
    Luigi Pirandello.
    L'ESCLUSA.



    Copyright Arnoldo Mondadori Editore, Milano.
    Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.















    Parte 1, 1.

    Antonio Pentgora  s'era  gi  seduto  a  tavola  tranquillamente  per
    cenare, come se non fosse accaduto nulla.
    Illuminato dalla lampada che pendeva dal soffitto basso,  il suo volto
    tarmato pareva quasi una maschera sotto il bianco roseo della  cotenna
    rasa,  ridondante  sulla  nuca.  Senza giacca,  con la camicia floscia
    celeste,  un po'  stinta,  aperta  sul  petto  irsuto,  e  le  maniche
    rimboccate sulle braccia pelose, aspettava che lo servissero.
    Gli sedeva a destra la sorella Sidora,  pallida e aggrottata,  con gli
    occhi acuti adirati e sfuggenti sotto il fazzoletto di seta  nera  che
    teneva sempre in capo. A sinistra, il figlio Niccolino, spiritato, con
    la  testa  orecchiuta  da  pipistrello sul collo stralungo,  gli occhi
    tondi tondi e il naso ritto. Dirimpetto era apparecchiato il posto per
    l'altro figlio,  Rocco,  che rientrava in casa,  quella sera,  dopo la
    disgrazia.
    Lo  avevano  aspettato finora,  per la cena.  Poich tardava,  s'erano
    messi a tavola.  Stavano in silenzio tutt'e tre,  nel tetro  stanzone,
    dalle  pareti  basse,   ingiallite,   lungo  le  quali  correvano  due
    interminabili file di seggiole quasi tutte scompagne. Dal pavimento un
    po'  avvallato,  di  mattoni  rosi,  spirava  un  tanfo  indefinibile,
    d'appassito.
    Finalmente,  Rocco  apparve  sulla  soglia,  cupo,  disfatto.  Era uno
    stangone biondo,  di pochi capelli,  scuro in viso  e  con  gli  occhi
    biavi,  quasi vani e smarriti, che per gli diventavano cattivi quando
    aggrottava le sopracciglia e stringeva la bocca  larga,  dalle  labbra
    molli,  violacee. Camminando sulle gambe aperte, si dimenava sul busto
    e seguiva con la testa e con le braccia l'andatura.  Ogni tanto  aveva
    un  tic  alle  corde  del  collo  che gli faceva protendere il mento e
    tirare in gi gli angoli della bocca.
    - Oh,  bravo Roccuccio,  eccolo qua!  - esclam il padre fregandosi le
    grosse mani ruvide, piene d'anelli massicci.
    Rocco stette un po' a guardare i tre seduti a tavola,  poi si butt su
    la prima seggiola presso l'uscio, coi gomiti su le ginocchia, le pugna
    sotto il mento, il cappello su gli occhi.
    - Oh, e lzati!  - riprese il Pentgora.  - T'abbiamo aspettato,  sai?
    Non mi credi?  Parola d'onore,  fino alle dieci... no, pi, pi... che
    ora ? Vieni qua: ecco il tuo posto: apparecchiato, qua, come prima.
    E chiam, forte:
    - Signora Popnica!
    - Epponna, - corresse Niccolino a bassa voce.
    - Zitto, bestia, lo so. Voglio chiamarla Popnica, come tua zia. Non 
    permesso?
    Rocco, incuriosito, alz la testa e brontol:
    - Chi  Popnica?
    - Ah!  una signora caduta in bassa fortuna,  - rispose allegramente il
    padre.  -  Vera  signora,  sai?  Da  jeri  ci fa da serva.  Tua zia la
    protegge.
    - Romagnola, - aggiunse Niccolino, sommessamente.
    Rocco ripieg la testa su le mani;  e il padre,  soddisfatto,  si rec
    pian  piano  alle  labbra  il  bicchiere  ricolmo;  lo  scoron con un
    sorsellino cauto;  poi  strizz  un  occhio  a  Niccolino  e,  facendo
    schioccare la lingua:
    - Buono!  - disse.  - Roccuccio,  vino nuovo;  fa stringer l'occhio...
    Assaggia, assaggia, ti rimetter lo stomaco. Sciocchezze, figlio mio!
    E tracann il resto in un fiato.
    - Non vuoi cenare? - domand poi.
    - Non pu cenare, - osserv piano Niccolino.
    Tacquero tutti,  badando che le forchette non frugassero  nei  piatti,
    come  per non offendere il silenzio ch'empiva penosamente lo stanzone.
    Ed ecco la signora Popnica, coi capelli color tabacco di Spagna, unti
    non si sa di qual manteca,  gli occhi ammaccati e  la  bocca  grinzosa
    appuntita,  entrare  tentennante  su  le gambette,  forbendosi le mani
    piccole,  sconciate dal lavoro,  in una  giacca  smessa  del  padrone,
    legata per le maniche intorno alla vita a mo' di grembiule. La tintura
    dei  capelli,  l'aria  mesta del volto davano a vedere chiaramente che
    quella povera signora caduta in bassa fortuna avrebbe forse desiderato
    qualcosa di pi che il disperato amplesso di quelle maniche vuote.
    Subito Antonio Pentgora con la mano le fe'  cenno  d'andar  via:  non
    c'era  pi  bisogno  di  lei,  poich Rocco non voleva cenare.  Quella
    inarc le ciglia,  sbalzandole fin sotto i  capelli,  distese  su  gli
    occhi  dolenti  le  plpebre  cartilaginose,  e  and via,  dignitosa,
    sospirando.
    - Ricrdati, oh! che te l'avevo predetto,  - usc a dire finalmente il
    Pentgora.
    Son il suo vocione cos urtante nel silenzio,  che la sorella Sidora,
    quantunque sempre astratta,  balz da sedere,  tolse dalla  tavola  il
    piatto dell'insalata,  gherm un tozzo di pane,  e scapp via, a finir
    di cenare in un'altra stanza.
    Antonio Pentgora la segu con gli occhi fino  all'uscio,  poi  guard
    Niccolino e si stropicci il capo con ambo le mani,  aprendo le labbra
    a un ghigno frigido, muto.
    Ricordava.
    Tant'anni addietro, anche a lui,  di ritorno alla casa paterna dopo il
    tradimento della moglie,  la sorella Sidora, bisbetica fin da ragazza,
    aveva voluto che non si movesse  alcun  rimprovero.  Zitta  zitta,  lo
    aveva  condotto  nell'antica  sua  camera da scapolo,  come se con ci
    avesse voluto dimostrargli che si aspettava di vederselo un  giorno  o
    l'altro ricomparire davanti, tradito e pentito.
    -  Te  lo  avevo  predetto!  -  ripet,  riscotendosi  da quel ricordo
    lontano, con un sospiro.
    Rocco si alz, smanioso, esclamando:
    - Non trovi altro da dirmi?
    Niccolino allora tir,  sotto sotto,  la giacca  al  padre,  come  per
    dirgli: Stia zitto!.
    -  No!  - grid forte il Pentgora su la faccia di Niccolino.  - Vieni
    qua,  Roccuccio!  Lvati codesto cappello dagli occhi...  Ah,  gi: la
    ferita! Lasciami vedere...
    -  Che  m'importa della ferita?  - grid Rocco,  quasi piangente dalla
    rabbia, sbertucciando e sbatacchiando il cappello sul pavimento.
    - S,  guarda come ti  sei  conciato...  Acqua  e  aceto,  subito:  un
    bagnolo.
    Rocco minacci:
    - Ancora? Me ne vado!
    - E vttene! Che vuoi da me? Parla, sfgati! Ti prendo con le buone, e
    spari calci... Mettiti il cuore in pace, figliuolo mio! La lettera, io
    dico,  avresti potuto raccoglierla con pi garbo,  senza romperti cos
    la fronte nello sportello dell'armadio. Ma basta: sciocchezze!  Denari
    ne  hai  quanti  ne  vuoi;  femmine,  potrai  averne quante ne vorrai.
    Sciocchezze!
    SCIOCCHEZZE!  era il suo modo d'intercalare e accompagnava ogni  volta
    l'esclamazione  con  un  gesto espressivo della mano e una contrazione
    della guancia.
    Si lev di tavola e,  recatosi presso  il  cassettone,  su  cui  stava
    accoccolato  un grosso gatto bigio,  trasse una candela;  stacc,  per
    dare a vedere ci che intendeva fare,  i gocciolotti  dal  fusto;  poi
    l'accese e sospir:
    - E ora, con l'ajuto di Dio, andiamo a dormire!
    - Mi lasci cos? - esclam Rocco, esasperato.
    -  E  che vuoi che ti faccia?  Se parlo ti secchi...  Debbo stare qua?
    Ebbene, stiamo qua...
    Soffi su la candela e sed su una seggiola presso  il  canterano.  Il
    gatto gli salt sulle spalle.
    Rocco  passeggiava  per  lo stanzone,  mordendosi a quando a quando le
    mani o facendo  con  le  pugna  serrate  gesti  di  rabbia  impotente.
    Piangeva.
    Niccolino,  seduto ancora a tavola,  sotto la lampada, arrotondava con
    l'indice pallottoline di mollica.
    - Non hai voluto darmi ascolto, - riprese, dopo un lungo silenzio,  il
    padre.  - Hai... ehm...! s, hai voluto fare come me... Mi viene quasi
    da ridere, che vuoi farci? Ti compatisco, bada! Ma  stata, Rocco mio,
    una riprova inutile. Noi Pentgora... - quieto, FUF, con la coda! noi
    Pentgora con le mogli non abbiamo fortuna.
    Tacque un altro pezzo, poi ripigli lentamente, sospirando:
    - Gi lo sapevi... Ma tu credesti d'aver trovato l'araba fenice. E io?
    Tal quale! E mio padre, sant'anima? Tal quale!
    Fece con una mano le corna e le agit in aria.
    - Caro mio,  vedi queste?  Per noi,  stemma di famiglia!  Non  bisogna
    farsene.
    A   questo   punto,    Niccolino,   che   seguitava   ad   arrotondare
    tranquillamente pallottoline, sghign.
    - Sciocco,  che c' da ridere?  - gli disse il padre,  levando s  dal
    petto  il  testone  raso,  sanguigno.  - E` destino!  Ognuno ha la sua
    croce. La nostra,  qua! Calvario.
    E si picchi sul capo.
    - Ma, alla fin fine, sciocchezze! - seguit.  - Croce che non pesa,  
    vero,  FUF?  quando  abbiamo  cacciato  via  la moglie.  Anzi,  porta
    fortuna,  dicono.  La gente piglia moglie,  come si piglia in mano  la
    fisarmonica,  che pare chiunque debba saperla sonare. S, a stendere e
    a stringere il mntice,  non ci vuol molto;  ma a muover  le  dita  di
    quella maniera per pigiare su i tasti,  l ti voglio!  Dicono che sono
    cattivo. Ma perch sono cattivo? Come sto in pace io,  cos vorrei che
    stsse in pace tutto il mondo. Ci sono per di questi tali, che quando
    possono dir male di uno, pare che ingrassino. Del resto a me mi fa pi
    utile chi mi biasima. Sai che faccio? Prendo il biasimo e me l'applico
    qua.
    Si picchi sulla natica. E poco dopo ripigli:
    - Chi vuol morire,  muoja. Io m'ingegno di campare. Salute, ne abbiamo
    da vendere e,  per tutto il resto,  la grazia di Dio non ci manca.  Si
    sa,  per altro,  che le mogli  il loro mestiere d'ingannare i mariti.
    Quand'io sposai, figlio mio,  tuo nonno mi disse precisamente quel che
    poi io ripetei a te,  parola per parola. Non volli ascoltarlo, come tu
    non hai voluto ascoltarmi. E si capisce!  Ognuno vuol farne esperienza
    da s.  Che cosa credevo io che fosse Fana,  mia moglie?  Precisamente
    ci che tu, Roccuccio mio, credevi che fosse la tua: una santa! Non ne
    dico male,  n gliene voglio: ne siete testimonii.  Do a vostra  madre
    tanto  che  possa  vivere,  e permetto che voi andiate a visitarla una
    volta l'anno, a Palermo.  M'ha reso in fin dei conti un gran servizio:
    m'ha  insegnato  che  si  deve  obbedire  ai  genitori.  Dico perci a
    Niccolino: Tu almeno, figliuolo mio, slvati!.
    Quest'uscita non piacque a Niccolino, che gi faceva all'amore:
    - Ma pensate a vojaltri, voi, che a me ci penso io!
    - A lui,  oib!  a lui...  ah,  figlio mio!  - esclam sogghignando il
    Pentgora. - Ma San Silvestro... Ma San Martino...
    - Va bene,  va bene,  - rispose Niccolino irritatissimo. - Ma a noi la
    mamma, poveretta, che male ha fatto, se pur  vero che...?
    Niccoli', ora mi secchi! - lo interruppe il padre, levandosi in piedi.
    - E` destino,  sciocconaccio!  E io parlo per  il  tuo  bene.  Prendi,
    prendi  moglie,  se tre esperienze non ti bastano,  e - se sei davvero
    dei Pentgora - vedrai!
    Si liber del gatto con una scrollata,  tolse dal canterano la candela
    e, senza neanche accenderla, scapp via.
    Rocco apr la finestra e si mise a guardar fuori a lungo.
    La  notte era umida.  In basso,  dopo il ripido degradare delle ultime
    case gi per la collina,  la pianura immensa,  solitaria,  si stendeva
    sotto  un  velo  triste  di nebbia,  fino al mare laggi,  rischiarato
    pallidamente dalla luna. Quant'aria, quanto spazio fuori di quell'alta
    finestra angusta!  Guard la facciata della  casa,  esposta  lass  ai
    venti,  alle piogge,  malinconica nell'umidore lunare; guard in basso
    la viuzza nera,  deserta,  vegliata da un solo fanale piagnucoloso;  i
    tetti  delle  povere  case  raccolte  nel  sonno;  e si sent crescere
    l'angoscia. Rimase attonito,  quasi con l'anima sospesa,  a mirare;  e
    come, dopo un violento uragano, lievi nuvole vagano indecise, pensieri
    alieni,  memorie smarrite, impressioni lontane gli s'affacciarono allo
    spirito, senza precisarsi tuttavia. Pens che l, in quella straducola
    angusta, quand'egli era bambino, proprio sotto a quel fanale dal fioco
    lume vacillante, una notte, era stato ucciso un uomo a tradimento; che
    poi una serva gli aveva detto che lo spirito di quell'ucciso era stato
    veduto da tanti;  e lui ne aveva avuto una gran paura e per  parecchio
    tempo  non  aveva  pi potuto affacciarsi di sera a guardare in quella
    via... Ora la casa paterna, lasciata da circa due anni, lo riprendeva,
    con tutte le reminiscenze,  con l'oppressione antica.  Egli era libero
    di nuovo,  come ritornato scapolo. Avrebbe dormito solo, quella notte,
    nella cameretta nuda,  nel lettuccio  di  prima:  solo!  La  sua  casa
    maritale,  coi  ricchi  mobili nuovi,  era rimasta vuota,  buja...  le
    finestre erano rimaste aperte...  e quella luna,  calante tra le brume
    sul  mare  lontano,  doveva  vedersi  certo  anche dalla sua camera da
    letto... Il suo letto a due...  tra i cortinaggi di seta rosea...  ah!
    Strizz  gli  occhi  e  serr  le pugna.  E domani?  che sarebbe stato
    domani,  quando tutto il paese avrebbe saputo ch'egli aveva  scacciato
    di casa la moglie infedele?
    L,  col capo immerso nel vasto silenzio malinconico della notte punto
    qua e l e vibrante da stridi rapidi di pipistrelli invisibili, con le
    pugna ancora serrate, Rocco gemette, esasperato:
    - Che debbo fare? che debbo fare?
    - Scendi gi dall'Inglese - insinu piano e quieto Niccolino,  che  se
    ne stava ancor presso la tavola, con gli occhi fissi su la tovaglia.
    Rocco stolz alla voce,  e si volt,  stordito da quel consiglio e dal
    vedere il fratello ancora l, impassibile, sotto la lampada.
    - Da Bill? - gli domand, accigliato. - E perch?
    - Io,  nel tuo caso,  farei un duello,  - disse con  aria  semplice  e
    convinta  Niccolino,   raccogliendo  nel  cavo  della  mano  tutte  le
    pallottoline arrotondate e andando a buttarle dalla finestra.
    - Un duello?  - ripet Rocco,  e stette un poco a pensare,  impuntato;
    poi  proruppe: - Ma s,  ma s,  ma s,  dici bene!  Come non ci avevo
    pensato? Sicuro, il duello!
    Dalla chiesa vicina giunsero i rintocchi lenti della mezzanotte.
    - Mezzanotte.
    - L'Inglese sar sveglio.
    Rocco raccolse il cappello ammaccato dal pavimento.
    - Ci vado!


    Parte 1, 2.

    Per la scala, al bujo, Rocco Pentgora rimase un tratto perplesso,  se
    picchiare  all'uscio  dell'Inglese  o  a  quello  pi  gi  d'un altro
    pigionante, il professor Blandino.
    Antonio Pentgora aveva edificato  quella  sua  casa,  che  pareva  un
    torrione, a piano a piano. Al quarto, per il momento, s'era arrestato.
    Ma,  o  che  la  casa  rimanesse  veramente fuori mano,  o che nessuno
    volesse aver da fare col proprietario,  il fatto era che al  Pentgora
    non  riusciva  mai  d'appigionarne un quartierino.  Il primo piano era
    vuoto da tant'anni;  del secondo una sola camera era occupata da  quel
    professor  Blandino,  affidato  alle cure della signora Popnica;  del
    terzo,  parimenti una sola,  dall'inglese Misterr H.W.  Madden,  detto
    Bill.  Tutte  le  altre,  qua  e l,  dai topi.  Il portinajo aveva la
    dignitosa gravit d'un notajo;  ma,  cinque lire al mese;  per cui non
    salutava mai nessuno.
    Luca Blandino,  professore di filosofia al Liceo,  su i cinquant'anni,
    alto, magro,  calvissimo,  ma in compenso enormemente barbuto,  era un
    uomo  singolare,  ben  noto in paese per le incredibili distrazioni di
    mente a cui andava soggetto.  Aggiogato per  necessit  e  con  triste
    rassegnazione   all'insegnamento,   assorto   di  continuo  nelle  sue
    meditazioni, non si curava pi di nulla n di nessuno.  Tuttavia,  chi
    avesse  saputo  all'improvviso impressionarlo,  cos da farlo per poco
    discendere dalla sfera di quei suoi nuvolosi pensieri,  avrebbe potuto
    tirarlo dalla sua e farsene ajuto prezioso e disinteressato.  Rocco lo
    sapeva.
    Uomo non meno singolare  era  il  Madden,  professore  anche  lui,  ma
    privato,  di  lingue  straniere.  Dava  a  pochissimo  prezzo  lezioni
    d'inglese, di tedesco,  di francese,  bistrattando l'italiano.  Piazza
    internazionale,  dunque, quella sua fronte smisurata. I capelli aurei,
    finissimi,  pareva gli si fossero allontanati dai confini della fronte
    e  dalle  tempie  per paura del naso adunco,  robusto;  ma in cerca di
    loro,  dalla punta delle sopracciglia serpeggiavano s  s,  come  per
    andarsi  a nascondere,  due vene sempre gonfie.  Sotto le sopracciglia
    s'appuntavano gli occhietti grigio-azzurri,  a volta astuti,  a  volta
    dolenti, come gravati dalla fronte. Sotto il naso, i baffetti color di
    fieno,  tagliati rigorosamente intorno al labbro. Nonostante la fronte
    monumentale,  la natura aveva voluto dotare il corpo del signor Madden
    d'una certa agilit scimmiesca; e il signor Madden subito aveva tratto
    partito  anche  di  questa  dote:  nelle  ore d'ozio,  dava lezioni di
    scherma; ma cos, senz'alcuna pretesa, badiamo!
    Probabilmente neppur lui, povero Bill,  avrebbe saputo ridire come mai
    dalla nativa Irlanda si fosse ridotto in un paese di Sicilia.  Nessuna
    lettera mai dalla patria! Era proprio solo, con la miseria dietro, nel
    passato,  e la miseria davanti,  nell'avvenire.  Cos abbandonato alla
    discrezione  della sorte,  pure non s'avviliva.  In verit,  il signor
    Madden aveva in mente, per sua ventura,  pi vocaboli che pensieri;  e
    se li ripassava di continuo.
    Rocco - come Niccolino aveva supposto - lo trov sveglio.
    Bill  stava  seduto  su  un  vecchio,  sgangherato canap davanti a un
    tavolino,  con la gran fronte illuminata da una lampada  dal  paralume
    rotto;  senza scarpe,  teneva una gamba accavalciata su l'altra e dava
    morsi da arrabbiato a un panino  imbottito,  guardando  religiosamente
    una bottiglia sturata di pessima birra, che gli stava davanti.
    Ogni mattone,  in quella camera,  reclamava la scopa e una cassetta da
    sputare per  il  signor  Madden;  reclamavano  le  pareti  e  i  pochi
    decrepiti  mobili  uno  spolveraccio;  reclamava  il  letticciuolo dai
    trespoli esposti le solide braccia d'una servotta,  che lo rifacessero
    almeno una volta la settimana; reclamavano gli abiti del signor Madden
    non una spazzola, ma una brusca, piuttosto, da cavallo.
    Le vetrate dell'unica finestra erano aperte;  le persiane,  accostate.
    Le scarpe del signor Madden, una qua, una l, in mezzo alla camera.
    -  Oh  Rocco!  -  esclam  con  la  barbara  pronunzia,   nella  quale
    gargarizzava,   schiacciava,   sputava   vocali   e  consonanti,   con
    sillabazione spezzata, come se parlasse con una patata calda in bocca.
    - Scusa,  Bill,  se vengo  cos  tardi,  -  disse  Rocco,  con  faccia
    cadaverica. - Ho bisogno di te.
    Bill  ripeteva  quasi  sempre  le ultime parole del suo interlocutore,
    come per agganciarvi la risposta:
    - Di me? un momento. E` mio dovere di rimettere prima le scarpe.
    E guard, sconcertato, la ferita su la fronte dell'amico.
    - Ho avuto una lite.
    - Non capisco.
    - Una lite! - url Rocco, additando la fronte.
    - Ah,  una lite,  benissimo: A STRIFE,  DER STEITE,  UNE  MELEE,  YES,
    capito benissimo. Si dice LITE in italiano? LI-TE, benissimo. Che cosa
    posso io fare?
    - Ho bisogno di te.
    - (LI-TE). Non capisco.
    - Voglio fare un duello!
    - Ah, un duello, tu? Benissimo capito.
    - Ma non so, - riprese Rocco, - non so proprio nulla di... di scherma.
    Come si fa? Non vorrei farmi ammazzare come un cane, capisci?
    - Come un cane,  benissimo capito.  E allora qualche...  COUP?  Ah, un
    colpo - si dice? S, INFALLIBLE,  io te lo insegnare.  Molto semplice,
    s. Subito?
    E Bill,  con una mossa da scimmia ben educata, stacc dalla parete due
    vecchi fioretti arrugginiti.
    - Aspetta, aspetta... - gli disse Rocco, turbandosi alla vista di quei
    ferracci. - Spiegami, prima... Io sfido,  vero? oppure,  schiaffeggio
    e sono sfidato. I padrini discutono, si mettono d'accordo. Duello alla
    sciabola, poniamo. Si va sul luogo stabilito. Ebbene, che si fa? Ecco,
    voglio saper tutto, con ordine.
    - S,  ecco,  - rispose il Madden,  a cui l'ordine, parlando, piaceva,
    per non imbrogliarsi; e si mise a spiegargli alla meglio,  a suo modo,
    i preliminari d'un duello.
    -  Nudo?  -  domand a un certo punto Rocco,  costernatissimo.  - Come
    nudo? perch?
    - Nudo... di camicia, - rispose il Madden. - Nudo il...  come si dice?
    LE  TRONC  DU  CORPS...  DIE BRUST...  ah,  YES,  torso,  il torso.  O
    puramente, senza nudo, s... come si vuole.
    - E poi?
    - Poi? Eh, si duellare... La SCIABLA; in guardia;  VOUS!,
    - Ecco, - disse Rocco, - io, per esempio, prendo la sciabola;  avanti,
    insegnami... Come si fa?
    Bill  gli  dispose  bene,  prima di tutto,  le dita di tra le basette.
    Rocco si lasci piegare, stirare, atteggiare come un automa. Si avvil
    presto per in quelle insolite positure stentate. - Cado!  cado!,  - e
    il  braccio  teso  gli  si  stancava,  gli s'irrigidiva;  il fioretto,
    possibile? pesava troppo. - EH! EH! OLA'! OILA', - incitava intanto il
    Madden. - Aspetta, Bill! - nel dare quel colpo, il piede sinistro come
    poteva star fermo? e il destro, Dio!  Dio!  non poteva pi ritrarsi in
    guardia!  A  ogni  movimento  il  sangue  gli affluiva con impeto alla
    ferita della fronte. Intanto,  alle pareti,  i decrepiti mobili pareva
    che  sussultassero,  sbalorditi,  agli  sbalzi  ridicoli  delle  ombre
    mostruosamente ingrandite di quei duellanti notturni.
    BUM! BUM! BUM! - alcuni colpi bussati con rabbia sotto il pavimento.
    Il Madden ristette, scosciato, con la gran fronte imperlata di sudore.
    Tese l'orecchio.
    - Abbiamo svegliato il professore Luca!
    Rocco si era abbandonato,  rifinito,  su una seggiola,  con le braccia
    ciondoloni,  la  testa  cascante,  appoggiata  alla  parete;  quasi in
    deliquio. Pareva, in quell'atteggiamento,  che avesse gi terminato il
    duello con l'avversario e ricevuto una ferita mortale.
    - Abbiamo svegliato il professor Luca, - ripet Bill, guardando Rocco,
    a cui tale notizia pareva non arrecasse alcuna spiacevole sorpresa.
    - Andr io dal Blandino,  - diss'egli alla fine, levandosi in piedi. -
    Bisogna sbrigar  tutto  prima  di  domani.  Il  Blandino  mi  far  da
    testimonio. Addio; grazie, Bill. Conto anche su te, bada.
    Il Madden accompagn col lume in mano l'amico fino alla porta; aspett
    sul  pianerottolo  che  il  professor  Blandino  venisse  ad aprire e,
    allorch la porta del secondo piano fu richiusa,  si ritir facendo un
    suo  gesto  particolare  con  la mano,  come se si cacciasse una mosca
    ostinata dalla punta del naso.
    Luca Blandino accolse di malumore quella visita notturna. Borbottando,
    barcollando,  introdusse Rocco per le altre stanze deserte,  nella sua
    camera;  poi,  col  barbone  grigio abbatuffolato e gli occhi gonfii e
    rossi dal sonno interrotto, sed sul letto con le gambe nude,  pelose,
    penzoloni.
    - Professore,  abbia piet di me,  e mi perdoni,  - disse Rocco.  - Mi
    metto nelle sue mani.
    - Che t' accaduto?  Tu sei ferito!  - esclam il  Blandino  con  voce
    rauca, guardandolo con la candela in mano.
    - S... ah se sapesse! Da dieci ore, io... Sa, mia moglie?
    - Una disgrazia?
    - Peggio. Mia moglie m'ha... L'ho scacciata di casa...
    - Tu? Perch?
    - Mi tradiva... mi tradiva... mi tradiva...
    - Sei matto?
    - No! che matto!
    E  Rocco  si mise a singhiozzare,  nascondendo la faccia tra le mani e
    nicchiando:
    - Che matto! che matto!
    Il professore lo guardava dal letto,  non credendo  quasi  agli  occhi
    suoi, ai suoi orecchi, cos soprappreso nel sonno.
    - Ti tradiva?
    -  L'ho  sorpresa  che...  che  leggeva  una  lettera...  Sa  di  chi?
    dell'Alvignani!
    - Ah birbante! Gregorio? Gregorio Alvignani?
    - Sissignore - (e Rocco  inghiott).  -  Ora,  capisce,  professore...
    cos... cos non pu, non deve finire! Egli  partito.
    - Gregorio Alvignani?
    - Scappato,  sissignore. Questa sera stessa. Non so dove, ma lo sapr.
    Ha avuto paura... Professore, mi metto nelle sue mani.
    - Io? Che c'entro io?
    - Una soddisfazione, professore, io una soddisfazione certamente me la
    devo prendere, di fronte al paese. Non le pare? Posso restar cos?
    - Piano, piano... Clmati, figlio mio! Che c'entra il paese?
    - L'onore mio, professore! Le pare che non c'entri? Debbo difendere il
    mio onore... di fronte al paese...
    Luca Blandino scroll le spalle, seccato.
    - Lascia stare il  paese!  Bisogna  riflettere,  ragionare.  Prima  di
    tutto: ne sei ben sicuro?
    -  Ho  le  lettere,  le  dico,  le  lettere  che  lui le buttava dalla
    finestra!
    - Lui,  Gregorio?  come un ragazzino?  Ma mi dici davvero?  Ohi,  ohi,
    ohi... Le buttava le lettere dalla finestra?
    - Sissignore, le ho qua!
    - Ma guarda,  guarda,  guarda... E tua moglie, santo Dio! Non  figlia
    di Francesco Ajala,  tua moglie?  Bada,  caro mio,  che quello    una
    bestia feroce... Adesso nasce un macello... Che m'hai detto? Che m'hai
    detto?  Vah...  vah...  vah...  Dalla finestra?  Le buttava le lettere
    dalla finestra, come un ragazzino?
    - Posso contare su lei, professore?
    - Su me?  Perch?  Ah tu  vorresti  fare...  Aspetta,  figliuolo  mio,
    bisogna  ragionare...  Mi hai tutto scombussolato...  Non  possibile,
    adesso...
    Scese dal letto;  s'accost a Rocco e,  battendogli  una  mano  su  la
    spalla, aggiunse:
    - Torna s,  figliuolo mio... Tu soffri troppo, lo vedo... Domani, eh?
    con la luce del sole.  Ne riparleremo domani;  ora   tardi...  Va'  a
    dormire, se ti sar possibile... va' a dormire, figlio mio...
    - Ma mi prometta fin d'ora... - insist Rocco.
    - Domani,  domani,  - lo interruppe di nuovo il Blandino,  spingendolo
    verso l'uscio. - Ti prometto... Ma che birbante, oh! Le lettere gliele
    buttava  dalla  finestra?   Bisogna  aspettarsi  di  tutto  a   questo
    mondaccio,  caro mio!  Povero Roccuccio,  ma guarda! ti tradiva... S,
    s, andiamo...
    - Professore... non m'abbandoni, per carit! Conto su lei!
    - Domani, domani, - ripet il Blandino. - Povero Roccuccio... la vita,
    eh?  che miseria...  Buona notte,  figliuolo mio,  buona notte,  buona
    notte...
    E  Rocco  sent  chiudersi dietro le spalle la porta,  piano piano,  e
    rest al bujo,  sul pianerottolo,  in  mezzo  alla  scala  silenziosa,
    smarrito. Nessuno voleva pi saperne, di lui?
    Sedette, come un bambino abbandonato, su i primi scalini della branca,
    presso  la  ringhiera,  coi  gomiti  su le ginocchia e la testa tra le
    mani. Il bujo, il silenzio, la positura stessa gli strinsero il cuore,
    gli fecero cader l'animo in  un  avvilimento  profondo.  Contrasse  il
    volto e si mise a piangere e a lamentarsi sommessamente:
    - Ah, mamma mia! mamma mia!
    Pianse  e pianse.  Poi si cerc in tasca e ne trasse una lettera tutta
    brancicata.  Accese un fiammifero e si prov a leggere;  ma avvert su
    la mano il contatto di qualcosa umida, lievissima, un po' vischiosa; e
    alz il fiammifero per veder che fosse. Un filo di ragno, lunghissimo,
    che  pendeva  dall'alto della scala.  Si distrasse a guardarlo,  e non
    avvert al fiammifero che gli si consumava intanto  tra  le  dita;  si
    scott e, al bujo, grid pi volte:
    - Maledetto! maledetto! maledetto!
    Accese  un  altro  fiammifero  e si mise a leggere la lettera,  ch'era
    scritta di minutissimo carattere,  su una  carta  cinerea,  ruvida  in
    vista.  Lesse  macchinalmente  le prime parole: TI SCRIVO DA TRE MESI
    (SON GIA' TRE MESI) E ANCORA.... Salt alcuni righi; fiss lo sguardo
    su un QUANDO? sottolineato,  poi butt il fiammifero e rest con  la
    lettera in mano e gli occhi sbarrati nel bujo.
    Rivedeva la scena.
    Aveva  sforzato  l'uscio  con  un  violento  spintone,  gridando:  La
    lettera!  dammi la lettera!.  Al fracasso,  Marta s'era fatta  riparo
    dello  sportello  aperto  del  grande  armadio  a muro presso al quale
    leggeva. Egli aveva tratto in avanti con forza lo sportello e le aveva
    attanagliato  i  polsi.   Che  lettera?   Che  lettera?  aveva  ella
    balbettato,   guardandolo   atterrita   negli  occhi.   Ma  la  carta,
    spiegazzata nell'improvviso terrore e impigliata tra  le  vesti  e  un
    palchetto dell'armadio era caduta come una foglia secca sul pavimento.
    Ed  egli,  nel  lanciarsi  a  raccoglierla,  s'era ferito alla fronte,
    urtando contro lo sportello aperto  dell'armadio.  Accecato  dall'ira,
    dal  dolore,  aveva allora inveito contro di lei,  senza riguardo alla
    maternit incipiente, e la aveva senz'altro cacciata di casa a urtoni,
    a percosse.
    Poi, l'altra scena,  col suocero.  Era andato a mostrargli quella e le
    altre lettere dell'Alvignani rinvenute nell'armadio.  Non c'era colpa?
    E in che consiste allora la colpa  per  lei?  gli  aveva  domandato.
    Scusi,  forse perch  sua figlia?.  Francesco Ajala gli era saltato
    addosso come  una  tigre.  Mia  figlia?  che  dici?  mia  figlia  una
    sgualdrina?  Poi  s'era ammansato.  Bada,  Rocco,  bada a quello che
    fai... Vedi di che si tratta? Lettere...  E tu rovini due case: la tua
    e  la mia.  Forse puoi ancora perdonare... Ah s?  e la perdonerebbe
    lei, al mio posto,  se invece d'esser padre fosse marito? E Francesco
    Ajala non aveva saputo rispondergli.
    Lui no, e io s? Oh bella! pens Rocco, nel silenzio della scala.
    E` finita! ora  finita!
    Si lev in piedi e, accendendo un altro fiammifero, si mise a risalire
    la scala, con gli occhi alla lettera che aveva ancora in mano.
    Che  vorr dire?... domandava a se stesso,  cercando di decifrare il
    motto dell'Alvignani inciso in rosso in capo al foglio: NIHIL - MIHI -
    CONSCIO.


    Parte 1, 3.

    L'ombra,  poi man mano il bujo avevano invaso la stanza,  ove la madre
    aveva accolto Marta scacciata dal marito.  Nel bujo,  la suppellettile
    di vetro su la tavola, gi apparecchiata per la cena prima dell'arrivo
    di Marta, ritraeva dalla strada qualche filo di luce.
    La signora Agata Ajala, altissima di statura e corpulenta,  ma con una
    dolcezza  nello  sguardo  e  nella  voce  che  pareva  volesse  subito
    attenuare,  in chi la guardava o le parlava,  l'impressione sgradevole
    che  il  suo corpo doveva per forza destare;  rientrando dalla saletta
    dove poc'anzi la  avevano  chiamata,  intravide  all'improvviso  lume,
    nell'aprir  l'uscio,  le due figliuole sul canap di fronte: Marta con
    un fazzoletto sul volto abbandonata su la spalliera,  e Maria  che  le
    teneva una mano, china su lei.
    - Vuol partire... - annunzi, quasi istupidita dall'inattesa sciagura.
    - Mamma,  ha saputo...  ha saputo,  - disse allora Marta scrollando il
    capo e torcendosi le mani.  - Ha saputo e non vuol pi tornare a casa.
    Non perdona,  lo so.  Va' tu a trovarlo; digli che torni, mamma; io me
    ne vado. Lo so, non mi crede pi degna di stare in casa sua. Digli che
    vi sono venuta... cos, perch non sapevo dove andare. Me ne vado. Non
    sapevo dove andare.
    Due care braccia, tese in un impeto di commozione, la attirarono a s.
    La madre disse:
    - Dove volevi andare? Dove puoi andare? Rimani, rimani qua, con Maria.
    Andr a parlargli...
    Si tir sul capo e si avvolse attorno al collo uno scialletto nero  di
    lana, e usc.
    La larga strada del sobborgo, molto animata durante il giorno, restava
    poi,  la  sera,  silenziosa e sola come una contrada di sogno,  con le
    alte case in fila, su le cui finestre la luna rifletteva un verde lume
    qua e l.  Un greve,  interrotto sfilar di  nubi  fumolente  velava  a
    quando  a  quando  la pallida e fresca serenit lunare e gettava ombre
    cupe su la strada umida.
    Oh San Francesco! invoc la madre, alzando una mano verso la chiesa in
    fondo alla strada.
    L, a pochi passi dalla casa,  su la stessa strada suburbana,  sorgeva
    la   vasta   concera,   di  cui  Francesco  Ajala  era  proprietario.
    Appressandosi,  ella scorse il marito a un balcone  del  primo  piano;
    trem al pensiero d'affrontarne l'ira e il dolore, sapendo purtroppo a
    quali terribili eccessi potevano trascinarlo.  Era alto pi di lei,  e
    il corpo gigantesco si  disegnava  in  ombra  nel  vano  luminoso  del
    balcone.
    Due  erano  le  sciagure,  non una sola.  E questa del padre assai pi
    grave di quella di Marta.  Perch,  a ragionare con un po' di calma  e
    aspettando  qualche giorno,  la sciagura della figlia forse si sarebbe
    potuta riparare. Ma col padre non si ragionava.
    La signora Ajala gi da  un  pezzo  aveva  imparato  a  misurare  ogni
    dispiacere,  ogni dolore, non per se stesso, che le sarebbe parso poco
    o niente,  ma in considerazione delle furie che avrebbe suscitato  nel
    marito.  Se talvolta,  buon Dio, per il guasto o la rottura di qualche
    oggetto anche di poco valore,  ma  di  cui  difficilmente  si  sarebbe
    potuto trovare il compagno in paese, tutta la casa piombava nel lutto,
    nella   costernazione   pi  grave...   E  i  vicini,   gli  estranei,
    risapendolo, ne ridevano; e avevano ragione.  Per una boccettina?  per
    un quadrettino? per un ninnolo qualunque? Ma bisognava vedere che cosa
    importasse per lui,  per il marito,  quel guasto o quella rottura. Una
    mancanza di riguardo,  non all'oggetto che valeva poco o nulla,  ma  a
    lui, a lui che l'aveva comperato. Avaro? Nemmen per sogno! Era capace,
    per quel ninnolo di pochi bajocchi, di mandare in frantumi mezza casa.
    In tanti anni di matrimonio, ella era riuscita con le dolci maniere ad
    ammansarlo un po', perdonandogli anche, spesso, torti non lievi, senza
    mai venir meno tuttavia alla propria dignit e pur senza fargli pesare
    il perdono.  Ma un nonnulla bastava di tanto in tanto a farlo scattare
    selvaggiamente. Forse, subito dopo, se ne pentiva; non voleva, per, o
    non sapeva confessarlo: gli  sarebbe  parso  d'avvilirsi  o  di  darla
    vinta:  desiderava che gli altri lo indovinassero;  ma poich nessuno,
    nello sbigottimento,  ardiva nemmeno di  fiatare,  egli  si  chiudeva,
    s'ostinava in una collera nera e muta per intere settimane. Certo, con
    segreto  dispetto,  avvertiva il troppo studio nei suoi di non far mai
    cosa che gli dsse pretesto di lamentarsi  minimamente;  e  sospettava
    che  molte  cose  gli  fossero nascoste;  se qualcuna poi veramente ne
    scopriva anche dopo molto  tempo,  lasciava  prorompere  furibondo  il
    dispetto  accumulato,  senza riflettere che ormai quelle escandescenze
    erano fuor  di  luogo,  e  che  infine  s'era  fatto  per  non  dargli
    dispiacere.
    Si  sentiva  estraneo nella sua stessa casa;  gli pareva che i suoi lo
    tenessero per  estraneo;  e  diffidava.  Specialmente  di  lei,  della
    moglie, diffidava.
    E  la  signora  Agata,  infatti,  soffriva  sopra tutto di questo: che
    nell'animo di lui fossero impressi due falsi concetti di lei: l'uno di
    malizia, l'altro d'ipocrisia. Tanto pi ne soffriva, in quanto che lei
    stessa si vedeva spesso costretta a riconoscere che non senza  ragione
    egli  doveva credere cos;  perch davvero ella,  mancando ogni intesa
    fra loro due, talvolta era forzata dai bisogni stessi della vita a far
    di nascosto qualcosa ch'egli non avrebbe certamente approvata; e poi a
    fingere con lui.
    Era sicura adesso la signora Agata,  che il  marito,  nel  furore,  le
    avrebbe  rinfacciato  tutte quelle lievi concessioni che in tanti anni
    era riuscita con la dolcezza a ottenere.
    - Francesco! - chiam con voce umile, nel silenzio della strada.
    - Chi  l?  - domand forte l'Ajala,  scotendosi,  curvandosi  su  la
    ringhiera  del  balcone.  -  Tu?  Chi ti ha detto di venire?  Vttene!
    vttene via subito! Non mi far gridare di qua!
    - Apri, te ne supplico...
    - Vttene, t'ho detto!  Non voglio veder nessuno!  A casa!  subito,  a
    casa! No? Scendo, sai?
    E Francesco Ajala, diede uno scrollo poderoso alla ringhiera di ferro,
    e si ritrasse.
    Ella attese a capo chino,  come una mendicante, appoggiata al portone,
    asciugandosi di tanto in tanto gli occhi con un fazzoletto che  teneva
    in mano da quattr'ore.
    Un rumore di passi per il lungo androne interno, cupo, rintronante: lo
    sportello  a  destra  del  portone  s'apr,   e  l'Ajala,  curvandosi,
    sporgendo il capo, afferr per un braccio la moglie.
    - Che sei venuta a far qui? Che vuoi? Chi sei? Non conosco pi nessuno
    io;  non ho pi nessuno;  n famiglia n  casa!  Fuori  tutti!  Fuori!
    Schifo mi fate, schifo! Vttene via! via!
    E le diede un violento spintone.
    Ella  rimase,  col braccio indolenzito dalla stretta,  davanti al vano
    dello sportello;  poi entr come  un'ombra,  rassegnata  ad  aspettare
    ch'egli  si  votasse  il cuore di tutta la collera,  rovesciandogliela
    addosso; decisa anche a farsi percuotere.
    In mezzo al bujo androne,  l'Ajala,  con le mani intrecciate dietro la
    nuca, le braccia strette intorno alla testa, s'era messo a guardare la
    grande porta a vetri,  in fondo,  cieca nel blando chiaror lunare.  Si
    volt, sentendo nel bujo piangere la moglie;  le venne incontro con le
    pugna serrate, ruggendo con scherno:
    - L'hai ricevuta in casa?  Te la sei baciata,  carezzata, lisciata, la
    tua bella figlia? Che vuoi ora da me? Che aspetti qua? me lo dici?
    - Vuoi partire... - singhiozz ella, piano.
    - Subito, s! La valigia...
    - Dove vuoi andare?
    - Debbo dirlo a te?
    - Ma anche...  per sapere ci che debbo  prepararti...  quanto  starai
    fuori...
    - Quanto? - grid lui. - E t'immagini ch'io possa ritornare? rimettere
    piede  nella  vostra  casa  svergognata?  Via per sempre!  In galera o
    sottoterra. Lo raggiunger! lo raggiunger! Oh, a costo di...
    - E ti par giusto? - arrischi ella, desolatamente.
    - No, ma che! no! - tuon egli con un ghigno orribile.  - Giusto  che
    una  figlia  insudici il nome del padre!  che si faccia scacciare come
    una sgualdrina dal marito,  e che poi venga a insegnarne  l'arte  alla
    sorella minore! Questo  giusto, questo  giusto per te, lo so!
    -  Come  vuoi  tu,  -  diss'ella.  -  Ma io ti domandavo se,  prima di
    lasciarti andare a un tale  eccesso,  non  ti  pareva  che  convenisse
    piuttosto...
    - Che cosa?
    - Vedere se fosse possibile evitare lo scandalo.
    - Lo scandalo? - grid egli. - Ma se Rocco  venuto qua!
    - Qua?
    - A mostrarmi le lettere!
    - Ah,  tu le hai vedute?  - domand ella con ansia. - L'ultima? C' la
    prova che Marta...
    - E` innocente,   vero?  - scatt egli,  afferrandola per un braccio,
    respingendola, andandole addosso di nuovo. - Innocente? Innocente? hai
    il coraggio di dire innocente davanti a me?  E qua, qua, qua, rossore,
    qua, ne hai? rossore, qua?
    E,  in cos dire,  si percosse pi volte furiosamente le  guance.  Poi
    ripigli:
    - Innocente...  Con quelle lettere?  Avresti fatto lo stesso,  dunque,
    tu? Sta' zitta! Non arrischiarti a scusarla!
    - Non la scuso,  - gemette ella,  piano,  con strazio.  - Ma se ho  la
    prova,  io,  la  prova  che mia figlia non merita il castigo che le si
    vuole infliggere...
    - Ah, questo, - ton cupamente l'Ajala,  - questo l'ho detto anch'io a
    quell'imbecille...
    - Vedi? - grid la moglie, quasi ilarata da un lampo di speranza.
    -  Ma  poi  egli  mi  chiese se io,  al posto suo,  avrei perdonato...
    Ebbene,  no!  Perch io,  - aggiunse,  riafferrando per le braccia  la
    moglie  e  scrollandola  forte,  -  io non t'avrei perdonato: ti avrei
    uccisa!
    - Senza colpa.
    - Per quella lettera! Non ti basta?
    - Marta, s, sar colpevole,  - si pieg allora ad ammettere la madre,
    - ma d'una leggerezza,  non d'altro. Ma ora tu che vuoi fare? Partire,
    affrontare colui, tu! E non intendi che la sciagura, cos...  Lasciami
    dire,  per carit! Ho fede, io, ho fede che un giorno, presto, la luce
    si far...
    - Non scusare! Non scusare!
    - Non scuso Marta,  no;  accuso me,  va bene.  Me,  me,  perch io non
    dovevo lasciarlo fare questo matrimonio...
    - Accusi anche me, dunque?
    -  Ma  se tu stesso l'hai detto!  Non te n'eri pentito?  Abbiamo avuto
    troppa fretta di maritarla, e confessa che abbiamo scelto male! E quel
    che le tocc soffrire sotto la tirannia di quella strega della  zia  e
    del  padre  infame,  prima  che  Rocco si risolvesse a far casa da s?
    Questo non la scusa, s,   vero,  lo so;  ma pu rendere,  mi sembra,
    meno severi nella pena. E pure una disgraziata... s, una...
    Non  pot  seguitare.  Nascose  il  volto  nel  fazzoletto  scossa dai
    singhiozzi irrefrenabili.
    Egli,  con un gomito appoggiato  al  muro  e  la  fronte  nella  mano,
    scompigliava ritmicamente col piede un mucchietto di ferruche raccolte
    l nell'androne,  e,  con le ciglia giunte, irsute, aggrondate, pareva
    solo intento a quell'esercizio del piede. Poi disse con voce cupa:
    - Giacch la colpa  mia  e  tua,  questa    la  nostra  condanna,  e
    dobbiamo scontarla.  Bada! Rientro con te in casa; sar, d'ora in poi,
    la mia e la tua prigione. Non ne uscir che morto!
    And s per chiudere il balcone rimasto aperto.  La moglie  attese  un
    pezzo,  nel bujo dell'androne; poi, vedendolo tardare, sal anche lei.
    Lo trov con la faccia contro il muro, che piangeva, solo.
    - Francesco...
    - Via! via! via!
    La spinse avanti, di furia. Chiusa la concera,  fecero in silenzio il
    breve  tratto fino a casa.  Davanti alla porta,  ordin alla moglie di
    salire avanti, aggiungendo, minaccioso:
    - Non debbo vederla!
    Poco dopo,  sal anche lui e and a chiudersi a chiave in una  camera,
    al  bujo;  si  butt sul letto,  vestito,  con la faccia affondata nei
    guanciali, stringendo con una mano la testata della lettiera.
    Giacque cos tutta la notte. Di tratto in tratto, balzava a sedere sul
    letto. Tendeva l'orecchio. Nessun rumore per casa.  Pure nessuno certo
    dormiva.
    Quel   profondo  silenzio  gl'irritava  sordamente  l'interno  tumulto
    dell'anima violenta. Cos seduto,  si torturava le gambe,  le braccia,
    con  le  dita  artigliate,  stretto  alla gola da una voglia rabbiosa,
    impotente, di piangere, d'urlare. Poi ricadeva sul letto,  riaffondava
    la faccia nel guanciale bagnato di lagrime.
    Come! Aveva dunque pianto?
    A  poco  a  poco,  sotto l'incubo dei pensieri che gli si presentavano
    sempre con la medesima forma, col medesimo giro,  si stord e rimase a
    lungo immobile,  quasi inconsapevole,  sospirando di tratto in tratto,
    stanco;  ridestandosi talora con la coscienza ottusa e  la  sensazione
    soltanto degli occhi aridi, sbarrati nel bujo della camera.
    Poi  le fessure delle imposte cominciarono a schiarirsi.  Grado grado,
    quei fili esili d'umido albore s'accesero vieppi nel bujo,  rifulsero
    biondi: il sole!
    Egli  dal letto,  con le mani intrecciate dietro la nuca,  guardava le
    imposte.  Gi per la strada cominciava il trnsito continuo dei carri,
    ed era come se gli passassero per la mente: li vedeva, cos giacente e
    compreso  ancora  dal  tepore  del  letto e della camera,  con l'anima
    appena risentita.  Di fuori,  il giorno...  il lavoro...  Gli  operaj,
    seduti  l'uno accanto all'altro sul marciapiedi,  aspettano che s'apra
    il portone della concera. Ecco,  suona la campana,  entrano,  a due a
    due, a tre, allegri o taciturni, con un fagottino sotto il braccio. Il
    vecchio Scoma, ah, quegli non parla mai... sua figlia...
    Anche  mia  figlia!  anche  mia figlia!  Peggio di quella!  Quella non
    trad, fu tradita; e ora la miseria...
    Balz dal letto,  quasi per  correre  da  Marta  e  afferrarla  per  i
    capelli, trascinarla per casa, percuoterla a sangue.
    Due picchi all'uscio, timidi.
    - Chi ? - grid sobbalzando.
    - Io... - sospir una voce, dietro l'uscio.
    - Via! Non voglio veder nessuno!
    - Se hai bisogno...
    - Via! via!
    E  sent i passi della moglie allontanarsi pian piano,  e li segu col
    pensiero nelle altre stanze. Dov'era ella?  che faceva?  poteva aver
    l'ardire di parlare, di guardare in faccia la madre, la sorella? e che
    diceva? Svergognata! svergognata!
    Il  pensiero  di  lei,  la  curiosit di vederla,  il bisogno quasi di
    sentirla tutta piangere tremante sotto gli occhi suoi senza concederle
    il perdono supplicato in ginocchio,  lo tennero tra le smanie tutto il
    giorno.  Aveva  lasciato  la  camera  al bujo,  ed era giunto a sentir
    finanche orrore delle fessure luminose delle imposte che gli  ferivano
    gli occhi ogni qualvolta si voltava, passeggiando.
    Sul tardi,  condiscese ad aprire alla figlia minore. Apr l'uscio e si
    stese di nuovo sul letto.
    - Richiudi subito!
    Maria richiuse subito l'uscio e pos a tasto una tazza  di  brodo  sul
    tavolino da notte.
    - Ti senti male?
    - Non mi sento nulla, - rispose con durezza.
    Maria sedette,  sospirando piano,  a pi del letto, col tovagliolo tra
    le mani.
    Egli si lev su un gomito, forzandosi a discernere la figlia nel bujo.
    Maria non era mai stata la preferita. Era cresciuta quasi all'ombra di
    Marta,  e da se stessa pareva si fosse acconciata al cmpito di  stare
    accanto alla sorella adorata per farne meglio risaltare l'ingegno,  lo
    spirito, la bellezza. Nessuno aveva mai badato a lei, n ella se n'era
    mai neppure lagnata fra s,  vinta anch'essa  dal  fascino  di  Marta.
    Pensieri e sentimenti erano rimasti chiusi in lei, quasi non richiesti
    da  nessuno.  E  n  il  padre  n la madre pareva si fossero peranche
    accorti ch'ella era cresciuta, ch'era ormai donna. Non bella, n vaga;
    ma dagli occhi e dalla voce spirava tanta bont e dagli  atteggiamenti
    cos timida grazia, che riusciva a tutti irresistibilmente simpatica.
    -  Maria,  -  chiam  con  voce  rauca  il padre,  ancora nella stessa
    positura.
    Maria accorse al letto e si sent  all'improvviso  cingere  e  serrare
    forte dal braccio di lui,  si sent sul seno la testa del padre.  Cos
    piansero entrambi, senza dir nulla, vieppi stretti, a lungo.
    - Vttene, vttene... - diss'egli alla fine, angosciato.  - Non voglio
    nulla... Voglio restar solo...
    E la figlia obbed, tremante ancora dalla tenerezza inattesa.


    Parte 1,4.

    Maria aveva ceduto a Marta la cameretta,  in cui questa soleva dormire
    da ragazza.  Nulla era mutato in essa,  nulla di suo  vi  aveva  messo
    Maria.
    Era ancora l quel caro armadietto dalle antiche pitture villerecce su
    gli  sportelli,  alle quali la ptina veramente aveva pi aggiunto che
    tolto.   Era  ancora  l  il  tavolinetto  da   lavoro   della   nonna
    dall'impiallacciatura arsa e scoppiata da tanto tempo, da quella sera,
    in  cui  ella  vi aveva lasciato cader s il lume e per poco la fiamma
    non le si era appresa  alle  gonnelle.  Ecco  l  ancora,  accanto  al
    lettuccio d'ottone,  l'acquasantiera di vetro e,  sotto, la rametta di
    palma col nastro roseo, ora sbiadito.
    C'era acqua santa in quella piletta?  Oh,  certo s: Maria  era  tanto
    divota!
    E  al  capezzale l'ECCE HOMO d'avorio,  riparato da una lastra concava
    dentro la cornice ovale, nera; l'ECCE HOMO che una volta aveva chinato
    in segno d'assentimento il capo incoronato di spine a lei  e  a  Maria
    accorse  una  dopo  l'altra  a  supplicarlo  per  la  madre  colta  da
    improvviso malore.
    Marta non era mai stata superstiziosa;  pure quel  segno  non  le  era
    uscito mai pi dalla memoria,  con lo strano sgomento nel sapere dalla
    sorella,  alquanto tempo dopo,  che anche a lei era  parso  di  vedere
    l'ECCE HOMO chinare il capo in segno di assentimento.
    Allucinazioni,  certo! Ma, tuttavia, perch non osava adesso alzar gli
    occhi a guardare quell'immagine sacra al capezzale?
    Non era davvero innocente? Aveva forse amato l'Alvignani? Ma via!  Non
    le pareva neanche ammissibile che qualcuno potesse crederci sul serio.
    Tutto  il  suo  torto consisteva nel non aver saputo respingere,  come
    doveva,  quelle lettere  dell'Alvignani.  Le  aveva  respinte,  ma  da
    inesperta,  rispondendo...  A ogni modo,  non si sentiva in nulla, per
    nulla colpevole verso il marito.
    Della furtiva corrispondenza epistolare aveva letto con interesse solo
    quella parte che si riferiva al caso di coscienza tanto grave,  quanto
    ingenuamente  da  lei  esposto  all'Alvignani  in  risposta alle prime
    lettere di lui troppo filosofiche, per disgrazia,  nella loro composta
    sentimentalit.
    Delle  frasi  d'amore  non  s'era  curata,  o  ne aveva riso,  come di
    superfluit galanti e innocue.  S'era insomma impegnata tra  loro  due
    una  polemica puramente sentimentale e quasi letteraria,  la quale era
    durata cos circa tre mesi,  e  di  cui  forse,  s,  si  era  un  po'
    compiaciuta, nell'ozio, nella solitudine in cui la lasciava il marito.
    Curando  la  forma,  scegliendo  le  frasi  come  per  un componimento
    scolastico,  era orgogliosa di fronte a  se  stessa  di  quel  segreto
    duello intellettuale con un uomo quale l'Alvignani, avvocato di grido,
    lodato,  ammirato,  corteggiato da tutta la citt,  che si preparava a
    eleggerlo deputato.
    L'irrompere del marito nella camera,  mentr'ella leggeva  la  lettera,
    nella  quale  per la prima volta l'Alvignani s'era arrischiato a darle
    del tu,  la scena  violenta  che  n'era  seguita,  l'aveva  stupita  e
    spaventata tanto pi,  in quanto che si sentiva,  leggendola,  affatto
    calma e indifferente. Innocente, diceva lei.
    A ogni donna onesta,  che non fosse brutta,  poteva capitar facilmente
    di  vedersi  guardata  con  strana insistenza da qualcuno;  e se colta
    all'improvviso,  turbarsene;  se  prevenuta  della  propria  bellezza,
    compiacersene.  Ora a nessuna donna onesta,  nel segreto della propria
    coscienza,  sarebbe sembrato di commettere peccato in quell'istante di
    turbamento  o  di compiacenza,  carezzando col pensiero quel desiderio
    suscitato,  immaginando in uno sprazzo  fuggevole  un'altra  vita,  un
    altro amore... Poi la vista delle cose attorno richiamava, ricomponeva
    la  coscienza  del proprio stato,  dei proprii doveri;  e tutto finiva
    l... Momenti!  Non si sentiva forse ciascuno guizzar dentro,  spesso,
    pensieri  strani,  quasi  lampi  di  follia,  pensieri  inconseguenti,
    inconfessabili,   come  sorti  da  un'anima  diversa  da  quella   che
    normalmente  ci riconosciamo?  Poi quei guizzi si spengono,  e ritorna
    l'ombra uggiosa o la calma luce consueta.
    Senza volerlo, senza sapere precisamente in qual modo,  si era trovata
    presa, avviluppata in un intrico.
    Dalla  paurosa  sorpresa  nel  vedersi buttare dall'Alvignani la prima
    lettera e dalla incertezza tormentosa  sul  partito  da  prendere  per
    impedire  che  colui seguitasse,  non sapeva pi come,  ella - onesta,
    onesta,  figlia di gente onesta  -  ecco  qua,  era  potuta  man  mano
    arrivare  fino  a  quel  punto,   senza  alcun  sospetto.  Ah,  quante
    imprudenze aveva commesso quell'uomo avanti che le buttasse  la  prima
    lettera  e  dopo!  Ora  le  notava;  ora se ne sentiva offesa.  Quelle
    tendine delle finestre dirimpetto non avevano requie: sollevate da una
    parte o dall'altra,  poi d'un  tratto  abbassate;  e  certe  subitanee
    scomparse  dalla  finestra,  e certi segni del capo e delle mani...  E
    aveva  potuto  ridere,  allora,   ridere  di  quell'uomo  gi  maturo,
    rispettabile,   che   si   rendeva   davanti   a  lei  cos  ridicolo,
    imbambolito... Ma a qual mezzo avrebbe dovuto appigliarsi per fare che
    colui smettesse dal tormentarla?  Compromettere il padre?  il  marito?
    N'era  esasperata,  avvilita;  e pur non di meno gli occhi le andavano
    sempre l,  alle finestre  dirimpetto,  involontariamente,  quasi  per
    forza  di  legamento,  l...  Usciva  sovente,  per sottrarsi a quella
    tentazione puerile; si recava per intere giornate alla casa paterna; e
    qua costringeva Maria a sonare,  a sonar sempre la  stessa  cosa,  una
    vecchia e mesta barcarola.
    - Marta, ebbene?
    E lei, sprofondata sul divano, rispondeva con voce flebile e gli occhi
    invagati:
    - Sono lontano... lontano...
    Maria  rideva,  e  a  Marta  risonavano  ora  negli  orecchi le risate
    schiette della sorella.  E  seguitava  a  ricordare,  a  rivedere  col
    pensiero. Nel salotto entrava la madre, che le domandava del marito.
    - Al solito... - le rispondeva lei.
    - Sei contenta?
    - S.
    E mentiva. Non che avesse da ridire su la condotta di lui; ma ecco, le
    rimaneva in fondo all'anima un sentimento ostile,  non ben definito; e
    non da ora: fin dal primo giorno della promessa di  matrimonio,  allor
    che  a lei,  ragazza di sedici anni appena,  tolta dal collegio,  agli
    studii seguiti con tanto fervore, Rocco Pentgora era stato presentato
    come promesso sposo.  Era un sentimento di vaga oppressione ricacciato
    dentro  e  soffocato  dalle  savie  riflessioni dei genitori,  che nel
    Pentgora avevano veduto un  partito  conveniente,  un  buon  giovine,
    ricco...   S,  s;  e  lei  aveva  ripetuto  come  sue  queste  savie
    considerazioni della madre e del padre alle compagne di collegio dalle
    quali aveva voluto prendere commiato;  come se da  bambina  tutt'a  un
    tratto fosse diventata vecchia, provata e sperimentata nel mondo.
    Qua  e  l  le  pareti  della cameretta serbavano tuttavia alcune date
    scritte da lei:  ricordi,  certo,  di  antichi  trionfi  di  scuola  o
    d'ingenue  feste  tra  amiche  o di famiglia.  E su quelle pareti e su
    tutti quegli oggetti umili semplici e cari  pareva  che  il  tempo  si
    fosse  addormentato e che ogni cosa l dentro serbasse l'odore del suo
    respiro. E Marta col pensiero rifrugava nella sua vita di fanciulla.
    Quante volte non aveva udito,  standosene con gli occhi intenti  e  lo
    spirito  vagante,  quel  crepito  delle prime piogge su i vetri delle
    finestre;   quante  volte  non  aveva  veduto  quella  luce   scialba,
    malinconica,   nella  cameretta  raccolta,  con  la  sensazione  dolce
    nell'anima dei prossimi freddi,  al declinare  dell'autunno  nuvoloso,
    dei brividori che fan le notti invernali, innanzi al mattutino?
    Maria  guardava  la  sorella,  stupita  di  quella calma,  e quasi non
    credeva agli occhi suoi,  offesa nel cuore dall'indifferenza  con  cui
    Marta pareva si fosse ora acchetata alla sciagura, come se la tempesta
    non  le  fosse  passata  or ora sul capo.  Eppure non ignora pensava
    Maria,  in quale stato s' ridotto il babbo per causa sua!.  E quasi
    piangeva dalla pena di non veder la sorella come avrebbe voluto, umile
    cio,  desolata,  vinta  nel  suo cordoglio e inconsolabile,  come nei
    primi giorni dopo il ritorno in casa.
    Marta infatti non piangeva pi. Dopo aver confessato tutto alla madre,
    tutto,   fin  nei  minimi  particolari,   nei  pi  intimi  e  segreti
    sentimenti,  aveva sperato che il padre almeno,  se non pi il marito,
    le rendesse giustizia,  e si rimovesse da quel proposito di non uscire
    pi di casa,  ch'era per lei, di fronte a tutto il paese, una condanna
    anche pi grave di quella che il marito  con  s  poca  ragione  aveva
    voluto infliggerle, scacciandola dal tetto coniugale.
    Cos  egli,  suo  padre,  confermava l'accusa del marito e la infamava
    irrimediabilmente. Come non lo intendeva?
    Aveva domandato con ansia alla madre se avesse riferito  al  padre  la
    confessione, e la madre le aveva detto di s.
    Ebbene? Irremovibile?
    Da  quel  momento,  non aveva pi versato una lagrima.  Si era sentita
    tutta rimescolare,  e la rabbia raffrenata s'era irrigidita in lei  in
    un  disprezzo freddo,  in quella maschera d'indifferenza dispettosa di
    fronte all'afflizione della madre e della sorella,  le quali,  anzich
    condannare  il  padre  per  la  sua  cieca,  testarda ingiustizia,  si
    mostravano costernate per lui,  per il male che certo  gliene  sarebbe
    venuto alla salute, come se n'avesse colpa lei.
    E  ora  Marta  domandava  apposta a Maria notizie di qualche amica che
    prima  veniva  a  visitare  la  madre;  e,   poich  Maria  rispondeva
    impacciata, ella, sorridendo stranamente, esclamava:
    - Adesso, si sa, nessuno vorr pi venire in casa nostra...
    Tutto,  dunque,  doveva  finire  cos?  Si  doveva  rimanere  come  in
    prigione,  in quell'afa,  in quel bujo,  in quel lutto,  quasi che  il
    mondo fosse crollato?
    La  famiglia  s'era  ritirata  nelle  stanze  pi remote da quella ove
    Francesco Ajala se ne stava rinchiuso.  Nessuna  voce,  nessun  rumore
    giungevano agli orecchi di lui,  che,  seduto su la poltrona a pi del
    letto,  guardava la soglia illuminata sotto l'uscio  nero,  spiava  il
    lieve, cauto scalpicco su l'assito della stanza attigua e si sforzava
    d'indovinare  chi vi passasse in punta di piedi.  Non LEI,  certo: era
    Agata... era Maria... era la serva...
    - La concera,  - volle un giorno rammentargli la moglie.  - Vuoi  che
    proprio tutto si perda cos?
    - Tutto! tutto! - le rispose egli. - Morremo di fame.
    - E Maria? Non  figlia tua anche lei? Che colpa ha la povera Maria?
    - E io?  - grid l'Ajala, levandosi torbido davanti alla moglie. - Che
    colpa avevo io? Tu l'hai voluto!
    Si fren, sedette di nuovo; poi riprese con voce cupa:
    - Fa' che venga da me tuo nipote,  Paolo Sistri.  Affider  a  lui  la
    direzione della conceria.  Non c' pi da aver superbia,  ora.  Voleva
    Marta in moglie? Se la pigli! Ormai pu essere di tutti.
    - Oh Francesco!
    - Basta cos! Manda a chiamare Paolo. Andate via!
    Da questo Paolo Sistri,  figliuolo d'una sorella defunta della signora
    Agata,  ebbero le tre donne notizia delle prodezze di Rocco Pentgora,
    ch'era partito  veramente,  il  giorno  dopo  lo  scandalo,  in  cerca
    dell'Alvignani,  col  professor  Blandino  e  col  Madden.  A Palermo,
    Gregorio Alvignani non aveva voluto dapprima accettare la  sfida;  era
    anzi  riuscito  a  persuadere  il  Blandino  d'indurre  il Pentgora a
    ritirarla;  ma allora questi  lo  aveva  pubblicamente  investito  per
    costringerlo a battersi con lui. E s'era fatto il duello e Rocco aveva
    riportato una lunga ferita alla guancia sinistra.  Ora, da tre giorni,
    era ritornato in paese in compagnia d'una donnaccia venduta;  se l'era
    portata nella casa maritale, l'aveva costretta a indossare le vesti di
    Marta  e,  sollevando  l'indignazione  di  tutto il paese,  si offriva
    spettacolo alla gente, conducendosela a passeggio,  in carrozza,  cos
    parata.
    Ebbene, dopo tali notizie, non riconosceva ancora il padre l'indegnit
    di quel vile?  non si vergognava di sottostare alla condanna infame di
    colui?
    Marta fremeva di sdegno e  di  rabbia,  faceva  un  continuo  violento
    sforzo  su  se  stessa  per  contenersi  di  fronte  alla madre e alla
    sorella, che si mostravano sempre pi afflitte e abbattute.
    - Piangi, Maria, ma perch? - domand una mattina,  con fare derisorio
    alla sorella che entrava nella sua cameretta con gli occhi rossi.
    - Il babbo... lo sai! - rispose Maria, a stento.
    - Eh,  - sospir Marta. - Che vuoi farci? Forse si riposa. Non fa male
    a nessuno...
    Era senza corpetto,  davanti allo specchio,  in piedi: trasse dal capo
    le  forcinelle  di  tartaruga,  e  il nero volume dei capelli le casc
    fragrante su le spalle, su le braccia nude.  Rovesci indietro il capo
    e  scosse  cos  pi  volte  la bella chioma pesante;  poi sedette,  e
    l'omero tondo,  candidissimo,  levigato,  le emerse tra i capelli  che
    s'erano partiti tra il seno e le terga.  Su l'omero,  il neo di viola,
    venuto s con gli anni lentamente,  come una  stella,  dalla  scapola,
    dove  prima Maria lo aveva scoperto,  quando ancora entrambe dormivano
    insieme.
    - Su, pttinami, Maria.


    Parte 1, 5.

    Lungo lungo,  sparuto,  dalle gambe sperticate,  dal volto  sbiancato,
    pinticchiato  di lentiggini,  con ciuffetti di peli rossi su le gote e
    sul  mento,   Paolo  Sistri  veniva  ora  ogni  sera  a   sottomettere
    all'approvazione  dello  zio  Ajala il rapporto giornaliero dei lavori
    della concera.
    Dopo circa mezz'ora usciva abbattuto e  sbalordito  dalla  stanza  del
    rinchiuso,  e  alla  zia  Agata  e  a Maria che lo aspettavano ansiose
    rispondeva ogni volta, piegando da un lato la testa:
    - Ha detto che va bene.
    Ma dell'approvazione pareva non fosse n convinto n soddisfatto, come
    in sospetto che lo zio lo lodasse per beffa.  Si  abbandonava  su  una
    seggiola,  tirava  dentro  quanto  pi  aria poteva e la soffiava pian
    piano per le nari, tentennando il capo.
    Ormai, sotto l'imbrigliatura d'uomo d'affari,  aveva rinunziato a ogni
    velleit  amorosa.  Nei  primi  giorni si mostr impacciatissimo della
    presenza di Marta;  poi,  man mano,  si rinfranc un  poco;  parlando,
    per,  si  rivolgeva  piuttosto a Maria o alla zia Agata.  Narrava con
    garbuglio opprimente di parole tutte le peripezie della giornata, e si
    ripiegava in tutti i versi su la seggiola e girava gli occhi di qua  e
    di  l  e  sudava  e  inghiottiva.  Ogni  periodo di quel suo discorso
    avviluppato restava in aria o sfumava a un tratto in una esclamazione;
    se  per  qualcuno,  per  disgrazia,  gli  riusciva  alla  fine  senza
    impuntature, lo ripeteva tre e quattro volte, prima di rimettersi alla
    fatica di figliarne un altro.
    La zia mostrava d'ascoltarlo con attenzione,  assentiva col capo quasi
    a ogni parola e spesso, alla fine, sapendo ch'egli ormai non aveva pi
    nessuno in casa, lo invitava a rimanere a cena.
    Paolo accettava quasi sempre.  Ma erano  ben  tristi  quelle  cene  in
    silenzio,  interrotte  dall'invio  del cibo alla stanza del rinchiuso,
    gelate  dall'aspetto  di  Maria,  che  ne  ritornava  ogni  volta  pi
    oppressa.
    Marta osservava ogni cosa con una strana espressione negli occhi,  ora
    quasi derisoria,  ora sdegnosa.  Quel dolore impresso negli altri  non
    era  un  raffaccio  a lei della presunta sua colpa?  Spesso si alzava,
    abbandonava la tavola, senza dir nulla.
    - Marta!
    Non rispondeva: andava a chiudersi nella sua cameretta.  Maria allora,
    dietro l'uscio,  la pregava d'aprire,  di ritornare a cena.  Ascoltava
    con un misto di dolore e  di  godimento  quelle  preghiere  insistenti
    della sorella,  e non apriva, n rispondeva; poi, appena Maria, stanca
    di pregare inutilmente,  andava via,  si stizziva contro se stessa  di
    non  aver  ceduto  e  si  metteva a piangere.  Ma subito il rimorso si
    cangiava in odio contro il marito. Ah,  in quella rabbia di cuore,  in
    quel momento, se avesse potuto averlo fra le mani! E se le torceva, le
    mani,  piangendo,  smaniando.  E  il  frutto  di quell'uomo,  intanto,
    maturava in grembo a lei...  Sarebbe stata madre,  tra  poco!  Il  suo
    stato le faceva orrore;  si dibatteva, cadeva in convulsione; e quelle
    crisi violente la lasciavano disfatta.
    Talvolta Paolo Sistri rimaneva un po',  dopo cena,  a tener compagnia.
    Sparecchiata  la mensa,  si rinfocolava timidamente,  intorno a quella
    tavola, sotto la lampada, un po' di vita familiare.  Ma la voce usciva
    dolente da quelle labbra, quasi paurosa del silenzio imposto alla casa
    dalla sciagura.  Di tratto in tratto Maria si recava in punta di piedi
    a origliare dietro l'uscio del padre.
    - Dorme,  - rispondeva,  rientrando,  alla madre che  la  guardava  in
    attesa.
    E  la  madre  chiudeva  gli  occhi  sul  suo  cordoglio  e  sospirava,
    rimettendosi al lavoro: al corredino per il nascituro.
    Bisognava far presto; poich nessuno, finora, ci aveva pensato, a quel
    lavoro per il povero innocente che sarebbe venuto al mondo  in  quelle
    condizioni.  Ci aveva pensato, da lontano, un'amica d'altri tempi, con
    la quale la signora Agata,  per ordine del marito,  aveva  rotto  ogni
    relazione.
    Si  chiamava  Anna  Veronica,  quest'amica.  Quando  la  signora Agata
    l'aveva conosciuta la prima volta,  ella viveva insieme con la  madre,
    al  cui  mantenimento  era orgogliosa di provvedere,  insegnando nelle
    scuole elementari.  Molti  giovani  in  quel  tempo  s'erano  messi  a
    corteggiarla,  sperando  di trarre in inganno l'appassionata natura di
    lei; ma Anna,  che veramente si consumava dentro nell'attesa d'un uomo
    a  cui avrebbe consacrato il pi ardente e devoto amore,  s'era saputa
    sempre difendere.  Qualche mazzolino di fiori,  lo scambio di  qualche
    letterina, discorsi e sogni, fors'anche qualche bacio carpito: e basta
    poi.
    Pure  nell'insidia  era  caduta  una  volta,  poco dopo la morte della
    madre,  e vi era stata vilmente trascinata dal fratello d'una  tra  le
    sue pi ricche amiche,  in casa delle quali soleva spesso recarsi dopo
    le interminabili ore di scuola,  sempre ben accetta,  poich  ella  le
    ajutava  nei  loro  lavori  di  cucito,   le  rallegrava  con  le  sue
    barzellette argute e pronte,  e spesso rimaneva da loro a  desinare  e
    talvolta anche a dormire.
    Quella prima caduta era stata tenuta nascosta con interessata prudenza
    dai parenti del giovine,  cos che nulla di preciso n'era trapelato in
    paese.  Anna aveva pianto segretamente la propria giovinezza sfiorita,
    l'avvenire   spezzato,   e   aveva   per  qualche  tempo  sperato  nel
    ravvedimento del giovine.  Molte delle amiche,  ignare o generose,  le
    avevano conservato la loro amicizia,  e fra queste Agata Ajala, allora
    da poco maritata.
    Dopo alcuni anni, per, Anna Veronica s'era imbattuta per disgrazia in
    un altro giovine, malato, malinconico,  il quale era venuto ad abitare
    vicino a lei, in tre stanzette umili e ariose, con un terrazzino pieno
    di  fiori.  Costui  l'aveva chiesta in moglie;  ma Anna,  onestamente,
    aveva voluto confessargli tutto; poi non aveva saputo, n forse potuto
    negargli quella stessa prova d'amore  gi  concessa  a  un  altro.  Ma
    questa  volta,  dopo  la  disdetta e l'abbandono,  era sopravvenuto lo
    scandalo,  perch  Anna  s'era  incinta  del  seduttore  sentimentale,
    partito  all'improvviso dal paese.  Il bimbo,  per fortuna,  era morto
    appena nato;  Anna,  destituita da maestra,  aveva per carit ottenuto
    una misera pensioncina,  merc la quale aveva potuto vivucchiare nella
    solitudine  e  nell'ignominia,  in  cui  quel  malinconico  miserabile
    l'aveva gettata, e s'era rivolta a Dio per perdono.
    La signora Agata vedeva spesso in chiesa Anna Veronica,  ma fingeva di
    non accorgersene; Anna intendeva e non se n'aveva per male: levava gli
    occhi in alto,  e in essi e  sulle  labbra  le  ferveva  pi  viva  la
    preghiera,  preghiera nutrita ormai d'amore per tutti, per gli amici e
    per i nemici, come se toccasse a lei dare prima esempio di perdono.
    Avvenuto lo scandalo di Marta,  Anna Veronica aveva guardato con altri
    occhi la signora Agata,  le domeniche,  a messa.  Sapeva che Marta era
    incinta; e un giorno, uscendo dalla chiesa,  s'era accostata umilmente
    all'amica che pregava ancora e,  deponendole in fretta un involtino in
    grembo, le aveva detto:
    - Questo per Marta.
    La signora Agata aveva  voluto  richiamarla;  ma  Anna  s'era  voltata
    appena a salutarla con la mano ed era scappata via.  Nell'involtino la
    signora Agata aveva trovato alcune  trine  intrecciate  all'uncinetto,
    tre bavaglini ricamati,  due cuffiette.  N'era rimasta intenerita fino
    alle lagrime.
    Delle molte amiche ch'ella  contava,  nessuna  dopo  lo  scandalo  era
    rimasta  fedele;  ma,  ecco,  in cambio,  quest'antica amicizia ora si
    riannodava quasi furtivamente.  Difatti,  la domenica appresso,  aveva
    riveduto  Anna  Veronica in chiesa,  le si era seduta accanto e,  dopo
    messa,  avevano parlato a lungo,  commovendosi ai ricordi  della  loro
    antica  amicizia  e  alle  vicende  e  ai  tristissimi casi occorsi ad
    ambedue.
    E ora che Francesco Ajala se ne stava  sempre  rinchiuso,  non  poteva
    Anna Veronica venire di nascosto a tener compagnia, ad ajutare come un
    tempo l'amica nei suoi lavori di cucito?
    Poteva,  s.  Ed ecco, Anna Veronica attraversava in punta di piedi la
    stanza attigua a quella del rinchiuso;  si liberava del lungo  scialle
    nero  da  penitente;  e  sorridendo  a Marta e a Maria con due diversi
    sorrisi:
    - Eccomi qua, figliuole mie, - diceva sottovoce. - Che c' da fare?
    Marta  assisteva  la  sera  a  quel  lavoro  amoroso  della  madre   e
    dell'amica;  e spesso,  fissando quelle fasce,  quelle camicine,  quei
    corpettini, quelle cuffiette nel canestro,  gli occhi le s'infoscavano
    o le si riempivano di lagrime silenziose.
    Intanto  Paolo  a  bassa voce si sforzava di fare intendere a Maria il
    congegno della concera: la macina ritta per schiacciare le  bucce  di
    mortella  o  di  sommacco,  le  trosce  per  l'addobbo  dei  cuoj,  il
    mortajo...  - o le rifaceva la cronaca del paese.  Si era sossopra per
    le  imminenti  elezioni politiche.  Gregorio Alvignani aveva posato la
    candidatura.   I  Pentgora  spendevano  un  banco   di   denari   per
    combatterlo. Manifesti, galoppini, comizii, giornaletti d'occasione...
    Lui,  Paolo,  non sapeva da qual parte tenere, come regolarsi; per non
    essere  coi  Pentgora,   non  voleva  parteggiare  per   l'avversario
    dell'Alvignani; a questo intanto non avrebbe mai dato il suo voto; per
    l'autorit  che  gli  veniva  dalla  direzione della concera,  in cui
    lavoravano pi di sessanta operai, non gli pareva ben fatto appartarsi
    dalla lotta.
    La povera Maria fingeva di prestar ascolto, per non dargli dispiacere;
    e quel supplizio durava per lei una e due ore, spesso.
    - Vuoi scommettere,  - le disse  Marta  sorridendo,  una  sera,  prima
    d'andare a letto, - che Paolo  innamorato di te?
    -  Marta!  - esclam Maria,  arrossendo fin nel bianco degli occhi.  -
    Come puoi pensare a codeste cose?
    Marta scoppi in una stridula risata:
    - Che vuoi? Non lo sai? Sono una donna perduta, io!
    - Marta! oh Marta mia, per carit!  - gemette Maria,  nascondendosi il
    volto con le mani.
    Marta  allora le afferr le braccia,  e,  scotendola con violenza,  le
    grid, accesa d'ira:
    - Volete farmi impazzire con codesta  tragedia  che  mi  rappresentate
    attorno?  L'avete  giurato?  Volete farmi andar via?  Ditelo una buona
    volta!  Me n'andr,  me ne vado subito via,  ora  stesso...  Lasciami,
    lasciami...
    Si lanci verso l'uscio, trattenuta da Maria. Accorse la madre.
    - Zitta, Marta, per carit! Piano... Sei pazza? Dove vuoi andare?
    - Gi! Per istrada, a gridar giustizia... Pazza, s, pazza!
    - Non gridar cos... Tuo padre ti sentir!
    - Tanto meglio! Mi senta! Perch se ne sta l rinchiuso? Non per nulla
    s' chiuso al bujo: cos,  come un cieco,  mi condanna...  Non voglio,
    non voglio pi stare con voi... Cos sarete contenti e felici...
    Il pianto a un tratto la vinse;  si dibatt fino a tarda notte in  una
    tremenda convulsione di nervi, vegliata dalla madre e dalla sorella.


    Parte 1, 6.

    Col  capo  abbandonato  su la spalliera dell'ampia poltrona,  le belle
    mani diafane su i bracciuoli,  in un'atona invincibile,  Marta ora si
    affisava  a  lungo  su  qualche  mobile della camera;  e le pareva che
    soltanto adesso le si chiarisse,  ma stranamente,  il significato  dei
    singoli  oggetti,  e  li  esaminava,  ne  concepiva  quasi l'esistenza
    astraendoli dalle relazioni tra essi  e  lei.  Poi  gli  occhi  le  si
    fermavano  di  nuovo  su  la madre,  su Maria,  su Anna Veronica,  che
    lavoravano in silenzio davanti a lei; abbassava le plpebre; traeva un
    lungo sospiro di stanchezza.
    Cos passavano lentissimamente i giorni della triste attesa.
    Finalmente una mattina, poco prima di mezzogiorno, le sopravvennero le
    doglie.
    Gelata, con la fronte molle di sudore,  si agitava per la camera,  non
    trovava  pi  luogo  da  schermire lo spasimo;  e intanto guardava con
    terrore  la  vecchia  levatrice  e  un'altra  donna   assistente   che
    preparavano  il  letto.  Un  fremito di stizza la scoteva tutta a ogni
    sennato, placido consiglio ch'esse le rivolgevano.
    Nella stanzetta accanto, un giovane medico, alto, pallido, biondiccio,
    chiamato per consiglio della levatrice molto impensierita per lo stato
    della partoriente, di nascosto disponeva e apparecchiava con minuziosa
    cura,  su un  tavolino,  fasce,  compresse,  fiaschi,  tubi  elastici,
    strumenti  di  strana  foggia.  E  ogni  volta,  posando  con studiata
    disposizione l'oggetto preparato, pareva dicesse: E questo  fatto!.
    A quando a quando tendeva l'orecchio e sorrideva tra  s  per  qualche
    lamento della partoriente.
    -   Mamma,   muojo!   -   nicchiava  Marta,   agitando  continuamente,
    regolarmente la testa da un lato all'altro. - Mamma, muojo! Ah, mamma!
    ah, mamma!
    E stringeva forte un braccio della madre che la sorreggeva guardandola
    con infinita piet tra le lagrime che le rigavano il volto,  dilaniata
    dai  gemiti  sordi  o  acuti,  dal  mugolo continuo della figlia: l,
    addossate tutt'e due a un angolo della camera,  come  se  l  soltanto
    ella potesse soffrir meno.
    Maria s'era ritirata con Anna Veronica in una stanza lontana, prossima
    a quella del padre,  e Anna a bassa voce procurava di calmar l'ansia e
    l'impazienza di lei.
    -  Quando  il  bambinello  verr  con  la  sua  manina  a  battere   a
    quell'uscio,  chiamando  NONNO!  NONNO!  con  l'odore  del latte nella
    vocina, ah, voglio vedere se non aprir! Aprir... E allora, figliuola
    mia, io non potr pi venire da voi,  vero; ma non importa!  Io prego
    ogni sera il mio Ges che vi faccia questa grazia.
    Improvvisamente,   barcollando,   urlando,   con  le  braccia  levate,
    furibonda dagli spasimi e dalla paura, irruppe in quella stanza Marta,
    discinta,   scarmigliata,   inseguita  dalla  madre  e   dalle   donne
    assistenti.  Maria,  Anna Veronica si levarono spaventate e le corsero
    dietro anch'esse.  Marta and a urtare contro  l'uscio  del  padre  e,
    battendovi con la testa e con le mani, chiamava, supplicava:
    - Babbo!  Apri,  babbo!  Non mi far morire cos!  Apri,  babbo! Muojo,
    perdonami!
    Le donne,  piangendo,  gridando,  cercavano di strapparla  di  l.  Il
    medico la prese per le braccia.
    - Codeste sono pazzie,  signora!  Via,  via: il babbo verr;  si lasci
    condurre...
    Le donne la circondarono,  la tolsero quasi di peso,  la  trascinarono
    nella camera del travaglio.
    Quivi la adagiarono sfinita su i guanciali.
    Poco  dopo,  Maria,  ch'era ritornata a origliare all'uscio del padre,
    entr  nella  camera  della  sorella,  con  faccia  stravolta,   tutta
    tremante,  a chiamare la madre; la condusse all'uscio del rinchiuso e,
    tendendo di nuovo l'orecchio, le disse:
    - Senti? senti? Mamma, senti?
    Veniva dalla stanza,  attraverso l'uscio,  un romor  sordo,  continuo,
    come un ruglio di cane aizzato.
    - Francesco! - chiam forte la signora Ajala.
    - Babbo! - chiam Maria, l l per piangere.
    Nessuna  risposta.  La  madre  afferr  con  mano  convulsa la gruccia
    dell'uscio e spinse e scosse: invano.  Attese: il rantolo  continuava,
    crescente come in un ringhio.
    - Francesco! - chiam di nuovo.
    - Mamma! oh mamma! - fece Maria, presaga, torcendosi le mani.
    La  signora Ajala diede allora una spallata all'uscio resistente;  una
    seconda; alla terza l'uscio cedette.
    Nella camera al bujo giaceva Francesco Ajala,  bocconi sul  pavimento,
    con un braccio proteso, l'altro storto sotto il petto.
    Al  grido acutissimo della madre e di Maria rispose dalla camera della
    partoriente come  un  lulo  lungo,  ferino.  Accorse  Anna  Veronica,
    accorse  il  medico;  si  spalancarono le imposte;  e il corpo inerte,
    fulminato di Francesco Ajala fu deposto con inutile cautela sul  letto
    e messo quasi a sedere, sorretto da guanciali.
    - Non gridino,  per carit, non gridino! - scongiur il medico. - O ne
    perderanno due!
    - Dunque  perduto? - grid la signora Ajala.
    Il medico fece un gesto disperato,  e prima di accorrere  alla  camera
    della  partoriente  ordin  alla serva di recarsi per un altro medico,
    subito, alla prossima farmacia.
    Maria,   piangendo,   asciugava  con  un  fazzoletto  su   la   faccia
    congestionata  del  padre il sangue che gli usciva da una lieve ferita
    alla fronte. Ah se questo solo fosse stato il male!  Pure ella metteva
    tutta  l'attenzione,  tutto il suo amore,  nell'arrestare quelle poche
    gocce di sangue, come se da questo soltanto dipendesse la salvezza del
    padre.  La madre pareva impazzita: voleva a ogni costo che  il  marito
    parlasse,  e l'abbracciava e gli stringeva le mani diacce,  gi morte.
    Francesco Ajala,  terreo in volto,  continuava a rantolare sordamente,
    con la bocca spalancata e gli occhi chiusi.
    Accorse  l'altro  medico,  ch'era  un  omacciotto  calvo,  bircio d'un
    occhio.
    - Largo! che c'? Mi lascino vedere... Eh!  - fece,  con voce oppressa
    da  intasamento  nasale,   percotendosi  le  anche.  -  Povero  signor
    Francesco! Ghiaccio, ghiaccio... Qui, alla farmacia dirimpetto,  carte
    senapate,  una vescica...  Chi va?  chi corre?  Si levino d'attorno al
    letto... aria! aria! Povero signor Francesco...
    Giunse attraverso gli usci chiusi un grido prolungato, quasi di rabbia
    furibonda.  Il medico si volse di  scatto;  tutti  per  un  attimo  si
    distrassero e attesero.
    -  Povera  figlia  mia!  -  pot  finalmente  gemere la signora Agata,
    rompendo in singhiozzi.
    Allora le altre donne piansero  e  gridarono  insieme.  Il  medico  si
    guard intorno smarrito,  sbalordito, si gratt con un dito il cranio,
    poi sedette e si mise a  far  rincorrere  i  due  pollici  delle  mani
    intrecciate sul ventre.
    Una  lagrima  solc  lentamente il volto del moribondo e si arrest ai
    folti baffi grigi.
    Ogni rimedio fu vano.
    L'agonia dur fino a  sera.  Solo  quel  rantolo  continuo,  monotono,
    attestava un ultimo resto di vita in quel corpo gigantesco,  ripiegato
    quasi a sedere sul letto.
    Sul tardi,  la signora Agata pens a Marta,  e si rec alla camera  di
    lei.  Fu  colpita,  nell'aprir  l'uscio,  dall'odore  dell'ammoniaca e
    dell'aceto. Il parto era dunque avvenuto?
    Marta giaceva immobile,  cerea su i guanciali,  e pareva  esanime.  La
    donna assistente reggeva,  china su la puerpera,  una compressa,  e il
    medico,   pallidissimo,   sbracciato,   buttava  fiocchi   di   ovatta
    insanguinata in un catino per terra.
    -  Di  l,  -  diss'egli  alla madre,  accennando l'uscio della stanza
    attigua.
    La signora Agata, in silenzio,  prima d'entrare nell'altra stanza come
    un automa, guard la figlia.
    -  Morto...  -  bisbigli  questa,  come  a se stessa,  con voce vuota
    d'espressione,  quasi non le fosse venuta da  pi  lontano  che  dalle
    labbra.
    La  levatrice  mostr  di  l  alla  madre,  un  mostricciattolo quasi
    informe, tra la bambagia, livido, odorante di musco.
    - Morto...
    Dalla via sottostante giunse il suono stridulo d'un  campanello  e  un
    coro nasale, quasi infantile, di donne in frettolosa processione:
    OGGI E SEMPRE SIA LODATO
    NOSTRO DIO SAGRAMENTATO...
    Il  Viatico!  -  disse  la  vecchia levatrice,  inginocchiandosi,  col
    morticino tra le braccia, in mezzo alla stanza.
    La signora Agata usc in fretta, accorse alla sala d'ingresso,  mentre
    gi entrava il prete parato, con la pisside in mano, e un uomo che gli
    veniva  dietro,  con  gli occhi quasi spiritati di paura,  chiudeva il
    baldacchino.  Il sagrestano con un tabernacoletto tra le braccia segu
    il  prete  nella  camera  del  moribondo.  Le  donne e i fanciulli che
    accompagnavano il Viatico s'inginocchiarono nella saletta, parlottando
    tra loro.
    Francesco Ajala non intese,  non comprese  nulla;  ricevette  soltanto
    l'estrema unzione e, presente ancora il prete, spir.
    Appena  gi  per  la  strada,  il  suono  stridulo del campanello e il
    rosario delle donne si confusero con le grida clamorose e gli applausi
    d'una folla di schiamazzatori,  i quali,  con una bandiera  in  testa,
    esaltavano la proclamazione di Gregorio Alvignani a deputato.


    Parte 1, 7.

    Dopo il parto, Marta stette circa tre mesi tra la vita e la morte.
    Provvidenza divina, questa malattia, diceva Anna Veronica. S, perch,
    altrimenti,  le due povere superstiti, la vedova e l'orfana, sarebbero
    certo impazzite.  Invece,  nella lotta disperata contro quel male  che
    sembrava invincibile,  le loro labbra,  che pareva non avessero dovuto
    mai pi sorridere,  sorrisero due mesi  appena  dopo  la  morte  quasi
    violenta  del  capo  di casa,  ai primi accenni della convalescenza di
    Marta.
    Instancabile,  Anna Veronica,  dopo tante veglie,  recava adesso  ogni
    mattina   alla   convalescente  piccole  immagini  odorose  di  santi,
    contornate di carta trapunta, punteggiate d'oro, con nimbi d'oro.
    - Qua, - diceva, - dentro la busta, sotto il guanciale: ti guariranno:
    sono benedette.
    E mostrandole i due santi patroni del paese, San Cosimo e San Damiano,
    con le tuniche fino ai piedi,  la  corona  in  capo  e  le  palme  del
    martirio  in  mano;  i  due  santi  miracolosi,  di cui presto sarebbe
    ricorsa la festa popolare,  e ai quali ella aveva promesso  un'offerta
    per la guarigione di Marta:
    - Questi,  - soggiungeva, - valgono pi del tuo medico spelato, con un
    occhio a Cristo e l'altro a San Giovanni.
    E contraffaceva il medico e  la  voce  di  lui  oppressa  dal  perenne
    intasamento nasale: - SOFFRO DI LITIASI, SIGNORA MIA! - CHE SAREBBE?
    - MAL DI PIETRA, SIGNORA MIA, MAL DI PIETRA!.
    Marta sorrideva dal letto pallidamente, seguendo con gli occhi i versi
    di Anna Veronica, e anche Maria e la madre sorridevano.
    La sera,  prima di tornarsene a casa,  Anna recitava il rosario con la
    signora Agata e con Maria, nella camera di Marta.
    La  malata  ascoltava  il  borbotto  della  preghiera  nella   camera
    debolmente  rischiarata  da  un lume guarnito d'una ventola di mantino
    verde;  guardava le tre donne inginocchiate,  curve sulle seggiole,  e
    spesso,  alla  litana,  rispondeva anche lei alle invocazioni di Anna
    Veronica:
    - ORA PRO NOBIS.
    Quel senso di serenit,  fresca,  dolce e  lieve,  che  suol  dare  la
    convalescenza, le si turbava al sopravvenire della sera. Le pareva che
    quel  lume  riparato dal mantino verde fosse poco,  troppo poco contro
    l'ombra  che  invadeva  la  casa;   e  un'ambascia   cupa,   un'oscura
    costernazione,  un'impressione  di vuoto,  di sgomento sentiva venirsi
    dalle  altre  stanze,  in  cui  spingeva  trepidante,  dal  letto,  il
    pensiero: subito ne lo ritraeva, affisando di nuovo gli occhi al lume,
    per sentirne il conforto familiare. In quell'ombra, in quel bujo delle
    altre stanze,  il padre era scomparso.  Di l egli,  ormai,  non c'era
    pi. Nessuno pi, di l... L'ombra. Il bujo. Che incubo,   vero,  era
    egli stato per lei!  Ma a qual prezzo,  ora,  se n'era liberata...  La
    cupa ambascia, l'oscura costernazione, il senso di vuoto, di sgomento,
    non le venivano piuttosto dal pensiero di lui?
    - ORA PRO NOBIS.
    Spesso si addormentava con la preghiera su  le  labbra.  La  madre  le
    giaceva a fianco,  su lo stesso letto; ma stentava tanto, ogni sera, a
    prender sonno,  non solo per il ricordo vivo e straziante del  marito,
    ma  anche  per  la  preoccupazione assidua in cui la teneva il nipote,
    Paolo Sistri, a cui era affidata ormai l'esistenza della famiglia.
    Paolo,  dopo la disgrazia,  non veniva pi,  puntualmente,  ogni sera.
    Bisognava  che  la  zia  mandasse a chiamarlo due e tre volte per aver
    notizie della concera;  e,  quando finalmente si risolveva a  venire,
    appariva pi abbattuto e sbalordito di prima.
    Una sera le si present con la testa fasciata.
    - Oh Dio, Paolo, che t' accaduto?
    Niente.  In  una stanza della concera,  al bujo,  qualcuno (e forse a
    bella posta!) s'era dimenticato di richiudere la...  come  si  chiama?
    s...  la...  la  caditoja,  ecco,  su  l'assito,  ed egli,  passando,
    patapmfete! gi: aveva ruzzolato la...  la come si chiama di legno...
    la scala della cateratta,  gi!  Per miracolo non era morto.  Ma tutto
    bene, benone, alla concera. Forse per, ecco...  sarebbe stato meglio
    tentare  adesso una certa concia alla francese..  - quella tal maniera
    di concia per la quale... ecco, gi! si adopera in polvere la...  come
    si chiama...  la scorza di leccio, di sughero e di cerro; mentre, alla
    maniera nostrana, con la vallona spenta nell'acqua di mortella...
    - Per carit, Paolo!  - lo interrompeva la zia,  a mani giunte.  - Non
    facciamo novit!  Andava tanto bene la concia all'uso nostro finch ci
    bad la buon'anima.
    - Ges! che c'entra? - le rispondeva Paolo,  saccente,  ora che lo zio
    non c'era pi.  - E` un'altra cosa! Perch... vede com'? Si piglia...
    prima che si pigliava?  l'acqua cotta.  Oh,  e ora si  piglia  l'acqua
    pura..., aspetti! con la polvere di leccio, oppure...
    E  seguitava  per  un pezzo,  imbrogliandosi,  rifacendosi daccapo,  a
    spiegare alla zia quella benedetta concia in rammorto, alla francese.
    - Mi sono spiegato?
    - No, caro. Ma forse non comprendo io. Mi raccomando: attenzione!
    - Lasci fare a me.
    E veramente per lui non mancava. Notte e giorno, in continua briga: di
    giorno, ora qua, ai calcinaj, per sorvegliare la bolleratura;  ora l,
    alle  trosce,  pei  bagni;  poi,  ai cavalletti,  per la pelatura e la
    scarnatura delle pelli, e cos via: di notte, l, su i libri di cassa,
    a far conti.  Sentiva su le quattro cantare i galli...  Che ne  sapeva
    sua  zia?  I galli,  parola d'onore,  alle quattro...  E lui ancora in
    piedi!  L'inchiostro del calamajo non  rispettava  nessuna  delle  sue
    dieci dita, e n'aveva pur cenciate sul naso e sulla fronte.
    - La vorrei qua, a vedere! - sbuffava, in maniche di camicia, col capo
    rovesciato  sulla  spalliera  del seggiolone come se volesse trovar le
    cifre del conto tra i ragnateli del  soffitto,  a  cui,  distraendosi,
    voleva  far giungere il fumo,  che tirava a gran boccate dalla pipa: -
    FFFFF.
    Per la strada, intanto, nel vasto edificio,  silenzio di tomba.  Su la
    parete  nuda,  ingiallita,  la  candela verberava il lume tremolante a
    ogni sbuffo di Paolo,  la cui ombra si protendeva enorme  e  mostruosa
    sul pavimento.
    - Puah! Alla faccia di... - e nominava un creditore, scaraventando uno
    sputo contro la parete.
    Un ragno gli passava sotto gli occhi,  zitto zitto, come impaurito dal
    lume,  traballando leggermente su le  otto  lunghe  esilissime  gambe.
    Paolo  aveva  ribrezzo  di questi animaletti,  come le donne dei topi.
    Subito scattava in piedi,  si  levava  una  pantofola,  e  pffete!  -
    schiacciava  con  la  suola  il  ragno;  poi,  col volto atteggiato di
    schifo, stava un po' a mirar la vittima cos appiccicata alla parete.
    Dopo la morte dello zio,  aveva piantato  tenda  definitivamente  alla
    concera.  Vi mangiava e vi dormiva;  e in quella stanzaccia intanfata
    non permetteva che entrasse  mai  nessuno.  Lui  si  apparecchiava  da
    mangiare,  lui  il  letto:  tutto lui;  ma glien'andasse mai una bene!
    Cercava le posate? - la carne gli s'abbruciava sul fuoco. Voleva bere?
    - trovava scandelle a galla sul vino.  Chi aveva versato olio nel  suo
    bicchiere?
    - Puah! Mannaggia...
    E restava con la lingua fuori e il volto atteggiato di schifo.
    Ma era niente,  questo.  Quel che gli toccava combattere con un nugolo
    di corvi piombati sulla concera dopo la morte  dello  zio!  Difendeva
    con  feroce  zelo  gl'interessi della povera vedova,  il cortile della
    concera rimbombava delle sue liti rumorose,  violente;  ma alla  fine
    doveva cedere e pagare e pagare.  Intanto la vendita scemava di giorno
    in giorno;  crescevano i debiti e i reclami;  i  mercanti  di  cuojame
    disdicevano  gl'impegni  o  rimandavano  la  merce  e  si  rivolgevano
    altrove.  La zia,  ignara,  gli domandava ogni mese per l'andamento di
    casa  quella somma che era solita di prendere per l'addietro,  come se
    gli affari andassero bene allo stesso modo; e lui,  che non si sentiva
    il  coraggio di esporle il miserando stato delle cose,  s'adoperava in
    tutti i modi perch, ogni mese, non mancasse almeno il denaro per lei.
    Marta finalmente s'era levata di letto,  e gi moveva i  primi  passi,
    sorretta  dalla  madre e da Maria: dalla poltrona a pi del letto fino
    allo specchio dell'armadio.
    - Come sono, mio Dio!
    Levava un braccio dal collo di Maria e si ravviava con la bianca  mano
    tremolante i capelli dalla fronte, lievemente, e sorrideva guardandosi
    negli  occhi,  quasi  con smarrita piet per le sue povere labbra arse
    dal cociore di tante febbri.  Poi andava a sedere  nel  seggiolone  di
    cuojo presso la finestra. Veniva Anna Veronica e le parlava con la sua
    naturale  dolcezza  dei vespri di maggio consacrati alla Madonna: - La
    chiesa fresca, tutta fragrante di rose;  poi la benedizione,  e infine
    le  canzonette  sacre  cantate  al suono dell'organo: gli ultimi raggi
    d'oro del sole entravano in chiesa per i larghi finestroni  aperti  in
    alto,  e  anche  qualche  rondine  entrava  e  svolava di qua,  di l,
    smarrita, mentre fuori garrivano le altre com'ebbre, inseguendosi.
    Marta ascoltava con l'anima quasi alienata dai sensi.
    - Ti ci condurremo noi,  andremo tutt'e  quattro  insieme,  prima  che
    finisca il mese. Oh starai bene, non dubitare.
    Ma ella diceva di no, che non le sarebbe stato possibile.
    - S, la chiesa, a due passi; ma se ancora non mi reggo...
    La  terza  domenica di maggio,  dopo la funzione sacra,  Anna accorse,
    esultante, dalla chiesa.
    - A te, a te, Marta! uscita in sorte a te!
    - Che cosa? - domand Marta, guardando quasi sgomenta dal seggiolone.
    - La Madonna!  La Madonna: a te!  Senti?  Te la  portano  cantando  le
    Figlie di Maria. Senti il tamburo? La Madonna ti viene in casa!
    Nelle  domeniche  di  maggio,   in  chiesa,   dopo  la  predica  e  la
    benedizione,  si faceva tra i divoti il sorteggio d'una  Madonnina  di
    cera custodita in una campana di cristallo.
    - E come? come mai? - diceva Marta, tutta confusa, sentendo appressare
    vieppi alla casa il coro delle divote e il rullo del tamburo.
    - Io,  tutte le domeniche, ho preso un numero per te. Oggi il cuore me
    lo diceva: uscir in sorte a Marta!  E cos   stato.  Ho  gettato  un
    grido  di  contentezza  cos  forte  nella  chiesa,  che tutti si sono
    voltati.  Ecco la Madonna che viene  a  visitarvi...  Eccola,  eccola,
    Vergine santa!
    Entr  nella stanza una commissione di fanciulle che avevano tutte sul
    seno una medaglina pendente da un nastro azzurro;  entr il sagrestano
    della  chiesa con la Madonna di cera entro la campana di cristallo che
    tra le grosse mani scabre e nere pareva  anche  pi  fragile.  Per  la
    scala rullava fragorosamente il tamburo.
    Quelle fanciulle erano abituate a sorridere tutte a un modo, guardando
    e  udendo  le  espressioni di giubilo con cui i divoti accoglievano la
    Madonnina: vedendo ora Marta rimanere seduta, pallida,  stordita dalla
    commozione troppo forte per le sue deboli forze,  rimasero dapprima un
    po'  sconcertate,  poi  le  si  appressarono  e  presero  a  parlarle,
    ripetendo  ognuna  le  parole  dell'altra:  -  Adesso sarebbe guarita,
    certo...  La  Madonna...  La  visita  della  Madonna...   Via  medici,
    medicamenti...
    Il  rullo  del  tamburo  era  intanto  cessato: la signora Ajala aveva
    regalato qualche soldo al tamburino, altri ne regal al sagrestano,  e
    poco dopo la casa fu sgombra.
    Marta  non  si  saziava  d'ammirare  la Madonnina su le sue ginocchia,
    reggendola con le mani ceree su la campana.
    - Com' bella! com' bella! Oh Maria!
    E veramente,  prima che finisse il mese,  pot  recarsi  in  chiesa  a
    ringraziare  la Madonna,  in compagnia d'Anna Veronica,  della madre e
    della sorella.


    Parte 1, 8.

    Mio buon Ges,  voglio riconciliarmi con Voi,  confessando al  Vostro
    ministro  tutti  i peccati coi quali V'ho offeso.  Grande miseria  la
    mia, se tanto facile m' dimenticarmi di Voi.  Ingrata,  non so vivere
    senz'offender  Voi,  Padre  mio e mio amabile Salvatore.  E ora che mi
    sento colpevole,  mi accuso,  mi pento,  imploro misericordia da  Voi.
    Piangi,  mio cuore, che hai offeso Dio, il quale tanto ha sofferto pe'
    tuoi peccati. Ricevete,  o Signore,  questa mia confessione;  gradite,
    avvalorate  con  la  grazia  Vostra  il  mio  atto di contrizione e il
    proponimento del cuor mio,  che mi fa ripetere con Santa  Caterina  da
    Genova: - Amor mio, non pi mondo, non pi peccati; ma amore, fedelt,
    obbedienza  ai  Tuoi  santi  comandamenti.  -  In nome del Padre,  del
    Figliuolo, e dello Spirito Santo. Cos sia.
    Segnatasi e chiuso il libro delle preghiere, Marta rivolse uno sguardo
    angoscioso al confessionale, davanti al quale, dall'altra parte, stava
    inginocchiata  una  vecchia  penitente  venuta  prima   di   lei.   Da
    quest'altra  parte,  il  legno  del confessionale,  tutto a forellini,
    levigato e giallognolo,  serbava l'impronta opaca di tante  fronti  di
    peccatori.  Marta  lo not con un certo ribrezzo,  e si tir ancora di
    pi sul capo il lungo scialle nero,  fin quasi a nascondersi il volto.
    Era pallidissima, e tremava.
    La chiesa,  deserta,  aveva un silenzio misterioso,  assorbente, nella
    cruda immobile  frescura  insaporata  d'incenso.  La  solenne  vacuit
    dell'interno  sacro,  quasi  sospeso  agl'immani pilastri,  alle ampie
    arcate,  dava all'anima,  in quella penombra,  un senso d'oppressione.
    Tutta  la  navata  di  centro  era  occupata  da  due  ali di seggiole
    impagliate, disposte in lunghe file sul pavimento polveroso,  ineguale
    per le antiche pietre tombali, logore.
    Marta  stava  inginocchiata  su una di queste pietre,  e aspettava che
    quella vecchia penitente le cedesse il posto nel confessionale.
    Quanti peccati, quella vecchia! Ma suoi o della miseria?  e quali mai?
    Il  vecchio  confessore li ascoltava attraverso i forellini del legno,
    con volto impassibile.
    Ma chin gli occhi e,  per distrarsi,  cerc di decifrare l'iscrizione
    funeraria  in  parte  svanita  sulla  pietra dalla logora effigie.  L
    sotto,  uno scheletro...  Che importava pi il nome?  Ma come e quanto
    pi  raccolto,  pi  sicuro,  pi  protetto,  nella pace solenne d'una
    chiesa, appariva il riposo della morte!
    Le due ali di seggiole s'allungavano fino alle colonne  che  reggevano
    sul  nrtice  la  cantora.  Dietro  queste  colonne  erano due lunghe
    panche,  su una delle quali Marta,  entrando,  aveva veduto un vecchio
    contadino con le braccia incrociate sul petto, rapito nella preghiera,
    con gli occhi risecchi dagli anni,  infossati.  Oh quelle mani scabre,
    terrose, quel collo dalla floscia giogaja divisa da un solco nero, dal
    mento gi gi fin sotto la gola,  e quelle tempie schiacciate,  quella
    fronte  increspata  sotto  l'ispida  canizie!  Di  tratto in tratto il
    vecchietto tossiva,  e quei colpi di tosse rimbombavano cupamente  nel
    silenzio della chiesa deserta.
    Dai  finestroni  in  alto entrava a colpire a fasci i grandi affreschi
    della vlta l'ardente pallore in cui il giorno moriva tra uno sbaldore
    assordante di rondini.
    Marta era  venuta  in  chiesa  per  consiglio  di  Anna  Veronica.  Ma
    cominciava  gi,  in  quella  lunga  attesa,  ad  avere  di se stessa,
    inginocchiata l come una  mendicante,  una  penosissima  impressione.
    Intendeva  in  Anna tutta quell'umilt,  fonte per lei di tanta serena
    dolcezza;  Anna era veramente caduta;  aveva perci cercato e  trovato
    nella  fede  un conforto,  nella chiesa un rifugio.  Ma lei?  Aveva la
    coscienza sicura, lei,  che non sarebbe mai venuta meno ai suoi doveri
    di  moglie,  non perch stimasse degno di tale rispetto il marito,  ma
    perch non degno di lei stimava il tradirlo, e che mai nessuna lusinga
    sarebbe valsa a strapparle una anche  minima  concessione.  La  gente,
    ora,  vedendola l in chiesa,  umile e prostrata, non avrebbe supposto
    ch'ella  avesse   accettato   come   giusta   la   punizione   e   che
    s'inginocchiasse davanti a Dio a mendicare conforto e rifugio,  perch
    non si riconosceva pi il diritto di levarsi in piedi e a fronte  alta
    davanti  agli  uomini?  Non per questi,   vero,  non per la punizione
    immeritata,  non per la sciagura del padre,  di  cui  lei  non  voleva
    riconoscersi  cagione,  si  era  lasciata  indurre da Anna a venire in
    chiesa per confessarsi;  ma per s,  per aver lume e pace da Dio.  Che
    avrebbe detto per, tra poco, a quel vecchio confessore? Di che doveva
    pentirsi?  Che  aveva  fatto,  qual peccato commesso da meritare tutti
    quei castighi, quelle pene,  e l'infamia,  la sciagura del padre e del
    figliuolo,  il  perpetuo  lutto in casa,  e forse la miseria,  domani?
    Accusarsi?  pentirsi?  Se  male  aveva  fatto,   senza  volerlo,   per
    inesperienza,  non lo aveva scontato a dismisura? Certo quel sacerdote
    le avrebbe consigliato d'accettare con amore e  con  rassegnazione  il
    castigo mandato da Dio.  Ma da Dio, proprio? Se Dio era giusto, se Dio
    vedeva nei cuori...  Gli uomini,  piuttosto...  Strumenti di  Dio?  Ma
    ricevono da Dio forse la misura del castigo?  Eccedono, o per bassezza
    di spirito  o  per  aberrazione  d'onest...  Accettare  umilmente  la
    condanna, senza ragionarla, e perdonare? Avrebbe potuto perdonare? No!
    No!
    E  Marta  lev  il capo e guard la chiesa,  come se a un tratto vi si
    trovasse smarrita.  Quel silenzio,  quella pace solenne,  l'altezza di
    quella  vlta,  e  l  quel  confessionale  piccolo,  e quella vecchia
    prostrata  e  quel  confessore  immobile,  impassibile,  tutto  le  si
    allontan improvvisamente dallo spirito rivoltato,  come un sogno vano
    in cui ella,  nel torpore della coscienza,  fosse penetrata e che ora,
    risentendo la cruda e dolorosa sua realt, vedesse dileguare.
    Si  alz,  ancora  perplessa;  sent mancarsi le gambe,  ebbe come una
    vertigine,  si port una mano agli occhi,  e con l'altra si sorresse a
    una seggiola;  poi attravers quasi vacillante la chiesa. Su la panca,
    sotto la cantora,  vide ancora il vecchietto,  nella stessa positura,
    con  le  braccia  incrociate  sul  petto,   assorto  nella  preghiera,
    estatico.
    Fino a casa si port nell'anima l'immagine di lui.
    Quella fede ci voleva!  Ma non  poteva  averla  lei.  Lei  non  poteva
    perdonare.  Dentro il cranio, il cervello le si era ormai ridotto come
    una spugna arida,  da cui non poteva pi spremere un pensiero  che  la
    confortasse, che le dsse un momento di requie.
    Era  fantastica,  forse,  questa  sensazione;  ma le cagionava intanto
    un'angoscia vera, che invano cercava sfogo nelle lagrime. Quante, Dio,
    quante ne aveva versate!  Ora,  ecco,  neanche di piangere le riusciva
    pi.  Sempre  quel nodo,  sempre,  irritante,  opprimente,  alla gola.
    Vedeva addensarsi, concretarsi intorno a lei una sorte iniqua,  ch'era
    ombra  prima,  vana ombra,  nebbia che con un soffio si sarebbe potuta
    disperdere: diventava macigno e la schiacciava,  schiacciava la  casa,
    tutto;  e lei non poteva pi far nulla contro di essa. Il fatto. C'era
    un FATTO. Qualcosa ch'ella non poteva pi rimuovere; enorme per tutti,
    per lei stessa enorme,  che pur lo  sentiva  nella  propria  coscienza
    inconsistente, ombra, nebbia, divenuta macigno: e il padre che avrebbe
    potuto  scrollarlo  con  fiero  disprezzo,  se  n'era  lasciato invece
    schiacciare per il primo.  Era forse un'altra,  lei,  dopo quel FATTO?
    Era  la  stessa,  si sentiva la stessa;  tanto che non le pareva vero,
    spesso,  che la sciagura fosse avvenuta.  Ma s'impietriva  anche  lei,
    ora,  cominciava  a  non poter sentire pi nulla: non cordoglio per la
    morte del padre, non piet per la madre n per la sorella, n amicizia
    per Anna Veronica: nulla, nulla!
    Tornare in chiesa? E perch? Pregava,  e la preghiera era solamente un
    vano agitarsi delle labbra; il senso delle parole le sfuggiva. Spesso,
    durante  la  messa,  si  sorprendeva  intenta  a  guardare i piedi del
    sacerdote su la predella dell'altare,  le brusche d'oro della pianeta,
    i merletti del messale; poi, all'elevazione, destata dal rumoro delle
    seggiole smosse,  dallo scampanello argentino,  si alzava anche lei e
    s'inginocchiava,  guardando stupita certe vicine che si  davano  pugni
    rintronanti sul petto, piangendo lagrime vere. Perch?
    Per  sottrarsi  al  vaneggiamento  in  cui  ogni  suo  pensiero,  ogni
    sentimento naufragava, prov se le riusciva di rimettersi allo studio,
    o almeno a leggere.  Riapr  i  vecchi  libri  abbandonati,  e  n'ebbe
    un'indicibile  tenerezza.  Le  memorie  pi dolci rivissero e quasi le
    palpitarono sotto gli occhi: rivide la scuola,  le  varie  classi,  le
    panche,  la  cattedra:  ecco,  a uno a uno,  tutti i professori che si
    susseguivano  nel  giro  delle  lezioni,   e  poi  il  giardino  della
    ricreazione,  il  chiasso,  le risa,  le passeggiate a braccetto per i
    vialetti tra le compagne pi care: poi il suono della  campana,  e  la
    classe  di  nuovo;   il  direttore,  la  direttrice...  le  gare...  i
    castighi... Sul tavolino le stava aperto sotto gli occhi un libro,  un
    trattato di geografia;  sfogli alcune pagine: sul margine di una,  un
    segno, e queste parole scritte di sua mano:
    MITA, DOMANI PARTIREMO PER PEKINO!. Mita Luma... Che abisso ora tra
    lei e quella compagna di collegio!
    Come mai in certe anime non sorgeva alcuna aspirazione  a  levarsi  un
    po' sopra gli altri, foss'anche in una minima cosa?
    Questo,  s  per  gi,  Marta aveva notato in tutte le sue compagne di
    scuola,  questo notava in sua sorella,  nella buona Maria.  Suo marito
    era  poi proprio dell'armento,  e lieto e pago di appartenervi.  Oh se
    ella avesse seguitato gli studii! A quest'ora!
    Si ricord di tutte le lodi che  i  professori  le  avevano  fatto,  e
    anche...   s,   anche  delle  lodi  che  UN  ALTRO  le  aveva  fatte:
    l'Alvignani, per le risposte alle sue lettere. Che gli aveva risposto?
    Aveva discusso con lui delle condizioni della donna  nella  societ...
    Ella  sa accomodare i sensi acutissimi le aveva scritto in una delle
    sue lettere l'Alvignani,  i sensi acutissimi  all'osservazione  della
    realt. L'aveva fatta ridere tanto questa lode.  E quell'ACCOMODARE i
    sensi! Forse era detto bene... perch, cultissimo,  l'Alvignani...  ma
    scriveva, secondo lei, troppo dipinto; mentre, quando parlava... Oh, a
    Roma,  lei,  se  non l'avessero cos incatenata...  A Roma,  moglie di
    Gregorio  Alvignani,   in  altro  ambiente,   largo,   pieno  di  luce
    intellettuale... lontano, lontano da tutto quel fango...
    Chinava  il  capo  su  i  libri,  animata  improvvisamente dall'antico
    fervore,  quasi per un bisogno  irresistibile  di  rinutrire  comunque
    un'aspirazione  che pur non resisteva al minimo urto della realt;  al
    cigolare dell'uscio, quand'ella doveva recarsi nelle altre stanze, ove
    erano la madre e la sorella vestite di nero.
    Di ci che avvenisse in  famiglia,  non  sapeva  nulla.  Aveva  notato
    soltanto  che  la  madre  e  Maria  la  guardavano,  come se volessero
    nasconderle qualcosa: una impressione, un sentimento.  Non erano forse
    contente  che  ella  se ne stsse quasi tutto il giorno appartata?  La
    scusavano?  la compativano?  La madre aveva spesso gli occhi rossi  di
    pianto;  Maria  s'assottigliava  sempre  pi,  spighiva,  aveva  preso
    un'aria sbalordita, una gramezza che affliggeva. Per farle piacere, le
    domandava:
    - Andiamo in chiesa, Maria?
    Questa domanda per la sorella significava:
    Andiamo a pregare per  il  babbo?  E  rispondeva  sempre  di  s;  e
    andavano.
    Un  pomeriggio,  uscendo  dalla  chiesa,  furono prese d'assalto da un
    ragazzetto quasi tutto ignudo, con la camicina soltanto, sudicia,  che
    gli  cadeva  a  sbrendoli su le gambette magre,  terrose;  il visetto,
    giallo e sporco. Con una manina egli afferr lo scialle di Marta e non
    volle pi lasciarlo,  pregando che gli facessero la carit: era figlio
    di un muratore caduto dalla fabbrica.
    - E` vero,  - conferm Maria.  - Jeri, da un'impalcatura. S' rotto un
    braccio e una gamba.
    -  Vieni,  vieni  con  me,  povero  piccino!  -  disse  allora  Marta,
    avviandosi.
    -  No,  Marta...  fece  Maria,  guardando pietosamente la sorella;  ma
    subito abbass gli occhi, come pentita, contrariata.
    - Perch? - le domand Marta.
    - Nulla, nulla... andiamo... - rispose frettolosamente Maria.
    Giunte a casa,  Marta  domand  alla  madre  qualche  soldo  per  quel
    ragazzo.
    - Oh figlia mia! Non ne abbiamo pi neanche per noi...
    - Come!
    - S,  s...  seguit tra le lagrime la madre.  - Paolo  scomparso da
    due giorni; non si sa dove sia... La concera chiusa; vi hanno apposto
    i suggelli... E` la nostra rovina! State qua, figliuole mie.  Diglielo
    tu, Maria. Io debbo recarmi subito dall'avvocato.


    Parte 1, 9.

    Prima  dell'alba  del giorno appresso furono destate di soprassalto da
    uno strepito indiavolato gi per la strada: urli,  grida scomposte che
    andavano al cielo, fischi spaventevoli di bccine marine.
    - I PESCATORI...  - disse Maria, quasi tra s, in un sospiro, nel bujo
    della camera.
    Eh s: quello era il giorno della festa dei santi Patroni  del  paese.
    Chi ci aveva pensato?
    Come  ogni  anno,  s dalla borgata marina venivano in tumulto,  su lo
    spuntar del giorno,  i cos detti pescatori: quasi tutta la gente  che
    abitava in riva al mare, non dedita alla pesca soltanto. A loro, a gli
    abitanti  della  borgata,  era serbato per antica abitudine l'onore di
    portare in trionfo per le vie della citt il  frcolo  de'  due  santi
    Patroni, che appunto nel mare avevano sofferto il loro primo martirio,
    e  su  i  marinaj  perci  facevano  valere  pi  specialmente la loro
    protezione.
    Cos ogni anno la citt era destata da quell'invasione fragorosa, come
    dal mare stesso in tempesta.  Lungo le vie si schiudevano le  finestre
    frettolosamente, da cui si sporgevano braccia nude, subito ritirate, e
    facce  pallide  di  sonno,  avvolte in vecchi scialli,  in cuffie,  in
    fazzoletti.
    Nessuna delle tre sconsolate pens di scendere dal letto. Rimasero con
    gli occhi aperti nel bujo,  e a ciascuna pass innanzi alla  mente  la
    visione  di quegli energumeni gi per la via,  tra il fumo e le fiamme
    sanguigne delle torce a vento squassate, vestiti di bianco, in camicia
    e mutande, coi piedi scalzi, una fascia rossa alla vita, un fazzoletto
    giallo legato intorno al capo. Tant'altre volte, negli anni lieti,  li
    avevano veduti.
    Passata  quella  furia  infernale,  la  strada  ricadde  nel  silenzio
    notturno;  ma si ravviv poco  dopo  festivamente.  Maria  affond  la
    faccia nel guanciale e si mise a piangere in silenzio,  angosciata dai
    ricordi.
    S'intese il primo grido degli scalzi miracolati:
    - IL SANTO DELLE GRAZIE, DIVOTI!
    Erano ragazzi, giovinotti,  uomini maturi,  che per miracolo dei santi
    Cosimo  e  Damiano  (di  cui  il  popolo  faceva  un santo solo in due
    persone) si ritenevano scampati  da  qualche  pericolo  o  guariti  da
    qualche infermit, e che, ogni anno, per voto, andavano in giro per il
    paese, in peduli, vestiti di bianco come i PESCATORI, e con un vassojo
    davanti sostenuto da una fascia di seta a tracolla.  Sul vassojo erano
    immagini dei due Martiri, da uno, da due, da tre soldi e pi.
    - IL SANTO DELLE GRAZIE, DIVOTI!
    Salivano nelle case per  vendere  quelle  immagini;  ricevevano  dalle
    famiglie,  in  adempimento dei voti,  offerte d'uno o pi ceri dorati,
    d'uno o pi galletti infettucciati; offerte e quattrini recavano d'ora
    in ora alla Commissione dei festajoli nella chiesetta dei Santi.
    Oltre ai ceri e ai galletti, offerte maggiori andavano a quella chiesa
    pompaticamente, a suon di tamburi: agnelli, pecore, montoni, anch'essi
    infettucciati, dal vello candido,  pettinato,  e frumentazioni su muli
    parati con ricche gualdrappe e variopinti festelli.
    Nelle prime ore del mattino giunse Anna Veronica,  vestita di nero, al
    solito,  col lungo scialle da penitente.  Bisognava adempiere al  voto
    fatto  durante  la  malattia di Marta: recare alla chiesa le due torce
    promesse e la tovaglietta ricamata.
    E Marta doveva andare con  lei.  Nello  scompiglio  di  quegli  ultimi
    giorni,  dopo  la fuga di Paolo,  ella non aveva pensato ad avvertirne
    Marta, la vigilia.
    - S, s, figliuola, fatti coraggio. A un voto non si pu mancare.
    Marta,  tutta chiusa in s,  come avvolta in  un  silenzio  tetro,  le
    rispose subito, urtata:
    - Non vengo... lasciami! Non vengo.
    - Come! - esclam Anna. - Che dici?
    E guard, ferita, Maria e l'amica.
    -  Avete  ragione,  s,  - rispose,  scrollando il capo.  - Ma chi pu
    ajutarci?
    Marta sorse in piedi.
    - Debbo dimostrarmi grata per giunta,   vero?  della  grazia  che  ho
    ricevuto, guarendo... -
    -  Ma    facile  morire,  figliuola  mia,  -  sospir  Anna Veronica,
    socchiudendo gli occhi. - Se sei rimasta in vita, non ti par segno che
    Dio ti vuol viva per qualche cosa?
    Marta non rispose;  come se queste parole dell'amica,  pronunciate con
    la consueta dolcezza, avessero risposto a un suo segreto sentimento, a
    un segreto proposito, corrug le ciglia e s'avvi per la sua camera.
    - Ti servir anche di svago, - aggiunse Anna.
    Gi  per  le  vie  era un gran fermento di popolo.  Dalla marina,  dai
    paeselli montani,  da tutto il  circondario,  era  affluita  gente  in
    numerose comitive,  che ora procedevano a disagio,  prese per mano per
    non smarrirsi, a schiere di cinque o sei: le donne,  gajamente parate,
    con  lunghi  scialli  ricamati o con brevi mantelline di panno bianco,
    azzurro o nero, grandi fazzoletti a fiorami,  di cotone o di seta,  in
    capo e sul seno,  grossi cerchi d'oro a gli orecchi e collane e spille
    a pendagli e a lagrimoni;  gli uomini: contadini,  solfaraj,  marinaj,
    impacciati dai ruvidi abiti nuovi, dagli scarponi imbullettati.
    Marta  e Anna Veronica,  che sotto lo scialle nascondeva le torce e la
    tovaglietta,  tra la  folla  fluttuante,  stordita,  senza  direzione,
    andavano quanto pi sollecitamente potevano.
    Giunsero  alla fine nella piazza davanti alla chiesuola,  rigurgitante
    di  popolo.  Il  baccano  era  enorme,   incessante;   la  confusione,
    indescrivibile.  S'erano improvvisate tutt'intorno baracche con grandi
    lenzuola palpitanti: vi si vendevano  giocattoli  e  frutta  secche  e
    dolciumi,  gridati a squarciagola; andavano in giro i figurinaj con le
    imagini di gesso dipinte,  rifacendo il verso degli scalzi miracolati;
    i frullonaj,  tirando e allargando la cordicella del frullo; i gelataj
    coi loro carretti  a  mano  parati  di  lampioncini  variopinti  e  di
    bicchieri:
    - LO SCIALACUORE! LO SCIALACUORE!
    E  al  gajo bando seguiva una distribuzione di scappellotti ai monelli
    pi molesti,  che attorniavano i carretti come un nugolo  ostinato  di
    mosche.
    Contrastava con quel vario allegro berciare dei venditori la cantilena
    lamentosa  opprimente d'una turba di mendicanti su gli scalini davanti
    al portone della chiesa, dove la gente accalcata faceva a gomitate per
    entrare.  Marta e Anna Veronica si trovarono prese,  quasi schiacciate
    tra  quel pigia pigia e sospinte alla fine senza muover piede entro la
    chiesa buja, zeppa di curiosi e di divoti.
    Deposto in mezzo alla navata  centrale  s'ergeva  il  frcolo  enorme,
    massiccio,  ferrato, per poter resistere alle scosse della disordinata
    bestiale processione. Sul frcolo, le statue dei due santi dalle teste
    di ferro,  quasi identiche nell'atteggiamento,  con le tuniche fino ai
    piedi  e una palma in mano.  In fondo,  sotto un arco della navata,  a
    sinistra,  tra due colonne,  attorno a un'ampia tavola,  stava in gran
    faccende  la  Commissione  dei  festajoli,  che  riceveva  dai  divoti
    l'adempimento delle promesse: tabelle votive, in cui era rappresentato
    rozzamente il miracolo ottenuto nei pi disparati e strani  accidenti,
    torce,  paramenti d'altare,  gambe, braccia, mammelle, piedi e mani di
    cera.
    Tra i festajoli, quell'anno, era Antonio Pentgora.
    Per fortuna,  Anna  Veronica  se  n'accorse  prima  d'accostarsi  alla
    tavola; ristette perplessa, confusa.
    - Rimani qua un momentino, Marta. M'accosto io sola.
    - Perch?  - domand Marta, che s'era fatta d'improvviso pallidissima;
    e aggiunse, con gli occhi bassi: - C'e Nicola in chiesa.
    - E` l al banco, il padre, - disse Anna,  sottovoce.  - Meglio che tu
    stia qua. Mi sbrigo subito.
    Niccolino  non s'aspettava quell'incontro con Marta.  Non la aveva pi
    riveduta  dalla  vigilia  della  rottura  col  fratello.   Rest  come
    stralunato a mirarla;  poi s'allontan mogio mogio,  si confuse tra la
    folla,  vergognoso.  Ne aveva avuto sempre una gran soggezione;  aveva
    tanto  desiderato  d'esser voluto bene da lei come un fratello minore,
    cresciuto com'era senza madre,  senza sorelle.  Di tra quel rimescolo
    di  teste  cerc  di scorgerla da lontano,  senza pi farsi vedere: la
    scorse; rimase a contemplarla, a spiarla;  poi,  intrufolandosi tra la
    ressa,  la  segu  con gli occhi fino all'uscita della chiesa.  Per un
    pezzo non pot pi avere n occhi n orecchi per lo  spettacolo  della
    festa.  Si  ritrov,  senza saper come,  in mezzo alla piazza stipata,
    soffocato tra  la  folla  enormemente  cresciuta,  che  aspettava  ora
    l'uscita del frcolo dalla chiesa.  Dalla calca dei corpi ammaccati si
    levavano  tutt'intorno,   su  i  colli  tesi,   le  facce   accaldate,
    congestionate,  smanianti  nell'oppressura il respiro;  alcune con una
    espressione  supplice,  d'avvilimento,  negli  occhi,  altre  con  una
    espressione  feroce.  Le  campane  in  alto sonavano a distesa su quel
    fermento, e le campane delle altre chiese rispondevano in distanza.
    A un tratto, tutta la folla si commosse,  si sospinse premuta da mille
    forze  contrarie,  non  badando  agli  urti,  alle  ammaccature,  alla
    soffocazione, pur di vedere.
    - Eccolo! Eccolo! Spunta!
    Le donne singhiozzavano, molti imprecavano inferociti,  divincolandosi
    rabbiosamente  tra  la  calca  che  impediva  loro  di  vedere;  tutti
    vociavano in  preda  al  delirio.  E  le  campane  rintoccavano,  come
    impazzite dagli urli della folla.
    Il frcolo irruppe a un tratto, violentemente, dal portone e s'arrest
    di  botto l,  davanti alla chiesa.  Allora il grido usc frenetico da
    migliaja di gole:
    - Viva San Cosimo e Damiano!
    E migliaja, migliaja di braccia s'agitarono per aria, come se tutto il
    popolo si fosse levato in furore, a una mischia disperata.
    - Largo!  Largo!  - si grid da ogni parte,  poco dopo.  - La  via  al
    Santo! La via al Santo!
    E davanti al frcolo, lungo la piazza, la gente cominci a ritrarsi di
    qua e di l a stento,  respinta con violenza dalle guardie, per aprire
    un solco.  Si sapeva che i due Santi  procedevano  per  via  quasi  di
    corsa,  a tempesta: erano i Santi della salute,  i salvatori del paese
    nelle epidemie del colera,  e dovevano correre perci di qua e di  l,
    continuamente.  Quella  corsa  era  tradizionale:  senz'essa  la festa
    avrebbe perduto tutto il brio e il carattere.  Ciascuno per temeva di
    restarne schiacciato.
    Squill davanti alla chiesa stridulamente un campanello.  Allora,  tra
    le poderose stanghe della bara s'impegn una zuffa tra i PESCATORI che
    dovevano caricarsela sulle spalle.  A ogni tappa,  lungo  la  via,  si
    ripeteva  quella  zuffa,  sedata a stento ogni volta dai festajoli che
    dirigevano la processione.
    Cento teste sanguigne, scarmigliate, da energumeni,  si cacciarono tra
    le  stanghe  della  macchina,  avanti  e  dietro.  Era un groviglio di
    nerborute  braccia  nude,  paonazze,   tra  camce  strappate,   facce
    grondanti  sudore  a  rivi,  tra mugoli e aneliti angosciosi,  spalle
    schiacciate  sotto  la  stanga  ferrata,   mani  nodose,   ferocemente
    aggrappate  al  legno.  E  ciascuno di quei furibondi,  sotto l'immane
    carico, invaso dalla pazzia di soffrire quanto pi gli fosse possibile
    per amore dei Santi,  tirava  a  s  la  bara,  e  cos  le  forze  si
    escludevano,  e  i  Santi andavano com'ebbri tra la folla che spingeva
    urlando selvaggiamente.
    A ogni breve tappa,  dopo  una  corsa,  dai  balconi,  dalle  finestre
    gremite,  alcune  femmine  buttavano per divozione sul frcolo e su la
    folla, da canestri, da ceste, fette di pan nero, spugnoso.  E,  sotto,
    la  folla  s'azzuffava  per  ghermirle.  Nel  frattempo,  i  portatori
    imbottavano fiaschi di vino e s'ubriacavano,  sebbene quasi  tutto  il
    vino tracannato, di l a poco, se n'andasse in sudore.
    A  quando  a  quando il frcolo diventava d'una leggerezza portentosa:
    procedeva  allora  con  slancio   irresistibile,   salterellando   tra
    l'allegro schiamazzo della folla.  Tal'altra,  al contrario, diventava
    d'una pesantezza insopportabile: i Santi non volevano  andare  avanti,
    rinculavano improvvisamente: accadevano allora disgrazie; qualcuno tra
    la folla rimaneva pesto.  Un momento di pnico; poi tutti, per rifarsi
    animo,  gridavano: - Viva San Cosimo  e  Damiano!  -  dimenticavano  e
    procedevano  oltre.  Ma pi volte,  giunti allo stesso punto di prima,
    ecco di nuovo il frcolo arrestarsi improvvisamente;  tutti gli  occhi
    allora   si  volgevano  alle  finestre,   e  la  folla,   minacciando,
    imprecando,  costringeva coloro che vi erano affacciati  a  ritirarsi,
    poich  era segno che fra essi doveva esserci qualcuno che o non aveva
    adempiuto alla promessa o aveva fatto parlar male  di  s  e  non  era
    degno perci di guardare i Santi.
    Cos il popolo in quel giorno si rendeva censore.
    Stavano  a  un  balcone,  affacciate,  Marta  e Anna Veronica,  tra la
    signora Agata e Maria. Antonio Pentgora gi da un pezzo aveva dato il
    segno ai portatori.  Dapprima,  le quattro povere donne non compresero
    la mossa dei Santi: li videro rinculare,  ma non credettero che quella
    manovra si facesse per loro. Quando il frcolo pervenne di nuovo sotto
    il balcone e s'arrest,  tutta la folla lev gli occhi  e  le  braccia
    contro di loro gridando,  imprecando,  esasperata per la sciagura d'un
    povero ragazzo tratto  allora  da  terra,  fracassato  e  sanguinante.
    Subito  Marta  e  Anna Veronica si ritrassero dal balcone,  seguite da
    Maria che piangeva;  la signora Agata pallidissima,  tutta vibrante di
    sdegno,  chiuse  cos  di  furia  le  imposte,  che  un  vetro and in
    frantumi.  Parve quest'atto un insulto alla folla fanatica: gli  urli,
    gl'improperii  salirono  al  cielo.  E a quella tempesta imperversante
    sotto la loro casa tremavano le quattro povere donne a verga a  verga,
    tenendosi  strette  l'una  all'altra,  rincantucciate;  e  nell'attesa
    angosciosa udirono contro la ringhiera di ferro  del  balcone  battere
    una, due, tre volte, poderosamente, la testa d'uno dei Santi.
    A ogni testata tremava la casa.
    Poi  la  furia a poco a poco si quiet;  successe nella strada un gran
    silenzio.
    - Vili! vili! - diceva Marta a denti stretti, pallida, fremente.
    Anna Veronica piangeva con la  faccia  nascosta  tra  le  mani.  Maria
    s'appress  paurosamente al balcone e,  attraverso il vetro,  vide una
    bacchetta della ringhiera torta dalle ferree testate.


    Parte 1, 10.

    - Troppo, eh? - fece Antonio Pentgora,  col suo solito ghigno frigido
    rassegato su le labbra e negli occhi uno sguardo di commiserazione per
    Niccolino.
    - Vigliaccheria! - proruppe questi, furibondo. - Si vergogni! Tutto il
    paese  pieno dello scandalo di jeri. Bella prodezza!
    -  E  bravo  Niccolino!  -  esclam tranquillamente il padre.  - Me ne
    congratulo davvero! Sentimenti nobili, generosi... Bravo! Tienteli ben
    radicati, figliuolo mio, e vedrai col tempo come ramificheranno.
    Niccolino scapp via fremendo,  per non  lasciarsi  andare  a  qualche
    eccesso.  Cos  pure  era scappato via Rocco la sera avanti,  dopo una
    lite violenta,  durante la quale padre e figlio  per  poco  non  erano
    venuti alle mani.
    Rimasto solo,  Antonio Pentgora scosse pi volte il capo lentamente e
    sospir:
    - Poveri di spirito!
    E rimase a lungo a pensare,  col faccione sanguigno,  chino sul petto,
    gli occhi chiusi, le ciglia aggrottate.
    Sapeva,  sapeva d'essere inviso a tutti, cominciando dagli stessi suoi
    figli. Mah!...  E poi?  Non era in suo potere portarci rimedio: doveva
    essere cos,  per forza. Per i Pentgora, cui la sorte s'era divertita
    a bollare col marchio dei cervi, non c'era remissione. L!  o esposti
    all'odio o al dileggio. Meglio all'odio. Era destino!
    Tutti gli uomini,  per lui,  venivano al mondo con la parte assegnata.
    Sciocchezza il credere di poterla cambiare.  Anch'egli,  in  giovent,
    come  adesso  i figliuoli,  lo aveva creduto per un momento possibile:
    aveva sperato,  s'era lusingato: gli era parso d'aver nel cuore,  come
    il  povero Niccolino,  sentimenti nobili,  generosi: s'era affidato ad
    essi,  dov'era giunto?  Gira gira,  alle corna.  La parte era  quella,
    doveva esser quella.
    S'era  cos  fissato  in  questo suo modo di pensare,  che se per caso
    qualcuno,  spinto dal bisogno,  veniva a chiedergli ajuto,  egli,  pur
    sentendosi  talvolta inchinevole a cedere,  gi commosso,  si frenava,
    sbuffava,  poi apriva le labbra al solito ghigno e consigliava a  quel
    povero  diavolo  di rivolgersi altrove: al tal dei tali,  per esempio,
    buon filantropo del paese:
    - Va' da lui, caro mio:  nato apposta per soccorrere la gente. Io no,
    vedi.  A me,  quest'ufficio non m'appartiene.  Farei un'offesa a  quel
    degno  galantuomo che lo esercita da tant'anni e non pu farne a meno.
    Io, di corna negozio.
    Era divenuto cos cinico  nel  linguaggio,  involontariamente.  Diceva
    queste  cose  con la massima naturalezza.  E derideva lui per primo la
    sua disgrazia coniugale,  per prevenire gli  altri  e  disarmarli.  Si
    sentiva  in  societ come sperduto in mezzo a un campo nemico.  E quel
    suo ghigno era come il  digrignare  d'un  cane  inseguito,  quando  si
    volta.  Per fortuna,  era ricco: dunque,  forte.  Non aveva da temere.
    Tutta la gente, infatti,  gli faceva largo: largo al vitello,  anzi al
    bue d'oro!
    - Sciocchezze!
    Dopo  il  tradimento,   per  lui  inevitabile,  della  nuora,  si  era
    rallegrato della sfacciata relazione  di  Rocco  con  quella  donnetta
    galante:
    -  Bravo  Roccuccio!  Mi piace.  Ora sei a posto.  Vedrai che a poco a
    poco... Fammi tastar la fronte...
    Ma no: quello scioccone non ci s'era sentito a  suo  agio,  nel  posto
    assegnatogli  dalla sorte.  Imbronciato sempre,  sgarbato,  di pessimo
    umore. Poi, all'improvviso,  era accaduta la morte di Francesco Ajala,
    del  BAU!  Ebbene,  e  quell'animella  squinternata  s'era d'un subito
    sentita schiacciare dall'unanime  compianto  che  quel  pazzo  furioso
    aveva raccolto in paese.  Zitto zitto, per non dar pi luogo a ciarle,
    s'era liberato dell'amante,  e gli  era  ritornato  in  casa  come  un
    funerale.
    - E perch? L'hai forse ucciso tu Francesco Ajala?
    Non c'era stato verso,  per lungo tempo,  d'indurlo a uscir di casa, a
    divagarsi. Cavalli,  cavalli da tiro e da sella: sei cavalli gli aveva
    comperati!  Dopo  quindici  giorni  non aveva pi voluto saperne.  - E
    allora,  che  altro?   un  viaggetto  di  distrazione,   in  Italia  o
    all'estero?  - No: neppur questo!  - Il giuoco, al circolo? - Novemila
    lire perdute in una sola sera.  E gliele aveva  pagate,  senza  neppur
    fiatare.
    Ebbene,  che  gli restava da fare?  S'era presentata l'occasione della
    festa dei santi Patroni: a mali  estremi,  estremi  rimedii:  e  aveva
    provocato lo scandalo della processione sotto i balconi di casa Ajala.
    Non  se  ne  pentiva.  Rocco  era  scappato  via come una mala bestia,
    sparando calci,  alla bollatura di fuoco.  S: gliel'aveva data un po'
    troppo forte,  poverino.  Ma ci voleva! Col tempo si sarebbe calmato e
    lo avrebbe ringraziato.
    Senti,  senti la pazza! fece tra s Antonio Pentgora,  riscotendosi
    al  fitto  bofoncho precipitoso della sorella Sidora,  che s'aggirava
    smaniosamente per casa.
    Anche a lei,  forse,  era arrivata la notizia dello scandalo.  Che  ne
    pensava?  Nessuno poteva saperlo,  tranne il fuoco del camino,  acceso
    d'estate e d'inverno,  nel quale ella - diceva il Pentgora  -  voleva
    incenerire tutte le corna della famiglia, e non ci riusciva.
    Per  parecchi  giorni  Rocco non volle vedere,  neppur da lontano,  il
    padre. Niccolino gli teneva compagnia, gli offriva uno sfogo,  da buon
    fratello.
    -  Non  bastava,  non  bastava  averla  scacciata?  M'ero vendicato...
    Bastava! Ma no: le muore il padre,  per giunta.  Non dico che ci abbia
    avuto colpa io; ma certo in qualche modo vi ho pure contribuito; muore
    il  bambino;  anche  lei  stata per morire;  si rialza a stento dalla
    malattia; e lui, vigliacco,  va a farle sotto gli occhi quella scenata
    infame!  Perch  insultarla  ancora?  Chi glien'aveva dato l'incarico?
    Vigliacco! Vigliacco!
    E si torceva le mani dalla rabbia.
    Intanto le notizie di giorno  in  giorno  peggioravano.  La  concera,
    chiusa;  Paolo Sistri, scappato (e la gente lo incolpava d'aver rubato
    dalla cassa quel che poi non c'era). La miseria, dunque,  batteva alla
    porta delle tre povere donne abbandonate.  Come avrebbero fatto? Sole,
    senza ajuto, mal viste da tutto il paese?
    E la notte a Rocco pareva  di  vedersi  comparire  davanti  la  figura
    gigantesca  di  Francesco Ajala in atto di scuotere le mani,  pallido,
    gonfio in volto: ROVINI DUE CASE: LA TUA E LA MIA!. Vedeva tal'altra
    la suocera (fin dal primo giorno del fidanzamento tanto buona con lui)
    scarmigliata, disperata, e Marta piangente, con la faccia nascosta,  e
    Maria quasi istupidita, che mormorava: CHI CI AJUTA? CHI CI AJUTA?.
    Cos  Rocco,  il  giorno  in  cui  seppe  che  la  concera  era messa
    all'incanto,  facendosi violenza,  si rec lui per primo dal  padre  a
    proporgli  - cupo,  senza guardarlo in faccia - di acquistarla per suo
    conto.
    - Tu  sei  pazzo!  -  gli  rispose  il  Pentgora.  -  Neanche  se  me
    l'aggiudicassero per tre bajocchi.  Poi, guarda: fin qui t'ho lasciato
    fare: denari, adesso, me ne hai buttati via abbastanza.  Non son rena!
    Anche  la  carit?  Non    affar  mio,  lo  sai.  Nojaltri,  di corna
    negoziamo.
    E lo lasci in asso.


    Parte 1, 11.

    Marta,  Maria e la madre s'erano  da  poco  levate  di  letto,  quando
    udirono  il campanello della porta tintinnire discretamente.  Maria si
    rec ad aprire e,  guardando prima  dalla  spia,  vide  un  vecchietto
    poveramente vestito,  insieme con due giovinotti,  in attesa dietro la
    porta.
    - Che volete? - domand, incerta, dalla spia.
    - Ziro, l'usciere, don Protgene, - rispose il vecchietto stirandosi i
    peli bianchi ricciuti della barba a collana. - Favorisca d'aprire.
    - L'usciere? Ma chi cercate?
    - Non  questa la casa di don Francesco  Ajala?  -  domand  l'usciere
    Ziro ai due giovinotti che l'accompagnavano.
    Maria apr timidamente la porta.
    - Perdoni,  signorina,  - disse uno dei giovinotti.  - (Don Protgene,
    datele la carta).  Ecco,  signorina,  faccia vedere codesta carta alla
    mamma. Noi aspetteremo qua.
    La signora Agata si faceva in quel momento anche lei alla porta.
    - Mamma, - chiam Maria, - vieni a vedere... io non so...
    -  Ziro,   l'usciere,  don  Protgene,  -  si  present  di  nuovo  il
    vecchietto,  levandosi questa volta dal capo risecco il tubino spelato
    che  gli  si  sprofondava  fin  su  la nuca.  - Non faccio...  diciamo
    piacere, ma... la Giustizia comanda, noi portiamo il gamellino.
    La signora Agata lo squadr un poco,  stordita;  poi spieg la carta e
    lesse.  Maria,  intimorita,  guardava  la  madre;  il  vecchio usciere
    approvava col capo a ogni parola e,  quando la signora lev gli  occhi
    dalla carta, non comprendendo bene, disse con voce umile:
    - Codesta  l'ordinanza del pretore. E questi due sono i testimonii.
    I due giovinotti si scappellarono, inchinandosi.
    - Ma come! - esclam la signora Agata. - Se mi avevano detto...
    Anche  Marta,  adesso,  s'era  fatta  alla porta,  a sentire;  e i due
    giovinotti se l'ammiccavano  dal  pianerottolo,  dandosi  furtivamente
    gomitate.
    - Ma come...  - ripet la signora Agata,  smarrita, rivolta a Marta. -
    L'avvocato mi aveva detto...
    -  Tante  cose  dicono  gli  avvocati...  interloqu,   con  un  certo
    sorrisetto che lo fece arrossire,  uno dei giovinotti, tozzo e biondo.
    - Lasci fare a noi, signora, e vedr che...
    - Ma se ci tolgono...
    - Mamma,  - la interruppe Marta,  alteramente,  -  inutile star qui a
    discutere.  Lasciali  entrare.  Sono  comandati:  debbono fare il loro
    dovere.
    - Con dolore, s... - aggiunse don Protgene. - Eh, purtroppo...
    Chiuse gli occhi,  apr le mani e applic la  punta  della  lingua  al
    labbro superiore.
    - Abbiano pazienza,  - riprese poco dopo, - donde dobbiamo cominciare?
    Se la signora volesse avere la bont...
    - Seguitemi, - ordin Marta. - Ecco il salotto.
    Apr l'uscio ed entr avanti a gli altri per dar luce alla stanza, che
    da tanti mesi dormiva con gli scuri chiusi, abbandonata. Poi,  rivolta
    alla madre e alla sorella, soggiunse:
    - Andate via. Attender io a costoro.
    I  due  giovinotti si guardarono mortificati;  e il biondo,  ch'era un
    forense,  gi galoppino di Gregorio  Alvignani  e  che  aveva  pregato
    insistentemente   il   vecchio  usciere  di  portarselo  con  s  come
    testimonio, per curiosit di veder Marta da vicino, disse, guardandosi
    le unghie lunghe, scarnate:
    - Noi siamo dispiacenti, creda, signora...
    Marta lo interruppe, con lo stesso piglio sprezzante:
    - Sbrigatevi. Son discorsi inutili.
    Don Protgene,  tratto dalla tasca in petto un  foglio  di  carta,  un
    calamajo  d'osso  con  lo  stoppino e una penna d'oca,  si disponeva a
    comporre l'inventario del salotto, quando, guardando in giro e vedendo
    soltanto poltrone e seggiole imbottite, su cui non stim buona creanza
    mettersi a sedere, chiese con umile sorriso a Marta:
    -  Se  la  signora  volesse  avere  la  bont  di  farmi  portare  una
    seggiola...
    -  Sedete  pur  l,  -  disse  Marta,  indicando  una  poltrona.  E il
    vecchietto sedette in punta  in  punta,  per  obbedire;  con  la  mano
    tremolante  arm  di lenti l'estremit del naso e,  stendendo la carta
    sul tavolinetto  tondo  che  stava  davanti  al  canap,  scrisse  con
    solennit  in  capo  al  foglio:  SALLOTTO con due elle.  Ci fatto,
    s'inser la penna su un orecchio e,  stropicciandosi le mani,  disse a
    Marta:
    - Naturalmente questi mobili rimarranno qua, esimia signora; io adesso
    fo soltanto, cos, sopra sopra, un piccolo inventario, con la stima.
    - Ma potete anche portarli via,  - disse Marta. - Fra giorni lasceremo
    questa casa, e tanta mobilia non entrerebbe nella nuova.
    - Vuol dire che si provveder, - concluse don Protgene.  E cominci a
    notare: - Un pianoforte...
    Marta guard il pianoforte che Maria aveva tante volte sonato, e anche
    lei,  da  ragazza,  fino  a tanto che la passione per lo studio non le
    aveva tolto il tempo d'attendere  alla  musica.  E  man  mano  che  il
    vecchio e i due giovinotti nominavano,  notando,  i varii oggetti, gli
    occhi di Marta vi si affisavano un tratto, rievocando un ricordo.
    Era venuta,  nel frattempo,  Anna Veronica,  a cui la  signora  Agata,
    avvilita, piangendo, comunic la nuova sciagura.
    - Anche questo!  in mezzo alla strada... Ah, Signore, non avete piet?
    neanche di quell'orfana innocente, Signore?
    E con la mano indic Maria che se ne stava  con  la  fronte  contro  i
    vetri della finestra, per nascondere alla madre il pianto silenzioso.
    - Marta? - domand Anna Veronica.
    -  Di  l,  con LORO...  - rispose la signora Agata,  asciugandosi gli
    occhi.  - Se la vedessi: impassibile;  come se non si trattasse  della
    casa nostra..
    - Agata mia, coraggio! - disse Anna. - Dio ci vuol provare...
    - No! Dio, no, Anna! - la interruppe la signora Agata, stringendole un
    braccio. - Non dire Dio! Dio non pu voler questo!
    E con la mano accenn di nuovo a Maria, soggiungendo sottovoce:
    - Che spina! che spina!
    Anna Veronica, allora, per divagarla, le parl della nuova casetta.
    -  Vengo di l.  Se la vedessi!  Tre stanzette piene d'aria e di luce.
    Non  tanto  piccole,  no:  oh,  vi  starete  benissimo...  E  poi,  un
    terrazzino!  Buono da stendervi il bucato; s, vi sono anche i cordini
    di ferro;  quattro pali agli angoli;  e affacciandovi di  l,  guarda,
    possiamo  proprio  stringerci la mano,  cos...  La finestra della mia
    cameretta  proprio dirimpetto... Le notti di luna...
    Anna s'interruppe: in un baleno rivide una notte del tempo passato: il
    seduttore sentimentale aveva abitato in quella casetta,  ove tra pochi
    giorni  sarebbero  andate  ad abitare le sue amiche.  Turbata,  cangi
    discorso:
    - Mente mia! guarda... me ne dimenticavo ed ero venuta apposta!  Ho da
    darvi  una  buona  notizia.  S...  -  e  chiam: - Maria!  Vieni qua,
    figliuola  mia...  S,  asciughiamo  codeste  lagrime;  qua  a  me  il
    fazzoletto.  Oh, cos... brava! Dunque, vi do parte e consolazione che
    la figlia del barone Trosi si  marita...  Scommetto  che  non  ve  ne
    importa nulla;  ma a me s,  care;  perch la signora baronessa,  pare
    impossibile!  ha la degnazione di dare ad allestire qua  in  paese  il
    corredo  della figlia,  capite?  e per buona parte me ne sono tolto il
    carico io. Cos lavoreremo tutti, e Dio ci ajuter. A casa nuova!
    - Permesso?  - fece a questo punto  Ziro,  l'usciere,  su  la  soglia,
    inchinandosi goffamente, con la penna d'oca su l'orecchio, il calamajo
    e la carta in una mano, la tuba nell'altra.
    I due giovinotti lo seguivano. Sopravvenne Marta.
    -  Avanti,  entrate pure.  Mamma,  tu va' di l.  Oh,  sei qui,  Anna?
    Conduci, ti prego, Maria e la mamma di l.
    - Hai visto? - disse la madre all'amica, alludendo a Marta. - Come s'
    potuta ridurre cos?
    - Come,  Agata?  osserv Anna Veronica.  - Perch vuoi credere che non
    soffra  nulla?  Non vorr darlo a vedere in questo momento,  per farvi
    animo...
    - Sar,  - sospir la madre.  - Ma tu lo sai;  sei stata qua con  noi:
    mentre  l'inferno  si  scatenava,  come  si  scatena tuttora su la mia
    povera casa, che ha fatto lei? Se n' stata chiusa di l,  come se non
    avesse  voluto  accorgersi di nulla.  Mi par miracolo che oggi si veda
    per casa, che s'interessi un tantino di noi... Che scrive?  che legge?
    Mi vergogno,  Anna mia,  ridotta come sono a badare a certe cose. Io e
    Maria andiamo presto a letto per risparmiare il lume,  e lei lo  tiene
    acceso  fino  a  mezzanotte,  fino  alle due del mattino...  Studia...
    studia... Ed io mi domando se la malattia, per caso, non le abbia dato
    al cervello... Come!  - dico,  - sa in quale stato ci siamo ridotte...
    il padre morto,  la rovina...  la miseria...  e lei pu attendere cos
    alla lettura... appartata, tranquilla, come se nulla fosse?
    Anna Veronica ascoltava, addolorata: neppur lei arrivava a comprendere
    quel  modo  d'agire  di  Marta,   tanta   noncuranza,   anzi   peggio,
    insensibilit: non egoismo veramente,  giacch anche lei era coinvolta
    nella rovina.
    - Permesso?  - venne a ripetere,  poco dopo,  anche su  quella  soglia
    l'usciere, seguito dai testimonii.
    E anche da quella stanza le tre donne uscirono;  e cos,  di stanza in
    stanza,  furono quasi respinte da quella casa,  che di l a tre giorni
    abbandonarono per sempre.
    Nella  nuova,  dopo  il  malinconico  sgombero  e  il riassetto,  Anna
    Veronica port la tela odorosa, il bisso molle e delicato,  e le trine
    e i nastri e i merletti della baronessina Trosi.
    La  signora  Agata,  guardando  Maria intenta al lavoro,  tratteneva a
    stento le lagrime: ah,  ella non avrebbe mai atteso a  cucire  il  suo
    corredo  da  sposa: sarebbe rimasta cos,  povera figliuola,  orfana e
    sola, sempre...
    Marta,  nella nuova casa,  seguitava a tenere lo stesso modo di  vita.
    Anna Veronica,  per,  non se ne stupiva pi: Marta le aveva confidato
    un suo proposito,  imponendole di non parteciparlo n  alla  madre  n
    alla sorella.
    Lo partecip lei finalmente,  una sera,  uscendo rannuvolata dalla sua
    camera.   S'era  preparata  agli  esami  di  patente,   che  sarebbero
    cominciati  la  mattina  appresso  alla Scuola Normale.  Anna Veronica
    aveva presentato la domanda per lei, pagando,  coi suoi risparmii,  la
    tassa.
    La madre e la sorella restarono.
    - Lasciatemi fare,  - disse Marta,  urtata dal loro stupore.  - Non mi
    contrariate, per carit. -
    E torn a chiudersi in camera.
    Giungeva in tempo a dar gli esami con le antiche compagne di collegio.
    Le avrebbe dunque rivedute!  Non si faceva illusione su  l'accoglienza
    che le avrebbero fatta. Sarebbe andata incontro a loro col contegno di
    chi si tenga pronto a lanciare una sfida: s,  e non ad esse soltanto,
    se mai,  ma a tutto il paese,  di cui ora rivedeva le vie,  per cui la
    mattina  seguente  sarebbe  passata.  Avrebbe  guardato  in  faccia la
    vigliacca  gente  che  nel  giorno  della  festa   selvaggia   l'aveva
    pubblicamente oltraggiata.
    Pensando all'enorme folla imbestiata nel vino e nel sole,  tumultuante
    con le braccia levate sotto i balconi dell'altra casa,  Marta  sentiva
    pi forte l'impulso alla lotta;  sentiva veramente, in quella vigilia,
    che sarebbe risorta dall'onta vile e ingiusta; armata di sprezzo e con
    l'orgoglio di poter dire: Ho sollevato dalla miseria mia  madre,  mia
    sorella: esse vivono ora per me, di me!.
    A poco a poco,  confortata da questi pensieri, e la cura dell'avvenire
    sovrapponendosi nell'anima di lei alla costernazione  per  l'imminente
    prova,  giunse  a vincere la trepidazione;  ma non cess la smania,  e
    quella si ridest e crebbe,  fino a divenire smarrimento,  la mattina,
    al levarsi da letto.
    Non  sapeva  pi  ci  che  dovesse  fare: si guardava attorno,  quasi
    aspettando che la povera e scarsa suppellettile  della  camera  glielo
    suggerisse, richiamandola: l il catino, in cui doveva lavarsi; qua la
    seggiola,  su  cui  erano le vesti che doveva indossare.  Poco dopo si
    diede a far tutto frettolosamente.
    Mentre si pettinava, cos alla meglio, senza specchio,  entr la madre
    gi pronta per accompagnarla.
    - Oh brava, mamma! Finisci di pettinarmi tu, ti prego... E` tardi!
    E la madre si mise a pettinarla,  come soleva ogni mattina quando ella
    si recava a scuola. Finito, guard la figlia: Dio! non le era sembrata
    mai tanto bella...  E prov un vivo ritegno pensando che doveva  uscir
    con lei per la citt,  condurla tra gli sguardi maligni della gente, a
    un'impresa che,  nella schiva umilt della propria indole,  non sapeva
    n comprendere, n apprezzare. Pensava che quella bellezza, quell'aria
    di  sfida che Marta aveva nello sguardo,  avrebbero forse dato cagione
    alla gente d'esclamare: Guarda com' sfrontata!
    - Sei cos accesa in volto...  - le disse,  schivando di guardarla;  e
    avrebbe voluto aggiungere: Tieni gli occhi bassi per via.
    Scesero  finalmente  la  scala e s'avviarono strette fra loro,  mentre
    Maria,  dietro  i  vetri  della  finestra,  le  seguiva  cogli  occhi,
    trepidante.
    La  signora  Agata avrebbe voluto essere almeno della met men alta di
    statura,  per non attirare tanto gli sguardi  della  gente  e  passare
    inosservata;   correre   in   un  baleno  quella  via  che  le  pareva
    interminabile.  Marta  invece  pensava  all'incontro  con  le  antiche
    compagne,  e  non  si dava col pensiero tanta fretta di sottrarsi alla
    via.
    Arrivarono per le prime al Collegio.
    - Oh signorina bella!  Come mai?  Qua di nuovo?  Guarda come s' fatta
    grande!  Oh faccia rara...  - esclam la vecchia portinaja,  gestendo,
    dall'ammirazione espansiva, con la testa e con le mani.
    - Nessuno,  ancora?  - domand Marta,  un po' imbarazzata,  sorridendo
    benevolmente alla vecchia.
    - Nessuno!  - rispose questa.  - Lei,  sempre la prima...  Si rammenta
    quand'era piccina cos e, ogni santa mattina, bum! bum! bum!  calci al
    portone... Ges mio, era quasi bujo... Si rammenta?
    - Ah, s! - Marta sorrideva... - Ah, i bei ricordi!
    -  Vogliono entrare in sala?  - riprese la vecchia.  - La signora sar
    stanca...
    E, guardando la signora Agata in volto, sospir, tentennando il capo:
    - Povero signor Francesco!  Che pena...  Non ne vengono pi  al  mondo
    galantuomini  come quello,  signora mia!  Basta.  Il Signore benedetto
    l'abbia in gloria!  Credo che l'uscio della sala d'aspetto sia  ancora
    chiuso. Abbiano pazienza un tantino, vado a prender la chiave.
    - Buona donna! - fece a Marta la signora Agata, grata dell'accoglienza
    rispettosa.
    Dopo un minuto la vecchia portinaja torn di corsa dicendo:
    - Anche mia figlia Eufemia d oggi gli esami con lei, signorina Marta!
    - Eufemia? S? Come sta?
    - Poveretta,  non dorme pi da tante notti...  Ah,  per questo,  buona
    volont non gliene manca... Lei che ha tanto talento, signorina, oggi,
    se mai, me l'ajuti un po'! Dicono ch' la prova pi difficile!  Or ora
    la  faccio venire gi: cos le terr compagnia...  Ecco,  loro intanto
    s'accomodino qua.
    E pul con un lembo del grembiule il divano di cuojo.
    - Se Eufemia studia,  non la chiamate,  - disse Marta alla vecchia che
    gi usciva.
    - Ma che! ma che! - rispose la vecchia senza voltarsi.
    Eufemia Sabetti era stata,  fin dalle prime classi, compagna di scuola
    di Marta,  quantunque maggiore almeno di  sei  anni.  Cresciuta  nella
    scuola, in mezzo a compagne molto superiori a lei di condizione, aveva
    assunto una cert'aria signorile che formava l'orgoglio della madre, la
    quale  poi lo scontava a costo d'innumerevoli sacrificii.  Eufemia,  
    vero,  dava del tu a tutte le compagne,  portava il cappellino,  aveva
    tratti  e  lezii  da  vera  signorina;  ma  era  pur  rimasta  nella
    considerazione delle compagne la figlia della portinaja.  Le  compagne
    veramente non glielo spiattellavano in faccia: no, poverina! ma glielo
    lasciavano  intendere  o  dal modo con cui le guardavano la veste e il
    cappellino,  o col piantarla l qualche volta per prestare  ascolto  a
    un'altra  DELLE LORO.  Ed Eufemia faceva le viste di non accorgersene,
    per mantenersi in buoni rapporti con esse.
    - Oh Marta!  Che fortuna!  - esclam entrando e  accorrendo  a  baciar
    l'amica,  senza impaccio. Salut, ridendo, la signora Agata, e sedette
    sul divano, lasciando in mezzo Marta. - Che fortuna! - ripet.  - Come
    va? Qua di nuovo con noi? E farai gli esami?
    Era bruna,  magrissima, miserina nella veste latt'e caff, guarnita di
    nero. Parlando fremeva tutta, agitava continuamente le plpebre su gli
    occhietti vivi da furetto;  ridendo scopriva la gengiva superiore e  i
    denti bianchissimi.
    Cominciavano   di  gi  le  domande  imbarazzanti.   E  bisognava  pur
    rispondere alla meglio alle pi discrete;  le altre per che restavano
    negli  occhi  d'Eufemia  costringevano  le parole di Marta a non esser
    sincere.
    La signora Agata si alz.
    - Io torno a casa, Marta. Ti lascio con l'amica.  Coraggio,  figliuole
    mie!
    Uscendo dalla sala d'aspetto, vide nell'atrio un crocchio di signorine
    in abiti gaj d'estate,  tra le quali riconobbe alcune antiche compagne
    di Marta.  Queste  tacquero  a  un  tratto  e  abbassarono  gli  occhi
    mentr'ella  passava.  Nessuna  la  salut:  una sola,  Mita Luma,  le
    rivolse un lieve cenno del capo.
    La vecchia portinaja aveva loro annunziato la venuta di Marta.
    - Badate, ci vuol faccia tosta! - diceva una.
    - Io, per me, non entro, - dichiarava un'altra.
    E una terza:
    - Che viene a fare con noi?
    - Oh bella, gli esami: potete impedirglielo?  - rispondeva Mita Luma,
    urtata anche lei, ma non cos accanita come le altre.
    -  Va bene;  ma accanto a lei,  - protestava una quarta,  - non seggo,
    neanche se il direttore stesso viene a impormelo!
    E una quinta diceva a Mita Luma:
    - Se non sappiamo neppure come dobbiamo chiamarla! Pentgora? Ajala?
    - Oh Dio!  Chiamatela Marta,  come la chiamavamo!  - rispose la  Luma
    infastidita.
    Nello stesso tempo Marta, con amaro sorriso, diceva alla Sabetti:
    - Chi sa che dicono di me...
    - Lasciale cantare! - le rispose Eufemia.
    Irruppero  e  attraversarono  la sala quattro del crocchio,  di corsa,
    senza volgere gli occhi al divano.
    Marta,  quantunque grata in fondo alla Sabetti della compagnia che  le
    teneva,  non  poteva  tuttavia  sottrarsi a un senso d'avvilimento nel
    vedersela accanto; non per s, ma per quelle pettegole che la vedevano
    insieme con quella l, accolta cio dalla figlia della portinaja.
    Si alzarono. Entr in quella Mita Luma senza fretta.
    - Oh, Marta... Come stai?
    E tent un sorriso e porse la mano, molle molle.
    - Cara Mita... - rispose Marta.
    E rimasero l un breve tratto senza saper dire una parola di pi.


    Parte 1, 12.

    L'invidia da un canto, dall'altro gl'intrighi spezzati, le aspirazioni
    deluse  trassero  agevolmente  dalla  calunnia  una  scusa  alla  loro
    sconfitta.
    Era chiaro!
    Marta Ajala avrebbe occupato il posto di maestra supplente nelle prime
    classi preparatorie del Collegio,  solo perch protetta del deputato
    Alvignani.
    E vi fu,  nei primi giorni,  una processione di padri di  famiglia  al
    Collegio:  volevano parlare col Direttore.  Ah,  era uno scandalo!  Le
    loro ragazze si sarebbero rifiutate d'andare a scuola. E nessun padre,
    in coscienza, avrebbe saputo costringerle.  Bisognava trovare,  a ogni
    costo e subito, un rimedio.
    Il  vecchio  Direttore  rimandava  i  padri  di famiglia all'Ispettore
    scolastico,  dopo aver difeso la futura supplente con la  prova  degli
    ottimi  esami.  Se  qualche  altra avesse fatto meglio,  sarebbe stata
    presa a supplire  in  quella  classe  aggiunta.  Nessuna  ingiustizia,
    nessuna particolarit...
    - Ma s!
    Il cavalier Claudio Torchiara,  ispettore scolastico,  era del paese e
    amico intimo di Gregorio Alvignani.  A lui i  reclami  si  ritorcevano
    sotto  altra forma e sotto altro aspetto.  Voleva l'Alvignani rendersi
    impopolare con quella protezione scandalosa?
    E invano il Torchiara s'affannava a  protestare  che  l'Alvignani  non
    c'entrava  n  punto  n poco,  che quella della maestra Ajala non era
    nomina governativa.  Eh via,  adesso!  Che sostenesse ci il Direttore
    del Collegio,  TRANSEAT!,  ma lui,  il Torchiara, ch'era del paese; eh
    via! Bisognava aver perduto la memoria degli scandali pi recenti...
    Era venuta dunque  cos  dall'aria  quella  nomina  dell'Ajala?  E  in
    coscienza  se  il Torchiara avesse avuto una figliuola,  sarebbe stato
    contento di mandarla a scuola da una donna  che  aveva  fatto  parlare
    cos male di s? Che fior di maestra per le ragazze!
    Se  a  Marta,  ogni  d  pi oppressa dalla crescente miseria,  mentre
    furtivamente,  non compresa dai suoi,  chiusa nella sua cameretta,  si
    preparava  a  quegli  esami,  si  fosse per un momentino affacciato il
    pensiero che avrebbe incontrato,  sott'altro aspetto,  quasi la stessa
    vigliacca e oltraggiosa rivolta popolare; forse le sarebbe a un tratto
    caduto  l'animo.  Ma spronavano allora la sua baldanza giovanile da un
    canto troppa ansia di risorgere,  dall'altro la miseria in  cui  senza
    riparo ella e la sua famiglia precipitavano e la coscienza del proprio
    valore  e  la  santit  del  suo sacrifizio per la madre e la sorella.
    Pensava allora soltanto a vincere la prova;  sarebbe poi riuscita  nel
    suo intento, avvalendosi della prova superata.
    Ora,  ora  intendeva  lo  stupore doloroso della madre e della sorella
    all'annunzio della sua animosa determinazione.  E ancora  non  le  era
    arrivata agli orecchi la calunnia di cui la gente onesta si armava per
    osteggiarla,  per  ricacciarla bene addentro nel fango da cui smaniava
    d'uscire!
    La vecchia Sabetti era intanto venuta ad annunziarle, addolorata,  che
    al posto gi promesso a lei avrebbe insegnato la Breganze, nipote d'un
    consigliere comunale.
    Nel  frattempo,  alla  notizia  inattesa  che  Marta  intendeva  darsi
    all'insegnamento, la piet di Rocco Pentgora, prossima a cangiarsi in
    rimorso,  improvvisamente  aombrata,   s'era  cangiata,   invece,   in
    dispetto.
    Egli  non  vide  in  quella  determinazione  di Marta le strette della
    necessit, l'urgenza di provvedere ai bisogni primi della famiglia, ai
    quali lui stesso di nascosto avrebbe voluto provvedere;  vide soltanto
    l'ardita  e  sprezzante volont di lei di levar la fronte contro tutto
    il paese,  quasi dicendo: Basto a me stessa e ai miei:  non  mi  curo
    della  vostra  condanna.  E  si  sent  messo da parte;  non solo non
    curato,  ma anche disprezzato e deriso  dalla  moglie.  E  una  smania
    rabbiosa cominci ad agitarlo, la quale si manifestava specialmente in
    uno  sdegno  incomprensibile per la professione ch'ella voleva darsi a
    esercitare:
    - La maestra!  La maestra!  Colei che fu mia moglie,  ora deve fare la
    maestra!
    E  non se ne poteva dar pace,  come se fare la maestra significasse un
    disonore per il nome che aveva portato.
    Intanto, come impedirglielo?  come farsi vivo?  come farle sentire che
    non poteva non curarsi di lui,  spezzare la catena,  sottrarsi al peso
    morto d'un legame, a cui non s'era mantenuta fedele?
    E le smanie crescevano...  Un nuovo scandalo?  una nuova vendetta?  Si
    sarebbe  prestato  a fomentare la calunnia della pretesa relazione tra
    Marta e l'Alvignani,  pubblicando  le  lettere  che  questi  le  aveva
    scritte?  No,  no! Il ridicolo sarebbe caduto pi apertamente sopra di
    lui.  Tanto,  il paese credeva a quella  relazione  scandalosa,  e  il
    partecipare  alla  calunnia gli avrebbe fatto soltanto sentire vieppi
    l'impotenza sua contro colei che mostrava di non curarsi n di lui  n
    di nessuno. Meglio anzi fare in modo che quella calunnia si sventasse.
    S...  ma come?  E qui un sorgere e un immediato abortire di propositi
    contrarii,  ora dettati dall'odio per l'Alvignani,  e  furibondi,  ora
    dalla stizza, ora dall'amor proprio ferito, ora dalla generosit.
    Usciva  di  casa,  senza direzione.  A un tratto,  si ritrovava per la
    strada del sobborgo, presso alla concera di Francesco Ajala.  Che era
    venuto a fare fin qua? Oh, se avesse potuto vederla... Ecco la vecchia
    casa... Adesso ella abitava pi gi... dopo la chiesa... E si avanzava
    cauto,  guardando  furtivamente  ai rari balconi illuminati.  Al primo
    rumore di passi in distanza, per la strada solitaria, tornava indietro
    per non farsi scorgere in quei dintorni; e rincasava.
    Ma il giorno appresso, daccapo.
    Perch quella smania di rivedere Marta, o meglio, di farsi rivedere da
    lei? Non lo sapeva neppur lui. Se la immaginava vestita di nero,  come
    Niccolino l'aveva veduta quel giorno, in chiesa.
    - Sai? Pi bella di prima!
    Ma ella,  certo, non lo avrebbe guardato; avrebbe abbassato subito gli
    occhi scoprendolo da lontano. Fermarla per istrada? parlarle?  Follie!
    E che avrebbe pensato la gente? E lui, che le avrebbe detto?
    In  tali condizioni di spirito,  una mattina,  si rec in casa di Anna
    Veronica.
    Nel vederselo davanti, pallido, sconvolto, Anna rest.
    - Che vuole da me?
    - Scusi dell'incomodo... Stia, stia seduta, prego.  Prendo la seggiola
    da me.
    Ma  tutte  le seggiole erano ingombre di biancheria ammonticchiata,  e
    Anna dovette alzarsi per liberarne una.
    - Quanta bella roba... - fece Rocco, imbarazzato.
    - Della baronessa Trosi.
    - Per la figlia?
    Anna accenn di s col capo, e Rocco trasse un sospiro,  contraendo la
    fronte e infoscandosi. Si ricord dei preparativi delle sue nozze, del
    corredo di Marta.
    - Ecco la seggiola, - gli disse Anna, con impacciata premura.
    Rocco  sedette,  cupo.  Non  sapeva  da  qual  parte  incominciare  il
    discorso. Rest un momento con le ciglia aggrottate,  gli occhi bassi,
    insaccato  nelle  spalle,  come  in attesa di qualche cosa che dovesse
    cadergli addosso. Anna Veronica, ancora presa dallo stupore, lo spiava
    in volto acutamente.
    -  Lei...  gi  sapr...  m'immagino,   -  cominci  egli  finalmente,
    impuntando a ogni parola,  senza alzar gli occhi.  - So che  amica di
    casa di... e anzi...
    S'interruppe;  non poteva seguitare in quel tono,  in quella positura.
    Si scosse, alz la testa e guard Anna in faccia.
    - Senta,  signora maestra,  io credo che... s, io non credo a ci che
    la gente va dicendo contro di... Marta,  adesso,  per questa sua nuova
    pazzia...
    - Ah, - fece Anna, crollando il capo con un mesto sorriso. - La chiama
    pazzia, lei?
    - Pi che pazzia! - rispose Rocco, pronto, con ira. - Scusi...
    - Non so che vada dicendo la gente, - riprese Anna. - Me l'immagino...
    E lei fa bene, signor Pentgora, a non crederci; tanto pi che nessuno
    meglio di lei pu sapere. -
    - Non parliamo di questo!  non parliamo di questo, la prego! - salt a
    dir Rocco,  ponendo le mani avanti.  - Non sono venuto per parlare del
    passato.
    -  E  allora?  Scusi,  se  lei  stesso  dice che non crede...  - tent
    d'aggiungere Anna.
    - Che cosa? Sa che dice la gente? - domand egli con voce alterata.  -
    Che la corrispondenza con l'Alvignani sguita... Ecco!
    - Sguita?
    - Sissignora.  E questo perch?  Per l'eterna sua smania di comparire!
    Ma come... tu sai ci che ti pesa addosso, sai quello che hai fatto, e
    hai il coraggio d'uscire in piazza a sfidare la maldicenza del  paese?
    La gente parla... Sfido! Come ha ottenuto quel posto?
    - Ma si sa! - fece Anna con amarissimo sdegno. - Cos soltanto oggi si
    ottengono i posti!  E sono loro,  i tanti guardiani dell'onest che ha
    il nostro paese, che insegnano il modo e la via...  Fate cos,  perch
    tanto...  lo  facciate o no,   tutt'uno;  per noi sar sempre come se
    l'aveste fatto. Sciocca Marta, dunque, che non l'ha fatto,  vero? Che
    le ha giovato? Chi ci crede?
    - Io non  ci  credo,  le  ho  detto,  -  rispose  Rocco,  infoscandosi
    maggiormente.  - E pur nondimeno ritengo che,  se la gente sparla, non
    ha tutti i torti...  Che vuole che si capisca d'esami fatti pi o meno
    bene?  Si pensa all'intrigo, si pensa! Eh, non vuol guardarci, lei, da
    quest'altro lato... Ecco perch pu scusarla!
    - Non solo, sa? - grid Anna,  levandosi,  - ma anche lodarla,  signor
    Pentgora!  Io lodo Marta e l'ammiro!  Perch entro nella coscienza di
    quella povera figliuola e,  se ci vedo un rimorso per  gli  altri  che
    penano per lei ingiustamente, non ci trovo per n macchia n peccato,
    davanti  a Dio!  Ci trovo il bruciore per le offese,  per gli oltraggi
    patiti, ci sento un grido: Ora basta!.  Ma sa lei come sono ridotte?
    Sa che non hanno pi neanche da mangiare?  A chi spettava di sostenere
    la madre e la sorella? di rialzarle un po' dalla miseria? So io, so io
    il sacrifizio che le  costato,  povera Marta!  O dovevano  morire  di
    fame per far piacere a lei e al paese?
    Rocco  Pentgora si alz anche lui,  stravolto,  con la faccia pezzata
    qua e l di rosso;  s'aggir smaniosamente per la stanza,  tastando  i
    mobili, agitando continuamente le dita; poi s'accost ad Anna, con gli
    occhi torvi, le afferr le mani:
    -  Senta,  signora  maestra...  Per  carit,  le  dica...  le dica che
    rinunzii all'idea di...  di far la maestra;  che...  che non  dia  pi
    cagione  alla gente di sparlare e...  e provveder io,  dica cos,  ai
    bisogni della sua famiglia,  senza...  senza farlo sapere a nessuno...
    neanche a mio padre, s'intende! Glielo prometto su la santa memoria di
    Francesco Ajala! Non lo faccio per amore, creda! lo faccio per decoro,
    di lei e mio... Glielo dica...
    Anna Veronica promise di far l'ambasciata: e poco dopo egli, ripetendo
    raccomandazioni e promesse, and via pi turbato e smanioso di com'era
    venuto.
    -  Per  decoro,  non  per  amore...  Glielo  dica.  Per decoro!  siamo
    intesi...


    Parte 1, 13.

    Anna Veronica scapp in fretta dalle Ajala,  appena andato  via  Rocco
    Pentgora.
    -  Dov'  Marta?  -  domand  piano  a Maria,  ponendosi un dito su le
    labbra.
    - Nella sua camera... Perch?
    - Zitta! Piano!
    Fece segno alla signora Agata d'accostarsi; si guard d'attorno:
    - Lasciatemi sedere...  Tremo  tutta...  Ah,  care  mie,  se  sapeste!
    Indovinate chi  venuto da me, poco fa? Il marito di Marta!
    -  Rocco!  Lui!  - esclamarono insieme,  sottovoce,  Maria e la madre,
    stupite.
    Anna si ripose il dito su le labbra.
    - Come un pazzo,  - aggiunse,  agitando le mani per  aria.  -  Ah  che
    paura!  La ama ancora,  ve lo dico io!  Se non fosse...  - Ma sentite:
    dunque,   venuto da me.  Io,  dice,  non credo  alle  calunnie  della
    gente...
    - E allora? - scapp dal cuore alla madre.
    - Giusto cos: e allora?  gli ho detto io,  come te.  Ma egli,  Marta,
    dice,  - aspetta!  - non doveva,  dice,  esporsi alla malignit  della
    gente,  far la maestra,  insomma...  N' sdegnato,  avvilito... Basta:
    sapete, care mie, che m'ha proposto?  Che io induca Marta a rinunziare
    alle sue idee... Provveder lui, dice, ai bisogni vostri; tanto perch
    la gente non sparli pi.
    - E nient'altro?  - sospir a questo punto la signora Agata. - Ah, con
    un po' di danaro soltanto, somministrato di furto,  come in elemosina,
    intende  di chiudere la bocca alla gente?  E domani non si dir che il
    denaro ci venga da altra mano? Oh sciocco e vile!
    - No! no! - riprese Anna.  - Non dire cos...  E` innamorato,  credi a
    me...  Ma c' quel cane giudeo del padre, capisci? e finch c' lui...
    Se Marta intanto volesse scrivergli un biglietto...
    - A chi?
    - A lui,  al marito!  da intenerirlo;  una lettera come  lei  sola  sa
    scriverne...  Questo  sarebbe  proprio  il  momento!  Tu  sai  bene,
    dovrebbe dirgli, quanto ci sia stato di vero...  e ora vedi come sono
    trattata? ci che si dice di me? Ah, se volesse scrivergli queste due
    parole...  Tanto  pi  che me l'ha chiesta lui una risposta...  Che ne
    dite?
    - Marta non lo far! - disse Maria, scotendo il capo.
    - Proviamo! - replic Anna. - Volete che le parli io? Dov'?
    - Di l,  - accenn la signora  Agata.  -  Ma  temo  che  non  sia  il
    momento...
    - Vado io sola, - aggiunse Anna, levandosi.
    Marta era stesa sul lettuccio, con le braccia conserte sul guanciale e
    la  faccia  nascosta;  appena  sent  schiudere  l'uscio  restrinse le
    braccia e vi cacci pi addentro il volto.
    - Sono io, Marta, - disse Anna, richiudendo l'uscio pian piano.
    - Lasciami, per carit, Anna!  - rispose Marta,  senz'alzare la testa,
    agitandosi sul letto. - Non tentare di confortarmi!
    - No,  no,  - s'affrett a soggiungere Anna Veronica,  accostandosi al
    lettuccio e posandole lieve una mano su le spalle.  - Volevo  soltanto
    vederti...
    -  Non  voglio  veder  nessuno,  non posso sentire nessuno,  in questo
    momento! - riprese Marta smaniosamente. - Lasciami, per carit!
    Anna ritrasse subito la mano, e disse:
    - Hai ragione...
    Attese un pezzo, poi riprese sospirando:
    - Troppo bello...  troppo facile sarebbe stato!  T'immaginavi  che  la
    gente  non  dovesse impedirti d'andare per la strada che ti sei aperta
    col lavoro, con l'ingegno, col coraggio... Ma a che servono, cara mia,
    queste cose? Protezioni ci vogliono!  Ne hai?  No...  Si va avanti con
    queste soltanto; e ognuno giudica come pensa...
    Marta lev improvvisamente la testa dal guanciale e disse con ira:
    - Ma se l'avevano promesso a me, quel posto!
    - S,  - replic subito Anna,  - ed  infatti bastato questo soltanto,
    questa semplice promessa non mantenuta,  perch la gente cominciasse a
    gridare che tu eri protetta da qualcuno...
    - Io?  - fece Marta, non comprendendo dapprima e guardando negli occhi
    Anna Veronica. Poi diede un grido: - Ah!... Io...  io...  - E non pot
    dir altro;  si premette il volto con le mani;  poi proruppe: - Eh gi!
    s...  s...  cos deve credere la gente!  Ci sar  chi  va  spargendo
    questa nuova calunnia!
    - Lui, no, sai? tuo marito, no, - disse subito Anna. - E` venuto da me
    apposta, per dirmelo.
    - Rocco?  - esclam Marta, sbalordita, tentando invano d'aggrottare le
    ciglia. - Rocco  venuto da te?
    - S, s, poco fa... per dirmi che non ci crede!
    - Da te? lui?
    Lo sbalordimento impediva ancora all'odio di  trovare  la  ragione  di
    quella visita.
    - E che vuole?
    - Vuole... - rispose Anna, - vorrebbe che tu...
    - Sai che vuole?  - scatt Marta,  con gli occhi lampeggianti. - Gli 
    mancato il coraggio; ha rimorso, da un canto; e,  dall'altro...  io ho
    tentato  di alzare la testa,   vero?  ebbene,  e lui,  gi!  vorrebbe
    farmela riabbassare, gi! gi!  nel fango in cui m'ha gettata!  Questo
    vuole! Io non debbo pi respirare; non debbo cancellarmi dalla fronte,
    qua,  il  marchio,  il marchio con cui ha creduto di bollarmi!  Questo
    vuole! Oh, se gli do questa soddisfazione,  di rimanere appiattata nel
    fango,  come  una  ranocchia  ch'egli possa schiacciare col piede,  se
    gliene venga la voglia;  se  gli  do  questa  soddisfazione,  sai?  ma
    sarebbe anche capace di mantenermi, di darmi da vestire e da mangiare,
    a me e ai miei...
    Anna la guard sorpresa e dolente.
    - Non vuole questo,  di'? - incalz Marta. - Ho indovinato? Vuoi darlo
    davvero a conoscere a me? Gli leggo in fronte,  come in un libro,  ci
    che gli passa per il capo!
    -  Se  tutto  questo volessi scriverglielo...  - arrischi timidamente
    Anna.
    - Io? a lui?
    - Perch vorrebbe una risposta...
    - Da me?  - fece Marta,  con sdegno.  - Io,  scrivere a lui?  Ma io...
    guarda,  piuttosto...  giacch  nulla  valso per costoro e la mamma e
    Maria per vivere debbono avvilirsi con me al  servizio  altrui...  io,
    guarda, a un altro piuttosto scriverei... a Roma...
    - No, Marta! - esclam Anna, afflitta.
    - No...  no...  - si disdisse subito Marta, rovesciandosi di nuovo sul
    letto, con la faccia affondata nei guanciali. - No... lo so! Morire di
    fame, piuttosto...
    Anna Veronica non  seppe  dirle  pi  nulla.  Carezz  con  gli  occhi
    pietosi,  sul letto,  quel corpo fiorente,  scosso dal pianto; con una
    mano le rassett sui  piedi  un  lembo  della  veste  che  le  si  era
    rimboccato su la gamba.
    Sospir e usc dalla camera.
    N  la  signora  Agata  n Maria,  rivedendola,  le domandarono nulla.
    Tutt'e tre stettero in silenzio un lungo tratto,  con gli occhi  fissi
    nel vuoto.
    - Se tu andassi dal Torchiara? - sugger Anna, alla fine.
    La signora Agata la guard, come per dire: A far che?.
    - E` un'ingiustizia,  - aggiunse Anna.  - Qualche cosa il Torchiara ti
    dir... Anche per sentire... Potete durare cos?
    Da due giorni, infatti, Marta non prendeva quasi cibo,  buttata l sul
    letto, irremovibile.
    - Che vuoi che mi dica? - Sospir la signora Agata. - Ormai il posto 
    dato...
    - Ma era stato promesso a Marta, prima! - disse Anna.
    - Ti spiegher...  No, senza farti illusioni, lo so; ma ti dir almeno
    qualche buona parola.  Per scuotere  questa  povera  figliuola...  S,
    Agata mia, va'... Ora stesso! Lo so,  un sacrificio...
    - Per me?  - fece desolatamente la signora Agata,  levandosi e aprendo
    le braccia.
    Tutto per lei,  ormai,  era come niente.  Non aveva  pi  volont.  Si
    appunt  la cuffia vedovile su i capelli divenuti grigi in pochi mesi,
    e disse:
    - Per me, vado subito...
    Come se avesse veramente da vergognarsi di qualche cosa, schivava per
    per via gli sguardi della gente.  Erano tanti,  tutto il paese era per
    l'ingiustizia, per la condanna; e s'era nascosto il marito, l'uomo che
    non  aveva  chiesto mai nulla,  che non s'era mai inchinato ad alcuno.
    Che era lei?  Una povera donna era,  sbigottita da quella ingiustizia,
    sbigottita  dalla sciagura;  e si vergognava,  s,  della miseria,  si
    vergognava della veste che aveva indosso. Marta,  Marta avrebbe dovuto
    starsene  rassegnata  e  dimessa,  ad  aspettare  giustizia dal tempo:
    avrebbero lavorato tutte e tre insieme,  nell'ombra,  e tirato innanzi
    alla meglio; senza andare a suscitare di nuovo tutta questa guerra.
    Ecco  la  casa  del  Torchiara.  Sal a stento,  ansimando,  la scala;
    davanti all'uscio prima di sonare, si nascose il volto con le mani.
    - E` solo? - domand per prima cosa alla serva, che venne ad aprirle.
    - No, c' il professor Blandino, - le rispose questa.
    - Allora... aspetto qua?
    - Come vuole... Intanto, l'annunzio.
    Poco dopo,  il cavalier Claudio Torchiara,  scostando con una mano  la
    tenda   dell'uscio  e  rialzandosi  con  l'altra  sul  naso  le  lenti
    fortissime da miope che gli rimpiccolivano gli occhi, chiam:
    - Venga avanti, favorisca, signora!
    La prese per mano e la condusse davanti al canap dello studio.
    La signora Agata, inchinando il capo con un sorriso mesto,  sedette in
    un angolo del canap.
    - Il professor Luca Blandino, - aggiunse il Torchiara, presentandolo.
    - Conosco...  conosco... - interruppe l'uomo calvo e barbuto, porgendo
    distrattamente la mano alla signora che  guardava  imbarazzata.  -  La
    vedova di Francesco Ajala? Gran galantuomo, suo marito!
    Il Torchiara sospir,  rialzandosi una seconda volta sul naso le lenti
    legate in grossi cerchietti d'oro.  Vi  fu  un  momento  di  silenzio,
    durante il quale la signora Agata fren a stento le lagrime.
    - Com' vero,  - riprese il Blandino, con gli occhi chiusi, le braccia
    conserte, - com' vero che la nostra condotta  per gli altri giusta o
    ingiusta,  non in virt della  sua  natura  intrinseca,  ma  in  virt
    d'ordini estrinseci...  Come abbiamo giudicato noi Francesco Ajala? Lo
    abbiamo giudicato col  vocabolario  di  cui  comunemente  ci  serviamo
    parlando  d'obblighi  e  di  doveri,  cio senza penetrare affatto nel
    codice particolare prescritto a lui dalla sua stessa natura e redatto,
    per cos dire, dalla sua educazione. Purtroppo cos giudichiamo noi!
    E si alz.
    - Te ne vai? - gli domand il Torchiara.
    Il Blandino non rispose: si mise a passeggiare per la  stanza  con  le
    ciglia corrugate e gli occhi semichiusi, non intendendo affatto, nella
    sua distrazione, di quanto impaccio fosse alla signora la sua presenza
    e quanto sconveniente.
    -  Ella  mi fa l'onore di questa visita per la sua figliuola,   vero,
    signora?  - domand  piano  il  Torchiara,  guardandola  con  aria  di
    rassegnazione e di scusa per la presenza del Blandino, come se volesse
    dirle: Pazienza! bisogna compatirlo:  fatto cos....
    Al Torchiara per non rincresceva affatto la presenza del Blandino. Lo
    aveva  anzi trattenuto apposta all'annunzio della visita,  per far che
    questa non  durasse  troppo  e  non  riuscisse  soverchiamente  penosa
    all'ottimo suo cuore,  sensibilissimo. Gli toccava infatti di togliere
    le ultime speranze a quella povera  madre...  Ma  era  troppo  presto,
    ecco,  per una nomina,  fosse pur temporanea, di semplice supplenza...
    Carriera   difficile,   difficilissima,    quella   dell'insegnamento!
    Bisognava  attendere  ancora un po',  ecco...  Oh,  l'avvenire sarebbe
    stato piano,  ridente di belle promesse per la giovine maestra,  senza
    dubbio!  Come,  come?  La Breganze? Ah s... E a questa interrogazione
    molto imbarazzante per l'ottimo suo cuore,  il cavalier  Torchiara  si
    gratt  il  capo  con  un dito e si rialz una terza volta sul naso le
    lenti.  S,  la Breganze,  la nipote del consigliere  Breganze,  amico
    suo... Nessuna inframmettenza, badiamo! Precedenza soltanto, questione
    di precedenza,  ecco...  Non di valore!  Per quanto la Breganze, brava
    insegnante anch'essa,  via...  Ma egli sapeva bene che il valore della
    giovine maestra Ajala era incomparabilmente superiore... oh s! oh s!
    A Luca Blandino,  mentre passeggiava assorto nei suoi pensieri, con le
    mani congiunte dietro la schiena, giungevano alcune frasi a mezzo, che
    gli facevano corrugare vieppi le ciglia,  di tratto  in  tratto.  Non
    intese   nulla  del  penosissimo  dialogo;   not  solo  l'espressione
    d'angoscioso smarrimento,  di profonda disperazione  sul  volto  della
    signora Ajala, quando si alz e chin il capo in segno di saluto.
    - Auff! - sbuff il Torchiara, dopo avere accompagnato la signora fino
    alla  porta,  rientrando  in  salotto.  -  Non  ne posso pi di questa
    maledetta faccenda! La compatisco, povera signora.  Ma che posso farci
    io, se la figliuola... Tu m'intendi! Abbiamo la disgrazia di vivere in
    una  piccola  citt,  dove  certe  cose  non  si  sanno perdonare,  n
    dimenticare...  Non posso mica mettermi,  signor mio,  contro tutto il
    paese, Orazio sol contro BEOZIA tutta!
    - Di che si tratta? - domand il Blandino.
    - Miserie, caro, miserie! Della pi tremenda: quella in abito nero! Di
    pane  si  tratta...  Ma che posso farci,  signore Iddio benedetto?  Me
    n'affliggo, e basta.
    E spieg al Blandino le ragioni della visita della signora Ajala.
    - Come?  E tu l'hai mandata  via  cos?  -  esclam  il  Blandino,  in
    risposta.  - Ohi ohi ohi... m'hai tutto scombussolato... Come? Perdio!
    Ma qui bisogna agire, riparare... e subito!
    Il Torchiara scoppi a ridere.
    - Dove vuoi andare adesso?
    Il Blandino, tutto agitato, s'era messo a correre per la stanza.
    - Il cappello... Dove ho lasciato il cappello?
    - La testa! la testa! - esclam il Torchiara, ridendo ancora.  - Cerca
    la testa piuttosto!
    Lo afferr per un braccio.
    - Vedi?  Poi ti dicono pazzo! Prima hai preso le parti del marito, nel
    duello; adesso vuoi difendere la moglie?
    - Ma io non giudico come voi! - gli grid Luca Blandino.  - Io giudico
    secondo i casi: non mi traccio,  come voi,  una linea: fin qui  male,
    fin qui   bene...  Lasciami  agire  da  pazzo!  Vado  a  scrivere  un
    letterone d'improperii a Gregorio Alvignani... Ah, lui, il grand'uomo,
    se  ne  deve  uscire  cos,  dopo  aver gettato nell'ignominia e nella
    miseria un'intera famiglia? Ma sai che le lettere gliele buttava dalla
    finestra come un ragazzino? Ti saluto... ti saluto...
    E il Blandino scapp via,  tra le risa sforzate del  cavalier  Claudio
    Torchiara.


    Parte 1, 14.

    Circa  tre  mesi dopo,  inaspettatamente,  venne a Marta un invito del
    Direttore del Collegio.
    La vecchia portinaja Sabetti,  che aveva  recato  dolente  la  cattiva
    notizia  della  supplenza accordata alla Breganze,  entr questa volta
    gridando, tutta esultante:
    - Signorina! Signorina! La avremo con noi!  Con noi,  signorina bella!
    Tenga, legga questo biglietto...
    Fu,  nella  squallida desolazione,  come un raggio di sole improvviso.
    Marta divent in volto di bragia.
    - Che felicit! - seguitava la vecchia Sabetti, gestendo con fuoco.  -
    La  maestra  Flori  della  seconda  preparatoria,  se  ne torna lass,
    fuorivia!  Ha  ottenuto  il  trasloco,  Dio  sia  lodato!  Le  ragazze
    rifiateranno. -
    -  Debbo  recarmi  in giornata al Collegio...  annunzi Marta con voce
    tremante dalla commozione, dopo aver letto l'invito.
    - Sissignora!  - riprese la vecchia portinaja.  - E vedr  che    per
    questo! Ne sono sicura!
    - Ma come! - osserv Marta. - La Flori, trasferita?
    - Traslocata,  sissignora!  Fortuna, le dico, per le povere ragazze...
    Che pittima!
    - Con l'anno scolastico gi cominciato?  - osserv Marta,  non sapendo
    che pensare.
    - Il Torchiara, forse... - sfugg alla signora Agata.
    E  rifer  alla  figlia  la  visita  fatta  di  nascosto all'Ispettore
    scolastico.
    Poco dopo, mentre si vestiva per recarsi al Collegio, passata la prima
    commozione, Marta intu a chi doveva quella nomina tardiva: n'ebbe una
    scossa,  e sent mancarsi a un tratto la forza d'agganciare  il  busto
    alla vita.
    Ricominci la guerra fin dal primo giorno di scuola.
    Gi  le altre maestre del Collegio,  oneste e brutte zitellone,  se la
    recarono subito a dispetto. Ges, Ges!  un breve saluto,  la mattina,
    con le labbra strette,  e via; un freddo, lieve cenno del capo, ed era
    anche troppo!  Un'onta per la classe  delle  insegnanti!  un'onta  per
    l'Istituto!  Il mondo,  s,  intrigo: per riuscire,  mani e piedi!  ma
    onestamente, oh! Anzi, ONORATAMENTE.
    E,  sotto sotto,  comentavano con acre malignit il modo  con  cui  il
    Direttore  e gli altri professori del Collegio fin dal primo giorno si
    erano messi a trattare l'Ajala;  e rimpiangevano quella  cara  maestra
    Flori che non avrebbero pi riveduta. La Flori: che pena!
    Riusciti  vani i nuovi e pi aspri reclami delle famiglie,  le ragazze
    (assentatesi per alcuni giorni dalla scuola all'annunzio della  nomina
    di  Marta) cominciarono man mano a ripigliare le lezioni;  ma cattive,
    astiose, messe s evidentemente dai genitori contro la nuova maestra.
    A nulla giov l'affabilit con cui Marta le accolse per disarmarle fin
    da principio;  a nulla la prudenza e la  longanimit.  Si  sottraevano
    sgarbatamente   alle   carezze,   si   mostravano  sorde  ai  benevoli
    ammonimenti,  scrollavano le spalle a qualche rara minaccia;  e le pi
    cattive,  nell'ora della ricreazione in giardino, sparlavano di lei in
    modo da farsi sentire o, per farle dispetto, accorrevano ad attorniare
    le antiche maestre e a  carezzarle,  piene  di  moine  e  di  premure,
    lasciando lei sola a passeggiare in disparte.
    Ritornando a casa,  dopo sei ore di pena, Marta doveva fare uno sforzo
    violento su se stessa per nascondere alla madre e alla sorella il  suo
    animo esasperato.
    Ma  un  giorno,  ritornando pi presto dal Collegio,  accesa in volto,
    vibrante d'ira contenuta a stento,  appena la madre e Anna Veronica le
    domandarono  che  le  fosse avvenuto,  ella,  ancora col cappellino in
    capo, scoppi in un pianto convulso.
    Esaurita finalmente la pazienza,  vedendo che con le buone maniere non
    riusciva a nulla, per consiglio del Direttore s'era messa a malincuore
    a  trattare  con un po' di severit le alunne.  Da una settimana usava
    prudenza con una di esse,  ch'era appunto la  figlia  del  consigliere
    Breganze, una magrolina bionda, stizzosa, tutta nervi, la quale, messa
    s  dalle  compagne,   era  giunta  finanche  a  dirle  forte  qualche
    impertinenza.
    - E io ho finto di non udire...  Ma quest'oggi alla fine,  poco  prima
    che  terminasse la lezione,  non ho saputo pi tollerarla.  La sgrido.
    Lei mi  risponde,  ridendo  e  guardandomi  con  insolenza.  Bisognava
    sentirla!  Esca  fuori! Non voglio uscire! Ah!  no! Scendo dalla
    cattedra per scacciarla dalla classe: ma lei s'aggrappa alla  panca  e
    mi  grida: Non mi tocchi!  NON VOGLIO LE SUE MANI ADDOSSO!.  Non le
    vuoi? Via, allora, via!  esci fuori! e fo per strapparla dalla panca.
    Lei  allora  si mette a strillare,  a pestare i piedi,  a contorcersi.
    Tutte le ragazze si levano dalle panche e  le  vengono  intorno;  lei,
    minacciandomi,  esce dalla classe,  seguita dalle compagne.  E` andata
    dal Direttore. Questi non mi d torto in loro presenza;  rimasti soli,
    mi dice che io avevo un po' ecceduto;  che non si debbono, dice, alzar
    le mani su le allieve... Io, le mani?  Se non l'ho toccata!  Alla fine
    per accetta le mie ragioni...  Ma Dio,  Dio; come andare avanti cos?
    Io non ne posso pi!
    Il giorno appresso,  intanto,  il padre della ragazza,  il consigliere
    cavaliere ufficiale Ippolito Onorio Breganze,  and a fare una scenata
    nel gabinetto del Direttore.
    Era furibondo.
    L'obesit del corpo veramente  non  gli  permetteva  di  gestire  come
    avrebbe voluto.  Corto di braccia, corto di gambe, portava la pancetta
    globulenta in qua e  in  l  per  la  stanza,  faticosamente,  facendo
    strillare le suole delle scarpe a ogni passo. Alzare le mani in faccia
    alla sua figliuola?  Neanco Dio, neanco Dio doveva permetterselo! Lui,
    ch'era il padre,  non aveva mai osato far tanto!  Si era forse tornati
    ai beati tempi dei gesuiti, quando s'insegnava a colpi di ferula su la
    palma della mano o sul di dietro? Voleva pronta e ampia soddisfazione!
    Ah  s,  perrrdio!  Se  la  signora  Ajala  aveva  valide protezioni e
    preziose amicizie, lui, il consiglierrr Breganze,  avrebbe rrreclamato
    rrriparazione  e  giustizia  pi  in alto,  pi in alto (e si sforzava
    invano di sollevare il braccino) - sissignore,  pi in  alto!  a  nome
    della Morale offesa non solo dell'Istituto, ma dell'intero paese.
    E DRI DRI DRI - strillavano le scarpe.
    Il  Direttore non riusciva a calmarlo.  Gli veniva quasi da ridere: in
    paese si diceva che  colui  non  era  veramente  il  padre  della  sua
    figliuola.  Ma  il  consigliere Ippolito Onorio Breganze,  paonazzo in
    volto,  non poteva accontentarsi della semplice  riprensione  fatta  a
    quattr'occhi  alla maestra: pretendeva,  esigeva una grave,  una seria
    punizione! A lui, adesso,  non istava pi a cuore soltanto la sua cara
    piccina,  ma  anche la salute morale,  signor Direttore,  di tutto il
    paese scandalizzato!.  Non era forse a conoscenza il signor Direttore
    di  quanto  era  avvenuto?  non  sapeva  a  qual donna si era affidata
    l'educazione delle tenere menti, delle gracili anime?
    -  E`  un'im-mo-ra-li-t!  -  tuon  alla  fine  con  tutta  la  voce,
    sillabando.  -  O  ci  rrrimedia  lei,  o ci rrrimedio io.  Vado a far
    reclamo formale all'Ispettore scolastico! La rrriverisco.
    E cacciandosi di furia in capo, puhm! il cappello a stajo, se ne and.
    Entrava il bidello. Si diedero un inciampone cos forte,  che per poco
    non si gettarono a terra tutti e due.
    - Scusi...
    - Scusi...
    E DRI DRI DRI...
    Due giorni dopo,  il Direttore del Collegio fu chiamato dall'Ispettore
    scolastico.
    Da due mesi il Torchiara notava, costernato, il grave danno che quella
    nomina della maestra Ajala produceva in paese alla posizione  politica
    non  ancora  assodata  dell'Alvignani.  Signor mio,  il cuore  stato
    sempre il gran nemico della testa! aveva  ripetuto  pi  volte  a  se
    stesso.  Perch  si  dilettava,  il  cavalier  Claudio  Torchiara,  di
    formulare aforismi,  intercalandovi di solito quel  SIGNOR  MIO  anche
    quando  gli  enunziava  a  una  donna  o,  per solitario spasso,  a se
    medesimo.
    La  visita  furibonda  del  consiglier  Breganze  lo  aveva   lanciato
    addirittura  in  un  mare  di  confusione.  Adesso,  dunque,  pure  il
    Municipio si sarebbe voltato contro  l'Alvignani?  Aveva  promesso  al
    Breganze  riparo  e  soddisfazione,  ora  invitava  il  Direttore  del
    Collegio;  vagliando e traendo giudizio  dalle  opposte  versioni  del
    fatto,  avrebbe  scritto  all'Alvignani  per  provvedere alla meglio e
    salvare all'uopo, come suol dirsi, capra e cavoli.  In ultima analisi,
    pazienza per la capra.  I cavoli, in questo caso, erano i voti con cui
    Gregorio Alvignani era stato eletto deputato.
    Il Direttore del Collegio,  sebbene stanco ormai delle  noje  che  gli
    aveva  cagionate  involontariamente quella maestra,  difese pure Marta
    davanti all'Ispettore, per debito di coscienza.
    - Capisco, capisco, gli rispose il cavalier Torchiara. - Ma l'ingegno,
    signor mio,  e la volont  di  far  bene  non  bastano;  bisogna  pure
    guardare,   guardare  nella  vita  privata,   la  quale,  signor  mio,
    influisce,  ha il suo peso e non poco su la considerazione,  in cui le
    allieve debbono tenere la propria maestra, mi spiego?... la quale...
    Ma  il Direttore era venuto da poco in paese;  non sapeva i precedenti
    della maestra;  ammirato invece del  grande  valore  di  lei,  credeva
    meritasse ogni considerazione!
    - E ne terremo conto!  - esclam il cavalier Torchiara.  - Come no? ne
    terremo conto,  tanto pi che io so in che tristi condizioni versi  la
    famiglia  di  lei,  la  quale...  Non  dubiti,  si provveder,  con un
    trasferimento,  per esempio,  vantaggioso per la  maestra...  Intanto,
    signor mio, il naso bisogna pur cacciarlo fuori della scuola... e... e
    tener conto dei reclami del pubblico,  il quale... Ecco, pare tuttavia
    che la signora maestra, per quanto, non dico di no,  provocata e anche
    in certo qual modo scusabile...  pare abbia..  s,  dico,  ecceduto un
    tantino... Eh gi!  Il Breganze,  signor mio,  personaggio di conto...
    eh!...  e  anche  nell'interesse  della  maestra,  sar  meglio dargli
    qualche  soddisfazioncella,  perch  la  cosa  non  esca  dalle  sfere
    scolastiche,  mi  spiego?...  Senta,  facciamo  cos.  Lei persuada la
    maestra Ajala a darsi per ammalata per una  quindicina  di  giorni,  e
    intanto  chiami una supplente perch le alunne non abbiano a soffrirne
    nello  svolgimento  del  programma,  il  quale...   Nel  frattempo  si
    provveder. Va bene cos?
    E lo stesso giorno scrisse una lunga lettera confidenziale al SUO CARO
    GREGORIO,  scongiurandolo  di  far  tutto il possibile per ottenere il
    trasferimento della sua raccomandata - causa per lui  di  gravissimi
    danni.  Non s'illudeva su le difficolt; ma a lui, all'Alvignani, dopo
    lo splendido discorso alla Camera dei Deputati nella  discussione  del
    bilancio della pubblica istruzione (discorso che, d'un colpo - non per
    adularlo!  -  gli  aveva creato una vera posizione parlamentare,  come
    tutti i giornali assicuravano),  nessuna  difficolt  doveva  riuscire
    insormontabile.  Per  quell'anno,  del resto,  la maestra Ajala poteva
    andare come supplente nel Collegio Nuovo in Palermo (posto vacante).
    In attesa di cos grave decisione,  Marta fu costretta a prolungare di
    altri quindici giorni la sua malattia. Dopo circa un mese arrivarono
    due lettere dell'on. Alvignani, una per Marta, l'altra per l'ispettore
    Torchiara.
    Nel  ricever  quella  lettera,  Marta  prov  un vivissimo turbamento.
    Avvilita dall'impotenza di lottare  contro  l'ingiustizia  patente  di
    tutti;  rivoltata della punizione inflittale immeritamente, si sentiva
    ormai avvelenata d'odio e di bile. Quella lettera le parve un'arma per
    la vendetta.
    Era sapientemente composta;  non una anche vaga allusione  al  passato
    che potesse in quel momento urtarla; ma, sotto le amare riflessioni su
    la  vita e su gli uomini,  tanta intuizione dello stato d'animo in cui
    ella si trovava! Meglio, meglio chiudersi in un sogno continuo,  sopra
    le  volgarit e le comuni miserie dell'esistenza quotidiana,  sopra il
    giogo livellatore delle leggi a un palmo dal fango,  rete  protettrice
    dei nani, ostacolo e pastoja a ogni ascensione verso un'idealit!
    Le diceva d'aver saputo quanto a lei era toccato di soffrire in quegli
    ultimi  tempi  e  le  annunziava  il  trasferimento  e la nomina,  per
    liberarla  dal   fango   che   l'attorniava.   Si   era   presa   lui,
    spontaneamente, questa libert, sicuro d'interpretare un desiderio che
    ella non gli avrebbe mai manifestato;  e la pregava di lasciarlo fare,
    di concedere almeno che,  da lontano,  egli si  prendesse  cura  e  si
    ricordasse sempre di lei.  Purtroppo, i mezzi che gli si offrivano per
    manifestare  rispettosamente  tutto  l'animo  suo  erano  meschini   e
    ristretti!
    In capo al foglio,  ancora qui,  latinamente inciso, il motto: NIHIL -
    MIHI - CONSCIO.
    Un solo rammarico per Marta,  per Maria  e  per  la  madre,  partendo:
    quello di lasciare Anna Veronica.
    Povera  Anna!  Faceva  loro coraggio,  ma in fondo al cuore era la pi
    disajutata: esse erano in tre: lei sarebbe rimasta sola,  sola,  sola,
    come abbandonata tra nemici.  E di nuovo per lei il silenzio, di nuovo
    la solitudine, i giorni tristi, lunghi, uguali...
    - Mi scriverete, per!
    Diceva di non voler piangere,  e piangeva.  Le  labbra  costrette  per
    forza a sorridere, invece di un sorriso, facevano il greppo.
    Volle  accompagnarle fino alla stazione ferroviaria a pi del colle su
    cui sorgeva la citt. Durante il tragitto in vettura,  non scambiarono
    una  parola.  Era  una  giornata umida,  grigia,  e la vecchia vettura
    rimbalzava su  i  fradici  sassi  dello  stradone  scosceso,  scotendo
    continuamente i vetri mal connessi degli sportelli,  i quali davano un
    frastuono irritante.
    Quando poi il convoglio stava per partire,  Anna Veronica e la signora
    Agata,  rimaste  aggrappate  l'una all'altra,  soffocando i singhiozzi
    ciascuna su l'omero dell'altra,  furono quasi strappate  con  violenza
    dal  conduttore.  Gi  la  vaporiera fischiava,  l l per mettersi in
    moto.
    Anna rimase col volto bagnato di lagrime e  le  braccia  tese  che  si
    andavano  lentamente  abbassando,  man  mano  che il nero convoglio si
    allontanava;  gli occhi fissi a gli sportelli del vagone in cui le tre
    amiche  erano  salite,  e  da  cui ancora fin laggi,  fin laggi,  si
    agitavano in saluto i fazzoletti...
    - Addio...  Addio...  - mormorava quasi a se stessa,  agitando il suo,
    l'abbandonata.


    Parte 2, 1.

    Una  gaja  casetta  in  via  del Papireto,  all'ultimo piano,  ariosa:
    quattro lucide stanzette,  col pavimento di mattoni  di  Valenza,  con
    carta  da  parato  un  po' sbiadita,  s,  ma senza strappi e di tinta
    gentile.  La meno angusta sarebbe servita per la signora Agata  e  per
    Maria, che dormivano insieme; quella attigua, per Marta; da letto e da
    studio:  vi  si  sarebbe adattata volentieri in grazia del balcone che
    dava su la via del Papireto;  le altre due,  sala da pranzo e salotto,
    da metter s, per bene, col tempo. Delizia della casa, un terrazzo, la
    cui balaustrata a pilastrini pareva, a guardarla dalla via, una corona
    che cingesse l'edificio. Quanti fiori vi avrebbe coltivati Maria!
    Marta  aveva  trovato questa casa,  guidata da un lontano ricordo.  Il
    padre,  nel condurla a  Palermo  tanti  anni  addietro,  aveva  voluto
    mostrarle  il luogo ove da giovane aveva combattuto,  il giorno stesso
    dell'entrata di Garibaldi.
    L,  all'imboccatura di quella via,  egli,  in compagnia  d'altri  due
    volontarii,  sparava  contro una nuvola di fumo che partiva da lontane
    case di fronte, ove s'erano appiattate le soldatesche borboniche.  Uno
    dopo l'altro,  i due compagni eran caduti: egli seguitava a far fuoco,
    quasi aspettando che un'altra palla venisse  per  lui.  A  un  tratto,
    s'era sentito battere leggermente a una spalla, e dir cos:
    - Giovanotto, levatevi di qua: siete troppo esposto.
    Si  era  voltato,  e aveva veduto Lui,  Garibaldi,  tutto impolverato,
    calmo,  con le  ciglia  aggrottate,  il  quale,  scostandolo,  si  era
    esposto, senza nemmeno pensarci, al posto che aveva stimato pericoloso
    per un semplice volontario.
    Marta  aveva  voluto,  a  sua volta,  condurre la madre e la sorella a
    quella via,  per indicar loro il posto.  Per caso,  alzando gli occhi,
    aveva scorto un cartello con l'APPIGIONASI giusto l, al portoncino su
    l'imboccatura  del  vicolo.  E avevano preso a pigione quella casa per
    memoria del padre, quasi perch il padre stesso ve le aveva condotte.
    Maria,  con quel ricordo nell'anima,  vi si sentiva meno sola  e  come
    protetta.
    Riassettatesi alquanto,  dopo il trambusto, cominciarono tutte e tre a
    provvedere ai primi bisogni della nuova dimora.  Le  poche  masserizie
    scampate alla rovina non bastavano pi: poveri,  malinconici avanzi di
    naufragio, a cui pur tanti ricordi s'aggrappavano.
    Uscivano di casa insieme per qualche  compera,  senza  saper  dapprima
    dove  dirigersi.  Si fermavano a guardare nelle vetrine di questo o di
    quel negozio,  fuggendo la  tentazione  di  entrare  nei  pi  ricchi.
    Smarrite per le vie della citt, tra tanta gente ignota e il moto e il
    frastuono continui,  provavano,  nello smarrimento, un certo sollievo:
    nessuno l le conosceva; potevano andare di qua,  di l,  indugiarsi a
    guardare a loro agio,  liberamente, senza attirare gli sguardi maligni
    della gente. A Marta dava segreto fastidio l'ammirazione che suscitava
    nei passanti. Talvolta,  per essere meno notata,  usciva di casa senza
    rifarsi a modo i capelli.
    -  Cos,   cos...  diceva  a  Maria,  appuntandosi  il  cappellino  e
    ravviandosi poi appena appena, in fretta, le ciocche su la fronte.
    Ma s'accorgeva, pur senza volerlo,  che quel po' di disordine cresceva
    grazia  alla  sua  figura:  fuggevolmente  glielo  diceva lo specchio,
    glielo ripetevano poi gli sguardi dei  passanti  e  le  vetrine  delle
    botteghe.
    Al  Collegio Nuovo,  intanto,  era stata accolta con benevolenza dalla
    vecchia Direttrice,  vera signora piena di garbo e di gusto,  degna di
    presiedere   a   quel  regio  Educandato,   ov'era  accolto  il  fiore
    dell'aristocrazia e del censo.
    I modi e la figura  di  Marta  attirarono  subito  l'attenzione  della
    vecchia  Direttrice,  la quale non volle nascondere alla signora Agata
    il gradimento di avere per maestra una bella figliuola come  quella.
    Tutto nella vita,  su la terra,  per la vecchia signora linda, curata,
    abbigliata con squisita eleganza,  era fatto per la giovent e per far
    sospirare i poveri vecchi.  E dicendo ci sorrideva: ma chi sa da qual
    fondo d'amarezza affiorava quel sorriso.  Da vecchia,  ella ormai  non
    era  brutta,  anche perch si dimostrava cos affabile e buona;  ma da
    giovane non aveva dovuto esser bella.  Tanto maggior  merito,  dunque,
    per la sua bont.
    Diede a Marta,  con quell'amorevolezza semplice che rassicura, notizia
    del Collegio, delle altre insegnanti interne, di tre professori, delle
    convittrici, dipingendo tutti con parole festevoli;  parl dell'orario
    della  scuola,  parl  un  po' di tutto;  e finalmente accord a Marta
    quattro giorni di vacanza.
    Marta usc dal Collegio come abbagliata di quell'accoglienza cordiale,
    che rifer poi a Maria,  lodando tutto: l'edificio  del  Collegio,  il
    lusso interno, l'ordine che doveva regnarvi. E dopo il primo giorno di
    scuola  torn  a  casa raggiante anche dell'accoglienza che le avevano
    fatto  le  convittrici  dopo  la   presentazione   lusinghiera   della
    Direttrice.
    Al lieto umore di Marta rispondevano in quei giorni i primi accenni in
    terra e in cielo della rinascente primavera. L'aria era fredda ancora,
    frizzante nel mattino,  quand'ella si recava al Collegio;  ma era cos
    limpido il cielo e cos puro e saldo quel rigore  del  tempo  che  gli
    occhi  erano  felici  di  guardare  e  il  seno d'allargarsi in larghi
    respiri.  Pareva che l'anima delle  cose,  serenata  finalmente  dalla
    lieta  promessa  della  stagione,  si  componesse,  obliando,  in  una
    concordia arcana, deliziosa.
    E quanta serenit, quale freschezza nello spirito,  in quei giorni,  e
    che pace interiore!  Si ridestava in Marta il lucido e gajo senso che,
    da bambina,  possedeva della vita.  Era paga: aveva vinto;  sentiva di
    far bene, e le piaceva di vivere. Oh che brulichio sommesso avevano le
    foglie nuove, al levarsi del sole, quand'ella passava sotto gli alberi
    di  Piazza  Vittorio davanti alla Reggia normanna,  e poi sotto quelli
    del Corso Calatafimi oltre Porta Nuova.  La chiostra dei monti  pareva
    respirasse  nel  tenero  azzurro  del  cielo,  come  se quei monti non
    fossero di dura pietra.
    E andando cos, senza fretta, Marta pensava alle lezioni da impartire,
    e  dal  benessere  che  sentiva,  non  solamente  le  idee  sgorgavano
    spontanee,  ma  quasi  le zampillavano le parole che avrebbe dette,  i
    sorrisi con  cui  le  avrebbe  accompagnate.  Provava  uno  stringente
    bisogno  d'essere amata dalle allieve,  eppure indugiava in quell'aria
    fresca della via per godere poi maggiormente del calore di quell'amore
    riverente delle alunne, nella tiepida stanza della scuola.
    Davvero, davvero erano passati i lugubri giorni;  la primavera davvero
    ritornava  anche  per  lei.  Non  la  terra  soltanto scoteva le ombre
    invernali; anch'ella poteva sottrarsi all'incubo delle tristi memorie.
    In casa, anche la madre e Maria parevano a Marta contente, e ne gioiva
    in fondo al cuore,  con la  coscienza  ch'esse  erano  cos  per  lei.
    Vivevano  tutte  e  tre l'una per l'altra,  schivando ogni ricordo del
    passato che le riconducesse col pensiero al paese  natale,  donde  una
    sola  immagine  cara  veniva:  quella  di  Anna Veronica,  della quale
    parlavano spesso,  rileggendo le lunghe lettere ch'ella inviava.  Cos
    Anna  rimaneva ancora la loro unica amica,  l'unica compagna in quella
    separazione, quasi istintiva ormai, dal mondo.
    Degli altri inquilini della casa ricevettero soltanto una visita,  che
    offr loro in seguito e per parecchio tempo cagione di molte risa.  Si
    era anche novamente stabilita in Marta la disposizione a scoprire e  a
    rappresentare il ridicolo nascosto un po' in fondo a tutte le cose e a
    tutte  le  persone,  ch'ella rifaceva negli atteggiamenti e nella voce
    con straordinaria  facolt  imitativa.  Le  gambe  di  don  Fifo  Ju,
    l'inquilino del secondo piano,  e il suo modo di sedere, la parlantina
    e i gesti romantici di  sua  moglie  furono  da  lei  resi  con  tanta
    comicit,  che  la  madre  e  Maria  si  tenevano i fianchi dal troppo
    ridere:
    - Basta, Marta, per carit!
    Questo don Fifo Ju e la  moglie,  che  si  chiamava  Maria  Rosa,  si
    presentarono  parati  di  strettissimo  lutto,  con  gli  occhi bassi,
    l'espressione  compunta,  come  se  tornassero  allora  allora  da  un
    accompagnamento funebre.
    -  Visita  di convenienza...  siamo gl'inquilini del secondo piano,  -
    dissero con voce flebile a Maria che,  aperta la  porta,  era  rimasta
    perplessa davanti a quei due sconosciuti.  Ed emisero,  con un lamento
    della gola, un breve sospiro.
    Introdotti nel futuro salotto, don Fifo, lungo e magro,  sedette con
    le gambe unite, i piedi congiunti, toccando appena il pavimento con la
    punta delle scarpe; le braccia conserte, come un ragazzo in castigo. I
    suoi  pantaloni  erano cos stretti,  che parevano cuciti su le gambe.
    Donna Maria Rosa,  grassa e rubiconda,  si rialz  su  una  spalla  il
    lunghissimo  e  fitto  velo  di crespo che le pendeva dal cappello sul
    volto e, sedendo, trasse un altro sospiro lamentoso.
    Erano marito e moglie da tre mesi.  Da un anno soltanto era  morto  il
    primo  marito  di donna Maria Rosa,  don Isidoro Ju,  detto don Dor,
    fratello maggiore di don Fifo.  E donna Maria Rosa,  durante la  lunga
    visita,  non  parl che del marito defunto e del suo primo matrimonio,
    con le lagrime agli occhi e nella voce,  come se don Dor fosse  morto
    ieri.  Don Fifo,  immobile, ascoltava con gli occhi bassi e le braccia
    conserte quell'eterno elogio funebre del fratello,  di cui egli pareva
    il sarcofago e la moglie il cenotafio.
    Ah,  nessuno, nessuno avrebbe saputo ridire tutte le virt di don Dor
    (LE VELT - diceva donna Maria Rosa per parlare in lingua). Ella e don
    Fifo,  mentre Dor viveva,  si erano data la mano per  circondarlo  di
    cure e di rispetto. Egli, Dor, era stato la loro guida nella vita, il
    loro maestro.  Marito,  moglie e cognato erano vissuti sempre insieme,
    un'anima in tre corpi.
    - Nella pace degli angeli, signora mia!
    E  Dor  stesso,  con  le  sue  labbra,  sant'anima!  morendo,   aveva
    balbettato ai due infelici superstiti: - Fifo, - dice, - ti raccomando
    Maria  Rosa!  Consolatevi!  Consolatevi!  Seguitate a vivere l'uno per
    l'altra...
    - Ah,  signora mia!  - proruppe a questo punto donna Maria Rosa gi al
    colmo  della  commozione,  ricordando quelle parole e asciugandosi gli
    occhi che erano divenuti due fontane di  lagrime,  con  un  fazzoletto
    listato di nero.  - Noi del resto,  - riprese poco dopo,  rassettatasi
    alquanto e soffiatosi strepitosamente  il  naso,  -  noi,  del  resto,
    abbiamo domandato consiglio,  signora mia,  a tutti i conoscenti,  uno
    per uno,  raccomandando che ci ajutassero con la loro esperienza,  che
    ci  dicessero  coscienziosamente  ci  che avremmo dovuto fare noi due
    poveretti rimasti soli, senza la Sant'anima!  La nostra condizione era
    questa: cognati... e dovevamo vivere insieme, sotto lo stesso tetto...
    la gente avrebbe potuto sparlare... E tutti, tanto buoni, bisogna dire
    la  verit,  ci  hanno consigliato di far questo passo,  tutti!  Siamo
    entrambi d'una certa et,  vero;  ma sa,  signora mia,  la maldicenza
    com'?  dove  non pu mettere i piedi,  mette le scale...  E in questa
    citt poi...
    - Oh, da per tutto! - sospir la signora Agata.
    - Da per tutto, da per tutto, dice bene, signora mia... Cos, ci siamo
    sposati ch' poco...  Abbiamo dovuto aspettare i nove mesi  prescritti
    dalla legge, bench per me, sa, non ci fosse pericolo, come volevo far
    notare  ai signori del Municipio: figli,  niente;  Dio non m'ha voluto
    consolare; Dor malaticcio sempre e deboluccio, signora mia...  Basta,
    ci siamo sposati.
    Don  Fifo  pareva tutto appiccicato,  e che,  movendosi a parlare,  si
    spiccicasse tutto: le labbra,  la lingua,  le palpebre,  le pinne  del
    naso. Soltanto le gambe gli restavano appiccicate l'una all'altra. Ma,
    in fin dei conti,  non parl molto. A un certo pulito, ruppe in questa
    esclamazione:
    - Ah, dolori, signora, dolori! Cristo solo lo sa!
    E per poco Marta e Maria non scoppiarono a ridergli in faccia.


    Parte 2, 2.

    Marta avrebbe voluto rifare tanto alla madre quanto a  Maria  la  vita
    comoda e lieta d'una volta, allor che il padre viveva, e prosperava la
    concera.  E non risparmiava sacrifizii e lavoro. Aveva ottenuto dalla
    Direttrice del Collegio  di  dare  lezioni  particolari  alle  piccole
    convittrici  delle  classi  inferiori;  e  quel  che  traeva da queste
    lezioni e lo stipendio mensile dava intatto alla madre, a cui proibiva
    di  lamentarsi  della  troppa  fatica  alla   quale   si   sottoponeva
    giornalmente,   senza  godere  pi  nulla  dei  frutti.  Ma  la  madre
    s'ingannava.  Marta non godeva?  O non erano frutti del suo lavoro  la
    rinata fiducia nella vita tanto della madre quanto della sorella, e la
    presente  pace?  non  era  premio  al  suo  lavoro  il sorriso che ora
    ritornava spontaneo alle loro labbra?  Avrebbe dato  il  sangue  delle
    vene  per vederle ancora pi contente,  per godere della vista d'altri
    sorrisi su le loro labbra.  E in fondo al cuore si  sentiva  inebriata
    della  propria generosit,  giacch ella nell'intimo suo non s'era mai
    acchetata all'offesa  che  il  padre  le  aveva  fatto,  condannandola
    cecamente e precipitando la famiglia nella miseria.
    L'unica  passione di Maria pareva la musica?  Ebbene,  un pianoforte a
    Maria, quasi nuovo, da pagare a un tanto al mese. Tenere nella piccola
    dispensa le derrate per tutto un mese contribuiva a rendere pi quieta
    e paga la madre?  Ebbene,  contenta  anche  la  madre;  e  la  piccola
    dispensa era sempre ben provvista.
    Don Fifo Ju e la moglie salivano qualche sera a tenere compagnia alle
    tre  donne,  e  il  defunto  Dor  continuava  a  fare  le spese della
    conversazione.
    Per loro mezzo Marta venne a sapere che la signora  Fana,  moglie  del
    Pentgora, viveva ancora nella pi squallida miseria.
    -  Noi abbiamo una casa in via Benfratelli,  signora mia,  - disse una
    sera donna Maria Rosa, - e nell'ultimo piano, in due stanzette,  abita
    una  povera  donna  divisa dal marito.  Il marito  un regnicolo delle
    loro parti... Forse loro lo conosceranno... si chiama... di', Fifo, ti
    rammenti?
    - Fana: Stefana, - rispose Fifo spiccicandosi.
    - No, dico lui, il marito...
    - Ah, s... aspetta, Pentgono!
    Maria rise involontariamente.
    - Pentgora,  - corresse la signora Agata,  per scusare il riso  della
    figlia.
    - Lo conoscono?
    Donna  Maria  Rosa volle sapere che uomo fosse,  e parl a lungo della
    moglie infelice...  N Marta n la signora Agata  riuscirono  a  farle
    cangiar discorso per quella sera.
    Maria s'era ridata con fervore allo studio del pianoforte;  e la sera,
    dopo cena,  sonava,  mentre la madre  cuciva,  e  Marta  nella  stanza
    attigua correggeva i cmpiti di scuola.
    Cos  chiusa,  non  vista  dalla  madre e dalla sorella,  spesso Marta
    sospendeva l'ingrato lavoro e, coi gomiti appoggiati sul tavolino e la
    testa tra le mani,  rimaneva  attonita,  quasi  in  un'ansia  d'ignota
    attesa,  o  s'inteneriva  fino  alle  lagrime  alla patetica musica di
    Maria.  Una profonda malinconia le stringeva la gola.  Non  pensava  a
    nulla,  e piangeva.  Perch?  Vago,  ignoto dolore,  pena d'indefiniti
    desiderii... Si sentiva un po' stanca,  non di spirito,  ma nel corpo:
    stanca...  Mentre  la madre e la sorella lodavano il suo coraggio,  la
    paragonavano al padre per l'energia,  per la volont;  a  lei,  quelle
    sere,  quasi non riusciva ingrata la sua amarezza, quell'intenerimento
    indefinito che  la  faceva  piangere  e  quel  languore  greve  a  cui
    abbandonava  con  triste  volutt  le  membra rilassate;  la coscienza
    infine che in quel momento ella si faceva d'esser  debole  e  donna...
    No,  no: non era forte...  E infatti,  perch piangeva cos?  Oh, via,
    via: sciocchezze da bambina... E cercava il fazzoletto, scotendosi;  e
    si rimetteva al lavoro, con nuova lena.
    Di  questa  condizione  di  spirito  di  Marta  n  la  madre n Maria
    s'accorgevano. Ella si guardava bene dal lasciarla trapelare;  cercava
    anzi con ogni arte di non venire mai meno al concetto ch'esse si erano
    formato  di  lei.  Il suo cmpito era questo,  doveva esser questo.  E
    aveva finanche nascosto alla madre una lettera di  Anna  Veronica,  in
    cui  si  parlava a lungo di Rocco,  delle furie di costui dopo la loro
    partenza, di minacce di nuovi scandali, di pazzie...
    Perch affliggere la madre con tali notizie? E Marta aveva risposto ad
    Anna Veronica,  che ella non si curava n voleva pi sentir parlare di
    colui, prima sciocco, adesso pazzo; tristo prima e adesso.
    Vedeva  intanto  la madre e la sorella ritornate alle abitudini,  alla
    calma d'una volta,  alla  vita  semplice  e  tranquilla  di  prima;  e
    maggiormente,   per   forza  di  contrasto,   sentiva  penetrarsi  dal
    convincimento che lei sola era l'esclusa,  lei sola  non  avrebbe  pi
    ritrovato il suo posto,  checch facesse; per lei sola non sarebbe pi
    ritornata la vita d'un tempo. Altra vita: altro cammino... La pace, la
    felicit dei suoi, lo studio, la scuola, le alunne: ecco quello che le
    restava, ecco la meta del nuovo cammino... - null'altro!
    Se ne doleva? No: erano momenti di passeggera tristezza. Dopo la fosca
    invernata,  durante la quale il colore del tempo s'era  accordato  coi
    suoi  pensieri,  si ridestava adesso per quella nuova via al gaio sole
    di primavera, di cui un raggio era penetrato a frugare,  a sommuoverle
    la  torbida  posatura di tanti dolori in fondo al cuore: ed era triste
    per questo;  o era effetto della lettera  di  Anna  Veronica  o  della
    musica di Maria?
    Non  voleva  pi  curarsi di s.  La madre si era rimessa a pettinarla
    ogni  mattina;   ma  lei  non  voleva  che  perdesse  tanto  tempo  ad
    acconciarla.
    - Basta, mamma, lascia, cos va bene...
    E  allontanava lo specchietto a bilico che teneva sul tavolino,  quasi
    infastidita della propria  immagine,  dello  splendore  intenso  degli
    occhi,  delle  labbra  accese.  Se poi la madre la costringeva a stare
    ancora seduta, sotto il pettine,  sbuffava dall'impazienza,  diventava
    irrequieta, smaniosa, come se sottostesse a una tortura. Perch, a che
    pro,  adesso,  tanto studio e tanto amore per la sua acconciatura? Non
    intendeva la madre che a lei,  adesso,  non doveva  importare  proprio
    nulla di comparire pi o meno bella?
    E  un  giorno  che  la madre volle provarle i ricci sulla fronte,  non
    ostante le vivaci ripulse, terminata l'acconciatura, Marta piangeva.
    - Come? Piangi? Perch? - le domand, sorpresa, la madre.
    Marta si sforz di sorridere, asciugandosi gli occhi.
    - Per nulla... Non ci badare...
    - Santa figliuola, ma perch? Ti stanno tanto bene...
    - No, non voglio... Disfa', disfa'... Sta meglio senza.
    Non era una crudelt incosciente della madre?  E  intanto,  ella,  che
    bambina! Piangere cos, per nulla, in presenza di lei...
    Durante  il  giorno  si  mostr pi vivace del solito,  per cancellare
    l'impressione di quelle lagrime nell'animo della madre.
    Provava un turbamento nuovo, un incomprensibile timore, un'apprensione
    strana, adesso,  nel vedersi sola,  senza nessuno accanto,  per le vie
    aperte, tra la gente che la guardava.
    Nessuno,    vero,  l'aveva  molestata;  ma si sentiva ferita da tanti
    sguardi;  le  pareva  che  tutti  la  guardassero  in  modo  da  farla
    arrossire;  e andava impacciata,  a capo chino,  mentre gli orecchi le
    ronzavano e il cuore le batteva forte. Perch?  E come mai,  tutt'a un
    tratto,  la  sua  presenza  di  spirito s'era rintanata cos in quello
    sciocco timore?  di che temeva?  non aveva tante volte riso  di  certe
    zitellone  che avevano ritegno a uscire sole per la citt paventando a
    ogni passo un attentato al loro pudore?
    Pure,  appena entrata nel Collegio,  si rinfrancava.  E la presenza di
    spirito  le ritornava di fronte ai tre professori,  che spesso trovava
    in sala,  e coi quali scambiava qualche parola,  prima che ciascuno si
    recasse a impartire la propria lezione nelle varie classi.
    S'era  accorta  che  due  di  essi  intendevano  farle velatamente,  e
    ciascuno a suo modo,  la corte.  E non che temerne,  ne rideva tra s;
    fingeva  di  non  accorgersi proprio di nulla,  e pigliava a goderseli
    segretamente,  notando il vario effetto che il suo contegno  produceva
    in quei due.
    Il  professor  Mormoni,   Pompeo  Emanuele  Mormoni,   autore  di  ben
    quattordici volumi in ottavo di Storia Siciliana,  CON  APPENDICE  DEI
    NOMI  E  DEI FATTI PI MEMORABILI,  CON DATE E LUOGHI,  alto,  grasso,
    bruno,  dai grand'occhi  neri  e  dal  gran  pizzo  qua  e  l  appena
    brizzolato come i capelli,  dignitoso sempre nella sua napoleona e col
    cappello a stajo,  si gonfiava dal dispetto come un tacchino  e,  cos
    gonfio,  pareva volesse dire a Marta: Oh,  sai,  carina? se tu non ti
    curi di me,  neanch'io di te:  non  t'illudere!.  Ma  se  ne  curava,
    invece,  e  come!  e  quanto!  Certi  momenti  pareva  fosse l l per
    scoppiare.  Aveva finanche  perduto,  sedendo,  i  suoi  atteggiamenti
    monumentali,  per  cui  tutte  le  seggiole  diventavano  quasi  tanti
    piedistalli per lui: SCOLPITEMI COS!.
    Marta di tanto in tanto sentiva scricchiolare la seggiola,  su cui  il
    Mormoni  stava  seduto,  e  tratteneva  a stento un sorriso.  Tutte le
    seggiole della sala d'aspetto,  da  un  mese  a  quella  parte,  erano
    sfilate; a una era saltata la cartella, a un'altra qualche stecca.
    Attilio Nusco,  l'altro insegnante,  chiamato comunemente nel Collegio
    il PROFESSORICCHIO,  era al contrario  fino  fino,  piccolo,  gracile,
    timido,  tutto  vibrante,  tutto  impacciato.  Povero  Nusco,  come se
    diffidasse di trovare il suo posticino nella vita,  pareva che con  lo
    sguardo,  coi  sorrisi,  con  gl'inchini  frettolosi  della  miserrima
    personcina, volesse accaparrarsi il favore degli altri, per non essere
    cacciato via.  E occupava,  sedendo,  il minor posto possibile (SCUSI!
    SCUSI!); parlando, la voce gli tremava; non contraddiceva mai nessuno;
    era  come  imbarazzato  sempre dall'eccessiva sua compitezza.  Avrebbe
    voluto pesare su gli  altri  meno  che  un  fuscellino  di  paglia.  E
    intanto,  il  cuore...  Ah,  quella  Marta: non s'accorgeva proprio di
    nulla?
    Il poveretto si provava man mano a uscire  un  tantino  dalla  propria
    timidezza,  come  dalla tana una lucertolina insidiata: prima la punta
    del musetto;  poi un altro tantino,  fino agli  occhi;  poi  tutta  la
    testina, quasi aspettando d'esser colta dal cappio alla posta.
    Si era spinto a temerit inaudite: fino a domandare a Marta,  sudando:
    - SENTE FREDDO STAMANI? -.  Portava a scuola qualche primo fiore della
    stagione;  ne rigirava il gambo tra le gracili dita irrequiete; ma non
    ardiva offrirlo.
    Marta notava tutto ci, e ne rideva.
    Un giorno egli volle dimenticarsi il fiore  sul  tavolino  della  sala
    d'aspetto:  dopo  un'ora,  vi  ridiscese: il fiore non c'era pi.  Ah,
    finalmente!  Marta aveva capito e se l'era preso...  Ma,  ridisceso in
    sala dopo l'altra ora,  disinganno crudele: il fiore era all'occhiello
    della napoleona di Pompeo Emanuele.
    - Ciao, cardellino! Ciao, violetto mammolo!
    Eppure il Nusco non era uno sciocco: laureato in lettere, giovanissimo
    ancora,  occupava per concorso il posto di  professore  d'italiano  al
    liceo e insegnava anche per incarico nel Collegio Nuovo;  scriveva poi
    in versi con gusto e gentilezza non comuni.
    Marta lo sapeva;  ma che volevano da lei  tanto  il  Nusco  quanto  il
    Mormoni?
    Il  terzo professore pareva non si fosse ancora accorto della presenza
    di lei. Si chiamava Matteo Falcone; insegnava disegno. Pompeo Emanuele
    Mormoni lo chiamava l'ISTRICE e,  da  imperatore  romano,  lo  avrebbe
    condannato AD PURGATIONEM CLOACARUM.
    Era  veramente  d'una bruttezza mostruosa,  e aveva di essa coscienza,
    peggio anzi: un tragico invasamento.  Sempre cupo,  raffagottato,  non
    levava  mai gli occhi in faccia a nessuno,  forse per non scorgervi il
    ribrezzo che la sua figura destava;  rispondeva con brevi grugniti,  a
    testa  bassa  e  insaccato  nelle  spalle.  I lineamenti del suo volto
    parevano  scontorti  dalla  rabbiosa  contrazione  che  gli  dava   la
    fissazione  della  propria  mostruosit.  Per  colmo di sciagura aveva
    anche i piedi sbiechi,  deformi entro le scarpe adattate  alla  meglio
    per farlo andare.
    Il Mormoni e il Nusco erano gi avvezzi ai modi di lui, pi d'orso che
    d'uomo,  e non ne facevano pi caso;  Marta,  nei primi giorni,  ne fu
    urtata,  non ostanti le prevenzioni  della  Direttrice.  In  fondo  in
    fondo,  mentr'ella non badava alle smorfie e ai lezii degli altri due,
    se non per riderne,  provava una certa stizza per la noncuranza  quasi
    sprezzante di quel terzo per lei affatto innocuo.
    In  quel  po'  di  tempo  che si tratteneva in sala,  aspettando l'ora
    precisa della lezione,  egli s'immergeva nella lettura d'un  giornale,
    senza  badare  a  nessuno.  Spesso Marta volgeva uno sguardo fuggevole
    alla fronte di quell'uomo sempre contratta, e poi si dava a immaginare
    che sorta di pensieri sotto tal fronte dovesse albergare quel  testone
    ispido: - sciocchi, no, certamente; ma forse brutali.
    Una sola volta aveva udito la voce di lui,  e fu una mattina,  in cui,
    avendole il Mormoni accennato con gli occhi l'ISTRICE  sprofondato  al
    solito nella lettura del giornale,  ella, per non condividere l'ironia
    ch'era in quell'accenno e per fare stizza al grand'uomo,  si  lasci
    sfuggire dalle labbra inconsultamente:
    - Buon giorno, professor Falcone.
    -  Riverisco,  - grugn in risposta colui,  senza levare gli occhi dal
    giornale.
    Un'altra mattina,  Marta,  entrando in  sala,  fu  molto  sorpresa  di
    trovarvi  accesa  una disputa tra il Falcone e il Nusco.  Questi,  col
    volto  infiammato,   un  sorriso  nervoso  su  le  labbra  e  le  mani
    tremolanti, cercava di far valere la propria opinione con molti SARA',
    MA...  investiti dalla dura voce del Falcone, il quale senza dar retta
    all'avversario seguitava a parlare con gli occhi al giornale  spiegato
    davanti.   Il   Mormoni   ascoltava  in  uno  dei  suoi  atteggiamenti
    monumentali, non degnando di una parola quelle scempiataggini.
    Il Falcone s'era scagliato contro quei  letterati  che  inacidivano  i
    loro  versi  e  le loro prose d'una certa ironia,  mentre poi in fondo
    rimanevano ossequentissimi alle opinioni imperanti nella societ.
    - Le opinioni sono false? Le credete ingiuste e dannose?  Ribellatevi,
    perdio,  invece  di  scherzarci  s,  di farvi s sgambetti e smorfie,
    camuffando l'anima da pagliaccio! No: voi da un canto piegate il collo
    al giogo, e deridete dall'altro la vostra supinit.  E` arte da tristi
    buffoni!
    -  Sar,  ma...  - ripeteva il Nusco.  E avrebbe voluto osservare come
    anche il ridicolo fosse un'arma,  e che il  Dickens,  Heine...  Ma  il
    Falcone non lo lasciava dire:
    - Tristi buffoni! Tristi buffoni!
    -  Sentiamo  la  signora  Ajala,  -  propose  il  Mormoni con un gesto
    consentaneo alla magnificenza dell'atteggiamento.
    - La donna per sua natura  conservatrice,  - sentenzi bruscamente il
    Falcone.
    -  Conservatrice?  Per  me,  ferro  e fuoco!  - esclam Marta con tale
    espressione,  che il Falcone alz gli occhi a guardarla per  la  prima
    volta in faccia.
    Marta rimase profondamente turbata da quegli occhi che illuminarono un
    volto affatto nuovo, occhi d'una belva sconosciuta, intelligentissimi.
    Un'altra mattina,  poco tempo dopo, il Falcone entr in sala d'aspetto
    col cappello ammaccato e impolverato,  la falda rotta sul davanti,  il
    naso sgraffiato, pallidissimo in volto e pur con un tristo sorriso che
    gli si storceva sulle labbra in orribile smorfia;  strappata la giacca
    sul petto e anch'essa impolverata.
    - Che le  accaduto,  professore?  - esclam il Mormoni,  vedendolo in
    quello stato.
    Marta e il Nusco si voltarono a guardarlo con paurosa maraviglia.
    - Una lite?
    - No,  niente...  - rispose il Falcone,  con voce tremante,  ma con la
    smorfia del riso ancora su le labbra.  - Mi trovavo a passare sotto la
    chiesa  di  Santa  Caterina  da tre anni puntellata...  Questa mattina
    santa madre chiesa aspettava proprio me  per  rovesciarmi  addosso  un
    pezzo del suo cornicione.
    Marta, il Nusco, il Mormoni allibirono.
    - S...  - continu il Falcone.  - Mi  caduto addosso proprio cos: a
    radermi il corpo...  E intanto  -  (aggiunse  con  un  ghigno  atroce,
    accennando  i  piedi  sbiechi  deformi) - ammirate la provvida natura!
    Lei, Nusco, a quest'ora non ce li avrebbe avuti pi codesti piedini da
    ballerino. Invece io, i miei, ce l'ho ancora, e m'arrabatto!
    Cos dicendo, s'avvi per la lezione.
    Parve  quella  veramente  al  Falcone  una  tremenda  risposta   della
    provvida natura a tutte le imprecazioni ch'egli le aveva scagliate a
    causa  della propria deformit?  Sent veramente come una voce che gli
    avesse detto: Lodami dei piedi che t'ho dati?
    Certo,  da quel giorno,  cominci a poco a poco a uscire dalla cupezza
    abituale. O non piuttosto operava il miracolo la presenza di Marta?
    Questo era il sospetto del Mormoni.
    - Perch, vedi, - diceva al Nusco, - noi due,  vero, adesso ci saluta
    pure;  ma grugnisce come prima; non ci dice: OSSEQUIO, SIGNOR NUSCO!
    con la stessa voce per dir cos domenicale,  con cui dice:  OSSEQUIO,
    SIGNORA  AJALA!.  Morbidezza  setolosa,  capisco,  ma...  E poi,  hai
    notato? Colletti nuovi, oh! , come usano adesso, abito nuovo! cappello
    nuovo! Evviva il cornicione di Santa Caterina.
    N l'uno n l'altro potevano seriamente ingelosirsi  del  Falcone,  il
    quale faceva loro finanche piet,  via!  Ma n il Mormoni s'ingelosiva
    del Nusco, n questi del Mormoni. Per il Nusco il gran Pompeo Emanuele
    era  troppo  grosso,  troppo  sciocco,  ed  egli  aveva  troppa  stima
    dell'ingegno di Marta da temerlo; il Mormoni invece aveva troppa stima
    del  gusto  di  Marta  da temere il piccolo Attilio con quell'animella
    sempre spaventata. Cos,  tutti e due s'appajavano per commiserare il
    povero Falcone e segretamente poi si commiseravano l'un l'altro.
    Intanto,  la  scoperta  di  quell'animo nuovo del Falcone verso di lei
    produsse a Marta ribrezzo e timore insieme.  Sapeva e sentiva  di  non
    poter  ridersi  di  lui,   come  degli  altri  due.  La  bruttezza  di
    quell'infelice pur cos sdegnoso le destava piet e le incuteva orrore
    a un tempo. Probabilmente colui non aveva mai amato alcuna donna.
    Se Marta pensava che  il  Falcone,  non  ostante  la  coscienza  della
    propria deformit, poteva pretendere amore da lei, si sentiva offesa e
    sdegnata;  ma  d'altro  canto intendeva che quella passione,  forse la
    prima germogliata in quel cuore, poteva essere cos forte da vincere e
    ottenebrare quella coscienza stessa, per quanto tragicamente invasata.
    Ma un pensiero la rassicurava, che cio non aveva fatto nulla, proprio
    nulla, perch quest'affetto mostruoso nascesse.
    Ora, quasi ogni giorno sul tramonto,  vedeva il Falcone passare per la
    via  del  Papireto e alzare gli occhi al balcone della sua stanza.  Il
    primo giorno, volle mostrarlo a Maria; non s'aspettava ch'egli dovesse
    alzare il capo a guardare.
    - Guarda qua? Come mai?
    Cos ebbe la prima prova di quell'amore, a cui gi per tanti segni men
    chiari non aveva saputo n voluto prestar fede.  D'allora in poi,  non
    si  lasci  pi  scorgere dietro la vetrata;  ma di nascosto vedeva il
    Falcone ripassare ogni giorno e guardare in alto, due, tre volte.
    Adesso,  dopo i sogni della notte gravi d'incubi e di visioni  strane,
    agitati  da continue smanie;  dopo il duro urto nel riaprire gli occhi
    stanchi alla realt nuda e monotona della sua esistenza,  in  mezzo  a
    quel rifiorire fascinoso della stagione; ogni mattina l'apprensione di
    sentirsi sola le cresceva;  i nervi le vibravano, andando, quasi fosse
    sotto l'imminenza d'ignoti pericoli; n sapeva pi rinfrancarsi appena
    entrata nel Collegio.
    Come contenersi di fronte al Falcone? Mostrargli che si fosse accorta,
    non voleva;  ma come dissimulare,  se ogni mattina era  ancora  invasa
    dall'orrore  dei  sogni,  nei  quali la figura del Falcone le appariva
    quasi sempre e talvolta meno mostruosa della realt?  A trattarlo come
    prima,  temeva che quella passione non si nutrisse di qualche lusinga,
    di qualche inganno pietoso.
    N il Mormoni la divertiva pi come nei primi giorni. La sola vista di
    lui ora le produceva anzi tal rabbia, che lo avrebbe schiaffeggiato. E
    stizza e fastidio le cagionava la timidezza angosciosa del Nusco.
    Lei non mi secchi! avrebbe voluto gridargli  in  faccia,  sicura  di
    sprofondarlo  con  quelle  quattro  parole  un  palmo sotterra,  dalla
    vergogna.


    Parte 2, 3.

    Anche lui forse,  Attilio Nusco,  nell'intimo suo sentiva  la  povert
    delle  proprie  maniere,  e  come  dovesse  parere compassionevolmente
    ridicola la sua invincibile  ritrosia;  forse  se  n'adontava  e,  non
    visto,  si  ribellava  contro  se  stesso,  perch  tra  s non doveva
    stimarsi affatto uno sciocco.  Chi sa quant'altri,  invece,  pensando,
    stimava egli sciocchi!
    Proprio  in  quei  giorni  aveva  mandato  a  stampa  su  un  giornale
    letterario della citt un sonetto per Marta.
    Pompeo Emanuele Mormoni lo  aveva  scoperto.  Il  sonetto,  veramente,
    portava un titolo misterioso: A LEI.
    A  LEI?...  A  chi?  Ci  sono  tante  donne a questo mondo: pi delle
    mosche! Io fo le viste di non aver capito a chi si riferisca.
    E il giorno dopo,  approfittandosi del pudore del  Nusco,  diede  egli
    stesso il giornale a Marta, sicuro di farle stizza.
    - C' un sonetto del Nusco: A LEI.
    - A me? - disse Marta, sorpresa, invermigliandosi.
    - No, no: A LEI, intitolato cos... Ma come s' fatta rossa! Sono cose
    che fanno piacere. Lo legga, glielo lascio... Scappo, perch a momenti
    piove e sono senza ombrello. Un saluto, e via, a naso ritto.
    Marta  ebbe  il  primo  impeto  di  buttar via il giornale;  ma poi lo
    ritenne, lo spieg e lesse:
    A LEI
    CONTRO IL TUO SEN, CHE APPENA AI DOLCI INTENTI
    D'AMOR S'ERA CON VAGA ANSIA LEVATO,
    RABBIOSO GROPPO DI CRUDELI EVENTI
    LA MAN VILLANA SCATEN DEL FATO.
    QUEI CHE A TE SI PROSTRAR NEI DI' RIDENTI,
    INVAN PREGANDO UN CENNO INNAMORATO,
    OR CONTRA TE PUR LEVANSI, IRRIDENTI
    L'ORGOGLIO ANTICO E IL TUO NOVELLO STATO.
    MA BENE IO SO CHE AD UN AMOR FEDELE,
    PER CUI SPREGIASTI OGNI MEN PURO AMORE,
    OLTRE TE 'N VAI, NE' T'ACERBA QUEL FIELE.
    PUR NEI SORRISI TUOI TREMA UN SOSPIRO
    SOVENTE! E SOL PER QUESTO, ENTRO DEL CUORE,
    TE, PROVATA E NON VINTA, AMO ED AMMIRO.
    Un furioso rovescio d'acqua venne a percuotere  i  vetri  della  sala.
    Marta lev gli occhi dal giornale e guard macchinalmente la finestra.
    Erano  per  lei  quei versi?  Chi aveva raccontato al Nusco le vicende
    della sua vita?  E che significava quel verso: MA BENE IO SO CHE AD UN
    AMOR FEDELE?  A quale amore? Le venne subito in mente l'Alvignani. No,
    non poteva alludere a lui... TE, PROVATA E NON VINTA, AMO ED AMMIRO...
    Cos riflettendo sul  sonetto,  non  pensava  pi  alla  villania  del
    Mormoni, che gliel'aveva dato a leggere.
    Sopravvenne  il Falcone.  Marta si scosse.  L'ombrello?  Dove lo aveva
    lasciato?  Rammentava benissimo di averlo portato con s da  casa,  la
    mattina.
    - Che cerca, signora? - le domand il Falcone.
    - L'avr forse lasciato s...  - disse Marta quasi tra s. E chiam la
    bidella.
    - Prenda il mio,  - le propose il Falcone.  -  Non    nuovo,  ma  pu
    servirle lo stesso.
    Nel dir cos,  pareva che ingiuriasse. Era pi fosco e pi nervoso del
    solito.
    Poco dopo la bidella ridiscese: non lo aveva trovato, n in classe, n
    per il corridojo. Marta si stizz, divent inquieta, perch il Falcone
    insisteva duramente nell'offrirle il suo.  Pioveva forte,  ed ella non
    poteva  permettere  che  il  Falcone,  per  lei,  si  prendesse  tutta
    quell'acqua.
    - Allora, se me lo concede, potrei accompagnarla, - disse, cangiandosi
    in volto, il Falcone. - Abito adesso su la stessa sua via,  un po' pi
    gi.  -  E  aggiunse,  a capo chino,  guardandosi i piedi: - Se non si
    vergogna...
    Marta si sent salire le fiamme  al  volto;  finse  di  non  intendere
    l'allusione, e rispose:
    - Non mi sono mai curata della gente. Venga, andiamo.
    -  Dimentica  sul  tavolino  un  giornale,  -  le  disse  il  Falcone,
    raccogliendolo e porgendolo.
    - Oh grazie; ma, tanto... C' una poesia del Nusco.
    - Imbecillotto! - fischi tra i denti Matteo Falcone.
    Come far pensava Marta, smarrita a camminargli accanto?
    Sentiva la gioja e l'impaccio ch'egli doveva provare in quel  momento;
    e  questo  la turbava e la faceva soffrire cos violentemente che,  se
    egli la avesse toccata appena appena anche  senza  volerlo,  certo  da
    tutto  il  corpo  fremente  le sarebbe scattato un grido acutissimo di
    ribrezzo.
    Prima d'uscire su la via, la portinaja le porse una lettera.
    - Per me?  - fece Marta,  contenta che le si offrisse quel  mezzo  per
    nascondere  l per l il proprio turbamento.  - Permette?  - aggiunse,
    rivolta al Falcone; e lacer la busta.
    La lettera era d'Anna Veronica.  Marta si mise a  leggere,  avviandosi
    piano verso l'uscita. Il Falcone la spiava di sbieco, aombrato. Scorse
    a un certo punto un repentino cambiamento sul volto di Marta, un fosco
    pallore,  un corrugarsi sdegnoso delle ciglia.  Erano gi sul portone.
    Marta non leggeva pi;  guardava la pioggia che rimbalzava  sul  fango
    della via.
    - Vogliamo andare? - le disse cupamente, aprendo l'ombrello.
    Marta si scosse; ripieg la lettera e si cacci sotto l'ombrello.
    - Ah, s, eccomi!... scusi!
    Non  badava  pi  al contatto,  peraltro inevitabile,  del braccio col
    braccio del Falcone,  n notava lo studio penoso di questo per  andare
    pi spedito accanto a lei.  Avrebbe voluto fuggire, non pi per lui (e
    il Falcone lo intuiva) ma per  qualche  notizia  contenuta  in  quella
    lettera.  Roso  dalla gelosia,  ormai non si curava pi dei piedi che,
    nell'andar cos di fretta,  s'arrabattavano sovrapponendosi  man  mano
    molto pi goffamente del solito. Avrebbe voluto gridare a Marta di chi
    fosse,  che contenesse quella lettera; e intanto la lasciava sguazzare
    e inzuppare,  temendo che il suo richiamo ad andare pi cauta  potesse
    da lei essere interpretato come un pietoso richiamo ai suoi piedi che,
    veramente,  non  potevano  pi  seguirla  in quella corsa e sfangavano
    orribilmente. Ansimava, e Marta non lo udiva.  Perch,  perch fuggiva
    cos?
    A un tratto Marta ebbe come un brivido e si contenne,  si ferm per un
    attimo, quasi per soffocare un grido.
    - Che ha? ch' stato? - le domand il Falcone, fermandosi.
    - Nulla!  venga,  venga...  - gli disse Marta,  piano,  a capo  chino,
    proseguendo.
    Il  Falcone  si  volt e vide un po' avanti a loro,  sul marciapiede a
    destra,  due signori sotto un ombrello,  che guardavano Marta  e  lui:
    l'uno  terreo  in volto e con piglio fosco,  l'altro pi alto,  magro,
    straniero all'aspetto  e  con  un'espressione  scioccamente  derisoria
    negli occhi chiari.
    Erano Rocco Pentgora e il signor Madden.
    Il Falcone,  non ostante il divieto di Marta,  appunt contro quei due
    gli occhi da belva.
    - Non guardi! non si volti! gl'impose, con rabbia soffocata, Marta.
    - Mi dica chi sono quei due!  -  domand  egli,  quasi  a  voce  alta,
    accennando a fermarsi di nuovo.
    -  Stia  zitto,  le ripeto,  e venga con me!  - riprese Marta,  con lo
    stesso accento. - Che diritto ha lei di saperlo?
    - Nessun diritto,  ma io...  lei non sa...  - continu il Falcone  con
    voce  che  non  pareva  pi  la  sua,   come  se  piangesse,  ansando,
    interrompendosi strozzato dalla commozione, e pur seguitando ad andare
    quasi di corsa angosciosamente,  dietro  a  Marta,  sotto  la  pioggia
    ringagliardita. Le confessava il suo amore, implorando piet.
    Marta,  con l'anima in tumulto,  e anche stordita dalla violenza della
    pioggia,  vedeva fuggire sotto i piedi vorticosamente  la  strada  gi
    mezzo allagata; correva senza ascoltare, udendo solo confusamente, con
    insopportabile  angoscia,  le affannose parole del Falcone.  Alla fine
    giunse alla porta di casa.
    L il Falcone si prov a trattenerla per un braccio, scongiurandola di
    dargli una risposta.
    - Mi lasci! - gli grid Marta, svincolandosi con uno strappo; e via di
    corsa s per la scala.
    Venne ad aprirle Maria.
    - Tutta bagnata?
    - S, vado a cambiarmi!
    Si chiuse a chiave.  S'abbandon su una  seggiola,  premendosi  forte,
    forte,  forte le tempie con le mani, lamentandosi piano, con gli occhi
    chiusi:
    - Oh Dio! oh Dio!
    Era in preda alla vertigine: non la  camera,  ma  tuttora  la  via  le
    girava,  le  turbinava  davanti  agli occhi;  sentiva negli orecchi lo
    scroscio della pioggia;  le parole di quel mostro arrangolato,  che le
    piangeva dietro.
    E  quei due l fermi sul marciapiede,  alla posta!  Ma che volevano da
    lei tutti costoro?  Per chi la prendevano?  E quegli altri due,  anche
    quegli  altri  due,  quel  grosso  imbecille,  e  quel  piccolo che le
    indirizzava pubblicamente i suoi versi?
    Ah, e la lettera di Anna?  La cerc,  la rilesse,  saltando ci che in
    quel momento non la interessava.
    Tu sai, cara Marta, come io... Ma da me non  pi venuto, dopo quella
    visita FURIOSA,  della quale...  Dalla famiglia Miracoli, per, da cui
    si reca spesso il fratello Niccolino (sposer Tina Miracoli, dicono in
    paese), ho saputo ch'egli stamani  partito per cost. Vuole scoprire,
    ha detto Niccolino alla fidanzata,  che  cosa  tu  faccia  a  Palermo,
    convinto che debba esserci UNA FORTE RAGIONE,  UN SERIO IMPEDIMENTO al
    tuo ritorno in paese.  Tina,  bench come ogni altra timorata  ragazza
    debba far le viste di non capire, pure, dal tono misterioso con cui mi
    ha confidato questa notizia, ha lasciato capire a me, invece, che cosa
    avrei dovuto intendere per FORTE RAGIONE E SERIO IMPEDIMENTO. Figrati
    come l'ho trattata e quello che le ho risposto! Ma lei dice che non sa
    nulla,  che non crede affatto a queste cose,  e che parla solo,  dice,
    per bocca dei Pentgora. Prima, tu lo sai, quando la buon'anima di tuo
    padre viveva,  e voi  eravate  ricche,  la  signora  Miracoli  era  la
    migliore amica di tua madre; adesso, con questa proposta di matrimonio
    tra  Tina e Niccolino,  ella  tutt'una con don Antonio Pentgora,  il
    quale,  tra parentesi,  del matrimonio pare  non  voglia  sapere.  Per
    tornare  a  tuo marito,  se egli (dice sempre Nicola) scoprir qualche
    cosa,  ricorrer ai tribunali per ottenere  la  separazione.  Ma  sono
    parole d'un ragazzo dette per boria in presenza dell'innamorata.
    Un altro pugno di fango.  La persecuzione ancora, da lontano. Calunnie
    ancora e villanie.
    Marta si lev da sedere tutta vibrante d'ira  e  di  sdegno,  con  gli
    occhi lampeggianti d'odio.
    Innocente,  per essersi difesa con inesperienza da una tentazione, non
    ostante la  prova  della  sua  fedelt:  in  compenso,  l'infamia;  in
    compenso,  la condanna cieca del padre! e tutte le conseguenze di essa
    aggiudicate poi come colpe a lei: il dissesto, la rovina,  la miseria,
    l'avvenire spezzato della sorella; e poi l'infamia ancora, il pubblico
    oltraggio d'una folla intera senza piet,  ad una donna sola,  malata,
    vestita  di  nero.  Aveva  voluto  vendicarsi  nobilmente,   risorgere
    dall'onta  ingiusta  col proprio ingegno,  con lo studio,  col lavoro?
    Ebbene, no! Da umile, oltraggiata; da altera, lapidata di calunnie.  E
    questo,   in  premio  della  vittoria!   E  amarezze,  ingiustizie,  e
    quell'esistenza vuota per s,  esposta alle brame orrende d'un mostro,
    ai  gracili,  timidi desiderii d'un povero di spirito,  alle pettorute
    vigliaccherie di quell'altro: sassi,  spine ovunque,  per  quella  via
    lontana  dalla vita.  Fu scossa da due picchi all'uscio.  E la voce di
    Maria:
    - A tavola, Marta.
    La cena, di gi? Non s'era ancora svestita. Come cenare, adesso,  come
    nascondersi  alla madre,  alla sorella?  Si svest in fretta in furia.
    Non s'era neanche tolto il cappellino entrando. Si lav per rinfrescar
    gli occhi e la faccia infiammati.
    - Un miele! - diceva Maria, gi a tavola, tra il fumo che la avvolgeva
    dalla scodella.
    E la madre prese a narrarle tutto  quello  che  avevano  fatto  lei  e
    Maria,  durante quella pioggia improvvisa, s in terrazzo, per salvare
    i fiori.




    Parte 2, 4.

    Creder adesso che quel mostro sia il mio amante! N' capace pensava
    Marta, dopo cena, rinchiusa in camera.
    E diceva a se stessa proprio cos: IL MIO AMANTE,  poich come tale il
    marito  le aveva gi affibbiato un altro,  quell'altro!  Ma quanto pi
    obbrobriosa adesso le sembrava questa parola, riferita al Falcone!
    Voleva dunque prendersi una nuova vendetta,  esasperato dal  disprezzo
    di lei? La minaccia era esplicita, nella lettera di Anna Veronica.
    Un  nuovo scandalo...  Ma le prove?  Oh Dio,  quel mostro...  s,  era
    probabile che gliele avrebbe offerte quel  mostro,  le  prove,  se  si
    fossero incontrati un'altra volta per via...  Qualche scenata...  e il
    nome di lei s pe' giornali accanto a quello del Falcone.
    Marta si torceva le mani dalla paura,  dallo schifo,  smaniando  senza
    requie;  e  a Maria che,  intanto,  nella stanza attigua,  leggeva sul
    pianoforte alcuni brani di  vecchia  e  piana  musica,  delizia  della
    madre, avrebbe voluto gridare rabbiosamente che smettesse.
    Ah la tranquillit della madre e della sorella,  la quiete della casa,
    la musica,  i discorsi alieni,  come la  facevano  soffrire,  in  quel
    momento!
    S,  opera  sua;  ma  nessuno  dunque intendeva,  nessuno indovinava a
    prezzo di quale martirio?  Fatta una croce  sul  passato,  non  doveva
    parlarsene  pi?  La  madre e la sorella ne erano uscite;  ed ecco una
    nuova vita, calma e modesta, era ricominciata per loro. Ma lei? la sua
    vita, la sua giovinezza dovevano rimanere sepolte l, nel passato? Non
    se ne doveva pi parlare?  Quel ch'era stato era stato?  Morta?  Tutto
    morto, per lei? Viva solamente per far vivere gli altri? S, s, se ne
    sarebbe  magari  contentata se,  esclusa cos dalla vita,  le avessero
    almeno concesso di godere in pace dello spettacolo dolce e  quieto  di
    quella casetta, ch'era come edificata sul sepolcro di lei... Ma che si
    parlasse almeno un poco,  che si avesse qualche compianto almeno della
    sua giovinezza morta,  della sua vita  spezzata!  Era  stato  pure  un
    delitto  spezzarle  la  vita cos,  senza ragione,  stroncarle cos la
    giovinezza! Non se ne doveva pi parlare?
    Un'ombra,  e  ancora  combattuta!   perseguitata  ancora!   Il  giorno
    appresso,  certo,  avrebbe riveduto il marito,  l alla posta; avrebbe
    riveduto il Falcone al Collegio.
    Se  continua  a  molestarmi,   ne  parler  alla  Direttrice   pens
    improvvisamente Marta, in un risveglio impetuoso d'energia, e cominci
    a  svestirsi  con  le dita nervose,  per mettersi a letto.  - E quegli
    altri due, se non la finiscono, li metto a posto io! E tu, aspetta,  -
    disse  poi,  pi  col  fiato  che  con  la voce,  alludendo al marito.
    Rimbocc la coperta e spense il lume.
    Nel bujo,  raggomitolata sotto le coperte,  volle raccogliere le idee,
    ma  non  pot precisarne alcuna contro il marito.  Diceva a se stessa:
    S,  questo per il Falcone,  se  sguita...  La  Direttrice  non  pu
    soffrirlo,  cerca  un  appiglio  qualunque,  per  levarselo  di torno;
    gliel'offrir io.... E ripetendo meccanicamente queste frasi, cercava
    quel che avrebbe potuto fare contro il marito. Nulla,  dunque?  Non un
    solo  mezzo  di  vendetta?  E,  nell'impotenza,  sentiva  l'odio quasi
    fermentare in una rabbia crescente.  Poi  (bench  non  avvertisse  la
    sofferenza  fisica della troppa e vana tensione) il cervello,  come in
    un cerchio di tortura,  non sapendo  suggerirle  il  pensiero  ch'ella
    cercava, altri pensieri in cambio cominci a presentarle confusamente,
    che la distraessero.  Marta per, ostinata a trovare quel che cercava,
    appena sorti, li scacciava.  Uno finalmente riusc a distrarla: il suo
    ombrello - s - adesso rammentava con precisione - lo aveva appoggiato
    all'uscio  della  classe  sul  corridojo,  per  appuntarsi  meglio  il
    cappello; s, e poi se l'era dimenticato lass... Ah,  senza dubbio il
    Falcone,  passando per il corridojo, lo aveva riconosciuto e nascosto,
    s, per poterle offrire il suo, per aver modo d'accompagnarla...  lui,
    s,  senza dubbio! Perci era cos inquieto, gi, in sala d'aspetto...
    Dove aveva potuto nasconderlo?
    Poco dopo Marta dormiva.
    Si svegli per tempo,  con un  forte  mal  di  capo,  ma  con  l'animo
    tuttavia sostenuto da un'energia nervosa, che non era pi la forza che
    prima le derivava dalla sicurezza di s. Non vedeva l'uscita della sua
    via; ma sarebbe andata fino in fondo, a qualunque costo; gi in attesa
    e  preparata  a  scagliarsi  contro  ogni  nuovo  ostacolo che volesse
    sopraffarla.
    Non prov quel giorno nessuna apprensione  nell'uscir  sola  di  casa.
    Dopo  la  pioggia  del  giorno  innanzi,  il verde degli alberi si era
    ravvivato quasi festivamente,  e un aspetto  festivo  pareva  avessero
    anche le case e le vie nella limpida freschezza dell'aria mattutina.
    Con gli occhi,  intanto, cercava innanzi a s, se il marito fosse alle
    poste;  sentiva che avrebbe avuto il coraggio di passare a testa  alta
    sotto gli occhi di lui.
    Ma  a quest'ora dorme pens a un tratto,  e un sorriso di scherno le
    venne alle labbra, andando. Non ha mai visto nascere il sole, in vita
    sua...
    Lo rivide col pensiero,  a letto,  accanto a lei,  pallido,  coi  radi
    baffi biondi, scomposti sulle labbra aride, schiuse.
    Distrasse  subito  la  mente da quell'immagine e,  poich si recava al
    Collegio,  oggetto immediato del suo dispetto divent il Falcone.  Non
    pensava pi, non badava pi alla propria sofferenza.
    Che avrebbe fatto,  che avrebbe detto,  se egli si fosse arrischiato a
    fare il minimo accenno alla giornata di jeri?
    Non lo sapeva ancora.  Vedeva soltanto con straordinaria  lucidit  la
    sala d'aspetto del Collegio, in cui tra poco sarebbe entrata; e gi vi
    entrava  col  pensiero;  vedeva  il Nusco e il Mormoni come spettatori
    della scena ch'ella andava a rappresentare l dentro; e il Falcone che
    l'attendeva, pi cupo del solito.
    Era gi davanti al portone del Collegio: scese i pochi scalini; entr.
    In sala, nessuno.


    Parte 2, 5.

    Matteo Falcone, quella mattina, non s'era recato al Collegio.
    Se Marta, il giorno avanti, si fosse voltata nel salire, avrebbe avuto
    forse un po' di piet per lui rimasto sul portoncino come  impietrito.
    Certo egli aveva sperato ch'ella,  salendo,  gli rivolgesse almeno uno
    sguardo:  poi  s'era  mosso  sotto  la  pioggia,   quasi  barcollando,
    attirando gli sguardi della gente.
    Non  aveva  provato mai tanto e cos feroce odio contro se stesso.  Ne
    ghignava forte e squassava l'ombrello fin quasi a spezzarne il fusto e
    borbottava:  -  Io,   l'amore!   Io,   l'amore!   -  e  altre   parole
    inintelligibili.  E  poi,  forte,  l  in  mezzo  alla via,  col volto
    contratto e gli occhi fissi biecamente in faccia a qualche passante:
    - Meno male che non ha riso di me!
    Ne rideva lui invece,  orribilmente;  e la gente si voltava a mirarlo,
    stupita, come si guarda un pazzo.
    Alla fine, fradicio di pioggia, s'era ridotto a casa.
    Abitava,  con  la madre e una zia,  decrepite e stolide entrambe,  una
    vecchia e vasta  casa  tutta  ingombra  di  masserizie  senza  valore,
    allineate  lungo  le  pareti  e  alcune  anche rammontate le une su le
    altre,  come in un magazzino  di  mobilia:  armadii  enormi  di  legno
    dipinto,  tavolini  d'ogni  forma  e  d'ogni  dimensione,  cassettoni,
    cassapanche, stipetti,  mensole,  attaccapanni,  seggiole impagliate e
    imbottite, dalla stoffa stinta, e poi certi canap d'antica foggia con
    due rulli alla base delle testate.
    Le  due sorelle,  facendo casa comune,  dopo la morte dei loro mariti,
    non avevano voluto privarsi di nessuna  masserizia  appartenente  alla
    propria  casa  maritale:  donde quell'inutile abbondanza: ingombro pi
    che ricchezza.
    Nella loro stolidaggine le due  vecchie  non  ricordavano  pi  d'aver
    avuto  marito,  e  ciascuna aspettava la morte dell'altra per andare a
    nozze con un loro sposo immaginario.
    - Perch non muori? - si domandavano contemporaneamente sul muso, ogni
    qual volta s'incontravano appoggiate alla spalliera delle seggiole con
    le quali si strascinavano a stento per le camere.
    Vivevano separate l'una dall'altra,  ai lati opposti della casa.  E di
    tanto  in  tanto,  lungo  la giornata e spesso anche durante la notte,
    l'una domandava all'altra, facendo un verso lungo e lamentoso:
    - CHE ORA E'?
    E l'altra invariabilmente rispondeva con voce lunga e cupa:
    - SETT'OOORE!
    Sempre sett'ore!
    A qualche vicina che saliva in casa per ridere alle  loro  spalle,  le
    due  vecchie  consigliavano,  levando le braccia e scotendo in aria le
    mani aggrinzite:
    - Maritatevi! Maritatevi!
    Pareva non ci fosse per loro altro scampo,  altra salvezza nella vita.
    E  sapeva loro mill'anni che il giorno sospirato delle nozze giungesse
    alla fine. Ma l'altra, ahim,  l'altra non voleva morire!  E frattanto
    si facevano acconciare, parare dalle vicine con gli abiti del loro bel
    tempo;  e le vicine sceglievano apposta quelli di stoffa pi chiara, i
    pi goffi,  i pi antichi e stridenti  con  la  vecchiezza  delle  due
    povere  dissennate;  e  siccome i corpetti andavano loro adesso troppo
    larghi,  legavano alla vita a questa un boa spelato,  a quella un gran
    nastro;  e  fiori di carta mettevano loro in capo e foglie di cavolo o
    di lattuga e capelli finti,  e poi cipria in faccia,  o  imporporavano
    loro le gote squallide, cascanti, con uva turca:
    - Cos! cos sembra proprio una ragazzina di quattordici anni!
    - S,  s... - rispondeva la vecchia, gongolando, ridendo con la bocca
    sdentata davanti allo specchio e forzandosi a tener  ferma  la  testa,
    perch l'edificio di quella acconciatura non crollasse.  - S,  s, ma
    chiudi subito l'uscio!  Adesso egli verr,  e non vorrei che quella l
    lo vedesse entrare... Chiudi! chiudi!
    Matteo  Falcone,   rincasando,   le  trovava  spesso  cos  goffamente
    mascherate, immobili sotto l'incubo dell'enorme acconciatura.
    - Oh mamma!
    - Va' di l, va' di l!  tua madre  di l!  - gli rispondeva stizzita
    la madre mascherata.  - Io non ho figli!  Ventott'anni ho...  Non sono
    maritata...
    E cos pure gli rispondeva la zia, per cui egli aveva anche rispetto e
    compatimento filiale.
    - Ventott'anni... Non sono maritata!
    Alla zia per sorgeva e pesava tante  volte  il  sospetto,  non  fosse
    Matteo  veramente  suo figlio;  poich a quando a quando nella memoria
    ottenebrata le si ridestava un vago senso del dolore provato  tanti  e
    tant'anni addietro per la perdita dell'unico suo figliuolo.
    - Ma come! - le dicevano le vicine. - Se lei non ha mai avuto marito?
    - S,  eppure...  eppure Matteo,  FORSE,  figlio mio, - rispondeva la
    vecchia sorridendo maliziosamente, con aria di mistero. - FORSE!
    - Ma come?
    La vecchia allora attirava per  un  braccio  la  vicina  e  le  diceva
    all'orecchio:
    - Per virt dello Spirito Santo!
    E una gran risata.
    Quanto   aveva   contribuito,   oltre  alla  coscienza  della  propria
    bruttezza,   quel  continuo  spettacolo  in  casa,   alla   formazione
    dell'orrendo concetto che il Falcone aveva della vita e della natura?
    Non  arrivava a intendere la infelicit che l'anima suol crearsi o coi
    dubbii o con la  febbre  di  sapere;  la  povert  era  per  lui  male
    comportabile e riparabile; due sole vere infelicit aveva la vita, per
    coloro  sui  quali  la  natura  esercita la sua feroce ingiustizia: la
    bruttezza e la vecchiaja,  soggette al disprezzo e allo scherno  della
    bellezza e della giovent.
    Non  continuavano  forse a vivere per servire di trastullo alle vicine
    la madre e la zia? E lui, perch era nato?  Perch togliere la ragione
    e lasciare la vita a chi per la morte  gi maturo?
    Era  invasato e rivoltato cos profondamente da quest'idea,  che tante
    volte si sentiva spinto da tutto l'essere suo a vendicare  le  vittime
    di  tanta  ingiustizia: sfregiare la bellezza,  sottrarre la vecchiaja
    all'agonia della vita.  E doveva in certi momenti far  violenza  a  se
    stesso  per  resistere all'impulso del delitto,  mentre che lo spirito
    lucidissimo glielo rappresentava gi visibilmente, come se egli allora
    lo commettesse. Delitto? No. Riparazione!
    E   quante   volte,    distogliendosi   con   subitaneo   sforzo    da
    quest'invasamento  delittuoso  e  recandosi  dalla  madre,   come  per
    compensarla con esagerate cure del  truce  proposito  nutrito  per  un
    istante contro di lei,  non gli avveniva di vedersi accolto dalle risa
    della incosciente, che gli diceva:
    - Mettiti i piedi giusti!
    Credeva la vecchietta ch'egli li tenesse  cos  per  capriccio  o  per
    farla ridere. E insisteva, ridendo:
    - Mettiti i piedi giusti!
    Allora anche lui rideva. Oh diventar pazzo di fronte alla stolidaggine
    della madre!
    - S, ecco, mamma: ora me li aggiusto.
    E  la  vecchia,   guardando,  rideva  degli  sforzi  di  lui,  che  si
    raddrizzava i piedi reggendosi alla parete.
    Il giorno della sprezzante ripulsa di Marta,  non si  rec  nemmeno  a
    visitare nelle loro camere la madre e la zia, come soleva, rincasando;
    non desin,  non and a letto la notte, non si tolse neanche gli abiti
    inzuppati di pioggia.  Appena ruppe il giorno,  usc per una delle sue
    lunghe passeggiate,  nelle quali,  dopo le crisi pi violente, metteva
    alla tortura i piedi e se stesso. Montecuccio, il pi alto monte della
    Conca d'oro,  era la mta.  Raggiunto il culmine,  lanciava con  tutta
    l'anima uno sputo in direzione della citt:
    - Io verme, a te vermicajo!
    Vi ridiscese,  quel giorno,  spossato,  sfinito,  gi quasi calmo. Era
    tardi:  a  quell'ora  le  lezioni  al  Collegio  dovevano  essere  gi
    terminate.  Stim tuttavia prudente recarvisi,  per scusare l'assenza.
    In fondo, vi si recava con la speranza d'incontrare Marta per via.
    E infatti la incontr a pochi passi dal portone del  Collegio.  Andava
    lentamente,  leggendo una lettera: un'altra lettera... Chi le scriveva
    ogni giorno? E com'era accesa in volto! Quella, senza dubbio,  era una
    lettera d'amore!
    Il Falcone n'era cos certo,  come se gliel'avesse strappata di mano e
    letta.
    Era stato ben questo il primo impeto nel vederla; ma s'era trattenuto:
    l'aveva lasciata passare davanti a s lentamente,  per la sua  strada,
    assorta nella dolce lettura.
    Non  m'ha  veduto...  fece  tra s.  E and per un'altra via,  senza
    pensare pi di scusare al Collegio la sua assenza.


    Parte 2, 6.

    Entrata nel porticino di casa,  Marta,  prima di mettersi a salire  la
    scala,  lacer  e  disperse in minutissimi pezzi la lettera veduta dal
    Falcone. Insieme con la lettera lacer un biglietto d'invito a stampa;
    poi si pass le mani su gli occhi e su le guance infiammate,  e stette
    un po' perplessa, come se si forzasse a rammentare qualcosa.
    Si sentiva pulsare tutte le vene e,  in quella momentanea indecisione,
    l'interno turbamento  cresceva  e  le  offuscava  il  cervello,  quasi
    inebriandola.  Era  com'ebra,  difatti,  e  sorrise inconsciamente col
    volto acceso e gli occhi sfavillanti, a pi della scala.
    Che aspettava per salire?
    La  calma  esteriore,  almeno,  perch  la  madre  e  la  sorella  non
    s'accorgessero di nulla!
    Sal  in  fretta,  come  se  sperasse  di sfuggire con quella corsa al
    pensiero che la turbava.  Avrebbe mentito in presenza  della  madre  e
    della  sorella,  in  qualunque  modo,  senza preparazione: non mentiva
    forse ogni giorno per nascondere le proprie amarezze?
    Aveva distrutto la lettera; ma le parole in essa contenute, come se si
    fossero  ricomposte  dai  pezzettini   di   carta   sparpagliati,   la
    inseguirono  s  per  la  salita  quasi turbinandole intorno al capo e
    ronzandole negli orecchi.  Le udiva entro di s confusamente,  non con
    la voce di chi le aveva scritte, ma con quella che dava a loro lei, in
    quel momento: non dolce n carezzevole: voce di rivolta a tutto quanto
    le era toccato fin l di soffrire.
    Appena  sola  in  camera,  sent  maggiormente  quanto  fosse  per lei
    angosciosa la continua menzogna a  cui  era  costretta  nella  propria
    casa; e pi profondo che mai sent il distacco tra lei e la madre e la
    sorella. Tanto l'una che l'altra, con la schiva umilt contegnosa, coi
    riguardi  timorosi e l'apprensione costante di non dar mai nell'occhio
    alla gente,  erano gi rientrate in quel mondo da cui ella  era  stata
    espulsa e condannata senza remissione.
    Una  ruga  nuova  le  si disegn su la fronte a quel nuovo moto deciso
    dell'animo contro i suoi. Cerc d'arrestarlo,  cerc d'impedire che lo
    scompiglio  del  proprio  spirito  s'aggruppasse  in  quel  sentimento
    d'odio,  che le sorgeva  spontaneo  e  prepotente  per  dominare,  per
    soffocare l'inquietudine della sua coscienza antica.
    Ma  perch doveva essere una vittima,  lei?  lei che aveva vinto?  Una
    morta,  lei che faceva vivere?  Che aveva fatto,  lei,  per perdere il
    diritto  alla  vita?   Nulla,  nulla...  E  perch  soffrire,  dunque,
    l'ingiustizia palese di tutti?  N l'ingiustizia soltanto:  anche  gli
    oltraggi  e le calunnie.  N la condanna ingiusta era riparabile.  Chi
    avrebbe pi creduto infatti all'innocenza di lei dopo  quello  che  il
    marito  e  il padre avevano fatto?  Nessun compenso dunque alla guerra
    patita: era perduta per sempre. L'innocenza, l'innocenza sua stessa le
    scottava, le gridava vendetta. E il vendicatore era venuto.
    Gregorio Alvignani era venuto. Era a Palermo: le aveva scritto, unendo
    alla lettera un biglietto d'invito per la  conferenza  che  il  giorno
    appresso   avrebbe  tenuto  all'Universit  nelle  ore  antimeridiane.
    Venga,  Marta! diceva a quel punto la lettera,  ch'ella  riteneva  a
    memoria   quasi  parola  per  parola:  Venga,   s'accompagni  con  la
    Direttrice del Collegio.  Vedr di  che  luce  s'accenderanno  le  mie
    parole, sapendo che lei sar l ad ascoltarle.
    No,  no.  Come  andare?  Gi  aveva lacerato il biglietto d'invito.  E
    poi...
    Ma lo avrebbe riveduto lo stesso, il giorno dopo. Egli le scriveva che
    si sarebbe recato al Collegio per sentire dalle labbra di  lei  se  vi
    stsse  contenta.  Sapeva  che  ella non gli avrebbe mai scritto,  mai
    manifestato alcun desiderio; e se ne affliggeva assai nella lettera: e
    per questo appunto sarebbe venuto a trovarla.
    Perch tremava, ora,  cos?  Si lev in piedi e si rialz con una mano
    alteramente  i  capelli  su  la fronte.  Aveva il volto infocato,  era
    irrequieta, come se un impeto di sangue nuovo le fervesse per le vene.
    Apr il balcone e guard il cielo acceso fulgidamente dal tramonto.
    Rimaner fuori per sempre dalla vita? riempire d'ombra e di nebbia quel
    fulgore?  soffocare gli affetti che gi da  un  pezzo  cominciavano  a
    ridestarsi in lei confusamente, febbrilmente, come ansiosa aspirazione
    a quell'azzurro, a quel sole di primavera, a quella letizia di rondini
    e  di fiori;  le rondini che avevano nidificato in capo al balcone;  i
    fiori che la madre aveva sparso un po' da per tutto  nella  casa?  Non
    era venuto anche per lei il tempo di rivivere?
    Vivere! vivere! diceva la lettera dell'Alvignani. Ecco il grido che
    mi    scoppiato  dal  cuore  tra  le  tante cure inutili e vane e gli
    intrighi e le noje e i fastidii,  le tristi arti della finzione  e  la
    falsit  in  quel  pandemonio della Capitale.  Vivere!  vivere!  E son
    fuggito...
    Marta era stata come investita  da  quella  lettera  inattesa,  ch'era
    tutta  quasi  un inno alla vita.  Stretta all'improvviso da una voglia
    angosciosa di piangere,  si ritrasse subito dal balcone con gli  occhi
    pieni di lagrime e sedette, nascondendosi il volto con le mani.


    Parte 2, 7.

    La  lettera di Gregorio Alvignani era,  come ogni altra manifestazione
    de' suoi sentimenti, sincera in parte.
    Veramente a Roma aveva sentito ci che nella lettera chiamava la voce
    sincera della nostra natura....
    Il  troppo  lavoro  sedentario,  l'attivit  mentale  incessante,   la
    persistenza prolungata, ininterrotta di sforzi a cui era costretto non
    solo  per  sostenere quella vita signorile ch'era abituato a condurre,
    ma anche per nutrire,  giustificare e imporre  altrui  la  pronta  sua
    ambizione ai poteri politici; non compensati dal sonno necessario, dai
    necessarii  riposi intermittenti,  lo avevano alla fine stremato,  gli
    avevano cagionato un gran perturbamento nervoso.
    E una mattina,  davanti allo specchio,  gli era avvenuto di notare  il
    pallore del volto quasi disfatto,  le rughe alla coda degli occhi,  la
    piega triste delle labbra,  i capelli di molto diradati,  e  se  n'era
    rammaricato profondamente. Entrato poi nello studio e sedutosi davanti
    alla  scrivania  tutt'ingombra  di  pesanti  incartamenti disposti con
    ordine,  non aveva saputo metter mano al proseguimento d'alcun  lavoro
    cominciato.  Gli s'era imposta cos,  d'un tratto,  la coscienza della
    propria incapacit d'agire,  e aveva pensato che un lungo  riposo  gli
    era addirittura indispensabile.
    In quei giorni, per giunta, era disgustato della guerra bassa e sleale
    che  alcuni  suoi  colleghi  movevano trivialmente,  sia nell'aula del
    Parlamento,  sia nei giornali,  al Ministero,  di  cui  anch'egli  era
    oppositore.  L'aggressione  di  quei  pochi in mala fede minacciava di
    coinvolgere tutta  l'opposizione  nel  disgusto,  nella  nausea  della
    pubblica opinione. Aveva preveduto che la Camera si sarebbe chiusa tra
    breve  con  la  proroga  della  sessione  parlamentare.  E  difatti la
    chiusura era avvenuta pochi giorni dopo.
    Divis allora d'allontanarsi da Roma per ricostituire  col  riposo  le
    forze  e prepararsi cos alla prossima lotta.  Parl anche lo specchio
    ai penosi sentimenti che lo agitavano.  Era gi  su  l'altro  declivio
    della  vita: s'era messo a discendere: temeva di precipitare;  sentiva
    il bisogno d'aggrapparsi a qualche cosa.
    Nella breve carriera parlamentare era  stato  molto  fortunato.  S'era
    messo  subito  in vista;  aveva suscitato invidie e simpatie,  destato
    serie speranze;  s'era guadagnate preziose  amicizie.  Ottenuta  cos,
    troppo  agevolmente,   la  vittoria,  le  immancabili  amarezze  della
    politica,  molte disillusioni lo avevano afflitto tanto pi in  quanto
    che  nessuno  intorno a lui aveva intimamente gioito dei suoi trionfi,
    come nessuno adesso lo confortava delle amarezze. Era solo.
    Fatti in fretta i preparativi della partenza, appena in viaggio, aveva
    provato un subitaneo sollievo quasi insperato,  come se le nebbie  gli
    si fossero a un tratto diradate attorno.  Ecco il sole!  ecco il verde
    nuovo delle campagne! E il treno volava. Bevendo a larghi sorsi l'aria
    mossa, sibilante, dal finestrino della vettura, aveva gi gridato a se
    stesso,  prima che a Marta: Vivere!  vivere!.  E  l'esaltazione  era
    cresciuta durante tutto il viaggio.  Gli era parso di vedere il mondo,
    la vita,  quasi sotto un aspetto nuovo: senza flesso,  sotto il  sole,
    nella beatitudine immensa,  azzurra e verde del cielo, del mare, della
    campagna.
    Trov,  pochi giorni dopo l'arrivo a Palermo,  la  casa  che  in  quel
    momento gli conveniva meglio,  in una via deserta,  fuori Porta Nuova:
    in via Cuba, lontana dal centro della citt, quasi in campagna.
    Era una palazzina d'un sol piano, di signorile aspetto, con un balcone
    in mezzo e due finestre per ciascun lato.
    - Un paradiso!  Non ci si pu  morire...  -  gli  disse  il  portinajo
    nell'aprire il portoncino sotto il balcone.
    Appena attraversato l'androne,  Gregorio Alvignani, nel porre il piede
    sul primo dei tre scalini d'invito che  mettevano  in  una  specie  di
    corte,   larga,  ammattonata,  cinta  di  muri  e  scoperta,  sussult
    improvvisamente a una strepitosa volata di colombi,  che  andarono  ad
    allinearsi in capo ai due muri di cinta, grugando.
    - Quanti colombi!
    - Sissignore.  Sono del padrone del casino.  L'ho in custodia io... Se
    vossignoria non li vuole, si portano via.
    - No, per me, lasciateli; non mi disturbano.
    - Come vuole. Vengo io a dar loro da mangiare, due volte al giorno,  e
    a far pulizia.
    E  il  vecchio  portinajo li chiam con un suo verso particolare e col
    frullo delle dita.  Prima uno,  poi due insieme,  poi tre,  poi  tutti
    quanti  scesero nella corte al noto richiamo,  tubando,  allungando il
    collo, scotendo le testine per guardare di traverso.
    A sinistra,  accostata al muro,  esteriormente sorgeva la scala in due
    brevi  branche molto agevoli.  Questa scala a collo,  in quella corte,
    con  quei  colombi,  dava  all'abitazione  un'aria  villereccia  molto
    modesta e allegra.
    - Non c' soggezione di sorta.  Vossignoria pu guardare tutt'in giro.
    Nessun occhio ci vede qua dentro: solo Dio e le creature dell'aria,  -
    spieg il vecchio portinajo.
    Salirono   a   visitare  la  casa  internamente.   Erano  otto  stanze
    ammobiliate con  una  certa  pretensione  d'eleganza.  L'Alvignani  ne
    rimase contento.
    - Il signorino ha famiglia?
    - No, solo.
    - Ah,  bene. E allora, se volesse cambiato questo letto a due, con uno
    piccolo... I padroni abitano qui a due passi, sul Corso Calatafimi. Se
    volesse mangiare in casa,  fanno anche pensione.  Potr avere  insomma
    ci che vorr.
    - S, s, c'intenderemo... - disse l'Alvignani.
    -  Aspetti:  il  terrazzo!  Deve  vederlo:  una delizia.  Le montagne,
    signorino mio, si possono toccare cos, con le mani.
    Ah s,  s: quello era il rifugio  che  ci  voleva  per  lui:  l,  al
    cospetto dei monti, alla vista della campagna.
    Due giorni dopo vi prese alloggio.
    - Qua mi riposer.
    Scendendo  ogni  mattina  in  citt  per il Corso Calatafimi,  passava
    davanti al Collegio Nuovo; guardava il portone,  le finestre del vasto
    edificio;  pensava  che  Marta  era l,  e si prometteva che l'avrebbe
    riveduta,   non  foss'altro,   per  curiosit.   Ma  bisognava  trovar
    l'occasione. Pensava: Potrei entrare, anche adesso; farmi annunziare,
    vederla  e  parlarle.   No.   Cos  all'improvviso,  no.  Sar  meglio
    prevenirla. Ella non sa neppure ch'io sia qui, tanto vicino a lei. Chi
    sa come la ritrover? Forse non sar pi come prima....
    Passava oltre,  lieto d'avere ancora un buon  tratto  di  via  deserta
    davanti  a  s,  prima  d'entrare in citt,  dove avrebbe senza dubbio
    incontrato tanti seccatori.
    Era profondamente persuaso del proprio valore,  della sua  importanza;
    ma  intanto,  per  ora,  l'aria di spigliatezza un po' petulante a cui
    s'abbandonava lontano da Roma e dagli affari,  modificava a gli  occhi
    altrui piacevolmente quanto d'assoluto era in quella persuasione.
    Non  aveva  ancora ben definito come avrebbe occupato il tempo del suo
    soggiorno a Palermo. In ozio,  no: ozio e noja erano per lui sinonimi.
    E  l'ozio  inoltre  gli  sarebbe  riuscito molto pericoloso.  Gi,  da
    quand'era arrivato,  non aveva che un solo pensiero,  o (come  diceva)
    una sola curiosit: rivedere Marta.
    Comprer qualche libro nuovo di letteratura. Legger. Continuer poi,
    se  me  ne  verr voglia,  i miei appunti su l'ETICA RELATIVA.  Basta,
    vedr.
    Non voleva fermarsi a lungo  sopra  alcun  pensiero.  Il  suo  spirito
    sonnecchiava nel benessere e si ristorava.
    Non si vuol morire;  sfido!  Anche quando il cervello  annebbiato di
    pensieri,  il corpo trova tanta ragione di godere: nella mitezza della
    stagione;  in  un  bel  bagno,  d'estate;  accanto  a  un  buon  foco,
    d'inverno; dormendo, desinando, passeggiando. Gode,  e non ce lo dice.
    Quando  parliamo  noi?  quando riflettiamo?  Solamente quando vi siamo
    costretti da cause avverse;  mentre poi in quelle che ci dnno diletto
    il  nostro spirito riposa e tace.  Pare cos che il mondo sia soltanto
    pieno di mali.  Un'ora breve di dolore  c'impressiona  lungamente;  un
    giorno sereno passa e non lascia traccia...
    Questa  riflessione  gli  parve giustissima e originale,  e sorrise di
    compiacimento a se stesso.  Ma come trovare l'occasione,  il mezzo  di
    rivedere  Marta?  Per  quanto  cercasse  di  distrarsi,  ritornava col
    pensiero sempre l; e sempre si ritrovava intento a escogitare il modo
    d'ottenere quell'incontro, senza compromissione n per s n per lei.
    Usciva di casa. E camminando,  pensava: Se potessi vederla almeno per
    istrada,  prima,  senza farmi scorgere.  Ma, e se poi s'accorge di me?
    Dal primo incontro dipender tutto....
    Tutto - che cosa? Gregorio Alvignani rifuggiva dal pensarlo.
    Dal primo incontro dipender tutto...
    L'occasione a un tratto gli s'offerse, e gli parve molto propizia.  Fu
    invitato  a  tenere  una  conferenza  sopra  un soggetto di sua scelta
    nell'aula magna dell'Universit.  Quantunque non  avesse  con  s  che
    pochi  libri  e  si trovasse affatto impreparato,  pure accett,  dopo
    essersi lasciato  molto  pregare.  Un  largo,  eloquente  esame  della
    coscienza  moderna  lo  aveva sempre tentato: aveva con s gli appunti
    per uno studio iniziato  e  interrotto  su  le  TRASFORMAZIONI  FUTURE
    DELL'IDEA  MORALE:  se ne sarebbe giovato.  Dall'esame della coscienza
    intendeva passare all'esame delle varie manifestazioni della  vita,  e
    principalmente  di quella artistica.  - ARTE E COSCIENZA D'OGGI - ecco
    il titolo della conferenza.
    Le scriver. La inviter ad assistere alla conferenza. Cos la vedr,
    l'avr davanti a me, parlando.
    Era sicuro del buon successo  che  non  gli  era  mai  mancato,  e  lo
    solleticava  molto  il pensiero che Marta lo avrebbe riveduto l,  tra
    gli applausi d'un numeroso uditorio.
    Tracci lo schema della conferenza, lo medit punto per punto,  poich
    avrebbe parlato e non letto;  e quand'ebbe chiara la linea e intero il
    concetto, soddisfatto di s, scrisse a Marta la lettera d'invito.
    Il trionfo oratorio rispose quel giorno alla conferenza,  come e forse
    pi  che  l'Alvignani  stesso  non si fosse aspettato;  ma non rispose
    Marta.  Egli la cerc con gli occhi nell'ampia sala  zeppa  di  gente;
    scorse la Direttrice del Collegio, sola: Marta non era venuta. E, come
    se  non avesse inteso,  dimentic di rispondere a gli applausi con cui
    l'immenso uditorio lo accolse su l'entrare.


    Parte 2, 8.

    - Venga,  due passi...  Il mal di capo le svanir.  Vede che giornata?
    Due passi...
    - Ha fatto male a venire...
    - Perch?
    - Avrei voluto avvisarla... Ma dove?
    - Perch? - insistette l'Alvignani.
    Era  turbatissimo  anche  lui.  Non  s'aspettava di ritrovare Marta in
    tanto rigoglio di bellezza e cos confusa e tremante  davanti  a  lui.
    Non sapeva come spiegarsi la facilit con cui ella pareva si lasciasse
    condurre;  e n'era quasi sgomento; temeva d'ingannarsi, si sforzava di
    dubitare e temeva di credere;  temeva che un  gesto,  una  parola,  un
    sorriso imprudente non dovessero in un attimo rompere l'incanto.
    Marta andava a capo chino,  col volto in fiamme. Non avendo saputo, n
    quasi creduto possibile separarsi da lui su la soglia del Collegio, ed
    essendosi piegata all'invito di fare due passi insieme,  si era  messa
    ad andare in s, dove il Corso diveniva man mano pi solitario. Non si
    sarebbe  certamente  avviata  con  lui  verso la citt,  incontro alla
    gente.
    Usciva dal Collegio due ore prima del  solito;  n  il  marito  dunque
    poteva  essere di gi alle poste,  n Matteo Falcone l'avrebbe veduta.
    Pure   tremava;    le   pareva   che   tutti   dovessero    accorgersi
    dell'imprudenza,  anzi della temerit di lui e dell'estrema agitazione
    con cui lei lo seguiva, come trascinata veramente,  come cieca.  E non
    penetrava  il  senso delle parole ch'egli le diceva con voce tremante,
    ma le udiva. Erano parole ardenti e affollate, che le cagionavano a un
    tempo vergogna e sgomento, misti a un piacere indefinibile.  Le diceva
    che da lontano aveva sempre pensato a lei...
    E lei ripet involontariamente, con aria incredula:
    - Sempre...
    - S, sempre!
    Che diceva adesso? Che non gli aveva risposto? Quando? A qual lettera?
    Fece  per  alzare gli occhi a guardarlo,  ma subito riabbass il capo.
    S,  era  vero:  non  gli  aveva  risposto.  Ma  come  avrebbe  potuto
    rispondergli, allora?
    Pensieri sconnessi le guizzavano intanto nel cervello;  le due bambine
    a cui soleva dare in quel  giorno  la  lezione  particolare;  l'ultima
    minaccia del marito nella lettera d'Anna Veronica;  il mostruoso amore
    e la gelosia di Matteo Falcone... Ma nessuno di quei pensieri riusciva
    a riflettersi su la sua coscienza sconvolta, tra l'angoscia incalzante
    dei palpiti.
    Sentiva ch'era di quell'uomo elegante,  ardito,  che  le  camminava  a
    fianco,  ch'era  venuto  a prendersela improvvisamente;  e lo seguiva,
    come se avesse davvero un diritto naturale su lei,  e lei il dovere di
    seguirlo.
    Empiti di sangue le balzavano alla testa; poi un subito spossamento le
    aggravava le membra.  Aveva perduto affatto la coscienza di s, d'ogni
    cosa;  e andava innanzi senza  volont,  n  speranza  di  potere  pi
    sciogliersi da quell'uomo che la avviluppava con la parola commossa.
    Anche  lui  era  preso  e vinto dall'irresistibile fascino amoroso,  e
    parlava,  parlava senza saper bene ci che dicesse,  ma  sentendo  che
    ogni  parola,  il  suono,  l'espressione  di  essa  erano  in perfetta
    armonia, e avevano virt spontanea d'infallibile persuasione. N anche
    egli pensava pi;  non sapeva che una cosa sola: che era vicino a lei,
    che non l'avrebbe lasciata pi.
    L'aria  s'era  come  infiammata  intorno  ai  loro corpi,  s'era fatta
    avvolgente,  e vietava ogni percezione  della  vita  circostante;  gli
    occhi non iscorgevano pi alcun oggetto,  gli orecchi non accoglievano
    pi alcun suono.
    Egli era arrivato a darle del tu,  come gi  nell'ultima  lettera,  in
    quella  scoperta  dal  marito;  ed  ella questa volta lo aveva accolto
    quasi senza notarlo.
    Da un pezzo lo stradone era  divenuto  solitario;  la  luce  del  sole
    metteva  sul  giallo  della  polvere  come  un  fervore d'innumerevoli
    scintille che accecavano, e per cui pareva fervesse sotto i loro piedi
    anche la terra. Il cielo era d'un azzurro intenso, immacolato.
    A un tratto si fermarono.  Si ferm lui per  primo.  Marta  si  guard
    attorno, smarrita. Dove erano? Da quanto tempo camminavano?
    - Non eri mai arrivata fin quass?
    - No...  mai...  - rispose timidamente, continuando a guardare come se
    uscisse da un sogno.
    - Di qua... - le disse l'Alvignani, prendendole senza alcuna pressione
    il polso e accennando una via traversa, alla sua sinistra.
    - Dove?  - chiese lei,  forzandosi a guardarlo e ritirando un  po'  il
    braccio ch'egli non lasciava.
    - Di qua,  vieni...  - insistette lui,  attirandola dolcemente, con un
    lieve, tremulo sorriso su le labbra aride, pallido in volto.
    - Ma no...  io adesso...  - tent  lei  di  schermirsi,  pi  che  mai
    impacciata  e  sgomenta,  notando  il  fremito della mano,  il sorriso
    nervoso,  il pallore del volto e l'espressione aggressiva degli  occhi
    di lui, intorbidati e rimpiccoliti.
    - Un momento solo... di qua... Vedi, non c' nessuno...
    - Ma dove? No...
    - Perch no?  Vedrai la chiostra dei monti... Morreale lass... poi le
    campagne  tutte  fiorite...   e  da  questa  parte  il   mare,   Monte
    Pellegrino...  e la citt intera sotto i tuoi occhi.  Ecco, la porta 
    qui. Vieni!
    - No, no! - neg pi recisamente Marta, guardando la porta,  quasi non
    comprendendo  ancora  ch'egli  abitasse  l e non trovando tuttavia la
    forza di liberare il polso dalla mano di lui.
    Ma egli la attir.  Varcata la soglia,  Marta trasse un lungo sospiro;
    sent  tra le mura del breve,  angusto androne un momentaneo sollievo,
    come un fresco refrigerante.
    - Guarda,  guarda...  - le disse Gregorio  accennando  i  colombi  che
    tubavano  tutti insieme,  ora avanzandosi impettiti come in difesa del
    loro campo, ora allontanandosi impauriti dalla voce di Marta che s'era
    chinata a chiamarli:
    - Come son belli... Uh, quanti...
    Gregorio  la  guardava  cos  china,   col   desiderio   irresistibile
    d'abbracciarla,  di  stringerla  forte  a  s  e  non  lasciarla,  non
    lasciarla mai pi. Gli pareva d'averla sempre, sempre desiderata cos,
    fin dal primo giorno che l'aveva veduta.
    - Ora guarda: due scalini... Andremo s al terrazzo...
    - No, no, ora me ne vado... - rispose subitamente Marta, rizzandosi.
    - Come!  Ora che sei entrata?  Sono  due  scalini...  Devi  vedere  il
    terrazzo... Sei gi qui...
    Marta  si  lasci  novamente  attirare;  ma,  appena  posto  il  piede
    nell'interno della casa,  si sent sciolta  dall'incanto  che  l'aveva
    trascinata fin l;  le s'infosc la vista;  un vertiginoso smarrimento
    la colse.  Era perduta!  E,  come in un incubo,  sent l'impotenza  di
    sottrarsi al pericolo imminente.
    - Il terrazzo? Dov' il terrazzo?
    - Ecco...  vi andremo... - le rispose Gregorio, prendendole una mano e
    premendosela sul petto. - Ma prima...
    Ella gli lev in volto gli occhi pieni d'angoscia, supplicanti.
    - Dov'? - ripet, ritraendo la mano.
    Non vedeva altro scampo, ora.
    Gregorio la condusse attraverso le  stanze;  poi  salirono  un'angusta
    scaletta di legno.
    Marta lass sent aprirsi il cuore.
    Lo  spettacolo  era veramente magnifico.  La grande chiostra dei monti
    incombeva maestosa e fosca sotto il  cielo  fulgidissimo.  Le  schiene
    poderose si disegnavano con tagli d'ombra netti.  E Morreale pareva l
    un candido armento pascolante a mezza costa;  e,  sotto,  la  campagna
    sparsa di bianche casette si stendeva oscurata dall'ombra dei monti.
    - Ora di qua! - diss'egli.
    Quanto  imminente  e  fosco  era  dalla parte dei monti lo spettacolo,
    tanto vasto e lucente si spalancava  dalla  parte  opposta.  Tutta  la
    citt,  distesa immensa di tetti,  di cupole,  di campanili,  tra cui,
    gigantesca,  la mole del Teatro Massimo,  si offerse a  gli  occhi  di
    Marta,  e il mare sterminato in fondo, riscintillante al sole, sotto i
    cui raggi Monte Pellegrino rossigno pareva sdrajato beatamente.
    Marta  per  un  momento  si  obli  nella  contemplazione  del   vasto
    spettacolo.  Poi cerc con gli occhi il campanile del Duomo,  dietro a
    cui sorgeva la sua casa;  e subito,  al pensiero della madre  e  della
    sorella  che  col la aspettavano,  sent pi vivo il turbamento,  pi
    acuto il rimorso, e una sfiducia profonda e disperata di s. Trasse il
    fazzoletto e si nascose la faccia.
    - Piangi?  Perch,  Marta?  Perch?  - le domand egli con  affettuosa
    premura, accostandosele. - Vieni, scendiamo... Adesso te ne andrai...
    - S,  s...  subito...  - fece lei,  sforzandosi di dominarsi.  - Non
    dovevo... non dovevo venire...
    - Ma perch? - ripet Gregorio, afflitto,  come ferito dalle parole di
    lei,  ajutandola a discendere. - Perch dici cos, Marta? Marta mia...
    Aspetta, aspetta... Cos! non piangere... rassttati...
    E asciugandole gli occhi, la carezzava, tutto tremante.
    - No... no... - cercava di schermirsi Marta, abbandonata di forze.
    Quand'egli la abbracci, ella ebbe un fremito per tutte le membra,  un
    singulto, come uno schianto, di chi cede senza concedere.


    Parte 2, 9.

    -  Quando,  quando  ritornerai?  -  le  domand  con fuoco l'Alvignani
    stringendola forte tra le braccia, su la scala.
    Si lasci stringere,  senza  rispondere:  inerte,  come  insensata.  A
    volere parlare, non avrebbe trovato la voce. Ritornare? Ma ora lei non
    avrebbe  pi  voluto andar via;  non gi per non sciogliersi da quelle
    braccia,  ma perch l ormai si  sentiva  come  giunta  al  suo  fine,
    piombata nel suo fondo,  dove tutti, tutti, la avevano spinta, quasi a
    furia d'urtoni  alle  terga,  e  precipitata.  Come  ritrarsene?  come
    ritornare  pi  indietro?  come  riprendere  pi la lotta oramai?  Era
    finita! Dove tutti avevano voluto ch'ella arrivasse, era arrivata.  Ed
    egli che l'aspettava,  se l'era presa; era venuto a prendersela, cos,
    semplicemente, come se tutte le ingiustizie da lei patite gli avessero
    creato questo diritto su  lei.  Ecco  perch  subito,  fin  dal  primo
    vederlo,  non  aveva potuto resistergli e si era trovata senza volont
    davanti a lui cos sicuro. Senza volont!  Questa era la sua pi forte
    impressione.
    - Mia...  mia...  mia... - insisteva l'Alvignani, stringendola vie pi
    forte.
    S; sua! Cosa sua. Cosa data a lui.
    Non   intendendo   quell'abbandono,   o   piuttosto,   interpretandolo
    altrimenti,  egli,  com'ebbro,  si chin a sussurrarle all'orecchio di
    trattenersi, di trattenersi ancora un poco...
    -  No,  vado,  -  diss'ella,   riscotendosi  improvvisamente  e  quasi
    sguizzandogli dalle braccia.
    Egli le prese una mano:
    - Quando ritornerai?
    - Ti scriver...
    E  and  via.  Appena  sola per quella stessa strada,  percorsa un'ora
    avanti accanto a lui, si sent come riassalita dai proprii sentimenti,
    smarriti  lungo  l'andare,  come  se  si  fossero  posti  in  agguato,
    aspettando il ritorno di lei su i proprii passi.
    Si  volt a guardare,  quasi sgomenta,  la via da cui era uscita;  poi
    prese ad andare in  gi,  frettolosa,  con  la  mente  scombujata.  E,
    andando,   chiamava  in  soccorso,  a  raccolta,  ragioni,  scuse  che
    sostenessero di fronte a lei stessa il concetto della propria  onest,
    quasi   per  farsene  forte  contro  colui  che  cos  improvvisamente
    gliel'aveva tolta,  e per sottrarsi nello stesso  tempo  all'idea  che
    l'avviliva  e  la  schiacciava,  di essere stata tratta,  cio,  quasi
    passivamente,  a quella stessa colpa,  di cui - innocente - era  stata
    accusata.   Volle  costringersi  a  vedere,  proprio,  a  sentire,  ad
    assaporare in quella sua subitanea caduta,  che  la  sconvolgeva,  una
    vendetta voluta da lei, la vendetta della sua antica innocenza, contro
    tutti.
    Alla  vista  del  Collegio  alla  sua destra,  riusc con uno sforzo a
    risollevare lo spirito. Rientrava ora in quel tratto del Corso per cui
    era solita di passare ogni giorno.  Rallent il  passo,  prosegu  pi
    calma  e  pi  sicura,  come  se veramente si fosse lasciata dietro le
    spalle la colpa, solo perch la gente, ora, vedendola, poteva pensare:
    Ella torna dal Collegio. Tuttavia si sentiva ancora addosso qualcosa
    d'indefinibile,  che  avrebbe  potuto  tradirla,  se  qualcuno  avesse
    respirato  molto  vicino a lei,  guardandola e parlandole.  Procur di
    sottrarsi alla  molestia  di  questa  sensazione,  guardando  le  note
    insegne  delle  botteghe,   i  noti  volti  di  quelli  ch'era  solita
    d'incontrare ogni  giorno.  La  colse  a  un  tratto  il  timore  che,
    parlando,  le  avrebbe tremato la voce;  e subito le venne alle labbra
    questo sospiro: - Ah, che stanchezza!  -.  Pronunzi le parole tenendo
    attentissimo l'udito,  ma come se esse esprimessero veramente quel che
    sentiva,  e non fossero una  prova  immediata,  suggerita  dal  timore
    improvvisamente concepito.  Era la sua voce consueta,  s; ma le parve
    come non uscita dalla propria bocca,  o  come  se  lei  stessa  avesse
    voluto imitarla.
    Not  con sollievo che nulla di nuovo era avvenuto nella vita di tutti
    i giorni per quella strada, che tutto insomma era come prima,  e volle
    costringersi  ad  accordarsi  anche  lei  alla uniformit consueta dei
    comuni casi giornalieri. Ecco, passava adesso sotto Porta Nuova,  come
    jeri,  come l'altro jeri. E man mano che s'appressava a casa, sentiva,
    per forza di riflessione e di volont, crescere la calma.
    Maria era al terrazzo e, guardando di tra i vasi dei fiori imbasati in
    fila su la balaustrata, scorse gi nella via la sorella.  Marta le fe'
    cenno con la mano, e Maria sorrise. Nulla di nuovo, neppure in casa.
    - Come... pi presto oggi? - le domand la madre.
    -  Pi  presto?  S...  ho  tralasciato una lezione particolare...  Mi
    faceva un po' male il capo.
    Diceva la verit.  La voce,  ferma.  Si rammentava del mal di  capo  a
    proposito. Sorrise alla madre e aggiunse:
    - Vado a svestirmi. Maria  sul terrazzo... L'ho vista dalla strada...
    Sola, in camera, si stup della propria calma, come se non se la fosse
    imposta lei stessa, a forza; si stup di saper fingere cos bene; e lo
    stupore era quasi soddisfazione.  Si mostr allegra quel giorno,  come
    la madre e la sorella non la vedevano pi da molto tempo.
    Venuta la sera per s'accorse  che  non  tanto  per  gli  altri  aveva
    bisogno di fingere, quanto per s. Subito, per non badare alla propria
    inquietudine,  per  non  restar  sola  con  s,  trasse dal cassetto i
    cmpiti scolastici da correggere, come soleva ogni sera, tolse in mano
    la matita per segnare gli errori,  e si mise a  leggere,  concentrando
    sul  primo  scritto  tutta  l'attenzione.  Lo sforzo fu vano: una gran
    confusione le si fece nel cervello.  Non pot rimanere seduta,  e and
    ad appoggiare la fronte che le scottava su i vetri gelidi del balcone.
    L,   con  gli  occhi  chiusi,  volle  rifarsi  lucidamente  i  minimi
    particolari  della  giornata.   Ma  la  lucidezza  dello  spirito   le
    s'intorbidava anche adesso,  ricordando la passeggiata con l'Alvignani
    fino alla casa di lui.  Egli abitava lass,  e  la  aveva  trascinata,
    ignara,  fino a casa sua! Avrebbe dovuto sciogliersi da lui, pervenuta
    lass all'angolo della via.  Ma come?  se non aveva  saputo  proferire
    neanche  una  parola?  Rivide  la  corte  piena  di colombi;  la scala
    scoperta.  Ecco: se la scala non fosse stata cos scoperta,  forse non
    sarebbe  salita...  Ah,  s:  certo!  Le  si  riaffacci alla mente lo
    spettacolo  dell'ampia  chiostra  dei  monti.  Poi  prov  una  strana
    impressione,  suscitata dal ricordo d'aver cercato con gli occhi,  dal
    terrazzo dell'Alvignani,  il tetto della propria casa presso il Duomo:
    le  parve  di trovarsi ancora a guardare da quel terrazzo e di vedersi
    com'era adesso,  l,  nella sua camera,  con la fronte su i vetri  del
    balcone.
    - Tutti l'hanno voluto...  - mormor tra s,  duramente, per ricacciar
    la commozione che  gi  le  stringeva  la  gola.  -  Gli  scriver,  -
    aggiunse, aggrottando le ciglia; poi, con repentino mutamento d'animo,
    scrollando le spalle, termin: - Ormai! Cos doveva finire...
    E  scrisse una lunga lettera che s'aggirava tutta,  smaniosamente,  su
    queste due frasi: Che ho fatto? e  Che  far?.  Il  rimorso  della
    subitanea caduta vi si mostrava in uno slancio aggressivo di passione,
    nella  frase  appositamente  ripetuta  e sottolineata: ORA SONO TUA!
    quasi per fargli paura.
    Andando in s,  accanto a te,  io non  sospettavo...  Avresti  dovuto
    dirmelo: non sarei venuta.  Quanto, quanto sarebbe stato meglio per me
    e per te!  Se tu sapessi quel che ho sofferto al ritorno,  sola;  come
    soffro adesso, qui, tra mia madre e mia sorella! E domani? Io mi trovo
    sbalzata  fuori d'ogni traccia di vita,  e non so come far,  quel che
    avverr di me. Sono il sostegno unico di due povere donne; e io stessa
    sono senza guida,  perduta...  Senti com' amaro il frutto del  nostro
    amore?  Tanti  e  tanti pensieri v'infiltrano questo veleno.  Ma com'
    possibile non pensare, nella mia condizione? Tu sei libero: io no!  La
    libert  delle  anime,  che  tu dici,  si riduce a un supplizio per il
    corpo incatenato...
    La lettera terminava improvvisamente,  quasi strozzata dalla  mancanza
    di spazio, a pi del foglietto. Bisogna che ci rivediamo. Ti avviser
    quando... Addio.

    Parte 2, 10.

    - Oh,  mia cara, quando io dico: La coscienza non me lo permette, io
    dico: Gli altri non me lo permettono,  il mondo non me lo  permette.
    La mia coscienza! Che cosa credi che sia questa coscienza? E` la gente
    in me,  mia cara!  Essa mi ripete ci che gli altri le dicono. Orbene,
    senti: onestissimamente la mia  coscienza  mi  permette  d'amarti.  Tu
    interroga  la  tua,  e  vedrai  che  gli altri t'hanno ben permesso di
    amarmi,  s,  come tu stessa hai detto,  per tutto quello che  t'hanno
    fatto soffrire ingiustamente.
    Cos  sofisticava l'Alvignani per ammansare gli scrupoli,  i rimorsi e
    la paura di Marta, e spesso ripeteva sott'altra forma il ragionamento,
    perch apparisse pi chiaro e  pi  convincente  anche  a  lui,  e  la
    crescente  foga delle parole  stordisse anche i suoi scrupoli,  i suoi
    rimorsi e la paura non  manifestati  n  apertamente  n  segretamente
    ancora a se stesso.
    Marta ascoltava in silenzio,  pendeva dalle labbra di lui, si lasciava
    avvolgere da quel linguaggio caldo e colorito, persuasa a credere, non
    convinta.  Purtroppo sapeva quanto le costasse quel venire di furto in
    casa di lui, e che tortura al Collegio, e che smanie, che angoscia, le
    notti!  Certo quello smarrimento, in cui si agitavano dissociati tutti
    i suoi pensieri,  tutti i suoi  sentimenti,  la  avrebbe  tradita,  un
    giorno o l'altro.  Avrebbe voluto essere sicura del domani.  Sicura di
    che?  Non avrebbe saputo dirlo a se stessa;  ma sentiva  che  non  era
    possibile  durare a lungo in quello stato,  protrarre quell'esistenza.
    Non trovava pi luogo ove stare in  pace  un  momento:  nella  propria
    casa,  la menzogna;  nel Collegio,  la tortura;  nella casa di lui, il
    rimorso e la paura. Dove fuggire? che fare?
    Andava dall'Alvignani unicamente per sentirlo  parlare,  per  sentirsi
    dire  ci che,  pensando tra s,  avrebbe voluto credere: che ella non
    era stata vinta;  che quell'uomo non  s'era  impadronito  di  lei  per
    violenza altrui;  ma che ella lo aveva voluto,  e ormai doveva starci,
    poich gli s'era data. L'anima ne soffriva, smaniosamente,  e soltanto
    nelle parole di lui riposava un poco.
    -  Se  tu  amassi  pi,  penseresti meno,  - le diceva lui.  - Bisogna
    dimenticare tutto nell'amore.
    - Ma io non vorrei pensare! - diceva Marta, con stizza.
    - Vedi,  io penso questo soltanto;  che tu sei mia e che noi  dobbiamo
    amarci. Guardami negli occhi: mi ami tu?
    Marta  lo  guardava  un  po',  poi  abbassava gli occhi,  le guance le
    s'invermigliavano e rispondeva:
    - Non sarei qui...
    - E allora? - le domandava egli e le prendeva una mano e la attirava a
    s.
    Non reluttava: si abbandonava vergognosa e tremante alla carezza;  poi
    fuggiva,  credendo,  al  destarsi  dal momentaneo oblio,  che si fosse
    trattenuta troppo da lui.
    Egli intanto non rimaneva pi su l'ultimo  gradino  della  scala,  fin
    dove soleva accompagnarla,  insoddisfatto e affascinato, come il primo
    giorno.  Ora,  appena ella svoltava per l'androne,  mandandogli con la
    mano un ultimo triste saluto,  traeva spontaneamente un sospiro,  come
    se provasse sollievo, o forse per piet di lei,  e risaliva lentamente
    la scala, pensieroso.
    Svaniva  cos a poco a poco il primo stupore quasi di sogno,  il primo
    turbamento  cagionatogli  dalla  vista  di  Marta  e  dalla  insperata
    facilit  con  cui  il  suo  improvviso  ardentissimo  desiderio s'era
    effettuato.  Ora si rendeva conto del perch e del come fosse riuscito
    cos  d'un tratto ad averla;  si rendeva conto dei sentimenti di Marta
    per lui.  No;  ella non lo amava: non gli si era abbandonata per virt
    d'amore. Forse in altre condizioni, s, lo avrebbe amato; non ora che,
    nello  scompiglio  dell'improvvisa caduta,  s'aggrappava a lui come un
    naufrago  s'aggrappa  ad  un  altro,   senza  probabilit  di  scampo,
    disperatamente.
    - Come uscirne?
    - Vorr venire con me a Roma? pensava l'Alvignani.
    Lui,  certo,  ne sarebbe stato contento.  Ma,  e la madre? la sorella?
    Insieme  con  lei?   Nessuna  difficolt,   da  parte  sua.   Ma  come
    proporglielo?  Ella  si  mostrava  cos altera...  e certo non avrebbe
    voluto piegarsi alla condizione ch'egli poteva offrirle. Questa, e non
    altra.  Che cosa infatti avrebbe potuto fare per  lei?  Era  pronto  a
    tutto: aspettava un cenno.
    Cos  pensando,  l'Alvignani  credeva  proprio  di  non  aver  nulla a
    rimproverarsi.
    - Ti stanco,   vero?  - gli domandava lei amaramente.  - Tu  pensi  a
    partire...
    - Ma no, Marta! Da che lo argomenti? Mi giudichi male... Tranne che tu
    non voglia venire con me...
    -  Con  te?  Se  fossi  sola!  Vedi  intanto che  vero che tu pensi a
    partire?
    Gregorio si stringeva nelle spalle. Sospirava.
    - Se non vuoi capire ci che ti dico! Sono qui, con te,  fino a che tu
    non avrai preso una decisione per il nostro avvenire.  Vorrei soltanto
    farti contenta. Non penso ad altro...
    - E come? come? Se sapessi!
    - Lo so; t'intendo. Ma vedi che per me non manca?
    S; e Marta doveva convenirne. Ma che poteva volere, lei? Aveva ognuno
    davanti a s una via,  o triste o lieta;  lei sola,  no;  lei sola non
    sapeva ci che le restasse da fare.
    Ormai  da  circa  due  mesi  si  trascinava  cos  la  loro relazione,
    aduggiata,  intristita dall'ombra della colpa che la coscienza di  lei
    continuamente  vi projettava.  Invano egli aveva tentato di rimuovere,
    di scuotere  quest'ombra  con  le  sue  parole  appassionate.  Ora  ne
    soffriva  in silenzio l'oppressione,  accrescendo il peso della comune
    tristezza con la propria inerzia,  per renderla a entrambi  alla  fine
    insopportabile.
    - Tocca a te decidere. Io te l'ho detto: sono pronto a tutto.
    Partirsene,  tornarsene  a  Roma,  adducendo  per  lettera  una  scusa
    qualsiasi:  l'improvviso   richiamo   per   qualche   urgente   affare
    professionale?  Cos  ella  avrebbe forse trovato un po' di calma;  e,
    nella calma,  qualche decisione.  No: dopo matura  riflessione,  aveva
    scartato  questo  partito  come  troppo violento.  Sarebbe stato forse
    meglio proporle apertamente di finirla: non per lui;  per lei che  gi
    ne  soffriva  tanto.  Ma  anche questo partito fu respinto da Gregorio
    Alvignani in previsione di qualche scena disgustosa.  Meglio aspettare
    che a tal passo fosse venuta lei, da s.
    Sopraggiunse  intanto  una  notizia  inattesa che sconvolse in diverso
    modo Marta e l'Alvignani.  Anna Veronica annunzi in una lunga lettera
    che  Rocco  Pentgora,  gravemente ammalato di tifo,  si trovava,  per
    giudizio dei medici, a un caso di morte.
    Marta  allib  nel  leggere  questa  lettera  che  le  giungeva   come
    immediata,  odiosa risposta ai voti disperati delle sue notti insonni,
    voti che la coscienza intimamente disapprovava,  poich ella ormai non
    si  riconosceva  pi  alcun diritto di sperare su la morte del marito.
    Eppure, quante volte, dibattendosi sul letto, non aveva pregato:
    - Dio, morisse!
    Moriva... ecco. Era per morire davvero.
    In preda a una vivissima agitazione,  si rec a comunicare la  notizia
    all'Alvignani.
    Questi  rest perplesso a guardare Marta che lo spiava acutamente.  Si
    guardarono un tratto, ed egli ebbe quasi l'impressione che il silenzio
    della stanza attendesse una sua parola, come se la morte fosse entrata
    e sfidasse il loro amore a parlare.


    Parte 2, 11.

    - A Palermo? Come mai!
    E Gregorio Alvignani si ferm davanti al professor Luca  Blandino,  il
    quale  andava  al  solito  con gli occhi semichiusi,  assorto nei suoi
    pensieri, col bastone sotto il braccio, le mani dietro la schiena e il
    lungo sigaro addormentato su la barba.
    - Oh,  bello mio!  - fece il  Blandino,  guardando  l'Alvignani  senza
    alcuna  sorpresa,  come  se gi fosse stato in compagnia di lui un'ora
    avanti. - Alza, alza un po' il mento: cos... Quanto?
    - Che cosa? - domand ridendo Gregorio.
    - Codesti colletti, a quanto l'uno? Troppo alti per me... Perch ridi,
    birbante? Mi minchioni? Voglio comperarmene tre. Vieni, ajutami. Debbo
    fare una visita,  e cos come  sono  non  potrei  presentarmi.  Arrivo
    adesso...
    Prese il braccio dell'Alvignani che rideva ancora, e s'avvi con lui.
    - Oh, a proposito! E tu che fai qui?
    - A proposito di che?  - gli domand Gregorio Alvignani rimettendosi a
    ridere.
    - Nulla, nulla... per saperlo, - rispose il Blandino,  diventando a un
    tratto serio e corrugando le ciglia.
    - La Camera  chiusa... - disse l'Alvignani.
    - Lo so...  E tu perch sei qui? Non vorrei fare un altro pasticcio...
    Dimmi la verit.
    - Che pasticcio?  - domand  Gregorio,  divenuto  serio  anche  lui  e
    sforzandosi di comprendere.
    - Ora ti dir...  Entriamo qui,  - rispose il Blandino, cacciandosi in
    un negozio di biancheria. - Compro i colletti.
    - Ho  tenuto  una  conferenza  all'Universit...  Fra  qualche  giorno
    riparto...
    - Per Roma?
    - Per Roma.
    -  Colletti!  -  ordin  il  Blandino  al giovine di negozio.  - Cos,
    guardi... come questi dell'amico mio, un po' pi bassi.
    Fatta la compera,  Gregorio Alvignani propose al Blandino di andare  a
    casa  sua  (Marta  quel  giorno  non  sarebbe venuta) - e si misero in
    vettura.
    - Spiegami adesso il pasticcio.
    - Ah, gi! Dunque, una conferenza? E riparti subito?
    - Spero...
    - Avrei preferito non trovarti qua.
    - E perch?
    L'Alvignani credette  di  comprendere;  tuttavia  simul  un'aria  tra
    smarrita e sorpresa. Un lieve sorriso gli si deline su le labbra.
    Da  questo  sorriso  il  Blandino,  se  fosse stato un osservatore pi
    acuto, si sarebbe accorto che l'Alvignani s'era gi messo in guardia.
    - Perch? Perch mi d sospetto la tua presenza qua.
    - Oh sta' a vedere ch'io non debbo pi venire a Palermo!  E tu  perch
    ci sei venuto? E, di grazia, che sospetto?
    - Non m'hai capito? - domand il Blandino, guardandolo fiso.
    - Non t'ho capito...  cio, suppongo che tu non voglia alludere... S?
    Ah s? Ancora? Caro mio: acqua passata...
    - Parola d'onore?
    Gregorio Alvignani scoppi di nuovo a ridere, poi disse:
    - Sai la nuova? Tu diventi pi stolido di giorno in giorno.
    - Hai ragione! - conferm con molta seriet Luca Blandino,  scrollando
    il  capo e chiudendo gli occhi.  - Oggi pi smemorato e pi balordo di
    ieri.  Non posso pi insegnare:  non  ricordo  pi  nulla...  Ottanta,
    ottanta e ottanta: due lire e quaranta,   vero? Aspetta, credo che ci
    sia errore. Tre colletti,  vero? Due lire e quaranta... ladri! Quanto
    mi hanno restituito? No,  no -  giusto: quaranta e sessanta,  cento -
    tre lire giuste. Benissimo. Dunque, dicevamo?
    - Quanti anni di servizio hai da fare ancora per avere la pensione?  -
    gli domand Gregorio Alvignani.
    - Molti. Non ne parliamo, ti prego, - rispose il Blandino. - Si tratta
    adesso di riconciliare Rocco Pentgora e la moglie.
    Gregorio Alvignani  credette  dapprima  di  non  aver  bene  inteso  e
    impallid.  Il  sorrisetto  motteggiatore  gli  rimase  tuttavia su le
    labbra.
    - Ah s? Come mai? Dopo...
    S'interruppe: not che la voce non era ben ferma.
    - Sono venuto per questo,  -  aggiunse  il  Blandino,  studiandolo.  -
    Perci ti dicevo che avrei preferito non trovarti qua.
    - E che c'entro io? - fece l'Alvignani con aria stupita.
    -  Sta'  zitto,  sta'  zitto  che  c'entri,  -  esclam  sospirando il
    Blandino.   -  Ma  non  se  ne  parli  pi...   bisogna  pensare  alla
    riconciliazione, adesso.
    -  Sei  sicuro  che  si  far?  -  domand l'Alvignani,  simulando una
    perfetta ingenuit.
    - Speriamo... Perch no? Il marito la rivuole.
    -  S'  persuaso  finalmente?   -  aggiunse  Gregorio  Alvignani   con
    indifferenza.
    Proseguirono in silenzio.
    - Vetturino,  di qua: via Cuba,  al primo portone, - ordin finalmente
    l'Alvignani.
    Poco dopo, entrati nell'ampia stanza in cui si apriva il balcone dalla
    balaustrata a pilastrini, ripresero la conversazione.
    - Sei davvero incorreggibile!  - esclam,  ridendo,  Gregorio.  - Vuoi
    proprio pigliarti tutte le gatte a pelare?
    - Eh,  lo so!  Ma che vuoi farci? E` il mio destino. Tutti ricorrono a
    me. Non so dire di no, e...  Questa volta per...  Sai che quel povero
    ragazzo si  ammalato? E` stato proprio per morire.
    - Il Pentgora? Davvero?
    - Lui,  Rocco;  eh s,  di tifo...  Io abito,  non so se lo sai, nella
    stessa sua casa. M'ha fatto chiamare... Poverino,  s' ridotto pelle e
    ossa:  che  non  si  riconosce  pi.  Professore,  dice,  lei  deve
    ajutarmi...  Le lettere non servono a nulla...  Lei deve andare  dalla
    madre  di  Marta;  le  dica  come m'ha veduto.  Io rivoglio Marta,  la
    rivoglio!... E cos,  siamo qua,  caro Gregorio!  Speriamo di  metter
    fine a questa storia disgraziata per tutti.
    - S, s... - afferm l'Alvignani, passeggiando per la stanza. - E` il
    meglio che si possa fare, senza dubbio.
    - Non  vero?
    -  S.  Sarebbe stato meglio che nulla purtroppo fosse accaduto,  come
    nulla doveva accadere.  Te lo dissi gi una  volta,  rammenti?  quando
    avesti   il   coraggio  di  comparirmi  davanti  come  testimonio  del
    Pentgora.  Egli ag allora proprio da ragazzo;  volle provocarmi;  io
    non  potei  pi evitare il secondo scandalo del duello.  Prevedevo fin
    d'allora questa soluzione.  Ci  voluto forse troppo tempo.  Basta:  a
    ogni modo, ora egli ripara; fa bene.
    - Ma sai che lui,  il marito,  - disse il Blandino, - ha tentato altre
    volte,  dopo la morte di Francesco Ajala,  di  riconciliarsi?  Non  ha
    voluto saperne lei...
    - Troppo tardi o troppo presto, forse, - osserv l'Alvignani. - Perch
    bisogna compatire anche la moglie,  mi pare!  Non dovrei dirlo io;  ma
    resti tra noi; tanto, ormai tutto  finito, o sar tra breve.  L'hanno
    infamata!  Se  qualche  colpa...  cio,  colpa...  non  diciamo colpa!
    errore,  lievissimo errore c' stato,  l'ho commesso io,  e me ne sono
    pentito amaramente;  me ne pento tuttora. Un momento d'aberrazione, lo
    confesso: la vicinanza,  la simpatia vivissima...  la mia vita chiusa,
    sepolta nel lavoro...  un momento, insomma, di cordiale, irresistibile
    espansione, ecco! Sarei presto rientrato in me, merc l'onest di lei,
    se tutt'a un tratto,  con una  leggerezza  incredibile  da  parte  del
    marito,  non  fosse  avvenuto  quel  che  avvenuto.  Ah!  Non bisogna
    trattenersi mai tanto nel sogno,  caro mio,  che l'urto  della  realt
    sopravvenga!  Quante  volte  non  me  lo  sono ripetuto...  Questo per
    dimostrarti che se lui, il marito, per disgrazia,  fosse morto,  avrei
    subito  riparato  io al male che da ogni parte  piombato su la povera
    signora. Tu mi conosci: non son uomo d'avventure, io!  Tu stesso m'hai
    scritto  una  volta  per  lei  una  lettera  un po' troppo vivace,  ti
    rammenti? Non me ne sono avuto a male.  Ho fatto subito per la signora
    quanto m' stato possibile: poco,  purtroppo,  in considerazione della
    jattura; ma tutto il possibile. Ora mi di una consolante notizia.  Le
    si render giustizia interamente davanti alla societ. Ecco quello che
    bisogner farle intendere...  S,  perch ella,  m'immagino,  non sar
    molto ben disposta a rispondere adesso al pentimento del marito. Siamo
    giusti! Ha troppo sofferto, poverina. La proposta, vedi,  io credo che
    tu  debba  presentarla  da  questo  lato,  per  riuscire!  E  ci vuole
    efficacia, calore... non mancher a te! E` proprio la via d'uscita, la
    riparazione vera per lei,  la prova,  il riconoscimento dell'innocenza
    da  parte di chi l'aveva accusata e condannata a occhi chiusi!  Non ti
    pare? Questo, questo devi sostenere davanti a lei!
    - S, s... - approv distratto il Blandino. - Lascia fare a me...
    -  Non  ti  pare?  -  ripet  l'Alvignani,   assorto  ancora  nel  suo
    ragionamento,  come se specialmente lo volesse persuadere a se stesso.
    - E` proprio la fine desiderata, la vera, la giusta,  la pi naturale,
    del resto, di questa tristissima storia. Non puoi credere, caro amico,
    quanto  ne  sia  contento...  Tu  m'intendi: mi pesava su la coscienza
    enormemente questa condizione di cose fatta per mio  incentivo  a  una
    donna, senz'alcuna ragione. Saperla, povera signora, cos sbalestrata,
    ancora  giovane,  bella,  esposta  alla malignit della gente...  era,
    credi, per me, un rimorso continuo... Te ne vai?
    - S, me ne vado, - rispose il Blandino, che gi s'era alzato.
    - Vediamoci stasera... vorrei sapere... Ceneremo insieme?
    Si diedero convegno,  e Luca Blandino and via.  Poco  dopo,  Gregorio
    Alvignani,  aprendo  l'uscio  della camera da letto quasi al bujo,  si
    sent sul volto queste due parole, come due schiaffi:
    - Vile! vile!
    Diede un balzo indietro:
    - Tu qua, Marta!
    E richiuse subito l'uscio.

    Parte 2, 12.

    - Qua. Ho inteso tutto, - riprese Marta, vibrante di sdegno.
    - E che ho detto io? - balbett Gregorio Alvignani quasi tra s.
    -  Mi  sono  tenuta  le  mani  per  non  aprire,  per  non  entrare  a
    smascherarti  davanti  a  quell'imbecille!  Di qui stesso avrei voluto
    gridargli: Non gli creda! Io sono qua, in casa sua!.
    - Marta!  Sei impazzita?  - grid Gregorio.  - Che volevi che dicessi?
    Son io forse cagione, se egli  venuto a parlarmi di tuo marito?
    -  E t'ha chiesto forse che gl'insegnassi il miglior modo di prendermi
    al laccio, di presentarmi la proposta? Ah, ne sei contento? Davvero?
    - Io? Ebbene, s; per te!
    - Per me?  E quale altra vilt vorresti farmi commettere  adesso?  Per
    me,  dici?  E che sono diventata io?  Ora che ti sei stancato,  di' un
    po', vorresti respingermi nelle braccia di mio marito?
    - No, no! Se tu non vuoi! - neg forte Gregorio.
    - Voglia o non voglia:  forse pi possibile,  ora,  dopo quello che 
    avvenuto fra te e me?  Hai potuto sperarlo,  rallegrartene?  Dio!  Che
    hanno fatto di me... Che sono divenuta io?  Mi hai aspettata;  ci sono
    venuta,  qua, in casa tua, coi miei piedi; e, ora che mi hai avuta, me
    ne posso pure andare da quell'altro?
    - Come sospetti bassamente di me! - esclam l'Alvignani, avvilito.
    - Ah, io di te? E tu di me che pensi, se hai potuto sperare che...  Ma
    non sai il peggio ancora! Ah, la mia testa... la mia povera testa...
    E Marta si premette forte le tempie con le mani che le tremavano.
    - Il peggio? - fece Gregorio Alvignani.
    - S, s: per me non c' pi scampo, ormai. Sappilo! La morte sola.
    - Che dici?
    - Sono perduta! M'hai perduta... Sono venuta apposta per dirtelo.
    - Perduta? Che dici? Spigati!
    - Perduta: non capisci? - grid Marta. - Perduta... perduta...
    Gregorio  Alvignani rest come basito,  guardando fisso,  con terrore,
    Marta, e balbett:
    - Ne sei certa?
    - Certa, certa... Come ingannarmi?  rispose Marta,  lasciandosi cadere
    su una seggiola. - Sono venuta per dirti questo. Come nasconder a mia
    madre, a mia sorella il mio stato? Se ne accorgeranno... No, no: prima
    morire! Per forza io ora debbo morire. Non mi resta pi altro.
    -  Che  sbaraglio!  -  mormor l'Alvignani annichilito,  coprendosi la
    faccia con le mani.
    - Che riparo?  che  rimedio?  -  fece  Marta  disperatamente,  tra  le
    lagrime.
    - Non piangere cos! Cerchiamo insieme...
    - Ah, tu, per te, lo so: per te, l'avevi trovata la via d'uscita!
    - Per me?  Come?  No...  no... Non rimproverarmi ancora... Come potevo
    supporre? Perdonami! Senti: corro a raggiungere il Blandino.  Gli dir
    che... la verit!... Che non si occupi pi...
    - Come! E poi?
    - Tu verrai con me...
    -  Daccapo?  Vuoi straziarmi l'anima inutilmente?  O me lo dici perch
    sai che non posso volerlo?
    - E dlli con la diffidenza! Marta, perdio, non vedi che il mio dolore
     sincero? Non puoi volerlo: ma tu devi, adesso! Che vuoi fare?
    - Non lo so... non lo so... Venire con te,  s,  io s,  potrei ormai:
    sono perduta...  Ma la mamma? mia sorella? Sai che vivono di me. Posso
    trascinarle nell'obbrobrio?  Non intendi questo?  Non sai  chi    mia
    madre?
    -  E  allora?  -  domand  Gregorio  con  voce  irritata,  cercando di
    rialzarsi dall'avvilimento con la forza della ragione.  - Non  intendi
    che non c' pi altro scampo? O con me, o con lui, con tuo marito!
    Marta si lev in piedi, alteramente.
    - No! - disse. - Quest'ultima vilt, no! non la commetter mai!
    - E allora? - ripet Gregorio.
    Dopo un momento di silenzio, riprese:
    - Con me,  no;  con lui, neppure; mentre egli te ne offre l'occasione,
    provvidenzialmente...  Lasciami dire!  Pensa: non hai il  coraggio  di
    venire con me...  per tua madre e per tua sorella,   vero?  Sta bene.
    Come ripari allora?  O ti sacrifichi tu per loro,  riunendoti con  tuo
    marito,  o si sacrifichino loro per te,  e tu vieni con me.  Ma dimmi:
    hai forse cercato tu, adesso, il riparo che ti si offre? No. Egli, tuo
    marito, viene a offrirtelo, spontaneamente.
    - S, - oppose Marta. - Ma perch?  perch mi sa senza colpa,  com'ero
    prima, e perch  pentito d'avermi punita ingiustamente.
    - E non t'ha punita davvero ingiustamente?
    - S.
    - E dunque? Perch hai quasi l'aria di difenderlo adesso?
    - Io? Chi lo difende? - grid Marta. - Ma non posso pi accusarlo ora,
    capisci?
    - Ora accusi me, invece...
    - Ma te, me stessa, tutti, la mia sorte infame... - seguit Marta.
    Gregorio Alvignani si strinse nelle spalle.
    -  Ti stendo la mano...  la respingi...  Hai pure ascoltato ci che ho
    detto di l al Blandino.  Se tuo marito  fosse  morto,  t'avrei  fatta
    mia... Qual'altra prova potrei darti dell'onest delle mie intenzioni?
    Ma  tu vuoi per forza vedere in me uno...  uno che si sia approfittato
    della tua sciagura!  Ebbene,  no!  io non sono quello che tu mi stimi.
    Sono pronto, ora come sempre, a fare per te tutto quello che vorrai...
    Che altro posso dirti? Perch m'accusi?
    -  Me  sola  accuso,  - disse Marta,  cupamente.  - Me sola,  che sono
    diventata la tua amante...
    L'Alvignani, a questa parola, ebbe uno scatto improvviso;  s'accost a
    Marta, la prese per le braccia.
    - La mia amante? No, cara! Ah, se io vedessi in te, nei tuoi occhi, un
    po'  d'amore!  Andrei  da  tuo marito;  gli direi: Tu l'hai scacciata
    senza colpa, infamata senza ragione,  rovinata,  perch io l'amavo?  e
    ora che lei mi ama,  tu la rivorresti? Ebbene, no! ora ella  mia, mia
    per sempre,  tutta mia: uno di noi due  di troppo!.  Ma tu  mi  ami?
    No...  La  mia amante,  no!  E ben per questo ho potuto accogliere con
    piacere la proposta inaspettata di una riconciliazione con tuo marito.
    Ho pensato che tu non potevi durare pi oltre nella condizione che  io
    t'avevo fatta,  insopportabile per te che non mi amavi, non per me che
    ti amo,  intendilo!  Tu non mi hai mai amato: non hai  amato  nessuno,
    mai!  o per difetto tuo,  o per colpa d'altri; non so. Tu stessa l'hai
    detto: ti sei sentita spinta da tutti  nelle  mie  braccia...  E  ora,
    vedi,  vedi, sarebbe questa la vera vendetta, questa; e se io fossi in
    te, non esiterei un solo minuto! Pensaci! Innocente,  ti hanno punita,
    scacciata,  infamata; e ora che tu, spinta da tutti, perseguitata, non
    per tua passione, non per tua volont,  hai commesso il fallo - per te
     tale!  - il fallo di cui t'accusarono innocente,  ora ti riprendono,
    ora ti rivogliono!  Vacci!  Li avrai  puniti  tutti  quanti,  come  si
    meritavano!
    Lo  sdegno  eloquente,  impetuoso dell'oratore stord Marta l per l.
    Rimase un tratto a guardarlo,  poi gli occhi le andarono alla finestra
    della  camera  e  avvertirono  subito  l'ombra sopravvenuta.  Balz in
    piedi.
    - Gi sera? E come faccio? E` bujo... Oh Dio,  e che dir a casa?  Che
    scusa trover?
    -  Quel che bisogna trovare  il rimedio,  - disse l'Alvignani,  cupo,
    non badando alla costernazione di Marta  per  l'ora  tarda.  -  Pensa,
    pensa a ci che t'ho detto!
    - Tu ragioni,  - sospir Marta, - tu puoi ragionare... io... Lasciami,
    lasciami andare, ora... debbo andare...  gi sera...
    - T'aspetto qui,  domani - le disse l'Alvignani.  - Qualunque cosa  tu
    decida,  sappilo:  pronto  a  tutto.  Addio!  Aspetta...  i capelli...
    rassttati un po' i capelli almeno...
    - No, no... ecco, cos... Addio!
    Marta scapp via stropicciandosi gli  occhi,  ravviandosi  i  capelli,
    pensando  alla  scusa  da  addurre  per  il  grande  ritardo  con  cui
    rincasava.
    Allo svolto della via, nella semioscurit, si trov improvvisamente di
    fronte Matteo Falcone.
    - Di dove viene?
    - Lei! Che vuole da me?
    - Di dove viene? - ripet il Falcone, quasi sul volto di Marta.
    - Mi lasci passare!  Chi le d il diritto d'insolentire la  gente  per
    istrada? Fa la spia?
    - Io la svergogno! - rugg tra i denti il Falcone.
    - Villano! Si approfitta d'una donna sola?
    - Di dove viene? - fece ancora una volta il Falcone, fuori di s dalla
    gelosia, tentando di ghermire un braccio di Marta.
    - Mi lasci, villano! o grido!
    -  Gridi,  lo faccia venir gi!  Sono cos,  ma ho polsi,  perdio,  da
    storcergli il collo come a un galletto!  E`  quel  biondo  mingherlino
    dell'altra volta?
    - S, mio marito! - fece Marta. - Vada a trovarlo!
    -  Suo  marito?  Come!  Quello    suo  marito?  - esclam il Falcone,
    interdetto, stordito.
    - Mi si tolga dai piedi... Non ho da rispondere a lei...
    Marta prese la via precipitosamente, seguita dal Falcone.
    - E` suo marito? Senta... senta... Mi perdoni....
    - Vuol mettermi alla disperazione?  - gli  grid  Marta  voltandosi  e
    fermandosi un istante.
    - Non si disperi...  Sono io il disperato!  Mi perdoni, abbia piet di
    me... merito compassione, non disprezzo...  Non sono io il mostro,  il
    mondo    un  mostro,  mostro  pazzo che ha fatto lei tanto bella e me
    cos... Mi lasci gridar vendetta!  Ripari lei,  in odio a questo mondo
    pazzo!   Faccia  lei  la  mia  vendetta!  E`  una  vendetta...    una
    vendetta...
    Marta tremava tutta,  di sdegno,  di paura,  correndo: s'era  lasciato
    dietro il Falcone, che gridava gestendo in mezzo alla via deserta:
    - Vendetta! Vendetta!
    Le  finestre  si  schiudevano,  la gente usciva dalle case terrene: in
    breve il Falcone fu circondato.
    - Un pazzo! - si grid dalle finestre.
    Marta si volt un momento,  e vide nell'ombra  come  una  mischia:  il
    Falcone  inveiva  contro la gente che tentava d'afferrarlo,  vociando;
    urlava, divincolandosi. La strada s'anim d'accorrenti. Marta si diede
    a correre in gi, in gi, verso casa, mentre nella suprema agitazione,
    un pensiero sciocco,  puerile le suggeriva: Dir che mi sono  sentita
    male, al Collegio....
    Quando si fu di molto allontanata, gi presso Porta Nuova, si ferm un
    tratto,  come  se  la  paura avesse dato a tutto il suo corpo un freno
    violento. Non avrebbe fatto il Falcone, nella pazzia sopravvenuta,  il
    nome di lei?
    Marta sent aprirsi come un abisso dentro il petto, e, nella turbinosa
    dissociazione  d'idee e di sentimenti,  rest perplessa un attimo,  se
    tornare indietro o proseguire verso casa.  Un'incosciente  energia  la
    sorresse:  non  pensava,  non sentiva pi nulla;  riprese ad andare in
    gi,  come seguendo il pensiero che dentro il  cervello  le  ripeteva:
    Dir che mi sono sentita male, al Collegio....


    Parte 2, 13.

    Entrando,  il  giorno  dopo,  trepidante,  nella  sala  d'aspetto  del
    Collegio,  Marta vi trov la vecchia,  linda Direttrice che conversava
    col Mormoni e col Nusco.
    - Ha saputo, signora?
    - Che cosa? - balbett Marta.
    - Il povero professor Falcone!
    - Falcone...  La signora lo sa: era da aspettarselo!  - esclam Pompeo
    Mormoni, trinciando in aria uno dei soliti gesti.
    - Impazzito!  - riprese la  Direttrice.  -  O  almeno  ha  dato  segni
    d'alienazione mentale, su la pubblica via, jeri sera.
    Marta guardava negli occhi ora la Direttrice,  ora il Mormoni,  ora il
    Nusco.
    - S' messo a urlare,  - aggiunse questi,  sorridendo nervosamente.  -
    Poi  s'  accapigliato,  dicono,  con  la  gente  che  gli  s'  fatta
    intorno...
    - Dove si trova adesso? - domand al Mormoni la Direttrice.
    - Forse al manicomio, o almeno... Jeri sera,  dapprima,  lo condussero
    in  questura.  Ubriaco  non era: non beve vino;  ma ritornava forse da
    Montecuccio,  perch lui...  gi!  con quei piedi...   solito di fare
    queste amenissime ascensioni: il sole gli avr dato alla testa,  o chi
    sa che grillo gli sar saltato; gridava vendetta.
    - Speriamo che a quest'ora, - augur il piccolo Nusco, - sia rientrato
    in s, poverino!
    - S, - fece la Direttrice, - e intanto?  siamo giusti: io vi confesso
    che  ora  avrei  paura,  se  dovesse  ritornare qui tra le mie alunne.
    Voglio sperare che lo manderanno altrove,  dato che ritorni in  sensi,
    come gli auguro.
    Perder  il  posto! pensava Marta,  ascoltando.  Anch'io perder il
    posto...
    E impart quel giorno le lezioni quasi automaticamente, con l'anima di
    tratto in tratto percossa,  investita,  trascinata  via  dai  violenti
    pensieri tra cui s'era dibattuta angosciosamente l'intera notte.
    L'idea  della  morte,  sprizzata tra le strette dei due partiti odiosi
    proposti dall'Alvignani,  l'aveva dominata durante tutta la  notte,  e
    continuava  a  dominarla.  Ma  l'immagine  dell'attuazione la riempiva
    ancora d'orrore,  le  dava  quasi  la  vertigine.  Contro  la  tenebra
    invadente, tremava ancora in lei un barlume di speranza: che ella cio
    non  fosse davvero nello stato,  in cui,  purtroppo,  per tanti segni,
    aveva argomento di temere che fosse. Questo barlume di speranza apriva
    nel bujo orrendo una pallida via  d'uscita,  l'unica.  Ah,  con  quale
    impeto avrebbe voluto slanciarvisi!  Trattenuta, come sotto un incubo,
    forzava  gli  occhi  a  scrutare   questa   via   solitaria,   lontana
    dall'Alvignani,  lontana dal marito;  e anelava, e spiava nello stesso
    tempo in s,  nel suo corpo,  qualche accenno che le dsse cagione  di
    sperare.
    Rientrando  in  casa,  dopo  le  lezioni,  vi  trov  a  visita i Ju,
    gl'inquilini del secondo piano.
    Subito,  dagli occhi della madre e della  sorella,  s'accorse  che  il
    Blandino era gi stato da loro.  Gli occhi della madre brillavano;  il
    volto acceso, alla vista di lei, le si ilar a un tratto, contenendo a
    stento l'esultanza di fronte ai due importuni.
    Avendo Marta detto alla Ju d'essersi sentita  e  di  sentirsi  ancora
    poco bene, questa esclam, rivolgendosi alla signora Agata:
    - Sturbi di stagione,  sturbi di stagione,  signora mia; non ne faccia
    caso.  Mezza  citt  ne  soffre...  Noi  abbiamo  nella  casa  in  via
    Benfratelli  quella  signora  di  cui  le  ho  parlato  una volta,  si
    rammenta?  quella poveretta divisa dal marito.  Ebbene,  a letto anche
    quella!  L'altro  ieri  Fifo  andato a riscuotere quel po' di pigione
    che ci paga (una miseria) e,  si sa...   dovuto  tornar  via  a  mani
    vuote...  Ah,  se sapesse, Signora mia, quel che ci tocca soffrire col
    cuore che abbiamo, per questa benedetta casa... Diglielo tu, Fifo...
    Il Ju,  seduto con le gambe e i piedi uniti,  le braccia conserte  al
    petto, si spiccic per ripetere la sua frase favorita:
    - Cristo solo lo sa!
    Poco dopo,  marito e moglie sospesero l'incomodo. Appena andati via,
    la signora Agata butt le braccia al collo di Marta e  se  la  strinse
    forte, forte al seno, baciandola pi e pi volte in fronte:
    - Figlia mia,  figlia mia;  tieni!  tieni! Ecco il premio. Ti si rende
    giustizia, finalmente!
    Gli occhi le si riempirono di lagrime e prosegu:
    - A tuo padre, sant'anima, quella sera,  non glielo dissi io?  La luce
    si  far;  l'innocenza  di  tua  figlia  sar  riconosciuta!  Aspetta,
    aspetta...  Ah,  se egli vivesse ancora!  Non piangere,  non piangere,
    figlia mia... Che hai? Oh Dio, Marta, che hai?
    Marta  s'era lasciata cadere su una seggiola,  pallida,  fosca,  tutta
    tremante.
    - Sai che mi sento male... - mormor.
    S, ma ora non bisogna piangere pi!  - riprese la madre.  - Sai chi 
    stato  da noi questa mattina?  Tu forse non lo conosci: il Blandino...
    il professor Blandino.  E sai perch  venuto?  chi l'ha mandato?  Tuo
    marito! Sai ch'egli  stato per morire?
    - Lo so - disse Marta con le ciglia aggrottate.
    - Lo sai? come lo sai?
    - Me l'ha scritto Anna Veronica.
    - Ah, di nascosto?
    - S,  gliel'ho raccomandato io, che non parlasse mai di lui nelle sue
    lettere a voi.
    - S, s, ma ora... Di', sai forse pure...?
    Marta, levandosi con pena, abbattuta:
    - Vuole riconciliarsi,  vero? - disse.
    - S,  s,  - afferm con gioja la madre.  Ma le cadde subito,  quella
    gioja, di fronte al cupo aspetto di Marta.
    -  Ti  pare  possibile  ormai?  - domand questa,  lasciando cadere le
    parole e guardandola negli occhi.
    - Come! Perch? - esclam la madre, stupita.
    - Perch? Egli mi rivuole; non lo voglio pi io.
    - Come! e non pensi... ma come? - balbett la madre. - Se questa  per
    te la riparazione!  Non vedi che ti si rende giustizia  in  faccia  al
    mondo? E vuoi ricusarti? Come?
    - Giustizia...  riparazione...  - la interruppe Marta.  - Tu ci credi,
    mamma?
    - Come no? Se il Blandino  venuto qua...
    - Ah, che il Blandino sia venuto, lo so... Mamma,  inutile!  Io dico:
    credi  tu  che  quello che mi hanno fatto,  prima lui,  Rocco,  poi il
    babbo, sia riparabile?  No,  mamma,  no: non si ripara...  Io rimarr,
    stanne pur certa,  quella che sono, n pi n meno, nel concetto della
    gente... Sai che si dir? Si dir ch'egli ha perdonato; nient'altro! e
    rideranno  di  lui,   come  d'un  imbecille...   Io  sar  sempre   la
    colpevole... E come no? Se fosse stata davvero innocente, diranno e
    perch  dunque il padre si sarebbe rinchiuso dalla vergogna per mesi e
    mesi al bujo,  in una camera,  fino a morirne?  E perch il marito  la
    scacci? Ma, e poi! riparazione, s, e il babbo a te, a Maria, chi ve
    lo rid?  E tutto quello che abbiamo patito, chi ce lo leva dal cuore?
    Ma sul serio?  Sono strappi,  questi,  che si rattoppano,  forse?  No,
    mamma. Io non debbo, n posso accettare il pentimento di lui.
    - Ma se egli ora riconosce pubblicamente il suo torto?
    - Nessuno gli creder.
    - Nessuno?  Ma tutti,  figlia mia! Chi avr pi diritto di parlare, se
    lui ti rende giustizia?  Oh,  figlia mia,  e credi che  la  gente  non
    sappia che tu sei innocente?
    Marta  si  sent  mancare sotto lo sguardo della madre e della sorella
    rimasta muta ad ascoltare.
    - S... s... - disse. - Ci penser; lasciami pensare... Ora non posso
    dirti nulla.
    -  Pensaci,  pensaci,  Marta,  per  carit!  Vedrai  che    giusto  e
    addiverrai...  ne sono certa!  Intanto,  di', al Blandino che risposta
    debbo dare?
    - Nessuna,  per ora.  Digli...  digli che  ho  bisogno  di  tempo  per
    riflettere, ecco... Mi si dia tempo, rifletter.
    Ma che riflettere?  Aspettare che quel barlume di speranza smorisse di
    giorno in giorno e il bujo e il vuoto s'estendessero vieppi, dentro e
    intorno a lei.
    Presto riconobbe che nessuna illusione era pi possibile.  E cos,  di
    fronte  all'orrore  che  l'idea  della  morte  le  incuteva,  si  vide
    costretta a decidere.
    Nessuna distrazione,  neppure momentanea.  Da tutte le parti si vedeva
    stretta,  spinta.  La sua esistenza non poteva, non doveva contare pi
    che pochi giorni: uno, due, tre giorni ancora...  e poi?  Il sangue le
    s'agghiacciava  nelle  vene.  Si  ritraeva  dal  balcone per paura che
    un'improvvisa  tentazione  non  la   spingesse   a   troncare   subito
    quell'agonia.  Oh no,  no: quella morte,  no!  Ma armi, in casa non ce
    n'erano. Un veleno! Meglio morire di veleno. Come procacciarselo?
    Farneticava,  e le ultime energie  vitali  si  appigliavano  a  queste
    difficolt  materiali;  le  ingrandivano.  Sentiva  nelle altre stanze
    parlare la madre,  e si domandava: Come far?  Avranno piet di lei e
    di  Maria,  quando  io non sar pi?.  Ma perch la madre considerava
    come premio e compenso alle sciagure  il  pentimento  del  marito,  la
    proposta  di  riconciliazione?  Avrebbe  voluto  gridarle:  La chiami
    giustizia, tu? Mi credi innocente, e chiami giustizia il pentimento di
    chi m'ha infamata senza ragione?  E se io fossi ancora veramente  come
    tu mi credi,  di che mi compenserebbe questo pentimento?  Ah,  ti pare
    che possa sorridermi l'idea di ritornare a vivere  in  compagnia  d'un
    uomo che mi ha fatto tanto male e che non m'intende,  che io non stimo
    e non amo? Sarebbe questo il premio della mia innocenza?.
    Volle recarsi un'ultima volta dall'Alvignani.  Non  s'illudeva;  ma...
    chi sa!  forse egli,  pensando,  parlando col Blandino,  aveva trovato
    qualche altro scampo.
    - Stavo a scriverti! - le disse Gregorio, vedendola entrare. - Ecco la
    lettera...
    Marta stese la mano per prenderla.
    - No,  inutile, ora... La lacero: pazzie! Non sei pi venuta...
    La guard; le lesse in fronte la disperazione, e aggiunse:
    - Povera Marta!
    Poi le domand, ma quasi senza speranza di risposta:
    - Hai deciso?
    Marta sospir aprendo le mani a un lieve gesto desolato, e sedette.
    Egli  torn  a  guardarla,   e  sent  tutta   la   gravezza   enorme,
    insopportabile  della  loro  situazione.  Quel silenzio,  quell'inerte
    irragionevolezza opprimente lo urtarono. Per scuoterla, disse:
    - Verrai con me?
    Ma ella si volt solamente a guardarlo. Poi chiuse gli occhi e reclin
    indietro il capo, con disperata stanchezza.
    - Nulla, dunque, nulla, - disse, - non hai trovato nulla?
    - Ma che vuoi trovare? - s'affrett a risponderle,  appassionatamente.
    -  Giorno e notte ho pensato a te;  ho aspettato che tu venissi...  E`
    inutile cercare, Marta!  Guarda,  ti scrivevo proprio questo: Decidi,
    decidi presto: non c' tempo da perdere;  ne hai perduto gi troppo...
    Da' una risposta al Blandino,  digli subito o s o no,  e  se  no....
    Guarda, e qui ti proponevo... Vuoi leggerlo tu?... Leggi, leggi...
    Marta prese la lettera ch'egli le porgeva, indicandole il punto da cui
    doveva cominciare la lettura;  ma dopo alcuni righi abbass la mano su
    le ginocchia.
    - Leggi fino in fondo! - la esort egli.
    Marta si rimise sotto gli occhi la lettera.  Per quanto mal prevenuta,
    leggendo,  espresse  sul  volto l'ansia con cui cercava su quel foglio
    una parola che le facesse nascere un pensiero non ancora sorto in lei;
    l'ansia con cui un viandante,  moribondo per  sete,  pu  cercare  nel
    letto petroso d'un torrente un filo, una goccia d'acqua. Ed erano come
    aridi, pesanti sassi per lei quelle parole dell'Alvignani: le rimoveva
    senza  trovarvi nulla sotto;  e accennava desolatamente di no,  di no,
    col capo.
    Terminata la lettera, si lev in piedi sospirando, senza dir nulla.
    - Che ne pensi? - le domand lui.
    Marta si strinse nelle spalle, e restitu la lettera, esclamando:
    - Non ripigliamo la discussione inutile dell'ultima volta, per carit,
    o il mio cervello...
    - Ma che vuoi fare?
    - Non vedi? Che altro mi resta da fare?
    - Tu sei pazza!
    - Pazza?  Avrei dovuto farlo molto tempo prima,  quando viveva  ancora
    mio padre...  E allora... allora non sarebbe stato brutto come adesso!
    Ora sono con le spalle al muro.
    - Ti ci metti tu! - rimbecc duramente l'Alvignani.
    Le prese ambo le mani, e seguit:
    - Ma ragiona con me.  Chi dev'essere punito?  Devi essere  punita  tu,
    forse? Lui, lui, lui!
    - E come? - disse Marta. - Col mio inganno? Non sarebbe pi per lui la
    punizione;  sarebbe mia! Non vedi, non senti che mi fa orrore? Per me,
    per me mi fa orrore!  Non lo intendi?  Se io fossi una cosa...  Ma  io
    penso,  io so che sono stata con te,  so come sono... e non posso, non
    posso: mi fa orrore!
    - Non  possibile,  senti,  - le disse allora l'Alvignani,  levandosi,
    risoluto,  - non  possibile che io ti lasci compiere cos, sapendolo,
    un doppio delitto. Dunque tu non pensi pi neanche a tua madre,  a tua
    sorella? Io scriver!
    - A chi? - domand Marta, scotendosi.
    - A lui,  a tuo marito,  - rispose l'Alvignani.  - Non posso lasciarti
    sola, abbandonarti a te stessa, alla tua disperazione...
    - Sei pazzo? - lo interruppe Marta. - Che vorresti scrivergli?
    - Non lo so. Mi detter la coscienza.  So questo soltanto,  che tu non
    sei la colpevole.  O su me o su lui deve cadere la punizione, e chi di
    noi due resta, ripari!
    - Follie! - esclam Marta. - No... senti... senti...
    S'interruppe: un'idea le balen in mente,  e subito  il  volto  le  si
    rischiar, quasi sorrise.
    -  Non  scrivere tu,  - riprese.  - Gli scriver io...  Lascia che gli
    scriva io... Ho trovato! Ho trovato!
    - Che cosa? - domand ansiosamente Gregorio. - Che gli scriverai?
    - Ho trovato!  - ripet Marta,  con gioja.  - S,  cos si  aggiuster
    tutto... Vedrai! Poi ti dir... Ora lasciami andare...
    - No, dimmi prima...
    - Poi, poi... - fece Marta. - Tutto si aggiuster, ti dico... Lasciami
    andare... Te lo dir poi... Promettimi che tu non scriverai!
    - Ma io vorrei sapere... - oppose, perplesso, l'Alvignani.
    - Non hai nulla da sapere. Lascia fare a me... Promettimi...
    - Ebbene: prometto... Quando ritornerai?
    - Presto. Non dubitare: ritorner. Ora addio!
    - Addio! A presto!
    Marta  and  via;  e,  strada  facendo  verso casa,  l'idea che le era
    balenata in mente,  man mano assunse forma  concreta,  precisa.  Nello
    stato d'esaltazione,  quasi di delirio,  in cui si trovava, non vedeva
    l'assurdo del rimedio improvvisamente  concepito.  E  diceva  tra  s,
    andando:  Io  non  accetto il suo perdono,  il perdono di chi avrebbe
    invece da pentirsi... Non l'accetto... Una punizione me la merito. Sta
    bene!  Me la dar.  Ma una riparazione a tutto il male ch'egli mi fece
    prima, ingiustamente... una riparazione egli me la deve... Bene: io mi
    tolgo  di  mezzo,  e  quand'io  mi  sar tolta di mezzo,  non potrebbe
    sposare mia sorella? Maria  saggia... Maria  buona... lo far per la
    mamma...  faranno una sola famiglia  con  la  mamma...  E  cos  tutto
    sarebbe riparato....
    Andava in fretta,  parlando tra s;  si sentiva come alleggerita da un
    peso enorme; si guardava intorno con gli occhi lucidissimi,  ilari,  e
    quasi  rideva  davvero a ogni cosa in cui lo sguardo s'imbattesse.  Le
    pareva che una perfetta calma le si fosse fatta nello spirito.
    E in tale stato d'animo rincas.
    - Hai deciso, Marta? - s'arrischi a domandare la madre.
    - Adesso,  mamma,  - le rispose.  -  Ci  ho  pensato  a  lungo.  Debbo
    scrivergli. Non dubitare: stasera o domani gli scriver. Penso a voi!
    -  A  noi?  Ma  devi pensare a te,  figliuola mia...  Vedi come ti sei
    ridotta?
    - A me e a voi... - disse Marta. - Non dubitare.


    Parte 2, 14.

    Aveva preso  sonno  sul  far  del  giorno.  Durante  la  notte,  aveva
    formulato la lettera per il marito,  vagliando ogni parola, escludendo
    ogni frase di tenerezza per s,  di recriminazione per lui.  S'era poi
    messa a immaginare la vita degli altri senza di lei,  minutamente;  il
    pianto,  la disperazione della madre  e  della  sorella;  il  conforto
    ch'egli,  il  marito,  sarebbe  accorso  a  recare;  il rammarico,  la
    maraviglia dei  conoscenti;  il  compianto...  poi,  con  l'andar  dei
    giorni,  la calma desolata in cui il cordoglio s'assopisce; e man mano
    le strane piccole sorprese nel vedere,  nel sentire  che  la  vita  ha
    seguito e segue tuttavia il suo corso, e noi... noi con essa. I morti?
    I morti sono lontani...
    Dopo  due  ore  appena di sonno,  si svegli tranquillissima,  come se
    l'animo avesse,  durante il breve riposo,  espulso  la  determinazione
    violenta.  N di questa calma si stup: a lungo aveva pensato, a lungo
    discusso,  e aveva  pensato  specialmente  ai  suoi:  nessun  rimorso,
    dunque;  era preparata,  gi pronta. Dopo colazione avrebbe scritto la
    lettera; ecco, e poi, verso sera, sarebbe uscita per impostarla con le
    proprie mani;  e poi...  poi non sarebbe ritornata pi a  casa.  Ormai
    ogni  difficolt  circa al modo di darsi la morte le appariva puerile:
    si sarebbe recata in prossimit della stazione ferroviaria, e gi, col
    capo tra le ruote d'un  treno;  o  alla  spiaggia,  per  annegarsi  in
    qualche punto deserto.
    -  Che  bel  tempo!  -  disse a Maria,  uscendo dalla camera.  - Avevo
    lasciato gli scuri accostati per  svegliarmi  appena  fosse  giorno...
    aspetta, aspetta: il giorno non spuntava mai...
    Il cielo infatti era coperto e minaccioso,  la prima volta, dopo tanta
    stagione serena.
    Marta quel giorno fu dolcissima con la madre e con la sorella, in ogni
    parola,  in ogni sguardo.  Fu quasi allegra  a  tavola.  Terminata  la
    colazione, annunzi alla madre che avrebbe scritto al marito.
    - S, figlia mia... Dio t'assista!
    La madre era sicura che Marta accondiscendeva alla riconciliazione;  e
    con Maria attese tranquilla alle consuete faccende domestiche.
    Nel  pomeriggio  il  cielo  s'incavern:  nubi  gravide  di  temporale
    s'addensarono su la citt,  e si lev un gran vento.  A ogni sbuffo, i
    vetri  delle  finestre,   urtati  con   violenza,   pareva   dovessero
    fragorosamente  cedere  alla  furia;  e s,  la porticina del terrazzo
    sbatteva a quando a quando. Guizz a un tratto,  nella tetraggine,  un
    lampo   vivissimo   e   quasi   contemporaneamente  il  tuono  scoppi
    squarciando l'aria con formidabile rimbombo.  Marta  cacci  un  grido
    fuggendo  dalla  camera,  e  and ad aggrapparsi alla madre tremando a
    verga a verga pallida, convulsa.
    - Hai avuto paura? - le disse la madre, carezzandole i capelli. - Vedi
    come sei nervosa? Che bambina!
    -  S,  s...  -  fece  Marta,   scossa  da  brividi  che  diventarono
    singhiozzi.  -  Non  possibile che scriva oggi...  Scriver domani...
    Tremo tutta...
    - Sta' qui con noi, - le consigli Maria.
    Star l con loro,  l,  in quella cucinetta raccolta,  assaporando  la
    vita familiare, chiusa, ristretta e santa, la vita che non era pi per
    lei!
    Aveva  lacerato  tanti  e  tanti fogli di carta: la lettera facilmente
    formulata nella delirante esaltazione della notte,  le era parsa,  sul
    punto  di  scriverla,  quasi inconsistente.  S'era messa a pensare per
    riformularla;  invano!  lo spirito  le  rimaneva  attonito;  arido  il
    cervello;  e  intanto  il  corpo  smaniava  sotto  l'imposizione della
    volont.   Sentiva  il  corpo   l'incombente   minaccia   del   tempo,
    l'elettricit vibrante nell'aria,  la violenza del vento,  e gli occhi
    si erano volti a guardar fuori.  Si era veduta allora in preda a  quel
    vento,  lungo la spiaggia deserta,  col mare mosso,  rabbioso, urlante
    sotto gli occhi;  si era veduta  in  cerca  d'un  luogo  acconcio  per
    buttarsi  a quelle onde torbide,  orrende,  gi;  e mentre con l'animo
    sospeso seguiva quasi i suoi passi fino all'ultimo,  fino al punto  di
    spiccare il salto, era guizzato un lampo, era scoppiato il tuono.
    Un  momento  dopo,  rideva istintivamente alle parole della madre e di
    Maria, che la calmavano, scherzando su la paura da lei avuta.
    La sera precipit orrenda su la citt. Marta, la madre e Maria stavano
    raccolte a cena, quando una forte scampanellata alla porta fece loro a
    un tempo esclamare:
    - Chi sar a quest'ora?
    Era donna Maria Rosa Ju,  la  quale  entr  con  le  mani  per  aria,
    scotendo la testa e gridando:
    - Signora mia!  signora mia!  Che ho da dirle!  Cpitano tutte a me! E
    che v'ho fatto,  Signore Iddio,  che v'ho  fatto?  Quella  poveraccia,
    l'inquilina mia ai Benfratelli... Signora mia, sta per morire... Ges!
    Ges!  Ges!  Muore l, come una cagna, salvo il santo battesimo... Le
    ho mandato il  medico  a  mie  spese;  le  ho  comprato  le  medicine:
    imposture,  signora mia,  che non servono a nulla, ma tanto perch non
    si dica che sia mancata per noi...  Non ci  ha  pagato  la  pigione...
    Basta...  Ora  io  dico:  qualche parente questa poveraccia ce l'avr,
    deve avercelo laggi, nel loro paese... Non parlo per la miseria della
    pigione,  del medico,  delle medicine...  ma per il funerale,  signora
    mia!  chi  deve  mandarla  al camposanto?  Io e Fifo abbiamo fatto gi
    troppo, per carit, per amor di prossimo... Con questo tempaccio, poi!
    Vento,  signora mia,  che si porta via le  case...  Siamo  tornati  un
    momento per prendere un boccone in fretta e furia... andiamo di nuovo,
    adesso,  per  stare  a vegliarla magari tutta la notte...  Come si fa?
    Siamo cristiani! Ah, i mariti,  i mariti!  Non parlo del mio: io,  per
    grazia di Dio,  indegnamente, due, signora mia, uno meglio dell'altro:
    la sant'anima e questo che  il ritratto di suo fratello,  tal  quale,
    lo  stesso  cuore.  Ci  roviniamo,  signora mia,  per il buon cuore...
    Possono scrivere loro a qualcuno, se conoscono qualche parente laggi?
    - S,  al figlio...  - rispose la signora Agata,  stordita dalla furia
    con cui la Ju aveva parlato e dall'annunzio inatteso.
    - Come!  - esclam donna Maria Rosa. - Quella poveraccia ha un figlio?
    E il figlio la lascia morire cos,  come se fosse  una  cagna?  Ah,  i
    figli,  i  figli,  peggio dei mariti!  Gli scrivano,  per carit;  gli
    scrivano che  proprio agli estremi! Questa sera stessa le faccio dare
    i sacramenti... Siamo cristiani, s o no? E` carne battezzata!
    - Vengo con lei, - disse Marta, levandosi da sedere.
    La madre e Maria si voltarono a guardarla.
    - Vuoi andar tu? - domand la madre.  - Ti senti cos male,  Marta,  e
    con questo tempo...
    - Lasciami andare... - insist Marta, avviandosi per la camera.
    La  signora  Agata  non s'oppose pi;  ammir la figlia che rispondeva
    cos, con un atto di generosit, al male che il marito le aveva fatto.
    E le parve che con quella visita alla suocera moribonda Marta  volesse
    rispondere al pentimento del marito, e suggellare la pace.
    Marta,  invece,  cercando  il  cappellino e lo scialle nella camera al
    bujo,  pensava tra s: Sar una vittima anche  lei.  Voglio  vederla,
    conoscerla....
    - Eccomi pronta.
    - Si appunti bene il cappellino, anzi lo lasci, dia ascolto a me, - le
    sugger donna Maria Rosa. - Lo scialletto in capo, come ho fatto io.
    Don  Fifo  attendeva  sul  pianerottolo  del  secondo piano,  morto di
    freddo, con le mani in tasca, il bavero alzato.
    Appena fuori su la via,  Marta sent la straordinaria furia del  vento
    che ruggiva per la strada, come se volesse portarsi via tutte le case.
    Guard in alto, il cielo sconvolto, corso da enormi nuvole squarciate,
    tra  cui  la  luna,  scoprendosi di tratto in tratto,  pareva fuggisse
    impaurita,  precipitosamente.  La via era quasi al bujo: alcuni fanali
    erano  stati  spenti  dal  vento,  che sul poggetto del Papireto aveva
    anche spezzato un albero e  gli  altri  agitava,  storceva.  Le  vesti
    impedivano   alle   due  donne,   curve  contro  la  furia,   d'andare
    speditamente.   Don  Fifo  teneva  con  ambo  le  mani  le  tese   del
    cappelluccio sprofondato fin su la nuca.
    Alla  svolta  del  Duomo,  sul Corso,  un non mai visto spettacolo: un
    fragoroso torrente,  crescevole  sempre,  di  foglie  secche  rovinava
    vorticosamente,  come  se  il  vento  avesse strappato tutte le foglie
    delle campagne e via con impeto di rabbia,  in un veemente eccesso  di
    distruzione se le trascinasse da Porta Nuova gi,  gi,  fino al mare,
    in fondo.
    Le due donne e don Fifo furono presi dal turbine a le spalle e  spinti
    di corsa in gi,  quasi sollevati con le foglie.  A un tratto don Fifo
    cacci un grido, e Marta lo vide saltare come un grillo e precipitarsi
    dietro il cappello sparito in un attimo tra le foglie, nel turbine.
    - Lascialo, Fifo! - gli grid dietro la moglie.
    Ma anche don Fifo sparve nel turbine delle foglie, nel bujo.
    - Di qua,  di qua!  - disse  la  Ju  a  Marta,  scantonando  per  via
    Protonotaro,  che  non  imboccava il vento e in cui una moltitudine di
    foglie s'era come rifugiata. - Andr a ripigliarsi il cappello a Porta
    Felice,  se pure lo arriva!  Ci voleva anche  questa,  ci  voleva!  Il
    cappello nuovo!
    Traversarono  la  piazzetta  dell'Origlione,  e  presto  furono in via
    Benfratelli.
    - Ecco, entri,  qua, - riprese la Ju, cacciandosi in un portoncino.
    Salirono la scala erta e stretta al bujo,  fino all'ultimo  piano.  La
    Ju trasse dalla tasca una grossa chiave,  vi soffi nel buco, cerc a
    tasto la serratura e apr la porticina. Subito, aprendo, grid:
    - Gesummaria! Le finestre!
    Le tre stanze,  che componevano la miserrima dimora  della  moribonda,
    erano  invase dal vento che aveva sforzato le imposte e rotto i vetri.
    La candela nella camera da letto s'era spenta,  e nel  bujo  rantolava
    spaventata Fana Pentgora.
    - I vetri!  anche i vetri...  tutti rotti!  A voi l'offro, Signore, in
    penitenza dei miei peccati!  - esclamava la Ju mettendo nelle braccia
    tutta la forza per richiudere le imposte contro il vento.
    Marta era rimasta su la soglia raccapricciata, con gli orecchi intenti
    al rantolo mortale della moribonda.
    Richiuse   le   imposte,   quel   rantolo   divenne,   nel   silenzio,
    insopportabile.
    - E i fiammiferi? - esclam donna Maria Rosa. - Ce l'ha Fifo che corre
    dietro al cappello e lascia noi qua al bujo,  nell'imbarazzo.  Ah  che
    uomo!  Tutto l'opposto, certe volte, di suo fratello, sant'anima! Vado
    a cercare in cucina...
    Marta si accost al letto, a tentoni, quasi attirata dal rantolo. Fece
    per appoggiare le mani sul letto e subito le ritrasse,  con  vivissimo
    ribrezzo: aveva toccato il corpo della giacente;  si chin su lei e la
    chiam sottovoce:
    - Mamma... mamma...
    Solo il rantolo angoscioso le rispose.
    - Sono la moglie di Rocco... - riprese Marta.
    - Rocco...  - parve a Marta d'udir  balbettare  dalla  moribonda,  nel
    rantolo.
    - La moglie di Rocco...  - ripet.  - Non abbia pi paura: ci sono qua
    io, ora.
    - Rocco,  - fece questa volta veramente la moribonda,  sospendendo  il
    rantolo.
    Il silenzio divent pauroso.
    - Zitta, zitta! - riprese Marta in tono d'amorevole ammonimento. - C'
    la padrona di casa...
    Uno zolfanello acceso,  riparato da una mano, si moveva nel bujo, come
    un fuoco fatuo.
    - Dov' il lume? Eccolo!
    Donna Maria Rosa, acceso il lume,  rimase con le dieci dita delle mani
    aperte per aria.
    - Dio,  che schifezza!  Mi sono tutta insozzata in cucina... Guardate,
    guardate che babilonia qui!
    I frantumi dei vetri della finestra erano schizzati fino in mezzo alla
    camera.
    Intanto Marta osservava  con  raccapriccio  la  moribonda  che  moveva
    lentamente  la  testa affondata nei guanciali,  cercando con gli occhi
    smorti, attoniti, nella camera,  come stupita dal lume e dal silenzio,
    dopo la tenebra e l'urlo del vento. Aveva una grossa maglia nella luce
    dell'occhio  destro,  e  la pelle tutta della faccia e specialmente il
    naso punteggiato di nerellini,  che spiccavano  nell'estremo  pallore,
    madido,   opaco  del  volto.   I  capelli  grigi,   ruvidi,  ricciuti,
    abbondantissimi erano arruffati sul guanciale ingiallito. Gli occhi di
    Marta si fermarono su le mani enormi,  da maschio,  che  la  moribonda
    teneva  abbandonate sul lenzuolo,  pi sporco della camicia aperta sul
    seno secco, ossuto, orribile a vedere.
    -  Rocco...  -  mormor  ancora  una  volta  la  moribonda,   fissando
    lungamente gli occhi in volto a Marta, come assetata.
    - Che dice?  - domand la Ju curva,  con la veste alzata fin sopra il
    ginocchio,  mentre si tirava sopra la gamba  tozza,  tosta,  la  calza
    ricaduta su la fiocca del piede.
    - Chiama il figlio...  - rispose Marta,  riaccostandosi alla giacente,
    per dirle: - Verr, non dubiti... Ora gli scrivo che venga subito...
    Ma la moribonda non comprese e ripet con fievolissima voce,  cercando
    con gli occhi intorno per la stanza:
    - Rocco...
    - Un telegramma,   vero? - disse la Ju. - Andr Fifo al telegrafo...
    Non c' tempo da perdere. Ecco, qui nel cassetto ci dev'essere carta e
    l'occorrente per scrivere... Mio Dio,  che puzzo...  sente?  Che  che
    puzza cos in questa camera?
    Era sul tavolino,  presso la finestra, un bicchiere a met pieno d'una
    mistura verdastra, esalante un pestifero odore.
    - Ah, tu? - fece la Ju, additando con l'indice tozzo il bicchiere,  -
    adesso ti butto via!
    Marta accorse:
    - No, che ?
    - Sar veleno, - fece donna Maria Rosa, notando l'ansia di Marta.
    - Pu servire...
    - Che vuole che serva pi,  cara lei... Ci appesterebbe tutta la notte
    inutilmente...
    E and a buttarlo in cucina.
    Marta s'appress al  tavolino  per  scrivere  il  telegramma.  Scrisse
    semplicemente  cos,  quasi senza pensare: Tua madre sta male.  Vieni
    subito. MARTA.
    - Ah,  lo  conoscete  intimamente?  -  osserv  la  Ju,  leggendo  il
    telegramma. - Sono forse parenti?
    Marta  arross,   confusa,   e  chin  pi  volte  il  capo  in  segno
    affermativo. Donna Maria Rosa not quella confusione improvvisa e quel
    rossore e sospett che ci dovesse esser sotto qualche cosa.
    - E gi...  paesani...  - disse.  E,  quasi per cancellare la  domanda
    indiscreta, aggiunse: - Venisse subito, almeno...
    Udirono picchiare alla porta.
    - Ecco Fifo!
    Don  Fifo  entr  col  capo scoperto,  i capelli per aria,  esclamando
    esasperato, con larghi gesti delle braccia:
    - Non era cappello, era diavolo!
    - S,  va bene...  - gli  disse  la  moglie.  -  E  adesso  scappa  al
    telegrafo! Ci sono anche i vetri della finestra rotti!
    Don Fifo diede un balzo indietro.
    - Io? al telegrafo? adesso? Neanche se mi fanno papa!
    - Sciocco!  Ti dico che ci sono anche i vetri della finestra rotti!  -
    ribatt arrabbiandosi donna Maria Rosa. - Scappa al telegrafo!
    - Oh Cristo mio!  - sclam don Fifo.  - Fuori ci sono tutti i  diavoli
    dell'inferno  scatenati...  Dove  vuoi  che  vada?  Debbo andare senza
    cappello?
    - Ti metterai in capo il mio scialle...
    Don Fifo guard Marta e apr la bocca a un sorriso da scemo:
    - S, lo scialle... per far ridere la gente...
    - Chi vuoi che ti veda, a quest'ora, con questo tempo? S, s.
    E gli butt lo scialle in capo, aggiungendo:
    - Poi te n'andrai a casa, a dormire.
    - Solo? - domand don Fifo, rassettandosi in capo lo scialle.
    - Hai paura?
    - Paura, io?  Non so che voglia dire...  Ma tu qua,  io l...  niente,
    guarda,  piuttosto me ne star li in quel cantuccio...  Abbi pazienza:
    vado e torno.
    Scapp.  Torn  dopo  circa  mezz'ora.   Marta  spiava  acutamente  la
    moribonda,  che s'era ancora inabissata nel letargo. La Ju, all'altro
    lato del letto, erta sul busto protuberante, gi pisolava. Don Fifo la
    guard un poco, poi si rivolse a Marta e disse piano:
    - Se Dio liberi, si mette a ronfare...
    Scosse forte le braccia con le pugna chiuse, e soggiunse:
    - Trema la casa!
    Non aveva finito di dirlo,  che donna Maria Rosa tir il primo  ronfo,
    spalancando  la  bocca.  Don  Fifo  accorse  e  la chiam,  scotendola
    lievemente:
    - Mararr... Mararr...
    - Ah... che ?... che vuoi?... Hai spedito il... Va bene...
    - No...  ti dico...  - osserv timidamente don Fifo.  -  Fa'  piano...
    ecco, la malata...
    -   Non  mi  seccare,   Fifo!   -  lo  interruppe  donna  Maria  Rosa,
    ricomponendosi a dormire.
    Don Fifo si strinse  nelle  spalle  e  alz  gli  occhi  al  soffitto,
    sospirando.
    Poco   dopo,   dormiva  anche  lui,   presso  la  moglie  che  ronfava
    formidabilmente; e anche lui a poco a poco si mise a ronfare,  ma d'un
    debole  timido  ronfolino  accompagnato  da un tenero sibilo del naso.
    Moglie e marito parevano, quella un bombardone,  questi un violino con
    la sordina.
    Marta  rimase  assorta nella contemplazione della moribonda;  orribile
    immagine dell'imminente suo destino.
    Domani egli verr pensava.  Mi vedr qui;  creder che io voglia  e
    possa  accettare la sua proposta.  Non ho pensato a lui,  venendo;  ma
    egli forse,  quando sapr tutto,  sospetter ch'io sia venuta  apposta
    per intenerirlo. No, no, domattina, prima ch'egli giunga, andr via...
    per non farmi vedere... Andr via...
    Si levava da sedere;  si accostava in punta di piedi alla giacente che
    pareva gi morta;  si chinava con l'orecchio su lei per accertarsi  se
    respirava ancora, e tornava a sedere, a pensare:
    Com' placida! E muore... La morte  gi dentro di lei, dentro il suo
    corpo dormente... Andar via? No, io non posso andar via... debbo prima
    parlargli... a ogni costo... Col mio sacrifizio debbo ottenere ch'egli
    faccia il suo dovere: ajuti mia madre. Dunque, mi trovi qui, presso la
    sua! Gli dir tutto... tutto...
    Il  lume  moriva  sul  tavolino l accanto.  Le ombre dei due dormenti
    s'ingrandivano e balzavano di tratto in  tratto  al  singultare  della
    fiammella, su la parete. Marta ebbe paura del bujo imminente e si alz
    per svegliare la Ju.
    - Il lume Si spegne...
    - Che fa? Ah, si spegne?... Facciamo cos...
    Si alz, and barcollando al tavolino e soffi sul lume, soggiungendo:
    - Puzza... Non c' petrolio... Dov' la mia seggiola?
    - Ahi! - strill don Fifo. - M'hai assassinato un piede!
    - La mia seggiola...  Eccola! Pazienza, Fifo mio: domani sera speriamo
    di dormire nel nostro letto... Tanto, sar giorno tra poco...
    Un gallo, infatti,  cant poco dopo nel silenzio.  Marta,  involta nel
    bujo,  tese  l'orecchio.  Un  altro  gallo  rispose  da  pi  lontano,
    all'appello;  poi un terzo,  ancora da pi lontano.  Ma  non  appariva
    indizio di luce attraverso le fessure delle imposte.
    Finalmente  spunt  il  giorno.  La Ju Si svegli,  stiracchiandosi e
    quasi nitrendo; poi domand a Marta notizie della moribonda. Don Fifo,
    in un cantuccio, con la testa china sul petto, le braccia conserte, le
    gambe unite, miserino, rest a trar solo, scompagnato, il timido ronfo
    col sibiletto in fine.
    - E` fredda!  fredda! - fece la Ju ancor mezzo insonnolita,  con una
    mano  su  la  fronte  della moribonda.  - Bisogna mandar subito per un
    prete... Fifo! Fifo, svgliati!
    Don Fifo si svegli.
    - Corri subito qua a santa Chiara...  o questa infelice  morir  senza
    sacramenti... Mi senti, Fifo?
    Don  Fifo  s'era  levato in piedi e messo a svariare per la camera con
    gli occhi ammammolati.
    - Che cerchi?
    - Cerco il... Ah,  gi!  senza cappello,  santo Dio!  Avessi almeno un
    berrettino... Vado cos?
    - Va'! va'! corri... Non c' tempo da perdere, - gli grid donna Maria
    Rosa, e aggiunse rivolta a Marta: - Noi intanto rassettiamo un tantino
    la camera: ci verr il Signore!
    Marta guard la Ju come stordita.  Il Signore?  Le si affacci subito
    alla mente Anna Veronica, e quasi la cerc in quella camera, e la vide
    quasi in se stessa,  in quel momento  supremo.  Inginocchiare  la  sua
    colpa e il suo pudore per ottenere il perdono di Dio,  come Anna aveva
    fatto? Ah, no! no! Poich il Signore tra poco sarebbe venuto l, ella,
    inginocchiata, lo avrebbe soltanto pregato per la salute dell'anima.
    La moribonda,  mentre la Ju aggiustava un po' il letto,  schiuse  gli
    occhi velati,  senza sguardo.  Marta osserv quegli occhi e quel volto
    gi come soffuso di sovrumana serenit: solo il corpo  esausto  pareva
    su  quel letto,  senza pi percezione ormai della circostante miseria;
    senza dolore, senza memorie.
    Venne  finalmente,  inavvertito  dalla  morente,   il  Viatico.   Fana
    Pentgora  guard il prete con gli occhi stessi con cui aveva guardato
    il soffitto della camera,  e nulla rispose alle domande  di  lui.  Gli
    astanti   si  erano  inginocchiati  intorno  al  letto  e  mormoravano
    preghiere; Marta piangeva con la faccia nascosta.
    Poco dopo, la funzione era finita.  Marta lev la faccia lacrimosa,  e
    si guard intorno disillusa,  quasi nauseata, come se avesse assistito
    ad una  inconcludente,  volgarissima  scena.  Quella,  la  visita  del
    Signore?  Un biondo,  freddo, insulso prete goffamente parato... E lei
    per un momento  aveva  potuto  pensare  di  buttarsi  in  ginocchio  e
    invocare piet...
    -  Ho paura che non arrivi a tempo...  - sospir la Ju,  alludendo al
    figlio della morente.
    Don  Fifo,   dopo  il  Viatico,   s'era  allontanato  dalla  camera  e
    passeggiava  nella  saletta,   costernato  con  le  braccia  conserte,
    sbuffando di tratto in tratto e aspettando che la  moglie  venisse  ad
    annunziargli  la morte della pigionante.  Impaziente,  allungava dalla
    soglia la faccia sparuta verso il letto,  e  con  un  cenno  del  capo
    domandava: - Vive ancora?
    Donna Maria Rosa spieg a Marta:
    - Dopo la morte di Dor,  buon'anima,  quell'uomo l non pu pi veder
    morire nessuno...


    Parte 2, 15.

    Man mano che le ore si trascinavano lentissime,  cresceva  l'ansia  di
    Marta. L'aspettazione diveniva di punto in punto pi angosciosa.
    Finalmente, nelle prime ore del pomeriggio, arriv Rocco Pentgora. Si
    present ansante, quasi smarrito, su la soglia.
    Parve  a  Marta  pi  alto  nella magrezza lasciatagli dalla malattia,
    durante la quale gli erano caduti  i  capelli,  che  gi  rispuntavano
    lievi,  quasi aerei,  finissimi e un po' ricciuti;  e la fronte gli si
    era  allargata,   e  schiarita  la  pelle,   sebbene  fosse   tuttavia
    pallidissimo.  Negli occhi aveva un'espressione nuova,  ridente, quasi
    infantile.
    - Marta! - esclam, scorgendola, accorrendo a lei.
    Turbata dalla vista del marito cos trasfigurato e  ingentilito  dalla
    convalescenza,   turbata  dallo  slancio  appassionato,  Marta,  senza
    volerlo,  lo rattenne con un cenno  confidenziale  di  tacere,  e  gli
    addit il letto e la madre in agonia.
    Subito il figlio si rivolse al letto, si curv sulla madre, chiamando:
    - Mamma! mamma! Non mi senti, mamma? Guardami... sono venuto!
    La  moribonda  apr  gli  occhi  e lo guard attonita,  come se non lo
    riconoscesse.
    Egli soggiunse:
    - Non mi vedi? Sono io... sono venuto... Adesso guarirai...
    La baci piano in fronte, e si port via con un rapido atto della mano
    le lagrime dagli occhi.
    La madre moribonda continu a guardarlo,  fisso,  richiudendo di tanto
    in  tanto,  con  lenta pena,  le plpebre,  come se il corpo ormai non
    avesse pi forza da dare alcun altro segno di vita.  O  era  un  cenno
    ultimo,  quasi lontano,  dello spirito gi inoltrato nella morte, quel
    lento moto delle palpebre?
    Marta frenava a stento le lagrime per pudore  davanti  alla  Ju,  che
    ostentava smorfiosamente il suo pianto.
    Man  mano  per  gli  occhi  della moribonda s'animarono,  s'animarono
    alquanto,  come se dal fondo della morte un estremo residuo di vita le
    tornasse a galla. Schiuse e mosse le labbra.
    - Che dici?  - domand con viva ansia il figlio, curvandosi vie pi su
    lei.
    - Muojo... - alit la madre, quasi impercettibilmente.
    - No, no... - la confort egli. - Se stai meglio,  ora...  Ci sono qua
    io...  E  c' anche Marta...  Non l'hai veduta?  Marta,  qua...  vieni
    qua...
    Marta and all'altro lato  del  letto,  e  la  moribonda  si  volse  a
    guardarla, come prima aveva guardato il figlio.
    - Eccola...  La vedi? - soggiunse egli. - Eccola Marta... E` questa...
    Ti ricordi quanto ti parlai di lei, l'ultima volta?
    La moribonda trasse un sospiro,  a stento.  Pareva non  intendesse,  e
    guardava con gli occhi invagati.  Poi le ceree guance le si colorirono
    un po' d'una tenuissima  tinta  rosea,  e  mosse  una  mano  sotto  le
    coperte.  Subito Marta le sollev e pose la mano in quella di lei, che
    agit l'altra, guardando il figlio.  Questi segu l'esempio di Marta e
    la madre allora congiunse con uno sforzo le loro due mani,  traendo un
    altro sospiro.
    - S, s... - fece,  commosso,  Rocco alla madre,  stringendo forte la
    mano di Marta, che non pot pi frenare le lagrime.
    I  due  Ju guardavano sbalorditi dalla sponda del letto ora Marta ora
    Rocco.
    Poco dopo,  la moribonda richiuse gli occhi,  rientrando  quasi  nella
    profondit misteriosa, ove la morte l'aspettava.
    Marta ritrasse timidamente la mano dalla mano del marito.
    - Riposa di nuovo,  - fece sottovoce la Ju.  - Lasciamola riposare...
    Senta,  signora Marta,  io e Fifo approfittiamo di questo  momento  di
    calma per scappare un po' a casa.  Bisogna pensare a tutto. Non fo per
    vantarmi, ma nelle occasioni so trovarmi... Fifo, dillo tu...  La pena
    c',  si  capisce;  ma  come si dice?  sacco vuoto non si regge...  Il
    povero signor Rocco, dopo tante ore di ferrovia, avr certo bisogno di
    qualche ristoro...
    - No... no... io no...
    - Lascino fare a me... - lo interruppe la Ju.
    - Marta piuttosto, - disse Rocco.
    - Lascino fare a me! - ripet donna Maria Rosa.  - Penso io a tutto...
    E  penser  un  pochino anche a me e quest'anima di Purgatorio...  Non
    abbiamo assaggiato neppur  l'acqua,  da  stanotte.  Ma,  come  si  fa?
    Bisogna aver pazienza...  Arrivederli, arrivederli... E stiano di buon
    animo, eh?
    I due Ju andarono via.  Da un canto Marta avrebbe voluto  trattenerli
    ancora, a viva forza, per non restare sola col marito; dall'altro, per
    quanta  agitazione le cagionasse il pensiero dell'estrema confessione,
    considerandola ormai inevitabile, anelava che avvenisse al pi presto.
    - Oh  Marta!  Marta  mia!  -  esclam  Rocco,  aprendo  le  braccia  e
    chiamandola a s.
    Marta si lev da sedere in preda a un tremito convulso, e gli disse:
    -  Di l...  di l...  No...  aspetta...  Voglio dirti subito tutto...
    Vieni...
    - Come? Non mi perdoni? - le chiese egli, seguendola nell'altra stanza
    quasi al bujo.
    - Aspetta... - ripet Marta, senza guardarlo. - Io...  io non ho nulla
    da perdonarti, se tu...
    S'interruppe;  contrasse tutto il volto, chiudendo gli occhi, come per
    un interno spasimo insopportabile.  Poi volse uno sguardo di cordoglio
    al marito, e riprese, risolutamente:
    - Senti, Rocco: tu lo sapevi...
    S'interruppe di nuovo,  a un tratto, notando su la guancia di Rocco la
    lunga cicatrice rimastagli  della  ferita  riportata  nel  duello  con
    l'Alvignani.  Sent  cadersi  l'animo,  e si strinse il volto,  forte,
    forte, con ambo le mani.
    -  Perdonami!   Perdonami!   insistette,   supplic  egli,   posandole
    amorosamente le mani su le braccia.
    - No,  Rocco! Senti: io non ti chiedo nulla per me... - riprese Marta,
    scoprendo il volto. - Voglio dirti soltanto questo: pensa che il babbo
    ci lasci nella miseria: la mamma, Maria...  senza colpa...  per causa
    tua.  Sole...  tre povere donne,  in mezzo alla strada,  tra la guerra
    infame di tutto il paese...
    - Dunque non mi perdoni?  Non vuoi?  Vedrai,  Marta,  vedrai  come  ti
    compenser...  Tua madre, Maria, verranno con noi... in casa nostra...
    Non  gi inteso? C' bisogno di dirlo?  Con noi,  per sempre!  Volevi
    dirmi  questo?   Via,  per  carit,  Marta,  non  ritorniamo  pi  sul
    passato... Piangi? Perch?
    Marta,  con la faccia di nuovo nascosta tra le mani,  scoteva il capo,
    piangendo;  e  invano Rocco la stringeva a dir la ragione del pianto e
    del muto negare.
    - Ah,  per la mamma...  per Maria...  -  scoppi  a  dire  finalmente,
    scoprendo di nuovo il volto in fiamme, inondato di lagrime. - Sentimi,
    Rocco...
    - Ancora? - domand egli, perplesso, confuso, afflitto.
    - S: io ti lascio libero,  libero,  da questa sera stessa... Non puoi
    pretendere di pi, da me...
    - Come!
    - Ti lascio,  s...  ti lascio la via libera,  perch  tu  possa  fare
    quello che devi verso mia madre,  verso mia sorella, da uomo onesto...
    Non chiedo nulla per me! Intendimi... intendimi...
    - Non t'intendo! Che vuoi da me? Mi lasci libero? Io non ti capisco...
    Ma comanda,  far tutto quello  che  vorrai...  Non  piangere!  Dovrei
    piangere io...  Perdonami a qualsiasi patto;  accetto tutto, purch mi
    perdoni...
    - Oh Dio!  Ora no,  Rocco!  ora no...  Prima,  prima dovevi  chiedermi
    perdono,  con  codesta voce,  e non te l'avrei negato...  Ora no,  non
    posso accordare pi nulla, io!
    - Perch?
    - Debbo morire. S...  E morr.  Ma...  Dio...  Dio!  Se non ho potuto
    difendermi...  e la rabbia mi  rimasta nel cuore...  Che sono io ora?
    Mi vedi?  Che sono?...  Sono ci che la gente,  per  causa  tua,  m'ha
    creduta  e  mi  crede  ancora  e  sempre  mi  crederebbe,  anche se io
    accettassi ora il tuo pentimento.  E` troppo tardi: lo  intendi?  Sono
    perduta!   Vedi  che  n'hai  fatto  di  me?   Ero  sola...   mi  avete
    perseguitata... ero sola e senza ajuto... Ora sono perduta!
    Egli rest a guardarla attonito, quasi temendo di comprendere,  d'aver
    compreso:
    - Marta! E come... tu... Ah, Dio!... Tu...
    Marta pieg il volto tra le mani, e chin ripetutamente il capo, tra i
    singhiozzi.
    Rocco le afferr allora le braccia per staccarle le mani dal volto,  e
    la scosse, ancora stupito, ancor quasi incredulo:
    - Tu dunque... dunque, dopo... con lui? Parla! Spigati! Ah,  dunque 
    vero?   vero?  Parla! Guardami in faccia! Quel miserabile... Non dici
    nulla?  Ah miserabile,  - proruppe allora.  - E` vero!  E io ho potuto
    credere...  e io sono venuto qua,  a chiedere perdono... E ora... di',
    fors'anche prima... di', con lui?
    - No! - grid Marta, infiammata di sdegno. - Non lo intendi che tu, tu
    stesso, con le tue mani, e tutti,  tutti con te,  m'avete ridotta fino
    al  punto  d'accettare  ajuto  da lui;  avete fatto in modo che da lui
    soltanto venisse alla vita mia, tra le amarezze e le ingiustizie,  una
    parola di conforto,  un atto di giustizia?  Ah tu no, tu solo non puoi
    rinfacciarmi nulla!  So bene quel che mi resta da  fare:  sono  caduta
    sotto la guerra vostra,  non m'importa! Non si parli pi di me! Ma tu,
    tu fa' pure quello che devi: ripara!  Tu sai che per  causa  tua,  mia
    madre e mia sorella sono ridotte a vivere di me soltanto.  Chi rester
    per loro? Come vivranno? Voglio prima saper questo...  Per questo t'ho
    confessato tutto...  Potevo tacere,  ingannarti. Siimi almeno grato di
    questo... e in compenso,  ajuta...  ajuta la mia famiglia,  perch non
    io, ma tu, tu l'hai ridotta nello stato in cui ora si trova!
    Rocco  si  era  seduto,  e coi gomiti su i ginocchi e la faccia tra le
    mani ripeteva piano,  tra s,  senza espressione,  come se il cervello
    non gli reggesse pi:
    - Miserabile... miserabile...
    Nel  silenzio  momentaneamente sopravvenuto,  Marta colse dalla camera
    attigua come un rantolo  cupo,  profondo,  e  usc  dalla  stanza  per
    accorrere al letto della moribonda.
    Egli  la segu e l,  affatto dimentico della madre morente,  domand,
    sotto gli occhi di lei, furibondo:
    - Dimmi, dimmi tutto! Voglio saperlo... voglio saper tutto! Dimmelo...
    - No! - rispose Marta con ferma fierezza. - Se debbo morire.
    E si chin a rassettare i guanciali sotto il capo della giacente,  che
    seguitava a mandare,  dalla profondit del coma in cui era caduta,  il
    sordo rantolo mortale.
    - Morire?  - domand egli con scherno.  - E perch?  perch non vai da
    lui? T'ha ajutata? continui ad ajutarti...
    Marta  non  rispose  all'amaro  oltraggio;  chiuse  soltanto gli occhi
    lentamente, poi terse con un fazzoletto il sudor ghiaccio dalla fronte
    della moribonda.
    Rocco seguit:
    - Ecco una via per te! Vattene a Roma! Perch morire?
    - Oh Rocco! - fece Marta. - Tua madre  ancora qui... Fallo per lei...
    Egli tacque,  impallid,  contemplando la madre.  L'idea della  morte,
    manifestata  da  Marta,  assunse  allora,  subito,  dentro  di lui una
    terribile immagine.  Premendosi le tempie  con  le  mani,  usc  dalla
    camera.
    Era   gi   quasi   sera.   Marta   guard  macchinalmente  nell'ombra
    sopravvenuta il lume  vuoto  sul  tavolino:  chi  poteva  pensare  che
    l'agonia  si sarebbe protratta fino a tanto?  Sedette presso la sponda
    del letto con gli occhi intenti nell'ombra sul volto dell'agonizzante,
    quasi aspettando dal proposito a lungo meditato e  maturatosi  in  lei
    sordamente  la  spinta per alzarsi e andarsene.  Pi del rantolo della
    moribonda sentiva il suono cadenzato dei passi del  marito  nell'altra
    stanza,  e  aspettava,  come se il suono di quei passi le indicasse la
    traccia dei pensieri di lui.  Intuiva,  sentiva,  che in quel  momento
    egli risaliva angosciosamente col pensiero agli anni passati, assalito
    in  quel bujo dalle memorie e dai rimorsi...  Ah,  i rimorsi erano per
    tutti: per due soltanto,  no: Maria e la madre.  E Marta aspettava dal
    marito  giustizia  per  esse:  non  aspettava altro,  seguendo con gli
    orecchi i passi di lui.
    A un tratto,  silenzio,  nell'altra stanza.  Aveva egli deciso?  Marta
    sorse  in  piedi  e cerc a tentoni lo scialle;  trovatolo,  stava per
    farsi su la soglia a chiamarlo, quando ud picchiare alla porta. Erano
    i due Ju di ritorno, seguiti da un guattero con una cesta di vivande.
    - Oh, al bujo? - esclam donna Maria Rosa, entrando.
    - Ho portato la candela...  Scusino...  oh,  dov' il signor Rocco?...
    Fifo, accendi!
    Don Fifo accese la candela e apparve nella camera tutto smarrito,  col
    lungo involto di quattro torce mortuarie tra le braccia.
    Marta s'era curvata sul letto a spiare il volto della morente.
    - Come va? come va? - domand forte la Ju.
    Marta, impaurita da un gorgoglo lungo,  strano,  raschioso nella gola
    della  moribonda,  lev la faccia sconvolta,  guard perplessa la Ju,
    poi risolutamente si rec fino alla soglia dell'altra stanza, e chiam
    nel bujo:
    - Vieni... vieni... muore...
    Rocco accorse e tutti e due si chinarono  sul  letto.  Don  Fifo  usc
    dalla camera in punta di piedi, con l'involto delle torce, chiamandosi
    dietro con un cenno della mano il guattero.
    Rocco  lev gli occhi dal volto della madre a quello di Marta,  vicino
    al suo,  e stette un po' a guatarla,  prima con le ciglia  aggrottate,
    poi attonito, quasi istupidito. Marta teneva tra le sue una mano della
    morente,  su  cui  stava  protesa,  come  se volesse infonderle il suo
    alito.
    A un tratto la Ju disse piano, impallidendo:
    - Venga, signor Pentgora...
    - E` morta? - domand Rocco, vedendo Marta lasciar la mano della madre
    e rialzarsi sul busto. E chiam forte, con voce convulsa: - Mamma!  Oh
    mamma!  Mamma mia!  - grid poi,  rompendo in singhiozzi e chinando il
    volto sul guanciale, accanto al volto della morta.
    - Fifo, Fifo, - chiam la Ju. - S,  Fifo: portalo con te...  con te,
    di  l...  Coraggio,  figliuolo  mio...  Ha  ragione...  ha ragione...
    Venga... Vada con Fifo...
    E con l'ajuto del marito riusc a strappare Rocco  dal  corpo  esanime
    della madre. Don Fifo lo condusse con s nell'altra stanza.
    -  Ho  pensato  a tutto...  - disse sotto voce la Ju a Marta,  appena
    rimaste sole.  Non  poteva  durare,  me  l'aspettavo...  Ho  comperato
    quattro   belle  torce...   Prima  la  lasciamo  rassettare;   poi  la
    vestiremo...
    Marta non staccava gli occhi sbarrati dal volto  del  cadavere,  senza
    cogliere alcuna parola delle tante e tante che la Ju le diceva, e che
    forse don Fifo, nell'altra stanza, ripeteva a Rocco.
    - Si scosti un po'... Adesso la vestiamo.
    Marta si scost dal letto, macchinalmente. E la Ju, mentre vestiva la
    morta,  sotto  gli  occhi di Marta tremante di ribrezzo,  non cess di
    parlare velatamente delle spese fatte, senza dimenticare nulla,  n le
    medicine,  n il medico,  n i vetri rotti della finestra, n la cena,
    n le torce,  n la pigione non pagata dalla defunta,  affinch  Marta
    poi riferisse tutto al figlio.  Terminata la vestizione,  copr con un
    lenzuolo il cadavere e accese ai quattro angoli del letto le torce.
    - Ecco fatto, - poi disse. - Tutto pulito! Non fo per vantarmi, ma...
    E sedette accanto a Marta, ad ammirar la sua opera.
    Passarono cos parecchie  ore.  In  quella  camera  le  quattro  torce
    soltanto pareva vivessero,  struggendosi a lento. Di tratto in tratto,
    donna Maria Rosa s'alzava,  staccava i  gocciolotti  dal  fusto  e  ne
    nutriva le fiammelle.
    Finalmente  don  Fifo  si  present su la soglia e fece alla moglie un
    cenno, che Marta non vide. La Ju rispose al cenno del marito,  e poco
    dopo disse piano a Marta:
    -  Noi  ora  ce  n'andiamo.  Le lascio qui sul tavolino questo pajo di
    forbici per smoccolare le  torce  di  tanto  in  tanto...  Se  non  le
    smoccola, badi, le torce scoppiano e il lenzuolo pu prendere fuoco...
    Mi raccomando. E, a rivederla. Ritorneremo domattina...
    - Dica,  la prego,  alla mamma di non venire... - le disse Marta, come
    trasognata.  - Le dica che restiamo qua noi,  io e il  figlio...  dica
    cos, a vegliare la morta... e che stieno tranquille... e... che io le
    saluto...
    - Sar servita,  non dubiti.  Oh,  senta... se per caso, pi tardi, il
    signor Rocco... e anche lei...  la cesta  qui nella saletta...  dico,
    se per caso...  Io non ho affatto appetito.  Mi creda, signora mia: ho
    come  una  pietra  qua,   su  la  bocca  dello  stomaco.   Sono  molto
    sensibile...  Basta,  la  saluto.  Chiamo adagino adagino Fifo e ce ne
    andiamo. Coraggio, e la saluto.
    Rimasta sola,  Marta tese l'orecchio per ascoltare che cosa il  marito
    facesse nell'altra stanza. Piangeva in silenzio? pensava?
    Non gl'importa pi nulla di me... disse tra s Marta. Non gli nasce
    neppure la curiosit di sapere se io sia o no andata via...  Eppure sa
    dove debbo andare...  Ora andr...  Gli ho  detto  tutto...  Solo  del
    figlio, no. Ma il figlio  mio... mio soltanto... com'era mio soltanto
    quell'altro che mi mor per lui... Ah, se io l'avessi avuto...
    Volse  gli  occhi  al  letto,  su  cui le quattro torce aduggiavano la
    giallezza del caldo lume. Alcune rigide pieghe del lenzuolo accusavano
    il cadavere nella pesante immobilit.
    Paurosamente,  con una mano,  Marta scopr il volto della defunta  gi
    trasfigurato;  cadde  in ginocchio accanto al letto e sciolse l'enorme
    cordoglio in uno sgorgo infinito di lagrime,  costringendosi  con  una
    mano su la bocca a non gridare, a non urlare.
    Stette  cos  a piangere,  finch Rocco non venne dall'attigua stanza;
    allora sorse in piedi con lo scialle sotto il braccio,  la faccia  tra
    le mani, e si mosse per uscire.
    Rocco la trattenne per un braccio, e le domand con voce cupa:
    - Dove vai?
    Marta non rispose.
    -  Dimmi  dove  vai,  - ripet lui e,  indeciso,  stese l'altra mano e
    l'afferr per le due braccia.
    Allora Marta scopr appena il volto:
    - Vado... Non lo so... Ti raccomando...
    Non la lasci proseguire: in un impeto,  quasi di  paura,  accost  il
    volto al volto di lei, e proruppe in lagrime, abbracciandola:
    - No, Marta! No! No! Non mi lasciar solo! Marta! Marta! Marta mia!
    Ella  tent di scostarsi con le braccia;  trasse indietro il capo;  ma
    non riusc a sciogliersi dall'abbraccio e trem, cos stretta da lui.
    - Rocco, no,  impossibile... Lasciami... E` impossibile...
    - Perch?...  Perch?...  - chiese egli,  tenendola sempre a  s,  pi
    stretta,  e baciandola perdutamente.  - Perch, Marta? Perch me l'hai
    detto?
    - Lasciami... No... lasciami... Non mi hai voluta...  - seguit Marta,
    soffocata dalla commozione, nell'ardente amplesso. - Non mi hai voluta
    pi.
    -  Ti  voglio!  ti  voglio!  - grid lui,  esasperato,  accecato dalla
    passione.
    -  No...  lasciami...  -  scongiur  Marta,  schermendosi,  gi  quasi
    abbandonata di forze. - Fammi andar via... te ne supplico...
    - Marta,  dimentico tutto! e tu pure, dimentica! Sei mia! Sei mia! Non
    mi vuoi pi bene?
    -  Non    questo,   no!   -  disse  Marta  in  un  gemito,   affogata
    dall'angoscia. - Ma non  pi possibile, credimi, non  pi possibile!
    -  Perch?  Lo  ami  ancora?  - grid Rocco fieramente,  sciogliendola
    dall'abbraccio.
    - No, Rocco, no! Non l'ho mai amato, ti giuro!  mai!  mai!  E ruppe in
    singhiozzi irrefrenabili;  sent mancarsi;  s'abbandon tra le braccia
    di lui, che istintivamente si tesero di nuovo a sorreggerla.  Fiaccato
    dal  cordoglio,  a  quel  peso,  egli  fu quasi per cadere con lei: la
    sostenne con uno sforzo quasi rabbioso,  nella tremenda esasperazione:
    strinse   i  denti,   contrasse  tutto  il  volto  e  scosse  il  capo
    disperatamente.  In quest'atto,  gli  occhi  gli  andarono  sul  volto
    scoperto della madre sul letto funebre, tra i quattro ceri. Come se la
    morta si fosse affacciata a guardare.
    Vincendo  il  ribrezzo  che il corpo della moglie pur tanto desiderato
    gl'incuteva,  egli se la strinse forte al petto di nuovo  e,  con  gli
    occhi fissi sul cadavere, balbett, preso di paura:
    -  Guarda...  guarda  mia  madre...  Perdono,  perdono...  Rimani qui.
    Vegliamola insieme...
