
    Luigi Pirandello.
    La giara.


    Copyright Arnoldo Mondadori Editore, Milano.
    Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.
















    INDICE.

    La giara: pagina 3.
    La cattura: pagina 18.
    Guardando una stampa: pagina 45.
    La paura del sonno: pagina 68.
    La Lega disciolta: pagina 90.
    La morta e la viva: pagina 104.
    Un'altra allodola: pagina 119.
    Richiamo all'obbligo: pagina 126.
    Pensaci, Giacomino!: pagina 143.
    Non  una cosa seria: pagina 158.
    Tirocinio: pagina 170.
    L'illustre estinto: pagina 182.
    Il guardaroba dell'eloquenza: pagina 205.
    Pallottoline!: pagina 239.
    Due letti a due: pagina 253.





    LA GIARA.

    Piena anche per gli olivi quell'annata. Piante massaje, cariche l'anno
    avanti, avevano raffermato tutte, a dispetto della nebbia che le aveva
    oppresse sul fiorire.
    Lo Zirafa,  che ne aveva un bel giro nel  suo  podere  delle  Quote  a
    Primosole,  prevedendo  che le cinque giare vecchie di coccio smaltato
    che aveva in cantina non sarebbero bastate  a  contener  tutto  l'olio
    della nuova raccolta, ne aveva ordinata a tempo una sesta pi capace a
    Santo Stefano di Camastra,  dove si fabbricavano: alta a petto d'uomo,
    bella panciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa.
    Neanche a dirlo,  aveva litigato anche col fornaciajo di l per questa
    giara.  E con chi non l'attaccava Don Loll Zirafa? Per ogni nonnulla,
    anche per una pietruzza caduta dal murello di  cinta,  anche  per  una
    festuca  di paglia,  gridava che gli sellassero la mula per correre in
    citt a fare gli atti.  Cos,  a furia di carta bollata  e  d'onorarii
    agli  avvocati,  citando  questo,  citando  quello e pagando sempre le
    spese per tutti, s'era mezzo rovinato.
    Dicevano che il suo consulente legale,  stanco di vederselo  comparire
    davanti  due  o  tre volte la settimana,  per levarselo di torno,  gli
    aveva regalato un libricino come quelli da messa: il codice, perch ci
    si scapasse a cercare da s il  fondamento  giuridico  alle  liti  che
    voleva intentare.
    Prima,  tutti coloro con cui aveva da dire,  per prenderlo in giro gli
    gridavano: - Sellate la mula! - Ora, invece: - Consultate il calepino!
    -
    E Don Loll rispondeva:
    - Sicuro, e vi fulmino tutti, figli d'un cane!
    Quella bella giara nuova,  pagata quattr'onze ballanti e  sonanti,  in
    attesa del posto da trovarle in cantina,  fu allogata provvisoriamente
    nel palmento.  Una giara  cos  non  s'era  mai  veduta.  Allogata  in
    quell'antro  intanfato di mosto e di quell'odore acre e crudo che cova
    nei luoghi senz'aria e senza luce, faceva pena.
    Da due giorni era cominciata l'abbacchiatura delle olive,  e Don Loll
    era  su  tutte  le furie perch,  tra gli abbacchiatori e i mulattieri
    venuti con le mule cariche di concime da depositare  a  mucchi  su  la
    costa  per  la  favata  della  nuova  stagione,  non  sapeva  pi come
    spartirsi, a chi badar prima. E bestemmiava come un turco e minacciava
    di fulminare questi e quelli,  se un'oliva,  che fosse  un'oliva,  gli
    fosse  mancata,  quasi le avesse prima contate tutte a una a una sugli
    alberi;  o se non fosse ogni mucchio di concime  della  stessa  misura
    degli  altri.   Col  cappellaccio  bianco,   in  maniche  di  camicia,
    spettorato, affocato in volto e tutto sgocciolante di sudore,  correva
    di qua e di l, girando gli occhi lupigni e stropicciandosi con rabbia
    le  guance rase,  su cui la barba prepotente rispuntava quasi sotto la
    raschiatura del rasojo.
    Ora,  alla fine della terza giornata,  tre dei contadini  che  avevano
    abbacchiato,  entrando  nel  palmento per deporvi le scale e le canne,
    restarono alla vista della bella giara nuova, spaccata in due, come se
    qualcuno,  con un  taglio  netto,  prendendo  tutta  l'ampiezza  della
    pancia, ne avesse staccato tutto il lembo davanti.
    - Guardate! guardate!
    - Chi sar stato?
    -  Oh,  mamma  mia!  E  chi  lo  sente ora Don Loll?  La giara nuova,
    peccato!
    Il primo, pi spaurito di tutti,  propose di raccostar subito la porta
    e  andare  via zitti zitti,  lasciando fuori,  appoggiate al muro,  le
    scale e le canne.
    Ma il secondo:
    -  Siete  pazzi?  Con  don  Loll?   Sarebbe  capace  di  credere  che
    gliel'abbiamo rotta noi. Fermi qua tutti!
    Usc davanti al palmento e, facendosi portavoce delle mani, chiam:
    - Don Loll! Ah, Don Lolloo!
    Eccolo  l sotto la costa con gli scaricatori del concime: gesticolava
    al solito furiosamente,  dandosi di tratto in tratto con ambo le  mani
    una rincalcata al cappellaccio bianco.  Arrivava talvolta,  a forza di
    quelle rincalcate,  a non poterselo pi strappare dalla nuca  e  dalla
    fronte.  Gi nel cielo si spegnevano gli ultimi fuochi del crepuscolo,
    e tra la pace che scendeva su la campagna con le ombre della sera e la
    dolce frescura, avventavano i gesti di quell'uomo sempre infuriato.
    - Don Loll! Ah, Don Lolloo!
    Quando venne su e vide lo scempio, parve volesse impazzire. Si scagli
    prima contro quei tre; ne afferr uno per la gola e lo impicc al muro
    gridando:
    - Sangue della Madonna, me la pagherete!
    Afferrato a sua volta dagli altri due,  stravolti nelle facce terrigne
    e bestiali, rivolse contro se stesso la rabbia furibonda, sbatacchi a
    terra  il  cappellaccio,  si  percosse  le guance,  pestando i piedi e
    sbraitando a modo di quelli che piangono un parente morto:
    - La giara nuova! Quattr'onze di giara! Non incignata ancora!
    Voleva sapere chi gliel'avesse rotta!  Possibile che si fosse rotta da
    s?  Qualcuno  per  forza  doveva  averla  rotta,  per  infamit o per
    invidia! Ma quando? Ma come? Non gli si vedeva segno di violenza!  Che
    fosse arrivata rotta dalla fabbrica? Ma che! Sonava come una campana!
    Appena  i  contadini  videro  che  la  prima  furia  gli  era  caduta,
    cominciarono ad esortarlo a calmarsi.  La giara si poteva sanare.  Non
    era  poi  rotta  malamente.  Un  pezzo  solo.  Un  bravo conciabrocche
    l'avrebbe rimessa su, nuova.  C'era giusto Zi' Dima Licasi,  che aveva
    scoperto un mastice miracoloso, di cui serbava gelosamente il segreto:
    un  mastice,  che  neanche  il martello ci poteva,  quando aveva fatto
    presa. Ecco, se don Loll voleva,  domani,  alla punta dell'alba,  Zi'
    Dima Licasi sarebbe venuto l e,  in quattro e quattr'otto,  la giara,
    meglio di prima.
    Don Loll diceva di no,  a quelle esortazioni: ch'era  tutto  inutile;
    che  non  c'era pi rimedio;  ma alla fine si lasci persuadere,  e il
    giorno appresso, all'alba, puntuale,  si present a Primosole Zi' Dima
    Licasi con la cesta degli attrezzi dietro le spalle.
    Era  un  vecchio  sbilenco,  dalle giunture storpie e nodose,  come un
    ceppo antico di olivo saraceno.  Per cavargli una parola di  bocca  ci
    voleva  l'uncino.  Mutria  o  tristezza  radicate  in  quel  suo corpo
    deforme;  o anche sconfidenza che nessuno potesse capire e  apprezzare
    giustamente il suo merito d'inventore non ancora patentato.
    Voleva che parlassero i fatti,  Zi' Dima Licasi.  Doveva poi guardarsi
    davanti e dietro, perch non gli rubassero il segreto.
    - Fatemi vedere codesto mastice - gli disse per prima cosa Don  Loll,
    dopo averlo squadrato a lungo con diffidenza.
    Zi' Dima neg col capo, pieno di dignit.
    - All'opera si vede.
    - Ma verr bene?
    Zi' Dima pos a terra la cesta; ne cav un grosso fazzoletto di cotone
    rosso,  logoro e tutto avvoltolato;  prese a svolgerlo pian piano, tra
    l'attenzione e la curiosit di tutti,  e quando alla fine venne  fuori
    un  pajo  d'occhiali col sellino e le stanghette rotte e legate con lo
    spago,  lui sospir e gli altri risero.  Zi' Dima non se ne  cur;  si
    pul  le  dita prima di pigliare gli occhiali;  se li inforc;  poi si
    mise a esaminare con molta gravit la giara tratta sull'aja. Disse:
    - Verr bene.
    - Col mastice solo per - mise per patto lo Zirafa - non mi  fido.  Ci
    voglio anche i punti.
    - Me ne vado - rispose senz'altro Zi' Dima,  rizzandosi e rimettendosi
    la cesta dietro le spalle.
    Don Loll lo acchiapp per un braccio.
    - Dove? Messere e porco,  cos trattate?  Ma guarda un po' che arie da
    Carlomagno!  Scannato miserabile e pezzo d'asino, ci devo metter olio,
    io, l dentro, e l'olio trasuda! Un miglio di spaccatura,  col mastice
    solo? Ci voglio i punti. Mastice e punti. Comando io.
    Zi' Dima chiuse gli occhi,  strinse le labbra e scosse il capo.  Tutti
    cos!  Gli era negato il piacere di  fare  un  lavoro  pulito,  filato
    coscienziosamente a regola d'arte, e di dare una prova della virt del
    suo mastice.
    - Se la giara - disse - non suona di nuovo come una campana...
    - Non sento niente, - lo interruppe Don Loll. - I punti! Pago mastice
    e punti. Quanto vi debbo dare?
    - Se col mastice solo...
    - Czzica che testa! - esclam lo Zirafa. - Come parlo? V'ho detto che
    ci  voglio  i  punti.  C'intenderemo  a lavoro finito: non ho tempo da
    perdere con voi.
    E se ne and a badare ai suoi uomini.
    Zi' Dima si mise all'opera gonfio d'ira e di dispetto.  E l'ira  e  il
    dispetto  gli  crebbero  ad  ogni foro che praticava col trapano nella
    giara e nel lembo spaccato per farvi passare il  fil  di  ferro  della
    cucitura. Accompagnava il frullo della saettella con grugniti a mano a
    mano  pi  frequenti  e  pi forti;  e il viso gli diventava pi verde
    dalla bile e gli occhi pi aguzzi e accesi di  stizza.  Finita  quella
    prima operazione,  scagli con rabbia il trapano nella cesta;  applic
    il lembo staccato alla giara per provare  se  i  fori  erano  a  egual
    distanza  e  in corrispondenza tra loro,  poi con le tenaglie fece del
    fil di ferro tanti pezzetti quanti erano i punti che  doveva  dare,  e
    chiam per ajuto uno dei contadini che abbacchiavano.
    -  Coraggio,  Zi'  Dima!  -  gli  disse  quello,  vedendogli la faccia
    alterata.
    Zi' Dima alz la mano a un gesto rabbioso.  Apr la scatola  di  latta
    che  conteneva il mastice,  e lo lev al cielo,  scotendolo,  come per
    offrirlo a Dio,  visto che gli uomini  non  volevano  riconoscerne  le
    virt:  poi  col  dito  cominci  a  spalmarlo  tutt'in  giro al lembo
    staccato e lungo la spaccatura;  prese le tenaglie e i pezzetti di fil
    di  ferro preparati avanti,  e si cacci dentro la pancia aperta della
    giara,  ordinando al contadino di applicare il lembo alla giara,  cos
    come aveva fatto lui poc'anzi. Prima di cominciare a dare i punti:
    -  Tira!  -  disse  dall'interno della giara al contadino.  - Tira con
    tutta la tua forza! Vedi se si stacca pi? Malanno a chi non ci crede!
    Picchia, picchia!  Suona,  si o no,  come una campana anche con me qua
    dentro? Va', va' a dirlo al tuo padrone!
    -  Chi    sopra comanda,  Zi' Dima,  - sospir il contadino - e chi 
    sotto si danna! Date i punti, date i punti.
    E Zi' Dima si mise a  far  passare  ogni  pezzetto  di  fil  di  ferro
    attraverso  i  due  fori  accanto,  l'uno di qua e l'altro di l della
    saldatura; e con le tanaglie ne attorceva i due capi.  Ci volle un'ora
    a passarli tutti. I sudori, gi a fontana, dentro la giara. Lavorando,
    si  lagnava  della  sua  mala  sorte.  E  il  contadino,  di fuori,  a
    confortarlo.
    - Ora ajutami a uscirne, - disse alla fine Zi' Dima.
    Ma quanto larga di pancia,  tanto quella giara era stretta  di  collo.
    Zi' Dima, nella rabbia, non ci aveva fatto caso. Ora, prova e riprova,
    non  trovava  pi il modo di uscirne.  E il contadino invece di dargli
    ajuto, eccolo l,  si torceva dalle risa.  Imprigionato,  imprigionato
    l,  nella  giara  da  lui  stesso sanata e che ora - non c'era via di
    mezzo - per farlo uscire, doveva essere rotta daccapo e per sempre.
    Alle risa,  alle grida,  sopravvenne Don Loll.  Zi'  Dima,  dento  la
    giara, era come un gatto inferocito.
    Fatemi uscire! - urlava -. Corpo di Dio, voglio uscire! Subito! Datemi
    ajuto!
    Don Loll rimase dapprima come stordito. Non sapeva crederci.
    - Ma come? l dentro? s' cucito l dentro?
    S'accost alla giara e grid al vecchio:
    - Ajuto? E che ajuto posso darvi io? Vecchiaccio stolido, ma come? non
    dovevate  prender  prima le misure?  Su,  provate: fuori un braccio...
    cos! e la testa... su... no, piano! Che! gi...  aspettate!  cos no!
    gi,  gi...  Ma come avete fatto?  E la giara,  adesso? Calma! Calma!
    Calma!  - si mise  a  raccomandare  tutt'intorno,  come  se  la  calma
    stessero per perderla gli altri e non lui.  - Mi fuma la testa! Calma!
    Questo  caso nuovo... La mula!
    Picchi con le nocche delle dita su la giara.  Sonava davvero come una
    campana.
    - Bella! Rimessa a nuovo... Aspettate! - disse al prigioniero. - Va' a
    sellarmi la mula!  - ordin al contadino;  e, grattandosi con tutte le
    dita la fronte,  seguit a dire tra s:  Ma  vedete  un  po'  che  mi
    capita!  Questa non  giara! quest' ordigno del diavolo! Fermo! Fermo
    l!
    E accorse a regger la giara, in cui Zi' Dima, furibondo,  si dibatteva
    come una bestia in trappola.
    - Caso nuovo, caro mio, che deve risolvere l'avvocato! Io non mi fido.
    La  mula!  La  mula!  Vado e torno,  abbiate pazienza!  Nell'interesse
    vostro...  Intanto,  piano!  calma!  Io mi guardo i miei.  E prima  di
    tutto, per salvare il mio diritto, faccio il mio dovere. Ecco: vi pago
    il lavoro, vi pago la giornata. Cinque lire. Vi bastano?
    - Non voglio nulla! - grid Zi' Dima. - Voglio uscire.
    - Uscirete. Ma io, intanto, vi pago. Qua, cinque lire.
    Le  cav  dal  taschino  del  panciotto  e  le butt nella giara.  Poi
    domand, premuroso:
    - Avete fatto colazione?  Pane e companatico,  subito!  Non ne volete?
    Buttatelo ai cani! A me basta che ve l'abbia dato.
    Ordin  che  gli  si  dsse;  mont in sella,  e via di galoppo per la
    citt.  Chi lo vide,  credette  che  andasse  a  chiudersi  da  s  in
    manicomio, tanto e in cos strano modo gesticolava.
    Per   fortuna,   non   gli  tocc  di  fare  anticamera  nello  studio
    dell'avvocato;  ma gli tocc d'attendere un bel po',  prima che questo
    finisse  di  ridere,  quando  gli ebbe esposto il caso.  Delle risa si
    stizz.
    - Che c' da ridere, scusi? A vossignoria non brucia! La giara  mia!
    Ma quello seguitava a ridere e  voleva  che  gli  rinarrasse  il  caso
    com'era stato,  per farci su altre risate.  "Dentro,  eh? S'era cucito
    dentro?  E lui,  don Loll che pretendeva?  Te...  tene...  tenerlo l
    dentro...  ah  ah  ah...  ohi  ohi  ohi...  tenerlo  l dentro per non
    perderci la giara?"
    - Ce la devo perdere?  - domand lo Zirafa con le pugna serrate.  - Il
    danno e lo scorno?
    - Ma sapete come si chiama questo? - gli disse infine l'avvocato. - Si
    chiama sequestro di persona!
    -  Sequestro?  E  chi  l'ha sequestrato?  - esclam lo Zirafa.  - Si 
    sequestrato lui da s! Che colpa ne ho io?
    L'avvocato allora gli spieg che erano due casi. Da un canto, lui, Don
    Loll,  doveva subito liberare il prigioniero per  non  rispondere  di
    sequestro  di  persona;  dall'altro il conciabrocche doveva rispondere
    del danno che veniva a cagionare con la sua imperizia  o  con  la  sua
    storditaggine.
    - Ah! - rifiat lo Zirafa. Pagandomi la giara!
    - Piano! - osserv l'avvocato. - Non come se fosse nuova, badiamo!
    - E perch?
    - Ma perch era rotta, oh bella!
    - Rotta?  Nossignore. Ora  sana. Meglio che sana, lo dice lui stesso!
    E se ora torno  a  romperla,  non  potr  pi  farla  risanare.  Giara
    perduta, signor avvocato!
    L'avvocato gli assicur che se ne sarebbe tenuto conto,  facendogliela
    pagare per quanto valeva nello stato in cui era adesso.
    - Anzi - gli consigli - fatela stimare avanti da lui stesso.
    - Bacio le mani - disse Don Loll, andando via di corsa.
    Di ritorno, verso sera,  trov tutti i contadini in festa attorno alla
    giara  abitata.  Partecipava  alla  festa  anche  il  cane di guardia,
    saltando e abbajando. Zi' Dima s'era calmato, non solo, ma aveva preso
    gusto anche lui alla sua bizzarra avventura e ne rideva con la gajezza
    mala dei tristi.
    Lo Zirafa scost tutti e si sporse a guardare dentro la giara.
    - Ah! Ci stai bene?
    - Benone. Al fresco - rispose quello. - Meglio che a casa mia.
    - Piacere.  Intanto ti avverto che questa giara mi  cost  quattr'onze
    nuova. Quanto credi che possa costare adesso?
    - Come me qua dentro? - domand Zi' Dima.
    I villani risero.
    -  Silenzio!  -  grid lo Zirafa.  - Delle due l'una: o il tuo mastice
    serve a qualche cosa, o non serve a nulla: se non serve a nulla tu sei
    un imbroglione; se serve a qualche cosa,  la giara,  cos com',  deve
    avere il suo prezzo. Che prezzo? Stimala tu.
    Zi' Dima rimase un pezzo a riflettere, poi disse:
    - Rispondo. Se lei me l'avesse fatta conciare col mastice solo, com'io
    volevo,  io,  prima di tutto,  non mi troverei qua dentro,  e la giara
    avrebbe su per gi lo stesso prezzo di prima. Cos conciata con questi
    puntacci,  che ho dovuto darle per forza di  qua  dentro,  che  prezzo
    potr avere? Un terzo di quanto valeva, s e no.
    - Un terzo? - domand lo Zirafa. - Un'onza e trentatr?
    - Meno s, pi no.
    - Ebbene,  - disse Don Loll. - Passi la tua parola, e dammi un'onza e
    trentatr.
    - Che? - fece Zi' Dima, come se non avesse inteso.
    - Rompo la giara per farti uscire,  - rispose Don Loll - e  tu,  dice
    l'avvocato, me la paghi per quanto l'hai stimata: un'onza e trentatr.
    - Io pagare?  - sghignazz Zi' Dima. - Vossignoria scherza! Qua dentro
    ci faccio i vermi.
    E, tratta di tasca con qualche stento la pipetta intartarita, l'accese
    e si mise a fumare, cacciando il fumo per il collo della giara.
    Don Loll ci rest brutto.  Quest'altro caso,  che Zi'  Dima  ora  non
    volesse  pi  uscire  dalla  giara,  n  lui  n  l'avvocato l'avevano
    previsto. E come si risolveva adesso?  Fu l l per ordinare di nuovo:
    La mula, ma pens che era gi sera.
    - Ah,  s - disse.  - Tu vuoi domiciliare nella mia giara?  Testimonii
    tutti qua!  Non vuole uscirne lui,  per non pagarla;  io sono pronto a
    romperla!  Intanto,  poich  vuole  stare  l,  domani  io lo cito per
    alloggio abusivo e perch mi impedisce l'uso della giara.
    Zi' Dima cacci prima fuori un'altra  boccata  di  fumo,  poi  rispose
    placido:
    -  Nossignore.  Non  voglio  impedirle niente,  io.  Sto forse qua per
    piacere? Mi faccia uscire, e me ne vado volentieri. Pagare...  neanche
    per ischerzo, vossignoria!
    Don  Loll,  in  un  impeto di rabbia,  alz un piede per avventare un
    calcio alla giara;  ma si trattenne;  la abbranc invece con  ambo  le
    mani e la scroll tutta, fremendo.
    - Vede che mastice? - gli disse Zi' Dima.
    - Pezzo da galera! - rugg allora lo Zirafa. - Chi l'ha fatto il male,
    io o tu?  E devo pagarlo io?  Muori di fame l dentro!  Vediamo chi la
    vince!
    E se ne and,  non pensando alle cinque lire che gli aveva buttate  la
    mattina dentro la giara.  Con esse,  per cominciare, Zi' Dima pens di
    far festa quella sera coi contadini che, avendo fatto tardi per quello
    strano  accidente,   rimanevano  a  passare  la  notte  in   campagna,
    all'aperto,  su  l'aja.  Uno  and  a  far  le spese in una taverna l
    presso. A farlo apposta, c'era una luna che pareva fosse raggiornato.
    A una cert'ora don Loll, andato a dormire, fu svegliato da un baccano
    d'inferno.  S'affacci a un balcone della cascina,  e vide  su  l'aja,
    sotto la luna,  tanti diavoli;  i contadini ubriachi che,  presisi per
    mano,  ballavano attorno alla giara.  Zi' Dima,  l dentro,  cantava a
    squarciagola.
    Questa  volta  non  pot pi reggere,  Don Loll: si precipit come un
    toro infuriato e, prima che quelli avessero tempo di pararlo,  con uno
    spintone  mand  a  rotolare  la  giara  gi per la costa.  Rotolando,
    accompagnata dalle risa degli ubriachi,  la  giara  and  a  spaccarsi
    contro un olivo.
    E la vinse Zi' Dima.













    LA CATTURA.

    Il  Guarnotta  seguiva col corpo ciondolante l'andatura dell'asinello,
    come se camminasse anche lui; e per poco veramente le gambe, coi piedi
    fuori delle staffe, non gli strisciavano sulla polvere dello stradone.
    Ritornava,  come tutti i giorni a  quell'ora,  dal  suo  podere  quasi
    affacciato sul mare,  all'orlo dell'altipiano. Pi stanca e pi triste
    di lui,  la vecchia asinella s'affannava da un  pezzo  a  superare  le
    ultime  pettate  di  quello  stradone  interminabile,  tutto a volte e
    risvolte,  attorno al colle,  in cima al quale  pareva  s'addossassero
    fitte, una sull'altra, le decrepite case della cittaduzza.
    A  quell'ora  i  contadini  erano  ritornati tutti dalla campagna;  lo
    stradone  era  deserto.  Se  qualcuno  ancora  se  ne  incontrava,  il
    Guarnotta  era sicuro di riceverne il saluto.  Perch tutti,  grazie a
    Dio, lo rispettavano.
    Deserto ormai come quello stradone era ai suoi occhi tutto il mondo; e
    di cenere come quell'aria della prima sera, la sua vita.  I rami degli
    alberi sporgenti senza foglie dai muretti di cinta screpolati, le alte
    siepi  di fichi d'India polverose e,  qua e l,  i mucchi di brecciale
    che nessuno pensava di stendere su  quello  stradone  tutto  solchi  e
    fosse,  se  il  Guarnotta li guardava,  in quella loro immobilit e in
    quel silenzio e in quell'abbandono,  gli parevano oppressi come lui da
    una vana pena infinita.  E a crescere questo senso di vanit,  come se
    il silenzio si fosse fatto polvere,  non si sentiva neanche il  rumore
    dei quattro zoccoli dell'asinella.
    Quanta  di  quella  polvere  dello stradone non si portava a casa ogni
    sera il Guarnotta!  La moglie,  tenendo la giacca sospesa e  discosta,
    appena  egli  se  la  levava,  la  mostrava  in  giro  alle  seggiole,
    all'armadio, al letto, al cassettone, come per darsi uno sfogo:
    - Guardate, guardate qua! Ci si pu scrivere sopra, col dito.
    Si fosse lasciato persuadere almeno a non  portare  l'abito  nero,  di
    panno,  per la campagna!  Gliene aveva ordinati tre - apposta, - tre -
    di fustagno.
    In maniche di camicia,  il Guarnotta,  quelle tre dita  tozze  che  la
    moglie  veniva  a cacciargli,  nel gesto rabbioso,  quasi negli occhi,
    gliele avrebbe volentieri addentate.  Cane pacifico,  si contentava di
    lanciarle di traverso un'occhiataccia e la lasciava cantare.  Quindici
    anni addietro,  alla morte dell'unico figlio,  aveva  giurato  d'andar
    vestito sempre di nero. Dunque...
    -  Ma  anche  per  la campagna?  Ti faccio mettere il lutto al braccio
    negli abiti di fustagno.  E basterebbe la cravatta nera,  ormai,  dopo
    quindici anni!
    La  lasciava  cantare.  Non se ne stava forse tutto il santo giorno in
    quel suo podere al mare?  In  paese,  non  si  faceva  pi  vedere  da
    nessuno, da anni. - Dunque...
    - Che dunque?
    Ma dunque,  se non lo portava in campagna,  dove lo avrebbe portato il
    lutto per il figliuolo?  - Corpo di Dio,  riflettere un  poco  almeno,
    prima d'aprir bocca e lasciare andare.  - Nel cuore, s: grazie tante!
    E che non lo portava nel cuore? Ma voleva si vedesse anche fuori...  -
    Che lo vedessero gli alberi,  gi!  o gli uccellini dell'aria; perch,
    infatti, occhi per vederselo addosso, lui, non ne aveva.  E perch poi
    brontolava  tanto la moglie?  Doveva forse batterlo e spazzolarlo lei,
    quell'abito, ogni sera? C'erano le serve.  Tre,  per due persone sole.
    Economia?  Un  abito  nero  all'anno: ottanta,  novanta lire.  Eh via!
    Avrebbe dovuto capire,  che  non  le  conveniva  far  tanti  discorsi.
    Seconda  moglie!  E  il  figlio morto era del primo letto!  Senz'altri
    parenti,  neppur lontani,  alla sua morte,  tutto il suo (che non  era
    poco) sarebbe andato a lei e ai suoi nipoti. Zitta, dunque: almeno per
    prudenza...  Ma gi,  s!  se avesse capito questo,  non sarebbe stata
    quella buona donna che era...
    Ed ecco perch lui se ne stava tutto il giorno in campagna. Solo,  tra
    gli alberi e con la distesa sterminata del mare sotto gli occhi,  come
    da un'infinita lontananza, nel fruscio lungo e lieve di quegli alberi,
    nel borboglio cupo e lento di quel mare s'era abituato  a  sentire  la
    vanit di tutto e il tedio angoscioso della vita.

    Era  giunto  ormai  a meno d'un chilometro dal paese.  Dalla chiesetta
    dell'Addolorata su in cima gli arrivavano lenti e blandi  i  rintocchi
    dell'Avemaria,  allorch,  d'improvviso,  a  una brusca svoltata dello
    stradone:
    - Faccia a terra!
    E dall'ombra si vide saltare addosso  tre  appostati,  con  la  faccia
    bendata,  armati di fucile.  Uno abbranc l'asina per la cavezza;  gli
    altri due,  in un batter d'occhio,  lo strapparono  di  sella,  gi  a
    terra;  e  mentre uno con un ginocchio su le gambe gli legava i polsi,
    l'altro gli annodava dietro la nuca un fazzoletto ripiegato a  fascia,
    passato sopra gli occhi.
    Ebbe appena il tempo di dire:
    - Figliuoli, a me?
    Fu tirato su,  spinto,  strappato, trascinato di furia per le braccia,
    fuori dello stradone, gi per la costa petrosa, verso la vallata.
    - Figliuoli...
    - Zitto, o sei morto!
    Pi delle spinte e degli strappi,  l'ansito,  l'ansito di quei tre per
    la   violenza  che  commettevano,   gl'incuteva  terrore.   Per  avere
    quell'ansito di belve,  doveva esser tremendo ci che s'erano proposto
    di fare sopra di lui.
    Ma ucciderlo,  almeno subito, forse non volevano. Se per mandato o per
    vendetta, lo avrebbero ucciso l,  su lo stradone,  dall'ombra dove si
    tenevano appostati. Dunque, lo catturavano, per ricatto.
    - Figliuoli...
    Stringendogli  pi  forte le braccia e scrollandolo,  gl'intimarono di
    nuovo di tacere.
    - Ma almeno allentatemi un po' la benda!  Mi serra troppo gli occhi...
    non posso...
    - Cammina!
    Prima gi,  poi su,  e avanti,  e indietro; poi gi di nuovo, e poi di
    nuovo su e su e su. Dove lo trascinavano?
    Nel subbuglio di pensieri e di sentimenti,  tra il guizzare d'immagini
    sinistre e l'affanno di quella corsa cieca,  a sbalzi, a spintoni, tra
    sassi,  sterpi (che stranezza!) i lumi,  i  primi  lumi  accesi  nella
    cittaduzza  ancora  illuminata a petrolio,  su in cima al colle - lumi
    delle case, lumi delle strade - come li aveva intraveduti prima che lo
    assaltassero e come  tante  volte,  ritornando  dal  podere  sempre  a
    quell'ora li aveva intraveduti,  ecco, nella strettura di quella benda
    che  gli  schiacciava  gli  occhi,  gli  apparivano  (che  stranezza!)
    precisi,  proprio come se li avesse davanti e avesse gli occhi liberi.
    Andava, cos trascinato,  strappato,  incespicando,  con tanto terrore
    dentro,  e se li portava,  quei lumetti placidi e tristi, davanti, con
    s,  con tutto il colle,  con tutta la cittaduzza situata lass,  dove
    nessuno  sapeva  la  violenza  che in quel momento si faceva a lui,  e
    tutti attendevano quieti e sicuri ai loro casi consueti.
    A un certo  punto  avvert  anche  l'affrettato  zoccolare  della  sua
    asinella.
    - Ah!
    Trascinavano  via  anche  la  sua  vecchia asinella stanca.  Ma che ne
    capiva,   povera  bestiola?   Avvertiva  forse  una  furia   insolita,
    un'insolita violenza,  ma andava dove la portavano, senza capir nulla.
    Se si fossero fermati un  momento,  se  l'avessero  lasciato  parlare,
    avrebbe  detto  loro con calma,  ch'era pronto a dare tutto quello che
    volevano. Poco pi gli restava da vivere, e non valeva proprio la pena
    per un po' di danaro - di quel danaro che non  gli  dava  pi  nessuna
    gioja - passare un momento come quello.
    - Figliuoli...
    - Zitto, cammina!
    - Ma non ne posso pi! Perch mi fate questo'? Sono pronto...
    - Zitto! Parleremo poi... Cammina!
    Lo fecero camminare,  cos, un'eternit. A un certo punto, fu tanta la
    stanchezza, tanto lo stordimento di quel fazzoletto che gli serrava la
    testa, che si sent mancare e non comprese pi nulla.

    Si ritrov, la mattina appresso, in una grotta bassa, come disfatto in
    un tanfo di mucido che pareva spirasse dallo  stesso  squallore  della
    prima luce del giorno.
    S'insinuava livida,  quella luce,  appena appena,  di tra gli anfratti
    cretosi della grotta e gli alleviava l'incubo delle violenze sofferte,
    che ora gli apparivano come sognate: violenze cieche, da bruti, al suo
    corpo che non si reggeva pi,  caricato su le spalle ora dell'uno  ora
    dell'altro, buttato a terra e trascinato o sollevato per le mani e per
    i piedi.
    Dov'era adesso'?
    Tese l'orecchio. Gli parve che fosse fuori un silenzio d'altura. E per
    un momento vi si sent come sospeso.  Ma non poteva muoversi.  Giaceva
    per terra come una bestia morta, mani e piedi legati.  E le membra gli
    pesavano quasi gli fossero diventate di piombo;  e anche la testa. Era
    ferito? Lo avevano lasciato l per morto?
    No: ecco,  confabulavano fuori della grotta.  La  sua  sorte  non  era
    dunque  decisa.  Ma  il  ricordo  di  ci  che gli era accaduto gli si
    rappresentava ora,  non gi  come  d'una  sciagura  che  gl'incombesse
    tuttavia  e  che  gli  suscitasse  dentro  qualche moto per tentare di
    liberarsene. No. Sapeva di non potere e quasi non voleva.  La sciagura
    era compiuta,  come avvenuta da gran tempo, quasi in un'altra vita, in
    una vita che forse gli sarebbe premuto di salvare,  quando  ancora  le
    membra non gli pesavano cos e non gli doleva tanto la testa.  Ora non
    gl'importava pi di nulla. Quella vita - pur essa miserabile - l'aveva
    lasciata laggi, lontano lontano, dove lo avevano catturato: e qua ora
    c'era questo silenzio, cos alto e vano, cos smemorato.
    Quand'anche lo avessero lasciato andare,  non  avrebbe  avuto  pi  la
    forza,   fors'anche   neppure   il   desiderio  di  tornare  laggi  a
    riprendersela, quella sua vita.
    Ma no,  ecco: una gran tenerezza,  di piet per s,  gli risorse a  un
    tratto  e  gli  s'arruff  tutta  dentro  come in un brivido d'orrore,
    appena vide entrare uno di quei tre,  carponi nella grotta,  col  viso
    nascosto da un fazzoletto rosso,  forato all'altezza degli occhi.  Gli
    guard subito le mani. No, nessun'arma. Una matita nuova, di quelle da
    un soldo, non ancora temperata. E nell'altra mano, per terra, un rozzo
    foglietto di carta da lettere tutto brancicato, con la busta in mezzo.
    Alleggerito, senza volerlo, sorrise; mentre nella grotta entravano gli
    altri due,  anch'essi carponi e bendati.  Uno  gli  s'appress  e  gli
    sciolse le mani soltanto. Il primo disse:
    - Giudizio! Scrivete!
    Gli  parve  di riconoscerlo alla voce.  Ma s,  "Manuzza";  detto cos
    perch aveva un braccio pi corto dell'altro. Oh,  e allora...  Ma era
    proprio lui?  Gli guard il braccio manco.  Lui, s. E certo anche gli
    altri due avrebbe riconosciuti subito,  se si fossero tolta la  benda.
    Conosceva tutta la cittadinanza. Disse allora:
    - Io,  giudizio? Giudizio voi, figliuoli! A chi volete che scriva? Con
    che debbo scrivere? con questa?
    E mostr la matita.
    - Perch? Non  matita?
    - Matita, s. Ma voi non sapete neppure come s'adopera.
    - Perch?
    - Ma bisogner prima temperarla.
    - Temperarla?
    - Con un temperino, gi, qua in punta...
    - Temperino, niente!
    E Manuzza ripet:
    - Giudizio! giudizio, sacramento!
    - Giudizio, s, Manuzza mio...
    - Ah, - grid questi. - M'avete riconosciuto?
    - Abbi pazienza,  ti nascondi la faccia e lasci scoperto  il  braccio?
    Levati codesto fazzoletto e guardami negli occhi. Fai questo, a me?
    -  Senza tante chiacchiere,  - grid Manuzza,  strappandosi con ira il
    fazzoletto dalla faccia. - V'ho detto giudizio! Scrivete, o v'ammazzo!
    - Ma s,  sono pronto,   - si  rimise  il  Guarnotta.  -  Quand'avrete
    temperato la matita.  Per,  se mi lasciate dire...  Volete danari,  
    vero, figliuoli? Quanto?
    - Tre mila onze!
    - Tre mila? Non volete poco.
    - Voi ce l'avete! Non facciamo storie!
    - Tre mila onze?
    - Pi! pi!
    - Anche pi,  s.  Ma non a casa,  in contanti.  Dovrei vendere  case,
    terre.  E vi pare che si possa,  cos, da un giorno all'altro, e senza
    me?
    - Vuol dire che se le faranno prestare!
    - Chi?
    - Vostra moglie e i vostri nipoti!
    Il Guarnotta sorrise amaramente e prov a rizzarsi su un gomito.
    - Volevo dirvi questo,  appunto,  - rispose.  - Figliuoli miei,  avete
    sbagliato.  Contate  su  mia  moglie  e  sui  suoi  nipoti?  Se volete
    ammazzarmi,  un conto: sono qua: ammazzatemi,  e non se ne parli pi.
    Ma  se  volete  danari,  non  potete  averli  che da me,  e a patto di
    lasciarmi andare a casa.
    - Che dite? a casa? Voi? Fossimo matti! Scherzate!
    - E allora... - sospir il Guarnotta.
    Manuzza strapp di mano  rabbiosamente  il  foglietto  da  lettere  al
    compagno e ripet:
    - Senza tante chiacchiere,  v'ho detto, scrivete! La matita... Ah gi,
    bisogna temperarla... Come si tempera?
    Il Guarnotta spieg come; e i tre allora,  dopo essersi guardati negli
    occhi,  uscirono dalla grotta.  Nel vederli uscire, cos carponi, come
    tre bestie,  non pot fare a meno di sorridere ancora  una  volta,  il
    Guarnotta.  Pens  che ora di l si sarebbero messi in tre a temperare
    quella matita, e che forse,  a furia di potarla come un ramo d'albero,
    non ne sarebbero venuti a capo.  Gi,  ma lui ne sorrideva, e forse la
    sua vita in quel punto dipendeva dalla ridicola  difficolt  che  quei
    tre  incontravano in quell'operazione per loro nuova: forse,  stizziti
    di vedersi mancare in mano  la  matita  a  pezzo  a  pezzo,  sarebbero
    rientrati  a fargli la prova che se i loro coltelli non erano buoni da
    temperare una matita,  erano per buoni da scannarlo.  E  aveva  fatto
    male,  un  errore  imperdonabile  aveva  commesso  a dichiarare a quel
    Manuzza  d'averlo  riconosciuto.  -  Ecco:  si  bisticciavano  di  l,
    sbuffavano,  bestemmiavano...  Certo,  si passavano dall'uno all'altro
    quella povera matita da un soldo sempre pi corta. Chi sa che coltelli
    avevano in mano, in quelle loro manacce scabre e cretose.
    Eccoli che rientravano a uno a uno, sconfitti.
    - Legno lasco,  - disse Manuzza.  -  Una  schifezza!  Voi  che  sapete
    scrivere  non  ce  n'avreste  in tasca un'altra bell'e temperata,  per
    combinazione?
    - Non ce l'ho,  figliuoli,  - rispose il Guarnotta.  - Ma    inutile,
    v'assicuro.  Avrei scritto,  se mi davate da scrivere; ma a chi? A mia
    moglie e a quei nipoti?  Quei nipoti sono suoi e non miei,  capite?  E
    nessuno  avrebbe risposto,  siatene pur certi;  avrebbero finto di non
    aver ricevuto la lettera minatoria, e addio. Se volete danari da loro,
    non dovevate buttarvi in prima su me: dovevate invece andare da loro e
    accordarvi: tanto - poniamo  mille  onze  -  per  ammazzarmi.  Non  ve
    l'avrebbero date nemmeno;  perch la mia morte,  la desiderano s,  ma
    sono vecchio;  se la aspettano dunque da Dio gratis e  senza  rimorsi,
    tra quattro giorni. Pretendete sul serio che vi diano un centesimo, un
    solo  centesimo,  per la mia vita?  Avete sbagliato.  La mia vita a me
    soltanto pu premere.  Non mi preme,  ve lo giuro;  ma  certo,  morire
    cos, di mala morte, non mi piacerebbe; e solo per non morire cos, vi
    prometto e giuro su la sant'anima di mio figlio che appena posso,  fra
    due,  tre giorni,  verr io stesso a portarvi il danaro al  posto  che
    m'indicherete.
    - Dopo averci denunziato?
    -  Vi  giuro  di no!  Vi giuro che non fiater con nessuno!  Si tratta
    della vita!
    - Ora. Ma quando sarete libero? Prima di andare a casa, andrete a fare
    la denunzia.
    - Vi giuro di no! Certo, dovete aver fiducia.  Pensate ch'io vado ogni
    giorno in campagna.  La mia vita  l, tra voi; e io sono stato sempre
    come un padre per voi. Mi avete sempre rispettato, santo Dio, e ora...
    Pensate che vorrei espormi al rischio d'una vendetta? Abbiate fiducia,
    lasciatemi ritornare a casa e state sicuri che avrete il danaro...
    Non risposero pi.  Tornarono a guardarsi negli occhi,  e uscirono  di
    nuovo dalla grotta, carponi.

    Per  tutta la giornata non li rivide pi.  Li ud un pezzo,  dapprima,
    discutere fuori della grotta; poi non ud pi nulla.
    Aspett,  rivolgendo in mente tutte le supposizioni intorno a ci  che
    avessero  potuto  decidere.  Gli  parve certo questo: ch'era caduto in
    mano di tre stupidi, novizii,  forse,  anzi senza dubbio al loro primo
    delitto.
    Ci  s'erano  buttati  come  ciechi,  senza  considerare  prima  le sue
    condizioni di famiglia;  solo pensando ai suoi danari.  Ora,  convinti
    dello sbaglio commesso,  non sapevano pi, o non vedevano ancora, come
    cavarsene. Del giuramento che non sarebbero stati denunziati,  nessuno
    dei  tre  si  sarebbe  fidato;  meno  di  tutti  Manuzza  ch'era stato
    riconosciuto. E allora?
    Allora,  non gli restava da augurarsi altro,  che a  nessuno  dei  tre
    sorgesse  il pentimento dello stupido atto compiuto invano,  e insieme
    il desiderio di cancellarlo per rimettersi sulla buona via;  che tutti
    e  tre,  invece,  risoluti  a vivere fuori d'ogni legge,  a commettere
    altri delitti,  non  dovessero  intanto  curarsi  di  cancellare  ogni
    traccia  di  questo  primo  e  di gravarsene inutilmente la coscienza.
    Perch,  riconosciuto lo sbaglio e risoluti a restare tre  birbaccioni
    al  bando,  potevano  fargli  salva  la  vita e lasciarlo andare senza
    curarsi della denunzia;  ma,  se volevano ritornare sulla  buona  via,
    pentiti,  allora per forza,  a impedire la denunzia di cui si tenevano
    certi, dovevano assassinarlo.
    Ne seguiva,  che Dio doveva dunque ajutarlo ad aprir  loro  la  mente;
    perch  riconoscessero  che  nessun profitto si ricava a voler restare
    galantuomini.  Cosa  non  difficile  con  loro,  visto  che  la  buona
    intenzione   di   gettarsi   alla   perdizione  l'avevano  dimostrata,
    catturandolo. Ma c'era da temere pur troppo del disinganno che avevano
    dovuto provare cos a  prima  giunta,  toccando  con  mano  il  grosso
    sbaglio  commesso  appena incamminati sulla nuova via.  E fa presto un
    disinganno a cangiarsi in pentimento e in voglia  di  ritrarsi  da  un
    cammino che cominci male.  Per tirarsene indietro,  cancellandovi ogni
    orma dei primi passi, la logica, s,  portava a commettere un delitto;
    ma,  a  volerlo  scansare,  la stessa logica non li avrebbe portati ad
    avventurarsi per quel cammino in  cerca  d'altri  delitti?  E  allora,
    meglio  quest'uno qua a principio,  che poteva restar nascosto e senza
    traccia,  che tanti l allo scoperto e  allo  sbaraglio.  A  costo  di
    quest'uno,  potevano  avere  ancora  speranza  di salvarsi,  se non di
    fronte alla loro coscienza, di fronte agli uomini; a volerlo scansare,
    si sarebbero certo perduti.
    Conclusione di queste tormentose riflessioni: la certezza che  oggi  o
    domani,   forse   quella  notte  stessa,   nel  sonno,   lo  avrebbero
    assassinato.

    Attese, fino a tanto che nella grotta non si fece bujo.
    Allora,  al pensiero che quel silenzio,  e la stanchezza potessero  su
    lui pi della paura di cedere al sonno,  sent dalla testa ai piedi un
    fremito di tutto il suo istinto bestiale che lo spingeva, pur cos con
    le mani e i piedi ancora legati, a uscir fuori della grotta a forza di
    gomiti,  strisciando come un verme per terra;  e dovette penar tanto a
    persuadere  a  quel  suo  istinto atterrito di fare quanto meno rumore
    fosse possibile; perch poi, tanto, che sperava sporgendo il capo come
    una lucertola fuori della tana?  Niente!  vedere il  cielo  almeno,  e
    vederla l fuori,  all'aperto,  con gli occhi, la morte, senza che gli
    fosse inflitta a tradimento nel sonno. Questo, almeno.
    Ah, ecco... Zitto! Era lume di luna? Luna nuova, s, e tante stelle...
    Che serata! Dov'era? Su una montagna... Che aria e che altro silenzio!
    Forse era il monte  Caltafaraci,  quello,  o  il  San  Benedetto...  E
    allora, quello l? Il piano di Conslida, o il piano di Clerici? S, e
    quella  l  verso  ponente doveva essere la montagna di Carapezza.  Ma
    allora quei lumetti l,  esitanti,  come  sprazzi  di  lucciole  nella
    chiaria opalina della luna?  Quelli di Girgenti?  Ma dunque... oh Dio,
    dunque era  proprio  vicino?  E  gli  pareva  che  lo  avessero  fatto
    camminare tanto... tanto...
    Allung  lo sguardo intorno,  quasi gl'incutesse paura la speranza che
    quelli lo avessero lasciato l e se ne fossero andati.
    Nero,  immobile,  accoccolato come un grosso gufo su un greppo cretoso
    della montagna,  uno dei tre,  rimasto a guardia, si stagliava preciso
    nella chiara soffusione dell'albor lunare. Dormiva?
    Fece per sporgersi un po',  ma subito lo sforzo  gli  s'allent  nelle
    braccia alla voce di colui, che, senza scomporsi, gli diceva:
    - Vi sto guardando, don Vic! Rientrate, o vi sparo.
    Non  fiat,  come  se volesse far nascere in colui il dubbio d'essersi
    ingannato, rimase l quatto a spiare. Ma colui ripet:
    - Vi sto guardando.
    - Lasciami prendere una boccata d'aria,  - gli disse allora.  - Qua si
    soffoca. Mi volete lasciare cos? Ho sete.
    Colui si scroll minacciosamente:
    - Oh!  se volete restare cost,  dev'essere a patto di non fiatare. Ho
    sete anch'io e sono digiuno come voi. Silenzio, o vi faccio rientrare.
    Silenzio. E quella luna che rivelava tanta vista di tranquilli piani e
    di monti... e il sollievo di tutta quell'aria, almeno...  e il sospiro
    lontano di quei lumetti l del suo paese...
    Ma  dov'erano  andati  gli altri due?  Avevano lasciato a questo terzo
    l'incarico d'ucciderlo durante la notte?  E  perch  non  subito?  Che
    aspettava  colui?  Aspettava  forse nella notte il ritorno degli altri
    due?
    Fu di nuovo tentato di parlare,  ma si trattenne.  Tanto,  se  avevano
    deciso cos...
    Volse  gli occhi al greppo dove colui stava seduto: lo vide ricomposto
    nel primo atteggiamento. Chi era? Alla voce,  poc'anzi,  gli era parso
    uno  di  Grotte,  grosso  borgo  tra  le  zolfare.  Che fosse Fillic?
    Possibile?  Buon uomo,  tutto d'un pezzo,  bestia da lavoro,  di poche
    parole...  Se era lui veramente,  guaj!  Cos taciturno e duro, se era
    riuscito a smuoversi dalla bont, guaj.
    Non pot pi reggere; e, con una voce quasi involontaria, vuota d'ogni
    intenzione,  quasi dovesse arrivare a colui come non  proferita  dalla
    sua bocca, disse senza domandare:
    - Fillic...
    Colui non si mosse.
    Il Guarnotta attese un pezzo e ripet con la stessa voce,  come se non
    fosse lui,  con gli occhi intenti a un dito  che  faceva  segni  sulla
    rena:
    - Fillic...
    E un brivido, questa volta, gli corse la schiena perch s'immagin che
    questa  sua  ostinazione,  di  proferire  il nome quasi senza volerlo,
    dovesse costargli, di rimando, una schioppettata.
    Ma neanche questa volta colui si mosse;  e allora  egli  esal  in  un
    sospiro  d'estrema  stanchezza  tutto  l'orgasmo  della disperazione e
    abbandon per terra il peso morto della testa come  se  veramente  non
    avesse  pi  forza n voglia di sorreggerlo.  L,  con la faccia nella
    rena, con la rena che gli entrava nella bocca come a una bestia morta,
    senza pi curarsi del divieto che colui gli aveva fatto di parlare, n
    della minaccia d'una  schioppettata,  si  mise  allora  a  parlare,  a
    farneticare senza fine. Parl della bella luna che ora, addio, sarebbe
    tramontata;  parl  delle  stelle  che  Dio  aveva  fatto e messo cos
    lontane perch le bestie non sapessero ch'erano tanti mondi pi grandi
    assai della terra;  e parl della terra che  soltanto  le  bestie  non
    sanno  che  gira  come  una  trottola  e  disse,  come  per  uno sfogo
    personale,  che in questo momento ci sono uomini che  stanno  a  testa
    all'ingi  e  pure  non  precipitano  nel  cielo  per ragioni che ogni
    cristiano che non sia pi creta della creta,  cretaccia ma proprio  di
    quella  vile su cui Dio santo ancora non ha soffiato,  dovrebbe almeno
    curarsi di sapere.
    E in mezzo a questo farnetichio si ritrov  d'improvviso  che  parlava
    davvero  d'astronomia  come un professore a colui che,  a poco a poco,
    gli s'era accostato,  ch'era anzi  venuto  a  sederglisi  accanto,  l
    presso l'entrata della grotta,  e ch'era proprio lui,  s,  Fillic di
    Grotte, che le voleva sapere da tanto tempo quelle cose, bench non se
    ne persuadesse bene e non gli paressero vere:  lo  zodiaco...  la  via
    lattea... le nebulose...
    Gi.  Cos.  Ma  perch  quando uno non ne pu pi,  che le ha proprio
    esaurite tutte nella disperazione le sue forze,  altro che questo  gli
    pu avvenire di buffo! si pu mettere come niente, anche sotto la mira
    di  un  fucile,  a  nettarsi le unghie attentamente con un fuscellino,
    badando che non si spezzi e non si pieghi,  o  a  tastarsi  in  bocca,
    sissignori,  i  denti  che gli sono rimasti,  tre incisivi e un canino
    solo;  e sissignori,  a pensare seriamente se sono  tre  o  quattro  i
    figliuoli del bottajo,  suo vicino di casa, a cui da quindici giorni 
    morta la moglie.
    - Parliamo sul serio.  Ma dimmi un po': che ti pare che sono,  per  la
    Madonna,  un  filo  d'erba?...  questo  filo d'erba qua che si strappa
    cos, come niente? Toccami! Di carne sono, per la Madonna!  e un'anima
    ho,  che  me  l'ha  data Dio come a te!  Che mi volete scannare mentre
    dormo? No... sta' qua...  senti...  te ne vai?  Ah,  finch ti parlavo
    delle stelle... Senti che ti dico: scannami qua a occhi aperti, non mi
    scannare a tradimento nel sonno...  Che dici?  Non vuoi rispondere? Ma
    che aspetti?  Che aspettate,  si pu sapere?  Denari,  non ne  avrete;
    tenermi  qua,  non  potrete;  lasciarmi andare,  non volete...  Volete
    ammazzarmi? E ammazzami, corpo di Dio, e non se ne parli pi!
    A chi diceva?  Quello era gi andato a riaccoccolarsi sul greppo  come
    un  gufo,  per  dimostrargli  che di questo - era inutile - non voleva
    sentir parlare.
    Ma dopo tutto, che bestia anche lui! Non era meglio che lo uccidessero
    nel sonno, se dovevano ucciderlo?  Anzi,  pi tardi,  se ancora non si
    fosse addormentato,  sentendoli entrare carponi nella grotta,  avrebbe
    chiuso gli occhi per fingere di dormire. Ma gi,  che occhi!  al bujo,
    poteva  anche  tenerli  aperti.  Bastava  che  non si movesse,  quando
    sarebbero venuti a cercargli la gola, a tasto, come a un pecoro.
    Disse:
    - Buona notte.
    E si ritrasse.

    Ma non lo uccisero.
    Riconosciuto lo sbaglio, n liberare lo vollero e neppure uccidere. Lo
    tennero l.
    Ma come, per sempre?
    Finch Dio avrebbe voluto.  Si rimettevano a Lui: presto  o  tardi,  a
    seconda che Egli avrebbe voluto fare pi o meno lunga la penitenza per
    lo sbaglio d'averlo catturato.
    O  che intendevano insomma?  che egli morisse da s,  lass,  di morte
    naturale? Intendevano questo?
    Questo, s.
    - Ma che Dio e Dio, allora! Pezzi d'animali,  non m'uccider mica Dio,
    m'ucciderete  voi  cos,  tenendomi qua,  morto di fame,  di sete,  di
    freddo, legato come una bestia, in questa grotta, a dormire per terra,
    a fare per terra qua stesso, come una bestia, i miei bisogni!
    A chi diceva? S'erano rimessi a Dio,  tutti e tre;  e come se parlasse
    alle pietre.
    Intanto, morto di fame, non era vero; dormire per terra, non era vero.
    Gli  avevano  portato  lass  tre  fasci  di  paglia per fargliene una
    lettiera,  e anche un  loro  vecchio  cappotto  d'albagio,  perch  si
    riparasse  dal  freddo.  Poi,  pane  e companatico ogni giorno.  Se lo
    levavano di bocca, lo levavano di bocca alle loro creature e alle loro
    mogli per darlo a lui. E pane faticato col sudore della fronte, perch
    uno,  a turno,  restava l di guardia,  e gli  altri  due  andavano  a
    lavorare.  E  in  quello ziretto l di terracotta c'era acqua da bere,
    che Dio solo sapeva che pena a trovarla  per  quelle  terre  assetate.
    Quanto  poi  a  far  l per terra i suoi bisogni,  poteva uscire dalla
    grotta, la sera, e farli all'aperto.
    - Ma come? davanti a te?
    - Fate. Non vi guardo.
    Di fronte a quella durezza stupida e irremovibile si sarebbe  messo  a
    pestare i piedi come un bambino. Ma che erano, macigni? che erano?
    - Riconoscete d'avere sbagliato, s o no?
    Lo riconoscevano.
    - Riconoscete di doverlo scontare, questo sbaglio?
    S,  non  uccidendolo,  aspettando  da  Dio la sua morte e sforzandosi
    d'alleviargli per quanto potevano il martirio che gli davano.
    - Benissimo! Ma questo  per voi, pezzi d'animali, per il male che voi
    stessi riconoscete d'aver commesso! Ma io? che c'entro io? che male ho
    commesso io?  Sono s o no la  vittima  del  vostro  sbaglio?  E  fate
    scontare anche a me,  che non c'entro, il male che voi avete commesso?
    Devo patire io cos, perch voi avete sbagliato? Cos ragionate?
    Ma  no:  non  ragionavano  affatto,   loro.   Stavano  ad  ascoltarlo,
    impassibili,  con gli occhi fermi e vani,  nelle dure facce cretose. E
    qua la paglia... e l il cappotto...  e lo ziretto dell'acqua...  e il
    pane col sudore della fronte... e venite a cacare all'aperto.
    Non si sacrificavano forse,  uno alla volta,  a star l di guardia e a
    tenergli compagnia?  E lo facevano parlare delle stelle e  delle  cose
    della citt e della campagna, delle buone annate d'altri tempi, quando
    c'era  pi  religione,  e  di  certe  malattie delle piante che prima,
    quando c'era pi religione, non si conoscevano.  E gli avevano portato
    anche un vecchio "Barbanera",  trovato chi sa dove,  perch ingannasse
    l'ozio, leggendo; lui che aveva la bella fortuna di saper leggere.
    - Che diceva,  che diceva quello stampato,  con tutte  quelle  lune  e
    quella bilancia e quei pesci e quello scorpione?

    Sentendolo  parlare,  si  svegliava  in  loro  un'ingorda curiosit di
    sapere, piena di meraviglie grugnite e di sbalordimenti bambineschi, a
    cui egli, a poco a poco,  cominciava a prender gusto,  come a una cosa
    viva  che nascesse da lui,  da tutto ci che in quei discorsi con loro
    traeva,  come nuovo,  anche per s,  dal suo animo ormai da tanti anni
    addormentato nella pena della sua incresciosa esistenza.
    E sentiva,  s,  che ormai cominciava a essere una vita anche per lui,
    quella;  una vita a cui aveva preso ad  adattarsi,  caduta  la  rabbia
    davanti  a  una  ineluttabilit  che  non  gliela  faceva  pi pensare
    precaria, quantunque incerta, strana e come sospesa nel vuoto.
    Gi per tutti l,  al suo podere lontano affacciato sul mare,  e nella
    citt di cui nella notte vedeva i lumi,  egli era morto. Forse nessuno
    s'era mosso a far ricerche, dopo la sua scomparsa misteriosa; e seppur
    lo avevano ricercato,  lo avevano fatto senza impegno,  non premendo a
    nessuno di ritrovarlo.
    Col  cuore ridotto pi arido e squallido della creta di quella grotta,
    che gl'importava ormai di ritornare vivo l,  a quella vita di  prima?
    aveva veramente qualche ragione di rimpianto per tutte le cose che qua
    gli mancavano, se il riaverle l doveva essere a costo dell'amara noja
    di prima?  Non si trascinava l, in quella vita col peso addosso, d'un
    tedio insopportabile? Qua, almeno,  ora stava sdrajato per terra e non
    si trascinava pi.
    Le giornate gli passavano,  in quel silenzio d'altura, quasi fuori del
    tempo,  vuote d'ogni senso e senza scopo.  In quella  vacuit  sospesa
    anche  la stessa intimit della coscienza gli cessava: guardava la sua
    spalla e la  creta  accanto  della  grotta,  come  le  sole  cose  che
    esistessero;  e  la  sua  mano,  se  vi  fissava  gli  occhi,  come se
    esistesse, cos solo per se stessa;  e quel sasso e quello sterpo,  in
    un isolamento spaventoso.

    Se  non  che,  avvertendo a mano a mano che quanto gli era occorso non
    era poi per lui tutta quella sciagura che in principio,  per la rabbia
    dell'ingiustizia,  gli  era apparsa,  cominci anche ad accorgersi che
    davvero era una ben dura e grave punizione,  a cui da se  stessi  quei
    tre s'erano condannati, il tenerlo ancora in vita.
    Morto  com'era gi per tutti,  restava vivo solo per essi,  vivo e con
    tutto il peso di quella vita inutile,  di cui egli ora,  in fondo,  si
    sentiva liberato. Potevano buttarlo via come niente, quel peso che non
    aveva pi valore per nessuno,  di cui nessuno pi si curava; e invece,
    no,  se lo tenevano addosso,  lo sopportavano rassegnati alla pena che
    da  loro stessi s'erano inflitta,  e non solo non se ne lagnavano,  ma
    veramente facevano di tutto per rendersela pi gravosa con le cure che
    gli prodigavano. Perch, sissignori, gli s'erano affezionati,  tutti e
    tre,  come  a qualche cosa che appartenesse a loro,  ma proprio a loro
    soltanto e a nessun altro pi,  e dalla quale misteriosamente traevano
    una  soddisfazione,  di  cui,  seppur la loro coscienza non sentiva il
    bisogno,  avrebbero per tutta la vita avvertito  la  mancanza,  quando
    fosse venuta loro a mancare.
    Fillic  un giorno port su alla grotta la moglie,  che aveva un bimbo
    attaccato al petto e una ragazzetta per mano.  La ragazzetta recava al
    "nonno" una bella corona di pan buccellato.
    Con che occhi erano rimaste a mirarlo, madre e figlia! Dovevano essere
    passati gi parecchi mesi dalla cattura,  e chi sa come s'era ridotto:
    la barba a cespugli sulle gote e sul mento; sudicio,  strappato...  Ma
    rideva per far loro buona accoglienza, grato della visita e del regalo
    di quel buon pane buccellato. Forse per era appunto il riso in quella
    sua  faccia  da svanito,  che faceva tanto spavento alla buona donna e
    alla ragazzetta.
    - No,  carinella,  vieni qua...  vieni  qua...  Tieni,  te  ne  do  un
    pezzetto; mangia... L'ha fatto mamma?
    - Mamma...
    - Brava!  E fratellini,  ne hai?  Tre? Eh, povero Fillic, gi quattro
    figli...  Portameli,  i maschietti: voglio  conoscerli.  La  settimana
    ventura, bravo. Ma speriamo che non ci arrivi...

    Ci  arriv.  Altro  che!  Lunga,  proprio lunga volle Dio che fosse la
    punizione. Per pi di altri due mesi la tir!
    Mor di domenica, una bella serata che lass c'era ancora luce come se
    fosse giorno.  Fillic aveva condotto i  suoi  ragazzi,  a  vedere  il
    nonno,  e  anche  "Manuzza",  i  suoi.  Tra quei ragazzi mor,  mentre
    scherzava con loro,  come un ragazzino anche lui,  mascherato  con  un
    fazzoletto rosso sui capelli lanosi.
    I  tre  accorsero  a  raccoglierlo  da terra,  appena lo videro cadere
    all'improvviso, mentre rideva e faceva tanto ridere quei ragazzi.
    Morto?
    Scostarono i ragazzi; li fecero andar via con le donne. E lo piansero,
    lo  piansero,  inginocchiati  tutti  e  tre  attorno  al  cadavere,  e
    pregarono Dio per lui e anche per loro.  Poi lo seppellirono dentro la
    grotta.
    Per tutta la vita,  se a  qualcuno  per  caso  avveniva  di  ricordare
    davanti a loro il Guarnotta e la sua scomparsa misteriosa:
    - Un santo! - dicevano. - Oh! And certo diritto in paradiso con tutte
    le scarpe, quello!
    Perch  il  purgatorio  erano  certi d'averglielo dato loro l,  su la
    montagna.





















    GUARDANDO UNA STAMPA.

    Un viale scortato da giganteschi eucalipti. A sinistra,  un poggio con
    su  in  cima un ricovero notturno.  Due mendicanti che confabulano tra
    loro per quel viale,  e che  hanno  lasciato  un  po'  pi  gi  sulla
    spalletta  una  bisaccia  e  una  stampella.  Un'alba  di  luna che si
    indovina dal giuoco delle ombre e delle luci.
    E' una vecchia stampa, ingenua e di maniera, che quasi commuove per il
    piacere manifesto  che  dovette  provare  l'ignoto  incisore  nel  far
    preciso tutto ci che ci poteva entrare: questa zana qua, per esempio,
    a pi del poggio,  con l'acqua che vi scorre sotto la palancola;  e l
    quella bisaccia e quella stampella sulla spalletta del viale; il cielo
    dietro il poggio con quel ricovero in cima; e il chiaror lieve e ampio
    che sfuma nella sera dalla citt lontana.
    S'immagina che debba arrivare il rombar sordo della vita cittadina,  e
    che  qua  tra  gli  sterpi  del  poggio forse qualche grillo strida di
    tratto in tratto nel silenzio,  e che se la romba lontana cessi per un
    istante,  si debba anche udire il borboglio fresco sommesso dell'acqua
    che scorre per questa zana sotto la palancola e il tenue  stormire  di
    questi  alti  alberi  foschi.  La  luna  che s'indovina e non si vede,
    quella bisaccia e quella stampella illuminate da essa,  l'acqua  della
    zana e questi eucalipti formano per conto loro un concerto a cui i due
    mendicanti restano estranei.
    Certo,  per  fare  da  sentinelle  alla  miseria  che  va ogni notte a
    rintanarsi in quel ricovero su in cima al  poggio,  pi  bella  figura
    farebbero,  lungo questo viale,  alberetti gobbi,  alberetti nani, dai
    tronchi ginocchiuti e pieni di  giunture  storpie  e  nodose,  anzich
    questi  eucalipti  che pare si siano levati cos alti per non vedere e
    non sentire.
    Ma la pena che fa tutta questa puerile precisione di disegno    tanta
    che  vien  voglia  di comunicare a tutte le cose qui rappresentate,  a
    questi  due  mendicanti  che  confabulano  tra  loro  appoggiati  alla
    spalletta del viale,  quella vita che l'ignoto incisore, pur con tutto
    lo studio e l'amore che ci mise, non riusc a comunicare.  Oh Dio mio,
    un po' di vita, quanto pu averne una vecchia stampa di maniera.
    Vogliamo provarci?

    Per  cominciare,  questi  due mendicanti,  uno mi pare che si potrebbe
    chiamare Alfreduccio e l'altro il Rosso.
    La luna  certo che sale di l;  da dietro gli alberi.  E  pi  volte,
    scoperti  da  essa,  Alfreduccio  e  il  Rosso  si sono tratti pi su,
    nell'ombra, lasciando al posto di prima, sulla spalletta,  la bisaccia
    e  la  stampella.  Parlano tra loro a bassa voce.  Il Rosso s' tirati
    sulla fronte gli occhialacci affumicati e,  parlando,  fa  girare  per
    aria  la  corona  del rosario e poi se la raccoglie attorno all'indice
    ritto.
    - La corona, s: santa! ma sgranane pure i chicchi quanto ti pare,  se
    poi non ti dai ajuto da te!
    E  dice  che  tutti  i  signori  con  l'estate  se  ne  sono andati in
    villeggiatura,  chi qua chi l;  per cui l'unica sarebbe  d'andare  in
    villeggiatura anche loro.
    Alfreduccio  per    titubante.  Non  si fida del Rosso.  E' cieco da
    tutt'e due gli occhi,  con una barbetta di malato,  pallido,  gracile.
    Insomma,  civilino. Palpa con le mani giro giro le tese del tubino che
    gli hanno regalato da poco, e ripete con voce piagnucolosa:
    - Ma noi due soli?
    - Noi due soli,  - miagola il Rosso,  rifacendogli il verso.  - Ti sto
    dicendo che bisogna andare da Marco domattina.
    (Marco    un  mendicante di mia conoscenza,  a cui ho pensato subito,
    guardando questi due mendicanti della stampa.  Pu stare benissimo  in
    loro compagnia perch,  se questi due sono disegno di maniera, quello,
    pur essendo vivo e vero,  come ognuno pu andare a vederlo e  toccarlo
    seduto davanti la chiesa di San Giuseppe con una ciotolina di legno in
    mano,  non   meno di maniera di loro,  uguale del resto a tanti altri
    che fanno con arte e coscienza il mestiere di mendicanti.)
    Ma Alfreduccio seguita a non fidarsi e domanda:
    - E se Marco non vorr venire?
    - Verr, se andrai a dirglielo tu.  E' una bella pensata.  Tutto sta a
    sapergliela presentare, l, come se venisse in mente a te: Marco, che
    stiamo  pi  a  fare  in  citt?  Tutti  i  signori sono andati via in
    villeggiatura.
    - "Marco,  che stiamo pi a fare in citt?" - prende a recitare  sotto
    sotto Alfreduccio, come un ragazzo che voglia imparare la lezione.
    Il  Rosso si volta a guardarlo;  stende una mano e gli stringe le gote
    col  pollice  e  il  medio,   schiacciandogli  contemporaneamente  con
    l'indice la punta del naso.
    - Bello! - gli grida. - Mi fai il pappagallo?
    Alfreduccio si lascia fare lo sfregio senza protestare.
    E l'altro soggiunge:
    - La carit,  caro mio, chi te la fa? La gente allegra per levarti dai
    piedi. Chi soffre, non te ne fa; non compatisce: pensa a s. Anche con
    una piccola sventura,  crede alla sua e non vede la tua;  e se lo vuoi
    fare  capace,  s'indispettisce  e  ti  volta  le  spalle.  L  l,  in
    villeggiatura.  Se Marco ti domandasse,  come tu a  me:  Ma  noi  due
    soli? tu perch non ti fidi di me, lui perch non si fida di te; e tu
    allora  glielo  dici: C' anche il Rosso che ha tre piedi e sa le vie
    della campagna.  Bench lui,  Marco,  di' la verit,  ci veda un  po'
    meglio di te?
    -  Meglio  di  me?  -  dice Alfreduccio maravigliato,  e ride come uno
    scemo. - Se io non ci vedo niente!
    - Eh via, Alfreduccio, tra compagni! Dimmi almeno che ci vedi poco!
    - Ti dico niente: parola d'onore! E niente neanche Marco.
    - Tanto meglio,  allora!  - conclude il Rosso.  - Vi  guider  io.  Ma
    bisognerebbe  concertare qualche cosa.  Mi sono morte quelle tre cavie
    ch'erano la mia ricchezza. Cerco da tanto tempo una bertuccia e non la
    trovo.  Se tu non fossi tanto stupido,  potresti almeno fare  le  veci
    delle  cavie.  Ho  pi di trecento pianete stampate proprio bene,  per
    militari, ragazze da marito,  giovani spose,  vedove e vecchie.  Tutto
    sta  a  sapere  pescare  giusto  nelle caselline.  Potresti imparare a
    trovare a tasto, subito,  nella casella ch'io t'indicherei con qualche
    malizia combinata tra noi.  Cieco come sei, farebbe effetto. Ma sempre
    Marco  ci  vuole.  Tu,  invece  delle  cavie;  e  Marco  invece  della
    bertuccia.  Poeta;  lo  sai com'?  si mette a predicare che perfino i
    cani,  oh,  gli s'acculano davanti a sentire;  noi mungiamo i  signori
    villeggianti e sorteggiamo le pianete ai paesanelli. Pi di questo non
    possiamo fare. Ti va?
    -  Eh,  - sospira Alfreduccio,  alzando le spalle.  - Se Marco volesse
    venire...
    - Mi secchi, - sbadiglia il Rosso,  e si gratta con tutt'e due le mani
    la testa arruffata.  - Ne riparleremo domani.  Intanto,  guarda: va' a
    prendermi la stampella che ho lasciato laggi.
    - Dove? - domanda Alfreduccio senza voltarsi.
    - Laggi!  Va' rasente alla spalletta,  e cerca a tasto;  cos impari.
    Guarda che c' pure la bisaccia.
    Alfreduccio si muove,  a testa alta, una mano sulla spalletta. Quand'
    a un passo dalla stampella si ferma e domanda:
    - Ancora?
    - Ma cost,  non vedi: ci sei!  - gli grida il Rosso;  poi  scoppia  a
    ridere;  si  d  una  rincalcata  al cappellaccio e,  balzelloni,  con
    quattro gambate lo raggiunge; gli prende la faccia tra le mani; gliela
    alza verso la luna e gli osserva da vicino gli occhi tumidi, orribili,
    sghignandogli sul muso:
    - Tu ci vedi, cane!
    Alfreduccio non si ribella: attende con la faccia volta alla luna  che
    quello gli esamini ben bene gli occhi, poi domanda come un bambino:
    - Ci vedo?
    - Ma,  sai? - dice allora il Rosso, lasciandolo, - dopo tutto, dovendo
    fare il cieco,  una fortuna.

    Due  giorni  dopo,  per  tempo,  eccoli  con  Marco  per  lo  stradone
    polveroso,  il Rosso in mezzo, Alfreduccio a sinistra, Marco a destra;
    l'uno a braccetto e l'altro reggendo un lembo della giacca del Rosso.
    Marco, il Poeta, ha una dignitosa e serena aria da apostolo, col petto
    inondato da una solenne barba  fluente,  un  po'  brizzolata.  La  sua
    cecit non  orribile come quella d'Alfreduccio. Gli occhi gli si sono
    disseccati;  le palpebre, murate. E va come beandosi dell'aria che gli
    venta sulla bella faccia di cera. Sa d'avere un dono prezioso, il dono
    della parola; e la vanit di farsi conoscere anche nei paesi vicini lo
    ha forse  indotto  ad  accompagnarsi  con  quei  due.  (Bisogna  ch'io
    supponga  cos,  perch  i due mendicanti della stampa so di certo che
    Marco non se li farebbe compagni per nessun'altra ragione.)
    Il Rosso  scaltro.  Per entrargli in grazia,  a un  certo  punto  gli
    domanda:
    - Sei andato a scuola, tu Marco, da ragazzo?
    Marco accenna di s col capo.
    -  Anch'io,   -  vuol  far  sapere  Alfreduccio.  -  Fino  alla  terza
    elementare.
    - Zitto tu,  bestia!  - gli d sulla voce il Rosso.  - Ti vuoi mettere
    col nostro Marco che mi figuro deve sapere anche il latino?
    Marco  accenna  di s un'altra volta;  poi stropiccia la fronte e dice
    con gravit:
    - Latino, italiano, storia e geografia,  storia naturale e matematica.
    Arrivai fino alla terza del ginnasio.
    - Uh, e quasi quasi allora ti potevi far prete!
    - S,  prete!  Avr avuto appena tredici anni quando ammalai d'occhi e
    mio padre mi lev dalle scuole per  mandarmi  dalla  zia  in  citt  a
    curarmi.
    - Gi, perch tu nasci bene, lo so,
    Gli  scaltri  per  non  sempre  riescono a valersi a lungo della loro
    scaltrezza,  tenendola nascosta;  non  resistono  alla  tentazione  di
    scoprirla,  specie  quando  li obblighi ad avvilirsi e colui su cui la
    esercitano si mostri soddisfatto del loro avvilimento.
    - E' vero, - soggiunge infatti il Rosso,  - che tuo padre era scrivano
    in un botteghino del lotto e che si metteva in tasca,  dice,  le poste
    dei gonzi che andavano a giocare? Io non ci credo.
    - Io, s, - risponde secco secco Marco.
    - Ah s?  Ma faceva bene,  sai?  Benone!  Vedendo  tutto  quel  danaro
    sprecato,  povero  galantuomo,  lui n'avr avuto bisogno.  Lo capisco.
    Sicch dunque accecasti in citt?
    - Vuoi farmi parlare? - dice Marco. - In citt, s. Da quella mia zia,
    ch'era monaca di casa.
    - Che t'insegn la Bibbia,  vero?
    - M'insegn... La leggeva; l'imparai.
    - Sorella di tuo padre?
    - S. Me la ricordo appena. Tirava certi calci!
    - Calci?
    - Stentava a leggere; s'arrabbiava...
    - ...e tirava calci?
    - Perch io le suggerivo le parole che lei  stentava  a  leggere.  Non
    voleva.  Le voleva leggere da s. Ero gi accecato. Mi dicevano di no;
    che m'avrebbero fatto l'operazione, quando... non so,  dicevano che si
    doveva  maturare.  E  aspettavo.  Ma mi annojavo l in casa della zia:
    volevo ritornare al mio paese, e piangevo. Zia alla fine si secc e mi
    disse che al paese non avevo pi nessuno,  perch mio  padre,  perduto
    l'impiego,  era  partito  per  l'America.  Per l'America?  E come?  Mi
    avevano abbandonato l, solo, in casa della zia? Ma seppi poi che cosa
    significava quell'America. L'altro mondo. Me lo disse la serva, quando
    mi mor anche la zia.  Gi due volte avevo cambiato casa,  stando  con
    lei e non sapevo dove mi fossi ridotto ad abitare.  Vedevo ancora come
    in sogno casa  mia,  e  mi  credevo  vestito  come  quando  mio  padre
    m'accompagnava a scuola. Ma la serva, due giorni dopo la morte di zia,
    mi prese per mano,  mi fece scendere una scala che non finiva mai e mi
    condusse per istrada. L si mise a dir forte, mica a me,  certe parole
    che  io  in  prima  non  compresi:  Fate  la  carit  a questo povero
    orfanello cieco,  abbandonato,  solo al mondo!.  Mi voltai:  Ma  che
    dici?. E lei: Zitto bello, di' con me, e stendi la manina, cos. La
    manina?  Me  la  cacciai  subito  dietro  come  se avesse voluto farmi
    toccare il fuoco.
    Alfreduccio, commosso, ha un brivido alla schiena che lo fa ridere:
    - Allegri!
    - Allegri, mannaggia Macometto!  - gli fa eco il Rosso.  - Dopo tutto,
    la professione t' andata sempre bene, no?
    - Benone, figurati! - esclama Marco. - Ma sai che potevo entrare in un
    ospizio,  io,  dove  avrei  potuto imparare qualche arte o mestiere da
    guadagnare: sonare il violino o il  flauto,  per  esempio?  Quanto  mi
    sarebbe  piaciuto  il  flauto!   Ma  anche  gli  studii  avrei  potuto
    seguitare.  Quella invece mi sfrutt;  mi tenne per pi di dieci  anni
    con s... Quando ci penso!
    -  Non ci pensare pi!  - gli consiglia il Rosso.  - Pensa piuttosto a
    svagarti in questi giorni, che ne hai bisogno.  Mi sembri un Cristo di
    cera. Vedessi che bella giornata e che belle campagne!
    - Ormai!  - sospira Marco,  scrollando le spalle.  - Del resto,  non t
    illudere, sai? Non c' niente di niente, neanche per te.
    - Come non c' niente?
    - Niente. Gli occhi, caro mio! Qua siamo due ciechi e mezzo. Metti che
    anche tu sii cieco tutto,  e dove se ne va la tua bella giornata e  la
    tua bella campagna?
    Il  Rosso si ferma un pezzetto a mirarlo,  come per vedere se dica sul
    serio; poi scoppia a ridere,
    - Oh, non ti sciupare! - gli dice. - Con me non serve, sai?  Aspetta a
    fare il poeta quando saremo in mezzo alla gente.
    - Ignorante!  - esclama Marco.  - Che c'entra il poeta?  Fisica,  caro
    mio.
    - Fisica? Non ne mangio.
    - Le cose, come sono,  nessuno lo pu sapere.  Cos mi consolo io.  Tu
    dici qua.  S: ci sono tante cose perch tu le vedi;  mentre io no. Ma
    come sono, tu che le vedi,  mica lo sai meglio di me.  E te lo spiego.
    Che vedi l?
    - Una croce, che ci ammazzarono padron Dodo, l'altro anno.
    - Volta; lo so. Di qua che vedi?
    - Un pagliajo, con un pentolino in cima per cappello.
    - E come ti pare? Giallo?
    - Colore di paglia, direi.
    - Di paglia,  per te. La paglia, poi, per conto suo, chi sa cos', chi
    sa com'.  Sai dove sono i colori?  Tu credi nelle  cose?  Che!  Negli
    occhi sono.  E bada, finch vedono la luce. Difatti, ne vedi tu colori
    di notte, stando al bujo?  Sicch gli occhi,  caro mio,  vedono finto;
    con la luce.
    - Aspetta, - dice il Rosso. - Ora me li cavo. Tanto, sono per finta.
    - Ignorante! - ripete Marco. - Non dico questo. Tu vedi la cosa come i
    tuoi  occhi  te  la fanno vedere.  Io la tocco e me la figuro,  con le
    dita. Dimmi un po', se pensi alla morte,  che vedi anche tu?  Nero pi
    nero di questo mio. Davanti alla morte, ciechi tutti! ciechi tutti!
    - E ora comincia la predica! - esclama il Rosso. - Sta' zitto, che qua
    non c' nessuno!
    Cos difatti  solito cominciare le sue prediche Marco,  quelle almeno
    pi solenni e terribili.  Ciechi tutti!  ciechi  tutti!  e  leva  le
    braccia,  agitando le mani per aria,  mentre la faccia,  col volume di
    tutta quella gran barba nera, gli si sbianca di pi.
    Un cieco che dica ciechi gli altri non   di  tutti  i  giorni.  E  fa
    furore.
    Ora  il Rosso apprezza queste doti di Marco perch sa che gli fruttano
    bene;  ma si pu essere certi che stima sciocchi tutti coloro che  gli
    fanno  la  carit.  Vivendo per le campagne come un animale forastico,
    s' formata anche lui una sua particolare filosofia,  di  cui,  strada
    facendo,  per  non restare indietro a nessuno,  vuol dare un saggio ai
    due compagni.  Li pianta  l  in  mezzo  allo  stradone  dicendo  loro
    d'aspettare un pochino, perch ha riflettuto che Sopri  molto lontana
    e non potrebbero arrivarci se non dopo il tocco.
    - Ragionate tra voi dei colori che non ci sono. Me li arrotolo e me li
    porto via con me sotto il braccio per cinque minuti.  Tanto, a voi non
    servono!
    - E dove vai? - domanda Alfreduccio.
    - Qua vicino. Non temete, torno presto. Penso per tutti.
    Alfreduccio allunga una mano per toccare Marco e stringersi a lui; non
    tocca nulla perch Marco gli sta dietro; e allora chiama:
    - Marco!
    - Eh? - fa questi, protendendo anche lui una mano, nel vuoto.
    Ma basta a confortarli la voce, sentendosi almeno vicini.
    - Bell'aria!
    - Allegri!
    Traggono un sospiro di sollievo udendo il tonfo cupo  della  stampella
    del Rosso.
    - Eccomi,  zitti!  - dice questi, ansimando e trascinandoli via per lo
    stradone.
    - Andiamo! andiamo!
    Marco,  costernato,  sentendosi  strappare  avanti  con  tanta  furia,
    domanda:
    - Perch?
    E Alfreduccio, arrancando dietro, chiede anche lui:
    - Perch?
    - Zitti!  - impone loro il Rosso di nuovo.  E finalmente, fermandosi a
    una svoltata dello stradone,  acchiappa  una  mano  d'Alfreduccio  per
    fargli palpare qualcosa dentro la bisaccia.
    - Gallina? - dice subito Alfreduccio.
    Marco aggrotta le ciglia:
    - L'hai rubata?
    - No. Presa, - risponde il Rosso tranquillamente. Marco si ribella:
    - Via subito a lasciarla dove l'hai rubata!
    - Perch se la mangino i cani? E' gi morta!
    -  Non  so  niente!  Buttala  via!  Se dobbiamo stare insieme,  rubare
    niente! Te lo pongo per patto.
    - Ma chi ruba?  - dice il Rosso sghignazzando.  - Lo chiami rubare tu,
    questo?  S,  forse in citt.  Ma qua siamo in campagna.  Caro mio! La
    volpe s,  se le vien fatto,  si prende una gallina,  e  io  uomo  no?
    Allarga le idee, all'aria aperta!
    -  Non  allargo niente!  - ribatte Marco,  pestando un piede.  - Me ne
    torno indietro, bada, a costo di rompermi l'osso del collo.  Coi ladri
    non fo lega!
    E  si  strappa  da  Alfreduccio  che s' afferrato con una mano al suo
    braccio.
    Il Rosso lo trattiene:
    - Eh via, che furia!  Vuol dire che non ne mangerai,  tu che sei tanto
    dabbene!  Ma se la paglia, scusa,  paglia per me, perch la volpe poi
    ti deve parer ladra? Sar ladra per te che hai comprato la gallina. Ma
    la volpe ha fame,  caro mio;  non  ladra.  Vede una  gallina?  Se  la
    prende.
    - E tu che sei, volpe? - gli domanda Marco.
    -  No,  -  risponde  il Rosso.  - Ma essere uomo per te che vuol dire?
    Morire di fame?
    - Lavorare! - gli urla Marco.
    - Bravo, cane! E se non puoi?
    - Faccio cos!
    E Marco stende una mano, in atto di chiedere l'elemosina.
    Allora il Rosso, irresistibilmente:
    - Puh!
    Uno sputo su quella mano. Partito proprio dal fondo dello stomaco.
    Marco diventa furibondo:
    - Porco! Schifoso! Vigliacco! A me,  uno sputo?  T'approfitti che sono
    cos?
    E  con  quella mano da cui pende filando lo sputo,  levata in aria per
    schifo, e con l'altra armata del bastone, cerca il Rosso che lo scansa
    dando indietro e sghignazzando.
    Alfreduccio, pi l, spaventato, si mette a gridare:
    - Ajuto! ajuto!
    Ma subito il Rosso gli  sopra e gli tura la bocca.
    - Zitto, bestia! Ho fatto per ischerzo!
    Marco pesta i piedi, si contorce dalla rabbia, curvo, e grida che vuol
    tornare indietro. Tra le mani del Rosso Alfreduccio, come un annegato,
    gli lancia una voce:
    - E io con te, Marco!
    Allora il Rosso lo caccia a spintoni:
    - E andate a rompervi il collo tutt'e  due!  Voglio  vedervi!  Andate,
    andate!
    I due si raggiungono,  si prendono per mano,  e via di furia, tastando
    coi bastoni la polvere dello stradone.  Quella  fretta  arrabbiata  di
    poveri  impotenti  che  andando ballano dall'ira,  provoca di nuovo le
    risa del Rosso che s' fermato a guardarli.,  Se non che,  a un  certo
    punto, vedendo che alla svoltata seguitano a tirar via di lungo:
    - Ferma! ferma, perdio! - si mette a gridare.
    E  correndo  giunge  appena  in  tempo  a  strapparli  dal pericolo di
    precipitare gi nel burrone.
    - Ecco,  tieni,  schiaffeggiami,  -  dice  poi  a  Marco,  lasciandosi
    prendere. - Sono qua.
    Marco,  ancora rabbioso,  gli afferra la camicia sul petto e gli grida
    in faccia, come in confidenza:
    - Ringrazia Dio, carogna, che non ho nulla addosso! Ti ammazzerei!
    - Vuoi il coltello? Tieni, ammazzami,  - fa il Rosso,  cacciandosi una
    mano  in tasca per finta di cercarvi il coltello.  Ma scoppia a ridere
    di nuovo, scoprendo che Alfreduccio lo ha cavato di tasca per davvero,
    lui, sotto sotto. - Bello! - gli grida, agguantandogli la mano.  - Ah,
    tu  lo cacci per davvero?  Bravo,  rospo!  E guarda com' affilato!  E
    fuori misura!  Ma sai che potrei schiaffarti in catorbia come  niente?
    Gi, lascialo, buttalo! Cos... E a terra anche tu!
    - Per carit! per carit! - geme Alfreduccio, buttandoglisi davanti in
    ginocchio.
    - Che gli fai? - urla Marco.
    - Niente, - dice subito il Rosso, raccattando con una mano il coltello
    e  afferrando con l'altra un orecchio ad Alfreduccio.  - Gli mozzo per
    segno quest'orecchio.
    - No! - grida Alfreduccio con una strappata di testa e abbracciandogli
    le gambe, atterrito.
    - Eh via,  lasciami le gambe!  Mi hai fatto ridere,  - dice allora  il
    Rosso. - Alzati e andiamo: finiamola! Se no, a Sopri ci arriveremo per
    l'anno santo.  Andiamo,  andiamo,  E tieni qua il coltello, che ti pu
    servire per il pane. Io ho fatto per ischerzo, Marco. Tu dici chiedere
    l'elemosina,  come se questa non fosse anche la mia professione...  Ma
    scusa,  quando sono per le campagne, che ho fame e nessuno mi vede; se
    vedo una gallina,  scusa,  mica posso andare a  chiederle:  Fammi  un
    ovetto,  cocca bella,  per carit!.  Non me lo fa.  E allora io me la
    prendo, me l'arrosto e me la mangio. Tu dici che rubo;  io dico che ho
    fame.  Qua siamo in campagna,  caro mio.  Gli uccellini fanno cos,  i
    topi  fanno  cos,  le  formiche  fanno  cos...  Creaturine  di  Dio,
    innocenti. Bisogna allargare le idee. E sta' pur sicuro che non prendo
    per  arricchire,  ch  allora  s  sarei ladro svergognato: prendo per
    mangiare; e chi muore muore. Sazio, non tocco neppure una mosca. Prova
    ne sia,  che ho una pulce adesso che mi sta a succhiare una gamba.  La
    lascio  succhiare.  Quantunque,  di' un po',  ci pu essere bestia pi
    stupida di questa pulce?  Succhiare il sangue a me,  il sangue mio che
    non  pu essere dolce,  n puro,  n nutritivo,  e lasciare in pace le
    gambe dei signori!
    Alfreduccio scoppia a ridere e fa ridere anche Marco  che  non  ne  ha
    nessuna voglia.  Il sangue gli s' tutto rimescolato; si sente come un
    gran fuoco alla testa; stenta a respirare.
    Il Rosso se n'accorge e si mette in apprensione.
    - Bisogna che tu ti riposi un poco,  - gli dice.  - Lascia fare a  me.
    Lass all'ombra.
    Ajuta,  prima l'uno e poi l'altro, a montare sul ciglio dello stradone
    e li pone a sedere all'ombra d'un grande platano;  siede anche  lui  e
    dice all'orecchio d'Alfreduccio:
    - Ho paura che non regga al cammino.
    - Ho paura anch'io, - fa Alfreduccio. - Toccagli la mano. Scotta.
    Il Rosso ha uno scatto d'ira:
    - E che vorresti fare?
    - Mah! Io direi...
    - Di tornare indietro? Bel negozio ho fatto io a mettermi con vojaltri
    due!  Lascialo riposare;  vedrai che gli passer tutto. Domando e dico
    che ci state a fare su la faccia della terra l'uno e l'altro!  Neanche
    buoni a fare tre miglia a piedi!  E ammazzatevi! Che vita  la vostra!
    Guarda che faccia, oh! Guarda che occhi! Fortuna che non ti vedi, caro
    mio!
    Alfreduccio ascolta con un sorriso da scemo sulle  labbra,  appoggiato
    al tronco dell'albero.
    - Ah tu ridi?
    - Eh, - risponde Alfreduccio, - che vuoi che faccia?
    - Ti vorrei mettere un fiore in bocca,  - riprende il Rosso, - lavare,
    pettinare e vestire come  un  signore:  poi  condurti  per  le  fiere:
    Guardate,  signori,  che belle cose fa il buon Dio!.  Chiudi codesta
    bocca, mannaggia! o te la muro con un pugno di terra!  Non te la posso
    vedere cos aperta.
    Alfreduccio  chiude  subito  la bocca;  e allora il Rosso ripiglia con
    altro tono:
    - Se arriveremo a Sopri,  vedrai che raccoglieremo  bene.  Avendo  poi
    qualche  cosa da parte,  non saremo forzati a trottar sempre.  Potremo
    prendercela anche comoda e far davvero  la  villeggiatura  anche  noi.
    Sopri    un  bel paese,  sai?  grande;  e ci conosco parecchia gente,
    uomini e anche... anche donne, s.
    Sghignazza e soggiunge:
    - Donne, tu... niente?
    Alfreduccio gli mostra la faccia squallida,  con  la  bocca  di  nuovo
    aperta a un ineffabile sorriso:
    - Mai, - dice.
    - E come hai fatto? Non ci hai mai pensato?
    - S, sempre, anzi. Ma...
    - Capisco.  Ma i ciechi, sai (chiudi la bocca!), i ciechi con le donne
    oneste  possono  aver  fortuna.   Guarda,   scommetterei  che   Marco,
    bell'uomo,  avr  avuto  le sue avventure.  Perch la donna,  capisci?
    tutto sta che possa farlo senza esser veduta.  Un cieco,  che non  pu
    sapere n dire domani con chi sia stato,  proprio quello che ci vuole
    per  lei.  E  io  so  di  tanti  ciechi che sono ricercati e mandati a
    prendere fino a casa da certe vecchie...  Ah,  ma non brutti come  te,
    per. Di', ti piacerebbe?
    - Eh, - fa di nuovo Alfreduccio, stringendosi nelle spalle.
    -  Ebbene,  a Sopri,  se ci arriveremo,  - promette il Rosso.  - Ma tu
    persuadi Marco a seguirci.
    - S s,  non dubitare,  - s'affretta a  dire  Alfreduccio,  con  tale
    impegno che il Rosso scoppia a ridere forte.
    Alla  risata Marco,  che s' steso tutto per terra e addormentato,  si
    sveglia di soprassalto e domanda spaventato:
    - Chi ?
    Il Rosso allunga una mano; gli tocca la fronte, e fa una smusata.
    - Stai l, stai l, - gli dice, - dormi tranquillo.
    Poi, volgendosi ad Alfreduccio:
    - Ha la febbre per davvero, oh! e forte. Sai che faccio? Ti lascio qua
    di guardia e vado a vedere se mi riesce far cuocere in  qualche  posto
    la gallina. So bene come sono i galantuomini: la gallina no, non se la
    manger  perch l'ho rubata;  ma inzupper certo il pane nel brodo che
    ne caveremo. Aspettami. Torno presto. E pensa intanto alle donne,  tu;
    cos starai allegro.
    Alfreduccio riapre la bocca al suo riso da scemo. Il Rosso, scendendo,
    si  volta  a  guardarlo,  per  un'idea che gli balena: strappa uno dei
    papaveri che avvampano al sole,  l sul ciglio,  e va  a  ficcarne  il
    gambo  amaro  in  bocca  ad  Alfreduccio  che  subito stolza,  facendo
    boccacce e sputando.
    - Sciocco, sta' fermo! E' un fiore. Apri la bocca.  Ti voglio lasciare
    cos, come uno sposino.
    Torna a sghignazzare, e se ne va.
    Alfreduccio resta fermo un pezzo con quel papavero in bocca. Ode dallo
    stradone ancora una risata del Rosso. Poi, pi nulla.
    - Marco!
    Gli risponde un lamento.
    - Ti senti molto male?
    E Marco:
    - Passa un carro. Buttamici sopra.
    - Un carro?  - fa Alfreduccio,  tendendo l'orecchio.  - No,  sai.  Non
    passa nessun carro. Vorresti tornare indietro?  Appena verr il Rosso,
    glielo diremo. Siamo nelle sue mani.
    Marco  scuote  la  testa su la terra.  L'altro attende ancora un poco;
    poi,   non  sentendosi  dire  pi  nulla,   rimane  zitto  anche  lui.
    Tutt'intorno  un gran silenzio.
    A  un  tratto  Marco  ha  un  sussulto e ritrae la mano dalla mano del
    compagno.
    - Ch' stato?
    - Non so. M' passata qualche cosa su la faccia.
    - Foglia?
    - Non so. Dormivo.
    - Dormi, dormi. Ti far bene.
    Una voce lontana,  di donna che passa  cantando.  Il  vuoto  s'allarga
    intorno  ad  Alfreduccio,  di quanto  lontana quella voce.  Con tutta
    l'anima nell'orecchio,  egli cerca d'avvicinarsi a quella voce.  Ma la
    voce  tutt'a  un  tratto  si  spegne.  E  Alfreduccio rimane in ansia,
    costernato,  non potendo pi indovinare se quella donna si avvicini  o
    si allontani. Si rimette in bocca il fiore.
    - Le donne...

    (Forse  meglio finire qui.  Non val la pena stare ancora a far spreco
    di fantasia su questa vecchia stampa di maniera.)



















    LA PAURA DEL SONNO.

    I Florindi e i Lindori, dalle teste di creta dipinte di fresco, appesi
    in fila ad asciugare su uno dei cinque cordini di ferro  tesi  da  una
    parete  all'altra  nella  penombra della stanzaccia,  che aveva s due
    finestroni,  ma pi con impannate che con vetri,  chiamavano la moglie
    del  fabbricante  di  burattini,  la quale si era appisolata con l'ago
    sospeso in una mano che  pian  pianino  le  si  abbassava  in  grembo,
    davanti a un gran canestro tutto pieno di berrettini, di brachette, di
    giubboncini variopinti.
    - "Parona bela!"
    E  l'appisolata si scoteva di soprassalto;  si stropicciava gli occhi;
    si rimetteva a cucire.  Uno - due - tre punti e,  a poco  a  poco,  di
    nuovo, ecco le palpebre socchiudersi e il capo pian pianino reclinarsi
    sul  seno,  come  se  volesse,  un  po'  tardi  veramente  e con molto
    languore, dir di s ai Florindi e ai Lindori: un s che voleva dir no,
    perch le parrucchine,  dormendo,  non le faceva davvero quella  buona
    signora Fana.
    -  "Neh,  signo'!",  -  chiamavano  allora  i Pulcinelli,  dal secondo
    cordino.
    L'appisolata tornava a scuotersi di soprassalto;  si stropicciava  gli
    occhi;  si rimetteva a cucire.  Uno - due - tre punti...  ed ecco,  di
    nuovo, le palpebre socchiudersi, il capo reclinarsi pian pianino, come
    se volesse dir di s  anche  ai  Pulcinelli.  Ma,  ahim,  non  faceva
    neanche le casacche e i berrettoncini la buona signora Fana, cos.
    E  aspettavano pure tocchi e toghe,  maglie e brachette e manti reali,
    su gli altri cordoncini di ferro, giudici, pagliaccetti,  contadinotti
    e  Carlimagni e Ferra di Spagna: tutto,  insomma,  un popolo vario di
    burattini e marionette.
    Saverio Crzara, marito della signora Fana,  per questa sua svariata e
    ingegnosa produzione s'era acquistato il nome e la fama di "Mago delle
    fiere." Realmente aveva la passione del suo mestiere, e tanto impegno,
    tanto  studio  e  tanto amore poneva nel fabbricare le sue creaturine,
    quanto forse il Signore Iddio nel crear gli uomini non ne mise.
    - Ah, quante cose storte hai tu fatte, Signore Iddio! - soleva infatti
    ripetere il "Mago." - Ci hai dato i denti,  e a uno a uno ce li  levi;
    la vista,  e ce la levi; la forza, e ce la levi. Ora guardami, Signore
    iddio,  come m'hai ridotto!  Di tante cose  belle  che  ci  hai  date,
    nessuna  dunque  dobbiamo  riportarne  a  te?  Bel  gusto,  di  qui  a
    cent'anni, vedersi comparire davanti figure come la mia!
    Egli,  il "Mago",  ogni sera,  vincendo lo  stento  con  la  pazienza,
    leggeva  ogni sorta di libri: dai "Reali di Francia" alle commedie del
    Goldoni, per arricchirsi vieppi la mente di nuove cognizioni utili al
    suo mestiere.
    Gli era di conforto a quello studio un buon fiasco di vino.  E leggeva
    ad  alta  voce,  magnificamente spropositando.  Spesso rileggeva tre e
    quattro volte di  seguito  lo  stesso  periodo,  o  per  il  gusto  di
    ripeterselo,  o per capirne meglio il senso.  Talvolta,  nei punti pi
    drammatici  e  commoventi,   a  qualche  frase   d'effetto,   chiudeva
    furiosamente  il  libro,  balzava  in  piedi  e  ripeteva  la frase ad
    altissima voce, accompagnandola con un largo ed energico gesto:
    - "E lo boll con due palle in fronte!"
    Si raccoglieva, ci ripensava un po', e poi di nuovo:
    - "E lo boll con due palle in fronte!"
    La moglie dormiva quietamente,  seduta all'altro  capo  del  tavolino,
    affagottata  in  un  ampio  scialle di lana.  Di tanto in tanto il suo
    ronfo crescente infastidiva il marito, il quale allora interrompeva la
    lettura per mettersi a fare con le labbra il verso con cui si chiamano
    i gatti. La moglie si destava; ma, poco dopo, ripigliava a dormire.
    Saverio Crzara e la "signora" Fana (come ella si faceva  chiamare:  -
    Perch io veramente, di nascita e d'educazione, sono signora! -) erano
    da dodici anni uniti in matrimonio,  e mai una lite,  mai un malinteso
    avevano turbato la quiete laboriosa della loro casetta.
    Da giovanotto,  il Crzara,  s,  era stato un po' focoso,  tanto  che
    portava  ancora  i  calzoni  a  campana  a  modo dei "guappi:" e forse
    avrebbe voluto pettinarsi ancora coi fiaccagote; ma i capelli, eh! gli
    erano caduti  precocemente;  avrebbe  voluto  fors'anche  parlare  con
    l'enfasi  d'un  tempo;  ma  la  voce  aveva  adesso  certi  improvvisi
    ridicolissimi cangiamenti di tono,  che  don  Saverio  preferiva  star
    zitto, e parlava solo quando non poteva farne a meno; e lo faceva ogni
    volta in fretta e arrossendo.
    Al  guasto  dei capelli,  all'infermit della voce s'era poi unita,  a
    finir  d'estinguere  il  giovanile  fervore   del   "Mago",   l'indole
    placidissima della moglie.
    Piccola di statura,  stecchita,  come di legno, la signora Fana pareva
    avesse lo spirito avvelenato di sonno: dormiva sempre,  infusa come in
    un'aura spessa e greve di letargo;  o si rintanava in un cupo,  oscuro
    silenzio, rifuggendo in tutti i modi da ogni sensazione della vita.
    Aveva accolto i primi impeti  d'amore  del  marito  come  un  lenzuolo
    bagnato un febbricitante.  E cos gli ardori del Crzara a poco a poco
    si erano raffreddati.
    Attendeva ora assiduamente al lavoro,  senza  mai  stancarsi.  Qualche
    volta,   dimentico   della   infermit   della  voce,   si  provava  a
    canticchiare, lavorando; smetteva per subito,  non appena la dolorosa
    coscienza di quella ridicola infermit gli si ridestava;  sbuffava,  e
    continuava  (come  per  ingannar  se  stesso)  a  modulare  il  motivo
    fischiando. S'intratteneva qualche sera un po' di soverchio col fiasco
    del  vino;  ma  la  placida  moglie  ci passava sopra,  purch egli la
    lasciasse dormire.
    Questa del continuo sonno della moglie era una spina che di giorno  in
    giorno  si  faceva  pi pungente per il "Mago".  I burattini,   vero,
    esposti ignudi su i cordini di ferro non erano capaci di  soffrire  il
    freddo o la vergogna; ma, andando a lungo di questo passo, don Saverio
    si  vedeva  minacciato  d'avere tra breve tutte le stanze invase dalle
    sue creaturine ignude e supplicanti la signora Fana  di  fornir  loro,
    alla fine, la tanto attesa opera dell'ago. Senza contare che quattrini
    in casa non ne entravano davvero, seguitando cos.
    -  Fana!  -  chiamava  egli  pertanto,  dalla  stanza attigua,  in cui
    lavorava, e - Fana! - di l a poco, se ella non rispondeva,  e - Fana!
    Fana!  -  di  mezz'ora in mezz'ora,  per quanto era lunga la giornata.
    Finch stanco, per farla breve, di quella continua sorveglianza, prese
    un giorno il partito di lasciar dormire in pace la moglie e di dare  a
    cucir fuori i varii indumenti delle sue creaturine.  Era il meglio che
    potesse  fare,   perch  la  signora  Fana,   imbestiata  nel   sonno,
    infastidita  dai  continui richiami,  cominciava a rispondere con poco
    garbo al marito.
    - Questo sonno  la mia croce, - diceva il "Mago" a gli amici,  di cui
    ascoltava ora con compiacimento le commiserazioni, e in ispecie quelle
    della  vicina,  a  cui  aveva  rimesso  l'incarico della fornitura del
    vestiario per i suoi burattini.
    Con gli occhi bassi questa vicina parlava sospirando  al  Crzara  del
    marito defunto, buon uomo, ma pigro, sant'anima!.
    - Per il sonno e per il caldo del letto,  vedete,  ci siamo ridotti in
    questo stato... Lui, no, ormai: dorme in pace per sempre, poverino! ma
    io...  mi vedete!  Perci vi dico che nessuno pu  compatirvi  pi  di
    me...
    E chi sa quanto e fino a qual punto avrebbe voluto davvero compatirlo,
    se  il  "Mago"  col  suo  onesto  contegno  non  avesse imposto fin da
    principio un limite alla vedova vicina.
    - Badate se quel sonno non provenga da qualche malattia  che  cova!  -
    gli suggeriva intanto qualche amico.
    Il "Mago" si stizziva, scrollava le spalle.
    - Non mi fate ridere! Mangia per due, dorme per quattro! Vorrei essere
    malato io, com' malata lei!

    Cos,  in quel tratto di via,  non si parlava d'altro che del continuo
    sonno della signora Fana, passato quasi in proverbio.
    Quand'ecco una mattina, poco prima di mezzogiorno,  partire dalla casa
    del Crzara grida e pianti disperati.
    Tutto  il  vicinato  e  altra  gente  che si trovava a passare per via
    accorrono e trovano la signora Fana stesa immobile sul pavimento e  il
    "Mago" che grida in ginocchio e piange davanti a lei:
    - Fana! Fana! Fana mia! Non mi senti pi? Perdono! Fana mia...
    Poi, alla vista di tanta gente, comincia a percuotersi le guance:
    - Assassino!  Assassino!  L'ho ammazzata io!  Non l'ho curata!  Io che
    credevo...
    - Coraggio, su! coraggio...  - gli ripetono attorno tante voci,  nella
    confusione del momento. - Coraggio! Avete ragione, poveretto!
    E alcune braccia lo strappano dalla morta, lo sollevano, lo trascinano
    in un'altra stanza, sorreggendolo; mentr'egli, con l'escandescenza del
    primo  dolore,  interrotto  da  singhiozzi,  narra  com'  avvenuta la
    disgrazia:
    - Su la seggiola,  l...  Credevo che dormisse...  Fana!  Fana!,  la
    chiamo...  - Ah Fana mia!  Io t'ho ammazzata...  - La chiamavo...  Chi
    poteva supporre?  - E lei,  come poteva  rispondermi?  Morta,  capite?
    Cos,  su la seggiola!  Me le accosto per scuoterla,  pian piano...  e
    lei... oh Dio!  me la vedo traboccare a testa gi,  sotto gli occhi...
    Morta! morta! Oh Fana mia!
    Il  Crzara  siede inconsolabile,  tra un crocchio d'amici;  mentre la
    signora Fana  sollevata da terra e messa a giacere sul letto,  subito
    assiepato  da  curiosi  che si sporgono a guardare di su le spalle dei
    pi vicini.  Ha gli occhi chiusi,  la buona signora Fana,  e pare  che
    dorma  placidamente;  ma  fredda e pallida,  come di cera.  E c' chi
    vuol sentire quanto le pesi  il  braccio;  chi  le  tasta  la  fronte,
    vincendo il ribrezzo,  con paurosa curiosit;  chi la rassetta addosso
    qualche piega della veste.
    Il popolo delle marionette,  appeso su i cordini  di  ferro,  par  che
    assista  atterrito  dall'alto  a questa scena,  con gli occhi immobili
    nell'ombra della camera. I pulcinelli, senza berrettoncini, par che se
    li siano levati dal capo per rispetto verso la morta: i Florindi  e  i
    Lindori,  senza  parrucchine,  pare  che  se  le sieno strappate nella
    disperazione del dolore; soltanto i paladini di Francia,  chiusi nelle
    loro  armature  di  latta  o  di cartone indorato,  ostentano un fiero
    disdegno per quell'umile morte non avvenuta in campo di battaglia; e i
    piccoli Pasquini,  dalle folte sopracciglia dipinte e il codino arguto
    sulla  nuca,  conservano la smorfia furbesca del sorriso che scontorce
    loro la faccia, come se volessero dire: Ma che! ma che! La padrona fa
    per burla!.
    Intanto,  chi va,  chi corre per un medico?  - Un  medico?  Perch?  -
    Povera  signora  Fana!  Morta  senza conforti religiosi!  Le torce!  -
    Quattro torce! - S, ma... il danaro?  - Eccolo qua!  - (una vicina lo
    appronta).  Si va per il medico. - Ma  inutile! - Vestirla piuttosto!
    Bisogna vestirla!  Dove saranno gli abiti?  - Le vicine pi  premurose
    girano  per  la  casa  in  cerca dell'armadio;  ficcano il naso da per
    tutto. - Dov' l'armadio?  - E intanto a pi del letto c' chi strappa
    le scarpe alla morta, mentre gli altri raccomandano: - Piano! Piano! -
    come se la piccola buona signora Fana si possa ancora far male. Arriva
    il medico, osserva, tra quella confusione, la giacente; poi domanda ai
    vicini:  -  Perch  m'avete  chiamato?  -.  Nessuno  sa  o  attende  a
    rispondergli, e il medico se ne va.  Allora le vicine fanno sgomberare
    la  stanza,  e  poco  dopo  la  signora Fana  vestita e coperta da un
    lenzuolo.
    Il "Mago", sorretto per le ascelle, viene condotto davanti al letto di
    morte.  La signora Fana su l'ampio letto  cos esile e  piccina,  che
    s'indovina  appena  sotto il lenzuolo: due,  tre lievi pieghe soltanto
    accusano il cadavere al lume giallognolo dei grandi ceri.
    E' gi sopravvenuta la sera.  Tre vicine veglieranno la morta tutta la
    notte. Quattro amici terranno in un'altra stanza compagnia al "Mago".
    - Ah, che spasimo qua... - si lamenta questi a tarda notte.
    - Nel cuore? Eh, poveretto!
    - No.  - Don Saverio accenna alla guancia. - Come se ci avessi un cane
    addentato.
    - Scherzi del dolore... - gli risponde uno degli amici.
    E un altro gli propone, con esitanza:
    - Per stordirlo, una fumatina...
    Il terzo gli offre un sigaro.
    - Ma che!  No!  - si schermisce il "Mago",  quasi offeso: - Fana  l,
    morta; come faccio a fumare io qua?
    Un quarto si stringe nelle spalle e osserva:
    - Non vedo che male ci sarebbe, se non fumate per piacere...
    E quell'altro gli offre di nuovo il sigaro (tentazione).
    -  Grazie,  no...  se  mai,  la pipa...  - dice don Saverio,  cavando,
    esitante, dalla tasca una vecchia pipa intartarita.
    I quattro amici lo imitano.
    - Come vi sentite adesso? - gli domanda uno, di l a poco.
    - Ma che! lo stesso... - risponde il "Mago". - Arrabbio dal dolore.
    - Forse,  date ascolto a me,  un goccetto di vino...  - suggerisce  il
    primo, rattristato e premuroso.
    E gli altri:
    - Certo!
    - Meglio!
    - Stordisce di pi! La notte  cos fredda!
    - Ma vi pare che possa bere?  - domanda mestamente don Saverio. - Fana
    l morta... Se voi volete, senza cerimonie: di l ce ne dev'essere...
    Uno degli amici si alza infreddolito e va a prendere il vino, seguendo
    le indicazioni del vedovo; non per s,  n per gli amici,  ma per quel
    poveretto che ha mal di denti... Una bottiglia e cinque bicchieri. Man
    mano la conversazione s'avvia;  triste.  Resta al "Mago" il rimorso di
    non aver dato ascolto a chi gli aveva espresso  il  dubbio  non  fosse
    quel sonno continuo della moglie il segno manifesto d'una malattia che
    le covava dentro. S, cos era: adesso, troppo tardi, egli ne aveva la
    prova  nel fatto.  Ma intanto...  eh gi,  intanto bisognava pur farsi
    coraggio, rassegnarsi. Nessuna colpa volontaria, in fin dei conti,  da
    parte  sua: aveva lasciato dormire la moglie per non infastidirla pi.
    La moglie invece era malata, dormiva,  poverina,  quasi per prepararsi
    all'ultimo  sonno!  Che  ne  sapeva  don Saverio?  Un giorno o l'altro
    quella disgrazia doveva pure accadere! Non era pi vita, ormai! Meglio
    dunque presto che tardi, e per tante ragioni...
    Cos, a poco a poco, la bottiglia si votava, ma piano piano, senza glo
    glo. E finalmente ruppe l'alba.
    Ai quattro angoli del letto le torce si erano a  met  consumate,  non
    ostante  la cura d'una vicina che pazientemente aveva nutrito d'ora in
    ora le fiammelle coi gocciolotti raccolti dai fusti, perch contava di
    portarsi via i resti di quelle torce,  mentre le  altre  due  compagne
    dormivano placidamente accanto al letto funebre.
    Vennero su le prime ore del giorno i portantini col cataletto.
    I  morti,  al  tempo  del  "Mago",  non si spedivano belli e incassati
    all'altro mondo: usavano altri mezzi di spedizione: i cataletti.
    Tutto il vicinato era gi in attesa,  per accompagnare la defunta fino
    all'uscita del paese.
    Don  Saverio  volle  legare  lui  stesso con le sue mani i polsi della
    moglie con un nastrino di seta gialla, come usava allora; poi, ajutato
    da un amico,  tolse dal letto la morta per le spalle  e  l'adagi  sul
    cataletto,  e le pose sul seno un Crocifisso;  la baci in fronte e la
    contempl  un  tratto  attraverso  le  lagrime  che   gli   sgorgavano
    abbondanti dagli occhi gonfi e rossi.
    Un  sacerdote,  labbreggiando  con  gli  occhi  socchiusi un'orazione,
    benedisse il cadavere, e finalmente i portantini s'introdussero tra le
    stanghe del cataletto, si disposero su gli omeri le cinghie, e via.
    Il Mago ricadde in preda ai quattro amici della veglia.

    Andava il mortorio silenzioso per le vie della cittaduzza, a quell'ora
    deserte.
    Il freddo era intenso,  e andavano gli uomini stretti nelle  spalle  e
    con  le  mani  in tasca,  guardando il fiato vaporare nell'aria rigida
    invece del fumo della pipa  che  non  accendevano  per  rispetto  alla
    morta;  andavano  le  donne avvolte negli scialli neri di lana o nelle
    mantelline di panno, conversando tra loro a bassa voce;  e borbottando
    orazioni, le vecchie. Di tratto in tratto il mortorio s'arrestava, e i
    portantini si davano il cambio.
    La via che conduceva al camposanto,  situato in alto, in cima al colle
    che  sovrasta  la  cittaduzza,   svoltava  bruscamente  al  cominciare
    dell'erta,  fuori  dell'abitato.  Proprio al gomito sorgeva un vecchio
    albero di fico dal tronco ginocchiuto e dai rami  aspri  e  stravolti,
    coi quali sbarrava quasi il passaggio. Quest'albero di fico, guardiano
    della  via  del cimitero,  non era stato abbattuto,  perch,  rendendo
    cos, coi suoi rami, difficile il transito ai morti, pareva ai vivi di
    buon augurio.
    Giunto presso all'albero,  gi il codazzo del  mortorio  si  sbandava,
    quand'ecco,  a  un  tratto,  avendo  i  portantini nel darsi un ultimo
    cambio lasciato impigliar le vesti della morta tra i rami del fico pi
    sporgenti,  la signora Fana,  solleticata alle gambe,  alle  mani,  al
    volto,  dalle  foglie  dell'albero,  tra le grida d'orrore di tutta la
    gente,  sorgere a sedere  sul  calaletto,  coi  polsi  legati,  cerea,
    sbalordita  di  trovarsi  in  quel luogo,  all'aria aperta,  tra tanto
    popolo che le urlava intorno raccapricciato.
    Per volere di Dio o per mano del diavolo,  la piccola signora Fana era
    risuscitata;  e  forse il merito spettava pi al diavolo,  a giudicare
    almeno dalla prova  che  della  sua  resurrezione  volle  subito  dare
    spezzando  il  nastro  che  le  legava i polsi per scagliare contro la
    gente che la intronava il crocifisso trovatosi in  grembo.  Scesa  poi
    dal  cataletto con le mani tra i capelli,  fu circondata dalle amiche,
    dai curiosi che avevano seguito il mortorio.  In un baleno si  sparse,
    vol la nuova della resurrezione,  e gente accorreva da ogni parte,  a
    vedere il miracolo.
    - Miracolo! Miracolo!
    E la piccola signora Fana non trovava parole da rispondere;  stordita,
    oppressa,  tempestata di domande, di cure, guardava in bocca la gente.
    - Una sedia! Una sedia! - Non si reggeva in piedi?  - I piedi?  - Come
    si sentiva? - Aria! Aria! Largo! - I piedi? - Come! le facevano male i
    piedi?
    -  S...  ho  le scarpe strette,  che non mettevo pi da un anno...  -
    risponde la signora Fana, guardandosi i piedi, seduta.
    I pi vicini ridono; le tolgono le scarpe.
    - Voglio tornare a casa... - riprende la signora Fana.
    Sorge allora un contrasto tra la folla raccolta.
    - Per carit! Non la fate andare subito a casa! - raccomandano alcuni.
    - Subito! Subito! - tempestano altri.
    - No! Preparate alla notizia il marito! Potrebbe impazzire!
    - E' giusto!  E' giusto!  - si grida di qua;  ma di l,  sollevando in
    trionfo la sedia su cui la signora Fana sta seduta: - A casa! A casa!
    - No! Prima in chiesa! A ringraziare Dio!
    - A casa! A casa!
    Da quel pandemonio,  intanto,  tre,  quattro vicini di casa del "Mago"
    scappano di corsa per prepararlo  al  fausto  avvenimento,  prima  che
    arrivi la processione che va gridando in delirio per le vie:
    - Miracolo! Miracolo!
    -  Cose  che  avvengono...   -  spiega  invece  sorridendo  un  medico
    mattiniero in una  farmacia.  -  Una  sincope  cessata  a  tempo,  per
    fortuna!
    Intanto  i  vicini  accorsi  a  dare l'annunzio,  pervenuti in casa di
    Crzara, lo trovano tra i quattro amici della veglia, se non del tutto
    confortato,  gi quasi calmo.  Discorre dei suoi burattini e dell'arte
    sua,  fumando e bevendo con gli altri, a sorsellini, senza aver l'aria
    di badare a quello che fa.  La mestizia,  s,   rimasta  nella  voce,
    poich il discorso  partito dalla disgrazia della moglie che da molto
    tempo  non  lo  ajutava pi nel suo lavoro;  ma ne parla come se fosse
    morta da pi d'un anno. Gli amici gli lodano le sue creaturine,  e lui
    se ne compiace; ne ha presa anzi una a caso da un cordino, e la mostra
    ai quattro ammiratori.
    - Guardate... no, vi prego, guardate bene. In coscienza, chi li lavora
    pi cos? Questi non si rompono neanche se li sbattete su le corna del
    Tubba che osa dirsi mio rivale!  E' facile che un bambino,  fattura di
    Dio, muoja; ma questi che faccio io campano cent'anni, parola d'onore!
    La ragione c': figli non ne ho avuti,  mi capite?  I miei figli  sono
    stati sempre questi qua.
    Ma  la  strana  animazione  che    nei  volti  dei sopravvenuti tutti
    ansanti, esultanti, sorprende il "Mago" e i quattro compagni.
    - Una buona notizia, don Saverio!
    - No, cio... s... una notizia che vi far piacere...
    - Che notizia?
    - Ma... ecco, dicono...  che tante volte...  s,  uno si inganna e che
    poi non  vero... in certe malattie...
    -  Miracoli  della  Madonna,  ecco!  -  esclama  uno,  con  gli  occhi
    spiritati, non sapendo pi contenersi.
    - Che miracoli?  che malattie?  Parlate -   fa  il  "Mago"  alzandosi,
    inquieto.
    Ma gi comincia a farsi sentire dal fondo della via il clamore confuso
    della processione.
    - Vostra moglie, sentite?
    - Ebbene?... Ebbene?... - balbetta don Saverio impallidendo, poi, a un
    tratto, arrossendo.
    - Non  morta? - domanda stupito uno dei quattro compagni.
    - No,  don Saverio, no! sentite? ve la por... Oh Dio, don Saverio! Che
    avete?
    Il "Mago" si abbandona sulla seggiola, privo di sensi.
    - Aceto! Aceto! Fategli vento!
    Il clamore della  processione  cresce,  s'avvicina  vie  pi,  diviene
    assordante.  La popolazione  gi sotto la casa del "Mago". E invano i
    primi accorsi e due dei compagni si sbracciano a far cenni,  a zittire
    dal balconcino: nessuno d loro retta;  e gi la signora Fana,  calata
    tra gli evviva dalle spalle dei portatori,  si  alza  dalla  seggiola,
    confusa,  imbalordita  dai mille rallegramenti che le piovono da tutte
    le parti.
    - Zitti! Zitti, perdio! E' svenuto! Lo fate impazzire!
    La signora Fana, seguita da gran moltitudine di gente, sale la scala -
    la casa  inondata - don Saverio non rinviene.
    -  Saverio!   Saverio!   Saverio  mio!   -  lo   chiama   la   moglie,
    abbracciandolo.
    - Adesso muore il marito! - esclama la gente qua e l.
    Finalmente  il  Mago  si ri.  Marito e moglie s'abbracciano piangendo
    dalla gioja,  a lungo a lungo,  tra i battimani e gli evviva di tutti.
    Don Saverio non sa credere ancora ai suoi occhi.
    - Ma come? E' vero? E' vero?
    E tocca, stringe, torna ad abbracciare la moglie, piangendo.
    - E' vero? E' vero?
    Poi,  come  impazzito dalla gioja,  si mette a trar salti da montone e
    con le mani  scuote,  agita,  scompiglia  su  i  cordini  di  ferro  i
    burattini e le marionette, invitando gli altri a far lo stesso.
    - Cos!  Cos!  facciamoli ballare!  Su!  su! Ballare! Balliamo tutti,
    perdio!
    E  mille  braccia  minuscole,  mille  gambette  di  legno  si  agitano
    scompostamente,  con furia pazza,  in pazzo tripudio, tra le risa e le
    grida della gente.  I pi ridicoli di tutti sono i  piccoli  Pasquini,
    con la faccia scontorta dalla smorfia furbesca: - Lo dicevamo noi che
    la padrona faceva per burla!. E danzano e dondolano allegramente.
    A poco a poco,  intanto,  i curiosi sgombrano la casa: rimangono i pi
    intimi del vicinato: una dozzina di persone.
    - A pranzo!  a pranzo!  Tutti quanti a pranzo con  me!  -  propone  il
    "Mago".
    E tiene una seconda festa di nozze.

    Ma, terminata la festa:
    -  Badate  adesso,  don Saverio!  - gli ricordano gli amici sottovoce,
    prima di partirsi. - Badate che vostra moglie non si rimetta a dormire
    come per l'addietro... Badate!
    Da quella notte stessa, cominci per il "Mago" una vita d'inferno.
    Nulla di pi naturale che, di notte, santo Dio, la moglie dormisse. Ma
    egli non poteva  pi  vederla  dormire.  La  toccava  leggermente  per
    sentire  se  non era fredda;  si levava su un gomito per discernere al
    lume del lampadino da notte se la coperta sulla moglie si  movesse  al
    ritmo del respiro;  e,  non contento,  accendeva la candela per meglio
    esaminarla, se non era troppo pallida... Fredda non era,  e respirava,
    s; ma perch cos piano e a lento? perch cos placida?
    - Fana...  Fana...  - chiamava allora a bassa voce, per non svegliarla
    di soprassalto.
    - Ah... chi ?... che vuoi?
    - Nulla... sono io... Ti senti male?
    - No. Perch? Dormivo...
    - Bene... dormi, allora, dormi!
    - Ma perch mi hai svegliata? Come faccio adesso a riaddormentarmi?
    Anche la signora Fana, ora, aveva paura del sonno; smaniava sul letto,
    con gli occhi sbarrati,  angosciata dal terrore,  come in  attesa  che
    qualcosa a un tratto dovesse mancarle dentro. Ma le notti che era cos
    smaniosa  e  non  dormiva,  il  "Mago"  era  contentone e dormiva lui,
    invece, fino a tanto per che la moglie,  trambasciata dall'insonnia e
    dalla paura, non lo svegliava a sua volta.
    Cos, a nessuno dei due recava riposo la notte. Di giorno, poi, era un
    altro continuo tormento.
    Non  dormendo  la  notte,  il  sonno  naturalmente  li coglieva spesso
    durante la giornata.  Ma don Saverio lo scacciava per  sorvegliare  la
    moglie  la  quale  minacciava  d'addormentarsi,   come  prima,   sulla
    seggiola. Per divagarla,  la intratteneva in discorsi sciocchi e senza
    nesso, poich la costante costernazione gl'inaridiva la fantasia.
    E pretendeva che la moglie stesse ad ascoltarlo!
    - Figli miei,  ajutatemi voi!  - esclamava il "Mago",  rivolgendosi ai
    burattini.
    Ne toglieva due dai cordini di ferro,  e ne  dava  uno  in  mano  alla
    moglie.
    - Tieni, tu reggi questo...
    - Per far che? - domandava sorpresa la signora Fana.
    - Sta' a sentire: ti faccio sbellicare dalle risa.
    - Oh Dio, Saverio! Ti pare che sia una ragazzina?
    -  No.  Ti  rappresento una parte seria: della rotta di Roncisvalle...
    Sta' a sentire.
    E si metteva a declamare,  a casaccio,  ripetendo le parole del libro,
    come gli sovvenivano alla memoria, e a far gestire furiosamente la sua
    marionetta, mentre quella sorretta dalla signora Fana a poco a poco si
    piegava su le gambette, s'inginocchiava, come se, impaurita dagl'irosi
    gesti dell'altra, volesse chiederle misericordia.
    - Fana! Perdio!
    - S, parla... parla: ti sento!
    - Non mi senti! Cava il brando!
    - Cavo... cavo...
    - Non cavi un corno! Stai dormendo!
    - No...
    Come no? - Gi una crollatina di capo! - La signora Fana dormiva.
    Ah che disperazione per il "Mago"! Si sentiva stretto alla gola da una
    voglia rabbiosa di piangere,  d'urlare. E non lavorava pi: le schiere
    dei burattini  e  delle  marionette  s'assottigliavano  di  giorno  in
    giorno, su i cordini di ferro, in ogni stanza della casa.
    - "Parona bela!" - chiamavano i Florindi e i Lindori.
    - "Neh, signo'!" - chiamavano i Pulcinelli.
    Invano.
    Alcuni  di  quei  cordini  parevano tesi ormai per le mosche che,  con
    l'estate, ricominciavano ad abbondare. E quella casa, tanto tranquilla
    un tempo,  rimbombava adesso delle liti tra marito e moglie,  a  causa
    del sonno.
    Il   "Mago"   rovesciava  le  sue  bollenti  collere  su  la  mobilia,
    sconquassava seggiole e tavolini,  rompeva  contro  le  pareti  tazze,
    vasetti, boccali.
    Questo  supplizio  dur parecchi mesi.  Finalmente la morte ebbe piet
    del povero "Mago",  e venne a togliersi,  questa volta sul  serio,  la
    piccola signora Fana.
    Un  colpo  apoplettico  genuino,  di  pieno  giorno,  e mentr'ella non
    dormiva.
    Quasi quasi, in principio, don Saverio non voleva prestarci fede.  Ma,
    accertata da un medico la morte, si mise a piangere e a strillare come
    la prima volta.  E volle vestir lui,  con le sue mani,  la morta;  lui
    rimetterla sul cataletto e lui annodarle ancora  una  volta  i  polsi,
    mentre i singhiozzi gli rompevano il petto.
    Per  ai  portantini,  che  gi  sollevavano  il cataletto,  non seppe
    tenersi dal dire, tra le lagrime:
    - Ve la raccomando, poveretta! Fate piano. Passando davanti all'albero
    di fico, state bene attenti. Tenetevi al largo, quanto pi potete, per
    carit!


















    LA LEGA DISCIOLTA.

    Al caff,  dove Bmbolo stava tutto il giorno,  col berretto rosso  da
    turco sul testone ricciuto,  un pugno chiuso sul marmo del tavolino in
    atto d'impero,  l'altra mano al fianco,  una gamba qua,  una gamba l,
    guardando  tutti  in giro,  senza disprezzo ma con gravit accigliata,
    quasi per dire: I conti qua, signori miei,  lo sapete,  bisogna farli
    con  me,  venivano  uno  dopo  l'altro  i  proprietarii  di terre non
    soltanto di Montelusa,  ma anche dei paesi del circondario,  anche  il
    vecchio  marchese  don Nicolino Nigrelli (quello che andava sempre col
    pomo d'avorio della mazzettina d'ebano sulle labbra appuntite, come se
    sonasse il flauto),  anche  il  barone  don  Mauro  Ragona,  anche  il
    Tavella, tutti insomma, con tanto di cappello in mano.
    - Don Zul, una grazia...
    E  Bmbolo,  all'atto  deferente,  subito - bisogna dirlo - balzava in
    piedi, si cavava il berretto,  s'impostava sull'attenti e con la testa
    alta e gli occhi bassi rispondeva:
    - Ai comandi, Eccellenza.
    Erano  le  solite  lagnanze  e le solite raccomandazioni.  Al Nigrelli
    erano spariti dalla costa quattro capi di  bestiame;  otto  al  Ragona
    dall'addiaccio;  cinque  al Tavella dalla stalla.  E uno veniva a dire
    che gli avevano legato all'albero il  garzone  che  li  badava;  e  un
    altro,  che  gli  avevano  finanche  rubato  la vacca appena figliata,
    lasciando il buccelluzzo che piangeva e sarebbe morto  di  fame  senza
    dubbio.
    In   prima   Bmbolo,   invariabilmente,   per  concedere  una  giusta
    soddisfazione all'oltraggio patito, esclamava:
    - Ah, birbanti!
    Poi, giungendo le mani e scotendole in aria:
    - Ma,  padroni miei,  padroni miei...  Diciamo birbanti;  in coscienza
    per, a voltar la pagina, quanto tirano al giorno questi birbanti? Tre
    tar  tirano!  E  che sono tre tar?  Oggi com'oggi,  un uomo,  un
    figlio di Dio che lavora,  povera carne battezzata  come  Vossignoria,
    non  come  me,  io sono turco - sissignore - turco...  eccolo qua - (e
    presentava il "fez") - dicevamo, un uomo che butta sangue con la zappa
    in mano dalla punta dell'alba alla calata del sole,  senza sedere mai,
    altro  che per mandar gi a mezzogiorno un tozzo di pane con la saliva
    per companatico;  un uomo che le torna all'opera  masticando  l'ultimo
    boccone,  dico,  padrone mio,  pagarlo tre tar, in coscienza, non 
    peccato? Guardi don Cosimo Lopes! Dacch s' messo a pagare gli uomini
    a tre lire al giorno,  ha  da  lagnarsi  pi  di  nulla?  Nessuno  pi
    s'attenta a levargli... che dico? - (allungava due dita, si tirava dal
    capo con uno strappo netto un capello e lo mostrava) -  buono questo?
    neanche questo! Tre lire, signorino, tre lire sono giuste! Faccia come
    le dico io;  e,  se domani qualcuno le manca di rispetto,  tanto a lei
    quanto alle bestie, venga a sputarmi in faccia: io sono qua.
    In fine,  cangiando aria e tono,  concludeva: - Quanti capi ha  detto?
    Quattro? Lasci fare a me. Vado a sellare.
    E  fingeva  di  mettersi  in  cerca  di  quei  capi di bestiame per le
    campagne, due o tre giorni, cavalcando anche di notte sotto la pioggia
    e sotto lo stellato. Nessuno ci credeva, e nemmeno credeva lui che gli
    altri ci  credessero.  Sicch,  quando  in  capo  ai  tre  giorni,  si
    presentava in casa o del marchese Nigrelli o del Ragona o degli altri,
    e  questi  lo  accoglievano  con la solita esclamazione: - Povero don
    Zul, chi sa quanto avete penato! - egli troncava con un gesto reciso
    della mano l'esclamazione, chiudeva gli occhi con gravit:
    - Lasciamo andare! - diceva. - Ho penato, ma li ho scovati. E prima di
    tutto le do parte e consolazione che alle bestie hanno dato  stalla  e
    cura.  Dove  stanno,  stanno  bene.  I  picciotti  non sono cattivi.
    Cattivo  il bisogno. E creda che se non fosse il bisogno, per il modo
    come sono pagati...  Basta,  Pronti a restituire le bestie;  per,  al
    solito,  Vossignoria m'intende... Oh, trattando con Vossignoria, e con
    me di mezzo, senza n patti n condizioni: la sua buona grazia, quello
    che il cuore le detta. E stia sicuro che stanotte, puntuali,  verranno
    a riportarle su la costa le bestie, pi belle di prima.
    Gli  sarebbe  sembrata  una  mancanza  di rispetto,  cos a s come al
    signore,  accennare anche lontanamente al  sospetto,  che  quei  bravi
    picciotti   potessero   trovare   la  notte  in  agguato  guardie  e
    carabinieri. Sapeva bene che,  se il signore s'era rivolto a lui,  era
    segno che stimava inutile il ricorrere alla forza pubblica per riavere
    le  bestie.  Non  le  avrebbe riavute,  di sicuro.  Nel riaverle cos,
    mediante quel piccolo salasso di denari,  con Bmbolo di  mezzo,  ogni
    idea di tradimento doveva essere esclusa.
    E  Bmbolo prendeva il denaro,  cinquecento,  mille,  duemila lire,  a
    seconda del numero delle bestie  sequestrate,  e  questo  denaro  ogni
    settimana, il sabato sera, recava intatto ai contadini della Lega, che
    si raccoglievano in un fondaco su le alture di San Gerlando.
    Qua  si  faceva  la  giusta.  Cio,  a ogni contadino che durante la
    settimana aveva lavorato per tre tar al giorno (lire  1,25)  veniva
    secondo giustizia computata la giornata in ragione di tre lire,  e gli
    era dato il  rimanente.  Quelli  che,  non  per  colpa  loro,  avevano
    seduto,  cio non avevano trovato lavoro, ricevevano sette lire, una
    per giorno; prima per venivano detratte,  come per sacro impegno,  le
    pensioncine settimanali assegnate alle famiglie di tre socii, Todisco,
    Principe  e Barrera che,  arrestati per caso di notte da una pattuglia
    in perlustrazione e condannati a tre anni di carcere,  avevano  saputo
    tacere;  una  parte  della  somma era poi destinata per gli sbruffi ai
    campieri e ai guardiani di bestiame che, d'intesa,  si facevano legare
    e imbavagliare;  il resto, se ne restava, era conservato come fondo di
    cassa.
    Bmbolo non toccava un centesimo, quel che si dice un centesimo. Erano
    tutte infamie, tutte calunnie quelle che si spargevano sul conto suo a
    Montelusa. Gi egli non aveva bisogno di quel denaro.  Era stato tanti
    anni  nel  Levante,  e  vi  aveva  fatto fortuna.  Non si sapeva dove,
    precisamente, n come,  ma nel Levante aveva fatto fortuna,  certo;  e
    non sarebbe andato appresso a quei pochi quattrinucci rimediati a quel
    modo.  Lo  dicevano  chiaramente  quel suo berretto rosso e l'aria del
    volto e il sapore dei  suoi  discorsi  e  quello  speciale  odore  che
    esalava  da  tutta  la  persona,  un  odor  quasi  esotico,  di spezie
    levantine,  forse per certi sacchettini di cuojo e bossoletti di legno
    che  teneva  addosso,  o  forse per il fumo del suo tabacco turco,  di
    contrabbando,  che gli veniva dalle navi che  approdavano  nel  vicino
    porto di mare,  e con le quali egli era in segreti commerci,  almeno a
    detta di molti,  che per ore e ore certe mattine lo vedevano con  quel
    fiammante  cupolino  in capo guardare,  come all'aspetto,  sospirando,
    l'indaco del mare lontano, se da Punta Bianca vi brillasse una vela...
    Aveva poi sposato una dei Dimno,  ch'erano  notoriamente  tra  i  pi
    ricchi massari del circondario,  massari buoni,  di quelli all'antica,
    che avevano terre che ci si camminava  a  giornate  senza  vederne  la
    fine;  e  zi'  Liscinnaru  Dimno  e  sua moglie,  quantunque la loro
    figliola dopo  appena  quattr'anni  di  matrimonio  fosse  morta,  gli
    volevano  ancora  tanto  bene,  che si sarebbero levata la camicia per
    lui.
    Tutte calunnie. Egli era un apostolo.  Egli lavorava per la giustizia.
    La soddisfazione morale che gli veniva dal rispetto, dall'amore, dalla
    gratitudine  dei  contadini che lo consideravano come il loro re,  gli
    bastava.  E tutti in  un  pugno  li  teneva.  L'esperienza  gli  aveva
    insegnato  che,   a  raccoglierli  apertamente  in  un  fascio  perch
    resistessero con giusta pretesa all'avarizia prepotente  dei  padroni,
    il  fascio,  con  una scusa o con un'altra,  sarebbe stato sciolto e i
    caporioni mandati a domicilio coatto.  Con la bella giustizia  che  si
    amministrava in Sicilia!  Non se ne fidavano neanche i signori! L, l
    nel fondaco di San Gerlando,  amministrava lui,  la giustizia,  quella
    vera;  in quel modo,  ch'era l'unico.  I signori proprietarii di terre
    volevano ostinarsi a pagar tre tar la giornata d'un  uomo?  Ebbene,
    quel  che  non  davano  per  amore,   lo  avrebbero  dato  per  forza.
    Pacificamente, oh. Senza n sangue n violenze. E col dovuto rispetto
    alle bestie.
    Aveva un cartolare, Bmbolo, ch'era come un decimario di comune, dove,
    accanto a ogni nome erano segnati i beni e i luoghi e il novero  delle
    bestie  grosse  e delle minute.  Lo apriva,  chiamava a consulto i pi
    fidati,  e stabiliva con essi quali tra i signori dovessero per quella
    settimana  pagar  la  tassa,  quali  tra  i  contadini  fossero  pi
    designati,  o per pratica dei luoghi o per amicizia  coi  guardiani  o
    perch d'animo pi sicuro,  al sequestro delle bestie.  E raccomandava
    prudenza e discrezione.
    - Il poco non fa male!
    Questa era una delle sue massime  favorite.  Diventava  terribile,  ma
    proprio col sangue agli occhi e la bava alla bocca, quando s'accorgeva
    o  veniva  a  sapere  che qualcuno della Lega voleva far la carogna,
    cio non lavorare.  Lo investiva,  lo abbrancava  per  il  petto,  gli
    metteva  le unghie nel viso,  lo scrollava cos furiosamente,  che gli
    faceva cader dal capo  il  berretto  e  venir  fuori  la  camicia  dai
    pantaloni.
    - Cima di birbante!  - gli urlava in faccia. - Chi sono io? per chi mi
    vuoi far conoscere? per chi mi prendi tu dunque?  per un protettore di
    ladri  e di vagabondi?  Qua sangue s'ha da buttare,  carogna!  sangue,
    sudori di sangue!  qua tutti con le ossa  rotte  dalla  fatica  dovete
    presentarvi  il sabato sera!  O questo diventa un covo di malfattori e
    di briganti! Io ti mangio la faccia,  se tu non lavori;  sotto i piedi
    ti  pesto!  Il  lavoro   la legge!  Col lavoro soltanto acquistate il
    diritto di prendere per le corna una bestia dalla stalla altrui  e  di
    gridare  in  faccia  al padrone: Questa me la tengo,  se non mi paghi
    com' debito di coscienza i miei sudori di sangue!.
    Faceva paura,  in quei momenti.  Tutti,  muti come ombre,  stavano  ad
    ascoltarlo nel fondaco nero,  mirando la fiamma filante del moccolo di
    candela ritto tra la colatura su la tavola sudicia come una roccia  di
    cacio.  E  dopo  la fiera invettiva si sentiva l'ansito del suo torace
    poderoso,  a cui pareva rispondessero,  dalla  tenebra  frigida  d'una
    grotta,  che  vaneggiava in fondo,  i cupi tonfi cadenzati delle gocce
    d'una cert'acqua amara, renosiccia, piombanti entro una conca viscida,
    dove alle volte qualche ranocchia quacquarava.
    Se qualcuno ardiva di levare gli occhi,  vedeva in quei momenti,  dopo
    la sfuriata,  un luccicore di lagrime,  di lagrime vere negli occhi di
    Bmbolo.  Era vanto supremo per lui la testimonianza  che  gli  stessi
    proprietarii di terre rendevano unanimi,  che mai come in quei tempi i
    contadini s'erano dimostrati sottomessi al lavoro e  obbedienti.  Solo
    da questo riconoscimento poteva venir purificata,  santificata l'opera
    ch'egli  metteva  per  loro.   Orbene,   in   quei   momenti,   vedeva
    ignominiosamente compromessa la giustizia che, sul serio, con santit,
    sentiva d'amministrare;  compromesso il suo apostolato,  il suo onore,
    per quell'uno che poteva infamar tutti.  Sentiva  enorme,  allora,  il
    peso della sua responsabilit,  e ribrezzo per l'opera sua, e sdegno e
    dolore,  perch gli pareva che  i  contadini  non  gli  fossero  grati
    abbastanza di quanto aveva loro ottenuto,  di quel salario di tre lire
    che, batti oggi,  batti domani,  era riuscito a strappare all'avarizia
    dei padroni.
    Per  lui  erano sacri,  e sacri voleva che fossero tutti i socii della
    Lega,  quelli che si erano  arresi  alla  sua  costante  predicazione,
    concedendo  il  giusto  salario.  Se  talvolta  mancava  il  danaro e,
    cercando e ricercando nel cartolare,  non si trovava chi,  al  solito,
    per  quella  settimana  dovesse  pagar  la  tassa,  qualcuno  tra  i
    consiglieri accennava timidamente a uno di quelli;  Bmbolo si voltava
    a  fulminarlo  con gli occhi,  bianco d'ira e fremente.  Quelli non si
    dovevano toccare!
    Ma, allora?
    - Allora,  - scattava  Bmbolo,  buttando  all'aria  il  cartolare,  -
    allora, piuttosto, salassiamo mio suocero!
    E  a  due o tre contadini era assegnato il compito di recarsi la notte
    alle terre di Luna,  presso la marina,  per sequestrare  sei  o  sette
    bestie  grosse  a  zio Liscinnaru Dimno,  che pure tra i primi s'era
    messo a pagare gli uomini a tre lire al giorno.
    Poteva bastar questo a turare la bocca ai calunniatori.  Salassando il
    suocero,  Bmbolo rubava a se stesso,  perch l'unico erede dei Dimno
    sarebbe stato un giorno il suo figliuolo.  Ma piuttosto  rubare  a  se
    stesso, al suo figliuolo, che far offesa alla giustizia. E che strazio
    ogni qual volta il vecchio suocero, che vestiva ancora all'antica, con
    le  brache  a mezza gamba,  la berretta nera a calza con la nappina in
    punta e gli orecchini in forma di catenaccetti agli orecchi,  veniva a
    trovarlo,  appoggiato  al  lungo bastone,  dalle terre di Luna,  e gli
    diceva:
    - Ma come,  Zul?  cos ti rispettano i tuoi?  e che  sei  tu  allora?
    broccolo sei?
    - Mi sputi in faccia,  - rispondeva Bmbolo,  succiando, con gli occhi
    chiusi, il fiele di quel giusto rimbrotto.  - Mi sputi in faccia,  che
    posso dirle?
    Gli  pareva  ormai mill'anni che uscissero dal carcere quei tre socii,
    Todisco,  Principe e Barrera,  per sciogliere finalmente quella  Lega,
    ch'era divenuta un incubo per lui.
    Fu una gran festa, il giorno di quella scarcerazione, nel fondaco su a
    San Gerlando: si bevve e si danz;  poi Bmbolo,  raggiante,  tenne il
    discorso di chiusura, e ricord le imprese e cant la vittoria, ch'era
    il premio per quei tre che avevano sofferto il carcere: il premio  pi
    degno,  quello di trovare mutate le condizioni, onestamente retribuito
    il lavoro;  e disse in fine che  egli  ora,  assolto  il  compito,  si
    sarebbe  ritirato in pace e contento;  e fece ridere tutti annunziando
    che quel giorno stesso avrebbe mandato il suo berretto rosso da  turco
    al  suocero,  che  non  aveva  saputo  mai vederglielo in capo di buon
    occhio. Deponeva con quel berretto la sovranit,  e dichiarava sciolta
    la Lega.
    Non  passarono  neppure quindici giorni che,  dimenandosi al solito di
    qua e di l,  col pomo d'avorio della mazzettina d'ebano su le  labbra
    appuntite,  si  present  al  caff  il  vecchio marchese don Nicolino
    Nigrelli:
    - Don Zul, una grazia...
    Bmbolo divent dapprima pi bianco del marmo del tavolino e fiss con
    occhi cos terribilmente spalancati il povero marchese,  che questi ne
    trem di paura e,  traendosi indietro, cadde a sedere su una seggiola,
    mentre l'altro gli si levava sopra furente, ruggendo tra i denti:
    - Ancora?
    Quasi basito,  eppur tentando un  sorrisetto  a  fior  di  labbra,  il
    marchese  gli mostr quattro dita della sua manina tremicchiante e gli
    disse:
    - 'Gnors. Quattro. Al solito. Che c' di nuovo?
    Per tutta risposta Bmbolo si strapp dal capo il cappelluccio nuovo a
    pan di zucchero,  se lo port alla bocca e lo stracci coi  denti.  Si
    mosse,  tutto  in  preda  a  un  fremito  convulso,  tra  i  tavolini,
    rovesciando le seggiole,  poi si volt verso  il  marchese  ancora  l
    seduto in mezzo agli avventori sbalorditi, e gli grid:
    -  Non  dia  un  centesimo,  per la Madonna!  Non s'arrischi a dare un
    centesimo! Ci penso io!
    Ma  potevano  sul  serio  quei  tre,  Todisco,   Principe  e  Barrera,
    contentarsi   di   quel   tal  premio  degno  decantato  da  Bmbolo
    nell'ultima riunione della  Lega?  Se  Bmbolo  stesso,  negli  ultimi
    tempi, aveva permesso che fosse salassato il proprio suocero, il quale
    pure  tra i primi aveva accordato il salario di tre lire ai contadini,
    non potevano essi,  per la giustizia,  seguitare a salassar gli  altri
    proprietarii?
    Quando,  alla  sera,  Bmbolo,  che  li  aveva cercati invano tutto il
    giorno da per tutto,  li trov su le alture di San Gerlando,  e  salt
    loro addosso come un tigre,  essi si lasciarono percuotere, strappare,
    mordere, malmenare, e anzi dissero che se egli li voleva uccidere, era
    padrone,  non avrebbero mosso un dito per  difendersi,  tanto  era  il
    rispetto,  tanta la gratitudine che avevano per lui. Li avrebbe uccisi
    per a torto.  Essi  non  sapevano  nulla  di  nulla.  Innocenti  come
    l'acqua.  Lega?  che  Lega?  Non  c'era  pi  Lega!  Non la aveva egli
    disciolta? Ah, minacciava di denunziarli?  Perch,  per il passato?  E
    allora,  tutti dentro,  e lui per il primo,  come capo! Per quel nuovo
    sequestro al marchese Nigrelli? Ma se non ne sapevano nulla! Avrebbero
    potuto tutt'al pi chiederne ai picciotti;  mettersi in cerca per le
    campagne;  gi!  come lui un tempo,  per due e tre giorni,  cavalcando
    anche di notte sotto la pioggia e sotto lo stellato.
    Sentendoli parlare cos,  Bmbolo si mangiava le  mani  dalla  rabbia.
    Disse  che  dava  loro  tre giorni di tempo.  Se in capo a tre giorni,
    senza il compenso neppure di un centesimo,  i quattro capi di bestiame
    non  erano  restituiti  al  marchese Nigrelli...  - che avrebbe fatto?
    Ancora non lo sapeva!
    Ma che poteva ormai fare Bmbolo? Gli stessi proprietarii di terre, il
    marchese  Nigrelli,  il  Ragona,  il  Tavella,  tutti  gli  altri,  lo
    persuasero ch'egli non poteva pi far nulla. Che c'entrava lui? quando
    mai  c'era entrato?  non era stata sempre disinteressata l'opera messa
    da lui?  E dunque,  che c'era adesso di nuovo?  Perch non voleva  pi
    mettere l'opera sua?  Rivolgersi alla forza pubblica? Ma sarebbe stato
    inutile! Che non si sapeva?  Non avrebbero ottenuto n la restituzione
    delle  bestie,  n  l'arresto  dei  colpevoli.  Sperare poi che questi
    avrebbero  ricondotto  alle  stalle  le  bestie,   cos,   per  amore,
    senz'averne nulla, via, era da ingenui. Loro stessi, i padroni, glielo
    dicevano.  Una  cosellina bisognava pur darla.  S,  al solito...  oh,
    senza n patti n condizioni, essendoci lui, Bmbolo, di mezzo!
    E dal tono con cui gli dicevano queste cose Bmbolo capiva che  quelli
    ritenevano  una  commedia,  adesso,  il suo sdegno,  come una commedia
    avevano prima ritenuta la sua piet per i contadini.
    Si sfog per alcuni giorni a predicare che, almeno, si fossero rimessi
    a pagarli tre tar al giorno, tre tar,  tre tar,  per dare a lui una
    soddisfazione.  Non  li meritavano,  parola d'onore!  neppure quei tre
    tar meritavano,  ladri svergognati!  figli di cane!  pezzi da galera!
    No?  Ah,  dunque  volevano  proprio  che gli schiattasse nel fegato la
    vescichetta del fiele?
    - Via! puh! paese di carogne!
    E mand dai nonni alle terre di Luna il suo figliuolo, facendo dire al
    suocero che rivoleva subito subito il suo berretto  rosso.  Turco,  di
    nuovo turco voleva farsi!
    E due giorni dopo,  raccolte le sue robe,  scese al porto di mare e si
    rimbarc su un brigantino greco per il Levante.














    LA MORTA E LA VIVA.

    La tartana,  che padron Nino Mo dal  nome  della  prima  moglie  aveva
    chiamata Filippa, entrava nel piccolo molo di Porto Empedocle tra il
    fiammeggiar  d'uno  di  quei  magnifici  tramonti del Mediterraneo che
    fanno tremolare e palpitare l'infinita distesa delle acque come in  un
    delirio  di  luci e di colori.  Razzano i vetri delle case variopinte;
    brilla la marna dell'altipiano a cui  il  grosso  borgo    addossato;
    risplende  come oro lo zolfo accatastato su la lunga spiaggia;  e solo
    contrasta l'ombra dell'antico castello a mare,  quadrato e  fosco,  in
    capo al molo.
    Virando  per imboccare la via tra le due scogliere che,  quasi braccia
    protettrici,  chiudono in mezzo il piccolo Molo  Vecchio,  sede  della
    capitaneria,  la  ciurma  s'era  accorta  che  tutta la banchina,  dal
    castello alla bianca torretta del faro,  era gremita  di  popolo,  che
    gridava e agitava in aria berretti e fazzoletti.
    N  padron  Nino  n alcuno della ciurma poteva mai supporre che tutto
    quel popolo fosse adunato l per l'arrivo della Filippa,  quantunque
    proprio  a  loro  paressero  rivolti  le grida e quel continuo furioso
    sventolio  di  fazzoletti  e  di  berretti.   Supposero  che   qualche
    flottiglia  di torpediniere si fosse ormeggiata nel piccolo molo e che
    ora  stesse  per  levar  le   ancore   salutata   festosamente   dalla
    popolazione,  per cui era una gran novit la vista d'una regia nave da
    guerra.
    Padron Nino Mo per prudenza diede ordine s'allentasse subito la  vela,
    si  calasse  anzi  addirittura,  in  attesa  della  barca  che  doveva
    rimorchiare la Filippa all'ormeggio nel molo.
    Calata la vela,  mentre la tartana non pi spinta seguitava  a  filare
    lentamente,  rompendo  appena  le  acque  che,  l chiuse entro le due
    scogliere, parevano d'un lago di madreperla, i tre mozzi, incuriositi,
    s'arrampicarono come scojattoli uno alle sartie,  uno all'albero  fino
    al calcese, uno all'antenna.
    Ed  ecco,  a  gran  furia  di remi,  la barca che doveva rimorchiarli,
    seguita da tant'altri calchi neri,  che per poco non affondavano dalla
    troppa  gente  che  vi era salita e che vi stava in piedi,  gridando e
    accennando scompostamente con le braccia.
    Dunque proprio per loro? tanto popolo? tutto quel fermento?  e perch?
    Forse una falsa notizia di naufragio?
    E  la  ciurma  si  tendeva dalla prua,  curiosa,  ansiosa verso quelle
    barche  accorrenti,  per  cogliere  il  senso  di  quelle  grida.   Ma
    distintamente si coglieva soltanto il nome della tartana:
    - Filippa! Filippa!.
    Padron Nino Mo se ne stava in disparte,  lui solo senza curiosit, col
    berretto di pelo calcato fin su gli occhi,  dei  quali  teneva  sempre
    chiuso  il manco.  Quando lo apriva,  era strabo.  A un certo punto si
    tolse di bocca la pipetta di radica,  sput  e,  passandosi  il  dorso
    della mano sugl'ispidi peli dei baffetti di rame e della rada barbetta
    a punta,  si volt brusco al mozzo che s'era arrampicato sulle sartie,
    gli grid che scendesse e andasse  a  poppa  a  sonare  la  campanella
    dell'Angelus.
    Aveva  navigato  tutta  la vita,  profondamente compreso dell'infinita
    potenza di Dio,  da  rispettare  sempre,  in  tutte  le  vicende,  con
    imperturbabile  rassegnazione;  e  non  poteva  soffrire lo schiamazzo
    degli uomini.
    Al suono della campanella di bordo si tolse la berretta  e  scopr  la
    pelle  bianchissima del cranio velata d'una peluria rossigna vaporosa,
    quasi di un'ombra di capelli. Si segn e stava per mettersi a recitare
    la preghiera,  allorch la ciurma gli si precipit  addosso  con  visi
    furia risa gridi da matti:
    - Zi' N! Zi' N! la gn Filippa! vostra moglie! la gn Filippa! viva!
     tornata!
    Padron  Nino  rest  dapprima  come  perduto  tra  quelli  che cos lo
    assaltavano  e  cerc,  spaventato,  negli  occhi  degli  altri  quasi
    l'assicurazione  che  poteva credere a quella notizia senza impazzire.
    Il  volto  gli  si  scompose  passando  in  un  attimo  dallo  stupore
    all'incredulit, dall'angoscia rabbiosa alla gioja. Poi, feroce, quasi
    di  fronte a una sopraffazione,  scost tutti,  ne abbranc uno per il
    petto e lo squass con violenza, gridando: - Che dite? che dite? -.  E
    con  le braccia levate,  quasi volesse parare una minaccia,  s'avvent
    alla prua verso quelli delle barche che lo accolsero con un turbine di
    grida e pressanti  inviti  delle  braccia;  si  trasse  indietro,  non
    reggendo  alla  conferma  della  nuova  (o alla voglia di precipitarsi
    gi?) e si volse di nuovo verso la ciurma come per chiedere soccorso o
    essere trattenuto. Viva? come, viva?  tornata?  da dove?  quando?  Non
    potendo  parlare,   indicava  la  paratia,  che  ne  tirassero  subito
    l'alzaja, s s;  e come il canapo fu preso a calare per il rimorchio,
    grid: - Reggete!  - lo afferr con le due mani,  scavalc, e come una
    scimmia a forza di braccia  scese  lungo  l'alzaja,  si  butt  tra  i
    rimorchiatori che lo aspettavano con le braccia protese.
    La ciurma della tartana rest delusa,  in orgasmo, vedendo allontanare
    la barca con padron Nino e, per non perdere lo spettacolo,  cominci a
    gridare come indemoniata a quelli dell'altre barchette accorse, perch
    raccogliessero  il  canapo  e rimorchiassero loro almeno la tartana al
    molo.  Nessuno si volt a dar retta a quelle  grida.  Tutti  i  calchi
    arrancarono  dietro  la  barca  del rimorchio,  ove in gran confusione
    padron Nino Mo veniva intanto ragguagliato su quel miracoloso  ritorno
    della moglie rediviva,  che tre anni addietro,  nel recarsi a Tunisi a
    visitare  la  madre  moribonda,  tutti  ritenevano  fosse  perita  nel
    naufragio del vaporetto insieme con gli altri passeggeri;  - e invece,
    no,  no,  non era perita - un giorno e una notte era stata in acqua  -
    affidata  a  una tavola - poi salvata,  raccolta da un piroscafo russo
    che si recava in America - ma pazza - dal terrore - e due anni e  otto
    mesi  era  stata pazza in America - a New York,  in un manicomio - poi
    guarita aveva ottenuto il rimpatrio dal Consolato, e da tre giorni era
    in paese, arrivata da Genova.
    Padron Nino Mo,  a queste notizie che gli  grandinavano  da  tutte  le
    parti,  stordito,  batteva  di continuo le palpebre su i piccoli occhi
    strabi; a tratti la palpebra manca gli restava chiusa, come tirata;  e
    tutto il volto gli fremeva, convulso, quasi pinzato da spilli.
    Il  grido  di uno dei calchi e le risa sguajate da cui questo grido fu
    accolto: - Due mogli,  zi' N,  allegramente! - lo riscossero  dallo
    sbalordimento e gli fecero guardare con rabbioso dispetto tutti quegli
    uomini,  vermucci  di  terra  ch'egli  ogni  volta vedeva sparire come
    niente,  appena s'allontanava un po' dalle coste nelle  immensit  del
    mare e del cielo: eccoli l, accorsi in folla al suo arrivo, assiepati
    l,  impazienti e vociferanti nel molo, per godersi lo spettacolo d'un
    uomo che veniva a trovare a terra due mogli;  spettacolo tanto pi  da
    ridere  per essi,  quanto pi grave e doloroso era per lui l'impaccio.
    Perch  quelle  due  mogli  erano  tra  loro  sorelle,   due   sorelle
    inseparabili,  anzi  tra  loro quasi madre e figlia,  avendo sempre la
    maggiore,  Filippa,  fatto da madre a Rosa,  che anche lui,  sposando,
    aveva dovuto accogliere in casa come una figliola;  finch,  scomparsa
    Filippa, dovendo seguitare a vivere insieme con lei e considerando che
    nessun'altra donna avrebbe potuto far meglio da madre al  piccino  che
    quella  gli  aveva  lasciato  ancor  quasi in fasce,  l'aveva sposata,
    onestamente. E ora? e ora?  Filippa era venuta a trovare Rosa maritata
    con lui e incinta,  incinta da quattro mesi!  Ah,  s, c'era da ridere
    veramente: un uomo,  cos,  tra due mogli,  tra due sorelle,  tra  due
    madri.  Eccole,  eccole  l su la banchina!  ecco Filippa!  eccola l!
    viva!  con un braccio gli fa cenni,  come  per  dargli  coraggio;  con
    l'altro,  si regge sul petto Rosa, la povera incinta che trema tutta e
    piange e si strugge dalla pena e dalla  vergogna,  tra  gli  urli,  le
    risa,  i battimani, lo sventolio dei berretti di tutta quella folla in
    attesa.
    Padron Nino Mo si scroll tutto, rabbiosamente;  desider che la barca
    sprofondasse  e  gli  sparisse  dagli occhi quello spettacolo crudele;
    pens per un momento di saltare addosso ai rematori e  costringerli  a
    remare  indietro,  per  ritornare  alla  tartana,  per  fuggirsene via
    lontano,  lontano,  per sempre;  ma sent in pari tempo di  non  poter
    ribellarsi a quella violenza orrenda che lo trascinava, degli uomini e
    del caso;  avvert come uno scoppio interno,  un intronamento, per cui
    le orecchie presero a rombargli e gli s'offusc la vista.  Si ritrov,
    poco  dopo,  tra  le  braccia sul petto della moglie rediviva,  che lo
    superava di tutta la testa, donnone ossuto, dalla faccia nera e fiera,
    maschile nei gesti, nella voce,  nel passo.  Ma quand'essa,  scioltolo
    dall'abbraccio, l, davanti a tutto il popolo acclamante, lo spinse ad
    abbracciare anche Rosa,  quella poveretta che apriva come due laghi di
    lagrime i grandi occhi chiari nel viso diafano,  egli,  alla vista  di
    tanto squallore, di tanta disperazione, di tanta vergogna, si ribell,
    si chin con un singhiozzo nella gola a trsi in braccio il bambino di
    tre anni e s'avvi di furia, gridando:
    - A casa! A casa!
    Le due donne lo seguirono,  e tutto il popolo si mosse dietro, avanti,
    intorno,  schiamazzando,  Filippa con un braccio su le spalle di Rosa,
    la teneva come sotto l'ala, la sorreggeva, la proteggeva, e si voltava
    a  tener testa ai lazzi,  ai motteggi,  ai commenti della folla,  e di
    tratto in tratto si chinava verso la sorella e le gridava:
    - Non piangere,  scioccona!  Il pianto ti fa  male!  Su,  su,  dritta,
    buona!  Che piangi?  Se Dio ha voluto cos... C' rimedio a tutto! Su,
    zitta! A tutto, a tutto c' rimedio! Dio ci ajuter...
    Lo gridava anche alla folla,  e soggiungeva,  rivolta  a  questo  e  a
    quello:
    - Non abbiate paura!  n scandalo,  n guerra, n invidia, n gelosia!
    Quello che Dio vorr! Siamo gente di Dio.
    Giunti al Castello, che gi le fiamme del crepuscolo s'erano offuscate
    e il cielo,  prima di porpora,  era divenuto  quasi  fumolento,  molti
    della  folla si sbandarono,  imboccarono la larga strada del borgo gi
    coi fanali accesi; ma i pi vollero accompagnarli fino a casa,  dietro
    al  Castello,  alle  Balte,  dove  quella strada svolta e s'allunga
    ancora con  poche  casupole  di  marinai  su  un'altra  insenatura  di
    spiaggia  morta.  Qua  tutti s'arrestarono davanti all'uscio di padron
    Nino Mo ad aspettare che cosa quei  tre,  ora,  decidessero  di  fare.
    Quasi fosse un problema, quello, da risolvere cos, su due piedi!
    La  casa  era  a  terreno e prendeva luce soltanto dalla porta.  Tutta
    quella folla di curiosi,  assiepata l davanti,  addensava l'ombra gi
    cupa e toglieva il respiro. Ma n padron Nino Mo, n la moglie gravida
    avevano  fiato  di  ribellarsi:  l'oppressione di quella folla era per
    essi l'oppressione stessa delle anime loro, l presente e tangibile; e
    non pensavano che,  almeno quella,  si  potesse  rimuovere.  Ci  pens
    Filippa,  dopo  avere acceso il lume sulla tavola gi apparecchiata in
    mezzo alla stanza per la cena: si fece alla porta, grid:
    - Signori miei, ancora? che volete? Avete veduto,  avete riso;  non vi
    basta? Lasciateci pensare adesso agli affari nostri! Casa, ne avete?
    Cos investita,  la gente si ritrasse parte di qua,  parte di l dalla
    porta,  lanciando gli ultimi lazzi;  ma pur molti rimasero a spiare da
    lontano, nell'ombra della spiaggia.
    La  curiosit  era  tanto  pi  viva,  in quanto che a tutti eran noti
    l'onest fino allo scrupolo,  il timore di Dio,  gli esemplari costumi
    di padron Nino Mo e di quelle due sorelle.
    Ed ecco,  ne davano una prova quella sera stessa, lasciando aperta per
    tutta la notte la porta della  loro  casupola.  Nell'ombra  di  quella
    triste  spiaggia  morta,  che  protendeva qua e l nell'acqua stracca,
    crassa,  quasi oleosa,  certi gruppi di  scogli  neri,  corrosi  dalle
    maree,  certi  lastroni viscidi,  algosi,  ritti,  abbattuti,  tra cui
    qualche rara  ondata  si  cacciava  sbattendo,  rimbalzando  e  subito
    s'ingorgava con profondi risucchi,  per tutta la notte da quella porta
    si projett il giallo riverbero del lume. E quelli che s'attardarono a
    spiare dall'ombra, passando ora l'uno ora l'altro davanti alla porta e
    gettando  un  rapido  sguardo  obliquo  nell'interno  della  casupola,
    poterono veder dapprima i tre,  seduti a tavola col piccino, a cenare;
    poi,  le due donne,  inginocchiate a terra,  curve su le  seggiole,  e
    padron  Nino,  seduto,  con  la  fronte  su  un pugno appoggiato a uno
    spigolo della tavola gi sparecchiata,  intenti a recitare il rosario;
    in fine,  il piccino solo,  il figlio della prima moglie, coricato sul
    letto matrimoniale in fondo alla  camera,  e  la  seconda  moglie,  la
    gravida,  seduta  a pi del letto,  vestita,  col capo appoggiato alle
    materasse, con gli occhi chiusi;  mentre gli altri due,  padron Nino e
    la gn Filippa,  conversavano tra loro a bassa voce,  pacatamente,  ai
    due capi della tavola;  finch non vennero  a  sedere  su  l'uscio,  a
    seguitare  la  conversazione  in  un  mormorio sommesso,  a cui pareva
    rispondesse il lento e lieve sciabordio delle  acque  sulla  spiaggia,
    sotto le stelle, nel bujo della notte gi alta.
    Il giorno appresso, padron Nino e la gn Filippa, senza dar confidenza
    a nessuno,  andarono in cerca d'una cameretta d'affitto;  la trovarono
    quasi in capo al paese,  nella via che conduce al cimitero,  aereo  su
    l'altipiano,  con  la  campagna  dietro  e il mare davanti.  Vi fecero
    trasportare un lettuccio,  un tavolino,  due seggiole,  e quando fu la
    sera vi accompagnarono Rosa, la seconda moglie, col piccino; le fecero
    chiudere  subito  la  porta,  e tutt'e due insieme,  taciturni,  se ne
    ritornarono alla casa delle Balte.
    Si lev allora per tutto il paese un coro di commiserazioni per quella
    poveretta cos sacrificata, messa cos da parte,  senz'altro,  buttata
    fuori,  sola,  in quello stato!  ma pensate,  in quello stato! con che
    cuore? e che colpa aveva, la poveretta? S, cos voleva la legge... ma
    che legge era quella? Legge turca! No, no, perdio, non era giusto! non
    era giusto!
    E tanti e  tanti  il  giorno  appresso,  risoluti,  cercarono  di  far
    comprendere  quell'acerba  disapprovazione  di tutto il paese a padron
    Nino uscito, pi che mai cupo,  a badare al nuovo carico della tartana
    per la prossima partenza.
    Ma  padron  Nino,  senza fermarsi,  senza voltarsi,  con la berretta a
    barca di pelo calcata fin su gli occhi, uno chiuso e l'altro no,  e la
    pipetta  di  radica  tra  i  denti,  tronc in bocca a tutti domande e
    recriminazioni, scattando:
    - Lasciatemi stare! Affari miei!
    N maggiore soddisfazione  volle  dare  a  coloro  che  egli  chiamava
    principali,   commercianti,   magazzinieri,   sensali  di  noleggio.
    Soltanto, con questi, fu meno ispido e reciso.
    - Ognuno con la sua coscienza, signore, - rispose. - Cose di famiglia,
    non c'entra nessuno. Dio solo, e basta.
    E due giorni  dopo,  rimbarcandosi,  neanche  alla  ciurma  della  sua
    tartana volle dir nulla.
    Durante  la  sua  assenza  dal paese,  per,  le due sorelle tornarono
    insieme nella casa delle Balte,  e insieme,  quiete,  rassegnate  e
    amorose,  attesero alle faccende domestiche e al bambino. Alle vicine,
    a tutti i curiosi che venivano  a  interrogarle,  per  tutta  risposta
    aprivano  le  braccia,  alzavano  gli  occhi  al  cielo e con un mesto
    sorriso rispondevano:
    - Come vuole Dio, comare.
    - Come vuole Dio, compare.
    Insieme tutt'e  due,  col  piccino  per  mano,  quando  fu  il  giorno
    dell'arrivo della tartana,  si recarono al molo.  Questa volta,  su la
    banchina, c'erano pochi curiosi. Padron Nino, saltando a terra,  porse
    la  mano  all'una  e  all'altra,  silenzioso,  si  chin  a baciare il
    bambino,  se lo tolse in braccio e s'avvi avanti come l'altra  volta,
    seguito dalle due donne. Se non che, giunti davanti alla porta, questa
    volta,  nella  casa  delle  Balte  rimase con padron Nino Rosa,  la
    seconda moglie;  e Filippa col  piccino  se  n'and  quietamente  alla
    cameretta sulla via del cimitero.
    E  allora  tutto  il  paese,  che  prima  aveva  tanto  commiserato il
    sacrifizio della seconda moglie,  vedendo ora che non c'era sacrifizio
    per nessuna delle due,  s'indign,  s'irrit fieramente della pacata e
    semplice ragionevolezza di quella soluzione;  e molti  gridarono  allo
    scandalo.  Veramente,  dapprima,  tutti  rimasero  come storditi,  poi
    scoppiarono in una gran risata. L'irritazione,  l'indignazione sorsero
    dopo,   e  proprio  perch  tutti  in  fondo  si  videro  costretti  a
    riconoscere che,  non essendoci stato  inganno  n  colpa  da  nessuna
    parte,  n da pretendere perci la condanna o il sacrifizio dell'una o
    dell'altra moglie - mogli tutt'e due davanti  a  Dio  e  davanti  alla
    legge  - la risoluzione di quei tre poveretti fosse la migliore che si
    potesse  prendere.   Irrit  sopratutto   la   pace,   l'accordo,   la
    rassegnazione  delle  due  sorelle divote,  senz'ombra d'invidia n di
    gelosia tra loro.  Comprendevano che  Rosa,  la  sorella  minore,  non
    poteva  aver  gelosia  dell'altra,  a cui doveva tutto,  a cui - senza
    volerlo,   vero - aveva preso il marito.  Gelosia tutt'al pi avrebbe
    potuto aver Filippa di lei;  ma no,  comprendevano che neanche Filippa
    poteva averne,  sapendo che Rosa aveva agito senz'inganno e non  aveva
    colpa.  E dunque?  C'era poi per tutt'e due la santit del matrimonio,
    inviolabile; la devozione per l'uomo che lavorava, per il padre.  Egli
    era sempre in viaggio; sbarcava per due o tre giorni soltanto al mese;
    ebbene,  poich  Dio  aveva  permesso il ritorno dell'una,  poich Dio
    aveva voluto cos, una alla volta,  in pace e senz'invidia,  avrebbero
    atteso al loro uomo, che ritornava stanco dal mare.
    Tutte  buone ragioni,  s,  e oneste e quiete;  ma appunto perch cos
    buone e quiete e oneste, irritarono.
    E padron Nino Mo,  il giorno dopo il suo secondo arrivo,  fu  chiamato
    dal  pretore  per sentirsi ammonire severamente che la bigamia non era
    permessa dalla legge.
    Aveva parlato poco prima con un forense, padron Nino Mo, e si present
    al pretore al solito suo, serio placido e duro;  gli rispose che,  nel
    suo  caso,  non  si  poteva  parlare di bigamia perch la prima moglie
    figurava ancora in atti e avrebbe seguitato  a  figurare  sempre  come
    morta,  sicch  dunque  davanti alla legge egli non aveva che una sola
    moglie, la seconda.
    - Sopra la legge degli uomini, poi, - concluse, - signor pretore,  c'
    quella di Dio, a cui mi sono sempre attenuto, obbediente.
    L'imbroglio  avvenne  all'ufficio dello stato civile,  ove d'allora in
    poi, puntuale,  ogni cinque mesi,  padron Nino Mo si rec a denunziare
    la nascita d'un figliuolo. - Questo  della morta. - Questo  della
    viva.
    La prima volta,  alla denunzia del figliuolo, di cui la seconda moglie
    era incinta all'arrivo di Filippa,  non essendosi questa rifatta  viva
    davanti   alla  legge,   tutto  and  liscio,   e  il  figliuolo  pot
    regolarmente essere registrato come legittimo.  Ma come registrare  il
    secondo, di l a cinque mesi, nato da Filippa che figurava ancora come
    morta?  O  illegittimo  il  primo,  nato  dal  matrimonio putativo,  o
    illegittimo il secondo. Non c'era via di mezzo.
    Padron Nino Mo si port una mano alla nuca e si fece saltar  sul  naso
    la  berretta;  prese a grattarsi la testa;  poi disse all'ufficiale di
    stato civile:
    - E... scusi, non potrebbe registrarlo come legittimo, della seconda?
    L'ufficiale sgran tanto d'occhi:
    - Ma come? Della seconda? Se cinque mesi fa...
    - Ha ragione, ha ragione,  - tronc padron Nino,  tornando a grattarsi
    la testa. - Come si rimedia allora?
    - Come si rimedia?  - sbuff l'ufficiale. - Lo domandate a me, come si
    rimedia? Ma voi che siete, sultano? pasci? bey?  che siete?  Dovreste
    aver giudizio, perdio, e non venire a imbrogliarmi le carte, qua!
    Padron  Nino  Mo si trasse un po' indietro e s'appunt gl'indici delle
    due mani sul petto:
    - Io? - esclam. - E che ci ho da fare io, se Dio permette cos?
    Sentendo nominar Dio, l'ufficiale mont su tutte le furie.
    - Dio... Dio... Dio... sempre Dio! Uno muore;  Dio! Non muore;  Dio!
    Nasce un figlio;   Dio!  State con due mogli;   Dio!  e finitela con
    questo Dio!  Che il diavolo vi porti,  venite a ogni nove mesi almeno;
    salvate la decenza,  gabbate la legge;  e ve  li  schiaffo  tutti  qua
    legittimi uno dopo l'altro!
    Padron Nino Mo ascolt impassibile la sfuriata. Poi disse:
    - Non dipende da me. Lei faccia come crede. Io ho fatto l'obbligo Mio.
    Bacio le mani.
    E torn puntuale,  ogni cinque mesi, a fare l'obbligo suo, sicurissimo
    che Dio gli comandava cos.








    UN'ALTRA ALLODOLA.

    Luca Pelletta non avrebbe riconosciuto alla  stazione  di  Roma  Santi
    Currao,   se   questi  non  gli  si  fosse  fatto  avanti  chiamandolo
    ripetutamente:
    - Amico Pelletta! Amico Pelletta!
    Intontito dal viaggio, tra la ressa e il rimescolio dei passeggeri che
    gli davano la vertigine, rest a mirarlo, sbalordito:
    - Oh, tu Santi? E come mai? Cos...
    - Che cosa?
    - "Quantum mutatus ab illo!"
    - Ma che "abillo"? Gli anni, amico Pelletta!
    Gli anni,  s,  ma anche...  - Luca lo squadr alla luce delle lampade
    elettriche.  Gli anni?  E quel vestito? Un gran maestro di musica, con
    quella camicia,  con quella giacca,  con quei calzoni e quelle scarpe?
    Dunque,  nella  miseria?  E  quella  barba incolta,  gi quasi grigia,
    cresciuta pi sulle gote che sul mento?  e  quella  faccia  pallida  e
    grassa? e quelle occhiaje gonfie intorno agli occhi acquosi? Come mai?
    Era divenuto anche pi corto di statura?
    Sotto gli occhi di Luca Pelletta pieni di tanto stupore, le labbra del
    Currao si allargarono a un ghigno muto:
    - Tu sei ricco,  amico Pelletta e il tempo non ti deteriora.  Andiamo,
    andiamo! Ma ti pongo questo patto: non una parola sul paesaccio in cui
    io e tu abbiamo avuto la sciagura di nascere. Chi  vivo  vivo, chi 
    morto  morto: non voglio saperne nulla.  Non c' bisogno di  prendere
    la  vettura:  sto  qua  in  fondo  al viale.  Da' a me la valigia o la
    cassetta.
    - No, grazie: me le porto da me; non pesano molto.
    - Il bagaglio lo lasci in deposito alla stazione?
    - Quale bagaglio?  -  fece  Luca  Pelletta.  -  Ho  questi  due  colli
    soltanto: libri e biancheria.
    - Ti tratterrai dunque poco?
    - No, perch? Sono venuto forse per sempre.
    - Cos a mani vuote?
    Andarono per un tratto in silenzio.
    - La tua signora?  - s'arrischi a domandare Luca alla fine. Il Currao
    abbass la testa e borbott:
    - Sono solo.
    - E' fuori di Roma?
    - E' a Roma, amico Pelletta. Ti dir a casa. Parliamo ora di te. Ma il
    pretto necessario e basta. Perch sei venuto a Roma?  Sono una bestia.
    Dimenticavo che tu hai quattrini da buttar via.
    - T'inganni...  - corresse con un sorrisetto bonario il Pelletta. - Ho
    s quanto mi basta: poco;  ma io ho bisogno di poco.  Nulla da  buttar
    via.  E'  vero  che,  in compenso,  ora sono divenuto padrone del mio.
    Abbiamo fatto quasi un capitombolo,  sai?  Per miracolo la miseria non
    ha battuto alla nostra porta.  Ma,  in compenso,  ti ripeto,  ora sono
    libero e padrone...
    - ... del tuo. Sta bene. Ma se non sei pi ricco,  perch sei venuto a
    Roma?
    -   Vedrai!   -   sospir  Luca,   socchiudendo  di  nuovo  gli  occhi
    misteriosamente. - E' la mia citt. L'ho sempre sognata.
    - Amico Pelletta,  ho un vago sospetto,  - riprese Santi Currao.  - Ti
    fiuto: tu puzzi. Di' la verit, sei pi miserabile di me?
    - No,  perch? - fece Luca, istintivamente; subito si riprese: - Forse
    no...
    - Questo "tuo", di' un po', a quanto ammonta?
    - Rendituccia modesta, ma sicura: cinque lire al giorno. Mi bastano.
    Santi Currao sghign forte, squassando la testa.
    - Centocinquanta lire al mese?! E che te ne fai?
    Arrivati in fondo al viale, il Currao si cacci nel portoncino di casa
    e, prima di mettersi a salire, disse a Luca:
    - Ti prego di parlare sottovoce.
    Un camerotto squallido,  sudicio,  in disordine,  con un letto  in  un
    angolo,  non  rifatto  chi  sa da quanti giorni;  un tavolino rustico,
    senza tappeto,  presso l'unica finestra;  un attaccapanni appeso  alla
    parete; seggiole impagliate; un lavamano.
    Santi Currao accese il lume sul tavolino, e invit l'amico a sedere.
    - Se vuoi lavarti, l c' l'occorrente.
    - E... non hai uno specchio? - domand afflitto e reso timido da tanta
    miseria, Luca, guardando in giro le pareti polverose.
    - Pago dodici lire al mese,  amico Pelletta, e non sono rispettato. Do
    qualche lezione di musica, e non mi pagano; viene la fine del mese,  e
    io non pago;  e pi non pago, e meno sono rispettato. Avevo l, presso
    l'asciugamani, uno specchio, se non m'inganno. Se lo sono portato via.
    - E come fai per guardarti? - domand Luca, costernato.
    - Non ci penso neppure!
    - Fai male, Santi! Perch, il fisico...
    - Il vero fisico  il pane, amico Pelletta! - sentenzi bruscamente il
    Currao.
    - Ah, nego, nego... - fece Luca. - "Non solo pane vivit homo..."
    - E intanto,  - concluse Santi,  - prima base,  ci vuole il pane.  Non
    dire sciocchezze e, per giunta, in latino.
    Rimasero un buon pezzo in penoso silenzio. Santi Currao sedette presso
    il tavolino,  con la testa bassa e gli occhi fissi sul pavimento. Luca
    Pelletta dritto sulla vita, accigliato, lo esaminava.
    - E dunque... la tua signora?
    Il Currao alz il testone e guard un pezzo negli occhi l'amico.  -  E
    dalli con la mia signora!  - Si scopr il capo solennemente;  si batt
    pi volte l'ampia fronte rischiarata dal lume:
    - Vedi? Cervo! - esclam;  e le grosse pallide labbra,  allargandosi a
    un  orribile  ghigno,  scoprirono  i denti serrati,  gialli dai lunghi
    digiuni.
    Luca  Pelletta  lo  guard   perplesso,   quasi   consigliandosi   con
    l'espressione del volto del Currao, se dovesse riderne o no.
    -  Cervo!  cervo!  -  ripet Santi,  confermando col capo pi volte di
    seguito. - E non l'ho cacciata io, sai! Se n' andata via lei,  da s.
    Io sono cos;  - aggiunse,  afferrandosi con ambo le mani la barbaccia
    incolta su le gote,  - ma mia moglie era una bella e rispettabilissima
    signora!  La  povert,  amico  Pelletta.  Senza la povert,  forse non
    l'avrebbe fatto. Non era poi tanto cattiva,  in fondo.  E' vero che io
    per   lei  fui  marito  esemplare:  le  portavo  tutto  quel  po'  che
    guadagnavo... tranne qualche soldo per mantenermi l'occhio vivo.  Ma 
    pur vero che l'uomo, per quanto porco sia, vale sempre mille volte pi
    di qualunque donna.  Dici di no, amico Pelletta? Ebbene, chi sa? forse
    no. Non si pu dire. La povert, capisci? Che fa il ferro al fuoco? Si
    torce.  Ebbene,  e tu,  marito,  arrivi fino al punto di  dire  a  tua
    moglie: M'hai fatto le corna?  T'hanno procacciato pane?  S? E allora
    hai fatto benone! Danne un pezzetto anche a me!
    Si alz, e si mise a passeggiare per la camera,  col testone sul petto
    e le mani dietro la schiena.
    - E ora... che fa? - domand timidamente Luca.
    Il Currao seguit a passeggiare, come se non avesse udito la domanda.
    - Non sai dov'?
    Il Currao si ferm davanti al lume:
    -  Fa  la  puttana!  -  disse.  - Non consumiamo petrolio inutilmente!
    Lavati, se lo credi proprio necessario. E usciamo. Non vuoi cenare?
    - No... - rispose Luca. - Ho desinato a Napoli piuttosto bene.
    - Non ci credo.
    - Parola d'onore. Di' un po', come ti sembro?
    - Compassionevole, amico Pelletta!
    - No, dico! ti pare che stia male in faccia?
    - No: ancora non pare, - fece Santi.
    - Eh s,  - afferm Luca -  un fatto che,  a me,  il mangiar poco  mi
    conferisce. Ma forse sono un po' troppo pallido questa sera, no?
    -  Sei  pallido,  perch  sei  povero!  - raffibbi il Currao.  - Via,
    usciamo! Tu vuoi certo vedere il Colosseo al lume di luna.
    Luca accett con entusiasmo la proposta, e s'avviarono in silenzio.
    Davanti alla soglia di casa,  il Pelletta  trattenne  per  un  braccio
    l'amico,   poi  gli  batt  la  spalla  con  una  mano  e  gli  disse,
    socchiudendo gli occhi:
    - Santi, risorgeremo! lascia fare a me!
    - Statti quieto... - brontol il Currao.
    E tutti e due si perdettero nell'ombra.




















    RICHIAMO ALL'OBBLIGO.

    Paolino Lovico si butt per morto su uno sgabello davanti la  farmacia
    Pulejo in Piazza Marina.  Guard dentro,  al banco,  e asciugandosi il
    sudore che gli  grondava  dai  capelli  su  la  faccia  congestionata,
    domand a Saro Pulejo:
    - E' passato?
    - Gigi? No. Ma star poco. Perch?
    - Perch? Perch mi serve! Perch... Quante cose vuoi sapere!
    Si  lasci  il  fazzoletto  steso  sul  capo,  appoggi  i  gomiti sui
    ginocchi,  il mento sulle mani e rimase l a guardare a terra,  fosco,
    con le ciglia aggrottate.
    Lo conoscevano tutti, l a Piazza Marina. Pass un amico:
    - Ohi, Paol?
    Lovico alz gli occhi e li riabbass subito, brontolando:
    - Lasciami stare!
    Un altro amico:
    - Paol, che hai?
    Lovico  si  strapp  questa  volta il fazzoletto dal capo e sedette in
    un'altra positura, quasi con la faccia al muro.
    - Paol, ti senti male? - gli domand allora dal banco Saro Pulejo.
    - Oh santo diavolo! - scatt Paolino Lovico,  precipitandosi dentro la
    farmacia.  -  Che  corno t'importa di me,  me lo dici?  Chi ti domanda
    niente?  se ti senti male,  se ti senti bene,  che hai,  che non  hai?
    Lasciatemi stare!
    - Ih, - fece Saro. - T'ha morso la tarantola? Hai domandato di Gigi, e
    credevo che...
    -  Ma  ci sono forse io solo su la faccia della terra?  - grid Lovico
    con le braccia per aria e gli occhi schizzanti.  - Non posso avere  un
    cane malato?  un pollo d'India con la tosse? Fatevi gli affari vostri,
    santo e santissimo non so chi e non so come!
    - Oh, ecco qua Gigi! - disse Saro, ridendo.
    Gigi Pulejo entr di fretta,  diviato allo stipetto a muro per  vedere
    se nella sua casella ci fossero chiamate per lui.
    - Ciao, Paol!
    -  Hai  fretta?  -  gli  domand,  accigliato,  Paolino  Lovico  senza
    rispondere al saluto.
    - Molta,  s,  - sospir il dottor Pulejo,  buttandosi su la  nuca  il
    cappello  e  facendosi vento col fazzoletto su la fronte.  - Di questi
    giorni, caro mio, un affar serio.
    - Non lo dico io?  - sghign allora rabbioso il Paolino Lovico con  le
    pugna protese. - Che epidemia c'? Cholera morbus? peste bubbonica? il
    canchero che vi porti via tutti quanti? Devi dare ascolto a me! Senti:
    morto per morto,  io sono qua!  Ho diritto alla precedenza. Ohi, Saro,
    non hai niente da pestare nel mortajo?
    - Niente, perch?
    - E allora andiamo via!  - ripigli Lovico,  afferrando per un braccio
    Gigi Pulejo e trascinandolo fuori. - Qua non posso parlare!
    - Discorso lungo? - gli domand per istrada il dottore.
    - Lunghissimo!
    - Caro mio, mi dispiace, non ho tempo.
    - Non hai tempo?  Sai che faccio?  Mi butto sotto un tram, mi fratturo
    una gamba e ti costringo a starmi attorno per una mezza giornata. Dove
    devi andare?
    - Prima di tutto, qua vicino, in via Butera.
    - T'accompagno,  - disse Lovico.  -  Tu  sali  a  far  la  visita;  io
    t'aspetto gi, e riprenderemo a parlare.
    -  Ma  insomma,  che  diavolo  hai?  -  gli  domand il dottor Pulejo,
    fermandosi un po' a osservarlo.
    Paolino Lovico apr le braccia, sotto lo sguardo del dottor,  pieg le
    gambe, rilass tutta la personcina arruffata e rispose:
    - Gigino mio, sono un uomo morto!
    E gli occhi gli si riempirono di lagrime.
    - Parla, parla, - lo incit il dottore: - andiamo, che t' accaduto?
    Paolino fece alcuni passi,  poi si ferm di nuovo e,  trattenendo Gigi
    Pulejo per una manica, premise misteriosamente:
    - Ti parlo come a un fratello,  bada!  Anzi,  no.  Il medico  come il
    confessore,  vero?
    - Certo. Abbiamo anche noi il segreto professionale.
    - Va bene.  Ti parlo allora sotto il sigillo della confessione, come a
    un sacerdote.
    Si pos una mano su lo stomaco  e,  con  uno  sguardo  d'intelligenza,
    aggiunse solennemente:
    - Tomba, oh?
    Quindi,  sbarrando tanto d'occhi e congiungendo l'indice e il pollice,
    quasi per pesar le parole che stava per dire, sillab:
    - Petella ha due case.
    - Petella? - domand, stordito, Gigi Pulejo. - Chi  Petella?
    - Petella il capitano,  perdio!  - proruppe Lovico.  -  Petella  della
    Navigazione Generale.
    - Non lo conosco, - disse il dottor Pulejo.
    - Non lo conosci?  Tanto meglio!  Ma, tomba lo stesso, oh! Due case, -
    ripet con la stess'aria cupa e grave. - Una qua, una a Napoli.
    - Ebbene?
    - Ah! Ti pare niente? - domand,  scomponendosi tutto nella rabbia che
    lo divorava, Paolino Lovico.
    -  Un uomo ammogliato,  che approfitta vigliaccamente del suo mestiere
    di marinajo e si fa un'altra casa in un altro paese,  ti pare  niente?
    Ma sono cose turche, perdio!
    -  Turchissime,  chi  ti  dice  di no?  Ma a te che te n'importa?  Che
    c'entri tu?
    - Che me n'importa, a me? che c'entro io?
    - E' tua parente, scusa, la moglie di Petella?
    - No!  - grid Paolino Lovico col sangue agli occhi.  - E' una  povera
    donna,  che soffre pene d'inferno!  Una donna onesta, capisci? tradita
    in un modo infame, capisci?  dal proprio marito.  C' bisogno di esser
    parente per sentirsene rimescolare?
    - Ma che ci posso fare io,  scusa? - domand Gigi Pulejo, stringendosi
    nelle spalle.
    - Se non mi lasci dire,  porco diavolo!  porca natura!  porca vita!  -
    sbuff Lovico.  - Senti che caldo?  Io crepo!  Quel caro Petella, quel
    carissimo Petella non  si  contenta  di  tradire  la  moglie,  d'avere
    un'altra casa a Napoli;  ha tre o quattro figli l,  con quella, e uno
    qua con la moglie.  Non vuole averne altri!  Ma quelli di l,  capirai
    bene,  non sono legittimi: se ne ha qualche altro,  e gli fa impiccio,
    pu buttarlo via come niente. Invece qua,  con la moglie,  d'un figlio
    legittimo non potrebbe disfarsi.  E allora,  brutto manigoldo,  che ti
    combina? (Oh,  dura da due anni,  sai,  questa storia!) Ti combina che
    nei giorni che sbarca qui, piglia il pi piccolo pretesto per attaccar
    lite  con  la  moglie,  e la notte si chiude a dormir solo.  Il giorno
    appresso, riparte, e chi s' visto s' visto. Da due anni cos!
    - Povera signora!  - esclam Gigi Pulejo con una commiserazione da cui
    non pot staccare un sorriso. - Ma io, scusa... ancora non capisco.
    - Senti,  Gigino mio, - riprese con altro tono Lovico, appendendoglisi
    al braccio.  - Da quattro mesi io do lezione di latino al ragazzo,  al
    figliuolo di Petella, che ha dieci anni e va in prima ginnasiale.
    - Ah, - fece il dottore.
    - Se tu sapessi quanta piet m'ha ispirato quella disgraziata signora!
    -  seguit  Lovico.  -  Quante  lagrime,  quante  lagrime ha pianto la
    poverina... E che bont! E' pure bella, sai? Fosse brutta,  capirei...
    E' bella!  E vedersi trattata cos, tradita, disprezzata e lasciata in
    un canto, l,  come uno straccio inutile...  Vorrei vedere chi avrebbe
    saputo  resistere!  chi  non  si  sarebbe  ribellata!  E  chi potrebbe
    condannarla? E' una donna onesta,  una donna che bisogna assolutamente
    salvare, Gigino mio! Tu capisci? Si trova in una terribile condizione,
    adesso... Disperata!
    Gigi Pulejo si ferm e guard severamente il Lovico.
    - Ah no, caro! - gli disse. - Queste cose io non le faccio. Non voglio
    mica aver da fare col Codice penale, io.
    -  Pezzo  d'imbecille!  -  scatt  Paolino Lovico.  - E che ti figuri,
    adesso? che ti figuri che io voglia da te? Per chi m'hai preso?  Credi
    ch'io  sia un uomo immorale?  un birbaccione?  Che voglia il tuo ajuto
    per... oh! mi fa schifo, orrore, solo a pensarlo!
    - Ma che corno vuoi dunque da me? Io non ti capisco! - grid il dottor
    Pulejo, spazientito.
    - Voglio quel ch' giusto!  - grid a sua volta Paolino Lovico.  -  La
    morale,  voglio! Voglio che Petella sia un buon marito e non chiuda la
    porta in faccia alla moglie quando sbarca qui!
    Gigi Pulejo scoppi in una fragorosa risata.
    - E che... e che pre... e che pretendi...  ohi ohi ohi...  ah ah ah...
    pre...  pretendi che io...  po...  pove...  povero Pet...  ah ah ah...
    l'asino... l'asino a bere per... ohi ohi ohi...
    - Che ridi, che ridi, animalone? - mugg fremendo e agitando le pugna,
    Paolino Lovico.  - C' in vista  una  tragedia,  e  tu  ridi?  C'  un
    farabutto  che  non  vuol  fare  l'obbligo suo,  e tu ridi?  una donna
    ninacciata nell'onore, nella vita, e tu ridi? E non ti parlo di me! Io
    sono un uomo morto, io vado a buttarmi a mare, se tu non mi dai ajuto,
    vuoi capirlo?
    - Ma che ajuto posso darti io?  -  domand  il  Pulejo,  senza  potere
    ancora trattener le risa.
    Paolino  Lovico  si ferm risolutamente in mezzo alla via,  stringendo
    forte un braccio al dottore.
    - Sai che avverr?  - gli disse,  truce.  -  Petella  arriva  stasera;
    ripartir  domani  per il Levante;  va a Smirne;  star fuori circa un
    mese.  Non c' tempo da perdere!  O subito,  o tutto    perduto.  Per
    carit,  Gigino  salvami!  salva  quella  povera martire!  Tu avrai un
    mezzo,  tu avrai un rimedio...  Non ridere,  perdio,  o ti strozzo!  O
    piuttosto  ridi,  ridi  se  vuoi,  della  mia  disperazione,  ma dammi
    ajuto... un rimedio... qualche mezzo... qualche medicina...
    Gigi Pulejo era arrivato alla casa di via Butera  nella  quale  doveva
    far la visita. Come meglio pot, si tenne dal ridere ancora e disse:
    -  Vuoi insomma impedire che il capitano prenda un pretesto d'attaccar
    lite questa sera con la moglie?
    - Precisamente!
    - Per la morale,  vero?
    - Per la morale. Seguiti a scherzare?
    - No no,  dico sul serio adesso.  Senti: io vado  su;  tu  ritorna  in
    farmacia, da Saro, e aspettami l. Vengo subito.
    - Ma che vuoi fare?
    -  Lascia  fare  a  me!  -  lo assicur il dottore.  - Va' da Saro,  e
    aspettami.
    - Fa' presto, oh! - gli grid dietro Lovico a mani giunte.

    Sul tramonto,  Paolino era allo Scalo  per  assistere  all'arrivo  del
    capitano  Petella  col  Segesta.  L'aveva  voluto  almeno  vedere da
    lontano,  non sapeva bene perch;  vedergli l'aria e mandargli  dietro
    una filza di male parole.
    Sperava,  dopo l'assalto al dottor Pulejo e l'ajuto che era riuscito a
    ottenere,  che l'orgasmo,  a cui era in preda dalla mattina,  cessasse
    almeno  un  poco.  Ma  che!  Recato  un  certo involtino misterioso di
    pasterelle con la crema  alla  signora  Petella  (poich  al  capitano
    piacevano  tanto  i dolci),  e sceso dalla casa di lei,  s'era messo a
    girare di qua e di l,  e l'orgasmo gli  era  cresciuto  di  punto  in
    punto.
    E ora?  Ecco venuta la sera.  Avrebbe voluto andare a letto quanto pi
    tardi gli fosse possibile.  Ma si stanc presto di girovagare  per  la
    citt,  con  la  smania  esacerbata  dal  timore  d'attaccar  lite con
    qualcuno de' suoi innumerevoli conoscenti,  il quale avesse la cattiva
    ispirazione d'accostarglisi.
    Perch  aveva la disgrazia,  lui,  d'essere trasparente.  Sicuro!  E
    questa trasparenza sua riusciva esilarantissima  a  tutti  gl'ipocriti
    foderati  di  menzogna.  Pareva  che  la vista chiara,  aperta,  delle
    passioni, e fossero anche le pi tristi, le pi angosciose,  avesse il
    potere  di promuovere le risa in tutti coloro che o non le avevano mai
    provate o, usi com'erano a mascherarle, non le riconoscevano pi in un
    pover'uomo come lui, che aveva la sciagura di non saperle nascondere e
    dominare.
    Si rintan in casa; si butt vestito sul letto.
    Com'era pallida, com'era pallida quella poveretta, quand'egli le aveva
    recato l'involto delle paste! Cos pallida e con quegli occhi smarriti
    nella pena, non era bella davvero...
    - Sii sorridente,  cara!  - le aveva raccomandato con  le  lagrime  in
    gola.  - Acconciati bene, per carit! Indossa quella camicetta di seta
    giapponese che ti sta tanto bene...  Ma soprattutto,  te ne scongiuro,
    non  farti  trovare  cos,  come  un  funerale...  Animo,  animo!  Hai
    apparecchiato tutto per bene?  Mi  raccomando,  che  non  abbia  alcun
    motivo di lagnarsi!  Coraggio,  cara,  a domani!  Speriamo bene... Non
    dimenticare,  per carit,  d'appendere un  fazzoletto  per  segno,  al
    cordino l, davanti la finestra di camera tua. Domattina, il mio primo
    pensiero sar quello di venire a vedere... Fammelo trovare quel segno,
    cara, fammelo trovare!
    E  prima  d'andar  via aveva seminato col lapis turchino i dieci e i
    dieci con lode nel quaderno delle  versioni  di  quel  somarone  del
    figlio, che sentiva latino e spiritava.
    - Non, faglielo vedere a pap... Sai come sar contento pap! Seguita
    cos, caro, seguita cos e fra qualche anno saprai il latino meglio di
    un'oca del Campidoglio,  di quelle,  Non, che fecero fuggire i Galli,
    sai?  Viva Papirio!  Allegri,  allegri!  dobbiamo essere tutti allegri
    questa sera,  Non! Viene pap! Allegro e buono! pulito, composto! Fa'
    vedere le unghie...  Sono pulite?  Bravo.  Attento a non  sporcartele!
    Viva Papirio, Non, viva Papirio!
    Le pasterelle...  Se quell'imbecille di Pulejo si fosse preso gioco di
    lui?  No no,  questo no.  Egli lo aveva reso capace della gravit  del
    caso. Avrebbe commesso una birbonata senza nome, a ingannarlo. Per...
    per...  per...  se  il  rimedio  non  fosse  efficace come gli aveva
    assicurato?
    La noncuranza,  anzi il disprezzo di quell'uomo per la propria moglie,
    lo   faceva  ora  ribollire  come  se  fosse  un'offesa  fatta  a  lui
    direttamente. Ma sicuro! Come mai quella donna,  di cui egli,  Paolino
    Lovico,  si  contentava,  non  solo,  ma  che  pareva a lui cos degna
    d'essere amata, cos desiderabile,  non era poi calcolata per nulla da
    quel mascalzone?  Come parere che lui,  Paolino Lovico,  si contentava
    del rifiuto di un altro,  d'una donna che  per  un  altro  non  valeva
    nulla.  Oh  che  era forse meglio quella signora di Napoli?  Pi bella
    della moglie?  Ma avrebbe voluto vederla!  Metterle accanto,  l'una  e
    l'altra, e poi mostrargliele e gridargli sul muso:
    -  Ah,  tu preferisci quell'altra?  Ma perch tu sei un bestione senza
    discernimento e senza gusto! Non perch tua moglie non valga centomila
    volte di pi! Ma guardala! Guardala bene!  Come puoi aver cuore di non
    toccarla?  Tu  non  capisci  le  finezze...  tu  non  capisci il bello
    delicato... la soavit della grazia malinconica! Tu sei un animale, un
    majalone sei, e non puoi capire queste cose; perci disprezzi.  E poi,
    che vuoi mettere?  una femminaccia da trivio con una signora per bene,
    con una donna onesta?
    Ah che nottata fu quella per lui! Non un minuto di requie...
    Quando finalmente gli parve che cominciasse ad  albeggiare,  non  pot
    pi stare alle mosse.
    La signora Petella aveva il letto diviso da quello del marito,  in una
    camera a parte: avrebbe potuto dunque,  anche di notte,  appendere  il
    fazzoletto  al  cordino  della  finestra,  perch egli si fosse levato
    subito d'ambascia.  Doveva figurarselo  che  lui  non  avrebbe  chiuso
    occhio  durante la notte,  e appena spuntata l'alba,  sarebbe venuto a
    vedere.
    Cos pensava, correndo alla casa del Petella.  Lusingato dal desiderio
    ardentissimo, era cos sicuro di trovare quel segno alla finestra, che
    il  non  trovarlo  fu  proprio  una morte per lui.  Si sent mancar le
    gambe.  Nulla!  nulla!  E che aspetto funebre avevano quelle  persiane
    serrate...
    Una  voglia  selvaggia  gli  fece  a  un  tratto impeto nello spirito:
    salire, precipitarsi in camera di Petella, strozzarlo sul letto!
    E come se veramente fosse salito e  avesse  commesso  il  delitto,  si
    sent  d'un  subito  stremato,  sfinito,  un  sacco  vuoto.  Cerc  di
    sollevarsi;  pens  che  forse  ancora  era  presto;  che  forse  egli
    pretendeva troppo,  contando che ella di notte si levasse ed esponesse
    il segno per farglielo trovare all'alba; che forse non aveva potuto...
    chi sa!
    Via, non c'era ancora da disperare... Avrebbe aspettato. Ma l,  no...
    Aspettar l,  ogni minuto,  un'eternit...  Le gambe per... non se le
    sentiva pi, le gambe!
    Per fortuna,  svoltando il  primo  vicolo,  trov  a  pochi  passi  un
    caffeuccio  aperto,  caffeuccio  per  gli  operai  che  si recavano di
    buon'ora all'Arsenale l presso.  Vi entr;  si lasci  cadere  su  la
    panca di legno.
    Non c'era nessuno;  non si vedeva neanche il padrone;  si sentiva per
    sfaccendare e  parlottare  di  l,  nell'antro  bujo,  dove  forse  s
    accendevano allora allora i fornelli.
    Quando,  di  l  a  poco,  un  omaccione  in maniche di camicia gli si
    present per domandargli che  cosa  desiderasse,  Paolino  Lovico  gli
    volse uno sguardo attonito, truce, poi gli disse:
    -  Un  fazzole...  cio,  dico...  un caff!  Forte,  bello forte,  mi
    raccomando!
    Gli fu servito subito.  Ma s!  Met se  lo  butt  addosso,  met  lo
    sbruff dalla bocca, balzando in piedi. Accidenti! Era bollente.
    - Che ha fatto, signorino?
    - Aaahhh... - fiatava Lovico con gli occhi e la bocca spalancati.
    - Un po' d'acqua,  un po' d'acqua...  - gli sugger il caffettiere.  -
    Prenda, beva un po' d'acqua!
    - E i calzoni? - gemette Paolino, guardandosi addosso.
    Cav di tasca il fazzoletto,  ne intinse una cocca nel bicchiere e  si
    mise  a  stropicciar  forte  su  la  macchia.  Che bel frescolino alla
    coscia, adesso!
    Distese  il  fazzoletto  bagnato,  lo  guard,  impallid,  butt  una
    monetina  di  quattro  soldi  nel  vassojo  e scapp via.  Ma,  appena
    svoltato il vicolo, paf! di faccia, il capitano Petella.
    - Oh! Lei qua?
    - Gi... mi... mi... - balbett Paolino Lovico senza pi una goccia di
    sangue nelle vene. Mi... mi sono levato per tempo... e...
    - Una passeggiatina al fresco?  - comp la frase il Petella.  -  Beato
    lei! Senza noje... senza impicci... Libero! scapolo!
    Lovico gli affond gli occhi negli occhi per cercare di scoprire se...
    Ma  gi  il  fatto che il bestione fosse fuori a quell'ora,  e poi con
    quell'aria  rabbuffata,  da  temporale...  -  ah,  miserabile!  doveva
    certamente  aver  litigato  con  la  moglie  anche  quella  sera!  (Io
    l'uccido! - pens Lovico,  - parola d'onore,  io l'uccido!) E intanto,
    con un sorrisetto:
    - Ma anche lei, vedo...
    - Io? - grugn il Petella. - Che cosa?
    - Ma... a quest'ora...
    -  Ah,  perch  mi  vede  fuori  a  quest'ora?  Una nottataccia,  caro
    professore! Il caldo, forse, io non so!
    - Non... non ha... non ha dormito bene?
    - Non ho dormito affatto! - grid il Petella,  con esasperazione.  - E
    sa?  quando  io non dormo...  quando non riesco a prender sonno...  io
    arrabbio!
    -  E che... scusi...  che colpa...  - seguit a balbettar Lovico tutto
    fremente e pur sorridente, - che colpa ci hanno gli altri?
    - Gli altri? - domand stordito il Petella. - Che c'entrano gli altri?
    -  Ma...  se  dice che s'arrabbia?  Con chi s'arrabbia?  con chi se la
    piglia se fa caldo?
    - Me la piglio con me, me la piglio col tempo, me la piglio con tutti!
    - proruppe il Petella. - Io voglio aria... io sono abituato al mare...
    e la terra,  caro professore,  specialmente d'estate,  la terra non la
    posso soffrire... la casa... le pareti... gl'impicci... le donne.
    (L'uccido!  parola d'onore,  l'uccido! fremeva tra s Lovico.) E col
    solito sorrisetto: - Anche le donne?
    - Ah, sa? con me le donne... veramente...  Si viaggia...  si sta tanto
    tempo  lontani...  Non  dico ora,  che sono vecchio...  Ma quando si 
    giovanotti... Le donne! Io, per,  ci ho avuto sempre questo di buono,
    sa? Quando voglio, voglio... quando non voglio, non voglio. Il padrone
    sono restato sempre io.
    - Sempre?... (L'uccido!)
    -  Sempre  che  ho  voluto,  s'intende!  Lei  no,  eh?  Lei  si lascia
    facilmente prendere? Un sorrisetto...  una mossetta...  un'aria umile,
    vergognosetta... dica, eh? dica la verit...
    Lovico si ferm a guardarlo in faccia.
    - Debbo dirle la verit? Io, se avessi moglie...
    Petella scoppi a ridere.
    -  Ma  non parliamo delle mogli,  adesso!  Che c'entrano le mogli?  Le
    donne! le donne!
    - E non sono donne, le mogli? che cosa sono?
    - Ma saranno anche donne...  qualche volta!  - esclam Petella.  - Lei
    intanto non ne ha, caro professore; ed io le auguro per il suo bene di
    non averne mai. Perch le mogli, sa...
    Cos  dicendo,  lo  prese  sotto  il  braccio  e seguit a parlare,  a
    parlare. Lovico fremeva. Lo guardava in volto,  gli guardava gli occhi
    gonfi,  ammaccati,  ma forse... eh, forse li aveva cos perch non era
    riuscito a dormire.  E ora gli  pareva  da  qualche  frase  di  potere
    argomentare  che  quella poverina fosse salva,  ora invece,  a qualche
    altra, ripiombava nel dubbio e nella disperazione.  E questo supplizio
    dur un'eternit,  perch aveva voglia di camminare,  di camminare, il
    bestione,  e se lo trascinava lungo la marina.  Alla fine,  volt  per
    ritornare a casa.
    Non  lo lascio! pensava tra s Lovico.  Salgo con lui a casa e,  se
    non ha fatto l'obbligo suo,  questa  l'ultima giornata  per  tutti  e
    tre!
    Si fiss talmente in questo truce pensiero,  tese con tanta violenza e
    tanta rabbia in esso tutta  la  sua  energia  nervosa,  che  si  sent
    sciogliere le membra, cascare a pezzi, appena svoltata la via e alzati
    gli  occhi  alla  finestra  della  casa  del  Petella  - vide stesi al
    cordino, oh Dio,  oh Dio,  oh Dio,  uno...  due...  tre...  quattro...
    cinque fazzoletti!
    Arricci il naso,  apr la bocca,  col capo vagellante, ed esal in un
    ah di spasimo la gioja che lo soffocava.
    - Che cos'ha? - gli grid Petella, sorreggendolo.
    E Lovico:
    - Oh caro capitano! oh caro capitano, grazie!  grazie!  Ah...   stata
    una delizia per me...  questa...  questa bella passeggiata...  ma sono
    stanco... stanco morto... casco, proprio casco...  Grazie,  grazie con
    tutto  il  cuore,  caro capitano!  A rivederla!  buon viaggio,  eh?  a
    rivederla! Grazie, grazie...
    E,  appena il Petella entr nel portoncino,  prese la via,  di  corsa,
    giubilante,  esultante,  sgrignando  e  con  gli  occhi  lustri  ilari
    parlanti mostrando le cinque  dita  della  mano  a  tutti  quelli  che
    incontrava.
    PENSACI, GIACOMINO!

    Da  tre giorni il professore Agostino Toti non ha in casa quella pace,
    quel riso, a cui crede ormai di aver diritto.
    Ha circa settant'anni,  e dir che sia un bel vecchio,  non si potrebbe
    neanche dire: piccoletto,  con la testa grossa, calva, senza collo, il
    torso sproporzionato su  due  gambettine  da  uccello...  S,  s:  il
    professor  Toti lo sa bene,  e non si fa la minima illusione,  perci,
    che Maddalena, la bella mogliettina,  che non ha ancora ventisei anni,
    lo possa amare per se stesso.
    E'  vero  che  egli se l' presa povera e l'ha inalzata: figliuola del
    bidello del liceo,   diventata moglie d'un  professore  ordinario  di
    scienze  naturali,  tra  pochi  mesi  con  diritto  al  massimo  della
    pensione;  non solo,  ma ricco anche  da  due  anni  per  una  fortuna
    impensata,  per  una  vera  manna  dal  cielo:  una  eredit  di quasi
    duecentomila lire,  da parte d'un fratello spatriato da tanto tempo in
    Rumenia e morto celibe col.
    Non  per tutto questo per il professor Toti crede d'aver diritto alla
    pace e al riso. Egli  filosofo: sa che tutto questo non pu bastare a
    una moglie giovine e bella.
    Se l'eredit fosse venuta prima del matrimonio,  egli  magari  avrebbe
    potuto  pretendere  da Maddalenina un po' di pazienza,  che aspettasse
    cio la morte di lui non lontana per  rifarsi  del  sacrifizio  d'aver
    sposato  un  vecchio.  Ma  son  venute  troppo  tardi,  ahim!  quelle
    duecentomila lire, due anni dopo il matrimonio,  quando gi...  quando
    gi  il  professor  Toti  filosoficamente aveva riconosciuto,  che non
    poteva bastare  a  compensare  il  sacrifizio  della  moglie  la  sola
    pensioncina ch'egli le avrebbe un giorno lasciata.
    Avendo  gi  concesso tutto prima,  il professor Toti crede d'aver pi
    che mai ragione di pretendere la pace e il riso ora, con l'aggiunta di
    quell'eredit vistosa.  Tanto pi,  poi,  in quanto egli - uomo saggio
    veramente e dabbene - non si  contentato di beneficiar la moglie,  ma
    ha voluto anche beneficiare... s, lui, il suo buon Giacomino, gi tra
    i  pi  valenti  alunni  suoi  al  liceo,   giovane  timido,   onesto,
    garbatissimo, biondo, bello e ricciuto come un angelo.
    Ma  s,  ma  s  -  ha  fatto  tutto,  ha  pensato  a tutto il vecchio
    professore Agostino Toti.  Giacomino Delisi era sfaccendato,  e l'ozio
    lo addolorava e lo avviliva;  ebbene,  lui,  il professor Toti, gli ha
    trovato posto nella Banca Agricola,  dove ha collocato le duecentomila
    lire dell'eredit.
    C'  anche  un  bambino,  ora,  per casa,  un angioletto di due anni e
    mezzo,  a cui egli si  dedicato tutto,  come uno schiavo  innamorato.
    Ogni  giorno,  non gli par l'ora che finiscano le lezioni al liceo per
    correre a casa,  a soddisfare tutti  i  capriccetti  del  suo  piccolo
    tiranno.  Veramente,  dopo  l'eredit,  egli avrebbe potuto mettersi a
    riposo,  rinunziando a quel massimo  della  pensione,  per  consacrare
    tutto il suo tempo al bambino. Ma no! Sarebbe stato un peccato! Dacch
    c',  egli  vuol  portare fino all'ultimo quella sua croce,  che gli 
    stata sempre tanto gravosa!  Se ha preso moglie  proprio  per  questo,
    proprio perch recasse un beneficio a qualcuno ci che per lui  stato
    un tormento tutta la vita!
    Sposando  con  quest'unico intento,  di beneficare una povera giovine,
    egli ha amato la moglie quasi paternamente soltanto.  E  pi  che  mai
    paternamente s' messo ad amarla,  da che  nato quel bambino,  da cui
    quasi quasi gli piacerebbe  pi  d'esser  chiamato  nonno,  che  pap.
    Questa  bugia incosciente sui puri labbruzzi del bambino ignaro gli fa
    pena; gli pare che anche il suo amore per lui ne resti offeso. Ma come
    si fa? Bisogna pure che si prenda con un bacio quell'appellativo dalla
    boccuccia di Nin, quel pap che fa ridere tutti i maligni,  i quali
    non sanno capire la tenerezza sua per quell'innocente, la sua felicit
    per  il bene che ha fatto e che seguita a fare a una donna,  a un buon
    giovinotto,  al piccino,  e anche a s - sicuro!  - anche a  s  -  la
    felicit  di  vivere  quegli  ultimi  anni in lieta e dolce compagnia,
    camminando per la fossa cos, con un angioletto per mano.
    Ridano,  ridano pure di lui tutti i maligni!  Che risate  facili!  che
    risate sciocche!  Perch non capiscono... Perch non si mettono al suo
    posto...  Avvertono soltanto il comico,  anzi il grottesco,  della sua
    situazione,  senza saper penetrare nel suo sentimento!...  Ebbene, che
    glie n'importa? Egli  felice.
    Se non che, da tre giorni...
    Che sar accaduto?  La moglie ha gli occhi gonfii e rossi  di  pianto;
    accusa un forte mal di capo; non vuole uscir di camera.
    -  Eh,   giovent!...   giovent!...  -  sospira  il  professor  Toti,
    scrollando il capo con un risolino mesto e arguto negli occhi e  sulle
    labbra. - Qualche nuvola... qualche temporaletto...
    E  con  Nin  s'aggira  per  casa,  afflitto,  inquieto,  anche un po'
    irritato,  perch...  via,  proprio non si merita questo,  lui,  dalla
    moglie e da Giacomino.  I giovani non contano i giorni: ne hanno tanti
    ancora innanzi a s...  Ma per un povero vecchio   grave  perdita  un
    giorno!  E sono ormai tre, che la moglie lo lascia cos per casa, come
    una mosca senza capo,  e non lo  delizia  pi  con  quelle  ariette  e
    canzoncine cantate con la vocetta limpida e fervida, e non gli prodiga
    pi quelle cure, a cui egli  ormai avvezzo.
    Anche Nin  serio serio, come se capisca che la mamma non ha testa da
    badare a lui.  Il professore se lo conduce da una stanza all'altra,  e
    quasi non ha bisogno di chinarsi per dargli la mano,  tant' piccolino
    anche  lui;  lo  porta  innanzi al pianoforte,  tocca qua e l qualche
    tasto, sbuffa,  sbadiglia,  poi siede,  fa galoppare un po' Nin su le
    ginocchia,  poi torna ad alzarsi: si sente tra le spine.  Cinque o sei
    volte ha tentato di forzar la mogliettina a parlare.
    - Male, eh? ti senti proprio male?
    Maddalenina seguita a non volergli dir  nulla:  piange;  lo  prega  di
    accostar  gli  scuri  del balcone e di portarsi Nin di l: vuole star
    sola e al bujo.
    - Il capo, eh?
    Poverina,  le fa tanto male il capo...  Eh,  la lite dev'essere  stata
    grossa davvero!
    Il  professor  Toti  si reca in cucina e cerca d'abbordar la servetta,
    per avere qualche notizia da lei; ma fa larghi giri,  perch sa che la
    servetta gli  nemica;  sparla di lui,  fuori, come tutti gli altri, e
    lo mette in berlina, brutta scema! Non riesce a saper nulla neanche da
    lei.
    E allora il professor Toti prende una risoluzione  eroica:  reca  Nin
    dalla mamma e la prega che glielo vesta per benino.
    - Perch? - domanda ella.
    - Lo porto a spassino, - risponde lui. - Oggi  festa... Qua s'annoja,
    povero bimbo!
    La mamma non vorrebbe.  Sa che la trista gente ride vedendo il vecchio
    professore col piccino per mano;  sa che qualche malvagio insolente  
    arrivato finanche a dirgli: - Ma quanto gli somiglia,  professore,  il
    suo figliuolo!
    Il professor Toti per insiste.
    - No, a spassino, a spassino...
    E si reca col bimbo in casa di Giacomino Delisi.  Questi abita insieme
    con  una  sorella  nubile,  che  gli  ha fatto da madre.  Ignorando la
    ragione del beneficio,  la signorina Agata era prima  molto  grata  al
    professor Toti;  ora invece - religiosissima com' - lo tiene in conto
    d'un diavolo,  n pi ne meno,  perch ha indotto il suo Giacomino  in
    peccato mortale.
    Il  professor Toti deve aspettare un bel po',  col piccino,  dietro la
    porta,  dopo aver sonato.  La signorina Agata  venuta a guardar dalla
    spia  ed  scappata.  Senza dubbio,   andata ad avvertire il fratello
    della visita, e ora torner a dire che Giacomino non  in casa.
    Eccola.  Vestita di nero,  cerea,  con le occhiaje livide,  stecchita,
    arcigna,   appena  aperta  la  porta,   investe,  tutta  vibrante,  il
    professore.
    - Ma come... scusi...  viene a cercarlo pure in casa adesso?...  E che
    vedo! anche col bambino? ha condotto anche il bambino?
    Il  professor  Toti  non  s'aspetta  una  simile  accoglienza;   resta
    intronato;  guarda la signorina Agata,  guarda  il  piccino,  sorride,
    balbetta:
    - Per... perch?... che ?... non posso... non... posso venire a...
    -  Non  c'!  -  s'affretta  a rispondere quella,  asciutta e dura.  -
    Giacomino non c'.
    - Va bene,  - dice,  chinando il capo,  il professor Toti.  - Ma  lei,
    signorina...  mi scusi...  Lei mi tratta in un modo che...  non so! Io
    non credo d'aver fatto n a suo fratello, n a lei...
    - Ecco, professore,  - lo interrompe,  un po' rabbonita,  la signorina
    Agata.  - Noi,  creda pure, le siamo... le siamo riconoscentissimi; ma
    anche lei dovrebbe comprendere...
    Il professor Toti socchiude gli occhi,  torna a  sorridere,  alza  una
    mano  e poi si tocca parecchie volte con la punta delle dita il petto,
    per significarle che, quanto a comprendere, lasci fare a lui.
    - Sono vecchio,  signorina,  -  dice,  -  e  comprendo...  tante  cose
    comprendo  io!  e  guardi,  prima  di  tutte,  questa: che certe furie
    bisogna lasciarle svaporare,  e  che,  quando  nascono  malintesi,  la
    miglior cosa  chiarire...  chiarire, signorina, chiarire francamente,
    senza sotterfugi, senza riscaldarsi... Non le pare?
    - Certo,  s...  - riconosce,  almeno cos in astratto,  la  signorina
    Agata.
    -  E  dunque,  -  riprende il professor Toti,  - mi lasci entrare e mi
    chiami Giacomino.
    - Ma se non c'!
    - Vede? No, Non mi deve dire che non c'.  Giacomino  in casa,  e lei
    me  lo deve chiamare.  Chiariremo tutto con calma...  glielo dica: con
    calma!  Io sono vecchio e comprendo tutto,  perch  sono  stato  anche
    giovane, signorina. Con calma, glielo dica. Mi lasci entrare.
    Introdotto  nel modesto salotto,  il professor Toti siede con Nin tra
    le gambe,  rassegnato ad aspettare anche qua  un  bel  pezzo,  che  la
    sorella persuada Giacomino.
    -  No,  qua Nin...  buono!  - dice di tratto in tratto al bimbo,  che
    vorrebbe andare a una mensoletta,  dove luccicano  certi  gingilli  di
    porcellana;  e  intanto  si  scapa  a  pensare  che diamine pu essere
    accaduto di cos grave in casa sua,  senza ch'egli se ne  sia  accorto
    per nulla.  Maddalenina  cos buona! Che male pu ella aver fatto, da
    provocare un cos aspro e forte risentimento, qua, anche nella sorella
    di Giacomino?
    Il professor Toti,  che ha creduto  finora  a  una  bizza  passeggera,
    comincia a impensierirsi e a costernarsi sul serio.
    Oh,  ecco  Giacomino  finalmente!  Dio,  che  viso alterato!  che aria
    rabbuffata! Eh come? Ah, questo no!  Scansa freddamente il bambino che
    gli  corso incontro gridando con le manine tese:
    - Giam! Giam!.
    - Giacomino! - esclama, ferito, con severit, il professor Toti.
    -  Che  ha  da dirmi,  professore?  - s'affretta a domandargli quello,
    schivando di guardarlo negli occhi.
    - Io sto male... Ero a letto... Non sono in grado di parlare e neanche
    di sostener la vista d'alcuno...
    - Ma il bambino?!
    - Ecco, - dice Giacomino; e si china a baciare Nin.
    - Ti senti male? - riprende il professor Toti,  un po' racconsolato da
    quel  bacio.  - Lo supponevo.  E son venuto per questo.  Il capo,  eh?
    Siedi, siedi... Discorriamo. Qua, Nin... Senti che Giam ha la bua?
    S, caro, la bua... qua,  povero Giami...  Sta' bonino;  ora andiamo
    via.  Volevo domandarti - soggiunge, rivolgendosi a Giacomino, - se il
    direttore della Banca Agricola ti ha detto qualche cosa.
    - No, perch? - fa Giacomino, turbandosi ancor pi.
    - Perch jeri gli ho  parlato  di  te,  -  risponde  con  un  risolino
    misterioso  il  professor  Toti.  Il tuo stipendio non  molto grasso,
    figliuol mio. E sai che una mia parolina...
    Giacomino si torce su la sedia, stringe le pugna fino ad affondarsi le
    unghie nel palmo delle mani.
    - Professore, io la ringrazio,  - dice,  - ma mi faccia il favore,  la
    carit, di non incomodarsi pi per me, ecco!
    -  Ah s?  - risponde il professor Toti con quel risolino ancora su la
    bocca.  - Bravo!  Non abbiamo pi bisogno di nessuno,  eh?  Ma  se  io
    volessi farlo per mio piacere?  Caro mio,  ma se non debbo pi curarmi
    di te,  di chi vuoi che mi curi io?  Sono  vecchio,  Giacomino!  E  ai
    vecchi - badiamo,  che non siano egoisti! - ai vecchi, che hanno tanto
    stentato,  come me,  a prendere uno stato,  piace di vedere i giovani,
    come te meritevoli,  farsi avanti nella vita per loro mezzo;  e godono
    della loro allegria,  delle loro speranze,  del posto ch'essi prendono
    man  mano  nella  societ.  Io  poi  per te...  via,  tu lo sai...  ti
    considero come un figliuolo... Che cos'? Piangi?
    Giacomino ha nascosto infatti il volto tra le mani e sussulta come per
    un impeto di pianto che vorrebbe frenare.
    Nin lo guarda sbigottito, poi, rivolgendosi al professore, dice:
    - Giam, bua...
    Il professore si alza e fa  per  posare  una  mano  su  la  spalla  di
    Giacomino;  ma questi balza in piedi,  quasi ne provi ribrezzo, mostra
    il viso scontraffatto come per una fiera risoluzione improvvisa, e gli
    grida esasperatamente:
    - Non mi s'accosti! Professore, se ne vada, la scongiuro,  se ne vada!
    Lei mi sta facendo soffrire una pena d'inferno!  Io non merito codesto
    suo affetto e non lo voglio, non lo voglio... Per carit,  se ne vada,
    si porti via il bambino e si scordi che io esisto!
    Il professor Toti resta sbalordito; domanda:
    - Ma perch?
    -  Glielo  dico  subito!  -  risponde Giacomino.  - Io sono fidanzato,
    professore! Ha capito? Sono fidanzato!
    Il professor Toti vacilla,  come per una mazzata  sul  capo;  alza  le
    mani; balbetta:
    - Tu? fi... fidanzato?
    - Sissignore, - dice Giacomino. - E dunque, basta... basta per sempre!
    Capir che non posso pi... vederla qui...
    - Mi cacci via? - domanda, quasi senza voce, il professor Toti.
    - No!  - s'affretta a rispondergli Giacomino, dolente. - Ma  bene che
    lei... che lei se ne vada, professore...
    Andarsene?  Il professore casca a sedere su la seggiola.  Le gambe gli
    si sono come stroncate sotto. Si prende la testa tra le mani e geme:
    - Oh Dio!  Ah che rovina!  Dunque per questo?  Oh povero me! Oh povero
    me! Ma quando? come? senza dirne nulla? con chi ti sei fidanzato?
    - Qua, professore... da un pezzo... - dice Giacomino. - con una povera
    orfana, come me... amica di mia sorella...
    Il professor Toti lo guarda, inebetito, con gli occhi spenti, la bocca
    aperta, e non trova la voce per parlare.
    - E... e... e si lascia tutto... cos... e...  e non si pensa pi a...
    a nulla... non si... non si tien pi conto di nulla...
    Giacomino si sente rinfacciare con queste parole l'ingratitudine, e si
    ribella, fosco:
    - Ma scusi! che mi voleva schiavo, lei?
    -  Io,  schiavo?  -  prorompe,  ora,  con uno schianto nella voce,  il
    professor Toti. - Io? E lo puoi dire? Io che ti ho fatto padrone della
    mia casa? Ah, questa, questa s che  vera ingratitudine!  E che forse
    t'ho  beneficato  per  me?  che ne ho avuto io,  se non il dileggio di
    tutti gli sciocchi che non sanno capire il sentimento mio?  Dunque non
    lo  capisci,  non  lo  hai capito neanche tu,  il sentimento di questo
    povero vecchio,  che sta per andarsene e che era tranquillo e contento
    di  lasciar  tutto  a  posto,  una famigliuola bene avviata,  in buone
    condizioni...  felice?  Io ho settant'anni;  io  domani  me  ne  vado,
    Giacomino!  Che ti sei levato di cervello, figliuolo mio! Io vi lascio
    tutto, qua...  Che vai cercando?  Non so ancora,  non voglio saper chi
    sia  la  tua  fidanzata;  se  l'hai  scelta tu,  sar magari un'onesta
    giovine, perch tu sei buono...;  ma pensa che...  pensa che...  non 
    possibile  che  tu abbia trovato di meglio.  Giacomino,  sotto tutti i
    riguardi...  Non ti dico soltanto per l'agiatezza assicurata...  Ma tu
    hai  gi  la  tua famigliuola,  in cui non ci sono che io solo di pi,
    ancora per poco...  io che non conto per nulla...  Che fastidio vi  do
    io?  Io  sono  come il padre...  Io posso anche,  se volete...  per la
    vostra pace...  Ma dimmi com' stato?  che   accaduto?  come  ti  s'
    voltata la testa, cos tutt'a un tratto? Dimmelo! dimmelo...
    E il professor Toti s'accosta a Giacomino e vuol prendergli un braccio
    e   scuoterglielo;   ma  quegli  si  restringe  tutto  in  s,   quasi
    rabbrividendo, e si schermisce.
    - Professore! - grida.  - Ma come non capisce,  come non s'accorge che
    tutta codesta sua bont...
    - Ebbene?
    - Mi lasci stare!  non mi faccia dire! Come non capisce che certe cose
    si possono far solo di nascosto,  e non son pi possibili  alla  luce,
    con lei che sa, con tutta la gente che ride?
    - Ah, per la gente? - esclama il professore. - E tu...
    - Mi lasci stare!  - ripete Giacomino, al colmo dell'orgasmo, scotendo
    in aria le braccia.  - Guardi!  Ci sono  tant'altri  giovani  che  han
    bisogno d'ajuto, professore!
    Il  Toti  si  sente  ferire fin nell'anima da queste parole,  che sono
    un'offesa atroce e ingiusta per sua moglie; impallidisce, allividisce,
    e tutto tremante dice:
    - Maddalenina  giovine, ma  onesta, perdio! e tu lo sai! Maddalenina
    ne pu morire... perch  qui,  qui, il suo male,  nel cuore...  dove
    credi che sia?  E' qui,   qui, ingrato! Ah, la insulti, per giunta? E
    non ti vergogni?  e non ne senti rimorso di fronte a  me?  Puoi  dirmi
    questo  in  faccia?  tu?  Credi che ella possa passare,  cos,  da uno
    all'altro,  come niente?  madre di questo piccino?  Ma che dici?  Come
    puoi parlar cos?
    Giacomino lo guarda trasecolato, allibito.
    - Io?  - dice.  - Ma lei piuttosto,  professore, scusi, lei, lei, come
    pu parlare cos? Ma dice sul serio?
    Il professor Toti si stringe ambo le mani su  la  bocca,  strizza  gli
    occhi, squassa il capo e rompe in un pianto disperato. Nin anche lui,
    allora,  si mette a piangere.  Il professore lo sente, corre a lui, lo
    abbraccia.
    - Ah, povero Nin mio... ah che sciagura, Nin mio, che rovina!  E che
    sar della tua mamma ora?  e che sar di te, Nin mio, con una mammina
    come la tua, inesperta, senza guida... Ah, che baratro!
    Solleva il capo, e, guardando tra le lagrime Giacomino:
    - Piango, - dice, - perch mio  il rimorso; io t'ho protetto, io t'ho
    accolto in casa, io le ho parlato sempre tanto bene di te, io... io le
    ho tolto ogni scrupolo d'amarti...  e ora che ella ti amava  sicura...
    madre di questo piccino... tu...
    S'interrompe e, fiero, risoluto, convulso:
    - Bada,  Giacomino!  - dice. - Io son capace di presentarmi con questo
    piccino per mano in casa della tua fidanzata!
    Giacomino,  che suda freddo,  pur su la brace  ardente,  nel  sentirlo
    parlare e piangere cos,  a questa minaccia giunge le mani,  gli si fa
    innanzi e scongiura:
    - Professore,  professore,  ma lei vuol  dunque  proprio  coprirsi  di
    ridicolo?
    - Di ridicolo?  - grida il professore.  - E che vuoi che me n'importi,
    quando vedo la rovina d'una povera donna,  la rovina  tua,  la  rovina
    d'una  creatura  innocente?  Vieni,  vieni,  andiamo,  su  via,  Nin,
    andiamo!
    Giacomino gli si para davanti:
    - Professore, lei non lo far!
    - Io lo far!  - gli grida con viso fermo il professor Toti.  - E  per
    impedirti  il  matrimonio  son  anche  capace  di farti cacciare dalla
    Banca! Ti do tre giorni di tempo.
    E, voltandosi su la soglia, col piccino per mano:
    - Pensaci, Giacomino! Pensaci!












    NON E' UNA COSA SERIA.

    Perazzetti? No. Quello poi era un genere particolare.
    Le diceva serio serio,  che non pareva  nemmeno  lui,  guardandosi  le
    unghie adunche lunghissime, di cui aveva la cura pi meticolosa.
    E'  vero che poi,  tutt'a un tratto,  senz'alcuna ragione apparente...
    un'anatra, ecco, tal'e quale! scoppiava in certe risate,  che parevano
    il verso di un'anatra; e ci guazzava dentro, proprio come un'anatra.
    Moltissimi  trovavano  appunto  in queste risate la prova pi lampante
    della pazzia di Perazzetti.  Nel vederlo torcere con le  lagrime  agli
    occhi, gli amici gli domandavano:
    - Ma perch?
    E lui:
    - Niente. Non ve lo posso dire.
    A veder ridere uno cos,  senza che voglia dirne la ragione,  si resta
    sconcertati,  con un  certo  viso  da  scemi  si  resta  e  una  certa
    irritazione  in  corpo,  che  nei  cos  detti  urtati  di nervi pu
    diventar facilmente stizza feroce e voglia di sgraffiare.
    Non potendo sgraffiare,  i cos detti urtati di nervi (che sono  poi
    tanti, oggid) si scrollavano rabbiosamente e dicevano di Perazzetti:
    - E' pazzo!
    Se  Perazzetti,  invece,  avesse  detto  loro  la  ragione di quel suo
    anatrare... Ma non la poteva dire, spesso,  Perazzetti;  veramente non
    la poteva dire.
    Aveva  una  fantasia  mobilissima e quanto mai capricciosa,  la quale,
    alla vista della gente,  si  sbizzarriva  a  destargli  dentro,  senza
    ch'egli   lo  volesse,   le  pi  stravaganti  immagini  e  guizzi  di
    comicissimi aspetti inesprimibile;  a  scoprirgli  d'un  subito  certe
    strane,  riposte  analogie,  a  rappresentargli  improvvisamente certi
    contrasti  cos  grotteschi  e  buffi,  che  la  risata  gli  scattava
    irrefrenabile.
    Come  comunicare  altrui  il  giuoco  istantaneo  di  queste fuggevoli
    immagini impensate?
    Sapeva bene Perazzetti, per propria esperienza, quanto in ogni uomo il
    fondo dell'essere  sia  diverso  dalle  fittizie  interpretazioni  che
    ciascuno se ne d spontaneamente,  o per inconscia finzione,  per quel
    bisogno di crederci o d'esser creduti diversi da quel che siamo, o per
    imitazione degli altri, o per le necessit e le convenienze sociali.
    Su questo fondo dell'essere egli aveva fatto  studii  particolari.  Lo
    chiamava  l'antro della bestia.  E intendeva della bestia originaria
    acquattata dentro a  ciascuno  di  noi,  sotto  tutti  gli  strati  di
    coscienza, che gli si sono a mano a mano sovrapposti con gli anni.
    L'uomo,  diceva Perazzetti,  a toccarlo, a solleticarlo in questo o in
    quello strato, risponde con inchini, con sorrisi, porge la mano,  dice
    buon giorno e buona sera, d magari in prestito cento lire; ma guai ad
    andarlo a stuzzicare laggi,  nell'antro della bestia: scappa fuori il
    ladro, il farabutto,  l'assassino.  E' vero che,  dopo tanti secoli di
    civilt,  molti  nel  loro  antro  ospitano  ormai  una  bestia troppo
    mortificata: un porco, per esempio, che si dice ogni sera il rosario.
    In trattoria,  Perazzetti  studiava  le  impazienze  raffrenate  degli
    avventori.  Fuori,  la creanza;  dentro,  l'asino che voleva subito la
    biada.  E si divertiva un mondo a immaginare tutte le razze di  bestie
    rintanate  negli  antri  degli  uomini di sua conoscenza: quello aveva
    certo dentro un formichiere e quello un porcospino  e  quell'altro  un
    pollo d'India, e cos via.
    Spesso  per  le risate di Perazzetti avevano una ragione,  dir cos,
    pi costante; e questa davvero non era da spiattellare,  l,  a tutti;
    ma  da  confidare,  se  mai,  in  un  orecchio  pian piano a qualcuno.
    Confidata cos,  vi assicuro  che  promoveva  inevitabilmente  il  pi
    fragoroso scoppio di risa.  La confid una volta a un amico, presso al
    quale gli premeva di non passare per matto.
    Io non posso dirvela forte;  posso accennarvela  appena;  voi  cercate
    d'intenderla a volo,  giacch, detta forte, rischierebbe, tra l'altro,
    di parere una sconcezza e non .
    Perazzetti non era uomo volgare;  anzi dichiarava  d'avere  una  stima
    altissima dell'umanit,  di tutto quanto essa, a dispetto della bestia
    originaria,  ha saputo fare;  ma Perazzetti non riusciva a dimenticare
    che  l'uomo,  il quale  stato capace di crear tante bellezze,   pure
    una bestia che mangia, e che mangiando,   costretto per conseguenza a
    obbedire ogni giorno a certe intime necessit naturali, che certamente
    non gli fanno onore.
    Vedendo  un  pover'uomo,  una  povera  donna  in atto umile e dimesso,
    Perazzetti non ci pensava affatto; ma quando invece vedeva certe donne
    che si davano arie di sentimento,  certi uomini  tronfii,  gravidi  di
    boria, era un disastro: subito, irresistibilmente, gli scattava dentro
    l'immagine  di  quelle intime necessit naturali,  a cui anch'essi per
    forza dovevano  ogni  giorno  ubbidire;  li  vedeva  in  quell'atto  e
    scoppiava a ridere senza remissione.
    Non  c'era nobilt d'uomo o bellezza di donna,  che si potesse salvare
    da questo disastro nell'immaginazione di Perazzetti;  anzi quanto  pi
    eterea  e  ideale  gli si presentava una donna,  quanto pi composto a
    un'aria di maest un uomo,  tanto pi  quella  maledetta  immagine  si
    svegliava in lui all'improvviso.
    Ora, con questo, immaginatevi Perazzetti innamorato.
    E  s'innamorava,   il  disgraziato,   s'innamorava  con  una  facilit
    spaventosa!  Non pensava pi a nulla,  s'intende,  finiva d'esser lui,
    appena   innamorato;   diventava  subito  un  altro,   diventava  quel
    Perazzetti che gli altri volevano,  quale amava foggiarselo  la  donna
    nelle  cui  mani  era caduto,  non solo,  ma quale amavano foggiarselo
    anche i futuri suoceri,  i futuri cognati e perfino gli amici di  casa
    della sposa.
    Era  stato  fidanzato,  a  dir  poco,  una ventina di volte.  E faceva
    schiattar dalle risa nel descrivere i  tanti  Perazzetti  ch'egli  era
    stato,  uno  pi stupido e imbecille dell'altro: quello del pappagallo
    della suocera,  quello delle stelle fisse della cognatina,  quello dei
    fagiolini dell'amico non so chi.
    Quando  il  calore  della fiamma,  che lo aveva messo per cos dire in
    istato di fusione,  cominciava ad attutirsi,  ed egli a  poco  a  poco
    cominciava  a  rapprendersi  nella  sua  forma consueta e riacquistava
    coscienza  di  s,   provava  dapprima  stupore,   sbigottimento   nel
    contemplare  la  forma che gli avevano dato,  la parte che gli avevano
    fatto rappresentare, lo stato d'imbecillit in cui lo avevano ridotto;
    poi, guardando la sposa,  guardando la suocera,  guardando il suocero,
    ricominciavano le terribili risate,  e doveva scappare - non c'era via
    di mezzo - doveva scappare.
    Ma il guajo era questo,  che non volevano pi lasciarlo scappare.  Era
    un  ottimo giovine,  Perazzetti,  agiato,  simpaticissimo: quel che si
    dice un partito invidiabile.
    I drammi attraversati  in  quei  suoi  venti  e  pi  fidanzamenti,  a
    raccoglierli in un libro,  narrati da lui,  formerebbero una delle pi
    esilaranti letture dei giorni nostri.  Ma quelle  che  per  i  lettori
    sarebbero  risa,  sono  state pur troppo lagrime,  lagrime vere per il
    povero Perazzetti, e rabbie e angosce e disperazione.
    Ogni volta egli prometteva e giurava a se  stesso  di  non  ricascarci
    pi;   si   proponeva  di  escogitare  qualche  rimedio  eroico,   che
    gl'impedisse d'innamorarsi di nuovo. Ma che! Ci ricascava poco dopo, e
    sempre peggio di prima.
    Un giorno,  finalmente,  scoppi come una bomba  la  notizia,  ch'egli
    aveva sposato.  E aveva sposato nientemeno...  Ma no, nessuno in prima
    ci volle credere!  Pazzie ne aveva fatte Perazzetti d'ogni genere;  ma
    che  potesse  arrivare  fino a tal punto,  fino a legarsi per tutta la
    vita con una donna come quella.
    Legarsi? Quando a uno dei tanti amici, andato a trovarlo in casa,  gli
    scapp detto cos, per miracolo Perazzetti non se lo mangi.
    - Legarsi?  come legarsi?  perch legarsi?  Stupidi,  scemi, imbecilli
    tutti quanti! Legarsi? Chi l'ha detto? Ti sembro legato? Vieni,  entra
    qua...  Questo   il mio solito letto,  s o no?  Ti sembra un letto a
    due? Ehi, Celestino! Celestino!
    Celestino era il suo vecchio servo fidato.
    - Di', Celestino. Vengo ogni sera a dormire qua, solo?
    - Sissignore, solo.
    - Ogni sera?
    - Ogni sera.
    - Dove mangio?
    - Di l.
    - Con chi mangio?
    - Solo.
    - Mi fai tu da mangiare?
    - Io, sissignore.
    - E sono sempre lo stesso Perazzetti?
    - Sempre lo stesso, sissignore.
    Mandato via il servo, dopo questo interrogatorio, Perazzetti concluse,
    aprendo le braccia:
    - Dunque...
    - Dunque non  vero? - domand quello.
    - Ma s, vero! verissimo! - rispose Perazzetti.  - L'ho sposata!  L'ho
    sposata in chiesa e allo stato civile!  Ma che per questo? Ti pare una
    cosa seria?
    - No, anzi ridicolissima.
    - E dunque! - torn a concludere Perazzetti. - Escimi dai piedi! Avete
    finito di ridere alle mie spalle!  Mi  volevate  morto,    vero?  col
    cappio sempre alla gola? Basta, basta, cari miei! Ora mi sono liberato
    per sempre!  Ci voleva quest'ultima tempesta,  da cui sono uscito vivo
    per miracolo.
    L'ultima tempesta a cui alludeva Perazzetti era il fidanzamento con la
    figlia del capodivisione al Ministero delle finanze,  commendator Vico
    Lamanna;  e aveva proprio ragione di dire Perazzetti che ne era uscito
    vivo per miracolo. Gli era toccato di battersi alla spada col fratello
    di lei,  Lino Lamanna;  e poich di Lino egli era amicissimo e sentiva
    di  non  aver  nulla,  proprio  nulla  contro  di lui,  s'era lasciato
    infilzare generosamente come un pollo.
    Pareva quella volta - e ci avrebbe messo chiunque la mano sul fuoco  -
    che  il  matrimonio  dovesse  aver  luogo.  La  signorina Ely Lamanna,
    educata all'inglese - come  si  poteva  conoscere  anche  dal  nome  -
    schietta,    franca,    solida,    bene   azzampata   (leggi   scarpe
    all'americana),  era riuscita senza dubbio a salvarsi da quel  solito
    disastro nell'immaginazione di Perazzetti. Qualche risata, s, gli era
    scappata guardando il suocero commendatore, che anche con lui stava in
    aria e gli parlava alle volte con quella sua collosit pomatosa...  Ma
    poi basta.  Aveva confidato con garbo alla sposa il perch  di  quelle
    risate;  ne aveva riso anche lei;  e, superato quello scoglio, credeva
    anche lui,  Perazzetti,  che quella volta finalmente avrebbe raggiunto
    il tranquillo porto delle nozze (per modo di dire). La suocera era una
    buona  vecchietta,  modesta e taciturna,  e Lino,  il cognato,  pareva
    fatto apposta per medesimarsi in tutto e per tutto con lui.
    Perazzetti e Lino Lamanna diventarono infatti fin dal primo giorno del
    fidanzamento due indivisibili.  Pi che con la sposa si pu  dire  che
    Perazzetti stava col futuro cognato: escursioni,  cacce, passeggiate a
    cavallo insieme, insieme sul Tevere alla societ di canottaggio.
    Tutto poteva immaginarsi,  povero Perazzetti,  tranne che questa volta
    il  disastro  dovesse  venirgli da questa troppa intimit col futuro
    cognato, per un altro tiro dell'immaginazione sua morbosa e buffona.
    A un certo  punto,  egli  cominci  a  scoprire  nella  fidanzata  una
    rassomiglianza inquietante col fratello di lei.
    Fu a Livorno, ai bagni, ov'era andato, naturalmente, coi Lamanna.
    Perazzetti  aveva  veduto tante volte Lino in maglia,  alla societ di
    canottaggio;  vide ora la sposa in costume da bagno.  Notare che  Lino
    aveva veramente un che di femineo, nelle anche.
    Che   impressione   ebbe   Perazzetti   dalla   scoperta   di   questa
    rassomiglianza?  Cominci  a  sudar  freddo,  cominci  a  provare  un
    ribrezzo  invincibile  al pensiero d'entrare in intimit coniugale con
    Ely Lamanna,  che somigliava tanto al  fratello.  Gli  si  rappresent
    subito come mostruosa,  quasi contro natura,  quella intimit, giacch
    vedeva il fratello nella fidanzata;  e si torceva alla minima  carezza
    ch'ella  gli  faceva,  nel  vedersi guardato con occhi ora incitanti e
    aizzosi,   ora  che  s'illanguidivano  nella  promessa  d'una  volutt
    sospirata.
    Poteva intanto gridarle Perazzetti:
    - Oh Dio, per carit, smetti! finiamola! Io posso essere amicissimo di
    Lino, perch non debbo sposarlo; ma non posso pi sposar te, perch mi
    parrebbe di sposare tuo fratello?
    La  tortura  che  soffr  questa  volta  Perazzetti  fu  di gran lunga
    superiore a tutte quelle che aveva sofferto per  l'innanzi.  Fin  con
    quel colpo di spada, che per miracolo non lo mand all'altro mondo.
    E  appena  guarito  della  ferita,  trov il rimedio eroico che doveva
    precludergli per sempre la via del matrimonio.
    - Ma come - voi dite - sposando?
    Sicuro!  Filomena: quella del cane.  Sposando Filomena,  quella povera
    scema  che  si vedeva ogni sera per via,  parata con certi cappellacci
    carichi di verdura svolazzante, tirata da un barbone nero,  che non le
    lasciava  mai  il  tempo  di  finir certe sue risatelle assassine alle
    guardie, ai giovanottini di primo pelo e ai soldati, per la fretta che
    aveva - maledetto cane - d'arrivare chi sa dove,  chi sa a qual remoto
    angolo bujo...
    In  chiesa  e  allo stato civile la spos;  la tolse dalla strada;  le
    assegn venti lire al giorno e la  sped  lontano,  in  campagna,  col
    cane.
    Gli  amici  -  come  potete  figurarvi  - non gli dettero pi pace per
    parecchio tempo. Ma Perazzetti era ritornato ormai tranquillo, a dirle
    serio serio, che non pareva nemmeno lui.
    - S, - diceva,  guardandosi le unghie.  - L'ho sposata.  Ma non  una
    cosa seria.  Dormire,  dormo solo, in casa mia; mangiare, mangio solo,
    in casa mia; non la vedo; non mi d alcun fastidio...  Voi dite per il
    nome?  S:  le ho dato il mio nome.  Ma,  signori miei,  che cosa  un
    nome? Non  una cosa seria.
    Cose serie,  a rigore,  non  ce  n'erano  per  Perazzetti.  Tutto  sta
    nell'importanza che si d alle cose.  Una cosa ridicolissima,  a darle
    importanza, pu diventare seriissima, e viceversa,  la cosa pi seria,
    ridicolissima.  C' cosa pi seria della morte?  Eppure, per tanti che
    non le danno importanza...
    Va bene;  ma tra qualche giorno lo volevano vedere gli amici.  Chi  sa
    come se ne sarebbe pentito!
    -  Bella forza!  - rispondeva Perazzetti.  - Sicuro che me ne pentir!
    Gi gi comincio a esserne pentito...
    Gli amici, a questa uscita, levavano alte le grida:
    - Ah! lo vedi?
    - Ma imbecilli, - rimbeccava Perazzetti, - giusto quando me ne pentir
    per davvero, risentir il beneficio del mio rimedio, perch vorr dire
    che mi sar allora innamorato di nuovo, fino al punto di commettere la
    pi grossa delle bestialit: quella di prendere moglie.
    Coro:
    - Ma se l'hai gi presa!
    Perazzetti :
    - Quella? Eh via! Quella non  una cosa seria.
    Conclusione:
    Perazzetti aveva  sposato  per  guardarsi  dal  pericolo  di  prendere
    moglie.

















    TIROCINIO.

    Da  una  settimana  vedevamo  Carlino  Sgro  per  il  Corso,  per  Via
    Nazionale, per Via Ludovisi, passare in "botte", di galoppo, accanto a
    un  enorme  mammifero  in  gonnella.   Le  lunghe   piume   nere   del
    cappellaccio, che pareva un nido di corvi, le svolazzavano al vento.
    Tutta  la  gente  si  fermava  a mirare con occhi spalancati,  a bocca
    aperta.
    Noi  amici,  quasi  sgomenti,   nel  vedercelo  passar  davanti,   gli
    lanciavamo  ogni  volta  un grido affettuoso o lo chiamavamo per nome,
    tendendogli le braccia;  e lui,  lui subito si voltava a salutarci con
    larghi  e  ripetuti  gesti,  che  ci pareva invocassero disperatamente
    ajuto.
    Carlino Sgro da due anni aveva lasciato Roma per Milano,  e non  s'era
    pi fatto vivo con nessuno di noi. Ora, d'improvviso, rieccolo a Roma,
    in   quella   turbinosa  apparizione  che  aveva  del  tragico  e  del
    carnevalesco.
    Qualcuno di noi finse di mostrarsene  seriamente  impensierito.  Senza
    dubbio Carlino era in pericolo; dovevamo salvarlo a ogni costo da quel
    mostro  che  lo  aveva  rapito e se lo trascinava chi sa a qual bufera
    infernale.  Come salvarlo?  Ma  volando  a  San  Marcello,  perdio,  a
    denunziare  il  ratto  alla  questura,  o piuttosto,  assaltando,  l,
    senz'altro, la carrozza e strappando,  a viva forza,  la vittima dalle
    braccia di quell'orribile mostro.
    Discutevamo ancora,  al Circolo, sul partito da prendere, quand'ecco -
    fresco e sorridente - Carlino Sgro davanti a noi.
    Gli saltammo al collo tutti quanti insieme,  baciandolo dove ci veniva
    fatto,  alle  spalle,  sul petto,  sulle braccia,  sulla nuca,  fino a
    lasciarlo  per  un  pezzo  boccheggiante  come  un  pesce.  Per  farlo
    rinvenire,  gli  rovesciammo  subito  addosso  una tempesta di domande
    insieme  con  gli  epiteti  pi  graziosi,   con  cui  eravamo  soliti
    d'accoglierlo  ogni  sera,  al  Circolo,  quand'egli  stava  a Roma: -
    Vecchia canaglia! Mummia inglese! Orangutn!  Figlio di Nouma Hawa!  -
    ecc. ecc.
    (Veramente  Carlino  Sgro  pare  una  scimmia  e  pare un inglese: una
    scimmia,  perch - non ci ha colpa - ha la bocca per lo  meno  quattro
    dita sotto al naso; un inglese, perch biondo, con gli occhi ceruli, e
    perch  nessun  inglese  al  mondo  ha  mai  vestito  e  camminato pi
    inglesemente di lui.)
    Chi lo crederebbe?  Si mostr stupito della profonda costernazione  in
    cui noi tutti eravamo stati per lui un'intera settimana.
    -  Come!  -  esclam.  -  Ma quella  la Montroni,  signori miei!  Non
    conoscete la Montroni?
    Ci guardammo tutti negli occhi.  Nessuno di noi conosceva la Montroni.
    Solo Carini domand:
    - Pompea Montroni, la cantante?
    Sgro indignato e stizzito, diede una spallata:
    -  Ma  celebre,  perdio!  Soprano di cartello!  Dite sul serio o siete
    della Papuasia?  Non la ricordate pi nella "Gioconda"?  Era il nostro
    cavallo  di  battaglia!  "L'amo  come  il fulgor del creato..." Faceva
    tremare la Scala e il San Carlo.
    - Faceva? Dunque ora  sfiatata?
    Carlino Sgro atteggi la faccia di fierissimo disprezzo e rispose:
    - Vi prego di credere che la nostra voce  ancora  divinamente  bella,
    pi divinamente bella di quando facevamo andare in visibilio le platee
    del mondo intero,  e ci staccavano i cavalli dalla vettura. Ma abbiamo
    una piccola palpitazione di cuore,  un disturbetto cardiaco che non  
    nulla,  rassicuratevi,  ma che potrebbe diventare grave.  Dio liberi e
    anche... s,  anche fatale,  ci hanno detto i medici,  se seguitiamo a
    rimanere nell'arte e a cantare. Cos, per prudenza, ci siamo ritirati.
    -  E  tu,  vecchio  scimmione,  -  gli gridammo,  - hai il coraggio di
    scarrozzarti per il Corso quella carcassa sfiatata? E non ti vergogni?
    - Vedo,  - disse Carlino Sgro addoloratissimo,  - che  voi  malignate,
    amici miei. Vi compatisco. Ah che vuol dire non vivere a Milano!
    Casa Castiglione Montroni, signori,  a Milano tra le pi rispettabili
    e rispettate. Pompea Montroni  donna esemplare. Forse non c' bisogno
    di dirlo,  perch...  - non ridete,  via!  - io lo ammetto,  non  pi
    tanto bella...  non  stata mai bella,  va bene cos?  Ma non  l'avete
    veduta sul palcoscenico,  dove faceva una magnifica figura. Lo afferma
    il marchese Colli, e mi pare che possa bastare!
    Chi  il marchese Colli?  Datemi tempo,  santo Dio,  e vi dir  tutto.
    Lasciatemi  intanto  premetter  questo:  che,   se  io  ammiro  Pompea
    Montroni,  la ammiro,  diciamo cos,  in blocco;  e che mi sono sempre
    guardato  bene dal turbare la pace,  l'armonia che regnano sovrane tra
    lei e il suo legittimo consorte.  L'ho accompagnata  qua  a  Roma  per
    affari,  o meglio,  per preparare una certa sorpresa, che non vi posso
    dire, alla nostra piccola Medea.
    Piano! Vi dir anche chi  Medea.  Ma vi faccio notare che voi,  senza
    saperlo,  mi  avete  aggredito  con  volgari e sanguinosi insulti.  E'
    inutile, povera gente: bisogna vivere a Milanoo!
    Omero,  come sapete,  non descrive la bellezza  di  Elena:  la  lascia
    argomentare  da  quel  che dicono i vecchi di Troja,  quando la vedono
    apparire sulle mura,  se non sbaglio.  Non sono Omero,  voi non  siete
    vecchi di Troja,  ma vi giuro che Medea  centomila volte pi bella di
    Elena  e  vi  prego  d'argomentare  similmente  quella   sua   divina,
    indescrivibile  bellezza  dal vedermi ora andare attorno per le vie di
    Roma con questa filuca di mammina sua.  Vi basta,  s o no?  Se non vi
    basta

    "Vi dir tutta la miseria mia."

    Sappiate  che  da  circa  otto  mesi  io  sono per lei in tirocinio di
    vecchio amico di casa.
    Amici miei,  se io non divento al pi presto  vecchio  amico  di  casa
    Castiglione Montroni, vecchio amico di mamm Pompea, sono perduto. Per
    me, non c' pi speranza, n salute, Medea ha gi compiuto quattordici
    anni.
    A  questo  annunzio ci levammo tutti in piedi,  indignati,  e coprimmo
    Carlino Sgro di vituperii.  Egli protese le mani,  si cacci la  testa
    tra le spalle come una tartaruga, e grid:
    - Adagio!  adagio!  aspettate.  Dico quattordici, perch la mamma deve
    averne ancora per forza trent'otto... Non capite niente, perdio? Ma ne
    ha gi, per lo meno diciannove, la quattordicenne Medea!
    Non capirete certo neppure che cosa possa voler dire vecchio amico  di
    casa.
    Veramente,  per  capirlo,  bisognerebbe  che  conosceste  bene "quella
    casa." Ma lo so io  e  gli  altri  quattro  disgraziati  che  sono  in
    tirocinio, con me, a Milano.
    Siamo  in  cinque,  cari  miei: un'infunata da mandare per grazia alla
    forca!
    Gi Pompea, la madre, l'avete intraveduta. Non  niente!  Bisognerebbe
    che conosceste il padre,  cio il marito di Pompea,  e un po' anche il
    marchese Colli che abita con loro.
    Il marito  un bell'uomo.  Aitante nella persona,  con  una  magnifica
    barba bionda,  compitissimo e  pieno di dignit, anzi di gravit quasi
    diplomatica.  Credo che si sia fatta apposta  un  po'  di  radura  sul
    cranio,  perch  una  leggera  calvizie,  in  certi  casi  e per certe
    professioni,   veramente indispensabile.  Non vi potete figurare  con
    che aria d'importanza e che cipiglio vi dica, inserendo due dita tra i
    bottoni del panciotto:
    - Caldo, quest'oggi.
    Si chiama Michelangelo. Di casato Castiglione, nientemeno. Secondo me,
      l'uomo  pi  straordinario  che  viva  di  questi  tempi in Europa.
    Straordinario per la seriet con cui si vendica di ci che  gli  hanno
    fatto fare.
    Dovete sapere che,  or saranno circa vent'anni, Pompea Montroni and a
    cantare a Parma nella "Gioconda." Vi fece furore, si sa! E il marchese
    Colli - Mino Colli - la vide dalla barcaccia, e se ne innamor; poi la
    vide in camerino, e non si spavent.  Non si spavent perch la vanit
    di  ricco  nobiluccio  di  provincia  gliela fece vedere,  anche l da
    vicino,  come la vedevano gli amici della  barcaccia,  gli  amici  che
    allora lo invidiavano e lo stimavano l'uomo pi fortunato del mondo.
    La   grande   Pompea,   naturalmente,   non  se  lo  lasci  scappare.
    Considerando per la propria corporatura e  prevedendo  che,  a  lungo
    andare,  egli  per troppa abbondanza avrebbe forse perduto l'appetito,
    trov  subito  in  s  da  mettergli  a  disposizione  una   figliuola
    piccolina. Niente di male!
    Piccolino,  difatti,  lui;  ma panciutello,  tutto panciutello,  anche
    nella faccia... - tanto carino, se vedeste! Corto di braccia, corto di
    gambe, s'adopera con queste e con quelle a camminare;  porta adesso le
    lenti  su la punta del nasetto a becco,  e spesso,  quando parla tutto
    affannato,  si spunta come pu la barbetta ispida,  sale e  pepe,  pi
    sale che pepe, divenuta a furia di tagliare come una bella virgola sul
    primo mento.  Ne ha tre o quattro,  di menti, quell'ometto l. E tante
    altre virt che non vi dico.
    Basta. Prima che la figliolina venisse al mondo, l'una e l'altro, dopo
    molte lagrime da parte di lei e molte promesse da  parte  di  lui,  si
    misero d'accordo per trovarle un onesto genitore.
    Non avevano che due mesi di tempo; perch, di sette mesi, come sapete,
    si pu nascere benissimo - onestamente.
    Michelangelo  Castiglione  era un genitore a spasso,  bell'uomo,  v'ho
    detto di buoni natali,  di bella reputazione e presero  lui;  a  patto
    per  che  facesse  il  galantuomo,  il padre di famiglia intemerato e
    irreprensibile,  il custode geloso  della  illibatezza  della  propria
    casa.
    Ebbene,  signori,  Michelangelo  Castiglione    d'una  onest,  d'una
    illibatezza  da  fare  spavento.   Si  vendica,   stando   ai   patti,
    scrupolosissimamente.
    Molto  impensierito  della  diffusione del mal costume per opera della
    stampa quotidiana,  proibisce alla moglie e alla figliuola la  lettura
    dei  giornali.  La  piccola  Medea    stata educata secondo le rigide
    massime di condotta, che a lui, fin dalla pi tenera infanzia,  furono
    inculcate nella nobile casa paterna.
    Non  c'  mica  bisogno d'entrare con lui in qualche dimestichezza per
    sapere ch'egli non avrebbe mai e poi mai sposato una cantante,  se non
    gli fosse capitata la disgrazia d'averne una figliuola.  Insomma, via,
    egli spos la Montroni per  scrupolo  di  coscienza.  Non  che  avesse
    minimamente  da  ridire  su  la  condotta di lei,  badiamo!  Nel mondo
    dell'arte,  la  Montroni,  vera  e  rara  eccezione!  Ma  che  volete?
    l'educazione ricevuta in casa, i rigidi costumi della sua famiglia non
    gli  avrebbero  consentito  di  farla sua moglie,  per la sola ragione
    ch'ella era una cantante,  ecco.  E se la Montroni vi  susurra  in  un
    orecchio ch'ella smise di cantare per il disturbo cardiaco,  il marito
    dichiara apertamente,  invece,  che egli lo pose per patto,  prima  di
    sposare.  Ah, inflessibile, su questo punto, Michelangelo! Non avrebbe
    potuto assolutamente tollerare che sua moglie seguitasse a offrirsi in
    pascolo all'ammirazione del pubblico,  a girovagare di citt in citt,
    e che la figliuola crescesse in quel mondo teatrale, di cui egli sente
    tuttora un istintivo orrore.
    Il  povero  marchese Colli,  ponendo i patti,  tutto poteva aspettarsi
    tranne quest'ira di Dio.  Ha cercato e credo  che  cerchi  tuttora  di
    smontare in qualche modo quel mostro d'onest; ma non ci riesce.
    Michelangelo non transige!
    Capirete  bene  che  a lui non par vero di poter fare l'onest'uomo sul
    serio: ci ha preso un gusto matto;  il suo amor  proprio  ne  gongola,
    c'ingrassa;  e  tanto il marchese quanto la moglie e la figliuola sono
    divenute tre vittime di lui.
    Impossibile ribellarglisi.
    Se il marchese talvolta arrischia qualche discorsetto un po' vivace, 
    subito  richiamato  all'ordine  e,  non  c'  cristi,  deve  smettere,
    accucciarsi e abbozzare.  Ma c' ben altro! Sapete fino a qual punto 
    arrivato Michelangelo?
    Per lui,  il marchese Colli,  non   che  un  vecchio  amico  di  casa
    Montroni,  presso  a  poco  come  siamo noi,  ma con l'aggravante d'un
    fidanzamento  fantastico  con  Carlotta,  che  sarebbe  una  non  meno
    fantastica  sorella  di Pompea,  crudelmente rapita dalla morte a soli
    diciott'anni. Orbene, Michelangelo esige che ogni 12 aprile - presunto
    anniversario di questa morte - il marchese Colli  pianga.  Sicuro!  Se
    non  gli  riesce  di  spremere  qualche  lagrima,   si  mostri  almeno
    addogliatissimo.
    Credo che, dopo tant'anni,  povero marchese,  paja anche a lui che gli
    sia morta sul serio la fidanzata,  in quel giorno. Ma, certe volte, si
    sente girar l'anima e non sa tenersi di sbuffare, mentre Michelangelo,
    con gli occhi socchiusi, tentennando il capo, sospira, geme:
    - La nostra buona Carlotta! La nostra impareggiabile Carlottina!
    Non sapendo pi oltre resistere a una siffatta oppressione,  Colli  ha
    comperato  ultimamente,  a  nome  di  Michelangelo,  non so pi quante
    azioni d'una nuova societ industriale per la produzione  del  carburo
    di  calcio;  e,  tanto  ha  fatto,  tanto  ha detto,  che  riuscito a
    ficcarlo nel consiglio d'amministrazione.
    Signori miei,  Michelangelo Castiglione esercita  ora  la  sua  esosa,
    feroce  onest  anche  in  quel  consiglio  d'amministrazione.  I suoi
    colleghi consiglieri lo vedono e basiscono: non respirano pi! Egli si
     gi imposto.  E vedrete che la fama di questa sua  onest  diventer
    presto  popolare;  lo  faranno  consigliere  comunale,  lo eleggeranno
    deputato,  e io non dispero di vederlo col tempo  anche  ministro  del
    regno d'ltalia. Sar una fortuna per la patria.
    Intanto, egli salva per lo meno una volta al giorno quella Societ del
    carburo di calcio.
    Potete  immaginarvi  se il marchese e tutti noi ne siamo convinti e se
    lo incoraggiamo a pi non posso in questa sua provvidenziale opera  di
    salvataggio.  Da circa un mese,  difatti, oppresso dal lavoro, egli ha
    preso l'abitudine di uscir di casa anche di sera,  a fare una giratina
    per sollievo. Ne ha tanto bisogno, pover'uomo!
    Avete  veduto  i  ragazzi  di  scuola,  quando  il maestro esce per un
    momento dalla classe,  dopo due o tre ore di lezione?  Cos siamo noi,
    appena  egli  volta le spalle.  Per poco non ci buttiamo le braccia al
    collo.  Ballare,   balliamo  davvero.   Il  marchese  Colli  salta  al
    pianoforte  e  attacca  un galoppo.  Pompea voleva prima ballare anche
    lei; ma quelli del piano di sotto si sono ribellati, per fortuna. Cos
    abbiamo una sola dama, Medea, instancabile. Facciamo a turno.
    Pi di questo  -  ahim  -  non  possiamo  fare,  o  intoppiamo  negli
    occhiacci dell'altro pap,  meno legittimo,  se vogliamo, ma forse pi
    naturale.
    Bisogna essere ragionevoli.  Il marchese Colli si    sacrificato  per
    quella ragazza, e vuole che ella almeno, prima, sposi onestamente, per
    davvero.
    Ora,  riflettete.  Data questa condizione di cose, chi sar il marito?
    Uno come Castiglione evidentemente; a cui per il marchese,  si spera,
    dopo  aver  sofferto  un  cos  lungo  supplizio,  non porr per patto
    d'essere tanto onesto.
    Comincer allora la vera lotta,  lotta accanita,  fra noi  cinque  che
    facciamo il tirocinio di vecchi amici di casa.
    Ah cari miei,  mi vengono i brividi a pensarci.  Perch,  parliamo sul
    serio, adesso.  Io sono innamorato,  innamorato,  innamorato di quella
    ragazza.  Medea  non   soltanto bella,   anche buona,  squisitamente
    buona, piena d'ingegno e d'una leggiadria incomparabile.
    Perch non la sposo? Quanto siete ingenui! Non ve l'ho detto? Siamo in
    cinque! Come io non vorrei che suo marito, domani,  chiudesse la porta
    in  faccia  a  me,  vecchio  amico  di  casa;  cos Medea non potrebbe
    permettere che la chiudessi io  in  faccia  a  quegli  altri  quattro,
    vecchi amici di casa anche loro,  vecchi amici di mamm Pompea. Non si
    scherza: noi abbiamo acquistato un  titolo  serio,  data  l'onest  di
    Michelangelo.  Una vecchia amicizia,  come questa nostra, che dura gi
    da otto mesi, costa sudori di sangue.
    Ne volete una  prova?  Che  ora  ?  Perbacco,  le  dieci  e  mezzo...
    Lasciatemi  scappare!  Alle  undici  devo  andare  a  prendere Pompea:
    abbiamo  chiesto  un'udienza  al  Santo   Padre.   Ce   l'ha   imposta
    Michelangelo prima di partire.
    E Carlino Sgro scapp via a gambe levate.




    L'ILLUSTRE ESTINTO.

    Messo a sedere sul letto, perch l'asma non lo soffocasse, abbandonato
    su i guanciali ammontati, l'on. Costanzo Ramberti guardava, attraverso
    le gonfie palpebre semichiuse,  il raggio di sole che,  entrando dalla
    finestra,  gli si stendeva su le gambe e indorava la calugine  di  uno
    scialle grigio, di lana, a quadri neri.
    Si sentiva morire;  sapeva che per lui non c'era pi rimedio,  e se ne
    stava ormai tutto ristretto in s,  vietandosi  anche  d'allungare  lo
    sguardo  oltre  le  sponde  del  letto,  nella  camera,  non  gi  per
    raccogliersi nel pensiero della fine imminente, ma, al contrario,  per
    timore che,  allargando anche d'un po' l'orizzonte al suo sguardo,  la
    vista degli oggetti attorno lo richiamasse con qualche rimpianto  alle
    relazioni che poteva avere ancora con la vita, e che la morte tra poco
    avrebbe spezzate.
    Raccolto,  rimpiccolito entro quel limite angustissimo, si sentiva pi
    sicuro, pi riparato, quasi protetto.  E,  tutt'intento ad avvistar le
    minime  cose,  gli  esilissimi  fili  arricciolati e indorati dal sole
    della calugine di quello scialle,  assaporava la lunghezza del  tempo,
    di  tutto il suo tempo,  che poteva essere di ore;  o forse di qualche
    altro giorno;  di due o di tre giorni;  fors'anche - al  pi  -  d'una
    settimana. Ma se un minuto, tra quelle minuzie l, passava cos lento,
    cos  lento,  eh!  avrebbe  avuto  anche  il  tempo di stancarsi - s,
    proprio di stancarsi - in una settimana.   Non avrebbe avuto mai fine,
    cos, una settimana!
    La  stanchezza  per,  che  gi  egli avvertiva,  non era a cagione di
    quell'eternarsi del tempo tra la peluria del suo scialle di lana:  era
    effetto dello sforzo che faceva su se stesso per impedirsi di pensare.
    Ma a che voleva pensare,  ormai?  Alla sua morte?  Piuttosto...  ecco:
    poteva darsi a immaginare tutto ci che  sarebbe  avvenuto  dopo.  S:
    sarebbe  stato  un  modo  anche  questo d'impedire che,  almeno al suo
    pensiero  smarrito,  privo  d'ogni  conforto  di  religione,  la  vita
    diventasse d'un tratto - fra breve - come niente;  un modo di rimanere
    di qua ancora, per poco,  innanzi a gli occhi degli altri,  se non pi
    innanzi ai suoi proprii.
    E - coraggiosamente - l'on.  Costanzo Ramberti si vide morto, come gli
    altri lo avrebbero veduto;  com'egli aveva veduto tanti altri: morto e
    duro,  l,  su  quel  letto;  coi  piedi  rattratti  nelle scarpine di
    coppale; cereo in volto e gelido, le mani quasi sassificate;  composto
    e...  ma s,  elegante anche,  nell'abito nero, tra tanti fiori sparsi
    lungo la persona e sul guanciale.
    La marsina doveva esser di  l,  nel  baule;  insieme  con  l'uniforme
    nuova, lo spadino e la feluca di ministro.
    Intanto, per far la prova, rattrasse i piedi e se li guat. Sent come
    una  vellicazione  al  ventre;  lev  una  mano e si lisci sul capo i
    capelli; poi si strinse la barba rossiccia, spartita sul mento.  Pens
    che,  morto, gli avrebbe pettinato quella barba e raffilato sul cranio
    quei pochi peli il suo segretario  particolare,  cav.  Spigula-Nonnis,
    che da tanti giorni e tante notti lo assisteva, pover'uomo, con devoto
    affetto,  senza lasciarlo solo neanche un momento, struggendosi, a pi
    del letto, di non potere in alcun modo alleviargli le sofferenze.
    Ma pure lo ajutava quel cav. Spigula-Nonnis, senza saperlo; lo ajutava
    a morire con dignit, filosoficamente. Forse, se fosse stato solo,  si
    sarebbe messo a smaniare,  a piangere, a gridare con disperata rabbia;
    col  cav.  Spigula-Nonnis  l  a  pi  del  letto,   che  lo  chiamava
    Eccellenza,  non  fiatava  nemmeno: guardava fisso,  attento,  quasi
    meravigliato,  innanzi a s,  con le labbra  sfiorate  da  un  leggero
    sorriso.
    S, la presenza di quell'uomo squallido, allampanato, miope, lo teneva
    per un filo, esilissimo ormai, su la scena, investito della sua parte,
    fino all'ultimo.  L'esilit di questo filo gli esasperava internamente
    di punto in punto l'angoscia e il terrore,  poich'egli non poteva  non
    sentir  vano,  vano e disperato lo sforzo con cui tutta l'anima sua si
    aggrappava ad esso,  simile in tutto a quello,  cui tante volte  aveva
    assistito  con  curiosit crudele,  di qualche bestiolina agonizzante,
    d'un insetto caduto nell'acqua,  appeso a un bioccolo,  a  un  peluzzo
    natante.
    Tutte  quelle  cose,  con  le  quali  aveva riempito il vuoto,  in cui
    davanti a gli occhi gli vaneggiava ora la vita,  erano impersonate nel
    cav.  Spigula-Nonnis: la sua autorit, il suo prestigio, cose vane che
    gli venivano meno,  che non avevano pi pregio,  ma che  tuttavia  sul
    vuoto  che tra poco lo avrebbe inghiottito campeggiavano come larve di
    sogno, parvenze di vita, che per poco ancora, dopo la sua morte,  egli
    poteva  prevedere  si sarebbero agitate attorno a lui,  attorno al suo
    letto, attorno alla sua bara.
    Quel  cav.  Spigula-Nonnis,  dunque,  lo  avrebbe  lavato,  vestito  e
    pettinato,  amorosamente,  ma  pur  con  un  certo ribrezzo.  Ribrezzo
    provava anche lui, del resto, pensando che le sue carni,  il suo corpo
    nudo  sarebbe  stato  toccato  dalle  grosse  mani  ossute  e visto da
    quell'uomo  l.  Ma  non  aveva  altri  accanto:  nessun  parente,  n
    prossimo,  n lontano: moriva solo,  com'era sempre vissuto;  solo, in
    quell'amena villetta di  Castel  Gandolfo  presa  in  affitto  con  la
    speranza  che,  dopo  due o tre mesi di riposo,  si sarebbe rimesso in
    salute. Aveva appena quarantacinque anni!
    Ma s'era ucciso lui, bestialmente, con le sue mani;  se l'era troncata
    lui l'esistenza,  a furia di lavoro e di lotta testarda,  accanita.  E
    quando alla fine era riuscito a strappar la vittoria,  aveva la  morte
    dentro,  la  morte,  la  morte che gli s'era insinuata da un pezzo nel
    corpo, di soppiatto. Quand'era andato dal Re a prestare il giuramento;
    quando,  con un'aria di afflitta  rassegnazione,  ma  in  cuore  tutto
    ridente, aveva ricevuto le congratulazioni dei colleghi e degli amici,
    aveva  la  morte dentro e non lo sapeva.  Due mesi addietro,  di sera,
    essa gli aveva allungato all'improvviso una strizzatina al cuore e  lo
    aveva lasciato boccheggiante,  col capo riverso su la sua scrivania di
    ministro al palazzo dei lavori pubblici.
    Tutti i giornali d'opposizione,  che avevano tanto malignato su la sua
    nomina,   qualificandola  favoritismo  sfacciato  del  presidente  del
    Consiglio,  ora,   nel  dare  l'annunzio  della  sua  morte  immatura,
    avrebbero forse tenuto conto de' suoi meriti, de' suoi studii lunghi e
    pazienti,  della sua passione costante, unica, assorbente, per la vita
    pubblica,  dello zelo che aveva posto sempre nell'adempimento de' suoi
    doveri  di  deputato prima,  di ministro poi,  per poco.  Eh,  s!  Si
    possono dare di queste consolazioni a uno che se n' andato:  e  tanto
    pi poi, in quanto che l'amicizia, la famosa protezione del presidente
    del  Consiglio  non  erano  arrivate  fino  al  punto  di  concedergli
    quell'altra di morire almeno da ministro.  Subito dopo quella  sincope
    gli  s'era  lasciato  intendere  con  bella  maniera che sarebbe stato
    opportuno - oh, soltanto per riguardo alla sua salute, non per altro -
    lasciare il portafoglio.
    Cosicch,  neanche per i giornali amici del  Ministero  la  sua  morte
    sarebbe stata un vero lutto nazionale.  Ma sarebbe stato a ogni modo
    per tutti un illustre estinto: questo  s,  senza  dubbio.  E  tutti
    avrebbero  rimpianto  la  sua esistenza innanzi tempo spezzata,  che
    certamente altri nobili servigi avrebbe potuto  rendere  ancora  alla
    patria, ecc., ecc.
    Forse,  data  la  vicinanza  e dato il breve tempo trascorso dalla sua
    uscita dal Ministero,  S.E.  il presidente del Consiglio e i  ministri
    gi  suoi  colleghi  e  i sotto-segretarii di Stato e i molti deputati
    amici sarebbero venuti da Roma a vederlo morto, l,  in quella camera,
    che  il  sindaco  del  paese,  per  farsi onore,  con l'ajuto del cav.
    Spigula-Nonnis,  avrebbe trasformato in cappella ardente,  con cassoni
    di lauro e altre piante e fiori e candelabri.  Sarebbero entrati tutti
    a capo scoperto,  col presidente del Consiglio in testa;  lo avrebbero
    contemplato un pezzo,  muti, costernati, pallidi, con quella curiosit
    trattenuta dall'orrore istintivo,  che tante volte egli  stesso  aveva
    provato davanti ad altri morti. Momento solenne e commovente.
    - Povero Ramberti!
    E  tutti si sarebbero quindi ritirati di l ad aspettare ch'egli fosse
    chiuso nella cassa gi pronta.
    Valdana,  la sua  citt  natale,  Valdana  che  da  quindici  anni  lo
    rieleggeva  deputato,  Valdana  per  cui  aveva  fatto tanto,  avrebbe
    certamente voluto le sue spoglie mortali;  e  il  sindaco  di  Valdana
    sarebbe accorso con due o tre consiglieri comunali per accompagnare la
    salma.
    L'anima... eh, l'anima, partita da un pezzo, e chi sa dove arrivata...
    -  L'on.  Costanzo Ramberti strizz gli occhi.  Volle ricordarsi d'una
    vecchia  definizione  dell'anima,  che  lo  aveva  molto  soddisfatto,
    quand'era  ancora  studente  di  filosofia  all'Universit: L'anima 
    quell'essenza che si rende in noi cosciente di se stessa e delle  cose
    poste  fuori di noi.  Gi!  Cos...  Era la definizione d'un filosofo
    tedesco.
    Quell'essenza? pens adesso. Che vuol dire?  Quella certa cosa "che
    ",  innegabilmente,  per la quale io, mentre sono vivo, differisco da
    me quando sar morto. E' chiaro!  Ma questa essenza dentro di me  per
    se  stessa  o  in quanto io sono?  Due casi.  Se  per s,  e soltanto
    dentro di me si rende cosciente di se stessa, fuori di me non avr pi
    coscienza? E che sar dunque?  Qualche cosa che io non sono,  che essa
    medesima non ,  finch mi rimane dentro.  Andata fuori, sar quel che
    sar...  seppure sar!  Perch c' l'altro caso: che essa cio sia  in
    quanto io sono; sicch, dunque, non essendo pi io...
    - Cavaliere, per favore, un sorso d'acqua...
    Il  cav.  Spigula-Nonnis balz in piedi quant'era lungo,  riscotendosi
    dal torpore; gli porse l'acqua; gli chiese premuroso:
    - Eccellenza, come si sente?
    L'on.   Costanzo  Ramberti  bevve  due  sorsi:  poi,   restituendo  il
    bicchiere, sorrise pallidamente al suo segretario, richiuse gli occhi,
    sospir:
    - Cos...
    Dov'era arrivato?  Doveva partire per Valdana.  La salma... S, meglio
    tenersi alla salma soltanto.  Ecco: la prendevano per la testa e per i
    piedi.   Nella  cassa  era  gi  deposto  un  lenzuolo  zuppo  d'acqua
    sublimata,   nel  quale  la  salma  sarebbe  stata  avvolta.   Poi  lo
    stagnajo...  Come si chiamava quello strumento rombante con una livida
    lingua di fuoco? Ecco la lastra di zinco da saldare su la cassa;  ecco
    il coperchio da avvitare...
    A questo punto,  l'on. Costanzo Ramberti non vide pi se stesso dentro
    la cassa: rimase fuori e vide la cassa,  come gli altri  la  avrebbero
    veduta: una bella cassa di castagno,  in forma d'urna,  levigata,  con
    borchie dorate. I funerali e il trasporto sarebbero stati certamente a
    spese dello Stato.
    E la cassa,  ecco,  era sollevata: attraversava  le  camere,  scendeva
    stentatamente  le  scale  della  villetta,  attraversava  il giardino,
    seguita da tutti i colleghi di nuovo a capo  scoperto  col  presidente
    del Consiglio innanzi a tutti;  era introdotta nel carro del Municipio
    tra la curiosit timorosa e rispettosa di tutta la popolazione accorsa
    allo spettacolo insolito.
    Qui ancora l'on.  Ramberti lasci cacciar dentro del carro la cassa  e
    rimase  fuori  a  vedere  il carro che,  accompagnato da tanto popolo,
    scendeva  lentamente,   con  solennit,   dal  borgo   alla   stazione
    ferroviaria.  Un  vagone  di quelli con la scritta "Cavalli 8,  Uomini
    40," era bell'e pronto,  con  le  assi  inchiodate  per  chiudervi  il
    feretro.  L'on. Costanzo Ramberti rivide la propria cassa tratta fuori
    del carro e la segu entro il vagone nudo e polveroso,  che certamente
    a  Roma sarebbe stato addobbato e parato con tutte le corone che il Re
    e il Consiglio dei ministri,  il Municipio  di  Valdana  e  gli  amici
    avrebbero inviato. Partenza!
    E  l'on.  Costanzo  Ramberti segu il treno,  col suo carro-feretro in
    coda,  per tanta e tanta via,  fino alla stazione di Valdana,  gremita
    anch'essa  di  popolo.  Ecco,  a  uno  a  uno,  i  suoi  pi  fedeli e
    affezionati amici,  consiglieri provinciali e comunali,  alcuni un po'
    goffi   nell'insolito   abito   nero  o  col  cappello  a  stajo.   Il
    Robertelli... eh, s!...  lui s...  caro Robertelli...  piangeva,  si
    faceva largo...
    - Dov'? dov'?
    Dove poteva essere?  L,  nella cassa,  caro Robertelli.  Eh, uno alla
    volta...
    Ma l'on. Costanzo Ramberti vedeva quella scena, come se egli veramente
    non fosse dentro la cassa,  che  pur  pesava,  s,  s,  pesava  e  lo
    dimostravano chiaramente gli uscieri del Municipio in guanti bianchi e
    livrea, che stentavano a caricarsela sulle spalle.
    Vedeva...  uh, il Tonni, che ogni volta, poveretto, usciva di casa coi
    minuti  contati  dalla  moglie  ferocemente  gelosa   -   eccolo   l,
    irrequieto,   sbuffava,   cavava   fuori   ogni   momento  l'orologio,
    maledicendo al ritardo di un'ora con cui il treno era  arrivato,  e  a
    cui  certo la moglie non avrebbe creduto.  Eh,  pazienza,  caro Tonni,
    pazienza!  Avrai dalla moglie una scenata;  ma poi ti rappacificherai.
    Rimani  vivo,  tu.  All'altro  mondo,  invece,  non si riv due volte.
    Vorresti per l'amico tuo,  che pur ti fece tanti favori,  un  funerale
    spiccio spiccio? Lasciaglielo fare con pompa e solennit... Vedi? ecco
    il signor prefetto...  Largo, largo! Uh, c' anche il colonnello... Ma
    gi!  gli toccava anche l'accompagnamento militare.  E c' anche tutta
    la  scolaresca,  con  le  bandiere  dei varii istituti;  e quant'altre
    bandiere di sodalizii!  S,  perch egli veramente pur tutto inteso ai
    problemi   pi   alti   della  politica,   alle  questioni  pi  ardue
    dell'economia  sociale,   non  aveva   mai   trascurato   gl'interessi
    particolari del collegio, che di molti beneficii doveva essergli grato
    a lungo. E Valdana forse gli avrebbe dimostrato questa gratitudine con
    qualche  ricordo  marmoreo nella villa comunale o intitolando dal nome
    di lui qualche via o qualche piazza;  e,  intanto,  con quelle esequie
    solenni...  Rivide  col  pensiero  la via principale della citt tutta
    imbandierata a mezz'asta:

    VIA COSTANZO RAMBERTI.

    E le finestre gremite di gente in attesa  del  carro  tirato  da  otto
    cavalli bardati,  coperto di corone; e tanti per via che si mostravano
    a dito quella del Re,  bellissima fra tutte.  Il cimitero era  laggi,
    dietro il colle,  fosco e solitario. I cavalli andavano a passo lento,
    quasi per dargli il tempo di godere di quegli estremi onori che gli si
    rendevano e che gli prolungavano d'un  breve  tratto  ancora  la  vita
    oltre la fine...

    Tutto  questo  l'on.  Costanzo  Ramberti  immagin  alla vigilia della
    morte. Un po' per colpa sua,  un po' per colpa d'altri,  la realt non
    corrispose interamente a quanto egli aveva immaginato.
    Gi  mor di notte,  non si sa se durante il sonno;  certo senza farsi
    sentire dal cav.  Spigula-Nonnis che,  vinto dalla  stanchezza,  s'era
    profondamente  addormentato  sulla  poltrona  a pi del letto.  Questo
    sarebbe  stato  poco  male,  in  fondo,  se  il  cav.  Spigula-Nonnis,
    svegliandosi  di soprassalto verso le quattro del mattino e trovandolo
    gi freddo e duro, non fosse rimasto straordinariamente impressionato,
    prima da uno strano ronzio nella camera,  poi dalla luna  piena,  che,
    nel declinare,  pareva si fosse arrestata in cielo a mirare quel morto
    sul letto,  attraverso i vetri della finestra rimasta per inavvertenza
    con gli scuri aperti.  Il ronzio era d'un moscone,  a cui egli col suo
    destarsi improvviso aveva rotto il sonno.
    Quando,  all'alba,  accorse il sindaco Agostino Migneco,  chiamato  in
    fretta in furia dal cameriere, il cav. Spigula-Nonnis:
    - C'era la luna... c'era la luna...
    Non sapeva dir altro.
    - La luna? che luna?
    - Una luna!... una luna!...
    - Va bene,  c'era la luna...  ma, caro signore, qua bisogna spedire un
    telegramma d'urgenza a S.E.  il presidente della Camera;  un  altro  a
    S.E. il presidente del Consiglio; un altro al sindaco di... di dov'era
    deputato Sua Eccellenza?
    - Valdana... (Che luna!)
    - Lasci stare la luna!  Dunque al sindaco di Valdana,  si dice: e tre,
    tutti d'urgenza: per dar l'infausto  annunzio  alla  cittadinanza,  mi
    spiego?  a gli elettori...  Avr da fare quel sindaco! Si sbrighi, per
    carit!   Bisogner  fare  aprire  l'ufficio  telegrafico:  si  faccia
    accompagnare da una guardia,  a nome mio.  E poi subito qua! Bisogner
    vestirlo al pi presto. Vede? il cadavere  gi irrigidito.
    Per miracolo il cav. Spigula-Nonnis non mise in tutti quei telegrammi,
    che c'era la luna.
    Davvero, per farsi onore,  il sindaco Migneco avrebbe voluto metter su
    una camera ardente da far restare tutti a bocca aperta,  col catafalco
    e ogni cosa. Ma... paesetti;  non si trovava nulla;  mancavano i bravi
    operai.  Era  corso  in  chiesa per qualche paramento.  Tutti damaschi
    rossi a strisce d'oro.  Fossero stati neri!  Prese quattro  candelabri
    dorati,  roba del mille e uno... Fiori, s, e piante: fiori per terra,
    fiori sul letto: tutta la camera piena.
    La marsina intanto non si trov nel baule, e il cav. Spigula-Nonnis fu
    costretto a correre a Roma, nel quartierino in via Ludovisi; ma non la
    trov neanche l: era nel baule, era,  gi in fondo.  Se aveva proprio
    perduto la testa quel pover'uomo!  Oh,  affezionatissimo...  Lagrime a
    fontana. Ma la marsina si dovette spaccare in due, di dietro (peccato,
    nuova nuova!) perch le braccia del cadavere non si movevano  pi.  E,
    appena  vestito,  sissignori,  si  dovette rispogliare e poi rivestire
    daccapo,  perch dal Municipio  di  Valdana  (questo  s,  come  l'on.
    Costanzo  Ramberti  aveva  immaginato) giunse un telegramma d'urgenza,
    nel quale si annunziava che la cittadinanza addoloratissima  con  voto
    unanime  reclamava  la  salma  del  suo  illustre  rappresentante  per
    onorarla con esequie solenni: monumento...  anche un  monumento!  cose
    grandi, e s, proprio una piazza, quella della Posta, ribattezzata col
    nome  di  lui  -  e  un medico arriv a Roma per praticare al cadavere
    alcune iniezioni di  formalina,  diceva;  sformalina  avrebbe  detto
    invece il sindaco Migneco,  col dovuto rispetto,  perch,  dopo quelle
    iniezioni...  -  oh,  il  volto  cereo,  l'eleganza  con  cui  si  era
    rappresentato da morto l'on.  Costanzo Ramberti!  Un faccione cos gli
    fecero, senza pi n naso, n guance, n collo, n nulla; una palla di
    sego,  ecco.  Tanto che si pens  di  nascondergli  il  volto  con  un
    fazzoletto.
    Molti  pi deputati amici,  di quanto l'on.  Costanzo Ramberti sapesse
    d'averne, accorsero la mattina seguente a Castel Gandolfo, insieme coi
    presidenti della Camera e del  Consiglio  e  i  ministri  e  i  sotto-
    segretarii di Stato. Vennero anche alcuni senatori, tra i meno vecchi,
    e una frotta di giornalisti e anche due fotografi.
    Era una splendida giornata.
    A gente oppressa da tanti gravi problemi sociali,  intristita da tante
    brighe quotidiane,  doveva certo far l'effetto d'una festa quel  tuffo
    nell'azzurro,  la  vista  deliziosa  della  campagna  rinverdita,  dei
    Castelli romani solatii, del lago e dei boschi in quell'aria ancora un
    po'  frizzante,  ma  nella  quale  si  presentiva  gi  l'alito  della
    primavera.  Non  lo  dicevano;  si mostravano anzi compunti,  ed erano
    forse;  ma per il segreto rammarico d'aver consumato  e  di  consumare
    tuttavia  in  lotte vane e meschine l'esistenza cos breve,  cos poco
    sicura,  e che pur  sentivano  cara,  l,  in  quella  fresca,  ariosa
    apparizione incantevole.
    Un certo conforto veniva loro dal pensiero che essi ne potevano godere
    ancora, pur fuggevolmente, mentre quel loro compagno, no.
    E cos confortati,  in fatti, a poco a poco, durante il breve tragitto
    cominciarono a conversare lietamente, a ridere,  grati a quei cinque o
    sei  pi sinceri,  che per i primi avevano rotto l'aria di compunzione
    con qualche frizzo e ora seguitavano a far da buffoni.
    Pure,  di tratto in tratto,  come se  dagli  usciolini  delle  vetture
    intercomunicanti  si  affacciasse  la  testa di Costanzo Ramberti,  le
    conversazioni gaje e le risate cadevano; e avvertivano tutti quasi uno
    smarrimento,  un  disagio  impiccioso,  segnatamente  coloro  che  non
    avevano  proprio alcuna ragione di trovarsi l,  tranne quella di fare
    una gita in larga compagnia,  notoriamente avversarii del  Ramberti  o
    denigratori  di  lui  in  segreto.  Avvertivano  costoro  che  la loro
    presenza violentava qualche cosa. Che cosa?  l'aspettazione del morto,
    l'aspettazione  d'uno  che  non poteva pi protestare e cacciarli via,
    svergognandoli?
    Ma era, s o no, una visita funebre, quella?
    Se era,  via!  un morto non si va  a  visitarlo  cos,  chiacchierando
    allegramente e ridendo.
    Tutti   quei   colleghi   l,   amici  e  non  amici,   ignoravano  la
    rappresentazione che il povero Ramberti si  era  fatta,  alla  vigilia
    della morte,  di quella loro visita, naturalmente secondo il carattere
    che  essa  avrebbe  dovuto  avere,  di  tristezza,  di  rimpianto,  di
    commiserazione per lui.  La ignoravano;  e tuttavia, per il solo fatto
    che essa ora si effettuava,  non potevano non avvertire di  tratto  in
    tratto,  che  era sconveniente il modo con cui si effettuava;  e i non
    amici non potevano non avvertire che essi  vi  erano  di  pi,  e  che
    commettevano una violenza.
    Appena   scesi   alla  stazione  di  Castel  Gandolfo  tutti  per  si
    ricomposero,  riassunsero l'aria grave e compunta,  si vestirono della
    solennit del momento luttuoso, dell'importanza che dava loro la folla
    rispettosa, accorsa per assistere all'arrivo.
    Guidati  dal  sindaco Migneco e dai consiglieri comunali,  affocati in
    volto, tutti in sudore,  coi polsini che scappavan fuori dalle maniche
    e il giro delle cravatte dai colletti, ministri e deputati si recarono
    a  piedi,  in colonna,  coi due presidenti in testa,  fra due ali e un
    codazzo enorme di popolo, alla villa del Ramberti.
    Quest'arrivo,  questa entrata nel paese imbandierato a  lutto,  questo
    corteo,  furono realmente di gran lunga superiori a quanto il Ramberti
    aveva immaginato.  Se  non  che,  proprio  nel  momento  pi  solenne,
    allorch il presidente della Camera e quello del Consiglio con tutti i
    ministri  e  i  sotto-segretarii  e  i deputati e la folla dei curiosi
    entrarono nella camera ardente, a capo scoperto,  accadde una cosa che
    l'on.  Ramberti  non  si  sarebbe  potuto  mai  immaginare:  una  cosa
    orribile,  nel silenzio quasi sacro di  quella  scena:  un  improvviso
    borboglio lugubre,  squacquerato, nel ventre del cadavere, che intron
    e atterr tutti gli astanti. Che era stato?
    - "Digestio post mortem," - sospir, dignitosamente in latino,  uno di
    essi, ch'era medico, appena pot rimettersi un po' di fiato in corpo.
    E  tutti  gli  altri guatarono sconcertati il cadavere,  che pareva si
    fosse coperto il volto col fazzoletto, per fare,  senza vergogna,  una
    tal  cosa  in faccia alle supreme autorit della nazione.  E uscirono,
    gravemente accigliati, dalla camera ardente.
    Quando, tre ore dopo, alla stazione di Roma,  il cav.  Spigula-Nonnis,
    vide con infinita tristezza allontanarsi tutti coloro che erano venuti
    a  Castel  Gandolfo,  senza  volgere  nemmeno  uno sguardo,  un ultimo
    sguardo d'addio al carro,  ove S.E.  l'on.  Ramberti era chiuso,  ebbe
    l'impressione d'un tradimento. Era tutto finito cos?
    E  rest,  lui solo,  nell'incerto,  afflitto lume del giorno morente,
    sotto l'alto,  immenso lucernario affumicato,  a seguire con gli occhi
    le manovre del treno,  che si scomponeva. Dopo molte evoluzioni su per
    le linee intricate,  vide alla fine quel carro lasciato in capo  a  un
    binario,  in  fondo,  accanto a un altro,  su cui gi era incollato un
    cartellino con la scritta "Feretro."
    Un vecchio facchino della stazione, mezzo sciancato e asmatico,  venne
    col  pentolino  della  colla  ad  attaccare  anche  sul carro dell'on.
    Ramberti lo stesso cartellino, e se ne and. Il cav. Spigula-Nonnis si
    accost per leggerlo con gli occhi miopi: lesse pi su:  "Cavalli  8,
    Uomini  40" e scroll il capo e sospir.  Stette ancora un pezzo,  un
    lungo pezzo a contemplare quei due carri-feretro l accanto.
    Due morti, due gi andati, che dovevano ancora viaggiare!
    E sarebbero rimasti l, soli, quella notte, tra il frastuono dei treni
    in arrivo e  in  partenza,  tra  l'andar  frettoloso  dei  viaggiatori
    notturni;  l  stesi,  immobili,  nel  bujo  delle loro casse,  fra il
    tramenio incessante d'una stazione ferroviaria. Addio! addio!
    E  anche  lui,  il  cav.  Spigula-Nonnis,  se  ne  and.  Se  ne  and
    angosciato.  Per  via  per,  comperati  i  giornali  della  sera,  si
    riconfort nel vedere le lunghe  necrologie,  che  tutti  recavano  in
    prima pagina, col ritratto dell'illustre estinto in mezzo.
    A casa, s'immerse nella lettura di esse, e si commosse molto al cenno,
    che uno di quei giornali faceva,  delle cure, dell'amorosa assistenza,
    della devozione, di cui egli, il cav. Spigula-Nonnis, aveva circondato
    in quegli ultimi mesi l'on. Costanzo Ramberti.
    Peccato che il Nonnis del suo cognome  fosse  stampato  con  un'enne
    sola!
    Ma si capiva ch'era lui.
    Rilesse quel cenno,  a dir poco, una ventina di volte; e, ridisceso su
    la via,  per recarsi a cenare alla solita  pensione,  volle  prima  di
    tutto comperare in un'edicola altre dieci copie di quel giornale,  per
    mandarle a Novara, il giorno appresso,  ai parenti,  a gli amici,  con
    l'enne  aggiunta,  s'intende,  e  il  passo segnato con un tratto di
    lapis turchino.
    Grandi elogi, grandi elogi facevano tutti dell'on.  Costanzo Ramberti:
    il  compianto  era  unanime,  e  debitamente  erano messi in rilievo i
    meriti, lo zelo, l'onest. Tutto,  come l'on.  Costanzo Ramberti s'era
    figurato.  C'era  l'esistenza  innanzi  tempo  spezzata e c'erano i
    grandi servigi che certamente egli avrebbe potuto rendere ancora  alla
    patria.   E   i   telegrammi  di  Valdana  parlavano  della  profonda
    costernazione   della   cittadinanza   al   ferale   annunzio,   delle
    straordinarie,  indimenticabili  onoranze  che la citt natale avrebbe
    fatto al suo Grande Figlio,  e annunziavano che gi  il  sindaco,  una
    rappresentanza del Consiglio comunale e altri egregi cittadini, devoti
    amici  dell'illustre  estinto,  erano  partiti  alla volta di Roma per
    scortare il cadavere.
    Rincasando verso  la  mezzanotte,  nel  silenzio  delle  vie  deserte,
    vegliate lugubremente dai lampioni,  il cav. Spigula-Nonnis ripens ai
    due carri-feretro l in capo a un binario della stazione,  in  attesa.
    Se  quei  due  morti avessero potuto farsi compagnia,  conversando tra
    loro, per ingannare il tempo!  Sorrise mestamente,  a questo pensiero,
    il  cav.  Spigula-Nonnis.  Chi sa chi era quell'altro,  e dove sarebbe
    andato a finire...  Stava  l,  quella  notte,  senza  alcun  sospetto
    dell'onore che gli toccava, d'avere accanto uno che riempiva di s, in
    quel  momento,  tutti  i  giornali d'Italia,  e che il giorno appresso
    avrebbe  avuto  accoglienze  trionfali  da  tutta  una  citt  che  lo
    piangeva.
    Poteva mai passare per il capo ai cav.  Spigula-Nonnis,  che il carro-
    feretro dell'on. Costanzo Ramberti, verso le due, da alcuni ferrovieri
    cascanti a pezzi dal sonno dovesse  essere  agganciato  al  treno  che
    partiva  in quell'ora per l'Abruzzo,  e che l'illustre estinto dovesse
    cos  essere  sottratto  alle  accoglienze  trionfali,  alle  onoranze
    solenni della sua citt natale?
    Ma  l'on.  Costanzo  Ramberti,  uomo  politico,  gi salito al potere,
    addentro perci nelle segrete  cose,  l'on.  Costanzo  Ramberti  che
    conosceva  tutte  le magagne del servizio ferroviario,  avrebbe potuto
    prevedere facilmente un simile tradimento.  Dati due carri-feretro  in
    attesa  in  una stazione di tanto traffico,  niente di pi facile e di
    pi ovvio, che uno fosse spedito al destino dell'altro, e viceversa.
    Chiuso,  inchiodato l nel suo carro,  ora,  egli non pot  protestare
    contro quello scambio indegno,  allo strappo che sei facchini bestiali
    facevano in quel momento di tutte le gramaglie,  di cui la sua Valdana
    si  parava  quella  notte,  per  accoglierlo  solennemente  il  giorno
    appresso.  E in coda a quel treno che  partiva  per  l'Abruzzo,  quasi
    vuoto,  e  che,  coi  freni logori,  finiva di sconquassare le povere,
    vecchie,  sporche vetture di cui era composto,  gli tocc a  viaggiare
    per  tutto  il  resto della notte,  via lentamente,  via lugubremente,
    verso  la  destinazione  di  quell'altro  morto,   ch'era  un  giovine
    seminarista di Avezzano, per nome Feliciangiolo Scanalino.
    Naturalmente, il carro feretro di questo, la mattina dopo, fu adornato
    con  magnificenza,  sotto la vigilanza dello stesso capo della casa di
    pompe funebri,  che si era assunto l'incarico  del  funerale  a  spese
    dello Stato.  Paramenti ricchissimi di velluto con frange d'argento, a
    padiglione,  e veli e nastri e palme!  Sul  feretro,  coperto  da  una
    splendida  coltre,  la  sola  corona del Re;  ai due lati,  quelle dei
    presidenti della Camera  e  del  Consiglio  dei  ministri.  Circa  una
    settantina di altre corone furono allogate nel carro appresso.
    E  alle  otto  e mezzo precise innanzi a gli occhi ammirati d'una vera
    folla d'amici dell'on Costanzo Ramberti, Feliciangiolo Scanalino part
    verso le onoranze solenni di Valdana.
    Quando, verso le tre del pomeriggio,  il treno arriv alla stazione di
    Valdana,  rigurgitante  di  popolo  commosso,  il  sindaco,  che aveva
    accompagnato la salma con  la  rappresentanza  comunale,  fu  chiamato
    misteriosamente  in  disparte,  nella  sala  del telegrafo,  dal capo-
    stazione, che tremava tutto, pallidissimo. Era arrivato dalla stazione
    di Roma un telegramma, che avvertiva in gran segreto dello scambio dei
    vagoni mortuarii. La salma dell'on.  Ramberti si trovava alla stazione
    d'Avezzano.
    Il sindaco di Valdana rest come basito.
    E come si faceva adesso con tutto il popolo l in attesa? con la citt
    parata?
    -  Commendatore,  -  sugger sottovoce il capostazione,  ponendosi una
    mano sul petto, - lo so io solo e il telegrafista, qua; anche a Roma e
    ad Avezzano,  il capo-stazione  e  il  telegrafista.  Commendatore,  
    interesse nostro,  dell'Amministrazione ferroviaria,  tener segreta la
    cosa. Si affidi!
    Che altro si poteva fare in un frangente come  quello?  E  l'innocente
    seminarista  Feliciangiolo  Scanalino  ebbe  le  accoglienze trionfali
    della citt di Valdana,  nel carro funebre che pareva una montagna  di
    fiori,  tirato da otto cavalli;  ebbe la corona del Re;  ebbe l'elogio
    funebre del sindaco, ebbe l'accompagnamento di tutto un popolo fino al
    cimitero.
    L'on.  Costanzo Ramberti viaggiava frattanto,  da Avezzano,  nel carro
    nudo  e  polveroso  "Cavalli 8,  Uomini 40," senza un fiore,  senza un
    nastro: povera spoglia rimandata via, sballottata fuori di strada, per
    luoghi cos lontani dal suo destino.
    Arriv di notte alla stazione di Valdana.  Il solo sindaco  e  quattro
    fidati  beccamorti  erano ad aspettarla alla stazione,  e zitti zitti,
    col passo dei ladri  che  sottraggono  alla  vista  dei  doganieri  un
    contrabbando,  su e gi per viottoli di campagna stenebrati a malapena
    da un lanternino,  se la portarono al camposanto  e  la  seppellirono,
    traendo un gran sospiro di sollievo.

















    IL GUARDAROBA DELL'ELOQUENZA.

    Ascoltando  per via o nelle case dei conoscenti o nei pubblici ritrovi
    le chiacchiere della gente sugli avvenimenti del  giorno,  Bonaventura
    Camposoldani  aveva  intuito  che sopra i comuni bisogni materiali e i
    casi quotidiani della vita e le  ordinarie  occupazioni,  gravita  una
    certa  atmosfera ideale,  fatta di concetti pi o meno grossolani,  di
    riflessioni pi o meno ovvie, di considerazioni generiche,  di motti e
    proverbi  e  via  dicendo,  a  cui nei momenti d'ozio tutti coloro che
    sogliono stare l'intero giorno  sotto  il  peso  delle  loro  meschine
    esistenze  cercano  di  sollevarsi  per  prendere  una boccata d'aria.
    Naturalmente,  in questa atmosfera ideale sono come tanti  pesci  fuor
    d'acqua;  si  smarriscono  facilmente,  abbagliati  dallo  sprazzo  di
    qualche pensiero improvviso.  Bisognava saper cogliere questo  momento
    per prenderli all'amo.
    Bonaventura Camposoldani s'era addestrato meravigliosamente.
    Avere  un'idea  unificatrice;  proporla  a  una  dozzina  d'amici di
    qualche autorit e di molte aderenze; indire una prima riunione per lo
    svolgimento dell'idea e la  dimostrazione  dei  vantaggi  da  cavarne,
    delle  benemerenze  da  acquistarne;  poi nominare una commissione per
    compilare uno statuto: tutto era qui.
    Nominata la commissione,  compilato  lo  statuto,  indetta  una  nuova
    riunione per discuterne e approvarne gli articoli; per la nomina delle
    cariche   sociali;   eletto   ad   unanimit   presidente  Bonaventura
    Camposoldani che ne  aveva  avuto  l'idea  e  aveva  trovato  la  sede
    provvisoria  senza  darsi  un momento di requie;  il circolo nasceva e
    cominciava subito a morire per tutti i socii che non  se  ne  curavano
    pi;  seguitava  a  vivere soltanto per Bonaventura Camposoldani che -
    presidente,  consigliere,  amministratore,  cassiere,  segretario - al
    primo  d'ogni  mese  mandava l'esattore a svegliare con garbo,  per un
    momentino solo,  gli addormentati,  il cui sonno,  leggero  nel  primo
    mese, diveniva a mano a mano pi grave e infine letargo profondo.

    L'esattore  di tutti i circoli fondati da Bonaventura Camposoldani era
    sempre lo stesso: un vecchietto che si chiamava Bencivenni.  Squallido
    piccolo  gracile  tremulo,  spirava  dai  chiari  occhietti  cilestri,
    perennemente pieni di lagrime, una serafica ingenuit.
    Camposoldani lo aveva da un  pezzo  soprannominato  Geremia,  e  tutti
    credevano  che  si  chiamasse  davvero Geremia di nome e Bencivenni di
    cognome.
    Lo proteggeva Camposoldani perch veramente il povero vecchio meritava
    d'essere protetto: reduce dalle patrie battaglie,  superstite di Villa
    Glori e - per modestia - morto di fame.
    A  voltare  la  pagina,  un  po' sciocco era anche stato,  per dire la
    verit. S'era presa in moglie la vedova d'un suo fratello d'armi morto
    a Digione; s'era tirati su quattro figliuoli non suoi;  la moglie dopo
    cinque  anni  gli era morta;  i tre figliastri,  appena cresciuti,  lo
    avevano abbandonato; ed era rimasto solo, cos vecchio, nella miseria,
    con la figliastra femmina,  amata come una figlia  vera.  Se  piangeva
    sempre, dunque, Geremia ne aveva ragione.
    Ma  non  piangeva  nient'affatto  Geremia.  Pareva che piangesse;  non
    piangeva.   Linfatico  di  natura,   andava  facilmente  soggetto   ai
    raffreddori.  E non solo gli occhi gli sgocciolavano, ma il naso, quel
    povero naso gracile e  pallidissimo,  affilato,  stirato  a  furia  di
    soffiarselo  per  impedire  ogni  volta un'ira di Dio,  certe scariche
    interminabili  di  starnuti  comicissimi,  piccoli,  rapidi,   secchi,
    durante le quali pareva che,  terribilmente stizzito contro se stesso,
    volesse col naso beccarsi il petto.
    - "Mea culpa...  mea culpa...  mea culpa..."  -  diceva  Camposoldani,
    imitando a ogni starnuto le scrollatine del vecchio.
    Il  quale,  andando  in  giro tutto il giorno,  arrivava sempre stanco
    morto nelle case dei socii.  Perduto in vecchi abiti  sempre  fuor  di
    stagione,  avuti in elemosina o comperati di combinazione,  coi poveri
    piedi imbarcati in  certe  scarpacce  legate  con  lo  spago,  entrava
    parlando  sottovoce,  quasi  tra  s,  con  una larva di sorriso su le
    labbra,  sorriso ragionevole e pur mesto.  Certe  mossettine  di  capo
    aveva  poi,  aggraziate,  e  un muover di palpebre pieno di filosofica
    indulgenza su quegli occhietti chiari, ingenui e acquosi,  che tutti a
    guardarlo non sapevano che pensarne.
    Pareva  seguitasse  un  discorso  per  cui  gli avessero dato corda la
    mattina,  uscendo di casa: un discorso ch'egli forse non  interrompeva
    neanche per via,  n salendo o scendendo le scale. Infatti, nelle case
    dei socii entrava parlando,  e parlando ne usciva,  senza smettere  un
    momento, neppure mentre con la mano tremicchiante raspava sul registro
    la ricevuta della tassa mensile.
    Ma nessuno riusciva a capire che cosa dicesse.
    Tutti  supponevano  che  il  povero  vecchio  si lamentasse del troppo
    camminare, del salire e scendere troppe scale, alla sua et,  cos mal
    ridotto.  Se  non  che,  in  mezzo  a  quel  biascichio fitto,  tra un
    sorrisetto e l'altro mesto e ragionevole,  ecco che si coglieva ora il
    nome di un ministro o di questo o quel deputato al Parlamento,  ora il
    titolo d'un giornale. E tutti allora restavano stupiti e frastornati a
    mirarlo, non comprendendo come c'entrassero quei nomi e quei titoli di
    giornali nelle sue lamentele.
    C'entravano,  invece,  benissimo.  Perch Geremia  Bencivenni  non  si
    lamentava affatto,  ma intendeva di conversare, cos sottovoce e quasi
    tra s;  forse credeva ne avesse l'obbligo,  avvicinando  tanta  gente
    perbene;  e  parlava  di politica,  delle belle leggi che si votano in
    Parlamento, o commentava un fatto di cronaca, o dava notizia del socio
    A da cui era stato poc'anzi, o del socio B dal quale si sarebbe or ora
    recato.
    Se qualcuno gli diceva che non intendeva pi pagare perch non  voleva
    pi  far  parte  del  circolo,  Geremia  non  se  ne  dava per inteso:
    staccava,  come se niente fosse,  la ricevuta debitamente firmata e la
    lasciava l sul tavolino; quasi che questo solo fosse il suo compito e
    non dovesse curarsi d'altro, almeno fin tanto che c'era qualche socio,
    il  quale,  o  per  levarselo  davanti o per piet o per dabbenaggine,
    seguitava a pagare.
    Quando poi Geremia,  pi cadente che mai,  veniva  ad  annunziare  che
    proprio non c'era pi nessuno che volesse pagare e,  in prova,  tirava
    fuori rovesciate tutte le tasche  della  giacca,  del  panciotto,  dei
    calzoni   e   mostrava  anche  la  fodera  del  cappelluccio  bisunto,
    Bonaventura  Camposoldani  restava  per  un  momento   perplesso,   se
    disperdere  con  un  soffio quella larva di circolo di cui Geremia gli
    rappresentava l'immagine, o se risuscitarla con un lampo geniale.
    Nel primo caso,  avrebbe dovuto rimettersi  alla  fatica  di  fondarne
    subito un altro.  Gli seccava.  E poi,  meglio non abusare. Dunque, un
    lampo... un lampo... Che lampo?
    Contava segnatamente su due cose,  Camposoldani.  Cio,  su quella che
    egli chiamava elasticit morale del popolo italiano e su la pigrizia
    mentale di esso.
    Martino  Lutero  avrebbe  voluto  pagare  centomila fiorini perch gli
    fosse risparmiata la vista di Roma?
    Martino Lutero era uno sciocco.
    Ecco qua: temperamenti per temperature. Bisognava considerare prima di
    tutto la temperatura.
    In Germania fa freddo.
    Ora, naturalmente, il freddo,  come congela l'acqua,  cos irrigidisce
    gli  spiriti.  Formule  precise.  Precetti  e norme assolute.  Non c'
    elasticit.
    In ltalia fa caldo.
    Il sole,  se da un  canto  addormenta  gl'ingegni  e  intorpidisce  le
    energie, dall'altro mantiene elastiche, accese, in continua fusione le
    anime.  Tirate,  le anime cedono, s'allungano come una pasta molle, si
    lasciano aggirare intorno a un gomitolo qualsiasi,  purch  si  faccia
    con  garbo,  s'intende,  e  pian  pianino.  Tolleranza.  Che vuol dire
    tolleranza?  Ma appunto questo: pigrizia mentale,  elasticit  morale.
    Vivere e lasciar vivere.
    Il popolo italiano non vuol darsi la pena di pensare: commette a pochi
    l'incarico di pensare per lui.
    Ora  questi  pochi,  siamo  giusti,  anche  per  poter pensare cos in
    grande,  per tutti,  senza stancarsi,  bisogna che siano ben  nutriti.
    "Mens  sana in corpore sano." E il popolo italiano li lascia mangiare,
    purch facciano sempre con garbo,  s'intende,  e salvino in certo qual
    modo  le apparenze.  Poi batte le mani,  senza troppo scaldarsi,  ogni
    qual  volta  i  suoi  commessi  pensatori  riescano  per  avventura  a
    procurargli qualche soddisfazioncella.
    Ecco qua: qualche soddisfazioncella doveva egli procurare ai socii del
    circolo moribondo per destarli dalla loro morosit.
    E Bonaventura Camposoldani ci riusciva quasi sempre.

    Quest'ultimo  non  era  propriamente  un  circolo,  ma un'associazione
    nazionale con un intento eminentemente patriottico e civile.
    Si proponeva di raccogliere in esercito operoso,  in ogni provincia  e
    comune d'Italia,  tutti coloro cui stesse a cuore sanare finalmente la
    piaga vergognosa dell'analfabetismo e diffondere per via di letture  e
    conferenze il gusto della cultura nel popolo italiano.
    Nel   fondo   dell'anima   Bonaventura   Camposoldani  stimava  pregio
    inestimabile del popolo italiano la costante avversione a ogni  genere
    di  cultura  e  d'educazione,  come  quelle  che,  appena conquistate,
    rendono necessarie tante cose di cui,  per esser saggi  veramente,  si
    dovrebbe  fare  a  meno.  Ma  non osava pi dirselo neanche "in tacito
    sinu," ora  che  ben  settantacinque  sezioni  contro  l'analfabetismo
    s'erano  formate  in meno d'un anno,  delle quali quarantadue (sintomo
    consolantissimo di salutare risveglio!) nelle  provincie  meridionali.
    La  nuova  "Associazione  nazionale per la cultura del popolo" contava
    ormai pi di mille e seicento soci. Sede centrale, Roma.  E il Governo
    saggiamente  aveva  concesso,  per  costituirle  un  fondo  di riserva
    necessario, una tombola telegrafica, che aveva fruttato la bellezza di
    quarantacinque mila lire, poco pi, poco meno.
    Le aveva inaugurate quasi tutte lui,  quelle  settantacinque  sezioni,
    improvvisando  un  discorso  di  un'ora  per  ciascuna,  sui beneficii
    dell'alfabeto e i vantaggi della cultura.  Solo quattro o cinque,  per
    non  parer  troppo  invadente,  le  aveva lasciate inaugurare a un tal
    Pascotti,  professore di storia in un liceo  di  Roma,  vicepresidente
    della  sede  centrale,  bell'uomo,  tutto quanto rotondo,  anche nella
    voce: rotondo e pastoso.  Pover'uomo,  bisognava compatirlo;  aveva la
    debolezza  di credersi sul serio un forte oratore: aveva veramente una
    grande facilit di parola,  e parlava dipinto,  con frasi  fiorite,  a
    periodi numerosi;  s'impostava che neanche Demostene o Cicerone, e gi
    per ore e ore,  senza mai  concludere  nulla,  abbandonato  beatamente
    all'onda  sonora che gli fluiva dalle labbra.  Come se fosse una pasta
    molle,  con le  mani  grassocce  levate  davanti  alla  bocca,  pareva
    palpeggiasse   quella   sua   eloquenza   e   la   arrotondasse  e  la
    appallottolasse,  atteggiati gli occhi di  volutt.  Per  un  momento,
    tutti  stavano a sentirlo con piacere;  ma poi,  le fronti che s'erano
    aggrottate nell'attenzione,  cominciavano a tirar su a poco a poco  le
    sopracciglia;  gli  occhi  si  ingrandivano,  si  spalancavano intorno
    smarriti, come per cercare una via di scampo.
    Indignato dell'esito di quei suoi cinque discorsi inaugurali, Pascotti
    s'era dimesso da vicepresidente e non s'era fatto pi  vivo.  Ottenuta
    la tombola,  sbollito il primo fervore, la sede centrale di Roma s'era
    profondamente addormentata.  Lavoravano ancora  con  alacrit  un  po'
    inquietante le sezioni,  segnatamente due o tre,  ma per fortuna molto
    lontane, in Calabria e in Sicilia.
    Che risate si faceva Bonaventura Camposoldani nel leggere le relazioni
    in istile eroico dei presidenti  di  quelle  sezioni,  poveri  maestri
    elementari!   Certuni   mandavano   finanche  allegri  trattatelli  di
    pedagogia interi interi.  Ma che fatica  anche,  doverli  abbassar  di
    tono,  riassumere, e qua raddrizzare un periodo, e l pescare il senso
    miseramente naufragato in un mare di  frasi  accavallate  e  spumanti!
    Doveva  pure  mandarle  a stampa,  quelle relazioni,  nel "Bollettino"
    dell'Associazione,  che aveva stimato opportuno pubblicare almeno  una
    volta al mese, perch le quarantacinquemila lire della tombola dessero
    qualche segno di vita.
    E  questa  volta aveva dovuto anche dar sede stabile all'Associazione.
    Aveva preso in affitto un quartierino al  primo  piano  d'una  vecchia
    casa  in  via delle Marmorelle,  due stanzette e una bella sala per le
    sedute,  caso mai i soci di  Roma  per  qualche  miracolo  si  fossero
    sognati di tenerne qualcuna.
    Una tavola coperta da un panno verde per la Presidenza e il Consiglio,
    penne e calamai, una cinquantina di seggiole, tre tende alle finestre,
    cinque ritratti oleografici dei tre re e delle due regine alle pareti,
    un mezzobusto di gesso abbronzato,  indispensabile, di Dante Alighieri
    su una colonnina pure di gesso dietro la tavola della  Presidenza,  un
    vassojo  con due bottiglie da acqua e quattro bicchieri,  una cassetta
    da sputare...  che altro?  ah,  la bandiera  dell'Associazione:  tutto
    questo, nella sala delle sedute.
    In  una delle due stanzette s'era allogato lui,  Camposoldani: non per
    dormirci,  no:  per  lavorare  dalla  mattina  alla  sera,   poich  i
    consiglieri  eletti e il segretario,  al solito,  lo lasciavano solo e
    doveva far tutto da s;  tanto che,  a un certo punto,  aveva  stimato
    inutile  tenere  ancora in affitto la camera mobigliata in via Ovidio,
    in fondo ai Prati, e la notte, stanco del lavoro di tutta la giornata,
    si buttava a dormire vestito, l su l'ottomana, per poche ore.
    Nell'altra stanzetta c'era allogato Geremia con la  figliuola.  Povero
    Geremia!  Aveva  finalmente  una  retribuzione fissa,  sul fondo della
    tombola telegrafica,  e casa franca.  Poteva ormai dire che  l'Italia,
    per  cui  aveva  sofferto  e combattuto,  s'era alla fine costituita e
    rassettata.  In premio delle eroiche fatiche della  sua  giovent,  in
    compenso dei molti stenti patiti fino alla vecchiaja, alloggiava nella
    sede  d'una Associazione nazionale,  e Tudina,  la figliastra,  poteva
    alla fine stendere ad asciugare su le cinquanta sedie della sala tutti
    i suoi straccetti,  talvolta anche sul mezzobusto di Dante  Alighieri;
    per ignoranza, badiamo, povera Tudina, non per mancanza di rispetto al
    padre della lingua italiana.
    Dante  Alighieri,  per  Tudina,  era  tutto in quel naso sdegnosamente
    arricciato. Lo chiamava: "Quell'uomo che sente puzza."
    E non capiva, Tudina, perch Camposoldani lo tenesse l,  in capo alla
    sala,  dietro  la  tavola della Presidenza.  Stendendo il bucato su le
    sedie non poteva soffrire quella faccia di gesso che la guardava dalla
    colonnina con quel cipiglio sdegnoso,  e correva subito a  nasconderla
    con uno straccetto.

    Non era brutta Tudina, ma neanche bella. Belli, veramente belli, aveva
    gli occhi soltanto,  e anche i capelli: neri profondi e brillanti, gli
    occhi; neri e riccioluti, i capelli.
    Aveva gi ventiquattro anni,  ma pareva ne avesse quindici,  non  pi.
    Nelle carni, nell'aria della testa, in quegli occhi brillanti, in quei
    capelli riccioluti, sempre arruffati, era rimasta ragazza, una ragazza
    mezzo  selvaggia,  irriducibile  a  ogni  principio  d'esperienza e di
    cultura.
    Era stata a scuola,  da bambina;  in parecchie scuole:  da  tutte  era
    stata cacciata via.  Una volta s'era messa sotto i piedi una compagna,
    e per miracolo non le aveva strappato gli occhi;  un'altra volta s'era
    ribellata con atti non meno violenti di insubordinazione alla maestra.
    Nessuno  aveva  voluto  tener  conto  della  ragione  di  quegli  atti
    violenti.  Ma s'era messa quella  compagna  sotto  i  piedi  vedendosi
    derisa  per  aver detto che aveva paura dei cani perch una gatta,  da
    bambina, l'aveva sgraffiata. Quella compagna non sapeva ch'ella teneva
    amorosamente in braccio quella gatta,  la quale aveva  fatto  da  poco
    certi  gattini  bellini  bellini,   e  che  un  cane  s'era  accostato
    minaccioso,  abbajando,  e che la gatta allora s'era arruffata e,  non
    potendo sgraffiare il cane,  aveva sgraffiato lei: donde, logicamente,
    la sua paura dei cani.  Quella maestra poi,  aveva  voluto  nientemeno
    costringerla a intingere nel calamajo il pennino, un bel pennino tutto
    pulito e lucente che figurava una mano con l'indice teso,  un amore di
    pennino che a lei, per altro, pareva quasi un'arma, di cui, mandandola
    a scuola,  la avessero munita e che ella dovesse custodire gelosamente
    e conservare intatta.
    Pi volte, il patrigno, tornando a casa stanco, la sera, s'era provato
    prima  di  cena  o dopo cena a insegnarle con molta pazienza un po' di
    alfabeto sul sillabario.
    Il fatto che "b" e "a" fa "ba",  enunziato  dal  patrigno  con  quella
    vocina  di  zanzara  e quel sorrisetto mesto e ragionevole che gli era
    abituale,  non le era sembrato n serio n verosimile.  Era rimasta  a
    mirarlo negli occhi a bocca aperta.
    Spesso,  anche  adesso,  rimaneva  a  lungo  a  mirarlo cos,  per una
    ragione, che pi speciosa non si sarebbe potuta immaginare.
    Non era mica certa, Tudina, che quel suo patrigno fosse vero,  un uomo
    vero,  di carne e ossa come tutti gli altri, e non piuttosto una larva
    d'uomo,  un'ombra che un soffio poteva portar via.  Lo vedeva parlare,
    sorridere;  ma  che  dicesse,  perch o di che sorridesse,  non capiva
    neanche lei.  Non capiva perch talvolta  gli  brillassero  gli  occhi
    chiari dietro il velo perenne delle lagrime.  E non sapeva credere che
    le dita tremicchianti di quelle  manine  esangui  avessero  tatto,  da
    sentir  le cose che toccavano,  o ch'egli avvertisse il gusto dei cibi
    che mangiava,  o che in quella  testa  candida  si  potessero  volgere
    pensieri. Le pareva quasi aereo, quel patrigno, un uomo che per s, di
    suo, non avesse nulla, a cui tutto venisse di combinazione, non perch
    lui  facesse  qualche  cosa  per  averlo,  ma  perch gli altri glielo
    davano,  quasi per ridere,  per il gusto di  vedere  come  stava  cos
    parato e messo su,  con quella camicia,  con quel cappello, con quelle
    scarpe,  con quei calzoni,  con quel pastrano: tutto,  sempre,  troppo
    largo, tanto largo che vi sembrava dentro perduto.
    Quegli abiti,  quel cappello, quelle scarpe conservavano tutti qualche
    cosa della loro provenienza; Tudina li riconosceva per quelli di Tizio
    o di Cajo; ma chi era, che consistenza aveva colui che li portava?
    Mai una camicia di suo;  mai un pajo di scarpe fatte per i suoi piedi;
    mai un cappello che gli calzasse giusto in capo!
    La  miseria,  l'incertezza  d'ogni  stato,  quel vederlo andare sempre
    vagabondo quasi per aria, smarrito,  dietro a faccende vane,  con quel
    ronzio di parole senza senso su le labbra tra i risolini e le lagrime,
    le davano quell'idea dell'irrealit di lui,  non solo,  ma anche di se
    stessa e di tutto. Dove, in che poteva toccarla,  la realt,  lei,  in
    quella  perpetua  precariet  d'esistenza,  se attorno e dentro di lei
    tutto era instabile e incerto,  se non aveva niente n nessuno  a  cui
    appoggiarsi?
    E  Tudina  balzava  talvolta d'improvviso a stracciare,  a rompere,  a
    fracassare,  un fascio di carte,  un viso,  un qualunque oggetto,  che
    stranamente  a  poco a poco le s'avvistasse davanti agli occhi;  cos,
    apparentemente per un impeto selvaggio,  ma in realt per  un  bisogno
    istintivo,  incosciente, di togliersi dinanzi e distruggere certe cose
    di cui non riusciva a cogliere il senso e il valore, o di sperimentare
    la sua presenza, la sua forza contro di esse,  per il dispetto ch'esse
    le  facevano nel vedersele star l davanti,  ecco,  come se lei non ci
    fosse,  come se lei,  volendo,  non le  potesse  stracciare,  rompere,
    fracassare. Quel vaso l... ma s che lei poteva da l metterlo qui, e
    da  qui  l,  e  anche  sbatterlo  forte,  cos,  sul  divanzale della
    finestra,  e fracassarlo...  ecco fatto...  Perch?  Ma per  niente...
    cos...  perch  le  faceva  dispetto!  Invece per certi altri oggetti
    tenui,  labili,  minuscoli,  di nessun valore,  un pezzetto  di  carta
    velina  colorata,  un chicco di vetro,  un bottone di camicia di finta
    madreperla, aveva protezione, cura,  delicatezza infinita: li lisciava
    con  un dito e se li metteva fra le labbra.  E certi giorni non finiva
    mai di carezzarsi con le dita i folti riccioli neri,  asserpolati  sul
    capo, allungandoli pian piano e poi lasciandoli riasserpolare, non per
    civetteria,  ma per il piacere che le dava quella carezza;  cert'altri
    giorni al contrario se li stracciava col pettine rabbiosamente.

    Bonaventura Camposoldani non aveva mai badato a quella  figliastra  di
    Geremia.
    Le donne non entravano,  se non per poco e di passata, nella sua vita.
    Tutt'al pi, la donna, ecco, cos in astratto, la donna come questione
    sociale,  il problema giuridico della donna,  s,  un giorno o l'altro
    avrebbe  potuto interessarlo.  Era un problema,  una questione sociale
    come un'altra,  da studiare,  a cui attendere;  e poteva  entrare  nel
    campo della sua attivit: non da risolvere, Dio guardi!
    Se  tutti i problemi sociali,  come a mano a mano sorgono dalla vita e
    s'impongono all'attenzione e allo studio dei  commessi  pensatori,  si
    risolvessero in quattro e quattr'otto, addio professione!
    E vero,  s, che la vita  prolifica di problemi sociali e se qualcuno
    per miracolo se ne risolve,  ne sorgono subito altri due o tre  nuovi;
    ma   una fatica,  mettersi ogni volta daccapo a pensare a un problema
    nuovo, quand' cos comodo adagiarsi nei vecchi,  bastando al pubblico
    che  i  problemi  sociali  sieno posti e il sapere che c' chi pensa a
    risolverli.  Si sa che  proprio di tutti  i  problemi  sociali  esser
    posti e non mai risolti.  I problemi nuovi, del resto, hanno questo di
    male,  che sono avvertiti soltanto da  pochi  in  principio.  Non  era
    dunque  per  lui,  che non aveva ancora un ufficio fisso,  stabilmente
    retribuito e con  diritto  a  pensione,  per  cui  si  sarebbe  potuto
    prendere  il  lusso  di  studii  sempre nuovi e difficili,  di lente e
    accorte preparazioni.  Egli professava liberamente,  creando  circoli,
    istituzioni  accanto  a quelli dello Stato;  e aveva perci bisogno di
    problemi posti da lunga data,  di cui fosse largamente riconosciuta la
    gravit.
    Ne aveva uno per le mani,  che prima d'esser risolto, non una vita, ma
    gli avrebbe dato tempo di viverne dieci di  novant'anni  ciascuna!  Il
    guajo  era  che  i  denari  della tombola telegrafica,  purtroppo,  si
    assottigliavano di giorno in giorno...
    S'accorse di Tudina per quello straccetto bagnato messo  ad  asciugare
    sul mezzo busto di Dante Alighieri. La prima volta che lo vide corse a
    farle  in  camera  una severa riprensione,  ma non pot fare a meno di
    sorridere  quando  Tudina  si  mostr  stupita,  che  meritasse  tanto
    rispetto  quell'uomo  l  con  quel naso articciato,  come se sentisse
    puzza.
    Tudina interpret il sorriso di lui come una concessione,  e seguit a
    stendere   lo  straccetto,   non  ostante  le  rinnovate  riprensioni.
    Bonaventura Camposoldani interpret questa  pervicacia  della  ragazza
    come  un'arte  per  attirar la sua attenzione,  e una mattina,  che si
    trovava di buon umore,  entr  nella  cameretta  di  lei  per  tirarle
    l'orecchio come a una bambina discola e impertinente,  e dirle che non
    doveva farlo pi,  o che,  se voleva  farlo  ancora...  Ma  Tudina  si
    ribell  a  quella  tirata  d'orecchio,  respingendolo gagliardamente;
    Bonaventura  Camposoldani  si  sent  allora  eccitato   alla   lotta:
    l'afferr;  tutti e due si dibatterono, un po' ridendo, un po' facendo
    sul  serio;  finch  Tudina,   nel  vedersi  presa  da  lui  come  non
    s'aspettava  affatto  di  potere  esser presa,  non divent furibonda:
    url, morse, sgraffi, dapprima; poi, non volendo concedere,  si sent
    costretta  dal  suo  stesso  corpo  a  cedere;  e rest alla fine come
    esterrefatta nello scompiglio.
    Basta,  eh?  Parentesi chiusa,  per Camposoldani,  o da riaprirsi  una
    volta tanto,  a comodo,  poich la ragazza abitava l, nella cameretta
    accanto. Curiosa, per, tutta quella ribellione, dopo ch'ella lo aveva
    provocato... e poi, quello spavento... e ora, che? piangeva? oh l l,
    che storie!  Basta,  via!  che c'era da piangere cos?  Geremia poteva
    sopravvenire  da un momento all'altro,  e perch dargli un dispiacere,
    povero vecchio,  dopo che  il  fatto  era  fatto,  e  si  poteva  bene
    nascondere,  e anche di nascosto seguitare...  perch no? senza furie,
    con prudenza...
    - Ah, brava! Cos...
    Tudina d'un balzo,  come una tigre,  gli era saltata al  collo,  e  lo
    aveva  abbracciato freneticamente,  quasi volesse strozzarlo.  Sentiva
    tanta vergogna... tanta...  tanta...  e voleva che quella sua vergogna
    egli la riparasse con tanto,  tanto amore... sempre, perch sempre, se
    no,  ella la avrebbe sentita,  quella vergogna,  e ne  sarebbe  morta,
    ecco.
    Ma  s,  ma s...  Intanto perch tremava cos?  perch piangeva cos?
    Zitta,  calma:  c'era  da  godere,  non  da  morire...  Perch  quella
    vergogna?   Nessuno  avrebbe  saputo...   Stava  a  lei,  che  nessuno
    sapesse...
    A lei? Eh, fosse dipeso soltanto da lei,  povera Tudina...  Poteva non
    parlare, Tudina, non dirne nulla neanche a lui; ma, dopo tre mesi...
    Bonaventura  Camposoldani  rimase per pi di cinque minuti a grattarsi
    la fronte. Oh Dio!  oh Dio!  un figliuolo...  da quella ragazza...  in
    quelle circostanze... E che avrebbe fatto, ora, che avrebbe detto quel
    povero Geremia?

    Da  un giorno all'altro Camposoldani s'aspettava che il vecchio gli si
    parasse davanti a domandargli conto  e  ragione  di  quell'ignominiosa
    complicazione  del  suo  alloggio gratuito con la figliuola nella sede
    dell'Associazione nazionale per la cultura del popolo.  Stimando ormai
    inevitabile  una scenata,  avrebbe voluto che avvenisse al pi presto,
    per uscirne comunque e togliersi questo pensiero.
    Ogni mattina entrava con l'animo sospeso e costernato nella  sala,  si
    faceva   all'uscio  della  cameretta  ove  abitavano  il  padre  e  la
    figliuola; guardava accigliato l'uno e l'altra, che lo accoglievano in
    desolato silenzio; e, stizzito, domandava quasi per provocarli:
    - Nulla di nuovo?
    Geremia chiudeva gli occhi e apriva le mani.
    Quasi quasi Camposoldani lo avrebbe preso per il  petto,  gli  avrebbe
    dato uno scrollone, gridandogli in faccia:
    -  Ma  parla!  Smuoviti!  Dimmi  quello  che mi devi dire e facciamola
    finita!
    Sicch,  quando una mattina,  alla sua solita  domanda:  -  Nulla  di
    nuovo?  -  Geremia,  invece  di  chiudere  gli occhi e aprir le mani,
    croll pi volte il capo in segno affermativo,  Camposoldani non  pot
    fare a meno di sbuffare:
    - Ah, finalmente! Sentiamo!
    Ma  Geremia,  placido placido,  si cacci una mano nella tasca interna
    della giacca,  ne trasse un foglio di carta  protocollo  ripiegato  in
    quattro e glielo porse.
    -   Che  significa?   -  fece  Camposoldani,   guardando  quel  foglio
    spiegazzato, senza prenderlo.
    Geremia si strinse nelle spalle e rispose:
    - Non c'e altro...
    - E che  questo?
    - Non so. L'ha portato un ragazzino...
    Camposoldani, con le ciglia aggrondate, prese rabbiosamente il foglio;
    lo spieg; cominci a leggere;  a un tratto alz gli occhi a fulminare
    Geremia.
    - Ah! Hai fatto questo?
    Era una domanda firmata da venticinque socii,  perch fosse indetta al
    pi presto un'adunanza. Capolista, il professor Agesilao Pascotti.
    Geremia si port le mani tremicchianti al petto e aprendo le squallide
    labbra al solito sorrisetto mesto e ragionevole:
    - Io? - sospir con un filo di voce. - Che c'entro io?
    - Pezzo d'imbecille!  - proruppe allora Camposoldani.  - E  giusto  al
    Pascotti ti sei rivolto?
    - Io?
    -  Che  ti  figuri  che  ci guadagnerai adesso?  Vogliono i conti?  Ma
    subito! Comincerai dal risponderne tu, intanto!
    - Io?
    - Tu,  tu per il primo,  caro!  tu che da tant'anni vai  seminando  le
    ricevute  delle  tasse  mensili  senza  riscuoterne  l'importo!  Pezzo
    d'imbecille,  sono  tutti  morosi  questi  firmatarii  qua,   tutti...
    Cardilli,  Voceri,  Spagna,  Falletri,  Romeggi...  Toh!  uno solo no!
    Concetto Sbardi...  O dove sei andato a pescarlo costui?  Non  sta  in
    Abruzzo?  Quello che scrive "idega!" E' a Roma? Ah,  venuto qua? E ti
    sei rivolto a lui?
    Investito  cos,   il  povero  vecchio  s'era  provato  pi  volte   a
    interromperlo, con le mani protese, battendo continuamente le palpebre
    su  gli  occhietti  acquosi.  Pareva cascato dalle nuvole!  Non sapeva
    nulla di nulla, proprio... Se la prendeva con lui?
    All'improvviso sorse in mezzo, tra i due, Tudina, che ormai non pareva
    pi  lei.  Gonfia,   scarduffata,   imbruttita,   si  lev  davanti  a
    Camposoldani  come  l'immagine  viva dell'infamia commessa,  del laido
    delitto  di  cui  s'era  macchiato.   Che  c'entrava  il  patrigno  in
    quell'istanza?  Che  interesse poteva avere a metter su i socii contro
    di lui?
    - E allora? - fece Camposoldani.
    Come,  donde era venuta fuori quell'istanza?  a chi era  saltato  quel
    grillo?  Per qual ragione, cos tutt'a un tratto? Gente che non pagava
    pi, gente che non s'era fatta pi viva da tanto tempo...
    Grattandosi nervosamente la  bella  barba  nera  spartita  sul  mento.
    Camposoldani s'immerse a considerare di nuovo quell'istanza che, dalla
    prima  firma,  poteva argomentarsi scritta tutta di pugno dal Pascotti
    stesso; lesse, rilesse pi volte quella filza di nomi;  alla fine lev
    il volto sorridente verso Geremia.
    - Pascotti? - domand quasi a se stesso.
    E  di  nuovo si mise a considerare le firme.  Una sola gli dava ombra:
    quella  dello  Sbardi  abruzzese.   Aveva   sempre   pagato,   costui,
    puntualissimamente. Come si trovava l con quegli altri a schiera? Gli
    faceva  l'effetto  d'un lupo tra un branco di pecore.  S,  era lui il
    nemico; lui, senza dubbio...  Era venuto a Roma,  era andato a trovare
    il Pascotti gi vicepresidente,  e tutti e due... Che volevano da lui?
    I conti?  Padronissimi.  Ma se lo Sbardi era andato a trovare Pascotti
    per eleggerlo comandante supremo della battaglia,  era segno che,  per
    lo  meno,  non  sapeva  parlare.  E  se  mancava  a  lui  il  coraggio
    dell'accusa,  il  coraggio pi difficile,  lo avrebbe avuto il rotondo
    Pascotti? Via! Lo faceva ridere Pascotti.
    Di nuovo Camposoldani lev il volto sorridente verso Geremia.
    - I conti... - disse.
    - I... i conti? - balbett il vecchio. - Da me?
    Camposoldani lo guat,  come se quella ingenua  domanda  che  i  socii
    volessero  i  conti da lui Geremia,  gli avesse fatto balenare qualche
    idea.
    - Da te... da me.... vedremo - disse.
    E si ritir nella sua cameretta.
    Pi tardi  Geremia  fu  mandato  in  giro  a  distribuire  gli  inviti
    all'adunanza  per la sera del giorno successivo.  Era come intronato e
    pareva che le gambe gli si fossero stroncate sotto.
    Camposoldani rimase tutto il giorno all'Associazione  a  preparare  la
    difesa.  Aveva  avuto  la  debolezza  di  pagare  alcuni debiti che lo
    opprimevano;  e questa sottrazione si poteva mascherare benissimo  col
    viaggio  che  diceva d'aver fatto in Germania per studiare l'organismo
    dei Circoli di Cultura,  fiorentissimi,  come tutti sapevano,  in quel
    paese.  Poi c'erano le spese per la sede sociale,  arredo, pigione; le
    spese per la pubblicazione del Bollettino;  lo stipendio di Geremia...
    che altro?  ah, le spese di viaggio per le inaugurazioni... spese che,
    venuto meno quasi del tutto l'introito delle rate mensili  dei  socii,
    avevano naturalmente assottigliato il fondo della tombola telegrafica.
    Tutto sommato per, quanto restava?
    Camposoldani  tir  la  somma.  Pur  largheggiando  nelle spese,  pure
    arrotondando pi volte le cifre,  la somma totale era  ben  lungi  dal
    mettersi d'accordo col magro residuo effettivo.
    Perdersi,  no:  non  era uomo da perdersi cos facilmente,  massime di
    fronte a quei venticinque firmatarii con un Pascotti per capitano.  Ma
    i conti,  no,  ecco! i conti doveva trovar modo di non presentarli. Se
    poi,  proprio proprio vi fosse stato costretto...  un lampo,  uno  dei
    suoi soliti lampi geniali doveva salvarlo... Che lampo?
    Ci  pens tutta la notte Camposoldani e il giorno appresso.  Poche ore
    prima dell'adunanza, si vide all'improvviso comparire davanti Geremia,
    pi che mai come una larva, che un soffio sospingesse: entr parlando,
    al suo solito,  sottovoce,  con un tremolio pi accentuato del capo  e
    delle mani,  e con l'ombra, l'ombra appena del consueto risolino mesto
    e ragionevole su le labbra.
    - L'I... l'Italia...  che...  ta-tanti sacrifizii...  tanti eroismi...
    l'Italia  che...   Vittorio...   Cavour...  chi  sa  che...  che  cosa
    credevano... dovesse diventare...  ecco qua...  donnaccia da trivio...
    vergogna...  figli bastardi...  il di-disonore...  si sa!...  fratelli
    contro fratelli...  la...  la pa...  la palla d'Aspromonte...  bollati
    d'infamia...  patria di ladri...  per forza!...  madre di... di figlie
    sgualdrine... per forza!... L'I... l'Italia... l'Italia...
    E bisbigliate queste parole, se n'and.
    Camposoldani rimase sbalordito;  non trov  la  voce  per  richiamarlo
    indietro, per saper che cosa volesse dire.
    Che  niente  niente  Geremia  aveva  protestato in quel modo contro la
    seduzione e la gravidanza della figliastra?
    Alla seduta, oltre ai venticinque firmatarii,  intervennero appena una
    dozzina  di  socii,  che  non  avevano  mai  posto  piede  nella  sala
    dell'Associazione.
    Dei sei  consiglieri  della  sede  centrale  di  Roma,  nessuno  volle
    presentarsi.  Per  lettera,  chi  dichiar  che,  secondo  lo  statuto
    sociale,  si riteneva gi da  un  pezzo  scaduto  dalla  carica;  chi,
    dimesso  anche da socio per non aver pi pagato;  chi fece finanche le
    meraviglie che l'Associazione fosse tuttora in vita.
    Alla  tavola  della  Presidenza  si  present  solo,   a  testa  alta,
    Bonaventura  Camposoldani.  Pi a testa alta di lui e con cipiglio pi
    sdegnoso del suo,  si ergeva per dietro la  tavola  della  Presidenza
    qualche altro: Dante Alighieri su la colonnina di gesso abbronzato.
    Dante Alighieri pareva che sentisse pi puzza che mai.
    Era   evidentissimo  che  prima  di  intervenire  alla  seduta,   quei
    trentasette socii avevano concertato fra loro un piano  di  battaglia.
    Si leggeva chiaramente negli occhi dei pi stupidi,  alcuni intozzati,
    su di s,  altri spavaldi,  altri sdegnosi,  col labbro in fuori e  le
    palpebre basse attraverso le quali guardavano le sedie,  le tende,  la
    tavola  della  Presidenza  e  lo  stesso  Dante  Alighieri,  come  per
    compassione.
    Pascotti  prese  posto  in  prima  fila,  nel mezzo;  Concetto Sbardi,
    invece, in fondo, appartato. Era un ometto tozzo, ispido,  aggrondato,
    che  teneva  continuamente  una mano spalmata sul mento e si raschiava
    con le unghie adunche le guance rase, stridenti.  Molti si voltavano a
    guardarlo,  ed egli,  seccato,  s'insaccava di pi nelle spalle. Ma se
    c'era Pascotti! Perch non guardavano Pascotti? Che stupidi!
    Camposoldani, un po' pallido, con occhi gravi, ma pur con un sorrisino
    ironico appena percettibile sotto i baffi,  prima di aprir la  seduta,
    chiam con un cenno della mano Geremia,  che s'era seduto, trepidante,
    presso l'uscio,  e gli diede un foglio di carta perch  gl'intervenuti
    vi apponessero la firma di presenza.
    Quando   riebbe  il  foglio  firmato,   son  il  campanello  e  disse
    pacatamente:
    - Signori, l'adunanza era indetta per le ore 20: sono gi circa le 21.
    Da questa nota di presenza risulta che non siamo  in  numero.  I  soci
    iscritti nella sede di Roma sono novantasei...
    - Domando la parola! - esclam Pascotti.
    - Prego,  professore,  - seguit Camposoldani. - Indovino ci che ella
    vorrebbe dire: di questi  novantasei  socii  molti  debbono  ritenersi
    dimissionarii, perch da un pezzo...
    - Domando la parola! - insist Pascotti.
    -  L'avr;  ma  prima  mi  lasci  dire!  -  replic  con fermo accento
    Camposoldani.  - Io sono qui  anche  per  far  rispettare  lo  statuto
    sociale:  e  dico  loro  innanzi  tutto che avrei potuto benissimo non
    tener conto della loro istanza, perch tutti i venticinque firmatarii,
    tranne uno, come del resto la maggioranza dei socii inscritti a questa
    sede, avrei potuto considerare come dimissionarii.
    - No! no! no! - gridarono a questo punto parecchi insieme.
    E Pascotti, per la terza volta:
    - Domando la parola! Dimissionarii perch, signor Presidente? Io gi -
    siamo in un circolo di cultura - mi perdoni - non userei  mai  codesta
    parola  entrata  purtroppo  nell'uso,  e  non  nostra!  Ma diciam pure
    dimissionarii, poich di ben altro qua, che di parole pi o meno pure,
    questa sera,  dovremo discutere.  Dimissionarii  perch,  domando  io,
    signor Presidente?
    - Ecco! - lo interruppe Camposoldani, accennando Geremia in fondo alla
    sala. - Lo domandi laggi al nostro esattore, egregio signor Pascotti.
    Tutti si voltarono a guardare: due o tre esclamarono:
    - E chi l'ha mai veduto?
    - Non dicano cos! - esclam allora Camposoldani, dando un pugno su la
    tavola.  - Lo hanno veduto benissimo, Lor Signori, per due o tre mesi,
    puntuale!  E non solo lo hanno veduto,  ma egli ha lasciato nelle loro
    case  la  ricevuta della tassa,  fidandosi che,  forse impediti per il
    momento,  Lor Signori sarebbero poi venuti a  pagarne  l'importo  qua,
    nella  sede  sociale  aperta  tutto  il  giorno,  a loro disposizione.
    Nessuno s' mai fatto vedere!  Io sono stato qua  a  lavorare,  qua  a
    mantener  vivo  il  fuoco dell'Associazione,  di cui loro questa sera,
    senza averne il diritto,  vengono a domandarmi conto.  S,  o Signori,
    senza  averne  il  diritto.  Perch,  delle  due  l'una: o non debbono
    ritenersi dimissionarii tutti  coloro  che  non  sono  in  regola  coi
    pagamenti,  e  allora - c' poco da dire - qui manca il numero legale,
    ed io non potrei aprir la seduta; o debbono ritenersi dimissionarii, e
    allora anche tutti voi, o Signori, tranne uno,  non avete pi veste di
    socii e potete andar via.  Ma no,  no, no, Signori miei - s'affrett a
    soggiungere Camposoldani.  - Vedete bene che io ho accolto  la  vostra
    istanza, felicissimo di vedervi qua, finalmente! in pochi, va bene; ma
    con la speranza che da questa sera in poi, dietro l'esempio vostro, la
    nostra Associazione si risvegli a quella vita feconda, ch'era nei miei
    voti  nel fondarla.  Ma figuratevi se poteva mai passarmi per la mente
    di non accogliere la vostra domanda!  Io sono qua,  sono stato  sempre
    qua a lavorare per tutti, a tenere una continua, attiva corrispondenza
    con  le  nostre  sezioni,  ad  attendere alla pubblicazione del nostro
    "Bollettino",   che  si  diffonde  anche  all'estero!   Voi  vi  siete
    finalmente  risolti  a  venire,  a  partecipare alla vita della nostra
    Associazione? Ma, figuratevi, figuratevi se io, stanco come sono,  non
    vi apro le braccia e non vi benedico.
    Non  si aspettava applausi Camposoldani,  dopo questa volata.  Ottenne
    per l'effetto voluto.  Tutti apparvero l per l  sconcertati;  e  di
    nuovo  molti si voltarono a guardar l'unico che non si dovesse sentire
    fuor di posto e ammesso per indulgenza. Concetto Sbardi, questa volta,
    si  scroll  tutto  rabbiosamente  e  si  alz  come  per  andar  via;
    contemporaneamente   quattro  o  cinque  si  levarono  e  accorsero  a
    trattenerlo, mentre gli altri gridavano:
    - Parli Sbardi! Parli Sbardi!
    -  Parli  Pascotti,  perdio  -  url  lo  Sbardi,  divincolandosi.   -
    Lasciatemi andare! o parla Pascotti, o io me ne vado!
    - Ecco, parlo io - disse allora Pascotti, alzandosi un po' impacciato.
    - Col permesso dell'egregio signor Presidente.
    - No! no! Parli Sbardi! Parli Sbardi!
    - Parlo io...
    - Sbardi! Sbardi!
    Camposoldani  son,  sogghignando,  il campanello: - Signori miei,  vi
    prego... Che cos'?
    - Parlo io, - tuon Pascotti. - Domando la parola!...
    - Parli... Parli...
    - ...  soltanto per dire,  - seguit il professor  Agesilao  Pascotti,
    levando  un  braccio  maestosamente,  -  soltanto  per  dire che nella
    condizione in cui mi ha messo e ci ha messo il  signor  presidente,  o
    amici miei,  quantunque acceso di candida e,  vorrei dire,  apostolica
    condiscendenza,  con la sua pregiudiziale,  io stimo e  faccio  notare
    all'egregio  collega  Sbardi  che  il  mio  discorso  non  avrebbe pi
    quell'efficacia che dovrebbe avere,  che sarebbe  giusto  che  avesse,
    secondo l'intendimento nostro e la nostra intesa.
    - Benissimo!
    - Aspettate!  Ragion per cui, io prego, io prego caldamente, a nome di
    tutti i colleghi qui presenti, e, lasciatemelo supporre,  a nome anche
    di tutti i socii del Sodalizio nostro sparsi per le terre d'ltalia.  -
    "(Benissimo!)" -  Aspettate!  - Prego,  dicevo,  il professor Concetto
    Sbardi  perch  voglia  far  violenza alla sua natural ritrosia,  alla
    sua... un po' troppo ribelle modestia, e che parli lui,  che porti qua
    lui, con la rigidezza severa che gli  solita, le sante ragioni che ci
    hanno spinto, o Signori, a domandare questa solenne adunanza!
    Scoppiarono applausi e nuove grida: - "Parli Sbardi! Viva Sbardi!"
    - Signor Sbardi, - disse allora Camposoldani con aria di sfida. - Via!
    faccia contenti i suoi amici! Sono curioso anch'io di sentire quel che
    lei  ha  da  dire,  quel  che aveva divisato d'esprimere con la parola
    adorna ed eloquente del professor Pascotti.
    Concetto Sbardi diede una bracciata a coloro  che  gli  s'erano  fatti
    intorno  e  si  fece innanzi per parlare.  Pareva un bufalo parato per
    scagliarsi,  a testa bassa.  Afferr con una mano la  spalliera  della
    seggiola  che  gli  stava  davanti,  rimase  con  l'altra  sul mento a
    raschiarsi la guancia, poi cominci:
    - Agesilago... Agesilago Pascotti e tutti voi, Signori,  avete torto a
    tirarmi  per forza a parlare.  Vi avevo detto...  vi avevo pregato che
    non so parlare.  Io non possiedo come  il  signor  Camposoldani,  come
    Pascotti,  il...  il come si chiama...  s,  insomma,  la parola... La
    guardaroba, volevo dire, signori, la guardaroba dell'eloquenza.
    Alcuni  applaudirono  alla  frase  per  rianimare   l'oratore,   altri
    scoppiarono a ridere.
    -  Sissignori,  - riprese Concetto Sbardi.  - Io la chiamo cos...  La
    guardaroba dell'eloquenza...  Avete un pensieruzzo  tisico?  E  tisico
    sempre  vi rester,  se non avete la guardaroba dell'eloquenza.  Ma se
    avete la guardaroba dell'eloquenza,  il pensieruzzo tisico  vi  uscir
    dalla bocca imbottito di tanta stoppa di frasi, che, parr un gigante,
    un  Ercole  parr,  con  la  clava  e  la  pelle  del legone...  Avete
    un'ideguccia sporca?  fatela entrare nella guardaroba dell'eloquenza e
    l'oratore,  Camposoldani, Pascotti, che far? ve la far uscire con la
    faccia lavata,  pettinata,  attillata,  con certi pennacchi di parole,
    tutta  appuntata  di virgole e punt'e virgole,  che l'ideguccia sporca
    non si riconoscer pi neanche lei stessa... Signori,  io non possiedo
    la  guardaroba  dell'eloquenza;  voi  mi forzate a parlare;  io non ho
    nemmanco uno straccio, nemmanco un cencio,  per vestire le mie ideghe:
    e se parlo, qua stasera, ho pagura che mi scappi dalla bocca... non so
    che  cosa...  ma qualche cosa che al signor Camposoldani,  il quale mi
    sfida anche lui, non farebbe piacere... insomma, ve lo dico, ho pagura
    che mi scappi dalla bocca... mi scappi dalla bocca...
    - E se lo lasci scappare! - esclam Camposoldani, pallidissimo,  dando
    un altro pugno su la tavola.  - Parli!  dica!  siamo qua per parlare e
    per sentire!
    Concetto Sbardi allora lev il capo,  si tolse la mano  dal  mento,  e
    grid:
    - Signor Camposoldani, il ladro nudo!
    Successe  un  pandemonio!  Scattarono tutti in piedi;  primo fra tutti
    Camposoldani: un balzo da tigre; brand la seggiola, si scagli contro
    lo Sbardi.  Molti lo trattennero,  altri afferrarono lo Sbardi;  tutti
    gridavano in grande orgasmo tra le seggiole rovesciate. Pascotti mont
    su la tavola della presidenza.
    - Signori!  signori!  E' deplorevole!  Vi prego, signori! Ascoltatemi!
    C' un malinteso, perdio! Ragioniamo! Signori... signori...
    Nessuno gli dava ascolto.
    - Signori! che vergogna! Ci guarda Dante Alighieri!
    Camposoldani,   disarmato  della   seggiola,   sconvolto,   ansimante,
    trattenuto  per le braccia,  cess alla fine di divincolarsi e disse a
    quelli che cercavano di calmarlo:
    - Basta... basta... Son calmo... Lasciatemi. Signori, ai vostri posti.
    Sono il presidente.
    And alla tavola, tutti rimasero in piedi, e in piedi egli parl:
    - Non posso stasera,  perch veramente non mi aspettavo  una  siffatta
    aggressione. Domani! Ho il modo - semplice - dignitoso - degno di me -
    di  ricacciare  in  gola  a  un incosciente l'offesa che ha creduto di
    scagliarmi.  Venite domani sera,  signori,  voi  e  tutti  gli  altri:
    render  conto  di  tutto,  minutamente,  coi documenti alla mano.  La
    seduta  tolta.
    Son il campanello, e tutti uscirono in silenzio dalla sala.
    Dopo mezzanotte,  Bonaventura Camposoldani,  uscito a prendere un  po'
    d'aria per riconnettere le idee scompigliate e disporsi, con la calma,
    ad aver quel lampo geniale che doveva salvarlo,  rientrando nella sede
    dell'Associazione, rest meravigliato su la soglia della sala.
    Geremia ancora col lume acceso, stava seduto davanti alla tavola della
    presidenza, col capo appoggiato sul tappeto verde di essa.
    Camposoldani  pens  che  il  povero  vecchio   aveva   forse   voluto
    aspettarlo, dopo quella seduta tempestosa, e s'era addormentato l.
    Attraverso  l'uscio  della  cameretta  s'udiva  il  ronfo cadenzato di
    Tudina.
    Bonaventura Camposoldani s'accost alla tavola per scuotere il vecchio
    e mandarlo a dormire: ma presso la testa abbandonata,  di cui il  lume
    lasciava vedere il roseo della cute di tra la rada canizie, scorse una
    lettera chiusa e allib.
    Il lampo geniale, lo aveva avuto lui, Geremia Bencivenni.
    - L'I... l'Italia... vergogna... figli bastardi...
    Ma se la figliastra aveva gi compreso che l'Italia era fatta male,  e
    che a tutti gli onesti e i modesti che avevano concorso  a  farla  non
    restava altro che servire ai ladri, che bisogno c'era pi di lui?
    Nella busta,  due lettere.  In una si accusava di essersi approfittato
    indegnamente  della   cieca   fiducia   che   il   signor   Presidente
    dell'Associazione,  suo  benefattore,  aveva  riposto in lui per tanti
    anni,   e  d'aver  sottratto  quasi  tutti  i  fondi   della   tombola
    telegrafica. Diceva di averli in gran parte buttati nei botteghini del
    lotto, e chiedeva perdono al Presidente e a tutti i socii.
    Nell'altra,  scritta  per  il  solo  Bonaventura Camposoldani,  diceva
    testualmente cos:
    Nella guardaroba dell'eloquenza vesti  della  mia  camicia  rossa  di
    garibaldino  il  tuo  furto,  o ladro nudo!  Mi accuso,  mi uccido per
    salvarti, e ti do la stoffa per un magnifico discorso.  In compenso ti
    chiedo solamente di rendere l'onore alla mia povera figliuola!.




    PALLOTTOLINE!

    Ventotto  agosto.  Benone!  Pochi  giorni  ancora:  meno  che un mese.
    Benone!
    E riponeva da parte il fogliolino del calendario insieme con gli altri
    precedenti, perch ottimo per...
    - Ssss!
    - Che c' di male?
    - Bada, vien gente,
    - Zitta l, zitta l. Non ci sono; o,  se mai: "Il professore studia!"
    di' cos, di' cos, mi raccomando.
    Chiudeva subito l'uscio;  poi,  "trac!" accostava la persiana.  Oh,  e
    ora... Eccolo l: segnale a pagina 124.
    "L'universo  finito o infinito ? Questione antica. E' certo che a noi
    riesce assolutamente impossibile..."
    - Ufff! ufff! ufff! - tre volte di seguito,  sempre allo stesso posto:
    l,  nel mezzo della fronte,  ronzando. Ah, ma anche per le mosche, se
    Dio voleva, erano gli ultimi giorni di baldoria, come per gli insetti
    umani che, a piedi o su somarelli, s'inerpicavano fin lass,  a circa
    mille  metri  sul  livello del mare.  E per vedere che cosa infine?  I
    laghi d'Albano e di Nemi: un paio d'occhiali insellato  su  quel  gran
    naso con la punta all'ins, ch' il Monte Cave.
    Gi  cominciavano  infatti  a  spesseggiare i giorni di nebbia: quella
    nebbia umida e densa che toglie  lo  spettacolo  incantevole  dei  due
    laghi  gemelli  ora  vaporosi  ora  morbidi come azzurri veli di seta:
    occhi,   pi  che  occhiali,   tra  le  folte  ciglia  dei  boschi  di
    ippocastani; occhi della pianura laziale, in cui, come serpente lucido
    enorme,  il Tevere,  dall'oscuro grembo di Roma, visibile appena l in
    fondo,  si svolge,  ricomparendo qua e l nelle ampie volute,  fino al
    mare visibile appena laggi.
    Ma nel mentre Jacopo Maraventano si fregava lieto le mani, tappato l,
    in  quel camerino dell'Osservatorio Metereologico,  al piano superiore
    dell'antico convento,  situato con l'attigua chiesetta su la cima  del
    monte; alla nebbia invadente imprecava all'incontro l'oste velletrano,
    che  aveva  avuto  la cattiva ispirazione di ridurre a miseri camerini
    d'albergo le povere cellette dei  frati  cacciati  via  da  quel  loro
    alpestre  romitorio,  e  tavole  e  tavolini  aveva  disposti  per gli
    avventori su la spianata dietro al convento,  dalla parte di  levante,
    sotto un enorme faggio secolare.
    - Asino! Ci ho piacere! Piacerone!
    Quell'alta  vetta di monte,  di cui egli con la famigliuola pativa per
    tutto l'inverno  i  rigori  crudissimi,  la  desolazione  della  neve,
    l'esiliante  assedio  della  nebbia,  la furia dei venti doveva con la
    bella stagione diventare per gli altri a un tratto luogo di delizia!
    - Ecco la nebbia, asino! Ben ti stia! Piacere, piacerone!
    Non la pensavano per come lui la moglie e la figlia Didina,  gi su i
    vent'anni,  e  neanche  Franceschino,  che  pure  era nato e cresciuto
    lass.  Per loro  l'estate  era  una  benedizione,  e  la  sospiravano
    ardentemente  in  segreto tutto l'inverno.  Potevano almeno sentire in
    quei mesi un po' di vita attorno e veder  gente  e  scambiare  qualche
    parola;  e  Didina,  chi  sa!  poteva  anche dar nell'occhio a qualche
    giovanotto,  tra i tanti che salivano a  visitare  l'Osservatorio,  ai
    quali la buona signora Guendalina,  bruna,  magra,  ossuta,  col volto
    bruciato dai rigori invernali,  non mancava di  ripetere,  invece  del
    marito,  come  poteva  (cio  sempre con le stesse parole e gli stessi
    gesti),  la  spiegazione  dei  pochi  strumenti  per  le  osservazioni
    meteorologiche.  Dopo  la  spiegazione  presentava  ai  visitatori  un
    registro, perch vi apponessero la firma e, accanto, qualche pensiero.
    Lasciava andar certi sospironi la povera  Didina  rileggendo  in  quel
    registro,  nelle  serate  d'inverno lass,  quei pensieri in margine e
    talvolta qualche poesiola: quella, per esempio,  indirizzata proprio a
    lei "(All'edelweiss di Monte Cave)." Ah,  il giovane poeta che l'aveva
    scritta chi sa dov'era  ormai,  se  pensava  pi  a  lei,  se  sarebbe
    ritornato la ventura estate!
    La  signora  Guendalina  tentava,   ma  timida,  d'indurre  il  marito
    rinchiuso a farsi vedere dai visitatori.  Non foss'altro,  per  dovere
    d'ospitalit,  diceva. Ma Didina, ogni qualvolta la madre si provava a
    muovere  questo  discorso,  le  dava  sotto  sotto  gomitate:  poi,  a
    quattr'occhi,  le  faceva  notare  che,  se il babbo non si persuadeva
    prima a farsi tagliare quell'aspra selva di capelli riccioluti e  quel
    barbone mostruoso,  arruffato che gli aveva invaso le guance fin sotto
    gli occhi, era meglio che non si lasciasse vedere.
    La madre ne conveniva, sospirando; e alla domanda dei visitatori:
    - Il professore dov'?
    -  Il  professore  studia,   -  rispondeva  con   gli   occhi   bassi,
    invariabilmente.

    Studiava  davvero  il  Maraventano,  o  almeno  stava immerso tutto il
    giorno nella lettura di certi libracci  che  trattavano  d'astronomia,
    unico  suo pascolo.  La lettura per andava a rilento,  poich egli si
    lasciava distrarre  dalla  fantasia,  rapire  da  ogni  frase  per  le
    infinite plaghe dello spazio,  da cui non sapeva poi ridiscendere pi,
    come  la  moglie  avrebbe  desiderato.  Ma  ridiscendere  perch?  Per
    mostrare l alla gente che veniva a frastornarlo, a seccarlo, e da cui
    una   cos   sterminata  distanza  lo  allontanava,   come  agisse  un
    pluviometro  o  un  anemometro,  per  far  vedere  i  sismografi  o  i
    barometri?   Eh  via!  Un  giorno  gli  sapeva  un  anno,  che  quella
    processione di seccatori terminasse.
    Per fortuna,  dei pochi matti che avevano preso alloggio nel sedicente
    albergo,  uno solo resisteva ancora alle incalzanti minacce del tempo.
    Gi l'autunno si ridestava con certi sbuffi  che  scotevano  l  sulla
    cima la grave e stanca immobilit dei grandi alberi esausti;  e quando
    quegli sbuffi  non  avevano  alcun  impeto  contro  le  povere  foglie
    moribonde,  erano  fitti  ribocchi di nebbia,  che si ergevano a onde,
    impigliandosi pigri tra i  rami  attediati,  in  basso  stagnando  sui
    laghi;  o  fumigavano  qua  e  l  dai  boschi sottoposti,  che pareva
    ardessero a lento, senza fiamma, senza crepito.  Sembrava certi giorni
    che  tutta  l'aria si fosse raddensata in un fumo bianchiccio,  umido,
    accecante: e allora la vetta  del  monte  restava  come  esiliata  dal
    mondo,  e  dalla  spianata non si sarebbe potuto scorgere neanche a un
    passo il convento.
    E tuttavia quell'ultimo matto resisteva l.
    Jacopo Maraventano non tard a intenderne la ragione.
    Una sera, dalla sua finestretta, per entro a quella nebbia fittissima,
    ud, o gli parve, certi bisbigli, che non potevano esser presi per gli
    acuti stridii che sogliono lanciare nell'aria  i  pipistrelli,  o  gli
    scojattoli su per i rami degli alberi.
    Zitto zitto,  quatto quatto,  scese su la spianata. N egli discerneva
    tra la nebbia gl'innamorati, n questi tra loro si discernevano.
    Dall'alto sospirava una voce:
    - Cadr tanta neve... tanta neve...
    - Dev'esser bello, - rispondeva dalla spianata l'altra voce.
    - Bello sarebbe per me, se tu rimanessi qua;  ma per te no,  caro.  Si
    muore di freddo, sai?
    - Povero amore! Ma ora io debbo partire. Ti giuro per che torner tra
    poco.
    - Non tornerai,  ne sono certa.  Io rester per te,  nel tuo cuore, il
    ricordo di un'estate in montagna...
    La voce dalla spianata voleva protestare;  ma Jacopo Maraventano toss
    forte,  e subito corse con le mani avanti, come un cieco, in direzione
    del convento,  per tagliar la via al giovanotto  che  se  la  svignava
    radendo   il   muro.   Venne   proprio  a  cadergli  tra  le  braccia.
    All'inciampone, indietreggi, balbettando:
    - Oh, scusi... Buo... buona sera, professore.
    - Buona sera. Lei va a far le valige, non  vero?
    - S... sissignore... Conto di partire domattina.
    - Fa bene. Buon viaggio!  Quass non tira pi buon'aria.  E neanche il
    babbo si riesce pi a scorgere...
    - Come dice?
    - Non dico a lei,  dico a mia figlia.  E' vero, Didina, che con questa
    nebbia non scorgi pi neanche il babbo tuo?
    Ma Didina era gi scappata in lagrime a rifugiarsi presso la mamma.

    Con la partenza di quel giovanotto  parve  davvero  che  l'inverno  si
    stabilisse  finalmente lass.  L'oste chiuse l'albergo e,  borbottando
    imprecazioni, se ne discese a Velletri.
    Su la vetta ormai si udiva  solo  il  vento  parlare  con  gli  alberi
    antichi. Jacopo Maraventano restava assoluto padrone della solitudine,
    libero in mezzo alla nebbia,  signore dei venti, piccolo su quell'alta
    punta nevosa al cospetto del cielo che da ogni parte lo abbracciava  e
    nel quale d'ora in poi poteva tornare a immergersi,  a naufragare, non
    pi infastidito o distratto.  Assistendo,  come gli pareva d'assistere
    con la fantasia,  nel fondo dello spazio, alla prodigiosa attivit, al
    lavoro incessante della materia eterna, alla preparazione e formazione
    di nuovi soli nel grembo delle  nebulose,  al  germogliare  dei  mondi
    dall'etere  infinito:  che  cosa  diventava  per  lui  questa molecola
    solare,  chiamata Terra,  addirittura  invisibile  fuori  del  sistema
    planetario,  cio  di  questo punto microscopico dello spazio cosmico?
    Che cosa diventavano questi polviscoli infinitesimali chiamati uomini;
    che cosa, le vicende della vita,  i casi giornalieri,  le afflizioni e
    le miserie particolari, le generali calamit?
    E di questo suo disprezzo, non che della Terra, ma di tutto il sistema
    solare,  e  della  stima  che  si  era ridotto a far delle cose umane,
    considerandole da tanta altezza, avrebbe voluto far partecipi moglie e
    figliuola, che si lamentavano di continuo ora per il freddo ora per la
    solitudine,  traendo da ogni piccola infelicit argomento di  lagni  e
    sospiri.
    E le sere d'inverno, lass, mentre Didina e la madre, infreddolite, se
    ne stavano raccolte in cucina e lui, senza neppure saperlo, sventolava
    davanti  al  fornello  per far bollire la pentola,  parlava loro delle
    meraviglie del cielo, spiegava la sua filosofia.
    - Punto di partenza: ogni stella un mondo a s.  Un mondo,  care  mie,
    non  crediate,  pi  o  meno  simile  al nostro;  vale a dire: un sole
    accompagnato da pianeti e da satelliti che gli rotano intorno,  come i
    pianeti  e  i satelliti del nostro sistema attorno al sole nostro,  il
    quale, sapete che cos'?  Vi faccio ridere: nient'altro che una stella
    di  media grandezza della Via Lattea.  Ne volete un'idea?  Trasportate
    nello spazio il nostro mondo - questo cos detto sistema  solare  -  a
    una  distanza uguale...  non dico molto - a poche migliaja di volte il
    suo diametro, cio, alla distanza delle stelle pi vicine. Orbene,  il
    nostro  gran  sole  sapete  a che cosa sarebbe ridotto rispetto a noi?
    Alle proporzioni d'un puntino luminoso, alle proporzioni di una stella
    di quinta o  sesta  grandezza:  non  sarebbe  pi,  insomma,  che  una
    stellina in mezzo alle altre stelle.
    - Scusa,  - interloquiva Didina, che insieme con la madre, non sapendo
    che fare, gli prestava ascolto, d'inverno. - Hai detto rispetto a noi.
    Ma, trasportando il sole, la terra non dovr pure, per conseguenza...
    - No, asinella!  - la interrompeva il padre.  - La terra lasciala qua.
    E' un'ipotesi, per farti capace.
    Didina alzava le spalle: non si capacitava.
    - Che c'entra! Il sole  sempre il sole.
    - E che cos'? - le gridava allora il padre sdegnatissimo. - Ma lo sai
    che  se Sirio sputa,  il sole ti si spegne,  come una candela di sego?
    Sappilo: - pah! si spegne.
    - Jacopo,  - diceva placidamente la signora Guendalina.  - Se  non  ci
    metti altro carbone, ti si spegne pure il fuoco e l'acqua ti bolle per
    l'anno santo.
    Egli allora scoperchiava la pentola,  guardava dentro,  poi rispondeva
    alla moglie:
    - No, comincia a muoversi. Faccio vento, lo vedi. Ma veniamo ai nostri
    grandi  pianeti.   Care  mie,   alla  distanza  che   vi   ho   detto,
    s'involerebbero  addirittura al nostro sguardo,  tutti,  meno,  forse,
    Giove... forse!  Ma non crediate che potreste scorgerlo a occhio nudo!
    Forse  con  qualche  telescopio di prim'ordine;  e non lo so di certo.
    Pallottoline, care mie, pallottoline! Quanto a noi, alla nostra Terra,
    non se ne sospetterebbe nemmeno  l'esistenza.  E  volete  far  sparire
    anche  il  sole?  Basta,  col beneplacito di Didina,  senz'altro,  l!
    retrospingerlo alla distanza delle stelle di prima grandezza. C'? Non
    c'? Uhm! Sparito.
    Il vento cacciava dentro la stanza, attraverso la gola del camino,  un
    mugolo  continuo,  opprimente.  Nei  brevi  intervalli tra una fase e
    l'altra del Maraventano pareva che il  silenzio  sprofondasse  pauroso
    nella  tenebra.  Si  udivano allora gemere gli alberi tormentati della
    vetta, e se questi alberi tacevano per un istante e si udiva invece da
    pi lontano il frascheggiare  confuso  dei  boschi  sottoposti,  lass
    pareva si stesse sospesi tra le nuvole,  come in un pallone. Ma se poi
    dal fornello scoppiava una favilla, le due donne sentivano il conforto
    di quella stanza familiare,  illuminata,  intepidita dal fuoco;  e  la
    immobilit  delle stoviglie appese alle pareti e della povera e scarsa
    suppellettile rassettava il loro animo  conturbato  dal  vento  e  dal
    panico della notte in quella orrenda solitudine alpestre.
    Il Maraventano,  sopra le regioni del vento, sopra le nuvole pi alte,
    era rimasto intanto con la ventola da cucina in mano nella remotissima
    plaga dello spazio,  dove un momento innanzi aveva lanciato,  come  un
    giocoliere  i suoi globetti di vetro,  tutto il sistema planetario,  e
    scrollava il capo, con le ciglia aggrottate, gli occhi socchiusi e gli
    angoli della  bocca  contratti  sdegnosamente  in  gi.  A  un  tratto
    esplodeva  tra  il  barbone  abbatuffolato,  come se ripiombasse su la
    terra, l, in cucina:
    - Bah!
    E con la ventola faceva un largo gesto indeterminato.  Poi riprendeva,
    con gli occhi immobili e invagati:
    -  Pensare...  pensare  che  la  stella  Alfa  della costellazione del
    Centauro, vale a dire la stella pi vicina a questo nostro cece, alias
    il  signor  pianetino  Terra,   dista  da  noi  trentatr  miliardi  e
    quattrocento milioni di chilometri!  Pensare che la luce, la quale, se
    non lo sapete,  cammina con la piccolissima velocit di circa duecento
    novantotto  mila  e  cinquecento  chilometri  al  minuto secondo (dico
    "secondo"), non pu giungere a noi da quel mondo prossimo che dopo tre
    anni e cinque mesi - l'et cio del nostro buon Franceschino che sta a
    sfruconarsi il naso col dito,  e non mi piace...  Pensare che la Capra
    dista da noi seicentosessantatr miliardi di chilometri,  e che la sua
    luce,  prima d'arrivare a noi,  con quel po' po' di velocit che  v'ho
    detto,  ci mette settant'anni e qualche mese,  e, se si tien conto dei
    calcoli di certi astronomi, la luce emessa da alcuni remoti ammassi ci
    mette cinque milioni d'anni,  come  mi  fate  ridere,  asini!  L'uomo,
    questo verme che c' e non c', l'uomo che, quando crede di ragionare,
      per me il pi stupido fra tutte le trecento mila specie animali che
    popolano il globo terraqueo,  l'uomo ha il coraggio di  dire:  Io  ho
    inventato  la ferrovia!.  E che cos' la ferrovia?  Non te la comparo
    con la velocit della luce, perch ti farei impazzire; ma in confronto
    allo stesso moto di questo cece Terra che cos'? Ventinove chilometri,
    a buon conto,  ogni minuto secondo;  hai dunque inventato il lumacone,
    la  tartaruga,  la  bestia  che  sei!  E  questo medesimo animale uomo
    pretende di dare un dio, il suo Dio a tutto l'Universo!
    Qui il Maraventano e la moglie si guastavano.
    - Jacopo!  - pregava la signora Guendalina.  - Non bestemmiare.  Fallo
    almeno per piet di noi due povere donne esposte quass...
    -  Hai  paura?  -  le  gridava  il marito.  - Temi che Dio,  perch io
    bestemmio,  come tu dici,  ti mandi un fulmine?  C'  il  parafulmine,
    sciocca.  Vedi  dond'  nato il vostro Dio?  Da codesta paura.  Ma sul
    serio potete credere,  pretendere che un'idea o un sentimento nati  in
    questo  niente  pieno di paura che si chiama uomo debba essere il Dio,
    debba essere quello che ha formato l'Universo infinito?
    Le due donne si turavano gli orecchi, chiudevano gli occhi;  allora il
    Maraventano  scaraventava  per  terra  la  ventola,  e gridando con le
    braccia per aria:
    - Asine! asine! - andava a chiudersi nella sua stanzetta e, per quella
    sera, addio cena.

    Simili scene avvenivano assai di frequente,  poich n  Didina  n  la
    moglie  volevano adattarsi alla filosofia di lui,  specialmente quando
    avevano bisogno di qualche cosa.
    - Diviene,  - diceva loro il Maraventano - dal non  sapere  filare  un
    ragionamento   semplicissimo;   dal  non  volere  guardare  in  su  un
    momentino. Oh Alfa del Centauro! oh Sirio,  oh Capella!  sapete perch
    piange Didina? Piange perch non ha una veste nuova d'inverno da farsi
    ammirare in chiesa, le domeniche, a Rocca di Papa. Roba da ridere!
    -  Roba  da  ridere;  ma  io mi muojo dal freddo,  - rispondeva tra le
    lagrime Didina.
    E il Maraventano:
    - Senti freddo, perch non ragioni!
    Non a parole soltanto dimostrava egli il disprezzo in  cui  teneva  la
    terra e tutte le cose della vita. Soffriva di mal di denti, e talvolta
    la  guancia  per  la furia del dolore gli si gonfiava sotto il barbone
    come un'anca di padre abate: ebbene, senz'altro, "retrospingeva" nello
    spazio il sistema planetario: spariva il sole, spariva la terra, tutto
    diventava niente,  e con gli occhi chiusi,  fermo nella considerazione
    di questo niente, a poco a poco addormentava il suo tormento.
    - Un dente cariato,  che duole nella bocca di un astronomo...  Roba da
    ridere.
    Sia d'estate,  sia d'inverno,  fosse nuvolo o  sereno,  si  recava  ai
    piedi,  dalla cima del monte,  fino a Roma. Avrebbe potuto spedire per
    posta  da  Rocca  di  Papa  il  bollettino  meteorologico  all'ufficio
    centrale;  ma a Roma lo attendeva il maggior godimento della sua vita.
    Vi si tratteneva ogni volta una notte,  e per grazia  particolare  dei
    Direttore  del  Collegio  Romano la passava beatamente tutta intera al
    telescopio.  La moglie,  nel  vederlo  partire,  tentava  d'indurlo  a
    servirsi  della vettura da Rocca di Papa a Frascati o,  almeno,  della
    ferrovia da Frascati a Roma:
    - Prenderai un'insolazione!
    - Il sole,  mia cara,  ti serva: non  neanche buono da  regolare  gli
    orologi! - le rispondeva il Maraventano.
    E  il  suo  orologio,  infatti,  sul  cui  quadrante aveva scritto con
    inchiostro rosso: "Solis mendaces arguit horas",  non era regolato col
    tempo solare.
    La distanza? Ma su la terra per lui non ci erano distanze. Congiungeva
    ad  anello  l'indice  e  il  pollice  d'una  mano e diceva alla moglie
    sghignazzando:
    - Ma se la Terra  tanta...








    DUE LETTI A DUE.

    Nella prima  visita  alla  tomba  del  marito,  la  vedova  Zorzi,  in
    fittissime  gramaglie,   fu  accompagnata  dall'avvocato  Gttica-Mei,
    vecchio amico del defunto, vedovo anch'egli da tre anni.
    Le lenti cerchiate d'oro,  con un laccetto  pur  d'oro  che,  passando
    sopra  l'orecchio,  gli  scendeva  su la spalla e s'appuntava sotto il
    bavero della redingote irreprensibile; la gran bazza rasa con cura e
    lucente;  i  capelli  forse  troppo  neri,   ricciuti,   divisi  dalla
    scriminatura  fino  alla  nuca  e allargati poi a ventaglio dietro gli
    orecchi;  le spalle alte,  la rigidit del collo,  davano al  contegno
    dell'avvocato   Gttica-Mei   quella   gravit   austera   e  solenne,
    appropriata al luttuoso momento,  e lo facevano apparire come impalato
    nel cordoglio.
    Scese  per  primo  dalla tranvia di San Lorenzo e,  impostandosi quasi
    militarmente, alz una mano per ajutare la vedova Zorzi a smontare.
    Recavano entrambi,  l'una per il marito,  l'altro per la  moglie,  due
    grossi mazzi di fiori.
    Ma la Zorzi,  oltre il mazzo,  nello smontare, doveva reggere la veste
    e, impedita dal lungo crespo vedovile che le nascondeva il volto,  non
    vedeva  dove mettere i piedi,  non vedeva la mano guantata di nero che
    l'avvocato le porgeva e di cui ella,  del resto,  non  avrebbe  potuto
    valersi. Per poco non gli trabocc addosso, gi tutta in un fascio.
    - Stupido!  Non vedevi? Con le mani impicciate... - fischi allora tra
    i denti, furiosa, la Zorzi, sotto il lunghissimo velo.
    - Se ti porgevo  la  mano...  -  si  scus  egli,  mortificato,  senza
    guardarla. - non hai visto tu!
    - Zitto. Basta. Per dove?
    - Ecco, di qua...
    E ricomposti, diritti e duri, ciascuno col suo mazzo di fiori in mano,
    si diressero verso il Pincetto.

    L,  tre  anni  addietro,  il Gttica-Mei aveva fatto costruire per la
    moglie e per s una gentilizia a due nicchie,  una accanto  all'altra,
    chiuse da due belle lapidi un po' rialzate da capo,  con due colonnine
    che reggevano ciascuna una lampada;  il tutto cinto da fiori e da  una
    roccia di lava artificiale.
    Il  povero Zorzi,  amico suo e della defunta,  l'aveva tanto ammirata,
    questa gentilizia,  l'anno avanti,  nella ricorrenza della  festa  dei
    morti!
    - Uh, bella! Pare un letto a due! Bella! bella!
    E  quasi  presago  della  prossima fine,  aveva voluto farne costruire
    un'altra tal quale,  subito subito,  per s  e  per  la  moglie,  poco
    discosto.
    Un letto a due,  precisamente! E difatti il Gttica-Mei, uomo in tutto
    preciso, aveva allogato la moglie defunta nella nicchietta a sinistra,
    perch egli poi, a suo tempo, giacendo, avesse potuto darle la destra,
    proprio come nel letto matrimoniale.
    Su la lapide aveva  fatto  incidere  quest'epigrafe,  anch'essa  tanto
    lodata dallo Zorzi, buon'anima, per la semplicit commovente:

    QUI
    MARGHERlTA GATTICA-MEI
    MOGLIE ESEMPLARE
    MANCATA AI VIVI ADDI' 15 MAG 1902
    ASPETTA IN PACE
    LO SPOSO

    Per  s  il Gttica-Mei aveva poi preparato un'altra epigrafe,  che un
    giorno  avrebbe  figurato  bellamente  su  la  lapide  accanto,  degno
    complemento   della  prima.   Diceva  infatti  questa  epigrafe,   che
    l'avvocato Anton Maria Gttica-Mei,  non gi,  al  solito,  QUI  GIACE
    oppure MORI' ecc., ecc.; ma ADDI' (puntini in fila) DELL'ANNO (puntini
    in fila) RAGGIUNSE LA SPOSA.
    E quasi quasi,  nel comporre l'epigrafe,  avrebbe voluto saper la data
    precisa della sua morte per compier bene l'iscrizione e lasciare tutto
    in perfetto ordine.
    Ma data - ecco - data quella concezione di  tombe  per  coniugi  senza
    prole,   le  epigrafi,  necessariamente,  per  non  rompere  l'armonia
    dell'insieme, dovevano rispondersi cos.
    Assuntosi,  com'era suo dovere,  il triste incarico di  provvedere  ai
    funerali,  al trasporto,  al seppellimento del suo povero amico Zorzi,
    il Gttica-Mei aveva trovato per l'epigrafe di lui una  variante,  una
    variante  che,  perbacconaccio!  a pensarci prima...  Ma gi,  avviene
    sempre cos: col tempo,  con la riflessione,  tutto  si  perfeziona...
    Quell'aspetta  in  pace  lo  sposo  dell'epigrafe  della  moglie gli
    sembrava adesso troppo freddo,  troppo semplice,  troppo asciutto,  in
    confronto  con  Gerolamo  Zorzi che,  nella nicchia a destra della sua
    gentilizia, giaceva

    IN ATTESA CHE LA FIDA COMPAGNA
    VENGA A DORMIRGLI ACCANTO

    Come sonava meglio! Come riempiva bene l'orecchio!
    Non gli pareva l'ora d'arrivare a quella gentilizia per  riceverne  la
    lode, che in coscienza credeva di meritarsi, dalla vedova Zorzi.
    Ma  questa,  dopo  aver  recitato  in  ginocchio  una preghiera e aver
    deposto il mazzo di fiori a pi della lapide, rialzatosi il lungo velo
    e letta l'epigrafe, si volt a guardarlo, pallida, accigliata, severa,
    ed ebbe un fremito nel mento,  dove  spiccava  nero  un  grosso  porro
    peloso, animato da un tic, che le si soleva destare nei momenti di pi
    fiera irritazione.
    - Mi pare che... che vada bene... no? - os domandare egli, perplesso,
    afflitto, intimidito.
    -  Poi,  a  casa,  -  rispose  con  due scatti secchi la Zorzi.  - Non
    possiamo mica discutere qua, ora.
    E riguard la tomba, e scroll lievemente il capo,  a lungo,  e infine
    si  rec a gli occhi il fazzoletto listato di nero.  Pianse veramente;
    si scosse tutta anzi per un impeto violento  di  singhiozzi  a  stento
    soffocati.  Allora  anche il Gttica-Mei cav fuori con due dita da un
    polsino la pezzuola profumata, poi si tolse con l'altra mano le lenti,
    e s'asciug pian pianino,  a  pi  riprese,  prima  un  occhio  e  poi
    l'altro.
    -  No!  Tu  no!  -  gli  grid,  convulsa,  rabbiosamente,  la vedova,
    riavendosi a un tratto dal pianto. - Tu, no!
    E si soffi il naso, rabbiosamente.
    - Per... perch? - barbugli il Gttica-Mei.
    - Poi; a casa, - scatt di nuovo la Zorzi.
    Quegli allora si strinse nelle spalle, si prov ad aggiungere:
    - Mi pareva... non so...
    Guardando ancora una volta l'epigrafe,  ferm gli occhi su quel  fida
    compagna  che...  s,  certamente...  ma,  santo  Dio!  frase  ovvia,
    consacrata ormai dall'uso...  Si diceva fida  compagna,  come  vaso
    capace,  parca  mensa...  Non  ci  aveva proprio fatto caso,  ecco.
    Balbett:
    - Forse... capisco... ma...
    - Ho detto, a casa,  - ripet per la terza volta la Zorzi.  - Ma,  del
    resto,  poich ci teneva tanto... anche lui, povero Momo, ci teneva, a
    questo capolavoro qua... faccio notare: due colonnine,  due lampade...
    perch? Una bastava.
    - Una?  come?  eh! - fece il Gttica-Mei, stupito aprendo le mani, con
    un sorriso vano.
    - La simmetria,  vero?  - domand agra la Zorzi.  - Ma,  senza figli,
    senz'altri  parenti:  finch  uno  in piedi,  pu venire ad accendere
    all'altro la candela. Chi la accender a me, quella, poi? E, di l,  a
    te?
    -  Gi...  -  riconobbe,  un  po'  scosso e smarrito,  il Gttica-Mei,
    portandosi istintivamente le mani alla nuca per rialzarsi  dietro  gli
    orecchi le due ali di capelli,  con un gesto che gli era solito,  ogni
    qual volta perdeva ma per poco la padronanza di s (veramente,  con la
    Zorzi,  gli  avveniva  piuttosto  di frequente).  - Per,  ecco,  - si
    riprese: - Faccio notare anch'io: allora... e non sia mai, veh: allora
    tutt'e due le lampade, qua e l, resteranno spente e...
    La simmetria era salva. Ma la vedova Zorzi non volle darsi per vinta.
    - E con ci? Una, intanto, quella, rester sempre l, nuova,  intatta,
    non  accesa  mai,  inutile.  Dunque,  se ne poteva fare a meno,  e una
    bastava.
    - Lo stesso  da me,  - disse il Gttica-Mei.  - E,  - aggiunse pi  a
    bassa voce e abbassando anche gli occhi,  - dovremmo morire tutt'e due
    insieme, Chiara...
    - Tu verresti ad accendermi qua la candela, o io a te di l,  vero? -
    domand con pi acredine la Zorzi. - Grazie, caro, grazie! Ma questa 
    la discussione che faremo a casa.
    E con un gesto della mano, quasi allontanandolo, lo mand a deporre il
    mazzo di fiori su la tomba della moglie.
    Ella, col capo inclinato su l'indice della mano destra teso all'angolo
    della bocca, rimase a mirare in silenzio la lapide del marito,  mentre
    una  rosa  mezzo sfogliata accanto alla colonnina,  tentennando appena
    sul gambo a un soffio di vento,  pareva crollasse il  capo  amaramente
    per conto del buon Momolo Zorzi l sottoterra.

    Ma   non  s'era  mica  impuntata  per  la  menzogna  di  quella  frase
    convenzionale, la vedova Zorzi, come il Gttica-Mei aveva ingenuamente
    supposto.
    Sapeva, sapeva bene, ella, che nei cimiteri le epigrafi non sono fatte
    per l'onore dei morti, che se lo mangiano i vermi; ma solamente per la
    vanit dei vivi.
    Non gi,  dunque,  per l'inutile offesa al  marito  morto  s'era  ella
    indignata, ma per l'offesa che quell'epigrafe conteneva per lei viva.
    Che intenzioni aveva il signor Gttica-Mei?  Con chi credeva d'aver da
    fare? S'era immaginato, dettando quell'epigrafe,  che,  lei viva e lui
    vivo,  dovessero restar vincolati, schiavi dello stupido ordine, della
    stupida simmetria di quei due letti a due, l, fatti per la morte? che
    la menzogna,  la quale...  s,  poteva avere un certo valor decorativo
    per la morte, dovesse ancora sussistere e imporsi da quelle due lapidi
    alla vita? Ma per chi la prendeva, dunque, il signor avvocato Gttica-
    Mei?  Supponeva  che ella,  per quell'aspetta in pace lo sposo della
    gentilizia di lui e per quell'in attesa che la fida  compagna,  ecc.
    della  gentilizia  del  marito,   dovesse  graziosamente  prestarsi  a
    rimanere ancora la sua comoda  amante,  per  andarsene  poi  da  fida
    compagna  a  giacere,  anzi  a  dormire  accanto allo sposo,  e lui
    accanto alla moglie esemplare?
    Eh, no! eh, no, caro signor avvocato!
    Le menzogne inutili stavano bene l,  incise  sui  morti.  Qua,  nella
    vita,  no.  Qua  le  utili  si  era  costretti  a usare,  o a subir le
    necessarie.  E lei,  donna onesta,  ne aveva (Dio sa  con  che  pena!)
    subita una per tre anni,  vivendo il marito. Ora basta! Perch avrebbe
    dovuto subirla ancora,  questa menzogna,  finita la necessit  con  la
    morte  dello Zorzi?  per il vincolo di quelle tombe stupide?  vincolo,
    ch'egli, ponendo subito le mani avanti,  con la nuova epigrafe,  s'era
    affrettato a ribadire?
    Eh,  no! eh, no, caro signor avvocato! Menzogna inutile, ormai, quella
    fida compagna.
    Donna onesta, lei, per necessit aveva potuto ingannare il marito,  da
    vivo;  avrebbe  voluto  il signor avvocato che seguitasse a ingannarlo
    anche da morto,  ora,  senza un perch,  o per il solo fatto ridicolo,
    che esistevano l quelle due tombe gemelle?  Eh via! Da vivo, va bene,
    ella non aveva potuto farne a meno;  ma da morto,  no,  non voleva pi
    ingannare il marito.  La sua onest, la sua dignit, il suo decoro non
    glielo consentivano. Libero il signor avvocato gi da tre anni: libera
    anche  lei,  adesso;  o  ciascuno  per  s,   onestamente;   o  uniti,
    onestamente, innanzi alla legge e innanzi all'altare.
    La discussione fu lunga e aspra.
    L'avvocato  Gttica-Mei  confess  in  prima  candidamente  che nulla,
    proprio nulla di quanto ella aveva sospettato con  maligno  animo  gli
    era  passato  per il capo nel dettar quell'epigrafe.  Se per poco ella
    fosse entrata nello spirito di quella  sua  concezione  di  tombe  per
    coniugi senza prole,  avrebbe compreso che quelle epigrafi l venivano
    da s,  naturalmente,  come conseguenze inevitabili.  Ridicola  quella
    concezione? Oh, questo poi no; questo poi no...
    - Ridicola, ridicola, ridicola, - rafferm tre volte con focosa stizza
    la vedova Zorzi.  - Ma pensa,  l,  quella tua moglie esemplare che ti
    aspetta in pace... Non mi far dire ci che non vorrei!  So bene io,  e
    tu meglio di me, quel che passasti con lei...
    - E che c'entra questo?
    -  Lasciami  dire!  Quando mai ti comprese,  povera Margherita!  Se ti
    afflisse sempre! E non venivi forse a sfogarti qua, con Momo e con me?
    - S... ma...
    - Lasciami dire!  E perch t'amai io?  io che,  a mia  volta,  non  mi
    sentivo compresa dal povero Momo?  Ah, Dio, nulla pi dell'ingiustizia
    fa ribellare...  Ma  tu  volesti  rimaner  fedele  fino  all'ultimo  a
    Margherita,  e dettasti quella bell'epigrafe. T'ammirai allora; s; ti
    ammirai tanto pi,  quanto pi stimavo tua moglie  indegna  della  tua
    fedelt.  Poi...  s,  inutile,  inutile parlarne... non seppi dirti
    di no. Ma non avrei dovuto farlo, io!  come non lo facesti tu,  finch
    visse  tua  moglie.  Avrei  dovuto aspettare anch'io che Momo morisse.
    Cos,  io sola sono venuta meno a' miei doveri!  Anche  tu,  s...  ma
    verso l'amico: sposo, fosti fedele! E questo, vedi, ora che tua moglie
    e mio marito se ne sono andati, e tu sei restato, solo, qua, di fronte
    a  me,  questo  mi pesa pi di tutto.  E perci parlo!  Sono una donna
    onesta, io, come tua moglie; onesta come te, come mio marito! E voglio
    essere tua moglie, capisci? o niente! Ah,  sei fanatico tu della bella
    concezione?  Ma immagina me, ora, stesa l accanto a mio marito, fida
    compagna... E' buffo! atrocemente buffo!  Chi sa,  e anche chi non sa
    niente,  vedendo l quelle due gentilizie, - Oh, dir, ma guardate,
    ma ammirate qua,  che  pace  tra  questi  coniugi!  -  Sfido,  morti!
    Caricatura, caricatura, caricatura.
    E  il  porro  peloso,  animato  dal tic,  rimase a fremerle per pi di
    cinque minuti sul mento, irritatissimo.
    Il Gttica-Mei rest proprio ferito fino  all'anima  da  questa  lunga
    intemerata;  ma  pi  della  derisione.  Serio  e  posato,  non poteva
    ammettere neppure,  che si scherzasse con lui o d'una cosa  sua;  come
    non aveva potuto ammettere, viva la moglie, il tradimento.
    La  pretesa della Zorzi di farsi sposare gli guastava tutto.  Lasciamo
    andare quelle due tombe che aspettavano l;  ma il  nuovo  ordinamento
    della sua vita da vedovo,  a cui gi da tre anni s'era acconciato cos
    bene!  Perch un nuovo rivolgimento,  adesso,  nella sua  vita?  Senza
    ragione,  via,  proprio senza ragione. Avrebbe capito gli scrupoli, il
    dolore,  il rimorso di lei,  finch era vivo il povero Zorzi;  ma  ora
    perch?  Se ci fosse stato il divorzio,  un matrimonio prima,  s, per
    riparare all'inganno che si faceva a un uomo, a quel furto d'onore,  a
    quei sotterfugi,  ch'eran pur tanto saporiti per;  ma ora perch? ora
    che non si ingannava pi nessuno, e - liberi entrambi,  vedovi,  d'una
    certa  et  -  non  dovevano  pi dar conto a nessuno,  se seguitavano
    quella loro tranquilla relazione? Il decoro?  Ma anzi adesso non c'era
    pi  nulla  di male...  Voleva ella riparare cos il male passato?  Il
    povero Momolo non c'era pi!  Di fronte a se stessa?  E  perch?  Qual
    male  da  riparare di fronte a se stessa o a lui?  E' male l'amore?  E
    poi...  oh  Dio,  s,  perch  non  pensarci?   voleva  anche  perdere
    l'assegnamento,   circa   centosessanta   lire  al  mese  di  pensione
    lasciatale dal marito? Un vero peccato!
    In tutti i modi l'avvocato Gttica-Mei  cerc  di  dimostrarle  ch'era
    proprio  una  picca,  una stoltezza,  un'intestatura deplorevole,  una
    pazzia!
    Ma la vedova Zorzi fu irremovibile.
    - O moglie, o niente.
    Invano, sperando che col tempo quella fissazione le passasse,  egli le
    disse  ch'era  inutile  e  anche crudele mostrarsi con lui adesso cos
    dura, poich la legge prescriveva che prima di nove mesi non si poteva
    contrarre un nuovo matrimonio; e che,  se mai,  ne avrebbero riparlato
    allora.
    No, no, e no: - o moglie, o niente.

    E tenne duro per otto mesi la vedova Zorzi.  Egli,  stanco di pregarla
    ogni giorno, storcendosi le mani,  pover'uomo,  alla fine si licenzi.
    Pass una settimana, ne passarono due, tre; pass un mese e pi, senza
    che si facesse rivedere.
    E  ormai  da  quattro  giorni  ella,  in  grande  orgasmo,  metteva in
    deliberazione se cercare di farsi incontrare  per  istrada,  come  per
    caso,  o se scrivergli, o se andare senz'altro ad affrontarlo in casa,
    quando il domestico di lui venne ad annunziarle,  che il  suo  padrone
    era  gravemente  ammalato,  di  polmonite,  e che la scongiurava d'una
    visita.
    Ella accorse, straziata dal rimorso per la sua durezza, causa forse di
    qualche disordine nella vita di lui  e,  per  conseguenza,  di  quella
    malattia;  accorse funestata dai pi neri presentimenti.  E difatti lo
    trov sprofondato nel letto, rantolante, strozzato, quasi con la morte
    in bocca: irriconoscibile.  Dimentic ogni riguardo sociale,  e gli si
    pose accanto, notte e giorno, a lottare con la morte, senza un momento
    di requie.
    Al  settimo  giorno,  quand'egli  fu  dichiarato  dai  medici  fuor di
    pericolo,  la Zorzi,  stremata di forze,  dopo  tante  notti  perdute,
    pianse,  pianse di gioja,  chinando il capo su la sponda del letto; ed
    egli allora, per primo, carezzandole amorosamente i capelli,  le disse
    che subito, appena rimesso, la avrebbe fatta sua moglie.
    Ma,  lasciato  il  letto,  dov  prima  di  tutto  imparar  di nuovo a
    camminare, il Gttica-Mei. Non si reggeva pi in piedi. Lui,  un tempo
    cos  solidamente e rigidamente impostato,  ora curvo,  tremicchiante,
    pareva proprio l'ombra di se stesso. E i polmoni...  eh,  i polmoni...
    Che tosse! A ogni nuovo accesso, ansimante, soffocato, si picchiava il
    petto con le mani e diceva a lei, che lo guardava oppressa:
    - Andato... andato...
    Miglior un poco durante l'estate. Volle uscir di casa, esporsi un po'
    all'aria,  prima  in  carrozza,  poi  a  piedi,  sorretto da lei e col
    bastone.  Finalmente,  riacquistate alquanto le forze,  volle  ch'ella
    s'affrettasse a preparar l'occorrente per le nozze.
    - Guarir, vedrai... Mi sento meglio, molto meglio.
    Era  rimasta intatta a lui,  qua,  la casa maritale: solo dalla camera
    aveva tolto il letto a due,  o meglio,  aveva staccato e fatto  portar
    via  quello de' due lettini gemelli d'ottone,  su cui aveva dormito la
    moglie.  Ma anch'ella,  la Zorzi,  aveva di l la sua casa maritale in
    pieno assetto.
    Ora,  sposando,  quale  delle  due  case avrebbero ritenuta?  Ella non
    avrebbe voluto contrariar l'infermo,  che conosceva metodico e schiavo
    delle abitudini;  ma proprio non se la sentiva di viver l, nella casa
    di lui, da moglie: tutto l parlava di Margherita;  ed ella non poteva
    aprire un cassetto senza provare uno strano ritegno, una costernazione
    indefinibile,  quasi  che  tutti  gli  oggetti  custodissero  gelosi i
    ricordi di quella, ond'erano animati.  Ma anch'egli,  certo si sarebbe
    sentito estraneo fra gli oggetti della casa di lei.  Prendere un'altra
    casa,  una casa nuova,  con nuova mobilia,  e vendere la vecchia delle
    due case?  Questo sarebbe stato il meglio... E a questo, senza dubbio,
    ella avrebbe indotto l'amico,  se egli fosse  stato  sano,  quello  di
    prima...  Adesso bisognava rassegnarsi e contentarlo,  mutando il meno
    possibile.  Il letto a due,  intanto,  quello s,  doveva esser nuovo.
    Poi,  dismessa la casa del primo marito, ella avrebbe fatto trasportar
    qui i suoi mobili pi cari;  si sarebbe fatta una scelta tra quelli in
    migliore  stato delle due case,  e il superfluo scartato sarebbe stato
    venduto.
    Cos fecero: e sposarono.
    Come se la cerimonia nuziale fosse di  buon  augurio,  per  circa  tre
    mesi,  fino  a  met  dell'autunno,  egli stette quasi bene: colorito,
    forse un po' troppo,  e senza tosse.  Ma ricadde coi primi  freddi;  e
    allora comprese che era finita per lui.
    Lungo  tutto  l'inverno,  che  pass  miseramente  tra  il  letto e la
    poltrona, assaporando la morte che gli stava sopra, fu tormentato fino
    all'ultimo da un pensiero,  che gli si  presentava  come  un  problema
    insolubile:  il  pensiero  di quelle due tombe gemelle,  nel Pincetto,
    lass al Verano.
    Dove lo avrebbe fatto seppellire, ora, sua moglie?
    E s'impossess di lui,  tra il lento cociore della febbre e le  smanie
    angosciose  del  male,  una  stizza sorda e profonda,  che di punto in
    punto si esasperava vieppi,  contro di lei,  che aveva voluto a  ogni
    costo quel matrimonio inutile,  stolto e sciagurato. Sapeva che stolta
    per la moglie era stata invece l'idea di costruire quelle due tombe  a
    quel  modo;  ma egli non voleva riconoscerlo.  Del resto,  discussione
    oziosa,  questa,  adesso,  che non avrebbe  avuto  altro  effetto  che
    acuirgli  la stizza.  La questione era un'altra.  Marito di lei,  ora,
    poteva egli andare a giacer lass accanto alla prima moglie?  e domani
    lei, divenuta moglie d'un altro, accanto al primo marito?
    Si tenne finch pot, e all'ultimo glielo volle domandare.
    -  Ma  che  vai  pensando  adesso!  - gli grid ella,  senza lasciarlo
    finire.
    - Bisogna invece pensarci a tempo, - brontol egli, cupo,  lanciandole
    di traverso sguardi odiosi. - Io voglio saperlo, ecco! voglio saperlo!
    - Ma sei pazzo?  - torn a gridargli lei.  - Tu guarirai,  guarirai...
    Attendi a guarire!
    Egli, convulso, si prov a levarsi dal seggiolone:
    - Io non arrivo a finire il mese! Come farai? come farai?
    - Ma si vedr poi, Antonio, per carit! per carit! - proruppe ella, e
    si mise a piangere.
    Il Gttica-Mei, vedendola piangere, si stette zitto per un pezzo;  poi
    riprese a borbottare, guardandosi le unghie livide:
    - Poi... s... lo vedr lei, poi... Tante spese... tante cure... Tutto
    per aria... tutto scombinato... Perch poi?... Poteva ogni cosa restar
    disposta come era... tanto bene...
    Alludeva  all'epigrafe  conservata  l  nel  cassetto della scrivania,
    all'epigrafe che quattr'anni addietro egli  aveva  preparata  per  s,
    quella  con  l'ADDI'  (puntini  in  fila)  DELL'ANNO (puntini in fila)
    RAGGIUNSE LA SPOSA.
    Nella furia delle disposizioni  da  dare  per  i  funerali,  la  trov
    difatti, pochi giorni dopo, rimestando in quel cassetto, la moglie due
    volte vedova.
    La lesse, la rilesse, poi la butt via, sdegnata, pestando un piede.
    L,  accanto alla prima moglie?  Ah, no, no davvero, no, no e no! Egli
    era stato adesso suo marito,  e lei non poteva affatto  tollerare  che
    andasse a giacere a fianco di quell'altra.
    Ma dove, allora?
    Dove?  L, nella sepoltura dello Zorzi. Tutti e due insieme, i mariti:
    l'uno e l'altro per lei sola.
    Cos la fida compagna, di cui il buon Momolo Zorzi stava in attesa
    che venisse  a  dormirgli  accanto,  fu  l'avvocato  Gttica-Mei.  E
    ancora.  nella nicchia dell'altro letto a due,  Margherita,  la moglie
    esemplare

    ASPETTA IN PACE
    LO SPOSO

    Ci verr lei,  ci verr lei,  la doppia vedova,  qui,  invece,  il pi
    tardi possibile.
    Intanto, l, le lampade delle colonnine sono accese tutt'e due; e qui,
    tutt'e due spente.
    In  questo,  almeno,  la  simmetria  era salva e il Gttica-Mei poteva
    esserne contento.


    FINE.
