
    Luigi Pirandello.
    IL TURNO.



    Copyright 1927 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano.
    Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.















    1.
    Giovane d'oro,  s s,  giovane d'oro,  Pep Alletto!  -  il  Rav  si
    sarebbe guardato bene dal negarlo; ma, quanto a concedergli la mano di
    Stellina, no via: non voleva se ne parlasse neanche per ischerzo.
    - Ragioniamo!
    Gli  sarebbe  piaciuto  maritar la figlia col consenso popolare,  come
    diceva; e andava in giro per la citt, fermando amici e conoscenti per
    averne un  parere.  Tutti  per,  sentendo  il  nome  del  marito  che
    intendeva dare alla figliuola, strabiliavano, strasecolavano:
    - Don Diego Alcozr?
    Il  Rav frenava a stento un moto di stizza,  si provava a sorridere e
    ripeteva, protendendo le mani:
    - Aspettate... Ragioniamo!
    Ma che ragionare!  Alcuni  finanche  gli  domandavano  se  lo  dicesse
    proprio sul serio:
    - Don Diego Alcozr?
    E sbruffavano una risata.
    Da costoro il Rav si allontanava indignato, dicendo:
    - Scusate tanto, credevo che foste persone ragionevoli.
    Perch lui,  veramente, ci ragionava su quel partito, ci ragionava con
    la pi profonda convinzione che fosse una fortuna per la figliuola.  E
    s'era intestato di persuaderne anche gli altri,  quelli almeno che gli
    permettevano di sfogare l'esasperazione crescente di giorno in giorno.
    - Avete voluto la libert,  santo Dio!  il re che regna e non governa,
    la leva per tutti,  un esercito formidabile, ponti e strade, ferrovie,
    telegrafo, illuminazione: cose belle, bellissime,  che piacciono anche
    a me: ma si pagano,  signori miei!  E le conseguenze quali sono?  Due,
    nel caso mio.  Numero uno: ho lavorato come  un  "arcibue",  tutta  la
    vita,  onestamente  per  mia disgrazia e non son riuscito a mettere da
    parte tanto da poter  per  ora  maritare  la  figlia  secondo  il  suo
    piacere, che sarebbe anche il mio. Numero due: giovanotti, non ce n':
    intendo  dire  di quelli che a un padre previdente possano assicurare,
    sposando,  il benessere della figliuola: prima  che  si  facciano  una
    posizione,  Dio  sa  quel  che  ci  vuole;  quando  se  la  son fatta,
    pretendono la dote e fanno bene; senza posizione, in coscienza,  quale
    padre  affiderebbe loro la figlia?  Dunque?  Dunque bisogna sposare un
    vecchio, vi dico, se il vecchio  ricco. Di giovani poi, volendo, alla
    morte del vecchio, ce n' quanti se ne vuole.
    Che c'era da ridere? Parlava da senno, lui! Perch:
    - Ragioniamo...
    Se don Diego Alcozr avesse avuto cinquanta o sessant'anni, no: dieci,
    quindici anni di sacrifizio sarebbero stati troppi per  la  figliuola,
    ed  egli non avrebbe mai accettato quel partito.  Ma ne aveva,  a buon
    conto, settantadue, don Diego! E non c'era dunque da temer pericoli di
    nessuna sorta. Pi che matrimonio, in fondo,  sarebbe quasi una pura e
    semplice  adozione.  Stellina entrerebbe come una figliuola in casa di
    don Diego: n pi n meno. Invece di stare in casa del padre, starebbe
    in quell'altra casa,  con pi comodi,  da padrona assoluta: casa  d'un
    galantuomo  alla  fin fine: nessuno osava metterlo in dubbio,  questo.
    Dunque, che sacrifizio? Aspettare qua o l. Con questa differenza, che
    aspettare qua, in casa del padre,  sarebbe tempo perduto,  non potendo
    egli  far  nulla  per  la  figliuola;   mentre,  aspettando  l,  tre,
    quattr'anni...
    - Mi spiego? - domandava a questo punto il Rav, abbagliato lui stesso
    dalle sue ragioni e sempre pi convinto.
    Don Diego Alcozr aveva gi preso quattro mogli?  E  che  per  questo?
    Tanto  meglio,  anzi!  Stellina  non  sarebbe cos sciocca da farsi (e
    squadrava le corna) sotterrare dal vecchio, come le altre quattro: col
    tempo e con la mano di Dio avrebbe lei,  invece,  composto in pace  il
    corpo del marito benefattore, e allora, ecco, allora s il giovanotto!
    Bella,  ricca,  allevata come una principessina, sarebbe stata un vero
    panin di zucchero;  e i giovanotti,  cos,  a sciame,  come le mosche,
    attorno a lei.
    Gli  pareva  impossibile che la gente non si capacitasse di questo suo
    ragionamento: era caparbiet,  cocciutaggine,  arrestarsi a considerar
    soltanto il sacrifizio momentaneo di quelle nozze col vecchio. Come se
    oltre quello scoglio,  oltre quella secca, non ci fosse il mare libero
    e la buona ventura! L, l, bisognava guardare!
    Se egli fosse stato ricco,  se avesse potuto far  da  s  la  felicit
    della figliuola - bella forza!  si sa,  non l'avrebbe data in moglie a
    quel  vecchiaccio.  Stellina  certo,   per  il  momento,   non  poteva
    apprezzare  la  fortuna che egli le procacciava: questo era naturale e
    in certo qual modo scusabile!  Di li a pochi anni per - ne era sicuro
    -  ella lo avrebbe lodato,  ringraziato e benedetto.  Non sperava,  n
    desiderava nulla per s, da quel matrimonio;  lo voleva unicamente per
    lei,  e  stimava  dover  suo di padre,  dover suo di vecchio provato e
    sperimentato  nel  mondo,   tener  duro  e  costringere  la  figliuola
    inesperta   a   ubbidire.   Lo  amareggiava  invece  profondamente  la
    disapprovazione di uomini d'esperienza come lui.
    - In nome del Padre,  del  Figliuolo  e  dello  Spirito  Santo,  -  si
    lamentava  intanto,  in  casa,  la moglie del Rav,  la si-donna Rosa,
    accennando il segno della croce con un gesto che le era abituale e che
    ripeteva ogni  qual  volta  si  sentiva  infastidita  e  urtata  nella
    gravezza della sua gialla carne inerte: - Lasciatelo fare.  Ci che fa
    Marcantonio, per me,  ben fatto, - diceva ai parenti che sottovoce le
    facevan notare la mostruosit di quel progetto di nozze.
    - Peccato mortale,  si-donna Rosa!  - s'affannava a ripeterle  Carmela
    Mndola,  portavoce del vicinato,  parlando quasi con la strozza,  per
    non gridare,  e dandosi pugni rintronanti sul petto ossuto:  -  Se  lo
    lasci dire,  in coscienza: peccato mortale, che grida vendetta davanti
    a Dio!
    E,  tutta scalmanata,  si scioglieva e si rannodava sotto il mento  le
    cocche del gran fazzoletto rosso di lana che teneva in capo.
    La si-donna Rosa stringeva le labbra,  sporgeva il mento, chiudeva gli
    occhi e soffiava per il naso un lungo sospiro.


    2.
    Don Diego Alcozr gi si faceva vedere per la citt in  compagnia  del
    futuro suocero.
    Marcantonio  Rav,  bonaccione,  grasso e grosso,  col volto sanguigno
    tutto raso e un palmo di giogaja sotto il  mento,  con  le  gambe  che
    parevan  tozze sotto il pancione e che nel camminare andavano in qua e
    in l faticosamente,  sembrava fatto apposta per compensar  don  Diego
    fino  fino,  piccoletto,  che  gli  arrancava  accanto con lesti brevi
    passetti da pernice,  tenendo il cappello  in  mano  o  sul  pomo  del
    bastoncino,  come  se  si  compiacesse  di  mostrar quell'unica e sola
    ciocca di capelli, ben cresciuta e bagnata in un'acqua d'incerta tinta
    (quasi color di rosa),  la quale,  rigirata,  distribuita chi  sa  con
    quanto studio, gli nascondeva il cranio alla meglio.
    Niente baffi,  don Diego,  e neppur ciglia: nessun pelo; gli occhietti
    calvi scialbi acquosi.  Gli abiti suoi pi recenti  contavano  per  lo
    meno vent'anni;  non per avarizia del padrone, ma perch, ben guardati
    sempre dalle grinze e dalla polvere,  non si sciupavano mai,  parevano
    anzi incignati allora allora.
    Cos,  ahim, s'era ridotto uno dei pi irresistibili conquistatori di
    dame in crinolino  del  tempo  di  Ferdinando  Secondo  re  delle  Due
    Sicilie:  cavaliere  compitissimo,  spadaccino,  ballerino.  N i suoi
    meriti si restringevano solo  qui,  nel  campo,  com'egli  diceva,  di
    Venere e di Marte: don Diego parlava il latino speditamente,  sapeva a
    memoria Catullo e la maggior parte delle odi di Orazio:

    "Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
    finem d dederint..."

    Ah, Orazio; da lui,  suo prediletto poeta,  don Diego aveva desunto le
    norme  epicuree.  Aveva  goduto tutta la vita e voleva fino all'ultimo
    godere;  odiava perci la solitudine,  nella quale si  sentiva  spesso
    turbato  da paurosi fantasmi,  e amava la giovent,  di cui cercava la
    compagnia, sopportandone filosoficamente gli scherzi e le beffe.
    Ecco: batteva il pomo d'argento del bastoncino d'ebano sul tavolinetto
    innanzi al Caff del "Falcone", mentre il Rav si lasciava cader su la
    seggiola che scricchiolava,  e sbuffando e buttandosi su  la  nuca  il
    cappellaccio  a  larghe  tese,  si  asciugava  il  sudore dalla faccia
    paonazza.
    - A me, al solito, - diceva l'Alcozr al cameriere, - un'orzata.
    E accompagnava la ordinazione  con  una  risatina  fredda,  superflua,
    accennando di stropicciarsi le manine gracili e tremule: - Eh eh...
    Seduti al Caff,  ripigliavano il discorso del matrimonio,  interrotto
    di tanto in tanto dai saluti che don Marcantonio  distribuiva  a  voce
    alta e con larghi gesti a gl'innumerevoli suoi conoscenti:
    - Baciamo le mani! La grazia vostra! Servo umilissimo!
    Don  Diego non era ancora potuto entrare in casa della promessa sposa.
    Stellina minacciava di graffiargli la faccia,  di cavargli tutti e due
    gli occhi, se egli si fosse arrischiato di presentarsi a lei. Il Rav,
    s'intende,  non parlava a don Diego di queste minacce della figliuola;
    diceva soltanto che bisognava avere un  po'  di  pazienza,  perch  le
    ragazze, oh Dio, si sa...
    - Bene bene;  quando dici tu,  o meglio, quando Stellina permetter...
    "intra paucos dies",  spero,  "cupio quidem",  - rispondeva don Diego,
    tranquillo e sorridente.- Intanto, guarda, per oggi le porterai questo
    qui.
    E traeva dalla tasca un astuccetto di velluto.
    Oggi  un  braccialetto,  jeri  un orologino con la catenina d'oro e di
    perle,  e prima un anellino con perle e  brillanti  e  una  spilla  di
    smeraldi o un pajo di orecchini...  L'Alcozr non spendeva nulla;  non
    per avarizia: aveva  tante  gioje  delle  defunte  mogli:  che  doveva
    farsene?  Le  mandava  alla  nuova  fidanzata,  ripulite dall'orefice,
    chiuse in astuccetti nuovi.
    Marcantonio   Rav   profondeva   lodi,    esclamazioni    ammirative,
    ringraziamenti.
    - Ma voi cos, don Diego mio, ci confondete...
    - Non ti confondere,  asino! Ho esperienza del mondo e so che i regali
    ci vogliono.
    Don Marcantonio si cacciava in tasca il dono e sbuffava  dalla  stizza
    per la caparbia ostinazione della figliuola,  che,  pur di non cedere,
    si contentava di star chiusa  in  una  camera,  assediata,  rifiutando
    anche il cibo.
    La  madre  stava di guardia presso l'uscio di quella camera,  come una
    sentinella.  Venivano i parenti,  la Mndola o qualche altra vicina  a
    tentare  ancora  di metterla s contro il marito,  ma ella tornava col
    solito gesto ad accennare il segno della croce.
    - In nome del Padre,  del Figliuolo e  dello  Spirito  Santo!  Non  mi
    mettete  altra legna sul fuoco: me ne manca forse,  donna Carmela mia?
    Vedete in quale inferno mi trovo?
    - Zia Carmela! - chiamava Stellina, dietro l'uscio.
    - Figlia mia bella, che vuoi?
    - Dica a sua figlia Tina che si affacci alla  finestra:  voglio  farle
    vedere una cosa.
    -  Si,  cuore  mio  bello!  Or ora glielo dico.  Coraggio,  cuore mio!
    Pigliati quest'involtino: te  lo  faccio  passare  di  sotto  l'uscio.
    Mangia, che ti piacer.
    - Tante grazie, zia Carmela!
    -  Niente,  figliuola  cara.  E  tieni duro,  tieni duro!  non ci vuol
    altro...
    La si-donna Rosa lasciava dire e lasciava fare. E ogni giorno,  appena
    il marito rincasava, gli rivolgeva la solita domanda:
    -  Debbo?  -  E  con  la  mano faceva il gesto di mandar la chiave per
    aprire l'uscio.
    - No!  - le gridava egli.  - Stia l,  li,  brutta  ingrata!  cuor  di
    macigno!  Come se non lo facessi per lei,  per il suo bene!  Tieni: un
    altro regalo, un braccialetto... faglielo vedere!
    La si-donna Rosa si alzava,  chiudeva  gli  occhi,  sospirava  e,  con
    l'astuccetto in mano, entrava nella camera della figliuola.
    Stellina  se  ne  stava  presso il letto,  accoccolata per terra,  sul
    tappetino,  come una cagnetta ringhiosa.  Strappava di mano alla madre
    il regalo e lo scaraventava a terra.
    - Grazie tante, non lo voglio!
    La madre allora perdeva la pazienza anche lei.
    -  Sedici  onze di braccialetto,  asinaccia!  Non sei neanche degna di
    guardarla tanta grazia di Dio!
    Stellina,  appena uscita la madre,  stropicciava il gomito del braccio
    sinistro sulla palma della mano destra e diceva a denti stretti:
    - Rodetevi! Rodetevi!
    Poi  si  ricomponeva  la  veste  su  le  gambe,  si  alzava da sedere,
    gironzava un po' per la camera e,  finalmente,  eccola l,  presso  il
    cassettone  a  guardar sottecchi il regalo raccattato dalla madre.  La
    curiosit era pi forte della repulsione per il vecchio donatore.
    Si guardava nello specchietto a bilico,  si rialzava i capelli  dietro
    la  nuca  e  sorrideva  alla  propria  immagine:  il  visetto fresco e
    leggiadro apriva in quello specchio due occhi azzurri limpidi  e  gaj.
    Con quel sorriso,  pareva sussurrasse a se stessa: Birichina!.  E le
    veniva la tentazione di aprire quegli  astucci,  di  provarsi...  via,
    almeno gli orecchini... per un minuto, gli orecchini.
    - No,  questo  l'anello... M'andr certo troppo largo... No, preciso!
    oh guarda... par fatto apposta per il mio dito...
    E  si   ammirava   la   manina   bianca   inanellata,   avvicinandola,
    allontanandola,  piegandola or di qua or di l.  E poi gli orecchi con
    gli orecchini, e poi i polsi coi braccialetti, e poi sul seno la lunga
    catena d'oro  dell'orologino;  e,  cos  parata,  andava  a  farsi  un
    profondo inchino allo specchio dell'armadio:
    - A rivederla, signora Alcozr!
    E una gran risata.


    3.
    - Ecco...  va bene: io non ho fretta,  Marcantonio mio,  - diceva,  il
    giorno dopo,  don Diego al Rav,  nel Caff  del  "Falcone":  -  Per,
    ecco...  non per me, ma per il vicinato: sotto le finestre di casa tua
    (tu forse hai il sonno greve e non senti),  quasi ogni notte si  fanno
    serenate: chitarre e mandolini,  eh eh... Lo so: giovanotti allegri...
    Che bellezza, la giovent!  Sai chi sono?  I fratelli Salvo coi cugini
    Garofalo e Pep Alletto: chitarre e mandolini.
    - Vi giuro,  don Diego mio, che non ne so nulla, parola di galantuomo!
    Dite davvero?  Serenate?  Lasciate fare a me.  Or ora vi fo vedere io,
    se...
    - Dove vai?
    - In cerca di codesti signorini che mi avete nominati.
    - Sei matto? Siedi qua! Vuoi compromettermi?
    - Voi non c'entrate!
    -  Come non c'entro,  asino?  Ci guastiamo,  bada.  Senza tante furie.
    Soglio far le cose con calma, io. Son giovanotti,  e cantano: giovent
    vuol dire allegria... Sa cantare anche Stellina, m'hai detto? Bene; il
    canto mi piace. Dicevo soltanto per il vicinato che sta a sentire ogni
    notte,  e...  capirai,  le  male  lingue...  Tu dovresti consigliare a
    codesti giovanotti un po'  di  pazienza,  mi  spiego?  perch  hai  la
    "puella" gi sposa. Ma con buona maniera, con calma.
    - Lasciate fare a me.
    - Senza compromettermi, oh!
    La  sera di quello stesso giorno,  Marcantonio Rav,  imbattendosi per
    via in Pep Alletto, se lo chiam in disparte e gli disse:
    - Caro don Pep,  vi prego con buona maniera di lasciare in  pace  mia
    figlia;  se no, faccio come quel tale; lo vedete questo bastone? Ve lo
    rompo in testa la prima volta che vi vedo ripassare col naso  in  aria
    sotto le finestre di casa mia.
    Pep  Alletto  lo guard prima stordito,  come se non avesse compreso;
    poi si tir un passo indietro:
    - Ah si? E se io vi dicessi...
    - Che siete cognato di Ciro Coppa, bau bau? - comp la frase il Rav.
    - No! - neg, acceso di sdegno, il giovanotto.- Se vi dicessi che a me
    PERSONALMENTE bastoni su la testa non ne ha mai rotti nessuno?
    Il Rav si mise a ridere.
    - O non lo vedete che scherzo?  Ditemi voi stesso,  don Pep  mio,  in
    quali termini vi debbo pregare. Che volete da mia figlia? Se non siamo
    bestie,  proviamoci  a ragionare.  Voi siete nobile,  ma siete scarso,
    caro don Pep.  Anch'io  sono  un  pover'uomo  abbruciato  di  danari.
    Povert  non    vergogna.  Sapete  che  vi  voglio  bene: venite qua,
    ragioniamo.
    Gli pass una mano sotto il braccio e si avvi con lui, seguitando:
    - Quanto a ballare, lo so,  ballate come se non aveste fatto mai altro
    in  vita  vostra.  Anche  con gli speroni ai piedi,  m'hanno detto.  E
    sonare, sonate il pianoforte come un angelo... Ma,  caro mio don Pep,
    qui non si tratta di ballare, mi spiego? Ballare  un conto; mangiare,
    un altro.  Senza mangiare,  non si balla e non si suona. Debbo aprirvi
    gli occhi proprio io?  Lasciatemi combinare in pace  questo  benedetto
    matrimonio,  e  ajutatemi  anzi,  discane!  Il  vecchio   ricco,  ha
    settantadue anni e ha preso quattro mogli... Gli diamo ancora tre anni
    di vita?  L'avvenire poi  nelle mani di Dio.  Dite un po': quale  pu
    essere  l'ambizione  d'un onesto padre di famiglia?  La felicit della
    propria figliuola, ne convenite? Oh: chi  scarso  schiavo: schiavit
    e felicit possono andar d'accordo? No. Ergo,  prima base: denari.  La
    libert  sta  di casa con la ricchezza;  e quando Stellina sar ricca,
    non sar poi libera di fare ci che le parr e piacer? Dunque...  che
    dicevamo? Ah, don Diego... Ricco, don Pep mio! Ricchezze ne ha tante,
    che potrebbe lastricare di pezzi di dodici tar tutta Girgenti,  beato
    lui! Don Pep, accettatemi qualcosina qua al Caff...
    L'Alletto pareva caduto dalle nuvole: non sapendo che pensare di  quel
    discorso, guardava negli occhi il Rav sorridendo.
    Per  dir  la  verit  non  aveva  mai aspirato seriamente alla mano di
    Stellina; n questa,  per altro,  aveva mai dato motivo a lui di farsi
    qualche illusione,  pi che non ne avesse dato a tant'altri giovanotti
    che le gironzavano attorno. La ragazza, s, gli piaceva; ma sapeva pur
    troppo di non essere in condizione di prender  moglie,  e  neanche  ci
    pensava.  Viveva  con  la  madre settantenne,  che,  nella sua ingenua
    amorevolezza,  si ostinava a trattarlo ancora come  quand'aveva  dieci
    anni.  Povera santa vecchina!  Bisognava aver pazienza con lei;  anche
    per compensarla di tutto quello che le era  toccato  di  soffrire  col
    padre,  il quale in pochi anni aveva dato fondo a tutto il patrimonio;
    e n'era poi morto di crepacuore. Dalla rovina si era soltanto salvata,
    per miracolo, la vecchia casa, in cui abitava con la madre.
    Donna Bettina, nobile di nascita,  non voleva assolutamente permettere
    che  egli,  Pep,  entrasse in qualche impiego,  che forse il cognato,
    Ciro Coppa,  con le sue aderenze avrebbe  potuto  procurargli.  Ma  di
    questo,  Pep,  in fondo,  non s'affliggeva molto. Lavorare non era il
    suo forte. Ogni mattina tre ore,  per lo meno,  davanti allo specchio:
    abitudine!  Che poteva farci? Il bagno, le unghie lunghe da coltivare,
    poi pettinarsi, raffilarsi la barba, spazzolarsi.  E quando alla fine,
    sul far della sera,  usciva di casa,  pareva un milordino.  La vecchia
    casa,  al Rbato,  custodiva intanto gelosamente il segreto miserevole
    dei sacrifizii ostinati e delle pi dure privazioni.
    Ah,  se invece di nascere in quella triste cittaduzza moribonda, fosse
    nato o cresciuto in una citt viva,  pi grande,  chi sa!  chi sa!  la
    passione che aveva per la musica gli avrebbe forse aperto un avvenire.
    Una  forza  ignota nell'anima se la sentiva: la forza che lo tirava in
    certi momenti alla vecchia spinetta scordata della madre e gli  moveva
    le  dita  su  la  tastiera a improvvisare a orecchio minuetti e rond.
    Certe sere,  mentre contemplava dal viale  solitario,  all'uscita  del
    paese,  il  grandioso spettacolo della campagna sottostante e del mare
    l in fondo rischiarato dalla luna,  si sentiva preso da certi  sogni,
    angosciato  da  certe  malinconie.   In  quella  campagna,  una  citt
    scomparsa,  Agrigento,  citt fastosa,  ricca di marmi,  splendida,  e
    molle  d'ozii sapienti.  Ora vi crescevano gli alberi,  intorno ai due
    tempii antichi,  soli superstiti,  e il  loro  fruscio  misterioso  si
    fondeva  col  borbogliare  continuo  del  mare  in  distanza  e con un
    tremolo sonoro incessante, che pareva derivasse dal lume blando della
    luna nella quiete abbandonata, ed era il canto dei grilli, in mezzo al
    quale sonava di tanto in  tanto  il  "chi"  lamentoso,  remoto,  d'un
    assiolo.
    Ma  di  questi suoi strani momenti Pep si vergognava,  quasi,  con se
    stesso, temendo che i suoi amici se n'accorgessero. Che baja,  allora!
    No,  via;  neanche  a  pensarci:  l,  nella  vita  gretta,  meschina,
    monotona,  di tutti i giorni,  l  era  la  realt,  a  cui  bisognava
    adattarsi.
    Che gli diceva intanto il Rav?  che voleva da lui? Evidentemente quel
    buon uomo sospettava che tra lui e la figlia ci fosse qualche  intesa,
    per   la  quale  ella  non  volesse  acconsentire  al  matrimonio  con
    l'Alcozr.  Ebbene,  perch non lasciarlo  in  quell'inganno?  Promise
    d'usar prudenza e di farne usare agli amici Salvo e Garofalo, e n'ebbe
    in  ricambio l'invito alle prossime nozze,  a nome anche dell'Alcozr,
    che:
    - Non  cattivo, in fondo, poveraccio!  - concluse don Marcantonio.  -
    Che  volete farci?  ha la mania delle mogli: non pu farne a meno.  Ma
    questa, se Dio vuole, sar l'ultima! Gli diamo,  s e no,  tre anni di
    vita? Gliel'ho detto avanti: Caro don Diego, siamo della vita e della
    morte;  carte in regola!.  E lui,  bisogna dir la verit: subito! non
    m'ha nemmeno lasciato finire.  Cosicch,  mi spiego?  su questo punto,
    siamo a cavallo.  Non dico per me, dico per mia figlia, beninteso! Poi
    Stellina...  ci penser lei...  Debolezze,  don Pep: dicono  che  don
    Diego riprende moglie perch,  stando solo,  ha paura degli spiriti...
    Gi!  Credo che di notte gli appaja la Morte con l'ali.  E se lo porti
    via presto,  don Pep!  Le darei una mano io per caricarselo meglio su
    le spalle...  Ma gi,  non pesa venti chili...  Ai vostri  comandi,  e
    baciamo le mani. Mosca per, don Pep: mi raccomando.


    4.
    Circa  due  mesi  dopo  si  celebrarono  in  casa  Rav le nozze tanto
    combattute.
    Don Diego indoss per la quinta volta la  lunga  napoleona  memore  di
    quattro  sponsali;  non  per  avarizia,  ma perch veramente era ancor
    nuova,  sebbene di taglio antico,  custodita per  tanti  anni  con  la
    canfora  e  col pepe nella cassapanca di noce stretta e lunga come una
    bara.  Gi per il cortile le  grosse  papere  non  lo  riconobbero  in
    quell'insolito arnese,  e coi lunghi colli protesi lo inseguirono fino
    al portone strillando come indemoniate.
    Eh eh, le anime delle defunte mogli!,  pens don Diego,  arricciando
    il naso; e, correndo, se le cacciava dietro con le mani. - Sci! sci!
    Marcantonio  Rav  aveva  largheggiato  molto  negli inviti,  volendo,
    almeno in apparenza, il consenso popolare. Nessuno gli levava dal capo
    che la disapprovazione di tutti gli amici e conoscenti non  fosse  per
    invidia  della  fortuna che toccava alla figlia.  E aveva preparato un
    lauto trattamento a maggior dispetto degli invidiosi.
    Don Diego fu molto complimentato.  Ma non era  vecchio  per  nulla,  e
    accolse con la sua solita risatina fredda tutti quei complimenti.
    Per Stellina,  parata di bianco e di zagare,  nella pompa della festa,
    la  commiserazione   sorgeva   spontanea,   di   nascosto,   dopo   le
    congratulazioni   che   ciascuno   degli   invitati   le  porgeva  per
    convenienza,  ma senza troppa  effusione,  per  timore  non  dovessero
    sfrenar in lei qualche scoppio di pianto.
    Presto  il  Rav  cominci  a  notare  un  certo  impaccio nella sala.
    L'aspetto di Stellina raggelava la festa.  Invano cerc di  promuovere
    comunque un po' di brio,  incitando ora questo ora quello.  Di tutti i
    convitati solo a Pep Alletto,  venuto coi tre fratelli Salvo  (Mauro,
    Tot e Gasparino), riusc alla fine a comunicare un po' di fuoco.
    - Don Pep, spetta a voi! Mi raccomando.
    Pep  sent  in  questa  raccomandazione  la  conferma di quel curioso
    discorso tenutogli tempo addietro.  Sorrise,  guard la mesta  sposina
    che gli parve pi bella nello splendido candore dell'abito nuziale,  e
    Perch no? disse tra s.  Si mise al pianoforte,  son,  cant,  poi
    spinse gli altri a ballare e finalmente riusc a ravvivare il festino.
    Tutti  gliene furono grati,  e pi di tutti don Marcantonio.  Stordito
    nell'allegria da lui stesso promossa, egli ora guardava don Diego,  il
    vecchio  sposo,  come  per  compassione;  e gli altri,  come per dire:
    Compatitelo, poveretto; il vero sposo poi, qua, sar io.
    E nel chiudersi della festa, di cui fu l'anima,  anzi l'eroe,  tutti i
    convitati  lo ammirarono tanto e tanto lo lodarono sia per il ballare,
    sia per come comandava le danze e come sonava il pianoforte,  che a un
    certo punto, irresistibilmente, gli scapp detto:
    - So anche il francese...
    Se  non  che  la  tempesta,  fin  li  stornata,  scoppi  a un tratto,
    inaspettatamente. Don Diego,  per mostrarsi galante,  volle porgere un
    bicchierino   di   rosolio  alla  sposa.   Poverino:  fu  una  cattiva
    ispirazione: le mani gli  tremavano,  anche  per  l'emozione:  e  cos
    gliene vers qualche gocciolina su la veste,  poco poco... Se le donne
    che le sedevano accanto avessero fatto le viste di  non  accorgersene,
    Stellina avrebbe forse saputo contenersi ancora; ma quelle invece, no:
    tutte  premurose  le  si chinarono attorno coi fazzoletti a pulire,  e
    allora, Stellina,  si sa,  ruppe in singhiozzi,  cadde in una violenta
    convulsione di nervi.
    Tutti accorsero a lei. Si gridava:
    - Largo! Largo! Slacciatela!
    Due  giovanotti  la  sollevarono  su  la  seggiola  e  la portarono in
    un'altra stanza.  Don Diego rimase avvilito,  col bicchierino in mano,
    pi tremante che mai: buttava il resto sul tappeto, adesso! Invano don
    Marcantonio   si   sbracciava   a   rimetter  l'ordine  a  tranquillar
    gl'invitati, ripetendo: - L'emozione, si sa!  l'emozione!  -.  Nessuno
    gli  dava  retta,  tutti  erano  addolorati  della  sorte della povera
    Stellina,  i cui pianti e,  pi penose dei pianti,  le risa  convulse,
    giungevano attraverso gli usci chiusi.
    Pep  Alletto,  pallido,  mortificato,  s'era  lasciato  cadere su una
    seggiola e,  con gli occhi socchiusi,  si faceva vento col fazzoletto.
    Due  lagrime,  che  non  erano di vino,  gli rigarono il volto fino ai
    baffi immelanconiti.
    -  Che  hai,   Pep?   -  gli  domand  Mauro  Salvo,   vedendolo   in
    quell'atteggiamento.
    Pep lev il capo e, aprendo forzatamente le labbra a un sorriso vano,
    rispose con voce malferma:
    - Niente... mi sento... non so...
    - Hai bevuto?
    - Mi ha fatto tanta pena,  - disse Pep,  non degnando di rispondere a
    quella domanda volgare.
    - Hai ragione,  s,  - riprese l'amico.  -  Anche  a  me,  ma  andiamo
    intanto: t'accompagner a casa. Vedi? Gi se ne vanno tutti...
    Volle prenderlo sotto braccio; Pep si ritrasse, risentito:
    - Ma no, lasciami, grazie! mi reggo benissimo.
    -  L'emozione!  Scusate tanto...  Grazie dell'onore...  L'emozione!...
    Buona sera.  e grazie...  Scusate...  - diceva a questo e a quello  il
    Rav, distribuendo saluti, strette di mano e inchini nella saletta.
    Gl'invitati  andarono  via in silenzio,  gi per la scala,  come tanti
    cani bastonati.  Era gi sonata la  mezzanotte;  i  lampionaj  avevano
    spento i fanali,  e la via lunga, deserta, era a mala pena rischiarata
    dalla luna che pareva corresse dietro un leggero velario di nuvole.
    - Chi sa che tragedia stanotte!  - sospir a voce un po' alta,  appena
    fuori della porta, Luca Borrani, uno degli invitati.
    Pep  Alletto,  nel  passargli  accanto  col  Salvo,  colse  a volo la
    sconveniente allusione, e gli grid sul muso:
    - Porco!
    Il Borrani, botta e risposta:
    - Va' l, pulcinella! - E uno spintone.
    L'Alletto alz allora il bastone e  gi,  su  la  testa  del  Borrani;
    quindi,  all'improvviso,  uno  schiaffo.  Ne nacque un parapiglia,  un
    trambusto indiavolato: braccia e bastoni per aria, schiamazzo, strilli
    di donne, lumi e gente a tutte le finestre delle case vicine,  abbajar
    di cani, e tutte quelle nuvolette che correvano nel cielo.
    - Che  stato? che  stato?
    Gi per la via la folla agitata si allontanava confusamente, vociando.
    E la gente accorsa coi lumi alle finestre rimase a lungo incuriosita a
    spiare  e  a  far  supposizioni  e  commenti,  finch  la folla non si
    perdette nel bujo, in lontananza.



    5.
    - Nossignore, bestia! T'insegno io come si fa in questi casi. Lsciati
    servire da me.
    Ciro Coppa,  tozzo,  il petto e le spalle poderosi,  enormi,  per  cui
    pareva anche pi basso di statura,  il collo taurino, il volto bruno e
    fiero,  contornato da una corta barba riccia,  folta e  nerissima,  la
    fronte resa ampia dalla calvizie incipiente,  gli occhi grandi,  neri,
    pieni di fuoco,  passeggiava per il suo studio d'avvocato con una mano
    in  tasca,  nell'altra  un  frustino  che  batteva nervosamente su gli
    stivali  da  caccia.  Le  bocche  di  due  grosse  pistole  apparivano
    luccicanti su le nche, oltre la giacca.
    Pep  Alletto  era  venuto  da  lui  per consiglio.  Aveva ricevuto la
    mattina stessa una lettera del Borrani.  Questi non intendeva sfidarlo
    per  l'insulto e lo schiaffo a tradimento della sera avanti,  perch -
    diceva - alla cavalleria suol ricorrere chi ha paura, e lui non voleva
    nascondersi dietro le  finte  e  le  parate,  tenendo  per  burla  una
    sciabola  in  mano: lo metteva pertanto in guardia: lo avrebbe preso a
    calci, ovunque lo avesse incontrato, foss'anche in chiesa.
    Pep Alletto avrebbe voluto che il Coppa si recasse  dal  Borrani  per
    fargli ritirare,  con le buone o con le cattive,  questa lettera.  Non
    che avesse paura; non aveva paura di nessuno, lui: ma, ecco, a farla a
    pugni, come i ragazzacci di strada, si sa!  per la sua complessione...
    cos  mingherlino...  avrebbe  avuto  la  peggio: di fronte a lui,  il
    Borrani era un colosso. E poi, quando mai s'era inteso? calci,  pugni,
    tra gentiluomini...
    - Lsciati servire da me! - ribatt il Coppa, fermandosi in mezzo allo
    scrittojo  e indicando col frustino al cognato la scrivania.  - Li c'
    carta, penna e calamajo. Siedi e scrivi.  Con una botta di penna te lo
    riduco io a ragione.
    - Debbo dunque rispondere? - arrischi timidamente Pep.
    Ciro batt forte il frustino su la scrivania.
    - Ti dico siedi e scrivi, babbeo! Ti detto io la risposta.
    Pep  si  alz  perplesso,  come  tenuto tra due,  e and a sedere sul
    seggiolone di cuojo davanti alla scrivania,  su cui appoggi i gomiti,
    prendendosi la testa tra le mani e sospirando. Poi disse:
    - Scusa... permetti? Vorrei, ecco... vorrei farti notare che la...
    - Che cosa?
    - La mia posizione  alquanto...  non saprei...  delicata.  Perch io,
    jersera, per dir la verit... per tante ragioni... forse, ecco...  non
    ero bene in me. Non vorrei ora compromettere...
    -  Che compromettere!  - esclam il Coppa,  spazientito.  - L'insulto,
    l'hai raccolto? S: tanto  vero, che gli hai appoggiato uno schiaffo.
    - E basta!  - osserv Pep.  - Lui doveva sfidarmi:  non  l'ha  fatto;
    dunque...
    - Dunque lo farai tu! - concluse Ciro, aprendo le braccia.
    - Io? E perch? - replic, stupito, Pep.
    -  Perch  sei  un  cretino!  perch non capisci nulla!  - gli url il
    cognato. - Siedi e scrivi! Adesso vedrai.
    Pep alz le spalle, imbalordito; poi domand con aria desolata:
    - Che debbo mettere in capo alla lettera?
    - Niente,  n  sci  n  passa  l!  -  rispose  Ciro  rimettendosi  a
    passeggiare, concentrato in s, e stirandosi con due dita i peli della
    moschetta.  -  Comincia  cos:  "La  vostra  lettera...  -  la  vostra
    lettera... -  degna d'una persona" virgola...  - "la vostra lettera 
    degna d'una persona...  che star dovrebbe..." scrivi!  "...  coatta...
    coat-ta", tutt'una parola.
    - Lo so!
    - "...  che star dovrebbe coatta nei bagni e nelle galere"  virgola...
    "anzich...  an...  zich", con una sola "c", "libera e sciolta... tra
    il consorzio della gente civile" punto ammirativo. Hai scritto?
    - "Gente civile"! scritto.
    - A capo.  "Ma  se  voi  siete...  ma  se  voi  siete  un  mascalzone"
    virgola...  "io  sono  un  gentiluomo"  punto  e  virgola  "e  non  mi
    lascer... trascinare da voi ad altro scandalo" punto e seguitando. "E
    poich ho avuto la disgrazia..." cos!  "la disgrazia di sporcarmi  la
    mano sul vostro viso" virgola "spetta a me... spetta a me per riguardo
    alla  mia persona e al mio nome..." hai scritto?...  "di rialzarvi dal
    fango" virgola "in cui vorreste appiattarvi" punto e  seguitando.  "Vi
    uso  perci  la  generosit...  ge-ne-ro-si-t...  d'inviarvi due miei
    rappresentanti...  col pi  ampio  mandato"  virgola...  "i  quali  vi
    restituiranno  la sozza lettera" virgola...  "che con vigliacco ardire
    m'avete spedita stamani". Punto. Hai scritto? Adesso firmala: "G. nob.
    Alletto", nient'altro. Hai firmato? Rileggimela.
    Pep rilesse la lettera,  ingegnandosi di dare alle parole  la  sonora
    sprezzante espressione del cognato.
    - Benissimo!  - approv questi. - Scritta come Dio comanda. Una busta,
    e scrivi l'indirizzo. Penser io a fargliela recapitare insieme con la
    sua lettera.  Non darti pensiero dei padrini: te li trovo  subito  io.
    Via  i  Salvo,  via  i  Garofalo!  buffoncelli,  che non fanno al caso
    nostro. Tu va' s da tua sorella Filomena che, poverina, da due giorni
    sta peggio del solito. Se il medico non me la guarisce subito,  finir
    che lo bastono. Basta. Io debbo recarmi al Tribunale; poi gi di corsa
    in  campagna,  a  tirar gli orecchi a quel boja del gabellotto.  Terre
    morte,  perdio,  che non ci si ripiglia il giogtico...  Che hai?  che
    corno hai? Paura?... Mi guardi come uno stupido...
    Pep  si  scosse,  sorpreso  da  quell'uscita  improvvisa,  e  sbuff,
    seccato:
    - Nient'affatto! Paura?... La testa, Ciro! mi sento la testa... non so
    come, da jersera...
    - Di' ch'eri ubriaco, figlio mio;  ci farai miglior figura!  - osserv
    Ciro con aria di sdegnosa commiserazione.  - Va',  va' s da Filomena.
    Io torno stasera,  diglielo.  Tu intanto sta' s ad  aspettare  i  due
    amici. Occhio vivo, e senza paura!
    Tolse  da  un  cassetto della scrivania alcune carte e se n'and,  col
    cappello a cencio buttato su un orecchio e il  frustino  in  mano,  al
    Tribunale.


    6.
    Pep  trov  la  sorella  che  si aggirava come un'ombra per le stanze
    quasi al bujo.  Pareva gi vecchia a trentaquattro anni: un male,  che
    ancora  i medici non riuscivano a precisare,  la consumava da parecchi
    mesi; ma di questo ella non si lagnava,  considerandolo come una lieve
    giunta  ai  tanti  danni  della sua vita.  Non si lagnava veramente di
    nulla,  neanche di non poter vedere la madre,  gi da anni in  rottura
    mortale col genero.  Avrebbe avuto tanta consolazione anche dalla sola
    vista di lei! Ma donna Bettina aveva giurato di non rimetter piede mai
    pi in casa del Coppa; ed ella, per la gelosia feroce del marito,  non
    che  uscire  di casa,  non poteva neppure sporgere un po' il naso fuor
    della finestra. Non glien'importava pi;  non si crucciava pi nemmeno
    in  cuore  della  sorte  tristissima  che  le  era toccata,  nascendo.
    L'amarezza d'una totale remissione le si  leggeva  ormai  negli  occhi
    silenziosi, costantemente assorti in una pena ignota, indefinita.
    - Filom, come ti senti?
     Ella  alz  le  spalle  e apr un po' le braccia,  in risposta.  Pep
    sbuff per il naso; poi riprese:
    - Non si potrebbe aprire un tantino la finestra?
    - No! - grid subito Filomena. - Se, Dio liberi, venisse a saperlo!
    - Non c',   andato al Tribunale;  poi  andr  in  campagna;  torner
    stasera...
    - Pep,  per piacere, lascia star chiuso. Lo sa Dio quanto desidererei
    prendere una boccata d'aria. Ma ormai sono arrivata,  Pep;  lo sento,
    ne ho poco di questa prigionia. Ringraziamo Dio in cielo e in terra!
    - Non dire bestialit! - esclam Pep, commosso.
    -  Mi  dispiace  solo - riprese con la stessa voce stanca la sorella -
    per i figli  miei,  povere  anime  innocenti...  Ma  per  me  sar  la
    liberazione...  e anche per lui, per Ciro. Non lo dico per male, bada!
    Voi Ciro non lo conoscete: ne vedete  solo  i  difetti...  questa  sua
    gelosia feroce,  per esempio...  Ma mi vuol bene,  sai, a suo modo: lo
    dimostra cos!  Non doveva prender moglie,  ecco tutto: era  nato  per
    un'altra vita... che so! per far l'esploratore...
    - Gi - approv Pep, - tra le bestie feroci...
    -  No no,  - corresse amorevolmente Filomena.  - Voglio dire,  per una
    vita di rischi, e libera... Tu lo vedi,  eccessivo in tutto,  e in un
    piccolo paese,  tra la meschinit della vita di tutti i giorni, con le
    sue esuberanze pare anche ridicolo talvolta...  Tutti  i  torti  vuole
    aggiustarli  lui...  E una povera donna come me,  qui rinchiusa,  deve
    vivere per forza in continua apprensione...
    Pep approvava col capo,  e quella sua approvazione era insieme  segno
    di compianto per la sorella;  guardava nella penombra la ricca mobilia
    della stanza,  e tra s  diceva:  T'ha  fatto  ricca;  ma  che  n'hai
    goduto?.
    A  questo  punto  entr  la  servetta  ad annunziargli che qualcuno lo
    attendeva  gi  nello  studio.  Pens  che  fossero  i  padrini  (cos
    presto?),  e  s'affrett  a discendere;  trov invece nello studio don
    Marcantonio Rav tutt'ansante e scalmanato.
    - Don Pep mio, che avete fatto? Non me ne so dar pace!
    - Il mio dovere, - rispose Pep, breve, serio e compunto.
    - Ma com' nata codesta lite maledetta? E ora che avverr?
    - Nulla... non so... Ma state pur sicuro che la signorina... cio,  la
    signo...
    -  Dite signorina,  dite signorina,  don Pep!  Ah,  se sapeste...  Ho
    l'inferno  in  casa.   Urli,   strilli,   convulsioni...   Si   ricusa
    assolutamente  di  seguire  il marito!  E jersera m' rimasta in casa,
    capite?  signorinissima!  Oggi la  stessa  storia.  Non  vuol  neanche
    vederlo!  Don  Diego  se  ne  sta  dietro  l'uscio  a sentire,  e n'ha
    sentite... pensateci voi!  Io...  io per me non so pi dove battere la
    testa...  Ci  voleva  per  giunta  quest'altro guajo qui...  il vostro
    duello! Dovete per forza fare il duello?
    - E' necessario, - rispose Pep, accigliato - siamo uomini... Le cose,
    del resto, sono arrivate a tal punto, che...
    - Ma nient'affatto!- lo interruppe don Marcantonio.  -  Che  uomini  e
    uomini...  chi  ve  l'ha  messo in capo?  Siete stato tanto buono voi,
    jersera, don Pep mio... E ora, in compenso, vi tocca fare il duello?
    - E' necessario,  - ripet l'Alletto con aria grave e pur malinconica.
    -  Credete,  peraltro,  che me n'importi?  Non m'importa pi di nulla,
    ormai. Possono anche ammazzarmi: ci avrei anzi piacere.
    - Un corno! - gli grid, quasi con le lagrime a gli occhi, il Rav.  -
    Importa  a  chi  vi  vuol  bene...  Scusate  se  ve lo dico,  siete un
    minchione! Credete che tutto sia finito per voi?  Date tempo al tempo,
    non vi precipitate...  lasciate fare il duello a chi ci prova gusto, a
    chi ve l'ha messo in capo...  Dite la verit,   stato vostro cognato?
    Lui,  vero? L'ho immaginato subito!
    Non  pot  continuare.  Entravano  nello  studio Gerlando D'Ambrosio e
    Nocio Tucciarello,  i due padrini scelti da Ciro: il D'Ambrosio  alto,
    biondo,  con le spalle in capo,  miope, il mento e la guancia sinistra
    deturpati da una lunga cicatrice; l'altro, tozzo,  barbuto,  panciuto,
    dall'andatura stentatamente bravesca.
    - Pep, a gli ordini tuoi! Benedicite, grosso Marcantonio! - salut il
    D'Ambrosio.
    Nocio Tucciarello non disse nulla; contrasse soltanto una guancia come
    per fare un mezzo sorriso e chin appena il capo.
    - Accomodatevi, accomodatevi, - propose Pep, premuroso, con gli occhi
    ora all'uno ora all'altro.
    -  Tante grazie,  - parl il Tucciarello,  rifacendo con la guancia la
    smorfia di prima e alzando lentamente una mano in  segno  negativo.  -
    Noi,  caro  don Pep,  col permesso del nostro caro sidon Marcantonio,
    avremmo da dirvi una parolina.
    - Debbo andarmene?  -  chiese  angustiato  il  Rav  a  l'Alletto.  E,
    volgendosi ai due sopravvenuti: - So tutto,  signori miei;  anzi,  ero
    venuto...
    Il Tucciarello lo interruppe,  posandogli  leggermente  una  mano  sul
    petto.
    -  Non  c' bisogno che aggiungiate altro.  Caro don Pep,  l'affare 
    combinato secondo il nostro desiderio.  L'amico,  appena ci ha veduti,
    ha cambiato avviso.  Gnors.  Ci ha detto che intendeva di far le cose
    per benino.  E  anche  noi!,  gli  abbiamo  risposto,  naturalmente.
    Insomma,  poche  parole;  un  solo,  brevissimo  abboccamento  coi due
    padrini avversarii,  e tutto combinato: arma,  la sciabola;  finch  i
    medici non dicono basta. Siamo intesi? Domattina, alle sette in punto,
    io  e Gerlando saremo alla porta di casa vostra: la carrozza,  per non
    dar sospetto,  ci attender col medico alla punta  della  Passeggiata,
    fuori del paese, donde scenderemo a Bonamorone. Mi spiego?
    -  Sta bene,  sta bene,  - s'affrett a rispondere Pep,  con la vista
    intorbidata  dall'interna  agitazione,  affermando  ripetutamente  col
    capo. - Alle sette, sta bene.
    -  Ma che diavolo dite,  don Pep!  - scatt s don Marcantonio.  - Vi
    portano al macello, e sta bene?  Signori miei,  scherzate o dove avete
    il  cervello?  Metter  di  fronte  cos due giovanotti a cui il sangue
    bolle nelle vene?  Io  son  padre  di  famiglia,  santo  e  santissimo
    diavolone!
    - Piano col diavolo,  don Marcanto'!  - disse allora Nocio Tucciarello
    pacatamente,  un po' accigliato,  con un lento  gesto  della  mano.  -
    Quando in un affar d'onore c' di mezzo il signor me, nessuno, neanche
    il  figlio  di  Domineddio,  deve pi metterci becco.  Se voi avete da
    darmi comandi, sono a vostra disposizione.
    - E che c'entra questo, Signore Iddio? - esclam il Rav. - Io parlo a
    fin di bene; che c'entrano i comandi? sono il vostro servo umilissimo,
    don Nociarello mio!  Dico per il come si chiama...  il duello!  Se  ne
    potrebbe fare a meno... Pensate alle conseguenze, signori miei! In fin
    dei  conti,  don Pep ha dato di porco e ha ricevuto di pulcinella,  
    vero? ha dato una bastonata e ha ricevuto uno spintone; dunque, pari e
    patta, e affar finito. Ora il duello perch?
    -  Domandatelo  all'illustrissimo  avvocato  Coppa!   -   rispose   il
    Tucciarello con la stessa aria spocchiosa. - Noi abbiamo servito lui e
    don  Pep qui presente,  che si merita questo e altro.  Domattina alle
    sette, dunque, e baciamo le mani.
    I due padrini andarono via, seguiti da don Marcantonio, cui premeva di
    far intendere al Tucciarello, umilmente, il suo pensiero.


    7.
    Pep rimase a riflettere nello studio, passeggiando.
    Vediamo, vediamo..., diceva a se stesso,  per chiamare a raccolta le
    proprie  forze  e  persuadere  i  nervi  agitati  a  calmarsi.  Ma nel
    cervello, chi sa perch,  gli s'accendevano guizzi di pensieri alieni;
    contraeva tutto il volto.  - Per una sciocchezza! - esclamo alla fine,
    esasperato, alzando un braccio.
    Subito, sorpreso dalla sua stessa voce, si guard attorno,  per timore
    che  qualcuno  avesse potuto sentirlo,  e fece un rapido mulinello col
    bastone.
    Non aveva paura, lui.
    Era vero per che si trovava in quel frangente - col rischio anche  di
    lasciarci  la  pelle...  (eh  s,  tutto  era  possibile!)  -  per una
    sciocchezza.  Poteva bene far le viste  di  non  avere  inteso  quelle
    parole del Borrani.  Che glien'importava, in fondo? che c'entrava lui?
    Ci s'era messo quasi per ridere, in quell'avventura, non perch avesse
    preso  sul  serio  il  discorso  del  Rav,   quella  mezza   promessa
    sottintesa,  senz'alcun  valore.  S,  ma  intanto,  ecco:  ridendone,
    scherzando, egli era adesso sul punto di battersi per quella donna.  E
    qualche  diritto,  ora,  sul serio cominciava ad acquistarlo su lei...
    Perbacco,  rischiava la  vita!  Non  aveva  mai  tenuto  in  mano  una
    sciabola; non sapeva nulla, proprio nulla, di scherma. Si vide addosso
    il Borrani,  alto robusto e impetuoso con l'arma in pugno,  terribile;
    sent mancarsi il fiato,  e scapp via dallo studio,  all'aria aperta,
    smanioso di veder gente.
    Per  istrada  per,  quasi  avesse gli occhi abbagliati,  non riusc a
    distinguer nulla: una gran confusione,  come se la  gente  e  le  case
    tremolassero  tutte  nel sole.  Le orecchie gli ronzavano.  S'avvi in
    fretta,  istintivamente,  verso casa.  Entrando per Porta Mazzara  nel
    sobborgo  Rbato,  subitamente  gli  venne  al  pensiero  la madre,  e
    s'intener fino alle lagrime.
    - Povera mamma!
    La trov,  al solito,  in giro per le  ampie  camere  con  un  piumino
    spennato  in una mano,  un rosario nell'altra: labbreggiava avemarie e
    spolverava,  accostandosi ora a  questo  ora  a  quel  vecchio  mobile
    d'antica foggia, come per andargli a confidare quelle sue preghiere.
    Della  pulizia di casa donna Bettina s'era fatta quasi una fissazione;
    tanto che, sentendo sonare il campanello della porta,  non mancava mai
    di gridare, anche dalla stanza pi intima e remota:
    - Nettatevi le scarpe!
    Ma,  ripulendo di continuo l'antica mobilia,  come attendendo alle pi
    umili faccende domestiche, serbava sempre un contegno dignitoso,  come
    se  non  sapesse  quel che faceva.  Teneva annodata sul capo un'enorme
    treccia finta,  ma di capelli suoi,  gi da molto tempo caduti,  color
    nocciuola, in stridente contrasto con quei pochi argentei che le erano
    rimasti  intorno  alla  fronte.  Reggeva questa treccia un pizzo nero,
    annodato sotto il mento.  La palma e il dorso  delle  mani  piccole  e
    bianche,  inanellate,  erano protetti da un pajo di guanti senza dita;
    le spalle da uno scialletto di seta nera,  ormai inverdito.  Celare  a
    gli  altri  e sopportare con la massima dignit la miseria,  come ogni
    altra sventura della vita,  era studio costante di donna  Bettina,  la
    quale,  per esempio,  a non pochi sacrifizii s'era costretta perch un
    pajo  d'occhiali  legati  in  oro,   le  accavalciasse  il  bel   naso
    aristocratico.
    Nel volto, se non pi nel corpo, serbava ancora la traccia dell'antica
    bellezza,  che  tante  e  tante  fiamme  aveva  destate nella giovent
    mascolina dei suoi tempi. Di lei s'era invaghito anche,  perdutamente,
    ma con poca fortuna,  don Diego Alcozr. Era allora anche ricca, oltre
    che di nobile  casato  e  cos  bella!  Maritata  giovanissima  a  don
    Gerlando  Alletto,  in  trent'anni di matrimonio,  ne vide per d'ogni
    colore. Ma tutto ormai ella aveva perdonato al marito defunto,  tranne
    una cosa sola, di cui pareva non si potesse dar pace; che egli cio la
    avesse sempre chiamata, per mero capriccio, Sabettona.
    -  Scempiaggine!  -  soleva dire.  - Perch io sono sempre stata cos:
    bassina e fina fina.
    Vedendo entrare il figlio,  non interruppe la preghiera n si distolse
    d'accostarsi  alla  grande mensola,  verso la quale era avviata.  Solo
    quando ebbe passato il piumino sul piano di marmo di quel  mobile,  si
    volse a Pep e fe' cenno di domandargli,  con una mossettina del capo,
    e socchiudendo un po' gli occhi, che cosa avesse.
    - Nulla, - le rispose Pep.
    Ed ella gli sorrise,  senza smettere di pregare e di compire  il  giro
    della casa col piumino spennacchiato in mano.
    Pep  la  segu con gli occhi,  frenando a stento la commozione che lo
    spingeva ad accorrere verso la madre e a stringersela forte  forte  al
    petto.
    Se io venissi a mancarle!, pens.
    Ah,  egli  sapeva  bene  che  colpo  sarebbe  stato  per  la sua santa
    vecchietta! Sent rimorso del fastidio che aveva fin allora provato di
    certe esigenze amorose della madre,  la quale voleva  perfino  che  si
    coricasse ancora, come da ragazzo, nella stessa camera con lei.
    S,  s,  sempre con te,  mammuccia mia!,  diss'egli a se stesso.  E
    sentendo di non poter pi dominarsi, and a chiudersi in una camera.
    Parecchie volte la madre,  a tavola,  vedendo che Pep non mangiava  e
    stava invece a guardarla insistentemente, gli domand:
    - Che hai?
    - Nulla... nulla... - le rispose sempre, con tenerezza, Pep.
    Allora  donna Bettina alz un dito della mano a met inguantata,  e lo
    minacci sorridendo:
    - Io lo so!  -  gli  disse.  -  S'  maritata,    vero?...  con  quel
    vecchiaccio stolido...
     Pep arross, poi scosse malinconicamente il capo:
    - No, - le rispose, - non ci pensavo affatto...
    - Bene,  bene...  - approv la madre.  - Non ci pensare... Non era per
    te...  Poi la troverai,  quella che sar per te.  Per ora  non  vorrai
    lasciar sola questa tua vecchia mamma, non  vero?
    Pep non seppe trattenersi pi: angosciato, prese una mano della madre
    e se la strinse forte su le labbra:
    - No, no, - le mormor sopra, carezzandola con l'alito e baciandola, -
    mai, mai, mamma mia!
    Si  alz di tavola.  Disse che voleva tornar da Filomena per vedere se
    stesse meglio,  e usc di casa.  Donna Bettina,  sentendo  nominar  la
    figlia,  si  turb.  Non  voleva saper pi nulla di lei.  Quando s'era
    guastata col genero,  appunto per  causa  di  lei,  per  il  supplizio
    ch'egli  le  infliggeva,  le  aveva  ingiunto di lasciare i figli e di
    venirsene a casa sua. Naturalmente Filomena s'era rifiutata,  e allora
    ella le aveva detto che,  finch stava col marito,  sarebbe stata come
    morta per lei. Scurita in viso,  segu con gli occhi il figlio,  senza
    domandargli nulla.
    Ciro torn tardi dalla campagna.
    -  Son  venuti  i  padrini?  - domand per prima cosa a Pep,  e volle
    sapere le condizioni del duello.  - La sciabola?  Avrei  preferito  la
    pistola o la spada. Basta. Rimani a cena con noi.
    Dopo  cena,  sapendo  che  Pep  non era buono neanche a maneggiare un
    temperino,  lo fece ridiscendere con lui nello studio per  insegnargli
    un colpo sicuro.
    -  Sono  un  po' fuori d'esercizio;  ma,  all'occorrenza...  Tieni!  -
    raffibbi,  togliendo da un angolo due frustini  e  porgendone  uno  a
    Pep. - Fa' conto che siano sciabole.
    Su  la  scrivania  ardeva  il  lume,  che  rischiarava  a mala pena lo
    stanzone. Nella casa, tutt'intorno, silenzio di tomba.
    Pep era al  colmo  dell'avvilimento:  quel  frustino  in  mano  e  la
    saccenteria  spavalda del cognato che l'atteggiava in guardia dandogli
    colpetti sulle gambe,  gli parevano uno scherzo fuor  di  luogo.  Ciro
    intanto  gridava,  spazientito,  senz'intendere che col suo gridare lo
    imbalordiva peggio. Si dispose anche lui in guardia di fronte a Pep e
    cominci a insegnargli il colpo infallibile. Dlli e dlli,  alla fine
    si  riscald  sul serio,  s'imbestial e,  gridando: - Mi rammento dei
    tempi antichi!  - si slanci in un assalto furibondo contro il  povero
    cognato  che,  riparandosi la testa con le braccia,  si chin sotto la
    furia delle fischianti frustinate, gridando ajuto e misericordia.
    Accorse col lume in mano la sorella:
    - Ajuto! Ajuto! S'ammazzano! Ciro! Pep!
    - Zitta,  bestia!  Zitta!  - le url ansante e  raggiante  il  marito,
    lasciando Pep che guaiva. - Non vedi che stiamo scherzando?


    8.
    Il  Rav  attendeva  impaziente  da  circa  due  ore,  appoggiato alla
    ringhiera di ferro del viale all'uscita del paese,  con gli occhi a un
    punto  noto dell'ampia,  verde,  vallosa campagna che s'apre a pi del
    colle,  su cui pare che Girgenti  sia  sdrajata.  Di  tanto  in  tanto
    sbuffava  e  moveva  qualche  passo  o  dava uno scrollo poderoso alla
    ringhiera,  tenendo sempre gli occhi fissi laggi,  alla macchia fosca
    dei cipressi del camposanto, a Bonamorone. E borbottava:
    - Giusto l, sicarii! Uccellacci di malaugurio!
    A quell'ora la Passeggiata era deserta.  Un soldato a una finestra del
    grigio  casermone  dirimpetto  lustrava  uno  stivale,   fischiando  a
    distesa. Per lo stradone polveroso sotto la Passeggiata passavan carri
    carichi  di  brocche  d'acqua,  tirati da stanchi asinelli,  a cui gli
    acquajoli non risparmiavano il peso del loro  corpo,  dopo  la  penosa
    salita  dalla sorgente d'acqua potabile laggi,  presso il camposanto.
    Don Marcantonio si curvava su la ringhiera, e li chiamava dall'alto:
    - Di', di': hai visto due carrozze stamane, per tempo, laggi?
    Nessuno aveva visto nulla.
    Che siano andati altrove?,  si domandava tra le smanie il  Rav.  O
    che sieno tornati s da un'altra parte?  Non  possibile!  Questa  la
    via pi corta. Devono tornar di qua! di qua!
    E batteva le manacce su la ringhiera arrugginita.
    - Ti possa seccar la lingua!  - grid alla fine  al  soldato  che  non
    smetteva pi di fischiare dalla finestra del casermone.
    Don  Marcantonio  aveva rimorso di quel duello,  come se davvero fosse
    avvenuto per causa sua, per quel discorso cio,  che egli aveva tenuto
    a  l'Alletto  poco  prima delle nozze della figlia.  Non aveva difatti
    quel povero giovanotto preso le parti  di  Stellina,  come  se  questa
    fosse stata veramente sua promessa sposa?
    Egli non voleva ammettere,  neppur dopo l'esito sciagurato della festa
    nuziale  e  le  scene  violente  della  figlia,   che  il  suo   primo
    ragionamento  zoppicasse  pi  d'un  poco.  Credeva  piuttosto  che il
    diavolo si fosse divertito a cacciar la coda nella  festa,  suggerendo
    prima  a  don  Diego di offrire quel maledetto bicchierino alla sposa,
    aizzando poi l'Alletto e il Borrani l'uno contro l'altro.
    Per farmi disperare!,  pensava il Rav.  Ma io non debbo  dargliela
    vinta!
    In  paese si faceva un gran ciarlare di quello sposalizio terminato in
    una baruffa: il suo nome e quello di don Diego correvan su la bocca di
    tutti;  si ripeteva tra le risa la frase ridicola scappata  al  povero
    Pep: "So anche il francese";  quelle poche gocce versate da don Diego
    su la veste della sposa eran gi diventate una mezza bottiglia,  e  le
    cose  pi  strambe  e  pi  buffe  si narravano di quella serata ormai
    famosa.
    Il giorno avanti a quella stessa mattina don Marcantonio  s'era  visto
    guardare  con  derisione  dalla  gente.  Gli  avevan  tolto il saluto.
    Ebbene, tanto onore e piacere!
    - Rider meglio, chi rider l'ultimo! Datemi due, tre anni di tempo, e
    vedremo chi aveva ragione.
    Intanto lui era l: sissignori, ad aspettare con ansia e con legittima
    impazienza  l'esito  di  quel  duello.   Giocava  a  carte   scoperte.
    Sissignori,  Pep Alletto,  caro giovanotto,  buono,  rispettoso,  gli
    premeva,  e sarebbe stato a suo tempo il marito di Stellina,  divenuta
    ricca,  la  pi ricca del paese,  e tutti e due allora sarebbero stati
    felici a dispetto  degli  invidiosi,  e  questa  felicit  l'avrebbero
    dovuta a lui. - Ma perch ancora non tornavano le carrozze?
    Don  Marcantonio  non  seppe  frenar pi oltre la smania e s'avvi per
    discendere lungo lo stradone sotto  la  Passeggiata.  Appena  arrivato
    presso  il  casermone  scorse una vettura in fondo,  che si avanzava a
    passo, polverosa.
    - Eccola l! - esclam; e il cuore gli balz in gola.
    Si mise a correre faticosamente,  ajutando col moto delle braccia,  le
    gambe tozze sotto il pancione.
    - C' dentro il ferito; certo: va cos piano... Chi sar? chi sar?
    La raggiunse:
    - Chi c'? - grid, trafelato, col cappellaccio in mano, al vetturino.
    Gerlando  D'Ambrosio  sporse il capo dalla vettura ad ammiccare dietro
    le lenti fortissime da miope, con faccia scura.
    - Ah povero don Pep! - esclam il Rav, percotendosi la fronte con la
    palma della mano e guardando dentro la vettura.
    Pep Alletto,  pallidissimo,  con la giacca su le spalle,  la  camicia
    aperta sul petto fasciato, gli volse uno sguardo smarrito.
    - Non c' posto!  Via, avanti! - impose al vetturino Nocio Tucciarello
    con voce stizzosa.
    - Dottore, mi dica... - scongiur don Marcantonio.
    - Avanti! - grid il Tucciarello al vetturino.
    - Ecce homo! Ges tra i giudei! Birbanti! Birbanti! - si mise allora a
    gridare don Marcantonio con le braccia levate,  restando in mezzo allo
    stradone,  ansimante,  con  le lagrime agli occhi,  e le gambe che gli
    tremavano dalla corsa e dalla commozione.


    9.
    Pep Alletto s'era preso un gran colpo  a  bandoliera,  da  la  spalla
    sinistra  gi  gi  fino  al  fianco  destro: sessantaquattro punti di
    cucitura,  uno  dopo  l'altro,  sul  vivo  della  ferita.   E  durante
    l'operazione era svenuto due volte.
    Ma  il  Tucciarello  e  il D'Ambrosio non erano imbronciti per l'esito
    doloroso del duello;  bens per il contegno del loro primo  di  fronte
    all'avversario.  Non  che  Pep  avesse fatto propriamente una cattiva
    figura; ma, appena impugnata la sciabola,  Cristo santo!  - pensava il
    Tucciarello,  morsicchiandosi  con  le labbra la punta della barba,  -
    appena impugnata  la  sciabola,  era  diventato  pi  pallido  di  una
    carogna;  per poco le braccia non gli eran cascate su la persona, come
    se la sciabola fosse stata  di  bronzo  massiccio.  Parare?  sfalsare?
    Niente! L come un pupazzo da teatrino... E allora, si sa, zic-zac, al
    primo scontro, pffete! Meno male, che non se l'era presa in testa. Il
    Borrani lo avrebbe spaccato in due, come un mellone.
    Ciro  Coppa  aveva gi saputo dai padrini dell'avversario,  tornati s
    prima in paese,  l'esito del duello,  e aveva fatto preparare un letto
    per accogliere il ferito.  Non poteva certo mandarlo, in quello stato,
    in casa della madre, sua suocera, vecchia di settant'anni.
    Ora,  aspettando,  andava a  gran  passi  per  lo  studio,  e  intanto
    borbottava  ingiurie  e  imprecazioni contro le donne,  impiccio degli
    uomini.  Auff!  Gi,  una prima scena con  la  moglie  malata:  grida,
    pianti,  escandescenze,  deliquio - e perch? Perch un coniglio aveva
    voluto far la parte del leone. Imbecille!
    - La carrozza!  la carrozza!  - venne ad  annunziargli  la  serva,  di
    corsa.
    - Non entra nessuno!  - grid il Coppa, immaginando subito che, dietro
    il ferito,  una folla di curiosi stsse per irrompere in casa  sua.  -
    Soltanto il medico e il malato!
    E via, dietro la serva.
    Pep fu portato,  su una seggiola, dalla vettura al letto. Ciro scapp
    s avanti, a chiuder sotto chiave la moglie.
    - Voglio vederlo! Per carit, Ciro,  lasciamelo vedere!  - scongiurava
    piangendo Filomena, e spingeva l'uscio con le mani e coi ginocchi.
    Ma  gi Ciro era corso alla camera del ferito per dargli a suo modo il
    ben tornato:
    - Sei il pi gran minchione che esista su la faccia della terra!
    - Zitto, avvocato, zitto! Ha la febbre... - lo ammon il medico.
    - Non entra nessuno!  - grid il Coppa sotto il naso  al  medico,  per
    tutta  risposta,  nell'esaltazione del momento.  E ripet: - Non entra
    nessuno! Vo a mettermi io stesso di guardia davanti alla porta... Guaj
    a chi entra!
    E via di nuovo, di corsa.
    - Pep!  Pep!  Lasciatemelo vedere!  Voglio vederlo!  Per  carit!  -
    seguitava a pregare la moglie.
    Ciro  si  ferm  di  botto,  apr  l'uscio  e,  con  gli  occhi  fuori
    dell'orbita:
    - Cristo, Madonna, Padreterno,  che vuoi?  Te li faccio scendere tutti
    dal Paradiso!  Non puoi vederlo, t'ho detto! Lo spogliano,  nudo! Non
    entra nessuno!
    E davvero per quel giorno non fece entrare n anche i pi intimi amici
    del cognato.  Solo qualcuno,  appena,  nei giorni successivi.  Ma gi,
    tanto  non  c'era  pi  pericolo  che  i  visitatori  potessero  veder
    Filomena.  La poveretta,  al colpo inatteso,  s'era dovuta  mettere  a
    letto per un subito aggravamento del male.
    Furon  cos  ammessi  alla  vista  del ferito anche Marcantonio Rav e
    l'Alcozr,  venuti insieme,  questi tutto  sorridente  e  cerimonioso,
    quegli  intozzato,  su di s,  per la bile che gli fermentava in corpo
    come in una fornace.
    - Don Pep! don Pep mio!
    E gli volle per forza baciare una mano,  rompendo in lagrime,  come se
    Pep fosse l, moribondo.
    La ferita invece non era di rischio, per quanto lunga e dolorosa. Pep
    si  lagn coi due visitatori solo dell'immobilit a cui era costretto,
    e intanto con gli occhi in quelli di don Marcantonio cercava di legger
    notizie di Stellina.
    Il Rav gli parl dell'interessamento di tutta  la  sua  famiglia  per
    lui;  e don Diego conferm col capo le espressioni del suocero. Ah s?
    dunque pure Stellina aveva  saputo  del  duello?  Pep  ne  prov  una
    vivissima  gioja,  turbata  solo dal curioso sorriso con cui don Diego
    accompagnava quel suo tentennar del capo quasi a ogni parola del Rav.
    - Tornate,  tornate a vedermi,  - disse alla fine Pep.  - Ne avr per
    molto  tempo,  ha  detto  il medico.  Non potete neanche immaginare il
    piacere che mi farete...
    - Piacere?  voi?  e io?  - proruppe don Marcantonio.  - La vita mia vi
    darei,  don Pep!  Lo sa Dio ci che ho sofferto nel sapervi... Basta!
    qui non posso  parlare.  Vi  saluto.  Ritorno  domani...  se  per  mi
    lasciano entrare.  Sapete che, il giorno del duello, vostro cognato mi
    lasci fuori la porta? Lasciar fuori me,  che avrei voluto portarvi in
    braccio a casa mia per curarvi come un figliuolo!  Basta. A rivederci,
    don Pep.
    Il Rav torn infatti, solo, non il domani,  ma alcuni giorni dopo,  e
    si trattenne a lungo a conversare con Pep;  gli disse che ogni giorno
    mandava la  moglie  da  donna  Bettina  a  darle  notizia  di  lui,  a
    confortarla,  a  tenerle  compagnia,  perch  la poverina si struggeva
    dalla rabbia e dal dolore di non poter venire a vedere  il  figliuolo;
    gli  parl poi della bella casa dell'Alcozr,  del modo con cui questi
    trattava la moglie che finalmente si era arresa, delle visite che egli
    faceva a Stellina giornalmente per raccomandarle prudenza e pazienza:
    - Perch, capite, don Pep mio? Il vecchio, da un canto,  ha coscienza
    di s,  dall'altro per,  voi lo sapete, ama la compagnia, cosicch...
    mi spiego? gente in casa, giovanotti... Ora questo, se da una parte mi
    fa piacere,  perch cos Stellina ha un certo svago  e  non  sta  sola
    sola,  dall'altra  ho  paura  che  dia  cagione  alle  male  lingue di
    sparlare.  Sapete com' il nostro paese...  Ci vanno i vostri amici: i
    fratelli Salvo coi cugini Garofalo,  buoni ragazzi allegri, lo so... e
    quanto a Stellina,  non perch figlia mia,  ma voi  la  conoscete:  un
    angioletto! Tuttavia, vi par giusto metter la paglia accanto al fuoco?
    Basta,  io,  per me,  non c'entro pi: ora deve pensarci il marito, il
    quale esperienza dovrebbe averne, non vi pare? Ma,  del resto,  sapete
    come si dice?  Ne sa pi un pazzo in casa propria,  che cento savii in
    quella degli altri.
    E Stellina? Stellina?, avrebbe voluto domandar Pep.  Ride,  canta,
    scherza coi Salvo,  coi Garofalo, mentr'io sono qua inchiodato a letto
    per lei?


    10.
    Quante spine da quel giorno ebbe il letto per il povero Pep!
    - Mi dica, dottore, quando potr alzarmi? Non ne posso pi!
    Ma il medico non gli dava retta: si tratteneva da  lui  pochi  minuti,
    costernato di ben altro: del grave rischio che correva in quel momento
    la  signora Filomena.  E il Coppa che non se ne voleva dar per inteso,
    pretendendo dal medico la guarigione della  moglie,  come  se,  avendo
    sofferto  e  speso  tanto  per  lei,  si  credesse  in  diritto di non
    perderla!  Da una settimana non chiudeva occhio,  non prendeva se  non
    qualche raro cibo,  l accanto al letto,  forzato dalla stessa moglie,
    da cui non distraeva lo sguardo un solo minuto.  Credeva veramente  di
    lottare  cos  contro la morte,  e non gli pareva possibile che questa
    gli portasse via la moglie da sotto gli occhi mentre  egli  teneva  l
    ferma,  vigile,  agguerrita  in difesa di lei la propria volont.  Non
    ascoltava nessuno,  per non  allentare  d'un  attimo  quella  tensione
    violenta di tutte le forze del suo essere,  a guardia dell'inferma.  E
    se il medico gli diceva qualche cosa:
    - Non so nulla,  - gli rispondeva  invariabilmente.  -  Fate  voi:  il
    responsabile siete voi. Io sto qua. Non mi lamento di nulla.
    Ma  alla  fine  il  medico  chiese  un consulto e,  avuta dai colleghi
    l'assicurazione d'aver fatto quant'era possibile per l'inferma,  volle
    declinare ogni responsabilit. La signora Filomena era spacciata.
    Ciro Coppa scacci via il medico svillaneggiandolo;  poi, sembrandogli
    che l,  in quella casa,  dove la scienza di fronte alla morte si  era
    data per vinta,  la difesa della moglie fosse gi compromessa,  tratto
    dall'armadio un abito della moglie:
    - Tieni, subito,  vstiti,  - le disse.  - Ti guarisco io!  Andiamo in
    campagna:  aria  aperta,  passeggiate...  Lo  insegner  io  a  questi
    ciarlatani impostori come si salvano i  malati!  Vuoi  che  t'ajuti  a
    vestirti?  Per  carit,  Filomena,  non  avvilirti!  non  farmi questo
    tradimento! Tu mi vuoi bene... Io...
    Un nodo di pianto gli strozz improvvisamente  in  gola  la  voce.  La
    moglie   aveva   chiuso  gli  occhi  con  lenta  pena  alla  disperata
    esortazione di lui: due lagrime le  sgorgarono  dalle  plpebre  e  le
    rigarono il volto.  Gli fe' cenno d'accostarsi al letto.  Ciro accorse
    angosciato,  vibrante dallo  sforzo  con  cui  soffocava  la  violenta
    commozione.  E  allora  la  moribonda  gli pass un braccio intorno al
    collo e con la mano malferma gli carezz i capelli.
    - Fammi una grazia, - gli mormor: - Un confessore...
    Ciro, chino sul seno di lei, ruppe in un pianto furibondo,  come se il
    cordoglio, mordendolo, l'avesse arrabbiato.
    -  Non  hai  pi  fiducia  in me,  Filomena?  - rugg tra i singhiozzi
    irrompenti. Poi,  levandosi scontraffatto,  terribile: - E che peccati
    puoi  aver  tu  su la coscienza,  da confidare sotto il suggello della
    confessione?
    - Peccati, e chi non ne ha, Ciro? - sospir la moribonda.
    Egli usc dalla camera con le mani afferrate ai capelli.  Ordin  alla
    serva di chiamare un prete.
    - Vecchio! Vecchio! - le grid; e scapp via di casa per non assistere
    a quella confessione.
    Per  circa  due ore,  alla Passeggiata,  and in s e in gi sotto gli
    alberi,  scervellandosi a immaginare i peccati,  che la moglie in quel
    momento confessava al prete.
    - Che peccati?...  che peccati?  Peccati di pensiero, certo... peccati
    d'intenzione...  Chi aveva mai veduto  sua  moglie?...  Cose  antiche?
    peccati antichi!...
    E  passeggiava  con le mani avvinghiate alle reni,  il volto contratto
    dalla gelosia e gli occhi che schizzavano fiamme.
    Nella notte, Filomena mor. Pep volle a ogni costo alzarsi per vedere
    un'ultima volta e baciare in fronte la sorella.  Ciro  si  era  chiuso
    nella  camera  dei  figliuoli  mandati  dalla  nonna,  e buttato su un
    lettuccio, mordeva e stracciava i guanciali per non urlare.
    Il giorno dopo ordin che si  apparecchiasse  la  tavola,  e  mand  a
    riprendere  i figliuoli dalla nonna.  La vecchia serva lo guard negli
    occhi, temendo che fosse impazzito.
    - La tavola! - le grid Ciro di nuovo.  - E apparecchia anche il posto
    per la tua signora.
    Volle che tutti, Pep e i due figliuoli, sedessero con lui a desinare.
    - Qua comando io!  - gridava, battendo i pugni su la tavola, e "brum!"
    bicchieri, posate, ballavano. - Qua comando io! Pensate che dispiacere
    avrebbe Filomena,  se sapesse che per causa sua oggi i suoi  figliuoli
    restano digiuni! Mangiamo!
    Fece prima la porzione alla moglie,  come al solito. Poi volle dare il
    buon esempio,  mangiando lui per  primo;  ma,  appena  portatosi  alle
    labbra il cucchiajo,  sbruffava, si cacciava in bocca il tovagliolo e,
    addentandolo, gridava con voce soffocata:
    - Filomena! Filomena!
    Per,  appena i figliuoli sbalorditi si mettevano a strillar con  lui:
    "brum!" altri pugni su la tavola.
    -  Zitti,  perdio!  Qua  comando  io!  Mangiate!  Non fate dispiacere,
    ragazzi, a vostra madre! Ella  qua, qua che ci assiste...  qua che ci
    vede  tutti...  qua  che  soffre,  se  non  vi  vede  mangiare per una
    giornata, ragazzi miei... Mangiate! mangiate!


    11.
    Del bruno per  la  sorella  e  del  pallore  lasciatogli  dalla  lunga
    convalescenza Pep trasse partito per apparire pi interessante agli
    occhi  di  Stellina,  come se avesse vestito il bruno per lei andata a
    nozze con un altro.
    Si rec in casa dell'Alcozr in via di Porta Mazzara la prima sera che
    gli fu concesso andar fuori. Salendo la scala, si sentiva battere cos
    forte il cuore che,  a ogni cinque o sei scalini,  doveva  fermarsi  a
    riprender fiato.  Pervenuto al penultimo pianerottolo,  fu crudelmente
    ferito dalla voce di Stellina che cantava una romanza,  accompagnata a
    pianoforte da Mauro Salvo: senza dubbio.
    - Canta, canta, ingrata!
    S'appoggi al muro e si strinse forte gli occhi con una mano.
    Scoppiarono applausi, e tra questi una lunga risata argentina. Pep si
    scosse, sal gli ultimi scalini, tir il cordoncino del campa nello.
    - Pep!  - grid sorpreso Gasparino Salvo, venuto ad aprir la porta, e
    subito si rec giubilante a dar l'annunzio nel salottino. - Pep! Pep
    Alletto! E' venuto Pep!
    Fifo e Mommino Garofalo e Tot  Salvo  accorsero  nella  saletta.  Don
    Diego  che  pisolava sul divano,  svegliato dal batto di mani e dalle
    voci,  si alz in piedi,  intontito,  guardando Mauro Salvo,  che  era
    rimasto  a  sedere  su  la  poltrona e Stellina che,  con un ginocchio
    appoggiato a lo sgabello del pianoforte e una  mano  su  la  tastiera,
    mirava assorta la fiamma della candela presso il leggo.
    Pep   entr   fra   l'accoglienza  rumorosa  degli  amici,   pallido,
    impacciato,  e tese con gli occhi bassi la mano a  Stellina,  che  gli
    porse  la  sua,  inerte  e  fredda,  mentre don Diego,  inchinandosi e
    gestendo largamente con le braccia, gli diceva:
    - Evviva! evviva! Eccovi qua, tra noi, finalmente!  Guarito del tutto?
    Rallegramenti. Sedete qua, accanto a me.
    Solo Mauro Salvo non disse nulla a Pep. Dalla poltrona, in cui rimase
    seduto,  lo  guard  con  freddezza  attraverso  le  plpebre  che gli
    ricadevano per infermit su gli occhi globulenti,  e  a  cui  il  naso
    rincagnato in su pareva comandasse con ostinata fierezza di rialzarsi.
    Pep  ferm  un istante gli occhi su lui,  poi li volse a Stellina,  e
    domand:
    - Son venuto a disturbare?
    Don Diego gli diede su la voce:
    - Ma che dite,  caro don Pep!  Tanto onore e tanto piacere Vi abbiamo
    aspettato sera per sera, parlando di voi. E' vero, signori miei?
    Tutti, tranne Mauro Salvo e Stellina, confermarono.
    - Anzi, - riprese don Diego, - ci siamo tanto afflitti della disgrazia
    che vi  toccata.
    -  Povera  signora Filomena!  - esclam Fifo Garofalo,  rialzandosi la
    lente sul naso.
    Segu al ricordo della morta un istante di silenzio,  durante il quale
    Pep tentenn leggermente il capo.
    - Contribu pure,  - poi disse,  - ad affrettarne la fine, lo spavento
    che si prese per me, poverina.
    - Lo spavento,  scusa,  se lo prese,  - interloqu  ruvidamente  Mauro
    Salvo  con gli occhi bassi e il naso ritto,  - perch,  se  vero quel
    che si dice,  tuo cognato la chiuse a  chiave  in  una  camera  e  non
    permise  che  entrasse a vederti,  cosicch s'immagin che fossi a dir
    poco in fin di vita; se ti avesse invece veduto con quella feritina...
    - Feritina? - interruppe, stupito,  Mommino Garofalo.  - Quanti punti,
    Pep?
    - Sessantaquattro, - rispose Pep, modestamente.
    -  S,  -  riprese  Mauro,  guardando in giro,  attraverso le plpebre
    cadenti, i radunati, - ma certo n ferita mortale n da spaventare.
    - Certo, certo... - approv Pep per troncare il discorso.  - Intanto,
    vedete!  Salendo,  ho  sentito  che  la  signora  Stellina cantava una
    romanza... Son dunque, veramente, venuto a disturbare.
    - Ancora? V'abbiamo detto di no, caro don Pep!
    E don Diego spieg a l'Alletto in qual modo si passavan le  serate  in
    casa  sua,  intercalando qua e l riflessioni su la vitaccia sciocca e
    la vecchiaja maledetta. "Sic vivitur, sic vivitur..." La compagnia per
    lui  era  pi  necessaria  del  pane,  ma,  compagnia  di  giovanotti,
    beninteso!  Dei  vecchiacci  come  lui  non sapeva che farsene.  Per,
    guardare e sentire,  sentire e  guardare...  non  gli  restava  altro,
    ahim. Ma si contentava.
    Parlando, don Diego aveva su le labbra quel sorrisetto ambiguo che gi
    Pep  aveva  notato  durante  la  visita  che  egli,  insieme  con don
    Marcantonio gli aveva fatta.  Ma questa volta il sorrisetto pareva che
    fosse  piuttosto  per  Mauro  Salvo,  a  cui gli occhi di don Diego si
    rivolgevano di frequente.  A torto,  per,  Pep se ne  turbava.  Quel
    sorrisetto aveva un significato assai pi recondito di quel che la sua
    gelosia  gli attribuiva.  Don Diego,  s,  fin dal primo momento s'era
    accorto che il Salvo si era  innamorato  di  Stellina;  ma  di  questo
    amore,  per il suo segreto disegno,  non che temere, s'era rallegrato.
    Mauro era brutto di faccia e ruvido di modi: Stellina non gli  avrebbe
    mai dato retta. Invece il vecchio temeva di lui, di Pep, protetto dal
    suocero  e  forte  adesso  del  prestigio  di quel duello fatto per la
    moglie.   E  tuttavia  con  vera  impazienza  egli   aveva   aspettato
    l'intervento di lui,  perch Stellina da quella sera in poi si sarebbe
    trovata tra due fuochi: i due rivali si sarebbero fatta la  guardia  a
    vicenda,  e  lui  avrebbe  ora  potuto  riposar  tranquillo  e sicuro;
    l'espediente per godersi senza pericolo la compagnia di  quegli  altri
    giovanotti  allegri  e  spensierati  si  riduceva ad effetto.  Ed ecco
    perch il vecchio sorrideva a quel modo.
    La conversazione a poco  a  poco  s'anim,  e  vi  prese  parte  anche
    Stellina,  la  quale,  per,  di  tratto in tratto,  volgeva un rapido
    sguardo inquieto al  balcone,  dove  Mauro  Salvo,  mentre  gli  altri
    parlavano,  si  era  recato,  riaccostando  pian piano dietro di s le
    imposte. Ora egli se ne stava l,  con le spalle al salotto,  i gomiti
    appoggiati su la ringhiera di ferro,  la testa tra le mani,  a guardar
    la campagna nera nella notte.
    Don Diego, prima ancora di Stellina,  s'era accorto della scomparsa di
    lui dal salotto; e a un certo punto volle richiamarlo:
    - E venite qua, santo Dio! Vi pigliate un malanno, cos al fresco.
    - Mi fa tanto male il capo,  - si scus Mauro, cupamente, rientrando e
    richiudendo le imposte.
    Don Diego,  mostrando negli occhietti calvi il sogghigno delle  labbra
    non mosse, lo osserv un tratto; poi gli disse con amorevolezza:
    - Eh s, vi si vede in faccia, poverino. Coraggio! Non vi avvilite!

    12.
    In  una di quelle serate si concert per la prossima domenica una gita
    ai Tempii: convegno, alle sette del mattino.
    Con l'ajuto dei Garofalo e degli altri  due  Salvo,  don  Diego  aveva
    indotto Pep a far parte della comitiva, non ostante il lutto recente;
    e allora Mauro s'era scusato di non poter venire.
    Manc infatti egli solo all'appuntamento.  Don Diego sent mancarsi un
    braccio e,  con la scusa che il tempo non gli pareva abbastanza bello,
    avrebbe voluto mandare a monte o rimandar la gita.  Il cielo veramente
    non era sereno;  s'aspettavano ancora le prime piogge autunnali.  Ma i
    giovani amici e Stellina dichiararono che la mattinata,  per una gita,
    non poteva esser  migliore;  cosicch  don  Diego  alla  fine  dovette
    arrendersi.
    Stellina  si mostrava contenta;  scherzava con Fifo Garofalo che s'era
    portato il mantello e dichiarava di  sentir  freddo.  Pep  la  vedeva
    ridere e sorrideva, come se fosse uno specchio innanzi a lei.
    Ma  pervenuti  alla  punta  della  Passeggiata,   eccovi  Mauro  Salvo
    appoggiato coi gomiti su un pilastro della ringhiera e le  mani  sotto
    il mento.  Prima a scoprirlo fu Stellina,  che, stringendo fra i denti
    il labbro e mettendosi un dito su la bocca,  tolse di mano a  Pep  il
    bastone,  e accorse lieve,  in punta di piedi,  finch,  allungando il
    braccio armato, pot pian piano spinger la tesa del cappello di Mauro.
    Questi si volt di scatto,  irosamente;  ma si trov davanti  Stellina
    che lo minacciava seria seria con lo stesso bastone, tra le risa degli
    altri.
    Cos anche lui si un alla comitiva.  Ridevano tutti e Stellina pareva
    la pi gaja.  Don Diego guardava i sei giovanotti e  la  moglie  e  si
    beava  della  loro  allegria,  arrancando  dietro,  per lo stradone in
    declivio.
    - Piano, ragazzi, piano... - ammoniva di tanto in tanto, pensando alla
    via lunga e agli anni che portava addosso;  alzava poi  gli  occhi  al
    cielo e storceva la bocca.
    Il cielo,  dalla parte di levante,  si faceva sempre pi cupo: laggi,
    in fondo in fondo,  su le  livide  alture  della  Crocca,  la  foscha
    s'addensava minacciosa;  forse gi vi pioveva.  Da presso s'era levato
    un venticello fresco,  che pareva esortasse gli alberi esausti  a  far
    buon  animo,  ch tra poco avrebbero avuto la pioggia tanto attesa.  E
    dalle campagne arsicce,  irte di stoppie,  a destra e a sinistra dello
    stradone  scosceso,  venivan  gli strilli giojosi delle calandre,  che
    forse si annunziavano anch'esse la prossima  acqua,  e  le  risate  di
    qualche gazza.
    Quando  la  comitiva  fu  presso  l'antica  chiesetta  normanna di San
    Nicola,  cinta di pini marittimi e di cipressi,  a  cavaliere  su  una
    svolta dello stradone,  don Diego, avendo avvertito qualche goccia sul
    dorso della mano, consigli:
    - Signori miei,  rimaniamo qua.  Non mi par prudente avventurarci  con
    questo  cielo fino ai Tempii.  Date ascolto a me,  che non son vecchio
    per nulla.
    - Ma che! ma che!  - gridarono tutti a coro.  - Nuvola che passa!  Non
    piover!
    - Signori miei, questa la piango! - ribatt don Diego. - Ma del resto,
    sia fatto il volere della giovent: coraggio e avanti, figliuoli!
    Dopo  San  Nicola  lo  stradone,  pi  ripido,  li agevol nella corsa
    allegra,  sotto la minaccia  della  pioggia.  E  in  breve  furono  al
    cospetto del magnifico tempio della Concordia,  integro ancora,  aereo
    sul ciglione e aperto col maestoso peristilio di qua  alla  vista  del
    bosco  di  mandorli e d'ulivi,  detto in memoria dell'antica citt che
    sorgeva pur l, bosco della Civita;  di l alla vista del piano di San
    Gregorio,  solcato dall'Acragas,  e poi del mare sconfinato, in fondo,
    d'un aspro azzurro.  Il bosco stormiva agitato  sotto  le  gravi  nubi
    lente,  pregne  d'acqua,  e  vibravano  in alto le punte dei colossali
    cipressi sorgenti in mezzo ai mandorli e agli  olivi  come  un  vigile
    drappello a guardia del Tempio antico.
    Le  grida festose della comitiva risonarono stranamente,  nell'austero
    silenzio  tra  le  colonne  immani.  Stellina,  rimasta  sospesa  alla
    gradinata  per  cui  si  ascende  all'alto zoccolo,  quasi interamente
    distrutta dalla parte del prnao,  chiam ajuto.  Subito  Mauro  Salvo
    accorse e se la tir per le mani.
    Fifo Garofalo,  intinto d'archeologia, con la tovaglia da tavola su le
    spalle e il cappello a cencio assettato sossopra sul capo:
    - Venite,  o profani!  - tuon,  saltando su un pietrone nel mezzo del
    tempio.  - Turba irriverente,  vieni!  No,  aspettate...  - (scese dal
    pietrone).  - La signora Stellina faccia da nume;  alzi le  braccia...
    cos.  Adorate, o profani, la Dea Concordia! Io, sacerdote celebrante,
    dico ad  alta  voce:  -  Facciamo  libazioni  e  preghiamo...  Ma  no,
    aspettate! aspettate!
    Tutti,  tranne Stellina,  atteggiata da nume, s'eran precipitati su la
    cesta delle vivande portata dalla serva.
    - Tu,  Pep,  - aggiunse Fifo,  gridando,  - tu,  ministro subalterno,
    chiedi  prima  a  gli  astanti:  Chi  son coloro che compongono questa
    assemblea?
    - Affamati! - risposero tutti a coro, compreso il nume, Stellina.
    - No, no! Bisogna rispondere ad altissima voce: "Uomini dabbene"! E se
    non lo dite forte,  nessuno ci crede.  S,  s,  offrite un biscottino
    senza macchia alla si-donna Concordia...
    -  E  accendete un fiammifero!  - aggiunse Pep guardando il cielo che
    d'improvviso s'era incavernato, come se fosse piombata la sera.
    - Questa, santissimo Dio, la piango! - gemette addossato a una colonna
    don Diego Alcozr.
    - Assalto alla cesta, e si salvi chi pu, senz'ombra di educazione!  -
    esclam Gasparino Salvo, dando l'esempio.
    Si lanciaron tutti,  tranne don Diego,  su la cesta, e ciascuno gherm
    quel che gli venne prima  sotto  mano;  mentre  gi  grosse  gocce  di
    pioggia crepitavano come se grandinasse.
    - Ripariamoci in qualche casina!  - scongiur don Diego.  - Via,  via,
    presto, corriamo!
    Scapparono a precipizio dal Tempio: la pioggia d'un tratto infitt, si
    rovesci scrosciando con straordinaria violenza,  come se  si  fossero
    spalancate le cateratte del cielo.
    -  Misericordia  di Dio!  - grid don Diego restringendosi tutto nella
    persona, sotto la furia dell'acqua.
    Stellina e i sei giovani ridevano.  Andarono alla casina pi prossima,
    ma  il  cancello  di  ferro  davanti al cortile era chiuso.  Pedate al
    cancello e grida d'ajuto. Non era pioggia: era diluvio.
    Fifo Garofalo si tolse il mantello e col concorso degli altri lo resse
    a mo' di baldacchino su Stellina e don Diego.  Gi acqua,  gi  acqua,
    gi acqua. Presto il mantello fu zuppo.
    - A San Nicola! - grid Mauro Salvo, trascinando per una mano Stellina
    e pigliando la corsa.
    - A San Nicola: c' il tettuccio! - approvarono gli altri, seguendoli.
    E via s per la salita, ch'era divenuta un torrente.
    Sotto  il  tettuccio  don Diego,  fradicio come gli altri,  cominci a
    tremare, disajutato.
    - Qua si piglia un malanno! Maledetto il momento che mi son persuaso a
    uscire di casa... Certo, la piango!... Tutto zuppo...  Non sentite che
    aria?
    La  furia  dell'acqua  scem  d'un  tratto:  per  un momento parve che
    raggiornasse.
    - Ma che! piove... guardate...
    I fili di pioggia cadevano s pi esili e radi, ma continui. Tuttavia,
    per sottrarsi,  cos zuppi com'erano,  alla corrente d'aria  sotto  il
    tettuccio,  decisero  di  rimettersi in via per cercare miglior riparo
    pi s.
    - E' inutile, don Diego! - osserv Fifo Garofalo, dopo aver bussato al
    cancello di un'altra  cascina.  -  Oggi    domenica;  a  quest'ora  i
    contadini sono a messa in citt.  Piuttosto, facciamoci coraggio, e in
    cammino! Gi piove meno; speriamo che spiova presto del tutto.
    - In cammino; in cammino! - approv il povero don Diego.  - Ma vedrete
    che arrivo morto.
    La  paura spronava l'ansimante vecchiaja,  e don Diego andava in testa
    alla comitiva. La pioggia poco dopo infitt di nuovo.
    - Qua la mano!  Lasciatevi portar da noi,  - gli dissero Tot Salvo  e
    Fifo Garofalo.
    - Muojo!  muojo!  - gemeva a tratti don Diego trascinato in s dai due
    giovani che nitrivano come cavalli,  springando,  dimenando  la  testa
    allegramente  sotto  la  pioggia  furiosa  e tra le risa di quelli che
    venivan dietro.
    Giunsero in citt senza fiato, con gli abiti appiccicati al corpo. Don
    Diego volle cacciarsi subito a letto, coi denti che gi gli battevano;
    tutto tremante, in istato da far veramente paura e piet.
    -  Un  medico...   un  medico...   son  morto!   Voglio   qua   subito
    Marcantonio...
    Fifo Garofalo corse per il medico;  Pep Alletto, pregato da Stellina,
    per don Marcantonio. Gli altri andarono via afflitti e mortificati.


    13.
    - Oh santo figliuolo!  donde venite con questo tempo da lupi?  - grid
    il Rav nel vedersi davanti Pep fradicio di pioggia da capo a piedi e
    tutto inzaccherato.
    Pep  gli narr in breve l'avventura e manifest infine il suo rimorso
    per il malanno sopravvenuto a don Diego.
    - Lasciate fare a Dio!  - gli rispose don Marcantonio,  infilandosi in
    fretta il soprabito. - Muore? Se non fosse carne battezzata, direi che
    ci  ho  piacere.  Ah ci ha provato gusto lui a farsela coi giovanotti?
    Ben gli stia! Don Pep, non dico per voi: voi non c'entrate.  Questa 
    la mano di Dio. Rosa, il paracqua... Andiamo, don Pep.
    Trovarono don Diego in preda al delirio, con un febbrone da cavallo, e
    Stellina  che piangeva,  spaventata dalle parole sconnesse del marito,
    che la scambiava or per una or per  l'altra  delle  precedenti  mogli,
    domandandole conto e ragione dei torti che queste gli avevano fatto.
    -  Sei l'anima di Luzza,  tu?  Ti scongiuro in nome di Dio,  dimmi che
    cosa vuoi!
    Il delirio dur a lungo; poi gli spiriti abbandonarono don Diego,  che
    giacque sotto la febbre incalzante.
    Stellina,  Pep e don Marcantonio vegliarono l'infermo tutta la notte.
    Nel silenzio profondo il petto di don Diego cominci a crosciare.
    - Questa  polmonite, com' vero Dio! - osserv don Marcantonio.
    E tutti e tre si guardarono negli occhi al fioco lume della lampa.
    La polmonite infatti si dichiar la mattina del giorno appresso,  e il
    medico disse don Diego in pericolo di vita.
    Di  fronte  alla  morte  quasi  in  attesa l,  presso il letto su cui
    l'esile corpicciuolo di don Diego giaceva seppellito sotto le coperte,
    con la lunga ciocca dei capelli come una serpe sul guanciale,  accanto
    al  cranio  lucido  infiammato,  i  tre  veglianti  provarono quasi un
    segreto rimorso,  che veniva loro dai pensieri e dalle  promesse,  che
    nascevano  da  quella morte.  Pi acuto lo senti Pep;  meno di tutti,
    Stellina.  E quando a don  Marcantonio,  nel  silenzio,  sfugg  dalle
    labbra,  guardando  la  figlia  e  l'amico: - Ci siamo gi,  figliuoli
    miei... - tutti e tre sospirarono e chinarono il capo, come in attesa,
    non della liberazione, ma d'una vera sciagura.
    E per tutto il corso della malattia,  non  risparmiarono  cure  a  don
    Diego  aggrappato  a un filo di vita,  come a uno sterpo all'orlo d'un
    precipizio; lo assistettero a gara, premurosi e intenti.  E come se la
    loro  coscienza  provasse  veramente  sollievo  e letizia nel prodigar
    quelle cure,  ciascuno  voleva  prenderne  tutto  il  carico  per  s,
    esonerandone  gli  altri;  e  cos  tra  loro,  cerimonie  e preghiere
    insistenti di prender qualche cibo e un po' di sonno.
    Meno di tutti si risparmiava Pep: ma la forza per cui resisteva  cos
    gagliardamente  al  sonno,  al digiuno,  non gli veniva dalla volont;
    egli non poteva  realmente  n  dormire  n  prender  cibo,  tanto  il
    pensiero   e   il  sentimento  della  propria  felicit  imminente  lo
    sostentavano;  era gi arrivato,  era alla vigilia della sua  fortuna,
    quasi  sostenuto  dagli sguardi,  dalle parole di Stellina nella piena
    certezza che ella lo amava,  dopo quei giorni di stretta  intimit,  e
    che  anche  lei  si  sentiva  arrivata  alla  soglia d'una vita nuova,
    felice.
    Don Marcantonio per li teneva d'occhio.
    Pigliano fuoco!, diceva tra s, storcendo la bocca.
    Finch una sera,  passando per il corridojo,  gli parve di sorprendere
    come  il suono d'un bacio nel salottino al bujo,  e si mise a tossire.
    Pi tardi, si chiam Pep in disparte e gli disse sotto voce:
    - Don Pep mio, per carit,  prudenza!  Siate uomo...  come Dio vuole,
    pare che ci siamo arrivati...
    Pep finse di non capire, e gli domand con aria ingenua:
    - Perch?
    - Per nulla,  - riprese don Marcantonio.  - Ma,  vi ripeto,  prudenza.
    Abbiate  riguardo,  santissimo  Dio,   che  il  marito    ancora  l.
    Quest'animale   capace di risuscitare: par che abbia sette anime come
    i gatti. E allora che figura ci faccio io? Niente, don Pep... Quattro
    e quattr'otto: o usate prudenza o  vi  caccio  fuori  senz'altro.  Non
    ammetto bestialit.


    14.
    Quantunque don Diego fosse gi entrato in convalescenza,  Pep Alletto
    usciva, una sera,  raggiante di felicit dalla casa di lui,  allorch,
    pervenuto  all'imboccatura  del  Rbato  oltre  via Mazzara,  si trov
    davanti Mauro Salvo che gli faceva la posta in compagnia dei  fratelli
    e dei cugini Garofalo.
    Senza  bisogno  di  molta  perspicacia,  Pep si era accorto anche lui
    dell'innamoramento di Mauro Salvo,  fin dalla prima  volta  che  aveva
    riveduto Stellina in casa del marito.  Stellina stessa gliel'aveva poi
    confermato, ridendone. Nessun pericolo dunque da questa parte. Ma Pep
    conosceva bene il Salvo e lo sapeva capace d'ogni violenza.  Cosicch,
    non  per  paura,  ma  per  non  dar  luogo  a  qualche  altra  scenata
    compromettente,  s'era finora comportato in modo da non  offrirgli  il
    minimo  pretesto.  Si  sentiva  inoltre protetto dalla benevolenza dei
    fratelli di  lui,  Tot  e  Gasparino,  e  dei  cugini  Garofalo,  che
    disapprovavano  l'agire  di  Mauro,  non foss'altro perch faceva loro
    correre il rischio d'aver chiusa la porta di casa  Alcozr,  dove,  in
    compagnia  di  Stellina  e  pigliando a godersi il vecchio marito,  si
    passavano serate deliziose.
    Ma la porta,  ultimamente,  per la malattia di don Diego,  era rimasta
    chiusa  per loro;  e ora essi perci si erano accordati con Mauro,  se
    non nella gelosia che questi sentiva, almeno nell'invidia per Pep,  a
    cui  la  porta  seguitava  ad  aprirsi.  Pep  aveva gi notato questo
    cambiamento nell'animo degli amici, e pi d'una volta aveva cercato di
    schivarli.  Ma ora,  ecco,  essi,  con Mauro alla testa,  gli venivano
    incontro.
    Mauro gli disse bruscamente, fermandolo:
    - Vieni con me. Ho da parlarti.
    -  Perch?  - gli domand l'Alletto,  provandosi a sorridergli.  - Non
    puoi parlarmi qua?
    - C' troppa gente, - gli rispose asciutto il Salvo. - Cammina.
    Pep sporse il labbro e si strinse nelle spalle,  per significare  che
    non intendeva che cosa si potesse voler da lui con quell'aria rissosa,
    di mistero, e disse:
    -  Io  credo...  non so...  di farmi gli affari miei,  senza disturbar
    nessuno.
    Ma il Salvo lo interruppe a voce alta, con violenza:
    - Gli affari tuoi? Quali, morto di fame?
    - Oh! - esclam Pep. - Bada come parli...
    - Morto di  fame,  s;  -  raffibbi  Mauro,  parandoglisi  di  fronte
    minaccioso.  -  E  non  rispondere,  o  ti  do tanti cazzotti da farti
    impazzire.
    Pep alz gli occhi al cielo, con la bocca aperta,  come per dire: Mi
    scappa la pazienza! - poi sbuff:
    -  Senti,  caro  mio:  non  ho  piacere n voglia di attaccar lite con
    nessuno, io.
    - Sta bene! - s'affrett a concluder Mauro.  - E allora,  giacch vuoi
    far la pecora,  bada a questo soltanto: di non metter pi piede, d'ora
    in poi, in casa di don Diego Alcozr.
    - Come! Perch? Chi pu proibirmelo?
    - Te lo proibisco io!
    - Tu? E perch?
    - Perch cos mi piace! Non ci vado io, e non devi andarci neanche tu.
    N tu, n nessuno, hai capito?
    - Questa  bella! E se il Rav mi conduce con s?
    - Arrivi al portone, e dietro front! Se no, alle corte: domani sera io
    sar l: se ti vedo entrare,  guaj a te!  Non ti  dico  altro.  E  ora
    vattene a casa.
    -  Buona  sera,  -  scapp  detto a Pep nell'intontimento prodottogli
    dalla perentoria intimazione.


    15.
    Sentendo il campanello della porta,  donna Bettina  non  manc  neppur
    quella sera di gridare:
    - Nettatevi le scarpe!
    -  Me  le son nettate,  - rispose Pep,  rientrando,  - sui calzoni di
    certa gente che non vuol farsi gli affari suoi.
    La madre si spavent:
    - Un'altra lite?
    - No...  ma quasi!  - s'affrett a rassicurarla Pep.  - Ci   mancato
    poco, non ne facessi un'altra delle mie.
    -  Pep,  figlio  mio,  ancora  bestialit?  -  gemette donna Bettina,
    pronunziando con tono amorevole  questa  domanda,  che  soleva  spesso
    rivolgere  al  figliuolo.  Pareva  invecchiata di dieci anni,  dopo la
    morte di Filomena.  Non  aveva  voluto  mostrar  con  lagrime  il  suo
    cordoglio, ma era evidente ch'esso ancora, in silenzio, le divorava il
    cuore.
    Pep, scotendo le pugna in aria, grid:
    -  Li  concio  per  le  feste!  Un  duello gi l'ho fatto!  Ah,  ma la
    vedremo... la vedremo...
    E si mise ad andare in s e in gi per la stanza, come un leoncello in
    gabbia. Donna Bettina lo guardava a bocca aperta come istupidita;  poi
    gli domando, congiungendo le mani:
    - Per carit, dimmi che t' accaduto, Pep! Mi fai morire.
    - Nulla,  - le rispose il figlio.  - Certi amici miei... Si cena o non
    si cena stasera?
    - Pep, - lo ammon la madre, - t'avverto che una certa et io ce l'ho
    e non posso pi prendermi tanti dispiaceri...  non  posso  pi...  non
    posso pi...  Tu sarai la causa della mia morte...  tu solo,  sai?  tu
    solo...
    - Va bene... basta, mamm,  non ne parliamo pi!  - sbuff Pep,  e si
    mise  a  cenare  di  buon  appetito  come  se  il  suo  corpo  volesse
    compensarsi della vergogna per l'affronto patito.
    Lasciatelo morire, e la vedremo!, pensava, intanto, alludendo tra s
    e s a don Diego.
    Rimandava  cos  mentalmente   l'incontro   col   Salvo   alla   morte
    dell'Alcozr,  per non fermare il pensiero al giorno seguente, in cui,
    secondo la minaccia,  avrebbe trovato il rivale davanti alla porta  di
    don Diego.  Guardando all'avvenire,  sentiva quanto pi forte fosse la
    sua posizione di  fronte  a  quella  del  Salvo;  ma  tuttavia  questo
    sentimento  non  riusciva  a  confortarlo  del  tutto per la prova del
    domani.
    Durante la notte non chiuse occhio,  pensando a ci che avrebbe potuto
    rispondere, l per l, al rivale.
    Contemporaneamente,  nel  lettuccio  accanto,  donna Bettina,  che non
    aveva pi, proprio, la testa a segno, faceva un sogno assai strano. Le
    pareva di vedersi comparir don  Diego  sorridente  e  cerimonioso;  le
    s'inchinava con una mano sul cuore,  le s'inginocchiava ai piedi,  poi
    le prendeva una mano e gliela baciava,  sospirando: Oh,  Bettina,  in
    grazia  dell'antico  amore!.  Allora  ella scoppiava a ridere,  e don
    Diego, ferito da quel riso, le proponeva questa tarda ammenda: avrebbe
    ceduto la moglie,  troppo giovine per lui,  a Pep,  a patto che donna
    Bettina  lo  accettasse  per marito: Unione di due vecchi che pensano
    alla pace, unione di due giovani che ardono d'amore....
    A questo punto ella si svegli,  e sorprese Pep che,  messo  quasi  a
    sedere sul letto, con le spalle appoggiate al guanciale rialzato su la
    testata della lettiera, diceva a denti stretti, con un braccio levato:
    - E io t'ammazzo!
    - Pep, - chiam ella. - Che dici? che hai?
    - Nulla... penso!
    - Di notte tempo? Dimmi che hai...
    -  Non  ho  sonno,  e  penso,  - rispose Pep infastidito.  - Dormi...
    dormi...
    Donna Bettina tacque per un momento e rimise la testa  sul  guanciale;
    poi  domand piano,  insinuante,  con un certo imbarazzo,  sperando di
    provocare una confidenza da parte del figliuolo:
    - A che pensi?
    Pep non rispose. Soltanto, dopo un pezzo, scotendo il capo, emise nel
    silenzio della camera questo sospiro:
    - Morto di fame...
    - Perdona a tuo padre,  Pep,  che si perdette per le  sue  follie,  -
    concluse donna Bettina, sospirando a sua volta.
    E  pian  piano,  di  l  a poco,  la vecchietta addolorata si rimise a
    dormire.



    16.
    Di non andar quel giorno in casa  Alcozr,  Pep  non  volle  metterlo
    neanche  in deliberazione: sarebbe stato lo stesso che cedere al Salvo
    ogni diritto su Stellina,  non solo,  ma anche la prova  pi  lampante
    d'una  paura  che  egli non voleva riconoscere in s.  Approssimandosi
    l'ora  della  visita  consueta,   si  rec  pertanto  dal   Rav   per
    accompagnarsi  con lui: certo il Salvo non avrebbe avuto la tracotanza
    di aggredirlo vedendolo in compagnia del padre di Stellina.
     Ma n don Marcantonio n la moglie erano in casa.
    - Sono dalla figlia,  fin da mezzogiorno,  - gli annunzi la serva.  -
    Chi  sa  che  sar avvenuto,  signorino mio!  Con lei posso parlare...
    Quella povera creatura  sacrificata!
    Di nuovo su la strada, Pep cominci a riflettere: Andarci? Conviene?
    Che dir la gente se ci azzuffiamo proprio  sotto  le  finestre  della
    casa di lei?  Io non sarei sicuro di me;  ho usato prudenza jeri;  ma,
    questa sera, se lo vedo, finisce male, parola d'onore! Del resto, loro
    sono in cinque;  che meraviglia dunque se  io  mi  accompagno  con  un
    altro?.
    E,  cos pensando,  s'avviava a malincuore alla casa del Coppa. Temeva
    purtroppo che questi non lo costringesse a  fare  un  secondo  duello;
    perci,  la notte scorsa,  aveva scartato subito il partito di recarsi
    da lui, che pur gli pareva scorta pi sicura, che non il Rav.
    Ciro,  dopo la morte della moglie,  non era pi  uscito  di  casa.  Ai
    numerosi    clienti   che   venivano   a   sollecitarlo,    rispondeva
    misteriosamente:
    - Mi corre prima l'obbligo, signori,  di riparare ben altri torti.  Mi
    duole di non potervi servire.
    E  i pretesi torti eran quelli della moglie defunta verso l'educazione
    dei due figliuoli.  Invasato dall'idea di farne due uomini  forti,  li
    addestrava  alla  scuola degli antichi romani: li costringeva a correr
    nudi per circa mezz'ora ogni mattina attorno alla profonda  vasca  del
    giardino, e quindi a buttarsi nell'acqua diaccia.
    - O morti, o nuotatori!
    Poi comandava loro:
    - Asciugatevi al sole!
    E, se era nuvolo:
    - Il sole non c'. Mi dispiace. Asciugatevi all'ombra.
    Niente pi scuola: meglio bestie forti, che dotti tisici.
    - Lasciatevi coltivare da me.
    Pep  lo  trov  che  addestrava  alla  lotta i due ragazzi,  l nello
    studio.
    - Gioverebbe anche a te un po' di questo esercizio!  - gli disse Ciro.
    -  Hai  una  faccia da morto,  che fa schifo a guardarla.  Qua!  Fammi
    tastare il braccio... piegalo.
    Gli tast il bicipite, poi lo guard in faccia,  come nauseato,  e gli
    domand:
    - Perch non t'ammazzi?
    - Ti ringrazio dell'accoglienza, - gli rispose con un risolino Pep. -
    Fai  anche  ridere i ragazzi.  Del resto,  hai ragione.  Vorrei essere
    anch'io  come  te,   capace  di  tenere  a  posto  una  mezza  dozzina
    d'accattabrighe.  Il coraggio,  s...  va bene;  ma da solo,  senza la
    forza, non basta.
    - Difetto dell'educazione! - gli grid Ciro,  dominato dall'idea fissa
    del momento.
    - Ah, certo... l'educazione influisce molto...
    - Molto? E' tutto!
    - Hai ragione, s... Ma di' pure che c' molta gente nel nostro paese,
    che non vuol farsi gli affari suoi.
    -  Te  n'hanno  fatta  qualche  altra?  - salt a domandargli Ciro con
    piglio derisorio. - Ma se puzzi di carogna, lontano un miglio!
    -  Nient'affatto!  -  neg  Pep,  risentito.  -  Che  non  ho  paura,
    dovrebbero  saperlo;  uno  schiaffo,  a chi se lo meritava,  ho saputo
    appiopparlo...
    - Per combinazione!
    - Un duello, a buon conto, l'ho fatto...
    - Per forza!
    - Ma se ora vengono in cinque contro uno?
    - E chi sono? - domand Ciro, con le ciglia aggrottate.
    - Mauro Salvo...
    - Ah, quel buffone con gli occhi a sportello?
    - Lui, coi fratelli e coi cugini Garofalo... in cinque, capisci? Mauro
     innamorato pazzo - non corrisposto,  bada,  e perci posso  dirlo  -
    di...  della signora Alcozr,  tu la conosci: la figlia del Rav. Ora,
    che te ne pare?  pretende ch'io non vada pi,  dice,  in casa  di  don
    Diego;  n io,  n lui,  n nessuno,  dice...  Anzi,  dice, se ci vado
    stasera,  guaj a me...  Mi aspetta  coi  suoi  davanti  al  portoncino
    dell'Alcozr.
    - Non capisco, - disse Ciro, infoscandosi. - Per prepotenza?
    - Per prepotenza... eh gi! Capisci? sono in cinque...
    - E tu, babbeo? Hai detto che non saresti andato?
    - Nient'affatto!
    -  Ma  intanto  sei qua...  E hai paura!  Te lo leggo negli occhi: hai
    paura!  Ah,  ma tu ci andrai,  stasera stessa,  or ora...  Prepotenze,
    neanco Dio! Vieni con me.
    - Dove?
    - In casa Alcozr!
    - Ora?
    - Ora stesso. Il tempo di vestirmi. A che ora suoli andarci tu?
    - Alle sei e mezzo.
    Ciro guard l'orologio, poi esclam, stupefatto:
    - Quanto sei vile!
    - Perch? - balbett Pep.
    - Sono le sette meno un quarto...  Ma non importa: li troveremo...  In
    cinque minuti son bell'e vestito.
    Scapp s di corsa. Ridiscese, prima dei cinque minuti, che s'infilava
    ancora la giacca.
    - Aspetta,  Ciro...  la cravatta - gli disse Pep,  aggiustandogli  il
    giro che gli usciva fuori del colletto.
    - Inezie! Pensi alla cravatta? - grid il Coppa, fermandosi a fulminar
    con uno sguardo il cognato;  poi gli diede uno spintone. - Cammina! Te
    li metto subito a posto io, senza bastone.
    E  s'avvi  con  Pep.  Camminando,  fremeva,  e  di  tanto  in  tanto
    esclamava:
    - Ah s?... Aspetta, aspetta. Ditelo a me, adesso, che in casa Alcozr
    non deve andarci nessuno.  Ci vado io. Ah, fai prepotenze tu? Aspetta,
    aspetta.
    Pep  gli  arrancava  accanto,  come  un  cagnolino.  Presso  la  casa
    dell'Alcozr,  alz  gli  occhi a guardare,  e disse piano al cognato,
    impallidendo:
    - C': eccolo l, con gli altri.
    - Tira via! Non guardare! - gl'impose Ciro.
    - Tutt'e cinque, - aggiunse pianissimo Pep.
    Mauro Salvo infatti era alla posta.  Il satellizio dei fratelli e  dei
    cugini si teneva a breve distanza, pi in l. Appena Mauro scorse Pep
    in  compagnia  del Coppa si stacc dal muro a cui stava appoggiato con
    le spalle, si tolse una mano di tasca, e venne loro incontro,  a passo
    lento,  guardando  Ciro,  a  cui si rivolse,  fermandosi in mezzo alla
    strada.
    - Col vostro permesso, avvocato: una parolina a Pep.
    Ciro gli si par di fronte, vicinissimo, lo guard negli occhi, con le
    ciglia aggrottate,  le mascelle convulse;  si tir  con  due  dita  il
    labbro inferiore, poi gli disse:
    -  Con  Pep  per  il  momento parlo io,  e non permetto che gli parli
    nessuno.  Lo dico a voi e lo dico pure ai vostri parenti che stanno l
    ad  aspettarvi.  Se  volete  dirla a me,  la parolina,  sono ai vostri
    comandi.
    - Preghiere sempre, don Ciro! - gli rispose Mauro, cacciandosi l'altra
    mano in tasca e alzandosi su la punta dei piedi,  come se per ingozzar
    quel rifiuto avesse bisogno di stirarsi a quel modo.
    - A un'altra volta, col comodo vostro: non mancher tempo.
    E s'allontan.

    17.
    Burrasca, anzi tempesta, quel giorno, in casa di don Diego.
    Stellina aveva avuto,  la mattina, un violento scoppio d'ira contro il
    marito, il quale, da che era entrato in convalescenza,  era diventato,
    poverino,  insopportabile.  Aveva  scritto  al padre ingiungendogli di
    venire subito subito a prendersela,  altrimenti si sarebbe buttata gi
    dal balcone.  Don Marcantonio era accorso in gran furia insieme con la
    moglie,  e col deliberato proposito d'imporre alla figlia il  rispetto
    pi  devoto  al  marito,  e  a  Pep  Alletto  il  divieto assoluto di
    frequentar la casa del genero.
    Ciro Coppa  e  Pep,  entrando  nel  salotto,  trovarono  Stellina  in
    lagrime,  abbandonata su la spalliera del divano.  La si-donna Rosa le
    sedeva accanto con gli occhi  bassi,  le  labbra  strette  e  le  mani
    intrecciate sul pacifico ventre.  Don Marcantonio passeggiava,  con le
    mani dietro la schiena, gridando rimproveri alla figlia,  per modo che
    li  udisse don Diego tappato in camera da letto.  Nel vedere il Coppa,
    smise subito di gridare, e gli and innanzi, premuroso:
    - Pregiatissimo signor avvocato! Quant'onore, quest'oggi... Baciamo le
    mani,  don Pep...  Rosa,  c' il signor avvocato  Coppa...  Mi  duole
    che...  Stellina,  s, figlia mia, guarda: c' il signor avvocato, che
    ci degna d'una sua visita... Mi duole, avvocato, che lei cpiti giusto
    in un momento...  Dispiaceri,  sa!  soliti dispiaceri  di  famiglia...
    Nuvola passeggera... Si accomodi, si accomodi.
    Colpito da quell'accoglienza lagrimosa, il Coppa disse, sedendo:
    - Ma...  se io c'entro...  anche indirettamente... prego la signora di
    scusarmi.
    - Lei? E come pu entrarci lei? - riprese, sorridendo, il Rav.
    Ciro lo interruppe, guardandolo con fredda severit:
    - Lasciatelo dire, vi prego, alla signora, che ne sa forse pi di voi.
    Stellina si tolse il fazzoletto dal volto e guard smarrita,  con  gli
    occhi rossi dal pianto, il Coppa. Poi disse, esitante:
    - Io non so...
    -   Ma  nossignore...   -  si  prov  a  intromettersi  di  nuovo  don
    Marcantonio.
    - Lasciatemi spiegare! - riprese forte il Coppa, seccato.  - Io mi son
    fidato di Pep,  e ho avuto forse torto. Certo per ho impedito che si
    facesse qualche schiamazzo sotto le  finestre...  Non  supponevo  che,
    interponendomi, avrei cagionato un dispiacere alla signora.
    Pep, comprendendo finalmente l'equivoco in cui era caduto il cognato,
    si agit su la seggiola, rosso come un papavero, e disse:
    - No, Ciro... Noi non c'entriamo... Quello  affar mio soltanto. ..
    -  Si  lasci  servire  da  me,   signor  avvocato!   -  entr  a  dire
    risolutamente  don  Marcantonio.   -  Lei  non   c'entra...   E'   una
    piccolissima  sciocchezza avvenuta questa mattina tra marito e moglie.
    Sa,  cose che succedono: io voglio questo...  io non lo voglio...  e
    allora...  mi  spiego?  E  il  torto    tutto  di  mia figlia,  torto
    sfacciato... S, s, cento volte s!   inutile che tu pianga,  figlia
    mia!  Puoi  pur  piangere fino a domattina: io son tuo padre,  e debbo
    dirti il bene e il male. Parlo giusto,  signor avvocato?  Mi pare che,
    fin  qui,  parlo giusto.  E dico: Prudenza e obbedienza: ecco la buona
    moglie!  E poi,  un po' di considerazione,  santo  Dio!  Pregiatissimo
    signor avvocato, mio genero esce adesso da una malattia mortale: non 
    morto,  proprio  perch  non  ha  voluto morire!  Ora se ne sta di l,
    convalescente, ed  un po' fastidiosetto, si sa! Bisogna compatirlo!
    - Io non parlo...- disse  Stellina  singhiozzando,  senza  scoprir  la
    faccia.  -  Parli tu e chi sa che fai credere di me...  Ma se la gente
    sapesse... Dio, Dio! Non ne posso pi...
    Ciro Coppa,  a queste  parole,  si  lev  da  sedere  gonfio  e  quasi
    sbuffante dalla stizza e dalla commozione.
    - Ma parla,  parla... Perch non parli? - grid alla figlia, irritato,
    il Rav.
    - Perch non sono come te! - rispose, pronta,  Stellina con voce rotta
    dal pianto.
    - E come sono io,  ingrata,  come sono? - scatt don Marcantonio. - Ho
    pensato forse a me? Che n' venuto, di',  a me?  Non ho pensato al tuo
    bene? Rispondi!
    - S,  s...- singhiozz Stellina.  - E la gente se ne accorger,  che
    hai pensato al mio bene,  quando verr qualche giorno  a  raccogliermi
    gi in istrada, sfracellata!
    - La sente, signor avvocato? La sente? Son cose, codeste, da dire a un
    padre, che per lei...
    - Per me? che cosa? - lo interruppe Stellina, puntando i due pugni sul
    divano  e  mostrando finalmente il volto inondato di lagrime.  - Tu mi
    hai incarcerata, a pane e acqua.
    - Io?
    - Tu: per costringermi a sposare uno pi vecchio di te.  E qui c'  la
    mamma che pu attestarlo.  Di', di' tu, mamma, se non  vero! E ci son
    le  vicine,  tutto  il  vicinato:  tante  bocche,   che  tu  non  puoi
    chiudere... E io t'ho pregato, scongiurato ogni giorno di portarmi via
    di qua.  Non voglio pi starci!  E se non mi porti via,  vedrai quello
    che far!
    - Don Pep, la sentite? - esclam don Marcantonio,  mezzo stordito.  -
    Questa  la ricompensa! Parlate voi...
    Pep si agit di nuovo sulla seggiola, imbarazzatissimo. Venne intanto
    dalla camera di don Diego lo scoppio di due strepitosi sternuti.
    -  Salute e prosperit!  - gli grid don Marcantonio,  con un gesto di
    comicissima ira,  aggiungendo a bassa voce: - Vi possa  schiattare  la
    vescichetta del fiele!
    Sorrisero tutti, tranne il Coppa, allo scatto strano, improvviso.
    - Signori miei,  - prese a dire Ciro con aria grave, - senza propositi
    violenti, c' rimedio a tutto: la legge.
    - Ma che legge e legge,  pregiatissimo signor avvocato!  - esclam don
    Marcantonio.
    - Vi dico che c' la legge,  e basta!  - grid Ciro, che non ammetteva
    repliche, nemmeno in casa altrui.
    - C' la legge, lo so, - riprese, umile, don Marcantonio.  - Ma queste
    son cosucce che si aggiustano in famiglia, signor avvocato mio; se non
    oggi, domani...
    - Questo, - ribatt Ciro, - non spetta a voi di dirlo.
    - Come non spetta a me? Io sono il padre!
    -  La  legge  non  ammette  padri  che  fan  sevizie alle figlie,  per
    costringerle a sposare contro la loro volont e la loro  inclinazione.
    Questo,  se  non lo sapete,  ve lo insegno io.  Signora,  se ella vuol
    servirsi di me,  io mi metto in tutto e per tutto a sua  disposizione.
    Ella,  volendo,  pu  sciogliersi  dal  nodo  che  le  riesce odioso e
    ricuperar la libert.
    - Dove? - domand,  perdendo la bussola,  il Rav.  - In casa mia?  E'
    pazza!  Una causa in Tribunale?  Uno scandalo pubblico?  Il discredito
    sul mio nome onorato?  E' pazza!  Io le chiudo la porta in  faccia.  E
    avr la libert di morire di fame!
    - In questo caso,  - tuon Coppa,  - ci penserei io! Di fame non muore
    nessuno; e prepotenze, neanche Dio!
    - Ma come sarebbe a dire?... - si prov a soggiungere don Marcantonio.
    Il campanello della porta squill a lungo,  come tirato  da  una  mano
    nervosa.  Il  Rav  s'interruppe.  Stellina  scapp  via  dal salotto,
    seguta dalla madre.  E Pep,  recatosi ad aprire,  si trov di fronte
    Mauro Salvo con la combriccola.
    Il Rav si fece loro incontro.
    - Domando scusa,  signori miei...  Se volete entrare, favorite pure...
    ma, ecco...
    - No, caro don Marcantonio, grazie! - disse Mauro.  - Siamo venuti per
    domandar notizie della salute di don Diego...
    -  Sano,  sano  e  pieno  di  vita!  -  s'affrett  a  rispondere  don
    Marcantonio.
    - Volevamo anche ossequiar la signora, - riprese il Salvo. - Ma se non
    si pu...
    - Non si pu!  - disse il Coppa,  con  un  tono  che  tagliava  netto,
    guardando  fiso  negli  occhi  Mauro.  -  Andiamo via tutti e togliamo
    l'incomodo.
    Poi, rivolgendosi a Pep, aggiunse:
    - Va' dalla signora: dille che avr l'onore di venire a trovarla  qui,
    domani, in tua compagnia.
    Pep ubbid,  e poco dopo andarono via tutti, senza neppur salutare il
    Rav, che rimase sul pianerottolo, come un ceppo.
    Appena fuori del portoncino, Mauro Salvo,  avviandosi coi fratelli e i
    cugini, disse, pigiando su le parole:
    - Pep, a rivederci!
    -  Non  rispondere!  -  impose forte a Pep Ciro Coppa,  in modo che i
    Salvo e i Garofalo udissero.


    18.
    - E' in casa don Pep? - domand, ansante,  don Marcantonio Rav,  non
    riconoscendo a prima giunta donna Bettina accorsa ad aprir la porta.
    - E voi chi siete?  - domand a sua volta donna Bettina irritata dalla
    furiosa scampanellata del Rav, squadrandolo da capo a piedi.
    - Oh,  scusi,  gentilissima signora!  Son Marcantonio  Rav,  ai  suoi
    comandi.  Scusi,  se vengo cos presto...  Accidenti a questo cane! Lo
    sente come abbaja?... Debbo parlare con Pep di un affare urgentissimo
    e di grande importanza per lui e per me.
    - Favorisca,  - disse donna Bettina un po' rabbonita,  ma pur  tra  le
    spine  vedendo  entrare  in  casa  quell'omaccione dall'abito non bene
    spazzolato e dalle scarpe poco  pulite.  -  Credo  che  sia  ancora  a
    letto... Vado a chiamarlo.
    Don  Marcantonio  si  mise a passeggiare per la stanza,  agitatissimo.
    Pep si present poco  dopo,  stropicciandosi  le  mani  gronchie  dal
    freddo, con la faccia lavata di fresco e asciugata in fretta.
    - Eccomi qua.
    - Caro don Pep,  ditemi subito che intenzioni ha vostro cognato.  Sto
    per schiattare dalla bile. Stanotte non ho chiuso occhio.  E l'ho pure
    a morte con voi.
    - Con me?
    - Gnors.  Lasciatemi dire, o schiatto, vi ripeto. Come vi  venuto in
    mente di condurre quell'energumeno,  quel pezzo d'ira di Dio,  in casa
    di mia figlia?
    - Io? - disse Pep. - C' voluto venir lui.
    - Per mettermi la guerra e il fuoco in casa?  Ditemi subito quali sono
    le sue intenzioni.
    Pep protest di non saper nulla; si dichiar dolente anche lui di ci
    che Ciro il giorno avanti aveva detto in casa Alcozr,  e aggiunse che
    avrebbe voluto trovare una scusa per impedire che suo cognato tornasse
    quel giorno a visitare Stellina.
    - Trovatela, don Pep! - esclam il Rav. - Trovatela per amor di Dio!
    Vi  ho  preso per un ingrato: me ne pento!  Credevo che vi foste messo
    d'accordo con vostro cognato per rovinarmi la figlia.  Ho avuto torto.
    Sarebbe  infatti  anche  la  vostra rovina.  Parliamoci chiaro;  anzi,
    fatelo intendere  a  quel  pazzo  furioso,  ditegli  pure  di  che  si
    tratta...  per  voi...  Mia  figlia  ha  bisogno solamente di un'altra
    spinta come quella di jeri, e butta all'aria tutto,  ve l'assicuro io!
    A  sentir  che la legge pu venirle in ajuto e ridarle la libert,  ha
    preso fuoco. Ah,  se l'aveste intesa jersera,  appena siete andati via
    voi due...  La libert,  asina, sai che vuol dire? - le ho detto io. -
    Che speri?  dove te n'andrai?  Ho cercato di prenderla con  le  buone;
    sono  arrivato  finanche a dirle che sapevo quale sarebbe stata la sua
    inclinazione,  e l'ho  scongiurata,  per  la  sua  felicit,  ad  aver
    prudenza, pazienza... Uno, due anni... che cosa sono? Se mi dicessero:
    tu  devi  far  la  vita  del  pi scannato miserabile,  schiavo tra le
    catene, due anni, cinque anni, e poi, in compenso, avrai la ricchezza,
    la libert; non la farei io forse? E chi non la farebbe?  Questo non 
    sacrifizio!  lo  sacrifizio  intendo,  quando  non  si avr mai nessun
    compenso. Ho fatto il sacrifizio io, per esempio, dando la figlia a un
    vecchio,  per il bene unicamente di lei;  quando piuttosto,  se il mio
    sangue fosse stato oro,  mi sarei svenato per farla ricca e felice.  E
    lei, ingrata...  Basta: Figlia mia,  le ho detto,  il sogno come ti
    pu diventar realt,  se non fai cos?.... Capite, don Pep, quel che
    m' toccato di dire?  E voi venite a rompermi  le  uova  nel  paniere,
    conducendomi in casa quel ficcanaso accattabrighe...  Per...  per...
    per,  santissimo Dio,  ho forse  fatto  peggio.  Gnors.  Mia  figlia
    adesso,  almeno a quanto m' parso d'intendere,  l'ha pure a morte con
    voi,  nel sospetto che vi foste  messo  d'accordo  con  me  per  farle
    sposare il vecchio...
    - Io?  - esclam Pep, arrossendo fin nel bianco degli occhi. - E come
    avrei potuto?
    -  V'ho  difeso!   -  lo  interruppe  subito  don   Marcantonio,   per
    rassicurarlo. - V'ho difeso, parlando in generale... Perch, il vostro
    nome,  capirete benissimo,  non  venuto fuori...  Peccati grossi, don
    Pep, debbo aver io su la coscienza, senza saperlo,  se Domineddio non
    m'ha  voluto  far  la  grazia  di  ritirarsi  dal  commercio di questo
    mondaccio quella merce avariata  di  settantadue  anni!  A  proposito:
    giusto jeri m'imbatto nel medico che l'ha curato e salvato: ci teneva!
    E  io  non  mi son potuto trattenere dal dirgli: M'avete fatto questo
    bel regalo!.  Basta;  don Pep,  intendiamoci: son venuto per aprirvi
    gli  occhi:  badate  che  vostro cognato tira a rovinarvi.  Vi ripeto,
    fategli intendere, magari in quattro e quattr'otto,  di che si tratta.
    In fin dei conti,  di che possono accusarmi? di voler fare la fortuna,
    prima,  e poi la felicit di mia figlia?  Non  delitto: sono anzi  il
    dio dei padri. Vi saluto, don Pep, e mi raccomando.
    L'Alletto rimase in preda a una vivissima agitazione e con una segreta
    stizza contro Stellina. Come! Dunque non lo amava pi? o non intendeva
    che,  ribellandosi  adesso,  mandava  tutto  all'aria?  L'odio  per il
    vecchio marito era veramente pi forte dell'amore per lui?  E  se  era
    sorto in lei, ora, il sospetto d'un accordo tra lui e il padre, non si
    sarebbe cangiato in odio l'amore?  non si sarebbe rivolta anche contro
    di lui quella rabbia? Che fare?
    Gli pareva d'impazzire,  tra l'avvilimento e la  confusione.  Pensava:
    Vuol  liberarsi dal marito!  E come,  se il padre non la vuole pi in
    casa e io non posso far nulla per lei?  Dunque pensa a un  altro,  che
    potrebbe  ridarle  la libert?  E io?  posso io consigliarle pazienza?
    Dovrebbe consigliarsela da s,  se veramente mi amasse...  Dunque  non
    m'ama pi.
    Eppure, fino all'altro jeri...
    Un  altro  pensiero  gli  balen:  che  Mauro  Salvo  avesse scritto a
    Stellina qualche lettera,  insinuandole il sospetto dell'accordo,  per
    vendicarsi.  Ne era ben capace quel vile!  S, s... Ma quale accordo?
    Io,  pensava,  smaniando,  io debbo assolutamente dimostrarle che 
    una  calunnia,  codesta.  Mi  metter  contro  il  Rav,  apertamente.
    Pregher tanto Ciro, finch non mi otterr un impiego, e allora...
    Decise di  recarsi  subito  dal  cognato;  ma  un  altro  pensiero  lo
    trattenne. Quel giorno Mauro Salvo col suo satellizio doveva essere in
    cerca di lui, per la citt, come un cacciatore arrabbiato, in mezzo ai
    suoi  bracchi.  Si  mise  allora a studiare per qual via sarebbe stato
    prudente recarsi in casa del Coppa, eludendo la vigilanza del rivale.
    19.
    Studiava ancora,  quando,  insolitamente,  si  vide  davanti  Ciro  in
    persona: Ciro in casa sua!
    Donna Bettina era rimasta come fulminata, nel vederselo davanti, e non
    gli  aveva  saputo  dir  nulla.  Ciro  s'era  introdotto  senza neppur
    salutarla.
    - Tu qua!  - esclam Pep,  stupito,  vedendolo.  - Chi t'ha aperto la
    porta?
    - Tua madre,  ed  restata l, come se avesse visto un brigante, - gli
    rispose Ciro, cupo.
    - No... ma siccome... - cerc di scusar la madre Pep.
    Ciro lo interruppe.
    - Lei  una vecchia,  e perci la compatisco;  tu sei uno  sciocco,  e
    perci ti meravigli della mia venuta.  Basta.  Non sei ancora vestito?
    Che aspetti? Vstiti, e andiamo.
    - Dalla signora Alcozr? Non ti par presto?
    - No.  Andiamo per affari,  non per visita.  Vstiti sotto  gli  occhi
    miei; se no, sei capace di metterci due ore.
    - Cinque minuti, - disse Pep. - Andiamo di l.
    Entrarono  nella camera da letto,  e Ciro,  alla vista dei due lettini
    gemelli, sogghign, tentennando il capo.
    - Eh,  lo so...  - sospir Pep.  - Ma se la mamma...  Hai detto,  per
    affari? Non ho capito...
    -  Affari,  affari!  -  replic  brusco  Ciro.  -  Ci ho pensato tutta
    stanotte e quest'oggi...
    - Alla signora Alcozr?  - domand Pep,  timido,  di tra  lo  sparato
    della camicia, nell'infilarsela.
    - A lei precisamente,  no.  Ho pensato al suo caso.  E' un'infamia che
    bisogna riparare a ogni costo.
    - Certissimo. Ma... e come? scusa...
    - Vstiti! Non perder tempo.
    - S s... ma non hai sentito il padre, jersera?
    - Me n'infischio, del padre,  - rispose il Coppa.  - Lo schiaccio come
    un rospo. Con la legge.
    - Sar,  - concesse Pep.  - Ma... scusa, permetti? Vorresti forse che
    il matrimonio si annullasse?
    - Quest' affar mio! E, a ogni modo, dipender da lei, dalla signora.
    - Va bene, - consent di nuovo Pep. - Ma... e dopo?
    - E' affar mio, ti ripeto! Vstiti!
    Pep fu  abbagliato  a  un  tratto  da  un'idea  luminosa,  e  guard,
    gongolante,   il   cognato;   poi   riprese   a  vestirsi  in  fretta,
    disordinatamente,  come  non  gli  era  mai  avvenuto.  Perch  no?,
    pensava.  E'  capace  anche  di  questo;    capace di tutto,  pur di
    prendersi una soddisfazione,  pur di schiacciare,  come lui  dice,  il
    Rav  e  Mauro  Salvo.  Ha  preso  a  difendermi?  mi  difender  fino
    all'ultimo.  Non  uomo da far le cose a mezzo;  anzi,  non gli  basta
    vincere,  vuole  stravincere.  Oh  Dio,  Stellina cos sarebbe mia!  E
    poi... poi per me ci penser lui...
    Come in risposta al tacito pensiero di Pep, Ciro disse:
    - Il padre non la vorr pi in casa?  Poco male!  Per il momento,  c'
    quella  testa  fasciata  di  mia  sorella  Rosaria,  che  superiora a
    Sant'Anna, e potr prendersela con s nel Collegio, fino a cose fatte.
    Poi si provveder. Se vuole, c' casa mia.
    - A casa tua? - domand Pep, tutto ridente.
    - Caro mio, se ti dispiace, non so che farti.
    - Ma no! Ma no! - s'affrett a negar Pep. - Per me, figrati.
    - Dici allora per tua madre?
    - Ma  neppure!  Vedrai  che  la  mamma,  poverina,  s'acquieter  alla
    necessit delle cose.
    -  Tanto  meglio!  - esclam il Coppa.  - Comprendi anche tu che io ho
    bisogno assoluto di una donna in casa?  Non ti facevo capace di tanto.
    Ti  ripeto,  ci  ho  pensato tutta questa notte...  Mi  assolutamente
    necessaria una donna in casa, che badi, se non altro,  ai ragazzi.  Io
    non posso condannarmi a rimanere il loro ajo per tutta la vita; gi la
    mia  salute  ne  soffre;  ho  poi da attendere alla professione.  Cos
    piglio, se lei vorr, due piccioni a una fava; far una buona azione e
    provveder un poco anche a me.
    - Ma s, ma s - approv Pep, raggiante di gioja. - Vedrai, Ciro mio,
    che donna! che bont!
    - Tu approvi dunque?
    - E come no? scusa! Ma un'altra preghiera, Ciro mio,  - s'arrischi ad
    aggiungere.  -  Vorrei che tu,  dopo,  pensassi un poco anche a me: un
    posticino...  per non restare su le tue spalle  del  tutto.  Vedi,  io
    sarei allora addirittura felice!
    - Ci penser,  ci penser,  non dubitare,  - rispose Ciro, astratto. -
    Ora, andiamo.
    Trovarono, questa volta,  in casa Alcozr Mauro Salvo e Fifo Garofalo,
    loro  due soli,  in rappresentanza di tutti gli altri,  venuti apposta
    prima  dell'ora  solita,   con  la  scusa  di  fare  una   visita   al
    convalescente.  Cos  Stellina,  all'arrivo del Coppa e di Pep,  pot
    sbarazzarsi di loro, conducendoli in camera di don Diego.
    - Eccoci soli!- disse poi, ritornando, con un sorriso.  - Si accomodi,
    avvocato, e voi pure, don Pep...
    Pareva che Ciro avesse perduto la lingua: guardava Stellina che gli si
    presentava cos diversa dal giorno avanti;  e, come se le proprie mani
    in quel momento gli cagionassero un grande impaccio,  non trovava dove
    cacciarsele  prima: dalle tasche dei calzoni se le pass in quelle del
    panciotto,   poi  in  quelle  della   giacca;   quindi,   inchinatosi,
    balbettando un grazie, e sedutosi, se le pos su i ginocchi e cominci
    a parlare con gli occhi bassi:
    - Senta, signora: non ho il bene di conoscere qual concetto ella abbia
    di  me,  del  mio  carattere.  La  fama che mi son fatta,  creda,  non
    corrisponde per  nulla  alla  mia  vera  natura:  sembro  a  tutti  un
    prepotente,  perch non ammetto prepotenze n dai miei simili,  n dai
    pregiudizii del paese,  n dalle abitudini che ciascun  uomo  tende  a
    contrarre;   nessuna   prepotenza,   neanche  da  Dio;   sembro,   per
    conseguenza, anche strano, solo perch voglio esser libero, in mezzo a
    tanta gente che  schiava o di se  stessa  o  degli  altri,  come  per
    esempio, mio cognato Pep.
    -  Io?  -  esclam  questi,  quasi  destandosi di soprassalto,  mentre
    seguiva intentamente la elaborata spiegazione, di cui non iscorgeva n
    l'opportunit n lo scopo,  pur  ammirando  il  modo  di  parlare  del
    cognato.
    -  Schiavo  di  te  stesso e degli altri,  - rafferm Ciro con pacata,
    tranquilla fermezza,  mentre Stellina rideva.  - Si pu esser poveri e
    liberi nello stesso tempo. Non la pensa cos, o sembra, il padre della
    signora.  Ma ognuno intende a suo modo la vita.  Io,  per me, non sono
    prepotente,  ripeto: faccio anzi sempre ci  che  devo,  e  so  sempre
    quello  che  faccio.  Questo  per dirle che,  impressionato fortemente
    dalla scena di jeri  e  dalle  sue  parole,  ho  riflettuto  a  lungo,
    signora, e considerato da ogni parte il suo caso.
    - Io la ringrazio, - disse Stellina, chinando il capo.
    -  Mi  ringrazier dopo - riprese Ciro.  - Intanto le raffermo ci che
    ebbi l'onore di dirle jeri: che ella pu,  quando voglia,  sciogliersi
    dal matrimonio,  a cui fu costretta con sevizie.  Possiamo produrre le
    prove: abbiamo, se non ho frainteso, molti testimonii; ma, quand'anche
    non ne avessimo alcuno, baster, io credo,  mostrare ai giudici il suo
    signor  marito,  scusi sa!  testimonianza lampantissima della violenza
    usatale. Quel che jeri lei stessa ne ha detto e quel che me n'ha detto
    Pep, mi abilita a parlare cos.  Insomma,  io le do per fatto,  senza
    alcun  dubbio,  lo  scioglimento,  e  mi  metto di nuovo,  dopo matura
    riflessione, in tutto e per tutto,  ai suoi ordini.  Non la scoraggino
    le minacce del padre: ho,  lei lo sa, una sorella monaca, la superiora
    del Collegio di Sant'Anna: bene,  ella potrebbe andare da  questa  mia
    sorella e star temporaneamente nel Collegio; quindi, a fatti compiuti,
    decidere sul da fare.
    Pep  approvava  col  capo,  guardando  Stellina che ascoltava con gli
    occhi fissi sul pavimento, pensierosa.
    - Naturalmente, - concluse Ciro,  - io non posso attendermi da lei una
    pronta  risposta:  non sarebbe prudente da parte sua.  Ci pensi s,  e
    poi, da qui a un mese o che so io, quando insomma avr ben considerato
    il pro e il contro,  mi dica o s o no.  Io,  se  lei  permette,  avr
    l'onore  di frequentar la sua casa in compagnia del nostro Pep;  o se
    no, un bigliettino,  due parole: Signor Coppa,  s,  e io mi metter
    subito all'opera. Siamo intesi?


    20.
    Cos Ciro cominci a frequentar la casa dell'Alcozr,  in cui venivano
    adesso,  di nuovo,  i Salvo e  i  Garofalo.  Ma  don  Diego,  dopo  la
    malattia, non era pi quello di prima. I tristi umori della vecchiaja,
    stemperati  per  tant'anni negli ambigui sorrisi,  davano ora quasi un
    sapor velenoso a ogni sua parola e quasi avevano avvelenato l'anima di
    Stellina di giorno in giorno pi triste.
    L'intervento del Coppa  aveva  sconcertato  il  piano  di  difesa  del
    vecchio.  Pep Alletto e Mauro Salvo eran passati ora in seconda linea
    di fronte a quell'uomo  che  s'era  introdotto  in  casa  ad  assalire
    apertamente  ogni  suo diritto su la moglie,  e che lo teneva in tanta
    soggezione e in uno stato  insopportabile  d'avvilimento  e  quasi  di
    vergogna di se stesso, non mai finora provata. Veniva poi a mancar del
    tutto, lo scopo che s'era prefisso in quei tardi anni, e per cui aveva
    ripreso moglie ancora una volta: godere dell'altrui allegria attorno a
    s.
    L'inferno anticipato?, pensava. No no, che!
    Non  riusciva per a veder la fine di questa nuova condizione di cose,
    come liberarsi di questa siepe di spine ch'era venuta  a  pararsi  sul
    finire del suo lungo cammino fiorito.
    Ciro intanto vigilava,  senza mostrarlo,  su Stellina;  la guardava di
    tanto in tanto;  ed ella in quello sguardo severo e pieno  di  volont
    leggeva  l'attesa paziente,  non ostante l'uggia e il dispetto che gli
    dovevano cagionare  la  presenza  e  le  chiacchiere  futili  di  quei
    giovani. E insieme con l'attesa vi leggeva la protezione.
    Protetto  si  sentiva  anche  Pep,  quantunque  in cuor suo perplesso
    ancora,  se dovesse abbandonare del tutto l'appoggio segreto del Rav,
    puntello  non  pi  valido  abbastanza per raffermar l'edificio un po'
    scosso delle sue speranze.  Ma doveva poi rimettersi interamente  alla
    discrezione del cognato?
    Ciro, ecco... hm!... basta, stiamo a vedere...
    Ciro,  con  quel  suo  carattere  e  quei suoi scatti inconsulti,  non
    gl'ispirava veramente molta fiducia. Se non che,  pensava egli,  da
    che  ci  s'  messo,  ha  tenuto  fermo.  E  pare  un altro: prudenza,
    contegno...  un po' rigido,   vero,  ma chi se lo sarebbe  aspettato?
    sempre  a  modo,   anche  affabile  talvolta,  specialmente  con  Fifo
    Garofalo... E noto che anche ha pi cura della persona: colletti alti,
    abito nuovo... bravo Ciro!
    Non la pensavan come lui,  per,  i Salvo e i  Garofalo,  che  pur  si
    ostinavano a frequentare ancora la casa di don Diego.  La presenza del
    Coppa infine  disagiava  tutti,  imponendo  una  circospezione  e  una
    ritenutezza a lungo insostenibile.
    Stellina lo comprendeva,  e di giorno in giorno diveniva pi smaniosa,
    cos sospesa in una posizione che anche lei sentiva precaria,  pur non
    sapendo ancora come dovesse risolverla. E dalla perplessit sua stessa
    era tenuta in un continuo orgasmo. Fustigavano poi senza tregua questo
    orgasmo  le  prediche  e  i  consigli del padre,  gli umori sempre pi
    acerbi del marito,  il quale,  non avendo il coraggio di liberarsi  di
    tutti quei seccatori, pretendeva che glieli sbarazzasse lei d'attorno,
    e la opprimeva; la paura infine che un giorno o l'altro non scoppiasse
    un  diverbio o peggio tra il Coppa e Mauro Salvo,  che covava,  cupo e
    taciturno, il suo rancore.
    In queste condizioni di spirito,  dopo un'altra scena,  pi disgustosa
    della  prima,  col  padre  e  col marito,  annunzi una sera al Coppa,
    ch'ella era pronta a rifugiarsi nel Collegio di Sant'Anna,  presso  la
    sorella  di  lui,  anche  per  sempre,  pur di finirla con quella vita
    d'inferno;  e che intanto egli pensasse a  liberarla  dal  marito,  se
    fosse possibile.



    21.
    Tre  giorni  dopo,  don  Diego  Alcozr  si present in casa del Rav,
    esclamando con le braccia per aria:
    - Scappata! scappata!
    - Chi? mia figlia? Vostra moglie?
    - "Quondam, quondam..." eh eh! - corresse don Diego,  accompagnando il
    sorrisetto  con  un  cenno  di  protesta della mano.  - "Quondam",  se
    permetti... Scappata. Contentone!
    Marcantonio Rav si lasci cadere su la seggiola, come fulminato.
    - Scappata... con chi?
    - Se lo sa lei,  -  rispose  allegramente  don  Diego,  scrollando  le
    spalle.  -  O sola o in compagnia,   tutt'uno.  Ho qui la...  come si
    chiama? la... la cosa del Tribunale...
    - Siamo gi a questo? - esclam il Rav,  rimettendosi in piedi.  - Il
    Coppa,   lui...  quell'assassino!  M'ha rovinato la figlia...  E voi,
    vecchio imbecille, ve la siete lasciata scappare?
    - Caro mio, le avrei aperto io stesso la porta, purch mi lasciasse in
    pace!
    - Rosa, Rosa! - chiam don Marcantonio.
    La si-donna Rosa si mostr all'uscio, placida, al solito.
    - Che c'?
    - C' che... guarda... qui, tuo genero...
    - EX, EX...
    - Scappata, Rosa! scappata!
    - Stellina?
    - Copriti la faccia,  vecchia mia!  Dovevamo aspettare  che  i  nostri
    capelli   diventassero   bianchi,   perch  nostra  figlia  venisse  a
    imbrattarceli di fango!
    - Non capisco nulla... - disse, imbalordita, la si-donna Rosa.
    - Glielo spiego io,- interloqu allora don Diego. - Stamattina...  Oh,
    ma piano, Marcanto'!
    - Oh Dio,  oh Dio!  - strill la si-donna Rosa accorrendo a trattenere
    il marito che,  pestando i piedi e piangendo come un ragazzo,  si dava
    manacciate furiose in testa.
    -  Lasciatemi!   Lasciatemi!   Il  disonore    troppo!  Questa    la
    ricompensa! Ah figlia ingrata! In Tribunale... in Tribunale...
    - Clmati, Marcantonio, clmati! Non  poi il finimondo... - lo esort
    don Diego.  - Scioglimento di matrimonio...  Lei con una mano,  io con
    cento. Son disposto a tutto...
    -  Anche  voi?  - url don Marcantonio,  afferrando per le braccia don
    Diego e scotendolo violentemente.  - Avreste il coraggio anche voi  di
    trascinarmi in Tribunale? Voi!
    - Scusa, ma... - balbett don Diego, quasi nascondendo la testa tra le
    spalle,  tremando  di  paura  sotto  gli occhi inferociti del Rav.  -
    Scusa... se lei lo vuole...
    - Che vuole? - rugg don Marcantonio, senza lasciarlo. - Non pu voler
    nulla, lei! Ditemi dov' andata! subito!
    - Non lo so...
    - Volete allora che vada a scannare il Coppa?
    - Scanna chi ti pare, ma lasciami! Io non c'entro... Oh quest' bella!
    Te la pigli con me?
    - Con tutti,  me la piglio!  Aspettate,  don  Diego...  Cos  non  pu
    finire... Vediamo con le buone... uno scioglimento alla buona... senza
    trascinar nel fango, per carit, il mio nome onorato...
    - Scioglimento alla buona?  - disse timido,  esitante, don Diego. - Ma
    io... tu lo sai... come potrei restar solo, io?
    - Vorreste riammogliarvi? - tuon don Marcantonio,  riafferrandolo.  -
    Rispondete!
    -  Non  lo so...  - balbett ancora don Diego,  messo alle strette.  -
    Ma... se tua figlia...
    -  Ve  la  riconduco  io  subito  a  casa!  Aspettate.   Vo  a  trovar
    quell'assassino!
    - Marcantonio, per carit! - supplic la moglie.
    -  Zitta  tu!  -  le  grid il Rav.  - Vado armato del mio diritto di
    galantuomo e di padre: difendo l'onore e la figlia!
    - Marcantonio! Marcantonio! - strill,  grattandosi la fronte,  la si-
    donna Rosa, dall'alto della scala.


    22.
    Esortandosi  per  via  con frasi vibranti di sdegno,  Marcantonio Rav
    corse in gran furia alla casa del Coppa.  Quando pervenne davanti alla
    porta, non tirava pi fiato.
    Venne ad aprirgli Pep Alletto.
    - Voi qua? - gli grid don Marcantonio. - Ingrataccio! anche voi?
    Fu  interrotto da un terribile colpo di frustino su la scrivania dello
    studio attiguo, e poco dopo il Coppa irruppe nella saletta urlando:
    - Chi  l? Chi si permette?
    - Perdoni,  pregiatissimo signor avvocato!  - prese a  dire  il  Rav,
    togliendosi il cappello.
    - Via!  via! - incalz il Coppa, indicandogli la porta col frustino. -
    Uscite, subito, via!
    - Ma, nossignore: io son venuto...  perdoni...  Don Pep,  parlate voi
    per me...
    - Caccialo subito via! - ordin Ciro al cognato.
    - Mi faccio meraviglia...  voi,  don Pep? - preg, ferito, il Rav. -
    Perdoni, signor avvocato... Purch mi lasci parlare,  le parler anche
    in ginocchio.
    E in cos dire, don Marcantonio accenn di piegarsi su i ginocchi; ma,
    in  quella,  su  la  soglia  dello  studio,  si present donna Carmela
    Mndola,  l'accanita vicina,  la quale,  con l'indice teso  contro  il
    Rav, si mise a strillare:
    - Lui,  lui,  sissignore! ha bastonato la figlia, sissignore: lo grido
    davanti agli uomini e davanti a Dio! Non ho paura, io! Lui! Lui!
    - Zitta, voi! - le impose, furibondo, il Coppa.  - E voi,  - aggiunse,
    afferrando per un braccio il Rav, - fuori! Non voglio scenate in casa
    mia!
    Don Marcantonio divent pallidissimo, e minacci con gli occhi torbidi
    e la voce tremante.
    - Ma infine...
    Il Coppa gli diede uno spintone:
    - Fuori!
    -  Io sono un vecchio!  - esclam il Rav,  passandosi su i capelli la
    mano levata minacciosamente.
    - Ciro... - preg a bassa voce Pep, impietosito.
    Ma il Coppa replic con violenza:
    - Fuori! Ricordtelo a voi stesso che siete un vecchio,  prima che gli
    altri, per l'imprudenza vostra, se lo dimentichino!
    - Imprudenza?... - disse il Rav. - Ma io vengo...
    - Le vostre ragioni le direte ai giudici; intanto, via!
    La  Mndola,  appena uscito il Rav,  volle lodar l'avvocato del degno
    modo con cui aveva accolto colui.
    - Nient'affatto! - neg Ciro. - Ho agito malissimo.  Ma per causa sua:
    non doveva venire.
    - Padre snaturato! - insistette la Mndola.
    - Nient'affatto!  - neg di nuovo,  pi vivamente, Ciro, adirandosi. -
    Lui ha creduto e crede d'agire per il bene della figlia.  Ma  ci  non
    toglie che non abbia commesso un delitto...  Pep,  non mi guardare in
    bocca con codesta faccia da scimunito: mi di ai nervi,  te  l'ho  gi
    detto. Ritorniamo al lavoro. Siedi e scrivi!
    Pep  era  diventato  lo scrivano e il galoppino di Ciro.  La felicit
    sua,  in  quei  giorni,   era  soltanto  turbata  dalla  costernazione
    costante,  anzi  dalla paura di non contentare in tutto e per tutto il
    cognato che lo comandava a  bacchetta,  e  per  cui  ora  sentiva  una
    riconoscenza  illimitata,  pur  sapendo che egli non si era messo cos
    accanitamente in quella briga per lui, bens per ispirito d'autorit e
    di giustizia. E lo ammirava e,  sorridendo tra s e stropicciandosi le
    mani dalla gioja, ripeteva la frase preferita dal Coppa:
    - Prepotenze, neanco Dio!
    Ma ecco,  intanto,  si distraeva. - Al lavoro! al lavoro! - Non doveva
    pensare a nulla,  fino a tanto che la lite non fosse  vinta,  fino  al
    giorno in cui Stellina non fosse sua... li, l, in quella stessa casa,
    proprio l...  E Pep, in un impeto d'amore, si stringeva e baciava le
    mani, come fossero quelle di Stellina.
    Aveva fatto il giro di tutto il vicinato  del  Rav,  per  raccogliere
    testimonianze a sostegno del processo che Ciro imbastiva.  Quando alla
    fine la maggior parte del lavoro fu abbozzata,  il Coppa volle ch'egli
    si recasse anche da don Diego Alcozr per invitarlo a un abboccamento.
    - Onoratissimo dell'invito, - disse don Diego a Pep. - Eccomi pronto.
    Sono con voi.
    Ciro   lo   accolse   con   molto  garbo;   e  don  Diego,   grato  di
    quell'accoglienza,  volle toglier  subito  all'ospite  l'imbarazzo  di
    certe domande difficili, entrando lui per primo nell'argomento.
    - Lor signori sono giovani,  rispetto a me, - disse, rivolgendosi pure
    a l'Alletto, - e perci potrebbero anche aspettare. Ma io son vecchio,
    e mi preme di uscire di questa briga quanto pi presto sia  possibile.
    "Quonam  pacto"?  Sono  dispostissimo  a  tutto,  signor avvocato.  Mi
    suggerisca lei.
    Ciro rimase a guardarlo,  intento,  un tratto,  tra la sorpresa  e  la
    diffidenza. Poi, per provarlo subito, gli disse:
    -  Ma...  ecco...  ci sarebbe da fare semplicemente...  se lei volesse
    aver la bont... una... una...
    - Dichiarazioncina?...  - sugger l'Alcozr,  accompagnando la  parola
    col  sorrisetto  frigido  che  Pep  gli conosceva.  E aggiunse: - Una
    domanda. Sar discussa a porte chiuse la causa?
    - Certo,  - rispose Ciro.  - Se lei lo  vuole...  Sarebbe,  in  fondo,
    considerando  gli  anni,  a cui ella ha avuto la fortuna di pervenire,
    sarebbe un lieve sacrificio di vanit.
    - Non ne ho,  di questo  genere...  -  lo  interruppe  argutamente  il
    vecchietto.  -  Sarei  ridicolo,  all'et mia.  Per,  siccome codesto
    sacrificio  che  lei  dice  potrebbe  forse,   in  certo  qual   modo,
    danneggiarmi per l'avvenire... per quei pochi giorni che mi restano di
    questa  sciocca  fantocciata che chiamiamo vita...  ecco,  se ci fosse
    qualche altro rimedio...
    - Questo, - osserv il Coppa,  ammirando la filosofica schiettezza con
    cui l'Alcozr trattava la questione, e vedendolo inchinevole a cedere,
    - questo sarebbe il mezzo pi sicuro, pi sbrigativo.
    - Ebbene,  - si rimise don Diego, scrollando le spalle e sorridendo, -
    pur d'uscirne...
    Cos,  non ponendo egli,  ch'era  la  parte  pi  interessata,  nessun
    impegno in contrario,  la lite, per le brighe, le raccomandazioni e le
    sollecitudini di Ciro,  venne presto in Tribunale,  e  fu  discussa  a
    porte chiuse.
    Una   moltitudine  di  curiosi  sfaccendati  attendeva  impaziente  il
    giudizio.  Pep Alletto aveva la febbre addosso e smaniava,  senza  un
    minuto di requie, dietro la porta chiusa, non ostante che l'usciere di
    guardia di tanto in tanto lo esortasse a far buon animo:
    - Dia ascolto a me che me n'intendo: causa vinta!
    La  porta finalmente s'apri.  Ciro,  raggiante,  annunzi la vittoria.
    Scoppiarono applausi e grida.  Batteva le  mani,  ridendo,  anche  don
    Diego  Alcozr.  Ma  don  Marcantonio  usc  dalla  sala del Tribunale
    scotendo il testone raso, coi denti serrati, mentre abbondanti lagrime
    gli rigavano la faccia congestionata:
    - Figlia mia! figlia mia! Mi hanno assassinato una figlia!
    Pep volle  abbracciare  il  cognato;  ma  questi,  nell'ebbrezza  del
    trionfo, eccitato dagli applausi, lo respinse con un gesto furioso.
    Il  Presidente  del  Tribunale,   scampanellando,  fece  sgombrare  il
    corridojo; ma, per via,  la folla cresciuta continu a batter le mani,
    e Ciro parl:
    -  Eroi i padri,  o signori,  che per render propizia la divinit alle
    nobili imprese della patria sacrificavan le figlie!  Ma che dire  d'un
    padre  che,  per  loschi  fini,  la  propria  figlia  sacrifica al dio
    Mammone?
    - Mammone! Mammone! Abbasso Mammone!  - grid la folla,  tra le risa e
    gli applausi.
    E,  da quel giorno,  il Rav fu chiamato da tutto il paese Marcantonio
    Mammone.

    23.
    Pep Alletto si era spiegato l'impegno posto da Ciro  nel  condurre  a
    buon fine l'impresa, come effetto dell'eccessiva indole di lui. Quando
    per  lo  vide  tutto inteso a sgomberar la casa della mobilia vecchia
    per comperarne altra nuova,  cominci a entrar davvero in sospetto non
    gli avesse dato di volta il cervello.
    Possibile  che  faccia  tutto  questo  per  me?  Intanto  non ardiva
    domandargli nulla.  Dopo la vittoria,  Ciro,  anzich mostrarsi lieto,
    diventava di giorno in giorno pi cupo.
    - Pep, - gli disse una mattina, tirandolo per la giacca, in disparte,
    con gli occhi foschi. - Devi dirmi la verit: prometti prima pero, che
    me la dirai. Se menti, guaj a te: non ti dico altro.
    Pep,  contento  in fondo che si venisse a una spiegazione,  bench il
    modo un po' lo apprensionisse, promise.
    - Non so pi da quanti giorni - riprese Ciro,  - ho perduto  la  pace.
    Ricordo  che  tu  una volta mi dicesti che Mauro Salvo,  quel buffone,
    corteggiava Stellina. E' vero?
    - E' vero;  ma,  non corrisposto!  - rispose  Pep,  cercando  con  un
    sorrisetto d'appianar la ruga minacciosa su la fronte di Ciro.
    - Giuralo! - esclam questi.
    - Che vuoi che giuri? - disse Pep. - Lo so io, e basta.
    - Sai che Stellina non rispose mai,  mai,  minimamente, alla corte del
    Salvo?
    - Ma s! ma s!
    - Giuralo!
    - Ebbene, lo giuro!
    Ciro si mise a passeggiare per lo studio,  col mento sul  petto  e  le
    mani in tasca; insoddisfatto, fosco.
    -  Che  vai pensando?...  - riprese Pep.  - Ti angustii proprio senza
    ragione... d'una cosa che, se vuoi, torno a giurarlo,  non ha ombra di
    fondamento... E mi pare che io possa saperlo.
    - Tu non sai nulla!  - gli grid Ciro, fermandosi a fulminarlo con gli
    occhi.
     Pep si strinse nelle spalle.
    - Come vuoi tu... Io ero l...
    - Ah, eri l, - irruppe Ciro, col volto contratto dalla rabbia.  - Eri
    l,  lo sai dire...  e con te tant'altri buffoni! Quella era dunque la
    casa di tutti...  E Stellina l,  in mezzo a voi,  mentre  il  vecchio
    dormiva...
    - Eravamo l tutti,  vero, - ammise Pep, - ma non si faceva nulla di
    male...   Tu  sei  geloso,  e  non  puoi  intenderlo...  Si  scherzava
    innocentemente, e...
    - L'innocenza,  imbecille,  partorisce i figliuoli!  -  lo  interruppe
    Ciro, furibondo. - Qualcosa, certo, dev'esserci sotto; come ti spieghi
    altrimenti  che  io ho dovuto combattere fin oggi per farla addivenire
    al matrimonio? Come te lo spieghi?...
    - Me lo spiego,  - disse Pep,  cercando le parole,  - me lo spiego...
    considerando che la poverina... ha tanto patito... Ma io, per dirti la
    verit, non me lo sarei aspettato... Ah, non voleva pi saperne?
    - Voleva farsi monaca, - rispose, cupo, Ciro.
    - Ma ora, l'hai persuasa?
    - S' persuasa,  con l'ajuto di mia sorella.  Ma anche tu,  di', anche
    tu,  con codesta faccia da scimunito,  - riprese Ciro,  fermandosi  in
    mezzo  allo  scrittojo  e  appuntando come un'arma l'indice d'una mano
    contro Pep,  - anche tu,  di' la verit,  hai  tentato  di  farle  la
    corte...
    Pep lo guard, allocchito.
    - Come... io? Non capisco...
    -  Oh,  con  me,  sai,  non  serve  far  lo  scemo!  - gli disse Ciro,
    sprezzante.  - Anche tu,  anche tu,  come tutti gli altri imbecilli...
    Basta.  Adesso,  bisogna  allestir  subito  la casa.  La mobilia di s
    bisogna trasportarla tutta in campagna,  prima che arrivi la nuova  da
    Palermo. Poi verrai con me al Municipio. Mi farai da testimonio.
    - Io... a te?... Ma come?... - pot a mala pena balbettare Pep. - Io,
    il testimonio a te?
    - Ti dispiace?
    - Ma come... dunque... Chi... chi sposa?
    Sent mancarsi la terra sotto i piedi;  si port le mani su le tempie,
    quasi temendo non gli scoppiassero,  e chiuse gli occhi per  trattener
    due lagrime che gli colarono per gi per le guance smorte.
    - Nulla...  nulla...  - riprese poi, quasi tra s, con voce rotta e le
    labbra tremanti. - Hai ragione... Che stupido!... Che imbecille!...  E
    come ho potuto crederlo? Come ho potuto supporre che tu...
    - Sei impazzito?  Che ti scappa di bocca?  - gli grid Ciro.  - Parla!
    Che t'eri messo in testa?
    - Lasciami stare,  Ciro!  - disse Pep,  esasperato,  senza porre  pi
    freno alle lagrime.
    -  Ah,  tu  credevi,  - inve Ciro allora,  - credevi forse di doverla
    sposar tu? Eravate d'accordo? Parla, perdio! o ti strozzo...
    - Ti ripeto,  lasciami stare!  - gli grid Pep,  col  coraggio  della
    disperazione, svincolandosi. - Non ti basta che ti dica che sono stato
    un pazzo,  o un imbecille?  S, s, ho potuto credere stupidamente che
    quanto hai fatto, lo facessi per me...  Ora basta,  basta...  Sposala!
    Che vuoi da me? Non t'ha detto di s?
    -  Ma  io  voglio sapere...  - ton il Coppa,  slanciandosi addosso al
    cognato.
    Pep si scherm; poi gli si par davanti, con audacia insolita.
    - E non lo sapevi forse?  O perch manc  poco,  che  non  mi  facessi
    ammazzare per lei? Non lo sapevi che io l'amo da tanti anni?
    - E lei? - fremette Ciro, con occhi feroci.
    - Non t'ha detto di s? - ripet l'Alletto. - Che vai dunque cercando?
    - Ma tra te e lei,  - replic Ciro,  - dimmi la verit, o non rispondo
    pi di me! tra te e lei... parla!
    - Che vuoi che ti dica?  - gemette Pep tra le braccia  del  Coppa.  -
    Lasciami stare... mi fai male...
    - Dimmi la verit... tra te e lei, che c' stato? Voglio saperlo...
    -  C'era  una  promessa...  -  rispose  Pep.  -  Aspettavo che Dio si
    raccogliesse quel vecchiaccio...
    - E poi?
    - Poi sei venuto tu... Ella ti ha detto di s... Ora tutto  finito...
    Io non so nulla,  non posso farci nulla...  dunque lasciami  andare...
    Tutto  finito...
    Prese dall'attaccapanni il cappello,  lo pul pi volte con la manica,
    e se ne and, come intronato.
    Ciro rimase con le pugna serrate su le guance,  gli occhi da belva,  a
    passeggiare in s e in gi per lo studio.


    24.
    Don  Diego  Alcozr,  il  giorno dopo le nozze del Coppa con Stellina,
    vide per istrada Pep Alletto, e lo chiam a s. Mentre il giovanotto,
    torbido in volto e come svanito,  gli s'avvicinava,  egli  spalm  una
    mano,  appoggi  il  pollice su la punta del naso e si prov ad agitar
    per aria le altre quattro dita tremule:
    - Tanto di naso, don Pep! Mannaggia la prescia!
    - Non mi seccate, vecchiaccio stolido!  - proruppe Pep,  scrollandosi
    tutto con rabbioso dispetto.
    Ma don Diego lo trattenne per un braccio.
    -  Eh via,  non siate furioso: venite qua...  Io,  voi e il nostro ex-
    suocero dobbiamo anzi consolarci a vicenda, oramai. Venite a casa mia:
    Marcantonio verr pi tardi; e questa sera stessa, se non vi dispiace,
    intavoleremo una partitina di calabresella... Ci terremo compagnia...
    Pep,  chiuso nel funebre cordoglio,  si lasci andar taciturno dietro
    l'Alcozr  che,  tentennando  su  le  deboli  gambette  a  ogni passo,
    sogghignava sotto il naso e si volgeva di tanto in tanto  a  sbirciare
    l'aspirante suo erede sconfitto.
    -  Scusate  se  rido,  don  Pep!  Nella vita c' da piangere e c' da
    ridere.  Ma io son vecchio e non ho pi tempo di fare  tutt'e  due  le
    cose.  Preferisco ridere. Del resto, piangete voi per me... Povero don
    Pep,  non  crediate  per,   vi  compatisco!   Per  togliervi  subito
    d'impaccio,  lasciate  che  vi  dichiari  che  sapevo  tutto:  so  che
    aspiravate alla mano di Stellina, dopo la mia morte, e che Marcantonio
    era d'accordo.  Ho detto perci il "nostro  ex-suocero".  Ebbene,  che
    male c'? Io, anzi, vi assicuro che n'ero contentone, e sapete perch?
    A  parte  i  meriti vostri,  so che quando si desidera ardentemente la
    morte di uno,  quest'uno non muore mai.  E vi  tenevo  caro,  come  un
    amuleto.  Ora,  invece,  che  v'importa pi ch'io campi o ch'io muoja?
    Mentre quella volta... vi ricordate? dite la verit,  mi ci conduceste
    apposta fin laggi,  ai Tempii,  sotto quel diluvio?  Perdio: pensare,
    don Pep,  che ci eravate quasi  arrivato...  Che  rabbia  deve  farvi
    questo pensiero!  Una polmonite coi fiocchi...  Il Signore vi ha fatto
    assaporare la mia morte,  e poi ve l'ha tolta quasi di bocca,  come un
    tozzo di pane, povero don Pep! E ora...
    L'Alletto si ferm davanti al portoncino di don Diego.
    - Se dovete seguitare a dir codeste sciocchezze, vi lascio.
    - No no, salite, caro don Pep, - gli rispose l'Alcozr, trattenendolo
    di  nuovo per un braccio.  - Salite!  Mi dispiace che non ci troverete
    pi la vostra futura moglie...  Faccio  per  ridere...  Non  ci  sente
    nessuno...
    Entrati  in  casa,  don  Diego  condusse  Pep  in giro per le stanze,
    indovinando e quasi gustando l'amaro piacere che doveva cagionargli la
    vista di quel luogo,  ove Stellina aveva  abitato.  Nella  saletta  da
    pranzo si ferm e,  additando un lato della tavola sparecchiata, disse
    come a se stesso:
    - Sedeva l a desinare... Poi l,  vicino alla finestra,  si metteva a
    leggere i romanzi, che le prestava Fifo Garofalo...
    Nella  camera  da letto non gl'indic nulla;  ma,  nello svestirsi per
    indossar  l'abito  di  casa,   vedendo  che  Pep  guardava  il  letto
    matrimoniale  attraverso  le tende dell'alcova,  sogghign forte,  poi
    finse di trarre un profondo sospiro e and a battergli una mano su  la
    spalla.
    - Eh, caro don Pep, doman l'altro compisco settantatr anni, eh eh...
    Se  aveste  avuto  un  po'  pi  di  pazienza...   Basta,  non  voglio
    affliggervi... Ecco, suonano alla porta: sar Marcantonio.
    Il Rav non s'aspettava di trovar l'Alletto  in  casa  di  don  Diego.
    Appena lo vide, si cangi in volto e grid:
    - Lasciatemene andare!
    Don Diego lo trattenne per la giacca.
    - Lasciatemene andare! - ripet pi forte don Marcantonio. - Non posso
    vedermelo davanti!
    - Eh via,  perch?  perch?  - gli disse l'Alcozr senza lasciarlo.  -
    Vieni qua... Rimettiamo la pace.
    - Lui, lui m'ha rovinato la figlia! - insistette don Marcantonio.
    E don Diego, rabbonendolo:
    - Ma no,  perch?  "Factum infectum..." con quel  che  segue.  E'  pi
    sconsolato di te, povero giovanotto... S, s, stringetevi la mano.
    - Neanco se viene Dio! - protest l'altro.
    - Eh via,  Marcanto'!  Da' qua la mano;  don Pep, datemi la vostra...
    Cos! La pace  fatta. La colpa di don Pep  stata una sola, come gli
    facevo notare poco fa! la prescia! Colpa scusabile in un giovanotto...
    - Nossignore!  - neg il Rav.  - La colpa sua  stata d'aver condotto
    qua  quel  birbante  matricolato,  che  non riconoscer mai per genero
    finch campo, e che non voglio neanche nominare. Mia figlia, ora,  per
    me,    come se fosse morta!  Non la vedr pi...  E me l'avete uccisa
    voi,  don Pep!  Lasciatemi...  lasciatemi piangere...  Voi me l'avete
    uccisa!  Non  ve  lo  avevo detto io che colui sarebbe stato la vostra
    rovina e la rovina di mia figlia?
    - Scusate, - disse Pep,  turbato dal pianto del Rav e commosso.  - E
    io  non sono stato ingannato e tradito peggio di voi?  Ammesso che sia
    stato io a spingerlo a venire,  che non ,  lo avrei forse  fatto,  se
    avessi potuto sospettare o supporre...
    - Signori miei,  - li interruppe don Diego, - volete dare ascolto a un
    vecchio?  Non ci pensiamo pi!  E' il meglio che ci resti da fare:  le
    recriminazioni adesso sono inutili... Accendiamo il lume, piuttosto, e
    facciamoci la calabresella.



    25.
    Ogni sera i tre sconfitti si riunivano l,  in casa di don Diego,  per
    la partitina.  Spesso il discorso  cadeva  sul  Coppa,  che  il  Rav,
    rivolgendosi a Pep, chiamava "vostro cognato".
    - Mio cognato,  un corno! - rispondeva Pep. - La povera sorella mia 
    morta, e l'ha fatta morir lui... Dunque, chiamatelo ora vostro genero.
    - Genero,  se l'avessi riconosciuto,  - rimbeccava don Marcantonio.  -
    Mentre voi, per cognato, s; e dovreste averne ancora rimorso, come se
    aveste commesso un fratricidio.
    Don Diego allora tornava ad interporsi per riconciliarli, ma dentro di
    s scialava, a quelle scenette.
    - Non esageriamo,  signori miei,  non vi riscaldate... Perch ricadere
    ogni volta su codesto discorso, se sapete che vi scotta?  Via,  via...
    ripigliamo  la partita!  Non facciamo come i galletti in gabbia che si
    beccano l'un l'altro,  in luogo di consolarsi a vicenda.  Siamo  stati
    traditi  tutti  e tre.  Il fatto  fatto,  e non se ne parli pi.  Non
    giudichiamo soltanto dal caso nostro un degno galantuomo.
    - Un assassino!  - scattava a questo punto il Rav,  battendo le pugna
    sulla tavola.
    - Eh eh, ti ha ucciso la figlia?
    - Mi ha ucciso la figlia, gnors!
    - Quanti te l'hanno uccisa,  insomma, codesta figlia? Prima dicevi don
    Pep...
    - S, lui! - si ripigliava don Marcantonio. - Lui, senza volerlo,  con
    le mani di suo cognato...
    - Vostro genero, - correggeva Pep.
    - Daccapo?
    E don Diego si affrettava a buttare una carta in tavola:
    - Striscio e busso forte.
    Giocavano  per  pochi  soldi  a  partita,  e la vincita la mettevan da
    parte,  per farne poi un pranzetto in  comune,  non  volendo  il  Rav
    accettare a nessun patto i reiterati inviti di don Diego,  che avrebbe
    voluto averlo ogni giorno a tavola, per non restar solo.
    - Non accetto. Scusatemi, don Diego; non per voi, ma per la gente.  Mi
    chiamano  Mammone:  non  so  che  voglia dire,  ma perdio,  voi potete
    gridarlo forte in  faccia  ai  calunniatori:  vi  ho  mai  chiesto  un
    centesimo, un miserabilissimo centesimo in prestito?
    - Lasciali cantare! - gli rispondeva don Diego.
    -  Nossignore.  Giochiamo,  e poi faremo il pranzetto.  Lo pagher io,
    perch, finora almeno, perdo pi di voi due. A questo patto, s.
    Pep non aveva  le  ragioni  di  don  Marcantonio  per  non  accettare
    l'invito dell'Alcozr, e rimaneva spesso a desinare con lui, non solo,
    ma anche a dormir la notte, l, nello stesso letto, ove Stellina aveva
    dormito.  Per  quest'idea  soltanto vi era addivenuto,  per la volutt
    cio  dell'amarezza  angosciosa  che  gli  procuravano  il  ricordo  e
    l'immagine di lei, in quella casa.
    Ogni  sera,  appena  andato  via il Rav,  egli e don Diego,  prima di
    mettersi a letto,  si trattenevano un pezzo al balconcino prospiciente
    la  campagna  e l in fondo il mare.  Si scorgeva di l,  lontana,  la
    cascina del Coppa;  e Pep,  col capo  appoggiato  alla  ringhiera  di
    ferro,  appuntava  gli  occhi al lume che si vedeva acceso laggi,  in
    mezzo al bujo della campagna. L, dove ardeva quel lume, era Stellina!
    Egli quasi la vedeva, quasi la seguiva per le stanze di quella cascina
    ben nota,  dove sua sorella aveva tant'anni dolorato,  e si domandava:
    Che  far in questo momento?  che pensa?  che dice?.  E si struggeva
    dentro, ringojando le lagrime silenziose che gli appannavano gli occhi
    fissi l, a quel lume lontano.
    Si abbandonava talmente a quella visione,  che talvolta il  capo  pian
    piano,  senza  ch'egli lo avvertisse,  gli scivolava dalla ringhiera e
    dava un crollo.
    - Don Pep, dormite? - gli domandava allora l'Alcozr.
    E Pep gli rispondeva di no, col capo,  per non rivelare il pianto con
    la voce.
    - Se volete andare a letto, io son pronto, - riprendeva don Diego.
    Pep gli faceva cenno con la mano d'aspettare ancora un po'.  Ah, egli
    era certo,  era certo che Stellina,  come lui,  era  stata  ingannata,
    tradita.  Non sapeva egli forse,  per bocca dello stesso Ciro, ch'ella
    avrebbe voluto rimanere nel monastero,  piuttosto che acconsentire  al
    tradimento  insospettato  di  quelle nozze?  Poi aveva detto di s,  o
    meglio, aveva dovuto piegare il capo, comprendendo purtroppo che colui
    che tanto la amava non avrebbe potuto recarle ajuto,  e che  il  padre
    non  se  la  sarebbe ripresa mai pi in casa,  e che l nel monastero,
    infine, sotto la sorella del Coppa, non poteva neanche rimanere.
    Ed ecco,  adesso,  ella era l,  l in potere di quell'uomo prepotente
    che  glie  l'aveva strappata dalle braccia...  strappata,  s,  a viva
    forza, come a viva forza ora, certo, la costringeva ad accondiscendere
    col corpo (ah,  non con l'anima,  no!) alle  brame  del  suo  amore...
    Povera Stellina! Egli doveva compiangerla e commiserarla.. .
    Si  struggeva dentro cos,  ogni d pi,  pascendosi dell'amarezza che
    gli  davano  il  proprio  avvilimento,  la  profonda  malinconia,   la
    coscienza  di  non poter far nulla.  Era immagrito e pallido,  come se
    fosse or ora scampato da una mortale malattia. Ah, se non avesse avuto
    quella vecchina di sua madre... se non avesse temuto di spezzare anche
    la vita di lei...
    Certe sere don Diego lo infastidiva parlandogli  dei  suoi  angosciosi
    terrori, degli "spiriti" che popolavano le tremende insonnie delle sue
    aride notti.
    - Chi non li ha veduti,  lo so,  non ci crede... Chi poi li ha veduti,
    caro don Pep, non ne parla,  per paura che la notte non sia bastonato
    da loro.  Perch, sapete? bastonano. Io, per dir la verit, finora non
    ho mai assaggiato le loro mani: ma quanti dispetti! tirarmi le coperte
    dal  letto,  rovesciarmi  le  seggiole  nella  camera,   spegnermi  il
    lampadino da notte... E li ho veduti con quest'occhi, vi giuro; tra le
    tende dell'alcova, per esempio, certe notti, affacciarsi una testa coi
    capelli  rossi  ricci e tanto di lingua fuori...  Quando mi  morta...
    aspettate...  la seconda o  la  terza?...  -  s,  Luzza,  la  seconda
    moglie...  dopo alcuni giorni,  il suo spirito mi girava per casa.  La
    sentivo ogni notte sfaccendar per le stanze,  da quella buona  massaja
    ch'era stata in vita,  buon'anima,  debbo dirlo... E una notte le vidi
    sporgere il capo dall'uscio e guardarmi nel letto - sorrise,  e mi fe'
    cenno  con  la mano,  come se volesse dirmi: Goditi pure il calduccio
    del letto; alla casa ci bado io. Un'altra notte,  sentii nella stanza
    da  pranzo  un baccano d'inferno.  Che era accaduto?  Niente!  L'altra
    moglie, la prima, Angelina, c'era venuta anche lei, e si bisticciavano
    tra loro. Le ho sentite io, vi dico,  con questi orecchi: l'una diceva
    all'altra,  che la padrona l era lei...  A un tratto,  "brum"! Non so
    quanti piatti per terra...  Al fracasso,  balzo dal letto,  mi reco  -
    figuratevi con che spavento! - nella sala da pranzo: i cocci erano l,
    sul pavimento... c' poco da dire!
    - Qualche gatto...
    - Ma che gatto, don Pep! Se gatti in casa non ne ho mai avuti...
    - Qualche topo, allora...
    - Eh gi,  o il terremoto! Si tratta di chiamarli con un nome o con un
    altro. Voi li chiamate topi,  perch non ci credete.  E son pure topi,
    dite,  quando,  per esempio, udite il rumore dei loro passi nell'altra
    stanza, ora affrettati e leggeri,  "tic-tic-tic",  ora come di persona
    che passeggi, sopra pensiero? Son pure gatti o topi, quando vi sentite
    chiamare  coi pi brutti nomi da quattro voci diverse,  come avviene a
    me, che non posso star solo la notte,  perch altrimenti mi tornano in
    casa tutt'e quattro le mogli morte a maltrattarmi,  a svillaneggiarmi?
    Eh, via, don Pep! Dio ve ne liberi e scampi!
    Ma non si contentava solo di parlarne don Diego.  Spesso,  durante  la
    notte, angosciato dall'insonnia, parendogli di udir qualche rumore nel
    silenzio della casa, svegliava Pep.
    - Non mi pizzicate,  santo Dio!  - gridava questi. - State tranquillo:
    non dormo!  Per la centesima volta  vi  ripeto  che  pizzichi  non  ne
    voglio: se no, domani notte preparatevi a dormir solo.


    26.
    No no,  don Diego cos, sotto la minaccia di restar solo la notte, non
    poteva pi oltre durarla.  Gi per procacciarsi il sonno e risparmiare
    a l'Alletto il fastidio dei pizzicotti,  beveva un pochettino oltre la
    misura che s'era imposta da tanti anni,  e questo rimedio dannoso  non
    gli  garbava:  quel  bicchierotto  di  giunta  gli  sapeva  amaro e lo
    ingollava per forza.
    - La medicina per il sonno, don Pep! - diceva a cena.  - Speriamo che
    questa notte faccia effetto.
    Faceva effetto a principio;  ma poi, nel cuor della notte, destandosi,
    le ambasce ricominciavano. E allora,  pian piano,  pazienza: ancora un
    pizzicotto a don Pep.
    - Daccapo! Vi riesce star fermo?
    - Scusatemi, don Pep. Volevo domandarvi una cosa.
    - Che cosa? Dormite!
    - Non posso,  se non mi levo un dubbio che m' nato or ora,  pensando.
    Ma dovete dirmi la verit! Durante la mia malattia, voi foste o almeno
    vi mostraste tanto buono verso di me, ricordo...  Sempre qua,  in casa
    mia,  notte  e  giorno...  Bene:  franco,  eh?  in  qualche momento di
    distrazione... voi, con Stellina...
    - Siete pazzo? - gli gridava Pep.
    -  No,   abbiate  pazienza:  non  me  n'importerebbe   nulla,   ormai.
    Trapianterei  quietamente  il corno su la testa di don Ciro.  Io me ne
    sono sgabellato. Ditemi la verit!
    Pep, per tutta risposta, gli voltava le spalle.
    - Non me n'importa, vi ripeto... Uno pi, uno meno,  del resto...  Son
    filosofo,  don  Pep!  Cinque mogli,  capite!  E figuratevi perci che
    selva sulla mia testa. Certe sere,  mentre voi ve ne state a pensare e
    a  sospirare,  di  l,  sul  balconcino,  ci  ripenso,  e  me le sento
    crescere, crescere s, s fino al cielo...  crescere,  crescere...  Mi
    pare che,  a muover la testa,  debba con le cime disturbare il sistema
    planetario...  Mi serviranno di scala,  di  qui  a  cent'anni,  quando
    creper.  Come  uno  scojattolo,  l'anima  mia s'arrampicher s per i
    palchi di queste smisurate corna,  fino al Paradiso,  mentre tutte  le
    campane della Terra soneranno a gloria... Dormite, don Pep?
    Dormiva o fingeva di dormire,  quell'ingrato.  Don Diego dava di nuovo
    in ismanie,  si stizziva,  sbuffava: - Che bella compagnia!  - e,  per
    distrarsi,   si   poneva   allora  a  meditare  l'impresa  d'un  sesto
    matrimonio.
    Chi troppo vuole, dice il proverbio, nulla ottiene.  Se io lasciassi,
    don Pep, i miei denari per qualche opera pia, divisi in tante piccole
    porzioni,  procurerebbero  o  un bene temporaneo o uno continuato,  ma
    assai meschino, a molti.  Val dunque meglio,  secondo me,  lasciarli a
    una  persona  sola,  che  volesse  guadagnarseli  a  costo  d'un breve
    sacrifizio,  il quale potrebbe anche parere opera di carit: assistere
    un  povero  vecchio  come  me...  E questa persona,  perch poi avesse
    nell'avvenire un compenso al sacrifizio,  bisogna che sia giovane,  in
    grado di godere della ricchezza e della vita a suo talento.  Che se ne
    farebbe una vecchia de' miei quattrini? Io,  poi,  lo sapete,  odio la
    vecchiaja. Con questo mio disegno favorisco la giovent... Voi pensate
    forse  che  farei  ridere  il  paese,  se sposassi per la sesta volta?
    Ebbene, si ride tanto poco oggi nella vita,  che mi guadagnerei presso
    la gente quest'altro titolo di benemerenza. M'accompagni pure il paese
    con  una  enorme  risata  al Municipio: sar di buon augurio...  Ci ho
    pensato,  e vedrete che lo far.  A Marcantonio,  per ora,  non gliene
    dico nulla, perch son sicuro che ne proverebbe dispetto...
    E don Diego non s'ingannava.  Difatti, la sera stessa che il Rav ebbe
    notizia dell'incombenza data dal suo "quondam" genero  per  una  sesta
    moglie, se lo vide arrivare in casa tutto acceso di stizza:
    - Come! Pensate di riammogliarvi? Alla vostra et?
    - Eh eh,  - sghign don Diego. - Ti faccio notare, Marcantonio, che ho
    soltanto un annetto di pi di quando sposai tua figlia.
    - Sta bene, - riprese don Marcantonio, ingozzando bile. - Ma gi,  un
    anno di pi,  e poi,  lo scandalo,  lo contate per nulla?  Allora  non
    eravate cos su la bocca di tutti...  Vi parlo nel vostro interesse...
    Non vi esponete al  ridicolo,  caro  don  Diego,  e  certamente  a  un
    rifiuto...
    -  Quanto al rifiuto,  eh eh...  non temere...  si tratta di scegliere
    ormai, - lo rassicur don Diego. - Ho gi quattro o cinque proposte...
    - Paese di farabutti!  - proruppe don Marcantonio.  - Cinque proposte!
    Lo vedete? L'invidiaccia, dunque, li faceva parlare, quand'io vi diedi
    mia figlia,  e mi dissero padre snaturato,  e mi dissero Mammone...  e
    che io vendevo la mia propria carne... Farabutti! Avevo ragione!
    Il Rav ignorava che fra le quattro  o  cinque  proposte  c'era  anche
    quella  della Mndola,  l'accanita vicina,  per sua figlia.  Ma quello
    sfogo contro il paese gli fece in parte  sbollir  la  stizza,  e  pot
    mettersi a giocare coi due compagni.
    -  I  giovani,  che siano in condizione di prender moglie,  oggid son
    pochi,  - disse  don  Diego,  tra  una  partita  e  l'altra.  -  E  il
    vecchietto,  nelle condizioni mie, caro Marcantonio, come era piaciuto
    a te, piace ora anche ad altri...
    - Ma si sa!  Lo dite a me?  - approvo il Rav pi convinto che mai.  -
    Purch voi per, don Diego mio, scusate, vi decidiate a crepar presto,
    dopo le nozze...
    - Eh eh, - sghign di nuovo don Diego, facendo con tutte e due le mani
    le corna.
    - Ah,  ora fo le corna anch'io!  - esclam don Marcantonio.  - Anzi vi
    auguro di campar mill'anni per castigo di tutti quelli che mi  vollero
    calunniare.   Vi  consiglio  per  di  cangiar  registro:  niente  pi
    giovanotti per casa; altrimenti,  potrebbe capitarvi lo stesso caso di
    questa volta...
    Don Diego ne convenne, e aggiunse:
    - Mi dispiace per voi, don Pep; ma, questa volta, al largo! Soltanto,
    poich  siete un buon giovine e ve lo meritate,  potrei far questo per
    voi; consigliare nel testamento a mia moglie di sceglier voi,  anzich
    un altro...
    Pep  non prendeva parte alla conversazione.  Sorrise mestamente a don
    Diego e propose di lasciar le carte per quella sera.


    27.
    - Se ti accorgi veramente e sei certa che ti voglio bene, perch debbo
    farti paura?
    - Ma chi t'ha detto che mi fai paura?
    - I tuoi occhi.
    Stellina abbassava subito gli occhi.
    - No! Guardami... Ecco!  Codesti non son gli occhi d'una donna che sia
    sicura di s!
    - Pu darsi...  - si scusava Stellina timidamente.  - Ma perch ancora
    non ho compreso bene il tuo carattere e  ho  timore  non  debba  farti
    dispiacere, senza volerlo...
    - O non piuttosto, - replicava Ciro, - o non piuttosto perch, dentro,
    la coscienza ti fa qualche rimprovero?
    Era un chiodo che gli stava confitto notte e giorno nel cervello.
    Aveva stabilito di non rimetter piede mai pi in citt,  almeno fino a
    che l'Alcozr era in vita.  Sentiva che non avrebbe potuto sostener la
    vista  di  quella  mummia,  la  quale  aveva  pur veduto nell'intimit
    notturna la donna che ora gli apparteneva;  quella mummia,  che poteva
    richiamare alla memoria le notti, in cui ella gli era stata accanto, e
    rinsudiciarle col pensiero.
    La pace della campagna non riusciva a ispirargli la calma. Non vedeva,
    non  udiva  nulla,  tutto  assorto nel suo interno rodio.  Intanto non
    avrebbe voluto che su  Stellina  pesassero  l'avvilimento  che  quella
    nuova  specie  di gelosia per un vecchio gli cagionava e il pentimento
    d'averla  sposata;  pentimento  esasperato  dall'amore  vivissimo  che
    sentiva per lei.
    Per distrarsi,  si era dato ad esercizii violenti. In una fiera equina
    aveva comperati venti  cavalli  tunisini,  e  ora  se  li  ammaestrava
    nell'aja,  come  un  domatore di circo,  frustandoli con la rabbia dei
    cento diavoli che gli ruggivano in corpo. Poi, tutti e venti, via!  se
    li cacciava davanti a branco,  via di galoppo, tartassando i seminati,
    come un'ira di Dio,  via,  via tra una nuvola di  polvere,  fino  alla
    fonte.
    - Alt!
    E l li abbeverava.
    Al  ritorno,  gli  avveniva  talvolta  come a quel tale che cercava la
    bestia,  e c'era sopra.  E allora  imprecazioni  e  bestemmie,  tra  i
    reiterati comandi alle bestie di fermarsi:
    - Alt! alt!
    E  le  ricontava;  e  infine  scudisciate  alla  povera  bestia che lo
    reggeva, come se fosse colpa di lei se il conto non era prima tornato.
    Stellina intanto, se aveva qualche argomento di credere che il marito,
    a suo modo,  la amasse,  non sapeva poi come dovesse,  anche  potendo,
    rispondere  all'amore  di  lui;  non  trovava la via per entrargli nel
    cuore e ammansarglielo.  Avrebbe voluto riconoscersi contenta,  se non
    del presente stato, d'essere almeno sfuggita a quello odioso di prima;
    ma glielo impediva da un canto l'angosciosa perplessit,  l'incertezza
    continua di far bene o di far male, in cui l'indole di Ciro la teneva;
    dall'altro,  la paura che egli venisse a scoprire quel che c'era stato
    con l'Alletto, di cui ogni giorno si sforzava di espungere finanche la
    memoria.  Temeva  che se il pensiero di lui,  anche momentaneo,  le si
    affacciasse, Ciro potesse leggerglielo davvero negli occhi.
    In tale essere,  dopo cinque mesi di cruccio senza parola,  la  povera
    Stellina  abort,  con grave rischio della vita.  E allora il Coppa si
    vide costretto a far ritorno in citt.


    28.
    - Sono matto? Geloso d'un vecchio, io, Ciro Coppa?
    Appena giunto in citt, si sent liberato da quell'incubo che lo aveva
    oppresso tanti mesi in campagna.  E nella nuova disposizione  d'animo,
    volle fare a fidanza con se stesso.  Non temeva pi rivali.  Lui, Ciro
    Coppa, doveva temere di Pep Alletto, per esempio? Eh via!
    Lo cerc anzi per la citt,  e,  trovatolo,  lo chiam  a  s,  mentre
    l'Alletto,  facendo le viste di non essersi accorto di lui, tirava via
    diritto.
    - Pep!  Ti avevo promesso una volta un posticino...  Ebbene,  te l'ho
    trovato. Vuoi venire da me?
    - Da te?
    - Nel mio studio.  Lo riapro domani.  Avrai da copiare: meglio tu, che
    un altro. Purch non mi faccia errori d'ortografia...
    Pep rimase a guardarlo a bocca aperta.
    - Vieni, vieni, - insistette Ciro. - Hai inteso?
    - Ho inteso, s, - rispose Pep, non sapendo ancora capacitarsi come e
    perch il Coppa potesse fargli quella proposta.
    - Accetti?
    - Io?... E perch no?
    - Dunque t'aspetto domattina, alle otto. Ci intenderemo. Addio.
    E' ammattito?,  si domand Pep,  appena il Coppa si fu allontanato.
    Che  vuole  da  me?  Vuole  accertarsi se tra me e Stellina non ci fu
    nulla? Spera di coglierci in fallo?
    Pens di non andare; si pent di non aver saputo dirgli di no. Ma ora,
    avendo accettato la proposta, non poteva pi ritirarsi. No, no: doveva
    andare assolutamente per non  fargli  supporre  ch'egli  potesse  aver
    qualche ragione di temere di lui.
    E  il  giorno  dopo,  alle  otto  in  punto,  pallido,  con l'animo in
    subbuglio, fu nello studio di Ciro.
    - Vedi?  Tutto cambiato!  - gli disse  questi  mostrandogli  la  nuova
    scrivania,  gli  scaffali  nuovi  e  le nuove seggiole lungo le pareti
    dello scrittojo. - E si cambia vita,  caro mio!  Arriva un giorno,  in
    cui  l'uomo forte sente il dovere d'impegnarsi in una lotta superiore,
    non pi contro gli altri,  ma contro se stesso:  vincere,  dominar  la
    propria  natura,   l'essenza  bestiale,  e  acquistare  sovr'essa  una
    padronanza assoluta.
    Cos dicendo,  agitava in aria nervosamente il frustino,  mentre  Pep
    confuso, stordito, approvava col capo.
    - Approvi,  ma non comprendi! - riprese Ciro, dopo averlo osservato un
    momento,  con calma.  - Non son cose che tu possa comprendere cos  di
    leggieri.
    -   Veramente   non...   -  balbett  Pep,   tentando  un  sorrisetto
    nell'imbarazzo.
    - Lo so! lo so! Te lo spiego con un esempio. Fino al giorno d'oggi, io
    sono arrivato al punto che tu,  Pep Alletto,  debolissimo uomo,  puoi
    dire  a  me,  Ciro  Coppa,  cos:  Ciro,  io  sostengo  che tu sei un
    vigliacco!.  - Non ridere,  imbecille!  - Se  mi  dicessi  cos,  io,
    guarda,  forse  in prima impallidirei un po',  stringerei le pugna per
    contenermi, chiuderei gli occhi, inghiottirei; poi, dominato l'impeto,
    ti risponderei con la massima calma e con garbo anche: Caro Pep,  ti
    sembro  un  vigliacco?  Ragioniamo,  se  non ti dispiace,  codesto tuo
    asserto.  Che te ne pare?  N mi fermer qui,  sai!  Ogni giorno  una
    nuova  conquista su la mia natura,  su la bestia.  La vincer io,  non
    dubitare! Intanto, siedi l: quello  il tuo tavolino. Ci son carte da
    copiare:  calligrafia  chiara:  attento  alla  punteggiatura,  e  bada
    all'ortografia... Non ti dico altro.


    29.
    Da  quel  giorno  cominci  per  Pep  una  nuova  vita  di indicibili
    angustie.  Andava ogni mattina allo studio con l'animo sospeso,  nella
    pi  angosciosa  incertezza,  dopo  aver  meditato  tutta la notte per
    comprendere,  o intravedere almeno,  che cosa in fondo Ciro volesse da
    lui.
    Ciro passeggiava per lo scrittojo, davanti al tavolino.
    - L'ortografia... Mi raccomando. Jeri mi hai scritto prestigio con due
    "g".
    Di  tanto  in tanto si fermava,  e Pep,  curvo e intento a ricopiare,
    sentendo fissi su lui gli occhi del  Coppa,  domandava  a  se  stesso:
    Perch mi guarda cos?.
    Certi  altri  giorni  Ciro  non  passeggiava:  se  ne  stava col volto
    nascosto,  affondato tra le braccia conserte  su  la  scrivania.  Pep
    allora levava gli occhi a osservarlo.
    Che ha? Uhm!
    Talvolta,  non  riuscendo  a comprendere qualche parola della bozza da
    ricopiare,  si vedeva costretto a chiamarlo,  e lo faceva piano.  Ciro
    non rispondeva.
    Dorme?,  si domandava Pep,  e lo chiamava di nuovo, soggiungendo: -
    Ti senti male?
    - No.  Mi lavoro dentro,  - mormorava cupamente Ciro,  senza levar  la
    testa.
    Pep allungava la faccia a quella risposta enigmatica, ci ripensava un
    tratto,  poi  si stringeva nelle spalle,  lasciava in bianco la parola
    indecifrabile e si rimetteva a copiare.
    - Maledizione!  - urlava a un certo punto Ciro,  balzando in piedi.  -
    Maledizione! Maledizione!
    - Che hai? - gli domandava Pep, spaventato dallo scatto improvviso.
    - Dimmi che ti faccio tremare!  - ruggiva Ciro,  appuntando le braccia
    sul tavolino di Pep.  - Dimmi subito,  confessa che quando mi vedi ti
    tremano i ginocchi!
    - E perch?... - balbettava Pep.
    - Ah, non lo sai, buffone, che se ti afferro con queste mani, se ti do
    un pugno, ti attondo, ti estinguo?
    - Lo so,  - diceva Pep, con un sorriso tremante e gli occhi supplici.
    - Ma non c' ragione... Tranne che non sia impazzito...
    Ciro si staccava dal tavolino.
    - Va bene.  Scrivi.  Devo ridurmi a questo: di metterti  in  mano  uno
    scudiscio  e  di  comandarti di scudisciarmi a sangue!  Con la ragione
    questa mia porca natura non  governabile: ci vuole il bastone  e,  se
    fai piano,  non sente neanche questo...  La rendo,  la rendo infelice,
    quella povera figliuola... Bastonate! Bastonate! Bastonate, mi merito!
    Ah, che stesse davvero per impazzire,  lo temeva ormai lui stesso.  Da
    che s'era fatta questa nuova fissazione,  di vincer la propria natura,
    quasi non mangiava pi,  non dormiva pi,  non aveva pi un momento di
    requie.  Voleva dare a se stesso la prova maggiore della sua vittoria.
    E questa prova doveva consistere nel  far  venire  li,  nello  studio,
    Stellina, presente Pep. Passeggiando, era tentato d'accostar la bocca
    al  portavoce  in  un angolo dello scrittojo,  per dire a Stellina che
    venisse gi.  Si fermava a osservar Pep,  quasi per mostrare ai  suoi
    sentimenti in lotta quanto fosse ridicola,  indegna di lui, la gelosia
    per quell'essere nullo,  per quel mingherlino pallido come un filo  di
    paglia.  Eppure,  no,  no,  ecco:  non  poteva  accostar  la  bocca al
    portavoce l,  in quell'angolo,  che lo tentava.  E  allora  andava  a
    sprofondare  il  volto tra le braccia,  su la scrivania,  a lavorarsi
    dentro, e scattava infine urlando: - Maledizione!
    N la lotta interna finiva l,  nello studio.  Anche in Tribunale,  in
    Corte  d'Assise,  gli veniva a un tratto la tentazione di vincere quel
    sentimento ribelle a ogni prova.  Si volgeva a Pep,  che  gli  sedeva
    accanto,  davanti  al banco degli avvocati,  e gli ordinava di recarsi
    allo studio a prendere qualche carta che gli bisognava.
    - Se non la trovi, va' s da mia moglie, e falla cercar da lei...
    Ma,   appena  Pep  usciva  dalla  sala,   eccolo  corrergli   dietro,
    chiamandolo a voce alta gi per la scala del palazzo di giustizia.
    - Pep! Pep! Torna indietro... Non ho pi bisogno di quella carta...
    Un giorno per non fece in tempo a richiamarlo. Gli sguinzagli dietro
    tutti  gli  uscieri  della  Corte.  Il  Pubblico  Ministero  stava per
    chiudere la sua arringa,  ed egli non poteva abbandonar l'aula: doveva
    parlare.
    - Zitto!  zitto,  perdio!  - grid allora il Coppa trasfigurato, tutto
    vibrante, sorgendo in piedi e battendo le pugna sul banco,  rivolto al
    Procuratore  del  Re.  -  Io  ottengo  in  questo momento una vittoria
    sublime su me  stesso,  e  non  posso  tollerare  pi  oltre  che  voi
    rovesciate  addosso  a  me,  addosso ai signori giurati,  i calcinacci
    dell'edificio del buon senso,  che da un'ora vi provate  ad  abbattere
    col vostro piccone ottuso e irrugginito!
    Successe  un  pandemonio: i colleghi avvocati si slanciarono sul Coppa
    per  farlo  tacere  e  sedere;   il  Presidente  si  lev   in   piedi
    scampanellando,  coi giudici,  i giurati, storditi; il pubblico diviso
    proruppe in imprecazioni e in applausi.  Tra le grida e la  confusione
    generale,  Ciro  colse a volo una frase ingiuriosa del Procuratore del
    Re e,  afferrato il calamajo dal banco,  glielo scagli contro come un
    sasso. Intervennero allora i carabinieri di sentinella al gabbione: il
    Presidente urlava:
    - Traetelo in arresto!
    Tra i carabinieri e il Coppa s'impegn una viva colluttazione; questi,
    come un toro impastojato, cercava in tutti i modi di divincolarsi; ma,
    a  un  tratto,  quelli  se  lo  videro mancar tra le braccia,  inerte,
    pesante.
    Un improvviso moto d'orrore  e  di  costernazione.  L'aula  che  s'era
    votata si ripopol in breve di volti pallidi,  ansiosi, atterriti: dai
    banchi dei  giurati,  dal  banco  della  presidenza,  dalle  seggiole,
    guardavano  tutti,  in piedi,  il Coppa adagiato su una sedia col capo
    ripiegato sul petto, rantolante, colpito d'apoplessia.
    30.
    Verso la mezzanotte, attorno al letto su cui Ciro aveva or ora cessato
    di rantolare, si ritrovarono Stellina,  Pep e Marcantonio Rav,  come
    in un'altra veglia, attorno a un altro letto.
    Stellina,  per,  questa  volta,  piangeva  con la faccia nascosta nel
    fazzoletto;  e  il  suo  pianto  irritava  don  Marcantonio,  scuro  e
    taciturno, e avviliva Pep.
    Seduto  su  la  greppina,  con  le  braccia  attorno  al collo dei due
    figliuoli del Coppa,  che gli sedevano  accanto  silenziosi,  con  gli
    occhi  velati  di  lagrime,  fissi  sul volto esanime del padre,  Pep
    pensava alla sorella Filomena, morta in quella stessa camera, ora come
    allora rischiarata da quattro torce funebri a gli angoli del letto;  e
    gli  pareva  di  vederla  li stesa,  accanto al marito.  Ed ecco i due
    piccoli orfani,  i due piccoli esseri rimasti in quella casa.  Pep se
    li  teneva  stretti sul petto e sentiva,  nell'esaltazione del dolore,
    che la povera Filomena,  dal mondo di  l,  glieli  affidava.  Con  lo
    sguardo  dolorosamente fisso su Stellina,  aspettava,  aspettava,  che
    ella  levasse  gli  occhi  dal  fazzoletto  e  lo   vedesse   cos   e
    comprendesse.
    A un certo punto don Marcantonio sbuff:
    - Questo,  che pareva un leone, eccolo qua: morto! E quel vecchiaccio,
    sano e pieno di vita! Doman l'altro,  sposa Tina Mndola,  la tua cara
    amica... Don Pep, dopo tutto...
    Non fin la frase.
    -  Un  paio  di  forbici,  figlia mia.  Senti come scoppiettano queste
    torce? Bisogna aver occhio a tutto, nella vita, ed anche a questo...

    Roma, 1895.
