  Soperchierie,  soperchierie!  Non  sar  dunque permesso alla
    gente di starsene per casa sua?
    AMALIA Eh,  se tu non vuoi tener conto che cortesi volevamo esser noi,
    per le prime, verso una forestiera!
    DINA  Via,  zietto,  calmati,  via!  Saremo,  se vuoi,  sincere: ecco,
    ammettiamo d'esser state cos cortesi per curiosit. Ma scusa,  non ti
    sembra naturale?
    LAUDISI Ah, naturale, s: perch non avete nulla da fare.
    DINA Ma no,  guarda,  zietto.  Tu te ne stai cost, senza badare a ci
    che fanno gli altri attorno a te. - Bene. - Vengo io.  E qua,  proprio
    su questo tavolinetto che ti sta davanti,  ti colloco,  im-per-tur-ba-
    bi-le - anzi no,  con la faccia di quel signore l,  patibolare -  che
    so, poniamo, un paio di scarpe della cuoca.
    LAUDISI (scattando) Come c'entrano le scarpe della cuoca?
    DINA (subito) Ecco, vedi? Te ne meravigli! Ti sembra una stramberia, e
    me ne domandi subito il perch.
    LAUDISI  (restando,  con  un sorriso freddo,  ma presto ripigliandosi)
    Carina! - Hai ingegno tu; ma parli con me,  sai?  - Tu vieni a posarmi
    qui  sul  tavolino  le scarpe della cuoca appunto per stuzzicar la mia
    curiosit;   e  certo  -  poich  l'hai  fatto  apposta  -  non   puoi
    rimproverarmi se ti domando: - Ma perch, cara, le scarpe della cuoca
    qui  sopra?  -  Dovresti  ora  dimostrarmi  che questo signor Ponza -
    villano e mascalzone,  come lo  chiama  tuo  padre  -  sia  venuto  ad
    allogarci, ugualmente apposta, qua accanto, la suocera!
    DINA  E sia!  Non l'avr fatto apposta.  Ma non puoi negare che questo
    signore vive in un mondo talmente strambo  da  suscitar  la  curiosit
    naturalissima  di  tutto  il paese.  - Scusami.  - Arriva.  - Prende a
    pigione un quartierino all'ultimo piano  di  quel  casone  tetro,  l,
    all'uscita del paese, su gli orti... - L'hai veduto? Dico, di dentro?
    LAUDISI Sei forse andata a vederlo, tu?
    DINA S, zietto! Con la mamma. E mica noi sole, sai? Tutti sono andati
    a vederlo.  - C' un cortile - cos buio!  - (pare un pozzo) - con una
    ringhierina di ferro in alto, in alto,  lungo il ballatoio dell'ultimo
    piano; da cui pendono coi cordini tanti panieri.
    LAUDISI E con questo?
    DINA (con meraviglia e indignazione) Ha relegato la moglie lass!
    AMALIA E la suocera qua, accanto a noi!
    LAUDISI In un bel quartierino, la suocera, in mezzo alla citt!
    AMALIA Grazie! E la costringe ad abitar divisa dalla figlia?
    LAUDISI Chi ve l'ha detto?  O non pu esser lei, invece, la madre, per
    avere maggior libert?
    DINA No, no! che, zietto! Si sa che  lui!
    AMALIA Ma scusa, si capisce che una figliuola, sposando, lasci la casa
    della madre e vada a convivere col marito; anche in un'altra citt. Ma
    che una povera madre,  non sapendo resistere  a  viver  lontana  dalla
    figliuola,  la  segua,  e  nella citt dove anche lei  forestiera sia
    costretta a viverne divisa,  via,  ammetterai che questo  no,  non  si
    capisce facilmente!
    LAUDISI  Gi!  Che fantasie da tartarughe!  Ci vuol tanto a immaginare
    che,  o per colpa di lei,  o per colpa di lui - o pur senza  colpa  di
    nessuno - ci sia tale incompatibilit di carattere,  per cui, anche in
    queste condizioni...
    DINA (interrompendo, meravigliata) Come, zietto? Tra madre e figlia?
    LAUDISI Perch tra madre e figlia?
    AMALIA Ma perch tra loro due, no! Sono sempre insieme, lui e lei!
    DINA Suocera e genero! E' ben questo lo stupore di tutti!
    AMALIA Viene qua ogni sera, lui, a tener compagnia alla suocera.
    DINA Anche di giorno, viene: una o due volte.
    LAUDISI Sospettate forse che facciano all'amore, suocera e genero?
    DINA No, che dici! Una povera vecchietta.
    AMALIA Ma non le porta mai la figlia! non porta mai con s, mai,  mai,
    la moglie a vedere la madre!
    LAUDISI Sar malata quella poverina... non potr uscire di casa...
    DINA Ma che! Ci va lei, la madre...
    AMALIA Ci va...  S!  Per vederla da lontano! Si sa di causa e scienza
    che a questa povera madre  proibito salire in casa della figliuola!
    DINA Pu parlarle solo dal cortile!
    AMALIA Dal cortile, capisci!
    DINA Alla figliuola che  s'affaccia  dal  ballatoio  lass,  come  dal
    cielo!  Questa  poveretta  entra  nel  cortile;  tira  il  cordino del
    paniere; suona il campanello lass; la figliuola s'affaccia,  e lei le
    parla di gi,  da quel pozzo,  storcendosi il collo cos!  figrati! E
    neanche la vede, abbagliata dalla luce che cola dall'alto.

    [Si sentir picchiare all'uscio e si presenter il cameriere.]

    CAMERIERE Permesso?
    AMALIA Chi ?
    CAMERIERE I signori Sirelli con un'altra signora.
    AMALIA Ah, fa passare.

    [Il cameriere s'inchiner e via.]


    Scena seconda.

    [I Coniugi Sirelli, la Signora Cini, Detti.]

    AMALIA (alla signora Sirelli) Cara signora!
    SIGNORA SIRELLI  (grassoccia,  rubizza,  ancora  giovane,  parata  con
    sovraccarica  eleganza  provinciale;  ardente di irrequieta curiosit;
    aspra contro il marito) Mi sono permessa  di  portarle  la  mia  buona
    amica, signora Cini, che aveva tanto desiderio di conoscerla.
    AMALIA Piacere, signora. - S'accmodino.

    [Far le presentazioni:]

    Questa  la mia figliuola Dina. - Mio fratello Lamberto Laudisi.
    SIRELLI  (calvo,   sui  quaranta,   grasso,  impomatato,  con  pretese
    d'eleganza,   scarpe   lucide   sgrigliolanti;   salutando)   Signora,
    signorina.

    [Stringer la mano a Laudisi.]

    SIGNORA  SIRELLI  Ah,  signora  mia,  noi veniamo qua come alla fonte.
    Siamo due povere assetate di notizie.
    AMALIA E notizie di che, signore mie?
    SIGNORA  SIRELLI  Ma  di  questo  benedetto  nuovo  segretario   della
    Prefettura. Non si parla d'altro in paese!
    SIGNORA  CINI (vecchia goffa,  piena di cupida malizia dissimulata con
    arie d'ingenuit) Una curiosit ne abbiamo tutte, una curiosit che...
    che mai pi!
    AMALIA Ma ne sappiamo quanto gli altri, noi, creda, signora!
    SIRELLI (alla moglie,  come se avesse riportato una vittoria) Te  l'ho
    detto? Quanto me, e forse meno di me!
     Poi, volgendosi alle altre:]

    La ragione per cui questa povera madre non pu andare a vedere in casa
    la figliuola, per esempio, la sanno loro, qual  veramente?
    AMALIA Ne stavo parlando con mio fratello.
    LAUDISI Mi sembrate impazziti tutti quanti!
    DINA  (subito,  perch  non  si  dia retta allo zio) Perch il genero,
    dicono, glielo proibisce.
    SIGNORA CINI (con voce a lamento) Non basta, signorina!
    SIGNORA SIRELLI (incalzando) Non basta! Fa di pi!
    SIRELLI  (premettendo   un   gesto   delle   mani,   per   raccogliere
    l'attenzione) Notizia fresca appurata or ora:

    [quasi sillabando:]

    La tiene chiusa a chiave!
    AMALIA La suocera?
    SIRELLI No, signora: la moglie!
    SIGNORA SIRELLI La moglie! la moglie!
    SIGNORA CINI (voce a lamento) A chiave!
    DINA Capisci, zietto? Tu che vuoi scusare...
    SIRELLI (stupito) Come? Tu vorresti scusare quel mostro?
    LAUDISI  Ma  non  lo voglio scusare nient'affatto!  Dico che la vostra
    curiosit  (chiedo  perdono  alle   signore)      insoffribile,   non
    foss'altro, perch  inutile.
    SIRELLI Inutile?
    LAUDISI Inutile! - Inutile, signore mie!
    SIGNORA CINI Che si voglia venire a sapere?
    LAUDISI  Che  cosa,  scusi?  Che  possiamo  noi realmente sapere degli
    altri? chi sono... come sono... ci che fanno... perch lo fanno...
    SIGNORA SIRELLI Chiedendo notizie, informazioni...
    LAUDISI Ma se c' una che,  per questa via,  dovrebbe stare  a  giorno
    d'ogni  cosa,  quest'una dovrebbe proprio esser lei,  signora,  con un
    marito come il suo, cos informato sempre di tutto!
    SIRELLI (cercando d'interrompere) Scusa, scusa...
    SIGNORA SIRELLI Ah no, caro, senti: questa  la verit!

    [Rivolgendosi alla signora Amalia.]

    La verit, signora mia: con mio marito che dice sempre di saper tutto,
    io non riesco a sapere mai niente.
    SIRELLI Sfido!  Non si contenta mai di  quello  che  le  dico!  Dubita
    sempre  che  una cosa non sia come gliel'ho detta.  Sostiene anzi che,
    come gliel'ho detta io, non pu essere.  Arriva finanche a supporre di
    proposito il contrario!
    SIGNORA SIRELLI Ma abbi pazienza, se vieni a riferirmi certe cose...
    LAUDISI (rider forte) Ah ah ah...  Permette,  signora?  Rispondo io a
    suo marito. Come vuoi, caro, che tua moglie si contenti delle cose che
    tu le dici, se tu - naturalmente - gliele dici come sono per te?
    SIGNORA SIRELLI Come assolutamente non possono essere!
    LAUDISI Ah, no,  signora,  sopporti che le dica che qui ha torto lei !
    Per suo marito, stia sicura, le cose sono come lui gliele dice.
    SIRELLI Ma come sono in realt! come sono in realt!
    SIGNORA SIRELLI Nient'affatto! Tu t'inganni continuamente!
    SIRELLI T'inganni, tu, ti prego di credere! Non mi inganno io!
    LAUDISI  Ma  no,  signori  miei.  Non  v'ingannate  nessuno  dei  due.
    Permettete? Ve ne faccio la prova.

    [S'alzer e si presenter in mezzo al salotto.]

    Tutt'e due, qua, vedete me. - Mi vedete,  vero?
    SIRELLI Eh sfido!
    LAUDISI No, no; non lo dire cos presto, caro. Vieni qua, vieni qua.
    SIRELLI (lo guarder sorridendo, perplesso,  un po' sconcertato,  come
    se non volesse prestarsi a uno scherzo che non capisce) Perch?
    SIGNORA SIRELLI (spingendolo con la voce irritata) E vai l.
    LAUDISI  (a  Sirelli che gli si sar appressato titubante) Tu mi vedi?
    Guardami meglio. Toccami.
    SIGNORA SIRELLI (al marito che esita c.s. a toccarlo) E toccalo!
    LAUDISI (a Sirelli che avr alzato una mano a  toccarlo  appena  sulla
    spalla) Cos, bravo. Tu sei sicuro di toccarmi come mi vedi,  vero?
    SIRELLI Direi.
    LAUDISI Non puoi dubitare di te, sfido! - Torna al tuo posto.
    SIGNORA  SIRELLI  (al marito rimasto l balordo davanti al Laudisi) E'
    inutile che stia l a sbattere gli occhi; torna a sedere adesso!
    LAUDISI (alla signora Sirelli,  poich il marito sar tornato  stonato
    al suo posto) Ora, scusi, venga qua lei, signora

    [Subito, prevenendo:]

    No no, ecco, vengo io da lei.

    [Le si far davanti, si piegher su un ginocchio.]

    Mi vede,  vero? Alzi una manina; mi tocchi.

    [E come la signora Sirelli,  seduta, gli poser una mano sulla spalla,
    egli, chinandosi, per baciargliela:]

    Cara manina!
    SIRELLI Oh oh.
    LAUDISI Non gli dia retta!  - E' sicura anche lei di toccarmi come  mi
    vede? Non pu dubitare di lei. - Ma per carit, non dica a suo marito,
    n a mia sorella, n a mia nipote, n alla signora qua -
    SIGNORA CINI (suggerendo) - Cini -
    LAUDISI  Cini  -  come  mi  vede,  perch tutt'e quattro altrimenti le
    diranno che lei s'inganna, mentre lei non s'inganna affatto! Perch io
    sono realmente come mi vede lei.  - Ma ci non  toglie,  cara  signora
    mia,  che  io  non  sia  anche realmente come mi vede suo marito,  mia
    sorella, mia nipote e la signora qua -
    SIGNORA CINI (suggerendo) - Cini -
    LAUDISI (Cini) - che anche loro non s'ingannano affatto.
    SIGNORA SIRELLI E come, dunque, lei cambia dall'uno all'altro?
    LAUDISI Ma sicuro che cambio,  signora  mia!  E  lei  no,  forse?  Non
    cambia?
    SIGNORA SIRELLI (precipitosamente) Ah no no no no. Le assicuro che per
    me io non cambio affatto!
    LAUDISI E neanch'io per me, creda! E dico che voi tutti v'ingannate se
    non mi vedete come mi vedo io! Ma ci non toglie che non sia una bella
    presunzione tanto la mia, quanto la sua, cara signora
    SIRELLI Ma tutto codesto arzigogolo, scusa, per concludere che cosa?
    LAUDISI Ti pare che non concluda?  Oh bella!  Vi vedo cos affannati a
    cercar di sapere chi sono gli altri e le cose come sono, quasi che gli
    altri e le cose per se stessi fossero cos o cos.
    SIGNORA SIRELLI Ma secondo lei allora  non  si  potr  mai  sapere  la
    verit?
    SIGNORA  CINI  Se non dobbiamo pi credere neppure a ci che si vede e
    si tocca!
    LAUDISI Ma s,  ci creda,  signora!  Per le dico:  rispetti  ci  che
    vedono e toccano gli altri,  anche se sia il contrario di ci che vede
    e tocca lei.
    SIGNORA SIRELLI Oh,  senta!  io le volto le spalle e non parlo pi con
    lei! Non voglio impazzire!
    LAUDISI No,  no: basta!  Seguitate a parlare della signora Frola e del
    signor Ponza suo genero: non v'interrompo pi.
    AMALIA Ah, Dio sia ringraziato! E faresti meglio, caro Lamberto, se te
    n'andassi di l!
    DINA Di l; di l, zietto; s, vai, vai!
    LAUDISI No, perch? Mi diverto a sentirvi parlare.  Me ne star zitto,
    non dubitare. Tutt'al pi, far tra me e me qualche risata; e se me ne
    scapper qualcuna forte, mi scuserete.
    SIGNORA  SIRELLI  E  dire  che  noi eravamo venute per sapere...  - Ma
    scusi: suo marito, signora, non  un superiore di questo signor Ponza?
    AMALIA Altro  l'ufficio, altro la casa, signora.
    SIGNORA SIRELLI Capisco,  gi!  - Ma loro non han neppure  tentato  di
    vedere la suocera qua accanto?
    DINA Altro che! Due volte, signora!
    SIGNORA CINI (con un balzo;  e poi, tutta cupida e intenta) Ah dunque!
    Dunque loro le hanno parlato?
    AMALIA Non siamo state ricevute, signora mia!
    SIRELLI, SIGNORA SIRELLI, SIGNORA CINI Oh! oh! - Come mai!
    DINA Anche questa mattina...
    AMALIA La prima volta restammo pi d'un quarto d'ora dietro la  porta.
    Nessuno venne ad aprirci,  e non si pot neppure lasciare un biglietto
    da visita. - Abbiamo ritentato oggi...
    DINA (con un gesto delle mani che esprime spavento) Venne  ad  aprirci
    lui!
    SIGNORA  SIRELLI  Che  faccia!  Gi.  Ce  l'ha proprio di cattivo!  Ha
    sconcertato tutto il paese con quella  faccia!  E  poi,  cos,  sempre
    vestito di nero... Sono tutti e tre vestiti di nero, anche la signora,
     vero? la figlia?
    SIRELLI (con fastidio) Ma se la figlia non l'ha mai veduta nessuno! Te
    l'ho detto mille volte!  Sar vestita di nero anche lei... - Sono d'un
    paesello della Marsica -
    AMALIA - s; distrutto, pare, totalmente -
    SIRELLI - di pianta, raso al suolo, dall'ultimo terremoto.
    DINA Hanno perduto tutti i parenti, si dice.
    SIGNORA CINI (con ansia di riattaccare il discorso  interrotto)  Bene,
    dunque dunque... - ha aperto lui?
    AMALIA Appena me lo sono veduto davanti, con quella faccia, non mi son
    pi  trovata  in  gola  la voce per dirgli che venivamo per una visita
    alla suocera. Niente, sa? neanche un ringraziamento.
    DINA No, per questo, fece un inchino.
    AMALIA Ma appena... cos, col capo.
    DINA Gli occhi,  piuttosto,  devi dire!  Quelli sono gli  occhi  d'una
    belva, non d'un uomo.
    SIGNORA CINI (c.s.) E allora? Che ha detto allora?
    DINA Tutto imbarazzato -
    AMALIA - tutto arruffato, ci ha detto che la suocera era indisposta...
    che ci ringraziava dell'attenzione...  e rimase l,  su la soglia,  in
    attesa che ci ritirassimo.
    DINA Che mortificazione!
    SIRELLI Sgarbo da villano!  Ah,  ma pu esser sicura che    lui,  sa?
    Forse terr sotto chiave anche la suocera!
    SIGNORA  SIRELLI  Ci vuol coraggio!  Con una signora,  moglie d'un suo
    superiore!
    AMALIA Ah,  ma mio marito questa volta se n' proprio indignato:  l'ha
    presa  come  una grave mancanza di riguardo ed  andato a rinzelarsene
    fortemente col Prefetto, pretendendo una riparazione.
    DINA Oh, giusto, eccolo qua, il babbo!


    Scena Terza.

    [Il Consigliere Agazzi, Detti.]

    AGAZZI (cinquant'anni, rosso di pelo, arruffato,  con barba,  occhiali
    d'oro, autoritario e dispettoso) Oh, caro Sirelli.

    [S'appresser al canap,  s'inchiner e stringer la mano alla signora
    Sirelli.]

    Signora.
    AMALIA (presentandolo alla signora Cini) Mio marito - la signora Cini.
    AGAZZI (s'inchiner, stringer la mano) Lietissimo.

    [Poi, rivolgendosi quasi con solennit alla moglie e alla figlia:]

    Vi avverto che sar qui a momenti la signora Frola.
    SIGNORA SIRELLI (battendo le mani, esultante) Ah, verr? verr qui?
    AGAZZI Ma per forza!  Potevo tollerare che fosse fatto uno sgarbo cos
    patente alla mia casa, alle mie donne?
    SIRELLI Ma s. Dicevamo appunto questo!
    SIGNORA SIRELLI E sarebbe stato bene cogliere quest'occasione -
    AGAZZI (prevenendo) - per far notare al Prefetto tutto ci che si dice
    in paese sul riguardo di questo signore? Eh, non dubiti: l'ho fatto!
    SIRELLI Ah, bene! bene!
    SIGNORA CINI Cose inesplicabili! veramente inconcepibili!
    AMALIA  Selvagge  addirittura!  Ma  sai  che  le tiene chiuse a chiave
    tutt'e due!
    DINA No, mamma: per la suocera ancora non si sa!
    SIGNORA SIRELLI Ma la moglie,  certo!
    SIRELLI E il Prefetto?
    AGAZZI S... Eh... ne  rimasto molto... molto impressionato...
    SIRELLI Ah, meno male!
    AGAZZI Era arrivata anche a lui qualche voce,  e...  e vede anche  lui
    adesso l'opportunit di chiarire questo mistero, di venire a sapere la
    verit.
    LAUDISI (rider forte) Ah! ah! ah! ah!
    AMALIA Non ci manca proprio, adesso, che la tua risata.
    AGAZZI E perch ride?
    SIGNORA SIRELLI Ma perch dice che non  possibile scoprire la verit!


    Scena Quarta.

    [Cameriere, Detti, poi la Signora Frola.]

    CAMERIERE   (presentandosi  sulla  soglia  dell'uscio  e  annunziando)
    Permesso? La signora Frola.
    SIRELLI Oh! Eccola qua.
    AGAZZI Vedremo adesso se non sar possibile, caro Lamberto!
    SIGNORA SIRELLI Benissimo! Ah, sono proprio contenta!
    AMALIA (alzandosi) La facciamo passare?
    AGAZZI No, ti prego, siedi. Aspetta che entri. Seduti, seduti. Bisogna
    star seduti.

    [Al cameriere:]

    Fa' passare.

    [Il cameriere,  via.  Entrer poco dopo la signora Frola  e  tutti  si
    alzeranno.   La   signora   Frola    una  vecchina  linda,   modesta,
    affabilissima,  con una grande tristezza negli occhi,  ma attenuata da
    un  costante  dolce  sorriso  sulle labbra.  La signora Amalia si far
    avanti e le porger la mano.]

    AMALIA Favorisca, signora.

    [Tenendola per mano, far le presentazioni:]

    La signora Sirelli, mia buona amica. La signora Cini. - Mio marito.  -
    Il  signor Sirelli.  - La mia figliuola Dina.  - Mio fratello Lamberto
    Laudisi. - S'accomodi, signora.
    SIGNORA FROLA Sono dolente e chiedo scusa d'aver mancato fino ad  oggi
    al  mio  dovere.  - Lei,  signora,  con tanta degnazione mi ha onorata
    d'una visita, quando toccava a me di venire per la prima.
    AMALIA Tra vicine, signora, non si bada a chi tocchi prima.  Tanto pi
    che lei, stando qui, sola, forestiera, chi sa, poteva aver bisogno...
    SIGNORA FROLA Grazie, grazie... troppo buona...
    SIGNORA SIRELLI La signora  sola in paese?
    SIGNORA  FROLA  No,  ho  una figlia maritata: venuta anche lei,  che 
    poco, qui.
    SIRELLI Il genero della signora  il segretario della  Prefettura:  il
    signor Ponza,  vero?
    SIGNORA  FROLA  Appunto,  s.  E il signor Consigliere vorr scusarmi,
    spero, e scusare anche mio genero.
    AGAZZI Per dire la verit, signora, io mi sono avuto un po' a male -
    SIGNORA FROLA (interrompendolo) - ha ragione, ha ragione!  Ma lei deve
    scusarlo!  Siamo  rimasti,  creda,  cos  scombussolati  dalla  nostra
    disgrazia.
    AMALIA Ah, gi! loro ebbero quel gran disastro!
    SIGNORA SIRELLI Perdettero parenti?
    SIGNORA FROLA Oh, tutti... - Tutti,  signora mia.  Del nostro paesello
    non  c'  quasi  pi  traccia:   rimasto l tra le campagne,  come un
    mucchio di rovine; abbandonate.
    SIRELLI Gi! s' saputo!
    SIGNORA FROLA Io non avevo pi che  una  sorella,  con  una  figliuola
    anche  lei,  ma nubile.  Per il mio povero genero la sciagura fu assai
    pi grave.  La madre,  due  fratelli,  una  sorella,  e  poi  cognato,
    cognate, due nipotini.
    SIRELLI Un'ecatombe!
    SIGNORA  FROLA  E  sono  sciagure  per  tutta  la vita!  Si resta come
    storditi!
    AMALIA Oh certo!
    SIGNORA SIRELLI Da un momento all'altro! C' da impazzire!
    SIGNORA FROLA Non si pensa pi a nulla. Si manca senza volerlo, signor
    Consigliere.
    AGAZZI Oh basta, prego, signora.
    AMALIA Anche in  considerazione  di  questa  sciagura,  io  e  la  mia
    figliuola eravamo venute per le prime.
    SIGNORA  SIRELLI  (friggendo)  Gi!  sapendo  cos sola la signora!  -
    Bench mi perdoni, signora, se oso domandarle come va,  che avendo qua
    la figliuola, dopo una sciagura come questa, che...

    [peritosa, dopo aver filato cos bene:]

    mi  sembra...  dovrebbe  far nascere nei superstiti il bisogno di star
    tutti uniti -
    SIGNORA FROLA (seguitando lei,  per toglierla d'imbarazzo) - io me  ne
    stia cos sola,  vero?
    SIRELLI Gi, ecco, pare strano, per essere sinceri.
    SIGNORA FROLA (dolente) Eh, lo capisco.

    [Poi, come per tentare una via di scampo:]

    Ma...  sa,  son  di  parere  che,  quando un figliuolo o una figliuola
    sposano, si debbano lasciare a se stessi, a farsi la loro vita, ecco.
    LAUDISI Benissimo!  Giustissimo!  Che dev'essere per  forza  un'altra,
    nelle nuove relazioni con la moglie o col marito.
    SIGNORA  SIRELLI  Ma  non fino al punto,  scusi Laudisi,  da escludere
    dalla propria vita quella della madre!
    LAUDISI Chi ha detto escludere?  Si parla adesso - se ho inteso bene -
    d'una madre che comprende che la figliuola non pu e non deve rimanere
    legata a lei come prima, avendo ora un'altra vita per s.
    SIGNORA FROLA (con viva riconoscenza) Ecco,   proprio cos,  signore!
    Grazie! Ho voluto proprio dir questo!
    SIGNORA CINI Ma la sua figliuola, m'immagino, verr,  verr qui spesso
    a tenerle compagnia.
    SIGNORA FROLA (tra le spine) Gi... s... ci vediamo, certo...
    SIRELLI (subito) Non esce mai di casa, per, la sua figliuola! Almeno,
    nessuno l'ha mai veduta!
    SIGNORA CINI Avr forse da badare ai figliuoli!
    SIGNORA FROLA (subito) No,  nessun figliuolo,  ancora. E forse, ormai,
    non ne avr pi.  E' sposata gi da sette anni.  Ha da fare,  in casa,
    certo. - Ma non  per questo.

    [Sorrider,  dolente;  e  soggiunger  per  tentare  un'altra  via  di
    scampo:]

    Noi sa - noi donne - siamo abituate, nei piccoli paesi,  a star sempre
    in casa.
    AGAZZI  Anche quando ci sia la mamma da andare a vedere?  la mamma che
    non sta pi con noi?
    AMALIA Ma la signora andr lei a vedere la figliuola!
    SIGNORA FROLA (subito) Ah, certo!  Come no?  Una o due volte al giorno
    ci vado!
    SIRELLI E sale,  una,  due volte al giorno,  tutte quelle scale,  fino
    all'ultimo piano di quel casone?
    SIGNORA FROLA  (smorendo,  tentando  ancora  di  volgere  in  riso  il
    supplizio di quest'interrogatorio) Eh,  no;  non salgo,  veramente. Ha
    ragione, signore; sarebbero troppe per me. Non salgo. La mia figliuola
    s'affaccia dalla parte del cortile e... e ci vediamo, ci parliamo.
    SIGNORA SIRELLI Cos soltanto? Oh! Non la vede mai da vicino?
    DINA (cingendo col braccio il  collo  della  madre)  Io,  figlia,  non
    pretenderei  che mia madre salisse per me novanta,  cento scalini;  ma
    non potrei contentarmi di  vederla,  di  parlarle  da  lontano,  senza
    abbracciarla, senza sentirmela vicina.
    SIGNORA  FROLA  (vivamente  turbata,  imbarazzata) Ha ragione!  Eh s,
    ecco, bisogna che io dica.  - Non vorrei che loro pensassero della mia
    figliuola  quello  che  non  ;  che  abbia per me poco affetto,  poca
    considerazione.  E anche di me che sono  la  mamma...  Novanta,  cento
    scalini non possono essere impedimento a una madre,  sia pur vecchia e
    stanca, quando poi abbia lass il premio di potersi stringere al cuore
    la propria figliuola.
    SIGNORA SIRELLI (trionfante) Ah, ecco!  Lo dicevamo noi,  signora!  Ci
    dev'essere una ragione!
    AMALIA (con intenzione) C', vedi, Lamberto? c' una ragione!
    SIRELLI (pronto) Suo genero, eh?
    SIGNORA FROLA Oh,  ma per carit,  non pensino male di lui! E' un cos
    bravo giovine!  Lor signori non possono immaginare quanto  sia  buono!
    Che affetto tenero e delicato,  pieno di premure,  abbia per me! E non
    dico l'amore e le cure che ha per la mia figliuola. Ah,  credano,  che
    non avrei potuto desiderare per lei un marito migliore!
    SIGNORA SIRELLI Ma... allora?
    SIGNORA CINI Non sar lui, allora, la ragione!
    AGAZZI Ma certo! Non mi sembra almeno possibile ch'egli proibisca alla
    moglie di andare a trovar la madre, o alla madre di salire in casa per
    stare un po' insieme con la figliuola!
    SIGNORA FROLA Proibire, no! Io non ho detto che sia lui a proibircelo!
    Siamo noi,  signor Consigliere,  io e mia figlia: ce ne asteniamo noi,
    spontaneamente, creda, per un riguardo a lui.
    AGAZZI E come, scusi, di che potrebbe offendersi lui? Non vedo!
    SIGNORA  FROLA  Non  offendersi,   signor   Consigliere.   -   E'   un
    sentimento...   -  un  sentimento,  signore  mie,  difficile  forse  a
    intendere. Quando si sia inteso, per, non pi difficile - credano - a
    compatire;  quantunque importi senza dubbio un sacrifizio  non  lieve,
    tanto a me, quanto alla mia figliuola.
    AGAZZI Riconoscer che almeno  strano,  tutto questo che lei ci dice,
    signora.
    SIRELLI Gi, e tale da suscitare e legittimare la curiosit.
    AGAZZI Anche, diciamo, qualche sospetto.
    SIGNORA FROLA Contro di lui? No, per carit,  non dica!  Che sospetto,
    signor Consigliere?
    AGAZZI Nessuno! Non si turbi. Dico che si potrebbe sospettare.
    SIGNORA FROLA No, no! E di che? Se il nostro accordo  perfetto! Siamo
    contente, contentissime, tanto io, quanto la mia figliuola.
    SIGNORA SIRELLI Ma  gelosia forse?
    SIGNORA FROLA Per la madre?  Gelosia?  Non credo che si possa chiamare
    cos. Bench, non saprei veramente.  - Ecco: egli vuole il cuore della
    moglie  tutto  per  s,  fino  al  punto  che anche l'amore che la mia
    figliuola deve avere per la sua mamma (e l'ammette,  come no?  altro!)
    Ma vuole che mi arrivi attraverso lui, per mezzo di lui, ecco!
    AGAZZI Oh! Ma scusi! Mi sembra una crudelt bella e buona, codesta!
    SIGNORA  FROLA  No,  no,  non  crudelt!  non  dica  crudelt,  signor
    Consigliere!  E' un'altra cosa,  creda!  Non riesco a esprimermi...  -
    Natura,  ecco.  Ma no...  Forse, oh Dio mio, sar magari una specie di
    malattia, se vogliono.  E' come una pienezza di amore - chiusa - ecco,
    s, esclusiva; nella quale la moglie deve vivere, senza mai uscirne, e
    nella quale nessun altro deve entrare.
    DINA Neppure la madre?
    SIRELLI Un bell'egoismo, direi!
    SIGNORA  FROLA  Forse.  Ma un egoismo che si d tutto,  come un mondo,
    alla propria donna!  Egoismo,  in fondo,  sarebbe  forse  il  mio,  se
    volessi  forzare  questo  mondo  chiuso d'amore,  quando so che la mia
    figliuola ci vive felice; cos adorata! - Questo, a una madre, signore
    mie,  deve bastare,  non  vero?  - Del resto,  se io la vedo  la  mia
    figliuola e le parlo...

    [Con graziosa mossa confidenziale:]

    Il panierino che vado a tirare l nel cortile, porta su e gi, sempre,
    due  paroline  di lettera,  con le notizie della giornata.  - Mi basta
    questo. - E ormai, gi mi sono abituata; rassegnata, l,  se vogliono!
    Non ne soffro pi.
    AMALIA Eh, dopo tutto, se son contente loro!
    SIGNORA FROLA (alzandosi) Oh, s! gliel'ho detto. Perch  tanto buono
    - credano! Come non potrebbe essere di pi! - Abbiamo ognuno le nostre
    debolezze, e bisogna che ce le compatiamo a vicenda.

    [Saluter la signora Amalia.]

    Signora.

    [Saluter  le  signore  Sirelli  e Cini,  poi Dina;  poi volgendosi al
    Consigliere Agazzi:]

    Mi avr scusato...
    AGAZZI Oh, signora, che dice! Le siamo gratissimi della visita.
    SIGNORA FROLA (saluter col capo Sirelli  e  Laudisi,  poi  volgendosi
    alla  signora  Amalia)  No,   prego...   stia,  stia,  signora...  non
    s'incomodi...
    AMALIA Ma no,  mio dovere, signora.

    [La signora  Frola  escir  accompagnata  dalla  signora  Amalia,  che
    rientrer poco dopo.*

    SIRELLI Ma che! ma che! Vi siete contentati della spiegazione?
    AGAZZI Ma che spiegazione? Qua ci deve esser sotto chi sa che mistero!
    SIGNORA  SIRELLI  E  chi  sa quanto deve soffrire quel povero cuore di
    madre!
    DINA Ma anche la figliuola, Dio mio!

    [Pausa.]

    SIGNORA CINI (dall'angolo della stanza,  dove si  sar  rincantucciata
    per  nascondere  il  pianto,  con  stridula  esplosione) Le lagrime le
    tremavano nella voce!
    AMALIA Gi! quando ha detto che altro che cento scalini salirebbe, pur
    di stringersi al cuore la figliuola!
    LAUDISI Io per me ho notato soprattutto uno studio,  dico di  pi,  un
    impegno di guardare da ogni sospetto il genero!
    SIGNORA SIRELLI Ma che! Dio mio, se non sapeva come scusarlo!
    SIRELLI Ma che scusare! la violenza? la barbarie?


    Scena Quinta.

    [Cameriere, Detti, poi il Signor Ponza.]

    CAMERIERE  (presentandosi  sulla  soglia) Signor Commendatore,  c' il
    signor Ponza che chiede d'esser ricevuto.
    SIGNORA SIRELLI Oh! lui!

    [Sorpresa generale  e  movimento  di  curiosit  ansiosa,  anzi  quasi
    sbigottimento.]

    AGAZZI Ricevuto da me?
    CAMERIERE Sissignore. Ha detto cos.
    SIGNORA SIRELLI Per carit,  lo riceva qua,  Commendatore!  - Ho quasi
    paura; ma una grande curiosit di vederlo da vicino, questo mostro!
    AMALIA Ma che vorr?
    AGAZZI Sentiremo. Sedete, sedete. Bisogna star seduti.

    [Al cameriere:]

    Fallo passare.

    [Il cameriere s'inchiner e andr via.  Entrer poco  dopo  il  signor
    Ponza.  Tozzo, bruno, dall'aspetto quasi truce, tutto vestito di nero,
    capelli neri,  fitti,  fronte  bassa,  grossi  baffi  neri.  Stringer
    continuamente  le  pugna  e  parler  con sforzo,  anzi con violenza a
    stento contenuta.  Di tratto in tratto si asciugher il sudore con  un
    fazzoletto  listato  di  nero.  Gli  occhi,  parlando,  gli resteranno
    costantemente duri, fissi, tetri.]

    AGAZZI Venga, venga avanti, signor Ponza!

    [Presentandolo.]

    Il nuovo segretario signor Ponza: la mia signora - la signora  Sirelli
    - la signora Cini - la mia figliuola - il signor Sirelli - Laudisi mio
    cognato. - S'accomodi.
    PONZA Grazie. Un momento solo e tolgo l'incomodo.
    AGAZZI Vuol parlare a parte con me?
    PONZA No,  posso...  posso anche davanti a tutti.  Anzi... E'...  una
    dichiarazione doverosa, da parte mia.
    AGAZZI Dice per la visita della sua signora suocera? Pu farne a meno;
    perch -
    PONZA - non per questo,  signor Commendatore.  Tengo anzi a far sapere
    che la signora Frola,  mia suocera,  sarebbe venuta senza dubbio prima
    che la sua signora e la signorina avessero la bont di degnarla  d'una
    loro  visita,  se io non avessi fatto di tutto per impedirglielo,  non
    potendo permettere che ella faccia visite o ne riceva.
    AGAZZI (con vero risentimento) Ma perch, scusi?
    PONZA (alterandosi sempre pi,  nonostante gli sforzi per  contenersi)
    Mia suocera avr parlato a lor signori della sua figliuola; avr detto
    che io le proibisco di vederla, di salire in casa mia?
    AMALIA Ma no! La signora  stata piena di riguardo e di bont per lei!
    DINA Non ha detto di lei altro che bene!
    AGAZZI  E che s'astiene lei,  di salire in casa della figliuola per un
    riguardo a un suo sentimento,  che noi francamente le diciamo  di  non
    comprendere.
    SIGNORA SIRELLI Anzi, se dovessimo dire proprio ci che ne pensiamo...
    AGAZZI Ma s, ci  parsa una crudelt, ecco! una vera crudelt!
    PONZA  Sono  qua appunto per chiarir questo,  signor Commendatore.  La
    condizione di questa donna  pietosissima.  Ma non meno pietosa    la
    mia,  anche per il fatto che mi obbliga a scusarmi, a dar loro conto e
    ragione d'una sventura,  che soltanto...  soltanto una  violenza  come
    questa poteva costringermi a svelare.

    [Si fermer un momento a guardare tutti, poi dir lento e staccato:]

    La signora Frola  pazza.
    TUTTI (con un sussulto) Pazza?
    PONZA Da quattro anni.
    SIGNORA SIRELLI (con un grido) Oh, Dio, ma non pare affatto!
    AGAZZI (stordito) Come, pazza?
    PONZA  Non  pare,  ma    pazza.  E la sua pazzia consiste appunto nel
    credere che io non voglia farle vedere la figliuola.

    [Con orgasmo d'atroce e quasi feroce commozione:]

    Quale figliuola,  in nome di Dio,  se  morta da quattro anni  la  sua
    figliuola?
    TUTTI (trasecolati) Morta? - Oh!... - Come? - Morta?
    PONZA Da quattro anni. E' impazzita proprio per questo.
    SIRELLI Ma dunque, quella che lei ha con s? -
    PONZA - l'ho sposata da due anni:  la mia seconda moglie.
    AMALIA E la signora crede che sia ancora la sua figliuola?
    PONZA E' stata la sua fortuna,  se cos pu dirsi. Mi vide passare per
    via con questa mia seconda moglie, dalla finestra della stanza dove la
    tenevano  custodita;  credette  di  rivedere  in  lei,  viva,  la  sua
    figliuola;  e si mise a ridere, a tremar tutta; si sollev d'un tratto
    dalla  tetra  disperazione  in  cui  era  caduta,  per  ritrovarsi  in
    quest'altra follia,  dapprima esultante,  beata, poi a mano a mano pi
    calma,  ma angustiata cos,  in una rassegnazione a cui s' piegata da
    s;  e tuttavia contenta,  come han potuto vedere.  S'ostina a credere
    che non  vero che sua figlia sia morta,  ma che io  voglia  tenermela
    tutta per me,  senza fargliela pi vedere. E' come guarita. Tanto che,
    a sentirla parlare, non sembra pi pazza affatto.
    AMALIA Affatto! Affatto!
    SIGNORA SIRELLI Eh s, dice proprio che  contenta cos.
    PONZA Lo dice a tutti.  E ha per me veramente affetto  e  gratitudine.
    Perch  io  cerco  d'assecondarla  quanto pi posso,  anche a costo di
    gravi sacrifizii. Mi tocca tener due case. Obbligo mia moglie, che per
    fortuna si presta  caritatevolmente,  a  raffermarla  di  continuo  in
    quella  illusione:  che sia sua figlia.  S'affaccia alla finestra,  le
    parla, le scrive. Ma,  carit,  ecco,  dovere,  fino a un certo punto,
    signori!  Non  posso  costringere  mia  moglie a convivere con lei.  E
    intanto  come in carcere,  quella disgraziata,  chiusa a chiave,  per
    paura che ella non le entri in casa. S,  tranquilla, e poi cos mite
    d'indole; ma, capiranno, si sentirebbe raccapricciare da capo a piedi,
    mia moglie, alle carezze che ella le farebbe.
    AMALIA  (scattando,  con  orrore  e piet insieme) Ah,  certo,  povera
    signora, immaginiamoci!
    SIGNORA SIRELLI (al marito e alla signora Cini) Ah, vuole dunque lei -
    sentite -  star chiusa a chiave!
    PONZA (per troncare) Signor Commendatore,  intender che io non potevo
    lasciar fare, se non forzato, questa visita.
    AGAZZI Ah, intendo, intendo, ora; s, s, e mi spiego tutto.
    PONZA  Chi  ha  una  sventura  come  questa  deve  starsene appartato.
    Costretto a far venire qua mia suocera, era mio obbligo fare davanti a
    loro questa dichiarazione: dico,  per rispetto al  posto  che  occupo;
    perch a carico d'un pubblico ufficiale non si creda in paese una tale
    enormit:  che per gelosia o per altro io impedisca a una povera madre
    di veder la figliuola.

    [Si alzer.]

    Signor Commendatore!

    [S'inchiner; poi, davanti a Laudisi e Sirelli, chinando il capo:]

    Signori.

    [E andr via per l'uscio comune.]

    AMALIA (sbalordita) Uh...  pazza, dunque!
    SIGNORA SIRELLI Povera signora! Pazza.
    DINA Ecco perch! Si crede la madre, e quella non  la sua figliuola!

    [Si nasconde la faccia con le mani per orrore.]

    Oh Dio!
    SIGNORA CINI Ma chi l'avrebbe mai supposto!
    AGAZZI Eppure... eh! dal modo come parlava -
    LAUDISI - tu avevi gi capito?
    AGAZZI No... ma, certo che... non sapeva lei stessa come dire!
    SIGNORA SIRELLI Sfido, poverina: non ragiona!
    SIRELLI Per, scusate:  strano, per una pazza! Non ragionava,  certo.
    Ma  quel cercare di spiegarsi perch il genero non voglia farle vedere
    la figliuola;  e scusarlo,  e adattarsi  alle  scuse  trovate  da  lei
    stessa...
    AGAZZI  Oh  bella!  Appunto  questa  la prova che  pazza!  In questo
    cercar le scuse per il genero,  senza  poi  riuscire  a  trovarne  una
    ammissibile.
    AMALIA Eh s! diceva; si disdiceva.
    AGAZZI  (a  Sirelli)  E  ti  pare  che,  se non fosse pazza,  potrebbe
    accettare queste condizioni di non veder la figliuola se  non  da  una
    finestra,  con  la scusa che adduce,  di quel morboso amore del marito
    che vuol la moglie tutta per s?
    SIRELLI Gi!  E da pazza le accetta?  E  vi  si  rassegna?  Mi  sembra
    strano, mi sembra strano.

    [A Laudisi:]

    Tu che ne dici?
    LAUDISI Io? Niente!


    Scena Sesta

    [Cameriere, Detti, poi la Signora Frola.]

    CAMERIERE (picchiando all'uscio e presentandosi sulla soglia, turbato)
    Permesso? C' di nuovo la signora Frola.
    AMALIA (con sgomento) Oh Dio,  e adesso? Se non possiamo pi levarcela
    d'addosso?
    SIGNORA SIRELLI Eh, capisco: a saperla pazza!
    SIGNORA CINI Dio,  Dio!  Chi sa che altro verr a  dire  adesso?  Come
    vorrei sentirla!
    SIRELLI Ne avrei anch'io curiosit. Non ne sono mica persuaso, io, che
    sia pazza.
    DINA Ma s, mamma! Non c' da aver paura:  cos tranquilla!
    AGAZZI Bisogner riceverla,  certo. Sentiamo che cosa vuole. Nel caso,
    si provveder. Ma seduti, seduti. Bisogna star seduti.

    [Al cameriere:]

    Fa' passare.

    [Il cameriere si ritirer.]

    AMALIA Ajutatemi, per carit! Io non so pi come parlarle adesso!

    [Rientrer la signora Frola.  La signora Amalia si alzer e  le  verr
    impaurita incontro; gli altri la guarderanno sgomenti.]

    SIGNORA FROLA Permesso?
    AMALIA Venga,  venga avanti,  signora.  Sono qua ancora le mie amiche,
    come vede -
    SIGNORA  FROLA  (con  mestissima  affabilit,  sorridendo)  -  che  mi
    guardano...  e anche lei,  mia buona signora, come una povera pazza, 
    vero?
    AMALIA No, signora, che dice?
    SIGNORA FROLA (con profondo rammarico) Ah, meglio lo sgarbo,  signora,
    di lasciarla dietro la porta,  come feci la prima volta! Non avrei mai
    supposto che lei dovesse ritornare e costringermi a questa visita,  di
    cui purtroppo avevo previsto le conseguenze!
    AMALIA Ma no, creda: noi siamo liete di rivederla.
    SIRELLI La signora s'affligge... non sappiamo di che; lasciamola dire.
    SIGNORA FROLA Non  uscito di qua or ora mio genero?
    AGAZZI Ah,  s!  Ma  venuto...   venuto, signora, per parlare con me
    di... di certe cose d'ufficio, ecco.
    SIGNORA FROLA (ferita, costernata) Eh!  codesta pietosa bugia che ella
    mi dice per tranquillarmi...
    AGAZZI No, no, signora, stia sicura; le dico la verit.
    SIGNORA FROLA (c.s.) Era calmo, almeno? Ha parlato calmo?
    AGAZZI Ma s, calmo, calmissimo,  vero?

    [Tutti annuiscono, confermano.]

    SIGNORA FROLA Oh Dio,  signori, loro credono di rassicurare me, mentre
    vorrei io, al contrario, rassicurar loro sul conto di lui!
    SIGNORA SIRELLI E su che cosa, signora? Se le ripetiamo che -
    AGAZZI - ha parlato con me di cose d'ufficio...
    SIGNORA FROLA Ma io vedo come mi guardano! Abbiano pazienza. Non  per
    me!  Dal modo come mi guardano,  m'accorgo ch'egli  venuto qua a  dar
    prova  di ci che io per tutto l'oro del mondo non avrei mai rivelato!
    Mi sono tutti testimoni che poc'anzi io qua,  alle loro domande che  -
    credano  -  sono  state  per  me  molto  crudeli,  non  ho saputo come
    rispondere;  e ho dato loro,  di questo nostro  modo  di  vivere,  una
    spiegazione  che non pu soddisfare nessuno,  lo riconosco!  Ma potevo
    dirne loro la vera ragione?  O potevo dir loro,  come va dicendo  lui,
    che  la mia figliuola  morta da quattro anni e che io sono una povera
    pazza che la crede ancora viva e che lui non me la vuol far vedere?
    AGAZZI (stordito dal profondo accento di sincerit con cui la  signora
    Frola avr parlato) Ah... ma come? La sua figliuola?
    SIGNORA FROLA (subito,  con ansia) Vedono che  vero?  Perch vogliono
    nascondermelo? Ha detto loro cos...
    SIRELLI (esitando, ma studiandola) S... difatti... ha detto...
    SIGNORA FROLA Ma se lo so!  E so purtroppo che turbamento gli  cagiona
    il  vedersi  costretto  a dir questo di me!  E' una disgrazia,  signor
    Consigliere, che con tanti stenti, attraverso tanti dolori, s' potuta
    superare; ma cos, a patto di vivere come viviamo.  Capisco,  s,  che
    deve  dare nell'occhio alla gente,  provocare scandalo,  sospetti.  Ma
    d'altra parte, se lui  un ottimo impiegato, zelante, scrupoloso.  Lei
    lo avr gi sperimentato, certo.
    AGAZZI No, per dir la verit, ancora non ne ho avuto occasione.
    SIGNORA  FROLA Per carit non giudichi dall'apparenza!  E' ottimo;  lo
    hanno dichiarato tutti i suoi  superiori.  E  perch  si  deve  allora
    tormentarlo  con  questa indagine della sua vita familiare,  della sua
    disgrazia,  ripeto,  gi  superata  e  che,   a  rivelarla,   potrebbe
    comprometterlo nella carriera?
    AGAZZI Ma no, signora, non s'affligga cos! Nessuno vuol tormentarlo.
    SIGNORA  FROLA  Dio  mio,  come  vuole che non mi affligga nel vederlo
    costretto a dare  a  tutti  una  spiegazione  assurda,  via!  e  anche
    orribile!  Possono  loro  credere  sul  serio che la mia figliuola sia
    morta?  che io sia pazza?  che questa che ha con s  sia  una  seconda
    moglie?  - Ma  un bisogno, credano, un bisogno per lui dire cos! Gli
    s' potuto ridar la calma,  la fiducia,  solo a questo patto.  Avverte
    lui stesso per l'enormit di quello che dice e,  costretto a dire, si
    eccita, si sconvolge: lo avranno veduto!
    AGAZZI S, difatti, era... era un po' eccitato.
    SIGNORA SIRELLI O Dio, ma come? ma allora,  lui?
    SIRELLI Ma s, che dev'esser lui!

    [Trionfante:]

    Signori, io l'ho detto!
    AGAZZI Ma via! Possibile?

    [Viva agitazione in tutti gli altri.]

    SIGNORA FROLA (subito, giungendo le mani) No, per carit, signori! Che
    credono ?  E' solo questo tasto che  non  gli  dev'esser  toccato!  Ma
    scusino,  lascerei  la mia figliuola sola con lui,  se veramente fosse
    pazzo?  No!  E  poi  la  prova  lei  pu  averla  all'ufficio,  signor
    Consigliere,  dove  adempie  a  tutti i suoi doveri come meglio non si
    potrebbe.
    AGAZZI Ah, ma bisogna che lei ci spieghi, signora, e chiaramente, come
    stanno le cose!  Possibile che suo genero sia venuto qua a  inventarci
    tutta una storia?
    SIGNORA FROLA Sissignore,  s,  ecco, spiegher loro tutto! Ma bisogna
    compatirlo, signor Consigliere!
    AGAZZI Ma come? Non  vero niente che la sua figliuola  morta?
    SIGNORA FROLA (con orrore) Oh no! Dio liberi!
    AGAZZI (irritatissimo, gridando) Ma allora il pazzo  lui!
    SIGNORA FROLA (supplichevole) No, no... guardi...
    SIRELLI (trionfante) Ma s, perdio, dev'esser lui!
    SIGNORA FROLA No, guardino! guardino! Non ,  non  pazzo!  Mi lascino
    dire!  -  Lo  hanno veduto:  cos forte di complessione;  violento...
    Sposando,   fu  preso  da  una  vera  frenesia  d'amore.   Rischi  di
    distruggere, quasi, la mia figliuola, ch'era delicatina. Per consiglio
    dei  medici e di tutti i parenti,  anche dei suoi (che ora,  poverini,
    non sono pi!) gli si dovette sottrarre la  moglie  di  nascosto,  per
    chiuderla  in una casa di salute.  E allora lui,  gi un po' alterato,
    naturalmente, a causa di quel suo... soverchio amore, non trovandosela
    pi in casa... - ah,  signore mie,  cadde in una disperazione furiosa;
    credette  davvero  che  la  moglie  fosse morta;  non volle sentir pi
    niente; si volle vestir di nero; fece tante pazzie;  e non ci fu verso
    di  smuoverlo  pi  da quest'idea.  Tanto che,  quando (dopo appena un
    anno) la mia figliuola gi rimessa,  rifiorita,  gli fu  ripresentata,
    disse di no,  che non era pi lei: no,  no ; la guardava - non era pi
    lei.  Ah,  signore mie,  che strazio!  Le si accostava,  pareva che la
    riconoscesse, e poi di nuovo no, no... E per fargliela riprendere, con
    l'ajuto degli amici, si dovette simulare un secondo matrimonio.
    SIGNORA SIRELLI Ah, dice dunque per questo che...
    SIGNORA FROLA S,  ma non ci crede pi,  certo,  da un pezzo,  neanche
    lui! Ha bisogno di darlo a intendere agli altri; non pu farne a meno!
    Per star sicuro,  capiscono?  Perch forse,  di tanto  in  tanto,  gli
    balena  ancora  la  paura che la mogliettina gli possa essere di nuovo
    sottratta.

    [A bassa voce, sorridendo confidenzialmente:]

    Se la tiene chiusa a chiave per questo - tutta  per  s.  Ma  l'adora!
    Sono sicura. E la mia figliuola  contenta.

    [Si alzer:]

    Me ne scappo,  perch non vorrei che tornasse subito da me,  se  cos
    eccitato.

    [Sospirer dolcemente, scotendo le mani giunte:]

    Ci vuol pazienza!  Quella poverina deve figurare di non esser lei,  ma
    un'altra;  e io...  eh! io, d'esser pazza, signore mie! Ma come si fa?
    Purch stia tranquillo  lui!  Non  s'incomodino,  prego,  so  la  via.
    Riverisco, signori, riverisco.

    [Salutando  e inchinandosi si ritirer in fretta,  per l'uscio comune.
    Resteranno tutti in piedi, sbalorditi, come basiti,  a guardarsi negli
    occhi. Silenzio.]

    LAUDISI (facendosi in mezzo a loro) Vi guardate tutti negli occhi? Eh!
    La verit?

    [Scoppier a ridere forte.]

    Ah! Ah! Ah! Ah!


    ATTO SECONDO.


    [Studio  in  casa  del  Consigliere Agazzi.  - Mobili antichi;  vecchi
    quadri alle pareti;  uscio in  fondo,  con  tenda;  uscio  laterale  a
    sinistra,  che d nel salotto, anch'esso con tenda; a destra, un ampio
    camino, sulla cui mensola pogger un grande specchio; su la scrivania,
    apparecchio telefonico; poi un divanetto, poltrone, seggiole, ecc.]


    Scena Prima.

    [Agazzi, Laudisi, Sirelli.]

    [Agazzi  sar  in  piedi   presso   la   scrivania,   col   ricevitore
    dell'apparecchio telefonico all'orecchio.  Laudisi e Sirelli,  seduti,
    guarderanno verso di lui, in attesa.]

    AGAZZI Pronto! - S. - Parlo con Centuri? - Ebbene? - S, bravo.

    [Ascolter a lungo, poi:]

    Ma come, scusi! possibile?

    [Ascolter di nuovo a lungo, poi:]

    Capisco, ma mettendocisi con un po' d'impegno...

    [Altra pausa lunga, poi:]

    E' proprio strano, scusi, che non si possa...

    [Pausa.]

    Capisco, s... capisco.

    [Pausa.]

    Basta, veda un po'... A rivederla.

    [Poser il ricevitore, e verr avanti.]

    SIRELLI (ansioso) Ebbene?
    AGAZZI Niente.
    SIRELLI Non si trova niente?
    AGAZZI Tutto disperso o distrutto: Municipio, archivio, stato civile.
    SIRELLI Ma la testimonianza di qualche superstite?
    AGAZZI Non si ha notizia di superstiti; e se pure ce ne sono, ricerche
    difficilissime, ormai!
    SIRELLI Cosicch non ci resta che da  credere  all'uno  o  da  credere
    all'altra, cos, senza prove?
    AGAZZI Purtroppo!
    LAUDISI (alzandosi) Volete seguire il mio consiglio? Credete a tutti e
    due.
    AGAZZI S, e come -
    SIRELLI - se l'una ti dice bianco e l'altro nero?
    LAUDISI E allora non credete a nessuno dei due!
    SIRELLI Tu vuoi scherzare.  Mancano le prove,  i dati di fatto;  ma la
    verit, perdio, sar da una parte o dall'altra!
    LAUDISI I dati di fatto, gi! Che vorresti desumerne?
    AGAZZI Ma scusa! L'atto di morte della figliuola,  per esempio,  se la
    signora  Frola  lei la pazza (purtroppo non si trova pi,  perch non
    si trova pi nulla), ma doveva esserci; si potrebbe trovare domani;  e
    allora  -  trovato  quest'atto -  chiaro che avrebbe ragione lui,  il
    genero.
    SIRELLI Potresti negar l'evidenza,  se domani  quest'atto  ti  venisse
    presentato?
    LAUDISI  Io?  Ma non nego nulla io!  Me ne guardo bene!  Voi,  non io,
    avete bisogno dei dati  di  fatto,  dei  documenti,  per  affermare  o
    negare! Io non so che farmene, perch per me la realt non consiste in
    essi, ma nell'animo di quei due, in cui non posso figurarmi d'entrare,
    se non per quel tanto ch'essi me ne dicono.
    SIRELLI  Benissimo!  E  non dicono appunto che uno dei due  pazzo?  O
    pazza lei, o pazzo lui: di qui non si scappa! Quale dei due?
    AGAZZI E' qui la questione!
    LAUDISI Prima di tutto,  non  vero che lo dicano  entrambi.  Lo  dice
    lui,  il signor Ponza,  di sua suocera.  La signora Frola lo nega, non
    soltanto per s,  ma anche per lui.  Se mai,  lui - dice - fu  un  po'
    alterato di mente per soverchio amore. Ma ora, sano, sanissimo.
    SIRELLI  Ah dunque tu propendi,  come me,  verso ci che dice lei,  la
    suocera?
    AGAZZI Certo che,  stando a ci che dice lei,  si  pu  spiegar  tutto
    benissimo.
    LAUDISI Ma si pu spiegar tutto ugualmente, stando a ci che dice lui,
    il genero!
    SIRELLI E allora - pazzo - nessuno dei due? Ma uno dev'essere, perdio!
    LAUDISI  E  chi  dei  due?  Non  potete dirlo voi,  come non pu dirlo
    nessuno. E non gi perch codesti dati di fatto,  che andate cercando,
    siano  stati  annullati  -  dispersi  o  distrutti  -  da un accidente
    qualsiasi - un incendio,  un  terremoto  -  no;  ma  perch  li  hanno
    annullati essi in s,  nell'animo loro,  volete capirlo? creando lei a
    lui,  o lui a lei,  un fantasma che ha  la  stessa  consistenza  della
    realt,  dove essi vivono ormai in perfetto accordo, pacificati. E non
    potr essere distrutta,  questa  loro  realt,  da  nessun  documento,
    poich essi ci respirano dentro,  la vedono, la sentono, la toccano! -
    Al pi,  per voi potrebbe servire il documento,  per levarvi  voi  una
    sciocca  curiosit.  Vi  manca,  ed  eccovi  dannati  al  meraviglioso
    supplizio d'aver davanti, accanto, qua il fantasma e qua la realt,  e
    di non poter distinguere l'uno dall'altra!
    AGAZZI Filosofia,  caro,  filosofia!  Lo vedremo, lo vedremo adesso se
    non sar possibile!
    SIRELLI Abbiamo inteso prima l'uno,  poi l'altra;  mettendoli insieme,
    ora,  di fronte,  vuoi che non si scopra dove sia il fantasma, dove la
    realt?
    LAUDISI Io vi chiedo licenza di seguitare a ridere alla fine.
    AGAZZI Va bene,  va bene;  vedremo chi rider meglio  alla  fine.  Non
    perdiamo tempo!

    [Si far all'uscio a sinistra e chiamer:]

    Amalia, signora, venite, venite qua!


    Scena seconda.

    [Signora Amalia, Signora Sirelli, Dina, Detti.]

    SIGNORA SIRELLI (a Laudisi, minacciandolo con un dito) Ancora? ancora,
    lei?
    SIRELLI E' incorreggibile!
    SIGNORA  SIRELLI  Ma come non si lascia prendere dalla smania che  in
    tutti  ormai,  di  penetrar  questo  mistero,  che  rischia  di  farci
    impazzire tutti quanti? Io non ci ho dormito stanotte!
    AGAZZI Per carit, signora, lo lasci perdere!
    LAUDISI Dia retta a mio cognato piuttosto, che le prepara il sonno per
    questa notte.
    AGAZZI Dunque. Stabiliamo. Ecco. Voi andrete dalla signora Frola...
    AMALIA E saremo ricevute?
    AGAZZI Oh Dio, direi!
    DINA E' nostro dovere restituir la visita.
    AMALIA  Ma  se  lui  non vuol permettere che la signora ne faccia e ne
    riceva?
    SIRELLI Prima s! - perch ancora nessuno sapeva niente.  Ma ormai che
    la signora, costretta, ha parlato, spiegando a modo suo la ragione del
    suo ritegno -
    SIGNORA SIRELLI (seguitando) - forse avr piacere,  anzi,  di parlarci
    della figliuola.
    DINA E' cos affabile! - Ah, per me non c' dubbio, sapete: il pazzo 
    lui!
    AGAZZI Non precipitiamo, non precipitiamo il giudizio. Dunque, statemi
    a sentire.

    [Guarder l'orologio:]

    Vi tratterrete poco; un quarto d'ora, non pi.
    SIRELLI (alla moglie) Per carit, sta' attenta!
    SIGNORA SIRELLI (montando in furia) E perch dici a me?
    SIRELLI Eh, perch se tu ti metti a parlare...
    DINA (per prevenire una lite fra i due) Un  quarto  d'ora,  un  quarto
    d'ora; star attenta io.
    AGAZZI  Io arrivo alla Prefettura,  e sar qui di ritorno alle undici.
    Fra una ventina di minuti.
    SIRELLI (smanioso) E io?
    AGAZZI Aspetta.

    [Alle donne:]

    Con una scusa, un poco prima,  voi indurrete la signora Frola a venire
    qua.
    AMALIA E che... che scusa?
    AGAZZI Una scusa qualunque!  La troverete conversando...  Manca a voi?
    Non siete donne per nulla!  C' Dina,  c' la signora...  - Entrerete,
    s'intende, nel salotto.

    [Si recher all'uscio scostando la tenda.]

    Quest'uscio deve restare cos - bene aperto cos!  per modo che di qua
    vi si senta parlare.  - Io lascio sulla scrivania  queste  carte,  che
    dovrei portare con me.  E' una pratica d'ufficio preparata apposta per
    il signor Ponza.  Fingo di scordarmela,  e con questo pretesto  me  lo
    conduco qua. Allora...
    SIRELLI (c.s.) Scusa, ma io, io quando devo venire?
    AGAZZI  Qualche  minuto  dopo le undici,  tu,  - quando gi le signore
    saranno nel salotto,  e io qua con lui.  Vieni  per  prendere  la  tua
    signora.  Ti  fai  introdurre  da  me.  Io  allora le inviter tutte a
    favorire qua da noi -
    LAUDISI (subito) - e la verit sar scoperta!
    DINA Ma scusa, zietto; quando saranno tutt'e due di fronte...
    AGAZZI Non gli date retta, santo Dio! Andate, andate. Non c' tempo da
    perdere!
    SIGNORA SIRELLI Andiamo, s, andiamo. Io neanche la saluto!
    LAUDISI Ecco, mi saluto per lei, signora!

    [Si stringer una mano con l'altra.]

    Buona fortuna!

    [Via Amalia, Dina e la signora Sirelli.]

    AGAZZI (a Sirelli) Andiamo anche noi, eh? Subito. S, andiamo.  Addio,
    Lamberto.
    LAUDISI Addio, addio.

    [Agazzi e Sirelli, via.]


    Scena Terza.

    [Laudisi solo, poi il Cameriere.]

    LAUDISI  (andr  un  po' in giro per lo studio,  sogghignando tra s e
    tentennando il capo;  poi si fermer davanti al grande specchio su  la
    mensola  del camino,  guarder la propria immagine e parler con essa)
    Oh, eccoti qua!

    [La saluter con due  dita,  strizzando  furbescamente  un  occhio,  e
    sghigner.]

    Chi  il pazzo di noi due?

    [Alzer una mano con l'indice appuntato contro la sua immagine che,  a
    sua volta, appunter l'indice contro di lui. Sghigner ancora, poi:]

    Eh, lo so: io dico: tu, e tu col dito indichi me. - Va' l, che cos
    a tu per tu,  ci conosciamo bene noi due!  - Il guajo  che,  come  ti
    vedo io,  non ti vedono gli altri! E allora, caro mio, che diventi tu?
    Dico per me che,  qua di fronte a te,  mi vedo e mi tocco - tu,  - per
    come  ti  vedono  gli  altri - che diventi?  - Un fantasma,  caro,  un
    fantasma!  - Eppure,  vedi questi pazzi?  Senza badare al fantasma che
    portano  con  s,  in se stessi,  vanno correndo,  pieni di curiosit,
    dietro il fantasma altrui! E credono che sia una cosa diversa.

    [Il cameriere,  entrato,  rester sbalordito a sentir le ultime parole
    del Laudisi allo specchio. Poi chiamer:]

    CAMERIERE Signor Lamberto.
    LAUDISI Eh?
    CAMERIERE Ci sono due signore. La signora Cini e un'altra.
    LAUDISI Vogliono me?
    CAMERIERE  Hanno  chiesto  della  signora.  Ho detto che si trovava in
    visita dalla signora Frola qua accanto, e allora...
    LAUDISI Allora ?
    CAMERIERE Si sono guardate negli occhi;  poi,  hanno battuto le manine
    coi guanti: - Ah s?  ah s? e m'hanno domandato,  friggendo, se non
    c'era proprio nessuno in casa.
    LAUDISI Tu avrai risposto che non c'era nessuno.
    CAMERIERE Ho risposto che c'era lei.
    LAUDISI Io? No. - Quello che conoscono loro, se mai!
    CAMERIERE (pi che mai sbalordito) Come dice?
    LAUDISI Ma scusa, ti pare lo stesso?
    CAMERIERE (c.s. tentando squallidamente un sorriso a bocca aperta) Non
    capisco.
    LAUDISI Con chi stai parlando tu?
    CAMERIERE (basito) Come... con chi sto parlando?... Con lei...
    LAUDISI E sei proprio sicuro che  io  sia  lo  stesso  di  quello  che
    chiedono codeste signore?
    CAMERIERE Ma... non saprei... Hanno detto il fratello della signora.
    LAUDISI Caro! Ah... - Eh s, allora sono io; sono io... Falle entrare,
    falle entrare...

    [Il  cameriere  si  ritirer  voltandosi parecchie volte a riguardarlo
    come se non credesse pi ai suoi occhi.]


    Scena Quarta.

    [Detto, la Signora Cini, la Signora Nenni.]

    SIGNORA CINI Permesso?
    LAUDISI Avanti, avanti, signora.
    SIGNORA CINI M'hanno detto che la signora non c'.  Io  avevo  portato
    con me la mia amica signora Nenni,

    [la  presenter:    una  vecchia pi goffa e smorfiosa di lei,  piena
    anch'essa di cupida curiosit, ma guardinga, sgomenta:]

    che aveva tanto desiderio di conoscere la signora -
    LAUDISI (subito) - Frola? -
    SIGNORA CINI - no, no: sua sorella!
    LAUDISI Oh,  verr,  sar  qui  tra  poco.  Anche  la  signora  Frola.
    S'accomodino, prego.

    [Le  inviter a sedere sul divanetto: poi introducendosi graziosamente
    a sedere tra loro due:]

    Permettono? Ci si pu mettere seduti bene tutti e tre. C' anche di l
    la signora Sirelli.
    SIGNORA CINI Gi, ce l'ha detto il cameriere.
    LAUDISI Tutto concertato,  sa?  Ah,  sar una scena di quelle,  ma  di
    quelle! Tra poco, alle undici. Qua.
    SIGNORA CINI (stordita) Concertato, scusi, che cosa?
    LAUDISI  (misterioso,  prima  col  gesto,  infrontando gl'indici delle
    mani; poi, con la voce) L'incontro.

    [Gesto d'ammirazione, poi:]

    Un'idea grande!

    S IGNORA CINI Che... che incontro?
    LAUDISI Dei due. Prima, lui entrer qua.
    SIGNORA CINI Il signor Ponza?
    LAUDISI S; e lei sar condotta l.

    [Indicher il salotto.]

    SIGNORA CINI La signora Frola?
    LAUDISI Sissignora.

    [Daccapo, prima con un gesto espressivo della mano, poi con la voce:]

    Ma poi, tutti e due qua, uno di fronte all'altro; e nojaltri, attorno,
    a vedere e sentire. Un'idea grande!

    SIGNORA CINI Per venire a sapere? -
    LAUDISI - la verit!  Ma gi s' saputa!  Ora non  resta  pi  che  di
    smascherarla.
    SIGNORA CINI (con sorpresa e vivissima ansia) Ah! s' saputo? E chi ?
    Chi  dei due? chi ?
    LAUDISI Vediamo un po'. Indovini. Lei chi dice?
    SIGNORA CINI (gongolante, esitante) Ma... io... ecco...
    LAUDISI Lei o lui ? Vediamo... Indovini... Coraggio!
    SIGNORA CINI Io... io lui dico!
    LAUDISI (la guarda un po'. Poi) E' lui.
    SIGNORA CINI (gongolante) S?  Ah!  Ecco!  ecco! Ma s! Doveva, doveva
    esser lui!
    SIGNORA NENNI (gongolante) Lui! - Eh, tutte lo dicevamo, noi donne!
    SIGNORA CINI E come, come s' venuto a sapere? Son venute fuori prove,
     vero? atti.
    SIGNORA NENNI Per mezzo della questura,  eh ?  Lo  dicevamo!  Non  era
    possibile  che  non  si  venisse  a  scoprire  per mezzo dell'autorit
    prefettizia!
    LAUDISI (far segno con le mani d'accostarsi di pi a  lui;  poi  dir
    loro piano,  con tono di mistero, quasi pesando le sillabe) L'atto del
    secondo matrimonio.
    SIGNORA CINI (come ricevendo un pugno sul naso) Del secondo?
    SIGNORA NENNI (scompigliata) Come, come? Del secondo matrimonio?
    SIGNORA CINI (rinvenendo,  contrariata) Ma  allora...  allora  avrebbe
    ragione lui?
    LAUDISI  Eh!  i  dati  di  fatto,  signore  mie!  L'atto  del  secondo
    matrimonio - a quanto pare - parla chiaro.
    SIGNORA NENNI (quasi piangendo) Ma allora la pazza  lei!
    LAUDISI E gi! Parrebbe lei.
    SIGNORA CINI Ma come? Prima ha detto lui e ora dice lei?
    LAUDISI S.  Ma perch l'atto,  signora mia,  questo atto del  secondo
    matrimonio, pu essere benissimo come ha assicurato la signora Frola -
    un  atto  simulato,  mi spiego?  - fatto per finta,  con l'ajuto degli
    amici,  per secondare la sua fissazione,  che la moglie non fosse  pi
    quella, ma un'altra.
    SIGNORA CINI Ah, ma allora un atto... cos, senza valore?
    LAUDISI Cio,  cio...  Con quel valore,  signore mie, con quel valore
    che ognuno gli vuol dare! Non ci sono, scusino, anche le letterine che
    la signora Frola dice di ricevere  ogni  giorno  dalla  figliuola  per
    mezzo del panierino, l nel cortile? Ci sono queste lettere,  vero?
    SIGNORA CINI S; ebbene?
    LAUDISI Ebbene; documenti, signora! Documenti, anche queste letterine!
    Ma  secondo  il valore che lei vuol dar loro!  Viene il signor Ponza e
    dice che sono finte,  fatte per secondare la fissazione della  signora
    Frola.
    SIGNORA CINI Ma allora, oh Dio, di certo non si sa niente!
    LAUDISI  Come niente!  come niente!  Non esageriamo!  Scusi,  i giorni
    della settimana, quanti sono?
    SIGNORA CINI Eh, sette.
    LAUDISI Luned, marted, mercoled...
    SIGNORA CINI (invitata a seguitare) - gioved, venerd, sabato...
    LAUDISI - e domenica!

    [Rivolgendosi all'altra:]

    E i mesi dell'anno?
    SIGNORA NENNI Dodici!
    LAUDISI Gennajo, febbrajo, marzo...
    SIGNORA CINI Abbiamo capito! Lei vuole burlarsi di noi!


    Scena Quinta.

    [Detti e Dina.]

    DINA  (sopravvenendo  di  corsa  dall'uscio  in  fondo)  Zietto,   per
    favore...

    [Si arrester, vedendo la signora Cini.]

    Oh, signora, lei qui?
    SIGNORA CINI S, ero venuta con la signora Nenni -
    LAUDISI - - che ha tanto desiderio di conoscere la signora Frola.
    SIGNORA NENNI Ma no, scusi...
    SIGNORA CINI Seguita a prenderci in giro!  Ah,  cara signorina!  Ci ha
    tutte abburattate, sa?  come quando si entra in una stazione: tn-tn,
    tn-tn, che non si finisce mai d'infilare scambi! Siamo stordite!
    DINA  Oh!  E'  tanto  cattivo in questo momento,  anche con tutti noi!
    Abbiano pazienza. Non ho pi bisogno di niente. Vado a dire alla mamma
    che ci sono qua loro: baster. - Ah zio, se la sentissi,  che tesorino
    di vecchietta! come parla! che bont! - E che casetta tutta in ordine,
    linda;  ogni  cosa a garbo;  le tovagline bianche sui mobili...  Ci ha
    mostrato tutte le letterine della figliuola.
    SIGNORA CINI  Gi...  ma...  se,  come  ci  stava  dicendo  il  signor
    Laudisi...
    DINA E che ne sa lui? Non le ha mica lette!
    S IGNORA NENNI Non possono esser finte?
    DINA  Ma che finte!  Non gli diano retta!  Potrebbe mai ingannarsi una
    madre su le espressioni della propria figliuola?  L'ultima  letterina,
    di jeri...

    [S'interromper,   udendo  nel  salotto  accanto,  attraverso  l'uscio
    rimasto aperto, rumore di voci.]

    Ah, eccole: sono gi qua, senz'altro!

    [Andr all'uscio del salotto a guardare.]

    SIGNORA CINI (correndole dietro) Con lei? con la signora Frola?
    DINA S, vengano, vengano. Bisogna che stiamo tutti nel salotto.  Sono
    gi le undici, zio?


    Scena Sesta.

    [Detti, la Signora Amalia.]

    AMALIA (sopravvenendo anche lei agitata, ma dall'uscio del salotto) Se
    ne potrebbe ormai fare a meno! Non c' pi bisogno di prove!
    DINA Ma gi! Lo penso anch'io! Ormai  inutile!
    AMALIA (salutando in fretta, dolente e in ansia, la signora Cini) Cara
    signora.
    SIGNORA  CINI (presentando la signora Nenni) La signora Nenni,  venuta
    con me per...
    AMALIA (salutando in fretta anche la signora Nenni) Piacere, signora.

    [Poi.]

    Non c' pi dubbio! E' lui!
    SIGNORA CINI E' lui,  vero?  lui?
    DINA Se si potesse impedire,  prevenendo il babbo,  quest'inganno alla
    povera signora!
    AMALIA  Gi!  L'abbiamo  condotta  di  l!  Mi par proprio di farle un
    tradimento!
    LAUDISI Ma s! Indegno, indegno. Avete ragione! Tanto pi che comincia
    a parermi evidente che dev'esser lei! lei di sicuro!
    AMALIA Lei? Come! Che dici?
    LAUDISI Lei, lei, lei.
    AMALIA Ma va l!
    DINA Siamo ormai cos certe del contrario, noi!
    SIGNORA CINI e SIGNORA NENNI (gongolanti) S? s, eh?
    LAUDISI Ma appunto perch ne siete cos certe vojaltre!
    DINA Andiamo, via, andiamo di l; non vedete che lo fa apposta?
    AMALIA Andiamo, s, andiamo, signore mie.

    [Davanti all'uscio a sinistra:]

    Favoriscano, prego.

    [Via la signora Cini, la signora Nenni,  Amalia.  Dina far per uscire
    anche lei.]

    LAUDISI (chiamandola a s) Dina!
    DINA Non ti voglio dare ascolto! No! no!
    LAUDISI Richiudi codesto uscio, se per te ormai la prova  inutile.
    DINA E il babbo ?  L'ha lasciato lui cos aperto. Star per venire con
    quell'altro. Se lo trovasse chiuso... Sai bene com', il babbo!
    LAUDISI Ma lo persuaderete voi (tu,  specialmente) che non  c'era  pi
    bisogno di tenerlo aperto. Non sei convinta tu?
    DINA Convintissima!
    LAUDISI (con un sorriso di sfida) E chiudilo allora!
    DINA Tu vorresti pigliarti il piacere di vedermi dubitare ancora.  Non
    chiudo. Ma solo per il babbo.
    LAUDISI (c.s.) Vuoi che lo chiuda io?
    DINA Su la tua responsabilit!
    LAUDISI Ma io non ho come te la certezza che il pazzo sia lui.
    DINA E tu vieni in salotto,  senti parlare la signora,  come l'abbiamo
    sentita  noi,  e  vedrai  che  non avrai pi nessun dubbio neanche tu.
    Vieni?
    LAUDISI S, vengo. E posso chiudere, sai? Su la mia responsabilit.
    DINA Ah, vedi? Anche prima di sentirla parlare!
    LAUDISI No, cara. Perch son sicuro che tuo padre, a quest'ora,  pensa
    anche lui, come vojaltre, che questa prova sia inutile.
    DINA Ne sei sicuro?
    LAUDISI Ma s!  Sta parlando con lui!  Avr acquistato senza dubbio la
    certezza che la pazza  lei.

    [S'appresser all'uscio risolutamente:]

    Chiudo.
    DINA (subito trattenendolo) No.

    [Poi, riprendendosi:]

    Scusa... se pensi cos... lasciamolo aperto...
    LAUDISI (rider al suo solito) Ah ah ah...
    DINA Io dico per il babbo!
    LAUDISI E il babbo dir per voi! - Lasciamolo aperto.

    [Si sentir sonare,  nel salotto accanto,  sul  pianoforte,  un'antica
    aria  piena di dolce e mesta grazia,  della "Nina pazza per amore" del
    Paisiello.]

    DINA Ah,  lei... senti? suona! suona lei!
    LAUDISI La vecchietta?
    DINA S, ci ha detto che la figliuola, prima, la sonava sempre, questa
    vecchia aria. Senti con quanta dolcezza la suona? Andiamo, andiamo.

    [Esciranno tutti e due per l'uscio a sinistra.]


    Scena Settima.

    [Agazzi, il Signor Ponza, poi Sirelli.]

    [La scena,  appena usciti Laudisi e Dina,  rester vuota per un pezzo.
    Seguiter  dall'interno  il  suono  del  pianoforte.  Il signor Ponza,
    entrando per l'uscio in fondo col consigliere Agazzi e  udendo  quella
    musica,  si turber profondamente;  e il suo turbamento andr man mano
    crescendo durante la scena.]

    AGAZZI (davanti all'uscio in fondo) Passi, passi, prego.

    [Far entrare il signor Ponza,  poi entrer lui  e  si  diriger  alla
    scrivania per prendere le carte che avr finto di dimenticare lass.]

    Ecco, devo averle lasciate qua. S'accomodi, prego.

    [Il  signor Ponza rester in piedi,  guardando con agitazione verso il
    salotto, donde verr il suono del pianoforte.]

    Eccole qua, difatti.

    [Prender le carte e s'appresser al signor Ponza, sfogliandole.]

    E' una contesa,  come le dicevo,  aggrovigliata,  che si  trascina  da
    anni.

    [Si  volter  anche lui a guardare verso il salotto,  urtato dal suono
    del pianoforte.]

    Ma questa musica! Giusto ora!

    [Far un gesto di dispetto,  nel voltarsi,  come per dire tra s: Che
    stupide!]

    Chi suona?

    [Si  far  a guardare,  attraverso l'uscio,  nel salotto;  scorger al
    pianoforte la signora Frola, far un atto di meraviglia.]

    Ah! Oh guarda!
    PONZA (appressandoglisi, convulso) In nome di Dio,  lei? suona lei?
    AGAZZI S, sua suocera! E come suona bene!
    PONZA Ma come? Se la sono portata qua, di nuovo? E la fanno sonare?
    AGAZZI Non vedo che male possa esserci!
    PONZA Ma no, per carit! Questa musica,  no!  quella che sonava la sua
    figliuola!
    AGAZZI Ah, forse le fa male sentirla sonare?
    PONZA Ma non a me!  Fa male a lei! Un male incalcolabile! Ho pur detto
    a lei,  signor Consigliere,  e alle signore le  condizioni  di  quella
    povera disgraziata -
    AGAZZI (procurando di calmarlo nell'agitazione sempre crescente) - s,
    s... ma veda -
    PONZA  (seguitando)  -  che  dev'essere lasciata in pace!  che non pu
    ricever visite, n farne! So io solo, so io solo come si deve trattare
    con lei! La rovinano! la rovinano!
    AGAZZI Ma no, perch? Le mie donne sapranno bene anche loro...

    [S'interromper improvvisamente al cessare della musica  nel  salotto,
    da cui verr ora un coro d'approvazioni.]

    Ecco, guardi... pu ascoltare...

    [Dall'interno giungeranno, spiccatamente, queste battute di dialogo.]

    DINA Ma lei suona ancora benissimo, signora!
    SIGNORA  FROLA Io?  Eh,  la mia Lina!  dovrebbero sentire la mia Lina,
    come la suona!
    PONZA (fremendo, strizzandosi le mani) La sua Lina! Sente? Dice la sua
    Lina!
    AGAZZI Eh gi, la sua figliuola.
    PONZA Ma dice "suona"! dice "suona"!

    [Di nuovo, dall'interno, spiccatamente:]

    SIGNORA FROLA Eh no, non pu pi sonare,  da allora!  E forse  questo
    il suo maggior dolore, poverina!
    AGAZZI Mi sembra naturale... La crede ancora viva...
    PONZA Ma non le si deve far dire cos!  Non deve...  non deve dirlo...
    Ha  sentito?  Da  "allora"...  Ha  detto,  "da  allora"!   Per  "quel"
    pianoforte, certo! Lei non sa! Per il pianoforte della povera morta!

    [Sopravverr a questo punto Sirelli, il quale, udendo le ultime parole
    del  Ponza  e notandone l'estrema esasperazione,  rester come basito.
    Agazzi, anche lui sbigottito, gli far cenno d'appressarsi.]

    AGAZZI Ti prego, fai venire qua le signore!

    [Sirelli, tenendosi al largo,  si far all'uscio a sinistra e chiamer
    le signore.]

    PONZA Le signore? Qua? No, no! Piuttosto...


    Scena Ottava.

    [La Signora Frola,  la Signora Amalia,  la Signora Sirelli,  Dina,  la
    Signora Cini, la Signora Nenni, Laudisi, Detti.]

    [Le signore,  al cenno di Sirelli pieno di  sbigottimento,  entreranno
    sgomente.  La  signora  Frola,  scorgendo  il  genero  in quello stato
    d'orgasmo,   tutt'un  fremito  quasi  animalesco,   ne  avr  terrore.
    Investita da lui con estrema violenza durante la scena seguente,  far
    alle signore, di tratto in tratto, con gli occhi,  cenni espressivi di
    intelligenza. La scena si svolger rapida e concitatissima.]

    PONZA Lei, qua? Qua di nuovo? Che  venuta a fare?
    SIGNORA FROLA Ero venuta, abbi pazienza...
    PONZA  E'  venuta  qua a dire ancora...  Che ha detto?  che ha detto a
    codeste signore?
    SIGNORA FROLA Niente, ti giuro! Niente!
    PONZA Niente?  Come niente?  Ho sentito io!  Ha sentito con me  questo
    signore!

    [Indicher Agazzi.]

    Lei ha detto suona!  Chi suona? Lina suona? Lei lo sa bene che  morta
    da quattro anni la sua figliuola!
    S IGNORA FROLA Ma s, caro! Clmati! s! s!
    PONZA E non pu pi sonare da allora! Sfido che non pu  pi  sonare
    da allora! Come vuole che suoni, se  morta?
    SIGNORA  FROLA Ecco!  certo!  E non 1 ho detto io,  signore mie?  L'ho
    detto, che non pu pi, da allora. Se  morta.
    PONZA E perch pensa ancora a quel pianoforte dunque?
    SIGNORA FROLA Io? no; non ci penso pi! non ci penso pi!
    PONZA L'ho sfasciato io! E lei lo sa! Quando la sua figliuola  morta!
    Per non farlo toccare a quest'altra, che del resto non sa sonare!  Lei
    lo sa che non suona quest'altra.
    SIGNORA FROLA Ma se non sa sonare! certo!
    PONZA E come si chiamava,  si chiamava Lina,  vero? la sua figliuola.
    Ora dica qua come si chiama la mia  seconda  moglie!  Lo  dica  qua  a
    tutti, perch lei lo sa bene! - Come si chiama?
    SIGNORA  FROLA  Giulia!  Giulia  si chiama!  S,  s,   proprio vero,
    signori; si chiama Giulia!
    PONZA Giulia,  dunque,  non Lina!  E non cerchi di ammiccare  intanto,
    dicendo che si chiama Giulia!
    SIGNORA FROLA Io? no! Non ho ammiccato!
    PONZA Me ne sono accorto!  Ha ammiccato!  Me ne sono accorto bene! Lei
    vuol rovinarmi!  Vuol dare a intendere a questi signori che io  voglia
    tenermi ancora tutta per me la sua figliuola, come se non fosse morta.

    [Romper in spaventosi singhiozzi.]

    Come se non fosse morta!
    SIGNORA  FROLA  (subito con infinita tenerezza e umilt,  accorrendo a
    lui) Io? Ma no, no, figliuolo mio caro! Clmati, per carit! Io non ho
    detto mai questo... E' vero?  vero, signore?
    AMALIA, SIGNORA SIRELLI, DINA Ma s!  s!  - Non l'ha mai detto!  - Ha
    detto sempre che  morta!
    SIGNORA FROLA E' vero?  Che  morta,  ho detto!  Come no? E che tu sei
    tanto buono con me!

    [Alle signore:]

    E' vero?  vero? Io, rovinarti? Io, comprometterti?
    PONZA (rizzandosi,  terribile) Ma va cercando intanto nelle case degli
    altri il pianoforte,  per farci le sonatine della sua figliuola,  e va
    dicendo che Lina le suona cos, e meglio di cos!
    SIGNORA  FROLA  No,    stato...  l'ho  fatto...  tanto...  tanto  per
    provare...
    PONZA Lei non pu! Lei non deve! Come le pu venire in mente di sonare
    ancora ci che sonava la sua figliuola morta?
    SIGNORA FROLA Hai ragione, s, ah poverino... poverino!

    [Intenerita, si metter a piangere.]

    Non lo far pi! non lo far pi!
    PONZA (investendola terribilmente da vicino) Vada! vada via! vada via!
    SIGNORA FROLA S... s... vado, vado... Oh Dio!

    [Far  cenni  supplichevoli  a tutti,  arretrando,  d'aver riguardo al
    genero, e si ritirer piangendo.]


    Scena nona.

    [Detti, meno la Signora Frola.]

    [Resteranno tutti compresi di piet e di terrore,  a mirare il  signor
    Ponza.  Ma subito,  questi, appena uscita la suocera, cangiato, calmo,
    riprendendo la sua aria normale, dir semplicemente:]

    PONZA Chiedo scusa a lor signori di questo triste  spettacolo  che  ho
    dovuto  dar  loro  per  rimediare  al male che,  senza volerlo,  senza
    saperlo, con la loro piet, fanno a questa infelice.
    AGAZZI (sbalordito come tutti gli altri) Ma come? Lei ha finto?
    PONZA Per forza, signori!  E non intendono che l'unico mezzo  questo,
    per tenerla nella sua illusione?  che io le gridi cos la verit, come
    se fosse una mia pazzia? Mi perdonino, e mi permettano: bisogna che io
    corra ora da lei.

    [Via di  fretta  per  l'uscio  comune.  Resteranno  tutti,  di  nuovo,
    sbalorditi, in silenzio, a guardarsi tra loro.]

    LAUDISI (facendosi in mezzo) Ed ecco, signori, scoperta la verit!

    [Scoppier a ridere:]

    Ah! ah! ah! ah!

    TELA.


    ATTO TERZO.

    [La stessa scena del secondo atto.]


    Scena prima.

    [Laudisi, Cameriere il commissario Centuri.]

    [Laudisi  sar sdrajato su una poltrona e legger.  Attraverso l'uscio
    di sinistra che d nel salotto giunger il  rumore  confuso  di  molte
    voci.  Il  cameriere  dall'uscio in fondo dar il passo al commissario
    Centuri.]

    CAMERIERE Favorisca qua. Vado ad avvertire il signor Commendatore.
    LAUDISI (voltandosi e scorgendo il Centuri) Oh, il signor Commissario!

    [Si alzer in fretta e richiamer il cameriere che sta per uscire.]

    Ps! Aspetta.

    [A Centuri:]

    Notizie?
    CENTURI (alto, rigido, aggrondato, sui quarant'anni) S, qualcuna.
    LAUDISI Ah bene!

    [Al cameriere:]

    Lascia. Lo chiamer poi io di qua, mio cognato.

    [Indicher, con una mossa del capo, l'uscio di sinistra.  Il cameriere
    s'inchiner, e via.]

    Lei ha fatto il miracolo!  Salva una citt! Sente? sente come gridano?
    Ebbene: notizie certe?
    CENTURI Di qualcuno che s' potuto finalmente rintracciare -
    LAUDISI - del paese del signor Ponza? Compaesani che sanno?
    CENTURI Sissignore. Alcuni dati; non molti, ma sicuri.
    LAUDISI Ah, bene! bene! Per esempio?
    CENTURI Ecco, ho qua le comunicazioni che mi sono state trasmesse.

    [Trarr dalla tasca interna della giacca una busta gialla  aperta  con
    un foglio dentro e la porger a Laudisi.]

    LAUDISI Vediamo! Vediamo!

    [Caver  il  foglio dalla busta e si metter a leggerlo con gli occhi,
    intercalando di tratto in tratto con diversi toni,  ora un ah!  ora un
    eh!   prima   di   compiacimento,   poi   di  dubbio,   poi  quasi  di
    commiserazione; infine di piena disillusione.]

    Ma no!  Non c' niente!  niente di certo  in  queste  notizie,  signor
    Commissario!
    CENTURI Tutto quello che si  potuto sapere.
    LAUDISI Ma tutti i dubbi sussistono come prima!

    [Lo guarder; poi con una risoluzione improvvisa:]

    Vuol  fare un bene davvero,  signor Commissario?  rendere un segnalato
    servizio alla cittadinanza,  di cui il buon  Dio  certamente  le  dar
    merito?
    CENTURI (guardandolo perplesso) Che servizio? non saprei!
    LAUDISI Ecco, guardi. Segga l.

    [Indicher la scrivania.]

    Strappi  questo  mezzo  foglio d'informazioni che non dicono nulla;  e
    qua, sull'altro mezzo, scriva qualche informazione precisa e sicura.
    CENTURI (stupito) Io? Come? Che informazione?
    LAUDISI Una qualunque, a suo piacere!  A nome di questi due compaesani
    che si son potuti rintracciare.  - Per il bene di tutti! Per ridare la
    tranquillit a tutto il paese! Vogliono una verit, non importa quale;
    pur che sia di fatto, categorica? E lei la dia!
    CENTURI (con forza; riscaldandosi; quasi offeso) Ma come la do, se non
    l'ho! Vuole che faccia un falso?  Mi fa meraviglia che osi propormelo!
    E  dico  meraviglia  per  non  dire altro!  Via,  mi faccia il piacere
    d'annunziarmi subito al signor Consigliere.
    LAUDISI (aprir le braccia, sconfitto) La servo subito.

    [S'avvier all'uscio a sinistra; lo aprir.  Subito si faranno sentire
    pi alte le grida della gente che popola il salotto. Ma appena Laudisi
    varcher la soglia, le grida cesseranno d'un tratto. E dall'interno si
    udr  la  voce  di Laudisi che annunzia: Signori,  c' il Commissario
    Centuri;  reca notizie certe,  di  gente  che  sa!.  Applausi,  grida
    d'evviva accoglieranno la notizia.  Il Commissario Centuri si turber,
    sapendo bene che le informazioni che reca non basteranno a  soddisfare
    tanta aspettativa].


    Scena Seconda.

    [Detto,  Agazzi, Sirelli, Laudisi, la Signora Amalia, Dina, la Signora
    Sirelli,  la Signora Cini,  la Signora Nenni,  molti altri  signori  e
    signore.]

    [Si  precipiteranno  tutti  per  l'uscio  a sinistra,  con Agazzi alla
    testa, accesi, esultanti, battendo le mani e gridando. Bravo!  bravo,
    Centuri!:]

    AGAZZI (con le mani protese) Caro Centuri!  Lo volevo dire io! Non era
    possibile che lei non ne venisse a capo!
    TUTTI Bravo! Bravo! Vediamo! vediamo! Le prove, subito! Chi ? chi ?
    CENTURI (stupito, frastornato,  smarrito) Ma no,  ecco...  io,  signor
    Consigliere...
    AGAZZI Signori, per carit! Piano!
    CENTURI Ho fatto di tutto,  s; ma se di l il signor Laudisi ha detto
    loro -
    AGAZZI - che lei ci reca notizie certe! -
    SIRELLI - dati precisi! -
    LAUDISI (forte, risoluto, prevenendo) - non molti, s, ma precisi!  Di
    gente  che  s'  potuta  rintracciare!  Del  paese  del  signor Ponza!
    Qualcuno che sa!
    TUTTI Finalmente! Ah, finalmente! finalmente!
    CENTURI (stringendosi nelle spalle e porgendo  il  foglio  ad  Agazzi)
    Ecco qua a lei, signor Consigliere.
    AGAZZI   (aprendo  il  foglio  tra  la  ressa  di  tutti  che  gli  si
    precipiteranno attorno) Ah, vediamo! vediamo!
    CENTURI (risentito, appressandosi a Laudisi) Ma lei, signor Laudisi...
    LAUDISI (subito, forte) Lasci leggere, per carit! Lasci leggere!
    AGAZZI Un momento di  pazienza,  signori!  Fate  largo!  Ecco,  leggo,
    leggo!

    [Si fa un momento di silenzio. E nel silenzio, allora, spiccher netta
    e ferma la voce di Laudisi.]

    LAUDISI Ma io ho gi letto!
    TUTTI  (lasciando il consigliere Agazzi e precipitandosi rumorosamente
    attorno a lui) Ah s? Ebbene? Che dice? Che si sa?
    LAUDISI (scandendo  bene  le  parole)  E'  certo,  inconfutabile,  per
    testimonianza d'un compaesano del signor Ponza, che la signora Frola 
    stata in una casa di salute!
    TUTTI (con rammarico e delusione) Oh!
    SIGNORA SIRELLI La signora Frola?
    DINA Ma dunque  proprio lei?
    AGAZZI (che nel frattempo avr letto,  grider, agitando il foglio) Ma
    no! ma no! Qua non dice niente affatto cos!
    TUTTI (di nuovo,  lasciando  Laudisi,  si  precipiteranno  attorno  ad
    Agazzi gridando) Ah, come! Che dice? che dice?
    LAUDISI   (ad   Agazzi   forte)  Ma  s!   Dice  la  signora!   Dice
    specificatamente la signora!
    AGAZZI (pi forte) Ma nient'affatto!  Gli pare dice questo  signore;
    non  ne    affatto sicuro!  E non sa,  a ogni modo,  se la madre o la
    figlia!
    TUTTI (con soddisfazione) Ah!
    LAUDISI (tenendo testa) Ma dev'essere lei, la madre senza dubbio!
    SIRELLI Che! E' la figlia, signori! La figlia! -
    SIGNORA SIRELLI - come ci ha detto lei stessa, la signora,  del resto!
    -
    AMALIA - ecco!  benissimo! quando la sottrassero di nascosto al marito
    -
    DINA - e la chiusero appunto in una casa di salute!
    AGAZZI E del resto non  neanche del paese  questo  informatore!  Dice
    che  ci andava spesso...  che non ricorda bene...  che gli pare d'aver
    sentito dire cos...
    SIRELLI Ah! Cose dette in aria, dunque!
    LAUDISI Ma scusate tanto,  se siete tutti cos convinti che la signora
    Frola ha ragione lei, che andate ancora cercando? Finitela perdio, una
    buona volta! Il pazzo  lui, e non se ne parli pi!
    SIRELLI  Gi!  se  non  ci fosse il Prefetto,  caro mio,  che crede il
    contrario, e accorda ostentatamente al signor Ponza tutta la fiducia!
    CENTURI Sissignori,  vero!  Il signor Prefetto crede al signor Ponza;
    l'ha detto anche a me!
    AGAZZI  Ma  perch  il  signor  Prefetto  non ha ancora parlato con la
    signora qua accanto!
    SIGNORA SIRELLI Sfido! Ha parlato solo con lui!
    SIRELLI E del resto, ci son altri qua che credono come il Prefetto!
    UN SIGNORE Io,  io,  per esempio,  sissignori!  Perch  so  d'un  caso
    simile,  io;  d'una  madre impazzita per la morte della figliuola,  la
    quale crede che il genero non voglia fargliela vedere. Tal'e quale!
    SECONDO SIGNORE No,  no,  c' in pi che il genero  rimasto vedovo  e
    non ha pi nessuno a casa con s.  Mentre qua, questo signor Ponza, ha
    una in casa con s...
    LAUDISI (acceso da un subito pensiero) Oh Dio, signori! Avete sentito?
    Ma eccolo trovato il bandolo! Dio mio! L'uovo di Colombo!

    [Battendo sulla spalla del secondo signore:]

    Bravo! bravo, caro signore! Avete sentito?
    TUTTI (perplessi, non comprendendo) Ma che ? che ?
    SECONDO SIGNORE (stordito) Che ho detto? Io non so...
    LAUDISI Come,  che ha detto?  Ha risolto la questione!  Eh,  un po' di
    pazienza, signori!

    [Ad Agazzi:]

    Il Prefetto deve venire qua?
    AGAZZI S, lo aspettiamo... Ma perch? Spigati!
    LAUDISI  E'  inutile  che  venga qua per parlare con la signora Frola!
    Finora crede al genero; quando avr parlato con la suocera,  non sapr
    pi neanche lui a chi credere dei due!  No, no! Qua bisogna che faccia
    ben altro il signor Prefetto. Una cosa che pu fare lui solo!
    TUTTI Che cosa? che cosa?
    LAUDISI (raggiante) Ma come!  Non avete  sentito  che  cosa  ha  detto
    questo signore? Il signor Ponza ha una in casa con s! La moglie.
    SIRELLI Far parlare la moglie? Eh gi! Eh gi!
    DINA Ma se  tenuta come in carcere quella poverina?
    SIRELLI Bisogna che il Prefetto s'imponga e la faccia parlare!
    AMALIA Certo  l'unica che possa dire la verit!
    SIGNORA SIRELLI Ma che! Dir ci che vuole il marito!
    LAUDISI Gi! Se dovesse parlare davanti a lui! Certo!
    SIRELLI Dovrebbe parlare da sola a solo col Prefetto!
    AGAZZI  E  il  Prefetto  potrebbe  imporre,  senz'altro,  con  la  sua
    autorit,  che la moglie  gli  confessi  a  quattr'occhi  come  stanno
    realmente le cose. Sicuro! Sicuro! Non le sembra, Centuri?
    CENTURI Eh, senza dubbio; se il signor Prefetto volesse!
    AGAZZI E' l'unica veramente!  Bisognerebbe avvertirlo, e risparmiargli
    per ora l'incomodo di venire da me. Vada, vada lei, caro Centuri.
    CENTURI Sissignore. La riverisco. Signore, signori.

    [S'inchiner, e via.]

    SIGNORA SIRELLI (battendo le mani) Ma s! Bravo Laudisi!
    DINA Bravo, bravo, zietto! Che bell'idea!
    TUTTI - Bravo! bravo! - S,  l'unica!  l'unica!
    AGAZZI Ma gi! Come non ci avevamo pensato?
    SIRELLI Sfido! Nessuno l'ha mai veduta!  Come se non ci fosse,  quella
    poverina!
    LAUDISI  (come  folgorato da una nuova idea) Oh!  Ma,  scusate,  siete
    proprio sicuri che ci sia?
    AMALIA Come? Dio mio, Lamberto!
    SIRELLI  (fingendo  di  ridere)  Vorresti  metterne  in  dubbio  anche
    l'esistenza?
    LAUDISI  Eh,  andiamoci  piano:  dite  voi stessi che nessuno l'ha mai
    veduta!
    DINA Ma via! C' la signora che la vede e le parla ogni giorno!
    SIGNORA SIRELLI E poi l'asserisce anche lui, il genero!
    LAUDISI Sta bene!  Ma riflettete un momento.  A rigore di  logica,  in
    quella casa non dovrebbe esserci altro che un fantasma.
    TUTTI Un fantasma?
    AGAZZI Eh via, smettila una buona volta!
    LAUDISI  Lasciatemi  dire.  - Il fantasma d'una seconda moglie,  se ha
    ragione lei,  la signora Frola.  O il fantasma della figliuola,  se ha
    ragione  lui,  il  signor Ponza.  Resta ora da vedere,  o signori,  se
    questo fantasma per l'uno o per l'altra sia poi realmente una  persona
    per  s.  Arrivati a questo punto,  mi sembra che sia anche il caso di
    dubitarne!
    AMALIA Ma va' l! Tu vorresti farci impazzire tutti quanti con te!
    S IGNORA NENNI Oh Dio, mi sento aggricciar le carni!
    SIGNORA CINI Non so che gusto provi a farci impaurire cos!
    TUTTI Ma che! ma che! scherza! scherza!
    SIRELLI E' una donna in carne ed  ossa,  state  sicuri.  E  la  faremo
    parlare! la faremo parlare!
    AGAZZI L'hai proposto tu stesso, scusa, di farla parlare col Prefetto!
    LAUDISI  Io,  s;  se  lass c' veramente una donna: dico,  una donna
    qualunque.  Ma badate bene,  signori miei,  che una  donna  qualunque,
    lass,  non ci pu essere.  Non c'!  Io almeno dubito, adesso, che ci
    sia.
    SIGNORA SIRELLI Dio mio, davvero vuol farci impazzire!
    LAUDISI Eh! vedremo, vedremo!
    TUTTI (confusamente) Ma  se    stata  vista  anche  da  altri!  -  Se
    s'affaccia dal cortile! - Le scrive le letterine! - Lo fa apposta, per
    ridersi di noi!


    Scena Terza.

    [Detti, Centuri di ritorno.]

    CENTURI   (tra   l'agitazione   di   tutti   s'introdurr   accaldato,
    annunziando) Il signor Prefetto! il signor Prefetto!
    AGAZZI Come? Qua? E che ha fatto allora lei?
    CENTURI L'ho incontrato per via, col signor Ponza, diretto qua...
    SIRELLI Ah, con lui?
    AGAZZI Oh Dio,  no!  se viene col Ponza,  entrer  dalla  signora  qua
    accanto! Per piacere, Centuri, si metta davanti la porta e lo preghi a
    nome  mio  di  favorire  prima  qua  da  me  un momento,  come m'aveva
    promesso.
    CENTURI Sissignore, non dubiti. Vado.

    [Via di fretta per l'uscio in fondo.]

    AGAZZI Signori, vi prego di ritirarvi un poco di l nel salotto.
    SIGNORA SIRELLI Ma glielo dica bene, sa! E' l'unica!  l'unica!
    AMALIA (davanti all'uscio a sinistra) Avanti, favoriscano, signore.
    AGAZZI Tu resta, Sirelli. E anche tu, Lamberto.

    [Tutti gli altri, signori e signore, usciranno per l'uscio a sinistra.
    Agazzi a Laudisi:]

    Ma lascia che parli io, ti prego.
    LAUDISI Per me, figrati! Anzi, se vuoi che me ne vada anch'io...
    AGAZZI No no:  meglio che tu ci sia. - Ah, eccolo qua.


    Scena Quarta.

    [Detti, il Signor Prefetto, Centuri.]

    IL PREFETTO (sui sessanta,  alto,  grasso,  aria di bonomia  facilona)
    Caro Agazzi! - Oh, c' anche lei, Sirelli? - Caro Laudisi!

    [Stringer la mano a tutti.]

    AGAZZI (invitandolo col gesto a sedere) Scusami, se t'ho fatto pregare
    d'entrare prima da me.
    IL  PREFETTO Era mia intenzione;  come t'avevo promesso.  Sarei venuto
    dopo, certamente.
    AGAZZI (scorgendo indietro  e  ancora  in  piedi  il  Centuri)  Prego,
    Centuri, venga avanti; segga qua.
    IL PREFETTO Eh lei,  Sirelli - ho saputo!  -  uno dei pi accesi, dei
    pi agitati, per queste dicerie sul nostro nuovo segretario.
    SIRELLI Oh no, creda, signor Prefetto,  sono tutti agitati non meno di
    me, in paese.
    AGAZZI E' la verit, s, agitatissimi tutti.
    IL PREFETTO E io che non so vederne la ragione!
    AGAZZI  Perch  non  t'  avvenuto  d'assistere  a certe scene,  com'
    avvenuto a noi che abbiamo, qua accanto, la suocera.
    SIRELLI Perdoni, signor Prefetto, Lei non l'ha ancora sentita,  quella
    povera signora.
    IL PREFETTO Mi recavo appunto da lei.

    [Ad Agazzi:]

    Ti  avevo promesso che l'avrei sentita qua da te,  come tu desideravi.
    Ma il genero stesso  venuto a pregarmi,  a implorare la  grazia  (per
    far  cessare  tutte queste chiacchiere) che mi recassi in casa di lei.
    Scusate, vi pare che lo avrebbe fatto, se non fosse pi che sicuro che
    avrei avuto da questa visita la prova di quanto egli afferma?
    AGAZZI Oh certo! Perch davanti a lui, quella poveretta -
    SIRELLI (attaccando subito) - avrebbe  detto  come  vuol  lui,  signor
    Prefetto! E questa  la prova che la pazza non  lei!
    AGAZZI Ne abbiamo fatto l'esperimento qua, noi, jeri!
    IL  PREFETTO  Ma  s,  caro:  perch egli appunto le fa credere che il
    pazzo sia lui! Me ne ha prevenuto. E difatti, come potrebbe illudersi,
    altrimenti, codesta disgraziata? E' un martirio, credete,  un martirio
    per quel pover'uomo!
    SIRELLI Gi!  Se non d lei,  invece, l'illusione a lui di credere che
    la figliuola sia morta, perch possa star sicuro che la moglie non gli
    sar di nuovo sottratta! In questo caso,  vede bene,  signor Prefetto,
    il martirio sarebbe della signora; non pi di lui!
    AGAZZI Il dubbio  questo. E t' entrato nell'animo un simile dubbio -
    SIRELLI - come  entrato in tutti! -
    IL PREFETTO - il dubbio!  Eh,  no; mi pare che in voi, anzi, non ce ne
    sia pi neppur l'ombra! Come vi confesso che non ce n' pi neppure in
    me per un altro verso. - E lei, Laudisi?
    LAUDISI Mi scusi, signor Prefetto. Io ho promesso a mio cognato di non
    aprir bocca.
    AGAZZI (scattando) Ma va' l, che dici! Se ti domanda, rispondi! - Gli
    avevo detto di non parlare,  sai perch?  perch  si  diverte  da  due
    giorni a intorbidare peggio le acque!
    LAUDISI  Non creda,  signor Prefetto.  E' proprio al contrario.  Io ho
    fatto di tutto per rischiararle, le acque.
    SIRELLI Gi!  Sa come?  Sostenendo che non    possibile  scoprire  la
    verit,  e  ora facendo sorgere il dubbio che in casa del signor Ponza
    non ci sia una donna, ma un fantasma!
    IL PREFETTO (godendoci) Come! come! Oh bella!
    AGAZZI Per carit! Lo comprendi:  inutile dare ascolto a lui!
    LAUDISI Eppure,  signor Prefetto,  lei  stato invitato a venire  qua,
    per me!
    IL  PREFETTO  Perch  pensa  anche lei che farei bene a parlare con la
    signora qua accanto?
    LAUDISI No,  per carit!  Lei fa benissimo a stare a ci che  dice  il
    signor Ponza!
    IL PREFETTO Ah, bene! Dunque crede anche lei che il signor Ponza...?
    LAUDISI (subito) No. Come vorrei che tutti qua stessero a ci che dice
    la signora Frola; e la facessero finita!
    AGAZZI Hai capito? Ti pare un ragionamento, codesto?
    IL PREFETTO Permetti?

    [A Laudisi:]

    Secondo  lei,  dunque,  si  pu  prestar  fede anche a ci che dice la
    signora?
    LAUDISI Altro che! In tutto e per tutto. Come a ci che dice lui!
    IL PREFETTO Ma allora, scusi?
    SIRELLI Se dicono il contrario!
    AGAZZI (irritato, risolutamente) Da' ascolto a me, per favore!  Io non
    pendo, non voglio pendere finora, n verso l'una n verso l'altro. Pu
    aver ragione lui, pu aver ragione lei. Bisogna venirne a capo! C' un
    solo mezzo.
    SIRELLI E l'ha suggerito lui appunto!

    [Indica Laudisi.]

    IL PREFETTO Ah s? - E dunque! Sentiamo!
    AGAZZI Poich ci manca ogni altra prova di fatto, l'unica che ci resti
      questa: che tu,  con la tua autorit,  ottenga la confessione della
    moglie.
    IL PREFETTO Della signora Ponza?
    SIRELLI Ma senza la presenza del marito, s'intende!
    AGAZZI Perch possa dire la verit!
    SIRELLI Se  la figlia della signora,  come  sembra  a  noi  di  dover
    credere -
    AGAZZI  -  O una seconda moglie che si presta a rappresentare la parte
    della figlia, come vorrebbe far credere il signor Ponza -
    IL PREFETTO - e come io credo senz'altro! - Ma s!  Pare l'unica anche
    a me.  Quel poverino,  credete,  non desidera di meglio che convincere
    tutti della sua ragione. S' mostrato con me cos arrendevole! Ne sar
    pi di tutti contento! E voi vi tranquillerete subito,  amici miei.  -
    Mi faccia il favore, Centuri.

    [Il Centuri si alzer.]

    Vada a chiamarmi il signor Ponza qua accanto.  Lo preghi a nome mio di
    venire qua un momento.
    CENTURI Vado subito!

    [S'inchiner, e andr via per l'uscio in fondo.]

    AGAZZI Eh, se acconsentisse!
    IL PREFETTO Ma vedrai che acconsentir subito!  La faremo finita in un
    quarto d'ora! Qua, qua davanti a voi stessi.
    AGAZZI Come! Qua, in casa mia?
    SIRELLI Crede che vorr portare qua la moglie?
    IL PREFETTO Lasciate fare a me! Qua stesso, s. Perch, altrimenti, io
    lo so, tra voi, seguitereste a supporre che io -
    AGAZZI - ma no, per carit! che pensi!
    SIRELLI Questo, mai!
    IL PREFETTO Andate l!  Sapendomi cos sicuro che la ragione sta dalla
    parte  di  lui,   pensereste  che  per  mettere  in  tacere  la  cosa,
    trattandosi  d'un  pubblico  funzionario...   -  No  no;   voglio  che
    ascoltiate anche voi.

    [Poi, ad Agazzi:]

    La tua signora?
    AGAZZI E' di l, con altre signore...
    IL  PREFETTO  Eh,  voi  avete  stabilito  qua  un  vero  quartiere  di
    congiura...


    Scena Quinta.

    [Detti, Centuri, il Signor Ponza.]

    CENTURI Permesso? - Ecco il signor Ponza.
    IL PREFETTO Grazie, Centuri.

    [Il signor Ponza si presenter su la soglia.]

    Venga, venga avanti, caro Ponza.

    [Il signor Ponza s'inchiner.]

    AGAZZI S'accomodi, prego.

    [Il signor Ponza torner a inchinarsi e seder.]

    IL PREFETTO Lei conosce i signori... - Sirelli...

    [Il signor Ponza si alzer e s'inchiner.]

    AGAZZI S, l'ho gi presentato. Mio cognato Laudisi.

    [Il signor Ponza s'inchiner.]

    IL PREFETTO L'ho fatto chiamare,  caro Ponza,  per dirle che qua,  coi
    miei amici...

    [S'interromper,  notando che il signor  Ponza  fin  dalle  sue  prime
    parole avr dato a vedere un gran turbamento e una viva agitazione.]

    Ha da dire qualche cosa?

    PONZA S.  Che intendo,  signor Prefetto,  di domandare oggi stesso il
    mio trasferimento.
    IL PREFETTO Ma perch?  Scusi,  poc'anzi,  lei parlava  con  me,  cos
    remissivo...
    PONZA  Ma io sono fatto segno qua,  signor Prefetto,  a una vessazione
    inaudita!
    IL PREFETTO Eh via! Non esageriamo adesso!
    AGAZZI (a Ponza) Vessazione, scusi, - intende, da parte mia?
    PONZA Di tutti!  E perci me ne vado!  Me ne  vado,  signor  Prefetto,
    perch non posso tollerare questa inquisizione accanita,  feroce sulla
    mia   vita   privata,   che   finir   di   compromettere,    guaster
    irreparabilmente  un'opera  di  carit che mi costa tanta pena e tanti
    sacrifizii! - Io venero pi che una madre quella povera vecchia,  e mi
    sono  veduto  costretto,  qua,  jeri,  a investirla con la pi crudele
    violenza.  Ora l'ho trovata di  l,  in  tale  stato  d'avvilimento  e
    d'agitazione -
    AGAZZI (interrompendolo, calmo) E' strano! Perch la signora, con noi,
    ha  parlato  sempre  calmissima.  Tutta  l'agitazione,  al  contrario,
    l'abbiamo finora notata in lei, signor Ponza; e anche adesso!
    PONZA Perch loro non sanno quello che mi stanno facendo soffrire!
    IL PREFETTO Via, via, si calmi, caro Ponza! Che cos'? Ci sono qua io!
    E lei sa con quale fiducia e quanto compatimento io abbia ascoltato le
    sue ragioni. Non  cos?
    PONZA Mi perdoni. Lei, s. E gliene sono grato, signor Prefetto.
    IL PREFETTO Dunque!  Guardi: lei venera come una madre la  sua  povera
    suocera?  Orbene,  pensi  che  qua  questi  miei  amici mostrano tanta
    curiosit di sapere,  appunto perch vogliono bene alla signora  anche
    loro.
    PONZA  Ma  la uccidono,  signor Prefetto!  E l'ho gi fatto notare pi
    d'una volta!
    IL PREFETTO Abbia pazienza. Vedr che finiranno,  appena sar chiarito
    tutto.  Ora stesso,  guardi! Non ci vuol niente. - Lei ha il mezzo pi
    semplice e pi sicuro di levare ogni dubbio a questi  signori.  Non  a
    me, perch io non ne ho.
    PONZA Ma se non vogliono credermi in nessun modo!
    AGAZZI Questo non  vero. - Quando lei venne qua, dopo la prima visita
    di  sua  suocera,   a  dichiararci  ch'era  pazza,  noi  tutti  -  con
    meraviglia, ma le abbiamo creduto.

    [Al Prefetto:]

    Ma subito dopo, capisci? torn la signora -
    IL PREFETTO - s, s, lo so, me l'hai detto,

    [Seguiter volgendosi al Ponza:]

    ...a dare quelle ragioni,  che lei stesso cerca di tener vive  in  sua
    suocera.  Bisogna  che  abbia pazienza,  se un dubbio angoscioso nasce
    nell'animo di chi ascolta, dopo di lei, la povera signora. Di fronte a
    ci che dice sua suocera, questi signori,  ecco,  non credono di poter
    pi con sicurezza prestar fede a ci che dice lei, caro Ponza. Dunque,
      chiaro.  Lei  e  sua  suocera  -  via!  tiratevi in disparte per un
    momento! - Lei  sicuro di dire la verit, come ne sono sicuro io; non
    pu aver nulla  in  contrario,  certo,  che  sia  ripetuta  qua,  ora,
    dall'unica persona che possa affermarla, oltre voi due.
    PONZA E chi?
    IL PREFETTO Ma la sua signora!
    PONZA Mia moglie?

    [Con forza, con sdegno.]

    Ah, no! Mai, signor Prefetto!

    IL PREFETTO E perch no, scusi?
    PONZA  Portare  mia  moglie  qua  a  dare soddisfazione a chi non vuol
    credermi?
    IL PREFETTO (pronto) A me! Scusi. - Pu aver difficolt?
    PONZA Ma signor Prefetto...  no!  mia moglie,  no!  Lasciamo stare mia
    moglie! Si pu ben credere a me!
    IL PREFETTO Eh no,  guardi,  comincia a parere anche a me, allora, che
    lei voglia far di tutto per non essere creduto!
    AGAZZI Tanto pi che ha cercato anche d'impedire in  tutti  i  modi  -
    anche  a  costo d'un doppio sgarbo a mia moglie e alla mia figliuola -
    che la suocera venisse qua a parlare.
    PONZA (prorompendo, esasperato) Ma che vogliono loro da me? In nome di
    Dio!  Non basta quella disgraziata?  vogliono qua  anche  mia  moglie?
    Signor Prefetto,  io non posso sopportare questa violenza!  Mia moglie
    non esce di casa mia!  Io non la porto ai piedi di nessuno!  Mi  basta
    che  mi  creda lei!  E del resto vado a far subito l'istanza per andar
    via di qua!

    [Si alzer.]

    IL PREFETTO (battendo un pugno  sulla  scrivania)  Aspetti!  Prima  di
    tutto  io  non  tollero,  signor  Ponza,  che  lei assuma codesto tono
    davanti a un suo superiore e a me,  che le ho parlato finora con tanta
    cortesia e tanta deferenza. In secondo luogo le ripeto che d ormai da
    pensare anche a me codesta sua ostinazione nel rifiutare una prova che
    le domando io e non altri, nel suo stesso interesse, e in cui non vedo
    nulla  di  male!  - Possiamo bene,  io e il mio collega,  ricevere una
    signora... - o anche, se lei vuole, venire a casa sua...
    PONZA Lei dunque mi obbliga?
    IL PREFETTO Le ripeto che glielo domando per il suo bene. Potrei anche
    pretenderlo come suo superiore!
    PONZA Sta bene. Sta bene. Quand' cos, porter qua mia moglie, pur di
    finirla! Ma chi mi garantisce che quella poveretta non la veda?
    IL PREFETTO Ah gi... perch sta qui accanto...
    AGAZZI (subito) Potremmo andar noi in casa della signora.
    PONZA Ma no!  Io lo dico per loro.  Che  non  mi  si  faccia  un'altra
    sorpresa che avrebbe conseguenze spaventevoli!
    AGAZZI Stia pur tranquillo, quanto a noi!
    IL PREFETTO O se no,  ecco, a suo comodo, potrebbe condurre la signora
    in Prefettura.
    PONZA No, no - subito, qua... subito... Star io, di l,  a guardia di
    lei. Vado subito, signor Prefetto; e sar finita, sar finita!

    [Uscir sulle furie per l'uscio in fondo.]


    Scena Sesta.

    [Detti, meno il Signor Ponza.]

    IL  PREFETTO  Vi  confesso  che  non  m'aspettavo  da parte sua questa
    opposizione.
    AGAZZI E vedrai che andr a imporre alla moglie di dire ci  che  vuol
    lui!
    IL  PREFETTO  Ah no!  Per questo state tranquilli.  Interrogher io la
    signora!
    SIRELLI Questa esasperazione continua, scusi!
    IL PREFETTO E' la prima volta - che!  che!  -  la prima volta che  lo
    vedo cos. - Forse l'idea di portare qua la moglie -
    SIRELLI - di scarcerarla -
    IL PREFETTO - oh, questo - che la tenga come in carcere - si pu anche
    spiegare senza ricorrere alla supposizione che sia pazzo.
    SIRELLI Perdoni,  signor Prefetto, lei non l'ha ancora sentita, questa
    povera signora.
    AGAZZI Gi! Dice che la tiene cos per paura della suocera.
    IL PREFETTO Ma anche se non fosse per questo: potrebbe esserne geloso;
    e basta.
    SIRELLI Fino al punto,  scusi,  di non tenere  neppure  una  donna  di
    servizio? Costringe la moglie a fare in casa tutto, da s!
    AGAZZI E va a farsi lui la spesa, ogni mattina!
    CENTURI Sissignore,   vero: l'ho visto io! Se la porta in casa con un
    ragazzotto -
    SIRELLI - che fa restare sempre fuori della porta!
    IL PREFETTO Oh Dio, signori: l'ha deplorato lui stesso, parlandomene.
    LAUDISI Servizio d'informazione, inappuntabile!
    IL PREFETTO Lo fa per risparmio, Laudisi! Deve tener due case...
    SIRELLI Ma no, non diciamo per questo,  noi!  Scusi,  signor Prefetto,
    crede lei che una seconda moglie si sobbarcherebbe a tanto -
    AGAZZI (incalzando) - ai pi umili servizi di casa! -
    SIRELLI  (seguitando)  -  per una che fu suocera di suo marito,  e che
    sarebbe un'estranea per lei?
    AGAZZI Via! Via! Non ti par troppo?
    IL PREFETTO Troppo, s -
    LAUDISI (interrompendo) - per una seconda moglie qualunque!
    IL PREFETTO (subito) Ammettiamolo. Troppo, s. - Ma anche questo per,
    scusate - se non con la generosit - pu  spiegarsi  benissimo  ancora
    con la gelosia. E che sia geloso - pazzo o non pazzo - mi pare che non
    si possa mettere neppure in discussione.

    [Si udr a questo punto dal salotto un clamore di voci confuse.]

    AGAZZI Oh! Che avviene di l?


    Scena Settima-

    [Detti, la Signora Amalia.]

    AMALIA  (entrer  di furia,  costernatissima,  dall'uscita a sinistra,
    annunziando) La signora Frola! La signora Frola  qua!
    AGAZZI No! perdio, chi l'ha chiamata?
    AMALIA Nessuno! E' venuta da s!
    IL PREFETTO No! Per carit! Ora, no! La faccia andar via, signora!
    AGAZZI Subito via!  Non la fate entrare!  Bisogna impedirglielo a ogni
    costo! Se la trovasse qua, gli sembrerebbe davvero un agguato!


    Scena Ottava.

    [Detti, la Signora Frola, tutti gli altri.]

    [La signora Frola s'introdurr tremante,  piangente,  supplicante, con
    un fazzoletto  in  mano,  in  mezzo  alla  ressa  degli  altri,  tutti
    esagitati.]

    SIGNORA FROLA Signori miei, per piet! per piet! Lo dica lei a tutti,
    signor Consigliere!
    AGAZZI  (facendosi  avanti,  irritatissimo)  Io le dico,  signora,  di
    ritirarsi subito! Perch lei, per ora, non pu stare qua!
    SIGNORA FROLA (smarrita) Perch? Perch?

    [Alla signora Amalia:]

    Mi rivolgo a lei, mia buona signora...
    AMALIA Ma guardi... guardi, c' l il Prefetto...
    SIGNORA FROLA Oh! lei,  signor Prefetto!  Per piet!  Volevo venire da
    lei!
    IL PREFETTO No,  abbia pazienza,  signora!  Per ora io non posso darle
    ascolto. Bisogna che lei se ne vada! se ne vada via subito di qua!
    SIGNORA FROLA S, me n'andr!  Me n'andr oggi stesso!  Me ne partir,
    signor Prefetto! per sempre me ne partir!
    AGAZZI Ma no,  signora! Abbia la bont di ritirarsi per un momento nel
    suo quartierino qua accanto! Mi faccia questa grazia!  Poi parler col
    signor Prefetto!
    SIGNORA FROLA Ma perch! Che cos'? Che cos'?
    AGAZZI (perdendo la pazienza) Sta per tornare qua suo genero: ecco! ha
    capito?
    SIGNORA FROLA Ah!  S?  E allora,  s...  s,  mi ritiro...  mi ritiro
    subito! Volevo dir loro questo soltanto: che per piet,  la finiscano!
    Loro credono di farmi bene e mi fanno tanto male! Io sar costretta ad
    andarmene,  se loro seguiteranno a far cos; a partirmene oggi stesso,
    perch lui sia lasciato in pace!  - Ma che vogliono,  che vogliono ora
    qua da lui? Che deve venire a fare qua lui? - Oh, signor Prefetto!
    IL PREFETTO Niente, signora, stia tranquilla! stia tranquilla, e se ne
    vada, per piacere!
    AMALIA Via, signora, s! sia buona!
    SIGNORA FROLA Ah Dio, signora mia, loro mi priveranno dell'unico bene,
    dell'unico  conforto  che mi restava: vederla almeno da lontano la mia
    figliuola!

    [Si metter a piangere.]

    IL PREFETTO Ma chi glielo dice?  Lei non ha bisogno di partirsene!  La
    invitiamo a ritirarsi ora per un momento. Stia tranquilla!
    SIGNORA  FROLA  Ma  io  sono  in  pensiero  per lui!  per lui,  signor
    Prefetto! sono venuta qua a pregare tutti per lui; non per me!
    IL PREFETTO S,  va bene!  E lei pu star tranquilla  anche  per  lui,
    gliel'assicuro io. Vedr che ora si accomoder ogni cosa.
    SIGNORA FROLA E come? Li vedo qua tutti accaniti addosso a lui!
    IL  PREFETTO No,  signora!  Non  vero!  Ci sono qua io per lui!  Stia
    tranquilla!
    SIGNORA FROLA Ah! Grazie! Vuol dire che lei ha compreso...
    IL PREFETTO S, s, signora, io ho compreso.
    SIGNORA FROLA L'ho ripetuto tante volte a tutti questi signori:   una
    disgrazia gi superata, su cui non bisogna pi ritornare.
    IL PREFETTO S, va bene, signora... Se le dico che io ho compreso!
    SIGNORA  FROLA  Siamo  contente  di  vivere  cos;  la mia figliuola 
    contenta. Dunque... - Ci pensi lei, ci pensi lei... perch, se no, non
    mi resta altro che andarmene, proprio!  e non vederla pi neanche cos
    da lontano... Lo lascino in pace, per carit!

    [A  questo  punto,  tra  la ressa si far un movimento;  tutti faranno
    cenni; alcuni guarderanno verso l'uscio; qualche voce repressa si far
    sentire.]

    VOCI Oh Dio... Eccola, eccola!
    SIGNORA FROLA (notando lo sgomento,  lo scompiglio,  gemer perplessa,
    tremante) Che cos'? Che cos'?


    Scena Nona.

    [Detti, la Signora Ponza, poi il Signor Ponza.]

    [Tutti  si  scosteranno  da  una parte e dall'altra per dar passo alla
    signora Ponza che si far  avanti  rigida,  in  gramaglie,  col  volto
    nascosto da un fitto velo nero, impenetrabile.]

    SIGNORA FROLA (cacciando un grido straziante,  di frenetica gioja) Ah!
    Lina... Lina... Lina...

    [E si precipiter e s'avvinghier  alla  donna  velata,  con  l'arsura
    d'una madre che da anni e anni non abbraccia pi la sua figliuola.  Ma
    contemporaneamente, dall'interno, si udranno le grida del signor Ponza
    che subito dopo si precipiter sulla scena.]

    PONZA Giulia!... Giulia!... Giulia!...

    [La signora Ponza,  alle grida di lui,  s'irrigidir  tra  le  braccia
    della  signora Frola che la cingono.  Il signor Ponza,  sopravvenendo,
    s'accorger subito della suocera cos  perdutamente  abbracciata  alla
    moglie e inveir furente:]

    Ah! L'avevo detto io! Si sono approfittati cos, vigliaccamente, della
    mia buona fede?
    SIGNORA  PONZA (volgendo il capo velato,  quasi con austera solennit)
    Non temete! Non temete! Andate via.
    PONZA  (piano,  amorevolmente,   alla  signora  Frola)  Andiamo,   s,
    andiamo...
    SIGNORA  FROLA  (che  si sar staccata da s,  tutta tremante,  umile,
    dall'abbraccio, far eco subito, premurosa, a lui) S, s...  andiamo,
    caro, andiamo...

    [E  tutti e due abbracciati,  carezzandosi a vicenda,  tra due diversi
    pianti,  si ritireranno bisbigliandosi  tra  loro  parole  affettuose.
    Silenzio. Dopo aver seguito con gli occhi fino all'ultimo i due, tutti
    si rivolgeranno, ora, sbigottiti e commossi, alla signora velata.]

    SIGNORA  PONZA  (dopo  averli  guardati  attraverso il velo,  dir con
    solennit cupa) Che altro possono  volere  da  me,  dopo  questo,  lor
    signori?  Qui c' una sventura, come vedono, che deve restar nascosta,
    perch solo cos pu valere il rimedio che la piet le ha prestato.
    IL PREFETTO (commosso) Ma noi vogliamo rispettare la  piet,  signora.
    Vorremmo per che lei ci dicesse -
    SIGNORA PONZA (con un parlare lento e spiccato) - che cosa? la verit?
     solo questa: che io sono s, la figlia della signora Frola -
    TUTTI (con un sospiro di soddisfazione) ah!
    SIGNORA PONZA (subito c.s.) - e la seconda moglie del signor Ponza -
    TUTTI (stupiti e delusi, sommessamente) - oh! E come ?
    SIGNORA PONZA (subito c.s.) - s; e per me nessuna! nessuna!
    IL PREFETTO Ah, no, per s, lei, signora: sar l'una o l'altra!
    SIGNORA PONZA Nossignori. Per me, io sono colei che mi si crede.

    [Guarder attraverso il velo,  tutti,  per un istante; e si ritirer..
    Silenzio.]

    LAUDISI Ed ecco, o signori, come parla la verit!

    [Volger attorno uno sguardo di sfida derisoria.]

    Siete contenti?

    [Scoppier a ridere.]

    Ah! ah! ah! ah!

    TELA.





    LIOLA'.

    Prima rappresentazione: Roma, 4 novembre 1916.
    Prima edizione: Roma 1917.


    Personaggi:

    NICO SCHILLACI detto LIOLA',
    ZIO SIMONE PALUMBO,
    ZIA CROCE AZZARA sua cugina,
    TUZZA  figlia di zia Croce,
    MITA giovane moglie di zio Simone,
    CARMINA detta LA MOSCARDINA,
    COMARE GESA zia di Mita, madre di Liol
    ZIA NINFA  madre di Liol,
    CIUZZA, LUZZA, NELA tre giovani contadine,
    TININO, CALICCHIO, PALLINO i tre cardelli di Liol.

    Altri uomini e donne del contado.

    [Campagna agrigentina, oggi.]


    ATTO PRIMO.


    [Tettoja tra la casa colonica e il magazzino,  la stalla e il palmento
    della zia Croce Azzara.  In fondo,  campagna con ceppi di fichidindia,
    mandorli e olivi saraceni. Sul lato destro, sotto la tettoja, la porta
    della casa colonica,  un  rozzo  sedile  di  pietra  e  poi  il  forno
    monumentale.  Sul lato sinistro,  la porta del magazzino,  la finestra
    del palmento e un'altra finestra ferrata. Anelli a muro per legarvi le
    bestie. E di settembre, e si schiacciano le mandorle.
    Su due panche ad  angolo  stanno  sedute  Tuzza,  Mita,  comare  Gesa,
    Crmina la Moscardina,  Luzza,  Ciuzza e Nela. Schiacciano, picchiando
    con una  pietra  la  mandorla  su  un'altra  pietra  che  tengono  sul
    ginocchio.  Zio  Simone  le  sorveglia,  seduto  su  un  grosso cofano
    capovolto. La zia Croce va e viene. Per terra, sacchi, ceste, cofani e
    gusciaglia. Al levarsi della tela le donne,  schiacciando,  cantano la
    Passione.

    CORO
    E Maria dietro le porte
    nel sentir le scurate:
    Non gli date cos forte,
    sono carni delicate!
    ZIA  CROCE  (venendo  dalla  porta  del  magazzino  con  una  cesta di
    mandorle) S, s, ragazze, siamo alle ultime! Con l'ajuto di Dio,  per
    quest'anno, abbiamo finito di schiacciare.
    CIUZZA Qua a me, zia Croce!
    LUZZA Dia qua!
    NELA Dia qua!
    ZIA CROCE Se vi sbrigate, farete a tempo per l'ultima messa.
    CIUZZA Eh s! Che messa pi!
    NELA Prima d'arrivare al paese...
    LUZZA E poi il tempo per vestirci...
    GESA Eh gi, avete bisogno di pararvi per sentirvi la santa messa?
    NELA Vorrebbe che andassimo in chiesa come alla stalla?
    CIUZZA Io, se posso, ci scappo anche cos.
    ZIA CROCE Brave, perdete intanto altro tempo a chiacchierare!
    LUZZA S, cantiamo, cantiamo!

    [E ripigliano a battere e a cantare.]

    CORO
    A lui portami, Giovanni!
    Camminar non puoi, Maria!

    ZIO  SIMONE  (interrompendo  il  coro)  E finitela una buona volta con
    questa Passione!  State a  rompermi  la  testa  da  questa  mattina.
    Schiacciate senza cantare!
    LUZZA Oh! E' uso, sa lei, cantare mentre si schiaccia.
    NELA Che vecchio brontolone!
    GESA  Dovrebbe  farsi coscienza del peccato che stiamo commettendo per
    lei a lavorare la santa domenica.
    ZIO SIMONE Per me? Per zia Croce, volete dire.
    ZIA CROCE Ah s? Che faccia! Non mi d requie da tre giorni per queste
    mandorle che vuol vendere!  Chi sa che  cosa  mi  pareva  gli  dovesse
    accadere, se non gliele davo subito schiacciate!
    ZIO SIMONE (brontolando, ironico) Saranno la mia ricchezza, difatti.
    LA MOSCARDINA Oh,  zio Simone, si rammenti che ci ha promesso di darci
    da bere, com'avremo finito.
    ZIA CROCE Promesso? E' patto! State tranquille.
    ZIO SIMONE Ma no, che patto e patto, cugina!  Per quattro gusci,  dite
    sul serio?
    ZIA  CROCE Ah,  vi tirate indietro?  dopo che m'avete fatto chiamar le
    donne a schiacciar di domenica? No no,  cugino: queste cose con me non
    si fanno.

    [Rivolgendosi a Mita:]

    S,  Mita, corri, corri a prendere una bella mezzina di vino per darla
    a bere qua alla salute e prosperit di tuo marito!

    [Approvazioni e battimani delle donne, s, viva! viva!]

    ZIO SIMONE Grazie, cugina! Vedo che siete davvero di buon cuore!
    ZIA CROCE (a Mita) Non ti muovi?
    MITA Eh, se non me lo comanda lui...
    ZIA CROCE Hai bisogno che te lo comandi lui ?  Non sei  padrona  anche
    tu?
    MITA No, zia Croce, il padrone  lui.
    ZIO  SIMONE  E  vi  so dire che se l'anno venturo ho un'altra volta la
    tentazione di comprar frutto in erba,  questi occhi - guardate - me li
    faccio prima cavare!
    CIUZZA Pensa all'anno venturo, adesso!
    LUZZA Come se non si sapesse le mandorle, come sono!
    NELA Cariche un anno, e l'altro no!
    ZIO  SIMONE  Le mandorle,  gi!  Come se fossero soltanto le mandorle!
    Anche la vigna  tutta presa dal male! E andate a guardar fuori: tutte
    le cimette degli olivi bruciolate, che fanno piet!
    LA MOSCARDINA Vederlo piangere cos,  Dio benedetto,  ricco com'!  Ha
    stimato a occhio e ha sbagliato; pensi che, dopo tutto, il suo danno 
    stato  un  beneficio  per  questa  sua  parente vedova,  con la nipote
    orfana; e ci faccia una croce!
    CIUZZA Danari che restano in famiglia...
    LUZZA Se li vuol portare sotterra?
    LA MOSCARDINA Avesse figli... - Uh, m' scappata!

    [Si tura subito la bocca.  Le altre donne restano tutte  come  basite.
    Zio Simone le fulmina con gli occhi; poi, scorgendo la moglie, scarica
    l'ira su lei.]

    ZIO SIMONE (a Mita) Va' via, va' via, mangia-a-ufo! va' via!

    [E  come  Mita,  avvilita,  non si muove,  andandole sopra,  facendola
    alzare e strappandola e scrollandola:]

    Lo vedi,  lo vedi a che servi tu?  solo a farmi beccare la  faccia  da
    tutti!  Va' via!  Subito a casa, via! O per Cristo, non so davvero che
    sproposito faccio, stamattina!

    [Mita va via dal fondo, mortificata, piangendo.  Zio Simone allunga un
    calcio al cofano su cui stava seduto ed entra nel magazzino.]

    ZIA CROCE (alla Moscardina) Benedetta donna! Non sapete tenere a posto
    la lingua!
    LA MOSCARDINA Lo cava proprio di bocca!
    CIUZZA  (con  aria  ingenua)  Ma  forse vergogna per un uomo non aver
    figliuoli?
    ZIA CROCE Zitta tu!  Questi non son discorsi  in  cui  possano  metter
    bocca le ragazze.
    LUZZA Che male c'?
    NELA Segno che Dio non ha voluto dargliene.
    LUZZA E perch allora se la piglia con la moglie?
    ZIA CROCE Oh insomma, la smettete? Andate, andate a schiacciare!
    CIUZZA Abbiamo finito, zia Croce.
    ZIA CROCE E allora andate pei fatti vostri!

    [Le  tre  ragazze  s'appartano  in  fondo,  attorno a Tuzza che non ha
    aperto bocca e se  n'  stata  tutta  ingrugnata.  Cercano  d'attaccar
    discorso con lei; ma Tuzza le respinge con una spallata. Allora, prima
    l'una  e  poi  l'altra,  pian pianino s'accostano ad ascoltare ci che
    dicono di l tra loro la zia Croce, comare Gesa e comare Crmina e poi
    lo vanno a riferire alle altre due  che  ne  ridono,  ammonendole  con
    cenni di non farsi sentire.]

    ZIA CROCE Ah care mie,  m'ha fatto la testa com'un pallone!  L'ho qua,
    tutto il santo giorno; e sempre,  dalla mattina alla sera,  con questa
    lima -
    LA  MOSCARDINA  - del figlio che non gli nasce ?  O come vuole che gli
    nasca?
    GESA Bastasse piangere per farlo nascere!
    ZIA CROCE No, piange - siamo giuste - piange per la roba;  tanta bella
    roba che, alla sua morte, andrebbe a finire in mano d'altri. Non se ne
    sa dar pace!
    LA MOSCARDINA E lo lasci piangere, zia Croce!
    ZIA CROCE Dite per l'eredit? Non ci penso nemmeno, comare mia! Siamo,
    di parenti, pi di quanti capelli ho in capo.
    LA  MOSCARDINA  Ma  sempre,  o  poco  o molto,  secondo il grado della
    parentela, una parte ne toccher anche a lei,  no ?  - Me ne duole per
    vostra nipote,  zia Gesa, ma la legge  legge: se non ci son figli, la
    roba del marito -
    GESA - se la carichi in collo il diavolo, e lui con tutta la sua roba!
    Volete che ne muoja, per questa roba,  la mia nipote?  Povera anima di
    Dio,  disgraziata  da quand' nata;  lasciata in fasce dalla madre e a
    tre anni orfana anche di padre!  Me la son cresciuta io,  Dio sa come!
    Vorrei  vedere se avesse almeno un fratello!  Non la tratterebbe cos,
    ve l'assicuro io!  Per miracolo non se la pesta sotto i  piedi:  avete
    veduto!

    [Si mette a piangere.]

    LA MOSCARDINA E' vero,  povera Mita!  Chi l'avrebbe detto, quattr'anni
    fa!  Parve a tutti una fortuna questo suo matrimonio  con  zio  Simone
    Palumbo!  Mah!  Sono  belle le prugne e le cerase (se poi,  manca il
    pane...).
    ZIA CROCE Ah no, piano! Vorreste dire che in fin dei conti non  stata
    una fortuna per Mita? Lasciamo andare! Brava ragazza, Mita,  non nego;
    ma  via,  neppure in sogno avrebbe potuto aspettarsi di divenir moglie
    di mio cugino!
    GESA Vorrei sapere per,  cara zia Croce,  chi lo preg suo cugino  di
    prendersi in moglie mia nipote. Io no davvero; e Mita tanto meno.
    ZIA CROCE Lo sapete anche voi che la prima moglie di zio Simone fu una
    vera signora -
    LA MOSCARDINA - e la pianse,  bisogna dire la verit, la pianse tanto,
    quando gli mor!
    GESA Gi! Per tutti i figli che seppe fargli!
    ZIA CROCE Che figli volete che gli facesse quella poverina! Era cos

    [mostra il mignolo]

    e teneva l'anima coi denti!  Non potete negare  che,  rimasto  vedovo,
    partiti  per riammogliarsi non gliene sarebbero mancati!  A cominciare
    da me, mia figlia, se me l'avesse chiesta, gliel'avrei data. Non volle
    mettere al posto della  morta  nessun'altra  del  nostro  parentado  e
    nemmeno  del nostro paraggio.  Prese vostra nipote soltanto per averne
    un figlio, non per altro.
    GESA Scusi,  che intende dire con questo?  Che  manca  forse  per  mia
    nipote?

    [A  questo punto Luzza,  accostandosi per ascoltare,  nel voltarsi per
    far segno alle compagne,  sbatte contro la zia Croce che si volta e la
    spinge sulle furie contro quelle che gridano e ridono.]

    ZIA  CROCE  Czzica,  che  ficchina!  V'ho  detto di tenervi discoste,
    pettegole che non siete altro!
    LA MOSCARDINA (ripigliando il discorso) Bella,  prosperosa,  Mita: una
    rosa veramente: vende salute!
    ZIA CROCE Questo non vorrebbe dire. Tante volte...
    GESA Oh!  dice sul serio, zia Croce? Ma li metta accanto, santo Dio; e
    sfido chiunque a dire per chi possa mancare tra i due!
    ZIA CROCE Scusate, se strepita tanto per avere un figlio,  segno,  mi
    pare, che sa di poterlo avere. Si starebbe zitto, altrimenti!
    GESA  Ringrazii Dio che mia nipote  onesta,  e la prova perci non si
    pu fare! Ma stia certa, zia Croce, che neppure una santa del paradiso
    reggerebbe ai maltrattamenti di questo vecchiaccio, ai raffacci che le
    fa davanti a tutti.  Maria Vergine stessa,  vedendosi cimentata  cos,
    griderebbe: Ah,  tu vuoi davvero un figlio da me?  E tieni qua che te
    lo faccio!.
    LA MOSCARDINA Ah, non sia mai, Signore!
    GESA (riprendendosi subito) Ma chi, mia nipote?
    LA MOSCARDINA Sarebbe un peccato mortale!
    GESA Prima a terra la testa, che fare una cosa simile, la mia nipote!
    LA MOSCARDINA  Ragazza  d'oro,  se  ce  n',  savia  da  piccola,  non
    offendendo i meriti di nessuno.
    ZIA CROCE Io non l'ho mai negato.
    CIUZZA  (dal  fondo,  vedendo passare davanti la tettoja zia Ninfa con
    Tinino, Calicchio e Pallino) Oh, ecco la zia Ninfa coi tre cardelli di
    Liol!
    LUZZA e NELA (battendo le mani) La zia Ninfa! La zia Ninfa!
    CIUZZA (chiamando) Tinino!

    [Tinino accorre e le salta in braccio.]

    LUZZA (chiamando) Calicchio!

    [Calicchio accorre e le salta in braccio.]

    NELA (chiamando) Pallino!

    [Pallino accorre e le salta in braccio.]

    ZIA NINFA Per carit, ragazze, lasciateli stare!  Mi hanno fatto girar
    la  testa  come  un  arcolajo.  E  vedete a che ora mi son ridotta per
    andare a sentirmi la santa messa!
    CIUZZA (a Tinino) A chi vuoi bene tu?
    TININO A te!

    [E la bacia.]

    LUZZA (a Calicchio) E tu, Calicchio?
    CALICCHIO  A te!

    [E la bacia.]

    NELA (a Pallino) Pallino, e tu?
    PALLINO A te!

    [E la bacia.]

    LA MOSCARDINA I figli del lupo nascono coi denti!
    GESA Povera zia Ninfa, mi sembra la chioccia coi pulcini!
    ZIA NINFA Tre poveri figliolucci innocenti, senza mamma...
    LA MOSCARDINA E ringrazii Dio che son tre!  Col principio che  ha,  di
    tenersi  tutti  quelli  che  le  donne  gli  scodellano - sono tre?  -
    potrebbero esser trenta!
    ZIA CROCE (indicando con gli occhi le ragazze) Piano, oh, comare!
    LA MOSCARDINA Non dico nulla di male. Si vede anzi ch' di buon cuore.
    ZIA NINFA Ne vuole una covata,  dice;  insegnare a tutti a cantare;  e
    poi, in gabbia, portarseli a vendere al paese.
    CIUZZA In gabbia, tu, Tinino, come un cardellino? E sai cantare?
    LA  MOSCARDINA  (carezzando i capellucci di Pallino) il figlio di Rosa
    la Favarese?
    ZIA NINFA Chi, Pallino? Se vi dicessi che non lo so pi nemmeno io? Ma
    no, mi sembra Tinino il figlio di Rosa.
    CIUZZA No no, Tinino no! E' figlio mio, Tinino!
    GESA S! Staresti fresca, se fosse vero.
    ZIA NINFA (risentendosi) O perch?
    LA MOSCARDINA Moglie di Liol?
    ZIA NINFA Non dovreste dirlo,  comare Crmina: che se c'  un  ragazzo
    amoroso e rispettoso,  mio figlio Liol.
    LA MOSCARDINA Amoroso? E come! Cento ne vede e cento ne vuole.
    ZIA NINFA Segno che ancora non ne ha trovata una -

    [e guarda con intenzione Tuzza]

    - quella che dev'essere. - Via, via, lasciatemene andare, ragazze!

    [S'accosta a Tuzza.]

    Che hai, Tuzza, non ti senti bene?
    LA MOSCARDINA Ha il broncio da questa mattina, Tuzza.
    TUZZA (sgarbata) Non ho nulla, non ho nulla!
    ZIA CROCE La lasci stare, zia Ninfa: ha avuto la febbre stanotte.
    GESA Vengo con lei, zia Ninfa, se qua non c' pi altro da fare.
    LA MOSCARDINA Ci arriverete per la messa delle signore, al paese!
    ZIA NINFA Per carit, non mi parlate della messa delle signore! Sapete
    che  domenica  scorsa  non  me  la  son potuta vedere?  Tentazione del
    diavolo.  Gli occhi mi andarono ai ventagli delle signore;  mi misi  a
    guardare quei ventagli e non potei pi vedermi la messa.
    CIUZZA Perch? Che vide in quei ventagli?
    LUZZA Dica!  Dica!  ZIA NINFA Il diavolo, figliuole mie! Come se mi si
    fosse seduto accanto per  farmi  notare  come  si  facevano  vento  le
    signore. State a vedere.

    [Siede e tutte le fanno cerchio.]

    Le signorine da marito, cos:

    [Fa   il   gesto  di  scuotere  fitto  fitto  il  ventaglio,   e  dice
    precipitosamente, accompagnando il gesto, impettita:]

    L'avr! l'avr! l'avr! l'avr! l'avr! Le signore maritate, cos:

    [Muove la mano con grave, placida soddisfazione:]

    Io ce l'ho! io ce l'ho! io ce l'ho! Mentre le povere vedove:

    [Muove la mano con sconsolato abbandono, dal petto al grembo.]

    L'avevo e non l'ho pi!  l'avevo e non l'ho pi!  l'avevo e non  l'ho
    pi!

    [Ridono tutte.]

    E  avevo  un bel farmi la santa croce,  non riuscii a scacciare quella
    tentazione.

    CIUZZA,  LUZZA e NELA (a coro,  facendosi vento con le  mani  come  se
    fossero ventaglini) Oh bella,  s!  L'avr!  l'avr!  l'avr!  l'avr!
    l'avr!
    LA MOSCARDINA Ih, come sono contente, guardtele!

    [A questo punto,  da lontano,  si ode la voce di Liol che ritorna col
    carretto dal paese, cantando.]
    CANTO DI LIOLA'
    "Ventidue giorni e pi che non ti vedo;
    come un cagnolo alla catena abbajo..."
    GESA Oh, ecco Liol che torna col carretto.
    CIUZZA,  LUZZA  e NELA (correndo sul davanti della tettoja coi bambini
    in braccio) Liol! Liol! Liol!
    E  cos  gridando  festosamente,   con  le  mani   gli   fanno   cenno
    d'accostarsi.
    ZIA NINFA Gi, ragazze, gi a terra questi bambini: se no, davvero non
    mi far pi arrivare alla messa quel matto!
    LIOLA'  (entrando,  vestito  da  festa  con un abito di velluto verde,
    giacchetta a vita e calzoni a campana;  in capo un berrettino a barca,
    all'inglese,  con due nastrini che gli pendono dietro) Ih,  le han gi
    bell'e trovate le mamme questi ragazzi! Ma tre, troppe!

    [Mettendo a terra prima Tinino, poi Calicchio e in fine Pallino:]

    E questo  LI, e questo  O, e LA e tutt'e tre che fanno LIOLA'!

    [Mentre le ragazze ridono e battono le mani, s'accosta alla madre.]

    E lei, come? ancora qua?
    ZIA NINFA No, ecco, vado, vado...
    LIOLA' Dove? Al paese, a quest'ora?  Eh via!  Non pensi pi alla messa
    per oggi. - Zia Croce, "benedicite"!
    ZIA CROCE Santo, e fatti in l, figlio!
    LIOLA' In l? E se mi volessi accostare?
    ZIA CROCE Prenderei il matterello e te lo sbatterei in testa.
    CIUZZA (approvando) Per farne uscire il sangue pazzo, s s!
    LIOLA' Ci avresti gusto tu,  eh? ci avresti gusto se mi facesse uscire
    dalla testa il sangue pazzo?
    [L'afferra per chiasso.]

    LUZZA e NELA (afferrando lui per difendere la  compagna)  Oh,  gi  le
    mani! gi le mani!
    LA  MOSCARDINA  Che matto!  Lasciatelo,  ragazze!  Non vedete come s'
    parato?
    CIUZZA Uh gi, di gala! Perch?
    LUZZA Che galanteria!
    NELA Di dov' sbarcato quest'Inglese?
    LIOLA' (pavoneggiandosi) Sono bello, s o no? Mi faccio sposo!
    CIUZZA Con quale diavola dell'inferno?
    LIOLA' Con te, bellezzina, non mi vuoi?
    CIUZZA Foco e pece, Signore, piuttosto!
    LIOLA' E allora con te, Luzza! Via, se per davvero ti volessi...
    LUZZA (impronta) Non ti vorrei io!
    LIOLA' Ah no ?
    LUZZA (pestando un piede) No.
    LIOLA' Fate le sdegnose perch sapete che non vi voglio, nessuna delle
    tre:
    altrimenti, appena un soffio

    [soffia]

    cos,  e volereste!  Ma che volete che me ne faccia di tre  farfalline
    come voi?  Un pizzicotto,  una spremutina; e sarebbero anche sprecati!
    Non fate per me.

    "Regina di bellezza e di valore
    dev'essere colei che avr potere
    di mettermi a catena mente e cuore."
    CIUZZA,  LUZZA  e  NELA  (battendo  le  mani)  Evviva,  evviva  Liol!
    Un'altra! Un'altra, Liol!
    GESA Le sfila come una corona!
    LA MOSCARDINA Un'altra, s! Non ti far pregare!
    LE RAGAZZE S s, un'altra! un'altra!
    LIOLA' Eccomi qua! Non mi son mai fatto pregare!

    [Ai suoi tre cardelli, mettendoseli attorno:]

    Attenti, vojaltri.

    "Ho per cervello
    un mulinello:
    il vento soffia e me lo fa girare.
    Con me, gira il mondo, e pare
    gira e pare
    gira e pare
    gira e pare un carosello."

    [Intona  un  motivo di danza e gira intorno battendo i piedi e le mani
    in cadenza,  coi tre bambini che gli saltano attorno;  poi si ferma  e
    riprende.]

    "Oggi per te mi struggo, m'arrovello,
    sembro uscito di cervello;
    ma tu domani, cara comare,
    non m'aspettare,
    non m'aspettare.
    Ho per cervello un frullo, un mulinello,
    il vento soffia e me lo fa girare."

    [Motivo  di  danza  e balletto dei bambini c.  s.  Le ragazze ridono e
    battono le mani; la zia Croce, invece, si mostra seccata.]

    LA MOSCARDINA E bravo! Cos la vuoi trovare la regina?
    LIOLA' E chi vi dice che non l'abbia gi trovata, e che lei non sappia
    perch rido e canto cos? Fingere  virt; e chi non sa fingere non sa
    regnare.
    ZIA CROCE Basta, basta, ragazzi! Finiamola adesso, che ho tanto qua da
    rassettare!
    LA MOSCARDINA E il patto, scusi, con zio Simone? Deve darci da bere!
    ZIA CROCE Che bere pi, scordtevelo!  Dopo quello che v' scappato di
    bocca!
    LA  MOSCARDINA Oh quest' bella!  Lo sai,  Liol,  perch non vuol pi
    darci da bere, zio Simone?  Perch gli ho detto che non ha figli a cui
    lasciare l'eredit!
    CIUZZA Vedi un po' se questa  una ragione!
    LIOLA' Lasciate fare a me.

    [Va alla porta del magazzino e chiama.]

    Zio Simone! Zio Simone! Venga qua! Ho una buona notizia per lei.
    ZIO SIMONE (uscendo dal magazzino) Che vuoi, pezzo d'imbroglione?
    LIOLA' Hanno messo una legge nuova,  fatta apposta per noi.  Dico, per
    alleggerire le nostre popolazioni.  Stia a sentire.  Chi ha una  troja
    che gli fa venti porcellini,   ricco,  non  vero? Se li vende; e pi
    porcellini gli fa, pi ricco . E cos una vacca; quanti pi vitellini
    gli fa.  Consideri ora un pover'uomo con queste donne nostre  che  Dio
    liberi,  appena  uno  le  tocca,  patiscono subito di stomaco.  E' una
    rovina, no?  Bene,  il Governo ci ha pensato.  Ha messo la legge che i
    figli,  d'ora  in  poi,  si  possono  vendere.  Si  possono  vendere e
    comprare, zio Simone. E io, guardi,

    [gli mostra i tre bambini]

    posso aprir bottega. Vuole un figlio? Glielo vendo io. Qua, questo.

    [Ne prende uno.]

    Guardi com' bello in carne!  Tosto!  tosto!  Pesa venti chili!  Tutta
    polpa!  Prenda,  prenda,  lo soppesi!  Glielo vendo per niente: per un
    barile di vino cerasolo!

    [Le donne ridono, mentre il vecchio, urtato, si schermisce.]

    ZIO SIMONE Vttene,  finiscila,  ch non mi piace scherzare su  queste
    cose!
    LIOLA' Le pare ch'io scherzi?  Le dico sul serio! Se lo compri, se non
    ne ha;  e finisca di star cos,  con le penne tutte arruffate come  un
    cappone malato!
    ZIO  SIMONE  (sulle  furie,  tra  le  risate delle donne) Lasciatemene
    andare, lasciatemene andare, se no,  davvero,  per Cristo,  non so pi
    quello che faccio!
    LIOLA' (trattenendolo) Nossignore,  stia qua,  e non s'offenda!  Siamo
    tutti buoni vicini,  una covata di zotici;  una mano lava l'altra!  Io
    sono prolifico; lei, no...
    ZIO SIMONE Ah, io no? Tu lo sai,  vero? Te lo vorrei far vedere!
    LIOLA' (fingendosi spaventato) A me,  far vedere? No, Dio liberi! Vuol
    far vedere il miracolo?

    [Spingendogli avanti ora l'una ora l'altra delle tre ragazze:]

    Si provi con questa, ecco! Con questa! O con quest'altra!
    ZIA CROCE Oh, oh, ragazzi! dove siamo?  Finiamola con questo scherzo
    che non mi piace!
    LIOLA' Niente di male,  zia Croce. Siamo in campagna: c' chi abita in
    s,  c' chi abita in gi: zio  Simone  abita  in  gi:  vecchierello:
    flaccido, lasco: se gli dnno una ditata, gli resta il segno.
    ZIO  SIMONE (avventandosi con la mano levata) Ah,  pezzo di catapezzo,
    aspetta che te lo lascio io il segno!

    [Liol, di sfaglio, si schermisce, e zio Simone sta per cadere.]

    LIOLA' (sorreggendolo per il braccio) Eh eh,  zio  Simone,  beva  vino
    ferrato!
    CIUZZA, LUZZA e NELA Che cos', che cos' il vino ferrato?
    LIOLA' Che cos'?  Si prende un pezzo di ferro,  s'arroventa, si ficca
    dentro un bicchiere di vino, e gi! Fa miracoli. - Ringrazii Dio,  zio
    Simone, che ancora non lo spossessano.
    ZIO SIMONE Mi dovrebbero anche spossessare?
    LIOLA'  E come no?  Anche questa legge possono mettere domani.  Scusi.
    Qua c' un pezzo di terra. Se lei la sta a guardare senza farci nulla,
    che le produce la terra?  Nulla.  Come una donna.  Non le fa figli.  -
    Bene. Vengo io, in questo suo pezzo di terra: la zappo; la concimo; ci
    faccio  un  buco;  vi butto il seme: spunta l'albero.  A chi l'ha dato
    quest'albero la terra? - A me! - Viene lei, e dice di no, che  suo. -
    Perch suo? perch  sua la terra? - Ma la terra, caro zio Simone,  sa
    forse  a  chi  appartiene  ?  D il frutto a chi la lavora.  Lei se lo
    piglia perch ci tiene il piede sopra, e perch la legge le d spalla.
    Ma la legge domani pu cambiare; e allora lei sar buttato via con una
    manata;  e rester la terra,  a cui  getto  il  seme,  e  l:  sfronza
    l'albero!
    ZIO SIMONE Eh, vedo che la sai lunga tu!
    LIOLA' Io? No. Non abbia paura di me, zio Simone.
    Non  voglio  nulla io.  Glielo lascio a lei di lambiccarsi il cervello
    per tutti i suoi danari e d'andar con gli occhi di qua e di l come le
    serpi.

    "Io, questa notte, ho dormito al sereno;
    solo le stelle m'han fatto riparo:
    il mio lettuccio, un palmo di terreno;
    il mio guanciale, un cardoncello amaro.
    Angustie, fame, sete, crepacuore?
    non m'importa di nulla: so cantare!
    canto e di gioja mi s'allarga il cuore,
     mia tutta la terra e tutto il mare.
    Voglio per tutti il sole e la salute;
    voglio per me le ragazze leggiadre,
    teste di bimbi bionde e ricciolute
    e una vecchietta qua come mia madre."

    [Abbraccia e bacia la madre, mentre le ragazze,  commosse,  battono le
    mani; poi, voltandosi alla zia Croce:]

    Via,  via,  che altro c' da fare,  zia Croce? Trasportare le mandorle
    schiacciate nel magazzino di zio Simone? - Pronti! - Ragazze,  avanti,
    sbrighiamoci, ch poi zio Simone ci dar da bere!

    [Entra  nel  magazzino;  poi,  dalla  porta  li mette a caricare sulle
    spalle delle donne i sacchi pieni di mandorle.]

    Sotto, a chi tocca! - Qua a te, Nela! Via! Qua, Ciuzza!  Via!  - A te,
    Luzza!  Via  -  Qua  a  voi,  Moscardina,  coraggio!  -  A  lei questo
    piccolino,  zia Gesa!  - E questo ch' il pi grosso di  tutti  me  lo
    carico io! - S, andiamo, ragazze! Andiamo, zio Simone!
    ZIO  SIMONE  (a  zia  Croce)  Ritorner pi tardi a portarvi i danari,
    cugina.
    ZIA CROCE Non vi date fretta, cugino: me li darete col vostro comodo.
    LIOLA' (a zia Ninfa) Lei mi venga  dietro  coi  bambini,  ch  uno,  
    certo, glielo venderemo.

    [S'avvia  con  le  donne  e con zio Simone;  quando tutti sono usciti,
    torna indietro.]

    M'aspetti un po', zia Croce; torner per dirle una cosa.
    ZIA CROCE A me?

    [Tuzza scatta in piedi, rabbiosamente.]

    LIOLA' (voltandosi a guardarla) O che ti prende?
    ZIA CROCE (voltandoli  anche  lei  a  guardare  la  figlia)  Gi.  Che
    significa?
    LIOLA' Niente,  zia Croce.  Sar stato un crampo.  Non ci faccia caso.
    Ritorner di qui a poco.

    [Via per il fondo, col sacco in ispalla.]

    TUZZA (subito, con rabbia) Badi che non lo voglio! non lo voglio!  non
    lo voglio!
    ZIA CROCE (restando) Non lo vuoi? Che dici?
    TUZZA Vedr che verr a chiederle la mia mano. Non lo voglio!
    ZIA  CROCE Sei pazza?  E chi te lo vuol dare?  - Ma dimmi un po': come
    pu aver l'ardire, lui, di venire a chiedermi la tua mano?
    TUZZA Se le dico che non lo voglio! - Non lo voglio!
    ZIA CROCE Rispondi a me,  scellerata: ti sei messa con  lui  ?  -  Ah,
    dunque  vero! - Dove? Quando?
    TUZZA Non gridi cos, alla vista di tutti!
    ZIA CROCE Infame! Infame! Ti sei perduta?

    [Afferrandola per le braccia e guardandola negli occhi.]

    Dimmi! Dimmi! - Vieni dentro! Vieni dentro!

    [Se  la  trascina  in casa e chiude la porta.  Si sentono dall'interno
    pianti e grida.  Intanto dalla casa colonica  lontana  di  zio  Simone
    vengono  canti  e  suoni  di cembalo.  Poco dopo zia Croce viene fuori
    tutta sossopra,  con le mani nei capelli  e,  come  una  pazza,  senza
    sapere   ci   che  fa,   si  mette  a  rassettare  sotto  la  tettoja
    farneticando.]

    Ah Dio, la santa domenica! la santa domenica!  E come si far ora?  Io
    l'ammazzo,  io l'ammazzo.  Tentemi le mani, Signore, l'ammazzo! Ha il
    coraggio di dire che sono io la colpa, svergognata!  io,  perch m'ero
    messo  in  capo  di  darla  in  moglie  a zio Simone e perch - dice -
    l'avevo messo in capo anche a lei!

    [Rifacendosi davanti alla porta:]

    Ma quand'anche fosse  vero,  era  una  ragione  questa  perch  tu  ti
    mettessi con quel laccio di forca?
    TUZZA  (affacciandosi  alla porta,  tutta scarmigliata e pesta,  ma im
    pronta e fiera) S, s, s.
    ZIA CROCE Stai dentro,  faccia da galera!  Non ti far vedere da me  in
    questo momento, o, com' vero Dio...
    TUZZA Vuol lasciarmi parlare, s o no?
    ZIA CROCE Guardate che faccia! Osa parlare! Osa parlare!
    TUZZA  Prima: Parla!  parla! - tacevo - e lei,  pugni e schiaffi per
    farmi parlare; ora che voglio parlare...
    ZIA CROCE Che vuoi dirmi pi?  Non ti basta quello che mi hai lasciato
    capire?
    TUZZA Le voglio dire perch mi son messa con Liol.
    ZIA CROCE Perch? perch sei una svergognata, ecco perch!
    TUZZA No.  Perch quando zio Simone,  invece di prendersi me, si prese
    quella santarella di Mita,  io sapevo  che  questa  santarella  faceva
    all'amore con Liol.
    ZIA  CROCE  Ebbene?  Che  c'entrava  pi  Liol,  dopo  che Mita s'era
    maritata con zio Simone?
    TUZZA C'entrava,  perch,  dopo quattr'anni dal matrimonio,  ancora le
    girava come una farfalla attorno al lume. Gliel'ho voluto levare!
    ZIA CROCE Ah, per questo?
    TUZZA S,  per questo!  Quante cose doveva avere quella morta di fame?
    Non bastava il marito ricco? Anche l'amante festoso?
    ZIA CROCE Stupida!  Stupida!  E non capisci che cos hai fatto il  tuo
    danno soltanto? Ora non ti resta pi che di maritarti -
    TUZZA (subito) - che?  io, con quello? io, un marito che sarebbe mio e
    di tutte? Fossi matta!  Mi contento perduta.  Ma sa perch?  Perch il
    mio  danno  ora  posso  rovesciarlo  addosso  a  chi  me l'ha portato.
    Rovinata io, rovinata lei. Questo volevo dirle.
    ZIA CROCE E come? Oh Dio! Mi pare impazzita, mi pare!
    TUZZA Non sono pazza, no! Veda che zio Simone -
    ZIA CROCE - zio Simone? -
    TUZZA - non  da ora che mi dice d'esser tanto pentito di  non  avermi
    preso in moglie in luogo di Mita.

    [Cos  dicendo,   comincia  a  rilisciarsi  i  capelli  e  rifarsi  la
    pettinatura, mentre gli occhi le s'accendono di malizia.]

    ZIA CROCE Lo so: l'ha detto anche a me. Ma che forse tu...?
    TUZZA (fingendosi inorridita) No, che! io? con mio zio?
    ZIA CROCE E allora? Che vuoi fare? Io non ti capisco!
    TUZZA Quanti parenti ha zio Simone?  Pi di quanti capelli abbiamo  in
    capo, non  vero?

    [E le mostra i capelli che ora sta a intrecciare.]

    E figli, nessuno. Bene. Non pot essere prima; potr essere ora.
    ZIA CROCE (trasecolata) Vorresti dargli a intendere che il figlio...?
    TUZZA No,  non intendere!  Non ce ne sar bisogno.  Mi butter ai suoi
    piedi; gli confesser tutto.
    ZIA CROCE E poi?
    TUZZA E poi dar lui a intendere agli altri,  e prima  di  tutti  alla
    moglie, che il figlio  suo. Gli baster averlo cos, pur di prendersi
    questa soddisfazione.
    ZIA  CROCE  Tu sei il diavolo!  Tu sei il diavolo!  Vuoi far credere a
    tutti...?
    TUZZA Persa per persa, ora che il male me lo son fatto con quello...
    ZIA CROCE (subito, interrompendo) Via, via dentro,  via dentro: eccolo
    qua che viene con Liol!

    [Tuzza, subito, dentro.]

    Ah, Madonna mia, come far a reggere ora? come far?

    [Prende  la  scopa  e  si mette a scopare tutti i gusci delle mandorle
    rimasti per terra, fingendosi in gran faccende.]

    LIOLA' (entrando con zio Simone) Dia,  dia i danari a sua cugina,  zio
    Simone, e se ne vada, perch ho da parlare io, ora, a zia Croce.
    ZIA CROCE Tu? E chi sei tu, che comandi cos a mio cugino d'andarsene?
    Qua,  per tua norma,  mio cugino  come a casa sua.  Entrate, entrate,
    cugino: di l c' Tuzza.
    ZIO SIMONE Posso darli a lei i danari?
    ZIA CROCE Se volete; e se no,  lo stesso. Siete il padrone,  e potete
    fare  tutto quello che vi piacer.  Entrate,  e lasciatemi sentire ci
    che mi vuol dire questo matto.
    ZIO SIMONE Non gli date retta,  cugina: vi far girar la  testa,  come
    l'ha fatta girare a me. E' matto davvero!

    [Entra nella casa colonica, e zia Croce ne richiude la porta.]

    LIOLA' (quasi tra s) Eh s: lo sto vedendo...
    ZIA CROCE Che dici?
    LIOLA' Niente. Le volevo fare un discorsetto; ma che so! mi pare... mi
    pare che non ce ne sia pi bisogno. Lei dice che son matto; zio Simone
    dice  che  son  matto;  e sto proprio vedendo che avete ragione tutt'e
    due! Si figuri che gli volevo vendere un figlio! Un figlio, a lui!  Lo
    vuole gratis;  e mi pare che abbia gi bell'e trovata la via, d'averlo
    gratis.
    ZIA CROCE Che dici? che stai farneticando?
    LIOLA' Ho visto sua figlia Tuzza springare un palmo da terra appena le
    dissi che volevo tornare a parlarle...
    ZIA CROCE Me ne sono accorta anch'io. E con questo?
    LIOLA' Ora vedo che lei fa entrare in casa con tanti vezzi e mone zio
    Simone che se ne sta qua dalla mattina alla sera...
    ZIA CROCE Hai comandi da dare tu in casa mia, se zio Simone entra,  se
    esce?
    LIOLA' Nessun comando, zia Croce. Sono venuto soltanto per fare il mio
    dovere. Non voglio che si dica che sia mancato per me.
    ZIA CROCE Quale sarebbe, sentiamo, questo tuo dovere?
    LIOLA' Ecco: glielo dico subito. Ma gi lei lo sa. Non sono uccello di
    gabbia,  zia Croce.  Uccello di volo,  sono.  Oggi qua,  domani l: al
    sole, all'acqua, al vento.  Canto e m'ubriaco;  e non so se m'ubriachi
    pi il canto o pi il sole. Con tutto questo, eccomi qua: mi taglio le
    ali  e  vengo  a chiudermi in gabbia da me.  Le domando la mano di sua
    figlia Tuzza.
    ZIA CROCE Tu? Eh, vedo che proprio sei uscito di cervello. Mia figlia?
    Vuoi ch'io dia mia figlia a uno come te?
    LIOLA' Dovrei ringraziarla,  zia Croce,  e baciarle la mano per questa
    risposta. Ma badi che sua figlia me la deve dare: non per me; per lei.
    ZIA  CROCE Mia figlia?  Guarda: piuttosto che darla a te,  io la mando
    alla forca.  Hai capito?  Alla forca.  - O non  ti  basta,  di',  aver
    rovinato tre povere ragazze?
    LIOLA' Eh via,  la smetta, zia Croce, che non ho mai rovinato nessuno,
    io!
    ZIA CROCE Tre figli!  Ti son nati soli?  Tu sei come quelle serpi  che
    impastojano le vacche!
    LIOLA'  Si  stia zitta,  ch lo sa bene come e da chi mi son nati quei
    figli! Lo sanno tutti! - Ragazzotte di fuorivia.  - Male  forzare una
    porta  ben  guardata;  ma  chi  va  per una strada aperta e battuta...
    Ognuno, anzi,  le so dire,  non si sarebbe fatto scrupolo di buttar da
    un  lato col piede ogni intoppo per queste strade.  Io no.  Tre povere
    creaturine  innocenti...  Stanno  con  mia  madre,   e  non  darebbero
    impiccio, zia Croce. Maschietti, quando cresceranno, lei lo sa, per la
    campagna, quante pi braccia c', pi ricchi siamo. Sono buon massajo:
    garzone,  giornante;  mieto,  poto, falcio fieno; fo di tutto e non mi
    confondo mai: sono,  zia Croce,  come un forno  di  pasqua,  e  potrei
    mantenere tutto un paese.
    ZIA  CROCE  Bravo,  ragazzo mio: vedi ora a chi devi andare a tenerlo,
    codesto bel discorso: con me, non attacca.
    LIOLA' Zia Croce,  non mi dica cos.  Badi  che,  infamit,  come  non
    voglio farne io a nessuno,  cos non voglio che ne facciano gli altri,
    servendosi di me! - Desidero che me lo dica sua figlia, in presenza di
    zio Simone, che non mi vuole.
    ZIA CROCE Non ti vuole! Non ti vuole!  Me l'ha detto lei stessa,  qua,
    or  poco! Detto e ripetuto. Non ti vuole!
    LIOLA'  (tra  s,  stringendosi  il labbro con die dita) Ah,  dunque 
    vero?

    [Fa per lanciarsi alla porta: ma zia Croce lo previene e gli  si  para
    davanti: restano un momento a guardarsi negli occhi.]

    Zia Croce!
    ZIA CROCE Liol!
    LIOLA' Voglio che me lo dica Tuzza, ha capito? Tuzza con la sua bocca,
    e davanti a zio Simone!
    ZIA CROCE E dlli!  Non ha pi nulla da dirti Tuzza. Te lo sto dicendo
    io, e basta cos! Vttene, vttene via, che sar meglio per te.
    LIOLA' Ah s,  per me,  certo;  ma non sar meglio "per un'altra": lei
    m'intende! Badi che non le verr fatta, zia Croce!

    [Le mette un braccio sotto il naso.]

    Annusi!
    ZIA CROCE Vttene, che vuoi che annusi?
    LIOLA' Non ne sente l'odore?
    ZIA CROCE S, della malacarne che sei!
    LIOLA' No,  del guastafeste che sono!  Non perdo per una mischiata mal
    fatta,  io,  se lo tenga bene in mente!  - Per ora  mi  prendo  questa
    boccata di paglia, e la saluto.
    ZIA  CROCE  S,  s,  bravo,  tira  via,  tira via,  e statti lontano,
    lontano.
    LIOLA' (masticando tra i denti,  ridacchiando e pigliandola alla larga
    per  passare  davanti alla porta di Tuzza,  canta e,  dopo ogni verso,
    sghignazza)

    "Ora com'ora, nessun ci fa caso (ah ah ah)
    Rischi, se sali, di romperti il muso (ah ah ah)
    E resterai con un palmo di nas..."

    (sghignazzata pi lunga) A rivederla, zia Croce!

    [Via dal fondo.]

    [Zia Croce resta sopra  pensiero.  Poco  dopo,  la  porta  della  casa
    colonica    aperta  e  ne  vengono  fuori zio Simone e Tuzza: questa,
    disfatta dal pianto (finto o  vero);  quello,  turbato  e  costernato.
    Restano  un  pezzo  in  silenzio,  perch  zia  Croce avr fatto loro,
    subito, cenno di tacere.]

    ZIO SIMONE (domandando piano) Che ha detto? Che voleva?
    VOCE DI LIOLA' (in lontananza)

    "E resterai con un palmo di nas..."

    ZIO SIMONE (a Tuzza) Ah! Con lui?

    [Tuzza si nasconde la faccia tra le mani.]

    Ma... ma dimmi: lo sa?
    TUZZA (subito) No no, non sa nulla! Non lo sa nessuno!
    ZIO SIMONE Ah,  bene.  (A zia Croce) Solo a questo patto,  cugina: che
    non lo sappia nessuno! E il figlio -  mio!
    VOCE DI LIOLA' (da pi lontano)

    "E resterai con un palmo di nas..."

    TELA.


    ATTO SECONDO.


    [Parte del casale.  A sinistra,  quasi a met della scena,  la rustica
    casupola di Gesa.  Se ne vede il davanti,  e,  di  sguincio,  il  lato
    manco.  Sul  davanti    una  porticina  che  d  sull'orto,  riparato
    lateralmente, cio dallo spigolo della casa fino al proscenio,  da una
    siepe di rovi secchi,  con un passaggio in mezzo,  a mo' di rastrello.
    Nel lato manco della casupola si vede un'altra porta,  che  quella di
    strada. Nel lato destro della scena, la casa di Liol, con porta e due
    finestre.  Tra  la siepe dell'orto e la casa di Liol  una straducola
    di campagna.]

    [Al levarsi della tela Gesa  seduta nell'orto,  intenta  a  sbucciare
    patate,  con un grosso colapasta di stagno tra le gambe. I tre ragazzi
    di Liol le stanno attorno.]

    GESA Sei bravo davvero, tu Pallino?
    PALLINO Bravo, s.
    CALICCHIO Anch'io!
    GESA Anche tu?
    TININO E anch'io! anch'io!
    GESA Ma chi pi, di voi tre?
    PALLINO Io, io!
    CALICCHIO No, io! io!
    TININO No, no, io! io! io!
    GESA Tutt'e tre, tutt'e tre! Bravi a un modo tutti e tre! Pallino per
     il pi grandicello, non potete negarlo! E dunque, tu Pallino, di' un
    po': sapresti andare a cogliermi l - l, vedi?

    [indica un punto nell'orto, alla sua destra, fuori scena]

    - tre cipolline?
    PALLINO S, s.

    [Fa per correre.]

    GESA Aspetta!
    CALICCHIO Anch'io! anch'io!
    TININO Anch'io!
    GESA Buoni,  buoni,  una cipollina per uno!  una per uno!  Vi condurr
    Pallino.
    TUTT'E TRE (correndo al punto indicato) S, s, s.
    GESA Piano! Tre sole! Bravi, cos, cos! Basteranno!

    [I tre ragazzi ritornano, ciascuno con una cipollina in mano.]

    GESA Ah,  proprio vero, tutt'e tre bravi allo stesso modo.

    [A  questo punto dalla casa di Liol si sente la voce di zia Ninfa che
    chiama con un verso che dev'esserle abituale.]

    VOCE DI ZIA NINFA Pallino, Calicchio, Tinino.
    GESA Sono qua con me, zia Ninfa, stia tranquilla.
    ZIA NINFA (mostrandosi alla porta) Appiccicati a voi come  le  mosche!
    Venite dentro, subito dentro!
    GESA  Li  lasci  stare,  zia  Ninfa:  non  mi  dnno  fastidio.  Anzi,
    m'ajutano.
    ZIA NINFA Se vi dnno fastidio, cacciteli via!
    GESA Non dubiti, con me stanno quieti come tre tartarughine.
    ZIA NINFA Cos va bene.

    [Rientra in casa.]

    GESA Altrimenti, pap, appena di ritorno...  dite un po': che fa,  che
    fa, pap?
    PALLINO (serio serio) C'insegna a cantare.
    GESA  E  non  vi  suona  anche sul culetto,  se non siete buoni e fate
    dannar la nonna?

    [Dal  fondo  della  straducola  sopravviene  Ciuzza  che  si  ferma  e
    s'affaccia alla siepe.]

    CIUZZA  Per  piacere,  zia  Gesa,  avrebbe da prestare a mia madre uno
    spicchietto d'aglio?
    GESA S, vieni, vieni dentro, Ciuzza,

    [indica alle sue spalle l'uscio di casa]

    va' pure a prenderlo da te.
    CIUZZA (spingendo il rastrello ed entrando) Grazie,  zia Gesa.  Li  ha
    sempre qua con lei questi ragazzi?  Carini!  Chi non vorrebbe far loro
    da mamma?
    GESA Eh, tu con tutto il cuore, m'immagino!
    CIUZZA Dico, per carit, badiamo, zia Gesa!
    GESA Ah, certo! Per carit! chi pu metterlo in dubbio?
    CIUZZA Mi dica intanto una cosa. Liol...

    [Sopravvengono  dal  fondo  della  straducola  Luzza   e   Nela,   che
    s'affacciano anch'esse alla siepe.]

    LUZZA Zia Gesa, ci vuole? Uh, guarda, c' anche Ciuzza!
    GESA (Ecco le altre due!)
    NELA Siamo venute per ajutarla, zia Gesa! Sta a sbucciar le patate?
    GESA Volete ajutarmi?  Dio vi benedica,  come siete massaje! (Pare che
    ci sia il vischio in quest'orticello.) Entrate,  entrate pure.  Non  
    ancora tornato per.

    [Allude maliziosamente a Liol.]

    NELA (fingendo di non capire) Chi, zia Gesa?
    GESA Chi? Mzzica il ditino!
    LUZZA  (sedendo  sulle  calcagna davanti a Gesa) Dia,  dia qua,  ho il
    coltellino: l'ajuto a sbucciare.
    GESA Ma non cos! S, Pallino, va a prendere una seggiola!
    NELA Vado io, vado io, zia Gesa!

    [Va e ritorna con tre seggiole.]

    GESA Cos,  belle,  tutt'e tre sedute qua,  e solo per ajutar me!  Non
    vorrei  intanto  che  tua  madre,  Ciuzza,  stia  ad  aspettare quello
    spicchietto d'aglio!
    CIUZZA No, che! Le serve per stasera.
    GESA Eh, mi pare che sia gi sera! - Fate conto ch' qua.

    [Allude di nuovo a Liol.]

    CIUZZA (fingendo anche lei di non capire) Chi, zia Gesa?
    GESA Il gatto! - Mzzica il ditino anche tu!
    LUZZA Intende Liol?
    GESA Maliziosa, io; non lo sai?
    CIUZZA Le volevo domandare,  zia Gesa,  se  vero che Tuzza della  zia
    Croce non ne ha voluto sapere.
    GESA (fingendo di non capir lei, questa volta) Sapere, di chi?
    LUZZA (mentre le altre ridono) Ah, lo mzzichi lei, ora, il ditino!
    NELA Io ho sentito dire che  stata la madre: zia Croce.
    LUZZA Lei non ne sa nulla?
    CIUZZA Ma no, dicono che  stata proprio lei, Tuzza.
    NELA Tuzza? Ma se...

    [si tura la bocca]

    - via, non mi fate parlare!
    LUZZA Ma lui, Liol, che ne dice? Lo vorremmo sapere!
    GESA Lo volete sapere da me? Andate a domandarlo a lui!
    CIUZZA Per me ci avrei un gusto!
    LUZZA Ah, anch'io!
    NELA E anch'io, anch'io!
    CIUZZA Gli pareva che tutte le donne,  appena con la mano faceva cos,
    si sarebbero buttate dalle finestre a terra per lui!
    GESA Vojaltre no, nessuna delle tre!
    LUZZA Chi lo calcola?
    CIUZZA Chi lo cerca?
    NELA Chi lo vuole?
    GESA Eh, si vede!
    LUZZA Perch ora siamo qua a domandarle...?
    NELA Siamo qua perch vorremmo sentire come lo fa cantare il dispetto!
    CIUZZA Deve friggere, friggere, me l'immagino!
    LUZZA Che fa, canta? canta?
    NELA Dica, dica, zia Gesa! Canta?
    GESA (turandosi le orecchie) O oh! ragazze!  che volete da me?  L c'
    zia Ninfa: domandatelo a lei, se canta o non canta!

    [Zia Ninfa, come chiamata, si mostra su l'uscio.]

    ZIA NINFA Che cos'? avete nel giardino le cicale, comare Gesa?
    LUZZA,  CIUZZA  e NELA (subito confuse: a un tempo) - Niente,  niente,
    zia Ninfa!
    - Buona sera, zia Ninfa!
    - (Uh, guarda, era l!)
    GESA Altro che cicale,  mi  pajono  tre  vespe,  zia  Ninfa,  si  sono
    attaccate a me per sapere...
    LUZZA, CIUZZA, NELA - No, niente!
    - Non  vero!
    - Non  vero!
    GESA  -  ma  s!  se Liol canta per dispetto,  perch Tuzza della zia
    Croce Azzara non l'ha voluto per marito.
    ZIA NINFA Mio figlio? Chi l'ha detto?
    LUZZA, CIUZZA e NELA - Lo dicono tutti!
    - E per esser vero  vero!
    - Non lo neghi, zia Ninfa!
    ZIA NINFA Io non ne so nulla! Ma, ammesso che sia vero, Tuzza ha fatto
    bene,  e meglio ha fatto  zia  Croce  sua  madre,  se  non  ha  voluto
    dargliela.  Madre io, non dico una figlia, ma neppure una cagna vorrei
    affidare a uno come mio figlio Liol! Che che! Guardtevene,  ragazze!
    Tutti  i  pi  neri  peccatacci  li  ha  lui!  Come dal diavolo dovete
    guardarvene! E poi, con tre creaturine qua...  - S,  s,  piccini,  a
    casa! a casa!

    [A  questo  punto dal fondo della straducola si sentono le grida della
    Moscardina che viene tutta scalmanata con le mani in aria.]

    LA MOSCARDINA Ges! Ges! Che cose! Cose da non credersi!  Non c' pi
    dov'arrivare!
    CIUZZA Uh, la Moscardina! Sentite come grida?
    LUZZA Che avete?
    NELA Perch gridate cos?
    LA  MOSCARDINA  (entrando  nell'orto) Che rovina!  Che rovina,  comare
    Gesa, in casa di vostra nipote!
    GESA (balzando in piedi) Mia nipote? Che le  accaduto? Parlate!
    LA MOSCARDINA Fa come una Maria, con le mani nei capelli!
    GESA Perch? Perch? Ah, Madre di Dio!  Lasciatemi andare!  Lasciatemi
    andare!

    [Via di corsa per la straducola, voltando e scomparendo a manca.]

    LE ALTRE (a una voce) Che  accaduto a Mita? Parlate! Ch' stato?
    LA MOSCARDINA Zio Simone, suo marito -

    [Le guarda, e non aggiunge altro.]

    QUELLE (subito, incitandola) - Ebbene?
    - Dite!
    - Che ha fatto?
    LA MOSCARDINA S' messo con sua nipote!
    LUZZA, CIUZZA, NELA e ZIA NINFA (a un tempo) - Con Tuzza?
    - Possibile?
    - Oh guarda!
    - Ges, che dite!
    LA MOSCARDINA Proprio cos! E pare che Tuzza gi...

    [Fa  di  nascosto  a  zia  Ninfa  un certo gesto che lascia intendere:
    incinta.]

    ZIA NINFA (con orrore) Madonna, liberateci!
    LUZZA,  CIUZZA e NELA Che significa?  Che significa?  - Tuzza?  -  Che
    pare? Che ha fatto?
    LA MOSCARDINA Via, via, ragazze! Non son cose per vojaltre! via!
    ZIA NINFA Ma  certo?  certo?
    LA  MOSCARDINA  Lui stesso,  zio Simone,   andato a vantarsene con la
    moglie!
    ZIA NINFA Ha avuto questa impudenza?
    LA MOSCARDINA S: ch'era vero che non mancava per lui; e che se avesse
    preso in moglie sua nipote,  a quest'ora,  non uno,  tre figli avrebbe
    potuto avere!
    CIUZZA  (a zia Ninfa) Ma scusi,  non se la diceva con suo figlio Liol
    Tuzza fino a jeri?
    ZIA NINFA T'ho detto che non ne so nulla!
    LA MOSCARDINA Oh,  zia Ninfa,  non facciamo storie!  Lo negherebbe?  O
    davvero  si  vuol  bere  che  zio  Simone  da  s...?  Madre  e figlia
    d'accordo, hanno messo il vecchio nel sacco!
    ZIA NINFA Che che! che che!
    LA MOSCARDINA Calunnia?
    ZIA NINFA Che c'entri mio figlio, s!
    LA MOSCARDINA Zia Ninfa, le mani mi farei tagliare,  prima l'una e poi
    l'altra!
    CIUZZA Anch'io!
    LUZZA Anch'io!
    NELA Lo sanno tutti!
    ZIA NINFA Tutti, e io no!
    LA MOSCARDINA Perch lei non vuol saperlo, lasciamo andare!
    LUZZA Oh, ecco qua Mita! Ecco qua Mita con sua zia!

    [Mita,  tutta  scarmigliata  e in pianto,  viene gi per la straducola
    insieme con zia Gesa che grida correndo dal fondo alla siepe  e  dalla
    siepe di nuovo al fondo,  con le mani sui fianchi, mentre nell'orto le
    donne confortano Mita.]

    GESA Figlia mia! Figlia mia! Dio lo deve fulminare!  Le mani,  le mani
    addosso   ha  osato  metterle,   vecchiaccio  assassino!   vecchiaccio
    scellerato! Per giunta, le mani addosso! L'ha afferrata per i capelli,
    strascinata per casa, pezzo da galera! Via! Via!  Lasciatemi andare al
    paese!  La  consegno  qua a voi,  buone vicine!  Vado a ricorrere alla
    giustizia! In galera, in galera!
    LA MOSCARDINA Fate bene! S, s, andate, andate dal delegato!
    ZIA NINFA No, che delegato! Da un avvocato, piuttosto!  Date ascolto a
    me.
    GESA Da tutt'e due, vado! In galera, vecchiaccio scomunicato! Ha avuto
    la tracotanza di dire che il figlio  suo, com' vero che il sangue di
    Ges Cristo  nel calice della santa messa!
    ZIA NINFA (turandosi gli orecchi) Oh Dio, che cose!
    GESA  E  in  galera  anche  quelle  due  infamacce,  madre  e  figlia!
    Sgualdrine!  - Lasciatemi andare!  Ci arriver di notte al paese:  non
    importa;  andr a dormire da mia sorella. Tu sei qua a casa tua, Mita,
    tra queste buone vicine. Ti chiudi bene, di qua e di l.  Io vado.  In
    galera! in galera... scellerato... sgualdrine...

    [E, cosi gridando, scompare in fondo alla straducola.]

    LA  MOSCARDINA  Separata,   avrai  diritto  al  mantenimento,  non  ti
    confondere!
    ZIA NINFA Ma che separata! Che dite! Gliela vorresti dar vinta? Tu sei
    e devi restare la moglie!
    MITA Ah no, basta! basta!  Con lui non torno pi;  ne pu esser certa!
    Neanche se m'ammazzano!
    ZIA NINFA E non capisci che van cercando proprio questo?
    LA MOSCARDINA Eh gi: andare a spadroneggiare madre e figlia,  in casa
    del vecchio e far mangiare l'aglio a tutti gli altri parenti!
    MITA Volete dunque che mi lasci pestare sotto i piedi? No, no!  Non ho
    pi nulla da spartire con lui, adesso, zia Ninfa! Ha avuto da un'altra
    ci che desiderava, e ora mi vorrebbero morta, tutt'e tre!
    LA MOSCARDINA Morta? E una parola! C' la legge, cara! Tua zia  corsa
    al paese.
    MITA Che legge e legge!  Quattr'anni che peno! Ma sapete ch' arrivato
    a gridarmi in faccia?  Che non dovevo arrischiarmi a dir male  di  sua
    nipote! S. Perch sua nipote, dice,  una ragazza onesta!
    ZIA NINFA Onesta? Cos t'ha detto?
    LA MOSCARDINA E' incredibile! E' incredibile!
    CIUZZA, LUZZA, NELA Onesta oh! onesta!
    MITA Cos! Cos! Perch s' messa con lui; e che lui le lascer tutto,
    dice;  perch gli ha dato la prova,  dice, che non mancava per lui, ma
    per me;  e che la legge,  anzi,  dovrebbe trovarci il rimedio,  per un
    pover'uomo  a  cui  tocchi  d'imbattersi in una donna come me!  Ah zia
    Ninfa,  me lo diceva il cuore di non prendermelo!  E non me  lo  sarei
    preso, se non ero -
    LA MOSCARDINA - senz'ajuto, povera orfana,  vero! -
    MITA - alle spalle di mia zia,  a cui non potei dir di no! - Ero tanto
    tranquilla e contenta,  qua,  in questa casuccia,  in quest'orticello.
    Lei  lo  pu  dire,  zia Ninfa.  Sotto i suoi occhi.  Ma Dio penser a
    castigare chi m'ha fatto questo tradimento.
    LA MOSCARDINA (risoluta) Bisogna che Liol parli, zia Ninfa.
    ZIA NINFA E dlli con Liol! La volete finire di nominare mio figlio?
    LA MOSCARDINA Oh, ragazze, ditelo voi se non  vero!
    CIUZZA, LUZZA e NELA S s,  vero!  vero!  stato lui!  stato lui!
    MITA Io so che Liol mi voleva bene, quando stavo qua, zia Ninfa.  Che
    colpa ho io se, soggetta com'ero, ho dovuto maritarmi con un altro?
    ZIA  NINFA  Ma  puoi  credere sul serio che Liol te l'abbia fatto per
    dispetto, dopo quattr'anni?
    LA  MOSCARDINA  Questo  no,  non  lo  credo  neanch'io.  Ma  se    un
    galantuomo,  Liol  ora  deve  andare  a  gridare  in  faccia  a  quel
    vecchiaccio scomunicato l'inganno di  quelle  due  schifose,  madre  e
    figlia,  per rovinare questa povera donna!  Ecco quello che deve fare,
    se  un uomo di coscienza, suo figlio,  zia Ninfa!  Svergognare quelle
    due infamacce e sventare questa trama a danno d'una povera innocente!

    [S'  fatta  sera.  Si  sente  la  voce  di  Liol  che ritorna a casa
    cantando.]

    LA VOCE DI LIOLA'
    "Tutti gli amici miei me l'hanno detto,
    l'uomo che prende moglie resta sotto..."
    LA MOSCARDINA Ah,  eccolo qua che torna cantando!  Ora gli parler io!
    Glielo dir io!
    CIUZZA,  LUZZA  e  NELA  (sporgendos  dalla siepe e chiamando) Liol!
    Liol! Liol!
    ZIA NINFA Vieni, vieni qua, figlio mio!
    LA MOSCARDINA Qua, Liol!
    LIOLA' (alla Moscardina) Agli ordini!

    [Poi, alle ragazze:]

    Oh, le colombelle!
    LA MOSCARDINA Lascia le colombelle! Vieni qua. Guarda chi c': Mita!
    LIOLA' Oh, Mita... Che cos'?
    LA MOSCARDINA E' che ti devi far di coscienza, Liol!  Qua Mita piange
    per colpa tua!
    LIOLA' Per colpa mia?
    LA  MOSCARDINA  S;  per  ci  che hai fatto con Tuzza della zia Croce
    Azzara.
    LIOLA' Io? Che ho fatto?
    LA MOSCARDINA Madre e figlia vogliono dare a intendere  a  zio  Simone
    che il figlio -
    LIOLA' - il figlio? che figlio? -
    LA MOSCARDINA - ah, lo domandi ? quello di Tuzza! -
    LIOLA' - di Tuzza? che dite? Tuzza  dunque...?

    [Fa segno per significare: incinta?]

    ZIA NINFA Via, ragazze, andate, andate! Fatemi questo piacere!
    LUZZA Oh Dio benedetto, sempre con questo: andate, andate...
    CIUZZA E con codesti discorsi che non sono per nojaltre!
    LIOLA' Veramente non lo capisco neanch'io questo discorso.
    LA MOSCARDINA S,  sguita a far l'ingenuo,  l'innocentino! - Insomma,
    ve n'andate, ragazze? Non posso parlare con vojaltre qua!
    CIUZZA Andiamo, s, andiamo! Buona sera, zia Ninfa.
    LUZZA Buona sera, Mita.
    NELA Buona sera, comare Crmina.
    LIOLA' E a me niente? Neanche un salutino?
    CIUZZA Va' via, impostore!
    LUZZA Malacarne!
    NELA Faccia di bronzo!

    [Via tutt'e tre per la straducola.]

    LA MOSCARDINA (subito,  di nuovo,  risoluta) Il figlio di Tuzza  tuo,
    Liol!
    LIOLA'  Eh  via,  finitela!  O l'avete preso davvero come un vizio per
    queste campagne?  Ogni ragazza a cui comincia ad abbondare in bocca la
    saliva - chi  stato? - Liol!
    LA MOSCARDINA Ah lo neghi?
    LIOLA' Vi dico di finirla! Io non ne so nulla.
    LA  MOSCARDINA  E  perch  sei  andato  allora a domandare a zia Croce
    Azzara la mano di Tuzza?
    LIOLA' Ah,  per questo?  Stavo ancora a sentire come potessi  entrarci
    io!
    LA MOSCARDINA Vedi che non neghi pi?
    LIOLA' Ma s... cos per ischerzo... di passata...
    LA  MOSCARDINA  (a  zia  Ninfa)  Lo  sente,  zia  Ninfa?  Ora dovrebbe
    parlargli lei, da madre. Con me, il signorino,  se la prende a ridere,
    mentre  c'  qua  una  povera  donna  che piange.  Ci vuole coscienza!
    Gurdala!
    LIOLA' Eh, lo vedo che piange. Ma perch?
    LA MOSCARDINA Perch, dici?

    [Rivolgendosi a zia Ninfa e pestando un piede:]

    Ma parli lei!
    ZIA NINFA Perch zio Simone... a quanto pare...
    LA MOSCARDINA (Oh,  s' smossa alla fine!) - A quanto pare?  -  Le  ha
    messo finanche le mani addosso! -
    ZIA  NINFA - gi,  perch dice che di lei non sa pi che farsene,  ora
    che il figlio, dice, sta per averlo da sua nipote...
    LIOLA' Ah! E' stato dunque lui,  zio Simone?  Misericordia!  S' messo
    con sua nipote?
    ZIA  NINFA  (indicando  Liol  alla  Moscardina) Vedete?  Mio figlio 
    sincero. Se fosse come voi dite...
    LA  MOSCARDINA  (senza  badarle,   rivolta  a  Liol)  Vorresti  farmi
    ingozzare, tu che non hai voluto mai saperne d'ammogliarti -
    LIOLA'  -  io?  chi  ve  l'ha detto?  mai saperne?  Anzi!  Ogni cinque
    minuti...
    LA MOSCARDINA Ah, cos, per ridere!
    LIOLA' No! Con tutto il sentimento! Non  colpa mia,  scusate,  se poi
    nessuna donna mi vuole. Mi vogliono tutte, e non mi vuole nessuna. Per
    cinque minuti, s, appena mi butto... Dovrebbe correre subito un prete
    con  l'acqua  benedetta.   Non  corre  nessuno,  e  il  matrimonio  si
    sconchiude. - Oh guarda guarda, Tuzza dunque... Eh,  non c' che dire,
    se  l'  scelto bene il genero zia Croce!  - Evviva zio Simone!  Gli 
    venuto fatto dunque! - Gallo ... Vecchio, ma di buon osso, si vede...
    Eh sfido allora  che  Tuzza...  Con  questo  bel  servizio  che  aveva
    apparecchiato qua a Mita...  - Be',  pazienza,  povera Mita,  che vuoi
    farci?
    LA MOSCARDINA (friggendo) Non sai dir altro? Non sai dir altro? - Via!
    Via! Via!  Certe bili ci piglio!  Lasciatemi andare!  A combattere con
    certuni che la coscienza se la mettono cos sotto i piedi!

    [E va via rabbiosa con le mani per aria.]

    ZIA NINFA Ma  proprio pazza,  oh!  La coscienza,  dice! Signori miei,
    per forza incornata a credere che sia come sospetta lei!
    LIOLA' Non se ne curi!  Vada,  vada piuttosto a mettere a letto queste
    tre creaturine. Guardi l, Tinino s' addormentato.

    [Difatti il bambino,  sdrajato a terra supino, s' addormentato, e gli
    altri due sonnecchiano seduti.]

    ZIA NINFA Uh, gi, povero figlio mio... guarda -

    [Accorre, si china su lui, lo chiama:]

    Tinino... Tinino...

    [A Liol]

    S, prendilo, tiralo s, e dammelo in braccio.

    [Liol si cala, fa prima il segno della croce sul bimbo dormente,  poi
    zufola  per  svegliarlo;  ma,  vedendo  che  il  bimbo non si sveglia,
    accenna con la voce la solita arietta  di  danza,  battendo  le  mani:
    allora  Tinino  si alza,  si alzano anche gli altri due fratellini,  e
    stropicciandosi gli occhi con le manine a pugno chiuso,  cominciano  a
    saltare;  e,  cos  saltando,  tutt'e tre,  accompagnati dal padre che
    sguita a cantare e a battere le mani, entrano in casa.]

    MITA (alzandosi) Io entro in casa. Buona notte, zia Ninfa.
    ZIA NINFA Se hai bisogno di me,  figliuola mia,  appena avr  messo  a
    letto questi piccini, ritorner qua con te.
    MITA No, grazie. Mi chiuder per notte. Buona notte anche a te, Liol.

    [Zia Ninfa entra in casa.]

    LIOLA' Rimani a dormire qua, questa notte?
    MITA La zia  s al paese.
    LIOLA' E' andata a ricorrere?
    MITA Ha detto che andava da un avvocato.
    LIOLA' Davvero, allora, non vuoi pi ritornare da tuo marito?
    MITA Non ho pi nulla da spartire con mio marito, adesso. Buona notte.
    LIOLA' Ah, come sei sciocca, Mita!
    MITA Che vuoi,  non possiamo esser tutti scaltri come te,  Liol. Vuol
    dire che per me ci penser Dio.
    LIOLA' Dio, gi. - Ci dovrebbe pensare. - Ci pens una volta. - Ma per
    quanto buona tu possa essere,  timorata,  rispettosa di tutti i  santi
    comandamenti, certo non puoi osare di paragonarti alla Vergine Maria.
    MITA Io? Tu bestemmii!
    LIOLA'  Scusa,  se dici che deve pensarci Dio!  Come?  Per virt dello
    Spirito Santo?
    MITA Via! Via!  E' meglio che mi ritiri!  Non posso star qua a sentire
    simili eresie.
    LIOLA'  Eresie...  Ti  sto  dicendo,  anzi,  che  Dio non pu ajutarti
    cos...
    MITA Ma non intendevo mica cos io!
    LIOLA' E come,  allora?  Con  le  scenate  che  viene  a  far  qua  la
    Moscardina?  o  le  corse  inutili  al  paese  di  tua  zia?  strilli,
    bastonate, avvocato, delegato, separazione...? oppure, cacciando me di
    mezzo;  mandandomi a gridare in faccia a zio Simone che il  figlio  di
    Tuzza  mio? - Cose da bambini! cose che potevano venire in mente a te
    e a me,  quando qua,  in quest'orticello,  giocavamo agli sposi e ogni
    tanto ci strappavamo i capelli e correvamo a fare i raffronti  davanti
    a tua zia o a mia madre, ti ricordi?
    MITA Mi ricordo s. Ma non  stata colpa mia, Liol (L'ho detto or ora
    a tua madre.) - Dio sa dove avevo io il mio cuore, quando sposai...
    LIOLA' Lo so anch'io, Mita, dove l'avevi. - Ma questo ora non c'entra.
    Ti sei maritata; non se ne parla pi.
    MITA Ne ho parlato, perch m'hai domandato se mi ricordavo...
    LIOLA'  Ora  il  discorso   un altro.  - Tu hai torto e tuo marito ha
    ragione.
    MITA Io, ho torto?
    LIOLA' E scusa, non hai perduto...  quanti anni?  quattro?  cinque?  -
    Ecco il tuo torto!  - Tuo marito s' stancato.  Sapevi bene, sposando,
    che ti prendeva in moglie per avere un figlio.  Gliel'hai dato  questo
    figlio?  No.  Aspetta oggi, aspetta domani; alla fine, tanto ha detto,
    tanto ha fatto, che ha trovato un'altra che glielo dar in vece tua.
    MITA Ma se Dio, a me, questa grazia non ha voluto farmela?
    LIOLA' E se tu aspetti che pivano fichi!  Lo vorresti  sul  serio  da
    Dio?  Poi dici che bestemmio!  Vai, vai a domandare a Tuzza, da chi lo
    sta avendo lei, il figlio.
    MITA Dal diavolo, lei!
    LIOLA' No. Da zio Simone.
    MITA Dal diavolo! dal diavolo!
    LIOLA' Da zio Simone.
    MITA Hai il coraggio d'affermarlo anche davanti a  me?  E'  un'infamia
    questa, Liol!
    LIOLA' Perci ti dico che sei una sciocca! -

    [Ripigliando:]

    Guarda: facciamo come dice la Moscardina: vado da zio Simone; anzi, mi
    lego  un  campanaccio  al  collo  e  mi  metto  a gridare per tutte le
    campagne e le strade s al paese: "Don,  don,  don!  Il figlio di  zio
    Simone   mio!  Don don don!  Il figlio di zio Simone  mio!" - Chi ci
    crede? S, magari ci crederanno tutti.  Ma lui no,  lui non ci creder
    mai,   per  la  ragione  appunto  che  non  ci  vuol  credere!  Vai  a
    convincerlo, se sei buona!  - E poi,  via,  siamo giusti!  Ti pare che
    domani  il  figlio  di  Tuzza  nascer  con un cartellino in fronte: -
    "Liol"! - Cose cieche anche per la stessa mamma che lo fa!  - Neanche
    se lo scannano,  stai sicura, egli creder che il figlio non  suo! N
    io ho il mezzo di farglielo riconoscere per mio!  - Ma tu  stessa,  tu
    stessa,  se  non sei proprio una sciocca,  tu stessa,  prima di tutti,
    devi dirgli ch' vero.
    MITA Vero, che il figlio  suo?
    LIOLA' S, s: suo!  suo!  e che finora non  mancato per lui,  ma per
    te!  Tanto  vero che lui sta per averlo da Tuzza, e che, come ora sta
    per averlo da Tuzza, domani lo potr avere da te!
    MITA E come?
    LIOLA' Come? Te lo sto dicendo, come! Come sta per averlo da Tuzza!
    MITA Ah no! questo, no! questo, mai!
    LIOLA' E buona notte, allora! Statti quieta e non piangere pi!  a chi
    vai a ricorrere?  Perch te ne scappi?  Con chi te la pigli? Gli altri
    t'insegnano come si fa,  e tu non vuoi seguir  l'insegnamento.  Gliela
    lasci commettere tu a Tuzza l'infamia,  non io!  Perci io ho negato e
    nego!  Per te,  per te nego,  per il tuo bene,  e perch non c' altro
    mezzo ora di sventare quest'inganno e quest'infamia!  Ah,  ti pare che
    bruci soltanto a te?  Dio solo sa  quello  che  ho  dovuto  ingozzare!
    Quando andai l,  per fare il mio dovere di galantuomo, e sotto i miei
    occhi quella madraccia infame fece entrare tuo marito dov'era Tuzza  -
    ah!  - lo vidi come in un quadro il tradimento;  vidi te,  Mita, e ci
    che doveva venirtene,  e giurai a me stesso che  non  dovevano  averla
    vinta!  Mi cucii le labbra. E ho aspettato questo momento! No, no, non
    deve passare quest'infamia,  Mita!  Devi darglielo tu il castigo!  Dio
    stesso te lo comanda!  Non deve approfittarsi di me, quell'infame, per
    rovinarti!

    [Dicendo queste ultime parole, le cinge la vita.]

    MITA (divincolandosi) No, no...  lasciami,  lasciami...  Questo non lo
    far mai... no, no, non voglio, non voglio...

    [Tutt'a un tratto resta sospesa, sgomenta, tendendo l'orecchio.]

    Ah... sss... aspetta! sento camminare... Chi viene?
    LIOLA' (tirandola verso l'uscio) Entriamo, entriamo subito!
    MITA No,   lui...   lui,  s,  mio marito,  il suo passo...  Scappa,
    scappa via, per carit!

    [D'un balzo Liol  alla porta  della  sua  casa.  Mita  corre  quatta
    quatta e si rintana nella casuccia della zia,  chiudendo pian piano la
    porticina.]

    [Si vede comparire dal  fondo  della  straducola  zio  Simone  con  un
    lanternino in mano sospeso a una catenella; s'appressa all'altra porta
    della casuccia, quella di strada, e bussa a pi riprese.]

    ZIO SIMONE Zia Gesa! - Zia Gesa! - Aprite; sono io. -

    [Sentendo dall'interno la voce di Mita:]

    Ah,  tu?  Apri... Ti dico, apri! - Apri, se no butto la porta a terra!
    Niente, devo dirti una cosa. - S, s, me n andro; ma prima apri!

    [La porta si apre e zio Simone entra.]

    [Liol,  dalla sua,  allunga il collo a spiare nel bujo della notte  e
    nel  silenzio.  Poi si ritrae,  sentendo schiudere la porticina che d
    sull'orto.]

    MITA (uscendo sull'orto e chiamando) Zia Ninfa! Zia Ninfa!

    [Poi,  voltandosi contro il marito che sopravviene dall'interno  della
    casuccia col lanternino in mano:]

    No,  v'ho detto no! no! Non vengo! Non voglio pi stare con voi! - Zia
    Ninfa! Zia Ninfa!
    ZIO SIMONE Chiami ajuto?
    ZIA NINFA (accorrendo dalla sua  casa  ed  entrando  nell'orto)  Mita!
    Mita! Che ? Simone? - Ah, voi, zio Simone?
    MITA  (riparandosi dietro le sue spalle) Glielo dica lei,  glielo dica
    lei, zia Ninfa, per carit, che mi lasci stare!
    ZIO SIMONE Tu sei mia moglie, e devi venire con me!
    MITA No,  no!  Non sono pi io vostra moglie,  no!  Andate a  cercarla
    dov', vostra moglie, in casa di quella schifosa di vostra cugina!
    ZIO SIMONE Stai zitta,  stai zitta,  o per Cristo ti faccio sentire di
    nuovo il peso delle mie mani!
    ZIA NINFA (riparando Mita)  Eh  via,  basta,  zio  Simone!  Lasciatela
    almeno sfogare, santo Dio!
    ZIO SIMONE Nossignore,  si deve star zitta! Che se non ha saputo esser
    madre,  deve sapere almeno esser  moglie;  senza  sporcarsi  la  bocca
    dicendo male del mio parentado.
    ZIA  NINFA  Ma  siamo giusti,  zio Simone,  son pretese le vostre?  Le
    cuoce, poverina, ci che le avete fatto!
    ZIO SIMONE Non le ho fatto nulla io! Solo il bene le ho fatto,  quando
    la presi dalla strada e la misi a un posto che non si meritava.
    ZIA  NINFA  Benedett'uomo,  e  vi  par questo il modo di persuaderla a
    ritornare con voi?
    ZIO SIMONE Ah zia Ninfa, non  vero che avrei mancato di rispetto alla
    santa memoria di mia moglie,  se non  era  perch  non  sapevo  a  chi
    lasciare  la  roba!  Tutta  la  mia  roba,  fatta  a sudori di sangue,
    all'acqua e al sole!
    ZIA NINFA Sta bene. Ma che colpa ha questa poverina, in nome di Dio?
    ZIO SIMONE Non avr colpa, ma nemmeno deve darne a chi ora sta facendo
    ci che non ha saputo far lei!
    MITA (a zia Ninfa) Lo sente?

    [A zio Simone:]

    Che volete pi da me, allora? Andate da chi ve lo sta sapendo fare,  e
    lasciatemi  in  pace,  ch del vostro nome e delle vostre ricchezze io
    non so che farmene!
    ZIO SIMONE Tu sei mia moglie, t'ho detto;  e quella  mia nipote.  Ci
    che  stato  stato,  e non se ne parla pi. Io ho bisogno d'una donna
    che m'assista in casa, zia Ninfa.
    MITA E io,  guardate,  piuttosto,  di notte-tempo,  mi  butto  per  le
    campagne!
    ZIA NINFA Via,  lasciatela calmare un po', zio Simone: il colpo che le
    avete dato  stato troppo forte. Un po' di pazienza!  Vedrete che Mita
    si calmer e ritorner a casa.
    MITA Avr voglia d'aspettarmi, non ci torno!
    ZIA NINFA E' venuto fin qua, vedi? per ricondurti a casa; e t'ha detto
    che  ora  tutto    finito e che non andr pi dalla zia Croce.  Non 
    vero?
    ZIO SIMONE Non andr pi;  ma il figlio,  quando nascer,  lo prender
    con me.
    MITA  Ecco,  lo  sta a sentire?  E la madre allora verr a pestarmi in
    casa!
    ZIA NINFA Ma no, perch?
    MITA Eh,  con la scusa che  la madre,  potr chiuderle  la  porta  in
    faccia?  E  vuole  che sopporti un tale sopruso?  O debbo,  zia Ninfa,
    apparecchiar loro anche il letto a casa mia con le mie mani? Ha cuore,
    dopo questo, di farmi andare ancora con lui?
    ZIA NINFA Io,  figliuola mia?  Che c'entro io?  Non debbo mica tenerti
    con me! Parlo per il tuo bene.
    ZIO SIMONE S, s, andiamo, ch' notte!
    MITA No, no! Se non ve n'andate, corro a buttarmi gi dal ponte!
    ZIA  NINFA  Date ascolto a me,  zio Simone,  lasciatela qua almeno per
    questa notte. Con le buone, a poco a poco, si persuader e vedrete che
    domani... domani ritorner, potete esser certo.
    ZIO SIMONE Ma perch vuol rimanere qua stanotte?
    ZIA NINFA Perch...  perch tra l'altro...  deve guardar la casa a sua
    zia, salita al paese -
    ZIO SIMONE - a fare gli atti contro di me?
    ZIA NINFA Eh,  via,  non badate!  Nella prima furia!  Andate, andate a
    dormire, ch' tardi. Mita ora si chiuder in casa.

    [A Mita:]

    Va',  va' prima ad accompagnare tuo marito: chiuderai la porta di  l;
    poi questa; e buona notte. Buona notte anche a voi, zio Simone.

    [Zio  Simone  entra  per  il  primo  nella  casuccia,   dimenticandosi
    nell'orto il lampioncino appeso. Mita, entrando dopo di lui, chiude la
    porticina.]

    ZIA NINFA (attraversando l'orto e la straducola)  Mi  sembra  che  zia
    Gesa abbia raccomandato la pecora al lupo.

    [Davanti la porta della sua casa si ferma, scorgendo Liol in agguato,
    e gli dice piano:]

    Via dentro, via dentro, figlio, non facciamo pazzie...
    LIOLA' Sss...  aspetti...  voglio vedere come andr a finire...  Se ne
    vada, se ne vada a dormire...
    ZIA NINFA Giudizio, figlio, giudizio!

    [Entra in casa.]

    [Liol accosta la porta  e  subito  si  caccia  dentro  l'orto,  tutto
    aggruppato,  dietro la siepe; sale, cheto e chinato, fino allo spigolo
    della casuccia e s'apposta impalato contro il muro.]

    [Tutt'a un tratto la porticina si riapre,  e  Mita,  scorgendo  Liol,
    caccia  un  grido  subito  represso  e  si  volta contro il marito per
    impedirgli il passo.]

    MITA  V'ho  detto  no!  Andatevene!  O  chiamo  di  nuovo  zia  Ninfa!
    Andatevene!
    ZIO  SIMONE  (dall'interno  della  casuccia)  Vado,   s,  vado,  stai
    tranquilla!

    [Mita rientra, lasciando semiaperta la porticina. E allora, mentre zio
    Simone esce dalla porta di strada,  Liol,  strisciando lungo il muro,
    entra dalla porticina e subito la richiude.  L'uscita di zio Simone di
    l e l'entrata di Liol di qua debbono avvenire contemporaneamente. Ma
    zio Simone, appena richiusa la porta di strada, si volta e dice:]

    O oh,  il lanternino...  ho lasciato il lanternino...  Che  dici?  Ah,
    nell'orto? - Bene bene... ci giro di qua...

    [Scende  per  la  straducola,  entra  per  il  rastrello  della  siepe
    nell'orto,  prende da terra il lanternino e lo alza per  vedere  se  
    acceso bene:]

    Al  bujo,  per  la campagna,  Dio liberi,  c' pericolo di rompersi le
    corna...

    [E risale lentamente la straducola.

    TELA.


    ATTO TERZO.


    [La stessa scena del primo atto.  E' tempo  di  vendemmia.  Presso  la
    porta del magazzino si vedono ceste e panieri.]

    [Tuzza    seduta sul rustico sedile di pietra e cuce il corredino del
    bimbo nascituro.  Zia Croce,  col manto su le spalle e un fazzoletto
    in capo, viene dal fondo.]

    ZIA CROCE Tutti arricchiti! Non vuol venire nessuno.
    TUZZA Doveva aspettarselo!
    ZIA  CROCE  Non sono mica andata a invitarle a sedere a tavola con me!
    Con la roccia addosso, pi sozze del cantone all'uscita del paese, non
    han neppure paglia per buttarsi a dormire, e sissignori, le chiamo per
    guadagnarsi un tozzo di pane, a una fa male il braccio,  a un'altra la
    gamba...
    TUZZA Gliel'avevo detto di non andare a pregarle!
    ZIA CROCE E' l'invidia,  che se le mangia vive; e si fingono sdegnate!
    - Mi tocca intanto salire al paese a far le opere per quattro grappoli
    d'uva, se non voglio che se li mangino le vespe. - E' gi in ordine il
    palmento?
    TUZZA In ordine, in ordine.
    ZIA CROCE Le ceste son qua pronte,  pronto  tutto,  e  mi  mancano  le
    braccia! Lui solo, Liol, ha promesso di venire.
    TUZZA Ah, ha voluto proprio incaponirsi a chiamarlo?
    ZIA CROCE Apposta, sciocca! Per far vedere che non c' stato nulla.
    TUZZA Ma se ormai lo sanno finanche le pietre!
    ZIA  CROCE  Non  per lui,  a ogni modo,  che l'ha sempre negato,  e mi
    costa!  Gliene sono grata.  Non l'avrei mai creduto!  E quando lo nega
    lui, lascia pur cantare gli altri finch non scoppiano come le cicale!
    TUZZA  Va  bene.  Per  io - gliel'avverto - mi chiudo in casa,  e non
    caccio pi fuori neanche la punta del naso.  Non posso  pi  vedermelo
    davanti.
    ZIA CROCE Ora eh?  ora non puoi pi vedertelo davanti?  - Forca! - Son
    parecchi giorni intanto che tuo zio non si fa vedere.
    TUZZA Ha mandato a dire che non si sente bene.
    ZIA CROCE Se c'era lui,  a buon conto,  mi  levava  da  quest'impiccio
    della vendemmia.  Ma nascer, nascer questo figlio! Non mi par l'ora!
    Quando l'avr qua - ora che l'ha riconosciuto per suo davanti a  tutti
    -  avr  un bel chiamarselo accanto sua moglie!  La sua casa sar qua.
    Dove sono i figli  la casa.

    [A questo punto si presenta davanti la tettoja, ilare e accaldata,  la
    Moscardina.]

    LA MOSCARDINA E' permesso, zia Croce?
    ZIA CROCE Oh, voi Moscardina?
    LA MOSCARDINA A servirla. Le annunzio che vengono, sa? Tutte!
    ZIA CROCE Ah! E ch' accaduto? Vi vedo cos contenta!
    LA MOSCARDINA S, s, contenta, sono proprio contenta, zia Croce!
    ZIA CROCE Ih, e tutta rossa come un peperone! Siete venuta di corsa?
    LA MOSCARDINA Corro sempre,  io,  zia Croce. Sa come si dice? Gallina
    che va e gira, col gozzo pieno si ritira. E poi,  tempo di vendemmia!
    Anche loro, le ragazze, vedr, tutte festanti!
    ZIA CROCE O come mai?  Le ho vedute poco fa con tanto di muso; nessuna
    voleva venire: e ora sono tutte pronte e festanti?
    TUZZA Se fossi in lei, non vorrei pi io, ora,  e andrei s al paese a
    far la ciurma.
    ZIA  CROCE No.  Mi piace anzi che si levi ogni ruggine tra vicine.  Di
    tutta questa allegria, piuttosto, vorrei saper la ragione...
    LA MOSCARDINA Ma forse perch  han  saputo  che  verr  Liol.  Questo
    Liol,  creda,  zia Croce,   una cosa...  una cosa...  Pare che abbia
    fatto lega col diavolo!
    ZIA CROCE Ne ha combinata qualche altra delle sue?
    LA MOSCARDINA Non so.  Ma il fatto  che  mette  nel  cuore  di  tutti
    l'allegria.  Una ne fa e cento ne pensa.  E le ragazze,  dove c' lui,
    vengono contente!  - Canta,  ecco,  lo sente?  Viene cantando  con  le
    ragazze e i tre piccini che gli saltano attorno. Guardi! Guardi!

    [Si sente difatti un coro campestre intonato da Liol. Poi Liol entra
    sotto la tettoja con Ciuzza, Luzza, Nela e altri contadini e contadine
    e i suoi tre cardelli,  e si mette a improvvisare, battendo i piedi in
    cadenza.]

    LIOLA'
    "Ullarall!
    Pesta bene, tu qua!
    Pesta bene, pesta bene, pesta bene,
    che pi pesti nel tinello
    e pi forte il vin ti viene!
    Pi di quello
    dell'altr'anno, Liol!"
    CORO
    "Ullarall! Ullarall!"
    LIOLA'
    "Ogni maglio,
    senza sbaglio,
    se tu pesti bene, compare,
    un barile te ne far!
    un barile che a berne un sorsetto
    a terra mi getto
    col male di mare
    perch vagellare la testa mi fa.
    Ullarall! Ullarall!"
    CORO
    "Ullarall! Ullarall!"
    Ullarall! Ullarall!
    LIOLA' Cara zia Croce, rieccoci qua!

    [La ciurma ride, salta e batte le mani.]

    ZIA CROCE Ih,  che allegria!  Davvero festanti siete!  Che miracolo  
    questo?
    LIOLA'  Nessun miracolo,  zia Croce.  Chi cerca trova,  e chi sguita
    vince!

    [Le ragazze ridono.]

    ZIA CROCE Che vuol dire?
    LIOLA' Niente. Proverbio.
    ZIA CROCE Ah s? E senti allora quest'altro: Suono e canzoni son cose
    di vento.
    LIOLA' (subito) E il tavernajo vuol esser pagato!
    ZIA CROCE E' giusto! Patti chiari. Faremo come l'altr'anno, eh?
    LIOLA' Ma s, non si confonda! Ho detto per farle vedere che sapevo il
    proverbio e anche il sguito.
    ZIA CROCE E allora sbrighiamoci, ragazze, prendete le ceste e fate con
    garbo; non c' bisogno che ve lo raccomandi.
    LIOLA' Ho portato i bambini per piluccare qualche acinetto lasciato.
    ZIA CROCE Purch non s'appendano ai bronconi quando  non  ci  arrivano
    con le mani!
    LIOLA' Ah,  non c' pericolo. Educati alla scuola di pap. Il grappolo
    alto,  a cui non s'arriva con la mano,  si lascia l e non gli si dice
    ch' acerbo.

    [Altra risata delle ragazze.]

    Che c' da ridere?  Non sapete la favola della volpe? - Basta. Qua nel
    palmento  tutto pronto?
    ZIA CROCE S, s, tutto pronto.
    LIOLA' (prendendo le ceste e i panieri e distribuendoli alle ragazze e
    ai giovani) E allora, via, s, prendete... ecco qua! prendete... E via
    cantando: Ullarall! Ullarall!

    [Via dal fondo con la ciurma, cantando.]

    ZIA CROCE (gridando loro dietro) Cominciate da gi, ragazze, di filare
    in filare, salendo a poco a poco! E date un occhio ai piccini!

    [Poi, a Tuzza:]

    Scendi  con  loro,   rmpiti  il  collo!   Debbo  guardarli  io   sola
    gl'interessi?
    TUZZA No, no, gliel'ho detto, non vado!
    ZIA CROCE Chi sa che scempio ne faranno,  quell'affamate! - Hai visto,
    intanto, come guardavano? che sfavillo d'occhi?
    TUZZA Ho visto, ho visto.
    ZIA CROCE Per quel pazzo! -

    [Guardando fuori, in quel momento, scorge zio Simone.]

    Oh,  ecco tuo zio...  Ma guarda,  butta le gambe come se  non  fossero
    sue... Dev'esser malato davvero!

    [Si presenta sotto la tettoja zio Simone, tutto ingrugnato.]

    ZIO SIMONE Cara cugina, buon giorno. Buon giorno, Tuzza.
    TUZZA Buon giorno.
    ZIA CROCE Non state bene, cugino? Che avete?
    ZIO  SIMONE  (grattandosi  il  capo  sotto la berretta padovana) Guaj,
    cugina, guaj.
    ZIA CROCE Guaj? Che guaj potete avere voi?
    ZIO SIMONE Io no, veramente... anzi, io...
    ZIA CROCE Sta male forse vostra moglie?
    ZIO SIMONE Eh... dice... dice che... insomma...
    ZIA CROCE Insomma, che?  Parlate;  ho fuori le opere e voglio andare a
    badarle.
    ZIO SIMONE Avete cominciato a vendemmiare?
    ZIA CROCE S, proprio ora.
    ZIO SIMONE Senza dirmene nulla?
    ZIA CROCE Non vi fate vedere da due giorni! Mi son pigliate anzi certe
    bili con tutte queste vipere del vicinato! Non volevano venire, e poi,
    tutt'a un tratto,  chi sa perch, son venute tutte, e ora sono gi con
    le ceste.
    ZIO SIMONE Sempre con la furia, voi, cugina!
    ZIA CROCE Io? Furia? Che furia? Le vespe stavano a mangiarsi tutto...
    ZIO SIMONE Non dico soltanto per la  vendemmia...  dico  per  altro...
    dico  anche  per me...  Non so che gusto rompersi il collo per non dar
    mai tempo al tempo!
    ZIA CROCE Oh infine, si pu sapere che avete dentro?  Buttatelo fuori!
    Vedo che volete pigliarvela con me...
    ZIO SIMONE No, non me la piglio con voi, cugina; con me, me la piglio,
    con me!
    ZIA CROCE Per la furia?
    ZIO SIMONE Appunto: per la furia.
    ZIA CROCE A proposito di che?
    ZIO  SIMONE Di che!  Vi par poco il peso che porto addosso?  E' venuto
    jeri a trovarmi mio compare Cola Randisi! -
    ZIA CROCE Ah s, l'ho visto passare di qua. -
    ZIO SIMONE - s' fermato a parlarvi? -
    ZIA CROCE - no, ha tirato via di lungo -
    TUZZA - tirano via di lungo tutti, ora, passando di qua!
    ZIO SIMONE Tirano  via  di  lungo,  figliola  mia,  perch  la  gente,
    vedendomi qua, si figura... si figura ci che per grazia di Dio non ,
    n    stato  mai.  La  coscienza  nostra    pulita;  ma l'apparenza,
    purtroppo...
    ZIA CROCE E va bene, va bene...  Lo sappiamo,  zio Simone,  e dovevamo
    immaginarcelo  prima,  che  tutti gl'invidiosi si sarebbero comportati
    cos. A parlarne, adesso...

    [A Tuzza:]

    Anche tu, sciocca!
    ZIO SIMONE Eh,  ma la faccia,  cugina,  vengono a beccarla a me  tutti
    quelli che, passando di qua, tirano via di lungo!
    ZIA CROCE Mi dite, insomma, che diavolo  venuto a dirvi questo vostro
    compare Cola Randisi?
    ZIO SIMONE E' venuto a dirmi appunto: Maledetta la furia!, se volete
    saperlo.  In  faccia  a  mia  moglie ha sostenuto che s' dato il caso
    d'aver figli,  non  dopo  quattr'anni,  ma  anche  dopo  quindici  dal
    matrimonio.
    ZIA  CROCE Oh!  Stavo ancora a sentire che abbia potuto dirvi da farvi
    stare cos sopra pensiero!  - E dite un po': che  gli  avete  risposto
    voi?  -  Quindici  anni?  -  sessanta,  pi  quindici,  quanto  fanno?
    settantacinque, mi pare. - Cugino,  a sessanta no;  e a settantacinque
    s?
    ZIO SIMONE O chi v'ha detto, a sessanta no?
    ZIA CROCE Eh, il fatto, cugino.
    ZIO SIMONE No, cugina. Il fatto ...

    [Esita a dire.]

    ZIA CROCE Che ?
    ZIO SIMONE Che a sessanta s.
    ZIA CROCE Che?
    ZIO SIMONE S, s. Proprio cos.
    ZIA CROCE Vostra moglie?
    ZIO SIMONE Me l'ha confidato stamattina.
    TUZZA (mangiandosi le mani) Ah! Liol!
    ZIA CROCE Ve l'ha fatta!
    TUZZA  Ecco  perch erano tutte festanti quelle vipere l!  Chi cerca
    trova, e chi sguita vince!
    ZIO SIMONE O oh, non andiamo dicendo ora!
    ZIA CROCE Avreste il coraggio di credere che il figlio  vostro?
    TUZZA Liol! Liol! Gliel'ha fatta!  Gliel'ha fatta,  e me l'ha fatta,
    assassino!
    ZIO SIMONE Non andiamo dicendo... non andiamo dicendo...
    ZIA CROCE Ve la siete guardata cos la moglie, vecchio imbecille?
    TUZZA E glielo dissi! Cento volte glielo dissi, di guardarsi da Liol!
    ZIO SIMONE O oh, badate, non vi mettete in bocca Liol, adesso, perch
    a  mia  moglie  io le comandai di star zitta quando mi butt in faccia
    per te la stessa accusa, ch'era vera!
    ZIA CROCE E ora,  no?  non  pi vera ora per vostra  moglie,  vecchio
    becco?
    ZIO SIMONE Oh! cugina, volete per Cristo che faccia uno sproposito?
    ZIA CROCE Ma via, levtevi! Come se non sapessimo -
    ZIO SIMONE - che cosa? -
    ZIA CROCE - quello che sapete anche voi, e meglio di tutti!
    ZIO  SIMONE  Io so che qua con vostra figlia non ho avuto mai nulla da
    spartire: ho fatto un'opera di carit,  e  nient'altro.  Ma,  con  mia
    moglie, ci sono stato io, ci sono stato io!
    ZIA  CROCE S,  quattr'anni senza frutto!  Andate,  andate a domandare
    adesso chi c' stato con vostra moglie!
    TUZZA E opera di carit, ha il coraggio di dire!
    ZIA CROCE Gi! Dopo che s' vantato davanti a tutti,  davanti alla sua
    stessa   moglie   che   il  figlio  era  suo,   per  prendersi  questa
    soddisfazione, sapendo bene che non poteva prendersela altrimenti!
    TUZZA (cangiando animo,  d'improvviso) Basta!  Basta!  Non gridi  pi,
    ormai! Basta!
    ZIA CROCE Ah no, cara mia! Vuoi che mi rassegni cos?
    TUZZA E che altro vorrebbe fare? Se si prendeva il mio, pur sapendo di
    chi  era,  si  figuri  se non vorr riconoscere per suo questo che gli
    dar ora sua moglie -
    ZIO SIMONE - e ch' mio! mio! mio! - e guaj a chi s'attenta a dir cosa
    contro mia moglie...

    [A questo punto appare dal fondo Mita, placidissima.]

    MITA Oh, e che  qua tutto questo baccano?
    TUZZA Vttene, Mita, vttene via, non mi cimentare!
    MITA Io, Tuzza, cimentarti? Non sia mai!
    TUZZA (lanciandosi  per  afferrarla)  Levatemela  davanti!  levatemela
    davanti!
    ZIO SIMONE (parandola) O oh! Ci sono io!
    ZIA CROCE Hai la tracotanza di presentarti qua? Via! Via! Fuori!
    MITA   (indicandola  al  marito)  Ma  guardate  un  po  chi  parla  di
    tracotanza!
    ZIO SIMONE No, tu no,  tu non t'immischiare,  moglie mia!  Trnatene a
    casa, tu! E lascia che ti difenda io!
    MITA No,  aspettate,  voglio ricordare a Tuzza un nostro motto antico:
    Chi tarda e non manca, non si chiama mancatore.  Ho tardato,  s,  
    vero,  ma  non  ho  mancato.  Tu  sei andata avanti e io ti son venuta
    appresso.
    TUZZA Per la mia stessa strada mi sei venuta appresso!
    MITA No, cara! la mia  dritta e giusta; la tua, torta e falsa.
    ZIO SIMONE Non agitarti,  non agitarti cos,  moglie mia!  Te lo fanno
    apposta,  non vedi?, per farti arrabbiare! Va', va', da' ascolto a me!
    A casa! a casa!
    ZIA CROCE Ma guardatelo! Ma sentitelo! Moglie mia!
    TUZZA (a Mita) Hai ragione!  Hai ragione!  Hai saputo farla meglio  di
    me! Tu i fatti, e io le parole!
    MITA Parole? Non pare!
    ZIA CROCE Parole,  parole,  s! Perch qua non c' l'inganno che pare!
    L'inganno  in te, che non pare!
    ZIO SIMONE Oh insomma, la finiamo s o no?
    ZIA CROCE Lo vedi?  Per  te  c'  tuo  marito,  ora,  che  ti  ripara,
    ingannato!  Mentre mia figlia, no, suo zio non lo volle ingannare: gli
    si butt ai piedi piangendo, come Maria Maddalena!
    ZIO SIMONE Quest' vero! quest' vero!
    ZIA CROCE Ecco,  vedi?  te lo dice lui stesso!  lui ch' la  causa  di
    tutto  il male,  per potersi vantare davanti a te,  davanti a tutto il
    paese...
    MITA E voi lo permetteste, zia Croce? Oh guarda! A costo dell'onore di
    vostra figlia?  Ma l'inganno,  s,   proprio  dove  non  pare:  nelle
    ricchezze  di mio marito,  di cui a costo della vostra stessa vergogna
    volevate appropriarvi!
    ZIO SIMONE Basta!  Basta!  Basta!  Invece di far  codeste  chiacchiere
    inutili e accapigliarvi per non concludere nulla,  cerchiamo di venire
    al rimedio, adesso, tutti d'accordo. Siamo in famiglia!
    ZIA CROCE Rimedio? Che rimedio volete che ci sia pi, vecchio stolido?
    Siamo in famiglia, dice! Il rimedio lo troverete voi, voi,  a tutto il
    danno che avete fatto a mia figlia per la soddisfazione che vi voleste
    prendere!
    ZIO  SIMONE Io?  Io ho da pensare a mio figlio,  adesso.  Al vostro ci
    penser suo padre.  - Liol non potr negare in faccia  a  me  che  il
    figlio  suo.
    TUZZA Quale?
    ZIO  SIMONE  (stordito  dalla  domanda  che  lo  avr colpito come una
    pugnalata a tradimento) Che vuol dire, quale?
    MITA (subito) Ma il tuo,  cara!  Quale vuoi che sia?  Io  ho  qua  mio
    marito che non pu dubitare di me.
    ZIO SIMONE Oh insomma,  la finite tutt'e due,  madre e figlia? Ora che
    mia moglie ha voluto darmi questa consolazione non  deve  amareggiarsi
    il sangue con le vostre parole. Lasciate che parli io con Liol.

    [Si  sente  da  lontano  appressare  a  poco  a  poco  il  coro  delle
    vendemmiatrici.]

    TUZZA Ah no, basta! Non s'arrischi a parlare per me!  Guaj a lei se lo
    fa!
    ZIO  SIMONE  Tu  te lo prenderai perch  giusto cos.  Lui solo potr
    darti uno stato, e fare che nasca legittimo il figlio che  suo.  Vuol
    dire  che,  a  persuaderlo,  penser  io,  facendo ci che il cuore mi
    detter. Eccolo che viene. Lasciate parlare a me.

    [Liol ritorna con la ciurma,  cantando a coro un canto di  vendemmia.
    Appena  sotto  la  tettoja,  vedendo  Mita  e  zio Simone,  e le facce
    stravolte di zia Croce e di Tuzza,  la ciurma che reca come in trionfo
    le ceste colme d'uva,  si ferma e tronca il coro.  Solo Liol, come se
    non volesse accorgersi di nulla,  sguita a cantare e a  farsi  avanti
    con la sua cesta per andare a vuotarla dalla finestra del palmento.]

    ZIA CROCE (facendosi incontro) Basta, basta! Votate le ceste, ragazze,
    e  poi  buttatele  l.  Non  ho  pi  testa  da badare a voi in questo
    momento.
    LIOLA' E perch? Ch' avvenuto?
    ZIA CROCE (alle donne) Andate,  andate,  vi  dico!  Poi,  se  mai,  vi
    richiamer.
    ZIO SIMONE Tu vieni qua, Liol!

    [In fondo alla tettoja la Moscardina,  Ciuzza,  Luzza, Nela e le altre
    donne circondano Mita e le fanno un mondo di feste per la consolazione
    che ha dato a tutte. Tuzza le guata e si macera dentro;  pian piano si
    tira indietro fino alla porta di casa e vi si caccia dentro.]

    LIOLA' Vuole me? Eccomi qua.
    ZIO SIMONE Cugina, venite qua anche voi.
    LIOLA' (con aria di comando) Zia Croce, sotto!
    ZIO SIMONE Oggi  giorno segnato e dev'esser festa per tutti.
    LIOLA'  Benissimo!  E  cantare.  Non come dice zia Croce,  che suono e
    canzoni sono cose di vento. Se sono di vento, son cose mie;  perch io
    e il vento, zio Simone, siamo fratelli.
    ZIO  SIMONE  Lo  sappiamo,  lo sappiamo tutti che sei sventato.  Ora 
    tempo per di metter giudizio, caro mio!
    LIOLA' Giudizio? Muojo.
    ZIO SIMONE Stammi a sentire, Liol. Prima di tutto,  debbo darti parte
    e consolazione che Dio finalmente ha voluto farmi la grazia -
    ZIA CROCE - senti, senti bene questa partecipazione, tu che non ne sai
    nulla! -
    ZIO SIMONE - insomma, v'ho detto di lasciar parlare a me -
    LIOLA' - lo lasci parlare!
    ZIA CROCE Eh s,  parlate, parlate... Ha voluto farvela Dio veramente,
    questa grazia!
    ZIO SIMONE Sissignora,  la grazia che,  dopo quattr'anni,  mia  moglie
    alla fine s' decisa...
    LIOLA' Ah s? davvero? sua moglie? le faccio a tamburo una poesia!
    ZIO SIMONE Aspetta! Aspetta! Che poesia!
    LIOLA' Mi permetta che vada a farle il "prosit" almeno!
    ZIO SIMONE Aspetta, ti dico, per l'anima di...
    LIOLA' Oh,  non s'arrabbi! Deve sentirsi ai sette cieli, e s'arrabbia?
    - Via, l'ho qua sulla punta della lingua!
    ZIO SIMONE Lascia stare, t'ho detto,  la poesia,  ch un'altra cosa tu
    hai da fare qua, adesso.
    LIOLA' Io? Non so fare altro, io, zio Simone!
    ZIA CROCE Gi... proprio... non sa far altro lui, poverino...

    [Gli s'accosta,  gli afferra un braccio e gli dice sotto sotto,  tra i
    denti:]

    Due volte m'hai rovinato la figlia, assassino!
    LIOLA' Io, la figlia? Osa dir questo, lei a me,  davanti a zio Simone?
    Gliel'ha rovinata lui, due volte, la figlia, non io!
    ZIA CROCE No, no, tu! tu!
    LIOLA'  Lui!  Lui!  zio  Simone!  Non scambiamo le carte in mano,  zia
    Croce! Io venni qua a domandare onestamente la mano di sua figlia, non
    potendo mai supporre...
    ZIA CROCE Ah, no? Dopo quello che avevi fatto con lei?
    LIOLA' Io? zio Simone!
    ZIA CROCE Zio Simone, gi! Proprio zio Simone!
    LIOLA' Oh, parli lei, zio Simone! Vorreste negare,  adesso,  e gettare
    il  figlio  addosso  a  me?  -  Non  facciamo  scherzi!  - Io ho tanto
    ringraziato Dio che m'ha guardato d'esser preso nella  rete,  in  cui,
    senza  sospetto di nulla,  ero venuto a cacciarmi.  - Alla larga,  zio
    Simone! Che razza di vecchio  lei,  si pu sapere?  Non le bastava un
    figlio  con  sua nipote?  Uno,  anche con sua moglie?  E che cos'ha in
    corpo?  Le fiamme dell'inferno o  il  fuoco  divino?  il  diavolo?  il
    Mongibello? Dio ne scampi e liberi ogni figlia di mamma!
    ZIA CROCE Eh gi,  proprio da lui,  proprio da lui devono guardarsi le
    figlie di mamma!
    ZIO SIMONE Liol, non farmi parlare!  Non farmi fare,  Liol,  ci che
    non  debbo  e non voglio fare!  Vedi che tra me e mia nipote,  non c'
    stato, n poteva esserci,  peccato!  C' stato solo che mi si butt ai
    piedi pentita di ci che aveva fatto con te, confessandomi lo stato in
    cui  si  trovava.  Mia  moglie  adesso  sa  tutto.  E io sono pronto a
    giurarti davanti a Ges sacramentato e davanti a  tutti,  che  mi  son
    vantato a torto del figlio che, in coscienza,  tuo!
    LIOLA' E intende, con questo, che io ora dovrei prendermi Tuzza?
    ZIO SIMONE Te la puoi e te la devi prendere, Liol, perch, com' vero
    Dio e la Madonna Santissima, non  stata d'altri che tua!
    LIOLA' Eh - eh - eh - come corre lei,  caro zio Simone!  - Volevo, s,
    prima. Per coscienza, non per altro. Sapevo che,  sposando lei,  tutte
    le canzoni mi sarebbero morte nel cuore.  - Tuzza allora non mi volle.
    - La botte piena e la moglie ubriaca?  Zio Simone,  zia Croce,  le due
    cose insieme non si possono avere!  - Ora che il giuoco v' fallito? -
    No no, ringrazio, signori! ringrazio.

    [Si piglia per mano due dei ragazzi.]

    Andiamo, andiamo via, ragazzi!

    [S'avvia, poi torna indietro.]

    Posso farmi di coscienza: questo s. Gira e volta, vedo che qua c' un
    figlio di pi.  Bene,  non ho difficolt.  Crescer il da fare  a  mia
    madre. Il figlio, lo dica pure a Tuzza, zia Croce, se me lo vuol dare,
    me lo piglio!
    TUZZA (che se n' stata tutta aggruppata in disparte, schizzando fuoco
    dagli  occhi,  a  quest'ultime  parole  si  lancia contro Liol con un
    coltello in mano) Ah s, il figlio? Pgliati questa, invece!

    [Tutti gridano,  levando le mani e accorrendo a trattenerla.  Mita  si
    sente mancare ed  sorretta e subito confortata da zio Simone.]

    LIOLA' (pronto ha ghermito il braccio di Tuzza,  e con l'altra mano le
    batte sopra le dita fino a farle cadere il coltello a  terra,  ride  e
    rassicura tutti,  che non  stato nulla) Nulla,  nulla...  non  stato
    nulla...

    [Appena a Tuzza cade il coltello,  subito vi mette il piede  sopra,  e
    dice di nuovo con una gran risata:]

    Nulla!

    [Si  china a baciare la testa d'uno dei tre bambini: poi,  guardandosi
    nel petto un filo di sangue:]

    Uno sgraffietto, di striscio...

    [Vi passa sopra il dito e poi va a passarlo sulle labbra di Tuzza.]

    Eccoti qua, assaggia! - Dolce, eh ?

    [Alle donne che la trattengono:]

    Lasciatela!

    [La guarda;  poi guarda  i  tre  bambini,  pone  le  mani  sulle  loro
    testoline, e dice, rivolto a Tuzza:]

    "Non piangere! Non ti rammaricare!
    Quando ti nascer, dammelo pure.
    Tre, e uno quattro! Gl'insegno a cantare."

    TELA.



    ENRICO QUARTO.

    Prima rappresentazione: Milano, 24 febbraio 1922.
    Prima edizione: Firenze 1921


    Personaggi:
    ......(ENRICO QUARTO),
    La Marchesa MATILDE SPINA,
    Sua figlia FRIDA,
    Il giovane Marchese CARLO DI NOLLI,
    Il Barone TITO BELCREDI,
    Il Dottor DIONISIO GENONI.

    I quattro finti Consiglieri Segreti:
    1 LANDOLFO (Lolo),
    2 ARIALDO (Franco),
    3 ORDULFO (Momo),
    4 BERTOLDO (Fino).

    Il vecchio cameriere GIOVANNI,
    DUE VALLETTI in costume

    [In una villa solitaria della campagna umbra ai nostri giorni.]

    N.B.  Sar  chiuso  dentro  una doppia parentesi quadra [[ ]] un breve
    passo del primo atto,  che nella rappresentazione della tragedia  sar
    bene omettere per la necessaria rapidit dell'azione.


    ATTO PRIMO.


    [Salone  nella villa rigidamente parato in modo da figurare quella che
    pot essere la sala del trono di Enrico Quarto nella casa imperiale di
    Goslar.  Ma in mezzo agli antichi arredi due grandi  ritratti  a  olio
    moderni,  di  grandezza  naturale,  avventano  dalla  parete di fondo,
    collocati a poca altezza dal suolo su uno zoccolo  di  legno  lavorato
    che  corre  lungo  tutta  la  parete  (largo  e  sporgente  in modo da
    potercisi mettere a sedere come su una lunga panconata),  uno a destra
    e uno a sinistra del trono che,  nel mezzo della parete, interrompe lo
    zoccolo e vi si inserisce col suo seggio  imperiale  e  il  suo  basso
    baldacchino.  I  due  ritratti rappresentano un signore e una signora,
    giovani entrambi, camuffati in costume carnevalesco,  l'uno da Enrico
    Quarto e l'altra da Marchesa Matilde di Toscana.  Usci a destra e a
    sinistra.]

    [Al levarsi della tela i due valletti,  come sorpresi,  balzano  dallo
    zoccolo su cui stanno sdrajati,  e vanno a impostarsi come statue, uno
    di qua e uno di l ai piedi del trono, con le loro alabarde. Poco dopo
    dal secondo uscio  a  destra  entrano  Arialdo,  Landolfo,  Ordulfo  e
    Bertoldo,  giovani  stipendiati  dal  marchese  Carlo  di Nolli perch
    fingano le parti di Consiglieri segreti, vassalli regali della bassa
    aristocrazia alla Corte di Enrico Quarto. Vestono perci in costume di
    cavalieri tedeschi del secolo undicesimo. L'ultimo, Bertoldo,  di nome
    Fino,  assume  ora  per la prima volta il servizio.  I tre compagni lo
    ragguagliano pigliandoselo a godere.  Tutta la scena va  recitata  con
    estrosa vivacit.]

    LANDOLFO  (a  Bertoldo  come seguitando una spiegazione) E questa  la
    sala del trono!
    ARIALDO A Goslar!
    ORDULFO O anche, se vuoi, nel Castello dell'Hartz!
    ARIALDO O a Worms.
    LANDOLFO Secondo la vicenda che rappresentiamo,  balza  con  noi,  ora
    qua, ora l.
    ORDULFO In Sassonia!
    ARIALDO In Lombardia!
    LANDOLFO Sul Reno!
    UNO DEI VALLETTI (senza scomporsi, movendo appena le labbra) Ps! Ps!
    ARIALDO (voltandosi al richiamo) Che cos'?
    PRIMO VALLETTO (sempre come una statua, sottovoce) Entra o non entra?

    [allude a Enrico Quarto.]

    ORDULFO No no. Dorme; state pur comodi.
    SECONDO  VALLETTO  (scomponendosi  insieme  col  primo,  rifiatando  e
    andando a sdrajarsi di nuovo sullo zoccolo) Eh,  santo  Dio,  potevate
    dircelo!
    PRIMO  VALLETTO  (accostandosi  ad Arialdo) Per favore,  ci avrebbe un
    fiammifero?
    LANDOLFO Ohi ! A pipa no, qua dentro!
    PRIMO VALLETTO (mentre Arialdo gli porge  un  fiammifero  acceso)  No,
    fumo una sigaretta.

    [Accende e va a sdrajarsi anche lui, fumando, sullo zoccolo.]

    BERTOLDO  (che    stato  a  osservare,  tra meravigliato e perplesso,
    guardando in giro la sala,  e poi guardando il suo abito e quello  dei
    compagni) Ma, scusate... questa sala... questo vestiario... Che Enrico
    Quarto?... Io non mi raccapezzo bene: - E' o non  quello di Francia?

    [A  questa  domanda,  Landolfo,  Arialdo  e Ordulfo scoppiano a ridere
    fragorosamente.]

    LANDOLFO (sempre  ridendo  e  indicando  ai  compagni,  che  seguitano
    anch'essi a ridere,  Bertoldo, come per invitarli a farsi ancora beffe
    di lui) Quello di Francia, dice!
    ORDULFO (c. s.) Ha creduto quello di Francia!
    ARIALDO Enrico Quarto di Germania, caro mio! Dinastia dei Salii!
    ORDULFO Il grande e tragico imperatore!
    LANDOLFO Quello di Canossa!  Sosteniamo qua,  giorno  per  giorno,  la
    spaventosissima guerra tra Stato e Chiesa! Oh!
    ORDULFO L'Impero contro il Papato! Oh!
    ARIALDO Antipapi contro i Papi!
    LANDOLFO I re contro gli antir!
    ORDULFO E guerra contro i Sassoni!
    ARIALDO E tutti i principi ribelli!
    LANDOLFO Contro i figli stessi dell'Imperatore!
    BERTOLDO  (sotto questa valanga di notizie riparandosi la testa con le
    mani) Ho capito!  ho capito!  - Perci non mi raccapezzavo,  vedendomi
    parato  cos  ed  entrando  in  questa  sala!  Ho  detto bene: non era
    vestiario, questo, del mille e cinquecento!
    ARIALDO Ma che mille e cinquecento!
    ORDULFO Qua siamo tra il mille e il mille e cento!
    LANDOLFO Puoi farti il conto: se il 25 gennajo del 1071 siamo  davanti
    a Canossa...
    BERTOLDO (smarrendosi pi che mai) Oh Dio mio, ma allora  una rovina!
    ORDULFO Eh gi! Se credeva d'essere alla Corte di Francia!
    BERTOLDO Tutta la mia preparazione storica...
    LANDOLFO  Siamo,  caro  mio,  quattrocent'anni  prima!  Ci  sembri  un
    ragazzino!
    BERTOLDO (arrabbiandosi) Ma me lo potevano dire, per Dio santo, che si
    trattava di quello di Germania e non d'Enrico Quarto di  Francia!  Nei
    quindici giorni che m'accordarono per la preparazione, lo so io quanti
    libri ho scartabellato!
    ARIALDO  Ma scusa,  non lo sapevi che qua il povero Tito era Adalberto
    di Brema?
    BERTOLDO Ma che Adalberto! Sapevo un corno io!
    LANDOLFO No, vedi com ? Morto Tito, il marchesino di Nolli...
    BERTOLDO E'  stato  proprio  lui,  il  marchesino!  Che  ci  voleva  a
    dirmi...?
    ARIALDO Ma forse credeva che lo sapessi!
    LANDOLFO  Non  voleva pi assumere nessun altro in sostituzione.  Tre,
    quanti restavamo, gli pareva che potessimo bastare.  Ma lui cominci a
    gridare:  Cacciato via Adalberto - (perch il povero Tito,  capisci?
    non gli parve che morisse,  ma che nella veste del  vescovo  Adalberto
    gliel'avessero  cacciato via dalla Corte i vescovi rivali di Colonia e
    di Magonza). -
    BERTOLDO (prendendosi e tenendosi con tutte e due le mani la testa) Ma
    non ne so una saetta, io, di tutta questa storia!
    ORDULFO Eh, stai fresco, allora, caro mio!
    ARIALDO E il guajo  che non lo sappiamo neanche noi, chi sei tu.
    BERTOLDO Neanche voi? Chi debbo rappresentare io, non lo sapete?
    ORDULFO Uhm! Bertoldo.
    BERTOLDO Ma chi, Bertoldo? Perch Bertoldo?
    LANDOLFO  Mi  hanno  cacciato  via  Adalberto?  E  io  allora  voglio
    Bertoldo! voglio Bertoldo - cominci a gridare cos.
    ARIALDO  Noi  ci  guardammo  tutti  e tre negli occhi: Chi sar questo
    Bertoldo?
    ORDULFO Ed eccoti qua Bertoldo, caro mio!
    LANDOLFO Ci farai una bellissima figura!
    BERTOLDO (ribellandosi e facendo per avviarsi) Ah,  ma io non  la  fo!
    Grazie tante! Io me ne vado! Me ne vado!
    ARIALDO  (trattenendolo insieme con Ordulfo tra le risa) No,  clmati,
    clmati!
    ORDULFO Non sarai mica il Bertoldo della favola!
    LANDOLFO E ti puoi confortare,  che non lo sappiamo neanche  noi,  del
    resto,  chi siamo.  Lui,  Arialdo;  lui,  Ordulfo;  io, Landolfo... Ci
    chiama cos. Ci siamo ormai abituati. Ma chi siamo?  - Nomi del tempo!
    - Un nome del tempo sar anche il tuo: Bertoldo. - Uno solo tra noi,
    il povero Tito,  aveva una bella parte assegnata,  come si legge nella
    storia: quella del vescovo di Brema.  Pareva un vescovo  davvero,  oh!
    Magnifico, povero Tito!
    ARIALDO Sfido, se l'era potuta studiar bene sui libri lui!
    LANDOLFO  E comandava anche a Sua Maest: s'imponeva,  lo guidava,  da
    quasi tutore e consigliere. Siamo consiglieri segreti anche noi, per
    questo, ma cos,  di numero;  perch nella storia  scritto che Enrico
    Quarto  era  odiato  dall'alta  aristocrazia  per essersi circondato a
    Corte da giovani della bassa.
    ORDULFO Che saremmo noi.
    LANDOLFO Gi,  piccoli vassalli  regali;  devoti;  un  po'  dissoluti;
    allegri...
    BERTOLDO Devo anche essere allegro?
    ARIALDO Eh, altro! Come noi!
    ORDULFO E non  mica facile, sai?
    LANDOLFO  Peccato  veramente!  Perch,  come  vedi,  qua l'apparato ci
    sarebbe;  il nostro vestiario si presterebbe  a  fare  una  bellissima
    comparsa  in  una  rappresentazione  storica,  a  uso  di  quelle  che
    piacciono tanto oggi nei teatri. E stoffa,  oh,  stoffa da cavarne non
    una  ma  parecchie tragedie,  la storia di Enrico Quarto la offrirebbe
    davvero. Mah! Tutti e quattro qua, e quei due disgraziati l

    [indica i valletti]

    quando stanno ritti impalati ai piedi del trono...  siamo cos,  senza
    nessuno che ci metta su e ci dia da rappresentare qualche scena.  C',
    come vorrei dire?  la forma,  e ci manca il contenuto!  - Siamo peggio
    dei  veri  consiglieri  segreti di Enrico Quarto;  perch s,  nessuno
    neanche a loro aveva dato da rappresentare una parte; ma essi, almeno,
    non sapevano di doverla rappresentare: la  rappresentavano  perch  la
    rappresentavano:  non  era  una  parte,  era  la  loro vita,  insomma;
    facevano  i  loro  interessi  a  danno  degli  altri;   vendevano   le
    investiture,  e che so io. Noi altri, invece, siamo qua, vestiti cos,
    in questa bellissima Corte...  -  per  far  che?  niente...  Come  sei
    pupazzi appesi al muro,  che aspettano qualcuno che li prenda e che li
    muova cos o cos e faccia dir loro qualche parola.
    ARIALDO Eh no,  caro mio!  Scusa!  Bisogna rispondere  a  tono!  Saper
    rispondere  a  tono!  Guai  se  lui  ti  parla  e  tu non sei pronto a
    rispondergli come vuol lui!
    LANDOLFO Gi, questo s, questo s,  vero!
    BERTOLDO E hai detto niente! Come faccio io a rispondergli a tono, che
    mi son preparato per Enrico Quarto di Francia, e mi spunta, qua,  ora,
    un Enrico Quarto di Germania?

    [Landolfo, Ordulfo, Arialdo tornano a ridere.]

    ARIALDO Eh, bisogna che tu rimedii subito subito!
    ORDULFO Va' l! T'ajuteremo noi.
    ARIALDO  Ci  abbiamo di l tanti libri!  Ti baster in prima una bella
    ripassatina.
    ORDULFO Saprai all'ingrosso qualche cosa...
    ARIALDO Guarda!  (Lo fa voltare e gli mostra nella parete di fondo  il
    ritratto della Marchesa Matilde) - Chi  per esempio quella l?
    BERTOLDO  (guardando) Quella l ?  Eh,  mi sembra,  scusate,  prima di
    tutto una bella stonatura: due quadri moderni qua  in  mezzo  a  tutta
    questa rispettabile antichit.
    ARIALDO Hai ragione. E difatti prima non c'erano. Ci sono due nicchie,
    l dietro quei quadri.  Ci si dovevano collocare due statue,  scolpite
    secondo lo stile del tempo.  Rimaste  vuote,  sono  state  coperte  da
    quelle due tele l.
    LANDOLFO  (interrompendolo  e  seguitando)  Che  sarebbero  certo  una
    stonatura, se veramente fossero quadri.
    BERTOLDO E che sono? non sono quadri?
    LANDOLFO  S,  se  vai  a  toccarli:  quadri.   Ma  per  lui  (accenna
    misteriosamente  a  destra,  alludendo  a  Enrico Quarto) - che non li
    tocca...
    BERTOLDO No? E che sono allora per lui?
    LANDOLFO Oh,  interpreto,  bada!  Ma credo che in  fondo  sia  giusto.
    Immagini,  sono.  Immagini,  come... ecco, come le potrebbe ridare uno
    specchio, mi spiego? L, quella

    [indica il ritratto di Enrico Quarto]

    rappresenta lui, vivo com', in questa sala del trono, che  anch'essa
    come dev'essere,  secondo lo stile dell'epoca.  Di che  ti  meravigli,
    scusa?  Se ti mettono davanti uno specchio, non ti ci vedi forse vivo,
    d'oggi,  vestito cos di spoglie antiche?  Ebbene,  l,   come se  ci
    fossero  due  specchi,  che  ridanno immagini vive,  qua in mezzo a un
    mondo che - non te ne curare - vedrai, vedrai,  vivendo con noi,  come
    si ravviver tutto anch'esso!
    BERTOLDO Oh! Badate che io non voglio impazzire qua!
    ARIALDO Ma che impazzire! Ti divertirai!
    BERTOLDO  Oh,  ma  dico,  e  com'  che voi siete diventati tutti cos
    sapienti?
    LANDOLFO Caro mio,  non  si  ritorna  indietro  d'ottocent'anni  nella
    storia senza portarsi appresso un po' d'esperienza!
    ARIALDO Andiamo,  andiamo!  Vedrai come, in poco tempo, ti assorbiremo
    in essa.
    ORDULFO E diventerai, a questa scuola, sapiente anche tu!
    BERTOLDO S,  per carit,  ajutatemi subito!  Datemi almeno le notizie
    principali.
    ARIALDO Lascia fare a noi! Un po' l'uno, un po l'altro...
    LANDOLFO  Ti  legheremo  i fili e ti metteremo in ordine,  come il pi
    adatto e compto dei fantocci. Andiamo, andiamo!

    [Lo prende sotto il braccio per condurlo via.]

    BERTOLDO (fermandosi  e  guardando  verso  il  ritratto  alla  parete)
    Aspettate!   Non   mi   avete  detto  chi    quella  l.   La  moglie
    dell'Imperatore?
    ARIALDO No.  La moglie dell'Imperatore  Berta  di  Susa,  sorella  di
    Amedeo Secondo di Savoia.
    ORDULFO  E  l'Imperatore,  che  vuol  esser  giovane con noi,  non pu
    soffrirla e pensa di ripudiarla.
    LANDOLFO Quella  la sua pi feroce nemica: Matilde,  la  marchesa  di
    Toscana.
    BERTOLDO Ah, ho capito, quella che ospit il Papa...
    LANDOLFO A Canossa, appunto!
    ORDULFO Papa Gregorio Settimo.
    ARIALDO Il nostro spauracchio! Andiamo, andiamo!

    [Si  avviano  tutti  e  quattro per uscire dall'uscio a destra per cui
    sono entrati,  quando dall'uscio a  sinistra  sopravviene  il  vecchio
    cameriere Giovanni, in marsina.]

    GIOVANNI (in fretta, con ansia) Oh! Ps! Franco! Lolo!
    ARIALDO (arrestandosi e voltandosi) Che vuoi?
    BERTOLDO  (meravigliato  di  vederlo entrare in marsina nella sala del
    trono) Oh! E come? Qua dentro, lui?
    LANDOLFO Un uomo del mille e novecento! Via!

    [Gli corre incontro minacciosamente per burla con gli  altri  due  per
    scacciarlo.]

    ORDULFO Messo di Gregorio Settimo, via!
    ARIALDO Via! Via!
    GIOVANNI (difendendosi, seccato) E finitela!
    ORDULFO No! Tu non puoi metter piede qua dentro!
    ARIALDO Fuori! Fuori!
    LANDOLFO  (a  Bertoldo) Sortilegio,  sai!  Demonio evocato dal Mago di
    Roma! Cava, cava la spada!

    [Fa per cavare la spada anche lui.]

    GIOVANNI (gridando) Finitela,  vi dico!  Non fate i matti con  me!  E'
    arrivato il signor Marchese in comitiva...
    LANDOLFO (stropicciandosi le mani) Ah! Benissimo! Ci sono signore?
    ORDULFO (c. s.) Vecchie? Giovani?
    GIOVANNI Ci sono due signori.
    ARIALDO Ma le signore, le signore, chi sono?
    GIOVANNI La signora Marchesa con la figlia.
    LANDOLFO (meravigliato) Oh! E come?
    ORDULFO (c. s.) La Marchesa, hai detto?
    GIOVANNI La Marchesa! La Marchesa!
    ARIALDO E i signori?
    GIOVANNI Non lo so.
    ARIALDO (a Bertoldo) Vengono a darci il contenuto, capisci?
    ORDULFO Tutti messi di Gregorio Settimo! Ci divertiremo!
    GIOVANNI Insomma mi lasciate dire?
    ARIALDO Di'! Di'!
    GIOVANNI Pare che uno di quei due signori sia un medico.
    LANDOLFO Oh! Abbiamo capito, uno dei soliti medici!
    ARIALDO Bravo, Bertoldo! Tu porti fortuna!
    LANDOLFO Vedrai come ce lo lavoreremo, questo signor medico!
    BERTOLDO Io penso che mi trover, cos subito, in un bell'impiccio!
    GIOVANNI Statemi a sentire! Vogliono entrare qua nella sala.
    LANDOLFO (meravigliato e costernato) Come! Lei? La Marchesa, qua?
    ARIALDO Altro che contenuto, allora!
    LANDOLFO Nascer davvero la tragedia!
    BERTOLDO (incuriosito) Perch? Perch?
    ORDULFO (indicando il ritratto) Ma  quella l, non capisci?
    LANDOLFO La figliuola  la fidanzata del Marchese.
    ARIALDO Ma che sono venuti a fare? Si pu sapere?
    ORDULFO Se lui la vede, guai!
    LANDOLFO Ma forse ormai non la riconoscer pi!
    GIOVANNI Bisogna che voi, se si sveglia, lo tratteniate di l.
    ORDULFO S? Scherzi? E come?
    ARIALDO Sai bene com !
    GIOVANNI  Perdio,  anche  con la forza!  - Se mi hanno comandato cos!
    Andate, andate!
    ARIALDO S s, perch forse a quest'ora si sar gi svegliato!
    ORDULFO Andiamo, andiamo!
    LANDOLFO (avviandosi con gli altri, a Giovanni) Ma poi ci spiegherai!
    GIOVANNI (gridando  loro  dietro)  Chiudete  cost,  e  nascondete  la
    chiave! Anche di quest'altra porta!

    [Indica l'altro uscio a destra.]

    [Landolfo, Arialdo e Ordulfo via per il secondo uscio a destra.]

    GIOVANNI (ai due valletti) Via, via anche voialtri! Di l!

    [Indica il primo uscio a destra.]

    Richiudete la porta, e via la chiave!

    [I  due  valletti  escono  dal primo uscio a destra.  Giovanni si reca
    all'uscio di sinistra e lo apre per far passare il marchese Di Nolli.]

    DI NOLLI Hai dato bene gli ordini?
    GIOVANNI S, signor Marchese. Stia tranquillo.

    [Il Di Nolli riesce per un momento a  invitar  gli  altri  a  entrare.
    Entrano prima il barone Tito Belcredi e il dottor Dionisio Genoni, poi
    donna Matilde Spina e la marchesina Frida. Giovanni s'inchina ed esce.
    Donna Matilde Spina  sui 45 anni;  ancora bella e formosa, per quanto
    con troppa evidenza ripari  gl'inevitabili  guasti  dell'et  con  una
    violenta  ma  sapiente  truccatura,  che le compone una fiera testa di
    walkiria. Questa truccatura assume un rilievo che contrasta e conturba
    profondamente nella bocca,  bellissima e  dolorosa.  Vedova  da  molti
    anni,  ha  per amico il barone Tito Belcredi,  che n lei n altri han
    mai preso sul serio, almeno in apparenza. Quel che Tito Belcredi  poi
    in fondo per lei,  lo sa bene lui solo,  che perci pu ridere,  se la
    sua  amica  ha  bisogno  di fingere di non saperlo;  ridere sempre per
    rispondere alle  risa  che  a  suo  carico  le  beffe  della  marchesa
    suscitano negli altri. Smilzo, precocemente grigio, un po' pi giovane
    di lei, ha una curiosa testa d'uccello. Sarebbe vivacissimo, se la sua
    duttile  agilit (che lo fa uno spadaccino temutissimo) non fosse come
    inguainata in una sonnolenta pigrizia d'arabo,  che  si  rivela  nella
    strana  voce  un po' nasale e strascicata.  Frida,  la figliuola della
    marchesa, ha 19 anni.  Intristita nell'ombra in cui la madre imperiosa
    e  troppo  vistosa  la tiene,   anche offesa,  in quest'ombra,  dalla
    facile maldicenza che quella provoca,  non  tanto  pi  a  suo  danno,
    quanto  a danno di lei.  E' per gi per fortuna fidanzata al marchese
    Carlo di Nolli: giovine rigido,  molto indulgente verso gli altri,  ma
    chiuso  e  fermo  in  quel poco che crede di poter essere e valere nel
    mondo;  per quanto forse,  in fondo,  non lo sappia bene  neanche  lui
    stesso.  E,  a  ogni  modo,  costernato dalle tante responsabilit che
    crede gravino su lui;  cos  che  gli  altri  s,  gli  altri  possono
    parlare, beati loro, e divertirsi; lui no, non perch non vorrebbe, ma
    perch  proprio  non  pu.  Veste di strettissimo lutto per la recente
    morte della madre.  Il dottor Dionisio  Genoni  ha  una  bella  faccia
    svergognata  e  rubiconda  da  satiro;  con  occhi fuoruscenti,  corta
    barbettina arguta, lucida come d'argento: belle maniere,  quasi calvo.
    Entrano  costernati,  quasi  paurosi,  guardando la sala con curiosit
    (tranne il Di Nolli); e parlano dapprima a bassa voce.]

    BELCREDI Ah, magnifico! magnifico!
    DOTTORE Interessantissimo!  Anche nelle cose il delirio che torna cos
    appunto! Magnifico, s s, magnifico.
    DONNA  MATILDE  (che ha cercato con gli occhi in giro il suo ritratto,
    scoprendolo e accostandosi) Ah, eccolo l!

    [Mirandolo a giusta  distanza,  mentre  insorgono  in  lei  sentimenti
    diversi.]

    S s... Oh, guarda... Dio mio...

    [Chiama la figlia:]

    Frida, Frida... Guarda...
    FRIDA Ah, il tuo ritratto?
    DONNA MATILDE Ma no! Guarda! Non sono io: sei tu, l!
    DI NOLLI S,  vero? Ve lo dicevo io.
    DONNA MATILDE Ma non avrei mai creduto tanto!

    [Scotendosi come per un brivido alla schiena:]

    Dio, che senso!

    [Poi, guardando la figliuola:]

    Ma come, Frida?

    [Se la stringe accanto, cingendole con un braccio la vita.]

    Vieni! Non ti vedi in me, tu, l?
    FRIDA Mah! Io, veramente...
    DONNA MATILDE Non ti sembra? Ma come non ti sembra?

    [Voltandosi al Belcredi:]
    Guardate voi, Tito! Ditelo voi!
    BELCREDI (senza guardare) Ah,  no,  io non guardo! Per me, "a priori",
    no!
    DONNA MATILDE Che stupido! Crede di farmi un complimento!

    [Rivolgendosi al dottor Genoni:]

    Dica, dica lei dottore!
    DOTTORE (fa per accostarsi).
    BELCREDI (con le spalle voltate,  fingendo di richiamarlo di nascosto)
    Ps! No, dottore! Per carit, non si presti!
    DOTTORE (smarrito e sorridente) E perch non mi dovrei prestare?
    DONNA MATILDE Ma non gli dia retta! Venga! E' insoffribile!
    FRIDA Fa di professione lo scemo, non lo sa?
    BELCREDI (al Dottore, vedendolo andare) Si guardi i piedi, si guardi i
    piedi, dottore! i piedi!
    DOTTORE (c. s.) I piedi? Perch?
    BELCREDI Ha le scarpe di ferro.
    DOTTORE Io?
    BELCREDI Sissignore. E va incontro a quattro piedini di vetro.
    DOTTORE  (ridendo forte) Ma no!  Mi pare che - dopo tutto - non ci sia
    da stupirsi che una figlia somigli alla madre...
    BELCREDI Patatrc! Ecco fatto!
    DONNA MATILDE (esageratamente adirata,  venendo incontro al  Belcredi)
    Perch patatrc? Che cos'ha detto?
    DOTTORE (candidamente) Non  forse cos?
    BELCREDI (rispondendo alla Marchesa) Ha detto che non c' da stupirsi;
    mentre voi ne siete tanto stupita.  E perch,  allora,  scusate, se la
    cosa  per voi adesso cos naturale?
    DONNA MATILDE (ancora pi adirata) Sciocco! Sciocco!  Appunto perch 
    cos naturale! Perch non c' mica mia figlia, l.

    [Indica la tela.]

    Quello  il mio ritratto!  E trovarci mia figlia,  invece che me, m'ha
    stupito; e il mio stupore, vi prego di credere,  stato sincero,  e vi
    proibisco di metterlo in dubbio!

    [Dopo  questa violenta sfuriata,  un momento di silenzio impacciato in
    tutti.]

    FRIDA (piano, seccata) Dio mio, sempre cos... Per ogni nonnulla,  una
    discussione.
    BELCREDI (piano anche lui,  quasi con la coda tra le gambe, in tono di
    scusa) Non ho messo in dubbio nulla,  io.  Ho notato che  tu,  fin  da
    principio non hai condiviso lo stupore di tua madre;  o, se di qualche
    cosa  ti  sei  stupita,     stato  perch  le  sembrasse   tanta   la
    rassomiglianza tra te e quel ritratto.
    DONNA MATILDE Sfido! Perch lei non pu conoscersi in me, com'ero alla
    sua et; mentre io, l, posso bene riconoscermi in lei com' adesso.
    DOTTORE  Giustissimo!  Perch  un  ritratto    l  sempre fisso in un
    attimo;  lontano e senza ricordi per la marchesina;  mentre tutto  ci
    che esso pu ricordare alla signora Marchesa: mosse,  gesti,  sguardi,
    sorrisi, tante cose che l non ci sono...
    DONNA MATILDE Ecco, appunto!
    DOTTORE (seguitando, rivolto a lei) Lei,  naturalmente,  pu rivederle
    vive, ora, in sua figlia.
    DONNA  MATILDE  Ma  lui deve guastarmi sempre ogni minimo abbandono al
    sentimento pi spontaneo, cos, per il gusto di farmi stizzire.
    DOTTORE (abbagliato dai  lumi  che  ha  dato,  ripiglia  con  un  tono
    professorale,  rivolto  al  Belcredi) La rassomiglianza,  caro barone,
    nasce spesso da cose imponderabili! E cos difatti si spiega che...
    BELCREDI (per interrompere la lezione) Che qualcuno pu trovare  anche
    qualche rassomiglianza tra me e lei, caro professore!
    DI NOLLI Lasciamo andare, lasciamo andare, vi prego!

    [Accenna ai due usci a destra per avvertire che di l c' qualcuno che
    pu sentire.]

    Ci siamo gi svagati troppo, venendo...
    FRIDA Sfido! Quando c' lui...

    [accenna al Belcredi.]

    DONNA MATILDE (subito) Volevo bene perci che non venisse!
    BELCREDI  Ma  se  avete  fatto  tanto  ridere  alle  mie  spalle!  Che
    ingratitudine!
    DI NOLLI Basta, ti prego. Tito! Qua c' il dottore; e siamo venuti per
    una cosa molto seria, che tu sai quanto mi prema.
    DOTTORE Ecco,  s.  Vediamo di precisare bene,  prima,  alcuni  punti.
    Questo suo ritratto,  scusi,  signora Marchesa,  come si trova qua? Lo
    regal lei, allora?
    DONNA MATILDE No no. A qual titolo avrei potuto regalarglielo?  Io ero
    allora come Frida,  e neppure fidanzata. Lo cedetti, tre o quattr'anni
    dopo la disgrazia: lo cedetti per le vive insistenze di sua madre.

    [Accenna al Di Nolli.]

    DOTTORE Che era sorella di lui?

    [Accenna verso gli usci di destra, alludendo a Enrico Quarto.

    DI NOLLI S,  dottore;  ed  un debito - questa nostra  venuta  qua  -
    verso mia madre, che m'ha lasciato da un mese. Invece di trovarmi qua,
    io e lei

    [accenna a Frida]

    dovremmo essere in viaggio...
    DOTTORE E assorti in ben altre cure, capisco!
    DI  NOLLI  Mah!  E'  morta  con  la  ferma  fede che fosse prossima la
    guarigione di questo suo fratello adorato.
    DOTTORE E non mi pu dire, scusi, da quali segni lo arguisse?
    DI NOLLI Pare da un certo discorso strano che egli le fece, poco prima
    che la mamma morisse.
    DOTTORE Un discorso? Ecco...  ecco...  sarebbe utilissimo,  utilissimo
    conoscerlo, per bacco!
    DI  NOLLI  Ah,  io  non  lo so!  So che la mamma ritorn da quella sua
    ultima visita,  angosciata;  perch pare che egli  sia  stato  di  una
    tenerezza insolita,  quasi presago della prossima fine di lei. Dal suo
    letto di morte,  ella si fece promettere da me che non  lo  avrei  mai
    trascurato; che lo avrei fatto vedere, visitare...
    DOTTORE  Ecco.  Va bene.  Vediamo,  vediamo prima...  Tante volte,  le
    minime cause... Questo ritratto, dunque...
    DONNA MATILDE Oh Dio,  non credo,  dottore,  che ci si debba dare  una
    soverchia  importanza.  Ha  fatto  impressione  a  me,  perch  non lo
    rivedevo da tanti anni.
    DOTTORE Prego, prego... abbia pazienza...
    DI NOLLI Ma s! Sta l da una quindicina d'anni...
    DONNA MATILDE Pi! Pi di diciotto, ormai!
    DOTTORE Prego,  scusino;  se non  sanno  ancora  che  cosa  io  voglia
    domandare!   Io  faccio  molto  assegnamento,  molto,  su  questi  due
    ritratti,   eseguiti,    m'immagino,    prima   della   famosa   -   e
    disgraziatissima - cavalcata; non  vero?
    DONNA MATILDE Eh, certo!
    DOTTORE  Quand'egli  era dunque perfettamente in sensi,  ecco - volevo
    dir questo! - Propose lui, a lei, di farselo eseguire?
    DONNA MATILDE Ma no,  dottore!  Ce lo facemmo eseguire tanti di quelli
    che prendemmo parte alla cavalcata. Cos, per serbarne un ricordo.
    BELCREDI Me lo feci fare anch'io, il mio, di Carlo d'Angi!
    DONNA MATILDE Appena furono pronti i costumi.
    BELCREDI Perch,  vede?  ci fu la proposta di raccoglierli tutti,  per
    ricordo,  come in una cavalleria,  nel salone della villa dove si fece
    la cavalcata. Ma poi ciascuno volle tenersi il suo.
    DONNA  MATILDE E questo mio,  come le ho detto,  io lo cedetti - senza
    poi tanto rincrescimento - perch sua madre...

    [accenna di nuovo al Di Nolli.]

    DOTTORE Non sa se fu lui a richiederlo?
    DONNA MATILDE Ah, non so!  Forse...  O fu la sorella,  per assecondare
    amorosamente...
    DOTTORE Un'altra cosa,  un'altra cosa!  L'idea della cavalcata venne a
    lui?
    BELCREDI (subito) No no, venne a me! Venne a me!
    DOTTORE Prego...
    DONNA MATILDE Non gli dia retta. Venne al povero Belassi.
    BELCREDI Ma che Belassi!
    DONNA MATILDE (al Dottore) Il conte Belassi, che mor, poverino, due o
    tre mesi dopo.
    BELCREDI Ma se non c'era Belassi, quando...
    DI NOLLI (seccato dalla minaccia  di  una  nuova  discussione)  Scusi,
    dottore,  proprio necessario stabilire a chi venne l'idea?
    DOTTORE Eh s, mi servirebbe...
    BELCREDI  Ma  se  venne  a  me!  Oh questa  bella!  Non avrei mica da
    gloriarmene, dato l'effetto che poi ebbe, scusate! Fu, guardi, dottore
    - me ne ricordo benissimo  -  una  sera  sui  primi  di  novembre,  al
    Circolo.  Sfogliavo una rivista illustrata, tedesca (guardavo soltanto
    le figure,  s'intende,  perch il tedesco io non lo so).  In una c'era
    l'Imperatore,  in  non  so  quale  citt  universitaria  dov'era stato
    studente.
    DOTTORE Bonn, Bonn.
    BELCREDI Bonn, va bene. Parato, a cavallo, in uno degli strani costumi
    tradizionali delle antichissime societ studentesche  della  Germania;
    seguito da un corteo d'altri studenti nobili, anch'essi a cavallo e in
    costume.  L'idea mi nacque da quella vignetta.  Perch deve sapere che
    al Circolo si  pensava  di  fare  qualche  grande  mascherata  per  il
    prossimo  carnevale.  Proposi  questa cavalcata storica: storica,  per
    modo di dire: babelica. Ognuno di noi doveva scegliersi un personaggio
    da rappresentare,  di questo o di quel  secolo:  re  o  imperatore,  o
    principe,  con la sua dama accanto,  regina o imperatrice,  a cavallo.
    Cavalli bardati,  s'intende,  secondo  il  costume  dell'epoca.  E  la
    proposta fu accettata.
    DONNA MATILDE Io l'invito lo ebbi da Belassi.
    BELCREDI Appropriazione indebita,  se vi disse che l'idea era sua. Non
    c'era neppure,  vi dico,  quella  sera  al  Circolo,  quando  feci  la
    proposta. Come non c'era del resto neanche lui!

    [Allude a Enrico Quarto.]

    DOTTORE E lui allora scelse il personaggio di Enrico Quarto?
    DONNA  MATILDE  Perch  io - indotta nella scelta dal mio nome - cos,
    senza pensarci pi che tanto - dissi che  volevo  essere  la  Marchesa
    Matilde di Toscana.
    DOTTORE Non... non capisco bene la relazione...
    DONNA  MATILDE  Eh,  sa!  Neanch'io  da  principio,  quando  mi sentii
    rispondere da lui,  che sarebbe stato allora ai  miei  piedi,  come  a
    Canossa,  Enrico Quarto. S, sapevo di Canossa; ma dico la verit, non
    mi ricordavo bene la storia;  e mi fece anzi una curiosa  impressione,
    ripassandomela  per  prepararmi  a sostenere la mia parte,  ritrovarmi
    fedelissima e zelantissima amica di Papa Gregorio Settimo,  in  feroce
    lotta  contro  l'impero  di  Germania.  Compresi bene allora,  perch,
    avendo io scelto di rappresentare il personaggio della sua implacabile
    nemica, egli mi volle essere accanto,  in quella cavalcata,  da Enrico
    Quarto.
    DOTTORE Ah! Perch forse...?
    BELCREDI  Dottore,  Dio  mio,  perch  lui  le faceva allora una corte
    spietata, e lei

    [indica la marchesa]

    naturalmente...
    DONNA MATILDE (punta, con fuoco) Naturalmente, appunto!  naturalmente!
    E allora pi che mai naturalmente!
    BELCREDI (mostrandola) Ecco: non poteva soffrirlo!
    DONNA MATILDE Ma non  vero!  Non mi era mica antipatico.  Tutt'altro!
    Ma per me, basta che uno voglia farsi prendere sul serio...
    BELCREDI (seguitando) Le d la prova pi lampante della sua stupidit!
    DONNA MATILDE No, caro!  In questo caso,  no.  Perch lui non era mica
    uno stupido come voi.
    BELCREDI Io non mi sono mai fatto prendere sul serio!
    DONNA MATILDE Ah lo so bene! Ma con lui, per, non c'era da scherzare.

    [Con altro tono, rivolgendosi al Dottore:]

    Cpita,  tra le tante disgrazie a noi donne,  caro dottore, di vederci
    davanti,  ogni tanto,  due occhi che ci guardano  con  una  contenuta,
    intensa promessa di sentimento duraturo!

    [Scoppia a ridere stridulamente.]

    Niente  di  pi buffo!  Se gli uomini si vedessero con quel duraturo
    nello sguardo... - Ne ho riso sempre cos! E allora, pi che mai. - Ma
    debbo fare una confessione: posso farla, adesso dopo venti e pi anni.
    - Quando risi cos di lui,  fu anche per paura.  Perch  forse  a  una
    promessa  di  quegli  occhi  si  poteva  credere.   Ma  sarebbe  stato
    pericolosissimo.
    DOTTORE (con vivo interesse,  concentrandosi)  Ecco,  ecco,  questo  -
    questo m'interesserebbe molto di sapere. - Pericolosissimo?
    DONNA  MATILDE (con leggerezza) Appunto perch non era come gli altri!
    E dato che anch'io... s, via,  sono...  sono un po' cos...  pi d'un
    po', per dire la verit...

    [cerca una parola modesta]

    - insofferente, ecco, insofferente di tutto quanto  compassato e cos
    afoso!  - Ma ero allora troppo giovane, capite? e donna: dovevo rodere
    il freno.  -Ci sarebbe voluto un coraggio, che non mi sentii di avere.
    - Risi anche di lui. Con rimorso,  anzi con un vero dispetto contro me
    stessa,  poi,  perch vidi che il mio riso si confondeva con quello di
    tutti gli altri - sciocchi - che si facevano beffe di lui.
    BELCREDI Press'a poco, come di me.
    DONNA MATILDE Voi fate ridere con la smorfia d'abbassarvi sempre, caro
    mio, mentre lui, al contrario!  C' una bella differenza!  - E poi,  a
    voi, vi si ride in faccia!
    BELCREDI Eh, dico, meglio che alle spalle.
    DOTTORE Veniamo a noi,  veniamo a noi!  - Dunque,  gi un po' esaltato
    era, a quanto mi pare di aver compreso!
    BELCREDI S, ma in un modo cos curioso, dottore!
    DOTTORE Come sarebbe?
    BELCREDI Ecco, direi... a freddo...
    DONNA MATILDE Ma che a freddo!  Era  cos,  dottore.  Un  po'  strano,
    certo; ma perch ricco di vita: estroso!
    BELCREDI  Non  dico che simulasse l'esaltazione.  Al contrario,  anzi;
    s'esaltava spesso veramente. Ma potrei giurare, dottore, che si vedeva
    subito, lui stesso, nell'atto della sua esaltazione, ecco. E credo che
    questo dovesse avvenirgli per ogni moto pi spontaneo.  Dico  di  pi:
    sono  certo  che doveva soffrirne.  Aveva,  a volte,  scatti di rabbia
    comicissimi contro se stesso!
    DONNA MATILDE Quest' vero!
    BELCREDI (a Donna Matilde) E perch? (Al Dottore) A mio vedere, perch
    quella subitanea lucidit di rappresentazione lo poneva  fuori,  a  un
    tratto,  d'ogni intimit col suo stesso sentimento, che gli appariva -
    non finto,  perch era sincero - ma come qualche cosa  a  cui  dovesse
    dare  l  per l il valore...  che so?  d'un atto d'intelligenza,  per
    sopperire a quel calore di sincerit cordiale, che si sentiva mancare.
    E improvvisava, esagerava, si lasciava andare,  ecco,  per stordirsi e
    non vedersi pi.  Appariva incostante, fatuo e... s, diciamolo, anche
    ridicolo, qualche volta.
    DOTTORE E... dica, insocievole?
    BELCREDI No, che! Ci stava! Concertatore famoso di quadri plastici, di
    danze,  di recite di  beneficenza;  cos  per  ridere,  beninteso!  Ma
    recitava benissimo, sa?
    DI  NOLLI  Ed    diventato,  con  la  pazzia,  un  attore magnifico e
    terribile!
    BELCREDI Ma fin  da  principio!  Si  figuri  che,  quando  avvenne  la
    disgrazia, dopo che cadde da cavallo...
    DOTTORE Batt la nuca,  vero?
    DONNA MATILDE Ah,  che orrore!  Era accanto a me! Lo vidi tra le zampe
    del cavallo che s'era impennato...
    BELCREDI Ma noi non credemmo affatto dapprima,  che si fosse fatto  un
    gran male. S, ci fu un arresto, un po' di scompiglio nella cavalcata;
    si voleva vedere che cosa fosse accaduto;  ma gi era stato raccolto e
    trasportato nella villa.
    DONNA MATILDE Niente, sa! Neanche la minima ferita! neanche una goccia
    di sangue!
    BELCREDI Si credette soltanto svenuto...
    DONNA MATILDE E quando, circa due ore dopo...
    BELCREDI Gi,  ricomparve nel salone della villa ecco,  questo  volevo
    dire...
    DONNA MATILDE Ah, ma che faccia aveva! Io me ne accorsi subito!
    BELCREDI  Ma  no!  Non  dite!  Non  ce n'accorgemmo nessuno,  dottore,
    capite?
    DONNA MATILDE Sfido! Perch eravate tutti come pazzi!
    BELCREDI Recitava ognuno per burla la sua parte! Era una vera babele!
    DONNA MATILDE Lei immagina, dottore, che spavento,  quando si comprese
    che egli invece, la sua, la recitava sul serio?
    DOTTORE Ah, perch anche lui, allora...?
    BELCREDI Ma s!  Venne in mezzo a noi! Credemmo che si fosse rimesso e
    che avesse preso a recitare anche lui,  come tutti  noi...  meglio  di
    noi,  perch  -  come  le  dico - era bravissimo,  lui!  Insomma,  che
    scherzasse!
    DONNA MATILDE Cominciarono a fustigarlo...
    BELCREDI E allora...  - era  armato  -  da  re  -  sguain  la  spada,
    avventandosi contro due o tre. Fu un momento di terrore per tutti!
    DONNA  MATILDE  Non dimenticher mai quella scena,  di tutte le nostre
    facce mascherate,  sguajate e stravolte,  davanti a  quella  terribile
    maschera di lui, che non era pi una maschera, ma la Folla!
    BELCREDI Enrico Quarto,  ecco! Proprio Enrico Quarto in persona, in un
    momento di furore!
    DONNA MATILDE  Dovette  influire,  io  dico,  l'ossessione  di  quella
    mascherata,  dottore,  l'ossessione  che  per  pi di un mese se n'era
    fatta. La metteva sempre in tutto ci che faceva, questa ossessione!
    BELCREDI  Quello  che  studi   per   prepararsi!   Fino   ai   minimi
    particolari... le minuzie...
    DOTTORE Ah,   facile! Quella che era ossessione momentanea, si fiss,
    con la caduta e la percossa alla nuca,  che  determinarono  il  guasto
    cerebrale.  Si fiss,  perpetuandosi.  Si pu diventare scemi,  si pu
    diventare pazzi.
    BELCREDI (a Frida e al Di Nolli) Capite che scherzi, carini miei?

    [Al Di Nolli:]

    Tu avevi quattro o cinque anni;

    [a Frida:]

    a tua madre pare che tu l'abbia sostituita l in quel  ritratto,  dove
    ancora  non pensava neppur lontanamente che ti avrebbe messa al mondo:
    io sono gi coi capelli grigi; e lui: eccolo l

    [indica il ritratto]

    - taf!  una botta alla nuca - e non si    pi  mosso  di  l:  Enrico
    Quarto.
    DOTTORE (che se ne  stato assorto a meditare, apre le mani davanti al
    volto  come  per  concentrar l'altrui attenzione,  e fa per mettersi a
    dare la sua spiegazione scientifica) Ecco, ecco, dunque, signori miei:
     proprio questo...

    [Ma all'improvviso s'apre il primo uscio a destra (quello  pi  vicino
    alla ribalta) e viene fuori Bertoldo tutto alterato in viso.]

    BERTOLDO  (irrompendo  come  uno  che  non  ne  possa  pi)  Permesso?
    Scusino...

    [S'arresta per di botto per lo scompiglio che la sua comparsa suscita
    subito negli altri.]

    FRIDA (con un grido di spavento, riparandosi) Oh Dio! Eccolo!
    DONNA MATILDE (ritraendosi sgomenta,  con un braccio  levato  per  non
    vederlo) E' lui? E' lui?
    DI NOLLI (subito) Ma no! ma no! State tranquille!
    DOTTORE (stupito) E chi ?
    BELCREDI Uno scappato dalla nostra mascherata!
    DI NOLLI E' uno dei quattro giovani che teniamo qua,  per secondare la
    sua follia.
    BERTOLDO Io chiedo scusa, signor Marchese...
    DI NOLLI Ma che scusa! Avevo dato ordine che le porte fossero chiuse a
    chiave, e che nessuno entrasse qua!
    BERTOLDO Sissignore!  Ma io  non  ci  resisto!  E  le  chiedo  licenza
    d'andarmene!
    DI  NOLLI Ah,  voi siete quello che doveva assumere il servizio questa
    mattina?
    BERTOLDO Sissignore, e le dico che non ci resisto...
    DONNA MATILDE (al Di Nolli con viva costernazione)  Ma  dunque  non  
    cos tranquillo, come dicevi?
    BERTOLDO  (subito)  No,  no,  signora!  Non    lui!  Sono  i miei tre
    compagni!  Lei dice secondare,  signor Marchese?  Ma che  secondare!
    Quelli  non  secondano:  i  veri pazzi sono loro!  Io entro qua per la
    prima volta; e, invece di ajutarmi, signor Marchese...

    [Sopravvengono dallo stesso uscio a  destra  Landolfo  e  Arialdo,  in
    fretta,  con  ansia,  ma arrestandosi davanti all'uscio prima di farsi
    avanti.]

    LANDOLFO Permesso?
    ARIALDO Permesso, signor Marchese?
    DI NOLLI Avanti! Ma insomma che cos'? Che cosa fate?
    FRIDA Oh Dio, io me ne scappo, me ne scappo: ho paura!

    [Fa per avviarsi verso l'uscio di sinistra.]

    DI NOLLI (subito trattenendola) Ma no, Frida!
    LANDOLFO Signor Marchese, questo sciocco...

    [indica Bertoldo...]

    BERTOLDO (protestando) Ah no, grazie tante, cari miei!  Io cos non ci
    sto! non ci sto!
    LANDOLFO Ma come non ci stai?
    ARIALDO Ha guastato tutto, signor Marchese, scappandosene qua!
    LANDOLFO Lo ha fatto montare sulle furie! Non possiamo pi trattenerlo
    di l.  Ha dato ordine che sia arrestato,  e vuole subito giudicarlo
    dal trono! - Come si fa?
    DI NOLLI Ma chiudete! Chiudete! Andate a chiudere quella porta!

    [Landolfo va a chiudere.]

    ARIALDO Non sar possibile al solo Ordulfo trattenerlo...
    LANDOLFO  Ecco,  signor  Marchese;  se  si  potesse  subito,   almeno,
    annunciargli la loro visita, per distornarlo. Se lor signori hanno gi
    pensato sotto qual veste presentarsi...
    DI NOLLI S, s, s' pensato a tutto.

    [Al Dottore:]

    Se lei, dottore, crede di poter fare subito la visita...
    FRIDA Io no,  io no,  Carlo! Mi ritiro. E anche tu, mamma, per carit,
    vieni, vieni con me!
    DOTTORE Dico... non sar mica ancora armato?
    DI NOLLI Ma no! che armato, dottore!

    [A Frida:]

    Scusami,  Frida,  ma codesto tuo timore  proprio puerile!  Sei voluta
    venire...
    FRIDA Ah non io, ti prego:  stata la mamma!
    DONNA  MATILDE  (con  risoluzione)  E  io  sono pronta!  Insomma,  che
    dobbiamo fare?
    BELCREDI E' proprio necessario, scusate, camuffarci in qualche modo?
    LANDOLFO Indispensabile! indispensabile, signore!  Eh,  purtroppo,  ci
    vede...

    [mostra il suo costume.]

    Guai se vedesse lor signori, cos, in abiti d'oggi!
    ARIALDO Crederebbe a un travestimento diabolico.
    DI NOLLI Come a voi appajono travestiti loro,  cos a lui,  nei nostri
    panni, appariremmo travestiti noi.
    LANDOLFO E non sarebbe nulla, forse,  signor Marchese,  se non dovesse
    parergli che fosse opera del suo mortale nemico.
    BELCREDI Il Papa Gregorio Settimo?
    LANDOLFO Appunto! Dice che era un pagano.
    BELCREDI Il papa? Non c' male!
    LANDOLFO Sissignore. E che evocava i morti! Lo accusa di tutte le arti
    diaboliche. Ne ha una paura terribile.
    DOTTORE Il delirio persecutorio!
    ARIALDO Infurierebbe!
    DI NOLLI (a Belcredi) Ma non  necessario che tu ci sia, scusa. Noi ce
    ne andremo di l. Basta che lo veda il dottore.
    DOTTORE Dice... io solo?
    DI NOLLI Ma ci sono loro!

    [indica i tre giovani.]

    DOTTORE No, no... dico se la signora Marchesa...
    DONNA MATILDE Ma s!  Voglio esserci anch'io!  Voglio esserci anch'io!
    Voglio rivederlo!
    FRIDA Ma perch, mamma? Ti prego... Vieni con noi!
    DONNA MATILDE (imperiosa) Lasciami fare! Sono venuta per questo!

    [A Landolfo:]

    Io sar  Adelaide, la madre.
    LANDOLFO Ecco, benissimo. La madre dell'imperatrice Berta,  benissimo!
    Baster  allora  che la signora si cinga la corona ducale e indossi un
    manto che la nasconda tutta.

    [Ad Arialdo.]

    Vai, vai, Arialdo!
    ARIALDO Aspetta: e il signore?

    [accennando al Dottore.]

    DOTTORE Ah, s... abbiamo detto, mi pare, il Vescovo... il Vescovo Ugo
    di Cluny.
    ARIALDO Il signore vuol dire l'Abate? Benissimo: Ugo di Cluny.
    LANDOLFO E' gi venuto qua tant'altre volte...
    DOTTORE (stupito) Come, venuto?
    LANDOLFO Non abbia paura.  Voglio dire che,  essendo un  travestimento
    spiccio...
    ARIALDO S' usato altre volte.
    DOTTORE Ma...
    LANDOLFO Non c' pericolo che se ne ricordi.  Guarda pi all'abito che
    alla persona.
    DONNA MATILDE Questo  bene anche per me, allora.
    DI NOLLI Noi andiamo, Frida! Vieni, vieni con noi, Tito!
    BELCREDI Ah no: se resta lei,

    [indica la Marchesa,]

    resto anch'io.
    DONNA MATILDE Ma non ho affatto bisogno di voi!
    BELCREDI Non dico che ne abbiate  bisogno.  Ho  piacere  di  rivederlo
    anch'io. Non  permesso?
    LANDOLFO S, forse sarebbe meglio che fossero in tre.
    ARIALDO E allora, il signore?
    BELCREDI Mah, veda di trovare un travestimento spiccio anche per me.
    LANDOLFO (ad Arialdo) S, ecco: di cluniacense.
    BELCREDI Cluniacense? Come sarebbe?
    LANDOLFO  Una tonaca da benedettino dell'Abazia di Cluny.  Figurer al
    seguito di Monsignore.

    [Ad Arialdo:]

    Vai, vai!

    [A Bertoldo:]

    E anche tu, via; e non ti far vedere per tutto quest'oggi!

    [Ma, appena li vede avviare,]

    Aspettate!

    [A Bertoldo:]

    Porta qua tu gl'indumenti che lui ti dar!

    [Ad Arialdo:]

    E tu vai subito ad annunciare la visita della Duchessa Adelaide e di
    Monsignore Ugo di Cluny. Intesi?

    [Arialdo e Bertoldo via per il primo uscio a destra.]

    DI NOLLI Noi allora ci ritiriamo.

    [Via con Frida per l'uscio a sinistra.]

    DOTTORE (a Landolfo) Mi dovrebbe, credo,  veder bene sotto le vesti di
    Ugo di Cluny.
    LANDOLFO Benissimo. Stia tranquillo. Monsignore  stato sempre accolto
    qua  con  grande  rispetto.  E  anche  lei,  stia tranquilla,  signora
    Marchesa.  Ricorda sempre che deve all'intercessione di loro  due  se,
    dopo due giorni di attesa,  in mezzo alla neve,  gi quasi assiderato,
    fu ammesso nel castello di Canossa alla presenza di  Gregorio  Settimo
    che non voleva riceverlo.
    BELCREDI E io, scusate?
    LANDOLFO Lei si tenga rispettosamente da parte.
    DONNA MATILDE (irritata, molto nervosa) Fareste bene ad andarvene!
    BELCREDI (piano, stizzoso) Voi siete molto commossa...
    DONNA MATILDE (fiera) Sono come sono! Lasciatemi in pace!

    [Rientra Bertoldo con gli indumenti.]

    LANDOLFO (vedendolo entrare) Ah,  ecco qua gli abiti!  - Questo manto,
    per la Marchesa.
    DONNA MATILDE Aspettate, mi levo il cappello!

    [Eseguisce, e lo porge a Bertoldo.]

    LANDOLFO Lo porterai di l.

    [Poi alla Marchesa, accennando di cingerle in capo la corona ducale:]

    Permette?
    DONNA MATILDE Ma, Dio mio, non c' uno specchio qua?
    LANDOLFO Ci sono di l.

    [Indica l'uscio a sinistra.]

    Se la signora Marchesa vuol fare da s...
    DONNA MATILDE S, s, sar meglio, date qua; faccio subito.

    [Riprende il cappello ed esce con Bertoldo che  reca  il  manto  e  la
    corona.  Nel  mentre  il  Dottore e Belcredi indosseranno da s,  alla
    meglio, le tonache da benedettini.]

    BELCREDI Questa di far da benedettino, dico la verit, non me la sarei
    mai aspettata. Oh, dico:  una pazzia che costa fior di quattrini!
    DOTTORE Mah! Anche tant'altre pazzie veramente...
    BELCREDI Quando, per secondarle, si ha a disposizione un patrimonio...
    LANDOLFO Sissignore.  Abbiamo di l un  intero  guardaroba,  tutto  di
    costumi del tempo,  eseguiti a perfezione,  su modelli antichi. E' mia
    cura particolare: mi rivolgo a sartorie teatrali competenti. Si spende
    molto.
    DONNA MATILDE [rientra parata col manto e la corona.]
    BELCREDI (subito, ammirandola) Ah, magnifica! Veramente regale!
    DONNA MATILDE (vedendo Belcredi e scoppiando a ridere) Oh Dio!  Ma no;
    levatevi!  Voi  siete  impossibile!  Sembrate  uno  struzzo vestito da
    monaco!
    BELCREDI E guardate il dottore!
    DOTTORE Eh, pazienza... pazienza.
    DONNA MATILDE Ma no, meno male, il dottore... Voi fate proprio ridere!
    DOTTORE (a Landolfo) Ma si fanno dunque molti ricevimenti qua?
    LANDOLFO Secondo. Tante volte ordina che gli si presenti questo o quel
    personaggio.  E allora bisogna cercar qualcuno che  si  presti.  Anche
    donne...
    DONNA MATILDE (ferita, e volendo nasconderlo) Ah! Anche donne?
    LANDOLFO Eh, prima, s... Molte.
    BELCREDI (ridendo) Oh bella! In costume?

    [indicando la Marchesa:]

    Cos?
    LANDOLFO Mah, sa: donne, di quelle che...
    BELCREDI Che si prestano, ho capito!

    [Perfido, alla Marchesa:]

    Badate, che diventa per voi pericoloso!

    [Si apre il secondo uscio a destra e appare Arialdo,  che fa prima, di
    nascosto,  un cenno per arrestare ogni  discorso  nella  sala,  e  poi
    annunzia solennemente:]

    ARIALDO Sua Maest l'Imperatore!

    [Entrano prima i due Valletti che vanno a postarsi ai piedi del trono.
    Poi entra tra Ordulfo e Arialdo, che si tengono rispettosamente un po'
    indietro,  Enrico Quarto.  E' presso alla cinquantina, pallidissimo, e
    gi grigio sul dietro del capo;  invece,  sulle tempie e sulla fronte,
    appare biondo,  per via di una tintura quasi puerile, evidentissima; e
    sui pomelli,  in mezzo al tragico  pallore,  ha  un  trucco  rosso  da
    bambola,  anch'esso evidentissimo.  Veste sopra l'abito regale un sajo
    da penitente,  come a Canossa.  Ha negli occhi una fissit  spasimosa,
    che  fa  spavento,  in contrasto con l'atteggiamento della persona che
    vuol essere d'umilt penitente,  tanto pi ostentata quanto pi  sente
    che  immeritato    quell'avvilimento.  -  Ordulfo regge a due mani la
    corona imperiale.  Arialdo lo scettro con l'Aquila e il globo  con  la
    Croce.]

    ENRICO  QUARTO  (inchinandosi  prima a Donna Matilde,  poi al Dottore)
    Madonna... Monsignore...

    [Poi guarda il Belcredi e fa per inchinarsi anche a lui, ma si volge a
    Landolfo  che  gli  si    fatto  presso,   e  domanda  sottovoce  con
    diffidenza:]

    E' Pietro Damiani?

    LANDOLFO No, Maest,  un monaco di Cluny che accompagna l'Abate.
    ENRICO  QUARTO (torna a spiare il Belcredi con crescente diffidenza e,
    notando che egli si volge sospeso e imbarazzato a Donna Matilde  e  al
    Dottore, come per consigliarsi con gli occhi, si rizza sulla persona e
    grida) E' Pietro Damiani!  -Inutile, Padre, guardare la Duchessa!

    [Subito volgendosi a Donna Matilde come a scongiurare un pericolo:]

    Vi giuro,  vi giuro, Madonna, che il mio animo  cangiato verso vostra
    figlia! Confesso che

    [indica il Belcredi]

    non fosse venuto a impedirmelo in nome del  Papa  Alessandro,  l'avrei
    ripudiata! S: c'era chi si prestava a favorire il ripudio: il vescovo
    di Magonza, per centoventi poderi.

    [Sogguarda un po' smarrito Landolfo, e dice subito:]

    Ma non debbo in questo momento dir male dei vescovi.

    [Ritorna umile davanti a Belcredi:]

    Vi  sono grato,  credetemi che vi sono grato,  ora Pietro Damiani,  di
    quell'impedimento!  - Tutta d'umiliazioni  fatta la mia vita:  -  mia
    madre,  Adalberto,  Tribur,  Goslar  - e ora questo sajo che mi vedete
    addosso.

    [Cangia tono improvvisamente e dice come uno che,  in una parentesi di
    astuzia, si ripassi la parte:]

    Non  importa!  Chiarezza d'idee,  perspicacia,  fermezza di contegno e
    pazienza nell'avversa fortuna!

    [Quindi si volge a tutti e dice con gravit compunta:]

    So correggere gli errori commessi;  e  anche  davanti  a  voi,  Pietro
    Damiani, mi umilio!

    [Si  inchina  profondamente,  e  resta  l  curvo davanti a lui,  come
    piegato da un obliquo  sospetto  che  ora  gli  nasce  e  che  gli  fa
    aggiungere, quasi suo malgrado, in tono minaccioso:]

    Se non  partita da voi l'oscena voce che la mia santa madre,  Agnese,
    abbia illeciti rapporti col vescovo Enrico d'Augusta!
    BELCREDI (poich Enrico Quarto resta ancora curvo,  col dito appuntato
    minacciosamente  contro  di  lui,  si  pone  le mani sul petto,  e poi
    negando) No... da me, no...
    ENRICO QUARTO (rizzandosi) No,  vero? Infamia!

    [Lo squadra un po' e poi dice:]

    Non ve ne credo capace.

    [Si avvicina al Dottore  e  gli  tira  un  po'  la  manica  ammiccando
    furbescamente.]

    Sono loro! Sempre quelli, Monsignore!
    ARIALDO (piano, con un sospiro, come per suggerire al Dottore) Eh, s,
    i vescovi rapitori.
    DOTTORE (per sostenere la parte,  volto ad Arialdo) Quelli,  eh gi...
    quelli...
    ENRICO QUARTO  Nulla    bastato  a  costoro!  -  Un  povero  ragazzo,
    Monsignore...  Si  passa  il  tempo,  giocando  - anche quando,  senza
    saperlo, si  re.  Sei anni avevo e mi rapirono a mia madre,  e contro
    di  lei  si  servirono di me,  ignaro,  e contro i poteri stessi della
    Dinastia,  profanando  tutto,  rubando,   rubando;   uno  pi  ingordo
    dell'altro: Anno pi di Stefano, Stefano pi di Anno!
    LANDOLFO (sottovoce, persuasivo, per richiamarlo) Maest...
    ENRICO QUARTO (subito voltandosi) Ah, gi! Non debbo in questo momento
    dir  male dei vescovi.  - Ma questa infamia su mia madre,  Monsignore,
    passa la parte!
    [Guarda la Marchesa e s'intenerisce.]

    E non posso neanche piangerla,  Madonna.  -  Mi  rivolgo  a  voi,  che
    dovreste aver viscere materne. Venne qua a trovarmi, dal suo convento,
    or' circa un mese. Mi hanno detto che  morta.

    [Pausa tenuta, densa di commozione. Poi sorridendo mestissimamente:]

    Non posso piangerla, perch se voi ora siete qua, e io cos

    [mostra il sajo che ha indosso,]

    vuol dire che ho ventisei anni.
    ARIALDO (quasi sottovoce dolcemente per confortarlo) E che dunque ella
     viva, Maest.
    ORDULFO (c. s.) Ancora nel suo convento.
    ENRICO QUARTO (si volta a guardarli) Gi;  e posso dunque rimandare ad
    altro tempo il dolore.

    [Mostra alla Marchesa, quasi con civetteria,  la tintura che si  data
    ai capelli:]

    Guardate: ancora biondo...

    [Poi piano; come in confidenza:]

    Per voi!  - Io non ne avrei bisogno. Ma giova qualche segno esteriore.
    Termini di tempo, mi spiego, Monsignore?

    [Si riaccosta alla Marchesa, e osservandole i capelli:]

    Eh, ma vedo che... anche voi, Duchessa...

    [Strizza un occhio e fa segno espressivo con la mano:]

    Eh, italiana...

    [come a dire: finta;  ma senz'ombra  di  sdegno,  anzi  con  maliziosa
    ammirazione:]

    Dio mi guardi dal mostrarne disgusto o meraviglia! - Velleit! Nessuno
    vorrebbe  riconoscere  quel  certo  potere oscuro e fatale che assegna
    limiti alla volont.  Ma,  dice,  se si nasce e si muore!  -  Nascere,
    Monsignore:  voi l'avete voluto?  Io no.  - E tra l'un caso e l'altro,
    indipendenti entrambi dalla nostra volont,  tante cose avvengono  che
    tutti  quanti  vorremmo  non  avvenissero,  e  a  cui  a malincuore ci
    rassegniamo!
    DOTTORE (tanto per dire qualche cosa,  mentre lo studia  attentamente)
    Eh s, purtroppo!
    ENRICO  QUARTO  Ecco:  quando  non  ci  rassegniamo,  vengono fuori le
    velleit. Una donna che vuol essere uomo...  un vecchio che vuol esser
    giovine...  -  Nessuno  di  noi mente o finge!  - C' poco da dire: ci
    siamo fissati tutti in buona fede in un bel concetto  di  noi  stessi.
    Monsignore,  per,  mentre voi vi tenete fermo, aggrappato con tutte e
    due le mani alla vostra  tonaca  santa,  di  qua,  dalle  maniche,  vi
    scivola,  vi scivola,  vi sguiscia come un serpe qualche cosa,  di cui
    non v'accorgete. Monsignore,  la vita!  E sono sorprese,  quando ve la
    vedete d'improvviso consistere davanti cos sfuggita da voi;  dispetti
    e ire contro voi stesso; o rimorsi; anche rimorsi. Ah, se sapeste,  io
    me ne son trovati tanti davanti! Con una faccia che era la mia stessa,
    ma cos orribile, che non ho potuto fissarla... -

    [Si riaccosta alla Marchesa.]

    A  voi  non   mai avvenuto,  Madonna?  Vi ricordate proprio di essere
    stata sempre la stessa, voi? Oh Dio,  ma un giorno...  - com'?  com'
    che poteste commettere quella tale azione...

    [La fissa cos acutamente negli occhi, da farla quasi smorire.]

    - s,  quella, appunto! - ci siamo capiti. (Oh, state tranquilla che
    non la sveler a nessuno!) E che voi,  Pietro Damiani,  poteste essere
    amico di quel tale...
    LANDOLFO (c. s.) Maest...
    ENRICO QUARTO (subito) No no,  non glielo nomino!  So che gli fa tanto
    dispetto!

    [Voltandosi a Belcredi, come di sfuggita:]

    Che opinione eh?  che opinione ne avevate...  - Ma tutti,  pur non  di
    meno,  seguitiamo a tenerci stretti al nostro concetto,  cos come chi
    invecchia si ritinge i capelli. Che importa che questa mia tintura non
    possa essere, per voi, il color vero dei miei capelli? - Voi, Madonna,
    certo non ve li tingete per ingannare gli altri,  n voi;  ma solo  un
    poco  -  poco  poco - la vostra immagine davanti allo specchio.  Io lo
    faccio per ridere.  Voi lo fate sul serio.  Ma  vi  assicuro  che  per
    quanto sul serio,  siete mascherata anche voi, Madonna; e non dico per
    la venerabile corona che vi cinge la fronte, e a cui m'inchino,  o per
    il  vostro manto ducale;  dico soltanto per codesto ricordo che volete
    fissare in voi artificialmente del vostro  color  biondo,  in  cui  un
    giorno  vi siete piaciuta;  o del vostro color bruno se eravate bruna:
    l'immagine che vien meno della vostra giovent. A voi, Pietro Damiani,
    invece,  il ricordo di ci che siete stato,  di ci che  avete  fatto,
    appare ora riconoscimento di realt passate, che vi restano dentro - 
    vero?  -  come  un  sogno.  E anche a me - come un sogno - e tante,  a
    ripensarci,  inesplicabili...  - Mah!  -  Nessuna  meraviglia,  Pietro
    Damiani; sar cos domani della nostra vita d'oggi!

    [Tutt'a un tratto infuriandosi e afferrandosi il sajo addosso:]

    Questo sajo qua!

    [Con gioja quasi feroce facendo atto di strapparselo,  mentre Arialdo,
    Ordulfo subito accorrono spaventati, come per trattenerlo:]

    Ah per Dio!

    [Si tira indietro e, levandosi il sajo, grida loro:]

    Domani,   a  Bressanone,   ventisette  vescovi  tedeschi  e   lombardi
    firmeranno  con  me  la  destituzione  di  Papa  Gregorio Settimo: non
    Pontefice, ma monaco falso!
    ORDULFO (con gli altri due, scongiurandolo di tacere) Maest,  Maest,
    in nome di Dio!
    ARIALDO  (invitandolo  coi gesti a rimettersi il sajo) Badate a quello
    che dite!
    LANDOLFO Monsignore  qua, insieme con la Duchessa, per intercedere in
    vostro favore!

    [E di nascosto fra pressanti segni al Dottore di  dir  subito  qualche
    cosa.]

    DOTTORE (smarrito) Ah, ecco... s... Siamo qua per intercedere...
    ENRICO QUARTO (subito pentito,  quasi spaventato,  lasciandosi dai tre
    rimettere sulle spalle il sajo e stringendoselo addosso  con  le  mani
    convulse) Perdono...  s, s... perdono, perdono, Monsignore; perdono,
    Madonna... Sento, vi giuro, sento tutto il peso dell'anatema!

    [Si curva, prendendosi la testa fra le mani, come in attesa di qualche
    cosa che debba schiacciarlo; e sta un po' cos, ma poi con altra voce,
    pur senza scomporsi, dice piano, in confidenza a Landolfo,  ad Arialdo
    e a Ordulfo:]

    Ma  io non so perch,  oggi non riesco a essere umile davanti a quello
    l!

    [E indica, come di nascosto, il Belcredi.]

    LANDOLFO (sottovoce) Ma perch voi, Maest,  vi ostinate a credere che
    sia Pietro Damiani, mentre non !
    ENRICO QUARTO (sogguardandolo con timore) Non  Pietro Damiani?
    ARIALDO Ma no,  un povero monaco, Maest!
    ENRICO  QUARTO (dolente,  con sospirosa esasperazione) Eh,  nessuno di
    noi pu valutare ci che fa,  quando  fa  per  istinto...  Forse  voi,
    Madonna,  potete  intendermi  meglio degli altri,  perch siete donna.
    [[Questo  un  momento  solenne  e  decisivo.  Potrei,  guardate,  ora
    stesso,  mentre parlo con voi, accettar l'ajuto dei vescovi lombardi e
    impossessarmi del Pontefice, assediandolo qui nel Castello;  correre a
    Roma a eleggervi un antipapa; porgere la mano all'alleanza con Roberto
    Guiscardo.   -  Gregorio  Settimo  sarebbe  perduto!  -  Resisto  alla
    tentazione,  e credetemi che sono saggio.  Sento l'aura dei tempi e la
    maest  di  chi  sa essere quale deve essere: un Papa!  - Vorreste ora
    ridere di me,  vedendomi  cos?  Sareste  tanti  stupidi,  perch  non
    capireste  che  sapienza  politica  mi  consiglia  ora  quest'abito di
    penitenza. Vi dico che le parti, domani,  potrebbero essere invertite!
    E  che  fareste  voi  allora?  Ridereste per caso del Papa in veste di
    prigioniero?  - No.  - Saremmo pari.  - Un  mascherato  io,  oggi,  da
    penitente;  lui,  domani, da prigioniero. Ma guai a chi non sa portare
    la sua maschera,  sia da Re,  sia da Papa.  - Forse egli  ora un  po'
    troppo  crudele:  questo  s.]] Pensate,  Madonna,  che Berta,  vostra
    figlia, per cui, vi ripeto, il mio animo  cangiato

    [si volta improvvisamente a Belcredi e gli grida in  faccia,  come  se
    avesse detto di no]

    cangiato,  cangiato,  per  l'affetto  e  la devozione di cui ha saputo
    darmi prova in questo terribile momento!

    [S'arresta, convulso, dallo scatto iroso,  e fa sforzi per contenersi,
    con  un  gemito d'esasperazione nella gola;  poi si volge di nuovo con
    dolce e dolente umilt alla Marchesa.]

    E' venuta con me, Madonna;  gi nel cortile;  ha voluto seguirmi come
    una  mendica,  ed  gelata,  gelata da due notti all'aperto,  sotto la
    neve! Voi siete sua madre! Dovrebbero muoversi le viscere della vostra
    misericordia e implorare con lui,

    [indica il Dottore]

    dal Pontefice, il perdono: che ci riceva!
    DONNA MATILDE (tremante, con un filo di voce) Ma s, s, subito...
    DOTTORE Lo faremo, lo faremo!
    ENRICO QUARTO E un'altra cosa! Un'altra cosa!

    [Se li chiama intorno e dice piano, in gran segreto:]

    Non basta che mi riceva.  Voi sapete che egli pu tutto  -  vi  dico
    tutto - Evoca perfino i morti!
    [Si picchia sul petto.]

    Eccomi qua!  Mi vedete!  - E con c' arte di magia che gli sia ignota.
    Ebbene, Monsignore,  Madonna: la mia vera condanna  questa - o quella
    - guardate

    [indica il suo ritratto alla parete, quasi con paura,]

    di  non  potermi  pi  distaccare da quest'opera di magia!  - Sono ora
    penitente, e cos resto; vi giuro che ci resto finch Egli con m'abbia
    ricevuto.  Ma poi voi due,  dopo la revoca della  scomunica,  dovreste
    implorarmi questo dal Papa che lo pu: di staccarmi di l indica

    [di nuovo il ritratto,]

    e farmela vivere tutta, questa mia povera vita, da cui sono escluso...
    con si pu aver sempre ventisei anni, Madonna! E io ve lo chiedo anche
    per  vostra  figlia: che io la possa amare come ella merita,  cos ben
    disposto come sono adesso,  intenerito  come  sono  adesso  dalla  sua
    piet. Ecco. Questo. Sono nelle vostre mani...

    [Si inchina.]

    Madonna! Monsignore!

    [E fa per ritirarsi,  cos inchinandosi,  per l'uscio donde  entrato;
    se non che, scorto il Belcredi che s'era un po' accostato per sentire,
    nel vedergli voltar la faccia verso il fondo e supponendo  che  voglia
    rubargli  la  corona  imperiale posata sul trono,  tra lo stupore e lo
    sgomento di tutti,  corre a prenderla e a nascondersela sotto il sajo,
    e  con  un  sorriso  furbissimo  negli  occhi  e  sulle labbra torna a
    inchinarsi ripetutamente e scompare.  La marchesa  cos profondamente
    commossa, che casca di schianto a sedere, quasi svenuta.]

    TELA.


    ATTO SECONDO.


    [Altra  sala  della villa,  contigua a quella del trono,  addobbata di
    mobili antichi e austeri.  A destra,  a circa due palmi dal  suolo,  
    come  un  coretto,  cinto  da  una  ringhiera  di  legno a pilastrini,
    interrotta  lateralmente  e  sul  davanti,  ove  sono  i  due  gradini
    d'accesso.  Su  questo  coretto sar una tavola e cinque seggioloni di
    stile, uno a capo e due per lato.  La comune in fondo.  A sinistra due
    finestre  che dnno sul giardino.  A destra un uscio che d nella sala
    del trono. Nel pomeriggio avanzato dello stesso giorno.]

    [Sono in scena Donna Matilde,  il Dottore e Tito  Belcredi.  Seguitano
    una  conversazione;  ma  Donna  Matilde  si  tiene  appartata,  fosca,
    evidentemente infastidita da ci che  dicono  gli  altri  due,  a  cui
    tuttavia non pu fare a meno di prestare orecchio,  perch nello stato
    d'irrequietezza in cui si trova,  ogni cosa la interessa suo malgrado,
    impedendole  di concentrarsi a maturare un proposito pi forte di lei,
    che le balena e la tenta. Le parole che ode degli altri due attraggono
    la sua attenzione, perch istintivamente sente come il bisogno d'esser
    trattenuta in quel momento.]

    BELCREDI Sar,  sar come lei dice,  caro dottore,  ma questa  la mia
    impressione.
    DOTTORE   Non   dico  di  no;   ma  creda  che    soltanto...   cos,
    un'impressione.   BELCREDI  Scusi:  per   l'ha   perfino   detto,   e
    chiaramente!

    [Voltandosi alla Marchesa:]

    Non  vero, Marchesa?
    DONNA MATILDE (frastornata, voltandosi) Che ha detto?

    [Poi, non consentendo]

    Ah s... Ma non per la ragione che voi credete.
    DOTTORE Intendeva dei nostri abiti soprammessi: il suo manto

    [indica la Marchesa]

    le nostre tonache da benedettini. E tutto questo  puerile.
    DONNA MATILDE (di scatto,  voltandosi di nuovo sdegnata) Puerile?  Che
    dice, dottore?
    DOTTORE  Da  un  canto,  s!  Prego;  mi  lasci  dire,  Marchesa.   Ma
    dall'altro, molto pi complicato di quanto possiate immaginare.
    DONNA MATILDE Per me  chiarissimo, invece.
    DOTTORE  (col  sorriso  di  compatimento  d'un  competente  verso  gli
    incompetenti) Eh s!  Bisogna intendere questa speciale psicologia dei
    pazzi,  per  cui  -  guardi  - si pu essere anche sicuri che un pazzo
    nota, pu notare benissimo un travestimento davanti a lui; e assumerlo
    come tale;  e sissignori,  tuttavia,  crederci;  proprio come fanno  i
    bambini,  per cui  insieme giuoco e realt.  Ho detto perci puerile.
    Ma  poi complicatissimo in questo senso,  ecco:  che  egli  ha,  deve
    avere  perfettamente coscienza di essere per s,  davanti a se stesso,
    una Immagine: quella sua immagine l!

    [Allude al ritratto nella sala del trono,  indicando perci  alla  sua
    sinistra.
    BELCREDI L'ha detto!
    DOTTORE Ecco,  benissimo!  - Un'immagine,  a cui si sono fatte innanzi
    altre immagini: le nostre,  mi spiego?  Ora egli,  nel suo  delirio  -
    acuto e lucidissimo - ha potuto avvertire subito una differenza tra la
    sua e le nostre: cio,  che c'era in noi,  nelle nostre immagini,  una
    finzione.  E ne ha diffidato.  Tutti i pazzi sono sempre armati  d'una
    continua vigile diffidenza.  Ma questo  tutto! A lui naturalmente con
     potuto sembrare pietoso questo nostro giuoco,  fatto attorno al suo.
    E il suo a noi s' mostrato tanto pi tragico,  quanto pi egli, quasi
    a sfida - mi spiego?  -  indotto  dalla  diffidenza,  ce  l'ha  voluto
    scoprire appunto come un giuoco;  anche il suo,  sissignori, venendoci
    avanti con un po' di tintura sulle tempie e sulle guance,  e dicendoci
    che se l'era data apposta, per ridere!
    DONNA MATILDE (scattando di nuovo) No.  Non  questo,  dottore!  Non 
    questo! Non  questo!
    DOTTORE Ma come non  questo?
    DONNA MATILDE (recisa,  vibrante) Io  sono  sicurissima  ch'egli  m'ha
    riconosciuta!
    DOTTORE Non  possibile... non  possibile...
    BELCREDI (contemporaneamente) Ma che!
    DONNA  MATILDE (ancora pi recisa,  quasi convulsa) M'ha riconosciuta,
    vi dico. Quand' venuto a parlarmi da vicino, guardandomi negli occhi,
    proprio dentro gli occhi - m'ha riconosciuta!
    BELCREDI Ma se parlava di vostra figlia...
    DONNA MATILDE Non  vero! - Di me! Parlava di me!
    BELCREDI S, forse, quando disse...
    DONNA MATILDE (subito,  senza ritegno) Dei miei capelli tinti!  Ma non
    avete  notato che aggiunse subito: oppure il ricordo del vostro color
    bruno,  se eravate bruna?  -  S'  ricordato  perfettamente  che  io,
    allora, ero bruna.
    BELCREDI Ma che! Ma che!
    DONNA  MATILDE  (senza  dargli retta,  rivolgendosi al Dottore) I miei
    capelli,  dottore,  sono difatti bruni - come quelli di mia figlia.  E
    perci s' messo a parlare di lei!
    BELCREDI Ma se non la conosce, vostra figlia! Se non l'ha mai veduta!
    DONNA MATILDE Appunto!  Non capite nulla! Per mia figlia intendeva me;
    me com'ero allora!
    BELCREDI Ah, questo  contagio! Questo  contagio!
    DONNA MATILDE (piano, con sprezzo) Ma che contagio! Sciocco!
    BELCREDI Scusate, siete stata mai sua moglie, voi? Vostra figlia,  nel
    suo delirio,  sua moglie: Berta di Susa.
    DONNA MATILDE Ma perfettamente! Perch io, non pi bruna - com'egli mi
    ricordava  -  ma  cos,  bionda,  mi  sono  presentata  a  lui  come
    Adelaide la madre.  - Mia figlia per lui con esiste - non  l'ha  mai
    veduta - l'avete detto voi stesso.  Che ne sa perci,  se sia bionda o
    bruna?
    BELCREDI Ma ha detto bruna, cos,  in generale,  Dio mio!  di chi vuol
    fissare, comunque, sia bionda sia bruna, il ricordo della giovent nel
    colore  dei  capelli!  E  voi  al solito vi mettete a fantasticare!  -
    Dottore,  dice che non sarei dovuto venire io - ma non sarebbe  dovuta
    venire lei!
    DONNA   MATILDE   (abbattuta  per  un  momento  dall'osservazione  del
    Belcredi,  e rimasta assorta,  ora si  riprende,  ma  smaniosa  perch
    dubitante) No...  no...  parlava di me... Ha parlato sempre a me e con
    me e di me...
    BELCREDI Alla grazia! Non m'ha lasciato un momento di respiro,  e dite
    che  ha  parlato  sempre  di  voi?  Tranne  che  non  vi sia parso che
    alludesse anche a voi, quando parlava con Pietro Damiani!
    DONNA MATILDE (con  aria  di  sfida,  quasi  rompendo  ogni  freno  di
    convenienza)  E  chi  lo sa?  - Mi sapete dire perch subito,  fin dal
    primo momento, ha sentito avversione per voi, soltanto per voi?

    [Dal tono della domanda deve risultare infatti,  quasi  esplicita,  la
    risposta:  Perch  ha  capito  che  voi  siete  il  mio amante! - Il
    Belcredi lo avverte cos bene, che l per l resta come smarrito in un
    vano sorriso.]

    DOTTORE La ragione,  scusino,  pu essere anche nel fatto che  gli  fu
    annunziata  soltanto la visita della Duchessa Adelaide e dell'Abate di
    Cluny. Trovandosi davanti un terzo,  che non gli era stato annunziato,
    subito la diffidenza...
    BELCREDI  Ecco,  benissimo,  la  diffidenza  gli  fece vedere in me un
    nemico:  Pietro  Damiani!   -  Ma  se      intestata,   che   l'abbia
    riconosciuta...
    DONNA  MATILDE  Su  questo  non c' dubbio!  - Me l'hanno detto i suoi
    occhi,  dottore: sapete quando si guarda in un modo che...  che nessun
    dubbio  pi possibile! Forse fu un attimo, che volete che vi dica?
    DOTTORE Non  da escludere: un lucido momento...
    DONNA  MATILDE  Ecco forse!  E allora il suo discorso m' parso pieno,
    tutto,  del rimpianto della mia e della sua giovent - per questa cosa
    orribile che gli  avvenuta, e che l'ha fermato l, in quella maschera
    da  cui  con  s' potuto pi distaccare,  e da cui si vuole,  si vuole
    distaccare!
    BELCREDI Gi!  Per potersi mettere ad amare vostra figlia.  O  voi,  -
    come credete - intenerito dalla vostra piet.
    DONNA MATILDE Che  tanta, vi prego di credere!
    BELCREDI Si vede,  Marchesa!  Tanta che un taumaturgo vedrebbe pi che
    probabile il miracolo.
    DOTTORE Permettete che parli io adesso? Io non faccio miracoli, perch
    sono un medico e non un taumaturgo,  io.  Sono stato molto  attento  a
    tutto  ci  che  ha  detto,  e  ripeto  che  quella  certa  elasticit
    analogica,  propria di ogni delirio sistematizzato,   evidente che in
    lui  gi molto... come vorrei dire? rilassata. Gli elementi, insomma,
    del  suo  delirio  non si tengono pi saldi a vicenda.  Mi pare che si
    riequilibri a stento,  ormai,  nella sua personalit soprammessa,  per
    bruschi  richiami  che lo strappano - (e questo  molto confortante) -
    non da uno stato di incipiente apatia,  ma  piuttosto  da  un  morbido
    adagiamento in uno stato di malinconia riflessiva, che dimostra una...
    s,  veramente  considerevole  attivit cerebrale.  Molto confortante,
    ripeto.  Ora,  ecco,   se  con  questo  trucco  violento  che  abbiamo
    concertato...
    DONNA  MATILDE  (voltandosi verso la finestra,  col tono di una malata
    che si lamenta) Ma com' che ancora non ritorna  quest'automobile?  In
    tre ore e mezzo...
    DOTTORE (stordito) come dice?
    DONNA MATILDE Quest'automobile, dottore! Sono pi di tre ore e mezzo!
    DOTTORE  (cavando  e  guardando  l'orologio)  Eh,  pi  di quattro per
    questo!
    DONNA MATILDE Potrebbe esser qua da mezz'ora, almeno. Ma, al solito...
    BELCREDI Forse non trovano l'abito.
    DONNA MATILDE Ma se ho indicato con precisione dov' riposto!

    [E impazientissima]

    Frida, piuttosto... Dov' Frida?
    BELCREDI (sporgendosi un po' dalla finestra) Sar  forse  in  giardino
    con Carlo.
    DOTTORE La persuader a vincere la paura...
    BELCREDI Ma non  paura, dottore; non ci creda! E' che si secca.
    DONNA MATILDE Fatemi il piacere di non pregarla affatto! Io so com'!
    DOTTORE Aspettiamo, con pazienza. Tanto, si far tutto in un momento e
    dev'essere di sera. Se riusciamo a scrollarlo, dicevo, a spezzare d'un
    colpo  con questo strappo violento i fili gi rallentati che lo legano
    ancora alla sua finzione,  ridandogli quello che  egli  stesso  chiede
    (l'ha  detto:  Non  si  pu aver sempre ventisei anni,  Madonna!) la
    liberazione da questa condanna,  che pare a lui stesso  una  condanna:
    ecco,  insomma,  se otteniamo che riacquisti d'un tratto la sensazione
    della distanza del tempo...
    BELCREDI (subito) Sar guarito!

    [Poi sillabando con intenzione ironica:]

    Lo distaccheremo!
    DOTTORE Potremo sperare di riaverlo,  come  un  orologio  che  si  sia
    arrestato  a  una cert'ora.  Ecco,  s,  quasi coi nostri orologi alla
    mano,  aspettare che si rifaccia quell'ora -  l,  uno  scrollo!  -  e
    speriamo  che  esso  si  rimetta a segnare il suo tempo,  dopo un cos
    lungo arresto.

    [Entra a questo punto dalla comune il marchese Carlo di Nolli.]

    DONNA MATILDE Ah, Carlo... E Frida? Dove se n' andata?
    DI NOLLI Eccola, viene a momenti.
    DOTTORE L'automobile  arrivata?
    DI NOLLI S.
    DONNA MATILDE Ah s? E ha portato l'abito?
    DI NOLLI E' gi qui da un pezzo.
    DOTTORE Oh, benissimo, allora!
    DONNA MATILDE (fremente) E dov'? Dov'?
    DI NOLLI (stringendosi nelle spalle e sorridendo triste,  come uno che
    si  presti  mal  volentieri  a  uno scherzo fuor di luogo) Mah...  Ora
    vedrete...

    [E indicando verso la comune:]

    Ecco qua...

    [Si presenta sulla soglia  della  comune  Bertoldo  che  annuncia  con
    solennit:]

    BERTOLDO Sua Altezza la Marchesa Matilde di Canossa!

    [E  subito  entra  Frida  magnifica e bellissima;  parata con l'antico
    abito della  madre  da  Marchesa  Matilde  di  Toscana  in  modo  da
    figurare,  viva,  l'immagine  effigiata  nel  ritratto  della sala del
    trono.]

    FRIDA (parlando  accanto  a  Bertoldo  che  s'inchina,  gli  dice  con
    sussiego sprezzante) Di Toscana,  di Toscana,  prego. Canossa  un mio
    castello.
    BELCREDI (ammirandola) Ma guarda! Ma guarda! Pare un'altra!
    DONNA MATILDE Pare me! - Dio mio, vedete? - Ferma, Frida! - Vedete? E'
    proprio il mio ritratto, vivo!
    DOTTORE S, s... Perfetto! Perfetto! Il ritratto!
    BELCREDI Eh s, c' poco da dire...  E' quello!  Guarda,  guarda!  Che
    tipo!
    FRIDA  Non  mi fate ridere,  che scoppio!  Dico,  ma che vitino avevi,
    mamma? Mi son dovuta succhiare tutta, per entrarci!
    DONNA MATILDE (convulsa,  rassettandola)  Aspetta...  Ferma...  Queste
    pieghe... Ti va cos stretto veramente?
    FRIDA Soffoco! Bisogner far presto, per carit...
    DOTTORE Eh, ma dobbiamo prima aspettare che si faccia sera...
    FRIDA No no, non ci resisto, non ci resisto fino a sera!
    DONNA MATILDE Ma perch te lo sei indossato cos subito?
    FRIDA Appena l'ho visto! La tentazione! Irresistibile...
    DONNA  MATILDE  Potevi  almeno chiamarmi!  Farti ajutare...  E' ancora
    tutto spiegazzato, Dio mio...
    FRIDA Ho visto,  mamma.  Ma,  pieghe vecchie...  Sar difficile  farle
    andar via.
    DOTTORE Non importa, Marchesa! L'illusione  perfetta.

    [Poi,  accostandosi  e invitandola a venire un po' avanti alla figlia,
    senza tuttavia coprirla:]

    Con permesso.  Si collochi cos - qua - a una certa distanza - un  po'
    pi avanti...
    BELCREDI Per la sensazione della distanza del tempo!
    DONNA MATILDE (voltandosi a lui,  appena) Vent'anni dopo! Un disastro,
    eh?
    BELCREDI Non esageriamo!
    DOTTORE (imbarazzatissimo per rimediare) No, no! Dicevo anche... dico,
    dico per l'abito... dico per vedere...
    BELCREDI (ridendo) Ma per l'abito, dottore, altro che vent'anni!  Sono
    ottocento! Un abisso! Glielo vuol far saltare davvero con un urtone?

    [Indicando prima Frida e poi la Marchesa.]

    Da  l  a  qua?  Ma lo raccatter a pezzi col corbello!  Signori miei,
    pensateci;  dico sul serio: per noi sono vent'anni,  due abiti  e  una
    mascherata.  Ma  se per lui,  come lei dice,  dottore,  s' fissato il
    tempo; se egli vive l

    [indica Frida]

    con lei, ottocent'anni addietro: dico sar tale la vertigine del salto
    che, piombato in mezzo a noi...

    [il Dottore fa segno di no col dito]

    dice di no?
    DOTTORE No. Perch la vita, caro barone, riprende! Qua - questa nostra
    - diventer subito  reale  anche  per  lui;  e  lo  tratterr  subito,
    strappandogli  a  un tratto l'illusione e scoprendogli che sono appena
    venti gli  ottocent'anni  che  lei  dice!  Sar,  guardi,  come  certi
    trucchi,  quello del salto nel vuoto, per esempio, del rito massonico,
    che pare chi sa che cosa, e poi alla fine s' sceso uno scalino.
    BELCREDI Oh che scoperta!  - Ma s!  - Guardate Frida e  la  Marchesa,
    dottore!  - Chi  pi avanti?  - Noi vecchi,  dottore!  Si credono pi
    avanti i giovani; non  vero: siamo pi avanti noi, di quanto il tempo
     pi nostro che loro.
    DOTTORE Eh, se il passato con ci allontanasse!
    BELCREDI Ma no! Da che? Se loro

    [indica Frida e Di Nolli]

    debbono  fare  ancora  quel  che  abbiamo  gi  fatto  noi,   dottore:
    invecchiare,  rifacendo  su  per  gi  le stesse nostre sciocchezze...
    L'illusione  questa,  che si esca per una porta davanti,  dalla vita!
    Non  vero!  Se appena si nasce si comincia a morire, chi per prima ha
    cominciato  pi avanti di tutti.  E il pi giovine  il padre  Adamo!
    Guardate l

    [mostra Frida]

    d'ottocent'anni  pi  giovane  di  tutti  noi,  la Marchesa Matilde di
    Toscana.

    [E le si inchina profondamente.]

    DI NOLLI Ti prego, ti prego, Tito: non scherziamo.
    BELCREDI Ah, se ti pare che io scherzi...
    DI NOLLI Ma s, Dio mio... da che sei venuto...
    BELCREDI Come! Mi sono perfino vestito da benedettino...
    DI NOLLI Gi! Per fare una cosa seria...
    BELCREDI Eh,  dico...  se  stato serio per  gli  altri...  ecco,  per
    Frida, ora, per esempio...

    [Poi, voltandosi al Dottore:]

    Le giuro, dottore, che non capisco ancora che cosa lei voglia fare.
    DOTTORE (seccato) Ma lo vedr!  Mi lasci fare... Sfido! Se lei vede la
    Marchesa ancora vestita cos...
    BELCREDI Ah, perch deve anche lei...?
    DOTTORE Sicuro! Sicuro!  con un altro abito che  di l,  per quando a
    lui  viene  in  mente  di  trovarsi  davanti  alla Marchesa Matilde di
    Canossa...
    FRIDA (mentre conversa piano col Di Nolli,  avvertendo che il  Dottore
    sbaglia) Di Toscana! Di Toscana!
    DOTTORE (c. s.) Ma  lo stesso!
    BELCREDI Ah, ho capito! Se ne trover davanti due...?
    DOTTORE Due, precisamente. E allora...
    FRIDA (chiamandolo in disparte) Venga qua, dottore, senta!
    DOTTORE Eccomi!

    [Si accosta ai due giovani e finge di dar loro spiegazioni.]

    BELCREDI (piano, a Donna Matilde) Eh, per Dio! Ma dunque...
    DONNA MATILDE (rivoltandosi con viso fermo) Che cosa?
    BELCREDI V'interessa tanto veramente?  Tanto da prestarvi a questo? E'
    enorme per una donna!
    DONNA MATILDE Per una donna qualunque!
    BELCREDI  Ah  no,   per  tutte,   cara,   su  questo  punto!   E'  una
    abnegazione...
    DONNA MATILDE Gliela devo!
    BELCREDI Ma non mentite! Voi sapete di non avvilirvi.
    DONNA MATILDE E allora? Che abnegazione?
    BELCREDI Quanto basta per non avvilire voi agli occhi degli altri,  ma
    per offendere me.
    DONNA MATILDE Ma chi pensa a voi in questo momento!
    DI NOLLI (venendo avanti) Ecco, ecco, dunque, s, s, faremo cos...

    [Rivolgendosi a Bertoldo]

    Oh, voi: andate a chiamare uno di quei tre l!
    BERTOLDO Subito!

    [Esce per la comune.]

    DONNA MATILDE Ma dobbiamo fingere prima di licenziarci!
    DI NOLLI  Appunto!  Lo  faccio  chiamare  per  predisporre  il  vostro
    licenziamento.

    [A Belcredi:]

    Tu puoi farne a meno: resta qua!
    BELCREDI (tentennando il capo ironicamente) Ma s, ne faccio a meno...
    ne faccio a meno...
    DI NOLLI Anche per con metterlo di nuovo in diffidenza, capisci?
    BELCREDI Ma s! "Quantit ngligeable"!
    DOTTORE Bisogna dargli assolutamente, assolutamente la certezza che ce
    ne siamo andati via.

    [Entra dall'uscio a destra Landolfo seguito da Bertoldo.]

    LANDOLFO Permesso?
    DI NOLLI Avanti, avanti! Ecco... Lolo, voi?
    LANDOLFO Lolo o Landolfo, come vuole!
    DI  NOLLI  Bene,   guardate.  Adesso  il  dottore  e  la  Marchesa  si
    licenzieranno...
    LANDOLFO Benissimo.  Baster dire che hanno ottenuto dal Pontefice  la
    grazia  del ricevimento.  E' l nelle sue stanze,  che geme pentito di
    tutto ci che ha detto,  e disperato che la grazia non  l'otterr.  Se
    vogliono  favorire...  Avranno  la  pazienza di indossare di nuovo gli
    abiti...
    DOTTORE S, s, andiamo, andiamo...
    LANDOLFO  Aspettino.   Mi  permetto  di  suggerir   loro   una   cosa:
    d'aggiungere che anche la Marchesa Matilde di Toscana ha implorato con
    loro dal Pontefice la grazia, che sia ricevuto.
    DONNA MATILDE Ecco! Vedete se m'ha riconosciuta?
    LANDOLFO  No.  Mi  perdoni.  E'  che teme tanto l'avversione di quella
    Marchesa che ospit il Papa nel suo Castello. E' strano: nella storia,
    che io sappia - ma lor signori sono certo in grado di  saperlo  meglio
    di me - non  detto,   vero, che Enrico Quarto amasse segretamente la
    Marchesa di Toscana?
    DONNA MATILDE (subito) No: affatto. Non  detto! Anzi, tutt'altro!
    LANDOLFO Ecco,  mi pareva!  Ma egli dice  d'averla  amata  -  lo  dice
    sempre...  -  E ora teme che lo sdegno di lei per questo amore segreto
    debba agire a suo danno sull'animo del Pontefice.
    BELCREDI Bisogna fargli intendere che questa avversione non c' pi!
    LANDOLFO Ecco! Benissimo!
    DONNA MATILDE (a Landolfo) Benissimo, gi!

    [Poi, a Belcredi]

    Perch  precisamente detto nella storia, se voi non lo sapete, che il
    Papa si  arrese  proprio  alle  preghiere  della  Marchesa  Matilde  e
    dell'Abate  di  Cluny.  E  io  vi so dire,  caro Belcredi,  che allora
    intendevo appunto avvalermi di questo  per  dimostrargli  che  il  mio
    animo non gli era pi tanto nemico, quanto egli si immaginava.
    BELCREDI Ma allora,  a meraviglia,  cara Marchesa! Seguite, seguite la
    storia...
    LANDOLFO Ecco. Senz'altro, allora, la signora potrebbe risparmiarsi un
    doppio travestimento e presentarsi con Monsignore

    [indica il Dottore]

    sotto le vesti di Marchesa di Toscana.
    DOTTORE (subito, con forza) No no! Questo no, per carit!  Rovinerebbe
    tutto!  L'impressione del confronto dev'esser subitanea, di colpo. No,
    no.  Marchesa,  andiamo,  andiamo: lei si presenter di nuovo come  la
    duchessa Adelaide, madre dell'Imperatrice. E ci licenzieremo. Questo 
    soprattutto  necessario:  che egli sappia che ce ne siamo andati.  Su,
    su: non perdiamo altro tempo, ch ci resta ancora tanto da preparare.

    [Via il Dottore, Donna Matilde e Landolfo per l'uscio di destra.]

    FRIDA Ma io comincio ad aver di nuovo una gran paura...
    DI NOLLI Daccapo, Frida?
    FRIDA Era meglio, se lo vedevo prima...
    DI NOLLI Ma credi che non ce n' proprio di che!
    FRIDA Non  furioso?
    DI NOLLI Ma no! E' tranquillo.
    BELCREDI (con ironica affettazione sentimentale) Malinconico!  Non hai
    sentito che ti ama?
    FRIDA Grazie tante! Giusto per questo!
    BELCREDI Non ti vorr far male...
    DI NOLLI Ma sar poi l'affare d'un momento...
    FRIDA Gi, ma l al bujo! con lui...
    DI NOLLI Per un solo momento, e io ti sar accanto e gli altri saranno
    tutti  dietro  le porte,  in agguato,  pronti ad accorrere.  Appena si
    vedr davanti tua madre, capisci? per te, la tua parte sar finita...
    BELCREDI Il mio timore,  piuttosto,   un altro: che si far  un  buco
    nell'acqua.
    DI NOLLI Non cominciare! A me il rimedio pare efficacissimo!
    FRIDA Anche a me,  anche a me!  Gi lo avverto in me...  Sono tutta un
    fremito!
    BELCREDI Ma i pazzi, cari miei - (non lo sanno, purtroppo!) - ma hanno
    questa felicit di cui non teniamo conto...
    DI NOLLI (interrompendo,  seccato) Ma che  felicit,  adesso!  Fa'  il
    piacere!
    BELCREDI (con forza) Non ragionano!
    DI NOLLI Ma che c'entra qua il ragionamento, scusa?
    BELCREDI  Come!  Non ti pare tutto un ragionamento che - secondo noi -
    egli dovrebbe fare, vedendo lei,

    [indica Frida]

    e vedendo sua madre? Ma lo abbiamo architettato noi tutto quanto!
    DI NOLLI No,  niente affatto: che ragionamento?  Gli  presentiamo  una
    doppia immagine della sua stessa finzione, come ha detto il dottore!
    BELCREDI  (con  uno  scatto  improvviso)  Senti:  io non ho mai capito
    perch si laureino in medicina!
    DI NOLLI (stordito) Chi?
    BELCREDI Gli alienisti.
    DI NOLLI Oh bella! e in che vuoi che si laureino?
    FRIDA Se fanno gli alienisti!
    BELCREDI Appunto!  In legge,  cara!  Tutte chiacchiere!  E chi pi  sa
    chiacchierare,  pi   bravo!  Elasticit analogica,  la sensazione
    della distanza del tempo! E intanto la prima cosa che  dicono    che
    non fanno miracoli - quando ci vorrebbe proprio un miracolo!  Ma sanno
    che pi ti dicono che non sono taumaturghi,  e pi gli  altri  credono
    alla  loro  seriet  - non fanno miracoli - e cascano sempre in piedi,
    che  una bellezza!
    BERTOLDO (che se  ne    stato  a  spiare  dietro  l'uscio  a  destra,
    guardando   attraverso  il  buco  della  serratura)  Eccoli!   Eccoli!
    Accennano a venire qua...
    DI NOLLI Ah s?
    BERTOLDO Pare che egli  li  voglia  accompagnare...  S,  s,  eccolo,
    eccolo!
    DI NOLLI Ritiriamoci allora! Ritiriamoci subito!

    [Voltandosi a Bertoldo prima di uscire:]

    Voi restate qua!
    BERTOLDO Debbo restare?

    [Senza  dargli  risposta,  Di Nolli,  Frida e Belcredi scappano per la
    comune, lasciando Bertoldo sospeso e smarrito. S'apre l'uscio a destra
    e Landolfo entra per primo,  subito inchinandosi,  entrano  poi  Donna
    Matilde col manto e la corona ducale, come nel primo atto e il Dottore
    con  la tonaca di Abate di Cluny.  Enrico Quarto  fra loro,  in abito
    regale; entrano infine Ordulfo e Arialdo.]

    ENRICO QUARTO (seguitando il discorso che si suppone cominciato  nella
    sala del trono) E io vi domando,  come potrei essere astuto, se poi mi
    credono caparbio...
    DOTTORE Ma no, che caparbio, per carit!
    ENRICO QUARTO (sorridendo, compiaciuto) Sarei per voi allora veramente
    astuto?
    DOTTORE No, no, n caparbio, n astuto!
    ENRICO QUARTO (si ferma ed esclama col tono di  chi  vuol  far  notare
    benevolmente,   ma   anche   ironicamente  che  cos  non  pu  stare)
    Monsignore!  Se la caparbiet non  vizio che possa accompagnarsi  con
    l'astuzia,  speravo  che,  negandomela,  almeno un po' d'astuzia me la
    voleste concedere. V'assicuro che mi  molto necessaria!  Ma se voi ve
    la volete tenere tutta per voi...
    DOTTORE Ah, come, io? Vi sembro astuto?
    ENRICO QUARTO No, Monsignore! Che dite! Non sembrate affatto!

    [Troncando per rivolgersi a Donna Matilde.]

    Con permesso: qua sulla soglia,  una parola in confidenza a Madonna la
    Duchessa.

    [La conduce un po'  in  disparte  e  le  domanda  con  ansia  in  gran
    segreto:]

    Vostra figlia vi  cara veramente?
    DONNA MATILDE (smarrita) Ma s, certo.
    ENRICO  QUARTO E volete che la ricompensi con tutto il mio amore,  con
    tutta la mia devozione dei gravi torti che ho verso di lei, bench non
    dobbiate credere alle dissolutezze di cui m'accusano i miei nemici?
    DONNA MATILDE No no: io non ci credo: non ho mai creduto...
    ENRICO QUARTO Ebbene, allora, volete?
    DONNA MATILDE (c. s.) Che cosa?
    ENRICO QUARTO Che io ritorni all'amore di vostra figlia?

    [La guarda,  e aggiunge subito in tono misterioso,  d'ammonimento e di
    sgomento insieme:]

    Non siate amica, non siate amica della Marchesa di Toscana!
    DONNA  MATILDE  Eppure  vi  ripeto  che  ella  non ha pregato,  non ha
    scongiurato meno di noi per ottenere la vostra grazia...
    ENRICO QUARTO (subito,  piano,  fremente) Non me lo dite!  Non  me  lo
    dite! Ma perdio, Madonna, non vedete che effetto mi fa?
    DONNA  MATILDE  (lo  guarda,  poi  pianissimo,  come confidandosi) Voi
    l'amate ancora?
    ENRICO QUARTO  (sbigottito)  Ancora?  Come  dite  ancora?  Voi  forse,
    sapete? Nessuno lo sa! Nessuno deve saperlo!
    DONNA MATILDE Ma forse lei s, lo sa, se ha tanto implorato per voi!
    ENRICO  QUARTO  (la  guarda  un  po'  e  poi  dice)  E amate la vostra
    figliuola?

    [Breve pausa. Si volge al Dottore con un tono di riso.]

    Ah,  Monsignore,  come  vero che  questa  mia  moglie  io  ho  saputo
    d'averla  soltanto  dopo - tardi,  tardi...  E anche adesso: s,  devo
    averla,  non c' dubbio che l'ho - ma vi potrei  giurare  che  non  ci
    penso  quasi  mai.  Sar peccato,  ma non la sento;  proprio non me la
    sento nel cuore.  E' meraviglioso per,  che non se la senta nel cuore
    neanche sua madre! Confessate, Madonna, che ben poco v'importa di lei!

    [Volgendosi al Dottore, con esasperazione.]

    Mi parla dell'altra!

    [Ed eccitandosi sempre pi:]

    Con  un'insistenza,   con  un'insistenza  che  non  riesco  proprio  a
    spiegarmi.
    LANDOLFO (umile) Forse per levarvi, Maest, una opinione contraria che
    abbiate potuto concepire della Marchesa di Toscana.

    [E sgomento di essersi permesso questa osservazione, aggiunge subito.]

    Dico, beninteso, in questo momento...
    ENRICO QUARTO Perch anche tu sostieni che mi sia stata amica?
    LANDOLFO S, in questo momento, s, Maest!
    DONNA MATILDE Ecco, s, proprio per questo...
    ENRICO QUARTO Ho capito.  Vuol dire allora che non credete che  io  la
    ami.  Ho capito.  Ho capito. Non l'ha mai creduto nessuno; nessuno mai
    sospettato. Tanto meglio cos! Basta. Basta.

    [Tronca, rivolgendosi al Dottore con animo e viso del tutto diversi]

    Monsignore,  avete veduto?  Le condizioni da  cui  il  Papa  ha  fatto
    dipendere la revoca della scomunica non han nulla, ma proprio nulla da
    vedere  con  la  ragione  per  cui mi aveva scomunicato!  Dite al Papa
    Gregorio che ci rivedremo a Bressanone. E voi,  Madonna,  se avrete la
    fortuna  d'incontrare la vostra figliuola gi nel cortile del castello
    della vostra amica Marchesa,  che volete che vi dica?  fatela  salire;
    vedremo  se  mi  riuscir  di  tenermela  stretta  accanto,  moglie  e
    Imperatrice.   Molte  fin  qui  si  son   presentate,   assicurandomi,
    assicurandomi d'esser lei - quella che io, sapendo di averla... s, ho
    pur  cercato qualche volta - (non  vergogna: mia moglie!) - Ma tutte,
    dicendomi d'essere Berta,  dicendomi d'esser di Susa - non so perch -
    si sono messe a ridere!

    [Come in confidenza]

    Capite?  - a letto - io senza quest'abito - lei anche...  s, Dio mio,
    senz'abiti... un uomo e una donna...  naturale!... Non si pensa pi a
    ci che siamo. L'abito, appeso, resta come un fantasma!

    [E con un altro tono, in confidenza al Dottore:]

    E io penso, Monsignore, che i fantasmi,  in generale,  non siano altro
    in  fondo che piccole scombinazioni dello spirito: immagini che non si
    riesce a contenere nei  regni  del  sonno:  si  scoprono  anche  nella
    veglia,  di giorno; e fanno paura. Io ho sempre tanta paura, quando di
    notte me le vedo davanti - tante immagini  scompigliate,  che  ridono,
    smontate  da  cavallo.  -  Ho  paura talvolta anche del mio sangue che
    pulsa nelle arterie come,  nel silenzio della notte,  un tonfo cupo di
    passi in stanze lontane... Basta, vi ho trattenuto anche troppo qui in
    piedi. Vi ossequio, Madonna; e vi riverisco, Monsignore.

    [Davanti  alla  soglia della comune,  fin dove li ha accompagnati,  li
    licenzia, ricevendone l'inchino. Donna Matilde e il Dottore, via. Egli
    richiude la porta e si volta subito, cangiato.]

    Buffoni!  Buffoni!  Buffoni!  - Un pianoforte  di  colori!  Appena  la
    toccavo:  bianca,  rossa,  gialla  verde...  E  quell'altro l: Pietro
    Damiani.  -  Ah!  Ah!  Perfetto!   Azzeccato!   -  S'  spaventato  di
    ricomparirmi davanti!

    [Dir  questo con gaja prorompente frenesia,  movendo di qua,  di l i
    passi,  gli occhi,  finch all'improvviso non vede Bertoldo,  pi  che
    sbalordito,  impaurito  del  repentino  cambiamento.  Gli  si  arresta
    davanti e additandolo ai tre compagni anch'essi  come  smarriti  nello
    sbalordimento.]

    Ma  guardatemi  quest'imbecille  qua,  ora,  che sta a mirarmi a bocca
    aperta...

    [Lo scrolla per le spalle.]

    Non capisci ? Non vedi come li paro, come li concio, come me li faccio
    comparire davanti, buffoni spaventati! E si spaventano solo di questo,
    oh: che stracci loro addosso la maschera buffa e li scopra travestiti;
    come se non li avessi costretti io stesso a  mascherarsi,  per  questo
    mio gusto qua, di fare il pazzo!
    LANDOLFO,  ARIALDO,  ORDULFO (sconvolti,  trasecolati, guardandosi tra
    loro) Come! Che dice? Ma dunque?
    ENRICO QUARTO  (si  volta  subito  alle  loro  esclamazioni  e  grida,
    imperioso) Basta! Finiamola! Mi sono seccato!

    [Poi  subito,  come se a ripensarci,  non se ne possa dar pace,  e non
    sappia crederci:]

    Perdio,  l'impudenza di presentarsi qua,  a me,  ora - col  suo  ganzo
    accanto...  -  E avevano l'aria di prestarsi per compassione,  per non
    fare infuriare un poverino gi fuori del mondo, fuori del tempo, fuori
    della vita!  - Eh,  altrimenti quello l,  ma figuratevi se  l'avrebbe
    subta  una  simile  sopraffazione!  - Loro s,  tutti i giorni,  ogni
    momento, pretendono che gli altri siano come li vogliono loro;  ma non
     mica una sopraffazione,  questa!  - Che!  Che!  - E' il loro modo di
    pensare, il loro modo di vedere, di sentire: ciascuno ha il suo! Avete
    anche voi il vostro, eh?  Certo!  Ma che pu essere il vostro?  Quello
    della mandra!  Misero, labile, incerto... E quelli ne approfittano, vi
    fanno subire e accettare il loro,  per modo che voi sentiate e vediate
    come loro!  O almeno si illudono!  Perch poi, che riescono a imporre?
    Parole!  parole che ciascuno intende e ripete a suo modo.  Eh,  ma  si
    formano pure cos le cos dette opinioni correnti! E guai a chi un bel
    giorno  si  trovi  bollato da una di queste parole che tutti ripetono!
    Per esempio: pazzo! - Per esempio che so?  - imbecille! - Ma  dite
    un  po',  si  pu  star  quieti a pensare che c' uno che si affanna a
    persuadere agli altri che voi siete come vi vede lui, a fissarvi nella
    stima degli altri secondo il giudizio che ha fatto di voi?  -  Pazzo
    pazzo!  - Non dico ora che lo faccio per ischerzo!  Prima, prima che
    battessi la testa cadendo da cavallo...

    [S'arresta d'un tratto, notando i quattro che si agitano,  pi che mai
    sgomenti e sbalorditi.]

    Vi guardate negli occhi?

    [Rif smorfiosamente i segni del loro stupore.]

    Ah! Eh! Che rivelazione? - Sono o non sono? - Eh via, s, sono pazzo!

    [Si fa terribile]

    Ma allora, perdio, inginocchiatevi! inginocchiatevi!

    [Li forza a inginocchiarsi tutti a uno a uno.]

    Vi  ordino di inginocchiarvi tutti davanti a me - cos!  E toccate tre
    volte la terra con la fronte! Gi!  Tutti,  davanti ai pazzi,  si deve
    stare cos!

    [Alla  vista  dei  quattro  inginocchiati si sente subito svaporare la
    feroce gajezza, e se ne sdegna.]

    Su, via, pecore,  alzatevi!  - M'avete obbedito?  Potevate mettermi la
    camicia  di  forza...  -  Schiacciare uno col peso d'una parola?  Ma 
    niente! Che ? Una mosca!  - Tutta la vita  schiacciata cos dal peso
    delle  parole!  Il  peso  dei morti!  - Eccomi qua: potete credere sul
    serio che Enrico Quarto sia ancora vivo? Eppure, ecco, parlo e comando
    a voi vivi.  Vi voglio cos!  - Vi sembra una burla anche questa,  che
    seguitano a farla i morti la vita? - S, qua  una burla: ma uscite di
    qua,  nel  mondo  vivo.  Spunta  il giorno.  Il tempo  davanti a voi.
    Un'alba.  Questo giorno che ci sta davanti - voi dite - lo faremo noi!
    -  S?  Voi?  E  salutatemi  tutte  le tradizioni!  Salutatemi tutti i
    costumi!  Mettetevi a parlare!  Ripeterete tutte le parole che si sono
    sempre dette! Credete di vivere? Rimasticate la vita dei morti!

    [Si para davanti a Bertoldo, ormai istupidito.]

    Non capisci proprio nulla, tu, eh? - Come ti chiami?
    BERTOLDO Io ?... Eh... Bertoldo...
    ENRICO  QUARTO Ma che Bertoldo,  sciocco!  Qua a quattr'occhi: come ti
    chiami?
    BERTOLDO Ve... veramente mi... mi chiamo Fino...
    ENRICO QUARTO (a un atto di richiamo e di ammonimento degli altri tre,
    appena accennato, voltandosi subito per farli tacere) Fino?
    BERTOLDO Fino Pagliuca, sissignore.
    ENRICO QUARTO (rivolgendosi di nuovo agli altri) Ma se vi  ho  sentito
    chiamare tra voi, tante volte!

    [A Landolfo]

    Tu ti chiami Lolo?
    LANDOLFO Sissignore...

    [Poi con uno scatto di gioja:]

    Oh Dio... Ma allora?
    ENRICO QUARTO (subito, brusco) Che cosa?
    LANDOLFO (d'un tratto smorendo) No... dico...
    ENRICO QUARTO Non sono pi pazzo?  Ma no!  Non mi vedete? - Scherziamo
    alle spalle di chi ci crede.

    [Ad Arialdo]

    So che tu ti chiami Franco...

    [A Ordulfo]

    E tu, aspetta...
    ORDULFO Momo!
    ENRICO QUARTO Ecco, Momo! Che bella cosa, eh?
    LANDOLFO (c. s.) Ma dunque... oh Dio...
    ENRICO QUARTO (c.  s.) Che?  Niente!  Facciamoci tra  noi  una  bella,
    lunga, grande risata...

    [E ride.]

    Ah, ah, ah, ah, ah, ah!
    LANDOLFO,  ARIALDO,  ORDULFO (guardandosi tra loro, incerti, smarriti,
    tra la gioja e lo sgomento) E' guarito? Ma sar vero? Com'?
    ENRICO QUARTO Zitti! Zitti!

    [A Bertoldo:]

    Tu non ridi? Sei ancora offeso? Ma no!  Non dicevo mica a te,  sai?  -
    Conviene a tutti, capisci? conviene a tutti far credere pazzi certuni,
    per  avere  la  scusa  di  tenerli chiusi.  Sai perch?  Perch non si
    resiste a sentirli parlare.  Che dico io di quelli l che se  ne  sono
    andati? Che una  una baldracca, l'altro un sudicio libertino, l'altro
    un impostore... Non  vero! Nessuno pu crederlo! - Ma tutti stanno ad
    ascoltarmi,  spaventati.  Ecco, vorrei sapere perch, se non  vero. -
    Non si pu mica credere a quel che dicono i pazzi! - Eppure, si stanno
    ad ascoltare cos, con gli occhi sbarrati dallo spavento. - Perch?  -
    Dimmi dimmi tu, perch? Sono calmo, vedi?
    BERTOLDO Ma perch... forse, credono che...
    ENRICO QUARTO No,  caro...  no, caro... Guardami bene negli occhi... -
    Non dico che sia vero, stai tranquillo! - Niente  vero! - Ma guardami
    negli occhi!
    BERTOLDO S, ecco, ebbene?
    ENRICO QUARTO Ma lo vedi? lo vedi? Tu stesso! Lo hai anche tu, ora, lo
    spavento negli occhi!  - Perch ti sto  sembrando  pazzo!  -  Ecco  la
    prova! Ecco la prova!

    [E ride.]

    LANDOLFO (a nome degli altri,  facendosi coraggio,  esasperato) Ma che
    prova?
    ENRICO QUARTO Codesto vostro sgomento,  perch ora,  di nuovo,  vi sto
    sembrando pazzo!  - Eppure,  perdio,  lo sapete!  Mi credete; lo avete
    creduto fino ad ora che sono pazzo! - E' vero o no?

    [Li guarda un po', li vede atterriti.]

    Ma lo vedete?  Lo sentite che pu  diventare  anche  terrore,  codesto
    sgomento, come per qualche cosa che vi faccia mancare il terreno sotto
    i  piedi  e  vi  tolga l'aria da respirare?  Per forza,  signori miei!
    Perch trovarsi davanti a un  pazzo  sapete  che  significa?  trovarsi
    davanti  a  uno  che  vi  scrolla  dalle fondamenta tutto quanto avete
    costruito in voi,  attorno a voi,  la logica,  la logica di  tutte  le
    vostre costruzioni! - Eh! che volete? Costruiscono senza logica, beati
    loro,  i  pazzi!  O  con  una  loro  logica  che  vola come una piuma!
    Volubili!  Volubili!  Oggi cos e domani chi sa come!  - Voi vi tenete
    forte,  ed essi non si tengono pi.  Volubili!  Volubili!  - Voi dite:
    questo non pu essere! - e per loro pu essere tutto.  - Ma voi dite
    che non  vero. E perch? - Perch non par vero a te, a te, a te,

    [indica tre di loro,]

    a  centomila altri.  Eh,  cari miei!  Bisognerebbe vedere poi che cosa
    invece par vero a questi centomila altri che non sono detti  pazzi,  e
    che  spettacolo dnno dei loro accordi,  fiori di logica!  Io so che a
    me,  bambino,  appariva vera la luna  nel  pozzo.  E  quante  cose  mi
    parevano vere!  E credevo a tutte quelle che mi dicevano gli altri, ed
    ero beato!  Perch guai,  guai se non vi tenete pi forte a ci che vi
    par vero oggi,  a ci che vi parr vero domani, anche se sia l'opposto
    di ci che vi pareva vero jeri!  Guai  se  vi  affondaste  come  me  a
    considerare  questa cosa orribile,  che fa veramente impazzire: che se
    siete accanto a un altro,  e gli guardate gli occhi - come io guardavo
    un giorno certi occhi - potete figurarvi come un mendico davanti a una
    porta in cui non potr mai entrare: chi vi entra,  non sarete mai voi,
    col vostro mondo dentro, come lo vedete e lo toccate;  ma uno ignoto a
    voi,  come  quell'altro  nel  suo  mondo  impenetrabile  vi  vede e vi
    tocca...

    [Pausa lungamente tenuta. L'ombra, nella sala, comincia ad addensarsi,
    accrescendo quel senso di smarrimento e di pi profonda  costernazione
    da  cui quei quattro mascherati sono compresi e sempre pi allontanati
    dal grande Mascherato,  rimasto assorto a contemplare  una  spaventosa
    miseria che non  di lui solo,  ma di tutti.  Poi egli si riscuote, fa
    come per cercare i quattro che non sente pi attorno a s e dice:]

    S' fatto bujo, qua.
    ORDULFO (subito, facendosi avanti) Vuole che vada a prendere la lampa?
    ENRICO QUARTO (con ironia) La lampa, s... Credete che non sappia che,
    appena volto le spalle con la mia lampa ad olio per andare a  dormire,
    accendete  la  luce  elettrica per voi - qua e anche l nella sala del
    trono? - Fingo di non vederla...
    ORDULFO Ah! - Vuole allora... ?
    ENRICO QUARTO No: m'accecherebbe. - Voglio la mia lampa.
    ORDULFO Ecco, sar gi pronta, qua dietro la porta.

    [Si reca alla comune; la apre; ne esce appena e subito ritorna con una
    lampa antica, di quelle che si reggono con un anello in cima.]

    ENRICO QUARTO (prendendo la  lampa  e  poi  indicando  la  tavola  sul
    coretto) Ecco,  un po' di luce. Sedete, l attorno alla tavola. Ma non
    cos! In belli e sciolti atteggiamenti...

    [Ad Arialdo:]

    Ecco, tu cos...

    [lo atteggia, poi a Bertoldo:]

    E tu cos...

    [lo atteggia.]

    Cos ecco...

    [Va a sedere anche lui.]

    E io, qua...

    [Volgendo il capo verso una delle finestre:]

    Si dovrebbe poter comandare alla  luna  un  bel  raggio  decorativo...
    Giova,  a noi, giova, la luna. Io per me, ne sento il bisogno, e mi ci
    perdo spesso a guardarla  dalla  mia  finestra.  Chi  pu  credere,  a
    guardarla,  che  lo  sappia  che ottocent'anni siano passati e che io,
    seduto alla finestra non possa essere davvero Enrico Quarto che guarda
    la luna,  come un pover'uomo qualunque ?  Ma  guardate,  guardate  che
    magnifico   quadro   notturno   -   l'Imperatore   tra   i  suoi  fidi
    consiglieri... Non ci provate gusto?
    LANDOLFO (piano ad  Arialdo,  come  per  non  rompere  l'incanto)  Eh,
    capisci ? A sapere che non era vero...
    ENRICO QUARTO Vero, che cosa?
    LANDOLFO (titubante, come per scusarsi) No... ecco... perch a lui

    [indica Bertoldo]

    entrato  nuovo  in  servizio...  io,  appunto questa mattina,  dicevo:
    Peccato,  che cos vestiti...  e poi con  tanti  bei  costumi,  l  in
    guardaroba... e con una sala come quella...

    [accenna alla sala del trono.]

    ENRICO QUARTO Ebbene? Peccato, dici?
    LANDOLFO Gi... che non sapevamo...
    ENRICO QUARTO Di rappresentarla per burla, qua, questa commedia?
    LANDOLFO Perch credevamo che...
    ARIALDO (per venirgli in ajuto) Ecco... s, che fosse sul serio!
    ENRICO QUARTO E com'? Vi pare che non sia sul serio?
    LANDOLFO Eh, se dice che...
    ENRICO QUARTO Dico che siete sciocchi! Dovevate sapervelo fare per voi
    stessi,  l'inganno; non per rappresentarlo davanti a me, davanti a chi
    viene qua in visita di  tanto  in  tanto;  ma  cos,  per  come  siete
    naturalmente, tutti i giorni, davanti a nessuno

    [a Bertoldo, prendendolo per le braccia,]

    per  te,  capisci,  che  in  questa  tua  finzione ci potevi mangiare,
    dormire, e grattarti anche una spalla, se ti sentivi un prurito;

    [rivolgendosi anche agli altri:]

    sentendovi vivi,  vivi veramente nella storia del mille e  cento,  qua
    alla Corte del vostro Imperatore Enrico Quarto!  E pensare, da qui, da
    questo nostro tempo remoto, cos colorito e sepolcrale,  pensare che a
    una  distanza  di otto secoli in gi,  in gi,  gli uomini del mille e
    novecento si abbaruffano  intanto,  s'arrabattano  in  un'ansia  senza
    requie di sapere come si determineranno i loro casi, di vedere come si
    stabiliranno  i  fatti  che  li  tengono  in tanta ambascia e in tanta
    agitazione. Mentre voi, invece, gi nella storia!  con me!  Per quanto
    tristi  i miei casi,  e orrendi i fatti;  aspre le lotte,  dolorose le
    vicende: gi storia,  non cangiano  pi,  non  possono  pi  cangiare,
    capite?  Fissati per sempre: che vi ci potete adagiare, ammirando come
    ogni effetto segua obbediente alla sua causa,  con perfetta logica,  e
    ogni avvenimento si svolga preciso e coerente in ogni suo particolare.
    Il piacere, il piacere della storia, insomma, che  cos grande!
    LANDOLFO Ah, bello! bello!
    ENRICO QUARTO Bello, ma basta! Ora che lo sapete, non potrei farlo pi
    io!

    [Prende la lampa per andare a dormire.]

    N del resto voi stessi,  se non ne avete inteso finora la ragione. Ne
    ho la nausea adesso!

    [Quasi tra s, con violenta rabbia contenuta.]

    Perdio! debbo farla pentire d'esser venuta qua! Da suocera oh,  mi s'
    mascherata...  E  lui  da  padre  abate...  - E mi portano con loro un
    medico per farmi studiare...  E  chi  sa  che  non  sperino  di  farmi
    guarire...  Buffoni!  -  Voglio  avere il gusto di schiaffeggiargliene
    almeno uno: quello!  - E'  un  famoso  spadaccino?  M'infilzer...  Ma
    vedremo, vedremo...

    [Si sente picchiare alla comune.]

    Chi ?
    VOCE DI GIOVANNI Deo gratias!
    ARIALDO  (contentissimo,  come  per uno scherzo che si potrebbe ancora
    fare) Ah,  Giovanni,   Giovanni,  che viene come ogni sera a fare il
    monacello!
    ORDULFO (c.  s., stropicciandosi le mani) S, s, facciamoglielo fare!
    facciamoglielo fare!
    ENRICO QUARTO (subito, severo) Sciocco! Lo vedi? Perch?  Per fare uno
    scherzo alle spalle di un povero vecchio, che lo fa per amor mio?
    LANDOLFO (a Ordulfo) Dev'essere come vero! Non capisci?
    ENRICO QUARTO Appunto! Come vero! Perch solo cos non  pi una burla
    la verit!

    [Si  reca  ad  aprire  la  porta e fa entrare Giovanni parato da umile
    fraticello, con un rotolo di cartapecora sotto il braccio.]

    Avanti, avanti, padre!

    [Poi assumendo un tono di tragica gravit e di cupo risentimento:]

    Tutti i documenti della mia vita e  del  mio  regno  a  me  favorevoli
    furono distrutti, deliberatamente, dai miei nemici: c' solo, sfuggita
    alla  distruzione,  questa mia vita scritta da un umile monacello a me
    devoto, e voi vorreste riderne?

    [Si rivolge amorosamente a Giovanni e lo invita a sedere davanti  alla
    tavola.]

    Sedete, padre, sedete qua. E la lampa accanto.

    [Gli posa accanto la lampa che ha ancora in mano.]

    Scrivete, scrivete.
    GIOVANNI  (svolge  il  rotolo di cartapecora,  e si dispone a scrivere
    sotto dettatura) Eccomi pronto, Maest!
    ENRICO QUARTO (dettando) Il decreto di pace emanato a Magonza giov ai
    meschini ed ai buoni, quanto nocque ai cattivi e ai potenti.

    [Comincia a calare la tela.]

    Apport dovizie ai primi, fame e miseria ai secondi...

    TELA.


    ATTO TERZO.


    [La sala del trono,  buja.  Nel bujo,  la parete di fondo si  discerne
    appena. Le tele dei due ritratti sono state asportate e al loro posto,
    entro  le  cornici rimaste a ricingere il cavo delle nicchie,  si sono
    impostati nel preciso atteggiamento di quei ritratti,  Frida parata da
    Marchesa  di  Toscana,  come s' vista nel secondo atto,  e Carlo Di
    Nolli parato da Enrico Quarto.]

    [Al levarsi del sipario, per un attimo la scena appare vuota.  Si apre
    l'uscio  a sinistra ed entra,  reggendo la lampa per l'anello in cima,
    Enrico Quarto,  volto a parlare verso l'interno ai quattro giovani che
    si  suppongono  nella sala attigua,  con Giovanni,  come alla fine del
    secondo atto.]

    ENRICO QUARTO No: restate, restate: far da me. Buona notte.

    [Richiude l'uscio e si muove,  tristissimo e stanco,  per attraversare
    la  sala,  diretto  al  secondo  uscio  a  destra,  che  d  nei  suoi
    appartamenti.]

    FRIDA (appena vede che egli ha  di  poco  oltrepassato  l'altezza  del
    trono, bisbiglia dalla nicchia, come una che si senta venir meno dalla
    paura) Enrico...
    ENRICO  QUARTO  (arrestandosi alla voce,  come colpito a tradimento da
    una rasojata alla schiena,  volta la faccia atterrita verso la  parete
    di  fondo,  accennando  d'alzare  istintivamente,  quasi a riparo,  le
    braccia) Chi mi chiama?  (Non  una  domanda,    un'esclamazione  che
    guizza  in un brivido di terrore e non aspetta risposta dal bujo e dal
    silenzio terribile della sala che d'un tratto si sono riempiti per lui
    del sospetto d'esser pazzo davvero.)
    FRIDA (a quell'atto di terrore,  non meno atterrita di ci  che  si  
    prestata a fare,  ripete un po' pi forte) Enrico...  (Ma sporgendo un
    po' il capo dalla nicchia verso l'altra nicchia, pur volendo sostenere
    la parte che le hanno assegnata.)
    ENRICO QUARTO (ha un urlo,  si lascia cader la lampa dalle  mani,  per
    cingersi con le braccia la testa, e fa come per fuggire).
    FRIDA (saltando dalla nicchia sullo zoccolo e gridando come impazzita)
    Enrico... Enrico... Ho paura... ho paura...

    [E  mentre  il  Di  Nolli  balza  a sua volta dallo zoccolo e di qui a
    terra, e accorre a Frida che sguita a gridare convulsa,  sul punto di
    svenire,  irrompono - dall'uscio a sinistra - tutti: il Dottore, Donna
    Matilde parata anche lei da  Marchesa  di  Toscana,  Tito  Belcredi,
    Landolfo,  Arialdo,  Ordulfo,  Bertoldo,  Giovanni.  Uno  di questi d
    subito  luce  alla  sala:  luce  strana,  di  lampadine  nascoste  nel
    soffitto,  per  modo che sia sulla scena soltanto viva nell'alto.  Gli
    altri, senza curarsi d'Enrico Quarto che rimane a guardare, stupito da
    quella irruzione inattesa,  dopo il momento di terrore per cui  ancora
    vibra  in  tutta  la  persona,  accorrono  premurosi  a sorreggere e a
    confortare Frida che trema ancora e geme e smania tra le  braccia  del
    fidanzato. Parlano tutti confusamente.]

    DI NOLLI No, no, Frida... Eccomi qua... Sono con te!
    DOTTORE  (sopravvenendo con gli altri) Basta!  Basta!  Non c' da fare
    pi nulla...
    DONNA MATILDE E' guarito, Frida! Ecco! E' guarito! Vedi?
    DI NOLLI (stupito) Guarito?
    BELCREDI Era per ridere! Stai tranquilla!
    FRIDA (c. s.) No! Ho paura! Ho paura!
    DONNA MATILDE Ma di che? Guardalo! Se non era vero! Non  vero!
    DI NOLLI (c. s.) Non  vero? Ma che dite? Guarito?
    DOTTORE Pare! Per quanto a me...
    BELCREDI Ma s! Ce l'hanno detto loro!

    [Indica i quattro giovani.]

    DONNA MATILDE S, da tanto tempo! Lo ha confidato a loro!
    DI NOLLI (ora pi indignato che stupito)  Ma  come?  Se  fino  a  poco
    fa...?
    BELCREDI Mah! Recitava per ridere alle tue spalle, e anche di noi che,
    in buona fede...
    DI NOLLI E' possibile ? Anche di sua sorella, fino alla morte?
    ENRICO  QUARTO (che se n' rimasto,  aggruppato,  a spiare or l'uno or
    l'altro,  sotto le accuse e il dileggio per quella che  tutti  credono
    una sua beffa crudele,  ormai svelata; e ha dimostrato col lampeggiare
    degli  occhi,   che  medita  una  vendetta  che  ancora   lo   sdegno,
    tumultuandogli  dentro,  non  gli fa vedere precisa;  insorge a questo
    punto, ferito, con la chiara idea d'assumere come vera la finzione che
    gli avevano insidiosamente apparecchiata gridando al nipote) E avanti!
    Di' avanti!
    DI NOLLI (restando al grido, stordito) Avanti, che?
    ENRICO QUARTO Non sar morta tua sorella soltanto!
    DI NOLLI (c.  s.) Mia sorella!  Io dico la tua,  che costringesti fino
    all'ultimo a presentarsi qua come tua madre, Agnese!
    ENRICO QUARTO E non era tua madre?
    DI NOLLI Mia madre, mia madre appunto!
    ENRICO QUARTO Ma  morta a me vecchio e lontano,  tua madre!  Tu sei
    calato ora, fresco, di l!

    [Indica la nicchia da cui egli  saltato.]

    E che ne sai tu, se io non l'ho pianta a lungo,  a lungo,  in segreto,
    anche vestito cos?
    DONNA MATILDE (costernata, guardando gli altri) Ma che dice?
    DOTTORE (impressionatissimo, osservandolo) Piano, piano, per carit!
    ENRICO QUARTO Che dico? Domandando a tutti, se non era Agnese la madre
    di Enrico Quarto!

    [Si  volge  a  Frida,  come  se  fosse  lei  veramente  la Marchesa di
    Toscana.]

    Voi, Marchesa, dovreste saperlo, mi pare!
    FRIDA (ancora impaurita,  stringendosi di pi al Di Nolli) No,  io no!
    io no!
    DOTTORE Ecco che ritorna il delirio... Piano, signori miei!
    BELCREDI  (sdegnato) Ma che delirio,  dottore!  Riprende a recitare la
    commedia!
    ENRICO QUARTO (subito) Io? Avete votato quelle due nicchie l;  lui mi
    sta davanti da Enrico Quarto...
    BELCREDI Ma basta ormai con codesta burla!
    ENRICO QUARTO Chi ha detto burla?
    DOTTORE (a Belcredi, forte) Non lo cimenti, per amor di Dio!
    BELCREDI (senza dargli retta, pi forte) Ma l'hanno detto loro!

    [Indica di nuovo i quattro giovani.]

    Loro! Loro!
    ENRICO QUARTO (voltandosi a guardarli) Voi? Avete detto burla?
    LANDOLFO (timido, imbarazzato) No... veramente, che era guarito!
    BELCREDI E dunque, basta, via!

    [A Donna Matilde:]

    Non vi pare che diventi d'una puerilit intollerabile, la vista di lui

    [indica il Di Nolli,]

    Marchesa, e la vostra, parati cos?
    DONNA  MATILDE  Ma  statevi zitto!  Chi pensa pi all'abito,  se lui 
    veramente guarito?
    ENRICO QUARTO Guarito, s! Sono guarito?

    [A Belcredi:]

    Ah, ma non per farla finita cos subito, come tu credi!

    [Lo investe.]

    Lo sai che da venti anni nessuno ha mai osato comparirmi davanti  qua,
    come te e codesto signore?

    [india il Dottore.]

    BELCREDI Ma s,  lo so! E difatti anch'io, questa mattina, ti comparvi
    davanti vestito...
    ENRICO QUARTO Da monaco, gi!
    BELCREDI E tu mi prendesti per Pietro Damiani!  E non  ho  mica  riso,
    credendo appunto...
    ENRICO QUARTO Che fossi pazzo!  Ti viene di ridere,  vedendo lei cos,
    ora che sono guarito? Eppure potresti pensare che,  ai miei occhi,  il
    suo aspetto, ora

    [s'interrompe con uno scatto di sdegno.]

    Ah!

    [E subito si rivolge al Dottore:]

    Voi siete un medico?
    DOTTORE Io, s...
    ENRICO  QUARTO  E l'avete parata voi da Marchesa di Toscana anche lei?
    Sapete,  dottore,  che avete rischiato di rifarmi per  un  momento  la
    notte nel cervello? Perdio, far parlare i ritratti, farli balzare vivi
    dalle cornici...

    [Contempla  Frida  e il Di Nolli,  poi guarda la Marchesa ed infine si
    guarda l'abito addosso.]

    Eh, bellissima la combinazione... Due coppie... Benissimo,  benissimo,
    dottore: per un pazzo...

    [Accenna appena con la mano al Belcredi.]

    A lui sembra ora una carnevalata fuori di tempo, eh ?

    [Si volta a guardarlo.]

    Via,  ormai,  anche questo mio abito da mascherato! Per venirmene, con
    te,  vero?
    BELCREDI Con me! Con noi!
    ENRICO QUARTO Dove,  al Circolo?  In marsina e cravatta  bianca?  O  a
    casa, tutti e due insieme, della Marchesa?
    BELCREDI  Ma  dove  vuoi!  Vorresti  rimanere  qua  ancora,  scusa,  a
    perpetuare - solo - quello che fu lo scherzo disgraziato  d'un  giorno
    di  carnevale?  E' veramente incredibile,  incredibile come tu l'abbia
    potuto fare, liberato dalla disgrazia che t'era capitata!
    ENRICO QUARTO Gi. Ma vedi?  E' che,  cadendo da cavallo e battendo la
    testa, fui pazzo per davvero, io, non so per quanto tempo...
    DOTTORE Ah, ecco, ecco! E dur a lungo?
    ENRICO QUARTO (rapidissimo,  al Dottore) S,  dottore,  a lungo: circa
    dodici anni.

    [E subito, tornando a parlare al Belcredi:]

    E non vedere pi nulla,  caro,  di tutto ci che dopo quel  giorno  di
    carnevale avvenne,  per voi e non per me;  le cose,  come si mutarono;
    gli amici, come mi tradirono; il posto preso da altri,  per esempio...
    che  so!  ma  supponi  nel  cuore della donna che tu amavi;  e chi era
    morto; e chi era scomparso... tutto questo, sai?  non  stata mica una
    burla per me, come a te pare!
    BELCREDI Ma no, io non dico questo, scusa! Io dico dopo!
    ENRICO QUARTO Ah s? Dopo? Un giorno...

    [Si arresta e si volge al Dottore.]

    Caso interessantissimo, dottore! Studiatemi, studiatemi bene!

    [Vibra tutto, parlando:]

    Da s, chi sa come, un giorno, il guasto qua...

    [si tocca la fronte]

    che so...  si san.  Riapro gli occhi a poco a poco, e non so in prima
    se sia sonno o veglia;  ma s,  sono  sveglio;  tocco  questa  cosa  e
    quella: torno a vedere chiaramente... Ah! - come lui dice

    [accenna a Belcredi]

    via,  via allora,  quest'abito da mascherato! quest'incubo! Apriamo le
    finestre: respiriamo la vita! Via, via! corriamo fuori!

    [Arrestando d'un tratto la foga:]

    Dove? a far che cosa?  a farmi mostrare a dito da tutti,  di nascosto,
    come Enrico Quarto,  non pi cos,  ma a braccetto con te,  tra i cari
    amici della vita?
    BELCREDI Ma no! Che dici? Perch?
    DONNA MATILDE Chi potrebbe pi...?  Ma neanche a pensarlo!  Se fu  una
    disgrazia!
    ENRICO QUARTO Ma se gi mi chiamavano pazzo, prima, tutti!

    [A Belcredi]

    E  tu  lo  sai!  Tu  che  pi  di tutti ti accanivi contro chi tentava
    difendermi!
    BELCREDI Oh, via, per ischerzo!
    ENRICO QUARTO E guardami qua i capelli!

    [Gli mostra i capelli sulla nuca.]

    BELCREDI Ma li ho grigi anch'io!
    ENRICO QUARTO S,  con questa differenza: che li ho fatti  grigi  qua,
    io,  da  Enrico  Quarto,  capisci?  E  non  me n'ero mica accorto!  Me
    n'accorsi in un giorno solo, tutt'a un tratto, riaprendo gli occhi,  e
    fu uno spavento, perch capii subito che non solo i capelli, ma doveva
    esser diventato grigio tutto cos,  e tutto crollato,  tutto finito: e
    che sarei arrivato con una fame da lupo  a  un  banchetto  gi  bell'e
    sparecchiato.
    BELCREDI Eh, ma gli altri, scusa...
    ENRICO  QUARTO  (subito) Lo so,  non potevano stare ad aspettare ch'io
    guarissi,  nemmeno quelli che,  dietro a me,  punsero a sangue il  mio
    cavallo bardato...
    DI NOLLI (impressionato) Come, come?
    ENRICO QUARTO S, a tradimento, per farlo springare e farmi cadere!
    DONNA MATILDE (subito, con orrore) Ma questo lo so adesso, io!
    ENRICO QUARTO Sar stato anche questo per uno scherzo!
    DONNA MATILDE Ma chi fu? Chi stava dietro alla nostra coppia ?
    ENRICO  QUARTO  Non  importa  saperlo!  Tutti quelli che seguitarono a
    banchettare e che ormai mi avrebbero  fatto  trovare  i  loro  avanzi,
    Marchesa,  di  magra  o molle piet,  o nel piatto insudiciato qualche
    lisca di rimorso, attaccata. Grazie!

    [Voltandosi di scatto al Dottore:]

    E allora,  dottore,  vedete se il caso non    veramente  nuovo  negli
    annali  della  pazzia!  -  preferii  restar pazzo  -trovando qua tutto
    pronto e disposto per questa delizia di nuovo genere: viverla - con la
    pi lucida coscienza - la mia pazzia e vendicarmi cos della brutalit
    d'un sasso che m'aveva ammaccato la testa!  La solitudine -  questa  -
    cos   squallida   e  vuota  come  m'apparve  riaprendo  gli  occhi  -
    rivestirmela subito, meglio, di tutti i colori e gli splendori di quel
    lontano giorno di carnevale, quando voi

    [guarda Donna Matilde e le indica Frida]

    eccovi l,  Marchesa,  trionfaste!  - e obbligar tutti quelli  che  si
    presentavano  a  me,  a  seguitarla,  perdio,  per il mio passo,  ora,
    quell'antica famosa mascherata che era stata - per voi e non per me  -
    la  burla  di un giorno!  Fare che diventasse per sempre - non pi una
    burla,  no;  ma una realt,  la realt di una vera pazzia: qua,  tutti
    mascherati,  e  la sala del trono,  e questi quattro miei consiglieri:
    segreti, e - s'intende - traditori!

    [Si volta verso di loro.]

    Vorrei sapere che ci avete guadagnato, svelando che ero guarito!  - Se
    sono  guarito,  non  c'  pi bisogno di voi,  e sarete licenziati!  -
    Confidarsi con qualcuno, questo s,  veramente da pazzo! - Ah,  ma vi
    accuso io,  ora, a mia volta! - Sapete? - Credevano di potersi mettere
    a farla anche loro adesso la burla, con me, alle vostre spalle.

    [Scoppia a ridere. Ridono, ma sconcertati, anche gli altri, meno Donna
    Matilde.]

    BELCREDI (al Di Nolli) Ah, senti... non c' male...
    DI NOLLI (ai quattro giovani) Voi?
    ENRICO QUARTO Bisogna perdonarli! Questo,

    [si scuote l'abito addosso]

    questo  che    per  me  la  caricatura,  evidente  e  volontaria,  di
    quell'altra  mascherata,  continua,  d'ogni  minuto,  di  cui  siamo i
    pagliacci involontarii

    [indica Belcredi]

    quando senza saperlo ci mascheriamo di  ci  che  ci  par  d'essere  -
    l'abito, il loro abito, perdonateli, ancora non lo vedono come la loro
    stessa persona.

    [Voltandosi di nuovo a Belcredi:]

    Sai?  Ci si assuef facilmente.  E si passeggia come niente,  cos, da
    tragico personaggio -

    [eseguisce]

    - in una sala come questa! - Guardate,  dottore!  - Ricordo un prete -
    certamente  irlandese  -  bello  -  che dormiva al sole,  un giorno di
    novembre,  appoggiato col braccio alla spalliera  del  sedile,  in  un
    pubblico  giardino: annegato nella dorata delizia di quel tepore,  che
    per lui doveva essere quasi estivo.  Si pu star sicuri  che  in  quel
    momento non sapeva pi d'esser prete, n dove fosse. Sognava! E chi sa
    che  sognava!  -  Pass  un monello,  che aveva strappato con tutto il
    gambo un fiore. Passando, lo vellic,  qua al collo.  - Gli vidi aprir
    gli  occhi  ridenti;  e tutta la bocca ridergli del riso beato del suo
    sogno;  immemore: ma subito vi so dire che si ricompose rigido nel suo
    abito da prete e che gli ritorn negli occhi la stessa seriet che voi
    avete  gi  veduta  nei  miei;  perch  i preti irlandesi difendono la
    seriet della loro fede cattolica con lo stesso  zelo  con  cui  io  i
    diritti  sacrosanti  della  monarchia  ereditaria.   -  Sono  guarito,
    signori: perch so perfettamente di fare il pazzo,  qua;  e lo faccio,
    quieto! - Il guajo  per voi che la vivete agitatamente, senza saperla
    e senza vederla, la vostra pazzia.
    BELCREDI Siamo arrivati,  guarda! alla conclusione, che i pazzi adesso
    siamo noi!
    ENRICO QUARTO (con uno scatto che pur si sforza di  contenere)  Ma  se
    non foste pazzi, tu e lei insieme,

    [indica la Marchesa]

    sareste venuti da me?
    BELCREDI Io, veramente, sono venuto credendo che il pazzo fossi tu.
    ENRICO QUARTO (subito forte, indicando la Marchesa) E lei?
    BELCREDI Ah lei,  non so... Vedo che  come incantata da quello che tu
    dici... affascinata da codesta tua cosciente pazzia!

    [Si volge a lei:]

    Parata come gi siete,  dico,  potreste anche restare qua  a  viverla,
    Marchesa...
    DONNA MATILDE Voi siete un insolente!
    ENRICO QUARTO (subito, placandola) Non ve ne curate! Non ve ne curate!
    Seguita  a  cimentare.  Eppure il dottore glie l'ha avvertito,  di non
    cimentare.

    [Voltandosi a Belcredi:]

    Ma che vuoi che m'agiti pi ci che avvenne  tra  noi;  la  parte  che
    avesti nelle mie disgrazie con lei

    [indica la Marchesa e si rivolge ora a lei indicandole il Belcredi]

    la parte che lui adesso ha per voi!  - La mia vita  questa!  Non  la
    vostra! - La vostra, in cui siete invecchiati, io non l'ho vissuta!

    [A Donna Matilde:]

    Mi volevate dir  questo,  dimostrar  questo,  con  vostro  sacrificio,
    parata cos per consiglio del dottore?  Oh,  fatto benissimo,  ve l'ho
    detto, dottore: - Quelli che eravamo allora, eh? e come siamo adesso?
    - -Ma io non sono un pazzo a modo vostro,  dottore!  Io  so  bene  che
    quello

    [indica il Di Nolli]

    non  pu  esser me,  perch Enrico Quarto sono io: io,  qua,  da venti
    anni, capite? Fisso in questa eternit di maschera! Li ha vissuti lei,

    [indica la Marchesa]

    se li  goduti lei,  questi venti anni,  per diventare -  eccola l  -
    come io non posso riconoscerla pi: perch io la conosco cos

    [indica Frida e le si accosta]

    per  me,   questa sempre...  Mi sembrate tanti bambini,  che io possa
    spaventare.

    [A Frida:]

    E ti sei spaventata davvero tu, bambina,  dello scherzo che ti avevano
    persuaso  a  fare,  senza  intendere  che  per me non poteva essere lo
    scherzo che loro credevano; ma questo terribile prodigio: il sogno che
    si fa vivo in te,  pi che mai!  Eri l un'immagine;  ti  hanno  fatta
    persona viva - sei mia! sei mia! mia! di diritto mia!

    [La cinge con le braccia,  ridendo come un pazzo, mentre tutti gridano
    atterriti;  ma come accorrono per strappargli Frida dalle braccia,  si
    fa terribile, e grida ai suoi quattro giovani:]

    Tratteneteli! Tratteneteli! Vi ordino di trattenerli!

    [I quattro giovani, nello stordimento, quasi affascinati, si provano a
    trattenere automaticamente il Di Nolli, il Dottore, il Belcredi.]

    BELCREDI  (si  libera  subito e si avventa su Enrico Quarto) Lasciala!
    Lasciala! Tu non sei pazzo!
    ENRICO QUARTO (fulmineamente,  cavando la spada dal fianco di Landolfo
    che gli sta presso) Non sono pazzo? Eccoti!

    [E lo ferisce al ventre.]

    [E'  un  urlo  d'orrore.  Tutti  accorrono  a  sorreggere il Belcredi,
    esclamando in tumulto]

    DI NOLLI T'ha ferito?
    BERTOLDO L'ha ferito! L'ha ferito!
    DOTTORE Lo dicevo io!
    FRIDA Oh Dio!
    DI NOLLI Frida, qua!
    DONNA MATILDE E' pazzo! E' pazzo!
    DI NOLLI Tenetelo!
    BELCREDI (mentre  lo  trasportano  di  l,  per  l'uscio  a  sinistra,
    protesta ferocemente) No! Non sei pazzo! Non  pazzo! Non  pazzo!

    [Escono per l'uscio a sinistra,  gridando, e seguitano di l a gridare
    finch sugli altri gridi se ne sente uno pi acuto di Donna Matilde, a
    cui segue un silenzio.]

    ENRICO QUARTO (rimasto sulla scena tra Landolfo,  Arialdo  e  Ordulfo,
    con  gli  occhi  sbarrati,  esterrefatto  dalla  vita della sua stessa
    finzione che in un momento lo ha forzato al  delitto)  Ora  s...  per
    forza...

    [li chiama attorno a s, come a ripararsi,]

    qua insieme, qua insieme... e per sempre!

    TELA.
