
    Luigi Pirandello.
    L'imbecille e altri racconti.



    Copyright 1993 by Edizioni e/o, Roma.
    Prima edizione Tascabili e/o gennaio 1993.
    Su concessione Edizioni e/o.














    INDICE.

    La buon'anima: pagina 3.
    Senza malizia: pagina 18.
    Distrazione: pagina 38.
    Canta l'Epistola: pagina 46.
    L'Avemaria di Bobbio: pagina 58.
    L'imbecille: pagina 69.
    Un goj: pagina 82.
    La patente: pagina 92.
    Nen e Nin: pagina 105.
    L'eresia catara: pagina 118.










    La buon'anima.

    Fin dal primo giorno,  Bartolino Fiorenzo  s'era  sentito  dire  dalla
    promessa sposa:
    - Lina,  veramente,  ecco...  Lina no,  non  il mio nome. Carolina mi
    chiamo. La buon'anima mi volle chiamar Lina, e m' rimasto cos.
    La buon'anima era Cosimo Taddei, il primo marito.
    - Eccolo l!
    Glielo aveva anche indicato, la promessa sposa,  perch era ancora l,
    ridente  e  in  atto  di salutare col cappello (vivacissima istantanea
    fotografica ingrandita),  nella parete di fronte al canap,  presso al
    quale  Bartolino  Fiorenzo stava seduto.  E istintivamente a Bartolino
    era venuto di inchinar la testa per rispondere a quel saluto.
    A Lina Sarulli, vedova Taddei,  non era neanche passato per il capo di
    togliere  quel ritratto dal salotto,  il ritratto del padrone di casa.
    Era di Cosimo Taddei,  infatti,  la casa in  cui  ella  abitava;  lui,
    ingegnere,  la  aveva  levata  di  pianta,  lui poi cos elegantemente
    arredata,   per  lasciargliela  alla  fine  in  eredit  con  l'intero
    patrimonio.
    La  Sarulli  seguit,  senza  notare  affatto  l'impaccio del promesso
    sposo:
    - A me non piaceva cangiar nome.  Ma la buon'anima allora mi disse: E
    se  invece  di "Carolina" ti chiamassi "cara Lina" non sarebbe meglio?
    Quasi lo stesso, ma tanto di pi!. Va bene?
    - Benissimo! s, s, benissimo! - rispose Bartolino Fiorenzo,  come se
    la buon'anima avesse domandato a lui un parere.
    -  Dunque,   "cara  Lina",   siamo  intesi?  -  concluse  la  Sarulli,
    sorridendo.
    E Bartolino Fiorenzo:
    - Intesi... s, s... intesi...  - balbett,  smarrito di confusione e
    di vergogna,  pensando che il marito,  intanto, guardava ridente dalla
    parete e lo salutava.

    Quando - tre mesi dopo - i Fiorenzo,  marito  e  moglie,  accompagnati
    alla  stazione dai parenti e dagli amici,  partirono per il viaggio di
    nozze, diretti a Roma, Ortensia Motta, intima di casa Fiorenzo e anche
    amicissima della Sarulli, disse al marito, alludendo a Bartolino:
    - Povero figliuolo, ha preso moglie?  Io direi piuttosto che gli hanno
    dato marito!
    Ma con ci,  si badi,  la Motta non voleva mica dire che Lina Sarulli,
    prima Lina Taddei,  ora Lina Fiorenzo,  avesse pi dell'uomo che della
    donna. No. Troppo donna, anzi, quella cara Lina! Fra i due, per, via!
    non  si poteva mettere in dubbio che avesse molta pi esperienza della
    vita e pi giudizio lei che lui.  Ah,  lui - tondo biondo rubicondo  -
    aveva l'aria d'un bamboccione;  d'un bamboccione curioso, per: calvo,
    ma d'una calvizie che pareva finta,  come se egli stesso si fosse rasa
    la  sommit  del  capo  per  togliersi  quell'aria infantile.  E senza
    riuscirci, povero Bartolino!
    - Ma che povero!  Ma perch povero?  - miagol,  con la  voce  nasina,
    stizzito,  il Motta,  vecchio marito della giovane Ortensia,  il quale
    aveva combinato quel matrimonio e non voleva se  ne  dicesse  male.  -
    Bartolino non  mica uno sciocco. Valentissimo chimico...
    - Ma s! di prima forza! - ghign la moglie.
    - Di primissima forza! - ribatt lui.
    Valentissimo  chimico,  se  avesse  voluto mandare a stampa gli studii
    profondi, nuovi,  d'indiscutibile originalit,  che aveva fatto fin da
    giovinetto in quella scienza - passione finora unica,  esclusiva della
    sua vita - ma senza dubbio,  chi sa...  al primo concorso,  chi sa  di
    qual  primaria  Universit del regno sarebbe stato professore.  Dotto,
    dotto.  E ora,  come  marito,  sarebbe  stato  esemplare.  Nella  vita
    coniugale entrava puro, vergine di cuore.
    - Ah,  per questo...  - riconobbe la moglie,  come se, quanto a quella
    verginit, fosse disposta a concedere anche di pi.
    Il fatto  che ella,  prima che si fosse concluso quel matrimonio  con
    la  Sarulli,  ogni qual volta in casa Fiorenzo sentiva consigliare dal
    marito allo zio  di  Bartolino,  che  bisognava    coniugare  questo
    ragazzo, scoppiava a ridere. Oh, certe risate ci faceva...
    - Coniugarlo,  s signora, coniugarlo! - si voltava a dirle il marito,
    irosamente.
    E allora lei, frenandosi di scatto:
    - Ma coniugatelo pure, cari miei! Io rido per me,  rido di ci che sto
    leggendo.
    Difatti  leggeva  lei,  mentre  il Motta si faceva la solita partita a
    scacchi col signor Anselmo, zio di Bartolino;  leggeva qualche romanzo
    francese  alla  vecchia  signora  Fiorenzo da sei mesi relegata in una
    poltrona dalla paralisi.
    Oh, allegre veramente, quelle serate! Bartolino, tappato ermeticamente
    nel suo gabinetto di chimica; la vecchia zia,  che fingeva di prestare
    ascolto  alla  lettura  e non capiva pi una saetta;  quegli altri due
    vecchi intenti alla loro partita...  Bisognava  coniugare  Bartolino
    per  avere un po' d'allegria in casa.  Ed ecco,  povero figliuolo,  lo
    avevano coniugato davvero!
    Intanto  Ortensia  pensava  ai  due  sposini  in  viaggio,   e  rideva
    immaginandosi  la  Lina  a  tu  per  tu  con  quel giovanottone calvo,
    inesperto,  vergine di cuore,  come diceva  il  marito:  Lina  Sarulli
    ch'era  stata  quattr'anni  in compagnia di quel caro ingegner Taddei,
    espertissimo, vivace, gioviale, e intraprendente... anche troppo!
    Forse a quell'ora la vedova sposina aveva gi notato la differenza tra
    i due.

    Prima che il treno si scrollasse per  partire  lo  zio  Anselmo  aveva
    detto alla nuova nipote:
    - Lina, ti raccomando Bartolino... Guidalo tu!
    Intendeva dire, guidarlo per Roma, dove Bartolino non era mai stato.
    Lei s c'era stata, nel suo primo viaggio di nozze, con la buon'anima;
    e serbava memoria anche delle minime cose, dei pi lievi incidenti che
    le erano occorsi; minutissima e lucidissima memoria, quasi che fossero
    passati, non sei anni, ma sei mesi, da allora.
    Il  viaggio con Bartolino dur un'eternit: le tendine non si poterono
    abbassare. Appena il treno s'arrest alla stazione di Roma, Lina disse
    al marito:
    - Ora lascia fare a me, ti prego.  Gi le valige!  E,  al facchino che
    venne ad aprir lo sportello:
    - Ecco: tre valige,  due cappelliere,  no,  tre cappelliere, un porta-
    mantelli,  un  altro  porta-mantelli,  questo  sacchetto,  quest'altro
    sacchetto... che altro c'? Niente, basta. Hotel Vittoria!
    Uscendo  dalla stazione,  dopo ritirato il baule,  riconobbe subito il
    conduttore dell'omnibus, e gli fe' cenno.  Come furono montati,  disse
    al marito:
    -  Vedrai: albergo modesto,  ma comodissimo;  buon servizio,  pulizia,
    prezzi modici, e centrale poi!
    La buon'anima - senza volerlo,  ella lo ricordava - se  n'era  trovato
    molto  contento.  Ora,  anche  Bartolino  senza  dubbio  se ne sarebbe
    trovato contentone. Oh, bonissimo figliuolo! Non fiatava neppure.
    - Stordito, eh? - gli disse.  - Anche a me ha fatto lo stesso effetto,
    la prima volta... Ma vedrai: Roma ti piacer. Guarda, guarda... Piazza
    delle Terme...  Terme di Diocleziano...  Santa Maria degli Angeli... e
    quella l, voltati!, fino in fondo, Via Nazionale... magnifica,  non 
    vero? Poi ci passeremo...
    Scesi all'albergo,  Lina si sent come a casa sua.  Avrebbe voluto che
    qualcuno la riconoscesse, come lei riconosceva quasi tutti: ecco, quel
    vecchio cameriere, per esempio... Pippo, s; lo stesso di sei anni fa.
    - Che camera?
    Avevano assegnato loro la camera n. 12,  al primo piano: bella camera,
    ampia, con alcova, ben messa. Ma Lina disse al vecchio cameriere:
    - Pippo,  e la camera al n.  19,  al secondo piano? Vorreste vedere se
    fosse libera?
    - Subito, - rispose il cameriere inchinandosi.
    - Molto pi comoda,  - spieg Lina  al  marito.  -  Ci  dev'essere  un
    piccolo vano accanto all'alcova...  E poi,  pi aria e meno frastuono.
    Staremmo molto meglio...
    Ricordava che anche alla buon'anima era capitato lo stesso  caso:  gli
    avevano  assegnato  una  camera  al primo piano,  e lui se l'era fatta
    cambiare.
    Il cameriere, poco dopo, venne a dire che il n. 19 era libero e a loro
    disposizione, se lo preferivano.
    - Ma s! ma s! - s'affrett a dir Lina, lietissima battendo le mani.
    E,  appena entrata,  ebbe la gioja di riveder quella camera tal  quale
    con la stessa tappezzeria, gli stessi mobili nella stessa posizione...
    Bartolino restava estraneo a quella gioja.
    - Non ti piace?  - gli domand Lina, spuntandosi il cappellino innanzi
    al noto specchio sul cassettone.
    - S... va bene... - rispose egli.
    - Oh,  guarda!  Me n'accorgo dallo specchio...  Quel quadretto l  non
    c'era,  allora... C'era un piatto giapponese... Si sar rotto. Ma di',
    non ti piace?  No no no no  no!  Niente  baci,  per  ora...  col  muso
    sporco...  Tu ti laverai qua;  io andr di l nel mio bugigattolino...
    Addio!
    E scapp via, felice, esultante.
    Bartolino  Fiorenzo  si  guard  attorno,  un  po'  mortificato;   poi
    s'appress  all'alcova,  ne  sollev  il  cortinaggio e vide il letto.
    Doveva esser lo stesso in cui la  moglie  per  la  prima  volta  aveva
    dormito con l'ingegner Taddei.
    E da lontano, da un ritratto appeso alla parete del salotto nella casa
    della moglie, Bartolino si vide salutare.

    Per tutto il tempo che dur il viaggio di nozze,  non solamente poi si
    coric in quello stesso letto,  ma desin e cen  anche  negli  stessi
    ristoranti,  dove  la  buon'anima aveva condotto a desinare la moglie:
    and in giro per Roma,  seguendo  come  un  cagnolino  i  passi  della
    buon'anima che guidava nel ricordo la moglie;  visit le antichit e i
    musei e le gallerie e le chiese e i  giardini,  vedendo  e  osservando
    tutto  ci  che  la  buon'anima  aveva  fatto  vedere e osservare alla
    moglie.
    Era timido, e non osava dimostrare in quei primi giorni l'avvilimento,
    la mortificazione che cominciava a provare nel dover seguire cos,  in
    tutto  e  per  tutto,   l'esperienza,   il  consiglio,   i  gusti,  le
    inclinazioni di quel primo marito.
    Ma la moglie non lo faceva per male.  Non se  n'accorgeva,  n  poteva
    accorgersene.
    A diciott'anni, priva d'ogni discernimento, d'ogni nozione della vita,
    era  stata  presa  tutta  da quell'uomo,  e istruita e formata e fatta
    donna da lui; era insomma una creatura di Cosimo Taddei, doveva tutto,
    tutto a lui, e non pensava e non sentiva e non parlava e non si moveva
    se non a modo di lui.
    E come mai, dunque,  aveva ripreso marito?  Ma perch Cosimo Taddei le
    aveva insegnato che alle sciagure le lagrime non son rimedio.  La vita
    a chi resta,  la morte a chi tocca.  Se fosse morta lei,  egli avrebbe
    certamente ripreso moglie; e dunque...
    Dunque ora Bartolino doveva fare a modo di lei,  cio a modo di Cosimo
    Taddei,  ch'era il loro maestro e la loro guida: non pensare a  nulla,
    non  affliggersi  di nulla,  ridere e divertirsi,  poich n'era tempo.
    Ella non lo faceva per male.
    S, ma almeno, ecco... un bacio, una carezza,  qualcosa infine che non
    fosse propriamente a modo di quell'altro...  Niente, niente, niente di
    particolare doveva egli far sentire a quella donna?  Niente di suo che
    la sottraesse anche per poco al dominio di quel morto?
    Bartolino  Fiorenzo  cercava,  cercava...  Ma la timidezza gl'impediva
    d'escogitar carezze nuove.
    Cio,  ne escogitava,  tra s e s,  anche  di  arditissime,  ma  poi,
    bastava che la moglie nel vederlo diventar rosso rosso gli domandasse:
    - Che hai?
    Addio, gli sbollivano tutte! Faceva un viso da scemo e le rispondeva:
    - Che ho?

    Di ritorno dal viaggio di nozze,  furono turbati da una triste notizia
    inattesa:  il  Motta,   l'autore  del  loro  matrimonio,   era   morto
    improvvisamente.
    Lina  Fiorenzo,  che  alla  morte  del  Taddei  s'era  trovata accanto
    Ortensia e n'aveva avuto conforto e cure da sorella,  corse subito  da
    lei, per curarla a sua volta.
    Non  credeva  che  questo compito pietoso dovesse riuscirle difficile:
    Ortensia,  via,  non doveva essere in fondo troppo afflitta di  quella
    sciagura; buon uomo, s, il povero Motta, ma seccantissimo e molto pi
    vecchio di lei.
    Rimase per costernata nel ritrovare l'amica,  dopo dieci giorni dalla
    disgrazia, addirittura inconsolabile.  Suppose che il marito la avesse
    lasciata  in tristi condizioni finanziarie.  E arrischi con garbo una
    domanda.
    - No no! - s'affrett a risponderle Ortensia, tra le lagrime.  - Ma...
    capirai...
    Che cosa?  Tutta quella pena, sul serio? Non la capiva, Lina Fiorenzo.
    E volle confessarlo al marito.
    - Eh!  - fece Bartolino,  stringendosi nelle  spalle,  rosso  come  un
    gambero di fronte a quella specie d'incoscienza della moglie pur tanto
    sapiente. - In fin de' conti... dico... le  morto il marito..
    - Eh via, adesso! marito... - esclam Lina. - Le poteva esser padre, a
    momenti!
    - E ti par poco?
    - Ma non era neanche padre, poi!
    Lina aveva ragione. Ortensia piangeva troppo.
    Nei tre mesi del fidanzamento di Bartolino,  la Motta aveva notato che
    il povero giovine era rimasto molto turbato dalla facilit con cui  la
    promessa sposa parlava innanzi a lui del primo marito; turbato, perch
    non   riusciva   a   metter  d'accordo  la  memoria  viva,   continua,
    persistente,  ch'ella serbava di colui,  col fatto che ora stesse  per
    riprender marito. Ne aveva discusso in casa con lo zio, e questi aveva
    cercato  di  rassicurarlo,  dicendogli  che  era  anzi  una  prova  di
    franchezza - quella - da parte della sposa,  di cui non avrebbe dovuto
    offendersi, perch appunto dal fatto che ella riprendeva marito doveva
    venirgli la certezza che la memoria di quell'uomo non aveva pi radici
    nel  cuore  di  lei,  bens  nella mente soltanto,  sicch dunque ella
    poteva parlarne senza scrupoli,  anche dinanzi a  lui.  Bartolino  non
    s'era affatto raffidato,  dopo questo ragionamento. Ortensia lo sapeva
    bene.  Ora poi ella aveva motivo di  credere  che  il  turbamento  del
    giovine,  per  quella  cos  detta  franchezza  della moglie,  dopo il
    viaggio di nozze,  doveva essere di molto cresciuto.  Nel ricevere  la
    visita  di  condoglianza  dei  due  sposi,  ella  aveva  voluto perci
    mostrarsi, non tanto a Lina quanto a Bartolino, inconsolabile.
    E Bartolino Fiorenzo rimase cos simpaticamente impressionato di  quel
    dolore  della  vedova,  che  per  la  prima volta os contraddire alla
    moglie che a quel dolore non voleva credere.  E le disse col volto  in
    fiamme:
    - Ma anche tu, scusa, non hai forse pianto quando t' morto...
    -  Che c'entra!  - lo interruppe Lina.  - Prima di tutto la buon'anima
    era...
    - Ancor giovane,  s - disse avanti Bartolino,  per non farlo  dire  a
    lei.
    - E poi,  io,  - riprese ella,  - ho pianto,  ho pianto ho pianto,  E'
    vero...
    - Non molto? - arrischi Bartolino.
    - Molto, molto... ma, in fine, mi son fatta una ragione,  ecco!  Credi
    pure, Bartolino; tutto quel pianto di Ortensia  troppo.
    Bartolino  non ci volle credere;  Bartolino sent anzi pi aspra entro
    di s, dopo questo discorso, la stizza,  ma non tanto contro la moglie
    quanto  contro  il  defunto Taddei,  perch comprendeva bene ormai che
    quel modo di ragionare,  quel modo di sentire non eran proprii di lei,
    della moglie,  ma frutto della scuola di quell'uomo, che doveva essere
    stato un gran cinico.  Non si  vedeva  forse  Bartolino  ogni  giorno,
    entrando nel salotto, sorridere e salutare da colui?
    Ah,  quel ritratto l, non poteva pi soffrirlo! Era una persecuzione!
    Lo aveva sempre davanti a gli occhi.  Entrava nello studio?  Ed  ecco:
    l'immagine del Taddei gli rideva e lo salutava, come per dirgli:
    Passi!  passi pure!  Qui era anche il mio studio d'ingegnere, sa? Ora
    lei vi ha allogato il suo gabinetto di chimica? Buon lavoro! La vita a
    chi resta, la morte a chi tocca!.
    Entrava nella camera da letto?  Ed  ecco,  l'immagine  del  Taddei  lo
    perseguitava anche l. Rideva e lo salutava:
    Si serva!  si serva pure! Buona notte! E' contento di mia moglie? Ah,
    gliel'ho istruita bene... La vita a chi resta, la morte a chi tocca!.
    Non ne poteva pi! Tutta quella casa l era piena di quell'uomo,  come
    sua moglie.  Ed egli,  tanto pacifico prima, ora si trovava in preda a
    un continuo orgasmo, che pur si sforzava di dissimulare.
    Alla fine cominci a fare stranezze,  per scuotere le abitudini  della
    moglie.
    Se  non  che,  queste  abitudini,  Lina  le aveva contratte da vedova.
    Cosimo Taddei,  d'indole vivacissima,  non aveva abitudini,  non aveva
    voluto mai averne.  Sicch dunque Bartolino,  alle prime stranezze, si
    sent rimproverare dalla moglie:
    - Oh Dio, Bartolino, come la buon'anima?
    Ma non volle darsi per vinto.  Sforz violentemente la propria  natura
    per farne di nuove.  Qualunque cosa per facesse, pareva a Lina che la
    avesse fatta pure quell'altro, che ne aveva fatte veramente di tutti i
    colori.
    Bartolino si avvil;  tanto pi che Lina mostrava di riprender gusto a
    quelle scapataggini.  Seguitando cos,  a lei doveva certo sembrare di
    rivivere proprio con la buon'anima.
    E allora... allora Bartolino, per dare uno sfogo all'orgasmo crescente
    di giorno in giorno, concep un tristo disegno.
    Veramente,  egli non intese  tanto  di  tradir  la  moglie  quanto  di
    vendicarsi  di  quell'uomo  che gliel'aveva presa tutta e se la teneva
    ancora.   Credette  che  quest'idea  cattiva   fosse   nata   in   lui
    spontaneamente;  ma  in  verit  bisogna  dire in sua scusa che gli fu
    quasi suggerita, insinuata,  infiltrata da colei che invano da scapolo
    aveva  pi  volte tentato con le sue arti di rimuoverlo dall'eccessivo
    studio della chimica.
    Fu per Ortensia Motta  una  rivincita.  Ella  si  mostr  dolentissima
    d'ingannar  l'amica;  ma  fece  intendere  a Bartolino che lei,  prima
    ancora che egli prendesse moglie... via! era quasi fatale!
    Questa fatalit non apparve a Bartolino molto chiara; e per,  da buon
    figliuolo,  rest  deluso,  quasi  frodato  dalla facilit con cui era
    riuscito nel suo intento. Rimasto per un tratto solo,  l nella camera
    del buon vecchio Motta,  si penti della sua cattiva azione. A un certo
    punto, gli occhi gli andarono per caso su qualcosa che luccicava su lo
    scendiletto,  dalla parte d'Ortensia.  Era un ciondolo d'oro,  con una
    catenella,  che doveva esserle scivolato dal collo.  Lo raccolse,  per
    restituirglielo; ma, aspettando,  con le dita nervose,  senza volerlo,
    gli venne fatto d'aprirlo.
    Trasecol.
    Un ritrattino piccolo piccolo di Cosimo Taddei anche l.
    Rideva e lo salutava.



















    Senza malizia.

    1.
    Quando  Spiro Tempini,  con le lunghe punte dei baffetti insegate come
    due capi di spago l pronti per  passar  nel  foro  praticato  da  una
    lesina,  facendo  a leva di continuo con le dita sui polsini inamidati
    per tirarseli fuor delle maniche della giacca; timido e smilzo,  miope
    e  compito,  chiese  debitamente  alla  maggiore delle quattro sorelle
    Margheri la mano di Iduccia, la minore,  e se ne and con quelle piote
    ben calzate ma fuori di squadra e indolenzite,  inchinandosi pi e pi
    volte di seguito; tanto Serafina, quanto Carlotta, quanto Zoe,  quanto
    Iduccia stessa rimasero per un pezzo quasi intronate.
    Ormai  non s'aspettavano pi che a qualcuno potesse venire in mente di
    chieder la mano d'una di loro.  Dopo essersi rassegnate a tante  gravi
    sciagure,   alla  rovina  improvvisa  e  alla  conseguente  morte  per
    crepacuore del padre,  poi a quella della  madre,  e  quindi  a  dover
    trarre profitto dei buoni studii compiuti per arricchire squisitamente
    la  loro  educazione  signorile,  s'erano  anche  rassegnate a rimaner
    zitelle.
    Veramente,   certe  loro  amiche  carissime  non  volevano  credere  a
    quest'ultima rassegnazione,  perch pareva loro che le Margheri, da un
    pezzo, si fossero come impuntate: Serafina a trent'anni;  Carlotta,  a
    ventinove;  Zoe  a  ventisette;  Ida a venticinque.  Il tempo passava,
    cominciava a urtarle un po' sgarbatamente  alle  spalle;  invano.  Li,
    ferme  ostinatamente  su la triste soglia di quegli anni oltrepassati,
    che stavano ad aspettare? Eh via, qualcuno che le inducesse finalmente
    a muoversene,  ad andare innanzi non  pi  sole.  Quando  queste  care
    amiche sentivano dalle tre sorelle maggiori chiamar per nome l'ultima,
    si  confessavano  che  faceva  loro  l'effetto  che  la chiamassero da
    lontano, da molto lontano, "Iduccia". Perch, a conti fatti, Ida, via!
    doveva aver per lo meno ventotto anni.
    Intanto,  ajutate da amici autorevoli,  rimasti fedeli dopo la rovina,
    le  Margheri  erano  riuscite  col  lavoro,  cio  impartendo  lezioni
    particolari di lingue straniere (inglese e francese),  di  pittura  ad
    acquerello,  d'arpa  e di miniatura,  a tener su intatta la casa,  che
    attestava con l'eleganza sobria  e  semplice  della  mobilia  e  della
    tappezzeria  l'agiatezza  in cui eran nate e di cui avevano goduto;  e
    andavano ancora a concerti e a radunanze,  accolte dovunque con  molta
    deferenza  e con simpatia per il coraggio di cui davano prova,  per il
    garbo disinvolto con cui portavano gli abiti non pi  sopraffini,  per
    le  maniere  gentili  e  dolcissime e anche per le fattezze graziose e
    tuttora piacevoli.  Erano magroline (forse un po' troppo;  "spighite",
    dicevano i maligni) e di alta statura tutt'e quattro;  Ida e Serafina,
    bionde; Carlotta e Zoe, brune.
    Certamente era una bella soddisfazione per loro  poter  bastare  a  se
    stesse  col  proprio  lavoro.  Avrebbero  potuto morir di fame,  e non
    morivano.  Si procuravano da mangiare,  da  vestir  discretamente,  da
    pagar  la pigione.  E quelle care amiche che avevano marito e le altre
    che avevano il fidanzato o facevano all'amore si congratulavano  tanto
    con  esse  di  questo  bel fatto;  e quelle promettevano che avrebbero
    mandato presto la piccola Titt o il piccolo Coc a studiar  l'arpa  o
    la  pittura  ad acquerello;  e le altre per miracolo,  nelle effusioni
    d'affetto  e  d'ammirazione,   non  promettevano  che   si   sarebbero
    affrettate a mettere al mondo un figliuolo,  una figliuola,  per avere
    anch'esse il piacere d'ajutare le coraggiose amiche a  provvedersi  da
    vestir discretamente, da pagar la pigione e non morire di fame.
    Ma ecco intanto questo signor Tempini, piovuto dal cielo.
    Ci  volle un bel po',  prima che le quattro sorelle rinvenissero dallo
    stupore.  Conoscevano il Tempini soltanto da pochi  mesi;  lo  avevano
    veduto,   s   e  no,   una  dozzina  di  volte  nei  salotti  ch'esse
    frequentavano;  n pareva loro ch'egli avesse mai manifestato in alcun
    modo  -  timido  com'era,  e  impensierito sempre di quei piedi troppo
    grossi, ben calzati e indolenziti - d'aver qualche mira su esse.
    Quasi quasi,  dopo tanta vana e smaniosa attesa quella richiesta  cos
    improvvisa e insperata le contrariava; le insospettiva.
    Che  considerazioni  aveva  potuto  far costui nel venirsi a cacciare,
    cos a cuor leggero,  con quell'aria  smarrita,  tra  quattro  ragazze
    sole, senza dote, senza stato se non precario, o almeno molto incerto,
    unite fra loro,  legate inseparabilmente dall'ajuto che eran costrette
    a prestarsi a vicenda? Che s'era immaginato?  Come s'era indotto?  Che
    aveva fatto Iduccia per indurlo?
    -  Ma  niente!  vi  giuro  nientissimo!  - badava a protestare Iduccia
    infocata in volto.
    Le sorelle dapprima si mostrarono  incredule;  tanto  che  Iduccia  si
    stizz  e  dichiar  finanche  che  non voleva saperne,  perch le era
    antipatico, ecco, antipaticissimo quel... come si chiamava? Tempini.
    Eh via! eh via! Antipatico? Perch?  Ma no!  - Giovane serio,  - disse
    Serafina;  -  giovane colto,  disse Carlotta;  - laureato in legge,  -
    disse Zoe;  e Serafina aggiunse: - Segretario al Ministero di Grazia e
    Giustizia; - e Carlotta: - Libero docente di... di... non ricordo bene
    di che cosa, all'Universit di Roma.
    E lo conoscevano appena le sorelle Margheri!
    Zoe  finanche  si  ricord  che  il Tempini aveva tenuto una volta una
    conferenza al Circolo Giuridico: s, una conferenza con projezioni, in
    cui si mostravano le impronte digitali  dei  delinquenti  -  ricordava
    benissimo   -   anzi   la  conferenza  era  intitolata:  "Segnalamenti
    dactiloscopici col rilievo delle impronte digitali".
    Del resto, Serafina e Carlotta avrebbero domandato maggiori ragguagli,
    si  sarebbero  consigliate  con  gli  amici  autorevoli,   non  perch
    dubitassero  minimamente  del  Tempini,  ma  per far le cose proprio a
    modo.


    2.
    Tre giorni dopo, Spiro Tempini fu accolto in casa, : quindi presentato
    nelle radunanze quale promesso sposo di Iduccia.
    Di Iduccia soltanto?  Pareva veramente il  promesso  sposo  di  tutt'e
    quattro le Margheri; anzi, pi che di Iduccia, delle altre tre; perch
    Iduccia,   vedendo   cos  naturalmente  partecipi  le  sorelle  della
    soddisfazione,   della  gioja   che   avrebbero   dovuto   esser   sue
    principalmente,  s'irrigidiva  in  un contegno piuttosto riserbato,  e
    faceva peggio;  ch quelle,  supponendo ch'ella non riuscisse ancora a
    vincere  la prima,  ingiusta antipatia per il Tempini,  ritenevano che
    fosse loro dovere compensarlo di  quella  freddezza,  opprimendolo  di
    cure, d'amorevolezze, cos che egli non se n'accorgesse.
    - Spiro, il fazzoletto da collo! Avvolgiti bene, mi raccomando. Hai la
    voce un po' rauca.
    - Spiro, hai le mani troppo calde. Perch?
    Poi ciascuna gli aveva chiesto un piccolo sacrifizio.
    Zoe:
    - Per carit, Spiro, non t'insegare pi codesti baffetti.
    Carlotta:
    -  Se  fossi  in  te,  Spiro,  me  li  lascerei un po' pi lunghetti i
    capelli.  Non ti pare,  Iduccia,  che pettinati cos  a  spazzola  gli
    stieno male? Meglio con la scriminatura da un lato. Alla Guglielmo.
    E Serafina:
    -  Iduccia  dovrebbe  farti  smettere  codesti  occhiali a staffa.  Da
    notajo, Dio mio, o da professore tedesco! Meglio le lenti,  Spiro!  Un
    pajo di lenti, e senza laccio, mi raccomando! A "pincenez".
    Alle piote, nessun accenno. Erano irrimediabili.
    In  men  d'un  mese Spiro Tempini divent un altro.  I maligni per lo
    commiseravano a torto,  perch  egli,  cresciuto  sempre  solo,  senza
    famiglia, senza cure, era felicissimo tra quelle quattro sorelle tanto
    buone  e  intelligenti  e animose,  che lo vezzeggiavano e gli stavano
    sempre attorno a domandargli ora una notizia, ora un consiglio, ora un
    servizietto.
    - Spiro, chi  Bacone?
    - Per piacere, Spiro, abbottonami questo guanto.
    -  Auff,  che  caldo!  Ti  seccherebbe,  Spiro,   di  portarmi  questa
    mantellina?
    -  Oh  di',  Spiro,  sapresti  regolarmi  quest'orologino?  Va  sempre
    indietro...
    Iduccia,  zitta.  Sospettare delle sorelle,  questo  no,  neanche  per
    ombra;  ma  certo  cominciava  a  essere uno po' stufa di tutto quello
    sfoggio di civetteria senza malizia.  Avrebbero dovuto comprenderlo le
    sorelle,  che  diamine!  avvedersi che il Tempini,  essendo per natura
    cos timido e servizievole,  e standogli  esse  cos  d'attorno  senza
    requie,  tre  pittime,  la  trascurava  per  badare  a  loro.  Non gli
    lasciavano pi n tempo n modo non che d'accostarsi a lei, ma neanche
    di respirare. Spiro di qua, Spiro di l... Avrebbe dovuto aver quattro
    braccia quel poveretto per offrirne uno a ciascuna e altrettante  mani
    per pigliarsele tutte e quattro. Le seccava poi maggiormente che esse,
    con  le  loro  manierine,  quasi  lo costringevano ogni volta a portar
    quattro regali invece di uno.  Ma s!  Gli facevano tanta festa,  ogni
    volta,  che  egli,  per paura che rimanessero poi deluse,  si guardava
    bene dal recarne qualcuno particolare a lei ch'era la fidanzata.
    Non parlava, Iduccia, ma certe bili ci pigliava a quello spettacolo di
    vezzi e di premure!  Cos,  santo Dio,  egli avrebbe  potuto  chiedere
    senz'altro  la  mano  di  Zoe,  o di Carlotta,  o anche di Serafina...
    Perch aveva chiesto la sua?
    - Iduccia aspettava dunque con molta impazienza,  quantunque senza  il
    minimo entusiasmo,  il giorno delle nozze,  sperando bene che,  in tal
    giorno almeno,  una certa distinzione egli finalmente  avrebbe  dovuto
    farla.
    3.
    Avvenne un contrattempo spiacevolissimo.
    Per  fare  il  viaggio  di  nozze,  Spiro Tempini aveva sollecitato al
    Ministero di Grazia e Giustizia un lavoro straordinario.  Non  ostante
    l'amore  e il gran da fare che gli davano le tre future cognatine,  lo
    aveva condotto a termine con quella minuziosa  diligenza,  con  quello
    zelo scrupoloso che soleva mettere in tutti i lavori d'ufficio e negli
    studii  pregiatissimi  di scienza positiva.  Contava che questo lavoro
    gli fosse retribuito pochi giorni  prima  di  quello  fissato  per  le
    nozze;  ma,  all'ultimo momento,  quando gi tutto era disposto per la
    celebrazione del matrimonio, stampate le partecipazioni,  spiccati gli
    inviti,  il  decreto  ministeriale  era stato respinto dalla Corte dei
    Conti per vizio di forma.
    Spiro Tempini parve l l per  cadere  fulminato  da  una  congestione
    cerebrale.  Lui, di solito cos timido, cos ossequente, cos misurato
    nelle espressioni,  si lasci  scappare  parole  di  fuoco  contro  la
    burocrazia,  contro  l'amministrazione  dello  Stato,  anche contro il
    Ministro, contro tutto il Governo,  che gli mandava a monte il viaggio
    di  nozze.  Non  per  il  viaggio di nozze in se stesso;  ma perch si
    vedeva costretto a venir meno a un riguardo di  delicatezza  verso  le
    tre cognatine nubili.
    -  S'era  stabilito  (anzi  non  s'era  messo  neanche in discussione)
    ch'egli avrebbe fatto casa comune con esse; s,  ma santo Dio,  almeno
    la prima notte non avrebbe voluto rimanere l,  sotto lo stesso tetto.
    S'immaginava l'imbarazzo,  per non dir altro,  di  quelle  tre  povere
    ragazze,  quando, andati via tutti gl'invitati, finita la festa, lui e
    Iduccia... Ah!  Ci sudava freddo.  Sarebbe stato un momento terribile,
    uno strappo a tutte le convenienze, un angoscioso tormento di tutta la
    notte...  Come  la  avrebbero passata quelle tre povere anime,  con la
    sorellina divisa da loro per la prima volta, di l, in un'altra camera
    con lui?
    Invano Spiro Tempini, per rimediarvi, preg, scongiur Iduccia, che si
    contentasse d'un viaggetto di  pochi  giorni,  pur  che  fosse,  d'una
    giterella a Frascati o ad Albano. Iduccia - forse perch non capiva ed
    egli  non  os di farla anzi tempo capace - Iduccia non volle saperne.
    Le parve un ripiego meschino e umiliante.  L,  l,  meglio rimanere a
    casa.
    Il Tempini diede un'ingollatina e arrischi:
    - Dicevo per... per le tue sorelle, ecco...
    Ma  la  sposina,  che si teneva gi da un bel pezzo,  gli piant tanto
    d'occhi in faccia e gli domand:
    - Perch? Che c'entrano le mie sorelle? Ancora?
    E.chi sa che altro avrebbe aggiunto  Iduccia,  nella  stizza,  se  non
    fosse  stata  una  ragazza per bene,  che doveva figurare di non capir
    nulla fino all'ultimo momento.
    Fu per una bella festa; non molto vivace, perch si sa,  l'idea delle
    nozze  richiama alla mente di chi abbia un po' di senno e di coscienza
    non lievi doveri e  responsabilit;  ma  degna  tuttavia  e  decorosa,
    soprattutto per la qualit degli invitati.  Spiro Tempini,  che teneva
    pi alla libera docenza che al posto di  segretario  al  Ministero  di
    Grazia  e  Giustizia,  perch  credeva di contare in fine qualche cosa
    fuori  dell'ufficio,   invit  pochi  colleghi  e   molti   professori
    d'Universit,  i quali ebbero la degnazione di parlare animatamente di
    studii antropologici e psicofisiologici e di sociologia e d'etnografia
    e di statistica.
    Poi il momento terribile venne, e fu,  pur troppo,  quale il Tempini
    lo aveva preveduto.
    Quantunque  volessero  sembrar  disinvolte,  le  tre  sorelle  e anche
    Iduccia stessa vibravano dalla commozione. Avevano trattato finora con
    la massima confidenza il Tempini;  ma quella sera,  che impaccio!  che
    senso, nel vederlo rimanere in casa, con loro; lui solo, uomo; gi nel
    pieno  diritto d'entrare in una intimit che per quanto timida in quei
    primi istanti e imbarazzata, avventava.
    Profondamente turbate,  con gli occhi  lampeggianti,  le  tre  sorelle
    guardavano  la sposa e le leggevano negli occhi la stessa ambascia che
    strizzava le loro animucce non al tutto ignare, certo,  ma perci anzi
    pi trepidanti.
    Iduccia si staccava da loro;  cominciava da quella sera ad appartenere
    pi a quell'estraneo che ad esse.  Era una violenza che tanto  pi  le
    turbava,  quanto  pi  delicate eran le maniere con cui si manifestava
    finora. E poi? Poi Iduccia, lei sola, tra breve, avrebbe saputo...
    Le s'accostarono,  sorridendo nervosamente,  per baciarla.  Subito  il
    sorriso si cangi in pianto.  Due, Serafina e Carlotta, scapparono via
    nella loro camera senza neanche volgersi a guardare il cognato; Zoe fu
    pi coraggiosa: gli mostr gli occhi rossi di  pianto  e,  alzando  il
    pugno in cui teneva il fazzoletto, gli disse tra due singhiozzi:
    - Cattivo!


    4.
    Ma era destino che Iduccia non dovesse godere della distinzione che il
    Tempini,  finalmente, aveva dovuto fare tra lei e le sorelle. La pag,
    e come! questa distinzione, la povera Iduccia.  Pu dirsi che cominci
    a morire fin dalla mattina dopo.
    Il Tempini volle dare a intendere tanto a lei quanto alle sorelle, che
    non era propriamente una malattia.
    - Disturbi, - diceva alle cognatine, afflitto ma non impensierito.
    Alla moglie diceva:
    - Eh, troppo presto, Iduccia mia! troppo presto! Basta. Pazienza.
    Ma Iduccia soffriva tanto!  Troppo soffriva. Non aveva un momento solo
    di requie. Nausee, capogiri, e una prostrazione cos grave di tutte le
    membra che, dopo il terzo mese, non pot pi reggersi in piedi.
    Abbandonata su una poltrona,  con gli occhi chiusi,  senza  pi  forza
    neanche  di sollevare un dito,  udiva intanto di l,  nella saletta da
    pranzo,  conversare  lietamente  le  tre  sorelle  col  marito,  e  si
    struggeva dall'invidia.  Ah,  che invidia rabbiosa le sorgeva man mano
    per quelle tre ragazze, che le pareva ostentassero innanzi a lei, cos
    sconfitta,  con tutti i loro movimenti,  le corse pazze per le stanze,
    quasi  una  loro vittoria: quella d'esser rimaste ancora agili e salde
    nella loro verginit.
    Era tanto il dispetto,  che quasi quasi credeva il suo male provenisse
    principalmente dal fastidio ch'esse le cagionavano con la loro vista e
    le loro parole.
    Ecco,  ridevano,  sonavano l'arpa,  si paravano,  come se nulla fosse,
    senza alcun pensiero per lei che stava tanto male.
    Ma non era giusto? non era naturale?
    Lei aveva marito: esse non  l'avevano;  bisognava  dunque  ch'ella  ne
    piangesse pure le conseguenze.
    Spiro,  del  resto,  le  tranquillava;  diceva  loro  che non c'era da
    darsene pensiero.  La lieve afflizione che  potevano  sentire  per  il
    malessere  di  lei  era  poi  bilanciata  dalla gioja d'aver presto un
    nipotino,  una nipotina.  Ed era tale questa gioja,  ch'esse stimavano
    finanche ingiusti, talvolta, i lamenti e i sospiri di lei.
    Ah,  in certi giorni,  l'invidia di Iduccia,  nel veder le tre sorelle
    come prima,  pi di prima attorno al marito,  tre pecette addirittura,
    s'inveleniva, fino a diventar vera e propria gelosia.
    Poi  si calmava,  si pentiva dei cattivi pensieri;  diceva a se stessa
    ch'era giusto infine che,  non potendo lei,  badassero almeno  loro  a
    Spiro.  E forse,  chi sa! ci avrebbero badato sempre loro, tutte e tre
    vestite di nero.
    Perch lei sarebbe morta.  S,  s:  lo  sentiva.  N'era  sicurissima!
    Quell'esserino  che man mano le si maturava in grembo,  le succhiava a
    filo a filo la vita.  Che supplizio lento e smanioso!  Se  la  sentiva
    proprio tirare,  la vita,  a filo a filo, dal cuore. Sarebbe morta. Le
    tre sorelle avrebbero fatto loro da  madre  alla  sua  creaturina.  Se
    femmina,  l'avrebbero chiamata Iduccia,  come lei.  Poi,  passando gli
    anni,  nessuna delle tre avrebbe pi pensato a lei,  perch  avrebbero
    avuto un'altra Iduccia, loro.
    Ma  il  marito?  Per  lui  non  poteva  essere la stessa cosa,  quella
    bambina. Egli forse... quale delle tre avrebbe scelto?
    Zoe? Carlotta? Serafina?
    Che orrore! Ma perch ci pensava? Tutte e tre insieme,  s,  avrebbero
    potuto  far  da  madre  alla  sua creaturina;  ma se egli ne sceglieva
    una... Zoe,  per esempio,  ecco Zoe,  no,  non sarebbe stata una buona
    madre,  perch avrebbe avuto da attendere ad altri figliuoli, ai suoi;
    e alla piccina orfana avrebbero allora badato con pi amore Carlotta e
    Serafina, quelle cio ch'egli non avrebbe scelto.
    Ecco dunque: se lo faceva per il bene della  sua  piccina,  Spiro  non
    avrebbe  dovuto  sceglierne alcuna.  Non poteva forse rimanere l,  in
    casa, come un fratello?
    Glielo  volle  domandare  Iduccia,   pochi  giorni  prima  del  parto,
    confessandogli  la  gran paura che aveva di morire e i tristi pensieri
    che l'avevano straziata durante tutti quei mesi d'agonia.
    Spiro le diede su la voce, dapprima;  si ribell;  ma poi cedendo alle
    insistenze di lei - ch'eran puerili,  via!  come quel timore - dovette
    giurare.
    - Sei contenta, ora?
    - Contenta...


    5.
    Tre giorni dopo, Iduccia mor.
    Ma potevano mai  pensare  sul  serio  le  tre  sorelle  superstiti  di
    prendere  il  posto della sorellina morta,  che aveva lasciato un cos
    gran vuoto nel loro cuore e nella casa?  Come sospettarlo?  Ma nessuna
    delle tre!
    Ecco,  faceva  male  Zoe,  anzi,  a  mostrar  troppo il compianto e la
    tenerezza per la povera piccina orfana.
    Serafina e Carlotta, pi riserbate,  pi chiuse,  quasi irrigidite nel
    loro cordoglio, la richiamavano:
    - Zoe!
    - Perch?  - domandava Zoe,  dopo aver cercato invano di leggere negli
    occhi delle sorelle la ragione di quel richiamo.
    - Lasciala stare, - le diceva freddamente Carlotta.
    Serafina poi,  a quattr'occhi le consigliava di frenare un po',  ecco,
    quelle troppo vivaci effusioni d'affetto per la bambina.
    -  Ma  perch?  - tornava a domandare Zoe,  stordita.  - Quella povera
    cosuccia nostra!
    - Va bene. Ma innanzi a lui.
    - A Spiro?
    - S. Frenati. Potrebbe parergli che tu...
    - Che cosa?
    - Capirai...  La  nostra  condizione,  adesso,    un  po'...  un  po'
    difficile, ecco... Finch c'era Iduccia...
    Ah gi!  Zoe capiva. Finch c'era Iduccia, Spiro era come un fratello;
    ma ora che Iduccia non c'era  pi...  Esse  erano  tre  ragazze  sole,
    costrette,  per via di quella piccina, a convivere col cognato vedovo,
    e... e...
    - Dobbiamo farlo per Iduccia nostra!  - concludeva  Serafina,  con  un
    profondo sospiro.
    Poco dopo, per, Zoe, ripensandoci meglio, domandava a se stessa:
    -  Che  cosa  dobbiamo  fare  per Iduccia nostra?  Poche carezze alla
    piccina? E perch?  Perch Spiro,  vedendo ch'io gliene faccio troppe,
    potrebbe supporre...  Oh Dio!  Com' potuto venire in mente a Serafina
    una tale idea? Io?.
    Cos, tutte e tre, ora,  si vigilavano a vicenda,  quando Spiro era in
    casa  e  anche  quando non c'era.  E questa vigilanza puntigliosa e il
    rigido contegno scioglievano a mano a mano e facevano  cader  tutti  i
    legami  d'intimit  che s'eran prima annodati fraternamente tra esse e
    il cognato.
    Questi  not  presto  la  freddezza;   ma  suppose  in  principio  che
    dipendesse  dal  cordoglio  per  la recente sciagura.  Poi cominci ad
    avvertire negli sguardi,  nelle parole,  in tutte le maniere delle tre
    cognatine   un  certo  ritegno  quasi  sospettoso,   come  una  mutria
    impacciata, che distornava la confidenza.
    Perch? Non intendevano pi trattarlo da fratello?
    Il gelo cresceva di giorno in giorno.
    E anche Spiro allora si vide costretto a frenarsi, a ritrarsi.
    Un giorno gli cascarono le lenti dal naso; e invece di comperarsene un
    altro pajo, inforc gli occhiali a staffa gi smessi per far piacere a
    Serafina.
    La prima volta che gli tocc d'andare  dal  barbiere,  gli  disse  che
    voleva smettere la pettinatura con la divisa da un lato,  adottata per
    consiglio di Carlotta,  e si fece tagliare i capelli a spazzola,  come
    prima.
    Non riprese a insegarsi i baffi,  per non far supporre che, da vedovo,
    pensasse ancora ad aver cura della  propria  persona,  quantunque  Zoe
    per gli avesse detto che i baffi insegati gli stavano male.
    Poi,  notando  che Serafina e Carlotta,  a tavola,  lanciavano qualche
    occhiata obliqua a quei baffi e poi si guardavano  tra  loro,  temendo
    ch'esse   potessero   sospettare   ch'egli  intendesse  usare  qualche
    particolarit a Zoe, torn anche a insegarsi i baffi come un tempo.
    Cos si ritrasse dall'intimit anche con la figura.
    Tante cure - pensava - tante amorevolezze prima,  e ora...  Ma in  che
    aveva mancato?  Era forse lui cagione, se Iduccia era morta? Era stata
    una sciagura.
    Egli la sentiva come loro,  pi  di  loro.  Non  avrebbe  dovuto  anzi
    affratellarli  di  pi  il  dolore  comune?  Desideravano forse le sue
    cognate che si staccasse da loro  e  facesse  casa  da  s?  Ma  egli,
    rimanendo,  aveva creduto di far loro piacere; le ajutava, e non poco;
    provvedeva lui quasi del tutto ormai al mantenimento della casa. E poi
    c'era la bambina. La piccola Iduccia.  Non la aveva egli affidata alle
    loro cure? Ma ecco, notava intanto con grandissimo dolore che anche la
    piccina era trattata con freddezza, se non proprio trascurata.
    Spiro  Tempini  non  sapeva  pi  che  pensare.  Prese  il  partito di
    trattenersi quanto pi poteva  fuori  di  casa,  per  pesare  il  meno
    possibile in famiglia.  Da tanti segni gli parve di dovere argomentare
    che la sua presenza dava ombra e impicciava.
    Ma il gelo crebbe ancor pi. Ora Serafina diceva a Carlotta:
    - Vedi?  Non sta pi in casa,  il  signore.  Quel  poco  che  ci  sta:
    guardingo, impacciato. Chi sa che cova! Ah, povera Iduccia nostra!
    Carlotta si stringeva nelle spalle:
    - Che ci possiamo far noi?
    - Eh gi, - incalzava Serafina. - Vorrei sapere che cosa pretenderebbe
    da noi,  con quella freddezza.  Dovremmo forse buttargli le braccia al
    collo per trattenerlo? Dico la verit, non me lo sarei mai aspettato!
    Carlotta abbassava gli occhi; sospirava:
    - Pareva tanto buono...
    Ed ecco Zoe:
    - Parlate di Spiro?  Uomini,  e tanto basta!  Tutti gli  stessi.  Sono
    appena sei mesi, e gi...
    Altro sospiro di Carlotta. Sospirava anche Serafina, e aggiungeva:
    - Mi tormenta il pensiero di quella povera creaturina.
    E Zoe:
    - E' chiaro che a lui non basta esser trattato come possiamo trattarlo
    noi.
    E Carlotta, di nuovo con gli occhi bassi:
    - Nella condizione nostra...
    -  Pensate,  intanto,  pensate,  -  riprendeva  Serafina.  - La nostra
    piccola Iduccia in mano a una estranea, a una matrigna!
    Le tre sorelle fremevano  a  questo  pensiero;  si  sentivano  proprio
    fendere  la  schiena  da  certi  brividi,   che  parevano  rasojate  a
    tradimento.
    No,  no,  via!  Un sacrifizio era necessario per amore della  bambina.
    Necessit! Dura necessit! Ma quale delle tre doveva sacrificarsi?
    Serafina pensava: Tocca a me.  Io sono la maggiore.  Ormai qui non si
    tratta di fare all'amore.  Pi  che  una  moglie  per  s,  egli  deve
    scegliere una madre per la bambina.  Io sono la maggiore;  dunque,  la
    pi adatta. Scegliendo me, dimostrer che non ha voluto far torto alla
    memoria d'Iduccia. Siamo quasi coetanei.  Ho solamente sei mesi pi di
    lui.
    Tocca  a  me  pensava  invece Zoe.  Son la minore;  la pi vicina a
    Iduccia, sant'anima!  Egli allora aveva scelto l'ultima.  Ora l'ultima
    sono io.  Tocca dunque a me.  Senz'alcun dubbio, se s'affaccia anche a
    lui la necessit di questo sacrifizio, sceglier me.
    Carlotta poi,  dal canto suo,  non credeva d'esser meno indicata delle
    altre  due.  Pensava  che  Serafina  era  troppo  attempatella  e che,
    sposando Zoe,  Spiro avrebbe dimostrato di badare pi a  s  che  alla
    piccina.  Le  pareva  indubitabile,  dunque,  che  avrebbe scelto lei,
    piuttosto, che stava nel mezzo, come la virt.
    Ma Spiro? Che pensava Spiro?
    Egli aveva giurato. E' vero che non sempre chi vive pu serbar fede al
    giuramento fatto a una morta. La vita ha certe difficolt,  da cui chi
    muore  si scioglie.  E chi si scioglie non pu tener legato chi rimane
    in vita.
    Se non che,  quando per la prima volta Spiro Tempini si era  accostato
    improvvisamente  alle  quattro Margheri,  la scelta aveva potuto farla
    lui.  Ora,  per stare in pace,  capiva  che  avrebbero  dovuto  invece
    scegliere loro.
    Ma come scegliere, Dio mio, se egli era uno ed esse erano tre?






    Distrazione.

    Nero  tra  il  baglior  polverulento  d'un  sole d'agosto che non dava
    respiro,  un carro funebre di terza classe si ferm davanti al portone
    accostato  d'una  casa nuova d'una delle tante vie nuove di Roma,  nel
    quartiere dei Prati di Castello.
    Potevano esser le tre del pomeriggio.
    Tutte quelle case nuove,  per la maggior  parte  non  ancora  abitate,
    pareva guardassero coi vani delle finestre sguarnite quel carro nero.
    Fatte da cos poco apposta per accogliere la vita, invece della vita -
    ecco qua - la morte vedevano, che veniva a far preda giusto l.
    Prima della vita, la morte.
    E se n'era venuto lentamente,  a passo,  quel carro. Il cocchiere, che
    cascava a pezzi dal sonno, con la tuba spelacchiata, buttata a sghembo
    sul naso,  e un piede sul parafango davanti,  al primo portone che gli
    era  parso  accostato  in segno di lutto,  aveva dato una stratta alle
    briglie,  l'arresto al manubrio della martinicca,  e s'era sdrajato  a
    dormire pi comodamente su la cassetta.
    Dalla  porta  dell'unica  bottega  della via s'affacci,  scostando la
    tenda di traliccio, unta e sgualcita,  un omaccio spettorato,  sudato,
    sanguigno,  con  le  maniche  della  camicia  rimboccate su le braccia
    pelose.
    - Ps! - chiam, rivolto al cocchiere. - Ah! Pi l...
    Il cocchiere reclin il capo per guardar di sotto la falda della  tuba
    posata  sul  naso;  allent il freno;  scosse le briglie sul dorso dei
    cavalli e pass avanti alla drogheria, senza dir nulla.
    Qua o l, per lui, era lo stesso.
    E davanti al portone,  anch'esso accostato della casa pi  in  l,  si
    ferm e riprese a dormire.
    -  Somaro!  -  borbotto  il  droghiere,  scrollando  le spalle.  - Non
    s'accorge che tutti i portoni a quest'ora  sono  accostati.  Dev'esser
    nuovo del mestiere.
    Cos  era veramente.  E non gli piaceva per nientissimo affatto,  quel
    mestiere, a Scalabrino. Ma aveva fatto il portinajo,  e aveva litigato
    prima con tutti gl'inquilini e poi col padron di casa; il sagrestano a
    San Rocco,  e aveva litigato col parroco; s'era messo per vetturino di
    piazza e aveva litigato con tutti i padroni di  rimessa,  fino  a  tre
    giorni fa.  Ora,  non trovando di meglio in quella stagionaccia morta,
    s'era allogato in una Impresa di pompe funebri.  Avrebbe litigato pure
    con  questa  - lo sapeva sicuro - perch le cose storte,  lui,  non le
    poteva soffrire.  E poi era disgraziato,  ecco.  Bastava  vederlo.  Le
    spalle in capo; gli occhi a sportello; la faccia gialla, come di cera,
    e il naso rosso.  Perch rosso,  il naso?  Perch tutti lo prendessero
    per ubriacone; quando lui neppure lo sapeva che sapore avesse il vino.
    - Puh!
    Ne aveva fino alla gola,  di quella vitaccia  porca.  E  un  giorno  o
    l'altro,  l'ultima  litigata  per bene l'avrebbe fatta con l'acqua del
    fiume, e buona notte.
    Per ora l, mangiato dalle mosche e dalla noja, sotto la vampa cocente
    del sole, ad aspettar quel primo carico. Il morto.
    O non gli sbuc,  dopo una buona mezz'ora,  da  un  altro  portone  in
    fondo, dall'altro lato della via? - Te possino... (al morto) - esclam
    tra i denti,  accorrendo col carro, mentre i becchini, ansimanti sotto
    il peso d'una misera bara vestita in mussolo nero, filettata agli orli
    di fettuccia bianca, sacravano e protestavano:
    - Te possino...  (a lui) - Te pij n'accidente - O  ch'er  nummero  der
    portone non te l'avevano dato?
    Scalabrino fece la voltata senza fiatare; aspett che quelli aprissero
    lo sportello e introducessero il carico nel carro.
    - Tira via!
    E  si  mosse,  lentamente,  a passo,  com'era venuto: ancora col piede
    alzato sul parafango davanti e la tuba sul naso.
    Il carro, nudo. Non un nastro, non un fiore.
    Dietro, una sola accompagnatrice.
    Andava costei con un velo nero trapunto,  da messa,  calato sul volto;
    indossava una veste scura,  di mussolo rasato,  a fiorellini gialli, e
    un ombrellino  chiaro  aveva,  sgargiante  sotto  il  sole,  aperto  e
    appoggiato su la spalla.
    Accompagnava  il  morto,  ma si riparava dal sole con l'ombrellino.  E
    teneva il capo basso, quasi pi per vergogna che per afflizione.
    - Buon passeggio, ah Rosi'! - le grid dietro il droghiere scamiciato,
    che s'era fatto di nuovo alla porta della  bottega.  E  accompagn  il
    saluto con un riso sguajato, scrollando il capo.
    L'accompagnatrice  si  volt  a guardarlo attraverso il velo;  alz la
    mano col mezzo guanto di filo per  fargli  un  cenno  di  saluto,  poi
    l'abbass  per  riprendersi  di  dietro  la veste,  e mostr le scarpe
    scalcagnate. Aveva per i mezzi guanti di filo e l'ombrellino, lei.
    - Povero sor Bernardo,  come un cane,  - disse  forte  qualcuno  dalla
    finestra d'una casa.
    Il droghiere guard in su, seguitando a scrollare il capo.
    - Un professore,  con la sola servaccia dietro... grid un'altra voce,
    di vecchia, d un'altra finestra.
    Nel sole,  quelle voci dall'alto sonavano nel  silenzio  della  strada
    deserta, strane.
    Prima di svoltare, Scalabrino pens di proporre all'accompagnatrice di
    pigliare  a  nolo una vettura per far pi presto,  gi che nessun cane
    era venuto a far coda a quel mortorio.
    - Con questo sole... a quest'ora...
    - Rosina scosse il capo sotto il velo.  Aveva fatto  giuramento,  lei,
    che  avrebbe  accompagnato  a piedi il padrone fino all'imboccatura di
    via San Lorenzo.
    - Ma che ti vede il padrone?
    Niente! Giuramento. La vettura, se mai, l'avrebbe presa, lass, fino a
    Campoverano.
    - E se te la pago io? - insistette Scalabrino.
    Niente. Giuramento.
    - Scalabrino mastic sotto la tuba un'altra imprecazione e  seguit  a
    passo,  prima  per  il  ponte Cavour,  poi per Via Tomacelli e per Via
    Condotti e per Piazza di Spagna e Via Due Macelli e Capo le Case e Via
    Sistina.
    Fin qui, tanto o quanto, si tenne su,  sveglio,  per scansare le altre
    vetture,  i  tram  elettrici e le automobili,  considerando che a quel
    mortorio l nessuno avrebbe fatto largo e portato rispetto.
    - Ma quando,  attraversata sempre a passo  Piazza  Barberini,  imbocc
    l'erta via di San Niccol da Tolentino, rialz il piede sul parafango,
    si cal di nuovo la tuba sul naso e si riaccomod a dormire.
    I cavalli, tanto, sapevano la via.
    I  rari  passanti si fermavano e si voltavano a mirare,  tra stupiti e
    indignati.  Il sonno del cocchiere su la cassetta e il sonno del morto
    dentro  il  carro:  freddo e nel bujo,  quello del morto;  caldo e nel
    sole,  quello del cocchiere;  e poi  quell'unica  accompagnatrice  con
    l'ombrellino  chiaro  e  il  velo  nero  abbassato  sul  volto:  tutto
    l'insieme di quel mortorio, insomma,  cos zitto zitto e solo solo,  a
    quell'ora bruciata faceva proprio cader le braccia.
    Non era il modo,  quello,  d'andarsene all'altro mondo! Scelti male il
    giorno, l'ora,  la stagione.  Pareva che quel morto l avesse sdegnato
    di  dare  alla  morte una conveniente seriet.  Irritava.  Quasi quasi
    aveva ragione il cocchiere che se la dormiva.
    E cos avesse seguitato a dormire Scalabrino fino al principio di  Via
    San Lorenzo!  Ma i cavalli,  appena superata l'erta, svoltando per Via
    Volturno,  pensarono bene d'avanzare un po' il passo;  e Scalabrino si
    dest.
    Ora,  destarsi?  veder  fermo  sul  marciapiedi  a sinistra un signore
    allampanato,  barbuto,  con grossi occhiali neri,  stremenzito  in  un
    abito grigio,  sorcigno, e sentirsi arrivare in faccia, su la tuba, un
    grosso involto, fu tutt'uno!
    Prima che Scalabrino avesse tempo  di  riaversi,  quel  signore  s'era
    buttato  innanzi  ai  cavalli,  li  aveva fermati e,  avventando gesti
    minacciosi,  quasi volesse scagliar le mani,  non avendo pi altro  da
    scagliare, urlava, sbraitava:
    - A me? a me? mascalzone! canaglia! manigoldo! a un padre di famiglia?
    a un padre di otto figliuoli? manigoldo! farabutto!
    Tutta  la  gente che si trovava a passare per via e tutti i bottegai e
    gli avventori si  affollarono  di  corsa  attorno  al  carro  e  tutti
    gl'inquilini  delle case vicine s'affacciarono alle finestre,  e altri
    curiosi accorsero,  al clamore,  dalle  prossime  vie,  i  quali,  non
    riuscendo a sapere che cosa fosse accaduto, smaniavano, accostandosi a
    questo e a quello, e si drizzavano su la punta dei piedi.
    - Ma che  stato?
    - Uhm... pare che... dice che... non so!
    - Ma c' il morto?
    - Dove?
    - Nel carro, c'?
    - Uhm!... Chi  morto?
    - Gli pigliano la contravvenzione!
    - Al morto?
    - Al cocchiere...
    - E perch?
    - Mah!... pare che... dice che...
    Il  signore grigio allampanato seguitava intanto a sbraitare presso la
    vetrata d'un caff,  dove lo avevano trascinato;  reclamava  l'involto
    scagliato contro il cocchiere;  ma non s'arrivava ancora a comprendere
    perch glielo avesse scagliato.  Sul carro,  il cocchiere  cadaverico,
    con  gli  occhi  miopi  strizzati,  si  rimetteva  in  sesto la tuba e
    rispondeva alla guardia di citt che,  tra la calca e  lo  schiamazzo,
    prendeva appunti su un taccuino.
    Alla fine il carro si mosse tra la folla che gli fece largo, vociando;
    ma,  come apparve di nuovo,  sotto l'ombrellino chiaro,  col velo nero
    abbassato sul volto,  quell'unica  accompagnatrice  -  silenzio.  Solo
    qualche monellaccio fischi.
    Che era insomma accaduto?
    Niente. Una piccola distrazione. Vetturino di piazza fino a tre giorni
    fa,  Scalabrino,  stordito dal sole,  svegliato di soprassalto,  s'era
    scordato di trovarsi su un  carro  funebre:  gli  era  parso  d'essere
    ancora  su la cassetta d'una "botticella" e,  avvezzo com'era ormai da
    tanti anni a invitar la gente  per  via  a  servirsi  del  suo  legno,
    vedendosi  guardato da quel signore sorcigno fermo l sul marciapiede,
    gli aveva fatto segno col dito, se voleva montare.
    E quel signore, per un piccolo segno, tutto quel baccano...







    Canta l'Epistola.

    - Avevate preso gli Ordini?
    - Tutti no. Fino al Suddiaconato.
    - Ah, suddiacono. E che fa il suddiacono?
    - Canta l'Epistola; regge il libro al diacono mentre canta il Vangelo;
    amministra i vasi della Messa;  tiene la patena avvolta  nel  velo  in
    tempo del Canone.
    - Ah, dunque voi cantavate il Vangelo?
    -  Nossignore.  Il  Vangelo  lo canta il diacono;  il suddiacono canta
    l'Epistola.
    - E voi allora cantavate l'Epistola?
    - Io? proprio io? Il suddiacono.
    - Canta l'Epistola?
    - Canta l'Epistola.
    Che c'era da ridere in tutto questo?
    Eppure,  nella piazza aerea del  paese,  tutta  frusciante  di  foglie
    secche, che s'oscurava e si rischiarava a una rapida vicenda di nuvole
    e  di  sole,  il  vecchio  dottor  Fanti,  rivolgendo quelle domande a
    Tommasino Unzio uscito or ora dal seminario senza pi tonaca per  aver
    perduto  la  fede,  aveva composto la faccia caprigna a una tale aria,
    che tutti gli sfaccendati del  paese,  seduti  in  giro  innanzi  alla
    "Farmacia  dell'Ospedale",  parte  storcendosi  e  parte  turandosi la
    bocca, s'erano tenuti a stento di ridere.
    Le risa erano  prorotte  squacquerate,  appena  andato  via  Tommasino
    inseguito  da  tutte  quelle  foglie  secche;  poi l'uno aveva preso a
    domandare all'altro:
    - Canta l'Epistola?
    E l'altro a rispondere:
    - Canta l'Epistola.
    E cos a Tommasino Unzio,  uscito suddiacono dal seminario  senza  pi
    tonaca,  per aver perduto la fede,  era stato appiccicato il nomignolo
    di "Canta l'Epistola".

    La fede si pu perdere per centomila ragioni  -  e  in  generale,  chi
    perde la fede  convinto,  almeno nel primo momento,  di aver fatto in
    cambio qualche guadagno; non foss'altro,  quello della libert di fare
    e dire certe cose che, prima, con la fede non riteneva compatibili.
    Quando  per  cagione  della  perdita  non sia la violenza di appetiti
    terreni,  ma sete d'anima che non riesca pi  a  saziarsi  nel  calice
    dell'altare e nel fonte dell'acqua benedetta,  difficilmente chi perde
    la fede  convinto d'aver guadagnato in cambio qualche  cosa.  Tutt'al
    pi,  l per l, non si lagna della perdita in quanto riconosce d'aver
    perduto infine una cosa che non aveva pi per lui alcun valore.
    Tommasino Unzio, con la fede,  aveva poi perduto tutto,  anche l'unico
    stato  che  il  padre gli potesse dare,  merc un lascito condizionato
    d'un vecchio zio sacerdote.  Il padre,  inoltre,  non s'era tenuto  di
    prenderlo a schiaffi, a calci, e di lasciarlo parecchi giorni a pane e
    acqua,  e  di  scagliargli  in  faccia  ogni  sorta  di  ingiurie e di
    vituperii.  Ma Tommasino aveva sopportato tutto  con  dura  e  pallida
    fermezza  e  aspettato  che  il padre si convincesse non essere quelli
    propriamente i mezzi pi acconci per fargli  ritornar  la  fede  e  la
    vocazione.
    Non  gli  aveva  fatto  tanto  male  la violenza,  quanto la volgarit
    dell'atto  cos  contrario  alla  ragione  per  cui  s'era   spogliato
    dell'abito sacerdotale.
    Ma d'altra parte aveva compreso che le sue guance,  le sue spalle,  il
    suo stomaco dovevano offrire uno sfogo al  padre  per  il  dolore  che
    sentiva  anche  lui,  cocentissimo,  della  sua  vita irreparabilmente
    crollata e rimasta come un ingombro l per casa.
    Volle per dimostrare a tutti che non s'era  spretato  per  voglia  di
    mettersi  a  fare  il  porco  come  il  padre pulitamente era andato
    sbandendo per tutto il paese.  Si chiuse in s,  e non usc pi  dalla
    sua  cameretta,  se  non  per qualche passeggiata solitaria o su per i
    boschi di castagni, fino al Pian della Britta,  o gi per la carraja a
    valle,  tra i campi, fino alla chiesetta abbandonata di Santa Maria di
    Loreto,  sempre assorto in meditazioni e senza mai alzar gli occhi  in
    volto a nessuno.
    E'  vero intanto che il corpo,  anche quando lo spirito si fissi in un
    dolore profondo o in una tenace ostinazione ambiziosa,  spesso  lascia
    lo  spirito  cos fissato e,  zitto zitto,  senza dirgliene nulla,  si
    mette a vivere per conto suo,  a godere della  buon'aria  e  dei  cibi
    sani.
    Avvenne  cos a Tommasino di ritrovarsi in breve e quasi per ischerno,
    mentre lo spirito gli s'immalinconiva  e  s'assottigliava  sempre  pi
    nelle disperate meditazioni,  con un corpo ben pasciuto e fiorido,  da
    padre abate.
    Altro che Tommasino, adesso! Tommasone "Canta l'Epistola". Ciascuno, a
    guardarlo,  avrebbe dato ragione al padre.  Ma si sapeva in paese come
    il povero giovine vivesse;  e nessuna donna poteva dire d'essere stata
    guardata da lui, fosse pur di sfuggita.
    Non aver pi coscienza d'essere, come una pietra, come una pianta; non
    ricordarsi pi neanche del proprio  nome;  vivere  per  vivere,  senza
    saper di vivere, come le bestie, come le piante; senza pi affetti, n
    desiderii,  n memorie, n pensieri; senza pi nulla che desse senso e
    valore alla propria vita.  Ecco: sdrajato l su l'erba,  con  le  mani
    intrecciate  dietro  la  nuca,  guardare  nel cielo azzurro le bianche
    nuvole abbarbaglianti,  gonfie di sole;  udire il vento che faceva nei
    castagni del bosco come un fragor di mare,  e nella voce di quel vento
    e in quel fragore sentire,  come da un'infinita lontananza,  la vanit
    d'ogni cosa e il tedio angoscioso della vita.
    Nuvole e vento.
    Eh,   ma  era  gi  tutto  avvertire  e  riconoscere  che  quelle  che
    veleggiavano luminose per la sterminata azzurra vacuit erano  nuvole.
    Sa  forse d'essere la nuvola?  N sapevan di lei l'albero e le pietre,
    che ignoravano anche se stessi.
    E lui, avvertendo e riconoscendo le nuvole,  poteva anche - perch no?
    - pensare alla vicenda dell'acqua, che divien nuvola per ridivenir poi
    acqua  di  nuovo.  E  a  spiegar  questa  vicenda  bastava  un  povero
    professoruccio di fisica; ma a spiegare il perch del perch?
    Su nel bosco dei castagni, picchi d'accetta; gi nella cava, picchi di
    piccone.
    Mutilare la montagna; atterrare gli alberi per costruire case. L,  in
    quel borgo montano, altre case.
    Stenti,  affanni,  fatiche e pene d'ogni sorta, perch? per arrivare a
    un comignolo e per fare uscire poi da questo comignolo un po' di fumo,
    subito disperso nella vanit dello spazio.
    E come quel fumo, ogni pensiero, ogni memoria degli uomini.
    Ma davanti all'ampio spettacolo della natura,  a  quell'immenso  piano
    verde  di  querci e d'ulivi e di castagni,  degradante dalle falde del
    Cimino fino alla valle tiberina laggi laggi,  sentiva a poco a  poco
    rasserenarsi in una blanda smemorata mestizia.
    Tutte  le  illusioni  e  tutti i disinganni e i dolori e le gioje e le
    speranze e i desideri degli uomini gli apparivano vani  e  transitorii
    di  fronte  al  sentimento  che  spirava  dalle  cose  che  restano  e
    sopravanzano  ad  essi,  impassibili.  Quasi  vicende  di  nuvole  gli
    apparivano  nell'eternit  della  natura i singoli fatti degli uomini.
    Bastava guardare quegli alti monti di l dalla valle tiberina, lontani
    lontani, sfumanti all'orizzonte, lievi e quasi aerei nel tramonto.
    Oh ambizioni degli uomini! Che grida di vittoria,  perch l'uomo s'era
    messo a volare come un uccellino!  Ma ecco qua un uccellino come vola:
     la facilit pi schietta e lieve,  che s'accompagnava spontanea a un
    trillo di gioja.  Pensare adesso al goffo apparecchio rombante, e allo
    sgomento,  all'ansia,  all'angoscia mortale dell'uomo  che  vuol  fare
    l'uccellino!  Qua  un  frullo  e un trillo;  l un motore strepitoso e
    puzzolente,  e la morte  davanti.  Il  motore  si  guasta,  il  motore
    s'arresta; addio uccellino!
    - Uomo,  - diceva Tommasino Unzio,  l sdrajato sull'erba, - lascia di
    volare. Perch vuoi volare? E quando hai volato?

    D'un tratto,  come una raffica,  corse per tutto il paese una  notizia
    che  sbalord  tutti: Tommasino Unzio,  "Canta l'Epistola",  era stato
    prima schiaffeggiato e poi sfidato a duello  dal  tenente  De  Venera,
    comandante   il  distaccamento,   perch,   senza  voler  dare  alcuna
    spiegazione,  aveva confermato d'aver detto: - STUPIDA!  -  in  faccia
    alla  signorina Olga Fanelli,  fidanzata del tenente,  la sera avanti,
    lungo la via di campagna che conduce alla chiesetta di Santa Maria  di
    Loreto.
    Era  uno  sbalordimento  misto  d'ilarit  che  pareva s'appigliasse a
    un'interrogazione su  questo  o  quel  dato  della  notizia,  per  non
    precipitare di botto nell'incredulit.
    - Tommasino?  - Sfidato a duello? - Stupida, alla signorina Fanelli? -
    Confermato? - Senza spiegazioni? - E ha accettato la sfida?
    - Eh, perdio, schiaffeggiato!
    - E si batter?
    - Domani, alla pistola.
    - Col tenente De Venera alla pistola?
    - Alla pistola.
    E dunque il motivo doveva esser gravissimo.  Pareva  a  tutti  non  si
    potesse  mettere in dubbio una furiosa passione tenuta finora segreta.
    E forse le aveva gridato in faccia - STUPIDA! - perch ella, invece di
    lui,  amava il tenente De Venera.  Era chiaro!  E veramente  tutti  in
    paese  giudicavano  che  soltanto una stupida si potesse innamorare di
    quel  ridicolissimo  De  Venera.   Ma  non  lo  poteva  credere   lui,
    naturalmente, il De Venera; e perci aveva preteso una spiegazione.
    Dal canto suo,  per,  la signorina Olga Fanelli giurava e spergiurava
    con le lagrime agli occhi che non  poteva  essere  quella  la  ragione
    dell'ingiuria perch ella non aveva veduto se non due o tre volte quel
    giovane,  il quale, del resto non aveva mai neppure alzato gli occhi a
    guardarla; e mai e poi mai, neppure per un minimo segno, le aveva dato
    a vedere di covar per lei quella furiosa passione segreta,  che  tutti
    dicevano. Ma che! no! non quella: qualche altra ragione doveva esserci
    sotto! Ma quale? Per niente non si grida: - STUPIDA! - in faccia a una
    signorina.
    Se  tutti,  e  in  ispecie il padre e la madre,  i due padrini,  il De
    Venera e la signorina stessa si struggevano di saper la  vera  ragione
    dell'ingiuria;  pi  di  tutti  si  struggeva Tommasino di non poterla
    dire,  sicuro com'era  che  se  l'avesse  detta,  nessuno  la  avrebbe
    creduta,  e  ch  anzi  a  tutti  sarebbe  sembrato  che  egli volesse
    aggiungere a un segreto inconfessabile l'irrisione.
    Chi avrebbe infatti creduto che lui, Tommasino Unzio, da qualche tempo
    in qua, nella crescente e sempre pi profonda sua melanconia, si fosse
    preso d'una tenerissima piet per tutte le cose che nascono alla  vita
    e vi durano alcun poco,  senza saper perch, in attesa del deperimento
    e della morte?  Quanto pi labili e tenui  e  quasi  inconsistenti  le
    forme di vita,  tanto pi lo intenerivano, fino alle lagrime talvolta.
    Oh! in quanti modi si nasceva, e per una volta sola,  e in quella data
    forma,  unica,  perch mai due forme non erano uguali, e cos per poco
    tempo,  per un giorno solo talvolta,  e  in  un  piccolissimo  spazio,
    avendo  tutt'intorno,  ignoto,  l'enorme  mondo,  la  vacuit enorme e
    impenetrabile del mistero dell'esistenza. Formichetta,  si nasceva,  e
    moscerino,  e filo d'erba.  Una formichetta,  nel mondo! nel mondo, un
    moscerino, un filo d'erba. Il filo d'erba nasceva, cresceva,  fioriva,
    appassiva; e via per sempre; mai pi, quello; mai pi!
    Ora,  da circa un mese,  egli aveva seguito giorno per giorno la breve
    storia d'un filo d'erba  appunto:  d'un  filo  d'erba  tra  due  grigi
    macigni  tigrati  di  musco,  dietro la chiesetta abbandonata di Santa
    Maria di Loreto.
    Lo aveva seguito,  quasi con tenerezza materna nel crescer  lento  tra
    altri  pi  bassi  che gli stavano attorno,  e lo aveva veduto sorgere
    dapprima timido,  nella sua  tremula  esilit,  oltre  i  due  macigni
    ingrommati,  quasi  avesse  paura  e  insieme  curiosit  d'ammirar lo
    spettacolo che si spalancava sotto,  della verde,  sconfinata pianura;
    poi, su, su, sempre pi alto, ardito, baldanzoso, con un pennacchietto
    rossigno in cima, come una cresta di galletto.
    E ogni giorno,  per una o due ore, contemplandolo e vivendone la vita,
    aveva con esso tentennato a ogni pi lieve  alito  d'aria;  trepidando
    era  accorso  in  qualche  giorno  di forte vento,  o per paura di non
    arrivare a tempo a proteggerlo da una greggiola  di  capre,  che  ogni
    giorno,   alla  stess'ora,   passava  dietro  la  chiesetta  e  spesso
    s'indugiava un po' a strappare tra i macigni  qualche  ciuffo  d'erba.
    Finora,  cos  il  vento  come  le  capre avevano rispettato quel filo
    d'erba.  E la gioja di Tommasino nel ritrovarlo intatto  l,  col  suo
    spavaldo  pennacchietto  in  cima,  era ineffabile.  Lo carezzava,  lo
    lisciava con due dita delicatissime,  quasi lo custodiva con l'anima e
    col fiato;  e,  nel lasciarlo,  la sera, lo affidava alle prime stelle
    che spuntavano nel cielo crepuscolare,  perch con tutte le  altre  lo
    vegliassero durante la notte. E proprio, con gli occhi della mente, da
    lontano,  vedeva  quel  suo filo d'erba,  tra i due macigni,  sotto le
    stelle fitte fitte, sfavillanti nel cielo nero, che lo vegliavano.
    Ebbene,  quel giorno,  venendo alla solita ora per vivere  un'ora  con
    quel  suo  filo  d'erba,  quand'era gi a pochi passi dalla chiesetta,
    aveva scorto dietro a questa,  seduta su uno di quei due  macigni,  la
    signorina Olga Fanelli,  che forse stava l a riposarsi un po',  prima
    di riprendere il cammino.
    Si  era  fermato,  non  osando  avvicinarsi,  per  aspettare  ch'ella,
    riposatasi, gli lasciasse il posto. E difatti, poco dopo, la signorina
    era  sorta  in  piedi,  forse  seccata di vedersi spiata da lui: s'era
    guardata un po' attorno:  poi,  distrattamente,  allungando  la  mano,
    aveva  strappato  giusto quel filo d'erba e se l'era messo tra i denti
    col pennacchietto ciondolante.
    Tommasino Unzio s'era sentito strappar l'anima, e irresistibilmente le
    aveva gridato - Stupida! quand'ella gli era passata davanti,  con quel
    gambo in bocca.
    Ora,  poteva  egli  confessare d'aver ingiuriato cos quella signorina
    per un filo d'erba?
    E il tenente De Venera lo aveva schiaffeggiato.
    Tommasino era stanco dell'inutile vita, stanco dell'ingombro di quella
    sua stupida carne,  stanco della baja  che  tutti  gli  davano  e  che
    sarebbe diventata pi acerba e accanita se egli, dopo gli schiaffi, si
    fosse  ricusato  di  battersi.  Accett  la  sfida,  ma a patto che le
    condizioni del duello fossero gravissime.  Sapeva che  il  tenente  De
    Venera  era  un valentissimo tiratore.  Ne dava ogni mattina la prova,
    durante le istruzioni del Tir'a segno.  E volle battersi alla pistola,
    la  mattina  appresso,  all'alba,  proprio  l,  nel recinto del Tir'a
    segno.

    Una palla in petto. La ferita,  dapprima,  non parve tanto grave;  poi
    s'aggrav.  La  palla  aveva  forato il polmone.  Una gran febbre;  il
    delirio. Quattro giorni e quattro notti di cure disperate.
    La  signora  Unzio,   religiosissima,   quando  i  medici  alla   fine
    dichiararono  che  non  c'era pi nulla da fare,  preg,  scongiur il
    figliuolo che, almeno prima di morire,  volesse ritornare in grazia di
    Dio.  E  Tommasino,  per  contentar  la mamma,  si pieg a ricevere un
    confessore.
    Quando questo, al letto di morte, gli chiese:
    - Ma perch, figliuolo mio? perch?
    Tommasino,  con gli occhi socchiusi,  con voce spenta,  tra un sospiro
    ch'era anche sorriso dolcissimo, gli rispose semplicemente:
    - Padre, per un filo d'erba...
    E tutti credettero ch'egli fino all'ultimo seguitasse delirare.













    L'Avemaria di Bobbio.

    Un caso singolarissimo era accaduto,  parecchi anni addietro,  a Marco
    Saverio Bobbio, notajo a Richieri tra i pi stimati.
    Nel poco tempo che la professione gli lasciava libero,  si era  sempre
    dilettato di studii filosofici, e molti e molti libri d'antica e nuova
    filosofia  aveva  letti  e  qualcuno  anche  riletto  e  profondamente
    meditato.
    Purtroppo Bobbio aveva in bocca  pi  d'un  dente  guasto.  E  niente,
    secondo lui,  poteva meglio disporre allo studio della filosofia,  che
    il mal di denti. Tutti i filosofi, a suo dire,  avevano dovuto avere e
    dovevano avere in bocca almeno un dente guasto.  Schopenhauer,  certo,
    pi d'uno.
    Il mal di  denti,  lo  studio  della  filosofia;  e  lo  studio  della
    filosofia, a poco a poco, aveva avuto per conseguenza la perdita della
    fede,  fervidissima  un  tempo,  quando  Bobbio era fanciullino e ogni
    mattina andava a messa con la mamma e ogni domenica si faceva la santa
    comunione nella chiesetta del la Badiola al Carmine.
    Ci che conosciamo  di  noi    per  solamente  una  parte,  e  forse
    piccolissima,  di ci che siamo a nostra insaputa.  Bobbio anzi diceva
    che ci che chiamiamo coscienza  paragonabile alla poca acqua che  si
    vede  nel collo d'un pozzo senza fondo.  E intendeva forse significare
    con questo che,  oltre i limiti della memoria,  vi sono  percezioni  e
    azioni che ci rimangono ignote,  perch veramente non sono pi nostre,
    ma di noi quali ora siamo,  viviamo in noi quali fummo in altro tempo,
    con  pensieri.  e  affetti  gi  da  un  lungo  oblio oscurati in noi,
    cancellati,  spenti;  ma che al richiamo improvviso d'una  sensazione,
    sia  sapore,  sia  colore  o suono,  possono ancora dar prova di vita,
    mostrando ancor vivo in noi un altro essere insospettato.
    Marco Saverio Bobbio,  ben noto a Richieri non solo per la sua qualit
    di  eccellente  e scrupolosissimo notajo,  ma anche e forse pi per la
    gigantesca statura,  che la tuba,  tre menti e la  pancia  esorbitante
    rendevano  spettacolosa;  ormai  senza fede e scettico,  aveva tuttora
    dentro - e non lo sapeva - il fanciullo  che  ogni  mattina  andava  a
    messa  con  la  mamma  e le due sorelline e ogni domenica si faceva la
    santa comunione nella chiesetta della Badiola al Carmine;  e che forse
    tuttora,  all'insaputa  di  lui,  andando  a  letto  con lui,  per lui
    giungeva le manine e recitava le  antiche  preghiere,  di  cui  Bobbio
    forse non ricordava pi neanche le parole.
    Se n'era accorto bene lui stesso, parecchi anni fa, quando appunto gli
    era occorso questo singolarissimo caso.

    Si  trovava  a villeggiare con la famiglia in un suo poderetto a circa
    due miglia da  Richieri.  Andava  la  mattina  col  somarello  (povero
    somarello!) in citt,  per gli affari dello studio, che non gli davano
    requie; ritornava, la sera.
    La  domenica,  per,  ah  la  domenica  voleva  passarsela  tutta,   e
    beatamente,  in vacanza.  Venivano parenti,  amici; e si facevano gran
    tavolate all'aperto;  le donne attendevano a  preparare  il  pranzo  o
    cicalavano;  i  ragazzi  facevano  il  chiasso  tra  loro;  gli uomini
    andavano a caccia o giocavano alle bocce.
    Era uno spasso e uno spavento veder correre Bobbio dietro alle  bocce,
    con quei tre menti e il pancione traballanti.
    -  Marco,  -  gli gridava la moglie da lontano,  - non ti strapazzare!
    Bada, Marco, se starnuti!
    Perch, Dio liberi se Bobbio starnutava!  Era ogni volta una terribile
    esplosione  da tutte le parti;  e spesso,  tutto sgocciolante,  doveva
    correre ai ripari con una mano davanti e l'altra dietro.
    Non aveva il governo di quel suo corpaccio. Pareva che esso,  rompendo
    ogni  freno,  gli  scappasse  via,  gli  si  precipitasse sbalestrato,
    lasciando tutti con l'anima pericolante in atto di pararglielo. Quando
    poi gli ritornava in dominio,  riequilibrato,  gli ritornava con certi
    strani  dolori e guasti improvvisi,  a un braccio,  a una gamba,  alla
    testa.
    Pi spesso, ai denti.
    I denti,  i denti erano la disperazione  di  Bobbio!  Se  n'era  fatti
    strappare cinque,  sei,  non sapeva pi quanti;  ma quei pochi che gli
    erano restati pareva si fossero incaricati di torturarlo anche per gli
    altri andati via.
    Una di quelle domeniche,  ch'era sceso in villa da Richieri il cognato
    con tutta la famiglia, moglie e figli e parenti della moglie e parenti
    dei  parenti,  cinque carrozzate,  e si era stati allegri pi che mai,
    paf!  all'improvviso,  sul tardi,  giusto nel momento  di  mettersi  a
    tavola, uno di quei dolori... ma uno di quelli!
    Per non guastare agli altri la festa,  il povero Bobbio s'era ritirato
    in camera con una mano sulla guancia, la bocca semiaperta, e gli occhi
    come di piombo, pregando tutti che attendessero a mangiare senza darsi
    pensiero di lui.  Ma,  un'ora dopo,  era ricomparso come uno  che  non
    sapesse pi in che mondo si fosse,  se un molino a vapore,  proprio un
    molino a vapore,  strepitoso,  rombante,  era potuto  entrargli  nella
    testa e macinargli in bocca, s, s, in bocca, in bocca, furiosamente.
    Tutti  erano restati sospesi e costernati a guardargli la bocca,  come
    se davvero s'aspettassero di vederne  colar  farina.  Ma  che  farina!
    bava,  bava gli colava.  Non questo soltanto, per, era assurdo: tutto
    era assurdo nel mondo, e mostruoso,  e atroce.  Non stavano l tutti a
    banchettare  festanti,   mentre  lui  arrabbiava,   impazziva?  mentre
    l'universo gli si sconquassava nella testa?
    Ansando,  con gli occhi stravolti,  la faccia congestionata,  le  mani
    sfarfallanti, levava come un orso ora una cianca ora l'altra da terra,
    e dimenava la testa come se la volesse sbattere alle pareti. Tutti gli
    atti  e  i gesti erano,  nell'intenzione,  di rabbia e violenti: ma si
    manifestavano molli e invano, quasi per non disturbare il dolore,  per
    non arrabbiarlo di pi.
    Per carit,  per carit, a sedere! a sedere! Oh, Dio! Lo volevano fare
    impazzire peggio,  saltandogli  addosso  cos?  A  sedere!  a  sedere!
    Niente.  Nessuno  poteva  dargli  ajuto!  Sciocchezze...  imposture...
    Niente, per carit! Non poteva parlare... Uno solo...  andasse gi uno
    solo a far attaccare subito i cavalli a una delle carrozze arrivate la
    mattina. Voleva correre a Richieri a farsi strappare il dente. Subito!
    subito!  Intanto,  tutti a sedere. Appena pronta la carrozza... Ma no,
    voleva andar su,  solo!  Non poteva sentir parlare,  non poteva  veder
    nessuno... Per carit, solo! solo!
    Poco  dopo,  in  carrozza  -  solo,  come  aveva voluto - abbandonato,
    sprofondato,  perduto nel rombo dello spasimo atroce,  mentre lungo lo
    stradone  in  salita  i  cavalli  andavano  quasi  a  passo nella sera
    sopravvenuta...  Ma  che  era  accaduto?  Nello  sconvolgimento  della
    coscienza,  Bobbio all'improvviso aveva provato un tremore, un tremito
    di tenerezza angosciosa per se stesso, che soffriva, oh Dio,  soffriva
    da  non poterne pi.  La carrozza passava in quel momento davanti a un
    rozzo tabernacolo della SS.  Vergine delle Grazie,  con un  lanternino
    acceso,  pendulo  innanzi  alla  grata,  e Bobbio,  in quel fremito di
    tenerezza angosciosa,  con la coscienza sconvolta,  senza  sapere  pi
    quello  che  si  facesse,  aveva  fissato  lo sguardo lagrimoso a quel
    lanternino, e...
    Ave Maria, piena di grazie, il Signore  con Te,  benedetta tra tutte
    le  donne,  e  benedetto il frutto del Tuo ventre,  Ges.  Santa Maria
    madre di Dio,  prega per noi peccatori,  ora e nell'ora  della  nostra
    morte. Cos sia.
    E,  all'improvviso,  un  silenzio,  un  gran  silenzio gli s'era fatto
    dentro; e, anche fuori, un gran silenzio misterioso,  come di tutto il
    mondo: un silenzio pieno di freschezza, arcanamente lieve e dolce.
    Si  era  tolta  la  mano  dalla  guancia,  ed  era  rimasto  attonito,
    sbalordito, ad ascoltare.  Un lungo,  lungo respiro di refrigerio,  di
    sollievo,  gli aveva ridato l'anima.  Oh Dio! Ma come? Il mal di denti
    gli era passato, gli era proprio passato, come per un miracolo.  Aveva
    recitato l'avemaria e...  Come,  lui?  Ma s,  passato,  c'era poco da
    dire. Per l'avemaria? Come crederlo? Gli era venuto di recitarla cos,
    all'improvviso, come una feminuccia...
    La carrozza,  intanto,  aveva seguitato a  salire  verso  Richieri;  e
    Bobbio, intronato, avvilito, non aveva pensato di dire al vetturino di
    ritornare indietro, alla villa.
    Una  pungente  vergogna di riconoscere,  prima di tutto,  il fatto che
    lui, come una feminuccia, aveva potuto recitare l'avemaria, e che poi,
    veramente,  dopo l'avemaria il  mal  di  denti  gli  era  passato,  lo
    irritava  e  lo  sconcertava;  e  poi il rimorso di riconoscere anche,
    nello stesso tempo, che si mostrava ingrato non credendo,  non potendo
    credere,  che si fosse liberato dal male per quella preghiera, ora che
    aveva ottenuto la grazia;  e infine un segreto timore che,  per questa
    ingratitudine, subito il male lo potesse riassalire.
    Ma che!  Il male non lo aveva riassalito.  E,  rientrando nella villa,
    leggero come una piuma, ridente, esultante,  a tutti i convitati,  che
    gli erano corsi incontro, Bobbio aveva annunziato:
    - Niente! Mi  passato tutt'a un tratto, da s lungo lo stradone, poco
    dopo il tabernacolo della Madonna delle Grazie. Da s!

    Orbene,  a  questo suo caso singolarissimo di parecchi anni fa pensava
    Bobbio con un risolino scettico a fior di labbra, un dopopranzo, steso
    su la greppina dello  studio,  col  primo  volume  degli  "Essais"  di
    Montaigne aperto innanzi agli occhi.
    Leggeva  il  capitolo  XXVII,  ov'  dimostrato  che  "c'est  folie de
    rapporter le vray et le faux  notre suffisance".
    Era,  non  ostante  quel  risolino  scettico,   alquanto  inquieto  e,
    leggendo,  si  passava  di  tratto  in  tratto  una mano su la guancia
    destra.
    Montaigne diceva:
    Quand nous lisons dans Bouchet les miractes des  reliques  de  sainct
    Hilaire,  passe;  son  credit n'est pas assez grand pour nous oster la
    licence d'y contredire;  mais de condamner d'un train foutes pareilies
    histoires  me  semble singuliere imprudence.  Ce grand sainct Augustin
    tesmoigne....
    - Eh gi! - fece Bobbio a questo punto, accentuando il risolino.  - Eh
    gi!  "Ce grand sainct Augustin" attesta,  o diciamo, autentica d'aver
    veduto, su le reliquie di San Gervaso e Protaso a Milano, un fanciullo
    cieco riacquistare la vista;  una  donna  a  Cartagine,  guarire  d'un
    cancro  col  segno  della  croce fattovi sopra da una donna di recente
    battezzata... Ma allo stesso modo il gran sant'Agostino avrebbe potuto
    affermare, o diciamo,  autenticare su la mia testimonianza,  che Marco
    Saverio Bobbio,  notajo a Richieri tra i pi stimati,  guar una volta
    all'improvviso d'un feroce mal di denti, recitando un'avemaria...
    Bobbio chiuse gli occhi,  accomod  la  bocca  ad  o,  come  fanno  le
    scimmie, e mand fuori un po' d'aria.
    - Fiato cattivo!
    Strinse  le  labbra  e,  piegando la testa da un lato,  sempre con gli
    occhi chiusi, si pass di nuovo, pi forte, la mano su la mandibola.
    Perdio, il dente! O non gli faceva male di nuovo,  il dente?  E forte,
    anche, gli faceva male. Perdio, di nuovo.
    Sbuff; si lev in piedi faticosamente; butt il libro su la greppina,
    e  si  mise a passeggiare per la stanza con la mano su la guancia e la
    fronte contratta e il naso ansante.  Si  rec  davanti  allo  specchio
    della  mensola;  si  cacci un dito a un angolo della bocca e la stir
    per guardarvi dentro  il  dente  cariato.  All'impressione  dell'aria,
    sent  una  fitta  pi  acuta  di  dolore,  e subito serr le labbra e
    contrasse tutto il volto per lo spasimo; poi lev il volto al soffitto
    e scosse le pugna, esasperato.
    Ma sapeva per  esperienza  che,  ad  avvilirsi  sotto  il  male  o  ad
    arrabbiarsi, avrebbe fatto peggio. Si sforz dunque di dominarsi; and
    a  buttarsi  di  nuovo  su  la  greppina  e  vi rimase un pezzo con le
    palpebre semichiuse, quasi a covar lo spasimo; poi le riapr;  riprese
    il libro e la lettura.
    "...  une  femme  nouvellement  baptise  lui fit;  Hesperius..." no,
    appresso...  Ah,  ecco...: "une femme en une procession ayant touch 
    la  chasse  sainct  Estienne  d'un bouquet,  et de ce bouquet s'estant
    frotte  les  yeux,   avoir  recouvr  la  veu  qu'elle  avoit  piea
    perdue...".
    Bobbio ghign. Il ghigno gli si contorse subito in una smorfia, per un
    tiramento improvviso del dolore, ed egli vi applic la mano su, forte,
    a pugno chiuso. Il ghigno era di sfida.
    - E.  allora,  - disse, - vediamo un po'. Montaigne e Sant'Agostino mi
    siano testimonii.  Vediamo un po' se  mi  passa  ora,  come  mi  pass
    allora.
    Chiuse  gli occhi e,  col sorriso frigido su le labbra tremanti per lo
    spasimo interno,  recit pian piano,  con stento,  cercando le parole,
    l'avemaria,
    questa volta in latino...  "gratia plena...  Dominus tecum...  fructus
    ventris tui... nunc et in hora mortis..." Riapr gli occhi,  "Amen"...
    Attese un po' interrogando in bocca il dente... "Amen..."
    Ma che!  Non gli passava.  Gli si faceva anzi pi forte...  Ecco,  ahi
    ahi... pi forte... pi forte...
    - Oh Maria! oh Maria!
    E Bobbio rimase sbalordito.  Quest'ultima,  reiterata invocazione  non
    era  stata  SUA;  gli  era  uscita dalle labbra con voce non SUA,  con
    fervore non SUO.  E  gi...  ecco...  una  sosta...  un  refrigerio...
    Possibile? Di nuovo?... Ma che, no! Ahi ahi... ahi ahi...
    - Al diavolo Montaigne! Sant'Agostino!
    E Bobbio si cacci la tuba in capo e,  aggrondato, feroce, con la mano
    su la guancia, si precipit in cerca d'un dentista.
    Recit o non recit,  durante il tragitto,  senza saperlo,  di  nuovo,
    l'avemaria? Forse s... forse no... Il fatto  che, davanti alla porta
    del dentista, si ferm di botto, pi che mai aggrondato, con rivoli di
    sudore  per tutto il faccione,  in tale buffo atteggiamento di balorda
    sospensione, che un amico lo chiam:
    - Signor notajo!
    - Oh...
    - E che fa l?
    - Io? Niente... avevo un... un dente che mi faceva male...
    - Le  passato?
    - Gi... Da s...
    - E lo dice cos? Sia lodato Dio!
    Bobbio lo guard con una grinta da cane idrofobo.
    - Un corno! - grid. - Che lodato Dio!  Vi dico,  da s.  Ma perch vi
    dico cos,  vedrete che forse,  di qui a un momento,  mi ritorner! Ma
    sapete che faccio?  Non mi duole pi: ma me  lo  faccio  strappare  lo
    stesso!  Tutti me li faccio strappare,  a uno a uno, tutti, ora stesso
    me li faccio strappare. Non voglio di questi scherzi... non voglio pi
    di questi scherzi, io! Tutti, a uno a uno, me li faccio strappare!
    E si cacci, furibondo, tra le risa di quell'amico, nel portoncino del
    dentista.





    L'imbecille.

    Ma che c'entrava, in fine, Mazzarini, il deputato Guido Mazzarini, col
    suicidio di Pulino?  - Pulino?  Ma come?  S'era ucciso Pulino?  - Lul
    Pulino,  s:  due  ore  fa.  Lo  avevano trovato in casa,  che pendeva
    dall'ansola del lume, in cucina.  - Impiccato?  - Impiccato,  s.  Che
    spettacolo!   Nero,   con  gli  occhi  e  la  lingua  fuori,  le  dita
    raggricchiate. - Ah, povero Lul! - Ma che c'entrava Mazzarini?
    Non si capiva niente.  Una ventina di energumeni urlavano  nel  caff,
    con  le  braccia  levate  (qualcuno  era  anche  montato sulla sedia),
    attorno a Leopoldo Paroni,  presidente del Circolo  "repubblicano"  di
    Costanova, che urlava pi forte di tutti.
    -  Imbecille!  s,  s,  lo dico e lo sostengo: imbecille!  imbecille!
    Gliel'avrei pagato io il viaggio! Io,  gliel'avrei pagato!  Quando uno
    non sa pi che farsi della propria vita,  perdio,  se non fa cos  un
    imbecille!
    - Scusi,  che   stato?  -  domand  un  nuovo  venuto,  accostandosi,
    intronato da tutti quegli urli e un po' perplesso,  a un avventore che
    se  ne  stava  discosto,  appartato  in  un  angolo  in  ombra,  tutto
    aggruppato,  con  uno  scialle  di  lana su le spalle e un berretto da
    viaggio in capo, dalla larga visiera che gli tagliava con l'ombra met
    del volto.
    Prima di rispondere,  costui lev dal pomo del  bastoncino  una  delle
    mani ischeletrite, nella quale teneva un fazzoletto appallottato, e se
    la port alla bocca,  su i baffetti squallidi,  spioventi. Mostr cos
    la faccia smunta,  gialla,  su cui era ricresciuta rada rada qua e  l
    una  barbettina da malato.  Con la bocca otturata,  combatt un pezzo,
    sordamente,  con la propria gola,  ove una tosse  profonda  irrompeva,
    rugliando tra sibili; in fine disse con voce cavernosa:
    - Mi ha fatto aria,  accostandosi.  Scusi,  lei, non  di Costanova, 
    vero?
    (E raccolse e nascose nel fazzoletto  qualche  cosa.)  Il  forestiere,
    dolente,  mortificato,  imbarazzato  dal  ribrezzo  che non riusciva a
    dissimulare, rispose:
    - No; sono di passaggio.
    - Siamo tutti di passaggio, caro signore.
    E apr la bocca, cos dicendo, e scopr i denti, in un ghigno frigido,
    muto,  restringendo in fitte rughe,  attorno  agli  occhi  aguzzi,  la
    gialla cartilagine del viso emaciato.
    -  Guido  Mazzarini,  -  riprese  poi,  lentamente,    il deputato di
    Costanova. Grand'uomo.
    E stropicci l'indice e il pollice d'una mano, a significare il perch
    della grandezza.
    - Dopo sette mesi dalle elezioni politiche, a Costanova, caro signore,
    ribolle ancora furioso,  come vede,  lo sdegno contro di lui,  perch,
    avversato qui da tutti,   riuscito a vincere col suffragio ben pagato
    delle altre  sezioni  elettorali  del  collegio.  Le  furie  non  sono
    svaporate,  perch  Mazzarini,  per  vendicarsi,  ha  fatto mandare al
    Municipio di Costanova...  - si scosti,  si scosti un poco;  mi  manca
    l'aria  -  un regio commissario.  Grazie.  Gi!  un regio commissario.
    Cosa... cosa di gran momento... Eh, un regio commissario...
    Allung una mano e,  sotto gli occhi  del  forestiere  che  lo  mirava
    stupito,  chiuse le dita, lasciando solo ritto il mignolo, esilissimo;
    appunt le labbra e rimase un pezzo  intentissimo  a  fissar  l'unghia
    livida di quel dito.
    - Costanova  un gran paese,  - disse poi. - L'universo, tutto quanto,
    gravita attorno a Costanova. Le stelle, dal cielo, non fanno altro che
    sbirciar Costanova;  e c' chi dice  che  ridano;  c'  chi  dice  che
    sospirino  dal  desiderio  d'avere  in  s  ciascuna  una  citt  come
    Costanova.  Sa da che dipendono le sorti  dell'universo?  Dal  partito
    repubblicano di Costanova,  il quale non pu aver bene in nessun modo,
    tra Mazzarini da un lato, e l'ex-sindaco Cappadona dall'altro,  che fa
    il  re.  Ora  il  Consiglio comunale  stato sciolto e per conseguenza
    l'universo  tutto scombussolato.  Eccoli l:  li  sente?  Quello  che
    strilla pi di tutti  Paroni,  s,  quello l col pizzo,  la cravatta
    rossa e il cappello alla Lobbia;  strilla cos,  perch vuole  che  la
    vita universa, e anche la morte, stiano a servizio dei repubblicani di
    Costanova. Anche la morte, sissignore. S' ucciso Pulino... Sa chi era
    Pulino? Un povero malato, come me. Siamo parecchi, a Costanova, malati
    cos.  E dovremmo servire a qualche cosa.  Stanco di penare, il povero
    Pulino oggi si ...
    - Impiccato?
    - All'ansola del lume,  in cucina.  Eh,  ma cos,  no,  non mi  piace.
    Troppa fatica,  impiccarsi. C' la rivoltella, caro signore. Morte pi
    spiccia.  Bene;  sente che dice Paroni?  Dice che Pulino    stato  un
    imbecille,  non perch si  impiccato, ma perch, prima di impiccarsi,
    non    andato  a  Roma  ad  ammazzar  Guido  Mazzarini.  Gi!  Perch
    Costanova,  e conseguentemente l'universo,  rifiatasse. Quando uno non
    sa pi che farsi  della  propria  vita,  se  non  fa  cos,  se  prima
    d'uccidersi  non  ammazza  un  Mazzarini  qualunque,    un imbecille.
    Gliel'avrebbe pagato lui il viaggio, dice. Con permesso, caro signore.
    S'alz di scatto;  si strinse,  da sotto,  con ambo le mani lo scialle
    attorno al volto, fino alla visiera del berretto; e, cos imbacuccato,
    curvo, lanciando occhiatacce al crocchio degli urloni, usc dal caff.
    Quel forestiere di passaggio rest imbalordito; lo segu con gli occhi
    fino  alla  porta:  poi  si volse al vecchio cameriere del caff e gli
    domand, costernatissimo:
    - Chi ?
    Il vecchio cameriere tentenn il capo amaramente;  si picchi il petto
    con un dito; e rispose, sospirando:
    - Anche lui...  eh,  poco pi potr tirare. Tutti di famiglia! Gi due
    fratelli e una sorella... Studente. Si chiama Fazio. Luca Fazio. Colpa
    della madraccia,  sa?  Per soldi,  spos  un  tisico,  sapendo  ch'era
    tisico.  Ora  lei  sta cos,  grossa e grassa,  in campagna,  come una
    badessa,  mentre i poveri figliuoli,  a uno a uno...  Peccato!  Sa che
    testa  ha  quello l?  e quanto ha studiato!  Dotto;  lo dicono tutti.
    Viene da Roma, dagli studii. Peccato!
    E il vecchio cameriere accorse al crocchio degli urloni che, pagata la
    consumazione, si disponevano a uscire dal caff con Leopoldo Paroni in
    testa.

    Serataccia umida di novembre. La nebbia s'affettava.  Bagnato tutto il
    lastricato della piazza; e attorno a ogni fanale sbadigliava un alone.
    Appena fuori della porta del caff, tutti si tirarono su il bavero del
    pastrano, e ciascuno, salutando, s'avvi per la sua strada.
    Leopoldo Paroni, nell'atteggiamento che gli era abituale, di sdegnosa,
    accigliata  fierezza,  sollev  di traverso il capo,  e cos col pizzo
    all'aria attravers la  piazza,  facendo  il  mulinello  col  bastone.
    Imbocc  la  via  di  contro  al caff;  poi volt a destra,  al primo
    vicolo, in fondo al quale era la sua casa.
    Due fanaletti piagnucolosi, affogati nella nebbia, stenebravano a mala
    pena quel lercio budello: uno a principio, uno in fine.
    Quando Paroni fu a met del vicolo, nella tenebra,  e gi cominciava a
    sospirare  al  barlume  che  arrivava fioco dall'altro fanaletto ancor
    remoto,  credette di discernere laggi in fondo,  proprio innanzi alla
    sua casa, qualcuno appostato. Si sent rimescolar tutto il sangue e si
    ferm.
    Chi  poteva  essere,  l,  a quell'ora?  C'era uno,  senza dubbio,  ed
    evidentemente appostato;  l proprio innanzi alla porta di  casa  sua.
    Dunque,  per  lui.  Non per rubare,  certo: tutti sapevano ch'egli era
    povero come Cincinnato. Per odio politico, allora...  Qualcuno mandato
    da Mazzarini, o dal regio commissario? Possibile? Fino a tanto?
    E  il fiero repubblicano si volt a guardare indietro,  perplesso,  se
    non gli convenisse ritornare al caff  o  correre  a  raggiungere  gli
    amici,  da  cui  si  era  separato or ora;  non per altro,  per averli
    testimonii della vilt, dell'infamia dell'avversario. Ma s'accorse che
    l'appostato,  avendo udito certamente,  nel silenzio,  il  rumore  dei
    passi fin dal suo entrare nel vicolo,  gli si faceva incontro, l dove
    l'ombra era pi fitta.  Eccolo: ora si scorgeva bene: era imbacuccato.
    Paroni riusc a stento a vincere il tremore e la tentazione di darsela
    a gambe; toss, grid forte:
    - Chi  l?
    - Paroni, - chiam una voce cavernosa.
    Un'improvvisa  gioja  invase e sollev Paroni,  nel riconoscere quella
    voce:
    - Ah, Luca Fazio... tu? Lo volevo dire!  Ma come?  Tu qua,  amico mio?
    Sei tornato da Roma?
    - Oggi, - rispose, cupo, Luca Fazio.
    - M'aspettavi, caro?
    - S. Ero al caff. Non m'hai visto?
    - No, affatto. Ah, eri al caff? Come stai, come stai, amico mio?
    - Male; non mi toccare.
    - Hai qualche cosa da dirmi?
    - S; grave.
    - Grave? Eccomi qua!
    - Qua, no: su a casa tua.
    - Ma... c' cosa? Che c', Luca? Tutto quello che posso, amico mio...
    - T'ho detto, non mi toccare: sto male.
    Erano  arrivati alla casa.  Paroni trasse di tasca la chiave;  apr la
    porta;  accese un fiammifero,  e prese a salir la breve scaletta erta,
    seguito da Luca Fazio.
    - Attento... attento agli scalini...
    Attraversarono una saletta; entrarono nello scrittojo, appestato da un
    acre fumo stagnante di pipa. Paroni accese un sudicio lumetto bianco a
    petrolio,  su la scrivania ingombra di carte,  e si volse premuroso al
    Fazio.  Ma  lo  trov  con  gli  occhi  schizzanti  dalle  orbite,  il
    fazzoletto,  premuto forte con ambo le mani,  su la bocca. La tosse lo
    aveva riassalito, terribile, a quel puzzo di tabacco.
    - Oh Dio... stai proprio male, Luca...
    Questi dovette aspettare un pezzo per rispondere.  Chin pi volte  il
    capo. S'era fatto cadaverico.
    - Non chiamarmi amico,  e scostati, - prese infine a dire. - Sono agli
    estremi... No, resto... resto in piedi... Tu scostati.
    - Ma... ma io non ho paura... - protest Paroni.
    - Non hai paura?  Aspetta...  - sghign Luca Fazio.  - Lo dici  troppo
    presto.  A Roma, vedendomi cos agli estremi, mi mangiai tutto: serbai
    solo poche lire per comperarmi questa rivoltella.
    Cacci una mano nella tasca del pastrano e ne trasse fuori una  grossa
    rivoltella.
    Leopoldo Paroni, alla vista dell'arma, in pugno a quell'uomo in quello
    stato, divent pallido come un cencio, lev le mani, balbett:
    - Che... che  carica? Oh, Luca...
    - Carica, - rispose frigido il Fazio. - Hai detto che non hai paura...
    - No... ma, se, Dio liberi...
    - Scostati!  Aspetta...  M'ero chiuso in camera,  a Roma, per finirmi.
    Quando,  con la rivoltella gi puntata alla  tempia,  ecco  che  sento
    picchiare all'uscio...
    - Tu, a Roma?
    - A Roma. Apro. Sai chi mi vedo davanti? Guido Mazzarini.
    - Lui? a casa tua?
    Luca Fazio fece di s, pi volte, col capo. Poi seguit:
    -  Mi  vide  con  la  rivoltella in pugno,  e subito,  anche dalla mia
    faccia, comprese che cosa stessi per fare; mi corse innanzi; m'afferr
    per le braccia;  mi scosse e mi grid: Ma  come?  cos  t'uccidi?  Oh
    Luca,  sei tanto imbecille? Ma va'... se vuoi far questo... ti pago io
    il viaggio; corri a Costanova, e ammazzami prima Leopoldo Paroni!.
    Paroni, intentissimo finora al truce e strano discorso, con l'animo in
    subbuglio nella tremenda aspettativa  d'una  qualche  atroce  violenza
    davanti  a lui,  si sent d'un tratto sciogliere le membra;  e apr la
    bocca a un sorriso squallido, vano:
    - ... Scherzi?
    Luca Fazio si  trasse  un  passo  indietro;  ebbe  come  un  tiramento
    convulso  in  una  guancia,  presso  il  naso,  e disse,  con la bocca
    scontorta:
    - Non scherzo.  Mazzarini m'ha pagato il viaggio;  ed eccomi qua.  Ora
    io, prima ammazzo te, e poi m'ammazzo.
    Cos dicendo, lev il braccio con l'arma e mir.
    Paroni,  atterrito,  con le mani innanzi al volto,  cerc di sottrarsi
    alla mira, gridando:
    - Sei pazzo?... Luca... sei pazzo?
    - Non ti muovere! - intim Luca Fazio. - Pazzo, eh? ti sembro pazzo? E
    non hai urlato per tre ore al caff che Pulino   stato  un  imbecille
    perch, prima d'impiccarsi, non  andato a Roma ad ammazzar Mazzarini?
    Leopoldo Paroni tent d'insorgere:
    - Ma c' differenza, per dio! Io non sono Mazzarini!
    - Differenza? - esclam il Fazio, tenendo sempre sotto mira il Paroni.
    - Che differenza vuoi che ci sia tra te e Mazzarini, per uno come me o
    come Pulino,  a cui non importa pi nulla della vostra vita e di tutte
    le vostre pagliacciate? Ammazzar te o un altro, il primo che passa per
    via,   tutt'uno per noi!  Ah,  siamo imbecilli  per  te,  se  non  ci
    rendiamo strumento,  all'ultimo,  del tuo odio o di quello d'un altro,
    delle vostre gare e delle vostre  buffonate?  Ebbene:  io  non  voglio
    esser imbecille come Pulino; e ammazzo te!
    - Per carit,  Luca...  che fai? Ti sono stato sempre amico! - prese a
    scongiurar Paroni, storcendosi, per scansar la bocca della rivoltella.
    Guizzava veramente negli occhi di Fazio la folle tentazione di premere
    il grilletto dell'arma.
    - Eh, - disse col solito ghigno frigido su le labbra. - Quando uno non
    sa pi che farsi della propria vita... Buffone!  Stai tranquillo;  non
    t'ammazzo. Da bravo repubblicano, tu sarai libero pensatore, eh? Ateo!
    Certamente...  Se no,  non avresti potuto dire imbecille a Pulino. Ora
    tu credi ch'io non ti ammazzi,  perch spero gioje e  compensi  in  un
    mondo di l...  No, sai? Sarebbe per me la cosa pi atroce credere che
    io debba portarmi altrove il peso delle esperienze che  mi    toccato
    fare in questi ventisei anni di vita.  Non credo a niente! Eppure, non
    t'ammazzo. N credo d'essere un imbecille, se non t'ammazzo.  Ho piet
    di te,  della tua buffoneria,  ecco.  Ti vedo da lontano,  e mi sembri
    cos piccolo e miserabile. Ma la tua buffoneria la voglio patentare.
    - Come?  - fece Paroni,  con una mano  a  campana,  non  avendo  udito
    l'ultima parola, nell'intronamento in cui era caduto.
    - Pa- ten- ta- re,  - sillab - Fazio. - Ne ho il diritto, giunto come
    sono al confine. E tu non puoi ribellarti. Siedi l, e scrivi.
    Gl'indic la scrivania con la rivoltella,  anzi quasi lo  prese  e  lo
    condusse a seder l per mezzo dell'arma puntata contro il petto.
    - Che... che vuoi che scriva? - balbett Paroni annichilito.
    -  Quello  che  ti detter io.  Ora tu stai sotto;  ma domani,  quando
    saprai che mi sono ucciso,  tu rialzerai la cresta;  ti conosco;  e al
    caff  urlerai  che  sono  stato un imbecille anch'io.  No?  Ma non lo
    faccio per me.  Che  vuoi  che  m'importi  del  tuo  giudizio?  Voglio
    vendicar Pulino.  Scrivi dunque...  L,  l,  va bene. Due parole. Una
    dichiarazioncina,  Io qui sottoscritto mi pento... Ah,  no,  perdio!
    scrivi,  sai?  A questo solo patto ti risparmio la vita!  O scrivi,  o
    t'ammazzo...  ...Mi pento d'aver chiamato  imbecille  Pulino,  questa
    sera, al caff, tra gli amici, perch, prima d'uccidersi, non  andato
    a  Roma  ad ammazzar Mazzarini.  Questa  la pura verit: non c' una
    parola di pi.  Anzi,  lascio che gli avresti pagato il  viaggio.  Hai
    scritto?  Ora  seguita:  Luca  Fazio,  prima d'uccidersi,   venuto a
    trovarmi....  Vuoi  metterci  armato  di  rivoltella?  Mettilo  pure:
    armato di rivoltella.  Tanto,  non pagher la multa per porto d'arma
    abusivo.   Dunque:  Luca  Fazio    venuto  a  trovarmi,   armato  di
    rivoltella,  hai scritto? e mi ha detto che, conseguentemente, anche
    lui, per non esser chiamato imbecille da Mazzarini o da qualche altro,
    avrebbe dovuto ammazzar me come un cane.  Hai scritto,  come un cane?
    Bene.  A capo.  Poteva farlo, e non l'ha fatto. Non l'ha fatto perch
    ha avuto schifo e piet di me e della mia paura. Gli  bastato che gli
    dichiarassi che il vero imbecille sono io.
    Paroni, a questo punto, congestionato, scost furiosamente la carta, e
    si trasse indietro protestando:
    - Questo poi...
    - Che il vero imbecille sono io,  - ripet,  freddo,  perentoriamente,
    Luca Fazio.  - La tua dignit la salvi meglio,  caro mio, guardando la
    carta su cui scrivi, anzich quest'arma che ti sta sopra. Hai scritto?
    Firma adesso.
    Si fece porgere la carta; la lesse attentamente: disse:
    - Sta bene. Me la troveranno addosso, domani.
    La pieg in quattro e se la mise in tasca.
    - Consolati, Leopoldo,  col pensiero ch'io vado a fare adesso una cosa
    un  tantino  pi  difficile  di quella che or ora hai fatto tu.  Buona
    notte.

















    Un goj.

    Il signor Daniele Catellani, mio amico,  bella testa ricciuta e nasuta
    -  capelli e naso di razza - ha un brutto vizio: ride nella gola in un
    certo modo  cos  irritante,  che  a  molti,  tante  volte,  viene  la
    tentazione di tirargli uno schiaffo.
    Tanto pi che,  subito dopo,  approva ci che state a dirgli.  Approva
    col capo; approva con precipitosi:
    - Gi, gi! gi, gi!
    Come se poc'anzi non fossero state  le  vostre  parole  a  provocargli
    quella dispettosissima risata.
    Naturalmente  voi restate irritati e sconcertati.  Ma badate che  poi
    certo che il signor Daniele Catellani far come voi dite. Non c' caso
    che s'opponga a un giudizio,  a una  proposta,  a  una  considerazione
    degli altri.
    Ma prima ride.
    Forse  perch,  preso alla sprovvista,  l,  in un suo mondo astratto,
    cos diverso da quello a cui voi  d'improvviso  lo  richiamate,  prova
    quella  certa  impressione  per  cui alle volte un cavallo arriccia le
    froge e nitrisce.

    Della remissione del  signor  Daniele  Catellani  e  della  sua  buona
    volont d'accostarsi senz'urti al mondo altrui,  ci sono del resto non
    poche prove,  della  cui  sincerit  sarebbe,  io  credo,  indizio  di
    soverchia diffidenza dubitare.
    Cominciamo  che per non offendere col suo distintivo semitico,  troppo
    apertamente palesato dal suo primo cognome (Levi),  l'ha buttato via e
    ha invece assunto quello di Catellani.
    Ma ha fatto anche di pi.
    S'  imparentato  con  una  famiglia cattolica,  nera tra le pi nere,
    contraendo un matrimonio cosiddetto misto,  vale a dire  a  condizione
    che i figliuoli (e ne ha gi cinque) fossero come la madre battezzati,
    e perci perduti irremissibilmente per la sua fede.
    Dicono  per  che  quella  risata  cos irritante del mio amico signor
    Catellani ha la data appunto di questo suo matrimonio misto.
    A quanto pare, non per colpa della moglie,  per,  bravissima signora,
    molto buona con lui,  ma per colpa del suocero, che  il signor Pietro
    Ambrini,    nipote   del   defunto   cardinale   Ambrini,    e    uomo
    d'intransigentissimi principii clericali.
    Come  mai,  voi dite,  il signor Daniele Catellani and a cacciarsi in
    una famiglia munita d'un futuro suocero di quella forza?
    Mah!
    Si vede che, concepita l'idea di contrarre un matrimonio misto,  volle
    attuarla senza mezzi termini; e chi sa poi, fors'anche con l'illusione
    che  la  scelta  stessa  della  sposa d'una famiglia cos notoriamente
    divota alla santa Chiesa  cattolica,  dimostrasse  a  tutti  che  egli
    reputava  come  un  accidente  involontario,  da non doversi tenere in
    alcun conto, l'esser nato semita.
    Lotte acerrime ebbe a sostenere per questo matrimonio.  Ma  un  fatto
    che  i  maggiori  stenti  che  ci  avvenga di soffrire nella vita sono
    sempre quelli che affrontiamo per fabbricarci  con  le  nostre  stesse
    mani la forca.
    Forse  per  -  almeno  a  quanto  si  dice  -  non sarebbe riuscito a
    impiccarsi il  mio  amico  Catellani,  senza  l'ajuto  non  del  tutto
    disinteressato  del  giovine Millino Ambrini,  fratello della signora,
    fuggito due anni dopo in America per ragioni delicatissime,  di cui  
    meglio non far parola.
    Il  fatto  che il suocero,  cedendo obtorto collo alle nozze,  impose
    alla figlia come condizione imprescindibile di non derogare d'un punto
    alla sua santa fede e di rispettare col massimo zelo tutti i  precetti
    di  essa,  senza  mai  venir  meno a nessuna delle pratiche religiose.
    Pretese inoltre che gli fosse riconosciuto come sacrosanto il  diritto
    di  sorvegliare  perch  precetti e pratiche fossero tutti a uno a uno
    osservati scrupolosamente, non solo dalla nuova signora Catellani,  ma
    anche e pi dai figliuoli che sarebbero nati da lei.
    Ancora, dopo nove anni, non ostante la remissione di cui il genero gli
    ha  dato  e  seguita a dargli le pi lampanti prove,  il signor Pietro
    Ambrini non disarma.  Freddo,  incadaverito e  imbellettato,  con  gli
    abiti che da anni e anni gli restano sempre nuovi addosso e quel certo
    odore ambiguo della cipria, che le donne si danno dopo il bagno, sotto
    le ascelle e altrove,  ha il coraggio d'arricciare il naso,  vedendolo
    passare,  come se per le sue nari ultracattoliche il genero non si sia
    per anche mondato del suo pestilenzialissimo "foetor judaicus".

    Lo so perch spesso ne abbiamo parlato insieme.
    Il  signor  Daniele  Catellani  ride in quel suo modo nella gola,  non
    tanto perch gli  sembri  buffa  questa  vana  ostinazione  del  fiero
    suocero a vedere in lui per forza un nemico della sua fede, quanto per
    ci che avverte in s da un pezzo a questa parte.
    Possibile,  via,  che in un tempo come il nostro,  in un paese come il
    nostro, debba sul serio esser fatto segno a una persecuzione religiosa
    uno come lui,  sciolto fin  dall'infanzia  da  ogni  fede  positiva  e
    disposto a rispettar quella degli altri,  cinese,  indiana,  luterana,
    maomettana?
    Eppure,   proprio cos.  C' poco da dire: il suocero lo  perseguita.
    Sar  ridicola,  ridicolissima,  ma  una  vera  e propria persecuzione
    religiosa,  in casa sua,  esiste.  Sar da una parte sola e contro  un
    povero  inerme,  anzi venuto apposta senz'armi per arrendersi;  ma una
    vera e propria guerra religiosa quel benedett'uomo del suocero  gliela
    viene  a rinnovare in casa ogni giorno,  a tutti i costi,  e con animo
    inflessibilmente e acerrimamente nemico.
    Ora,  lasciamo andare che - batti oggi e batti domani - a causa  della
    bile che gi comincia a muoverglisi dentro,  l'"homo judaeus" prende a
    poco a poco a rinascere e a ricostitursi in  lui,  senza  ch'egli  per
    altro voglia riconoscerlo.  Lasciamo andare.  Ma lo scadere ch'egli fa
    di giorno in giorno nella considerazione e nel  rispetto  della  gente
    per tutto quell'eccesso di pratiche religiose della sua famiglia, cos
    deliberatamente ostentato dal suocero,  non per sentimento sincero, ma
    per un dispetto a lui e con l'intenzione manifesta di recare a lui una
    gratuita offesa,  non pu non essere avvertito dal  mio  amico  signor
    Daniele  Catellani.  E c' di pi.  I figliuoli,  quei poveri bambini,
    cos vessati dal nonno cominciano anch'essi ad  avvertir  confusamente
    ch  la  cagione  di  quella vessazione continua che il nonno infligge
    loro,  dev'essere in lui,  nel loro pap.  Non sanno quale,  ma in lui
    dev'essere di certo.  Il buon Dio,  il buon Ges - (ecco, il buon Ges
    specialmente!) - ma anche i Santi,  oggi questo e domani  quel  Santo,
    ch'essi  vanno  a  pregare  in chiesa col nonno ogni giorno,   chiaro
    ormai che hanno bisogno di tutte quelle loro preghiere, perch lui, il
    pap, deve aver fatto loro, di certo, chi sa che grosso male.  Al buon
    Ges,  specialmente!  E  prima d'andare in chiesa tirati per mano,  si
    voltano,  poveri piccini,  ad allungargli certi sguardi cos densi  di
    perplessa  angoscia e di doglioso rimprovero,  che il mio amico signor
    Daniele Catellani si metterebbe a urlare chi sa  quali,  imprecazioni,
    se  invece...  se  invece  non  preferisse  buttare  indietro la testa
    ricciuta e nasuta e prorompere in quella sua solita risata nella gola.
    Ma s,  via!  Dovrebbe ammettere altrimenti sul serio d'aver  commesso
    un'inutile  vigliaccheria a voltar le spalle alla fede dei suoi padri,
    a rinnegare nei suoi figliuoli il suo popolo eletto: "'am olam",  come
    dice  il  signor Rabbino.  E dovrebbe sul serio sentirsi in mezzo alla
    sua famiglia un "goj", uno straniero;  e sul serio infine prendere per
    il  petto  questo  suo  signor  suocero cristianissimo e imbecille,  e
    costringerlo ad aprir bene gli occhi e a considerare che,  via,  non 
    lecito persistere a vedere nel suo genero un "deicida", quando in nome
    di  questo  Dio  ucciso  duemila anni fa dagli ebrei,  i cristiani che
    dovrebbero sentirsi in Cristo tutti quanti fratelli,  per cinque  anni
    si  sono  scannati  tra  loro  allegramente  in una guerra che,  senza
    pregiudizio di quelle che verranno,  non aveva avuto  finora  l'eguale
    nella storia.
    No, no, via! Ridere, ridere. Son cose da pensare e da dir sul serio al
    giorno d'oggi?
    Il mio amico signor Daniele Catellani sa bene come va il mondo.  Ges,
    sissignori. Tutti fratelli. Per poi scannarsi tra loro. E' naturale. E
    tutto a fil di logica,  con la ragione che sta da ogni parte: per modo
    che  a  mettersi di qua non si pu fare a meno d'approvare ci che s'
    negato stando di l.
    Approvare, approvare, approvar sempre.
    Magari, s, farci su prima,  colti alla sprovvista,  una bella risata.
    Ma poi approvare, approvar sempre, approvar tutto.
    Anche la guerra, sissignori.

    Per (Dio,  che risata interminabile,  quella volta!) per,  ecco,  il
    signor Daniele Catellani volle fare, l'ultimo anno della grande guerra
    europea,  uno scherzo  al  suo  signor  suocero  Pietro  Ambrini,  uno
    scherzo, di quelli che non si dimenticano pi.
    Perch  bisogna  sapere che,  nonostante la gran carneficina,  con una
    magnifica faccia tosta il signor  Pietro  Ambrini,  quell'anno,  aveva
    pensato di festeggiare,  per i cari nipotini,  la ricorrenza del Santo
    Natale pi pomposamente che mai.  E s'era  fatti  fabbricare  tanti  e
    tanti pastorelli di terracotta: i pastorelli che portano le loro umili
    offerte  alla  grotta  di  Bethlehem,  al Bambinello Ges appena nato:
    fiscelle di candida ricotta,  panieri d'uova  e  cacio  raviggiolo,  e
    anche  tanti  branchetti  di  boffici  pecorelle  e  somarelli carichi
    anch'essi d'altre pi ricche offerte,  seguiti da vecchi massari e  da
    campieri.  E sui cammelli,  ammantati,  incoronati e solenni, i tre re
    Magi,  che vengono col loro seguito da  lontano  lontano  dietro  alla
    stella  cometa  che s' fermata su la grotta di sughero dove su un po'
    di paglia vera  il roseo Bambinello di cera tra Maria e San Giuseppe;
    e San Giuseppe ha in mano il bacolo fiorito,  e dietro sono il  bue  e
    l'asinello.
    Aveva  voluto  che  fosse  ben  grande il presepe quell'anno,  il caro
    nonno, e tutto bello in rilievo, con poggi e dirupi, agavi e palme,  e
    sentieri  di  campagna  per  cui  si  dovevano veder venire tutti quei
    pastorelli ch'eran perci di varie dimensioni,  coi loro branchetti di
    pecorelle e gli asinelli e i re Magi.
    Ci  aveva  lavorato di nascosto per pi d'un mese,  con l'ajuto di due
    manovali che avevan levato il palco in  una  stanza  per  sostener  la
    plastica.  E aveva voluto che fosse illuminato da lampadine azzurre in
    ghirlanda;  e che venissero dalla Sabina,  la  notte  di  Natale,  due
    zampognari a sonar l'acciarino e le ciaramelle.
    I. nipotini non ne dovevano saper nulla.
    A  Natale,  rientrando  tutti  imbacuccati  e infreddoliti dalla messa
    notturna,  avrebbero trovato in casa quella gran  sorpresa:  il  suono
    delle ciaramelle, l'odore dell'incenso e della mirra, e il presepe l,
    come  un  sogno,  illuminato  da  tutte  quelle  lampadine  azzurre in
    ghirlanda. E tutti i casigliani sarebbero venuti a vedere, insieme coi
    parenti e gli amici invitati al cenone,  questa gran meraviglia ch'era
    costata a nonno Pietro tante cure e tanti quattrini.
    Il  signor  Daniele  lo  aveva veduto per casa tutto assorto in queste
    misteriose faccende, e aveva riso; aveva sentito le martellate dei due
    manovali che piantavano il palco di l, e aveva riso.
    Il  demonio,   che  gli  s'  domiciliato  da  tant'anni  nella  gola,
    quell'anno,  per  Natale,  non  gli  aveva  voluto dar pi requie: gi
    risate e risate senza fine. Invano,  alzando le mani,  gli aveva fatto
    cenno di calmarsi;  invano lo aveva ammonito di non esagerare,  di non
    eccedere.
    - Non esagereremo, no! - gli aveva risposto dentro il demonio.  - Sta'
    pur sicuro che non eccederemo. Codesti pastorelli con le fiscelline di
    ricotta  e  i  panierini  d'uova  e  il  cacio raviggiolo sono un caro
    scherzo,  chi lo pu negare?  cos in cammino tutti verso la grotta di
    Bethlehem!  Ebbene,  resteremo nello scherzo anche noi,  non dubitare!
    Sar uno scherzo anche il nostro, e non meno carino. Vedrai.
    Cos il signor Daniele s'era lasciato tentare dal suo  demonio;  vinto
    soprattutto  da  questa  capziosa  considerazione:  che  cio  sarebbe
    restato nello scherzo anche lui.
    Venuta la notte di Natale,  appena il signor  Pietro  Ambrini  con  la
    figlia  e  i  nipotini e tutta la servit si recarono in chiesa per la
    messa di mezzanotte,  il signor Daniele Catellani entr tutto fremente
    d'una  gioja  quasi  pazzesca  nella  stanza del presepe: tolse via in
    fretta e furia i re Magi e i cammelli,  le pecorelle e i somarelli,  i
    pastorelli  del cacio raviggiolo e dei panieri d'uova e delle fiscelle
    di ricotta - personaggi e offerte al buon Ges, che il suo demonio non
    aveva stimato conveniente al Natale d'un anno di guerra come quello  -
    e  al  loro  posto  mise  pi propriamente,  che cosa?  niente,  altri
    giocattoli: soldatini di stagno,  ma  tanti,  ma  tanti,  eserciti  di
    soldatini di stagno,  d'ogni nazione,  francesi e tedeschi, italiani e
    austriaci, russi e inglesi, serbi e rumeni, bulgari e turchi,  belgi e
    americani e ungheresi e montenegrini, tutti coi fucili spianati contro
    la  grotta  di  Bethlehem,  e  poi,  e poi tanti cannoncini di piombo,
    intere batterie, d'ogni foggia, d'ogni dimensione,  puntanti anch'essi
    di su,  di gi,  da ogni parte, tutti contro la grotta di Bethlehem, i
    quali avrebbero fatto veramente un nuovo e graziosissimo spettacolo.
    Poi si nascose dietro il presepe.
    Lascio immaginare a voi come rise l dietro,  quando,  alla fine della
    messa  notturna,  vennero incontro alla meravigliosa sorpresa il nonno
    Pietro coi nipotini e la figlia  e  tutta  la  folla  degli  invitati,
    mentre  gi  l'incenso  fumava  e  i zampognari davano fiato alle loro
    ciaramelle.



    La patente.

    Con quale inflessione di voce e quale atteggiamento d'occhi e di mani,
    curvandosi,  come chi regge  rassegnatamente  su  le  spalle  un  peso
    insopportabile,  il  magro  giudice  D'Andrea  soleva  ripetere: - Ah,
    figlio caro!  - a chiunque gli facesse qualche scherzosa  osservazione
    per il suo strambo modo di vivere!
    Non  era  ancor  vecchio;  poteva  avere appena quarant'anni;  ma cose
    stranissime  e  quasi  inverosimili,   mostruosi  intrecci  di  razze,
    misteriosi  travagli di secoli bisognava immaginare per giungere a una
    qual che approssimativa spiegazione di  quel  prodotto  umano  che  si
    chiamava il giudice D'Andrea.
    E  pareva  ch'egli,  oltre  che della sua povera,  umile,  comunissima
    storia familiare,  avesse notizia certa di quei mostruosi intrecci  di
    razze,  donde  al suo smunto sparuto viso di bianco eran potuti venire
    quei capelli crespi gremiti da negro;  e  fosse  consapevole  di  quei
    misteriosi  infiniti  travagli  di  secoli,  che  su  la  vasta fronte
    protuberante gli avevano accumulato tutto quel groviglio  di  rughe  e
    tolto  quasi  la vista ai piccoli occhi plumbei,  e scontorto tutta la
    magra, misera personcina.
    Cos sbilenco,  con una spalla pi alta dell'altra,  andava per via di
    traverso,  come  i cani.  Nessuno per,  moralmente,  sapeva rigar pi
    dritto di lui. Lo dicevano tutti.
    Vedere,  non aveva potuto vedere molte cose,  il giudice D'Andrea;  ma
    certo  moltissime ne aveva pensate,  e quando il pensare  pi triste,
    cio di notte.
    Il giudice D'Andrea non poteva dormire.
    Passava quasi tutte le notti alla finestra a spazzolarsi  una  mano  a
    quei  duri  gremiti suoi capelli da negro,  con gli occhi alle stelle,
    placide e chiare le une come polle di luce,  guizzanti e  pungenti  le
    altre; e metteva le pi vive in rapporti ideali di figure geometriche,
    di  triangoli  e  di quadrati,  e,  socchiudendo le palpebre dietro le
    lenti,  pigliava tra i peli delle  ciglia  la  luce  d'una  di  quelle
    stelle,   e  tra  l'occhio  e  la  stella  stabiliva  il  legame  d'un
    sottilissimo filo luminoso, e vi avviava l'anima a passeggiare come un
    ragnetto smarrito.
    Il pensare cos di notte non conferisce molto  alla  salute.  L'arcana
    solennit  che  acquistano  i pensieri produce quasi sempre,  specie a
    certuni che hanno in se una certezza su la quale non possono riposare,
    la certezza di non poter nulla sapere e  nulla  credere  non  sapendo,
    qualche seria costipazione. Costipazione d'anima, s'intende.
    E al giudice D'Andrea,  quando si faceva giorno, pareva una cosa buffa
    e atroce nello stesso tempo,  ch'egli dovesse recarsi al  suo  ufficio
    d'Istruzione  ad  amministrare - per quel tanto che a lui toccava - la
    giustizia ai piccoli poveri uomini feroci.

    Come non dormiva lui,  cos sul suo tavolino nell'ufficio d'Istruzione
    non  lasciava  mai  dormire  nessun  incartamento,  anche  a  costo di
    ritardare di due o tre ore il desinare e di rinunziar la  sera,  prima
    di  cena,  alla  solita  passeggiata coi colleghi per il viale attorno
    alle mura del paese.
    Questa puntualit, considerata da lui come dovere imprescindibile, gli
    accresceva terribilmente il  supplizio.  Non  solo  d'amministrare  la
    giustizia gli toccava; ma d'amministrarla cos, su due piedi.
    Per  poter  essere  meno frettolosamente puntuale,  credeva d'ajutarsi
    meditando la notte. Ma, neanche a farlo apposta,  la notte spazzolando
    la  mano  a  quei  suoi  capelli  da negro e guardando le stelle,  gli
    venivano tutti i pensieri contrarii a quelli che dovevano fare al caso
    per lui,  data la sua qualit di  giudice  istruttore;  cos  che,  la
    mattina  dopo,  anzich ajutata,  vedeva insidiata e ostacolata la sua
    puntualit da quei pensieri della notte  e  cresciuto  enormemente  lo
    stento  di  tenersi  stretto  a  quell'odiosa  sua  qualit di giudice
    istruttore.
    Eppure,  per la prima  volta,  da  circa  una  settimana,  dormiva  un
    incartamento  sul  tavolino del giudice D'Andrea.  E per quel processo
    che stava  l  da  tanti  giorni  in  attesa,  egli  era  in  preda  a
    un'irritazione smaniosa, a una tetraggine soffocante.
    Si sprofondava tanto in questa tetraggine, che gli occhi aggrottati, a
    un certo punto,  gli si chiudevano.  Con la penna in mano,  dritto sul
    busto,  il giudice  D'Andrea  si  metteva  allora  a  pisolare,  prima
    raccorciandosi, poi attrappandosi come un baco infratito che non possa
    pi fare il bozzolo.
    Appena,  o  per qualche rumore o per un crollo pi forte del capo,  si
    ridestava e gli occhi gli andavano l,  a  quell'angolo  del  tavolino
    dove giaceva l'incartamento,  voltava la faccia e, serrando le labbra,
    tirava con le nari fischianti aria aria  aria  e  la  mandava  dentro,
    quanto   pi   dentro   poteva,   ad  allargar  le  viscere  contratte
    dall'esasperazione,  poi la ributtava via spalancando la bocca con  un
    versaccio  di  nausea,  e subito si portava una mano sul naso adunco a
    regger le lenti che, per il sudore, gli scivolavano.
    Era veramente iniquo quel processo l:  iniquo  perch  includeva  una
    spietata   ingiustizia  contro  alla  quale  un  povero  uomo  tentava
    disperatamente di ribellarsi senza alcuna probabilit di scampo. C'era
    in quel processo una vittima che non poteva prendersela  con  nessuno.
    Aveva voluto prendersela con due,  l in quel processo,  coi primi due
    che gli erano capitati sotto mano,  e  -  sissignori  -  la  giustizia
    doveva dargli torto,  torto,  torto, senza remissione, ribadendo cos,
    ferocemente, l'iniquit di cui quel pover uomo era vittima.
    A passeggio, tentava di parlarne coi colleghi; ma questi,  appena egli
    faceva  il  nome  del Chirchiaro cio di colui che aveva intentato il
    processo,  si alteravano in viso e si ficcavano  subito  una  mano  in
    tasca a stringervi una chiave, o sotto sotto allungavano l'indice e il
    mignolo  a  far  le  corna,  o  s'afferravano sul panciotto i gobbetti
    d'argento,  i  chiodi,  i  corni  di  corallo  pendenti  dalla  catena
    dell'orologio. Qualcuno; pi francamente, prorompeva:
    - Per la Madonna Santissima, ti vuoi star zitto?
    Ma  non poteva starsi zitto il magro giudice D'Andrea.  Se n'era fatta
    proprio una fissazione,  di quel processo.  Gira gira,  ricascava  per
    forza  a  parlarne.  Per avere un qualche lume dai colleghi - diceva -
    per discutere cos in astratto il caso.
    Perch,  in verit,  era un caso insolito e speciosissimo quello  d'un
    jettatore che si querelava per diffamazione contro i primi due che gli
    erano caduti sotto gli occhi nell'atto di far gli scongiuri di rito al
    suo passaggio.
    Diffamazione?  Ma  che  diffamazione,  povero  disgraziato,  se gi da
    qualche anno era diffusissima  in  tutto  il  paese  la  sua  fama  di
    jettatore?  se  innumerevoli  testimoni potevano venire in tribunale a
    giurare che egli in tante  e  tante  occasioni  aveva  dato  segno  di
    conoscere  quella sua fama,  ribellandosi con proteste violente?  Come
    condannare,  in coscienza,  quei due giovanotti quali diffamatori  per
    aver  fatto  al  passaggio  di lui il gesto che da tempo solevano fare
    apertamente tutti gli altri,  e primi fra tutti  -  eccoli  l  -  gli
    stessi giudici?
    E  il  D'Andrea si struggeva;  si struggeva di pi incontrando per via
    gli avvocati,  nelle cui mani si  erano  messi  quei  due  giovanotti,
    l'esile e patitissimo avvocato Grigli,  dal profilo di vecchio uccello
    di rapina, e il grasso Manin Baracca, il quale, portando in trionfo su
    la pancia un enorme corno comperato  per  l'occasione  e  ridendo  con
    tutta  la pallida carnaccia di biondo majale eloquente,  prometteva ai
    concittadini che presto in  tribunale  sarebbe  stata  per  tutti  una
    magnifica festa.

    Orbene,  proprio  per  non  dare  al  paese  lo  spettacolo  di quella
    magnifica festa alle spalle  d'un  povero  disgraziato,  il  giudice
    D'Andrea  prese alla fine la risoluzione di mandare un usciere in casa
    del Chirchiaro per invitarlo a venir all'ufficio d'Istruzione.  Anche
    a  costo  di  pagar  lui  le  spese,  voleva indurlo a desistere dalla
    querela,  dimostrandogli quattro e quattr'otto che quei due giovanotti
    non  potevano essere condannati,  secondo giustizia,  e che dalla loro
    assoluzione inevitabile sarebbe venuto a lui certamente maggior danno,
    una pi crudele persecuzione.
    Ahim,  proprio vero che  molto pi facile fare il male che il bene,
    non solo perch il male si pu fare a tutti e il bene  solo  a  quelli
    che  ne  hanno  bisogno;  ma  anche,  anzi sopra tutto,  perch questo
    bisogno d'aver fatto il bene rende spesso cos acerbi e irti gli animi
    di coloro che si  vorrebbero  beneficare,  che  il  beneficio  diventa
    difficilissimo.
    Se  n'accorse  bene  quella  volta il giudice D'Andrea appena alz gli
    occhi a guardare il Chirchiaro,  ch gli era  entrato  nella  stanza,
    mentr'egli  era  intento  a scrivere.  Ebbe uno scatto violentissimo e
    butt all'aria le carte, balzando in piedi e gridandogli:
    - Ma fatemi il piacere! Che storie son queste? Vergognatevi!
    Il Chirchiaro s'era combinata una faccia  da  jettatore,  ch'era  una
    meraviglia  a  vedere.  S'era lasciata crescere su le cave gote gialle
    una barbaccia ispida e cespugliosa;  s'era insellato sul naso un  pajo
    di  grossi  occhiali  cerchiati d'osso,  che gli davano l'aspetto d'un
    barbagianni;  aveva poi indossato un abito lustro,  sorcigno,  che gli
    sgonfiava da tutte le parti.
    Allo  scatto del giudice non si scompose.  Dilat le nari,  digrign i
    denti gialli e disse sottovoce:
    - Lei dunque non ci crede?
    - Ma fatemi il piacere!  - ripet il giudice D'Andrea.  - Non facciamo
    scherzi, caro Chirchiaro! O siete impazzito? Via, via, sedete, sedete
    qua.
    E  gli s'accost e fece per posargli una mano su la spalla.  Subito il
    Chirchiaro sfagli come un mulo fremendo:
    - Signor giudice, non mi tocchi! Se ne guardi bene! O lei,  com' vero
    Dio, diventa cieco!
    Il D'Andrea stette a guardarlo freddamente, poi disse:
    - Quando sarete comodo... Vi ho mandato a chiamare per il vostro bene.
    L c' una sedia, sedete.
    Il  Chirchiaro sedette e,  facendo rotolar con le mani su le cosce la
    canna d'India a mo' d'un matterello, si mise a tentennare il capo.
    - Per il mio bene?  Ah,  lei si figura di fare  il  mio  bene,  signor
    giudice, dicendo di non credere alla jettatura?
    Il D'Andrea sedette anche lui e disse:
    -  Volete  che vi dica che ci credo?  E vi dir che ci credo!  Va bene
    cos?
    - Nossignore,  - neg recisamente il Chirchiaro,  col tono di chi non
    ammette  scherzi.  -  Lei  deve  crederci  sul  serio,  e  deve  anche
    dimostrarlo istruendo il processo!
    - Questo sar un po' difficile, - sorrise mestamente il D'Andrea. - Ma
    vediamo di intenderci, caro Chirchiaro. Voglio dimostrarvi che la via
    che avete preso non  propriamente quella che possa  condurvi  a  buon
    porto.
    - Via? porto? Che porto e che via? - domand,
    aggrondato, il Chirchiaro.
    -  N  questa  d'adesso,  -  rispose  il D'Andrea,  - n quella l del
    processo. Gi l'una e l'altra, scusate, sono tra loro cos.
    E il giudice D'Andrea infront gl'indici delle  mani  per  significare
    che le due vie gli parevano opposte.
    Il Chirchiaro si chin e tra i due indici cos infrontati del giudice
    ne inser uno suo, tozzo, peloso e non molto pulito.
    - Non  vero niente, signor giudice! - disse, agitando quel dito.
    - Come no?  - esclam il D'Andrea.  - L accusate come diffamatori due
    giovani  perch  vi  credono  jettatore,  e  ora  qua  voi  stesso  vi
    presentate  innanzi a me in veste di jettatore e pretendete anzi ch'io
    creda alla vostra jettatura.
    - Sissignore.
    - E non vi pare che ci sia contraddizione?
    Il Chirchiaro scosse pi volte il capo con la bocca aperta a un  muto
    ghigno di sdegnosa commiserazione.
    -  Mi  pare  piuttosto,  signor  giudice,  - poi disse,  - che lei non
    capisca niente.
    Il D'Andrea lo guard un pezzo, imbalordito.
    -  Dite  pure,  dite  pure,  caro  Chirchiaro.  Forse    una  verit
    sacrosanta  questa che vi  scappata dalla bocca.  Ma abbiate la bont
    di spiegarmi perch non capisco niente.
    - Sissignore.  Eccomi qua,  -  disse  il  Chirchiaro,  accostando  la
    seggiola.  -  Non  solo le far vedere che lei non capisce niente;  ma
    anche che lei  un mio mortale nemico. Lei, lei,  sissignore.  Lei che
    crede di fare il mio bene. Il mio pi acerrimo nemico! Sa o non sa che
    i  due  imputati  hanno  chiesto  il  patrocinio  dell'avvocato  Manin
    Baracca?
    - Si. Questo lo so.
    - Ebbene,  all'avvocato Manin  Baracca  io,  Rosario  Chirchiaro,  io
    stesso sono andato a fornire le prove del fatto: cio, che non solo mi
    ero accorto da pi d'un anno che tutti, vedendomi passare, facevano le
    corna,   ma   le  prove  anche,   prove  documentate  e  testimonianze
    irrepetibili dei fatti spaventosi su cui  edificata incrollabilmente,
    incrollabilmente, capisce, signor giudice? la mia fama di jettatore!
    - Voi? Dal Baracca?
    - Sissignore, io.
    Il giudice lo guard, pi imbalordito che mai:
    - Capisco anche  meno  di  prima.  Ma  come?  Per  render  pi  sicura
    l'assoluzione di quei giovanotti? E perch allora vi siete querelato?
    Il Chirchiaro ebbe un prorompimento di stizza per la durezza di mente
    del  giudice D'Andrea;  si lev in piedi,  gridando con le braccia per
    aria:
    - Ma perch io voglio,  signor giudice,  un  riconoscimento  ufficiale
    della  mia potenza,  non capisce ancora?  Voglio che sia ufficialmente
    riconosciuta questa mia potenza spaventosa,  che  ormai  l'unico  mio
    capitale!
    E  ansimando,  protese il braccio,  batt forte sul pavimento la canna
    d'India  e  rimase   un   pezzo   impostato   in   quell'atteggiamento
    grottescamente imperioso.
    Il giudice D'Andrea si curv, si prese la testa tra le mani, commosso,
    e ripet:
    -  Povero  caro  Chirchiaro  mio,  povero  caro Chirchiaro mio,  bel
    capitale! E che te ne fai? che te ne fai?
    - Che me ne faccio? - rimbecc pronto il Chirchiaro.  - Lei,  padrone
    mio,  per  esercitare codesta professione di giudice,  anche cos male
    come la esercita, mi dica un po', non ha dovuto prender la laurea?
    - La laurea, s.
    - Ebbene, voglio anch'io la mia patente, signor giudice! La patente di
    jettatore. Col bollo.  Con tanto di bollo legale!  Jettatore patentato
    dal regio tribunale.
    - E poi?
    -  E  poi?  Me  lo  metto come titolo nei biglietti da visita.  Signor
    giudice,  mi hanno assassinato.  Lavoravo.  Mi hanno fatto cacciar via
    dal banco dov'ero scritturale, con la scusa che, essendoci io, nessuno
    pi  veniva  a  far  debiti  e pegni;  mi hanno buttato in mezzo a una
    strada, con la moglie paralitica da tre anni e due ragazze nubili,  di
    cui  nessuno  vorr  pi sapere,  perch sono figlie mie;  viviamo del
    soccorso che ci manda da Napoli un mio figliuolo, il quale ha famiglia
    anche lui,  quattro bambini,  e non pu fare a lungo questo sacrifizio
    per noi.  Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la
    professione del jettatore!  Mi sono parato cos,  con questi occhiali,
    con quest'abito;  mi sono lasciato crescere la barba; e ora aspetto la
    patente per entrare in campo!  Lei mi  domanda  come?  Me  lo  domanda
    perch, le ripeto, lei  un mio nemico!
    - Io?
    -  Sissignore.  Perch mostra di non credere alla mia potenza!  Ma per
    fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti,  tutti ci credono!  E ci sono
    tante case da giuoco in questo paese!  Baster che io mi presenti; non
    ci sar bisogno di dir nulla.  Mi pagheranno per farmi andar  via!  Mi
    metter a ronzare attorno a tutte le fabbriche;  mi pianter innanzi a
    tutte le botteghe;  e tutti,  tutti mi pagheranno la tassa,  lei  dice
    dell'ignoranza? io dico la tassa della salute! Perch, signor giudice,
    ho  accumulato  tanta  bile  e  tanto  odio,  io,  contro tutta questa
    schifosa umanit,  che veramente credo d'aver ormai in questi occhi la
    potenza di far crollare dalle fondamenta una intera citt!
    Il giudice D'Andrea, ancora con la testa tra le mani, aspett un pezzo
    che  l'angoscia  che gli serrava la gola desse adito alla voce.  Ma la
    voce non volle venir fuori;  e allora  egli,  socchiudendo  dietro  le
    lenti  i  piccoli  occhi  plumbei,   stese  le  mani  e  abbracci  il
    Chirchiaro a lungo, forte forte, a lungo.
    Questi lo lasci fare.
    - Mi vuol bene davvero? - gli domand.  - E allora istruisca subito il
    processo, e in modo da farmi avere al pi presto quello che desidero.
    - La patente?
    Il Chirchiaro protese di nuovo il braccio, batt la canna d'India sul
    pavimento  e,  portandosi  l'altra  mano al petto,  ripet con tragica
    solennit:
    - La patente.











    Nen e Nin.

    Nen aveva un anno e qualche mese,  quando il babbo le mor.  Nin non
    era ancor nato, ma gi c'era: si aspettava.
    Ecco: se Nin non ci fosse stato, forse la mammina, quantunque bella e
    giovane,  non  avrebbe  pensato di passare a seconde nozze: si sarebbe
    dedicata  tutta  alla  piccola  Nen.   Aveva  da  campare  sul   suo,
    modestamente,  nella  casetta lasciatale dal marito e col frutto della
    sua dote.
    Il pensiero d'un maschio da educare, cos inesperta come lei stessa si
    riconosceva e senza guida  o  consiglio  di  parenti  n  prossimi  n
    lontani,  la  persuase  ad accettar la domanda d'un buon giovine,  che
    prometteva d'esser padre affettuoso per i due poveri orfanelli.
    Nen aveva circa tre anni e Nin uno e mezzo,  quando la mammina pass
    a seconde nozze,
    Forse per il troppo pensiero di Nin,  non bad che si potesse dare il
    caso d'aver altri figliuoli da questo secondo marito. Ma non trascorse
    neppure un anno, che si trov nel rischio mortale d'un parto doppio. I
    medici  domandarono  chi  si  dovesse  salvare,   se  la  madre  o  le
    creaturine.  La  madre,  s'intende!  E  le due nuove creaturine furono
    sacrificate. Il sacrifizio per non valse a nulla, perch,  dopo circa
    un  mese  di  strazii atroci,  la povera mammina se ne mor anche lei,
    disperata.
    Cos Nen e Nin restarono orfani anche di  madre,  con  uno  che  non
    sapevano neppure come si chiamasse,  n che cosa stesse a rappresentar
    l in casa loro.
    Quanto al nome, se Nen e Nin lo volevano proprio sapere, la risposta
    era facile: Erminio Del Donzello,  si  chiamava;  ed  era  professore:
    professore  di francese nelle scuole tecniche.  Ma quanto a sapere che
    cosa stesse pi a far l,  ah non lo sapeva nemmeno lui,  il professor
    Del Donzello.
    Morta la moglie,  morte prima di nascere le sue creature gemelle: casa
    non era sua,  la dote non era sua,  quei due figliuoli non erano suoi.
    Che  stava pi a far l?  Se lo domandava lui stesso.  Ma se ne poteva
    forse andare?
    Lo chiedeva con gli occhi rossi e quasi smarriti nel pianto a tutto il
    vicinato che, dal momento della disgrazia, gli era entrato in casa, da
    padrone, costituendosi da s tutore e protettore de' due orfanell. Di
    che lui, forse, si sarebbe dichiarato gratissimo, se veramente il modo
    non lo avesse offeso.
    Si, sapeva che molti, purtroppo, giudicano dall'apparenza soltanto,  e
    che  i  giudizii  che si davano di lui forse erano iniqui addirittura,
    perch, effettivamente, la figura non lo ajutava troppo.  La eccessiva
    magrezza lo rendeva ispido, e aveva il collo troppo lungo e per di pi
    fornito d'un formidabile pomo d'Adamo,  la sola cosa grossa in mezzo a
    tanta magrezza;  e ruvidi  i  baffi,  ruvidi  i  capelli  pettinati  a
    ventaglio dietro gli orecchi; e gli occhi armati di occhiali a staffa,
    poich  il  naso  non  gli si prestava a reggere un pi svelto pajo di
    lenti. Ma, perdio,  da quel suo collo cos lungo egli credeva di saper
    tuttavia  cavar  fuori  una  seducentissima voce e accompagnare le sue
    frasi dolci e gentili con molta grazia di sguardi,  di  sorrisi  e  di
    gesti,  con le mani costantemente calzate da guanti di filo di Scozia,
    che non si levava neanche a  scuola,  impartendo  le  sue  lezioni  di
    francese ai ragazzini delle tecniche, che naturalmente ne ridevano.
    Ma che!  Nessuna piet,  nessuna considerazione per lui, in tutto quel
    vicinato,  per la sua doppia sciagura.  Pareva anzi che la morte della
    moglie  e  delle  sue creaturine gemelle fosse giudicata da tutti come
    una giusta e ben meritata punizione.
    Tutta la piet era  per  i  due  orfanelli,  di  cui  in  astratto  si
    considerava  la  sorte.  Ecco  qua: il patrigno,  adesso,  senza alcun
    dubbio,  avrebbe ripreso moglie: una megera,  certo,  una tiranna;  ne
    avrebbe  avuto  chi  sa quanti figliuoli,  a cui Nen e Nin sarebbero
    stati  costretti  a  far  da  servi,   fintanto  che,   a   furia   di
    maltrattamenti, di sevizie, prima l'una e poi l'altro, sarebbero stati
    soppressi.
    Fremiti  di  sdegno,  brividi  d'orrore assalivano a siffatti pensieri
    uomini e donne del vicinato; e impetuosamente i due piccini, in questa
    o in quella casa, erano abbracciati e inondati di lagrime.
    Perch il professor Erminio Del Donzello,  ora ogni mattina,  prima di
    recarsi a scuola,  per ingraziarsi quel vicinato ostile e dimostrar la
    cura e la sollecitudine che si dava de' due orfanelli, dopo averli ben
    lavati e calzati e vestiti se  li  prendeva  per  mano,  uno  di  qua,
    l'altra  di  l,  e  li  andava a lasciare ora in questa ora in quella
    famiglia tra le tante che si erano profferte.
    Era - s'intende - in ciascuna  di  queste  famiglie  pi  delle  altre
    caritatevoli  e  in  pensiero  per  la  sorte dei piccini,  almeno una
    ragazza da marito; e tutte, senza eccezione,  queste ragazze da marito
    sarebbero state mammine svisceratamente amorose di quei due orfanelli;
    perfida tiranna,  spietata megera sarebbe stata solo quell'una, che il
    professor Erminio Del Donzello avrebbe scelto tra esse.
    Perch era una necessit ineluttabile,  che il professor  Erminio  Del
    Donzello riprendesse moglie.  Se l'aspettava di giorno in giorno tutto
    il vicinato, e per dir la verit ci pensava sul serio anche lui.
    Poteva forse durare a lungo cos?  Quelle famiglie si  prestavano  con
    tanto zelo di carit ad accogliere i piccini, per adescarlo; non c'era
    dubbio. Se egli avesse fatto a lungo le viste di non comprenderlo, tra
    un  po'  di  tempo gli avrebbero chiuso la porta in faccia;  non c'era
    dubbio neanche su questo.  E allora?  Poteva forse da solo attendere a
    quei  due  piccini?  Con  la  scuola  tutte  le  mattine,  le  lezioni
    particolari nelle ore del pomeriggio,  la correzione dei compiti tutte
    le sere... Una serva in casa? Egli era giovine, e caldo, quantunque di
    fuori non paresse. Una serva vecchia? Ma lui aveva preso moglie perch
    la vita di scapolo, quell'andare accattando l'amore, non gli era parso
    pi  compatibile con la sua et e con la sua dignit di professore.  E
    ora, con quei due piccini...
    No, via: era, era veramente una necessit ineluttabile.
    L'imbarazzo della scelta,  intanto,  gli cresceva di giorno in giorno,
    di giorno in giorno lo esasperava sempre pi.
    E  dire  che  in  principio aveva creduto che dovesse riuscirgli molto
    difficile trovare una seconda moglie,  in  quelle  condizioni!  Gliene
    bisognava una?  Ne aveva trovate subito dieci,  dodici,  quindici, una
    pi pronta e impaziente dell'altra!
    S, perch in fondo,  via,  era vedovo,  ma appena: si poteva dire che
    quasi  non  aveva  avuto  tempo  d'essere  ammogliato.   E  quanto  ai
    figliuoli, s, c'erano, ma non erano suoi. La casa, intanto, fino alla
    maggiore et di questi, ch'erano ancor tanto piccini,  era per lui,  e
    cos  anche il frutto della dote il quale insieme col suo stipendio di
    professore faceva un'entratuccia pi che discreta.
    Questo conto se l'erano fatto bene tutte le mamme e le  signorine  del
    vicinato.  Ma  il  professor  Erminio  Del  Donzello  era certo che si
    sarebbe attirate addosso tutte le furie dell'inferno,  se avesse fatto
    la scelta in quel vicinato.
    Aveva soprattutto,  e con ragione,  paura delle suocere. Perch ognuna
    di quelle mamme disilluse sarebbe certo diventata subito  una  suocera
    per lui;  tutte quante si sarebbero costituite mamme postume della sua
    povera moglie defunta, e nonne di quei due orfanelli. E che mamma, che
    nonna,  che suocera sarebbe stata,  ad esempio,  quella signora  Ninfa
    della casa dirimpetto, che pi delle altre gli aveva fatto e seguitava
    a  fargli le pi pressanti esibizioni d'ogni servizio,  insieme con la
    figliuola Romilda e il figlio Toto!
    Venivano tutti e tre,  quasi ogni mattina,  a strappargli  di  casa  i
    piccini,  perch non li conducesse altrove.  Via, uno almeno! ne desse
    loro uno almeno, o Nen o Nin; meglio Nen,  oh cara!  ma anche Nin,
    oh caro! E baci e chicche e carezze senza fine.
    Il   professor  Erminio  Del  Donzello  non  sapeva  come  schermirsi;
    sorrideva, angustiato; si volgeva di qua e di l; si poneva innanzi al
    petto le mani inguantate; storceva il collo come una cicogna:
    - Vede, cara signora... carissima signorina...  non vorrei che...  non
    vorrei che...
    - Ma lasci dire,  lasci dire, professore! Lei pu star sicuro che come
    stanno da noi, non stanno da nessuno!  La mia Romilda ne  pazza,  sa?
    proprio pazza, tanto dell'una quanto dell'altro. E guardi il mio Toto!
    Eccolo l...  A cavalluccio,  eh Nin?  Gioja cara,  quanto sei bello!
    To', caro! to', amore!
    Il professor Erminio Del Donzello,  costretto a  cedere,  se  n'andava
    come  tra  le  spine,  voltandosi a sorridere di qua e di l,  quasi a
    chiedere scusa alle altre vicine.
    Ma nelle ore che lui,  sempre coi guanti di filo di Scozia,  insegnava
    il  francese  ai  ragazzi  delle scuole tecniche,  che scuola facevano
    quelle vicine l,  e segnatamente la signora Ninfa  con  la  figliuola
    Romilda e il figlio Toto, a Nen e Nin? che prevenzioni, che sospetti
    insinuavano nelle loro animucce? e che paure?
    Gi Nen,  che s'era fatta una bella bamboccetta vispa e tosta, con le
    fossette  alle  guance,   la  boccuccia   appuntita,   gli   occhietti
    sfavillanti,  acuti  e furbi,  tutta scatti tra risatine nervose,  coi
    capelli neri,  irrequieti,  sempre davanti agli occhi,  per quanto  di
    tratto in tratto se li mandasse via con rapide,  rabbiose scrollatine,
    s'impostava  fieramente  incontro   alle   minacce   immaginarie,   ai
    maltrattamenti,  ai  soprusi  della futura matrigna,  che le vicine le
    facevano balenare; e, mostrando il piccolo pugno chiuso, gridava:
    - E io l'ammazzo!
    Subito,   all'atto,   quelle  le  si  precipitavano  addosso,   se  la
    strapazzavano, per soffocarla di baci e di carezze.
    - Oh cara!  Amore! Angelo! S, cara, cos! Perch tutto  tuo, sai? La
    casa  tua, la dote della tua mammina  tua, tua e del tuo fratellino,
    capisci? E devi difenderlo, tu,  il tuo fratellino!  E se tu non basti
    ci  siamo  qua  noi,  a farli stare a dovere,  tanto lei che lui,  non
    dubitare, ci siamo qua noi per te e per Nin!
    Nin era un badalone grosso grosso, pacioso,  con le gambette un po' a
    roncolo  e  la lingua ancora imbrogliata.  Quando Nen,  la sorellina,
    levava il pugno e gridava: - E io l'ammazzo!  - si voltava piano piano
    a guardarla e domandava con voce cupa e con placida serenit:
    - "L'ammassi davero"?
    E, a questa domanda, altri prorompimenti di frenetiche amorevolezze in
    tutte quelle buone vicine.
    Dei  frutti  di  questa  scuola  il  professor Erminio Del Donzello si
    accorse bene,  allorch,  dopo un anno  di  titubamenti  e  angosciose
    perplessit,  scelta  alla  fine una casta zitella attempata,  di nome
    Caterina, nipote d'un curato, la spos e la port in casa.
    Quella poverina pareva seguitasse a recitar le orazioni anche  quando,
    con  gli  occhi  bassi,  parlava della spesa o del bucato.  Pur non di
    meno, il professor Erminio Del Donzello, ogni mattina,  prima d'andare
    a scuola, le diceva:
    - Caterina mia,  mi raccomando.  So,  so la tua mansuetudine, cara. Ma
    procura,  per carit,  di non dare il minimo incentivo a tutte  queste
    vipere  attorno,  di  schizzar  veleno.  Fa' che questi angioletti non
    gridino e non piangano per nessuna ragione. Mi raccomando.
    Va bene;  ma Nen,  ecco,  aveva i capelli arruffati:  non  si  doveva
    pettinare?  Nin, mangione, aveva il musetto sporco, e sporchi anche i
    ginocchi: non si doveva lavare?
    - Nen, vieni, amorino, che ti pettino.
    E Nen, pestando un piede:
    - Non mi voglio pettinare!
    - Nin,  via,  vieni tu almeno,  caro caro: fa' vedere alla  sorellina
    come ti fai lavare.
    E Nin, placido e cupo, imitando goffamente il gesto della sorella:
    - "Non mi vollo lavare"!
    E se Caterina li costringeva appena,  o s'accostava loro col pettine o
    col catino, strilli che arrivavano al cielo!
    Subito allora le vicine:
    - Ecco che comincia! Ah, povere creature! Dio di misericordia,  senti,
    senti!  Ma  che  fa?  Ih,  strappa  i  capelli alla grande!  Senti che
    schiaffi al piccino! Ah che strazio, Dio, Dio, abbiate piet di questi
    due poveri innocenti!
    Se poi Caterina,  per non farli strillare,  lasciava Nen spettinata e
    sporco Nin:
    -  Ma  guardate qua questi due amorini come sono ridotti: una cagnetta
    scarduffata e un porcellino!
    Nen,  certe mattine,  scappava di casa in camicia,  a piedi nudi;  si
    metteva   a   sedere  su  lo  scalino  innanzi  all'uscio  di  strada,
    accavalciando una gambetta su l'altra  e  squassando  la  testina  per
    mandarsi  via  dagli  occhi le ciocche ribelli,  rideva e annunziava a
    tutti:
    - Sono castigata!
    Poco dopo,  piano piano,  scendeva con le gambette a roncolo Nin,  in
    camicina  e  scalzo anche lui,  reggendo per il manico l'orinaletto di
    latta;  lo posava accanto alla sorellina,  vi si metteva a  sedere,  e
    ripeteva serio serio, aggrondato e con la lingua grossa:
    - "So' cattigato"!
    Figurarsi  attorno le grida di commiserazione e di sdegno delle vicine
    indignate!
    Eccoli qua,  ignudi!  ignudi!  Che barbarie,  con questo  freddo!  Far
    morire  cos  d'una bronchite,  d'una polmonite due povere creaturine!
    Come poteva Dio permetter questo? Ah s, di nascosto,  vero? essi, di
    nascosto, erano scappati dal letto? E perch erano scappati? Segno che
    i due piccini chi sa com'erano trattati! Ah, gi,  niente...  Gente di
    chiesa,  figuriamoci! Diamo il supplizio senza fare strillare! Oh Dio,
    ecco le lagrime adesso, ecco le lagrime del coccodrillo!
    Una santa, anche una santa avrebbe perduto la pazienza.  Quella povera
    donna sentiva voltarsi il cuore in petto, non solamente per la crudele
    ingiustizia, ma anche per lo strazio di veder quella ragazzetta, Nen,
    cos  bellina,  crescere come una diavola,  messa su da quelle perfide
    pettegole, sguajata, senza rispetto per nessuno.
    - La casa  mia! La dote  mia!
    Signore Iddio,  la dote!  Una piccina alta un palmo,  che strillava  e
    levava i pugni e pestava i piedi per la dote!
    Il  professor Erminio Del Donzello pareva in pochi mesi invecchiato di
    dieci anni.
    Guardava la povera moglie,  che gli piangeva davanti disperata,  e non
    sapeva dirle niente,  come non sapeva dir niente a quei due diavoletti
    scatenati.
    Era inebetito? No. Non parlava,  perch si sentiva male.  E si sentiva
    male,  perch...  perch proprio portavano con s questo destino, quei
    due piccini l!
    Il padre  era  morto;  e  la  mamma,  per  provvedere  a  loro,  s'era
    rimaritata ed era morta. Ora... ora toccava a lui.
    N'era profondamente convinto il professor Erminio Del Donzello.
    Toccava a lui!
    Domani, la sua vedova, quella povera Caterina per dare a Nen e a Nin
    una guida, un sostegno, sarebbe passata, a sua volta, a seconde nozze,
    e  sarebbe  morta  lei allora;  e a quel secondo marito toccherebbe di
    riammogliarsi e  cos,  via  via,  un'infinita  sequela  di  sostituti
    genitori sarebbe passata in poco tempo per quella casa.
    La prova evidente era nel fatto,  ch'egli si sentiva gi molto,  molto
    male.
    Era destino, e non c'era dunque n da fare n da dir nulla.
    La moglie,  vedendo che non riusciva in nessun  modo  a  scuoterlo  da
    quella  fissazione  che lo inebetiva,  si rec per consiglio dallo zio
    curato.  Questi,  senz'altro,  le impose d'obbedir al proprio dovere e
    alla  propria  coscienza,  senza  badare alle proteste infami di tutti
    quei malvagi.  Se con la bont quei due piccini non  si  riducevano  a
    ragione, usasse pure la forza!
    Il  consiglio  fu  savio;  ma,  ahim,  non  ebbe  altro effetto,  che
    affrettar la fine del povero professore.
    La prima volta che Caterina lo mise in pratica,  Erminio Del Donzello,
    ritornando  da scuola,  si vide venire con le mani in faccia quel Toto
    della signora Ninfa seguito da tutte le vicine urlanti con le  braccia
    levate.
    La  moglie  s'era  dovuta  asserragliare in casa.  E c'erano guardie e
    carabinieri innanzi alla porta.
    Tutto il vicinato aveva apposto le firme a una protesta da  presentare
    alla Questura per le sevizie che si facevano a quei due angioletti.
    L'onta, la trepidazione per lo scandalo enorme furono tanti e tanta la
    rabbia per quella ostinata,  feroce iniquit, che Erminio Del Donzello
    si ridusse in pochi giorni in fin di vita,  per  un  travaso  di  bile
    improvviso e tremendo.
    Prima di chiuder gli occhi per sempre,  si chiam la moglie accanto al
    letto e con un fil di voce le disse:
    - Caterina mia, vuoi un mio consiglio? Sposa,  sposa quel Toto,  cara,
    della  signora  Ninfa.  Non  temere;  verrai presto a raggiungermi.  E
    lascia allora che provveda lui,  insieme  con  un'altra,  a  quei  due
    piccini. Stai pur certa, cara, che morr presto anche lui.
    Nen  e  Nin,  intanto,  in  casa  d'una vicina,  avevano trovato una
    gattina mansa e un pappagalletto imbalsamato, e ci giocavano, ignari e
    felici.
    - Mao, ti strozzo! - diceva Nen.
    E Nin, voltandosi, con la lingua imbrogliata:
    - "Lo strossi davero"?








    L'eresia catara.

    Bernardino Lamis,  professore ordinario  di  storia  delle  religioni,
    socchiudendo  gli  occhi  addogliati  e,  come  soleva nelle pi gravi
    occasioni,  prendendosi  il  capo  inteschiato  tra  le  gracili  mani
    tremolanti che pareva avessero in punta,  invece delle unghie,  cinque
    rosee conchigliette lucenti, annunzi ai due soli alunni che seguivano
    con pertinace fedelt il suo corso:
    - Diremo, o signori, nella ventura lezione, dell'eresia catara.
    Uno de' due studenti, il Ciotta - bruno ciociaretto di Guarcino, tozzo
    e solido - digrign i denti con fiera gioja e si  diede  una  violenta
    fregatina alle mani. L'altro, il pallido Vannicoli, dai biondi capelli
    irti  come  fili  di  stoppia e dall'aria spirante,  appunt invece le
    labbra,  rese pi dolente che mai lo sguardo dei chiari occhi languidi
    e  stette  col  naso come in punto a annusar qualche odore sgradevole,
    per significare ch'era compreso della pena  che  al  venerato  maestro
    doveva  certo  costare  la  trattazione  di  quel  tema,  dopo  quanto
    glien'aveva detto privatamente.  (Perch il Vannicoli credeva  che  il
    professor  Lamis  quand'egli  e  il  Ciotta,  finita  la  lezione,  lo
    accompagnavano per un lungo tratto di via verso  casa,  si  rivolgesse
    unicamente a lui, solo capace d'intenderlo.)
    E  di  fatti  il  Vannicoli sapeva che da circa sei mesi era uscita in
    Germania (Halle a. S.) una mastodontica monografia di Hans von Grobler
    su l'"Eresia Catara", messa dalla critica ai sette cieli,  e che su lo
    stesso argomento,  tre anni prima,  Bernardino Lamis aveva scritto due
    poderosi volumi,  di cui il von Grobler mostrava di  non  aver  tenuto
    conto,  se non solo una volta,  e di passata, citando que' due volumi,
    in una breve nota; per dirne male.
    Bernardino Lamis n'era rimasto ferito proprio nel cuore;  e pi  s'era
    addolorato e indignato della critica italiana che, elogiando anch'essa
    a occhi chiusi il libro tedesco, non aveva minimamente ricordato i due
    volumi  anteriori  di lui,  n speso una parola per rilevare l'indegno
    trattamento usato dallo scrittore tedesco a uno scrittor paesano.  Pi
    di  due  mesi aveva aspettato che qualcuno,  almeno tra i suoi antichi
    scolari, si fosse mosso a difenderlo;  poi,  tuttoch - secondo il suo
    modo  di  vedere - non gli fosse parso ben fatto,  s'era difeso da s,
    notando in una lunga e minuziosa rassegna,  condita  di  fine  ironia,
    tutti  gli  errori  pi  o  meno  grossolani in cui il von Grobler era
    caduto,  tutte le parti che costui s'era appropriate della  sua  opera
    senza   farne  menzione,   e  aveva  infine  raffermato  con  nuovi  e
    inoppugnabili argomenti le proprie opinioni contro quelle  discordanti
    dello storico tedesco.
    Questa  sua  difesa  per,  per  la  troppa  lunghezza e per lo scarso
    interesse che avrebbe potuto destare nella  maggioranza  dei  lettori,
    era stata rifiutata da due riviste; una terza se la teneva da pi d'un
    mese,  e chi sa quanto tempo ancora se la sarebbe tenuta,  a giudicare
    dalla risposta punto garbata che il Lamis,  a una sua  sollecitazione,
    aveva ricevuto dal direttore.
    Sicch   dunque   davvero  Bernardino  Lamis  aveva  ragione,   uscito
    dall'Universit,  di sfogarsi quel  giorno  amaramente  coi  due  suoi
    fedeli  giovani che lo accompagnavano al solito verso casa.  E parlava
    loro della spudorata ciarlataneria ch dal campo  della  politica  era
    passata  a  sgambettare  in  quello della letteratura,  prima,  e ora,
    purtroppo,  anche nei  sacri  e  inviolabili  dominii  della  scienza;
    parlava  della  servilit vigliacca radicata profondamente nell'indole
    del popolo italiano,  per cui  gemma preziosa  qualunque  cosa  venga
    d'oltralpe  o  d'oltremare  e  pietra  falsa  e  vile tutto ci che si
    produce da noi;  accennava infine a gli argomenti pi forti contro  il
    suo  avversario,  da  svolgere  nella  ventura  lezione.  E il Ciotta,
    pregustando il piacere che gli sarebbe  venuto  dall'estro  ironico  e
    bilioso  del  professore,  tornava  a  fregarsi  le  mani,  mentre  il
    Vannicoli, afflitto, sospirava.
    A un certo punto il professor Lamis tacque e prese  un'aria  astratta:
    segno,  questo,  per  i  due  scolari,  che il professore voleva esser
    lasciato solo.
    Ogni volta,  dopo la lezione,  si faceva una giratina per sollievo gi
    per  la  piazza  del  Pantheon,  poi  su  per  quella  della  Minerva,
    attraversava Via dei Cestari e sboccava sul Corso  Vittorio  Emanuele.
    Giunto  in  prossimit  di  Piazza  San Pantaleo,  prendeva quell'aria
    astratta,  perch solito  -  prima  d'imboccare  la  Via  del  Governo
    Vecchio,  ove  abitava  -  d'entrare  (furtivamente,  secondo  la  sua
    intenzione)  in  una  pasticceria,  donde  poco  dopo  usciva  con  un
    cartoccio in mano.
    I due scolari sapevano che il professor Lamis non aveva da fare neppur
    le  spese  a  un  grillo,  e  non  si potevano perci capacitare della
    compera di quel cartoccio misterioso, tre volte la settimana.
    Spinto dalla curiosit, il Ciotta era finanche entrato un giorno nella
    pasticceria a domandare che cosa il professore vi comperasse.
    - Amaretti, schiumette e bocche di dama.
    E per chi serviranno?
    Il Vannicoli diceva per i nipotini. Ma il Ciotta avrebbe messo le mani
    sul fuoco che servivano proprio per lui,  per  il  professore  stesso;
    perch  una volta lo aveva sorpreso per via nel mentre che si cacciava
    una mano in tasca per trarne fuori una di quelle schiumette  e  doveva
    gi averne un'altra in bocca,  di sicuro,  la quale gli aveva impedito
    di rispondere a voce al saluto che lui gli aveva rivolto.
    - Ebbene,  e se mai,  che c' di male?  Debolezze!  gli  aveva  detto,
    seccato,  il  Vannicoli,  mentre  da  lontano  seguiva  con lo sguardo
    languido il vecchio professore, il quale se n'andava pian piano, molle
    molle, strusciando le scarpe.
    Non solamente questo peccatuccio di gola,  ma tante e tant'altre  cose
    potevano  essere  perdonate  a quell'uomo che,  per la scienza,  s'era
    ridotto con quelle spalle aggobbate che pareva gli volessero scivolare
    e fossero tenute su, penosamente, dal collo lungo,  proteso come sotto
    un giogo. Tra il cappello e la nuca la calvizie del professor Lamis si
    scopriva  come  una mezza luna cuojacea;  gli tremolava su la nuca una
    rada zazzeretta argentea,  che gli accavallava di  qua  e  di  l  gli
    orecchi  e  seguitava  barba davanti - su le gote e sotto il mento - a
    collana.
    N il Ciotta n il  Vannicoli  avrebbero  mai  supposto  che  in  quel
    cartoccio  Bernardino  Lamis  si  portava  a  casa  tutto il suo pasto
    giornaliero.
    Due anni addietro, gli era piombata addosso da Napoli la famiglia d'un
    suo fratello, morto col improvvisamente: la cognata, furia d'inferno,
    con sette figliuoli,  il maggiore dei quali aveva appena undici  anni.
    Notare  che il professor Lamis non aveva voluto prender moglie per non
    esser  distratto  in  alcun  modo  dagli  studii.  Quando,  senz'alcun
    preavviso,  s'era veduto innanzi quell'esercito strillante,  accampato
    sul  pianerottolo  della  scala,   davanti   la   porta,   a   cavallo
    d'innumerevoli fagotti e fagottini,  era rimasto allibito. Non potendo
    per la scala,  aveva pensato per un  momento  di  scappare  buttandosi
    dalla  finestra.  Le  quattro stanzette della sua modesta dimora erano
    state invase;  la scoperta d'un giardinetto,  unica e dolce cura dello
    zio,   aveva   suscitato   un  tripudio  frenetico  nei  sette  orfani
    sconsolati,  come li chiamava la grassa cognata  napoletana.  Un  mese
    dopo,  non c'era pi un filo d'erba in quel giardinetto.  Il professor
    Lamis era diventato l'ombra di se stesso:  s'aggirava  per  lo  studio
    come  uno  che  non  stia pi in cervello,  tenendosi pur nondimeno la
    testa tra le mani quasi per non farsela portar via anche materialmente
    da quegli strilli,  da quei pianti,  da quel pandemonio  imperversante
    dalla  mattina  alla  sera.  Ed  era durato un anno,  per lui,  questo
    supplizio,  e chi sa quant'altro tempo ancora sarebbe  durato,  se  un
    giorno  non  si  fosse  accorto  che  la  cognata,  non contenta dello
    stipendio che a ogni ventisette del mese egli  le  consegnava  intero,
    ajutava  dal  giardinetto il maggiore dei figliuoli a inerpicarsi fino
    alla finestra dello studio, chiuso prudentemente a chiave,  per fargli
    rubare i libri:
    - Belli grossi, neh, Gennarie', belli grossi e nuovi!
    Mezza  la  sua  biblioteca  era  andata  a finire per pochi soldi su i
    muricciuoli.
    Indignato, su le furie,  quel giorno stesso,  Bernardino Lamis con sei
    ceste  di libri superstiti e tre rustiche scansie,  un gran crocefisso
    di cartone, una cassa di biancheria, tre seggiole, un ampio seggiolone
    di cuojo, la scrivania alta e un lavamano,  se n'era andato ad abitare
    -  solo  -  in quelle due stanzette di Via Governo Vecchio,  dopo aver
    imposto alla cognata di non farsi vedere mai pi da lui.
    Le mandava ora per mezzo d'un  bidello  dell'Universit,  puntualmente
    ogni  mese,  lo  stipendio,  di  cui  tratteneva  soltanto  lo stretto
    necessario per s.
    Non aveva voluto prendere neanche una serva a mezzo servizio,  temendo
    che  si  mettesse  d'accordo con la cognata.  Del resto,  non ne aveva
    bisogno.   Non  s'era  portato  nemmeno  il  letto:  dormiva  con  uno
    scialletto su le spalle,  avvoltolato in una coperta di lana, entro il
    seggiolone.  Non  cucinava.  Seguace  a  modo  suo  della  teoria  del
    Fletcher,  si nutriva con poco,  masticando molto.  Votava quel famoso
    cartoccio nelle due ampie tasche dei calzoni,  met qua,  met  l,  e
    mentre studiava o scriveva,  in piedi com'era solito,  mangiucchiava o
    un amaretto o una schiumetta o una  bocca  di  dama.  Se  aveva  sete,
    acqua. Dopo un anno di quell'inferno, si sentiva ora in paradiso.
    Ma  era  venuto  il  von  Grobler  con quel suo libraccio su l'"Eresia
    Catara" a guastargli le feste.
    Quel giorno,  appena rincasato,  Bernardino Lamis si rimise al lavoro,
    febbrilmente.
    Aveva innanzi a s due giorni per finir di stendere quella lezione che
    gli  stava  tanto a cuore.  Voleva che fosse formidabile.  Ogni parola
    doveva essere una frecciata per quel tedescaccio von Grobler.
    Le  sue  lezioni  egli  soleva  scriverle  dalla  prima  parola   fino
    all'ultima,  in  fogli di carta protocollo,  di minutissimo carattere.
    Poi,  all'Universit,  le leggeva con voce lenta e  grave,  reclinando
    indietro  il  capo,  increspando la fronte e stendendo le palpebre per
    poter vedere attraverso le lenti insellate su la punta del naso, dalle
    cui narici uscivano due cespuglietti d'ispidi peli  grigi  liberamente
    cresciuti. I due fidi scolari avevano tutto il tempo di scrivere quasi
    sotto  dettatura.  Il  Lamis  non  montava  mai  in  cattedra:  sedeva
    umilmente davanti  al  tavolino  sotto.  I  banchi,  nell'aula,  erano
    disposti  in  quattro  ordini,  ad anfiteatro.  L'aula era buja,  e il
    Ciotta e il Vannicoli all'ultimo ordine, uno di qua, l'altro di l, ai
    due estremi,  per aver luce dai due occhi ferrati che si  aprivano  in
    alto.  Il  professore  non  li  vedeva  mai  durante la lezione: udiva
    soltanto il raspio delle loro penne frettolose.
    L, in quell'aula,  poich nessuno s'era levato in sua difesa,  lui si
    sarebbe  vendicato  della  villania di quel tedescaccio,  dettando una
    lezione memorabile.
    Avrebbe prima esposto con succinta chiarezza  l'origine,  la  ragione,
    l'essenza,  l'importanza  storica e le conseguenze dell'eresia catara,
    riassumendole dai suoi due volumi; si sarebbe poi lanciato nella parte
    polemica,  avvalendosi dello studio critico sul libro del von Grobler.
    Padrone com'era della materia,  e col lavoro gi pronto, sotto mano, a
    una sola fatica sarebbe andato incontro: a quella di tenere a freno la
    penna.  Con l'estro della bile,  avrebbe scritto  in  due  giorni,  su
    quell'argomento, due altri volumi pi poderosi dei primi.
    Doveva  invece restringersi a una piana lettura di poco pi di un'ora:
    riempire cio di quella sua minuta scrittura non pi di cinque  o  sei
    facciate  di  carta  protocollo.  Due  le aveva gi scritte.  Le tre o
    quattro altre facciate doveveano servire per la parte polemica.
    Prima d'accingervisi,  volle rileggere la bozza del suo studio critico
    sul  libro  del  von  Grobler.  La  trasse  fuori  del  cassetto della
    scrivania,  vi soffi su per cacciar via la polvere,  con le lenti gi
    su la punta del naso, e and a stendersi lungo lungo sul seggiolone.
    A mano a mano,  leggendo, se ne compiacque tanto, che per miracolo non
    si ritrov ritto in piedi  su  quel  seggiolone;  e  tutte,  una  dopo
    l'altra,   in   men  d'un'ora,   s'era  mangiato  inavvertitamente  le
    schiumette che dovevano servirgli per due giorni. Mortificato,  trasse
    fuori le tasche vuote, per scuoterne la sfarinatura.
    Si  mise  senz'altro  a  scrivere,  con l'intenzione di riassumere per
    sommi capi quello studio critico.  A poco a poco per,  scrivendo,  si
    lasci  vincere  dalla  tentazione d'incorporarlo tutto quanto di filo
    nella lezione, parendogli che nulla vi fosse di superfluo, n un punto
    n una virgola.  Come rinunziare,  infatti,  a certe espressioni d'una
    arguzia  cos  spontanea e di tanta efficacia?  a certi argomenti cos
    calzanti  e  decisivi?   E  altri  e  altri  ancora  gliene  venivano,
    scrivendo,  pi  lucidi,  pi  convincenti,  a  cui  non  era del pari
    possibile rinunziare.
    Quando fu alla mattina del terzo giorno, che doveva dettar la lezione,
    Bernardino Lamis si  trov  davanti,  sulla  scrivania,  ben  quindici
    facciate fitte fitte, invece di sei.
    Si smarr.
    Scrupolosissimo  nel  suo  officio,  soleva  ogni anno,  in principio,
    dettare il sommario di tutta la  materia  d'insegnamento  che  avrebbe
    svolto   durante   il   corso,   e   a  questo  sommario  si  atteneva
    rigorosissimamente.   Gi  aveva   fatto,   per   quella   malaugurata
    pubblicazione  del  libro  del  von  Grobler,  una  prima  concessione
    all'amor proprio offeso,  entrando quell'anno a  parlare  quasi  senza
    opportunit dell'eresia catara. Pi d'una lezione, dunque, non avrebbe
    potuto  spenderci.  Non  voleva  a nessun costo che si dicesse che per
    bizza o per sfogo il professor Lamis parlava fuor di proposito  o  pi
    del  necessario  su  un  argomento che non rientrava se non di lontano
    nella materia dell'annata.
    Bisognava dunque,  assolutamente,  nelle poche ore che gli  restavano,
    ridurre  a  otto,  a  nove facciate al massimo,  le quindici che aveva
    scritte.
    Questa riduzione gli cost un cos intenso sforzo  intellettuale,  che
    non   avvert  nemmeno  alla  grandine,   ai  lampi,   ai  tuoni  d'un
    violentissimo uragano che s'era improvvisamente  rovesciato  su  Roma.
    Quando fu la soglia del portoncino di casa, col suo lungo rotoletto di
    carta sotto il braccio, pioveva a diluvio. Come fare? Mancavano appena
    dieci  minuti  all'ora  fissata per la lezione.  Rifece le scale,  per
    munirsi d'ombrello, e s'avvi sotto quell'acqua, riparando alla meglio
    il rotoletto di carta, la sua formidabile lezione.
    Giunse all'Universit in uno stato compassionevole: zuppo  da  capo  a
    piedi. Lasci l'ombrello nella bacheca del portinajo; si scosse un po'
    la pioggia di dosso,  pestando i piedi;  s'asciug la faccia e sal al
    loggiato.
    L'aula - buja  anche  nei  giorni  sereni  -  pareva  con  quel  tempo
    infernale  una  catacomba;  ci  si  vedeva  a mala pena.  Non di meno,
    entrando, il professor Lamis, che non soleva mai alzare il capo,  ebbe
    la consolazione d'intravedere in essa,  cos di sfuggita,  un insolito
    affollamento,   e  ne  lod  in  cuor  suo  i  due  fidi  scolari  che
    evidentemente  avevano  sparso  tra i compagni la voce del particolare
    impegno con cui il  loro  vecchio  professore  avrebbe  svolto  quella
    lezione  che  tanta  pena  e tanta fatica gli era costata e dove tanto
    tesoro di cognizioni era con sommo sforzo racchiuso  e  tanta  arguzia
    imprigionata.
    In preda a una viva emozione,  pos il cappello e mont,  quel giorno,
    insolitamente, in cattedra.  Le gracili mani gli tremolavano talmente,
    che  stent  non  poco  a  inforcarsi  le  lenti sulla punta del naso.
    Nell'aula il silenzio era perfetto.  E il professor Lamis,  svolto  il
    rotolo di carta, prese a leggere con voce alta e vibrante, di cui egli
    stesso  rest  maravigliato.  A  quali note sarebbe salito,  allorch,
    finita la parte espositiva per cui non era acconcio quel tono di voce,
    si sarebbe lanciato nella polemica?  Ma in quel momento  il  professor
    Lamis  non  era  pi  padrone di s.  Quasi morso dalle vipere del suo
    stile,  sentiva di tratto in tratto le  reni  fenderglisi  per  lunghi
    brividi  e  alzava  di punto in punto la voce e gestiva,  gestiva.  Il
    professor Bernardino Lamis, cos rigido sempre, cos contegnoso,  quel
    giorno,  gestiva!  Troppa  bile  aveva accumulato in sei mesi,  troppa
    indignazione gli avevano cagionato la  servilit,  il  silenzio  della
    critica  italiana;  e questo ora,  ecco,  era per lui il momento della
    rivincita!  Tutti  quei  bravi  giovani,  che  stavano  ad  ascoltarlo
    religiosamente,  avrebbero  parlato  di questa sua lezione.  avrebbero
    detto che egli era salito in cattedra quel giorno perch  con  maggior
    solennit partisse dall'Ateneo di Roma la sua sdegnosa risposta non al
    von Grobler soltanto, ma a tutta quanta la Germania.
    Leggeva cos da circa tre quarti d'ora,  sempre pi acceso e vibrante,
    allorch lo studente Ciotta,  che nel venire all'Universit era  stato
    sorpreso  da  un  pi  forte  rovescio  d'acqua e s'era riparato in un
    portone,  s'affacci quasi impaurito all'uscio dell'aula.  Essendo  in
    ritardo,  aveva  sperato che il professor Lamis con quel tempo da lupi
    non sarebbe  venuto  a  far  lezione.  Gi,  poi,  nella  bacheca  del
    portinajo,  aveva  trovato un bigliettino del Vannicoli che lo pregava
    di scusarlo presso  l'amato  professore  perch  essendogli  la  sera
    avanti  smucciato  un  piede  nell'uscir  di casa,  aveva ruzzolato la
    scala,  s'era slogato un braccio e non poteva perci,  con  suo  sommo
    dolore, assistere alla lezione.
    A  chi  parlava,  dunque,  con  tanto  fervore il professor Bernardino
    Lamis?
    Zitto zitto, in punta di piedi,  il Ciotta varc la soglia dell'aula e
    volse in giro uno sguardo.  Con gli occhi un po' abbagliati dalla luce
    di fuori,  per quanto scarsa,  intravide anche lui nell'aula  numerosi
    studenti, e ne rimase stupito. Possibile? Si sforz a guardar meglio.
    Una  ventina  di soprabiti impermeabili,  stesi qua e l a sgocciolare
    nella buja aula deserta,  formavano quel giorno tutto  l'uditorio  del
    professor Bernardino Lamis.
    Il Ciotta li guard,  sbigottito,  sent gelarsi il sangue, vedendo il
    professore leggere cos infervorato a quei soprabiti la sua lezione, e
    si ritrasse quasi con paura.
    Intanto,  terminata l'ora,  dall'aula vicina usciva rumorosamente  una
    frotta  di  studenti  di  legge,  ch'erano forse i proprietari di quei
    soprabiti.
    Subito il Ciotta, che non poteva ancora riprender fiato dall'emozione,
    stese le braccia e si piant davanti all'uscio per impedire il passo.
    - Per carit, non entrate! C' dentro il professor Lamis.
    - E che fa? - domandarono quelli, meravigliati dell'aria stravolta del
    Ciotta.
    Questi si pose un dito su la bocca,  poi disse piano,  con  gli  occhi
    sbarrati:
    - Parla solo!
    Scoppi una clamorosa irrefrenabile risata.
    Il Ciotta chiuse lesto lesto l'uscio dell'aula, scongiurando di nuovo:
    - Zitti, per carit, zitti! Non gli date questa mortificazione, povero
    vecchio! Sta parlando dell'eresia catara!
    Ma  gli  studenti,  promettendo  di far silenzio,  vollero che l'uscio
    fosse riaperto, pian piano,  per godersi dalla soglia lo spettacolo di
    quei loro poveri soprabiti che ascoltavano immobili, sgocciolanti neri
    nell'ombra, la formidabile lezione del professor Bernardino Lamis.
    - "...  ma il manicheismo,  o signori,  il manicheismo,  in fondo, che
    cosa ?  Ditelo voi!  Ora,  se i primi Albigesi,  a detta  del  nostro
    illustre storico tedesco signor Hans von Grobler..."

